Lorenzini Carlo
(Collodi).

STORIE ALLEGRE.

Trascrizione elettronica per esclusivo uso dei privi della vista di: Ivano
Pioli.


L'omino anticipato.
Ossia la storia di tutti quei ragazzi che vogliono parere uomini prima del
tempo.

1. Il signor Gigino.
Quando lo conobbi io, aveva appena dieci anni. Di nome si chiamava Gigino.
Non era n bello n brutto. Aveva un par d'occhietti cerulei: i capelli
biondissimi, d'un biondo chiaro come la stoppa: il naso un po' ritto e voltato
in su e le gambe un tantino magre pi del bisogno.
Nell'insieme, poteva dirsi un buon figliuolo. A scuola non faceva miracoli, ma
il maestro mostravasi contento: in casa poi era il cucco della mamma e
l'occhio diritto del babbo. Guai se le sorelle e i fratelli maggiori avessero
torto un capello a Gigino! C'era da far nascere una specie di finimondo.
Volete che vi dica il pi gran difetto di questo ragazzo? Durerete fatica a
crederlo, eppure  cos: il suo pi gran difetto era quello di vergognarsi a
passar per un ragazzo: voleva per forza parere un giovinotto, un uomo fatto!
A domandargli quanti anni avesse, per il solito rispondeva: Il babbo e la
mamma dicono che ne ho dieci: ma lo dicono per farmi arrabbiare...
O dunque quanti anni hai?
A dir poco poco, ne devo avere dodici per i diciotto: un altr'anno sar di
leva...
Come fai a saperlo?
Chi pu saperlo meglio di me? Gli anni sono miei, e nessuno me li pu levare.
Fatto sta che Gigino, mentre pretendeva di essere un giovinotto e un omino
maturato prima del tempo, si dava a conoscere per un ragazzo pi ragazzo di
molti altri. Era bizzoso, capriccioso, svogliato, ghiotto di zucchero e di
pasticcini: un po' bugiardo: prepotente e permaloso co' suoi compagni di
scuola, e fanatico dei balocchi fino al segno di pigolare tutti i giorni
qualche soldo per comprarsi un burattino o un cavallo di terra cotta col
fischio nella coda.
Voi forse mi domanderete: In qual modo, dunque, il signor Gigino mostrava
questa sua gran passione di farsi credere un giovinotto?
Ve lo dico subito: la sua passione stava tutta nel desiderio di potersi
vestire da uomo, come il suo fratello maggiore che aveva oramai vent'anni
compiti: vale a dire, invece del solito berrettino, avrebbe preferito un bel
cappello a tuba: invece della giacchettina, un soprabito di panno nero, e
invece della golettina rovesciata, che lascia libero il collo, un bel
golettone ritto e inamidato, come il collare dei preti.

2. Il cappello a tuba.
Fra tutte queste galanterie, la pi agognata per il nostro Gigino era il
cappello a tuba.
Un giorno, sfogandosi con la Veronica, la cameriera che per il solito lo
accompagnava a spasso, arriv fino a dire: Credilo, Veronica, per un cappello
a tuba darei tutti i miei libri di scuola.
O perch non se la fa comprare dal babbo? ripigli la cameriera, ridendo come
una matta.
E perch ridi? domand Gigino impermalito.
Rido, perch a vedere un ragazzo, come lei, col cappello a tuba, mi parrebbe
di vedere un fungo porcino.
Povera donna! ti compatisco...
La mi compatisca quanto la vuole, ma a me i ragazzi vestiti da ominini grandi
mi somigliano tante maschere fuori di carnevale...
La mattina dopo (era per l'appunto gioved, giorno di vacanza per la scuola)
il nostro Gigino, frugando nell'armadio di guardaroba, gli venne fatto di
trovare un vecchio cappello di felpa, tutto bianco dalla polvere. Era un
vecchio cappello del suo babbo.
Tutto allegro, come se avesse trovato un tesoro, se lo port via di
sotterfugio; e ritiratosi nella sua camera, si pose a spazzolarlo e a
strigliarlo, come se fosse stato un cavallo.
Quel povero cappello in alcuni punti era diventato bianchiccio a cagione del
pelo andato via: ma Gigino, senza perdersi d'animo, vi rimedi subito, e presa
la boccettina dell'inchiostro, restitu alla felpa del cappello il suo
bellissimo color morato.
Poi se lo pose in testa: ma il cappello era cos largo, che gli calava fino al
principio del naso.
Gigino non se ne dette per inteso: e andandosi a guardare nello specchio,
cominci a dire gongolando dalla gioia: Ecco qui... non sono pi il medesimo:
paio proprio un altro... neanche la mamma mi riconoscerebbe!... Bisogna
convenire che il cappello a tuba  quello che fa parere uomini... Se gli
uomini portassero i berretti, come noi, sarebbero tanti ragazzi... Che cosa
pagherei di farmi vedere con questo cappello dai miei compagni di scuola!...
Chi lo sa come m'invidierebbero!... E il maestro?... Scommetto che, se andassi
a scuola con questo cappello, anche il maestro avrebbe un po' di soggezione di
me... Oh! che bell'idea!....
Detto fatto, Gigino ebbe l per l una bellissima idea. Levatosi il cappello,
corse da sua madre e le disse: Ti contenti, mamma, che vada qui dal cartolaro,
sulla cantonata, per comprare un quinternino di carta?
Mi prometti di tornar subito?
In un lampo.
E non ti fermare dinanzi alle vetrine delle botteghe.
Che mi credi un ragazzo?
E senza stare a dir altro, Gigino ritorn in camera; e dopo due minuti era gi
in mezzo alla strada, con in testa il suo bellissimo cappello a tuba, ritinto
a nuovo.
La gente si voltava a guardarlo, e rideva: ma lui si pavoneggiava ed era
contento come una pasqua.
Per altro le contentezze in questo mondo durano poco: tant' vero che prima di
arrivare alla bottega del cartolaro, il nostro Gigino incontr due monelli di
strada, che incominciarono a girargli d'intorno e a fargli delle grandi
riverenze e dei grandi salamelecchi, gridando con quanto fiato avevano in
gola: Sor Dottore, buon giorno a lei!... Ben arrivato sor Dottore!
Altri monelli sopraggiunsero strillando: Guarda che bel Cappellone!... Sor
Cappellone, la si rigiri!... Evviva Cappellone!....
E l grandi risate, urli, fischi, un baccano indiavolato, da levar di
cervello.
Il povero Gigino, che avrebbe pagato Dio sa che cosa per aver le ali come un
uccello e tornarsene volando a casa dalla sua mamma, si prov pi volte a
farsi largo e a svignarsela, ma i monelli, riunitisi in cerchio, gli
chiudevano ogni via di salvezza.
Mi pare una bella porcheria! grid piangendo. Io vado per i fatti miei, e non
do noia a nessuno... e non voglio che nessuno dia noia a me...
Bravo Cappellone, url un ragazzaccio, pi sbarazzino degli altri. Bravo
Cappellone!... tu ragioni meglio d'un libro stampato... e meriti la mancia.
E nel dir cos, gli di sul cappello un colpo cos screanzato, che il
cocuzzolo vol via di netto, e il povero Gigino rimase con la sola tesa
penzoloni intorno alla testa.
Figuratevi lo scoppio delle risate!
Appena tornato a casa, il nostro amico si chiuse in camera per bagnarsi con
l'acqua fresca un bel graffio sul naso, raccapezzato in mezzo a quel gran
parapiglia.

3. Il goletto insaldato.
Il graffio del naso non era ancora guarito per bene, che gi il nostro amico
Gigino, per la solita grulleria di vestire da uomo fatto, ne meditava un'altra
delle sue.
Una mattina, avendo trovata la Veronica in guardaroba, che arassettava della
biancheria, le disse con una manierina incantevole: Dimmi, Veronica, mi
faresti un piacere?
Si figuri!
Ma prima mi devi promettere...
Che cosa?
Di non dir nulla alla mamma.
Si comincia male, osserv la cameriera, alzando la testa e guardando in viso
il ragazzo. Dev'essere dunque un segreto?
Un segreto, no... ma ecco, vorrei...
Animo via: sentiamo di che si tratta.
Si tratta di un goletto da collo del mio fratello Augusto.
Come c'entra il suo fratello Augusto?
Bisogna sapere che Augusto mi ha regalato uno de' suoi goletti da collo: ma
per me  troppo grande... e vorrei che tu mi facessi il piacere di
ristringerlo.
E un ragazzino, come lei, vuol mettersi un golettaccio alto e insaldato a quel
modo, che pare un collare? Quei goletti, abbia pazienza, staranno bene agli
uomini e ai giovinotti, perch oramai la moda vuole cos, e con la moda non ci
si ragiona: ma i ragazzetti della sua et fanno miglior figura con la goletta
arrovesciata, e che lascia scoperto e libero il collo. La tenga a mente, sor
Gigino, che i ragazzi bisogna che vestano da ragazzi: se no, c' da scambiarli
per tanti uomini rimasti nanerucoli e piccini.
O che sarebbe una vergogna? Io sento che il babbo e la mamma, quando vogliono
dire un gran bene di qualche ragazzo, lo sai come dicono? Dicono sempre:
quello  un ragazzo che par proprio un omino.
Verissimo: ma non intendono dire che paia un omino, perch porta i goletti
ritti e insaldati, come usano gli uomini: neanche per sogno! Intendono dire
che il tale o il tal altro ragazzo pare un omino, perch non  bizzoso, perch
non  scapato, perch ha giudizio, perch studia e si fa onore e perch
preferisce i libri ai balocchi.
Basta, basta, Veronica: il resto me lo dirai un'altra volta. Me lo fai dunque
questo piacere?
Eppure scommetto che se il suo babbo fosse tanto buono da comprarle un
cappello a tuba, lei non si vergognerebbe a farsi vedere in mezzo alla strada
con quella cupola in capo!
Gigino guard in viso la Veronica, e abbassando la voce domand: Hai saputo
forse qualche cosa?....
Di che?
Del cappello...
Cio?
Dunque non sai nulla?... Meno male... Che cosa, dunque, dicevi?
Dicevo che lei sarebbe capacissimo di mettersi in testa un cappello a tuba e
di andare magari a farsi vedere da tutti!...
Sicuro che ci anderei.
Ma non pensa ai fischi e alle risate dei monelli di strada?
Dimmi, Veronica, che hai saputo per caso qualche cosa?...
Di che?
Meno male: non hai saputo nulla!... Dicevi dunque?
Dicevo che i ragazzacci di strada sono anche impertinenti... e non so se si
contenterebbero soltanto di ridere e di fischiare.
E che vuoi tu che mi facessero di peggio?
Chi lo sa! Potrebbero alzare le mani e sentirsi il pizzicorino di lasciar
cadere sul suo cappello qualche solennissima latta...
Latta?... E che roba sono le latte?
Sono quei colpacci a mano aperta affibbiati per celia o per davvero sul
cappello degli altri.
E se qualche ragazzaccio si pigliasse la confidenza di sciuparmi il cappello,
tu credi che io non ne avrei il coraggio?...
Il coraggio di far che cosa?
Di scappare e di andar subito a raccontarlo alla mamma?... Per tua regola, io
non ho paura di nessuno.
Lo so che lei  dimolto coraggioso: tant' vero che la sera, quand' entrato a
letto, vuol sempre la candela accesa. Guai a lasciarlo al buio!
Che cosa c'entra la candela col coraggio? Il coraggio  una cosa, e la candela
 un'altra: ne convieni? E poi devi sapere che il mio maestro di ginnastica ha
promesso fra sei o sett'anni d'insegnarmi la scherma... e quando sapr la
scherma... allora, te lo dico io, non avr pi paura di nessuno. Ma insomma,
Veronica, me lo fai questo piacere, s o no?
Gigino, mi dispiace a doverlo dire, aveva un altro difetto, comunissimo del
resto a molti ragazzi, quello, cio, che quando cominciava a chiedere una
cosa, non la finiva pi, fino a tanto che non l'aveva ottenuta. E a furia di
ripetere e di pigolare la medesima cosa diventava cos noioso e cos
seccatore, da sfondare lo stomaco.
Prova ne sia che la Veronica, pur di levarsi di torno quel tormento, prese
dispettosamente il goletto, e tagliatone un pezzo e ricucitolo alla meglio con
pochi punti, lo ridusse adattato al collo del suo padroncino.
Chi pi beato, chi pi felice di Gigino? Ballando e saltando corse a
rinchiudersi nella sua camerina, e l tanto fece e tanto annasp, che
finalmente pot guardarsi nello specchio col suo nuovo goletto intorno al
collo.
Ma il nuovo goletto era cos alto e cos duramente insaldato, che il povero
figliuolo sentiva tagliarsi la gola! Non poteva pi abbassare la testa: non
poteva voltarsi n di qua n di l: pareva proprio un impiccato. Eppure quel
giuccherello era contento, tanto contento, che sarebbe difficile figurarselo!
La sua prima idea fu quella di chiedere alla mamma il solito permesso per
andare dal solito cartolaro a comprare le solite penne: ma poi, tornandogli in
mente la gran disgrazia toccata all'infelice cappello a tuba, pens meglio di
scendere gi nel giardino. Se non foss'altro, scansando il pericolo
d'incontrare i monelli di strada, si sarebbe levato il gusto di farsi vedere
dal giardiniere, dalla moglie del giardiniere e dal loro bambinetto.
Appena arrivato sulla porta del giardino, il primo a venirgli incontro fu
Melampo, un grosso cane da guardia, che cominci subito a guardarlo male e a
ringhiare, come se avesse voluto mangiarlo.
Che cos'ha Melampo? grid Gigino al figliuolo del giardiniere.
Che forse non mi conosce pi? Non riconosce il suo padrone?
Come vuol che faccia a riconoscerlo, con codesto golettone che gli fascia
tutta la gola?... Lo creda, sor Gigino, duro fatica a riconoscerlo anch'io...
Da ieri a oggi, l' cos imbruttito... con rispetto parlando!
Imbruttito?... Sarebbe a dire?...
Lo creda, sor Gigino, la mi pare un galletto, quando gli hanno tirato il
collo... Che gli  venuto forse un tumore, Dio ci liberi tutti?
E' meglio che me ne vada, senza risponderti... se no, te ne direi delle belle,
mastic Gigino fra i denti: e si avvi verso il pergolato.
Ma costretto a camminare a testa alta e non potendo vedere dove metteva i
piedi, inciamp dopo pochi passi in un secchione pieno d'acqua lasciato per
dimenticanza nel mezzo, e cadde lungo disteso sulla ghiaia del viale.
E la sua caduta fu cos divertente, che alcune galline, le quali stavano
beccando l dintorno, invece di fuggire spaventate, cominciarono a sbattere le
ali e a fare coccod coccod, tale e quale come se ridessero di genio alla
vista di quel ragazzo cos buffo per il suo golettone insaldato. Basti dire
che fra quelle galline, ve ne fu una che, nello sforzo del gran ridere,
scodell senza avvedersene un bellissimo ovo fresco.
Gigino, come potete immaginarvelo, torn a casa tutto mortificato, e c' da
compatirlo! Se col suo goletto avesse messo di buon umore solamente il ragazzo
del giardiniere, pazienza! Ma far ridere anche le galline,  troppo!
Veramente,  troppo!

4. La scherma.
E qui bisogna ritornare un passo indietro, come dicono i raccontatori di
novelle. Dovete dunque sapere, miei piccoli e carissimi lettori, che il brutto
caso di quel povero cappello a tuba, strapazzato, percosso e diviso in due
pezzi sulla pubblica via, non rimase un segreto per i compagni di scuola del
nostro amico Gigino.
Uno scolaro, per combinazione, venne a saperlo: e quando un ragazzo sa qualche
cosa, potete aspettarvi che dopo cinque minuti lo sanno anche tutti gli altri
ragazzi. Cos sapessero tutti l'Aritmetica, la Storia e la Geografia!
Fatto sta, che fra i compagni di scuola di Gigino trovavasi un certo Amerigo
chiamato di soprannome il Biondo, perch di capelli e di carnagione era biondo
come un cannello di brace.
Il Biondo non aveva che una sola passione (bruttissima passione): quella di
divertirsi e di ridere alle spalle degli altri ragazzi. Inventava per tutti
qualche canzonatura o qualche scherzo impertinente. A chi le dava, e a chi le
prometteva.
Figuratevi la sua contentezza, quando gli raccontarono la storia della famosa
latta cascata sul cappello a tuba del povero Gigino!
Prese subito di mira l'amico, e non gli dtte pi pace; non lo lasci pi
ben'avere un minuto solo. Tutte le volte che nell'andare a scuola s'imbatteva
in lui, affibbiavagli subito un bello scappellotto sul berretto: e poi,
fingendosi dolente e mortificato, diceva con voce di piagnisteo: Scusa, sai:
mi pareva che tu avessi in testa il cappello a tuba!... Non lo far pi!....
Il nostro Gigino, a questi scherzi sguaiati ci soffriva, proprio ci soffriva:
e avrebbe dato volentieri una buona lezione al suo accanito persecutore: ma la
paura era quella che lo tratteneva: e la paura  stata sempre una gran tara
per tutte quelle persone che vorrebbero aver coraggio.
Alla fine, non potendone pi, fece un animo risoluto, e disse al suo maestro
di ginnastica: Senta, signor maestro, io vorrei che lei m'insegnasse subito
la scherma.
Che cosa vuoi far della scherma?
Voglio battermi...
Con chi?
Con nessuno.
Benissimo: il signor Nessuno  l'unico avversario adattato per te! url il
maestro, dando in una gran risata.
Eppure anche il babbo dice sempre che, quando sar pi grande, dovr imparare
la scherma...
Quando sarai pi grande, s: ma che cosa vuoi far oggi della scherma? oggi che
sei un ragazzino alto poco pi d'un soldo di cacio? oggi che non hai nemmeno
la forza di reggere in mano il fioretto?...
Scusi: che cosa sarebbe il fioretto?
Te lo spiegher un'altra volta.
Scusi, signor maestro: non potrebbe darmi qualche lezione, tanto per
cominciare?...
Voglio contentarti. Per oggi t'insegner il modo di stare in guardia.
Mi dispiace... ma in guardia oggi non ci posso stare, perch dopo la scuola,
mi aspettano a casa.
Il maestro fece di tutto per non dare in uno scoppio di risa: quindi riprese:
Animo! Mettiti l, ritto, impettito della persona. Benissimo! Ora porta la
mano sinistra dietro la schiena... Nossignore! codesta non  la mano sinistra:
codesta  la destra... Va bene cos: ora con la destra impugna questo
bastoncino, che far da fioretto.
Scusi, signor Maestro, che cos' il fioretto?
Te lo spiegher un'altra volta. Ora allunga il braccio destro, e facendo un
passo in avanti, muoviti verso di me, come se tu volessi colpirmi.
E poi?
E poi la lezione  finita.
E' tutta questa la scherma?
Per la tua et, ne hai imparata anche troppa e te ne avanza.
Dopo quella lezione di scherma, Gigino divent una specie di gigante Golia.
Nessuno gli faceva pi paura. Tant' vero che un giorno, essendosi preso a
parole col Biondo, gli disse sul viso: Sono stufo delle tue sguajataggini:
dopo la scuola ci batteremo.
Detto fatto, i due avversari si ritrovarono insieme sopra una piazzetta
deserta, uno di faccia all'altro.
Attento! disse Gigino al Biondo. Allunga il braccio destro, e passa la mano
sinistra dietro la schiena.
Parli con me? Io per tua regola non ho tempo da perdere in tanti complimenti,
e mi sbrigo subito.
E senza aggiungere altre parole, caric sulle spalle dell'avversario un carico
di pugni, quanti potrebbe portarne un ciuchino.
Il nostro amico torn a casa tutto indolenzito: e lungo la strada si consolava
di tanto in tanto, dicendo fra s: E' vero che ne ho toccate! Ma quella l non
era scherma, quelli erano pugni.

5. La cascata da cavallo.
Venuto il tempo delle vacanze, Gigino and a passare due mesi in campagna
insieme con la sua mamma. Il babbo rimase in citt, perch essendo il tempo
delle elezioni, e volendo riuscire eletto deputato alla Camera, aveva bisogno
di girare dalla mattina alla sera come un fattorino della posta.
A poca distanza dalla villa del nostro amico c'era una casa colonica abitata
dalla famigliola del contadino: vale a dire padre, madre e due ragazzetti.
Il maggiore di questi due ragazzi aveva forse la stessa et di Gigino, e si
chiamava Cecco, il minore era un bambinetto di quattr'anni appena.
Come si chiama questo bimbo? domand Gigino alla mamma.
Il suo nome vero sarebbe Brandimarte: ma noi, qui in famiglia, gli si dice
Formicola, perch egli  piccino come un baco da seta.
Gigino, come potete immaginarvelo, passava tutte le sue giornate in casa del
contadino, ed era diventato l'amico indivisibile di Cecco.
Una volta, fra le altre, gli domand: Che cosa si potrebbe fare per divertirsi
un poco?
Senta, sor Gigino, vuol dar retta a me? Io ci ho un bel carrettino di legno a
quattro ruote: lei c'entri dentro, e far da padrone, e io far da cavallo e
tirer il carretto.
Codesti mi paiono balocchi da ragazzi! disse Gigino, pigliando l'aria d'un
uomo serio e sbadigliando senza averne voglia.
O che lei  vecchio?
Non ti dir di esser vecchio: ma oramai tutti mi scambiano per un giovinotto.
Io, per esempio, soggiunse Cecco, se dovessi scambiarlo con qualcuno, lo
scambierei con un ragazzo...
Un ragazzo io?... Ma non sai che fra dieci anni sar di leva e mi toccher a
fare il soldato?
Io non ci ho colpa, rispose Cecco stringendosi nelle spalle.
E fuori del carretto a quattro ruote, non avresti nessun altro passatempo?...
L'anno passato ce l'avevo...
Che cosa avevi?
Un cavallino bianco cos addomesticato e alla mano, che veniva dietro come un
pulcino, quando gli si butta il panico...
E ora  morto?
E' lo stesso che sia morto, perch il padrone l'ha venduto.
E quando lo ricomprate il cavallo?
Il cavallo ce l'abbiamo, ma sarebbe quasi meglio di non averlo. Di quei
cavallacci cattivi!... La si figuri, che a fargli una carezza, abbassa subito
gli orecchi e mette fori certi dentoni, che paiono manichi di coltello.
E corre dimolto?
Gli  uno scappatore peggio di un berbero. Se l'avessi a montar io!... Neanche
se mi ci cucissero sopra con lo spago.
Non ti vergogni di esser tanto pauroso?
No.
Hai torto: un ragazzo della tua et dovrebbe avere molto pi coraggio...
Lo so anch'io: ma per aver coraggio, bisognerebbe non aver paura.
Quando avevo la tua et, non c'era cavallo che mi mettesse in soggezione: anzi
quanto pi erano scappatori e focosi, e pi ci avevo piacere.
Mi levi una curiosit, rispose Cecco, guardando il padroncino con un'aria un
po' canzonatoria, che ne ha montati dimolti lei dei cavalli?
Te lo lascio immaginare!...
Per esempio... quanti?
Ci vorrebb'altro a contarli tutti!...
Dunque lei monterebbe anche il matto?
Chi  il matto?
Gli  appunto quel cavallaccio, che abbiamo nella stalla.
E perch lo chiamate il matto?
Perch  una bestia, con la quale non si pu ragionare.
Mi conduci a vederlo?
La si figuri!
I due ragazzi, senza far altre parole, si alzarono dalla panchina dove stavano
seduti e si avviarono verso la stalla. Giunti alla porta, Gigino disse a
Cecco: Mena fuori il matto!
Cecco ubbid.
Quando Gigino ebbe visto l'animale, disse scrollando il capo in atto di
compassione: Questo, caro mio, non  un cavallo: questa  una pecora.
Eppure scommetto che lei...
Io?... Io per tua regola ho cavalcato certi cavalli, che tu non te li sogni
nemmeno.
Si capisce bene che Gigino, parlando cos, diceva un sacco di bugie: ma le
diceva per la sua solita smania di farsi credere un giovinotto.
Vuol provare a montarci sopra, a bisdosso?
A bisdosso? cio?
Vale a dire, senza sella.
Volentieri. Va' a prendermi una sedia.
Che cosa ne vuol fare?
Ora lo vedrai.
Ma che un cavallerizzo, come lei, ha bisogno della sedia? Io, quando voglio
montare a cavallo, mi attacco ai peli della criniera, spicco un bel salto, e
in men che si dice, mi trovo con una gamba di qui e una di l...
Ognuno ha le sue opinioni: io, senza una sedia, non posso montare a cavallo.
Cecco port una seggiolaccia tutta sgangherata: Gigino vi si arrampic, e
inforcando il cavallo con la gamba sinistra, invece che con la destra, si
trov col viso e con tutta la persona voltata verso la coda dell'animale.
Allora Cecco, sbellicandosi dalle risa, cominci a gridare: No, sor Gigino,
no, l'ha sbagliato uscio: la si rigiri di l; perch la testa del cavallo  da
quell'altra parte.
Lo so, lo so, rispose Gigino con molta disinvoltura, ma per tua regola quando
io monto a cavallo, ho la precauzione di voltarmi prima dalla parte della
coda...
Perch?
Perch, caro mio, le precauzioni non sono mai troppe.
Ora ho capito, disse Cecco, che non aveva capito nulla.
Intanto, a furia di sforzi inauditi, Gigino si rivolt con tutta la persona
verso la testa del cavallo: e compiuta appena questa difficile manovra,
sarebbe sceso volentieri: ma gli manc il tempo.
L'irrequieto animale, senza aspettare l'invito del cavaliere stacc subito un
mezzo galoppo. Figuratevi Gigino! lui, che non aveva cavalcato mai altri
cavalli, che un bellissimo puledro di legno, compratogli dalla sua mamma per
regalo del Capo d'anno! Quanti salti e quanti balzelloni sulla groppa secca
del Matto! Il povero figliuolo ora dondolava da una parte, ora dondolava
dall'altra... e Cecco! Quella birba di Cecco, a gambe larghe in mezzo alla
strada, godendosi la scena del suo padroncino, che da un momento all'altro era
l l per fare un gran capitombolo, si mandava a male dalle grandi risate.
E il momento del capitombolo arriv pur troppo. Gigino cadde, come un fagotto
di cenci, fra la polvere della strada, e il cavallo, senza darsene per inteso,
and a mangiar erba nel campo vicino.
S' fatto molto male? gli domand Cecco, che era corso a gran carriera per
aiutarlo.
E perch mi dovrei esser fatto male?
E' stata una brutta cascata!
Povero grullo! Che credi che sia cascato? Neanche per sogno. Volevo scendere,
e nello scendere ho messo un piede in fallo e sono sdrucciolato. E' una
disgrazia che pu accadere a tutti.
Davvero! L'altro giorno, per esempio, sdrucciolai anch'io...
Scendendo da cavallo?
No: mettendo un piede sopra una buccia di fico. E questo corno, che gli 
venuto qui sulla fronte?...
Gigino si tocc la fronte con la mano, e sentito che c'era davvero un piccolo
gonfio, disse con la solita disinvoltura: si vede che, nello scendere, ho
battuto un ginocchio. Basta che io batta un ginocchio, perch mi venga subito
un corno nella testa. Ho la pelle cos delicata!....

6. Il sigaro.
Volete saperne un'altra? Pochi giorni dopo, sull'ora del desinare, il nostro
amico entr in casa del contadino e trov tutta la famigliola a tavola: vale a
dire, Tonio, il capoccia, la sua moglie Betta, e i due ragazzi Cecco e
Formicola, quest'ultimo chiamato cos, perch (come gi sapete) era piccolino
e minuto quanto un baco da seta.
Che cos'era andato a fare il signor Gigino?
Oh! non abbiate paura che il suo bravo perch ce l'aveva! Altro se ce l'aveva!
Tonio e la Betta, tanto per far vedere il buon cuore, gli domandarono subito
se voleva favorire, ossia se voleva prendere un morso di pane e di formaggio
fresco.
Gigino ringrazi, e atteggiandosi a persona annoiata, s'intrattenne a
cinguettare del pi e del meno. Appena per si accorse che il desinare stava
per finire, tir fuori di tasca un bel sigaro toscano, e spezzandolo nel mezzo
col garbo di un vecchio fumatore, ne offerse la met al capoccia Tonio.
Mi dispiace, disse il contadino tutto complimentoso, mi dispiace di non poter
fare onore alle sue grazie...
Perch?
Perch non fumo, e non ho mai fumato.
Davvero?
Il sigaro, con rispetto parlando, m' parso sempre una gran porcheria. Lo dice
anche il nostro medico...
Bravo furbo! E tu sei tanto bono da dar retta al medico?
Gli do retta sicuro! Cred'ella che il nostro medico sia uno zuccone? La se lo
levi dal capo:  un omo che la sa lunga dimolto e ci vede bene, e quando i
suoi malati moiono, gli  proprio segno che non volevano pi campare.
E che cosa dice il vostro medico dei sigari?
Dice che i sigari sono la peste del genere umano e la sorgente di tutti i
malanni che vengono sulla lingua, in gola e in fondo allo stomaco.
Grullerie! Ti pare che se i sigari facessero male davvero, il governo li
lascerebbe vendere in tutte le botteghe?
Scusi: e lei che fuma?
Altro se fumo!
Gigino, dicendo cos, diceva al solito una grossa bugia, perch fino a quel
giorno non aveva fumato mai.
E il sigaro non gli guasta l'appetito?
Guastarmi l'appetito? a me? Per tua regola ho una salute di bronzo, e quando
ho fumato un mazzo di sigari, sto meglio di prima. E tu, Cecco, sei fumatore?
Vorrei vedere anche questa! grid la Betta inviperita, alzandosi in piedi e
puntando le mani sulla tavola.
Io, rispose il ragazzo ridendo, fumo qualche volta: ma fumo i sigari di
cioccolata...
Ti compatisco! disse Gigino. Sei ancora troppo ragazzo per i nostri sigari...
Mi vuoi dare un fiammifero acceso?
Volentieri.
Cecco accese un fiammifero di legno e lo present al padroncino; il quale,
trovandosi oramai all'impegno, si arm di un coraggio da leoni e ficcatosi
mezzo sigaro fra le labbra, cominci a fumarlo.
Tutti, com' naturale, lo guardavano con maraviglia, come si guarderebbe una
bestia rara: quand'ecco il bambinetto chiamato Formicola, che voltandosi alla
mamma, disse con una vocina piagnucolosa: Mamma, lo fai smettere il sor
Gigino?
Che cosa ti fa il sor Gigino?
Mi fa le boccacce!
E Formicola aveva ragione: perch il nostro amico, fra una fumata e l'altra,
faceva con la bocca certi versacci sguaiati, da metter quasi paura.
Poi tutt'a un tratto divent bianco come un panno lavato. Avrebbe voluto
rizzarsi in piedi, ma le gambe gli si ripiegavano.
Si sente male? gli domand premurosamente la Betta.
Gigino si prov a rispondere qualche cosa: ma non ebbe fiato. Invece
sbadigli, e dopo uno sbadiglio lungo lungo, sput tre o quattro volte e fece
con la bocca un certo garbo... mi sono spiegato?
Allora Tonio corse subito a prendere una catinella... Fosse almeno arrivato a
tempo!
Povero Gigino! Dopo un'ora di trambusto di stomaco, che somigliava alla morte,
se ne torn alla villa mezzo intontito: e salendo le scale, diceva fra s e
s: Quanto avrei fatto meglio a fumare un sigaro di cioccolata!...

7. La giubba a coda di rondine.
Finita la villeggiatura, il bravo Gigino dov presentarsi agli esami per
essere ammesso alla terza ginnasiale. A sentir lui, era sicurissimo di uscir
vittorioso: ma invece, come suol dirsi, rimase schiacciato.
Credete forse che se ne accorasse?
Nemmeno per sogno. Anzi, quando il babbo e la mamma lo rimproverarono per aver
fatto una meschina figura e per aver perduto inutilmente un anno di scuola,
volete sapere come rispose?
Che cosa fa un anno di pi o un anno di meno? Sono forse un vecchio? Ho appena
nove anni, e non mi manca il tempo per ricattarmi.
Sissignori! Quel monello, quando era spinto dalla vanit di vestirsi da
giovinotto, si cresceva gli anni a manciate: quando poi voleva scusarsi della
poca voglia di studiare, allora, a lasciarlo discorrere, ridiventava un
bambino di nove o dieci anni appena.
Per altro, trovandosi qualche volta solo, andava rimuginando col pensiero la
storia burrascosa del famoso cappello a tuba, la risata delle galline per il
suo golettone inamidato, gli scapaccioni avuti dal Biondo, sebbene il Biondo
non sapesse la scherma, la cascata da cavallo con l'accompagnamento d'un bel
corno in mezzo alla testa, e le fumate di quel sigaro traditore, che lo aveva
costretto a fare i gattini... modo pulito per non dire che lo aveva costretto
a rimetter fuori alla luce del sole tutta la colazione divorata con tanto
gusto poche ore prima.
E ripensando a tutte queste cose, e facendo nella sua testina un piccolo
calcolo a mezz'aria, venne finalmente a capacitarsi che questa vanit di
atteggiarsi a giovinotto prima del tempo, gli aveva fruttato pi dispiaceri,
che vere consolazioni di amor proprio soddisfatto.
E giur sul serio di voler mutar vita e di rassegnarsi oramai a rimaner
ragazzo fino a tanto che il calendario non gli avesse regalato qualche anno di
pi. E mantenne il giuramento per parecchi mesi.
Ebbe in questo periodo di prova molte tentazioni: ma riusc a spuntarle, e
rimase sempre padrone del campo.
Ma purtroppo una sera...
Vi racconter quest'ultima disgrazia di Gigino, ma ve la racconter con parole
quasi allegre per non farvi piangere.
Una sera, in casa sua, c'era festa da ballo.
Gigino, non volendo sfigurare di fronte agli altri, and per tempo a chiudersi
in camera: e l si pettin, si lisci, e si agghind, come un vero figurino di
Parigi. Aveva una bella camicia bianca, col goletto rovesciato, e una
giacchettina di panno nero, che gli tornava a pennello.
Quando sent che il pianoforte accennava i primi preludi della polca e della
marzurka, corse subito... ma prima di entrare in sala, fece capolino alla
porta e vide... Vide un brulichio di cravatte bianche e di giubbe a coda di
rondine.
La giubba a coda di rondine era stata sempre la sua gran passione, il suo
sogno dorato. Prova ne sia che una volta, essendo venuto il sarto a
riportargli una giacchettina di velluto, gli domand in tutta segretezza:
Scusi: a questa giacchettina non si potrebbero attaccare di dietro due falde?
Volendo, si pu far tutte: ma le pare che la giubba sia un vestito adattato
per i ragazzi della sua et?
Quanti anni bisogna avere per mettersi la giubba?
Per lo meno, diciotto o vent'anni.
Mi pare una bella prepotenza! Dunque, perch siamo ragazzi, dovremo sempre
vestire a modo degli altri?...
Arrivedella sor Gigino.
E il sarto se ne and scrollando il capo e mordendosi i baffi.
La sera della festa da ballo, il nostro amico sentendosi rinfocolare la
passione per la giubba, almanacc col suo cervellino di grillo questo
bellissimo ragionamento: Se mi mettessi la giubba del mio fratello Augusto?...
Augusto  a Roma... e fino a luned non ritorna. La sua giubba mi torna
benissimo... un po' larga, se vogliamo, un po' lunga... ma in mezzo a quella
folla di ballerini e di ballerine, chi se ne avvede?
E l, fatto un animo risoluto, entr nella camera del fratello, prese la
giubba e se la infil.
Figuratevi quando fece la sua comparsa in sala! Scoppi una risata, che non
finiva pi. Ridevano tutti: anche il pianoforte. Una signorina, fra le altre,
rise tanto e poi tanto, che venne presa da un singhiozzo convulso, e fu
portata fuori della sala quasi svenuta.
Allora nacque un mezzo scompiglio.
Il pianoforte smesse di suonare: le coppie che ballavano, si sciolsero: la
quadriglia rimase a mezzo, e tutti si affollarono per conoscere la causa di
quello svenimento.
Povera giovinetta! Ha riso troppo! e il troppo ridere qualche volta fa male!
dicevano alcuni.
E il motivo di quel riso convulso? domandavano altri.
La giubba del sor Gigino.
Vediamola questa famosa giubba.
Vediamola davvero.
E l dintorno a Gigino, il quale impermalito di far da zimbello ai curiosi,
dtte in uno scoppio di pianto e fugg dalla sala come un gatto frustato.
Da quella sera in poi, Gigino, messo il capo a partito, si liber dalla
ridicola passione di vestirsi a uso giovinotto, prima del tempo.
E fece bene: perch i ragazzi, vestiti da ragazzi, figurano molto pi di quel
marmocchi, che hanno la pretesa di mascherarsi da omini anticipati.


Pip.
O lo scimmiottino color di rosa
1. Perch a Pip fu dato il soprannome di scimmiottino color di rosa.
Nel famosissimo bosco di Vattel'a pesca, c'era una volta una piccola
famigliola composta di sette scimmie: il babbo, la mamma e cinque scimmiottini
alti quanto un soldo di cacio.
Questa famigliola abitava fra i rami di un albero gigantesco, in mezzo a una
foresta, e pagava quindici susine l'anno di pigione a un vecchio gorilla
prepotente, che si era messo in capo di essere il padrone di casa.
Dei cinque scimmiottini, quattro avevano il pelame di un colore scuro come la
cioccolata; ma il quinto, invece, ossia il pi piccolo di loro, fosse scherzo
di natura o altro, fatto sta che era tutto ricoperto, salvo il musino, da una
finissima lanugine di color vermiglio carnicino, come le foglie della rosa
maggese. Ed  per questa ragione che in casa e fuori di casa lo chiamavano
tutti in canzonatura col soprannome di Pip, parola che nella lingua parlata
delle scimmie, vuol dire precisamente color di rosa.
Pip non somigliava punto n a' suoi fratelli, ne agli altri scimmiottini del
vicinato.
Aveva un musino vispo e intelligente; un par di occhietti furbi, che non
stavano fermi un minuto: una bocchina che rideva sempre, e un personalino
asciutto e flessibile, come un gambo di giunco. Era, insomma, come suol dirsi,
uno scimmiottino fatto proprio col pennello.
Vedendolo cos di prim'acchito, si poteva quasi scambiarlo per un ragazzino di
otto o nove anni, per la gran ragione che Pip faceva il chiasso e i balocchi,
come un ragazzo: correva dietro alle farfalle e andava in cerca di nidi, come
i ragazzi: era ghiottissimo delle frutta acerbe, come i ragazzi: mangiava ogni
cosa e mangiava sempre, come i ragazzi: e dopo aver mangiato ben bene, si
ripuliva la bocca con le mani, come fanno i ragazzi e segnatamente i ragazzi
poco puliti.
Ma la pi gran passione di Pip volete sapere qual era?
Era quella di scimmiottare tutto quello che vedeva fare agli uomini.
Un giorno, fra gli altri, mentre andava per la foresta a caccia di cicale e di
grilli, vide a poca distanza un giovanetto seduto a pi d'un albero, che se ne
stava tranquillamente fumando la sua pipa.
A quella vista, Pip spalanc tanto d'occhi e rimase come incantato.
Oh! diceva dentro di s, se potessi avere una pipa anch'io!... Oh se potessi
anch'io farmi uscire que' bei nuvoli di fumo dalla bocca!... Oh se potessi
tornarmene a casa, fumando come un camminetto acceso! Chi lo sa con che occhi
d'invidia mi guarderebbero i miei quattro fratelli!
Mentre allo scimmiottino frullavano per il capo queste bellissime cose, ecco
che il giovinetto, un po' per la stanchezza e un po' per il gran bollore della
giornata, lasci andare due sonori sbadigli, e posata la sua pipa sull'erba,
si addorment.
Che cosa fece allora quel birichino di Pip?
Si avvicin pian pianino, in punta di piedi, al giovinetto che dormiva: e
rattenendo perfino il fiato... allung adagino adagino una zampa... prese con
una velocit incredibile la pipa che era posata sull'erba... e poi, via a
gambe come il vento.
Appena arrivato a casa, chiam subito, tutt'allegro, il babbo, la mamma e i
fratelli; e in presenza a loro, infilatosi quel pipone fra i labbri, cominci
a fumare con lo stesso garbo e con la stessa disinvoltura, come avrebbe fatto
un vecchio marinaio.
La mamma e i fratelli, a vedergli uscir di bocca quelle nuvole di fumo,
ridevano come matti: ma il suo babbo che era uno scimmione pieno di giudizio e
di esperienza di mondo, gli disse in tono di avvertimento salutare: Bada,
Pip! A furia di scimmiottare gli uomini, un giorno o l'altro diventerai un
uomo anche tu... e allora! Allora te ne pentirai amaramente, ma sar troppo
tardi!
Impensierito da queste parole, Pip gett via la pipa di bocca e non fum pi.
Eppure bisogna convenire che quella pipa rubata gli port disgrazia.
Difatti, pochi giorni dopo, Pip venne colpito da un orribile infortunio! Lo
sciagurato perd per sempre la sua bellissima coda: una coda cos bella, che
bastava averla vista una volta, per non potersela mai pi dimenticare.
Come and che Pip perd la sua magnifica coda?
E' una storia crudele e dolorosa, che fa venire le lacrime agli occhi soltanto
a pensarvi; e io ve la racconter in quest'altro capitolo.

2. Come and che Pip perse la sua bellissima coda.
Bisogna dunque sapere che, appena usciti fuori di quella foresta, dove stavano
di casa Pip e la sua famigliola, si trovava subito un gran lago abitato da un
vecchio coccodrillo, che contava oramai duemil'anni di vita.
Arab-Babb (cos chiamavasi il vecchio coccodrillo), divenuto cieco degli
occhi a cagione dell'et decrepita, e non potendo pi guadagnarsi un boccon di
pane col sudore della sua fronte, era condannato a starsene dalla mattina alla
sera rasente alla riva del lago, con la testa fuori dell'acqua e con la bocca
sempre spalancata, aspettando che tutti quelli che passavano di l, uomini o
bestie che fossero, mossi a compassione di lui, gli gettassero in bocca
qualche cosa di masticabile, tanto da non morir di fame e da tirarsi avanti
almeno per un altro migliaio d'anni.
E tutti i passanti, uomini o bestie che fossero, bisogna dir la verit, non
mancavano mai di fare un po' di elemosina al povero vecchio.
E anche Pip lo soccorreva frequentemente: ma quella birba, spesso e
volentieri, invece di dargli o una frutta o un pesciolino morto, si divertiva
a mettergli in bocca ora una manciata di sassolini, ora un fastello di stecchi
e di ortica, ora un chiodo o un arpione arrugginito, trovati per caso lungo la
strada.
Ma il vecchio coccodrillo non si arrabbiava per questi scherzi sguaiati.
Tutt'altro.
Risputava tranquillamente i sassolini, gli stecchi, le ortiche e i chiodi, e
soltanto scoteva leggermente il capo, come per dire: Bada, monello! O prima o
poi, una le paga tutte!....
Un giorno Pip, quasi impermalito di vedere che i suoi scherzi non facevano n
caldo n freddo, domand al coccodrillo, atteggiandosi a ingenuo e a
innocentino: Dite, Arab: dacch siete al mondo, ne avete trovati mai
degl'importinenti, che vi abbiano fatto qualche dispetto o qualche burla
sgarbata?
Se ne ho trovati, scimmiottino mio! Nel mondo, per tua regola, c' pi
impertinenti che mosche.
Dite, Arab: e quando i monelli vi fanno qualche dispetto, voi non vi
risentite mai?
Caro mio! In tanti anni di vita ho imparato che la pi gran virt dei vecchi 
quella di saper sopportare i giovani con pazienza e rassegnazione.
Dunque, dacch siete al mondo, non vi siete arrabbiato mai, mai, mai?
Il coccodrillo, prima di rispondere, ci pens un poco, e poi disse: Una volta
sola. E sai chi fu che mi fece andare su tutte le furie? Fu uno scimmiottino,
su per gi, della tua et....
E che cosa vi fece questo scimmiottino? domand Pip, con una curiosit
vivissima.
Questo monellaccio, non saprei dirti come, era venuto a sapere che io curavo
moltissimo il solletico sulla punta del naso. Allora che cosa invent per
darmi noia? Sal sopra uno di questi alberi, che circondano il lago, e,
calandosi di ramo in ramo, arriv con la punta della sua coda a farmi il
pizzicorino sul naso. Figurati io! Mi trovai attaccato da una tal convulsione
di riso, che durai a ridere e a ballare nell'acqua per una settimana intera!
Credevo quasi di morire!
Davvero?... Oh povero Arab!... disse Pip con falsa compassione.
E dopo se ne and di corsa: e a quante scimmie e scimmiottini incontrava per
la strada, ripeteva a tutti ridendo queste parole: Volete divertirvi? volete
veder ballare il vecchio Arab? Venite domattina sul lago e io vi far
assistere a questo bellissimo spettacolo.
La mattina dopo, come potete immaginarvelo, c'era sulla riva del lago una
folla immensa. Tutti aspettavano che Arab ballasse il trescone.
Quand'ecco Pip che salito sopra un albero sporgente sull'acqua, cominci a
calarsi gi di ramo in ramo, e tenendosi penzoloni per aria, si allung e si
distese tanto, da poter toccare con la punta della sua coda il naso del
coccodrillo.
Ma il coccodrillo, appena sent la coda di Pip, chiuse la bocca e zaff... con
un semplice morso dato a tempo, gliela stacc di netto fin dal primo nodello.
Lo scimmiottino cacci un grido acutissimo di dolore: e buttandosi di sotto
all'albero, si dette a scappare verso la foresta.
Arrivato vicino a casa, vi lascio pensare come rimase, quando, portandosi una
mano di dietro, si accorse che la sua coda non c'era pi.
La coda era rimasta in bocca al coccodrillo, che a quell'ora l'aveva bell'e
digerita.
Preso dalla disperazione e vergognandosi a farsi vedere dalla sua famiglia in
quello stato compassionevole di scimmiottino scodato, Pip infil per una
viottola solitaria, camminando all'impazzata fino a notte chiusa, senza sapere
neanche lui dove andasse a battere il capo.
Finalmente, non potendone pi dalla stanchezza e dal sonno, si sdrai sopra un
monticello di frasche secche per riposarsi un poco.
E in quel mentre che era l l per appisolarsi, sent negli orecchi una voce
minacciosa, che gli grid imperiosamente: Rendimi la mia pipa!....
Lo scimmiottino, svegliandosi tutto spaventato, voleva fuggire; ma non pot:
perch in men che non si dice, si trov preso, rinchiuso in un sacco e
caricato sulla groppa di una bestia con quattro zampe, che cominci a correre
di gran carriera.
Che bestia sar mai quella che mi porta via con tanta foga? pensava lo
scimmiottino tremando dalla paura. Se per caso  un leone, sono bell'e
perduto!... Se per disgrazia  una tigre, peggio che mai!... Se  una iena o
un leopardo, non c' pi scampo per me!... Oh me disgraziato! Che bestia sar
mai quella che mi porta via con tanta foga?...
Per buona fortuna, la bestia ragli... e allora Pip sent allargarsi il cuore
dalla contentezza.
Quel raglio fu l'unica consolazione che avesse il povero Pip durante il suo
misterioso viaggio, rinchiuso in un sacco!

3. Pip cade in un gran fiume e vien ripescato.
Dopo aver camminato tre giorni e tre notti, senza prendere un minuto di
riposo, finalmente la bestia che portava in groppa il sacco con lo
scimmiottino dentro, si ferm tutt'a un tratto, e data una gropponata, scaric
il sacco in mezzo a una solitaria campagna.
E la gropponata fu cos brusca e violenta, che il sacco, cadendo a terra,
seguit a ruzzolare sull'erba per un mezzo chilometro. Figuratevi quante
capriole dov fare, al buio, il povero scimmiottino.
Ma il momento pi brutto per lui fu quando si prov a rompere il sacco per
uscir fuori. Adoper gli unghioli, e non concluse nulla: adoper i denti, e
nulla. Rifinito allora dallo strapazzo e dalla fame, cominci a piangere come
un bambino.
Chi  che piange? domand un grosso topo, che passava per caso da quella
parte.
Sono io!... sono un povero scimmiottino che muore di fam...
Ma non pot finire la parola, perch gli fu troncata a mezzo da un lunghissimo
e sonoro sbadiglio, che gli scapp di bocca.
Esci fuori, e mangerai.
Si fa presto a dire esci fuori: ma la vuoi intendere che non posso uscire?
Perch?
Perch non mi riesce di rompere il sacco.
Lascia fare: il sacco lo romper io.
Detto fatto, il topo si distese lungo sull'erba, e cominci a rosicchiare con
quanta forza aveva ne' denti.
Ma il sacco non cedeva, perch era pi duro del cuoio.
Quanto tempo ti ci vorr per bucarlo? domand lo scimmiottino.
Il sacco resiste: ma in quattro o cinque mesi spero di averlo bucato!
Cinque mesi? strill di dentro il povero Pip, ma dopo cinque mesi troverai
nel sacco appena i miei ossi e i miei unghioli!...
E ricominci a piangere pi forte che mai.
Chi  che piange? domand un vitello, che pascolava l vicino.
E' un disgraziato scimmiottino, che non pu uscire di dentro da quel sacco,
rispose il topo.
Perch non pu uscire?
Perch il sacco  cos duro, che non c' verso di romperlo.
Lascia fare a me, che con un cozzo delle mie corna, lo sfonder, come se fosse
fatto di foglie di lattuga.
E il vitello, senza stare a dir altro, si tir indietro; e presa la rincorsa,
and a testa bassa a battere una terribile cornata nel sacco.
Ohi! son morto!... grid di dentro il povero Pip: e non disse altro.
Intanto il sacco, a quell'urto screanzato, riprese di nuovo a ruzzolare per
terra, come una vescica piena d'aria: e il topo e il vitello a corrergli
dietro per fermarlo: e il sacco via... ruzzolava sempre pi lesto... e il topo
e il vitello a rincorrerlo a salti e con la lingua di fuori.
E dopo aver corso una giornata intera, e, quando erano proprio l l per
raggiungerlo, il sacco fece altri due ruzzoloni e gi... cadde in un fiume
cos profondo e cos largo, che non si vedevano le sponde da una parte
all'altra.
La mattina dopo alcuni pescatori bussarono alla porta di un bel palazzo, e al
servitore che veniva ad aprire, chiesero premurosamente: E' alzato il
padroncino Alfredo?
Il padroncino, rispose il portiere,  nella sala terrena, che prende il caff
e latte.
Avvisatelo, che stamani all'alba abbiamo pescato nel fiume il famoso sacco...
Che cos' mai questo sacco?
Gli  quello che il padroncino aspetta da parecchi giorni.
Appena il portiere ebbe fatta l'imbasciata, torn in un attimo sulla porta e
disse ai pescatori: Passate subito.
I pescatori entrarono col sacco sulle spalle, e giunti alla presenza del
padrone, lo posarono delicatamente sul pavimento.
Apritelo! disse il giovinetto Alfredo.
E' impossibile, signor padrone. Ci siamo provati a sfondarlo con gli
scalpelli, con le scuri e co' trapani... ma il sacco  pi duro del macigno.
Prendete questo spillo, e bucatelo.
E nel dir cos, il giovinetto Alfredo si lev dal fazzoletto da collo uno
spillo d'oro, sormontato da una grossa perla, sulla quale (cosa
singolarissima!) si vedeva dipinta la testa di una bella bambina coi capelli
turchini.
I pescatori presero lo spillo in mano, e guardandosi fra loro stupefatti,
pareva che volessero dire: Com' possibile che con questo spilluccio d'oro si
possa forare un sacco, che ha resistito ai trapani e agli scalpelli?
Bucate subito quel sacco, ripet Alfredo con voce di comando.
I pescatori, per atto di ubbidienza, si chinarono, provandosi a infilare la
punta dello spillo: e immaginatevi quale fu la loro meraviglia, quando si
accorsero che lo spillo entrava con tanta facilit, come se il sacco fosse
stato di polenta o di panna montata.
Appena bucato leggermente, il sacco si apr in due parti, e lasci vedere un
povero scimmiottino, tutto malconcio, che dava appena gli ultimi segni di
vita.
Alfredo prese lo scimmiottino in collo e gli bagn la bocca con un po' di
latte tiepido.
A poco per volta Pip si riebbe ed apr la bocca. Allora Alfredo gli pose in
bocca una pallina di zucchero e un crostino imburrato.
Pip inghiott il crostino e lo zucchero, senza far nemmeno l'atto di
masticarli.
Poi apr gli occhi e li fiss negli occhi di quel simpatico giovinetto, che
aveva per lui tante cure e tante attenzioni: e pareva quasi che volesse
ringraziarlo.
Alla fine, quando a furia di latte, di crostini e di palline di zucchero, Pip
ebbe ripreso tutte le sue forze, allora salt in terra, e stando ritto sulle
gambe di dietro, cominci a coprir di baci la mano del suo piccolo
benefattore.
I pescatori, tutta gente d'ottimo cuore, commossi a questa scena, facevano i
luccioloni e si rasciugavano gli occhi: ma il padroncino Alfredo disse loro:
Andate alle vostre faccende e chiudete la porta di sala: ho grandissimo
desiderio di parlare a quattr'occhi con questo scimmiottino.

4. Pip diventa l'amico del giovinetto Alfredo.
Quando Alfredo e Pip si trovarono soli, cominciarono a guardarsi l'uno con
l'altro, senza fiatare e senza fare il pi piccolo gesto.
E si guardarono per un pezzo.
Alla fine Alfredo, non potendo pi star serio, dette in una gran risata: e lo
scimmiottino fece altrettanto.
E risero tutt'e due sgangheratamente, senza sapere il perch, come ridono i
ragazzi un po' giuccherelli, quando si lasciano prendere dalle convulsioni del
riso. Sfogati che si furono, Alfredo disse allo scimmiottino: Come ti chiami
di nome?
Pip.
E il tuo casato?
Lo scimmiottino ci pens un poco; e poi, grattandosi lesto lesto il capo,
rispose: Pip senza casato.
Quanti anni hai?
Sono il pi piccino de' miei fratelli.
E i tuoi fratelli che et hanno?
Sono pi giovani del babbo e della mamma.
Ho capito tutto, disse il giovinetto ridendo. Poi gli domand: E la coda dove
l'hai lasciata?
Non lo so.
Come non lo sai?
L'avr perduta per la strada! Sono cos scapato!...
Eh via! ti par possibile che uno scimmiottino possa perdere la coda per la
strada?
Allora vuol dire che l'avr lasciata a casa. Sono partito con tanta fretta.
che non ho avuto il tempo di vedere se avevo preso con me tutto il
bisognevole.
Dimmi Pip; le dici mai le bugie?
Qualche volta... specialmente quando mi vergogno a dire la verit...
Ti fa torto: le bugie non vanno dette mai.
Non le dir pi.
Raccontami dunque la verit. Com' che hai perduta la coda?
Pip, invece di rispondere, cominci a strofinarsi gli occhi, poi disse
piangendo: Me... l'hanno... mangiata!....
E chi te l'ha mangiata?
Arab-Babb, un coccodrillaccio, che mangerebbe anche il fuoco!...
E come avvenne che te la mangi?
Io volevo fare il chiasso... e lui fece per davvero.
Oh povero Pip!
E che bella coda! Una coda, lo creda, signore... Come si chiama lei?
Alfredo.
E il casato?
Alfredo senza casato.
Lo creda, signor Alfredo senza casato, una coda che faceva gola soltanto a
vederla. Quella coda era tutto il mio patrimonio.
E perch sei scappato di casa?
Non sono scappato... mi hanno chiuso in un sacco e mi hanno portato via.
E ora che cosa pensi di fare?
Qualche cosa far. Io mi accomodo a tutto.
Per esempio?
Io mi contento di poco. A me mi basta di mangiare, di bere e di andare a
spasso. Non domando nulla di pi.
Sei discreto davvero! Ma chi ti dar da mangiare?
Io confido in lei.
Perch no? Io son pronto a darti da mangiare: a patto per che tu sappia
guadagnartelo, Sei avvezzo a lavorare?
Se debbo dir la verit, invece di lavorare, io mi diverto molto pi a veder
lavorare gli altri.
Vuoi prendere il posto di mio cameriere?
Si figuri! rispose Pip, stropicciandosi insieme le due zampine davanti per la
grande allegrezza.
Fra pochi giorni, rispose il giovinetto Alfredo, io partir per fare un lungo
viaggio. Durante questo viaggio, vuoi tu essere il mio cameriere, il mio
compagno di avventure?
Si figuri!
A colazione ti dar ogni mattina cinque pere, cinque albicocche e un bel
cantuccio di pan fresco: ti piace il pan fresco?
Si figuri!
A desinare mangerai alla mia tavola, e ti far portare un piatto di pesche, di
susine e di albicocche: ti piacciono le albicocche?
Si figuri!
A cena mangerai otto noci e quattro fichi dottati: ti piacciono i fichi
dottati?
Si figuri!
Tutte le volte poi che farai qualche balordaggine o qualche cattiveria, allora
con questo frustino ti affibbier una carezza sulle gambe: ti piacciono le
carezze fatte col frustino?
Mi piacciono di pi i fichi dottati, mugol Pip grattandosi il capo con
tutt'e due le zampe.
Accetti dunque i miei patti? domand Alfredo.
Accetto tutto... fuori per che quelle carezze...
Anche le carezze col frustino: se no, vattene!...
Ma le carezze... me le affibbier adagino... senza farmi male... non  vero?
Te le affibbier secondo i tuoi meriti. Dunque?...
Dunque fin da questo momento, io sono il suo cameriere, il suo segretario e il
suo compagno di viaggio.
Allora Alfredo and verso la tavola e son un campanello d'argento. A quella
chiamata si present il solito servo sulla porta.
Fate passare subito il sarto, con la paniera di tutto il vestiario.
Il servo usc: e dopo due minuti entr il sarto con la paniera.
Vestitemi quello scimmiottino con la livrea di mio cameriere, disse Alfredo.
Il sarto, senza farselo ripetere, prese dalla paniera due scarpine scollate di
pelle lustra, con un bel fiocchetto di seta sul davanti e le calz in piedi a
Pip.
Poi gl'infil un paio di calzoncini rossi da legarsi al ginocchio: e dal
ginocchio in gi gli abbotton un paio di piccole ghette color di uliva
fradicia.
Poi gli avvolse intorno al collo un fazzoletto bianco, inamidato e stirato a
uso cravatta: lo aiut a infilarsi una sottoveste di panno giallo e una
giubbettina a coda di rondine, di panno nero, che gli tornava una pittura: e
finalmente gli accomod in testa un cappellino a cilindro, col suo bravo
brigidino da una parte, come hanno tutti i camerieri dei grandi signori.
Quando Pip fu vestito tutto da capo ai piedi, Alfredo gli disse: Su, da
bravo, vieni qua da me e va' a guardarti in quello specchio.
Lo scimmiottino si mosse franco e spedito; ma non essendo avvezzo a portare le
scarpe, fece un bellissimo sdrucciolone e cadde lungo disteso.
Figuratevi le risate di Alfredo e del sarto.
Il povero Pip faceva di tutto per rizzarsi, ma non gli riusciva. Puntava con
sforzi inauditi i piedi in terra, ma i piedi scivolavano sui mattoni
inverniciati: ed era subito un'altra musata battuta sul pavimento.
Alla fine si rizz: e toccandosi il naso che era tutto sbucciato, disse
piangendo al padroncino: Io... con le scarpe non so camminare... Io voglio
andare scalzo.
Fatti coraggio, disse Alfredo, con un po' di pazienza ti avvezzerai anche alle
scarpe. In questo mondo ci si avvezza a tutto.
Ma io ci patisco troppo.
Pazienza! In questo mondo ci si avvezza anche a patire, diceva il mio babbo.
Su, su: vieni a guardarti allo specchio.
Lo scimmiottino si mosse una seconda volta: ma camminava a sentita, con passo
di formica, pianin pianino, come se avesse camminato sulle uova.
Giunto dinanzi allo specchio, di appena una prima occhiata a volo; e tiratosi
indietro spaventato, cominci a strillare disperatamente: Oh come sono
brutto!... Oh povera mamma mia, come hanno sciupato il tuo scimmiottino!...
Non sono pi io!... Non sono pi Pip!... Mi hanno vestito da uomo... e sono
diventato un mostro da far paura. Non voglio pi star qui: voglio andarmene...
voglio tornarmene a casa mia. Non voglio pi questi vestitacci; no, no,
no!....
E, gridando e avvoltolandosi per terra, si lev le scarpe e le butt nel
camminetto: tir il cappello sul viso del sarto, si strapp il fazzoletto
bianco dal collo: e spiccato un gran salto, usc fuori dalla finestra e si
dette a correre per i campi.
Povero Pip! correva e correva: ma non aveva ancora fatto cento passi, che
sent afferrarsi per i calzoncini dalla parte di dietro, e si trov sollevato
da terra, in bocca a un grosso cane di Terranuova.

5. Pip promette all'amico Alfredo di accompagnarlo in un lungo viaggio, ma
promette, senza credersi obbligato a mantenere.
Il cane di Terranuova era uno di quei cani pasticcioni, intelligenti, amorosi,
che si affezionano al padrone, come l'amico all'amico.
Non gli mancava altro che la parola per essere quasi un uomo. Di soprannome lo
chiamavano Filiggine, a motivo del suo pelame nero morato, come la cappa del
camino.
Quando Alfredo si accorse che Pip tirava a scappare, fece un fischio a
Filiggine: e Filiggine, in quattro salti, raggiunse lo scimmiottino, e
presolo, come gi s' detto, per i calzoncini dalla parte di dietro, lo
riport pari pari in casa del padrone.
Perch volevi scappare? gli domand Alfredo in tono di rimprovero.
Perch... perch...
Su, su! Rispondi con franchezza.
Perch io voglio tornare a far lo scimmiottino insieme col mio babbo, con la
mia mamma e coi miei fratelli... e non voglio mascherarmi da uomo...
E allora perch, poco fa, hai accettato di essere il mio compagno di viaggio?
Perch credevo che fosse una cosa... e invece  un'altra.
Vuoi dunque proprio andartene?
Anche subito... Ma lei mi faccia il piacere di non mandarmi dietro quel solito
canaccio nero... perch se no, Filiggine, dopo cinque minuti, mi riporta di
peso in questa stanza.
Non aver paura. Filiggine senza il mio comando, non si muove di qui. E quanto
sei lontano da casa tua?
Dimolti, ma dimolti chilometri.
E prima di metterti in viaggio, non senti bisogno di mangiar qualche cosa?
A dirla schietta, lo scimmiottino non aveva l'ombra della fame: ma tentato
dalla sua gran ghiottoneria, rispose abbassando gli occhi e facendo finta di
vergognarsi: Un bocconcino lo mangerei volentieri....
Alfredo son il campanello d'argento, e il servo port in tavola un cestino
pieno ricolmo di bellissime pesche.
Lo scimmiottino non le mangi, ma le divor in un baleno.
Dopo le pesche, vide presentarsi un canestro di ciliegie cos grosse, cos
mature e cos rilucenti, che facevano venire l'acquolina in bocca soltanto a
guardarle.
Pip se le sgranocchi tutte, a tre e quattro per volta: ma non volendo
passare per uno scimmiottino ineducato, lasci nel canestro i nccioli, le
foglie e i gambi.
Quando si sent pieno fino agli occhi, allora si alz da tavola, e fatta una
bella riverenza, disse al padroncino di casa: Arrivedella signor Alfredo:
scusi tanto l'incomodo e mille grazie della sua cortesia.
Addio, Pip. Fa' buon viaggio, e tanti saluti a casa.
Lo scimmiottino si avvi per andarsene: ma in quel mentre vide entrare il
cameriere con un paniere di frutta, che mandavano un odorino da far
resuscitare un morto.
E quelle che frutta sono? domand, tornando due passi indietro.
Quelle son nespole del Giappone, rispose Alfredo. Le avevo fatte preparare per
la tua cena di stasera.
Pip rimase un po' pensieroso: e poi disse: Pazienza!. E fattosi un animo
risoluto, si avvi di nuovo per partire.
Giunto per sulla porta di sala, si trattenne alcuni minuti.
Quindi, volgendosi al giovinetto, gli chiese: Scusi, signor Alfredo, che ore
sono?
Mezzogiorno preciso.
Mezzogiorno?... A dir la verit, mi pare un po' tardi per mettersi in viaggio.
Tutt'altro che tardi. Ti restano ancora sette ore di giorno chiaro, e in sette
ore si fa dimolta strada.
Ha ragione e dice bene. Dunque arrivedella, signor Alfredo, scusi tanto
l'incomodo e mille grazie della sua cortesia.
E questa volta part davvero. Ma dopo un quarto d'ora Alfredo se lo vide
ricomparire in sala, tutto ansante e trafelato.
Che cosa c' di nuovo? gli domand il giovinetto.
C' di nuovo, rispose Pip, che questo sole sfacciato mi d una gran noia e mi
fa abbarbagliare gli occhi. Non potrebbe, di grazia, prestarmi un ombrellino
di tela da pararmi il sole?
Volentieri.
Alfredo chiam il cameriere: e il cameriere port subito un grazioso parasole,
dipinto con grandi fogliami di bellissimi colori azzurri e verdi.
Pip prese l'ombrellino, l'apr, e cominci a girare intorno alla stanza,
dando continuamente delle lunghissime occhiate al canestro delle nespole
giapponesi.
Amico mio, disse allora Alfredo, se indugi un altro poco, farai notte senza
avvedertene, e ti toccher a viaggiare al buio.
Io di giorno non so camminare, rispose Pip. O non sarebbe meglio che partissi
questa sera dopo cena?
Padronissimo di fare come credi meglio.
E nel dir cos, Alfredo lasci balenare in pelle in pelle un risolino
canzonatorio, che pareva volesse dire: Caro il mi' ghiottone! Ho bell'e capito
qual  il tuo debole: lascia fare a me, che ti domer io!
Quando fu l'ora della cena, Pip, senza nemmeno aspettare di essere invitato,
and a sedersi alla tavola dov'era seduto Alfredo: ma questi pigliando un tono
di voce serio e padronale, gli disse: Che cosa fate cost?
Vengo a cena anch'io.
Le persone che vengono alla mia tavola, le voglio veder vestite decentemente.
Andate subito a mettervi la giubba.
Io... con la giubba... non so mangiare. La giubba non me la metto.
Allora ritiratevi l, in fondo alla sala, e contentatevi di assistere alla mia
cena.
Quando Pip si accorse che Alfredo diceva sul serio, si dette a piangere e a
strillare: e piangendo e strillando scapp dalla stanza: ma dopo poco torn.
Quando rientr nella stanza, aveva la sua giubbettina infilata e tutta
abbottonata, come un piccolo milorde.
Cos va bene, disse Alfredo. Mettetevi ora a sedere, e buon appetito!
Il canestro delle nespole fu portato in tavola.
Inutile starvi a dire che, dopo un quarto d'ora, il canestro era vuoto, e lo
scimmiottino era pieno, da non poterne pi.
Ora poi me ne vado davvero, disse alzandosi da tavola con grandissima fretta.
Ma nel mentre che stava armeggiando per levarsi di dosso la giubbettina, il
cameriere si present in sala con un magnifico vassoio di melagrane.
Che odorino! grid Pip, annusando e lasciando gli occhi sul vassoio delle
frutta. O quelle melagrane per chi sono?
Erano per la tua colazione di domani. Ma ormai tu parti, e le manger io.
Io... partirei volentieri, ma di notte non so camminare. O non sarebbe meglio
che partissi domattina, dopo fatto colazione?
La tua camerina  gi preparata. Buona notte.
La mattina dopo, all'ora di colazione, lo scimmiottino si present
puntualmente vestito con la giubba di panno nero: ma il signor Alfredo, dopo
averlo squadrato da capo ai piedi, gli disse con accento vivace e risentito:
Chi vi ha insegnato a presentarvi alla tavola di un gentiluomo, senza scarpe
ai piedi e senza fazzoletto al collo? Andate subito a mettervi le scarpe e la
cravatta.
Pip, confuso e mortificato, cominci a grattarsi la testa e il naso, e
piagnucolando disse: Ih... ih... ih... le scarpe mi fanno male... e il
fazzoletto mi serra la gola. Piuttosto voglio andar via subito... voglio
tornarmene a casa mia.
Levatevi dunque dalla mia presenza.
Pip si avvi mogio mogio verso la porta della sala: ma prima di uscire, si
volt per dare un'ultima occhiata al vassoio delle melagrane. Poi se ne and.
Questa volta  partito davvero, disse Alfredo tutto afflitto. E me ne
dispiace. Gli volevo bene a quello scimmiottino. Che cosa dir la mia buona
fata, quando sapr che l'ho scacciato? Eppure, era lei che me l'aveva fatto
capitare fin qui, proprio in casa, consigliandomi a prenderlo per mio
segretario e per mio compagno di viaggio!... Ma oramai quel che  fatto, 
fatto, e ci vuol pazienza.
Mentre Alfredo parlava in questo modo fra s e s, gli parve che fosse bussato
alla porta della sala e nel tempo stesso si ud una vocina di fuori che disse:
Signor Alfredo, che mi ha chiamato?
Chi ? grid il giovinetto rizzandosi in piedi.
Sono io.
La porta si apr e comparve lo scimmiottino.
Aveva in piedi le sue scarpettine scollate e portava la testa ritta e
impalata, perch il fazzoletto da collo, moltissimo inamidato, gli segava
terribilmente la gola.
A quella vista inaspettata,  impossibile immaginarsi l'allegrezza di Alfredo.
And incontro a Pip, lo abbracci, lo baci, gli fece un mondo di carezze,
come si farebbero a un carissimo amico, dopo vent'anni di lontananza.
Giurarono di non lasciarsi mai pi e di fare insieme questo gran viaggio
intorno alla terra.
Il bastimento sul quale dovevano imbarcarsi, era aspettato di giorno in
giorno. Finalmente il bastimento arriv.
La sera della partenza, Alfredo e Pip pranzarono insieme, come erano soliti
di fare. E durante il pranzo parlarono di mille cose, dissero un visibilio di
barzellette, e risero e stettero allegrissimi come due ragazzi alla vigilia
delle vacanze autunnali.
Alzatisi da tavola, Alfredo disse guardando l'orologio: Il bastimento parte a
mezzanotte. Dunque abbiamo appena un'ora di tempo per dare un'occhiata ai
bauli e per vestirci tutti e due in abito da viaggio.
In cinque minuti io son pronto, disse Pip, e ballando e saltando entr nella
sua camerina.
E quando fu l, cominci subito a levarsi la giubbettina di panno nero per
infilare una piccola giacca di tela bianca; invece delle scarpine calz un
paio di stivaletti a doppio suolo, e invece del solito cappello si ficc in
testa un elegante berrettino di seta celeste.
Poi and a guardarsi allo specchio: ma nel mentre che se ne stava tutto
contento, pavoneggiandosi e facendo con la bocca e con gli occhi mille
versacci grotteschi, sent un piccolo rumore, come se qualcuno di fuori si
arrampicasse per salire fino alla sua finestra di camera.
Da principio ebbe una gran paura: ma, fattosi coraggio, apr la finestra e
vide... vide due zampe che lo abbracciarono stretto intorno al collo e intese
una voce soffocata dalla consolazione e dalla gioia, che mugolava teneramente.
Oh mio povero Pip!... Finalmente ti ho ritrovato.

6. Pip mancando alla sua promessa, corre a far baldoria.
Pip riconobbe subito la voce di suo padre e tutto commosso grid: Che cosa
fate qui, babbo mio, a quest'ora?
E' un mese che ti cerco da per tutto.
E la mia mamma, dov'?
E' laggi!
Dove?
In fondo a questo campo.
E i miei fratellini?
Sono laggi anche loro.
E che cosa fanno in fondo al campo?
Ti aspettano a braccia aperte.
Oh come li rivedrei volentieri!
Vieni dunque a vederli!
Se ci verrei!... Figuratevelo voi! Ma in questo momento non posso... proprio
non posso...
E dicendo cos lo scimmiottino cominci a piangere dirottamente e a graffiarsi
per disperazione gli orecchi.
E perch non puoi? gli domand singhiozzando il vecchio genitore.
Perch ho promesso a un amico...
E che promessa gli hai fatto?
Gli ho promesso di partire questa sera con lui, e di accompagnarlo in un gran
viaggio che egli deve fare intorno al mondo.
E tu, per tener compagnia a un amico, avrai il coraggio di abbandonare la tua
povera famiglia? Senza di te, noi moriremo tutti di dolore!
Oh! non dite cos: se no mi metterete al punto di mancare alla promessa...
E a che ora dovresti partire?
Fra pochi minuti.
Vieni almeno a dire addio a' tuoi fratelli, che ti aspettano in fondo al
campo.
E se il signor Alfredo in questo frattempo mi chiamasse?
Chi  il signor Alfredo?
E' l'amico.
Se ti chiama... e tu lascialo chiamare.
E se il bastimento partisse?...
E tu lascialo partire.
Lo scimmiottino, tutto contento di aver trovato una buona scusa per non
mantenere la sua promessa, rispose scotendo il capo: Sar quel che sar... A
buon conto prima di partire per questo gran viaggio, voglio rivedere la mia
mamma e i miei fratellini.
Detto fatto, mont sulla finestra, e spiccando un gran salto, si butt di
sotto. Allora si sent un tonfo! come quello di un grosso pietrone cascato in
un fosso pieno d'acqua e di mota.
Babbo mio, aiutatemi, se no son morto! grido Pip con urlo disperato.
Che cos'era avvenuto?
Era avvenuto che la terra di quel campo, a cagione delle grandi piogge dei
giorni precedenti, era cos rammollita e fangosa, che lo scimmiottino,
cadendovi sopra, vi era rimasto affondato fino alla gola.
Per buona fortuna suo padre fece in tempo a salvarlo: ma quando Pip usc
fuori dal pantano, non aveva pi in piedi gli stivaletti. Gli stivaletti erano
rimasti seppelliti un metro sotto terra.
Pazienza! disse ridendo. Me ne ricomprer un altro paio, prima di montare sul
bastimento.
E senza stare a perder tempo, babbo e figliolo presero una viottola lungo il
campo, e cominciarono a correre. Ma non avevano ancora fatto venti passi, che
Pip sent volarsi al disopra della testa un uccello notturno, il quale con
una beccata gli port via il berrettino da viaggio.
Uccellaccio del mal'augurio, rendimi subito il mio berretto, url lo
scimmiottino. Cuc! fece l'uccello, e continu il suo volo.
Pazienza! Mi ricomprer un altro berrettino prima di montare sul bastimento.
E babbo e figliolo ripresero a correre: ma sul pi bello, un grosso pruno
uscito dalla siepe, afferr co' suoi spunzoni i calzoncini e il giubbettino di
Pip, e li ridusse in minutissimi stracci.
Ora eccomi qui senza calzoni e senza giubbettino!...
Pazienza! gli disse il suo babbo. Te li ricomprerai prima di montare sul
bastimento.
Oh povero me! povero me! grid lo scimmiottino simulando un gran dispiacere.
Di tutto il mio bel vestiario da viaggio, non mi  rimasto altro che la
camicia e il fazzoletto da collo.
E nel dir cos, fece l'atto di cercarsi la camicia, ma invece della camicia si
trov addosso un camiciotto di foglie d'ortica. Tast con le mani per
accertarsi se almeno il fazzoletto da collo c'era sempre, ma invece del
fazzoletto sent sgusciarsi fra le dita una serpe grossa come un'anguilla di
mare.

7. Pip comincia a pentirsi di aver mancato alla sua promessa.
Il povero Pip, nel toccar quella serpe, che si trov avvoltolata al collo
invece della cravatta, fu preso da uno spavento indicibile.
Avrebbe voluto urlare, ma la lingua gli era rimasta appiccicata al palato:
avrebbe voluto correre e fuggir via, ma le gambe gli facevano giacomo-giacomo,
ossia gli ciondolavano avanti e indietro, tale e quale come se fossero le
gambe d'un morto, che si fosse provato a camminare.
Alla fine, non potendosi pi reggere in piedi, si lasci cascare per terra
come un cencio, dicendo con un fil di voce: Muoio!....
Che cosa ti senti? gli domand suo padre, tutto sgomento.
Un gran male!...
E dove lo senti?
In tutta la persona.
E che male sarebbe?...
Il male della paura!...
Un gran brutto male, bambino mio: l'unico male per il quale i medici non
abbiano saputo trovare ancora una medicina. Prova a farti un po' di coraggio..
Ho provato.
E ora come ti par di stare?
Peggio di prima.
Ma qual  la cagione di tutto questo spavento?
Una gran disgrazia, babbo mio, sta per cascarmi addosso!
E come fai a saperlo?
Ho avuto, in pochi minuti, troppi indizi... troppi segnali. Vi ricordate i
miei stivaletti nuovi rimasti affogati nella mota? E il giubbettino e i
calzoni fatti in pezzi da quel dispettosaccio di pruno? E la camicia di tela
fina diventata, tutt'a un tratto, di foglie di ortica? E quella brutta serpe,
che or ora mi  scappata di mano? Eccola sempre l, eccola sempre l!...
Guardatela!...
Chi?
La serpe...
Il babbo di Pip si volt a guardare verso il punto indicato, e vide difatti
in mezzo alla profonda oscurit della notte, una grossa serpe, che risplendeva
tutta di vivissima luce rossa, come se fosse stata una serpe di cristallo, con
in corpo un lampione acceso da tranvai.
La serpe, stando a collo ritto, teneva i suoi occhi fissi in quelli dello
scimmiottino.
Che cosa vuoi da me? gli domand Pip, facendosi un coraggio da leone.
Vengo a portarti i saluti del signor Alfredo, rispose la serpe.
Povero signor Alfredo!... E' forse partito per il suo viaggio?
E' partito pochi minuti fa, e mi ha raccontato che tu avevi promesso di
accompagnarlo.
E' vero,  vero,  vero!... Domani forse partir anch'io e spero di poterlo
raggiungere in alto mare.
Speriamolo davvero! A buon conto, ricordati, scimmiottino mio bello, che
quando si promette una cosa, bisogna mantenerla! Hai capito?
Appena dette queste parole, la serpe spar nel buio della notte e non si vide
pi.
Allora Pip, tormentato in cuore da una specie di rimorso, fu quasi sul punto
di dire addio a suo padre e di prendere la strada pi corta, che menava alla
spiaggia del mare: ma mentre stava l per decidersi, vide lontano lontano
alcune fiaccole accese, che si movevano in qua e in l, e sent una musica
allegra di pifferi, di tamburi e di mandolini.
Che cos' quella musica e quei lumi? domand tutto meravigliato.
Come? Non ti riesce d'indovinarlo?
No.
Sono i tuoi fratellini, che vengono a incontrarti con la fiaccolata e a suon
di banda!...
Oh che piacere! Oh che bello spettacolo! Corriamo, babbo, corriamo...
E tutti e due si dettero a correre lungo la viottola: e Pip, che aveva
riacquistata in un attimo la forza delle sue gambine svelte e sottili, non
solo correva, ma si sarebbe detto che volava come un uccello.
E ora chi mi d le parole adatte per descrivere la scena del primo incontro?
Credetelo a me: fu una scena cos affettuosa e commovente, che  impossibile
immaginarsela senza averla veduta coi propri occhi. Basti dire che
l'allegrezza dei quattro fratelli nel rivedere il loro fratellino minore, che
oramai credevano perduto per sempre, fu cos tempestosa e smodata, che gli
saltarono addosso tutti insieme e ci corse poco che non lo soffocassero sotto
un diluvio di baci, di abbracciamenti e di carezze.
Quand'ebbero sfogati gli affetti del loro cuore, cominciarono a strillare in
coro: curac! curac! curac! (nel dialetto familiare delle scimmie bisogna
sapere che curac vuol dire: a cena! a cena! a cena). Detto fatto, si posero
seduti per terra intorno a una gran cesta di pesche, di albicocche e di fichi
d'India, e l, ridendo, grattandosi e facendo con la bocca mille smorfie e
mille versacci in segno di grande esultanza, mangiarono a pi non posso, come
se fossero digiuni da due settimane.
E non solo mangiarono, ma bevvero allegramente: e bevvero un certo liquore
spiritoso, fatto d'uva rossa strizzata, che somigliava come due gocciole
d'acqua al nostro vino. E ne bevvero cos a spugna, che dopo mezz'ora,
dormivano tutti e russavano come tante marmotte.
Quand'ecco che, sul pi bello del sonno, furono svegliati da un'orribile voce
che grid: Guai, a chi si muove!....

8. Il terribile assassino Golasecca e i suoi compagni. Golasecca si mette in
tasca il povero Pip e lo porta via.
Lascio ora pensare a voi come rimanessero, quando, balzando in piedi e
spalancando gli occhi, si videro circondati da una masnada di brutti figuri,
neri come l'inchiostro e tutti armati di sciabole e di bastoni.
Pover'a noi, siamo bell'e morti!, gridarono gli scimmiottini.
Che morti e non morti? replic Pip. Per vostra regola, a morire c' sempre
tempo.
Ma chi saranno quei ceffi affumicati? domand un di loro.
Ci vuol poco a indovinarlo: saranno assassini rispose un altro.
E che cosa vogliono da noi?
Ci vorranno derubare.
Derubare? disse Pip, ridendo. Scusate, miei cari fratelli: quanti quattrini
avete?
Nemmen'uno.
Allora il pi ricco di tutti sono io...
O tu quanto hai?
A me, rispose Pip, mi mancano solamente cinque centesimi per fare un soldo.
Poi continu, grattandosi il naso: Che assassini originali! Nessuno di loro ha
il coraggio di farsi avanti.
E diceva la verit.
Difatti, tutti que' brutti figuri, che riuniti assieme formavano una specie di
cerchio, se ne stavano l ritti impalati, senza fare un gesto, senza batter
occhio, senza brontolare una mezza parola.
Allora Pip, avanzandosi in mezzo, disse con bella maniera: Scusino, signori
assassini; che ci farebbero il piacere di lasciarci passare?
Nessuno rispose: nessuno fiat.
Grazie tante della loro cortesia, soggiunse lo scimmiottino. Debbono dunque
sapere che noi siamo una povera famiglia: il babbo, la mamma, e cinque
figlioli, e vorremmo tornare a casa nostra: che si contentano lor signori?
Al solito, nessuna risposta.
Ho capito: e grazie tante della loro cortesia. Su, babbo, da bravo! Poich
questi signori sono contenti, spiccate un bel salto, e passando loro di sopra
al capo, andate ad aspettarci sulla strada.
Lo scimmione fece il salto: e dopo lui, lo fece la moglie: poi i quattro
figlioli.
Ora tocca a me, disse Pip, che era rimasto solo in mezzo al cerchio formato
dagli assassini: ma quando fu sul punto di prendere la rincorsa e di
slanciarsi... che , che non ... tutti quegli assassini diventarono cos
lunghi e cos alti, che parevano tanti campanili.
Pip! Pip! gridavano di fuori i suoi fratelli, chiamandolo con urli
disperati.
Ma il povero scimmiottino non aveva pi fiato di rispondere.
Che cosa pensi di fare?, gli domand allora il capo della masnada, uscendo
finalmente dal suo ostinato silenzio.
Penso di tornarmene a casa mia...
T'inganni, povero Pip! Tu non tornerai a casa.
Pazienza! Rester qui.
Nemmeno: tu verrai con me...
Con lei?... Neanche se mi fa legare...
Tu verrai con me.
Neanche se mi regala cento panieri di ciliegie.
Tu verrai con me.
Neanche morto!
Il capo della masnada, senza aggiungere altre parole, si chin, e preso il
povero scimmiottino per la collottola, se lo pose nella tasca della sua
casacca e Poi abbotton la tasca con tre bottoni, che parevano tre ruote da
carrozza.
Ora possiamo andare, disse ai suoi compagni: e tutti insieme si avviarono
verso la strada maestra.
E' impossibile ridire la disperazione, i pianti e gli urli dei fratellini di
Pip. Lo chiamavano con acutissime grida: ma non ebbero altra consolazione che
quella di vedere le zampettine del povero scimmiottino, che uscivano fuori
dalla tasca del capomasnada, e si movevano con una lestezza vertiginosa, come
se volessero raccomandarsi e chiedere aiuto.

9. All'Osteria delle Mosche.
Quando gli assassini si furono allontanati una ventina di chilometri, il
terribile Golasecca (era questo il soprannome del capo-masnada) si ferm in
mezzo a un campo e, voltandosi ai suoi compagni, disse loro con una vociaccia
roca, che pareva il brontolio d'un tuono lontano: Ora potete ritornarvene alla
Capanna Nera. Aspettatemi l, e fra quattro o cinque giorni ci rivedremo.
Scusate, maestro, gli domand uno di quei brutti ceffi, avete pensato a
portare con voi qualche cosa da mangiare?
Non ho portato nulla.
Male! E se per la strada vi viene un po' d'appetito?
Pazienza! Se non trovo altro, mi rassegner a mangiare questo scimmiottino,
che ho qui in tasca.
Il povero Pip, udendo tali parole, cominci dalla passione a grattarsi il
naso e gli orecchi.
Ma se voi mangiate lo scimmiottino, riprese il solito brutto ceffo, che cosa
vi dir la Fata dai capelli turchini?
La Fata non potr farmi nessun rimprovero: perch io le ho promesso di
portarglielo vivo o morto. In ogni caso se mi verr voglia di mangiarmelo per
la strada, serber intatta la pelle, perch la Fata possa vederla con i propri
occhi e accertarsi cos che ho adempito lealmente i suoi comandi.
Avete ragione, maestro. Dunque buon viaggio e sollecito ritorno.
Appena gli assassini ebbero preso congedo dal loro condottiero, si attaccarono
sotto le braccia delle grandi ali di tela incerata e, spiccato il volo, si
alzarono in aria con grandissimo fracasso, come un branco di corvi spaventati.
Golasecca, rimasto solo, seguit il suo viaggio attraverso ai campi, ai fiumi,
e alle boscaglie, senza fermarsi mai, mai, mai!
Dopo aver camminato due giorni e due notti, sent uscire dalla tasca della sua
giacca una vocina soffocata, che pareva venisse di sottoterra, la quale disse
con tono di piagnisteo: Ho fame!... Ho tanta fame!
Golasecca, invece di rispondere, si accarezz la sua lunghissima barba di
caprone, e raddoppiando il passo, tir diritto per i fatti suoi.
Ma dopo pochi minuti, ecco la solita vocina, che diceva raccomandandosi: Sor
assassino, che mi darebbe un chicco d'uva, o una ciliegia, o anche una mezza
pera solamente? Sono digiuno da tanti giorni, e sento che lo stomaco mi va
via. Lo creda, sor assassino, ho una fame cos grande, che la vedo anche al
buio!....
Se hai fame, rispose Golasecca, ridendo di un riso sguaiato e canzonatore,
fruga nella mia tasca, e ci troverai tante ghiottonerie, da prendere
un'indigestione.
Sono tre giorni che frugo: ma non mi riesce di trovarci nulla.
Allora mangia la fodera della mia tasca.
La prima fodera l'ho bell'e mangiata: la seconda  troppo dura e non mi riesce
di roderla.
L'hai mangiata davvero? url Golasecca, andando su tutte le furie. Brutto
scimmiottino! Lasciami arrivare all'Osteria delle Mosche, e non dubitare che
aggiusteremo i nostri conti!...
Intanto si era fatto notte. E che notte orribile e indiavolata! Il cielo
appariva tutto coperto di nuvoloni; lampeggiava e tonava: e gli alberi della
foresta, sbatacchiati da un violentissimo vento, si divincolavano, cigolavano
e urlavano, come tante anime disperate.
A mezzanotte in punto, Golasecca arriv dinanzi all'Osteria delle Mosche: ma
l'osteria era chiusa.
Picchi alla porta una volta, due volte, tre volte: e nessuno rispose.
Allora, con quanto fiato aveva ne' polmoni, si di a gridare: Apri,
Moccolino!... Apri!... Sono io!
Moccolino era il nome dell'oste; e tutti lo chiamavano cos, perch a cagione
della sua figura sottile sottile, lunga lunga, e sbiancata sbiancata,
somigliava tale e quale a un moccolino di cera gialla.
La sua osteria stava aperta solamente di giorno. Appena si faceva notte,
Moccolino a scanso di seccature e di dispiaceri, chiudeva prudentemente la
porta, spengeva il fornello e i lumi e se ne andava a letto.
E una volta entrato a letto, non apriva pi a nessuno, anche se fosse rovinato
il mondo. Dato il caso che qualche disgraziato, smarritosi di nottetempo nella
foresta, avesse bussato all'osteria, Moccolino non se ne dava per inteso: o
dormiva o faceva finta di dormire.
Quando Golasecca si accorse che l'oste, prendendosi gioco di lui, si ostinava
a non volergli aprire, che cosa fece? Cominci a distendere le braccia e le
gambe, e a furia di distendersi e di allungarsi, divent di una statura cos
alta e gigantesca, che il tetto dell'osteria gli arrivava appena a mezza vita.
Allora, lavorando con tutte e due le mani, si dette a scoperchiare il tetto; e
i mattoni, gli embrici e i tegoli volavano via, come foglie portate dal vento.
Moccolino, impaurito da tutto quel fracasso infernale, cacci il capo fuori
delle lenzuola, e fingendo di essersi svegliato l per l, grid con voce
tremante: Chi  che mi chiama?
Sono io, rispose Golasecca, piegandosi e infilando il capo dentro la buca che
aveva aperta nel tetto.


















Per l'appunto questa buca rispondeva nella stanza dove dormiva
l'oste, il quale sent gelarsi il sangue, quando al fioco chiarore
del lumino da notte, vide affacciata al soffitto della sua camera
la minacciosa ghigna del terribile capo-masnada.

 Che cosa volete da me, maestro Golasecca?, domand
Moccolino, che dallo spavento non aveva pi fiato in corpo.

 Che cosa voglio?... Voglio prenderti per un ciuffo dei capelli
e scagliarti lontano mille miglia.

 Deh! non lo fate!... Abbiate piet di me.

 Non meriti piet.

 Abbiate almeno piet del mio bambino. Povero Guiduccio!
Se rimanesse solo in questa casa, me lo mangerebbero i lupi.

 No, no... io non voglio essere mangiato... dai lupi, disse
fra il sonno il figlioletto dell'oste, che dormiva nella stessa camera
del babbo, in un lettino a parte.

 Alle parole di quel bambino, Golasecca mut fisonomia: e
preso un tono di voce un po' pi umano, disse all'oste:

 Su da bravo! Salta subito il letto e preparami da cena.

 Moccolino ubbid alla prima: ma era tanta la paura e la con-
fusione che aveva addosso, che non sapeva nemmeno lui come
fare a vestirsi. Cred di aver preso le calze, e invece si ostinava a
infilare i piedi nel berretto da notte. Accortosi dell'errore, si
messe le scarpe, e sopra alle scarpe infil le calze. Poi infil la
giacchetta, e sulla giacchetta la camicia, e sulla camicia la Sottoveste,
finch trovandosi in mano i calzoni e non rammentandosi
pi a che cosa servivano, li ripieg perbene e li chiuse dentro
l'armadio.

 Scese quindi al pianterreno e apr la porta dell'osteria.

 Golasecca, che aveva ripresa la statura d'un uomo comune,
entr dentro scotendosi i panni che gocciolavano: e postosi a sedere
dinanzi a una tavola apparecchiata, domand all'oste:

 Che cosa mi dai per cena?.

 Tutto quello che desidera Vostra Signoria. Non deve far altro
che comandare.

 Che cosa c' di carne?

 Nulla di carne.

 E di formaggio?

 Nulla di formaggio.

 E di pane?

 Nulla di pane.

 Che cosa posso dunque mangiare?, domand l'assassino,
tentennando il capo e cominciando a perdere la pazienza.

 Se Vostra Signoria desidera della frutta...

 Che cos'hai di frutta?

 Ciliegie, mandorle e pesche.

 Dammi un bel piatto di pesche.

 E a me, un bel piatto di ciliegie, disse una vocina, che usc
dalle tasche del vestito di Golasecca.

 Chi  che ha chiesto le ciliegie?, balbett l'oste, tutto impaurito
e maravigliato.

 Sono io, rispose la solita vocina.

 Non dubitare, interruppe Golasecca, e digrignando i denti,
non dubitare, Pip, che le ciliegie te le dar io... e ti dar
qualcos'altro! A buon conto, esci subito fuori, e facciamo i nostri
conti.

 Cos dicendo, il capo-masnada sbotton la tasca della sua
giacca, e lo scirnmiottino, senza tanti complimentii salt in mezzo
alla tavola e si pose a sedere sopra una zuppiera di porcellana.

10. Come and che Nanni, il gatto dell'Osteria delle Mosche,
prese il posto di Pip nella tasca dell'assassino

 Allora Golasecca voltandosi a Pip con un cipiglio da far paura,
gli domand:

 Chi  che ha mangiato la fodera della mia tasca?.

 Lo scimmiottino, come se non dicessero a lui, cominci a
guardare in qua e in l: ma poi, fissando i suoi occhietti mobilissimi
e irrequieti in faccia al capo-masnada, disse con voce carezzevole:

 Vi contentate, sor assassino, che vi parli sinceramente? Io
non ho veduto mai una barba cos bella come la vostra! Voi
avete la pi bella barba del mondo!.

 Lasciamo star la barba e rispondiamo a tono: chi  che ha
mangiato la fodera della mia tasca?

 E se fosse la barba solamente, vorrebbe dir poco, soggiunse
lo scimmiottino. Egli  che tutti dicono che voi siete la pi
buona pasta d'uomo di questo mondo! Un vero cuor di Cesare!
La perfetta cortesia travestita da brigante!...

 Lasciamo stare il buon cuore e la cortesia: chi  che ha mangiato
la fodera della mia tasca?

 E se foste buono soltanto, sarebbe poco o nulla: egli  che
siete anche bello! Volete che ve lo dica? Degli uomini belli ne ho
veduti dimolti; ma un uomo bello come voi, non l'ho visto
mai!

 Bisognava avermi visto trent'anni fa!, replic Golasecca lisciandosi
i baffi e il barbone e ingegnandosi di apparire grazioso.
 Allora ero bello davvero! Eh, Moccolino? Ditelo voi.

 La prima volta, che vi ho conosciuto io, eravate un sole! un
sole di mezzogiorno!, rispose l'oste.

 Oggi siete un sole sul tramonto!, soggiunse Pip, ma un
tramonto magnifico! un tramonto che val pi di un'aurora!...

 Mi avvedo, caro scimmiottino, che tu hai molto spirito e
molto ingegno: e per questo ti voglio bene disse Golasecca
commosso. Scendi gi dalla zuppiera e vieni a sederti accanto
a me. Ceneremo insieme. Moccolino! Porta subito in tavola un
piatto di pesche e un piatto di ciliegie per il mio amico Pip. L'amico
Pip  uno scimmiottino sincero e amante della verit, e se
per caso incontra un uomo veramente bello, non ha nessuna
paura a dirgli in viso: "Tu sei il pi bell'uomo di questo mondo!".

 Fatto sta che mangiarono tutt'e due con grande appetito: e la
cena fu piuttosto lunghetta.
 Sul finir della cena, lo scimmiottino domand al capo-masnada:

 Se non fossi troppo indiscreto, potrei sapere dove volete
portarmi?.

 A casa della Fata dai capelli turchini.

 E che vuole da me questa buona donna?

 Essa  adirata.

 E la ragione?

 Perch dice che tu avevi promesso di accompagnare il suo figlio
Alfredo in un lungo viaggio: e che poi hai mancato alla tua
promessa.

 Quanto  lontana di qui la casa della Fata?

 Pi di mille chilometri.

 Io non ci voglio venire.

 Padrone tu di non volerci venire rispose Golasecca, facendosi
serio ma io ti ci porter per forza!

 Voi non mi ci porterete...

 Perch?

 Perch io scapper!

 Scapperai?, url l'assassino, mugghiando come un toro ferito.
 A buon conto, rientra subito dentro la mia tasca, e domani
all'alba partiremo.

 Cos dicendo, Golasecca abbranc con una mano lo scimmiottino
e lo ripose al buio, assicurando la tasca con quei soliti
tre bottoni grandi e spropositati, come tre ruote da carrozza.
Poi, cavatasi la giacca, la gett sopra una sedia: e appoggiando
il capo al muro, disse a Moccolino:

 Io far un sonnellino su questa panca: e tu bada bene all'alba
di venirmi a svegliare.

 Dormite tranquillo, rispose l'oste: e presa la candela, se ne
torn su, nella sua cameretta.

 Ora bisogna sapere che Golasecca aveva un bruttissimo vizio:
quello cio di russare: e russando, faceva con la bocca un certo
fischio lamentevole e prolungato, come quello che fanno gli uccellini
quando vedono calare il falco.

 Nel sentir questo fischio, Nanni, il bellissimo gatto soriano di
Moccolino, entr in punta di piedi nella stanza, annusando qua
e l, forse con la speranza di trovare qualche uccelletto scappato
di gabbia.

 Ma, invece dell'uccelletto, trov una giacca sopra una seggiola,
e sent che dalla tasca della giacca usciva un calduccino e uno
strano odorino di carne.

 "Che animale ci sia rinchiuso qui dentro?", cominci allora a
dire fra s: "Un topino, no dicerto: perch sarebbe troppo gros-
so. Forse un pezzo di vitella arrosto? Nemmeno, perch questo
non  odore di carne cotta. O dunque?...".

 E torn ad annusare: e dopo avere annusato e annusato,
quell'odore era per lui come un libro stampato: non ci capiva
nulla.

 Ma intanto che stava l almanaccando e leccandosi le basette,
gli parve di udire un piccolissimo rumore. Rizz subito gli orecchi
e postosi in ascolto, sent dentro la tasca un canto fioco fioco,
che fece:

 Chicchirich!.

 E' un galletto, disse allora Nanni, miagolando dalla gran
contentezza,  un galletto di certo. L'odore veramente non
parrebbe di carne gallinacea; ma questi gallettacci sono cos furbi
e traditori!... Mi ricordo sempre che una volta sul palcoscenico
d'un teatro, portai via un galletto cotto in umido con le patate;
e, nell'andare a casa, mi divent ripieno di stoppa, di borraccina
e di altre porcherie.

 Chicchirich!, si ud fare una seconda volta.

 Mi chiami, eh?, disse Nanni dentro di s. Ora vengo subito
a trovarti; non dubitare. E' tanti giorni che mi tocca a mangiar
lucertole e grilli!... Un po' di carne di galletto mi rimetter
lo stomaco a nuovo!

 E cominci a lavorare di unghie e di denti per aprire i bottoni
della tasca.

 Appena, per, ne ebbe aperto uno, vide saltar fuori uno
scimmiottino tutto garbato e complimentoso, il quale gli disse:
 Ho sentito, mio caro gatto soriano, che tu desideri di mangiare
un po' di carne di galletto: ed  per farti piacere che ti ho lasciato
in fondo a quella tasca un mezzo gallettino di primo canto.
Se vuoi cavarti questa voglia, entra dentro, e buon appetito.

 Nanni, senza farsi ripetere l'invito, entr di corsa nella tasca:
ma non era ancora finito d'entrare, che il bottone della tasca si
richiuse subito sopra di lui.

 ci sei dentro? e tu stacci!, disse Pip, stropicciandosi tutt'allegro
le zampe davanti. E mentre che tu, povero Nanni,
cerchi nella tasca il gallettino di primo canto... che non c' stato
mai, io me ne ander lontano di qui... e tanti saluti a casa.

 Quando lo scimmiottino ebbe borbottato fra i denti queste
parole, apr pian piano la porta dell'osteria e disparve fra gli alberi
foltissimi della foresta.

 Per l'appunto quella notte era una nebbia cos fitta, che non
ci si vedeva da qui a l.

11. Golasecca, dopo essere stato accecato, ritrova lo Scimmiottino
color di rosa

 Lo scimmiottino poteva essersi allontanato dall'Osteria delle
Mosche appena un cento di passi, quando l'oste Moccolino, saltando
gi dal letto e affacciandosi a capo della scala, grid con
quanta ne aveva in gola:

 Ehi, maestro Golasecca, se volete partire, spicciatevi, perch
fra poco  giorno!.

 Me ne vado subito, replic il capo-masnada, e la cena ve
la pagher al mio ritorno.

 Padron mio riveritissimo! Buon viaggio e scarpe larghe!

 Golasecca cerc al buio la sua giacca: e dopo averla trovata e
messa addosso, port subito la mano sulla tasca per assicurarsi
dello scimmiottino.

 Ma nel far questa mossa, cacci un grido acutissimo di dolore,
sentendosi portar via la pelle della mano da una terribile unghiata.

 Brigante d'uno scimmiotto! Ti diverti anche a graffiarmi?
Guai a te se ti provi a ripetere lo scherzo! Faccio giuro di strapparti
le unghie a una a una!...

 E cos dicendo, usc dall'osteria, e chiuse la porta dietro di s.

 Dopo aver fatto tre ore di strada, torn a guardarsi la mano,
e vide che la mano sanguinava sempre. Allora and su tutte le
furie, e tanto per avere un po' di sfogo, tir sulla tasca un solennissimo
pugno.

 Gnaoooo!, grid di dentro una voce, con miagolo lamentevole.

 Ah! ti prendi gioco di me? Ti diverti a farmi il verso del gatto?...
To'! Allora prendi anche questo!

 E gi un secondo pugno, pi forte del primo.

 Gnaooo... gnaooo... gnaooo..., ripet la solita voce con
un miagolo bizzoso e arrabbiato.

 Dunque non vuoi smettere? Non vuoi farla finita?

 E stava gi per lasciar cascare il terzo pugno, quando, invece
si di a guaire come un can frustato, a cagione di un'altra unghiata
traditora, che gli aveva lacerato tutto il fianco in modo
da far compassione.

 Allora Golasecca, fuori di s dal dolore, perse la pazienza: e
tirate fuori un paio di forbici arrotate, borbott minacciosamente
fra i denti:

 Ora, ora ti guarisco io dalla malattia delle unghie. Da oggi
in l, brutto scimmiottino, sta' pur sicuro che non graffierai
nemmeno la pappa bollita!.
 E levatasi la giacca, e sbottonati i bottoni della tasca, si preparava
a ficcarci dentro le mani... quando tutt'a un tratto, usc
fuori un grosso gatto soriano, che avventatosi colle zampe agli
occhi del capo-masnada, non c'era verso che volesse staccarsi.
Era Nanni, il gatto dell'oste Moccolino. Alla fine si stacc, e
fugg via per i campi.

 Golasecca, urlando dalla rabbia e dallo spasimo, avrebbe voluto
inseguirlo: ma lo sciagurato non ci vedeva pi! I feroci unghioli
del gatto lo avevano accecato!

 Golasecca vag per cento giorni e cento notti in mezzo ai boschi,
senza incontrar mai un pastore o un taglialegna, da potergli
domandare la strada per ritornare a casa. Una volta, quando
i lupi lo vedevano di lontano, se la davano a gambe per la gran
paura che avevano di lui: ora sapendolo cieco, e incapace di difendersi,
gli facevano mille lazzi e mille dispetti. Una volta, gli
uccelli e le lepri, all'avvicinarsi di questo spaventoso cacciatore,
sparivano come tante ombre: ora gli stessi passerotti, perfino i
passerotti di nido, passandogli accanto, gli sbattevano per divertimento
le loro ali sul naso, e le lepri e i leprottini gli ballavano
fra i piedi la polca e la tarantella. Che bel coraggio! e che
bella bravura non  vero, miei piccoli lettori?... Eppure  cos:
anche fra i ragazzi, se ne trovano pur troppo di questi passerotti
e di questi leprottini, che si prendono mille confidenze sguaiate
con tutti quegli infelici, che per ragione di et e di malanni non
possono pi difendersi n farsi rispettare.

 Fatto sta che, una notte, mentre Golasecca andava gi per
una viottola, fra gli alberi altissimi della foresta, cercando al tasto
chiocciole e lumache per mettere insieme un po' di cena, si
trov sbarrata la strada dal muro di una piccola casa. Buss,
tutto contento, alla porta.

 Chi ?, domand una voce di dentro.

 Sono un povero cieco, smarrito nel bosco, che cerca un po'
di ricovero per passar la nottata.

 Povero ciechino! Entrate pure!, ripet quella voce: e la
porta si apr.

 Lascio ora pensare a voi come rimase il nostro amico Pip,
quando si accorse di aver ricevuto in casa il suo tremendo persecutore.

12. Pip  fatto imperatore

 Come mai Pip si trovava in quella casina solitaria, framezzo
ai boschi? Che cos'era stato di lui, dopo la sua famosa fuga dal-
l'Osteria delle Mosche?
 Per rispondere a queste domande bisogna ritornare un passo
indietro.

 Dovete dunque sapere che lo scimmiottino, appena ebbe rinchiuso
a tradimento il povero Nanni nella tasca di Golasecca, si
di a fuggire attraverso gli alberi della foresta, senza curarsi dove
sarebbe andato a battere il capo. Il desiderio acutissimo che
lo pungeva, era quello di trovare la strada che doveva ricondurlo
a casa: ma, invece, correva all'impazzata di qua e di l, dove
le gambe e la paura lo portavano. Ad ogni soffio di vento e ad
ogni stormir di foglie, gli pareva sempre di aver dietro ai calcagni
il terribile capo-masnada, col gatto in tasca. Alla fine, sul
far del giorno, incontr una trib intera di scimmie, che urlavano,
strillavano e si picchiavano fra di loro. Informatosi della cagione
di tanto diavolero, venne a sapere che la trib era adunata
per eleggere il proprio imperatore.

 Allora Pip, entrato in mezzo alla folla, accenn di voler parlare.

 Si fece subito un gran silenzio: e Pip prese a dire cos:

 Miei carissimi confratelli! Sento che volete eleggervi un capo,
e che a questo capo volete dare il titolo d'imperatore. Fin
qui, nulla di male: perch oramai si sa che tutti i gusti son gusti,
come diceva quel filosofo, che provava piacere a farsi pestare i
piedi. Ma finora, fra quanti siamo qui presenti, non ne vedo che
uno solo, il quale sia veramente degno di essere nominato impe-
ratore....

 Chi sarebbe mai questo tale? Pronunzia subito il suo nome,
urlarono mille voci.

 Pip abbass gli occhi, e non rispose nulla.

 Chi sarebbe questo tale?, ripeterono le solite voci, urlando
pi forte. Vogliamo sapere il nome... il nome... il nome!...

 Volete proprio saperlo?, disse allora Pip. Mi dispiace doverlo
confessare in pubblico: ma l'unico che sia degno di essere
eletto imperatore... sono io!...

 Viva Pip! Viva il nostro imperatore! Viva l'imperatore di
tutte le scimmie!, grid quella immensa folla entusiasmandosi
e battendo le mani.

 Fu portata subito in mezzo alla piazzetta una vecchia seggiola
impagliata che, veduta di dietro somigliava moltissimo a un trono
imperiale: e Pip vi si assise sopra con sussiego e maest.

 Intanto una numerosa fanfara musicale, composta di cento
cembali e di cento corni di bove, cominci a sonare l'inno del-
l'incoronazione.

 Quattro scimmiotti, vestiti da paggi, presentarono al nuovo
imperatore un bel vassoio tessuto di giunchi, sul quale vedevasi
la corona e lo scettro imperiale.
 La corona era fatta di mele lazzarole infilate in un cerchietto
di ferro: e lo scettro era una canna di zucchero bell'e candito.

 Pip prese la corona dal vassoio, e dopo averla con molta dignit
annusata, se la pose in capo. Quindi afferr lo scettro, e
non potendo reggere alla tentazione, cominci a succiarlo e a
masticarlo: ma, per buona fortuna, uno scimmiotto, che era l
accanto e che faceva da cerimoniere, gli dette nel gomito per avvertirlo
dell'atto sconveniente. Allora il nuovo imperatore
smesse subito di succiare; e per rimediare allo scandalo dato,
pens bene di durare un quarto d'ora a leccarsi le dita.

 In quel mentre, si fecero avanti sedici scimmioni, che portavano
sulle spalle una magnifica lettiga, adorna di foglie, di fiori
e di bellissime frutta.

 La scimmia, che faceva la parte di gran cerimoniere, dopo
avere strisciato due profondi inchini, disse rispettosamente al
nuovo imperatore:

 Maest, su, da bravo! Ora tocca a voi.

 Tocca a me? E che cosa debbo fare?

 Per amore o per forza, degnatevi di saltare su quella lettiga.

 E quando sar saltato lass, dove mi condurrete?

 Al palazzo imperiale, dov' la vostra residenza e il vostro
letto.

 Pip, a queste parole, fece una certa smorfia, che tradotta in
lingua parlata, pareva che volesse significare: "A dir la verit,
io dormirei pi volentieri sopra un ramo d'albero, come ho fatto
finora, che sopra un letto imperiale". Tant' vero che rivoltosi
al gran cerimoniere gli domand con tono agro-dolce:

 Scusate, amico: io sono il vostro imperatore, non  vero?.

 Verissimo.

 E che cosa vuol dire imperatore?

 Vuol dire che voi siete una scimmia, che comandate a tutte
le altre scimmie, e che ogni vostro cenno e desiderio dev'essere
immediatamente obbedito.

 Quand' cos, dichiaro francamente che, invece di andare in
lettiga, preferisco di camminare a piedi.

 Mi dispiace, Maest: ma voi non potete farlo.

 Perch non posso farlo?

 Perch un imperatore, che cammina a piedi, non  pi un
imperatore. Camminando a piedi, diventa una scimmia come
tutte le altre scimmie.

 Eppure avete detto che ogni mio desiderio dev'essere contentato.

 Verissimo. Ricordatevi per, Maest, che la pi bella prero-
gativa che abbiano i regnanti,  quella di non poter far nulla a
modo loro.

 Ho capito, e vi ringrazio, disse Pip. E, spiccato un salto,
and a sedersi sulla lettiga.

 La fanfara, allora, cominci a sonare alla viv'aria, e l'immenso
corteggio si mosse con grand'ordine e con solennissima
pompa.

 Giunto al palazzo, l'imperatore si assise subito ad una tavola
bell'e apparecchiata nella gran sala da pranzo. Il povero Pip,
sebbene fosse diventato imperatore, aveva un appetito che somigliava
moltissimo alla fame, come un fratello potrebbe somigliare
a una sorella: ma non riusc a contentare il brontolio del
suo stomaco, perch i vassoi pieni d'ogni ghiottoneria, appena
portati in tavola, erano subito vuotati e spolverati dai commensali,
che gli facevano corona.

 Il pranzo fin: e lo scimmiottino aveva pi fame di prima.

 Pazienza!, disse fra s e s Ora me ne ander a letto, e
dormendo, mi dimenticher che non ho mangiato.

 Detto fatto, entr nella camera imperiale: e dopo poco russava
come un ghiro.

 Quand'ecco che sul pi bello, si trov svegliato da una sinfonia
indiavolata di cembali e di corni e da migliaia e migliaia di
voci, che gridavano:

 Viva l'imperatore! Fuori l'imperatore!.

 Maest, disse il gran cerimoniere, entrando in camera, alzatevi
e affacciatevi al balcone. I vostri sudditi vogliono veder-
vi.

 Peccato!, brontol Pip, stropicciandosi gli occhi. Dormivo
cos bene!

 E sbadigliando e barcollando si affacci al balcone.

 Viva il nostro imperatore!, grid novamente quell'immensa
folla di scimmiotti radunati sotto le finestre della reggia.

 Grazie, amici, rispose Pip, dimenando la testa in atto di
salutare. Sento che avete una bellissima voce, e me ne rallegro
tanto con voi. E non avendo altro da dirvi, buona notte e ci rivedremo
domani.

 A queste parole, la folla si sciolse tranquillamente, e Pip torn
ad accovacciarsi sul suo letto imperiale.

 Ma in quel mentre che stava l per riprendere il sonno, ecco
una nuova sinfonia di corni, di cembali e di urli popolari.

 Che cos' stato?, domand alzando il capo.

 Maest, rispose il gran cerimoniere, entrando in camera i
vostri sudditi desiderano vedervi un'altra volta. Degnatevi affacciarvi
al balcone.

 Eccomi subito, disse Pip. Pregate intanto i miei amici a
concedermi un minuto di tempo, tanto che io possa lavarmi il
viso.

 Pass un minuto, ne passarono due, cinque, venti, e l'imperatore
non si vedeva apparire.

 Andarono allora a cercarlo in camera, e non lo trovarono
pi. L'imperatore era sparito.

13. Pip riceve una lezione dal coniglio

 Che cos' stato dell'imperatore Pip? Nessuno l'aveva veduto:
nessuno sapeva darne contezza. Che fosse fuggito via da
qualche finestra? Impossibile: perch le finestre, riscontrate a
una a una, furono trovate tutte chiuse dalla parte di dentro.
Dunque?...

 Fatto sta, che lo cercavano da per tutto. Lo cercarono nell'armadio
di camera, nella dispensa della sala da pranzo, nelle stanze
di guardaroba, nei sottoscala, in tutti gli sgabuzzini e perfino
nelle cantine del palazzo: ma inutilmente. Alla fine, fruga di
qui, guarda di l, a qualcuno venne in capo l'idea di dare un'occhiata
sotto il letto imperiale. Volete crederlo? Sissignori: l'imperatore
era per l'appunto nascosto sotto il letto e se la dormiva
saporitamente. Quale scandalo! Quale orrore!...

 Sire! Che cosa fate cost?, gli domand il gran cerimoniere,
pigliandolo rispettosamente per un orecchio.

 Dormo, rispose Pip, sbadigliando e allungandosi.

 Svegliatevi, e rizzatevi subito in piedi! Non vi vergognate?

 A dir la verit, quando ho sonno davvero non mi sono mai
vergognato a dormire.

 Ma perch addormentarsi in quel luogo? Dov', o Sire, la
vostra dignit imperiale?

 L'avr forse dimenticata sotto il letto, rispose ingenuamente
Pip, il quale non sapeva che cosa fosse questa dignit
tanto decantata.

 Poi, chiamando in disparte il gran cerimoniere, gli bisbigli
in un orecchio:

 Volete, amico, che vi parli francamente? Avevo creduto finora
che il far da imperatore fosse il pi bel mestiere di questo
mondo: ma oggi mi avvedo pur troppo di essermi ingannato.
Oh fortunati gli scimmiottini che si contentano di rimanere semplici
e modesti scimmiottini per tutta la vita! Almeno potranno
levarsi il gusto di mangiare, quando hanno fame, di dormire
quando hanno sonno, e sul pi bello del sonno nessuno verr
mai a svegliarli, per costringerli a ringraziare dal balcone una
folla di sfaccendati, che non hanno voglia di andare a letto.
 Nel tempo che Pip faceva questa confidenza intima al gran
cerimoniere, il cielo s'era fatto nero come la cappa del camino,
e l'acqua veniva gi a catinelle.

 Allora si sent sotto le finestre del palazzo imperiale uno
strombettio di fanfare e un baccano di voci e strilli scimmiotteschi,
che gridavano:

 Vogliamo il sole! Vogliamo il bel tempo!... Se no, abbasso
l'imperatore!....

 Amici miei, disse Pip affacciandosi al balcone e parlando
alla folla delle scimmie radunate in piazza. Amici miei; come
volete che io faccia a darvi il sole e il bel tempo, finch dura
quest'acquazzone che pare un diluvio?

 No, no! Vogliamo il sole a ogni costo, e lo vogliamo subito!

 Confidate in me!, soggiunse Pip. Appena la pioggia cesser
e il tempo si rimetter al buono, io prometto di darvi il sole
e il bel tempo.

 Poche ore dopo, neanche a farlo apposta, la pioggia cess e
venne fuori un bellissimo sole.

 Ma quando gli scimmiotti si accorsero che il sole scottava
troppo, chiamarono le fanfare e recatisi dinanzi al palazzo dell'imperatore,
presero a gridare:

 Vogliamo l'acqua! Vogliamo la pioggia!.

 Pip, annoiato da questa storia, aveva fatto giuro di non affacciarsi:
ma poi sentendo che gli urli raddoppiavano sempre
pi, cacci fuori il capo e disse:

 Volete proprio la pioggia?.

 S, s! Vogliamo la pioggia, se no, abbasso l'imperatore!

 Aspettatemi allora cost, e fra un minuto vi mander la
pioggia desiderata.

 A queste parole tenne dietro un gran batto di mani e il suono
della marcia imperiale. Detto fatto, dopo pochi minuti, Pip si
affacci novamente al balcone, gridando:

 Eccovi la pioggia: e chi ne vuol di pi, se la vada a prendere
alla fontana!. E nel dir cos, rovesci sul capo dei dimostranti
una gran catinella d'acqua.

 Impossibile immaginarsi il tumulto che ne avvenne. Il palazzo
fu invaso e preso d'assalto. Si cerc l'imperatore per tutte le
stanze: ma non si riusc a trovarlo. Che cosa rimaneva da fare?
Non trovando l'imperatore, la folla dov contentarsi di bastonare
il gran cerimoniere. E' sempre cos! Nelle cose di questo
mondo ne soffre sempre il giusto per il peccatore!

 Intanto Pip, scappato di nascosto da una porticciola segreta,
che restava dietro il palazzo, si era dato a correre per le viottole
della boscaglia, come se avesse avute le ali ai piedi. E dopo aver
corso due giornate intere, trov in mezzo agli alberi una piccola
casa senza finestre.

 Sulla porta della casa c'era seduto un bel coniglio che aveva il
pelame turchino (come i capelli della Fata): il quale, vedendo
Pip, si alz da sedere e lo salut garbatamente, portandosi la
zampa destra all'altezza del capo, a uso del saluto militare.

 Che cosa fai cost, mio bellissimo coniglio?, gli domand
lo scimmiottino.

 Stavo appunto aspettando Vostra Signoria.

 Chi  questa Vostra Signoria?

 E' lei.

 Sono io? Ah intendo, intendo! Compatiscimi, amico; perch
i poveri, come me, quando sentono darsi di Vostra Signoria,
credono sempre che si parli di qualcun altro. Non avresti
per caso da offrirmi un po' da mangiare e un po' da dormire?

 si degni di passar dentro, e trover l'uno e l'altro.

 Pip, com' facile figurarselo, accett di gran cuore l'invito: e
appena messo il piede sulla soglia di casa, vide nella stanza terrena
una tavola apparecchiata e una materassina ripiena di penne
di uccello, distesa per terra.

 Senza far complimenti, si pose subito a tavola, e dopo aver
divorato in un attimo un piatto intero di nespole e di fichi verdini,
principi a dire sospirando: Ho sofferto tanto, amico mio!
La mia vita  tutta un'iliade....

 Che cosa vuol dire iliade?

 Non so nemmen'io e non m'importa di saperlo. Io sono come
certi ragazzi figlioli degli uomini: ripeto a caso quel che sento
dire e non mi curo d'altro.

 Non mi pare una cosa fatta bene.

 Pazienza! Cercher di correggermi! Se tu conoscessi per
tutte le mie disgrazie!...

 Le conosco.

 Come fai a conoscerle?, domand lo scimmiottino maravigliato.

 Le ho lette nel Giornalino dei Bambini, che si stampa a Roma.
Scusi, signor Pip, la mia curiosit: ma lei non aveva promesso
al padroncino Alfredo di tenergli compagnia in un gran
viaggio intorno al mondo?

 Mi spiego: gliel'avevo promesso... e non glielo avevo promesso...

 Come sarebbe a dire?

 Mi spiegher pi chiaro. Devi sapere che io fui tentato a far
quella promessa... lo sai da chi? dalla gola.

 Cio?
 Il signor Alfredo, per sedurmi, mi fece portare in tavola delle
frutta cos belle e cos saporite... che io, a quella vista...

 Ho capito, ho capito, disse il coniglio ridendo. Lei fece su
per gi come fanno certi ragazzi figliuoli degli uomini, i quali,
pur di ottenere dai loro babbi e dalle loro mamme qualche
ghiottoneria o qualche balocco, promettono di esser buoni, di
studiare e di farsi onore alla scuola... e poi? E poi, appena ottenuta
la grazia, dimenticano subito le belle promesse fatte e chi
s' visto, s' visto: non  vero?

 Ho paura, mio caro amico, che tu l'abbia indovinata.

 Vuol sapere, signor Pip, come diceva il mio nonno? Il mio
nonno diceva sempre che "quando si promette una cosa, bisogna
mantenerla, e che quelli che mancano alle promesse fatte,
non meritano di essere rispettati dagli altri, n assistiti dalla fortuna".
Ha capito? Arrivedella, signor Pip.

 E il coniglio, dopo queste parole, fugg via come un baleno.

14. Pip ritrova finalmente Alfredo e parte con lui

 Intanto lo scimmiottino si persuadeva ogni giorno di pi che
quella casina fosse fatta apposta per lui: e dicerto vi sarebbe rimasto
per tutto il resto della vita, se una sera, come gi sapete,
mosso a compassione di un ciechino che domandava per carit
un po' di ricovero, non avesse aperto la porta al suo terribile
persecutore.

 Potrei sapere, disse Golasecca, appoggiandosi con le spalle
alla porta che aveva richiusa dietro di s, potrei sapere chi 
quel pietoso benefattore, che si  degnato di ospitarmi?

 Quel benefattore sono io, rispose Pip, alterando un poco
la voce, per non essere riconosciuto.

 E voi come vi chiamate?

 Mi chiamo... io!

 "Questa voce la riconosco!", mastic il cieco fra i denti: quindi
soggiunse:

 Ditemi, mio caro benefattore, avete mai veduto per questi
dintorni uno scimmiottino color di rosa?.

 Degli scimmiottini ne ho veduti dimolti: ma non erano color
di rosa: erano tutti di un colore verde e giallo, come la frittata
cogli spinaci.

 "Questa  la sua voce!...  lui dicerto!" Fra questi scimmiottini
ne avete per caso conosciuto qualcuno che avesse nome Pip?

 No!... anzi, s... Mi pare di averne conosciuto uno. Ma quel
Pip era una birba matricolata... un vero malanno.
 Pur troppo! Figuratevi che io gli avevo fatto un monte di carezze
e l'avevo perfino tenuto a cena con me, alla mia tavola... e
sapete come mi ricompens? Mi ricompens col saltarmi agli
occhi a tradimento e coll'accecarmi, come se fossi un filunguello!
Questo poi non lo credo.
Non lo credete?
No. Pip era una birba: ma non aveva il cuore cos cattivo da commettere una
simile scelleraggine.
Eppure  lui che mi ha accecato.
No, no, no.
S, s, s.
Credetelo, Golasecca, quello che vi ha accecato non sono stato io; sar stato
Nanni, il gatto di Moccolino.
Ah! finalmente ti sei scoperto!, url il capo-masnada, con un grugnito di
feroce allegrezza.
Pip si pent subito della sua imprudenza: ma oramai era tardi!

 Sono bell'e motto!, disse girando gli occhi in cerca di una
finestra per poter fuggire. Quella casina disgraziatamente non
aveva finestre!

 Intanto Golasecca, brancolando in qua e in l con le mani,
riusc a prendere lo scimmiottino: e dopo averlo acciuffato, lo
leg con una catenella di ferro e se lo pose a cavalluccio sulle
spalle.

 Poi usc di casa, e prese la prima straducola che gli capit davanti
ai piedi.

 Che mi conducete a morire?, domand il povero Pip con
un filo di voce che si sentiva appena.

 Fra poco te ne avvedrai! A buon conto, tu che hai gli occhi
buoni, mi farai da guida lungo la strada.

 Dove volete andare?

 Dove le gambe mi portano.

 Camminando giorno e notte, fecero un lunghissimo tragitto
senza fermarsi mai: finch una bella mattina si trovarono in una
grossa citt posta in riva al mare, e nel cui porto brulicavano
cento e cento bastimenti a vapore.

 Golasecca, sedutosi sopra una panchina lungo la spiaggia, cominci
a frugarsi tutte le tasche del vestito: ma non avendovi
trovato nemmeno un soldo per comprarsi un boccon di pane, si
volse verso Pip che era mezzo morto di fame e di stanchezza, e
gli domand con garbo dispettoso:

 Dimmi, brutto scimmiotto, hai saputo mai far nulla nel tuo
mondo?.
 Vale a dire?

 Vale a dire, sai cantare qualche canzonetta? Sai sonare qualche
strumento? Sai fare i salti e le capriole? Sai mangiare la
stoppa accesa?

 La stoppa accesa, rispose Pip, la lascio mangiare a voi.
Io, per, so ballare benissimo la polca e so rifare con la bocca il
suono della tromba e del violino.

 Mi basta questo, disse Golasecca: e senza mettere tempo in
mezzo, con quella sua vociona, che pareva una cannonata, si
di a gridare sul pubblico passeggio:

 Avanti, avanti, signori! Vedranno il celebre Scimmiottino
color-di-rosa, il quale ebbe l'onore di ballare al cospetto di tutti
i regnanti, nonch, viceversa, delle principali Corti di genuino
emisfero. Il mio scimmiottino balla, canta, suona e fa mille altre
scioccherie, come potrebbe farle un uomo e qualunqu'altra
bestia ragionevole. Avanti, avanti, signori! La spesa  piccola e
il divertimento  grande.

 Dopo questa parlantina calorosa, ebbe principio lo spettacolo
dinanzi a un pubblico numerosissimo e, come si suol dire, molto
scelto e intelligente. Il nostro amico Pip non solo piacque,
ma fece furore: tant' vero che gli spettatori, a furia di urlare e
di gridar bravo, erano rimasti fiochi e senza voce.

 Dopo finito lo spettacolo e sfollata la gente che si accalcava
d'intorno, Golasecca sent toccarsi in un braccio; e voltandosi
burbanzosamente, si trov dinanzi un bel giovinetto, in abito di
viaggiatore, che gli domand con graziosa maniera:

 E' vostro quello scimmiottino?.

 E' mio!... pur troppo  mio!

 Volete venderlo?

 Magari! Con tutto il cuore!

 Quanto ne volete?

 Mille lire; se vi pare un prezzo capriccioso, sono qui per accomodarmi.

 Eccovi mille lire: e lo scimmiottino  mio.

 Quando il giovinetto ebbe pagato, si volse allo scimmiottino,
dicendogli:

 Non mi riconosci pi?.

 Altro se vi riconosco, mio caro signor Alfredo!... Vi riconosco
e vi voglio sempre un gran bene.

 E il povero Pip, dalla gran contentezza che sentiva nel cuore,
cominci a piangere come un bambino.

 Quella sera medesima, il giovinetto Alfredo e lo scimmiottino
(rivestito tutto da capo ai piedi, s'intende bene, come un bel signore)
partirono insieme, sopra un bastimento della Societ Rubattino
per un lungo viaggio d'istruzione.

 E quanto a me, confesso il vero, non mi farebbe nessuna me-
raviglia se, un giorno o l'altro, vedessi annunziato nel "Giornalino
dei Bambini", un racconto con questo titolo: Il Viaggio intorno
al mondo, raccontato dallo Scimmiottino color di rosa.
Negli annali della stampa, non sarebbe questo il primo caso di
qualche scimmiotto che ha la sfacciataggine di far gemere i torchi,
e, occorrendo, anche i torcolieri.

La festa di Natale

 La storia che vi racconto oggi, non  una di quelle novelle,
come se ne raccontano tante, ma  una storia vera, vera, vera.

 Dovete dunque sapere che la Contessa Maria (una brava donna
che io ho conosciuta benissimo, come conosco voi) era rimasta
vedova con tre figli: due maschi e una bambina.

 Il maggiore, di nome Luigino, poteva avere fra gli otto e i nove
anni: Alberto, il secondo, ne finiva sette, e l'Ada, la minore
di tutti, era entrata appena ne' sei anni, sebbene a occhio ne dimostrasse
di pi, a causa della sua personcina alta, sottile e veramente
aggraziata.

 La contessa passava molti mesi all'anno in una sua villa: e
non lo faceva gi per divertimento, ma per amore de' suoi figlioletti,
che erano gracilissimi e di una salute molto delicata.

 Finita l'ora della lezione, il pi gran divertimento di Luigino
era quello di cavalcare un magnifico cavallo sauro; un animale
pieno di vita e di sentimento, che sarebbe stato capace di fare
cento chilometri in un giorno se non avesse avuto fin dalla nascita
un piccolo difetto: il difetto, cio, di essere un cavallo di
legno!

 Ma Luigino gli voleva lo stesso bene, come se fosse stato un
cavallo vero. Basta dire, che non passava sera che non lo strigliasse
con una bella spazzola da panni: e dopo averlo strigliato,
invece di fieno o di gramigna, gli metteva davanti una manciata
di lupini salati. E se per caso il cavallo si ostinava a non voler
mangiare, allora Luigino gli diceva accarezzandolo:

 Vedo bene che questa sera non hai fame. Pazienza: i lupini li
manger io. Addio a domani, e dormi bene.

 E perch il cavallo dormisse davvero, lo metteva a giacere sopra
una materassina ripiena d'ovatta: e se la stagione era molto
rigida e fredda, non si dimenticava mai di coprirlo con un piccolo
pastrano, tutto foderato di lana e fatto cucire apposta dal
tappezziere di casa.

 Alberto, il fratello minore, aveva un'altra passione. La sua
passione era tutta per un bellissimo Pulcinella, che, tirando certi
fili, moveva con molta sveltezza gli occhi, la bocca, le braccia e
le gambe, tale e quale come potrebbe fare un uomo vero: e per
essere un uomo vero, non gli mancava che una sola cosa: il parlare.

 Figuratevi la bizza di Alberto! Quel buon figliuolo non sapeva
rendersi una ragione del perch il suo Pulcinella, ubbidientissimo
a fare ogni sorta di movimenti, avesse preso la cocciutaggine
di non voler discorrere a modo e verso, come discorrono
tutte le persone per bene, che hanno la bocca e la lingua.

 E fra lui e Pulcinella accadevano spesso dei dialoghi e dei battibecchi
un tantino risentiti, sul genere di questi:

 Buon giorno, Pulcinella, gli diceva Alberto, andando ogni
mattina a tirarlo fuori dal piccolo armadio dove stava riposto.
 Buon giorno, Pulcinella.

 E Pulcinella non rispondeva.

 Buon giorno, Pulcinella, ripeteva Alberto.

 E Pulcinella, zitto! come se non dicessero a lui.

 Su, via, finiscila di fare il sordo e rispondi: buon giorno,
Pulcinella.

 E Pulcinella, duro!

 Se non vuoi parlare con me, guardami almeno in viso diceva
Alberto un po' stizzito.

 E Pulcinella, ubbidiente, girava subito gli occhi e lo guardava.

 Ma perch, gridava Alberto arrabbiandosi sempre di pi,
 ma perch se ti dico "guardami" allora mi guardi; e se ti dico
"buon giorno" non mi rispondi?

 E Pulcinella, zitto!

 Brutto dispettoso! Alza subito una gamba!

 E Pulcinella alzava una gamba.

 Dammi la mano!

 E Pulcinella gli dava la mano.

 Ora fammi una bella carezzina!

 E Pulcinella allungava il braccio e prendeva Alberto per la
punta del naso.

 Ora spalanca tutta la bocca!

 E Pulcinella spalancava una bocca, che pareva un forno.

 Di gi che hai la bocca aperta, profittane almeno per darmi
il buon giorno.

 Ma il Pulcinella, invece di rispondere, rimaneva l a bocca
aperta, fermo e intontito, come, generalmente parlando,  il vizio
di tutti gli omini di legno.

 Alla fine Alberto, con quel piccolo giudizino, che  proprio di
molti ragazzi, cominci a mettersi nella testa che il suo Pulcinella
non volesse parlare n rispondergli, perch era indispettito
con lui. Indispettito!... e di che cosa? Forse di vedersi mal vesti-
to, con un cappellaccio in capo di lana bianca, una camicina
tutta sbrindellata, e un paio di pantaloncini cos corti e striminziti,
che gli arrivavano appena a mezza gamba.

 Povero Pulcinella!, disse un giorno Alberto, compiangendolo
sinceramente, se tu mi tieni il broncio, non hai davvero
tutti i torti. Io ti mando vestito peggio di un accattone... ma lascia
fare a me! Fra poco verranno le feste di Natale. Allora potr
rompere il mio salvadanaio... e con quei quattrini, voglio
farti una bella giubba, mezza d'oro e mezza d'argento.

 Per intendere queste parole di Alberto, occorre avvertire che
la Contessa aveva messo l'uso di regalare a' suoi figli due o tre
soldi la settimana, a seconda, s'intende bene, de' loro buoni
portamenti. Questi soldi andavano in tre diversi salvadanai: il
salvadanaio di Luigino, quello di Alberto e quello dell'Ada. Otto
giorni avanti la pasqua di Natale, i salvadanai si rompevano,
e coi danari che vi si trovavano dentro, tanto la bambina, come
i due ragazzi erano padronissimi di comprarsi qualche cosa di
loro genio.

 Luigino, com' naturale, aveva pensato di comprare per il
suo cavallo una briglia di pelle lustra con le borchie di ottone, e
una bella gualdrappa, da potergliela gettare addosso, quando
era sudato.

 L'Ada, che aveva una bambola pi grande di lei, non vedeva
l'ora di farle un vestitino di seta, rialzato di dietro, secondo la
moda, e un paio di scarpine scollate per andare alle feste da bal-

lo.

 In quanto al desiderio di Alberto,  facile immaginarselo. Il
suo vivissimo desiderio era quello di rivestire il Pulcinella con
tanto lusso, da doverlo scambiare per un signore di quelli buo-
ni.

 Intanto il Natale s'avvicinava, quand'ecco che una mattina,
mentre i due fratelli con la loro sorellina, andavano a spasso per
i dintorni della villa, si trovarono dinanzi a una casipola tutta
rovinata, che pareva piuttosto una capanna da pastori. Seduto
sulla porta c'era un povero bambino mezzo nudo, che dal freddo
tremava come una foglia.

 Zio Bernardo, ho fame, disse il bambino con una voce sottile,
sottile, voltandosi appena con la testa verso l'interno della
stanza terrena.

 Nessuno rispose.

 In quella stanza terrena c'era accovacciato sul pavimento un
uomo con una barbaccia rossa, che teneva i gomiti appuntellati
sulle ginocchia e la testa fra le mani.
 Zio Bernardo, ho fame!..., ripet dopo pochi minuti il
bambino, con un filo di voce che si sentiva appena.

 Insomma vuoi finirla?, grid l'uomo dalla barbaccia rossa.
 Lo sai che in casa non c' un boccone di pane: e se tu hai
fame, piglia questo zoccolo e mangialo!

 E nel dir cos, quell'uomo bestiale si lev di piede uno zoccolo
e glielo tir. Forse non era sua intenzione di fargli del male;
ma disgraziatamente lo colp nel capo.

 Allora Luigino, Alberto e l'Ada, commossi a quella scena, tirarono
fuori alcuni pezzetti di pane trovati per caso nelle loro
tasche, e andarono a offrirli a quel disgraziato figliolo.

 Ma il bambino, prima si tocc con la mano la ferita del capo:
poi guardandosi la manina tutta insanguinata, balbett a mezza
voce:

 Grazie... ora non ho pi fame....

 Quando i ragazzi furono tornati alla villa, raccontarono il caso
compassionevole alla loro mamma; e di quel caso se ne parl
due o tre giorni di seguito. Poi, come accade di tutte le cose di
questo mondo, si fin per dimenticarlo e per non parlarne pi.

 Alberto, per altro, non se l'era dimenticato: e tutte le sere an-
dando a letto, e ripensando a quel povero bambino mezzo nudo
e tremante dal freddo, diceva grogiolandosi fra il calduccio delle
lenzuola:

 Oh come dev'essere cattivo il freddo! Brrr....

 E dopo aver detto e ripetuto per due o tre volte Oh come dev'esser
cattivo il freddo! si addormentava saporitamente e faceva
tutto un sonno fino alla mattina.

 Pochi giorni dopo accadde che Alberto incontr per le scale
di cucina la Rosa: la quale era l'ortolana che veniva a vendere le
uova fresche alla villa.

 Sor Albertino, buon giorno signoria, disse la Rosa: quanto
tempo  che non  passato dalla casa dell'Orco?

 Chi  l'Orco?

 Noi si chiama con questo soprannome quell'uomo dalla barbaccia
rossa, che sta laggi sulla via maestra.

 O il suo bambino che fa?

 Povera creatura, che vuol che faccia?... E' rimasto senza
babbo e senza mamma, alle mani di quello zio Bernardo...

 Che dev'essere un uomo cattivo e di cuore duro come la pietra,
non  vero?, soggiunse Alberto.

 Pur troppo! Meno male che domani parte per l'America... e
forse non ritorner pi.

 E il nipotino lo porta con s?
 Nossignore: quel povero figliuolo l'ho preso con me, e lo
terr come se fosse mio.

 Brava Rosa.

 A dir la verit, gli volevo fare un po' di vestituccio, tanto da
coprirlo dal freddo... ma ora sono corta a quattrini. Se Dio mi
d vita, lo rivestir alla meglio a primavera.

 Alberto stette un po' soprappensiero, poi disse:

 Senti, Rosa, domani verso mezzogiorno ritorna qui, alla villa:
ho bisogno di vederti.

 Non dubiti.

 Il giorno seguente, era il giorno tanto atteso, tanto desiderato,
tanto rammentato: il giorno, cio, in cui celebravasi solennemente
la rottura de' tre salvadanai.

 Luigino trov nel suo salvadanaio dieci lire: l'Ada trov nel
suo undici lire, e Alberto vi trov nove lire e mezzo.

 Il tuo salvadanaio, gli disse la mamma,  stato pi povero
degli altri due: e sai perch? perch in quest'anno tu hai avuto
poca voglia di studiare.

 La voglia di studiare l'ho avuta, replic Alberto, ma bastava
che mi mettessi a studiare, perch la voglia mi passasse subito.

 Speriamo che quest'altr'anno non ti accada lo stesso soggiunse
la mamma: poi volgendosi a tutti e tre i figli, seguit a
dire: Da oggi alla pasqua di Natale, come sapete, vi sono otto
giorni precisi. In questi otto giorni, secondo i patti stabiliti,
ognuno di voi  padronissimo di fare quell'uso che vorr, dei
danari trovati nel proprio salvadanaio. Quello poi, di voialtri,
che sapr farne l'uso migliore, avr da me, a titolo di premio,
un bellissimo bacio.

 "Il bacio tocca a me di certo!", disse dentro di s Luigino,
pensando ai ricchi finimenti e alla bella gualdrappa che aveva
ordinato per il suo cavallo.

 "Il bacio tocca a me di certo!", disse dentro di s l'Ada, pensando
alle belle scarpine da ballo che aveva ordinato al calzolaio
per la sua bambola.

 "Il bacio tocca a me di certo!", disse dentro di s Alberto,
pensando al bel vestito che voleva fare al suo Pulcinella.

 Ma nel tempo che egli pensava al Pulcinella, sent la voce della
Rosa che, chiamandolo a voce alta dal prato della villa, gridava:

 Sor Alberto! sor Alberto!.

 Alberto scese subito. Che cosa dicesse alla Rosa non lo so:
ma so che quella buona donna, nell'andarsene, ripet pi volte:

 Sor Albertino, lo creda a me: lei ha fatto proprio una carit
fiorita, e Dio mander del bene anche a lei e a tutta la sua famiglia!.

 Otto giorni passarono presto: e dopo otto giorni arriv la festa
di Natale o il Ceppo, come lo chiamano i fiorentini.

 Finita appena la colazione, ecco che la Contessa disse sorridendo
ai suoi tre figli:

 Oggi  Natale. Vediamo, dunque, come avete speso i quattrini
dei vostri salvadanai. Ricordatevi intanto che, quello di
voialtri che li avr spesi meglio, ricever da me, a titolo di premio,
un bellissimo bacio. Su, Luigino! tu sei il maggiore e tocca
a te a essere il primo.

 Luigino usc dalla sala e ritorn quasi subito, conducendo a
mano il suo cavallo di legno, ornato di finimenti cos ricchi, e
d'una gualdrappa cos sfavillante, da fare invidia ai cavalli degli
antichi imperatori romani.

 Non c' che dire, osserv la mamma, sempre sorridente.
 quella gualdrappa e quei finimenti sono bellissimi, ma per me
hanno un gran difetto... il difetto, cio, di essere troppo belli
per un povero cavallino di legno. Avanti, Alberto! Ora tocca a
te.

 No, no, grid il ragazzetto, turbandosi leggermente, prima
di me, tocca all'Ada.

 E l'Ada, senza farsi pregare, usc dalla sala, e dopo poco
rientr tenendo a braccetto una bambola alta quanto lei, e vestita
elegantemente, secondo l'ultimo figurino.

 Guarda, mamma, che belle scarpine da ballo!, disse l'Ada
compiacendosi di mettere in mostra la graziosa calzatura della
sua bambola.

 Quelle scarpine sono un amore!, replic la mamma. Peccato
per che debbano calzare i piedi d'una bambina fatta di
cenci e di stucco, e che non sapr mai ballare!

 E ora, Alberto, vediamo un po' come tu hai speso le nove lire
e mezzo, che hai trovate nel tuo salvadanaio.

 Ecco... io volevo... ossia, avevo pensato di fare... ossia, credevo...
ma poi ho creduto meglio... e cos oramai l'affare  fatto
e non se ne parli pi.

 Ma che cosa hai fatto?

 Non ho fatto nulla.

 Sicch avrai sempre in tasca i danari?

 Ce li dovrei avere...

 Li hai forse perduti?

 No.

 E, allora, come li hai tu spesi?
 Non me ne ricordo pi.

 In questo mentre si sent bussare leggermente alla porta della
sala, e una voce di fuori disse:

 E' permesso?.

 Avanti.

 Apertasi la porta, si present sulla soglia, indovinate chi! Si
present la Rosa ortolana, che teneva per la mano un bimbetto
tutto rivestito di panno ordinario, ma nuovo, con un berrettino
di panno, nuovo anche quello, e in piedi un paio di stivaletti di
pelle bianca da campagnolo.

 E' tuo, Rosa, codesto bambino?, domand la Contessa.

 Ora  lo stesso che sia mio, perch l'ho preso con me e gli
voglio bene, come a un figliolo. Povera creatura! Finora ha patito
la fame e il freddo. Ora il freddo non lo patisce pi, perch
ha trovato un angiolo di benefattore, che lo ha rivestito a sue
spese da capo a piedi.

 E chi  quest'angelo di benefattore?, chiese la Contessa.

 L'ortolana si volt verso Alberto, e guardandolo in viso e accennandolo
alla sua mamma, disse tutta contenta:

 Eccolo l.

 Albertino divent rosso come una ciliegia: poi rivolgendosi
impermalito alla Rosa, cominci a gridare:

 Chiacchierona! Eppure ti avevo detto di non raccontar nulla
a nessuno!....

 La scusi: che c' forse da vergognarsi per aver fatto una bell'opera
di carit come la sua?

 Chiacchierona! chiacchierona! chiacchierona!, ripet Alberto,
arrabbiandosi sempre pi; e tutto stizzito fugg via dalla
sala.

 La sua mamma, che aveva capito ogni cosa, lo chiam pi
volte: ma siccome Alberto non rispondeva, allora si alz dalla
poltrona e and a cercarlo da per tutto. Trovatolo finalmente
nascosto in guardaroba, lo abbracci amorosamente, e invece
di dargli a titolo di premio un bacio, gliene dette per lo meno
pi di cento.

Dopo il teatro

Alfredo, Gino e Ida entrano tutti e tre insieme nella stanza preceduti
da Bettina, che va a posare il lume sulla tavola.

 ALFREDO (levandosi il cappello e il palet): Com'hanno recitato
bene! ma proprio bene!...

 IDA: Quanto ci siamo divertiti, Bettina mia!... Che bella commedia!...

 GINO: E la farsa dove la lasci? Se tu avessi visto, Bettina, il
brillante della farsa! Chi sa quanto tu avresti riso! Figurati! gli 
venuto fuori in maniche di camicia, e ha detto che dal freddo
tremava tutto come un pezzo di gelatina. Te lo immagini un
brillante di gelatina! (Ridendo di genio.)

 BEiTINA: E la commedia era bella davvero?

 IDA: Alfredo, diglielo tu.

 ALFREDO: La commedia era bellissima: ma io, dico la verit,
avrei sentito pi volentieri un dramma.

 IDA: Perch un dramma?

 ALFREDO: Perch i drammi mi piacciono di pi.

 GINO: Anch'io mi diverto di pi ai drammi: almeno si piange.
Ma, pi di tutto, mi piacciono le tragedie.

 ALFREDO: Le tragedie? O dove le hai viste tu, le tragedie?

 IDA: Povero figliolo, se l' sognate!

 GINO: Hai sentito, Bettina? E' voglion dire che le tragedie me
le sono sognate!... Non  vero che l'anno passato mi conducevi
quasi tutte le sere ai burattini nel Parterre?

 BEiTINA: Verissimo.

 CINO: Non  vero che una sera i burattini fecero due tragedie
di fila?

 BEiTINA: Sar vero, ma io le tragedie non le conosco: a me mi
paiono tutte commedie.

 ALFREDO: E com'erano intitolate queste due tragedie?

 GINO: Ora non me ne rammento: gli  passato tanto tempo!
Una mi pare che la fosse intitolata, Filippo Vu Re di Spagna.

 ALFREDO (ridendo): Ma che Filippo Vu? Sar stato Filippo
Quinto.

 GINO: Sar stato Filippo Quinto: io per mi ricordo che sul
cartellone c'era scritto Filippo, e dopo Filippo c'era un V in
stampatello grande come la mia mano.

 ALFREDO: Sta bene che ci fosse un V: ma quel V in numeri romani
vuol dir quinto.

 GINO: Cosa vuoi tu che io sappia dei numeri romani? Non ci
sono mica stato a Roma, io.

 ALFREDO: E quell'altra tragedia?

 GINO: Quell'altra l'aveva un certo titolo curioso... te ne ricordi
te, Bettina?

 BEITINA: Che vuol che mi ricordi?

 GINO: Mi pare che fosse una specie di Spazzolino Tiranno di
Padova.

 ALFREDO: Ma che spazzolino, buaccilo? Vorrai dire Ezzelino
tiranno di Padova.

 GINO: Insomma, o lui o un altro, io so che a quella tragedia
mi sono divertito dimolto. Ti rammenti, Bettina, che piacere
quando tutti cominciarono a dare addosso al tiranno? Giusto
te, Alfredo, levami una curiosit: mi dici perch tutti i tiranni
hanno la barba nera?

 ALFREDO (con seriet): Gi: perch se la tingono apposta per
far paura.

 GINO: Ah!... ora capisco. Del resto io so che se domani avessi
cento milioni di patrimonio...

 IDA: Sentiamo un po': che cosa vorresti fare?

 GINO: Prima di tutto vorrei mettere ogni mattina nel Caff-elatte
pi di mezza tazza di zucchero, e poi vorrei andare tutte le
sere ai burattini.

 IDA: Tutte, tutte le sere?

 GINO: Tutte le sere: anche quando piovesse.

 IDA: A me poi i burattini mi piacciono, s, ma fino a un certo
segno: io pi di tutto mi diverto al teatro, e specialmente a stare
in un palco.

 ALFREDO: si dice i gusti! Io, invece del palco, anderei pi volentieri
in una poltrona d'orchestra. A stare in un palco ci ho
rabbia, e sai perch? perch ci guardano tutti.

 IDA: Lasciali guardare. Io so che mi diverto moltissimo a vedermi
guardare co' cannocchiali.

 ALFREDO: Finiscila, giuccherella! Chi vuoi che perda il suo
tempo a guardare co' cannocchiali una moccichina come te?

 IDA (risentita): Non cominciare, Alfredo! Tu hai sempre il vizio
di offendere!...

 ALFREDO (ridendo): Mi dispiace: ho sbagliato a dir moccichina:
volevo dire un bel pezzo di donna come te.

 IDA (impermalita): C' poco da canzonare. Ora sono piccola!
ma poi crescer anch'io. Il babbo dice che gli anni passano per
tutti. Per noi altri ragazzi, per, questi anni benedetti non passano
mai. La mi pare una bella ingiustizia! Oramai gli  un secolo
che ho sempre dieci anni!...

BETTINA: si consoli: fra pochi mesi ne avr undici.

 IDA: Bella consolazione! Prima d'arrivare a quindici anni, figurati
se c' da allungare il collo. Per, se si guarda alla statura,
sono grande quasi quanto Alfredo.

 ALFREDO: Cuc! (In canzonatura.)

 IDA: Quanto vuoi scommettere che ci corre appena un dito?

 ALFREDO: Cuc.

 BETTINA: Vediamo un po', Idina: la vada a misurarsi con Alfredo.

 ALFREDO (con seriet): Sai, Bettina, potresti anche dire col signor
Alfredo: ti ho gi avvertito che questo tono di confidenza
non mi piace punto. Capirai che non lo faccio per me: lo faccio
per riguardo del mondo.

 GINO (in caricatura): Oh! l'illustrissimo signore Alfredo ha
mille ragioni. Da qui in avanti gli dar del signore anch'io. Anzi,
gli voglio dare dell'eccellenza (ridendo).

 ALFREDO: Bada, Gino! non far tanto lo spiritoso. Ti avverto,
per tua regola, che le mani mi cominciano a prudere...

 GINO (scherzando): Che paura che mi hai fatto!... Ora non
parlo pi. Scusa, Bettina: ma la cena non  ancora preparata?
Io ho un appetito che paion due.

 BETTINA: La cena  preparata: ma il babbo legge il giornale, e
quando avr finito li far chiamare.

 GINO: Vuoi sapere perch il teatro mi piace tanto? perch dopo
il teatro, ci tocca la cena.

 BETTINA: O che forse non cena anche le altre sere?

 GINO: S: ma l'altre sere io e l'Ida ci fanno cenare alle otto,
per poi mandarci a letto. Cenare alle otto mi pare una cena da
polli.

 ALFREDO: Che cosa vorresti fare tutta la sera levato? Dopo le
ventiquattro ti addormenteresti sul canap.

 GINO: Io, anzi, non ho mai sonno.

 ALFREDO: Bravo! Meno male che ti sei addormentato anche
stasera.

 GINO: Dove?

 ALFREDO: Nel palco.

 GINO: Quando?

 ALFREDO: A met del second'atto: non  vero, Ida?

 IDA: M' parso anche a me.

 GINO: Nossignori: sbagliano, non dormivo.

 ALFREDO: O allora che cosa facevi?
 GINO (un po' confuso): Pareva che dormissi... ma invece pensavo.

 ALFREDO (ridendo): O che per pensare c' forse bisogno di
chiudere gli occhi?

 CINO: Secondo i naturali delle persone. Per esempio, anche il
nostro maestro di scuola qualche volta, specialmente nelle ore
calde dell'estate, ci dice: Ragazzi, siate buoni e non fate tanto
chiasso, perch ho bisogno di pensare cinque minuti a una cosa;
e quando ha detto cos, appoggia la testa alla spalliera della
poltrona, chiude gli occhi, apre la bocca e comincia a pensare...

 ALFREDO: Ossia, comincier a dormire.

 GINO: Nossignore, non dorme: tant' vero che, se urliamo
troppo forte, si sveglia subito e ci fa una strapazzata di quelle
co' fiocchi... Ma dunque, si va o non si va a cena? Ho una fame
che la vedo.

 BETTINA: Abbia pazienza altri due minuti.

 ALFREDO: Intanto che si aspetta, si fa una bella cosa?

 GINO E IDA (insieme): Sentiamo.

 ALFREDO: si ripete fra noi tre quella bella scena della commedia,
dove il figlio riconosce sua madre?

 IDA: Ripetiamola davvero.

 GINO: No, no: io voglio prima ripetere alla Bettina il discorso
che ha fatto il brillante, quando  venuto sulla scena in maniche
di camicia. Vuoi sentirlo, Bettina? (si leva la giacchettina, la
butta sul canap e rimane in maniche di camicia.)

 BETTINA: Perch si  levata la giacchettina?

 GINO: Voglio farti vedere il brillante tale e quale.

 BETTINA: Io non voglio vedere tanti brillanti. Io voglio che si
rimetta subito la giacchettina. Ma non lo sa che a questi freddi
potrebbe prendere un'infreddatura come nulla?

 GINO: Un'infreddatura? non mi parrebbe vero di prenderla.
Almeno il babbo mi comprerebbe le pasticche di lichene.

 IDA: Vergognati, ghiottonaccio!

 GINO: Mi piacciono tanto le pasticche di lichene!... E, invece,
a farlo apposta, non infreddo mai. Si vede proprio che sono nato
disgraziato! (Rimettendosi la giacchettina.)

 ALFREDO: Dunque si fa questa scena, dove il figlio riconosce
la madre?

 GINO: Scusa, Alfredo: spiegami prima una cosa, che non ho
potuto capire. Nella commedia di stasera, la madre sa fin dal
principio che Carlo  suo figlio, non  vero?

 ALFREDO: Sicuro che lo sa.

 GINO: E se lo sa, mi dici perch aspetta a farsi riconoscere da
lui, proprio all'ultima scena dell'ultimo atto?

 ALFREDO: Povero figlio! Bisogna proprio dire che non hai
nemmeno l'ombra del genio drammatico! O non capisci che se
la madre si facesse riconoscere alla prima, la commedia finirebbe
subito, e noi a quest'ora saremmo tutti a letto da un bel pezzo?
Invece la madre, aspettando a farsi riconoscere proprio al-
l'ultimo atto, costringe il pubblico a rimanere in teatro fino alle
undici sonate: e cos la gente, quando torna a casa,  tutta contenta,
perch sa di avere spesi giustificati i suoi quattrini per il
biglietto d'ingresso: mi sono spiegato?

 GINO: Ora ho capito tutto. E io m'ero figurato invece che
quella mamma di Carlo facesse un po' di burletta.

 ALFREDO: Diavol mai! O che si fanno le burlette anche nelle
commedie serie?... Non ci mancherebb'altro!

 IDA: Dunque si recita o non si recita questa scena?

 ALFREDO: Lasciatemi distribuire le parti a me. Io far da Carlo,
ossia da figlio, e tu, Ida, farai la parte della madre.

 GINO: E io?

 ALFREDO: E tu farai da marito, ossia farai la parte di quello
che arriva da ultimo e che tira la revolverata.

 GINO: Fossi matto! Io non le faccio quelle brutte cosacce!

 ALFREDO: S'intende bene che, invece di tirare colla pistola, tu
farai il colpo con la bocca.

 GINO: Come sarebbe a dire?

 ALFREDO: Tu farai colla bocca: bum!

 GINO: E quando lo debbo fare?

 ALFREDO: Quando sar il momento.

 GINO: Ho capito.

 ALFREDO: Dunque attenti. Io star da questa parte: tu, Ida,
mettiti l, vicina a quella tavola, per poterti appoggiare, quando
dovr venirti lo svenimento.

 GINO: E io?

 ALFREDO: E tu nasconditi dietro quella porta: e quando sar il
momento, uscirai fuori tutt'a un tratto e farai: bum!

 IDA: Se io faccio la parte di madre, tocca a me a incominciare.

 ALFREDO: Comincia pure: io son pronto.

 IDA (movendosi e gestendo drammaticamente): No, Carlo,
voi non partirete... Oh! Dio!... se voi poteste... oh! Dio!... vedere
i tormenti... e lo strazio... oh! Dio... di quest'anima!...
Oh! Dio, piet... di questa povera infelice...

 IL CAMERIERE (affacciandosi sulla porta): Signorini, il babbo li
chiama a cena.

 ALFREDO: Eccoci subito. Su, Ida; riattacca subito la tua parte,
ma mettici un po' pi di passione... un po' pi di singhiozzo...
molto singhiozzo.

 IDA (declamando): Oh! Carlo! Se poteste leggere... Oh
Dio... in questo cuore... Oh!... Se poteste contare le lacrime...
 GINO (uscendo fuori): Bum!

 ALFREDO (a Gino): No, no! Troppo presto, ancora no!

 GINO: Spicciatevi, ragazzi, perch io voglio andare a cena.

 ALFREDO: Avanti, Ida, avanti!

 IDA (declamando): No, Carlo, ve lo ripeto, voi non partirete...
voi non potete partire di qui...

 ALFREDO (declamando): S, o donna, io partir... io lascer
questi luoghi fatali... io fuggir lontano, lontano, lontano...

 GINO (uscendo fuori): Bum! bum! bum!

 ALFREDO: Ancora no, t'ho detto!

 GINO: Ho fame, la volete capire?

 ALFREDO: Altri due minuti, e la scena  finita. (declamando)
 S, il mio destino vuole cos... noi non ci rivedremo mai pi...
mai pi!

 IDA: Voi, Carlo, non partirete!

 ALFREDO: Io partir!

 IDA: No...

 ALFREDO: S: chi potr impedirmelo?

 IDA: Io!

 ALFREDO: Voi?... e chi siete voi?

 IDA (con molto singhiozzo): Sciagurato!... io... so... no...
tua...

 GINO (uscendo fuori e interrompendo): Sai, Bettina: penserai
tu a fare bum; io ho troppa fame e scappo a cena (via di corsa).

 ALFREDO: Quand' cos, si pu calare il sipario e andare a cena
anche noi.

Chi non ha coraggio non vada alla guerra
(proverbio in undici parti)

I.

 Leoncino  un ragazzetto entrato appena nei dieci anni.

 Perch questo nome di Leoncino?, domanderete voi.

 La storia sarebbe un po' lunghetta, ma io ve la racconter in
quattro parole.

 Bisogna dunque sapere che quando questo bambino fu portato
al fonte battesimale, la sua mamma avrebbe gradito volentieri
che si fosse chiamato Luigi: ma il suo babbo, incaponitosi a
farne col tempo un guerriero (il babbo era comandante dei
pompieri e bisogna perdonargli certe debolezze guerresche) volle
a tutti i costi che fosse battezzato col nome di Napoleone.

 Napoleone!... Come si fa, domando io, a mettere un nomone
cos grosso sulla testa di un tenero lattante? C' quasi il pericolo
di soffocarlo!

 Fatto sta che in famiglia, per vezzeggiativo, cominciarono subito
a chiamarlo Napoleoncino: ma poi, avvedutisi che questo
vezzeggiativo era troppo lungo, gli tagliarono le due prime sillabe
(Na-po), e cos, di un Napoleoncino, ne fecero per risparmio
di fiato un economico e modesto Leoncino.

 Il piccolo guerriero crebbe a occhiate, e a dieci anni era gi diventato
un bel ragazzo. Correva, ballava, saltava, faceva la ginnastica,
e, cosa singolarissima! qualche volta anche studiava.

 Di burattini e di altri balocchi non voleva saperne. L'unica
sua passione erano le sciabole di latta con l'impugnatura dorata
e i fucilini a saltaleone, da caricarsi in tempo di pace coi lupini
secchi, e in tempo di vera guerra, coi sassolini di ghiaia o coi
noccioli di ciliegia.

 Il suo babbo poi, per contentarlo e per coltivargli sempre pi
lo spirito marziale, gli aveva fatto fare anche l'uniforme di generale
d'armata, con le spalline di bambagia gialla come lo zafferano
e con un berretto di panno scuro, ornato di un bel nastro
di tela incerata e rilucente, che, veduto da lontano, pareva proprio
un gallone d'argento.

 Venuto il tempo delle vacanze, Leoncino fu condotto a villeggiare
in casa di un suo zio, ricco possidente di campagna.

II.

 Questo zio aveva una nidiata di cinque figlioli, tutti bambinetti
fra i sette e gli undici anni. Figuratevi la contentezza di
Leoncino quando si trov in mezzo a quegli altri cinque monel-
li.

 Com' naturale, pensarono subito, tutti d'accordo, di fare i
soldati. Arnolfo, il pi piccolo dei cugini, nominato trombettiere
di reggimento, andava avanti al corpo d'esercito, sonando la
tromba con la bocca. Raffaello, il pi alto di tutti, faceva da cavalleria,
per cui era obbligato a camminare sempre di trotto o di
galoppo e qualche volta anche a nitrire e tirare i calci, a uso cavallo:
Asdrubale e Gigino rappresentavano il grosso della fanteria.
Tonino guidava i carri dell'ambulanza, strascinandosi dietro
il carretto dell'ortolano per caricarci su, dopo la battaglia, i
morti e i feriti, e Leoncino... Leoncino poi, come potete immaginarvelo,
era il comandante generale e marciava sempre alla testa
della grande armata.

 Tutte le mattine che Dio mandava in terra, i sei ragazzi, dopo
aver preso con s il pane e il companatico per fare il rancio, si
mettevano in marcia armati di tutto punto, avviandosi a combattere
qualche gran battaglia nel vicino bosco distante forse un
chilometro dalla villa.

 Arrivati a mezza strada, facevano alto in mezzo a un prato, e
l, sdraiati sull'erba, mangiavano, o, per dir meglio, divoravano
il rancio, mentre uno di loro, s'intende bene, rimaneva a far da
sentinella avanzata in fondo al prato, per dare il grido d'allarme
nel caso che i nemici fossero sbucati fuori all'improvviso.

 Ma l'uso della sentinella avanzata dur poco, e vi dir il perch.
Una mattina tocc a far da sentinella al trombettiere Arnolfo,
un ragazzino che non aveva ancora sett'anni finiti. Arnolfo,
ubbidiente ai regolamenti e alla disciplina militare, si rassegn
a fare una mezz'ora di sentinella: ma appena smontato,
corse subito in mezzo ai compagni, per farsi dare la sua parte di
rancio. E lascio pensare a voi come rest, quando si accorse che
i suoi compagni avevano mangiato tutto, diluviato tutto, spolverato
tutto: fino i minuzzoli di pane, fin le cortecce del cacio,
fin le bucce del salame! Il povero figliolo, che aveva una fame
che la vedeva proprio cogli occhi, trovandosi cos barbaramente
burlato, cominci a piangere e strillare; e il suo strillare fu cos
acuto e ostinato, che in tutta la storia militare, dalla presa di
Gerico fino a noi, non c' l'esempio d'un altro trombettiere che
abbia strillato tanto, quanto lui.
 Da quel giorno in poi, in quel corpo d'armata composto di sei
ragazzi, non si trov pi un soldato che volesse fare da sentinella
avanzata durante l'ora del rancio. Di fronte a un atto cos
grave d'insubordinazione, la disciplina militare ci scapit assai:
ma lo stomaco dei soldati ci guadagn dimolto... e tutti pari.

 E le battaglie combattute da questi piccoli eroi, contro chi
erano?

 Ve lo dico subito. Appena finito il rancio, l'esercito col suo
comandante alla testa si rimetteva in marcia, inoltrandosi a passo
di carica dentro il bosco. Giunti dinanzi a una grossa quercia,
che aveva pi di cent'anni, il generale Leoncino schierava le
sue truppe in riga di battaglia, e dopo aver caracollato dinanzi a
loro, figurando di essere a cavallo, dopo avere colle parole e coi
gesti incoraggiati i soldati alla pugna, dava l'ordine di cominciare
il fuoco. Allora tutti i soldati, compreso il trombettiere, armati
di grossi bastoni principiavano a bastonare furiosamente il
tronco della quercia: e nel bollor della mischia si sentiva sempre
la voce del generale, che gridava: Avanti! Coraggio, marmotte!...
Serrate le file!... Alla baionetta!.

 Quando i soldati, stanchi trafelati, non ne potevano proprio
pi, allora buttavano via i bastoni e la battaglia era finita.

 E la quercia?... La povera quercia si lasciava tutti i giorni bastonare,
senza mai rivoltarsi, senza mai mandar fuori una mezza
parola di lamento: solo di tanto in tanto scoteva malinconicamente
i suoi rami coperti di foglie, quasi volesse dire:

 Poveri ragazzi! Lasciamoli fare! Hanno cos poco giudizio!....

III.

 Un giorno, per altro, avvenne un caso orribile e spaventoso;
ed ecco come and.

 Il piccolo esercito, secondo il solito, si avanzava a marcia forzata
dentro il bosco, in cerca del solito nemico. Quando, tutt'a
un tratto, il general Leoncino, che camminava fieramente avanti
una ventina di passi, si ferm esterrefatto, e cacciando un grido
acutissimo di terrore, si dette a scappare verso casa.

 La sua fuga fu cos precipitosa e disordinata, che per la strada
perse gli sproni di latta e il berretto di generale, col gallone
che pareva d'argento.

 Che cos'era mai accaduto di strano?...

 Quando Leoncino arriv alla villa, era ansante, boccheggiante
e tutto paonazzo in viso come un cocomero troppo maturo.

 E per l'appunto la prima persona, in cui s'imbatt, fu lo zio.
 Conoscete, per caso, lo zio di Leoncino? Lo dovete conoscere
di certo, perch chi lo sa quante volte lo avete incontrato per la
strada: ma ora forse non ve lo rammentate pi.

 Figuratevi, dunque, un omone lungo lungo, grosso grosso,
con un faccione largo come la luna, e con un nasone tutto pieno
di nasini, da parere un grappolo d'uva.

 Di nome si chiama Giandomenico: ma tutti nel paese lo conoscono
col soprannome di Nasobello.

 Vedendolo la prima volta e giudicandolo dalla fisonomia burbera
e accigliata, c' da scambiarlo per un orco, per un tiranno,
per un mangia-bambini, e invece... Invece  una bonissima pasta
d'uomo, burlone, allegro, di buon'umore, tutt'amore per i
figliuoli e tutto premure e attenzioni per il suo nipotino.

 Tant' vero che appena gli capit davanti Leoncino scalmanato
e impaurito a quel modo, il sangue gli fece un gran rimescolone
e grid subito:

 Che cos' stato? Perch hai il viso cos acceso?... Dove sono
rimasti i tuoi cugini?....

 Il ragazzo stintignava a rispondere: pareva quasi che si vergognasse.

 Dunque?..., insist lo zio, alzando sempre pi la voce.

 Ecco... dir... una bestia cos brutta...

 Quale bestia?...

 Io...

 Come? tu sei una bestia?...

 Io, no: quell'altra... che ho trovata nel bosco...

 Non capisco nulla: ma spiegati, per carit!... Dov'hai lasciato
i tuoi cugini?...

 Fra poco verranno...

 Eccoci qui! eccoci qui!, gridarono di fuori cinque voci argentine
e squillanti, come tanti campanelli.

 E nel tempo stesso entrarono in sala i cinque ragazzi, che si
buttavano via dalle matte risate.

 Il babbo, che non sapeva il motivo di questo gran buon'umore,
disse allora con accento risentito:

 Finitela una volta! Si potrebbe sapere almeno di chi ridete?.

 si ride di lui!... E, accennando Leoncino, dettero in una risata
pi forte.

 Del nostro coraggioso generale! E qui una risata pi lunga.

 Povero generale, che paura che ha avuta! Diamogli subito
un bicchier d'acqua! E qui una risatona cos sguaiata, che non
finiva pi.

 E Leoncino?...

IV.

 Leoncino aveva perduto la voce. Stava ritto in mezzo alla sala,
con la testa bassa, col mento conficcato nello stomaco, e di
tanto in tanto dava dell'occhiatacce ai suoi compagni, come dire:
 Quando saremo fuori di qui, faremo i conti e me la pagherete!....

 Dunque, si pu sapere che cos' accaduto?, domand il
babbo.

 Te lo racconter io, disse Raffaello, quello che faceva da
cavalleria.

 No: io!, grid Gigino, il rappresentante la fanteria.

 Nossignori, tocca a me, strill Arnolfo, il trombettiere.
 Io sono il pi piccino di tutti; dunque ho pi diritto degli altri.

 Lasciate parlare Arnolfo, disse il babbo, e zitti tutti!

 Il piccolo trombettiere, non sapendo l per l trovar subito la
parola per dar principio al suo racconto, cominci a fare con la
bocca mille versi e a gesticolare con le mani: alla fine poi, trovata
la parola, prese a dire come seguitando un racconto:

 Sicch dunque, quando il nostro generale ci disse: Avanti!
noi tutti si rispose: "Andiamo!".
Andiamo? Ma dove volevate andare?, domand il babbo.
O che non lo sai? S'andava a far la guerra...
La guerra contro chi?
La guerra contro Cartagine.
E chi  questa Cartagine?
E' una grossa quercia, che rimane a met del bosco.
E perch la chiamate Cartagine?
Bella forza! Perch noi siamo i Romani e andiamo sempre a bastonarla.
Ora ho capito tutto!, disse il babbo. Prosegui pure il racconto.
Sicch dunque, quando si fu per i campi, sarebbe toccato a
me a camminare avanti, ma siccome Leoncino  un prepotente
per la ragione che ha la sciabola dorata e la striscia bianca al
berretto, allora mi salt addosso col dire: Il Generale sono io,
e tu devi venire dietro a me. Ma questa l' una riffa; ne convieni,
babbo? Scusa, babbino, te che te ne intendi, quando si fa la
guerra, chi  che va avanti, il generale o quello che sona la tromba?
Io dico che quello che sona la tromba gli  sempre il primo
di tutti... ne convieni?... Se no la guerra sarebbe una bella in-
giustizia.
 Via! via! via!, grid il babbo. Non ci perdiamo in tante
lungaggini.

 Mi spiccio in due parole. Sicch dunque, lui, secondo il solito,
volle andare avanti, e noi tutti dietro a passo di corsa. Quando
tutt'a un tratto, che  che non , il nostro Generale in capo si
ferma... fa due salti indietro, e cacciando un urlo che pareva il
fischio del vapore, si mette a scappare. E come scappava!... Se
tu avessi visto come scappava!... Ti ricordi, babbo, del gatto
del nostro ortolano, quando gli si faceva vedere la frusta? Tale
e quale.

 E la cagione di questo spavento?

 Figurati! Aveva visto fra l'erba una tartaruga!

V.

 Il signor Giandomenico, udito il racconto, sentiva anch'esso
una gran voglia di ridere: ma invece, atteggiandosi a giudice severo
e inesorabile, si volt verso i suoi figliuoli, gridando in tono
di comando militare:

 Soldati! In riga di battaglia!.

 A questo comando, i ragazzi si posero tutti in fila, rimanendo
immobili e col loro fucilino di legno appoggiato sulle spalle.

 Allora il signor Giandomenico riprese:

 Visto e considerato che un generale d'armata, il quale si
mette a fuggire perch ha paura di una tartaruga, non  degno
di comandare uno dei primi eserciti d'Europa (i soldati chinarono
il capo in segno di ringraziamento) ordiniamo e vogliamo
che il generale Leoncino si dimetta subito dal supremo grado
che ha tenuto finora e prenda invece gli scevroni di caporale. Il
prode Raffaello, comandante di tutta la cavalleria,  incaricato
di farsi consegnare da Leoncino la sua spada d'onore.

 Raffaello, senza mettere tempo in mezzo, and subito in fondo
alla stanza: e movendosi di l e camminando un po' di trotto
e un po' di galoppo, si present dinanzi al povero Generale, e
fece l'atto di chiedergli la spada.

 Leoncino non disse una mezza parola: ma seguitava a tentennare
il capo, come fanno i chinesi di gesso. Alla fine, visto che
non c'era scampo, cominci adagio adagio a sfibbiarsi la spada
dalla cintola: e sfibbiata che l'ebbe, figur di consegnarla in
mano a Raffaello, ossia al comandante della cavalleria.

 Ma invece di consegnargliela, gliela batt sulle dita. E pare
che gliela battesse piuttosto forte, perch l'altro si risent tutto
inviperito, e ne nacque un combattimento a corpo a corpo fra la
cavalleria e il generale. E chi lo sa come questo combattimento
sarebbe finito, se il signor Giandomenico non ci fosse entrato di
mezzo con le buone maniere, dando, cio, un bellissimo scappellotto
al generale e pigliando per un orecchio la cavalleria. E
cos persuase i due guerreggianti a sospendere le ostilit e a firmare
li su due piedi un trattato di pace.

 E la pace fu firmata.

 Ma il povero Leoncino non sapeva rassegnarsi a quest'atto
d'umiliazione; e giorno e notte si lambiccava sempre il cervello
per trovare il modo di dare qualche splendida prova di coraggio,
tanto da riguadagnarsi il grado e la spada di generale. Cerca
oggi, cerca domani, finalmente gli parve di vedersi balenare
dinanzi agli occhi una bell'idea.

 Quella sera and a letto tutto contento: e prima di addormentarsi
diceva dentro di s: Domani o doman l'altro sar generale
daccapo... e allora, guai a Raffaello... Per vendicarmi di lui,
ordiner subito che la Cavalleria debba camminare sempre a
piedi!....

 Eppure  cos: i ragazzi vendicativi spesse volte sono anche ridicoli
nelle loro vendette!

VI.

 Indovinate un po', ragazzi, quale fu la bellissima idea (dico
bellissima, per modo di dire) che balen alla mente di Leoncino,
per dare una gran prova del suo coraggio e per riguadagnarsi il
grado di generale?

 Fu quella di sfidare i suoi cugini a chi avesse fatto il salto pi
alto e pi pericoloso. Figuratevi che bel giudizio!

 Io, disse subito Arnolfo, scommetto di saltare gli ultimi
cinque scalini della scala di casa.

 Bella bravura davvero!, replic Leoncino, con una spallucciata
di disprezzo. Quello  un salto che lo farebbe anche una
pulce.

 E io scommetto di saltare dalla finestra del fienile, disse
Raffaello.

 E noi, se vuoi scommettere, facciamo con te a chi salta meglio
la gora del mulino, dissero Gigino e Asdrubale, i due soldati
di fanteria.

 Io poi scommetto di saltare una buccia di fico, disse ridendo
Tonino, capitano d'ambulanza e nel tempo stesso ragazzino
pacifico e tranquillo, che faceva tutte le sue cose con flemma,
senza riscaldarsi mai di nulla; prova ne sia che non s'era nemmeno
accorto di quella memorabile scena, in cui il suo Generale
in capo, dopo essere stato degradato, aveva dovuto consegnare
la sciabola in presenza a tutta la soldatesca.

 Quando ognuno dei ragazzi ebbe detta la sua, Leoncino si fece
avanti e domand con aria baldanzosa di sfida:

 Chi di voi si sente il coraggio di saltare gi nell'orto dalla
terrazza del primo piano?.

 Io no davvero: c' da rompersi una gamba, rispose uno dei
ragazzi.

 Nemmen'io; c' da spaccarsi la testa, rispose un altro.

 Della testa me ne importerebbe poco, soggiunse Arnolfo
 ma il male gli  che ci sarebbe da strapparsi i calzoni, e per
l'appunto oggi ho i calzoncini nuovi!

 Leoncino sorrise allora d'un risolino maligno e canzonatore e
dopo aver dato un'occhiata di compassione a' suoi cugini, disse
con aria di smargiasso:

 Dunque voialtri quel salto non avete il coraggio di farlo?
Eppure io lo far, e quando l'avr fatto, vedremo se continuerete
a mettermi in ridicolo... e poi, perch? perch l'altro giorno
all'improvviso ebbi paura di una tartaruga. Dicerto, gua', se
avessi saputo che era una tartaruga, non sarei scappato.

 O per chi l'avevi presa?, domand Arnolfo ridendo. L'avevi
forse presa per un elefante?...

 Non dico un elefante... per, quella brutta bestia, a vederla
l fra l'erba, mi fece una certa impressione... un certo non so
che... Ma questo, siamo giusti, non vuol dire che in quel momento
non avessi coraggio...

 Tutt'altro replic Arnolfo col solito risolino vuol dire solamente
che avesti paura!...

 Paura io? per tua regola, a coraggio, vi rivendo quanti siete.

 Canta, canta, canarino!

 Arnolfo, non offendere!

 Io non t'ho offeso.

 Mi hai detto canarino.

 Canarino non  un'offesa: canarino gli  un uccellino con le
penne gialle.

 Ma io le penne gialle non ce l'ho!, grid Leoncino, riscaldandosi.

 Se non le hai, le potresti avere.

 A quest'ultima uscita di Arnolfo, tutti i suoi fratelli dettero in
un solennissimo scoppio di risa.

7. Allora Leoncino, lasciandosi vincere dalla bizza, fece l'atto di
volersi avventare contro il suo piccolo avversario: ma Raffaello,
svelto come uno scoiattolo, lo abbracci subito a mezza vita, e
tenendolo fermo, cominci a dirgli con una certa cantilena burlesca:

 La si calmi, sor Generale, via, la si calmi! La sia bonino!.

 E tutti gli altri ragazzi a ripetere in coro con la medesima cantilena:

 La si calmi, sor Generale, la si calmi! La sia bonino!....

 E l tanto dissero e tanto fecero che Leoncino, dimenticandosi
tutta la bizza che aveva addosso, cominci a ridere anche lui.

 Poi, voltandosi verso Arnolfo, gli domand:

 Mi dici perch te la prendi sempre con me?.

 Io me la prendo con te? Neanche per sogno. Eppoi, anche se
me la prendessi con te, credilo, ci sarebbe la sua brava ragione.

 Perch?

 Perch, volere o volare, fosti tu che mi mangiasti la colazione
quella mattina che feci da sentinella avanzata. E me ne ricorder
sempre!... ma oramai t'ho bell'e perdonato e non ci penso
pi. Per tutte le volte che quella colazione mi torna in mente,
sento sempre una certa vogliolina... o come chi dicesse, una tentazione
di ricattarmi... ma oramai ti ho bell'e perdonato e non
ci penso pi! E per l'appunto, che fame avevo quel giorno! Una
fame da lupi!... Abbi pazienza, Leoncino, se te lo dico: ma
quella celia fu una gran brutta celia e me la rammenter sempre
fin che campo... Meno male che oramai t'ho bell'e perdonato e
non ci penso pi!...

 Basta, basta! interruppe Raffaello, che cominciava ad annoiarsi.
 Andiamo piuttosto a vedere questo gran salto dalla
terrazza?

 S, s, vogliamo il salto, vogliamo il salto! gridarono tutti.

 Leoncino, a dir la verit, se ne sarebbe tirato indietro volentieri;
ma dopo essersi vantato tanto, non poteva pi scansare la
prova. Il suo amor proprio non gliel'avrebbe permesso!!! Perch
bisogna sapere che c' un amor proprio anche per i ragazzi:
molte volte  un amor proprio falso, un amor proprio grullo e
malinteso (come nel caso di Leoncino che, per amor proprio, si
metteva al rischio di rompersi il collo); ma i ragazzi hanno avuto
sempre il brutto vizio di voler ragionare su tutte le cose a modo
loro, e questa  stata sempre una gran disgrazia per loro e
per le loro famiglie.

CHI NON HA CORAGGIO NON VADA ALLA GUERRA 401

VIII.

 Leoncino esit un minuto... due minuti... poi, fatto un animo
risoluto, si mosse per andare sulla terrazza: non era per altro
entrato nell'uscio di casa, che si trov davanti lo zio Giandomenico,
il quale domand a lui e a quell'altre birbe-

 Dove andate con tanta fretta?.

 si va su in terrazza.

 In terrazza? A far che cosa?

 A... a... a prendere una boccata d'aria.

 Non  vero, sai, babbo!, disse subito Arnolfo, non si va a
prendere una boccata d'aria: ma si va in terrazza, perch Leoncino,
per far vedere che ha pi coraggio di noi, ha scommesso di
montare sul parapetto della terrazza e di saltare gi nell'orto.

 E' proprio vero che hai fatto questa scommessa? disse allora
lo zio, rivolgendosi al nipote. Tu dunque credi che il coraggio,
il vero coraggio, consista nell'affrontare senza alcun bisogno,
i pi grandi pericoli? nel saltare per semplice passatempo
dai primi piani? nel montar ritti sulla soglia delle finestre? nel
camminare in cima ai tetti? nel correre all'impazzata sulle spallette
dei fiumi? nell'arrampicarsi in vetta agli alberi? nell'andare
a bagnarsi dove l'acqua  pi alta, senza saper nuotare?...
No, carino mio, no: queste non son prove di coraggio: queste
sono temerit imperdonabili, queste sono bravure da matti, che
provano solamente la grande spensieratezza e il pochissimo giudizio
di voialtri ragazzi!

 A questa parlantina fatta co' fiocchi, il povero Leoncino rest
cos confuso, che non trovava il verso n di rispondere, n di
guardare in faccia lo zio.

 Intanto, tutto afflitto e mortificato, andava pensando dentro
di s:

 "E io che speravo di aver trovato il modo di riguadagnarmi il
grado di comandante!... mentre  proprio un miracolo se oggi
non ho perduto anche gli scevroni di caporale!...".

 Ma non si dette per vinto! Anzi, il giorno dopo, ricominci a
stillarsi il cervello per trovare qualche nuovo ammennicolo, che
valesse a dare una prova di quel coraggio, che egli non aveva,
ma che avrebbe voluto avere.

 Ora bisogna sapere che, dall'oggi al domani, era capitata appunto
nei dintorni di quella campagna una grossa volpe.

 Questa famelica bestia, spavento e flagello di tutti i pollai,
non solo mangiava i galli, le chiocce, le pollastre e le galline vecchie,
ma, occorrendo, divorava allegramente anche i pulcini e i

402 STORIE ALLEGRE

galletti di primo canto, senza nessun riguardo alla loro tenera
et.

IX.

 Sentendo parlar tanto di quella volpe, Leoncino domand al
guardaboschi dello zio:

 Dimmi, Tonio, come sono grosse le volpi?.

 Le volpi rispose il guardaboschi somigliano molto ai cani;
con questa differenza, che hanno la coda assai pi grossa, un
codone che pare una spazzola. Non le ha mai vedute, lei, le volpi?
,.

 Mai.

 Vuol vederne una?

 Una volpe viva?...

 No, morta. La trovai cinque anni fa nel bosco, l'ammazzai
con una schioppettata, e poi la volli impagliare... ossia, riempire
da me: ma non lo dico per vantazione, l' impagliata cos bene,
che c' da scambiarla per una volpe viva. Se lei vuol vederla,
venga a casa mia e potr levarsi questa curiosit.

 Quando posso venire?

 Anche domattina.

 A che ora?

 Di prima levata, avanti che io vada al bosco.

 Leoncino non intese a sordo. La mattina dopo si alz di bonissim'ora
e senza dir nulla ai suoi cugini, che erano sempre a
letto, and difilato a casa del guardaboschi.

 Quando fu l, l'amico Tonio lo condusse in una stanzuccia
terrena che serviva per le legna: e in un angolo di questo bugigattolo
c'era una bella volpe accovacciata con la testa alta e minacciosa,
con gli occhi di vetro, che parevano vivi e veri, e con
la bocca aperta in atto di ringhiare e di mostrare rabbiosamente
i denti.

 Alla vista di quella volpe, Leoncino ebbe, come chi dicesse,
una specie d'ispirazione improvvisa... e voltandosi al guardaboschi,
gli disse:

 Come  bella! Me la vuoi vendere?.

 Vendere? Che le pare! Piuttosto gliela regalo.

 Davvero?

 E gliela regalo volentieri: tanto pi che star meglio in casa
di lor signori, che in questa stanzuccia umida e senza luce, dove
c' il caso che, una volta o l'altra, me la mangino i topi.

 Dunque la posso prendere?

 La prenda pure: ma che la vuole portare da s alla villa?
 Sicuro che la voglio portare da me. La villa dello zio  cos
vicina!

 Gu: faccia lei.

 Leoncino, con l'aiuto del guardaboschi, si caric sulle spalle
la volpe, ripet i suoi ringraziamenti, e se ne and.

X.

 Intanto i cinque cugini, appena alzati da letto, domandarono
subito di Leoncino: ma Leoncino non c'era.

 Aspettarono un quarto d'ora, mezz'ora, un'ora, e Leoncino
non tornava: e gi cominciavano a mettersi in pensiero, quand'ecco
che finalmente Leoncino torn.

 Dove sei stato finora?, gli domandarono tutti insieme.

 Sono andato a fare un giro per questi dintorni; e sapete perch?
Per vedere se avevo la fortuna d'incontrare la volpe.

 La volpe non c' pi:  sparita da un pezzo, disse Raffael-

10.

 Come lo sai?

 Sono cinque giorni che non s' fatta pi rivedere, e tutte le
galline hanno gi ripreso a dormire i loro sonni tranquilli.

 E se la incontravi davvero?, disse Arnolfo.

 Se la incontravo? Tanto peggio per lei. Che avete paura,
voialtri, della volpe?

 Noi, s: dopo che abbiamo visto quelle povere galline sbranate
e poi lasciate per i campi...

 A me poi, disse Leoncino, la volpe non mi fa paura.

 Guarda un po' quanto coraggio hai messo fuori tutt'a un
tratto: o chi te l'ha prestato?, disse Arnolfo ridendo.

 Arnolfo, non ricominciare!... se no, ci guastiamo davvero.
Dunque si va o non si va?

 Dove?

 A far la nostra passeggiata militare e il solito rancio.

 Eccoci pronti!

 Per, come vostro caporale, voglio che oggi il rancio si debba
fare l, al principio del bosco, dov' quella foltissima macchia,
che si chiama... aiutatemi a dirlo.

 La macchia di Tentennino, urlarono i cinque ragazzi.

 Bravi! la macchia di Tentennino. Dunque sacco in spalla, e
via!

 Dopo venti minuti di marcia forzata, erano gi arrivati in vicinanza
della macchia: quando, tutt'a un tratto, il caporal
Leoncino, fermandosi e voltandosi ai soldati, grid loro con voce
sommessa:


404 STORIE ALLEGRE

 Alto! e fermi tutti!...
 Che cos' stato?...

 Guardate l, fra le frasche della macchia! non lo vedete quel
brutto muso, che sbuca fuori?

 Altro se lo vediamo! Quella  una volpe!...
 E' una volpe davvero!...

 Per me, torno subito indietro, disse Arnolfo impaurito.

 Anche noi, anche noi!, dissero gli altri fratelli.

 Dunque avete paura?..., grid Leoncino. Marmotte! tornate
pure indietro, ma io vado avanti!

 Leoncino, da' retta a noi, torna indietro anche tu, dicevano
i ragazzi, raccomandandosi e allontanandosi a passo di cari-

 Quando furono alla distanza di quattrocento metri si voltarono
a guardare, e videro Leoncino, presso la macchia, che tirava
bastonate a destra e sinistra, urlando come un tacchino spaventato.

 Questa lotta disperata dur un buon quarto d'ora. Alla fine il
valoroso caporale, appoggiatosi il bastone sulla spalla a uso fucile,
tutto glorioso e trionfante torn indietro a raggiungere i
suoi compagni, i quali gli si affollarono subito dintorno, ansiosi
di domandargli:

 Dunque? Come  andata a finire?.

 Bene.

 Ti ha graffiato? ti ha morso?

 si  provata due volte a prendermi il bastone coi denti per
inghiottirlo.

 L'hai ammazzata?

 Mi  fuggita sul pi bello... ma  fuggita in uno stato da far
piet... se campa fino a domani  un miracolo.

 A questo racconto, i cinque ragazzi si erano tanto riscaldati,
che non potendo pi frenare il loro entusiasmo, saltarono al
collo del cugino, lo abbracciarono, gli strinsero la mano, gli fecero
mille carezze, Arnolfo volle dargli perfino un gran bacio.

 Arrivati a casa, come  facile immaginarselo, andarono di
corsa dal babbo per raccontargli la gran prova di coraggio che
aveva dato Leoncino, combattendo a corpo a corpo con una
terribile volpe che pareva un leone.

 Leoncino, sentendo tutte queste lodi, non capiva pi nella
pelle dalla consolazione: e gi si figurava di aver riconquistato il
titolo di generale, la sciabola coll'impugnatura dorata, le spalli-

CHI NON HA CORAGGIO NON VADA ALLA GUERRA 405

ne color dello zafferano e il berretto con quella striscia bianca,
che luccicava come un gallone d'argento.

 Quand'ecco che sul pi bello entr in sala la serva, annunziando
che c'era Tonio, il guardaboschi, il quale desiderava di
vedere il signor Leoncino.

 Fatelo passar qui disse lo zio Giandomenico.

 E di fatti il guardaboschi si present, tenendo il suo cappello
in mano e portando sulla spalla una volpe impagliata, piena di
ammaccature e ridotta in cattivissimo stato.

 Che cosa vuoi, Michele?, domand lo zio.

 Dir, padrone lustrissimo: stamani ho regalato questa volpe
al sor Leoncino, che l'ha presa col dire che l'avrebbe portata alla
villa... ma viceversa poi, l'ho ritrovata per caso nascosta nella
macchia di Tentennino...

 Dove?, gridarono i ragazzi a una voce. Nella macchia di
Tentennino?...

 E nel dir cos, si scambiarono fra loro un'occhiata sbarazzina
e maligna, che tradotta in lingua parlata voleva dire: "Ora abbiamo
capito tutto!...".

 Il povero caporal Leoncino, vedendosi oramai scoperto, divent
di tutti i colori, come i segnali delle strade ferrate.

 E guardi, padron lustrissimo, continu il guardaboschi,
 come me l'hanno conciata questa povera bestia!... Se sapessi
chi s' preso il divertimento di bastonarla a questo modo, pover'a
lui!...

 Leoncino, che aveva le lacrime in pelle in pelle, usc di corsa
dalla stanza e and a rinchiudersi in camera.

 Venuta la sera, disse allo zio che voleva tornarsene subito a
casa sua, dal suo babbo e dalla sua mamma. Lo zio Giandomenico
si prov a sconsigliarlo e a farlo restare ancora per qualche
giorno: ma non ci fu verso.

 Mentre era sul punto di salire in tranvai, i suoi cugini (sempre
un po' monelli), lo baciarono e gli dissero addio: ma intanto gli
bisbigliarono in un orecchio:

 Continua a combattere con le volpi impagliate: ma ricordati
qualche volta il proverbio che dice: "Chi non ha coraggio, non
vada alla guerra".

L'avvocatino difensore
dei ragazzi svogliati e senza amor proprio

 Il suo nome era Tommaso: ma, in casa e fuori di casa, lo
chiamavano Masino.

 Masino aveva tutti i difetti, che pu avere un giovinetto della
sua et, fra gli undici e i dodici anni: disubbidiente, goloso, pigro,
dormiglione, nemico dell'acqua per lavarsi le mani e il viso,
coperto di frittelle e di strappi in tutti i vestiti che portava
addosso, spacciatore di bugie all'ingrosso e al minuto, ciarliero,
impertinente, rispondiero e avversario implacabile dei libri e
della scuola.

 La mamma lo sgridava: il babbo lo rimproverava: il maestro
lo puniva, i compagni di scuola lo canzonavano della sua buaggine;
ma il nostro Masino non se ne faceva n in qua, n in l.

 Quando avranno detto ben bene, si cheteranno! E con queste
parole, accompagnate da una spallucciata o da una scrollatina
di capo, rimetteva l'animo in pace.

 Un giorno, per altro, si ficc in testa di essere perseguitato
ingiustamente, e tenne fra s e s questo curioso ragionamento:

 "Tutti mi sgridano... tutti l'hanno con me!... E la ragione?
Alla fin de' conti, io faccio quel che debbono fare tutti i ragazzi.
La colpa, dunque, non  mia. La colpa  della mamma, la
quale non si cheta mai; la colpa  del babbo, che urla sempre...
la colpa  del maestro, che ha bisogno di farmi scomparire tutti
i giorni dinanzi a' miei compagni di scuola. Oh che bella cosa se
i babbi e le mamme qualche volta si correggessero della loro
smania di brontolare!... Oh! che bella cosa se i maestri si persuadessero
che dai ragazzi si pu pretendere tutt'al pi che vadano
a scuola... Ma pretendere che vadano a scuola e che studino,
mi pare una bella esigenza! Due cose a un tempo, chi  che
possa farle?".

 Batti oggi e batti domani con questi ragionamenti, Masino
ebbe finalmente una bellissima idea, e disse tutto contento:

 Se mi facessi il difensore dei ragazzi come me? Se scrivessi
un libro per dare una buona lezione ai babbi e alle mamme, e
per correggere questi signori maestri, che sono peggio di tutti?
Io non ho mai imparato a scrivere, ma ho sempre sentito dire
che si scrive come si parla. Io parlo bene, dunque debbo sapere
scrivere!... E pensare che il babbo e la mamma si ostinano a
mandarmi a scuola! Un momento: e che cosa potrei scrivere?
una Commedia col titolo I brontoloni?... Per la commedia, non
toccherebbe a me a dirlo, ci ho avuto sempre molta vocazione.
Anche la mamma, quando invento qualche bugia, dice sempre
che somiglio al Bugiardo di Goldoni. Dunque, se somiglio al
Goldoni, vuol dire che le commedie le so fare anch'io. E poi,
quando ho fatto la Commedia, chi me la recita? E se per disgrazia
me la fischiano? E il caso c', perch i babbi e le mamme,
con la scusa di condurre noialtri ragazzi al teatro, vanno sempre
alla commedia e alla farsa: e loro mi fischierebbero dicerto. O
non sarebbe pi liscia se scrivessi invece un bel raccontino, da
mettersi sui giornali? Cos mi salverei dal pericolo dei fischi, e
se mi scappasse qualche sproposito, nessuno ci guarderebbe,
perch il babbo dice sempre che i giornali sono pieni di spropositi
e di notizie false. S, s, voglio provarmi e subito.

 Detto fatto, il nostro Masino, si chiuse in camera: e presa la
penna e un foglio di carta, cominci il suo racconto con questo
titolo: UN RAGAZZINO MODELLO, ossia una buona lezione per i genitori e per i
maestri di scuola.
Poi seguit cos: Masino era il pi buon figliolo di questo mondo. Il suo
babbo
e la sua mamma lo sgridavano sempre, e lui li lasciava sgridare:
il suo maestro, per cavarsi il gusto di punirlo, gli levava la colazione,
e lui per prudenza faceva colazione prima di andare a
scuola.

 Ma venne finalmente un giorno, in cui i suoi genitori e il suo
maestro si accorsero d'avere un gran torto a fargli sempre de'
rimproveri, e allora le cose andarono di bene in meglio.

 Quando Masino qualche volta si dimenticava di lavarsi le mani
e il viso, la sua mamma, invece di sgridarlo, cominci a dirgli:

 Bravo Masino! Vedo che non ti sei lavato n il viso n le mani,
e hai fatto bene. Coll'acqua, bambino mio, non bisogna pigliarsi
mai confidenza. E' cos facile beccar delle infreddature e
dei mal di petto!... A quanto pare, ti sei alzato ora dal letto,
non  vero?

 S, mamma.

 Sai che ore sono? sono le nove: e tu alle otto avresti dovuto
andare a scuola...

 Che vuoi? Avevo sonno. e dormivo cos bene!...>

408 STORIE ALLEGRE

 Capisco, poverino! Il proverbio dice che chi dorme non piglia
pesci, ma tu, carino mio, non devi fare il pescatore: dunque,
se ti fa piacere, puoi dormire fino a mezzogiorno. E la lezione
l'hai fatta?...

 La volevo fare, ma poi me ne sono scordato...

 Tale e quale come me! Anch'io volevo andare dalla mia sorella,
e poi me ne sono scordata. Si vede proprio che sei figliolo
della tua mamma. E per colazione che cosa prenderesti?

 Prender il solito Caff e Latte...

 Ma rammentati, carino mio, di metterci dentro dimolto ma
dimolto zucchero. Lo zucchero si compra apposta per finirlo
subito, se no, va a male.

 E c'inzupper due fettine di pane.

 No, angiolo mio, ci devi inzuppare due semelli, e bene imburrati,
perch il burro fa bene alla gola e aiuta la digestione. E
a scuola ci vuoi andare oggi?

 Senti, mamma, non ci anderei...

 E' appunto quello che volevo dirti io. Per andare a scuola c'
sempre tempo. Sai piuttosto che cosa farei, se fossi in te? Anderei
a giocare a palla fino a mezzogiorno: poi tornerei a casa a
fare uno spuntino con una bella fetta di rosbiffe, un piatto di
maccheroni con sopra due dita di cacio parmigiano, e una bella
torta ripiena di panna montata. E se dopo lo spuntino, vorrai
studiare un po' la lezione...

 Ecco, mamma, se invece di studiar la lezione, andassi a giocare
a trottola nei viali delle Cascine?

 Benissimo! Si vede proprio che sei un ragazzino pieno di
giudizio. La trottola, alla tua et,  molto pi utile della Geografia
e della Storia. Che bisogno c' di studiare la Storia quando
tutto il mondo  pieno di storie? Dunque, addio carino: io
scappo a fare una visita alla mia sorella, e tu cerca di divertirti
pi che puoi, e non studiar tanto!... (tornando indietro) Mi raccomando:
non studiar tanto! (tornando indietro una seconda
volta) Non studiar tanto, perch a studiare c' sempre tempo!...

Fra babbo e figliolo

 Masino, pochi giorni dopo, and in camera a cercare il suo
babbo (il quale si era corretto del bruttissimo vizio di brontolare)
e gli disse:

 Sai, babbo, che cosa mi ha fatto il maestro?.

 Che ti ha fatto?

L'AVVOCATINO DIFENSORE 409

 Con la scusa che ho sbagliato a rispondere nell'Aritmetica,
mi ha messo in penitenza...

 Ma queste son cose orribili!... Lo racconter ai carabinieri!...

 Senti, babbo; io non voglio pi andare a scuola.

 Io farei come te. A che serve la scuola? La scuola non  altro
che un supplizio inventato apposta per tormentare voialtri
poveri ragazzi.

 Capisci? Mettermi in penitenza perch l'Aritmetica non
vuole entrarmi nella testa! Sta' a vedere che un libero cittadino
non  padrone di non saper l'abbaco? Perch anch'io sono un
libero cittadino, ne convieni, babbo?

 Sicuro che ne convengo.

 Il mio maestro  un buon omo: ma  un omo piccoso. Figurati!
pretenderebbe che i suoi scolari dovessero studiare!...

 Pretensioni ridicole! Se viene a dirlo a me, non dubitare che
lo servo io.

 Dovresti andare a trovarlo!

 Vi ander sicuro: e gli dir che i maestri possono pretendere
che i loro scolari sappiano la lezione... ma obbligarli a studiare,
no, no, mille volte no.

 La volont  libera, ne convieni, babbo?

 Sicuro che ne convengo, e quando un ragazzo dice: "Io non
voglio studiare" nessuno pu costringerlo.

 Figurati! Pretenderebbe che, durante la lezione, i suoi scolari
stessero tutti zitti! Com' possibile di stare zitti quando si sente
la voglia di parlare?

 Hai mille ragioni! Che forse la parola venne data all'uomo,
perch a scuola stesse zitto? Lascia fare a me: domani vado a
trovarlo, e gli dir il fatto mio.

A scuola

 E il babbo and davvero a trovare il maestro, e gli fece una
bella lavata di capo, da ricordarsene per un pezzo: tant' vero
che quando Masino torn a scuola, il maestro gli si fece incontro
tutto mortificato, e tenendo il berretto in mano, gli disse:

 Scusa, sai, Masino, se l'altro giorno ti messi in penitenza.
Fu uno sbaglio, perdonami: tutti si pu sbagliare in questo
mondo. Che cosa avevi fatto, povero figliuolo, da meritarti
quel gastigo? Non avevi imparato la lezione... Ma  forse questa
una mancanza? Che forse gli scolari hanno l'obbligo di saper
la lezione? Non ci mancherebb'altro! Animo, via, perdonami
e non se ne parli pi! Fammi intanto vedere i tuoi quinterni!
Benissimo! Sono tutti coperti di scarabocchi! Gli scarabocchi
sui quinterni provano che lo scolaro  un ragazzino pulito e che
studia bene. Ti dar sette meriti per gli scarabocchi. I ragazzi di
buona volont, come te, vanno sempre incoraggiati. Vediamo
ora i tuoi libri. Arcibenissimo! Questi libri tutti strappati e
sbrindellati, sono una bella prova che sai tenerne di conto. La
prima cosa che deve fare uno scolaro perbene e veramente studioso,
 quella di sciupare i libri di scuola. Ti dar cinque meriti
per i libri sciupati. Se domani poi, venendo a scuola, ne perderai
qualcuno per la strada, ti aggiunger altri cinque meriti, perch
la cosa possa servir d'esempio a' tuoi compagni. E questa
macchia, che hai qui sul davanti della camicia, come mai te la
sei fatta?.

 Me la son fatta stamani, nel leccare lo zucchero in fondo alla
chicchera.

 E' una macchia che ti torna benissimo a viso. Io ho avuto
sempre a noia gli scolari con la camicia pulita. Gli scolari mi
piacciono, come te, tutti coperti di macchie e di frittelle. Ti dar
sei meriti per quella bella macchia di caff e latte. Ne meriterebbe
di pi, ma per oggi tiriamo via. Dimmi, Masino: hai studiato
la lezione di Grammatica?

 Sissignore.

 Dimmi, dunque, quante lettere ci vogliono per formare una
sillaba?

 Cos, all'improvviso, non saprei dirlo...

 Benissimo. Me lo dirai un'altra volta. E l'Abbaco l'hai studiato?

 Sissignore.

 Che cosa rappresenta una crocellina cos + posta fra due
numeri?

 Ecco... dir... che rappresenta una croce...

 Oggi non sei in vena a rispondere. Mi risponderai un'altra
volta. E la Geografia l'hai imparata?

 Sissignore.

 Sentiamola. In quante parti si divide comunemente l'Italia?

 In quattro parti: Italia di sopra, Italia di sotto, Italia nel
mezzo, e Italia...

 Italia come?...

 Italia... da una parte.

 Non  precisamente cos, ma mi risponderai meglio un'altra
volta. Eccoti intanto dieci meriti per la franchezza, con la quale
hai risposto a tutte le mie domande.

 Agli esami della fin dell'anno, il bravo Masino si fece moltis-

L'AVVOCATINO DIFENSORE 411

simo onore, e il suo babbo e la sua mamma gli regalarono venti
pasticcini e un panforte di Siena.

La morale della Favola

 L'autore offr questo suo Racconto a parecchi giornali, ma
nessuno volle accettarlo. I pi benigni si contentarono di ridergli
in faccia. Allora il nostro amico si consol dicendo:

 Peccato che nessuno abbia voluto pubblicarmi questo Racconto!
Che bella lezione sarebbe stata per i genitori brontoloni e
per i maestri tiranni!... Ma oramai ci vuol pazienza! e i ragazzi,
con la scusa di farli studiare, si troveranno sempre perseguitati!...
..

Quand'ero ragazzo!

 Mille anni fa, anch'io ero un ragazzetto, come voi, miei cari e
piccoli lettori: anch'io avevo, su per gi, la medesima vostra
et, vale a dire fra gli undici e i dodici anni.

 E com' naturale, dovevo ancor'io andare tutti i giorni alla
scuola, salvo il gioved e la domenica. Ma i gioved, nel corso
dell'anno, erano cos pochi!... Appena uno per settimana! E le
domeniche?... Le domeniche era grazia di Dio, se ritornavano
una volta ogni otto giorni.

 Anch'io andavo a scuola: ma non saprei dirvi se la mia scuola
fosse elementare, o ginnasiale, o liceale, perch mille anni fa,
ossia a' miei tempi, la scuola si chiamava semplicemente scuola,
e quando noi altri ragazzi si diceva scuola, s'intendeva parlare
di una stanza piuttosto grande e quasi pulita, nella quale eravamo
costretti a passare circa sei ore della giornata, e dove qualche
volta s'imparava anche a leggere, a scrivere e a far di conto.

 La scuola, alla quale andavo io, era una bella sala di forma
bislunga, rischiarata da due finestre laterali, e con un gran finestrone
nella parete di fondo, il quale stava sempre chiuso, rimanendo
nascosto dietro una grossa tenda di colore verdone-cupo.

 Presso le due pareti, a destra e a sinistra della cattedra del
maestro, ricorrevano due lunghissimi banchi per gli scolari.

 Gli scolari seduti a destra si chiamavano Romani, e quelli a
sinistra, avevano il soprannome giocoso di Cartaginesi.

 Tanto gli uni che gli altri erano capitanati da un imperatore: e
per la dignit d'Imperatore si capisce bene che venivano scelti i
due scolari, che nel corso del mese avevano ottenuto un maggior
numero di meriti, sia per buoni portamenti, sia per lodevole
prova fatta nelle lezioni giornaliere.

 Una volta, me lo rammento sempre, il posto d'Imperatore dei
Romani, tocc anche a me: ma fu una gloria passeggera. Dopo
due ore appena di regno, per una delle mie solite birichinate, il
maestro mi fece scendere dal seggio imperiale, e fui riconfinato
in fondo alla panca. Eppure, sia detto per la verit, ebbi tanta
forza da sopravvivere a quella sciagura, e in pochi minuti seppi
darmene quasi pace. Si vede proprio che, fin da ragazzo, io non
ero nato per far l'imperatore.

 E ora indovinate un po', in tutta la scuola, chi fosse lo scolaro
pi svogliato, pi irrequieto e pi impertinente?

 Se non lo sapete, ve lo dir io in un orecchio: ma fatemi il
piacere di non starlo a ridire ai vostri babbi e alle vostre mamme.

 Lo scolaro pi irrequieto e impertinente ero io. Non passava
giorno che non si sentisse qualche voce gridare:

 Signor maestro, che fa smettere Collodi?.

 Che cosa fa Collodi?

 Mangia le ciliegie, e poi mi mette tutti i n@ccioli nelle tasche
del vestito.

 Allora il maestro scendeva dal suo seggio: mi faceva sentire il
sapore acerbo delle sue mani secche e durissime, come se fossero
di bossolo, e mi ordinava di cambiar posto.

 Dopo un'ora che avevo cambiato posto, ecco un'altra voce
che gridava:

 Signor maestro, che fa smettere Collodi?.

 Che cosa ti fa Collodi?

 Acchiappa le mosche e poi me le fa volare dentro gli orecchi.

 Allora il maestro, dopo avermi dato un altro saggio della magrezza
e della durezza delle sue mani, mi faceva mutar posto
daccapo.

 Fatto sta che a furia di mutar posto tutti i giorni, sulla panca
dei Romani non c'era pi un romano che volesse accettarmi per
suo vicino.

 Fui mandato, per ultimo ripiego, fra i Cartaginesi: e mi trovai
accanto al pi buon figliolo di questo mondo, un certo Silvano,
grasso come un cappone sotto le feste di Natale, il quale
studiava poco, questo  vero, ma dormiva moltissimo, confessando
da se stesso che dormiva pi volentieri sulle panche di
scuola che sulle materasse del letto.

 Un giorno Silvano venne a scuola con un paio di calzoni nuovi
di tela bianca. Appena me ne accorsi, la prima idea che mi
balen alla mente fu quella di dipingergli sui calzoni un bellissimo
quadretto, a tocco in penna. Tant' vero che quando l'amico,
secondo il suo solito, si fu appisolato coi gomiti appoggiati
al banco e con la testa fra le mani, io, senza mettere tempo in
mezzo, inzuppai ben bene la penna nel calamaio, e sul gambale
davanti gli disegnai un bel cavallo, col suo bravo cavaliere sopra.
E il cavallo lo feci con la bocca aperta in atto di mangiare
dei grossi pesci, perch cos si potesse capire che questo capola-

414 STORIE ALLEGRE

voro era stato fatto di venerd, giorno in cui generalmente tutti
mangiano di magro.

 Confesso la verit: ero contento di me. Pi guardavo quel
mio bozzetto, e pi mi pareva di aver fatto una gran bella cosa.

 Cos, per, non parve al mio amico Silvano: il quale, svegliandosi
dal suo pisolino e trovandosi sui calzoni bianchi dipinto
con l'inchiostro un soldato e un cavallo che mangiava i pesci,
cominci a piangere e a strillare con urli cos acuti, da far credere
che qualcuno gli avesse strappato una ciocca di capelli.

 Che cosa ti hanno fatto? grid il maestro, rizzandosi in
piedi e aggiustandosi gli occhiali sul naso.

 Ih!... ih!... ih!... Quel cattivaccio di Collodi mi ha dipinto
tutti i calzoni bianchi!... E dicendo cos, alz in aria la gamba,
mostrando il disegno fatto da me con tanta pazienza e, oserei
dire, con tanta bravura.

 Tutti risero, ma il maestro disgraziatamente non rise. Anzi,
invece di ridere, scese gi dal suo banco, tutto infuriato come
una folata di vento; e senza perdersi in rimproveri e parlantine
inutili... Basta! per un certo sentimento di pudor naturale, rinunzio
a descrivervi i diversi argomenti maneschi, che egli pose
in opera per farmi guarire dalla strana passione di dipingere i
calzoni de' miei compagni.

 Peraltro, finita la scuola, il povero Silvano non voleva a nessun
costo tornare a casa, vergognandosi a farsi vedere in mezzo
alla strada con quella pittura, a tocco in penna, sulla gamba sinistra.
Allora che cosa immaginai? Tanto per abbonirlo, gli appuntai
sul davanti un foglio di carta bianca: il qual foglio, scendendogli
gi fino al ginocchio, a guisa di grembiule, nascondeva
agli sguardi indiscreti del pubblico e dei ragazzacci di strada il
mio bellissimo capolavoro.

 Il giorno dopo fu per me una giornata nera, indimenticabile.

 Appena entrato nella scuola, il maestro, con un cipiglio da
far paura, mi disse, accennandomi un banco solitario in fondo
alla scuola:

 Prendi i tuoi libri e i tuoi quaderni, e va' a sederti laggi!
Cos ti troverai sempre solo e isolato da tutti... e cos pagherai
caro il bruttissimo vizio di molestare i compagni, che hanno la
disgrazia di starti vicini.

 Mogio, mogio, come un pulcino bagnato, chinai il capo e ubbidii.

 Per il primo e il secondo giorno tollerai con rassegnazione la
mia solitudine: ma il terzo giorno non ne potevo pi: proprio

QUAND'ERO RAGAZZO 415

non ne potevo pi. I compagni mi guardavano e ridevano: mi
pareva di essere in berlina.

 Dietro le mie spalle, come sapete, rimaneva un gran finestrone
sempre chiuso e sempre coperto da una tenda di grossissima
tela verdone-cupo. In un momento di gran noia e mentre cercavo
qualche passatempo per divagarmi, ecco che mi venne fatto
di accorgermi che in quella tenda e precisamente all'altezza del
mio capo, c'era un piccolissimo bucolino. Appena visto quel
bucolino, il mio primo pensiero fu quello di allargarlo un poco
per giorno, e di allargarlo fino al punto, da poterci passar dentro
con tutta la testa.

 Questo lavoro dur quasi una settimana, perch la tela della
tenda era molto ruvida e resistente.

 Alla fine, quando il bucolino divent una buca, feci subito
segno ai miei compagni di scuola di stare attenti, perch avrebbero
visto un magnifico spettacolo. Detto fatto, approfittando
di quel momento che il maestro stava rileggendo i nostri componimenti,
entrai dietro la tenda e cominciai a lavorare col capo.
La buca era grande: ma il mio capo era pi grande, e non ci voleva
entrare: io, per, pigiai tanto e poi tanto, che finalmente il
capo c'entr.

 Figuratevi la risata sonora che scoppi in tutta la scuola,
quando la mia testa fu vista campeggiare in mezzo a quella tenda
verdona, come se qualcuno ce l'avesse attaccata con quattro
spilli. Ma il maestro, al solito, non volle ridere: e invece, movendosi
dal suo banco, venne verso di me in atto minaccioso.
Io, come  naturale, mi provai subito a levare il capo dalla tenda:
ma il capo, che c'era entrato forzatamente, non voleva pi
uscire.

 La mia paura in quel punto fu tale e tanta, che cominciai a
piangere come un bambino.

 Allora il maestro si volt agli scolari, e in tono canzonatorio
disse loro:

 Lo vedete l, il vostro amico Collodi, tanto buono, tanto
studioso, tanto garbato co' suoi compagni di scuola? Non vedete,
poverino, come piange? Movetevi dunque a compassione di
lui: alzatevi dalle vostre panche e andate a rasciugargli le lacrime!.

 Vi lascio immaginare se quelle birbe se lo fecero dire due volte!
Ridendo e schiamazzando, si schierarono in fila a uso processione:
e passando a due per due dinanzi a me, mi strofinarono
tutti il loro fazzoletto sul viso! E pensare che fra quei fazzoletti
da naso, ve n'erano parecchi che non avevano mai visto in
faccia n la lavandaia n la stiratora. Meno male che, a quell'et,
tutti i nasi son fratelli fra loro!

416 STORIE ALLEGRE

 La lezione fu acerba, ma salutare. Da quel giorno in poi mi
persuasi che a fare i molesti e gl'impertinenti, si finisce nelle
scuole per perdere la benevolenza del maestro e la simpatia dei
nostri compagni. Diventai un buon figliuolo anch'io: rispettavo
gli altri, e gli altri rispettavano me: e dopo un mese di lodevoli
portamenti, fui nominato daccapo Imperatore dei Romani. I
romani, per della mia scuola, invece di darmi il titolo di Maest,
continuarono sempre a chiamarmi col modestissimo nome
di Collodi.

Una mascherata di Carnevale
ossia i sotterfugi

I.

 Ogni volta che Cesarino andava o tornava dalla scuola, aveva
preso il vizio di fermarsi a tutte le cantonate per leggere i cartelli
dei teatri.

 Questa era la sua grande passione.

 E se per caso i cartelli annunziavano qualche commedia tutta
da ridere, allora Cesarino cominciava subito a spappolarsi dalle
risa, tale e quale come se si fosse trovato in teatro.

 Un giorno (sul finire di Carnevale) gli venne fatto di leggere
un gran cartellone che diceva cos:

R. TEATRO PAGLIANO
Domenica sera gran Festa di Ballo
con ingresso alle Maschere.
La mascherata che sar giudicata
pi bella e pi sfarzosa
Ricever un premio di Cento lire.

 Appena letto quel cartello, il nostro Cesare non ebbe pi bene
di s.

 Nel tornare a casa, andava fantasticando:

 Se quelle cento lire le potessi vincere io!... Che bel signore
che diventerei!... Metterei su carrozza e cavalli!... comprerei
una bella villa con tanti poderi... e poi, tutti i quattrini che mi
rimanessero in tasca, li darei alla mamma per le spese di casa...
Eppure!... se avessi coraggio, tenterei davvero la fortuna! Chi
mi dice che la mascherata inventata da me non riuscisse la pi
bella di tutte?... Per inventare una mascherata non ci vuol poi
un gran talento!... Non  come il latino o la grammatica, ch
quelle sono due cose uggiose, e per impararle bisogna essere
sgobboni... Qui basta avere un po' di genio! A buon conto, non
bisogna dir nulla a nessuno; specialmente a' miei fratelli. Guai
se Orazio e Pierino sapessero qualche cosa!.

 Nel dir cos, si trov quasi senza avvedersene alla porta di casa,
e son il campanello.

418 STORIE ALLEGRE

 Orazio, per l'appunto il suo fratello Orazio, fu quello che
apr.

 Giusto te!, disse Cesare con aria di gran mistero appena
entrato in casa.

 Che t'hanno fatto?

 Nulla... Ho detto cos per ischerzo.

 Eppure, a vederti in viso, si direbbe...

 Nulla, ti ripeto, nulla. Se fossi matto a confidarmi con
te!...

 Hai forse qualche segreto?

 Vedi! Se te lo dicessi, saresti capacissimo di andarlo subito a
raccontare alla mamma. La mascherata la far... oramai ho
detto di farla... e la far: ma te e Tonino non dovete saperne il
gran nulla.

 Quale mascherata?

 Quella per andare domenica al teatro Pagliano, a vincere il
premio...

 E il premio sarebbe?

 Cento lire alla pi bella maschera della serata. Non lo dire a
nessuno... ma la pi bella maschera sar io... capisci?...

 Allora voglio mascherarmi anch'io...

 Ma zitto, per carit: e non dir nulla a nessuno: specialmente
a Pierino, che anderebbe subito a rifischiarlo alla mamma.

 Ti pare che voglia dirlo a Pierino? Piuttosto mi taglierei la
lingua... Eccolo!...  lui!

 In quel mentre entr nella stanza, ballando e saltando, un ragazzetto
di circa nove anni. Era Pierino, il minore de' tre fratelli:
il quale, senza perder tempo, grid strillando come una calandra:

 Ditemi, ragazzi, si fa a mosca-cieca?.

 Abbiamo altro per la testa, rispose Cesare.

 Giusto a mosca-cieca!, soggiunse Orazio.

 Pierino guard maravigliato i suoi fratelli: e poi domand:

 Che vi  accaduto qualche disgrazia?.

 Finiscila, gua', giuccherello!, disse Orazio.

 O dunque?...

 Tu sei un gran curioso! E a farlo apposta non devi saper
nulla!...

 Nulla! il gran nulla!...

 E poi, siamo giusti, le mascherate non sono cose per te.

 Non sono cose da ragazzucci della tua et.

 Che vuoi che il premio lo diano a te?

 Sarebbe dato benino, e non canzono!

 Ma di che premio parlate?

UNA MASCHERATA DI CARNEVALE 419

 Delle cento lire, che daranno domenica sera al teatro Pagliano...

 A chi le daranno?..., domand Pierino, spalancando gli
occhi.

 A te no di certo. Ma forse a me..., disse Cesare.

 E a me, soggiunse Orazio.

 Che andate in maschera, voialtri?

 Lo dicono.

 E dove andate?

 Al teatro Pagliano.

 E quando?

 Domenica sera.

 Oh! bene! oh bene!, grid Pierino. Allora ci vengo anch'io.

 Ma zitto! E non dir nulla a nessuno: specialmente alla mamma.

 Per chi mi avete preso? per una spia?

 A proposito, disse Cesare, come ci dovremo mascherare?

 Io non lo so, disse Pierino.

 Neanch'io, soggiunse Orazio.

 Silenzio tutti! M' venuta in capo una bella idea! Ma proprio
bella...

 Sentiamola.

 Ditemi, ragazzi; le volete davvero queste cento lire?

 A me mi pare che tu ci canzoni...

 Io non canzono nessuno. Le volete, s o no, queste cento lire?

 Io son contento se me ne dai quaranta, disse Pierino, ma
le voglio tutte in soldi, perch le mi fanno pi figura.

 Se volete queste cento lire, date retta a quel che vi dico. Domenica
sera ci dobbiamo mascherare tutti e tre, e la nostra mascherata
deve somigliare a quella stampa colorita, che port a
casa l'altro giorno lo zio Eugenio...

 Quale stampa?..., domand Orazio.

 Quella che rappresenta la famiglia del gobbo Rigoletto.

 E chi  questo Rigoletto?, chiese Pierino.

 Non lo conosci? Gli  quel gobbo rifatto in musica dal maestro
Verdi... quello che dice:

La donna  mobile
Col fiume a letto...

 S' capito, s' capito, disse Orazio.

 Io, com' naturale, riprese Cesare, mi vestir da Re di
Francia, e tu...

420 STORIE ALLEGRE

 Mi dispiace di non essere gobbo, disse Orazio, perch mi
vestirei tanto volentieri da Rigoletto!

 Al gobbo ti ci penso io: lascia fare a me...

 E io?, domand Pierino.

 Tu ti vestirai da Gilda, figliola di Rigoletto.

 Io da figliola? Io per tua regola non faccio da figliola a nessuno:
sono nato uomo e voglio mascherarmi da uomo: ne convieni?

 Benissimo: vuol dire che invece di vestirti da figliola ti vestirai
da figliolo di Rigoletto... Che vuoi che Rigoletto non avesse
in famiglia nemmeno un maschio?

 Cos mi piace e ci sto.

 E i tre fratelli, contenti di questa bellissima trovata, cominciarono
a ballare in tondo per la stanza, come se avessero gi
guadagnato le cento lire del premio.

 Quand'ecco che Pierino, fermandosi tutt'a un tratto, domand
a' suoi fratelli:

 Scusate, ragazzi, e i quattrini per comprare i vestiti da maschera
dove sono?.

 Nessuno rispose.

 E i quattrini per entrare in teatro, chi ce li da?

 La solita risposta.

II.

 Quella sera andarono a letto mogi mogi. Cesare dormiva solo,
e in un altro lettino accanto al suo, dormivano Orazio e Pie -
rino.

 Peccato!, disse Cesare con un gran sospiro, prima di addormentarsi.
 Quelle cento lire erano proprio nostre! Nessuno
ce le poteva levare...

 Sfido io!..., brontol Orazio.

 In quanto a Pierino non pot dir nulla, perch russava come
un ghiro.

 La mattina dopo, sul far del giorno, Cesare svegli i suoi fratelli
gridando:

 Allegri, ragazzi, allegri!... Ho bell'e trovato il modo di far
la mascherata!.

 Davvero?, disse Orazio, allungandosi e sbadigliando.

 Quale mascherata?, domand Pierino, col capo sempre fra
il sonno.

 Ora vi dir tutto. Volete sapere chi ci dar il vestiario?... Indovinatelo!
Ce lo dar lo zio Eugenio.

 Lo zio Eugenio (un gran capo-ameno) era fratello della mam-

UNA MASCHERATA DI CARNEVALE 421
ma dei ragazzi, e stava con gli altri in famiglia, avendo nella medesima
casa anche il suo Studio di pittura.

 E come fai a sapere che il vestiario ce lo dar lui?

 Ne sono sicuro... perch glielo porteremo via di nascosto.

 Lo zio, dunque, ha tutto il vestiario per il Rigoletto

 Non  precisamente il vestiario del Rigoletto, ma ci corre
poco. Sono strisce di raso rosso, verde, turchino, di tutti i colori:
e con quelle strisce noi ci faremo i calzoni, i vestiti e i berretti...

 Ma se tu fai da Re di Francia, ti ci vorr la corona di Re,
disse Orazio.

 Come sei ignorante!, replic Cesare con una scrollatina di
capo. Ma non sai che i Re di una volta, quando andavano a
spasso, non portavano in capo n corona n cappello?

 O quando pioveva, come facevano?, domand Pierino.

 Pigliavano l'ombrello, o se no, rimanevano in casa. Anche
noialtri si sarebbe fatto cos, ne convieni?

 Tu discorri bene, soggiunse Pierino, ma nella Storia Romana
non c' detto che gli Imperatori andassero fuori con l'ombrello...

 E tu ci credi alla Storia Romana? Povero bambino, lo spendi
bene Li tu' tempo!...

 Per farla breve, i tre fratelli entrarono nello studio dello zio,
mentre lo zio era sempre a letto, e da una vecchia cassapanca gli
portarono via un grosso fagotto di calzoni di seta, di sottoveste
e di giubbe di raso e altre anticaglie d'ogni modello e colore.

 Poi corsero a dare un'occhiata a quella famosa stampa che
rappresentava - per dir come dicevano loro - tutta la famiglia
di Rigoletto: e presi i necessari appunti, si rinchiusero in camera
a lavorare.

 Pierino, dopo averci pensato ben bene, si rassegn a vestirsi
da figliuola, invece che da figliuolo, e Cesare, avendo trovata
una corona reale di cartone dorato, si rassegn a portarla in capo.

 La mattina dopo... volete crederlo? tutto il vestiario, a furia
di spilli, di aghi e di punti infilati a caso, era gi in ordine.

 Come facessero, non saprei dirvelo davvero. Io so una cosa
sola, ed  questa: che i ragazzi, anche quelli di poca levatura, dimostrano
sempre moltissimo ingegno quando lavorano per i loro
balocchi.

 E i quattrini per entrare a teatro? Dove trovarli? Da chi farseli
imprestare?

 Chiederli alla mamma era inutile, perch sarebbe stato lo
stesso che scoprire tutto il sotterfugio combinato fra loro.

 A buon conto, avevano saputo che il biglietto d'ingresso al

422 STORIE ALLEGRE

teatro costava una lira: dunque, essendo in tre, ci volevano almeno
tre lire.

 Inventando una scusa di libri da comprare, si provarono a
chiederle allo zio Eugenio: e lo zio, famoso per queste burle, rispose
subito:

 Volete tre lire sole? Io non faccio imprestiti cos meschini!
Chiedetemi cento, duecento, mille lire... e allora c'intenderemo....

 Gua', disse Pierino, se lei ci fida anche cento lire, noi le si
pigliano volentieri.

 Sicuro che ve le fido! E perch non ve le dovrei fidare?

 Dunque la ce le dia.

 Portatemi il calamaio e un pezzo di foglio bianco.

 Quand'ebbe l'occorrente, lo zio scrisse sopra il pezzo di foglio:

 Pagherete ai miei nipoti Cesare, Orazio e Pierino lire cento, che segnerete
a mio debito.

Lo zio

 E ora, domand Cesare, da chi si vanno a prendere queste
cento lire?

 Alla Banca de' Monchi.

 E dov' questa Banca?

 Qui svolto. Appena usciti di casa, tirate gi a diritta, poi
trovate una piazza, poi svoltate a sinistra, poi girate in dietro,
traversate il ponte e appena fuori della barriera, l c' subito la
Banca de' Monchi.

 I tre ragazzi stettero attentissimi: ma non capirono nulla.

 Fatto sta che Cesare, invece di andare a scuola, gir per tutta
la citt; e a quanti domandava della Banca de' Monchi, tutti lo
guardavano in viso e ridevano.

 Tornato a casa, disse a' suoi fratelli:

 Lo zio ce l'ha fatta!.

 Cio?

 La Banca de' Monchi  una sua invenzione.

 E ora come si rimedia?

 Il rimedio ce l'avrei...

 Dillo, dillo subito!, gridarono Orazio e Pierino.

 ci state voialtri a vendere i libri di scuola?

 Magari!... e poi come si ricomprano?

 Con le cento lire del premio!

 Benissimo! E cos li avremo tutti novi.

 E tutti rilegati...

 A furia di discorrere e di ragionarci su, quei tre monelli fini-
rono per persuadersi che, a vendere i loro libri di scuola, facevano
un'operazione d'oro.

 Lo stesso giorno, Cesare, con un fagotto sotto il braccio, and
in cerca di un rivenditore di libri usati: e quand'ebbe in tasca
le tre lire, gli parve di aver toccato il cielo con un dito.

III.

 La sera che dovevano andare al teatro, finsero tutti e tre di
avere un gran sonno: e come fecero bene la loro parte in commedia!...

 Io non posso pi tenere gli occhi aperti, diceva Cesare.

 Io dormo e cammino, diceva Orazio.

 Un sonno come stasera, non l'ho avuto mai, diceva Pierino.

 Se avete sonno, disse la loro mamma,  una malattia che
si guarisce presto! Andate a letto e non se ne parli pi.

 I tre ragazzi non se lo fecero ripetere: presero il loro candeliere
e si chiusero in camera.

 E' meglio che ci vestiamo subito, disse Cesare.

 E poi?

 E poi s'entra a letto.

 E quando viene la mamma a darci il solito bacio di tutte le
sere?... Se ci trova vestiti da Rigoletti?...

 Che discorsi! Prima di chiamar la mamma, si spenge la candela.

 E se la mamma entra in camera col suo bravo lume acceso?

 Hai ragione. Bisogna ricordarsi di star coperti perbene fino
al collo...

 I tre ragazzi, in un batter d'occhio, s'infilarono i loro calzoni
e le loro gualdrappe di seta, e si nascosero sotto i lenzuoli, lasciando
fuori solamente la testa.

 Dopo poco venne la mamma, e dato loro un bacio e la buona
notte, accost la porta di camera.

 Ora, disse Cesare, bisogna stare in orecchio, per sentire
quando la mamma va a letto. Attenti, dunque, e non ci lasciamo
prendere dal sonno.

 Dal sonno?, disse Orazio. Io per tua regola, son bono a
stare sveglio fino a domani.

 O io?, disse Pierino. Quando devo andare al teatro, non
c' caso che mi addormenti mai.

 Lascio pensare a voi come rimasero la mattina dopo, quando
svegliandosi, si trovarono tutti e tre nel letto, mascherati!

424 STORIE ALLEGRE

 Meno male, disse Cesare, che domani sera c' un'altra festa
da ballo. Anderemo a quella.

 E il premio delle cento lire?, domandarono Orazio e Pierino.

 C' anche il premio.

 Lesti lesti saltarono il letto, lesti lesti si spogliarono da Rigoletti
e si rivestirono da ragazzi, e lesti lesti nascosero tutto il loro
bagaglio in fondo a un piccolo armadio a muro.

 Arrivati alla sera dipoi, ripeterono la medesima scena della
gran sonnolenza e dell'entrare sotto i lenzuoli bell'e vestiti cogli
abiti da maschera. Appena, per, si accorsero che la mamma,
dopo averli baciati, era rientrata nella sua camera, saltarono dal
letto e si posero a girandolare in su e in gi, tanto per non lasciarsi
tradire dal sonno.

 Aspetta, aspetta, aspetta, finalmente dopo un secolo sonarono
le dieci.

 Dunque si va, o non si va? Se vogliamo andare, questa sarebbe
l'ora, disse Cesare.

 E la chiave di casa l'hai presa?, domand Orazio.

 Eccola qui.

 E tu, Pierino, a che cosa pensi?

 Per me, se si deve andare, andiamo: ma il core mi dice che
questi sotterfugi ci porteranno disgrazia. Se la mamma, nel tempo
che siamo al teatro, la si svegliasse?...

 E perch si dovrebbe svegliare?

 I casi son tanti! E se una volta svegliata, la venisse in camera
nostra e non ci trovasse nessuno?...

 Come sei uggioso! Benedetti i ragazzi e chi ci s'impiccia!,
brontol Cesare sottovoce.

 Senza perdersi in altre chiacchiere, aprirono l'uscio di camera
e parve loro di sentire qualcuno che si allontanasse in punta di
piedi.

 Che sia lo zio Eugenio?, domand Pierino, rattenendo il
fiato.

 Quante paure! Lo Zio, per tua regola,  andato a letto prima
di noi.

 E, per esserne pi sicuri, nel passare davanti alla camera dello
zio, stettero un po' in ascolto, e lo sentirono russare come un
contrabasso.

 Giunti nella strada, richiusero la porta adagio adagio e senza
far colpo.

 La serata era freddissima, ma bella: uno stellato, che faceva
innamorare a guardarlo!

 I tre fratelli, tenendosi per la mano come tre buoni ragazzi che andassero a
scuola, camminavano sul marciapiede: quand'ecco che sentirono dietro a loro
una vocina di galletto che faceva: Chi-chi-chi!
Si voltarono e videro una figura magra e tutta nera, con un paio di corna in
testa, che saltava e faceva mille sgambetti.
Che sia il diavolo?, domand Pierino, cominciando a tremare.
Ma che ti vai diavolando?, dissero i suoi fratelli. Non vedi che  una
maschera? Fermiamoci e lasciamola passare avanti.
E si fermarono: ma il diavolo si ferm anche lui.
Allora i tre ragazzi, per non compromettersi, traversarono la strada e
andarono dall'altra parte.
E il diavolo, anche lui, and dall'altra parte.
Che cosa vuole da noi? gli domand Cesare ingrossando la voce e facendo finta
di non aver paura.
Chi-chi! rispose il diavolo facendo uno sgambetto.
Noi andiamo per la nostra strada, e non si d noia a nessuno.
Chi-chi.
Si levi di torno, sor impertinente, se no lo dico alle guardie.
E io lo dico alla mamma, url Pierino piangendo dalla paura.
Chi-chi! Chi-chi! Chi-chi!...
E il diavolo cominci a urlare e a saltare in un modo spiritato.
I tre ragazzi impauriti si dettero a correre: e corri, corri, corri,
arrivarono finalmente alla porta del teatro.
Entrati in platea, fra mezzo alla folla, credevano di essersi liberati da quel
diavolaccio che li perseguitava: ma invece, dopo due minuti, sentirono
intronarsi gli orecchi da un chi-chi che parve una fucilata a bruciapelo.
Che cosa dovevano fare?... A furia di spinte e di spintoni, e passando magari
fra le gambe della gente, arrivarono a mettersi in fila davanti al palco della
Commissione, che doveva giudicare le mascherate pi belle.
Poveri figliuoli! Non l'avessero mai fatto!...
Appena arrivati l, furono salutati da un fischio acutissimo e da una vociona
che strill: Chi- chi!... Fuori i ragazzi! Via i ragazzi! A letto i ragazzi!
A questo grido sonoro e ripetuto, tutto il pubblico dei palchi e della platea
si volt: e vedendo quelle tre mascherucce, che pretendevano al premio,
cominci a sbellicarsi dalle risa e a ripetere in coro: Fuori i ragazzi!
Via i ragazzi!
A letto i ragazzi!
Figuratevi il chiasso, il baccano e lo scompiglio, che nacque da un momento
all'altro. In mezzo a quel pigia-pigia si sent una voce di donna, che grid:
Mi hanno rubato il vezzo!
Corsero subito le guardie: le quali, in tanto tramesto, non sapendo su chi
mettere le mani addosso, arrestarono le tre mascherucce che scappavano
spaventate verso la porta del teatro.
Ma perch ci arrestano?... Noi siamo innocenti!... gridavano piangendo quei
poveri ragazzi.
Fra poco ne riparleremo, risposero le guardie, incamminandosi verso la
Questura.
Lo creda... noi non siamo ladri, diceva Cesare.
Di chi siete figlioli?
Del nostro babbo e della nostra mamma.
Che mestiere fanno i vostri genitori?
Il babbo gli  fori di Firenze a far l'ingegnere e la mamma l' a letto, che
dorme...
E che cosa siete venuti a fare al teatro?
A vincere il premio.
Il premio ve lo daremo noi. Come mai siete scappati di casa?...
L' una storia lunga...
I ragazzi, che scappano di casa, non possono esser nulla di bono...
Su questo l'ha ragione lei... non c' nulla da dire... Ma la creda che siamo
ragazzi perbene... e incapaci...
Lo vedremo fra poco.
Nel dir cos, le guardie spinsero i tre ragazzi dentro la porta di Questura: e
un po' con le buone e un po' con le cattive, li fecero entrare nella stanza
del Delegato.
Il Delegato per l'appunto dormiva.
Quando lo svegliarono, domand: Che c' di nuovo?
Tre ragazzi arrestati al veglione...
Ragazzi? ripet il Delegato, sbadigliando. Metteteli in prigione. Domani ne
riparleremo.
Que' poveri figliuoli piansero, pregarono, si raccomandarono...
Ma inutilmente. La guardia apr una porticina e tutti e tre furono cacciati in
gattabuia.
Trovandosi soli e al buio, si presero l'uno con l'altro per la mano,
stringendosi forte forte, per farsi fra loro un po' di coraggio. E intanto che
Cesarino e Orazio si sfogavano a piangere dirottamente, Pierino balbett
singhiozzando: Io te lo dissi, Cesarino... ma tu non mi volesti dar retta....
Icch tu mi dicesti?...
Quel che diceva la nostra povera nonna... che i sotterfugi portano sempre
disgrazia.
Allora vuol dire che tutta la colpa  tua, grid Cesare, arrabbiandosi.
Sissignore, tutta la colpa  tua!, ripet Orazio stizzito.
Ma perch la colpa  mia?...
Perch dovevi raccontare il fissato della mascherata alla mamma, che ci
avrebbe sgridato ben bene... e cos ora, invece di trovarci qui in prigione,
si sarebbe a casa a dormire ne' nostri lettini.
E se dopo mi davi di spia?...
Che spia e non spia? Se tu avessi raccontato ogni cosa alla mamma... ci
avresti risparmiato un monte di dispiaceri. La colpa  tutta tua.
Sissignore, tutta tua, tutta tua!, ripet Orazio.
Bella forza! Ve la pigliate con me, perch sono il pi piccino!...
E chi sa mai questo dialogo quanto sarebbe durato, se la porticina della
prigione non si fosse aperta, e una vociona di fuori non avesse gridato.
Su, su, ragazzi! Potete andarvene a casa vostra. Sveltezza nelle gambe e via!
Come mai questo cambiamento di scena all'improvviso?... Si fa presto a
capirlo: essendo stato scoperto e arrestato il ladro del vezzo, i tre ragazzi,
riconosciuti innocenti, venivano lasciati in libert.
Figuratevi la loro contentezza, quando si trovarono in mezzo alla strada,
padronissimi di tornarsene a casa! Non sapendo che cosa dire, piangevano,
ridevano e si abbracciavano.
E strada facendo, borbottavano fra loro: Ora, appena arrivati a casa, si sale
le scale in punta di piedi.... E poi s'entra in camera...  E adagino adagino
ci spogliamo...  E nascondiamo questi panni sotto il letto.
E domani si fa vista di aver dormito tutta la notte, e ci leviamo...
E poi di nascosto si riportano questi cenci nella cassapanca dello zio...
E poi si fa colazione come tutte le altre mattine...
E poi si va a scuola...
E i libri?...
Si dice alla mamma che li abbiamo perduti...
E cos di questa brutta nottata, che c' toccato a passare...
Nessuno ne sapr nulla...
Nemmeno la mamma.
Con questi e con altri discorsi, si trovarono quasi senza avvedersene davanti
alla porta di casa.
Ma sugli scalini della porta c'era seduto... indovinate chi?...
C'era seduto il diavolo, quel diavolo, loro accanito persecutore.
Chi-chi! Dove andate?, domand l'omo nero.
Si vorrebbe andare in casa.
Di qui non si passa.
Scusi, sor diavolo, disse Pierino, ma queste non sono azioni da persone di
garbo.
Se volete passare, pagate il dazio.
Ma che dazio! La si figuri che in tutti e tre, non abbiamo un centesimo.
Chi-chi! Mi contenter di questo spillone d'oro.
E nel dir cos, il diavolo prese un bello spillone che Pierino teneva
appuntato sul petto.
La mi renda lo spillone, grid il ragazzo. Lo spillone non  mio, e lo voglio
rendere alla mamma...
Lascia correre, Pierino, se no ci rovini tutti!, dissero i suoi fratelli.
Il diavolo si tir da parte, e i ragazzi entrarono in casa, richiudendo subito
la porta.
La mattina dopo, lo zio Eugenio, prima di uscir di camera, chiam Pierino e
gli disse ridendo: Questa notte il diavolo  venuto a trovarmi e mi ha
lasciato questo spillone d'oro per te.
Come?... quel diavolo?...
Io non posso dirti altro, perch non so altro.
Il povero Pierino rimase di stucco. Raccont subito il fatto ai fratelli: e
tutti insieme, a furia di ragionarci sopra, finirono per persuadersi che il
loro diavolo persecutore doveva essere stato lo zio Eugenio.

FINE.
