Carlo Collodi.
LE AVVENTURE DI PINOCCHIO.
(storia di un burattino).

 Capitolo 1.
 Come and che Maestro Ciliegia, falegname, trov un pezzo di
 legno, che piangeva e rideva come un bambino.

 C'era una volta...
 Un re! diranno subito i miei piccoli lettori.
 No ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di legno.
 Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di
 quelli che d'inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per
 accendere il fuoco e per riscaldare le stanze.
 Non so come andasse, ma il fatto gli  che un bel giorno questo
 pezzo di legno capit nella bottega di un vecchio falegname, il
 quale aveva nome mastr'Antonio se non che tutti lo chiamavano
 maestro Ciliegia, per via della punta del suo naso, che era sempre
 lustra e paonazza, come una ciliegia matura.
 Appena maestro Ciliegia ebbe visto quel pezzo di legno, si
 rallegr tutto; e dandosi una fregatina di mani per la
 contentezza, borbott a mezza voce:
 Questo legno  capitato a tempo: voglio servirmene per fare una
 gamba di tavolino.
 Detto fatto, prese subito l'ascia arrotata per cominciare a
 levargli la scorza e a digrossarlo, ma quando fu l per lasciare
 andare la prima asciata, rimase col braccio sospeso in aria,
 perch sent una vocina sottile sottile, che disse
 raccomandandosi:
 Non mi picchiar tanto forte!
 Figuratevi come rimase quel buon vecchio di maestro Ciliegia.
 Gir gli occhi smarriti intorno alla stanza per vedere di dove mai
 poteva essere uscita quella vocina, e non vide nessuno. Guard
 sotto il banco, e nessuno; guard dentro un armadio che stava
 sempre chiuso, e nessuno; guard nel corbello dei trucioli e della
 segatura, e nessuno; apr l'uscio di bottega per dare un'occhiata
 anche sulla strada, e nessuno. O dunque?
 Ho capito, disse allora ridendo e grattandosi la parrucca, si
 vede che quella vocina me la sono figurata io. Rimettiamoci a
 lavorare.
 E ripresa l'ascia in mano, tir gi un solennissimo colpo sul
 pezzo di legno.
 Ohi! tu m'hai fatto male! grid rammaricandosi la solita
 vocina.
 Questa volta maestro Ciliegia rest di stucco, cogli occhi fuori
 del capo per la paura, colla bocca spalancata e colla lingua gi
 ciondoloni fino al mento, come un mascherone da fontana.
 Appena riebbe l'uso della parola, cominci a dire tremando e
 balbettando dallo spavento:
 Ma di dove sar uscita questa vocina che ha detto "ohi"? Eppure
 qui non c' anima viva. Che sia per caso questo pezzo di legno che
 abbia imparato a piangere e a lamentarsi come un bambino? Io non
 lo posso credere. Questo legno eccolo qui;  un pezzo di legno da
 caminetto, come tutti gli altri, e a buttarlo sul fuoco, c' da
 far bollire una pentola di fagioli... O dunque? Che ci sia
 nascosto dentro qualcuno? Se c' nascosto qualcuno, tanto peggio
 per lui. Ora l'accomodo io! -
 E cosi dicendo, agguant con tutte e due le mani quel povero pezzo
 di legno, e si pose a sbatacchiarlo senza carit contro le pareti
 della stanza.
 Poi si messe in ascolto, per sentire se c'era qualche vocina che
 si lamentasse. Aspett due minuti, e nulla; cinque minuti, e
 nulla; dieci minuti, e nulla!
 Ho capito disse allora sforzandosi di ridere e arruffandosi la
 parrucca si vede che quella vocina che ha detto "ohi", me la
 sono figurata io! Rimettiamoci a lavorare. -
 E perch gli era entrata addosso una gran paura, si prov a
 canterellare per farsi un po' di coraggio.
 Intanto, posata da una parte l'ascia, prese in mano la pialla, per
 piallare e tirare a pulimento il pezzo di legno; ma nel mentre che
 lo piallava in su e in gi, sent la solita vocina che gli disse
 ridendo:
 Smetti! tu mi fai il pizzicorino sul corpo! -
 Questa volta il povero maestro Ciliegia cadde gi come fulminato.
 Quando riapri gli occhi, si trov seduto per terra.
 Il suo viso pareva trasfigurito, e perfino la punta del naso, di
 paonazza come era quasi sempre, gli era diventata turchina dalla
 gran paura.



 Capitolo 2.
 Maestro Ciliegia regala il pezzo di legno al suo amico Geppetto,
 il quale lo prende per fabbricarsi un burattino maraviglioso, che
 sappia ballare, tirar di scherma e fare i salti mortali.

 In quel punto fu bussato alla porta.
 Passate pure disse il falegname, senza aver la forza di
 rizzarsi in piedi.
 Allora entr in bottega un vecchietto tutto arzillo, il quale
 aveva nome Geppetto; ma i ragazzi del vicinato, quando lo volevano
 far montare su tutte le furie, lo chiamavano col soprannome di
 Polendina, a motivo della sua parrucca gialla che somigliava
 moltissimo alla polendina di granturco.
 Geppetto era bizzosissimo. Guai a chiamarlo Polendina! Diventava
 subito una bestia, e non c'era pi verso di tenerlo.
 Buon giorno mastr'Antonio disse Geppetto. Che cosa fate
 costi per terra?
 Insegno l'abbaco alle formicole.
 Buon pro vi faccia.
 Chi vi ha portato da me, compar Geppetto?
 Le gambe. Sappiate, mastr'Antonio, che son venuto da voi, per
 chiedervi un favore.
 Eccomi qui, pronto a servirvi, replic il falegname,
 rizzandosi su i ginocchi.
 Stamani m' piovuta nel cervello un'idea.
 Sentiamola.
 Ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino di legno; ma un
 burattino maraviglioso, che sappia ballare, tirare di scherma e
 fare i salti mortali. Con questo burattino voglio girare il mondo,
 per buscarmi un tozzo di pane e un bicchier di vino: che ve ne pare?
Bravo Polendina! grid la solita vocina, che non si capiva di dove uscisse.
 A sentirsi chiamar Polendina, compar Geppetto divent rosso come
 un peperone dalla bizza, e voltandosi verso il falegname, gli
 disse imbestialito:
 Perch mi offendete?
 Chi vi offende?
 Mi avete detto Polendina!
 Non sono stato io.
 Sta un po' a vedere che sar stato io! Io dico che siete stato
 voi.
 No!
 S!
 No!
 S!
 E riscaldandosi sempre pi, vennero dalle parole ai fatti, e
 acciuffatisi fra di loro, si graffiarono, si morsero e si
 sbertucciarono.
 Finito il combattimento, mastr'Antonio si trov fra le mani la
 parrucca gialla di Geppetto, e Geppetto si accorse di avere in
 bocca la parrucca brizzolata del falegname.
 Rendimi la mia parrucca! grid mastr'Antonio.
 E tu rendimi la mia, e rifacciamo la pace. -
 I due vecchietti, dopo aver ripreso ognuno di loro la propria
 parrucca, si strinsero la mano e giurarono di rimanere buoni amici
 per tutta la vita.
 Dunque, compar Geppetto, disse il falegname in segno di pace
 fatta qual  il piacere che volete da me?
 Vorrei un po' di legno per fabbricare il mio burattino; me lo
 date?
 Mastr'Antonio, tutto contento, and subito a prendere sul banco
 quel pezzo di legno che era stato cagione a lui di tante paure. Ma
 quando fu li per consegnarlo all'amico, il pezzo di legno dette
 uno scossone e sgusciandogli violentemente dalle mani, and a
 battere con forza negli stinchi impresciuttiti del povero
 Geppetto.
 Ah! gli  con questo bel garbo, mastr'Antonio, che voi regalate
 la vostra roba? M'avete quasi azzoppito!
 Vi giuro che non sono stato io!
 Allora sar stato io!
 La colpa  tutta di questo legno...
 Lo so che  del legno: ma siete voi che me l'avete tirato nelle
 gambe!
 Io non ve l'ho tirato!
 Bugiardo!
 Geppetto, non mi offendete; se no vi chiamo Polendina!
 Asino!
 Polendina!
 Somaro!
 Polendina!
 Brutto scimmiotto!
 Polendina!
 A sentirsi chiamar Polendina per la terza volta, Geppetto perse il
 lume degli occhi, si avvent sul falegname; e l se ne dettero un
 sacco e una sporta.
 A battaglia finita, mastr'Antonio si trov due graffi di pi sul
 naso, e quell'altro due bottoni di meno al giubbetto. Pareggiati
 in questo modo i loro conti, si strinsero la mano e giurarono di
 rimanere buoni amici per tutta la vita.
 Intanto Geppetto prese con s il suo bravo pezzo di legno, e
 ringraziato mastr'Antonio, se ne torn zoppicando a casa.


 Capitolo 3.
 Geppetto, tornato a casa, comincia subito a fabbricarsi il
 burattino e gli mette il nome di Pinocchio. Prime monellerie del
 burattino.

 La casa di Geppetto era una stanzina terrena, che pigliava luce da
 un sottoscala. La mobilia non poteva essere pi semplice: una
 seggiola cattiva, un letto poco buono e un tavolino tutto
 rovinato. Nella parete di fondo si vedeva un caminetto col fuoco
 acceso, ma il fuoco era dipinto, e accanto al fuoco c'era dipinta
 una pentola che bolliva allegramente e mandava fuori una nuvola di
 fumo, che pareva fumo davvero.
 Appena entrato in casa, Geppetto prese subito gli arnesi e si pose
 a intagliare e a fabbricare il suo burattino.
 Che nome gli metter? disse fra s e s. Lo voglio chiamar
 Pinocchio. Questo nome gli porter fortuna. Ho conosciuto una
 famiglia intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchia la
 madre e Pinocchi i ragazzi, e tutti se la passavano bene. Il pi
 ricco di loro chiedeva l'elemosina.
 Quando ebbe trovato il nome al suo burattino, allora cominci a
 lavorare a buono, e gli fece subito i capelli, poi la fronte, poi
 gli occhi .
 Fatti gli occhi, figuratevi la sua maraviglia quando si accorse
 che gli occhi si muovevano e che lo guardavano fisso fisso.
 Geppetto, vedendosi guardare da quei due occhi di legno, se n'ebbe
 quasi per male, e disse con accento risentito:
 Occhiacci di legno, perch mi guardate? -
 Nessuno rispose.
 Allora, dopo gli occhi, gli fece il naso; ma il naso, appena
 fatto, cominci a crescere: e cresci, cresci, cresci divent in
 pochi minuti un nasone che non finiva mai.
 Il povero Geppetto si affaticava a ritagliarlo; ma pi lo
 ritagliava e lo scorciva, e pi quel naso impertinente diventava
 lungo!
 Dopo il naso, gli fece la bocca.
 La bocca non era ancora finita di fare, che cominci subito a
 ridere e a canzonarlo.
 Smetti di ridere! disse Geppetto impermalito; ma fu come dire
 al muro.
 Smetti di ridere, ti ripeto! url con voce minacciosa.
 Allora la bocca smesse di ridere, ma cacci fuori tutta la lingua.
 Geppetto, per non guastare i fatti suoi, finse di non avvedersene,
 e continu a lavorare. Dopo la bocca, gli fece il mento, poi il
 collo, poi le spalle, lo stomaco, le braccia e le mani.
 Appena finite le mani, Geppetto senti portarsi via la parrucca dal
 capo. Si volt in su, e che cosa vide? Vide la sua parrucca gialla
 in mano del burattino.
 Pinocchio!... rendimi subito la mia parrucca! -
 E Pinocchio, invece di rendergli la parrucca, se la messe in capo
 per s, rimanendovi sotto mezzo affogato.
 A quel garbo insolente e derisorio, Geppetto si fece tristo e
 melanconico, come non era stato mai in vita sua: e voltandosi
 verso Pinocchio, gli disse:
 Birba d'un figliolo! Non sei ancora finito di fare, e gi
 cominci a mancar di rispetto a tuo padre! Male, ragazzo mio, male!
 E si rasciug una lacrima.
 Restavano sempre da fare le gambe e i piedi.
 Quando Geppetto ebbe finito di fargli i piedi, sent arrivarsi un
 calcio sulla punta del naso.
 Me lo merito! disse allora fra s. Dovevo pensarci prima!
 Oramai  tardi! -
 Poi prese il burattino sotto le braccia e lo pos in terra, sul
 pavimento della stanza, per farlo camminare.
 Pinocchio aveva le gambe aggranchite e non sapeva muoversi, e
 Geppetto lo conduceva per la mano per insegnargli a mettere un
 passo dietro l'altro.
 Quando le gambe gli si furono sgranchite, Pinocchio cominci a
 camminare da s e a correre per la stanza; finch, infilata la
 porta di casa, salt nella strada e si dette a scappare.
 E il povero Geppetto a corrergli dietro senza poterlo raggiungere,
 perch quel birichino di Pinocchio andava a salti come una lepre,
 e battendo i suoi piedi di legno sul lastrico della strada, faceva
 un fracasso come venti paia di zoccoli da contadini.
 Piglialo! piglialo! urlava Geppetto: ma la gente che era per la
 via, vedendo questo burattino di legno che correva come un barbero
 si fermava incantata a guardarlo, e rideva, rideva e rideva, da
 non poterselo figurare.
 Alla fine, e per buona fortuna, capit un carabiniere, il quale,
 sentendo tutto quello schiamazzo, e credendo si trattasse di un
 puledro che avesse levata la mano al padrone, si piant
 coraggiosamente a gambe larghe in mezzo alla strada, coll'animo
 risoluto di fermarlo e d'impedire il caso di maggiori disgrazie.
 Ma Pinocchio, quando si avvide da lontano del carabiniere, che
 barricava tutta la strada, s'ingegn di passargli, per sorpresa,
 framezzo alle gambe, e invece fece fiasco.
 Il carabiniere, senza punto smoversi, lo acciuff pulitamente per
 il naso (era un nasone spropositato, che pareva fatto apposta per
 essere acchiappato dai carabinieri), e lo riconsegn nelle proprie
 mani di Geppetto; il quale, a titolo di correzione, voleva dargli
 subito una buona tiratina d'orecchi. Ma figuratevi come rimase
 quando, nel cercargli gli orecchi, non gli riusc di poterli
 trovare: e sapete perch? perch, nella furia di scolpirlo si era
 dimenticato di farglieli.
 Allora lo prese per la collottola, e, mentre lo riconduceva
 indietro, gli disse tentennando minacciosamente il capo.
 Andiamo subito a casa. Quando saremo a casa, non dubitare che
 faremo i nostri conti! -
 Pinocchio, a questa antifona, si butt per terra, e non volle pi
 camminare. Intanto i curiosi e i bighelloni principiavano a
 fermarsi l dintorno e a far capannello.
 Chi ne diceva una, chi un'altra.
 Povero burattino! dicevano alcuni ha ragione a non voler
 tornare a casa! Chi lo sa come lo picchierebbe quell'omaccio di
 Geppetto!
 E gli altri soggiungevano malignamente:
 Quel Geppetto pare un galantuomo! ma  un vero tiranno coi
 ragazzi! Se gli lasciano quel povero burattino fra le mani, 
 capacissimo di farlo a pezzi!
 Insomma, tanto dissero e tanto fecero, che il carabiniere rimesse
 in libert Pinocchio, e condusse in prigione quel pover'uomo di
 Geppetto. Il quale, non avendo parole l per l per difendersi,
 piangeva come un vitellino, e nell'avviarsi verso il carcere,
 balbettava singhiozzando:
 Sciagurato figliolo! E pensare che ho penato tanto a farlo un
 burattino per bene! Ma mi sta il dovere! Dovevo pensarci prima!
 Quello che accadde dopo,  una storia da non potersi credere, e ve
 la racconter in quest'altri capitoli.















 Capitolo 4.
 La storia di Pinocchio col Grillo parlante, dove si vede come i
 ragazzi cattivi hanno a noia di sentirsi correggere da chi ne sa
 pi di loro.

 Vi dir dunque, ragazzi, che mentre il povero Geppetto era
 condotto senza sua colpa in prigione, quel monello di Pinocchio,
 rimasto libero dalle grinfie del carabiniere, se la dava a gambe
 gi attraverso ai campi, per far pi presto a tornarsene a casa; e
 nella gran furia del correre saltava greppi altissimi, siepi di
 pruni e fossi pieni d'acqua, tale e quale come avrebbe potuto fare
 un capretto o un leprottino inseguito dai cacciatori.
 Giunto dinanzi a casa, trov l'uscio di strada socchiuso. Lo
 spinse, entr dentro, e appena ebbe messo tanto di paletto, si
 gett a sedere per terra, lasciando andare un gran sospirone di
 contentezza.
 Ma quella contentezza dur poco, perch sent nella stanza
 qualcuno che fece:
 Cr-cr-cr!
 Chi  che mi chiama? disse Pinocchio tutto impaurito.
 Sono io! -
 Pinocchio si volt e vide un grosso grillo che saliva lentamente
 su su per il muro.
 Dimmi, Grillo, e tu chi sei?
 Io sono il Grillo parlante, e abito in questa stanza da pi di
 cent'anni.
 Oggi per questa stanza  mia, disse il burattino, e se vuoi
 farmi un vero piacere, vattene subito, senza nemmeno voltarti
 indietro.
 Io non me ne ander di qui, rispose il grillo, se prima non
 ti avr detto una gran verit.
 Dimmela e spicciati.
 Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro genitori e che
 abbandonano capricciosamente la casa paterna. Non avranno mai bene
 in questo mondo; e prima o poi dovranno pentirsene amaramente.
 Canta pure, Grillo mio, come ti pare e piace: ma io so che
 domani, all'alba, voglio andarmene di qui, perch se rimango qui,
 avverr a me quel che avviene a tutti gli altri ragazzi, vale a
 dire mi manderanno a scuola, e per amore o per forza mi toccher a
 studiare; e io, a dirtela in confidenza, di studiare non ne ho
 punto voglia e mi diverto pi a correre dietro alle farfalle e a
 salire su per gli alberi a prendere gli uccellini di nido.
 Povero grullerello! Ma non sai che, facendo cos, diventerai da
 grande un bellissimo somaro e che tutti si piglieranno gioco di
 te?
 Chetati, Grillaccio del mal'augurio! grid Pinocchio.
 Ma il grillo, che era paziente e filosofo, invece di aversi a male
 di questa impertinenza, continu con lo stesso tono di voce:
 E se non ti garba di andare a scuola, perch non impari almeno
 un mestiere, tanto da guadagnarti onestamente un pezzo di pane?
 Vuoi che te lo dica? replic Pinocchio, che cominciava a
 perdere la pazienza. Fra i mestieri del mondo non ce n' che uno
 solo, che veramente mi vada a genio.
 E questo mestiere sarebbe?
 Quello di mangiare, bere, dormire, divertirmi e fare dalla
 mattina alla sera la vita del vagabondo.
 Per tua regola, disse il Grillo parlante con la sua solita
 calma, tutti quelli che fanno codesto mestiere finiscono quasi
 sempre allo spedale o in prigione.
 Bada, Grillaccio del mal'augurio!... se mi monta la bizza, guai
 a te!
 Povero Pinocchio! Mi fai proprio compassione!
 Perch ti faccio compassione?
 Perch sei un burattino e, quel che  peggio, perch hai la
 testa di legno. -
 A queste ultime parole, Pinocchio salt su tutt'infuriato e preso
 di sul banco un martello di legno lo scagli contro il Grillo
 parlante.
 Forse non credeva nemmeno di colpirlo: ma disgraziatamente lo
 colse per l'appunto nel capo, tanto che il povero Grillo ebbe
 appena il fiato di fare cr-cr-cr, e poi rimase l stecchito e
 appiccicato alla parete.
















 Capitolo 5.
 Pinocchio ha fame e cerca un uovo per farsi una frittata; ma sul
 pi bello, la frittata gli vola via dalla finestra.

 Intanto incominci a farsi notte, e Pinocchio, ricordandosi che
 non aveva mangiato nulla, senti un'uggiolina allo stomaco, che
 somigliava moltissimo all'appetito.
 Ma l'appetito nei ragazzi cammina presto; e di fatti dopo pochi
 minuti l'appetito divent fame, e la fame, dal vedere al non
 vedere, si convert in una fame da lupi, una fame da tagliarsi col
 coltello.
 Il povero Pinocchio corse subito al focolare, dove c'era una
 pentola che bolliva e fece l'atto di scoperchiarla, per vedere che
 cosa ci fosse dentro, ma la pentola era dipinta sul muro.
 Immaginatevi come rest. Il suo naso, che era gi lungo, gli
 divent pi lungo almeno quattro dita.
 Allora si dette a correre per la stanza e a frugare per tutte le
 cassette e per tutti i ripostigli in cerca di un po' di pane,
 magari un po' di pan secco, un crosterello, un osso avanzato al
 cane, un po' di polenta muffita, una lisca di pesce, un nocciolo
 di ciliegia, insomma qualche cosa da masticare: ma non trov
 nulla, il gran nulla, proprio nulla.
 E intanto la fame cresceva, e cresceva sempre: e il povero
 Pinocchio non aveva altro sollievo che quello di sbadigliare, e
 faceva degli sbadigli cos lunghi, che qualche volta la bocca gli
 arrivava fino agli orecchi. E dopo avere sbadigliato, sputava, e
 sentiva che lo stomaco gli andava via.
 Allora piangendo e disperandosi, diceva:
 Il Grillo parlante aveva ragione. Ho fatto male a rivoltarmi al
 mio babbo e a fuggire di casa... Se il mio babbo fosse qui, ora
 non mi troverei a morire di sbadigli! Che che brutta malattia che
  la fame!
 Quand'ecco che gli parve di vedere nel monte della spazzatura
 qualche cosa di tondo e di bianco, che somigliava tutto a un uovo
 di gallina. Spiccare un salto e gettarvisi sopra, fu un punto
 solo. Era un uovo davvero.
 La gioia del burattino  impossibile descriverla: bisogna
 sapersela figurare. Credendo quasi che fosse un sogno, si rigirava
 quest'uovo fra le mani, e lo toccava e lo baciava, e baciandolo
 diceva:
 E ora come dovr cuocerlo? Ne far una frittata? No,  meglio
 cuocerlo nel piatto! O non sarebbe pi saporito se lo friggessi in
 padella? O se invece lo cuocessi a uso uovo da bere? No, la pi
 lesta di tutte  di cuocerlo nel piatto o nel tegamino: ho troppa
 voglia di mangiarmelo!
 Detto fatto, pose un tegamino sopra un caldano pieno di brace
 accesa: messe nel tegamino, invece d'olio o di burro, un po'
 d'acqua: e quando l'acqua principi a fumare, tac!... spezz il
 guscio dell'uovo, e fece l'atto di scodellarvelo dentro.
 Ma invece della chiara e del torlo scapp fuori un pulcino tutto
 allegro e complimentoso, il quale facendo una bella riverenza
 disse:
 Mille grazie, signor Pinocchio, d'avermi risparmiata la fatica
 di rompere il guscio! Arrivedella, stia bene e tanti saluti a
 casa! -
 Ci detto distese le ali e, infilata la finestra che era aperta,
 se ne vol via a perdita d'occhio.
 Il povero burattino rimase l, come incantato, cogli occhi fissi,
 colla bocca aperta e coi gusci dell'uovo in mano. Riavutosi,
 peraltro, dal primo sbigottimento, cominci a piangere, a
 strillare, a battere i piedi in terra, per la disperazione, e
 piangendo diceva:
 Eppure il Grillo parlante aveva ragione! Se non fossi scappato
 di casa e se il mio babbo fosse qui, ora non mi troverei a morire
 di fame! Oh che brutta malattia che  la fame! -
 E perch il corpo gli seguitava a brontolare pi che mai, e non
 sapeva come fare a chetarlo, pens di uscire di casa e di dare una
 scappata al paesello vicino, nella speranza di trovare qualche
 persona caritatevole che gli avesse fatto l'elemosina di un po' di
 pane.


















 Capitolo 6.
 Pinocchio si addormenta coi piedi sul caldano, e la mattina dopo
 si sveglia coi piedi tutti bruciati.

 Per l'appunto era una nottataccia d'inverno. Tuonava forte forte,
 lampeggiava come se il cielo pigliasse fuoco, e un ventaccio
 freddo e strapazzone, fischiando rabbiosamente e sollevando un
 immenso nuvolo di polvere, faceva stridere e cigolare tutti gli
 alberi della campagna.
 Pinocchio aveva una gran paura dei tuoni e dei lampi; se non che
 la fame era pi forte della paura: motivo per cui accost l'uscio
 di casa, e presa la carriera, in un centinaio di salti arriv fino
 al paese, colla lingua fuori e col fiato grosso, come un cane da
 caccia.
 Ma trov tutto buio e tutto deserto. Le botteghe erano chiuse; le
 porte di casa chiuse; le finestre chiuse, e nella strada nemmeno
 un cane. Pareva il paese dei morti.
 Allora Pinocchio, preso dalla disperazione e dalla fame, si
 attacc al campanello d'una casa, e cominci a suonare a distesa,
 dicendo dentro si s:
 Qualcuno si affaccer. -
 Difatti si affacci un vecchino, col berretto da notte in capo, il
 quale grid tutto stizzito:
 Che cosa volete a quest'ora?
 Che mi fareste il piacere di darmi un po' di pane?
 Aspettami cost che torno subito, rispose il vecchino,
 credendo di avere da fare con qualcuno di quei ragazzacci
 rompicolli che si divertono di notte a suonare i campanelli delle
 case, per molestare la gente per bene, che se la dorme
 tranquillamente.
 Dopo mezzo minuto la finestra si riapr, e la voce del solito
 vecchino grid a Pinocchio:
 Fatti sotto e para il cappello. -
 Pinocchio si lev subito il suo cappelluccio; ma mentre faceva
 l'atto di pararlo, sent pioversi addosso un'enorme catinellata
 d'acqua che lo annaffi tutto dalla testa ai piedi, come se fosse
 un vaso di giranio appassito.
 Torn a casa bagnato come un pulcino e rifinito dalla stanchezza e
 dalla fame: e perch non aveva pi forza di reggersi ritto, si
 pose a sedere, appoggiando i piedi fradici e impillaccherati sopra
 un caldano pieno di brace accesa.
 E l si addorment; e nel dormire, i piedi che erano di legno gli
 presero fuoco e adagio adagio gli si carbonizzarono e diventarono
 cenere.
 E Pinocchio seguitava a dormire e a russare, come se i suoi piedi
 fossero quelli d'un altro. Finalmente sul far del giorno si
 svegli, perch qualcuno aveva bussato alla porta.
 Chi ? domand sbadigliando e stropicciandosi gli occhi.
 Sono io rispose una voce.
 Quella voce era la voce di Geppetto.
















 Capitolo 7.
 Geppetto torna a casa, rif i piedi al burattino e gli d la
 colazione che il pover'uomo aveva portata per s.

 Il povero Pinocchio, che aveva sempre gli occhi fra il sonno, non
 s'era ancora avvisto dei piedi, che gli si erano tutti bruciati:
 per cui appena senti la voce di suo padre, schizz gi dallo
 sgabello per correre a tirare il paletto: ma invece, dopo due o
 tre traballoni, cadde di picchio tutto lungo disteso sul
 pavimento.
 E nel battere in terra fece lo stesso rumore, che avrebbe fatto un
 sacco di mestoli, cascato da un quinto piano.
 Aprimi! intanto gridava Geppetto dalla strada.
 Babbo mio, non posso rispondeva il burattino piangendo e
 ruzzolandosi per terra.
 Perch non puoi?
 Perch mi hanno mangiato i piedi.
 E chi te li ha mangiati?
 Il gatto, disse Pinocchio, vedendo il gatto che colle zampine
 davanti si divertiva a far ballare alcuni trucioli di legno.
 Aprimi, ti dico! ripet Geppetto se no quando vengo in casa,
 il gatto te lo do io!
 Non posso star ritto, credetelo. O povero me! povero me, che mi
 toccher a camminare coi ginocchi per tutta la vita! -
 Geppetto, credendo che tutti questi piagnistei fossero un'altra
 monelleria del burattino, pens bene di farla finita, e
 arrampicatosi per il muro, entr in casa dalla finestra.
 Da principio voleva dire e voleva fare: ma poi quando vide il suo
 Pinocchio sdraiato in terra e rimasto senza piedi davvero, allora
 sent intenerirsi; e presolo subito in collo, si dette a baciarlo
 e a fargli mille carezze e mille moine, e, coi luccioloni che gli
 cascavano gi per le gote, gli disse singhiozzando:
 Pinocchiuccio mio! Com' che ti sei bruciato i piedi?
 Non lo so, babbo, ma credetelo che  stata una nottata d'inferno
 e me ne ricorder fin che campo. Tonava, balenava e io avevo una
 gran fame e allora il Grillo parlante mi disse: "Ti sta bene; sei
 stato cattivo, e te lo meriti" e io gli dissi: "Bada, Grillo!" e
 lui mi disse: "Tu sei un burattino e hai la testa di legno" e io
 gli tirai un manico di martello, e lui mor, ma la colpa fu sua,
 perch io non volevo ammazzarlo, prova ne sia che messi un
 tegamino sulla brace accesa del caldano, ma il pulcino scapp
 fuori e disse: "Arrivedella... e tanti saluti a casa" e la fame
 cresceva sempre, motivo per cui quel vecchino col berretto da
 notte, affacciandosi alla finestra mi disse: "Fatti sotto e para
 il cappello" e io con quella catinellata d'acqua sul capo, perch
 il chiedere un po' di pane non  vergogna, non  vero? me ne
 tornai subito a casa, e perch avevo sempre una gran fame, messi i
 piedi sul caldano per rasciugarmi, e voi siete tornato, e me li
 sono trovati bruciati, e intanto la fame l'ho sempre e i piedi non
 li ho pi! ih!... ih!... ih!... ih!...
 E il povero Pinocchio cominci a piangere e a berciare cos forte,
 che lo sentivano da cinque chilometri lontano.
 Geppetto, che di tutto quel discorso arruffato aveva capito una
 cosa sola, cio che il burattino sentiva morirsi dalla gran fame,
 tir fuori di tasca tre pere, e porgendogliele, disse:
 Queste tre pere erano per la mia colazione: ma io te le do
 volentieri. Mangiale, e buon pro ti faccia.
 Se volete che le mangi, fatemi il piacere di sbucciarle.
 Sbucciarle? replic Geppetto meravigliato. Non avrei mai
 creduto, ragazzo mio, che tu fossi cos boccuccia e cos
 schizzinoso di palato. Male! In questo mondo, fin da bambini,
 bisogna avvezzarsi abboccati e a saper mangiare di tutto, perch
 non si sa mai quel che ci pu capitare. I casi son tanti!...
 Voi direte bene, soggiunse Pinocchio, ma io non manger mai
 una frutta, che non sia sbucciata. Le bucce non le posso soffrire.
 E quel buon uomo di Geppetto, cavato fuori un coltellino, e
 armatosi di santa pazienza, sbucci le tre pere, e pose tutte le
 bucce sopra un angolo della tavola.
 Quando Pinocchio in due bocconi ebbe mangiata la prima pera, fece
 l'atto di buttar via il torsolo: ma Geppetto gli trattenne il
 braccio, dicendogli:
 Non lo buttar via: tutto in questo mondo pu far comodo.
 Ma io il torsolo non lo mangio davvero! grid il burattino,
 rivoltandosi come una vipera.
 Chi lo sa! I casi son tanti!... ripet Geppetto, senza
 riscaldarsi.
 Fatto sta che i tre torsoli, invece di essere gettati fuori dalla
 finestra, vennero posati sull'angolo della tavola in compagnia
 delle bucce .
 Mangiate o, per dir meglio, divorate le tre pere, Pinocchio fece
 un lunghissimo sbadiglio e disse piagnucolando:
 Ho dell'altra fame!
 Ma io, ragazzo mio, non ho pi nulla da darti.
 Proprio nulla, nulla?
 Ci avrei soltanto queste bucce e questi torsoli di pera.
 Pazienza! disse Pinocchio, se non c' altro, manger una
 buccia.
 E cominci a masticare. Da principio storse un po' la bocca; ma
 poi, una dietro l'altra, spolver in un soffio tutte le bucce: e
 dopo le bucce, anche i torsoli, e quand'ebbe finito di mangiare
 ogni cosa, si batt tutto contento le mani sul corpo, e disse
 gongolando:
 Ora s che sto bene!
 Vedi dunque, osserv Geppetto, che avevo ragione io quando ti
 dicevo che non bisogna avvezzarsi n troppo sofistici ne troppo
 delicati di palato. Caro mio, non si sa mai quel che ci pu
 capitare in questo mondo. I casi sono tanti!... -













 Capitolo 8.
 Geppetto rif i piedi a Pinocchio e vende la propria casacca per
 comprargli l'Abbecedario.

 Il burattino, appena che si fu levata la fame, cominci subito a
 bofonchiare e a piangere, perch voleva un paio di piedi nuovi.
 Ma Geppetto, per punirlo della monelleria fatta, lo lasci
 piangere e disperarsi per una mezza giornata: poi gli disse:
 E perch dovrei rifarti i piedi? Forse per vederti scappar di
 nuovo da casa tua?
 Vi prometto, disse il burattino singhiozzando, che da oggi in
 poi sar buono.
 Tutti i ragazzi, replic Geppetto, quando vogliono ottenere
 qualcosa, dicono cosi.
 Vi prometto che ander a scuola, studier e mi far onore.
 Tutti i ragazzi, quando vogliono ottenere qualcosa, ripetono la
 medesima storia.
 Ma io non sono come gli altri ragazzi! Io sono pi buono di
 tutti e dico sempre la verit. Vi prometto, babbo, che imparer
 un'arte e che sar la consolazione e il bastone della vostra
 vecchiaia.
 Geppetto che, sebbene facesse il viso di tiranno, aveva gli occhi
 pieni di pianto e il cuore grosso dalla passione di vedere il suo
 povero Pinocchio in quello stato compassionevole, non rispose
 altre parole: ma, presi in mano gli arnesi del mestiere e due
 pezzetti di legno stagionato, si pose a lavorare di grandissimo
 impegno.
 E in meno d'un'ora, i piedi erano bell'e fatti; due piedini
 svelti, asciutti e nervosi, come se fossero modellati da un
 artista di genio.
 Allora Geppetto disse al burattino:
 Chiudi gli occhi e dormi! -
 E Pinocchio chiuse gli occhi e fece finta di dormire. E nel tempo
 che si fingeva addormentato, Geppetto con un po' di colla sciolta
 in un guscio d'uovo gli appiccic i due piedi al loro posto, e
 glieli appiccic cosi bene, che non si vedeva nemmeno il segno
 dell'attaccatura.
 Appena il burattino si accorse di avere i piedi, salt gi dalla
 tavola dove stava disteso, e principi a fare mille sgambetti e
 mille capriole, come se fosse ammattito dalla gran contentezza.
 Per ricompensarvi di quanto avete fatto per me, disse
 Pinocchio al suo babbo, voglio subito andare a scuola.
 Bravo ragazzo.
 Ma per andare a scuola ho bisogno d'un po' di vestito. -
 Geppetto, che era povero e non aveva in tasca nemmeno un
 centesimo, gli fece allora un vestituccio di carta fiorita, un
 paio di scarpe di scorza d'albero e un berrettino di midolla di
 pane.
 Pinocchio corse subito a specchiarsi in una catinella piena
 d'acqua e rimase cosi contento di s, che disse pavoneggiandosi:
 Paio proprio un signore!
 Davvero, replic Geppetto, perch, tienlo a mente, non  il
 vestito bello che fa il signore, ma  piuttosto il vestito pulito.
 A proposito, soggiunse il burattino, per andare alla scuola
 mi manca sempre qualcosa: anzi mi manca il pi e il meglio.
 Cio?
 Mi manca l'Abbecedario.
 Hai ragione: ma come si fa per averlo?
 E facilissimo: si va da un libraio e si compra.
 E i quattrini?
 Io non ce l'ho.
 Nemmeno io, soggiunse il buon vecchio, facendosi tristo.
 E Pinocchio, sebbene fosse un ragazzo allegrissimo, si fece tristo
 anche lui perch la miseria, quando  miseria davvero, la
 intendono tutti: anche i ragazzi.
 Pazienza! grid Geppetto tutt'a un tratto rizzandosi in piedi;
 e infilatasi la vecchia casacca di frustagno, tutta toppe e
 rimendi, usc correndo di casa.
 Dopo poco torn: e quando torn aveva in mano l'Abbecedario per il
 figliolo, ma la casacca non l'aveva pi. Il pover'uomo era in
 maniche di camicia, e fuori nevicava.
 E la casacca, babbo?
 L'ho venduta.
 Perch l'avete venduta?
 Perch mi faceva caldo. -
 Pinocchio cap questa risposta a volo, e non potendo frenare
 l'impeto del suo buon cuore, salt al collo di Geppetto e cominci
 a baciarlo per tutto il viso.










 Capitolo 9.
 Pinocchio vende l'Abbecedario per andare a vedere il teatrino dei
 burattini.

 Smesso che fu di nevicare, Pinocchio col suo bravo Abbecedario
 nuovo sotto il braccio, prese la strada che menava alla scuola: e
 strada facendo, fantasticava nel suo cervellino mille ragionamenti
 e mille castelli in aria, uno pi bello dell'altro.
 E discorrendo da s solo diceva:
 Oggi, alla scuola, voglio subito imparare a leggere: domani poi
 imparer a scrivere, e domani l'altro imparer a fare i numeri.
 Poi colla mia abilit guadagner molti quattrini e coi primi
 quattrini che mi verranno in tasca, voglio subito fare al mio
 babbo una bella casacca di panno. Ma che dico di panno? Gliela
 voglio fare tutta d'argento e d'oro, e coi bottoni di brillanti. E
 quel pover'uomo se la merita davvero: perch, insomma, per
 comprarmi i libri e per farmi istruire,  rimasto in maniche di
 camicia... a questi freddi! Non ci sono che i babbi che sieno
 capaci di certi sacrifizi!
 Mentre tutto commosso diceva cos, gli parve di sentire in
 lontananza una musica di pifferi e di colpi di gran cassa: p-p-
 p, p-p-p, zum, zum, zum, zum.
 Si ferm e stette in ascolto. Quei suoni venivano di fondo a una
 lunghissima strada traversa, che conduceva a un piccolo paesetto
 fabbricato sulla spiaggia del mare.
 Che cosa sia questa musica? Peccato che io debba andare a
 scuola, se no...
 E rimase l perplesso. A ogni modo, bisognava prendere una
 risoluzione: o a scuola, o a sentire i pifferi.
 Oggi ander a sentire i pifferi, e domani a scuola: per andare a
 scuola c' sempre tempo, disse finalmente quel monello facendo
 una spallucciata.
 Detto fatto, infil gi per la strada traversa, e cominci a
 correre a gambe. Pi correva e pi sentiva distinto il suono dei
 pifferi e dei tonfi della gran cassa: p-p-p, p-p-p, p-p-
 p, zum, zum, zum, zum.
 Quand'ecco che si trov in mezzo a una piazza tutta piena di
 gente, la quale si affollava intorno a un gran baraccone di legno
 e di tela dipinta di mille colori.
 Che cos' quel baraccone? domand Pinocchio, voltandosi a un
 ragazzetto che era l del paese.
 Leggi il cartello, che c' scritto, e lo saprai.
 Lo leggerei volentieri, ma per l'appunto oggi non so leggere.
 Bravo bue! Allora te lo legger io. Sappi dunque che in quel
 cartello a lettere rosse come il fuoco, c' scritto: GRAN TEATRO
 DEI BURATTINI.
 E' molto che  incominciata la commedia?
 Comincia ora.
 E quanto si spende per entrare?
 Quattro soldi. Pinocchio, che aveva addosso la febbre della
 curiosit, perse ogni ritegno, e disse senza vergognarsi al
 ragazzetto, col quale parlava:
 Mi daresti quattro soldi fino a domani?
 Te li darei volentieri, gli rispose l'altro canzonandolo, ma
 oggi per l'appunto non te li posso dare.
 Per quattro soldi, ti vendo la mia giacchetta gli disse allora
 il burattino,
 Che vuoi che mi faccia di una giacchetta di carta fiorita? Se ci
 piove su, non c' pi verso di cavarsela da dosso.
 Vuoi comprare le mie scarpe?
 Sono buone per accendere il fuoco.
 Quanto mi di del berretto?
 Bell'acquisto davvero! Un berretto di midolla di pane! C' il
 caso che i topi me lo vengano a mangiare in capo! -
 Pinocchio era sulle spine. Stava l l per fare un'ultima offerta:
 ma non aveva coraggio; esitava, tentennava, pativa. Alla fine
 disse:
 Vuoi darmi quattro soldi di quest'Abbecedario nuovo?
 Io sono un ragazzo, e non compro nulla dai ragazzi, gli
 rispose il suo piccolo interlocutore, che aveva molto pi giudizio
 di lui.
 Per quattro soldi l'Abbecedario lo prendo io, grid un
 rivenditore di panni usati, che s'era trovato presente alla
 conversazione.
 E il libro fu venduto l su due piedi. E pensare che quel
 pover'uomo di Geppetto era rimasto a casa, a tremare dal freddo in
 maniche di camicia, per comprare l'Abbecedario al figliolo!











 Capitolo 10.
 I burattini riconoscono il loro fratello Pinocchio e gli fanno una
 grandissima festa; ma sul pi bello, esce fuori il burattinaio
 Mangiafoco e Pinocchio corre il pericolo di fare una brutta fine.

 Quando Pinocchio entr nel teatrino delle marionette, accadde un
 fatto che dest una mezza rivoluzione.
 Bisogna sapere che il sipario era tirato su e la commedia era gi
 incominciata.
 Sulla scena si vedevano Arlecchino e Pulcinella, che bisticciavano
 fra di loro e, secondo il solito, minacciavano da un momento
 all'altro di scambiarsi un carico di schiaffi e di bastonate.
 La platea, tutta attenta, si mandava a male dalle grandi risate,
 nel sentire il battibecco di quei due burattini, che gestivano e
 si trattavano d'ogni vitupero con tanta verit, come se fossero
 proprio due animali ragionevoli e due persone di questo mondo.
 Quando all'improvviso, che  che non , Arlecchino smette di
 recitare, e voltandosi verso il pubblico e accennando colla mano
 qualcuno in fondo alla platea, comincia a urlare in tono
 drammatico:
 Numi del firmamento! sogno o son desto? Eppure quello laggi 
 Pinocchio!
 E' Pinocchio davvero grida Pulcinella.
 E' proprio lui strilla la signora Rosaura, facendo capolino di
 fondo alla scena.
 E' Pinocchio!  Pinocchio! urlano in coro tutti i burattini
 uscendo a salti fuori dalle quinte. E' Pinocchio! E' il nostro
 fratello Pinocchio! Evviva Pinocchio!
 Pinocchio, vieni quass da me, grida Arlecchino, vieni a
 gettarti fra le braccia dei tuoi fratelli di legno!
 A questo affettuoso invito Pinocchio spicca un salto, e di fondo
 alla platea va nei posti distinti; poi con un altro salto, dai
 posti distinti monta sulla testa del direttore d'orchestra, e di
 l schizza sul palcoscenico.
 E' impossibile figurarsi gli abbracciamenti, gli strizzoni di
 collo, i pizzicotti dell'amicizia e le zuccate della vera e
 sincera fratellanza, che Pinocchio ricev in mezzo a tanto
 arruffo dagli attori e dalle attrici di quella compagnia
 drammatico-vegetale.
 Questo spettacolo era commovente, non c' che dire: ma il pubblico
 della platea, vedendo che la commedia non andava pi avanti,
 s'impazient e prese a gridare: Vogliamo la commedia, vogliamo
 la commedia! -
 Tutto fiato buttato via, perch i burattini, invece di continuare
 la recita, raddoppiarono il chiasso e le grida, e, postosi
 Pinocchio sulle spalle, se lo portarono in trionfo davanti ai lumi
 della ribalta.
 Allora usc fuori il burattinaio, un omone cos brutto, che
 metteva paura soltanto a guardarlo. Aveva una barbaccia nera come
 uno scarabocchio d'inchiostro, e tanto lunga che gli scendeva dal
 mento fino a terra: basta dire che, quando camminava, se la
 pestava coi piedi. La sua bocca era larga come un forno, i suoi
 occhi parevano due lanterne di vetro rosso, col lume acceso di
 dietro, e con le mani schioccava una grossa frusta, fatta di
 serpenti e di code di volpe attorcigliate insieme.
 All'apparizione inaspettata del burattinaio, ammutolirono tutti:
 nessuno fiat pi. Si sarebbe sentito volare una mosca. Quei
 poveri burattini, maschi e femmine, tremavano come tante foglie.
 Perch sei venuto a mettere lo scompiglio nel mio teatro?
 domand il burattinaio a Pinocchio, con un vocione d'Orco
 gravemente infreddato di testa.
 La creda, illustrissimo, che la colpa non  stata mia!
 Basta cos! Stasera faremo i nostri conti. -
 Difatti finita la recita della commedia, il burattinaio and in
 cucina, dov'egli s'era preparato per cena un bel montone, che
 girava lentamente infilato nello spiede. E perch gli mancavano le
 legna per finirlo di cuocere e di rosolare, chiam Arlecchino e
 Pulcinella e disse loro:
 Portatemi di qua quel burattino, che troverete attaccato al
 chiodo. Mi pare un burattino fatto di un legname molto asciutto, e
 sono sicuro che, a buttarlo sul fuoco, mi dar una bellissima
 fiammata all'arrosto. -
 Arlecchino e Pulcinella da principio esitarono; ma impauriti da
 un'occhiataccia del loro padrone, obbedirono: e dopo poco
 tornarono in cucina, portando sulle braccia il povero Pinocchio,
 il quale, divincolandosi come un'anguilla fuori dell'acqua,
 strillava disperatamente: Babbo mio salvatemi! Non voglio
 morire, non voglio morire!










 Capitolo 11.
 Mangiafoco starnutisce e perdona a Pinocchio, il quale poi difende
 dalla morte il suo amico Arlecchino.

 Il burattinaio Mangiafoco (questo era il suo nome) pareva un uomo
 spaventoso, non dico di no, specie con quella sua barbaccia nera
 che, a uso grembiale, gli copriva tutto il petto e tutte le gambe;
 ma nel fondo poi non era un cattiv'uomo. Prova ne sia che quando
 vide portarsi davanti quel povero Pinocchio,che si dibatteva per
 ogni verso, urlando "Non voglio morire, non voglio morire!"
 principi subito a commuoversi e a impietosirsi e, dopo aver
 resistito un bel pezzo, alla fine non ne pot pi, e lasci andare
 un sonorosissimo starnuto.
 A quello starnuto, Arlecchino che fin allora era stato afflitto e
 ripiegato come un salcio piangente, si fece tutto allegro in viso
 e chinatosi verso Pinocchio, gli bisbigli sottovoce:
 Buone nuove, fratello. Il burattinaio ha starnutito, e questo 
 segno che s' mosso a compassione per te, e oramai sei salvo. -
 Perch bisogna sapere che, mentre tutti gli uomini, quando si
 sentono impietositi per qualcuno, o piangono o per lo meno fanno
 finta di rasciugarsi gli occhi, Mangiafoco, invece, ogni volta che
 s'inteneriva davvero aveva il vizio di starnutire. Era un modo
 come un altro, per dare a conoscere agli altri la sensibilit del
 suo cuore.
 Dopo avere starnutito, il burattinaio, seguitando a fare il
 burbero grid a Pinocchio:
 Finiscila di piangere! I tuoi lamenti mi hanno messo
 un'uggiolina qui in fondo allo stomaco... sento uno spasimo, che
 quasi quasi... Etc! etc! e fece altri due starnuti.
 Felicit! disse Pinocchio.
 Grazie. E il tuo babbo e la tua mamma sono sempre vivi? gli
 domand Mangiafoco.
 Il babbo, s: la mamma non l'ho mai conosciuta.
 Chi lo sa che dispiacere sarebbe per il tuo vecchio padre, se
 ora ti facessi gettare fra que' carboni ardenti! Povero vecchio!
 lo compatisco!... Etc, etc, etc e fece altri tre starnuti.
 Felicit! disse Pinocchio.
 Grazie! Del resto bisogna compatire anche me, perch, come vedi,
 non ho pi legna per finire di cuocere quel montone arrosto, e tu,
 dico la verit, in questo caso mi avresti fatto un gran comodo! Ma
 oramai mi sono impietosito e ci vuol pazienza. Invece di te,
 metter a bruciare sotto lo spiedo qualche burattino della mia
 Compagnia. Ol, giandarmi!
 A questo comando comparvero subito due giandarmi di legno, lunghi
 lunghi, secchi secchi, col cappello a lucerna in testa e colla
 sciabola sfoderata in mano.
 Allora il burattinaio disse loro con voce rantolosa:
 Pigliatemi l quell'Arlecchino, legatelo ben bene, e poi
 gettatelo a bruciare sul fuoco. Io voglio che il mio montone sia
 arrostito bene!
 Figuratevi il povero Arlecchino! Fu tanto il suo spavento, che le
 gambe gli si ripiegarono e cadde bocconi per terra.
 Pinocchio, alla vista di quello spettacolo straziante, and a
 gettarsi ai piedi del burattinaio e piangendo dirottamente e
 bagnandogli di lacrime tutti i peli della lunghissima barba,
 cominci a dire con voce supplichevole:
 Piet, signor Mangiafoco!
 Qui non ci son signori! replic duramente il burattinaio.
 Piet, signor Cavaliere!
 Qui non ci son cavalieri!
 Piet, signor Commendatore!
 Qui non ci sono commendatori!
 Piet, Eccellenza!
 A sentirsi chiamare Eccellenza il burattinaio fece subito il
 bocchino tondo, e diventato tutt'a un tratto pi umano e pi
 trattabile, disse a Pinocchio:
 Ebbene, che cosa vuoi da me?
 Vi domando grazia per il povero Arleeehino!
 Qui non c' grazia che tenga. Se ho risparmiato te, bisogna che
 faccia mettere sul fuoco lui, perch io voglio che il mio montone
 sia arrostito bene.
 In questo caso, grid fieramente Pinocchio, rizzandosi e
 gettando via il suo berretto di midolla di pane in questo caso
 conosco qual  il mio dovere. Avanti, signori giandarmi! Legatemi
 e gettatemi l fra quelle fiamme. No, non  giusta che il povero
 Arlecchino, il vero amico mio, debba morire per me! -
 Queste parole, pronunziate con voce alta e con accento eroico,
 fecero piangere tutti i burattini che erano presenti a quella
 scena. Gli stessi giandarmi, sebbene fossero di legno, piangevano
 come due agnellini di latte.
 Mangiafuoco, sul principio, rimase duro e immobile come un pezzo
 di ghiaccio: ma poi, adagio adagio, cominci anche lui a
 commuoversi e a starnutire. E fatti quattro o cinque starnuti,
 apr affettuosamente le braccia e disse a Pinocchio:
 Tu sei un gran bravo ragazzo! Vieni qua da me e dammi un bacio.
 Pinocchio corse subito, e arrampicandosi come uno scoiattolo su
 per la barba del burattinaio, and a posargli un bellissimo bacio
 sulla punta del naso.
 Dunque la grazia  fatta? domand il povero Arlecchino, con un
 fil di voce che si sentiva appena.
 La grazia  fatta! rispose Mangiafoco: poi soggiunse
 sospirando e tentennando il capo:
 Pazienza! Per questa sera mi rassegner a mangiare il montone
 mezzo crudo: ma un'altra volta, guai a chi toccher! -
 Alla notizia della grazia ottenuta, i burattini corsero tutti sul
 palcoscenico e, accesi i lumi e i lampadari come in serata di
 gala, cominciarono a saltare e a ballare. Era l'alba e ballavano
 sempre.












 Capitolo 12.
 Il burattinaio Mangiafoco regala cinque monete d'oro a Pinocchio
 perch le porti al suo babbo Geppetto: e Pinocchio, invece, si
 lascia abbindolare dalla Volpe e dal Gatto e se ne va con loro.

 Il giorno di poi Mangiafoco chiam in disparte Pinocchio e gli
 domand:
 Come si chiama tuo padre?
 Geppetto.
 E che mestiere fa?
 Il povero.
 Guadagna molto?
 Guadagna tanto, quanto ci vuole per non aver mai un centesimo in
 tasca. Si figuri che per comprarmi l'Abbecedario della scuola dov
 vendere l'unica casacca che aveva addosso: una casacca che fra
 toppe e rimendi, era tutta una piaga.
 Povero diavolo! Mi fa quasi compassione. Ecco qui cinque monete
 d'oro. Vai subito a portargliele e salutalo tanto da parte mia. -
 Pinocchio, com' facile immaginarselo, ringrazi mille volte il
 burattinaio: abbracci, a uno a uno, tutti i burattini della
 Compagnia, anche i giandarmi; e fuori di s dalla contentezza, si
 mise in viaggio per tornarsene a casa sua.
 Ma non aveva fatto ancora mezzo chilometro, che incontr per la
 strada una Volpe zoppa da un piede e un Gatto cieco da tutt'e due
 gli occhi, che se ne andavano l l, aiutandosi fra di loro, da
 buoni compagni di sventura. La Volpe, che era zoppa, camminava
 appoggiandosi al Gatto: e il Gatto che era cieco, si lasciava
 guidare dalla Volpe.
 Buon giorno, Pinocchio gli disse la Volpe, salutandolo
 garbatamente.
 Com' che sai il mio nome? domand il burattino.
 Conosco bene il tuo babbo.
 Dove l'hai veduto?
 L'ho veduto ieri sulla porta di casa sua.
 E che cosa faceva?
 Era in maniche di camicia e tremava dal freddo.
 Povero babbo! Ma, se Dio vuole, da oggi in poi non tremer pi!
 Perch?
 Perch io sono diventato un gran signore.
 Un gran signore tu? disse la Volpe, e cominci a ridere di
 riso sguaiato e canzonatore: e il Gatto rideva anche lui, ma per
 non darlo a vedere, si pettinava i baffi colle zampe davanti.
 C' poco da ridere grid Pinocchio impermalito. Mi dispiace
 davvero di farvi venire l'acquolina in bocca, ma queste qui, se ve
 ne intendete, sono cinque bellissime monete d'oro.
 E tir fuori le monete avute in regalo da Mangiafoco.
 Al simpatico suono di quelle monete, la Volpe, per un moto
 involontario, allung la gamba che pareva rattrappita, e il Gatto
 spalanc tutt'e due gli occhi, che parvero due lanterne verdi: ma
 poi li richiuse subito, tant' vero che Pinocchio non si accorse
 di nulla.
 E ora gli domand la Volpe che cosa vuoi farne di codeste
 monete?
 Prima di tutto rispose il burattino voglio comprare per il
 mio babbo una bella casacca nuova, tutta d'oro e d'argento e coi
 bottoni di brillanti; e poi voglio comprare un Abbecedario per me.
 Per te?
 Davvero: perch voglio andare a scuola e mettermi a studiare a
 buono.
 Guarda me! disse la Volpe. Per la passione sciocca di
 studiare ho perduto una gamba.
 Guarda me! disse il Gatto. Per la passione sciocca di
 studiare ho perduto la vista di tutti e due gli occhi.
 In quel mentre un Merlo bianco, che se ne stava appollaiato sulla
 siepe della strada, fece il suo solito verso e disse:
 Pinocchio, non dar retta ai consigli dei cattivi compagni: se
 no, te ne pentirai! -
 Povero Merlo, non l'avesse mai detto! Il Gatto, spiccando un gran
 salto, gli si avvent addosso, e senza dargli nemmeno il tempo di
 dire "ohi" se lo mangi in un boccone, con le penne e tutto.
 Mangiato che l'ebbe e ripulitasi la bocca, chiuse gli occhi
 daccapo e ricominci a fare il cieco come prima.
 Povero Merlo, disse Pinocchio al Gatto perch l'hai trattato
 cos male?
 Ho fatto per dargli una lezione. Cos un'altra volta imparer a
 non metter bocca nei discorsi degli altri. -
 Erano giunti pi che a mezza strada, quando la Volpe, fermandosi
 di punto in bianco, disse al burattino:
 Vuoi raddoppiare le tue monete d'oro?
 Cio?
 Vuoi tu, di cinque miserabili zecchini, farne cento, mille,
 duemila?
 Magari! e la maniera?
 La maniera  facilissima. Invece di tornartene a casa tua,
 dovresti venire con noi.
 E dove mi volete condurre?
 Nel paese dei Barbagianni. -
 Pinocchio ci pens un poco, e poi disse risolutamente:
 No, non ci voglio venire. Oramai sono vicino a casa, e voglio
 andarmene a casa, dove c' il mio babbo che m'aspetta. Chi lo sa,
 povero vecchio, quanto ha sospirato ieri, a non vedermi tornare.
 Pur troppo io sono stato un figliuolo cattivo, e il Grillo
 parlante aveva ragione quando diceva: "i ragazzi disobbedienti non
 possono aver bene in questo mondo." E io l'ho provato a mie spese,
 perch mi sono capitate dimolte disgrazie, e anche ieri sera in
 casa di Mangiafoco, ho corso pericolo... Brrr! mi viene i bordoni
 soltanto a pensarci!
 Dunque disse la Volpe vuoi proprio andare a casa tua? Allora
 vai pure, e tanto peggio per te.
 Tanto peggio per te! ripet il Gatto.
 Pensaci bene, Pinocchio, perch tu dai un calcio alla fortuna.
 Alla fortuna! ripet il Gatto.
 I tuoi cinque zecchini, dall'oggi al domani sarebbero diventati
 duemila.
 Duemila! ripet il Gatto.
 Ma com' mai possibile che diventino tanti? domand Pinocchio,
 restando a bocca aperta dallo stupore.
 Te lo spiego subito disse la Volpe. Bisogna sapere che nel
 paese dei Barbagianni c' un campo benedetto, chiamato da tutti il
 Campo dei miracoli. Tu fai in questo campo una piccola buca e ci
 metti dentro per esempio uno zecchino d'oro. Poi ricopri la buca
 con un po' di terra: l'annaffi con due secchie d'acqua di fontana,
 ci getti sopra una presa di sale, e la sera te ne vai
 tranquillamente a letto. Intanto, durante la notte, lo zecchino
 germoglia e fiorisce, e la mattina dopo, di levata, ritornando nel
 campo, che cosa trovi? Trovi un bell'albero carico di tanti
 zecchini d'oro quanti chicchi di grano pu avere una bella spiga
 nel mese di giugno.
 Sicch dunque disse Pinocchio sempre pi sbalordito se io
 sotterrassi in quel campo i miei cinque zecchini, la mattina dopo
 quanti zecchini ci troverei?
 E' un conto facilissimo rispose la Volpe un conto che puoi
 farlo sulla punta delle dita. Poni che ogni zecchino ti faccia un
 grappolo di cinquecento zecchini: moltiplica il cinquecento per
 cinque e la mattina dopo ti trovi in tasca duemila cinquecento
 zecchini lampanti e sonanti.
 Oh che bella cosa! grid Pinocchio, ballando dall'allegrezza.
 Appena che questi zecchini gli avr raccolti, ne prender per me
 duemila e gli altri cinquecento di pi li dar in regalo a voi
 altri due.
 Un regalo a noi? grid la Volpe sdegnandosi e chiamandosi
 offesa. Dio te ne liberi!
 Te ne liberi! ripet il Gatto.
 Noi riprese la Volpe non lavoriamo per il vile interesse:
 noi lavoriamo unicamente per arricchire gli altri.
 Gli altri! ripet il Gatto.
 Che brave persone! pens dentro di s Pinocchio: e
 dimenticandosi l sul tamburo, del suo babbo, della casacca nuova,
 dell'Abbecedario e di tutti i buoni proponimenti fatti, disse alla
 Volpe e al Gatto:
 Andiamo subito. Io vengo con voi.













 Capitolo 13.
 L'osteria del Gambero rosso.

 Cammina, cammina, cammina, alla fine sul far della sera arrivarono
 stanchi morti all'osteria del Gambero rosso.
 Fermiamoci un po' qui, disse la Volpe tanto per mangiare un
 boccone e per riposarci qualche ora. A mezzanotte poi ripartiremo
 per essere domani, all'alba, nel Campo dei miracoli.
 Entrati nell'osteria, si posero tutti e tre a tavola: ma nessuno
 di loro aveva appetito.
 Il povero Gatto, sentendosi gravemente indisposto di stomaco non
 pot mangiare altro che trentacinque triglie con salsa di pomodoro
 e quattro porzioni di trippa alla parmigiana; e perch la trippa
 non gli pareva condita abbastanza, si rifece tre volte a chiedere
 il burro e il formaggio grattato!
 La Volpe avrebbe spelluzzicato volentieri qualche cosa anche lei:
 ma siccome il medico le aveva ordinato una grandissima dieta, cos
 dov contentarsi di una semplice lepre dolce e forte con un
 leggerissimo contorno di pollastre ingrassate e di galletti di
 primo canto. Dopo la lepre si fece portare per tornagusto un
 cibreino di pernici, di starne, di conigli, di ranocchi, di
 lucertole e d'uva paradisa; e poi non volle altro. Aveva tanta
 nausea per il cibo, diceva lei, che non poteva accostarsi nulla
 alla bocca.
 Quello che mangi meno di tutti fu Pinocchio. Chiese uno spicchio
 di noce e un cantuccino di pane, e lasci nel piatto ogni cosa.
 Il povero figliolo col pensiero sempre fisso al Campo dei
 miracoli, aveva preso un'indigestione anticipata di monete d'oro.
 Quand'ebbero cenato, la Volpe disse all'oste:
 Dateci due buone camere, una per il signor Pinocchio e un'altra
 per me e per il mio compagno. Prima di ripartire stiacceremo un
 sonnellino. Ricordatevi per che a mezzanotte vogliamo essere
 svegliati per continuare il nostro viaggio.
 Sissignori, rispose l'oste, e strizz l'occhio alla Volpe e al
 Gatto, come dire: "Ho mangiato la foglia e ci siamo intesi!"
 Appena che Pinocchio fu entrato nel letto, si addorment a colpo e
 principi a sognare. E sognando gli pareva di essere in mezzo a un
 campo, e questo campo era pieno di arboscelli carichi di grappoli,
 e questi grappoli erano carichi di zecchini d'oro che,
 dondolandosi mossi dal vento, facevano "zin, zin, zin", quasi
 volessero dire "chi ci vuole venga a prenderci". Ma quando
 Pinocchio fu sul pi bello, quando, cio, allung la mano per
 prendere a manciate tutte quelle belle monete e mettersele in
 tasca, si trov svegliato all'improvviso da tre violentissimi
 colpi dati nella porta di camera.
 Era l'oste che veniva a dirgli che la mezzanotte era suonata.
 E i miei compagni sono pronti? gli domand il burattino.
 Altro che pronti! Sono partiti due ore fa.
 Perch mai tanta fretta?
 Perch il Gatto ha ricevuto un'imbasciata, che il suo gattino
 maggiore, malato di geloni ai piedi, stava in pericolo di vita.
 E la cena l'hanno pagata?
 Che vi pare? Quelle l sono persone troppo educate, perch
 facciano un affronto simile alla signoria vostra.
 Peccato! Quest'affronto mi avrebbe fatto tanto piacere! disse
 Pinocchio, grattandosi il capo. Poi domand:
 E dove hanno detto di aspettarmi quei buoni amici?
 Al Campo dei miracoli, domattina, allo spuntare del giorno. -
 Pinocchio pag uno zecchino per la cena sua e per quella dei suoi
 compagni, e dopo part.
 Ma si pu dire che partisse a tastoni, perch fuori dell'osteria
 c'era un buio cos buio, che non ci si vedeva da qui a l. Nella
 campagna all'intorno non si sentiva alitare una foglia. Solamente
 alcuni uccellacci notturni, traversando la strada da una siepe
 all'altra, venivano a sbattere le ali sul naso di Pinocchio, il
 quale facendo un salto indietro per la paura, gridava: Chi va
 l? e l'eco delle colline circostanti ripeteva in lontananza -
 Chi va l? chi va l? chi va la? -
 Intanto, mentre camminava, vide sul tronco di un albero un piccolo
 animaletto che riluceva di una luce pallida e opaca, come un
 lumino da notte dentro una lampada di porcellana trasparente.
 Chi sei? gli domand Pinocchio.
 Sono l'ombra del Grillo parlante rispose l'animaletto, con una
 vocina fioca fioca, che pareva venisse dal mondo di l.
 Che vuoi da me? disse il burattino
 Voglio darti un consiglio. Ritorna indietro e porta i quattro
 zecchini, che ti sono rimasti, al tuo povero babbo che piange e si
 dispera per non averti pi veduto.
 Domani il mio babbo sar un gran signore, perch questi quattro
 zecchini diventeranno duemila.
 Non ti fidare, ragazzo mio, di quelli che promettono di farti
 ricco dalla mattina alla sera. Per il solito, o sono matti o
 imbroglioni! Dai retta a me, ritorna indietro.
 E io, invece, voglio andare avanti.
 L'ora  tarda!...
 Voglio andare avanti.
 La nottata  scura...
 Voglio andare avanti.
 La strada  pericolosa...
 Voglio andare avanti.
 Ricordati che i ragazzi che vogliono fare di loro capriccio e a
 modo loro, prima o poi se ne pentono.
 Le solite storie. Buona notte, Grillo.
 Buona notte, Pinocchio, e che il cielo ti salvi dalla guazza e
 dagli assassini
 Appena dette queste ultime parole, il Grillo parlante si spense a
 un tratto, come si spenge un lume soffiandoci sopra, e la strada
 rimase pi buia di prima.












 Capitolo 14.
 Pinocchio, per non aver dato retta ai buoni consigli del Grillo
 parlante, s'imbatte negli assassini.

 Davvero disse fra s il burattino rimettendosi in viaggio -
 come siamo disgraziati noi altri poveri ragazzi. Tutti ci
 sgridano, tutti ci ammoniscono, tutti ci danno dei consigli. A
 lasciarli dire, tutti si metterebbero in capo di essere i nostri
 babbi e i nostri maestri: tutti, anche i Grilli parlanti. Ecco
 qui: perch io non ho voluto dar retta a quell'uggioso di Grillo,
 chi lo sa quante disgrazie, secondo lui, mi dovrebbero accadere!
 Dovrei incontrare anche gli assassini! Meno male che agli
 assassini io non ci credo, n ci ho creduto mai. Per me gli
 assassini sono stati inventati apposta dai babbi, per far paura ai
 ragazzi che vogliono andare fuori la notte. E poi se anche li
 trovassi qui sulla strada, mi darebbero forse soggezione? Neanche
 per sogno. Anderei loro sul viso, gridando: "Signori assassini,
 che cosa vogliono da me? Si rammentino che con me non si scherza!
 Se ne vadano dunque per i fatti loro, e zitti!" A questa
 parlantina fatta sul serio, quei poveri assassini, mi par di
 vederli, scapperebbero via come il vento. Caso poi fossero tanto
 ineducati da non volere scappare, allora scapperei io, e cos la
 farei finita...
 Ma Pinocchio non pot finire il suo ragionamento, perch in quel
 punto gli parve di sentire dietro di s un leggerissimo frusco di
 foglie.
 Si volt a guardare e vide nel buio due figuracce nere tutte
 imbacuccate in due sacchi da carbone, le quali correvano dietro a
 lui a salti e in punta di piedi, come se fossero due fantasmi.
 Eccoli davvero! disse dentro di s: e non sapendo dove
 nascondere i quattro zecchini, se li nascose in bocca e
 precisamente sotto la lingua.
 Poi si prov a scappare. Ma non aveva ancor fatto il primo passo,
 che sent agguantarsi per le braccia e intese due voci orribili e
 cavernose, che gli dissero:
 O la borsa o la vita! -
 Pinocchio non potendo rispondere con le parole, a motivo delle
 monete che aveva in bocca, fece mille salamelecchi e mille
 pantomime, per dare ad intendere a quei due incappati, di cui si
 vedevano soltanto gli occhi attraverso i buchi dei sacchi, che lui
 era un povero burattino, e che non aveva in tasca nemmeno un
 centesimo falso.
 Via, via! Meno ciarle e fuori i denari! gridarono
 minacciosamente i due briganti.
 E il burattino fece col capo e colle mani un segno, come dire:
 "Non ne ho".
 Metti fuori i denari o sei morto; disse l'assassino pi alto
 di statura.
 Morto! ripet l'altro.
 E dopo ammazzato te, ammazzeremo anche tuo padre!
 Anche tuo padre!
 No, no, no, il mio povero babbo no! grid Pinocchio con
 accento disperato: ma nel gridare cos, gli zecchini gli suonarono
 in bocca.
 Ah! furfante! Dunque i denari te li sei nascosti sotto la
 lingua? Sputali subito! -
 E Pinocchio, duro!
 Ah! tu fai il sordo? Aspetta un poco, che penseremo noi a
 farteli sputare! -
 Difatti uno di loro afferr il burattino per la punta del naso e
 quell'altro lo prese per la bazza, e li cominciarono a tirare
 screanzatamente, uno per in qua e l'altro per in l, tanto da
 costringerlo a spalancare la bocca: ma non ci fu verso La bocca
 del burattino pareva inchiodata e ribadita.
 Allora l'assassino pi piccolo di statura, cavato fuori un
 coltellaccio, prov a conficcarglielo a guisa di leva e di
 scalpello fra le labbra: ma Pinocchio, lesto come un lampo, gli
 azzann la mano coi denti, e dopo avergliela con un morso staccata
 di netto, la sput; e figuratevi la sua meraviglia quando, invece
 di una mano, si accorse di avere sputato in terra uno zampetto di
 gatto.
 Incoraggito da questa prima vittoria, si liber a forza dalle
 unghie degli assassini, e saltata la siepe della strada, cominci
 a fuggire per la campagna. E gli assassini a correre dietro a lui,
 come due cani dietro una lepre: e quello che aveva perduto uno
 zampetto correva con una gamba sola, n si  saputo mai come
 facesse.
 Dopo una corsa di quindici chilometri, Pinocchio non ne poteva
 pi. Allora, vistosi perso, si arrampic su per il fusto di un
 altissimo pino e si pose a sedere in vetta ai rami. Gli assassini
 tentarono di arrampicarsi anche loro, ma giunti a met del fusto,
 sdrucciolarono e, ricascando a terra, si spellarono le mani e i
 piedi.
 Non per questo si dettero per vinti: che anzi raccolto un fastello
 di legna secche a pi del pino, vi appiccarono il fuoco. In men
 che non si dice, il pino cominci a bruciare e a divampare, come
 una candela agitata dal vento. Pinocchio, vedendo che le fiamme
 salivano sempre pi, e non volendo far la fine del piccione
 arrosto spicc un bel salto di vetta all'albero, e via a correre
 daccapo attraverso ai campi e ai vigneti. E gli assassini dietro,
 sempre dietro, senza stancarsi mai.
 Intanto cominciava a baluginare il giorno e si rincorrevano
 sempre; quand'ecco che Pinocchio si trov improvvisamente sbarrato
 il passo da un fosso largo e profondissimo, tutto pieno di
 acquaccia sudicia, color del caff e latte. Che fare? "Una, due,
 tre!" grid il burattino, e slanciandosi con una gran rincorsa,
 salt dall'altra parte. E gli assassini saltarono anche loro, ma
 non avendo preso bene la misura, "patapunfete"!... cascarono gi
 nel bel mezzo del fosso. Pinocchio che sent il tonfo e gli
 schizzi dell'acqua, url ridendo e seguitando a correre:
 Buon bagno, signori assassini! -
 E gi si figurava che fossero bell'e affogati, quando invece,
 voltandosi a guardare, si accorse che gli correvano dietro tutti e
 due, sempre imbacuccati nei loro sacchi, e grondanti acqua come
 due panieri sfondati.





 Capitolo 15.
 Gli assassini inseguono Pinocchio; e dopo averlo raggiunto, lo
 impiccano a un ramo della Quercia grande.

 Allora il burattino, perdutosi d'animo, fu proprio sul punto di
 gettarsi in terra e di darsi per vinto, quando nel girare gli
 occhi all'intorno vide fra mezzo al verde cupo degli alberi
 biancheggiare in lontananza una casina candida come la neve.
 Se io avessi tanto fiato da arrivare fino a quella casa, forse
 sarei salvo, disse dentro di s.
 E senza indugiare un minuto riprese a correre per il bosco a
 carriera distesa. E gli assassini sempre dietro.
 E dopo una corsa disperata di quasi due ore, finalmente tutto
 trafelato arriv alla porta di quella casina e buss.
 Nessuno rispose.
 Torn a bussare con maggior violenza, perch sentiva avvicinarsi
 il rumore dei passi e il respiro grosso e affannoso de' suoi
 persecutori. Lo stesso silenzio.
 Avvedutosi che il bussare non giovava a nulla, cominci per
 disperazione a dare calci e zuccate nella porta. Allora si
 affacci alla finestra una bella Bambina, coi capelli turchini e
 il viso bianco come un'immagine di cera, gli occhi chiusi e le
 mani incrociate sul petto, la quale senza muovere punto le labbra,
 disse con una vocina che pareva venisse dall'altro mondo:
 In questa casa non c' nessuno. Sono tutti morti.
 Aprimi almeno tu! grid Pinocchio piangendo e raccomandandosi.
 Sono morta anch'io.
 Morta? e allora che cosa fai costi alla finestra?
 Aspetto la bara che venga a portarmi via. -
 Appena detto cosi, la Bambina disparve, e la finestra si richiuse
 senza far rumore.
 O bella Bambina dai capelli turchini, gridava Pinocchio,
 aprimi per carit. Abbi compassione di un povero ragazzo inseguito
 dagli assass...
 Ma non pot finir la parola, perch sent afferrarsi per il collo
 e le solite due vociacce che gli brontolarono minacciosamente:
 Ora non ci scappi pi! -
 Il burattino, vedendosi balenare la morte dinanzi agli occhi, fu
 preso da un tremito cos forte, che nel tremare, gli suonavano le
 giunture delle sue gambe di legno e i quattro zecchini che teneva
 nascosti sotto la lingua.
 Dunque? gli domandarono gli assassini vuoi aprirla la bocca,
 s o no? Ah! non rispondi? Lascia fare: ch questa volta te la
 faremo aprir noi! -
 E cavato fuori due coltellacci lunghi lunghi e affilati come rasoi
 "zaff" e "zaff" gli affibbiarono due colpi nel mezzo alle reni.
 Ma il burattino per sua fortuna era fatto d'un legno durissimo
 motivo per cui le lame, spezzandosi, andarono in mille schegge e
 gli assassini rimasero col manico dei coltelli in mano, a
 guardarsi in faccia.
 Ho capito, disse allora un di loro bisogna impiccarlo!
 Impicchiamolo!
 Impicchiamolo! ripet l'altro.
 Detto fatto, gli legarono le mani dietro le spalle e, passatogli
 un nodo scorsoio intorno alla gola, lo attaccarono penzoloni al
 ramo di una grossa pianta detta la Quercia grande.
 Poi si posero l, seduti sull'erba, aspettando che il burattino
 facesse l'ultimo sgambetto: ma il burattino, dopo tre ore, aveva
 sempre gli occhi aperti, la bocca chiusa e sgambettava pi che
 mai.
 Annoiati finalmente di aspettare, si voltarono a Pinocchio e gli
 dissero sghignazzando:
 Addio a domani. Quando domani torneremo qui, si spera che ci
 farai la garbatezza di farti trovare bell'e morto e con la bocca
 spalancata.
 E se ne andarono.
 Intanto s'era levato un vento impetuoso di tramontana, che
 soffiando e mugghiando con rabbia, sbatacchiava in qua e in l il
 povero impiccato, facendolo dondolare violentemente come il
 battaglio d'una campana che suona a festa. E quel dondolo gli
 cagionava acutissimi spasimi, e il nodo scorsoio, stringendosi
 sempre pi alla gola, gli toglieva il respiro.
 A poco a poco gli occhi gli si appannarono; e sebbene sentisse
 avvicinarsi la morte, pure sperava sempre che da un momento
 all'altro sarebbe capitata qualche anima pietosa a dargli aiuto.
 Ma quando, aspetta aspetta, vide che non compariva nessuno,
 proprio nessuno, allora gli torn in mente il suo povero babbo...
 e balbett quasi moribondo:
 Oh babbo mio! se tu fossi qui!... -
 E non ebbe fiato per dir altro. Chiuse gli occhi, apr la bocca,
 stir le gambe e, dato un grande scrollone, rimase l come
 intirizzito.






 Capitolo 16.
 La bella Bambina dai capelli turchini fa raccogliere il burattino:
 lo mette a letto, e chiama tre medici per sapere se sia vivo o
 morto.

 In quel mentre che il povero Pinocchio impiccato dagli assassini a
 un ramo della Quercia grande, pareva oramai pi morto che vivo, la
 bella Bambina dai capelli turchini si affacci daccapo alla
 finestra, e impietositasi alla vista di quell'infelice che,
 sospeso per il collo, ballava il trescone alle ventate di
 tramontana, batt per tre volte le mani insieme, e fece tre
 piccoli colpi.
 A questo segnale si sent un gran rumore di ali che volavano con
 foga precipitosa, e un grosso Falco venne a posarsi sul davanzale
 della finestra.
 Che cosa comandate, mia graziosa Fata? disse il Falco
 abbassando il becco in atto di reverenza: (perch bisogna sapere
 che la Bambina dai capelli turchini, non era altro in fin dei
 conti che una bonissima Fata che da pi di mill'anni abitava nelle
 vicinanze di quel bosco).
 Vedi tu quel burattino attaccato penzoloni a un ramo della
 Quercia grande?
 Lo vedo.
 Orbene: vola subito laggi: rompi col tuo fortissimo becco il
 nodo che lo tiene sospeso in aria e posalo delicatamente sdraiato
 sull'erba, a pi della Quercia. -
 Il Falco vol via e dopo due minuti torn, dicendo:
 Quel che mi avete comandato,  fatto.
 E come l'hai trovato? Vivo o morto?
 A vederlo pareva morto, ma non dev'essere ancora morto perbene,
 perch appena gli ho sciolto il nodo scorsoio che lo stringeva
 intorno alla gola, ha lasciato andare un sospiro, balbettando a
 mezza voce: "Ora mi sento meglio...".
 Allora la Fata, battendo le mani insieme, fece due piccoli colpi,
 e apparve un magnifico Can barbone, che camminava ritto sulle
 gambe di dietro, tale e quale come se fosse un uomo.
 Il Can barbone era vestito da cocchiere in livrea di gala. Aveva
 in capo un nicchiettino a tre punte gallonato d'oro, una parrucca
 bianca coi riccioli che gli scendevano gi per il collo, una
 giubba color di cioccolata coi bottoni di brillanti e con due
 grandi tasche per tenervi gli ossi, che gli regalava a pranzo la
 padrona, un paio di calzon corti di velluto cremisi, le calze di
 seta, gli scarpini scollati, e di dietro una specie di fodera da
 ombrelli, tutta di raso turchino, per mettervi dentro la coda,
 quando il tempo cominciava a piovere.
 Su da bravo, Medoro, disse la Fata al Can barbone. Fai
 subito attaccare la pi bella carrozza della mia scuderia e prendi
 la via del bosco. Arrivato che sarai sotto la Quercia grande,
 troverai disteso sull'erba un povero burattino mezzo morto.
 Raccoglilo con garbo, posalo pari pari su i cuscini della carrozza
 e portamelo qui. Hai capito? -
 Il Can barbone, per fare intendere che aveva capito, dimen tre
 quattro volte la fodera di raso turchino, che aveva dietro, e
 part come un barbero.
 Di li a poco, si vide uscire dalla scuderia una bella carrozzina
 color dell'aria, tutta imbottita di penne di canarino e foderata
 nell'interno di panna montata e di crema coi savoiardi. La
 carrozzina era tirata da cento pariglie di topini bianchi, e il
 Can barbone, seduto a cassetta schioccava la frusta a destra e
 sinistra, come un vetturino quand'ha paura di aver fatto tardi.
 Non era ancora passato un quarto d'ora, che la carrozzina torn, e
 la Fata, che stava aspettando sull'uscio di casa, prese in collo
 il povero burattino, e portatolo in una cameretta che aveva le
 pareti di madreperla, mand subito a chiamare i medici pi famosi
 del vicinato.
 E i medici arrivarono subito, uno dopo l'altro: arriv, cio, un
 Corvo, una Civetta e un Grillo parlante.
 Vorrei sapere da lor signori, disse la Fata, rivolgendosi ai
 tre medici riuniti intorno al letto di Pinocchio vorrei sapere
 da lor signori se questo disgraziato burattino sia vivo o morto.-
 A quest'invito, il Corvo, facendosi avanti per il primo, tast il
 polso a Pinocchio: poi gli tast il naso, poi il dito mignolo dei
 piedi; e quand'ebbe tastato ben bene, pronunzi solennemente
 queste parole:
 A mio credere il burattino  bell'e morto: ma se per disgrazia
 non fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che  sempre vivo.
 Mi dispiace disse la Civetta di dover contraddire il Corvo,
 mio illustre amico e collega: per me, invece, il burattino 
 sempre vivo; ma se per disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe
 segno che  morto davvero.
 E lei non dice nulla? domand la Fata al Grillo parlante.
 Io dico che il medico prudente quando non sa quello che dice, la
 miglior cosa che possa fare,  quella di stare zitto. Del resto
 quel burattino l non m' fisonomia nuova: io lo conosco da un
 pezzo!
 Pinocchio, che fin allora era stato immobile come un vero pezzo di
 legno, ebbe una specie di fremito convulso, che fece scuotere
 tutto il letto.
 Quel burattino l seguit a dire il Grillo parlante  una
 birba matricolata...
 Pinocchio apr gli occhi e li richiuse subito.
 E' un monellaccio, uno svogliato, un vagabondo... -
 Pinocchio si nascose la faccia sotto i lenzuoli.
 Quel burattino l  un figliolo disubbidiente, che far morire
 di crepacuore il suo povero babbo! -
 A questo punto si senti nella camera un suono soffocato di pianti
 e di singhiozzi. Figuratevi come rimasero tutti, allorch
 sollevati un poco i lenzuoli, si accorsero che quello che piangeva
 e singhiozzava era Pinocchio.
 Quando il morto piange,  segno che  in via di guarigione -
 disse solennemente il Corvo.
 Mi duole di contraddire il mio illustre amico e collega
 soggiunse la Civetta ma per me, quando il morto piange  segno
 che gli dispiace a morire.






 Capitolo 17.
 Pinocchio mangia lo zucchero, ma non vuol purgarsi: per quando
 vede i becchini che vengono a portarlo via, allora si purga. Poi
 dice una bugia e per gastigo gli cresce il naso.

 Appena i tre medici furono usciti di camera, la Fata si accost a
 Pinocchio, e, dopo averlo toccato sulla fronte, si accorse che era
 travagliato da un febbrone da non si dire.
 Allora sciolse una certa polverina bianca in un mezzo bicchier
 d'acqua, e porgendolo al burattino, gli disse amorosamente:
 Bevila, e in pochi giorni sarai guarito. -
 Pinocchio guard il bicchiere, storse un po' la bocca, e poi
 dimand con voce di piagnisteo:
 E' dolce o amara?
 E' amara, ma ti far bene.
 Se  amara, non la voglio.
 Da' retta a me: bevila.
 A me l'amaro non mi piace.
 Bevila: e quando l'avrai bevuta, ti dar una pallina di
 zucchero, per rifarti la bocca.
 Dov' la pallina di zucchero?
 Eccola qui, disse la Fata, tirandola fuori da una zuccheriera
 d'oro.
 Prima voglio la pallina di zucchero, e poi bever
 quell'acquaccia amara.
 Me lo prometti?
 S. -
 La Fata gli dette la pallina, e Pinocchio, dopo averla
 sgranocchiata e ingoiata in un attimo, disse leccandosi i labbri:
 Bella cosa se anche lo zucchero fosse una medicina!... Mi
 purgherei tutti i giorni.
 Ora mantieni la promessa e bevi queste poche gocciole d'acqua,
 che ti renderanno la salute.
 Pinocchio prese di mala voglia il bicchiere in mano e vi ficc
 dentro la punta del naso: poi se l'accost alla bocca: poi torn a
 ficcarci la punta del naso: finalmente disse:
 E' troppo amara! troppo amara! Io non la posso bere.
 Come fai a dirlo, se non l'hai nemmeno assaggiata?
 Me lo figuro! L'ho sentita all'odore. Voglio prima un'altra
 pallina di zucchero... e poi la bever.
 Allora la Fata, con tutta la pazienza di una buona mamma, gli pose
 in bocca un altro po' di zucchero; e dopo gli present daccapo il
 bicchiere.
 Cos non la posso bere! disse il burattino, facendo mille
 smorfie.
 Perch?
 Perch mi d noia quel guanciale che ho laggi su i piedi.
 La Fata gli lev il guanciale.
 E' inutile! Nemmeno cos la posso bere.
 Che cos'altro ti d noia?
 Mi d noia l'uscio di camera, che  mezzo aperto.
 La Fata and e chiuse l'uscio di camera.
 Insomma grid Pinocchio, dando in uno scoppio di pianto -
 quest'acquaccia amara, non la voglio bere, no, no, no!
 Ragazzo mio, te ne pentirai.
 Non me n'importa.
 La tua malattia  grave.
 Non me n'importa.
 La febbre ti porter in poche ore all'altro mondo.
 Non me n'importa.
 Non hai paura della morte?
 Punto paura! Piuttosto morire, che bevere quella medicina
 cattiva.
 A questo punto, la porta della camera si spalanc ed entrarono
 dentro quattro conigli neri come l'inchiostro, che portavano sulle
 spalle una piccola bara da morto.
 Che cosa volete da me? grid Pinocchio, rizzandosi tutto
 impaurito a sedere sul letto.
 Siamo venuti a prenderti rispose il coniglio pi grosso.
 A prendermi?... Ma io non sono ancora morto!
 Ancora no: ma ti restano pochi minuti di vita, avendo tu
 ricusato di bevere la medicina, che ti avrebbe guarito dalla
 febbre.
 O Fata mia, o Fata mia, cominci allora a strillare il
 burattino datemi subito quel bicchiere... Spicciatevi, per
 carit, perch non voglio morire, no, non voglio morire!
 E preso il bicchiere con tutte e due le mani, lo vot in un fiato.
 Pazienza! dissero i conigli. Per questa volta abbiamo fatto
 il viaggio a ufo. E tiratasi di nuovo la piccola bara sulle
 spalle, uscirono di camera bofonchiando e mormorando fra i denti.
 Fatto sta che di l a pochi minuti, Pinocchio salt gi dal letto
 bell'e guarito; perch bisogna sapere che i burattini di legno
 hanno il privilegio di ammalarsi di rado e di guarire prestissimo.
 E la Fata, vedendolo correre e ruzzare per la camera, vispo e
 allegro come un gallettino di primo canto, gli disse:
 Dunque la mia medicina t'ha fatto bene davvero?
 Altro che bene! Mi ha rimesso al mondo!
 E allora come mai ti sei fatto tanto pregare a beverla?
 Gli  che noi ragazzi siamo tutti cos! Abbiamo pi paura delle
 medicine che del male.
 Vergogna! I ragazzi dovrebbero sapere che un buon medicamento
 preso a tempo pu salvarli da una grave malattia e fors'anche
 dalla morte...
 Oh, ma un'altra volta non mi far tanto pregare! Mi rammenter
 di quei conigli neri, colla bara sulle spalle... e allora piglier
 subito il bicchiere in mano, e gi!
 Ora vieni un po' qui da me e raccontami come and che ti
 trovasti fra le mani degli assassini.
 Gli and, che il burattinaio Mangiafoco mi dette alcune monete
 d'oro, e mi disse: "To', portale al tuo babbo!" e io, invece, per
 la strada trovai una Volpe e un Gatto, due persone molto per bene,
 che mi dissero: "Vuoi che codeste monete diventino mille e due
 mila? Vieni con noi, e ti condurremo al Campo dei miracoli". E io
 dissi andiamo; e loro dissero: "Fermiamoci qui all'Osteria del
 Gambero rosso, e dopo la mezzanotte ripartiremo". E io, quando mi
 svegliai, loro non c'erano pi, perch erano partiti. Allora io
 cominciai a camminare di notte, che era un buio che pareva
 impossibile, per cui trovai per la strada due assassini dentro due
 sacchi da carbone, che mi dissero: "Metti fuori i quattrini"; e io
 dissi, non ce n'ho; perch le quattro monete d'oro me l'ero
 nascoste in bocca, e uno degli assassini si prov a mettermi le
 mani in bocca, e io con un morso gli staccai la mano e poi la
 sputai, ma invece di una mano sputai uno zampetto di gatto. E gli
 assassini a corrermi dietro, e io corri che ti corro, finch mi
 raggiunsero, e mi legarono per il collo a un albero di questo
 bosco, col dire: "Domani torneremo qui, e allora sarai morto e
 colla bocca aperta, e cos ti porteremo via le monete d'oro che
 hai nascoste sotto la lingua".
 E ora le quattro monete dove le hai messe? gli domand la
 Fata.
 Le ho perdute rispose Pinocchio; ma disse una bugia, perch
 invece le aveva in tasca.
 Appena detta la bugia, il suo naso, che era gi lungo, gli crebbe
 subito due dita di pi.
 E dove le hai perdute?
 Nel bosco qui vicino. -
 A questa seconda bugia il naso seguit a crescere.
 Se le hai perdute nel bosco vicino disse la Fata, le
 cercheremo e le ritroveremo: perch tutto quello che si perde nel
 vicino bosco, si ritrova sempre.
 Ah, ora che mi rammento bene replic il burattino,
 imbrogliandosi le quattro monete non le ho perse, ma senza
 avvedermene le ho inghiottite mentre bevevo la vostra medicina.
 A questa terza bugia, il naso gli si allung in un modo cosi
 straordinario, che il povero Pinocchio non poteva pi girarsi da
 nessuna parte. Se si voltava di qui batteva il naso nel letto o
 nei vetri della finestra, se si voltava di l, lo batteva nelle
 pareti o nella porta di camera, se alzava un po' pi il capo,
 correva il rischio di ficcarlo in un occhio alla Fata.
 E la Fata lo guardava e rideva.
 Perch ridete? gli domand il burattino, tutto confuso e
 impensierito di quel suo naso che cresceva a occhiate.
 Rido della bugia che hai detto.
 Come mai sapete che ho detto una bugia?
 Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito, perch ve ne sono
 di due specie: vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le
 bugie che hanno il naso lungo; la tua per l'appunto  di quelle
 che hanno il naso lungo.
 Pinocchio, non sapendo pi dove nascondersi per la vergogna, si
 prov a fuggire di camera; ma non gli riusc. Il suo naso era
 cresciuto tanto, che non passava pi dalla porta.



 Capitolo 18.
 Pinocchio ritrova la Volpe e il Gatto, e va con loro a seminare le
 quattro monete nel Campo de' miracoli.

 Come potete immaginarvelo, la Fata lasci che il burattino
 piangesse e urlasse una buona mezz'ora, a motivo di quel suo naso
 che non passava pi dalla porta di camera; e lo fece per dargli
 una severa lezione e perch si correggesse dal brutto vizio di
 dire le bugie, il pi brutto vizio che possa avere un ragazzo. Ma
 quando lo vide trasfigurato e cogli occhi fuori della testa dalla
 gran disperazione, allora, mossa a piet, batt le mani insieme, e
 a quel segnale entrarono in camera dalla finestra un migliaio di
 grossi uccelli chiamati Picchi, i quali, posatisi tutti sul naso
 di Pinocchio, cominciarono a beccarglielo tanto e poi tanto, che
 in pochi minuti quel naso enorme e spropositato si trov ridotto
 alla sua grandezza naturale.
 Quanto siete buona, Fata mia disse il burattino, asciugandosi
 gli occhi e quanto bene vi voglio!
 Ti voglio bene anch'io, rispose la Fata e se tu vuoi
 rimanere con me, tu sarai il mio fratellino e io la tua buona
 sorellina.
 Io resterei volentieri... ma il mio povero babbo?
 Ho pensato a tutto. Il tuo babbo  stato digi avvertito: e
 prima che faccia notte, sar qui.
 Davvero? grid Pinocchio, saltando dall'allegrezza. Allora,
 Fatina mia, se vi contentate, vorrei andargli incontro. Non vedo
 l'ora di poter dare un bacio a quel povero vecchio, che ha
 sofferto tanto per me!
 Vai pure, ma bada di non ti sperdere. Prendi la via del bosco, e
 sono sicura che lo incontrerai.
 Pinocchio part; e appena entrato nel bosco, cominci a correre
 come un capriolo. Ma quando fu arrivato a un certo punto, quasi in
 faccia alla Quercia grande, si ferm, perch gli parve di aver
 sentito gente fra mezzo alle frasche. Difatti vide apparire sulla
 strada, indovinate chi?... la Volpe e il Gatto, ossia i due
 compagni di viaggio, coi quali aveva cenato all'osteria del
 Gambero rosso.
 Ecco il nostro caro Pinocchio! grid la Volpe, abbracciandolo
 e baciandolo Come mai sei qui?
 Come mai sei qui? ripet il Gatto.
 E' una storia lunga, disse il burattino e ve la racconter a
 comodo. Sappiate per che l'altra notte, quando mi avete lasciato
 solo sull'osteria, ho trovato gli assassini per la strada.
 Gli assassini?... O povero amico! E che cosa volevano?
 Mi volevano rubare le monete d'oro.
 Infami! disse la Volpe.
 Infamissimi! ripet il Gatto.
 Ma io cominciai a scappare continu a dire il burattino e loro
 sempre dietro: finch mi raggiunsero e m'impiccarono a un ramo di
 quella quercia.
 E Pinocchio accenn la Quercia grande, che era l a due passi.
 Si pu sentir di peggio? disse la Volpe. In che mondo siamo
 condannati a vivere! Dove troveremo un rifugio sicuro noi altri
 galantuomini?
 Nel tempo che parlavano cos, Pinocchio si accorse che il Gatto
 era zoppo dalla gamba destra davanti, perch gli mancava in fondo
 tutto lo zampetto cogli unghioli: per cui gli domand:
 Che cosa hai fatto del tuo zampetto? -
 Il Gatto voleva rispondere qualche cosa, ma s'imbrogli. Allora la
 Volpe disse subito:
 Il mio amico  troppo modesto, e per questo non risponde.
 Risponder io per lui. Sappi dunque che un'ora fa abbiamo
 incontrato sulla strada un vecchio lupo, quasi svenuto dalla fame,
 che ci ha chiesto un po' d'elemosina. Non avendo noi da dargli
 nemmeno una lisca di pesce, che cosa ha fatto l'amico mio, che ha
 davvero un cuore di Cesare? Si  staccato coi denti uno zampetto
 delle sue gambe davanti e l'ha gettato a quella povera bestia,
 perch potesse sdigiunarsi.
 E la Volpe, nel dir cos, si asciug una lagrima.
 Pinocchio, commosso anche lui, si avvicin al Gatto,
 sussurrandogli negli orecchi:
 Se tutti i gatti ti somigliassero, fortunati i topi!
 E ora che cosa fai in questi luoghi? domand la Volpe al
 burattino.
 Aspetto il mio babbo, che deve arrivare qui di momento in
 momento.
 E le tue monete d'oro?
 Le ho sempre in tasca, meno una che la spesi all'osteria del
 Gambero rosso.
 E pensare che, invece di quattro monete, potrebbero diventare
 domani mille e duemila! Perch non di retta al mio consiglio?
 Perch non vai a seminarle nel Campo dei miracoli?
 Oggi  impossibile: vi ander un altro giorno.
 Un altro giorno sar tardi! disse la Volpe.
 Perch?
 Perch quel campo  stato comprato da un gran signore, e da
 domani in l non sar pi permesso a nessuno di seminarvi i
 denari.
 Quant' distante di qui il Campo dei miracoli?
 Due chilometri appena. Vuoi venire con noi? Fra mezz'ora sei l:
 semini subito le quattro monete: dopo pochi minuti ne raccogli
 duemila e stasera ritorni qui colle tasche piene. Vuoi venire con
 noi?
 Pinocchio esit un poco a rispondere, perch gli torn in mente la
 buona Fata, il vecchio Geppetto e gli avvertimenti del Grillo
 parlante; ma poi fin col fare come fanno tutti i ragazzi senza un
 fil di giudizio e senza cuore, fin, cio, col dare una
 scrollatina di capo, e disse alla Volpe e al Gatto:
 Andiamo pure: io vengo con voi.
 E partirono.
 Dopo aver camminato una mezza giornata arrivarono a una citt che
 aveva nome Acchiappacitrulli. Appena entrato in citt, Pinocchio
 vide tutte le strade popolate di cani spelacchiati, che
 sbadigliavano dall'appetito, di pecore tosate che tremavano dal
 freddo, di galline rimaste senza cresta e senza bargigli, che
 chiedevano l'elemosina d'un chicco di granturco, di grosse
 farfalle, che non potevano pi volare, perch avevano venduto le
 loro bellissime ali colorite, di pavoni tutti scodati, che si
 vergognavano a farsi vedere, e di fagiani che zampettavano cheti
 cheti, rimpiangendo le loro scintillanti penne d'oro e d'argento,
 oramai perdute per sempre.
 In mezzo a questa folla di accattoni e di poveri vergognosi
 passavano di tanto in tanto alcune carrozze signorili con dentro o
 qualche volpe, o qualche gazza ladra o qualche uccellaccio di
 rapina.
 E il Campo dei miracoli dov'? domand Pinocchio.
 E' qui a due passi.
 Detto fatto traversarono la citt e, usciti fuori dalle mura, si
 fermarono in un campo solitario che, su per gi, somigliava a
 tutti gli altri campi.
 Eccoci giunti disse la Volpe al burattino. Ora chinati gi a
 terra, scava con le mani una piccola buca nel campo e mettici
 dentro le monete d'oro.
 Ora poi, disse la Volpe, vai alla gora qui vicina, prendi una
 secchia d'acqua e annaffia il terreno dove hai seminato.
 Pinocchio and alla gora, e perch non aveva l per l una
 secchia, si lev di piedi una ciabatta e, riempitala d'acqua,
 annaffi la terra che copriva la buca. Poi domand:
 C' altro da fare?
 Nient'altro rispose la Volpe. Ora possiamo andar via. Tu poi
 ritorna qui fra una ventina di minuti e troverai l'arboscello gi
 spuntato dal suolo e coi rami tutti carichi di monete.
 Il povero burattino, fuori di s dalla gran contentezza, ringrazi
 mille volte la Volpe e il Gatto, e promise loro un bellissimo
 regalo.
 Noi non vogliamo regali, risposero que' due malanni. A noi ci
 basta di averti insegnato il modo di arricchire senza durar
 fatica, e siamo contenti come pasque.
 Ci detto salutarono Pinocchio, e augurandogli una buona raccolta
 se ne andarono per i fatti loro.














 Capitolo 19.
 Pinocchio  derubato delle sue monete d'oro e, per castigo, si
 busca quattro mesi di prigione.

 Il burattino, ritornato in citt, cominci a contare i minuti a
 uno a uno; e, quando gli parve che fosse l'ora, riprese subito la
 strada che menava al Campo dei miracoli.
 E mentre camminava con passo frettoloso, il cuore gli batteva
 forte e gli faceva tic, tac, tic, tac, come un orologio da sala,
 quando corre davvero. E intanto pensava dentro di s:
 E se invece di mille monete, ne trovassi su i rami dell'albero
 duemila? E se invece di duemila, ne trovassi cinquemila? E se
 invece di cinquemila ne trovassi centomila? Oh, che bel signore,
 allora che diventerei! Vorrei avere un bel palazzo, mille
 cavallini di legno e mille scuderie, per potermi baloccare, una
 cantina di rosoli e di alchermes, e una libreria tutta piena di
 canditi, di torte, di panattoni, di mandorlati e di cialdoni colla
 panna.
 Cos fantasticando, giunse in vicinanza del campo, e l si ferm a
 guardare se per caso avesse potuto scorgere qualche albero coi
 rami carichi di monete; ma non vide nulla. Fece altri cento passi
 in avanti, e nulla: entr sul campo, and proprio su quella
 piccola buca, dove aveva sotterrato i suoi zecchini, e nulla.
 Allora divent pensieroso e, dimenticando le regole del Galateo e
 della buona creanza, tir fuori una mano di tasca e si dette una
 lunghissima grattatina di capo.
 In quel mentre sent fischiarsi negli orecchi una gran risata: e
 voltatosi in su, vide sopra un albero un grosso Pappagallo che si
 spollinava le poche penne che aveva addosso.
 Perch ridi? gli domand Pinocchio con voce di bizza.
 Rido, perch nello spollinarmi mi son fatto il solletico sotto
 le ali.
 Il burattino non rispose. And alla gora e riempita d'acqua la
 solita ciabatta, si pose nuovamente ad annaffiare la terra che
 ricopriva le monete d'oro.
 Quand'ecco che un'altra risata, anche pi impertinente della
 prima, si fece sentire nella solitudine silenziosa di quel campo.
 Insomma grid Pinocchio, arrabbiandosi si pu sapere,
 Pappagallo mal educato, di che cosa ridi?
 Rido di quei barbagianni, che credono a tutte le scioccherie e
 che si lasciano trappolare da chi  pi furbo di loro.
 Parli forse di me?
 S, parlo di te, povero Pinocchio, di te che sei cos dolce di
 sale, da credere che i denari si possano seminare e raccogliere
 nei campi, come si seminano i fagioli e le zucche. Anch'io l'ho
 creduto una volta, e oggi ne porto le pene. Oggi (ma troppo
 tardi!) mi son dovuto persuadere che per mettere insieme
 onestamente pochi soldi bisogna saperseli guadagnare o col lavoro
 delle proprie mani o coll'ingegno della propria testa.
 Non ti capisco disse il burattino, che gi cominciava a
 tremare dalla paura.
 Pazienza! Mi spiegher meglio soggiunse il Pappagallo. Sappi
 dunque che, mentre tu eri in citt, la Volpe e il Gatto sono
 tornati in questo campo: hanno preso le monete d'oro sotterrate, e
 poi sono fuggiti come il vento. E ora chi li raggiunge,  bravo.
 Pinocchio rest a bocca aperta, e non volendo credere alle parole
 del Pappagallo, cominci colle mani e colle unghie a scavare il
 terreno che aveva annaffiato. E scava, scava, scava, fece una buca
 cos profonda, che ci sarebbe entrato per ritto un pagliaio: ma le
 monete non ci erano pi.
 Preso allora dalla disperazione, torn di corsa in citt e and
 difilato in tribunale, per denunziare al giudice i due malandrini,
 che lo avevano derubato.
 Il giudice era uno scimmione della razza dei gorilla: un vecchio
 scimmione rispettabile per la sua grave et, per la sua barba
 bianca e specialmente per i suoi occhiali d'oro, senza vetri, che
 era costretto a portare continuamente, a motivo di una flussione
 d'occhi, che lo tormentava da parecchi anni.
 Pinocchio, alla presenza del giudice, raccont per filo e per
 segno l'iniqua frode, di cui era stato vittima; dette il nome il
 cognome e i connotati dei malandrini, e fin col chiedere
 giustizia.
 Il giudice lo ascolt con molta benignit: prese vivissima parte
 al racconto: s'intener, si commosse: e quando il burattino non
 ebbe pi nulla da dire, allung la mano e suon il campanello.
 A quella scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti
 da giandarmi.
 Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro:
 Quel povero diavolo  stato derubato di quattro monete d'oro:
 pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione. -
 Il burattino, sentendosi dare questa sentenza tra capo e collo,
 rimase di prencisbecco e voleva protestare: ma i giandarmi, a
 scanso di perditempi inutili, gli tapparono la bocca e lo
 condussero in gattabuia.
 E l v'ebbe a rimanere quattro mesi: quattro lunghissimi mesi: e
 vi sarebbe rimasto anche di pi, se non si fosse dato un caso
 fortunatissimo. Perch bisogna sapere che il giovane Imperatore
 che regnava nella citt di Acchiappacitrulli, avendo riportato una
 gran vittoria contro i suoi nemici, ordin grandi feste pubbliche,
 luminarie, fuochi artificiali, corse di barberi e di velocipedi, e
 in segno di maggiore esultanza, volle che fossero aperte anche le
 carceri e mandati fuori tutti i malandrini.
 Se escono di prigione gli altri, voglio uscire anch'io, disse
 Pinocchio al carceriere.
 Voi no, rispose il carceriere, perch voi non siete del bel
 numero.
 Domando scusa, replic Pinocchio, sono un malandrino
 anch'io.
 In questo caso avete mille ragioni, disse il carceriere; e
 levandosi il berretto rispettosamente e salutandolo, gli apr le
 porte della prigione e lo lasci scappare.









 Capitolo 20.
 Liberato dalla prigione, si avvia per tornare a casa della Fata;
 ma lungo la strada trova un serpente orribile, e poi rimane preso
 alla tagliuola.

 Figuratevi l'allegrezza di Pinocchio, quando si sent libero.
 Senza stare a dire che  e che non , usc subito fuori della
 citt e riprese la strada, che doveva ricondurlo alla casina della
 Fata.
 A motivo del tempo piovigginoso, la strada era diventata tutta un
 pantano e ci si andava fino a mezza gamba. Ma il burattino non se
 ne dava per inteso. Tormentato dalla passione di rivedere il suo
 babbo e la sua sorellina dai capelli turchini, correva a salti
 come un can levriero, e nel correre le pillacchere gli schizzavano
 fin sopra il berretto. Intanto andava dicendo fra s e s: -
 Quante disgrazie mi sono accadute... E me le merito! perch io
 sono un burattino testardo e piccoso... e voglio far sempre tutte
 le cose a modo mio, senza dar retta a quelli che mi voglion bene e
 che hanno mille volte pi giudizio di me!... Ma da questa volta in
 l, faccio proponimento di cambiar vita e di diventare un ragazzo
 ammodo e ubbidiente... Tanto ormai ho bell'e visto che i ragazzi,
 a essere disubbidienti, ci scapitano sempre e non ne infilano mai
 una per il su' verso. E il mio babbo mi avr aspettato? Ce lo
 trover a casa della Fata? E' tanto tempo, pover'uomo, che non lo
 vedo pi, che mi struggo di fargli mille carezze e di finirlo dai
 baci! E la Fata mi perdoner la brutta azione che le ho fatta?...
 E pensare che ho ricevuto da lei tante attenzioni e tante cure
 amorose... e pensare che se oggi son sempre vivo, lo debbo a
 lei!... Ma si pu dare un ragazzo pi ingrato e pi senza cuore di
 me?
 Nel tempo che diceva cos, si ferm tutt'a un tratto spaventato e
 fece quattro passi indietro.
 Che cosa aveva veduto?...
 Aveva veduto un grosso Serpente, disteso attraverso alla strada,
 che aveva la pelle verde, gli occhi di fuoco e la coda appuntata,
 che gli fumava come una cappa di camino.
 Impossibile immaginarsi la paura del burattino: il quale,
 allontanatosi pi di mezzo chilometro, si mise a sedere sopra un
 monticello di sassi, aspettando che il Serpente se ne andasse una
 buona volta per i fatti suoi e lasciasse libero il passo della
 strada.
 Aspett un'ora; due ore: tre ore: ma il Serpente era sempre l, e,
 anche di lontano, si vedeva il rosseggiare de' suoi occhi di fuoco
 e la colonna di fumo che gli usciva dalla punta della coda.
 Allora Pinocchio, figurandosi di aver coraggio, si avvicin a
 pochi passi di distanza, e facendo una vocina dolce, insinuante e
 sottile, disse al Serpente:
 Scusi, signor Serpente, che mi farebbe il piacere di tirarsi un
 pochino da una parte, tanto da lasciarmi passare? -
 Fu lo stesso che dire al muro. Nessuno si mosse.
 Allora riprese colla solita vocina:
 Deve sapere, signor Serpente, che io vado a casa, dove c' il
 mio babbo che mi aspetta e che  tanto tempo che non lo vedo
 pi... Si contenta dunque che io seguiti per la mia strada?
 Aspett un segno di risposta a quella dimanda: ma la risposta non
 venne: anzi il serpente, che fin allora pareva arzillo e pieno di
 vita, divent immobile e quasi irrigidito. Gli occhi gli si
 chiusero e la coda gli smesse di fumare.
 Che sia morto davvero? disse Pinocchio, dandosi una fregatina
 di mani dalla gran contentezza: e senza mettere tempo in mezzo,
 fece l'atto di scavalcarlo, per passare dall'altra parte della
 strada. Ma non aveva ancora finito di alzare la gamba, che il
 serpente si rizz all'improvviso, come una molla scattata: e il
 burattino, nel tirarsi indietro spaventato, inciamp e cadde per
 terra.
 E per l'appunto cadde cos male, che rest col capo conficcato nel
 fango della strada e con le gambe ritte su in aria.
 Alla vista di quel burattino, che sgambettava a capo fitto con una
 velocit incredibile, il Serpente fu preso da una tal convulsione
 di risa, che ridi, ridi, ridi, alla fine, dallo sforzo del troppo
 ridere, gli si strapp una vena sul petto; e quella volta mor
 davvero.
 Allora Pinocchio ricominci a correre per arrivare a casa della
 Fata avanti che si facesse buio. Ma lungo la strada non potendo
 pi reggere ai morsi terribili della fame, salt in un campo
 coll'intenzione di cogliere poche ciocche d'uva moscatella. Non
 l'avesse mai fatto!
 Appena giunto sotto la vite, crac... sent stringersi le gambe da
 due ferri taglienti, che gli fecero vedere quante stelle c'erano
 in cielo .
 Il povero burattino era rimasto preso a una tagliuola appostata l
 da alcuni contadini per beccarvi alcune grosse faine, che erano il
 flagello di tutti i pollai del vicinato.





 Capitolo 21.
 Pinocchio  preso da un contadino, il quale lo costringe a far da
 can di guardia a un pollaio.

 Pinocchio, come potete figurarvelo, si dette a piangere, a
 strillare, a raccomandarsi: ma erano pianti e grida inutili,
 perch l all'intorno non si vedevano case e dalla strada non
 passava anima viva.
 Intanto si fece notte.
 Un po' per lo spasimo della tagliuola, che gli segava gli stinchi
 e un po' per la paura di trovarsi solo e al buio in mezzo a quei
 campi, il burattino principiava quasi a svenirsi; quando a un
 tratto, vedendosi passare una lucciola di sul capo, la chiam e le
 disse:
 O Lucciolina, mi faresti la carit di liberarmi da questo
 supplizio?
 Povero figliuolo! replic la Lucciola, fermandosi impietosita
 a guardarlo. Come mai sei rimasto colle gambe attanagliate fra
 codesti ferri arrotati?
 Sono entrato nel campo per cogliere due grappoli di quest'uva
 moscadella, e...
 Ma l'uva era tua?
 No.
 E allora chi t'ha insegnato a portar via la roba degli altri?
 Avevo fame...
 La fame, ragazzo mio, non  una buona ragione per poter
 appropriarsi la roba che non  nostra.
 E' vero,  vero! grid Pinocchio piangendo ma un'altra volta
 non lo far pi.
 A questo punto il dialogo fu interrotto da un piccolissimo rumore
 di passi, che si avvicinavano. Era il padrone del campo che veniva
 in punta di piedi a vedere se qualcuna di quelle faine, che gli
 mangiavano di nottetempo i polli, fosse rimasta presa al
 trabocchetto della tagliuola.
 E la sua maraviglia fu grandissima quando, tirata fuori la
 lanterna di sotto al pastrano, s'accorse che, invece di una faina,
 c'era rimasto preso un ragazzo.
 Ah, ladracchiolo! disse il contadino incollerito dunque sei
 tu che mi porti via le galline?
 Io no, io no! grid Pinocchio, singhiozzando. Io son entrato
 nel campo per prendere soltanto due grappoli d'uva!
 Chi ruba l'uva  capacissimo di rubare anche i polli. Lascia
 fare a me che ti dar una lezione da ricordartene per un pezzo.
 E aperta la tagliuola, afferr il burattino per la collottola e lo
 port di peso fino a casa, come si porterebbe un agnellino di
 latte.
 Arrivato che fu sull'aia dinanzi alla casa, lo scaravent in
 terra: e tenendogli un piede sul collo, gli disse:
 Oramai  tardi e voglio andare a letto. I nostri conti li
 aggiusteremo domani. Intanto, siccome oggi mi  morto il cane che
 mi faceva la guardia di notte, tu prenderai subito il suo posto.
 Tu mi farai da cane di guardia.
 Detto fatto, gl'infil al collo un grosso collare tutto coperto di
 spunzoni di ottone, e glielo strinse in modo, da non poterselo
 levare passandoci la testa di dentro. Al collare c'era attaccata
 una lunga catenella di ferro: e la catenella era fissata nel muro.
 Se questa notte disse il contadino cominciasse a piovere, tu
 puoi andare a cuccia in quel casotto di legno, dove c' sempre la
 paglia che ha servito di letto per quattr'anni al mio povero cane.
 E se pel disgrazia venissero i ladri, ricordati di stare a orecchi
 ritti e di abbaiare.
 Dopo quest'ultimo avvertimento, il contadino entr in casa
 chiudendo la porta con tanto di catenaccio: e il povero Pinocchio
 rimase accovacciato sull'aia, pi morto che vivo, a motivo del
 freddo, della fame e della paura. E di tanto in tanto, cacciandosi
 rabbiosamente le mani dentro al collare, che gli serrava la gola,
 diceva piangendo:
 Mi sta bene! Pur troppo mi sta bene! Ho voluto fare lo
 svogliato, il vagabondo... ho voluto dar retta ai cattivi
 compagni, e per questo la fortuna mi perseguita sempre. Se fossi
 stato un ragazzino per bene, come ce n' tanti; se avessi avuto
 voglia di studiare e di lavorare, se fossi rimasto in casa col mio
 povero babbo, a quest'ora non mi troverei qui, in mezzo ai campi,
 a fare il cane di guardia alla casa di un contadino. Oh! se
 potessi rinascere un'altra volta... Ma oramai  tardi, e ci vuol
 pazienza!
 Fatto questo piccolo sfogo, che gli venne proprio dal cuore, entr
 dentro il casotto e si addorment.










 Capitolo 22.
 Pinocchio scopre i ladri e in ricompensa di essere stato fedele,
 vien posto in libert.

 Ed era gi pi di due ore che dormiva saporitamente; quando verso
 la mezzanotte fu svegliato da un bisbiglio e da un pissi-pissi di
 vocine strane, che gli parve di sentire nell'aia. Messa fuori la
 punta del naso dalla buca del casotto, vide riunite a consiglio
 quattro bestiuole di pelame scuro, che parevano gatti. Ma non
 erano gatti: erano faine, animaletti carnivori, ghiottissimi
 specialmente d'uova e di pollastrine giovani. Una di queste faine,
 staccandosi dalle sue compagne, and alla buca del casotto e disse
 sottovoce:
 Buona sera, Melampo.
 Io non mi chiamo Melampo rispose il burattino.
 O dunque chi sei?
 Io sono Pinocchio.
 E che cosa fai cost?
 Faccio il cane di guardia.
 O Melampo dov'? dov' il vecchio cane, che stava in questo
 casotto?
 E' morto questa mattina.
 Morto? Povera bestia! Era tanto buono... Ma giudicandoti alla
 fisonomia, anche te mi sembri un cane di garbo.
 Domando scusa, io non sono un cane!
 O chi sei?
 Io sono un burattino.
 E fai da cane di guardia?
 Pur troppo: per mia punizione!
 Ebbene, io ti propongo gli stessi patti, che avevo col defunto
 Melampo: e sarai contento.
 E questi patti sarebbero?
 Noi verremo una volta la settimana, come per il passato, a
 visitare di notte questo pollaio, e porteremo via otto galline. Di
 queste galline, sette le mangeremo noi, e una la daremo a te, a
 condizione, s'intende bene, che tu faccia finta di dormire e non
 ti venga mai l'estro di abbaiare e di svegliare il contadino.
 E Melampo faceva proprio cos? domand Pinocchio.
 Faceva cos, e fra noi e lui, siamo andati sempre d'accordo.
 Dormi dunque tranquillamente, e stai sicuro che prima di partire
 di qui, ti lasceremo sul casotto una gallina bell'e pelata per la
 colazione di domani. Ci siamo intesi bene?
 Anche troppo bene! rispose Pinocchio; e tentenn il capo in un
 certo modo minaccioso, come se avesse voluto dire: "Fra poco ci
 riparleremo!".
 Quando le quattro faine si credettero sicure del fatto loro,
 andarono difilato al pollaio, che rimaneva appunto vicinissimo al
 casotto del cane; e aperta a furia di denti e di unghioli la
 porticina di legno, che ne chiudeva l'entratina, vi sgusciarono
 dentro, una dopo l'altra. Ma non erano ancora finite d'entrare,
 che sentirono la porticina richiudersi con grandissima violenza.
 Quello che l'aveva richiusa era Pinocchio; il quale, non contento
 di averla richiusa, vi pos davanti per maggior sicurezza una
 grossa pietra, a guisa di puntello.
 E poi cominci ad abbaiare: e, abbaiando proprio come se fosse un
 cane di guardia, faceva colla voce "bu-bu-bu-bu".
 A quell'abbaiata, il contadino salt il letto, e preso il fucile e
 affacciatosi alla finestra, domand:
 Che c' di nuovo?
 Ci sono i ladri! rispose Pinocchio.
 Dove sono?
 Nel pollaio.
 Ora scendo subito.
 E difatti, in men che si dice amen, il contadino scese: entr di
 corsa nel pollaio, e dopo avere acchiappate e rinchiuse in un
 sacco le quattro faine, disse loro con accento di vera
 contentezza:
 Alla fine siete cascate nelle mie mani! Potrei punirvi, ma s
 vil non sono! Mi contenter, invece, di portarvi domani all'oste
 del vicino paese, il quale vi speller e vi cuciner a uso lepre
 dolce e forte. E' un onore che non vi meritate, ma gli uomini
 generosi, come me, non badano a queste piccolezze!
 Quindi, avvicinatosi a Pinocchio, cominci a fargli molte carezze,
 e, fra le altre cose, gli domand:
 Com'hai fatto a scoprire il complotto di queste quattro
 ladroncelle? E dire che Melampo, il mio fido Melampo, non s'era
 mai accorto di nulla!
 Il burattino, allora, avrebbe potuto raccontare quel che sapeva:
 avrebbe potuto, cio, raccontare i patti vergognosi che passavano
 fra il cane e le faine: ma ricordatosi che il cane era morto,
 pens subito dentro di s: A che serve accusare i morti? I morti
 son morti, e la miglior cosa che si possa fare  quella di
 lasciarli in pace.
 All'arrivo delle faine sull'aia, eri sveglio o dormivi? -
 continu a chiedergli il contadino.
 Dormivo rispose Pinocchio ma le faine mi hanno svegliato coi
 loro chiacchiericci, e una  venuta fin qui al casotto per dirmi:
 "Se prometti di non abbaiare e di non svegliare il padrone, noi ti
 regaleremo una pollastra bell'e pelata!". Capite, eh? Avere la
 sfacciataggine di fare a me una simile proposta! Perch bisogna
 sapere che io sono un burattino, che avr tutti i difetti di
 questo mondo: ma non avr mai quello di star di balla e di reggere
 il sacco alla gente disonesta.
 Bravo ragazzo! grid il contadino, battendogli sur una spalla.
 Cotesti sentimenti ti fanno onore: e per provarti la mia grande
 soddisfazione, ti lascio libero fin d'ora di tornare a casa. E gli
 lev il collare da cane.













 Capitolo 23.
 Pinocchio piange la morte della bella Bambina dai capelli
 turchini: poi trova un Colombo, che lo porta sulla riva del mare,
 e l si getta nell'acqua per andare in aiuto del suo babbo
 Geppetto.

 Appena Pinocchio non sent pi il peso durissimo e umiliante di
 quel collare intorno al collo, si pose a scappare attraverso ai
 campi, e non si ferm un solo minuto, finch non ebbe raggiunta la
 strada maestra, che doveva ricondurlo alla casina della Fata.
 Arrivato sulla strada maestra, si volt in gi a guardare nella
 sottoposta pianura, e vide benissimo a occhio nudo il bosco, dove
 disgraziatamente aveva incontrato la Volpe e il Gatto: vide, fra
 mezzo agli alberi, inalzarsi la cima di quella Quercia grande,
 alla quale era stato appeso ciondoloni per il collo: ma, guarda di
 qui guarda di l, non gli fu possibile di vedere la piccola casa
 della bella Bambina dai capelli turchini.
 Allora ebbe una specie di tristo presentimento e datosi a correre
 con quanta forza gli rimaneva nelle gambe, si trov in pochi
 minuti sul prato, dove sorgeva una volta la Casina bianca. Ma la
 Casina bianca non c'era pi. C'era invece una piccola pietra di
 marmo sulla quale si leggevano in carattere stampatello queste
 dolorose parole:

 QUI GIACE
 LA BAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI
 MORTA DI DOLORE
 PER ESSERE STATA ABBANDONATA DAL SUO
 FRATELLINO PINOCCHIO.

 Come rimanesse il burattino, quand'ebbe compitate alla peggio
 quelle parole, lo lascio pensare a voi. Cadde bocconi a terra e
 coprendo di mille baci quel marmo mortuario, dette in un grande
 scoppio di pianto. Pianse tutta la notte, e la mattina dopo, sul
 far del giorno, piangeva sempre, sebbene negli occhi non avesse
 pi lacrime: e le sue grida e i suoi lamenti erano cos strazianti
 e acuti, che tutte le colline all'intorno ne ripetevano l'eco.
 E piangendo diceva:
 O Fatina mia, perch sei morta? perch, invece di te, non sono
 morto io, che sono tanto cattivo, mentre tu eri tanto buona? E il
 mio babbo, dove sar? O Fatina mia, dimmi dove posso trovarlo, che
 voglio stare sempre con lui, e non lasciarlo pi! pi! pi!... O
 Fatina mia, dimmi che non  vero che sei morta!... Se davvero mi
 vuoi bene... se vuoi bene al tuo fratellino, rivivisci, ritorna
 viva come prima! Non ti dispiace a vedermi solo e abbandonato da
 tutti? Se arrivano gli assassini, mi attaccheranno daccapo al ramo
 dell'albero... e allora morir per sempre. Che vuoi che io faccia
 qui, solo in questo mondo? Ora che ho perduto te e il mio babbo,
 chi mi dar da mangiare? Dove ander a dormire la notte? Chi mi
 far la giacchettina nuova? Oh! sarebbe meglio, cento volte meglio
 che morissi anch'io! S, voglio morire!... ih! ih! ih!...
 E mentre si disperava a questo modo, fece l'atto di volersi
 strappare i capelli: ma i suoi capelli, essendo di legno, non pot
 nemmeno levarsi il gusto di ficcarci dentro le dita.
 Intanto pass su per aria un grosso Colombo, il quale
 soffermatosi, a ali distese, gli grid da una grande altezza:
 Dimmi, bambino, che cosa fai costaggi?
 Non lo vedi? piango! disse Pinocchio alzando il capo verso
 quella voce e strofinandosi gli occhi colla manica della
 giacchetta.
 Dimmi soggiunse allora il Colombo non conosci per caso fra i
 tuoi compagni, un burattino, che ha nome Pinocchio?
 Pinocchio?... Hai detto Pinocchio? ripet il burattino
 saltando subito in piedi. Pinocchio sono io!
 Il Colombo, a questa risposta, si cal velocemente e venne a
 posarsi a terra. Era pi grosso di un tacchino.
 Conoscerai dunque anche Geppetto? domand al burattino.
 Se lo conosco! E' il mio povero babbo! ti ha forse parlato di
 me? Mi conduci da lui? ma  sempre vivo? rispondimi per carit; 
 sempre vivo?
 L'ho lasciato tre giorni fa sulla spiaggia del mare.
 Che cosa faceva?
 Si fabbricava da s una piccola barchetta per traversare
 l'Oceano. Quel pover'uomo sono pi di quattro mesi che gira per il
 mondo in cerca di te: e non avendoti potuto mai trovare, ora si 
 messo in capo di cercarti nei paesi lontani del nuovo mondo.
 Quanto c' di qui alla spiaggia? domand Pinocchio con ansia
 affannosa.
 Pi di mille chilometri.
 Mille chilometri? O Colombo mio, che bella cosa potessi avere le
 tue ali!
 Se vuoi venire, ti ci porto io.
 Come?
 A cavallo sulla mia groppa. Sei peso di molto?
 Peso? tutt'altro! Son leggiero come una foglia.
 E l, senza stare a dir altro, Pinocchio salt sulla groppa al
 Colombo e messa una gamba di qui e l'altra di l, come fanno i
 cavallerizzi, grid tutto contento: "galoppa, galoppa, cavallino,
 che mi preme di arrivar presto!".
 Il Colombo prese l'aire e in pochi minuti arriv col volo tanto in
 alto, che toccava quasi le nuvole. Giunto a quell'altezza
 straordinaria, il burattino ebbe la curiosit di voltarsi in gi a
 guardare: e fu preso da tanta paura e da tali giracapi che, per
 evitare il pericolo di venir di sotto, si avviticchi colle
 braccia, stretto stretto, al collo della sua piumata cavalcatura.
 Volarono tutto il giorno. Sul far della sera, il Colombo disse:
 Ho una gran sete!
 E io una gran fame! soggiunse Pinocchio.
 Fermiamoci a questa colombaia pochi minuti; e dopo ci
 rimetteremo in viaggio, per essere domattina all'alba sulla
 spiaggia del mare.
 Entrarono in una colombaia deserta, dove c'era soltanto una
 catinella piena d'acqua e un cestino ricolmo di vecce.
 Il burattino, in tempo di vita sua, non aveva mai potuto patire le
 vecce: a sentir lui, gli facevano nausea, gli rivoltavano lo
 stomaco: ma quella sera ne mangi a strippapelle, e quando l'ebbe
 quasi finite, si volt al Colombo e gli disse:
 Non avrei mai creduto che le vecce fossero cosi buone!
 Bisogna persuadersi, ragazzo mio, replic il Colombo, che
 quando la fame dice davvero e non c' altro da mangiare, anche le
 vecce diventano squisite! La fame non ha capricci n ghiottonerie!
 Fatto alla svelta un piccolo spuntino, si riposero in viaggio, e
 via! La mattina dopo arrivarono sulla spiaggia del mare.
 Il Colombo pos a terra Pinocchio, e non volendo nemmeno la
 seccatura di sentirsi ringraziare per aver fatto una buona azione,
 riprese subito il volo e spar.
 La spiaggia era piena di gente che urlava e gesticolava guardando
 verso il mare.
 Che cos' accaduto? domand Pinocchio a una vecchina.
 Gli  accaduto che un povero babbo, avendo perduto il figliolo,
 gli  voluto entrare in una barchetta per andare a cercarlo di l
 dal mare; e il mare oggi  molto cattivo e la barchetta sta per
 andare sott'acqua.
 Dov' la barchetta?
 Eccola laggi, diritta al mio dito disse la vecchina,
 accennando una piccola barca che, veduta in quella distanza,
 pareva un guscio di noce con dentro un omino piccino piccino.
 Pinocchio appunt gli occhi da quella parte, e dopo aver guardato
 attentamente, cacci un urlo acutissimo gridando:
 Gli  il mi' babbo! G1i  il mi' babbo!
 Intanto la barchetta, sbattuta dall'infuriare dell'onde, ora
 spariva fra i grossi cavalloni, ora tornava a galleggiare: e
 Pinocchio ritto sulla punta di un alto scoglio non finiva pi dal
 chiamare il suo babbo per nome e dal fargli molti segnali colle
 mani e col moccichino da naso e perfino col berretto che aveva in
 capo.
 E parve che Geppetto, sebbene fosse molto lontano dalla spiaggia,
 riconoscesse il figliolo, perch si lev il berretto anche lui e
 lo salut e, a furia di gesti, gli fece capire che sarebbe tornato
 volentieri indietro, ma il mare era tanto grosso, che gl'impediva
 di lavorare col remo e di potersi avvicinare alla terra.
 Tutt'a un tratto venne una terribile ondata, e la barca spar.
 Aspettarono che la barca tornasse a galla: ma la barca non si vide
 pi tornare.
 Pover'omo! dissero allora i pescatori, che erano raccolti
 sulla spiaggia: e brontolando sottovoce una preghiera si mossero
 per tornarsene alle loro case.
 Quand'ecco che udirono un urlo disperato, e voltandosi indietro,
 videro un ragazzetto che, di vetta a uno scoglio, si gettava in
 mare gridando:
 Voglio salvare il mio babbo! -
 Pinocchio, essendo tutto di legno, galleggiava facilmente e
 nuotava come un pesce. Ora si vedeva sparire sott'acqua, portato
 dall'impeto dei flutti, ora riappariva fuori con una gamba o con
 un braccio, a grandissima distanza dalla terra. Alla fine lo
 persero d'occhio e non lo videro pi.
 Povero ragazzo! dissero allora i pescatori, che erano raccolti
 sulla spiaggia, e brontolando sottovoce una preghiera tornarono
 alle loro case.

















 Capitolo 24.
 Pinocchio arriva all'isola delle Api industriose e ritrova la
 Fata.

 Pinocchio, animato dalla speranza di arrivare in tempo a dare
 aiuto al suo povero babbo, nuot tutta quanta la notte.
 E che orribile nottata fu quella! Diluvi, grandin, tuon
 spaventosamente e con certi lampi, che pareva di giorno.
 Sul far del mattino, gli riusc di vedere poco distante una lunga
 striscia di terra. Era un'isola in mezzo al mare.
 Allora fece di tutto per arrivare a quella spiaggia: ma
 inutilmente. Le onde, rincorrendosi e accavallandosi se lo
 abballottavano fra di loro, come se fosse stato un fuscello o un
 filo di paglia. Alla fine, e per sua buona fortuna, venne
 un'ondata tanto prepotente e impetuosa, che lo scaravent di peso
 sulla rena del lido. Il colpo fu cos forte che, battendo in
 terra, gli crocchiarono tutte le costole e tutte le congiunture:
 ma si consol subito col dire:
 Anche per questa volta l'ho scampata bella!
 Intanto a poco a poco il cielo si rasseren; il sole apparve fuori
 in tutto il suo splendore e il mare divent tranquillissimo e
 buono come un olio.
 Allora il burattino distese i suoi panni al sole per rasciugarli e
 si pose a guardare di qua e di l se per caso avesse potuto
 scorgere su quella immensa spianata d'acqua una piccola barchetta
 con un omino dentro. Ma dopo aver guardato ben bene, non vide
 altro dinanzi a s che cielo, mare e qualche vela di bastimento,
 ma cos lontana lontana, che pareva una mosca.
 Sapessi almeno come si chiama quest'isola! andava dicendo.
 Sapessi almeno se quest'isola  abitata da gente di garbo, voglio
 dire da gente che non abbia il vizio di attaccare i ragazzi ai
 rami degli alberi; ma a chi mai posso domandarlo? a chi, se non
 c' nessuno?
 Quest'idea di trovarsi solo, solo, solo in mezzo a quel gran paese
 disabitato, gli messe addosso tanta malinconia, che stava l l
 per piangere; quando tutt'a un tratto vide passare, a poca
 distanza dalla riva, un grosso pesce, che se ne andava
 tranquillamente per i fatti suoi, con tutta la testa fuori
 dell'acqua.
 Non sapendo come chiamarlo per nome, il burattino gli grid a voce
 alta, per farsi sentire:
 Ehi, signor pesce, che mi permetterebbe una parola?
 Anche due rispose il pesce, il quale era un Delfino cos
 garbato, come se ne trovano pochi in tutti i mari del mondo.
 Mi farebbe il piacere di dirmi se in quest'isola vi sono dei
 paesi dove si possa mangiare, senza pericolo d'esser mangiati?
 Ve ne sono sicuro rispose il Delfino. Anzi, ne troverai uno
 poco lontano di qui.
 E che strada si fa per andarvi?
 Devi prendere quella viottola l, a mancina, e camminare sempre
 diritto al naso. Non puoi sbagliare.
 Mi dica un'altra cosa. Lei che passeggia tutto il giorno e tutta
 la notte per il mare, non avrebbe incontrato per caso una piccola
 barchettina con dentro il mi' babbo?
 E chi  il tuo babbo?
 Gli  il pi babbo buono del mondo, come io sono il figliolo pi
 cattivo che si possa dare.
 Colla burrasca che ha fatto questa notte rispose il Delfino -
 la barchettina sar andata sott'acqua.
 E il mio babbo?
 A quest'ora l'avr inghiottito il terribile Pescecane, che da
 qualche giorno  venuto a spargere lo sterminio e la desolazione
 nelle nostre acque.
 Che  grosso dimolto questo Pescecane? domand Pinocchio, che
 di gi cominciava a tremare dalla paura.
 Se gli  grosso!... replic il Delfino. Perch tu possa
 fartene un'idea, ti dir che  pi grosso di un casamento di
 cinque piani, ed ha una boccaccia cos larga e profonda, che ci
 passarebbe comodamente tutto il treno della strada ferrata colla
 macchina accesa.
 Mamma mia! grid spaventato il burattino: e rivestitosi in
 fretta e furia, si volt al Delfino e gli disse:
 Arrivedella, signor pesce: scusi tanto l'incomodo e mille grazie
 della sua garbatezza.
 Detto ci, prese subito la viottola e cominci a camminare di
 passo svelto; tanto svelto, che pareva quasi che corresse. E a
 ogni pi piccolo rumore che sentiva, si voltava subito a guardare
 indietro, per la paura di vedersi inseguire da quel terribile
 Pescecane grosso come una casa di cinque piani e con un treno
 della strada ferrata in bocca.
 Dopo mezz'ora di strada arriv a un piccolo paese detto il paese
 delle Api industriose. Le strade formicolavano di persone che
 correvano di qua e di l per le loro faccende: tutti lavoravano,
 tutti avevano qualche cosa da fare. Non si trovava un ozioso o un
 vagabondo, nemmeno a cercarlo col lumicino.
 Ho capito disse subito quello svogliato di Pinocchio questo
 paese non  fatto per me. Io non son nato per lavorare.
 Intanto la fame lo tormentava; perch erano oramai passate
 ventiquattr'ore che non aveva mangiato pi nulla: nemmeno una
 pietanza di vecce.
 Che fare?
 Non gli restavano che due modi per potersi sdigiunare: o chiedere
 un po' di lavoro; o chiedere in elemosina un soldo o un boccon di
 pane.
 A chiedere l'elemosina si vergognava: perch il suo babbo gli
 aveva predicato sempre che l'elemosina hanno il diritto di
 chiederla solamente i vecchi e gl'infermi. I veri poveri, in
 questo mondo, meritevoli di assistenza e di compassione, non sono
 altro che quelli che, per ragione d'et o di malattia, si trovano
 condannati a non potersi pi guadagnare il pane col lavoro delle
 proprie mani. Tutti gli altri hanno l'obbligo di lavorare: e se
 non lavorano e patiscono la fame, tanto peggio per loro.
 In quel frattempo, pass per la strada un uomo tutto sudato e
 trafelato, il quale da s solo tirava con gran fatica due carretti
 carichi di carbone.
 Pinocchio, giudicandolo dalla fisonomia per un buon uomo, gli si
 accost e, abbassando gli occhi dalla vergogna, gli disse
 sottovoce:
 Mi fareste la carit di darmi un soldo, perch mi sento morir
 dalla fame?
 Non un soldo solo rispose il carbonaio ma te ne do quattro,
 a patto che tu m'aiuti a tirare fino a casa questi due carretti di
 carbone.
 Mi meraviglio! rispose il burattino quasi offeso; per vostra
 regola io non ho fatto mai il somaro: io non ho mai tirato il
 carretto!
 Meglio per te! rispose il carbonaio. Allora, ragazzo mio, se
 ti senti davvero morir dalla fame, mangia due belle fette della
 tua superbia e bada di non prendere un'indigestione.
 Dopo pochi minuti pass per la via un muratore, che portava sulle
 spalle un corbello di calcina.
 Fareste, galantuomo, la carit d'un soldo a un povero ragazzo,
 che sbadiglia dall'appetito?
 Volentieri. Vieni con me a portar calcina, rispose il
 muratore, e invece d'un soldo, te ne dar cinque.
 Ma la calcina  pesa, replic Pinocchio, e io non voglio
 durar fatica.
 Se non vuoi durar fatica, allora ragazzo mio divertiti a
 sbadigliare, e buon pro ti faccia.
 In men di mezz'ora passarono altre venti persone: e a tutte
 Pinocchio chiese un po' d'elemosina, ma tutte gli risposero:
 Non ti vergogni? Invece di fare il bighellone per la strada, vai
 piuttosto a cercarti un po' di lavoro, e impara a guadagnarti il
 pane!
 Finalmente pass una buona donnina che portava due brocche
 d'acqua.
 Vi contentate, buona donna, che io beva una sorsata d'acqua alla
 vostra brocca? disse Pinocchio, che bruciava dall'arsione della
 sete.
 Bevi pure, ragazzo mio! disse la donnina, posando le due
 brocche in terra.
 Quando Pinocchio ebbe bevuto come una spugna, borbott a mezza
 voce, asciugandosi la bocca:
 La sete me la son levata. Cos mi potessi levar la fame! -
 La buona donnina, sentendo queste parole, soggiunse subito:
 Se mi aiuti a portare a casa una di queste brocche d'acqua, ti
 dar un bel pezzo di pane.
 Pinocchio guard la brocca e non rispose n s n no.
 E insieme col pane ti dar un bel piatto di cavolfiore condito
 coll'olio e coll'aceto soggiunse la buona donna.
 Pinocchio dette un'altra occhiata alla brocca, e non rispose n s
 n no.
 E dopo il cavolfiore ti dar un bel confetto ripieno di rosolio.
 Alle seduzioni di quest'ultima ghiottoneria, Pinocchio non seppe
 pi resistere, e fatto un animo risoluto, disse:
 Pazienza! Vi porter la brocca fino a casa!
 La brocca era molto pesa, e il burattino, non avendo forza da
 portarla colle mani, si rassegn a portarla in capo.
 Arrivati a casa, la buona donnina fece sedere Pinocchio a una
 piccola tavola apparecchiata, e gli pose davanti il pane, il
 cavolfiore condito e il confetto.
 Pinocchio non mangi, ma diluvi. Il suo stomaco pareva un
 quartiere rimasto vuoto e disabitato da cinque mesi.
 Calmati a poco a poco i morsi rabbiosi della fame, allora alz il
 capo per ringraziare la sua benefattrice; ma non aveva ancora
 finito di fissarla in volto, che cacci un lunghissimo "ohhh..."
 di maraviglia e rimase l incantato, cogli occhi spalancati, colla
 forchetta per aria e colla bocca piena di pane e di cavolfiore.
 Che cos' mai tutta questa meraviglia? disse ridendo la buona
 donna.
 Egli ... rispose balbettando Pinocchio egli ... egli ...
 che voi mi somigliate... voi mi rammentate... s, s, s, la
 stessa voce... gli stessi occhi... gli stessi capelli... s, s,
 s... anche voi avete i capelli turchini... come lei!... O Fatina
 mia!... o Fatina mia!... ditemi che siete voi, proprio voi!... Non
 mi fate pi piangere! Se sapeste!... Ho pianto tanto, ho patito
 tanto!...
 E nel dir cos, Pinocchio piangeva dirottamente, e gettatosi
 ginocchioni per terra, abbracciava i ginocchi di quella donnina
 misteriosa.


















 Capitolo 25.
 Pinocchio promette alla Fata di esser buono e di studiare, perch
  stufo di fare il burattino e vuol diventare un bravo ragazzo.

 In sulle prime la buona donnina cominci col dire che lei non era
 la piccola Fata dai capelli turchini: ma poi, vedendosi oramai
 scoperta e non volendo mandare pi in lungo la commedia, fin col
 farsi riconoscere, e disse a Pinocchio:
 Birba d'un burattino! Come mai ti sei accorto che ero io?
 Gli  il gran bene che vi voglio quello che me l'ha detto.
 Ti ricordi? Mi lasciasti bambina e ora mi ritrovi donna; tanto
 donna, che potrei quasi farti da mamma.
 L'ho caro dimolto, perch cos, invece di sorellina, vi chiamer
 la mia mamma. Gli  tanto tempo che mi struggo di avere una mamma
 come tutti gli altri ragazzi!... Ma come avete fatto a crescere
 cos presto?
 E' un segreto.
 Insegnatemelo; vorrei crescere un poco anch'io. Non lo vedete?
 Sono sempre rimasto alto come un soldo di cacio.
 Ma tu non puoi crescere replic la Fata.
 Perch?
 Perch i burattini non crescono mai. Nascono burattini, vivono
 burattini e muoiono burattini.
 Oh! sono stufo di far sempre il burattino! grid Pinocchio,
 dandosi uno scappellotto. Sarebbe ora che diventassi anch'io un
 uomo.
 E lo diventerai, se saprai meritartelo...
 Davvero? E che posso fare per meritarmelo?
 Una cosa facilissima: avvezzarti a essere un ragazzino perbene.
 O che forse non sono?
 Tutt'altro! I ragazzi perbene sono ubbidienti, e tu invece...
 E io non ubbidisco mai.
 I ragazzi perbene prendono amore allo studio e al lavoro, e
 tu...
 E io, invece, faccio il bighellone e il vagabondo tutto l'anno.
 I ragazzi perbene dicono sempre la verit...
 E io sempre le bugie.
 I ragazzi perbene vanno volentieri alla scuola...
 E a me la scuola mi fa venire i dolori di corpo. Ma da oggi in
 poi voglio mutar vita.
 Me lo prometti?
 Lo prometto. Voglio diventare un ragazzino perbene e voglio
 essere la consolazione del mio babbo... Dove sar il mio povero
 babbo a quest'ora?
 Non lo so.
 Avr mai la fortuna di poterlo rivedere e abbracciare?
 Credo di s; anzi ne sono sicura.
 A questa risposta fu tale e tanta la contentezza di Pinocchio, che
 prese le mani alla Fata e cominci a baciargliele con tanta foga,
 che pareva quasi fuori di s. Poi, alzando il viso e guardandola
 amorosamente, le domand:
 Dimmi, mammina: dunque non  vero che tu sia morta?
 Par di no rispose sorridendo la Fata.
 Se tu sapessi, che dolore e che serratura alla gola che provai,
 quando lessi "qui giace...".
 Lo so: ed  per questo che ti ho perdonato. La sincerit del tuo
 dolore mi fece conoscere che tu avevi il cuore buono; e dai
 ragazzi buoni di cuore, anche se sono un po' monelli e avvezzati
 male, c' sempre da sperar qualcosa: ossia, c' sempre da sperare
 che rientrino sulla vera strada. Ecco perch son venuta a cercarti
 fin qui. Io sar la tua mamma...
 Oh! che bella cosa! grid Pinocchio saltando dall'allegrezza.
 Tu mi ubbidirai e farai sempre quello che ti dir io.
 Volentieri, volentieri, volentieri!
 Fino da domani soggiunse la Fata tu comincerai coll'andare a
 scuola.
 Pinocchio divent subito un po' meno allegro.
 Poi sceglierai a tuo piacere un'arte o un mestiere.
 Pinocchio divent serio.
 Che cosa brontoli fra i denti? domand la Fata con accento
 risentito.
 Dicevo... mugol il burattino a mezza voce che oramai per
 andare a scuola mi pare un po' tardi...
 Nossignore. Tieni a mente che per istruirsi e per imparare non 
 mai tardi.
 Ma io non voglio fare n arti n mestieri.
 Perch?
 Perch a lavorare mi par fatica.
 Ragazzo mio, disse la Fata quelli che dicono cos, finiscono
 quasi sempre o in carcere o allo spedale. L'uomo, per tua regola,
 nasca ricco o povero,  obbligato in questo mondo a far qualcosa,
 a occuparsi, a lavorare. Guai a lasciarsi prendere dall'ozio!
 L'ozio  una bruttissima malattia, e bisogna guarirla subito, fin
 da ragazzi: se no, quando siamo grandi, non si guarisce pi.
 Queste parole toccarono l'animo di Pinocchio, il quale rialzando
 vivacemente la testa disse alla Fata:
 Io studier, io lavorer, io far tutto quello che mi dirai,
 perch, insomma, la vita del burattino mi  venuta a noia, e
 voglio diventare un ragazzo a tutti i costi. Me l'hai promesso,
 non  vero?
 Te l'ho promesso, e ora dipende da te.



















 Capitolo 26.
 Pinocchio va co' suoi compagni di scuola in riva al mare, per
 vedere il terribile Pescecane.

 I1 giorno dopo Pinocchio and alla scuola comunale.
 Figuratevi quelle birbe di ragazzi, quando videro entrare nella
 loro scuola un burattino! Fu una risata che non finiva pi. Chi
 gli faceva uno scherzo, chi un altro: chi gli levava il berretto
 di mano: chi gli tirava il giubbettino di dietro; chi si provava a
 fargli coll'inchiostro due grandi baffi sotto il naso, e chi si
 attentava perfino a legargli dei fili ai piedi e alle mani, per
 farlo ballare.
 Per un poco Pinocchio us disinvoltura e tir via; ma finalmente,
 sentendosi scappar la pazienza, si rivolse a quelli che pi lo
 tafanavano e si pigliavano gioco di lui, e disse loro a muso duro:
 Badate, ragazzi: io non son venuto qui per essere il vostro
 buffone. Io rispetto gli altri e voglio esser rispettato.
 Bravo berlicche! Hai parlato come un libro stampato! urlarono
 quei monelli, buttandosi via dalle matte risate; e uno di loro,
 pi impertinente degli altri, allung la mano coll'idea di
 prendere il burattino per la punta del naso.
 Ma non fece a tempo: perch Pinocchio stese la gamba sotto la
 tavola e gli consegn una pedata negli stinchi.
 Ohi! che piedi duri! url il ragazzo stropicciandosi il livido
 che gli aveva fatto il burattino.
 E che gomiti!... anche pi duri dei piedi! disse un altro che,
 per i suoi scherzi sguaiati, s'era beccata una gomitata nello
 stomaco.
 Fatto sta che dopo quel calcio e quella gomitata, Pinocchio
 acquist subito la stima e la simpatia di tutti i ragazzi di
 scuola: e tutti gli facevano mille carezze e tutti gli volevano un
 bene dell'anima.
 E anche il maestro se ne lodava, perch lo vedeva attento,
 studioso, intelligente, sempre il primo a entrare nella scuola,
 sempre l'ultimo a rizzarsi in piedi, a scuola finita.
 Il solo difetto che avesse era quello di bazzicare troppi
 compagni: e fra questi, c'erano molti monelli conosciutissimi per
 la loro poca voglia di studiare e di farsi onore.
 Il maestro lo avvertiva tutti i giorni, e anche la buona Fata non
 mancava di dirgli e di ripetergli pi volte:
 Bada Pinocchio! Quei tuoi compagnacci di scuola finiranno prima
 o poi col farti perdere l'amore allo studio e, forse forse, col
 tirarti addosso qualche grossa disgrazia.
 Non c' pericolo! rispondeva il burattino, facendo una
 spallucciata e toccandosi coll'indice in mezzo alla fronte, come
 per dire: "C' tanto giudizio qui dentro!".
 Ora avvenne che un bel giorno, mentre camminava verso la scuola,
 incontr un branco dei soliti compagni, che andandogli incontro,
 gli dissero:
 Sai la gran notizia?
 No.
 Qui nel mare vicino  arrivato un Pescecane, grosso come una
 montagna.
 Davvero?... Che sia quel medesimo Pescecane di quando affog il
 mio povero babbo?
 Noi andiamo alla spiaggia per vederlo. Vuoi venire anche tu?
 Io, no: io voglio andare a scuola.
 Che t'importa della scuola? Alla scuola ci anderemo domani. Con
 una lezione di pi o con una di meno, si rimane sempre gli stessi
 somari.
 E il maestro che dir?
 Il maestro si lascia dire. E' pagato apposta per brontolare
 tutto il giorno.
 E la mia mamma?
 Le mamme non sanno mai nulla risposero quei malanni.
 Sapete che cosa far? disse Pinocchio. Il Pescecane voglio
 vederlo per certe mie ragioni... ma ander a vederlo dopo la
 scuola.
 Povero giucco! ribatt uno del branco. Che credi che un
 pesce di quella grossezza voglia star l a fare il comodo tuo?
 Appena s' annoiato, piglia il dirizzone per un'altra parte, e
 allora chi s' visto s' visto.
 Quanto tempo ci vuole di qui alla spiaggia? domand il
 burattino.
 Fra un'ora, siamo bell'e andati e tornati.
 Dunque, via! e chi pi corre,  pi bravo! grid Pinocchio.
 Dato cos il segnale della partenza, quel branco di monelli, coi
 loro libri e i loro quaderni sotto il braccio, si messero a
 correre attraverso ai campi; e Pinocchio era sempre avanti a
 tutti: pareva che avesse le ali ai piedi.
 Di tanto in tanto, voltandosi indietro, canzonava i suoi compagni
 rimasti a una bella distanza, e nel vederli ansanti, trafelati,
 polverosi e con tanto di lingua fuori, se la rideva proprio di
 cuore. Lo sciagurato in quel momento non sapeva a quali paure e a
 quali orribili disgrazie andava incontro.



 Capitolo 27.
 Gran combattimento fra Pinocchio e i suoi compagni: uno de' quali
 essendo rimasto ferito, Pinocchio viene arrestato dai carabinieri.

 Giunto che fu sulla spiaggia, Pinocchio dette subito una grande
 occhiata sul mare; ma non vide nessun Pescecane. Il mare era tutto
 liscio come un gran cristallo da specchio.
 O il Pescecane dov'? domand, voltandosi ai compagni.
 Sar andato a far colazione, rispose uno di loro, ridendo.
 O si sar buttato sul letto per fare un sonnellino soggiunse
 un altro, ridendo pi forte che mai.
 Da quelle risposte sconclusionate e da quelle risatacce grulle,
 Pinocchio cap che i suoi compagni gli avevano fatto una brutta
 celia, dandogli ad intendere una cosa che non era vera, e
 pigliandosela a male, disse loro con voce di bizza:
 E ora? che sugo ci avete trovato a darmi ad intendere la
 storiella del Pescecane?
 Il sugo c' sicuro! risposero in coro quei monelli.
 E sarebbe?
 Quello di farti perdere la scuola e di farti venire con noi. Non
 ti vergogni a mostrarti tutti i giorni cos preciso e cos
 diligente alla lezione? Non ti vergogni a studiar tanto, come fai?
 E se io studio, che cosa ve ne importa?
 A noi ce ne importa moltissimo perch ci costringi a fare una
 brutta figura col maestro.
 Perch?
 Perch gli scolari che studiano fanno sempre scomparire quelli,
 come noi, che non hanno voglia di studiare. E noi non vogliamo
 scomparire! Anche noi abbiamo il nostro amor proprio!
 E allora che cosa devo fare per contentarvi?
 Devi prendere a noia, anche tu, la scuola, la lezione e il
 maestro, che sono i nostri tre grandi nemici.
 E se io volessi seguitare a studiare?
 Noi non ti guarderemo pi in faccia, e alla prima occasione ce
 la pagherai!
 In verit mi fate quasi ridere, disse il burattino con una
 scrollatina di capo.
 Ehi Pinocchio! grid allora il pi grande di quei ragazzi
 andandogli sul viso. Non venir qui a fare lo smargiasso: non
 venir qui a far tanto il galletto!... perch se tu non hai paura
 di noi noi non abbiamo paura di te! Ricordati che tu sei solo e
 noi siamo sette.
 Sette come i peccati mortali, disse Pinocchio con una gran
 risata.
 Avete sentito? Ci ha insultati tutti! Ci ha chiamato col nome di
 peccati mortali!
 Pinocchio! chiedici scusa dell'offesa... o se no, guai a te!
 Cuc! fece il burattino, battendosi coll'indice sulla punta
 del naso, in segno di canzonatura.
 Pinocchio! la finisce male!
 Cuc!
 Ne toccherai quanto un somaro!
 Cuc!
 Ritornerai a casa col naso rotto!
 Cuc!
 Ora il cuc te lo dar io! grid il pi ardito di quei
 monelli. Prendi intanto quest'acconto, e serbalo per la cena di
 stasera.
 E nel dir cos gli appiccic un pugno nel capo.
 Ma fu come si suol dire, botta e risposta; perch il burattino,
 come c'era da aspettarselo, rispose subito con un altro pugno: e
 l, da un momento all'altro, il combattimento divent generale e
 accanito.
 Pinocchio, sebbene fosse solo, si difendeva come un eroe. Con quei
 suoi piedi di legno durissimo lavorava cos bene, da tener sempre
 i suoi nemici a rispettosa distanza. Dove i suoi piedi potevano
 arrivare e toccare, ci lasciavano sempre un livido per ricordo.
 Allora i ragazzi, indispettiti di non potersi misurare col
 burattino a corpo a corpo, pensarono bene di metter mano ai
 proiettili, e sciolti i fagotti de' loro libri di scuola,
 cominciarono a scagliare contro di lui i "Sillabari", le
 "Grammatiche", i "Giannettini", i "Minuzzoli", i "Racconti" del
 Thouar, il "Pulcino" della Baccini e altri libri scolastici: ma il
 burattino, che era d'occhio svelto e ammalizzito, faceva sempre
 civetta a tempo, sicch i volumi, passandogli di sopra al capo,
 andavano tutti a cascare nel mare.
 Figuratevi i pesci! I pesci, credendo che quei libri fossero roba
 da mangiare, correvano a frotte a fior d'acqua; ma dopo avere
 abboccata qualche pagina o qualche frontespizio, la risputavano
 subito, facendo con la bocca una certa smorfia, che pareva volesse
 dire: "Non  roba per noi: noi siamo avvezzi a cibarci molto
 meglio!".
 Intanto il combattimento s'inferociva sempre pi, quand'ecco che
 un grosso Granchio, che era uscito fuori dall'acqua e s'era adagio
 adagio arrampicato fin sulla spiaggia, grid con una vociaccia di
 trombone infreddato:
 Smettetela, birichini che non siete altro! Queste guerre
 manesche fra ragazzi e ragazzi raramente vanno a finir bene.
 Qualche disgrazia accade sempre!
 Povero Granchio! Fu lo stesso che avesse predicato al vento. Anzi
 quella birba di Pinocchio, voltandosi indietro a guardarlo in
 cagnesco, gli disse sgarbatamente:
 Chetati, Granchio dell'uggia! Faresti meglio a succiare due
 pasticche di lichene per guarire da codesta infreddatura di gola.
 Vai piuttosto a letto e cerca di sudare!
 In quel frattempo i ragazzi, che avevano finito oramai di tirare
 tutti i loro libri, occhiarono l a poca distanza il fagotto dei
 libri del burattino, e se ne impadronirono in men che non si dice.
 Fra questi libri, v'era un volume rilegato in cartoncino grosso,
 colla costola e colle punte di cartapecora. Era un "Trattato di
 Aritmetica". Vi lascio immaginare se era peso di molto!
 Uno di quei monelli agguant quel volume e, presa di mira la testa
 di Pinocchio, lo scagli con quanta forza aveva nel braccio: ma
 invece di cogliere il burattino, colse nella testa uno dei
 compagni; il quale divent bianco come un panno lavato, e non
 disse altro che queste parole:
 O mamma mia, aiutatemi... perch muoio!
 Poi cadde disteso sulla rena del lido.
 Alla vista di quel morticino, i ragazzi spaventati si dettero a
 scappare a gambe e in pochi minuti non si videro pi.
 Ma Pinocchio rimase l, e sebbene per il dolore e per lo spavento,
 anche lui fosse pi morto che vivo, nondimeno corse a inzuppare il
 suo fazzoletto nell'acqua del mare e si pose a bagnare la tempia
 del suo povero compagno di scuola. E intanto piangendo
 dirottamente e disperandosi, lo chiamava per nome e gli diceva:
 Eugenio, povero Eugenio mio!... apri gli occhi, e guardami!...
 Perch non mi rispondi? Non sono stato io, sai, che ti ho fatto
 tanto male! Credilo, non sono stato io!... Apri gli occhi,
 Eugenio... Se tieni gli occhi chiusi, mi farai morire anche me...
 O Dio mio! come far ora a tornare a casa? Con che coraggio potr
 presentarmi alla mia buona mamma? Che sar di me?... dove
 fuggir?... Dove ander a nascondermi?... Oh! quant'era meglio,
 mille volte meglio che fossi andato a scuola! ... Perch ho dato
 retta a questi compagni, che sono la mia dannazione?... E il
 Maestro me l'aveva detto!... e la mia mamma me l'aveva ripetuto:
 Guardati dai cattivi compagni! Ma io sono un testardo, un
 caparbiaccio, lascio dir tutti, e poi fo sempre a modo mio! E dopo
 mi tocca a scontarle... E cos, da che sono al mondo, non ho mai
 avuto un quarto d'ora di bene. Dio mio! che sar di me, che sar
 di me, che sar di me?
 E Pinocchio continuava a piangere, a berciare, a darsi dei pugni
 nel capo e a chiamar per nome il povero Eugenio: quando sent a un
 tratto un rumore sordo di passi che si avvicinavano. Si volt:
 erano due carabinieri.
 Che cosa fai cost sdraiato per terra? domandarono a
 Pinocchio.
 Assisto questo mio compagno di scuola.
 Che gli  venuto male?
 Par di si...
 Altro che male! disse uno dei carabinieri, chinandosi e
 osservando Eugenio da vicino. Questo ragazzo  stato ferito in
 una tempia: chi  che l'ha ferito?
 Io no balbett il burattino che non aveva pi fiato in corpo.
 Se non sei stato tu, chi  stato dunque che l'ha ferito?
 Io no ripet Pinocchio.
 E con che cosa  stato ferito?
 Con questo libro. E il burattino raccatt di terra il
 "Trattato di Aritmetica", rilegato in cartone e cartapecora, per
 mostrarlo al carabiniere.
 E questo libro di chi ?
 Mio.
 Basta cos: non occorre altro. Rizzati subito e vieni via con
 noi.
 Ma io...
 Via con noi !
 Ma io sono innocente...
 Via con noi!
 Prima di partire i carabinieri chiamarono alcuni pescatori, che in
 quel momento passavano per l'appunto colla loro barca vicino alla
 spiaggia, e dissero loro:
 Vi affidiamo questo ragazzetto ferito nel capo. Portatelo a casa
 vostra e assistetelo. Domani torneremo a vederlo. -
 Quindi si volsero a Pinocchio e dopo averlo messo in mezzo a loro
 due, gl'intimarono con accento soldatesco:
 Avanti! e cammina spedito! se no, peggio per te! -
 Senza farselo ripetere, il burattino cominci a camminare per
 quella viottola, che conduceva al paese. Ma il povero diavolo non
 sapeva pi nemmeno lui in che mondo si fosse. Gli pareva di
 sognare, e che brutto sogno! Era fuori di s. I suoi occhi
 vedevano tutto doppio: le gambe gli tremavano: la lingua gli era
 rimasta attaccata al palato e non poteva pi spiccicare una sola
 parola. Eppure, in mezzo a quella specie di stupidit e di
 rintontimento, una spina acutissima gli bucava il cuore: il
 pensiero, cio, di dover passare sotto le finestre di casa della
 sua buona Fata, in mezzo ai carabinieri. Avrebbe preferito
 piuttosto di morire.
 Erano gi arrivati e stavano per entrare in paese, quando una
 folata di vento strapazzone lev di testa a Pinocchio il berretto,
 portandoglielo lontano una diecina di passi.
 Si contentano, disse il burattino ai carabinieri che vada a
 riprendere il mio berretto?
 Vai pure: ma facciamo una cosa lesta.
 Il burattino and, raccatt il berretto... ma invece di metterselo
 in capo, se lo mise in bocca fra i denti, e poi cominci a correre
 di gran carriera verso la spiaggia del mare. Andava via come una
 palla di fucile.
 I carabinieri, giudicando che fosse difficile raggiungerlo, gli
 aizzarono dietro un grosso cane mastino, che aveva guadagnato il
 primo premio in tutte le corse dei cani. Pinocchio correva, e il
 cane correva pi di lui: per cui tutta la gente si affacciava alle
 finestre e si affollava in mezzo alla strada, ansiosa di veder la
 fine di questo palio feroce. Ma non pot levarsi questa voglia,
 perch il cane mastino e Pinocchio sollevarono lungo la strada un
 tal polverone, che dopo pochi minuti non fu pi possibile di veder
 pi nulla.



 Capitolo 28.
 Pinocchio corre pericolo di esser fritto in padella, come un
 pesce.

 Durante quella corsa disperata, vi fu un momento terribile, un
 momento in cui Pinocchio si cred perduto: perch bisogna sapere
 che Alidoro (era questo il nome del can mastino) a furia di
 correre e correre, l'aveva quasi raggiunto.
 Basti dire che il burattino sentiva dietro di s, alla distanza
 d'un palmo, l'ansare affannoso di quella bestiaccia e ne sentiva
 perfino la vampa calda delle fiatate.
 Per buona fortuna la spiaggia era oramai vicina e il mare si
 vedeva l a pochi passi.
 Appena fu sulla spiaggia, il burattino spicc un bellissimo salto,
 come avrebbe potuto fare un ranocchio, e and a cascare in mezzo
 all'acqua. Alidoro invece voleva fermarsi; ma trasportato
 dall'impeto della corsa, entr nell'acqua anche lui. E quel
 disgraziato non sapeva nuotare; per cui cominci subito ad
 annaspare colle zampe per reggersi a galla: ma pi annaspava e pi
 andava col capo sott'acqua.
 Quando torn a rimettere il capo fuori, il povero cane aveva gli
 occhi impauriti e stralunati, e, abbaiando, gridava:
 Affogo! affogo!
 Crepa! gli rispose Pinocchio da lontano, il quale si vedeva
 oramai sicuro da ogni pericolo.
 Aiutami, Pinocchio mio!... salvami dalla morte!...
 A quelle grida strazianti, il burattino, che in fondo aveva un
 cuore eccellente, si mosse a compassione, e voltosi al cane gli
 disse:
 Ma se io ti aiuto a salvarti, mi prometti di non darmi pi noia
 e di non corrermi dietro?
 Te lo prometto! te lo prometto! Spicciati per carit, perch se
 indugi un altro mezzo minuto, son bell'e morto.
 Pinocchio esit un poco: ma poi ricordandosi che il suo babbo gli
 aveva detto tante volte che a fare una buona azione non ci si
 scapita mai, and nuotando a raggiungere Alidoro, e, presolo per
 la coda con tutte e due le mani lo port sano e salvo sulla rena
 asciutta del lido.
 Il povero cane non si reggeva pi in piedi. Aveva bevuto, senza
 volerlo, tant'acqua salata, che era gonfiato come un pallone. Per
 altro il burattino, non volendo fare a fidarsi troppo, stim cosa
 prudente di gettarsi nuovamente in mare; e allontanandosi dalla
 spiaggia, grid all'amico salvato:
 Addio, Alidoro, fai buon viaggio e tanti saluti a casa.
 Addio Pinocchio rispose il cane; mille grazie di avermi
 liberato dalla morte. Tu m'hai fatto un gran servizio: e in questo
 mondo quel che  fatto  reso. Se capita l'occasione, ci
 riparleremo.
 Pinocchio seguit a nuotare, tenendosi sempre vicino alla terra.
 Finalmente gli parve di esser giunto in un luogo sicuro; e dando
 un'occhiata alla spiaggia, vide sugli scogli una specie di grotta,
 dalla quale usciva un lunghissimo pennacchio di fumo.
 In quella grotta disse allora fra s ci deve essere del
 fuoco. Tanto meglio! Ander a rasciugarmi e a riscaldarmi, e
 poi?... e poi sar quel che sar.
 Presa questa risoluzione, si avvicin alla scogliera; ma quando fu
 l per arrampicarsi, sent qualche cosa sotto l'acqua che saliva
 saliva, saliva e lo portava per aria. Tent subito di fuggire, ma
 oramai era tardi, perch con sua grandissima maraviglia si trov
 rinchiuso dentro una grossa rete in mezzo a un brulichio di pesci
 d'ogni forma e grandezza, che scodinzolavano e si dibattevano come
 tant'anime disperate.
 E nel tempo stesso vide uscire dalla grotta un pescatore cos
 brutto, ma tanto brutto, che pareva un mostro marino. Invece di
 capelli aveva sulla testa un cespuglio foltissimo di erba verde;
 verde era la pelle del suo corpo, verdi gli occhi, verde la barba
 lunghissima, che gli scendeva fin quaggi. Pareva un grosso
 ramarro ritto su i piedi di dietro.
 Quando il pescatore ebbe tirata fuori la rete dal mare, grid
 tutto contento:
 Provvidenza benedetta! Anch'oggi potr fare una bella
 scorpacciata di pesce!
 Manco male, che io non sono un pesce! disse Pinocchio dentro
 di s, ripigliando un po' di coraggio.
 La rete piena di pesci fu portata dentro la grotta, una grotta
 buia e affumicata, in mezzo alla quale friggeva una gran padella
 d'olio, che mandava un odorino di moccolaia da mozzare il respiro.
 Ora vediamo un po' che pesci abbiamo presi! disse il pescatore
 verde; e ficcando nella rete una manona cos spropositata, che
 pareva una pala da fornai, tir fuori una manciata di triglie.
 Buone queste triglie! disse, guardandole e annusandole con
 compiacenza. E dopo averle annusate, le scaravent in una conca
 senz'acqua.
 Poi ripet pi volte la solita operazione; e via via che cavava
 fuori gli altri pesci, sentiva venirsi l'acquolina in bocca e
 gongolando diceva:
 Buoni questi naselli!
 Squisiti questi muggini!
 Deliziose queste sogliole!
 Prelibati questi ragnotti!
 Carine queste acciughe col capo!
 Come potete immaginarvelo, i naselli, i muggini, le sogliole, i
 ragnotti e l'acciughe, andarono tutti alla rinfusa nella conca, a
 tener compagnia alle triglie.
 L'ultimo che rest nella rete fu Pinocchio.
 Appena il pescatore l'ebbe cavato fuori, sgran dalla meraviglia i
 suoi occhioni verdi, gridando quasi impaurito:
 Che razza di pesce  questo? Dei pesci fatti a questo modo non
 mi ricordo di averne mangiati mai!
 E torn a guardarlo attentamente, e dopo averlo guardato ben bene
 per ogni verso, fini col dire:
 Ho capito: dev'essere un granchio di mare.
 Allora Pinocchio mortificato di sentirsi scambiare per un
 granchio, disse con accento risentito:
 Ma che granchio e non granchio? Guardi come lei mi tratta! Io
 per sua regola sono un burattino.
 Un burattino? replic il pescatore. Dico la verit, il pesce
 burattino  per me un pesce nuovo! Meglio cosi! ti manger pi
 volentieri .
 Mangiarmi? ma la vuol capire che io non sono un pesce? O non
 sente che parlo, e ragiono come lei?
 E' verissimo, soggiunse il pescatore e siccome vedo che sei
 un pesce, che hai la fortuna di parlare e di ragionare, come me,
 cosi voglio usarti anch'io i dovuti riguardi.
 E questi riguardi sarebbero?
 In segno di amicizia e di stima particolare, lascer a te la
 scelta del come vuoi essere cucinato. Desideri essere fritto in
 padella, oppure preferisci di essere cotto nel tegame colla salsa
 di pomidoro?
 A dir la verit, rispose Pinocchio se io debbo scegliere,
 preferisco piuttosto di essere lasciato libero, per potermene
 tornare a casa mia.
 Tu scherzi! Ti pare che io voglia perdere l'occasione di
 assaggiare un pesce cosi raro? Non capita mica tutti i giorni un
 pesce burattino in questi mari. Lascia fare a me: ti frigger in
 padella assieme a tutti gli altri pesci, e te ne troverai
 contento. L'esser fritto in compagnia  sempre una consolazione.
 L'infelice Pinocchio, a quest'antifona, cominci a piangere, a
 strillare, a raccomandarsi: e piangendo diceva: Quant'era
 meglio, che fossi andato a scuola!... Ho voluto dar retta ai
 compagni, e ora la pago! Ih!... Ih!... Ih!...
 E perch si divincolava come un'anguilla e faceva sforzi
 incredibili, per isgusciare dalle grinfie del pescatore verde,
 questi prese una bella buccia di giunco, e dopo averlo legato per
 le mani e per i piedi, come un salame, lo gett in fondo alla
 conca cogli altri.
 Poi, tirato fuori un vassoiaccio di legno pieno di farina, si
 dette a infarinare tutti quei pesci; e man mano che li aveva
 infarinati, li buttava a friggere dentro la padella.
 I primi a ballare nell'olio bollente furono i poveri naselli: poi
 tocc ai ragnotti, poi ai muggini, poi alle sogliole e alle
 acciughe e poi venne la volta di Pinocchio. Il quale, a vedersi
 cosi vicino alla morte (e che brutta morte!) fu preso da tanto
 tremito e da tanto spavento, che non aveva pi n voce n fiato
 per raccomandarsi.
 Il povero figliolo si raccomandava cogli occhi! Ma il pescatore
 verde, senza badarlo neppure, lo avvoltol cinque o sei volte
 nella farina, infarinandolo cosi bene dal capo ai piedi, che
 pareva diventato un burattino di gesso.
 Poi lo prese per il capo, e...




 Capitolo 29.
 Ritorna a casa della Fata, la quale gli promette che il giorno
 dopo non sar pi un burattino, ma diventer un ragazzo. Gran
 colazione di caff e latte per festeggiare questo grande
 avvenimento.

 Mentre il pescatore era proprio sul punto di buttar Pinocchio
 nella padella, entr nella grotta un grosso cane condotto l
 dall'odore acutissimo e ghiotto della frittura.
 Passa via! gli grid il pescatore minacciandolo e tenendo
 sempre in mano il burattino infarinato.
 Ma il povero cane aveva una fame per quattro, e mugolando e
 dimenando la coda, pareva che dicesse:
 Dammi un boccon di frittura e ti lascio in pace.
 Passa via, ti dico! gli ripet il pescatore; e allung la
 gamba per tirargli una pedata.
 Allora il cane che, quando aveva fame davvero, non era avvezzo a
 lasciarsi posar mosche sul naso, si rivolt ringhioso al
 pescatore, mostrandogli le sue terribili zanne.
 In quel mentre si ud nella grotta una vocina fioca fioca, che
 disse:
 Salvami Alidoro! Se non mi salvi, son fritto! -
 Il cane riconobbe subito la voce di Pinocchio e si accorse con sua
 grandissima maraviglia che la vocina era uscita da quel fagotto
 infarinato che il pescatore teneva in mano.
 Allora che cosa fa? Spicca un gran lancio da terra, abbocca quel
 fagotto infarinato e tenendolo leggermente coi denti, esce
 correndo dalla grotta, e via come un baleno!
 Il pescatore, arrabbiatissimo di vedersi strappar di mano un
 pesce, che egli avrebbe mangiato tanto volentieri, si prov a
 rincorrere il cane; ma fatti pochi passi, gli venne un nodo di
 tosse e dov tornarsene indietro.
 Intanto Alidoro, ritrovata che ebbe la viottola che conduceva al
 paese, si ferm e pos delicatamente in terra l'amico Pinocchio.
 Quanto ti debbo ringraziare! disse il burattino.
 Non c' bisogno, replic il cane tu salvasti me, e quel che
  fatto,  reso. Si sa: in questo mondo bisogna tutti aiutarsi
 l'uno coll'altro.
 Ma come mai sei capitato in quella grotta?
 Ero sempre qui disteso sulla spiaggia pi morto che vivo, quando
 il vento mi ha portato da lontano un odorino di frittura.
 Quell'odorino mi ha stuzzicato l'appetito, e io gli sono andato
 dietro. Se arrivavo un minuto pi tardi...
 Non me lo dire, url Pinocchio che tremava ancora dalla paura.
 Non me lo dire! Se tu arrivavi un minuto pi tardi a quest'ora
 io ero bell'e fritto, mangiato e digerito. Brrr!... mi vengono i
 brividi soltanto a pensarvi!
 Alidoro, ridendo, stese la zampa destra verso il burattino, il
 quale gliela strinse forte forte in segno di grande amicizia: e
 dopo si lasciarono.
 Il cane riprese la strada di casa: e Pinocchio, rimasto solo, and
 a una capanna li poco distante, e domand a un vecchietto che
 stava sulla porta a scaldarsi al sole:
 Dite, galantuomo, sapete nulla di un povero ragazzo ferito nel
 capo e che si chiamava Eugenio?
 Il ragazzo  stato portato da alcuni pescatori in questa
 capanna, e ora...
 Ora sar morto! interruppe Pinocchio con gran dolore.
 No: ora  vivo, ed  gi ritornato a casa sua.
 Davvero, davvero? grid il burattino, saltando
 dall'allegrezza. Dunque la ferita non era grave?
 Ma poteva riuscire gravissima e anche mortale, rispose il
 vecchietto perch gli tirarono nel capo un grosso libro rilegato
 in cartone.
 E chi glielo tir?
 Un suo compagno di scuola: un certo Pinocchio.
 E chi  questo Pinocchio? domand il burattino facendo lo
 gnorri.
 Dicono che sia un ragazzaccio, un vagabondo, un vero rompicollo.
 Calunnie! Tutte calunnie!
 Lo conosci tu questo Pinocchio?
 Di vista! rispose il burattino.
 E tu che concetto ne hai? gli chiese il vecchietto.
 A me mi pare un gran buon figliolo, pieno di voglia di studiare,
 ubbidiente, affezionato al suo babbo e alla sua famiglia...
 Mentre il burattino sfilava a faccia fresca tutte queste bugie, si
 tocc il naso e si accorse che il naso gli era allungato pi d'un
 palmo. Allora tutto impaurito cominci a gridare:
 Non date retta, galantuomo, a tutto il bene che ve ne ho detto:
 perch conosco benissimo Pinocchio e posso assicurarvi anch'io che
  davvero un ragazzaccio, un disubbidiente e uno svogliato, che
 invece di andare a scuola, va coi compagni a fare lo sbarazzino!
 Appena ebbe pronunziate queste parole, il suo naso raccorc e
 torn della grandezza naturale, come era prima.
 E perch sei tutto bianco a codesto modo? gli domand a un
 tratto il vecchietto.
 Vi dir... senza avvedermene, mi sono strofinato a un muro che
 era imbiancato di fresco rispose il burattino, vergognandosi a
 confessare che lo avevano infarinato come un pesce, per poi
 friggerlo in padella.
 O della tua giacchetta, de' tuoi calzoncini e del tuo berretto,
 che cosa ne hai fatto?
 Ho incontrato i ladri e mi hanno spogliato. Dite, buon vecchio,
 non avreste per caso da darmi un po' di vestituccio, tanto perch
 io possa ritornare a casa?
 Ragazzo mio; in quanto a vestiti, io non ho che un piccolo
 sacchetto, dove ci tengo i lupini. Se lo vuoi, piglialo: eccolo
 l.
 E Pinocchio non se lo fece dire due volte: prese subito il
 sacchetto dei lupini che era vuoto e dopo averci fatto colle
 forbici una piccola buca nel fondo e due buche dalle parti, se lo
 infil a uso camicia. E vestito leggerino a quel modo, si avvi
 verso il paese.
 Ma, lungo la strada, non si sentiva punto tranquillo; tant' vero
 che faceva un passo avanti e uno indietro e, discorrendo da s
 solo, andava dicendo:
 Come far a presentarmi alla mia buona Fatina? Che dir quando
 mi vedr? Vorr perdonarmi questa seconda birichinata? Scommetto
 che non me la perdona!... oh! non me la perdona di certo... E mi
 sta il dovere: perch io sono un monello che prometto sempre di
 correggermi, e non mantengo mai!
 Arriv al paese che era gi notte buia; e perch faceva tempaccio
 e l'acqua veniva gi a catinelle, and diritto diritto alla casa
 della Fata coll'animo risoluto di bussare alla porta e di farsi
 aprire.
 Ma, quando fu l, sent mancarsi il coraggio e invece di bussare
 si allontan, correndo, una ventina di passi. Poi torn una
 seconda volta alla porta, e non concluse nulla: poi si avvicin
 una terza volta, e nulla: la quarta volta prese, tremando, il
 battente di ferro in mano, e buss un piccolo colpettino.
 Aspetta, aspetta, finalmente dopo mezz'ora si apr una finestra
 dell'ultimo piano (la casa era di quattro piani) e Pinocchio vide
 affacciarsi una grossa lumaca, che aveva un lumicino acceso sul
 capo, la quale disse:
 Chi  a quest'ora?
 La Fata  in casa? domand il burattino.
 La Fata dorme e non vuol essere svegliata: ma tu chi sei?
 Sono io!
 Chi io?
 Pinocchio.
 Chi Pinocchio?
 Il burattino, quello che sta in casa colla Fata.
 Ah! ho capito disse la Lumaca. Aspettami cost, che ora
 scendo gi e ti apro subito.
 Spicciatevi, per carit, perch io muoio dal freddo.
 Ragazzo mio, io sono una lumaca, e le lumache non hanno mai
 fretta.
 Intanto pass un'ora, ne passarono due, e la porta non si apriva
 per cui Pinocchio, che tremava dal freddo, dalla paura e
 dall'acqua che aveva addosso, si fece cuore e buss una seconda
 volta, e buss pi forte.
 A quel secondo colpo si apr una finestra del piano di sotto e si
 affacci la solita lumaca.
 Lumachina bella grid Pinocchio dalla strada sono due ore
 che aspetto! E due ore, a questa serataccia, diventano pi lunghe
 di due anni. Spicciatevi, per carit.
 Ragazzo mio gli rispose dalla finestra quella bestiola tutta
 pace e tutta flemma ragazzo mio, io sono una lumaca, e le
 lumache non hanno mai fretta.
 E la finestra si richiuse.
 Di l a poco suon la mezzanotte: poi il tocco, poi le due dopo
 mezzanotte, e la porta era sempre chiusa.
 Allora Pinocchio, perduta la pazienza, afferr con rabbia il
 battente della porta per bussare un colpo da far rintronare tutto
 il casamento: ma il battente che era di ferro, divent a un tratto
 un'anguilla viva, che sgusciandogli dalle mani spar nel rigagnolo
 d'acqua in mezzo alla strada.
 Ah, s? grid Pinocchio sempre pi accecato dalla collera.
 Se il battente  sparito, io seguiter a bussare a furia di
 calci.
 E tiratosi un poco indietro, lasci andare una solennissima pedata
 nell'uscio della casa. Il colpo fu cos forte, che il piede
 penetr nel legno fino a mezzo: e quando il burattino si prov a
 ricavarlo fuori, fu tutta fatica inutile: perch il piede c'era
 rimasto conficcato dentro, come un chiodo ribadito.
 Figuratevi il povero Pinocchio! Dov passare tutto il resto della
 notte con un piede in terra e con quell'altro per aria.
 La mattina, sul far del giorno, finalmente la porta si apr.
 Quella brava bestiola della lumaca, a scendere dal quarto piano
 fino all'uscio di strada, ci aveva messo solamente nove ore.
 Bisogna proprio dire che avesse fatto una sudata!
 Che cosa fate con codesti piedi conficcati nell'uscio? domand
 ridendo al burattino.
 E' stata una disgrazia. Vedete un po', Lumachina bella, se vi
 riesce di liberarmi da questo supplizio.
 Ragazzo mio, cost ci vuole un legnaiolo, e io non ho mai fatto
 la legnaiola.
 Pregate la Fata da parte mia...
 La Fata dorme e non vuol essere svegliata.
 Ma che cosa volete che io faccia inchiodato tutto il giorno a
 questa porta?
 Divertiti a contare le formicole che passano per la strada.
 Portatemi almeno qualche cosa da mangiare, perch mi sento
 rifinito.
 Subito! disse la lumaca.
 Difatti dopo tre ore e mezzo Pinocchio la vide tornare con un
 vassoio d'argento in capo. Nel vassoio c'era un pane, un pollastro
 arrosto e quattro albicocche mature.
 Ecco la colazione che vi manda la Fata disse la lumaca.
 Alla vista di quella grazia di Dio, il burattino sent consolarsi
 tutto. Ma quale fu il suo disinganno, quando incominciando a
 mangiare, si dov accorgere che il pane era di gesso, il pollastro
 di cartone e le quattro albicocche di alabastro, colorite al
 naturale
 Voleva piangere, voleva darsi alla disperazione, voleva buttar via
 il vassoio e quel che c'era dentro: ma invece, o fosse il gran
 dolore o la gran languidezza di stomaco, fatto sta che cadde
 svenuto.
 Quando si riebbe, si trov disteso sopra un sof, e la Fata era
 accanto a lui.
 Anche per questa volta ti perdono gli disse la Fata ma guai
 a te se me ne fai un'altra delle tue!
 Pinocchio promise e giur che avrebbe studiato, e che si sarebbe
 condotto sempre bene. E mantenne la parola per tutto il resto
 dell'anno. Difatti, agli esami delle vacanze, ebbe l'onore di
 essere il pi bravo della scuola; e i suoi portamenti, in
 generale, furono giudicati cosi lodevoli e soddisfacenti, che la
 Fata, tutta contenta gli disse:
 Domani finalmente il tuo desiderio sar appagato!
 Cio?
 Domani finirai di essere un burattino di legno, e diventerai un
 ragazzo perbene.
 Chi non ha veduto la gioia di Pinocchio, a questa notizia tanto
 sospirata, non potr mai figurarsela. Tutti i suoi amici e
 compagni di scuola dovevano essere invitati per il giorno dopo a
 una gran colazione in casa della Fata, per festeggiare insieme il
 grande avvenimento: e la Fata aveva fatto preparare duegento tazze
 di caff e latte e quattrocento panini imburrati di sotto e di
 sopra. Quella giornata prometteva d'esser molto bella e molto
 allegra, ma...
 Disgraziatamente, nella vita dei burattini c' sempre un "ma", che
 sciupa ogni cosa.




















 Capitolo 30.
 Pinocchio, invece di diventare un ragazzo, parte di nascosto col
 suo amico Lucignolo per il Paese dei balocchi.

 Com' naturale, Pinocchio chiese subito alla Fata il permesso di
 andare in giro per la citt a fare gli inviti: e la Fata gli
 disse:
 Vai pure a invitare i tuoi compagni per la colazione di domani:
 ma ricordati di tornare a casa prima che faccia notte. Hai capito?
 Fra un'ora prometto di essere bell'e ritornato replic il
 burattino.
 Bada, Pinocchio! I ragazzi fanno presto a promettere: ma il pi
 delle volte, fanno tardi a mantenere.
 Ma io non sono come gli altri: io, quando dico una cosa, la
 mantengo.
 Vedremo. Caso poi tu disubbedissi, tanto peggio per te.
 Perch?
 Perch i ragazzi che non danno retta ai consigli di chi ne sa
 pi di loro, vanno sempre incontro a qualche disgrazia.
 E io l'ho provato! disse Pinocchio Ma ora non ci ricasco
 pi!
 Vedremo se dici il vero.
 Senza aggiungere altre parole, il burattino salut la sua buona
 fata, che era per lui una specie di mamma, e cantando e ballando,
 usc fuori dalla porta di casa.
 In poco pi d'un'ora, tutti i suoi amici furono invitati. Alcuni
 accettarono subito e di gran cuore: altri, da principio, si fecero
 un po' pregare: ma quando seppero che i panini da inzuppare nel
 caff e latte sarebbero stati imburrati anche dalla parte di
 fuori, finirono tutti col dire: "Verremo anche noi, per farti
 piacere."
 Ora bisogna sapere che Pinocchio, fra i suoi amici e compagni di
 scuola, ne aveva uno prediletto e carissimo, il quale si chiamava
 di nome Romeo: ma tutti lo chiamavano col soprannome di Lucignolo,
 per via del suo personalino asciutto, secco e allampanato, tale e
 quale come il lucignolo nuovo di un lumino da notte.
 Lucignolo era il ragazzo pi svogliato e pi birichino di tutta la
 scuola: ma Pinocchio gli voleva un gran bene. Difatti and subito
 a cercarlo a casa, per invitarlo alla colazione, e non lo trov:
 torn una seconda volta, e Lucignolo non c'era: torn una terza
 volta, e fece la strada invano.
 Dove poterlo ripescare? Cerca di qua, cerca di l, finalmente lo
 vide nascosto sotto il portico di una casa di contadini.
 Che cosa fai cost? gli domand Pinocchio, avvicinandosi.
 Aspetto la mezzanotte, per partire...
 Dove vai?
 Lontano, lontano, lontano.
 E io che son venuto a cercarti a casa tre volte!
 Che cosa volevi da me?
 Non sai il grande avvenimento? Non sai la fortuna che mi 
 toccata?
 Quale?
 Domani finisco di essere un burattino e divento un ragazzo come
 te, e come tutti gli altri.
 Buon pro ti faccia.
 Domani, dunque, ti aspetto a colazione a casa mia.
 Ma se ti dico che parto questa sera.
 A che ora?
 Fra poco.
 E dove vai?
 Vado ad abitare in un paese... che  il pi bel paese di questo
 mondo: una vera cuccagna!
 E come si chiama?
 Si chiama il Paese dei balocchi. Perch non vieni anche tu?
 Io? no davvero!
 Hai torto, Pinocchio! Credilo a me che, se non vieni, te ne
 pentirai. Dove vuoi trovare un paese pi sano per noialtri
 ragazzi? L non vi sono scuole: l non vi sono maestri: li non vi
 sono libri. In quel paese benedetto non si studia mai. Il gioved
 non si fa scuola: e ogni settimana  composta di sei gioved e di
 una domenica. Figurati che le vacanze dell'autunno cominciano col
 primo di gennaio e finiscono coll'ultimo di dicembre. Ecco un
 paese, come piace veramente a me! Ecco come dovrebbero essere
 tutti i paesi civili!
 Ma come si passano le giornate nel Paese dei balocchi?
 Si passano baloccandosi e divertendosi dalla mattina alla sera.
 La sera poi si va a letto, e la mattina dopo si ricomincia
 daccapo. Che te ne pare?
 Uhm... fece Pinocchio: e tentenn leggermente il capo, come
 dire: " una vita che farei volentieri anch'io!".
 Dunque, vuoi partire con me? S o no? Risolviti.
 No, no, no e poi no. Oramai ho promesso alla mia buona Fata di
 diventare un ragazzo per bene, e voglio mantenere la promessa.
 Anzi, siccome vedo che il sole va sotto, cos ti lascio subito e
 scappo via. Dunque addio e buon viaggio.
 Dove corri con tanta furia?
 A casa. La mia buona Fata vuole che ritorni prima di notte.
 Aspetta altri due minuti.
 Faccio troppo tardi.
 Due minuti soli.
 E se poi la Fata mi grida?
 Lasciala gridare. Quando avr gridato ben bene, si cheter,
 disse quella birba di Lucignolo.
 E come fai? Parti solo o in compagnia?
 Solo? Saremo pi di cento ragazzi.
 E il viaggio lo fate a piedi?
 Fra poco passer di qui il carro che mi deve prendere e condurre
 fin dentro ai confini di quel fortunatissimo paese.
 Che cosa pagherei che il carro passasse ora...
 Perch?
 Per vedervi partire tutti insieme.
 Rimani qui un altro poco e ci vedrai.
 No, no: voglio ritornare a casa.
 Aspetta altri due minuti.
 Ho indugiato anche troppo. La Fata star in pensiero per me.
 Povera Fata! Che ha paura forse che ti mangino i pipistrelli?
 Ma dunque, soggiunse Pinocchio, tu sei veramente sicuro che
 in quel paese non ci sono punte scuole?
 Neanche l'ombra.
 E nemmeno maestri?
 Nemmen'uno.
 E non c' mai l'obbligo di studiare?
 Mai, mai, mai!
 Che bel paese! disse Pinocchio, sentendo venirsi l'acquolina
 in bocca. Che bel paese! Io non ci sono stato mai, ma me lo
 figuro!
 Perch non vieni anche tu?
 E' inutile che tu mi tenti! Oramai ho promesso alla mia buona
 Fata di diventare un ragazzo di giudizio, e non voglio mancare
 alla parola.
 Dunque addio, e salutami tanto le scuole ginnasiali... e anche
 quelle liceali, se le incontri per la strada.
 Addio Lucignolo: fai buon viaggio, divertiti e rammentati
 qualche volta degli amici. -
 Ci detto, il burattino fece due passi in atto di andarsene: ma
 poi, fermandosi e voltandosi all'amico, gli domand:
 Ma sei proprio sicuro che in quel paese tutte le settimane sieno
 composte di sei gioved e di una domenica?
 Sicurissimo.
 Ma lo sai di certo che le vacanze abbiano principio col primo di
 gennaio e finiscano coll'ultimo di dicembre?
 Di certissimo!
 Che bel paese! ripet Pinocchio, sputando dalla soverchia
 consolazione. Poi, fatto un animo risoluto, soggiunse in fretta e
 furia:
 Dunque, addio davvero: e buon viaggio.
 Addio.
 Fra quanto partirete?
 Fra poco!
 Peccato! Se alla partenza mancasse un'ora sola, sarei quasi
 capace di aspettare.
 E la Fata?
 Oramai ho fatto tardi... e tornare a casa un'ora prima o a dopo,
  lo stesso.
 Povero Pinocchio! E se la Fata ti grida?
 Pazienza! La lascer gridare. Quando avr gridato ben bene, si
 cheter. -
 Intanto si era gi fatta notte e notte buia: quando a un tratto
 videro muoversi in lontananza un lumicino... e sentirono un suono
 di bubboli e uno squillo di trombetta, cos piccolino e soffocato,
 che parve il sibilo di una zanzara.
 Eccolo! grid Lucignolo, rizzandosi in piedi.
 Chi ? domand sottovoce Pinocchio.
 E' il carro che viene a prendermi. Dunque, vuoi venire, s o no?
 Ma  proprio vero, domand il burattino, che in quel paese i
 ragazzi non hanno mai l'obbligo di studiare?
 Mai, mai, mai!
 Che bel paese!... che bel paese!... che bel paese!


















 Capitolo 31.
 Dopo cinque mesi di cuccagna, Pinocchio con sua gran maraviglia,
 sente spuntarsi un bel paio d'orecchie asinine, e diventa un
 ciuchino, con la coda e tutto.

 Finalmente il carro arriv: e arriv senza fare il pi piccolo
 rumore, perch le sue ruote erano fasciate di stoppa e di cenci.
 Lo tiravano dodici pariglie di ciuchini, tutti della medesima
 grandezza, ma di diverso pelame.
 Alcuni erano bigi, altri bianchi, altri brizzolati a uso pepe e
 sale, e altri rigati a grandi strisce gialle e turchine.
 Ma la cosa pi singolare era questa: che quelle dodici pariglie,
 ossia quei ventiquattro ciuchini, invece di essere ferrati come
 tutte le altre bestie da tiro o da soma, avevano in piedi degli
 stivaletti da uomo di vacchetta bianca.
 E il conduttore del carro?
 Figuratevi un Omino pi largo che lungo, tenero e untuoso come una
 palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva
 sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d'un gatto
 che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa.
 Tutti i ragazzi, appena lo vedevano, ne restavano innamorati e
 facevano a gara nel montare sul suo carro, per essere condotti da
 lui in quella vera cuccagna conosciuta nella carta geografica col
 seducente nome di Paese de' balocchi.
 Difatti il carro era gi tutto pieno di ragazzetti fra gli otto e
 i dodici anni, ammonticchiati gli uni sugli altri, come tante
 acciughe nella salamoia. Stavano male, stavano pigiati, non
 potevano quasi respirare: ma nessuno diceva "ohi!", nessuno si
 lamentava. La consolazione di sapere che fra poche ore sarebbero
 giunti in un paese, dove non c'erano n libri, n scuole, n
 maestri, li rendeva cos contenti e rassegnati, che non sentivano
 n i disagi, n gli strapazzi, n la fame, n la sete, n il
 sonno.
 Appena che il carro si fu fermato, l'Omino si volse a Lucignolo e
 con mille smorfie e mille maniere, gli domand sorridendo:
 Dimmi, mio bel ragazzo, vuoi venire anche tu in quel fortunato
 paese?
 Sicuro che ci voglio venire.
 Ma ti avverto, carino mio, che nel carro non c' pi posto. Come
 vedi,  tutto pieno!
 Pazienza! replic Lucignolo se non c' posto dentro, io mi
 adatter a star seduto sulle stanghe del carro.
 E spiccato un salto, mont a cavalcioni sulle stanghe.
 E tu, amor mio? disse l'Omino volgendosi tutto complimentoso a
 Pinocchio che intendi fare? Vieni con noi, o rimani?
 Io rimango rispose Pinocchio. Io voglio tornarmene a casa
 mia: voglio studiare e voglio farmi onore alla scuola, come fanno
 tutti i ragazzi perbene.
 Buon pro ti faccia!
 Pinocchio! disse allora Lucignolo. Dai retta a me: vieni via
 con noi e staremo allegri.
 No, no, no!
 Vieni via con noi e staremo allegri gridarono altre quattro
 voci di dentro al carro.
 Vieni con noi e staremo allegri urlarono tutte insieme un
 centinaio di voci di dentro al carro.
 E se vengo con voi, che cosa dir la mia buona Fata? disse il
 burattino che cominciava a intenerirsi e a ciurlar nel manico.
 Non ti fasciare il capo con tante melanconie. Pensa che andiamo
 in un paese dove saremo padroni di fare il chiasso dalla mattina
 alla sera!
 Pinocchio non rispose: ma fece un sospiro: poi fece un altro
 sospiro: poi un terzo sospiro: finalmente disse:
 Fatemi un po' di posto: voglio venire anch'io!
 I posti son tutti pieni replic l'Omino ma per mostrarti
 quanto sei gradito, posso cederti il mio posto a cassetta...
 E voi?
 E io far lo strada a piedi.
 No, davvero, che non lo permetto. Preferisco piuttosto di salire
 in groppa a qualcuno di questi ciuchini! grid Pinocchio.
 Detto fatto, si avvicin al ciuchino manritto della prima pariglia
 e fece l'atto di volerlo cavalcare: ma la bestiola, voltandosi a
 secco, gli dette una gran musata nello stomaco e lo gett a gambe
 all'aria.
 Figuratevi la risatona impertinente e sgangherata di tutti quei
 ragazzi presenti alla scena.
 Ma l'Omino non rise. Si accost pieno di amorevolezza al ciuchino
 ribelle, e, facendo finta di dargli un bacio, gli stacc con un
 morso la met dell'orecchio destro.
 Intanto Pinocchio, rizzatosi da terra tutto infuriato, schizz con
 un salto sulla groppa di quel povero animale. E il salto fu cos
 bello, che i ragazzi, smesso di ridere, cominciarono a urlare:
 viva Pinocchio! e a fare una smanacciata di applausi, che non
 finivano pi.
 Quand'ecco che all'improvviso il ciuchino alz tutte e due le
 gambe di dietro, e dando una fortissima sgropponata, scaravent il
 povero burattino in mezzo alla strada sopra un monte di ghiaia.
 Allora grandi risate daccapo: ma l'Omino, invece di ridere, si
 sent preso da tanto amore per quell'irrequieto asinello che, con
 un bacio, gli port via di netto la met di quell'altro orecchio.
 Poi disse al burattino:
 Rimonta pure a cavallo e non aver paura. Quel ciuchino aveva
 qualche grillo per il capo: ma io gli ho detto due paroline negli
 orecchi e spero di averlo reso mansueto e ragionevole.
 Pinocchio mont: e il carro cominci a muoversi: ma nel tempo che
 i ciuchini galoppavano e che il carro correva sui ciottoli della
 via maestra, gli parve al burattino di sentire una voce sommessa e
 appena intelligibile, che gli disse:
 Povero gonzo. Hai voluto fare a modo tuo, ma te ne pentirai!
 Pinocchio, quasi impaurito, guard di qua e di l, per conoscere
 da qual parte venissero queste parole; ma non vide nessuno: i
 ciuchini galoppavano, il carro correva, i ragazzi dentro al carro
 dormivano, Lucignolo russava come un ghiro e l'Omino seduto a
 cassetta, canterellava fra i denti:

 "Tutti la notte dormono
 E io non dormo mai..."

 Fatto un altro mezzo chilometro, Pinocchio sent la solita vocina
 fioca che gli disse:
 Tienlo a mente, grullerello! I ragazzi che smettono di studiare
 e voltano le spalle ai libri, alle scuole e ai maestri, per darsi
 interamente ai balocchi e ai divertimenti, non possono far altro
 che una fine disgraziata... Io lo so per prova... e te lo posso
 dire! Verr un giorno che piangerai anche tu, come oggi piango
 io... ma allora sar tardi!
 A queste parole bisbigliate sommessamente, il burattino,
 spaventato pi che mai, salt gi dalla groppa della cavalcatura e
 and a prendere il suo ciuchino per il muso.
 E immaginatevi come rest, quando s'accorse che il suo ciuchino
 piangeva... e piangeva proprio come un ragazzo.
 Ehi, signor Omino grid allora Pinocchio al padrone del carro
 sapete che cosa c' di nuovo? Questo ciuchino piange.
 Lascialo piangere: rider quando sar sposo.
 Ma che forse gli avete insegnato anche a parlare?
 No: ha imparato da s a borbottare qualche parola, essendo stato
 tre anni in una compagnia di cani ammaestrati.
 Povera bestia!
 Via, via disse l'Omino non perdiamo il nostro tempo a veder
 piangere un ciuco. Rimonta a cavallo, e andiamo: la nottata 
 fresca e la strada  lunga.
 Pinocchio obbed senza rifiatare. Il carro riprese la sua corsa: e
 la mattina, sul far dell'alba, arrivarono felicemente nel Paese
 dei balocchi.
 Questo paese non somigliava a nessun altro paese del mondo. La sua
 popolazione era tutta composta di ragazzi. I pi vecchi avevano
 quattordici anni: i pi giovani ne avevano otto appena. Nelle
 strade, un'allegria, un chiasso, un strillo da levar di cervello!
 Branchi di monelli da per tutto: chi giocava alle noci, chi alle
 piastrelle, chi alla palla, chi andava in velocipede, chi sopra un
 cavallino di legno: questi facevano a mosca-cieca, quegli altri si
 rincorrevano: altri, vestiti da pagliacci, mangiavano la stoppa
 accesa: chi recitava, chi cantava, chi faceva i salti mortali, chi
 si divertiva a camminare colle mani in terra e colle gambe in
 aria: chi mandava il cerchio, chi passeggiava vestito da generale
 coll'elmo di foglio e lo squadrone di cartapesta: chi rideva, chi
 urlava, chi chiamava, chi batteva le mani, chi fischiava, chi
 rifaceva il verso alla gallina quando ha fatto l'ovo: insomma un
 tal pandemonio, un tal passeraio, un tal baccano indiavolato, da
 doversi mettere il cotone negli orecchi per non rimanere
 assorditi. Su tutte le piazze si vedevano teatrini di tela,
 affollati di ragazzi dalla mattina alla sera, e su tutti i muri
 delle case si leggevano scritte col carbone delle bellissime cose
 come queste: "viva i balocci!" (invece di "balocchi"): "non
 vogliamo pi schole" (invece di "non vogliamo pi scuole"):
 "abbasso Larin Metica" (invece di "l'aritmetica") e altri fiori
 consimili.
 Pinocchio, Lucignolo e tutti gli altri ragazzi, che avevano fatto
 il viaggio coll'Omino, appena ebbero messo il piede dentro la
 citt, si ficcarono subito in mezzo alla gran baraonda, e in pochi
 minuti, come  facile immaginarselo, diventarono gli amici di
 tutti. Chi pi felice, chi pi contento di loro?
 In mezzo ai continui spassi e agli svariati divertimenti, le ore,
 i giorni, le settimane, passavano come tanti baleni.
 Oh, che bella vita! diceva Pinocchio tutte le volte che per
 caso s'imbatteva in Lucignolo.
 Vedi, dunque, se avevo ragione? ripigliava quest'ultimo. E
 dire che tu non volevi partire! E pensare che t'eri messo in capo
 di tornartene a casa dalla tua Fata, per perdere il tempo a
 studiare! Se oggi ti sei liberato dalla noia dei libri e delle
 scuole, lo devi a me, ai miei consigli, alle mie premure, ne
 convieni? Non vi sono che i veri amici che sappiano rendere di
 questi grandi favori.
 E' vero, Lucignolo! Se oggi io sono un ragazzo veramente
 contento,  tutto merito tuo. E il maestro, invece, sai che cosa
 mi diceva, parlando di te? Mi diceva sempre: Non praticare
 quella birba di Lucignolo, perch Lucignolo  un cattivo compagno
 e non pu consigliarti altro che a far del male!
 Povero maestro! replic l'altro tentennando il capo. Lo so
 pur troppo che mi aveva a noia e che si divertiva sempre a
 calunniarmi, ma io sono generoso e gli perdono!
 Anima grande! disse Pinocchio, abbracciando affettuosamente
 l'amico e dandogli un bacio in mezzo agli occhi.
 Intanto era gi da cinque mesi che durava questa bella cuccagna di
 baloccarsi e di divertirsi le giornate intere, senza mai vedere in
 faccia n un libro, n una scuola, quando una mattina Pinocchio,
 svegliandosi, ebbe, come si suol dire, una gran brutta sorpresa
 che lo messe proprio di malumore.










 Capitolo 32.
 A Pinocchio gli vengono gli orecchi di ciuco, e poi diventa un
 ciuchino vero e comincia a ragliare.

 E questa sorpresa quale fu?
 Ve lo dir io, miei cari e piccoli lettori: la sorpresa fu che
 Pinocchio, svegliandosi, gli venne fatto naturalmente di grattarsi
 il capo; e nel grattarsi il capo si accorse...
 Indovinate un po' di che cosa si accorse?
 Si accorse con sua grandissima maraviglia che gli orecchi gli
 erano cresciuti pi d'un palmo.
 Voi sapete che il burattino, fin dalla nascita, aveva gli orecchi
 piccini piccini: tanto piccini che, a occhio nudo, non si vedevano
 neppure! Immaginatevi dunque come rest, quando si pot accorgere
 che i suoi orecchi, durante la notte, erano cosi allungati che
 parevano due spazzole di padule.
 And subito in cerca di uno specchio, per potersi vedere: ma non
 trovando uno specchio, emp d'acqua la catinella del lavamano, e
 specchiandovisi dentro, vide quel che non avrebbe mai voluto
 vedere: vide, cio, la sua immagine abbellita di un magnifico paio
 di orecchi asinini.
 Lascio pensare a voi il dolore, la vergogna, e la disperazione del
 povero Pinocchio!
 Cominci a piangere, a strillare, a battere la testa nel muro: ma
 quanto pi si disperava, e pi i suoi orecchi crescevano,
 crescevano, crescevano e diventavano pelosi verso la cima.
 Al rumore di quelle grida acutissime, entr nella stanza una bella
 Marmottina, che abitava il piano di sopra: la quale, vedendo il
 burattino in cos grandi smanie, gli domand premurosamente:
 Che cos'hai, mio caro castigliano?
 Sono malato, Marmottina mia, molto malato... e malato d'una
 malattia che mi fa paura! Te ne intendi tu del polso?
 Un pochino.
 Senti dunque se per caso avessi la febbre. -
 La Marmottina alz la zampa destra davanti: e dopo aver tastato il
 polso a Pinocchio gli disse sospirando:
 Amico mio, mi dispiace doverti dare una cattiva notizia...
 Cio?
 Tu hai una gran brutta febbre.
 E che febbre sarebbe?
 E' la febbre del somaro.
 Non la capisco questa febbre, rispose il burattino, che
 l'aveva pur troppo capita.
 Allora te la spiegher io soggiunse la Marmottina. Sappi
 dunque che fra due o tre ore tu non sarai pi n un burattino, n
 un ragazzo...
 E che cosa sar?
 Fra due o tre ore, tu diventerai un ciuchino vero e proprio,
 come quelli che tirano il carretto e che portano i cavoli e
 l'insalata al mercato.
 Oh, povero me! povero me! grid Pinocchio pigliandosi con le
 mani tutt'e due gli orecchi, e tirandoli e strappandoli
 rabbiosamente, come se fossero gli orecchi di un altro.
 Caro mio replic la Marmottina per consolarlo, che cosa ci
 vuoi tu fare? Oramai  destino. Oramai  scritto nei decreti della
 sapienza, che tutti quei ragazzi che, pigliando a noia i libri, le
 scuole e i maestri, passano le loro giornate in balocchi, in
 giochi e in divertimenti, debbano finire prima o poi col
 trasformarsi in tanti piccoli somari.
 Ma  davvero proprio cos? domand singhiozzando il burattino.
 Pur troppo  cos. E ora i pianti sono inutili. Bisognava
 pensarci prima!
 Ma la colpa non  mia: la colpa, credilo, Marmottina,  tutta di
 Lucignolo!
 E chi  questo Lucignolo?
 Un mio compagno di scuola. Io volevo tornare a casa: io volevo
 essere ubbidiente: io volevo seguitare a farmi onore... ma
 Lucignolo mi disse: "Perch tu vuoi annoiarti a studiare? perch
 vuoi andare a scuola? Vieni piuttosto con me, nel Paese dei
 balocchi: l non studieremo pi: l ci divertiremo dalla mattina
 alla sera e staremo sempre allegri".
 E perch seguisti il consiglio di quel falso amico? di quel
 cattivo compagno?
 Perch?... Perch, Marmottina mia, io sono un burattino senza
 giudizio... e senza cuore. Oh se avessi avuto un zinzino di cuore,
 non avrei mai abbandonata quella buona Fata, che mi voleva bene
 come una mamma e che aveva fatto tanto per me!... e a quest'ora
 non sarei pi un burattino... ma sarei invece un ragazzino ammodo,
 come ce n' tanti! Ma se incontro Lucignolo, guai a lui! Gliene
 voglio dire un sacco e una sporta!
 E fece l'atto di voler uscire. Ma quando fu sulla porta, si
 ricord che aveva gli orecchi d'asino, e vergognandosi di
 mostrarli in pubblico, che cosa invent? Prese un gran berretto di
 cotone e, ficcatoselo in testa, se lo ingozz fin sotto la punta
 del naso.
 Poi usc: e si dette a cercare Lucignolo da per tutto. Lo cerc
 nelle strade, nelle piazze, nei teatrini, in ogni luogo: ma non lo
 trov. Ne chiese notizia a quanti incontr per la via, ma nessuno
 l'aveva veduto.
 Allora and a cercarlo a casa: e arrivato alla porta buss.
 Chi ? domand Lucignolo di dentro.
 Sono io! rispose il burattino.
 Aspetta un poco, e ti aprir.
 Dopo mezz'ora la porta si apr: e figuratevi come rest Pinocchio
 quando, entrando nella stanza, vide il suo amico Lucignolo con un
 gran berretto di cotone in testa, che gli scendeva fin sotto il
 naso.
 Alla vista di quel berretto Pinocchio sent quasi consolarsi e
 pens subito dentro di s:
 Che l'amico sia malato della mia medesima malattia? Che abbia
 anche lui la febbre del ciuchino?
 E facendo finta di non essersi accorto di nulla, gli domand
 sorridendo:
 Come stai, mio caro Lucignolo?
 Benissimo: come un topo in una forma di cacio parmigiano.
 Lo dici proprio sul serio?
 E perch dovrei dirti una bugia?
 Scusami, amico: e allora perch tieni in capo codesto berretto
 di cotone che ti copre tutti gli orecchi?
 Me l'ha ordinato il medico, perch mi son fatto male a questo
 ginocchio. E tu, caro burattino, perch porti codesto berretto di
 cotone ingozzato fin sotto il naso?
 Me l'ha ordinato il medico, perch mi sono sbucciato un piede.
 Oh, povero Pinocchio!
 Oh, povero Lucignolo!
 A queste parole tenne dietro un lunghissimo silenzio, durante il
 quale, i due amici non fecero altro che guardarsi fra loro in atto
 di canzonatura.
 Finalmente il burattino, con una vocina melliflua e flautata,
 disse al suo compagno:
 Levami una curiosit, mio caro Lucignolo: hai mai sofferto di
 malattia agli orecchi?
 Mai!... E tu?
 Mai! Per altro da questa mattina in poi ho un orecchio, che mi
 fa spasimare.
 Ho lo stesso male anch'io.
 Anche tu?... E qual  l'orecchio che ti duole?
 Tutte e due. E tu?
 Tutti e due. Che sia la medesima malattia?
 Ho paura di s.
 Vuoi farmi un piacere, Lucignolo?
 Volentieri! Con tutto il cuore.
 Mi fai vedere i tuoi orecchi?
 Perch no? Ma prima voglio vedere i tuoi, caro Pinocchio.
 No: il primo devi essere tu.
 No, carino. Prima tu, e dopo io!
 Ebbene, disse allora il burattino facciamo un patto da buoni
 amici.
 Sentiamo il patto.
 Leviamoci tutti e due il berretto nello stesso tempo: accetti?
 Accetto.
 Dunque attenti!
 Pinocchio cominci a contare a voce alta:
 Uno! Due! Tre!
 Alla parola "tre!" i due ragazzi presero i loro berretti di capo e
 li gettarono in aria.
 E allora avvenne una scena che parrebbe incredibile, se non fosse
 vera. Avvenne, cio, che Pinocchio e Lucignolo, quando si videro
 colpiti tutti e due dalla medesima disgrazia, invece di restar
 mortificati e dolenti, cominciarono ad ammiccarsi i loro orecchi
 smisuratamente cresciuti, e dopo mille sguaiataggini finirono col
 dare in una bella risata.
 E risero, risero, risero da doversi reggere il corpo: se non che,
 sul pi bello del ridere, Lucignolo tutt'a un tratto si chet, e
 barcollando e cambiando di colore, disse all'amico:
 Aiuto, aiuto, Pinocchio!
 Che cos'hai?
 Ohim! Non mi riesce pi di star ritto sulle gambe.
 Non mi riesce pi neanche a me grid Pinocchio, piangendo e
 traballando.
 E mentre dicevano cos, si piegarono tutti e due carponi a terra
 e, camminando con le mani e coi piedi, cominciarono a girare e a
 correre per la stanza. E intanto che correvano, i loro bracci
 diventarono zampe, i loro visi si allungarono e diventarono musi e
 le loro schiene si coprirono di un pelame grigiolino chiaro,
 brizzolato di nero.
 Ma il momento pi brutto per que' due sciagurati sapete quando fu?
 Il momento pi brutto e pi umiliante fu quello quando sentirono
 spuntarsi di dietro la coda. Vinti allora dalla vergogna e dal
 dolore, si provarono a piangere e a lamentarsi del loro destino.
 Non l'avessero mai fatto! Invece di gemiti e di lamenti, mandavano
 fuori dei ragli asinini: e ragliando sonoramente, facevano tutti e
 due in coro: ihah, ihah, ihah.
 In quel frattempo fu bussato alla porta, e una voce di fuori
 disse:
 Aprite! Sono l'Omino, sono il conduttore del carro che vi port
 in questo paese. Aprite subito, o guai a voi!





















 Capitolo 33.
 Diventato un ciuchino vero,  portato a vendere, e lo compra il
 Direttore di una compagnia di pagliacci per insegnargli a ballare
 e a saltare i cerchi: ma una sera azzoppisce e allora lo ricompra
 un altro, per far con la sua pelle un tamburo.

 Vedendo che la porta non si apriva, l'Omino la spalanc con un
 violentissimo calcio: ed entrato che fu nella stanza, disse col
 suo solito risolino a Pinocchio e a Lucignolo:
 Bravi ragazzi! Avete ragliato bene, e io vi ho subito
 riconosciuti alla voce. E per questo eccomi qui. -
 A tali parole, i due ciuchini rimasero mogi mogi, colla testa gi,
 con gli orecchi bassi e con la coda fra le gambe.
 Da principio l'Omino li lisci, li accarezz, li palpeggi; poi,
 tirata fuori la striglia, cominci a strigliarli per bene. E
 quando a furia di strigliarli, li ebbe fatti lustri come due
 specchi, allora messe loro la cavezza e li condusse sulla piazza
 del mercato, con la speranza di venderli e di beccarsi un discreto
 guadagno.
 E i compratori difatti, non si fecero aspettare.
 Lucignolo fu comprato da un contadino, a cui era morto il somaro
 il giorno avanti, e Pinocchio fu venduto al Direttore di una
 compagnia di pagliacci e di saltatori di corda, il quale lo compr
 per ammaestrarlo e per farlo poi saltare e ballare insieme con le
 altre bestie della compagnia.
 E ora avete capito, miei piccoli lettori, qual'era il bel mestiere
 che faceva l'Omino? Questo brutto mostriciattolo, che aveva una
 fisonomia tutta latte e miele, andava di tanto in tanto con un
 carro a girare per il mondo: strada facendo raccoglieva con
 promesse e con moine tutti i ragazzi svogliati, che avevano a noia
 i libri e le scuole: e dopo averli caricati sul suo carro, li
 conduceva nel Paese dei balocchi perch passassero tutto il loro
 tempo in giochi, in chiassate e in divertimenti. Quando poi quei
 poveri ragazzi illusi, a furia di baloccarsi sempre e di non
 studiar mai, diventavano tanti ciuchini, allora tutto allegro e
 contento s'impadroniva di loro e li portava a vendere sulle fiere
 e su i mercati. E cosi in pochi anni aveva fatto fior di quattrini
 ed era diventato milionario
 Quel che accadesse di Lucignolo, non lo so: so, per altro, che
 Pinocchio and incontro fin dai primi giorni a una vita durissima
 e strapazzata.
 Quando fu condotto nella stalla, il nuovo padrone gli emp la
 greppia di paglia: ma Pinocchio, dopo averne assaggiata una
 boccata, la risput.
 Allora il padrone, brontolando, gli emp la greppia di fieno: ma
 neppure il fieno gli piacque.
 Ah, non ti piace neppure il fieno? grid il padrone imbizzito.
 Lascia fare, ciuchino bello, che se hai dei capricci per il
 capo, penser io a levarteli! -
 E a titolo di correzione, gli affibbi subito una frustata nelle
 gambe.
 Pinocchio, dal gran dolore, cominci a piangere e a ragliare, e
 ragliando, disse:
 Ihah, ihah, la paglia non la posso digerire!
 Allora mangia il fieno! replic il padrone, che intendeva
 benissimo il dialetto asinino.
 Ihah, ihah, il fieno mi fa dolere il corpo!
 Pretenderesti, dunque, che un somaro, par tuo, lo dovessi
 mantenere a petti di pollo e cappone in galantina? soggiunse il
 padrone arrabbiandosi sempre pi e affibbiandogli una seconda
 frustata.
 A quella seconda frustata Pinocchio, per prudenza, si chet subito
 e non disse altro.
 Intanto la stalla fu chiusa e Pinocchio rimase solo: e perch
 erano molte ore che non aveva mangiato, cominci a sbadigliare dal
 grande appetito. E, sbadigliando, spalancava una bocca che pareva
 un forno.
 Alla fine, non trovando altro nella greppia, si rassegn a
 masticare un po' di fieno: e dopo averlo masticato ben bene,
 chiuse gli occhi e lo tir gi.
 Questo fieno non  cattivo poi disse dentro di s ma quanto
 sarebbe stato meglio che avessi continuato a studiare... A
 quest'ora, invece di fieno, potrei mangiare un cantuccio di pan
 fresco e una bella fetta di salame! Pazienza!
 La mattina dopo, svegliandosi, cerc subito nella greppia un altro
 po' di fieno; ma non lo trov, perch l'aveva mangiato tutto nella
 notte.
 Allora prese una boccata di paglia tritata; ma in quel mentre che
 masticava si dov accorgere che il sapore della paglia tritata non
 somigliava punto n al risotto alla milanese n ai maccheroni alla
 napoletana.
 Pazienza! ripet, continuando a masticare. Che almeno la mia
 disgrazia possa servir di lezione a tutti i ragazzi disobbedienti
 e che non hanno voglia di studiare. Pazienza!... pazienza!...
 Pazienza un corno! url il padrone, entrando in quel momento
 nella stalla. Credi forse, mio bel ciuchino, ch'io ti abbia
 comprato unicamente per darti da bere e da mangiare? Io ti ho
 comprato perch tu lavori e perch tu mi faccia guadagnare molti
 quattrini. Su, dunque, da bravo! Vieni con me nel Circo e l ti
 insegner a saltare i cerchi, a rompere col capo le botti di
 foglio e a ballare il valzer e la polca, stando ritto sulle gambe
 di dietro.
 Il povero Pinocchio, per amore o per forza, dov imparare tutte
 queste bellissime cose; ma, per impararle, gli ci vollero tre mesi
 di lezioni e molte frustate da levare il pelo.
 Venne finalmente il giorno, in cui il suo padrone pot annunziare
 uno spettacolo veramente straordinario. I cartelloni di vario
 colore, attaccati alle cantonate delle strade, dicevano cos:

 GRANDE SPETTACOLO DI GALA

 Per questa sera
 AVRANNO LUOGO I SOLITI SALTI
 ED ESERCIZI SORPRENDENTI
 ESEGUITI DA TUTTI GLI ARTISTI
 E DA TUTTI I CAVALLI D'AMBO I SESSI DELLA COMPAGNIA
 E PIU'
 SARA' PRESENTATO PER LA PRIMA VOLTA
 IL FAMOSO
 CIUCHINO PINOCCHIO
 detto
 LA STELLA DELLA DANZA

 Il teatro sar illuminato a giorno

 Quella sera, come potete figurarvelo, un'ora prima che cominciasse
 lo spettacolo, il teatro era pieno stipato.
 Non si trovava pi n una poltrona, n un posto distinto, n un
 palco, nemmeno a pagarlo a peso d'oro.
 Le gradinate del Circo formicolavano di bambini, di bambine e di
 ragazzi di tutte le et, che avevano la febbre addosso per la
 smania di veder ballare il famoso ciuchino Pinocchio.
 Finita la prima parte dello spettacolo, il Direttore della
 compagnia, vestito in giubba nera, calzoni bianchi a coscia e
 stivaloni di pelle fin sopra ai ginocchi, si present
 all'affollatissimo pubblico e fatto un grande inchino principi
 con molta solennit il seguente spropositato discorso:
 "Rispettabile pubblico, cavalieri e dame!
 "L'umile sottoscritto essendo di passaggio per questa illustre
 metropolitana, ho voluto procrearmi l'onore nonch il piacere di
 presentare a questo intelligente e cospicuo uditorio un celebre
 ciuchino, che ebbe gi l'onore di ballare al cospetto di Sua
 Maest l'imperatore di tutte le Corti principali d'Europa.
 "E col ringraziandoli, aiutateci della vostra animatrice presenza
 e compatiteci!"
 Questo discorso fu accolto da molte risate e da molti applausi; ma
 gli applausi raddoppiarono e diventarono una specie di uragano
 alla comparsa del ciuchino Pinocchio in mezzo al Circo. Egli era
 tutto agghindato a festa. Aveva una briglia nuova di pelle lustra,
 con fibbie e borchie d'ottone; due camelie bianche agli orecchi:
 la criniera divisa in tanti riccioli legati con fiocchettini di
 seta rossa; una gran fascia d'oro e d'argento attraverso alla
 vita, e la coda tutta intrecciata con nastri di velluto amaranto e
 celeste. Era insomma un ciuchino da innamorare!
 Il Direttore, nel presentarlo al pubblico, aggiunse queste poche
 parole:
 "Miei rispettabili auditori! Non star qui a farvi menzogna delle
 grandi difficolt da me soppressate per comprendere e soggiogare
 questo mammifero, mentre pascolava liberamente di montagna in
 montagna nelle pianure della zona torrida. Osservate, vi prego,
 quanta selvaggina trasudi da' suoi occhi, conciossiach essendo
 riusciti vanitosi tutti i mezzi per addomesticarlo al vivere dei
 quadrupedi civili, ho dovuto pi volte ricorrere all'affabile
 dialetto della frusta. Ma ogni mia gentilezza, invece di farmi da
 lui benvolere, me ne ha maggiormente cattivato l'animo. Io per,
 seguendo il sistema di Galles, trovai nel suo cranio una piccola
 cartagine ossea, che la stessa Facolt medicea di Parigi riconobbe
 esser quello il bulbo rigeneratore dei capelli e della danza
 pirrica. E per questo io lo volli ammaestrare nel ballo, nonch
 nei relativi salti dei cerchi e delle botti foderate di foglio.
 Ammiratelo! e poi giudicatelo! Prima per di prendere cognato da
 voi, permettete, o signori che io vi inviti al diurno spettacolo
 di domani sera: ma nella apoteosi che il tempo piovoso minacciasse
 acqua, allora lo spettacolo, invece di domani sera, sar
 posticipato a domattina, alle ore undici antimeridiane del
 pomeriggio."
 E qui il direttore fece un'altra profondissima riverenza: quindi
 volgendosi a Pinocchio, gli disse:
 Animo Pinocchio! Avanti di dar principio ai vostri esercizi,
 salutate questo rispettabile pubblico, cavalieri, dame e ragazzi!
 Pinocchio, ubbidiente, pieg subito i due ginocchi davanti fino a
 terra, e rimase inginocchiato fino a tanto che il direttore,
 schioccando la frusta, non gli grid:
 Al passo! -
 Allora il ciuchino si rizz sulle quattro gambe e cominci a
 girare intorno al Circo, camminando sempre di passo.
 Dopo un poco il direttore grid:
 Al trotto! e Pinocchio, ubbidiente al comando, cambi il passo
 in trotto.
 Al galoppo! e Pinocchio stacc il galoppo.
 Alla carriera! e Pinocchio si dette a correre di gran
 carriera. Ma in quella che correva come un barbero, il direttore,
 alzando il braccio in aria, scaric un colpo di pistola.
 A quel colpo il ciuchino, fingendosi ferito, cadde disteso nel
 Circo, come se fosse moribondo davvero.
 Rizzatosi da terra in mezzo a uno scoppio di applausi, d'urli e di
 battimani, che andavano alle stelle, gli venne fatto naturalmente
 di alzare la testa e di guardare in su... e guardando, vide in un
 palco una bella signora, che aveva al collo una grossa collana
 d'oro, dalla quale pendeva un medaglione. Nel medaglione c'era
 dipinto il ritratto d'un burattino.
 Quel ritratto  il mio!... e quella signora  la Fata! disse
 dentro di s Pinocchio, riconoscendola subito: e lasciandosi
 vincere dalla gran contentezza, si prov a gridare:
 O Fatina mia, o Fatina mia!
 Ma invece di queste parole, gli usci dalla gola un raglio cosi
 sonoro e prolungato, che fece ridere tutti gli spettatori e
 segnatamente tutti i ragazzi che erano in teatro.
 Allora il direttore, per insegnargli e per fargli intendere che
 non  buona creanza mettersi a ragliare in faccia al pubblico, gli
 di col manico della frusta una bacchettata sul naso.
 Il povero ciuchino, tirato fuori un palmo di lingua, dur a
 leccarsi il naso almeno cinque minuti, credendo forse cos di
 rasciugarsi il dolore che aveva sentito.
 Ma quale fu la sua disperazione quando, voltandosi in su una
 seconda volta, vide che il palco era vuoto e che la Fata era
 sparita!...
 Si sent come morire: gli occhi gli si empirono di lacrime e
 cominci a piangere dirottamente. Nessuno per se ne accorse, e,
 meno degli altri, il Direttore, il quale, anzi, schioccando la
 frusta, grid:
 Da bravo, Pinocchio! Ora farete vedere a questi signori con
 quanta grazia sapete saltare i cerchi.
 Pinocchio si prov due o tre volte: ma ogni volta che arrivava
 davanti al cerchio, invece di attraversarlo, ci passava pi
 comodamente di sotto. Alla fine spicc un salto e l'attravers: ma
 le gambe di dietro gli rimasero disgraziatamente impigliate nel
 cerchio: motivo per cui ricadde in terra dall'altra parte tutto in
 un fascio.
 Quando si rizz, era azzoppito, e a malapena pot ritornare alla
 scuderia.
 Fuori Pinocchio! Vogliamo il ciuchino! Fuori il ciuchino! -
 gridavano i ragazzi dalla platea, impietositi e commossi al
 tristissimo caso.
 Ma il ciuchino per quella sera non si fece pi rivedere.
 La mattina dopo il veterinario, ossia il medico delle bestie,
 quando l'ebbe visitato, dichiar che sarebbe rimasto zoppo per
 tutta la vita.
 Allora il Direttore disse al suo garzone di stalla:
 Che vuoi tu che mi faccia d'un somaro zoppo? Sarebbe un
 mangiapane a ufo. Portalo dunque in piazza e rivendilo.
 Arrivati in piazza, trovarono subito il compratore, il quale
 domand al garzone di stalla:
 Quanto vuoi di codesto ciuchino zoppo?
 Venti lire.
 Io ti do venti soldi. Non credere che io lo compri per
 servirmene: lo compro unicamente per la sua pelle. Vedo che ha la
 pelle molto dura, e con la sua pelle voglio fare un tamburo per la
 banda musicale del mio paese.
 Lascio pensare a voi, ragazzi, il bel piacere che fu per il povero
 Pinocchio, quando sent che era destinato a diventare un tamburo!
 Fatto sta che il compratore, appena pagati i venti soldi, condusse
 il ciuchino sulla riva del mare; e messogli un sasso al collo e
 legatolo per una zampa con una fune che teneva in mano, gli di
 improvvisamente uno spintone e lo gett nell'acqua.
 Pinocchio, con quel macigno al collo, and subito a fondo: e il
 compratore, tenendo sempre stretta in mano la fune, si pose a
 sedere sopra uno scoglio, aspettando che il ciuchino avesse tutto
 il tempo di morire affogato, per poi levargli la pelle.















 Capitolo 34.
 Pinocchio, gettato in mare,  mangiato dai pesci e ritorna ad
 essere un burattino come prima: ma mentre nuota per salvarsi, 
 ingoiato dal terribile Pescecane.

 Dopo cinquanta minuti che il ciuchino era sott'acqua, il
 compratore disse, discorrendo da s solo:
 A quest'ora il mio povero ciuchino zoppo deve essere
 bell'affogato. Ritiriamolo dunque su, e facciamo con la sua pelle
 questo bel tamburo.
 E cominci a tirare la fune, con la quale lo aveva legato per una
 gamba: e tira, tira, tira, alla fine vide apparire a fior
 d'acqua... indovinate? Invece di un ciuchino morto, vide apparire
 a fior d'acqua un burattino vivo, che scodinzolava come
 un'anguilla.
 Vedendo quel burattino di legno, il pover'uomo cred di sognare e
 rimase li intontito, a bocca aperta e con gli occhi fuori della
 testa.
 Riavutosi un poco dal suo primo stupore, disse piangendo e
 balbettando:
 E il ciuchino che ho gettato nel mare dov'?
 Quel ciuchino son io! rispose il burattino, ridendo.
 Tu?
 Io.
 Ah! mariuolo! Pretenderesti forse di burlarti di me?
 Burlarmi di voi? Tutt'altro, caro padrone: io vi parlo sul
 serio.
 Ma come mai tu, che poco fa eri un ciuchino, ora, stando
 nell'acqua, sei diventato un burattino di legno?
 Sar effetto dell'acqua del mare. Il mare ne fa di questi
 scherzi.
 Bada burattino, bada!... Non credere di divertirti alle mie
 spalle! Guai a te se mi scappa la pazienza!
 Ebbene, padrone; volete sapere tutta la vera storia?
 Scioglietemi questa gamba e io ve la racconter. -
 Quel buon pasticcione del compratore, curioso di conoscere la vera
 storia, gli sciolse subito il nodo della fune che lo teneva
 legato: e allora Pinocchio, trovandosi libero come un uccello
 nell'aria, prese a dirgli cos:
 Sappiate dunque che io ero un burattino di legno, come sono
 oggi: ma mi trovavo a tocco e non tocco di diventare un ragazzo,
 come in questo mondo ce n' tanti: se non che per la mia poca
 voglia di studiare e per dar retta ai cattivi compagni, scappai di
 casa... e un bel giorno, svegliandomi, mi trovai cambiato in un
 somaro con tanto d'orecchie... e con tanto di coda... Che vergogna
 fu quella per me... Una vergogna, caro padrone, che Sant'Antonio
 benedetto non la faccia provare neppure a voi! Portato a vendere
 sul mercato degli asini, fui comprato dal direttore di una
 compagnia equestre, il quale si messe in capo di far di me un gran
 ballerino e un gran saltatore di cerchi: ma una sera, durante lo
 spettacolo, feci in teatro una brutta cascata e rimasi zoppo da
 tutt'e due le gambe. Allora il direttore, non sapendo che cosa
 farsi d'un asino zoppo, mi mand a rivendere, e voi mi avete
 comprato...
 Pur troppo! E ti ho pagato venti soldi. E ora chi mi rende i
 miei poveri venti soldi?
 E perch mi avete comprato? Voi mi avete comprato per fare con
 la mia pelle un tamburo!... un tamburo!...
 Pur troppo! E ora dove trover un'altra pelle?
 Non vi date alla disperazione, padrone. Dei ciuchini ce n'
 tanti in questo mondo!
 Dimmi, monello impertinente: e la tua storia finisce qui?
 No, rispose il burattino ci sono altre due parole, e poi 
 finita. Dopo avermi comprato, mi avete condotto in questo luogo
 per uccidermi, ma poi, cedendo a un sentimento pietoso di umanit,
 avete preferito di legarmi un sasso al collo e di gettarmi in
 fondo al mare. Questo sentimento di delicatezza vi fa grandissimo
 onore e io ve ne serber eterna riconoscenza. Per altro, caro
 padrone, questa volta avete fatto i vostri conti senza la Fata.
 E chi  questa Fata?
 E' la mia mamma, la quale somiglia a tutte quelle buone mamme,
 che vogliono un gran bene ai loro ragazzi, e non li perdono mai
 d'occhio, e li assistono amorosamente in ogni disgrazia, anche
 quando questi ragazzi, per le loro scapataggini e per i loro
 cattivi portamenti, meriterebbero di essere abbandonati e lasciati
 in balia a se stessi. Dicevo, dunque, che la buona Fata, appena mi
 vide in pericolo di affogare, mand subito intorno a me un branco
 infinito di pesci, i quali credendomi davvero un ciuchino bell'e
 morto, cominciarono a mangiarmi! E che bocconi che facevano! Non
 avrei mai creduto che i pesci fossero pi ghiotti anche dei
 ragazzi!... Chi mi mangi gli orecchi, chi mi mangi il muso, chi
 il collo e la criniera, chi la pelle delle zampe, chi la pelliccia
 della schiena; e, fra gli altri, vi fu un pesciolino cos garbato,
 che si degn perfino di mangiarmi la coda.
 Da oggi in poi disse il compratore inorridito faccio giuro
 di non assaggiar pi carne di pesce. Mi dispiacerebbe troppo di
 aprire una triglia o un nasello fritto e di trovargli in corpo una
 coda di ciuco!
 Io la penso come voi replic il burattino, ridendo. Del
 resto, dovete sapere che quando i pesci ebbero finito di mangiarmi
 tutta quella buccia asinina, che mi copriva dalla testa ai piedi,
 arrivarono com' naturale, all'osso... o per dir meglio,
 arrivarono al legno, perch come vedete, io sono tutto di legno
 durissimo. Ma dopo dati i primi morsi, quei pesci ghiottoni si
 accorsero subito che il legno non era ciccia per i loro denti, e
 nauseati da questo cibo indigesto, se ne andarono chi in qua, chi
 in l, senza voltarsi nemmeno a dirmi grazie. Ed eccovi raccontato
 come qualmente voi, tirando su la fune, avete trovato un burattino
 vivo, invece d'un ciuchino morto.
 Io mi rido della tua storia grid il compratore imbestialito.
 Io so che ho speso venti soldi per comprarti, e rivoglio i miei
 quattrini. Sai che cosa far? Ti porter daccapo al mercato, e ti
 rivender a peso di legno stagionato per accendere il fuoco nel
 caminetto.
 Rivendetemi pure: io sono contento disse Pinocchio.
 Ma nel dir cos, fece un bel salto e schizz in mezzo all'acqua. E
 nuotando allegramente e allontanandosi dalla spiaggia, gridava al
 povero compratore:
 Addio padrone; se avete bisogno di una pelle per fare un
 tamburo, ricordatevi di me. -
 E poi rideva e seguitava a nuotare: e dopo un poco, rivoltandosi
 indietro, urlava pi forte:
 Addio, padrone: se avete bisogno di un po' di legno stagionato,
 per accendere il caminetto, ricordatevi di me.
 Fatto sta che in un batter d'occhio si era tanto allontanato, che
 non si vedeva quasi pi: ossia, si vedeva solamente sulla
 superficie del mare un puntolino nero, che di tanto in tanto
 rizzava le gambe fuori dell'acqua e faceva capriole e salti, come
 un delfino in vena di buon umore.
 Intanto che Pinocchio nuotava alla ventura, vide in mezzo al mare
 uno scoglio che pareva di marmo bianco: e su in cima allo scoglio,
 una bella caprettina che belava amorosamente e gli faceva segno di
 avvicinarsi.
 La cosa pi singolare era questa: che la lana della caprettina,
 invece di esser bianca, o nera, o pallata di due colori, come
 quella delle altre capre, era invece turchina, ma d'un color
 turchino sfolgorante, che rammentava moltissimo i capelli della
 bella Bambina.
 Lascio pensare a voi se il cuore del povero Pinocchio cominci a
 battere pi forte! Raddoppiando di forza e di energia si di a
 nuotare verso lo scoglio bianco: ed era gi a mezza strada,
 quand'ecco uscir fuori dell'acqua e venirgli incontro un'orribile
 testa di mostro marino, con la bocca spalancata, come una
 voragine, e tre filari di zanne, che avrebbero fatto paura anche a
 vederle dipinte.
 E sapete chi era quel mostro marino?
 Quel mostro marino era n pi n meno quel gigantesco Pescecane,
 ricordato pi volte in questa storia, e che per le sue stragi e
 per la sua insaziabile voracit, veniva soprannominato l'Attila
 dei pesci e dei pescatori.
 Immaginatevi lo spavento del povero Pinocchio, alla vista del
 mostro. Cerc di scansarlo, di cambiare strada: cerc di fuggire:
 ma quella immensa bocca spalancata gli veniva sempre incontro con
 la velocit di una saetta.
 Affrettati, Pinocchio, per carit! gridava belando la bella
 caprettina.
 E Pinocchio nuotava disperatamente con le braccia, col petto, con
 le gambe e coi piedi.
 Corri, Pinocchio, perch il mostro si avvicina!
 E Pinocchio, raccogliendo tutte le sue forze, raddoppiava di lena
 nella corsa.
 Bada, Pinocchio!... il mostro ti raggiunge!... Eccolo!...
 Eccolo!... Affrettati per carit, o sei perduto!
 E Pinocchio a nuotar pi lesto che mai, e via, e via, e via, come
 anderebbe una palla di fucile. E gi era presso allo scoglio, e
 gi la caprettina, spenzolandosi tutta sul mare, gli porgeva le
 sue zampine davanti per aiutarlo a uscire dell'acqua...
 Ma oramai era tardi! Il mostro lo aveva raggiunto: il mostro,
 tirando il fiato a s, si bevve il povero burattino, come avrebbe
 bevuto un uovo di gallina: e lo inghiott con tanta violenza e con
 tanta avidit, che Pinocchio, cascando gi in corpo al Pescecane,
 batt un colpo cosi screanzato, da restarne sbalordito per un
 quarto d'ora.
 Quando ritorn in s da quello sbigottimento, non sapeva
 raccapezzarsi, nemmeno lui, in che mondo si fosse. Intorno a s
 c'era da ogni parte un gran buio: ma un buio cos nero e profondo,
 che gli pareva di essere entrato col capo in un calamaio pieno
 d'inchiostro. Stette in ascolto e non senti nessun rumore:
 solamente di tanto in tanto sentiva battersi nel viso alcune
 grandi buffate di vento. Da principio non sapeva intendere da dove
 quel vento uscisse: ma poi capi che usciva dai polmoni del mostro.
 Perch bisogna sapere che il Pescecane soffriva moltissimo d'asma,
 e quando respirava, pareva proprio che tirasse la tramontana.
 Pinocchio, sulle prime, s'ingegn di farsi un poco di coraggio: ma
 quand'ebbe la prova e la riprova di trovarsi chiuso in corpo al
 mostro marino allora cominci a piangere e a strillare: e
 piangendo diceva:
 Aiuto! aiuto! Oh povero me! Non c' nessuno che venga a
 salvarmi?
 Chi vuoi che ti salvi, disgraziato? disse in quel buio una
 vociaccia fessa di chitarra scordata.
 Chi  che parla cos? domand Pinocchio, sentendosi gelare
 dallo spavento.
 Sono io! sono un povero Tonno, inghiottito dal Pescecane insieme
 con te. E tu che pesce sei?
 Io non ho che veder nulla coi pesci. Io sono un burattino.
 E allora, se non sei un pesce, perch ti sei fatto inghiottire
 dal mostro?
 Non son'io, che mi son fatto inghiottire: gli  lui che mi ha
 inghiottito! Ed ora che cosa dobbiamo fare qui al buio?
 Rassegnarsi e aspettare che il Pescecane ci abbia digeriti tutti
 e due!
 Ma io non voglio esser digerito! url Pinocchio, ricominciando
 a piangere.
 Neppure io vorrei esser digerito soggiunse il Tonno ma io
 sono abbastanza filosofo e mi consolo pensando che, quando si
 nasce tonni, c' pi dignit a morir sott'acqua che sott'olio!
 Scioccherie! grid Pinocchio.
 La mia  un'opinione replic il Tonno e le opinioni, come
 dicono i Tonni politici, vanno rispettate!
 Insomma... io voglio andarmene di qui... io voglio fuggire.
 Fuggi, se ti riesce!
 E' molto grosso questo Pescecane che ci ha inghiottiti? -
 domand il burattino.
 Figurati che il suo corpo  pi lungo di un chilometro, senza
 contare la coda.
 Nel tempo che facevano questa conversazione al buio, parve a
 Pinocchio di veder lontan lontano una specie di chiarore.
 Che cosa sar mai quel lumicino lontano lontano? disse
 Pinocchio.
 Sar qualche nostro compagno di sventura, che aspetter come noi
 il momento di esser digerito...
 Voglio andare a trovarlo. Non potrebbe darsi il caso che fosse
 qualche vecchio pesce capace d'insegnarmi la strada per fuggire?
 Io te l'auguro di cuore, caro burattino.
 Addio, Tonno.
 Addio, burattino: e buona fortuna.
 Dove ci rivedremo?
 Chi lo sa? E' meglio non pensarci neppure!

 Capitolo 35.
 Pinocchio ritrova in corpo al Pescecane... chi ritrova? Leggete
 questo capitolo e lo saprete.

 Pinocchio, appena che ebbe detto addio al suo buon amico Tonno, si
 mosse brancolando in mezzo a quel buio, e cominci a camminare a
 tastoni dentro il corpo del Pescecane, avviandosi un passo dietro
 l'altro verso quel piccolo chiarore che vedeva baluginare lontano
 lontano.
 E nel camminare sent che i suoi piedi sguazzavano in una
 pozzanghera d'acqua grassa e sdrucciolona, e quell'acqua sapeva di
 un odore cos acuto di pesce fritto, che gli pareva d'essere a
 mezza quaresima.
 E pi andava avanti, e pi il chiarore si faceva rilucente e
 distinto: finch, cammina cammina, alla fine arriv: e quando fu
 arrivato... che cosa trov? Ve lo do a indovinare in mille: trov
 una piccola tavola apparecchiata, con sopra una candela accesa
 infilata in una bottiglia di cristallo verde, e seduto a tavola un
 vecchiettino tutto bianco, come se fosse di neve o di panna
 montata, il quale se ne stava l biascicando alcuni pesciolini
 vivi, ma tanto vivi, che alle volte mentre li mangiava, gli
 scappavano perfino di bocca.
 A quella vista il povero Pinocchio ebbe un'allegrezza cos grande
 e cos inaspettata, che ci manc un ette non cadesse in delirio.
 Voleva ridere, voleva piangere, voleva dire un monte di cose; e
 invece mugolava confusamente e balbettava delle parole tronche e
 sconclusionate. Finalmente gli riusc di cacciar fuori un grido di
 gioia e spalancando le braccia e gettandosi al collo del
 vecchietto, cominci a urlare.
 Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato! Ora poi non vi
 lascio pi, mai pi, mai pi!
 Dunque gli occhi mi dicono il vero? replic il vecchietto
 stropicciandosi gli occhi. Dunque tu se' proprio il mi' caro
 Pinocchio?
 S, s, sono io, proprio io! E voi mi avete digi perdonato, non
  vero? Oh! babbino mio, come siete buono!... e pensare che io,
 invece... Oh! ma se sapeste quante disgrazie mi son piovute sul
 capo e quante cose mi sono andate a traverso! Figuratevi che il
 giorno che voi, povero babbino, col vendere la vostra casacca, mi
 compraste l'Abbecedario per andare a scuola, io scappai a vedere i
 burattini, e il burattinaio mi voleva mettere sul fuoco perch gli
 cocessi il montone arrosto, che fu quello poi che mi dette cinque
 monete d'oro, perch le portassi a voi, ma io trovai la Volpe e il
 Gatto, che mi condussero all'Osteria del Gambero rosso, dove
 mangiarono come lupi, e partito solo di notte incontrai gli
 assassini che si messero a corrermi dietro, e io via, e loro
 dietro, e io via e loro sempre dietro, e io via, finch
 m'impiccarono a un ramo della Quercia grande, dovecch la bella
 Bambina dai capelli turchini mi mand a prendere con una
 carrozzina, e i medici, quando m'ebbero visitato, dissero subito -
 "Se non  morto,  segno che  sempre vivo" e allora mi scapp
 detto una bugia, e il naso cominci a crescermi e non mi passava
 pi dalla porta di camera, motivo per cui andai con la Volpe e col
 Gatto a sotterrare le quattro monete d'oro, che una l'avevo spesa
 all'Osteria, e il Pappagallo si messe a ridere, e viceversa di due
 mila monete non trovai pi nulla, la quale il Giudice quando seppe
 che ero stato derubato, mi fece subito mettere in prigione, per
 dare una soddisfazione ai ladri, di dove, col venir via vidi un
 bel grappolo d'uva in un campo, che rimasi preso alla tagliola e
 il contadino di santa ragione mi messe il collare da cane perch
 facessi la guardia al pollaio, che riconobbe la mia innocenza e mi
 lasci andare, e il serpente, colla coda che gli fumava, cominci
 a ridere e gli si strapp una vena sul petto, e cos ritornai alla
 Casa della bella Bambina, che era morta, e il Colombo vedendo che
 piangevo mi disse "Ho visto il tu' babbo che si fabbricava una
 barchettina per venirti a cercare" e io gli dissi "Oh! se
 avessi l'ali anch'io" e lui mi disse "Vuoi venire dal tuo
 babbo?" e io gli dissi "Magari! ma chi mi ci porta?" e lui mi
 disse "Ti ci porto io" e io gli dissi "Come?" e lui mi disse -
 "Montami sulla groppa" e cos abbiamo volato tutta la notte, e poi
 la mattina tutti i pescatori che guardavano verso il mare mi
 dissero "C' un pover'omo in una barchetta che sta per affogare"
 e io da lontano vi riconobbi subito, perch me lo diceva il
 core, e vi feci segno di tornare alla spiaggia...
 Ti riconobbi anch'io disse Geppetto e sarei volentieri
 tornato alla spiaggia: ma come fare? Il mare era grosso e un
 cavallone m'arrovesci la barchetta. Allora un orribile Pescecane
 che era l vicino, appena che m'ebbe visto nell'acqua corse subito
 verso di me, e tirata fuori la lingua, mi prese pari pari, e
 m'inghiott come un tortellino di Bologna.
 E quant' che siete chiuso qui dentro?
 Da quel giorno in poi, saranno oramai due anni: due anni,
 Pinocchio mio, che mi son parsi due secoli!
 E come avete fatto a campare? E dove avete trovata la candela? E
 i fiammiferi per accenderla, chi ve li ha dati?
 Ora ti racconter tutto. Devi dunque sapere che quella medesima
 burrasca, che rovesci la mia barchetta, fece anche affondare un
 bastimento mercantile. I marinai si salvarono tutti, ma il
 bastimento col a fondo e il solito Pescecane che quel giorno
 aveva un appetito eccellente, dopo aver inghiottito me, inghiott
 anche il bastimento...
 Come? Lo inghiott tutto in un boccone? domand Pinocchio
 maravigliato.
 Tutto in un boccone: e risput solamente l'albero maestro,
 perch gli era rimasto fra i denti come una lisca. Per mia gran
 fortuna, quel bastimento era carico di carne conservata in
 cassette di stagno, di biscotto, ossia di pane abbrostolito, di
 bottiglie di vino d'uva secca, di cacio, di caff, di zucchero, di
 candele steariche e di scatole di fiammiferi di cera. Con tutta
 questa grazia di Dio ho potuto campare due anni: ma oggi sono agli
 ultimi sgoccioli: oggi nella dispensa non c' pi nulla, e questa
 candela, che vedi accesa,  l'ultima candela che mi sia rimasta...
 E dopo?
 E dopo, caro mio, rimarremo tutt'e due al buio
 Allora, babbino mio, disse Pinocchio, non c' tempo da
 perdere. Bisogna pensar subito a fuggire...
 A fuggire?... e come?
 Scappando dalla bocca del Pescecane e gettandosi a nuoto in
 mare.
 Tu parli bene: ma io, caro Pinocchio, non so nuotare.
 E che importa? Voi mi monterete a cavalluccio sulle spalle e io,
 che sono un buon nuotatore, vi porter sano e salvo fino alla
 spiaggia.
 Illusioni, ragazzo mio! replic Geppetto, scotendo il capo e
 sorridendo malinconicamente. Ti par egli possibile che un
 burattino, alto appena un metro, come sei tu, possa aver tanta
 forza da portarmi a nuoto sulle spalle?
 Provatevi e vedrete! A ogni modo se sar scritto in cielo che
 dobbiamo morire, avremo almeno la gran consolazione di morire
 abbracciati insieme.
 E senza dir altro, Pinocchio prese in mano la candela, e andando
 avanti per far lume, disse al suo babbo:
 Venite dietro a me, e non abbiate paura. -
 E cos camminarono un bel pezzo, e traversarono tutto il corpo e
 tutto lo stomaco del Pescecane. Ma giunti che furono al punto dove
 cominciava la gran gola del mostro, pensarono bene di fermarsi per
 dare un'occhiata e cogliere il momento opportuno alla fuga.
 Ora bisogna sapere che il Pescecane, essendo molto vecchio e
 soffrendo d'asma, e di palpitazione di cuore, era costretto a
 dormire a bocca aperta: per cui Pinocchio, affacciandosi al
 principio della gola e guardando in su, pot vedere al di fuori di
 quell'enorme bocca spalancata un bel pezzo di cielo stellato e un
 bellissimo lume di luna.
 Questo  il vero momento di scappare bisbigli allora
 voltandosi al suo babbo. Il Pescecane dorme come un ghiro: il
 mare  tranquillo e ci si vede come di giorno. Venite dunque,
 babbino, dietro a me e fra poco saremo salvi. -
 Detto fatto, salirono su per la gola del mostro marino, e arrivati
 in quell'immensa bocca cominciarono a camminare in punta di piedi
 sulla lingua; una lingua cos larga e cos lunga, che pareva il
 viottolone d'un giardino. E gi stavano l l per fare il gran
 salto e per gettarsi a nuoto nel mare, quando, sul pi bello, il
 Pescecane starnut, e nello starnutire, dette uno scossone cos
 violento, che Pinocchio e Geppetto si trovarono rimbalzati
 all'indietro e scaraventati nuovamente in fondo allo stomaco del
 mostro.
 Nel grand'urto della caduta la candela si spense, e padre e
 figliolo rimasero al buio.
 E ora?... domand Pinocchio facendosi serio.
 Ora, ragazzo mio, siamo bell'e perduti.
 Perch perduti? Datemi la mano, babbino, e badate di non
 sdrucciolare!
 Dove mi conduci?
 Dobbiamo ritentare la fuga. Venite con me e non abbiate paura. -
 Ci detto, Pinocchio prese il suo babbo per la mano: e camminando
 sempre in punta di piedi, risalirono insieme su per la gola del
 mostro: poi traversarono tutta la lingua e scavalcarono i tre
 filari di denti. Prima per di fare il gran salto, il burattino
 disse al suo babbo:
 Montatemi a cavalluccio sulle spalle e abbracciatemi forte
 forte. Al resto ci penso io. -
 Appena Geppetto si fu accomodato per bene sulle spalle del
 figliolo, Pinocchio, sicurissimo del fatto suo, si gett
 nell'acqua e cominci a nuotare. Il mare era tranquillo come un
 olio: la luna splendeva in tutto il suo chiarore e il Pescecane
 seguitava a dormire di un sonno cos profondo, che non l'avrebbe
 svegliato nemmeno una cannonata.









 Capitolo 36.
 Finalmente Pinocchio cessa d'essere un burattino e diventa un
 ragazzo.

 Mentre Pinocchio nuotava alla svelta per raggiungere la spiaggia,
 si accorse che il suo babbo, il quale gli stava a cavalluccio
 sulle spalle e aveva le gambe mezze nell'acqua, tremava fitto
 fitto, come se al pover'uomo gli battesse la febbre terzana.
 Tremava di freddo o di paura? Chi lo sa?... Forse un po' dell'uno
 e un po' dell'altra. Ma Pinocchio, credendo che quel tremito fosse
 di paura, gli disse per confortarlo:
 Coraggio, babbo! Fra pochi minuti arriveremo a terra e saremo
 salvi.
 Ma dov' questa spiaggia benedetta? domand il vecchietto
 diventando sempre pi inquieto, e appuntando gli occhi, come fanno
 i sarti quando infilano l'ago. Eccomi qui che guardo da tutte le
 parti, e non vedo altro che cielo e mare.
 Ma io vedo anche la spiaggia, disse il burattino. Per vostra
 regola io sono come i gatti: ci vedo meglio di notte che di
 giorno.
 Il povero Pinocchio faceva finta di essere di buon umore: ma
 invece... Invece cominciava a scoraggirsi: le forze gli scemavano,
 il suo respiro diventava grosso e affannoso... insomma non ne
 poteva pi, e la spiaggia era sempre lontana.
 Nuot finch ebbe fiato: poi si volt col capo verso Geppetto, e
 disse con parole interrotte:
 Babbo mio... aiutatemi..., perch io muoio!
 E padre e figliuolo erano oramai sul punto di affogare, quando
 udirono una voce di chitarra scordata che disse:
 Chi  che muore?
 Sono io e il mio povero babbo!
 Questa voce la riconosco! Tu sei Pinocchio!
 Preciso: e tu?
 Io sono il Tonno, il tuo compagno di prigionia in corpo al
 Pescecane.
 E come hai fatto a scappare?
 Ho imitato il tuo esempio. Tu sei quello che mi hai insegnato la
 strada, e dopo te, sono fuggito anch'io.
 Tonno mio, tu capiti proprio a tempo! Ti prego per l'amore che
 porti ai tonnini tuoi figlioli: aiutaci, o siamo perduti.
 Volentieri e con tutto il cuore. Attaccatevi tutti e due alla
 mia coda, e lasciatevi guidare. In quattro minuti vi condurr alla
 riva. -
 Geppetto e Pinocchio, come potete immaginarvelo, accettarono
 subito l'invito: ma invece di attaccarsi alla coda, giudicarono
 pi comodo di mettersi addirittura a sedere sulla groppa del
 Tonno.
 Siamo troppo pesi? gli domand Pinocchio.
 Neanche per ombra; mi par di avere addosso due gusci di
 conchiglia rispose il Tonno, il quale era di una corporatura
 cos grossa e robusta, da parere un vitello di due anni.
 Giunti alla riva, Pinocchio salt a terra il primo, per aiutare il
 suo babbo a fare altrettanto: poi si volt al Tonno, e con voce
 commossa gli disse:
 Amico mio, tu hai salvato il mio babbo! Dunque non ho parole per
 ringraziarti abbastanza! Permetti almeno che ti dia un bacio in
 segno di riconoscenza eterna! -
 Il Tonno cacci il muso fuori dell'acqua, e Pinocchio, piegandosi
 coi ginocchi a terra, gli pos un affettuosissimo bacio sulla
 bocca. A questo tratto di spontanea e vivissima tenerezza, il
 povero Tonno, che non c'era avvezzo, si sent talmente commosso,
 che vergognandosi a farsi veder piangere come un bambino, ricacci
 il capo sott'acqua e spari.
 Intanto s'era fatto giorno.
 Allora Pinocchio, offrendo il suo braccio a Geppetto, che aveva
 appena il fiato di reggersi in piedi, gli disse:
 Appoggiatevi pure al mio braccio, caro babbino, e andiamo.
 Cammineremo pian pianino come le formicole, e quando saremo
 stanchi ci riposeremo lungo la via.
 E dove dobbiamo andare? domand Geppetto.
 In cerca di una casa o d'una capanna, dove ci diano per carit
 un boccon di pane e un po' di paglia che ci serva da letto
 Non avevano ancora fatti cento passi, che videro seduti sul
 ciglione della strada due brutti ceffi, i quali stavano l in atto
 di chiedere l'elemosina.
 Erano il Gatto e la Volpe: ma non si riconoscevano pi da quelli
 d'una volta. Figuratevi che il Gatto, a furia di fingersi cieco,
 aveva finito coll'acciecare davvero: e la Volpe invecchiata,
 intignata e tutta perduta da una parte, non aveva pi nemmeno la
 coda. Cos . Quella trista ladracchiola, caduta nella pi
 squallida miseria, si trov costretta un bel giorno a vendere
 perfino la sua bellissima coda a un merciaio ambulante, che la
 compr per farsene uno scacciamosche.
 O Pinocchio, grid la Volpe con voce di piagnisteo fai un
 po' di carit a questi due poveri infermi.
 Infermi! ripet il Gatto.
 Addio, mascherine! rispose il burattino. Mi avete ingannato
 una volta, e ora non mi ripigliate pi.
 Credilo, Pinocchio, che oggi siamo poveri e disgraziati davvero!
 Davvero! ripet il Gatto.
 Se siete poveri, ve lo meritate. Ricordatevi del proverbio che
 dice: "I quattrini rubati non fanno mai frutto". Addio,
 mascherine!
 Abbi compassione di noi!
 Di noi!
 Addio, mascherine! Ricordatevi del proverbio che dice, "La
 farina del diavolo va tutta in crusca".
 Non ci abbandonare.
 ... are! ripet il Gatto.
 Addio mascherine! Ricordatevi del proverbio che dice "Chi ruba
 il mantello al suo prossimo, per il solito muore senza camicia".
 E cos dicendo, Pinocchio e Geppetto seguitarono tranquillamente
 per la loro strada: finch, fatti altri cento passi, videro in
 fondo a una viottola in mezzo ai campi una bella capanna tutta di
 paglia e col tetto coperto d'embrici e di mattoni.
 Quella capanna dev'essere abitata da qualcuno disse
 Pinocchio. Andiamo l, e bussiamo.
 Difatti andarono, e bussarono alla porta.
 Chi ? disse una vocina di dentro.
 Siamo un povero babbo e un povero figliolo, senza pane e senza
 tetto rispose il burattino.
 Girate la chiave, e la porta si aprir disse la solita vocina.
 Pinocchio gir la chiave, e la porta si apr. Appena entrati
 dentro, guardarono di qua, guardarono di l, e non videro nessuno.
 O il padrone della capanna dov'? disse Pinocchio
 maravigliato.
 Eccomi quass!
 Babbo e figliuolo si voltarono subito verso il soffitto, e videro
 sopra un travicello il Grillo parlante.
 Oh! mio caro Grillino disse Pinocchio salutandolo
 garbatamente.
 Ora mi chiami il tuo caro Grillino non  vero? Ma ti rammenti di
 quando, per cacciarmi di casa tua, mi tirasti un manico di
 martello?
 Hai ragione, Grillino! Scaccia anche me... tira anche a me un
 manico di martello: ma abbi piet del mio povero babbo.
 Io avr piet del babbo e anche del figliolo: ma ho voluto
 rammentarti il brutto garbo ricevuto, per insegnarti che in questo
 mondo, quando si pu, bisogna mostrarsi cortesi con tutti, se
 vogliamo esser ricambiati con pari cortesia nei giorni del
 bisogno.
 Hai ragione, Grillino, hai ragione da vendere e io terr a mente
 la lezione che mi hai data. Ma mi dici come hai fatto a comprarti
 questa bella capanna?
 Questa capanna mi  stata regalata ieri da una graziosa capra,
 che aveva la lana d'un bellissimo colore turchino.
 E la capra dov' andata? domand Pinocchio, con vivissima
 curiosit.
 Non lo so.
 E quando ritorner?
 Non ritorner mai. Ieri  partita tutta afflitta, e, belando,
 pareva che dicesse "Povero Pinocchio... oramai non lo rivedr
 pi... il Pescecane a quest'ora l'avr bell'e divorato!" -
 Ha detto proprio cos?... Dunque era lei!... era lei!... era la
 mia cara Fatina!... cominci a urlare Pinocchio, singhiozzando e
 piangendo dirottamente.
 Quand'ebbe pianto ben bene, si rasciug gli occhi e, preparato un
 buon lettino di paglia, vi distese sopra il vecchio Geppetto. Poi
 domand al Grillo parlante:
 Dimmi Grillino: dove potrei trovare un bicchiere di latte per il
 mio povero babbo?
 Tre campi distante di qui c' l'ortolano Giangio, che tiene le
 mucche. Va' da lui e troverai il latte, che cerchi.
 Pinocchio and di corsa a casa dell'ortolano Giangio: ma
 l'ortolano gli disse:
 Quanto ne vuoi del latte?
 Ne voglio un bicchiere pieno.
 Un bicchiere di latte costa un soldo. Comincia intanto dal darmi
 il soldo.
 Non ho nemmeno un centesimo rispose Pinocchio tutto
 mortificato e dolente.
 Male, burattino mio replic l'ortolano. Se tu non hai
 nemmeno un centesimo, io non ho nemmeno un dito di latte.
 Pazienza! disse Pinocchio e fece l'atto di andarsene.
 Aspetta un po' disse Giangio. Fra te e me ci possiamo
 accomodare. Vuoi adattarti a girare il "Bindolo"?
 Che cos' il "Bindolo"?
 Gli  quell'ordigno di legno, che serve a tirar su acqua dalla
 cisterna, per annaffiare gli ortaggi.
 Mi prover...
 Dunque, tirami su cento secchie d'acqua e io ti regaler in
 compenso un bicchiere di latte.
 Sta bene.
 Giangio condusse il burattino nell'orto e gl'insegn la maniera di
 girare il "bindolo". Pinocchio si pose subito al lavoro; ma prima
 di aver tirato su le cento secchie d'acqua era tutto grondante di
 sudore dalla testa ai piedi. Una fatica a quel modo non l'aveva
 durata mai .
 Finora questa fatica di girare il "bindolo", disse l'ortolano
 l'ho fatta fare al mio ciuchino: ma oggi quel povero animale  in
 fin di vita.
 Mi menate a vederlo?
 Volentieri.
 Appena che Pinocchio fu entrato nella stalla vide un bel ciuchino
 disteso sulla paglia, rifinito dalla fame e dal troppo lavoro.
 Quando l'ebbe guardato fisso fisso, disse dentro di s,
 turbandosi:
 Eppure quel ciuchino lo conosco! Non mi  fisonomia nuova.
 E chinatosi fino a lui, gli domand in dialetto asinino:
 Chi sei? -
 A questa domanda, il ciuchino apr gli occhi moribondi, e rispose
 balbettando nel medesimo dialetto:
 Sono Lu... ci... gno... lo...
 E dopo richiuse gli occhi e spir.
 Oh! povero Lucignolo! disse Pinocchio a mezza voce: e presa
 una manciata di paglia, si rasciug una lacrima che gli colava gi
 per il viso.
 Ti commuovi tanto per un asino che non ti costa nulla? disse
 l'ortolano. Che cosa dovrei far'io che lo comprai a quattrini
 contanti?
 Vi dir... era un mio amico!
 Tuo amico?
 Un mio compagno di scuola!
 Come?! url Giangio dando in una gran risata. Come?! avevi
 dei somari per compagni di scuola? Figuriamoci i belli studi che
 devi aver fatto! -
 Il burattino, sentendosi mortificato da quelle parole, non
 rispose: ma prese il suo bicchiere di latte quasi caldo, e se ne
 torn alla capanna.
 E da quel giorno in poi, continu pi di cinque mesi a levarsi
 ogni mattina, prima dell'alba, per andare a girare il bindolo, e
 guadagnare cos quel bicchiere di latte, che faceva tanto bene
 alla salute cagionosa del suo babbo. N si content di questo:
 perch a tempo avanzato, impar a fabbricare anche i canestri e i
 panieri di giunco: e coi quattrini che ne ricavava, provvedeva con
 moltissimo giudizio a tutte le spese giornaliere. Fra le altre
 cose, costru da se stesso un elegante carrettino per condurre a
 spasso il suo babbo alle belle giornate, e per fargli prendere una
 boccata d'aria.
 Nelle veglie poi della sera, si esercitava a leggere e a scrivere.
 Aveva comprato nel vicino paese per pochi centesimi un grosso
 libro, al quale mancavano il frontespizio e l'indice, e con quello
 faceva la sua lettura. Quanto allo scrivere, si serviva di un
 fuscello temperato a uso penna; e non avendo n calamaio n
 inchiostro, lo intingeva in una boccettina ripiena di sugo di more
 e di ciliege.
 Fatto sta che, con la sua buona volont d'ingegnarsi, di lavorare
 e di tirarsi avanti, non solo era riuscito a mantenere quasi
 agiatamente il suo genitore sempre malaticcio, ma per di pi aveva
 potuto mettere da parte anche quaranta soldi per comprarsi un
 vestitino nuovo.
 Una mattina disse a suo padre:
 Vado qui al mercato vicino, a comprarmi una giacchettina, un
 berrettino e un paio di scarpe. Quando torner a casa (soggiunse
 ridendo) sar vestito cos bene, che mi scambierete per un gran
 signore.
 E uscito di casa, cominci a correre tutto allegro e contento.
 Quando a un tratto sent chiamarsi per nome: e voltandosi, vide
 una bella lumaca che sbucava fuori dalla siepe.
 Non mi riconosci? disse la Lumaca.
 Mi pare e non mi pare...
 Non ti ricordi di quella Lumaca, che stava per cameriera con la
 Fata dai capelli turchini? Non ti rammenti di quella volta, quando
 scesi a farti lume e che tu rimanesti con un piede confitto
 nell'uscio di casa?
 Mi rammento di tutto grid Pinocchio. Rispondimi subito,
 Lumachina bella: dove hai lasciato la mia buona Fata? che fa? mi
 ha perdonato? si ricorda sempre di me? mi vuol sempre bene? 
 molto lontana di qui? potrei andare a trovarla?
 A tutte queste domande fatte precipitosamente e senza ripigliar
 fiato, la Lumaca rispose con la sua solita flemma:
 Pinocchio mio! La povera Fata giace in un fondo di letto allo
 spedale.
 Allo spedale?
 Pur troppo. Colpita da mille disgrazie, si  gravemente ammalata
 e non ha pi da comprarsi un boccon di pane.
 Davvero?... Oh! che gran dolore che mi hai dato! Oh! povera
 Fatina! povera Fatina! povera Fatina!... Se avessi un milione,
 correrei a portarglielo... Ma io non ho che quaranta soldi...
 eccoli qui: andavo giusto a comprarmi un vestito nuovo. Prendili,
 Lumaca, e va' a portarli subito alla mia buona Fata.
 E il tuo vestito nuovo?
 Che m'importa del vestito nuovo? venderei anche questi cenci che
 ho addosso, per poterla aiutare! Va', Lumaca, e spicciati e fra
 due giorni ritorna qui, che spero di poterti dare qualche altro
 soldo. Finora ho lavorato per mantenere il mio babbo: da oggi in
 poi, lavorer cinque ore di pi per mantenere anche la mia buona
 mamma. Addio, Lumaca, e fra due giorni ti aspetto.
 La Lumaca, contro il suo costume, cominci a correre come una
 lucertola nei grandi solleoni d'agosto.
 Quando Pinocchio torn a casa, il suo babbo gli domand:
 E il vestito nuovo?
 Non m' stato possibile di trovarne uno che mi tornasse bene.
 Pazienza. Lo comprer un'altra volta.
 Quella sera Pinocchio, invece di vegliare fino alle dieci, vegli
 fino alla mezzanotte suonata: e invece di far otto canestre di
 giunco ne fece sedici.
 Poi and a letto e si addorment. E nel dormire, gli parve di
 vedere in sogno la Fata, tutta bella e sorridente, la quale, dopo
 avergli dato un bacio, gli disse cos:
 "Bravo Pinocchio! In grazia del tuo buon cuore, io ti perdono
 tutte le monellerie che hai fatto fino a oggi. I ragazzi che
 assistono amorosamente i propri genitori nelle loro miserie e
 nelle loro infermit, meritano sempre gran lode e grande affetto,
 anche se non possono esser citati come modelli d'ubbidienza e di
 buona condotta. Metti giudizio per l'avvenire, e sarai felice."
 A questo punto il sogno fin, e Pinocchio si svegli con tanto
 d'occhi spalancati.
 Ora immaginatevi voi quale fu la sua meraviglia quando,
 svegliandosi, si accorse che non era pi un burattino di legno: ma
 che era diventato, invece, un ragazzo come tutti gli altri. Dette
 un'occhiata all'intorno e invece delle solite pareti di paglia
 della capanna, vide una bella camerina ammobiliata e agghindata
 con una semplicit quasi elegante. Saltando gi dal letto, trov
 preparato un bel vestiario nuovo, un berretto nuovo e un paio di
 stivaletti di pelle, che gli tornavano una vera pittura.
 Appena si fu vestito gli venne fatto naturalmente di mettere le
 mani nelle tasche e tir fuori un piccolo portamonete d'avorio,
 sul quale erano scritte queste parole "La Fata dai capelli
 turchini restituisce al suo caro Pinocchio i quaranta soldi e lo
 ringrazia tanto per il suo buon cuore." Aperto il portafoglio,
 invece dei quaranta soldi di rame, vi luccicavano quaranta
 zecchini d'oro, tutti nuovi di zecca.
 Dopo and a guardarsi allo specchio, e gli parve d'essere un
 altro. Non vide pi riflessa la solita immagine della marionetta
 di legno, ma vide l'immagine vispa e intelligente di un bel
 fanciullo coi capelli castagni, cogli occhi celesti e con un'aria
 allegra e festosa come una pasqua di rose.
 In mezzo a tutte queste meraviglie, che si succedevano le une alle
 altre, Pinocchio non sapeva pi nemmeno lui se era desto davvero o
 se sognava sempre a occhi aperti.
 E il mio babbo dov'? grid tutt'a un tratto: ed entrato nella
 stanza accanto trov il vecchio Geppetto sano, arzillo e di
 buon'umore, come una volta, il quale, avendo ripreso subito la sua
 professione d'intagliatore in legno, stava appunto disegnando una
 bellissima cornice ricca di fogliami, di fiori e di testine di
 diversi animali.
 Levatemi una curiosit, babbino: ma come si spiega tutto questo
 cambiamento improvviso? gli domand Pinocchio saltandogli al
 collo e coprendolo di baci.
 Questo improvviso cambiamento in casa nostra  tutto merito tuo
 disse Geppetto. -
 Perch merito mio?
 Perch quando i ragazzi, di cattivi diventano buoni, hanno la
 virt di far prendere un aspetto nuovo e sorridente anche
 all'interno delle loro famiglie.
 E il vecchio Pinocchio di legno dove si sar nascosto?
 Eccolo l rispose Geppetto: e gli accenn un grosso burattino
 appoggiato a una seggiola, col capo girato sur una parte, con le
 braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a
 mezzo, da parere un miracolo se stava ritto.
 Com'ero buffo, quand'ero un burattino! e come ora son contento
 di essere diventato un ragazzino perbene!

FINE.

