
CARLO LORENZINI.

/:/La Gatta Bianca.

C'era una volta un Re il quale aveva tre figli: tre pezzi di giovanotti forti e
coraggiosi;  ed  egli  si  era messo paura che volessero salire sul trono prima
della sua morte: tanto pi, che stando a certe voci che correvano, i suoi figli
cercavano dappertutto di farsi dei partigiani per impadronirsi del regno.
Il Re cominciava a essere un po' in l cogli anni,  ma essendo ancora verde  di
spirito  e  sano  di  mente,  non  se la sentiva punto di cedere loro un posto,
occupato da lui con tanta dignit.  Pens,  dunque,  che il miglior partito per
vivere  tranquillo  fosse  quello di tenerli a bocca dolce a furia di promesse,
che egli avrebbe saputo sempre deludere e mandare in fumo.
Li chiam nel suo gabinetto,  e dopo aver parlato alla  buona  di  varie  cose,
salt fuori col dire:
Miei  cari  figli,  voi converrete meco che la mia et avanzata non mi permette
pi di accudire agli affari di Stato con lo stesso impegno  d'una  volta;  temo
che  i  miei  sudditi  ne  abbiano a risentire i danni,  ed  per questo che ho
deciso di mettere la corona sul capo a uno di voi tre.  Peraltro   ben  giusto
che  in  compenso di un regalo simile,  voi dobbiate cercare di compiacermi nel
disegno, che oramai ho fatto,  di ritirarmi in campagna.  Mi pare che un canino
vispo, fido, grazioso potrebbe tenermi un'ottima compagnia: cos, senza stare a
scegliere  il  figlio maggiore piuttosto del minore,  io vi dichiaro che quello
che di voi tre mi porter il canino pi bello, quello sar il mio erede+.
I principi restarono sorpresi del capriccio del loro padre per un canino,  ma i
due  minori  vi  trovarono  il  loro  tornaconto  ed accettarono con piacere la
commissione di andare in cerca di un  cane.  Quanto  al  figlio  maggiore,  era
troppo timido e troppo rispettoso per far valere i suoi diritti. Presero quindi
congedo dal Re,  il quale li forn d'oro e di pietre preziose, soggiungendo che
fra un anno,  n pi n meno,  in quello stesso giorno  e  alla  medesima  ora,
dovessero tornare a portargli ciascuno il suo canino.
Prima  di  mettersi in viaggio i tre fratelli andarono a un castello,  discosto
appena un miglio dalla citt.  Menarono seco gli amici e fecero gran  baldoria,
giurandosi  tutti  e  tre  amicizia  eterna,  e  restando  intesi che in questa
faccenda avrebbero ciascuno tirato avanti per il fatto  suo,  senza  gelosie  e
rancori,  e che in ogni caso il pi fortunato avrebbe sempre tenuto a parte gli
altri due della sua fortuna.
E cos partirono, dopo aver fissato che al ritorno si sarebbero ritrovati nello
stesso castello, per poi recarsi tutti insieme dal Re.
Non vollero con s nessuno, e cambiarono di nome per non essere riconosciuti.
Ciascuno prese una via diversa.  I due maggiori ebbero molte avventure;  ma  io
racconter soltanto quelle del minore. Il quale era grazioso, d'umore allegro e
piacevole, una bella testa, fisonomia signorile, fattezze regolari, bei denti e
moltissima  destrezza in tutti quegli esercizi,  che completano l'educazione di
un gentiluomo. Cantava con gusto,  suonava il liuto e la chitarra da incantare,
maneggiava la tavolozza, era insomma un cavaliere compitissimo e di un coraggio
che rasentava la temerit.
Non passava giorno che non comprasse cani grandi, piccoli, levrieri, bull-dogs,
da caccia,  spagnuoli, barboni. Se ne aveva uno bello e ne trovava un altro pi
bello,  lasciava il  primo  per  tenersi  l'altro:  perch  gli  sarebbe  stato
impossibile,  solo  com'era,  di menarsi dietro trenta o quarantamila cani;  ed
egli non voleva con s nessuno strascico di gentiluomini o di  servitori  o  di
paggi.
Camminava  e camminava,  senza sapere neanche lui dove andasse,  quand'ecco che
una volta si trov sorpreso dalla notte,  dai  tuoni  e  da  un  gran  rovescio
d'acqua  nel  mezzo d'una foresta,  dove non raccapezzava pi nemmeno la strada
che doveva fare.
Prese il primo viottolo che gli capit fra i piedi,  e dopo aver  camminato  un
pezzo,  pot  scorgere  un  po' di luce;  e da questa si figur che,  non molto
lontano,  ci dovesse essere qualche  casa,  dove  avrebbe  potuto  mettersi  al
coperto fino al giorno.
Guidato  cos  da  quella  po'  di  luce  che  vedeva,  giunse alla porta di un
castello, il pi magnifico che si possa immaginare. La porta era d'oro, coperta
di carbonchi, il cui bagliore limpido e smagliante illuminava tutti i dintorni.
E questa era la luce che il Principe aveva veduto di lontano.  I muri erano  di
porcellana trasparente sulla quale,  dipinta in colori,  si vedeva la storia di
tutte le fate dalla creazione del mondo in poi;  n  vi  erano  dimenticate  le
famose  avventure di Pelle d'Asino,  di Finetta,  del Melarancio,  di Graziosa,
della Bella addormentata nel bosco, di Serpentino Verde e di cent'altri.
Gli fece grandissimo piacere di riconoscervi anche il Principe Folletto, perch
era suo zio all'uso di Brettagna.
La pioggia e la stagione indiavolata gli levarono la voglia di trattenersi  pi
a  lungo  in un luogo,  dove si bagnava tutto fino all'ossa,  senza contare che
dove non giungeva il riflesso luminoso dei carbonchi,  non ci si vedeva proprio
di qui a l.
Torn  alla  porta d'oro,  e vide uno zampetto di capriolo attaccato in fondo a
una piccola catena tutta di diamanti: e non pot di meno  di  restare  a  bocca
aperta, non tanto per la magnificenza di quel cordone da campanello, quanto per
la gran sicurezza colla quale vivevano in quel palazzo.
Perch+,  faceva  egli  a  dire,  che  ci  vorrebbe  per  i ladri a staccare la
catenella e portar via i carbonchi? Sarebbe il vero modo di diventar ricchi una
volta per tutte.+
Tir lo zampetto di capriolo: subito sent suonare  una  campanella,  che  allo
squillo gli parve d'oro o d'argento.  Di l a un minuto la porta si apr, senza
che egli potesse veder altro che una dozzina di mani per aria,  ciascuna  delle
quali teneva una fiaccola accesa.  A quella vista rest cos intontito, che non
sapeva risolversi a entrare,  quando sent altre mani,  che lo  spingevano  per
dietro,  e  anche  con  una  certa  tal  qual violenza.  Egli entr l dentro a
malincuore, e per ogni buon fine e rispetto port la mano all'impugnatura della
spada: quand'ecco, che traversando un vestibolo,  tutto incrostato di porfido e
di lapislazzuli, sent due voci angeliche che cantavano cos:

      Delle man.,che vedete
      Non vi prenda sospetto:
      Ch sotto questo tetto
      Non c' da temer nulla.
      Se non le seducenti
      Grazie di un bel visino;
      Caso che il vostro cuore
      Non voglia rimaner schiavo d'amore.

Egli non pot immaginarsi che lo invitassero con tanta buona grazia, per fargli
poi  un  brutto  tiro:  per  cui,  sentendosi  sospinto verso una gran porta di
corallo,  che si apr al suo avvicinarsi,  entr in una  gran  sala,  tutta  di
madreperla;  e  quindi pass in altre sale ornate in mille maniere differenti e
cos ricche di pitture e di marmi preziosi, da farlo restare sbalordito.
Migliaia e migliaia  di  lumi,  che  dal  soffitto  arrivavano  fino  a  terra,
illuminavano  altri  quartieri;  anche  questi  pieni  di lampadari,  di luci a
riflesso e di ventole  gremite  di  candele.  Per  farla  corta,  era  una  tal
maraviglia da crederla un sogno.
Dopo  aver traversato una fila di sessanta stanze,  le mani che lo guidavano lo
fecero fermare, ed esso vide una poltrona grande e molto comoda, che si accost
da s sola al camminetto.  In quel mentre il fuoco si accese: e le mani che gli
sembravano  bellissime,  bianche,  piccole,  bofficette  e  ben  proporzionate,
cominciarono a spogliarlo: perch,  com'ho detto poco fa,  era  tutto  fradicio
mzzo  e  c'era  il caso di fargli prendere un'infreddatura.  Gli fu presentato
senza che egli vedesse alcuno,  una camicia cos bella,  che  era  proprio  una
camicia  da  sposi,  insieme a una veste da camera,  di stoffa trapunta d'oro e
ricamata di piccoli smeraldi,  che formavano degli arabeschi e delle cifre.  Le
mani,  senza corpo, gli avvicinarono una toeletta, che era una vera maraviglia:
e lo pettinarono  con  tanta  leggerezza  e  con  tanta  maestria,  che  rimase
contentissimo. Poi lo rivestirono tutto, non coi panni di lui, ma con gli altri
abiti molto pi belli.  Egli stava ammirando,  senza fiatare,  tutto quello che
accadeva sotto i suoi occhi,  e di tanto in  tanto  aveva  qualche  brivido  di
paura, che non poteva vincere a nessun costo.
Quando l'ebbero incipriato,  pettinato, profumato, vestito in gala, e fatto pi
bello d'un amore,  le solite mani lo condussero in una  sala  magnifica  per  i
mobili e per le dorature. In giro alle pareti si vedeva la storia dei gatti pi
famosi.  Rodilardo appiccato pei piedi,  nel Consiglio dei Topi: il Gatto cogli
stivali,  marchese di Carab: il Gatto scrivano: il Gatto cambiato in donna,  i
Sorci mutati in gatti: il Sabbato e tutte le sue stregherie;  insomma non c'era
cosa pi originale di questi quadri.
La tavola era apparecchiata, con sopra due posate e due tovagliolini,  ciascuno
dei quali col suo laccetto d'oro: la dispensa faceva restare a bocca aperta per
la  quantit  di  vasi  di  cristallo  di monte e di altre pietre preziose.  Il
Principe non sapeva per chi fossero quelle due posate, quando vide alcuni gatti
che andavano a pigliar posto in una piccola orchestra fatta apposta  per  loro:
uno  portava  un  libro  pieno di capperi e di note le pi strane del mondo: un
altro teneva in mano un quaderno arrotolato,  per battere il tempo:  gli  altri
avevano delle piccole chitarre.
Tutt'a  un  tratto,  ciascuno  di essi cominci a miagolare in diversi toni e a
grattare coll'unghie le corde della chitarra. Il Principe avrebbe quasi creduto
di esser capitato all'inferno,  se non gli fosse parso  che  il  palazzo  fosse
troppo  meraviglioso per dar motivo a simili sospetti: e non potendo far altro,
si tappava gli orecchi e si buttava via dalle risate,  a vedere i  gesti  e  le
boccacce di quei musicanti di una razza nuova.
Mentre  stava  pensando  alle  tante  cose  che  gli  erano  accadute in questo
castello,  vide entrare una figurina non pi  alta  di  mezzo  braccio.  Questa
specie di bambolina era coperta dalla testa ai piedi da un lungo velo di crespo
nero. L'accompagnavano due gatti, anche essi abbrunati, col mantello e la spada
al  fianco.  E  dietro  a loro,  un numeroso corteggio di gatti,  che portavano
trappole e gabbie piene di sorci e di topi.
Il Principe era fuori di s dallo stupore,  e  non  sapeva  che  cosa  pensare.
Intanto la bambolina si avvicin e si tolse il velo: sicch egli pot vedere la
pi bella gattina,  fra quante ce ne furono e ce ne saranno mai.  Ella appariva
molto giovine e molto afflitta: e faceva un miagolo cos dolce e cos  carino,
che andava proprio al cuore. Ella disse al Principe:
Figlio  di  Re,  tu  sei  il  benvenuto.  La  mia miagolante maest ti vede con
piacere+.
Signora Gatta+,  disse il principe voi siete molto buona  a  farmi  s  cortese
accoglienza;  ma voi non mi avete l'aria di essere una bestiolina come tutte le
altre: il dono della parola e il bel castello che possedete,  ne sono una prova
lampante.+
Figlio di Re+, riprese la Gatta, ti prego, non mi dire dei complimenti. Io sono
semplice  di  modi  e di parole: ma ho un buon cuore.  Animo!+ continu ella si
serva subito in tavola;  e i musicanti tacciano,  perch tanto il Principe  non
intende nulla di quello che dicono.+
Dicono forse qualche cosa?+, domand egli.
Ma  sicuro+,  ella  soggiunse,  perch  qui  ci  sono dei letterati,  che hanno
moltissimo spirito: e  se  resterete  un  poco  fra  noi,  ve  ne  persuaderete
facilmente.+
Basta  sentirvi discorrere,  per crederlo subito+,  disse il Principe con molta
galanteria,  ed  per questo,  o signora,  che io vi stimo una gatta  veramente
singolare.+
Fu portata la cena: la quale era servita da quelle stesse mani,  appartenenti a
corpi invisibili.  Si rifecero dal mettere  in  tavola  due  pasticci:  uno  di
piccioncini  e l'altro di sorci grassi come ortolani.  La vista di quest'ultimo
pasticcio fece perdere al Principe la voglia di assaggiare  il  primo;  per  il
sospetto  che  tutti e due fossero stati cucinati dallo stesso cuoco,  e con le
medesime rigaglie: ma la gattina,  vedendogli far boccuccia,  indovin  la  sua
idea  e  lo accert che la sua cucina era fatta a parte,  e che poteva mangiare
tranquillamente le pietanze, che gli avessero messo dinanzi,  senza scrupolo di
trovarci dentro o topi o sorci.
Il  Principe  non se lo fece dire due volte,  persuaso che la bella Gattina non
poteva avere nessun motivo per dargli ad intendere una  cosa  per  un'altra.  E
mentre  mangiava  gli  venne fatto notare che ella aveva un piccolo ritratto in
avorio,  attaccato a una zampa,  e gli fece specie.  La preg se avesse  voluto
mostrarglielo,  credendo  che fosse il ritratto di padron Buricchio.  Ma rimase
oltremodo stupito nel vedere che era un giovine cos bello,  da non credere che
la  natura n'avesse formato un altro compagno: e il ritratto somigliava tanto a
lui,  che se gliel'avessero dipinto apposta,  non poteva esser pi vero  e  pi
parlante.  Ella  sospir:  e  facendosi  anche  pi  trista,  serb un profondo
silenzio. Il Principe cap che ci doveva esser sotto qualche cosa di misterioso
e di straordinario, ma non ebbe cuore di chiedere spiegazioni, per paura di far
dispiacere alla Gatta e di affliggerla pi che mai.  Egli le parl di tutte  le
novit  che  sapeva,   e  la  trov  istruttissima  degl'interessi  delle  case
principesche e di tutti i fatti che accadevano nel mondo.
Alzati da cena,  la Gatta Bianca invit il suo ospite a voler  passare  in  una
gran  sala,  dove  c'era  un teatro sul quale davano un balletto dodici gatti e
dodici scimmie.  Gli uni erano vestiti da mori,  le altre da chinesi.  + facile
immaginarsi i salti e le capriole che facevano,  e i graffi e le zampate che di
tanto in tanto si scambiavano fra loro.
La serata fin cos.  Gatta Bianca dette la buona notte al  suo  ospite:  e  le
mani,  che  l'avevano  condotto  fin  l,  lo  ripresero  e  lo  menarono in un
quartiere, che era tutto differente da quello che aveva visto. Poteva dirsi pi
elegante che magnifico: ed  era  tappezzato,  di  cima  in  fondo,  di  ali  di
farfalle,  i  cui  variati colori formavano mille fiori diversi.  Vi erano pure
delle penne di uccelli rarissimi,  e che forse non si sono veduti altro che  in
quel luogo. I letti erano di velo, e ornati con bellissimi fiocchi di nastro; e
dappertutto grandi specchi,  che andavano dall'impiantito al soffitto,  e messi
dentro a cornici cesellate d'oro e che rappresentavano migliaia e  migliaia  di
piccoli amorini.
Il  Principe  entr  a  letto  senza  fare  una parola,  perch era impossibile
attaccare un po' di conversazione colle mani che lo servivano.  Dorm poco e fu
svegliato da un rumore confuso.  Le mani,  l pronte,  lo tirarono subito fuori
del letto e gli messero addosso un vestito da caccia.  Dette  un'occhiata  gi,
nella  corte  del castello,  e vide pi di cinquecento gatti,  dei quali alcuni
tenevano i levrieri al guinzaglio, e gli altri suonavano il corno. Era una gran
festa: Gatta Bianca andava alla caccia,  e voleva che il Principe  fosse  della
partita.  Le solite mani,  addette al suo servizio, gli presentarono un cavallo
di legno,  che correva a briglia sciolta e che sapeva andare al passo,  che era
uno stupore.  Egli stintignava un poco a montarci sopra,  dicendo che era quasi
lo stesso che fargli fare la figura di cavaliere errante come  Don  Chisciotte:
ma  la  sua  mala  voglia gli giov poco: si trov messo di peso sul cavallo di
legno,  il quale aveva una gualdrappa e una sella a ricami d'oro e di diamanti.
Gatta  Bianca  cavalcava  uno  scimmiotto,  il  pi bello e il pi fiero che si
potesse mai vedere;  essa aveva lasciato il suo gran velo e portava in testa un
berretto  da  amazzone,  che le dava una cert'aria di spavalderia,  che metteva
paura a tutti  i  sorci  del  vicinato.  Non  c'  stata  mai  un'altra  caccia
divertente  come  quella:  i  gatti  correvano pi dei conigli e delle lepri: e
cos,   quando  chiappavano  qualche  animale,   Gatta  Bianca  voleva  che  lo
mangiassero  dinanzi  a  lei,   e  questa  cosa  dava  luogo  a  mille  giuochi
piacevolissimi di agilit e di destrezza.  E nemmeno  gli  uccelli,  dal  canto
loro,  erano  sicuri:  perch i gattini s'arrampicavano su per gli alberi: e il
bravo scimmiotto portava Gatta Bianca fin dentro ai  nidi  dell'Aquile,  perch
disponesse a piacer suo delle piccole Altezze aquiline.
Finita  la caccia,  ella prese un corno lungo un dito,  ma che mandava un suono
cos chiaro e sfogato,  da farsi  sentire  benissimo  alla  distanza  di  cento
miglia.  Quand'ebbe  fatti  due  o tre squilli di corno,  si vide circondata da
tutti i gatti del paese: alcuni arrivarono per aria,  portati in cocchio: altri
venivano  per  acqua,  dentro  le  barche:  insomma  era uno spettacolo non mai
veduto. Quasi tutti erano vestiti in diversi modi.  Gatta Bianca,  accompagnata
da  questo pomposo corteggio,  ritorn al palazzo e preg il Principe a venirvi
anche lui. Egli grad l'invito, sebbene tutto questo gattaio gli sapesse un po'
troppo di sabbato e di stregheria, e la Gatta parlante gli paresse pi strana e
pi inconcepibile di tutto il resto.
Appena entrata nel palazzo,  le portarono il suo velo nero.  Cen col Principe,
il quale aveva una fame che parevano due,  e mangi per quattro. Furono portati
dei liquori, che egli gust volentieri,  ma che gli fecero dimenticare,  l per
l,  il canino che doveva portare al Re. Da quel momento in poi non aveva altro
pensiero che stare a miagolare con Gatta Bianca: o, come chi dicesse, a tenerle
buona e fidata compagnia: tutti i giorni passarono in feste piacevoli, ora alla
pesca, ora alla caccia: eppoi balli, tornei e altri spassi,  che lo divertivano
moltissimo.  Spesso  e  volentieri  la  bella  Gatta  faceva  dei versi e delle
canzonette in uno stile cos appassionato,  da far capire che  aveva  il  cuore
sensibile  e  che certe cose non si sanno dire,  senza essere innamorati: ma il
suo segretario,  che era un vecchio soriano,  aveva una mano  di  scritto  cos
brutta,  che sebbene le opere di lei sieno state conservate, oggi  impossibile
leggerle e raccapezzarvi dentro qualche cosa.
Il Principe si era scordato di tutto,  perfino del suo paese.  Le solite  mani,
rammentate  tante volte,  continuavano a servirlo.  Qualche volta si pentiva di
non essere un gatto,  per poter passare tutta la vita in cos amabile compagnia
Povero  me!+,  diceva  egli  a  Gatta  Bianca,  come sarei disperato se dovessi
lasciarvi; vi amo tanto! o diventate donna,  o fatemi diventare un gatto!+ Ella
pigliava  in  chiasso  queste parole,  e gli dava delle risposte cos ambigue e
sibilline, da non ricavarci un numero.
Un anno passa presto,  in ispecie quando non si hanno n seccature n pensieri:
e quando si sta bene di salute e ci manca il tempo per potersi annoiare.  Gatta
Bianca sapeva il giorno in cui egli doveva tornare a casa, e perch egli non ci
pensava pi, cred ben fatto ricordarglielo.
Sai tu+,  ella gli disse,  che ti restano tre giorni solamente,  per cercare il
canino  tanto  desiderato da tuo padre,  e che i tuoi fratelli ne hanno trovati
dei bellissimi?+
Il Principe ritorn in s,  e maravigliandosi della sua negligenza:  Per  quale
incantesimo  piacevole+  disse ho potuto scordarmi di una cosa,  che mi stava a
cuore al disopra di tutte le altre?  Ce ne va della  mia  gloria  e  della  mia
fortuna.  Dove  trover  un  canino,  proprio come ci vuole,  per guadagnare un
Regno, e un cavallo cos scappatore da arrivare in tempo?+.
E incominci a inquietarsi e a mettersi di cattivo umore.
Gatta Bianca, con una vocina carezzevole, gli disse: Figlio di Re,  non ti dare
alla  disperazione: io sono fra i tuoi buoni amici: puoi trattenerti qui ancora
un giorno,  perch sebbene da qui al tuo paese ci sieno pi di duemila  miglia,
il bravo cavallo di legno ti ci porter in meno di dodici ore+.
Vi  ringrazio,  mia bella Gatta+,  disse il Principe,  peraltro non mi basta di
tornare da mio padre, ma bisogna che gli porti anche un canino.+
Tieni+, gli disse Gatta Bianca, eccoti una ghianda,  dove ce ne troverai dentro
uno assai pi bello della stessa canicola.+
Via,  via, signora Gatta+, disse il Principe, Vostra Maest si piglia giuoco di
me.+
Avvicina la ghianda all'orecchio+, ella soggiunse, e lo sentirai abbaiare.+
Esso obbed; e sent subito il canino che faceva: bu!  bu!  Il Principe saltava
dalla  contentezza: perch un canino,  che pu entrare in una ghianda,  bisogna
che sia piccino davvero.  Egli voleva aprirla,  perch si struggeva di vederlo;
ma  Gatta Bianca gli disse che per la strada avrebbe potuto sentir freddo e che
era meglio aspettare che  fosse  dinanzi  al  Re  suo  padre.  Il  Principe  la
ringrazi mille volte e poi dell'altro: e gli dette un addio che veniva proprio
dal cuore. Vi giuro+, egli soggiunse che i giorni mi son passati come un lampo;
volere o non volere, sento che mi dispiace a lasciarvi; e sebbene voi siate qui
la  sovrana,  e  i  gatti  che vi corteggiano sieno pi spiritosi e galanti dei
nostri, io non mi perito a invitarvi a venir via con me.+
La Gatta, a questa proposta, rispose con un profondo sospiro. Si lasciarono. Il
Principe arriv il primo nel luogo, dove co' suoi fratelli era stato fissato il
ritrovo.  Dopo poco arrivarono anche gli  altri  e  rimasero  maravigliati  nel
vedere  un  cavallo  di  legno,  che  caracollava meglio di quelli delle scuole
d'equitazione.
Il  Principe  and  loro  incontro:  si  abbracciarono   ripetutamente   e   si
raccontarono  le  avventure  dei  loro  viaggi: ma il nostro Principe non disse
tutta la verit circa a quanto gli  era  accaduto,  e  mostr  ai  fratelli  un
canucciaccio mezzo spelacchiato,  dicendo che gli era parso cos grazioso,  che
aveva pensato di portarlo a suo padre.
Per quanto si volessero bene tra fratelli e fratelli,  nondimeno i due maggiori
sentirono un gran piacere della cattiva scelta fatta dal minore; e perch erano
a tavola, si davano di nascosto nel piede, come per dire che da lui non avevano
nulla da temere.
Il  giorno dopo partirono tutti e tre insieme,  nella medesima carrozza.  I due
figli maggiori del Re avevano in alcuni panieri dei canini cos  belli  e  cos
delicati,  che  pareva  non  si dovessero toccare,  per paura di sciuparli.  Il
minore aveva il suo cane spelacchiato,  cos inzaccherato di mota,  che nessuno
lo voleva accosto.  Appena arrivati al palazzo,  tutti furono loro dintorno per
dargli il ben tornato: quindi passarono nelle stanze del Re. Esso non sapeva in
favore di chi decidersi,  perch i due cani presentati dai suoi figli  maggiori
erano  pari  a bellezza: e gi i due fratelli si disputavano il vantaggio della
successione al trono,  quando ecco che il Principe trov il mezzo  di  metterli
d'accordo,  cavando fuori di tasca la ghianda, che Gatta Bianca gli aveva dato.
Apertala in presenza di tutti, ciascuno pot vedere un canino, accovacciato nel
cotone, il quale sarebbe passato attraverso a un anello da dito,  senza nemmeno
toccarlo.  Il Principe lo pos in terra, ed egli si mise a ballare la sarabanda
con accompagnamento di nacchere e con  tanta  grazia  e  leggerezza,  come  non
avrebbe  saputo  far  meglio,  la pi celebre ballerina spagnuola.  Esso era di
mille colori, tutti diversi, e il pellame e gli orecchi gli toccavano terra.
Il Re rimase un po' male,  perch era  proprio  impossibile  trovar  da  ridire
qualche cosa sulla bellezza di quel cagnolino. A ogni modo egli non aveva punta
voglia  di  disfarsi  della sua corona: ogni rosone di essa gli era mille volte
pi caro di tutti i cani dell'universo.  Disse  dunque  ai  suoi  figliuoli  di
essere arcicontento di tutto quello che avevano fatto: ma siccome eran riusciti
cos  bene nella prima prova,  voleva avere un altro saggio della loro abilit,
prima di mantenere la parola data;  per cui dava loro tempo un anno a cercargli
una  pezza di tela cos fine e sottile,  da passar tutta dalla cruna di un ago,
di quelli da ricamo.  Tutti e tre sentirono male la cosa di  doversi  rifar  da
capo  a  cercare.  I  due  principi,  i cui cani erano meno belli di quello del
fratello minore,  si rassegnarono.  Ognuno se n'and per il suo viaggio e senza
perdersi  in  tante tenerezze come la prima volta,  perch il bel cagnolino era
stato cagione di un certo raffreddamento fra loro.
Il nostro Principe rimont sul suo cavallo,  e senza curarsi  di  altri  aiuti,
all'infuori di quelli che poteva attendere dalla Gatta Bianca,  part alla gran
carriera e ritorn al castello, dov'ella gli aveva fatto cos buon viso e lieta
accoglienza.
Trov che tutte le porte erano spalancate e le mura risplendenti per  centomila
fiaccole  accese,  che  facevano un effetto meraviglioso.  Le solite mani,  che
l'avevano servito sempre con tanta puntualit,  gli si fecero incontro: e presa
la  briglia del bravo cavallo di legno,  lo portarono alla scuderia,  mentre il
Principe si avviava verso la camera di Gatta Bianca.
Ella stava coricata dentro a una piccola cestina sopra un  guanciale  di  seta,
bianca  come  la neve.  La sua pettinatura era un po' trascurata e la fisonomia
abbattuta e trista: ma appena visto il  Principe,  fece  mille  salti  e  mille
sgambetti, per fargli intendere la gioia che provava.
Per quante ragioni avessi per credere al tuo ritorno+,  diss'ella, ti confesso,
o figlio di Re,  che ci contavo assai poco: per il solito sono cos disgraziata
ne'  miei  desideri,  che  questa  volta  mi par proprio di aver avuto una vera
fortuna.+
Il Principe, in ricambio,  le fece mille carezze: e le raccont l'esito del suo
viaggio, che forse ella gi sapeva meglio di lui; e venne a dire come qualmente
il  Re  voleva una pezza di tela che potesse passare dalla cruna d'un ago;  che
questa cosa a lui gli pareva impossibile,  ma che a ogni modo voleva  tentarla,
ripromettendosi  miracoli  dalla  buona  amicizia  e  dall'aiuto di lei.  Gatta
Bianca, pigliando una cert'aria di seriet, rispose che non era una faccenda da
darsene pensiero: che,  per buona fortuna,  aveva nel suo castello delle  Gatte
che filavano benissimo: che essa pure vi avrebbe messo lo zampino,  per mandare
avanti il lavoro;  in una parola che egli poteva  starsene  tranquillo,  e  che
avrebbe trovato l quello che cercava,  senza bisogno di andare a girellone per
il mondo.
In quel punto apparirono le mani,  le quali  portavano  delle  fiaccole:  e  il
Principe  andando  dietro  a  esse,  insieme  con  Gatta  Bianca,  entr in una
magnifica terrazza coperta,  che dava lungo un gran  fiume,  sul  quale  furono
incendiati  bellissimi  fuochi  d'artifizio.  Vi  si  dovevano bruciare quattro
gatti, ai quali era stato fatto un processo in tutte le regole.  Erano accusati
di  aver  mangiato  l'arrosto  preparato  per  la cena di Gatta Bianca,  il suo
formaggio e il suo latte: e di  aver  cospirato  contro  la  sua  real  persona
insieme  con  Martafaccio e l'Eremita,  famosi topi di quella contrada e tenuti
per tali anche da La-Fontaine,  scrittore degnissimo di  fede;  ma,  con  tutto
questo,  si  sapeva che nel processo c'erano stati molti pasticci,  e che quasi
tutti i testimoni avevano preso il boccone. Fatto sta,  che il Principe ottenne
per  loro la grazia: e i fuochi d'artifizio non bruciarono nessuno: e dei razzi
e delle girandole a quel modo, non se ne sono mai pi vedute.
Dopo i fuochi fu imbandita una cena,  che il Principe  gust  assai  pi  delle
girandole e dei razzi, perch aveva una fame da lupi, per la ragione che il suo
cavallo  di  legno  l'aveva  fatto correr tanto,  come se fosse stato in strada
ferrata, e anche pi. I giorni passavano e si somigliavano: feste dalla mattina
alla sera,  e sempre differenti,  colle quali l'ingegnosa Gatta  Bianca  teneva
allegro il suo ospite: e forse non c' stato un altro mortale, che si sia tanto
divertito, non avendo con s altra compagnia che quella dei gatti.
Gli  vero che Gatta Bianca aveva uno spirito grazioso,  seducente e adattato a
ogni cosa;  ella ne sapeva pi di quel che  lecito saperne a un  gatto:  e  il
Principe molte volte ne rimaneva stupito.
No+, esso le diceva, le meraviglie che mi vien fatto di notare in voi, non sono
punto  naturali:  se voi mi amate davvero,  carissima Micina,  ditemi per quale
miracolo pensate e parlate con tanta finezza di buon senso,  da rendervi  degna
di sedere fra i begl'ingegni delle pi celebrate Accademie.+
Finiscila con queste domande,  figlio di Re+, ella gli disse, a me non  lecito
risponderti: tu puoi almanaccare quanto ti pare e piace: padronissimo! Ti basti
soltanto sapere che avr sempre per te una zampina col guanto di velluto: e che
ogni cosa che ti riguarda sar come se fosse una cosa mia.+
Questo second'anno pass, senza addarsene, come il primo. Il Principe non aveva
tempo di desiderare un oggetto,  che le  solite  mani,  sempre  pronte,  glielo
portavano  subito:  sia  che  si trattasse di libri,  di gemme,  di quadri,  di
medaglie antiche: insomma egli non doveva far altro che  dire:  voglio  il  tal
bigi,  che    nel  gabinetto  intimo del Mogol o del Re di Persia,  o la tale
statua di Corinto o di Grecia+ che subito vedeva  comparirsi  davanti  ci  che
desiderava,  senza sapere n chi gliel'avesse portata, n di dove venisse. Ecco
una virt  magica,  che  ha  le  sue  attrattive  e  che,  non  foss'altro  per
passatempo,  ci  farebbe  nascere  la voglia di diventare i padroni dei pi bei
tesori della terra.
Gatta Bianca,  che non perdeva  mai  d'occhio  gl'interessi  del  Principe,  lo
avvert  che  il  tempo  della  sua  partenza  si avvicinava e che poteva stare
tranquillo in quanto alla pezza di tela tanto desiderata,  perch  essa  gliene
aveva  tessuta una maravigliosa: aggiungendo che questa volta voleva regalargli
un equipaggio degno di lui.  E senza dargli tempo di  rispondere,  l'obblig  a
guardar  gi  nel  cortile  del castello.  E l,  infatti,  vi era una carrozza
scoperta, tutta d'oro smaltato, color fuoco,  con mille imprese galanti dipinte
sopra,  che facevano piacere agli occhi e alla mente. V'erano attaccati quattro
per quattro,  dodici cavalli bianchi come la neve,  carichi  di  gualdrappe  di
velluto  rosso  fiammante,  ricamate  a  diamanti  e  guarnite  di  fibbie e di
piastrelle d'oro.  La carrozza era foderata dentro colla stessa magnificenza ed
aveva un seguito d'altre cento carrozze a otto cavalli,  tutte piene di signori
di grande apparenza e splendidamente vestiti.  V'era di scorta un reggimento di
mille  guardie  del  corpo,  le  cui uniformi erano cos coperte di ricami e di
alamari,  che il panno non si distingueva pi: e la cosa singolare era  questa:
che  il ritratto della Gatta Bianca si vedeva da per tutto,  sugli stemmi della
carrozza,  sull'uniforme delle guardie,  e  perfino  attaccato  con  un  nastro
all'occhiello  dell'abito  dei  cortigiani,  come la insegna di un nuovo ordine
cavalleresco, di cui essa gli avesse onorati.
Ora parti pure+,  diss'ella al Principe,  e  presentati  al  Re  tuo  padre  in
codest'arnese  abbagliante;  e che la tua magnificenza da gran signore lo metta
in suggezione tanto da non  aver  cuore  di  ricusarti  il  trono  che  ti  sei
meritato.  Eccoti  una noce: guarda bene di non schiacciarla,  finch non sarai
alla presenza  di  lui:  dentro  ci  troverai  la  pezza  di  tela,  che  m'hai
domandata.+
Graziosa  Bianchina+,  egli  rispose,  vi  giuro  che sono talmente preso dalle
vostre gentilezze per me, che,  se foste contenta,  preferirei di passar la mia
vita con voi, a tutte le grandezzate che mi aspettano fuori di qui.+
Figlio di Re+,  ella soggiunse,  io credo alla bont del tuo cuore,  merce rara
fra i Principi: perch essi vogliono essere amati da tutti, e non amar nessuno.
Ma tu sei l'eccezione della regola.  Io ti tengo conto del bene che dimostri di
volere a una Gattina Bianca,  la quale in fondo in fondo,  non  buona ad altro
che a prender topi.+
Il Principe le baci la zampetta e part.
Se gi non si sapesse come il cavallo di legno gli avesse  fatto  fare  duemila
miglia  in  meno di quarantott'ore,  ora si stenterebbe a credere la gran furia
che messe per arrivare in tempo.  Se non che la stessa potenza che  animava  il
cavallo  di  legno,  spron talmente anche gli altri,  che non restarono per la
strada pi di ventiquattr'ore.  Non fecero  neppure  una  fermata,  finch  non
furono  giunti dal Re,  dove gi i due fratelli maggiori si trovavano: i quali,
non vedendo  arrivare  il  fratello  minore,  gongolavano  del  suo  ritardo  e
bisbigliavano  fra  loro  sottovoce:  Questa  una bazza per noi: o  morto o 
malato: e cos avremo un rivale di meno, nella successione al trono+.
Senza perder tempo spiegarono le loro tele,  le quali,  a dir la verit,  erano
tanto fini, da passar dalla cruna di un ago grosso: ma per in quanto alla cruna
di  un  ago  sottile,  era  inutile parlarne;  e il Re,  tutto contento di aver
trovato questo attaccagnolo,  mostr loro l'ago che egli aveva prescelto e  che
per  ordine  suo  i  magistrati avevano recato dal Tesoro della citt,  dov'era
stato gelosamente custodito.  Nacque un gran diverbio: e tutti vollero dire  la
sua.
Gli amici de' Principi,  e segnatamente quelli del maggiore,  la cui tela senza
dubbio era la pi bella,  sostenevano che il Re aveva messo fuori una  gretola,
dove  c'era  mescolata  molta  dose di furberia e di malafede.  Alla fine,  per
troncare ogni pettegolezzo, si sent per la citt il rumore allegro e cadenzato
di una fanfara di trombe,  timballi e clarinetti: era il nostro  Principe,  che
arrivava  col  suo  splendido corteggio.  Il Re e i suoi due figli fecero tanto
d'occhio alla vista di uno spettacolo cos sorprendente.
Appena ebbe salutato rispettosamente il padre suo  e  abbracciati  i  fratelli,
cav fuori da una scatola, tutta incrostata di rubini, la noce: e la schiacci.
Egli  si  aspettava  di  trovarci la pezza di tela,  tanto decantata: ma invece
c'era una nocciuola;  schiacci anche questa,  e  rimase  stupito  di  trovarci
dentro un nocciolo di ciliegia. Tutti si guardarono in viso: il Re se la rideva
sotto  i baffi e si divertiva alle spalle del figlio,  il quale era stato tanto
baccello da credere di poter portare una pezza di tela dentro a  una  noce;  ma
perch  non  ci  doveva  credere,  quando  gi gli era stato dato un canino che
entrava tutto in una ghianda? Egli schiacci anche il nocciolo di ciliegia,  il
quale era tutto pieno della sua mandorlina. Allora cominci per la sala un gran
bisbiglo:  e  non  si sentiva altro che questo ritornello: Il Principe cadetto
l'hanno preso a godere!...+. Egli non rispose nulla alle insolenti freddure dei
cortigiani.  Apr in mezzo la mandorlina,  e ci trov un chicco di miglio.  Oh!
allora poi,  per dir la verit,  cominci anche esso a dubitare e mastic fra i
denti, Ah! Gatta Bianca,  Gatta Bianca,  tu me l'hai fatta!...+ In questo punto
sent  sulla  mano  un'unghiata  di  gatto,  che lo graffi cos bene da fargli
uscire il sangue. Egli non sapeva se quell'unghiata fosse per dargli coraggio o
per consigliarlo a smettere: a ogni modo apr il chicco di miglio, e lo stupore
di tutti non fu piccolo davvero quando ne tir fuori una pezza di tela di mille
metri cos meravigliosa,  che c'erano dipinti sopra ogni maniera d'uccelli,  di
pesci,  di  animali,  con  gli  alberi,  i frutti e le piante della terra,  gli
scogli, le rarit e le conchiglie del mare, il sole,  la luna,  le stelle,  gli
astri  e  i pianeti del cielo.  E c'erano anche i ritratti dei Re e dei Sovrani
che regnavano allora nel mondo: e quelli delle loro mogli,  dei figliuoli e  di
tutti  i loro sudditi,  senza che vi fossero dimenticati i pi infimi,  fra gli
straccioni e gli sbarazzini di strada. Ciascuno,  nel suo stato,  rappresentava
il  personaggio  che  doveva rappresentare,  ed era vestito alla foggia del suo
paese.
Quando il Re ebbe visto questa pezza di tela,  si fece  bianco  in  viso,  come
s'era fatto rosso il Principe, nel mentre che la cercava. Tanto il Re che i due
Principi  maggiori  serbavano  un  cupo  silenzio,  sebbene  a  pi  riprese si
trovassero forzati a dire che in tutto quanto il mondo non c'era un'altra cosa,
che potesse agguagliarsi alla bellezza e alla rarit di questa tela.
Il Re lasci andare un gran sospiro e voltandosi a' suoi figli, disse loro: Non
potete figurarvi la mia consolazione, nel vedere la deferenza che avete per me:
io desidero dunque che vi mettiate a una  novella  prova.  Andate  a  viaggiare
ancora  un  anno,  e  colui  che  in  capo  all'anno  mener  seco la pi bella
fanciulla,  quello la sposer e sar incoronato Re il giorno stesso  delle  sue
nozze;  perch,  in fin dei conti,   una necessit che il mio successore abbia
moglie: e faccio giuro e prometto che questa volta sar l'ultima e non  mander
pi per le lunghe la ricompensa promessa+.
Questa  qui,  a guardarla bene,  era una ingiustizia bella e buona a carico del
nostro Principe.  Il cagnolino e la pezza di  tela,  invece  di  un  regno,  ne
meritavano  dieci;  ma  il Principe aveva un carattere cos ben fatto,  che non
volle mettersi in urto col padre suo: e senza rifiatare,  rimont in carrozza e
via. Il suo corteggio lo segu, ed egli torn dalla sua cara Gatta Bianca. Ella
sapeva il giorno e il minuto che doveva arrivare;  per tutta la strada c'era la
fiorita e mille bracieri con  sostanze  odorose  fumavano  fuori  e  dentro  al
castello.  Essa  se  ne  stava  seduta  sopra  un  tappeto di Persia,  sotto un
baldacchino di broccato d'oro in  una  galleria,  dalla  quale  poteva  vederlo
ritornare. Fu ricevuto dalle solite mani, che l'avevano sempre servito. Tutti i
gatti  si arrampicarono su per le grondaie,  per dargli il ben tornato,  con un
miagolio da straziare gli orecchi.
Ebbene, figlio di Re+, ella gli disse, eccoti tornato qui, e senza corona.+
Signora+,  egli rispose,  la vostra buona grazia mi  aveva  messo  in  caso  di
guadagnarmela:  ma  ho  capito che il Re avrebbe pi dispiacere a disfarsene di
quello che io avessi gusto a possederla.+
Non importa+, ella soggiunse, non bisogna trascurar nulla per meritarla;  io ti
aiuter  anche  questa  volta,  e  poich bisogna che tu meni alla corte di tuo
padre una bella fanciulla, penser io a cercartene una che ti faccia vincere il
premio: intanto divertiamoci,  ed  per questo che ho ordinato un combattimento
navale  fra  i  miei  gatti  e  i  terribili  topi  del paese.  I miei gatti si
troveranno  un  po'  impappinati  nei  loro  movimenti,   perch  hanno   paura
dell'acqua; ma senza di questo, essi avrebbero troppo il disopra: e, per quanto
si pu, bisogna cercare di bilanciare le forze.+
Il  Principe ammir la prudenza della signora Micina: le fece i suoi mirallegri
e and con essa sopra una gran terrazza che dava sul mare,
I vascelli dei gatti  consistevano  in  grandi  pezzi  di  sughero,  sui  quali
vogavano  abbastanza comodamente.  I topi avevan riuniti e legati insieme molti
gusci d'ovo e questi erano  le  loro  navi.  Il  combattimento  fu  accanito  e
crudele: i topi si buttavano nell'acqua e nuotavano con pi maestria dei gatti:
e  cos  ben  pi  di  venti  volte si trovarono a essere vincitori e vinti: ma
Minagorbio,   ammiraglio  della  flotta  gattesca,   ridusse  l'armata   topina
all'ultima  disperazione,  e si mangi con molto gusto il generale della flotta
nemica, che era un vecchio topo di grande esperienza,  il quale aveva fatto per
tre  volte  il  giro  del  mondo  sopra  grossi  vascelli  dove egli non era n
capitano, n marinaio, ma semplice leccalardo.
Gatta  Bianca  non  volle  che  quei  poveri  disgraziati  fossero  interamente
distrutti.  Essa  aveva  politica  e pensava che se in paese non ci fossero pi
stati n topi n sorci, i suoi sudditi sarebbero vissuti in un ozio, che poteva
alla lunga diventare pericoloso,
Il Principe pass anche quest'anno,  come i due precedenti,  andando a  caccia,
alla  pesca  e giuocando: perch bisogna sapere che Gatta Bianca era bravissima
al giuoco degli scacchi.  Egli,  di tanto in tanto,  non poteva stare dal farle
delle  domande  incalzanti,  per  arrivare  a  scuoprire per qual miracolo ella
avesse il dono di poter parlare. E avrebbe voluto sapere se era una fata,  e se
fosse  stata  cambiata in gatta,  al seguito di una metamorfosi: ma siccome non
c'era caso che ella dicesse mai quello che non  voleva  dire,  cos  rispondeva
sempre quel tanto che voleva rispondere,  e dava delle risposte tronche e senza
significato,  ragione per cui egli dov persuadersi che Gatta Bianca non voleva
metterlo a parte del suo segreto.
Non c' una cosa che passi tanto presto,  quanto i giorni felici: e se la Gatta
Bianca non fosse stata lei a darsi il pensiero  di  tenere  a  mente  il  tempo
preciso di far ritorno alla Corte, non c' dubbio che il Principe se lo sarebbe
dimenticato  bene  e  meglio.  Alla  vigilia della partenza ella lo avvert che
dipendeva da lui,  se avesse voluto menar seco una delle pi belle  principesse
del mondo; che era giunta finalmente l'ora di distruggere il fatale incantesimo
ordito dalle fate e che per questo bisognava che egli si risolvesse a tagliar a
lei la testa e la coda, e a gettarle subito sul fuoco.
Io?+,  esclam, Bianchina! amor mio! e sar io tanto spietato da uccidervi? Ah!
vedo bene che volete mettere il mio cuore alla prova: ma siate  pur  certa  che
esso non  capace di mancare alla amicizia e alla riconoscenza che vi deve,+
No,  figlio  di  Re+,  ella  riprese,  io  non  sospetto  in te nemmeno l'ombra
dell'ingratitudine; ti conosco troppo: ma non sta n a me n a te a regolare in
questo caso i nostri destini: fai quello che ti dico e saremo felici. Sulla mia
parola di gatta onorata e perbene, ti far vedere che ti sono amica...+
Al solo pensiero di dover tagliare la testa alla sua Gattina,  tanto  carina  e
graziosa, il giovane Principe sent venirsi per due o tre volte le lacrime agli
occhi.  Disse  tutto  quel  pi  che  seppe  dire  di  affettuoso,  per  essere
dispensato, ma essa, intestata, rispondeva che voleva morire per le sue mani; e
che questo era l'unico mezzo per impedire ai  fratelli  di  lui  d'impadronirsi
della corona: insomma, insist tanto e poi tanto, che alla fine egli tir fuori
la  spada  e con mano tremante tagli la testa e la coda della sua buona amica.
In quel punto stesso si trov presente alla pi bella metamorfosi che si  possa
immaginare.  Il  corpo di Gatta Bianca cominci a ingrandire e tutt'a un tratto
divent una fanciulla: meraviglia da non potersi descrivere a parole,  e  unica
forse  al  mondo.  I  suoi occhi rubavano i cuori,  e la sua dolcezza li teneva
legati: la sua figura era maestosa,  l'aspetto nobile  e  modesto,  lo  spirito
seducente,  le  maniere  cortesi:  e  per  dir tutto in una parola,  ell'era al
disopra di tutto ci che vi pu essere di amabile e di grazioso sulla terra.
Il Principe,  a vederla,  rimase preso da un grande stupore: ma da uno  stupore
cos  piacevole,  che credette di essere incantato.  Non poteva spiccar parola:
pareva che gli occhi non gli bastassero per guardarla,  e la lingua legata  non
trovava il verso di esprimere la sua meraviglia;  la quale si accrebbe di mille
doppi,  quand'egli vide entrare una folla straordinaria di dame e di cavalieri,
colla loro brava pelle di gatto o di gatta,  gettata sulle spalle, che andavano
a prosternarsi ai piedi della Regina,  e a darle segno  della  loro  gioia  per
vederla tornata nel suo primo stato naturale.
Essa li ricev con tutta quella bont,  che rivelava l'eccellente pasta del suo
cuore e del suo carattere,  e dopo essersi trattenuta un poco con essi,  ordin
che la lasciassero sola col Principe, al quale parl cos:
Non vi mettete in capo,  o signore, che io sia stata sempre gatta: e che la mia
nascita sia oscura fra gli uomini.  Mio padre era Re e padrone  di  sei  regni.
Egli  amava teneramente mia madre,  e la lasciava liberissima di fare tutto ci
che le passava per la mente,  La passione dominante di mia madre era quella  di
viaggiare:  per  cui,  sebbene incinta di me,  intraprese una gita per andare a
vedere una montagna,  della quale aveva sentito dire cose dell'altro  mondo.  E
mentr'era per via, le fu detto che l in que' pressi c'era un castello di fate,
il  pi  bello  fra  quanti  se  ne conoscevano;  o almeno creduto tale per una
antichissima tradizione; perch non essendovi mai entrato nessuno, non potevasi
giudicarne che dal di fuori: ma la cosa che si sapeva per certo era questa, che
le fate avevano nel loro giardino certe frutta cos delicate e  saporite,  come
non  se ne sono mangiate mai.  Ecco subito che alla Regina mia madre nacque una
gran voglia di assaggiarle, e si avvi verso quella parte. Giunse alla porta di
questo magnifico palazzo,  tutto risplendente d'oro  e  di  azzurro:  ma  buss
inutilmente.  Non  comparve anima viva: si sarebbe detto che erano tutti morti.
Quest'indugi servivano a farle crescere la voglia;  sicch mand  in  cerca  di
scale per iscavalcare i muri del giardino;  e la cosa sarebbe riuscita bene, se
i muri non si fossero alzati l  per  l,  e  senza  vedere  una  mano  che  ci
lavorasse.  Si  prese allora il ripiego di mettere le scale le une sulle altre!
ma finirono di fracassarsi sotto il peso di quelli che  ci  salivano  sopra,  i
quali, cadendo gi, rimanevano morti o stroppiati.
La Regina era disperata.
Vedeva i grandi alberi carichi di frutta,  che essa credeva deliziose, e voleva
cavarsene la voglia,  o morire: e per questo,  fece rizzare dinanzi al castello
parecchie tende signorili e di gran lusso,  e vi si trattenne sei settimane con
tutta la sua  Corte.  Non  dormiva  n  mangiava  pi:  non  faceva  altro  che
sospirare,  parlando sempre della frutta del giardino inaccessibile,  finch si
ammal,  senza  trovare  chi  potesse  sollevarla  del  suo  male,   perch  le
inesorabili  fate  non si fecero mai vedere,  dopo che ella si era attendata in
vicinanza del loro castello.  Tutti i suoi uffiziali si  affliggevano  dimolto:
non  si  sentivano  che  pianti  e sospiri da tutte le parti,  mentre la Regina
moribonda chiedeva delle frutta a quelli che la servivano,  ma non ne voleva di
altra specie,  all'infuori di quelle che le venivano negate.  Una notte, mentre
era  in  un  mezzo  dormiveglia,   apr  gli  occhi  e  svegliandosi  vide  una
vecchiettina decrepita e brutta pi del peccato, seduta in una poltrona accanto
al  capezzale  del  suo letto.  Si maravigli che le sue dame avessero lasciata
passare una sconosciuta nella sua camera; quando questa le disse:
A noi ci pare che la tua Maest sia molto indiscreta,  a  incaponirsi  a  voler
mangiare  per  forza  le  nostre  frutta;  ma perch ci va di mezzo la tua vita
preziosa, le mie sorelle e io acconsentiremo a dartene tante,  quante ne potrai
portare,  finch  starai  qui:  ma  a  un  patto:  al patto che tu ci faccia un
regalo+.
Ah! mia buona nonna+,  grid la Regina,  chiedete e domandate!  io son pronta a
darvi il mio regno,  il mio cuore,  l'anima mia, purch mi cavi la voglia delle
vostre frutta: a nessun prezzo mi parranno care.+
Noi vogliamo+,  diss'ella,  che tua Maest ci dia la figlia che porti nel seno.
Quando  sar  nata,  verremo  a  pigliarla  e  l'alleveremo noi: non c' virt,
bellezza o sapienza,  che essa non possa avere per mezzo nostro,  in una parola
sar  nostra figlia e noi la faremo felice: ma intendiamoci bene: la tua Maest
non potr rivederla fino al giorno che non si sar maritata.  Se  il  patto  ti
garba, io ti guarisco subito, menandoti qui nei pomari del nostro giardino: non
badare  che  sia  notte;  ci  vedrai  abbastanza,  per iscegliere le frutta che
vorrai. Se il patto non ti va, buona notte, signora Regina e scappo a letto.+
Per quanto sia dura la legge che  m'imponete+,  rispose  la  Regina,  l'accetto
piuttosto che morire,  perch  pi che certo che mi rimane appena un giorno di
vita, e morendo io, la figlia mia morirebbe con me. Guaritemi,  sapiente fata+,
ella  seguit  a  dire  e non mi fate perdere nemmeno un minuto per arrivare al
godimento della grazia che mi avete fatta.+
La fata la tocc con una bacchettina d'oro,  dicendo: Che  la  tua  Maest  sia
libera da tutti i mali,  che la tengono inchiodata nel letto+.  A queste parole
le parve di trovarsi alleggerita da una veste di piombo, pesante e dura, che le
toglieva il respiro, e che in certi punti sentiva pesarla anche di pi,  perch
forse  era  l la sede del male.  Fece chiamare tutte le sue dame e disse loro,
con viso sorridente,  che stava benissimo,  che si  voleva  levar  subito,  che
finalmente le porte del castello,  serrate a chiavistello,  e a doppia mandata,
si sarebbero aperte per lei,  perch  potesse  mangiare  le  belle  frutta  del
giardino e portarne via con s, quante ne avesse volute.
Fra  tutte  quelle dame,  non ce ne fu una sola la quale non sospettasse che la
Regina fosse caduta in delirio,  e che in quel momento sognasse a occhi  aperti
le frutta tanto desiderate: per cui,  invece di risponderle a tono, si misero a
piangere e fecero  svegliare  tutti  i  medici,  perch  venissero  a  vederla.
Quest'indugio faceva inquietare la Regina, la quale domandava i suoi vestiti, e
nessuno si muoveva;  e la cosa and tanto in l che fin col lasciarsi pigliare
dalla bizza e divent rossa come una ciliegia.  Alcuni badavano a dire che  era
effetto della febbre: ma i medici,  essendo finalmente arrivati,  e dopo averle
tastato il polso e fatte le solite cerimonie di uso,  non poterono far di  meno
di  dichiarare che era tornata in perfettissima salute.  Le sue donne accortesi
del granchio a secco che avevano preso per troppo zelo,  cercarono di  riparare
al mal fatto,  vestendola da capo a piedi in quattro e quattr'otto. Le chiesero
perdono: tutto fu accomodato: ed essa si affrett a seguire la vecchia fata che
l'aveva aspettata fin allora.
Entr nel palazzo,  dove non ci mancava nulla per essere il pi bel palazzo del
mondo:  E  voi,  o signore,  non penerete a crederlo+,  soggiunse Gatta Bianca,
quando vi avr detto che  quello stesso, dove oggi io e voi ci troviamo+.
Due altre fate, un po' meno vecchie di quella che conduceva mia madre,  vennero
a  riceverla  alla  porta  e  le fecero un'accoglienza,  che pareva proprio una
festa.  Essa le preg di menarla subito nel giardino e  precisamente  a  quelle
spalliere,  dove  avrebbe  potuto  trovare i frutti migliori.  Sono tutti buoni
nello stesso modo+,  risposero le fate,  e se non fosse che tu vuoi cavarti  il
gusto di coglierli colle tue mani,  noi non avremmo da fare altro che chiamarli
e farteli venire fin qui!+ Oh! ve ne supplico, signore mie+,  esclam la Regina
fate  che  io abbia la contentezza di vedere una cosa cos meravigliosa e fuori
dell'usuale.+ La pi vecchia delle due fate si pose un dito in bocca e fece tre
fischi: poi  grid  albicocche,  pesche,  noci,  prugnole,  pere,  poponi,  uva
mascadella, mele, arance, limoni, uva spina, fragole, lamponi, correte tutti al
mio comando!+.  Ma+, osserv la Regina, tutte codeste frutta vengono in diverse
stagioni dell'anno!+ Nei nostri orti non  cos+,  esse risposero,  noi abbiamo
sempre  ogni  sorta di frutta della terra: sempre buone,  sempre mature,  e non
vanno mai a male.+
In quel frattempo le frutta  arrivarono,  rotolandosi,  arrampicandosi  le  une
sulle altre,  senza mescolarsi e senza insudiciarsi;  sicch la Regina,  che si
struggeva di levarsene la voglia,  vi si butt sopra,  e prese le prime che  le
capitarono sotto mano. Non le mangi: ma le divor.
Quando  fu  piena  fino  alla  gola,  preg  le  fate  di lasciarla andare alla
spalliera,  per poterle scegliere coll'occhio prima di coglierle.  Volentieri+,
risposero le fate, ma rammentate la promessa che avete fatta: ormai non c' pi
tempo  per tornare indietro.+ Io son cos persuasa+,  ella riprese a dire,  che
qui da voi si faccia una vita d'oro e mi pare  che  questo  palazzo  sia  tanto
bello,  che  se  non  fosse  per  il gran bene che voglio al Re mio marito,  mi
metterei d'accordo per restarci anche io: vedete dunque se  mai possibile  che
io possa pentirmi di quel che ho detto.+
Le  fate,  tutte  contente  da non si credere,  le apersero i loro giardini e i
recinti pi appartati;  e tanto essa ci si trov bene,  che vi si trattenne tre
giorni e tre notti, senza allontanarsi di l un minuto. Fece una gran provvista
di  frutta e ne colse quante ne pot cogliere: e perch sapeva che non andavano
a male,  ne fece caricare quattromila muli che condusse  seco.  Al  dono  delle
frutta le fate vollero aggiungere quello dei corbelli e delle ceste d'oro, d'un
lavoro  finissimo  che  pareva  fatto  col fiato: le promisero che mi avrebbero
allevata da Principessa,  come io era,  che  mi  avrebbero  data  un'educazione
perfetta,  e  a suo tempo scelto uno sposo.  Le dissero di pi che ella sarebbe
stata avvertita del giorno delle nozze,  e che contavano  sul  sicuro  che  non
sarebbe mancata.
Il  Re  fu  lieto  del ritorno della Regina e tutta la Corte le dimostr la sua
gioia.  Ogni giorno erano balli,  mascherate,  tornei e feste,  dove le  frutta
portate  dalla  Regina  venivano distribuite,  come un regalo prelibato.  Il Re
stesso le preferiva a ogni altra cosa.  Esso non sapeva nulla del patto che  la
Regina aveva combinato colle fate,  e le domandava in quali paesi era stata per
trovare di quelle delizie.  Essa ora rispondeva  che  le  aveva  trovate  sopra
un'alta montagna,  quasi inaccessibile: ora che nascevano in vallate: e qualche
volta inventava che crescevano in un giardino o in mezzo a una gran foresta. Il
Re non sapeva spiegarsi tante contraddizioni.  Interrogava coloro che l'avevano
accompagnata,  ma  questi non osavano fiatare per avere avuto la proibizione di
dire una sola mezza parola su questa avventura.  Alla fine la Regina,  inquieta
della  promessa  fatta  alle fate e vedendo avvicinarsi il tempo del parto,  fu
presa da un gran mal umore: non faceva altro che sospirare  e  si  struggeva  a
vista, come una candela. Il Re se ne impensier, e incominci a insistere colla
Regina,  per  sapere  la cagione della sua gran tristezza: e batti oggi,  batti
domani,  finalmente essa gli raccont tutto quello che era passato fra lei e le
fate e com'essa avesse promesso loro la figlia che stava per mettere alla luce.
Come!+,  esclam  il  Re,  noi  non  abbiamo figliuoli: voi sapete quanto io li
desideri,  e per la gola di mangiare due o tre  mele,  siete  stata  capace  di
promettere  vostra  figlia?  Bisogna  proprio dire che non mi volete un filo di
bene.+ E l cominci a farle dei rimproveri e ne disse tante e  tante,  che  la
mia povera madre fu quasi per morir di dolore.  E come se questo fosse poco, la
fece chiudere in una  torre  e  messe  delle  guardie  dappertutto  perch  non
potesser barattar parola con anima viva,  all'infuori degli uffiziali destinati
a servirla: e volle che fossero cambiate tutte quelle persone del servizio  che
l'avevano accompagnata al castello delle fate.
Quest'urto  fra  il  Re  e  la  Regina  gett  in Corte una gran costernazione.
Ciascuno  riponeva  i  suoi  abiti  di  gala  per  vestirne  dei  pi  adattati
all'afflizione generale. Dal canto suo il Re si mostrava inesorabile: non volle
pi  vedere sua moglie: e appena fui nata,  mi fece portare nel suo palazzo per
esservi allevata,  mentre mia madre  era  sempre  in  prigione  e  nel  massimo
squallore. Peraltro le fate non ignoravano quello che accadeva: e se la presero
molto  a  male  e volevano avermi a tutti i costi,  perch mi riguardavano come
cosa loro, e stimavano che il ritenermi in Corte fosse lo stesso che commettere
un furto  a  loro  danno.  Prima  di  pigliarsi  una  vendetta  coi  fiocchi  e
proporzionata al loro dispetto, esse mandarono al Re una celebre ambasceria per
ammonirlo  a  ridare  la  libert  alla Regina e a riammetterla nelle sue buone
grazie, e per pregarlo al tempo stesso di consegnar me ai loro ambasciatori.  E
questi ambasciatori erano nani schifosi e di una figura cos stronca e piccina,
che  non  ebbero nemmeno la sorte di poter capacitare il Re delle loro ragioni.
Egli li messe fuori dell'uscio senza  tanti  complimenti,  e  se  non  facevano
presto a scappare, chi lo sa come sarebbe finita.
Quando  le  fate seppero il contegno di mio padre,  presero una bizza da non si
credere: e dopo aver mandato nei sei regni tutti  i  malanni  immaginabili,  vi
scatenarono un drago orribile,  il quale sputava veleno per tutto dove passava;
mangiava bestie e cristiani,  e soltanto col fiato  faceva  seccare  tutti  gli
alberi e tutte le piante.
Il  Re  era disperato.  Si consult con tutti i savi dello Stato per trovare il
modo di liberare i suoi sudditi da tante sciagure, dalle quali erano tribolati.
Chi gli sugger di mandare a cercare per tutto il mondo i migliori medici  e  i
rimedi  pi  accreditati:  altri  invece  lo consigliava a promettere la grazia
della vita a tutti i condannati a morte,  a patto che andassero a combattere il
drago.  Al  Re  piacque  il  consiglio,  e  lo accett: ma non ne ricav nessun
vantaggio,  perch la mortalit infieriva di bene in meglio,  e quanti andavano
contro  il  drago,  erano  tutti  divorati  vivi:  sicch  non gli rimase altro
ripiego,  che ricorrere a una fata,  che lo aveva avuto  sempre  sotto  la  sua
protezione fin da ragazzo. Essa era vecchia decrepita e non si levava quasi pi
dal  letto:  and  a  casa di lei e le fece mille rimproveri perch lo lasciava
tartassare a quel modo dal destino, senza venire in suo aiuto.
Come volete voi che io faccia?+,  gli diss'ella,  voi avete  inasprite  le  mie
sorelle;  esse hanno tanto potere,  quanto me, e non c' caso che fra noi ci si
dia addosso.  Pensate piuttosto a rabbonirle,  dando  loro  la  vostra  figlia:
questa  Principessina    cosa  loro.  Voi avete chiuso la Regina in un buco di
prigione: che vi ha ella fatto quella donna cos amabile,  per essere  trattata
tanto male?  Animo,  da bravo: mantenete la promessa di vostra moglie, e allora
vi piover addosso ogni felicit.+
Il Re,  mio padre,  mi voleva un gran bene: ma  non  vedendo  altro  verso  per
salvare  i suoi regni e per liberarsi dal drago fatale,  fin col dire alla sua
amica che s'era convinto delle buone ragioni e che non aveva pi  difficolt  a
darmi  in  mano  alle  fate,  tanto  pi che essa lo assicurava che sarei stata
accarezzata e allevata da Principessa,  par mio;  che avrebbe ripresa con s la
Regina  e  che  la  fata  non  aveva  da  far  altro  che  dirgli  a chi doveva
consegnarmi, perch io fossi portata al castello delle fate.
Bisogna portarla+,  gli  rispose,  sulla  montagna  dei  fiori:  e  voi  potete
trattenervi  l,  a  una  certa distanza,  per assistere alle feste che saranno
fatte.+
Il Re le disse che dentro otto giorni ci sarebbe andato insieme colla Regina; e
che intanto poteva avvisare le fate  sue  sorelle,  perch  si  preparassero  a
quello che volevano fare.
Tornato  che  fu  al palazzo,  mand a riprendere la Regina con tanta premura e
tanta pompa, quanta era stata la rabbia colla quale l'aveva fatta imprigionare.
Essa era cos abbattuta e malandata,  che il Re avrebbe penato a  riconoscerla,
se  il  suo cuore non gli avesse detto che era quella medesima persona in altri
tempi tanto amata da lui.  La scongiur colle lacrime agli occhi di dimenticare
i  grandi  dispiaceri  che  le aveva cagionati,  col dire che sarebbero stati i
primi e gli ultimi.  Ella rispose che se li era meritati,  per l'imprudenza  di
aver  promesso  la figlia alle fate: e che in quel tempo non aveva altra scusa,
se non lo stato interessante in cui si trovava.  Alla fine il Re le  pales  la
sua intenzione,  che era quella di consegnarmi in mano alle fate; ma la Regina,
per la sua parte,  si oppose.  Era proprio il caso di dire che  il  diavolo  ci
aveva  messo  le corna,  e che io doveva essere il pomo della discordia fra mio
padre e mia madre.  Quando ebbe pianto e singhiozzato ben  bene  senza  ottener
nulla  (perch  mio  padre  ne vedeva le funeste conseguenze e i nostri sudditi
continuavano a morire a branchi,  come se  fossero  responsabili  degli  errori
della  nostra  famiglia),  diceva  dunque  che  quando  mia madre ebbe pianto e
singhiozzato ben bene,  si rassegn e acconsent a ogni cosa e si allestirono i
preparativi per la cerimonia della consegna.
Fui  messa  in  una culla di madreperla,  ornata di tutte quelle galanterie che
l'arte pu immaginare.  Erano ghirlande di fiori e festoni in giro in giro: e i
fiori  erano  pietre  preziose,  i  cui  vari  colori,  al  riflesso  del sole,
lampeggiavano in  modo  da  far  male  agli  occhi.  La  magnificenza  del  mio
abbigliamento  sorpassava,  se si pu dire,  quella della culla: tutte le trine
delle mie fasce erano fatte di grosse perle.  Ventiquattro principesse reali mi
portavano sopra una specie di barella leggerissima; la loro acconciatura usciva
affatto  dal  comune,  ma  non  era stato permesso di usare altri colori che il
bianco,  come per alludere alla mia innocenza.  Tutte le persone  della  Corte,
schierate per ordine e per grado, mi accompagnavano.
Mentre  si  saliva  la montagna si fece sentire una sinfonia melodiosa,  che si
avvicinava sempre;  finch comparvero le fate  in  numero  di  trentasei;  esse
avevano pregate le loro buone amiche di pigliar parte alla festa.  Ciascuna era
seduta in una conchiglia pi grande di quella di Venere,  quando usc dal mare;
e  pariglie  di  cavalli  marini,  che non erano avvezzi a camminare per terra,
strascicavano quelle brutte vecchie con tanta pompa,  come se fossero state  le
pi grandi Regine dell'universo.
Esse  portarono  un ramo d'ulivo,  per significare al Re che la sua sommissione
aveva trovato grazia al loro cospetto: e allorch mi  ebbero  presa  in  collo,
furono  tali  e tante le loro carezze,  che pareva non avessero altra passione,
che quella di rendermi felice.
Il drago,  che aveva servito a vendicarle contro mio padre,  veniva  dietro  di
loro, attaccato con una catena tutta di diamanti. Esse mi abballottarono fra le
loro braccia,  mi fecero mille carezze, mi dotarono d'ogni ben di Dio: e quindi
incominciarono la ridda delle streghe.  + un ballo molto  allegro:  n  c'  da
figurarsi i salti e gli sgambetti che fecero quelle vecchie zittellone: dopo di
che  il  drago,  che  aveva  mangiato tanta gente,  si avvicin strisciando per
terra.  Le tre fate,  alle quali mia madre mi aveva promesso,  vi si  sedettero
sopra,  misero la mia culla fra di loro,  e toccato il drago con una bacchetta,
questo spieg le  sue  grand'ali  fatte  a  scaglia,  pi  sottili  del  crespo
finissimo e variopinte di mille bizzarri colori.
Fu  in questo modo che le fate tornarono al loro castello.  Mia madre vedendomi
per aria sulla groppa del drago,  non pot trattenersi  dal  mandare  altissime
grida.  Il Re la consol col dire che dalla fata sua amica era stato assicurato
che non mi sarebbe accaduto nulla di male, e che anzi si sarebbe avuto di me la
stessa cura, come se fossi rimasta nel mio proprio palazzo. Ella si dette pace,
sebbene fosse per lei una grande afflizione quella di dovermi  perdere  per  s
lungo tempo e per cagion sua: tanto  vero che,  se non fosse stata presa dalla
voglia di assaggiare i frutti del giardino, io sarei cresciuta nel regno di mio
padre e non avrei avuto tutti i dispiaceri, che mi resta ancora da raccontarvi.
Sappiate dunque,  figlio di Re,  che le mie custodi avevano fabbricata  apposta
una torre, nella quale vi erano molti begli appartamenti per tutte le stagioni;
mobili magnifici,  libri piacevolissimi, ma nemmeno una porta; sicch bisognava
entrare dalle finestre,  le quali erano  a  tanta  altezza  da  far  venire  il
capogiro. Sopra la torre si trovava un bel giardino ornato di fiori, di fontane
e di pergolati di verzura, che riparavano dai bollori della canicola. In questo
luogo  le  fate  mi  allevavano  con  tali  cure,  da sorpassare quanto avevano
promesso alla Regina.  I miei vestiti erano tagliati  secondo  il  gusto  della
moda:  e  tanto  ricchi e magnifici che,  vedendomi,  si sarebbe creduto che io
fossi in giorno di nozze.
Le fate m'insegnarono tutte quelle cose,  che si addicevano alla mia et e alla
mia nascita; n io davo loro molto da fare, perch avevo la facilit d'imparare
alla prima.  La dolcezza del mio carattere le aveva innamorate: e perch io non
aveva  mai  veduto  nessun  altro,   intendo  benissimo   che   sarei   rimasta
tranquillamente in quello stato per tutto il rimanente della vita.
Esse  venivano  sempre a trovarmi,  montate sul famoso drago che sapete: non mi
rammentavano mai n il Re n la Regina; e siccome mi chiamavano la loro figlia,
io credeva di esserlo davvero.  Per potermi divertire mi avevano dato un cane e
un  pappagallo,  i  quali  avevano  il  dono  della parola e parlavano come due
avvocati. Nella torre non c'era con me nessun altro.
Un lato di questa torre era fabbricato sopra una strada molto avvallata e tutta
coperta di alberi;  di modo che dal giorno che vi fui rinchiusa non  avevo  mai
veduto passarvi anima viva.  Ma un giorno, essendo alla finestra a ciarlare col
cane e col pappagallo,  mi parve di sentire qualche rumore: guardai da tutte le
parti  e  finalmente mi venne fatto di vedere un giovine cavaliere,  che si era
fermato per ascoltare la  nostra  conversazione.  Io  non  avevo  veduto  altri
uomini,  altro  che  dipinti,  sicch  non  mi dispiaceva punto quest'occasione
altrettanto propizia quanto inaspettata.  Senza pensare alle  mille  miglia  al
pericolo  che  andava  unito  alla  soddisfazione  di  ammirare un oggetto cos
piacevole, mi spenzolai in fuori per vederlo meglio; e pi lo guardavo e pi ci
pigliavo gusto. Egli mi fece una gran riverenza,  fiss i suoi occhi su me e mi
parve  che  si  stillasse  il  cervello per trovare il modo di potermi parlare;
perch la mia finestra era altissima ed egli aveva paura  di  essere  scoperto,
sapendo bene che io mi trovavo nel giardino delle fate.
Il sole cal tutt'a un tratto: o per dir la cosa come sta,  si fece notte senza
che ce ne avvedessimo;  per due o tre volte egli si port il corno alla bocca e
mi rallegr con qualche suonatina;  poi se ne and, senza che io potessi vedere
nemmeno che strada pigliasse, tanto la notte era buia. Io rimasi come estatica,
e non provai pi il solito piacere a far conversazione col mio cane e  col  mio
pappagallo.  Essi  mi  dicevano le cose pi carine del mondo,  perch le bestie
fatate sono piene di spirito,  ma io avevo la testa chi sa dove,  n  conoscevo
punto  l'arte di simulare.  Il pappagallo se ne accorse: ma furbo com'era,  non
fece trapelar nulla di quello che rimuginava per il capo.
Fui puntuale a levarmi col sole: corsi alla finestra e fu per me una gratissima
sorpresa quella di vedere il giovine cavaliere a pi della torre.  Egli vestiva
un  abito  magnifico:  e  in  questo  suo lusso mi lusingai di averci un po' di
merito anche io, e colsi nel segno. Egli mi parl con una specie di tromba,  o,
come  chi  dicesse,  con un portavoce,  e mi disse che essendo stato fin allora
indifferente a tutte le bellezze che aveva vedute,  ora si  sentiva  tutt'a  un
tratto ferito talmente dalla mia, da non sapere quel che sarebbe di lui, se non
potesse vedermi tutti i giorni.  Questo complimento mi fece un gran piacere,  e
fui dolentissima di non potergli rispondere, perch mi sarebbe toccato a gridar
forte e col rischio di essere sentita prima dalle fate,  che da lui.  Avevo  in
mano  dei  fiori:  e  glieli gettai;  egli grad il picciol dono come un favore
insigne: li baci pi volte e mi ringrazi.  Mi chiese quindi se sarei contenta
che egli venisse tutti i giorni e alla stess'ora sotto la mia finestra, e se io
volessi  essere tanto cortese da gettargli qualche cosa.  Io aveva un anello di
turchine: me lo levai lesta lesta dal dito e glielo buttai  con  molta  fretta,
facendogli  segno  di andarsene come il vento.  E la ragione era che dall'altra
parte avevo sentito la fata Violenta che, a cavallo al drago, veniva a portarmi
la colazione.
La prima cosa che disse entrando in camera mia,  furono  queste  parole:  Sento
l'odore  della voce d'un uomo: cerca,  drago!+.  Figuratevi se mi rimase sangue
nelle vene!  Ero pi morta che viva dalla paura  che  il  drago,  passando  per
l'altra  finestra,  non  si mettesse a dar dietro al cavaliere pel quale io gi
sentivo una mezza passione.  Davvero+,  diss'io,  mia buona  mamma  (perch  la
vecchia fata voleva che la chiamassi cos), davvero che mi sembrate in venia di
celiare,  dicendo  che sentite l'odore della voce di un uomo: forse che la voce
ha un odore?  e quand'anche l'avesse,  chi  volete  che  sia  il  temerario  da
arrisicarsi a salire in cima a questa torre?+
Dici bene,  figlia mia,  dici bene+,  ella rispose, e mi fa piacere di sentirti
ragionare a codesto modo.  Capisco anche io che dev'essere l'odio che sento per
tutti gli uomini, quello che mi fa crederli vicini anche quando sono lontani.+
Mi diede la colazione e la rocca; poi soggiunse:
Quando avrai finito di mangiare,  mettiti l e fila;  ieri non facesti nulla: e
le mie sorelle se l'hanno per male+.  Difatto il giorno innanzi ero stata tanto
occupata col cavaliere sconosciuto, che non toccai n la rocca n il fuso.
Appena se ne fu ita, gettai via la rocca con una specie di dispetto e montai su
in cima alla torre, per vedere pi lontano che fosse possibile. Avevo con me un
eccellente  canocchiale:  nulla all'intorno m'impediva la vista: ero padrona di
voltarmi e di guardare da tutte le parti,  quand'ecco che  mi  venne  fatto  di
scoprire  il  mio cavaliere in vetta a una montagna.  Egli si riposava sotto un
ricco padiglione di broccato d'oro  ed  era  circondato  da  una  numerosissima
Corte.  Pensai  subito  che  dovesse essere il figlio di qualche Re,  vicino al
palazzo delle fate.  E perch avevo paura che  tornando  egli  sotto  la  torre
potesse  essere  scoperto  dal  terribile  drago,  cos andai a prendere il mio
pappagallo e gli ordinai di volare in cima  a  quella  montagna,  dove  avrebbe
trovato quel cavaliere che aveva parlato con me,  al quale doveva dire da parte
mia di non tornare sotto le finestre a motivo che, da quanto m'ero accorta,  le
fate stavano con tanto d'occhi e gli potevano fare un brutto scherzo.
Il pappagallo comp la sua commissione da vero pappagallo di spirito.  Rimasero
tutti stupiti di vederlo venire ad ali spiegate  e  posarsi  sulla  spalla  del
Principe per parlargli sotto voce all'orecchio.  Il Principe grad per un verso
l'ambasciata: e per un altro verso gli dispiacque.  La cura che mi pigliavo  di
lui,  faceva  bene  al  suo  cuore;  ma  tutte le difficolt che incontrava per
potermi parlare lo disanimavano,  senza distoglierlo peraltro dal  disegno  che
egli  aveva  fatto  di  piacermi.  Rivolse  cento  domande  al pappagallo: e il
pappagallo, curioso di sua natura,  ne fece altrettante a lui.  Il Re gli dette
per  me  un  anello  in cambio di quello colla turchina: e anche il suo era una
turchina,  ma molto pi bella della mia: era tagliata a cuore e  contornata  di
brillanti.  + giusto+, egli soggiunse, che io vi tratti da ambasciatore. Eccovi
in regalo il mio ritratto;  ma non lo fate vedere a  nessuno,  fuori  che  alla
vostra  cara  padroncina.+ E dicendo cos,  attacc il ritratto sotto l'ala del
pappagallo, il quale port nel becco l'anello che aveva per me.
Io aspettavo il ritorno del mio corriere verde, con un'impazienza che non avevo
provata mai. Egli mi disse che la persona, dalla quale lo avevo mandato, era un
gran Re;  che gli aveva fatto un'accoglienza coi fiocchi: che esso  non  poteva
vivere  senza  di me: e che sebbene ci fosse un gran pericolo a venire sotto la
mia torre, io poteva esser certa che egli era preparato a tutto,  piuttosto che
rinunziare  a  vedermi.  Queste  cose  mi messero addosso un gran malessere;  e
cominciai  a  piangere  come  una  bambina.   Pappagallo  e  il   canino   Tit
s'ingegnavano  di  farmi  coraggio,  perch  mi  volevano un gran bene.  Quindi
Pappagallo mi present l'anello del Principe,  e mi fece  vedere  il  ritratto.
Confesso  che  non  ho  sentito  mai  tanta  consolazione,  quanta  n'ebbi  nel
considerare da vicino e sotto gli occhi colui che non avevo veduto altro che da
lontano.  Mi parve anche pi grazioso che non mi fosse parso dapprima;  e cento
pensieri,  parte piacevoli e parte tristi, mi si affollarono nel capo e m'entr
nel sangue un'irrequietezza straordinaria.  Le fate vennero a trovarmi e se  ne
accorsero.  Esse  dissero  fra  loro che senza dubbio io doveva annoiarmi e che
bisognava cercarmi uno sposo della loro razza.  Ne nominarono  diversi:  ma  si
fermarono  sul  piccolo  Re Migonetto,  il cui regno era cinquecentomila miglia
distante di l,  ma questo non era un ostacolo serio.  Pappagallo sent  questo
bel  fissato,  e venendo subito a rifischiarmelo,  mi disse: Mi fareste proprio
piet,  cara padrona,  se vi toccasse per marito il Re  Migonetto:  egli    un
fagotto di panni sudici da far paura: il Re,  che voi amate, non lo piglierebbe
nemmeno per suo Tira-stivali+.  Di',  Pappagallo,  e tu l'hai visto?+  Se  l'ho
visto?+,  egli  soggiunse,  figuratevi  che  sono  stato allevato sopra un ramo
insieme a lui.+ Come sopra un ramo?+, domandai io.  Sissignora!  perch bisogna
sapere che egli ha i piedi di Aquilotto.+
Quei  discorsi  mi  fecero  un  gran male.  Guardavo il bel ritratto del Re,  e
pensavo che egli non lo aveva regalato a Pappagallo se non perch io lo potessi
vedere: e quando lo confrontavo con quello di Migonetto mi cascavano le braccia
e piuttosto che sposare quello scimmiotto mi veniva voglia di lasciarmi morire.
Non chiusi un occhio in tutta la notte.  Pappagallo e Tit mi tennero un po' di
compagnia.  A giorno mi appisolai: ma il canino,  che aveva un buon naso, sent
che il Re era gi a pi della torre.  Svegli Pappagallo e gli disse: Scommetto
che gi a basso c' il Re+.  Pappagallo rispose: Chetati, chiacchierone! perch
stai sempre cogli occhi aperti e cogli orecchi per aria?  ti dispiace  che  gli
altri riposino un poco?+.  Eppure+, insist il buon cane, scommetto che c'.+ E
io ti dico che non c'+, replic il Pappagallo, non sono forse stato io che gli
ho proibito di venir qui da parte della  Principessa?+  Una  bella  proibizione
davvero!+,  grid il canino,  un uomo che ama non consulta che il suo cuore.+ E
nel dir cos cominci a  strapazzargli  con  tanta  poca  grazia  le  ali,  che
Pappagallo  perse i cocci sul serio.  Gli urli di tutti e due mi svegliarono: e
saputo il motivo del battibecco non corsi,  no,  ma volai alla finestra: e vidi
il  Re  che mi stendeva le braccia e col mezzo del portavoce mi disse non poter
pi vivere senza di me,  e mi scongiurava per ora a fare in modo o di venir via
dalla torre o di farci entrare anche lui, chiamando in testimonio tutti gli Dei
dell'Olimpo  che mi avrebbe sposata subito,  e che io sarei diventata una delle
pi grandi Regine dell'Universo.
Ordinai a Pappagallo di  andargli  a  dire  che  quello  che  mi  chiedeva  era
impossibile:  ma  che nondimeno dietro la parola data e i giuramenti fatti,  mi
sarei ingegnata di renderlo felice: peraltro mi raccomandavo perch non venisse
sotto la torre tutti i giorni: a lungo andare la cosa si  sarebbe  scoperta,  e
allora le fate non avrebbero avuto n piet n misericordia.
Se ne and col cuore pieno di gioia e di speranza, e io mi trovai in una grande
afflizione  di spirito,  ripensando a quanto avevo promesso.  Come uscire dalla
torre,  che non aveva neppure il segno  di  una  porta,  senz'altro  aiuto  che
Pappagallo  e  Tit,  ed  essendo  io  cos  giovane,  cos poco esperta e cos
paurosa?... La mia risoluzione,  dunque,  fu quella di cimentarmi a tentare una
prova,  dalla quale non avrei saputo levarci le gambe, e lo mandai a dire al Re
col mezzo di Pappagallo. Egli, di prim'impeto, voleva uccidersi dinanzi ai suoi
occhi: ma poi lo incaric di persuadermi e di  andarlo  a  veder  morire  o  di
consolarlo nella sua passione.
Sire!+,  esclam l'ambasciatore colle penne,  la mia padrona  pi che persuasa
delle vostre parole... Non  che manchi di buona volont! Se potesse!...+
Quando torn a ridirmi quel che era accaduto, mi afflissi pi che mai. Entr la
fata Violenta e mi trov cogli occhi rossi: allora cominci a dire che io aveva
pianto e che se non confessavo il motivo,  mi  avrebbe  bruciata  viva;  perch
tutte  le  sue  minacce  erano  sempre spaventose.  Risposi,  tremando come una
foglia,  che m'ero annoiata a filare e che avrei preso  volentieri  un  po'  di
spago,  per  far delle reti e chiappare gli uccellini che venivano a beccare la
frutta del mio giardino.  + questo,  figlia mia+,  ella disse tutto quello  che
desideri?  allora  non piangerai pi: ti porter tanto spago da non sapere dove
metterlo.+ E detto fatto,  me lo port la sera stessa: e intanto mi avvert  di
pensare  a  farmi  bella  e  a  non piangere,  perch il Re Migonetto stava per
arrivare da un momento all'altro.  A questa notizia mi vennero i brividi per le
spalle,  ma non rifiatai. Appena fu fuori della stanza cominciai a fare qualche
lacciuolo;  ma l'intenzione mia era di fare una scala di  corda,  la  quale  mi
riusc  benissimo  senza  che  ne  avessi  mai vedute.  Peraltro la fata non mi
portava mai tanto spago, quant'era il bisogno, e mi badava a dire:
Ma, figlia mia,  il tuo lavoro  come la tela di Penelope: non va avanti di una
maglia e sei sempre a chiedermi dell'altro spago+.
O mia buona mammina+,  rispondevo io, voi discorrete bene: ma non vedete che io
non so proprio che cosa annaspo e che butto sul  fuoco  il  mio  lavoro?  Avete
paura  che  vi faccia fallire per un po' di spago?+ Il mio modo ingenuo di fare
la metteva di  buon  umore,  sebbene  fosse  di  un  carattere  insoffribile  e
veramente crudele.
Col  mezzo  di  Pappagallo  mandai a dire al Re di venire una tal sera sotto le
finestre della torre;  che ci troverebbe la scala  e  che  il  resto  l'avrebbe
saputo l sul posto.
Infatti attaccai per bene la scala,  risoluta com'ero a fuggirmene con lui;  ma
appena egli la vide,  senza darmi tempo di  scendere,  sal  su  in  un  batter
d'occhio, mentr'io stavo mettendo in ordine ogni cosa per la fuga.
La vista di lui mi fece provare tanta gioia, che non pensai pi al pericolo che
ci  stava  sul  capo.  Mi  rinnuov  i  suoi  giuramenti  e mi scongiur di non
differire pi in l ad accettarlo per mio sposo. Pappagallo e Tit,  pregati da
me, ci fecero da testimoni. Non c' esempio di una festa di nozze celebrata con
tanta  semplicit  fra due persone di grado cos elevato,  n c' ricordanza di
due cuori pi soddisfatti e  contenti  dei  nostri.  Non  era  ancora  spuntata
l'alba,  quando  il  Re  mi  lasci: io gli avevo raccontato l'orribile disegno
delle fate di volermi maritata al Re  Migonetto;  gliene  feci  il  ritratto  e
n'ebbe pi ribrezzo di me.  Appena partito lui,  le ore mi parvero anni.  Corsi
alla finestra e lo accompagnai cogli occhi,  sebbene facesse  ancora  buio.  Ma
quale  non  fu  il  mio  stupore,  nel  vedere  per  aria  un cocchio tirato da
salamandre alate,  che correvano a rotta di collo,  tanto che  l'occhio  poteva
appena  seguirle!  Questo  carro era scortato da un nuvolo di guardie,  montate
sopra tanti struzzi.  Non ebbi tempo di rendermi ragione di  chi  corresse  per
l'aria  a  quel  modo,  ma mi figurai subito che dovesse essere o un mago o una
fata.
Di l a poco, la fata Violenta entr nella mia camera.  Ho da darti delle buone
nuove+,  ella mi disse,  il tuo amante  arrivato qui da poche ore: preparati a
riceverlo; eccoti dei vestiti e dei finimenti di pietre preziose.+ E chi mai vi
ha detto+,  risposi un po' risentita che io voglia maritarmi?  Non  davvero la
mia intenzione.  Il Re Migonetto pu tornarsene di dove  venuto,  ch per me 
padronissimo: fra me e lui non ci pigliamo di certo.+
Sentite!  sentite!+,  disse la fata,  o che non mi si mette a far la difficile?
vorrei un po' sapere che cosa armeggi con quel cervellino!  Alle corte,  con me
non si scherza; o tu lo sposi, o io...+
O voi?... sentiamo un po' che cosa voi mi farete?+, soggiunsi, diventando rossa
scarlatta fino alla punta dei capelli per l'impertinenze che  mi  aveva  dette,
che mai mi pu accader di peggio che esser tenuta in una torre, in compagnia di
un  cane  e  di  un  pappagallo  e coll'obbligo di vedere sette o otto volte il
giorno la figura di un drago spaventoso?+
Oh?  sconoscente,  che non sei altro!+,  disse la fata,  vai l,  che  meritavi
proprio tutti i pensieri e le pene,  che ci siamo date per te!  Gi, io l'avevo
detto da un pezzo alle mie sorelle: ne avremo una bella ricompensa!...+
Ella and a trovarle e raccont loro quello che era  passato  fra  noi  due,  e
rimasero scandalizzate.
Pappagallo e Tit mi dissero, a tanto di lettere, che se io seguitavo a battere
quella  strada,  mi  sarei  trovata  a  dei brutti guai.  Ma in quel momento mi
sentivo cos orgogliosa di possedere il cuore di un gran Re, che le fate non mi
facevano paura,  e che i consigli dei miei piccoli amici  mi  entravano  da  un
orecchio e mi passavano da quell'altro.  Restai vestita,  com'era,  n mi volli
mettere un nastro in pi;  anzi,  per farlo apposta,  mi  spettinai  tutta  per
parere a Migonetto una vera befana.  L'incontro accadde sulla terrazza. Egli vi
giunse nel suo cocchio  di  fuoco.  Dei  nani  piccini  ne  ho  veduti,  ma  un
nanerucolo  a  quel modo l,  mai!  Per camminare si serviva nello stesso tempo
delle zampe d'aquila e dei ginocchi,  perch non aveva ossa nelle gambe;  e  si
teneva ritto sopra due grucce, tutte di diamanti. Aveva un manto reale di circa
un  metro di lunghezza: eppure ne strascicava per terra almeno due buoni terzi.
Invece di testa,  un grande zuccone  che  pareva  uno  staio  e  un  naso  cos
screanzato,  che ci stavano sopra una dozzina d'uccelli: ed egli si divertiva a
sentirli cantare.  La barba pareva un bosco e i canarini ci facevano dentro  il
nido;  gli orecchi gli passavano di un metro al disopra del capo; cosa peraltro
di cui nessuno si avvedeva,  a cagione  della  smisurata  corona  a  punta  che
portava  in  testa,  per  comparire  pi  alto.  Le fiamme che mandava il carro
arrostivano le frutte,  seccavano i fiori e  inaridivano  le  fontane  del  mio
giardino.  Egli mi venne incontro a braccia aperte; ma io non mi mossi n punto
n poco; per cui bisogn che il suo scudiere gli desse di braccio.  E quando si
prov  ad avvicinarsi scappai in camera e chiusi la porta e le finestre: sicch
Migonetto dov andarsene colle fate,  le quali mi avrebbero  cavato  gli  occhi
dalla bile.
Esse  gli  chiesero  mille e mille scuse della mia ruvidezza;  e per abbonirlo,
perch era un arnese da far paura,  pensarono di condurlo la  notte  in  camera
mia,  mentr'io  dormivo:  di  legarmi  i piedi e le mani e di mettermi cos nel
carro infuocato,  perch potesse menarmi seco.  Quando ebbero tutto  fissato  e
combinato,  tornarono  da  me;  e  mi ripresero leggermente della mia condotta,
contentandosi solo  di  dirmi  che  in  qualche  modo  bisognava  rimediare  al
malfatto.  Tutti questi rimproveri giulebbati e in pelle in pelle,  dettero nel
naso a Pappagallo e Tit. Volete che vi parli chiaro,  padrona?+,  disse il mio
cane,  il  cuore  non  mi  dice  nulla di buono.  Queste signore fate son certa
gente... che Iddio ci liberi tutti, e segnatamente dalla Violenta.+
Io risi di tutta questa paura e stavo sulle spinte aspettando il mio sposo,  il
quale  si  struggeva troppo di vedermi per non essere puntuale ai fissati.  Gli
gettai la scala di corda col fermo proponimento di  fuggirmene  con  lui.  Egli
mont,  leggero  come  una  piuma,  e mi disse tante e poi tante cose gentili e
appassionate, che anche oggi non ho cuore di richiamarmele alla memoria.
Mentre si stava parlando insieme,  tranquilli e sicuri,  come se fossimo  stati
nel  palazzo  di  lui,  vedemmo  sfondare  con  un gran colpo la finestra della
camera.  Le fate entrarono dentro montate sul loro drago: Migonetto le  seguiva
sul  suo  solito  cocchio  di  fuoco,  tirandosi  dietro tutte le sue guardie a
cavallo agli struzzi.  Il Re,  senza impallidire,  messe mano alla spada e  non
ebbe  altro pensiero che quello di difendermi nella pi terribile avventura che
mi potesse capitare.  Ebbene...  debbo dirvelo,  caro signore?  quelle spietate
creature  gli aizzarono contro il drago,  che se lo divor vivo vivo dinanzi ai
miei occhi.
Fuori di me per la sciagura sua e mia,  mi gettai in bocca all'orribile mostro,
perch  m'inghiottisse,  come  avea inghiottito la persona che era tutto l'amor
mio: e l'avrebbe fatto volentieri: ma le  fate,  pi  crudeli  di  lui,  glielo
proibirono.
Esse gridarono insieme:
Bisogna  serbarla  a  tormenti pi lunghi: una morte sollecita e pronta  quasi
uno zuccherino per una creatura cos indegna e scellerata+. Mi toccarono,  e mi
vidi  trasformata in Gatta Bianca: quindi mi condussero in questo palazzo,  che
era di mio padre,  cambiarono in gatti e in gatte tutti i signori  e  tutte  le
dame  del Regno,  e a parecchi lasciarono soltanto le mani: e cos mi ridussero
nello stato lacrimevole in cui mi trovaste,  facendomi sapere il segreto  della
mia nascita,  la morte di mio padre,  quella di mia madre,  e come io non avrei
potuto essere liberata dalla mia figura di gatta,  se non da  un  Principe  che
somigliasse come due gocce d'acqua a quello che mi era stato rapito.  E voi,  o
signore,  siete il suo ritratto vivo e parlante: le stesse fattezze,  la stessa
fisonomia,  perfino lo stesso suono di voce. Appena vi vidi per la prima volta,
ne rimasi colpita: io sapevo tutto quello che doveva accadere,  come so  quello
che accadr, e per vi dico che le mie pene stanno per finire.
E le mie, bella Regina, dovranno ancora durare un pezzo?+, domand il Principe,
gettandosi ai suoi piedi,
Io vi amo,  o signore, pi della mia vita, E questo  il momento di partire per
andare da vostro padre: vedremo quali sono i suoi sentimenti verso di me,  e se
 disposto a rendervi contento.+
Ella  usc:  il  Principe  le  dette  la  mano:  e insieme con lui mont in una
carrozza molto pi bella e magnifica  di  tutte  quelle  che  aveva  avuto  fin
allora.  Il  resto  dell'equipaggio  non  ci scompariva: basti dire che tutti i
ferri dei cavalli erano di smeraldi e i chiodi di diamanti.  Da quella volta in
poi non s' visto pi nulla di simile.  Inutile star qui a ripetere i colloqui,
che ebbero insieme il Principe e la Regina.  Ella era di una bont singolare  e
di  uno  spirito finissimo: e il giovane Principe valeva quanto lei: sicch non
potevano pensare e dire altro che un monte di bellissime cose.
Giunti in vicinanza  del  castello,  dove  dovevano  trovarsi  i  due  fratelli
maggiori  del  Principe,  la  Regina entr in un piccolo blocco di cristallo di
monte,  di cui tutte  le  sfaccettature  erano  guarnite  d'oro  e  di  rubini.
Tutt'all'intorno  era  circondato di tendine per impedire ai curiosi di guardar
dentro,  ed era portato a barella da giovinotti di bellissimo aspetto e vestiti
splendidamente.  Il  Principe  rimase  nella  sua bella carrozza;  e di l pot
vedere i suoi fratelli che se la passeggiavano a braccetto di  due  Principesse
d'una bellezza da sbalordire.  Appena lo riconobbero, gli andarono incontro per
fargli festa e domandarono se anche esso aveva condotto la  sua  dama.  Al  che
rispose  che  era  stato  cos disgraziato,  che in tutto il viaggio non si era
imbattuto altro che in donne bruttissime;  e tutto ci che gli era capitato  di
meglio da portar seco,  era una gatta bianca. Essi si misero a ridere della sua
semplicit. Una gatta!+ dicevano essi come mai una gatta? avete forse paura che
i topi ci mangino il palazzo?+ Il Principe soggiunse che capiva  bene  che  non
era prudenza di portare un simile regalo a suo padre.  E cos, fra una parola e
l'altra, s'incamminarono verso la citt.
I due fratelli maggiori salirono colle loro Principesse in due  carrozze  tutte
d'oro  e  di  lapislazzoli:  i  cavalli portavano in capo dei pennacchi e altri
ornamenti: per farla corta, nulla di pi splendido di questa cavalcata.  Dietro
a  loro  veniva  il nostro giovine Principe: e quindi il blocco di cristallo di
monte, che tutti guardavano con grandissima ammirazione.
I cortigiani corsero subito ad avvisare il Re dell'arrivo dei Principi.
Hanno con s delle belle donne?+, domand il Re.
Non s' veduto mai nulla d'eguale!...+
A quanto pare,  questa risposta non garb troppo  al  Re.  I  due  Principi  si
affrettarono  a salire le scale colle loro Principesse,  che erano due occhi di
sole. Il Re li ricevette benissimo, e non sapeva a quale delle due dovesse dare
la preferenza.  Voltatosi al minore dei figli,  gli domand: Come va che questa
volta siete tornato solo?+.
Vostra Maest vedr dentro questo cristallo una gattina bianca, che miagola con
tanta  grazia e che ha le zampine pi morbide del velluto,  e son sicuro che le
piacer+, rispose il Principe.
Il Re sorrise e si mosse per aprire da se stesso il  blocco  di  cristallo.  Ma
appena si fu accostato,  la Regina tocc una molla, sicch il blocco and tutto
in minutissimi pezzettini ed ella apparve fuori come il sole dopo essere  stato
un  po'  di tempo nascosto fra i nuvoli: i suoi capelli biondi erano sparsi per
le spalle e in grandi riccioli le cadevano gi fino ai  piedi.  In  capo  aveva
tutti  fiori:  e  la sua veste era di leggerissimo velo bianco foderato di seta
rosa.  Si alz e fece  una  profonda  riverenza  al  Re,  il  quale  nel  colmo
dell'ammirazione non pot frenarsi dall'esclamare:
Ecco veramente la donna senza confronto, e che merita davvero la mia corona+.
Signore+,  ella  disse,  io  non  son  venuta qui per togliervi un trono che s
degnamente occupate: sono nata con sei regni: permettete anzi che io  ne  offra
uno a voi e uno per uno ai vostri figli. In ricompensa non vi domando altro che
la  vostra amicizia e questo giovine Principe per mio sposo.  I tre regni,  che
avanzano, sono pi che sufficienti per noi.+
Il Re e tutta la  Corte  fecero  un  baccano  con  urli  di  ammirazione  e  di
allegrezza  incredibile.  Le  nozze  si  celebrarono  subito,  e quelle dei due
fratelli ugualmente: motivo per cui per diversi mesi  furono  feste,  baldorie,
divertimenti  e  corte bandita.  Poscia ciascuno part per andare a governare i
propri Stati: e la bella Gatta Bianca si immortal non tanto per la bont e per
la generosit del suo cuore quanto per il suo raro merito e  per  la  sua  gran
bellezza.
La  cronaca  di  quel  tempo racconta che Gatta Bianca divent il modello delle
buone mogli e delle madri sagge e perbene. E io ci credo.
Dal trist'esempio avuto in casa,  essa aveva imparato a sue spese che le follie
e  i  capricci delle mamme spesse volte sono cagione di grandi dispiaceri per i
figliuoli.
