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IL MALMANTILE RACQUISTATO

di

PERLONE ZIPOLI (Lorenzo Lippi)

con gli Argomenti di Antonio Malatesti

FIRENZE

G. BARBRA, EDITORE

1861.


AVVERTENZA.

Quando Salvator Rosa lamentava il traviamento degl'ingegni poetici con quel suo celebre detto che le metafore avean consumato il sole, gli spiriti allegri dei veri begli umori toscani incominciavano a sentire non poco fastidio di certe svaporate piacevolezze e di un artifiziato modo di ridere e voler far ridere che ancor prevaleva. Gli anagrammi, i bisticci, i riboboli, i monnini, la lingua jonadattica, e la maccheronica, che per qualche tempo avean formato la delizia di molte menti volgari, se eran cose non ancora cadute in discredito, riconoscevansi tuttavia non esser la vera e natural fonte del ridicolo e del burlesco. In questo tempo Lorenzo Lippi scriveva il suo Malmantile, e dove pure avesse voluto, gli sarebbe stato impossibile tenere una via affatto nuova in questo genere. Egli dunque, abbandonate le scimunitaggini patenti, prese nel dettare il suo bizzarro poema, dei modi proverbiali pi vulgati e pi veramente ridevoli; ma non s per che la sua lingua restasse affatto immune di quelle maniere artifiziose e convenzionali, che se sono accettate per qualche tempo, non giungono mai ad esser parte e patrimonio della favella nazionale. Questo fece che il Malmantile, per essere inteso in ogni sua frase, non dico gi fuori di Toscana, ma fuori di Firenze, e forse anche in Firenze stesso, ebbe bisogno di commento, appena uscito alla luce. Principal ragione di ci furono quei rimasugli (il nostro autore direbbe quei spiragli) di lingua jonadattica che il Poeta non seppe o non volle o non pot del tutto evitare.
Molti non sanno (e in questo non deploriamo davvero la loro ignoranza) che cosa sia questa lingua jonadattica. Onde, ci  forza darne una qualche idea, perch siano pi facilmente intese alcune espressioni di questo caro poemetto, le qual per buona ventura sono abbastanza rare. Consisteva pertanto questa pretesa lingua jonadattica nell'adoperare le parole pi strane, o anche le comuni, in un senso affatto diverso da quello che hanno, senza che corra la minima analogia o attenenza tra l'idea espressa dalla parola adoperata, e l'idea che si vuole esprimere, purch per una o due sillabe della voce che si adopra trovinsi anche nella parola che si dovrebbe adoprare se non si parlasse in lingua jonadattica. Citeremo un solo esempio che leggesi anche nel Lippi. Per dire che un tale aveva finito tutto il suo avere, cercavasi una parola che avesse la sillaba fi, e trovato Fillde, si diceva: Il tale ha fatto Fillide. Lunghe scritture o cicalate, come gli autori stessi le chiamavano, ci restano ancora di queste scimunitaggini, le quali, bench prestissimo cadessero in meritata dimenticanza, lasciarono tuttavia nel comune linguaggio una qualche orma di s in certe locuzioni proverbiali universalmente accettate, del cui significato  impossibile rendersi una ragione. Tale  per esempio, il modo anche oggi comunissimo, Uscir del seminato. Noi lo adoperiamo come equivalente di Uscir di tma: in origine per esso valeva, come pu vedersi al c. I st. 28 Uscir di senno. E perch mai aveva questo valore? Perch seminato e senno cominciano con due lettere uguali. Men degna di derisione era certo la lingua furbesca o zerga, nella quale almeno fra la parola adoperata e la sua corrispondente in lingua comune correva una qualche analogia.
Il Malmantile, dunque, altro di jonadattico non contiene che queste poche frasi proverbiali. Ma e per queste e per molte altre maniere di lingua, che sono o furono solo toscane, e alcune anche fiorentine soltanto, questo graziosissimo poemetto non potrebbe essere inteso in ogni sua parte per tutta Italia, se non fosse accompagnato di note e dichiarazioni.
 celebre forse quanto il Malmantile, o almeno egualmente noto fra i letterati, il commento che ne fece il Minucci, accresciuto e talvolta rettificato dal Biscioni; e sparso qua e l di argute osservazioncelle del Salvini. Questo commento considerato in s stesso  uno stupendo lavoro di arte filologica, ma considerato come dichiarazione del Malmantile  sproporzionato ed esuberante;  tale, che fa rifuggire dalla lettura del poema chiunque gli studi filologici non fa sua delizia, Mossi da questo pensiero, abbiamo creduto di provvedere al comodo di molti, ristringendo quanto era possibile il sullodato commento. Abbiamo seguto quasi sempre l'interpretazione di quei due celebri espositori e dove lo credevamo opportuno, per ragioni che sar facile intendere ad ogni luogo, abbiamo citato i loro nomi, spezialmente se riportavamo le loro stesse parole. Nel dichiarare voci e maniere, ci  parso meglio essere abbondanti che scarsi; ma dico abbondanti nel numero non nella lunghezza delle dichiarazioni,
A molti Toscani parr strano che siansi spiegate certe parole e frasi che sono di uso comunissimo in Toscana: ma credo che mi bisogni appena di far considerare che ai non Toscani ho principalmente pensato di render servigio "nel dichiarare, (dir colle modeste parole del Minucci) oppure confondere ed intrigare quello che nella presente opera ho stimato poco intelligibile fuori della nostra citt di Firenze."
Precede al Poema la vita che scrisse del Lippi il Baldinucci; la quale sebbene, si diffonda in cose artistiche pi che l'indole di questo libro non comporti, ha nondimeno, abbondanti notizie sul Malmantile, e ritrae, meglio di ogni altra la natura e l'ingegno del nostro Poeta; come quella che fu dettata da chi lo ebbe familiare amico.


ANTELMO SEVERINI


VITA
DI LORENZO LIPPI
SCRITTA
DA FILIPPO BALDINUCCI.
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Nacque Lorenzo Lippi, pittore e cittadino fiorentino, l'anno 1606. Il padre suo fu Giovanni Lippi, e la madre Maria Bartolini. Attese ne'primi anni della fanciullezza alle lettere umane; ma poi, stimolato da una molto fervente inclinazione che egli aveva avuto dalla natura alle cose del disegno, deliber, senza lasciar del tutto le lettere, di darsi a quello studio: e per ci fare, si accomod appresso a Matteo Rosselli, pittore non solo di buon nome, ma altrettanto pratico nel suo mestiere, e caritativo nel comunicare a'giovani la propria virt, ed insieme con esso ogni buon costume civile e cristiano. Era in questo tempo il giovanetto Lorenzo di spirito s vivace e focoso, che con esser egli applicato a vari divertimenti, tutti per virtuosi e propri di quell'et, cio di scherma, saltare a cavallo e ballare, ed anche alla frequenza dell'accademie di lettere; seppe contuttoci dare tanto di tempo al principale intento suo, che fu il disegno e la pittura, che in breve lasciatisi indietro tutti gli altri suoi condiscepoli, arriv a disegnar s bene al naturale, che i disegni, usciti di sua mano in quella et, stanno al paragone di molti de'principali maestri di quel tempo. In somma disegnava egli tanto bene, che se e'non fosse stato in lui un amor fisso, che egli ebbe sempre intorno alla semplice imitazione del naturale, poco o nulla cercando quel pi che anche senza scostarsi dal vero pu l'ingegnoso artefice aggiugner di bello all'opera sua, imitando solamente il pi perfetto, con vaghezza di abbigliamenti, variet e bizzarria d'invenzione, avrebbe egli senza fallo avuta la gloria del primo artefice che avesse avuto ne'suoi tempi questa patria, siccome fu stimato il migliore nel disegnare dal naturale. A cagione dunque di tal suo genio alla pura imitazione del vero, non volle mai fare studio sopra le opere di molti gran maestri, stati avanti di lui, che avessero tenuta maniera diversa, ma un solo ne elesse, in tutto e per tutto conforme al suo cuore: e questo fu Santi di Tito, celebre pittor fiorentino, disegnatore maraviglioso e bravo inventore; ma per ordinario tutto fermo ancora esso nella sola imitazione del vero. Delle opere e disegni di costui fu il Lippi cos innamorato, che fino nell'ultima sua et si metteva a copiarne quanti ne poteva avere de'pi belli: ed io lo so, che pi volte gli prestai per tale effetto certi bellissimi putti, alcuno de'quali (cos buon maestro come egli era) non ebbe difficult di porre in opera quasi interamente, senza punto mutarli. Ammirava il Rosselli suo maestro questo suo gran disegno accompagnato anche da un piacevole colorito: e frequentemente gli diceva alla presenza di altri: Lorenzo, tu disegni meglio di me. Gli faceva, con sua invenzione, disegnare, cominciare, e talvolta finire affatto di colorire alcune delle molte opere, che gli erano tuttavia ordinate: e fra quelle, che uscirono fuori per fatte dal Rosselli, che furono quasi interamente di mano di lui con sola invenzione del maestro, si annoverano i due quadri, che sono nella parte pi alta di quella cappella de'Bonsi di San Michele dagli Antinori, per la quale aveva fatto il Rosselli la bellissima tavola della Nativit del Signore: e rappresentano, uno il misterio della Visitazione di santa Lisabetta, e l'altro l'Annunziazione di Maria. Ma perch una pittura ottimamente disegnata, e pi che ragionevolmente colorita, tuttoch manchevole di alcuna dell'altre belle qualit, fu sempremai in istima appresso agl'intendenti; acquist il Lippi tanto credito, che gli furono date a fare molte opere, che si veggono per le case di diversi gentiluomini e cittadini. Fra le altre una gran tavola di una Dalida e Sansone per Agnolo Galli: pel cavaliere Dragomanni, a concorrenza di Giovanni Bilivert, di Ottavio Vannini, e di Fabrizio Boschi, tutti celebri pittori, e allora maestri vecchi, fece un bel quadro da sala: uno pel marchese Vitelli: e pel marchese Riccardi, nel suo casino di Gualfonda, color uno spazio di una volta d'una camera, di sotto in su: e pel Porcellini speziale dipinse la favola d'Adone, ucciso dal porco cignale: e fece anche altri quadri di storie, e di mezze figure, che lunga cosa sarebbe il descrivere. Partitosi poi dal maestro, crebbe semprepi il buon concetto di lui, onde non mai gli manc da operare. Per uno, che faceva arte di lana, fece un'Erodiade alla tavola di Erode, che fu stimata opera singolare: e l'anno 1639, per la cappella degli Eschini color la bella tavola del sant'Andrea in San Friano: e altri molti quadri e anche ritratti al naturale.
Era egli gi pervenuto all'et di quaranta anni in circa, quando si risolv di accasarsi colla molto onesta e civile fanciulla Elisabetta, figliuola di Giovan Francesco Susini, valente scultore e gettatore di metalli discepolo del Susini vecchio, e di Lucrezia Marmi, cugina di Alfonso di Giulio Parigi, architetto e ingegnere del serenissimo Granduca Ferdinando II. Non era ancor passato un anno dopo il suo sposalizio, che al nominato Alfonso Parigi, suo nuovo parente, fu inviata commissione d'Ispruck dalla gloriosa memoria della serenissima arciduchessa Claudia, di mandar col al servizio di quell'Altezza un buon pittore, onde il Parigi, conoscendo il valore di Lorenzo, diede a lui tale occasione. Si pose egli in viaggio: e pervenutovi finalmente, e ricevuto con benigne dimostrazioni da quella amorevole principessa, si mise ad operare in tutto ci che gli fu ordinato: e fecevi molti ritratti di principi, dame e cavalieri di quella corte, e altre pitture. E perch Lorenzo non solamente per una certa sua acutezza nei motti, e per alcune parole piacevoli, che senza n punto n poco dar segno di riso, con quel suo volto, per altro in apparenza serio e malinconico, profferiva bene spesso all'occasioni., rendeva amenissima e desiderabile la conversazion sua: e anche perch egli aveva gi dato principio alla composizione della bizzarra leggenda, di cui appresso parleremo, intitolandola la Novella delle due Regine, che poi ridusse ad intero poema, col leggerla ch'ei faceva nell'ore del divertimento a quella Altezza e con certo piacevole e insieme rispettoso modo suo proprio nel conversare co'grandi, seppe guadagnarsi a gran segno la grazia di quella principessa, alla quale, cos volendo ella medesima, la dedic, colla lettera che ci pose a principio di essa, che comincia: Ati figliuolo di Creso. Dimor il Lippi in quelle parti circa sei mesi, e non diciotto, come altri scrisse; ma essendo in quei medesimi tempi seguta la morte della Principessa, egli ben favorito e ricompensato se ne torn alla patria: dove non lasciando mai di fare opere bellissime in pittura, seppe dare il suo luogo e 'l suo tempo alla continuazione del suo poema. La prima cagione di questo assunto suo fu quella che ora io sono per dire, per notizia avuta da lui medesimo.
Aveva il Lippi, fino dalla fanciullezza, avuto in dono dalla natura un'allegra, ma per onesta vivacit e bizzarria, con una singolare agilit di corpo, derivata in lui non solo dal non essere soverchiamente carnoso, ma dall'essersi indefessamente esercitato per molti anni nel ballare, schermire, nelle azioni comiche, ed in ogni altra operazione, propria di uno spirito tutto fuoco, come era il suo; ma non lasciava per questo di quando in quando di esercitare il suo ingegno nella composizione di alcun bel sonetto e canzone in istile piacevole. Coll'avanzarsi in lui l'et, e accrescersi le fatiche del pennello, insieme col pensiero della casa, si andarono anche diminuendo molto il tempo e l'abilit agli esercizi corporali, ma col cessar di questi si andava sempre pi augumentando in lui la curiosit de'pensieri, tutti intenti al ritrovamento di un buono e bello stile di vaga poesia. Aveva egli, come si  accennato, non solamente qualche parentela, ma ancora grande amicizia e pratica col nominato Alfonso Parigi, che possedeva una villa in sul poggio di Santo Romolo, sette miglia lontano da Firenze sopra la strada pisana, in luogo detto la Mazzetta, posseduta oggi da Bernardino degli Albizzi, gentiluomo dotato di ottimi talenti e di graziosi costumi: la qual villa  non pi di un miglio lontana da quel castello di Malmantile, che oggi per essere in tutto e per tutto vto di abitatori e di abitazioni, bench conservi intatte le antiche mura, non ha per di castello altro che il nome. Andava bene spesso il Lippi in villa del Parigi: e nel passare un giorno, andando a spasso, da quel castello, vennegli capriccio, com'egli era solito a dirmi, di comporre una piccola leggenda in istile burlesco la quale dovesse essere, come sogliamo dir noi, tutto il rovescio della medaglia della Gerusalemme Liberata, bellissimo poema del Tasso: e dove il Tasso elettosi un alto e nobilissimo soggetto per lo suo poema, cerc di abbellirlo co'pi sollevati concetti e nobili parole, che gli pot suggerire l'eruditissima mente sua; il Lippi deliber di mettere in rima certe novelle, di quelle che le semplici donnicciuole hanno per uso di raccontare a'ragazzi: ed avendo fatta raccolta delle pi basse similitudini, e de'pi volgari proverbi e idiotismi fiorentini; di essi tess tutta l'opera sua, fuggendo al possibile quelle voci, le quali altri, a guisa di quel rettorico atticista ripreso da Luciano ne'suoi piacevolissimi Dialoghi, affettando ad ogni proposito l'antichit della toscana favella, va ne'suoi ragionamenti senza scelta inserendo. Fu sua particolare intenzione il far conoscere la facilit del parlar nostro: e che ancora ad uno, che non aveva (come esso) altra eloquenza che quella che gli dett la natura, non era impossibile il parlar bene. Ora, perch spesso accade, che anche le grandissime cose da basso e talvolta minutissimo cominciamento traggono i loro principii, egli, che da prima non avendo altro fine, che dare alquanto di sfogo al suo poetico capriccio, e passar con gusto le ore della veglia, aveva avuto intenzione di imbrattar pochi fogli, de'quali anche gi si era condotto quasi al destinato segno, fu necessitato partire per Germania al servizio, come abbiam detto, della serenissima arciduchessa: e con tale sua gita venne ad incontrare congiuntura pi adeguata, per dilatare alquanto l'opera sua; perch, essendo egli col forestiero e senza l'uso di quella lingua, e perci non avendo con chi conversare, talvolta, o stanco dal dipingere, o attediato dalla lunghezza de'giorni o delle veglie, si serrava nella sua stanza, e si applicava alla leggenda finch la condusse a quel segno che gli pareva abbisognare per dedicarla alla serenissima sua signora siccome fece colla citata lettera. Tornatosene poi alla patria, ed avendo fatto assaporare agli amici il suo bel concetto, gli furono tutti addosso con veementi e vive persuasioni, acciocch egli dovesse darle fine, non di una breve leggenda come egli si era proposto ma di uno intero e bene ordinato poema.
Uno di coloro, che a ci fare forte lo strinsero, fu il molto virtuoso Francesco Rovai; a persuasione del quale vi aggiunse la mostra dell'armata di Baldone. Agli ufizi efficacissimi del Rovai si aggiunsero quelli di altri amici, e particolarmente di Antonio Malatesti, autore della Sfinge, e de'bei Sonetti, che poi dopo la sua morte sono stati dati alle stampe, intitolati: Brindis de'Ciclopi. Grandissimi furono ancora gli stimoli, che egli ebbe a ci fare da Salvator Rosa, non meno rinomato pittore, che ingegnoso poeta. Da questo ebbe il Lippi il libro, intitolato: Lo Cunto de li Cunti, ovvero Trattenemiento de li Piccerille, composto al modo di parlare napolitano, dal quale trasse alcune bellissime novelle: e, messele in rima, ne adorn vagamente il suo poema. Chi queste cose scrisse, il quale ebbe con lui intrinseca dimestichezza, e in casa del quale il Lippi lesse pi volte in conversazione d'amici quanto aveva finito, a gran segno l'importun dello stesso: ed ebbe con lui sopra le materie, che e'destinava di aggiungervi, molti e lunghi ragionamenti; tantoch egli finalmente si risolv di applicarvisi por davvero. Ci faceva la sera a veglia con suo grandissimo diletto, solito a dire al nominato scrittore, che in tale occasione bene spesso toccava a lui il fare la parte di chi compone e quella di chi legge; perch nel sovvenirli i concetti, e nell'adattare al vero i proverbi, non poteva tener le risa. E veramente  degno il Lippi di molta lode, in questo particolarmente, di aver saputo, per dir cos, annestare a'suoi versi i proverbi, e gli idiotismi pi scuri: e quelli adattare a'fatti s propri, che pu chicchessia, ancorch non pratico delle propriet della nostra lingua, dal fatto medesimo, e dal modo, e dalla occasione in che sono portati, intender chiaramente il vero significato di molti di loro. E ci sia detto, oltr'a quanto si potrebbe dire in sua lode, e de'suoi componimenti. Per un giocondissimo divertimento, e ricreazione, nell'ordinazione di cui non ischif i concetti pure di chi tali cose scrive: aggiunsevi molti episodi col canto dell'Inferno: e finalmente in dodici cantari termin il bel poema del Malmantile Racquistato, al quale volle fare gli argomenti per ogni Cantare il gi nominato Antonio Malatesti.
L'allegoria del suo Poema fu, che Malmantile vuol significare in nostra lingua toscana, una cattiva tovaglia da tavola; e che, chi la sua vita mena fra l'allegria de'conviti, per lo pi si riduce a morire fra gli stenti. N  vero ci, che da altri fu detto, che egli per beffa anagrammaticamente vi nominasse molti gentiluomini, ed altri suoi confidenti: perch ci fece egli per mera piacevolezza, con non ordinario gusto di tutti loro, i quali con non poca avidit ascoltando dall'organo di lui le proprie rime, oltre modo goderono di sentirsi leggiadramente percuotere da'graziosi colpi dell'ingegno suo. Chi vorr sapere altri accidenti, occorsi nel tempo che il Lippi conduceva quest'opera, legga quanto ha scritto il dottor Paolo Minucci nelle sue eruditissime Note fatte allo stesso Poema, per le quali viene egli, quanto altri immaginar si possa, illustrato ed abbellito.
Non voglio per lasciar di dire in questo luogo, come un solo originale di quest'opera usc dalla penna del Lippi, messo al pulito, che dopo sua morte rest appresso de'suoi eredi: ed una accuratissima copia del medesimo, riscontrata con ogni esattezza da esso originale, fu appresso del cavaliere Alessandro Valori, gentiluomo di quelle grandi qualit e doti, di che altrove si  fatta menzione. Questo cavaliere era solito alcune volte fra l'anno di starsene per pi giorni in alcuna delle sue ville d'Empoli vecchio, della Lastra, o altra, in compagnia di altri nobilissimi gentiluomini, e del virtuoso cavaliere Baccio suo fratello, dove soleva anche frequentemente comparire Lionardo Giraldi proposto d'Empoli, che all'integrit de'costumi e affabilit nel conversare, ebbe fino da'primi anni congiunto un vivacissimo spirito di poesia piacevole, in stile bernesco, come mostrano le molte e bellissime sue composizioni: ed a costoro fece sempre provare il Valori, oltre il godimento di sua gioconda conversazione, effetti di non ordinaria liberalit, con un molto nobile trattamento di ogni cosa, con cui possa, e voglia un animo nobile e generoso, onorare chichessia nella propria casa. Con questi era bene spesso chiamato il Lippi, e non poche volte ancora lo scrittore delle presenti notizie, che in tale occasione volle sempre essere suo camerata. Veniva Lorenzo ben provvisto colla bizzarria del suo ingegno e col suo poema; con quella condiva il gusto del camminare a diporto, il giuoco, e l'allegria della tavola, mediante i suoi acutissimi motti: e con questo faceva passare il tempo della vegghia con tanto gusto, che molti, che sono stati soliti di godere di tale conversazione, ed io non meno di essi, non dubito di affermare di non aver giammai per alcun tempo veduto giorni pi belli.
Ma tornando al poema, ne son poi a lungo andare uscite fuori altre moltissime copie di questa bell'opera, tutte piene di errori; laonde il gi nominato dottor Paolo Minucci volterrano, soggetto di quella erudizione che  nota, e che ci ha dato saggio di essere uno de'pi leggiadri ingegni del nostro tempo, avendo trovato modo di averla tale quale usc dalla penna dell'autore, ha poi fatto, che noi l'abbiamo finalmente veduta data alla luce, e dedicata al serenissimo cardinale Francesco Maria di Toscana, coll'aggiunta delle eruditissime Note, che egli vi ha fatte per commissione della gloriosa memoria del serenissimo cardinale Leopoldo, acciocch meglio si intendano fuori di Toscana alcune parole, detti, frasi, e proverbi, che si trovano in essa, poco intesi altrove che in Firenze.
Non voglio per ultimo lasciar di notare, quanto fu solito raccontare l'abate canonico Lorenzo Panciatichi, cavaliere di quella erudizione che a tutti  nota: e fu, che con occasione di aver con altri cavalieri viaggiato a Parigi, fu ad inchinarsi alla maest del Re, il quale lo ricev con queste formali parole: Signore abate, io stavo leggendo il vostro grazioso Malmantile: e raccontava pure l'abate stesso, che la maest del Re d'Inghilterra fu un giorno trovato con una mano posta sopra una copia di questo libro, che era sopra una tavola: e tutto ci segu molti anni prima, ch'e'fosse dal Minucci dato alle stampe.
Tornando ora a parlare di pitture, molte furono le opere, che fece il Lippi; il quale finalmente pervenuto all'et di cinquantotto anni, per l'indefesso camminare, ch'e'fece un giorno, com'era suo ordinario costume, anche nell'ore pi calde, e sotto la pi rigorosa sferza del Sole, parendogli una tal cosa bisognevole alla sua sanit, avendo anche quella mattina preso un certo medicamento, assalito da pleuritide con veemente febbre, con straordinario dolore degli amici, e con segni di ottimo cristiano, come egli era stato in vita, fin il corso de'giorni suoi: e fu il suo corpo sepolto nella chiesa di Santa Maria Novella nella sepoltura, di sua famiglia. Lasci due figliuoli maschi, e tre femmine: il primo de'maschi si chiam Giovan Francesco, che vest l'abito della Religione Vallombrosana, e Antonio, che vive al presente in giovanile et. Delle femmine, la prima ha professato nel convento di San Clemente di Firenze: la seconda vest l'abito religioso nel Monte a San Savino: e l'altra fu maritata a Gio. Giacinto Paoli, cittadino Fiorentino, che premor al marito senza figliuoli.
Fu il Lippi persona di ottimi costumi. amorevole e caritativo; perloch merit di essere descritto nella venerabile Compagnia della Misericordia, detta volgarmente de'Neri, che ha per istituto il consolare e aiutare i condannati alla morte: ed in essa fu molto fervoroso. Non fu avido di roba, o interessato: ma se ne visse alla giornata col frutto delle sue fatiche, e di quel poco che gli era restato di patrimonio. Ma perch tale  l'umana miseria, che a gran pena si trova alcuno, per altro virtuoso, che alla propria virt non congiunga qualche difetto, possiamo dire che il Lippi, pi per una certa sua natural veemenza d'inclinazione che per altro, in questo solo mancasse, e facesse anche danno a s stesso, in essere troppo tenace del proprio parere in ci che spetta all'arte, cio d'averne collocata la perfezione nella pura e semplice imitazione del vero, senza punto cercar quelle cose, che senza togliere alle pitture il buono e 'l  vero, accrescono loro vaghezza e nobilt: la qual cosa molto gli tolse di quel gran nome, e delle ricchezze, che egli avrebbe potuto acquistare, se egli si fosse renduto in questa parte alquanto pi pieghevole all'altrui opinioni. In prova di che, oltre a quanto io ne so per certa scienza, per altri casi occorsi, raccontommi un gentiluomo di mia patria, che avendo avuto una volta d oltre i monti commissione di far fare quattro tavole da altare a quattro de'pi rinomati pittori d'Italia; egli una ne allog, se bene ho a mente, al Passignano, una al Guercino da Cento, ed una ad altro celebre pittore di Lombardia, che bene non mi si ricorda, e una finalmente al Lippi: ed a questo la diede con patto, ch'egli si dovesse contentare di dipignerla secondo quella invenzione che egli gli avrebbe fatto fare da altro valoroso artefice, s quanto al numero e all'attitudine delle figure, quanto al componimento, abbigliamento, architetture. e simili: e dissemi di pi il gentiluomo, che fatta che fu l'invenzione in piccolo disegno, il Lippi si pose a operare, e a quella in tutto e per tutto si conform con gli studi delle figure: e finalmente condusse un'opera, che riusc, a parere di ognuno, la pi bella di tutte le altre. Pot tanto in Lorenzo quest'apprensione di voler poco abbigliare le sue invenzioni, che non diede mai orecchio ad alcuno che fosse stato di diverso parere: e al dottore Giovambatista Signi, celebre medico, che avendogli fatto fare una Juditta colla testa di Oloferne si doleva ch'e'l'avesse vestita poveramente e poco l'avesse abbigliata; rispose doversi lui contentare ogni qualvolta egli per far quella figura pi ricca, le aveva messo in mezzo al petto un gioiello di s grossi diamanti, che sarebbero potuti valere trentamila scudi: ed esser quell'altro adornamento solo di pochi cenci e di quattro svolazzi. Dir pi, che questo suo gusto tanto fermo nella prima imitazione fece s che poco gli piacquero le pitture di ogni altro maestro, che avesse diversamente operato, fussesi pure stato quanto si volesse eccellente: e si racconta di lui cosa che pare assolutamente incredibile, ma per altrettanto vera, e fa: che egli passando di Parma al suo ritorno d'Ispruck, n meno si cur di punto fermarsi per vedere la maravigliosa cupola e le altre diversissime pitture che sono in quella citt, di mano del Coreggio. E sia ci detto per mostrar quanto sia vero che a quel professore di queste belle arti, che intende di giugnere a maggiori segni della virt, della stima e dell'avere, fa di mestieri talvolta, ricredendo il proprio parere, agli esempi di coloro accostarsi, che a giudizio universale de'pi periti gi hanno ottenuto il possesso di eccellenza sopra di ogni altro artefice.



PRIMO CANTARE

Argomento

Marte, sdegnato perch il Mondo  in pace,
Corre, e dal letto fa levar la suora:
E in finto aspetto, e con parlar mendace
Mandala a svegliar l'ire in Celidora.
Fa la mostra de'suoi Baldone audace:
Indi all'imbarco non frappon dimora:
E per via narra con che modo indegno
Bertinella occupato avea il suo Regno.


1
Canto lo stocco e 'l batticul di maglia(1),
Onde Baldon sotto guerriero arnese(2),
Movendo a Malmantile aspra battaglia,
Fece prove da scriverne al paese,
Per chiarir Bertinella e la canaglia(3)
Che fu seco al delitto in crimenlese(4),
Del fare a Celidora sua cugina,
Per cansarla del regno, una pedina(5).

2
O Musa che ti metti al Sol di state
Sopra un palo a cantar con s gran lena,
Che d'ogn'intorno assordi le brigate,
E finalmente scoppi per la schiena;
Se anch'io, sopr'alle picche dell'armate,
Vlto a Febo, con te vengo in iscena,
Acciocch'io possa correr questa lancia(6),
Dammi la voce, e grattami la pancia(7).

3
Alcun forse dir ch'io non so cica,
E ch'io farei il meglio a starmi zitto.
Suo danno; innanzi pur; chi vuol dir dica:
Fo io per questo qualche gran delitto?
S'io dir male, il Ciel la benedica;(8)
A chi non piace, mi rincari il fitto(9).
Non so s'e'se la sanno questi sciocchi,
Ch'ognun pu far della sua pasta gnocchi.

4
Mi basta sol se Vostra Altezza(10) accetta
D'onorarmi d'udir questa mia storia
Scritta cos come la penna getta,
Per fuggir l'ozio, e non per cercar gloria:
Se non le gusta, quando l'avr letta,
Torner bene il farne una baldoria(11);
Ch le daranno almen qualche diletto
Le monachine quando vanno a letto.

5
Offerta gliel'avea gi, lo confesso;
Ma sommene anche poi morse le mani,
Perch il filo non va n ben n presso(12),
E versi v' che il Ciel ne scampi i cani.
Ma poi ch'ella la vuole, ed io ho promesso,
Non vo'mandarla pi d'oggi in domani;
Ch chi promette, e poi non la mantiene,
Si sa, l'anima sua non va mai bene.

6
Ma che? siccome ad un che sempre ingolla
Del ben di Dio(13), e trinca del migliore,
Il vin di Brozzi(14), un pane e una cipolla
Talor per uno scherzo(15) tocca il cuore(16);
Cos la vostra idea(17), di gi satolla
Di que'libron che van per la maggiore(18),
Forse potr, sentendosi svogliata,
Far di quest'anche qualche corpacciata.

7
Gi dalle guerre le provincie stanche,
Non sol pi non venivano a battaglia;
Ma fur banditi gli archi e l'armi bianche
Ed eziam il portare un fil di paglia:
Vedeansi i bravi acculattar le panche,
E sol menar le man sulla tovaglia;
Quando Marte dal ciel fa capolino,
Come il topo dall'orcio al marzolino(19):

8
Ch d'averlo non v' n via n modo,
Se dentr'ad un mar d'olio(20) non si tuffa:
E reputa il padron degno d'un nodo(21),
Che lo lascia indurire e far la muffa,
Cos Marte, che vede l'armi a un chiodo
Tutt'appiccate, malamente sbuffa,
Che metter non vi possa su le zampe,
E che la ruggin v'abbia a far le stampe.

9
Sbircia di qua di l per le cittadi
N altre guerre o gran campion discerne,
Che battaglie di giuoco a carte e a dadi,
E stomachi d'Orlandi(22) alle taverne.
Si volta, e d un'occhiata ne'contadi,
Che gi nutrivan nimicizie eterne;
E non vede i villan far pi quistione,
In fuor che colla roba del padrone.

10
Ond'ei, che in testa quell'umor si  fitto,
Che l'uom si crocchi(23) pur giusta sua possa;
Senza picchiar n altro, gi sconfitto
L'uscio a Bellona manda in una scossa.
Niun fiata perci, non sente un zitto,
Perch'ella dorme, e appunto  in sulla grossa;
Poich la sera avea la buona donna
Cenato fuora e preso un po'di nonna(24).

11
Le scale corre lesto come un gatto:
Poi dal salotto in camera trapassa:
E vede sopra un letto malrifatto,
Ch'ell' rinvolta in una materassa;
Sta cheto cheto, e con due man di piatto
Batte la spada sopr'ad una cassa:
La qual s'aperse, ed ei, vistevi drento
Robe manesche(25), a tutte fece vento(26).

12
Ma non fa s che la sorella sbuchi,
Di modo ch'ei la chiama e le fa fretta:
La solletica, e dice: Ovva, fuor bruchi(27):
Lo spedalingo(28) vuol rifar le letta.
S'allunga e si rivolta come i ciuchi
Ella, che ancor del vino ha la spranghetta(29):
E fatto un chiocciolin(30) sull'altro lato,
Le vien di nuovo l'asino legato(31).

13
Oh corna! disse il re degli smargiassi:
E intanto le coperte avendo preso,
Le ne tira lontan cinquanta passi;
Ma in terra anch'egli si trov disteso;
O che per la gran furia egli inciampassi;
O ch'elle fusson di soverchio peso;
Basta ch'ei batt il ceffo, e che gli torna
In testa la bestemmia delle corna(32).

14
Ella svegliata allora esc del nidio:
E dicendo che 'n ci gli sta il dovere,
E ch'ei non ha n garbo n mitidio(33),
Non si pu dalle risa ritenere;
Cosa ch'a Marte diede gran fastidio:
Ma perch'ei non vuol darlo a divedere,
Si rizza e froda(34) il colpo che gli duole:
Poi dice che vuol dirle due parole.

15
D'pur, la dea risponde, ch'io t'ascolto:
Hai tu finito ancora? ovva d'presto;
Ma prima di quei panni fa'un rinvolto,
E gettalo in sul letto, ch'io mi vesto.
Quello non sol, ma quanto aveva tolto
Di quella cassa, ei rende, e mette in sesto:
E postosi a seder su la predella(35),
Con gravit dipoi cos favella.

16
Sirocchia, male nuove; poich in terra
Veggiam ch'all'armi pi nessuno attende;
Onde il nostro mestiere, idest la guerra,
Che sta in sul taglio(36), non fa pi faccende.
Sai che la Morte ne molesta e serra,
Che la sua stregua(37) anch'ella ne pretende;
E se non se le d soddisfazione,
La ci far marcir 'n una prigione.

17
Bisogna qui pigliar qualche partito,
Se noi non vogliam ir nella malora:
Ed un ce n', ch' buono arcisquisito,
Qual , che si risvegli Celidora(38),
C'ha dato un tuffo nello scimunito(39),
Mentre di Malmantil si trova fuora;
E passandola sempre in piagnistei,
Pigra si sta, come non tocchi a lei.

18
Ma come quella, pare a me, che aspetta
Che le piovano in bocca le lasagne,
Senza pensare un Jota alla vendetta,
La sua disgrazia maledice, e piagne.
Or mentre(40) ch'ella in arme non si metta
Per racquistar lo scettro e sue campagne,
Molto male per noi andr il negozio,
Che muoiam di mattana(41) e crepiam d'ozio.

19
Chi sa? forse costei se ne sta cheta,
Perch'ella vede esser legata corta(42);
Che s'ell'avesse un d gente e moneta,
Tu la vedresti uscir di gatta morta;
Ma qui Baldon far dall'A alla Zeta;
(43)So quel ch'io dico, quando dico trta:
Ritrova tu costei, sta'seco in tuono(44);
Ch quant'al resto, anch'io far di buono(45).

20
Vattene dunque, e in abito di mago,
Dopo il formar gran circoli e figure,
Conchiudi e dille che tu se'presago
Che presto finiran le sue sciagure:
E quel tuo corazzon pelle di drago(46),
Imbottito d'insulti e di bravure,
Mettile indosso; ch vedra'la poi
Far lo spavaldo pi che tu non vuoi.

21
Bellona, che ha il medesimo capriccio
Di far braciuole, va col sarrocchino(47)
E col bordone e un bel barbon posticcio,
Sembrando un venerabil pellegrino:
E fatto di parole un gran piastriccio,
Esser dicendo astrologo e indovino,
Che vien di quel discosto pi lontano(48),
La ventura le fa sopr'alla mano.

22
Ove dopo mostrato ogni accidente
Di tutta la sua vita pel passato,
Soggiunge che per via d'un suo parente(49)
In breve tempo riavr lo Stato;
Per si metta in arme, ch un presente
Le fa d'un panceron(50), che, ancorch usato,
Ripara i colpi ben per eccellenza:
E poi piglia da lei grata licenza(51).

23
Gi il termine di un anno era trascorso
Che Celidora avea perduto il regno;
Quando non pur le spiacque il caso occorso,
Ma volle un tratto(52) ancor mostrarne segno.
Perci richiesto ai convicin soccorso,
Che un piacer fatto non avrian col pegno,
E tenevano il lor tanto in rispiarmo,
Ch'egli era giusto, come(53) leccar marmo;

24
Fece spallucce(54) a Calcinaia e a Signa(55);
Ma la pania al suo solito non tenne(56),
Perch terren non v'era da por vigna(57).
Cal nel piano, e ad Arno se ne venne,
Ove Baldon facea nella Sardigna(58)
Vele spiegare e inalberare antenne,
Fermato avendo l, come buon sito,
D'armati legni un numero infinito.

25
Costui, quando Bellona fu inviata
A Celidora, come gi s'intese,
Da Marte avea avuto una fardata(59),
Che lo tenne balordo pi d'un mese:
E gli messe una voglia sbardellata
Di far battaglia e mille belle imprese;
Ond'egli, entrato in fregola s fatta,
Fece toccar tamburo a spada tratta.

26
Poich pedoni egli ebbe e gente in sella
Tanta, che al fin si chiama soddisfatto;
Render volendo il regno alla sorella,
E farle far bandiera di ricatto(60),
Destin muover guerra a Bertinella,
Che a lei gi dato avea lo scacco matto:
Cos con quell'armata e quei disegni,
In Arno messe i sopraddetti legni.

27
Ov'anco in breve Celidora arriva
Con armi indosso, ed altre da far fette;
Perch una volta al fin fattasi viva,
Ha risoluto far le sue vendette;
Ch l'usbergo incantato della diva
L'ha fatta diventar l'ammazzasette(61):
Ed alle risse incitala talmente,
Ch'ella pizzica poi dell'insolente.

28
Non cos tosto al campo si conduce,
Come la suora vuol del dio soldato,
La Marfisa di nuovo posta in luce(62),
Ch'ell'esce affatto fuor del seminato(63):
E col brando, che taglia, com'ei cuce(64),
Da far proprio morire un disperato(65),
Vuol trucidar ognun, ognun vuol morto:
E guai a quello che la guarda torto.

29
Se guarda,  dispettosa e impertinente:
E sempre vuol che stia la sua di sopra(66).
Talor affronta per la via la gente,
Cercando liti, quasi franchi l'opra(67).
Ne venga, dice, pur chi vuol niente;
Perocch chi mi d che far, mi sciopra(68).
Giunta, in questa, in un campo pien di cavoli,
N'affett tanti, che Beati Pavoli. (69)

30
Cos piena di fumi, e d'umor bravi,
Che te l'hanno cavata di calende(70),
Rivolge l'occhio al popol delle navi,
L dove Brescia romoreggia(71) e splende:
E va per infilarne sette ottavi;
Ma nel pensar dipoi, che, se gli offende,
Far non potrebbe lor se non mal giuoco,
Gli vuol lasciar campare un altro poco.

31
Alfin, deposto un animo s fiero,
In genio cangia appoco appoco l'ira:
E come un orsacchin che appi d'un pero
A bocca aperta i pomi suoi rimira;
Ferma, impalata quivi come un cero,
Fissando in loro il sguardo, sviene e spira:
N pu vivere alfin, se non domanda
Ove l'armata vada, e chi comanda.

32
S'abbocca appunto con Baldone stesso:
E sentendo ch'egli ha tai gente fatte,
Per rimettere in sesto ed in possesso
Una cugina sua, ch' per le fratte(72);
Ben ben lo squadra, e dice: Egli  pur desso!
Ors, ch'io casco in pi, come le gatte:
Ed esclama dipoi: Quest' un'azione
Che veramente  degna di Baldone.

33
Maravigliato allora il sir d'Ugnano;
E chi sei, disse, tu, che sai il mio nome?
Io ti conosco gi di lunga mano(73),
Ella rispose, e acci tu sappia il come,
Celidora son io del re Floriano,
Fratello d'Amadigi di Belpome:
E con tutto che gi sieno anni Domini(74)
Ch'io non ti viddi, so come ti nomini.

34
S'ell', dic'ei, cos, noi siam cugini:
E subito si fan cento accoglienze:
Ed ella a lui ne rende mill'inchini;
Egli altrettante a lei fa riverenze.
Cos fanno talor due fantoccini
Al suon di cornamusa per Firenze;
Che l'uno incontro all'altro andar si vede,
Mosso da un fil, che tien chi suona, al piede.

35
Poich le fratellanze e i complimenti
Furon finiti, a lei fece Baldone
Quivi portar un po'di sciacquadenti,
O volete chiamarla colazione.
Or mentre ch'ella scuffia a due palmenti(75),
Pigliando un pan di sedici(76) a boccone,
Si muove il campo, e sott'alla sua insegna
Ciascun passa per ordine a rassegna.

36
E per il primo viensene in campagna
Pappolone(77), il marchese di Gubbiano(78):
Colui che nel conflitto della Magna
Estinse il Gallo e seppell il Germano(79).
 la sua schiera numerosa e magna:
E perch'egli  soldato veterano,
Ha nell'insegna una tagliente spada
Ch' in pegno all'osteria di Mezzastrada(80).

37
Bieco de'Crepi(81), duca d'Orbatello,
Mena il suo terzo(82), che ha il veder nel tatto;
Cio, perch'ei da un occhio sta a sportello(83),
Soldati ha preso c'hanno chiuso affatto.
Son l'armi loro il bossolo(84) e il randello:
Non tiran paga, reggonsi d'accatto:
Soffiano, son di calca(85), e borsaiuoli,
E nimici mortal de'muricciuoli(86).

38
La strada i pi si fanno col bastone;
Altri la guida segue d'un suo cane;
Chi canta a pi d'un uscio un'orazione,
E fa scorci di bocca e voci strane;
Chi suona il ribecchin, chi il colascione;
Cos tutti si van buscando il pane.
Han per insegna il diavol de'Tarocchi(87),
Che vuol tentar un forno pien di gnocchi.

39
Dietro al Duca, che ognun guarda a traverso,
Vanno cantando l'aria di Scappino(88):
Ma non giunsero al fin del terzo verso,
Che venuto alla donna il moscherino,
Fatto a Bieco un rabbuffo a modo e a verso,
Gli disse: S'io v'alloggio, dimmi Nino(89);
Perch'io non veddi mai in vita mia
Pigliare i ciechi(90), fuor che all'osteria.

40
Signora, rispos'egli, bench cieca,
Fu per sempre simil gente sgherra:
Con quel batocchio zomba a mosca cieca,
Senza riguardo, come dare(91) in terra:
Sott'ogni colpo intrepida s'arreca,
Che non vede i perigli della guerra:
 cieca,  ver; ma pure il pan pepato(92)
 pi forte, se d'occhi egli  privato.

41
Ovvia, diss'ella, tira innanzi il cocchio,
E se costoro a guerreggiar son atti,
Tienteli pure, e non mi stare a crocchio;
Mentr'egli  tempo qui di far di fatti.
Va'dunque, o forte e invitto bercilocchio,
Ch i nemici da te saran disfatti;
Perch in veder la tua bella figura,
Cascan morti, senz'altro, di paura.

42
Ne segue intanto Romolo Carmari,
Cavalier di valore e di gran fama;
Ma sfortunato, perch co'danari,
Giocando, egli ha perduto anco la dama.
Colle pillole, date a'suoi erari(93),
L'affetto evacu l'Arpia ch'egli ama;
Talch, senz'un quattrino, ammartellato(94)
Alla guerra ne va per disperato.

43
Dopo un'insegna nera, che v' drento
Cupido morto con i suoi piagnoni,
Marciar si vede un grosso reggimento
Ch'egli ha d'innumerabili Tritoni(95):
Al cui arrivo ognun per lo spavento
Si rincantuccia ed empiesi i calzoni(96):
E da lontano infin dugento leghe
S'addoppiano i serrami alle botteghe.

44
Or comparisce Dorian da Grilli(97),
Che nella guerra  cos buon soggetto,
Che metterebbe gli Ettori e gli Achilli,
E quanti son di loro, in un calcetto(98).
Scrive sonetti, canta ognor di Filli;
E, buon compagno, piacegli il vin pretto;
Rubato, per insegna, ha nel Casino
Il quattro delle coppe(99), che ha il Monnino(100).

45
Fra Ciro(101) Serbatondi, il sir di Gello,
Che in Pindo a Mona Clio sostiene il braccio(102);
Egeno de'Brodetti, e Sardonello
Vasari ch' padron di Botinaccio,
Conducon tanta gente, ch' un flagello,
Da far che le pagnotte abbiano spaccio:
Di cui(103) (perch il mestar diletta a ognuno)
Si pigliano il comando a un d per uno.

46
Di foglio(104) per impresa, un bel cartone
Insieme colla pasta egli hanno messo,
Dei lor fantocci, i quali da Perlone
Soglion copiare, o disegnar dal gesso.
Nel mezzo v'han dipinto d'invenzione
L'impresa lor, nella quale hanno espresso
Sulle tre ore il venticel rovaio,
Che ha spento il lanternone a un bruciataio(105).

47
Nanni Russa del Braccio, ed Alticardo
Conducon quei di Brozzi e di Quaracchi(106),
Che, perch bevon quel lor vin gagliardo(107),
Le strade allagan tutte co'sornacchi.
Hanno a comune un lor vecchio stendardo,
Da farne a'corvi tanti spauracchi:
E dentro per impresa v'hanno posto
Gli spiragli del d di Ferragosto(108).

48
Gustavo Falbi, cavalier di petto,(109)
Con Doge Paol Corbi or n'incammina
Gl'incurabili tutti, e 'l lazzeretto,
Gente che usca di far la quarantina.
Van molti a grucce, in seggiola, e nel letto;
Perch non son ancor netta farina,
Fan per impresa in un lenzuol che sventola,
Un pappino rampante ad una pentola.

49
Bel Masotto Ammirato anch'egli passa,
Lindo garzon, d'ogni virt dotato:
Che pu, de'soldi avendo nella cassa,
Pisciare a letto, e dire: Io son sudato;
Ma per l'ipocondria che lo tartassa,
Ei si d a creder d'essere ammalato;
Ma e'mangia, beve, e dorme il suo bisogno,
(Ch' sino a vespro) e poi si leva in sogno(110).

50
Collo scenario in mano e il mandafuora(111),
Va innanzi a'nobil suoi commilitoni;
Pancrazio, Pedolino e Leonora
Lo seguon con un nugol d'istrioni,
C'hanno un'insegna non finita ancora;
Perch Anton Dei con tutti i suoi garzoni,
In cambio di sbrigar quella faccenda,
 ito al Ponte a Greve(112) a una merenda.

51
Don Panfilo Piloti move il passo,
Ch, tracch per usanza mai sta cheto,
Or ch'ei fa moto, fa s gran fracasso,
Ch'io ne disgrado il diavol 'n un canneto.
Assorda il mondo pi d'ogn'altro il grasso
Papirio Gola, ch'appunto gli  dreto:
Il qual vest di lungo(113), e fu guerriero;
Perocch poco gli fruttava il clero.

52
E n'ha fatto con esso de'rammanzi(114),
Che un po'di campanile(115) non gli alloga:
E questa  la cagion, che l tra'lanzi(116)
Da soldato n'and 'n Oga Magoga(117):
N quivi essendo men(118) tirato innanzi,
Pos la spada, e ripigli la toga:
E per lo meglio si risolse alfine
Tornare a casa a queste stiacciatine(119).

53
Al che tra molti commodi s'arroge
Quel ber del vin, ch' troppo cosa ghiotta.
Qua(120) birre, qua salcraut(121), qua cervoge;
A casa mia dicea, del vin s'imbotta;
Per finianla: Cedant arma tog :
Io non la voglio, in quanto a me, pi cotta(122):
Guerreggi pur chi vuol, s'ammazzi ognuno,
Ch'io per me non ho stizza con nessuno.

54
Cos rinunzia l'armi a Giove, e stima
D'essere il pi liet'uom che calchi terra:
Pensa stato mutar cangiando clima;
Ma trovata l'Italia tutta in guerra,
 forzato ferrarsi pi che prima:
"Ecco il giudizio uman come spess'erra!"(123)
Crede tornar tra genti quiete e gaie,
E fugge l'acqua sotto le grondaie.

55
Tra Don Panfilo e lui uno squadrone
Dal Pontadera(124) aspettano e da Vico,
Che parte per la via vanno a Vignone(125),
E parte fanno un sonno a pi d'un fico.
Costoro empion di rena un lor soffione;
E quando sono a fronte all'inimico,
Gliela schizzan nel viso; ed in quel mentre
Gli piglian gli altri la misura(126) al ventre.

56
L'insegna di costoro  un montambanco,
Che ha di gi dato alli suoi vasi il prezzo;
E detto che son buoni al mal del fianco;
E strolagato, e chiacchierato un pezzo:
Ma trovandosi al fin sudato e stanco,
E non avendo ancor toccato un bezzo,
Si scandolezza(127) ed entra in grande smania;
Poi dice ch'e'si parte per Germania.

57
Uomini bravi quanto sia la Morte,
Scandicci n'ha mandati e Marignolle(128);
Gente che si pu dir ch'abbia del forte,
Poich'ella ammazza(129) gli agli e le cipolle.
Sue lance i pali son, targhe le sporte,
Archibusi le man, le palle zolle:
Va ben di mira, e colpo colpo imbreccia,
Massime quand'altrui vuol dar la freccia(130).

58
Vien comandata da Strazzildo Nori,
Ch' chimico, poeta e cavaliere:
Ed  quei che in un quadro co'colori
Fece quei fichi che divenner pere.
E perch questo  il re de'bell'umori,
Per dimostrar quanto gli piaccia il bere,
Ha per impresa un Lanzo(131) a due brachette,
Che il molle insegna trar dalle mezzette.

59
Morbido Gatti, Enrigo Vincifredi
A far venire innanzi ecco son pronti
I fanti che ne d il Ponte a Rifredi(132),
Che mille sono annoverati e conti.
Han certi santambarchi(133) fino a'piedi,
Che chiaman(134) il zimbel(135) di l da'monti,
E paion con la spada in sulle polpe
Un che faccia lo strascico(136) alla volpe.

60
Nell'insegna han ritratto un uom canuto(137),
Che troppo avendo il crin (per esser vecchio)
Fioccoso e lungo, un fanciullino astuto
Dietro gli grida: Gli abbrucia il pennecchio.
Da questa schiera qui s' provveduto
Gran ceste, piene d'uova e di capecchio,
Con fasce, pezze e taste, accomodate
Per farsi alle ferite le chiarate.

61
 General di tutta questa mandra
Amostante Laton(138), poeta insigne;
Canta improvviso come una calandra(139):
Stampa gli enigmi, strolaga e dipigne.
Lasci, gran tempo fa, le polpe in Fiandra(140),
Mentre si dava il sacco a certe vigne.
Fortuna, che l'avea matto provato,
Volle ch'ei diventasse anche spolpato(141).

62
Passati tutti con baule e spada,
Serransi in barca come le sardelle.
Gli affretta il duca, e chi lo tiene a bada
O ferma un passo, guai alla sua pelle;
Ch'ei lo bistratta, comech(142) ne vada
Gi la vinaccia e il sangue a catinelle:
E bench lesto ciaschedun rimiri,
Non gli d tanto tempo ch'ei respiri.

63
Perci imbarcati tutti in un momento,
Poich Baldon facea cos gran serra,
Si spiegaron l'insegne e vele al vento.
Quando le navi si spiccr da terra,
Ed egli allora entr in ragionamento
Di quel che lo spingeva a far tal guerra;
Ma per contarla pi distesa e piana,
Incominci cos dalla lontana.

64
Risiede Malmantil sovra un poggetto:
E chiunque verso lui volta le ciglia,
Dice che i fondatori ebber concetto
Di fabbricar l'ottava maraviglia.
L'ampio paese(143) poi, che egli ha soggetto,
Non si sa (vo'giuocare) a mille miglia:
V' l'aria buona, azzurra oltramarina:
E non vi manca latte di gallina(144).

65
Il re di questo regno, giunto a morte,
La mia cugina qui, che fu sua Donna
(Non avendo figliuoli, o altri in Corte
Propinqui pi), lasci donna e madonna;
Ma come volle la sua trista sorte,
Un certo diavol d'una Mona Cionna(145),
Figliuola d'un guidone(146) ignudo e scalzo,
Ne venne presto a farle dar lo sbalzo.

66
Gobba e zoppa  costei, orba e mancina,
Ha il gozzo, e da due sfregi il viso guasto:
Scorse in Firenze ognor la cavallina(147)
Ne'lupanari, con gran pompa e fasto:
E perch ossequi avea sera e mattina,
E il titol di Signora a tutto pasto,
Fatta arrogante, alfine alz il pensiero
A voler questi onori da dovero.

67
Cos la mira ad alto avendo messa,
A'suoi frustamattoni(148) un d ricorsa,
Bramar dice una grazia, e che in essa
Non si tratta di scorporo di borsa,
Ma perch aspira a farsi Principessa,
Desidera da loro esser soccorsa,
Col loro aiuto, volendo, e consiglio
Provar, se a Malmantil pu dar di piglio.

68
Pronto  ciascuno, e vuol tra mille stocchi
Esporre il ventre, come un paladino;
Ch, per servire a dame, tali allocchi
Cercan l'occasion col fuscellino;
Ma non si parli o tratti di baiocchi,
Perch non hanno un becco d'un quattrino,
E credon, promettendo Roma e Toma(149),
Di spacciar l'oro della bionda chioma(150).

69
Era tra'molti suoi pi fidi amanti
Un ciarlon, che per detto  il Cornacchia(151):
Ed  di quei pittor che i viandanti
Collo stioppo dipingono alla macchia(152):
E perch nella lingua ha il suo in contanti,
Molto si vanta, assai presume e gracchia:
E finalmente colorisce e tratta
Questo negozio come cosa fatta.

70
Scrive un viglietto poi segretamente
Ad un compagno suo capobandito;
Dicendo, che veduta la presente,
Il suo bagaglio subito ammannito,
Di notte tempo meni la sua gente
A Rimaggio(153), alla Svolta del Romito;
Ma vada alla spezzata e pe'tragetti:
E senza pensar altro ivi l'aspetti.

71
And la carta: e quei ch'ebbe l'intesa,
Come quel che invitato era al suo giuoco,
Andonne e guid seco a quell'impresa
Cent'uomin, colle lor bocche di fuoco.
Quivi il Cornacchia e quella buona spesa(154)
Di Bertinella giunsero fra poco,
Anch'eglino con grossa e folta schiera
D'una gente da bosco e da riviera.

72
Dopoch insieme tutti fur costoro,
Si fece de'pi degni una semblea,
Del come, discorrendo fra di loro,
Sorprendere il castello si dovea;
Onde il Cornacchia, in mezzo al concistoro
Rizzato in pi, con gran prosopopea,
Ed una toccatina di cappello,
In tal modo cav fuora il limbello(155):

73
Io so che a un ignorante, a un idiota
L'esser il primo a favellar non tocca;
Ma perdonate a questa zucca vota,
Signori, s'io vi rompo l'uova in bocca.
Scricchiola sempre la pi trista ruota;
Cos la lingua mia pi rozza e sciocca
V'infastidisce,  ver, ma v'assicura
Che Malmantile  nostro a dirittura.

74
Credete a me: ciascun si stia nascosto
In queste macchie, in questi boschi intorno:
Ed io da voi frattanto mi discosto,
N questa notte far pi ritorno.
Rivedrenci col doman sul posto;
Perch, vicino al tramontar del giorno,
Vi far cenno; or voi ponete mente,
E poi venite via allegramente.

75
Parte il Cornacchia, e corre presto presto
Da certi suoi amici contadini,
Da'quali le lor bestie piglia in presto,
E carica pi some di buon vini:
E di soppiatto, come fante lesto,
Cav di tasca certi cartoccini
Pieni d'alloppio: e dentro al vin gli pone,
Quello impepando(156) senza discrizione.

76
Cos carreggia: e giunto a Malmantile,
All'aprir della porta la mattina,
Scarica in piazza il vino: ed un barile
A regalar ne manda alla regina.
Poi vende il resto a prezzo tanto vile,
Che ognun ne compra: e infin chi n'ha in cantina,
Per rivenderlo altrui il fiasco attacca(157):
Si cala al buon mercato, a quella macca(158).

77
Due o tre fiaschi davane a quattrino,
Ed a'poveri davalo a isonne(159);
Talch tutti tuffandosi a quel vino
S'imbriacaron come tante monne(160):
E subito dal grande al piccolino,
Tanto degli uomin, quanto delle donne,
Cascaro in sonnolenza s gagliarda,
Che desti non gli avrebbe una bombarda.

78
Quando il Cornacchia vedde il suo disegno
Gi riuscito, and sopr'alle mura,
Ed a'compagni fece il detto segno;
Che bene avendo al tutto posto cura,
Saliro al poggio senz'alcun ritegno,
Senza sospetto aver, senza paura:
Dietro al Cornacchia, lor guidone(161) e scorta,
Dentro al castello entraron per la porta.

79
E perch ognun dormiva come un tasso(162),
La donna fece farne una funata,
E condursegli a'piedi a baciar basso(163),
E renderle il tributo ognun pro rata.
A Celidora poi restata in Nasso(164),
Cio da'suoi vassalli rinnegata,
Giacch tutti voltato avean mantello,
Comand che baciasse il chiavistello(165).

80
Ella ubbid, temendo ancor di peggio:
E bench fosse un pezzo in l di notte,
Il pigliarsene subito il puleggio(166)
Un zucchero le parve di tre cotte(167).
Cos finito il solito corteggio,
Con due strambelli(168) e un par di scarpe rotte,
Trista e strascina poi, per la boccolica
Un tozzo mendicava all'accattolica.

81
Intanto Bertinella del Reame
Garbatamente fecesi padrona:
E de'villaggi e d'ogni suo bestiame
Prese il possesso in petto ed in persona(169);
Poi per letizia cavalieri e dame
Regal di confetti(170) e di pattona(171):
E segue ogn'anno di mandarne attorno,
"per la dolce memoria di quel giorno"(172).

82
Tostoch v'ebbe fitto il capo(173), volle
Che ognun serrasse il traffico e il negozio,
Donando a ciascheduno entrate e zolle,
Acci se la passasse da buon sozio,
Ed allegro, a pi pari, ed in panciolle(174),
Senza briga vivesse in pace e in ozio.
Ognun vi s'arrec di buona gana(175);
Ch la poca fatica a tutti  sana.

83
Cos mai sempre in feste ed in convito
Tirano innanzi questi spensierati:
N moverebbon, per far nulla, un dito,
Bench'ei credesson d'essere impiccati.
Non teme della corte(176) chi  fallito;
Ch tutti i giorni a lor son feriati(177):
Non v' giustizia n il bargel va fuora,
Se non per gastigar chiunque lavora.

84
Ma, s'io non erro, il tempo  gi vicino
Che n'ha a venir la piena de'disturbi;
Mentre doman, per fare un buon bottino,
Andremo a dar addosso a questi furbi.
Cos panno sar di Casentino(178):
N si lamenti alcuno, o si sconturbi;
Ch chi nuoce al compagno in fatti o in detti,
Deve saper che chi la fa, l'aspetti.

85
Qui tacque il duca: e subito rattacca,
Col dire alla cugina in voce bassa,
Che, perch'egli ha la bocca asciutta e stracca
Il soggiungere a lei qualcosa lassa.
Non ho che dir, gli rispond'ella, un'acca;
Oltrech la sarebbe carne grassa(179).
Di'piuttosto in che mo'noi siam parenti,
Ch'io non paia a costor degl'Innocenti.

86
Ed io, che non ne ho gran cognizione,
E sempre me ne sono stata a detta,
(Ch tutta la mia gente and al cassone(180),
Come tu sai, ch'io ero fanciulletta)
T'udir volentieri. Allor Baldone
Soggiunse: Or or ti servo: e a tanta fretta(181),
Perch non gli mora la lingua in bocca,
Ricominci quest'altra filastrocca.



SECONDO CANTARE

Argomento

De'due gran figli del signor d'Ugnano
Prodigioso il natal narra Baldone:
Come s'acquista moglie Floriano,
E vien dall'Orco poi fatto prigione:
Come Amadigi libera il germano,
E il mostro spaventoso a terra pone:
E dice al fin, che l'un di questi dui
Fu padre a Celidora, e l'altro a lui.


1
Era in Ugnano(182) il duca Perione
Che sempre all'altarin fidecommisso(183)
Faceva notte e d tanta orazione
E tante carit, ch'era un subisso:
N per altro era tutto bacchettone
Che per un suo pensiero eterno e fisso
D'aver prole; perch della sua schiatta
Non v'era, morto lui, n can n gatta.

2
Cos dur gran tempo: ma da zezzo,
Vedendo ch'ei non era esaudito,
Essendo omai con gli anni in l un pezzo,
A mangiar cominci del pan pentito:
E quant'ei far solea posto in disprezzo,
Senza voler pi dar del profferito(184)
Gettatosi all'avaro ed al furfante,
Cambi la diadema(185) in un turbante.

3
Di poi tutto diverso e mal disposto
In modo degli Dei faceasi beffe,
Che s'egli udia trattarne, avria piuttosto
Voluto sul mostaccio uno sberleffe(186).
La moglie un miglio si tenea discosto:
E dov'ei dava ai poveri a bizzeffe(187),
Quando picchiavan poi, dalla finestra
Facea lor dare il pan colla balestra(188).

4
La plebe, i grandi ed ogni lor ministro,
Che il duca cos buono avean provato,
Mentre fu scudo ad ogni lor sinistro,
Ed in lor pro sarebbesi sparato;
Vedutolo cos mutar registro,
E diventare un Turco rinnegato,
Eran talmente d'animo cattivo,
Che l'avrebbon voluto ingoiar vivo.

5
Avvenne, che gi inteso un negromante,
Che un uom, com'era quei, s giusto e magno,
Faceva novit s stravagante,
Un atto volle far da buon compagno:
E per ridurlo all'opre buone e sante,
Non per speranza di verun guadagno,
Fintosi un baro, a dargli and l'assalto,
Un po'di ben chiedendo per Sant'Alto(189).

6
Rispose Perione: Fratel mio,
Se tu te lo credessi, tu t'inganni:
Tu vuoi ch'io doni per l'amor di Dio,
N sai ch'io piglierei per San Giovanni(190).
Se t'hai bisogno, che posso far io?
Che son Fra Fazio(191), che rifaccia i danni?
E che pensi, che qua ci sia la cava?
Non  pi tempo che Berta filava.

7
Signor, soggiunse il mago, mi sa male
Di veder che un s gran limosiniere,
Ed uom tanto benigno e liberale,
Caduto sia nel mal del miserere(192).
Or basta; chi del mio fa capitale,
Diss'egli, fa la zuppa nel paniere:
Per va'in pace, tu co'tuoi bisogni,
Perch per me tu mangerai dei sogni.

8
Come, replic quei, se e'si cicala
Che tu daresti via fin la gonnella;
Vedendomi spedato e per la mala(193),
Potrai avere il granchio alla scarsella?
Poich tu gratti(194) il corpo alla cicala,
Disse il duca, io levai questa cannella(195),
Per quel ch'io ti dir; perch se gi
Donai, non era tutta carit.

9
E'non batteva la mia fine altrove,
Che ad aver, prima ch'io serrassi gli occhi,
In ricompensa un d, piacendo a Giove,
Della mia donna quattro o sei marmocchi;
Ma finalmente, dopo mille prove
Di dar il lustro a'marmi co'ginocchi,
Tenendo gli occhi in molle e il collo a vite,
E le nocca(196) col petto sempre in lite,

10
Io l'ebbi bianca(197) a femmine ed a maschi;
Ond'io, sbraciar(198) volendo a bel diletto,
Mi risolvei levar quel vin da'fiaschi(199),
E non dar pi quanto un puntal d'aghetto(200);
Perch po'poi, diss'io, gli  me'ch'io caschi
Dalle finestre prima che dal tetto:
E il cavarmi di mano adesso un pelo,
Sarebbe un voler dare un pugno in cielo.

11
Che pagheresti, disse lo stregone,
Se la tua moglie avesse il ventre pregno?
Se ci fosse, rispose Perione,
Ancorch'io non ne faccia alcun disegno
E tal voglia appiccata abbia all'arpione,
Io ti vorrei donar mezzo il mio regno.
Soggiunse quei: Non vo'pur una crazia(201),
Ma solamente la tua buona grazia.

12
Altro da te non aspettar ch'io chieda,
N che alcuno interesse mi predomini;
Perch, quantunque abietto altri mi veda,
Io ho in cul la roba e schiavo son degli uomini.
Or basta: se tu brami d'aver reda
Che il regno dopo te governi e domini,
Commetti al Mosca, al Biondo e a Romolino,
Che un cuor ti portin d'asino marino.

13
Et ordina di poi, che se ne cuoca
La terza parte in circa arrosto o lessa;
Ch'in tutti i modi  buona; e danne un poca
In quel modo a mangiare alla duchessa.
Presa che l'ha, gli  fatto il becco all'oca(202);
Ch subito ch'in corpo se l' messa,
Senzach tu pi altro le apparecchi,
Dottela pregna infin sopr'agli orecchi.

14
Oh questa, disse il duca,  veramente
Da pigliar colle molle! che un somaro
Possa col cuore ingravidar la gente!
Vedi, non ti son finto; io non la paro(203).
Ors il provar non ha a costar niente:
E quando mi costasse anco ben caro,
Vo'farlo per veder se ci riesce;
Per si mandi al mar per questo pesce.

15
Bench fusse costui come una pina(204)
Tanto largo, ignorante e discortese;
Per non balzare un tratto alla berlina,
I pescatori vennero in paese(205):
Cos pescando lungo la marina,
Questo benedett'asino si prese:
E il cuor 'n un bel bacino inargentato,
A suon di pive al duca fu portato.

16
Ed egli, preso il prelibato cuore,
Lo diede al cuoco: al qual, mentre lo cosse,
Si fece una trippaccia, la maggiore
Che a'd de'nati mai veduta fosse.
Le robe e masserizie a quell'odore
Anch'elle diventaron tutte grosse;
E in poco tempo a un'otta tutte quante
Fecer d'accordo il pargoletto infante.

17
Allor vedesti partorire il letto
Un tenero e vezzoso lettuccino;
Di qua l'armadio fece uno stipetto;
La seggiola di l un seggiolino;
La tavola figli un bel buffetto(206);
La cassa un vago e piccol cassettino;
E il destro(207) un canteretto mand fuore,
Che una bocchina avea tutta sapore.

18
Il cuoco anch'egli poi non fu minchione;
Perch, bucar sentitosi in un fianco,
Si vedde prima uscirne uno stidione;
Di poi un guatterin in grembiul bianco,
Che in far vivande saporite e buone
Fu subito squisito e molto franco:
E in quel che 'l padre stette sopr'a parto,
Cucin in corte a lui, al terzo e al quarto.

19
La duchessa, che 'l cuore avea inghiottito,
Cotto ch'ei fu con ogni circostanza,
Anch'ella con gran gusto del marito
Stamp due bamboccioni d'importanza:
Grazie e bellezze aveano in infinito,
E cos grande e tanta somiglianza,
Tanto eran fatti uguali ed a capello,
Che non si distinguea questo da quello.

20
Crebbero insieme, ed all'adolescenza
Pervenuti, mangiaro il pane affatto(208).
Nel far sant(209), nel far la riverenza,
Ebbero il corpo a maraviglia adatto.
Tra lor non fu mai lite o differenza;
Ma d'accordo volevansi un ben matto.
L'Infante Floriano uno ebbe nome:
E qull'altro Amadigi di Belpome.

21
Arrivati che furono ambeduoi
A conoscere omai il pan da'sassi,
E saper quante paia fan tre buoi(210);
Sebben dal padre avevan degli spassi,
Vedendosi gi grandi impiccatoi(211),
Ed a soldi tenuti bassi bassi,
Ostico gli pareva e molto strano;
Ed in particolare a Floriano.

22
Dimodoch sdegnato, come ho detto,
Che il duca per la sua spilorceria
Ognor viepi tenevalo a stecchetto,
Un d si risolvette d'andar via;
Ma tacquelo, per fare il giuoco netto,
Fuor che al fratello, al qual 'n una osteria
Disse (veduto avendo a un fiasco il fondo)
Volersene ramingo andar pel mondo.

23
Amadigi a distorlo tutto un giorno
S'arrabbi, s'aggir come un paleo:
Ma perch quanto pi gli stava intorno,
Egli era pi ostinato d'un Ebreo;
Tu vuoi ir, disse,  vero? o va'in un forno(212):
E dopo un grande e lungo piagnisteo,
Ors, vanne, diss'egli, io me n'accordo;
Ma lasciami di te qualche ricordo.

24
Allor per soddisfarlo Floriano,
Acciocch pi tener non l'abbia in ponte,
Con un baston fatato, ch'avea in mano,
Tocc la terra e fece uscir un fonte.
E disse: quindi poi, bench lontano,
Vedrai s'io vivo o s'io sono a Caronte;
Perch quest'acqua ognor di punto in punto
In che grado io sar diratti appunto.

25
Se al corso di quest'acqua porrai cura,
Tutto il corso vedrai di vita mia:
Mentr'ella  chiara, cristallina e pura,
Di'pur ch'io viva in festa ed allegria;
Ed all'incontro, se  torbida e scura,
Ch'ella mi va come dicea la Cia(213):
Ma quand'ella del tutto ferma il corso,
Di'ch'io sia ito a veder ballar l'orso(214).

26
Ci detto, in capo il berrettin si serra,
Mette man(215), chiude gli occhi e stringe i denti:
E d s forte una imbroccata in terra,
Che 'l ferro entrovvi fino a'fornimenti(216).
In quel che(217) i grilli e i bachi di sotterra
Sgombrano tutti i loro alloggiamenti,
Pullula fuori un cesto di mortella,
E di nuovo Florian cos favella:

27
Fratel mio caro, questa pianta ancora,
Com'io la passi, ti dar ragguaglio:
Cio, mentr'ell' verde, anch'io allora
Son vivo, fresco e verde come un aglio(218);
E quand'ella appassisce e si scolora,
Anch'io languisco od ho qualche travaglio:
In somma, s'ella  secca, leva(219) i moccoli,
Per farmi dire il requie scarpe(220) e zoccoli.

28
Poich queste parole ebbe finito,
Dal suo caro Amadigi si licenza:
Il qual rimase tutto sbigottito,
Perocch gli dolea la sua partenza;
Quando in sella Florian di gi salito,
Senza gran doble o lettre di credenza,
Andonne a benefizio di natura(221),
Con due servi, cercando la ventura.

29
E il primo giorno fece tanta via,
Che i suoi lacch, spedati e conci male,
Si rimasero, l'uno all'osteria,
E l'altro scarmanato allo spedale;
Ond'ei pi non avendo compagnia,
Sebbene accanto avea spada e pugnale,
Per non aver paura in andar solo,
Cantava, ch'e'pareva un rusignolo.

30
Cos nuove canzoni ognor cantando,
Con una voce tremolante in quilio(222)
E qualche trillettin di quando in quando,
Alle stelle n'andava e in visibilio(223):
Onde a'timori al fin dato di bando,
Tirava innanzi il volontario esilio;
E giunto a Campi, l fermar si volle
A bere, e far la zolfa per B molle(224).

31
A Campi(225), ora spiantato alla radice,
Dominava in quei tempi Stordilano;
Sebben Turpino scrive, ed altri dice
Ch'ei regnasse in un luogo pi lontano.
Ebbe una figlia, detta Doralice,
Che aveva un occhio che uccidea 'l cristiano(226):
Ma quel che pi tirava la brigata,
 l'esser sola e ricca sfondolata.

32
Come io dissi, Florian nella cittade
Entr per rinfrescarsi e toccar bomba(227):
Ma il gran frastuono che in quelle contrade
D'armi, di bestie e d'uomini rimbomba;
Il sentir su pe'canti delle strade
Tutti a cavallo risuonar la tromba;
Ed il voler saperne la cagione,
Lo fecero mutar d'opinione.

33
Era gi scavalcato ad una ostessa,
Per far, siccome ei fece, un conticino(228):
N altro ebbe che pane e capra lessa,
Che fitta(229) anche gli fu per mannerino.
Bevve al pozzo una nuova manomessa(230);
Perch il vinaio avea finito il vino.
Fece conto, e pag ben volentieri:
Poi chiese il fin di tanti strombettieri.

34
Ella rispose: e come? non lo sai?
Se per Campi non  altro discorso,
Che avendo il re una figlia, ch'oggimai
Abbraccerebbe un uom, prima che un orso(231):
E perch reda ell', bella e d'assai,
Di pretendenti avendo un gran concorso,
Bandire ha fatto, acci nessun si lagni,
Che in giostra, chi la vuol, se la guadagni.

35
Ma che occorre che in ci pi mi distenda,
Mentre la cosa  tanto divulgata?
Per lasciami andare, ch'io ho faccenda,
Avendo sopra un'altra tavolata.
Dice Florian che a'suoi negozi attenda,
Scusandosi d'averla scioperata:
E rimessa la briglia al suo giannetto,
Come un pardo saltovvi su di netto.

36
Tocca di sproni e vanne, e giunge in piazza,
Dov'egli ha inteso che s'ha a far la giostra,
Che per veder il popol vi s'ammazza;
E appunto i cavalier facean la mostra.
Sedeva il re, presente la ragazza,
Che quanto adorna e bella si dimostra,
Tanto  confusa, avendo a aver consorte,
Non a suo mo', ma qual vorr la sorte.

37
Florian in contemplar faccia s bella,
Dove quel crudo balestrier d'Amore
Tira frecciate come la rovella(232),
Sentissi anch'esso traforare il cuore:
E com'uomo di marmo in su la sella
Rest perplesso e pieno di stupore;
Scorgendo Amor, le Grazie, e in un raccolto
Le Trombe(233), e il non plus ultra di un bel volto.

38
Poffar, dicea, che bella creatura!
Quell'ostessa davvero avea ragione;
Perch'ella  bella fuor d'ogni misura:
Per me non saprei darle eccezione.
Capperi! pu ben dir d'aver ventura
Quello a cui tocca cos buon boccone;
Ma s'ella s'ha da vincer colla lancia,
Oggi  quando ci arrischio anch'io la pancia.

39
O per tutt'oggi beccomi su moglie
Nobile, ricca e bella; o veramente
Vi lascio l'ossa. S'ella coglie, coglie;
Se no, a patire: o Cesare, o niente.
Ci detto, salta in campo, e un'asta toglie;
Intruppandosi l dov'ei gi sente
Che appunto il re sollecita, e commette
Che pe'primi si tirin le bruschette(234).

40
Come volontaroso Floriano,
Senza chieder licenza o cosa alcuna,
Si fece innanzi: e postovi la mano,
Di trarne la pi lunga ebbe fortuna.
Poco dopo il Marchese di Soffiano
Simile a quella anch'egli ne trasse una;
Ond'essi, come pria fu destinato,
Furono i primi a correr lo steccato.

41
Piglian del campo, e al cenno del trombetta
Si vanno incontro colla lancia in resta.
Il Marchese a Florian l'avea diretta
Per chiapparlo nel mezzo della testa;
Ma quei ch' furbo, a un tempo fa civetta(235)
E aggiusta lui, dicendo: assaggia questa.
Perch gli diede s spietata botta,
Ch'egli and gi come una pera cotta.

42
In quanto a sposa, omai questo  ascolto(236):
S'ei tocc terra(237), ancor la voglia sputi.
Cos Florian dicea: n stette molto
Che il secondo ne viene a spron battuti,
Che mette lui per morto, anzi sepolto;
Ma il giovane, che d di quei saluti,
Gli mostra, in avviarlo per le poste,
L'error di chi fa i conti senza l'oste.

43
Comparso il terzo in testa della lizza,
S'affronta seco, e passalo fuor fuora:
Soggiunge il quarto, ed egli te l'infizza;
Sbudella il quinto, e fredda il sesto ancora;
All'altro mondo il settimo indirizza;
L'ottavo e il nono appresso investe e fora:
E cos a tutti, con suo vanto e fama,
Cav di testa il ruzzo della dama.

44
Il re si rallegr con Floriano:
Sceso di sedia poi colla figliuola,
Gli fece allor allor toccar la mano(238),
Come nel bando avea data parola;
Ond'ogni altro ne fu mandato sano(239):
Ed ei nelle dolcezze infino a gola,
Ben pasciuto, servito e ringraziato,
Rimase quivi a godere il papato.

45
Tre d suonaro a festa le campane:
Ed altrettanti si band il lavoro:
E il suocero, che meglio era del pane,
Un uom discreto ed una coppa d'oro,
Faceva con gli sposi a Scaldamane,
Talora a Mona Luna, e Guancial d'oro(240):
E fece a'Paggi recitare a mente
Rosana(241), e la regina d'Oriente.

46
L'andare, il giorno, in piazza a'Burattini
Ed agli Zanni, furon le lor gite;
Ogni sera facevansi festini
Di giuoco, e di ballar veglie bandite:
E chi non era in gambe n in quattrini
Da trinciarle(242) e da fare ite e venite(243),
Dicea novelle, o stavale a ascoltare,
O facea al Mazzolino(244) o alla Comare(245).

47
Altri pi l vedevansi confondere
A quel gioco chiamato gli Spropositi(246);
Che quei ch'esce di tma nel rispondere,
Convien che 'l pegno subito depositi.
Ad altri piace pi Capanniscondere(247);
Hanno altri vari umor, vari propositi,
Perch ognuno ad un mo'non  composto;
Per chi la vuol lessa e chi arrosto.

48
Chi fa le Merenducce(248) in sul bavaglio;
Chi coll'amico fa a Stacciaburatta;
Chi all'Altalena, e chi a Beccalaglio;
Va quello a predellucce, un s'acculatta.
Per tutti in somma sempre vi fu taglio(249)
Di star lieto cos in barba di gatta(250):
E tra Floriano, il re e la figliuola
Non fu che dir 'n un anno una parola.

49
Non fu tra lor fin qui nulla di guasto;
Se non che Florian vlto alle cacce,
Avendone pi volte tocco un tasto(251)
E sentendosi dar sempre cartacce(252),
Dispose alfin di non voler pi pasto(253);
N curando lor preghi n minacce,
Fece invitar dai soliti bidelli
Per l'altro d i Piacevoli e i Piattelli(254).

50
Bench il suocero allora e la consorte
Maledicesser questo suo motivo(255),
Dicendogli che l fuor delle porte
Un Orco v' s perfido e cattivo,
Che persguita l'uomo insino a morte,
E che l'ingoierebbe vivo vivo;
Con genti ed armi usc sull'aurora,
Gridando: andianne, andianne, eccola fuora.

51
Senza veder n anche un animale,
Frug, buss, gir pi di tre miglia:
Pur vedde un tratto correre un cignale
Feroce, grande e grosso a maraviglia;
Ond'ei che, il d(256), dovea capitar male,
Si mosse a seguitarlo a tutta briglia;
Non essendo informato che in quel porco
Si trasformava quel ghiotton dell'Orco,

52
Che apposta presa avea quella sembianza:
E gli pass, fuggendo, allor d'avanti,
Per traviarlo, sol con isperanza
D'aver a far di lui pi boccon santi.
Cos guidollo fino alla sua stanza,
Dov'ei pens di porgli addosso i guanti:
Poi non gli parve tempo; perch i cani
Avrian piuttosto lui mandato a brani.

53
Per, volendo andare sul sicuro,
Non a perdita pi che manifesta;
Perch a roder toglieva un osso duro,
Mentre(257) non lo chiappasse(258) testa testa,
Gli spar d'occhio, e fece un tempo scuro
Per incanto levar, vento e tempesta,
E gragnuola s grossa comparire,
Che avrebbe infranto non so che mi dire.

54
Il cacciator, che quivi era in farsetto,
E dal sudore omai tutto una broda;
Avendo un vestituccio di dobretto,
Ed un cappel di brucioli(259) alla moda;
Per non pigliar al vento un mal di petto
O altro, perch il prete non ne goda,
Non trovando altra casa in quel salvatico
Che quella grotta, insccavi da pratico.

55
A tal gragnuola, a venti cos fieri,
Ch'ogni cosa mandavano in rovina,
Tal freddo fu, che tutti quei quartieri(260)
Se n'andavano in diaccio e in gelatina:
Ed ei, ch'era vestito di leggieri
N ma'meglio facea la furfantina(261),
Non pi cercava capriuolo o damma,
Ma da far, s'ei poteva, un po'di fiamma.

56
Trov fucile(262) ed esca e legni vari,
Onde un buon fuoco in un cantone accese:
E in su due sassi, posti per alari(263),
Sopra un altro sedendo, i pi distese.
Cos con tutti i comodi a cul pari,
Dopo una lieta(264), il crgiolo si prese(265):
Essendosi a far quivi accomodato,
Metre pioveva, come quei da Prato(266).

57
L'Orco frattanto con mille atti e scorci
Affacciatosi all'uscio, ch'era aperto,
Preg Florian con quel grugnin da porci,
Tutto quanto di fango ricoperto,
Che, perch'ella veniva gi co'gli orci,
Ricever lo volesse un po'al coperto;
Ritrovandosi fuora scalzo e ignudo
A s gran pioggia e a tempo cos crudo.

58
Ebbe il giovane allora un gran contento
D'aver di nuovo quel bestion veduto:
E facendogli addosso assegnamento,
Quasi in un pugno gi l'avesse avuto,
Rispose: volentieri: entrate drento;
Venite, che voi siate il ben venuto;
Ch, dopo(267) il fuggir voi l'umido e il gielo,
Fate a me, ch'ero sol, servizio a cielo(268).

59
S, eh? soggiunse l'Orco; fate motto!(269)
Voler ch'io entri dove son due cani?
Credi tu pur, ch'io sia cos merlotto?
Se non gli cansi, ci verr domani.
S'altro, dice il garzon, non ci  di rotto(270),
Due picche te gli vo'legar lontani.
E preso allora il suo guinzaglio in mano,
Leg in un canto Tebero e Giordano.

60
Poi disse: or via venite alla sicura.
Rispose l'Orco: io non verr n anco:
Guarda la gamba!(271) perch'io ho paura
Di quella striscia ch'io ti veggo al fianco.
Allor Florian cavossi la cintura,
Ed impiatt la spada sotto un banco.
Disse l'Orco, vedutala riporre:
Io ti ringrazierei, ma non occorre.

61
E lasciata la forma di quel verro,
Presa l'antica e mostruosa faccia,
Con due catene salt l di ferro,
E lo leg pel collo e per le braccia,
Dicendo: cacciatore, tu hai pres'erro:
Perch, credendo di far preda in caccia,
Alfin non hai fatt'altro che una vescia,
Mentre il tutto  seguito alla rovescia.

62
Rimasto ci sei tu, come tu vedi,
Senza bisogno aver di testimoni:
E perch con levrieri e cani e spiedi
Far me volevi in pezzi ed in bocconi;
Cos, perch'ella vadia pe'suoi piedi,
Farassi a te, n leva pi, n poni(272);
Acciocch procurando l'altrui danno,
Per te ritrovi il male ed il malanno.

63
Ed io, ch'ebbi mai sempre un tale scopo
D'accarezzar ognun, bench nimico,
Come la gatta quando ha preso il topo,
Che, sebbene  tra lor quell'odio antico,
Scherza con esso alquanto, e poco dopo
Te lo sgranocchia come un beccafico;
Cos, perch pi a filo tu mi metta(273),
Voglio far io, e poi darti la stretta.

64
Cos spogliollo tutto ignudo nato:
E veduto ch'egli era una segrenna(274),
Idest asciutto e ben condizionato(275),
Snello, lesto e leggier come una penna;
Lo racchiuse, e lo tenne soggiornato(276)
Perch'ei facesse un po'miglior cotenna;
Perocch a guisa poi di mettiloro(277)
Voleva dar di zanna al suo lavoro.

65
Amadigi, che andava per diporto
Due volte il giorno almeno a rivedere
La fonte e la mortella che nell'orto
Lasci Florian per tante sue preghiere;
Trovato il cesto spelacchiato e smorto,
E l'acque basse, puzzolenti e nere,
Qui, dice, fratel mio, noi siam sul curro(278)
D'andare a far un ballo(279) in campo azzurro.

66
E piangendo diceva: o tato mio,
Se tu muori (che ver sar pur troppo),
S'ha dire anche di me, te lo dich'io,
Itibus, come disse Prete Pioppo.
Cos, senza dir pure al padre addio,
Monta sovra un cavallo, e di galoppo
Usc d'Ugnano, molto bene armato:
E seco un cane alano avea, fatato.

67
E cavalcando colla guida e scorta
Del suo fedele ed incantato alano,
Che innanzi gli facea per la pi corta
La strada per lo monte e per lo piano;
A Campi giunse, dove sulla porta
La morte si leggea di Floriano:
Ch, perch fu creduta da ognuno,
Era la corte e tutto Campi a bruno.

68
L'apparir d'Amadigi agli abitanti
Raddolc l'agro de'lor mesti visi,
Che, per la somiglianza, a tutti quanti
Parve il lor re creduto a'Campi Elisi;
Perci, per buscar mance e paraguanti,
Andaron molti a darne al re gli avvisi,
Altri alla figlia: ed ambi a questi tali
Perci promesser mille bei regali.

69
Doralice, brillando a tai novelle,
A rinfronzirsi andossene allo specchio;
Si messe il grembiul bianco e le pianelle,
Il vezzo al collo e i ciondoli all'orecchio:
E non potendo star pi nella pelle,
Salt fuor di palazzo innanzi al vecchio;
Ed incontro correndo al suo cognato:
Ecco Florian, dicea, risuscitato.

70
Noi vi facevam morto: o giudicate
Se la carota ci era stata fitta!
Pur noi ci rallegriam, che voi tornate
A consolar la vostra gente afflitta.
Domandar non occorre come state,
Perch vo'avete buona soprascritta:
E siete grasso e tondo come un porco,
Per le carezze fattevi dall'Orco.

71
M'immagino cos; perch'io non v'ero:
Tu sai com'ella and, che fosti in caso:
So ben che mi dirai che non fu vero;
Ma la bugia ti corre su pel naso.
Or basta: tu ritorni sano e intero,
(Ch a pezzi tu dovevi esser rimaso)
Per la Dio grazia, e sua particolare,
Perch te l'ha voluta risparmiare.

72
Dunque, s'ei fa cos, gli  necessario
Ch'ei non sia l quel furbo che un lo tiene;
Anzi tutto il rovescio ed il contrario,
Mentre egli tratta i forestier s bene.
Ed io, che gi l'avea sul calendario(280),
Gli voglio, in quanto a me, tutto il mio bene,
Perch'ei non t'ingoi; sebben da un lato
Ti stava bene, avendolo cercato.

73
Cos nel mezzo a tutta la pancaccia(281),
Ch' quivi corsa e forma un giro tondo,
La sua caponeria gli butta in faccia,
E quel ch'ei ne cav po'poi in quel fondo:
Giacch, diceva, coll'andare a caccia
A dispetto di tutto quanto il mondo,
Cavasti, senza fare alcun guadagno(282),
Due occhi a te, per trarne uno al compagno.

74
Mio padre te lo disse fuor de'denti,
Ed io pur te lo dissi a buona cera(283),
Non una volta, ma diciotto o venti,
Che l'Orco ti faria qualche billera(284);
Ma tu volesti fare agli scredenti(285),
Perch te ne struggei come la cera:
E quasi un rischio tal fosse una lappola(286),
Volesti andarvi, e desti nella trappola.

75
Amadigi alla donna mai rispose,
E fece il sordo ad ogni suo quesito;
Ma sibbene attingea da queste cose
Quanto a Florian poteva esser seguito:
E venne immaginandosi, e s'appose,
Che ella fosse sua moglie, ei suo marito:
E ch'egli, essendo tutto lui maniato(287),
Fosse pel suo fratel da ognun cambiato.

76
Ma perch'ei non credea veder mai l'ora
D'avere il suo fratello a salvamento,
D un ganghero(288) a tutti, e torna fuora
Dietro al suo can, veloce come il vento:
Ned era un trar di mano andato ancora
A caccia all'Orco, ch'ei vi dette drento,
Come il fratel vedendo un bel cignale;
Ma non fu quanto lui dolce di sale.

77
Ch seguitollo anch'ei per quelle strade
Donde ei conduce l'uomo alla sua tana:
Ove, mentre diluvia e dal ciel cade
E broda e ceci, il cristianello(289) intana;
Ed egli tanto poi lo persuade,
Ch'ei(290) lega i cani, e posa Durlindana(291).
Avendo avuto innanzi la lezione,
Si stette sempre mai sodo al macchione.

78
E quando l'Orco poi venne anco a lui
A dar parole con quei tempi strani,
Ed all'uscio facea Pin da Montui(292),
Affinch 'l cane e l'arme egli allontani,
Ei disse: su piccin(293), piglia colui:
E chiappata la spada con due mani,
Si lanci fuora, e quivi a pi non posso
Gli cominci a menar le man pel dosso.

79
E mentre che or di punta ed or di taglio
Di gran finestre fa, di lunghe strisce,
Pi presto che non va strale a berzaglio
Il can s'avventa anch'egli, e ribadisce;
Talch tutto forato come un vaglio
Il pover'Orco al fin cade, e basisce:
E l tra quelle rupi e quelle macchie
Rimase a far banchetto alle cornacchie.

80
Amadigi dipoi fece pulito(294);
Perch, trovato avendo il suo fratello
Con una barba lunga da romito
E pi lordo e pi unto d'un panello(295),
Lavatolo e rimessogli il vestito,
Ch'era ancor quivi tutto in un fardello,
Lo ricondusse a Campi, ove la moglie,
Di lui gi pregna, appunto avea le doglie.

81
Corse la levatrice, ed in effetto
Fra mille oim, se'soldi(296), e doglien'ora,
Partorgli una bella piscialletto,
Che fusti tu, poi detta Celidora:
E maritata al re, come s' detto,
Di Malmantil, del qual tu sei signora:
Ne sei, e ne sarai, io lo raffibbio(297);
Sebben non puoi per or dir come il nibbio(298).

82
Ma presto come lui, potrai dir mio.
Or senti pur: basito Perione,
Anco Amadigi subito tuo zio
Venne a tr donna, e n'ebbe un bel garzone,
Che Baldo fu chiamato: e quel son io,
Che poi cresciuto detto son Baldone.
Or eccoti dal primo al terzo grado
Narrato tutto il nostro parentado.



TERZO CANTARE

Argomento

Vengon d'Arno a seconda i legni Sardi:
Sbarcan le genti, e vanno a Malmantile;
Ma per vari accidenti i pi gagliardi
Non fan quel tanto, che di guerra  stile.
Arma i suoi Bertinella, alza stendardi,
E mostra in debol corpo alma virile,
Nascon grandi scompigli in quella piazza,
E ognun si fugge in veder Martinazza.


1
Un che sia avvezzo a starsene a sedere
Senza far nulla colle mani in mano,
E lautamente pu mangiare e bere
E in festa e 'n giuoco viver lieto e sano;
Se gli son rotte l'uova nel paniere,
Considerate se gli pare strano:
Ed io lo credo, ch a un affronto tale
Al certo ognun la 'ntenderebbe male.

2
E pur chi vive, sta sempre soggetto
A ber qualche sciroppo che dispiace;
Perch al mondo non v' nulla di netto,
E non si pu mangiar boccone in pace.
Or ne vedremo in Malmantil l'effetto;
Che immerso ne'piacer vivendo a brace(299),
Non pensa che patir ne dee la pena,
E che fra poco s'ha a mutare scena.

3
Era in quei tempi l quando i Geloni(300)
Tornano a chiuder l'osterie de'cani(301),
E talun che si spaccia i milioni,
Manda al presto(302) il tab(303) pe'panni lani;
Ed era appunto l'ora che i crocchioni(304)
Si calano all'assedio de'caldani(305),
Ed escon colle canne e co'randelli
I ragazzi a pigliare i pipistrelli.

4
Quando in terra l'armata colla scorta
Del gran Baldone a Malmantil s'invia;
Onde un famiglio, nel serrar la porta,
Sent romoreggiar tanta gena.
Un vecchio era quest'uom di vista corta,
Che l'erre ognor perdeva all'osteria;
Talch tra il bere e l'esser ben d'et,
Non ci vedeva pi da terza in l.

5
Per questo mette mano alla scarsella,
Ov'ha pi ciarpe assai d'un rigattiere;
Perch vi tiene infin la faverella(306)
Che la mattina mette sul brachiere.
Come suol far chi giuoca a cruscherella(307),
Due ore and alla cerca intere intere:
E poi ne trasse in mezzo a due fagotti
Un par d'occhiali affumicati e rotti.

6
I quali sopra il naso a petronciano(308)
Colla sua flemma pose a cavalcioni;
Talch meglio scoperse di lontano
Esser di gente armata pi squadroni.
Spaurito di ci, cala pian piano,
Per non dar nella scala i pedignoni:
E giunto a basso, lagrima e singozza,
Gridando quanto mai n'ha nella strozza.

7
Dicendo forte, perch ognun l'intenda:
All'armi all'armi, suonisi a martello:
Si lasci il giuoco, il ballo e la merenda,
E serrinsi le porte a chiavistello;
Perch quaggi nel piano  la tregenda,
Che ne viene alla volta del castello;
E se non ci serriamo o facciam testa,
Mentre balliamo, vuol sonare(309) a festa.

8
In quel che costui fa questa stampita(310),
E che ne'gusti ognun pur si balocca,
L'armata finalmente  comparita
Gi presso a tiro all'alta biccicocca.
Quivi si vede una progenie ardita
Che si confida nelle sante nocca(311):
E se ne viene all'erta lemme lemme
Col Batti e 'l Tessi e tutto Biliemme. (312)

9
Tra questi guitti ancora sono assai
(Oltre a marchesi, principi e signori)
Uomin di conto(313), e grossi bottegai,
Banchieri, setaiuoli e battilori;
V' lanaiuoli, orefici e merciai,
Notai, legisti, medici e dottori:
In somma quivi son gente e brigate
D'ogni sorta, chiedete e domandate.

10
Sul colle compartisce questa gente
Amostante con tutti gli ufiziali:
Tra'quali un grasso v' convalescente,
Ch'aveva preso il d tre serviziali,
E appunto al corpo far allor si sente
L'operazione e dar dolor bestiali;
Talch gridando senz'alcun conforto,
In terra si butt come per morto.

11
Il nome di costui, dice Turpino,
Fu Paride Garani; e il legno prese,
Perch'ei voleva darne un rivellino
A un suo nimico traditor francese,
Che per condurlo a seguitar Calvino
Lo tira pe'capelli al suo paese,
E per fuggirne a'passi la gabella,
Lo bolla, marchia, e tutto lo suggella(314).

12
Disse Amostante, visto il caso strano,
A Noferi di casa Scaccianoce:
Per ser Lion Magin da Ravignano,
Che il venga a medicar, corri veloce;
Io dico lui, perch ce n' una mano,
Che infilza le ricette a occhio e croce(315),
O fa sopr'all'infermo una bottega(316),
E poi il pi delle volte lo ripiega(317).

13
Gloria cerca Lion pi che moneta;
Perocch'ei bada al giuoco(318) e fa progresso:
Per l'acqua in Pindo va come poeta;
Onde a'malati d le pappe a lesso.
Gli  quel che attende a predicar dieta,
E farebbe a mangiar coll'interesso(319);
Ma perch gi tu n'hai pi d'uno indizio,
Va'via, perch l'indugio piglia vizio.

14
Noferi vanne, e sente dir ch'egli era
Con un compagno entrato in un fattoio(320),
Ov'egli ha per lanterna, essendo sera,
L'orinal fitto sopra a un schizzatoio(321),
E di fogli distesa una gran fiera,
Ha bello e ritto quivi il suo scrittoio;
Sicch presto lo trova, e in sull'entrata
Dell'unto studio gli fa l'ambasciata.

15
Ei, che alla cura esser chiamato intende,
Risponde, avere allora altro che fare;
Perch una sua commedia ivi distende,
Intitolata Il Console di Mare(322):
E che se l'opra sua col s'attende,
Un buon suggetto  quivi suo scolare,
Di gi sperimentato; ed in sua fece
Avra mandato lui: e cos fece.

16
Era quest'uomo un certo medicastro,
Che al dottorato(323) suo fe piover fieno:
E perch'ei vi pat spesa e disastro,
 stato sempre grosso con Galeno.
E giunto l: vo'far, disse, un impiastro;
Onde, se il mal venisse da veleno,
Presto vedremo: intanto egli si spogli,
E siami dato calamaio e fogli.

17
Mentre  spogliato, per la pestilenza
Ch'egli esala, si vede ognun fuggire:
Pervenne una zaffata(324) a Sua Eccellenza,
Che fu per farlo quasich svenire:
Confermata per la sua credenza,
Rivolto a'circostanti prese a dire:
Questo  veleno, e ben di quel profondo:
Sentite voi ch'egli avvelena il mondo?

18
Rispose il General commosso a sdegno:
Come veleno? oh corpo di mia vita!
E dove  il vostro naso e il vostro ingegno?
Lo vedrebbe il mio bue ch'egli ha l'uscita(325).
A ci soggiunse il medico: buon segno:
Segno, che la natura invigorita,
A'morbi repugnante, adesso questo(326)
A'nostri nasi manda s molesto.

19
Vedendo poi, che il flusso raccappella(327),
Come quello che ha in zucca poco sale,
Comincia a gridar: guardia, la padella,
E (quasi fosse quivi uno spedale)
Chiama gli astanti, gl'infermieri appella,
Il cerusico chiede e lo speziale:
E venuto l'inchiostro, al fin si mette
A scrivere una risma di ricette.

20
Dove diceva (dopo milioni
Di scropoli, di dramme e libbre tante)
Che, giacch questo mal par che cagioni
Stemperamento forte, umor piccante,
Per temperarlo, Recipe in bocconi
Colla, gomma, ml, chiara e diagrante(328).
Quindici libbre in una volta sola
Di sangue se gli tragga dalla gola.

21
Acciocch tiri per canal diverso
L'umor, che tende al centro, ut omne grave;
Ch se durasse troppo a far tal verso,
Dir potrebbe l'infermo: addio, fave(329).
Poi tengasi due d capo riverso,
Legato ben pe'piedi ad una trave:
Se questo non facesse giovamento,
Composto gli faremo un argomento(330).

22
Per presto bollir farete a sodo
Un agnello, o capretto, in un pignatto:
'N un altro vaso, nello stesso modo,
Un lupo, per insin che sia disfatto;
Poi fate un servizial col primo brodo,
E col secondo un altro ne sia fatto:
Far questa ricetta operazione
Senz'alcun dubbio, ed ecco la ragione:

23
Questi animali essendo per natura
Nimici come i ladri del bargello,
Ritrovandosi quivi per ventura,
Il lupo correr dietro all'agnello;
L'agnello, che del lupo avr paura,
Ritirando s'andr su pel budello:
Cos va in su la roba e si rassoda,
E i due contrari fan che 'l terzo goda.(331)

24
Ci detto, rivoltossi al mormoro
Di quelle ambrette, ove a mestar si pose;
E, perch'elle sapean di stanto,
Teneva al naso un mazzolin di rose.
Soggiunse poi: costui vuol dirci addio;
Ch queste flemme putride e viscose
Mostran, che benaffetto agli ortolani
Ei vuol ire a 'ngrassare i petronciani(332).

25
In quel che questo capo d'assiuolo
Ne dice ognor dell'altra una pi bella,
Tosello Gianni, il quale  un buon figliuolo,
Mosso a piet, con una sua coltella
Tagliate avea le rame d'un querciuolo;
Sopr'alle quali a foggia di barella
Fu Paride da certi contadini
Portato a'suoi poder quivi vicini.

26
Fu del Garani ascritto successore
Puccio Lamoni(333), anch'ei grande ingegnere,
Bravissimo guerrier, saggio dottore,
Cortigiano, mercante, e taverniere.
Dicon ch'ei nacque al tempo delle more,
Perch'egli  di pel bruno e membra nere;
Or qua di Cartagena eletto duce(334),
Il fior de'mammagnuccoli(335) conduce.

27
L'armata avea tra gli altri un cappellano
Dottor, ma il suo saper fu buccia buccia;
Perocch'egli studi col fiasco in mano,
Ed era pi buffon d'una bertuccia.
Faceva da pittore, da Tiziano;
Ma quanto fece mai, n'andava a gruccia(336):
Ebbe una chiesa, e quivi a bisca aperta
Si giuoc fino i soldi dell'offerta(337).

28
Franconio si domanda Ingannavini:
E fu pregato, come il pi valente,
Perch'egli sapea leggere i Latini,
A far quattro parole a quella gente.
Egli(338), che aveva in casa il Coltellini
Gi fatta una lezione e salla a mente,
Subito accetta, e siede in alto solio,
Senza mettervi su n sal n olio(339).

29
Sale in bigoncia con due torce a vento,
Acci lo vegga ognun pro tribunali:
Ove, mostrar volendo il suo talento,
Fece un discorso e disse cose tali,
Che ben si scorse in lui quel fondamento,
Che diede alla sua casa Giorgio Scali(340):
E piacque s, che tutti di concordia
Si messero a gridar misericordia.

30
Il tma fu di questa sua lezione,
Quand'Enea, gi fuor del suo pollaio,
Faceva andare in fregola Didone,
Come una gatta bigia di gennaio:
E che se i Greci, ascosi in quel ronzone,
In Troia fuoco diedero al pagliaio,
E in man(341) d'Enea posero il lembuccio,
Ond'ei(342) fugg col padre a cavalluccio;

31
Cos, dicea, la vostra e mia regina
Qui viva e sana, e della buona voglia,
Cacciata fu dall'empia concubina
Tre dita anch'ella fuor di quella soglia;
Per, se un tanto ardire e tal rapina
Parvi che adesso gastigar si voglia,
V'avete il modo, senza ch'io lo dica.
Io ho finito: il ciel vi benedica.

32
Poich da esso inanimite furo
Le schiere, si portarono a'lor posti:
E gi sdraiato ognun, lasso, e maturo
In grembo al sonno gli occhi aveva posti;
Quando a un tratto le trombe ed il tamburo
Roppe i riposi e i sonni appena imposti;
Ma svan presto cos gran fracasso,
Ch 'l fiato al trombettier scapp da basso.

33
E questo(343) cagion, che incollorito
Il Generale di cotanta fretta,
Con occhi torvi minacci col dito,
Mostrando voler farne aspra vendetta.
Segu, che un ufizial suo favorito,
Che pi d'ogn'altro meno se lo aspetta,
Tocc la corda(344) con i suoi intermedi
De'tamburini e trombettieri a'piedi(345).

34
Alla corda cos vuol che s'attacchi,
Perch d'arbitrio e senza consigliarsi
Facea venir all'armi, allorch stracchi
Bisogno avevan pi di riposarsi:
Ed eran mezzi morti, e come bracchi
Givano ansando inordinati e sparsi:
E con un fior di lingue e orrenda vista
Soffiavan, ch'i'ho stoppato un alchimista(346).

35
Amostante non solo era sdegnato
Che di suo capo e propria cortesia(347),
Senza lasciar che l'uom riabbia il fiato,
Ei volesse attaccar la batteria;
Ma perch seco aveva concertato,
Ch'egli stesso, che sa d'astrologia,
Vuol, prima che 'l nimico si tambussi,
Veder che in Cielo sien benigni influssi.

36
Omai la fama, che riporta a volo
D'ogni intorno le nuove e le gazzette,
Sparge per Malmantil, che armato stuolo
Vien per tagliare a tutti le calzette(348).
Gi molti impauriti e in preda al duolo,
Non pi co'nastri legan le scarpette,
Ma con buone e saldissime minuge,
Perch stien forti ad un rumores fuge.

37
In tal confusione, in quel vilume(349),
All'udir quei lamenti e quegli affanni,
A molti ch'eran gi dentro alle piume,
Lo sbucar fuori parve allor mill'anni:
Chi per vestirsi riaccende il lume,
Perocch'al buio non ritrova i panni;
Chi nudo scappa fuori, e non fa stima
Che dietro gli sia fatto lima lima(350).

38
Perch s'egli ha camicia o brache o vesta,
Non bada che gli facciano il baccano;
Bens del tristo avviso afflitto resta,
Onde pi d'un poi giuoca di lontano(351):
Chi torna indietro a fasciarsi la testa,
E chi si tinge(352) con il zafferano;
Chi dice che una doglia gli s' presa,
Per non avere a ire a far difesa.

39
Altri, che fugge anch'ei simil burrasca,
Finge l'infermo, e vanne allo spedale:
E bench sano ei sia com'una lasca,
Col medico s'intende o col speziale;
Perch all'uno ed all'altro empie la tasca
Acci gli faccian fede ch'egli ha male:
Ed essi questo e quel scrivon malato:
E chi pi d, lo fan di gi spacciato.

40
Sicch con queste finte e con quest'arte
Costor, che usan la tazza e non la targa,
Servir volendo a Bacco e non a Marte,
Che non fa(353) sangue, ma vuol che si sparga,
D'uno stesso voler la maggior parte
Trovan la via di starsene alla larga;
Ed il restante, non s astuto e scaltro,
Comparisce, perch'ei non pu far altro.

41
Mentre in piazza si fa nobil comparsa,
Anche in palazzo armata la regina,
Con una treccia avvolta, e l'altra sparsa,
Corre alla malmantilica rovina;
Bench ne'passi poi vada pi scarsa,
Perch all'uscio da via mai s'avvicina.
Da sette volte in su gi s' condotta
Fino alla soglia, ma quel sasso scotta.

42
Vilt l'arretra, onor di poi la 'nvita
A cimentar la sua bravura in guerra:
L'esorta l'una a conservar la vita,
L'altro a difender quanto pu la terra.
Pur, fatto conto di morir vestita(354),
Voltossi a bere; e divenuta sgherra
(Perocch Bacco ogni timor dilegua)
Dice: o de'miei, chi mi vuol ben mi segua.

43
Dietro a'suoi passi mettesi in cammino
Maria Ciliegia(355), illustre damigella:
Tutto lieto la segue il Ballerino,
Che canta il titutrendo falalella(356);
Va Meo(357) col paggio; zoppica Masino,
Corre il Masselli, e il capitan Santella;
Molti e molt'altri amici la seguiro,
E pi mercanti, c'hanno avuto il giro(358).

44
La segue Piaccianteo suo servo ed aio,
Che in gola tutto quanto il suo si caccia:
Le cacchiatelle(359) mangia col cucchiaio,
Ed  la distruzion della vernaccia.
Gi misur le doppie collo staio;
Finita poi, che fu quella bonaccia,
Pel contagio port fin la barella:
Ed ora in corte serve a Bertinella.

45
Comanda la padrona ch'egli scenda,
E stia gi fuori con gli orecchi attenti
Fra quelle schiere, finch'ei non intenda
A che fine son l cotante genti;
Ma quegli, al qual non piace tal faccenda,
Se la trimpella e passa in complimenti:
E perch a'fichi il corpo serbar vuole,
Prorompe in queste o simili parole:

46
Alta Regina, perch d'obbedire
Pi d'ogni altro a'tuoi cenni mi do vanto,
Col n'andr; ma, come si suol dire,
Come la serpe quando va all'incanto:
Non ch'io fugga il pericol di morire,
Perch'io fo buon(360) per una volta tanto,
Ma perch, s'io mi parto, non ti resta
Un uom, che sappia dov'egli ha la testa.

47
Non ti sdegnar s'io dico il mio pensiero;
Ch possibil non  ch'io taccia o finga:
E, s'e'n'andasse il collo, sempre il vero
Son per dirti, e chi l'ha per mal, si cinga(361).
Ti servir di cor vero e sincero,
Senza interesse d'un puntal di stringa,
E non come in tua corte sono alcuni
Adulator, che fanno Meo Raguni(362).

48
Io dunque, che non voglio esser de'loro,
Ma tengo l'adular pessimo vizio,
Soggiungo, e dico, per ridurla a oro(363),
Che mal distribuito  questo ufizio,
E che non pu passar con tuo decoro;
Poich, mostrando non aver giudizio,
Un tuo aio ne mandi a far la spia,
Quasi d'uomin tu avessi carestia.

49
Manda manda a spiar qualche arfasatto,
O un di quei(364) che piscian nel cortile:
Questo far il mestier come va fatto,
Senza sospetto dar nel campo ostile;
Ostile dico, mentre costa(365) in fatto,
Che cinto ha d'armi tutto Malmantile.
Tal gente si pu dire a noi contraria,
Perch non vien quass per pigliar aria.

50
E perch'ei non vorrebbe uscir del covo,
Soggiunge dopo queste altre ragioni;
Ma quella, che conosce il pel nell'uovo,
S'accorge ben che son tutte invenzioni;
Per, senza pi dirglielo di nuovo,
Lo manda fuori a furia di spintoni;
E mentre ei pur volea 'mbrogliar la Spagna(366),
Gli fa l'uscio serrar sulle calcagna.

51
Sperante resta alla Regina intorno,
Spianator di pantondo riformato(367):
Gridan(368) le spalle sue remo e Livorno,
Ed ha un culo che pare un vicinato:
La pala nella destra tien del forno,
Nella sinistra un bel teglion marmato(369)
In cambio di rotella, che gli guarda
Da'colpi il magazin della mostarda.

52
De'Rovinati(370) anch'ei pass la barca;
Perch la gola, il giuoco, e il ben vestire
Gli aveano il pane, la farina e l'arca
In fumo fatto andar come elisire;
Talch cantando poi, come il Petrarca,
"Amore, io fallo, e veggo il mio fallire(371)"
Al giuoco del Barone e alla Bassetta(372)
Giuocava, apparecchiando alla Crocetta(373).

53
Fu dalle dame amato in generale
(Io dico dalle prime(374) della pezza);
Poi Bertinella stavane s male(375),
Ch'ella fece per lui del ben bellezza(376);
Perch, spesa la roba, e concia male,
Fatta pi bolsa d'una pera mezza,
Potea di notte, quanto a mezzo giorno,
Andar sicura per la fava al forno(377).

54
Ma poi, venuta quasi per suo mezzo
A porsi sopr'al capo la corona,
E lasciati di gi gli stenti e il lezzo,
Profumata si sta nella pasciona(378);
Ne 'mpazza affatto, e non lo vede a mezzo(379):
E pospostane(380) lei, ch' la padrona,
E Martinazza, ch' la salamistra,
Sperante sempre va in capo di listra.

55
Or perch'egli  di nidio e navicello(381),
E forte e sodo come un torrione,
Gli d l'ufizio e titol di Bargello,
Colla solita sua provvisione;
Perch, se in questo caso alcun ribello
Si scuopre, facil sia farlo prigione;
Acci sul letto poi di Balocchino(382)
Se gli faccia serrare il nottolino(383).

56
Fa in tanto nel castel toccar la cassa(384),
E inalberar la 'nsegna del carroccio;
E comandante elegge della massa
Il nobil cavalier Maso di Coccio,
Che 'n fretta alla rassegna se ne passa,
Colle schiere per fatte a babboccio(385);
Che ad una ad una accomoda e dispone
Sotto sua guida e sotto suo campione.

57
Il primo  il Furba, nobile stradiere,
Che non giuoca alla buona e meno a'goffi(386);
A'noccioli(387) bens si fa valere,
Perch'ei d bene i buffi, e meglio i soffi.
Il secondo  il Vecchina, il gran barbiere,
Che vuol che ognor si trinchi e si sbasoffi(388);
E dove a mensa metter pu la mano,
Si fa la festa di San Gimignano(389).

58
Dalle fredde acque(390) il Mula i fanti approda
A spiaggia militar fra fronde e frasche:
Ha nobil bardatura tinta in broda
Di cedri e di ciriege d'amarasche.
Co'pescatori al Mula ora s'accoda
Dommeo, treccon de'ghiozzi e delle lasche.
Pericol Pallerino(391) anch'ei ne mette
Dugento suoi, armati di racchette.

59
Melicche, cuoco, all'ordine s'appresta;
Per giannettina(392) ha in mano uno stidione,
Ed un pasticio per visiera in testa,
Con pennacchio di penne di cappone;
Un candido grembiul per sopravvesta
Gli adorna il culo e l'uno e l'altro arnione;
Una zana  il suo scudo; e nell'armata
Conduce tutta Norcia e la vallata.

60
L'unto Sgaruglia con frittelle a josa
Alla squadra de'cuochi ora soggiugne
Quella de'battilani assai famosa,
Gente, che a bere  peggio delle spugne:
A cui(393) battiem, diceva, la calcosa(394),
Ch'affeddeddieci l, dove si giugne,
Noi non abbiamo a scardassar pi lana,
Ma s'ha far sempre la Lunediana(395).

61
Conchino di Melone ecco s'affaccia,
Che, l'osteria tenendo degli Allori,
Col fine(396) e saldo d'un buon pro vi faccia
Ha dato un frego a tutt'i debitori;
Che tutti allegri e rubicondi in faccia,
Cantando una canzone a quattro cori,
Di gran coltelli e di taglieri armati,
Si son per amor suo fatti soldati.

62
Scarnecchia(397), che di guerra  un ver compendio,
L'eroe degli arcibravi, e dico poco,
A cui dovrebbe dar piatto e stipendio
Chiunque governa in qualsivoglia loco,
Perch, quando seguisse qualche incendio,
Ei fa il rimedio per guarir dal fuoco,
Mena gente avanzata a mitre e a gogne,
Da vender fiabe, chiacchiere e menzogne.

63
Rosaccio(398) con altissime parole,
Movendo il pi, racconta che a pigione,
Fa per quel mese dar la casa al sole,
E nel Zodiaco alloga lo Scorpione:
Cos sballando simil ciance e fole,
Si tira dietro un nugol di persone.
Fa per impresa, in mezzo all'intervallo
Di due sue corna, un globo di cristallo.

64
Sopra un letto ricchissimo fiorito
Portar Pippo(399) si fa del Castiglione,
Ove coperto sta tutto vestito,
Ch in tal modo lo scalda al suo padrone;
E pur, se in arme ei non fu gran perito,
Guerrier comodo  almen nel padiglione.
Questo impera dal morbido piumaccio
A quelli del mestier di Michelaccio(400).

65
A gire a Batistone(401) adesso tocca,
Gran gigante da Cigoli, di quelli
Che vanno a crre i ceci colla brocca(402),
E batton colle pertiche i baccelli:
Per sue bellezze Amore ha sempre in cocca,
Per ferir dame, i dardi ed i quadrelli;
Fa il cavaliere nelle cavalcate,
E va spesso furiero alle nerbate.

66
Cento suggetti egli ha della sua classe,
Anch'eglino pigmei distorti e brutti;
Fanti, che nacquer nelle Magne basse;
Ma sebben son piccini, e'vi son tutti(403).
Mangian spinaci(404), arruffan(405) le matasse,
Ed ha pi vizi ognun di sei Margutti(406):
Cosa  questa, che va pel suo diritto,
Ch non  in corpo storto animo dritto.

67
Piena di sudiciume e di strambelli,
Gran gente mena qua Palamidone,
Che il giorno vanne a Carpi ed a Borselli(407),
E la notte al Bergel porta il lancione(408):
Maestro de'bianti(409) e de'monelli,
E'veste la corazza(410) da bastone;
Perch'egli, quanto ogni altro suo allievo,
 tutto il d figura di rilievo(411).

68
Comparisce frattanto un carro in piazza
Da Farfarel tirato e Barbariccia(412),
Ubbidienti al cenno della mazza,
Soda, nocchiuta, ruvida e massiccia,
Con che la formidabil Martinazza
A lor, ch' ch'(413), le costole stropiccia.
E quei demni in forma di camozza(414)
Van tirando a battuta(415) la carrozza.

69
Costei  quella strega maliarda,
Che manda i cavallucci a Tentennino(416),
Ed egli un punto a comparir non tarda,
Quand'ella fa lo staccio(417) o il pentolino;
Come quand'ella s'unge e s'inzavarda(418)
Tutta ignuda nel canto del cammino,
Per andar sul barbuto(419) sotto il mento
Colla granata accesa a Benevento.

70
Ove la notte al Noce eran concorse
Tutte le streghe anch'esse sul caprone,
I diavoli e col bau le biliorse(420),
A ballare e cantare e far tempone;
Ma quando presso al d l'ora trascorse,
Fa di mestieri battere il taccone:
Come a costei, che or viensene di punta(421),
E in su quel carro nel castello  giunta.

71
E la cagion si , ch'ella ne vada
Adesso a casa tutta in caccia e in furia,
L'aver veduto dentro alla guastada(422)
Un segno, che le ha data cattiv'uria(423);
Perch vi scorse una sanguigna spada,
Che alla sua patria minacciava ingiuria;
Perci, se nulla fosse di quel regno(424),
Ne viene anch'essa a dare il suo disegno(425).

72
Fugg tutta la gente spaventata
All'apparir dell'orrido spettacolo;
La piazza fu in un attimo spazzata,
Pur un non vi rimase per miracolo.
Cos correndo ognuno all'impazzata,
Si fa l'un l'altro alla carriera ostacolo;
Chi d un urton, quell'altro d un tracollo,
Chi batte il capo, e chi si rompe il collo.

73
Figuriamci vedere un sacco pieno
Di zucche o di popon sopra un giumento,
Che, rottasi la corda, in un baleno
Ruzzolan tutti fuor sul pavimento,
E nell'urtarsi batton sul terreno;
Chi si percuote, e chi s'infrange drento,
Chi si sbuccia in un sasso, e chi s'intride,
Ed un altro in due parti si divide.

74
Cos fa quella razza di coniglio;
Che, nel fuggir la vista di quel cocchio,
Chi si rompe la bocca o fende un ciglio,
E chi si torce un piede e chi un ginocchio;
A talch, nel veder quello scompiglio,
Io ho ben preso, dice, qui lo scrocchio(426),
Mentre a costor cos comparir volli:
Sapeva pur chi erano i miei polli.

75
Scese dal carro poi, per impedire
Cos gran fuga e rovinosa fola(427);
Ma quei viepi si studiano a fuggire,
E mostra ognun se rotte ha in pi le suola;
Ch finalmente, come si suol dire,
Chi corre corre, ma chi fugge vola;
Ond'ella, bench adopri ogni potere,
Vede che far tordo a rimanere(428).

76
Perci si ferma strambasciata e stracca;
Ritorna in dietro, ed un de'suoi caproni
Dalla carretta subito distacca,
E gli si lancia addosso a cavalcioni;
Cos correndo, tutta si rinsacca,
Perch quel diavol vanne balzelloni.
Pur dicendo: arri l, carne cattiva,
Lo fruga s, che al fin la ciurma arriva.



QUARTO CANTARE

Argomento

I guerrier di Baldon son mal disposti,
Perch la fame in campo gli travaglia.
Il Fendesi, e Perlon lasciano i posti,
Non vedendo arrivar la vettovaglia.
Psiche non tiene i suoi pensieri ascosti
A Calagrillo, cavalier di vaglia,
Che promette aiutar la damigella,
E poscia ascolta una gentil novella.


1
Omnia vincit Amor, dice un testo;
E un altro disse, e diede pi nel segno:
Fames Amorem superat; e questo
 certo, e approva ognun c'ha un po'd'ingegno;
Perch, quantunque Amor sia s molesto,
Che tutt'i martorelli(429) del suo regno
Dicano ognora: ahi lasso! io moro, io pro;
E'non si trova mai che ci sia vero.

2
Non ha che far niente colla Fame,
Che fa da vero, purch'ella ci arrivi;
Posson gli amanti star senza le dame
I mesi e gli anni, e mantenersi vivi;
Ma se due d del consueto strame
I poveracci mai rimangon privi,
E'basta; ch de fatto andar gli vedi
A porre il capo dove il nonno ha i piedi.

3
Talch si vien da questi effetti in chiaro,
Che d'Amore la Fame  pi potente;
Ond' che ognun di lui pi questa ha caro,
E quando alle sue ore ei non la sente,
Lamentasi, e gli pare ostico e amaro.
Perci riceve torto dalla gente,
Mentre ciascun la cerca e la desia,
E s'ella viene, vuol mandarla via.

4
Anzi la scaccia, come un animale(430)
Sul buon del desinare e della cena:
Per questo ella talor, che l'ha per male,
Pi non gli torna; ovver per maggior pena
In corpo gli entra in modo e nel canale,
Che non l'empierebb'Arno colla piena;
Come vedremo che a Perlone(431) ha fatto,
Che a questo conto(432) grida come un matto.

5
Desta l'Aurora omai dal letto scappa,
E cava fuor le pezze di bucato;
Poi batte il fuoco, e cuocer fa la pappa
Pel suo giorno bambin ch'allora  nato.
E Febo, ch' il compar, gi colla cappa
E con un bel vestito di broccato,
Che a nolo(433) egli ha pigliato dall'Ebreo,
Tutto splendente viensene al corteo.

6
N per ancora le Ugnanesi genti
Hanno veduto comparire in scena
La materia che d il portante(434) a'denti,
E rende al corpo nutrimento e lena;
Perci molti ne stanno malcontenti,
Che son usi a tener la pancia piena:
E ben si scorge a una mestizia tale,
Che la mastican tutti pi che male.

7
 tra costoro un certo girellaio(435),
Che per l'asciutto(436) va su i fuscellini(437),
Male in arnese, e indosso porta un saio
Che fu sin del Romito de'Pulcini(438).
Ci  chi vuol dir ch'ei dorma in un granaio,
Perc'ha il mazzocchio(439) pien di farfallini:
 matto in somma; pur potrebbe ancora
Un d guarirne, perch il mal d in fuora(440).

8
E perch'ei non avea tutt'i suoi mesi(441),
Fu il primo ad esclamare e far marina(442),
Forte gridando: oim! ch'io vado a Scesi(443)
Pel mal che viene in bocca alla gallina(444).
Onde Eravano e don Andrea Fendesi,
Che abbruciavano insieme una fascina,
E per cibare i lor ventri di struzzoli(445)
Cercavan per le tasche de'minuzzoli,

9
Mentre di gagnolar giammai non resta
Costui ch' senza numero ne'rulli(446),
Anzi rinforza col gridare a testa(447),
Lasciano il fuoco e i vani lor trastulli:
E per vedere il fin di questa festa,
Se ne van discorrendo grulli grulli
Del bisogno ch'essi han che 'l vitto giunga,
Perch sentono omai sonar la lunga(448).

10
Cos domandan chi sia quei ch'esclama,
E mette grida ed urli s bestiali.
Gli  detto: questo  un tale che si chiama
Perlone, dipintor de'miei stivali;
Un uom, che al mondo acquistasi gran fama
Nel far de'ceffautti(449) pe'boccali:
E con gl'industri e dotti suoi pennelli
Suo nome eterno fa negli sgabelli(450).

11
Si trova in basso stato, anzi meschino;
Ma bench il furbo ne maneggi pochi,
Giuocherebbe in su'pettini da lino,
Ch un'ora non pu viver ch'ei non giuochi.
Ma s'ei vincesse un d pur un quattrino,
In vero si potrebbon fare i fuochi;
Perch, giuocando sempre giorno e notte,
Farebbe a perder colle tasche rotte.

12
Giuocossi un suo fratel gi la sua parte,
Suo padre fu del giuco anch'egli amico;
Per natura qui n'incaca(451) l'arte,
Avendo ereditato il genio antico.
Costui teneva in man prima le carte,
Che legato gli fosse anche il bellico;
E pria che mamma, babbo, pappa e poppe,
Chiam spade, baston, danari e coppe(452).

13
Ma perch voi sappiate il personaggio
Che ci(453) racconta,  il Franco Vicerosa(454),
Cavaliero, del qual non  il pi saggio,
Scrittor sublime in verso quanto in prosa;
Dipinge, n pu farsi da vantaggio,
Generalmente in qualsivoglia cosa;
Vince nel canto i musici pi rari,
E nel portare occhiali non ha pari.

14
 suo amico, ed  pur seco adesso,
Salvo Rosata(455), un uom della sua tacca;
Perocch anch'ei si abbevera in Permesso,
E pittor, passa chiunque tele imbiacca;
Tratta d'ogni scienza ut ex professo,
E in palco fa s ben Coviel Patacca(456),
Che, sempre ch'ei si muove o ch'ei favella,
Fa proprio sgangherarti le mascella.

15
Or perch Franco ed egli ogni maniera
Proccuran sempre di piacere altrui,
Di Perlone dan conto, e dove egli era
Di conserva n'andr con gli altri due;
L dove minchionando un po'la fiera(457),
Il Franco disse lor: questo  colui
Che in zucca non ha punto(458); anzi ragionasi
D'appiccargli alla testa un appigionasi(459).

16
Spiacque il suo male ad ambi tanto tanto:
E mentre ei piange ch'e'si getta via(460),
Il pietoso Eravan pianse al suo pianto,
Verbigrazia, per fargli compagnia.
Poi tutto lieto postosegli accanto,
Per cavarlo di quella frenesia,
Di quelle strida e pianto s dirotto,
Che fa per nulla il bietolon mal cotto(461),

17
Se forse, dice, tu sei stato offeso,
Che fai tu della spada, il mio piloto(462)?
A che tenere al fianco questo peso,
Per startene a man giunte come un boto(463)?
Se al corpo alcun dolor t'avesse preso,
Gli  qua chi vende l'olio dello Scoto:
Se t'hai bisogno d'oro, io ti fo fede
Che qualsivoglia banca te lo crede.

18
Dopo Eravano poi nessun fu muto;
Ch ognun gli volle fare il suo discorso,
Offerendo di dargli ancora aiuto,
Mentre dicesse quanto gli era occorso;
Ond'ei, che avrebbe caro esser tenuto
D'aver piuttosto col cervello scorso(464),
Alzando il viso, in loro gli occhi affisa,
E sospirando parla in questa guisa:

19
Non v' rimedio, amici, alla mia sorte:
Il tutto  vano, giacch la sentenza
 stabilita in ciel della mia morte,
Che vuol ch'io muoia, e muoia in mia presenza.
Gi l'alma stivalata(465) in sulle porte
Omai dimostra d'esser di partenza;
E gi col corpo tutt'i sentimenti
Le cirimonie fanno e i complimenti.

20
Mutar devo mestier, se avvien ch'io muoia,
Di soldato cio nel ciabattino;
Perocch mi convien tirar le cuoia(466),
Per gir con esse a rincalzare il pino.
Un'altra cosa ancor mi d gran noia:
Ed , che sotto son come un cammino;
E che innanzi a Mins e agli altri giudici
Rappresentar mi debba co'pi sudici.

21
Ma ecco omai l'ora fatale  giunta,
Ch'io lasci il mio terrestre cordovano(467);
Gi gi la Morte corre, che par unta,
Verso di me colla gran falce in mano;
Spinge ella il ferro nel bel sen di punta(468),
Ond'io mancar mi sento a mano a mano;
Per lo spirto e il corpo in un fardello
Tiro fuor della vita e vo all'avello.

22
Ormai di vita son uscito, e pure
Non trovo al mio penar quiete e conforto.
O cielo, o mondo, o Giove, o creature,
Dite, se udiste mai cos gran torto?
Se Morte  fin di tutte le sciagure,
Come allupar(469) mi sento, ancorch morto?
E come, dove ognuno esce di guai,
Mi s'aguzza il mulino piucch mai(470)?

23
Va'a dir(471) che qua si trovi pane o vino
O altro da insegnar ballare al mento:
Se non si fa la cena di Salvino(472),
Quanto a mangiare, e'non c' assegnamento.
O ser Isac(473), o Abramo, o Iacodino,
Quando v'avete a ire al monumento,
Voi l'intendete, che nel cataletto
Con voi portate il pane ed il fiaschetto.

24
Orb, compagni(474), ol dal cimitero,
Se 'l ciel(475) danari e sanit vi dia,
Empiete il buzzo(476) a un morto forestiero,
O insegnategli almeno un'osteria.
Sebben voi fate qui sempre di nero(477),
Perch di carne avete carestia,
 tale l'appetito che mi scanna,
Che un diavol cotto ancor mi parr manna.

25
Sebben non c' da far cantare un cieco,
Di questa spada all'oste fo un presente,
Che ad ogni mo', da poi ch'ella sta meco,
Mai batt colpo o volle far niente.
Per una zuppa(478) dolla ancor di greco.
Ma che gracch'io? qui nessun mi sente.
Che fo? se i morti son di piet privi,
Meglio sar ch'io torni a star tra'vivi.

26
Qui tacque, e per fuggir la via si prese,
Facendo sempre il Nanni(479) ed il corrivo;
Perch'egli  un di que'matti alla sanese,
C'han sempre mescolato del cattivo.
Per aver campo a scorrere il paese,
Ne fece poi di quelle coll'ulivo(480),
Mostrando ognor pi dar nelle girelle;
E tutto fece per salvar la pelle.

27
Perch'uno, che il soldato a far s' messo,
Mentre dal campo fugge e si travia,
Sendo trovato, vien senza processo
Caldo caldo mandato in Piccardia.
Per s'ei parte, non vuol far lo stesso,
Ma che lo scusi e salvi la pazzia;
Onde minchion minchion, facendo il matto,
Se ne scantona che non par suo fatto.

28
Il Fendesi a scappare anch'ei fu lesto,
Con gli altri tre correndo a rompicollo;
Volendo risicar prima un capresto,
E morir collo stomaco satollo,
Che restar quivi a menarsi l'agresto(481),
Ed allungare a quella foggia il collo.
Il danno certo  sempre da fuggire;
S'egli avvien peggio poi, non c' che dire.

29
Lasciam costoro, e vadan pure avanti
Cercando il vitto l per quel contorno;
Che se fame gli caccia, e'son poi fanti
Da battersi ben ben seco in un forno;
Perch d'un gran guerrier convien ch'io canti,
Mezzo impaniato, perch'egli ha d'intorno
Una donna straniera in veste bruna,
Che s'affligge e si duol della fortuna.

30
Calagrillo  il guerriero, e via pian piano
Cavalcando ne va con festa e gioia,
Ognor tenendo il chitarrino in mano,
Perch il viaggio non gli venga a noia.
 bravo s, ma poi buon pastricciano(482);
E'farebbe servizio infino al boia:
Venga chi vuol, a tutti d orecchio,
Sebben e'fosse il Bratti Ferravecchio(483).

31
Poich bella  colei che si dispera
Sempre piangendo senz'alcun ritegno,
E vanne, come io dissi, in cioppa(484) nera
Per dimostrar di sua mestizia il segno,
Perci con viso arcigno e brutta cera
Par un Ebreo ch'abbia perduto il pegno;
E di quanto l'affligge e la travaglia,
Calagrillo il campion quivi ragguaglia.

32
Signore, incominci, devi sapere,
Ch'io ebbi un bel marito; ma perch'io
Dissi chi egli era contro al suo volere,
Gi per sett'anni n'ho pagato il fio;
Perch'egli allor, per farmela vedere,
Stizzato meco se n'and con Dio
In luogo, che a volerlo ritrovare
La carta vi volea da navicare.

33
E quando poi io l'ho bell'e trovato,
Martinazza, ch' sempre lo scompiglia,
Fa s, che pur di nuovo m' scappato,
Ed in mia vece all'amor suo s'appiglia.
Tal ch'io rimango cacciator sgraziato:
Scuopro la lepre, e un altro poi la piglia.
Ti dico questo, perch avrei voluto
Che tu mi dessi a raccattarlo aiuto.

34
Ei le promette e giura che 'l marito
Le render; per non si sgomenti:
E se non baster quel c'ha smarrito,
Quattro e sei, bisognando, e dieci e venti.
Ed ella lo ringrazia, e del seguito
Di tante sue fatiche e patimenti
(Fatta pi lieta per le sue promesse)
Cos da capo a raccontar si messe:

35
Cupido  la mia cara compagnia,
Ricco garzon, sebben la carne ha ignuda;
Anzi non : t'ho detto una bugia;
Perch'ei non mi vuol pi cotta n cruda.
Ma senti pure, e nota in cortesia:
Quando la madre sua, ch'era la druda
Del fiero Marte, idest la Dea d'Amore,
Gravida fu di questo traditore,

36
Perch'una trippa avea, che conveniva
Che dalle cigne omai le fosse retta,
Cagion, che in Cipro mai di casa usciva,
Se non con due braccieri ed in seggetta;
Pur sempre con gran gente e comitiva,
Com'a Regina, com'ell', s'aspetta;
I paggi addietro e gli staffier dinanzi,
E dagl'inlati due filar di Lanzi(485);

37
Essendo cos fuori una mattina
Per suoi negozi e pubbliche faccende,
Urt per caso una vacca trentina(486),
E tocca appena, in terra la distende;
Ond'ella, dopo un'alta rammanzina,
Perch'una lingua ell'ha che taglia e fende:
Va', che tu faccia, quando ne sia otta,
Un figliuol, dice, in forma d'una botta.

38
E cos fu; ch in vece d'un bel figlio,
Di suo gusto e di tutt'i terrazzani,
Un rospo fece come un pan di miglio,
Che avrebbe fatto stomacare i cani;
Che poi, cresciuto, fecesi consiglio
Di dargli un po'di moglie; ma i mezzani
Non trovaron mai donna n fanciulla,
Che saper ne volesse o sentir nulla.

39
Se non che i miei maggiori finalmente,
Mio padre che 'l bisogno ne lo scanna,
Con un mio zio ch'andava peziente(487),
E un mio fratello anch'ei povero in canna(488),
Sperando tutti e tre d'ungere il dente
E dire: o corpo mio, ftti capanna(489),
E riparare ad ogni lor disastro,
Me gli offeriro, e fecesi l'impiastro.

40
Fu volentier la scritta stabilita;
Io dico sol da lor, che fan pensiero
Di non aver a dimenar le dita(490),
Ma ben di diventar lupo cerviero.
E perch e'son bugiardi per la vita,
Dimostrano a me poi 'l bianco pel nero;
Dicendomi, che m'hanno fatta sposa
D'un giovanetto, ch' s bella cosa.

41
Soggiunsero di lui mill'altre bozze;
Ma quando da me poi lo veddi in faccia
Con quella forma e membra cos sozze,
Pensate voi se mi casc le braccia:
Anzi nel giorno proprio delle nozze,
Che a darmi ognun venia il buon pro vi faccia,
Ogni volta, con mio maggior dolore,
Sentivo darmi una stoccata al cuore.

42
Non lo volevo; pur mi v'arrecai,
Veduto avendo ogni partito vinto(491);
Ma perch non  il diavol sempre mai
Cotanto brutto com'egli  dipinto,
Quand'io pi credo a gola esser ne'guai,
Ecco al mio cuore ogni travaglio estinto;
Vedendo ch'ei lasci, sendo a quattr'occhi,
La forma delle botte e de'ranocchi.

43
E molto ben divenne un bel garzone,
Che m'accolse con molta cortesia;
Ma subito mi fa commissione,
Ch'io non ne parli mai a chicchessia,
Perch'io sar, parlandone, cagione
Ch'ei si lavi le man de'fatti mia,
E per nemmen(492) sentirmi nominare
Si vada vivo vivo a sotterrare.

44
E perch quivi ancora avr paura
Ch'io non vada a sturbargli il suo riposo,
Avr sopr'ad un monte sepoltura
Che mai si vedde il pi precipitoso,
Ed alto poi cos fuor di misura,
Che non v'andrebbe il Bartoli(493) ingegnoso;
Oltrech innanzi ch'io vi possa giugnere,
Ci vuol del buono, e ci sar da ugnere.

45
Poich una strada trover nel piano,
Che veder non si pu giammai la peggio;
Poi, giunta a pi del monte alpestre e strano,
Con due uncini arrampicar mi deggio,
Menando all'erta or l'una or l'altra mano
Come colui che nuota di spasseggio;
Ed anche andar con flemma e con giudizio
S'io non me ne vogl'ire in precipizio.

46
Scosceso  il monte, in somma, e dirupato;
E 'l viaggio lunghissimo e diserto.
Cos disse Cupido smascherato,
Dopo cio ch'ei mi si fu scoperto;
Ond'io promessi di non dir mai fiato,
E che prima la morte avria sofferto,
Che trasgredir d'un punto in fatti o in detti
I suoi gusti, i suoi cenni, i suoi precetti.

47
N tal cosa a persona avrei scoperta;
Ma perch tuttavia la gente sciocca
Ridea del rospo e davami la berta,
Ed io che quand'ella mi viene in cocca
Non so tenere un cocomero all'erta,
Mi lasciai finalmente uscir di bocca
Che quel non era un rospo, ma in effetto
Un grazioso e vago giovanetto.

48
E che, se lo vedesson poi la notte
Quando in camera meco s' serrato
E getta via la scorza delle botte,
Ch'un Sole proprio par pretto sputato,
Le male lingue forse starian chiotte
Che s de'fatti altrui si danno piato;
Perocch non si pu tirare un peto,
Che il comento non voglian fargli dreto.

49
Le ciglia inarca e tien la bocca stretta
Chiunque da me tal maraviglia ascolta;
Ma quel che importa, a sordo non fu detta;
Ch Vener che ogni cosa avea ricolta,
Per veder s'ella  vera o barzelletta,
Poich a dormire ognun se l'era colta,
Entra in camera e vien pian piano al letto,
E trova il tutto appunto come ho detto.

50
E nel vedere in terra quella spoglia
Che per celarsi al mondo il giorno adopra,
Di levargliela via le venne voglia,
Acci con essa pi non si ricuopra;
Cos la prende, e poi fuor della soglia
Fa un gran fuoco e ve la getta sopra:
N mai di l si volle partir Venere,
Insinch non la vedde fatta cenere.

51
Fu questa la cagion d'ogni mio male;
Perch quando Cupido poi si desta,
Si stropiccia un po'gli occhi e dal guanciale
Per levarsi dal letto alza la testa,
E va per rivestirsi da animale,
N trovando la solita sua vesta,
Si volta verso me, si morde il dito,
E nello stesso tempo fu sparito.

52
Non ti vo'dir com'io restassi allora,
Che mi sovvenne subito di quando
Il primo d mi si svel, che ancora
Mi fece l'espressissimo comando
Che in alcun tempo io non la dessi fuora;
Ed io son ita, sciocca, a fare un bando:
E poi mi pare strano e mi scontorco,
S'egli  in valigia(494) ed ha comprato il porco(495).

53
Sospesa per un pezzo me ne stetti,
Ch'io aspettava pur ch'ei ritornasse;
A cercarne per casa poi mi detti,
Per le stanze di sopra e per le basse.
Guardo su pel cammin, giro in su i tetti,
Apro gli armari e fo scostar le casse;
N trovandolo mai, al fin mi muovo
Per non fermarmi finch'io non lo trovo.

54
Scappo di casa, e via vo sola sola;
N son lontana ancora una giornata,
Ch'io sento dire: aspettami figliuola.
Mi volto, e dietro veggomi una Fata;
E perch'ella mi diede una nocciula,
Quest' meglio, diss'io, d'una sassata.
Di ci ridendo, un'altra sua compagna
Mi pose in mano anch'ella una castagna.

55
Ed io, che allora avrei mangiato i sassi,
M'accomodai per darvi su di morso;
Ma fummi detto ch'io non la stiacciassi,
Se un gran bisogno non mi fosse occorso.
Vergognata di ci, con gli occhi bassi
Il termine aspettai del lor discorso;
Poi, fatte le mie scuse e rese ad ambe
Mille grazie, le lascio, e dolla a gambe.

56
Ripongo la nocciula e la castagna,
E rimetto le gambe in sul lavoro
Per una lunga e sterile campagna
Disabitata pi che lo Smannoro(496).
Dopo cinqu'anni giunta a una montagna,
Mi si fe'innanzi un grande e orribil toro,
Che ha le corna e i pi tutti d'acciaio,
E tira, che correbbe nel danaio.

57
E come cavalier che al saracino
Corre per carnovale o altra festa,
Verso di me ne viene a capo chino,
Colla sua lancia biforcata in testa.
Io gi colle budella in un catino
Addio, dicevo al mondo, addio chi resta;
Addio Cupdo, dove tu ti sia,
A rivederci(497) ormai in pellicceria.

58
O mamma mia, che pena e che spavento
Ebbe allor questa mezza donnicciuola!
Tremavo giusto come un giunco al vento;
Ch quivi mi trovavo inerme e sola.
Pur, come volle il cielo, io mi rammento
Del dono delle Fate; e la nocciula
Presa per caso, presto sur un sasso
La scaglio; ella si rompe, e n'esce un masso.

59
Tal pietra per di fuori  calamita,
E ripiena di fuoco artifiziato.
Ormai arriva il toro, ed alla vita
Con un lancio mi ven tutto infuriato:
Ma perch dietro al masso ero fuggita,
Il ribaldo riman quivi scaciato(498);
Ch in esso dando la ferrata testa,
In quella calamita affisso resta.

60
Sfavilla il masso al batter dell'acciaro,
E d fuoco al rigiro(499) ch' nascosto;
Ed egli, a'razzi ch'allor ne scapparo,
Un colpo fatto aver vede a suo costo,
Perch non vi fu scampo n riparo
Ch'ei tra le fiamme non si muoia arrosto.
Ed io, scansato il fuoco e ogni altro affronto,
Lieta mi parto e tiro innanzi il conto(500).

61
Pi l ritrovo un grand'uccel grifone,
E topi assai che giran come pazzi,
Perch'egli, entrato in lor conversazione,
Gli becca, graffia e ne fa mille strazzi.
Di lor mi venne gran compassione,
E vo per ovviar ch'ei non gli ammazzi;
Ma quei mi sente al moto, e in pi si rizza,
E per cavarsi vien con me la stizza.

62
Questo animale ha il busto di cavallo,
Di bue la coda, e in sulle spalle ha l'ale;
Il capo e il collo giusto come il gallo,
E i pi di nibbio vero e naturale;
Gli artigli di fortissimo metallo,
Grandi, grossi e adunchi in modo tale,
Che non vedesti, quando leggi o scrivi,
Mai de'tuo'd i pi bei interrogativi.

63
Son appuntati poi, che a far pi acuto
Un ago altrui darebbe delle brighe;
Talch, se al viso fossemi venuto,
Con essi mi lasciava assai pi righe
D'un libro di maestro di liuto
E d'una stamperia di falsarighe,
Con farmi a liste come le gratelle,
Da cuocervi le triglie e le sardelle.

64
Or per tornare: in quel ch'io ho timore
Che 'l mio grifo sia scherzo del grifone,
La castagna, ch'i'ho in tasca, caccio fuore,
La rompo, e n'esce subito un lione,
Che mi scem non poco il batticuore;
Perch'egli in mia difesa a lui s'oppone,
E mostrgli or coll'ugna ed or co'denti,
In che mo'si gastigan gl'insolenti.

65
L'uccello anch'egli, che non ha paura,
Gli rende molto ben tre pan per coppia;
Ma quel, che aver del suo nulla si cura,
Il contraccambio subito raddoppia;
E ben ch'ei voglia star seco alla dura,
L'afferra e stringe tanto, ch'egli scoppia;
Di poi garbatamente gli riseca
Gli stinchi su'nodelli e me gli reca.

66
Metto uno strido, e mi ritiro in dreto,
Io, c'ho paura allor, ch'ei non m'ingoi;
Ma quegli, ch' un lione il pi discreto
Che mai vedesse il mondo o prima o poi,
Ci conoscendo, tutto mansueto
Gli lascia in terra, e va pe'fatti suoi.
Ed io gli prendo allora, essendo certa
D'averne aver bisogno in s grand'erta;

67
L dove non si pu tenere i piedi,
Ma bisogna che l'uom vada carponi.
Perci con quegli uncini poi mi diedi
A costeggiar il monte brancoloni:
E convenne talor farsi da piedi,
Battendo gi di grandi stramazzoni,
Perch non v' dove fermare il passo;
Cagion, che spesso mi trovai da basso.

68
Tutti quei topi via ne vengon ratti,
E furon per mangiarmi dalla festa;
Perocch dalle granfie io gli ho sottratti
Di quella bestia a lor tanto molesta.
Cos vo rampicando come i gatti
Sull'aspro monte dietro alla lor pesta,
Sopportando fatiche, stenti e guai,
E fame e sete quanto si pu mai.

69
Pur finalmente in capo a due altr'anni
Giungemmo al luogo tanto desiato.
Ma non finiron qui mica gli affanni,
Perch di muro il tutto  circondato;
E qui s'aggiunge ancor male a malanni,
Ch'io trovo l'uscio, ma 'l trovo diacciato(501).
Pensa se allor mi venne la rapina(502),
E s'io dicevo(503) della violina.

70
Ora tu sentirai, che 'l dare aiuto
A tutti quanti sempre si conviene;
Perch giammai quel tempo s' perduto,
Che s' impiegato in far altrui del bene.
Non dico sol all'uomo, ma anche a un bruto
Che forse immondo e inutile si tiene,
E che tu non lo stimi anche una chiosa(504);
Perocch'ognuno  buono a qualche cosa.

71
Se tu giovi al compagno, allor tu fai
(Quasi gli presti roba) un capitale;
Anzi talor, per poco che gli di,
Ti rende pi sei volte che non vale.
Ma non si dee ci pretender mai,
Perch'ell' cosa che starebbe male;
Questo  un censo, il quale a chi lo prende
Richieder non si pu, s'ei non lo rende.

72
Guarda s'ell' cos: io, per la mia
Piet di prender di quei topi cura,
Da lor vinta restai di cortesia
E n'ebbi la pariglia coll'usura;
Perocch in questa zezza ricada(505),
Ch'io ho d'aver trovata clausura,
Eglino tutti sul cancel saliro
E si fermaro, ove  la toppa, in giro.

73
E gli denti appiccando a quel legname
Come se 'n bocca avessero un trapno,
Presto presto vi fecero un forame,
Da porre il fiasco(506) e vendere il trebbiano;
Talch, in terra cascando ogni serrame,
Spalanco l'uscio di mia propria mano
E passo dentro, e resto pur confusa,
Perch'ancor quivi  un'altra porta chiusa.

74
Ma parve giusto come bere un uovo
A'topi farvi il consueto foro.
E dopo questa a un'altra, e poi di nuovo
Infino a sette fanno quel lavoro;
Quando fra verdi mirti mi ritrovo,
Che fan corona a una cassa d'oro,
Ch' a pi d'un tempio ch' dipinto a graffio(507),
E a prima faccia tien quest'epitaffio:

75
Cupdo Amor, che tanti ha sbolzonato,
Bersaglio qui si giace della morte:
Ei, ch'era fuoco, il naso ora ha gelato,
Se i cuor leg, prigione  in queste porte.
Hallo trafitto, morto e sotterrato
Quella cicala della sua consorte;
N sorger, se pria colma di pianto
Non sar l'urna che gli  qui da canto.

76
Non ti vo'dire adesso, se in quel caso
Mi diventaron gli occhi due fontane,
E feci come chi s' rotto il naso,
Che versa il sangue e corre al lavamane.
Cos cors'io a piangere a quel vaso,
Durando a lagrimar sei settimane;
E per aver quel pi voglia di piagnere
Mi diedi pugna s, ch'io m'ebbi a infragnere.

77
Quando veddi ch'egli era poco meno
In su che all'orlo ed esser a buon porto,
Volli, innanzi ch'e'fosse affatto pieno
E che 'l marito mio fosse risorto,
Lavarmi il viso e rassettarmi il seno,
Acci s lorda non m'avesse scorto.
Perci mi parto, e cerco se in quel monte
Per avventura fosse qualche fonte.

78
In quel ch'io m'allontano, com'io dico,
Martinazza, che era in Stregheria,
Pass di l portata dal nimico(508),
Ch non potette star per altra via;
E perch sempre fu suo modo antico
Di far per tutto a alcun qualche anghera,
Lesse il pitaffio, squadr l'urna, e tenne
Che l fosse da farne una solenne.

79
Se qua, dice fra s, Cupdo dorme,
Vo'risvegliarlo, per veder un tratto
S'egli  come si dice, e se conforme
A quel che da'pittori vien ritratto;
Sebben chi lo fa bello, e chi deforme:
Basta; mi chiarir com'egli  fatto.
Per questo ad empier mettesi quel vaso,
A cui poco mancava ad esser raso.

80
Coll'animo di piagner vi s'arreca;
Ma ponza ponza(509), lagrima non getta:
Si prova a far cipiglio e bocca bieca(510),
N men questa  per buona ricetta.
Al fin si pone a un fumo che l'accieca,
Sicch per forza a piangere  costretta;
Onde la pila in mezzo quarto d'ora
Rest colma, e Cupdo scapp fuora.

81
Quand'ella verso lui volt le ciglia,
E vedde quella sua bella figura
Disposta e graziosa a maraviglia
Che pi non si pu far 'n una pittura,
Gli s'avventa di subito e lo piglia;
E senza ricercar della cattura(511),
Da'suo'staffieri tenebrosi e bui
Portar se ne fa via con esso lui.

82
Fermossi a Malmantile, e per marito
Lo volle, e gi le nozze han celebrate.
Come sai tu, dirai, tutto il seguto?
Lo so, ch me lo dissero le Fate,
Quelle che mi donr quel ch'hai sentito;
Che in due aquile essendo trasformate,
Perch lass i'facea degli sbavigli,
M'han trasportata qua ne'loro artigli.



QUINTO CANTARE

Argomento

Vuol con gl'incanti dar la Maga aita
In Malmantile al popolo assediato;
Ma dagli spirti  cos mal servita,
Che tra'nimici  il suo saper beffato.
Vien Calagrillo, e a duellar la 'nvita:
E lo 'nvito  da lei tosto accettato.
Il Fendesi, e altri due, com' usanza,
Sparir di Piaccianteo fan la pietanza.


1
E'si trova talun che  s capone,
Che ad una cosa che si tocca e vede,
E che di pi l'afferman le persone,
Vuol essere ostinato e non la crede;
Un altro  poi s tondo e s minchione,
Che se le beve tutte e a ognun d fede;
E ci son uomin tanto babbuassi,
Che crederebbon ch'un asin volassi.

2
Gli estremi non fur mai degni di lode:
Ci vuol la via di mezzo; e chi ha cervello,
Se vere o false novitadi egli ode,
A crederle al compagno va bel bello:
Le crede, s'elle son fondate e sode;
Ma s'elle star non possono a martello,
Non le gabella(512) mica di leggieri,
Come fa il Duca(513) a certi messaggieri.

3
Ma perch chi m'ascolta intenda bene,
Tornare a Martinazza mi bisogna:
La qual dianzi lasciai, se vi sovviene,
Che in sul Caprinfernal, pigra carogna,
Quel popolaccio ha aggiunto e lo ritiene
Dal fuggir via con tanta sua vergogna;
Perch, quando per lei la raffigura,
Rallenta il corso e piscia la paura.

4
E quivi, coll'affanno in sulla pena(514),
Tutto lamenti, condoglienze e strida,
Tremando forte come una vermena,
La prega, perch in lei molto confida
E perch addosso giunta gli  la piena
E l tra lor non  capo n guida,
A far in mo', se si pu far di manco,
Ch'ei non s'abbia(515) a cacciar la spada al fianco.

5
Ella risponde allor, ch' di parere
Che il pigliar l'arme faccia di mestiero;
Che per la patria par che sia dovere
Il farsi bravo, e diventar guerriero;
Sebben fra tanto vuole un po'vedere,
S'ella con Gambastorta e Baconero(516)
Trovar potesse il modo che costoro
Vadano a far il bravo a casa loro.

6
Ci detto, balza in casa, e col drento
Per ugnersi dispogliasi(517) in capelli;
E cacciatasi addosso quant'unguento
Aveva ne'suoi fetidi alberelli,
Un gran circolo fa nel pavimento,
E con un vaso in man, scritti e cartelli,
Borbottando parole tuttavia,
Che n men si direbbono in Turchia,

7
Fa un salto a pi pari in mezzo al segno;
E quivi avendo all'ordine ogni cosa
Per mandare ad effetto il suo disegno,
Grida cos con voce strepitosa:
O colaggi dal sotterraneo regno
Cornuti mostri e gente spaventosa,
Filigginosi abitator di Dite,
Badate a me, le mie parole udite.

8
Vi prego, vi scongiuro e vi comando
Per la forza e virt di questi incanti;
Per quest'acqua che a gocce in terra spando
Dagli occhi distillata degli amanti;
Per questa carta, ov' stampato il bando(518)
Di quella porcheria de'guardinfanti
Che di portar le donne han per costume,
Ricettacol di pulci e sudiciume;

9
Per gl'imbrogli vi chiamo e l'invenzioni,
Che ritrova il legista ed il notaio,
Quando per pelar meglio i buon pippioni,
Gli aggira, che n anche un arcolaio:
Ors, pezzi di sacchi di carboni,
Per quei ladri del sarto e del mugnaio
Che ti voglion rubare a tuo dispetto,
Uscite fuor, venite al mio cospetto.

10
Tutto l'Inferno a cos gran parole
Vien sibilando e intorno le saltella,
Come dall'alba al tramontar del sole
Fa quel ch' morso dalla tarantella(519).
Domandale Pluton quel ch'ella vuole,
Ch stridendo ogni d lo dicervella;
E lui, ch'or mai ha dato nelle vecchie,
Fa ire in gi e in su come le secchie;

11
Ed a far ch'ei si pigli quella stracca
Senza cagion, gli par ch'ell'abbia il torto;
Perch dalla profonda sua baracca
A Malmantil non  la via dell'orto.
Corpo!... (dic'ella, ed al celon(520) l'attacca)
A venire insin qui tu sarai morto!
Ma senti, il mio Pluton, non t'adirare,
Ch venir non t'ho fatto sine quare;

12
Ma perch tu mi voglia far piacere
Di darmi Baconero e Gambastorta,
Perch'io mi vo'dell'opra lor valere
In cosa che mi preme e che m'importa.
Plutone allor quei due fa rimanere,
E la strada si piglia della porta
Seguto da'suoi sudditi, che tutti
Posson fondar la Compagnia de'Brutti(521).

13
Lascian Plutone e corron dalla druda
I due spirti, aspettando il suo decreto:
Ed ella allor, che fa da Cecco Suda(522)
Per far s che Baldon dia volta a dreto,
Ed anche, se si pu, ch'ei vada a Buda(523),
Gli prega che le dian qualche segreto,
Di far, senz'altre guerre ovver contese,
Che quelle genti sfrattino il paese.

14
Io ho, dice un di lor, bell'e trovato
Un'invenzion, che ci verr ben fatto;
Perch il duca Baldone  innamorato
Della Geva di corte, e ne va matto:
Ma la furba lo tiene ammartellato,
E due tavole(524) dar vorrebbe a un tratto,
Tenendo il pi in due staffe, amando lui,
E parimente il duca di Montui(525).

15
Per, se noi finghiam ch'ella gli scriva
Che 'l suo rivale (adesso ch'egli ha inteso
Ch'ei s' partito) colla gente arriva
Per volergliela su levar di peso;
E che se proprio  ver che per lei viva,
Com'ei spesso giur, d'amore acceso;
E se gli  cara; lo dimostri, e prenda
Ed armi e bravi, e corra e la difenda.

16
Vedrai che 'l duca torna allotta allotta,
Correndo a casa come un saettone
Con quanta ciurma ch'egli ha qua condotta,
Per voler ammazzar bestie e persone.
Or dunque tu, che sei saputa e dotta
Che non la cedi manco a Cicerone,
Scrivi la carta; ch tu sai che noi
Siam tutti un monte d'asini e di buoi.

17
Non ti do contro, rispond'ella, a questo,
Ed ho gusto che voi vi conoschiate(526).
Ors, dice il demonio, scrivi presto
Due parole in tal genere aggiustate.
S, dic'ella; ma vedi, io mi protesto,
Ch'io non portai mai lettere(527) o imbasciate.
Scrivi soggiunge quei; ch, quanto al porta,
Eccomi lesto qui con Gambastorta.

18
E per dare al negozio pi colore,
In forma voglio ir io d'una comare
Della sua Geva, detta Mona Fiore,
Confidente del duca in ogni affare.
Gambastorta verr da servitore,
Che mostri di venirmi a accompagnare;
E gi per questo ho fatte far di cera
Due palle, una ch' bianca, e l'altra nera.

19
Quand'un tien questa nera in una branca,
Di subito d'un uom prende figura;
E s'ei vi chiude quell'altra ch' bianca,
In femmina si muta e trasfigura.
Sicch riguarda ben s'altro ci manca,
E distendi mai pi(528) questa scrittura;
Ch 'l mio compagno ed io qua per viaggio
Ci muterem l'effigie e il personaggio.

20
La nera a lui dar, ch'altrui lo faccia
Parere un uom di venerando aspetto;
La bianca terr io, che membra e braccia
Della donna mi dia che gi t'ho detto.
La strega qui gli dice ch'ei si taccia,
Perch'ella scrive, e guasto le ha un concetto;
Ma lo scancella, e mettelo in postilla:
Cos piega la carta e la sigilla.

21
Le fa la soprascritta e poi finisce,
A pi d'un ghirigoro, in propria mano;
E con essa quel diavolo spedisce
Alla volta del principe d'Ugnano:
L dove l'un e l'altro comparisce
Con una delle dette palle in mano,
Credendo l'un rappresentar la Fiore,
E l'altro il servo; ma sono in errore.

22
Ch Baconero, il quale  un avventato,
Nel dar la palla all'altro di nascosto,
Senza guardarla prima, avea scambiato
E preso un granchio e fatto un grand'arrosto.
Perci quand'a Baldone egli  arrivato,
Dice cose dal ver troppo discosto;
Mentr'egli afferma d'esser donna, e sembra
Uomo alla barba, all'abito e alle membra.

23
E Gambastorta, anch'ei balordo e stolto,
Mentr'apparir si crede un uom dabbene,
Alla favella, alla presenza e al volto
Per una fasservizi ognun la tiene.
Il foglio intanto il Duca avea lor tolto;
E veduto lo scritto e quel contiene(529),
Resta certo di quanto era indovino,
Che i furbi vorrian farlo Calandrino(530).

24
E poich gli hanno detto che la Geva
A lui gli manda con quel foglio apposta,
Ma prima che da loro ei lo riceva,
Hann'ordine d'averne la risposta(531);
E soggiunto, che mentr'ella scriveva,
Gettava gocciolon di questa posta(532)
Per il trambusto grande ch'ella ha avuto,
Come potr sentir dal contenuto;

25
Egli , dic'egli, un gran parabolano,
Chi dice ch'ella ha scritto la presente;
Quand'ella non pigli mai penna in mano,
E so di certo ch'ella n' innocente.
Che poi tu sia la Fiore(533), che in Ugnano
A me fu molto nota e confidente,
E tu sia uom, a dirla in coscienza,
A me non pare, e nego conseguenza.

26
I buon compagni a una risposta tale
Guardansi in viso; e in quel sendosi accorti
Ch'egli hanno equivocato e fatto male,
Restan quivi allibbiti e mezzi morti;
Ed alle gambe avendo messo l'ale,
Fuggon, ch'e'par che 'l diavol se gli porti,
Con una solennissima fischiata
Di Baldone e di tutta la brigata.

27
Adesso a Calagrillo me ne torno
Che va marciando al suon del suo strumento,
Colla dolente Psiche ognor d'attorno,
Ch'ad ogni quattro passi fa un lamento.
Ha camminato tutto quanto il giorno,
E domandato cento volte e cento
La via di Malmantile, e similmente
Di Martinazza, e se v' di presente.

28
D in un, ch'al fin la mette per la via,
Con dirle che quest'orrida befana,
Che gi d'un tozzo aveva carestia
E stava come l'erba porcellana(534),
In oggi ha di gran soldi in sua bala
Ed ha una casa come una dogana;
E nella corte  in grado, e giunta a segno,
Ch'ell' il totum continens del regno.

29
Che la padrona il tutto le comparte,
Come se in Malmantil sien due regine;
Anzi il bando(535) si manda da sua parte,
Perch'ella soffia(536) il naso alle galline.
Cos, poich'ebbe dato libro e carte(537),
Entra nell'un vie un(538), che non ha fine
Costui, che quivi s' posto a bottega(539)
A legger(540) sopra il libro della strega.

30
Quest'altro, che non cerca da costui
Di questi cinque soldi(541), avendo fretta,
Poich'egli ha inteso quel che fa per lui,
Sprona il cavallo tutto a un tempo e sbietta.
La donna, che trovare il suo colui(542)
Di giorno in giorno per tal mezzo aspetta,
Per non lo perder d'occhio(543) e ch'ei le manchi,
Segue la starna e le va sempre ai fianchi.

31
Quando al castello al fin sono arrivati,
L dove altrui assordano l'orecchie
Gli strepiti dell'armi e de'soldati,
Che d'ogn'intorno son pi delle pecchie,
Domandan soldo; ed a Baldon guidati,
Che avendo del guerrier notizie vecchie,
Gli va incontro, l'accoglie e riverisce,
Ed egli a lui coll'armi s'offerisce.

32
Ma piacciati, soggiunse, ch'io ti preghi
Per questa donna rimaner servito(544),
Che questo ferro pria per lei s'impieghi,
Per conto qua d'un certo suo marito.
A tanto cavalier nulla si nieghi,
Risponde a ci Baldon tutto compto.
Tu se'padrone, fa'ci che tu vuoi,
Non ci van cirimonie fra di noi.

33
Ti servir di scriverti(545) alla banca;
E in tanto per adesso ti consegno
Il gonfalon di questa ciarpa bianca,
Ch tra le schiere  il nostro contrassegno;
Talch libero il passo e scala franca(546)
Avrai, per dar effetto al tuo disegno,
Che non so qual si sia n lo domando;
Per va'pur, ch'io resto al tuo comando.

34
Ei lo ringrazia; e gito pi da presso,
Ove sta chiuso di Psiche il bel Sole(547),
Ad essa dice: in quanto al tuo interesso,
Fin qui non ti ho servito, e me ne duole;
Ch tu non pensi, avendoti promesso,
Ch'io faccia fango(548) delle mie parole;
E che il mio indugio e il non risolver nulla
Sia stato un voler darti erba trastulla.

35
Ovver ch'io me la metta in sul liuto(549),
O ti voglia tener l'oche in pastura,
Come quel che ci vada ritenuto
Per mancanza di cuore o per paura;
Perch, siccome avrai da te veduto,
Non ho sin qui trovata congiuntura
Di chi m'indirizzasse qua al castello,
Per poterne cavar cappa(550) o mantello.

36
Risponde Psiche a questa diceria:
Io non entro, signore, in questi meriti.
Non ho parlato mai, n che tu sia
Tardo, o spedito, ovver che tu ti periti.
Quel che tu fai, tutt' tua cortesia;
Per tal l'accetto, e 'l Ciel te lo rimeriti,
Con darti in vita onor, fama e ricchezza,
Sanit dopo morte ed allegrezza.

37
Sta'quieta, le dic'egli, e ti conforta,
Ch'io voglio adesso dar fuoco al vespaio.
Cos, col corno, il quale al collo porta,
Chiama la guardia, ovvero il portinaio.
Non  s presto il gatto in sulla porta
Quand'ei sente la voce del beccaio,
Quanto veloce a questo suon la ronda(551)
Sopr'alle mura accostasi alla sponda(552).

38
Un par d'occhiacci, orlati di savore(553),
Cos addosso ad un tratto gli squaderna,
Che par quando il Faina(554) alle sei ore
In faccia mi spalanca la lanterna;
E mediante(555) un certo pizzicore
Ch'ei sente al collo, i pizzicotti alterna,
Ond'alle dita egli ha fatti i ditali(556)
D'intorno a innumerabili mortali.

39
Non tanto s'abburatta(557) per la rogna
E pe'bruscol che vanno alla goletta(558),
Quanto che dir non pu quel che bisogna,
Ch'ei tartaglia e scilingua anche a bacchetta(559).
Qual il quartuccio(560) le bruciate fogna,
N senza quattro scosse altrui le getta,
Tal si dibatte, e a vite fa(561) la gola
Ogni volta ch'ei manda fuor parola.

40
Bu bu bu bu, comincia, ch 'l buon giorno
Vorrebbe dar al cavalier, ch'ei tiene
Il corrier, mediante il suon del corno,
Del popol d'Israel ch'or va or viene.
Van le parole a balzi e per istorno(562),
Prima ch'al segno voglian colpir bene:
Pur pinse tanto, che gli venne detto:
Buon d, corrier: che nuova c' di Ghetto?

41
Rispose l'altro, tal parola udita:
D'esser corriere gi negar non posso,
Perch'io l'ho corsa a far questa salita;
Ma quanto al Ghetto io non la voglio addosso.
Non ho che far con gente Israelita:
Ben ti far il mio brando il cappel rosso(563),
E col darti sul viso un soprammano
D'Ebreo far mutarti in Siciliano(564).

42
Ma che vo il tempo qui buttando via,
In disputar con matti e con buffoni?
Il trattar teco, credomi che sia
Come a'birri contar le sue ragioni;
N dissi mal, perch'hai fisionomia
D'un di color che ciuffan pe'calzoni:
E l'esser tu cost, par ch'ella quadri,
Ch i birri sempre van dove son ladri(565).

43
Ben che voi siate come cani e gatti,
Ch'essi non han con voi gran simpatia,
Perch peggio de'diavol sete fatti,
Usando nel pigliar pi tirannia.
Dell'alma sola quei(566) son soddisfatti;
Ma voi col corpo la portate via.
Or basta, se tra voi tant'odio corre,
Meglio a'lor danni ti potr disporre.

44
Or dunque tu, che sei cos pietoso,
Che pigli i ladri, acci Mastro Bastiano
Sul letto a tre colonne(567) almo riposo
Dia lor del tanto lavorar di mano;
Perch'a qualunque ladro il pi famoso
Martinazza in rubar non cede un grano,
Che non uccella(568) a pispole, ma toglie
Cupdo a questa donna, ch' sua moglie;

45
Lo stesso devi oprar che a lei sia fatto
Mentr'a(569) costei non renda il suo consorte,
A cui (perch'ei consente in tal baratto)
Questa(570) potrebbe far le fusa torte;
Ed ei si cerca(571) esser mandato un tratto
Sull'asin con due rcche dalla Corte.
Sicch, se tu nol sai, ti rappresento
Che un disordine qui ne pu far cento.

46
Per se voi adesso, a cui s'aspetta,
Cost non impiccate questa troia,
Io stesso vo'pigliarmi questa detta(572),
E farle il birro, e in sulle forche il boia,
Mentre per Cupdo non rimetta;
Ma se lo rende, non vi do pi noia.
Va'dunque, e narra a lei quanto t'ho detto,
Ch'io qui t'attendo e la risposta aspetto.

47
La ronda, che far lite non si cura,
E vuol riguardar l'armi dalle tacche,
Quantunque ad alto sia sopr'alle mura
Molto lontana e gi in salvummeffacche(573),
Non vuol tenersi mai tanto sicura,
Che rilevar non possa delle pacche.
Per, veduto avendo il ciel turbato,
Tace, ch'ei pare un porcellin grattato(574).

48
Lascia la sentinella, e caracolla
Gi pel castello, dando questa nuova;
E bench il maggioringo(575) della bolla
Gli abbia promesso, mentre ch'ei si mova,
Di fargli porre a'piedi la cipolla(576),
Cercando della morte in bella prova,
Vuol avvisar di ci Mona Cosoffiola(577),
Ch' per basire a questa battisoffiola.

49
Ella insieme le schiere ha gi ridotte
Di genti, che non vagliono un pistacchio;
Cio di quelle a cui fece la notte
Col suo carro s grande spauracchio.
Ed or quivi parare, e dar le botte
Insegna lor, che non ne san biracchio(578);
Ma quand'innanzi a lei costui si ferma
Cos tremante, la cav di scherma(579).

50
Mentre del fatto poi le d contezza,
Con quella ambascia e lingua di frullone
Fa (perch nulla mai si raccapezza)
Chi lo sente morir di passione;
Ma quella, ch'a sentirlo  forse avvezza,
Lo 'ntende un po'cos per discrezione;
E qui finiscon le lezion di guerra,
Perch'ella non d pi n in ciel n in terra.

51
Tutto in un tempo vedesi cambiare
L'amante ingelosita Martinazza;
Or ora  bianca, come il mio collare,
Or bigia, or gialla, or rossa, or paonazza;
Or pi rossa del c... d'uno scolare
Dopoch'egli ha toccata una spogliazza(580).
In somma ella ha sul viso pi colori,
Che in bottega non han cento pittori.

52
Rabbiosa il capo verso il ciel tentenna,
Quasi col piede il pavimento sfonda;
Or si gratta le chiappe, or la cotenna,
Or dice al messaggero che risponda,
Or lo richiama, mentr'egli  in Chiarenna(581):
Grida, e minaccia, e par che si confonda;
Mille disegni entro al pensier racchiude,
I enne inne(582), e nulla mai conchiude.

53
Il guardo al fine in terra avendo fiso,
'N un vasto mare ondeggia di pensieri,
E lagrime diluvia sopra il viso,
Grosse come sonagli(583) da sparvieri,
Che lavandole il collo lordo e intriso,
Laghi formano in sen di pozzi neri(584);
Al fin tornata in s, colla gonnella
S'asciuga, e al messagger cos favella:

54
Torna, e rispondi a questo scalzagatto,
Che si crede ingoiar colle parole,
Ch'io non so quel ch'ei dice; e s'egli  matto,
Non ci posso far altro, e me ne duole.
Poi, circa alla domanda ch'egli ha fatto:
Che gli dar Cupdo, e ci ch'e'vuole,
Se colla spada in mano ovver coll'asta
Prima di guadagnarlo il cor gli basta.

55
Per, se in questo mentre umor non varia,
Domani al far del d facciami motto;
E s'io gli far dar le gambe all'aria,
Quella sua landra(585) ha da pagar lo scotto(586);
Ma se la sorte, forse a me contraria,
Vuol ch'a me tocchi andar col capo rotto,
Prenda Cupdo allor, ch'io gli prometto
Lasciarglielo segnato(587) e benedetto.

56
Ci detto, parte: e quei, ch'era uomo esperto
(Essendo stato cavallaro, e messo),
Al cavaliere ad unguem fa il referto
Di quel che Martinazza gli ha commesso.
Ed in viso vedendolo scoperto,
Quest'ha bisogno, dice, d'un buon lesso(588);
Perch'egli  duro, e non punto pupillo(589):
Lo conosco bens, gli  Calagrillo.

57
Ma qui la dama e Calagrillo resti;
Quest'altro giorno rivedremgli poi.
Il passo meco ora ciascuno appresti
Per giungere il Fendesi e gli altri duoi,
Che seguitaron, come voi intendesti,
Perlon che se n'and pe'fatti suoi;
Ch troveremgli, se venir volete,
Pi presto assai di quel che vi credete.

58
Ch gi gi(590) se ne vanno gi nel piano
Sbattuti, com'io dissi, dalla fame:
Ma non son iti ancora un trar di mano,
Che senton razzolar tra certo strame;
Perci coll'armi subito alla mano
Corron dicendo: qui c' del bestiame;
Sicch quando crediamo di trar minze(591),
Il corpo forse caverem di grinze.

59
Curiosi quel che fosse di vedere
Dentr'a una stalla inabitata entraro.
E vedder, ch'era un uom posto a giacere
Sopr'alla paglia a guisa di somaro;
Accanto aveva da mangiare e bere,
E gli occhi distillava in pianto amaro;
E tra i disgusti e il vin, ch'era squisito,
Pareva in viso un gambero arrostito.

60
Questo  quel Piaccianteo gi sublimato
Al grado onoratissimo di spia:
Quel che, per soddisfar tanto al palato,
Ha fatto in quattro d Fillide mia(592);
E l colla sua spada s' impiattato,
Dell'onor della quale ha gelosia;
Ch avendola fanciulla(593) mantenuta,
Non gli par ben che ignuda sia tenuta.

61
Ma perch un uom pi vil mai fe natura,
Si pente esser entrato in tal capanna;
Perocch a starvi solo egli ha paura,
Che non lo porti via la Trentancanna(594):
E perch tutto il giorno quant'e'dura,
Egli ha il mal della lupa che lo scanna,
Non va mai fuor, s'a cintola non porta
L'asciolver(595) col suo fiasco nella sporta.

62
Ovunque egli , d'untumi fa un bagordo,
Ch'ognor la gola gli fa lappe lappe;
Strega(596) le botti, di lor sangue ingordo,
E le sustanze(597) usurpa delle pappe;
Aggira il beccafico, e pela il tordo,
E a'poveri cappon ruba le cappe(598);
E prega il ciel che faccia che gli agnelli
Quanti le melagrane abbian granelli.

63
Vedendo quivi comparir repente
L'insolite armi, sbigottisce il ghiotto;
E dal timor ch'egli ha di tanta gente,
Trema da capo a pi, si piscia sotto.
Con tutto ci digruma allegramente,
E spesso spesso bacia il suo barlotto;
E acci stremata non gli sia la vita(599),
Non dice pur: degnate, o a ber gl'invita.

64
Ma i cavalier famosi a quel plebeo,
Che non proffer lor della rovella(600),
Furon per insegnare il galateo,
Con battergli gi in terra una mascella.
Chi sei? diss'un di loro: e Piaccianteo,
Ch' un pover uom risponde; e in quella cella
Molt'anni in astinenza ha consumati
Per penitenza de'suoi gran peccati.

65
E quei soggiunge: mi rallegro, e godo
Che voi facciate bene, e vi son schiavo:
Ma se 'l patire  fatto a questo modo,
Penitente di voi non  pi bravo;
Tal ch'io per me vi mando a corpo sodo,
Non nel settimo ciel, ma nell'ottavo;
Donde a'mondani(601), e a me, che sono il capo
Pisciar potrete a vostra posta in capo.

66
Ma perch'al certo Vostra Reverenza,
Ch' stenuata come un carnovale,
Avr fatta fin or tant'astinenza
Che basti a soddisfare a ogni gran male;
Or pu lasciar a noi tal penitenza,
Acci baciam la terra del boccale(602),
Per pi mondi accostarci a questi avanzi
Delle reliquie ch'ell'ha qui dinanzi.

67
Qual madre che ripara il suo figliuolo
Ch' sopraggiunto da mordaci cani,
Ei cuopre tutto col suo ferraiuolo;
Ed eglino gli danno in sulle mani,
E col lazzo del Piccaro Spagnuolo(603),
Che dalla mensa vuol tutti lontani,
Acci poi a tal cosa non arrivi,
Con due calci lo fan levar di quivi.

68
Cos fan carit(604) di pi rigaglie,
Oltr'ad un'oca grossa arciraggiunta(605);
Ma vedendo pi in l fra quelle paglie
D'un pezzo d'arme luccicar la punta,
E del giaco scappare alcune maglie
Da quella sua casacca unta e bisunta,
Insospettiron, com'un'altra volta
Potr sentir chi volentier m'ascolta.



SESTO CANTARE

Argomento

Nel tenebroso centro della terra,
Ove regna Plutone, entra la strega:
E vuol, che seco, per finir la guerra
Di Malmantile, entri l'Inferno in lega:
Fanno concilio i mostri di sotterra,
Ove ciascun buone ragioni allega:
Certa al fin le promette l'assistenza:
Rend'ella grazie, e fa di l partenza.


1
Miser chi mal oprando si confida
Far alla peggio, e ch'ella ben gli vada;
Perch chi piglia il vizio per sua guida,
Va contrappelo alla diritta strada;
E bench qualche tempo ei sguazzi e rida
Col vento in poppa in quel che pi gli aggrada,
E'vien poi l'ora ch'ei n'ha a render conto,
E far del tutto(606), dondola, ch'io sconto.

2
Di chi credi, lettor, tu qui ch'io tratti?
Tratto di Martinazza, iniqua strega,
C'ha pi peccati che non  de'fatti(607),
E pel demonio ogni ben far rinnega.
Di darsi a lui gi seco ha fatto i patti,
Acci ne'suoi bagordi la protega;
Ma state pur, perch tardi o per tempo
Lo sconter: da ultimo  buon tempo(608).

3
Non si pensi d'averne a uscir netta:
S'intrighi pur col diavol, ch'io le dico,
Se forse aver da lui gran cose aspetta,
Che nulla dar le pu; ch'egli  mendico:
E quand'ei possa, non se lo prometta;
Perch'ei, che sempre fu nostro nimico,
N pu di ben verun vederci ricchi,
Una fune daralle che l'impicchi.

4
Ors tiriamo innanzi, ch'io ho finito,
Perch'a questi discorsi le persone
Non mi dicesser: questo scimunito
Vuol farci qualche predica o sermone.
Attenti dunque. Gi v'avete udito
L'incanto, ch'ella fece a petizione
Di quei del luogo, ch'ebbero concetto
Scacciarne il duca; ma svan l'effetto.

5
Ella, ch'in tanto avuto avea sentore
Che quei due spirti sciocchi ed inesperti
Avean dinanzi a lui fatto l'errore,
Sicch da esso furono scoperti,
Se la digruma(609), che ne va il suo onore,
Mentre gli accordi fatti ed i concerti
Riusciti alla fin tutte panzane(610),
Con un palmo di naso ne rimane.

6
Ma non si sbigottisce gi per questo,
Ch vuol cansar quell'armi dalle mura.
A'diavoli, da'quali ebbe il suo resto(611),
E che gliel'hanno fatta di figura(612),
Vuol, dopo il far che rompano un capresto,
Squartare, e poi ridurre in limatura;
Perch non fu mai can che la mordesse,
Che del suo pelo un tratto non volesse.

7
Basta, ch'ella se l' legata al dito,
E l'ha presa co'denti, e se n'affanna;
Talch'andarsene in Dite ha stabilito,
Perch ne vuol veder quanto la canna(613),
Ed oprar che Baldon resti chiarito(614)
Ch'ambisce in Malmantil sedere a scranna.
Or mentre a questa volta s'indirizzi,
Potr fare un viaggio e due servizzi.

8
Gi da Mammone andar vuole in persona,
Ch pi non  dover, ch'ella pretenda,
Che sua bravicornissima corona
Salga a suo conto a ogni poco, e scenda.
Chieder grazie e dar brighe non consuona,
E chi ha bisogno, si suol dir, s'arrenda;
Per questo a lei tocca a pigliar la strada,
Perch'alla fin convien che chi vuol vada.

9
Perci s'acconcia, e va tutta pulita,
Col drappo in capo e col ventaglio in mano,
A cercar chi la 'nformi della gita;
N meglio sa, che Giulio Padovano(615),
Che l'ha su per le punte delle dita,
E pi di Dante, e pi del Mantovano(616);
Perch'eglino vi furon di passaggio,
E questo ogni tre d vi fa un viaggio.

10
Onde a trovarlo andata via di vela,
Dimanda (perch in Dite andar presume)
Che luoghi v', che gente e che loquela;
Ed ei di tutto le d conto e lume.
E poi per abbondare in cautela,
Volendola servire insino al fiume,
Le porge un fardellin piccolo e poco
Di robe, che laggi le faran giuoco.

11
Cos la maga se ne va con esso,
Che l'introduce in una bella via,
Tutta fiorita s, che al primo ingresso
Par proprio un paradiso, un'allegria;
Ma non pi presto l'uomo il pi v'ha messo,
Ch'ella diventa un'altra mercanzia,
Per i gran morsi e le punture acerbe
Che fanno i serpi, ascosi tra quell'erbe.

12
Entravi Martinazza, e sente un tratto
Due e tre morsi a'pi, dove calpesta;
Perci bestemmia, che non par suo fatto,
E dice: o Giulio mio, che cosa  questa?
Ed ei, ridendo allora come un matto:
Non  nulla, rispose, vien pur lesta,
Che pensi tu, ch'io sia privilegiato?
Anch'io mi sento mordere, e non fiato.

13
Questa  la via, che mena a Casa calda,
Perch'ella  allegra, o almeno ella ci pare;
Perch a martello(617) poi non ist salda,
La scorre ognor gente di male affare:
Le serpi sono ogni opera ribalda,
Ch'ella(618) ci fa, le quali a lungo andare
Di quanto ha fatto, scavallato, e scorso
Ci fa sentire al cuor qualche rimorso.

14
Ma se ravvista(619) un tratto del suo fallo,
Bada a tirar innanzi alla balorda,
Perch'il vizio rifiglia e mette il tallo,
Vien sempre pi a aggravarsi(620) in sulla corda.
Il male invecchia al fine e vi fa il callo;
Sicch venga un serpente pure, e morda,
Ch'ella non sente n meno un ribrezzo:
Cos peggio che mai la d pel mezzo(621).

15
Nella neve si fa lo stesso giuoco;
Ch l'uom sul primo diacciasi le dita,
Poi quel gran gelo par che manchi un pco,
E sempre pi nell'agitar la vita;
Al fine ei si riscalda come un fuoco,
Sicch non la farebbe mai finita;
N gli darebbe punto di spavento,
Quand'ei v'avesse ancora a dormir drento.

16
Or tu m'hai inteso: rasserena il volto;
Ch tu vedrai, tirando innanzi(622) il conto,
(Perch di qui a poco non ci  molto)
Che delle serpi non farai pi conto.
Ma dimmi, che ha'tu fatto del rinvolto?
L'ho qui, dic'ella, sempre lesto e pronto.
Sta ben, soggiunge Giulio, adunque corri,
Perch qui non  tempo da por porri(623).

17
Resta, dic'ella, omai; ch'io ti ringrazio
Dell'instruzion, ch'appunto andr seguendo;
Promissio boni viri est obligatio,
Dic'egli: t'ho promesso, e per intendo
Ancor seguirti questo po'di spazio;
E quivi con un tibi me commendo,
All'in qua ripigliando il mio cammino,
Ti lascio, com'io dissi, al colonnino(624).

18
Ed essa allora abbassa il capo, e tocca(625),
Sebben de'serpi ell'ha qualche paura;
Pur via zampetta, e fatto del cor rcca,
Va calcando la strada alla sicura;
Sicch'ella non si sente aprir la bocca,
Perch non  pi morsa, o non lo cura.
Giunti alla fine al gran fiume infernale,
Rest la donna, ed ei le disse: Vale.

19
Questo  il famoso fiume d'Acheronte,
Ove s'imbarca ognun che quivi arriva.
S'affaccia anch'essa; ma il nocchier Caronte
Da poi che tratto ognuno ebbe da riva,
Sta'indietro (grida a lei con torva fronte),
Ch qua non passa mai anima viva;
Ond'ella, messi fuor certi baiocchi,
Gli getta un po'di polvere negli occhi.

20
Ed egli, che da essa ebbe il sapone
E che si trov l come il ranocchio
Preso dalla medesima al boccone,
Mentr'ella salt in barca, chiuse l'occhio.
La strega fra quell'anime si pone:
Quai colle brache(626) son fino al ginocchio,
Dovendo a'soprassindaci di Dite
Presentar de'lor libri le partite.

21
Piangendo, come quando uno ha partito
Le cipolle fortissime malige,
Passan quel fiume, e poi quel di Cocito,
Ultimamente la palude Stige
Che a Dite inonda tutto il circuito
E in s racchiude furbi e anime bige(627);
Ove Caronte al fin sendo arrivato,
Sbarc tutti: ed ognun fu licenziato.

22
Ch'entrar dovendo in Dite, e salta e gira,
Che par quando mi barbera(628) la trottola;
Andar non vi vorrebbe e si ritira,
Grattandosi belando la collottola;
Pur finalmente forza ve lo tira,
Come fa(629) il peso al grillo una pallottola;
Cos ne van quell'anime nefande,
Chi dal piccin(630) tirata, e chi dal grande.

23
Per la gran calca nel passar le porte
Convenne a ognuno andarne colla piena;
Ma la strega non ebbe tanta sorte,
Ch tienla il can che quivi sta in catena.
E perch per tre bocche abbaia forte,
Ella dice: ti dia(631) la Maddalena.
E intanto trova il pane e in pezzi il taglia,
E in tre gole, ch'egli apre, gliene scaglia.

24
Il mostro, che mangiato avria Salerno(632),
Ch quanto a masticar quei ser(633) saccenti
Voglion (perch'egli  guardia dell'Inferno)
Tenerlo sobrio, acci non s'addormenti;
Ond' ridotto per il mal governo
S strutto, che e'tien l'anima co'denti;
Perch'egli  ossa e pelle, e cos spento,
Ch'ei par proprio il ritratto dello stento.

25
Sicch, quand'ei si sente il tozzo in bocca,
Perch la fame quivi ne lo scanna,
L'ingozza, che n manco non gli tocca
N di qua n di l gi per la canna;
Ma subito gli venne il sonno in cocca(634),
Ond'ei s'allunga in terra a far la nanna;
Ch il papavero e il loglio, ch' in quel pane,
Fara dormir un orso, non ch'un cane.

26
Or mentre fa il sonnifero il suo corso,
La donna, che pi l facea la scorta
(Perocch avea timor di qualche morso),
Vedendo che la bestia come morta
Sdraiata dorme, e russa com'un orso,
Legno da botte(635) fa verso la porta;
E poi, bench'ella fosse alquanto stracca,
D una corsa, e in Dite anch'ella insacca.

27
Perch d'alloro ha sotto alcune rame,
Vien fatta a'gabellier la marachella(636);
Tal ch'un di lor, ch'arrabbia dalla fame,
Fermate, dice, ol: che roba  quella?
Ti gratterai(637), dic'ella, nel forame,
Perch'io non ho qui roba da gabella,
Se non un po'd'allr, ch'a Proserpina
Porto, perch'ella fa la gelatina.

28
S'ell', come voi dite, a questo modo,
Ei le risponde, andate pur, madonna;
Perch'altrimenti c'entrerebbe il frodo,
E voi stareste in gogna alla colonna.
Ors correte pria che freddi il brodo,
Ch la regina poi sarebbe donna
Da farci per la stizza e pel rovello
Buttar a pi la forma del cappello(638).

29
La maga senza dir pi da vantaggio,
Mentr'egli aspetta un po'di mancia e intuona,
Ripiglia prontamente il suo viaggio,
E incontra Nepo gi da Galatrona(639),
Ch'avendo dato l di s buon saggio,
In oggi  favorito e per la buona;
Perch Breusse(640) in oltre a'premi e lode
L'ha di pi fatto diavolo a due code.

30
Or che gli arriva all'improvviso addosso
Il venir della maga, ch' il suo cuore,
Lui mago, pur tagliatole a suo dosso,
Le spedisce per suo trattenitore.
Mentr'il petardo col cannon pi grosso
Sentesi fargli strepitoso onore,
Cavalier Nepo, com'io dissi dianzi,
Col riverirla se gli affaccia innanzi.

31
E perch a Benevento essa di lui,
Com'ei di lei, avuto avea notizia,
Non prima si riveggon, ch'ambedui
Rifanno il parentado e l'amicizia.
Tra'diavoli poi van ne'regni bui;
E perch Martinazza v' novizia,
E non intende il gracidar ch'e'fanno,
L'interpetre fa egli e il torcimanno.

32
Per via l'informa e le d molti avvisi
D'usanze e luoghi, e intanto di buon trotto
La guida a'fortunati campi Elisi,
Dove si mangia e beve a bertolotto(641);
E tra quei rosolacci e fioralisi
Si passa il tempo in far di quattro e d'otto(642):
Chi un balocco e chi un altro elegge,
Ch l(643) non  un negozio per la legge.

33
Quivi si vede un prato, ch' un'occhiata,
Pien di mucchietti d'un'allegra gente;
Che vada pure il mondo in carbonata,
Non si piglia un fastidio di niente;
Ma, com'io dico, tutta spensierata
Ballonza, canta, e beve allegramente,
Come suol far la plebe agli Strozzini(644),
O sul prato del Pucci, o del Gerini.

34
Quivi si fa al pallone e alla pillotta(645):
Parte ne giuoca al sussi(646) e alle murelle(647):
Colle carte a primiera un'altra frotta
I confortini(648) giuoca e le ciambelle:
Altri fanno a civetta(649), altri alla lotta:
Chi dice indovinelli, e chi novelle:
Chi coglie fiori, e un altro un ramo a un faggio
Ha tagliato, e con esso canta maggio.

35
Pi l un branco ha messo l'oste a sacco,
Sicch tutti dal vin gi mezzi brilli,
Mentre la gira(650), fan brindisi a Bacco:
Altri giuoca a te te(651) con paglie o spilli:
Altri piglia o dispensa del tabacco:
Altri piglia le mosche, un altro grilli:
E tutti quanti in quei trastulli immersi
Si tengono(652) il tenor, si vanno a'versi.

36
La donna resta l trasecolata,
Vedendo quanto bene ognun si spassa;
E perch Nepo l'ha di gi informata,
Non ragiona di lor, ma guarda e passa.
Per tutta la citt vien salutata,
E infin le stanghe e ogni forcon s'abbassa;
Ed ella, or qua or l voltando inchini,
Pare una banderuola da cammini.

37
Perocch tutti quanti quei demni,
Per vederla n'uscian di quelle grotte,
Ronzando com'un branco di moscioni,
Che s'aggirin d'attorno a una botte;
Saltellan per le strade e su'balconi,
Com'al piover d'agosto fan le botte:
E fan, vedendo sue sembianze belle,
"voci alte, e fioche, e suon di man con elle".

38
Cos fra quel diabolico rombazzo
La strega se ne va collo stregone;
Sicch'alla fine arrivano al palazzo,
L dove s'abboccaron con Plutone.
Ma perch tra di loro entr nel mazzo
Scioccamente il Mandragora buffone(653),
Che in quel colloquio fe s gran frastuono,
Che finalmente ognuno usc di tuono,

39
Perci passano in casa, e col drento
Tirato colla strega il re da banda,
Le d la benvenuta, e poi, che vento
L'ha spinta in quelle parti le domanda.
Ella, per conseguir ogni suo intento,
Gli dice il tutto, e se gli raccomanda
Ch'ei voglia a Malmantil, ch'omai traballa,
Far grazia anch'ei di dare un po'di spalla.

40
Sta'pur, dic'ei, coll'animo posato,
Ch'a servirti mo mo vo'dar di piglio.
Io gi, come tu sai, aveo imprunato(654);
Ma il tutto  andato poi in iscompiglio.
Ors, fra poco aduner il senato,
E sopra questo si far consiglio;
Acci batta Baldon la ritirata,
E tu resti contenta e consolata.

41
Io ti ringrazio s, ma non mi placo,
Perci, gli rispond'ella, di maniera,
Ch'io non voglia pigliar la spada(655) e 'l giaco,
Ch in bugnola(656) son pi di quel ch'io m'era.
Cos con quei due spirti avendo il baco(657),
Soggiunge, perch'a lor vuol far la pera(658),
Io l'ho con quei briccon, furfanti indegni,
C'hanno sturbato tutt'i miei disegni.

42
Dico di Gambastorta, il tuo vassallo,
E di quel pallerin di Baconero,
Che fa nel giuoco con due palle fallo,
Scambiando il color bianco per lo nero:
Error, che nol farebbe anch'un cavallo.
Ma e'vien ch'egli strapazzano il mestiero;
Che s'egli andasse un po'la frusta in volta,
Imparerebbon per un'altra volta.

43
Risponde il re: facciam quanto ti piace;
Ma ti verranno a chieder perdonanza,
Sicch tu puoi con essi far la pace;
Per t'acquieta, e vanne alla tua stanza.
Non penso di restar gi contumace(659),
S'io non ti servo, perch'io fo a fidanza.
Dunque ti lascio, e sono al tuo piacere,
Fatti servir da questo cavaliere.

44
Nepo la mena allora alle sue stanze,
Che i paramenti avean di cuoi umani
Ricamati di fignoli e di stianze,
E sapevan di via de'Pelacani(660):
Ove gli orsi, facendo alcune danze,
Dan la vivanda e da lavar le mani:
Volati al cibo alfin, come gli astori,
Sembrano a solo a sol due toccatori(661).

45
Fiorita  la tovaglia e le salviette
Di verdi pugnitopi(662) e di stoppioni,
Saldate(663) con la pece, e in piega strette
Infra le chiappe state de'demni.
Nepo frattanto a macinar si mette,
E cheto cheto fa di gran bocconi,
Osservando(664) Caton, ch'intese il giuoco,
Quando disse: in convito parla poco.

46
Fa Martinazza un bel menar di mani;
Ma pi che il ventre, gli occhi al fin si pasce;
E quel pro flle, che fa l'erba a'cani,
Ch il pan le buca e sloga le ganasce;
Perch reste vi son come trapni,
N manco se ne pu levar(665) coll'asce;
Crudo  il carnaggio, e s tirante e duro,
Che non viene a puntare i piedi al muro.

47
Talch s'a casa altrui suol far lo spiano(666)
E caseo barca(667) e pan Bartolommeo,
Freme, ch l non pu staccarne brano;
Pur si rallegra al giunger d'un cibreo,
Fatto d'interiora di magnano,
E di ventrigli e strigoli(668) d'Ebreo;
E quivi s'empie infino al gorgozzule,
E poi si volta e dice: acqua alle mule(669).

48.

Preziosi liquori ecco ne sono
Portati ciascheduno in sua guastada,
Essendovi acqua forte, e inchiostro buono,
Di quel proprio ch'adopera lo Spada(670).
Ella, che quivi star voleva in tuono,
E non cambiar, partendosi, la strada,
Perch i gran vini al cerebro le danno,
Ben ben l'annacqua con agresto e ranno.


49.
E fatte due tirate da Tedesco,
La tazza butta via subito in terra,
Perocch'ell' di morto un teschio fresco,
Che suona(671), e tre d fa n'and sotterra.
Nepo, che mai alz viso da desco,
Che intorno ai buon boccon tirato ha a terra(672),
Anch'egli al fine, dato a tutto il guasto,
"La bocca sollev dal fiero pasto."


50
Lasciati i bicchier voti e i piatti scemi,
Vanno al giardino pieno di semente
Di berline, di mitere e di remi
E di strumenti da castrar la gente.
Risiede in mezzo il paretaio del Nemi(673)
D'un pergolato, il quale a ogni corrente(674)
Sostien, con quattro braccia di cavezza,
Penzoloni, che sono una bellezza.


51.
Spargon le rame in varia architettura
Scheretri bianchi, e rosse anatomie(675);
Gli aborti, i mostri e i gobbi in sulle mura
Forman spalliere in luogo di lumie(676);
D'ugna, di denti e simile ossatura
Inseliciate son tutte le vie;
'N un bel sepolcro a nicchia il fonte butta
Del continuo morchia e colla strutta.


52.
Le statue sono abbrustolite e scure
Mummie, dal mar venute della rena(677);
Che intorno intorno in varie positure
In quei tramezzi fan leggiadra scena.
Su'dadi(678) i torsi, nobili sculture,
(Perch in rovina il tutto il tempo mena)
Ristaurati sono, e risarciti
Da vere e fresche teste di banditi.


53.
In terra sono i quadri(679) di cipolle,
Ove spuntano i fior fra foglie e natiche;
Sonvi i ciccioni, i fignoli e le bolle
Le posteme, la tigna e le volatiche;
V' il mal francese entrante alle midolle,
Ch' seminato dalle male pratiche:
I cancheri, le rabbie e gli altri mali,
Che vi mandano(680) gli osti e i vetturali.


54.
Pesche in su gli occhi sonvi azzurre e gialle;
Gli sfregi(681), fior per chi gli porta pari;
I marchi, che fiorir debbon le spalle
Al tagliaborse e ladri ancor scolari;
Le piaghe a masse, i peterecci(682) a balle;
Spine ventose, e gonghe(683) in pi filari;
V' il fior di rosola, e pi rosoni
D'ortefica, vaiuolo e pedignoni.


55.
Si maraviglia, si stupisce e spanta(684)
Martinazza in veder s vaghi fiori;
E rimirando or questa or quella pianta,
Non sol pasce la vista in quei colori,
Ma confortar si sente tutta quanta
Alla fragranza di s grati odori.
E di non crne non pu far di meno
Un bel mazzetto, che le adorni il seno.


56.
Alla ragnaia(685) al fin si son condotti,
Di stili da toccar la margherita;
Ove de'tordi cala e de'merlotti
Alla ritrosa(686) quantit infinita,
Che son poi da Biagin(687) pelati e cotti,
Sgozzando de'pi frolli una partita;
Altra ne squarta; e quella ch' pi fresca,
Nello stidione infilza(688) alla turchesca.


57.
Veduto il tutto, Nepo la conduce
Al bagno, ov'ogni schiavo e galeotto
Opra qualcosa: un fa le calze, un cuce;
Altri vende acquavite, altri il biscotto;
Chi per la pizzicata(689), che produce
Il luogo fa tragedie(690) in sul cappotto;
Un mangia, un soffia(691) nella vetriuola;
Un trema in sentir dir: fuor camiciuola(692).


58.
Vanno pi innanzi a'gridi ed a'romori
Che fanno i rei legati alla catena,
Ove a ciascun, secondo i suoi errori
Dato  il gastigo e la dovuta pena.
A'primi, che son due proccuratori,
Cavar si vede il sangue d'ogni vena;
E questo lor avvien, perch ambidui
Furon mignatte delle borse altrui.


59.
Si vede un nudo, che si vaglia(693) e duole,
Perocch molta gente egli ha alle spalle,
Come sarebbe a dir tonchi e tignuole,
Punteruoli, moscion, tarli e farfalle;
Talch pe'morsi egli  tutto cocciuole,
E addosso ha sbrani e buche come valle;
Ed  poi fiagellato per ristoro
Con un zimbello(694) pien di scudi d'oro.


60.
Quei, dice Nepo,  il re degli usurai,
Che pel guadagno scortic il pidocchio(695)
Un servizio ad alcun non fece mai,
Se non col pegno, e dandoli lo scrocchio(696);
Il gran se gli marc dentro a'granai,
Ch nol vendea, se non valea un occhio;
Cos fece del vino, ed or per questo
Gl'intarla il dosso e da'suoi soldi(697)  pesto.


61.
Un altro ad un balcon balla e corvetta,
Ch un diavol colla sferza a cento corde,
Che un grand'occhio di bue ciascuna ha in vetta,
Prima gli d cento picchiate sorde;
Con una spinta a basso poi lo getta
In cert'acque bituminose e lorde,
Che n'esce poi, ch'io ne disgrado gli orci(698)
O peggio d'un norcin, mula(699) de'porci.


62.
Dice la maga: questa  un po'ariosa,
Quand'ella vedde siml precipizio;
Costui ha fatto qualche mala cosa;
Pur non so nulla, e non vo'far giudizio.
Domanda a Nepo, fattane curiosa,
Tal pena a chi si debba, ed a qual vizio.
Ed ei, che per servirla  quivi apposta,
Prontamente cos le d risposta:


63.
Quei fu zerbino, e d'amoroso dardo
Mostrando il cuor ferito e manomesso;
Credeva il mio fantocco con un sguardo
Di sbriciolar tutto il femmineo sesso;
Ma dell'occhiate(700) sue ben pi gagliardo
Or sentene il riverbero e il riflesso;
E com'e'gi pens far alle dame(701),
Dalla finestra  tratto in quel litame.


64.
Si vede un ch' legato, e che gli  posto
In capo un berrettin basso a tagliere;
E il diavol, colpo colpo da discosto
Con la balestra gliene fa cadere.
Il misero sta quivi immoto e tosto,
Battendo gli occhi a'colpi dell'arciere;
Che s'e'si muove punto o china o rizza,
Per tutto v' un cultello che l'infizza.

65.
Qui Nepo scopre la di lui magagna,
Mostrando ch'e'fu nobile e ben nato,
E sempre ebbe il pedante alle calcagna;
Contuttoci voll'esser mal creato,
Perch, se e'fosse stato il re di Spagna,
Il cappello a nessun mai s' cavato:
Per, s'e'fu villano, ora il maestro
Gl'insegna le creanze col balestro.


66.
In oggi questa par comune usanza,
Martinazza risponde al Galatrona;
Stanno i fanciulli un po'con osservanza,
Mentre il maestro o il padre gli bastona.
Se e'saltan la granata(702), addio creanza;
Par ch'e'sien nati(703) nella Falterona;
Ma per la loro asinit superba,
Son poi fuggiti pi che la mal'erba.


67.
Ma chi  quel c'ha i denti di cignale,
E lingua cosi lunga e mostruosa?
Si vede che son fuor del naturale;
A me paion radici, o simil cosa.
Nepo rispose: quello  un sensale,
Che si chiam il Parola; ma la glosa
Uom di fandonie dice e di bugie,
Perch in esse fond le senserie.


68.
Ora, per queste sue finzioni eterne
Ch'egli ebbe sempre nella mercatura,
Lucciole dando a creder per lanterne,
Sbarbata gli han la lingua e dentatura
Ma in bocca avendo poi di gran caverne,
Perch non datur vacuum in natura,
Gli hanno a misterio(704) in quelle stanze vote
Composto denti e lingua di carote.


69.
Quell'altro ch'all'ingi volta ha la faccia,
E un diavol legnaiuolo in sul groppone
Gli ascia il legname sega ed impiallaccia,
Facendolo servir per suo pancone;
Un di coloro fu, ch'alla pancaccia(705)
Taglian(706) le legne addosso alle persone:
Sicch del non tener la lingua in briglia
Cos si sente render la pariglia.


70.
Vedi colui ch'al collo ha un orinale,
Cieco, rattratto, lacero e piagato?
Ei fu governator d'uno spedale,
Ov'ei non volle mai pur un malato.
Ora, per pena, ogni dolore e male
Che gl'infermi v'avrebbono portato,
Mentr'alla barba lor papp s bene,
Sopr'al suo corpo tutto quanto viene


71.
Chi  costui ch'abbiamo a dirimpetto,
Dice la donna, a cui quegli animali
Sbarban colle tanaglie il cuor del petto?
Nepo risponde: questo  un di quei tali
Che non ne pag mai un maladetto(707).
Tenne gran posto, fe spese bestiali;
Ma poi per soddisfare ei non avra
Voluto men trovargli per la via(708).


72.
Colui, c'ha il viso pesto e il capo rotto
Da quei due spirti in feminili spoglie,
Uom vile fu, ma biscaiuolo e ghiotto,
Che si volle cavar tutte le voglie;
Ogni sera tornava a casa cotto
E dava col baston cena alla moglie.
Or, finti quella stessa(709), quei demoni
Sopra di lui fan trionfar bastoni(710).


73.
Riserra il muro, che c' qui davanti,
Donne, che feron gi, per ambizione
D'apparir gioiellate e luccicanti,
Dar il cul al marito in sul lastrone(711);
Or le superbe pietre e i diamanti
Alla lor libert fanno il mattone(712),
Perocch tanto grandi e tanti furo,
C'han fatto per lor carcere quel muro.


74.
Ma sta'in orecchi, ch mi par ch'e'suoni
Il nostro tabellaccio(713) del Senato,
Sicch e'mi fa mestier ch'io t'abbandoni,
Perocch'io non voglio essere appuntato(714).
A veder ci restavano i lioni,
Ma non posso venir, ch'io son chiamato:
Ed ecco appunto i diavoli co'lucchi(715);
Per lascia ch'io corra e m'imbacucchi.


75.
Dice la maga: vo'venire anch'io
Perch'il veder pi altro non m'importa,
Ed in questa citt cos a baco(716),
A dirla, mi par d'esser mezza morta.
Voglio trattar col re d'un fatto mio,
Ed andarmene poi per la pi corta.
Ed ei le dice in burla: se tu parti,
Va'via(717) in un'ora, e torna poi in tre quarti.


76.
Tu vuoi, gli rispos'ella, sempre il chiasso.
Nel consiglio cos ne va con esso,
Ove ciascun l'onora e dlle il passo,
Sbirciandola un po'meglio e pi da presso.
Ella baciando il manto a Satanasso,
Lo prega ad osservar quanto ha promesso;
Ei gliel conferma, e perch stia sicura,
Per la palude Stige glielo giura.


77.
Ed ella, per offerta cos magna,
Ringraziamenti fattigli a barella,
Dice ch'ormai sbrattar vuol la campagna.
E tornar a dar nuove a Bertinella.
Pluton le d licenza, e l'accompagna
Fino alla porta, e l se ne sgabella;
Ond'ella in Dite a un vetturin s'accosta,
Che la rimeni a casa per la posta.


78.
Il re, fatta con lei la dipartenza,
Al salon del Consiglio se ne torna;
Onde ciascuno alla real presenza
Alza il civile(718), e abbassa gi le corna.
Salito alla sua sbieca residenza
Di stracci e ragni a drappelloni adorna,
Voltando in qua e in l l'occhio porcino,
Si spurga, e butta fuora un ciabattino(719).


79.
Spiegar volendo poi quanto gli occorre,
Comincia il suo proemio in tal maniera:
Voi, che di sopra al Sole in queste forre
Cadesti meco all'aria oscura e nera,
Onde noi siam quaggi 'n fondo di torre
"Gente, a cui si fa notte avanti sera;"
Voi, ch'in malizia, in ogni frode e inganno
"Siete i maestri di color che sanno;"


80
Sebben foste una man di babbuassi
Minchioni e tondi piucch l'O di Giotto;
Ma poi nel bazzicar taverne e chiassi,
S' fatto ognun di voi s bravo e dotto
Che in oggi  pi cattivo di tre assi(720),
E viepi tristo d'un famiglio(721) d'Otto;
Voi dunque, bench pazzi cittadini,
Nel vitupero ingegni peregrini;


81
Siete pregati tutti in cortesia
Da Martinazza, nostra confidente,
Poich Baldone ancor cerca ogni via
D'entrar in Malmantil con tanta gente,
Ad oprar, ch'egli sbandi e trucchi via;
Per ciascun di voi liberamente
Potr dir sopra questo il suo parere
Del modo che e'ci fosse da tenere.


82.
Cominci il primo: dite, Malebranche,
Quel ch'e'vi par che qui v'andasse fatto.
Levato il tcco(722), e sollevate l'anche,
Allor quel diavol'n un medesmo tratto
Un capitombol fa sopr'alle panche,
E salta in pi nel mezzo com'un gatto;
Ma perch'il lucco s'appicc a un chiodo,
Si ricompone, e parla a questo modo:



83.
O re, cui splende in mano il gran forcone,
Se il Cappello(723) speziale ha quel segreto
Col qual si fa stornare un pedignone,
lo l'ho(724) da far, tornare un uomo addreto.
So gi, che qualche debito ha Baldone,
E ch'e'lo vuol(725) pagare in sul tappeto(726);
Perci manda Pedino(727) l in campagna,
Ch'ei giuocher di posta di calcagna.



84.
Pluton diede con tutti una risata,
Che feceli stiantar sino il brachere;
E dissegli: va'via, bestia incantata,
Com'entra coll'assedio il dare e avere?
Segua l'altro che vien della pancata.
Rizzato Barbariccia da sedere,
Si china, e mentre abbassa gi la chioma,
Alza le groppe e mostra il bel di Roma(728).


85
Poi s'intirizza(729), e dice in rauco suono:
Se non si leva dalle squadre il capo,
Quale  Baldone, e non si d nel buono,
Mai si verr di tal negozio a capo;
Dove, se manca lui, quanti vi sono
Restati come mosche senza capo,
Appoco appoco, a truppe e alla sfilata
Partendo, in breve disfaran l'armata.


86.
Circa il pigliarlo, s'io non l'ho, gli  fallo.
Facciam conto che in branco alla pastura
Un toro sia costui o un cavallo;
Tiriamgli addosso qualche accappiatura
Legata innanzi a un bel mazzacavallo(730)
Collocato in castel presso alle mura;
Ond'ei si levi un tratto all'aria, e poi
Si tiri dentro e dove piace a noi.


87.
Buono; rispose il re: non mi dispiace;
Ma il cancellier di subito riprese,
Sia detto, o senator, con vostra pace,
Tant'oltre il poter nostro non s'estese;
Il tutto saria nullo, e si soggiace
Ad esser condennati nelle spese;
Ed io sarei stimato anch'un Marforio(731),
A acconsentire a un atto perentorio.



88.
Perch sempre de jure pria si cita
L'altra parte a dedur la sua ragione;
Poi s'ella  in mora, viensi a un'inibita(732),
E non giovando, alla comminazione
Che in pena caschi delle forche a vita.
E se la parte(733) innova lesione,
Allor pu condennarsi, avendo osato
Di far, causa pendente, un attentato.


89.
Sommelo anch'io, che in altro tribunale
Si tien, dice Pluton, cotesto stile;
Ma qui, dove s'attende al criminale
S'esclude ogni atto e ogni ragion civile.
Ma sia com'ella vuole, o bene o male,
Io vo'levar quest'uom da Malmantile;
Per chetiamci, e dica il Calcabrina:
E quei si rizza, e verso il re s'inchina.


90.
E poic'ha fatte riverenze in chiocca(734),
Co'suoi pi lindi(735) a pianta di pattona,
Si soffia il naso, e spazzasi la bocca
E posta in equilibrio la persona,
Come quel che si pensa dare in brocca(736),
Tutto sfrontato dice: alta Corona,
Circa l'ordingo, pur si metta in opra;
Perch'io concorro e affermo quanto sopra.


91.

Ma in vece di quel cappio da beltresca(737),
Ch' il tossico de'ladri, si provvegga
Una bilancia o rete per la pesca,
Con una lunga fune che la regga.
E perch 'l fatto meglio ci riesca,
Si tinga tutta, acciocch non si vegga;
E in terra, quanto ell'apre, ivi si spanda,
Fino che'l porco vengane alla ghianda.



92.
Perch, s'e'muovon l'armi, di ragione,
Se dal capo l'esercito  condotto,
Innanzi a tutti marcer Baldone.
E quand'ei giunga ed ha la rete sotto,
Fate che leste allor sien pi persone
A farla tirar su coll'avannotto(738),
Operando in maniera ch'egli insacchi
In luogo, ove si vede il sole a scacchi.


93.
Questo, dice Plutone, ha pi disegno.
Ma il cancellier di nuovo s'attraversa,
Con dire: o laccio o rete abbia quel legno
 tutta fava(739), et idem per diversa;
Perch manco il Cipolla(740) a questo segno
Concede il molestar la parte avversa.
Se poi comandi, anch'io non me ne parto,
Lodando il suspendatur(741) collo squarto.


94.
Qui, dice il re, si d(742) sempre in budella,
Sicch mi cascan le braccia e l'ovaia;
Mentre costui a ogni cosa appella,
E co'suoi punti mena il can per l'aia.
Gli ha sempre pi ritorte(743) che fastella;
Ma e'non lo crede(744), s'ei non va a Legnaia.
Ors dite cost voi, Cappelluccio:
Ed ei si rizza, e cavasi il cappuccio.


95.
E disse: io dico, che direi, o sire,
Poich da te ch'io dica mi vien detto;
Ma dir non oso, ch'io non ho che dire,
Se non dir quanto qui quest'altro ha detto;
Perch'ei l'ha detto con s terso dire,
Ch'io sto per dir che mai s'ud tal detto:
Per dico ch'a dir non mi d il cuore,
E lascio dire a un altro dicitore.


96.
Anch'io l'ho detto che tu sei un buffone,
Risponde il re; e intanto Libicocco
Tagliare ad Arno l'argine propone,
Acci nel campo l'acqua abbia lo sbocco.
E come vuoi, risponde allor Plutone,
Mandar Arno all'ins, viso di sciocco?
E poi dal fiume d'Arno a Malmantile
V' un ghiandellino. Dica Baciapile.

97.
Questo, che fa il baso, ma  tristo e accorto,
E perch'egli  auditor d'ipocrisia,
Veste cilizio, e con un viso smorto
Canta sempre laldotti(745) per la via,
Risponde a occhi bassi e collo torto:
Fate motto di l in cancelleria.
E qui va in mezzo, bacia terra, e in fine
Tornando al luogo, piovon discipline.


98.
Vltati, dice il re, spropositato!
S'alcuna cosa qui non hai proposta,
Come vuoi tu, buaccio, che 'l Senato
Vada in cancelleria per la risposta?
Pur sento, rispond'ei, ch'in magistrato
Cos dir s'usa, ed io l'ho detto apposta;
Ma s'io vi scandolezzo e alcun m'incolpa
D'errore in questo, io me ne rendo in colpa.


99.
Non occorre brunir co'labbri i sassi,
Dice Plutone, ossaccia senza polpe,
E fare il torcicollo, e, ovunque passi,
Seminar discipline e dir tue colpe;
Ch'io so, che chi per lepre ti comprassi,
Avrebbe almen tre quarti della volpe;
Per va'a siedi, e segua il Tiritera.
E quei s'assetta e parla in tal maniera:


100.
Io, che sono un insano e ignaro ognora;
Perch saper supir(746) non voglio o vaglio,
Dico: ch'al duca, perch a'muri ei mora,
Tosto in testa si dia pel meglio un maglio,
Finch lo spirto sporti(747) al foro fora,
Dond'ei fa i peti, e pute d'oglio e d'aglio;
Acci(748) l'accia sull'aspo doppo addoppi
La Parca, e il porco colla stoppa stoppi.


101.
Ben tu puzzi di Pazzo ch' un pezzo,
Disse Pluton, bestiaccia, per bisticcio:
Perch'io per me non so n raccapezzo
Quel che tu voglia dir nel tuo capriccio;
Ma non son re, s'io non te ne divezzo:
E perch tu non temi grattaticcio(749),
Mentre stima non fai delle bravate(750),
Quest'altra volta le saran pecciate(751).


102.
Or via seguite. Qui lo Scamonea
Si rizza in viso tutto insanguinato
Perch'ei, ch' un fastidioso, appunto avea
Fatto a'graffi con un che gli era allato;
Per colla bisunta sua giornea(752)
La qual traluce come ciel stellato,
Sicch'ella un Argo par fatto alla macchia(753),
Si netta, al Re s'inchina e cos gracchia:


103.
Io non so, se Baldon sogna o frenetica,
Perch, s'ei vuol sturbar la nostra pratica,
Fa male i conti, e colla sua aritmetica
Nel zero l'ho fra l'una e l'altra natica
Poich, se un bacchio(754) il capo a lui solletica,
Sbrattar l'armata non sar in gramatica(755),
Che tutta a brache piene, ancorch stitica,
Tremando andranne come paralitica.


104.
Ol, dove siam noi? (dice Plutone)
E che s, scorrettaccio, ch'io ti zombo.
Dar ben io sul capo a te il forcone,
Sicch alle stelle n'ander il rimbombo.
Guarda quel che tu di', porco barone,
E va'pi lesto(756) e col calzar dei piombo(757);
Sta'ne'termini, e parla con giudizio,
Ch per mia f ti privo dell'ufizio.


105.
S'alza Scorpione allora, e vien da esso
D'Astolfo il corno orribile proposto,
Che gli eserciti, dice, in fuga ha messo
Conforme scrive e accerta l'Ariosto.
Si rallegra Plutone, e dice: adesso
Non ci sar dal cancelliere opposto,
Perch ci calza bene; e certo questa
Cosa del corno a me va per la testa.


106.
Risponde sogghignando Ciappelletto
(Ch'in tal modo si chiama il cancelliere):
Voi gi m'avete per dottore eletto,
E non ch'io serva qua per candelliere,
Per mio debito dunque io son costretto
A dire all'occorrenze il mio parere.
Su, dice il re, dottor de'miei stivali,
Metti anche il corno in termini legali.


107
Vuoi forse darci qualche eccezione?
Stiamo in decretis; di'peto vestito;
Va ben, risponde il sere, ch'ei propone
Cosa, che non deprava ordine o rito.
Sonate un doppio, disse allor Mammone,
Ch'ei la pass; facciam dunque il partito
Perch'ella segua di comun consenso,
E ognun favorir siccome io penso.


108.
Vanno le fave(758) attorno ed i lupini,
E sentesi stuonato e fuor di chiave,
Alle panche, gridar, tavolaccini(759);
Raccogliete pel numero(760), e le fave
Pigliate in man; ch questi cittadini,
Che in simil luogo star dovrian sul grave,
Rendono(761), il capo avendo pien di baie,
Male i partiti e mangian le civaie.


109.
Vanno i donzelli, ognun dalla sua banda;
Ma perch ne ricevon mille scherzi,
Che pi nessuno ardisca il re comanda,
Se non vuol che a pien popolo si sferzi.
Di nuovo attorno i bossoli si manda,
Da vincersi(762) il partito pe'due terzi;
E cercate alla fin tutte le panche,
Fu vinto, non ostante cento bianche.


SETTIMO CANTARE.

ARGOMENTO.

Paride, dopo aver molto bevuto,
Entra d'andar al campo in frenesia;
E come il sonno avea pel ber perduto,
Perde nel gir di notte anche la via.
Cade in un fosso, onde a donargli aiuto
Corron le Fate, e gli usan cortesia;
Vien condotto in un antro, e per diporto
La storia gli  narrata di Magorto.


1
Vino tempera te, disse Catone,
Perch si dee berne a modo e a verso;
E non come col qualche trincone,
Che giorno e notte sempre fa un verso;
Ond'ei si cuoce, e perch ci va a Girone(763),
La favola divien dell'universo:
E vede poi, morendo in tempo breve,
Ch' ver, che chi pi beve, manco beve.


2.
Se il troppo vino fa che l'uom soggiace
A tal error di tanto pregiudizio,
Chi non ne beve, e quello a cui non piace
A questo conto dunque ha un gran giudizio;
Anzich no(764), sia detto con sua pace,
Perch'ogni estremo finalmente  vizio;
E se di biasmo  degno l'uno e l'altro,
Questo(765) ha il vantaggio, al mio parer, senz'altro.


3
Perch se quel s'ammazza e non c'invecchia
Ed  burlato il tempo di sua vita,
Almen sente il sapor di quei ch'ei pecchia(766),
E tien la faccia rossa e colorita.
Burlar anche si fa chi va alla secchia,
E insacca senza gusto acqua scipita,
Che lo tien sempre bolso e in man del fisico,
Il qual l'aiuta a far morir di tisico.


4.
Per sia chi si vuole, egli  un dappoco
Chi 'mbotta al pozzo come gli animali;
S'avvezzi a ber del vino appoco appoco,
Ch'ei sa, che l'acqua fa marcire i pali;
Ma, com'io dico, si vuol berne poco:
Basta ogni volta cinque o sei boccali:
Perch'egli  poi nocivo il trincar tanto,
Com'udirete adesso in questo Canto.


5.
Omai serra gli ordinghi e le ciabatte
Chiunque lavora e vive in sul travaglio,
E difilato a cena se ha batte
A casa, o dove pi gli viene il taglio.
Chi dal compagno a ufo il dente sbatte;
Tanti ne va a taverna, ch' un barbaglio(767);
Parte alla busca; e infin, purch si roda,
Per tutto  buona stanza, ov'altri goda.


6.
E Paride(768), ch'anch'egli si ritrova
A corpo voto in quelle catapecchie,
D'Amor chiarito figlio d'una lova(769),
Che svaligiar gli ha fatto le busecchie(770),
Dice al villan: Va'a comprarmi dell'uova,
Ecco sei giuli, tnne ben parecchie;
Piglia del pane, e sopra tutto arreca
Buon vino, sai! non qualche cerboneca(771).


7.
E se t'avanza poi qualche quattrino,
Spendilo in cacio; non mi portar resto.
Messer sine, rispose il contadino,
Io torr, s'io ne trovo, ancor cotesto.
E partendo gli ride l'occhiolino,
Sperando(772) aver a far un po'd'agresto;
Ma facendo i suoi conti per la via,
S'accorge ch'e'non v' da far cala(773).


8.
All'oste se ne va per la pi corta,
E l'uova, il pane, e 'l cacio, e 'l vin procaccia
E fatto un guazzabuglio nella sporta,
Le quattro lire slazzera(774) e si spaccia.
L'altro l'aspetta a gloria, e in sulla porta,
Per veder s'egli arriva, ognor s'affaccia;
E per anticipare, il fuoco accende,
Lava i bicchieri e fa l'altre faccende.


9.
Perch'egli  tardi ed ha voglia di cena,
Poch'ogni cosa ha bell'e preparato,
Si strugge e si consuma per la pena,
Che l non torna il messo n il mandato;
Ma quand'ei vedde colla sporta piena
Giunger al fine il suo gatto frugato(775).
Oh ringraziato, dice, sia Minosse,
Ch'una volta le furon buone(776) mosse.


10.
Chiappa le robe, e mentre ch'ei balocca
In cuocer l'uova, e il cacio ch' stupendo,
Sente venirsi l'acquolina in bocca,
E far la gola come un saliscendo.
Sbocconcellando intanto, il fiasco sbocca,
E con due man alzatolo, bevendo,
Dice al villan, che nominato  Meo
Ors ti fo briccone(777), addio, io beo.


11.
Cos per celia cominciando a bere,
Dagliene un sorso e dagliene il secondo,
Fe s, che dal vedere(778) e non vedere
Ei diede al vino totalmente fondo.
A tavola dipoi messo a sedere,
Lasciato il fiasco voto sopra il tondo,
Voltossi a'dieci pan da Meo provvisti,
E in un momento fece repulisti.


12.
Dieci pan d'otto, e un giulio di formaggio
Non gli toccaron l'ugola: e s'inghiotte
Due par di serque(779) d'uova e da vantaggio;
Poi dice: o Meo, spilla quella botte
Che t'hai per l'opre, e dammi il vino assaggo;
Io vo'stasera anch'io far le mie lotte(780),
Bench'io stia bene, sia ripieno e sventri(781),
Perch mi par ch'una lattata(782) c'entri.


13.
Il rustico, che dar del suo non usa,
Non saper, dice dove sia il succhiello;
Che per casa non v' stoppa n fusa,
E che quel non  vin, ma acquerello.
Ci vuol, risponde Paride altra scusa.
E rittosi, di canna fa un cannello;
E in sulla botte posto a capo chino,
Con esso pel cocchiume succia il vino.


14.
E perch' buono, e non di quello il quale
 nato in sulla schiena(783) de'ranocchi,
A Meo, che piuttosto a carnovale
Che per l'opre lo serba, esce degli occhi,
E bada a dire: ovvia! vi far male;
Ma quegli, che non vuol ch'ei lo 'nfinocchi,
Ed  la parte sua furbo e cattivo,
Gli risponde: oh tu sei caritativo!

15.
Non so, se tu minchioni la mattea(784),
Lasciami ber, ch'io ho la bocca asciutta;
Che diavol pensi tu poi ch'io ne bea?
Io poppo poppo, ma il cannel non butta.
Risponde Meo: poffar la nostra Dea
Che s'ei buttasse, la beresti tutta;
Oh discrezione! s'e'ce n' minuzzolo.
Paride beve, e poi gli d lo spruzzolo.


16.
Non vi so dir se Meo allor tarocca.
Ma l'altro, che del vin fu sempre ghiotto,
Di nuovo appicca al suo cannel la bocca,
E lascia brontolare. e tira sotto;
Ma tanto esclama, prega, e dgli, e tocca,
Ch'ei lascia al fin di ber, gi mezzo cotto;
Dicendo, ch'ei non vuoi che il vin lo cuoca;
Ma che chi lo trov non era un'oca.


17.
Poich dal cibo e da quel vin che smaglia
Si sente tutto quanto ingazzullito,
Risolve ritornare alla battaglia,
Donde innocentemente s' partito
Ch scusa non gli pare aver che vaglia
Che non gli sia a viltade attribuito.
Cos ribeve un colpettino, e incambio
D'andare a letto, s'arma e piglia l'ambio.


18.
Senza lume n luce via spulezza(785),
E corre al buio, che n anche il vento:
Non ha paura mica della brezza,
Perch'egli ha in corpo chi lavora drento;
Per la mota sibben si scandolezza,
Ch, dando il cul in terra ogni momento,
Quanto pi casca e nella memma pesca,
Tanto pi sente ch'ell' molle e fresca.


19.
Dopoch'ei fu cascato e ricascato,
Per non sentir quel molle e fresco ancora,
Ch'l vino, e quanto dianzi avea ingubbiato,
Opra di dentro s ma non di fuora,
Giunto al mulin, dal mezz'in gi sbracciato
Si sciaguatta(786) i calzoni in quella gora,
Per dopo nella casa di quel loco
Farsegli tutti rasciugare al foco.


20.
Mentre si china, dando il culo a leva,
E'fece un capitombolo nell'acqua;
Ond'avvien ch'una volta ei l'acqua beva
Sopra del vin, che mai per altro annacqua.
Quanto di buon si , che s'ei voleva
Lavare i panni, il corpo anche risciacqua:
E divien l'acqua s fetente e gialla,
Che i pesci vengon tutti quanti a galla.


21.
Le regole ben tutte a lui son note,
Che insegn, per nuotar bene, il Romano(787):
Distende il corpo, gonfie fa le gote.
Molto annaspa col piede e colla mano.
Intanto si conduce fra le ruote,
Che fan girando macinare il grano;
Ben se n'avvede, e gi mette a entrata(788)
Di macinarsi, e fare una stiacciata.


22.
In questo che il meschin gi si presume
D'andar a far la cena alle ranocchie,
Aprir vede una porta, e in chiaro lume
Sventolar drappi e campeggiar conocchie;
Ch le Naiadi ninfe di quel fiume,
Coronate di giunchi e di pannocchie(789),
Corrono ad aiutarlo, infin ch'a riva.
L dove il d riluce in salvo arriva.


23.
E vede all'ombra di salcigne, frasche,
Fra le pi brave musiche acquaiuole(790),
Parte di loro al suon di bergamasche(791),
Quinte e seste tagliar le capriuole.
Chi tien che queste ninfe sien le lasche,
Chi le sirene ed altri le cazzuole(792).
Io non so chi di lor dia pi nel buono,
E le lascio nel grado ch'elle sono.


24.
Ognun si tenga pure il suo parere;
O quelle o altre, a me non fa farina(793).
Bastivi per adesso di sapere
Che queste non son bestie da dozzina;
E s'ella non m' stata data a bere,
Elle son Fate c'han virt divina;
E che sia il vero, fede ve ne faccia
Il Garani scampato dalla stiaccia.


25.
Il quale cos molle e sbraculato(794)
Il cadavero par di mona Checca(795),
Ch'essendo stato allor disotterrato,
Abbia fatto alla morte una cilecca(796).
Si scuote e trema s, ch'io ho stoppato(797)
Per San Giovanni(798) il carro della Zecca;
E mentr'ei si dibatte e il capo serolla,
Il pavimento e i circostanti ammolla.


26.
Ma le Fate, che specie son di pesce
Ed hanno il corpo a star nell'acqua avezzo,
Pi che l'esser bagnate a lor rincresce
Il vederlo cos fradicio mezzo;
Perci lo spoglian; ma perch riesce,
Quando un vuol far pi presto, stare un pezzo,
Per trattenerlo, mentr'or questa or quella
L'asciuga, una cont questa novella.


27.
Furo un tratto una dama e un cavaliero
Moglie e marito, in buono e ricco stato,
Che fatti vecchi contro ogni pensiero,
Dopo d'aver qualche anno litigato
La grinza pelle con un cimitero,
Convenne loro al fin perdere il piato,
E senza appello aver a far proposito
Di dar per sicurt l'ossa in deposito.


28.
Lasciaron due figliuoli, i pi compiti
Che 'l mondo avesse mai sulle sue scene;
Perch'essi avevan tutt'i requisiti
Dovuti a un galantuomo e a un uom dabbene;
Aggiunto che di soldi eran gremiti
(Ch questo in somma  quel che vale e tiene);
Stavan d'accordo in pace ed in amore.
Ed eran pane e cacio, anima e cuore.


29.
Cosa che fare in oggi non si suole,
perch i fratelli s'han piuttosto a noia:
E se lor han due cenci o terre al sole,
All'un mill'anni par che l'altro muoia.
E questo  il ben ch'al prossimi si vuole!
E siam di cos perfida cottoia,
Che sebben fosser anche al lumicino,
E'non si sovverrebbon d'un lupino.


30.
Perch'e'sono una man di mozzorecchi;
Al contrario costor, di chi io favello,
I quai di cortesia furon due specchi
E trattavan ciascun da buon fratello,
S'avrebbon portat'acqua per gli orecchi.
E si servian di coppa(799) e di coltello:
E per cercar dell'uno il bene stare,
L'altro voluto avrebbe indovinare.


31.
Essendo un giorno insieme ad un convito.
Quand'appunto aguzzato hanno il mulino(800)
E mangian con bonissimo appetito,
Non so come, il maggior detto Nardino.
Nell'affettar il pan tagliossi un dito,
Sicch'egli insanguin il tovagliuolino;
E parvegli s bello a quel mo intriso,
Ch'ei si pose a guardarlo fiso fiso.

32.
E resta a seder l tutto insensato,
Ch'ei par di legno anch'ei come la sedia;
Pu far, tanto nel viso  dilavato,
Colla tovaglia i simili(801) in commedia.
E mirando quel panno insanguinato
Ormai tant'allegria muta in tragedia;
Mentre nel pi bel suon delle scodelle
Si vede ognun riposar le mascelle.


33.
E tutti quei che seggon quivi a mensa,
i servi, i circostanti ed ogni gente,
Corrongli addosso, ch ciascun si pensa
Che venuto gli sia qualch'accidente;
N sanno che il suo male  in quella rensa(802),
Com'appunto fra l'erba sta il serpente;
Rensa non gi, ma lensa(803), onde il suo cuore
Preso al lamo col sangue aveali Amore.


34.
Che gli par di veder, mentre in quel telo
Contempla in campo bianco i fior vermigli,
Un carnato di qualche Dea di cielo
Composta colass di rose e gigli.
E s gli piace, e tanto gli va a pelo.
Che finalmente, mentrech'ei non pigli
Una moglie d'un tal componimento.
Non sar de'suoi di mai pi contento.


35.
E gi se la figura nel pensiero
E bianca e fresca e rubiconda e bella,
Co'suoi capelli d'oro e l'occhio nero,
Che pi n men la mattutina stella
E come ch'ei la vegga daddovero,
Divoto se le inchina e le favella,
E le promette, s'egli avr moneta,
Di pagarle la Fiera all'Improneta(804).


36.
E vuol mandarle il cuore in un pasticcio,
Perch'ella se ne serva a colazione;
E gli s'interna s cotal capriccio
E tanto se ne va in contemplazione,
Che il matto s'innamora come un miccio(805)
D'un amor che non ha conclusione,
Ma ch' fondato, come udite, in aria
D'una bellezza finta e immaginaria.


37.
Cos a credenza(806) insacca(807) nel frugnulo(808),
Ma da un canto egli ha ragion da vendere;
Che s'egli  ver ch'Amor vuol esser solo
Rivale non  qui con chi contendere.
Ma Brunetto il fratel che n'ha gran duolo,
Poich 'l suo male alcun non pu comprendere,
Tien per la prima un'ottima ricetta(809),
Per rimandarlo a casa, una seggetta.


38.
Ove condotto e messolo in sul letto,
Il medico ne venne e lo speziale,
Chiamati a visitarlo; ma in effetto
Anch'essi non conobbero il suo male.
Disperato alla fin di ci Brunetto
Col gomito appoggiato in sul guanciale,
A cald'occhi piangendo pi che mai:
Io vo saper, dicea, quel che tu hai.


39.
Ei che vagheggia sotto alle lenzuola
Il gentil volto e le dorate chiome,
Ne anche gli risponde una parola
Non che gli voglia dir n che n come.
Replica quello e seccassi la gola;
Lo fruga, tira e chiamalo per nome:
Ed ei pianta una vigna(810) e nulla sente;
Pur tanto l'altro fa, ch'ei si risente.


40.
Dicendo: fratel mio, se tu mi vuoi
Quel ben che tu dicei volermi a sacca,
Non mi dar noia, va'pe'fatti tuoi,
Perch il mio mal non  male da biacca(811);
Al quale ad ogni mo'trovar non puoi
Un rimedio che vaglia una patacca;
Perch'egli  stravagante ed alla moda(812),
Ch non se ne rinvien capo n coda.


41.
Vedi, soggiunse l'altro, o ch'io m'adiro,
O pur fa'conto ch'io lo vo'sapere;
Hai tu quistione? hai tu qualche rigiro?
Tu me l'hai a dire in tutte le maniere.
Nardin rispose, dopo un gran sospiro:
Tu sei importuno poi pi del dovere;
Ma da che devo dirlo, eccomi pronto.
Cos quivi di tutto fa un racconto.


42.
Brunetto, udito il caso e quanto e'sia
Il suo cordoglio, anch'ei dolente resta,
Sebben, per fargli cuor, mostra allegria
Ma, come io dico, dentro  chi(813) la pesta;
Perch'in veder s gran malinconia
Ed un umor s fisso nella testa,
In quanto a lui gli par che la succhielli(814)
Per terminare il giuoco a'Pazzerelli.


43.
E conoscendo, ch'a ridurlo in sesto
Ci vuol altro che 'l medico o 'l barbiere,
Vi si spenda la vita e vada il resto,
Vuol rimediarvi in tutte le maniere.
E quivi si risolve presto presto
D'andar girando il mondo, per vedere
Di trovargli una moglie di suo gusto,
Com'ei gliel'ha dipinta giusto giusto.


44.
Perci d'abiti e soldi si provvede,
E d buone speranze al suo Nardino;
E preso un buon cavallo e un uomo a piede,
Esce di casa, e mettesi in cammino,
Sbirciando sempre in qua e in l se vede
Donna di viso bianco e chermisino;
E se ne incontra mai di quella tinta,
Vuol poi chiarirsi s'ella  vera o finta.


45.
Perch'oggid non ne va una in fallo
Che non si minii o si lustri le cuoia.
E dov'ell'ha un mostaccio infrigno e giallo
Ch'ella pare il ritratto dell'Ancroia(815),
Ogni mattina innanzi a un suo cristallo
Quattro dita vi lascia su di loia;
E tanto s'invernicia, impiastra e stucca,
Ch'ella par proprio un angiolin di Lucca.


46.
Di modo ch'ei non vuol restarvi clto,
Ma starvi lesto e rivederla bene;
E per questo una spugna seco ha tolto
E sempre in molle accanto se la tiene,
Con che passando ad esse sopra il volto,
Vedr s'il color regge o se rinviene(816);
Ma gira gira, in fatti ei non ritrova
Suggetto che gli occorra farne prova.


47.
Dopo che tanto a ricercare  ito
Che i calli al culo ha fatto in sulla sella.
Giunse una sera al luogo d'un romito
Che a restar l'invit nella sua cella;
A lui parve toccar il ciel col dito,
Per non aver a star fuori alla stella,
Il passar dentro ed egli e il servitore
Ringraziando il buon uom di tal favore.


48.
Vestia di bigio il vecchio macilente,
Facendo penitenza per Macone(817);
E perch'ei fu nell'accattar frequente,
Per nome si chiam fra Pigolone.
Costui, com'io diceva, allegramente
In cella raccett le lor persone;
Spogli il cavallo, gli trit la paglia,
Sul desco poi distese la tovaglia.


49.
E gli trov buon pane e buon formaggio
Tutto accattato, ed erbe crude e cotte,
E del vino fiorito(818) quanto un maggio
Ch'egli  di quel delle centuna botte;
Di che spesso ciascun pigliando a saggio,
Stettero a crocchio insieme tutta notte.
E perch per proverbio dir si suole:
La lingua batte dove il dente duole,


50.
Brunetto, che teneva il campanello(819),
Dice chi sia, e che di casa egli esce
Non per suo conto, ma d'un suo fratello
Del quale infino all'anima gl'incresce,
Perch gli pare uscito di cervello;
Non si sa s'ei si sia pi carne o pesce.
Cos piangendo in far di ci memoria,
Per la minuta contagli la storia.


51.
Sta Pigolone attento a collo torto
Ad ascoltarlo, e poich'egli ha finito:
Figliuol, risponde a lui, dtti conforto
E sappi che tu sei nato vestito(820);
Ch qui  l'uom salvatico Magorto,
Ch' un bestione, un diavol travestito;
Che, se tu lo vedessi, uh egli  pur brutto!
Basta, a suo tempo conterotti il tutto.


52.
Egli ha un giardino posto in un bel piano,
Ch' ognor fiorito e verde tutto quanto;
Giardiniero non v' n ortolano,
Ch d'entrarvi nessun pu darsi vanto.
Da per s lo lavora di sua mano
E da s lo fond per via d'incanto,
Con una casa bella di stupore,
Che vi potrebbe star l'Imperadore.


53.
Ma io ti vo'dar adesso un'abbozzata
Qui presto presto della sua figura:
Ei nacque d'un Folletto e d'una Fata
A Fiesol 'n una buca(821) delle mura,
Ed  s brutto poi, che la brigata
Solo al suo nome crepa di paura.
Oh questo  il caso a por fra i Nocentini
E far mangiar la pappa a quei bambini.


54.
Oltrech'ei pute come una carogna,
Ed  pi nero della mezzanotte,
Ha il ceffo d'orso e il collo di cicogna,
Ed una pancia come una gran botte.
Va in su i balestri(822) ed ha bocca di fogna
Da dar ripiego a un tin di mle cotte;
Zanne ha di porco, e naso di civetta,
Che piscia in bocca e del continuo getta.


55.
Gli copron gli occhi i peli delle ciglia,
Ed ha cert'ugna lunghe mezzo braccio;
Gli uomini mangia, e quando alcun ne pigla
Per lui si fa quel giorno un Berlingaccio(823)
Con ogni pappalecco e gozzoviglia;
Ch'ei fa prima coi sangue il suo migliaccio,
La carne assetta in vari e buon bocconi,
E della pelle ne fa maccheroni.


56.
Dell'ossa poi ne fa stuzzicadenti,
Niente in somma v' che vada male;
Sicch, Brunetto figliuol mio, tu senti
Ch'egli  un cattivo ed orrido animale.
Ora torniamo a'suoi scompartimenti(824),
Ove son frutte buone quanto il sale,
Vaghe piante, bei fiori ed altre cose,
Com'io ti potrei dir, maravigliose,

57.
Ma lasciando per or l'altre da parte,
Cocomeri vi son d certa razza,
Che chi ne pu aver uno e poi lo parte,
Vi trova una bellissima ragazza;
Che, per esser astuta la sua parte,
Diratti che tu gli empia una sua tazza
A un di quei fonti l s chiari e freddi
Ma se la servi, a Lucca ti riveddi(825).


58.
Tu puoi far conto allor d'averla vista,
Perch mentr'ella beve un'acqua tale,
Ti fuggir in un subito di vista
E tu resterai quivi uno stivale.
Se tu non l'ubbidisci, ella, ch' trista,
Vedendo che il pregare e il dir non vale,
Intorno ti far per questo fine
Un milion di forche(826) e di moine,


59.
E se di compiacerla poi ricusi,
Dir che tu buon cavalier non sia,
Mentre conforme all'obbligo non usi
Servit colle dame e cortesia;
Ma lascia dire e tien gli orecchi chiusi,
Non ti piccar di ci, sta'pure al quia(827);
Gracchi a sua posta; tu non le dar bere
Acci non fugga, e poi ti stia il dovere(828).


60.
Con questa, che sar fatta a pennello
Come tu cerchi, leverai dal cuore
Ogni doglia ogni affanno al tuo fratello,
Ed io te n'entro gi mallevadore;
Vientene dunque meco e sta'in cervello,
Cammina piano, e fa'poco romore;
Che se e'ci sente a sorte o scuopre il cane
Non occor'altro, noi abbiam fatto il pane(829).


61.
Zitti dunque, nessun parli o risponda;
Andiamo, ch'e's'ha a ir poco lontano.
Cos va innanzi e l'altro lo seconda,
E il servitor gli segue anch'ei pian pano;
Ma quel demonio che va sempre in ronda,
Gli sente e gli vuol vincer della mano(830);
Perch(831) gli aspetta, e il vecchio ch'alla siepe
Vien primo, chiappa su come di'pepe(832).


62.
A casa lo strascina e te lo ficca
'N un sacco e colla corda ve lo serra;
E fatto questo, a un canapo l'appicca
Che vien dal palco gi vicino a terra;
E per pigliar il resto della cricca,
Esce poi fuora; ma nel fatto egli erra,
Ch, quand'ei prese quello, gli altri due
Ad aspettarlo avuto avrian del bue.


63.
Ed oggimai si trovano in franchigia;
Sicch Magorto quivi ne rimane
Un bel minchione, e n' tanto in valigia,
Che n manco daria la pace(833) a un cane.
Sfogarsi intende e a quella veste bigia
Vuole un po'meglio scardassar le lane;
Perci su verso il bosco col pennato(834)
A tagliar un querciuol va difilato.


64.
Brunetto, che l'osserva di nascosto,
Vedutolo partire, entra nell'orto
E corre a casa, di veder disposto
Quel ch' del vecchio, s'egli  vivo o morto.
Cos chiuso in quel sacco il trova posto,
Ch 'l poverin, trovandosi a mal porto,
E trema, e stride, e par che gi pel gozzo
Egli abbia una carrucola da pozzo.


65.
Ed ei le corde al sacco a un tratto sciolte,
E fatto quel meschino uscirne fuore,
Che lo ringrazia e bacia mille volte
E fa un salto poi per quell'amore,
Vi mette il can che guarda le ricolte,
Dandogli aiuto ed egli e il servitore.
E poi con piatti e pi vasi di terra,
Due fiaschi di vin rosso, e lo riserra.


66.
E l'attacca alla fune in quella guisa,
Ch'egli era prima, e poi di quivi sfratta;
E del fatto crepando delle risa,
Di nuovo con quegli altri si rimpiatta;
Quando Magorto, in gi viene a ricisa(835)
Con una stanga in man cotanto fatta(836);
Perch gli par mill'anni con quel tronco
Di far vedere altrui ch'ei non  monco.


67.
Arriva in casa, e sbracciasi, e si mette,
Serrato l'uscio, con quel suo randello
Sopr'a quel sacco a far le sue vendette,
Suonando, quant'ei pu sodo a martello.
Il Romito che stava alle velette,
Perch l'uscio ha di fuora il chiavistello,
And, bench tremando, e con spavento
Che avea di lui; e ve lo serr drento.


68.
Ed ei ch' in sulle furie, non vi bada,
Ch insin ch'ei non si sfoga non ha posa.
Sta intanto il vecchio all'uscio fermo in strada
Ad origliare per udir qualcosa;
E sente dire: o leccapeverada(837),
Carne stantia, barba piattolosa,
Ribaldo, santinfizza(838) e gabbadei,
Ch'a quel d'altri pon cinque e levi sei!(839)


69.
Guardate qui la gatta di Masino(840)
Che riprendeva il vizio ed il peccato,
Se il monello(841) ha le man fatte a oncino,
Per gire a sgraffignar poi vicinato!
Ma quel c'hai tolto a me, ladro assassino,
Non dubitar, ti coster salato;
Ch tante volte al pozzo va la secchia,
Ch'ella vi lascia il manico o l'orecchia.


70.
Poi sente ch'egli, dopo una gran bibbia
D'ingiurie d nel sacco una percossa
Che tutte le stoviglie spezza e tribbia,
E ch'ei diceva: ors, gli ho rotto l'ossa;
E che di nuovo un'altra ne raffbbia,
E che, facendo il via la terra rossa,
Soggiunge: oh quanto sangue ha nelle vene!
Questo ghiottone a me(842), beeva bene!


71.
Bench'ei creda finita aver la festa,
Tira di nuovo e d vicino al fondo.
Ed il suo cane acchiappa in sulla testa
Che fa urti che van nell'altro mondo;
Ond'egli stupefatto assai ne resta,
Dicendo: qui  quando io mi confondo;
Se tutt'il sangue egli ha di gi versato,
Come a gridar pu egli aver pi fiato?


72.
Brunetto in questo mentre col suo fante
Avea di gi, scorrendo pel giardino,
Il luogo ritrovato e quelle piante
Ov' colei che chiede il suo Nardino.
E gi l'ha tratta fuor bell'e galante,
Che non si vedde mai il pi bel sennino(843);
E con un suo bocchin da sciorre aghetti(844)
Chiede da ber; ma non gi se l'aspetti.


73.
Perch'ei del certo in quanto a contentarla
Non ci ha n meno un minimo pensiero;
E per quante volle ella ne parla,
Muta discorso e la riduce al zero;
Ma perch'ella  mozzina(845), e colla ciarla
Le monache trarra del monastero,
Vede che s'ella bada troppo a dre,
Si lascerebbe forse convertire;


74.
Per per non cadere in questo errore,
La piglia a un tratto e se la porta in strada;
Ed al vecchio fa dir pel servitore
Che pi tempo non  di stare a bada
E ch'ei ne venga, ch'ei l'aspetta fuore,
Acci con essi anch'egli se ne vada;
Che l non vuoi lasciarlo nelle peste,
Ma condurlo al paese alle lor feste.

75.
Cos di l poi tutti fer partita,
Ma pi d'ogn'altro allegra la fanciulla;
Perch non prima fu dell'orto uscita,
Ch'ogni incanto ogni voglia in lei s'annulla.
Anzi a'lor preghi in sul caval salita,
Senza pi ragionar di ber n nulla,
Va sempre innanzi agli altri un trar di mano
Fiera e bizzarra come un capitano.


76.
Brunetto si ridea di Pigolone,
Perch'ei parea nel viso un fico vieto,
E menava a due gambe di spadone(846),
Come egli avesse avuto i birri dreto.
E la donna diceva: Giambracone,
Che la duri!(847) ed il vecchio mansueto,
Che si vedeva fatto il lor zimbello:
Dagli pur, rispondea, ch'egli  sassello(848).


77.
Cos scherzando, com'io dico, in briglia(849)
Ne vanno senza mai sentirsi stanchi;
E sempre ognun pi calda se la piglia,
Perch il timor gli spinge e sprona i fianchi
Perci, dopo aver fatte molte miglia,.
E che lor parve un tratto d'esser franchi,
Tutti affannati per s lunga via,
D'accordo si fermaro a un'osteria.

78.
Dove il padron, che intende fare a pasto(850),
Trova gran roba per parer garbato;
Ch'ei tien che a far non abbian troppo guasto,
Ma e'non sa ch'e'non hanno desinato.
Ben se n'accorge alfin ch'ei v' rimasto,
Quando in sul desco poi non rest fiato,
E che quella per lui  una ricetta,
Che il guadagno va dietro(851) alla cassetta.


79.
Magorto intanto, finalmente stracco,
Di menar il randello a quel partito,
Sciolto ed aperto avendo omai quel sacco
Per cucinar la carne del romito,
Ed in quel cambio vistovi il suo bracco
Tra cocci e vetri macolo e basito,
Resta maravigliato in una forma,
Ch'ei, non sa s'ei sia desto o s'ei si dorma.


80.
S'io percoss quel vecchio mariuolo,
Com'ho io fatto, disse, un canicidio?
So ch'io lo presi e lo serrai qua solo,
Ch gnun potea vedermi o dar fastidio;
Non so s'io sono il Grasso Legnaiuolo(852)
A queste metamorfosi d'Ovidio,
Che sono in ver meravigliose e strane
Poich un romito mi diventa un cane.

81.
Cane infelice, povero Melampo,
Che netto qua tenei(853) quanto si scerne!
Chi pi far la guardia al mio bel campo
Adesso che t'hai chiuse le lanterne?
Io ho una rabbia addosso ch'io avvampo,
Con quel vecchiaccio barba d'Oloferne(854)
Che al certo fatto m'ha cos bel giuoco;
Che dubbio? metterei le man nel fuoco.


82.
Oim! le mie stoviglie e il vin di Chianti(855)
Ch'io tolsi in dar la caccia a un vetturale,
A cagion di quel tristo graffiasanti
In un tempo e versato e ito male.
Giuro al ciel ch'io non vo'ch'ei se ne vanti;
E s'ei non vola, pu far capitale
Ch'io voglia ritrovarlo; e s'ei c'incappa
Che mi venga la rabbia s'ei mi scappa.


83.
Lo trover bens, perch'io vo'ire
Qua intorno per veder s'io lo rintraccio.
Cos corre alla porta per uscire,
Ma ei non pu farlo perch'e'v' il chiavaccio.
Lo squote e sbatte per voler aprire,
Ed or v'attacca l'uno or l'altro braccio.
Noiato alfine vanne e corre ad alto,
E da'balconi in strada fa un salto.


84.
Ma perch ei vede quivi le pedate
Volte al giardino e poi verso la via,
Che Brunetto e quegli altri avean lasciate
Quando v'entraro e quando andaron via,
Insospettito lascia andare il frate
Ed entra nel giardino, e a quella via
Scorge quel suo cocomero diviso,
Ch' stato(856) il fargli un fregio sopr'al viso.


85.
Poich levata gli han quella figliuola
Che in esso, com'io ho detto, si trovava,
Per la stizza non pu formar parola;
Si sgraffia, batte i denti e fa la bava;
E spalancando poi tanto di gola,
Urla, bestemmia il ciel, minaccia e brava,
Dicendo: o Macometto e tu comporti
Che si facciano al mondo questi torti?


86.
In quanto a te, chi ti pisciasse addosso,
So ben che tu non ne faresti caso;
Ma io che da miei d mai bevvi grosso,
E le mosche levar mi so dal naso,
Sapr ben io a costor fare il cul rosso:
Credilo pur; perch s'e'si d il caso,
Che si dar senz'altro, ch'io gli arrivi,
Io me gli vo'di posta ingoiar vivi.


87.
Ma dove col cervel son io trascorso?
Pi bue di me non  sotto le stelle;
Perch'innanzi ch'io abbia preso l'orso
Vo', come si suol dir, vender la pelle.
Fatti ci voglion qui, perch il discorso
Fuorch a i sensali, non frutt covelle;
E mal per chi ha tempo e tempo aspetta:
Ch mentre piscia il can, la lepre sbietta.


88.
E per prima che a viola a gamba(857)
Una fuga mi suonin di concerto,
A casa Pigolon vogl'ir di gamba
Che vi sar co'complici del certo.
Cos conchiuso, corre ch'ei si sgamba,.
E come un bracco va per quel deserto,
Tutti quanti quei luoghi a uno a uno
Cercando, s'ei vi scopre o sente alcuno.


89.
Quel della cella del romito  il primo,
Ove trovando il passo e porto franco,
Intana drento e non vi scorge nimo(858),
Fruga e rifruga in qua e in l, n anco;
Sgomina ci che v' da sommo a imo,
Ma tutto invano; ond'egli al fine stanco
Se n'esce colle man piene di vento,
Ma dieci volte pi di mal talento.


90.
Entr nel bosco e ogni contrada scorse
E in somma ne cerc per mari e monti;
E vedde senza metterla pi in forse,
Il pigiato esser lui al far de'conti;
Onde nel fine all'arti sue ricorse,
Ch pur vuol vendicar s grandi affronti
Cos v'arriver po'poi in quel fondo,
Se voi foste, dicea, di l dal mondo.


91.
E poich fatti egli ha certi suoi incanti
Che gli riescon bene e vanno a vanga(859),
Andate, dice, o stummia(860) di furfanti,
Poich'a pianger volete ch'io rimanga.
Che sieno in casa vostra eterni pianti,
Tal che ciascuno e fino al gatto pianga.
E cos poi di quanto aveva detto
N pi n manco ne segu l'effetto.


92.
Poich Brunetto e le sue camerate
Pagaron l'oste (il quale assai contese,
Perch le gole lor disabitate(861)
Gli eran parute care per le spese),
Partiron, e poi dopo altre fermate,
Ei le condusse salve al suo paese;
E giunto a casa, ringraziando il cielo
Entra in sala, e di posta fa un belo(862).


93.
Entra la donna col romito appresso,
E, cominciaro a piangere ambedui;
Entra il famiglio e anch'egli fa lo stesso,
Senza saper perch, n men per chi.
Trovan Nardino ancor di male oppresso
E sbietolar lo veggono ancor lui;
L'astante che porgevagli l'orzata,
Pur ne faceva la sua quattrinata(863).


94.
Nardin vede colei bell'e vezzosa
Com'appunto l'aveva nel pensiero.
E dice: benvenuta la mia sposa;
Voi mi piacete a f da cavaliero;
Ma voi piangete? ditemi una cosa,
Voi ci venite a malincorpo,  e'vero?
Non vogliate risponder ch'e'non sia,
Perch voi mi diresti una bugia.


95.
Mettete pur cos le mani innanzi,
Rispond'ella, signor, per non cadere;
Mentre temendo ch'io non mi ci stanzi,
Specorate(864) s ben, ch'egli  un piacere:
Ch'io mi vi levi, ditemi, dinanzi,
Ch voi non mi potete pi vedere,
Senza darmi la burla, ch'io m'acquieto,
E senza replicar do volta a dreto.

96.
N sossopra la man(865) non volterei,
Ch l'andare e lo star, mi son tutt'una;
E bench'al mondo io sia come gli Ebrei
Che non han terra ferma o patria alcuna,
Andr pensando intanto a'fatti miei,
Per veder di trovar miglior fortuna;
Perch, come dceva Mona Berta,
Chi non mi vuol, segn' che non mi merta.

97.
Ed ei risponde: oim! Signora mia!
Non vi levate in barca cos presto;
S'io non v'ho detto o fatto villana,
Perch venite voi a dirmi questo?
Abbiate un po'pi flemma in cortesia,
Ch'ogni cosa andr bene in quanto al resto;
Voi siete bella ed anco di pi sposa,
Per non vogliat'esser dispettosa.

98.
Ella soggiunge, ed egli ribadisce:
Ella non cede, ed ei risponde a tuono:
Pur gli acquieta Brunetto, e al fin gli unisce,
Sicch l'un l'altro chiedesi perdono;
Ma non per questo il lagrimar finisce,
Ch'ognora in casa e fuora e ovunque sono,
Perch sempre si smoccica e si cola,
Hanno a tenere agli occhi la pezzuola.

99.
Vivono in somma in un continuo pianto;
Piangono i servi e piangon gli animali;
Onde il guazzo per terra  tale e tanto,
Che e'portan tutti quanti gli stivali.
Ma torniamo a Magorto, che frattanto,
Per saper quel che sia di questi tali
E dove la sua figlia si ritrovi,
Ha fatto al consueto incanti nuovi.

100.
E veduto ch'ell' tra buona gente
Moglie d'un ricco e nobil baccalare(866)
E che giammai le pu mancar niente
Perch'ella  in una casa come un mare,
Non vi so dir s'ei gongola e ne sente
Contento grande e gusto singolare;
Di modo ch'ei si pente, affligge e duole
Di quanto ha fatto, e risarcir lo vuole.

101.
Perci, per un suo cogno(867) se ne corre,
E nell'orto lo porta dove  un frutto
C'ha i pomi d'oro, e ne comincia a corre
Durando fin che l'ebbe pieno tutto.
E poich dentro pi non ne pu porre,
Sapendo che 'l suo aspetto  molto brutto,
Si lava, ripulisce e raffazzona,
E rimbellisce tutta la persona.

102.
E presa addosso poi quella sua cassa
Ch' tanto grave ch'ei vi crepa sotto,
Si mette in via, e presto se ne passa
Ov' la figlia e il flebile raddotto,
Che al suo venire ogni mestizia lassa
Mutando in riso il pianto s dirotto;
E versa i pomi in mezzo della stanza
Poi si sberretta in termin di creanza.

103.
E dice ch'egli  il padre della sposa,
E che di lui non abbiano spavento;
Perch'egli omai scordato d'ogni cosa,
L'antico sdegno totalmente ha spento.
Anzi, come persona generosa,
Vuol dare agli sponsali il compimento,
Ch' quello che la sposa abbia la dote,
E che non vadia a marito a man vote.

104.
E perch qualsivoglia donnicciuola
Porta la dote ed il corredo appresso,
Acciocch'in quella casa la figliuola
Possa mostrar d'aver qualche regresso(868),
N che(869) gli abbian a aver quel calcio in gola
Che un picciolo n anche v'abbia messo,
La vuol dotar conforme al grado loro
Con quel gran monte di bei pomi d'oro.

105.
Gli sposi allor brillando con Brunetto
Gli rendon grazie e fan grata accoglienza;
Ed ordinato un grande e bel banchetto
Reiterr le nozze in sua presenza.
Ed egli poi al fin con ogni affetto
River tutti e volle far partenza,
Lodandosi del furto del romito,
Che s grand'allegrezza ha partorito.





OTTAVO CANTARE.


ARGOMENTO.

Dalle sue Fate Paride vestito,
Vede la galleria di quell'albergo:
D'un'avventura grande  poi avvertito,
E appresso ha un libro che non parla in gergo,
Con una spada d'un acciar forbito;
Ond'ei piglia licenza, e volta il tergo.
Vien Piaccianteo condotto al generale,
Che non gli volle far n ben n male.


1.
Vorrei che mi dicesse un di costoro
Che giostran, tutta notte per le vie,
Che gusto v'; perch, a ridurla a oro(870),
Non v' guadagno e son tutte pazzie;
Poich, lasciando ch'e'non  decoro,
L'aria cagiona cento malattie.
Mille disgrazie possono accadere,
Mille malanni, diavoli e versiere.

2
Sapete ch'e's'inciampa e ch'e'si casca
Si pu in cambio d'un altro esser offeso;
O dar in un, se t'hai moneta in tasca,
Ch'alleggerir ti voglia di quel peso;
Manca in qual mo'si pu correr burrasca:
Per vi giuro, ch'io non ho mai inteso
La fin di questi tali, e tengo a mente
Quel ch'un tratto mi disse un uom valente.

3.
La notte, disse,  un vaso di Pandora,
Che versa affronti, risichi e tracolli;
Perocch nel suo tempo sbucan fuora
Tutti i ribaldi, ladri e rompicolli;
Onde sia ben riporsi di buon'ora:
E deve esempio l'uom pigliar da'polli,
Che l'un di loro al pi vale un testone(871),
E pria che 'l Sol tramonti, si ripone.

4.
Ed egli che d'un mondo assai pi vale,
Sta fuori tutta notte, o diacci o piova
E gira al buio come un animale,
Cercando di Frignuccio(872) in bella prova;
N fia gran fatto poi se gli avvien male,
Ch ben sapesti che chi cerca trova.
Ed eccovene in Paride il riscontro,
In modo che non v' da dargli contro.

5.
Perch le son tutte cose provate
E vere, che non v' spina n osso;
E non si trovan poi sempre le Fate,
Ch vengano a levarti il mal da dosso;
Come al Garani, quand'a gambe alzate
Andato era la notte gi nel fosso,
Che, mentre conteggiava colla morte,
Da esse ebbe un favor di quella sorte.

6.
Or questi vuol che pur di lui discorra,
Onde di nuovo a'atti suoi ritorno.
Le ninfe, che 'l vedean batter la borra(873),
Tutte li son co'panni caldi attorno
E gi tra loro par che si concorra
Di fargli dare una scaldata in forno;
Ma perch questo in danno suo risulta,
Dir volle il suo parere anch'ei in consulta.

7.
Che termin di non farn'altro; ond'esse
Lo feron rivestire a spese loro;
Una camicia nuova una gli messe,
C'ha dal collo e da man trina e lavoro;
L'altra il giubbone, un'altra le brachesse,
Tutto di un ricco e nobil quoio(874) d'oro;
Un'altra gli ravvia la capelliera
E gli mette, il benduccio(875) e la montiera(876).

8.
A spasso poi lo menan per la mano
A veder la lor bella abitazione,
Ma poi pi buona, bench sia in pantano,
Perch a pagar non hanno la pigione;
La quale  un negozio odioso e strano,
Quando quell'insolente del padrone
Ti picchia a casa e con s poca grazia
Chiede il semestre, ch'e'non v una crazia(877).

9.
Circa questo, pensiero elle non hanno.
N di fare altre spese, come accade
Ad ogni galantuomo a capo d'anno
D'acconci tasse e lastrichi di strade.
Il vento, e il freddo non pu far lor danno,
Perch'il tetto, che scorre e mai non cade,
L'inverno su i pilastri di corallo
Si ferma e forma un palco di cristallo,

10.
Di state il Sole gi ne'lor quartieri
Non pu col frugnolone(878) aver l'ingresso;
Tal ch'elle stanno bene e volentieri.
E godono, un pacifico possesso.
Paride intanto infra tazze e bicchieri,
E di pi sorte vini e frutte appresso,
Con esse ritrovandosi in cantina,
Volle provarne almeno una trentina.

11
N per questo alterato egli ne resta;
O venga ch'egli  avvezzo in Alemagna,
O che quel vin faccia a salvar la testa,
Ed in quel cambio dia nelle calcagna;
Ragion che quadra bene e quella e questa,
Perch'ei non urta mai chi l'accompagna,
Ma sempre in tuono, e dritto com'un fuso
Con esse per le scale torna suso.

12.
Ov'egli entrato in una bella sala
Ch'ella sia l'accademia si figura;
Perch vi son l'aratolo e la pala,
Strumenti da studiar l'agricoltura:
Di l poi salgon sopr'a un'altra scala
Di baston congegnati infra due mura.,
Donde, arpicando come fan le gatte,
Vanno a passar per certe cateratte.

13.
Ma qui la Musa vuol ch'io mi dichiari.
Circa al descriver queste loro stanze;
Ch s'io vi pongo addobbi un po'ordinari,
Non son per dir bugie n stravaganze;
Perch le ninfe han solo i necessari,
N voglion pompe n moderne usanze,
Per insegnare a noi ch'abbiam le borie
Di quadri, e letti d'oro, e tante storie.

14.
Ch'ognun vuol far il principe al d d'oggi;
Sebben chi la volesse rivedere(879)
Molti si veggon far grandezze e sfoggi,
Che sono a specchio(880) poi col rigattiere(881).
Il lusso  grande e gi regna in su i poggi(882),
E son nelle capanne le portiere.
E tra cannelli(883) insin qualsivoglia unto
Ha i suoi stipetti e seggiole di punto(884).

15.
Ors, perch'o non caschi nella pena
De'cinque soldi(885), ecco ritorno a bomba
A brache d'or(886), che nel salire arrena
Per quella scala che va su per tromba
Perch, sebbene ci fa il Mangia(887) da Siena
Gli  disadatto e pesa ch'egli spiomba;
E colle ninfe a correr non pu porsi,
Massime l, che v' un salir da orsi.

16.
Elle di gi, com'io diceva adesso,
Uscite son di sopra a stanze nuove,
Aspettando che faccia anch'ei l'istesso
Ch'appunto com'il gambero si muove;
Onde convien poi loro andar per esso.
Ed aiutarlo fin che piacque a Giove,
Che quasi manganato e per strettoio
Passasse ad alto il cavalier di quoio,

17.
'N un dormitorio grande, ma diverso(888),
Ove ciascuna in proprio ha la sua cella,
Che sta, com'io dir, per questo verso,
Se non erra Turpin che ne favella,
Una stanga a mezz'aria evvi a traverso,
Dov'ella tien le calze e la gonnella,
Il penzol(889) delle sorbe e del trebbiano(890),
E quel che pi le par di mano in mano.

18.
Pi gi da banda un tavolin si vede
Che su i trespoli fa la ninna nanna,
E fa spalliera al muro, ove si vede
Una stoia di giunchi e sottil canna.
Evvi una madia zoppa da un piede,
E il filatoio colla sua ciscranna(891);
Non v' letti, se non un per migliaio
Ch tutte quante dormono al pagliaio.

19.
Paride guarda e par che gliene goda;
Ch la gente alla buona e positiva
Sempre gli piacque, e la commenda e loda.
In questo mentre a un'altra porta arriva,
E nel sentir un certo odor di broda
Che tutto lo conforta e lo ravviva,
Entra di punta, perch s'indovina
Che quella sia senz'altro la cucina.

20.
Dal che sentitosi allegare i denti(892)
S pensa che vi sien grand'apparecchi;
Ma trova in ozio tutti gli strumenti
E i piatti ripuliti come specchi:
Teglie e padelle, inutili ornamenti
Star appiccate al muro per gli orecchi;
Ed anche son per starvi pi d'un poco,
Perch il gatto a dormir vede in sul fuoco.

21.
Ond'egli offeso molto se ne tiene,
Ch'una mentita per la gola tocca;
Ma quelle che s'avveggon molto bene
Ch'egli ha l'arme di Siena(893) impressa in bocca,
Gli accennan ch'ei vedr(894) se il corpo tiene;
Ed ei ghignando allor pi non balocca,
E con esse ne va di compagnia
Per ultimo a veder la galleria.

22.
Di maiolica nobil di Faenza
Ivi le soglie sono e i frontespizi;
Quivi son quadri di gran conseguenza
Di principi ritratti e di patrizi,
Originali fatti gi in Fiorenza
Da quel(895) che gli vendea sotto(896) gli Ufizi;
Ed evvi dello stesso una sibilla,
Ed una bella cittadina in villa.

23.
Di cartapesta mensole e sgabelli
Intorno intorno innalzan, sopra al piano
Statue eccellenti di quei Prassitelli(897),
Ch'a i sassi danno il moto in Settignano(898);
Cedano i Buonarruoti e i Donatelli
A quel basso rilievo di lor mano(899),
Ch'a'Padri Scalzi pur si vede ancora(900)
Sull'arco della porta per di fuora.

24.
Sicch quest'opre che non hanno pari,
Quanto i suddetti quadri c'han del vago,
Non si posson pagar mai con danari,
Perch son gioie che non hanno pago.
Uno scaffale v' di libri vari,
Ch'eran la libreria di Simon Mago,
Ch'abbellita. di storie e di romanzi,
Fu poi venduta lor dal Pocavanzi(901).

25.
Evvi un tomo fra gli altri scritto a penna,
Ch'a me par bello e piace sine fine
Ove si legge in carta di cotenna
Tradotte le librttine(902) in sestine;
E che Galeno e il medico Avicenna
In musica mettean le medicine;
Per, se il corpo sempre a chi le piglia.
Gorgheggia e canta non  meraviglia.

26.
Un ve n' in rima che La Sfinge  detto,
Scelta d'enigmi che non hanno uguali;
Perch'ognuno  distinto in un sonetto
Che il poeta ha ripien tutto di sali:
Perch'ei, che sa che  sale, ebbe concetto,
Acciocch i versi suoi sieno immortali
E i vermi dell'obblio non dien lor noia,
Porgli fra sale e inchiostro in salamoia.(903)

27.
Altri poemi poi vi sono ancora,
Ed hanno(904) caparrato alla Condotta(905)
Grillo(906), il Giambarda, Ipolito e Dianora,
I sette Dormienti, e Donna Isotta,
E un certo MALMANTIL, che s'e'va fuora,
Ecco subito bell'e messe in rotta
Le Dee col Bambi(907), che l'ha chiesto, e vuole.
Farne all'acciughe tante camiciuole.

28.
Evvi anch'un libro di segreti, il quale
Giova a chi legge e insegna di bei tratti
E infra gli altri, a far che le cicale
Cantin, senza che 'l corpo se le gratti;
E a far che i tordi magri, coll'occhiale
Guardandogli, divengan tanto fatti.
Descrive poi moltissimi rimedi
Per chi patisce de'calli de'piedi.

29.
S'io vi narrassi tutto il continente(908),
Costui, diresti, ha i lucidi intervalli;
Pur vo'contarven'una solamente
Ch' vera, n crediate ch'io sfarfalli,
Racconta d'una tal parturiente
Che una carrozza fece a sei cavalli,
E ch'una voglia fu che avea avuta;
Ed io lo creder senza disputa.

30.
Perch la donna, come altera e vana,
Sopr'agli sfoggi ognor pensa e vaneggia;
E bench'ell'abbia un ceffo di befana,
Pomposa e ricca vuol che ognun la veggia:
Perci colei ebbe la voglia strana
Della grandezza dell'aver la treggia
Ancorch tutte, perch il cervel gira,
Le girelle vorrian, ch 'l sangue(909) tira.

31.
Ma basti circa i libri quanto ho detto;
Perch'io, che negli studi non m'imbroglio
E questi mai n altri non ho letto,
Ch forse i fatti lor saper non voglio,
A qualche error non voglio star soggetto,
Ch pur troppi n'ho fatti sopr'al foglio;
E poi perch son tanti e tanti i tomi
Che n anco so dir d'un terzo i nomi.

32.
Per seguiam con Paride le Dee
A veder cose belle e stravaganti
E prima troverem di gran miscee:
Corpi di mummie ed ossa di giganti:
Essere in corpo a un pesce due galee,
Impietrite con tutt'i naviganti,
Legni, li quali esse han per tradizione
Che fur fatti del giuggiol(910) di Nerone.


33.
Chiuse in un vaso poi vedrem le gotte
Ch'ebbe quel vecchio chioccia(911) di Sileno;
E l'asta che fu, dicon, di Nembrotte,
Con che volle infilzar l'arcobaleno;
Bench si creda pi di Don Chisciotte:
E veramente non pu far di meno,
Perch in vetta, nel mezzo della lama,
V' scritto Dulcinea ch'era sua dama.

34.
Pende dal palco un secco gran serpente
Che quasi al coccodrillo s'assomiglia;
E dicon che la coda solamente
Per la lunghezza arriva a cinque miglia;
Ma quel che pi curioso di niente
 certo,  una grandissima conchiglia
Ove fra minuta alga e poca rena
Sta congelato un uovo di balena(912).

35.
Evvi un mantice, il qual per via d'ingegni
Soffiando fa girare uno strumento
D'un arcolaio a ventiquattro legni,
Invenzion nuova d'orivolo a vento;
Perch'ogni stecca ha i suoi numeri e segni
Che mostran l'ore, e'quarti e ogni momento.
Chi vi dipana sa quant'ei lavora,
Ch'al fin d'ogni gomitol suona l'ora.

36.
Una sfera bellissima si vede
Ch' sopr'a un ben tornito piedistallo,
Che per giustezza tutte l'altre eccede,
O sien fatte di legno o di metallo;
Vada pure e sotterrisi Archimede
Con quella sua ch'ei fece di cristallo,
Ch'e'bisogna guardarla e starsi addietro,
Perch si rompe(913) giusto come il vetro.

37.
Ch questa, che con ogni diligenza
Di purgate vesciche fu commessa,
Se per disgrazia o per inavvertenza
Perquote o cade, ell' sempre la stessa.
E se 'l cristallo ha in s la trasparenza,
La vescica al diafano s'appressa;
Ed  un corpo che giammai non varia,
E quel si cangia ognor secondo l'aria.

38.
Se in Grecia fatta fu la cristallina
E questa(914) di vesciche vien da Troia,
Che a Fiesol fa portata a Catilina
La notte ch'ei fugg verso Pistoia;
Ch'ei non giunse n anco alla mattina,
Ch'il poveraccio vi tir le quoia(915);
Sicch due capitan sue camerate
La presero, e la diedero alle Fate.

39.
Mentre s'ammira cos bel lavoro
E vi si fanno su cento argomenti,
Paride guarda, e vede una di loro
Cavarsi un occhio, la parrucca e i denti,
E dargli a un'altra, perch in tutto il coro
Delle naiadi ch'ivi son presenti,
O fuora, ch pur anche son parecchi(916),
Han sol quei denti, un occhio e due cernecchi(917).

40.
Peroch'elle son cieche e vecchie tutte,
E loro i denti son di bocca usciti;
Ma non per questo ell'appariscon brutte
Ch'ell'hanno volti belli e coloriti;
E se mangiar non posson carne e frutte,
Elle s'aiutan con de'panbolliti,
Perch quei denti, come l'occhio e i ricci,
Non hanno pi virt, ch'e'son posticci.

41.
Gli portan per bellezza solamente
Una per volta, acciocch per la via
S'ell'ha ir fuora a vista della gente,
Asconda ogni difetto e mascalca;
Ma il tenergli la legge non consente
Se non un'ora, e poi a quella via
A riportargli a casa vien costretta,
Acciocch'un'altra dopo se gli metta.

42.
Cos per osservar le lor vicende,
Questa ch'io dico se gli cava adesso,
Gi ritornata dalle sue faccende
Perch'il portargli pi non l' permesso
Ond'a quell'altra gli consegna e rende,
Cedendo ogni ragion e ogni regresso(918),
Perch in quest'ora a ornarsi ad essa tocca
La fronte e il capo, e riferrar la bocca.

43.
Piena di cibi intanto una credenza
Vien pari pari aperta spalancata.
E fatta da vicin la riverenza,
Parole pronunzi(919) di questa data:
Cavalier, se tu vuoi far penitenza,
E in parte a noi piacere e cosa grata,
Ho munizion da caricar la canna,
E poi da bere un vino ch' una manna.

44.
Credilo a me ch'egli  del glorioso;
Per qua dentro, via, distendi il braccio,
Ch troverai del buono e del gustoso
Se tu volessi ben del castagnaccio(920).
Paride fece un po'del vergognoso;
Ma nel veder le bombole(921) nel ghiaccio
Mand presto da banda la vergogna,
E fece come i ciechi da Bologna(922).

45.
Levatagli poi via la calamita
Di quel buon vino e massime del bianco,
Gli fataron le Dee tutta la vita,
Dalla basetta infuor del lato manco;
Sicch, in quanto ad aver taglio o ferita
In altra parte, era sicuro e franco:
Poi dangli un brando colla sua cintura,
E del trattarlo l'intavolatura.

46.
E perch il tempo ormai era trascorso
Che inviarlo dovean di quivi altrove,
Prima in sua lode fatto un bel discorso,
Che l'agguagliava a Marte, al Sole e a Giove,
Figliuol dissero, quanto t' occorso
Fin qui stanotte, e il come e il quando e il dove
A noi palese  tutto per appunto,
Anzi sei qui per opra nostra giunto.

47.
Acci tu vada incontro a un'avventura,
pro d'un, pover uomo questa notte.
Questo  un tal, cognominato il Tura,
Ch'in Parion(923) gonfiava le pillotte.
Era in bellezze un mostro di natura,
sicch tutte le donne n'eran cotte;
E lasciando i rocchetti ed i cannelli,.
Per lui, ch' ch', facevano a'capelli

48.
Non ch'ei ne desse loro occasione,
Come qualche Narciso inzibettato,
Ch'una cuffia ch'e'vegga a un verone,
Di posta corre a far lo spasimato;
Anzi  un di quei ch'al mondo sta a pigione,
A bioscio nel vestire e sciamannato;
Ch'addosso i panni ognor tutti minestra
Tirati gli parean dalla finestra.

49.
Ed esse eran capone; ma chiarite,
Alfin lasciando quel suo cuor di smalto,
Fecer come la volpe a quella vite
Ch'aveva s bell'uva e tanto ad alto,
Che dopo mille prove, anzi infinite,
Arrivar non potendovi col salto
Gli , me', disse, ch'io cerchi altra pastura,
Ch questa ad ogni mo'non  matura.

50.
Cos non la sald(924) gi Martinazza;
La qual non vi trovando anch'ella attacco,
Poich gran tempo andata ne fu pazza.
Avendo il terzo e quarto e ognuno stracco(925),
Condurre un giorno fecelo alla mazza(926);
E per via d'un che le teneva il sacco(927),
Avvezzo a tosar pecore ed agnelli,
Mentr'ei dormiva, gli tagli i capelli.

51.
Quei capelli, ch'un tempo avea chiamati
Del suo fascio mortal funi e ritorte,
Le bionde chiome, o Dio! quei crini aurati,
Che ricoprivan tante piazze morte(928)
Onde(929) scoperti furo i trincerati,
Ove il nimico si facea s forte;
Perch, per quanto un autore accenna,
Lo rimondaron fino alla cotenna.

52.
E cos Martinazza ebbe il suo fine,
Volendo vendicarsi per tal via;
Perocch buona parte di quel crine.
Ch'alcun non se n'avvedde, lepp via;
E fabbriconne al Tura le rovine,
Con una potentissima mala,
Che registrata in Dite al protocollo
In un lupo rapace trasformollo.

53.
E questo lupo raggirar si vede
Intorno a un montuoso casamento(930)
D'una gente, che mentre move(931) il piede
Sopra alla terra v' rinvolta drento.
Di questa cosa il tempo non richiede
Cos per ora fartene un comento;
Perch'egli  tardi, e pria che tu l'intenda,
Spedir devi lass questa faccenda.

54.
Or dunque vanne, e perch tu non faccia
Qualche marron ma venga a arar dritto,
Acci tal magistero(932) si disfaccia,
Perch scattando(933) un pel tu avresti fritto,
In questo libro qui faccia per faccia
L'ordine e il modo si ritrova scritto;
Portalo teco, e acciocch tu discerna,
Perch'egli  buio, to'questa lanterna.

55.
Egli la prende con il libro insieme,
Dicendo che varrassi dell'avviso:
E che d'incanti e diavoli non teme,
Perch'egli  uom che sa mostrare il viso.
Si parte, e perch al campo andar gli preme
In due parti vorrebbe esser diviso:
Pur vuol servrle, perch'ei si figura
Che non ci vada gran manifattura.

56.
Considerando poi nel suo cervello
Che s'a quel luogo a bambera(934) s'invia,
Potrebbe andar a Roma per Mugello(935)
Perch'ei non si rinvien dov'ei si sia,
Ricerca nel suo mastro scartabello
Di quei paesi la geografia;
Ma quel, per quanto noi potrem comprendere,
Non si vorria da lui lasciare intendere.

57.
Fu Paride persona letterata
Che gi studiato avea pi d'un saltero(936);
Ma poi non ne volendo pi sonata,
Alla scuola studi di Prete Pero(937);
Per, s'ei non ne intende boccicata,
 da scusarlo; e poi, per dire il vero,
Lettere ed armi van di rado unite,
Perc'han di precedenza eterna lite.

58.
Ma bench la lettura sia fantastica
A un che si pu dir non sa niente,
E ch'altro(938) di vrt non ha scolastica
Che pelle pelle l'alfabeto a mente,
Tanto la biascia, strologa e rimastica,
Ch'a cmpito leggendo, finalmente
Il sunto apprende, e fra l'altre sue ciarpe
Ripone il libro, e sprona poi le scarpe.

59.
Cos cammina, e a quel castello arriva;
Passa dentro, lo gira e si stupisce
Che quivi non si vede anima viva,
Perch'a quell'ora in casa ognun poltrisce.
Ma perch non  tempo ch'io descriva
Quanto col Tura a Paride sortisce,
Con buona grazia vostra farem pausa,
Per diffinir di Piaccianteo la causa.

60.
Che da quei tristi, com'io dissi dianzi(939),
Fatto, mentre pappava, assegnamento
D'insaccarsi per lor quei pochi avanzi,
Tocc de'pi nell'arsenal del vento.
Di poi gli stessi sel cacciaro innanzi
Giusto come il villano il suo giumento.
Pungolandolo come un animale,
Finch lo spinser dove  il generale.

61.
Appunto il generale a far s' posto
Alle minchiate(940), ed  cosa ridicola
Il vederlo ingrugnato e maldisposto,
Perch gli  stata morta una verzicola.
Le carte ha dato mal, non ha risposto,
E poi di non contare, anco pericola,
Sendo scoperto aver di pi una carta,
Perch di rado, quando ruba, scarta.

62.
Costoro alfine se gli fanno avanti,
Per dirgli del prigion c'hanno condotto;
Ma e'posson predicar ben tutti quanti,
Perch'egli, ch' nel giuoco un uomo rotto
E perde una gran mano di sessanti
E gliene duole e non ci pu star sotto,
Lor non d retta, e a gagnolare intento,
Pietosamente fa questo lamento:

63.
Che t'ho io fatto mai, fortuna ria,
Che t'hai con me s grande inimicizia,
Mentre tu mi fai perder tuttavia
Che e'non mi tocca(941) pure a dir Galizia?
Questo non si farebbe anche in Turchia,
L' proprio un'impietade un'ingiustizia.
Vedi, non lo negar, che tu l'hai meco;
E poi se n'avvedrebbe Nanni cieco.

64.
Ma se volubil sei quanto sdegnosa,
Facciam la pace, manda via lo sdegno;
E se tu sei de'miseri pietosa,
Danne col farmi vincer qualche segno.
"Fu il vincer sempre mai lodevol cosa,
"Vincasi per fortuna o per ingegno;"
Perci de'danni miei restando sazia,
La fortuna mi sia, non la disgrazia.

65.
Ma che gracch'io? forse che tai preghiere
Mi faran, dopo cos gran disdetta,
Vincer la posta o porre a cavaliere(942)?
S, s; ma basta poi non aver fretta.
O baccellaccio! l'orso(943) sogna pere,
L' bell'e vinta, ovvia tientela stretta.
Capitale!(944) sai tu quel che tu hai a fare?
Se tu non vuoi pi perder, non giocare.

66.
E cosi finiran tanti schiamazzi
Di chiamar la fortuna e i giuochi ingiusti;
Ch, mentre vi ti ficchi e vi t'ammazzi,
Tu spendi e paghi il boia che ti frusti.
Gli  ver; ma il libriccin del Paonazzi(945),
Ov'io ritrovo ognor tutt'i miei gusti,
Per forza al giuoco mi richiama e invita
Appunto come il ferro a calamita.

67.
E sar ver ch'io abbia a star soggetto
Ad una cosa che mi d tormento?
Come tormento? oib! s'io v'ho diletto!
S; ma intanto per lui vivo scontento.
Oh perfido giocaccio! oh maladetto
Chi t'ha trovato e me che ti frequento!
Tu non ci hai colpa tu; a me il gastigo
Si dee dar, poich con te m'intrigo.

68.
Datemi dunque un mazzo in sulla testa:
Vedete! eccomi qui ch'io non mi muovo;
N voi farete cosa men che onesta,
Se dal giocar, morendo, io mi rimuovo:
So ch'ogni d sarebbe questa festa,
Ch'altro diletto che giocar non provo;
Ed a giocare omai son tanto avvezzo,
Che'l pentirmi non giovami da zezzo.

69.
L'usare ogni sapere, ogni mia possa
Non vale a farmi contro al giuoco schermo;
Imperocch'io l'ho fitto s nell'ossa,
Ch'amo il mio mal qual assetato infermo,
E forse giocher dentro alla fossa.
Che forse! diciam pur: tengo per fermo;
E se trovar le carte ivi non posso,
Far, purch'e'si giuochi, all'aliosso(946).

70.
Van co'libri alla fossa i gran dottori,
I bravi colla spada e col pugnale:
Con libro ed armi anch'io da giocatori
Sar portato morto al funerale,
Grillandato di fiori; e a picche e cuori
Trapunta avr la veste, e per guanciale
Quattro mattoni(947); e poich pien di vermini
I quarti avr, vo'fare un quarto a'Germini(948).

71.
Volea seguir; ma tutti della stanza
Gli dieron su la voce, con il dire
Che il perdere  comune, e star usanza(949);
E perde una miseria di tre lire;
Per si quieti pure e abbia speranza,
Ch un giorno la disdetta ha da finire;
Perocch i tempi variabili sono,
E dopo il tristo n'ha a venire il buono.

72.
Intanto gli mostraron il prigione,
Che sott'il manto dell'ipocrisia
In carit, dicendo, in divozione
Faceva lo scultore(950), idest la spia;
Per, perch'in effetto egli  un guidone,
L'impicchi, s'ei vuol fare opera pia:
Serragli pur, dicean, la gola; e poi,
S'ei ridice pi nulla, apponlo a noi.

73.
Amostante, ch' uom di buona pasta
E poi dabbene, ancorch'egli abbia il vizio
Di questo suo giocar dov'ei si guasta,
Fa liberarlo senz'alcun supplizio,
Dicendo ch'a impiccarlo non gli basta
L'aver semplicemente un po'd'indizio;
Ma quand'anch'egli avesse ci commesso,
Del far la spia non se ne fa processo,

74.
Ed al prigion preterito imperfetto(951)
Rivolto colle carte in man, l'invita,
Gi fattoselo porre a dirimpetto,
A giocar d'una crazia la partita
Ovver si metta fuor in sul buffetto(952)
Un testoncino(953), e sia guerra finita(954);
Cos lo prega, lo scongiura e in parte
Bada pur sempre a mescolar le carte.

75.
Quegli, che compiacerlo non gli costa
E vede averla avuta a buon mercato,
L'invito tiene e regge(955) a ogni posta,
Bench'ei non abbia un bagattino(956) allato;
E dice: al pi faremo una batosta(957),
Quand'ei mi vinca e voglia esser pagato;
Di rapa sangue non si pu cavare,
N far due cose: perdere e pagare.

76.
Duraro a battagliar forse tre ore
Poi la levaron quasi che del pari;
Se non ch'il general fu vincitore
Di certa po'di somma di danari.
E perch gli domanda e fa scalpore,
Quei, che gli spese in cene e in desinari,
Non aver, dice, manco assegnamento(958);
Talch Amostante resta al fallimento,



NONO CANTARE

Argomento

Giunti i rinfreschi e invigorito il campo
Corre all'assalto, e segue aspra baruffa.
Malmantil quasi  preso, ond'al suo scampo
Chiama all'accordo, e termina la zuffa;
Chi tratta pi di guerra or trova inciampo,
Perch nell'allegrezze ognun si tuffa:
Fassi in corte il convito, e poi, dal vino
Riscaldati quei principi, il festino.

1.
La guerra che in latino  detta bello,
Par brutta a me in volgar per sei befane;
Non ch'altro, s'e'comincia quel bordello(959)
Di quell'artiglierie che son mal sane,
E ch'e'non v' da mettere in castello(960),
E stenti(961) poi per altro com'un cane,
Senz'un quattrno e pien di vitupero(962);
Ditelo voi se questo  un bel mestiero.

2.
E pur la gente corre, e vi s'accampa
Ognun, per farsi un uomo e acquistar gradi,
Quasi degli uomin col sia la stampa,
Mentr'il cavarne l'ossa avviene a radi.
L gli uomin si disfanno, e chi ne scampa
Ha tirato diciotto con tre dadi(963);
E pria ch'ei giunga a esser caporale,
Manger certo pi d'un staio di sale.

3.
Scch e'mi par ben tondo ed un corrivo(964)
Chi pu star bene in casa allegro e sano
E lascia il proprio(965) per l'appellativo,
Cercando miglior pan che quel di grano.
Ce n' un'altra ancor ch'io non arrivo(966),
Ch' quell'assalir un coll'armi in mano
Che non sol non m'ha fatto villania,
Ma che mai viddi in viso in vita mia.

4.
Ors, cerchi chi vuol battaglia e risse
E si chiarisca(967) e provi un po'le chiare;
Che s'io credessi farmi un altro Ulisse,
L'armi perci non m'hanno a inzampognare(968).
Ognuno ha il suo capriccio, come disse
Quel lanzo che volea farsi impiccare;
Per mi quieto, ma perch'ora bramo
Mostrarvi il vero, attenti e cominciamo.

5.
Sorge l'aurora, e come diligente
Spazza le stelle in cielo e fa pulito;
Poi fassi alla finestra d'oriente,
E vta l'orinal del suo marito;
Ma perch il carretton ricco e lucente
Gi muove il Sole ed ella l'ha sentito
Acciocch'ei non la vegga sconcia e sciatta,
Manda gi l'impannata e si rimpiatta.

6.
Quando il vitto comparve ed il rinfresco,
Sicch chi avea col masticar divieto(969)
Appoggi lietamente il corpo al desco
E, come si suol dir, riebbe il peto.
E il general, che tutta notte al fresco
And coll'astrolabio innanzi e indreto,
Battendo la diana(970) in sul lunario
Avea fatto di stelle un calendario(971).

7.
Lasciato s'era anch'egli rivedere
Tutto quanto aggrezzato(972) al pappalecco(973)
Dove per aver meglio il suo dovere
Fece in principio un bel murare a secco.
Quand'ei fu pieno, alfin chiese da bere,
E poich'egli ebbe in molle posto il becco,
Figliuoli, disse, omai venuta  l'ora
Ch'e'si tratta d'averla(974) a cavar fuora.

8.
Se a mensa ognun di voi tanto s'affolta,
Mangia per quattro e beve poi per sette,
Che par proprio ch'e'sia giunto a ricolta,
Anzi ch'egli abbia a far le sue vendette;
Tal ch'io pensai vedervi anco una volta
La tovaglia ingoiar e le salviette:
Ed ebbi un tratto anche di me paura;
Per una spalla dvola(975) sicura.

9.
Redeamus ad rem: se, come ho detto,
Qua foste al bere infermi(976) e al mangar sani,
E co'coltelli in man standovi a petto
Riusciste s bravi sparapani,
In battaglia vedervi ancora aspetto
Colla spada cos menar le mani,
Onde il nimico vinto ed abbattuto
Ne sia, come stanotte ho preveduto.

10.
Ch quasi fui per dar nelle girelle;
Perch, dopoch i punti della Luna
Ebbi descritti, e che tutte le stelle
Avevo rassegnate ad una ad una,
Trovo smarrite aver le Gallinelle(977);
Ma dopo  ch'io mi davo(978) alla fortuna,
Che fra le stelle fisse e fra l'erranti
Non vedevo n anche i Mercatanti(979).

11.
Ma dissi poi da me che poco importa
Se quel branco di polli non si trova;
Anzi che questo a noi risparmio apporta,
Perocch mangian molto e non fann'uova.
E se n anche alcuna stella ho scorta
De'Mercatanti, qui creder mi giova
Ch'e'sieno in fiera, ovvero al lor viaggio
Per la Via Lattea a mercantar formaggio.

12.
Ma perch in armi boti(980) son costoro,
Che, fuor che a'tribunali, non fan lite
N altro scudo impugnan che quel d'oro,
N dan, se non di penna, le ferite,
Ogn'altro poi nel resto dee dar loro
Come a'lor libri piantan le partite;
Senza lor dunque andiam, ch avrem vittoria:
Essi cerchin la roba, e noi la gloria.

13.
Non prima stabil l'andare in guerra,
Che vedesti, pi presto ch'io nol dico,
Un leva leva a un tratto, un serra serra,
Ed ir correndo contr'all'inimico:
Com'un branco d'uccelli il quale in terra
Sia calato a beccar grano o panico,
Un che si muova, basta; ch quel solo
Fa subito pigliare a tutti il volo.

14.
I coraggiosi, al primo che si mosse
Gli altri, gi sendo meglio su'picciuoli(981),
Non poterono stare pi alle mosse,
Ma corsero ancor lor come terzuoli(982).
Giunti di Malmantile in sulle fosse,
Drizzate al muro assai scale a piuoli,
Il salirvi tenevano una baia,
Com'andar pe'piccioni in colombaia.

15.
Ma quei di sopra fecero parerli(983)
Ben presto un altro suon; perch isso fatto
Cominciaro a tirar non solo i merli
Ch'avrebbon le testuggini disfatto,
Ma, quasi fosse quivi un Bastian Serli(984)
O quanti architetture hanno mai fatto
A stampar capitelli e frontespizi,
Per aria diluviavan gli edifizi.

16.
Gli stipiti, le soglie e gli architravi
A questo effetto essendo gi smurati,
Per via di curri, d'argani e di travi
Gli avevan sulle mura strascinati;
E bench molto disadatti e gravi,
In tal maniera posti e bilicati,
Che ad ogni po'di spinta botto botto
Faceano un venga(985) addosso a chi era sotto.

17.
Le donne anch'esse corron co'figliuoli,
E ci che trovan gettan dalle mura;
Chi colla conca o vaso da viuoli(986)
Pigha a qualcun del capo la misura:
Profuma il piscio i panni e i ferraiuoli,
N guardan s'e'v' pena il far(987) bruttura
Chi tira gi un lastrone alle cervella,
Che s'e'v' grilli serva per murella(988).

18.
Chi, perch gi non piglin l'imbeccata(989),
Cuopre i capi con tegoli e mattoni:
Chi versa gi bollente la rannata.
Che pela i visi e porta via i bordoni(990):
Nell'olio un'altra intigne la granata
E fa l'asperges sopra i morioni:
Altre buttan le casse, acci i soldati
Partir si debban poich son cassati(991).

19.
Un'altra con un gatto vuol la berta:
Legato il cala; ond'ei fra quei d'Ugnano
Sguaina l'ugna e colla bocca aperta
Grida inasprito in suo parlar soriano:
Ed il primo ch'ei trova, egli diserta(992),
Ch dov'ei chiappa, vuol levarne il brano:
Cos l'alz'ella e abbassa colla corda,
Acciocch'or questo or quello ei graffi e morda.

20.
Miagola e soffia il gatto e s'arronciglia,
Ed essa gode ed utile ne strappa;
Perch quel che tra l'ugna un tratto piglia
Egli  miracol poi se pi gli scappa;
Ond'ella spesso, che lo tiene in briglia,
Lo tira su con qualche bella cappa,
Con qualche ciarpa o qualche pennacchiera.
E, cos gli riesce di far fiera.

21.
Quand'una volta lascialo calare
Dinanzi al busto di Grazian Molletto
Che fu d posta per ispiritare
Quel pelliccion vedendo intorno al petto
La bestia intanto salta, e dal collare
Tutto prima gli straccia un bel giglietto(993);
Di poi si lancia e al capo se gli serra,
Sicch il cappello gli mand per terra.

22.
Non sa Grazian, che diavol si sia quello;
Pur tanto fa, ch'al fine ei se ne sbriga
Ed alza il viso per farne un macello.
Ma vedendo il rigiro e ch'ei s'intriga
Con dame, vuol cavarsi di cappello;
Ma perch'il micio gli ha tolto la briga,
La dama accivettata(994), anzi civetta,
Lo burla che gli  corsa(995) la berretta,

23.
Ed ei che da colei punger si sente,
Onde al naso lo stronzolo gli sale
Perde il rispetto e quivi si risente
Con dirgli mona Merda e ogni male.
Va in questo all'aria un gran romor di gente
Che a terra scende a masse dalle scale,
Fiaccate e rotte anch'esse dagli spruzzoli
Di pietre che ancor grattano i cocuzzoli(996).

24.
Chi boccon, chi per banda e chi supino
Gi se ne viene e fa certe cascate,
Che manco le farebbe un Arlecchino
Quand'in commedia fa le sue scalate.
Sicch, se innanzi fecero il fantino(997),
Le brache in fatti(998) gli eran poi cascate;
E infranti e pesti andando gi nel fosso,
Hann'oltre a questo nuove scale addosso.

25.
Quantunque il campo annaffi tal rugiada
Come le zucche, inarpican le scale;
Onde pi d'uno in gi verso la strada
Fa pur di nuovo un bel salto mortale:
Ma bench a monti ne trabocchi e cada,
Sardonello sta forte e in alto sale;
E tra i nimici affine, a lor mal grado,
Mette su il piede e agli altri rompe il guado.

26.
Chi vidde in un pollaio ove si trova
Un numero di polli senza fine
Tra lor cascar qualche pollastra nuova,
Che tost'addoss'ell'ha galli e galline
Ciascun per far di lei l'ultima prova;
E se e'non fosse la padrona alfine,
Che la difende e da beccar le porta,
Stroppiata rimarrebbe e forse morta:

27.
Non altrimenti il numeroso stuolo,
Vedendo Sardonel c'ha fatto il passo.
Concorre tutto quanto contro a un solo
Per mandarlo in minuzzoli a Patrasso(999);
E gli facean tirar presto l'aiuolo(1000),
O col ferirlo o col tirarlo a basso;
Ma Eravan, che debito(1001) lo scorge,
Aiuto a un tempo ed animo gli porge.

28.
Chiunque  'n castello allor pien di paura
Corre per far ch'avanti ei pi non vada
E mentre il vuol rispinger dalle mura,
Ch'altri pi la s'arrampica non bada.
Pur, d'ovviare anco di qua proccura.
Ma in sette luoghi  gi fatta la strada.
E d'ogn'intorno tanto il popol cresce.
Che ogni riparo invalido riesce.

29.
Avviene a lor n pi n meno un iota
Com'a'fanciulli, quando per la via
Fan la tura al rigagnol colla mota,
E l'acqua ne comincia a portar via,
Che mentre assodan quivi ov'ella  vota.,
Essa distende altrove la corsia;
E se riparan l, pi qua fracassa,
Talch'ella rompe e a lor dispetto passa.

30.
Gi tutti son di sopr'alla muraglia
Che la circonda un lungo terrapieno;
Gi si fiorisce in s crudel battaglia
Di sanguinacci la gran madre il seno;
Celidora a due man ferisce e taglia,
Che n anche un villan che seghi il fieno,
Tanti fil d'erba col falcion ricide,
Quant'uomini costei squarta ed uccide.

31.
Il principe d'Ugnano ed Amostante
Da toccatori(1002) fan col brandistocco(1003),
Perocch della morte almen cessante(1004),
Se non prigion, si fa chi  da lor tocco.
All'incontro ritrovasi Sperante
Che fa, menando la sua pala, il fiocco(1005):
E se gi le sustanze ha dissipate,
Or manda male gli uomini a palate.

32.
Maso di Coccio a questo e quel comanda,
Ed all'un donne e a un altro ne promette;
La compagnia(1006) del Furba innanzi manda;
Che resti a'fianchi a Batiston commette,
Con Pippo, il quale sta dall'altra banda.
Ma egli in retroguardia poi si mette;
E mentr'ognun s'avanza a gloria intento,
Ei siede a gambe larghe e si fa vento.

33.
Amostante all'incontro un nuovo Marte
Sempra fra tutti avanti alla testata;
Lo segue Paol Corbi da una parte,
E da quell'altra Egeno alla fiancata.
Vengonsi intanto a mescolar le carte(1007)
E vien spade e baston per ogni armata;
E chi d in picche e a giuocar non  lesto,
Vi perde la figura e fa del resto(1008).

34.
Vedendo i terrazzan che stanno in fiori(1009),
Che il nimico d spade e giuoca ardito,
Per non far(1010) monte in su'matton, da'cuori
Ritiransi(1011) e non tengon pi l'invito;
Ma speran ben, mostrando a'giuocatori
Denari e coppe, indurgli a far partito;
Perci nel campo un saggio ambasciadore
Spediscon, che parl in questo tenore:

35.
Spida(1012), signori, l'armi ognun sospenda.
A che far questa guerra aspra e mortale?
Fermi, per grazia, pi non si contenda,
Perch'altrimenti vi farete male;
Fate che la cagione almen s'intenda,
Ch a chetichelli(1013) a questo mo'non vale;
E chi pretende, venga colle buone,
Ch data gli sar soddisfazione.

36.
Con quei che dona per amor, non s'usa
In tal modo la forza e la rapina;
Chiedete; imperciocch giammai ricusa
Il giusto ed il dover la mia regina.
Non entraron mai mosche in bocca chiusa,
E con chi tace, qua non s'indovina.
Puoss'egli accomodarla con danari?
Dunque parlate, e vengasi a'ripari.

37.
A questo il general c'ha un po'd'ingegno,
Ritiene il colpo e indietro si discosta.
Che si fermino i suoi dipoi fa segno,
Passa parola e manda gente a posta:
N bad molto a fargli stare a segno,
Ch la materia si trov disposta.
Ciascun d'ambe le parti stette saldo,
Ch'ognun cerca fuggire il ranno caldo.

38.
Chi della pelle ha punto punto cura,
Cio che non vorrebbe essere ucciso,
Sempre le sciarre(1014) di fuggir proccura,
E se mai v'entra, ha caro esser diviso.
E bench'ei mostri non aver paura,
Se in quel cimento lo guardate in viso.
Lisciato le vedrete d'un belletto(1015)
Composto di giuncate e di brodetto.

39.
Sien due gran bravi, sien due masnadieri,
Se mai vengono a quel tirarla fuore,
Credete che e'lo fan malvolentieri,
Perocch'a tutti viene il batticuore;
E ch'e'la passerebbon di leggieri
Se lo potesser far con loro onore,
Attenendosi a quella opinione,
Di veder quanto viver sa un poltrone.

40.
E questi che badavansi a zombare
In Malmantil, s'accorsero ben presto
Che quel non  mestier da abborracciare;
Per si contentaron dell'onesto.
Gi i tagli alcuno impiastra colle chiare,
Altri rimette braccia e gambe in sesto.
Altri da capo a piedi si son unti
E chi si fa sul ceffo dar de'punti.

41.
Baldone in questo, per la pi sicura,
Due gran dottori a'trattamenti invia:
L'un Fiesolan Branducci, che proccura
D'aver, s'ei non pu in Pisa o in Pavia,
Almeno in refettorio una lettura;
L'altro  Mein Forcon da Scarperia,
Che se l'uom vive per mangiar, vi giuro
Ch'ei vuol campar mill'anni del sicuro.

42.
Cassandro casa Cheleri frattanto,
Del duca allora il primo segretario,
Per far loro un disteso di quel tanto
Dovevan dire al popolo avversario,
Cacciatosi Giovan Boccaccio accanto
E scorso tutto il suo vocabolario,
Scrisse in maniera e fece un tale spoglio,
Ch'ei messe un mar di crusca in mezzo foglio.

43.
Et essi andaron colla lor patente
Di poter dire e fare e alto e basso:
Lor camerata fu, tra l'altra gente,
Che gli segua, curioso per suo spasso,
Baldino Filippucci lor parente,
Uom che piuttosto canta ben di basso(1016);
Crescer voleva come gli altri appunto,
"Ma si pent quand'a mezzo fu giunto."

44.
Son alti gli altri due fuor di misura
Ond'ei nel mezzo camminando ad essi,
Resta aduggiato(1017) s, che di statura
N men pu crescer pi, quand'ei volessi.
Giunti alla fin col dentro alle mura,
E a Bertinella che gli aspetta ammessi,
Un bel riverenzon fecer, che prese
Di territorio un miglio di paese.

45.
Ed ella pure a lor quivi s'inchina,
Dando a ciascuno i suoi debiti titoli;
E con essi ferm l'altra mattina
Il discorrere, e far patti e capitoli,
Purch il nome conservi di regina,
Quando per l'avvenire altra s'intitoli;
Che questo non le nieghin chiede almanco,
Nel resto poi d loro il foglio bianco.

46.
E perch l'ore gi finian del giorno,
Si consult che fosse fatta sera;
Perci tutti alle stanze fer ritorno
Com'un sacco di gatti(1018) fuor di schiera.
I cittadini stavan d'ogn'intorno
Nelle strade, su i canti e alla frontiera,
Acciocch'ognun, secondo il suo potere,
A'forestieri in casa dia quartiere.

47.
Giunta a palazzo Bertinella intanto,
In Amostante e in Celidora incappa;
E vuol che, gli odii omai posti da canto,
Stien seco; ma ciascun ricusa e scappa.
Pur finalmente, ne li prega tanto,
Ch'e'non si fanno poi stracciar la cappa.
Va innanzi il general dentro al palagio:
Chi d spesa(1019), dic'ei, non dia disagio.

48.
Del principe d'Ugnan poi si domanda:
E perch la labarda(1020) anch'egli appoggi,
Staffieri attorno a ricercar si manda
Chi l'abbia raccettato e chi l'alloggi.
Ed ei che in una camera locanda
S'era acculato, volle mille stoggi(1021)
Pria ch'ei n'uscisse: pur col suo codazzo
N'and per alloggiar anch'ei in palazzo.

49.
A cena, perch il giorno in questo loco
Ebber altra faccenda le brigate
Che stare a cucinare intorno al foco,
Si fece una gran furia di frittate,
Che si fan presto s, ma duran poco,
Ch appena fatte ell'eran gi ingoiate;
Perch la gente a tavola era molta,
E ne mangiavan due e tre per volta.

50.
In cambio di guarir dell'appetito,
Faceano il collo come una giraffa;
Se vien frittate, ognun stava accivito(1022).
Ch per aria chi pu se la scaraffa.
Si ridussero in breve a tal partito,
Ch'ogni volta faceano a ruffa raffa;
In ultimo seguendo Bertinella
L'andavano a cavar della padella.

51.
Stanchi gi di mangiar non sazi ancora.
Tal musica fin po'poi in quel fondo;
Ma perch dopo cena il vin lavora,
Facean pazzie le maggior del mondo.
Fra l'altre Bertinella e Celidora
Cominciaron per burla un ballo tondo;
E appoco appoco entrovvi altra brigata
Talch si fece poi veglia formata(1023).

52.
Accender fanno ancor, com' l'usanza,
Molte candele intorno alla muraglia
Lo splendor delle quali in quella stanza
 tale e tanto, che la gente abbaglia;
Sicch distinto si vedeva in danza
Chi meglio capriole intreccia e taglia.
Nannaccio intanto sopr'alla spinetta(1024)
S'era messo a zappar la spagnoletta(1025).

53.
Un gobbo suo compagno, un tal delfino(1026)
Ch'alle borse, piuttosto che nel mare
Tempesta induce, prese un violino
Che sonando parea pien di zanzare.
Intanto un ben dipinto mestolino
Si porge in mano a quei c'ha da invitare(1027);
E l'Ugnanese, al quale il ballo tocca,
Sciorina(1028) a Bertinella in sulle nocca.

54.
 grave il colpo e giugne in modo tale,
Che quanto piglia tanta pelle sbuccia;
La donna, bench sentasi far male,
Senz'alterarsi in burla se la succia.
Non vuol parer, ma in s l'ha poi per male;
E dice l'orazion(1029) della bertuccia:
Sorride, ma nel fin par che riesca
In un rider piuttosto alla tedesca(1030).

55.
Al duca veramente pare strano
Ch'ell'abbia a far s grande storcimento,
Perch gli par d'averle dato piano,
Anzi d'averla tocca a malo stento;
Ma quando sanguinar vedde la mano,
Io mi disdico, disse, e me ne pento;
Finalmente io ho il diavol nelle braccia,
E sono e sar sempre una bestiaccia.

56.
Per curargliene pensa e ghiribizza,
Ma non sa come; al fin gli tocca il ticchio
Di tr del sale e ve lo spolverizza,
Come il villano quando fa(1031) il radicchio;
Ed ella, ch la man perci le frizza,
E di quel tiro(1032) stiaccia(1033) come un picchio,
Ritiratasi in camera in sul letto
Manda gi Trivigante(1034) e Macometto.

57.
Il principe, a quel grido a quel guaire,
Quale a soqquadro il vicinato mette,
Si sente tutto quanto imbietolire,
Ch'amore in lui vuol far le sue vendette.
Comincia impietosito a maledire
Il mestolino e quei che glie lo dette;
E per mostrare or quant'ei lo disprezzi,
Lo getta in terra in cento mila pezzi.

58.
E pensa poi la bestia scimunita,
Che se un cane, scarpione o ragnatelo
Ci morde in qualche parte della vita,
E che se il corpo loro ovvero il pelo
S'applica presto sopr'alla ferita,
Va via il dolore ed  la man del cielo;
Quel mestolino ancora, essendo messo
Dov'egli ha rotto, debba far lo stesso,

59.
Ravvia quei legni, ond'egli forse spera
Cessare il duolo, i panti e le querele;
E perch per le fasce ivi non era
Comodit di panni n di tele,
La camicia dappi fregiata e nera
Da'venti che portavan via le mle
Squaderna fuora, e tagliane un buon brano;
Cos alla donna medica la mano.

60.
Grid la donna allor come una bestia,
E dopo il dirgli(1035) manco che messere,
Per levarsi d'attorno tal molestia
Volle co'calci fargli il suo dovere;
Ma trattenuta poi dalla modestia
Di non mostrar intanto Belvedere,
Getta nel muso al medico da succiole(1036)
L'unguento che le fa veder le lucciole.

61.
Non dimostra la faccia cos mesta
Quel ragazzo scolar, quel cavezzuola,
Allorch molti giorni  stato festa,
E che finita poi quella vignuola(1037)
Il maladetto tempo ecco s'appresta
Ch'e's'ha di nuovo a tornar alla scuola;
N si guasta belando s la bocca,
Quand'il maestro col baston lo chiocca;

62.
Quanto cambiato in viso e mal contento
Adesso pare il povero Baldone,
Che ha una stizza ch'ei si rode drento,
Per non aver cervel n discrizione;
Ch bench'altrui la morte dia spavento,
S'e'non fosse che e'c' condennagione
A chi s'ammazza pena della vita,
Con una fune avrebbela finita.

63.
S'impiccherebbe; ma dall'altro canto
Ei va poi renitente, e circospetto,
Stimando che l'indugio tanto o quanto
Sia sempre ben per ogni buon rispetto.
Fatto al morir un soprattieni intanto,
Vuol ch'ella stessa che  per lui nel letto
Con quella man ch'a lei di sangue ha tinta,
Gli vada in sulle forche a dar la spinta.

64.
Poich 'l condotto delle pappardelle
S'ha da serrar, dic'egli, ella sia il boia;
Perch s'o levo alle sue man la pelle,
A lei s'aspetta il farmi trar le quoia;
Ch' ben dover, se membra cos belle
Con legno offendo, che in tre legni(1038) io muoia,
E mentr'io quivi i calci all'aria avvento,
Mostri ch'io sono un ballerino a vento.

65.
In tal maniera per uscir d'affanni
Entro s stesso di morir divisa;
Ed ella pi col facendo il nanni(1039),
Il tutto osserva e scoppia dalle risa;
N pu per l'allegrezza star ne'panni,
Perch, mentre ch'e'l'ami, ella s'avvisa
Ch'omai la guerra e ogni sparere e lite
Se n'abbia a ire in fumo d'acquavite.

66.
Mentre Baldon qual semplicetto uccello
Cos d'intorno alla civetta armeggia(1040),
A tutti quivi serve per zimbello,
Senza che mai vi badi o se n'avveggia
Ognun lo burla e dice: Vllo, vllo!
Ciascun dice  la sua, ciascun motteggia;
Beato chi pi bella te la stianta(1041);
E noi levansi crosci dell'ottanta

67.
Ma ridan pure e faccian cicalecci,
Perch'ei vuol fare orecchi di mercante;
Lo burlino le genti, Amor lo frecci
Ch'ad ogni mo'sar fido e costante.
Come talor s'abbrucia i costerecci
Il gatto al fuoco e stavvi non ostante,
Baldon gi sente il fuoco e non lo fugge,
Ma com'un pan di burro ivi si strugge.

68.
E cos va, perch a principio Amore
Par bella cosa, e sembra giusto giusto
Una pera cotogna, il cui colore,
Odor, sapor diletta e piace al gusto;
Ma nel gettarla, allor d gran dolore,
Perch ristringe e rende il ventre adusto:
E cos Amore, al primo  un certo imbroglio
Ch'alletta e piace, ma nel fin ti voglio.

69.
Ed egli, ch' impaniato e a qualche segno
Crede il suo amor da lei esser gradito,
Altero vanne, e stima d'esser degno
D'invidia pi, che d'esser mostro a dito.
Ma lasciamlo per or, ch'io fo disegno
Che questo canto resti qui finito;
Perch disse un dottor da Palestrina;
Brevis oratio penetra in cantina(1042).




DECIMO CANTARE

Argomento

Per far la maga col rival quistione
Va, ma in vederlo poi le spalle volta,
E con lui dietro fugge nel salone
Ove  la gente per ballare accolta.
Del lupo in traccia Paride si pone:
Il trova, e 'l prende con industria molta:
E ucciso quel, d fine all'avventura,
Ed in tal guisa  liberato il Tura.



1.
Quanti ci son che vestono armatura,
Dottor di scherme e ingoiator di scuole(1043),
Fantonacci che fanno altrui paura,
Tremar la terra e spaventare il Sole;
E raccontando ognor qualche bravura
Ammazzan sempre ognun colle parole;
Se si d il caso di venire all'ergo,
Zitti com'olio poi voltano il tergo!

2.
Ma e'son da compatir s'e'fanno errore,
Bench non sembri mancamento questo;
Se chi a menar la man non gli d il cuore,
In quel cambio a menare i piedi  lesto.
Oh, mi direte, vanne del tuo onore;
S; ma un po'di vergogna passa presto:
Meglio  dire: un poltron qui si fugg,
Che: qui fermossi un bravo e si mori.

3.
Dunque appien mostra in zucca aver del sale:
Ch il savio sempre fugge la quistione(1044);
Anzi veder facendo quanto ei vale
Nel giocare(1045) al bisogno di spadone,
E che chi a nessun vorria far male
Sa ritirarsi dall'occasione,
E senza pagar taste o chi lo medichi
D campo che di lui sempre si predichi.

4.
Ma voi che di question fate bottega,
Credendo immortalarvi; e che vi giova
Far la spada ogni d com'una sega
E porvi a'rischi e fare ogni gran prova,
Se quando poi la morte vi ripiega,
"Il vostro nome appena si ritrova?"
Or imparate un po'da Martinazza,
Ch'ella v'insegnera corne s'ammazza.

5.
Colei c'ha fatto buio, e che fallita(1046)
Paga di sogni i debiti a ciascuno,
Quella che, dianzi tolse al d la vita,
Cagion che tutto il mondo porta bruno;
Perch'ella teme d'esserne inquisita,
Bench si chiugga gli occhi per ognuno(1047),
Per fuggir l'alba c'ha le calze gialle,
Comincia a ragionar di far le balle.

6.
E Martinazza, che di quei balletti
Sarebbe in corte tutto il condimento,
Perch in un tempo solo, co'calcetti
Ballando, suona(1048) al par d'ogni strumento;
Dopo cena per degni suoi rispetti
Prese dagli altri un canto(1049) in pagamento,
E sopra un pagliericcio angusto e sodo
Fino ad ora s' cotta nel suo brodo.

7.
Perocch, nel pensar che la mattina
Entrare in campo dee alla tenzone,
Fa giusto come quella nocentina(1050),
Ch'a giorno andar dovendo a processione
Occhio non chiude, e tuttavia mulina
Tantoch'l capo ell'ha come un cestone;
Cos la strega in cella solitaria
Attende a far mille castelli in aria.

8.
Infastidita poi da tanti e strani
Suoi mulinelli, sorge dalla paglia:
E data una scossetta come i cani,
La lancia chiede, brando, piastra e maglia,
Perch il nimico all'alba de'tafani(1051)
Vuol trucidare in singolar battaglia;
Ed a fargli servizio e pi che vezzi,
Vuol che gli orecchi sieno i maggior pezzi.

9.
Dimostra cuore intrepido e sicuro,
E spaccia(1052) il Baiardino e il Rodomonte;
Chi la stringesse poi fra l'uscio e il muro,
Pagherebbe qualcosa a farne monte(1053);
Ma tutto questo finge e in s tien duro,
Fa faccia tosta e va con lieta fronte,
Sperando ognor che venga un accidente
Ch'e'non se n'abbia a far poi pi niente.

10.
Spada e lancia frattanto un servo appresta;
Col petto a botta(1054) in man l'altro galoppa,
Un altro l'elmo da coprir la testa,
Da difender, un altro, e braccia e groppa:
Di che coperta in ricca sopravvesta,
Par un pulcin rinvolto nella stoppa;
Ed allestita in sul cantar del gallo,
Altro quivi non resta che il cavallo.

11.
Perci fa comandare a'barbereschi
Che lo menin 'n un campo di gramigna,
Acciocch'ei pasca un poco e si rinfreschi,
Perch per altro(1055) il poverin digrigna.
La marca(1056) ebbe del Regno, e i guidaleschi
Gli hanno rifatta quella di Sardigna:
Maglie e reti(1057) ha negli occhi, onde per cena
Vanne a pescar nel lago di Bolsena(1058).

12.
Or mentre pasce il misero animale
E ch'e'si fa la cerca(1059) della sella,
Giunge un diavol pi nero del caviale
Con un martello in mano e una rotella
Ed un liquor bollente in un pitale,
Ed inchinato a lei cos favella:
Il re dell'infernal diavolera
Con queste trescherelle(1060) a te m'inva.

13.
E ti saluta e ti si raccomanda,
E perc'ha inteso che tu fai duello,
Un rotellon di sughero ti manda;
Spada non gi, ma ben questo martello,
Con una potentissima bevanda
Ch'io ti presento entr'a quest'alberello
Bell'e calduccia, come la mattina
Allo spedal si d la medicina.

14.
Or senti, ch qui batte il fondamento:
Quand'il nimico ti verr a ferire,
Va'pure innanzi, e non aver spavento
Al ferro questa targa a offerire;
E tosto ch'ei la passa per di drento,
Sii presta col martello a ribadire;
Ma lasciagliene subito alla spada,
Perch'egli a s tirando, tu non cada.

15.
Facc'egli poi con essa quanto vuole,
Ch pi di punta non pu farti offesa:
Di taglio manco; essendoch una mole
S fatta a maneggiar pur troppo pesa:
Portila dunque per ombrello al sole
Perch'alla testa non gli muova scesa(1061);
E digli, giacch quella non  il caso,
Che s'egli ti vuot dar ti dia di naso.

16.
Ma se per non aver buon corridore,
Quivi a cansarti tu non fossi lesta,
O per altra disgrazia o per errore
E t'appoggiasse qualche colpo in testa,
Voglio che tu per sicurt maggiore
Or per allora ti tracanni questa
Qual' una bevanda s squisita,
Che chi l'ha in corpo non pu uscir di vita.

17.
Cos le fa ingoiar tanto di micca(1062)
D'una colla tenace di tal sorte,
Che dove per fortuna ella si ficca
Al mondo non  presa(1063) la pi forte:
Questa, dic'egli l'anima t'appicca
Ben ben col corpo, e s'altro non  morte
Ch'una separazion di questi duoi,
Oggi timor non hai de'fatti suoi.

18.
Quando la maga vede un tal presente
C'ha in s tanta virt, tanto valore,
Da morte a vita riaver si sente,
Si ringalluzza e fa tanto di cuore;
E dove sarebb'ita un po'a rilente
Nel far con Calagrillo il bell'umore,
Or c'ha la barca assicurata in porto,
Per sette volte almanco lo vuol morto.

19.
Le stelle omai si son ite a riporre,
Han prese l'ombre gi tacita fuga,
E gi dell'aria i campi azzurri scorre
Quel che i bucati in su i terrazzi asciuga;
Perci fatta al ronzin la sella porre,
Vi monta sopra e poi lo zomba e fruga,
Perch'adesso ch'egli ha rotto il digiuno,
Camminerebbe p in tre d che in uno.

20.
Perch'ei bada a studiar declinazioni(1064)
Pi non s pu farlo levare a panca(1065);
Le polizze(1066) non pu, porta i frasconi(1067),
E colle spalle s' giocato un'anca(1068);
Pur, grazia del martello e degli sproni,
Tentenna tanto, zoppica ed arranca,
Ch'ei vien dove(1069) n'ha a ir, non dico a once
Ma a catinelle il sangue ed a bigonce.

21.
Quando il nimico ch'ivi sta a disagio
A tal pigrizia, grida ad alta voce:
Vieni asinaccia, moviti Sant'Agio(1070),
Ch'io son qui pronto a caricarti a noce(1071).
Ella risponde: a noce? adagio, Biagio!
Fate un po'pian, barbier, che 'l ranno cuoce;
S'altro viso non hai, vllo a procura,
Perch codesto non mi fa paura.

22.
Se tu sapessi, come tu non sai,
Ch'armi son queste, e poi del beveraggio,
Faresti forse il bravo manco assai
O parleresti almen d'altro linguaggio.
Ma giacch tu venisti al tuo'ma'guai,
A'vermini a tua posta manda il saggio(1072);
Mentr'io che mai non volli portar basto(1073),
Coll'ammazzarti farotti lor pasto.

23.
Ors, dic'egli all'armi t'apparecchia,
E vedrem se farai tante cotenne(1074).
A questo suono allor mona Pennecchia(1075)
Dice fra s: no, no, non tanto ammenne(1076),
Sar meglio qui far da lepre vecchia.
E senza star a dir pur al cui vienne(1077),
Fa prova, gi discesa dal destriero,
Se le gambe le dicon meglio il vero.

24.
Le guarda dietro Calagrillo e grida:
M'avessi detto almen salamelecche!
Volta faccia, vigliacca, ch'io t'uccida
E ch'io t'insegni farmi le cilecche(1078);
Cos tu, che intimasti la disfida,
Mi lasci a prima giunta in sulle secche?
Ma fa'pur quanto sai, ch'io ho teco il tarlo,
E ti vo', se tu fossi in grembo a Carlo(1079).

25.
Se al cimento, dic'ella, del duello
A furia corsi, or fuggolo qual peste;
Per va ben, che chi non ha cervello
Abbia gambe; e cos mena le seste(1080)
E intana di ritorno nel castello,
Perocch dopo il muro salvus este.
Gridi egli quanto vuol, la va in istampa(1081),
Ch per le grida(1082) il lupo se ne scampa.

26.
Poich'egli vede in somma che costei
Altrimenti non torna, fa i suoi conti
Che sar ben ch'ei vada a trovar lei,
Come faceva Macometto a'monti(1083);
E perch'ell'ha due gambe ed egli sei,
Mentre per di sella ei non ismonti,
L'arriver; n prima il destrier punge
Ch'all'entrar di palazzo ei te la giunge.

27.
Martinazza che teme del suo male,
Vedendo che 'l nemico se le accosta,
Tre scaglion c'ha la porta a un tempo sale,
E gli d nel mostaccio dell'imposta;
Dipoi dandola a gambe per le scale
Senza dar tempo al tempo o pigliar sosta,
Insacca nel salon l dove , il ballo,
Ed ei la segue, sceso da cavallo.

28.
Appunto era seguto in sul festino,
Come interviene in tresche di tal sorte,
Che due di quei che fanno da zerbino
S'eran per donne disfidati a morte;
L'un forestiero, e smentic pel vino
L'armi la sera, anch'ei cenando in corte;
Ha spada accanto il cortigian, ch' l'altro,
Ma pi per ornamento che per altro.

29.
Tutta l'architettura e prospettiva
Questi a vestirsi mette di Vitruvio(1084);
Or mentre che pi gonfio d'una piva
Tirar crede ogni dama in un vesuvio,
Spesso riguarda se 'l nimico arriva,
Perocch'egli ha paura del diluvio,
Che in un tempo estinguendo il fuoco al cuore
Alle spalle non susciti il bruciore.

30.
In quel ch'ei morde i guanti e fa quei giuochi
Che van de plano all'arte del Mirtillo(1085),
E ch'egli ha sempr'all'uscio gli occhi a'mochi(1086),
Dietro alla strega giunge Calagrillo,
Che lui non sol, ma spavent quei pochi(1087);
Ond'egli, che pi cuor non ha d'un grillo,
Fece, stimando quello il suo rivale,
Pi de'pi che del ferro capitale.

31.
Tosto tornando l'amicizia in parte(1088),
Si viene all'armi, ch ciascuna armata
Ci tien dell'altra un segno fatto ad arte
Per darle a tradimento la pietrata(1089).
Di qui si viene a mescolar le carte(1090),
Tal ch'in vederla(1091) tanto scompigliata,
Ritirandosi, a dir badan le dame:
Basta, basta, non pi, dentro le lame.

32.
Prima che tra costoro altro ci nasca
E che la rabbia affatto entri fra'cani,
E'mi convien saltar di palo in frasca,
E ripigliar la storia del Garani
Ch' dietro a far che 'l Tura ci rinasca;
Acci tornato poi come i cristiani,
Ad onta della strega ogni mattina
Ritorni a visitar la Regolina(1092).

33.
Paride giunto in mezzo a'casolari,
Ove messer Morfeo a un tempo solo
Fa dir di s(1093) a molti in Pian Giullari(1094),
Strepitando, fuggir lo fece a volo,
S ch'ognun desto vanne a'suoi affari,
Ed ei che star non vuol quivi a piuolo(1095)
Anzi dare al negozio spedizione,
Dimanda di quel lupo informazione.

34.
Un gran villano, un nom d'et matura,
De'quarantotti(1096) l di quel contado,
Che perch ei non ha troppa sessitura(1097)
Ed  presontuoso al quinto grado,
Innanzi se gli fece a dirittura,
E con certi suoi inchin da Fraccurrado(1098):
Benvenga, disse, vostra signoria,
E le buone calende il ciel vi dia.

35.
In quanto al lupo, egli  un animale;
Ma che animal dich'io bue di panno(1099)?
Un fistol di quei veri, un facimale
C'ha fatto per ingenito(1100) gran danno:
E gi con i forconi e colle pale
I popoli assiliti(1101) tutto uguanno(1102)
Quin'oltre gli enno(1103) stati tutti rieto,
Per levar questo morbo da tappeto(1104).

36.
Ma gli  un setanasso scatenato
Che non teme legami n percosse.
S' carpito pi volte ed ammagliato,
Ed ha reciso funi tanto grosse;
Le bastonate non gli fanno fiato,
Ch'e'non l'ha a briga(1105) tocche, ch'e'l'ha scosse.
D'ammazzarlo co'ferri non c' via,
Ch'egli  come frucar'n una maca.

37.
L entro in quella selva ei si rimpiatta,
Perch'ella  grande, dirupata e fitta,
Acciocch nimo(1106) un tratto lo combatta
Quand'egli ha dato a'socci(1107) la sconfitta;
Ch tutti gli animali ch'ei raccatta
Ciuffando, gli strascina liviritta(1108).
E chi guatar potesse, io fo pensiero
Ch'e'v'abbia fatto d'ossa un cimitero.

38.
Sta Paride a sentirlo molto attento;
Ma poi, vedendo quanto ci si prolunga,
Fra s dice: costui v'ha dato drento,
Come quel che vuol farmela ben lunga:
Gli  me'troncargli qui il ragionamento,
Acci prima che il d mi sopraggiunga.
Io possa lasciar l'opera compita,
Per gli dice: ovvia, flla finita.

39.
Poich'egli ha inteso dov'ei possa battere
A un dipresso a rinvergare il Tura,
Dell'esser folto il bosco, e d'altre tattere
Che gli narra costui, saper non cura.
La lanterna apre e il libro, onde al carattere
Possa, vedendo, dare una lettura;
Cos leggendo, sente darsi norma
Di quanto debba fare in questa forma.

40.
Vicino al boschereccio scannatoio,
Mentre fuoco di stipa vi riluca,
Pallon grosso, bracciali e schizzatoio
Co'giocatori a palleggiar conduca:
Al rimbombar del suo diletto cuoio
Tosto vedr che 'l gocciolone(1109) sbuca,
Quei ricchi arnesi vago di mirare
Che gi in Firenze lo facean gonfiare,

41.
Paride in questo subito ubbidisce;
Accender fa le scope, e intorno al fuoco
Gi questi e quel si spoglia(1110) ed allestisce
Col suo bracciale, e si comincia il giuoco;
Al suon del qual l'amico comparisce,
Ma  ritenuto perch'ei vede il fuoco:
Elemento, che vien dall'animale
Fuggito per instinto naturale.

42.
Il Garani, che stava alle velette,
Vedendo che 'l compar viene alla cesta(1111),
Che le scope si spengano commette
Ed in un tempo a'giocator d festa(1112).
'N un batter d'occhio il giuoco si dismette,
La stipa si sparpaglia e si calpesta;
Talch sicuro l'animal ridotto,
Va Paride pian piano e fa fagotto(1113).

43.
Ci ch' in giuoco in un fascio egli ravvia
E tra gambe la strada poi si caccia,
Il tutto strascicando per la via
Con una fune d'otto o dieci braccia.
Spinto dal genio a quella ghiottornia
Da lunge il Tura sguita la traccia,
Come fa il gatto dietro alle vivande
E il porco a'beveroni ed alle ghiande.

44.
Vagheggiato, s'allunga, zappa e mugola;
Talor s'appressa e colle zampe il tocca;
Or mostra sbavigliando aperta l'ugola;
Or per leccarlo appoggiavi la bocca
Tutto lo fiuta, lo rovistia e frugola;
Cos mentre il suo cuor gioia trabocca,
Ei, che non tocca per letizia terra
Entra nel borgo e in gabbia si riserra.

45.
Perch Paride fa serrar le porte,
E poi comanda a un branco di famigli,
Che quivi fatti avea venir di corte,
Che di lor mano l'animal si pigli;
Ma i birri, che buscar temean la morte,
Non voglion accettar simil consigli;
E fan conto(1114), sebben'ei fa lor cuore,
Ch'ei passi tuttavia l'Imperadore.

46.
Poich gran pezzo a'porri ha predicato
E che fan conto tuttavia ch'ei canti
Perocch da'ribaldi gli vien dato
L'udienza che d il papa a'furfanti,
Senza pi star a buttar via il fiato,
Tolti di mano al caporale i guanti,
Bisogna, dice, con questa canaglia
Far come il podest di Sinigaglia(1115).

47.
E quei guanti che san di caporale
Legando ad una delle sue legacce(1116),
Uno per testa, addosso all'animale
Mette attraverso a uso di bisacce;
Al fragor(1117) di tal concia di caviale
La bestia fece subito due facce,
Ch'una di lupo, ed una d'uomo, sembra;
E di sua specie ognuna ha le sue membra.

48.
Si resta il lupo, e 'l Tura uomo diviene,
Ma non per che libero ne sia,
Ch'ambi sono appiccati per le rene
Formando un mostro qual' la bugia.
Dice Turpino, e par ch'ei dica bene,
Ch'essendo questa s crudel mala,
Non erano a disfarla mai bastanti
Gli odor birreschi semplici de'guanti.

49.
E che se tanto opr tal masserizia,
Avrebbon molto pi fatto le mani;
Perch gl'incanti in man della Giustizia
Come i fichi alla nebbia, vengon vani.
E Paride che gi n'ebbe notizia.
Da quel suo libro, si d quivi a'cani(1118);
Perch pi oltre il libro non ispiega
Ond'ei fa conto al fin di tr la sega.

50.
Perci fatti venir due marangoni
Con tutto quell'ordingo che s'adopra
A segare i legnami ed i panconi,
A divider il mostro mette in opra.
Mentre la sega in mezzo a'duoi gropponi
Scorre cos, va il mondo sottosopra
Mediante il rumor de'due pazienti,
Che l'un fa d'urli, e l'altro di lamenti.

51.
Pur senza ch'intaccato ell'abbia un osso
La sega insino all'ultimo discese
Lasciando il Tura libero, ma rosso
Dietro di sangue, com'un Genovese(1119),
La bestia gli volea tornare addosso;
Ma Paride che subito l'intese,
Presa la spada, la tagli pel mezzo,
Pensando di mandarla un tratto al rezzo(1120).

52.
E morta te la d per cosa certa;
Ma quel demonio insieme si rappicca,
E qual porco ferito a gola aperta
Per divorarlo sotto se gli ficca.
Ed egli ch'all'incontro stava all'erta
In sulla testa un sopramman gli appicca
Che in due parti divisela di netto,
Com'una testicciuola di capretto.

53.
Ma ritornato a penna(1121) e a calamaio,
Pur questo stesso a Paride si volta;
Che per veder il fin, di quel moscaio,
Se e'fosse mai possibile una volta,
Mena le man che, e'pare un berrettaio(1122)
Ed a chius'occhi pur suona a raccolta(1123)
E dgli e picchia, risuona e martella;
Ma forbice!(1124) l' sempre quella bella(1125).

54.
Talch'ei si scosta nove o dieci passi,
E piglia fiato, perch'ei provar vuole
Se la virtude a sorte gli giovassi
C'hanno l'erbe, le pietre e le parole;
Perci gli avventa il libro e poi de'sassi,
Con una man di malve e petacciuole(1126);
E parve giusto il medico indovino,
Gi detto mastro Grillo(1127) contadino.

55.
Perch 'l demonio, o si recasse a scorno
Che un uomo uso alle giostre e alle quintane,
Con tal chiappolerie gli vada intorno,
E lo tratti co'sassi come un cane;
Ovver ch'e'fosse l'apparir del giorno,
Che scaccia l'ombre, il bau e le befane;
Sparisce affatto e pi non si rivede:
Ma Paride per questo non gli crede.

56.
Resta in parata, molto gira il guardo,
Prima ch'un pi n anche egli abbia mosso,
Merc ch'ei sa che 'l diavolo  bugiardo
E quanto ci sia sottile e fili grosso(1128);
Perci si mette un pezzo a Bellosguardo(1129),
Credendo ognor che gli saltasse addosso;
Ma poich'ei vedde omai d'esser sicuro,
And all'oste e cavollo(1130) di pan duro.




UNDECIMO CANTARE

Argomento

Cangia le danze in rissa un accidente
Fuggonsi Bertinella e Martinazza.
Vien fuor Biancone, e fa morir gran gente;
Ma gli orbi a lui fan poi  sentir la mazza.
Da Celidora e da Baldon possente
Mezza destrutta  quella trista razza:
Tagliansi a pezzi in quelle squadre e in queste,
E cos in Malmantil fansi le feste


1.
Chi mi dar la voce e le parole,
Bastanti a dir la guerra indiavolata
Ond'oggimai dar le barbe al Sole(1131)
Bertinella con tutta la sua armata?
Che al ciel gagliarde(1132) alzando e capriole,
Far verso Volterra(1133) la calata;
E se d'amor cant con cetra in mano,
Dir col ferro il vespro siciliano.

2.
Qui ci vorria chi scortica l'agnello
O se al mondo  persona pi inumana,
A descriver la strage ed il flagello
Che seguir si vedr di carne umana
Ch'io gi mi sento, mentre ne favello,
Il tremito venir della quartana;
E n'ho s gran terror, ch'io vi confesso
Che mai pi de'miei d sar quel desso.

3.
Sbandiva il gallo apportator del giorno
La notte nera pi d'un calabrone,
E il suo buio e quant'ombre ell'ha dintorno
D'ogni e qualunque grado e condizione,
Acci sicuri omai faccian ritorno
Gli uccei cantando il lor falso bordone(1134)
Incontr'al Sol; che in questa parte e in quella
Fa pel lor gozzo nascer le granella;

4.
Quand'infra dame e cavalieri erranti
Ch'al trescone in palazzo erano intenti,
Comparsi un dietro all'altro i duellanti,
Armati tutti due come sergenti,
Si sball(1135) il ballo, andr da canto i canti
E le chitarre e i musici strumenti
A'propri sonatori e a'ballerini
Divenner(1136) tante cuffie e berrettini.

5.
Perch ciascun che quivi si ritrova
Vedendo entrar quell'armi col drento
Subito disse: qui gatta ci cova:
Questa  trama di qualche tradimento.
Si fa per bisbiglio, e si rinnova
L'odio fra le fazion gi quasi spento
Che tirando a'rispetti gi la buffa(1137),
Ruppe la tregua e rappicc la zuffa.

6.
Baldone mette man da buon soldato,
E nimico ritorna a Bertinella;
Alla quale in quel punto casc il fiato,
Il fegato, la milza e le budella,
Vedendo, quando men l'avria pensato,
Uscire i pesci fuor della padella(1138),
Mentre la fa venir Marte vigliacco
Col suo Baldone alle peggio del sacco(1139).

7.
Ma perch'un certo vento non le gusta
Che fan le spade e ognor per l'aria fischia,
E gi vedendo che la morte aggiusta
Chi pi vuol far del bravo e pi s'arrischia,
Bel bello svigna, e vanne alla rifrusta
D'un luogo da salvarsi da tal mischia:
Mischia che non le par di poter credere;
Perci sospira e non si pu discredere(1140).

8.
Mentre se alcun l'osserva ella pon mente
Per cansarsi e non esser appostata,
Ecco in un tratto vedesi presente
Martinazza la sua confederata,
Che poco dianzi anch'ella similmente
Di man di Calagrillo  scapolata;
E seco vanne in luoghi occulti e scuri
A fare incanti e i soliti scongiuri.

9.
Ne'quali aiuto ella chiede a Plutone
Ed ei comparso quivi in uno istante,
Dice c'ha fatto a lor riquisizione
Gi spedire un lacch per un gigante:
Qual  quel famosissimo Biancone(1141),
Che col battaglio, ch'era di Morgante(1142)
Verr quivi tra poco n lor soccorso
A dar picchiate c'hanno a pelar l'orso.

10.
Ed eccolo, soggiunse, oh ve'battaglio!
Io ti so dir che al primo ch'egli accoppa,
Tutta l'armata a irsene(1143) in sbaraglio,
Che la barba pens farvi di stoppa(1144);
E s'avvedr ch'al fin pisci nel vaglio,
E che pigliar un regno non  loppa;
Cos scaciata(1145) abbasser la cresta
Li veder che de'suoi non campa testa.

11.
Qui tacque il diavol, perch' fatto roco
E perch l'aria al capo gli  maligna(1146),
Essendo avvezzo a star sempre nel foco,
Volta alle donne il dietro a casa e svigna,
E lasciavi il gigante nel suo loco;
Che dovendo a Baldon grattar la tigna,
Sull'uscio del salon gi pervenuto,
Alz il battaglio e questo fu il saluto.

12.
Sei braccia era il battaglio alto e di passo(1147),
E n'infragneva almen diciotto o venti;
Ma dando su nel palco, mand a basso
Una trave intarlata e tre correnti:
E fece tal frastuono e tal fracasso,
Che sbalord a un tratto i combattenti;
E per paura, a chi non fu percosso
Non rimase in quel punto sangue addosso.

13.
Ed infra gli altri Piaccianteo, il quale
S'era schermito bene insino allora,
Vedendo un fantoccion s badiale
Dopo il terror di tante spade fuora,
Di quel detto farebbe capitale:
"Che un bel fuggir salva la vita ancora;"
Ma perch in qua e in l v' mal riscontro,
Vede aver viso di sentenza contro.

14.
Poich non sa trovar modo n via
Per nessun verso da scampar la guerra,
E ch'egli  forza, che chi v' vi stia,
Fintosi morto, gettasi gi in terra;
E ritrovando la bottiglieria,
Apre l'armadio e dentro vi si serra,
Con pensiero di starvi sempre occulto
Finch si quieti cos gran tumulto.

15.
Col battaglio, di nuovo, agile e presto
Tira il gigante e d nella lumiera;
La qual cadendo fece del suo resto(1148),
Perch si spense, e roppe ci che v'era;
Or s'egli  in bestia dicavelo questo,
Mentre ch'ei d ne'lumi(1149) in tal maniera
E dice che 'l demonio lo staffila,
Poich gli fa fallir due colpi in fila.

16.
E giacch'egli non pu per quella stanza
Armeggiar col battaglio a suo talento,
Perocch il luogo non ha gran distanza,
Cagion ch'ei trova sempre impedimento,
Lascialo andar, avendo pi fidanza
Nelle sue man che in simile strumento
E piglia quella ciurma abbietta e sbricia(1150)
A manate, com'anici in camicia(1151).

17.
Cos tutto arrabbiato come un cane
Piglia un pel collo e scaglialo nel muro,
Di sorta, che disfatto ei ne rimane,
Com'un ficaccio piattolo maturo,
Talch 'l meschin non mangera pi pane
Perci gli amici suoi a'quai par duro,
N voglion che il ribaldo se ne vanti,
Gli andaron alla vita tutti quanti.

18.
Paion costoro un branco di galletti,
Quando la state a tempo di ricolta,
Intorno a qualche bica uniti e stretti
ognun di loro a bezzicar s'affolta.
Per il gigante fa certi scambietti,
Che te ne svisa quattro o sei per volta;
Infastidito alfin da quel baccano,
Si china ed aggavignane un per mano.

19.
E come la mia serva quand'in fretta
Dee fare il pesce d'uovo(1152), e che si caccia
Tra man due uova, e insieme le picchietta
Sicch in un tempo tutte due le schiaccia;
Ei, che dall'ira  spinto alla vendetta,
Sostien quei due, e s'apre nelle braccia,
Poi ciacche! batte insieme quello e questo,
Sicch e'diventan pi che pollo pesto.

20.
Allor Bieco non ha pi sofferenza,
E giura che di questo il bacchillone(1153)
Non andr al prete per la penitenza,
Perch'ei vuol ch'e'la faccia col bastone;
E i suoi, che di tal'arme han la licenza,
Gliene daran d'una santa ragone.
Cos guida i suoi ciechi ov' il colosso,
Acci gli caccin le mosche da dosso.

21.
Eglino tutti quivi fermi a tiro
Presso a Biancone, a un fischio co'bastoni
Senza tramezzo alcun, senza respiro,
Ne diedero un carpiccio di quei buoni.
Ed egli con un piede alzato in giro
Fa lor sentir s'egli ha sodi i talloni;
E mentre questo passa e quel rientra,
Con quel pedino te gli chiappa e sventra.

22.
Quand'ecco il vecchio Paolino il cieco(1154),
Il qual fa pi canzon che il Testi o 'l Ciampoli,
E, perch'egli  bizzarro, avendo seco
Condotti, com'ei suole, un par di trampoli,
Ov' salito a petizion di Bieco,
Va col mantel ch'egli ha di cento scampoli
Tastando ov' il gigante, e all'improvviso
Per dalle schiene gl'imbacucca il viso.

23.
Ei con Macone allor si scandolezza,
E dice: oh traditor, che cosa  questa?
Che temi, ch'e'mi porti via la brezza,
Che tu m'hai posto il pappafico in testa?
Ma porco! oib! questo cenciaccio allezza(1155)
E sa di refe(1156) azzurro ch'egli appesta;
Io vo'pagarti colla tua moneta,
E darti anch'io l'incenso colle peta.

24.
Fatto legare intanto avea Perlone
La trave dal gigante rovinata.
Al canapo ancor quivi ciondolone,
Che la lumiera gi tenea legata;
Ed a foggia d'ariete o montone
Tiranla addietro e dannole l'andata
Verso quel torrion, che si distese
Col s(1157) pi volte in bocca del Franzese.

25.
Or  quando, perch'egli sbalordito
E tutto intenebrato in terra giace,
i ciechi pi che mai fanno pulito(1158),
Ed egli se la piglia in santa pace:
E fra le mazze(1159) involto a quel partito,
Un sacco divenuto par di brace;
E ben quel panno al viso gli  dovuto,
Dovendosi il cappuccio a un battuto(1160).

26.
Mentre gli rompon l'ossa e poi gli fanno
Cos l'incannucciata(1161) co'randelli,
E talor non vedendo ov'essi danno,
Si tamburan fra lor come vitelli(1162),
Gli altri soldati a gambe se la danno,
Ed ognun dice: alla larga, sgabelli(1163).
Fugge, e la parte amica e la contraria,
Perch quivi non  troppo buon'aria.

27.
Ma restin pare a rinfrescarlo gli orbi
Con quell'insalatina di mazzocchi;
Ed ei riposi all'ombra d quei sorbi(1164)
Che gli grattan la rogna co'lor nocchi,
Mentre quivi, per far dispetto a'corbi,
Sotto quel cencio tien coperti gli occhi.
Ch se ognun parte, ed io mi parto ancora,
Per tornare a Baldone e a Celidora.

28.
Che l nel mezzo a'suoi nemici zomba,
Di modo ch'essi sceman per bollire(1165);
Ch dove i colpi ella indirizza e piomba,
Te gli manda in un subito a dormire
Che n meno col suon della sua tromba
Camprian(1166) gli farebbe risentire:
E quanto brava, similimente accorta,
A combattere i suoi cos conforta:

29.
Su via, figliuoli: sotto, buon piccini;
Facciam di questi furbi un tratto ciccioli(1167):
Non temete di questi spadaccini
Ch'al cimento non vaglion poi tre piccioli(1168):
E se in vista vi paion paladini,
Han facce di leoni e cuor di scriccioli(1169):
E se 'l gridare e il bravar lor v'assorda,
Il can ch'abbaia raro avvien che morda.

30.
In quel ch'ella da ritto e da rovescio,
Cos dicendo, va sonando a doppio,
D sul viso al Cornacchia un manrovescio
Che un miglio si sent lontan lo scoppio;
Di modo ch'ei casc caporovescio,
Pigliando anch'egli un sempiterno alloppio;
Ma il sapor non gust gi de'buon vini,
Come chi prese(1170) il suo de'cartoccini.

31.
Sperante per di l gran colpi tira
Con quell'infornapan della sua pala;
Ne batte in terra, sempre ch'ei la gira,
Otto o dieci sbasiti per la sala;
Talch ciascuno indietro si ritira
O per fianco schifandolo fa ala;
E chi l'aspetta, come avete inteso,
Ha, come si suol dir, finito il peso(1171).

32.
Amostante, che vede tal flagello
D'un'arme non usata pi in battaglia,
Alza la spada, e quando vede il bello,
Tira un fendente e in mezzo gliela taglia.
Riman brutto Sperante, e per rovello
Il resto che gli avanza all'aria scaglia;
Vola il troncone, e il diavol fa ch'ei caschi
Sulla bottiglieria tra vetri e fiaschi.

33.
Dalle diacciate bombole(1172) e guastade
Il vino sprigionato bianco e rosso
Fugge per l'asse, e da un fesso cade
Gi dov' Piaccianteo, e dgli addosso.
Ei che nel capo ha sempre stocchi e spade,
A quel fresco di subito riscosso,
Pensando sia qualche spada o coltello,
Si lancia fuora, e via, sarpa(1173), fratello.

34.
Ma il fuggir questa volta non gli vale,
Perch'Alticardo, ch'al passo l'attende,
Il gozzo gli trafora col pugnale
E te lo manda a far le sue faccende;
Cos dal gozzo venne ogni suo male,
Per lui fall, per lui la vita spende;
E vanne al diavol, che di nuovo piantalo
A ustolare(1174) a mensa appi di Tantalo.

35.
Era sua camerata un tal Guglielmo
C'ha la labarda(1175) e i suoi calzoni a strisce;
Un bigonciuolo ha in capo in vece d'elmo,
E tutto il resto armato a stocchefisce(1176);
Alemanno  costui berneiter scelmo(1177),
E con quel dir che brava ed atterrisce,
Sbruffi fetenti scaricando e rutti
In un tempo spaventa e ammorba tutti.

36.
Costui, che a quel ghiottone a tutte l'ore
Fu buon compagno a ber la malvaga,
Per non cadere adesso in qualche errore
E fare un torto alla cavalleria(1178),
Pur anco gli vuol far mentre ch'ei muore,
Con farsi dar due crocchie, compagnia
E non dur molta fatica in questo,
Ch'ei trov chi spedillo e bene e presto.

37.
Perch voltando il ferro della cappa(1179)
Verso Alticardo a vendicar l'amico,
Quei gliele(1180) scansa, e gli entra sotto e 'l chiappa
Colla spada nel mezzo del bellico;
Onde il vin pretto in maggior copia scappa,
Che non mesce in tre d l'Inferno e il Fico(1181);
Ma non va mal, perch'ei caduto allotta,
Mentre boccheggia, tutto lo rimbotta.

38.
Gira Sperante peggio d'un mulino,
Perch'arme alcuna in man pi non gli resta;
Pur trova un tratto un pi d'un tavolino
E Ciro incontra e gli vuol far la festa;
Ma quei preso(1182) di quivi un sbaraglino,
Una casa con esso a lui fa in testa;
Perch passando l'osso oltr'alla pelle,
Nel capo gli raddoppia le girelle.

39.
Ritrasse gi Perlone un certo matto,
Ch'aveva il naso da fiutar poponi;
E perch'ei nol pag mai del ritratto,
Per fa seco adesso agli sgrugnoni(1183);
E dieglien'un s forte, che in quell'atto
Gli si stiant la stringa de'calzoni,
Che qual tenda(1184) calando alle calcagna,
Scopr scena di bosco e di campagna.

40.
Tosello, che in fierezza ad uom non cede,
Riesce adesso qui tutto garbato;
Perch'ei risana un zoppo da un piede,
Ch'ognor su quella parte and sciancato;
Mentre di taglio un sopramman gli diede
In quel che sano avea dall'altro lato,
Che pareggiollo; ond'ei fu poi di quei
Che dicon: qui  mio(1185), e qua vorrei.

41.
Grazian di sangue in terra ha fatto un bagno,
Ond'egli  forza a chi va gi che nuoti:
Affetta un salta(1186) e un birro col compagno,
E stroppia un tal che fa le gruccie(1187) a'boti,
Che vien(1188) da un trombettier di Carlo Magno
Quando le mosse dar fece a'tremoti;
Toglie ad un l'asta il qual fa il paladino;
Sebben con essa fu spazzacammino(1189).

42.
Tutto tinto(1190) ne va Puccio Lamoni
Stoccheggiando nel mezzo della zuffa;
E in Pippo un tratto d del Castiglioni
Che mascherato ancor tira di buffa(1191):
Ed ei che nel sentir quei farfalloni(1192)
Venir piuttosto sentesi la muffa,
Passandolo pel petto banda banda,
A far rider le piattole(1193) lo manda.

43.
Nanni Russa ha pi l pien di ferite
Pericolo che fu scopamestieri;
Fu pallaio, sensale, attor di lite,
Stette bargello ed abbac di zeri
Prese l'appalto alfin dell'acquavite,
Ma con essa svaniro i suoi pensieri,
Non pi il vino stillando ma il cervello,
Per mettervi(1194) poi il mosto e l'acquerello.

44.
Con Doriano il Furba ecco alle mani,
Di ferro da stradieri impugna un fuso;
E l'altro una paletta da caldani,
E con essa a lui cerca e sbracia il muso
Ma perch quei le(1195) scuote come i cani,
Gli scarica il suo solito archibuso
Ch'egli ha a'monnini(1196), e vanne un s terribile
Che lo flagella e mandalo in visibile(1197).

45.
Maso di Coccia avria colla squarcina(1198)
Fatto d'ognun polpette e cervellata,
Se a tanto mal non fea la medicina
Col dar sul grifo a lui Salvo Rosata,
Che sapendo ch'ei fa la contadina(1199),
Vuol ch'e'faccia per la tombolata;
Ch'essendo presso all'uscio della sala
Lo spinge fuori a tombolar la scala.

46.
Palamidone intanto colla mano
In tasca a Belmasotto andava in volta(1200),
Per tirarne la borsa in su pian piano
Per carit che non gli fosse tolta;
Ma il buon pensier ch'egli ha riesce vano,
Perch'egli col pugnal se gli rivolta
E fa per caritade anch'ei che muoia,
Acci la vita non gli tolga il boia.

47.
Quasi di viver Batistone stufo,
Egeno affronta con un punteruolo;
E perch quei l'uccella(1201) come un gufo,
Salta ch'ei pare un galletto marzuolo.
E tanto fa, ch'Egeno il mal tartufo
Manda(1202) con un buffetto a far querciuolo;
E poi lo piglia, e in tasca se l'impiatta
Per darlo per un topo a una gatta.

48.
Romolo infilza per lo mezzo al busto
Sgaruglia, che in un canto era fuggiasco,
Ed ei ne muor con molto suo disgusto,
Perch'egli aveva a essere(1203) a un fiasco.
Tira in un tempo stesso a un bell'imbusto,
E passagli un vestito di dommasco;
E quei gli duol(1204), ch 'l rinnov quell'anno,
E se e'si muor, vuol che gli paghi il danno.

49.
L'armi Papirio ad un Fiandron(1205) guadagna
Che fa il Tagliacantoni e lo Smillanta:
Ma se a parole egli  Spaccamontagna,
All'ergo poi riesce Spadasanta:
Perch'ei(1206), fattegli al ciel dar le calcagna
Non una volta dice ma cinquanta:
Sta'su, ch in terra i pari miei non danno(1207)
Ed ei risponde: s'io sto su, mio danno!

50.
Da Enrico il Mula e l'oste degli Allori
Son mandati per sempre a far un sonno;
Miccio e 'l Baggina da Strazzildo Nori
Sono inviati dove and il lor nonno;
E nelle parti gi posteriori
Panfilo aggiusta Meo che vende il tonno,
Talch se allor putiva, or chi s'accosta
Sente che raddoppiata egli ha la posta.

51.
In abito Scarnecchia da Coviello
Tinta ha di brace l'una e l'altra guancia,
E per sua spada sfodera un fuscello
C'ha 'l pome d'una bella melarancia;
Rivolto con quest'armi a Sardonello,
Ferma! gli dice: gurdati la pancia!
Ed ei risponde: questo  pensier mio;
E dgli un colpo e te lo manda a Scio(1208).

52.
Gustavo Falbi con un soprammano
Di netto il capo smoccola a Santella,
Scaramuccia si muor sotto Eravano,
Ch'ammazza anche Gaban da Berzighella,
E sventra quel birbon dell'Ortolano
Che fa il minchion per non pagar gabella;
Ma colto poi vi resta ad ogni modo,
Mentre adesso gli va la vita in frodo.

53.
Armato a privilegi omai Rosaccio(1209)
Marte sguaina(1210) e Venere influente;
Ma presto Sardonello sul mostaccio
Gli fece colla spada un ascendente,
Che piove al collo e privalo d'un braccio
Ond'ei in quel punto andando all'occidente,
Vede le stelle e l'una e l'altra sfera,
Nel viso eclissa e dice: buona sera.

54.
Mein per fianco sentesi percosso
Dallo stidion del cucinier Melicche
Parasitaccio, porco grande e grosso,
Perch il ghiotto si fa di buone micche(1211).
Si rivolta Meino, e d al colosso
Nella gola che ha piena di pasticche;
Talch morendo dolcemente il guitto:
Addio cucina, dice, ch'io ho fritto.

55.
Gi per la stanza il sangue era a tal segno
Ch'andar vi si potea co'navicelli;
Istrion Vespi(1212), tutto furia e sdegno
Rinvolto ha quivi il povero Masselli;
E col coltel da Pedrolin di legno
Su pel capo gli squotola(1213) i capelli,
Acci, trattane poi la lisca(1214) e il loto,
Pi bella faccian la conocchia a Cloto(1215).

56.
Il Gatti e Paol Corbi inveleniti,
Quasi villan che i tronchi ed i rampolli
Taglin di Marzo a'frutti ed alle viti,
Potan da'busti braccia, gambe e colli;
A tal ch'ai paesani sbigottiti
E dal disagio sconquassati e frolli,
Oltre che a pochi il numero  ridotto,
Cominciaron le gambe a tremar sotto.



DUODECIMO CANTARE

Argomento.

A Montelupo d Paride il nome
Poi gastigar la Maga e Biancon vede:
Rimessa in trono  Celidora, e come
Marito al general d la sua fede.
Baldon, che la fortuna ha per le chiome,
Con Calagrillo a Ugnan rivolge il piede.
E al suo bel regno con Amor va Psiche,
A crre il frutto delle sue fatiche.


1.
Stanco gi di vangar tutta mattina
Il contadino affin la va a risolvere(1216),
In fermar l'opre ed in chiamar la Tina(1217)
Col mezzo quarto(1218) e il pentol dell'asciolvere(1219);
Quand'in castello ancor non si rifina
Fra quei matti di scuotersi la polvere;
Onde Baldon quei popoli disperde,
Talch a soldati Malmantile  al verde(1220).

2.
E ben gli sta, perch potevan dianzi,
Quando vedean col peggio andar sicuro,
Cedere il campo e non tirare innanzi,
Senza star a voler cozzar col muro;
E cos va, che questi son gli avanzi(1221)
Che fa sempre colui c'ha il capo duro,
Che dentro a s si reputa un oracolo,
N crede al Santo se non fa miracolo.

3.
Ch sono stati, com'io dissi sopra,
Nella maga affidatisi, aspettando
Da'diavoli in lor pro veder qualch'opra:
Ma chi vive a speranza muor cacando;
Perch'in Dite son tutti sottosopra
Per non saper dove, come, n quando
Lasciasse il corno Astolfo(1222), ch'alle schiere
Esser tromba dovea nelle carriere.

4.
Di modo che Plutone, omai scornato,
Poich quel corno pi non si ritrova,
Pel Proconsolo dice aver pescato(1223),
Per convien pensare a invenzion nuova;
Ma innanzi ch'ei risolva col senato
E che 'l soccorso a Malmantil si muova,
Ch'egli abbia a esser proprio poi s'avvisa
Di Messina il soccorso o quel di Pisa.

5.
Qui per alquanto a Paride ritorno
Ch', nell'oste(1224) alla quarta sboccatura(1225);
E perch dal paese egli ha in quel giorno
Tolta ogni noia, liberando il Tura,
La gente quivi corre d'ogni intorno
A rallegrarsi della sua bravura;
Ne lo ringrazia, e a regalarlo intenta,
Chi gli d chi gli dona e chi gli avventa(1226).

6.
Ma quegli, ch'obbligarsi non intende,
Non vuol pur quanto un capo di spilletto;
E subito ogni cosa indietro rende
Ringraziando ciascun del buon affetto.
E dice, che da lor nulla pretende,
E se di soddisfarlo hanno concetto,
Per tal memoria gli sar pi grato
Che il luogo Montelupo sia chiamato.

7.
S, s, ch'egli  dover; da tutti quanti
Gli fu risposto: ed in un tempo stesso
L'editto pel castello su pe'canti
Per memoria de'popoli fu messo,
Che divulgato poi di l avanti
Fu osservato s, che fino adesso
Questo nome conservan quelle mura,
E 'l manterranno, finch 'l mondo dura.

8.
Se Paride riman quivi contento
Di tal prontezza, non si pu mai dire;
Ma non volle aspettarne poi l'evento,
Perch gli venne il grillo di partire:
Ch'egli ebbe sempre quello struggimento
D'andare al campo, ed or ne vuol guarire;
Perci ne va per ritornare in schiera,
E trova che sparito  ci che v'era.

9.
E che fuor del castello il popol piove
Che ognor ne scappa qualche sfucinata(1227),
Per lo pi gente che a piet commove,
Cotanto  rifinita e maltrattata.
E's'avvicina. e dice: ol, che nuove?
Ed un risponde e dice: o camerata,
Cattive, dolorose; e se tu vai
Qui punto innanzi, tu le sentirai.

10.
Paride passa, e ne riscontra un branco
Nel qual chi  ferito e chi percosso;
Chi dietro strascicar si vede un fianco,
E chi ha un altro guidalesco addosso,
Mostrando anch'egli, senza andare al banco
O al sabato aspettar, ch'egli ha riscosso;
Ciascuno ha il suo fardel di quelle tresche(1228)
Che pigliarsi ha potuto pi manesche.

11.
Chi ha scatole, chi sacchi e chi involture
Di gioie, di miscee, di biancheria:
Un altro ha una zanata di scritture
Ch'egli ha d'un piato nella Mercanzia(1229):
E piange ch'ei le vede mal sicure,
Perocch 'l vento gliele porta via;
Un altro, dopo aver mille imbarazzi,
Port'addosso una gerla(1230) di ragazzi.

12.
Un altro imbacuccato stretto stretto
Va solo, e spesso spesso si trattiene,
Perch'egli ha certe doppie in un sacchetto,
E le riscontra s'elle stanno bene.
Le donne agli occhi han tutte il fazzoletto
E sgombrano(1231) aspi, rcche e pergamene(1232);
Chi'l suo vestito buono e chi uno straccio,
Chi porta il gatto o la canina in braccio.

13.
Entra Paride alfin dentro alla porta
Ove gli par d'entrare in un macello;
Ch'ad ogni passo trova gente morta,
O per lo men che sta per far fardello.
Ma quel che maraviglia pi gli apporta,
Si  il veder in piazza un capannello
Di scope e di fascine, e poi fra poco
Strascinarvi una donna e dargli fuoco.

14.
Curioso vanne, ed arrivato in piazza
Per chi, domanda,  s gran fuoco acceso?
E gli  risposto: egli  per Martinazza
Che gi v' drento e scrive: lato preso(1233);
E le sta ben, perch'una simil razza,
C'ha fatto sempre d'ogni lana un peso(1234),
E'si vorrebbe, Dio me lo perdoni,
Gastigare a misura di carboni.

15.
In questo ch'ognun parla della strega,
Si sente dire: a voi, largo, signori!
E un omaccion pi lungo d'una lega
Dal palazzo si vede condur fuori;
Poi sopra al carro ove Birreno(1235) il lega,
E cinto, come gi gl'Imperadori,
Di alloro in vece, d'un carton(1236) la chioma
Va trionfante al remo, non a Roma.

16.
Questo infelice  il povero Biancone
Che tra que pochi l della sua schiera,
Che restan vivi,  fatto anch'ei prigione
Per esser vogavanti di galera;
Ch tal fu d'Amostante l'intenzione
Ma perch'egl  un uomo un po'a bandiera(1237),
Sentenziato l'avea, senza pensare
Che Malmantil non ha legni n mare

17.
Perci, mentre che tutto ignudo nato
Se non ch'egli ha due frasche per brachetta.
S bel trofeo si muove, ed  tirato
Da quattro cavallacci da carretta,
La Consulta il decreto ha revocato,
Sicch di lui nuov'ordine s'aspetta;
Ed  stato spedito un cancelliere
Con pi famigli a farlo trattenere.

18.
I ragazzi frattanto che son tristi
A veder ci che fosse essendo corsi,
E poi ch'egli  un prigion si sono avvisti
E ch'egli  ben legato e non pu sciorsi.
Unitamente, in un balen provvisti
Di bucce, di meluzze, rape e torsi,
Cominciarono a fare a chi pi tira,
Ed anche non tiravan fuor di mira.

19.
E perch'ei non ha indosso alcuna vesta
Lo segnan colpo colpo in modo tale,
Che innanzi ch'e'finiscan quella festa
Ne lo svisaron e conciaron male;
E al miteron, che a torre aveva in testa,
Bench giammai spuntate avesse l'ale,
Con quei suoi merli(1238) che non han le penne
Pigliar il volo all'aria alfin convenne.

20.
Paolin cieco(1239), il qual non ha suoi pari
Nel fare in piazza giocolare i cani,
E vende l'operette ed i lunari,
E proprio ha genio a star co'ciarlatani,
Pensato ch'ei farebbe gran denari
Se quel bestion venisse alle sue mani,
Perch'avrebbe a mostrarsi quel gigante
Pi calca che non ebbe l'elefante(1240);

21.
Cos presa fra s risoluzione,
Va in corte a Bieco e lo conduce fuora:
Gli dice il suo pensiero e lo dispone
A chieder il gigante a Celidora;
E Bieco andato a ritrovar Baldone
Tanto l'insipll(1241), ch'allora allora
Ei corre alla cugina e gliene chiede,
Ed ella volentier glielo concede.

22.
Ed ei lo dona a Bieco e a Paolino
Col carro e tutte l'altre appartenenze;
Ed eglino con tutto quel trano(1242),
Fatte col duca gi le dipartenze,
Si messero di subito in cammino
Indrizzati alla volta di Firenze;
Poi giunt l di buona compagnia
Fermansi in piazza della Signoria.

23.
Subito quiv Paolino scende
Per trovar qualche stanza che sia buona,
Avendolo serrato fra due tende,
Acci non sia veduto da persona.
Bieco a tenerlo con due altri attende,
E, se lo vede muover, lo bastona;
Ma egli ha fortuna, perch' cos grande
Ch'e'non gli arriva manco alle mutande.

24.
Piange Bancone e chiede altrui mercede
E mentre il fato e la fortuna accusa
Fuor delle tende il guardo gira, e vede
Perseo(1243) c'ha in man la testa di Medusa
E immoto(1244) resta l da capo a piede;
N pi s duol, ma tien la bocca chiusa
Perch col carro e tutta la sua muta
De'cavallacci, in marmo si tramuta.

25.
Quei tre, ch'ognor come cuciti a'fianchi
Gli stavan quivi acciocch'ei non scappassi,
Privi di senso allora, e freddi, e bianchi
Anch'eglino si fanno immobil sassi.
Ma perch 'l prolungarmi non v stanchi,
Gli  me'ch'a Malmantile io me ne passi,
Ove gli amici Paride ritrova
E sente ch'ogni cosa si rinnova.

26.
Poich Baldone Malmantile ha preso,
E tutte quelle povere brigate,
Salvo per chi non si fosse arreso,
Ormai se non son ite a gambe alzate;
Sicch da questo avendo al fin compreso,
Poi Bertinella, ch'ella l'ha infilate(1245),
Per ammazzarsi sfodera un pugnale;
Ma quei, ch' buono, non le vuol far male.

27.
Ch non so come gli esce fra le dita
E salta in strada, ch le gambe ha destre(1246):
Ov'ella a ripigliarlo  poi spedita
Da chi dopo di lei fa le minestre(1247);
E perch'ell'abbia a raccorciar la gita,
Le fa pigliar la via dalle finestre;
Ella va s, ma poco poi le importa
Trovar chi ammazza se vi giunge morta.

28.
Cos cercando le grandezze e gli agi
A spese d'altri, or sconta il suo peccato;
Onde tornata Celidora(1248), il Lagi
De'popoli padrona e dello Stato,
Temendo ancor de'tristi e de'malvagi
Nuovi ministri fa, nuovo senato;
Sebben de'primi poco ha da temere,
Ch tutti han ripiegate le bandiere.(1249)

29.
E per estinguer la memoria affatto
Di Bertinella in ogni gente e loco
Si levan le sue armi, e il suo ritratto
Tagliato in croce si condanna al fuoco.
Un bando va di poi, ch'a verun patto
Nessun ne parli pi punto n poco,
Sotto pena di star in sulla fune
Quattro mesi al palazzo dl Comune.

30.
Un oratore intanto de'pi bravi
A Celidora Malmantile invia,
Che del castello ad essa d le chiavi
E rende omaggio colla dicera;
Ed ella in detti maestosi e gravi
Pronta risponde a tant'ambasceria;
Indi le chiavi piglia, e un altro mazzo
Di quelle delle stanze del palazzo.

31.
E perch'egli  un pezzo ch'ell'ha voglia
Di riveder come d'arnesi  pieno,
Del manto e d'altri addobbi si dispoglia,
E comincia a girarlo dal terreno(1250).
I guardarobi aspetta ad ogni soglia
Ch'ad aprir gli usci paiono il baleno.
E subito poi lesto uno staffiere,
Quand'ella passa, le alza le portiere.

32.
Ed ella se ne va sicura e franca,
Sapendo ogni traforo(1251) a menadito;
Perch troppo non  ch'ella ne manca
E l'abit fin quando avea marito.
Scese, gir, sal, n mai fu stanca,
Sinch non ebbe di veder finito;
All'ultimo si fece in guardaroba
Aprir gli armadi, e cavar fuor la roba.

33.
Spiegasi prima sopr'a un tavolotto
Un abito mav(1252) di mezza lana,
Che in su'fianchi appiccato ha per di sotto
Un lindo guardinfante alla romana;
Poi viene un verde e nuovo camiciotto(1253)
Con bianche imbastiture(1254) alla balzana;
E poi due trincerate(1255) camiciuole
Che fanno piazza d'arme alle tignuole.

34.
Una zimarra pur di saia nera,
Per dove si fa a'sassi(1256) arcisquisita;
Perch gli aliotti(1257) e il bavero a spalliera
Paran la testa e in gi mezza la vita;
Portandola alle nozze o a una fiera,
Trre e comprar si pu roba infinita,
Ch'ell'ha due manicon s badiali
Ch'e'tengon per quattordici arsenali.

35.
Una cappa tan, bella e pulita,
Di cotone, sebben resta indeciso
S'ella  di drappo(1258) o pur ringiovanita
Perch non se le vede pelo in viso;
Evvi d'abiti pur copia infinita,
Ma chi tinto, chi rotto e chi riciso,
Ch 'l tempo guasta il tutto, e per natura
Cosa bella quaggi passa e non dura.

36.
Basta(1259), se v' qualcosa un po'cattiva,
Che Celidora ha quivi abiti e panni,
Che al certo, tuttavolta ch'ella viva,
Pu francamente andar in l con gli anni;
Ma perch al suo cuor magno non s'arriva
Di certe toppe, scampoli e soppanni
Trsi d'impaccio volle, e a quella gente,
Ch'ell'ha dintorno, farne un bel presente.

37.
Due altri armadi poi fur visitati,
Che l'uno  tutto pien di biancheria
l'altro di paramenti ricamati
D'oro netto(1260) con nobil maestria;
E un altro di pi tresche e arnesi usati,
E calze, e scarpe, e simil mercanzia
Che a vedersi per ultimo  rimasa;
V' poi la masserizia della casa.

38.
Di qui si parte, ed apre uno stipetto.
D'intagli e d'arabeschi ornato e ricco,
E trova due cassette di belletto,
Cert'altre d pezzette e d'orichicco(1261)
Una di biacca, e in una un bel vasetto
Che d l'acqua da rogna per lambicco;
'N un'altra, ch'elle furon fino a dieci,
Ellera(1262) a mazzi e un bel tascon di ceci.

39.
Ad un casson di ferro va da zezzo,
E quivi trova il morto(1263) ma da vero;
Ch i diamanti e le gioie di gran prezzo
Non v'hanno(1264) che far nulla e sono un zero;
Perch si tratta ch'e'vi fosse un vezzo
Di perle, che sebben pendeano in nero,
Eran s grosse, che si parse, voce
Ch'ell'eran poco manco d'una noce.

40.
D'anelli e d'orecchini v' il marame(1265),
Tanti gioielli poi che  un fracasso:
Di medaglie dorate o vuoi di rame
Un moggio ne misurano e di passo(1266);
Ma quella  spazzatura ed un litame,
Rispetto alle monete che pi basso
Le pi belle comparsero del mondo;
Ch in fatti i pesci grossi stanno al fondo.

41.
Tutte in sacchetti co'lor polizzini
Che dicon la moneta che v' drento;
Le piastre sono in uno, in un fiorini,
In un gli scudi d'oro, in un d'argento,
Lire in un, giuli in questo, in quel carlini;
Poi dopo un ordinato spartimento
Di crazie, soldi e pi danar minuti,
Sonvi i quattrini, i piccioli e i battuti.

42.
Poi ne venivan gli occhi di civette(1267);
Ma il proseguir pi oltre fu interrotto,
Perch alla donna venner pi staffette
A dir che'l duca le volea far motto;
Ond'ella il tutto nel casson rimette:
E riserrato, scende gi di sotto
Ove Baldon l'aspetta in istivali
E per partir di quivi sta in sull'ali.

43.
Perch'aggiustate omai tutte le cose,
Che pi desiderar non si potea,
Egli, ch'era per far come le spose
La ritornata(1268), idest, alla Ducea,
In punto a questo fine allor si pose;
E in quel, che il camerier della chinea(1269)
La puliva per metterle la sella,
Licenziossi cos dalla sorella.

44.
Omai  tempo, cara Celidora,
Che inverso li miei sudditi m'appressi;
Ch 'l trattenermi di vantaggio fuora,
Pregiudicar potrebbe a'miei interessi.
Per qui resta tu co'tuoi in buon'ora
E ftti amare e rispettar da essi;
Ed in ordine a questo si conviene
Fare anche un'altra cosa per tuo bene.

45.
Perch s'io parto poi, cugina mia,
Non so se tu ci avrai tutti i tuoi gusti;
Ch qui non  nessun che per te sia
Mentre sorgesser poi nuovi disgusti,
Ma voglia il ciel ch'io dica la bugia;
Ad ogni modo io vo'che tu t'aggiusti
Per sicurt con un compagno il quale
S'accasi teco: e questo  il Generale.

46.
I tuoi Stati difender si d vanto,
Ch tu vedi, egli  bravo quant'un Marte;
E se fin or per noi ha fatto tanto,
Pensa quel ch'ei far s'egli entra a parte.
Ors dgli la man, cava su il guanto;
E voi non ve ne state pi in disparte:
Casa Latoni(1270), o Amostante nostro,
Fatevi innanzi, dite il fatto vostro.

47.
Ovvia passate qua da mia cugina,
Ch'avete voi paura che vi morda?
Guardate se vi piace la pannina(1271);
Dite, non ci tenete in sulla corda,
Bisogna domandarne alla Regina,
Rispose il General, s'ella s'accorda
Ch quanto a me, gi son bell'e accordato,
Anzi terrei d'averne di beato(1272).

48.
S egli  dover sentir l'altra campana,
Baldon soggiunse voi parlate bene,
Gi so, questo va in forma e per la piana,
Ed altrimenti far non si conviene.
Cos alla donna dice: ovvia su, trana(1273),
Rispondi presto, cavaci di pene,
Vuo'l tu? parla: or oltre dlla fuore,
Di'mai pi(1274) s, e daccela(1275) in favore.

49.
Ed ella nel sentir com'ei l'astringe
A dar pronta risposta a tal domanda,
D'un modesto rossor tutta si tinge
Perch morir volea colla grillanda(1276);
Pur alfin nelle spalle si ristringe,
E dice che far quanto comanda.
O garbato! rispose allor Baldone,
Oh cos presto e male, e conclusione!

50.
Dagli dunque la mano in mia presenza.
E voi, o General, datela a lei;
Ch'io voglio prima della mia partenza
Veder solennizzar questi imenei.
Ma per non recar tedio all'udienza,
Idest a chi ascolta i versi miei,
Col trattar sempre d'una stessa cosa
Lasciamgli, e andiamo incontro a un'altra sposa.

51.
Seguito col suo eroe(1277) gi Psiche avea
La strega che da lui fuggiasi ratta;
Quand'ei l'incorse colla cinquadea(1278)
Perch'al duello non volle la gatta(1279),
E per questa rival nuova Medea,
Che rovinata l'ha intrafinefatta(1280),
Adesso  tribolata al maggior grado,
E s'allor pianse, or qui tira per dado(1281).

52.
Perch dopo d'aver cercato tanto
Amor, di chi fu sempre ansiosa e vaga,
Sel trova chiuso in un luogo d'incanto,
Per opra pur di questa crudel maga.
La quale in quei frangenti fatto il pianto(1282)
Di patria e beni, di morir presaga,
E che in suo onor doveansi fra poco
Alzar capanne(1283) e far cose di fuoco(1284);

53.
Pi non potendo aver Cupido sposo
Perocch'Amor da'morti sta lontano,
Non vuol, s'ei muor, cos n'ha il cuor geloso,
Che pur veduto sia da corpo umano;
Perci con incantesmi l'ha nascoso
Facendo come il can dell'ortolano,
Ch'all'insalata non vuoi metter bocca
E non pu comportar s'altri la tocca.

54.
Gi, Calagrillo e Psiche ebbero avviso
Di tutto quello ch' seguto in corte;
Ma il luogo appunto non si sa preciso,
Per si fanno aprir tutte le porte;
Intanto crosciar sentesi un gran riso,
E quel ch' peggio poi suonar, ma forte,
Bastonate di peso traboccanti,
Senza conoscer chi rec contanti(1285).

55.
Gi per le scale ognun presto addirizza(1286)
Ch dal timor gl s'arricciano i peli;
Ma Calagrillo altiero e pien di stizza
Colla sua striscia fa colpi crudeli;
Va per la stanza, e fende, taglia e infizza,
Ma non chiappa, se non de'ragnateli;
Paride giunge col suo libro intanto,
E il diavol caccia e manda via l'incanto.

56.
Cos dopo gli affanni e le fatiche
Sofferti per tant'anni e lustri interi,
Ritrovatosi Amore, ed egli, e Psiche
Rappatumati fur da'cavalieri;
Onde scordati dell'ingiurie antiche
E riuniti pi che volentieri,
Ai regi sposi fero i baciabassi(1287),
Restando a parte di lor feste e spassi.

57.
Giunti i cialdoni poi e fatto il ballo,
Il duca diede affin l'ultimo addio;
E subito con ogni suo vassallo
In verso Ugnano si pigli il pendo.
E Calagrillo in groppa al suo cavallo
Preso con Psiche il faretrato Dio,
Anch'ei part, e inteso il lor disegno,
Gli ricondusse all'amoroso regno.

58.
Finito  il nostro scherzo: or facciam festa(1288)
Perch la storia mia non va pi avanti;
Sicch da fare adesso altro non resta,
Se non ch'io reverisca gli ascoltanti.
Ond'io perci cavandomi di testa,
Mi v'inchino, e ringrazio tutti quanti.
Stretta la foglia sia, larga la via:
Dite la vostra, ch'i'ho detto la mia(1289).



INDICE

DELLE PERSONE NOMINATE NEL POEMA

COLLO SCIOGLIMENTO DEGLI ANAGRAMMI.

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Alticardo	Carlo Dati, I, 47; XI, 54.
Amostante Latoni	Antonio Malatesti, I, 61; III, 10; VIII, 26, 64; IX, 6, 31 37, 47; XI 32; XII 16, 45.
Antonio Dei	I, 50.
	
Baggina (il)	XI, 50.
Baldino Filippucci	Filippo Baldinucci IX, 43.
Ballerino (Il)	III, 43.
Bambi	VIII, 27.
Batistone	III, 65; IX, 32; XI, 47.
Belmasotto Ammirati	Mattias Bartolommei, I, 49; IX, 46.
Bieco da Crepi	Piero de'Becci, I, 37; XI, 90; XII, 21.
	
Calagrillo	Carlo Galli IV,30; V, 27; X 21; XI, 8; XII, 51.
Cassandro Cheleri	Alessandro Cerchi IX, 42.
Conchino di Melone	III, 61; XI, 50.
Cornacchia (il)	I, 69; XI, 30.
	
Doge Paol Corbi	Iacopo del Borgo I, 48; IX, 33; XI, 56.
Don Andrea Fendesi	Ferdinando Mendes IV, 8; V, 57.
Don Meo	III, 58; XI, 43.
Don Panfilo Piloti	Ippolito Pandolfini I, 51; XI, 50.
Dorian da'Grilli	Lionardo Giraldi, I, 44; XI, 44.
	
Egeno de'Brodetti	Benedetto Gori, I, 45; IX, 33; XI, 47.
Enrigo Vincifedi	Vincenzio Federighi, I, 59; XI, 50.
Eravano	Averano (Seminetti), IV, 8; V, 57; XI, 52.
	
Faina (il)	V, 38.
Fiesolano Branducci	Francesco Baldovini, IX, 41.
Fra Ciro Serbatondi	Cristofano Berardi I, 45; XI, 38.
Franconio Ingannavini	Giovanni Antonio Francini, III, 28.
Franco Vincerosa	Francesco Rovai, IV, 13; V, 57.
Furba (il)	III, 57; IX, 32; XI, 44.
	
Gabban da Berzighella	XI, 52.
Grazian Molletto	Lorenzo Magalotti, IX, 21; XI, 41.
Guglielmo Lanzo	XI, 35.
Gustavo Falbi	Bal Ugo Stufa, I, 48; XI, 52.
	
Istrion Vespi	Pietro Susini, XI, 55.
	
Leon Magin da Ravignano	Giovanni Andrea Moniglia, III, 12.
	
Maria Ciliegia	III, 43.
Mandragora	VI, 38.
Masino	III, 43
Maso di Coccio	III, 56; IX, 32; XI, 45.
Masselli	III, 43; XI, 55.
Melicche	III, 59; XI, 54.
Meino Forconi da Scarperia	Pier Francesco Mainardi, IX, 41.
Meo	III, 45.
Miccio	XI, 50.
Morbido Gatti	Migiotto Bardi, I, 59; XI, 56.
Mula (il)	III, 58; IX, 50.
	
Nannaccio	IX, 52.
Nanni Russa del Braccio	Alessandro Brunaccini I, 47; XI, 45.
Nepo da Galatrona	VI, 29.
Noferi Scaccianoce	Francesco Cionacci, III, 12.
	
Ortolano (l')	XI, 52.
	
Palamidone	III, 67; XI, 46.
Paolino cieco	XI, 22; XII, 20.
Papirio Gola	Paolo Parigi, I, 51; XII, 49.
Pappolone	Paolo Pepi, I, 36.
Paride Garani	Andrea Parigi, III, 11; VII, 6; VIII, 5; X, 32; XII, 5, 25, 55.
Pericolo	III, 58, XI, 43.
Perlone Zipoli	Lorenzo Lippi, I, 46; IV, 15; V, 57; VIII, 27; XI, 24, 39.
Piaccianteo	III, 44; V, 60; VIII, 59; XI, 13, 33.
Pippo del Castiglione	III, 64; IX, 32; XI, 42.
Pocavanzi	VIII, 24.
Puccio Lamoni	Paolo Minucci, III, 26; XI, 42.
	
Romolo Carmari	Carlo Mormorai, I, 42; XI, 48.
Rosaccio	III, 63; XI, 53.
	
Santella	III, 43; XI, 52.
Salvino	IV, 23.
Salvo Rosata	Salvator Rosa, IV, 14; V, 57; XI, 45.
Sardonello Vasari	Alessandro Valori I, 45; IX, 25, 27; XI, 51, 53.
Scaramuccia	XI, 52.
Scarnecchia	III, 62; XI, 51.
Sgaruglia	III, 60; XI, 48.
Sperante	III, 51; IX, 31; XI, 31, 38.
Strazzildo Nori	Rinaldo Strozzi, I, 58; XI, 50.
	
Tosello Gianni	Agostino Nelli, III, 25; XI, 40.
Tosino	XI, 54.
Tura (il)	VIII, 47; X, 32; XII, 5.
Turpino	II, 31; III, 11.
	
Vecchina (il)	III, 57.

NOTE


(1) CANTO LO STOCCO ecc. Dice il nostro Poeta in modo ridevole ci che gli epici tutti col solito Canto le armi; e nomina lo stocco, specie d spada che ha forma quadrangolare, e il batticulo, parola gi usata per giuoco a, significare il giaco, arma del dosso.
(2) GUERRIERO ARNESE, Insegne militari, apparato bellico, e forse anche, fortezza, luogo fortificato. - Quando altri fa cosa da nulla e se ne vanta come di prodezza, gli si dice: hai fatto assai; scrivi al paese, e il modo  preso dal fatto di quei che, andati alla guerra, d'altro non iscrivono al paese che di lor geste.
(3) PER CHIARIR. Scaponire, sgarire, far ricredere e pentire del fare ecc.
(4) DELITTO IN CRIMENLESE, di lesa maest.
(5) FARE UNA PEDINA  fraudare altri di ci ch'egli  vicino a conseguire. Qui intende fraudarla del regno. Modo preso dal giuoco degli scacchi.
(6) CORRER QUESTA LANCIA.Tirare a fine quest'opera: dai giuochi degli anfiteatri.
(7) GRATTAMI LA PANCIA. Fa'tu a me, divenuto cicala, ci che a te si suole, per farti cantare. Grattare il corpo a uno vale, cercare di cavargli di bocca un segreto, o cosa almeno ch'e'non vuol dire.
(8) IL CIEL LA BENEDICA. Pazienza, quel che  fatto  fatto.
(9) MI RINCARI IL FITTO, quasi il fisso, il fissato; come dicesse: mi faccio io forse pagare? usa per dire: non temo le male lingue.
(10) VOSTRA ALTEZZA Il cardnale Leopoldo de'Medici.
(11) BALDORIA  fiamma di materie aride, che presto finisce, fatta per lo pi per allegria. - Quelle faville che prima di spengersi errano per le ceneri della carta arsa, diconsi dai bambini LE MONACHINE che VANNO A LETTO.
(12) N, BEN N  PRESSO, Tutti intendono: n bene n presso a bene. Ma poich l'immagine  dal tessere, non potrebbe voler dire: il filo non va spedito bene, n s'accosta presso agli altri, s che la tela riesca uguale?
(13) BEN DI DIO. Grazia di Dio, vivande squisite.
(14) BROZZI  luogo sotto Firenze, che d, o dava, un vino debole.
(15) PER UNO SCHERZO. Per istravizio o tornagusto.
(16) TOCCA IL CUORE. Va al cuore, gusta moltissimo.
(17) IDEA. Intelletto mente.
(18) VAN PER LA MAGGIORE. Sono di prima classe; qui, di gran dottrina. Il modo  dai magistrati delle Arti di Firenze, le quali dividevansi in Maggiori o Minori.
(19) MARZOLINO  un cacio che s'incomincia a lavorare di marzo nella Valdelsa in Toscana: e il migliore  quello di Lucardo.
(20) UN MAR D'OLIO. L'olio in cui si tiene immerso il marzolino, per conservarlo.
(21) NODO, laccio, forca
(22) STOMACO D'ORLANDO vale, Uomo di gran coraggio; ma qui l'aggiunta alle taverne, d alla frase il senso proprio, che torna tanto pi ridicolo.
(23) CROCCHIARE,  il cantare della chioccia; esprime pure il suono di un vaso di terra cotta gesso; vale anche cicalare, e qui percuotere, dar busse.
(24) PIGLIAR LA NONNA. Il Minucci dice che questo modo  lo stesso che pigliar la mnna, imbriacarsi: ma il Biscioni afferma che il secondo modo soltanto  in uso, e cos legge l'edizione di Finaro.
(25) MANESCHE. Qui, pronte e comode a valersene.
(26) FECE VENTO. Fece quel che il vento fa alle cose leggieri, che le porta via.
(27) FUOR BRUCHI. Via di qua, esci dal letto.
(28) LO SPEDALINGO. Il guardiano degli spedali ove si ricettano i pellegrini, per destarli e avvisarli che  tardi, suol gridare: S'hanno a rifar le letta.
(29) LA SPRANGHETTA o stanghetta  un particolare dolor di capo o stordimento che prova al destarsi chi ha bevuto troppo vino.
(30) FARE UN CHIOCCIOLINO. Raggrupparsi come la chiocchiola.
(31) LEGAR L'ASINO. Il villano preso per via dal sonno, lega l'asino a un ramo, e si mette a dormire.
(32) GLI TORNA IN TESTA ecc. Si fa in fronte un corno, un bernoccolo, un biccio, come dicono a Siena.
(33) MITIDIO. Giudizio, ordine.  parola corrotta da metodo.
(34) FRODA. Nasconde, dissimula
(35) PREDELLA. Questa voce di varii significati, qui rappresenta quel mobile che oggi comunemente chiamiamo comodino.
(36) MESTIERE CHE STA IN SUL TAGLIO, nel senso ovvio vorrebbe dire: Mestiere di chi vende drappi a braccia, al minuto, cio tagliandoli. Ma qui significa: Mestiere che consista nel tagliare, e tagliar uomini.
(37) STREGUA. Qui, porzione dovuta, dazio.
(38) SI RISVEGLI dalla sua inerzia, Celidora, che trovasi fuor del suo Stato di Malmantile, per esserne stata cacciata da Bertinella.
(39) DARE UN TUFFO, nello scimunito, nel pazzo o simile vale fare atto, o diportarsi da scimunito, da pazzo ecc.
(40) MENTRE. Finch.
(41) MATTANA. Malinconia.
(42) LEGATA CORTA. Non ha forze bastanti, come cavallo che se  legato a corto, non pu fare grandi sforzi
(43) SO QUEL CH'IO DICO ecc. Il Pulci nel suo Morgante nomina la trta per significare un'altra cosa; poi aggiunge: So quel ch'io dico quando dico trta. Questo verso  passato in proverbio per esprimere. M'intend'io.
(44) STA'SECO IN TUONO. Vacci d'accordo.
(45) FAR DI BUONO. Giocar di danari e non di nulla; e perci, stare attento, operare con ogni attenzione.
(46) CORAZZON Fatto di PELLE DI DRAGO.
(47) SARROCCHINO. Mantello cortissimo di cuoio o di tela incerata.
(48) CHE VIEN pi da lungi che da qual siasi pi lontano luogo: ossia, di lontanissimo. Forse invece di quel  da leggere qual.
(49) UN SUO PARENTE  Baldone.
(50) PANCERON. Arma da difender la pancia,  lo stesso corazzone nominato alla st. 20.
(51) GRATA LICENZA. Ora si direbbe buona licenza; e cosi leggono alcune edizioni.
(52) UN TRATTO. Una volta, finalmente.
(53) GIUSTO COME,  que ac, per l'appunto come.
(54) FECE SPALLUCCE. Si strinse nelle spalle in atto di chi si raccomanda.
(55) CALCINAIA E SIGNA sono paesi in due collinette vicino a Firenze.
(56) LA PANIA NON TENNE. Non trov appicco, non riusc a nulla.
(57) TERRENO DA POR VIGNA. Gente facile a lasciarsi ficcar la carota, lasciarsi imbecherare, lasciarsi persuadere.
(58) SARDIGNA. Vuol far credere che parli dell'isola di Sardegna, ma intende un luogo fuor delle mura di Firenze, ove si scorticano le carogne.
(59) FARDATA. Qui, riprensione piena di villanie.
(60) FAR BANDIERA DI RICATTO. Ricattarsi, vendicarsi.
(61) AMMAZZASETTE. Contano le donne una novella per trattenimento de'fanciulli: e, per accomodarsi alla lor capacit. dicono: Fu una volta un bel giovanetto in Garfagnana, detto Nanni, il quale per la sua mendicit dormiva in una capanna da fieno. Quivi essendo egli un giorno per riposarsi, e ripararsi dal caldo, si messe a pigliar le mosche: e ne aveva ammazzato sette; quando comparve quivi una bella Fata, e gli disse, che, se le donava quelle sette mosche, per cibare una sua passera, l'avrebbe fatto ricco. Gliele concedette egli pi che volentier; onde ella, innamorata di questa sua cortese prontezza, lo prese per la mano, e lo condusse alla sua caverna: dove rivestitolo, e datogli danari ed armi, gli pose in testa un elmo, o berretta, in cui era scritto a lettere d'oro: AMMAZZASETTE: e lo mand al Campo de'Pisani, i quali in quel tempo coll'aiuto de'Franzesi guerreggiavano co'Fiorentini. Arrivato Nanni a detto campo, chiese soldo a'Pisani: e domandatogli del nome rispose: Io mi chiamo Nanni, e per avere io solo in un giorno ammazzato sette, ho per soprannome Ammazzasette. Fu per questo, e per esser anche ben formato, con buon soldo, e con non minore stima accettato. Essendo poi fra pochi giorni in una scaramuccia morto il Capo delle truppe Franzesi: e volendone essi fare un altro, erano fra di loro in gran differenza; perch essendone proposti diversi, coloro a'quali non piacevano i suggetti proposti, gridavano Nan, Nan; onde i soldati italiani, che credettero che dicessero Nanni, Nanni, e che avessero creato lui, cominciarono a gridar Nanni, Nanni, viva, Nanni: e cos a voce di popolo Nanni detto l'Ammazzasette, rest eletto capo di dette truppe, e divenne ricco, siccome gli aveva promesso la Fata. E di questo intende il Poeta, volendo mostrare, che Celidora, era divenuta brava, quanto questo Ammazzasette, il quale non fece maggior bravura, che ammazzar quelle sette mosche: siccome n anche Celidora non fece maggior bravura, che affettar quei cavoli, che vedremo nella St. 29 e seguente. (Minucci.)
(62) LA MARFISA DI NUOVO ecc. Questa novella Marfisa. Vedi l'Ariosto.
(63) ESCE AFFATTO FUOR DEL SEMINATO, Perde il senno del tutto.
(64) TAGLIA COM'EI CUCE. Tanto  buono a tagliare, quant'e'sarebbe a cucire.
(65) MORIRE UN DISPERATO. Dicesi delle armi arrugginite, che farebbero morir disperato per lo dolore uno che ne fosse ferito.
(66) LA SUA opinione. Vuol sempre aver ragione.
(67) QUASI FRANCHI L'OPRA. Quasi possa liberar dalle spese del litigare s stessa e la parte avversa.
(68) SCIOPRA quasi da exoperare. Chi mi d una bega, una quistione, mi leva da, un'altra, tante io ne ho.
(69) TANTI CHE ecc.. Un grandissimo numero. Un montambanco a chi comperava un suo contravveleno regalava la pietra di Sali Paolo, purch'e'si fosse chiamato Paolo. Moltissimi affermarono d'aver questo nome; onde il cerretano: Oh quanti Paoli! e i rimasti senza la pietra: Oh beati Pavoli.
(70) CAVATA DI CALENDE. Impazzata, fatta cadere in estrema confusione, come avverrebbe a chi perdesse o dimenticasse affatto l'ordine dei giorni e dei mesi che  descritto dal lunario o calendario
(71) BRESCIA ROMOREGGIA, ecc. Ove sono tanto armi. Di uomo tutto armato si dice: Ha tutta Brescia addosso
(72)  PER LE FRATTE.  fra rovi e pruni,  condotta a mal termine,  rovinata.
(73) DI LUNGA MANO. Da gran tempo.
(74) ANNI DOMINI. Anni moltissimi.
(75) SCUFFIA Mangia ingordamente masticando con suono delle due ganasce, dette qui palmenti, cio macine o ruote da molino. Modo basso.
(76) UN PAN DI SEDICI quattrini toscani. Un grosso pane.
(77) PAPPOLONE. Gran mangiatore: anagramma proprio [L'anagramma  proprio, quando esprime le qualit della persona.  puro, quando non vi son lettere variate o aggunte. - In fondo al volume si trova la spiegazione di tutti gli anagrammi.] di Paolo Pepi
(78) GUBBIANO  un castello, ma qui sta per ricordare la voce plebea ngubbiare, che vale empire il ventre.
(79) MAGNA, GALLO, GERMANO hanno un doppio senso patente.
(80) MEZZASTRADA  un'osteria cos chiamata, perch quasi a met della via, tra Porta alla Croce di Firenze e Rovezzano.
(81) BIECO DE'CREPI. Anagr. pr. di Pietro de'Becci uomo mezzo cieco, e perci duca di Orbatello.
(82) TERZO. Un dato numero di soldati, una trib.
(83) STARE A SPORTELLO si dice del bottegaio che in giorno di festa o mezza festa tiene aperto il solo sportello dell'uscio. Osserva come poi  ben continuata la metafora.
(84) BOSSOLO qui  quel vaso che tengono in mano i ciechi per riceverci l'elemosine.
(85) SOFFIANO, SON DI CALCA. Fanno la spia e amano di frequentare lo calche.
(86) NIMICI, DE'MURICCIUOLI, perch spesso vi danno dentro con le gambe e co'piedi.
(87) TAROCCHI. Certe carte da giuoco, in una delle quali  effigiato il diavolo. Vedi c. VIII, 61 [Quando si cita il canto e la stanza, s'intende anche citare le note della medesima]
(88) L'ARIA DI SCAPPINO era una canzonetta che cantavano i ciechi in Piazza della Signoria a'tempi dell'autore.
(89) DIMMI NINO. Dimmi pazzo, come fu Nino che, ceduto il regno per un giorno a Semiramide, fu da lei fatto uccidere.
(90) PIGLIARE I CIECHI per farli cantare.
(91) DARE. Percuotere.
(92) IL PAN PEPATO si fa con molti aromati e canditi che, nel taglarlo, restano come occhi in quella pasta scura. Cavati questi occhi che son dolci, il resto  pi frizzante e acre, forte.
(93) CON LE PILLOLE ecc. Questa arpia d'amante, che avea posto tutto il suo amore negli erari del suo Romolo, col purgar questi di danaro, purg s della bile amorosa.
(94) AMMARTELLATO dall'amore e dalla gelosia.
(95) TRITONI. Uomini vili e mal vestiti, quasi uomini triti.
(96) EMPIESI I CALZONI  perch dalla paura gli si muove il corpo.
(97) DORIAN DA GRILLI. Lionardo Giraldi, gentluomo di bell'umore e poeta.
(98) CALCETTO  un calzamento a foggia di scarpa. Mettere altrui in un calcetto vale superarlo e avvilirlo.
(99) IL QUATTRO DELLE COPPE  una delle carte da giuoco, v. VIII, 61.
(100) IL MONNINO  una bertuccia, effigiata in mezzo a quel quattro. Il Giraldi ha per insegna il Monnino perch egli era solito dare monnini. Quel che ci sia, s'intender dal seguente esempio: Doriano disse ad un chierico: Non fu mai gelatina senza.... e qui si ferm come smemorato; il chierico fin subito il verso, dicendo alloro. E il Giraldi soggiunse: Voi siete il maggior bue che vada in coro.
(101) FRA CIRO ecc. Vedi l'indice dei nomi anagrammatici. Questi personaggi erano scolar d pittura dell'autore.
(102) SOSTIENE IL BRACCIO ecc. Fa il letterato.
(103) PAGNOTTE, per pani,  voce viva in molte parti d'Italia. Di cui. Della qual gente.
(104) DI FOGLIO ecc. Eglino per loro impresa han messo insieme colla pasta un bel cartone di fogli con disegni dei lor fantocci ecc.
(105) BRUCIATAIO chiamasi in Firenze il venditore di bruciate, cio castagne o calde arrosto.
(106) BROZZI E QUARACCHI, luoghi vicini a Firenze.
(107) GAGLIARDO  detto quel vino ironicamente.
(108) FERRAGOSTO. Ferie d'Agosto. Celebravano gli antichi le ferie augustali con grandi allegrie, e i Fiorentini festeggiavano pure solennemente i primi due giorni di agosto, per memoria delle due rotte di Monte Murlo (1 agosto 1537 e di Manciano (2 agosto 1554), Ma poich le dette feste erano quas dismesse al tempo dell'autore, per questo nomina gli spiragli (spirare, morire), cio gli avanzi.
(109) GUSTAVO ecc. Ugo Stufa, Bal della Religione di san Stefano. detto per giuoco cavalier di petto dalla croce dell'ordine che portava in petto. L'altro  Iacopo del Borgo. Essendo essi infermicci non son netta farina quando l'autore scriveva, si d loro per insegna un PAPPINO, cio portator di pappe al malati dello Spedale.
(110) SI LEVA IN SOGNO. Si leva, sognando che sia ora di levarsi, mentre non . Ma  detto per iperbole ironica. Vuol dire: si leva a mezzod, e afferma che s' trovato in piedi prestissimo perch sognava di levarsi, e si  levato di fatto.
(111) LO SCENARIO ecc. Bel Masotto Ammirato (Marchese Mattias Bartolomei) dilettavasi di fare e recitar commedie co'suoi amici Pancrazio ecc.; onde qui gli si danno in mano lo scenario e il mandafuora, che sono fogli in cui si descrivono i nomi dei recitanti, le scene ecc., perch la rappresentazione proceda con ordine. - Il fatto narrato negli ultimi quattro versi par che sia vero: ma invece di stendardo, trattavasi di abiti da commedia.
(112) PONTE A GREVE  poco lontano da Firenze sulla strada di Pisa.
(113) VEST DI LUNGO. Vest tonaca o abiti talari.
(114) RAMMANZO, Ramanzina, rabbuffo, diceria, lagnanza.
(115) UN PO'DI CAMPANILE. Una chiesa, una cappellania.
(116) LANZI Guardie Tedesche.
(117) OGA MAGOGA. Lontan lontano.
(118) N... MEN. Nemmeno.
(119) STIACCIATINE. Tornare al pentolino, ai comodi di casa.
(120) QUA. In Germania.
(121) SALCRAUT. Cavol salato.
(122) NON LA VOGLIO PI+ COTTA. Mi basta cos. Chi va all'osteria ed ha, fame, dice all'oste, per isbrigarsi: portala cotta com'.
(123) "ECCO" ecc. Ariosto, I, 7
(124) PONTADERA, Vico, terre vicino a Pisa.
(125) VIGNONE o Vingone  un fiumicello tra Firenze e la Lastra: ma la frase qui usata signitica anche: Andare nelle VIGNE altrui a crre l'uva.
(126) LA MISURA. La mira.
(127) SI SCANDOLEZZA. S'adira.
(128) SCANDICCI E MARIGNOLLE, Ville vicine a Firenze.
(129) AMMAZZA. Fa mazzi.
(130) DAR LA FRECCIA, Frecciare, chieder danari in presto, e si dice di chi ha poco modo e meno voglia di renderli.
(131) UN LANZO. Un Tedesco delle guardie, gran bevitore, Capace di scompisciare le due paia di brache che portava.
(132) PONTE A RIFREDI, luogo a vicino a Firenze.
(133) SANTAMBARCHI o saltambarchi specie di sopravveste o mantello rustico fatto di due lunghe strisce di panno cucito in croce con una buca in mezzo, per la quale passare il capo
(134) CHE CHIAMAN ecc. Che invitano a porcuotere di zimbello chi porta quei saltambarchi.
(135) ZIMBELLO qui  un sacchetto pieno di crusca o simile, coi quale i ragazzi, di carnevale percotevano i contadini: e mentre questi si voltavano per vedere, altri ragazzi li percotevano dall'altra parte.
(136) LO STRASCICO ecc. Per fare una certa caccia alla volpe si va strascinando per terra un pezzo di carnaccia legata a una fune.
(137) UN UOM CANUTO. Questi  un certo dottor Cupers, con cui ragionavano spesso i due nominati nella St. precedente. Questo dottore da vecchio andava molto lindo, e credevasi d'invaghire di s tutte le donne: onde i monelli gli davan la baia.
(138) AMOSTANTE LATON. Antonio Malatesti scrittore di sonetti enimmatici.
(139) CALANDRA  una specie di lodola.
(140) LASCI LE POLPE IN FIANDRA si dice di chi ha gambe molto sottili; ma qui per doppio senso il poeta vuol far credere di aver detto che Amostante riport gravi ferite nelle guerre di Fiandra.
(141) MATTO SPOLPATO vuol dire matto del tutto; ma qui pure il poeta pretenderebbe che s'intendesse matto senza polpe alle gambe.
(142) COMECCH ecc. Quasich si trattasse di grave danno, come  quando, cessato il bollire del mosto, la vinaccia cala a fondo e lo guasta, se la non si toglie in tempo.
(143) L'AMPIO PAESE ecc.Io giuoco che non si trova chi sappia o possa giudicare a migliaia di miglia quanto paese gli  soggetto: e vi  equivoco in questa parola fra i due significati che essa ha, di situato sotto e sottoposto al dominio.
(144) LATTE DI GALLINA. Curioso  vedere come anche i Greci usassero questa stessa espressione, gal rnithon
(145) MONA CIONNA. Titolo che si dava a donna dappoco, ma impacciosa e mestatrice, Questa  Bertinella.
(146) GUIDONE. Uomo vile e tristo.
(147) SCORRER LA CAVALLINA vale pigliarsi tutti i suoi gusti sfrenatamente; ma qui l'aggiunto  ne'lupanari gli d un senso pi particolare.
(148) FRUSTAMATTONI. Consumatori di mattoni, cio tali che bezzican sempre ad una casa o bottega, senza spendervi mai un soldo.
(149) ROMA E TOMA. L'origine di questo detto, di cui a tutti  noto il valore,  molto incerta. V' chi pensa che la parola Toma non abbia senso alcuno, e sia messa l per fare rima con Roma; altri la vuol derivata dallo spagnolo tomar, pigliare, quasi dicesse: Ti si promette Roma? e tu toma, cio piglia. Altri la crede una corruzione di tim onore; altri, plurale di tomo (volume o caduta da alto, precipizio); altri finalmente, e questa  la pi probabile, crede che venga dal latino, Promittere Roman et omnia.
(150) L'ORO DELLA BIONDA CHIOMA. Credono rendersi accetti con niente altro che le loro lisciature.
(151) IL CORNACCHIA visse realmente e fu ladro e spia; e per dice il Poeta, che ebbe tutti i suoi capitali in contanti nella lingua.
(152) DIPINGERE ALLA MACCHIA un ritratto  farlo senza avere l'originale davanti, ma qui intende che il Cornacchia assaltava, o almeno era tale da assaltare, i viandanti per derubarli.
(153) RIMAGGIO (Rio Maggio, cio rivo maggiore, come Via Maggio, cio via maggiore)  presso a Malmantile dalla parte di Firenze meno d'un miglio: quivi presso  pure la Svolta del romito.
(154) QUELLA BUONA SPESA. Quella buona lana.
(155) LIMBELLO e limbelluccio. Pezzo o ritaglio di pelle. Qui lingua. Cavare il limbello per lo pi significa parlare o scriver contro qualcuno
(156) IMPEPANDO. Per catacresi, spargendo di quella polvere d'oppio.
(157) IL FIASCO ATTACCA sopra la porta di casa per indicare che quivi si vende il vino a fiaschi. Questo si fa tuttora in Firenze.
(158) MACCA. Abbondanza.
(159) A ISONNE. Per niente, senza spesa.  detto plebeo.
(160) MONNA propriamente vale bertuccia, scimia. Vedi sopra, st. 10.
(161) GUIDONE. Guidatore, guida; ma con doppio senso Vedi sopra, st. 63.
(162) COME  UN SASSO. Pi comunemente: come un ghiro.
(163) BASSO. Baciare il piede.
(164) IN NASSO. nota la favola d'Arianna abbandonata da Teseo nell'Isola di Nasso. Di questo modo pare che sia corruzione l'altro pi comune: Restare in asso, cio abbandonato, senza aiuto n consiglio, che dicesi anche Rimanere nelle secche di Barberia, restare in isola.
(165) BACIARE IL CHIAVISTELLO. Andarsene senza speranza di ritornare.
(166) PIGLIARE IL PULEGGIO. Andarsene.
(167) DI TRE COTTE. Raffinatissimo. Le parve d'averla a buon mercato assai.
(168) STRAMBELLI. Vesti vecchie e lacere.
(169) IN PETTO ED IN PERSONA: Latinamente:animo et corpore.
(170) CONFETTI di montagna, cio castagne secche sbucciate.
(171) PATTONA. Polenda o polenta che in Toscana si fa con farina di castagne.
(172) PER LA DOLCE ecc. PETRARCA, Trionfo d'Am.
(173) V'EBBE FITTO IL CAPO. Ebbe preso possesso di Malmantile.
(174) A PI PARI ED IN PANCIOLLE. Poltroneggiando: ma questo detto valeva anche, ritto e col corpo in avanti.
(175) DI BUONA GANA. Di buona voglia. La voce gana di origine spagnola ora  antiquata.
(176) CORTE di giustizia.
(177) FERIATI sono i giorni, ne quali, ancorch non festivi, non si tien ragione dai magistrati.
(178) PANNO SAR DI CASENTINO. Casentino  una regione di Toscana ove si fabbricava certo panno che, bagnato, rientrava molto. Un tale ne compr, e cred di avere ingannato il mercante nella misura. Ma dopo che fu bagnato, il panno rientr tanto che fu anche meno della misura giusta, e cos il mercante fu vendicato. Di qui il detto che viene a valere: Ci vendicheremo.
(179) LA SAREBBE CARNE GRASSA. Farei al popolo come la carne grassa a chi la mangia che gli cagiona nausea.
(180) CASSONE. Qui, Sepolcro, e il detto vale Morire.
(181) A TANTA FRETTA. In tutta fretta, subito..
(182) UGNANO  piccol luogo tra Firenze e la Lastra presso ad Arno.
(183) FIDECOMMISSO. Assiduo, che sta sempre in un luogo.
(184) DEL PROFERITO. Nemmen quello che aveva promesso o profferto.
(185) CAMBI LA DIADEMA. Di santo si fece turco. Qui la diadema  il nimbo.
(186) SUL MOSTACCIO UNO SBERLEFFE.Uno sfregio in viso per ignominia.
(187) BIZZEFFE. Sull'origine di questa voce I'ingegnosa opinione del Minucc, quantunque non appoggiata da documenti, merita di esser conosciuta. Quando il magistrato romano concedeva grazia intera, scriveva sotto il memoriale del supplicante, F. F., cio Fiat, Fat, e la grazia dicevasi data a bis effe, a bizzeffe
(188) COLLA BALESTRA. Li saettava col pane stesso, o con pietre, se accostavans a prendere il pane.
(189) SANT'ALTO. L'Altissimo.  modo di lingua furbesca.
(190) PIGLIEREI PER SAN GIOVANNI. Questo  il Santo protettore di Firenze. In quel giorno tanto solenne, i birri non potevan nommeno pigliare, cio catturare, i banditi. Ora, di uomo avidissimo, si dice ch'ei piglierebbe il d di san Giovanni, o per san Giovanni, usando pigliare nel suo natural senso di accettare e prendere.
(191) FRA FAZIO. Accorciato di Boni-fazio, facitore di bene.
(192) CADUTO SIA NEL MAL DEL MISERERE Sia divenuto misero, cio avaro; ovvero: abbia preso a fare il contrario di ci che era il consueto suo naturale, come  nel detto morbo che le fecce escono dalla bocca. La denominazione italana di questa malatta, che , il Volvulus dei Latini, pare che sia stata originata da una falsa interpretazione del nome greco eiles, volvulus scambiato con eles, misericordia, ed eleo misereri.
(193) PER LA MALA vita. Ridotto a mal partito.
(194) TU GRATTI ecc. Tu. m'inciti a discorrere, vuoi farmi cantare.
(195) LEVAR LA CANNELLA. Desistere dal fare una cosa: ed  preso dal levar la cannella alla botte.
(196) LA NOCCA o nocche delle dita.
(197) IO L'EBBI BIANCA ecc. Nell'estrazione di un premio al lotto, le sole polizze premiate sono scritte, le altre bianche. Onde averla bianca a una cosa vale non ottenerla.
(198) SBRACIAR. Scialacquarsi la mia roba.
(199) LEVARE IL VIN DA FIASCHI, vale finir che che sia, finirla.
(200) AGHETTO. cordoncino con puntale di metallo.
(201) CRAZIA, Moneta toscana che valeva sette centesimi di lira italiana.
(202) GLI  FATTO IL BECCO ALL'OCA. La cosa  fatta. Chi vuol conoscere l'origine di questo detto, la trover nel Mambriano, c. II e nelle novelle del Pecorone.
(203) NON LA  PARO. Non la credo.  tratto da un certo giuoco di dadi, nel quale chi tien la posta dice prola; e non la tenendo, dice Non la paro.
(204) LARGO COME UNA PINA  Verde  detto ironico che vale strettissimo, avarissimo, perch la pina finch  verde non apre le scaglie, o involucri de'semi.
(205) VENNERO IN PAESE. Vennero in scena, si lasciaron trovare, comparvero.
(206) BUFFETTO. Tavolinuccio.
(207) DESTRO. Il comodo, il cesso.
(208) MANGIARO IL PANE AFFATTO, senza lasciar rosumi, il che si fa dai fanciulli. Divennero giovani fatti.
(209) FAR SANT (sanit), Salutare.
(210) BUOI ecc. Si noti che subito dopo aver nominato i buoi, con maligna allusione nomina il padre.
(211) IMPICCATOI. Che han passato i diciott'anni, cosicch possono essere impiccati.
(212) VA'IN UN FORNO. Va'in malora, al diavolo, in galea.
(213) LA CIA, fruttaiuola, usava un certo suo detto laido per significare: Mi va male.
(214) BALLAR L'ORSO. Di'che son morto. Uno di quei tanti detti, usati dalla plebe buffona, per levarsi la trista idea della morte. (Salvini.)
(215) METTE MAN alla spada.
(216) FORNIMENTI. Qui l'elsa
(217) IN QUEL CHE. Mentre i grilli spaventati scappano.
(218) VERDE COME UN AGLIO. Qui vegeto ma la frase adoprasi anche a denotare uomo di poca sanit, alludendo allora non alla freschezza, ma al colore.
(219) LEVA. Compra.
(220) REQUIE SCARPE. Storpiamento buffonesco di requiescat. L'idea di scarpe ha poi attratta quella di zoccoli, anco perch i frati sogliono accompagnare i morti.
(221) A BENEFIZIO DI NATURA. Ove fortuna lo guidasse.
(222) QUILIO. Falsetto.
(223) IN VISIBILIO. Si usa (dal Visibilium omnium et invisibilium) per andare in estasi; ma qui pare che significhi mandava note acutissime.
(224) PER B MOLLE. Bemolle o bimolle. Il doppio senso e l'idea di trincare che v' dentro, son manifesti.
(225) CAMPI. Castello a sei miglia da Firenze,  detto spiantato alla radice non perch sia diroccato affatto, ma per dire pieno di gente spiantata.
(226) 'L CRISTIANO. Gli uomini
(227) TOCCAR BOMBA. Partirsene presto. Chiamasi bomba nel giuoco dei birri e ladri quel luogo immune, cui toccando i fanciulli che fari da ladri, non possono esser presi da quelli che fan da birri: e perch il trattenersi a lungo nella detta bomba non  permesso, toccar bomba ha il significato che s' detto.
(228) FARE UN CONTICINO. Mangiare e pagare.
(229) FITTA. Ficcata la carota, fattogli credere che fosse castrato.
(230) NUOVA MANOMESSA. Il primo vino spillato, da manomettere, metter mano, mettere a mano un vaso nuovo. Nuovo, sta per insolito, perch Floriano non s'era mai ritrovato a bever acqua.
(231) PRIMA CHE UN ORSO.  detto come per antifrasi, ad esprimere il jam matura viro, e il gran desiderio di sposarsi. Analoga a questa  la frase: a Farei il sacrificio di sposare quella ricca erede.
(232) COME LA ROVELLA. In frasi analoghe ora si sente dire: come un diavolo. Il tale corre come la rovella; corre come un diavolo.
(233) LE TROMBE. In una delle carte da giuoco delle Minchiate  effigiata la Fama con due trombe; e il nome di quella carta, stimata la pi bella e detta Le trombe, pass a significare cosa perfetta nel suo genere.
(234) BUSCHETTE, o bruschette, sono fili di paglia di diversa lunghezza, con cui si tiran le sorti, cos: Mettonsi perpendicolari fra le mani o fra due assi, in guisa che l'un de'capi sia nascosto. Chi tira il pi lungo o il pi corto (secondo il pattovito), ha la sorte; gli altri si succedono nella sorte, secondo che il filo tirato da ognuno  pi o meno lungo.
(235) FA CIVETTA. Abbassa il capo. Vien dal giuoco di civetta che si fa in tre. Uno  nel mezzo con in capo un berretto che gli altri due, ai fianchi, s'ingegnano con botte di fargli saltar di capo. Ma botte non si puo dare finch quel di mezzo, che ha le mani in terra, non le alza per dar mostaccioni a dritta e sinistra. Tutta l'arte per lui consiste nel far civetta mentre e'd, e gli  dato lo scappellotto.
(236) ASCOLTO. Lincenziato, spacciato.
(237) S'EI TOCC TERRA ecc. La donna quando  grossa ove le venga alcuna vogla che non pu appagare, si tocca il corpo in parte che suol esser coperta, o tocca terra o altra cosa, per impedire che il bambino nasca con la voglia, o almeno che non nasca con la voglia in viso: e in pari tempo sputa, dicendo, in terra vadia (vada, cio la voglia). Ognuno ora intender il doppio senso.
(238) TOCCAR LA MANO. Impalmare.
(239) MANDATO SANO. Dal lat.: Vale: Sta sano. Quindi mandar sano, cio dire addio, licenziare, escludere.
(240) SCALDAMANE... MONA LUNA... GUANCIAL D'ORO o Guancialin d'oro. Son tre giuochi fanciulleschi, il primo dei quali  noto a tutti. Il secondo si fa scegliendo a sorte un fanciullo della brigata a cui si ordina di allontanarsi un tratto. Intanto la brgata sceglie uno a cui si d il nome di Mona Luna. Allora si chiama il fanciullo allontanato, e questi va a domandare un consiglio a qual dei bambini suppone esser Mona Luna. S'ei non s'appone, paga il premio o pegno, e s'allontana ancora, finch si crei nuova Mona Luna: e ci pu farsi per quattro volte, dopo di che il perditore di quattro premi si riunisce alla brigata; e un altro, scelto dalla sorte,  mandato. Se invece quel primo s'appone una od altra volta, Mona Luna perde il premio, ed  mandato egli. La restituzione de'premi fornisce poi materia ad altro giuoco che  delle penitenze. Il Guancialin d'oro differisce dalla Mona Luna in questo, che un fanciullo inginocchiato (forse sopra un guanciale), e ad occhi chiusi, deve indovinare chi  che da tergo gli d una percossa. Il noto Prophetiza quis te percussit del Vangelo ci mostra che questo o simil giuoco  antichissimo.
(241) ROSANA ecc. Sono due Leggende o Rappresentazioni notissime, dice il Minucci; e il Biscioni aggiunge: Rosana si trova stampata sotto questo titolo: La Rappresentazione, e Festa di Rosana. Firenze, appresso Zanobi Bisticci alla Piazza di Sant'Apolinari l'anno1601, in 4, p. 30. Senza nome d'autore. La Regina d'Oriente  un poemetto diviso in 4 cantari, che pare scritto da Antonia Pulci, la quale visse di l dalla met del 400.
(242) TRINCIARLE. Far capriole e salti.
(243) ITE E VENITE del danaro al giuoco.
(244) AL MAZZOLINO. Di una brigata uno si fa Giardiniere, e questi compone un mazzolino, dando a ciascuno dei compagni il nome di un fiore. Il giardiniere dice: Questo mazzo non sta bene per causa (poniamo) della Viola. Se la Viola non risponde subito: Dalla Viola non viene, ma sibbene (per esempio) dal Giglio; o se gli vien nominato un fiore che non  nel mazzolino, paga il pegno
(245) COMARE. Una fanciulla fa la puerpera, e le altre le vanno intorno facendolo visite, cerimonie e regali. Se invece d'una puerpera si finge una sposa, il giuoco si chiama Fare alle zie.
(246) GLI SPROPOSITI. Giuoco notissimo e poco diverso dal Mazzolino.
(247) IL CAPANNISCONDERE detto anche in Toscana fare a rimpiattino in qualche dialetto chiamasi anco Nasconderella.
(248) LE MERENDUCCE. Bambini e bambine imbandiscono la merenda alle loro bambole o pope stendendo il loro tovagliolino o bavaglio su certe piccole mense di legno, e mettendovi su altre loro piccole stoviglie. - Gli altri giuochi o trastulli qui nominati sono assai noti. Il Beccalaglio pi comunemente  chiamato Mosca cieca. L'andare a Predellucce o predelline, cio l'esser portato da due che di lor mani intrecciate gli fan seggiola, in qualche dialetto dicesi andare a Sedia di Papa. L'acculattare, cio il fare altrui battere il sedere in terra, pi che un giuoco,  una delle penitenze
(249) TAGLIO. Agio, mezzo; dal mestiere del sarto, che dice esservi taglio per roba da tagliare.
(250) IN BARBA DI GATTA. Cio colla barba unta dal gozzovigliare.
(251) TOCCO UN TASTO. Tastato, domandato cos alla sfuggita.
(252) DAR CARTACCE. Non rispondere secondo che si desidera; da un giuoco di carte.
(253) NON VOLER PI+ PASTO. Non voler esser menato per le lunghe con chiacchiere, promesse o altre finte.
(254) I PIACEVOLI ecc. Due allegre compagnie di cacciatori fiorentini, di cui fu perfino scritta una Storia da Giulio Dati.
(255) MOTIVO. Qui sta per voglia, ed e assai proprio, ch la volont e quella che muove ad ogni azione.
(256) IL D Illo die, quel d.
(257) MENTRE. Se.
(258) Chiappasse. Sopraggiungesse.
(259) BRUCIOLI. Trucioli, sottilissimo strisce di legno: e se ne vedono anche oggi di questi cappelli.
(260) QUARTIERI. Contorni.
(261) FACEA LA FURFANTINA. Tremare. Il modo  dalla pratica di certi furfanti vagabondi, che per destare l'altrui commiserazone si gettano per le vie fingendo di esser per basire dalla fame e dal freddo.
(262) FUCILE. Focile, acciarino, istrumento per destare dalla pietra focaia la scintilla che poi appiccava il fuoco alI'esca.
(263) ALARI. Arali, capofochi.
(264) LIETA. Fiamma chiara e breve.
(265) IL CRGIOLO ecc. Seguit a stare accanto al foco dopo cessata la fiamma; dal crgiolo o tempera che si d ai lavori di vetro tenendoli, appena fatti, ad un calore moderato nella camera.
(266) FAR COME QUEI DA PRATO. Lasciar piovere. Ambasciatori di Prato domandarono ed ottennero dai Signori Priori di Libert il diritto di celebrare in un dato giorno dell'anno una fiera; e stipularono di pagare per ci una certa somma. Nell'uscir di palazzo venne loro in capo che se in quel d piovesse. era pur forza pagar la somma e non far la fiera; onde tornarono in dietro a domandare: Sgnori, e s' piovesse? - Rispose uno: Lasciate piovere.
(267) DOPO. Oltre.
(268) A CIELO. Grandissimo.
(269) FATE MOTTO. Senti! Udite sproposito!
(270) DI ROTTO. Di guasto, di male.
(271) GUARDA LA GAMBA! Cos gridavasi dai ragazzi all'avvicinarsi dei Toccatori o ministri del tribunale civile che portavano una calza d'un colore una d'un'altro: e gridavasi per avvertire il debitore sentenziato a pagare, che corresse a un luogo immune, dove l'ufiziale non potesse, toccandolo, intimargli il termine perentorio. Da ci Guarda la gamba pass a significare Il cielo me ne liberi! o simile.
(272) N LEVA ecc. Nec addas nec adimas. Per appunto come volevi trattar me.
(273) METTER A FILO. Aguzzare la voglia; dall'affilare i coltelli
(274) SEGRENNA. Magrissimo. Come avente il solo dintorno, senza esser il disegno incarnato. (Salvini.)
(275) ASCIUTTO ecc. Questa  frase de'mercanti colla quale avvisano i loro corrispondenti della diligenza usata dal portatore della merce. La parola asciutto, dunque, usata n senso di magro, si trascina dietro il resto della frase, che qui vale Magro, ma in buona Salute.
(276) SOGGIORNATO. Ben pasciuto.
(277) METTILORO ecc. I doratori, per dare il lustro alle dorature, le fregano con una zanna d'animale: ma quello  un dar di zanna assai diverso da quello che ognuno qui intende.
(278) CURRO. Rullo, Siamo sul punto.
(279) FARE UN BALLO ecc. Dar de'calci al rovaio, essere impiccato. Il campo azzurro  l'aria.
(280) L'AVEA SUL CALENDARIO. Lo aveva a noia. Forse Kalendarium, Libro di cambi, che presso gli antichi erano dodici per cento in capo all'anno: e se ne pagava uno alle calende di ciascun mese: e per chi pativa cambi era libro odioso. (Salvini.)
(281) PANCACCIA. La panca ove s'adunan brigate a passare il tempo novellando, e la brigata stessa dei pancaccieri, o pancacciai.
(282) CAVASTI ecc. Facesti a te molto male, e pochissimo al nemico.
(283) A BUONA CERA. Con animo riposato.
(284) BILLERA. Brutta burla.
(285) FARE AGLI SCREDENTI. Frase analoga a Fare a non s'intendere, Fare alla palla, Fare all'amore.
(286) LAPPOLA. Bagatella.
(287) MANIATO. Miniato; e cos legge un testo a penna.
(288) D UN GANGHERO. D volta, torna indietro; dall'andare obbliquo del granchio.
(289) IL CRISTIANELLO. Ora si direbbe, un povero diavolo
(290) CH'EI Il cristianello
(291) DURLINDANA. La celebre spada di Orlando, per qualunque spada.
(292) PIN DA MONTUI. Capolino; da una canzonetta della Tancia del Buonarroti che comincia: E Pin da Montui - Fa capolino.
(293) PICCIN. Cos dice al cane per aizzarlo.
(294) FECE PULITO. Fece il negozio aggiustatamente, e come andava fatto.
(295) PANELLO. Viluppo di cenci intrso nell'olio e in altre materie bituminose per arderlo poi.
(296) SE'SOLDI. Questo sei soldi propriamente qui non significa nulla, ma vi  messo per poter poi dire dogliene (glie ne do) cio doglie; ed  una di quelle omofonie che s'odono per celia in bocca al popolo, come mattematico per matto, e simili.
(297) RAFFIBBIO. Ripeto
(298) NIBBIO voce di questo uccel di preda  Mio mio.
(299) A BRACE. senza regola. Vedi c. II, 10
(300) GELONI. Popoli di Scizia. Qui gelo.
(301) L'OSTERIA DE'CANI. Le pozze d'acqua che son per le vie e che gelate non offron pi il bere a'cani.
(302) PRESTO. Monte di piet.
(303) TAB. Drappo leggieri di seta.
(304) CROCCHIONI. Cicaloni che volentieri stanno a crocchio.
(305) CALDANI. Bracieri, intorno a cui mettonsi i crocchioni, e vi vanno, vi si calano come ad assedio.
(306) FAVERELLA. Una specie di trta che mettevasi tra il cinto erniario (brachiere) e l'ernia, come rimedio di quel male.
(307) CRUSCHERELLA  un giuoco che si fa mescolando molte piccole monete in un mucchio di crusca, del quale fannosi poi tanti mucchietti quanti sono i giocatori. Ognuno fruga nel suo mucchietto, e le monete che trova, son le sue.
(308) A PETRONCIANO. Grosso e paonazzo, come un petronciano o petonciano, che dicesi anche marignano e melanzano:  un frutto di forma ovale; la pianta  del genere dei solani.
(309) SONARE. Opposto a ballare qui sta per bastonare, percuotere.
(310) STAMPITA. Romore, chasso, bordello, quasi stimpanata.
(311) SANTE NOCCA. Solenni pugni.
(312) COL BATTI ecc. La plebe fiorentna dividevasi gi in tante compagnie che chiamavano Potenze; e ciascuna aveva un capo e un'insegna. Quella del Batti era dei battilani, quella del Tessi e Biliemme era dei tessitori di lana.
(313) UOMIN DI CONTO. Pi che persone ragguardevoli, qui si  voluto dire computisti
(314) In tutta questa stanza si descrive assai piacevolmente un malato di sifilide. Il legno  il decotto di Legno Santo; il nemico francese a cui si vuol dare una buona quantit (rivellino) di busse con quel legno, s'intende bene chi , e come faccia calvinisti i suoi prigionieri.
(315) A OCCHIO E CROCE. Termine meccanico, e vale senza le dovute regole d'arte.
(316) FARE UNA BOTTEGA. Allungare, qui, il male.
(317) RIPIEGARE. Far morire, quasi assettargli i panni addosso per soppellirlo.
(318) AL GIUOCO. Alla professione.
(319) L'INTERESSO L'usura mangia, consuma i capitali d e notte.
(320) FATTOIO. Frantoio, mulino da olio.
(321) SCHIZZATOIO, Canna da clisteri.
(322) Il Console ecc. Il vero titolo di questa commedia del Maniglia (Lion Magin)  La Serva nobile.
(323) AL DOTTORATO. Nell'addottorarsi.
(324) ZAFFATA. Liquore ovvero odore in quantit, che improvvisamente ci percuote il senso.
(325) USCITA. Soccorrenza, diarrea.
(326) QUESTO morbo, puzzo. Si osservi il parlare spropositato ma dottorale di costui.
(327) RACCAPPELLA. Reitera.
(328) DIAGRANTE  una specie di gomma.
(329) ADDIO, FAVE. Cos disse un tale che scommesse e perd un campo di fave: onde il detto vale Tutto  perduto.
(330) ARGOMENTO. Serviziale.
(331) Questa stanza, per esser delle pi belle nel suo genere,  divenuta popolarissima.
(332) INGRASSARE ecc. Vuol morire. Nomina i petronciani per qualsiasi altra pianta. Vedi st. 6.
(333) PUCCIO LAMONI. Paolo Minucci, il comentatore del Malmantile Racquistato
(334) DUCE DI CARTAGENA. Espertissimo giocator di carte.
(335) MAMMAGNUCCOLI. Cos chiamavansi una societ di giocatori.
(336) ANDARE A GRUCCIA. Essere stroppiato.
(337) Offerta dicesi quel tanto che danno alla chiesa in certe occasioni certe pie confraternite.
(338) EGLI che aveva gi fatta una lezione in casa Coltellini ecc.
(339) SENZA METTERVI ecc. Subitamente, come chi per mangiar presto una vivanda, non la condisse.
(340) A GIORGIO SCALI, che nel 1381 tent avventatamente in Firenze un rivolgimento politico, fu mozzo il capo.
(341) E IN MAN ecc. Mandaron via. Piglia il lembo, piglia il cencio dicevasi da'maestri di bottega a'garzoni, e intendevasi, Vattene.
(342) OND'EI ecc. Enea propriamente fugg col padre, portandolo a pentolino, perch Virgilio gli fa dire: Cave pater, cervici imponere nostr . Il portare a cavalluccio  quando il portato, avvolte le braccia al collo del portante, glie le stringe sul petto, e il portante ricinge colle sue braccia le gambe del portato che lo inforca ai fianchi. Questo a Siena dicesi a saccaceci, e altrove a ciarpello.
(343) E QUESTO ecc. Lo scappar del fiato da basso per la paura, fu effetto di ci, che il generale ecc.
(344) TOCC LA CORDA. Ebbe dei tratti di corda.
(345) AI PIEDI. Legatigli ai piedi.
(346) I'HO STOPPATO ecc. Soffiavan s che io ne disgrado un alchimista. Gli alchimisti soffiavano assai nel fuoco per ottenere temperature elevatissime.
(347) PROPRIA CORTESIA. Senza che altri ne lo richieda.
(348) CALZETTE. Gambe; e intende ferire in genere.
(349) VILUME. Volume; viluppo, tafferuglio.
(350) FARE O DIR LIMA LIMA. Beffare.  un detto insieme e gesto che i bambini si fanno, fregandosi in punta gl'indici delle due mani.
(351) GIUOCA DI LONTANO. Se ne sta alla larga.
(352) SI TINGE ecc., per fare il viso giallo da ammalato.
(353) NON FA. Non si converte in sangue, come il vino (Bacco).
(354) MUOR VESTITO chi muore in guerra.
(355) MARIA CILIEGIA. Questa donna creduta pazza,  personaggio storico; e il Minucci ce la d per un Diogene fiorentino in gonnella.
(356) TITUTRENDO FALALELLA. Sillabe che si cantavano per imitare il suono del chitarrino.
(357) MEO ecc. Uomini mezzo matti o stroppiati, che vivevano, dice il Minucci, provvisionati dal Palazzo. Nella immensa famiglia degl'impieghi, questa  ora una specie estinta.
(358) IL GIRO. Qui vuol dire gente impazzata; ma nel proprio, Giro de'Mercanti si diceva, quando un banchiere teneva in mano il danaro di tutta la piazza.
(359) CACCHIATELLO. Specie di pane finissimo.
(360) FO BUON ecc.  certo che non potrei morire pi che una volta.
(361) SI CINGA. Prenda a sostenere il contrario anche con la spada, ch io gli risponder.
(362) RAGUNI. Ragunare, ammassar danaro.
(363) RIDURLA A ORO. Concludere.
(364) UN DI COLOR ecc. Che fan la spia, perch aggirandosi molto per la corte del Bargello, ivi gli occorron bisogni.
(365) COSTA. Consta,  manifesto. Questa parola pronunciata coll'aspirazione fiorentina, fa bisticcio con ostile.
(366) IMBROGLIAR LA SPAGNA, Vale semplicemente imbrogliar con chiacchiere.
(367) RIFORMATO Si chiama il soldato che. abbia il congedo per infermit. A questo Sperante fornaio si fece realmente serrar bottega.
(368) GRIDAN ecc. Ha quelle ampie spalle che si cercano in Livorno per aver buoni rematori.
(369) TEGLION MARMATO. Coperchio fatto di marmo, minutamente pesto, e terra, col quale, sendo infocato, si cuoprono le teglie o tegami per rosolare la vivande. (Minucci.)
(370) DE'ROVINATI ecc. Allude a un poemetto, allora noto, intitolato La barca de'Rovinati.
(371) Fallire, intendi: far fallimento.
(372) BARONE, BASSETTA, Giuochi noti; il primo di dadi, l'altro di carte; posti in senso traslato, per significare baro e basso.
(373) CROCETTA. Palazzo e vicino convento di Firenze. Far crocette vale mangiar poco o punto, forse perch il non mangiare fa sbadigliare, e nello sbadigliare alcuni usano segnarsi col pollice una croce in bocca.
(374) DALLE PRIME ecc. Di prima classe.
(375) STAVA S MALE, Ne fu tanto innamorata.
(376) DEL BEN BELLEZZA. Fece scialo del suo avere.
(377) PER LA FAVA AL FORNO. Per ogni sua bisogna, sceglie forse la fava e il forno per dar luogo ad equivoci.
(378) PASCIONA. Pascolo, abbondanza, comodit.
(379) NON LO VEDE A MEZZO. Non le par di godere nemmen per met la vista di lui, tanto l'ama.
(380) E POSPOSTANE ecc. E dopo Bertinella e la dottoressa Martinazza, direttrice del governo, il primo in lista nello stato di Malmantile  Sperante.
(381) DI NIDIO E NAVICELLO. Astuto e lesto.
(382) LETTO DI BALOCCHINO. Le forche: da un ladro di questo nome che fu impiccato.
(383) SERRARE IL NOTTOLINO. Strozzare. Nottolino  il capo della trachea che forma quella protuberanza chiamata il pomo d'Adamo, il quale, perch va in su e in giu, come, un nottolino da usci e finestre, ha preso questo nome.
(384) LA CASSA. Il tamburo.
(385) A BABBOCCIO. In confuso, alla peggio.
(386) BUONA. GOFFI. Giuochi di carte (N buon n goffo).
(387) A'NOCCIOLI. Molti giuochi fanno i bambini coi noccioli delle psche, e nel giocare danno a questi noccioli buffetti e soffi per farli arrvare al punto voluto (buffare, soffiare, far la spia).
(388) SBASOFFIARE. Mangiare ingordamente.
(389) SAN GEMIGNANO  grossa Terra di Toscana, e la maggior festa del paese  quella di Santa Fine (finire).
(390) DALLE FREDDE ecc. Cos dice perch il Mula fu un acquacedrataio e venditore di acque diacciate, di quelli che si vedono in Firenze vender le loro merci su panchetti ornati di frondi e frasche.
(391) PALLERINO, perch questo Pericolo fu bravissimo giocatore di palla a corda.
(392) GIANNETTINA. Specie d'arme in asta.
(393) A CUI. Ai quali battilani.
(394) LA CALCOSA, da calcare, la strada. Costui parla in gergo.
(395) FAR LA LUNEDIANA. Far la festa del luned.
(396) COL FINE ecc. Non potendo costui riscuotere da'suoi debitori, fall, e indispettito bruci i libr di credito.
(397) SCARNECCHIA. Ciarlatano Ammazzasette, che vendeva unguento da guarir le scottature.
(398) ROSACCIO. Era uno che sballava assai spropositi di cose astronomiche.
(399) PIPPO ecc. Un servo di casa Castiglione, un bell'umore, che fra le altre fece questa di mettersi nel letto del padrone per riscaldarglielo.
(400) IL MESTIERE DEL MICHELACCIO  quello di Mangiare, bere e andare a spasso.
(401) BATISTONE fu un nano a corte, gran vagheggino, buon cavallerizzo, che tocc spesso di buone nerbate, onde ne  detto foriere.
(402) LA BROCCA, qui  una certa fiscella, che messa in cima a un palo serve a cogliere i fichi che non si arrivan colle mani.
(403) E'VI SON TUTTI. Sono maliziosissimi.
(404) SPINACI (spia)
(405) ARRUFFAN ruffiano
(406) MARGUTTE, scaltro e scellerato nano nel Morgante del Pulci.
(407) CARPI nel Modenese. BORSELLI nel Fiorentino (carpitore, borsaiuolo).
(408) LANCIONE. Arme che qui si d alle guardie del bargello.
(409) BIANTI. Vagabondi.
(410) CORAZZA che lo difenda dai colpi di bastone.
(411) RILIEVO. Tutto il d rileva, busca, tocca di buone busse.
(412) FARFAREL. BARBARICCIA. Nomi di due diavoli.
(413) CH' CH'. Ogni poco.
(414) CAMOZZA. Capra salvatica.
(415) A BATTUTA, non di musica ma d mazza.
(416) CHE MANDA ecc. Che costringe il davolo a venire, cavalluccio dicevasi la carta ove era scritta la citazone in giudizio per cosa criminale; da un uomo a cavallo che in essa era figurato.
(417) LO STACCIO ecc. Certi incantesimi.
(418) S'INZAVARDA, S'impiastra tutta.
(419) IL BARBUTO. Il diavolo in forma di caprone.
(420) BAU, BILIORSE. Essere della famiglia degli Orchi, Befane, Versiere e simile gena.
(421) DI PUNTA. Dritto difilato.
(422) GUASTADA ecc. Vaso di vetro pieno d'acque incantate, entro cui le streghe pretendono vedere e far vedere diavoli e mille altre cose belle.
(423) CATTIV'URIA. Cattivo augurio.
(424) SE NULLA ecc. Per tutto quel che potesse accadere.
(425) DISEGNO. Divisamento, consiglio.
(426) SCROCCHIO. Errore. Mi sono ingannata a partito.
(427) FOLA. Folata, moltitudine in movimento.
(428) TORDO A RIMANERE chiamasi nel giuoco de'tordi quella palla che, dovendo passare di l da un certo punto, resta invece di qua, Vale qui dunque: non li raggiunger.
(429) MARTORELLO. Dimin. di martire.
(430) ANZI ecc. Anzi come bestia ch'egIi , la scaccia.
(431) PERLONE  l'autore.
(432) A QUESTO CONTO. Per questa cagione.
(433) A NOLO, perch la sera Febo se ne spoglia ed  costretto di renderlo.
(434) PORTANTE  un certo andare dei cavalli. Qui, moto.
(435) GIRELLAIO. Stravagante, a cui gira molto il cervello.
(436) ASCIUTTO. Magrezza.
(437) FUSCELLINI. Sottilissime gambe.
(438) ROMITO DE'PULCINI. Un romito cos detto dai molti pulcini che allevava. Essendo egli morto da un pezzo, quel saio che gli era appartenuto, doveva essere assai logoro.
(439) MAZZOCCHIO. Parte del cappuccio; qui, capo. Il senso ascoso di questi due versi  spiegato dal seguente emistichio.
(440) D 'N FUORA Viene alla cute; si fa
(441) I SUOI MESI. Le sue lune, i suoi venerd: frasi usate per dire che uno ha poco giudizio. con pazzie di nuovo genere.
(442) FAR MARINA. Brontolare, strepitare.
(443) SCESI. Assisi (Scendere, morire).
(444) MAL DELLA GALLINA. Pipita (appitito, appetito).
(445) STRUZZOLI.  nota la voracit i questi animali.
(446) RULLI. Nel giuoco dei rulli, ciascun rullo o rocchetto ha un numero, eccetto uno, che dicesi il Matto.
(447) A TESTA Con quanto n'ha in gola.
(448) LA LUNGA  un certo suono prolungato di campana. Qui forse si vuol fare il bisticcio con  l'altro modo: Far allungare il collo, che dicesi di chi ci fa aspettare per andare a pranzo all'ora stabilita.
(449) CEFFAUTTI, Brutti ceffi.
(450) SGABELLI. Di pittore dappoco sogliamo dire: Pittore da boccali, Pittore da sgabelli.
(451) INCACA. Disgrada, ha in tasca.
(452) SPADE, BASTON ecc. Semi di carte da, giuoco, corrispondenti a Fiori, Picche, Cuori, e Quadri.
(453) CI. Queste notizie intorno a Perlone.
(454) FRANCO VICEROSA. Francesco Rovai ebbe veramente le virt che qui gli si danno.
(455) SALVO ROSATA. Salvator Rosa, amicissimo del Lippi,  pittore e poeta pi celebre del Rovai.
(456) COVIEL PATACCA. Con questo nome il Rosa recitava da Napoletano.
(457) MINCHIONAN LA FIERA o la Mattea,vale semplicemente minchionare, canzonare.
(458) PUNTO di sale.
(459) L'APPIGIONASI, come a casa vuota di abitatori.
(460) SI GETTA VIA. Si dispera.
(461) BIETOLON MAL COTTO. Uomo Sciocco.
(462) PILOTO. Poltrone.
(463) BOTO. Voti. Immaginette che si mettono intorno ad altre immagini di Santi e Madonne, per grazie ricevute.
(464) AVER SCORSO ecc. Aver data la volta al cervello.
(465) STIVALATA. In procinto, pronta alla partenza.
(466) TIRAR LE CUOIA ecc. Morire, ed esser sotterrato sotto a un pino; per un albero qualunque.
(467) CORDOVANO  una sorta di pelle.
(468) SPINGE ecc. Questo e il primo verso della Stanza sono del Tasso, l dove ci descrive la pietosa morte di Clorinda.
(469) ALLUPARE. Avere una fame da lupi.
(470) MI S'AGUZZA ecc. Mi cresce la fame, quasi mi si aguzzassero le macini del cibo, i denti.
(471) VA'A DIR. Ben s'inganna chi crede che ecc.
(472) SALVINO andava a letto senza cenare.
(473) OH SER ISAC ecc. Era opinione volgare che gli Ebrei nel seppellire  morti mettesser loro accanto del cibo.
(474) COMPAGNI. Parla a'morti.
(475) SE IL CIEL. Cos il ciel vi dia ecc.
(476) BUZZO. Ventre.
(477) FAR DI NERO. Mangiar di magro.
(478) ZUPPA o suppa. Pane intriso nel vino.
(479) IL NANNI ecc. Il buffone e il semplice, il goffo.
(480) CON L'ULIVO. Pazzie solenni. Rami d'ulivo si portano nelle grandi solennit.
(481) MENAR L'AGRESTO.  modo basso per dire, perdere il tempo.
(482) PASTRICCIANO. Uomo di buona pasta.
(483) BRATTI ecc. Pi che un nome proprio, questo pare che sia un nome comune, corrotto da, Baratta ferri vecchi.
(484) CIOPPA. Sorta di gonnella.
(485) LANZI. Fanti di lancia, altrimenti detti Trabanti. (Salvini.)
(486) VACCA TRENTINA. Cos chiamiamo certe donnicciuole poco oneste. (Minucci.)
(487) PEZIENTE, ora pezzente.
(488) IN CANNA, cio Quanto una canna, che  priva e vota d'ogni sostanza, non tanto fuori, che dentro. (Biscioni)
(489) FTTI CAPANNA. Diventa capacissimo, s che si possa insaccar sempre.
(490) DIMENAR LE DITA ecc. Lavorare, per mangiar come lupi.
(491) PARTITO VINTO. Determinazione presa irrevocabilmente.
(492) PER NEMMEN. Anche solo a sentir me che lo nomini.
(493) IL BARTOLI, Cosimo, fu un reputato ingegnere.
(494) S'EGLI  IN VALIGIA. Se  in collera.
(495) COMPRARE IL PORCO. Andarsene senza dire addio, come fa chi, nel comprare, inganna il venditore; che se ne va subito, per paura di essere richiamato a rivedere i conti.
(496) SMANNORO: Si dovrebbe dire Ormannoro. Campi Ormannorum, erano certe pianure vicine a Firenze possedute dagli Ormanni.
(497), A RIVEDERCI ecc.  il saluto di congedo attribuito alle volpi, di cui si dice che tutte finiscono in pellicceria.
(498) SCACIATO. Scornato, deluso.
(499) RIGIRO. Il fuoco artifiziato.
(500) IL CONTO. Questa parola non aggiunge nulla al tirare innanzi; ma, dice il Minucci, l'uso nato da quei che tengono i libri di debitori e creditori, ci obbliga a dir cos.
(501) DIACCIATO qui vale serrato. Vedi c. III, 3.
(502) RAPINA. Rabina, rabbia
(503) DICEVO ecc. Brontolavo imprecando.
(504) CHIOSA. Punto, iota, acca.
(505) ZEZZA RICAD-A. Ultima noia, molestia.
(506) PRRE IL FIASCO. Vedi c. I, 76. Ma qui credo che prre sia contratto da porgere e non da ponere. Di questi forami o finestrini da porgere il fiasco a chi va a comprare il trebbiano (vino qualunque) dai privati, se ne vede ancora moltissimi nelle case e fin nei palazzi di Firenze.
(507) A SGRAFFIO o graffito si dipinge con un ferro acuto nell'intonacatura fresca dei muri.
(508) DAL NEMICO ecc. Portataci dal diavolo; ch in altro modo non ci sarebbe potuta venire.
(509) PONZARE  una forza che si fa in s medesimo, ritenendo il fiato, quasi riducendo tutto lo sforzo in un punto, come fanno le donne quando mandano fuora il parto.  corrotta dal buon toscano pontare. (Minucci.)
(510) BOCCA BIECA. Bocca storta; come fanno i bambini, quando sono per dare in uno scoppio di pianto, il che in qualche luogo d'Italia dicesi Fare il pizzo.
(511) CATTURA. Qui, La somma di danaro che competeva al birro o birri che avean pigliato qualcuno.
(512) GABELLARE. Ammettere una cosa; dalla gabella delle porte.
(513) IL DUCA. Baldone.
(514) IN SU LA PENA. L'affanno del correre aggiunto alla paura.
(515) CH'EI NON S'ABBIA a trar dal fodero la spada che  al fianco.
(516) GAMBASTORTA ecc. _Nomi immaginari di due diavoli.
(517) DISPOGLIASI ecc. Dice il Minucci che spogliarsi in capelli oltre a significare Spogliarsi ignuda e sciogliersi le trecce, vale anche, Adoperare ogni suo sapere per fare una tal cosa.
(518) IL BANDO ecc. In tutti i tempi si  fatta guerra al cerchio, ma il cerchio trionfa, a dispetto anche dei bandi imperiali e delle congiure mazziniane.
(519) TARANTELLA o tarantola  un ragno il cui morso produce una pericolosa enfiagione. Ma l'effetto che qui si descrive non so so sia vero. Forse da questo fatto, o da questa opinione,  venuto il nome ad un certo ballo napoletano.
(520) IL CELONE. (cielo),  una specie di panno e coperta da letto.
(521) DE'BRUTTI. Fu in Firenze una compagnia o accademia cos chiamata.
(522) CECCO SUDA. (sudare) Che s'affanna, s'affatica.
(523) A BUDA. Vada per non pi tornare, muoia; dal fatto dei molti Cristiani che morirono nella guerra fra i Turchi e Lodovico re d'Ungheria, circa il 1626.
(524) A DUE TAVOLE ecc. Fare un viaggio e due servizi, tener due a bada; tratto da uno dei giuochi che si fanno sul tavoliere.
(525) MONTUI, Montughi, villaggio vicino a Firenze.
(526) VI CONOSCHIATE per quegli asini e buoi che siete.
(527) NON PORTO LETTERE ecc. Dire a una donna che porta lettere e ambasciate,  quanto dirle ruffiana.
(528) MAI PI+. Una volta, finalmente.
(529) E QUEL che contiene.
(530) CALANDRINO ci  dipinto dal Boccaccio pel pi credulo uomo di questo mondo.
(531) HANNO ordine di ricever la risposta prima di consegnar la proposta.  detto per mostrare la castronaggine di costoro.
(532) DI QUESTA POSTA. Di questa fatta. Accompagna la parola col gesto.
(533) E TU SIA ecc. Che tu sia la Fiore e che in pari tempo tu sia uomo.
(534) PORCELLANA. Quest'erba sta terra terra.
(535) IL BANDO. Qualsiasi comando.
(536) SOFFIA ecc. Ella fa tutte le faccende.  il Fac totum.
(537) LIBRO E CARTE. Piena contezza.
(538) NELL'UN VIE UN. In un discorso intricato e inetto da non uscirne mai.
(539) A BOTTEGA. Proprio di proposito, come fosse suo mestiero.
(540) A LEGGER ecc. A narrar vita, morte e miracoli.
(541) DI QUESTI CINQUE SOLDI. Pagate cinque soldi, si dice a chi fa una lunga ed inopportuna digressione. Non cercar di guadagnar la multa di cinque soldi vale dunque Non curare la digressione.
(542) IL SUO COLUI. Il suo amante.
(543) NON LO PERDERE. Non perder d'occhio Calagrillo.
(544) RIMANER SERVITO ecc. Ti preghi che di buon grado io compia un'impresa per questa dama.
(545) SCRIVERTI ecc. Arrolarti.
(546) SCALA FRANCA. Passo libero.
(547) IL SUO BEL SOLE. L'amato Cupdo.
(548) FACCIA FANGO ecc. Disprezzi e non mantenga le mie promesse.
(549) METTA SUL LIUTO ecc. Questo modo e il precedente e il seguente valgono tutti Trattenere con chiacchiere.
(550) CAVAR CAPPA ecc. Mettermi all'opera, come chi per esser pi agile in qualsiasi operazione si cava cappa e mantello.
(551) RONDA  la guardia che gira per le mura e visita le sentinelle.
(552) SPONDA della muraglia.
(553) SAVORE  un intingolo fatto di pane e noci peste sciolte nell'agresto. Qui intende cispa.
(554) FAINA fu un certo caporal di birri.
(555) MEDIANTE. Qui, stante, a cagione di.
(556) I DITALI. Qui, le punte delle dita.
(557) S'ABBURATTA. Si dimena,si dibatte.
(558) GOLETTA, Estremit dell'abito da uomo intorno alla gola, ove s'affollano questi bruscoli, che sono gli stessi innumerabili mortali nominati di sopra.
(559) SCILINGUARE A BACCHETTA  avere il comando e 'l domino dello scilinguare: e per conseguenza essere il capitano e l'antesignano degli scilinguatori. (Biscioni.)
(560) IL QUARTUCCIO, piccola misura di legno, dicesi che fogna le castagne, quando il venditore ad arte vi lascia degli spazi vuoti: ma poi, sia per far credere che le vi fossero invece pigiate, sia perch la bocca del detto vaso non  molto grande, il venditore, nel votar la misura, d quattro scosse.
(561) FA A VITE. Storce la gola.
(562) PER ISTORNO. Per rimbalzo, di rimando.
(563) IL CAPPEL ROSSO portavano gli Ebrei in Firenze.
(564) SICILIANO. Ben s'intende che qui vuol dire: Ti coprir di ferite o ti uccider; ma l'allusione  ignota o almeno assai incerta.
(565) DOVE I LADRI, cio in Malmantile, dove ladra  la regina e ladra Martinazza.
(566) QUEI. I diavoli.
(567) LETTO A TRE COLONNE. Le forche.
(568) NON UCCELLA, ecc. Non si contenta di poco.
(569) MENTRE. Se.
(570) ESSA. Psiche.
(571) ED EI SI CERCA ecc. Questo usavasi fare in Firenze a chi prendeva una seconda o terza moglie.
(572) DETTA, dal pl. latino Debita, Assunto, Incarico.
(573) SALVUMMEFFACCHE. Salvum me fac. Luogo di salvamento.
(574) UN PORCELLINO che strida, grattandolo, si cheta.
(575) MAGGIORINGO ecc. In furbesco valeva Il principe.
(576) LA CIPOLLA. La testa.
(577) COSOFFIOLA. Affannona.
(578) BIRACCHIO. Straccio, punto.
(579) CAVAR DI SCHERMA. Far perdere il filo del discorso. Ma qui ci cade pi a proposito, perch Martinazza stava insegnando la scherma.
(580) SPOGLIAZZA. Cavallo a calzoni calati. Uno scolare prendeva a cavalluccio il paziente spogliato dei calzoni, e il maestro gli dava sferzate nel sedere. Oggi spero che ad intendere questo passo ogni scolare abbia bisogno di questa nota.
(581) IN CHIARENNA. Assai lontano. Modo di cui non si rende ragione; e ne ha il Boccaccio de'pi strani.
(582) I ENNE INNE. Cos dice il bambino che cmpita. Serve ad esprimere il darsi gran moto irresolutamente e senza concluder nulla.
(583) SONAGLI che si appiccavano a'piedi degli sparvieri allevati per la caccia.
(584) POZZI NERI o bottini chiamansi in Firenze i ricettacoli di tutte le schiferie.
(585) LANDRA. Sgualdrina.
(586) SCOTTO. Qui, pena.
(587) SEGNATO ecc. Liberamente e senza alcuna eccezione.
(588) D'UN, BUON LESSO. D'una buona lessatura, di bollir molto.  quel che dicesi, un osso duro.
(589) NON  PUPILLO. Non ha bisogno di tutori, ch sa far bene i fatti suoi da s.
(590) GI GI. Adagio adagio.
(591) TRAR MINZE. Stentare, morire.
(592) FAR FILLIDE. Finire la vita o la roba.
(593) FANCIULLA. Vergine, non mai adoperata.
(594) TRENTACANNA. Animale favoloso che ingoia e tracanna.
(595) ASCIOLVERE. Colazione.
(596) STREGA. Dicono che le streghe succiano il sangue a'bambini.
(597) SUSTANZE delle pappe son la carne.
(598) LE CAPPE. Per molti la pelle del cappone  un boccon ghiotto.
(599) LA VITA. Il vitto, il cibo.
(600) DELLA ROVELLA. Un canchero,nulla.
(601) MONDANI. Peccatori.
(602) LA TERRA cotta del boccale.
(603) LAZZO ecc. Astuzia, arte del furbo pitocco, zingano spagnuolo.
(604) FAR CARIT, nel linguaggio di persone pio, vale Mangiare insieme. E dal cibo che davasi per elemosina, per piet,  venuto il nome pietanza.
(605) ARCIRAGGIUNTA. Grassissima.
(606) E FAR DEL TUTTO ecc. E scontarla. Dondola, ch'io sconto, disse un derubato vedendo penzolare il ladro dalla forca; cio, sconto il debito che meco tu hai, col piacere di vederti cost dondolare.
(607) CHE NON  DE'FATTI. Pi di quanti ne siano mai stati commessi.
(608) DA ULTIMO BUON TEMPO. Non sempre ander a un modo. Post nubila Phbus.
(609) LA DIGRUMA. Va fra s ruminando, pensando.
(610) PANZANE. Bubbole, chiacchiere.
(611) EBBE IL SUO RESTO. Fu servita proprio a dovere e come meritava.
(612) DI FIGURA. Glien'hanno fatta una solenne; dal giuoco di primiera.
(613) QUANTO LA CANNA. Per quanto le duri fiato nella canna della gola
(614) CHIARITO. Vedi C. I, 1
(615) GIULIO PADOVANO compose quattro Capitoli in terza rima, nei quali narra un suo viaggio all'inferno.
(616) MANTOVANO. Virgilio.
(617) A MARTELLO ecc. Non regge alla prova. Non si mantiene poi sempre allegra.
(618) ELLA. La gente. Costruisci quel che segue cos: Qualche rimorso di quel che la gente ha fatto ecc. ci fa sentire le quali serpi.
(619) RAVVISTA qui vale semplicemente: Avendo conosciuto.
(620) AGGRAVARSI ecc. Si fa maggior male, fisicamente, se mentre gli  dato il tratto, si lascia andare; moralmente, se dice cose che accrescano gl'indizi della imputazione.
(621) LE D PEL MEZZO. Ci d dentro a occhi chiusi e capo chino; tira innanzi senza riguardo alcuno.
(622) TIRANDO INNANZI ecc. Vedi c. IV, 60.
(623) POR PORRI. Quando si pongono i porri, sono cos sottili, che richiedono molto tempo a porgli. (Minucci.)
(624) IL COLONNINO. Un termine supposto.
(625) TOCCA. Va; dal toccare i cavalli colla sferza per muoverli.
(626) QUAI CON LE BRACHE ecc. Alle quali anime, per la paura, eran cascate le brache fino al ginocchio.
(627) GENTI BIGE. Scellerate e da non se ne fidare. Chiamavansi bigi cio di colore incerto, quelli che dalla fazione dei Palleschi (fautori dei Medici) passavano a quella dei Piagnoni (fautori di fra Girolamo Savonarola), o a quella degli Arrabbiati o Compagnacci (nernici del Savonarola).
(628) BRBERA (Cio fa come un barbero alle mosse) la trottola, quando non gira unita e pari, ma a salti.
(629) COME FA. ecc. Come il peso tira una pallottola al grillo che  una piccola palla a cui debbonsi accostare le altre quanto  pi possibile, per vincere al giuoco delle pallottole o piastrelle, o murelle.
(630) IL PICCINO, il grande e la catena sono tre contrappesi di piombo per via dei quali si fanno fare alle pallottole i giri voluti. Intende, peccati piccoli o grandi.
(631) TI DIA Ti sia data, t'incolga la Maddalena. Era la campana della torre del Bargello che sonava quando alcuno andava alle forche.
(632) SALERNO. Sassi.
(633) QUEI SER. I governatori dell'inferno.
(634) IN COCCA. In pronto; dalla corda dell'arco che  nella cocca, cio pronta a lanciare.
(635) LEGNO DA BOTTE FA. S'accosta, come i legni o doglie delle botti fanno tra s.
(636) MARACHELLA. Qui, spia.
(637) TI GRATTERAI ecc. Non toccherai il guadagno.
(638) LA FORMA DEL CAPPELLO. Vedi c. V, 48.
(639) NEPO DA GALATRONA fu uno stregone che visse nel 15 secolo.
(640) BREUSSE o Breus. Uno dei Cavalieri erranti della Tavola rotonda. Ma qui intende Plutone.
(641) A BERTOLOTTO. A usanza di Bertolotto, a scrocco.
(642) IN FAR DI QUATTRO ecc. In non far nulla.
(643) CHE L ecc. La legge l non ha da far nulla; non v' legge.
(644) ALLI STROZZINI ecc. Villa della famiglia Strozzi; e cos quelle che seguono, che son tutte poco lontano da Firenze.
(645) LA PILLOTTA.  una palla piena di vento, di una grossezza media fra il pallon grosso e la palla comune.
(646) IL SUSSI consiste nello scagliar delle pietre contro un matton ritto, sopra cui sono alcuni soldi, per farli cadere.
(647) LE MURELLE, o piastrelle, sono lo stesso giuoco che le pallottole o palline, ma si fa con sassi di forma piana.
(648) CONFORTINI. Chicche.
(649) CIVETTA. Vedi c. II 42.
(650) MENTRE LA GIRA. Mentre il bicchiere va attorno.
(651) A TE TE. Si fa questo giuoco con due spilli o pagliucole poste sopra un tavolino. Due bambini le vanno spingendo l'una contro l'altra, finch s'accavallino. Quella che resta di sopra, vince
(652) SI TENGONO ecc. S'aiutano e s'accordano.
(653) IL MANDRAGORA fu un buffone di corte.
(654) IMPRUNATO. Circondato di pruni per salvare il ricolto dai ladri. Qui, avevo messo in opera ogni cautela.
(655) TROVAR LA SPADA ecc. Armarmi a vendetta.
(656) IN BUGNOLA. In valigia, in collera.
(657) IL BACO. Ira.
(658) FAR LA PERA. Far la spia, arrecare altrui grave danno, maturare l'altrui rovina.
(659) RESTAR CONTUMACE. Qui, commetter mancamento.
(660) VIA DE'PELACANI si dice in Firenze quella dove son le conce delle pelli, nella quale  sempre un puzzo orrendo. (Minucci).
(661) DUE TOCCATORI. Vedi c. II, 60. Eran sempre due e sempre soli, perch i cittadini non ne volevan la compagnia, e co'birri non s'accompagnavano essi, tenendosi da pi di loro.
(662) PUGNITOPI ecc. Virgulti a foglie spinose.
(663) SALDATE. Data lor la salda.
(664) OSSERVANDO la regola di Catone, che la seppe lunga, quando ecc.
(665) LEVAR. Spiccarne un pezzo, tagliarlo.
(666) FAR LO SPIANO. Spianar la mensa dalle protuberanze delle vivande; divorar tutto.
(667) CASEO BARCA. Precetto de'ghiotti che si traduce: Midolla di caccio e corteccia di pane.
(668) STRIGOLI. Rete grassa che sta appiccata alle budella degli animali.
(669) ACQUA ALLE MULE. Da bere. Detto volgare.
(670) LO SPADA. Valerio Spada, eccellente calligrafo e disegnatore, coetano del poeta.
(671) SUONA. Si adopera il verbo sonare per dir copertamente Putire; ma  modo basso.
(672) TIRATO A TERRA. Atterrato, dato lo spiano, il guasto.
(673) In mezzo d'un pergolato risiede il cosi detto PARETAIO DEL NEMI; le forche, cos dette, perch situato in un campo che appartenne alla famiglia Nemi.
(674) CORRENTE. Travicello.
(675) Scheletri bianchi e corpi preparati per l'anatomia (anatomie) spargono i loro rami in diverse maniere.
(676) LUMIA  specie, ma qui  posto pel genere degli agrumi.
(677) MAR DELLA RENA. I sabbioni d'Egitto.
(678) DADI. Zoccoli delle colonne.
(679) I QUADRI. Le aiuole.
(680) MANDANO. Imprecano.
(681) GLI SFREGI Che son fiori, cio, son segni che stanno bene, in sul viso di chi PORTA PARI i polli, di chi fa il ruffiano.
(682) PETERECCI. Paterecci, panerecci.
(683) GONGHE. Glandule.
(684) SI SPANTA. Si meraviglia estremamente.
(685) RAGNAIA. Macchia folta in cui si pone la ragna ai tordi, tendendola su due stili o pertiche. Qui intende la Corda; e Toccar la margherila vale subir la tortura della corda.
(686) RITROSA. Gabbia da uccellare; qui, carcere
(687) BIAGINO fu il predecessore di maestro Bastiano; Vedi c. V, 44.
(688) INFILZA ecc. Impala.
(689) PIZZICATA. Specie di confezione minutissima. Qui, pidocchi.
(690) FA TRAGEDIE. Fa strage.
(691) SOFFIA ecc. cio beve; perch bevendo si soffia col naso nel vetro che contiene il liquido. Vetriola,  un'erba contenente un sale a base di soda, di cui si servono per fare il vetro.
(692) FUOR CAMICIUOLA. Cos diceva l'aguzzino al galeotto che doveva aver le bastonate.
(693) SI VAGLIA. Si dimena.
(694) ZIMBELLO. Sacchetto. Vedi c. I, 59.
(695) SCORTIC IL PIDOCCHIO, per venderne la pelle.
(696) SCROCCHIO. La merce che d l'usuraio invece di danaro.
(697) I SUOI SOLDI. Quel sacchetto pien di scudi d'oro.
(698) Orci da olio, che son sempre sudici.
(699) MULA, perch porta sulle spalle quegli animali morti.
(700) MA DELLE OCCHIATE ecc. Vedi st 61 v. 3.
(701) PENS che le dame si dovessero gettare dalla finestra per lui.
(702) SALTAR LA GRANATA. Uscir di tutela o di custodia. Dicevasi che questa cerimonia del saltar la granata praticavasi co'birri novizi dopo che erano stati bene istruiti.
(703) PAR CH'E'SIAN NATI ecc. Cio inculti e rozzi, essendo la Falterona regione montuosa del Casentino, dove poche creanze possono impararsi.
(704) A MISTERIO qui pare che valga a segno di gastigo.
(705) ALLA PANCACCIA Vedi c. II, 73
(706) TAGLIAN ecc. Dicon male di ecc.
(707) UN MALEDETTO. Nemmeno un quattrino.
(708) NON AVR-A voluto pagare, nemmen se avesse trovato i danari per la via.
(709) FINTI QUELLA STESSA. Aventi la figura della moglie.
(710) TRIONFAR BASTONI, si dice in un certo giuoco di minchiate, qui vale bastonare solennemente.
(711) SUL LASTRONE. Era una pietra in Mercato Nuovo, detta il Carroccio, su cui si faceva tre volte battere il sedere a'falliti.
(712) FANNO IL MATTONE. Fanno da mattoni nelle pareti del loro carcere.
(713) TABELLACCIO. Strumento di legno con battagli a maniglia che si suona in luogo di campana.
(714) APPUNTATO. Notato nel libro ove si segna chi manca alle adunanze, per fargli poi pagare una multa.
(715) LUCCO. Veste de'magistrati.
(716) A BAC-O. A tramontana, All'uggia.
(717) VA'VIA ecc. Queste parole danno un senso assai diverso, se si costruiscono cos: Va'via ora in una, e torna (divisa) in tre quarti.
(718) IL CIVILE. Dice il civile per ironia, comecch le natiche siano una parte del corpo piuttosto incivile e vergognosa. (Biscioni).
(719) CIABATTINO. Qui  ci che si dice ancora Ostrica per la somiglianza alle ostriche di mare. (Biscioni.)
(720) TRE ASSI  il pi cattivo, cio il minor punto che possa farsi tirando tre dadi.
(721) FAMIGLIO. Birro dei magistrato degli Otto di Bala in Firenze.
(722) TCCO. Un certo berrettone che anticamente usava in Firenze.
(723) IL CAPPELLO. Uno speziale di Firenze che faceva per insegna un cappello.
(724) IO L'HO. Io ho un segreto per ecc.
(725) LO VUOL Intendi: Non vuol pagarlo altro che costrettovi dalla corte.
(726) IN SUL TAPPETO. Per via di tribunale.
(727) PEDINO. Birro della Mercanzia che faceva le esecuzioni civili.
(728) IL BEL DI ROMA. Il Culiseo.
(729) S'INTIRIZZA. Si mette ritto e pettoruto.
(730) MAZZACAVALLO  una gran leva col fulcro nel mezzo.
(731) MARFORIO. La statua consorte di quella di Pasquino in Roma. Qui, insensato.
(732) INIBITA. Inibitoria, cornandamento del giudice di astenersi dagli atti.
(733) L'AVVERSA, parte.
(734) IN CHIOCCA. A maniera delle chiocche o percosse, in quantit.
(735) PI LINDI ecc. Piedacci grossi e larghi come una pattona o polenta.
(736) IN BROCCA. Imbroccare, dar nel segno.
(737) BERTESCA. Cateratta che s'alza e s'abbassa.
(738) AVANNOTTO. Pesce. Voce corrotta da Uguannotto, Unguannotto. cio pesce nato unguanno, quest'anno.
(739)  TUTTA FAVA. Una donna al suo marito donnaiuolo imband molte vivande di fave diversamente condite, e a lui che domandava ch' questa, che  quest'altra? rispondeva fava, fava, per fargli intendere che le donne son tutte a un modo, ed  ghiottoneria l'andar dietro alle salse.
(740) IL CIPOLLA. Scrittore in criminale.
(741) SUSPENDATUR ecc. Che sia sospeso e squartato.
(742) SI D ecc. Non si conclude nulla di buono.
(743) RITORTE. Ripieghi, raggiri.
(744) NON LO CREDE ecc. Non far senno, non si emender finch non lo far legnare. Legnaia  borgo vicino a Firenze.
(745) LALDOTTI. Laudotti, brevi lalde, laudi.
(746) SUPIR. Su questa parola, stanno zitti e commentatori; zitto il vocabolario; e star zitto anch'io per non saper che dire.
(747) SPORTI. Sporga, esca.
(748) ACCI ecc. Suppone che la Parca, dopo aver finito di filare la vita di Baldone, faccia del filo quel che tutte le filatrici fanno, che lo avvolgono dal fuso all'aspo per farne la matassa. Lo stoppare che segue allude all'uso di zaffare i morti onde non mandino esalazioni, finch sono sopra terra. L'ottava  in bisticcio: e prima del Lippi ne aveva scritta una simile, ma forse meno spontanea, Luigi Pulci nel suo Morgante, XXIII, 47.
(749) GRATTATICCIO. Grattatura, lieve gastigo.
(750) BRAVATE. Riprensioni.
(751) PECCIATE. Percosse nella peccia o pancia
(752) GIORNEA. Era sopravveste de'soldati. Ma si prende ora per Toga, veste curiale, Lucco.
(753) FATTO ALLA MACCHIA. Mal fatto.
(754) BACCHIO. Bastone.
(755) NON SAR IN GRAMATICA. Non sar difficile, non sar cosa che richieda studio, come la grammatica latina.
(756) LESTO. Avvertito.
(757) COL CALZAR DEL PIOMBO. Con tutta circospezione.
(758) LE FAVE ecc. servivano per rendere il voto.
(759) TAVOLACCINI. Donzelli del magistrato; da Tavolaccio, sorta di targa di legno che portavano per difesa.
(760) PEL NUMERO. Prendete le fave in mano e non nel bossolo, affinch alcuno non ne metta pi d'una, e cos alteri il numero dei votanti.
(761) RENDERE I PARTITI. Dare i voti.
(762) DA VINCERSI ecc. Affinch la proposta sia approvata, dice esser necessario che i due terzi dei voti raccolti sian neri.
(763) GIRONE (giro). Villaggio a tre miglia da Firenze.
(764) ANZICH NO. Pare che sia usato in senso di Ma, anzi no.
(765) QUESTI. L'astemio ha l'utilit dello star sempre in cervello, ma non altro; ma non sente nessun piacere.
(766) PECCHIA. Succia, come pecchia.
(767) BARBAGLIO. Ci che abbarbaglia; una meraviglia.
(768) PARIDE ecc. Vedi c. III, 11.
(769) LOVA. Lupa, meretrice.
(770) BUSECCHIE. Tasche.
(771) CERBONECA. Vino fradicio.
(772) SPERANDO d'appropriarsi l'avanzo del danaro.
(773) CALA, Rimasugli dell'oro o argento che si lavora. Qui, avanzo.
(774) SLAZZERA. Cava fuori e paga; dal Lazzare, veni foras.
(775) GATTO FRUGATO. Uomo accorto.
(776) LE FURON BUONE MOSSE dicesi quando i barberi del palio vengono davvero, dopo che molte volte si  sentito invano gridar dalla gente: Eccoli! Eccoli!
(777) BRICCONE. Brindisi.
(778) DAL VEDERE ecc. In un batter d'occhio.
(779) SERQUA. Dozzina, 12 uova.
(780) LOTTE. Forze.
(781) SVENTRI. Scoppi.
(782) LATTATA, proprio  Orzata; ma vale anche portata di nuovo vino dopo molto mangiare e bere.
(783) IN SU LA SCHIENA ecc. in pantani o stagni, che non  buono.
(784) MINCHIONI LA MATTEA. Burli. Vedi c. IV, 15.
(785) SPULEZZA. Va via in furia.
(786) SCIAGUATTARE. Frequentat. di sciacquare.
(787) IL ROMANO fu uno stufaiuolo, che insegnava nuotare alla giovent fiorentina.
(788) METTE A ENTRATA. Tien per certo; dall'allibrare a entrata che fanno i computisti il danaro ricevuto.
(789) PANNOCCHIE. Spighe della saggina, panico e simili.
(790) MUSICHE ACQUAIUOLE. Ranocchie.
(791) BERGAMASCA. Un certo ballo.
(792) CAZZUOLE. Animaletti neri del genere de'batraciani.
(793) NON FA FARINA. Non m'importa e non mi frutta nulla.
(794) SBRACULATO. Senza brache o calzoni.
(795) MONA CHECCA chiamavano i fanciulli fiorentini uno scheletro rivestito, che solevasi esporre nei sotterranei della Basilica di San Lorenzo, il 2 novembre.
(796) CILECCA, Celia, burla.
(797) HO STOPPATO. Vedi c. III, 34.
(798) PER SAN GIOVANNI. Il giorno di San Giovanni, patrono di Firenze, soleva il magistrato della zecca mandare in offerta un gran carro in forma piramidale, assai alto (e per facile a scuotersi e tremare), con in cima un uomo legato a un palo, che rappresentava il Santo. Dice il Biscioni che questa usanza fu abolita perch, fra le altre indecenze, la plebe soleva dire a quel figuro che era stato legato al palo, san Giovanni birbone.
(799) SERVIR DI COPPA ecc. Far da coppiere e da scalco; farsi scambievolmente ogni maggior servizio.
(800) AGUZZATO IL MULINO. Vedi c. IV, 58.
(801) I SIMILI. Titolo di commedia in cui due personaggi, simili in modo da scambiarsi, sono cagione di mille equivoci.
(802) RENSA. Tela di lino fina; da Rems ove fabbricavasi.
(803) LENSA o Lenza, filo dell'amo.
(804) L'IMPRUNETA  a cinque miglia da Firenze.
(805) MICCIO. Ciuco, asino.
(806) A CREDENZA. Qui, sconsigliatamente, senza fondamento
(807) INSACCA ecc. D nella rete d'amore.
(808) FRUGNOLO  quella lanterna con cui di notte si va a caccia agli uccelli.
(809) TIEN ecc. Crede che, come primo rimedio, sia ottima ricetta una sedia portatile in cui rimandarlo a casa.
(810) PIANTA UNA VIGNA. Non bada affatto, perch  tutto assorto nel suo pensiero, come il contadino nel piantar la vigna.
(811) LA BIACCA adoperavasi come rimedio esterno per leggerissimi mali.
(812) ALLA MODA. Ci che incomincia a venire in moda  insolito e strano.
(813) DENTRO  CHI ecc. si dice di chi ha buona cera ma viscere guaste.
(814) SUCCHIELLARE. Tirar la carta da giuoco, che,  coperta, adagio adagio. Qui, si disponga a...
(815) ANCROIA Cos chiama il Berni la sua vecchia cameriera.
(816) SE RINVIENE. Se quegl'impiastri secchi rigonfiano.
(817) MACONE. Macometto, Maometto, il diavolo.
(818) FIORITO. Pien di fiori.
(819) TENEVA IL CAMPANELLO. Parlava sempre lui.
(820) SEI NATO VESTITO. Sei fortunato.
(821) 'N UNA BUCA. A Fiesole, mostrano anche oggid la Buca delle Fate.
(822) VA IN SU I BALESTRI. Ha gambe sottili e torte.
(823) BERLINGACCIO. Gioved grasso.
(824) SCOMPARTIMENTI del suo giardino. Quadri, aiuole.
(825) A LUCCA TI RIVEDDI. Non la vedrai pi.
(826) FORCHE. Smorfie, lezi, carezze.
(827) STA'PURE AL QUIA. Sta'sodo.
(828) TI STA IL DOVERE diciamo a cui sia incolto un male meritato.
(829) Abbiam fatto ecc. Abbiam dato nel laccio.  finita per noi.
(830) AVER LA MANO, al giuoco, vale Essere il primo a tirare, il che spesso  vantaggio.
(831) PERCH. Perci.
(832) COME DI'PEPE. Colla massima facilit. Di'sta in luogo di dir: l'r, nel pronunziare rapidamente, sparisce.
(833) NON DARA LA PACE. Non lascerebbe vivere in pace nemmeno un cane.
(834) PENNATO. Coltellone adunco da potare.
(835) A RICISA. Difilato.
(836) COTANTO FATTA. Tanto grossa e lunga. Cos diciamo accompagnando il detto col gesto.
(837) PEVERADA. Brodo. Leccabrode, Porco.
(838) SANTINFIZZA GABBADEI, Ipocrita.
(839) CHE nella roba altrui poni cinque (dita), e ritiri la mano con sei (cose); le 5 dita e la cosa rubata che fan 6.
(840) LA GATTA DI MASINO fingeva d'esser morta.
(841) SE IL MONELLO. Sottintendi guardate se ecc.
(842) A ME. Secondo me.
(843) BEL SENNINO. Bella donna, savia e pulita.
(844) SCIORRE AGHETTI. A volere sciogliere co'denti un nodo in un cordoncino che abbia o no il puntale di metallo si atteggia la bocca in un certo modo, che essa pare molto stretta.
(845) MOZZINA. Astuta.
(846) MENAR DI SPADONE A DUE MANI s'intende bene quel che significhi: detto a due gambe, vale fuggire.
(847) CHE LA DURI tu a camminare! - Dice il Minucci che Giambracone fu un tale che andava sempre dicendo: Che la duri!
(848) SASSELLO  una specie di tordo che si crede pi astuto degli altri; e per appena scoperto col frugnolo, si dice: Dgli colla ramata, ch  sassello e scappa presto. Qui il detto  preso in un altro senso, quasi dicesse: Canzonate quanto vi pare.
(849) SCHERZANO IN BRIGLIA i cavalli nell'uscire di scuderia.
(850) A PASTO. A pagare un tanto per persona, non un tanto per vivanda.
(851) VA DIETRO e non dentro alla cassa; dunque non v' guadagno.
(852) IL GRASSO LEGNIAIUOLO fu un Fiorentino tanto semplice, che, gli fu dato a credere, ch'e'non era pi lui. Vedi la Novella cos intitolata.
(853) TENEI per tenevi.
(854) BARBA d'OLOFERNE  lo stesso che Testa d'impiccato.
(855) CHIANTI. Regione di Toscana che produce vino eccellente.
(856) CHE  STATO ecc. La qual cosa  stata il maggiore sfregio che a Magorto potesse farsi.
(857) VIOLA A GAMBA. Violoncello. Fuga, concerto sono termini musicali.
(858) NIMO Nemo, niuno
(859) VANNO A VANGA. Vanno bene, come quando la terra cede quasi al peso della vanga.
(860) STUMMIA. Schiuma.
(861) GOLE DISABITATE. Insaziabili.
(862) BELARE. Piangere, e cos appresso sbietolare.
(863) QUATTRINATA. Parte; quel tanto di merce che si pu avere per un quattrino; e cos diciamo scudata ecc.
(864) SPECORATE. Belate, piangete
(865) SOSSOPRA LA MAN ecc. Mi  tanto indifferente l'una o l'altra cosa, che non mi prenderei la pena di voltare una mano perch segua pi presto l'uno che l'altro effetto.
(866) BACCALARE. Uomo di stima. Baccelliere e Licenziato
(867) COGNO. Congius; misura.
(868) QUALCHE REGRESSO. Qualche facolt di rivalersi, qualche autorit.
(869) N CHE ecc. E che dal non aver lei dote non abbiano a prender motivo di conculcarla.
(870) RIDURLA A ORO. Vedi c. III, 48.
(871) TESTONE. Moneta che valeva lire italiane 1, 68.
(872) FRIGNUCCIO pare un nome proprio, ma significa male, malattie; da infrigno che vale grinzoso, infermiccio.
(873) BATTER LA BORRA. Tremare, battere i denti.
(874) QUOIO o cuoio D'ORO si chiamano certe pelli conciato e dorate.
(875) BENDUCCIO. Striscia di panno lino bianca, che s'appicca pendente alla spalla o alla cintola dei bambni, perch si possano con essa nettare il naso. (Minucci.)
(876) MONTIERA. Sorta di berrettino, in forma di piccol cappello, con mezza piega.
(877) UNA CRAZIA valeva 7 centesimi.
(878) FRUGNOLONE. Vedi c. VII, 37.
(879) CHI LA VOLESSE RIVEDERE. A esaminar bene la cosa.
(880) SPECCHIO. Lista, libro; qui, dei debitori.
(881) RIGATTIERE. Rivenditore di robe usate.
(882) IN SU I POGGI. Anche i montanari si tengono in lusso.
(883) I CANNELLI sono arnesi dei tessitori di lana, i quali facilmente sono unti.
(884) DI PUNTO. Ricamate e trapuntate.
(885) PENA DEI CINQUE SOLDI. Vedi c. V, 30.
(886) BRACHE D'OR. Il Garani. Vedi st. 7. Cos chiamasi anche il fante di danari nelle minchiate, perch  dipinto con calzoni gialli.
(887) FA IL MANGIA. Fa il bravo, che mangerebbe gli uomini vivi. Era il Mangia una statua posta sulla torre dell'oriuolo di Siena. La dolorosa istoria del Mangia  questa. Dicono che un gobbo fiorentino ritrovandosi a Siena, volle salire sulla torre, dicendo che andava a fare una visita al Mangia. Quando fu su, guast in parte il congegno pel quale la statua ad ogni ora veniva fuor dalla torre a batter le ore. Sceso ch'ei fu, gli domandarono; Che t'ha detto il Mangia? Rispose il gobbo: E'm'ha detto ch'all'undici sar in piazza. E con questo si part per Firenze. Allo scoccar dell'undici il povero Mangia fu in pezzi nella piazza di Siena. Ma la memoria di lui dura eterna: Salutami il Manga  anche oggidi l'addio scherzoso che si d a chi parte per Siena.
(888) DIVERSO. Strano.
(889) PENZOLO. Qui, Mazzo pendente.
(890) TREBBIANO. Qui intende l'uva cos detta.
(891) CISCRANNA. Specie di seggiola.
(892) ALLEGARE I DENTI. Qui, venir voglia di mangiare.
(893) L'ARME DI SIENA. La lupa (fame).
(894) VEDR ecc. Sperimenter ecc. Manger e bever. Modo plebeo.
(895) DA QUEL. Un povero pittore da pochi soldi che forse fu contemporaneo del Poeta.
(896) SOTTO le logge degli ufizi di Firenze si vendono ancora robicciuole e merci a vil prezzo.
(897) PRASSITELLE. Prasstele, celebre scultore greco.
(898) IN SETTIGNANO, borgo vicino a Firenze, ove sono molti scarpellini che danno il moto a i sassi levandoli dalle vicine cave, per farne poi stipiti ecc.
(899) DI LOR MANO. Lavorata da Prassteli di Settignano.
(900) SI VEDE ANCORA. Questo brutto basso rilievo fin dal 1677 non si vede pi sulla facciata di questa chiesa che comunemente  chiamata San Paolino.
(901) IL POCAVANZI fu povero libraio fiorentino che s'era ridotto a non vender quasi altro che leggende.
(902) LE LIBRETT-NE. Libretto che insegna le figure e le prime regole dell'abbaco.
(903) Questa ottava  di Antonio Malatesti, l'autore del libro in essa descritto, il quale costrinse il Lippi a introdurla nel suo Malmantile. Per maggiore intelligenza della medesima  da sapere che il Malatesti fu guardiano dei magazzini del sale di Firenze.
(904) ED HANNO ecc. Queste ninfe, queste Dee, come pi sotto le chiama, han dato la caparra per comprare ecc.
(905) CONDOTTA  il nome di una via di Firenze ove sono moltissime botteghe di cartolai e alcune di stampatori e librai.
(906) GRILLO ecc, Son titoli di leggende e altre frottole.
(907) IL BAMBI era un pizzicagnolo.
(908) IL CONTINENTE. Credo che sia detto per giuoco, invece di il contenuto di questo libro.
(909) IL SANGUE. La cognazione fra le girelle delle carrozze e quelle delle lor testine.
(910) GIUGGIOLO ecc. Un tal Neri o Nerone, contadino, stando ascoso fra i rami di un giuggiolo, fu scoperto da certi suoi amici che per celia andavano a rubargli la casa; e vistolo esclamarono: Neron, tu sei in sul giuggiolo; modo che poi signific: L'esecuzione del mio progetto  impedita.
(911) VECCHIO CHIOCCIA, Vecchio malandato che cova il letto, come la chioccia i pulcini.
(912) UN UOVO DI BALENA. La balena, come  noto, non fa uova, ma figlia come i mammiferi. Perci questo fenomeno  pi curioso di niente, di qualsiasi altra cosa.
(913) PERCH SI ROMPE ecc. La lezione pi comune di questo verso : Per timor che si rompa qualche vetro. Si  creduto per di preferire quella dell'edizione di Finaro, perch  assai pi bizzarro e spiritoso il dire che il cristallo si rompa giusto come il vetro.
(914) E QUESTA. L'e qui  semplicemente enfatica. Si pu toglierlo, e il senso corre egualmente.
(915) TIR LE QUOIA. Vedi c. IV, 20.
(916) PARECCHI pu usarsi con nomi maschili e femminili.
(917) CERNECCHI. Capelli pendenti dalle tempie. Qui, Parrucca.
(918) REGRESSO, Azione, dritto. Vedi c.VII, 104.
(919) PRONUNZI. Pare che la Credenza stessa parli: seppure non si sottintende la fata che ora aveva l'occhio, i denti e la parrucca.
(920) IL CASTAGNACCIO, pan di castagne, se non sia assai bene condito,  tutt'altro che un boccon ghiotto.
(921) BOMBOLE. Vasi di vetro da mettere il vino in fresco.
(922) I CIECHI DI BOLOGNA. Ci vuole un soldo per farli cantare, e due per farli chetare.
(923) PARIONE  una strada di Firenze dove soleano giocare a palla e a pillotta.
(924) NON LA SALD. Non la fin con lui.
(925) STRACCARE IL TERZO E IL QUARTO. Pregare con grande insistenza questo e quello perch ci renda un servigio.
(926) ALLA MAZZA. Alla sua rovina in un agguato.
(927) TENERE IL SACCO. Esser complice.
(928) PIAZZE MORTE. Qui, Cicatrici e margini senza capelli.
(929) ONDE. Per la qual tosatura si scopersero quei luoghi trincerati quelle margini alle quali rodevan si bene gl'insetti.
(930) MONTUOSO CASAMENTO. Il castello di Montelupo, poco lontano da Firenze e vicino a Malmantile.
(931) MENTRE MOVE ecc. Con questa circonlocuzione designa i fabbricatori di vasi di terra.
(932) MAGISTERO. Qui, Malia.
(933) SCATTANDO. Allontanandoti minimamente dall'istruzione.
(934) A BAMBERA. Sconsigliatamente.
(935) MUGELLO. Regione di Toscana.
(936) SALTERO. Libricciuolo contenente alcuni Salmi, che si d a leggere a'ragazzi, quando hanno imparato a conoscere le lettere dell'abbicc. (Minucci.)
(937) PRETE PERO, cio Piero, dicono che insegnava dimenticare.
(938) E CH'ALTRO. Costr. E che non ha altro di virt scolastica.
(939) COME DISSI DIANZI. Vedi c. V verso la fine.
(940) MINCHIATE. Ad intelligenza di questa e delle ottave seguenti, si  creduto necessario riprodurre la lunga nota del Minucci.
"Minchiate.  un giuoco assai noto, detto anche Tarocchi, Ganellini, o Germini. Ma perch  poco usato fuori della nostra Toscana, o almeno diversamente da quel che usiamo noi, per intelligenza delle presenti ottave stimo necessario sapersi, che il giuoco delle minchiate si fa nella maniera che appresso.  composto questo giuoco di novantasette carte. delle quali 56 si dicono Cartacce, e 40 si dicono Tarocchi, ed una, che si dice Il matto. Le carte 56 son divise in quattro specie, che si dicono Semi, che in 14 sono effigiati Denari (che da Galeotto Marzio diconsi esser pani antichi contadineschi), in 14 Coppe, in 14 Spade, ed in 14 Bastoni: e ciascuna specie d questi semi comincia da uno, che si dice Asso, fino a dieci, e nell'undecima  figurato un Fante, nella 12 un Cavallo, nella 13 una Regina, e nella 14 un Re: e tutte queste carte di semi, fuorch i Re, si dicono cartacce. Le 40 si dicono Germini, o Tarocchi: e questa voce Tarocchi, vuole il Monosino che venga dal greco etaroi, colla qual voce, dice egli coll'Alciato, denotantur sodales illi, qui cibi causa ad lusum conveniunt. Ma quella voce non so che sia; so bene che tairoi e taroi vuol dire sodales: e da questa voce diminuita all'usanza latina si pu esser fatto hetaroculi, cio compagnoni. Germini, forse da gemini, segno celeste, che fra'Tarocchi col numero  il maggiore. In queste carte di Tarocchi sono effigiati diversi geroglifici e sogni celesti: e ciascuna ha il suo numero, da uno fino a 35 e l'ultime cinque fino a 40 non hanno numero, ma si distingue dalla figura impressavi la loro maggioranza, che  in quest'ordine: stella, luna, sole, mondo, e trombe, che  la maggiore, e sarebbe il numero 40. L'allegoria , che siccome le stelle son vinte di luce dalla luna, e la luna dal sole, cos il mondo  maggiore del sole, e la fama, figurata colle trombe, vale pi che il mondo; talmente che anche quando l'uomo n' uscito, vive in esso per fama, quando ha fatte azioni gloriose. Il Petrarca similmente ne'Trionfi fa come un giuoco; Perch Arnore  superato dalla Castit, la Castit dalla Morte, la Morte dalla Fama, e la Fama dalla Divinit, la quale eternamente regna. Non  numerata n anche la carta 41 ma vi  impressa la figura d'un matto, e questa si conf con ogni carta, e con ogni numero, ed  superata da ogni carta, ma non muor mai, cio non passa mai nel monte dell'avversario, il quale riceve in cambio del detto matto un'altra cartaccia da quello che dette il matto: e se alla fine del giuoco quello che dette il matto non ha mai preso carte all'avversario, conviene che gli dia il matto, non avendo altra carta da dare in sua vece, e questo  il caso nel quale si perde il matto. Di tali Tarocchi altri si chiamano nobili, perch contano, cio, chi gli ha in mano vince quei punti, che essi vagliono: altri ignobili perch non cont'ano. Nobili sono 1, 2, 3, 4 e 5, che la carta dell'Uno conta cinque, e l'altre quattro contano tre per ciascuna. li numero l0, 13, 20, e 28, fino al 35 inclusive, contano cinque per ciascuna, e l'ultime cinque contano dieci per ciascuna, e si chiamano arie. Il matto conta cinque, ed ogni re conta cinque, e sono ancor essi fra le carte nobili. Il numero 29 non conta, se non quando  in verzicola, ch allora conta cinque, ed una volta meno delle compagne respettivamente. Delle dette carte nobili si formano le verzicole, che sono ordni e seguenze almeno di tre carte uguali, come tre re, o quattro re; o di tre carte andanti, come 1, 2, 3, 4 e 5, o composte, come 1, 13, e 28; 1, matto, e 40, che sono le trombe, 10, 20, e 30, ovvero 20, 30, e, 40. E queste verzicole vanno mostrate prima che cominci il giuoco, e messe in tavola: il che si dice accusare la verzicola. Con tutte le verzicole si conf il matto, e conta doppiamente o triplicatamente, come fanno l'altre che sono in verzicola, la quale esiste senza matto, e non fa mai verzicola, se non nell'uno, matto, e trombe. Di queste carte di verzicola si conta il numero, che vagliono tre volte, quando per l'avversario non  ve la guasti, ammazzandovene una carta o pi con carte superiori, ch in questo caso quelle, che restano, contano due volte, se per non restano in sequenza di tre. Per esempio: io mostro a principio del giuoco 32, 33, 34 e 35, e mi muore il 33 o il 34, che rompono la seguenza di tre, la verzicola  guastata: e quelle che restano contano solamente due volte per una, ma se mi muore il 32 o il 35, vi resta la seguenza di tre, e per conseguenza  verzicola, e contano il lor valore tre volte per ciascheduna. Il matto, come s' detto, non fa seguenza. ma conta sempre il suo valore due volte o tre, secondoch conta la verzicola, o guasta o salvata. E quando s'ha pi d'una verzicola, con tutte, va il matto, ma una sol volta conta tre, ed il resto conta due, E questo s'intende delle verzicole accusate e mostrate prima che si cominci il giuoco: perch quelle fatte colle carte ammazzate agli avversari, come sarebbe, se avendo io il 32 ed il 33 ammazzassi all'avversario il 31 o il 34, ho fatta la verzicola, e questa conta due volte. Quando  ammazzata alcuna delle carte nobili, ciascuno avversario segna a colui a cui  stata morta, tanti segni o punti, quanti ne valeva quella tal carta; eccetto per di quelle che sono state mostrate in verzicola, delle quali, sendo ammazzato, non si segna cosa alcuna, se non da quello che per privilegio non giuoca; perch tali segni vengono dagli avversari guadagnati nello scemamento del valore di essa verzicola, che dovria contar tre volte, e morendo conta due: ed il 29, morendo la verzicola dove esso entrava, conta solo cinque. L'altre carte poi, le quali si dicono carte ignobili e cartacce, non contano (sebbene ammazzano talvolta le nobili che contano, come i Tarocchi dal numero 6 in su ammazzano tutt'i piccini, cio l'1, 2, 3, 4, e 5; dall'11 in su ammazzano il 10; dal 14 in su ammazzano il 13; e dal 21 in su ammazzano il 20, ed ogni Tarocco ammazza i Re), ma servono per rigirare il giuoco. Questo giuoco appresso di noi non usa, se non in quattro persone al pi: ed allora si danno 21 carta per ciascuno: e quando si giuoca in due o in tre, se ne danno 25. E giuocandosi in quattro persone, il primo che seguita dopo quello che ha mescolate le carte in sulla mano dritta (che si dice aver la mano), ha la facult di non giuocare, e paga segni trenta a quello che nel giuoco piglia l'ultima carta: e questo che piglia ultima carta (che si dice far l'ultima) guadagna a ciascuno di quelli che hanno giuocato, dieci segni. Colui che non giuoca, guadagna ancor egli de'morti, cio segna ancor lui il valore della carta a colui al quale  ammazzata detta carta. Se questo primo giuoca, il secondo ha la facult di non giuocare, pagando 40 segni: se il secondo giuoca, il terzo ha detta facult pagando 50 segni; se il terzo giuoca, passa la facult nel quarto, che paga 60 segni come sopra. Ma se il giuoco  solamente in tre persone: non ci  questa facult di non giuocare. Mescolate che sono le carte, quello de'giuocatori, che  a mano sinistra d quello che ha mescolato, n'alza una parte: e se ve n' nel fondo di quella parte del mazzo, che gli resta in mano, una delle carte nobili o un Tarocco dal 21 al 27 inclusive, la piglia, e seguita, a pigliarle fino a che non vi trova una carta ignobile. Quello che ha mescolato le carte, dopo averne date a ciascuno, ed a s stesso dieci la prima girata e undici la seconda, e scoperta a tutti l'ultima carta, la scuopre anche a s medesimo, e poi guarda quella che segue: e la piglia, se sar carta nobile o Tarocco dal 21 al 27, e seguita a pigliarne come sopra: e questo si dice rubare. E queste carte, che si rubano e si scuoprono, sendo nobili, guadagnano a colui a chi si scuoprono, o che le ruba, tanti segni, quanti ne vagliono: e coloro che le rubano,  necessario che scartino; cio si levino di mano altrettante carte a loro elezione, quante ne hanno rubate, per ridurre le lor carte al numero adeguato a quello de'compagni: e chi non scarta, o per altro accidente di carte mal contate si trova da ultimo con pi carte o con meno degli avversari, per pena del suo errore non conta i punti che vagliono le suo carte, ma se ne va a monte. Colui che d le carte, se ne d pi o meno del numero stabilito, paga 20 punti a ciascuno degli avversari: e chi se ne trova in mano pi, e'deve scartare quelle che ha di pi; ma non pu far vacanza, cio gli deve rimanere di quel seme che egli scarta: se ne ha meno, la deve cavar dal monte a sua elezione, ma senza vederla per di dentro, cio chieder la quinta o la sesta, ecc. di quelle che sono nel monte: e quello che mescol le carte (che si dice far le carte), fattele alzare, gli d quella che ha chiesto. Cominciasi il giuoco dal mostrar le verzicole che uno ha in mano: poi, il primo dopo quello che ha mescolato le carte in sulla mano destra, mette in tavola una carta (il che si dice dare), quegli altri che seguono, devon dare del medesimo seme, se ne hanno; e non ne avendo, devono dar Tarocco: e questo si dice non rispondere: e dando del medesimo seme, si dice rispondere. Chi non risponde, ed ha in mano di quel seme che  stato messo in tavola, paga un sessanta punti a ciascuno, e rende quella carta nobile che avesse ammazzato. Per esempio: il primo d il Re di danari, ed il secondo, bench abbia danari in mano, d un Tarocco sopra il Re, e l'ammazza: scoperto di avere in mano denari, rende il Re a colui di chi era, e paga agli avversari sessanta punti per ciascuno, come s' detto. Ogni Tarocco piglia tutti i semi, e fra lor Tarocchi il maggior numero piglia il minore, ed il matto non piglia mai, e non  preso, se non nel caso detto di sopra. Cos si seguita dando le carte, ed il primo a dare  quello che piglia le carte date: ed ognuno si studia di pigliare all'avversario le carte che contano: e quando s' finito di dare tutte le carte che s'hanno in mano, ciascuno conta le carte che ha prese: ed avendone di pi delle sue 21, segna a chi n'ha meno tanti punti, quante sono le carte che ha d p: dipoi conta i suoi onori, cio il valore delle carte nobili e verzicole, che si trova in esse suo carte, e segna all'avversario tanti punti, quanti co'suoi onori conta pi di esso: ed ogni sessanta punti si mette da banda un segno, il quale si chiama un sessanta, o un resto: e questi sessanti si valutano secondo il concordato. E tanto mi pare, che basti per facilitare l'intelligenza delle presenti ottave, a chi non fosse pratico del giuoco delle minchiate che usiamo noi Toscani, che  assai differente da quello che colle medesime carte usano quelli della Liguria: che lo dicono ganellini; perch minchiate in quei paesi  parola oscena. Da questo giuoco vengono molte maniere di dire: come essere il matto fra'tarocchi, entrare in tutte le verzicole, essere le trombe, cartaccie, contare, non contare, e simili."
(941) St. 65. NON MI TOCCA. Non ho punto il conto mio; non posso fiatare.  ignota l'origine di questo proverbio.
(942) PORRE A CAVALIERE. Restar superiore.
(943) L'ORSO ecc. Ognun sogna di quel che brama.
(944) CAPITALE! Modo correttivo, che vale: Piaccia a Dio che non segua in contrario!
(945) IL PAONAZZI fabbricava carte da giuoco.
(946) ALIOSSO.  un giuoco di sorte che si fa gettando sopra una tavola o in terra quell'osso che hanno nelle gambe di dietro gli animali d'ugna fessa. Quest'osso ha naturalmente certi buchi e segni a cui si d un valore convenzionale; e secondoch, nel gettarlo, resta di sopra l'uno o l'altro segno si vince o si perde.
(947) I MATTONI sono i Quadri.
(948) GERMINI Vedi st. 61.
(949) STAR USANZA.  detto alla maniera dei Tedeschi che, incominciano a ciangottare la nostra lingua.
(950) SCULTORE, Ascoltatore.
(951) PRETERITO IMPERFETTO. Vuol dipingere la goffaggine di Piaccianteo e il suo viso grasso, grosso e tondo.
(952) BUFFETTO. Tavolino.
(953) TESTONCINO. Moneta che valeva lire italiane 1, 68.
(954) E SIA ecc. E sin finito il giuoco.
(955) REGGE ecc. Tiene ogni posta.
(956) BAGATTINO. La quarta parte d'un quattrino.
(957) UNA  BATOSTA. Una questione a parole.
(958) ASSEGNAMENTO. N danari n modo di trovarne.
(959) BORDELLO. Strepito.
(960) METTERE IN CASTELLO. Mettere, in fortezza i viveri.
(961) STENTI. Tu stenti.
(962) VITUPERO. Qui, ogni sorta di malanni e sudicerie.
(963) DICIOTTO ecc.  stato fortunatissimo. Con tre dadi il massimo dei punti  18.
(964) CORRIVO. Semplice, credulo.
(965) IL PROPRIO ecc: Il certo per l'incerto. Modo preso dal linguaggio grammaticale.
(966) NON ARRIVO a intendere.
(967) SI CHIARISCA ecc. Vedi c. I, 1 e 60.
(968) INZAMPOGNARE. Infinocchiare.
(969) AVEA DIVIETO. Non poteva, per non v'esser di che.
(970) BATTER LA DIANA, la borra, i denti, pel freddo.
(971) CALENDARIO. Qui, Registro.
(972) AGGREZZATO. Intirizzito.
(973) PAPPALECCO. Mangiare, ghiottorna.
(974) AVERLA. La spada.
(975) DVOLA. Nel caso che mi voleste mangiar me, io m'accordava di darvi una spalla.
(976) GL'INFERMI, per l'arsura della febbre, bevono assai.
(977) LE GALLINELLE. Le Pleiadi.
(978) MI DAVO ecc. Mi disperava.
(979) I MERCATANTI. Tre stelle del Balteo d'Orione.
(980) BOTI. Uomini di gesso. Vedi c. IV, 17.
(981) PICCIUOLI. Gambi delle frutte. Qui, Gambe.
(982) TERZUOLO. Specie di falcone.
(983) FECERO PARERLI ecc. Li fecero ricredere e conoscere che la cosa stava altrimenti.
(984) BASTIAN SERLI scrisse d'architettura.
(985) UN VENGA. Quando altri getta da alto roba in istrada, senza poter guardare se passa gente, si tiene uno da basso che gridi all'uopo Venga o Non venga.
(986) VIUOLO. La pianta che produce la viola.
(987) IL FAR. Cio a far. Allude alle leggi che proibiscono di gettare immondizie per le vie.
(988) MURELLA. Piastrella. Vedi c. VI, 34.
(989) IMBECCATA. Infreddagione.
(990) BORDONI. Quelle penne che non sono ancor del tutto spuntate fuor dalla pelle; il pelo che spunta.
(991) CASSATI. Doppio senso: cancellati  incassati.
(992) DISERTA. Concia male.
(993) GIGLIETTO. Specie di trina.
(994) ACCIVETTATI si dicon gli uccelli che non si lascian cogliere alla pania, perch abituati a veder la civetta.
(995) CORSA. Rubata. Questo modo vale anche: Essere un dappoco.
(996) I COCUZZOLI. Le teste.
(997) IL FANTINO. Il bravo.
(998) IN FATTI. Quando si fu a'fatti.
(999) A PATRASSO. Farlo morire. Vedi c. V, 13.
(1000) TIRAR L'AIUOLO. Esser nelle convulsioni della morte.
(1001) DEBITO a morte; in pericolo di esser perduto per sempre.
(1002) TOCCATORI. Vedi c. II, 60; e VI, 44.
(1003) BRANDISTOCCO. Arme in asta simile alla picca.
(1004) SI FA  CESSANTE, se non prigione, della morte. Se non muore, manca poco. Cessante  il debitore contro cui si possa immediatamente fare esecuzione. Usa questa frase per continuare la metafora dei Toccatori.
(1005) FARE IL FIOCCO. Fioccar colpi.
(1006) LA COMPAGNIA ecc. Vedi  c. III, 57.
(1007) MESCOLAR LE  CARTE ecc. Vedi c. VIII, 61.
(1008) FA DEL RESTO. Muore.
(1009) IN FIORI. In gioia.
(1010) PER NON FAR ecc. Per non coprire il terreno di morti.
(1011) RITIRANSI DA'CUORI. Lascian l'ardire.
(1012) SPIDA  la parola di cui si servono i ragazzi nei loro giuochi per dire: Sospensione.
(1013) A CHETICHELLI. Occultamente; senza parlare.
(1014) SCIARRE, Risse, tafferugli.
(1015) UN BELLETTO ecc. Un colore fra bianco e giallo.
(1016) CANTA BEN DI BASSO.  basso di statura. Quel che segue s'intende bene ove si pensi che alla stanza 41, dicendo gran dottori, il Poeta ha voluto significare grandi di statura, come pi chiaramente dice appresso.
(1017) ADUGGIATO ecc. La troppa ombra impedisce alle piante di crescere.
(1018) UN SACCO di gatti ai quali si dia l'andare.
(1019) CHI D SPESA ecc. Chi, essendo invitato a un desinare,  cagione di spesa all'invitante, non deve dargli disagio col farsi aspettare. Con questo detto altri si licenzia da chi lo trattiene sull'ora del convito.
(1020) LA LABARDA, dice il Minucci,  il ferraiuolo o cappa dei lanzi, i quali non hanno ferraiuolo n cappa. Onde questo detto vale Posare in casa altrui il ferraiuolo per quivi mangiare, senza spesa.
(1021) STOGGI. Cerimonie e lusinghe.
(1022) ACCIVITO. Lesto, pronto.
(1023) FORMATA. Formale, solenne.
(1024) SPINETTA. Specie di cembalo.
(1025) LA SPAGNOLETTA. Specie di danza.
(1026) IL DELFINO, pesce che pare gobbo, induce, vale a dire, indica le tempeste. Questo gobbo, sonator di violino, fu un tal Trafedi, nano di corte, astutissimo giocatore.
(1027) HA DA INVITARE a ballare.
(1028) SCIORINA. Batte gagliardamente.
(1029) DICE L'ORAZION ecc. Brontola.
(1030) RISO ALLA TEDESCA. Il Minucci spiega: Ridere in tedesco si dice lachen lachen ionadatticamente pu significare lacrimare.
(1031) FA. Condisce il radicchio per insalata.
(1032) TIRO. Offesa.
(1033) STIACCIA. Di grigna e batte i denti come l'uccello detto Picchio batte il becco sui rami degli alberi.
(1034) TRIVIGANTE e preso, cred'io, per un dio de'Gentili, forse Marte, quasi Intrigante. (Biscioni.)
(1035) DIRGLI grandi ingiurie.
(1036) SUCCIOLE. Marroni cotti col guscio nell'acqua.
(1037) VIGNOLA. Vita comoda.
(1038) TRE LEGNI. I tre pali delle forche.
(1039) IL NANNI. Il goffo, l'addormentato.
(1040) ARMEGGIA. Fa e dice, e non conclude nulla.
(1041) STIANTA. Schianta, spiattella.
(1042) PENETRA IN CANTINA.  intesa anche da'vinai.
(1043) SCUOLE. Par che dica scuole di scherma. Ma scuola  anche il nome di un certo pane condito con anaci, cos detto perche ha la forma di una scuola o spuola da tessere.
(1044) FUGGE la questione, facendo piuttosto vedere quanto ecc., e che ecc. Qui si sottintende A due gambe.
(1045) GIOCAR ecc, Fuggire. Vedi c. VII, 76.
(1046) In questa ottava si descrive assai piacevolmente il cessar della notte. Sembra per che si parli di una donna fallita e omicida che fugga dalle spie e dai toccatori che portavan calze gialle. Vedi c. II, 60.
(1047) PER OGNUNO. Da ognuno.
(1048) SUONA. Pute. Vedi c. VI, 49.
(1049) UN CANTO. Fu giusto che del suo suono avesse un canto in pagamento. Pigliare un canto in pagamento significa Andarsene. Dare un canto in pagamento vale Scantonare, Fuggire il creditore.
(1050) NOCENTINA. Innocentina.
(1051) L'ALBA DE'TAFANI. Di l da mezzogiorno.
(1052) E SPACCIA ecc. E fa il bravo. Qui, piuttosto che al cavallo di Orlando, pare che alluda ad un Baiardo, valoroso militare, di cui parla anche il Varchi.
(1053) FARNE MONTE. Mandare a monte il duello con Calagrillo.
(1054) PETTO A BOTTA. Armatura del petto da parar le botte.
(1055) PER ALTRO. Con altro pasto che gramigna, la bestia non adoprerebbe mai i denti, e non potrebbe che digrignarli.
(1056) LA MARCA ecc. Aveva gi una marca sulla pelle che indicava esser quello un cavallo del Regno di Napoli: ma i guidaleschi che ha, indicano che  solamente buono da esser mandato allo scorticatoio. Vedi c. I, 24.
(1057) MAGLIE E RETI. Malattie che vengono negli occhi ai cavalli.
(1058) BOLSENA. Bolso.
(1059) E'SI FA LA CERCA. Vanno cercando.
(1060) TRESCHERELLE. Bagattelle.
(1061) SCESA d'umori. Infreddatura.
(1062) MICCA. Minestra, broda.
(1063) PRESA  sostantivo.
(1064) DECLINAZIONI. Declinare, decadere, scadere, cadere.
(1065) LEVARE A PANCA. Farlo star ritto; dai bambini, che quando imparano a camminare, si vanno appoggiando alle panche.
(1066) LE POLIZZE ecc. Non ha tanta forza da portare una polizza.
(1067) PORTA I FRASCONI. Si dice cos degli uccelli infermi, che abbassando le ali, somigliano giumenti carichi di fastelli di frasconi.
(1068) GIOCARSI UNA COSA, vale Perderla o renderla inservibile. Se dunque il povero cavallo s'era giocata un'anca e le due spalle, non gli era rimasto di buono altro che una gamba.
(1069) VIEN DOVE. Arriva al luogo dove tanto sangue si deve spargere.
(1070) SANT'AGIO. In altri paesi d'Italia si dice Padre Comodo.
(1071) A NOCE. Forse perch i sacchi di noci, nel caricarli, fanno grande strepito.
(1072) MANDA IL SAGGIO, perch fra poco manderai loro tutto il tuo corpo.
(1073) PORTAR BASTO. Essere altrui sottoposto e soffrire in pace ogni sorta d'ingiurie.
(1074) COTENNE. Bravure. (Minucci). Forse cose o covelle in lingua ionadattica. (Biscioni.)
(1075) MONA PENNECCHIA. Detto derisivo alle donne.
(1076) AMMENNE. Non tanta furia, fretta. Forse viene da quella tempesta di Amen che per lo pi regalano ai devoti i cantanti nelle messe in musica.
(1077) VIENNE, ch io me ne vado. Senza metter tempo in mezzo.
(1078) LE CILECCHE. Vedi c. VII, 25.
(1079) CARLO Magno. In grembo a Giove.
(1080) LE SESTE. Le gambe.
(1081) LA VA IN ISTAMPA, Significa  un dettato divulgatissimo.
(1082) PER LE GRIDA. Finch non trattasi d'altro che di grida.
(1083) A'MONTI, a'quali aveva Maometto ordinato che per miracolo venissero a lui.
(1084) VITRUVIO. Scrittore latino di architettura.
(1085) MIRTILLO  l'innamorato nel Pastor fido del Guarini.
(1086) MOCHI. Una specie di biade di cui sono avidi i colombi: e perci si deve aver l'occhio ad essi quando sono seminati, perch i colombi non vadano a danneggiarli.
(1087) QUEI POCHI.  detto per antifrasi.
(1088) PARTE. Fazione, inimicizia.
(1089) LA PIETRATA. Colpo mortale.
(1090) MESCOLAR LE CARTE. Venire alla zuffa. Vedi c. IX, 33, e VIII, 61.
(1091) VEDERLA, Veder la faccenda.
(1092) LA REGOLINA, detta cos da regolina specie di focaccia, era una bottega che stava aperta in tempo di quaresima, e vi si vendevano frittelle, tortelli, e cose simili. Questa bottega  sempre nel Lungarno presso al ponte Vecchio; ma non so che la chiamino Regolina.
(1093) DIR DI S. Descrive la mossa di chi si addormenta senza appoggiare il capo.
(1094) PIAN GIULLARI, o di Giullari,  un borghetto vicino a Firenze. Per Pian Giullari anticamente s'intendeva il letto.
(1095) STARE A PIUOLO. Stare in disagio aspettando.
(1096) IL QUARANTOTTO in Firenze era la dignit senatoria.
(1097) SESSITURA. Considerazione, riguardo, giudizio. Propriamente  una piegatura che si fa da pi alle vesti per allungarle al bisogno.
(1098) FRACCURRADO. Fantoccio, burattino.
(1099) BUE, di cenci ch'io mi sono.
(1100) INGENITO, Istinto.
(1101) ASSILLITI. Punti dall'assillo, inveleniti.
(1102) UGUANNO. Unguanno, quest'anno. Vedi c.VI, 92.
(1103) ENNO. Sono. I contadini di Toscana l'usano sempre.
(1104) LEVAR DA TAPPETO. Levare dal supremo magistrato; levare di dignit, da qual si voglia luogo; levar dal mondo.
(1105) A BRIGA, A pena, appena.
(1106) NIMO. Niuno. Vedi c. VII, 89.
(1107) SOCCIO. Bestiame che si d al contadino per fare a mezzo.
(1108) LIVIRITTA. Ivi. Costui parla contadinescamente.
(1109) GOCCIOLONE. Baccellone, bacchillone, pinchellone, balordo.
(1110) SI SPOGLIA. Si mette in maniche di camicia.
(1111) ALLA CESTA. Come il porco va alla cesta ov' la ghianda.
(1112) D FESTA. Li licenzia; dal maestro che d festa, vacanza agli scolari.
(1113) FA FAGOTTO di ci ch' in giuoco, cio palloni, bracciali ecc.
(1114) FAN CONTO ecc. Non badano, non curano. Dice il Minucci che questo modo pu avere avuto origine dalla trascuranza con cui accoglievano i Fiorentini l'imperadore greco Giovanni Paleologo dopo che la vista di lui si fu resa familiare, e forse, dopo che, mancatili i danari, non compariva pi cos pomposo.
(1115) IL PODEST DI SINIGAGLIA comandava, e faceva da s.
(1116) LEGACCE delle calze.
(1117) FRAGOR. Alla fragranza di cos fetente concia.
(1118) SI D A'CANI. S'arrabbia.
(1119) COME UN GENOVESE. V'era una compagnia di Genovesi in Firenze che, la sera del Gioved Santo, s'andava processionalmente disciplinando a sangue.
(1120) AL REZZO. All'ombra eterna.
(1121) A PENNA ecc. Per l'appunto.
(1122) UN BERRETTAIO o cappellaio, che feltri cappelli, dimena assai le mani, per esser l'acqua bollente.
(1123) A RACCOLTA. Quando la campana suona a raccolta, suona a lungo.
(1124) FORBICE. Detto che esprime ostinazione: e dicono che venga da una tal moglie che, offesa di non aver ottenuto dal marito che le comprasse un paio di forbici, ad ogni domanda gli rispondeva: forbice; n a farla chetare valsero minacce e percosse: finch impazientito l'uomo la gett in un pozzo. Ed ella grid forbice finch, ebbe fiato; e questo mancatolo, colle dita accennava forbice.
(1125) QUELLA BELLA. Sempre la medesima.
(1126) PETACCIUOLA. Piantaggine.
(1127) MASTRO GRILLO  il soggetto di una favola in cui si narrano le sue prodezze nell'arte medica e in quella dell'indovinare.
(1128) FILAR GROSSO. Fingere d'esser goffo e balordo.
(1129) BELLOSGUARDO. Poggio vicinissimo a Firenze, ove sono molte ville da cui si guarda intorno molto paese.
(1130) CAVOLLO ecc. Gli fin tutto il pane che aveva in casa.
(1131) DAR LE BARBE AL SOLE. La pianta morta che si svelle, mette le radici al sole.
(1132) GAGLIARDA e CALATA. Specie di danze.
(1133) VOLTERRA (sotterra) citt di Toscana.
(1134) FALSO BORDONE. Modulazione continuata di pi voci, che si fa col porre pi sillabe sulla stessa corda. (Biscioni.)
(1135) SBALLARE. Disfar le balle: ma qui, cessar di ballare.
(1136) DIVENNERO ecc. Perch battuti loro sul capo, si sfondarono e ve lo lasciarono entrar dentro.
(1137) CHE TIRANDO GI+. Il quale odio abbassando la visiera ai riguardi ecc.
(1138) USCIRE I PESCI ecc. Perder quel che s'era acquistato, e su cui si faceva assegnamento.
(1139) LE PEGGIO ecc. Estrema rottura, fino a dare il sacco.
(1140) DISCREDERSI. Capacitarsi.
(1141) BIANCONE  chiamata in Firenze la statua colossale, di Nettuno che  nel mezzo della fontana di Piazza della Signoria.
(1142) MORGANTE era un gigante che, come il Pulci favoleggia, non adoprava altr'arme che un gran battaglio di campana.
(1143) A IRSENE. Forse deve leggersi, ha a irsene; ma ne riesce un brutto verso. Forse si sottintende comincer. Altri leggono, andrassene.
(1144) FAR LA BARBA DI STOPPA e poi appiccarvi il fuoco. Fare un brutto tiro.
(1145) SCACIATA. Delusa.
(1146) MA PERCH da nessuna parte vi  modo, conosce che l'affare non  per seguire come ei vorrebbe.
(1147) E DI PASSO. Alto sei braccia e pi; sei braccia e passa.
(1148) FAR DEL RESTO. Finire, cessar di essere.
(1149) DAR NE'LUMI. Dar nelle furie.
(1150) SBRICIA. Vilissima.
(1151) IN CAMICIA. Anici coperti con una camicia di zucchero.
(1152) PESCE D'UOVO. Frittata a cui si d forma di pesce.
(1153) BACCHILLONE. Baloccone.
(1154) PAOLINO IL CIECO. Compositore e venditore di canzonette.
(1155) ALLEZZARE vien da lezzo.
(1156) SA DI REFE ecc. Per tingere in azzurro adoperavano materie che lasciavan gran fetore nella roba tinta.
(1157) COL S ecc. Gridando pi volto in suono di dolore Hui.
(1158) FANNO PULITO. Fan di buono, quasi brunissero co'bastoni.
(1159) LE MAZZE I sacchi di brace o carbone, perch meglio si reggano e meglio si adattino a'basti de'giumenti, sono per di fuori armati di mazze o bastoncelli.
(1160) BATTUTO. Socio di confraternita, detto cos dal battersi colla disciplina.
(1161) L'INCANNUCCIATA si fa o si faceva dai cerusici nel fasciare le fratture.
(1162) COME si fa a'vitelli, prima di scuoiarli.
(1163) ALLA LARGA SGABELLI. Fate largo; detto forse dallo sbarazzare di sgabelli e altri impedimenti la stanza ove si  desinato.
(1164) SORBI, Bastoni di sorbo, nodosi.
(1165) SCEMAN PER BOLLIRE, fu la risposta che diede un cuoco al padrone che gli domandava come fossero tanto poche le molte merle ch'e'gli avea date a cuocere.
(1166) CAMPRIANO. V' una Storia di Campriano, astuto contadino, di cui, fra le altre frottole, si racconta che aveva una tromba colla quale resuscitava i morti.
(1167) CICCIOLI. Lardinzi, larderelli di maiale.
(1168) P-CCIOLO. La quarta parte del quattrino.
(1169) SCRICCIOLO. Uccello piccolissimo.
(1170) COME CHI PRESE ecc. Vedi c. I, 75.
(1171) FINITO IL PESO. Il cmpito, la vita; dal lavoro di lana o altro, che si d a fare, e che pesa quel tanto.
(1172) BOMBOLE. Vedi c. VIII, 44.
(1173) SARPA. Salpa, se ne va. L'aggiunta della voce fratello  posta per enfasi, e quasi per un giuro. (Minucci.)
(1174) USTOLARE. Si dice propriamente de'cani che mangian quasi le vivande cogli occhi.  noto come Tantalo fu condannato anch'egli a ustolar sempre in inferno.
(1175) LABARDA. Intende il Ferraiuolo o cappa. Vedi c. IX, 48.
(1176) STOCCHEFISCE. Pesce salato. Vuol dire che costui era ingordo e sudicio.
(1177) BERNEITER SCELMO. Briccone, scellerato.
(1178) CAVALLERIA. Grado di cavaliere.
(1179) CAPPA, qui, per converso,  preso in senso di alabarda. Vedi sopra 35.
(1180) GLIELE, Come oggi gliene in Firenze,  relativo di nome in qualsiasi genere e numero.
(1181) L'INFERNO ecc: Nomi di due osterie che furono in Firenze.
(1182) PRESO ecc. Nel giuoco di sbaraglino. Fare una casa, vuol dire Raddoppiar le girelle o rotelline, come nella dama. Girelle poi qui  preso nel senso di Giri di cervello.
(1183) SGRUGNONE. Pugno dato nel viso.
(1184) TENDA. Sipario.
(1185) QUI  MIO ecc. Si dice di quegli sciancati che ad ogni mossa di piede sembrano voler prendere una nuova direzione.
(1186) SALTI chiamavansi donzelli dell'Ufizio dell'Onest, il quale s'occupava di meretrici.
(1187) FA LE GRUCCE ecc. Uno scultore dappoco. Vedi c. III, 27; e IV, 17.
(1188) CHE VIEN ecc Esprime con questi due versi la prosunzione di costui, il quale si credeva un Buonarrot e si piccava di nobile.
(1189) GLI SPAZZACAMMINI portavano gi una pertica in ispalla.
(1190) TUTTO TINTO  perch il Minucci (Puccio Lamoni) fu di faccia bruna.
(1191) TIRA DI BUFFA. Fa il buffone. Le Buffe erano un simile degli aliossi, che son giuoco da fanciulli; onde, il modo pu equivalere a Fanciulleria. Ma Buffa  anche la visiera dell'elmo: e perci Tirar gi buffa a suona Operare senza riguardo.
(1192) FARFULLONI. Gli spropositi che dice il Castiglioni.
(1193) LE PIATTOLE. Vermi che stanno negli avelli. (Minucci.)
(1194) METTERVI ecc. Consumarvi tanto le buone che le cattive sustanze. (Minucci.)
(1195) LE. Le percosse.
(1196) MONNINI. Vedi c. I, 44. D a questi monnini il potere di uccidere, per la loro scipitaggine e pel fastidio che ingenerano.
(1197) IN VISIBILE o piuttosto in invisibile, cio tanto lontano da non vederlo pi mai.
(1198) SQUARCINA. Spada corta e larga.
(1199) CONTADINA. Specie di danza.
(1200) IN VOLTA. Attorno frugando.
(1201) L'UCCELLA. Lo schernisce come gli uccelli fanno al gufo.
(1202) MANDA ecc. Lo manda a gambe all'aria.
(1203) AVEVA A ESSERE ecc. Aveva promesso di trovarsi a bere in comitiva.
(1204) E QUEI GLI DUOL. E quei se ne lagna.
(1205) FIANDRON. Uomo di Fiandra, Ammazzasette.
(1206) EI. Papirio.
(1207) NON DANNO colpi.
(1208) LO MANDA A Scio. Vedi c. V, 13.
(1209) ROSACCIO (Vedi c. III, 63) ciarlatano che mostrava privilegi di principi per accreditare i suoi rimedi.
(1210) SGUAINA. Cava fuori. Il resto dell'ottava  pieno di allusioni equivoche prese dal linguaggio astrologico.
(1211) MICCHE. Minestre.
(1212) ISTRION VESPI. Cognato dell'autore, scrisse piacevoli commedie nelle quali recitava, facendo in ispecie la parte di Pedrolino, servo sciocco, armato di un coltello di legno.
(1213) SQUOTOLARE. Battere il lino.
(1214) LA LISCA. La parte legnosa e dura.
(1215) CLOTO  una delle tre Parche.
(1216) LA VA A RISOLVERE. Va a sospendere la fatica.
(1217) TINA. Caterina, la sua donna.
(1218) MEZZO QUARTO. Vaso grande da portare il bere all'opere.
(1219) ASCIOLVERE. Il primo mangiare della giornata che solve il digiuno: vero corrispondente del breake-fast inglese.
(1220) AL VERDE. Alla fine; dal verde di cui era tinta da piedi la candeletta che finch bruciava dava campo di offerire nei contratti di subastazione.
(1221) AVANZI ecc. I vantaggi dell'ostinato.
(1222) Lasciando il corno Astolfo. Vedi c. VI, 105.
(1223) PESCAR PEL PROCONSOLO. Durar fatica inutilmente, anzi per impoverire: detto perch in Firenze, un giorno dell'anno, eran tenuti i pescatori a pescare in un certo luogo dell'Arno, per colui che teneva questo magistrato, senza esser pagati.
(1224) OSTE. Osteria.
(1225) SBOCCARE. Manomettere il fiasco gettando via l'olio e il primo vino di esso
(1226) AVVENTA. Sott. sassate, o regali.  uno dei soliti equivoci a cui d luogo il verbo Dare (percuotere)
(1227) SFUCINATA. Gran quantit.
(1228) TRESCHE. Arnesi di poco prezzo.
(1229) MERCANZIA. Corrisponde ai nostri tribunali di commercio.
(1230) GERLA.  come un gran paniere a gabbia. Quantit, moltitudine.
(1231) SGOMBRARE. Portar masserizie da una in altra casa.
(1232) PERGAMENA. Qui, Il coperchio del pennecchio nella rcca.
(1233) LATO PRESO. Queste parole solevansi scrivere sopra uno spazio di terreno in Firenze da quelli che in quel posto volevano esporre le loro mercanzie il giorno della fiera.
(1234) D'OGNI LANA PESO. Ora  pi comune D'ogni erba fascio.
(1235) BIRRENO. (birro). Vedi Ariosto C. IX, X, e XI.
(1236) UN CARTON. La mitera.
(1237) A BANDIERA. Inconsiderato e volubile.
(1238) MERLI. Nella parte superiore della mitera molte volto s'intagliavano dei merli, quasi a rappresentare una corona murale. Qui poi giuoca il poeta sul doppio signiticato della voce merli.
(1239) PAOLIN, CIECO ecc. Vedi c. XI, 22.
(1240) L'ELEFANTE. Parla di un elefante che fu condotto in Firenze ai tempi dell'autore.
(1241) INSIPILL. Preg instantemente, stimol.
(1242) TRA-NO. Comunemente Trino.
(1243) PERSEO. Il Perseo di bronzo, opera di Benvenuto Cellini, che  sotto un arco della Loggia de'Lanzi.
(1244) E IMMOTO ecc., perche guard la testa di Medusa, che, secondo la favola, aveva potere di petrificare i riguardanti. In questa e nella seguente ottava il Poeta descrive la fontana che  in Piazza della Signoria; dando graziosamente una favolosa origine a quella che fu fattura dell'Ammannato.
(1245) L'HA INFILATE le pentole. Ha finito tutto; e'restava senza nulla.
(1246) LE GAMBE HA DESTRE. Cade con velocit, perch  grave.
(1247) FA LE MINESTRE. Amministra.
(1248) CELIDORA che  il Lagi; il quale fu un sensale cos accreditato che pass in proverbio per dire Persona che vuol  fare tutti i negozi.
(1249) RIPIEGATE LE BANDIERE. Si noti quanti modi scherzosi abbiam noi per dir Morire.
(1250) TERRENO. Piano terreno.
(1251) TRAFORO. Ripostiglio.
(1252) MAV. Color turchino chiaro.
(1253) CAMICCIOTTO dicevano le contadin invece di sottana.
(1254) IMBASTITURA. Piegatura in giro da piedi (alla balzana) della veste, cucita per ornamento con punti bianchi esterni, che somigliano quelli che fanno i sarti nell'imbastire.
(1255) TRINCERATE (trinciate).
(1256) DOVE SI FA A'SASSI. Questo bel giochetto del fare a'sassi in Firenze, ma non in Roma,  dismesso da secoli, a dispetto della profezia che diceva: Guai Firenze, quando in Mercato non si far a'sassi.
(1257) ALIOTTI. Pistagne nelle attaccature delle maniche.
(1258) IL DRAPPO si riconosce dal cotone perch non ha il pelo annodato.
(1259) BASTA ecc. Con tutto questo discorso riesce a dire: Se non muore, invecchia di certo.
(1260) D'ORO NETTO. Costruisci Netto d'oro, e il senso cambia affatto.
(1261) ORICHICCO. Gomma che geme dal ciliegio, psco o susino.
(1262) ELLERA ecc. Robe per cauteri.
(1263) IL MORTO. Il buono, il tesoro.
(1264) NON V'HANNO ecc. Vuol dire: Non ve n' affatto.
(1265) MARAME. Rifiuto di mercanzia, gran quantit.
(1266) E DI PASSO. E pi. Vedi c. XI, 12.
(1267) L'OCCHIO DI CIVETTA  giallo come una moneta d'oro.
(1268) FAR LA RITORNATA si diceva delle spose che dopo essere state una quindicina di giorni in casa lo sposo, ritornavano per breve tempo alla casa paterna
(1269) CHINEA. Par che voglia dire Bestia che si chini.
(1270) CASA LATONI. Invece di Signor Latoni. Il Minucci dice che  modo della bassa gente.
(1271) LA PANNINA. La mercanzia.
(1272) D'AVERNE DI BEATO. Mi parrebbe d'aver del beato; sarei beato; n'avrei di catti.
(1273) TRANA. Traina, spcciati.
(1274) MAI PI+. Finalmente, una volta.
(1275) DACCI la sentenza in favore.
(1276) MORIR COLLA GRILLANDA. A chi muor vergine si suol mettere una ghirlanda.
(1277) COL SUO EROE ecc. Vedi c. X, 27
(1278) CINQUEDEA. La spada; frse dall'impugnarla colle cinque dita.
(1279) NON VOLLE LA GATTA. Non volle badare, non volle trattenersi quasi ruzzando, come si fa colla gatta.
(1280) INTRAFINEFATTA. Affatto, era voce usata quasi unicamente nel contado a'tempi del Minucci.
(1281) TIRA PER DADO. Piango pi che mai; forse dai lamenti dei soldati che dovendo esser decimati, tirano a sorto la propria condanna.
(1282) FATTO IL PIANTO. Messo per perduta la patria e i beni.
(1283) ALZAR CAPANNE ecc. Vedi sopra, st. 13.
(1284) COSE DI FUOCO nel significato ovvio, Cose stupende.
(1285) CHI REC CONTANTI. Chi era che pagava con quelle monete cos di buon peso (traboccanti).
(1286) ADDIRIZZA. Fugge per la via pi diritta.
(1287) BACIABASSI. Profondi inchini.
(1288) FACCIAM FESTA. Siate licenziati o ascoltatori.
(1289) STRETTA LA FOGLIA ecc Questa  la chiusa usata da tutte le donnicciuole nelle storielle che raccontano ai bambini.
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