San Leone I Magno papa: tratto da "I Papi - Storia e segreti" di Claudio Rendina
S. Leone I Magno (440-461)
Leone, diacono nativo di Volterra, nella Tuscia, fu eletto papa 
all'unanimit dal clero e dal popolo il 29 settembre del 440.
Il suo regno ha lasciato un segno nella storia del papato, ha costituito 
una svolta decisiva nel dare alla sede episcopale di Roma quell'impronta
caratteristica con cui la si pot vedere in concreto affermare la
propria fisionomia, cio il suo primato. Per questo in genere Leone 
considerato il primo papa; la Chiesa d'altronde non potendo, come 
osserva il Falconi con una punta se vogliamo polemica, senza
grave pericolo di far credere umana un'istituzione ch'essa proclama
divina, chiamarlo il "primo papa", lo ha chiamato "grande". Ed  un
fatto, come precisa il noto studioso, che Leone per non fu soltanto
il "primo papa" perch nessun suo predecessore lo eguagli nell'attribuirsi
esplicitamente questo ruolo e nel realizzare le funzioni conseguenti, 
ma anche e soprattutto perch egli anticip in se stesso, in modo 
esemplare, costituendo addirittura il prototipo per i secoli a venire,
la figura ideale del pontefice romano.
Vediamo dunque di indicare i momenti essenziali della biografia di
questo papa ante litteram, che affront le due fondamentali minacce
per la Chiesa del tempo, l'eresia e i barbari, in un doppio impegno 
religioso e civile. E cominciamo col segnalare che gi come semplice 
diacono si era fatto notare in questa duplice veste sotto Celestino I e 
Sisto III, sia difendendo l'ortodossia con i pelagiani sia concludendo con
successo, nel 439, la missione affidatagli dall'imperatrice Placidia di
conciliare in Gallia una lite sorta tra i generali Ezio e Albino.
Appena eletto prosegu la lotta contro gli eretici: s'impegn innanzitutto 
con la setta dei manichei e ottenne dall'imperatore Valentiniano III
che fossero promulgate delle leggi severissime. Poi pretese dai pelagiani 
una ritrattazione scritta per riammetterli nella Chiesa; inoltre incaric 
Turibio, vescovo di Astorga, di condannare i seguaci del priscillianesimo
in un concilio a Toledo sulla base delle istruzioni contenute in una
lettera da lui appositamente redatta.
Ma l'eresia che maggiormente gli dette da fare fu quella monofisita
di Eutiche; questo monaco, che era a capo di un grande monastero vicino
a Costantinopoli, verso il 448 cominci a predicare in Oriente
una dottrina che sottolineava a tal punto la natura divina del Cristo
che finiva per non riconoscere pi quella umana; era, sotto certi aspetti,
la posizione opposta a quella di Ario.
Il patriarca di Costantinopoli, Flaviano, convoc Eutiche ad un
concilio nel quale egli conferm le sue idee che vennero giudicate 
indiscutibilmente eretiche: Eutiche fu espulso dall'ordine sacerdotale, 
dalla carica di archimandrita e scomunicato. Il monaco scrisse a Leone
presentando appello; il papa gli rispose con tono paterno, affermando
che Roma avrebbe presto chiarito il suo punto di vista. Una volta poi
giuntagli da Flaviano una relazione circostanziata, non tard a dichiarare 
erronee le opinioni di Eutiche e giusta la posizione del concilio.
Ma Teodosio II, imperatore d'Oriente, era favorevole ad Eutiche e
voleva riabilitarlo: indisse perci un concilio ecumenico ad Efeso che
si tenne nel 449. Leone, seguendo ormai una tradizione secolare del
vescovo di Roma, non and e invi tre legati con lettere all'imperatore, 
all'assemblea, ai monaci di Costantinopoli e a Flaviano; quest'ultima, 
la pi importante, dava precise indicazioni sul dogma dell'incarnazione
e sulla doppia natura del Cristo.
Questa epistola non fu per letta al concilio al momento della sua
apertura, l'8 di agosto; la corte imperiale riusc a influenzare la 
maggioranza dei vescovi e a manovrare le fasi della riunione; i legati del
papa furono trattati in maniera ostile e minacciati. Si ebbero scene di
violenza, con intervento della polizia; Flaviano protest: fu malmenato e 
ferito. Riusc a nascondersi da qualche parte con i suoi e inviare
un appello a Leone. Eutiche fu assolto: i vescovi rimasti nell'assemblea,
a porte chiuse, volenti o nolenti, firmarono gli atti di quello che
il papa non tard a definire il ladrocinio di Efeso.
Infatti Leone si rifiut di riconoscere valida la decisione di una simile
assemblea e protest presso Teodosio II, sollecitando la convocazione 
di un nuovo concilio. Per tutta risposta l'imperatore d'Oriente sanzion 
con una legge le decisioni conciliari: Flaviano dovette prendere
la via dell'esilio e mor pochi giorni dopo.
Nel febbraio del 450 l'imperatore d'Occidente Valentiniano III, con
la moglie Eudossia e la madre Placidia, arriva a Roma da Ravenna per
un pellegrinaggio alle tombe di Pietro e Paolo; il papa, dopo aver 
pronunciato un'omelia alla loro presenza, supplica l'imperatore di 
intervenire presso Teodosio II perch faciliti la convocazione di un 
concilio ecumenico in Italia. Dall'Oriente arrivano solo vaghe promesse, 
finch nel luglio Teodosio II muore. E allora cambiano le cose; la vedova,
Pulcheria, fedele ortodossa, associa al trono il senatore Marciano,
abroga le leggi del marito, manda in esilio Eutiche ed  favorevole ad
un nuovo concilio.
A questo punto per l'Italia non appare un territorio adatto ad
un'assemblea ecumenica: Attila, con i suoi Unni, preme ai confini;
Ezio lo batte in Gallia, ma resta un pericolo incombente. Meglio convocare
il concilio in Oriente; viene indetto a Calcedonia per l'ottobre
del 451. Vi prendono parte pi di 500 vescovi: Leone  rappresentato
da tre legati ai quali va la direzione dell'assemblea.
A Calcedonia vengono prese due decisioni fondamentali: un decreto
dogmatico sull'incarnazione, ricollegata al Credo di Nicea, e l'accettazione
della lettera di Leone a Flaviano che il legato pontificio non aveva 
potuto leggere ad Efeso. Il commento dell'assemblea ad essa :
Per bocca di Leone ha parlato Pietro!.  il riconoscimento del primato 
di Roma.
Il concilio di Calcedonia si dichiara inoltre favorevole a considerare
la sede di Costantinopoli superiore a tutte le altre dell'Oriente, ma
Leone si rifiuta categoricamente di riconoscere questo canone; in virt 
dell'autorit di S. Pietro apostolo dichiara senza valore qualsiasi
decisione contraria a quelle del concilio di Nicea, che riconoscevano
appunto l'autorit primaria di Alessandria e Antiochia. Piuttosto ritiene
opportuno istituire a Costantinopoli una delegazione permanente della 
sede romana, e l'affida al vescovo di Cos, Giuliano: era, in un
certo qual modo, la prima nunziatura.
Nel frattempo il pericolo Attila diventa una realt per l'Italia; nel 452 
il re unno  ad Aquileia. Nulla sembra ormai poter fermare la sua
avanzata fino a Roma, dove si  rifugiato lo stesso Valentiniano III;
eppure il flagello di Dio esita. Forse l'Urbe ha ancora un nome di
prestigio nonostante tutto, ovvero, come osserva il Gregorovius, la
cosa pi probabile  che quell'uomo superstizioso fosse stato impressionato
dalla morte improvvisa che aveva colto Alarico subito dopo la
conquista di Roma; a quanto si diceva, i suoi amici avrebbero cercato
di dissuaderlo da quell'impresa, proponendogli appunto l'esempio del
grande condottiero goto.
Mentre Attila  in questo stato d'animo incerto, a Roma si discute;
la cosa pi logica sarebbe quella di richiamare Ezio, ma la gelosia di
rinnovare gloria al generale trova in Valentiniano III un fiero oppositore.
Si opta per un'ambasceria in cui siano rappresentati tutti i poteri;
Attila la riceve presso Peschiera, sul Mincio. Ne fanno parte il vecchio
console Avieno, il prefetto Tricezio e il papa Leone I. Quest'ultimo fu,
a quanto pare, l'interlocutore pi importante; s'ignora cosa
possa aver mai detto ad Attila, ma  un fatto che il re unno si ritir.
 probabile che il papa abbia risolto la cosa ricorrendo allo stesso
mezzo che user poi Gregorio Magno con Agilulfo, cio pagando un
forte tributo in oro, sacrificando le casse di S. Pietro; un comportamento
che offrirebbe anche un'interpretazione per la leggenda che nacque sulla 
circostanza e che autorizz chi la diffuse ad una valorizzazione 
della personalit dell'apostolo.
Infatti la leggenda ci rappresenta Attila che, mentre Leone parla,
vede apparirgli accanto un vecchio che, avvolto in un manto sacerdotale, 
roteando una spada, gli ordina di ubbidire alle esortazioni del
santo vescovo. Leggenda che peraltro si carica d'effetto e artificio 
nelle opere di artisti come Raffaello e Algardi, perdendo la sua genuiit:
in esse il vecchio si sdoppia nei due apostoli Pietro e Paolo librantisi
nell'aria con le spade sguainate dietro Leone che avanza verso il re unno.
E Attila indietreggia impaurito.
E ancora, viene attribuita una frase storica ad Attila mentre ripensa 
a Leone e al vescovo di Troyes, Lupo, che gli avrebbe impedito,
come il papa, di saccheggiare la sua citt: So vincere gli uomini, ma
un leone e un lupo hanno saputo conquistare un conquistatore.
E a questo periodo risale l'altra leggenda, che costituisce una specie
di conseguenza della prima, avendo per fine appunto l'esaltazione 
della figura di S. Pietro eletto patrono della citt: Leone, tornato dalla
sua ambasceria, per l'aiuto prestatogli dal principe degli apostoli
avrebbe fatto fondere la statua di Giove capitolino utilizzandone il
bronzo per quella di S. Pietro che ora si trova nella navata centrale
della basilica vaticana.
Ed anche a quegli anni deve risalire la chiesa eretta in onore 
dell'apostolo per volont di Eudossia e da lei chiamata basilica Eudossiana,
pi tardi S. Pietro in Vincoli. Eudossia infatti don a questa chiesa le
catene della prigionia di S. Pietro a Gerusalemme, reliquia regalatale
dalla madre Eudocia; ma a Roma gi erano conservate quelle del carcere 
Mamertino e, quando papa Leone avvicin le une alle altre, esse
si saldarono formando un'unica catena di 38 anelli, come gi ricordato 
nella biografia del primo pontefice.
Leggende a parte per,  un dato di fatto che i cittadini romani, passato 
il pericolo, finirono gradatamente per non partecipare alle numerose 
funzioni religiose istituite da Leone in onore di S. Pietro per 
commemorare la salvezza della citt; essi preferivano andare a vedere i
giochi nel circo anzich pregare sulla tomba dell'apostolo. E Leone
naturalmente li rimprover con uno dei suoi famosi sermoni.
La festa religiosa nella quale, dal giorno in cui fummo puniti e poi
liberati, il popolo tutto dei fedeli confluiva per rendere grazie al 
Signore,  stata gi dimenticata da tutti, come dimostra il piccolo 
numero di coloro che sono qui presenti; questo ha rattristato e turbato il
mio cuore. Ho vergogna di quanto sto per dire, e tuttavia non posso
tacerlo: ha pi seguaci il demonio che l'apostolo; e i vergognosi 
spettacoli profani attirano il popolo pi delle tombe dei martiri. Chi ha
dunque salvato questa citt, chi ha infranto le sue catene, chi ha distolto
da lei la strage? I giochi del circo oppure la sollecitudine dei santi?
Non sappiamo se i Romani tornarono a pregare il loro patrono; 
certo, piuttosto, che la societ tutta di Roma a quei tempi era un po'
travolta dal gioco e dal vizio e quindi poco propensa a battersi il petto
e fare penitenza. Lo stesso imperatore, ormai trapiantato a Roma,
non dava il buon esempio e la sua vita lussuriosa caus, sia pure 
indirettamente, il sacco di Roma compiuto dai Vandali.
Infatti fu assassinato dal senatore Petronio Massimo per aver recato
oltraggio a sua moglie Anicia; una vendetta che port questo senatore
al trono imperiale. Massimo poi, morta Anicia, riusc a sposare Eudossia,
ignara che egli fosse l'assassino di Valentiniano III. Una volta
venutane a conoscenza, l'orgogliosa figlia di Teodosio si vendic nel
peggiore dei modi; invoc di nascosto dall'Africa l'intervento di 
Genserico, re dei Vandali. Nel maggio del 455 egli sbarcava con le sue
truppe a Porto.
Erano famose le crudelt dei Vandali; avevano ridotto l'Africa a
terra di scorribande selvagge; perfino chiese e monasteri erano stati 
distrutti, vescovi uccisi o catturati. A Roma si diffuse il terrore, la 
popolazione era in preda a sfrenati disordini. Massimo era incapace di 
costituire un abbozzo di difesa; conged la corte e concesse a tutti libert
di cercar scampo con la fuga. Il popolo indignato lo uccise, straziandone 
il cadavere; Genserico avanzava sulla via Portuense.
Ancora una volta Leone si accinse a tentare di salvare la citt, come
aveva fatto con Attila; ma il miracolo non si ripet, ovvero Genserico 
non si accontent di un semplice tributo come il re unno. Il papa
ottenne solo la promessa che le tre grandi basiliche di S. Pietro,
S. Paolo e del Laterano non sarebbero state toccate; e furono 14 giorni 
di saccheggio dal 15 giugno di quell'anno.
La spoliazione fu sistematicamente condotta in tutte le zone della
citt; le numerose ricchezze degli antichi templi pagani ancora esistenti
e del palazzo imperiale vennero trasportate sulle navi ormeggiate alle
sponde del Tevere: statue, vasellame prezioso del tempio di Giove sul
Palatino, nonch tutti gli arredi sacri del tempio di Gerusalemme portati
a Roma da Tito per ornare il suo trionfo. Genserico trascin in
Africa come schiavi di guerra migliaia di Romani e tra di essi, Eudossia,
colei che aveva causato tutta questa rovina.
Quando i Vandali ripresero il mare, si ebbe un altro periodo di 
ricostruzione, lenta e insicura tra imperatori di scarso impegno. Leone fu
quanto mai attivo: come scriveva il Platina, rest d'una tanta calamit 
oltre modo dolente, si volse tutto a risarcire la desolata citt, e le
bruciate chiese.
Roma d'altronde era nel suo cuore, perch era la citt dove Pietro,
secondo le sue parole, con la stessa carne nella quale fu nostro capo
supremo, dorme il beato sonno della morte; nell'Urbe che per virt
dei Principi degli Apostoli, da maestra di errori divenne discepola della
verit; la citt che Pietro fece capo del mondo. Le sue numerose
epistole e i suoi sermoni sono infatti quasi sempre centrati sulla figura
dell'apostolo, perch come vale per sempre ci che Pietro ha creduto
in Cristo, cos anche sempre sussiste ci che Cristo ha istituito in 
Pietro; in pratica Leone approfond il significato simbolico della persona
del primo papa, lo illumin con la sua parola fino a personificarlo
come suo discendente, apparendo agli occhi stessi dei Romani del tempo 
il nuovo Pietro.
Nonostante l'ingegnosa creazione poetica delle leggende, nonostante 
gli sforzi che egli fece per attribuire la salvezza della citt agli
apostoli Pietro e Paolo, fu Leone il riconosciuto Defensor Urbis; e i
Romani pensarono, vivo lui, di dormire sonni tranquilli, senza tante
preghiere di ringraziamento, come si  visto, per il pericolo ormai
scampato di Attila. Il loro comportamento si rivel gi allora quello
che  sempre stato poi tipico, se vogliamo, dei Romani fino a ieri:
Leone fu il primo papa a doverlo constatare di persona e, probabilmente,
a capirlo da autentico romano quale egli fu.
Mor nel novembre del 461, forse il 10. Fu sepolto nell'antica basilica 
di S. Pietro; quando fu eretta la nuova, la sua salma fu sistemata ai
tempi di Clemente XI sotto l'altare a lui dedicato con la pala marmorea 
dell'Algardi.
FINE.