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e adattato dalla Fondazione Ezio Galiano per                                      
renderne autonoma la lettura ai privi della vista.                                

GIACOMO LEOPARDI.                                                                 

PENSIERI. (ZIBALDONE).                                                            

SESTA PARTE.                                                                      

Fuoco - Il suo uso  indispensabile necessit ad una vita comoda e civile, anzi   
pure ai primissimi comodi.  - Or tanto  lungi che la natura l'abbia  insegnato   
all'uomo,  che  fuor  di  un  puro  caso,  e  senza  lunghissime e diversissime   
esperienze,  ei non pu averlo scoperto n concepito - E non possono neppure  i   
filosofi indovinare come abbia fatto l'uomo non pure ad accendere,  ma a vedere   
e scoprire il primo fuoco. Chi ricorre a un incendio cagionato dal fulmine, chi   
al frottement reciproco  de'  rami  degli  alberi  cagionato  da'  venti  nelle   
[3644]foreste,  chi  a'  volcani,  e  chi  ad  altre  tali ipotesi l'una peggio   
dell'altra - E conosciuto il  fuoco,  come  avr  l'uomo  trovato  il  modo  di   
accenderlo sempre che gli piaceva? Senza di che e' non gli era di veruno uso. E   
di  estinguerlo  a  suo  piacere?  Quanto avr egli dovuto tardare a sapere e a   
trovar tutte queste cose - Gli antichi favoleggiavano che il fuoco fosse  stato   
rapito al cielo e portato di lass in terra. Segno che l'antica tradizione dava   
l'invenzione  del  fuoco  e  del  suo  uso  e  del modo di averlo,  accenderlo,   
estinguerlo a piacere,  per un'invenzione  non  delle  volgari,  ma  delle  pi   
maravigliose; e che questa invenzione non fu fatta subito, ma dopo istituita la   
societ,  e non tanto ignorante, altrimenti ella non avrebbe potuto dar luogo a   
una favola,  e a una favola la quale narra che il ratto del fuoco fu  opera  di   
chi volle beneficare la societ umana ec. - Non solo la natura non ha insegnato   
l'uso del fuoco,  n somministrato pure il fuoco agli uomini se non a caso,  ma   
ella lo ha  fatto  eziandio  formidabile,  e  pericolosissimo  il  suo  uso.  E   
lasciando i danni morali,  quanti infiniti ed immensi danni fisici non ha fatto   
l'uso del fuoco s all'altre [3645]parti della natura  s  allo  stesso  genere   
umano.  Niuno de' quali avrebbe avuto luogo se l'uomo non l'avesse adoperato, e   
contratto il costume di adoperarlo. Il fuoco  una di quelle materie, di quegli   
agenti terribili, come l'elettricit,  che la natura sembra avere studiosamente   
seppellito  e  appartato,  e rimosso dalla vista e da' sensi e dalla vita degli   
animali,  e dalla superficie del globo,  dove essa vita e la vegetazione  e  la   
vita  totale  della  natura  ha  principalmente  luogo,  per non manifestarlo o   
lasciarlo manifestare che nelle  convulsioni  degli  elementi  e  ne'  fenomeni   
accidentali e particolari,  com' quello de' vulcani, che sono fuor dell'ordine   
generale e della regola ordinaria della natura.  Tanto   lungi  ch'ella  abbia   
avuto intenzione di farne una                                                     
materia  d'uso  ordinario e regolare nella vita degli animali o di qualsivoglia   
specie  di  animali,   e  nella  superficie  del  globo,   e  di  sottometterlo   
all'arbitrio  dell'uomo,  come  le  frutta  o l'erbe ec.,  e di destinarlo come   
necessario alla felicit e quindi  alla  natural  perfezione  della  principale   
specie  di esseri terrestri - [3646]Orazio (1.  od.3.) considera l'invenzione e   
l'uso del fuoco come cosa tanto ardita,  e come un ardire tanto contro  natura,   
quanto lo  la navigazione,  e l'invenzion d'essa;  e come origine, principio e   
cagione di altrettanti mali e morbi  ec.  di  quanti  la  navigazione;  e  come   
altrettanto colpevole della corruzione e snaturamento e indebolimento ec. della   
specie  umana  -  Ma il fuoco  necessario all'uomo anche non sociale,  ed alla   
vita umana semplicemente.  Come si vivrebbe in Lapponia o sotto il  polo,  anzi   
pure in Russia ec.  senza il fuoco?  Primieramente, rispondo io, come dunque la   
natura l'ha cos nascosto ec.  come sopra?  Come poteva ella negare agli esseri   
ch'ella produceva il precisamente necessario alla vita,  all'esistenza loro?  o   
render loro difficilissimo il procacciarselo?  e pericolosissimo l'adoperare il   
necessario?  pericolosissimo, dico, non meno a se stessi che altrui? Ed essendo   
quasi certo, secondo il gi detto,  che gli uomini non hanno potuto non tardare   
un  pezzo  (pi  o  men lungo) a scoprire il fuoco,  e pi ad avvedersi che lor   
potesse [3647]servire ed a che, e pi a trovare il come usarlo,  il come averlo   
al  bisogno  ec.  e  a  vincere  il  timore  che  e'  dovette ispirar loro,  s   
naturalmente, s per li danni che ne avranno ben tosto provati e certo prima di   
conoscerne anzi pur d'immaginarne l'uso e la propriet,  s ancora forse per le   
cagioni  che  lo  avranno  prodotto  (come se fulmini o volcani o tali fenomeni   
ec.),  s per gli effetti che n'avranno veduto  fuor  di  se,  come  incendi  e   
struggimenti  d'arbori,  di  selve  ec.  morti  e  consunzioni  e incenerimento   
d'animali,  o d'altri uomini ec.  ec.;  stante dico tutto questo,  come avranno   
potuto  vivere  tanti  uomini,  o  sempre,  o  fino a un certo tempo,  senza il   
necessario alla vita loro?  Secondariamente,  chiunque non consideri il  genere   
umano per pi che per una specie di animali,  superiore bens all'altre, ma una   
finalmente di esse;  chiunque si contenti e si degni di tener l'uomo non per il   
solo essere,  ma per un degli esseri,  di questa terra,  diverso dagli altri di   
specie,  ma non di genere n totalmente,  n formante un ordine e una natura  a   
parte,  ma  compreso  nell'ordine  e  nella natura di tutti gli altri esseri s   
della terra s di questo mondo,  [3648]e partecipante delle qualit  ec.  degli   
altri,  come  gli  altri delle sue,  e in parte conforme in parte diverso dagli   
altri esseri, e fornito di qualit parte comuni parte proprie,  come sono tutti   
gli  altri  esseri di questo mondo,  ed insomma avente piena e vera proporzione   
cogli altri esseri, e non posto fuor d'ogni proporzione e gradazione e rispetto   
e attinenza e convenienza e affinit ec. verso gli altri;  chiunque non creder   
che  tutto  il  mondo  o  tutta  la  terra  e ciascuna parte di loro sian fatte   
unicamente ed espressamente per l'uomo,  e che  sia  inutile  e  indegna  della   
natura qualunque cosa,  qualunque creatura, qualunque parte o della terra o del   
mondo non servisse o non potesse n dovesse servire  all'uomo,  n  avesse  per   
fine  il  suo  servigio;  chiunque  cos  la pensi,  risponder facilmente alla   
soprascritta obbiezione. S'egli v'ha, come certo v'avr,  una specie di pianta,   
che rispetto al genere de' vegetabili ed alla propria natura loro generale, sia   
di  tutti  i vegetabili il pi perfetto,  e sia la sommit del genere vegetale,   
come lo  l'uomo dell'animale,  non per questo [3649]seguir n sar necessario   
ch'essa  pianta  n  si trovi n prosperi,  n debba n pur possa prosperare n   
anche allignare n nascere in  tutti  i  paesi  e  climi  della  terra,  n  in   
qualsivoglia  regione  de'  climi  ov'ella  pi  prospera  e moltiplica,  n in   
qualsivoglia terreno e parte delle regioni a lei pi proprie e  naturali.  Cos   
discorrasi nel genere o regno minerale,  e negli altri qualunque.  Che all'uomo   
in societ giovi la moltiplicazione e diffusione della sua specie, o per meglio   
dire che alla societ giovi la  moltiplicazione  e  propagazione  della  specie   
umana,  e  tanto  pi  quanto    maggiore,  questo   altro discorso, e certo   
s'inganna assai chi lo nega.  Ma che la  natura  medesima  abbia  destinato  la   
specie  umana  a  tutti  i  climi e paesi,  e tutti i climi e paesi alla specie   
umana,  questo  ci che n si pu provare,  e  secondo  l'analogia,  che  sar   
sempre  un  fortissimo,  e  forse il pi forte argomento di cognizione concesso   
all'uomo,  si dimostra  per  falsissimo.  Niuna  pianta,  niun  vegetale,  niun   
minerale,  niuno  animale conosciuto si trova in tutti i paesi e climi [3650]n   
in tutti potrebbe vivere e nascere,  non che prosperare  ec.  Altre  specie  di   
vegetabili  e  di  animali  ec.  si  trovano  e  stanno bene in pi paesi e pi   
diversi, altre in meno, niuna in tutti, e niuna in tanti e cos vari di qualit   
e di clima,  in quanti e  quanto  vari    diffusa  la  specie  umana.  Tra  la   
propagazione  e  diffusione  di  questa  specie  e  quella  dell'altre non v'ha   
proporzione alcuna. E notisi che la propagazione di molte specie di animali, di   
piante ec. devesi in gran parte non alla natura,  ma all'uomo stesso,  onde non   
avrebbe forza di provar nulla nel nostro discorso.  Molte specie che per natura   
non erano destinate se non se a un solo paese, o a una sola qualit di paesi, o   
a paesi poco differenti, sono state dagli uomini trasportate e stabilite in pi   
paesi,  in paesi differentissimi  ec.  Ci    contro  natura,  come  lo    lo   
stabilimento  della  specie  umana  medesima  in  quei  luoghi  che  a  lei non   
convengono.  Le piante,  gli animali ec.  trasportate e stabilite dall'uomo  in   
paesi  a  loro  non  convenienti,  o  non  ci  durano,  o non prosperano,  o ci   
degenerano, ci si trovano male ec.  Gl'inconvenienti [3651]a cui le tali specie   
sono soggette ne' tali casi in siffatti luoghi,  sono forse da attribuirsi alla   
natura? e se esse in detti luoghi, pur, bench male,  sussistono,  si dee forse   
dire  che  la  natura  ve le abbia destinate?  e il genere di vita ch'esse sono   
obbligate a tenere in siffatti luoghi, o che loro  fatto tenere, e i mezzi che   
impiegano a sussistere, o che s'impiegano a farle sussistere,  si debbono forse   
considerare  come naturali,  come lor propri per loro natura?  e argomentare da   
essi delle intenzioni della natura intorno a detta specie?Mentre  pertanto  non   
si  pu  dubitare  che la natura,  quanto a se,  ha limitato ciascuna specie di   
animali, di vegetabili ec. a certi paesi e non pi;  nel tempo stesso,  al modo   
che  nelle altre cose non si vuol riconoscere alcuna proporzione e analogia tra   
la specie umana e l'altre  specie  di  esseri  terrestri  o  mondani,  cos  si   
pretende che la natura non abbia limitato la specie umana a niun paese, a niuna   
qualit di paesi;  e a differenza di tutte l'altre specie terrestri, a ciascuna   
delle quali la natura ha destinato sol piccolissima parte del  [3652]globo,  si   
vuol  ch'ella  abbia  destinato  alla  specie umana tutta quanta la terra.  Che   
l'uomo infatto l'abbia occupata tutta,  non si pu negare.  Cos egli ha  fatto   
milioni  d'altre  cose  contrarie  alla  natura  propria ed all'universale.  Ma   
argomentar dal fatto,  che tale occupazione sia secondo natura,   cosa stolta.   
Intorno  a  una  specie  di  esseri  che  ha  fatto e tuttogiorno fa tante cose   
evidentemente non pur diverse ma contrarie alla natura e propria ed universale,   
volendo discorrere della sua  natura  vera,  e  de'  suoi  propri  e  primitivi   
destini,  bisogna  ragionare a maiori,  perch il ragionamento a minori diviene   
impossibile. Ragionare a maiori nel nostro caso,   considerare l'analogia,  la   
quale  abbiamo  veduto  che  cosa dimostri.  A minori si potrebbe confermare la   
stessa  cosa,   col  veder  le  miserie  fisiche  a  cui  la  specie  umana      
inevitabilmente  soggetta  in  moltissimi  paesi  e  climi,   e  le  qualit  e   
costituzioni fisiche p.e.  de' Samoiedi,  la razza de'  quali,  piccolissima  e   
deforme,  si  pu  considerare  come  una  degenerazione  della  specie  umana,   
cagionata dal clima  contrario  alla  sua  natura  propria  [3653]e  primitiva;   
degenerazione  conforme a quella che manifestamente veggiamo in tante specie di   
animali, piante ec.  stabilite da noi fuori de' loro nativi,  propri e naturali   
paesi,  climi,  terreni ec.Ed in verit, ragionando anche astrattamente, non vi   
par egli assurdo,  e  fuor  d'ogni  verisimiglianza,  e  d'ogni  proporzione  o   
convenienza  o similitudine con quello che in tutte l'altre cose veggiamo,  che   
la natura abbia destinato una medesima e identica specie d'animali a nascere  e   
vivere  e  prosperare  indifferentemente  in  tante e cos immense diversit di   
climi e di qualit di paesi, quante si trovano in questa terra, quanta  quella   
(per considerare una sola di tali infinite diversit,  cio quella del caldo  e   
del freddo) che passa tra le regioni polari e l'equinoziale?  Che l'ardore,  il   
gelo;  l'estrema umidit,  l'estrema secchezza;  la terra affatto  sterile,  la   
sommamente  feconda;  il cielo sempre sereno,  il sempre piovoso;  tutte queste   
cose sieno state dalla natura rendute affatto indifferenti al bene e perfetto e   
felice e proprio essere della  specie  umana?  [3654]Ch'ella  abbia  ugualmente   
disposta la detta specie a tutte queste cose, a tutti questi estremi? Or questo   
  ci  che  seguirebbe  dal  fatto,  cio dall'universale diffusione di nostra   
specie,  se dal fatto si dovesse argomentare la di lei natura: questo  ci che   
suppone veramente e necessariamente nel fatto la detta universal diffusione,  e   
senza cui essa non pu non esser cosa snaturatissima  e  contrarissima  al  ben   
essere della specie.  Qual altra specie di animali, di vegetali ec.  o pu mai   
parere a un filosofo disposta naturalmente,  non dico a tutti i diversi estremi   
delle qualit de' paesi,  come si pretende o  necessario pretendere che lo sia   
indifferentemente la specie umana; non dico a due soli di tali estremi; ma pure   
a due differenze in tali qualit,  che non sieno molto lontane  dagli  estremi?   
Qual  proporzione,  quale  analogia  sarebbe  tra  la detta natura fisica della   
specie umana, e quella di qualsivoglia altra specie, e di tutte insieme,  e tra   
la  natura  universale?Io  dico  dunque per fermo,  che la specie umana per sua   
natura, secondo le intenzioni della natura, volendo poter conservare il suo ben   
essere, [3655]non doveva propagarsi pi che tanto,  e non era destinata senon a   
certi  paesi  e  certe  qualit  di  paesi,  de'  limiti  de'  quali non doveva   
naturalmente uscire,  e non usc che contro natura.  Ma come contro natura ella   
giunse  a  un grado di societ fra se stessa,  ch' fuor d'ogni proporzione con   
quella che hanno l'altre specie,  e che in mille luoghi  s'  dimostrato  esser   
causa  del suo mal essere e corruzione ec.,  cos contro natura si moltiplic e   
propag strabocchevolmente; perocch questa moltiplicazione, come poi contribu   
sommamente ad accelerare, cagionare, accrescere i progressi della societ, cio   
della corruzione umana, cos dapprincipio non ebbe origine se non dal soverchio   
e innaturale progresso d'essa societ.  Quanto le specie sono meno socievoli  o   
hanno  minor  societ,  tanto  meno  si moltiplicano;  e viceversa.  Vedesi ci   
facilmente nelle varie specie d'animali,  e anche di piante ec.  Vedesi  ancora   
ne'  selvaggi e ne' popoli pi naturali,  il numero della cui popolazione  per   
lo pi stazionario come il loro stato sociale,  il loro carattere,  costume ec.   
(e tale doveva egli essere,  secondo [3656]natura,  in tutta la specie umana; e   
tale par che sia nell'altre specie d'animali). Piccole isole, segregate affatto   
dall'altre terre, hanno da tempo immemorabile fino                                
a' d nostri,  sempre ugualmente bastato alla popolazione racchiusa in esse,  e   
tale certo ve n'ha,  non ancora scoperta, che ancor basta alla sua popolazione,   
e basteralle fino a tempo illimitato,  o in perpetuo.  Ne' paesi dove,  dopo la   
prima  occupazione  fattane  dagli  uomini,  la  societ  non  ha  fatto  altri   
progressi,  non si  stretta niente di pi che allor fosse,  neanche il  numero   
degl'individui  umani  cresciuto,  e la moltiplicazione appena v'ha luogo.  Al   
contrario nelle societ colte, e tanto pi al contrario (salvo per molte altre   
circostanze  naturali  o  sociali  che  giovano  o   nocciono   per   se   alla   
moltiplicazione)  quanto elle sono pi colte.  Dal che si vede che la soverchia   
moltiplicazione del genere umano,  e la sua propagazione che da lei nasce e che   
ne  necessario effetto,  non sono cose che vengono dalla natura, se non fino a   
un certo e conveniente grado. E necessaria alla soverchia diffusione del genere   
umano  stata, fra l'altre cose, la [3657]navigazione,  cos evidentissimamente   
contro  natura;  mentre  questa  anzi  avrebbe  dovuto  insegnarla  e  renderla   
facilissima  e  non,  com',  pericolosissima  ec.   ec.   ec.,   se  la  detta   
propagazione,  a cui l'arte del navigare era necessaria, fosse stata secondo le   
sue intenzioni.Come ho detto,  altre specie sono naturalmente pi,  altre  meno   
atte a moltiplicarsi, altre destinate a pi e pi diversi paesi, altre a meno e   
men diversi. Che la specie umana sia piuttosto delle seconde che                  
delle prime,  si pu per analogia dedurre dal suo stesso essere nel suo genere,   
cio nel genere animale,  la  pi  perfetta  e  suprema  e  migliore.  Perocch   
veggiamo che in ogni genere di vegetali, di minerali ec. le specie migliori son   
le pi rare,  le meno trasferibili fuor de' luoghi natii ec.  Quella pianta pi   
d'ogni altra perfetta, che abbiam supposto di sopra,  sarebbe verisimilmente la   
pi rara,  la pi limitata a certa sorta di paese, di terreno. Le men perfette,   
a proporzione.  Cos pure a proporzione nel genere animale.  Le migliori specie   
sarebbero le [3658]pi rare,  le pi scarse nell'intrinseco numero ec.  (Se tra   
le migliori e superiori vogliamo contare la scimia,  l'uomo selvatico  ec.  che   
pi  s'avvicinano  all'uomo,  il  fatto confermerebbe la mia supposizione).  Ed   
essendo il genere animale nella natura terrestre,  il  migliore;  e  la  specie   
umana  essendo  la  sommit  del genere animale,  e quindi di tutte le specie e   
generi di esseri terrestri;  ne seguirebbe ch'ella naturalmente dovesse  essere   
di  tutte  le specie terrestri la pi rara,  e la pi limitata nel numero e ne'   
luoghi.Con questi discorsi alla mano, e tenendo fermo che la propagazione della   
nostra specie accadde  per  la  massima  parte  contro  natura,  io  risponder   
facilmente  a  chi dalle qualit di tali o tali paesi abitati ora dagli uomini,   
volesse dedurre che tali o tali istituti, costumi, usi, invenzioni ec. ec.  non   
insegnati n suggeriti, anzi contrariati dalla natura, e per lunghissimo tempo   
stati necessariamente ignoti ec.  sieno, malgrado della natura, necessarii alla   
specie umana, alla sua vita, al suo ben essere. Io considerer tali costumi ec.   
come i rimedii dolorosi o  disgustosi  de'  morbi,  i  quali  tanto  [3659]sono   
naturali  quanto  essi  morbi,  che  non  sono  naturali  o avvengono contro le   
intenzioni e l'ordine generale della natura.  La  natura  non  ha  insegnato  i   
rimedii  perch  neanche  ha  voluto i morbi;  cos s'ella ha nascosto p.e.  il   
fuoco, non l'ha fatto perch l'uomo dovesse di sua natura cercarlo con infinita   
difficolt,  usarlo con infinito pericolo ec.  ma perch'ella non ha voluto  che   
l'uomo  vivesse e abitasse in luoghi dove gli facesse bisogno di fuoco,  (n si   
cibasse di ci che senza fuoco non  mangiabile n atto  per  lui  ec.).  E  in   
questo  modo  e  con questo mezzo ribatter infinite obbiezioni di simil genere   
contro la mia teoria dell'uomo;  ch certo il detto mezzo si estende a infinita   
diversit  di  cose.E  quanto  al fuoco in particolare,  dal quale abbiam preso   
occasione di questo discorso; che ne' luoghi temperati o caldi,  soli destinati   
dalla  natura all'uomo,  e ne' quali infatti si vede che la vita de' popoli non   
corrotti ancora,  o men corrotti,  dalla societ,  fu ed    pi  naturale  che   
altrove,  e men bisognosa d'invenzioni e mezzi e usi [3660]ec. ascitizi, e meno   
effettivamente di essi contaminata e alterata  (si  sa  d'altronde  e  si  vede   
sempre pi chiaro per le storie e                                                 
i  monumenti e avanzi delle memorie antichissime,  che si vanno di d in d pi   
scoprendo e intendendo, che un paese caldissimo fu la culla, ed io aggiungo, la   
propria e natural sede di nostra specie); che ne' paesi caldi, dico,  la specie   
umana  non  abbia mestieri di fuoco a vivere e a ben vivere secondo natura (non   
secondo societ,  ch la vita sociale senza fuoco non pu stare),  si vede  con   
effetto v.g.  ne' Californii;  i quali,  ch'io sappia, non usano fuoco in alcun   
modo, vivendo in caldissima temperatura, che lor risparmia il fuoco non men che   
le vesti; e cibandosi solo d'erbe e radici e frutta e animali che colle proprie   
mani disarmate raggiungono, vincono e prendono, e altre tali cose, tutto crudo.   
Ma quivi proprio,  accanto a loro e tra loro,  i missionarii ed  altri  europei   
quivi stabiliti, morrebbero certo se non usassero fuoco. La necessit del fuoco   
non  vien  dunque da' climi ec.  Intanto quei Californii sono a cento doppi nel   
fisico pi sani,  forti,  allegri d'aspetto,  e certo nel morale e nell'interno   
felici,  che  non  questi  europei.[3661]Non sar alieno da questo proposito il   
prevenir chi volesse obbiettare che moltissimi degli  usi  invenzioni  ec.  che   
hanno  cagionato la corruzione del genere umano,  o vi hanno contribuito,  o da   
essa son nate, e l'hanno accresciuta ec.  si trovano esser comuni o a tutti o a   
moltissimi  popoli,   anche  selvaggi,   anche  affatto  divisi  tra  loro,   e   
diversissimi ec.  anche privi fino agli ultimi  momenti  d'ogni  commercio  col   
resto  del  mondo  ec.,  o  alla massima parte dei popoli ec.  (com' l'uso del   
fuoco);  e da ci volesse dedurre che tali usi,  invenzioni  ec.  bench  dalla   
natura  contrariate,  pur  dalla  natura  dell'uomo  erano richieste,  ed a lei   
convengono,  ed essa presto o tardi immancabilmente le scuopre,  le adotta  ec.   
Rispondo  che  tutte  le  cose  persuadono una essere stata la culla del genere   
umano,  e da un solo principio esser derivate tutte le nazioni,  e da  un  solo   
paese  uscite,  e  ad  una  sola  origine  doversi  tutte  riferire.  Certo per   
lunghissimo tempo ebbe tutto il genere umano stretta relazione insieme,  stante   
la prossimit de' luoghi che esso,  accrescendosi e dilatandosi, veniva di mano   
in mano [3662]occupando.  Prima che alcuna parte dell'uman genere,  o  vogliamo   
dire  alcun  popolo,  restasse  cos  disgiunta  dall'altre che niuna relazione   
avesse seco loro, era certamente gi, non pur nata, ma notabilmente avanzata la   
corruzione  del  genere  umano.  Poich,  fra  l'altre  cose,  questa  medesima   
propagazione  di  esso  genere,  che  le  sue  parti appoco appoco divise l'una   
dall'altra,  non pot aver luogo senza ch'e' fosse gi corrotto,  come dico nel   
pensiero  antecedente,  e la navigazione molto meno,  senza cui non pare che il   
genere umano si potesse tanto diffondere,  sino a perdere  ogni  communicazione   
tra  le sue parti.  Da qualunque causa per tanto e in qualunque modo nascesse e   
crescesse la corruzione e lo snaturamento di nostra  specie,  esso  fu  uno,  e   
nacque e crebbe (fino a un notabil segno) in tutto il genere umano ad un tempo,   
siccome tutto il genere umano fu per immenso corso di secoli, una nazione sola,   
bench sempre crescente.  Dico dunque che questa corruzione  un fatto solo,  e   
non pi, tanto che dalla moltiplicit de' fatti conformi,  si possa raccogliere   
ch'essa  [3663]corruzione  era naturale e inevitabile.  Dico che tutte le dette   
invenzioni, usanze ec. che si trovano esser comuni a tutti o alla pi parte de'   
popoli,  ebbero una origine sola,  (o il caso,  o qualunque  altra  ch'ella  si   
fosse);  che  una sola volta furono dagli uomini superate le immense difficolt   
che la natura a tali invenzioni ec.  opponeva;  ch'elle si propagarono  insieme   
coll'uman  genere;  che  i pi selvaggi popoli che fino al d d'oggi si trovino   
nelle pi remote isole e pi divise da ogni commercio, erano, quando in esse si   
recarono,  gi notabilmente corrotti,  e portarono seco le dette invenzioni ec.   
che  lor sono comuni con tutti gli altri popoli,  perch tutti gli altri ancora   
dalla medesima fonte derivarono,  e dal medesimo luogo e  nazione  ebbero  quei   
tali  usi  e cognizioni ec.,  e non perch queste nascessero tante volte quanti   
sono e furono i popoli della terra che le posseggono e  possederono.  Se  l'uso   
del fuoco  comune a tutti i popoli, io dico che la sua origine fu sola una. Se   
la  navigazione    comune  anche  a moltissimi selvaggi e barbari che da tempo   
immemorabile fino agli ultimi secoli [3664]o fino agli ultimi anni,  non ebbero   
relazione alcuna coi popoli civili, o niuna per ancora ne hanno; io dico che la   
navigazione fu scoperta una volta sola, e che di questa scoperta tutti i popoli   
che navigano ne profittarono, e che da essa derivano non meno le canoe fatte di   
un sol tronco scavato,  e mosse con un ramo d'albero per remo, che i bastimenti   
i pi artifiziati e le barche a vapore. E certo quei popoli non sarebbero, cio   
non abiterebbero in quei paesi,  e non sarebbero disgiunti dagli altri  popoli,   
se prima di divenir tali,  essi non avessero conosciuta la navigazione, col cui   
mezzo si allontanarono dagli altri. Dunque s'ei la conobbero prima di separarsi   
dalla nazione ond'essi derivano, questa nazione la conosceva.  Dunque se questa   
la  conosceva,  anche  quella  ond'essa  venne.  Dunque cos di mano in mano si   
giunger fino a quella nazione,  onde tutte provennero,  cio al  genere  umano   
ancora  indiviso,  e  formante  per anche una sola nazione.  Cos discorrasi di   
tutte quell'altre scoperte ec.  ch'essendo maravigliosissime  e  parendo  quasi   
impossibili,  pur si [3665]trovano esser comuni a tutti o quasi tutti i popoli,   
ancorch incolti, remotissimi,  disgiuntissimi ec.  (Giacch dell'altre che son   
facili,  e  poco  contrariate  dalla  natura ec.  non  necessario il suppor lo   
stesso, non  maraviglia se ciascun popolo, ancorch rozzo,  pot trovarle,  se   
il caso che le mostr,  essendo facile e proclive ad accadere, ebbe luogo molte   
volte e in molti luoghi ec. pi presto qua e l pi tardi,  ma pur dappertutto,   
in tanto spazio di tempo quanto  ch'esistono quei popoli; e niuno argomento se   
ne pu trarre a provare ch'elle sieno naturali,  per la moltiplicit delle loro   
origini;  perocch de' popoli bastantemente  corrotti,  era  ben  naturale  che   
tutti,  presto o tardi,  le trovassero ugualmente;  oltre che tali scoperte ec.   
facili e  proclivi  non  sono  mai  causa  di  gran  corruzione,  n  molta  ne   
richieggono,  n  molto  si  oppongono  alla  natura,  n molto contribuirono a   
snaturare la nostra vita e la nostra specie).Tant'.  Popolo  umano  totalmente   
naturale  e incorrotto,  non esiste.  Tutti i popoli,  tutti gl'individui umani   
sono corrotti e alterati,  perch [3666]tutti  hanno  origine  da  un  medesimo   
popolo,  il  quale  fu  corrotto  prima di emetterli,  o vogliamo dire prima di   
diffondersi e dividersi,  n si sarebbe tanto diffuso e tanto diviso  se  prima   
non  fosse  stato  corrotto.  Ma questa originaria corruzione che in moltissimi   
popoli si ferm e non pass pi oltra,  e dura anche oggid,  quasi  corruzione   
primitiva  (giacch popoli o uomini di vita veramente primitiva non si trovano,   
n si possono  onninamente  trovare,  stante  la  corrotta  origine  di  tutti,   
[indicata  ancora  dalla  Scrittura ec.]);  questa corruzione dico,  secondo le   
diverse circostanze naturali o accidentali o qualunque,  in altri pass  pi  o   
meno avanti, poi si ferm e divenne stazi                                         
onaria (come nel Messico, nella China); in altri retrocedette, poi risorse, poi   
seguit  e segue sempre a progredire,  come in Europa.Questo mio discorso non    
immaginazione. L'universale e costantissima tradizione e le memorie tutte della   
remotissima antichit provano che una in fatto fu l'origine dell'uman  genere.   
Esse  e  la  ragione  provano  che l'unicit di nazione nell'uman genere dur e   
dovette [3667]naturalmente  durare  per  lunghissimo  tratto  di  secoli.  Essa   
tradizione espressa, esse memorie, essa ragione provano che la prima corruzione   
del  genere  umano  fu universale,  cio di tutto il genere insieme,  che dalla   
nazione umana gi corrotta, gi degenerata,  gi ricca di moltissime invenzioni   
ec.  (il  che  non  pot essere che dopo lunghissimo spazio) si derivarono e si   
diffusero e separarono le varie nazioni in ch'ella poi  si  divise.  (torre  di   
Babele ec.)E venendo ad altri fatti, si trova che le scoperte ec. difficili, le   
quali  furon  proprie  di  qualche  nazione  particolare,  e  nacquero  dopo la   
divisione del genere umano; bench necessarissime alla vita civile, bench tali   
che senza di esse la civilt non sarebbe potuta crescere,  n pur giungere a un   
grado  da  meritare un tal nome,  non si sono mai introdotte,  se non presso le   
nazioni che hanno o hanno avuto relazione tra loro; e nell'altre, bench giunte   
ancora fino a un certo segno di dirozzamento,  come la China e il Messico  ec.,   
non si sono introdotte ancora, quantunque n                                       
elle civili nazioni esse sieno [3668]antichissime,  e d'origine immemorabile; o   
non vi s'introdussero se non per mezzo delle nazioni civili che ve le  recarono   
dopo  innumerabili  secoli.  Il  che  prova evidentemente che tali scoperte ec.   
ebbero un'origine sola (o fosse  il  caso  o  qualunqu'altra),  poich'esse  non   
furono  mai note se non a nazioni che scambievolmente conversarono;  e che esse   
scoperte non si rinnovarono mai,  poich  nelle  nazioni  separate  da  quelle,   
ancorch colte,  in immenso spazio di tempo,  mai non nacquero.  Onde se quelle   
nazioni le conobbero,  ci fu precisamente a causa del loro scambievole  usare;   
sicch  quelle scoperte ec.  ebbero un'origine sola,  e non furon fatte pi che   
una volta,  e da detta origine provennero a tutte le nazioni che le conobbero e   
le conoscono. Dunque se altre tali scoperte ec. difficili, son comuni a tutti i   
popoli,  anche  separati,  anche barbarissimi,  si dee supporre ch'elle fossero   
fatte prima che tali popoli si separassero di l ond'essi vennero;  e  si  deve   
parimente  dire  che  anch'esse non ebbero pi che una sola origine.Le scoperte   
ec.  che ho detto esser [3669]solamente comuni ai popoli  che  tra  loro  hanno   
trattato,  sono  infinite.  Bastimi  una.  L'uso della lingua  necessario alla   
societ.  Mirabilissima scoperta  quella  della  favella.  Nondimeno  tutti  i   
popoli  favellano.  Appena  gli  uomini incominciarono a stringere una societ,   
incominciarono a balbettare un linguaggio. La natura stessa                       
lo insegna sino a un certo punto, non solo agli uomini,  ma eziandio agli altri   
animali;  agli  uomini  molto  pi,  ch'ella  ha  fatto  certo  pi  socievoli.   
Stringendosi maggiormente la societ,  e crescendo lo scambievole  usare  degli   
uomini,  fino  a  passare  i  termini voluti e prescritti dalla natura;  crebbe   
necessariamente il linguaggio,  e divenne pi potente che la natura non voleva.   
Tutto  ci  dovette  necessariamente  aver  luogo  prima che il genere umano si   
dividesse. Quando e' si divise, ei parlava di gi,  non che favellasse.  Ci si   
prova a maiori e a minori; e perch la societ crescente produceva di necessit   
l'incremento  della  lingua,  e  perch  questo  era  necessario all'aumento di   
quella; perch il genere umano non si sarebbe diffuso,  se la societ non fosse   
stata  gi  bene  [3670]stretta  e cresciuta e adulta,  n questo poteva essere   
senza un sufficiente linguaggio,  e senza un tal linguaggio il genere umano non   
si sarebbe diffuso ec.  Quindi  che l'invenzione del linguaggio, cos com'ella   
 maravigliosissima,  pur comune a tutti i popoli, anche a' pi separati e pi   
barbari.Ma  forse altrettanto  della  scrittura  alfabetica?  Questa  non  era   
necessaria  alla  diffusione del genere umano.  Bens ell' necessarissima alla   
sua civilt,  bens ell' comune a tutte le nazioni civili,  e a quelle che  il   
furono ec.  moltissime di numero,  bens ell' antichissima,  e la caligine de'   
tempi nasconde la sua origine; ma perci ch'ella non fu p                         
ur pi moderna della divisione dell'uman genere,  non si trover nazione alcuna   
divisa dall'europee ec.  ec.,  per molto sociale ec.  ec. ch'ella sia, la quale   
conosca la scrittura alfabetica, o che la conoscesse prima di riceverla da noi.   
La China cos colta,  ha una  scrittura,  ha  libri,  ha  letteratura  ec.,  ma   
l'alfabeto  non gi.  I Messicani avevano una scrittura,  ma di alfabeto neppur   
l'immaginazione.   E  ci  perch  l'invenzione  dell'alfabeto  (come  [3671]ho   
sostenuto altrove, e come si pu confermare con questo discorso) fu sola una, e   
mai  non  si  rinnov,  e  chi  non ebbe e non pot aver notizia dell'alfabeto,   
direttamente o indirettamente,  dal primo o da' primi che l'inventarono,  o fin   
ch'e'  non  l'ebbe  di  l,  mai non ebbe alfabeto,  mai non l'invent esso (in   
immenso spazio di tempo),  n gliene venne pure in pensiero.  La  China  ne  ha   
avuto notizia,  ma non l'ha adottato, per la natura sua, e per la difficolt di   
mutare o distruggere le usanze  antichissime  e  universali  nella  nazione,  e   
collegate  con  cento  altre che converrebbe pur mutare (come lo  la scrittura   
chinese colla letteratura,  e quindi coi costumi,  coll'istruzione popolare ec.   
ec.);  e  d'introdurne  universalmente  delle affatto nuove e troppo diverse di   
genere ec. ec.A questo proposito si consideri ancora quante invenzioni ec.  che   
per  lunghissimo  tempo  furono proprie degli antichi,  ed anche comuni a molte   
nazioni, ed anche volgari; perdute ne' tempi bassi, non si son                    
o potute mai pi rinnovare,  n mai probabilmente si rinnoveranno (com' quella   
della pittura all'encausto);  e ci,  non ostante che se n'abbia pur la notizia   
in genere,  cio la memoria ch'esse furono e quali  furono,  e  sovente  ancora   
parecchie  notizie  in  ispecie,  cio  vestigi  del come furono,  de' metodi e   
processi ec.  del [3672]modo ec.  de' mezzi,  ingredienti ec.  della  forma  di   
adoperarle ec., e le notizie particolari e distinte de' loro effetti e fini ec.   
Contuttoci  ad  ingegni  cos  civili,   cos  raffinati,  acuti,  penetranti,   
esercitati, coltivati, cos speculativi, cos inventivi,  cos avvezzi e dediti   
a inventare, a speculare, a meditare, a riflettere, a osservare, a comparare, a   
ragionare ec. quali son divenuti gl'ingegni umani (ben altri erano certo e sono   
i  primitivi e selvaggi ec.),  non  bastato l'animo,  dalla risorta civilt in   
poi,  di poterle ritrovare una  seconda  volta.  (11.  Ott.  1823.)Il  pensiero   
antecedente  conferma  le idee da me altrove esposte circa la primitiva unicit   
del linguaggio fra gli uomini,  e la derivazione di tutte le lingue presenti  e   
passate  da  una  sola  e primitiva (cosa appoggiata dalla Scrittura Santa);  e   
circa l'unicit dell'invenzione dell'alfabeto,  e dell'origine prima  di  tutti   
gli antichi e moderni alfabeti. (11. Ott. 1823.)La impotenza e strettezza della   
lingua  francese  e la sua inferiorit per rispetto all'altre di qui facilmente   
si pu comprendere, che l'altre lingue possono, s                                 
empre che vogliono,  [3673]agevolmente  vestire  la  forma  e  lo  stile  della   
francese  (com'effettivamente  hanno  fatto  o  fanno  tutte  le  lingue  colte   
d'Europa,  o per un certo tempo massimamente,  come l'inglese e la  tedesca,  o   
anche oggid,  come l'italiana, la spagnuola, la russa, la svedese, la olandese   
ec.;  e bene avrebbero potuto farlo e potrebbero farlo  sufficientemente  anche   
senza   corrompersi   e   senza  violentare  dirittamente  la  loro  propria  e   
caratteristica indole);  laddove la francese non pu per niun modo prendere  la   
forma n lo stile dell'altre lingue,  n altra forma alcuna che la sua propria.   
E non pur dell'altre lingue che da lei sono aliene, per cos dire,  di famiglia   
e  di sangue,  come l'inglese,  la tedesca,  la russa ec.  le quali pur possono   
vestire ed hanno vestito o vestono la forma della francese;  ma  neanche  delle   
cognate,  n  delle  sorelle,  come  dell'italiana e della spagnuola;  n della   
lingua stessa sua madre, come della latina.  (12.  Ott.  Domenica.  1823.)Colla   
medesima  proporzione  che  altri  viene perfettamente e veramente conoscendo e   
intendendo le difficolt del bene scrivere,  egli impara [3674]a superarle.  N   
prima si conosce e intende compiutamente,  intimamente, distintamente e a parte   
a parte  tutta  la  difficolt  dell'ottimo  scrivere,  che  altri  sappia  gi   
ottimamente  scrivere.  E  ci  per  la  stessa  ragione per cui l'arte di bene   
scrivere, e il modo, e che cosa sia il bene scrivere, non pu essere compiutame   
nte conosciuto e inteso se non da chi compiutamente  possegga  la  detta  arte,   
cio  sappia  interamente  metterla in opera.  Sicch in un tempo medesimo e si   
conosce la difficolt del perfetto scrivere,  e s'impara il modo di vincerla  e   
se  n'acquista  la  facolt.  E  solo  colui  che  sa perfettamente scrivere ne   
comprende sino al fondo  tutta  la  difficolt,  n  altrimenti  pu  mai  bene   
scrivere,  ancorch'ei  gi  sappia  compiutamente  farlo,  che  con grandissima   
difficolt.  Coloro che male scrivono,  stimano che il bene scrivere  sia  cosa   
facile,  e  scrivono  al loro modo agevolmente,  credendosi di scriver bene.  E   
peggio e' sogliono scrivere, pi facile stimano che sia lo scriver bene,  e pi   
facilmente scrivono.  Il considerare il bene scrivere per cosa molto difficile,   
 certissimo segno di esser  gi  molto  avanzato  [3675]nel  sapere  scrivere,   
purch questo tale sia veramente ed intimamente persuaso della difficolt ch'ei   
dice,  e  non  la  affermi solamente a parole e mosso da quello ch'ei n'intende   
dire,  e dalla voce comune.  (Perocch anche chi non sa scrivere,  dice che  il   
bene  scrivere  molto difficile,  ma e' nol dice per coscienza n per prova n   
con vera persuasione,  e s'egli  uno di quelli che s'intrigano di  scrivere  e   
che presumono di saperlo fare,  certo  ch'egli in verit non crede che ci sia   
difficile,  come comunemente si dice,  e com'ei pur dice cogli altri).  Per  lo   
contrario lo stimare che il bene scrivere sia cosa facile o poco dif              
ficile,  e  il  confidarsi  di  poterlo  e saperlo agevolmente fare,  o poterlo   
apprender con poco,   certo segno di non saper  far  nulla,  e  di  esser  sui   
principii  nel  possesso dell'arte,  o molto indietro.  (Cos  generalmente di   
tutte le arti,  scienze ec.) Da queste osservazioni si dee  raccogliere  quanti   
possano  esser  quelli  che  perfettamente  conoscano  il pregio,  e stimino il   
travaglio,  il sapere,  l'arte e l'artifizio di una perfetta scrittura e di  un   
perfetto scrittore, del che a pagg.2796-9. (12. Ott. 1823. Domenica.)[3676]Alla   
p.3349.  Non   da trascurare una differenza che si trova fra il carattere,  il   
costume ec.  degli antichi settentrionali e abitatori de' paesi freddi,  e quel   
de' moderni;  differenza maggior di quella che suol trovarsi generalmente dagli   
antichi ai moderni.  Perocch gli antichi settentrionali ci sono dipinti  dagli   
storici per ferocissimi,  inquietissimi,  attivissimi non solo di carattere, ma   
di fatto, per impazienti del giogo, sempre vaghi di novit, sempre macchinanti,   
sempre ricalcitranti e insorgenti,  e  per  quasi  assolutamente  indomabili  e   
indomiti.  Germani,  Sciti ec.  I moderni al contrario sono cos domabili,  che   
certo niun popolo meridionale  lo    altrettanto.  E  tanto  son  lungi  dalla   
ferocia,  che  non  v'ha  gente pi buona,  pi mansueta,  pi ubbidiente,  pi   
tollerante di loro.  E se v'ha parte d'Europa  dove  meno  si  macchini,  e  si   
ricalcitri al comando, e si desideri novit e si odi la soggezione, ci            
    per  l'appunto fra i popoli settentrionali.  In questa tanta diversit di   
effetti hanno certamente gran parte da un lato la diversit de' governi  antica   
e moderno,  dall'altro la poca coltura del popolo nelle regioni settentrionali.   
Ma grandissima parte v'ha certamente ancora la differenza materiale della vita.   
Gli antichi [3677]settentrionali,  ma difesi  contra  le  inclemenze  dell'aria   
dalle        spelonche,        proccurantisi        il        vitto       colla   
c-                                                                                
pi inquieti e pi attivi di quelli del settentrione,  s  d'animo,  s  di       
fatti,  [3678]al  contrario di quello che porterebbe la pura natura degli uni e   
degli altri comparativamente considerata.  Ond' che i settentrionali moderni e   
civili  sieno  in  verit molto pi diversi e mutati da' loro antichi,  che non   
sono i meridionali dagli antichi loro,  s di carattere,  s di usi,  di azioni   
ec.Ed    a  notare  in  proposito  della vita casalinga,  metodica e uniforme,   
ch'ella contribuisce a mettere in attivit l'immaginazione, a destare e pascere   
le illusioni,  a far che l'uomo abbondi d'immagini e di deliri,  e  con  questi   
facilmente faccia di meno delle opere,  e basti a se stesso, e trovi piaceri in   
se  stesso,   ad  accrescere  la  vita  e  l'azione  interna   in   pregiudizio   
dell'esterna;  assai  pi  che non fanno la bellezza e la vitalit della natura   
ne' paesi meridionali. Qui gli uomini sono distratti e dissipati,  e versati al   
di fuori,  ed hanno sempre sotto gli occhi il mondo,  e gli altri uomini,  e la   
vita,  e la societ e la realt  delle  cose;  il  che  distrugge  o  impedisce   
l'immaginazione e l'illusione,  e produce la noia, e quindi la scontentezza del   
[3679]presente  e  il  desiderio  di  novit.  Ma  nella  vita  casalinga,   la   
solitudine, l'esser sempre, o il pi del temp                                     
o,  raccolto  in  se stesso,  l'esser privo o scarso di distrazioni,  stante il   
metodo e l'uniformit della vita e la poca societ, lascia libero il campo alle   
facolt dell'anima di agire, di svilupparsi, di ripiegarsi sopra se stesse,  di   
meditare,  di pensare,  di riflettere,  d'immaginare, e produce necessariamente   
un'abitudine di pensiero, che nuoce sommamente, o anche esclude,  s l'abito s   
l'inclinazione  s  l'atto  dell'operare.  E  d'altronde l'esser gran parte del   
tempo, lontano dal mondo, dalla societ, dagli uomini di fuori;  l'abitudine di   
veder la vita e le cose umane ordinariamente da lungi,  produce naturalmente le   
illusioni e i bei sogni e i castelli in aria, e lascia libero l'immaginare e il   
figurarsi, e il crearsi il mondo e gli uomini e la vita a suo modo,  e d luogo   
alla  speranza;  o  perduta  ch'ella  sia,  le  agevola  il  ritorno (perch la   
speranza,  purch sia lasciata fare,  e non sia  continuamente  respinta  dalla   
realt,  per natura dell'uomo indubitatamente e presto ritorna);  o indebolita,   
le d agio di ristorarsi e rintegrarsi; [3680]o moribonda, la conserva,  se non   
altro,  in vita;  o fa insomma,  che in parit di circostanze,  ella sia sempre   
maggiore che non sarebbe in una vita  in  mezzo  al  mondo;  e  tien  lungi,  o   
ritarda,  o minora il disinganno,  o ne indebolisce gli effetti, o ne ristringe   
l'estensione ec.Conseguenza e prova di queste osservazioni si  che  infatti  i   
settentrionali per una parte sono pi profondi e s                                
ottili speculatori,  pi filosofi,  massime nelle scienze astratte, o parti pi   
astratte di esse,  o generi pi astratti ec.,  e insomma pi pensatori,  che  i   
meridionali;  onde  la  Stal chiama la Germania la patrie de la pense.  E per   
altra parte,  cosa che sembra contraria s alla detta qualit,  s alla  natura   
rispettiva  de'  settentrionali e meridionali,  sono pi immaginosi e pi poeti   
veramente e pi sensibili,  entusiasti,  e di fantasia  pi  efficace  e  forte   
(quanto per al poetare,  non quanto all'operare; e quanto a ci ch' opera del   
solo spirito, non del corpo),  e pi inventivi originali e fecondi che non sono   
i meridionali.  Ma ci, secondo le suddette osservazioni, si deve intendere, ed   
 infatti,  de' soli settentrionali e meridionali moderni,  stante  le  moderne   
circostanze degli uni e degli altri. Negli antichi, stante la diversit di tali   
circostanze, doveva essere [3681]ed era tutto l'opposto, cio i meridionali pi   
immaginosi,  fecondi ec.  de' settentrionali, conforme alla vera natura, e alla   
natural propriet degli uni e degli altri.  Sicch  la  detta  superiorit  de'   
settentrionali moderni ec.   veramente uno de' tanti accidenti sociali;  bens   
di quelli costanti e connaturali all'essenza della civilt assolutamente, e che   
durando la civilt appo gli uni e appo gli altri popoli,  non possono mai venir   
meno.Del  resto  l'immaginazione  de'  settentrionali rispetto alla meridionale   
quanto , generalmente e tutta insieme, pi                                        
 forte, viva, vigorosa, attiva, feconda e maggiore,  tanto ancora  pisombre,   
lugubre,  trista,  malinconica,  funesta  e,  si  pu  dir,  brutta.  Perocch,   
lasciando l'altre circostanze,  essa  nutrita dalla solitudine,  dal silenzio,   
dalla monotonia della vita; e la meridionale dalle bellezze e dalla vitalit ed   
attivit della natura; e le opere di quella nascono tra le pareti di una camera   
scaldata da stufe;  le opere di questa nascono,  per cos dire,  sotto un cielo   
azzurro e dorato,  in [3682]campagne verdi e ridenti,  in un'aria riscaldata  e   
vivificata dal sole.(13.  Ott. 1823.)Alla p.3637. Anzi l'amore che noi portiamo   
al cibo e simili cose che o ci servono o ci dilettano,  si  potrebbe  piuttosto   
chiamare odio, perocch'esso, mirando solamente al nostro proprio bene, ci porta   
a  distruggere,  in  vista  di  esso  bene,  o  a consumare in qualunque modo e   
logorare e disfare coll'uso, l'oggetto amato;  o ad esser disposti a disfarlo o   
pregiudicarlo se, e quanto, e come il nostro bene, e l'uso che perci abbiamo a   
farne,  lo  richiedesse.  Quale    l'odio che il Lupo porta all'agnello,  e il   
falcone alla starna,  i quali veramente non odiano n la starna  n  l'agnello,   
anzi,  secondo  che  noi sogliamo discorrere dell'altre cose,  si dovrebbe dire   
ch'essi gli amassero.  Ma perciocch  questo  amore  li  porta  a  ucciderli  e   
distruggerli per loro proprio bene,  perci noi lo chiamiamo odio e inimicizia.   
(V. Speroni Dialogo 5 Ven. 1596. p.87-8.) Or tale                                
n pi n meno si  l'amore degli uomini primitivi verso  le  femmine,  se  non   
quanto il piacere ch'essi ne bramano e ricercano non richiede la distruzione di   
quelle. Ma [3683]s'e' la richiedesse, l'amor delle donne porterebbe i primitivi   
a  distruggerle,  tanto  lungi ch'e' ne gli ritenesse.  Siccome infatti ei gli   
porta a non avere riguardo alcuno agl'incomodi e  ai  danni  fisici  che  molte   
volte  loro  recano  per  soddisfare  al desiderio proprio,  nel proccurarsi il   
proprio piacere con esse ec.,  anche potendo far questo senza  danneggiare.  Ed   
accade  pure (eziandio fra' civili) che volendo con esse proccurarsi il proprio   
piacere, o potendo o non potendo a meno, o prevedendolo o non prevedendolo,  e'   
le  uccidano,  o loro sieno cagione di morire in breve o fra certo tempo,  o di   
soffrir grandemente nella sanit corporale,  anche per sempre.  E non sono elle   
uccise  tuttod dagli amanti nell'onore?  ec.  ec.  Cos fatto e non altro si    
l'amore de' primitivi verso le donne;  e delle donne altres verso gli  uomini,   
proporzionatamente  alla  natura  e  alle forze di quelle rispetto a questi.  E   
forse solamente dei primitivi?  Queste osservazioni si applichino a  quelle  in   
cui  proviamo  che  dall'amor proprio nasce necessariamente l'odio verso altrui   
ec.  (13.  Ott.  1823.)Cattiva ortografia italiana nel 500.  per  troppo  voler   
somigliarsi all'uso della scrittura latina.  Machiavelli scrive alcune volte (o   
cos portano le sue antiche stampe) sanctissimo                                   
per  santissimo.  (13.   Ott.   1823.)[3684]Non  v'  persona  che  riesca  pi   
intollerabile e che meno sia tollerata nella societ, di uno intollerante. (14.   
Ott.  1823.)Mler ant.  mesler,  secondo che ho detto altrove,  da misculare o   
mesculare, come mle, ant.  masle,  da masculus.  (14.  Ott.  1823.)Excusso as,   
excussabilis,  excussatus,  da excutio is (intorno al qual verbo e suoi affini,   
come concutio ec. e loro continuativi, mi pare aver detto altrove),  vedili nel   
Forcellini.  (14.  Ott. 1823.)Intorno alla voce anceps, di cui nella mia teoria   
de' continuativi,  vedi la voce am nel Forcell.  (14.  Ott.  1823.)Voci basse e   
volgari e del latino non illustre ma rustico, e riprovate dagli scrittori anche   
fino  al  tempo di S.  Girolamo;  due delle quali sono ora proprie delle lingue   
moderne. V. il Forcell. in Annihilare, e il Gloss. ec. (14. Ott.  1823.)Nomi in   
uosus,  verbi in uare ec.  ec. come altrove in pi luoghi. Aggiungi amanuensis.   
Casuale.  Exercitualis.  Casuiste,  franc.  Luctuosus.   Fructuosus.   Fatuit.   
fortuitus. mortualia, mortuarius, mortuosus. manualis. manuarius. Questi nomi o   
verbi o avverbi ec. ch'essendo fatti da nomi della quarta declinazione (come da   
manus) conservano sempre l'u, mentre quelli fatti da' nomi della [3685]seconda,   
sempre  (o  regolarmente) lo perdono,  mostrano chiaramente che il genitivo ec.   
de' nomi della quarta,  ch'ora  in us lungo ec.  o  in  u  lungo  ne'  neutri,   
anticamente fu in uus o in uu ec. V                                               
.  p.3752.  Giacch  si vede che i derivati da' nomi della quarta si formano al   
modo istesso che i derivati delle  voci  nelle  quali  il  doppio  u  ancor  si   
conserva ed  manifesto e fuori di controversia,  come dire i derivati de' nomi   
in uus ec. I quali due in valsero per una sola sillaba,  come il doppio u degli   
ablativi  singolari  della  prima.   Sia  che  questo,   e  il  doppio  u,   si   
pronunziassero doppi, o pur semplici, strascinando in certo modo la voce ec. In   
tutti i modi quest'osservazione si riferisca  al  mio  discorso  sui  dittonghi   
latini  non  considerati  da'  grammatici,  o  ch'essi  nella pronunzia fossero   
monottonghi, o dittonghi veramente, o trittonghi ec.  che tutto fa egualmente a   
quello ch'io voglio dimostrare in detto discorso. Perocch s'anche e' divennero   
col tempo monottonghi,  e ci fino nella migliore et della lingua latina (come   
i comuni ae oe ec.),  ci tuttalvolta,  anzi pi  che  mai,  dimostra  che  gli   
antichi  latini  (de'  quali  nel  detto  discorso  si  parla) pronunziavano s   
rapidamente le vocali successive e concorrenti, ch'e' le tenevano tutte insieme   
(o due o pi che fossero) per una sillaba sola, e tale le facevano essere nella   
pronunzia, e sovente nella scrittura [3686]e ne' versi pi o men regolari,  pi   
o men rozzi e informi,  e massime ne' ritmici,  che certo furono propri de' pi   
antichi, come poi de' pi moderni, invece de' metrici,  o pi di questi ec.  ma   
eziandio ne' metrici, ec. ec. (14. Ott. 1823.)Alla p.2903.                        
s'altro tale ve n'ha da specio o da'  suoi  vari  composti),  a  proposito  del   
quale,  bench  conspicor  si  trova  ordinariamente in senso n pi n meno di   
conspicio,  cio per nulla continuativo,  nondimeno  da  notare  il  luogo  di   
Varrone,  ap.  Forcell.  Contemplare et conspicare,  idem esse apparet.  Dunque   
conspico  propriamente di significazione  continuativo.  Vedi  ancora  l'altro   
luogo di Varrone dove conspicor  passivo ap.  Forcell. ibid. cio in Conspico.   
(14. Ott. 1823.)Ignotus,  ch' specie di participio,  attivamente preso per qui   
non novit.  V.  Forcell.  (14.  Ott. 1823.)Nella mia teoria de' continuativi ho   
discorso in differente luogo di exercitare e di arctare, quello continuativo di   
exerceo, questo di arceo. Ntisi che exerceo  un de' composti di arceo (almeno   
cos giudico),  come coerceo,  onde forse (sebbene  ei  [3687]fa  coercitum)     
coarctare ec.  come ho detto parlando di arctare ec.  (14.  Ott.  1823.)Sella    
certamente un diminutivo positivato di sedes (o di sedia, di cui altrove), come   
tra noi seggiola e seggetta sono diminutivi positivati di seggia, corruzione di   
sedia,  che parimente abbiamo,  cio seggia e sedia,  sige ec.  Gli  spagnuoli   
silla, pur diminutivo positivato. Sella it. selle franc. in uno de' significati   
del lat.  sella.  Gli spagnuoli anche qui silla.  Sella per sedia,  sede,   di   
Dante. Sella in senso lordo, v. la Crusca. Sella                                  
lat.   diminutivo come trulla e simili.  Diminutivo del  diminutivo,  sellula.   
Quindi sellularius,  il cui senso si pu dir positivo. Cos bene spesso formula   
lat. formola ec. per forma. (14.  Ott.  1823.)Alla p.3618.  fine.  Io credo che   
niun  de'  verbi  di  questo  genere abbia perfetto proprio,  n i tempi che ne   
dipendono, n supino, n participio in us,  ma li tolgano in prestito dal verbo   
originale. Che se questo non esiste, io credo che un tempo esistesse. P. es. di   
suesco,  adolesco,  cresco  ec.  che  hanno  perfetto  e  supino,  io credo che   
esistessero verbi originali,  come sineo,  adoleo ec.  di cui fossero propri  i   
detti  perfetti  e participii,  giacch [3688]il perfetto e participio o supino   
regolare e dovuto di suesco ec. sarebbe suesci, suescitum,  non suevi,  suetum.   
Cos dico di glisco,  il quale non ha n perfetto n supino. Cos di adipiscor,   
di nascor, di nosco. Se ci  vero, notus, natus,  non sarebbero contrazioni di   
noscitus  (questo  esist come prova il verbo noscitare),  di nascitus e questo   
ancora  provato da nasciturus  (n  adeptus  di  adipiscitus)  come  ho  detto   
altrove  in  pi  luoghi,  ma participii e supini proprii d'ignoti verbi da cui   
nosco,   nascor  ec.   sarebbero  stati  formati.   E  nosco  non  verrebbe  da   
o  avervi  per  tutti  questi,   altrettanti  verbi                               
originali che significassero il pieno essere quella tal cosa,  il pieno fare  o   
patire  quella  tale  azione  o  passione.  Come  vivo rispetto a vivesco,  hio   
rispetto ad hisco,  ed altri tali non pochi.  Cos augesco  rispetto  ad  augeo   
neutro (v. Forcellini in Augeo sulla fine). Cos scisco da scio,  propriamente   
[3690]divenire sciens, cio quasi imparare, intendere, conscius, certior fieri,   
divenire,  esser fatto consapevole, e quel che i latini dicono discere, il qual   
verbo (che manca del supino)  spetta  pure  a  questa  categoria.  E  poich  i   
perfetti  e supini di tali verbi (se e' gli hanno) non sono regolari,  io credo   
che ci sia perch questi non son loro, ma di altri verbi originali,  ne' quali   
essi  sarebbero  regolari,  e  stimo  che  tale  irregolarit e tali perfetti e   
supini, convenienti ad altri verbi, e sconvenienti (per analogia gr               
ammaticale) a quei verbi a cui ora appartengono, dinotino altri verbi originali   
perduti. Massime che si trovano vestigi de' supini ec.  regolari di detti verbi   
ch'ora esistono,  come noscitare, nasciturus, che mostrano i regolari supini di   
nascor e nosco,  cio noscitus e nascitus;  i quali non  verisimile che  sieno   
stati  contratti  essi medesimi in natus e notus,  e che sieno grammaticalmente   
tutt'uno con questi. Il difettivo novi novisti,  usato in senso  presente  ec.   
(ond'e' non si pu considerare per parte di nosco,  come fanno i grammatici) ,   
secondo me,  un avanzo e un segno [3691]evidente di no verbo perduto,  che  nel   
perfetto  fece  novi,  e  nel supino notum (come po fece potum che ancor resta,   
onde potare: resta anche potus participio.  ec.),  voci poi trasportate al  suo   
derivato  nosco,  che  grammaticalmente  in verit difettivo,  non men di novi   
isti con cui egli  supplito,  facendo d'ambo un solo. Cos memini  avanzo  e   
segno  certo  di  meno  perduto,  anzi  rimasto difettivo;  da cui reminiscor o   
reminisco (mancante di perfetto e supino) che spetta pure a questa categoria, e   
s'altri v'ha, suoi compagni; come, secondo me, comminiscor,  che viene,  credo,   
da  meno  (non  da  mens  come  Forcell.),  a  cui o a commeno (ignoto) spetta,   
grammaticalmente parlando,  il participio commentus,  contratto da menitus o da   
commenitus.  (Puoi  vedere la p.2774.)Del resto se in qualunque modo si volesse   
credere, come si  creduto finora, che p.e. suev                                  
i suetum sieno propri perfetti e supini di suesco,  e non  tolti  in  prestito,   
allora  si dovr dire che anche scivi scitum che sono della [3692]stessa forma,   
sieno propri e veri di scisco, ch' della stessa forma, genere di significato e   
categoria di suesco. Ma il verbo sciscitor dimostrando il supino sciscitum  un   
altro esempio che conferma,  come noscito,  la  mia  opinione.  E  la  conferma   
altres  il  vedere  che  il  perfetto  e  il  supino  di  scisco sono infatti,   
grammaticalmente,  gli stessi che quelli di scio,  verbo noto  ed  esistente  e   
usitato,  e  verbo  riconosciuto  fuor  di  dubbio  per  origine di scisco.  V.   
p.3763.Niteo es ui - nitesco is. Albeo es - albesco is. Nigreo es ui - nigresco   
is.  Flaveo es - flavesco is.  Horreo es ui -  horresco  is.  Candeo  es  ui  -   
candesco is - excandesco is ui (notate lo stesso perfetto di candeo, che certo,   
almeno  grammaticalmente,    di  excandeo  ignoto,  e  non,  come  dicono,  di   
excandesco.  Cos dite di extimesco,  e  pertimesco,  is,  [3693]che  hanno  il   
perfetto ui,  il quale grammaticalmente  certo di un pertimeo e di un extimeo,   
da timeo che ha infatti timui.  E trovasi veramente pertimens,  e fors'anche il   
verbo  extimeo.)  Notesco  is  ui  ec.  Vireo  -  Viresco.  Valeo  -  Valesco -   
Convalesco, ui. Sanesco,  Consanesco ui.  Fluesco.  Liquesco.  Seneo,  Senesco,   
Consenesco ui.  Crebresco is ui.  Flammesco is.  (14. Ott. 1823.). Tutti questi   
verbi in esco significano fio col participio attivo de' rispettivi verbi in eo.   
Ci                                                                                
o nitens fio, candens fio. ec. Concupisco is - concupio.  Il proprio senso de'   
verbi  in sco,   quale l'abbiam definito: pur se ne trover che o sempre o per   
lo pi o talvolta abbiano un senso diverso, p.e. conforme a quel de' loro verbi   
originali noti o ignoti. Ci non fa meraviglia.  Il simile ho notato  accadere   
ne'  continuativi.  E  questo  esempio  de'  verbi  in  sco,  del  cui  proprio   
significato non v' controversia, pu servire  a  rispondere  a  chi  dal  non   
continuativo senso di molti continuativi,  o in molti casi ec.,  volesse trarre   
argomento di riprovare la  nostra  teoria  della  vera  e  propria  e  regolare   
significazione de' continuativi ec.  (14.  Ott. 1823.)Credito as da credo itus.   
(14.   Ott.    1823.)Circa   il   verbo   nicto,    di   cui   altrove,    vedi   
Forc.-                                                                            
agnatus,                                                                          
prognatus, cognatus,  cognatio ec.  ed anche nel semplice gnatus.  Cos gnavus,   
gnavare  ec.   per  navus,  navare,  e  ignavus  per  iavus.  V.  Forcell.  in   
gnarus,ignarus,  e nelle voci suddette  e  simili  ec.  (15.  Ott.  1823.).  V.   
p.3727.Alla  p.2996.  marg.  Nigreo  - nigrico - nigro as.  Se nigro venisse da   
nigreo apparterrebbe forse alla nostra teoria,  almen quanto alla derivazione e   
formazione,  e  sarebbe  a  notare  che  il  suo  verbo originale sarebbe della   
seconda, non della 3a. Ma forse nigro viene a dirittura da niger gri. Nigrico o   
da nigreo, o da nigro.  (15.  Ott.  1823.)Obsoleto as da obsolesco - obsoletus.   
(15.  Ott.  1823.).  Ma  questo  non   continuativo.  Esso significa obsoletum   
reddere,  significato alienissimo  della  sua  formazione.  Ei  non    che  di   
Tertulliano e d'altri d'inferior latinit (Forcell.  e Gloss.). La sua barbarie   
 maggiormente manifesta per la nostra [3696]teoria de' continuativi  la  quale   
fa  vedere  l'impropriet  e  disanalogia totale (perch niuno altro esempio ve   
n'ha,  ch'io sappia,  nel buon latino) del suo significato ed uso. Completare,   
complter  ec.  voce  moderna,  sarebbe  di  simile  genere  di  significazione   
perocch'ella propriamente vale far completo;  bench questo viene a  coincidere   
col  senso  del  verbo  originario  complere,  il che non accade in obsoletare,   
perch obsolesco  neutro e obsol                                                 
eto attivo. Di completare mi ricordo aver detto altrove.  Questi tali verbi son   
fatti  da'  rispettivi  participii  (come obsoletus,  completus) gi passati in   
aggettivi,  e non come participi ma come aggettivi,  onde e' non spettano  alla   
nostra teoria.  E' sono assaissimi.  Forse ve n'ha anche nel buon latino, sotto   
questo aspetto. Ma meno, cred'io,  che nel basso latino,  e fra' moderni.  (15.   
Ott. 1823.)Alla p.2996. fine. Obsoleo, obsolesco da obs e oleo, olesco. Vedi il   
pensiero  seguente.  (15.  Ott.  1823.)Alla p.3687.  Che adoleo o certamente il   
semplice oleo esistesse una volta,  vedi il Forcell.  in Obsolesco,  principio.   
Dico  un  oleo  e un adoleo diverso [3697]da quelli che ancora esistono,  o con   
diverso significato.  Qual fosse questo significato nol saprei dire.  Il  Forc.   
l.c.  dice  cresco,  ma  questo  il significato de' derivativi adolesco ec.  e   
proprio del genere e forma grammaticale d'essi derivativi. Si pu anzi dire che   
il tema che noi cerchiamo esista ancora;  in obsoleo cio  ed  in  exoleo,  de'   
quali per v.  il Forc. Se obsolesco  da obsoleo, exolesco da exoleo, ci  lo   
stesso che dire che adolesco,  inolesco ec.  sono da adoleo  inoleo  ec.  Tutti   
questi da un medesimo tema,  e la ragion degli uni  quella degli altri. Da ben   
diverso tema deriva il verbo obsolesco chi lo deriva (e fors'anche obsoleo)  da   
ob  e  soleo  (Forcell.  l.c.).  Ma  chi  fa cos mostra non aver considerato i   
fratelli carnali di obsolesco ne' quali la prima                                  
s non comparisce;  n il verbo exoleo,  fratello di obsoleo,  il quale non  pu   
esser che da ex e oleo.  Negar che questi verbi sieno fratelli  da stolto.  Il   
significato lo prova. Exolesco e obsolesco vagliono, si pu dire,  altrettanto.   
Gli  altri  corrispondono,  secondo  le preposizioni rispettive.  [3698]Di pi,   
soleo ha forse il perfetto solui o solevi?  fa forse nel  supino  soletum?  nel   
participio soletus?  Or cos fa ed ha obsoleo. E se obsoleo non ha che fare con   
soleo,  come dunque obsolesco?  si potr negare che questo  venga  da  obsoleo?   
oltre che ci  pi ch'evidente per se,  e per tanti altri esempi analoghi, nol   
mostra l'esempio affatto compagno,  di exolesco da exoleo?  Finalmente  che  la   
prima s di obsolesco e di obsoleo spetti alla preposizione ob,  vedi la p.2996.   
e le quivi richiamate.Del resto chi  volesse  dire  che  il  proprio  preterito   
perfetto di oleo,  adoleo e simili fosse e dovesse essere olui, adolui ec. onde   
adolevi inolevi ec. non sieno propri di adoleo, inoleo (ignoto), ma di adolesco   
veramente e di inolesco ec.,  osservi che anche l'altro oleo  ne'  composti  fa   
olevi  per  olui  (Forc.  in oleo); e che queste desinenze evi ed ui,  sono in   
verit una sola,  cio varie solamente di pronunzia,  perch gli antichi latini   
massimamente,  e  poi anche i non antichi,  o meno antichi,  ed anche i moderni   
ec.,  confondevano spessissimo l'u e il v (che gi non ebbero se non un solo e   
comune carattere): sicch olevi  lo stesso che o                                 
lui, interposta la e per dolcezza, ovvero olui  lo stesso che olevi, omessa la   
e per propriet di pronunzia. Giacch il v di questo e l'u di quello non furono   
mai  considerate  [3699]da'  latini  se  non  come  una  stessa  lettera.  Cos   
nell'ebraico, cos nelle lingue moderne, sino agli ultimi tempi,  e dura ancora   
ne'  Dizionari  delle  nostre lingue (come ne' latini) il costume di ordinar le   
parole come se l'u e il v nell'alfabeto fossero una lettera stessa, ec. ec. ec.   
Dunque non saprei dire,  n credo che si possa dire,  se il vero e  regolare  e   
primitivo  perfetto  della  seconda coniugazione abbia la desinenza in evi o in   
ui, se sia docui o docevi: e piuttosto si dee dire che,  se non ambo primitive,   
ambo                   queste                   desinenze                   son   
regolarmente,  che non  pat  n  poteva  patire                                  
quest'alterazione) insieme col corrotto: audii,  audivi.  Il latino volgare per   
lo contrario non conserv,  e l'italiano non conserva,  che i primitivi:  amai,   
dovei, udii. Queste osservaz                                                      
ioni   mostrano   l'analogia  (finora,   [3701]credo  sconosciuta)  che  v'ebbe   
primitivamente fra la ragion  grammaticale,  la  formazione  la  desinenza  de'   
perfetti della 1. 2. e 4. e che v'ha effettivamente fra l'origine delle forme e   
desinenze  di  tutti  e  tre.  Analogia oscurata poscia e resa invisibile dalle   
alterazioni  che  dette  desinenze  variamente  ricevettero  nella   pronunzia,   
nell'uso ec.,  le quali alterazioni passate in regola, furono poi credute forme   
primitive ec.  Forse la coniugazione in cui pi verbi si trovino che abbiano il   
perfetto (e sue dipendenze) veramente primitivo,  e ci senz'averlo doppio come   
que' della quarta,  ne' quali l'un de'  perfetti  non    primitivo,  si    la   
3a.Tornando a proposito, adultum mutato l'o in u al solito: volgus - vulgus ec.   
come  ho  detto  in  100 altri luoghi.  Cos da colo colui,  colitum - coltum -   
cultum. Vedi la pag.3853-4.  di adolesco e di adoleo  contrazione di adoletum,   
anzi  di  adolitum,  supino  regolare  di  adoleo,  come docitum di doceo,  poi   
contratto in doctum. Infatti inolesco (o piuttosto l'ignoto inoleo) ha inolitum   
non inoletum.  Obsoletum,  exoletum e simili,  sono  irregolari,  e  corruzioni   
dell'ignoto exolitum,  obsolitum.  Se per docitum non  corruzione di docetum,   
che sarebbe regolare come  amatum  da  amare.  Ovvero  [3702]se  doctum  non     
contrazione  di  docetum,  come  docui di docevi.  Onde il regolare e primitivo   
supino della 2. sia in etum da ere, come exoletum, netum, fletum, suetum (d       
all'ant. sueo) ed altri tali,  e come amatum da amare;  e quelli in itum,  come   
exercitum,  habitum ec. sieno corruzioni, come domitum e simili sono corruzioni   
di domatum ec.  Io cos credo.  V.  p.3704.  e  3853.  3871.Si  attribuisce  ad   
adolesco anche il perfetto adolui.  Forc. in adolesco.Aboleo es evi itum pur da   
oleo. Prisciano ammette anche abolui. Abolesco neutro. Deleo es evi etum pur da   
oleo.  V.  Forc.  in Deleo e Leo es.  Oboleo es ui.  Obolitio.  Suboleo es ui -   
Subolesco  is.Adoleo nel senso nel quale ei pu aver generato adolesco si trova   
veramente ancora.  Forc.  in Adoleo.  Siccome adolesco trovasi ancora in  senso   
conforme all'usitato di adoleo.  Forc.  in adolesco.Il senso di oleo (diverso o   
tutt'uno con l'oleo che ancora abbiamo) dovette esser poco diverso  da  cresco.   
Infatti  obsoleo  di senso appena o nulla differisce da obsolesco.  Cos dunque   
dovette essere adoleo rispetto a adolesco. ec. V. Forcell. in Adoleo.  Il quale   
forse  da  bruciare  ne'  sacrifizi  fu  trasferito ad accrescere,  come per lo   
contrario mactare [3703]da accrescere ad immolare, sacrificare ec. E similmente   
si potr dire di oleo ec.  ec.  Cio che il suo primo significato  fosse  ulire   
(com' oggi),  indi abbruciar cose odorifere ec. (come adoleo), indi accrescere   
o crescere,  nel qual ultimo senso ei sar stato preso  ne'  composti-derivati,   
adolesco,  exolesco ec. nel composto obsoleo, in exoleo ec. ed avr prodotto il   
derivato olesco, cio cresco, di cui v. Forc                                      
ell. e vedilo ancora in macto ec.  ec.  e in sobolesco.  (15.  Ott.  1823.)Alla   
p.3688.  principio.  Che  cretum e cretus non sieno propri di cresco (v.  Forc.   
cresco fine),  ma di altro verbo,  lo dimostra la differenza  del  significato.   
(cretus  da cerno  altra voce).  Cretus vale generato.  Io tengo certo ch'esso   
sia contrazione di creatus; che cresco sia fatto da creo as,  come hisco da hio   
as; e ch'ei vaglia propriamente quasi venirsi creando, generando, formando; che   
  veramente  quello  che  fa  chi cresce;  a ciascun momento si forma e genera   
quello che a lui aggiungi e in che consiste il suo incremento.  L'incremento     
una  continua  formazione  e generazione,  [3704]non del tutto,  ma delle parti   
accedenti ec. ec. V. Forc. in Crementum e cretus.  Quest'etimologia non  stata   
forse data da alcuno.  E ci perch niuno, credo, ha considerato cresco come un   
verbo della nostra categoria de' verbi in sco fatti  da  altri  originali,  con   
analoga  variazione  di significato ec.  Noi e la troviamo e la confermiamo per   
mezzo dell'analogia e propriet generale del significato,  formazione  ec.  de'   
verbi in sco.  Cretus non  dunque di cresco ma di creatus,  e ci anche per la   
significazione, laddove gli altri tali, suetus, p.e. per grammatica  di sineo,   
per significazione per,  di suesco ec.  (15.  Ott.  1823.)Alla p.3702.  Queste   
osservazioni,  e  i confronti di fletum,  netum e tali altri supini tutti della   
seconda, confermano che suetum, exoletum, e si                                    
mili, non sono di sinesco, exolesco ec. verbi della terza, alla quale punto non   
conviene questa desinenza,  ma di altri della seconda  da  cui  essi  derivano.   
Cretum da cerno e suoi composti  corrottissimo,  per cernitum, ch' il vero, e   
la desinenza in etum v' accidentale ec. (15. Ott. 1823.). V.  p.3731.  Altres   
quel  che s' detto de' perfetti della seconda,  e il confronto di nevi,  flevi   
ec. mostra che suevi,  crevi,  adolevi ec.  non sono di suesco ec.  verbi della   
terza. (15. Ott. 1823.). V. p.3827. La desinenza de' perfetti in evi o [3705]in   
vi,  propria della prima coniugazione e,  come abbiamo mostrato, della seconda,   
che ora ha pi sovente ui, ch' il medesimo, e finalmente eziandio della quarta   
che conserva per anche quella in ii,   al tutto aliena da' verbi della terza,   
se  non se per qualche rara anomalia,  come in crevi da cerno,  e suoi composti   
perfetto irregolarissimo, per cerni,  e in sevi da sero,  e suoi composti verbo   
d'altronde  ancora  irregolarissimo,  come  si  vede nel suo supino satum,  ne'   
composti situm, solita mutazione in virt della composizione ec. V. p.3848. ec.   
Ovvero per qualche altra ragione come dal verbo no (di cui p.3688.) che dovette   
essere della terza, il perfetto novi per evitare la voce poco graziosa ni,  che   
sarebbe  stata  il  suo  perfetto  regolare,  e che d'altronde concorreva colla   
particella  ni:  oltre  che  niun  perfetto  latino,  se  ben  mi  ricordo,      
monosillabo, ancorch fatto da tema monosillabo:                                  
eccetto ii da eo,  e da fuo, fui, i quali furono monosillabi, e forse ancora lo   
sono talvolta presso i poeti latini del buon tempo ec.  secondo il mio discorso   
altrove  fatto della antica monosillabia di tali dittonghi ec.  Da' monosillabi   
do,         sto         ec.         si         fece         il         perfetto   
dissill-                                                                          
'  perfetti di questa                                                             
coniugazione. V. p.3756. Cos per fui, regolare perfetto dell'antico fuo, verbo   
della terza, il qual perfetto anche oggid si conserva,  e solo esso,  e tutto   
regolare,  Ennio  disse fuvi,  non metri causa,  come crede il Forcellini,  (in   
fuam), ma secondo me, per evitare l'iato. L'evitazion del quale stette a cuore   
principalmente agli scrittori (come anche in altre lingue), e ad essi, cred'io,   
si deve attribuire l'esser passate in regola le desinenze avi ed evi  (poi  ui)   
della 1. e 2. ne' perfetti e lor dipend                                           
enze,  ed  in parte la desinenza ivi nella quarta,  in vece delle primitive ai,   
ei, ii.  E quelle in avi,  evi,  ivi,  secondo me,  non furon proprie che della   
scrittura, o certo del linguaggio illustre, o di esso principalmente, e nulla o   
poco le adott il plebeo,  perocch'esso conserv le primitive ai,  ei, ii, come   
lo dimostra l'italiano (e anche il franc. [3707]aimai, onde lo spagn. am, come   
ho detto nella mia teoria de' continuativi).  Tornando a proposito la desinenza   
in vi,  fuori de' detti casi, anomalie ec. non  propria punto, anzi impropria,   
de' perfetti della terza,  se non per puro accidente,  come in solvi,  volvi  e   
simili.  Ne'  quali  casi  il  v  non  di tal desinenza,  n del perfetto,  n   
dell'inflessione ordinaria de' verbi della 3a.  nel perfetto ec.  ma  del  tema   
(solvo, volvo), ed  lettera radicale di tutto il verbo ec. Trovansi per molti   
verbi  della  3a  che  (per  anomalia)  fanno il perfetto in ui (come il pi di   
quelli della seconda): e questi sono in molto maggior numero che  quelli  della   
3a  che facciano il perfetto in vi (siccome anche nella 2.a oggi son pi quelli   
in ui che quelli in vi).  Per esempio l'altro sero (diverso dal  sopraddetto  a   
p.3705.)  che  ha  il  supino  sertum,  nel  perfetto  fa serui,  e cos i suoi   
composti. Cos colo is ui.  Ed altri molti.  Ma questa desinenza  pure affatto   
impropria della 3.  e vi  sempre anomala,  come quella in vi o in evi ec.  che   
originalmente son tutt'una con quella in ui.Del resto                             
dalle soprascritte osservazioni si potrebbe conchiudere che i veri e regolari e   
primitivi supini delle 4.  coniugazione son questi:  1a  atum,  2.a.  etum,  3a   
itum,  4a itum.  [3708]E i perfetti (con lor dipendenze): 1a avi (antic.  ai),   
2.a evi (ant. ei, pi mod. ui),  3a i preceduto dalla ultima radicale del tema,   
4a ii (antica ma conservata) ed ivi (posteriore).  (16. Ott. 1823.)Alla p.3698.   
P.e.  solutum,  volutum,  non sono che o modi di pronunziare o  scrivere  o  di   
pronunziare  e di scrivere i regolari supini volvitum,  solvitum e simili,  che   
non son pochi;  o contrazione di essi supini  regolari,  fatta  per  l'elisione   
dell'i  e non altro (giacch l'u e il v,  come dico,  sono una stessa lettera)   
contrazione ed  elisione  ordinaria,  e  si  pu  dir,  regolare  (per  il  suo   
grand'uso)  s ne' verbi della terza,  come dictum per dicitum ec.  ec.,  s in   
quelli della seconda,  come doctum per docitum (che non si  ha,  mentre  si  ha   
nocitum,  placitum,  tacitum, habitum ec. e non noctum ec.: vedi la p.3631) ec.   
ec.  (16.  Ott.  1823.)Alla p.3689.  princ.  Vivesco non ha perfetto n  supino   
neppur  tolto  in  prestito.  Ma  il  suo composto revivisco ha revixi.  Ora il   
Forcell.  conviene che questo non  suo ma di revivo,  e ne conviene quantunque   
revivo,  com'ei dice,  a nemine est,  quod sciam,  usurpatum,  si unum excipias   
Paulin. Nolan. ec. [3709](e v. il Gloss.).  Perch dunque non conviene egli che   
p.e. scivi scitum non sia di scisco ma di scio, ch' pur verbo                    
ab  omnibus  usurpatum?  che suevi suetum non sia di suesco ma di sueo,  bench   
questo a nemine sit usurpatum?  Del resto il trovarsi pure revivo,  conferma la   
mia sentenza che tutti i verbi in sco sieno fatti da un altro analogo,  sebbene   
non sempre noto;  e il vedere che revivisco fa revixi e revictum (dimostrato da   
revicturus,  se  questo non  di revivo),  come appunto revivo,  conferma che i   
perfetti e supini de' verbi in  sco,  se  gli  hanno,  sieno  sempre  tolti  in   
prestito  da'  verbi  originali,  e non mai loro propri,  o ch'essi mai non gli   
ebbero  (ma  nosco  p.e.  ebbe  il  supino  suo  proprio,   noscitus,   come  a   
pp.3688.3690.), o che gli hanno perduti. Sebbene non vi era bisogno di revivo a   
mostrar tutto questo nel nostro caso,  bastando che vi fosse,  e fosse noto, il   
verbo vivo, da cui a dirittura,  senza revivo,  o da vivesco (che vien da vivo)   
per composizione, poteva ben esser fatto il verbo revivisco, e forse e' lo  in   
effetto.Del resto,  s revivisco, s l'analogia (perch l'e nella desinenza de'   
verbi in sco non ha luogo s'e' non son fatti [3710]da verbi in eo; e  p.e.  da   
meno is ch' della coniugione di vivo is,  si fa reminisco,  come a p.3691.,  e   
non reminesco),  da tremo is,  tremisco  e  composti;  ingemisco  ec.  Vedi  al   
proposito Forc.  in tremisco ec.  mi persuadono che vada detto vivisco anzi che   
vivesco; e v. Forc.  in vivesco,  fine;  e il Gloss.  in vivescere.  (16.  Ott.   
1823.). V. p.3828.3869.Viviturus regolare, per victurus del                       
buon  latino,  dimostrante  il vero supino vivitum (vivuto),  secondo le nostre   
teorie (v. fra l'altre, p.3709. fine), vedilo in una carta del secolo del mille   
nel Gloss. Cang.  (16.  Ott.  1823.)Alla p.3694.  Conferma la nostra congettura   
sull'origine  del verbo bito o beto,  il latino-barbaro rebitare,  dove si vede   
appunto la coniugazione propria de' continuativi ond'egli sarebbe pi  regolare   
dell'antico  bitere  ec.,  e  pu  servire  a mostrare che questo (ond'esso pur   
viene,  o a cui  affine) sia altres un continuativo come certo lo   rebitare   
ec. ec. V. il Gloss. Cang. in revidare, rettificandolo secondo la nostra teoria   
e  osservazioni  ec.  e  con  queste confermando la lezione di rebitare (da cui   
revidare non varia che per pronunzia,  propria degli spagnuoli ec.  sicch  ben   
pu stare nel latino barbaro),  e dilucidando i dubbi ec. E chi sa che bitere o   
betere ec.  [3711]non sia veramente bitare o betare (ma piuttosto quello,  s a   
causa di rebitare, s che da batus di bo o bao doveva farsi, secondo la regola,   
bitare  anzi  che  betare)  corrotto  dagli scrivani per ignoranza della nostra   
teoria,  e per la stessa cagione non restituito da'  critici  ec.  Infatti  che   
questi  e  quelli  abbiano esitato su questo verbo,  lo dimostra la sua diversa   
scrittura,  bitere,  betere,  bitire,  e il trovarsi in molti codici vivere per   
bitere (vedi Forc.) ec.  ec. Nel Curcul. 1.2.52. bitet pu cos essere presente   
congiuntivo di bitare, come futuro indicativo d                                   
i bitere ec. (16. Ott. 1823.)Excisare o excissare. V.  Forcell.  in Excissatus.   
(16.  Ott.  1823.)A  quello che altrove ho detto del verbo cillo a proposito di   
oscillo parrebbe che si opponesse il verbo  percello  e  procello  ec.  Ma  io,   
qualunque-                                                                        
roducono  la  grazia  nelle  persone  o portamenti o                              
azioni ec.  umane,  sono pi efficaci,  e gli effetti loro pi  notabili  negli   
osservatori  ec.  di sesso diverso.  I quali concepiscono quella tal grazia per   
molto maggiore ch'essa  medesima  non  apparisce  agli  osservatori  del  sesso   
stesso.  Ma  tal  differenza d'idee non ha punto che fare colla natura n della   
grazia in genere, n [3713]di quella tale in ispecie.  E quel grand'effetto non   
 della grazia,  ma della diversit del sesso aiutata dalla grazia, o viceversa   
della grazia aiutata ec.  in quanto aiutata ec.  Tutto ci dicasi ancora  della   
bellezza ec.  (17.  Ott.  1823.)Advento as.  N'ho discorso,  mi pare, nella mia   
teoria de' continuativi. Aggiungo. Qual cosa v'ha mai nel suo significato,  che   
possa, neppure per somiglianza, farlo chiamare frequentativo? quale che non sia   
continuativa, e che non convenga a questo nome, e lo giustifichi, e ne sia bene   
dinotata?  E  con  qual  altro nome generalmente potrebb'essere indicata quella   
significazione, se non con quello di continuativo? (17. Ott. 1823.)Alla p.3622.   
L'idea e natura della quale esclude essenzialmente s quella  del  piacere  che   
quella del dispiacere,  e suppone l'assenza dell'uno e dell'altro;  anzi si pu   
dire la importa;  giacch questa doppia assenza  sempre  cagione  di  noia,  e   
posta quella, v' sempre questa. [3714]Chi dice assenza di piacer                 
e  e  dispiacere,  dice  noia,  non  che  assolutamente  queste  due cose sieno   
tutt'una,  ma rispetto alla natura del vivente,  in  cui  l'una  senza  l'altra   
(mentre  ch'ei  sente  di  vivere)  non pu assolutamente stare.  La noia corre   
sempre e immediatamente a riempiere tutti i vuoti che lasciano negli animi  de'   
viventi  il piacere e il dispiacere;  il vuoto,  cio lo stato d'indifferenza e   
senza passione, non si d in esso animo, come non si dava in natura secondo gli   
antichi.  La noia  come l'aria quaggi,  la quale riempie tutti  gl'intervalli   
degli  altri  oggetti,  e  corre subito a stare l donde questi si partono,  se   
altri oggetti non  gli  rimpiazzano.  O  vogliamo  dire  che  il  vuoto  stesso   
dell'animo umano,  e l'indifferenza,  e la mancanza d'ogni passione,  noia, la   
quale  pur passione.  Or che vuol dire che il vivente,  sempre che non gode n   
soffre,  non  pu fare che non s'annoi?  Vuol dire ch'e' non pu mai fare ch'e'   
non  desideri  la  felicit,   cio  il  piacere   e   il   godimento.   Questo   
[3715]desiderio,  quando  e' non  n soddisfatto,  n dirittamente contrariato   
dall'opposto del godimento,   noia.  La noia  il  desiderio  della  felicit,   
lasciato,  per cos dir,  puro. Questo desiderio  passione. Quindi l'animo del   
vivente non pu mai veramente essere senza passione.  Questa  passione,  quando   
ella si trova sola,  quando altra attualmente non occupa l'animo,   quello che   
noi chiamiamo noia. La quale  una prova della perpetua continuit di quella pa   
ssione.  Che se ci non fosse,  ella non esisterebbe affatto,  non  ch'ella  si   
trovasse sempre ove l'altre mancano.  (17.  Ott. 1823.). V. p.3879.Alla p.3700.   
marg. Che la desinenza ui nel perfetto della 2da, sia stata introdotta nel modo   
che abbiam detto,  mostrasi ancora col considerarla in alcuni verbi  della  1a.   
Della  quale  niuno dubita che il perfetto regolare e proprio non sia quello in   
avi.  Ma pur parecchi suoi verbi l'hanno in ui:  domui,  secui,  vetui,  necui,   
crepui  ec.  co'  loro  composti  enecui,  perdomui  ec.  Or  da  che  venuta   
quest'anomalia?  Dalla stessa cagione che l'ha introdotta ne' verbi della  2da,   
[3716]nella  quale  ella,  per  esser  pi comune assai che nella prima,  e pi   
comune che non  ciascuna dell'altre desinenze,  non si chiama  anomalia,  anzi   
regola; e piuttosto chiamasi anomalia quella in evi perch divenuta pi rara, e   
una   di   quell'altre  meno  comuni.   Ma  parlando  esattamente  e  guardando   
all'origine,  quella in ui  anomalia o alterazione nella seconda non meno  che   
nella prima,  e quella in evi  cos regolare nella 2.  come nella prima quella   
in avi.  E pi comune si  la desinenza in ui nella seconda  che  nella  prima,   
perch  l'ommissione  della vocale,  da cui essa deriva,  era ed  pi facile e   
naturale  circa  la  e  che  circa  la  a,  lettera  pi  vasta,  per  servirmi   
dell'espressione di Cicerone in altro proposito (Orat.  c.45.  circa l'x.). Del   
resto, come parecchi della seconda hanno il perfetto cos in evi come in          
ui, qualunque de' due sia pi comune,  cos tutti o quasi tutti quelli della 1.   
che  l'hanno in ui,  conservano pur quello in avi,  o che questo sia in essi il   
pi usitato, o viceversa. [3717]E tutti altres,  se non erro,  hanno il supino   
in  itum,  come  quelli della seconda ch'hanno il perfetto in ui (mentre quelli   
che l'hanno in evi conservano altres il vero supino in  etum,  credo,  tutti);   
ovvero in ctum contratto da citum (nectum, sectum ec.) come appunto lo sogliono   
avere  quelli  della  seconda  che  hanno il perfetto in ui,  come docui-doctum   
contratto da docitum. Plico as (v. Forc.) plicatus. Adplico,  explico ec.  avi   
atum,  ui itum.  Frico as ui ctum, fricatum. Perfrico ec. Sono as avi atum, ui,   
sonitus us. V. p.3868. Mico as ui, micatus us. Emico as ui, emicatio, emicatim.   
Ma molti di que' della 1. che hanno il supino in itum, conservano altres, come   
il vero perfetto in avi, cos il vero supino in atum (o il participio in atus o   
in aturus ec.  ch' tutt'uno,  e lo dimostra) pi o meno usitato di  quello  in   
itum,  non  altrimenti  che  alcuni  della seconda conservino forse accanto del   
supino in etum il vero in etum.  Dico,  forse,  perch ora non me  ne  soccorre   
esempio.  (17.  Ott.  1823.)Alla p.2980.  Immaginazione continuamente fresca ed   
operante si richiede a poter saisir i rapporti, le affinit, le somiglianze ec.   
ec. o vere, o apparenti, poetiche ec. degli oggetti e delle cose tra loro,  o a   
scoprire questi rapporti, o ad [3718]i                                            
nventarli  ec.  cose che bisogna continuamente fare volendo parlar metaforico e   
figurato,  e che queste metafore e figure e questo parlare abbiano del nuovo  e   
originale e del proprio dell'autore. Lascio le similitudini: una metafora nuova   
che  si  contenga  pure  in  una  parola sola,  ha bisogno dell'immaginazione e   
invenzione che ho detto.  Or di queste  metafore  e  figure  ec.  ne  dev'esser   
composto tutto lo stile e tutta l'espressione de' concetti del poeta.  Continua   
immaginazione, sempre viva, sempre rappresentante le cose agli occhi del poeta,   
e mostrantegliele come presenti,  si richiede a poter significare le cose o  le   
azioni  o  le idee ec.  per mezzo di una o due circostanze o qualit o parti di   
esse le pi minute, le pi sfuggevoli, le meno notate, le meno solite ad essere   
espresse  dagli  altri  poeti,   o  ad  esser  prese  per  rappresentare  tutta   
l'immagine,  le  pi  efficaci  ed  atte  o per se,  per questa stessa novit o   
insolitezza di esser notate o espresse,  o della loro [3719]applicazione ed uso   
ec.,  le  pi atte dico a significar l'idea da esprimersi,  a rappresentarla al   
vivo,  a destarla con efficacia ec.  Tali sono assai spesso le  espressioni,  o   
vogliamo dire i mezzi d'espressione, e il modo di rappresentar le cose e destar   
le immagini ec.  nuove o novamente,  e per virt della novit del modo ec.  ec.   
usati da Virgilio, e massime, anzi peculiarmente, e come caratteristici del suo   
stile e poesia, da Dante ec. ec. Tutte queste cose si                             
richiedono in uno stile come quel di Virgilio (e pi o  meno  negli  altri:  ma   
quel di Virgilio,  in quanto stile,   precisamente il pi poetico di quanti si   
conoscono, e forse il non plus ultra della poetichit); e questi infatti sono i   
mezzi ch'egli adopera e  gli  effetti  ch'egli  consegue.  Or  non  si  possono   
adoperar tali mezzi,  n produr tali effetti (che con altri mezzi, nello stile,   
non si ottengono) senza una continua e non mai interrotta  azione,  vivacit  e   
freschezza d'immaginazione.  E sempre ch'essa langue, langue lo stile, sia pure   
immaginosissima e poetichissima l'invenzione e la qualit delle  cose  in  esso   
trattate ed espresse.  Poetiche saranno le cose,  lo stile no;  e peggiore sar   
l'effetto,  che se  quelle  ancora  fossero  impoetiche;  per  il  contrasto  e   
sconvenienza  ec.  che  sar  tanto  maggiore  quanto quelle e l'invenzione ec.   
saranno pi immaginose e poetiche.  [3720]Del resto  da  vedere  la  p.3388-9.   
(17.  Ott. 1823.)Alla p.3546. I detti effetti accadono in un gran letterato, in   
un gran filosofo,  in un gran poeta,  in un gran professore di  qualsivoglia  o   
letteratura o arte o scienza o abilit ec.  verso quelli che si arrogano quella   
medesima  arte,   e  la   professano.   ec.   Severissimi,   disprezzantissimi,   
intollerantissimi  a principio,  non per superbia (anzi questi tali sono sempre   
modestissimi) ma per non trovar niuno che non sia indegnissimo di stima per se,   
o che meriti pi che pochissimo nella sua professione; e dis                      
prezzanti nel cuor loro, piuttosto ch'esternamente; a poco a poco persuadendosi   
che insomma non v' di meglio di coloro ch'ei disprezzava,  dalla mancanza  de'   
veramente stimabili piglia argomento e in ultimo abitudine di tollerare il niun   
merito,  e di stimare e lodare il piccolissimo,  e di celebrare e fino ammirare   
il mediocre (non per  se  ma  per  la  sua  rarit,  finalmente  conosciuta,  e   
conosciuta per universale) e insomma di contentarsi del poco e pochissimo, e di   
dare  alle  cose  non  il [3721]peso assoluto ma il peso relativo che meritano.   
Sicch gli si viene a fare ben raro  il  caso  nel  quale  ei  possa  e  sappia   
totalmente disprezzare.Passo pi oltre,  e dico che l'essere disprezzante,  non   
curante, severissimo, esigente,  incontentabile,  intollerante ec.  o verso gli   
uomini  in  genere,  o  verso quelli della propria professione,   segno certo,   
vista la qualit del mondo,  o d'inesperienza,  e poca  o  niuna  cognizione  e   
pratica degli uomini,  o di poco talento,  che dall'esperienza non  persuaso e   
non ne cava il profitto e le conseguenze che  deve,  e  non  sa  mai  da  pochi   
particolari  generalizzare,  ma  per  ciascun particolare che gli occorre nella   
vita ha bisogno di nuova ed apposita esperienza,  ch' il caso,  la propriet e   
il distintivo degli uomini di poco ingegno; o finalmente  segno di poco o niun   
valore sia in genere,  sia nella sua professione,  perch sempre chi poco vale,   
non potendo giustamente estimar se stesso n gli altri,                          
superbo verso se, e verso gli altri disprezzante.  Laddove chi molto vale,  ben   
potendo intendere ed estimare il suo valore e l'altrui, sia in genere sia nella   
sua professione,  e compararlo [3722]ec. pu giustamente dispensare e dispensa,   
almeno nel suo interno, tanto a se stesso quanto agli altri,  il grado di stima   
o assoluta o almen rispettiva, che a ciascun si conviene, e si mette al disopra   
o al disotto degli altri,  e questi al disopra gli uni degli altri,  secondo il   
merito rispettivo ec. (17-18. Ott. 1823.)Alle cose da me dette nella teoria de'   
continuativi (sul principio) ed altrove, circa il verbo exspectare ec. aggiungi   
il franc.  guetter che propriamente vuol dire  osservare  ec.  e  per  metafora   
aspettare  ec.  (18.  Ott.  1823.)Participii  in  us  de' verbi attivi in senso   
attivo, ovvero neutro, o attivo intransitivo. Desperatus. Corn. Nep.  in Attico   
c.8.  lin.  ult.  Dove  pare  che  desperatus  sia  qui desperavit. (18.  Ott.   
1823.)Radice  monosillaba  di  dico.   Carisio  e  il  Vossio  credono  che  il   
ge-                                                                               
o ne' verbi della 1.  senza controversia,  e ne'                                  
verbi della 2.  giusta le nostre  osservazioni,  sieno  anomali  ec.;  par  che   
dimostri  una  corrispondenza,  una dipendenza che passasse nella lingua latina   
fra il perfetto e il supino (come fra il perfetto e i  tempi  che    gi  noto   
formarsi da questo,  fra' quali niuno,  ch'io sappia,  ha mai ancora contato il   
supino);  e che la  formazione  del  supino  seguisse  e  fosse  determinata  e   
modificata dalla forma del perfetto, e che in somma anche il supino nascesse in   
qualche modo dal perfetto,  come assolutamente,  in tutto, e senza controversia   
ne nasce il pi che perfetto, il futuro dell'ottativo ec.  ec.  Questo sospetto   
si potrebbe anche,  [3724]cred'io, confermare con molte altre osservazioni P.e.   
juvo as fa il perfetto iuvi,  contratto da iuvavi o per evitare quel doppio v,   
o  per  effetto  della  pronunzia  accelerata e confondente que' due v insieme:   
confusione e accelerazione passata poi in regola, onde venne iuvi solo perfetto   
di iuvo, e con un v solo e semplice. Perfetto che viene a                         
essere anomalo,  ma anomalia di cui ben si conosce l'origine e la cagione.  Ora   
nel  supino iuvo ha iutum per iuvatum.  Participio anomalo,  della cui anomalia   
non si conosce origine n  cagione,  se  non  dicendo  ch'egli    formato  dal   
perfetto,  il quale essendo iuvi,  ne vien di ragione iutum,  cos bene come da   
iuvavi verrebbe iuvatum. V.  Forcell.  in Juvo fine.  Si potrebbe per dire che   
iutum    fatto  da iuvatum per evitare quel doppio u,  bench l'uno consonante   
l'altro vocale,  e per sincope ed elisione dell'a,  e per effetto di  pronunzia   
ec.  E  certo  non  si  pu  negare,  perch d negli occhi,  che qui il supino   
corrisponde al perfetto (e cos in tutti i composti di  iuvo;  adiuvi,  adiutum   
ec. ec.), e stolto sarebbe l'attribuire questa corrispondenza al caso, e il non   
volere, come sembra evidente, che l'anomalia del supino della quale non si vede   
ragione,  venga [3725]da quella del perfetto la cui ragion si vede, e comparato   
col qual perfetto, e in ragione di lui, esso supino non  anomalo ec. ec.  e il   
voler piuttosto che l'anomalia del supino sia casuale ec.  (18. Ott. 1823.). V.   
p.3732.Alla p.3687. Quando per n'hanno alcuno.  Giacch grandissima e forse la   
maggior parte de' verbi in sco, non hanno n perfetto n supino alcuno, e niuno   
gliene attribuiscono i grammatici.  Altra prova che niun di loro abbia perfetto   
n supino proprio. Voglio dire che niun l'abbia oggid, e avendolo,  non sia il   
proprio. Giacch anticamente l'ebbero, e                                          
proprio,  ma diverso da quel che hanno oggi (se l'hanno), e diverso da quel che   
conviene o converrebbe a' lor verbi originali,  e  da  quel  d'essi  verbi  (se   
esistono  ed hanno perfetto e supino),  e regolare ec.  come s' dimostrato con   
noscitus, nascitus ec.  p.3690.3692.3758.  Siccome pur n' una gran prova,  che   
tutti  i verbi in sco i cui originali si conoscono,  se hanno perfetto e supino   
(o l'un de' due solamente come spesso accade) che per significato sia  loro,  o   
che da' grammatici lor venga attribuito,  questo perfetto e questo supino non    
mai,  quanto alla  material  forma,  diverso  n  altro  da  quello  de'  detti   
originali,   di  qualunque  coniugazione  si  sieno  questi  ultimi.  La  quale   
osservazione conferma l'altra parte della mia proposizione (anzi  la  dimostra,   
si pu dire,  affatto), cio che tutti i perfetti e supini dei verbi in sco che   
gli hanno,  [3726]o a' quali  i  grammatici  n'attribuiscono,  sieno  tolti  in   
prestito  da'  verbi  originali  (ne'  quali essi sarebbero o sono regolari ec.   
laddove in essi nol sono),  noti o ignoti che sieno questi  verbi.  Giacch  da   
quello che accade universalmente sempre che i verbi originali son noti,  ben si   
argomenta quello che dovette accadere quando  e'  sono  ignoti,  e  che  bench   
ignoti  oggid,  esistessero una volta ec.  Perch insomma i verbi in sco o non   
hanno perfetto n supino alcuno,  o  tale  che  ad  essi  grammaticalmente  non   
conviene, ma ben converrebbe a un verbo loro originale, e se questo verbo         
si  trova,  il  perfetto  o  supino  del  verbo  in sco (che ne abbia)  sempre   
materialmente lo stesso.Del resto per verbo originale intendo un  tema  non  in   
sco  che  abbia  dato  origine al verbo in sco o immediatamente o mediatamente.   
P.e.  trovandosi il verbo reminiscor non  bisogno supporre l'originale  remeno   
immediato: basta il mediato meno, di cui gi s'ha notizia pi particolare, anzi   
degli  avanzi.  [3727]Trovandosi  dignosco,  non    bisogno  supporre il verbo   
originale immediato dignoo o digno: basta il mediato no o noo o gnoo; ovvero il   
verbo nosco che da lui nasce,  dal quale senz'altro pot per composizione esser   
fatto il verbo dignosco e cognosco ec.  ec.  (p.3709.) e probabilmente cos fu.   
(18. Ott. 1823.)Alla p.3695. E quanto a nosco, non solamente ne' suoi composti,   
ma eziandio nel semplice si trova il g. V. Forcell. in gnosco, gnobilis ec. Del   
resto                     il                     vedere                     che   
questo-                                                                           
ezzo de' provenzali ch'ebbero [3729]a fare coi catalani,  ec. e ne                
presero e dieder loro voci e modi e poesia e stile e metri ec. ec.: v. Andres);   
o forse pi probabilmente vengono dalla comun fonte  d'ambo  gl'idiomi,  o  ci   
fosse il latin volgare,  o qualchessia altra delle tante secondarie che diedero   
de' vocaboli alle nostre lingue,  potendo  essere  che  da  una  di  queste  le   
ricevesse s l'Italia,  come la Spagna indipendentemente l'una dall'altra. P.e.   
da' provenzali ec.  ec.  Del resto lo stesso ci accade  di  vedere  ne'  nostri   
antichi rispetto alle parole e frasi francesi ec. Ma quanto a queste le cagioni   
parte son note,  parte l'ha spiegate Perticari nell'Apologia.  V. p.3771. e gi   
fur propri italiani (senza esser punto presi dalla Spagna),  indi passarono  in   
disuso,  mentre  in  Ispagna  si  conservano ancora: e chi sa che questa non li   
ricevesse originariamente dalla lingua italiana.  Come che sia,  tali  voci  (o   
frasi ec.) appo i nostri antichi non hanno punto del forestiero, se non per chi   
sappia  che  or sono spagnuole,  e sia avvezzo a sentirle,  leggerle,  parlarle   
nello spagnuolo,  e di l le creda venute ec.  ma per  se  stesse  hanno  tutta   
l'aria naturale.Molte ancora delle voci, frasi ec. spagnuole che si trovano ne'   
cinquecentisti  (e  anche  secentisti)  italiani,  ed  ora  son  fuor d'uso,     
probabilissimo che n allora fossero antiquate e prese da autori del 300 ec. ma   
usitate ancora (il che  facile a vedere, se ne' trecentisti no                   
n si trovano, i quali erano forse meno [3730]studiati,  (fuor de' tre grandi) e   
certo in assai minor numero noti ed editi, che oggid, sicch gli scrittori del   
500 o 600 non potessero conoscerne quello che noi non ne conosciamo, anzi assai   
meno di noi);  n fossero prese dallo spagnuolo,  ma proprie e native italiane,   
bench alle spagnuole conformi affatto,  ed oggi antiquate tra noi e non  nello   
spagnuolo.Del  resto  gli spagnuoli ancora,  massime nel 500 e 600,  pigliarono   
dall'italiano moltissime voci e frasi ec.,  s  gli  scrittori,  s  l'uso  del   
favellare  spagnuolo  (pel  commercio  scambievole  s delle due letterature s   
delle due nazioni e insomma  per  le  cause  medesime  che  introdussero  tanto   
spagnuolo  nell'italiano).  Or  queste  voci  e  frasi  italiane  stettero e in   
grandissima parte stanno ancora nello spagnuolo  cos  naturalmente  che  nulla   
hanno del forestiero per se,  e per chi non sappia che tali sono; e non parvero   
n paiono (agli spagnuoli n agl'italiani n agli altri) adottive (com'erano  e   
sono)  ma  naturali,  secondo  l'espressione  dello  Speroni in altro proposito   
(Diall. p.115.).  [3731](Non altrimenti che accadde e accade nell'italiano alle   
voci e frasi spagnuole s per rispetto a noi, s agli spagnuoli s agli altri).   
Il che si applichi allo scopo del pensiero a cui il presente si riferisce. (18.   
Ott.  1823.)Alla  p.3704.  E se ne sa l'origine,  perocch cretus  metatesi di   
certus (che ancor rimane in aggettivo, ed anche                                   
in certo senso di participio, e come participio ha prodotto il verbo certare di   
cui altrove ec.), contrazione di cernitus. (19.  Ott.  1823.)Scambio tra il v e   
il g ec.  Trve-tregua.  (19. Ott. 1823.)Laxus, onde laxare, lassare, lasciare,   
lasser ec.   un di quelli aggettivi,  che come ho detto nella mia  teoria  de'   
continuativi,  mi sanno di participio di verbi ignoti, o non noti come padri di   
tali aggettivi ec. e laxare mi sa pur di continuativo per origine ec. V.  Forc.   
ec.  (19.  Ott. 1823.)Alla p.3708, marg. Lavitum  dimostrato dal verbo lavito.   
Cos fautum  contrazione di favitum dimostrato (se bisognasse) da favitor  ec.   
Ma  il  detto [3732]scambio tra il v e l'u  dimostrato piucch mai chiaramente   
da tutti o quasi tutti i verbi (ec.) composti di lavo, in cui lavo diventa luo.   
Contrazione la qual conferma mirabilmente e pienamente quella ch'io ho supposta   
ne' perfetti in ui della seconda e massime della prima. P.e.  domui  da domavi   
nello stessissimo modo che abluo per ablavo,  soppressa la a e volto il v in u.   
Del resto pluit ebat ha il perfetto pluit ed anche pluvit  per  evitar  l'iato,   
come a p.3706. Exuo is ui utum. Ruo is ui utum contrazione di ruitum, che anche   
esiste: prova delle mie asserzioni.  V.  Forc. in Ruo e composti. Fruor, itus e   
ctus sum,  ma fruitus  pi usato,  e cos  fruiturus  ec.  Luo  is  ui  luitum   
dimostrato da luiturus.  Anche si disse o scrisse luvi.  V. Forc. in luo, verso   
il fine. Fluo is fluxi,                                                           
fluctum,  fluxum e fluitum dimostrato da fluito e da fluitans.  Tribuo,  Minuo,   
Statuo,  Induo,  Arduo,  Acuo,  Annuo,  Innuo ec.,  Imbuo ec. ui utum, co' loro   
composti,  e cos con quelli di Sino ec.  In tutti questi supino  l'i    stato   
mangiato  per  evitar l'iato,  o come in docitum ec.  Notisi che laddove l'u in   
tutti gli altri tempi di questi verbi, compreso il perfetto,  sempre breve. V.   
p.3735.  (19.  Ott.  1823.).  Cos i composti di fluo ec.Lavito da lavare o  da   
lavere.  (19.  Ott.  1823.)Alla  p.3725.  Queste osservazioni confermano il mio   
discorso sull'antico vexus di veho [3733](fatto da me in proposito di vexare).   
Ben  ragione che veho abbia  vexum  poich'egli  ha  vexi,  e  poich'il  supino   
corrisponde  al  perfetto.  Viceversa quel discorso conferma grandemente queste   
osservazioni.  Le conferma flexus da flexi,  nexus da nexi,  e gli altri  quivi   
notati. Le conferma lo stesso vectus, noto, certo e moderno participio di veho,   
nel qual vectus,  donde viene il c,  che niente ha che fare con questo tema, se   
non dal perfetto vecsi? Cos dite di victus per vivitus (vedi la p.3710.), dove   
il cq viene da vixi che sta pel regolare vivi.  Cos in mille altri  di  questo   
genere.  Fluo ha fluxi;  dunque fluxum; ed anche fluctum antichissimo (v. Forc.   
in fluo fine),  onde anche oggi fluctus us,  fluctuare ec.  (E cos  appunto     
vectus  per  vexus).  Ma  il suo regolare perfetto sarebbe flui: or dunque egli   
ebbe pur fluitum dimostrato da fluito e fluitans ec.                              
Cos  per  diversi  perfetti,  diversi  corrispondenti  supini  si  troveranno,   
cred'io,  in molti verbi. Ai perfetti in xi corrisponde egualmente il supino in   
xum e [3734]quello in ctum.  L'uno e l'altro si trover insieme  in  non  pochi   
verbi che abbiano il perfetto in xi (negli altri nol saprei ora dire).  Forse o   
da xi direttamente,  o poscia  da  xum,  si  disse  ctum  per  accostarsi  alla   
desinenza  regolare de' supini che dovrebb'essere universalmente in tum.  Forse   
xum fu corruzione di ctum,  o viceversa,  e xum fu il vero e primo  supino  de'   
verbi che fecero il perfetto in xi ec. Insomma quale di questi due, xum e ctum,   
sia pi antico,  non lo so.  Forse ambo sono una cosa stessa (bench non sempre   
si conservino ambedue,  o forse non sempre sieno stati messi in  uso  ambedue),   
diversi solo per accidente di pronunzia ec. ec. Ci si applichi al mio discorso   
sopra vexus,  avendosi gi vectus ec.  V.  p.3745.  Iubeo ha iussi, anomalo per   
iubevi iubesi: dunque il suo supino  iussum,  e  niun  altro,  bench  anomalo   
anch'esso. Cos infiniti: e la corrispondenza fra il perfetto e il supino, e la   
formazione  e  dipendenza  di  questo  da  quello,  almeno  il pi delle volte,   
ancorch quello sia  anomalo,  ancorch  moltiplice,  ancorch  forse  talvolta   
perduto affatto,  restando il supino, o perduto quel tal perfetto restandone un   
altro o pi d'uno,  non corrispondente al supino o  ai  supini  ec.  ec.;  tal   
corrispondenza, dico,  evidente e fuor di controversia. (19. O                   
tt. 1823.).[3735]Alla p.3732. marg. - (fuorch ne' perfetti di luo ec. V. Forc.   
luo:  fui  da  fuo    breve),  ne'  supini  in  utum   sempre lungo (dico l'u   
radicale), fuorch ne' composti di ruo;  dico ne' composti,  ma in ruo no.  (V.   
Forc.  in ruo fin.  e in Ruta caesa).  Anche l'antico futum di fuo (per fuitum)   
dovette aver la prima breve, come l'ha futurus che da esso viene, e che sta per   
fuiturus.  Vedi la pag.3742.  Il che par che dimostri che quell'u  radicale  in   
utum  tien  luogo di due vocali (ui);  altrimenti non avrebbe alcuna ragione di   
esser lungo quivi, e in tutto il resto del verbo, breve. E infatti se il supino   
si conserva primitivo e non contratto, cio desinente in uitus, l'u  breve non   
men che l'i, come in ruitus (Aeg. Parnas.) e in fluito, fluitans ec. (20.  Ott.   
1823.)Che  fino ad ora sia stata poco bene osservata la formazione costante de'   
continuativi e frequentativi da' participii o supini,  me lo persuade  fra  gli   
altri  il  vedere  che  Forcell.  da  fluctus us ec.  deduce l'inusitato supino   
fluctum di fluo  (v.  Fluo  fin.),  ma  dal  verbo  fluito  (ch'e'  pur  chiama   
frequentativo di fluo) non si avvisa punto di dedurne l'inusitato fluitum,  che   
n' evidentemente dimostrato.  Sebbene  il  medesimo  non  lascia  in  parecchi   
continuativi  o  frequentivi  di  ammonire  ch'e'  son  fatti  dal  supino  de'   
rispettivi verbi originali. (20. Ott.  1823.)[3736]Alla p.3734.  fine.  Per es.   
fusum di fundo potrebbe mostrare un antico perfetto fusi.                         
Fluitus   di   fluo   un  antico  perfetto  flui  che  sarebbe  il  regolare  e   
corrispondente  agli  altri  notati  p.3706.3732.  ec.  E  cos,  osservata  la   
corrispondenza  tra i perfetti e i supini in latino,  tanto ci possiamo servire   
de' perfetti noti a dimostrare o congetturare i  supini  ignoti,  (come  abbiam   
fatto  p.3733.)  quanto  viceversa  ec.  (massime  quando  i  supini noti sieno   
regolari ec. e i perfetti noti nol sieno,  o viceversa ec.).  Anzi tanto meglio   
da'  supini  si  conghiettureranno  i  perfetti,  quanto che quelli derivano da   
questi,  ma non questi da quelli.  Onde dati i supini par necessario supporre i   
perfetti;   ma   non   v'  tanta  necessit  nel  caso  inverso.   (20.   Ott.   
1823.).Participii in us di verbi attivi o neutri, in senso attivo intransitivo,   
o attivo transitivo, o neutro ec. Si esaminino gli esempi d'Indutus e di Exutus   
nel Forc.  paragonandoli con quelli di Exuo,  Induo,  e anche coll'uso italiano   
antico  ed  elegante  moderno  delle  voci  Spogliare,  Vestire,  Spogliato  (o   
Spoglio),  Vestito ec.  (20.  Ott.  1823.)[3737]Altrove ho detto che non si  d   
reminiscenza senza attenzione, e che dove non fu attenzione veruna, di quello    
impossibile  che  resti  o torni ricordanza.  L'attenzione pu esser maggiore o   
minore e secondo la memoria (naturale o acquisita) della persona,  e secondo la   
maggiore  o  minore  durevolezza e vivacit della ricordanza che ne segue.  Pu   
essere anche menoma,  ma se una ricordanza qualunque ha pur luogo,  certo  che   
una q                                                                             
ualunque  attenzione  la  precedette.  Pu  essere  eziandio  che l'uomo non si   
avvegga, non creda, non si ricordi di aver fatta attenzione alcuna a quella tal   
cosa ond'e' si ricorda,  ma in tal caso,  che non  raro,  e' s'inganna.  Forse   
l'attenzione non fu volontaria,  fors'ella fu anche contro la volont,  ma ella   
non fu perci meno attenzione.  Se quella tal cosa lo colp,  lo  ferm,  anche   
momentaneamente,  anche leggerissimamente, anche decisamente contro sua voglia,   
ancorch'ei ne distogliesse subito  l'animo;  ci  basta,  l'attenzione  vi  fu,   
l'averlo colpito non  altro che averlo fatto attendere,  comunque pochissimo e   
per  pochissimo,   comunque   obbligandovelo   mal   grado   suo.   (20.   Ott.   
1823.)[3738]Alla  p.3409.  Similmente la lettura di que' nostri classici (e son   
quasi tutti) che hanno arricchita la lingua col derivar prudentemente  vocaboli   
e  modi  dal  latino,  dal  greco,  dallo  spagnuolo o donde che sia,  ci giova   
sommamente ad arricchirci nella lingua,  non in quanto  noi  con  tale  lettura   
apprendiamo que' vocaboli e modi come usati da quegli scrittori,  e perci come   
usabili da noi ancora,  per esser  quegli  scrittori,  autentici  in  fatto  di   
lingua;  ch  questa sarebbe maniera di utilit pedantesca,  e nel vero se quei   
vocaboli e modi riuscissero  nell'italiano  latinismi  e  spagnolismi  ec.  non   
dovremmo imitar quelli che gli usarono, bench classici ed autentici scrittori,   
n l'autorit loro ci gioverebbe presso i sani, quando noi volessimo u            
sar di nuovo quelle voci e quei modi.  Ma detta lettura ci giova in quanto ella   
ci ammonisce per l'esperienza presente che  ne  veggiamo  negli  scrittori,  la   
lingua  italiana  esser  capacissima  di  quelle  voci e maniere;  perocch noi   
veggiamo sotto gli occhi,  che sebben forestiere di origine,  elle [3739]stanno   
in  quelle  scritture come native del nostro suolo,  ed hanno un abito tale che   
non si distinguono dalle italiane native di fatto,  e vi riescono come  proprie   
della lingua,  e cos sono italiane di potenza,  come l'altre lo sono di fatto,   
onde il renderle italiane di fatto non dipende  che  da  chi  voglia  e  sappia   
usarle;   e  per  esperienza  veggiamo  che  quegli  scrittori,  trasportandole   
nell'italiano,  le hanno benissimo potute rendere,  e le  hanno  effettivamente   
rese,  italiane  di  fatto,  come  lo erano in potenza,  e come lo sono l'altre   
italiane natie.  Or questo medesimo  quello  che  nello  studio  delle  lingue   
altrui  dee  fare  in  noi,  in luogo dell'esperienza,  l'ingegno e il giudizio   
nostro;  cio mostrarci,  non  per  prova,  come  fanno  gli  scrittori  nostri   
classici,  ma per discernimento e forza di penetrazione,  e finezza e giustezza   
di sentimento, bench sprovveduto di prova pratica,  che tali e tali vocaboli e   
modi sono italianissimi per potenza,  onde a noi sta il renderli tali di fatto,   
sieno o non sieno ancora stati  resi  tali  dall'uso,  o  da  parlatore,  o  da   
scrittore veruno; ch ci a' soli pedanti dee far differenza, e soli [3740]essi   
ponno  disdire o riprendere che tali voci e forme (greche,  latine,  spagnuole,   
francesi,  o anche tedesche ed arabe ed indiane  d'origine,  di  nascita  e  di   
fatto) italianissime per potenza, si rendano italiane di fatto, senza l'esempio   
di scrittori d'autorit; siccome essi soli ponno concedere e lodare che mille e   
mille  vocaboli  e  modi  niente  italiani per potenza,  (qualunque sia la loro   
origine), pur si usino, perch usati da scrittori classici che infelicemente li   
derivarono d'altronde,  o dalle italiane voci  e  maniere,  o  li  inventarono.   
Questi  mai  non  furono  n saranno veramente italiani di fatto (se non quando   
l'uso e l'assuefazione appoco appoco  li  rendesse  tali  ancor  per  potenza);   
quelli  per  solo  accidente  sono nati in Francia o in Ispagna o in Grecia ec.   
piuttosto che in Italia, ma per propria loro natura non sono manco italiani che   
spagnuoli ec.  n manco italiani di quelli che nacquero in Italia (e di  quelli   
che  dall'Italia  altrove  passarono),  e  forse  talora ancor pi di alcuni di   
questi,  che per solo accidente nacquero tra noi.  Siccome per solo accidente e   
contro   la  lor  natura  vennero  tra  noi  que'  vocaboli  [3741]e  modi  che   
nell'italiano son latinismi o francesismi ec.,  o che i classici  scrittori,  o   
che i mediocri, o che i cattivi, o che la corrotta favella gli abbia introdotti   
e usati, ch queste differenze altres sono affatto accidentali, e nulle per la   
ragione. (20. Ott. 1823.)Della bassa opinione in cui fino                         
nel  500  era  tenuta  la  lingua italiana (detta allora,  quasi per disprezzo,   
volgare) e la sua capacit e nobilt e  degnit  ed  efficacia  e  ricchezza  e   
potenza e possibilit di crescere ec. e il suo stato d'allora (ch'era pur certo   
assai  pi  potente ed efficace e forte ed espressivo e ricco e nobile e capace   
ed idoneo, che non fu prima n poscia e non  oggi, dopo s lungo tempo e tanto   
accrescimento del numero e variet degli scrittori che la trattarono,  e  delle   
materie  che  vi si trattarono,  e delle idee che vi furono e sono,  tuttod in   
maggior copia e variet,  significate,  non solo rispetto a letteratura,  ma  a   
filosofia e politica,  e maneggi e trattati civili, e storie, ed arti e scienze   
d'ogni maniera; onde questa lingua in quel tempo fu meno stimata in ch'ella pi   
valse per ogni verso che in qualsivoglia altra et e ch'ella sia forse mai  per   
valere),  vedi il Dialogo delle Lingue dello Speroni, tutto, ma particolarmente   
dal principio del Discorso tra il Lascari  e  il  Peretto,  sino  al  fine  del   
Dialogo.  (20.  Ott.  1823.)[3742] Mutolo,  quasi mutulus, per muto; diminutivo   
positivato, restando anche il positivo. Quindi ammutolire ec.  per ammutire ec.   
che pur si ha. (20. Ott. 1823.)Il supino futum dell'antico fuo, onde futare ec.   
come altrove,   dimostrato eziandio chiaramente dal participio futurus. Sicch   
non si dubiti che futare non venisse da futum supino  di  fuo  come  tutti  gli   
altri continuativi bench oggi non si                                             
trovi  supino  alcuno del difettivo fum,  di cui il difettivo fuo  ausiliare o   
suppletorio ec. ma non gi il medesimo in origine ec. (21.  Ott.  1823.)Altrove   
ho detto che l'antico participio di sum,  desinenza attiva, vi fu, e non fu ens   
ma sens.  Non si creda che potens  possa  provare  il  contrario.  Questa  voce   
anch'essa contiene il detto participio,  ma detrattane la s,  come l'f in potui   
ec.  ch' fatto da potis o pote e fui nientemeno che possum da potis e  sum,  e   
potens da potis e sens.  Del resto  ben vero che,  come possum non potum, cos   
si avrebbe avuto a dire possens anzi che  potens.[3743]Or  che  diremo  che  in   
tutte  tre  le  lingue figlie si conserva quella verissima pronunzia e forma di   
potens? Noi diciamo potente e possente, ma questo  pi proprio antico,  perch   
ora  non  sarebbe  della prosa (se non in qualche caso ec.) bens del verso.  E   
questa antichit fa tanto meglio al caso nostro.  Simile si dica di possanza  e   
potenza,  possentemente,  onnipossente  ec.  E  notisi  che non  per niente il   
costume della lingua o pronunzia di veruna parte d'Italia il mutare in  due  ss   
il  t,  sia nelle parole italiane,  sia da principio nella formazione di nostra   
lingua,  rispetto alle voci latine ec.  Insomma mai in  nessun  tempo  noi  non   
avemmo quest'uso,  e per bisogna riferire in questo caso la detta mutazione da   
potens a possente,  ad altra cagione,  perch'ella  non    delle  solite,  anzi   
affatto insolita ec. Qual cagione dunque? Ch'ella non                            
mutazione ma vera pronunzia antica latina, anteriore ancora a quella di potens.   
Perocch'ella  pi regolare, e ci fu trasmessa dal volgo, il quale certo non la   
us  per  parlar  pi regolare delle [3744]persone colte,  n per correggere la   
falsa pronunzia de' pi antichi,  ma anzi per conservar  l'uso  pi  antico.  I   
francesi  hanno solamente puissant cio possens,  e non potens.  Cos puissance   
cio possentia solamente, e non potentia;  tout-puissant,  puissamment ec.  Gli   
spagnuoli  non hanno il participio di posse, n in senso di aggettivo,  come i   
francesi e noi, n in quello di participio, come noi talvolta (esser potente di   
fare una cosa ec.  Speroni spesso),  ma hanno pujanza cio possentia,  mutati i   
due  ss  nell'aspirata,  come  loro ordinario.  N i francesi n gli spagnuoli   
sono punto soliti di mutare il t in due ss o nell'aspirata ec.  come  ho  detto   
degl'italiani.Del  resto  anche  potens  serve a mostrar l'esistenza antica del   
participio attivo di sum ec.  (21.  Ott.  1823.)Il  v  non    che  aspirazione   
nell'antico latino ec.: sta in vece dello spirito nelle parole tolte dal greco,   
e  non  pur  dell'aspro ma del lene ec.  come nella mia teoria de' continuativi   
Paphlagonia        insignis         Roco         HENETO,         a         quo,   
ut-                                                                               
e condizionata e non mai assoluta: e cos  impossibile che altri                 
dica  con  pieno  sentimento  di  vero  [3746]dire,  e  con  piena  sincerit e   
persuasione, io provo un piacere,  ancorch menomo,  quantunque tutti dicono io   
n'ho  provato  e  prover;  quanto  impossibile che alcun dica di cuore io son   
felice, o Beato me, quando per tutti dicono beato il tale o il tal altro, e io   
sarei felice se mi trovassi tale o tale,  e beato me se ottenessi  tale  o  tal   
cosa, e se fosse questo o questo. E le cagioni per c                              
ui sono impossibili parimente le due cose sopraddette,  sono appresso a poco le   
stesse.  E come il non esser niuno  che  dica  me  beato,  dimostra  che  tutti   
s'ingannano  quelli  che dicono beato te o lui,  e io sarei beato in tale o tal   
caso (e tutti gli uomini cos parlano e parleranno sempre e di cuore);  cos il   
non  esser chi dica di vero animo io provo piacere presentemente,  dimostra che   
niuno prov n prover mai piacere alcuno, bench tutti si pensino e moltissimi   
affermino con sentimento di verit,  di averne provato e di averne  a  provare.   
(21.  Ott. 1823.)[3747]Come la lingua francese illustre  dominata, determinata   
e regolata quasi interamente dall'uso,  e  certo  pi  che  alcun'altra  lingua   
illustre,  cos,  perocch l'uso  variabilissimo e inesattissimo,  essa lingua   
illustre non solo non pu esser costante,  n molto durare in uno essere,  come   
ho  notato altrove,  ma veggiamo eziandio che la propriet delle parole in essa   
lingua  trascurata pi che nell'altre illustri, e trascurata per regola,  cio   
presso gli ottimi scrittori costantemente,  non meno che nel parlare ordinario.   
Voglio dir che gli usi di moltissime parole e modi ec.  anche presso gli ottimi   
scrittori,  sono pi lontani dall'etimologia e dall'origine e dal valor proprio   
d'esse parole ec.  meno corrispondenti ec.  che non sogliono esser gli usi  de'   
vocaboli  nell'altre  lingue  illustri presso,  non pur gli ottimi,  ma i buoni   
scrittori, e in maggior numero di voci ec                                         
.  che nelle altre lingue illustri  non  sono.  Che  vuol  dir  ch'essi  usi  e   
significati sono pi corrotti ec.  E non potrebb'essere altrimenti perch l'uso   
corrente cotidiano e volgare e generalmente la lingua parlata, anche dai colti,   
(che  quella cui segue il francese scritto) corrompe ed altera ogni cosa e non   
mai non cessa di rimutare e logorare ec.  P.e.  per  dire  il  materiale  e  lo   
spirituale,  o il sensibile e l'intellettuale, i francesi dicono il fisico e il   
morale. (le physique et le moral, le physique et le moral de l'homme,  le monde   
physique  et  le  [3748]monde  moral  etc.).  Qual cosa pi impropria di queste   
significazioni,  o che si considerino in se stesse  o  nella  loro  scambievole   
opposizione e in rispetto l'una all'altra?  Fisico propriamente significa forse   
materiale o sensibile?  E il fisico,  che vuol dir naturale,   forse l'opposto   
dello  spirituale o intelligibile?  Quasi che questo ancora non fosse naturale,   
ma fuori della natura,  e vi potesse pur esser cosa non naturale e fuori  della   
natura, che tutto abbraccia e comprende, secondo il valor di questa parola e di   
questa  idea,  e  che  si  compone  di  tutto  ch'esiste o pu esistere,  o pu   
immaginarsi ec.  E il morale com' l'opposto del naturale?  Sia che riguardiamo   
la  propria  significazione  di  morale  sia  la francese.  E che hanno che far   
l'idee, l'intelletto, lo spirito umano,  gli altri spiriti,  il mondo e le cose   
astratte ec. coi costumi, ai quali soli propriamente appar                        
tiene  la  voce  morale?  e gli appartiene pure anche in francese,  e anche nel   
parlare e scriver francese ordinario (la morale,  moralit,  etc.).  Cos  dite   
degli   avverbi  physiquement  o  moralement  ec.[3749]Di  tali  esempi  se  ne   
potrebbero addurre infiniti.La lingua latina  illustre  fu,  non  solo  tra  le   
antiche,  ma forse fra tutte,  la pi separata e diversa,  e la meno influita e   
dominata dalla volgare.  Parlo della lingua latina illustre prosaica (ch' poco   
dissimile dalla poetica) rispetto all'altre pur prosaiche perch p.e. la lingua   
poetica greca fu certo (almen dopo Omero ec.) anche pi divisa ec.  dalla greca   
volgare.  Ma ci come poetica,  non come illustre,  e qualunque linguaggio appo   
qualunque  nazione   veramente poetico e proprio della poesia,  di necessit e   
per natura sua  distintissimo dal volgare;  ch tanto  quasi a dir linguaggio   
proprio  poetico,  quanto  linguaggio  diverso assai dal volgare.  S'egli ha ad   
esser assai diverso dal prosaico illustre, molto pi dal volgare. Fra le lingue   
illustri moderne,  la  pi  separata  e  meno  dominata  dall'uso  ,  cred'io,   
l'italiana,  massime  oggi,  perch  l'Italia ha men societ d'ogni altra colta   
nazione,  e perch la letteratura  fra  noi    molto  pi  esclusivamente  che   
altrove,  propria  de'  letterati,  e  perch  l'Italia  non ha lingua illustre   
moderna ec.  Per tutte queste ragioni la [3750]lingua italiana illustre  forse   
di tutte le moderne quella che meglio e pi generalmente osserva e co             
nserva  la  propriet  delle  voci e modi.  Ci presso i buoni scrittori,  cio   
quelli che ben posseggono e trattano la lingua illustre,  i quali oggi son  men   
che pochissimi,  e quelli che scrivono la lingua illustre, i quali oggi sono in   
minor numero di quelli che non la scrivano,  o il fanno pi  di  rado  che  non   
iscrivono la volgare.  Perocch oggi la lingua pi comunemente scritta e intesa   
in Italia nelle scritture, non  l'illustre ma la barbara e corrotta volgare; e   
per ella non conserva punto la propriet delle parole  ec.  ma  sommamente  se   
n'allontana,  come fa la volgare.  E p.e.  quel fisico e morale,  fisicamente e   
moralmente ec. nel senso francese,  oggi del volgare italiano, e dello scritto   
non illustre,  non men ch'e' sia dell'illustre e del volgare  francese  ec.  Ma   
presso  i  nostri buoni scrittori di qualunque secolo (non che gli ottimi),  si   
vedr forse pi che in niun'altra lingua illustre  moderna,  [3751]osservata  e   
conservata  la  propriet  delle  parole  e dei modi ec.  Cio l'uso loro esser   
totalmente e sempre, o quasi totalmente e quasi sempre,  o pi e pi spesso che   
nell'altre  lingue  illustri,  e  in assai maggior numero di parole e modi ec.,   
conforme al  significato  ch'essi  ebbero  da  principio  nella  lingua  e  ne'   
primitivi scrittori italiani,  ed anche alla loro nota etimologia,  ed al senso   
ed  uso  ch'essi  ebbero  nella  lingua  onde  alla  nostra  derivarono,   cio   
massimamente nella latina, madre della nostra. Certo la propriet                 
latina  nell'uso e significato delle parole e dei modi,  (siccome la forma,  lo   
spirito ec.  della latinit,  della dicitura latina,  il modo dell'orazione  in   
genere,  del compor le parole,  dell'esporre e ordinar le sentenze, dello stile   
ec.  ec.  E quanto a queste cose,  anche in ordine alla lingua greca l'italiano   
illustre    la lingua pi simile ch'esista ec.  ec.)  molto meglio e in assai   
maggior parte conservata nell'italiano veramente illustre,  per  insino  al  d   
d'oggi,  che  in  alcun'altra lingua;  e forse pi nell'italiano illustre degli   
ultimi nostri buoni scrittori,  che nel linguaggio de' pi antichi  e  migliori   
scrittori  francesi,  spagnuoli  ec.  (21.  Ott.  1823.)Diminutivi  positivati.   
Novello, nouveau, Novella, rinnovellare ec. ec. V. il Forc.  in Novellus (quasi   
iuvenculus)  e  i derivati sopra e sotto la detta voce: gli spagnuoli ec.  (22.   
Ott. 1823.)[3752]Alla p.3685.  Ho detto il genitivo ec.  Tutti i nomi o verbi o   
avverbi ec.  latini che son fatti immediatamente da qualche nome, son fatti dal   
genitivo o da' casi obliqui di questo nome,  non mai  dal  nominativo  (n  dal   
vocativo s'egli  conforme al nominativo, n dall'accusativo come da manum onde   
sarebbe  manalis  non manualis,  da tempus accusativo onde sarebbe tempalis non   
temporalis ec.  ec.  Tempestas per  par  che  venga  da  tempus  accusativo  o   
nominativo).  Ci  in moltissimi casi (come in dominor da dominus i ec.) non si   
pu conoscere n distinguere, ma in moltissimi s. Mi                             
les itis - milito, militia, militaris ec. nomen inis - nomino ec. salus utis -   
saluto ec. Imago inis - imagino ec. Virgo inis - virgineus ec. Magister istri -   
magistratus ec.  Sempre che si pu distinguere,  troverete che cos .  (V.  la   
p.3006.  marg.) Eccezione. Propago inis - propagare in vece di propaginare (che   
noi per abbiamo altres, e l'ha anche Tertull. V. Forc. e il Gloss.  ec.),  se   
per  propagare  non   piuttosto fatto da propages is,  o se propago non viene   
anzi da propagare (il che mi  molto verisimile,  se l'etimologia   da  pango,   
come  il  Forcell.   in  propago  inis.  Allora  propago  as  per  propango  is   
apparterrebbe a quella categoria di verbi di  cui  p.2813.  sqq.  e  nelle  ivi   
richiamate ec. [3753]E in esse pagg. si vedrebbero gli esempi e l'analogia e la   
ragione  per  cui  pango in propago as o in propago inis abbia perduta la n,  e   
perch mutata coniugazione ec.  che altrimente non son cose facili a  dirsi.  E   
certo  l'osservazione fatta qui dietro,  persuade che propagare non debba venir   
da propago inis: bens propaginare).  E s'altre tali eccezioni si  trovano;  ma   
saranno  ben  poche,  s'io  non  m'inganno.  Eccettuo ancora quei derivati che   
piuttosto sono inflessioni ec.  de' rispettivi nomi,  che altri nomi  fatti  da   
questi,  come lapillus,  (se questa e simili non sono contrazioni,  v.  p.3901)   
vetusculus dal nominativo di vetus eris ec.  Ma questo diminutivo  di Sidonio.   
Gli antichi vetulus. Nigellus potrebb'esser da nigeri non d                       
a  niger,  come  puellus da pueri non da puer.  V.  p.3909.;  nigellus ch' dal   
nominativo di niger, e altri tali diminutivi ec. Se gi gli antichi non dissero   
magister isteri, niger eri ec. (22. Ott. 1823.). E cos tengo per fermo;  ond'   
magisterium,  ministerium ec. per magistrium, piuttosto dall'obliquo magsteri,   
magstero ec. poi contratti,  che da magistrium,  ministrium per epentesi della   
e.  Infatti gli antichi dissero magisterare,  ma i pi moderni magistrare, onde   
magistratus us ec.,  come ministrare [3754]ec.  Insomma queste  non  mi  paiono   
eccezioni, perch si riducono alla regola coll'osservare il modo dell'antichit   
e  lo stato primitivo delle voci,  mutato poscia,  e cos si potranno risolvere   
mill'altre tali eccezioni apparenti. In ogni modo il pi delle volte  vero che   
i derivati de' nomi vengono da' casi  obliqui,  come  ho  detto,  di  qualunque   
declinazione  sieno  i  nomi  originali,  come si  mostro cogli esempi,  e non   
solamente se essi nomi son della quarta,  ch allora si potrebbe negare  quello   
che noi affermiamo dei derivati di questi, cio che vengano da' casi obbliqui e   
fra  questi  derivati  da'  casi  obliqui sono certamente quelli fatti da' nomi   
della quarta e notati da noi ec.  Il  che  basta  al  caso  nostro.  (22.  Ott.   
1823.)Alla  p.3728.  Quest'uso  latino  di  mutare  alle volte il primo n in g,   
quando concorrerebbero due n, uso che si vede in agnatus,  cognatus,  cognosco,   
ignosco, ignotus, ignobilis, ignarus, ignavus ec. pe                              
r  annatus,  connatus,  (che anche si trova),  connosco,  innosco,  innotus (v.   
Forc.), innobilis,  innarus,  innavus (che sarebbero come innocens,  innumerus,   
innobilitatus) ec. ec. (p.3695.) corrisponde all'uso della pronunzia spagnuola   
che  suol  mutare  in gn il doppio n delle parole latine o qualunque (come ao,   
caa per canna ec.),  e  che  generalmente  [3755]rappresenta  il  suo  gn  col   
carattere    che    il segno di un doppio n.  (Se per i latini pronunziavano   
ig-navus ec. come a p.2657.,  l'uso spagnuolo di dir agno per annus ec.  non ha   
che far niente col lat. ig-navus per innavus. Tuttavia pu pur avervi che fare,   
in  quanto anche appo gli spagnuoli quell'ao ha sempre una pronunzia di g).Del   
resto non solo nel concorso delle due n, ma anche fuor di questo caso, i latini   
usavano di preporre o frapporre avanti  la  n  il  g.  Come  in  prognatus  per   
pronatus (che anche si trova), adgnascor per adnascor, adgnatus per adnatus ec.   
(i quali perci dimostrano un semplice gnascor),  e in gnarus,  gnavus,  gnavo,   
gnosco, gnobilis ec. (sicch forse ignarus ec. non sono per innarus ec.  ma pi   
probabilmente per i-gnarus, i-gnavus ec. cio per ingnavus, ingnarus ec.). Onde   
resta fermo quel ch'io [ho] detto p.3695.  che i latini usavano, come gli Eoli,   
il g  veramente  protatico  (perch  anche  in  pro-gnatus  per  pro-natus,  in   
i-gnobilis per in-nobilis ec.  ei viene a esser protatico.). E quest'uso ancora   
[3756]avrebbe qualche corrispondenza coll'uso spag                                
nuolo di mutare alle volte,  se non erro,  anche l'n semplice delle voci latine   
ec.  in .(22. Ott. 1823.)Prolicio, prolecto as ec. Aggiungansi alle cose dette   
nella mia teoria de'  continuativi  (sul  principio)  circa  i  verbi  allicio,   
allecto ec.  (22.  Ott.  1823.)Verbo diminutivo in senso positivo.  Nidulor per   
nidor aris (che non esiste) da nidulus per nidus. Noi abbiamo annidare ec. (22.   
Ott. 1823.)Alla p.3706. Senza fallo il nostro verbo fu noo is,  non no nis.  (e   
altrettanto       si       dica       di       poo,       non      po,       da   
ndo, noo da cui esso viene, non da nosco,  checch dica il Forc.                  
in nomen, princip. e quivi Festo ec. 4. Nobilis non potrebbe venir da no. Bens   
da  noo.  Perocch  i  verbali  in bilis nel buon latino non si fanno se non da   
supino in tum (o partic.  in tus),  e non da altri,  mutato il tum (o  tus)  in   
bilis.  V.  p.3825.  Bens tali supini (o participii) non sono sempre noti,  ma   
dato il verbale in bilis,  e' si possono conoscere  mediante  l'analogia  e  la   
cognizione dell'antichit e della regola della lingua latina, le quali anche da   
se  li  possono  mostrare,  e  il verbale in bilis li conferma,  sempre ch'egli   
esista.  P.e.  Docibilis  da doci-tum.  Questo supino gi lo  conoscevamo  per   
altra via,  bench inusitato, cio per altri argomenti ec. Il verbale docibilis   
lo conferma.  Immarcescibilis da marcescitus  inusitato.  Gi  abbiam  detto  e   
sostenuto  che  il  proprio  participio [3758] o supino de' verbi in sco era in   
scitus. Eccone altra prova in marcescitum di marcesco (che ora non ha o non gli   
s'attribuisce supino alcuno) dimostrato da immarcescibilis. Solu-tum, volu-tum,   
solu-bilis, volu-bilis ec.  Labilis,  nubilis,  habilis ec.  sono dai regolari,   
veri ed interi, bench inusitati                                                  
supini,  labitum,  nubitum,  (habitum  usitato, anzi solo usitato, ma non  il   
primitivo) ec.,  secondo la regola,  fuor  solamente  ch'e'  son  contratti  da   
labi-bilis,  nubi-bilis per effetto di pronunzia accelerata o confusa ec. o per   
evitare il cattivo suono ec. Or dunque da no nitum  avremmo  nibilis.  Nobilis   
non  pu  essere  che da no-tum,  gnobilis da no-tum o da gnotum,  ignobilis da   
no-tum o gno-tum o igno-tus o gnobilis  o  nobilis.  Ovvero  nobilis  ec.  sono   
contrazioni  di  noibilis  come  notum  lo    di  noitum.  Vedi  la  pag.3832.   
fine.Secondo  queste  osservazioni,  nobilis,  gnobilis,  ignobilis  confermano   
l'esistenza  di  un verbo originario di nosco,  al quale  chiaro ch'essi hanno   
attinenza;  ma se venissero da nosco farebbero noscibilis ec.  da noscitum,  ed   
anche il Forc. che certo non aveva osservata la formazione de' verbali in bilis   
da' supini in tum,  pur vide che nobilis era quasi noscibilis (vedilo in [3759]   
nobilis princip. dove ha vari spropositi,  secondo le nostre osservazioni).  N   
da  noscibilis sarebbe stata punto naturale n latina la contrazione in nobilis   
ignobilis ec.  V.  ignoscibilis,  antica voce,  nel Forc.  la quale conferma il   
supino  noscitum,  secondo le presenti osservazioni,  e che da nosco si sarebbe   
fatto noscibilis,  non nobilis,  come anche da  marcesco  immarcescibilis,  non   
immarcibilis ec.  V.  anche nel Forc. noscibilis, agnoscibilis ec. irascibilis.   
Del resto nobilis, gnobilis ec. sono voci antichissime, onde ben                  
poterono  venire  dall'antichissimo  e  poscia  inusitato   noo.Possibilis   (e   
impossibilis,  possibilitas  ec.)  dimostra possitus,  e quindi il participio o   
supino situm di sum,  confermando il detto da noi in  proposito  di  sto,  come   
potens  dimostra  il participio sens (pag.3742-4.).Del resto noo,  poo e simili   
andarono presto in disuso probabilmente per il cattivo suono di quel  doppio  o   
l'un  dietro  l'altro,  onde  si prefer l'uso de' verbi lor derivati,  i quali   
restarono,  e quasi o senza quasi nel senso degli originarii (massime  nosco  e   
composti ec.),  o anche [3760]in esso senso ec.  Nosco per non rest tutto, n   
noo per tutto,  ma ne rest novi e notum ec.  insomma una gran parte (dove non   
aveva  luogo,  o n'era stato scacciato,  il cattivo suono),  la quale suppl ai   
mancamenti e perdite sofferte dal derivato ec. Cos di poo rest potus, epotus,   
potum, poturus ec. anche pi usati di potatus ec.,  e potus sum ec.  (22.  Ott.   
1823.).  V.  p.3850.Niente  d'assoluto.  Qual cosa par pi assoluta e generale,   
almen fra gli uomini,  di quello che la corruzione sia nauseosa?  Or le sorbe e   
le nespole, perocch nello stato che per loro  vera maturit e perfezione, per   
noi  non son buone a mangiare;  bens nello stato che per loro  vera,  non pur   
vecchiezza,  ma morte e corruzione;  perci mezze e corrotte si mangiano.  - Lo   
schifoso    interamente relativo.  La lumaca non fa schifo a se stessa.  Non    
schifoso a noi quello che in noi, o da noi uscito o p                             
rodotto ec.  schifoso agli altri. Il porco si diletta di ravvolgersi nel fango   
e lordure ec.  E quanti uomini trattano e  amano,  e  mangiano  e  gustano  ec.   
[3761]cose che agli altri (a tutti o a pi o ad alcuni,  nella stessa nazione o   
in diverse) riescono schifosissime.  - La sorba,  la nespola,  secondo  noi,     
perfetta  quando    corrotta,  misurando  noi  la  perfezione di queste,  come   
d'infinite altre  cose,  dall'uso  nostro  ec.  Ma  chi  non  vede  che  questa   
perfezione    al tutto relativa?  e relativa a noi soli,  anzi al solo uso del   
nostro palato e stomaco,  ed in quanto la sorba  atta a  divenirci  una  volta   
cibo,  cosa  a  lei affatto accidentale ed estrinseca?  E che la sorba non ne    
perci meno corrotta e degenerata?  n,  per se stessa e per sua  natura,  meno   
perfetta  allor  quando ec.  e non in altro tempo ec.  (23.  Ott.  1823.)Si pu   
applicare all'uomo in generale avendo riguardo alle illusioni e al modo in  che   
la  natura  ha  supplito  coi felici errori ec.  alla felicit reale,  anzi pu   
applicarsi             ad              ogni              genere              di   
detto  di  dompter  da  domitare,  aggiungi                                       
promtus e promptus,  promsi e prompsi,  [3762]  promtum  e  promptum,  demsi  e   
dempsi,  demtum e demptum,  temptare per tentare (v. Forcell. e il Cod. Cic. de   
republ.  col Conspectus Orthograph.  del Niebuhr),  comsi e compsi,  comptum  e   
comtum,  comptus e comtus,  compte e comte,  ec.  ec.  V.  Forcell.  I francesi   
scrivono anche domter domtable ec. e forse oggi pi frequentemente. Il Richelet   
non ha che domter, l'Alberti che dompter.  Vedi il Richelet in Compte,  compter   
ec. che scrivevasi ancora, com'egli dice, comter, comte ec. Notisi peraltro che   
compter ec.  viene da computare, sicch il p vi  naturale e non ascitizio come   
in           dompter           ec.           Infatti           oggi           i   
fra-                                                                              
paesi  di  confine,  nel  Piemonte  (ove forse  probabile che sia stato          
scritto il [3763]Cod.  de rep.  e cos di Frontone ec.) nell'alta  Lombardia  e   
Venezia,  o  generalmente  nella  Lombardia  o  nel  Veneziano.  E  se nel cuor   
d'Italia, ed anche in Roma, a che tempo,  come ne' vari tempi che vi furono pi   
stranieri, e pi influenti ec. E finalmente da chi, se da italiani o stranieri,   
e  italiani  di  che parte d'Italia,  e di buona pronunzia o cattiva,  e periti   
dell'ortografia o no, e vissuti fra gli stranieri o no ec. ec. (23. Ott.          
1823.).  Puoi vedere la p.3754.Alla p.3692.  Aggiungasi  che  scivi  scitum  di   
scisco,  e de' suoi composti (ascitum,  conscitum, plebiscitum) ec. hanno tutti   
l'i lungo.  Or la desinenza in itum  affatto  improprissima  de'  verbi  della   
terza. (Lascio quella in ivi, che n' parimente impropria, ma altres quella in   
ivi il sarebbe).  Che segno  questo,  se non che scitum grammaticalmente non    
di scisco,  ma di scio,  di cui,  come  verbo  della  4.    propria  e  debita   
peculiarmente  la  desinenza del supino in itum?  Cos dicasi di qualunqu'altro   
verbo in sco che sia fatto da un verbo della quarta,  noto o ignoto: che se tal   
verbo in sco ha supino,  o se gli si attribuisce,  esso  certamente in itum, e   
per  certamente tolto in prestito dal suo verbo originale,  il quale,  se non   
esiste,  da ci n' dimostrato ec. E pu vedersi la p.3707. fine 08. principio.   
(23.  Ott.  1823.)[3764]Necessit di nuove o forestiere voci,  volendo  trattar   
nuove  o  forestiere  discipline.  Impossibilit  e  danno del mutare i termini   
ricevuti  in  una  disciplina  che  da'  forestieri  sia   stata   trovata,   o   
principalmente coltivata,  o trasmessaci ec. di sostituire cio altri termini a   
quelli con che i forestieri che ce la tramettono,  sono usi di trattare  quella   
disciplina, quando bene fosse facile alla nostra lingua il trovar termini suoi,   
novi  o vecchi,  da sostituir loro,  anzi quando ella gi ne avesse degli altri   
(sian termini sian vocaboli) con quel medesimo significat                         
o ec. V. Speroni Dial. della Retorica, ne' suoi Diall. Venez.  1596.  p.139.  a   
dieci pagg.  dal principio,  e 23.  dal fine.  (23.  Ott.  1823.)Gli spettacoli   
gladiatorii, cos sanguinarii ec.  appartengono a quel diletto delle sensazioni   
vive,  di cui dico in tanti luoghi. (23. Ott. 1823.). Cos le cacce di tori ec.   
ec.Disperser  da  dispergo-dispersus.(24.  Ott.  1823.)Ai  verbi  diminutivi  o   
frequentativi  italiani da me altrove raccolti,  aggiungi per esempio di quelli   
in olare,  crepolare da crepare,  screpolare ec.  (24.  Ott.  1823.)Quaero  is,   
quaesitum e itus.  Perch dunque da queror,  questus, ch' verbo differente sol   
d'una lettera nella scrittura,  e di nulla nella pronunzia?  E da  quaesitum  e   
quaesitus che pur restano e son fuori di controversia, [3765]e non si potrebber   
dire  altrimenti,  abbiamo  quaestus us e quaestor ec.  ec.  L'uso dunque delle   
contrazioni de' supini che altrove in tanti luoghi  io  suppongo,    evidente;   
perocch qui restando il supino e il participio intero,  le voci quindi formate   
sono,  le pi,  contratte al modo appunto degli altri supini e participi ec.  i   
quali molte volte per lo contrario son dimostrati da voci derivate o affini ec.   
non  contratte.  Come qui vale l'argomento da quaesitum a quaestus us ec.  cos   
dovr valere ne' casi contrarii ec.  (24.  Ott.  1823.)Alla p.3557.  principio.   
L'aspetto  della  debolezza riesce piacevole e amabile principalmente ai forti,   
sia della stessa specie sia di diversa.                                           
(forse per quella inclinazione che la  natura  ha  messa,  come  si  dice,  ne'   
contrarii  verso  i  contrarii).  Quindi  la  debolezza in una donna riesce pi   
amabile all'uomo che all'altre donne,  in un fanciullo pi amabile agli  adulti   
che  agli  altri  fanciulli.  E  la  donna  pi amabile all'uomo che all'altre   
donne, anche pel rispetto della debolezza ec. Ed all'uomo tanto pi quanto egli   
 pi forte,  non solo per altre cagioni,  ma anche per questa,  che  l'aspetto   
della                                                                             
debolez-                                                                          
quando  non v'abbia altra causa che operi il contrario,  come nel lupo verso la   
pecora ec. Cause indipendenti dalla timidit e dal coraggio.  E da ci,  almeno   
in  parte,  deriva  che  gl'individui  e le nazioni forti e coraggiose sogliono   
naturalmente essere le pi benigne;  e  in  contrario    stato  osservato  che   
gl'individui e i popoli pi deboli e timidi sogliono essere i pi crudeli verso   
i viventi pi deboli di loro,  verso i loro stessi individui pi deboli ec.  Ed   
[3767] proposizione costante e generale che  la  timidit  la  codardia  e  la   
debolezza  amano  molto  di  accompagnarsi  colla crudelt,  colla inclemenza e   
spietatezza e durezza de' costumi  e  delle  azioni  ec.  (Che  il  timore  sia   
naturalmente  crudele,  perch  sommamente  egoista,  e cos la vilt ec.  l'ho   
notato in pi luoghi). Ci non solo si osserva negli uomini,  ma eziandio negli   
altri  animali.  E  con  molta  verisimiglianza,  se  non anche con verit,  si   
attribuisce al leone la generosit verso gli animali di lui pi deboli e timidi   
ec. quando la natura, cio una nimist naturale, o la fame ec. non lo spinga ad   
opprimerli ec.  o ve lo spinga talora,  ma non in quel tal caso,  o  quando  la   
natura non glieli abbia destinati particolarmente per cibo, ch allora sar ben   
difficile  ch'ei se ne astenga,  o se ne astenga p.  altro che per saziet.  Si   
applichino queste osservazio                                                      
ni a quelle da me fatte circa la compassionevolezza naturale  ai  forti,  e  la   
naturale  immisericordia  e durezza dei deboli ec.  e viceversa quelle a queste   
(p.3271. segg.). Si suol dire,  e non  senza esempio nelle storie che le donne   
[3768]divenute  potenti in qualunque modo,  sono state e sono generalmente come   
pi furbe e triste,  cos pi crudeli  e  meno  compassionevoli  verso  i  loro   
nemici,  o  generalmente ec.  di quel che sieno stati o sieno,  o che sarebbero   
stati o sarebbero,  gli uomini,  in parit d'ogni altra circostanza.  Ed   ben   
noto  che  i  Principi  pi  deboli  e  vili  sono  sempre  stati i pi crudeli   
proporzionatamente alle varie qualit ed al vario spirito de' tempi a cui  sono   
vissuti  o  vivono,  e  alle  varie  circostanze in cui si sono rispettivamente   
trovati o trovansi,  e  secondo  le  varie  epoche  e  vicende  della  vita  di   
ciascheduno  ec.  (24.  Ott.  1823.)Alla  p.3616.  fine.  Un'altra osservazione   
confermante il mio parere,  che l'Iliade se cede agli altri  poemi  in  qualche   
cosa,  ci possa essere ne' dettagli,  ma tutti li vinca nell'insieme,  e nella   
tessitura medesima e disposizione  e  condotta,  non  che  nell'invenzione  (al   
contrario  del comun giudizio),  si  che nell'Iliade l'interesse cresce sempre   
di mano in mano,  sin che nell'ultimo arriva al pi alto punto.  Laddove  nella   
Gerusalemme  egli [3769],  si pu dire,  onninamente stazionario;  nell'Eneide   
assolutamente retrogrado dal settimo libro in poi, e cos nell'Odissea: errore    
e difetto sommo ed essenzialissimo e contrario ad ogni arte.  Nella Lusiade nol   
saprei  ora  dire,  n  nella Enriade,  dove per l'interesse non pu essere n   
stazionario n retrogrado n crescente, essendo affatto nullo, almeno per tutti   
gli altri fuor de' francesi.  Puoi vedere a proposito del  crescente  interesse   
l'Elogio di Voltaire nelle opp.  di Federico II. 1790. tome 7. p.75.Ho detto in   
questo discorso come sia necessario che il soggetto dell'epopea sia  nazionale,   
e  come  dannoso sarebbe ch'ei fosse universale ec.  (se non nel modo usato dal   
Tasso ec.). Ma per altra parte la nazionalit del soggetto limita, quanto a se,   
l'interesse e il grand'effetto del poema,  a una sola nazione.  Non  v'  altro   
modo  di  ovviare a questo gran male (il qual fa ancora che i posteri,  dopo le   
tante mutazioni politiche che cagiona il tempo,  distruttore o cangiatore delle   
nazioni,  o de' loro nomi,  ch' tutt'uno, [3770]e loro carattere nazionale ec.   
non  considerino  pi  quegli  antichi,  n  possano  considerarli,   come  lor   
nazionali,  e che a lungo andare, immancabilmente, non vi sia pi nazione a cui   
quel poema sia nazionale),  se non di costringere  l'immaginazion  de'  lettori   
qualunque a persuaderli di esser compatrioti e contemporanei de' personaggi del   
poeta,  a trasportarli in quella nazione e in quei tempi ec. Illusione conforme   
a quella che deono proccurare i drammatici ec.  Or tra tutti gli epici quel che   
meglio l'ha proccurata si  Omero nell'                                           
Iliade,  siccome  fra  tutti  gli  storici  Livio.  Vero   che questo viene in   
grandissima parte da quelle tante cagioni altrove da me esposte, le quali fanno   
che tutte le nazioni civili in tutti i tempi sieno  state  e  sieno  p.  essere   
connazionali e contemporanee de' troiani, greci antichi romani antichi ed ebrei   
antichi.  Infatti  dopo  l'Iliade,  il poema epico che meglio proccura la detta   
illusione universale,  si  l'Eneide,  perch di soggetto troiano e romano.  Ma   
vero  ancora che, massime quanto ai troiani, le dette cagioni si riducono alla   
sola Iliade (ed all'Eneide), [3771]onde l'illusione ch'essa proccura, non viene   
da  cause a lei affatto estrinseche,  anzi l'Iliade  tanto pi mirabile quanto   
essa sola,  o essa principalmente (cio aiutata  dall'Eneide  ec.),  ha  potuto   
rendere  e  rende  tutti gli uomini civili d'ogni nazione e tempo compatrioti e   
contemporanei de' troiani.  Questo ella consegue mediante le reminiscenze della   
fanciullezza  ec.  le  quali  l'accompagnano perch sin da fanciulli conosciamo   
l'Iliade,  o i fatti da essa narrati  e  inventati,  e  la  mitologia  in  essa   
contenuta,  ec.  e  le  prime  nozioni  della  mitologia che apprendiamo,  sono   
strettamente legate e in buona parte composte delle invenzioni d'Omero ec.  ec.   
Ma tutto questo non sarebbe n sarebbe stato se l'Iliade non fosse sempre stata   
cos  celebre.  N cos celebre sarebbe stata sempre senza il suo sommo merito.   
Vero  che questo non ha che fare in particolare colla                            
condotta ec.  ec.  (25.  Ott.  1823.)Alla p.3729.  marg.  Trovansi eziandio ne'   
nostri antichi parecchie voci o significazioni ec.  proprie del latino noto, ma   
che ora non potremmo in alcun modo usare,  ben sono usate e familiari appo  gli   
spagnuoli: il che [3772]pare che provi ch'elle fecero parte di quel volgare che   
precedette ambo le lingue,  del volgar latino ec.  se non vogliamo supporre che   
l'antico italiano allo spagnuolo,  o l'antico spagnuolo all'antico italiano  le   
comunicasse,  che n l'uno n l'altro  molto verisimile.  (25. Ott. 1823.)Alla   
p.3488. marg. Trovo in un cinquecentista spagnuolo, ma di poca autorit, falsar   
la paz per rompere frodolentemente la pace,  o violar le condizioni della pace,   
mancare  ai  trattati  ec.  Del  resto  falsare  in  questi  sensi    quasi un   
continuativo di fallere.  Falsar la fede nell'esempio dello Speroni  lo stesso   
che  il fallire,  cio fallere,  la promessa nell'altro esempio.  E anche in se   
stesso, falsare nelle dette significazioni ha un certo senso d'ingannare,  cio   
fallere, bench forse si vorr piuttosto dargli quello di mancare. Ma in questo   
senso  non  si  vede  come  n fallire n falsare n faltar ec.  possano essere   
attivi ec. ec. (25. Ott.  1823.).  Falsare in altri sensi,  (come in falsatus e   
falsatio  ap.  Forc.)    bens  da  falsus  di  fallere  ma  preso in senso di   
aggettivo;  laddove ne' detti significati falsare sarebbe da falsus in senso di   
participio ec. (25. Ott. 1823.)[3773]Voglio                                       
no  che  l'uomo per natura sia pi sociale di tutti gli altri viventi.  Io dico   
che lo  men di tutti,  perch avendo pi vitalit,  ha  pi  amor  proprio,  e   
quindi  necessariamente  ciascun  individuo  umano  ha pi odio verso gli altri   
individui s della sua specie s dell'altre,  secondo i principii da me in  pi   
luoghi sviluppati.  Or qual altra qualit  pi antisociale,  pi esclusiva per   
sua natura dello spirito di societ,  che  l'amore  estremo  verso  se  stesso,   
l'appetito estremo di tirar tutto a se, e l'odio estremo verso gli altri tutti?   
Questi  estremi  si  trovano tutti nell'uomo.  Queste qualit sono naturalmente   
nell'uomo in assai maggior grado che in alcun'altra  specie  di  viventi.  Egli   
occupa  nella  natura  terrestre  il  sommo  grado  per  queste parti,  siccome   
generalmente egli tiene la sommit fra gli esseri terrestri.Il fatto  dimostra,   
al contrario di quel che gli altri lo interpretano,  che l'uomo  per natura il   
pi antisociale di tutti i viventi che per natura  hanno  qualche  societ  fra   
loro.  Da  che  il  genere  umano  ha passato i termini di quella scarsissima e   
larghissima societ che la natura gli avea destinata,  pi scarsa ancora e  pi   
larga  che  non  [3774]quella destinata e posta effettivamente dalla natura in   
molte altre specie di animali; filosofi,  politici e cento generi di persone si   
sono  continuamente occupati a trovare una forma di societ perfetta.  D'allora   
in poi, dopo tante ricerche, dopo tante esperienze, il prob                       
lema rimane ancora nello stato medesimo.  Infinite forme di societ hanno avuto   
luogo  tra  gli  uomini  per  infinite  cagioni,   con  infinite  diversit  di   
circostanze. Tutte sono state cattive; e tutte quelle che oggi hanno luogo,  lo   
sono altres.  I filosofi lo confessano;  debbono anche vedere che tutti i lumi   
della filosofia, oggi cos raffinata,  come non hanno mai potuto,  cos mai non   
potranno  trovare  una forma di societ,  non che perfetta,  ma passabile in se   
stessa. Nondimeno ei dicono ancora che l'uomo  il pi sociale de' viventi. Per   
societ  perfetta  non  intendo  altro  che  una  forma  di  societ,   in  cui   
gl'individui che la compongono,  per cagione della stessa societ, non nocciano   
gli  uni  agli  altri,   o  se  nocciono,   ci  sia  accidentalmente,   e  non   
immancabilmente;   una   societ   i   cui  individui  non  cerchino  sempre  e   
inevitabilmente di farsi male gli uni agli altri.  Questo    ci  che  vediamo   
accadere fra le api, fra le formiche, fra i [3775]castori, fra le gru e simili,   
la  cui societ  naturale,  e nel grado voluto dalla natura.  I loro individui   
cospirano tutti e sempre al ben pubblico,  e si giovano scambievolmente,  unico   
fine,  unica  ragione del riunirsi in societ;  e se l'uno nuoce mai all'altro,   
ci non   che  per  accidente,  n  il  fine  e  lo  scopo  di  ciascheduno     
immancabilmente e continuamente quello di soverchiare o di nuocere in qualunque   
modo  altrui.  E talora gli uni fanno male ad alcun degli altri,  o tutti ad un   
solo o a                                                                          
pochi, per lo solo oggetto del ben comune o del ben dei pi, come quando le api   
puniscono le pigre. Nol fanno gi esse per il bene di un solo. N chi 'l fa, lo   
fa pel solo ben suo, anzi pel bene ancora di chi  punito.  Ed anche questo far   
male ad alcuno  un cospirare al ben comune.  Ma nelle societ umane quello non   
si trov mai, questo sempre. Leggi, pene, premi, costumi, opinioni,  religioni,   
dogmi, insegnamenti, coltura, esortazioni, minacce, promesse, speranze e timori   
di un'altra vita,  niente ha potuto far mai, niente  n sar bastante di fare,   
che l'individuo di qualsivoglia societ umana,  conformata come si voglia,  non   
dico giovi altrui, ma si astenga dall'abusarsi, o vogliamo dire dal servirsi di   
qualunque vantaggio egli abbia sugli altri,  per far bene a se col male altrui,   
dal cercare di aver pi degli altri, di soverchiare, di volgere in somma quanto   
 possibile,  tutta la societ al suo solo utile o  piacere,  il  che  non  pu   
avvenire  senza  disutile  e  dispiacere  degli  altri  individui.  Infinite  e   
diversissime furono [3776]e sono le forme dei costumi,  delle  opinioni,  delle   
istituzioni,  de' governi,  le variet delle leggi ec.  infinite e diversissime   
quelle che i filosofi ec.  in tutti i secoli e nazioni civili hanno  immaginato   
ed  immaginano  e  che  non sono mai state poste in effetto,  ma in ciascuna di   
queste forme  sempre avvenuto,  o certo sempre avverrebbe il  medesimo.  Quali   
mezzi, quali artifizi non si sono imma                                            
ginati o impiegati per impedirlo? che studio, che dottrina, che esperienza, che   
fatica, che forza d'ingegno si  risparmiata per ottener questo effetto? quanti   
geni sommi non vi si sono applicati?  ma tutto  stato pienissimamente indarno;   
e chiunque abbia fior di giudizio dee senza difficolt convenire,  che tutto lo   
sar  sempre ugualmente,  qualunque affatto nuova e strana circostanza si possa   
mai offrire,  e qualunque novissima arte e via ritrovare.  Il che insomma  vuol   
dire  che una societ perfetta,  e niente pi perfetta che nel modo spiegato di   
sopra,  senza il quale l'idea della societ  contraddittoria ne' termini;  una   
societ,  dico,  perfetta  fra  gli  uomini,  anzi  pure  una  societ  vera     
impossibile.  Or come pu star che sia impossibile,  se la natura  ce  l'avesse   
[3777]destinata,  e se l'uomo fuor di una tal societ non potesse conseguire la   
sua perfezione e felicit naturale?  Veggiamo pur che quella societ ch' stata   
destinata dalla natura ad animali tanto inferiori a noi,  stata sempre fin dal   
principio,  ed  costantemente, perfetta nel suo genere, bench'essi non abbiano   
avuti e non abbiano n legislatori, n filosofi, n esperienze d'altre forme di   
societ ec. Veggiamo eziandio ch'ella  perfetta,  non pure nel genere suo,  ma   
rispetto  al genere ed all'idea della societ assolutamente,  la quale importa,   
moltitudine maggiore o minore d'individui cospiranti in una o  altra  forma  al   
bene di tutta la moltitudine, e ad e                                              
ssa  in  niun modo mai,  se non accidentalmente,  pregiudicanti;  del resto poi   
comunicanti tra se pi o meno,  e moltissimo o pochissimo;  ci  nulla  rileva,   
purch in tanto cospirino al ben comune,  in quanto e' comunicano insieme, poco   
o molto che ci sia.  Non dobbiamo dunque dedurre da tutto il  sopraddetto,  s   
ragioni, s esperienze di tanti e tanti secoli, che il genere umano per natura,   
o  non    destinato a societ veruna tra se,  o (com' vero)  destinato ad un   
genere,  o per meglio dire,  ad un grado di societ diverso  affatto  da  tutti   
quelli  che  in  esso  lui  ebbero luogo dal primissimo principio del suo (cos   
detto) dirozzamento,  fino al d d'oggi?  Cio ad una scarsissima comunione de'   
suoi  individui tra loro,  nella qual comunione,  in quanto ella si stendeva ed   
esigeva,  ciascuno avrebbe cospirato  al  comun  bene  degl'individui  in  essa   
compresi,  e niuno,  se non [3778]per caso,  gli avrebbe nociuto;  onde sarebbe   
risultata  agli  uomini  una  specie  di  societ  perfetta  in  se  stessa   e   
relativamente ai subbietti suoi proprii,  e perfetta in ordine all'idea ed alle   
condizioni essenziali della societ assolutamente considerata.  La quale specie   
di societ essendosi bentosto perduta, niun'altra specie di societ perfetta ha   
potuto  mai  rimpiazzarla  in  non  so  quante  migliaia  d'anni,   n  mai  la   
rimpiazzer,  perch la natura non si rimpiazza,  n pi d'una sola  perfezione   
(cio del suo naturale stato) pu convenire a niuna specie d'esseri crea          
ti,  e  quindi non pi d'una felicit.Stante la natura generale de' viventi,  e   
massime quella dell'uomo in particolare,  una societ stretta,  la quale  cosa   
dimostrata  che  necessariamente  produce  tra  gli uomini la disuguaglianza di   
mille generi e intorno a mille beni e mali,  non pu a meno di  eccitare  e  di   
mettere  in  movimento,  com'ella  fa  in  effetto,  le  passioni dell'invidia,   
dell'emulazione, della gara, della gelosia, conseguenze necessarie, o piuttosto   
specie e nuances dell'odio verso gli altri,  naturale ad ogni  essere  che  ami   
naturalmente se stesso. Or qual cosa  pi antisociale di queste passioni? Elle   
non  avrebbero  avuto  luogo  nella  societ  scarsa  e larga destinataci dalla   
natura,  il cui uffizio sarebbesi limitato al vero fine d'ogni societ,  quello   
di soccorrersi scambievolmente ne' bisogni (che in natura son pochi), e massime   
in  quei  bisogni (che sono anche meno) i quali esiggono la cospirazione di pi   
individui,  come sarebbe il difendersi dagli  altri  animali  nemici,  al  qual   
effetto  anche  gli animali meno socievoli,  si riuniscono e fanno tra loro una   
societ temporanea,  che dura quanto il pericolo,  come i cavalli si  stringono   
insieme in una ruota,  ove ciascuno resta co' piedi di dietro al di fuori,  per   
difendersi dal lupo, ec. Le dette passioni,  [3779]ripeto,  non avrebbero avuto   
luogo,  s per la poca strettezza di quella societ,  s perch in essa e nello   
stato naturale dell'uomo, i vantaggi naturali dell'uno                            
individuo sull'altro sarebbero stati pochi, rari, e piccoli, e i sociali non vi   
sarebbero stati affatto.  La disuguaglianza tra gli uomini che la societ rende   
naturalmente somma e di mille generi,  sarebbe stata quasi nulla,  e limitata a   
ben poche cose. Infatti fra gli altri animali, fra cui la societ  scarsa,  la   
disuguaglianza  fra gli individui  rara e sempre scarsissima;  cos i vantaggi   
degli uni sugli altri.  Quindi le  dette  passioni,  che  sono  necessariamente   
suscitate  da' vantaggi e dalla disuguaglianza ch' inevitabilmente prodotta da   
una societ stretta,  sono fra gli altri animali  rarissime  e  debolissime.  E   
quelle   che   nascono   dall'orgoglio   naturale   di  ciascheduno  individuo,   
necessariamente punto ed afflitto e molestato dal comando, dalle dignit, dalle   
preminenze qualunque,  dalla stima e dalla gloria degli altri  individui  della   
stessa  specie  e compagnia,  non avrebbero avuto luogo nella societ scarsa in   
modo alcuno, n l'hanno tra gli animali i pi socievoli, perch n in quella si   
sarebbero trovati, n fra questi si trovano gli oggetti che le suscitano,  anzi   
neppur  l'idea  loro,  non  che il desiderio.  E quanto al comando,  se ve n'ha   
vestigio alcuno tra gli animali, come tra le api,  tra' buoi,  tra gli elefanti   
(v.  Arriano  Indica),  esso  viene da superiorit di natura e quasi di specie,   
intorno a cui non ha luogo invidia n emulazione;  come le pecore  non  possono   
invidiare al montone che le conduce e quasi governa                               
perch'egli    di  sesso  pi forte,  n le donne invidiano agli uomini la loro   
maggior fortezza, nello stesso modo che noi non l'invidiamo al leone.  Oltre di   
che  il  comando  [3780]e qualunque specie di preminenza fra gli animali,  come   
dalla natura fu posta,  cos da tutti gli altri  individui  soggetti    sempre   
riconosciuta  per utile a tutti loro,  ed utile non solo in potenza non solo in   
destinazione,  ma in atto e in effetto continuamente,  e come a tale essi vi si   
soggettano naturalmente,  non pur senza la menoma ripugnanza, ma con piacere, e   
molto si dolgono s'ella, per qualche accidente, vien loro a mancare,  come alle   
api  il  re  ec.  Ma  in  una societ stretta,  massime umana,   d'inevitabile   
necessit  che  abbiano  luogo  tutte  le  dette  preminenze,  come  altres     
necessario ch'elle sempre offendano grandemente l'orgoglio naturale degli altri   
individui. E fra esse preminenze  d'indispensabile necessit che v'abbia luogo   
il  comando,  e  questo  fra gli uomini non pu esser effetto di superiorit di   
natura o di specie,  ma  necessario che l'uguale per natura,  sia signor degli   
uguali.  E  il  comando  e  la  soggezione fra gli uomini  incontrastabilmente   
inevitabile che sebbene utili per istituto,  il  pi  delle  volte  sieno  anzi   
dannosissime  in  effetto  a  chi  ubbidisce  e  sottost,  e  per  tale  siano   
riconosciute da loro,  seguendone naturalmente un'invidia e un odio sommo verso   
chi comanda; odio antisocialissimo, massimamente che il comando  ne              
cessario,  ec. Ed  ancora inevitabile che non di rado, (anzi quasi sempre), il   
comando e la signoria per l'origine medesima e per istituto  sieno  dirette  al   
danno  de'  sottoposti  ed  al  solo  bene  de'  signori: come sono le signorie   
acquistate per viva forza o per arte,  contro  il  volere  e  l'intenzione  de'   
subbietti,  le  quali si chiamano tirannie.  E certo  che tutti o la pi parte   
de'  principati  passati  e  presenti  hanno  avuto  principio  dalla  forza  o   
dall'artifizio, e che tutti i troni d'Europa [3781]si possono, genealogizzando,   
far risalire a queste radici.  Insomma, com'egli  cosa certissima che tutto il   
mondo  il patrimonio della forza (sia fisica,  cio vigore,  sia morale,  cio   
ingegno,  arte ec. ch' tutt'uno), e ch'egli  fatto per li pi forti, ne segue   
che in una societ stretta,  inevitabilmente,  qualunque forma se gli possa mai   
dare,  i pi deboli individui denno essere,  furono sono e saranno la preda, la   
vittima, il retaggio de' pi forti.  Onde non si pu assolutamente dare,  molto   
meno fra uomini,  una societ stretta,  che ottenga il fine della societ, cio   
il ben comune degl'individui che la compongono,  ed il  cui  risultato  sia  il   
detto ben comune.  Senza di cui la societ non pu avere ragione alcuna. In una   
societ larga i pi forti non hanno n  mezzo  n  occasione  n  desiderio  n   
stimolo  alcuno  di esercitare e porre in opera la superiorit delle loro forze   
sopra gl'individui di essa societ, se non solamente alcun                        
a volta per accidente, in modo scarso e passeggero.  Ci ch'ei si propongono di   
ottenere,  non    a spese della lor societ,  n di alcuno de' suoi individui;   
esso  fuori di lei;  la lor societ  troppo scarsa perch alcuno possa  farci   
sopra dei disegni,  e riporre la sua felicit in beni dipendenti o appartenenti   
in alcun modo alla medesima societ, di cui appena si avveggono di esser parte,   
e che loro ,  per cos dire,  fuori degli occhi,  e quindi anche del pensiero,   
almeno il pi del tempo.  ec. I lupi fanno societ per attaccare un ovile, ma i   
disegni ch'essi [3782]formano s nel tempo di questa passeggera societ, s nel   
resto,  e i vantaggi che  essi,  e  tra  essi  massimamente  i  pi  forti,  si   
propongono di ottenere,  non sono sopra gli altri lupi,  ma sopra le pecore. Se   
poi nella division della preda,  nasce fra loro  qualche  discordia,  e  se  in   
questa i pi forti hanno il pi, queste son cose accidentali e poco durevoli, e   
che  non  lasciano  ne'  pi deboli alcun rancore,  perch la societ subito si   
discioglie, sicch l'effetto della discordia si limita a quei pochi momenti,  e   
in  ultimo    maggior l'utile che quei lupi hanno riportato da quella societ,   
senza cui non avrebbero penetrato l'ovile,  e maggior l'utile che i pi  deboli   
hanno ricevuto da' pi forti che han combattuto pi di loro ec.,  di quello che   
sia il danno che quei lupi hanno riportato da tal discordia, e i pi deboli da'   
pi forti. Ma tutto l'opposto accade nelle                                        
societ umane: dove i pi forti non servono ad altro che  a  far  male  ai  pi   
deboli  e  alla  societ,  e la superiorit qualunque di forze  sempre dannosa   
altrui,  perch sempre (almeno oggid,  e per lo passato il  pi  delle  volte)   
adoperata  in  solo  bene  di  chi  la  possiede.La  societ  stretta,  ponendo   
gl'individui a  contatto  gli  uni  degli  altri,  d  necessariamente  l'essor   
all'odio  innato  di  ciascun  vivente  verso  altrui,  il qual odio in nessuno   
animale  tanto,  neppur verso gl'individui di specie  diversa  e  naturalmente   
nemica,  quanto  egli    negl'individui di una societ stretta verso gli altri   
individui della  medesima  societ!  Perch  ogni  [3783]odio  naturalmente  si   
accresce a mille doppi colla continua presenza dell'oggetto odiato, e delle sue   
azioni ec.  massime quando quest'odio sia naturale, in modo che, per natura, e'   
non possa esser mai deposto. Ora,  checch si voglia dire,  e in qualunque modo   
(anche  sotto l'aspetto di amore) si mascheri l'odio verso altrui (cos fecondo   
in trasfigurazioni come l'amor proprio suo  gemello),  egli    cos  vero  che   
l'uomo    odioso  all'uomo  naturalmente,  com'  vero che il falcone  odioso   
naturalmente al passero.  E quindi tanto  consentaneo riunire insieme  in  una   
repubblica  sotto buone leggi i falconi e i passeri (quando anche ai falconi si   
tagliassero gli artigli,  e si  operasse  in  modo  che  di  forza  fisica  non   
eccedessero  i  loro  compagni),  quanto riunire gli uomini insieme in istretta   
socie                                                                             
t sotto qualsivoglia legislazione.  E quando  anche  la  societ  stretta  non   
accrescesse  il  detto  odio,  certo  non  si potr negare ch'ella lo sveglia e   
l'accende,  e ch'ella sola somministra le occasioni  di  esercitarlo,  rendendo   
cos  fatalissimo  alla  specie  e  mettendo in opera l'odio scambievole innato   
negl'individui d'essa specie,  il quale  senza  societ  o  in  societ  larga,   
sarebbe stato affatto o quasi affatto innocuo alla specie, ed inefficace, e per   
mancanza  o  insufficienza  di  occasioni  e di stimoli neppur sentito.  Il che   
sarebbe stato conforme alle intenzioni della  natura,  ed  anche  alla  ragione   
assoluta,  non  essendo presumibile che la natura abbia voluto che niuna specie   
(molto manco l'umana) perisse per le sue medesime mani, o fosse infelicitata (e   
per conseguenza impeditagli la perfezione e il fine del suo  essere)  da'  suoi   
[3784]propri  individui;  sicch  ella  medesima  fosse  causa di distruzione e   
d'infelicit, e quindi imperfezione,  a se stessa,  e la sua medesima esistenza   
cagionasse direttamente e come propria, non altrui, opera la sua non esistenza,   
sia col distruggersi, sia coll'infelicitarsi, che  privarsi del proprio fine e   
complemento, e quindi rendersi non esistenza, e peggio ancora. Queste, essendo   
contraddizioni  evidentissime  e  formalissime,  sono  escluse dal ragionamento   
assoluto; il principio stesso della nostra ragione, o si riconosce per falso, e   
non possiamo pi discorrere, o impedisce di supporre ques                         
te contraddizioni nella natura;  le quali  per  vi  avrebbero  necessariamente   
luogo  s'ella  avesse  voluto in qualunque specie una societ stretta,  siccome   
sempre in una societ stretta,  qualunque sia stata o sia o sia per  essere  la   
sua  forma,  hanno  avuto ed avranno luogo le cose sopraddescritte.  Dal che si   
deduce efficacissimamente che il supporre  nella  natura  l'intenzione  di  una   
societ stretta in qualsivoglia specie, e massime nell'umana (che da una parte,   
essendo  la prima,  doveva esser la pi felice e perfetta,  dall'altra,  in una   
societ  stretta,     necessariamente  pi  di  tutte  sottoposta   ai   detti   
inconvenienti)  ripugna  dirittamente  al  principio  stesso della ragione.  La   
natura non ha posto nel vivente l'odio verso gli altri,  ma esso da se medesimo   
 nato dall'amor proprio per natura di questo.  Il quale amor proprio  un bene   
sommo e necessario,  e in  ogni  modo  nasce  per  se  medesimo  dall'esistenza   
sentita,  e  sarebbe  contraddizione  un essere che sentisse di essere e non si   
amasse,  come altrove ho dichiarato.  Ma da questo principio ch' un bene e che   
la  natura  non  poteva  a meno di porre nel vivente,  e che [3785]anzi,  senza   
l'opera diretta della natura,  nasce necessariamente dalla stessa vita (onde la   
natura  medesima,   per  cos  dire,  lo  aveva  e  lo  ha,  verso  se  stessa,   
indipendentemente dal  suo  volere)  ne  nasce  necessariamente  l'odio  verso   
altrui, ch' un male, perch dannoso di sua natura alla specie, come ne nascono   
cento                                                                             
altre  conseguenze,   che  sono  mali,   e  producono  di  lor  natura  effetti   
dannosissimi,  non pure alla specie e agli altri  individui,  ma  all'individuo   
medesimo.  Or  questi effetti non sono stati voluti dalla natura,  n ella n'ha   
colpa,  (come  l'avrebbe),   perch  ella  ha  provveduto  che  quelle  cattive   
conseguenze  dell'amor  proprio  fossero  inefficaci,  e  tali  sarebbero state   
nell'esser naturale di quel tale  individuo  e  specie.  Cos  ella  dunque  ha   
provveduto  che  l'odio  verso  gli  altri  individui della stessa specie fosse   
inefficace, se non per qualche assoluto accidente,  perch privo di occasione e   
di  stimolo  e  di  circostanza ove potesse operare.  E ci ha fatto destinando   
agl'individui di una stessa specie, e fra questi agli uomini,  o niuna societ,   
o  scarsa  e  larga.Una  societ  stretta  pone  necessariamente  in  contrasto   
gl'interessi degl'individui,  rende necessario alla soddisfazione dei desiderii   
degli uni,  il male degli altri;  alla superiorit,  ai vantaggi, alla felicit   
degli uni,  l'inferiorit,  gli svantaggi,  l'infelicit degli altri;  desta il   
desiderio  di beni che non si possono conseguire senza il male degli altri,  di   
beni che consistono nel male  altrui,  che  corrispondono  per  lor  natura  ad   
altrettanti mali [3786]degli altri individui,  ed altrettali, anzi, per lo pi,   
maggiori  che  quei  beni  non  sono.   Dunque  una   societ   stretta   nuoce   
necessariamente  a  grandissima parte (e la maggiore,  perch i pi deboli sono   
sempre i pi) de' s                                                               
uoi individui: dunque il  suo  effetto    il  contrario  del  fin  proprio  ed   
essenziale della societ,  ch' il bene comune de' suoi individui, o almeno dei   
pi: dunque ella  il contrario di societ, e ripugna per essenza non pure alla   
natura in genere,  ma alla natura e alla nozione  stessa  della  societ.S  il   
contrasto degl'interessi, s l'altre cose qui dietro esposte, fanno in modo che   
l'odio  naturale d'ogn'individuo verso gli altri,  in una societ stretta,  non   
pur si sviluppa tutto intero, e riceve tanta efficacia e tanto atto quanto egli   
ha di potenza, ma fa necessariamente, che,  contro le intenzioni della natura e   
il  ben  essere della specie,  quell'odio naturale che in potenza e in natura    
molto minore verso i suoi simili che verso gli altri viventi, in atto sia molto   
maggiore verso i suoi simili,  anzi quasi tutti i suoi atti e  i  suoi  effetti   
sieno  rivolti  contro i soli suoi simili.  Perocch l'individuo di una societ   
stretta,  coi soli suoi simili ha stretto e quotidiano commercio ed affare.  Or   
l'odio  verso  altrui  non  si pu sviluppare n porre in atto se non quando si   
abbia o si abbia avuto affare coll'oggetto odioso.  E tanto pi si sviluppa  ed   
opera  quanto questo affare  o  stato maggiore,  e pi frequente,  pi lungo,   
pi continuo.  E in conformit di questi evidenti principii,  veggiamo  infatti   
che  mentre l'individuo umano da principio odiava assai pi s in potenza s in   
atto gli altri viventi, [3787]massime gli a                                       
lui dannosi ec. ora in atto odia senza alcun paragone pi i suoi simili che gli   
altri viventi qualunque,  anche gli a lui pi micidiali,  perch  da  questi     
lontano,  o  poco affar ci pu avere,  e niun commercio di spirito;  a quelli    
sempre  presente,  e  sempre  ha  affar  seco  loro,  e  commercio  continuo  e   
grandissimo,  s di corpo, s, che  molto pi, di spirito. Per le quali cose    
veramente un zucchero  l'odio  che  oggid  l'uomo  porta  a  qualsivoglia  pi   
misantropo animale rispetto a quello ch'ei porta a' suoi simili, e ciascun vede   
quanto  sarebbe  ridicolo  il  farne  paragone.  Sicch l'odio verso gli altri,   
qualit come naturale,  cos distruttiva della vera societ,  non solo  in  una   
societ  stretta non si scema nulla rispetto ai suoi simili da quel ch'egli era   
in natura, ma anzi, se non in potenza,  certo in atto s'accresce a mille doppi,   
anzi  pure  svolgendosi  da  tutti  gli altri viventi,  si raccoglie tutto,  si   
termina e si rivolge ne' soli suoi simili. Onde se il vivente,  stante il detto   
odio,  antisociale per natura, in virt della societ stretta, non pur diviene   
pi  sociale,  ma  infinitamente  pi  antisociale che da principio,  perch da   
principio egli odiava i suoi simili quasi solo in potenza,  e in  atto  soli  o   
molto  pi  gli  altri  viventi,  e nella societ stretta il suo odio dimentica   
quasi affatto gli altri viventi,  ed in atto odia,  si pu  dir,  soli  i  suoi   
simili, e gli odia pi assai che da principio non fece i dissimili, c             
o' quali ebbe sempre molto meno affare ed intimo commercio,  che non ha ora co'   
simili suoi.[3788]Dalle quali cose tutte,  parlando in somma,  si raccoglie che   
il dir societ stretta, massime umana,  contraddizione, non solo rispetto alla   
natura ec. ma assolutamente, rispetto a se stessa, ne' termini, e rispetto alla   
nozione di queste parole. Perocch societ importa quello che disopra (p.3777.)   
si    definito;  e  societ  stretta importa communione d'individui sommamente   
nocentisi scambievolmente,  e odiantisi in atto gli uni gli  altri  sopra  ogni   
altra cosa,  giacch,  stante la natura de' viventi,  non vi pu essere societ   
stretta i cui individui non sieno tali,  come  si    dimostrato.Quindi  non     
maraviglia se mai non si  trovata n mai si trover, fra le infinite eseguite,   
immaginate,  eseguibili  e immaginabili,  forma alcuna di societ perfetta,  da   
quella primitiva e naturale in fuori.  Perocch  gli  elementi  di  tali  forme   
dovevano  ben  sempre  esser  discordi,  poich la idea medesima d'esse forme    
contraddittoria per natura. E quella prima societ non  stata mai potuta n si   
potr mai rimpiazzare, perch la natura universale,  n particolare e speciale,   
non  si  rimpiazza,  n  si  rimpiazza  la felicit e la perfezione destinata a   
qualsivoglia essere o specie dalla natura,  n veruna  specie  e  veruno  esser   
creato    capace  di pi che una sola e determinata felicit e perfezione,  la   
quale non altrove si pu trovare n pu consistere                                
, che nel suo naturale stato, n d'altronde derivare.  N volle il destino,  n   
comporta  la  natura delle cose che [3789]niuna specie e niuno essere mortale e   
creato sia l'autore del sistema e dell'ordine che  dee  condurlo  alla  propria   
felicit  e  perfezione  (come  avverrebbe  se  l'uomo fosse destinato a quella   
societ che noi pensiamo, la quale  capace e bisognevole di una forma, non che   
eseguita ma immaginata  dagli  uomini,  e  infinite  ne  pu  ricevere  e  n'ha   
ricevute,  tutte  parimente buone o cattive,  tutte o quasi tutte a lei ed alla   
sua idea convenienti,  [cio tutte contraddittorie e discordevoli in se  stesse   
ec.]  e la natura niuna forma le prescrisse n pot prescriverle,  non avendola   
voluta;  quando per ella ben ne prescrisse,  ed intere,  e costanti,  a quelle   
societ  ch'ella  volle,  come  a  quella de' castori,  e delle gru ec.): ma la   
natura stessa e sola, o vogliamo dire il Creatore, dovette esser l'autore, come   
di ciascuna creatura,  cos del sistema,  ordine e modo che la dovesse condurre   
alla  perfezione  della  sua  esistenza,  vale  a dire alla felicit,  e render   
compiuta l'opera di Lui.Tutto questo discorso esclude una societ stretta,  non   
solo  dalla  specie  umana,   ma  da  tutte  le  specie  viventi;   tanto  per   
maggiormente,  quanto elle sono in maggior grado viventi,  contro quello che si   
presume, e quindi hanno pi vivo amor proprio, e quindi pi vive passioni e pi   
vivo e maggiore odio verso altrui. Il che vuol dire che il detto                  
discorso esclude la societ stretta,  dalla specie umana massimamente.  Venendo   
ora pi da presso a mostrare quanto  sia  vero  che  l'odio  verso  gli  altri,   
specialmente  verso i simili,   [3790]assai maggiore nell'uomo che negli altri   
animali,  e quindi l'uomo  il pi insociale di tutti gli animali,  perch  una   
societ  stretta di uomini,  al comune degl'individui che la compongono,  nuoce   
assai pi che non farebbe in niun'altra specie;  considereremo la guerra,  male   
affatto inevitabile in una societ stretta di uomini,  e niente accidentale, al   
che dimostrare se non bastasse l'esperienza di tutte le nazioni e  di  tutti  i   
secoli,  s  dee  bastare  il  riflettere  che siccome una stretta societ pone   
necessariamente in  atto  l'odio  naturale  degl'individui  verso  gl'individui   
simili  nel  modo  e  per  le  cagioni  mostrate di sopra,  altrettanto ella fa   
necessariamente fra classe e classe, ceto e ceto, ordine ed ordine, compagnia e   
compagnia,  popolo e popolo.  E come la guerra  nasca  inevitabilmente  da  una   
societ stretta qual ch'ella sia,  ntisi che non v'ha popolo s selvaggio e s   
poco corrotto,  il quale avendo una societ,  non abbia guerra,  e  continua  e   
crudelissima.  Videsi questo,  per portare un esempio, nelle selvatiche nazioni   
d'America,  tra le quali non v'aveva cos piccola e incolta e povera borgatella   
di  quattro  capannucce,  che  non  fosse  in continua e ferocissima guerra con   
questa o quell'altra simile borgatella vicina, di modo che di t                   
ratto in tratto le borgate intere scomparivano,  e le intere  provincie  erano   
spopolate di uomini per man dell'uomo, e immensi deserti si vedevano e veggonsi   
ancora  da'  viaggiatori,  dove  pochi  vestigi  di  coltivazione  e  di  luogo   
anticamente o recentemente abitato, [3791]attestano i danni, la calamit,  e la   
distruzione  che  reca  alla  specie  umana l'odio naturale verso i suoi simili   
posto in atto e renduto efficace  dalla  societ.  Vedi  l'op.  cit.  da  me  a   
p.3795.,  passim,  e  sommariamente nel cap.116.  E certo non v'ha n v'ebbe al   
mondo cos piccola e remota isoletta,  cos scarsa d'abitatori,  e cos poco di   
costumi  corrotta,  dove tra quelle decine d'abitanti umani stretti in societ,   
non sia stata e non sia divisione, discordia e guerra mortalissima, e diversit   
di parti e moltiplicit di nazioni.  Come sia nata  e  dovesse  necessariamente   
nascere la guerra tra gli uomini,  l'ho detto p.2677.  segg. dove si pu vedere   
che la colpa di questo nascimento   tutta  della  societ  stretta,  posta  la   
quale,  ei non poteva mancare. E tanto  l'odio dell'uomo verso l'uomo, e tanto   
il danno che inevitabilmente ne nasce in una societ stretta,  che la divisione   
in popoli diversi, e la nimist tra popolo e popolo, posta una societ stretta,   
  piuttosto  utile  che dannosa al genere umano,  tenendo lontana la molto pi   
terribile e fiera guerra intestina, sia aperta, come ho detto nel citato luogo,   
sia la coperta guerra dell'egoismo, che infelicita tut                            
ti gl'individui d'una stessa nazione,  gli uni  per  opera  degli  altri,  come   
lungamente  ho  disputato  parlando dell'utilit dell'amor patrio e nazionale e   
quindi dell'odio verso gli estrani,  e del danno che nasce  dalla  mancanza  di   
nazionalit e dal preteso amore universale ec.  Il tutto,  supposta una societ   
stretta,  e che questa non si possa pi (come gi non puossi) evitare.Or che la   
specie umana costantemente e regolarmente perisca per le sue proprie mani, e ne   
perisca in questo modo cos gran parte e cos ordinatamente come avviene per la   
guerra,  cosa da un lato [3792]tanto contraria e ripugnante alla natura quanto   
il  suicidio,  conforme  di  sopra (p.3784.) si  detto,  dall'altro lato priva   
affatto di esempio e di analogia in qualsivoglia altra specie  conosciuta,  sia   
inanimata o animata, sia d'animali insocievoli o de' pi socievoli dopo l'uomo.   
Che  una  specie  di cose distrugga e consumi l'altra,  questo  l'ordine della   
natura,  ma che una specie qualunque (e massime la principale,  com'  l'umana)   
distrugga  e  consumi  regolarmente se stessa,  tanto pu esser secondo natura,   
quanto che un individuo qualunque sia  esso  stesso  regolarmente  la  causa  e   
l'istrumento  della  propria distruzione.  Cani,  orsi e simili animali vengono   
molte fiate a contesa tra loro,  e fannosi non di rado del male ma rado    che   
una bestia sia uccisa dalla sua simile,  anzi pur che ne soffra pi che un male   
passeggero e curabile. E quando pur ne rimanga                                    
uccisa,  primieramente questo  un di quei disordini affatto  accidentali,  non   
voluti,  ma  neanche  provvedibili  dalla  natura,  e di cui ella non ha colpa,   
accadendo e contro le sue intenzioni e contro le sue provvisioni,  che,  bench   
non  in  quel  caso  particolare,  nel  generale  per  riescono sufficienti ed   
ottengono il loro fine.  Questo caso,  rispetto alla  natura  e  all'ordine  s   
generale  delle cose,  s generale della specie,   cos accidentale come se un   
animale ammazza un  suo  simile  involontariamente  inscientemente  ec.,  o  se   
ammazza  nello  stesso  modo  qualche animale d'altra specie ec.,  o s' ucciso   
dalla caduta  di  un  albero,  o  da  un  fulmine,  o  da  morbo  ec.  ec.  ec.   
Secondariamente  che proporzione,  anzi che simiglianza pu aver l'uccisione di   
uno o di quattro o dieci animali fatta da' loro simili qua e l sparsamente, in   
lungo intervallo,  e per forza di una passione momentanea e  soverchiante,  con   
quella di migliaia d'individui umani fatta in mezz'ora,  in un luogo stesso, da   
altri individui lor simili, niente passionati, che combattono per una querela o   
altrui,  o non propria d'alcun di loro,  ma comune (laddove niuno [3793]animale   
combatte mai per altro che per se solo; al pi, ma di rado co' suoi simili, per   
li figli, che son come cosa, anzi parte di lui), e che neppur conoscono affatto   
quelli  che  uccidono,  e  che  di  l  ad  un  giorno,  o  ad un'ora,  tornano   
all'uccisione della stessa gente, e seguono talvolta finch non l'hanno t         
utta estirpata ec. ec.? lasciando gli altri infiniti mali e infelicit che reca   
la guerra ai popoli;  mali e infelicit parte reali in ogni caso,  e  che  tali   
sarebbero  anche  nello  stato  naturale  del genere umano (come le mutilazioni   
ec.);  parte che son tali,  posta fra gli uomini  una  societ  stretta,  e  le   
abitudini,  e  quindi i bisogni,  di questa (come la devastazione de' campi,  e   
ruina delle citt, e le carestie, oltre le pesti ec. ec.): i quali deono essere   
riconosciuti per mali massimamente  da  quelli  che  sostengono  esser  propria   
dell'uomo una societ com' la presente,  e com' quella che cagiona la guerra;   
ma oltre di ci eziandio da chi negandola, per cos dire,  in diritto,  dee pur   
supporla  nel  fatto,  supponendo  la  guerra  ec.  e  quindi supporre tutte le   
abitudini e i bisogni ch'ella non pu a  meno  di  produrre  negli  uomini  ec.   
Solamente fra le api,  la cui societ  naturale,  si potrebbe voler trovare un   
esempio della nostra guerra, fatta in pi persone da ciascuna parte ec.  Ma ben   
guardando,  anche  le  battaglie  dell'api,  oltre  che  son rarissime e niente   
regolari e inevitabili (a paragon  delle  nostre),  sono  effetto  di  passione   
momentanea,  come le battaglie singolari o poco pi che singolari, e inordinate   
e confuse de' cani,  orsi ec.  onde per l'una e  per  l'altra  cagione  son  da   
considerarsi per disordini accidentali,  [3794]come di quelle dei cani ec. si    
detto. Del combattere in due partiti d'una stessa specie, fuor dell'              
api,  non si trover credo altro esempio che negli  uomini,  perch  gli  altri   
animali  quando  anche  combattano tra loro in molti,  combattono uno contro un   
altro confusamente senza veruno amico, o ciascuno contro tutti, perch ciascuno   
combatte per se solo, mosso dalla propria passione,  e a fine del proprio,  non   
dell'altrui  n  di commun bene.Quanto sia maggiore la facolt di odiare che ha   
l'uomo verso tutti, e posta la societ stretta, verso i suoi simili;  maggiore,   
dico,  di  quella  che  ha  verun'altra  specie di animali,  basti osservare le   
orribili e smisuratissime crudelt  che  l'uomo  col  fatto  si    mostrato  e   
mostrasi  infinite  volte capace di esercitare verso i suoi simili a se nemici,   
sieno d'altra nazione, e questa nemica o amica, ed in tal caso esercitate dalle   
nazioni intere  per  costume  o  straordinariamente,  ovver  dagl'individui  in   
particolare;  sieno  della  stessa  nazione  e  societ  qualunque.  N  l'uomo   
primitivo verso gli altri animali a lui pi  nemici,  n  animale  alcuno  (per   
feroce,  per  insociale  ch'ei  sia),  non  pure verso i suoi simili,  ma verso   
l'altre specie a lui pi nemiche, esercit n esercita mai (se non per bisogno,   
come nel cibarsene ec.  ma non per odio,  n a fine di  straziarlo,  bench  lo   
strazi),  neppur  nel  pi caldo dell'ira e nello stesso combattimento crudelt   
cos grande che sia degna d'esser comparata a quelle che gl'individui umani  di   
una stessa nazione verso i loro compagni, le nazioni verso le nazio               
ni nemiche,  i governi verso i lor sudditi colpevoli o supposti tali, i tiranni   
ec.  ec.  esercitarono infinite volte ed esercitano dopo la vittoria,  dopo  il   
pericolo,  a sangue freddo, spesse volte senza passione veruna, neppur passata,   
(come nelle pene de' rei), per [3795]uso, per regola, per legge, per tradizione   
de' maggiori ec.  ec.  ec.Chi non sa che cosa possa  nell'uomo  lo  spirito  di   
vendetta? il quale rende eterna l'ira e l'odio verso i suoi simili cagionato da   
una  piccolissima  offesa,  vera o falsa,  giusta o ingiusta ec.  e dalle altre   
cagioni che adirano  gli  uomini  verso  gli  uomini  sia  nelle  nazioni,  sia   
negl'individui, sia privato sia pubblico ec. Or questo spirito ch' inevitabile   
in  qualunque societ umana stretta,  fu ignoto all'uomo primitivo,   ignoto a   
qualunque altro animale, in cui l'ira non dura pi che qualunque altra passione   
momentanea,  e la ricordanza dell'ingiuria non pi dell'ira;  e la vendetta o    
subito  ottenuta e fatta (e basta ben poco a placarli e soddisfarli),  o di poi   
non  ricercata niente pi che se  l'ingiuria  non  avesse  avuto  luogo.Questo   
spirito di vendetta ec. le crudelt sopraddette ec. sono cos naturali all'uomo   
posto  in societ stretta,  la quale sviluppi il suo odio innato verso i simili   
ec., che non v' bisogno di molta corruzione a cagionarle, anzi elle si trovano   
immancabilmente in qualunque pi primitiva e pi bambina societ. Non si manchi   
di vedere intorno a questo proposito,                                             
e intorno ad altri orribilissimi costumi,  propri solo dell'uomo verso  i  suoi   
simili, e dell'uomo anche mezzo naturale e quasi primitivo, la Parte primera de   
la  Chronica  del Peru di Pedro de Ciea de Leon (soldato spagnuolo che fu alla   
conquista e scoprimenti di quei paesi,  ove visse pi  di  diciassett'anni,  e   
vide  esso medesimo,  ed ebbe parte o ud da testimonii di vista e dagl'indiani   
stessi, ec. le cose, i costumi, gli avvenimenti, i luoghi ec. ch'esso racconta;   
e protesta s nella [3796]prefazione s in altri molti luoghi,  e dimostra  col   
suo  scrivere  semplicissimo  e inornato,  anzi incolto e senza niuna arte,  di   
narrare la  purissima  verit:  mostra  ancora  molto  buon  giudizio,  eccetto   
solamente  in  ordine  a superstizioni,  dove manifesta quella credulit che in   
tali materie  propria della sua nazione e fu propria  del  suo  secolo  e  de'   
passati) en Anvers 1554 en casa de Jinan Steelsio.  Impresso por Juan Lacio. in   
8vo piccolo, cap.12.16. (p.41.) 19.  (car.49.  p.2.) principalmente,  oltre gli   
altri luoghi che si trovano notati nell'indice sotto il titolo Indios amigos de   
comer carne humana.Tutte queste cose dimostrano che,  come si  detto di sopra,   
la societ stretta, in luogo di scemare, accresce per sua natura in mille doppi   
l'odio naturale dell'uomo verso i  di  lui  simili,  il  qual    incompatibile   
coll'idea,  colla nozione,  ragione,  fine, natura ec. di qualsivoglia societ.   
Dico, accresce l'odio, non l'ira, se non in quant                                 
o mette anche questa in atto assai pi spesso,  e le d molto pi  frequenti  e   
maggiori occasioni e cagioni ec.  ec.  Gli altri animali verso i lor simili non   
provano mai o quasi mai,  e ben pochi di loro,  odio,  ma sola ira  (ch'  cosa   
accidentale,  e  disordine  accidentale ch'ella si volga sopra i simili ec.  ).   
Eccetto talvolta alcuni di quelli che noi contra la natura loro  stringiamo  in   
societ e sforziamo a vivere insieme: come talora un cane odia abitualmente per   
invidia un altro cane suo compagno, e i tori nella mandra si odiano per gelosia   
ec.  E  questo  stesso  dimostra come la societ stretta ponga subito in azione   
l'odio naturale anche negl'individui [3797]e  specie  ec.  che  fuori  di  essa   
societ  mai  non  provano  odio,  o  mai  verso  i  loro simili,  e sono anche   
mansuetissimi per natura,  e verso gli estrani ec.  ec.Io noto che generalmente   
parlando,  le  dette  crudelt  ec.  tanto sono pi frequenti e maggiori,  e le   
guerre tanto pi feroci e continue e micidiali ec.  quanto i  popoli  sono  pi   
vicini  a  natura.  E astraendo dall'odio e dagli effetti suoi,  non si trover   
popolo alcuno cos selvaggio,  cio cos vicino a  natura,  nel  quale  se  v'   
societ  stretta,  non regnino costumi,  superstizioni ec.  tanto pi lontani e   
contrarii a natura quanto lo stato della lor societ ne  pi vicino,  cio pi   
primitivo. Qual cosa pi contraria a natura di quello che una specie di animali   
serva al mantenimento e cibo di se medesima? Altrettanto sareb                    
be  aver  destinato  un  animale  a  pascersi  di  se  medesimo,   distruggendo   
effettivamente quelle  proprie  parti  di  ch'ei  si  nutrisse.  La  natura  ha   
destinato  molte  specie  di  animali  a  servir  di cibo e sostentamento l'une   
all'altre,  ma che un animale si pasca del suo simile,  e ci non  per  eccesso   
straordinario  di fame,  ma regolarmente,  e che lo appetisca,  e lo preferisca   
agli altri cibi;  questa incredibile assurdit non si trova in altra specie che   
nell'umana. Nazioni intere, di costumi quasi primitive, se non che sono strette   
in  una  informe  societ,  usano  ordinariamente o usarono per secoli e secoli   
questo costume, e non pure verso i nemici, ma verso i compagni,  i maggiori,  i   
genitori  vecchi,  le  mogli,  i figli. (Veggansi i luoghi citati nella pagina   
antecedente).  [3798]Le superstizioni,  le vittime umane,  anche di nazionali e   
compagni,  immolate non per odio,  ma per timore, come altrove s' detto, e poi   
per usanza;  i nemici ancora immolati crudelissimamente agli Dei senza passione   
alcuna,  ma  per  solo  costume;  il  tormentare il mutilare ec.  se stessi per   
vanit, per superstizione, per uso;  l'abbruciarsi vive le mogli spontaneamente   
dopo  le  morti  de' mariti;  il seppellire uomini e donne vive insieme co' lor   
signori morti,  come s'usava in moltissime parti dell'America meridionale;  ec.   
ec. son cose notissime. Non v' uso, o azione, o propriet o credenza ec. tanto   
contraria alla natura che non abbia avuto o non abbia ancor luogo n               
egli uomini riuniti in societ.  E s i viaggi s le storie tutte delle nazioni   
antiche dimostrano che quanto la societ fu o  pi vicina a'  suoi  principii,   
tanto  la  vita  degl'individui e de' popoli fu o  pi lontana e pi contraria   
alla natura.  Onde con ragione si considerano  tutte  le  societ  primitive  e   
principianti,  come  barbare,  e  cos  generalmente  si chiamano,  e tanto pi   
barbare quanto pi vicine a' principii loro. N mai si trov,  n si trova,  n   
troverassi  societ,  come  si dice,  di selvaggi,  cio primitiva,  che non si   
chiami,  e non sia veramente,  o non fosse,  affatto barbara  e  snaturata.  (o   
vogliansi  considerar  quelle che mai non furon civili,  o quelle che poscia il   
divennero, quelle che il sono al presente ec. ec.). Dalle quali osservazioni si   
deduce per cosa certa e incontrastabile che l'uomo non  ha  potuto  arrivare  a   
quello  stato di societ che or si considera come a lui conveniente e naturale,   
e come perfetto o manco [3799]imperfetto,  se  non  passando  per  degli  stati   
evidentemente  contrarissimi alla natura.  Sicch se una nazione qualunque,  si   
trova in quello stato di societ che oggi si chiama buono,  s'ella  o fu  mai,   
come  si  dice,  civile;  si  pu  con  certezza  affermare  ch'ella fu,  e per   
lunghissimo tempo, veramente barbara,  cio in uno stato contrario affatto alla   
natura,  alla  perfezione,  alla  felicit  dell'uomo,  ed  anche  all'ordine e   
all'analogia generale della natura. I primi passi che l'uomo fece o fa            
verso una societ stretta lo conducono di salto in  luogo  cos  lontano  dalla   
natura,  e  in  uno  stato  cos  a  lei  contrario,  che non senza il corso di   
lunghissimo tempo,  e l'aiuto di moltissime circostanze e d'infinite  casualit   
(e  queste  difficilissime ad accadere) ei si pu ricondurre in uno stato,  che   
non sia affatto contrario alla natura ec.Or dunque, poich tutto questo  certo   
e dimostrato da tutte le storie e notizie di tutte le nazioni antiche o moderne   
ec.,  poich da un lato  da tenere per fermissimo che la societ e l'uomo  non   
ha  potuto  n  pu divenir civile senza divenir prima e durare per lunghissimo   
tempo, affatto barbaro, cio in istato affatto contro natura; e dall'altro lato   
si vuole che nello stato di societ civile consista la  perfezione  e  felicit   
dell'uomo,  e  la  condizione  sua  propria  e vera e destinatagli ed intesa in   
principio dalla natura ec.;  io domando se  possibile,  se   ragionevole,  il   
credere  che  la natura abbia destinato ad una specie di esseri (e massime alla   
pi perfetta) una perfezione e felicit,  per ottener la  quale  le  convenisse   
assolutamente passare p. uno e pi stati onninamente contrari alla [3800]natura   
sua  ed  alla  natura  universale,  e  quindi  per  uno  e  pi  stati di somma   
infelicit,  di somma imperfezione s rispetto a se medesima e s  a  tutto  il   
resto  della  natura.  Una  perfezione  e  felicit della quale essa specie per   
lunghissimi secoli, e infiniti individui suoi per tutta la vit                    
a loro, non solo non dovessero esser partecipi,  ma averne anzi necessariamente   
tutto il contrario. Una perfezione e felicit le quali esigessero assolutamente   
gli  estremi delle cose a loro contrarie,  cio gli estremi dell'imperfezione e   
dell'infelicit,  senza i quali estremi essa perfezione e felicit della specie   
non  avrebbero  mai  potuto aver luogo.  Una perfezione e felicit di cui fosse   
proprio ed essenziale il dover nascere dall'estrema imperfezione  e  infelicit   
della specie, e il non poter nascere d'altronde n senza queste. Una perfezione   
e  felicit  ch'essenzialmente supponesse la somma corruzione e infelicitazione   
della specie per moltissimi secoli,  e d'infiniti suoi  individui  per  sempre.   
Conseguentemente  domando  se  l'estrema  barbarie  e  corruttela ch'ebbe luogo   
anticamente nelle nazioni antiche o moderne,  spente o  superstiti,  passate  o   
presenti,  che  divennero  poi  civili;  e  quella che ancora ha luogo in tanto   
innumerabile quantit di popoli ancor selvaggi ec.  ec.  e che durer per tempo   
indeterminabile  e  forse per sempre ec.  domando,  dico,  se questa barbarie e   
corruzione, senza cui la civilt non pu n pot nascere,  fu voluta e ordinata   
dalla natura,  la quale,  secondo costoro, volle e ordin la civilt dell'uomo.   
Domando pertanto se tutto ci che di contrario alla natura  ebbe  ed  ha  luogo   
nelle societ selvagge,  primitive ec.,  fu ed  secondo natura.  Domando se la   
natura rispetto [3801]all'uomo ha bisogno del suo                                 
contrario,  lo esige,  lo suppone.  Se fu intenzione della natura,  se    cosa   
naturale  che  l'uomo  divenisse  e  divenga  naturale (cio perfetto) mediante   
l'essere stato sommamente contrario e diverso dalla natura sua e generale. Se    
propriet dell'uomo l'acquistare  la  sua  vera  propriet,  mediante  l'averla   
affatto deposta e contrariata ec.  ec. Se l'antropofagia, se i sacrifizi umani,   
se le superstizioni,  le infinite opinioni ed usi barbari  ec.  ec.  le  guerre   
mortalissime  che  nell'America,  unite all'antropofagia ec.,  sino agli ultimi   
secoli,  distrussero innumerabili popolazioni e spopolarono  d'uomini  molti  e   
vasti  paesi,  e  che  una  volta essendo state comuni a tutti i popoli,  e ci   
quando il genere umano  era  ancora  scarso,  misero  necessariamente  l'intera   
specie in pericolo di scomparire affatto dal mondo per sua propria opera;  sono   
cose secondo natura,  intese dalla natura,  supposte,  volute,  ordinate  dalla   
natura;  non  accidenti,  non disordini,  ma secondo l'ordine,  e derivanti dal   
sistema naturale e da'  naturali  principii;  necessarie  al  conseguimento  ed   
effettuamento della perfezione e felicit della specie.  V.  p.3882.  e vedi la   
pag.3920. 3660-1.I Californi,  popoli di vita forse unico,  non avendo tra loro   
societ  quasi alcuna,  se non quella che hanno gli altri animali,  e non i pi   
socievoli (come le api ec.),  quella ch' necessaria  alla  propagazione  della   
specie ec. e credo, nessuna o imperfettissima lingua, anzi linguaggio,            
sono  selvaggi  e non sono barbari,  cio non fanno nulla contro natura (almeno   
per costume), n verso se stessi, n verso i lor simili,  n verso checchessia.   
Non    dunque la natura,  ma la societ stretta la qual fa che tutti gli altri   
selvaggi sieno o [3802]sieno stati  di  vita  e  d'indole  cos  contrari  alla   
natura.  La  scambievole communione,  voglio dire una societ stretta,  non pu   
menomamente incominciare in un pugno d'uomini, che ciascheduno di questi non ne   
divenga subito,  non che  lontano  e  diverso,  come  siam  noi,  ma  contrario   
dirittamente  alla  natura.  Tanto  la societ stretta fra gli uomini  secondo   
natura.Non  dubbio che l'uomo civile   pi  vicino  alla  natura  che  l'uomo   
selvaggio e sociale.  Che vuol dir questo? La societ  corruzione. In processo   
di tempo e di circostanze e di lumi  l'uomo  cerca  di  ravvicinarsi  a  quella   
natura  onde  s'  allontanato,  e  certo  non  per altra forza e via che della   
societ. Quindi la civilt  un ravvicinamento alla natura. Or questo non prova   
che lo stato assolutamente primitivo,  ed anteriore alla societ  ch'  l'unica   
causa di quella corruzione dell'uomo,  a cui la civilt proccura per natura sua   
di rimediare,   il solo naturale e quindi vero,  perfetto,  felice  e  proprio   
dell'uomo?  Come  mai  quello stato ch' prodotto dal rimedio si dee,  non solo   
comparare, ma preferire a quello ch' anteriore alla malattia? Il quale gi nel   
nostro caso, voglio dir lo stato veramente primitivo e naturale                   
,  non  mai pi ricuperabile all'uomo una volta corrotto  (non  da  altro  che   
dalla  societ),  e  lo  stato civile (socialissimo anch'esso,  anzi sommamente   
sociale) n' ben diverso. Bens egli  preferibile al corrotto stato selvaggio:   
questa preferenza  ben ragionevole,  e segue ed  secondo il nostro e il  sano   
discorso:  ma  non  al  vero primitivo ec.  ec.  V.  p.3932.[3803]Dai superiori   
ragionamenti appoggiati e accompagnati ai fatti e alle storie degli  uomini,  e   
queste paragonate con quello che avviene negli altri animali ec. si dee dedurre   
che  dalla societ che passa p.e.  tra le api e i castori,  e gli altri animali   
che per natura hanno tra loro pi stretta comunione di  vita,  e  dagli  esempi   
naturali  siffatti,  ben si pu argomentare che agli uomini non si convenga una   
societ pi stretta di quella;  ma non gi perch'ella  si  trovi  in  parecchie   
specie  naturalmente,  si  pu argomentare che agli uomini convenga neppure una   
societ altrettanto stretta,  giacch gli uomini,  contro quello che si  stima,   
cio che sieno per natura i pi socievoli animali,  sono anzi i meno socievoli,   
o certo manco socievoli di quello che sieno parecchi altri,  cio  gli  animali   
che veramente sono i pi socievoli per natura.  Onde, non che all'uomo convenga   
una societ pi stretta che all'api ec., come lo  di gran lunga quella ch'egli   
ha presentemente,  ed ebbe da tempo immemorabile,  si dee  concludere  che  non   
gliene conviene se non una molto pi larga ec. com                                
e  ho  accennato  p.3773.  fine,  e come risulta dagli estremi danni dell'umana   
societ stretta (danni verso se stessa e  la  specie  umana,  e  verso  l'altre   
specie ancora e l'ordine della natura terrestre, in quanto egli pu essere ed    
influito  dall'uomo,  massime  dall'uomo  in  societ) considerati di sopra,  e   
dall'estrema  insociabilit  dell'uomo,   dimostrata  in   tutto   il   passato   
discorso.[3804] - Moltissimi, anzi la pi parte degli argomenti che si adducono   
a  provare la sociabilit naturale dell'uomo,  non hanno valore alcuno,  bench   
sieno  molto  persuasivi;   perciocch'essi  veramente  non  sono  tirati  dalla   
considerazione dell'uomo in natura, che noi pochissimo conosciamo, ma dell'uomo   
quale noi lo conosciamo e siamo soliti di osservarlo, cio dell'uomo in societ   
ed  infinitamente  alterato  dalle  assuefazioni.  Le quali essendo una seconda   
natura,  fanno che tuttod si pigli per naturale,  quello che non  se non loro   
effetto,  e bene spesso contrario onninamente a natura,  o da lei diversissimo.   
Onde gli effetti della societ,  quello che sola la societ ha reso necessario,   
quello  che  non   vero se non posta la societ,  che senza questa non avrebbe   
avuto luogo ec., si fanno tuttogiorno servire nelle argomentazioni de' filosofi   
a dimostrare la naturale sociabilit  dell'uomo,  la  necessit  della  societ   
assolutamente  e  secondo  la  nostra  natura  ec.  Di  questo  genere  quella   
inclinazione che tutti abbiamo a far parte ad altrui delle nostre s               
ensazioni vive e non ordinarie,  piacevoli  o  dispiacevoli  ec.,  inclinazione   
della quale ho parlato altrove pi volte,  ed osservato,  che bench'ella sembri   
affatto spontanea ed innata, non  che l'effetto dell'assuefazione e del nostro   
vivere in societ, e nell'uomo posto fuori di essa per qualunque circostanza, e   
massime nell'uomo primitivo e veramente  incorrotto,  non  ha  luogo  e  gli     
ignota.  Ed  infiniti  altri  sono  gli  effetti  di  questo  genere che paiono   
naturalissimi,  e dimostrativi della naturale sociabilit dell'uomo,  e che per   
tali [3805]si recano tuttogiorno,  ma che per vero non sono naturali, se non in   
quanto naturalmente hanno luogo, posta la societ,  e le rispettive circostanze   
ed  assuefazioni  non  naturali;  e  naturalmente  nascono da tali cagioni;  n   
possono non  nascere,  supposte  queste.    cosa  onninamente  e  naturalmente   
difficilissima   il   discernere   tra  l'assoluto  naturale,   e  gli  effetti   
dell'assuefazione,   massime  dell'assuefazione  universale,   e  contratta   o   
cominciata a contrarre fin dalla nascita o da' primi momenti del vivere,  com'   
l'assuefazione della societ,  e infinite  assuefazioni  subalterne  da  questa   
dipendenti  e cagionate ec.  o parti di lei,  o da lei supposte ec.;  e massime   
ancora nell'uomo,  ch'essendo di gran lunga  pi  conformabile  e  modificabile   
d'ogni  altro  animale,  facilissimamente e presto si adatta alle assuefazioni,   
per innaturali ch'elle sieno,  e se le converte in natura,  e le  abbraccia  ed   
arrip                                                                             
it, e seco loro s'immedesima in modo che appena l'occhio del pi acuto filosofo   
 bastante a distinguerle dalle disposizioni naturali, e gli effetti loro dalle   
naturali  qualit ed operazioni ec.  Quindi non  maraviglia se tanti argomenti   
ci paiono dimostrativi della naturale sociabilit dell'uomo,  e  se  di  questa   
quasi  tutti  sono  persuasi  intimamente,  e  credono assurdo e impossibile il   
contrario,  e stimano questa persuasione naturalissima,  e fondata sopra il pi   
certo ed intimo e spontaneo senso,  ed autenticata dalla pi chiara e sincera e   
manifesta voce della natura;  e mai non deporranno  questa  credenza.  Perocch   
[3806]tutti  gli  uomini  che  di  queste  cose possono discorrere o pensare in   
qualsivoglia modo,  filosofi o non filosofi  o  plebei,  sono  nati,  allevati,   
formati   e   vissuti  sempre  nella  societ  e  nelle  assuefazioni  ad  essa   
appartenenti. Onde, non veramente per prima natura, ma per seconda natura, essi   
sono tutti in  verit  esseri  sociali,  ed  a  cui  la  societ    propria  e   
necessaria. E s'alcuno  nato e cresciuto fuori della societ esso non discorre   
n  pensa  di  queste  cose,  o non prima che la societ e le sue assuefazioni,   
coll'abitudine,  gli si sieno convertite in natura.  Sicch nel  creder  l'uomo   
naturalmente sociale, e fatto per la societ, e di lei bisognoso assolutamente,   
e  la  societ natural cosa e indispensabile all'uomo,  i saggi e gl'idioti,  i   
civili e i barbari, gli antichi e i moderni, e tutte le diversissim               
e nazioni e tutte le classi dissimilissime di  persone,  consentono  insieme  e   
consentirono e consentiranno forse pi interamente, fortemente, costantemente e   
per  pi  lungo tempo,  che non fecero non fanno e non sono per fare intorno ad   
alcun'altra quistione speculativa. Ma questo consenso quanto vaglia a dimostrar   
la  proposizione  da  lui  favorita,  le  cose  sopraddette  il  deggiono  fare   
giustamente e adeguatamente estimare.Amongst unequals no society,  dice Milton,   
cio fra  disuguali  non    societ  ec.  ec.  Or  quello  che  si  suol  dire   
dell'amicizia e delle secondarie societ fra gli uomini, io lo trasporto, e dee   
parimente   valere   circa   la   societ   del   genere   umano   generalmente   
[3807]considerata. Di tutte le specie  d'animali  (cos  degli  altri  esseri)   
l'umana    quella  i  cui  individui  sono,   non  solo  accidentalmente,   ma   
naturalmente, costante e inevitabilmente,  pi vari tra loro.  Come l'uomo  di   
gran  lunga  pi conformabile d'ogni altro animale,  e quindi pi modificabile,   
ogni menoma circostanza, ogni menomo accidente (sia individuale,  sia nazionale   
ec.  sia  fisico  sia  morale ec.) basta a produrre tra l'uno uomo e l'altro (e   
cos  fra  l'una  nazione  e  l'altra)  notabilissime  diversit.   E  come      
assolutamente   inevitabile  la  menoma  variet  delle  menome  circostanze  e   
accidenti,  cos  inevitabile la diversit degli umani individui  ec.  che  ne   
deriva.  Inevitabile si  l'una e l'altra in tutte le specie di animali,  ma la   
seconda  molto mag                                                               
giore nell'uomo perch dal poco diverso nasce in lui il diversissimo, stante la   
sua somma modificabilit estremamente moltiplice,  e  la  somma  delicatezza  e   
quindi  suscettibilit della sua natura rispetto agli altri animali,  come si    
detto. Nel modo che la specie umana  divenuta, per la sua conformabilit,  pi   
diversa da tutte l'altre specie animali e da ciascuna di loro, che non  veruna   
di  queste  rispetto  ad altra veruna di esse;  e nel modo che l'uomo nelle sue   
diverse et,  e in diversi tempi,  anche naturalmente,    pi  diverso  da  se   
medesimo  che  niuno  altro  animale;  pi  diverso l'uomo giovane da se stesso   
fanciullo,  che non  niuno animale decrepito da se stesso appena  nato;  tanto   
che  un  uomo  in  diverse et o in diverse circostanze naturali o accidentali,   
locali,  fisiche,  morali,  ec.  di clima ec.  native,  cio di nascita  ec.  o   
avventizie  ec.  volontarie  o  no  ec.  appena  si  pu  dire  esser lo stesso   
[3808]uomo,  ed il genere umano universalmente in diverse  et,  o  in  diverse   
circostanze  naturali  o  accidentali,  locali ec.  appena si pu dire esser lo   
stesso genere; nel modo stesso gl'individui di nostra specie sono per natura di   
essa specie molto pi vari tra loro che non  son  quelli  di  verun'altra.  Ci   
accade  ancora,  ed inevitabilmente,  e naturalmente,  nell'uomo naturale,  nel   
selvaggio ec.  Onde anche considerando l'uomo in natura,  si pu,  eziandio per   
questa parte, conchiudere che la sua specie  meno di verun'altra, dispos         
ta  a  societ,  perch composta d'individui naturalmente pi diversi tra loro,   
che non son quelli d'altra specie veruna.  Ma come la societ introduce e porta   
al  colmo  tra  gli  uomini quella disuguaglianza che si considera negli stati,   
nelle fortune, nelle professioni ec. cos ella accresce a mille doppi, promuove   
inevitabilmente e porta per sua natura al  colmo  la  diversit  s  fisica  s   
morale,  di facolt,  d'inclinazioni,  di carattere,  di forze,  corpo ec.  ec.   
degl'individui, delle nazioni,  de' tempi,  delle varie et di un individuo ec.   
ec.  Ella accresce le diversit naturali ed ingenite di uomo ad uomo,  ed altre   
infinite e grandissime che nello stato naturale dell'uomo non  avrebbero  avuto   
luogo,  necessariamente e per sua natura ne introduce e cagiona. Ella distrugge   
mille conformit e somiglianze naturali di uomo ad uomo.  La natura  un canone   
generale   e   costante,   indipendente   dall'arbitrio,   poco  soggetta  agli   
[3809]accidenti  (rispetto  alla  dipendenza  che  hanno  dagli   accidenti   e   
circostanze le opere ec.  dell'uomo),  una da per tutto,  una sempre rispetto a   
ciascuna specie, consistente in leggi certe ed eterne,  ec.  La societ,  opera   
dell'uomo,  dipendente  dalla volont che non ha niuna legge certa,  altrimenti   
non sarebbe volont, arbitraria,  incostante,  varia secondo gli accidenti e le   
circostanze  de'  tempi,  de'  luoghi,  de'  voleri,  delle  mille  cose che la   
cagionano e che determinano la sua forma e il modo del suo essere, non            
 una in se stessa,  perch ha avuto ed ha necessariamente  infinite  forme,  e   
queste sempre variabili e variate; non  una in nessuna delle sue forme, perch   
in  ciascuna  di  queste  v'ha mille variet che diversificano l'una dall'altra   
necessariamente le parti che la compongono,  chi comanda da chi ubbidisce,  chi   
consiglia  da chi  consigliato,  ec.  ec.  Nella societ l'uomo perde quanto    
possibile l'impronta della natura.  Perduta questa,  ch' la sola cosa  stabile   
nel  mondo,  la  sola universale,  o comune al genere o specie,  non v'ha altra   
regola, filo,  canone,  tipo,  forma,  che possa essere stabile e comune,  alla   
quale  tutti gl'individui agguagliandosi,  sieno conformi tra loro ec.  ec.  La   
societ rende gli uomini, non pur diversi e disuguali tra loro, quali essi sono   
in natura,  ma dissimili.  Onde anche per questo  argomento  si  conchiude  che   
l'essenza e natura della societ,  massime umana, contiene contraddizione in se   
stessa;  perocch la societ umana naturalmente  distrugge  il  pi  necessario   
elemento, [3810]mezzo, nodo, vincolo della societ, ch' l'uguaglianza e parit   
scambievole degl'individui che l'hanno a comporre; o vogliamo dire accresce per   
propriet sua la naturale disparit de' suoi subbietti,  e l'accresce tanto che   
li rende affatto incapaci di societ scambievole,  di quella  medesima  societ   
che  gli  ha cos diversificati,  anzi d'ogni societ,  anche di quella che per   
natura sarebbe stata loro e possibile e destinata                                 
e propria; insomma,  per tornare al principio di questo discorso,  rende i suoi   
soggetti  quali  son  quelli  tra' quali naturalmente no society,  anzi fa pi,   
perch se la societ,  secondo Milton,   impossibile tra  disuguali,  essa  li   
rende  dissimili.  E  in  verit  niuno  animale  meno  che l'uomo ha ragion di   
chiamare suoi simili gl'individui della  sua  specie,  n  ha  pi  ragione  di   
trattarli come dissimili,  e come individui di specie diversa.  Il che egli non   
manca di fare. E il farlo, com'ei lo fa ordinariamente,  massime nella societ,   
 ben prova effettiva del sopraddetto ec.  ec. (25-30. Ottobre. 1823.)Vomito as   
da vomo is itum.  Arguto as e argutor aris da arguo  is  utum,  o  dall'aggett.   
argutus,  che di l viene ec.  V. Forcell. e i due pensieri seguenti. (31. Ott.   
1823.)Participii in us di verbi attivi ec. in senso attivo, transitivo o no ec.   
V. Forcellini in Odi isti osus, Exosus,  Perosus ec.  e in Argutus.  (31.  Ott.   
1823.)Veri participii passati poi in aggettivi ec.  Argutus.  (31. Ott. 1823.).   
V.  il pensiero  precedente.[3811]Nomi  in  uosus  ualis  ec.  V.  Forcell.  in   
Cornuatus, cornuarius. (31. Ott. 1823.)Diminutivi positivati. Cornacchia (poet.   
cornice), corneja, corneille, per lo positivo cornix. Cornicula  di Orazio. V.   
Forcell.  in Corniculans e corniculatus da corniculum diminutivo di cornu, e la   
Crusca in cornicolare,  cornicolato,  corniculato ec.  A quel che  si    detto   
altrove di flagellum aggiungi il verbo da lui                                     
fatto,  cio flagello as,  mentre da flagrum non si disse flagrare.  Vero  che   
flagrum si crede anzi derivato da flagrare ardere ec.  Da flabellum flabellare,   
ma  non  da flabrum flabrare,  il qual verbo,  seppur esiste,   in altro senso   
ec.(31. Ott.  1823.)Alla p.3797.  marg.  Cio mentre la pigrizia e l'ignoranza   
dell'agricoltura   ec.   impediva  loro  o  rendeva  difficile  il  sostentarsi   
sufficientemente de' frutti della  terra;  la  pigrizia  e  la  codardia  e  la   
mancanza  d'armi  sufficienti  l'affrontare  o  l'inseguire,  il  domare  o  il   
raggiungere gli animali pi veloci o pi forti dell'uomo,  o pi veloci e forti   
insieme,  o  anche  altrettanto  veloci  e  forti ec.  ec.Alla p.3666.  Provano   
l'unicit  di  origine  nel  genere  umano  le  conformit  di  tradizioni,  di   
religioni,  di opinioni non naturali,  di mitologie,  d certe usanze, di certi   
dogmi,  riti ec.  conformit e corrispondenze che si trovano fra popoli del cui   
scambievole commercio non si ha memoria alcuna (fino agli ultimi momenti) n se   
ne  vede  il  come,  in  popoli  affatto  disgiunti dagli altri,  come in isole   
remotissime ec.  recentemente scoperte,  e non mai,  a memoria alcuna d'uomini,   
per  l'avanti  calcate  da  forestieri,  e in cui tutto d a vedere che non mai   
furono calcate da forestieri;  [3812]conformit,  corrispondenze,  e unicit  o   
medesimezze  di  origine  ora  pi ora meno patenti,  ora pi ora meno svisate,   
lontane,  leggere e difficili a riconoscersi,  com' naturale in tanti secoli e   
tant                                                                              
a diversificazione accaduta ne' vari popoli, ma non per men vere, n meno atte   
a dimostrare il nostro proposito, (poich basta una menoma conformit, la quale   
non  possa  essere  o  non si possa credere accidentale,  a provare l'unicit e   
medesimezza dell'origine ec.) e molte volte incontrastabili ec. Come son quelle   
che i critici hanno riconosciuto,  e vengono sempre  pi  riconoscendo  tra  la   
mitologia ec.  indiana e la greca ec. tra l'egiziana e la greca ec. e quelle di   
moltissime altre nazioni antiche ec. V.  Annali di Scienze e lettere di Milano.   
Gennaio 1811 num.13.  vol.5. p.37. ec. Dove troverai osservazioni concorrenti a   
dimostrare l'unicit dell'origine  di  molti  popoli  la  cui  unica  radice     
generalmente sconosciutissima.  Or da questa unicit,  e da quella di altri ivi   
mentovati,  che si dicono di altra origine dai primi ma comune tra loro (bench   
parimente  sogliano  essere  reputati diversissimi di radice),  si pu,  se non   
istoricamente e  per  certe  dimostrazioni  o  congetture  critiche,  ben  per   
filosoficamente  argomentare  la pi remota unicit dell'origine s de' secondi   
popoli rispetto ai primi,  s di tutti  i  popoli  insieme.  Alcuni  popoli  si   
diramarono  e  divisero  in  tempi  a  noi pi prossimi o di cui ci restano pi   
monumenti e pi noti.  Questi popoli son tenuti generalmente  per  conformi  di   
origine.  Altri  in  tempi  pi  remoti  e  di  cui  ci restano meno o men noti   
monumenti, furon tutt'uno. Questi non son tenuti per conformi di                  
origine se non da' pi dotti.  Cos salendo,  si argomenta che anche [3813]dove   
l'unicit dell'origine non pu (almen finora) per niun modo apparire,  ella non   
 per tanto men vera,  bench non apparisca o per maggior lontananza de' tempi,   
o  per  mancanza  o scarsezza o oscurit o poca cognitezza di monumenti ec.  Il   
filosofo da' particolari inferisce i generali,  da' simili i simili,  dal  noto   
l'ignoto, e se neppure il critico, molto meno il filosofo ha bisogno di mostrar   
co' fatti ogni particolare, ovvero ogni generale con fatti generali o con tutti   
i particolari che cadono sotto quel tal generale ec.  ma spesso e bene dimostra   
co' particolari il generale, e non con tutti i particolari, ma con alcuno,  e i   
particolari  con altri particolari o col generale ec.  (31.  Ott.  1823.)L'amor   
della vita, il piacere delle sensazioni vive, dell'aspetto della vita ec. delle   
quali cose altrove,  ben consentaneo negli animali.  La natura  vita.  Ella    
esistenza. Ella stessa ama la vita, e proccura in tutti i modi la vita, e tende   
in  ogni sua operazione alla vita.  Perciocch'ella esiste e vive.  Se la natura   
fosse morte, ella non sarebbe. Esser morte, son termini contraddittorii. S'ella   
tendesse in alcun modo alla morte,  se  in  alcun  modo  la  proccurasse,  ella   
tenderebbe e proccurerebbe contro se stessa. S'ella non proccurasse la vita con   
ogni sua forza possibile,  s'ella non amasse la vita quanto pi si pu amare, e   
se la vita non fosse tanto                                                        
pi cara alla natura,  quanto maggiore e pi intensa e  in  maggior  grado,  la   
natura  non  amerebbe  se  stessa  (vedi  la  pagina  3785.   principio),   non   
proccurerebbe se stessa o il proprio bene,  o non si amerebbe  quanto  pi  pu   
(cosa  impossibile),  n  amerebbe  il suo maggior [3814]possibile bene,  e non   
proccurerebbe  il  suo  maggior  bene  possibile  (cose  che  parimente,   come   
negl'individui e nelle specie ec.,  cos sono impossibili nella natura). Quello   
che noi chiamiamo natura non  principalmente altro che l'esistenza,  l'essere,   
la vita, sensitiva o non sensitiva, delle cose. Quindi non vi pu esser cosa n   
fine  pi  naturale,  n pi naturalmente amabile e desiderabile e ricercabile,   
che l'esistenza e la vita,  la quale  quasi tutt'uno colla stessa  natura,  n   
amore pi naturale,  n naturalmente maggiore che quel della vita. (La felicit   
non  che la perfezione il compimento e il proprio stato della vita, secondo la   
sua diversa propriet ne' diversi generi di cose  esistenti.  Quindi  ell'  in   
certo  modo la vita o l'esistenza stessa,  siccome l'infelicit in certo modo    
lo stesso che morte, o non vita, perch vita non secondo il suo essere,  e vita   
imperfetta  ec.  Quindi la natura,  ch' vita,   anche felicit.).  E quindi    
necessario alle cose esistenti amare e cercare  la  maggior  vita  possibile  a   
ciascuna  di  loro.  E il piacere non  altro che vita ec.  E la vita  piacere   
necessariamente, e maggior piacere, quanto essa vita  maggiore e                 
pi viva.  La vita generalmente  tutt'uno colla natura,  la  vita  divisa  ne'   
particolari    tutt'uno  co'  rispettivi subbietti esistenti.  Quindi ciascuno   
essere,  amando la vita,  ama se stesso: pertanto non pu  non  amarla,  e  non   
amarla  quanto si possa il pi.  L'essere esistente non pu amar la morte,  (in   
quanto la morte abbia rispetto a lui) veramente parlando, non pu tendervi, non   
pu proccurarla,  non pu non odiarla il pi ch'ei  possa,  in  veruno  istante   
dell'esser  suo;  per  la  stessa  ragione  per cui egli non pu [3815]odiar se   
stesso, proccurare, amare il suo male,  tendere al suo male,  non odiarlo sopra   
ogni cosa e il pi ch'ei possa, non amarsi, non solo sopra ogni cosa, ma il pi   
ch'egli possa onninamente amare. Sicch l'uomo, l'animale ec. ama le sensazioni   
vive ec.  ec.  e vi prova piacere, perch'egli ama se stesso. (31. Ott. 1823.)Al   
mio discorso sopra avvisare, divisare ec. aggiungi il franc. Deviser.(31.  Ott.   
1823.)Alla  p.2928.  fine.  Noi  abbiamo ancora,  bens in diversi significati,   
intenso ed intento. (intensit ec.).  V.  i francesi e gli spagnuoli.  Nel lat.   
intensus  ben raro.  V.  Forcell. Tensus  de' pi moderni. Extensus ec. e gli   
altri composti,  veggasene  il  Forcellini.  (1.  Nov.  1823.)Come  altrove  ho   
congetturato                             dalla                             voce   
i  applaudivano,  si  ricercavano,  si  diffondevano,  davano  materia  di        
discorso nelle rispettive corti e capitali, e nell'altre                          
corti d'Europa ec.  e da' rispettivi principi ec.  (lasciando anche da parte il   
re e la corte [3817]e capitale,  e quasi tutto il  regno,  di  Prussia,  ch'era   
tutta francese ec.).  Cos anche l'altre opere in versi o in prosa, di francesi   
o scritte in francese,  di letteratura e di poesia,  non che di  filosofia  ec.   
Sicch  la  lingua  italiana  occupava  nel  sopraddetto  tempo il grado che la   
francese non solo occupa presentemente, ma quello ancora che occup quando essa   
letteratura francese era unica;  s  per  universalit  e  diffusione,  s  per   
riputazione,  dignit,  gusto  e  cura diffusane generalmente ec.  come si vede   
anche per questa somiglianza d'esser ella in quei  tempi  cos  e  sopra  tutte   
gradita nelle corti,  come lo fu nel 700, oltre la lingua, che ancor lo  sopra   
tutte,  anche la letteratura francese,  che or non lo   pi  se  non  di  pari   
coll'altre moderne (dal qual numero l'italiana d'oggid  fuori niente meno che   
la   spagnuola).   (2.   Nov.   d   de'   morti.   1823.)Alla  p.2685.   marg.   
asi                                                                               
un'illusione de' sensi.  Perch quei tali suoni latini non sono nello spagnuolo   
a  quei  luoghi  in  cui  erano nel latino.  Per esempio la moltitudine degli s   
contribuisce, e forse principalmente, a rassomigliare il suon dell'una lingua a   
quello dell'altra. Ma lo spagnuolo abbonda di s,  principalmente perch in essa   
[3819]lingua  tutti i plurali terminano in quella lettera.  Non cos in latino.   
(Vero  per che in latino  la  terminazione  in  s    propria  di  tutti  gli   
accusativi  plurali  non  neutri.   Ora,   secondo  Perticari,  i  nomi  latini   
trasportati nelle  lingue  figlie,  son  tutti  fatti  dagli  accusativi  delle   
declinazioni rispettive latine. Quindi che nello spagnuolo la terminazione in s   
sia  caratteristica  de'  plurali,  potrebb'esser  preso  dal  latino,  e  cosa   
anch'essa latina. E quest'osservazione pu essere di non poco peso a confermare   
l'opinione di Perticari;  (sebben ei parla solamente  de'  singolari,  i  quali   
fatti  dall'accusativo  latino  generano  poi  i plurali al modo nostro) mentre   
altri con pi apparenza di ragione, ma forse men verit,  vogliono che i nostri   
nomi sieno gli ablativi latini. P.e. amore ec. Ma veramente non si vede perc      
h, dovendosi perder l'uso degli altri casi, e restare un solo per tutti, com'   
avvenuto nelle lingue moderne,  e come,  certo in gran parte,  dovette avvenire   
anche  nell'antico  latino  volgare  e  parlato,   avesse  a   prevaler   l'uso   
dell'ablativo. Ben  consentaneo che l'accusativo si usasse in vece degli altri   
casi  ec.  v.  p.3907.  L'aggiunger  sempre  la  es  ai  singolari terminati in   
consonante non  uso latino, se non in certi casi,  e nella terza declinazione.   
(Noi per la terminazione de' plurali imitiamo i nominativi latini della seconda   
e della prima. Sicch quanto alla terminazione de' plurali, la conformit dello   
spagnuolo  col latino,  supposta eziandio e conceduta,  come sopra,  non si pu   
dire che superi punto quella dell'italiano.  Del resto quel continuo s  che  si   
sente nello spagnuolo fa un suono che tutto insieme considerato  cos poco,  o   
tanto, latino, quanto le continue terminazioni vocali dell'italiano.  Il latino   
  temperato  di  queste  e  di  quelle,  ed  eziandio  insieme  d'altre  molte   
terminazioni;  sicch veramente il suo  suono,  parlando  pure  in  generale  e   
astrattamente  non    n quello dell'italiano n anche quello dello spagnuolo.   
Ben  vero che nello spagnuolo le terminazioni consonanti sono  miste  come  in   
latino,  alle vocali, laddove in italiano non v'ha quasi che le vocali; e nello   
spagnuolo,  bench la terminazione in s sia,  almeno tra le consonanti,  la pi   
frequente, pur v'ha diverse terminazioni consonanti, come in l                    
atino;  e niuna terminazione in consonante,  che non sia propria,  credo, anche   
del latino (al contrario che in francese in tedesco ec.),  bench  non  sempre,   
anzi  non  il  pi delle volte,  ne' casi stessi;  e le terminazioni vocali son   
piane come in latino e non acute ossia tronche come in francese.  Sotto  questi   
aspetti  il  suono dello spagnuolo  veramente pi conforme al latino che non    
non solo il francese ma neppur l'italiano. E da queste ragioni nasce che udendo   
lo spagnuolo si possa pi facilmente confonderlo  col  latino  che  non  fa  il   
francese  n anche l'italiano.  E questo effetto,  sotto questi aspetti,  non    
un'illusione, n una cosa che non meriti esser considerata,  e che non abbia un   
principio  e  una  ragione  di conformit o simiglianza reale.  La terminazione   
consonante in d frequente nello spagnuolo  rara in latino ma pur v',  come in   
ad,  illud,  id,  istud,  sed ec.). Del resto anche in francese (bens nel solo   
francese scritto) la terminazione in s (e a' singolari terminati in consonante,   
si aggiunge talvolta la es,  se non m'inganno)    caratteristica  del  plurale   
(quella in x vien pure a essere in s);  sicch lo spagnuolo in questa parte non   
prevarrebbe al francese se non in  quanto  ei  pronunzia  sempre  la  s,  e  il   
francese  solo  talvolta,  e  piuttosto  per  accidente  che per altro.  Quanto   
all'italiano,  [3820]anche nelle forme regolari  delle  coniugazioni,  esso  in   
molte cose [] assai pi conforme al latino che non  lo spagnu                   
olo.  V.  p.e.  le pag.3699-701. e la mia teoria de' continuativi dove si parla   
del                    digamma                    eolico                     in   
ama-                                                                              
4.   come  in  latino)                                                            
sembra, ed  forse, un puro caso; il che non si pu certo dire dell'italiano. E   
quanto alla conservazione della latinit in mille e mille altre s  regole,  s   
voci   particolari   materialmente  considerate,   s  frasi  considerate  pure   
materialmente (ch ora parliamo  dell'estrinseco),  significati  ed  usi  delle   
parole  e frasi,  anche propri originalmente o sempre del popolo e del parlato,   
non del solo illustre ec.  dubito assai che lo spagnuolo possa esser  preposto,   
anzi pure agguagliato all'italiano. Questa e quell'altra voce ec. sar pi la     
tina  in ispagnuolo che in italiano (cos avverr alcune volte che nello stesso   
francese una voce ec. sia pi latina che nelle due sorelle, o in una di loro, o   
che queste o l'una di esse,  non abbiano una voce ec.  nel francese conservata,   
n  pertanto  sar  chi dica la latinit conservarsi pi nel francese che nelle   
sorelle,  o che nell'una di esse);  questa e quella voce latina  rester  nello   
spagnuolo,  e  all'italiano mancher;  ma,  raccolti i conti e computati i casi   
contrarii, e posto tutto insieme,  io credo che in tutte queste cose l'italiano   
soverchi lo spagnuolo di grandissima lunga. (3. Novembre 1823.)[3821]Diminutivi   
positivati.  Orbiculatus,  orbiculatim,  reticulatus, venniculatus ec. (3. Nov.   
1823.) se gi non sono frequentativi di significato come  altrove  generalmente   
ho  avvertito.Alla  p.3156.  -  quando  eziandio il sentimentale di Lord Byron,   
quello che spetta al giuoco delle  passioni,  al  cuore,  all'espressione  alla   
pittura  all'imitazione  de'  caratteri  e  de'  sentimenti degli uomini,  alla   
scienza e considerazione dello spirito dell'uomo,  dell'uomo interno  ec.  (del   
che  le  poesie  di  Lord  Byron  sommamente  abbondano,  anzi  sono  composte)   
pochissimo si communica a' lettori,  e veramente  poco fatto  per  comunicarsi   
agli animi altrui. E ci appunto perch esso pare, e forse , piuttosto dettato   
dall'immaginazione  che  dal  sentimento e dal cuore,  piuttosto immaginato che   
sentito, immaginato che vero, inventato che imitato o                             
congetturato,  creato che ritratto ed espresso,  e insomma  ha  certamente  pi   
dell'immaginoso che del passionato e sentimentale, ed  per sua natura pi atto   
e  disposto  ad operare sulla immaginazione che sul cuore di chi legge.  E cos   
parrebbe che Lord Byron avesse voluto,  e cos certo accade.  E perci  il  suo   
effetto  debole,  cio poco intimo, e quindi poco durevole, bench possa esser   
fortissimo al primo tratto,  il  che  non    incompatibile  col  superficiale.   
L'effetto   delle  poesie  di  Lord  Byron,   tanto  e  cos  perpetuamente  ed   
estremamente  sentimentali,   l'effetto  del  sentimentale  di  esse,   non      
sentimentale  per  le dette ragioni.  Or veggiamo che per ci  poco intimo,  e   
poco si comunica il movimento dell'autore e di esse,  perch questo non essendo   
quasi  proprio  ad  agire  che  sull'immaginazione,  l'immaginazione  [3822]de'   
lettori oggid  generalmente  poco  atta  a  ricevere  forti,  cio  intime  e   
durevoli  impressioni:  il che  quello ch'io diceva,  e il proposito di questo   
discorso.  E quel movimento delle poesie e de' poeti  che  spetta  solamente  o   
principalmente  all'immaginazione,  sia che nasca da essa sola nel poeta,  e in   
essa sola abbia avuto luogo,  sia che in essa sola possa agir ne' lettori e  ad   
essa  sola comunicarsi,  (questo  pi probabilmente il caso nostro,  perch io   
credo che Lord Byron veramente senta,  non solo imagini,  anzi l'eccesso  e  la   
straordinaria  forza  e  qualit  de'  suoi sentimenti sia quel che gli noccia)   
diffici                                                                           
lmente e in  piccola  parte  e  poco  gagliardamente  si  comunica  ai  lettori   
d'oggid.  Diversamente  certo accadeva negli antichi (lo vediamo infatti anche   
oggi ne' fanciulli e ne' giovani ancora inesperti  del  mondo,  o  nella  prima   
giovent,  quando  ella,  in  pratica,  ancor  non  filosofa,  come tutti fanno   
nell'altre et,  o dopo l'esperienza;  cio tutti oggi filosofano,  quanto alla   
vita  ec.  chi  in  teoria  e in pratica,  chi in questa sola).  Oggi anche gli   
antichi sommi poeti presto ci stancano e lasciano in secco,  se  e  quando  non   
sono che immaginosi,  ancorch in questo medesimo sommi,  straordinarii e pieni   
d'arte.  Le poesie di Lord Byron molto pi e pi presto ci  stufano  e  lascian   
freddi,  per la grande uniformit che vi si sente,  la quale pu esser vera,  e   
nascere da mancanza della vera e sottile arte poetica (s bene e  distintamente   
conosciuta  e s eccellentemente e maestrevolmente praticata dagli antichi);  e   
pu anche esser che sia apparente,  e nasca solo dal continuo eccesso  in  ogni   
cosa,  dalla  continua  intensit,  dal continuo risalto [3823]straordinario di   
ciascuna parte.  Il che da un lato produce l'effetto dell'uniformit,  e  lo     
veramente,  in quanto  continuo eccesso ec.  bench variato, quanto si voglia,   
ne' suoi subbietti,  qualit ec.  Dall'altro  lato  stanca  come  l'uniformit,   
perch  troppo  affatica gli animi,  che ben tosto non possono pi tener dietro   
all'entusiasmo del poeta, come la vista presto si stanca di colori tutti          
vivissimi,     bench     e     belli     e     varii;      e     perch     il   
molt-                                                                             
   disposizione.    ec.    Straordinaria,    ed,                                 
apparentemente,  pi che umana facolt  e  potenza  che  i  ciechi,  o  nati  o   
divenuti, hanno negli orecchi, nella ritentiva, nell'inventiva, nell'attendere,   
nella  profondit  del  pensare,  nell'apprender  la  musica  ed  esercitarla e   
comporne ec.  ec.  Similmente dei sordi nell'attenzione,  nella  contenzione  e   
concentrazione del pensiero,  nell'imparar cose che paiono impossibili ai sordi   
nati, fino a leggere,  a scrivere,  a parlare fors'anche ec.  come nelle scuole   
de'  sordi muti ec.  Le quali straordinarie potenze delle parti morali,  che si   
scuoprono nell'uomo per la  sola  forza  delle  circostanze,  e  talora  in  un   
individuo medesimo che dapprima non le aveva,  come in uno divenuto cieco a una   
certa et, ec.; sono analoghe a quelle, altrettanto straordinarie,  delle parti   
fisiche,  occasionate  pur  dalle  sole circostanze,  e che in tanto si credono   
possibil                                                                          
i fisicamente all'uomo,  in quanto solamente si vede in fatti qualche individuo   
che  per  forza delle sue circostanze,   giunto a possederle.  Come quello che   
nato senza braccia,  suppliva co' piedi a tutte le funzioni  delle  mani,  fino   
alle  pi  squisite.  Delle  quali  potenze niuno pure immagina che l'uomo e le   
rispettive sue parti morali [3825]o fisiche sieno in alcun modo capaci,  se non   
vede o non conosce i fatti a uno per uno.  Cos dico di centomila altre facolt   
straordinarie  morali  o  fisiche  possedute  oggi  o  ne'  tempi  addietro  da   
individui, o da razze, o da nazioni particolari, per sola forza di circostanze,   
o  di esercizio,  o di costumi ec.  Come son quelle de' giocolieri indiani,  ed   
eran quelle de' giocolieri messicani ec.  de' nostri saltatori,  giuocatori  di   
forze,  ed  anche di lestezza di mano ec.  E quel che dico delle facolt dicasi   
ancora delle  qualit  straordinarie  morali  o  fisiche,  de'  costumi,  delle   
abitudini d'ogni sorta ec.  straordinarie,  o che a noi son tali ec.  (4.  Nov.   
1823.)Non solamente in italiano  e  in  francese  ec.  (come  in  chtelet)  si   
diminuiscono i diminutivi positivati,  come ho detto altrove, venuti dal latino   
o no,  positivati nel latino o nelle lingue moderne ne  ec.;  ma  eziandio  nel   
latino medesimo, come flabellulum, s' vera voce, e credo altre parecchie. Del   
resto  anche  i  diminutivi  non  positivati si tornano a diminuire talvolta in   
latino come in italiano ec. s'io non m'inganno. Puella, bench s                  
ia voce esprimente una cosa piccola e da vezzeggiare ec.  pur   un  diminutivo   
positivato  in  quanto  rest  solo  in uso in vece dell'antiquato suo positivo   
puera,  di cui v.  Forcell.  E puella  si  diminuisce  in  puellula.  (4.  Nov.   
1823.)Alla p.3757.  Dagli altri supini,  si fanno, ma son pi rari, mutato l'um   
in  ibilis,  come  da  flexum  flexibilis,  inflexibilis,  ec.  passibilis  ec.   
sensibilis,  insensibilis ec.  Nel latino barbaro, e nelle lingue moderne s'usa   
di far tali verbali [3826]allo stesso modo  da'  supini  in  tum  impuro,  cio   
sostituendo all'um l'ibilis,  come fattibile,  perfettibile, indefettibile, ec.   
da perfectum, defectum, factum. Ma non cos in latino buono,  o seppur v'avesse   
qualch'esempio  simile,  sarebbe  de'  tempi  pi  moderni  ec.  I buoni latini   
avrebbero detto facibilis  da  facitum,  come  anche  noi  diciamo  concepibile   
inconcepibile  ec.   (concevable  ec.)  da  concepitum,   mentre  per  diciamo   
percettibile  impercettibile  ec.   da  perceptum;   e  diciamo  reperibile  da   
reperitum,  non repertibile da repertum ec.  Regolarmente e primitivamente niun   
supino latino finisce in tum impuro. Sicch questa formazione non  latina.  V.   
p.3904.3928.Del  resto,  queste osservazioni sopra la formazione de' verbali in   
bilis servono anch'esse a confermare le nostre proposizioni  circa  l'antico  e   
regolare  stato de' supini,  s in generale,  s per ciascuno di tai verbali in   
parti-                                                                            
,  e' sono in  avi  e  in                                                         
atum. Qual pi chiaro segno che questi non sono proprii loro, ma d'altro verbo,   
e questo della prima?  Veterasco is ha,  o se gli attribuisce,  veteravi.  Pare   
per che lo stesso Forcell. che glielo attribuisce,  abbia veduto ch'e' non pu   
esser  proprio suo,  ma di un vetero as,  il quale ei segna senz'alcun esempio,   
rimettendo a veterasco,  dove di vetero non  parola;  solo vi sono  esempi  di   
veteravi frammisti a quelli di veterasco. (Trovasi anche veteratus, v. Forc. in   
questa voce). Infatti abbiamo inveterasco is fatto evidentemente da invetero as   
avi atum,  il quale ancora sussiste (tutto intiero), e cos inveteratus (che il   
Forc. attribuisce giustamente ad invetero, s come anche il perfetto inveteravi   
e il supino  inveteratum,  segnando  [3828]  inveterascere  senza  perfetto  n   
supino), e cos forse altri composti di vetero. Dunque                            
se  v'invetero,  e se a questo spetta inveteravi,  atum,  atus,  dovette avervi   
anche vetero, e suo esser veteravi,  atus ec.  E cos discorrasi di tanti altri   
verbi  originali  di  quelli in sco,  de' quali mancando il semplice si trovano   
per i loro composti,  a' quali ordinariamente si attribuiscono  i  perfetti  e   
supini  che loro convengono,  mentre quelli de' semplici,  se i semplici non si   
trovano,  s'attribuiscono ai loro semplici  derivati  in  sco.Irascor  sta  nel   
Forcell.  senza  supino n perfetto.  Trovasi iratus.  Vero participio,  bench   
forse,  almeno in certi casi,  aggettivato,  come tanti altri.  Or donde  viene   
questo participio?  Non dimostra egli un verbo della prima? un verbo onde venga   
s egli s irascor?  Cio un  antico  iror,  conservato  nell'italiano  (irare,   
adirare,  airare ec. con lor derivati ec.), e v. gli spagn. (4. Nov. 1823.)Alla   
p.3710.  Da' verbi della 2da si fanno quelli in esco,  dalla terza si fanno  in   
isco,  cos dalla quarta,  come scisco;  dalla prima, in asco; del che vedi gli   
esempi nel pensiero precedente,  ed aggiungi labasco e labascor da labo  as,  e   
simili.  In Labasco nel Forcell. trovo il nome appellativo e speciale de' verbi   
in sco.  Essi si chiamano presso  i  grammatici,  verba  inchoativa.  (4.  Nov.   
1823.).  V.  p.3830.  fine.Adito as da adeo is-itum.  (4.  Nov.  1823.)Al detto   
altrove del verbo bitere,  aggiungi quello che ha il Forcell.  in adito  as.  E   
nta come anche [in] quell'esempio, [3829]il quale, secondo                       
il Forcell.,   appoggiato da tutte l'ottime edizioni,  la coniugazione di bito   
fu la prima.  Si adbites.  Certo questo  presente  congiuntivo  e  non  futuro   
indicativo.  Almeno sen pu ben dubitare.  E veramente io mi maraviglio come n   
per questo, n per gli altri esempi, altrove da me esaminati,  il Forcellini (e   
forse niun altro) si sia avveduto che bito  della prima,  o anche della prima,   
e l'abbia pur creduto della terza, o della sola terza, oltre bitio is della 4ta   
ec. s' vera voce. (4. Nov.  1823.)Lo stato della letteratura spagnuola oggid   
(e dal principio del 600 in poi),  lo stesso affatto che quello dell'italiana,   
eccetto alcuni vantaggi di questa,  ed alcune diversit di circostanze, che non   
mutano la sostanza del caso.  Come noi (al paro di tutti gli  altri  stranieri)   
non dubitiamo che la Spagna non abbia n lingua n letteratura moderna propria,   
e dal 600. in poi non l'abbia mai avuta, cos non dobbiamo dubitare che non sia   
altrettanto in Italia,  e ci dal 600.  in poi, come gli stranieri, e forse tra   
questi anche gli spagnuoli (che del fatto loro non converranno),  punto non  ne   
dubitano.  Quello  che noi vediamo chiaro in altrui e nel lontano,  ci serva di   
specchio e di esempio per ben vedere, per accorgerci, per conoscere e concepire   
il fatto nostro,  e quello ch'essendoci  proprio  e  troppo  vicino,  non  suol   
vedersi n conoscersi mai bene,  s per l'inganno dell'amor proprio,  s perch   
la stessa vicinanza nuoce alla                                                    
vista,   e  l'abitudine  di  continuamente  vedere   impedisce   o   difficulta   
l'osservare,  il notare, l'attendere, il por mente, l'avvedersi. L'opinione che   
abbiamo di quelli stranieri c'istruisca [3830]di quella che dobbiamo  avere  di   
noi,  e  le  ragioni  di  quella si applichino al caso nostro,  ch ben vi sono   
applicabili ec.Del resto tutto quello ch'io [ho] ragionato in pi luoghi  circa   
la  presente  (ec.)  condizione  della letteratura e lingua italiana;  circa il   
mancar noi di  lingua  e  letteratura  moderna,  di  filosofia  ec.;  circa  la   
condizione  in cui si troverebbe oggid un grande e perfettamente colto ingegno   
italiano,  la necessit che avrebbe  di  crearsi  una  lingua,  di  creare  una   
letteratura  ec.,  il  come  e  quale  gli  converrebbe  crearle,  e  con quali   
avvertenze ec.  ec.  tutto,  con lievi e accidentali diversit intendo  altres   
dirlo degli spagnuoli.  E viceversa la considerazione di questi pu e dee molto   
servire, s a noi, s anche agli stranieri, per giudicare e formarsi una giusta   
idea dello stato d'Italia e degl'ingegni italiani (se ve ne  fossero)  rispetto   
alla  lingua,  letteratura,  filosofia  ec.  Le lingue e letterature italiana e   
spagnuola,  le pi conformi forse del mondo per mille  altri  titoli,  come  ho   
mostrato altrove (e cos le nazioni ec.), lo sono altres per la loro storia, e   
pel loro stato presente e passato ec. Ed altrimenti infatti non avrebbero avuto   
fra loro quelle conformit intrinseche che hanno, o certo non in tal g            
rado,  n cos durevolmente ec. ec. (4. Nov. 1823.)Alla p.3828. fine. Sicch di   
ciascun verbo in asco si pu sicuramente dire  che  viene  da  un  verbo  della   
prima,  e  non  d'altra  coniugazione,  della  quale  segno caratteristico l'a   
precedente la desinenza in sco;  e cos rispettivamente dite de' verbi [3831]in   
esco  ed isco ec.  (se pur non v'ha qualche verbo in sco che non sia incoativo,   
neppur                                                                      per   
origin-                                                                           
(e  ci                                                                           
non per stiracchiate etimologie, come tanti altri han fatto, ma per accurato ed   
evidente ragionamento, e per mille confronti ec.  e per regole grammaticali ec.   
trovate,  o  illustrate  nuovamente  e nuovamente applicate,  ampliate,  meglio   
stabilite, spiegate ec.), e le origini della lingua latina, e la propriet vera   
e primitiva sua e delle sue voci, e le sue vere norme e regole, forme ec.; e le   
ragioni ed origini delle anomalie sue e delle sue voci ec. Pastum  contrazione   
di pascitum dimostrato da pascito.  L'uno e l'altro    supino  (e  participio)   
proprio di pasco, non di pao. Nuova prova che il vero e proprio supino di tutti   
i  verbi in sco  in scitum,  bench per lo pi perduto,  e sostituitigli degli   
altri ec.; e quindi ancora che il lor proprio perfetto sarebbe in sci,  giacch   
il  supino  si  fa  dal  perfetto,  come  [3832]altrove.  Il composto di pasco,   
compesco,  s'egli per  veramente composto di pasco,  come crede  il  Forcell.   
(vedilo in pasco fin.  e in compesco),  non fa compavi,  ma compescui,  anomalo   
anch'esso, (v.  la pag.3707.) ma,  bench anomalo,  proprio di compesco e di un   
verbo in sco,  non di compao n di pao, e che pur serve a mostrare che pavi non   
 p                                                                               
roprio di pasco.  Per supino  Prisciano  gli  d  compescitum,  e  a  dispesco,   
dispescitum;  nuova  prova e di pascitum e della qualit de' proprii supini de'   
verbi in sco ec. Prisciano riconosce anche dispescui.  Se dispesco sia composto   
di  pasco,  ne  dico  quello  stesso che di compesco.Del resto ne' verbi in sco   
fatti da quelli della terza,  non  essenziale la desinenza in isco.  Da noo is   
si fa nosco: posco ec.  ec. O che queste desinenze sieno primitive, ovvero, che   
m' pi probabile, l'i che dovrebb'esservi, vi  mangiato, e ci per evitare il   
concorso      delle      vocali,      giacch      tali      desinenze      han   
luog-                                                                             
lla parte non                                                                     
soggetti  alla  loro  dominazione,  anche de' confinanti,  ed alla barbarie de'   
popoli da lor soggettati,  prima della soggezione.  La  civilizzazione  operata   
dagl'Incas,  o  da  essi diffusa,  fu principalmente nelle provincie pi vicine   
alla lor  capitale;  nell'altre  tanto  minore  proporzionatamente  quanto  pi   
lontane,  men soggette,  e pi recentemente riunite al loro impero.  Or gl'Inca   
adorarono unicamente o principalmente il sole;  e cos la lor capitale e le pi   
antiche provincie del loro regno. Essi introdussero il culto del sole per tutto   
insieme col lor dominio. L'altre provincie lor soggette massime le pi lontane,   
o le men soggette,  o le pi recentemente, e ne' principii della lor soggezione   
tutte o quasi tutte,  lo riunirono ai  culti  lor  naturali,  ch'erano  d'idoli   
orribili a vedere, e de' quali avevano formidabili e odiosissime idee di figure   
d'animali  feroci,  o  d'idee  semplici  di  qualche  essere  spaventevole  non   
rappresentato in niun modo.  Le provincie non soggette agl'Inca non ebbero  che   
questi  o simili culti e mai non conobbero quello del sole.  Quando gli Europei   
scoprirono il Per e suoi contor                                                  
ni,  dovunque trovarono alcuna parte o segno di civilizzazione e  dirozzamento,   
quivi trovarono il culto del sole;  dovunque il culto del sole, quivi i costumi   
men fieri e men duri che altrove;  dovunque non trovarono il  culto  del  sole,   
quivi (ed erano pur provincie,  valli, ed anche borgate, confinanti non di rado   
[3834]o  vicinissime  alle  sopraddette)  una  vasta,   intiera  ed  orrenda  e   
spietatissima  barbarie  ed  immanit  e  fierezza  di  costumi  e  di vita.  E   
generalmente i tempii del sole erano come il segno della civilt,  e i  confini   
del culto del sole,  i confini di essa ec.  (5. Nov. 1823.)Dico altrove che noi   
sogliamo cangiare l'i de' participii latini in us,  usitati o inusitati,  nella   
lettera  u.  Che  questa  mutazione  dell'i  in u (mutazione propria della voce   
umana, come ho detto altrove in pi d'un luogo) ci sia naturale segnatamente in   
questo caso, veggasi che noi diciamo concepito (regolare lat. ant. concepitus),   
e conceputo (diciamo anche concetto,  voce tolta dal latino dagli  scrittori  e   
dalla letteratura). Ma questo secondo  pi italiano ed elegante. Cos empiuto,   
compiuto,  riempiuto ec.  rispetto ad empto, compto (in alcuni sensi per non   
si potrebbe dir compiuto per compito ma questi sono anzi forestieri che no) ec.   
Cos forse altri ec.  Ntisi per che i grammatici distinguono empiere  ec.  ed   
empire (meno elegante) ec.;  concepere e concepire;  e ad empiere danno empiuto   
ec., a concepere conceputo; ad empire empto ec                                   
.  (5.   Nov.   1823.)Diminutivi  positivati.   Rameau,  Taureau.   (5.   Nov.   
1823.)Participii affatto aggettivati.  Acutus a um.  E v.  Forc.  in Acuo sulla   
fine.  (5.  Nov.  1823.)Verbi in uo.  Tribuo da tribus us;  verbo della  terza,   
siccome  [3835]  acuo che forse  da acus us,  statuo da status us ec.  del che   
altrove.  (5.  Nov.  1823.)L'esaltamento di forze proveniente da' liquori o da'   
cibi  o da altro accidente (non morboso),  se non cagiona, come suole sovente,   
un torpore e una  specie  di  assopimento  letargico  (come  diceva  il  Re  di   
Prussia),  essendo  un accrescimento di vita,  accresce l'effetto essenziale di   
essa, ch' il desiderio del piacere,  perocch coll'intensit della vita cresce   
quella dell'amor proprio,  e l'amor proprio  desiderio della propria felicit,   
e la felicit  piacere. Quindi l'uomo in quello stato   oltre  modo,  e  pi   
ch'ei  non  suole,  avido  e  famelico di sensazioni piacevoli,  e inquieto per   
questo desiderio,  e le cerca,  e tende con pi  forza  e  pi  direttamente  e   
immediatamente  al vero fine della sua vita e del suo essere e di se stesso,  e   
alla vera somma e sostanza ultima della felicit, ch' il piacere, poco,  o men   
del suo solito,  curando le altre cose,  che spesso son fini delle operazioni e   
desiderii umani,  ma  fini  secondarii,  bench  tuttogiorno  si  prendano  per   
primarii  e per felicit;  perch'essi stessi tendono essenzialmente ad un altro   
fine, e tutti ad un fine medesimo, cio a dire al piacere. In somm                
a l'uomo  allora rispetto a se stesso ed al solito suo, quello che sono sempre   
i pi forti rispetto agli altri,  cio pi  sitibondi  della  felicit,  e  pi   
inquieti  da'  desiderii,  cio  dal  desiderio  della propria felicit,  e pi   
immediatamente e specialmente, e in modo pi espresso, sensibile e manifesto s   
agli altri che a se medesimi, avidi del piacere [3836](al quale tutti tendono e   
sempre,  ma i pi forti pi,  e pi immediatamente e  chiaramente,  o  ci  pi   
spesso  e  pi ordinariamente degli altri),  perocch'essi sono abitualmente pi   
vivi degli altri.Similmente, come in generale i pi forti per l'ordinario, cos   
gl'individui in quel  punto,  sogliono  essere  (proporzionatamente  alle  loro   
rispettive abitudini e caratteri,  et, circostanze morali, fisiche, esteriori,   
di fortuna,  di condizione  e  grado  sociale,  di  avvenimenti  ec.  costanti,   
temporarie,  momentanee ec.) pi del lor solito disposti alle grandi e generose   
azioni, agli atti eroici,  al sacrifizio di se stessi,  alla beneficenza,  alla   
compassione (dico pi disposti,  e voglio dire la potenza,  non l'atto,  che ha   
bisogno dell'occasione e di circostanze, che mancando,  come per lo pi,  fanno   
che l'uomo neppur si avveda in quel punto di tal sua disposizione e potenza, ed   
anche  in  tutta la sua vita non si accorga che in quei tali punti egli ebbe ed   
ha questa disposizione ec.);  perocch la sua vita in quel punto  maggiore,  e   
quindi pi potente l'amor proprio, e quindi quest                                 
o    meno egoista,  secondo le teorie altrove esposte.  Lasciando le illusioni   
proprie e naturali di quello stato,  proporzionatamente all'abitual  condizione   
morale   dell'individuo   ec.E  cos  troverassi  che  gli  altri  effetti  che   
accompagnano o seguono la maggiore  intensit  della  vita,  la  maggior  forza   
corporale ec.,  avuta ragione de' vari caratteri e circostanze morali e fisiche   
degl'individui ec.  da me altrove considerati in pi  luoghi  ec.  hanno  tutti   
luogo proporzionatamente nelle dette occasioni ec.  (5. Novembre 1823.)[3837]Il   
giovane che al suo ingresso  nella  vita,  si  trova,  per  qualunque  causa  e   
circostanza  ed  in  qual  che sia modo,  ributtato dal mondo,  innanzi di aver   
deposta la tenerezza verso se stesso,  propria di quell'et,  e di  aver  fatto   
l'abito  e  il  callo  alle  contrariet,  alle  persecuzioni e malignit degli   
uomini, agli oltraggi,  punture,  smacchi,  dispiaceri che si ricevono nell'uso   
della  vita sociale,  alle sventure,  ai cattivi successi nella societ e nella   
vita civile; il giovane, dico, che o da' parenti, come spesso accade, o da que'   
di fuori,  si trova ributtato ed escluso dalla vita,  e serrata  la  strada  ai   
godimenti  (di qualsivoglia sorta) o pi che agli altri o al comune de' giovani   
non suole accadere;  o tanto che tali ostacoli vengano ad essere straordinari e   
ad  avere  maggior  forza  che  non sogliono,  a causa di una sua non ordinaria   
sensibilit, immaginazione, suscettibilit, delicatezza di spirito e d            
'indole,  vita interna,  e quindi straordinaria  tenerezza  verso  se  stesso,   
maggiore  amor  proprio,  maggiore smania e bisogno di felicit e di godimento,   
maggior capacit e facilit di soffrire, maggior delicatezza sopra ogni offesa,   
ogni danno, ogn'ingiuria, ogni disprezzo,  ogni puntura ed ogni lesione del suo   
amor  proprio;  un tal giovane trasporta e rivolge bene spesso tutto l'ardore e   
la morale e fisica forza o generale della sua  et,  o  particolare  della  sua   
indole,  o l'uno e l'altro insieme,  tutta,  dico, questa forza e questo ardore   
che lo spingevano verso la  felicit,  l'azione,  la  vita,  ei  la  rivolge  a   
proccurarsi  l'infelicit,  l'inattivit,  la morte morale.  [3838]Egli diviene   
misantropo di se stesso e il suo maggior nemico, egli vuol soffrire, egli vi si   
ostina,  i partiti pi tristi,  pi acerbi verso se stesso,  pi dolorosi e pi   
spaventevoli, e che prima di quella sua poca esperienza della vita egli avrebbe   
rigettati con orrore,  divengono del suo gusto,  ei li abbraccia con trasporto,   
dovendo scegliere uno stato, il pi monotono, il pi freddo,  il pi penoso per   
la  noia  che  reca,  il  pi  difficile a sopportarsi perch pi lontano e men   
partecipe della vita,   quello ch'ei preferisce,  ei vi si compiace tanto  pi   
quanto  esso    pi  orribile  per  lui,  egl'impiega  tutta  la forza del suo   
carattere e della sua et in abbracciarlo,  e in sostenerlo,  e in mantenere ed   
eseguire la sua risoluzione, e in continuarlo, e si compiac                       
e  fra  l'altre  cose  in  particolare  nell'impossibilitarsi  a poter mai fare   
altrimenti,  e nello abbracciar quei partiti che gli  chiudano  per  sempre  la   
strada di poter vivere,  o soffrir meno,  perch con ci ei viene a ridursi e a   
rappresentarsi come ridotto in uno estremo di  sciagura,  il  che  piace,  come   
altrove ho detto, e se qualche cosa mancasse e potesse aggiungersi al suo male,   
ei  non  sarebbe  contento  ec.   egl'impiega  tutta  la  sua  vita  morale  in   
abbracciare, sopportare e mantenere costantemente la sua morte morale, tutto il   
suo ardore in agghiacciarsi, tutta la sua inquietezza in sostenere la monotonia   
e l'uniformit della vita,  tutta la sua costanza  in  scegliere  di  soffrire,   
voler  soffrire,  continuare a soffrire,  tutta la sua giovent in invecchiarsi   
l'animo,   e  vivere  esteriormente  da  vecchio,   ed  abbracciare  e   seguir   
gl'istituti,  le costumanze,  i modi,  le inclinazioni, il pensare, la vita de'   
vecchi.  Come tutto ci  un effetto del suo ardore e della sua forza naturale,   
egli  va  molto  al di l del necessario: se il mondo a causa di suoi difetti o   
morali o fisici, o di sue circostanze, gli nega tanto di godimento,  egli se ne   
toglie  il decuplo;  se la necessit l'obbliga a soffrir tanto,  egli elegge di   
soffrir dieci volte di pi;  se gli nega un bene ei se ne interdice  uno  assai   
maggiore;  se  gli  contrasta  qualche  godimento,  egli  si priva di tutti,  e   
rinunzia affatto al godere.[3839]Il giovane  in queste cose cos costan          
te, risoluto, forte, durevole,  che gli educatori e quelli che han cura di lui,   
anche  sommamente  benevoli,  assai  spesso e il pi delle volte,  stimano tali   
risoluzioni  e  tali  forme  di  vita  essergli  naturali,  nascere  dalle  sue   
inclinazioni, esser conformi al suo vero carattere, al suo vero piacere, e per   
determinano  di  non  distornelo,   non  impedirnelo,   di  confermarvelo,   di   
secondarlo,  e cos fanno,  anche talora senz'alcun proprio interesse per  sola   
premura ed affezione verso di lui.  E' s'ingannano sommamente e in tali casi la   
lor poca cognizione del cuore umano e de'  suoi  mirabilissimi  accidenti,  de'   
fenomeni   dell'amor   proprio  e  delle  sue  sottilissime  e  sfuggevolissime   
operazioni e modi di agire, e stravagantissimi effetti e trasformazioni,  nuoce   
grandemente a quei poveri giovani,  i quali ben potrebbero ancora, ma non senza   
molta forza e molto artifizio,  essere strappati  a  quelle  dure  risoluzioni,   
azioni  e abitudini,  e riconciliati con se stessi e con la vita,  vero partito   
che si dovrebbe prendere in tali casi da  un  prudente  e  filosofo  e  pietoso   
curatore,  e  solo  mezzo  di svolgere il giovane da' tristi partiti ch'egli ha   
abbracciati o  per abbracciare,  e di  sottrarlo  dalla  vera  infelicit  che   
glien' per seguire, massime calmato il furore e intiepidito l'ardore dell'et,   
che   sono  appunto  quelli  che  cagionano  quella  tal  sua  pazienza  e  che   
l'agghiacciano,  e che lo sostengono e nutrono in quella  gelata,  sterile,  ed   
arida v                                                                           
ita  ch'egli  ha  intrapreso,  o  nella  risoluzione d'intraprenderla;  ma poco   
potranno durare a sostentarlo,  e consumati o  diminuiti,  egli  sentir  tutta   
[3840]la  pena  del  suo  stato,  e  gli  mancher la virt di soffrirlo,  dopo   
impostasene la necessit.  La qual virt manca insieme colla compiacenza  ch'ei   
prova  in  soffrire  o  in  voler soffrire,  la qual compiacenza non pu essere   
perpetua,  e il tempo e l'et,  se non altro,  l'estingue.  Massime ch'egli non   
potr  esser  consolato  e  reso  indifferente  verso  le  sue  privazioni  dal   
disinganno, non avendo mai provato quello di ch'ei si priv,  e non essendosene   
privato  per  disinganno e per dispregio ch'e' n'avesse,  anzi al contrario per   
inganno,  perch'ei ne faceva gran  conto,  perch  assaissimo  gli  costava  il   
privarsene.  Ch  questa    la  differenza da questa sorta di sacrifizi che or   
discorriamo,  e quella pi facile e pi nota,  (perch proveniente da causa pi   
manifesta  e  facile  a  comprendere e a vederne la connessione coll'effetto) e   
forse pi ordinaria, o altrettanto,  che nasce dal disinganno,  dall'esperienza   
de' godimenti,  dal disgusto della vita tutta felice com'ella pu essere.Quindi   
accade che tali giovani i quali nella giovent son vecchi per  lor  volont,  e   
pi  fortemente  vecchi  de'  vecchi medesimi,  perch la lor morale vecchiezza   
viene a nascere appunto dalla lor giovent fisica,  e dalla forza e  ardore  di   
questa e del loro carattere, nella maturit e nella vecchiezza (posto che abb     
iano effettuato quelle loro risoluzioni) sono moralmente giovani, e pi giovani   
assai  de' giovani stessi che abbiano fatta un poco di esperienza,  o che sieno   
di men fervida e sensitiva natura. Perch questi sono in parte disingannati,  o   
meno avidi e smaniosi del godimento. Quelli continuano e serbano tutto intero e   
fresco  il  loro  inganno  giovanile  [3841]e le loro illusioni,  e come frutta   
l'inverno, conservate nella cera,  state sempre escluse dal contatto dell'aria,   
sotto  la  vecchiezza  del corpo conservano quasi intatta ed intera la giovent   
dell'anima (mantenuta lungi dall'influenza esteriore ec.  nel ritiro  ec.)  gi   
vera giovent, perch cessata la giovent del corpo che li spingeva a soffrire,   
e ne li facea compiacere, e gliene dava il valore. Questi tali, bene attempati,   
sono  smaniosi del godimento,  avidi e sitibondi della felicit senza sperarla,   
ma ben persuasi,  come da principio,  ch'ella sia possibile e non difficile  n   
rara,  hanno  ripreso i desiderii proprii dell'uomo,  e massime della giovent,   
con tutto il loro ardore ec.  Quindi e' vivono e muoiono disperati e  infelici,   
tanto pi quanto e' credono felici gli altri,  e che la loro infelicit, il lor   
soffrire, il loro non godere,  o il non aver mai goduto e sempre sofferto,  sia   
provenuto da loro,  e ch'essi avessero potuto altrimenti se avessero voluto; la   
quale opinione e il qual pentimento  la pi amara parte che possa trovarsi  in   
qualunque abituale o attuale in                                                   
felicit  o  sventura  o  privazione ec.  e il colmo dell'infelicit.Spettano a   
questo  discorso  e  nascono  dalle  psicologiche  cagioni   e   principii,   e   
dagl'interni  avvenimenti  e circostanze sviluppate di sopra,  gran parte delle   
monacazioni ec. di giovani, e lo sceglier di vivere in casa o in campagna,  e i   
ritiri dalla societ ec. fatti nel principio della giovent, massime da persone   
vive e sensibili ec.  e resi poi necessarii a continuarsi, per l'abitudine, per   
li rispetti umani, per l'imperizia, che ne segue, del conversare,  per il timor   
[3842]panico  dell'opinione,   del  ridicolo  ec.  che  suole  accompagnare  lo   
straordinario,                                                               la   
n-                                                                                
                                                                                 
uesto sentimento,  tanto, e sempre proporzionato                                  
al di lei grado, si stende il desiderio dell'uomo e del vivente, e l'azione del   
desiderare.   Ogni  atto  libero  della  mente,   ogni  pensiero  che  non  sia   
indipendente  dalla  volont,    in qualche modo un desiderio attuale,  perch   
tutti cotali atti e pensieri hanno un fine qualunq                                
ue, il quale dall'uomo in quel punto  desiderato in proporzione dell'intensit   
ec.  di quell'atto o pensiero,  e tutti cotali fini spettano alla felicit  che   
l'uomo e il vivente per sua natura sopra tutte le cose necessariamente desidera   
e  non  pu non desiderare.  (6.  Nov.  1823.)Diminutivi positivati.  Mamilla o   
mammilla diminutiv di mamma (mammella ec.). Papilla diminutivo di papula,  come   
fabella  di  fabula  e  simili,  del  che altrove; e diminutivo in illa,  come   
mammilla che il Forc.  chiama diminut.  a MAMMA,  atq.  idem saepe  significans   
(scil.  idem  ac  mamma).  (6.  Nov.  1823.)Convexo  as  vedilo nel Forcell.  e   
applicalo a quello che ho detto altrove di convexus derivandolo da  veho,  come   
vexare,  da  cui    convexare  che  vale  altrettanto ec.  (6.  Nov.  1823.)La   
differenza che fa Prisciano tra nectus e necatus non sussiste.  (ap.  Forc.  in   
Neco).  Seppur  ei  non  intende  di farla ancora tra necui e necavi.  Perocch   
nectus  da necui,  e necatus da necavi,  secondo il detto da me altrove  della   
formazione  [3844]de'  supini e participii passivi da' perfetti.   anche certo   
che necui onde nectus,  non  che corruzione di necavi  onde  necatus,  s  che   
nectus  viene  a  esser  non  altro che corruzione di necatus.  Questo  almeno   
quanto all'origine e alla ragione grammaticale.  Che l'uso e il significato de'   
due  detti  participii sia diverso si potrebbe credere a Prisciano quando e' ne   
recasse esempii idonei, o quando quelli che noi abbiamo favoris                   
sero o non contraddicessero la sua distinzione.  Ora,  di  nectus  non  abbiamo   
esempi certi;  ma necatus in un luogo di Ovidio (Forc. in necatus), detto delle   
api, non vuol certamente dire ucciso col ferro.  E v.  nel Forc.  gli esempi di   
Enecatus e di Enectus. Del resto par veramente nel cit. luogo del Forcell. cio   
in  Neco,  che  Prisciano  faccia anche tra' due (che in origine sono uno solo)   
perfetti di neco la stessa distinzione di significato che tra' due  participii,   
i  quali  altres  per  origine sono un solo,  ma mediatamente,  cio in quanto   
vengono da perfetti che sono in origine uno stesso. (6. Nov. 1823.)A quello che   
altrove ho  detto  di  asinus-asellus,  fabula  fabella,  populus-popellus  ec.   
aggiungi pagina-pagella,  Poculum-pocillum,  Papula-papilla,  Geminus-gemellus,   
Tabula tabella, Femina-femella, Baculum o us-bacillum o us, Pulvinus-pulvillus.   
E nta il nostro diminutivo positivato favella, favellare ec. (V. la pag.3896.)   
de' quali verbi altrove ad altro proposito.  Catulus-catellus.  Anellus (anello   
ec.)  diminutivo di anulus (il quale ancora  forse diminutivo di annus, ma di   
senso  diverso  dal  suo  positivo onde non ha che fare col nostro discorso de'   
diminutivi positivati).  Sicch il nostro anello ec.  (e v.  il  Gloss.)    un   
diminutivo positivato.  (7.  Nov.  1823.)[3845]Nomi in uosus.  V.  Forcell.  in   
fetuosus. (7. Nov. 1823.)Alla p.3585.  I quali testi,  e per conseguenza questi   
due verbi, sono antichi, cio l'uno di Ca                                         
tullo,  l'altro  di  Paolo  Diacono  da  Festo.  Del  rimanente  assulito  per   
assilito, mutato l'i in u, per la grande affinit di queste due vocali, altrove   
considerata.  La quale affinit non  fra l'a e  l'u,  n  in  composizione  n   
altrove l'a (ch'io mi ricordi) si muta mai in u,  n viceversa. Sicch assulito   
non pu esser per assalito, n assulto, resulto ec. per assalto, resalto ec. ma   
per resilto, assilto ec. E cos tutti i composti di salto, i quali tutti (ch'io   
sappia) fanno in ulto (fuorch resilito,  che sarebbe da salito).  O  che  essi   
vengano a dirittura da salto, nel qual caso l'a sarebbe stato cangiato in u, ma   
mediatamente,  cio prima in i (mutazione ordinaria nella composizione, come ho   
detto altrove in pi luoghi,  e come appunto l'a di salio,  ne' suoi composti),   
poscia  l'i  in u (sicch veramente non l'a ma l'i fu cambiato in u);  o,  quel   
ch' pi verisimile,  essi vengono  da'  participii  o  supini  de'  rispettivi   
composti originali, cio da assultum, resultum ec. di assilio, resilio ec. Cos   
facul,  difficul,  facultas, difficultas per facilitas, difficilitas ec. mutato   
l'i in u,  e soppresso l'altro i.  V.  p.3852.  I  quali  participii  o  supini   
regolarmente  sarebbero  resilitum,  assilitum  ec.  (e lo dimostra appunto col   
fatto il verbo resilito),  ma ebbero il primo i cambiato  in  u,  come  maximus   
maxumus  (e  in tale stato,  cio da assulitum,  viene assulito,  e dimostra la   
nostra asserzione), e il secondo i soppresso, come nel semp                       
lice salitum-saltum: onde  divennero  assultum,  resultum  ec.  onde  assultare   
contratto d'assulitare. Potrebbe anch'essere che i pi antichi, prima di [3846]   
assilio ec.  pronunziassero assulio,  resulio ec., come forse maxumus ec. ec. e   
pi antica pronunzia o scrittura ec. che maximus;  e per conseguenza assulitum,   
resulitum  (che  poi  anche  nella  successiva  lor contrazione conservarono la   
pronunzia e scrittura ec.  dell'u) ec.  In tal caso  assulito  sarebbe  la  pi   
antica  forma  de' composti di salto,  e resilito sarebbe pi moderna,  dal pi   
moderno resilitum. (7.  Nov.  1823.)Alla p.3281.  La somma e la forza di questo   
pensiero si  che la compassionevolezza,  la beneficenza, la sensibilit ec. da   
tutti (e in particolare da Rousseau) considerate come proprie generalmente  de'   
giovani (massime uomini),  e l'insensibilit,  la durezza ec.  considerate come   
proprie de' maturi,  e pi,  de' vecchi (massime donne),  non  tanto  derivano   
dall'innocenza,   inesperienza   e   poca  cognizione  mondana  degli  uni,   e   
dall'esperienza e scienza mondana, dal disinganno morale ec. degli altri,  come   
ordinariamente  si  crede  e si dice,  quanto dalle altre cagioni s fisiche s   
morali accennate in questo discorso,  o certo da esse ancora in gran  parte,  e   
forse principalmente;  se non da ciascuna,  posta per se sola al paragone della   
suddetta,  che certo  grandissima,  ed a cui spetta la differenza di virt fra   
gli antichi e i moderni ec. almen dalla somma di esse. Infa                       
tti  di  un  uomo e una donna egualmente giovani e inesperti e in parit d'ogni   
altra qualit e circostanza, quello, perch pi forte,  ec.   naturalmente pi   
dell'altra  compassionevole,  benefico  ec.  e  pi inclinato alla compassione,   
all'interessarsi per altrui ec. Cos di due giovani,  pari in ogni altra cosa e   
circostanza, il pi forte  pi portato a soccorrere altrui, a compatire, a ben   
fare ec.  ec. (7. Nov. 1823.)Sempre che il vivente si accorge dell'esistenza, e   
tanto pi quanto ei pi la sente,  egli ama se stesso, e  sempre  attualmente,   
[3847]cio  con una successione continuata e non interrotta di atti,  tanto pi   
vivi, quanto il detto sentimento  attualmente o abitualmente maggiore.  Sempre   
e  in ciascuno istante ch'egli ama attualmente se stesso,  egli desidera la sua   
felicit,  e la desidera  attualmente,  con  una  serie  continua  di  atti  di   
desiderio,  o con un desiderio sempre presente,  e non sol potenziale, ma posto   
sempre in atto, tanto pi vivo, quanto ec.  come sopra.  Il vivente non pu mai   
conseguire  la  sua felicit,  perch questa vorrebb'essere infinita,  come s'   
spiegato altrove,  e tale ei la desidera;  or tale  in  effetto  ella  non  pu   
essere.  Dunque il vivente non ottiene mai e non pu mai ottenere l'oggetto del   
suo desiderio. Sempre pertanto ch'ei desidera, egli  necessariamente infelice,   
perci appunto ch'ei desidera inutilmente,  esclusa anche  ogni  altra  cagione   
d'infelicit; giacch un desiderio non soddisf                                    
atto   uno stato penoso,  dunque uno stato d'infelicit.  E tanto pi infelice   
quanto ei desidera pi vivamente.  Non v' dunque pel  vivente  altra  felicit   
possibile,  e  questa  solamente negativa,  cio mancanza d'infelicit;  non ,   
dico,  possibile al vivente il mancare d'infelicit positiva altrimenti che non   
desiderando  la  sua  felicit,  n per altro mezzo che quello di non bramar la   
felicit.  Ma sempre ch'ei si ama,  ei la desidera;  e mentre  ch'ei  sente  di   
esistere,  non  pu,  n anche per un istante,  cessare di amarsi;  e pi ch'ei   
sente di esistere, pi si ama e pi desidera. Il discorso dunque della felicit   
umana e di qualunque vivente si riduce per  evidenza  a  questi  termini,  e  a   
questa conclusione.  Una specie di [3848]viventi rispetto all'altra o all'altre   
generalmente ec.,   tanto pi felice,  cio tanto  meno  infelice,  tanto  pi   
scarsa  d'infelicit  positiva,  quanto meno dell'altra ella sente l'esistenza,   
cio quanto men vive e pi si accosta ai generi non animali.  (Dunque la specie   
de'  polipi,  zoofiti  ec.    la pi felice delle viventi).  Cos un individuo   
rispetto all'altro o agli altri.  (Dunque il pi  stupido  degli  uomini    di   
questi il pi felice: e la nazion de' Lapponi la pi felice delle nazioni ec.).   
E un individuo rispetto a se stesso allora  pi felice quando meno ei sente la   
sua vita e se stesso;  dunque in una ebbriet letargica,  in uno alloppiamento,   
come quello de' turchi, debolezza non penosa, ec. negl'ista                       
nti che precedono il sonno o il risvegliarsi ec.  Ed allora solo s l'uomo,  s   
il  vivente    e pu essere pienamente felice,  cio pienamente non infelice e   
privo d'infelicit positiva, quando ei non sente in niun modo la vita, cio nel   
sonno, letargo, svenimento totale, negl'istanti che precedono la morte, cio la   
fine del suo esser di vivente ec.  Ci vuol dire quando ei non  capace neanche   
di  felicit  veruna,  n  di piacere o bene veruno,  assolutamente;  quando ei   
vivendo,  non vive;  allora solo egli  pienamente  felice.  S'ei  desidera  la   
felicit,  non pu esser felice;  meno ei la desidera,  meno  infelice;  nulla   
desiderandola,  non  punto infelice.  Quindi l'uomo e il vivente  anche tanto   
meno  infelice,  quanto  egli    pi  distratto  dal desiderio della felicit,   
mediante l'azione e l'occupazione  esteriore  o  interiore,  come  ho  spiegato   
altrove.  O  distrazione  o  letargo: ecco i soli mezzi di felicit che hanno e   
possono mai aver gli animali. (7. Nov. 1823.)Alla p.3705. marg. Cos sino is fa   
nel perfetto sivi.  Ma [3849]notisi che il primo i quivi  breve,  al contrario   
di quelle voci di cui or discorriamo,  cio de' perfetti di cresco,  suesco ec.   
ed anche di sevi e di crevi da cerno.  Sterno is  stravi  atum.  Quest'anomalia   
forse viene che sterno  difettivo, e supplito coll'avanzo di un antico stro as   
dall'inusitato                                                                    
ov.                                                                               
1823.)Monosillabi latini. Lax. Mors, onde morior ec. ec. idee ben primitive.      
Ius,  onde  iuro,  iniuria ec.  ec.  tutte idee primitive nella societ.  Or la   
lingua non antecedette la societ.  Fraus.  Res.  (8.  Nov.  1823.)Nuo  di  cui   
altrove,  oltre il suo continuativo nutare,  e i suoi composti,  annuo,  innuo,   
renuo, abnuo ec.  e loro continuativi adnuto,  [3850] renuto ec.,   dimostrato   
ancora  s dagli altri suoi derivati,  s dal verbale nutus us,  ch' fatto dal   
supino di nuo,  secondo la regola altrove assegnata della  formazione  di  tali   
verbali     della     4.      declinazione.      Del     resto,     come     da   
                                                                                 
uttavia ed offende maggiormente che in questa.                                    
Del resto essa talvolta, perito il tema,  si  conservata,  come noitum di noo,   
poitum di poo ec. bens in queste e simili fu soppresso l'iato per contrazione,   
facendo notum, potum ec. (8. Nov. 1823.). V. p.3881.[3851]Alla p.3758. marg. Se   
non si volesse che nubi-lis,  labi-lis,  fossero come doci-lis faci-lis ec. de'   
quali verbali in lis,  loro formazione ec.  mi par che si possa discorrere come   
di  quelli  in  bilis,  e  per  trarne  gli  stessi  argomenti ec.  (10.  Nov.   
1823.)Participii passivi di verbi attivi o neutri, in senso attivo o neutro ec.   
Ho detto altrove dello spagn. parida participio sovente (o sempre;  v.  i Diz.)   
attivo  intransitivo  di senso.  Simili ne abbiamo ancor noi parecchi,  e molto   
elegantemente gli usiamo, in luogo de' participii veramente attivi di forma, il   
cui uso  poco grato alla nostra lingua,  non altrimenti che  alla  francese  e   
spagnuola.   Uomo  considerato,   avvertito,  avvisato  vagliono  considerante,   
avvertente ec. cio che co                                                        
nsidera ec. veri attivi di significato,  bench intransitivi.  Simili credo che   
si  trovino  ancora  nel  francese  e  pi  nello  spagnuolo  che se ne servono   
parimente in luogo de' participii di forma attiva poco accetti a esse  lingue.   
La detta sorta di participii passivi attivati,  fatti da' verbi attivi ec.  (ed   
infatti essi o sempre o per lo pi,  hanno ancora il proprio  lor  significato,   
cio  il  passivo)  massimamente usata da' nostri antichi del 300.  e del 500.   
che ne hanno in molto pi copia che noi oggid non sogliamo usare  o  punto,  o   
solo  in  senso  passivo.  La  nostra  lingua  somigliava  anche in questo alla   
spagnuola  la  quale  mi  pare  che  anche  oggid   conservi   quest'uso   pi   
[3852]frequente che non facciam noi, accostatici ora ai francesi, a' quali esso   
  men frequente che agli altri,  siccome esso pare singolarmente proprio della   
lingua spagnuola ec. ec. (10. Nov. 1823.)Alla p.3845. marg. Non credo,  come il   
Forcellini,  che facultas,  difficultas venga da facul,  difficul; ma che sieno   
contrazioni di facilitas,  difficilitas,  pronunziati difficulitas,  faculitas.   
Facul  ec.  non sono che apocopi di facilis,  facile avverbio ec.  (pronunziati   
faculis ec.) dello stesso genere che volup ec. (v.  Frontone e Forc.  in famul,   
il  quale non  gi da famel (v.  Forc.  in familia) ma da famulus.) (10.  Nov.   
1823.).  E son le stesse voci identiche che sarebbero facil,  difficil,  mutata   
sol la pronunzia.Alla p.3636. marg. Forse per fourre valeva                      
fodera,  e  quindi fourreau,  quasi foderetta,  per fodero,  onde il diminutivo   
sarebbe d'un senso distinto dal positivo,  e per non apparterrebbe  al  nostro   
discorso che considera i diminutivi usati in iscambio de' positivi.  (10.  Nov.   
1823.)Diminutivi positivati.  Ladrillo (diminutivo ladrillejo) con tutti i suoi   
derivati  da later,  quasi latericulus,  o laterculus.  E vedi appunto il Forc.   
circa l'uso positivato di laterculus.  (10.  Nov.  1823.)Contracter franc.  per   
contrarre, come in contrario lo spagn. traher alle volte nel senso di tractare,   
secondo  che  ho detto nel principio della teoria de' continuativi.  (10.  Nov.   
1823.)Alla p.3849.  Il vero perfetto di sino  sini.  Questo infatti  si  trova   
ancora.  Da questo,  cred'io, per soppressione della n (della qual soppressione   
credo v'abbiano  altri  esempi),  si  fece  [3853]  sii  che  ancor  si  trova   
ez-                                                                               
da audii                                                                          
o audivi,  auditum ec.  da ama-vi ama-tum ec.),  in luogo del regolare sinitum.   
Questo mi  pi probabile che il creder situm contrazione di sinitum,  fatto  o   
per  soppressione assoluta della sillaba ni,  contrazione,  che sappia io,  non   
latina o per soppressione della n, onde siitum, come da sini sii, poi contratto   
in situm, nel qual caso l'i di situm parrebbe avesse ad esser lungo. (10.  Nov.   
1823.)Alla  p.3702.  La considerazione da me altrove fatta che i supini vengono   
dai perfetti, facilmente spiega il perch l'etum,  propria e regolare desinenza   
della 2.  sia stato per lo pi cambiato in itum, soppresso poi sovente, e forse   
il pi delle volte,  l'i.  La cagione si   che  l'evi  de'  perfetti  di  essa   
coniugazione fu cangiato in ui,  e il come, si  benissimo dichiarato di sopra.   
Con ci si dichiara facilissimamente e bene,  il come l'etum de' supini (che in   
molti  di  essi ancor trovasi) sia passato in itum ec.  mutazione che senza ci   
difficilmente si spiegarebbe,  non solendo l'e passare in  i  ec.  Docitum  per   
docetum,  (meritum  di  mereo e simili che ancor si trovano e sono anche per lo   
pi gli unici supini superstiti de' rispettivi verbi, o i pi usitati ec.) onde   
doctum,  da docui per docevi,  come domitum per domatum  da domui per domavi,   
n  [3854]pi  n  meno  (v.  la  p.3715-7.  3723.  ec.).  E chi vuol vedere la   
contrazione di doctum anche ne' supini della prima                                
in itum,  fatti dai perfetti in ui,  come  doctum,  osservi sectum,  nectum da   
secui, necui, enecui di secare, necare ec. Se il perfetto de' verbi della 2. si   
conserva in evi,  il supino che ne nasce  in etum e non altrimenti, come deleo   
es evi etum Se il supino  in itum o contratto,  mentre il preterito  in  evi,   
come abolitum di aboleo abolevi, adultum di adoleo evi (comparato con adolesco:   
adolesco ha evi, adoleo ha ui), allora esso supino non nasce certo dal perfetto   
in  evi,  ma nasce ed  segno certo di un altro perfetto noto o ignoto,  in ui.   
Infatti ne' citati esempi,  Prisciano riconosce ad aboleo un  abolui,  e  bene:   
adolui  di  adoleo   noto e usitato;   noto anche adolui di adolesco,  bench   
rarissimo,  dice il Forcell.  V.  p.3872.Mi pare che queste osservazioni  sieno   
mirabilmente utili a scoprire l'analogia,  la ragione,  le cause della lingua e   
grammatica latina, e delle sue apparenti anomalie ec. ec. e a stabilir regola e   
cagione dove gli altri non veggono che capriccio, variet, disordine,  arbitrio   
e  caso  ec.  (10.  Nov.  1823.)Quello che noi chiamiamo spirito nei caratteri,   
nelle maniere, ne' moti ed atti, nelle parole, ne' motti,  ne' discorsi,  nelle   
azioni, negli scritti e stili ec. ci piace, e ci a tutti, perch'egli  vita, e   
desta sensazioni vive sotto qualche rispetto,  o desta sensazioni qualunque,  e   
molte, e spesse, il che  cosa viva, perch il sentire lo . Infatti lo spirito   
si chiama anche vivacit ec. o                                                    
semplicemente, o vivacit di spirito, di carattere, stile, modi ec. ec.  Il suo   
contrario  in  certo modo  morte,  e non desta sensazioni,  o poche,  leggere,   
[3855]non rapide, non varie, non rapidamente succedentisi e variantisi,  il che   
  cosa  morta.  Noi  lo chiamiamo spirito perch siamo soliti di considerar la   
vita come cosa immateriale, e appartenente a cose non materiali,  e di chiamare   
spirito  ci ch' vivo e vive e cagiona la vita ec.;  e la materia siamo soliti   
di considerarla come cosa morta, e non viva per se, n capace di vita ec.  (10.   
Nov.  ottava del d de' Morti.  1823.)Tra le cagioni del mancar noi (e cos gli   
spagnuoli) di lingua e letteratura moderna propria,  si dee porre,  e per prima   
di  tutte,  la nullit politica e militare in cui  caduta l'Italia non men che   
la Spagna dal 600 in poi,  epoca appunto da  cui  incomincia  la  decadenza  ed   
estinzione  delle  lingue e letterature proprie in Italia e in Ispagna.  Questa   
nullit si pu considerare e come una delle cagioni del detto effetto,  e  come   
la cagione assoluta di esso.  Come una delle cagioni, perocch se noi manchiamo   
oggi affatto  di  voci  moderne  proprie  italiane  e  spagnuole,  politiche  e   
militari,  ci  viene perch gl'italiani e spagnuoli non hanno pi,  dal 600 in   
poi,  n affari politici  propri,  n  milizia  propria.  Fino  dall'estinzione   
dell'imperio romano,  l'Italia  stata serva, perch divisa; ma sino a tutto il   
500 la milizia italiana propria ha esistito, e le                                 
corti e repubbliche italiane hanno operato da se,  bench piccole e deboli.  Il   
governo  era  in  mano d'italiani,  le dinastie erano italiane in assai maggior   
numero che poi non furono [3856]ed or non sono. Influiti e dominati da' governi   
e dagli eserciti stranieri,  i governi e gli eserciti italiani,  ch tali  essi   
erano ancora, agivano tuttavia essi medesimi, ed avevano affari. Essi erano che   
si davano agli stranieri,  quando a questo, quando a quello, che li chiamavano,   
che gli scacciavano,  o contribuivano  a  ci  fare,  che  si  alleavano  cogli   
stranieri,  o contro di loro, con altri stranieri, o con altri italiani, contro   
altri  italiani,  o  a  favore.  L'amicizia  de'  governi  italiani,   ancorch   
piccolissimi,  delle stesse singolari citt,  era considerata e ricercata dagli   
stranieri,  e la nemicizia temuta;  e in qualunque modo i governi  e  le  citt   
italiane  erano  allora  nemiche o amiche di questa o quella straniera potenza.   
Gl'italiani agivano per se presso o nelle  corti  straniere,  e  gli  stranieri   
presso gl'italiani.  V.  p.3887. Quindi  che noi avevamo allora a dovizia voci   
politiche e militari;  pi a dovizia ancora  delle  altre  nazioni,  perch  la   
politica e il militare,  ridotti ad arte e scienza tra noi, non lo erano presso   
gli altri. Negli storici,  negli scrittori tecnici di politica o di milizia,  o   
d'altre materie appartenenti, e generalmente negli scrittori italiani avanti il   
seicento, non troverete mai difficolt veruna di espri                            
mersi  in  checchessia  che  spetti  agli  affari pubblici,  economia pubblica,   
diplomatica, negoziazioni, politica, e a qualsivoglia parte dell'arte militare;   
mai povert;  e mai li vedrete ricorrere a voci straniere,  o che  possano  pur   
sospettarsi  tali:  al contrario li vedrete franchissimi [3857]nell'espressione   
di tali materie, anzi ricchissimi e abbondantissimi, esattissimi,  provvisti di   
termini  per  ciascuna  cosa  e  parte  di  essa,  ed  anche di pi termini per   
ciascuna,  voci tutte italianissime e tanto italiane quanto  or  sono  francesi   
quelle  di  cui  i francesi e noi ed anche altri in tali materie si servono;  e   
queste voci e questi termini ben si vede che  non  erano  inventati  da  quegli   
scrittori,  n  debbonsi  al  loro  ingegno,  ma all'uso della favella italiana   
d'allora,  e che erano fra  noi  (come  anche  fuori  non  pochi)  comunissimi,   
notissimi,  e  di significato ben certo e determinato.  La pi parte di questi,   
dal 600.  in  poi,  perduti  nell'uso  del  favellare,  lo  furono  e  lo  sono   
conseguentemente nelle scritture,  di modo che le stesse cose ancora, che noi a   
que'  tempi  con   parole   italianissime,   e   con   pi   parole   eziandio,   
chiarissimamente e notissimamente esprimevamo, or non le sappiamo esprimere che   
con voci straniere affatto,  o se queste ci mancano, e son troppo straniere per   
potersi introdurre,  o non furono  ancora  introdotte,  non  possiamo  esprimer   
quelle  cose  in  verun modo.  Moltissime di quelle voci,  usandole,  sarebbero   
intese fra noi                                                                    
anche oggid nel lor proprio e perfetto senso,  come allora,  e  non  farebbero   
oscurit.   Ma   moltissime,   sostituite   alle   straniere  che  or  s'usano,   
riuscirebbero oscure,  parte per la nuova assuefazione  fatta  a  queste  altre   
voci,  parte  perch il loro senso non sarebbe pi inteso cos determinatamente   
come [3858]allora.  E il simile dico di molte voci con  cui  potremmo  esprimer   
cose per cui non abbiamo nemmen voci straniere,  o che a questi pur manchino, o   
che tra noi non sieno state ancora introdotte. Moltissime voci militari, civili   
e politiche s del nostro 300,  s dello stesso 500,  bench  significative  di   
cose  or  notissime  e  comunissime,  son  tali  che noi ora,  leggendole negli   
antichi, o non le intendiamo, o non senza studio, o non avvertiamo, almen senza   
molta acutezza e attenzione,  o  imperfettamente  la  loro  corrispondenza  con   
quelle che oggi ne' medesimi casi comunemente usiamo.  Altres ci accade non di   
rado tale incertezza nelle voci significative di cose,  or non  pi  comuni,  e   
spesso  in queste ci accade pi che nell'altre.  Ecco come,  mancati gli affari   
politici e la milizia in Italia, la nostra nazione non ha n pu avere, n ebbe   
dal 600 in poi,  lingua moderna propria per  significar  le  cose  politiche  e   
militari,  non ch'ella mai non l'abbia avuta,  anzi l'ebbe,  ma l'ha perduta, o   
non  l'ha  se  non  antica.   E  nello   stesso   modo   proporzionatamente   e   
ragguagliatamente discorrasi della Spagna.Come cagione assoluta, la nullit p     
olitica  e  militare  degl'italiani  e  spagnuoli ha prodotto il mancar essi di   
lingua e letteratura moderna dal 600 in qua, ed il mancarne oggi.  Essa nullit   
  cagione  che  l'Italia  e  la Spagna abbiano perduto d'allora in poi il loro   
essere di nazione.  Quindi essa  cagione che l'Italia e la Spagna non abbiano,   
e  d'allora  in qua,  n letteratura moderna,  n filosofia ec.  Esse non hanno   
[3859]lingua moderna propria, perch mancano di propria letteratura e filosofia   
moderna;  ma di queste perch ne mancano?  perch non sono pi nazioni;  e  nol   
sono, perch senza politica e senza milizia, non influiscono pi n sulla sorte   
degli  altri,  n sulla lor propria,  non governano n si governano,  e la loro   
esistenza o il lor modo di essere  indifferente al resto d'Europa.  Quanto  al   
non influir sugli altri n aver parte agli affari comuni d'Europa,  manifesto.   
Quanto al non influir sopra se stessi n governarsi, gl'italiani o soggiacciono   
a  un  principe  e  ad  un  governo  decisamente straniero,  o italianizzato il   
principe ma non il governo,  o se il governo e il principe sono italiani,  come   
in  Ispagna  spagnuoli,  lasciando  star la continua influenza straniera che li   
determina,  modifica,  volge a piacer suo,  e che agisce insomma essa per  mano   
italiana,  s  in  Italia  che  in  Ispagna  la forma del governo  tale che la   
nazione non v'ha  alcuna  parte,  gli  affari  sono  in  man  di  pochissimi  e   
separatissimi dal resto de' nazionali, tutto si passa senza pu                    
r venire a notizia della nazione, sicch la politica  affatto ignota ed aliena   
alla nazione medesima, i suoi affari sono per essa come gli altrui, ed oltre di   
ci  la  libert di ciascheduno massime privato,  cio de' pi e del vero corpo   
della nazione,   cos circoscritta che ciascheduno   ben  poco  in  grado  di   
determinar  la  sua  sorte,  e di governarsi,  ma quanto pi si pu  governato   
veramente da altrui, e ci non dalla nazione,  non dal comune,  non ciascuno da   
tutti,  ma tutti da uno o [3860]da pochissimi particolari,  e il pubblico,  per   
cos dir, da' privati.  Quanto alla milizia,  ognun sa che l'Italia e la Spagna   
dal  600  ne  mancano.Questa  politica condizione dell'Italia e della Spagna ha   
prodotto e produce i soliti  e  immancabili  effetti.  Morte  e  privazione  di   
letteratura,  d'industria, di societ, di arti, di genio, di coltura, di grandi   
ingegni, di facolt inventiva, d'originalit, di passioni grandi, vive, utili o   
belle e splendide, d'ogni vantaggio sociale, di grandi fatti e quindi di grandi   
scritti, inazione, torpore cos nella vita privata e rispetto al privato,  come   
rispetto  al pubblico,  e come il pubblico  nullo rispetto alle altre nazioni.   
Questi effetti nati subito,  sono andati dal 600 in poi sempre crescendo s  in   
Italia  che  in Ispagna,  ed oggi sono al lor colmo in ambo i paesi,  bench le   
cagioni assegnatene,  forse non sieno maggiori oggi  che  nel  principio,  anzi   
forse al contrario (sebbene per la placidezza                                    
del dispotismo,  propria dell'ultimo secolo, e quindi la blandizia di esso, n'   
anzi la perfezione, la sommit e il massimo grado, che un grado minore). Questo   
 avvenuto perch niente in natura si fa per salto, e perch un vivente colpito   
dalla morte,  si raffredda appoco appoco,  ed  pi caldo assai a pochi momenti   
dalla morte che un pezzo dopo.  Nel 600, ed anche nel 700, l'Italia gi uccisa,   
palpitava e fumava ancora.  Cos discorrasi della Spagna.  Or l'una  e  l'altra   
sono immobili e gelate,  e nel pieno dominio della morte.Egli  costante, ed io   
in molti luoghi l'ho sostenuto,  [3861]che crescendo le cose,  la lingua sempre   
si accresce e vegeta. Ma appunto per la stessa ragione, arrestandosi e mancando   
la vita, si ferma e impoverisce e quasi muore la lingua, com' avvenuto infatti   
dal  600  in  qua  agli  spagnuoli  ed  a  noi,  le cui lingue di ricchissime e   
potentissime  che  furono,   si  sono  andate  e  si  vanno  di  mano  in  mano   
continuatamente   scemando,   restringendo   e   impoverendo,   e   sempre  pi   
s'impoveriscono  e  perdono  il  loro  esser  proprio,   e  le  ricchezze   lor   
convenienti,  cio  le  proprie,  perch  le  altrui ch'esse acquistano,  molto   
incapaci d'altronde di compensare le loro perdite, non sono di un genere che si   
convenga alla natura loro.  Veramente le dette lingue vanno morendo.  Perch in   
fatti la Spagna e l'Italia,  dal 600 in qua, e negli ultimi tempi massimamente,   
non ebbero e non hanno pi vita, non solo nazionale, ch'elle gi n                
on sono nazioni,  ma neanche privata.  Senz'attivit,  senza  industria,  senza   
spirito  di letteratura,  d'arti ec.  senza spirito n uso di societ,  la vita   
degli spagnuoli e degl'italiani si riduce a  una  routine  d'inazione,  d'ozio,   
d'usanze vecchie e stabilite, di spettacoli e feste regolate dal Calendario, di   
abitudini  ec.  Mai  niuna  novit fra loro n nel pubblico n nel privato,  di   
sorta nessuna che dimostri in alcun modo la vita.  Tutto quello  ch'e'  possono   
fare  si    di  ricevere  in  elemosina un poco di novit sia di cose,  sia di   
costumi,  sia di pensieri,  e quasi un fiato di falsa  ed  aliena  vita,  dagli   
stranieri.  Questi  sono  che  ci  muovono  [3862]quel pochissimo che noi siamo   
mossi.  Se noi non siamo ancora dopo un s rapido corso del resto d'Europa allo   
stato  e  grado  in cui era la civilt umana due o tre secoli addietro,  (e gli   
spagnuoli vi sono quasi ancora,  e noi siam pure addietro delle altre nazioni),   
son  gli  stranieri  soli che ci hanno portati avanti.  Noi non abbiam fatto un   
passo nella carriera, n abbiamo nulla contribuito all'avanzamento degli altri,   
come gli altri hanno fatto ciascuno per la sua parte. Noi non abbiam camminato,   
noi siamo stati trasportati e spinti. Noi siamo e fummo affatto passivi. Quindi   
 ben naturale che noi siam passivi  nella  lingua  eziandio,  la  quale  segue   
sempre   e   corrisponde   perfettamente  alle  cose.   Noi  abbiam  pochissima   
conversazione, ma questa pochissima  straniera; conversazione itali              
ana non esiste;  quindi  ben naturale che la conversazione  d'Italia  non  sia   
fatta  in  lingua  italiana,  e  tutto  ci che ad essa appartiene,  e questo    
moltissimo,  e di generi assai moltiplice,  e coerente con  molte  parti  della   
vita,  costumi,  letteratura ec. sia espresso in voci straniere, e non abbia in   
italiano parole n modi che lo significhino.  Noi  non  possiamo  avere  lingua   
propria moderna perch oggi non viviamo in noi, ma quanto viviamo  in altri, e   
per  altrui  mezzo,  e  di vita altrui,  ed anima e spirito e fuoco non nostro.   
Poich la vita  ci  vien  d'altronde,    ben  naturale  che  di  fuori  e  non   
altrimenti,  ci  venga  la lingua che in questa vita usiamo.  E cos dico della   
letteratura. E quel che dico dell'Italia,  dico [3863]altres della Spagna,  la   
quale  per,  dal 600 in poi (come anche al suo buon tempo),  vive e ha vissuto   
men dell'Italia, non per altro se non perch meno communicando cogli stranieri,   
men vita ha ricevuto di fuori,  non che per se stessa ell'abbia avuto molto men   
vita di noi,  e forse anche per suo carattere  meno atta a tal comunione,  e a   
ricevere la vita altrui.  E quindi la sua lingua e letteratura,  isterilendosi,   
decrescendo,  scemando,  perdendo  e  riducendosi  a  nulla quanto la nostra ha   
fatto, si  forse contuttoci meno imbarbarita ec.  della nostra: che non so se   
si debba contare per maggior male o bene ec.  (10-11.  Nov.  1823.)A quello che   
altrove ho detto del latino diminutivo positivato sella, agg                      
iungi il francese selle, col suo diminutivo sellette,  ec.  e v.  gli spagnuoli   
ec.  (11.  Nov.  1823.)Accade nelle lingue come nella vita e ne' costumi; e nel   
parlare  come  nell'operare,  e  trattare  con  gli  uomini  (e  questa  non     
similitudine,  ma  conseguenza).  Nei tempi e nelle nazioni dove la singolarit   
dell'operare, de' costumi ec. non  tollerata,   ridicola ec.  lo  similmente   
anche  quella  del favellare.  E a proporzione che la diversit dall'ordinario,   
maggiore o minore,  si tollera o piace,  ovvero non piace,  non si  tollera,     
ridicola ec.  pi o meno;  maggiore o minore o niuna diversit piace, dispiace,   
si tollera o non si tollera nel favellare.  Lasceremo ora il comparare a questo   
proposito   le   lingue   antiche   colle   moderne,   e  il  considerare  come   
corrispondentemente [3864]alla diversa  natura  dello  stato  e  costume  delle   
nazioni  antiche  e moderne,  e dello spirito e societ umana antica e moderna,   
tutte le lingue antiche sieno  o  fossero  pi  ardite  delle  moderne,  e  sia   
pr-                                                                               
ell'italiana, sare                                                                
bbero  rispettivamente  de'  pi  leggeri,  de' pi comuni,  e talvolta neppure   
ardiri.  Questa incapacit si attribuisce alla lingua;  ella in verit   della   
lingua,  ma    ancora  della  nazione,  e  non  per altro  in quella,  se non   
perch'ella  in questa. Al contrario la nazion tedesca, che da una parte per la   
sua divisione e costituzion politica,  dall'altra pel  carattere  naturale  de'   
suoi  individui,  pe'  lor  costumi,  usi  ec.  per lo stato presente della lor   
civilt,  che siccome assai recente,  non  in generale cos avanzata  come  in   
altri luoghi,  e finalmente per la rigidit del clima che le rende naturalmente   
propria la vita casalinga, e l'abitudine di questa,  forse di tutte le moderne   
nazioni civili la meno atta e abituata alla  societ  personale  ed  effettiva;   
sopportando  perci  facilmente  ed  anche approvando e celebrando,  non pur la   
difformit, ma la singolarit delle azioni, costumi, caratteri, modi ec.  delle   
persone (la qual singolarit appo loro non ha pochi n leggeri esempi di fatto,   
anche in citt e corpi interi,  come in quello de' fratelli moravi,  e in altri   
molti istituti ec.  ec.  tedeschi,  che per verit non  hanno  [3866]punto  del   
moderno,  e  parrebbero  impossibili  a'  tempi nostri,  ed impropri affatto di   
essi),  sopporta ancora,  ed ammette e loda  ec.  una  grandissima  singolarit   
d'ogni genere nel parlare e nello scrivere, ed ha la lingua, non pur nel verso,   
ma nella prosa, pi ardita per sua natura di tutte le moderne co                  
lte,  e  pari in questo eziandio alla pi ardita delle antiche.  La qual lingua   
tedesca per conseguenza  poetichissima e capace e  ricca  d'ogni  variet  ec.   
(11.  Nov.  1823.)Il  pellegrino  e  l'elegante che nasce dall'introdurre nelle   
nostre lingue voci, modi, e significati tolti dal latino,   quasi della stessa   
natura ed effetto con quello che nasce dall'uso delle nostre proprie voci, modi   
e  significati  antichi,  o passati dall'uso quotidiano,  volgare,  parlato ec.   
Perocch siccome queste,  cos quelle (e talor pi delle seconde,  che  siccome   
erano,  cos  conservano talvolta del barbaro della loro origine o dell'incolto   
di que' tempi che le usarono ec.) hanno sempre (quando  sieno  convenientemente   
scelte,  ed  atte  alle  lingue  ove  si vogliono introdurre) del proprio e del   
nazionale,  quando anche non sieno mai per l'addietro state parlate n  scritte   
in  quella  tal lingua.  E ci  ben naturale,  perocch'esse son proprie di una   
lingua da cui le nostre sono nate ed uscite,  e del cui sangue e delle cui ossa   
queste  sono  formate.  Onde  queste  tali  voci  ec.  spettano  in  certo modo   
all'antichit delle nostre lingue,  e riescono in queste quasi come lor proprie   
voci  antiche.  Sicch  non    senza ragione verissima,  se biasimando l'uso o   
introduzione di voci ec. tolte dall'altre lingue,  sieno antiche sieno moderne,   
(eccetto le voci ec.  gi naturalizzate) lodiamo quella delle voci ec.  latine.   
Perocch quelle a differenza di queste, sono come di sa                           
ngue,  cos di aspetto e di effetto straniero,  e diverso [3867]da quello delle   
altre nostre voci, e delle nostre lingue in genere, e del loro carattere ec. La   
novit tolta prudentemente dal latino,  bench novit assolutissima in fatto,    
per  le  nostre  lingue  piuttosto  restituzione  dell'antichit  che   novit,   
piuttosto  peregrino  che  nuovo;  e  veramente  (anche  quando  non sia troppo   
prudente n lodevole) ha pi dell'arcaismo che  del  neologismo.  Al  contrario   
dell'altre novit,  e degli altri stranierismi ec.  E per queste ragioni, oltre   
l'altre,   ancor ragionevole e consentaneo che la lingua francese sia,  com',   
infinitamente  men disposta ad arricchirsi di novit tolta dal latino,  che nol   
son le lingue sorelle.  Perocch essa lingua  molto pi di queste  sformata  e   
diversificata  dalla  sua  origine,   degenerata,  allontanata  ec.  Onde  quel   
latinismo che a noi sarebbe convenientissimo e facilissimo perch  consanguineo   
e materno ec.  alla lingua francese,  tanto mutata dalla sua madre, riescirebbe   
affatto alieno e straniero e non materno ec. Meglio infatti generalmente riesce   
e fa prova e si adatta e s'immedesima e par naturale nella lingua  francese  la   
novit  tolta  dall'inglese e dal tedesco (che agl'italiani e spagnuoli sarebbe   
insopportabile e barbara) che quella dal latino.  Questo pu vedersi  in  certo   
modo anche ne' cognomi e nomi propri inglesi, tedeschi, ec. che si nominino nel   
francese. Paiono sovente e gran parte di loro molto                               
men forestieri che tra noi,  e men diversi ed alieni da' nazionali.Quello ch'io   
dico della novit tolta dal latino,  si pu anche dire intorno a  quella  tolta   
dalle  lingue  sorelle,  la  quale  pure noi difendiamo,  condannando gli altri   
stranierismi.  Ma bisogna per in questo particolare far distinzione tra quello   
ch'  proprio  delle  lingue  sorelle  [3868]in  quanto sorelle,  e quello ch'   
proprio loro in quanto lingue diverse dalla  nostra;  quello  che  conviene  al   
carattere  generale  della famiglia,  e quello che al carattere dell'individuo;   
quello che spetta in certo modo a tutta la famiglia,  e che solo  per  caso  si   
trova esser propriet e possessione di un solo individuo di essa e non d'altri,   
o di alcuni s,  d'altro no,  e quello che ec.;  quello che spetta a quella tal   
lingua,  in quanto ella si confa colla nostra,  come che sia,  e quello che  le   
appartiene in quanto ella dalla nostra si diversifica;  ec.  ec.  Quello  atto   
alla nostra lingua, qual ch'esso si sia per origine e per qualunque cosa, e pu   
presso noi parere un arcaismo,  ed avere un peregrino non diverso da quello de'   
nostri effettivi arcaismi,  e servire all'eleganza ec.;  questo no, e non parr   
che un neologismo ec. e un barbarismo, come se fosse tolto dalle lingue affatto   
straniere ec.  La novit tolta dalle lingue  sorelle  dev'esser  tale  che  per   
l'effetto  riesca  quasi  un  arcaismo,  cio il pellegrino e l'elegante che ne   
risulta somigli a quello che nasce dall'uso convenien                             
te dell'arcaismo moderato ec. (11. Nov. 1823.)Alla p.3717. marg. V. il Forc. s   
ne' composti di sono, e s in sono as fine, dalle cose dette nel qual luogo,  e   
in  Tono as ui fine,  e in Crepo as fine ec.  si potrebbe forse dubitare che la   
cagione dell'anomalia di cui discorriamo in tali verbi  della  prima,  non  sia   
quella che noi supponiamo,  ma un'altra,  ch'io per,  generalmente almeno, non   
credo. E certo quest'anomalia non  in pochi della prima, e nella pi parte di   
questi,  non si trova vestigio alcuno di terza coniugazione se non nel perfetto   
ec.  e supino.  E la desinenza in ui trovasi veramente in molti verbi della 3a.   
[3869](p.3707.) ma ella  anche in essi anomala, e bisognosa essa stessa che se   
ne renda ragione e se ne assegni l'origine.  E chi sa che anzi per lo contrario   
tali  verbi  della terza non abbiano ricevuto tali perfetti dalla prima o dalla   
2da cio si coniugasse una volta p.e. coleo es, in vece o non meno che colo is,   
e di quello sia il perfetto colui: in luogo di dire che sonui sia di  sono  is,   
crepui e crepitum di crepo is ec. Il qual crepo is dev'essere stato supposto da   
quel  grammatico  del  Forcell.  per non essersi ricordato di tanti altri verbi   
della 1. che fanno in ui itum, come crepo as. (12.  Nov.  1823.).  Lacesso is,   
ivi ed ii, itum, ere. Senza dubbio il perfetto e supino di lacessere non  suo,   
ma in origine  di un lacessio della quarta.  Infatti si ha lacessiri. V. Forc.   
in lacesso princ. Cos d                                                          
ite di peto is, ivi ed ii, itum, e s'altri simili ve n'ha.  V.  p.3900.Al detto   
altrove  di  tosare,  tonsito ec.  aggiungi detonso as da detondeo.  (12.  Nov.   
1823.)Alla  p.3710.  I  verbi  incoativi  si  formano  da'  supini  regolari  e   
primitivi,  usitati  o  inusitati,  de' verbi positivi noti o ignoti,  cio da'   
supini in atum della prima, etum della 2.  itum della 3.  ed itum della quarta;   
mutato il tum in sco.  Quindi dalla prima gl'incoativi fanno in asco,  dalla 2.   
in esco,  dalla 3.  e 4.  in isco.  Queste  sono  desinenze  caratteristiche  e   
dimostrative  della  congiugazione  del  verbo positivo ond'essi incoativi sono   
formati.  E attendendo a queste,  non si  pu  sbagliare  la  coniugazione  del   
rispettivo verbo positivo (se ci non  tra la 3.  e la 4.  onde viene una sola   
desinenza,  cio in isco). E noto il verbo positivo,  non si pu dubitar della   
desinenza dell'incoativo.  Da' supini in tum irregolari o contratti ec. e dagli   
altri irregolari supini in sum,  in xum ec.  ec.  non mi sovviene che si faccia   
alcuno incoativo. Del rimanente attendendo a questa osservazione, gl'incoativi,   
non meno che [3870]i continuativi,  e le altre specie di verbi o voci qualunque   
derivanti da' supini,  debbono servire a conoscere i veri supini  regolari  de'   
verbi  s  in  generale  s ne' casi particolari,  e nell'uno e nell'altro modo   
appoggiano le mie asserzioni circa le vere primitive forme  d'essi  supini  ec.   
Callisco     da     calleo          detto,     come    il    Forc.     osserva   
pino  regolare  e  primitivo  non  sia  capace   di                               
produrre un incoativo colla desinenza che si trova in quello ch'esiste,  questo   
incoativo (eccetto le differenze  di  pronunzia  o  qualche  irregolarit  come   
sopra) dimostra un altro verbo positivo diverso da                                
quello  che  generalmente  forse  sar  creduto essere il suo originale,  o una   
diversa forma di questo verbo.  Per es.  fluesco parr venir  da  fluo.  Ma  la   
desinenza  in  esco  e  non  in  isco (se gi non fosse una variazione [3871]di   
pronunzia al contrario di callisco ch' per callesco,  variazione che  potrebbe   
anche avere avuto luogo in vivesco per vivisco; ovvero un error di codici, come   
 creduto da alcuni quello di scriver vivesco) dimostra un flueo-etum,  cio un   
verbo diverso da fluo d'altro  significato  ec.  ovvero  un'altra  forma  dello   
stesso fluo,  al qual proposito v.  la pag.3868-9. E vedila ancora per tonesco,   
se questo non  errore o variet di pronunzia per tonisco da tonitum di tono is   
o di tono as ui.  Io dico che i verbi in sco  regolarmente  debbono  avere,  ed   
anticamente ebbero,  il supino in itum,  e il perfetto in sci. Che regolarmente   
non possano avere se non questi perfetti e supini,   chiaro.  Che  anticamente   
l'avessero infatti, sebben questo non  necessario, e la prima proposizione pu   
stare  senza  questa  seconda,  e ben poterono i verbi in sco,  tutti o alcuni,   
esser difettivi anche anticamente;  pure,  almen quanto ad  alcuni,  si    gi   
dimostrato altrove per quel che tocca al supino. Per ci che spetta al perfetto   
gli esempi di fatto ne son pi rari. Vero  che i supini dimostrano i perfetti,   
secondo  il  detto altrove della formazion di quelli da questi.  Ma eziandio un   
effettivo perfetto in sci vedilo in Callisco appo il                              
Forcell. (12.  Nov.  1823.)Alla p.3702.  Ben  consentaneo che da un tema in eo   
venisse un supino in etum, conservandosi l'e caratteristica della coniugazione,   
come  s'  detto,  p.3699 fine,  circa il perfetto in ei ed evi.  E tanto pi    
consentaneo che il proprio supino della 2da  sia  in  etum,  e  questo,  lungo,   
quanto che il suo proprio perfetto  in ei o evi;  atteso [3872]che i supini si   
formano dai perfetti,  come altrove dimostro.  Onde anche viceversa i supini in   
etum lungo, dimostrano che il proprio perfetto della 2.  in ei o evi, ec. (12.   
Nov.  1823.).  V.  p.3873.Alla  p.3854.  Nondimeno  i supini contratti della 2.   
poterono anche direttamente venire dai rispettivi supini in etum senza  passare   
per  la  forma  in itum,  cio p.e.  doctum esser contratto da docetum,  non da   
docitum,  soppressa la e,  come nei perfetti in ui della  stessa  coniugazione,   
cio  p.e.  docui  ossia docvi,  ch' contrazione di docevi.  Onde adultum cio   
adoltum,  potrebbe benissimo venire da adolevi senza adolui,  cio  essere  una   
contrazione immediata di adoletum fatto da adolevi.  Anzi siccome per una parte   
non suole l'e passare in i, dall'altra non veggo ragion sufficiente per cui da'   
perfetti in ui s della seconda s della prima,  si debba  fare  un  supino  in   
itum,  io  dico  che  tutti  i supini in itum usitati o no della 2.  e della 1.   
vengono bens da' perfetti in ui, ma non immediatamente. Da' perfetti in ui che   
sono contratti, p.e. domvi da domavi, mervi da me                                 
revi, vennero dei supini contratti, cio domtum, mertum (che noi infatti ancora   
abbiamo,  e i franc.  domter ec.),  ne' quali era soppresso l'e e l'a come  ne'   
perfetti.  Da  questi  supini poi,  interpostavi per pi dolcezza la lettera i,   
solita (com'esilissima ch'ella  tra le vocali) s nel  latino  s  altrove  ad   
interporsi  tra pi consonanti,  quando non si cerca altro che un appoggio e un   
riposo momentaneo  e  passeggero  alla  pronunzia,  riposo  fuor  di  regola  e   
originato  ed  autorizzato  solo  dalla  comodit della pronunzia,  onde quella   
vocale non ha che far col tema, ed  accidentale affatto, e un semplice affetto   
e accidente di pronunzia;  vennero i supini in  itum,  come  domitum,  meritum.   
Sicch  al  contrario  di  quel  ch'io ho detto per lo passato,  [3873]i supini   
contratti precederono quelli  in  itum,  e  questi  vengono  da  quelli,  e  li   
suppongono e dimostrano,  ma non viceversa. Sicch doctum non dimostra n esige   
che vi fosse un docitum,  bens meritum  un  mertum;  sectum  non  dimostra  un   
secitum, bens domitum un domtum (simile ad emtum ec. onde domter ec.). Bens i   
supini  contratti,  e  per  conseguenza anche quelli in itum,  che ne derivano,   
suppongono  e  dimostrano  i  perfetti  in  ui.   Da'  quali  immediatamente  e   
regolarmente vengono i supini contratti, e mediatamente e irregolarmente quelli   
in  itum  (specie  di  pronunzia  de' contratti,  e per contratti essi stessi;   
avendo l'esilissima i e breve, in cambio dell'a o e): e non viceversa, come per   
l'addietro io diceva. (12. Nov. 1823.). V.  p.3875.Alla p.3872.  Secondo queste   
mie  osservazioni  i  temi  della  seconda  avrebbero  in tutta la coniugazione   
conservato l'e.  Ed  ben giusto,  perocch'ella in essi   radicale.  Cos  l'i   
penultimo nella quarta,  che si conserva in essa coniugazione tutta intera, ne'   
verbi  regolari.  Non  cos  l'a  nella  prima,   dove  essa  lettera  non      
caratteristica,  bench  propria dell'infinito.  Infatti manca nel tema,  e nel   
presente ottativo ec.  ec.  Similmente il penultimo e di legere.  Ne' temi  de'   
verbi  son  radicali  tutte  le  lettere  eccetto l'ultima,  cio l'o,  ch' la   
desinenza non del tema in quanto tema,  ma in quanto voce  presente  indicativo   
singolare  prima persona attiva del verbo rispettivo.  Or come la prima e la 3.   
finiscono per lo pi in o impuro,  esse coniugazioni per se  stesse  non  hanno   
vocale alcuna che sia radicale generalmente in tutti i temi della coniugazione.   
[3874]Ma  ne'  temi della 2.  e 4.  l'e e l'i penultimi son propri elementi del   
tema in quanto tema,  non in quanto prima persona  ec.  Dunque  come  propri  e   
radicali  elementi  del  tema,  si debbono conservare in tutta la coniugazione,   
considerata regolare e non contratta.  E la  propria  forma,  in  somma,  della   
coniugazione li deve conservar sempre, come la prima e la 3. conserva tutti gli   
elementi proprii de' suoi temi,  cio am in amo,  leg in lego ec.  Li conserva,   
dico, sempre, se non quando  o irregolare o contratta, il che non ha ch          
e far colla sua propriet,  ed  accidente non regola n natura.  E quando  ne'   
verbi  della  prima  o della terza,  bench in essi non sia costante n proprio   
della coniugazione che l'ultima radicale del tema sia una  vocale,  come  lo     
nella 2.  e 4.,  quando,  dico,  questo s'incontra, essa vocale si conserva per   
tutta la coniugazione del verbo,  purch'ella sia regolare giacch per  anomalia   
spesse volte la sopprime, come in sapio, capio (verbi della 3.) e loro composti   
desipio,  recipio ec.  ec. come in meo as, fluo is (bench non sia primitiva la   
coniugazione di questo ec.), ruo,  tribuo ec.  Or dunque perch l'ultima vocale   
radicale del tema,  che, regolarmente, si conserva in tutta la coniugazione de'   
verbi s della quarta, s della 1. e 3.  quando in queste ha luogo (e se non la   
vocale si conserva la consonante,  quando questa  l'ultima radicale),  perch,   
dico, non si dee conservare nella seconda? anzi regolarmente e costantemente si   
dee perdere?  e se non si perde,  ha da essere irregolarit?  Or  tutto  questo   
avverrebbe  se  non  si  ammettono le nostre osservazioni e regole,  secondo le   
quali la presente forma della coniugazione 2.   contratta e non  primitiva.  E   
solo le nostre osservazioni mostrano,  [3875]ci,  cred'io, per la prima volta,   
la primitiva analogia della seconda con tutte l'altre nel  conservare  l'ultima   
lettera  radicale  del tema,  e le ragioni e i modi per li quali  avvenuto che   
nella sua presente pi usitata forma ella sol                                     
a, fra tutte,  non lo conservi.  (13.  Nov.  1823.)Ho detto altrove che patulus   
sembra diminutivo positivato di un patus.  Male.  Non tutti i nomi in ulus,  n   
tutti i verbi  in  ulare  sono  diminutivi  neppur  per  origine  e  regola  di   
formazione:       p.e.       iaculum       da      iacio,       speculum      e   
spec-                                                                             
la 3.  e  4.  sono  in  itum  e  itum  e  non                                     
altrimenti ec.  I contratti della terza e quarta,  come lectum,  quaestum, sono   
contra                                                                            
zioni de' supini in itum e fatti per soppressione dell'esilissima vocale i o i.   
I supini in itum della 1. e 2. vengono da' contratti,  e son fatti al contrario   
di quelli per addizione dell'esilissimo suono i.  (13.  Nov. 1823.)Alla p.3873.   
marg. - e non contratti. Come venio is veni.  [3876]Perde spesso la i,  come in   
venerunt, veneram ec. per venierunt venieram ec. che sarebbe il regolare; o ci   
sia  anomalia,  o  contrazione,  ch'io piuttosto credo.  La qual contrazione ha   
principio nella stessa prima voce del perfetto veni per venii.  Anzi da  questa   
nasce il tutto ec.  Cos ne' composti, come invenio ec. e in altri molti verbi.   
(13. Nov. 1823.). V. p.3895.Dico che l'uomo  sempre in istato di pena,  perch   
sempre   desidera   invano  ec.   Quando  l'uomo  si  trova  senza  quello  che   
positivamente si chiama dolore o dispiacere o cosa simile, la pena inseparabile   
dal sentimento della vita,  gli  quando pi,  quando meno  sensibile,  secondo   
ch'egli    pi  o meno occupato o distratto da checchessia e massime da quelli   
che si chiamano piaceri,  secondo che per natura o per abito o attualmente egli   
  pi  vivo  e  pi  sente la vita,  ed ha maggior vita abituale o attuale ec.   
Spesso la detta pena  tale che, per qualunque cagione,  e massime perch'ella    
continua,  e  l'uomo v' assuefatto fino dal primo istante della sua vita,  non   
l'osserva,  e non se n'avvede espressamente,  ma non per   men  vera.  Quando   
l'uom se n'avvede, e ch'ella sia diversa da'                                      
positivi dolori, dispiaceri ec., ora ella ha nome di noia, ora la chiamiamo con   
altri  nomi.  Sovente  essa  pena,  che non vien da altro se non dal desiderare   
invano, e che in questo solo consiste, e che per conseguenza tanto  maggiore e   
pi sensibile quanto il  desiderio  abitualmente  o  attualmente    pi  vivo,   
sovente,  dico, ella  maggiore nell'atto e nel punto medesimo del piacere, che   
nel tempo [3877]della indifferenza e quiete e ozio dell'animo,  e  mancanza  di   
sensazioni o concezioni ec.  passioni ec.  determinatamente grate o ingrate;  e   
talvolta maggiore eziandio che nel tempo del positivo dispiacere,  o sensazione   
ingrata sino a un certo segno.  Ella  maggiore,  perch maggiore e pi vivo in   
quel tempo  il desiderio, come quello ch' punto e infiammato dalla presente e   
attuale apparenza del piacere, a cui l'uomo continuamente sospira; dalla vicina   
anzi presente, straordinaria e fortissima, e fermissima e vivissima anzi si pu   
dir certa speranza e quasi dal vedersi vicinissima e sotto la mano la felicit,   
ch' il suo perpetuo e sovrano fine, senza per poterla afferrare,  perocch il   
desiderio    ben pi vivo allora,  ma non pi fruttuoso n pi soddisfatto che   
all'ordinario.  Il desiderio del piacere,  nel tempo di quello  che  si  chiama   
piacere  molto pi vivo dell'ordinario, pi vivo che nel tempo d'indifferenza.   
Non  si  pu  meglio  definire  l'atto  del  piacere umano,  che chiamandolo un   
accrescimento del naturale e continuo                                             
desiderio del piacere, tanto maggiore accrescimento quanto quel preteso e falso   
piacere  pi vivo,  quella sembianza  sembianza di  piacer  maggiore.  L'uomo   
desidera  allora  la  felicit  pi  che  nel  tempo  d'indifferenza ec.  e con   
assolutamente eguale inutilit.  Dunque il desiderio essendo  pi  vivo  da  un   
lato,  ed egualmente vano dall'altro,  la pena compagna naturale del sentimento   
della vita,  la qual nasce appunto e consiste in questo desiderio di felicit e   
quindi  di  piacere,  dev'esser  maggiore e pi sensibile nell'atto del piacere   
(cos detto) che all'ordinario.  Essa lo  infatti (se non quando e  quanto  la   
sensazione  piacevole,  o  l'immaginazione [3878]piacevole,  o quella qualunque   
cosa in cui consiste e da cui nasce il cos detto piacere,  serve e  debb'esser   
considerata  come  una  distrazione  e  una  forte occupazione ec.  dell'animo,   
dell'amor proprio, della vita e dello stesso desiderio;  e questo  il migliore   
e  pi  veramente  piacevole  effetto  del  piacere  umano o animale;  occupare   
l'animo, e, non soddisfare il desiderio ch' impossibile,  ma per una parte,  e   
in certo modo,  quasi distrarlo,  e riempiergli quasi la gola, come la focaccia   
di Cerbero insaziabile). E l'uomo, che in uno stato ordinario bene spesso, anzi   
forse il pi del tempo, appena si avvede di detta pena,  nell'atto del piacere,   
se  ne  avvede  sempre  o quasi sempre,  ma non sempre l'osserva n ha campo di   
porvi mente, e ben di rado l'attribuisce alla sua vera cagio                      
ne e ne conosce la vera natura;  di radissimo poi n in quel punto,  n mai,  o   
ch'ei rifletta sul suo stato d'allora in qualche altro tempo,  o che mai non lo   
consideri ec.  rimonta al principio  e  generalizza  ec.  nel  qual  caso  egli   
ritroverebbe  quelle  universali  e  grandi verit che noi andiamo osservando e   
dichiarando,  e che niuno forse ancora  ha  bene  osservate,  o  interamente  e   
chiaramente comprese e concepute ec.  (13. Nov. 1823.)Alla p.3639. marg. Esseri   
pi forti dell'uomo;  ecco  i  primi  Dei  adorati  dagli  uomini,  o  da  loro   
riconosciuti  e  immaginati  e  considerati per tali;  ecco la prima idea della   
divinit.  E come i pi forti per lo pi anzi,  naturalmente e  primitivamente,   
sempre si prevalgono di questo,  come di ogni altro, vantaggio, in loro proprio   
bene,  e quindi sovente in danno de' pi deboli,  e per essi sono,  appunto in   
quanto  pi  forti,  malefici  e  formidabili ai pi deboli;  e come gli stessi   
individui umani,  massime nella societ primitiva e selvaggia (che fu quella in   
cui  nacque [3879]l'idea della Divinit) cos ne usavano e ne usano verso i pi   
deboli per qualunque lato, s loro simili, s d'altre specie;  quindi nell'idea   
primitiva  della  Divinit  che  consisteva  nella  maggior  forza e soprumana,   
dovette necessariamente entrare l'idea della maleficenza e  della  terribilit,   
naturali effetti e conseguenze e compagne della maggior forza. Anche gli uomini   
ch'erano o erano stati straordinariamente superiori e pi for                     
ti  degli  altri,   sia  di  forza  corporale,  sia  di  quella  che  nasce  da   
qualunqu'altro vantaggio,  ancorch malefici,  temuti e odiati,  furono non  di   
rado  nelle  societ  primitive,   e  lo  sono  forse  ancora  nelle  selvagge,   
divinizzati s nell'idea,  s talora nel culto,  vivi o morti;  e questo si pu   
anche  riconoscere  presso  i  critici  che  indagano  le  origini della stessa   
mitologia greca,  men feroce e terribile e odiosa,  anzi pi molle ed  umana  e   
ridente  e  amena e vaga e graziosa ed amabile di tutte l'altre ec.  (13.  Nov.   
1823.)Alla p.3715.  Sono molte volte che la noia  un non so che di  pi  vivo,   
che ha pi sembianza perci di passione, e quindi avviene che non sia sempre in   
tali  casi  chiamata  noia,  bench  filosoficamente  parlando,  ella  lo  sia,   
consistendo in quel medesimo in cui consiste quel che si chiama noia,  cio nel   
desiderio di felicit lasciato puro,  senza infelicit n felicit positiva,  e   
differendo solo nel  grado  da  quella  che  noia  comunemente    chiamata.  E   
differisce  nel  grado,  in  quanto  ell'  noia,  in  certo  modo pi intensa,   
sensibile  e  viva,  qualit  che  l'avvicinano  all'infelicit  cos  chiamata   
positivamente,  e  che  paiono poco convenevoli [3880]alla noia.  Ella infatti,   
bench del genere stesso,   pi passione   pi  penosa,  che  la  noia,  cos   
comunemente  chiamata,  non  .  Ed    tale  perch'ella nasce e consiste in un   
desiderio pi vivo, e al tempo stesso ugualmente vano. Questa sorta di passione   
 quella che provano ge                                                           
neralmente i giovani quando sono in istato di non  piacere  e  non  dispiacere.   
Essi  sono  poco capaci della noia comunemente detta.  Essi sono poco capaci di   
trovarsi giammai senza un'attuale,  ancorch indeterminata passione, pi  viva   
d'essa noia, perch il loro amor proprio, e quindi il lor desiderio di felicit   
e  di  piacere,   ugualmente  vano  che  nell'altre  et,    molto  pi  vivo,   
generalmente parlando.  Incapaci di noia comunemente  detta,  bench  privi  di   
piacere  e dispiacere,  sono ancora similmente quegli stati dell'individuo,  di   
cui ho detto p.3835-6.3876-8. e simili.  Altres lo stato di desiderio presente   
e  vivo  determinato  a qual si sia cosa;  bench privo anche questo stato,  di   
piacere e dispiacere positivo ec. E cos discorrendo. Questa sorta di passione,   
diversa dalla noia comunemente detta, ma dello stesso genere ec., questa ancora   
io voglio comprendere sotto il nome di noia, e ad essa ancora si deve intendere   
ch'io abbia riguardo  quando  affermo  che  la  noia  corre  immancabilmente  e   
immediatamente  a  riempiere  qualunque  vuoto lasciato dal piacere o dispiacer   
cos detto ec.  e che l'assenza dell'uno e dell'altro  noia per sua natura,  e   
che  mancando  essi,  v'  la noia necessariamente,  e che posta tal mancanza    
posta la noia ec.  come alle  p.3713-5.  (13.  Nov.  1823.)[3881]Come  fra  gli   
antichi  le  cose  e  funzioni  sacre  fossero in mano de' profani ec.  del che   
altrove, vedi la Polit. di Aristotele, l.6. fine, Florent. 1576.                  
p.543. massime in fine, e quivi il Vettori. (14. Nov. 1823.)Monosillabi latini.   
Pluo,  secondo le nostre osservazioni sulla monosillabia antica  e  volgare  di   
tali dittonghi (come uo) non riconosciuti da' grammatici.  (14. Nov. 1823.). V.   
il pens.  seg.Alla p.3850.  fine.  Buo  andato in disuso restando il  composto   
imbuo.  Se  per  imbuo   da in e buo (v.  Forc.) e non piuttosto corruzione e   
pronunzia d'imbibo (che pur sussiste) pronunziato imbivo (imbevere,  imbevo che   
vale appunto imbuo, ed  certo da bibo, e v. i francesi e spagnuoli) - imbiuo -   
imbuo,  come lavo ne' composti e nel greco  luo,  e per lo contrario da pluere   
noi facciamo piovere,  llover  ec.  E  mille  esempi  in  questi  propositi  si   
potrebbero  addurre.  Cos  exbuae  sarebbe  corruzione  o  pronunziazione  di   
exbibae,  vinibuae di vinibibae,  fors'anche  bua  (bumba)  di  biba.  Di  tali   
cangiamenti  nati dall'affinit ec.  tra il v e l'u,  ho detto altrove.  Ovvero   
Imbuo pu esser fatto direttamente da in e da bua  (bevanda),  sia  che  questa   
voce  sia  alterazione  di  biba,  o che sia un antico monosillabo significante   
bevanda,  restato poi solo per usi puerili,  sia  anche  in  origine  una  voce   
puerile.  (14.  Nov.  1823.)Il vino,  il cibo ec. d talvolta una straordinaria   
prontezza  vivacit,  rapidit,  facilit,  fecondit  d'idee,   di  ragionare,   
d'immaginare,  di motti,  d'arguzie,  sali,  risposte ec.  vivacit di spirito,   
furberie, risorse, trovati, sottigliezze grandissime di pensiero, prof            
ondit,   verit  astruse,   tenacit  [3882]e  continuit  ed   esattezza   di   
ragionamento  anche  lunghissimo  e  induzioni  successive  moltissime,   senza   
stancarsi, facilit di vedere i pi lontani e sfuggevoli rapporti, e di passare   
rapidamente dall'uno all'altro senza perderne il filo ec.  volubilit somma  di   
mente ec.  Questo secondo le condizioni particolari delle persone,  ed anche le   
loro circostanze s attuali in quel  punto,  s  abituali  in  quel  tempo,  s   
abituali  nel resto della vita ec.  Ma quello accrescimento di facolt prodotto   
dal vino, ec.  indipendente per se stesso dall'assuefazione.  E gli uomini pi   
stupidi  di  natura,  d'abito  ec.  divengono  talora  in quel punto spiritosi,   
ingegnosissimi  ec.  V.  p.3886.  Questo  si  applichi  alle  mie  osservazioni   
dimostranti  che  il talento e le facolt dell'animo ec.  essendo in gran parte   
cosa fisica, e influita dalle cose fisiche ec. la diversit de' talenti in gran   
parte  innata,  e  sussiste  anche  indipendentemente  dalla  diversit  delle   
assuefazioni,  esercizi,  circostanze, coltura ec. (14. Nov. 1823.)Alla p.3801.   
S nelle nazioni barbare o selvagge s nelle civili,  s nelle corrotte ec.  la   
societ ha prodotto infiniti o costumi o casi fatti ec.  particolari, volontari   
o involontarii ec.  che o niuno pu negare esser contro la natura s  generale,   
s nostra,  contro il ben essere della specie,  della societ stessa ec. contro   
il ben essere eziandio delle altre creature che da noi dipendono e                
c.;  ovvero se ci si nega,  ci non viene che dall'assuefazione,  e dall'esser   
quei  costumi ec.  nostri propri: onde dando noi del barbaro ai costumi e fatti   
d'altre nazioni e individui, ec. meno snaturati talora de' nostri, non lo diamo   
a questi ec. E generalmente noi chiamiamo barbaro quel ch' diverso [3883]dalle   
nostre assuefazioni ec. non quel ch' contro natura, in quanto e perciocch'egli   
 contro natura. Ma tornando al proposito,  tali costumi o fatti snaturatissimi   
che senza la societ non avrebbero mai avuto luogo, n esempio alcuno in veruna   
delle specie dell'orbe terracqueo, hanno avuto ed hanno ed avranno sempre luogo   
in qualsivoglia societ, selvaggia, civile, civilissima, barbara, dove e quando   
gli  uni,  quando gli altri,  ma da per tutto cose snaturatissime.  Il che vuol   
dire che la societ gli ha prodotti,  e che non potea e non pu  non  produrli,   
cio  non  produr  costumi  e fatti snaturati,  e se non tali,  tali,  e se non   
questi, quelli, ma sempre ec. P.e. Il suicidio,  disordine contrario a tutta la   
natura intera,  alle leggi fondamentali dell'esistenza, ai principii, alle basi   
dell'essere di tutte le cose, anche possibili; contraddizione ec. da che cosa    
nato se non dalla societ? ec. ec.  V.  p.3894.  Ora in niuna specie d'animali,   
neanche  la  pi  socievole,  si  potr trovare che abbiano mai n mai avessero   
luogo non pur costumi, ma fatti particolari, non pur cos snaturati come quelli   
degl'individui e popoli umani                                                     
in qualunque societ,  ma molto meno.  Eccetto  solo  qualche  accidentalissimo   
disordine,  o  involontario,  e  quindi  da  non  attribuirsi  alla  specie,  o   
volontario,  ma di volont determinata da qualche straordinarissima circostanza   
e  casualissima.  E  la  somma  di  questi  casi non sar neppure in una intera   
specie, contando dal principio del mondo,  comparabile a quella de' casi di tal   
natura  in  una sola popolazione di uomini dentro un secolo,  [3884]anzi talora   
dentro un anno.  Questo prova bene che la naturale societ ch' tra gli animali   
non    causa di cose contrarie a natura per se medesima e necessariamente,  ma   
per solo accidente,  e il contrario circa la societ umana.  E si conferma  che   
l'uomo    per natura molto men disposto a societ che moltissimi altri animali   
ec. (14. Nov. 1823.)Les Dames vous devront ce que la langue italienne devait au   
Tasse; cette langue d'ailleurs molle et dpourvue de force, prenait un air male   
et de l'nergie lorsqu'elle tait manie par cet habile pote. Cos scriveva il   
principe reale di Prussia,  poi Federico  II  alla  marchesa  du  Chtelet,  da   
Rmusberg agli 9. Nov. 1738. (Oeuvres complettes de Frdric II. Roi de Prusse.   
1790.  tome 16.  Lettres du Roi de Prusse et de la Marquise du Chtelet. Lettre   
5e p.307.) E nto queste parole perch si veda l'esattezza del  giudizio  degli   
stranieri  sulla  nostra  letteratura,  e  la  verit della material cognizione   
ch'essi ne hanno. Lascio quello che Federico dice                                 
in generale sulla nostra lingua, ma il particolare del Tasso, ch' un fatto,  e   
che  poco  si  richiedeva  a  essere istruito come stsse,  non  egli tutto il   
contrario del vero? Federico dice del Tasso quel ch' vero di Dante,  del quale   
il  Tasso   tutto il contrario,  anche pi dell'Ariosto,  e quasi dello stesso   
Petrarca ec. V. p.3900. (14. Nov.  1823.).  Eccetto se Federico non considera o   
non  intende di parlare del Tasso in comparazione del Metastasio,  e pi se de'   
frugoniani,  degli arcadici de'  nostri  poeti  e  prosatori  sia  puristi  sia   
barbaristi  del  [3885]passato  secolo,  insomma  di quelli che n scrissero n   
seppero l'italiano;  nel qual caso il suo detto   certamente  esente  da  ogni   
rimprovero e controversia.  (15.  Nov.  1823.). V. p.3949.Alla p.3706. Se per,   
come dubito,  fuvi per fui non  un raddoppiamento dell'u,  fatto per propriet   
di pronunzia,  della qual propriet in questo e simili casi v'hanno molti altri   
esempi ec. (v. la pag.3881. ec.).  Il qual raddoppiamento bens pu avere avuto   
luogo  e  occasione  dal  voler evitare l'iato,  ma in modo che ad evitarlo sia   
stato interposto il v,  non in quanto semplicemente atto e solito ad interporsi   
tra  le vocali ianti,  ma in quanto l'una e la pi sonante di queste nel nostro   
caso era l'u,  cio appunto un altro v,  secondo  il  detto  altrove  circa  la   
medesimezza  di queste lettere u e v presso i latini massimamente.  I quali non   
usavano che un carattere per esprimer l'una e l'altra,                            
cio anticamente e nel maiuscolo il V,  pi recentemente e nel semimaiuscolo  o   
unciale,  o  forse in quello ch'era allora,  o anche anticamente,  il corsivo e   
l'usuale, sia tutt'uno coll'unciale, sia diverso, ec. l'u, come ne' palimpsesti   
vaticani, ambrogiani, sangallesi,  veronesi ec.  (15.  Nov.  1823.)Alla p.3588.   
marg.  Di  ci  che  io,  sapendo  essere  vostro servitio,  SENZA ALTRI VOSTRI   
COMMANDAMENTI era tenuto di  fare.  Cio  senz'alcun  vostro  comandamento,  di   
proprio  moto.  Bernardo Tasso Lettere.  Venetia 1603.  appresso Lucio Spineda.   
Libro primo car.27.  pag.2.  in  8vo  piccolo.  (17.  Nov.  1823.)[3886]Altrove   
osservo  che  il  cul de' latini si cangia assai sovente nell'italiano in chi o   
cchi (o-cu-lus, o-cchi-o) o gli (pe-ri-cul-um, peri-gli-o),  nello spagnuolo in   
i  (o-cu-lus,  o-j-o)  nel  francese  in ill o il o eil o eill o ail o aill ec.   
(pril,  abeille,  vermeil,  ouaille,  o-cul-us,  o-eil ec.).  Ntisi che  tali   
cangiamenti non sono certo direttamente stati fatti da cul,  ma da cl contratto   
nella volgar pronunzia latina,  come si vede  anche  non  di  rado  nel  latino   
illustre e scritto,  massime appo i poeti;  come seclum, periclum ec. (17. Nov.   
1823.)Saltuaris,  saltuarius,  saltuatim,  saltuensis,  saltuosus da saltus us.   
(17.  Nov.  1823.)Salitio  voce  di Vegezio dimostra l'antico supino salitum di   
salio pel contratto irregolare, ma solo superstite,  saltum,  da cui si farebbe   
saltio, non salitio, giacch tali verbali son fatti da' sup                       
ini o seguono la forma del supino.  (17.  Nov. 1823.)Alla p.3882. E quelli che   
per l'ordinario non dimostrano ingegno n talento se non per le  cose  gravi  e   
serie,  allora lo dimostrano non di rado notabilissimo per lo scherzo ec. E gli   
uomini di talento profondo ec.  ma scarsissimi o alienissimi da quello  che  si   
chiama spirito, e fors'anche tutto l'opposto che spiritosi; tardi, bisognosi di   
molto  tempo  a concepire a inventare ec.  freddi,  secchi ec.  allor divengono   
spiritosissimi, prontissimi ec. E gli uomini d'ingegno riflessivo o simile,  ma   
non  inventivo  non immaginoso ec.  allor dimostrano e veramente acquistano per   
quel poco di tempo una notabile facolt d'invenzione, immaginazione ec.  ec.  E   
cos  discorrendo sulle diversit dei talenti ec.  (17.  Nov.  1823.)[3887]Alla   
p.3856.  L'Italia produsse  nel  500  ec.  molti  capitani  illustri,  come  il   
Trivulzio,  il Montecuccoli ec.  sia che questi servissero alle loro rispettive   
nazioni italiane,  o ad altra nazione italiana diversa dalla propria,  come  la   
Repubblica  di  Venezia  spesso  conduceva  Generali italiani d'altri stati,  a   
comandar le sue forze di terra o di mare;  o a principi stranieri,  i quali  in   
quel  tempo  si  servirono  spessissimo  di  Generali  e uffiziali italiani pel   
governo de' loro eserciti,  conducendoli,  anche con grossi  partiti,  al  loro   
servizio.  Del  che   curiosa a leggere un'osservazioncella di Bernardo Tasso,   
Lettere citate qui dietro (p.3885. fine), lib.1. car.29.                          
e tutta quella lettera. Similmente dico de' politici e ministri ec. italiani, e   
negoziatori italiani ec. di quel secolo, e anche de' seguenti, fino agli ultimi   
tempi,  in cui siamo veramente arrivati all'estremo della nullit  politica,  e   
passivit,  ed incapacit di ogni sorta di operazione,  o certo totale inazione   
di fatto, s in casa s fuori. Come il Mazarino, l'Alberoni, il Bentivoglio, ed   
anche il Lucchesini ec.  Il dominio della religione ai tempi  passati,  e  fino   
alla  rivoluzione,  (bench  sempre  decrescente,  ma  non estinto fino ad essa   
rivoluzione) ma specialmente prima del  600,  e  per  conseguenza  il  credito,   
l'influenza,  e  l'importanza  del  Papa  e della Corte di Roma,  contribuirono   
grandemente, e forse, massime in certi tempi, principalmente,  a tener l'Italia   
in azione,  a darle campo di esercitarsi nella politica e negli affari, materia   
e modo di negoziare,  importanza e peso,  negoziatori,  diplomatici,  politici,   
uomini  che  ebbero parte attiva negli avvenimenti e ne' destini d'Europa,  e i   
cui nomi divennero propri della storia.  [3888]Sia nelle  materie  strettamente   
religiose,  che  allora erano strettamente legate colle politiche,  e di grande   
importanza temporale, sia nelle materie anche puramente politiche,  gl'italiani   
ebbero  allora  dalla  religione  grandi  e  continue  opportunit  occasioni e   
necessit di agire e di pensare.  Quanta politica ec.  non fu dovuta mettere in   
opera dagl'italiani nel Concilio di Trento e in tutti                             
gli affari del Luteranismo,  Calvinismo ec.  Grandi negoziazioni e trattative e   
maneggi e grandi e gravi affari furono allora operati dagl'italiani,  o da  una   
Corte italiana, qual era quella del Papa, e da membri che ad una corte italiana   
appartenevano; e tra questi brillarono non pochi politici ec. Cardinali e nunzi   
e prelati e Vescovi ec.  potenti appo i forestieri ec.  Negoziazioni ec.  degli   
stranieri appo noi, che conservavano l'uso e l'esercizio della politica e degli   
affari in casa nostra ec.  ec.  Questa causa di azione e di  qualche  vita  per   
l'Italia  non si ristringeva ne' suoi effetti alla sola politica,  diplomatica,   
affari pubblici.  Naturalmente i suoi effetti si stendevano a  tutte  le  parti   
della societ e del civile consorzio. V'era una vita in Italia. Or dunque tutte   
le  parti della nazione e della societ ne partecipavano,  come suole accadere.   
Quindi lo splendor delle arti,  le grandi imprese di  edifizi  ec.  massime  in   
Roma,  sede della pi importante politica italiana ec.  la chiesa di S. Pietro,   
le scolture, le pitture, le poesie, le orazioni,  le storie,  il secolo di Leon   
X,  la industria,  il commercio ec. Massime nel 500. ma dipoi ancora, fino alla   
rivoluzione,  [3889]Roma riunendo e ponendo in azione gli spiriti di  conto  s   
propri, s italiani, s forestieri, e dando materia agl'ingegni di svilupparsi,   
e occasione ai gi sviluppati di concorrere ad essa e quivi esercitarsi, stante   
l'esser sede d'importanti affari;                                                 
ebbe  spirito  di  societ,  e  conversazioni ec.  sempre decrescenti,  fino ad   
estinguersi,  ma pur non estinte affatto fino agli ultimi anni.  ec.  ec.  (17.   
Nov.  1823.)Come  altrove ho dimostrato,  il solo perfetto stato di una societ   
umana stretta, si  quello di perfetta unit, cio d'assoluta monarchia, quando   
il monarca viva e governi e sia monarca pel ben essere de' suggetti, secondo lo   
spirito la ragione e l'essenza della vera monarchia,  e secondo che accadeva in   
principio. Ma quando l'effetto della monarchia si riduca in somma a questo, che   
un solo nella nazione,  viva, e tutti gli altri non vivano se non se in un solo   
e per un solo,  e i suggetti servano unicamente al ben essere del  monarca,  in   
vece  che  questo  a  quelli,  e  che  l'effetto e la sostanza dell'unit della   
nazione sia questo,  che quanto essa unit  pi perfetta,  tanto la vita e  il   
ben  essere pi si ristringa in un solo,  o almeno lo spirito d'essa unit e il   
proposito della costituzion nazionale miri in effetto a questo fine;  allora     
certamente  meglio qualsivoglia altro stato;  perocch senza la perfetta unit,   
gli uomini in  societ  stretta  non  possono  veramente  godere  del  perfetto   
[3890]ben  esser  sociale,  n la nazione  capace di perfetta vita;  ma egli    
peggio non vivere e non essere (or la nazione sotto una tal monarchia,  non  )   
che non vivere perfettamente e non essere perfetta. Or, come ho altres provato   
altrove, non pu assolutamente accadere che l                                     
'assoluta monarchia non cada nel detto stato, n che conservi il suo stato vero   
per alcuna cagione intrinseca ed essenziale, e per altro che per caso, il quale   
 straordinariamente difficile che abbia luogo,  e mille cagioni intrinseche ed   
essenziali alla monarchia  assoluta  considerata  rispettivamente  alla  natura   
dell'uomo,        si       oppongono       positivamente       alla       detta   
conservaz-                                                                        
enze                                                                              
ec. Gli abitatori de' monti differiscono notabilmente,  se non di corpo,  certo   
di spirito,  carattere,  inclinazione ec.  da quelli degli stessi piani e valli   
lor sottoposte;  i littorani da' mediterranei  lor  confinanti  ec.  ec.  anche   
parlando  delle  sole  differenze cagionate dalle diversit naturali de' luoghi   
ec.  Infinito  il  numero  delle  cagioni  anche  semplicemente  naturali  che   
producono  differenze tra gli uomini,  e queste,  bench or maggiori or minori,   
sempre notabili,  e pi notabili assai che in niun'altra specie di  viventi,  a   
causa   dell'estrema  conformabilit  e  modificabilit  dell'uomo,   e  quindi   
suscettibilit di essere influito dalle cagioni anche  menome  di  variet,  di   
alterazione  ec.  che  in  altri  esseri  o  non  producono  niuna  variet,  o   
piccolissima ec.  Le dette cagioni di variet s'incrociano  per  cos  dir  tra   
loro,  perch il calor del clima produce un effetto,  la grossezza dell'aria un   
altro contrario, e ambedue le dette cagion                                        
i s'incontrano bene spesso insieme; e cos discorrendo.  Esse si temperano,  si   
modificano,  si  alterano,  si  diversificano,  s'indeboliscono,  si rinforzano   
scambievolmente in mille guise secondo le infinite diversit loro,  e de'  loro   
gradi,  e delle loro combinazioni scambievoli ec.  ec. e altrettante diversit,   
cio infinite,  e diversit di diversit,  e tutte  notabili,  ne  seguono  ne'   
caratteri  degli  uomini.  Queste  osservazioni  si  applichino  a quelle della   
p.3806-10. e a quelle sopra le differenze vere, cio naturali,  de' talenti,  o   
innate,  o acquisite e contratte [3893]naturalmente,  e per cause e circostanze   
semplicemente naturali e indipendenti  nell'esser  loro  dalle  sociali,  dagli   
avvenimenti   ec.   e   che   avrebbero   operato  ed  operano  per  se  stesse   
proporzionatamente anche negli uomini primitivi,  ne' selvaggi ec.  che operano   
ancora, bench infinitamente meno, negli animali, piante ec. ec. a proporzione,   
e secondo la loro suscettibilit, e la qualit e il grado e le combinazioni ec.   
d'esse  cause  e  circostanze  ec.  ec.  (18.  Nov.  823.)Tio spagn.  Zio ital.   
(-                                                                                
in                                                                                
felicit esteriore n interiore; ma niun popolo civile si trov mai n si trova   
n troverassi in cui la superstizione pi o manco,  e in uno o altro modo,  non   
regni,  per civilissimo ch'ei si fosse,  o si sia, o che sia per essere. Or di   
quanti e quanto gran mali sia stata e sia causa la superstizione per sua natura   
s a' popoli  s  agl'individui,  s  verso  gli  altri  s  verso  se  stessi,   
travagliandoli  s  esternamente  s  internamente,  per  rispetto  ai costumi,   
agl'istituti, alle azioni, alle opinioni ec.; quanti beni e quanto grandi abbia   
impedito e impedisca per sua natura ec. non accade dilungarsi a mostrarlo, anzi   
neppure a ricordarlo,  essendo gi e provato e  notissimo.  (19.  Nov.  1823.).   
Certo la superstizione non ha luogo negli animali anche i pi socievoli. Dunque   
l'uomo   per   natura    men  sociale  che  alcun'altra  specie  ec.   V.   la   
p.3896.Diminutivi positivati.  Faisceau da  fascis  e  per  fascis.  Similmente   
fastello,  quasi fascettello.  Gocciola,  gocciolare sgocciolare ec. diminutivi   
equivalenti ai positivi  goccia,  gocciare,  sgocciare  ec.  da  gutta.  Questi   
diminutivi  cio  gocciola (e cos frombola [3895]di cui p.3636.  marg.  bench   
fromba non sia nome latino),  ec.  e simili altri in olo ec.  breve,  sono alla   
latina;  il che  da notare. (20. Nov. 1823.)Il sonno e tutto quello che induce   
il sonno, ec.  per se stesso piacevole,  secondo la mia teoria del piacere ec.   
Non c' maggior piacere (n maggior felicit) nella vita, che                     
il non sentirla.  (20. Nov. 1823.)Alla p.3876. Venio ha gi perduto il suo i in   
veni il cui i non  il radicale, ma quello della terminazione del perfetto,  se   
gi  esso  non  comprende  ambo gl'i,  come negli antichi codici e monumenti si   
trova assai spesso audi per audii, Tulli per Tullii,  anzi regolarmente Tulli e   
non  Tullii  ec.  del  che  vedi  il Conspectus orthographiae cod.  vaticani de   
republica di Niebuhr. In ogni modo  certo che virtualmente l'i p.e.  di Tulli,   
contiene due i,  come il moderno nostro (e latino) j.  Del resto,  anomalie che   
faccian perdere l'i radicale  ai  temi  della  quarta,  sono  moltissime.  P.e.   
vincio-vinxi (dove l'i secondo, non  il radicale) sentio-sensi ec. Contrazioni   
altres  moltissime,  come  saltum  di salio per salitum ec.  ec.  ec.  Audisti   
audistis ec. sono contrazioni, non, cred'io, di audiistis ec.  ma di audivisti,   
come amasti di amavisti;  onde in audisti audistis ec. l'i radicale non sarebbe   
perduto,                     ma                     sola                     la   
arti    utile,  per                                                              
mille necessaria alla societ, ed origine e cagione effettiva di essa, cos per   
mille altre parti (come p.e.  per la superstizione la qual non sarebbe senza il   
grado  di  facolt  mentale che noi abbiamo,  e che le bestie non hanno,  e per   
cento mila altri effetti)    di  sua  natura  nocevole  e  anche  direttamente   
contraria alla societ degli uomini, e al lor ben essere e lor perfezione nel     
lo stato sociale ec.  ec.  Parlo qui di quella facolt di ragione che l'uomo ha   
per natura,  anche nello stato primitivo,  e dico che questa medesima  dimostra   
che  l'uomo  per natura  men disposto a societ che gli altri animali,  bench   
per altra parte ella sembri invitta e principalissima prova del  contrario  ec.   
ec.  (21. Nov. 1823.)[3897]La negativa francese ne  l'antichissima de' latini,   
i quali dicevano ne e nec per non,  come ho discorso in  proposito  di  nihilum   
parlando della voce silva e della sua origine, e mostrato ancora che ne serviva   
in     composizione     di     particella    privativa,     come    in    greco   
l'esist-                                                                          
enza di verbi ignoti,  di cui questi  sostantivi  saranno  stati  originalmente   
participii,  bench or non si sappia, ec. ec. (22. Nov. 1823.)Alla p.3636.  da   
notare che quando il positivo de' diminutivi positivati (come di martello ec.),   
sieno latini, sieno moderni, latini di origine,  o di origine moderna ec.,  non   
si trova,  [3898]o non se ne sa almeno il significato (sia nella stessa lingua,   
sia nella latina,  o nelle altre ec.),  allora  pu  essere  che  questo  fosse   
diverso  da  quello de' loro diminutivi noti,  o diverso affatto,  o diverso in   
quanto pi generale,  o appartenente ad una specie di cose dello stesso  genere   
ma  pur  diversa da quella significata dal diminutivo ec.  Onde tali diminutivi   
non possono con  certezza  chiamarsi  positivati,  con  tutto  che  nella  loro   
significazione  non si vegga causa n vestigio alcuno di diminuzione;  perocch   
positivati si vogliono intendere quei diminutivi che son giunti ad essere usati   
in vece  de'  loro  positivi  (o  coesistenti,  o  andati  in  disuso),  e  per   
conseguenza nel medesimo senso di questi.  E i diminutivi de' quali io raccolgo   
gli esempi, han da esser di questo genere, e non altro. (22.  Nov.  1823.).  V.   
p.3945.Alla p.3513. Come le donne naturalmente e generalmente parlando (e basta   
all'effetto, che cos sia pernatura) vivono alquanto meno degli uomini, o so      
n  destinate  ad  uno  spazio  di  vita alquanto pi breve,  ed infatti il loro   
sviluppo,  e la decadenza ed estinzione delle loro facolt e  della  giovanezza   
loro,    certamente  pi  pronto,  e  la loro carriera fisica generalmente pi   
rapida;  cos  ben verisimile che le date quantit di tempo,  ad  esse  paiono   
alquanto  maggiori che agli uomini,  secondo la piccola proporzione che risulta   
dal poco svantaggio di lunghezza che ha la lor vita naturalmente dalla  nostra;   
la qual differenza e proporzione essendo assai piccola,  non  maraviglia se il   
detto effetto non si nota,  [3899]e se  riesce  impercettibile,  essendo  quasi   
menomo ec.  Forse anche simili differenze impercettibili si potrebbero supporre   
tra diversi individui di  uno  stesso  sesso,  nazione  ec.  come  derivanti  e   
proporzionate a certe relative differenze fisiche o morali, ec. che si potrebbe   
forse notare a questo proposito,  e come atte a cagionare detto effetto ec. ec.   
(22.  Nov.  1823.)Je me rappelle souvent ce vers anglais: L'homme est fait pour   
agir,  et  tu  prtends  penser?  Frdric II Lettres  d'Alembert,  tome XIII.   
p.203.  (22.  Nov.  1823.).  V.  p.3931.Voce comune alle tre lingue:  Ciabatta,   
zapato,  savate ( noto che il nostro c molle,  in ispagnuolo  z,  in francese   
vale s), savaterie, savetier, zapatero, ciabattino, acciabattare ec. ec.  Anche   
le  metafore  di  tali  voci,  come di saveter e acciabattare,  di ciabattino e   
savetier per mauvais ouvrier ec. ec. sono conformi, almen                         
o tra l'italiano e il francese,  giacch il significato  di  ciabatta,  savate,   
zapato,  bench  simile,    alquanto  diverso  nello spagnuolo ec.  (23.  Nov.   
Domenica.  1823.)Alla p.3851.  marg.  Anche tra noi per avvisato per prudente,   
pu essere participio di avvisarsi, verbo reciproco, o neutro passivo, in senso   
di  avvedersi ec.,  e in tal caso non apparterrebbe al nostro discorso,  niente   
pi di quello che gli appartenga appunto avveduto di  avvedersi  (che  vale  lo   
stesso  che avvisato),  accorto di accorgersi (che vale altres lo stesso: dico   
aggettivamente presi accorto,  avveduto,  avvisato),  e gli altri participi de'   
neutri passivi o reciprochi. (23. Nov. 1823.)[3900]Alla p.3869. marg. Da queste   
osservazioni  chiaro che si dee dir vivisco e non vivesco,  anche per regola e   
analogia e ragion generale.  - Es.  di verbo incoativo fatto da verbo della  4.   
pu essere scisco da scio - Hisco da hio-hiatum,  non  che corruzione d'hiasco   
che pur si trova,  e che  proprio  degli  antichi;  come  hieto    corruzione   
d'hiato,  che pur si trova,  del che altrove.  (23. Nov. 1823.)Al detto altrove   
sopra il continuativo hietare,  aggiungi quello che puoi  vedere  nel  pensiero   
precedente. (23. Nov. 1823.)Alla p.3869. marg. principio. Arcesso, - Capesso, -   
Facesso (v. Forcell. in Facesso princ. e fin.) - is ivi itum. E credo che anche   
gli altri tali verbi frequentativi o desiderativi o come si chiamino (v.  Forc.   
in Facesso princ.), se altri ve n'h                                               
a, facciano allo stesso modo,  cio una mescolanza della 3.  e 4.  coniugazione   
Anche Arcesso fa nell'infinito passivo arcessi e arcessiri.  E v.  Forcell.  in   
arcesso princ. (23. Nov.  1823.).  V.  p.3904.Alla p.3884.  Se la qualit dello   
stile del Tasso,  considerato in generale,  pecca in qualche cosa,  questo si    
pi che in altro, nel molle.  E certo non di rado esso d nel debole,  anzi pur   
nel freddo,  e in quel basso che nasce da debolezza,  da mancanza di nervo e di   
forza per sostenersi in alto e ritto ec. ec., in poca sostenutezza ec. Questo    
molto pi frequente nel Tasso che o in Dante o in Petrarca, e pi ancora che in   
parecchi poeti del 2. ordine.  (23.  Nov.  1823.)Alla p.2843.  Che inceptare in   
questo  senso  d'incettare,  cio [3901]come composto di capto,  non sia alieno   
dall'antica latinit, secondo che ho detto in una delle pagg.  citate in quella   
a  cui questo pensiero appartiene,  me lo persuade eziandio il vedere che detto   
senso  tutto latino,  e alla latina ec.  e quasi  lo stesso  che  quello  del   
semplice  captare,  se non che  determinato ad un certo modo di far quello che   
si denota col verbo captare.  Del resto  che  la  mutazione  dell'a  in  e  ne'   
composti,  e  l'altre  tali,  usitate  regolarmente  nell'antico e buon latino,   
fossero trascurate ne' composti de' tempi bassi e delle lingue moderne,  ne pu   
essere una prova appunto accattare (acheter). Vedi Glossar. in accaptare. (23.   
Nov. 1823.)Simile esempio a quello di tra                                         
er usato talora dagli spagnuoli nel senso di tractare, come nel primo principio   
della  mia  teoria  de' continuativi,  si  quello di affecter spesso usato da'   
francesi nel significato stesso (o simile) di afficere. V. Forcell.  in affecto   
fin.  e inaffector aris; il Gloss., gli spagn. ec. (23. Nov. 1823.)Alla p.3753.   
marg. - come forse sono contrazioni quei diminutivi di cui a p.3844. ec.,  cio   
a dire pagella per paginella,  asellus per asinellus,  che noi diciamo, fabella   
per fabulella ec. (23. Nov.  1823.).  V.  p.3992.Alle cose dette altrove in pi   
luoghi sopra il g protetico dei latini avanti la n, aggiungi gnatus, participio   
o aggettivo,  e sostantivo,  e gnatula, e v. Forcell. in queste voci. (23. Nov.   
1823.)Al detto altrove sopra l'uso dello spagn.  luego simile a  quello  che  i   
greci  fanno  degli  avverbi  significanti  statim  ec.  aggiungi un esempio di   
Aristot. Polit. l.8. Florent. 1576 p.615.  princip.  652.  fine.  p.675.  fine,   
o-                                                                                
upe,  e significa moltitudine, adunanza ec. secondo che in latino e in italiano   
tuttogiorno s'adopera. (24. Nov. 1823.)Monosillabi latini.  Lac: idea primitiva   
ec.                                                                         Gr.   
le.    (24.                                                                       
Nov.  1823.)L'uomo  che  ha  molta  capacit  e  quindi  facilit,  prontezza e   
moltiplicit  di  assuefazione,   per  questa  medesima  causa  ha  altrettanta   
capacit, facilit ec. di dissuefazione. Viceversa nel caso contrario. E sempre   
proporzionatamente,  anzi  sempre  ugualmente,  alla  misura  dell'una capacit   
risponde quella dell'altra.  L'una  [3903]e  l'altra  o  sono  la  cosa  stessa   
diversamente considerata, o due effetti gemelli d'una stessa causa, che non pu   
produr  l'uno  senza produr l'altro nel medesimo grado.  Dalle medesime cagioni   
fisiche,  morali ec.  che producono l'assuefabilit di un uomo o dell'uomo  ec.   
nasce altrettanta sua dissuefabilit.  E dall'una si pu argomentare all'altra.   
L'uomo   assuefabile;  dunque  egli    dissuefabile;  o  viceversa.  Il  tale   
individuo  ha tanta capacit di assuefazione;  dunque tanta di dissuefazione n   
pi n meno.Questo principio,  il quale risulta ed   dimostrato  e  sviluppato   
dalle  osservazioni da me fatte altrove,  si dee notare diligentemente,  perch   
nel corso delle nostre teorie sar forse suscettibile  di  molte  applicazioni.   
(24. Nov. 1823.)A ci che h                                                       
o detto altrove in proposito di pintar e dell'antico participio latino di pingo   
e  de' verbi simili,  aggiungasi dipinto (non dipitto) sostantivo e aggettivo o   
participio, dipintura ec.  peint,  e quindi peintre,  peinture ec.  dpeint ec.   
Pitto per pinto,  non  che degli scrittori.  Abbiamo per pittura, pittore ec.   
Ma anche pintore, pintura. Gli spagnuoli pintor ec. Fitto per finto (universale   
tra noi) non so se mai fosse del volgo e della lingua parlata. Da finto,  e non   
da fictus o fitto,  finzione,  fintamente ec. infinto. fractus franto infranto,   
enfreint ec. Abbiamo per anche fizione ec.  I franc.  feint ec.  Gli spagnuoli   
fingido  (fingitus  primitiva  forma)  ec.  Vinto,  non  vitto  (victus) se non   
poeticamente, ed or neanche ben si direbbe in poesia. Gli spagnuoli vencido,  i   
francesi vaincu,  che rispondono al [3904]primitivo vincitus di vinco,  secondo   
il detto altrove della mutazione dell'itus latino  in  u,  nella  desinenza  di   
molti  participii francesi ec.  (24.  Nov.  1823.)Alla p.3900.  Incesso is ivi,   
(frequentativum ab INCEDO,  dice il Forcell.).  Quanto al suo preterito incessi   
(onde l'incesserint nell'esempio di Tacito hist.  3.77.),  vedi il Forcell.  in   
Incedo ne' due ult. paragrafi, e confrontisi ci ch'egli dice del perf. facessi   
in Facesso. (24. Nov. 1823.)Incessare da incedere.  V.  il Forcell.  in Incesso   
is,  fine,  e il pensiero antecedente, se vuoi. (24. Nov. 1823.)Alla p.3826. Il   
barbaro incapabilis (v. Forcell. e G                                              
loss.  ec.) o  voce falsa,  o affatto barbara  di  formazione  e  fuor  d'ogni   
regola,  (come centomila simili delle latino-barbare, o delle moderne, anche in   
bilis),  o dimostra un capo as atum,  se non  si  dee  leggere  incapibilis  da   
capitum (primitivo per captum),  come io dubiterei.  (24.  Nov.  1823.)Dice per   
dicono,  aiunt,  del che altrove.  V.  la Crusca in Fitto .3.  esempio ult.  e   
cercalo nel suo autore.  (24. Nov. 1823.). Sta Orl. Innam. c.37. st.1, e non ha   
che far col proposito.  (24.  Nov.  1823.)Ho detto che tutte le lingue nascendo   
dai volgari,  le nostre sono nate dal latino volgare e parlato e non dal latino   
scritto. Da questo principio segue, fra gli altri molti,  questo corollario che   
tutte le voci,  frasi, significazioni ec. italiane, francesi spagnuole, e tutte   
le propriet di queste tre lingue, o di qualunque di [3905]esse, che si trovano   
ancora, in qualsivoglia modo, nel latino scritto di qualunque et,  e che nelle   
dette lingue non sono state introdotte dagli scrittori,  dalla letteratura, da'   
letterati,  dalla favella de' dotti o colti ec.  n passati  dall'una  di  esse   
lingue  nell'altra per qualunque mezzo,  dopo essere in quella stati introdotti   
dagli scrittori o dal parlar letterato ec.,  ma che vengono originariamente dal   
semplice  uso  del  favellare  ec.;  furono  tutte proprie del latino volgare e   
parlato, non meno che dello scritto; e quindi chi cerca l'antico volgar latino,   
ha diritto di considerarle come sue parti                                         
e qualit ec. (24. Nov. 1823.)Alla p.3835.   da notare per che l'ubbriachezza   
ec.  anche  quando  esalta  le  forze,  e cagiona una non ordinaria vivacit ed   
attivit ed azione esteriore o interiore,  o l'uno e  l'altro,  sempre  per  o   
quasi  sempre  cagiona  eziandio  nel  tempo  stesso  una  specie  di  letargo,   
d'irriflessione,                                                                  
d'-                                                                               
achezza e tutto ci che le                                                        
si assomiglia o le appartiene ec.  piacevole per sua natura, principalmente in   
quanto ell' (per sua natura) assopimento. Massime  che  questo  nasce  allora   
dall'eccesso  medesimo  della  vita e del sentimento di lei,  il qual eccesso    
nella ubbriachezza quello che scema e mortifica  pi  o  meno  esso  sentimento   
(secondo  che  il  troppo    padre  del nulla,  come altrove) e quasi estingue   
l'animo. (V. Victor.  Commentar.  in Aristot.  Polit.  Flor.  1576.  pag.  ult.   
lin.5.6.).Ond' sommamente piacevole per se stesso, astraendo dalle circostanze   
che  possono produrre in qualche parte il contrario,  e dall'altre qualit,  ed   
effetti, anche essenziali, dell'ubbriachezza ec. ec.  fra tutti gli assopimenti   
quello  prodotto  dall'ubbriachezza  e  simili cause,  perch'esso solo include,   
suppone e porta seco ed ha per madre l'abbondanza relativa  della  vita  e  del   
sentimento  di  lei,  la  qual  vita  e  sentimento    per  natura e necessit   
supremamente piacevole al vivente, come altrove in pi luoghi, se non che negli   
altri casi la mag                                                                 
gior vita e il maggior sentimento di essa   proporzionatamente  maggiore  amor   
proprio,  e  quindi  desiderio  di felicit,  e questo vano,  e quindi maggiore   
infelicit ec.  (24.  Nov.  Festa di S.  Flaviano 1823.)Alla  lista  de'  verbi   
frequentativo-dim-                                                                
lmente     conforme.                                                              
Miscula                                                                           
re (a proposito di cui ho preso a discorrere de' diminutivi [3908]positivati) a   
principio ebbe forse un senso frequentativo, che poi perd,  restandogli quello   
del  positivo.  E cos gli altri,  ciascuno de' quali (nomi o verbi) in origine   
dovettero in qualunque modo differire nel senso dai positivi. Del resto i verbi   
in ulare ec.  propriamente sono diminutivi e perci spettano al  mio  discorso.   
Hanno  per  talora un senso simile al frequentativo (come tanti verbi italiani   
altrove da me notati),  ma non perci si possono  men  giustamente  porre  fra'   
diminutivi,  giacch  solo  dalla  diminuzione  ricevono  quel  tal  potere  di   
significar la  frequenza  ec.  il  qual  significato    come  una  specie  de'   
significati diminutivi ec.  (26.  Nov. 1823.). v.1823Alla p.3520. E bene spesso   
l'irriflessione de' fanciulli,  degl'ignoranti,  degl'inesperti ec.  fa  quello   
stesso,  e  cos  perfettamente,  o  assai meglio ancora,  che pu fare e fa la   
riflessione,  la  prudenza,  la  provvidenza,  l'accorgimento,  l'abilit,   la   
prontezza ec.  e la presenza di spirito acquistata a forza di pratica ec. trova   
gli stessi partiti che potrebbe  abbracciare  dopo  maturissima  considerazione   
l'uomo  il  pi  riflessivo,  e  dov' bisogno di prontezza,  con altrettanta e   
maggior prontezza li trova  e  li  eseguisce,  che  possa  fare  l'abito  della   
riflessione ec.  (26.  Nov.  1823.)Causare per accusare,  accagionare,  del che   
altrove in proposito dell'antico lat. cuso. Machiavelli Vita di Castruc           
cio Castracani,  non molto avanti il mezzo,  tutte le Opere,  1550,  parte  2.a   
p.73.  principio.  Occorse  in  questi  tempi  che il popolo di Roma cominci a   
tumultuare per il vivere  caro,  causandone  l'assenza  del  Pontifice  che  si   
trovava   in   Avignone,   et  biasimavono  i  governi  Tedeschi.   (26.   Nov.   
1823.)[3909]Alla p.3753. E forse del resto,  puellus  contrazione di puerulus,   
che pur si dice;  e allo stesso modo nigellus di un nigerulus, e fratello  per   
fraterulus,  culter cultri-cultellus,  e tutti i simili similmente.  (26.  Nov.   
1823.)Alla  p.3310.  Quanto  influisca sempre l'immaginazione,  l'opinione,  la   
prevenzione ec. sull'amore anche corporale, sui sentimenti che un uomo prova in   
particolare verso una donna, o una donna verso un uomo,  cosa notissima.  E in   
particolare ha forza sull'amore, non solo platonico o sentimentale, ma eziandio   
corporale  verso gl'individui particolari,  tutto ci che ha del misterioso,  e   
che serve a rendere poco noto all'amante l'oggetto del suo amore,  e  quindi  a   
dar campo alla sua immaginazione di fabbricare,  per dir cos,  intorno ad esso   
oggetto.   Perci  moltissimo  contribuisce  all'amore  e  al  desiderio  anche   
corporale,  tutto ci che ha relazione ai pregi o alle qualit comunque amabili   
dell'animo nell'oggetto amabile,  e in particolare un certo carattere profondo,   
malinconico,  sentimentale,  o  un  mostrar  di  rinchiudere  in se pi che non   
apparisce di fuori. Perocch l'animo e le sue qualit, e massima                  
mente queste che ho specificate, son cose occulte, ed ignote all'altre persone,   
e dan luogo in queste all'immaginare,  ai concetti  vaghi  e  indeterminati;  i   
quali concetti e le quali immaginazioni congiungendosi al natural desiderio che   
porta  l'individuo  dell'un  sesso  verso quello dell'altro,  danno un infinito   
risalto a questo desiderio,  accrescono strabocchevolmente [3910]il piacere che   
si prova nel soddisfarlo;  le idee misteriose e naturalmente indeterminate, che   
hanno relazione all'animo dell'oggetto amato, che nascono dalle qualit e parti   
apparenti del suo spirito,  e massime se da qualit che abbiano del profondo  e   
del  nascosto  e dell'incerto,  e che promettano o dimostrino altre lor parti o   
altre qualit occulte ed amabili ec.,  queste idee  dico,  congiungendosi  alle   
idee  chiare e determinate che hanno relazione al materiale dell'oggetto amato,   
e comunicando loro del misterioso e del  vago,  le  rendono  infinitamente  pi   
belle,  e  il  corpo della persona amata o amabile,  infinitamente pi amabile,   
pregiato, desiderabile;  e caro quando si ottenga.Generalmente una delle grandi   
cagioni  che  hanno  prodotto  il sentimentale,  l'amore spirituale ec.,  oltre   
quella notata nel pensiero a cui questo si  riferisce,  si    che  gli  uomini   
civilizzandosi  di pi in pi,  e sempre colla stessa proporzione acquistandone   
ed aumentandosene di consistenza,  di efficacia,  di valore,  d'importanza,  di   
estensione, di attivit, d'influenza, forza, e po                                 
tere,  di  facolt,  la  parte  spirituale  ed  interna dell'uomo,  si  venuto   
primieramente  a  riconoscere  e  supporre  nell'uomo  una  parte  nascosta   e   
invisibile  che i primitivi o non supponevano affatto o molto leggieramente,  e   
poco distintamente dalla parte visibile  e  sensibile;  poscia  a  considerarla   
altrettanto  quanto  la parte esteriore;  poi pi di questa,  e di mano in mano   
tanto pi,  che oggimai nell'uomo e in ciascuno individuo umano,  se la  natura   
non  ripugnasse  (la  quale  all'ultimo  [3911]non pu mai totalmente essere n   
spenta n superata) non altro quasi si considererebbe che  l'interiore,  e  per   
uomo  non  s'intenderebbe  in  nessun  caso  altro  che il suo spirito.  Ora in   
proporzione di questa spiritualizzazione delle cose, e della idea dell'uomo,  e   
dell'uomo   stesso,      cominciata   e  cresciuta  quella  spiritualizzazione   
dell'amore,  la quale lo rende il campo e la fonte di  pi  idee  vaghe,  e  di   
sentimenti  pi  indefiniti  forse  che non ne desta alcun'altra passione,  non   
ostante ch'esso e in origine, e anche oggid quanto al suo fine,  sia forse nel   
tempo  stesso  e la pi materiale e la pi determinata delle passioni,  comune,   
quanto alla sua natura,  alle bestie,  ed agli uomini i pi bestiali e  stupidi   
ec.  e  che  meno partecipano dello spirito.  Fino a tanto che giunta in questi   
ultimi tempi al colmo la spiritualizzazione delle cose umane,  ,  si pu  dir,   
nato  a  nostra  memoria,  o  certamente in questi ultimi anni si  reso per la   
prima volt                                                                        
a comune quell'amore che con nuovo nome,  siccome nuova  cosa,  si    chiamato   
sentimentale;  quell'amore  di  cui  gli antichi non ebbero appena idea,  o che   
sotto il nome di  platonico,  apparendo  talora  in  qualche  raro  spirito,  o   
disputandosene  tra'  filosofi e gli scolastici,   stato finora riputato o una   
favola e un ente di ragione e chimerico, o un miracolo,  e cosa ripugnante alla   
universal natura,  o un impossibile, o una cosa straordinarissima, o una parola   
vuota di senso, e un'idea confusa; e veramente ella  stata,  si pu dir,  tale   
finora,  cio  confusissima e da' filosofi piuttosto nominata che concepita,  e   
da' pi savi, come tale, derisa e stimata incapace di mai divenir [3912]chiara.   
Questa eccessiva moderna spiritualizzazione dell'amore,  la quale  con  proprio   
vocabolo chiamiamo amore sentimentale, risponde alla suprema spiritualizzazione   
delle  cose  umane,  che  in  questi ultimi tempi ebbe ed ha luogo.E come dalla   
spiritualizzazion delle cose umane sia nata e dovuta nascere,  e seco sempre in   
esatta proporzione crescere, e finalmente venire al colmo la spiritualizzazione   
dell'amore,  e  quindi  il  vago  e  l'indefinito  che  ora  proprio di questa   
passione e de' sentimenti dell'un sesso verso l'altro,   manifesto e facile  a   
spiegare colle cose predette. L'uomo da principio, siccome in se stesso e negli   
altri  uomini,  cos  naturalmente  anche  nella  donna,  e  viceversa la donna   
nell'uomo, non consideravano che l'esteriore. Ma col p                            
rincipiar della civilizzazione,  nascendo l'idea dello spirito,  a causa  della   
forza ed azione che la parte interna incominciava ad acquistare e sviluppare, e   
di  mano  in mano,  come questa parte all'esterna,  cos l'idea dello spirito a   
quella del corpo, prima agguagliandosi,  e poi appoco a poco strabocchevolmente   
prevalendo,   l'individuo   dell'un   sesso   in   quello   dell'altro  dovette   
necessariamente prima incominciare  a  considerare  anche  lo  spirito,  e  poi   
seguendo,  considerarlo  quanto il corpo,  e finalmente pi del corpo medesimo,   
almeno in un certo senso e modo.  Sicch l'oggetto  amabile  dell'un  sesso  fu   
all'individuo dell'altro,  non pi un oggetto semplicemente materiale,  come in   
principio, ma un oggetto composto di spirito e di corpo,  di parte occulta e di   
parte  manifesta,  e  poscia  di  mano  in  mano  un oggetto pi spirituale che   
[3913]materiale,  pi occulto e immaginabile che  manifesto  e  sensibile,  pi   
interiore che esteriore.  E come le idee che hanno relazione alla parte interna   
ed occulta  dell'uomo,  sono  naturalmente  vaghe  ed  incerte,  quindi  l'idea   
dell'oggetto amabile,  considerato nel detto modo,  cominci necessariamente ad   
avere del misterioso,  congiungendosi  in  essa  idea  la  considerazion  dello   
spirito  a  quella  del  corpo;   e  acquistando  di  mano  in  mano  la  prima   
considerazione sopra la seconda, sempre pi misteriosa ne dovea divenire l'idea   
dell'oggetto amato, sino ad aver finalmente pi del mistico, dell'incerto e del   
vag                                                                               
o,  che del chiaro e determinato.  Cos i sentimenti e le idee che appartengono   
alla  passion  dell'amore,  pigliarono  sempre pi dell'indefinito a proporzion   
della  civilizzazione  (e  quindi  essa  passione  divenne,  non  v'ha  dubbio,   
incomparabilmente pi dilettosa); tanto che, quantunque il principio dell'amore   
sia  quel  medesimo  necessariamente  oggi  che  fu  ne'  primitivi,  che  ne'   
selvaggi,  che  e fu sempre ne' bruti,  ed altrettanto  materiale  e  animale,   
nondimeno essa passione adunando in se lo spirituale col materiale,   divenuta   
cos diversa da quelle,  che certo l'amor propriamente sentimentale non  sembra   
aver  nulla  che fare n coll'amore de' selvaggi,  n con quello dei bruti,  ma   
essere di natura e di principio e di origine affatto  diverso  e  distinto.  Ed   
oggid   anche   l'amore  il  meno  platonico  e  il  pi  sensuale  pur  tiene   
necessariamente  nelle  sue  idee  e  ne'  suoi  sentimenti  assaissimo   dello   
spirituale,  e quindi dell'immaginoso,  e quindi del vago e dell'indefinito;  e   
nell'oggetto amato [3914]o goduto o amabile anche la persona pi brutale sempre   
considera alquanto e in qualche modo una parte  occulta  di  esso  oggetto  che   
accompagna  ed  anima  e  strettamente  appartiene,  abbraccia ed  congiunta a   
quella parte e a quelle membra che egli desidera,  o ch'ei  si  gode,  o  ch'ei   
riguarda come amabili e desiderabili;  perch in fatti quella parte vi , ed ha   
grandissima parte nell'essere di quell'oggetto,  e l'interno  una  grandissima   
porzi                                                                             
one di questo, per brutale o insensato che anch'esso si sia; e l'amante il vede   
assai bene tuttod.  Parlo di oggetti amati e di amanti che quantunque brutali,   
o incolti,  e poco esistenti per lo spirito,  pur sieno de'  civili.Del  resto,   
tornando al primo proposito,  come l'immaginazione e il mistero particolare ec.   
influisce sommamente e modifica  ec.  l'amore  anche  il  pi  corporale  verso   
gl'individui  particolari  d'altro  sesso (o anche del medesimo sesso,  secondo   
l'uso de' greci), cos l'immaginazione e il mistero generale derivante dall'uso   
delle vesti,  influ nel modo che si  detto  nel  pensiero  a  cui  questo  si   
riferisce,  e  sempre  e  del continuo influisce generalmente sopra l'amore e i   
sentimenti (anche i pi materiali per principio,  per iscopo ec.) dell'un sesso   
verso  l'altro,  considerato  tutto  insieme.  E  come  la considerazione dello   
spirito che  cosa occulta, influisce su quella del corpo, e rende misteriosi e   
vaghi i sentimenti e le idee che da questo naturalmente e principalmente  hanno   
origine,  ed  a  questo  propriamente,  bench  or  pi  or  meno apertamente e   
immediatamente e principalmente si  riferiscono;  cos  la  considerazione  del   
corpo divenuto anch'esso cosa,  per la maggior sua parte,  occulta e sottoposta   
all'immaginazione altrui pi ch'ai sensi, rende misteriosi ec.  e spiritualizza   
nel  modo  il  pi  naturale  i  sentimenti e le idee ec.: e da una causa tutta   
materialissima nasce [3915]un effetto che ha dello spiritua                       
lissimo,  del semplicemente spirituale,  del  pi  spirituale  ch'alcuno  altro   
ec.Quanto  poi  l'immaginazione,  l'opinione,  la  preoccupazione e cento cause   
affatto e per  lor  natura  e  principio  aliene  ed  estrinseche  ai  soggetti   
medesimi, influiscano e possano sull'amore e sui sentimenti dell'un sesso verso   
l'altro  ne'  casi  particolari,  mi  basti  considerarne  fra gl'infiniti,  un   
esempio. Suppongansi un fratello e una sorella, ambo giovanissimi,  bellissimi,   
sensibilissimi,  e  per  ogni  parte  dispostissimi,  ed espertissimi eziandio,   
dell'amore verso  gl'individui  d'altro  sesso.  Supponghiamo  che  dopo  lunga   
assenza,  si  riveggano  l'un  l'altro,  e  ponghiamo che ci sia in tempi o in   
circostanze che il lor cuore, la loro sensibilit,  la loro facolt di passione   
non sieno state per niun modo blases,  uses, istupidite, indebolite ec. o dal   
commercio del mondo o da checch sia.  Certo  ch'essi  proveranno  l'un  verso   
l'altro  de' sentimenti vivissimi,  tenerissimi,  amorosissimi,  piangeranno di   
affetto ec.  Ma in questa passione o momentanea o durevole che proveranno l'uno   
verso  l'altro,  bench  certamente  v'avr  molto di corporale,  perch gli ho   
supposti bellissimi e giovanissimi, oltre sensibilissimi, non v'avr per nulla   
di sensuale,  e quel corporale prender forma  della  pi  spiritual  cosa  del   
mondo;  e  non  per  tanto  la  detta  passione,  come  dall'amor  sensuale  di   
qualsivoglia specie,  cos sar  di  genere  e  di  natura  sensibilissimamente   
diverso                                                                           
da   qualunque  di  quegli  amori  verso  un  altro  sesso,   che  si  chiamano   
sentimentali,  incominciando  [3916]dal  pi  imperfetto,  fino  al  pi  puro,   
spirituale,  platonico, ed apparentemente pi casto ed angelico, insomma il pi   
veramente e semplicemente sentimentale che si possa trovare o pensare.  Ed essi   
medesimi  o espressamente o implicitamente si accorgeranno di questa differenza   
in modo che non sar loro possibile di confondere neanche per un momento quella   
passione che allor proveranno con nessuna di quelle altre, le quali pur saranno   
capacissimi di provare,  come ho supposto,  e quindi ben le concepiranno,  e di   
pi  le  avranno  effettivamente provate,  come ho anche supposto.  Anzi voglio   
anche supporre che ambedue si  trovino  attualmente  in  una  di  queste  altre   
passioni, e che sia delle vivissime dall'un lato, e dall'altro delle pi pure e   
sentimentali  possibili.  N  questa  nocer  a  quella,  n essi lasceranno di   
sentire,  in modo da non poter dubitarne,  una decisa ed intera  differenza  di   
specie  dall'una  all'altra.  Certo    che  tutte queste supposizioni non sono   
chimeriche, e che generalmente parlando,  si son date e si danno effettivamente   
nelle nazioni civili delle passioni di amore vivissime,  tenerissime, purissime   
costantissime, tra fratello e sorella,  belli e giovani;  di un padre verso una   
figlia bellissima,  di una madre ec.  e cos discorrendo; e che queste passioni   
possono essere e furono e sono distintissime da qualunque altr                    
a di quelle che si provano o possono provare verso gl'individui d'altro  sesso.   
Certo  insomma che si d un amor fraterno, un amor paterno ec. pi o men vivo,   
ma anche vivissimo e tenerissimo [3917]tra persone diverse di sesso, il quale    
sensibilissimamente  e  totalmente  distinto da qualunque altro di quegli amori   
pi propriamente detti, che si provano verso gl'individui d'altro sesso verso i   
quali  essi  non  sono  vietati  da  certe  leggi,   pretese   naturali,   cio   
dall'opinione  ec.  Si  d,  dico,  il  detto  amore  nelle  persone civili,  o   
semicivili ec.  cio in quegli uomini in cui  possono  le  leggi  e  quindi  le   
opinioni relative ec.  E si d or pi or meno durevole; pi frequentemente per   
poco durevole (nel suo stato di cos vivo e tenero,  e  di  cos  distinto  nel   
tempo stesso da quegli altri amori): ma basta al nostro argomento ch'esso sia e   
possibile e sovente (e foss'anche stato una sola volta) reale,  eziandio per un   
solo istante. (Del resto,  tutto ci non toglie che non si dieno e si sien dati   
forse anche pi spesso amori o sensuali o sentimentali,  ma d'altro genere, tra   
fratelli e sorelle, padri e figlie, madri e figli ec.  eziandio civilissimi.)Or   
da  queste  osservazioni  si  deduce  1  parlando  dell'amore tra l'un sesso e   
l'altro  generalmente,  come  esso  dipenda  e  sia  modificato,  senza  alcuna   
influenza della natura propria, dall'immaginazione e dall'opinione. Poich quel   
fratello che alla vista di quella tal persona, se non fosse                       
stata  sua  sorella,  anzi  pur solamente s'esso non lo avesse saputo,  avrebbe   
certo provata tutt'altra specie di amore,  o se non altro,  si sarebbe  sentito   
spinto o capace di tutt'altra specie di sentimenti verso lei; solo per sapere e   
pensare quella essere sua sorella,  prova un amore e una sorta di sentimenti di   
diversissima e distintissima specie.  Giacch che questa differenza e il provar   
questi  sentimenti  e  il  non  provar  quelli,  sia  effetto  dell'opinione  e   
prevenzione ec., e non di un secreto istinto [3918]naturale,  come dicono,  per   
modo  che quel fratello,  anche non sapendo quella essere sua sorella,  dovesse   
provare affetto (ancorch menomo) verso lei,  e questo fraterno,  e non provare   
affetto  d'altra  sorta,  e  cos un padre verso una figlia ignota,  o verso un   
figlio del medesimo sesso,  e cose simili,  sono tutte stoltezze,  e dimostrate   
per  falsissime,   oltre  dalla  ragione,  da  mille  esperimenti.2.  Le  dette   
osservazioni servono d'altro esempio confermante  la  prima  mia  proposizione,   
cio  quante  passioni  sentimenti  ec.   anche  tenerissimi  ec.   che  paiono   
assolutamente naturali, anzi pure quante specie di passioni assolutamente e per   
origine e principio sieno puri  effetti  di  circostanze,  opinioni  ec.  e  di   
accidenti che in natura non avrebbero avuto luogo. Infatti questo amor fraterno   
o  paterno ec.  verso individui d'altro sesso,  cos vivo per una parte,  e per   
l'altra cos distinto dagli altri amori verso il sesso differente, an             
che da' pi puri,  sembra bens la pi natural cosa del mondo,  eppure    mero   
effetto delle circostanze,  delle opinioni,  delle leggi, le quali sono le vere   
madri di questa sorta di amore,  che non par poter essere  altro  che  opera  e   
figlia della natura, e questa averla messa negli animi di propria mano, laddove   
senza  le  opinioni,  costumi e leggi essa sorta di amore non avrebbe esistito,   
almeno in quel tal grado ec.,  e il genere umano ne sarebbe al tutto inesperto,   
e  non  saprebbe che cosa ella si fosse.  Siccome accade veramente ne' selvaggi   
ec.  che non abbiano leggi o costumi relativi  ec.  i  quali  non  faranno  mai   
difficolt  di usare colle sorelle,  e amandole vivamente ci non [3919]sar in   
altra guisa che carnalmente (poich essi non sono capaci  nemmeno  degli  altri   
amori  sentimentali),  altrimenti  non le ameranno,  o solo leggermente e senza   
trasporto,  e come e in quanto compagne abituate fin dalla nascita a  convivere   
seco loro, come accade anche agli altri animali verso i loro abituali compagni,   
senza  alcuna  relazione  alla conformit del sangue,  e senza che questa abbia   
alcuna parte nel produrre quell'affezione,  eccetto in quanto  ella  pu  esser   
causa  di  somiglianza  ec.  che  serve  all'amicizia,  e  in  quanto  ad altre   
circostanze  estrinseche,   e  in  somma  diverse  dalla  semplice  e   propria   
consanguineit per se stessa, bench sieno anche suoi effetti. E tale non calda   
amicizia avr luogo, come tra gli animali, cos tra' selvaggi (ed                 
anche tra noi), pi tra' compagni abituati a vivere insieme, che tra' fratelli,   
o  tra padri e figli,  posto il caso che questi non abbiano avuto o non abbiano   
tale abitudine,  ed altri ed alieni s.  Perocch essa amicizia  tra  loro  in   
quanto  compagni  abituati  (accidente,  e  cosa  i  cui  effetti  appartengono   
all'assuefazione), non in quanto consanguinei,  o in quanto simili di naturale,   
di carattere,  inclinazioni,  et ec.,  non in quanto consanguinei ec.  ec. Del   
resto quel che ho detto dell'amor fraterno o paterno ec. tra individui di sesso   
diverso si stenda ancora a quello tra fratello e fratello,  padre e figlio ec.,   
ch anch'esso in grandissima parte  opera ed assoluta creatura, o delle leggi,   
costumi,  opinioni ec.  o dell'assuefazioni, del convitto, della somiglianza, e   
di cose diverse insomma dalla consanguineit per se  stessa.  Massime  un  amor   
vivo,  sentimentale, tenero, fervido ec. Il quale parimente non suol [3920]aver   
luogo che ne' civili ec. Tra' selvaggi, come tra gli animali, l'amore, o almeno   
l'amor vivo tra' genitori e' figliuoli,  anzi de' genitori verso  i  figliuoli,   
non  dura  se  non  quanto   bisogno alla conservazione di questi ec. In quel   
tempo egli  veramente naturale e d'istinto ec.  Ma i selvaggi per barbarie non   
lasciano di avere talora anche in costume di abbandonare i figli appena nati, o   
poco appresso ec.  di esporli ec. ec., come anche usavano molti antichi civili,   
e come pur troppo s'usa anche oggi tr                                             
a noi in mille casi ec.  ec.;  e Rousseau espose o tutti o non pochi de'  figli   
che   ricevette   dalla  sua  Teresa  Levasseur  ec.,   cose  tutte  ignote  in   
qualunqu'altra specie di animali, e contro natura se altra mai,  e di cui non    
capace se non l'uomo ridotto comunque in societ,  cio corrotto,  e perniciose   
di lor natura alla specie ec. ec. Puoi vedere Aristot.  Polit.  Florent.  1576.   
lib.7. p.638-40. dove si d per legge conveniente e necessaria alle repubbliche   
l'esposizione dei figli,  non solo imperfetti,  come in Lacedemone, ma eziandio   
generati dopo una certa et ec.,  e di pi dove l'esposizione per legge non sia   
permessa,     si     consiglia     e     prescrive     da     quel     filosofo   
l'-                                                                               
(ch infatti essi non sono utili in altro modo) e                                 
tanto pi forti distrazioni,  quanto pi vivi e forti sono essi  piaceri,  cos   
chiamati, e maggiore il loro essere di piacere, e la sensazion loro pi viva. I   
deboli sono incapaci di piaceri forti,  o solo di rado e poco frequenti,  e men   
forti sempre che non ne provano i vigorosi,  perch la lor  natura  non  ha  la   
facolt o di sentire pi che tanto vivamente, o di sentire piacevolmente quando   
le sensazioni sieno pi che tanto vive.)                                          
Se l'uomo forte in qualunque modo,   privo, per qualunque cagione, di piaceri,   
o di piaceri abbastanza forti,  e di sensazioni vive,  e di  poter  mettere  in   
opera la sua facolt di azione,  o di metterla in opera pi che il debole, egli   
 veramente pi infelice che il debole, e soffre [3922]di pi.  Perci,  fra le   
altre  cose,  nel  presente  stato  delle  nazioni e quanto alla sua natura,  i   
giovani sono generalmente pi  infelici  dei  vecchi,  e  questo  stato    pi   
conveniente  e  buono alla vecchiezza che alla giovanezza.  L'uomo forte  meno   
infelice del debole in uguali dispiaceri e dolori;  pi infelice s'egli  privo   
di  piaceri,  o  di piaceri pi vivi e frequenti che non son quelli del debole.   
Egli  pi atto a soffrire,  e meno atto a non  godere;  o  vogliamo  dire  men   
disadatto  all'uno,  e  pi disadatto all'altro.Ma oltre di tutto ci,  bisogna   
accuratamente distinguere la forza dell'animo dalla  forza  del  corpo.  L'amor   
proprio risiede nell'animo.  L'uomo  tanto pi infelice generalmente, quanto    
pi forte e viva in lui quella parte che si chiama animo.  Che la  parte  detta   
corporale  sia pi forte,  ci per se medesimo non fa ch'egli sia pi infelice,   
n accresce il suo amor proprio,  se non in quanto il maggiore o  minor  vigore   
del  corpo    per  certe  parti  e  rispetti,   e  in  certi  modi,  legato  e   
corrispondente e proporzionato a quello della  parte  chiamata  animo.  Ma  nel   
totale e sotto il pi de' rispetti, tanto  lungi che la maggior forza            
del corpo sia cagione di maggiore amor proprio e infelicit,  che anzi questa e   
quello sono naturalmente in ragione inversa della forza propriamente corporale,   
sia abituale sia passeggera.  L'amor proprio  e  quindi  l'infelicit  sono  in   
proporzione  diretta  del  sentimento  della vita.  Ora accade,  generalmente e   
naturalmente parlando,  che ne' pi forti di corpo la vita sia bens  maggiore,   
ma  il  sentimento della vita minore,  e tanto minore quanto maggiore si  e la   
somma della vita e la forza.  Ne' pi deboli di corpo  viceversa.  O  volendoci   
esprimere in altro modo,  e forse pi chiaramente, ne' pi forti [3923]di corpo   
la vita esterna  maggiore,  ma l'interna  minore;  e  al  contrario  ne'  pi   
deboli di corpo.  Infatti  cosa osservata che generalmente, naturalmente, e in   
parit di altre circostanze, le nazioni e gl'individui pi deboli di corpo sono   
pi disposti e meno impediti a pensare, riflettere, ragionare, immaginare,  che   
non sono i pi forti;  e un individuo medesimo lo  pi in uno stato e tempo di   
debolezza corporale o di minor forza,  che in istato di forza corporale,  o  di   
forza maggiore.  Gli uomini sensibili,  di cuore, di fantasia; insomma di animo   
mobile, suscettibile,  e pi vivo in una parola che gli altri,  sono delicati e   
deboli di complessione, e ci cos ordinariamente, che il contrario, cio molta   
e  straordinaria  sensibilit ec.  in un corpo forte,  sarebbe un fenomeno. La   
vita  il sentimento dell'esistenza. Questo                                       
 tutto in quella parte dell'uomo,  che noi  chiamiamo  spirituale.  Dunque  la   
maggiore  o  minor  vita,  e quindi amor proprio e infelicit,  si dee misurare   
dalla maggior forza non del corpo ma dello spirito.  E la maggior  forza  dello   
spirito  consiste  nella  maggior  delicatezza,  finezza  ec.  degli organi che   
servono alle funzioni spirituali.  Delicatezza d'organi difficilmente si  trova   
in  una  complessione non delicata;  e viceversa ec.  La delicatezza del fisico   
interno corrisponde naturalmente ed  accompagnata da quella  dell'esterno.  Di   
pi  la  forza  del  corpo  rende  l'uomo pi materiale,  e quindi propriamente   
parlando, men vivo, perch la vita, cio il sentimento dell'esistenza,   nello   
spirito  e dello spirito.  Cos le passioni ed azioni,  le sensazioni e piaceri   
ec. materiali, tanto pi quanto sono pi forti;  (rispettivamente alla capacit   
ed agli abiti fisici e morali,  ec. dell'individuo); le attuali attualmente, le   
abituali abitualmente.  Le sensazioni materiali in un  corpo  forte,  o  in  un   
individuo  che  per  esercizio  o per altra [3924]cagione ha acquistato maggior   
forza corporale ch'ei non aveva per natura,  o in un corpo debole che si  trovi   
in  passeggero  stato  di  straordinaria forza,  sono pi forti,  ma non perci   
veramente pi vive,  anzi meno perch pi tengono del materiale,  e la  materia   
(cio  quella  parte delle cose e dell'uomo che noi pi peculiarmente chiamiamo   
materia) non vive, e il materiale non pu esser vivo, e non ha                    
che far colla vita,  ma solo colla esistenza,  la quale considerata senza vita,   
non   capace n di amor proprio n d'infelicit.  Cos la materia non  capace   
di vita,  e una cosa,  un'azione,  una sensazione ec.  quanto  pi  materiale,   
tanto    men  viva.  Insomma  ciascuna  specie  di viventi rispetto all'altre,   
ciascuno  individuo  rispetto  a'  suoi  simili,   ciascuna  nazione   rispetto   
all'altre,  ciascuno  stato  dell'individuo  sia  naturale,  sia abituale,  sia   
attuale e passeggero,  rispetto agli  altri  suoi  stati,  quanto  ha  pi  del   
materiale,  e meno dello spirituale,  tanto , propriamente parlando, men vivo,   
tanto meno partecipa della vita e per quantit e per intensit e  grado,  tanto   
ha  minor somma e forza di amor proprio,  e tanto  meno infelice.  Quindi tra'   
viventi le specie meno organizzate,  avendo un'esistenza pi materiale,  e meno   
di  vita  propriamente  detta,  sono  meno  infelici.  Tra  le nazioni umane le   
settentrionali,  pi forti di corpo,  men vive di spirito,  sono meno  infelici   
delle meridionali. Tra gl'individui umani i pi forti di corpo, men delicati di   
spirito,  sono meno infelici.  Tra' vari stati degl'individui,  quello p.e.  di   
ebbriet,  bench pi vivo quanto  al  corpo,  essendo  per  men  vivo  quanto   
[3925]allo  spirito (che in quel tempo  obruto dalla materia,  e le sensazioni   
spirituali dalle materiali, e le azioni stesse dello spirito,  bench pi forti   
ec., hanno allora pi del materiale che all'ordinario), e quindi la vita esse     
ndo  allora  pi  materiale,  e  quindi propriamente men vita (come in tempo di   
sonno o letargo, bench questo sia inerte,  e l'ebbriet pi svegliata ancora e   
pi attiva talvolta che lo stato sobrio),   meno infelice.Del resto egli  ben   
vero, come ho detto,  che la forza del corpo rende il vivente pi materiale,  e   
gl'impedisce  o  indebolisce  l'azione  e la passione interna,  e quindi scema,   
propriamente parlando, la vita.  Ond' che,  generalmente parlando,  quanto nel   
vivente    maggiore  la forza e l'operazione e passione e sensazione del corpo   
particolarmente detto (sia per natura, o per abito, o per atto), tanto  minore   
la vita, l'azione e la passione dello spirito, cio la vita propriamente detta.   
Ma questo si deve intendere,  posta una parit di  circostanze  nel  rimanente.   
Voglio  dire,  se il leone ha pi forza di corpo che il polipo,  non per questo   
egli  men vivo del  polipo.  Perocch  egli    nel  tempo  stesso  assai  pi   
organizzato del polipo, e quindi ha molto pi vita. Onde tanto sarebbe falso il   
conchiudere dalla sua maggior forza corporale che egli abbia pi vita, e quindi   
sia  pi  infelice,  del polipo,  quanto il conchiuderne ch'ei sia pi infelice   
dell'uomo,  come si dovrebbe conchiudere se la vita si avesse a misurare  dalla   
forza  comunque,  o  dalla  forza  estrinseca  (nel  che  il leone passa l'uomo   
d'assai) e non dalla organizzazione [3926]ec.  in cui l'uomo  molto  superiore   
al leone. Se la donna  di corpo pi debole dell'uo                               
mo,  e  la femina del maschio,  non ne segue che generalmente e naturalmente la   
donna e la femmina abbia pi vita, e sia pi infelice del maschio.  Converrebbe   
prima  affermare che di spirito la femmina sia o pi o altrettanto forte,  cio   
viva ec.,  che il maschio;  ed accertarsi o mostrare in qualunque modo,  che al   
minor  grado  della  sua  forza  corporale  rispetto  al  maschio  non risponda   
generalmente nel suo spirito una certa qualit di organizzazione un certo minor   
grado di delicatezza ec. ec.  da cui risulti che generalmente e naturalmente lo   
spirito  della  femmina  sia  minore,  men vivo,  che la femmina abbia men vita   
interna,  e  quindi  propriamente  men  vita,  del  maschio,  con  un  certo  e   
proporzionato  ragguaglio  al  minor grado di forza corporale che ha la femmina   
rispetto al maschio.  Io credo onninamente che sia cos e  che  il  maschio  in   
somma viva propriamente (per natura e in generale) pi che la femmina, ed  ben   
ragione  ec. Similmente discorrasi delle nazioni,  degl'individui,  e de' vari   
stati di  un  medesimo  individuo,  avendo  riguardo  alle  lor  varie  nature,   
caratteri  ed  abiti  s  quanto  al  corpo  s  quanto allo spirito, le quali   
disparit,  e quelle de' loro gradi,  e le diverse combinazioni di questi e  di   
quelle producono in questo nostro proposito,  come,  si pu dire, in ogni altra   
cosa,  (e in tutta la natura e in tutte le parti  di  lei  similmente  accade),   
infinite e grandissime diversit di risultati. Tutti i quali per, bench         
impossibile  sia lo specificarli e spiegarli a uno a uno,  e bench,  stante la   
moltiplicit e sfuggevolezza delle cause che contribuiscono  a  modificarli  in   
questa  e  questa  e  questa  forma (una delle quali che mancasse,  o non fosse   
appunto tale e tale, o in quel tal grado, o in quella proporzione coll'altre, o   
[3927]cos combinata ec.,  il risultato non sarebbe quello)  sieno  anche  bene   
spesso difficilissimi a spiegarsi,  e a rivocarsi ai principii, ed a conoscerne   
il rapporto e somiglianza  cogli  altri  risultati,  chi  non  sia  abilissimo,   
acutissimo   e   industriosissimo  nel  considerarli;   nondimeno  in  sostanza   
corrispondono ai principii da  me  esposti,  e  non  se  gli  debbono  riputare   
contrarii,  come  non dubito che potranno parere mille di loro e in mille casi,   
alla prima vista,  ed anche dopo un  accurato,  ma  non  idoneo  n  giusto  n   
sufficiente  esame.  Bisogna  aver  molta  pratica  ed  abilit ed abitudine di   
applicare i principii generali agli effetti anche pi particolari e lontani,  e   
di  scoprire e conoscere e d'investigare i rapporti anche pi astrusi e riposti   
e pi remoti.  Questa protesta intendo di fare generalmente per tutti gli altri   
principii e parti del mio sistema sulla natura.  V. p.3936.3977.L'esistenza pu   
esser maggiore senza che lo sia  la  vita.  L'esistenza  del  leone  pu  dirsi   
maggiore  di quella dell'uomo.  La vita al contrario.  L'esistenza insieme e la   
vita del leone  maggiore rispetto all'ostrica, alla testuggine, alla lu          
maca,  al giumento,  al polipo.  La vita del leone  maggiore che non   quella   
delle  piante  anche  pi  grandi,   de'  globi  celesti  ec.   L'esistenza  al   
contrario.Vedi al proposito di questo pensiero le pagg.3905-6. (27. Nov. 1823.)   
e la p.3929.  lin.11.12.Al detto nella teoria de' continuativi  sul  principio,   
circa  sectari,  seguitare ec.  aggiungi il nostro conseguitare,  lo stesso che   
conseguire [3928]ne' suoi vari sensi. V. la Crusca. (27. Nov.  1823.)Participii   
in us di senso neutro ec.  Al detto altrove di defectus da deficio, aggiungi il   
suo composto indefectus,  di cui v.  Forcell.,  onde il  moderno  indefettibile   
(indfectible ec.) in senso non passivo ma neutro,  siccome anche indefectivus,   
defectivus, defettibile ec. V. Forcell. Gloss. Crus. Diz. franc. e spagn. (27.   
Nov.  1823.)Al detto altrove in pi luoghi in proposito di  avvisare,  aggiungi   
ravvisare di cui v.  Crusca,  e se raviser,  e v. gli spagnuoli.Nta ancora che   
avvedere-avvisare  spettano  anch'essi  a  quella  categoria  della   quale      
scorgere-scortare,  assalire-assaltare ec.  da me distinta altrove.  (27.  Nov.   
1823.)Alla p.3826.  E il non  esser  essa  del  buon  latino,  e  l'esserlo  al   
contrario,  e  costantemente,  quell'altra  sopraddetta,  cio  facibilis e non   
factibilis (se i latini antichi avessero  fatto  questa  sorta  di  verbale  da   
facio,  come  da  doceo fecero docibilis e non doctibilis;  ora factum e doctum   
sono la stessa forma), e simili, dimostra che la propria form                    
a de' supini fu quale noi la diciamo,  e non  la  pi  moderna  ec.  (27.  Nov.   
1823.)Alla  p.3784.  La guerra e qualsivoglia volontario omicidio  contrario e   
ripugna essenzialmente alla  natura  non  men  particolare  degli  uomini,  che   
generale  degli  animali,  e  universale delle cose e della esistenza,  per gli   
stessi principii per cui le ripugna essenzialmente il suicidio. Perocch,  come   
ciascun individuo, cos ciascuna specie presa insieme  incaricata dalla natura   
[3929]di  proccurare  in  tutti i modi possibili la sua conservazione,  e tende   
naturalmente sopra ogni cosa alla sua conservazione e felicit: quanto  pi  di   
non proccurare ed operare essa stessa per quanto, si pu dire,  in lei, la sua   
distruzione.  E  questa  legge    necessaria  e  consentanea per se stessa,  e   
implicherebbe contraddizione ch'ella non fosse,  ec.  come altrove circa l'amor   
proprio ec.  degl'individui. L'individuo p.e. l'uomo, in quanto individuo, odia   
gli altri membri della sua specie;  in quanto uomo,  gli ama,  ed ama la specie   
umana.  Quindi  quella  tendenza  verso i suoi simili pi che verso alcun'altra   
creatura sotto certi rispetti,  e nel tempo  stesso  quell'odio  verso  i  suoi   
simili,  maggiore sotto certi rispetti che verso alcun'altra creatura,  i quali   
non men l'uno che l'altra,  e ambedue  insieme  in  tanti  modi,  con  s  vari   
effetti,  e  in  s  diverse  sembianze  si manifestano ne' viventi,  e massime   
nell'uomo, che di tutti  il pi vivente (p.3921-7.). E come il se                
condo,  ch' non men necessario e naturale della prima,  nuoce per sua natura e   
alla  conservazione  e  alla  felicit  della specie,  e d'altra parte questo    
direttamente contrario alla natura particolare e universale,  e la specie presa   
insieme  dee  tendere  e  servir sempre (regolarmente) alla sua conservazione e   
felicit,  non restava alla natura altro modo che il porre i  viventi  verso  i   
loro  simili  in  tale  stato  che  la  inclinazione  degli uni verso gli altri   
operasse e fosse, l'odio verso i medesimi non operasse, non si sviluppasse, non   
avesse effetto,  non venisse a nascere,  e propriamente,  quanto  all'atto  non   
fosse, ma solo in potenza, come tanti altri mali, che essendo sempre, o secondo   
natura,  solamente in potenza,  la natura non ne ha colpa nessuna. Questo stato   
non poteva esser altro che  quello  o  di  niuna  societ,  o  di  societ  non   
[3930]stretta.  E  meno  stretta in quelle specie in cui l'odio degl'individui,   
come individui,  verso i lor simili,  era per natura della specie,  maggiore in   
potenza,  e  riducendosi in atto,  ed avendo effetto,  avrebbe pi nociuto alla   
conservazione e felicit della specie: nel  che  fra  tutti  i  viventi  l'odio   
degl'individui  umani  verso i lor simili occupa,  per natura loro e dell'altre   
specie,  il supremo grado.  In questa forma adunque la  natura  regol  infatti   
proporzionatamente  le  relazioni scambievoli e la societ degl'individui delle   
varie specie, e tra queste dell'umana; e dispose che cos dovessero               
stare, e lo proccur, e mise ostacoli perch non succedesse altrimenti.  Sicch   
la societ stretta,  massime fra gl'individui umani, si trova, anche per questa   
via d'argomentazione, essere per sua essenza e per essenza e ragion delle cose,   
direttamente  contraria  alla  natura  e  ragione,  non  pur  particolare,   ma   
universale  ed  eterna,  secondo  cui le specie tutte debbono tendere e servire   
quanto  in loro alla propria conservazione e felicit, dovech la specie umana   
in istato di societ stretta necessariamente (e il prova s la  ragione  s  'l   
fatto  di  tutti  i  secoli  sociali)  non  pur non serve ma nuoce alla propria   
conservazione  e  felicit,  e  serve  quasi  quanto    in  lei  alla  propria   
distruzione  e  infelicit  essa medesima: cosa di cui non vi pu essere la pi   
contraddittoria in se  stessa,  e  la  pi  ripugnante  alla  ragione,  ordine,   
principii,  natura, non men particolare della specie umana e di ciascuna specie   
di esseri,  che universale e complessiva di tutte le cose,  e  della  esistenza   
medesima,  non che della vita.  (27.  Nov. 1823.)[3931]Al detto altrove sopra i   
dialetti d'Omero,  e quello d'Empedocle,  che bench  Dorico  us  il  dialetto   
Jonico,  aggiungi che nello stesso caso  Ippocrate, e vedi Fabric. B. G. edit.   
vet. in Hippocr. .1. t.1. p.844. lin.4-6. e nott. i. k. (27. Nov.  1823.).Alla   
p.3906.  marg.  L'ebbro ancorch vivente,  operante e pensante e parlante,  non   
riflette sopra se stesso, n sulla sua vita, azioni, pensieri                     
e parole,  o men del suo solito e pi rapidamente e correndo via.  - Infatti il   
timido suol divenir franco,  sciolto ec.  in quel punto. Segno ch'egli acquista   
allora una facolt d'irriflessione,  necessaria e madre della franchezza (anche   
de' migliori spiriti,  e in chicchessia), e la cui mancanza e il cui contrario,   
 talor la sola talora la principal cagione della timidit.  Nondimeno  egli     
nel  tempo  stesso  pi  spiritoso,  pronto,  ingegnoso,  ed anche profondo ec.   
dell'ordinario suo: il che sembra mostrare per lo contrario una maggior facolt   
ed atto di riflessione.  Ma questa  una riflessione  non  riflettuta  e  quasi   
organica,  e  un'azione  quasi  meccanica  del suo cervello e della sua lingua,   
leggermente influita e guidata appena appena dall'animo e dalla ragione,  e  un   
effetto          quasi         materiale         e         spontaneo         ed   
isiche,   s   proprie   s                                                       
esteriori,  nazionali,  locali, comuni al secolo, alla nazione, o particolari e   
individuali, comuni all'et, o non comuni, naturali, o acquisite,  accidentali,   
abituali o attuali,  durevoli o passeggere ec. ec. (28. Nov. 1823.)Alla p.3802.   
fine.  Sebben  per  quanto  all'animo,  alla  cognizione  della  verit,  alla   
spiritualizzazione   dell'uomo  (p.3910.   segg.)  che  son  tutte  cose  parte   
necessarie alla civilizzazione,  parte suoi naturali effetti,  parte sostanza e   
quasi sinonimi di essa, lo stato dell'uomo civile                                 
 indubitatamente di gran lunga inferiore a quello delle pi selvagge e brutali   
societ,  e pi lontano incomparabilmente dalla natura, e sotto questo rispetto   
non meno che per se medesimo  infinitamente  pi  infelice.  L'individuo  nella   
societ civile nuoce meno agli altri, ma molto pi a se stesso. Ed anche quanto   
agli altri, ei nuoce meno al lor fisico ma al morale molto pi, ei li danneggia   
fisicamente  meno,  ma moralmente in mille guise e sotto mille rispetti,  molto   
davantaggio.  Ora il morale nell'uomo civile,  lo  spirito  ec.    per  natura   
dell'uomo      in      tale      stato      la      parte      principale     e   
all'uomo,  bench di  minore  infelicit                                          
fisica ed appariscente (o piuttosto di minori sciagure fisiche, perch com'ella   
noccia  generalmente  al  fisico,  e particolarmente colle malattie,  che a lei   
quasi tutte si debbono ec.  si  mostrato  in  pi  luoghi),  pur  di  maggiori   
sciagure morali,  e tutto insieme [3934]di molto maggiore infelicit, che non    
la societ selvaggia o mal  civile,  altres  per  sua  natura.  E  similmente,   
compensato il tutto insieme,  molto pi lontana dalla                            
natura,  bench  le  snaturatezze  della  societ  selvaggia  diano  molto pi   
nell'occhio, non per altro che perch sono pi materiali e fisiche, siccome gli   
uomini che compongono tali societ,  e siccome  le  sciagure  e  la  infelicit   
generale  che  ne  risulta.   Non  v'  cosa  pi  contro  natura,   di  quella   
spiritualizzazione delle cose  umane  e  dell'uomo,  ch'  essenzial  compagna,   
effetto,  sostanza  della  civilt.  Come  le snaturatezze,  le calamit,  e la   
infelicit delle societ selvagge,  per esser naturalmente  pi  fisiche,  anzi   
tutte  fisiche  e  materiali,  sono  pi  evidenti  e  tali  che  ognuno le pu   
riconoscere per quel che sono,  non v' uomo il quale non convenisse che se  la   
societ  umana  non potesse esser altra che la selvaggia,  la societ nel gener   
nostro sarebbe cosa contro natura, e l'uomo non esser fatto per la societ,  ed   
in  questa  esser necessariamente imperfettissimo e infelicissimo.  Ma perch i   
danni e le snaturatezze della societ civile sono pi morali e  spirituali,  il   
che   ben consentaneo,  perch tale si  altres l'uomo civile,  ed e' non pu   
esser altrimenti, perci, quantunque tali danni sieno molto pi gravi veramente   
e contro natura, e tali snaturatezze molto maggiori, niuno per conviene che la   
societ civile sia contro natura,  e l'uomo non esser fatto per lei,  e ch'ella   
sia necessariamente infelice,  e molto meno ch'ella per propria essenza sia pi   
contraria alla natura, e complessivamente pi infelice che la societ se          
lvaggia.   Questo  veramente  non    un  ragionare  da  uomini  civili,   cio   
spiritualizzati, ma appunto da primitivi o selvaggi, cio materiali, non avendo   
riguardo che alle [3935]snaturatezze e infelicit materiali e sensibili,  e che   
si riconoscono senza ragionamento,  o stimandole sempre assai minori di  quelle   
che  il  ragionamento  dimostra  essere  molto  maggiori,  o negando affatto di   
riconoscere quelle che in verit sono molto maggiori,  e negandolo perch  solo   
il  ragionamento  pu  mostrarle per tali e per infelicit e snaturatezze.  Gli   
uomini anche i pi civili e filosofi,  cos facendo (come quasi tutti,  anche i   
sommi,   fanno),  somministrano  nello  stesso  eccesso  della  lor  civilt  e   
spiritualizzazione, una forte conferma di questa nostra proposizione che non vi   
sia cosa pi contraria alla natura che la  spiritualizzazione  dell'uomo  e  di   
qualsivoglia cosa, e che tutto insomma per natura  materiale, e che la materia   
sempre   vince,   e   che  quindi  essi  cos  civili  e  spiritualizzati  sono   
corrottissimi, perch nello stesso loro ragionamento con cui vogliono difendere   
questo loro stato,  e che loro  inspirato da questo,  dnno la preferenza alla   
materia  e non vogliono ragionare che materialmente.Tout homme qui pense est un   
animal dprav. Dunque l'uomo e la societ civile lo  pi che mai, e tanto pi   
quanto pi civile, non essendo quasi altro che spirito,  ed ssere pensante,  o   
adunanza di tali esseri.Tutto questo discorso conviene colle                      
osservazioni  e  prove che in mille di questi miei pensieri si sono fatte sopra   
la snaturatezza e infelicit vera dell'uomo corrispondente in proporzione  alla   
sua maggior civilt. Del che vedi in particolare il pensiero seguente, e quello   
a  cui  esso  si  riporta,  come  per  natura sua,  la civilt sia supremamente   
contraria alla natura s dell'uomo s universale,  e causa  d'infelicit  somma   
pi  che  non    lo stato selvaggio,  per una conseguenza della teoria e delle   
leggi universali di tutte le cose, [3936]e dell'esistenza. (28. Nov. 1823.)Alla   
p.3927.  Non  difficile il concepire le per  altro  grandissime  e  moltiplici   
conseguenze  che scaturiscono da' suesposti principii,  in ordine al dimostrare   
che la civilt la quale per sua natura  rende  l'uomo,  per  cos  dire,  tutto   
spirito  (p.3910.  segg.),  ed  accresce  per conseguenza infinitamente la vita   
propriamente detta, e l'amor proprio,  accresce anche sommamente per sua natura   
l'infelicit dell'uomo e della societ. E similmente in mille modi trasportando   
l'azione dalla materia allo spirito,  l'attivit,  l'energia,  ec.  e, mettendo   
mille ostacoli all'attuale  ed  effettiva  attivit  corporale  (i  governi,  i   
costumi, la mancanza di bisogni, lo scemamento di forze, il gusto dello studio,   
ec.  ec.),  e  scemando  il  grado  e la forza e la frequenza delle sensazioni,   
passioni, azioni, e piaceri materiali,  e la capacit di essi ec.;  riconcentra   
orribilmente l'amor proprio, lo rivolge tutto sopra s                             
e  stesso  e  in  se stesso,  per conseguenza l'aumenta sopra ogni credere,  lo   
spoglia o impoverisce di distrazione ed occupazione ec. ec.  Il selvaggio e per   
natura  del suo corpo e de' suoi costumi e della sua societ,  essendo men vivo   
di spirito,  cio propriamente men vivo,   meno  infelice  del  civile,  senza   
paragone  alcuno.  Cos il villano,  l'ignorante,  l'irriflessivo,  l'uom duro,   
stupido,  o per natura o per abito, inerte di mente,  d'immaginazione di cuore   
ec.  ec.  a paragone dell'uomo ec.  La civilt aumenta a dismisura nell'uomo la   
somma della vita  (s'intende  l'interna)  scemando  a  proporzione  l'esistenza   
(s'intende  la vita esterna).  La natura non  vita,  ma esistenza,  e a questa   
tende, non a quella. Perocch ella  materia, non spirito, o la materia in essa   
prevale e dee prevalere allo spirito (e cos accade  infatti  costantemente  in   
tutte l'altre sue parti s animate che inanimate,  e [3937]vedesi che tale  la   
sua intenzione, e che le cose sono ordinate a questo risultato universalmente e   
particolarmente,  secondo  le  loro  specie  e  lor  differenze  e  proporzioni   
scambievoli,  ma nel tutto il risultato  quello che ho detto), al contrario di   
ci che accade nell'individuo e  nel  genere  umano  civilizzato,  per  propria   
natura della civilt - ec. ec. - Vedi il pensiero precedente. (28. Nov. 1823.).   
abbondante pi di esistenza che di vita propria, la vita                          
ricca di sensazioni ec.   naturalmente,  e secondo la  natura  s  propria  s   
universale,  pi felice che la contemplativa ec.  la qual  il contrario. V. p.   
seg.Al detto altrove di possente,  puissant,  pujanza ec.  aggiungi sobrepujar.   
(29.  Nov.  anniversario  della  morte  di  mia  Nonna.  1823.)Ho posto altrove   
tremolare,  trembler,  temblar  ec.   fra'  diminutivi  positivati  (o  fossero   
frequentativi,  o cose simili,  in origine).  Se per questi verbi son fatti da   
tremulus, e' non sono diminutivi, perch tremulus  da tremere come speculum da   
specere,  e n l'uno n l'altro   diminutivo,  e  tremulare  non  sarebbe  pi   
diminutivo  che speculare,  jaculari e simili,  del che vedi la pag.3875.  (29.   
Nov.  1823.)Ho detto altrove in pi luoghi che la francese per  l'estrinseco  e   
per l'intrinseco  di tutte le lingue sorelle la pi lontana dalla madre. Molto   
pi  vicina  le  fu  ne'  passati  secoli  (come nel 500 ec.) per l'intrinseco,   
siccome per l'estrinseco ancora,  cio per la pronunzia  della  loro  scrittura   
(ch'  tanto  pi  simile  al  latino  che la loro favella) erano pi vicini al   
latino non solo nel 300 ec.  come ho  detto  altrove,  e  ne'  principii  della   
lingua,  ma  nel  500  ancora  e  nel  600  di  mano  in  mano  ec.  (29.  Nov.   
1823.)[3938]Alla p. antecedente,  marg.  Or da ogni parte si vede che la natura   
avea destinato s l'uomo,  s gli animali, nel modo stesso che ha evidentemente   
ordinato tutte le cose, all'azione esterna e materiale, e alla vita attiva.       
ec.  E i detti principii cospirano ottimamente con tutto il  corso  de'  nostri   
pensieri  che da per tutto preferiscono l'attivo al contemplativo in mille modi   
ec. (29. Nov.  1823.)Alla p.3926.  Similmente si ragioni de' vecchi rispetto ai   
giovani.  Quelli hanno men vigore assai di corpo,  ma anche assai men vigore di   
spirito,  s che la condizione dell'uno  temperata  e  compensata  con  quella   
dell'altro, sono men forti di corpo, ma eziandio assai men vivi di spirito, per   
ragioni fisiche,  cio decadenza fisica e logoramento della loro organizzazione   
e  facolt  interne,  corrispondente  a  quello  dell'esterno  ec.  (29.   Nov.   
1823.)Circa  l'usarsi  in latino frequentissimamente i participii s passivi s   
ancora attivi in forma aggettiva,  del che altrove in pi luoghi,  vedi la  mia   
annotazione         alla         Canzone        VI        (Bruto        minore)   
                                                                                 
' detto,  ma anche altri generi  di  verbali,  come                              
quelli in ilis breve (docilis, facilis, missilis, fissilis, fictilis, coctilis,   
versatilis,  aquatilis  ec.)  o  lungo  (mictilis  ed  altri  molti),  in  alis   
(genitalis ec.), in ivus (defectivus ec.), in itius o icius (emptitius ec.), in   
bundus  (errabundus,  ludibundus,  pudibundus  ec.),  tutti  fatti  da'  supini   
regolari o irregolari,  noti o ignoti ec. possono e debbono servire al discorso   
de' supini e a confermare le nostre osservazioni su  di  questi,  s  ne'  casi   
particolari,  s  nel generale,  osservando la pi frequente,  comune,  antica,   
regolare,  intera,  e propria forma di  ciascuno  di  tali  generi  di  verbali   
collettivamente  considerato  ec.  (5.  Decembre.  1823.).  V.  p.3984.Al detto   
altrove sul vero supino di pin                                                    
go,  fingo ec.  aggiungi mingo che fa minctum onde minctio ec.  e pure si trova   
mictus  us ec.  corruzioni,  come quella accaduta nello stesso supino di fingo,   
pingo ec. dove il supino corrotto ha scacciato affatto il regolare ec. (5. Dec.   
1823.). Commingo inxi ictum inctum, commictus a um, commictilis. E v. gli altri   
composti. V. p.3986.[3940]A proposito dell'antico fuo di cui altrove, osservisi   
ch'egli           originariamente      lo      stesso      di      fio      da   
                                                                                 
pensieri  o  sentimenti  o immaginazioni ec.  comunque fatta,  io non la chiamo   
imitazione,  ma espressione.  Or come la facolt d'imitare sia qualit e  parte   
principalissima e forse il tutto de' grandi ingegni, e cos degli altri talenti   
in proporzione,   cosa da molti osservata e spiegata.  Dunque riconfermasi che   
l'ingegno  facolt di assuefazione. (6. Dec. 1823.). V. p.3950.Scambio del g e   
del v.  Nivis-neige-ningit o ninguit (onde il nostro negnere) e nivit,  onde il   
nostro nevicare,  quasi nivicare,  come da vello vellico ec.  frequentativi, di   
cui vedi la p.2996.  marg.: e vedi il  Gloss.  se  vuoi.  (6.  Dec.  1823.)Alla   
p.3275.  marg.  Anzi  molti  di  questi  amano pi di aver de' nemici che degli   
amici,  son pi contenti di essere odiati che amati,  e si attaccano volentieri   
con  chicchessia,  non  per  sensibilit,  neanche per misantropia,  per l'odio   
naturale verso gli altri ec.,  ma perch il loro stato naturale  lo  stato  di   
guerra,  ed  amano  pi di combattere che di stare in pace e posarsi,  e pi la   
vita inquieta che la tranquilla.  E ci  semplicissimamente,  senza  malignit,   
senza  carattere  n  passioni  nere  e odiose.  Infatti essi sono apertissimi,   
sincerissimi, compassionevolissimi, e b                                           
eneficano pi degli altri,  ma  le  stesse  persone  che  essi  compatiscono  o   
beneficano,  amerebbero pi [3943]di averle a combattere e di esserne odiati. E   
similmente cogli altri uomini i quali hanno pi caro di  averli  contrarii  che   
affezionati o indifferenti,  e per tuttogiorno,  senza passione alcuna,  o ben   
leggera, e sopra menomissime bagattelle gli stuzzicano e provocano ed offendono   
o con parole o con fatti,  per avere il piacer di combatterli  e  di  stare  in   
guerra. E come ciascuno s'immagina ordinariamente quello che pi desidera, cos   
essi  ordinariamente  si  compiacciono  in  pensare che gli altri vogliano loro   
male,  e in torcere ogni menoma azione e parola altrui  verso  loro  a  cattiva   
intenzione  ed  ostile,  e  pigliano occasione da tutto di entrare in lizza con   
chicchessia, anche coi pi familiari,  intrinseci,  compagni ed amici.  Torno a   
dire  che tutto ci  con grandissima semplicit ed anche nobilt,  o certo non   
doppiezza   e   non   vilt,    di    carattere;    senza    umor    tetro    e   
mal-                                                                              
issima.  (6. Dec. 1823.)La                                                        
memoria, l'immaginazione e oltre di queste,  anche l'altre facolt dell'animo e   
dell'ingegno s'indeboliscono e talora si estingu                                  
ono coll'et, anche indipendentemente dalle circostanze estrinseche della vita,   
dall'esperienza,  e  dalle  altre cose che influiscono sul carattere,  spirito,   
ingegno,  e lo modificano ec.  Il rimbambimento de' vecchi  cosa  molte  volte   
reale,  molte  volte  anche prematuro per malattie,  che rendono radoteurs a 50   
anni e poco prima o poco poi.  Questi tali sono facilissimi a piangere  come  i   
fanciulli.  Ci pu accadere anche nel fiore e vigor dell'et per debilitamento   
passeggero o durevole delle forze fisiche, e con esse delle facolt mentali. Io   
n'ho veduto gli esempi. Tutto ci si applichi al mio discorso fatto per provare   
che v'ha differenze naturali  ed  ingenite  fra'  talenti,  al  qual  proposito   
veggasi ancora la [3945]p.3891,  e 3806-10.  e il pensiero seguente.  (6.  Dec.   
1823.)Alla p.3923. marg.  Similmente i gran talenti di rado si trovano in corpi   
forti.  In parit di circostanze e d'altro,  i pi deboli son pi furbi de' pi   
forti, anche per naturale disposizion fisica, non considerando le abitudini ec.   
di cui altrove in proposito delle donne. Difficilmente si trover gran furberia   
in uomo pingue (se la pinguedine non gli  malattia ed accidente ec.)  ancorch   
esercitato  in tutto quello che pi favorisce e pi richiede furberia.  Neanche   
gran talento n fino in un corpo grosso,  e meno in corpo  pingue  ec.  ec.  Le   
diversit de' talenti si conoscono in gran parte e sogliono corrispondere,  non   
solo alle varie conformazioni e disp                                              
osizioni del cranio ec.  interiori o esteriori ec.  ma eziandio del resto della   
persona in genere, e di parecchie sue parti in particolare. Queste osservazioni   
si applichino alla materia del pensiero precedente. (6. Dec. 1823.)Alla p.3898.   
Museau.  Niffolo,  v. la Crus. in Niffo. Questa voce  anche del Rucellai, Api,   
v.990,  il quale scrive nifolo,  da nifo,  ch' pur  della  Crusca.  -  Bisogna   
notare,  quando  il  positivo  non  si  trovi  nella  lingua  a  cui spettano i   
diminutivi che paiono positivati,  se forse anticamente  quel  positivo  vi  si   
trov,  proprio  di essa lingua,  o venuto di dove che sia,  e trovandovisi non   
ebbe lo stesso senso che ha oggi quel diminutivo.  E ci quando anche in  altre   
lingue  si trovi quel positivo col medesimissimo senso di quel tale diminutivo.   
P.e. in italiano [3946]si trova muso e vuol dir lo stessissimo che museau,  che   
certo  viene  da  una  voce simile;  ma chi sa che in francese una volta non si   
trovasse muse in  senso  diverso?  (v.  gli  spagnuoli).  E  veggasi  a  questo   
proposito il detto a pag.3152. sulla voce fourreau. (6. Dec. 1823.).Alla stessa   
pag.  margine.  Alcune  di  queste  voci  potrebbero  anche venire dal latino o   
ignoto, o volgare, o barbaro ec.  e se ne vegga il Gloss.  ed anche il Forcell.   
ec.  (6.  Dec.  1823.)La  lingua greca appartiene veramente e propriamente alla   
nostra  famiglia  di  lingue  (latina,   italiana,   francese,   spagnuola,   e   
portoghese), non solo perch'ella non pu appartenere ad alcun'alt                 
ra,  e farebbe famiglia da se o solo colla greca moderna; non solamente neppure   
per esser sorella o,  come gli altri dicono,  madre della latina (nel primo de'   
quali  casi  ella  dovrebbe  esser  messa almeno colla latina,  e nel secondo    
chiaro  ch'ella  va  posta  nella   nostra   famiglia),   ma   specialmente   e   
principalmente  perch  la  sua letteratura  veramente madre della latina,  la   
qual  madre delle nostre,  e quindi la letteratura greca  veramente l'origine   
delle  nostre,  le  quali in grandissima parte non sarebbero onninamente quelle   
che sono e quali sono (se non se per un incontro affatto fortuito)  s'elle  non   
fossero  venute di l.  E come la letteratura  quella che d forma e determina   
la maniera di essere delle lingue, e lingua formata e letteratura sono quasi la   
stessa cosa,  o certo [3947]cose  non  separabili,  e  di  qualit  compagne  e   
corrispondenti;  e  come  per  conseguenza la letteratura greca (oltre le tante   
voci e modi particolari) fu quella che diede veramente e  principalmente  forma   
alla  lingua  latina,  e  ne determin la maniera di essere,  il carattere e lo   
spirito, di modo che la lingua e letteratura latina, quando anche fossero nate,   
formate e cresciute senza la greca,  non sarebbero certamente state quelle  che   
furono,  ma  altre  veramente,  e in grandissima parte diverse per natura e per   
indole e forma, e per qualit generali e particolari, e s nel tutto,  s nelle   
parti maggiori o minori, da quelle che furono; stante, dico,                      
tutto  questo,  la  letteratura  greca  (oltre  lo studio immediato fattone da'   
formatori delle nostre lingue,  come da quelli  della  latina)  viene  a  esser   
veramente la madre e l'origine prima delle nostre lingue, come la latina n' la   
madre  immediata;  le  quali  lingue  (anche  la francese che insieme colla sua   
letteratura  la pi allontanata dalla sua origine,  e dalla  forma  latina,  e   
dall'indole  della  latina,  e  quindi  eziandio  della  greca)  non  sarebbero   
assolutamente tali quali sono, ma altre e in grandissima parte diverse s nello   
spirito, s in cento e mille cose particolari,  se non traessero primitivamente   
origine  in  grandissima  parte dal greco per mezzo del latino.  E veramente la   
lingua greca mediante la sua letteratura  prima (quanto si  stende  la  nostra   
memoria dell'antichit) e vera ed efficacissima causa dell'esser s la lingua e   
letteratura latina,  s le nostre lingue e letterature, anche la francese, tali   
quali elle sono,  [3948]e non altre;  ch per natura elle ben potrebbero essere   
diversissime  in  molte  e  molte  cose,  anche essenziali ed appartenenti allo   
spirito ed all'indole ec. e alquanto diverse pi o meno in altre molte cose pi   
o meno essenziali o non  essenziali.  E  forse  non  mancano  esempi  di  altre   
letterature e lingue antiche o moderne,  anche meridionali ec., che non essendo   
venute dal greco,  sono diversissime,  anche per indole ec.  e nel generale ec.   
non meno o poco meno che ne' particolari, dalla latina e dal                      
le  nostrali.  E  ne  pu  esser  prova  il  vedere  quanto  la  francese  si    
allontanata,  anche di spirito,  dalla latina e dalla greca alle quali era  pur   
conformissima nel 500 ec. (vedi la p.3937.), senz'aver mutato clima ec. Certo i   
tempi nostri son diversissimi da quelli de' greci e de' latini, quando anche il   
clima  sia  conforme,  diversissime  sono state e sono le nostre nazioni,  loro   
governi, opinioni, costumi, avvenimenti e condizioni qualunque, s tra loro, s   
ciascuna di esse da se medesima in diversi  tempi,  s  dalla  greca,  e  dalla   
latina  eziandio.  Nondimeno  le loro lingue e letterature sono state conformi,   
massime fino agli ultimi secoli,  e tra loro,  e tra' vari lor tempi,  e  colla   
greca e latina ec. Sicch tal conformit non si deve attribuire n solamente n   
principalmente  al  clima,  n ad altre circostanze naturali o accidentali,  ma   
all'accidente di esser derivate effettivamente dal  greco  e  latino,  ch  ben   
potevano non derivar da nessuno,  o derivare d'altronde ec. ec.Lascio che, come   
ho detto altrove,  le  lingue  e  letterature  italiana  e  spagnuola,  massime   
antiche,  e  pi  quanto  pi  si  considerano nel loro antico ed anche informe   
stato, e la francese antica ec., somigliano per l'indole ec. al greco forse pi   
[3949]che il latino, e quasi senza forse pi che al latino, e tengono del greco   
ec.  (6.  Decembre.  1823.)Disserto as  da  dissero  ertum.  (7.  Dec.  Vigilia   
dell'Immacolata Concezione della SS. Vergine Maria)Alla p.3                       
885.  Allora  l'italiano  era principalmente noto e considerato dagli stranieri   
come lingua del Metastasio, e per  li  drammi  del  Metastasio,  insomma  come   
lingua   dell'Opera.   Peggio   sarebbe   se   Federico  avesse  pigliato  idea   
dell'italiano, com' pur verisimile, da quello del suo Algarotti ec.  (7.  Dec.   
1823.)Participii  aggettivati  ec.  di  che  altrove  in  pi luoghi.  Da molti   
participii si son fatti de' vocaboli che non  son  che  aggettivi,  perch  non   
hanno  alcun  verbo  di  cui poter essere participj,  come innocens,  invictus,   
intentatus (che non hanno innoceo,  invinco ec.) e cento mila altri.  E vedi  a   
proposito d'invictus e simili,  il luogo citato a p.3938. Nondimeno questi tali   
vocaboli conservano ancora un senso di participio,  eccetto alcuni alcune volte   
(come illaudatus per illaudabilis,  vedi il Forcell.),  che oltre al non essere   
pi participii  perch  non  hanno  verbo,  hanno  anche  ricevuto  un  secondo   
cangiamento  cio  nella  significazione.  (7.  Dec.  Vigilia della Concezione.   
1823.)Participii passivi in senso attivo o  neutro  ec.  Daado  da  daar  per   
daante,  cio nocente,  dannoso.  S'usa in forma aggettiva, come si deve anche   
intendere d'altri moltissimi di tali participii,  o latini  o  moderni,  sempre   
cos  usati,  o per lo pi,  o talvolta,  dico,  in forma aggettiva.  (7.  Dec.   
1823.)[3950]Alla p.3942. Anzi l'uomo,  e lo spirito umano massimamente e i suoi   
progressi, e quelli dell'individuo, e delle sue facolt, manuali o intellettu     
ali  ec.  e  lo  sviluppo  delle  sue disposizioni,  del suo spirito,  talento,   
immaginazione ec. tutto , si pu dire, imitazione - Viceversa di quel che si    
detto  l'assuefazione    una  specie   d'imitazione;   come   la   memoria      
un'assuefazione,  e  viceversa  ogni  assuefazione  una  specie  di  memoria  e   
ricordanza,  secondo che ho detto altrove.  (7.  Dec.  Vigilia  dell'Immacolata   
Concezione.  1823.)Non  si  d  ricordanza  senza previa attenzione,  ec.  come   
altrove.  Questa  una  delle  principali  cagioni  per  cui  i  fanciulli,  in   
principio massimamente,  stentano molto a mandare a memoria, e pi degli uomini   
maturi,  o giovani.  Perocch essi sono distratti e poco riflessivi ed attenti,   
per  la  stessa  moltiplicit di cose a cui attendono,  e facilit,  rapidit e   
forza con  cui  la  loro  attenzione    rapita  continuamente  da  un  oggetto   
all'altro.  Gli uomini distratti,  poco riflessivi ec.  non imparano mai nulla.   
Ci non prova la lor poca memoria,  come si crede,  ma la lor poca o facolt  o   
abitudine  di  attendere,  o  la moltiplicit delle loro attenzioni,  il che si   
chiama distrazione.  Perocch la stessa troppa facilit di attendere a che  che   
sia,  o  per  natura  o per abitudine,  la stessa suscettibilit della mente di   
esser vivamente  affetta  e  rapita  da  ogni  sensazione,  da  ogni  pensiero;   
moltiplicando le attenzioni,  e rendendole tutte deboli, s per la moltitudine,   
e confusione,  s per la necessaria brevit  di  ciascuna,  [3951]da  cui  ogni   
piccola cosa distogli                                                             
e  l'animo,  applicandolo  a  un  altro,  e  per la forza stessa con cui questa   
seconda attenzione succede alla prima,  cancellando la forza di  questa,  rende   
nulla  o  scarsissima  la  memoria,  deboli e poche le reminiscenze.  E cos la   
stessa facilit e forza eccessiva di attendere produce o  include  l'incapacit   
di attendere,  e cos suol essere chiamata,  bench abbia veramente origine dal   
suo contrario,  cio dalla troppa capacit di attendere (come sempre il  troppo   
d origine o equivale e coesiste al nulla o alla sua qualit o cosa contraria);   
e l'eccesso della facolt di attendere si riduce alla mancanza o alla scarsezza   
di questa facolt,  secondo che detto eccesso  maggiore o minore. Ci ha luogo   
principalmente,  per regola e ordine di natura,  ne' fanciulli.  - Laddove  una   
sensazione  ec.   una  sola  volta  ricevuta  ed  attesa,  basta  sovente  alla   
reminiscenza anche pi viva,  salda,  chiara,  piena e durevole,  essa medesima   
mille  volte  ripetuta  e non mai attesa non basta alla menoma reminiscenza,  o   
solo a una reminiscenza debole, oscura, confusa,  scarsa,  manchevole,  breve e   
passeggera.  Perci  venti ripetizioni non bastano a chi non attende per fargli   
imparare una cosa, che da chi attende  imparata talora dopo una sola volta,  o   
con  pochissime ripetizioni estrinseche ec.(7.  Dec.  Vigilia della Concezione.   
1823.)[3952]Dal  detto  altrove  circa  le  idee  concomitanti   annesse   alla   
significazione o anche al suono stesso e ad altre qualit dell                    
e  parole,  le quali idee hanno tanta parte nell'effetto,  massimamente poetico   
ovvero oratorio ec., delle scritture,  ne risulta che necessariamente l'effetto   
d'una stessa poesia,  orazione,  verso,  frase,  espressione,  parte qualunque,   
maggiore o minore, di scrittura,  ,  massime quanto al poetico,  infinitamente   
vario,  secondo  gli  uditori  o lettori,  e secondo le occasioni e circostanze   
anche passeggere e mutabili in cui ciascuno di questi si trova. Perocch quelle   
idee concomitanti,  indipendentemente ancora affatto dalla parola o  frase  per   
se,  sono  differentissime  per  mille  rispetti,  secondo  le dette differenze   
appartenenti alle persone. Siccome anche gli effetti poetici ec. di mille altre   
cose,  anzi forse di tutte le cose,  variano infinitamente secondo la variet e   
delle persone e delle circostanze loro,  abituali o passeggere o qualunque. Per   
es.  una medesima scena  della  natura  diversissime  sorte  d'impressioni  pu   
produrre  e produce negli spettatori secondo le dette differenze;  come dire se   
quel luogo  natio,  e quella scena collegata colle reminiscenze  dell'infanzia   
ec.  ec.  se lo spettatore si trova in istato di tale o tal passione, ec. ec. E   
molte volte non produce impressione alcuna in un tale,  al tempo stesso che  in   
un altro la fa grandissima.  Cos discorrasi delle parole e dello stile che n'   
composto e ne risulta,  e sue qualit e differenze ec.  e questa similitudine    
molto a proposito.[3953]Queste osservazioni si                                    
applichino al detto da me altrove sopra quanto debba naturalmente esser diverso   
il  giudizio  degli  uomini  circa  il  pregio ec.  delle scritture,  siccome    
naturalmente diversissimo l'effetto loro  (anche  lasciando  affatto  da  parte   
l'invidia l'ignoranza e cose tali che variano o falsificano i giudizi per colpa   
umana,  sebbene  anch'esse  inevitabili  e  naturali);  e  quanto la fama degli   
scritti,  scrittori,  stili ec.  dipenda dalle circostanze,  e  da  infinite  e   
diversississime  circostanze,  e  combinazioni  di  circostanze.  L'arte  dello   
scrittore si riduce e deve ridurre a osservar qual effetto quali idee, appresso   
a poco ed in grosso e confusamente parlando, producano o sogliano produrre tali   
o tali parole e combinazioni e usi loro nel pi degli uomini  o  de'  nazionali   
generalmente considerati,  nel pi delle circostanze di ciascheduno e nelle pi   
ordinarie,  per natura o per gli abiti pi  invalsi  ec.  ec.  E  gli  scritti,   
scrittori  e  stili che sono in maggior fama e pregio,  son quelli che meglio e   
pi felicemente hanno osservato le dette cose e  regolatisi  secondo  le  dette   
osservazioni  e  saputo  trarne vantaggio ed applicarle all'uso e conformarvi i   
loro modi di scrivere;  non quelli che a tutti,  neanche a' nazionali,  in ogni   
tempo  e  circostanza  loro,  piacciono e producono lo stesso effetto,  e nello   
stesso grado,  o pur solamente producono effetto qualunque,  o una stessa sorte   
di effetto; ch tutto questo  impossibile ad uomo nato e di niun                 
o o poeta o scrittore ec.  libro,  stile ec.  si verifica, n  per verificarsi   
mai, [3954]n mai si verific.Si applichino eziandio le dette osservazioni alla   
difficolt o impossibilit di ben tradurre,  a ci che  perde  un  libro  nelle   
traduzioni  le  meglio fatte,  all'assoluta impossibilit,  e contradizione ne'   
termini,  dell'esistenza di una traduzione perfetta,  massime  in  riguardo  ai   
libri  il  cui  principal  pregio,  o tutto il pregio o buona parte spetti allo   
stile,  all'estrinseco,  alle  parole  ec.  o  col  cui  effetto  queste  sieno   
particolarmente   ed   essenzialmente   legate   ec.,    come   debbono   esser   
necessariamente pi o meno tutti i libri di vera poesia in verso o in prosa ec.   
ec. (7. Dec. 1823.). - Si estendano ancora le dette osservazioni alla diversit   
delle idee concomitanti di una stessa parola ec.  e quindi dell'effetto di  una   
stessa scrittura ec.  secondo i tempi,  e le nazioni, i forestieri o nazionali,   
posteri pi o meno remoti,  o contemporanei ec.  E quindi alla poca durevolezza   
ed  estensione possibile della fama e stima di una scrittura per ottima ch'ella   
sia,  almeno dello stesso grado e qualit di fama e stima,  e del  giudizio  di   
essa ec., massime essendo impossibili le traduzioni perfette, o dall'antico nel   
moderno,  o  d'uno  in  altro  moderno  ec.,  come  di  sopra.  E le differenze   
occasionate ne' lettori da quelle de' tempi, costumi, climi, luoghi ec. ec. ec.   
(7. Dec. 1823.)Quoi qu'on en dise, il vaut mieux tre heureux pa                  
r l'erreur que malheureux par la vrit.  Lettres du Roi de [3955]Prusse et  de   
M.  d'Alembert.  Lettre 101.  du Roi, fin. Parla del vantaggio delle illusioni.   
(8.  Dec.  Festa della  Concezione  Immacolata  di  Maria  Vergine  Santissima.   
1823.)Grazia  dal  contrasto.  Parolacce in bocca di donne o di forme e maniere   
maschili, o gentili e delicate ec. Parole, discorsi, modi,  atti,  pensieri ec.   
tiranti  al maschile,  assennati,  dotti ec.  in donne di forme ec.  maschili o   
all'opposto ec. S'intende di donne avvenenti ec.  e che la maschilit non passi   
i termini del grazioso nello sconveniente ec.  V.  p.3961. (8. Dec. Festa della   
Concezione.  1823.)Da chaudron (caldaio),  diminutivo di chaudire (calderone),   
chaudronnier  in  senso  positivo  cio calderaio.  Infiniti sono e in latino e   
massime nel latino basso e nelle lingue figlie i derivati e di questo e d'altri   
molti generi, e sorte di significati ec.  V.  p.4006.  ec.  che avendo un senso   
positivo,  e  corrispondente  a quello del positivo da cui hanno origine,  sono   
per fatti da un diminutivo (usitato o no,  ed anche semplicemente supposto) di   
esso positivo,  sia ch'esso diminutivo abbia un uso positivato, o no, ec. e che   
tali voci derivino dal latino,  o no,  ec. Forse la ragione di tali derivativi   
che in senso positivo sono formati da' diminutivi, si  che essi e fors'anche i   
diminutivi  da  cui  derivano,  hanno  un  senso  frequentativo o cosa simile.   
Infatti la diminuzione in senso di frequentazi                                    
one assolutamente  e  unicamente,  ovvero  in  compagnia  di  questo  senso,     
comunissima  nel latino nell'italiano ec.  come altrove in pi luoghi.  E molti   
assoluti frequentativi (verbi o nomi ec.) non sono che per la forma  diminutiva   
che hanno,  e questa si  la sola che in essi indica la frequenza ec. sia che i   
positivi di senso o di forma o d'ambedue ec. si trovino ed usino, o no, neanche   
vi possano essere, come spesso accade in italiano, ec.  p.e.  balbettare non ha   
n potrebbe [3956]avere balbare,  al quale per equivarrebbe ec. (8. Dec. Festa   
dell'immacolata Concezione di Maria.  1823.)Dico altrove che i verbali in us us   
derivano  da'  supini,  ec.  Osservisi il supino in u.  Questo non sembra esser   
altro che l'ablativo del verbale in us us.  Di modo che io credo che il  supino   
in  um  altres  originariamente  non  sia altro che l'accusativo singolare del   
verbale rispettivo in us us, usitato o inusitato che sia, poich il supino in u   
non  altro che l'ablativo di quello in  um,  e  che  il  supino  in  u  sembra   
evidentemente appartenere a un nome della quarta.  ec.  (8.  Dec.  1823.  Festa   
della Concezione.Italianismi nello Spagnuolo,  del  che  altrove.  Quiz  (cio   
forse) voce che fino ne' Vocabolari del 600 si d per antica (bench'io la trovo   
in  uso,  anche  frequente,  presso  i  moderni  eziandio).  Pretto e manifesto   
italianismo,  s per la forma (in ispagnuolo si direbbe quien  sabe?),  s  pel   
significato, poich anche noi, massime nel linguaggio                             
parlato,  e questo familiare, usiamo non di rado chi sa? chi sa che non, chi sa   
se ec. per forse o in sensi simili. (8. Dec.  Festa della immacolata Concezione   
di Maria.  1823.)Si dice con ragione,  massime delle cose umane, e terrene, che   
tutto  piccolo.  Ma con altrettanta ragione  si  potrebbe  dire,  anche  delle   
menome  cose,  che  tutto    grande,  parlando cio relativamente,  come ancor   
parlano quelli che chiamano tutto piccolo,  perch n piccola n grande  non     
cosa niuna assolutamente.  Sicch non  per vero dire n pi ragionevole n pi   
filosofico il considerare qualsivoglia cosa umana o  qualunque,  come  piccola,   
che  il  considerare essa medesima cosa come grande,  e grandissima ancora,  se   
cos piace.  E  ben  vi  sono  quasi  altrettanti  aspetti  e  riguardi,  tutti   
egualmente  [3957]degni  di  filosofo,   altrettanti,   dico,  per  la  seconda   
affermazione che per la prima.  Ed anche il mondo intero e universo e tutta  la   
universit delle cose o esistenti o possibili o immaginabili, a paragone di cui   
chiamiamo piccole e menome le cose umane,  terrene,  sensibili,  a noi note,  e   
simili,  pu nello stesso modo esser considerata come piccola e menoma cosa,  e   
d'altro  lato  come  grande  e grandissima.  Niente manco che mentre delle cose   
umane si chiamano piccole verbigrazia quelle degli oscuri privati a paragone di   
quelle  de'  vastissimi  e  potentissimi  regni,  e  nondimeno  queste  ancora,   
grandissime a paragon di quelle, si chiamano da' filosofi piccoliss               
ime e nulle sotto altro rispetto,  ben ragionevole che sotto diversi rispetti,   
quelle eziandio de' privati ed oscurissimi individui, sieno chiamate, anche da'   
filosofi, grandi e grandissime, di grandezza niente men vera o niente pi falsa   
che quella delle cose de' massimi imperii.  (8.  Dec. 1823.)In tutta l'America,   
abitata certo e frequentata da tempi remotissimi,  poich non s'ha  notizia  n   
memoria  alcuna  del  quando  incominciasse,  non  si  trovato alcuna sorta di   
alfabeto n orma alcuna di alfabeto,  n  cosa  che  alla  natura  di  esso  si   
avvicinasse. Non ostante la molta e maravigliosa coltura, le arti, manifatture,   
fabbriche  ammirabili,  politica  squisita  e  legislazione,  ed altre grandi e   
numerose parti di  civilt  che  si  trovarono  nel  paese  soggetto  al  regno   
degl'Incas,  cominciato  da tre secoli prima della scoperta e conquista d'esso   
paese (cio nel sec.13.); e pi ancora nel Messico, la cui civilizzazione credo   
che sia ancora pi antica.  Dico [3958]dell'ultima e pi nota  civilt,  poich   
s'hanno molti indizi,  e di tradizioni patrie, e d'avanzi d'edifizi e monumenti   
di gusto e maniera diversa da quelli dell'ultima epoca di  civilt,  e  d'altre   
cose,  che  dimostrano  esservi state altre epoche in cui questa o quella parte   
dell'America (in particolare il Per) fu, non si sa fino a qual segno, civile o   
dirozzata.  Massime che l'America fu soggetta a  rivoluzioni  frequentissime  e   
totali ne' paesi ov'elle accadevano, trasmigraz                                   
ioni e totali estinzioni d'interi popoli e citt,  e devastazioni e assolamenti   
d'intere provincie, per la ferocia e frequenza e quasi continuit delle guerre,   
come ho detto altrove in pi luoghi (v.  la pag.3932.  fra l'altre,  con quelle   
ivi  citate,  e il pensiero a cui quest'ultime appartengono).  La scrittura del   
regno degl'incas si faceva con certi nodi (Algarotti  Saggio  sugl'Incas.  opp.   
Cremona  t.4.  p.170-1);  quella  del  Messico  consisteva  in pitture.  Queste   
osservazioni si applichino al detto altrove 1.  sopra l'unicit dell'invenzione   
dell'alfabeto,  2.  sopra  la  difficolt di questa invenzione tanto necessaria   
alla civilt,  e quindi tanto principal cagione  dello  snaturamento  dell'uomo   
ec.,  3.  sopra  le differenze essenziali tra lo stato de' popoli anche civili,   
che non abbiano avuto relazioni tra loro,  4.  sopra l'unicit di tutte o quasi   
tutte le invenzioni pi difficili,  e pi contribuenti alla civilt, dimostrata   
dall'esser esse,  bench necessarissime,  state sempre ignote ai popoli,  anche   
fino  a  un certo segno civili,  che non hanno avuto che fare cogli europei ec.   
dopo esse invenzioni, o viceversa agli europei ec.  bench civilissimi,  quelle   
degli altri popoli,  ancorch molto addietro in coltura,  e ci per lunghissimi   
secoli,  fino al cominciamento delle relazioni scambievoli degli europei ec.  e   
di tali popoli.  (8.  Dec.  Festa della Concezione. 1823.)[3959]Quanta fosse la   
difficolt e dell'invenzione dell'alfabeto, e                                     
della  sua  applicazione  alla  scrittura,   e  alle  diverse  lingue   antiche   
successivamente,  e  quanta dovesse essere l'irregolarit e falsit delle prime   
scritture alfabetiche e delle prime ortografie (difetti che si  veggono  ancora   
notabilissimi nelle pi antiche scritture,  cio nell'orientali,  come ho detto   
altrove, p.e. nell'ebraica, ch' senza vocali,  come molte altre orientali ec.,   
difetti perpetuati poi in esse scritture, fino anche a' nostri tempi, in quelle   
che sono ancora in uso ec.), si pu congetturare dalle cose dette da me altrove   
in  pi  luoghi  circa  la difficolt dell'applicare primieramente la scrittura   
alle lingue moderne,  e regolarne l'ortografia,  e farla corrispondere al  vero   
suono  ec.  delle  parole,  e  circa  l'irregolarit e falsit delle ortografie   
moderne ne' loro principii,  anzi pur fino  all'ultimo  secolo  in  Italia,  ed   
altrove,  massime in Francia,  sino al d d'oggi; non ostante e che si avessero   
modelli chiarissimi,  completissimi e perfettissimi di scrittura  e  ortografia   
nel latino e nel greco; e che l'uso dello scrivere fosse da tanti secoli fino a   
quel  tempo  inclusivamente,  cos  comune;  e che gli uomini fossero tanto men   
rozzi e pi sperti in ogni cosa che non al tempo della prima invenzione ed  uso   
dell'alfabeto e sua successiva applicazione alle varie lingue;  e queste bench   
bambine,  pure certamente pi formate,  e meno incerte,  arbitrarie,  istabili,   
informi che al detto tempo, in cui l'uomo non aveva                               
ancora  mai  usato  n  conosciuto  n  avuto  esempio alcuno di lingua non che   
perfetta,  ma degna  del  nome  di  lingua,  al  contrario  di  allora  che  si   
conoscevano e s'erano [3960]parlate,  scritte ec. ec. s generalmente per tanti   
secoli le lingue greca e  latina  s  perfette,  oltre  tante  altre  colte;  e   
finalmente  non  ostante  la  somma civilt e il punto di perfezione a cui sono   
arrivate e in cui si trovano le cognizioni ec.  dello spirito umano  in  questi   
tempi, e la tanta esattezza divenuta sua propria in ogni cosa, e caratteristica   
di  questi  secoli,  e la facolt d'invenzione e di applicazione ec.  e gusto e   
frequenza di riforme e di perfezionamenti ec. ec. Si giudichi dunque con queste   
proporzioni della difficolt, irregolarit ec. delle scritture antiche ec. come   
sopra.  (8.  Dec.  1823.  Festa della immacolata Concezione  di  Maria  Vergine   
Santissima.)Disperser  da  dispergo-dispersum.   (8.  Dec.  1823.  Festa  della   
immacolata  Concezione  di  Maria  Vergine  Santissima.).Il   v   non      che   
un'aspirazione  ec.  Tovaglia  it.  -  toalla,  che  anche  si  scrive  toballa   
(Cervantes, D. Quijote), e toaja spagn. (9. Dec.  Vigilia della Venuta della S.   
Casa.  1823.)Participii  passivi  in  senso  attivo o neutro ec.  Atentado cio   
prudente accorto cauto ec. da atentar cio tastare. Corrisponde appunto al lat.   
cautus,  voce che originariamente  participio,  e che spetta a questa medesima   
categoria, come altrove. Similmente l'ital. avvisato e simili, di cui altrove     
.  V.  ancora i Diz. spagn. in recatado, recatar ec. (9. Dec. 1823.)Che mentar,   
rammentare, ammentare ec., o se non altro il primo, non venga da mente, ma dal   
sup.  mentum dell'inusitato meno di cui non sussiste in  latino  che  il  perf.   
memini,  e  del quale altrove?  (9.  Dec.  Vigilia della Venuta della S.  Casa.   
1823.).  V.  p.3985[3961]Che recatar ec.  sia quasi recautare da recautum di un   
recaveo?  V. i Diz. spagn. e il Gloss. ec. (9. Dec. 1823.). V. p.3964Altrove ho   
notato non so qual verbo  composto  con  preposizione  latina  inusitata  nelle   
lingue moderne, ch' usitato nelle lingue moderne e non si trova nel latino. Di   
questi tali s verbi s vocaboli qualunque,  ve ne sono moltissimi nelle lingue   
nostre,  e l'argomento da me fatto intorno al suddetto verbo si deve stendere a   
tutti questi altri. (9. Dec. 1823.). V. p.3969.Alla p.3955. marg. Ovvero che la   
sua  straordinariet  sia  di  quelle  che  producono un bello straordinario (e   
quindi grazioso, anzi tale che si chiama piuttosto grazia che bellezza) cio un   
accozzamento di parti ec.  che non  sogliono  riunirsi  insieme  a  produrre  e   
formare il bello,  ma tra cui non v'ha sconvenienza veruna,  del qual genere di   
bellezza, e di grazia,  che pu per essere di molte specie,  ho detto altrove,   
non so se estensivamente a tutte le specie di cui tal genere  capace. (9. Dec.   
1823.).                           V.                           p.3971.Ippocrate   
nel-                                                                              
la par.1. della Cronica del Peru di Pietro de Ciea                               
(della quale op. v. la p.3795-6.), capitulo 26. car.66. p.2-67. p.1.  e cap.50.   
car.136.  p.2.  ed altrove,  circa la stessa costumanza di figurar le teste de'   
bambini  a  lor  modo,  propria  di  molte  popolazioni  selvagge  dell'America   
meridionale.  Or  che  relazione  ebbero  mai questi coi Macrocefali?  E questo   
costume  forse cosa che la natura l'insegna,  e in cui gli uomini  facilmente,   
bench per solo cas                                                               
o,                                                                      debbano   
concorrer-                                                                        
be stolto l'attribuirle al caso,  per  l'altra  non  se  [ne]  pu  trovare       
cagione alcuna probabile,  se non se ec. - Uso delle settimane ec. ec. (9. Dec.   
Vigilia della Venuta della S. Casa. 1823.)Situla-sitella, tabula-tabella. V. la   
pag.3844. (9. Dec. 1823.)Il Forc.  dice che sportella  diminutivo di sportula,   
bench pur si trova sporta,  di cui sportula  diminutivo. Forse si trover che   
tutti i diminutivi in ellus ella ellum sono fatti da  nomi  (o  verbi  ec.)  in   
ulus,  noti o ignoti,  diminutivi o no,  positivati o assoluti ec. In tal caso   
sportella sarebbe un sopraddiminutivo di sporta,  giusta l'uso s frequente  in   
italiano  de' doppi e tripli diminutivi,  e come ho detto altrove di anellus da   
anulus,  se non che anulus    in  significato  diverso  o  per  natura  o  per   
estensione  dal  suo  positivo  ec.   Catena-catella.   Catus-catulus  catellus   
catellulus (v. il Forc. in tutte queste voci). Vitulus vitellus.  (v.  il Forc.   
in Catellus).  Vitellus  positivato,  almeno nelle nostre lingue,  ec. Catinus   
catillus,   catinum-catillum,   catillo  as,   catillo  onis,   ec.   Patina  o   
patena-patella (positivato;  v. il Forc.). Pare che da patina sarebbe piuttosto   
patilla che patella.  Patellarius ec.  vedi la pag.3955.  Se fosse vero  che  i   
diminutivi  in  ellus non fossero che da' vocaboli in ulus (e i verbi in ellare   
diminutivo, da quelli in ulare,  e cos gli avverbi ec.),  catillus e gli altri   
simili, o sarebbero contra                                                        
zioni di catinulus (e allora non deriverebbero,  ma sarebbero tutt'uno col nome   
in ulus) o vero di catinellus fatto da un catinulus (che  pur  si  trova).  (9.   
Dec.  1823.). Cistela sarebbe diminutivo di cistula e non di cista ec. (9. Dec.   
Vigilia della Venuta della Santa Casa.  1823.).  V.  p.3968.[3964]Alla  p.3961.   
principio.  Catus  per  cautus,  v.  Forcell.  Recatar  per recautar sarebbe un   
grandissimo arcaismo (quanto alla soppressione dell'u) conservato in una lingua   
moderna ec. (9.  Dec.  1823.).  V.  p.3980.Dico altrove che bisogna esattamente   
distinguere  tra'  vocaboli  e  modi latini conservati nelle lingue moderne,  o   
ricuperati per mezzo della letteratura, scienze, diplomatica, politica, canoni,   
giurisprudenza,  cose ecclesiastiche,  liturgie ec.  (o conservati  ancora  per   
questi  mezzi,  ma  non  per  l'uso  della  favella  ordinaria ec.).  La stessa   
distinzione bisogna fare circa le forme delle parole  ec.  atteso  massimamente   
che  le  ortografie  moderne  sono state da principio ed anche in seguito lungo   
tempo modellate sul latino,  peccarono assai e  lungamente  per  latinismo  che   
nella  rispettiva  lingua parlata non si trovava,  furono inesattissime ec.  di   
tutte le quali cose ho detto in pi luoghi.  (9.  Dec.  Vigilia  della  Venuta.   
1823.)Parlo  altrove  de'  dialetti  d'Omero.  Posto che il dialetto Ionico non   
fosse il comune o il pi comune,  e perci prescelto,  l'avere Omero scritto in   
un dialetto piuttosto che nella lingua comune, non prova alt                      
ro  se  non che questa a' suoi tempi non v'era;  e il non esservi prova che non   
vera ancora letteratura greca formata,  perch n questa poteva  esservi  senza   
quella, e la mancanza di lingua comune  segno certo ed effetto non d'altro che   
della  mancanza di letteratura nazionale o della sua infanzia,  poca diffusione   
ec. Similmente dico di Democrito ec.  Ctesia  pi moderno,  ma forse anteriore   
al  pieno  della letteratura ateniese,  [di] Erodoto e degli altri che ne' pi   
antichi tempi scrissero ne' dialetti loro nativi e non in  lingua  comune.  Del   
resto  se  Omero  us  e mescol anche gli altri dialetti pi di quello che poi   
fosse fatto dagli altri scrittori greci,  anche poeti,  prevalendo per in  lui   
l'ionico,  il  simile  fece Dante,  che [3965]us e mescol i dialetti d'Italia   
molto pi che poi gli altri,  anche poeti,  e a lui vicini,  non fecero,  e che   
oggi  niuno  farebbe,  perch  v'  lingua  comune,  e questa certa e formata e   
determinata,  e tutto ci principalmente a  causa  della  letteratura.  Se  poi   
alcuni,   come  Empedocle  e  Ippocrate,   non  essendo  ioni  ec.,   scrissero   
nell'ionico, ci fu perch Omero l'aveva usato e  fatto  famoso  e  atto  alla   
scrittura,  e creduto solo o principalmente capace di essere scritto,  nel modo   
stesso che poi l'abbondanza degli scrittori ateniesi, maggiore che quella degli   
altri, rese comune, e per sempre, il dialetto attico, o una lingua partecipante   
massimamente dell'attico, e lo ridusse ad essere il greco propr                   
iamente detto s nell'uso dello scrivere,  s in quello  del  parlare,  massime   
delle  persone  colte;  e  nel  modo  stesso che in Italia per simil cagione    
avvenuto rispetto al toscano,  mentre prima,  come in  Grecia  l'ionico  invece   
dell'attico,  cos  in  Italia  si era fatto comune ec.  non il toscano,  ma il   
siculo ec.  per la coltura di quella  corte  e  poeti  ec.  e  loro  abbondanza   
preponderante ec. Onde molto s'ingannano, secondo me, quelli s antichi (vedi i   
luoghi  cit.  alla pagina 3931.) s moderni (che sono,  io credo,  non pochi) i   
quali riconoscono l'uso o  preponderanza  del  dialetto  ionico  in  Omero,  in   
Ippocrate ec.  e nelle scritture dell'antica Grecia da questo,  che il dialetto   
ionico, secondo loro, o almen quello di detti scrittori quale egli si  ec. era   
l'antico dialetto attico,  e usato dagli ateniesi.  Il che,  se non hanno altri   
argomenti per provarlo,  certamente non  provato dall'uso di quegli scrittori,   
poich che diritto e che mezzo aveva allora  il  dialetto  ateniese  per  esser   
preferito agli altri nelle scritture?  Essi cadono nel solito errore,  [3966]s   
comune per s lungo tempo (e fin oggi)  in  Italia,  anche  fra'  pi  dotti  e   
imparziali,  circa il dialetto toscano, cio di credere che l'attico prevalesse   
agli altri dialetti per se (mentre niun dialetto prevale per se, giacch quanto   
all'ordine,  forma ec.  esso non l'ha  prima  della  letteratura,  quanto  alla   
bellezza del suono materiale ec. questo  un sogno, perch a tutti i              
popoli  e  parti di essi  pi bello degli altri suoni quello che gli  dettato   
dalla  natura,   e  quindi  quello  del  dialetto  nativo,   e  imparato  nella   
fanciullezza ec.),  e non per causa della preponderante letteratura e scrittori   
attici, la qual causa a' tempi d'Omero ec. non esisteva,  anzi Atene non aveva,   
che  si  sappia,  scrittore  alcuno,  non  che n'abbondasse particolarmente ec.   
Neanche era potente,  n commerciante,  n che si sappia,  assai culta,  o  pi   
culta  degli  altri,  seppure  aveva  coltura  alcuna notabile.  Bens lo erano   
gl'ioni ec.  e questo appunto produsse o fece possibile un  Omero  ec.  Se  poi   
hanno  altre  prove  della  detta  proposizione,  certo  ragionano  a  rovescio   
pigliando per effetto la causa,  e per causa l'effetto.  Poich  se  quello  fu   
allora il dialetto attico, ci venne appunto perch'esso aveva avuto scrittori e   
letteratura,  e cos fattosi comune ec., ovvero a causa del commercio e potenza   
e della coltura degl'ioni,  alla qual coltura  non  avr  poco  contribuito  la   
stessa  letteratura  che  n'aveva avuto origine ec.  Del resto gli attici erano   
molto facili ad adottare le voci e modi greci stranieri,  e  anche  i  barbari,   
almeno  ne'  tempi susseguenti;  e lo dice Senofonte in un luogo da me citato e   
discusso altrove.  (9.  Dec.  1823.  Vigilia della Venuta della Santa  Casa  di   
Loreto.)[3967]L'infinito per l'imperativo, del che altrove. Hippocrates in fine   
libri           de           aere           aquis           et           locis.   
hi o da'  pi  moderni  ec.  ed  usarsi                                           
ancora,  in senso veramente diminutivo, o pur frequentativo ec. ec. E sia anche   
il pi delle volte.  A me basta che talora abbiano o abbiano  avuto  ec.  senso   
positivo,  conforme al positivo ec.  (10.  Dec.  1823.)Alla p.3962.   noto che   
Alboino re de' Longobardi fece del teschio  di  Comundo  (re  de'  Zepidi,  suo   
nemico) una tazza,  con la quale in memoria di quella vittoria (sopra i Zepidi)   
bevea (Machiav. Istorie fiorent. lib.1. opp. 1550. p.9.), e come da questo ebbe   
origine la sua uccisione ordinata da Rosmunda sua moglie e figlia  di  Comundo,   
per  mano  di Almachilde (id.  ib.).  Da ci si vede che questo costume dovette   
anche esser proprio de' Longobardi (giacch io non conven                         
go col Machiavelli che attribuisce questo  fatto  in  particolare  all'efferata   
natura  di  Alboino),  popolo  settentrionale  e forse non estremamente lontano   
dagli Sciti,  bench d'altra razza e d'altro genere di lingua  a  quello  ch'io   
credo.  Poich gli Sciti spettano alla razza slava. I Longobardi, cred'io, alla   
tedesca. (10. Dec.  d della Venuta della S.  Casa di Loreto.  1823.)[3968]Alla   
p.3963.  fine.  Se  i  diminutivi in ellus ec.  fossero fatti sempre da voci in   
ulus,  lo stesso si dovrebbe dire di quelli in illus,  illare ec.  Quindi  p.e.   
conscribillo sarebbe da un conscribulo. - Al detto di patella, aggiungi l'ital.   
padella,  positivato (restando patena pel vaso sacro ec.),  bench forse quello   
che oggi si chiama padella non sia precisamente conforme a quello o  quei  vasi   
che si chiamavano in lat. patinae o patenae o patellae, e quindi il significato   
di tal diminutivo positivato padella non sia forse precisamente il medesimo del   
suo  positivo latino,  cosa inevitabile quasi in quelle voci che appartengono a   
oggetti di usi ec. sempre variabilissimi pi d'ogni altra cosa.  Ma in tal caso   
la  significazion  del  diminutivo  padella  non sarebbe neppur la medesima del   
diminutivo patella,  ch' pur  certamente  positivato,  e  con  cui  padella     
materialmente  una  stessa  voce.  Insomma  padella   certamente un diminutivo   
positivato. V. i francesi e gli spagnuoli e il Gloss. ec.  (10.  Dec.  d della   
Venuta. 1823.). V. p.3971.Al detto altrove del di                                 
minutivo o vezzeggiativo ec.  positivato figliuolo,  aggiungi i suoi derivativi   
ec. pur positivati, come figliolanza. (10.  Dec.  Festa della Venuta.  1823.)Ho   
detto,  non mi ricordo il dove,  di un diminutivo, mi pare, italiano che la sua   
inflessione in ol (sia verbo o sia nome ec. che non mi sovviene) dimostrava lui   
essere originariamente latino.  Ma si osservi che la diminuzione in olo,  olare   
ec.    non men propria dell'italiano moderno di quel che sia del latino quella   
in ulus,  ulare,  olus (come  in  filiolus)  ec.  Ben    vero  ch'essa  deriva   
onninamente  da  [3969]questa  latina,  anzi   la medesima con lei.  Del resto   
l'aggiunta dell'u in questa nostra inflessione (come in figliuolo  ec.).  1.     
una  gentilezza  della  scrittura e ortografia,  un toscanesimo,  non  proprio   
della favella,  seppur non lo  della toscana,  e in tal caso,  che  non  credo   
neanche  in  Toscana  sia  troppo  frequente  e'  sarebbe  un  accidente  della   
pronunzia. 2. non si trova nelle pi antiche scritture,  n in moltissime delle   
meno antiche,  bench esatte,  anzi fuorch nelle moderne,  forse nel pi delle   
scritture ella manca,  e credo ancora che  manchi  regolarmente  anche  oggid,   
almeno  secondo  l'ortografia  della  Crusca,  in molte parole dove l'olo  pur   
lungo.  3.  ella svanisce regolarmente (per la  regola  de'  dittonghi  mobili)   
sempre che l'accento non  sull'o: quindi da figliuolo figliolanza ec.  4. essa   
 veramente una propriet italiana onde anche da sono, bonus e tali               
altri o semplici, facciamo uo, come suono, buono ec.  siccome gli spagnuoli ue,   
che pur si risolve,  o ritorna, in o sempre che l'accento non  sull'e, come da   
volvo buelvo e poi bolver ec.  V.  p.4008.  E anche quando la desinenza ec.  in   
olus  o  ulus ec.  non  diminutiva,  noi ne facciamo sovente uolo ec.  come da   
phaseolus,  fagiuolo ec.  5.  Essa manca sempre in moltissime parole  italiane,   
come in tanti verbi diminutivi o frequentativi ec.  in olare de' quali ho detto   
altrove,  che sarebbe sproposito scrivere in uolare.  Insomma essa giunta non    
propria di questa tale italiana inflessione diminutiva derivante dal latino, ma   
  un  accidente di pronunzia o di ortografia italiana o toscana,  che ha luogo   
anche in infiniti altri casi alienissimi da questa inflessione, e che in questa   
medesima non ha sempre luogo ec.  (10.  Dec.  d della Venuta della S.  Casa di   
Loreto.  1823.).  V.  p.3984.3992.3993.Alla  p.3961.  Cos discorrasi ancora di   
cento altri generi di formazioni ec. latine e non proprie delle lingue moderne,   
che si trovano in mille parole moderne [3970]ignote nel latino, o solo note nel   
latino barbaro,  mentre quelle formazioni ec.  non sono  proprie  di  questo  e   
furono assolutamente proprie del buon latino,  o speciali del latino antico ec.   
ec. (10. Dec. d della Venuta della S. Casa di Loreto. 1823.). V. p.  seguente,   
e 3985.Ho detto altrove che male nelle nostre lingue spesso si usa per non, per   
particella privativa, ec. Questo                                                  
 proprio particolarmente dell'antico delle nostre lingue,  e fors'anche pi in   
particolare, dell'antico francese. I francesi ora dicono mal- ora m-,  ch' lo   
stesso (mdire,  dir male),  e cos il nostro mis (misdire,  misfare). Le quali   
particelle corrotte da mal  e  destinate  alla  composizione,  ora  significano   
veramente male,  ora sono assolutamente negative o privative, come in mpriser,   
mpris, miscredente, misleale ec. Questa particella mis (o simile) collo stesso   
uso  anche comune agl'inglesi, il che conferma il sopraddetto,  cio ch'ella e   
cos mal ec.  ond'ella  corrotta, fosse specialmente propria dell'antico delle   
nostre lingue, e particolarmente dell'antico francese. V. gli spagnuoli i quali   
se ne mancassero,  sarebbero nuova prova di ci,  perch lo  spagnuolo  non  ha   
forse  tanto  tolto  dal  provenzale  ec.  quanto  il nostro antico linguaggio,   
massimamente scritto ec. ec.  Salvo sia sempre che mis ec.  non si trovi essere   
di origine settentrionale,  e di l venuta nell'inglese e nel francese ec. (10.   
Dec.  Festa  della  Venuta.   1823.)Participii  passivi  in  senso  neutro.   -   
Aggettivazione  de'  participii.  Tacitus  da  taceo per tacens.  Similmente in   
ispagnuolo callado per callante, zitto ( todo havia estado suspenso y callado.   
Cervant.  D.  Quijote).  Bisogna per  osservare  intorno  a  questo  e  simili   
participii di verbi neutri delle lingue moderne, usati nel senso del participio   
di forma attiva, se quel tal verbo non  o non [397                               
1]fu  neutro  passivo,  fatto  poi  assoluto per ellissi del pronome o sempre o   
talvolta.  Cosa ch' avvenuta ed avviene infinite volte  nelle  nostre  lingue.   
P.e. callar forse si disse ancora o solamente callarse, come in fr. se taire, e   
spesso anche in ital.  tacersi,  si tacque ec.  bench qui il pronome piuttosto   
ridonda,  per propriet di nostra lingua,  come in altri assai  casi,  la  qual   
propriet  non  appartiene  a  questo discorso,  e bisogna notare che un neutro   
assoluto non si pigli per neutro passivo a causa di essa,  che  sarebbe  falso,   
onde tra noi il trovare un neutro col pronome,  o presso gli antichi o presso i   
moderni non sempre  segno che quello sia neutro passivo, o lo sia stato ec.  e   
poi soppresso il pronome, callar o sempre o per lo pi. In tal caso callado nel   
senso suddetto, non sarebbe che in senso passivo, e non apparterrebbe al nostro   
discorso. (11. Dec. 1823.)Alla p.3968. Se i diminutivi in ellus ec. o illus ec.   
son  fatti  dalle  voci  in  ulus  ec.  o  sempre,  o  talvolta  (ch'  fuor di   
controversia il talvolta),  essi sono contrazioni di ulellus  ec.  ulillus  ec.   
(11.  Dec.  1823.).  V.  p.3987.Alla p.  anteced.  S'intende che tali composti,   
derivati ec.  non sieno stati formati ec.  dagli scrittori ec.  ma propri della   
favella volgare,  e tali che si possano credere conservati;  come infatti ve ne   
sono,  anche propri esclusivamente del solo dir familiare o parlato ec.  o  de'   
pi antichi e rozzi scrittori, e quindi certo delle                               
favelle  volgari  di allora ec.,  in assai buon numero.  (11.  Dec.  1823.)Alla   
p.3961. Spettano a detta categoria la grazia e l'effetto spesse volte singolare   
delle bellezze forestiere o che hanno del  forestiero,  sia  che  questo  bello   
spetti alla fisonomia,  al personale ec. ovvero alle maniere ec., ovvero che le   
maniere sien forestiere e non il fisico,  o viceversa ec.  ec.  ec.  (11.  Dec.   
1823.)[3972]Risulta  da  quello che in pi luoghi si  detto circa la natura di   
una lingua atta (massime ne' nostri tempi)  veramente  alla  universalit,  che   
ella  non  solo  non pu esser pi delle altre lingue capace di traduzioni,  di   
assumer l'abito dell'altre lingue,  o tutte o in maggior numero  o  meglio  che   
ciascun'altra,  di  piegarvisi pi d'ogni altra,  di rappresentare in qualunque   
modo le altre  lingue;  ma  anzi  ella  dev'essere  per  sua  natura  l'estremo   
contrario,  cio sommamente unica d'indole,  di modo ec.  e sommamente incapace   
d'ogni altra che di se stessa,  ed in se stessa  minimamente  varia,  e  da  se   
medesima  in  ogni  caso  il  men che si possa diversa.  E una lingua che tenga   
l'estremo contrario  di sua natura,  massime  a'  tempi  nostri,  estremamente   
incapace  dell'universalit.  Non  bisogna  dunque  figurarsi  che  una  lingua   
universale n debba n possa portare questa utilit di supplire alla cognizione   
di tutte le altre lingue,  di esser come  lo  specchio  di  tutte  l'altre,  di   
raccoglierle, per cos dir, tutte in se stessa, col poterne assumer l'i           
ndole ec.; ma solo di servire in vece di tutte le altre lingue, e di esser loro   
sostituita.  Anzi  ella  non  pu  veramente  altro ch'esser sostituita all'uso   
dell'altre e di ciascuna altra,  e non supplire ad esse ec.  Ben grande sarebbe   
quella  utilit,  ma  essa    contraria direttamente alla natura di una lingua   
universale.  Tale si  infatti  la  francese.  N  i  francesi  dunque  n  gli   
stranieri  si  lusinghino  di  avere  in quella lingua tutto ci che potrebbero   
avere nell'altre, ma una lingua diversissima per sua natura dall'altre,  il cui   
uso  a  quello  di tutte l'altre possono facilmente sostituire.  N stimino che   
volendo conoscer [3973]l'altre lingue,  autori ec.  il possederla francese,  li   
dispensi  pi  che  alcun'altra lingua dallo studio di tutte l'altre,  anzi per   
questo effetto la francese non serve a nulla,  ed i francesi per  parlare  come   
nativa una lingua sommamente disposta alla universalit,  si debbono contentare   
di avere una lingua incapacissima di traduzioni,  inettissima a servir loro  di   
specchio  e  di  esempio,  e fin anche di mezzo,  per conoscere qualunque altra   
lingua,  autore ec.  Il fatto della lingua francese dimostra queste asserzioni.   
Sebbene  i  francesi  coll'estrema  trascuranza  che  hanno  dell'altre  lingue   
mostrano essere persuasi del contrario.  La  natura  della  greca  era  appunto   
l'opposto.  Ella  infatti  perci,  anche  nel  tempo  antico,  non pot essere   
universale che debolissimamente e incomparabilmente alla possibile univers        
alit di  una  lingua,  ed  anche  all'effettiva  presente  universalit  della   
francese,  malgrado  le  molte qualit,  e massimamente le infinite circostanze   
estrinseche (potenza, commercio,  letteratura e civilt unica della nazione che   
la parlava) che favorirono, (e per lunghissimo tempo), e quasi necessitarono la   
sua  universalit,  molto pi che le circostanze estrinseche della francese ec.   
(11.  Dec.  1823.)Non  dubbio che la civilt,  i progressi dello spirito umano   
ec.  hanno  accresciuto mirabilmente e in numero e in grandezza e in estensione   
le facolt umane, e generalmente le forze dell'uomo,  il quale essendo ora,  al   
contrario  che  da  principio,  pi spirito che corpo,  come dico altrove,  pu   
veramente, anche nelle cose materiali,  infinitamente pi che da principio.  Ma   
bisogna  vedere  se  queste  nuove  facolt,  questo accrescimento di forze ec.   
corrisponde ed era destinato dalla natura [3974]s  generale  s  della  specie   
umana in particolare, e giova o nuoce alla felicit d'essa specie, ch nocendo,   
  certo  che  non  corrisponde  alla natura ec.  Di quante incredibili abilit   
vediamo noi col fatto che moltissimi animali (fino ai pulci addestrati  da  non   
so  chi a tirare un cocchietto d'oro) sono capaci,  e lo videro gli antichi che   
ne raccontano maraviglie, corrispondenti alle moderne,  bench alcune maggiori,   
per  la  maggiore industria degli antichi,  in questa come in tante altre cose,   
manifatture, lavori d'arte ec. Chi non le avesse ud                               
ite da testimonii irrecusabili,  o vedute cogli occhi propri  o  ascoltate  co'   
propri orecchi,  neppur le avrebbe immaginate,  n figuratasene la possibilit,   
la capacit,  l'attitudine fisica  in  quella  specie  di  animali,  come  p.e.   
elefanti,  cani,  orsi,  gatti,  topi (cosa vera) ec. ec., anche ferocissime, e   
apparentemente le pi incapaci di disciplina  e  di  mutar  costumi  ec.  e  di   
mansuefarsi  e  obbedire agli uomini ec.  Or chi dir che tali abilit le quali   
accrescono le facolt di quelli animali ec.  fossero per  ci  destinate  dalla   
natura o generale,  o loro particolare ec. giovino alla loro felicit ec. e che   
le loro rispettive specie sarebbero pi perfette o  meno  imperfette,  se  tali   
abilit  fossero  in  esse  pi comuni,  o universali ec.?  E senz'andar troppo   
lontano,  quante  propriet  abilit  ec.   lontanissime  dalla  sua  primitiva   
condizione,  non acquistano tuttod sotto i nostri occhi, e tuttod esercitano,   
i cavalli da tiro,  da maneggio ec.  propriet ed abilit che non ci fanno  pi   
meraviglia alcuna,  a causa dell'abitudine e frequenza, e che l'arte d'insegnar   
loro siffatte cose  comunissima e presentemente e da lungo tempo,  facile;  ma   
n  questa  n  quelle sono perci men degne di maraviglia.  [3975]Or con tutto   
questo, e con tutto che il numero degl'individui cos ammaestrati sia tanto,  e   
cos continuo e successivo ec.  chi dir che ec.  come sopra?  se non chi stima   
che tutto il mondo, e in questo la specie de' cavalli, sia fatta di               
natura sua per servizio dell'uomo,  e tenda a questo come a  suo  fine,  e  non   
abbia  la  sua  perfezione  fuor  di  questo,  onde  sia  destinata  e disposta   
naturalmente all'acquisto di quelle facolt  e  qualit  che  si  richiedono  o   
convengono  e  giovano  a  tal  servizio,  di  modo  che  un  cavallo  non  sia   
perfettamente cavallo se e fino ch'ei non sa portare un uomo sul suo  dosso,  e   
obbedire  a' suoi segni e prevenirli e indovinarli ec.  ec.  e far tutto questo   
perfettamente.  (11.  Dec.  1823.)Diminutivi  positivati.  Corbeau,  corbin  da   
corvus.                                                                           
(11.-                                                                             
o ella possa essere. Se v'ha oggi qualche vero                                    
poeta,  se  questo  sente  mai  veramente  qualche ispirazione di poesia,  e va   
poetando seco  stesso,  o  prende  a  scrivere  sopra  qualunque  soggetto,  da   
qualunque  causa nasca detta ispirazione,  essa  certamente malinconica,  e il   
tuono che il poeta piglia naturalmente o seco stesso o con gli altri nel seguir   
questa inspirazione (e senza inspirazione non v' poesia degna di questo  nome)   
  il malinconico.  Qualunque sia l'abito,  la natura,  le circostanze ec.  del   
poeta, pur ch'ei sia di nazione civile, cos gli accade, e come a lui cos a un   
altro che non avr di comune con lui se non questo solo.  ec.  Fra gli  antichi   
avveniva  tutto  il contrario.  Il tuono naturale che rendeva la loro cetra era   
quello della gioia o della forza della solennit ec.  La poesia loro era  tutta   
vestita a festa, anche, in ce                                                     
rto modo,  quando il subbietto l'obbligava ad esser trista. Che vuol dir ci? O   
che gli antichi avevano meno sventure reali di  noi,  (e  questo  non    forse   
vero),  o che meno le sentivano e meno le conoscevano,  il che viene a esser lo   
stesso, e a dare il medesimo risultato,  cio che gli antichi erano dunque meno   
infelici  de'  moderni.  E  tra  gli  antichi metto anche,  proporzionatamente,   
l'Ariosto  ec.   (12.   Dec.   1823.)[3977]Alla  p.3927.   Questa  moltiplicit   
incalcolabile  di  cause  e di effetti ec.  nel mondo morale non deve n parere   
assurda o difficile ad ammettersi n far meraviglia a chi consideri com'ella si   
trova evidentemente,  e del pari infinita e incalcolabile nel mondo fisico.  N   
la medicina, n la fisiologia, n la fisica, n la chimica, n veruna anche pi   
esatta  e  pi  materiale scienza che tratti delle pi sensibili e meno astruse   
parti ed effetti della  natura,  non  possono  mai  specificare  n  calcolare   
nemmeno  per  approssimazione,  se non in modo larghissimo,  n il numero n il   
grado e il pi e il meno,  n tutti i rapporti ec.  delle infinite diversit di   
effetti  che  secondo  le  infinite  combinazioni e rapporti scambievoli ec.  e   
influenze e passioni scambievoli ec.  che possono avere ed hanno effettivamente   
luogo, risultano dalle cause anche pi semplici pi poche e limitate, che dette   
scienze  assegnano;  n  le infinite modificazioni di cui dette cause,  secondo   
esse combinazioni, sono suscettibili, ed a cui sono effett                        
ivamente soggette. E non per tanto, almeno in grandissima parte, esse cause non   
si  possono  volgere  in  dubbio,   e  nessuno  dalla  detta  impossibilit  di   
specificare  e  calcolare  esattamente e pienamente,  risolve ch'esse cause non   
sieno le vere,  e moltissime sono evidenti e sotto gli occhi,  e cos  il  loro   
modo di agire,  le loro relazioni cogli effetti ec.,  i quali tuttavia non sono   
pi calcolabili n numerabili. Basti solamente osservare le cause e gli effetti   
che agiscono ed hanno luogo nel corpo umano,  e le infinite diversit ed  anche   
contrariet che per differenze,  sovente impercettibili, di combinazioni, hanno   
luogo  negli  accidenti  e   passioni   d'esso   corpo   anche   in   individui   
conformissimi,  in  un  tempo  medesimo,  in  circostanze  che  possono parere   
conformissime, [3978]in un medesimo individuo ec.  N per tanto si pu dubitare   
di quelle cause,  purch d'altronde ec.  n se ne dubita, n si condannano quei   
sistemi e quei metodi ec.  de' quali in quanto a questo particolare niuno  uomo   
potrebbe pensarne o usarne un migliore.  (12. Dec. 1823.)Alla p. antecedente. -   
niuna parte,  niun sistema di esse  scienze,  anche  il  pi  dimostrato,  niun   
ordine,   niun  metodo  di  trattarle,  per  efficace,  accurato,  minutissimo,   
ordinatissimo, solertissimo che possa essere;  se esse scienze o sistemi non si   
fingono e suppongono, determinano, conformano e circoscrivono i subbietti e lor   
qualit vere o immaginarie a modo loro, come fanno le matematiche e               
,  p.e.  la  meccanica  nella  considerazione  delle  forze  fisiche e de' loro   
effetti.Le scienze e i sistemi non possono andare che per via di paradigmi e di   
esempi, supponendo tali e tali subbietti, di tali e tali qualit in tali e tali   
circostanze ec.  ovvero generalizzando,  sia col salire da  questi  particolari   
esempi  alla  universit  de'  subbietti  in  qualche  modo  diversi,  e  delle   
combinazioni diverse,  s nelle cause s negli effetti;  sia in qualunque altra   
guisa.  E tutte sono obbligate di fare pi o meno come le matematiche,  che per   
considerare gli effetti delle forze,  suppongono i corpi perfettamente duri,  e   
perfettamente levigati,  e l'assenza del mezzo,  ossia il vto,  ec.; e cos il   
punto indivisibile ec. (12. Dec. 1823.). V. Thomas loge de Descartes, Oeuvres,   
Amsterdam 1774. t.4. p.47. seg.Diminutivi positivati.  Grappo-grappolo.  Franc.   
grappe.  (13. Dec. 1823.)Fusa e fusi plur. lat. sostantivi di cui altrove. Cos   
locus-loci e loca.  Il che  segno di un ant.  locum.  Cos fusa di  un  fusum.   
[3979]Cos,  credo,  altri  nomi  vi  sono che hanno diversi generi o in ambo i   
numeri o in un solo,  senza diversa significazione.  Cos caelus onde caeli,  e   
caelum che oggi non ha plurale siccome il singolare di caelus  antiquato. (14.   
Dec. 1823.)Come la lingua e letteratura italiana si stimassero nel 500 da molti   
anche  dotti  e  gravi uomini non dovere n potere uscire de' termini in che le   
posero i 3. famosi trecentisti, anzi sol                                          
amente il Petrarca e il Boccaccio,  n delle lor parole e  modi  e  artifizi  e   
stili,  e  dell'abito  ch'essi  avevan  dato  all'una  e all'altra ec.  del che   
altrove,  vedi il Dial.  della  Rettorica  dello  Speroni,  Diall.  Ven.  1596.   
p.147-150.  p.157.  fine.  - 158.  principio,  p.162.  verso il fine. (14. Dec.   
1823.)Alla p.3940.  Non sempre per usa l'i.  Alle volte usa la  vocale  stessa   
ch'      la      prima      della     parola     raddoppiata,      come     in   
inojo                                                                             
per ginocchio,  voce che mi par  quivi  affettatamente  antiquata,  come  molte   
altre,  per  contraffare il linguaggio degli antichi libri di Cavalleria,  ed    
posta in bocca di Sancho.  In ogni modo mostra che anche l'antico spagnuolo (se   
gi non prese questa voce dall'italiano) usava il diminutivo di                   
genu nel senso positivo e in vece del positivo latino. Sta la detta voce nella   
Parte I.  del D. Quijote, lib.4. cap.31. p.343. ediz. d'Amberes 1697. t.1. (14.   
Dec.  1823.).  V.  p.3983.Alla  p.3964.  principio.  Catar  da  cui    recatar   
(riguardare),  se gi non  da captare,  che non credo, sar da calus, il quale   
da caveo, e quindi quasi caular, e continuativo di caveo. Cata (gare, guardati)   
equivale propriamente a cave. (14.  Dec.  1823.)Participii aggettivati.  Catus,   
cautus.  V.  Forcell.  (14. Dec. 1823.)L'ortografia francese fu da principio ed   
anche per lungo tempo proporzionatamente molto pi simile alla scrittura latina   
che non  oggi,  anzi sempre  pi  se  ne  va  scostando  per  accostarsi  alla   
pronunzia.  Fu,  dico, molto pi simile, s perch anche la pronunzia lo era, e   
s per l'inesattezza e latinismo comuni a tutte  le  ortografie  moderne,  come   
altrove  in  pi  luoghi.  Ora,  se cambiandosi la pronunzia e correggendosi il   
barbaro latinismo dell'ortografia,  la scrittura francese si  mutata [3981]non   
poco,  perch  non  si  dovr  mutarla  affatto  sin  tanto ch'ella si conformi   
onninamente alla pronunzia e francese e presente,  qual  ella    in  fatti,  e   
rinunzi  del  tutto  alla  forma  latina  delle  parole scritte in quanto ell'   
diversa da quella di esse parole pronunziate, ed all'aver riguardo in qualunque   
modo al latino?  Se ci non si  ancor fatto,  e se non si far,  vuol dire che   
l'ortografia francese non  ancora o non sar mai perfet                          
ta,  n  interamente rettificata,  anzi  imperfettissima e scorrettissima.  Il   
contrario  avvenuto ed avviene ancor tuttavia (conformandosi sempre  al  nuovo   
modo  di  pronunziare,  o conformandosi alla pronunzia dove l'antica ortografia   
non vi si conformava; come p.e. oggi tutti scrivono ispirare e simili,  laddove   
tutti   gli   antichi   inspirare,   sia  che  cos  pronunziassero,   sia  che   
latinizzassero in questa scrittura) nell'ortografia  spagnuola  e  massimamente   
nell'italiano  che  perci  sono  perfette,  o  quasi,  e certo assai pi della   
francese vicine alla perfezione.  Non  cos  nell'inglese,  nella  tedesca  ec.   
perci imperfette come la francese,  ma forse meno, perch'esse da principio non   
ebbero occasione n modo di guardare al latino,  con cui non hanno che fare  le   
loro  lingue,  massime  il tedesco,  o certo di guardarvi meno,  e quindi minor   
cagione d'allontanarsi dalla pronunzia e dalla forma reale delle  voci  propria   
della loro lingua,  e d'uscire dei termini e vera propriet di questa ec.  (14.   
Dec. 1823.)[3982]Alla p.3964. Anacreonte ionico scrisse nell'ionico,  mescolato   
per,  secondo  il  comun  modo di dire degli eruditi,  e temperato cogli altri   
dialetti, (massime il Dorico), al modo di Omero. V.  il Fabric.  e la pref.  ad   
Anacr.  del De Rogati ec. (14. Dec. 1823.). V. p. seg.Alla p.3965. I posteriori   
poi (com'Abideno,  Arriano  nell'Indica,  Teocrito  ec.),  bench  gi  nato  e   
stabilito e formato il dialetto comune e la letteratura nazional                  
e,  e  prevaluto eziandio l'Attico,  scrissero negli altri dialetti particolari   
nativi loro o alieni,  perch nobilitati da autori di  grido  che  gli  avevano   
usati  quando ancor non v'era dialetto comune,  o non ben formato n fermamente   
applicato e aggiustato adequatamente alla letteratura. Il qual mal vezzo non ha   
avuto luogo in Italia, se non se in qualche scrittorello non mai divenuto (come   
Teocrito ec.) nazionale, e di poco giudizio;  perch buoni scrittori non si son   
dati a scrivere in altra lingua che nella comune,  e ci a causa che i dialetti   
particolari non avevano avuta la sorte di esser nobilitati  da  veruno  insigne   
scrittore  (bench  molti  scrittori  avessero) prima della formazione ec.  del   
linguaggio comune e della letteratura.  (Del resto non  pare  che  opere  gravi   
scritte in dialetti particolari, fuorch nell'Attico, dopo la esistenza ec. del   
comune,  avessero  gran  fortuna  n  fama n pure in Grecia,  n che veramente   
grandi o insigni ne fossero mai gli autori.  Luciano de scribenda  historia  si   
burla di uno suo contemporaneo che avea scritto in dialetto ionico,  come anche   
dell'affettato Atticismo di altri.  Dionigi d'Alicarnasso compatriota d'Erodoto   
scrisse  s la storia s il resto nell'attico o comune).  [3983]Bens quanto al   
toscano considerato come dialetto particolare,  l'Italia  si  rassomiglia  alla   
Grecia  ed  al  suo  attico proprio,  per l'uso che gli autori anche insigni ne   
fecero, s toscani nativi o attici nativi, s f                                   
orestieri, adoprandolo esclusivamente o principalmente ec. Per anche in Grecia   
come in Italia questo usare un dialetto, ancorch nobilitato da molti scrittori   
ec.  e prevalente ec.,  invece del comune,  e massime  l'abuso  di  esso  e  le   
smorfie,  e  massime  nei  non  nativi,  fu deriso dai pi savi ec.  bench pi   
ragionevole ci fosse in Grecia che in Italia per molte cagioni,  e fra l'altre   
che  il dialetto attico propriamente detto era stato usato,  e fu usato di mano   
in mano da autori veramente  insigni  e  sommi,  come  Platone  ec.  Non  cos,   
strettamente  parlando,  il  toscano proprio ec.  che non  veramente la lingua   
neppur  de'  sommi  italiani  scrittori,  nativi  toscani,  Dante,  Petrarca  e   
Boccaccio,  n d'altri sommi toscani ec.  (14.  Dec. 1823.)Alla p.3980. Genouil   
antico,  si trova.  Vedi i Diz.  e vedi  i  diversi  suoi  derivati,  che  sono   
parecchi,  oltre agenouiller, incomincianti per genouill-. (14. Dec. 1823.)Alla   
p.  anteced.  principio.  Certo  per che Anacreonte si accosta assai  pi  di   
Omero,  e  forse  pi  di qualunque altro poeta greco al dialetto comune,  anzi   
pochissimo se ne scosta n per accostarsi all'ionico (se  gi  le  sue  odi  in   
questa  parte de' dialetti e massime nell'ortografia ad essi spettante non sono   
alterate) n ad altro veruno.  Segno che al suo tempo bench molto  antico,  il   
dialetto comune esisteva gi,  per mezzo della letteratura ec.  o piuttosto che   
il dialetto [3984]ionico (il quale probabilmente fu quello che poi                
divenne il comune,  e produsse l'attico ec.  come pare  a  molti  eruditi)  era   
allora  per  la  maggior  vicinanza de' tempi (rispetto a quelli d'Omero) quasi   
uguale (eccetto nello scioglier de' dittonghi,  che in Anacreonte per di  rado   
si  sciogliono,  e  quando  si  sciolgono,   manifestamente per la necessit o   
comodit del metro,  nel qual caso  ben naturale e in altre cose tali,  che si   
posson  chiamar di pronunzia,  e in queste ancora Anacreonte  molto parco,  se   
non dove l'uso del verso l'esige,  di modo ch'egli usa il dialetto  suo,  e  si   
scosta dal comune piuttosto come poeta che come scrittore,  e come linguaggio e   
licenze poetiche,  non come dialetto) a quello che poi fu il  comune,  come  si   
vede in Ippocrate ec. ec. (15. Dec. 1823.)Commeto as da commeo per commeato. V.   
Forc.  e il detto altrove sopra hieto ec.  (15.  Dec. 1823.)Bello non assoluto.   
Diversissime  usanze,   opinioni,   gusti  ec.   circa  le  chiome,   s  sopra   
l'acconciamento loro,  come sopra il portarle o no, raderle, lasciare crescerle   
fino a terra, fino agli omeri, fino al collo, tagliarle all'intorno della testa   
ec. ec. presso gli antichi e i moderni e le varie nazioni,  selvagge,  barbare,   
civili ec. ec. ec. in vari tempi ec. anche egualmente colti e di buon gusto ec.   
ec.  (15.  Dec.  1823.)Alla p.3939. Cos anche i verbali sostantivi formati da'   
supini come quelli in us us.  Cos gli avverbi e tutte le (non  poche)  voci  e   
sorte di voci che si fanno regolarmente da' supin                                 
i regolari o irregolari,  usitati o inusitati,  de' verbi. (15. Dec. 1823.)Alla   
p.3969. fin.  Anche la nostra diminuzione in ello ellare ec.  viene dal latino,   
ed  latina,  e cos la spagnuola in illo, illar (lat. cantillare ec.) ec. (15.   
Dec. 1823.). Cos la francese in el, eler, o eller (femin. elle) ec. (15.  Dec.   
1823.).  V.  p.3991.  e  il  pens.  seg.Dico  altrove  che tutti i nostri verbi   
diminutivi frequentativi disprezzativi ec.  sono  [3985]della  1.  coniugazione   
come i pi di tali generi in latino.  Cos gli spagn.  e i franc. V.  il pens.   
preced.  ec.  (15.  Dec.  1823.).  e  la  pag.3991.  capoverso  1.Alla  p.3970.   
principio.  Si  trovano  ancora nelle nostre lingue parecchi semplici di cui in   
latino noto,  non si  hanno  che  i  composti  (e  questi  sono,  pi  o  meno,   
evidentemente  tali,  cio composti e non semplici,  e pi o meno evidentemente   
formati da un semplice qual  il nostro ec.),  e parecchie voci che nel  latino   
noto non si hanno,  ma se ne hanno le derivative ec.  (pi o meno evidentemente   
derivate, formate ec. da voci quali sono le nostre ec.).  L'argomento in questi   
casi,  massime  ne'  primi  (perch  il  composto  suppone  necessariamente  il   
semplice)  pi forte che mai. (15. Dec.  1823.)Alla p.3960.  fine.  Tali verbi   
possono essere o da meno (o da remeno o remino-rementum: v.  la pag.  seg. ec.)   
ovvero da miniscor,  reminiscor ec.  i quali verbi avranno tolto facilmente  in   
prestito il supino o participio di meno ec. secondo l'uso                         
de'  verbi incoativi del quale altrove lungamente.  Stimo dunque che rammentare   
sia quasi rementare da rementus sum di reminiscor (il qual verbo  oggi  non  ha   
participio ossia perfetto deponente ma rammentare pu dimostrarcelo) appunto al   
modo che commento as e commentor aris  da commentus sum di comminiscor (ovvero   
da  commentum di ant.  commeno,  o da mentum di meno,  aggiuntaci la prep.  cum   
ec.). Veggasi il Gloss. Ammentare  da mentare (spagn.), usitato forse un tempo   
in italiano come in ispagnuolo aggiuntaci l'a per vezzo di  nostra  lingua  (v.   
Monti Proposta in ascendere);  ovvero da un Adminiscor ec.  [3986]V.  il Gloss.   
Mentar da meno o da miniscor.  V.  il Gloss.Il qual miniscor  notato da Festo.   
Nuova prova del verbo meno da me congetturato altrove.  Mostrerebbe per che si   
dicesse mino non meno.  Ma forse Festo dedusse miniscor per sola congettura  da   
reminiscor (v. Forc.), dove l'e deve esser cambiato in i per la composizione, e   
cos in comminiscor ec. Se vi fu un incoativo semplice da meno, questo crederei   
che  dovesse essere un meniscor non miniscor.  (15.  Dec.  1823.).  Vero  per   
ch'io non ho forse ragione alcuna per dire meno piuttosto che mino.  Memini pu   
esser da meno (come cecidi da caedo ec.) e da mino ugualmente. Ma pur commentus   
(che ben pu esser da commino, ma da un commino fatto da meno, che ripiglia nel   
participio  la  sua  vocale,  come contineo contentum da teneo non tineo ec.) e   
memento ec. par che dimostrino                                                    
un meno.  Memento ec.  par che dimostri un memeno per  reduplicazione  del  che   
p.3940-1.  e  altrove.  O  forse  fatto anomalamente da memini dopo la perdita   
degli altri tempi ec.  e l'uso presente di questo  perfetto  venuto  a  divenir   
prima voce e tema del verbo;  ovvero anche prima.  (15.  Dec. 1823.)Bito is, di   
cui altrove. V. Forcell. in Combitere. (15. Dec.  1823.)Alla p.3939.  fine.  Il   
supino   dal perfetto come provo altrove.  Ma pingo,  fingo,  mingo ec.  fanno   
pinxi ec. (e non altrimenti); dunque il lor vero supino  pinctum ec.  Mingo ha   
veramente  mictum.  Cos  almeno lo segna il Forcell.  V.  per quivi la varia   
lezione all'esempio di Caio  Tizio,  e  i  composti  di  mingo,  e  i  derivati   
[3987]dal suo supino come minctio ec.  Cos i composti di pingo fingo ec. e lor   
derivati ec.  (15.  Dec.  1823.)Alla p.3971.  Ma che pagella p.e.,  e catella e   
simili  sieno  contrazioni  di  catenulella,  paginulella  (bench  catenula  e   
paginula pur si trovino) e simili,  non mi par credibile;  bens di  paginella,   
catenella ec. o anche di paginula, catenula ec. E poi che ragione v'ha per dire   
che  il  diminutivo in ellus ec.  non si possa fare che dalle voci in ulus ec.?   
Forse  che  essa  diminuzione  in  ellus  ec.   non   pu   esser   altro   che   
sopraddiminutiva?  Ma da tabula,  fabula ec. che non sono diminutivi, bench in   
ul,  si fa tabella,  fabella ec.  che non sono sopraddiminutivi  ma  diminutivi   
semplici. O forse vorremmo che tabella ec. sia contrazione di tabululella         
ec.?  Al  contrario  spesso si dice ellulus come asellulus,  catellulus ec.  Or   
queste sarebbero elleno  contrazioni  di  asinulellulus,  catululellulus,  cio   
ripetizioni dell'ul,  e diminutivi tripli?  Tenellulus. Vedi la pag.3753. 3901.   
3992.  3994.  Agellulus.  Impossibile: bens  di  tabulella,  come  pagella  di   
paginella ec. (15. Dec. 1823.)Alla p.3235. Metior o metio (avverti che questo    
verbo  della  quarta  e non della 3.) - metor aris e meto as,  castrametari ec.   
(16. Dec. 1823.)Sella che ho contato altrove fra' diminutivi positivati, non lo   
 propriamente,  se vien da sedes,  perch ha un senso molto  pi  speciale  di   
questo,  bench  anch'esso molto esteso e vario.  (16.  Dec.  1823.)A proposito   
dello spirito denso dei greci mutato in s ec.  si pu notare lo  spagn.  sombra   
(coi derivati) cio ombra da umbra.  E forse qua spetta anche il franc. sombre.   
V. il Gloss. ec.  ec.  (16.  Dec.  1823.)[3988]Bello non assoluto.  I greci e i   
romani (erano nazioni di buon gusto?) pregiavano, almeno nelle donne, la fronte   
bassa,  e l'alta stimavano difettosa, per modo che le donne se la coprivano ec.   
V.  le note del De Rogati alla sua traduzione di Anacr.  od.29.  sopra Batillo.   
Sul  coprire  o  mostrar  la  fronte  il  che  e  la  quale  ha tanta parte nel   
differenziare le fisonomie,  n gli antichi n i moderni,  n la moda oggid     
mai  d'accordo  con  se  stessa.  Non   dubbio che quella nazione di cui parla   
Ippocrate (v. la p.3961.), avvezza a non vedere che te                            
ste lunghe,  bench tali essi ed esse a dispetto della natura,  pur contuttoci   
naturalmente  avrebbe  e avr sentita una mostruosit e bruttezza notabilissima   
e,  secondo lei,  incontrastabile ogni volta che avr veduto  teste,  non  dico   
piatte,  ma discrete ec. Cos dite degli altri barbari di cui p.3962. E cos di   
cento mila altri usi contro natura, selvaggi o civili,  antichi (greci,  romani   
ec.)  o  moderni  ec.  spettanti  alla  conformazione o reale o apparente (come   
quella de' guardinfanti ec.) del corpo umano.  (16.  Dec.  1823.)Il v non  che   
aspirazione ec.  Del Digamma eolico v. la Gramm. del Weller, Lips. 1756. p.65.-   
 uso della lingua italiana l'omettere o l'aggiungere il v  nei  nomi,  massime   
aggettivi  in  o. Nel dire io o ivo spessissimo varia s la lingua scritta da   
se stessa (natio-nativo), s il volgare dalla scritta (stantio, volg. stantivo,   
e viceversa in altri casi) e da se stesso,  s l'italiano scritto o  parlato  o   
entrambo dall'altre lingue,  s dalla latina o dall'originaria della rispettiva   
parola (joli giulivo per giulo,  che [3989]anche si disse anticamente,  oggi    
perduto  affatto)  s da altri (rtif-rtive-restio),  e viceversa queste dalla   
nostra,  e tra loro,  e in se stesse ec.  (16.  Dec.  1823.)Si dans un pays  on   
pouvait  dcouvrir  tous  les  talens  que  la  nature se plait  distribuer au   
hasard,  et qu'on pt employer chacun  dans  son  genre,  ce  pays  deviendrait   
bientt le premier de l'Europe. Mais que de sagaci                                
t,  de soins infinis et de patience faudrait-il pour de telles dcouvertes? Le   
Fatum s'est rserv la direction de nos destines.   bien examiner  la  chose,   
nous  y  avons moins de part que notre orgueil ne nous en attribue.  Lettres du   
Roi de Prusse et de M. d'Alembert. Lettre 188. du Roi. (16. Dec. 1823.)Sculpter   
da sculpto-ptum. (16.  Dec.  1823.)Diminutivi positivati.  Ungula (onde unghia,   
ongle,  e  non da unguis): vedi per il Forcell.  in Unguis.  Quanto a unghia    
certo ch'egli  positivato.  Di ongle ancora  certo  ch'equivale  al  positivo   
lat.  unguis;  non credo per ad ungula che si dice in franc. corne. (17. Dec.   
1-                                                                                
e antica  e  toscana  che  dice  p.e.  schiantare  e  stiantare,                  
schiacciare e stiacciare,  e mastio per maschio (mutando per lo contrario il ch   
in t) ec.  ec.  Come da vetulus,  vecchio,  del che altrove, cos da  testulum   
teschio;  e se vecchio  da un veculus o contrazione di vetusculus ec.  (e cos   
viejo,  vieil) nello stesso modo da testa potr essersi fatto tesculum (come da   
veTus  veCulus) o teschio esser contrazione di testiculum ec.  Testula si trova   
da testa femmin.  Or avvi anche testum e [3991] testu neutro.  V.  Forc.  E pel   
latino testa noi diciamo testo masch.  V.  il Gloss.  i franc.  spagn.  ec.  La   
parola teschio par che mostri che  la  voce  testa  nel  volg.  lat.  si  usava   
particolarmente per denotare il cranio ec.  e ci rende tanto pi verisimile la   
metafora d                                                                        
a testa (coccia) a testa (capo) e l'analogia ec.  Siccome viceversa le cose  da   
me  dette  intorno  a testa ec.  confermano le presenti.  Da teschio ben si pu   
argomentare a testa e viceversa,  essendosi gi  dimostrato  con  tanti  esempi   
l'uso de' diminutivi in vece e nel senso appunto de' positivi in latino e nelle   
lingue  moderne.  Teschio  o testulum dovette forse essere in principio un mero   
diminutivo positivato cio significare il medesimo che testa preso o per capo o   
per cranio particolarmente ec.  Del resto circa questa  voce  v.  il  Gloss.  i   
francesi e spagnuoli ec.  (17.  Dec.  1823.)Alla p.3984. fine. I francesi hanno   
anche de' diminutivi o frequentativi in il  ille  iller  ec.  (come  grappiller   
ptiller  ec.  ec.)  come  gli  spagnuoli  e  come i lat.  catillus,  pusillus,   
pocillum, conscribillo, sorbillo, cantillo ec. ec. (17. Dec. 1823.)Alla p.3965.   
marg.   da notare che molto pi antichi di  Empedocle,  Ippocrate  ec.  furono   
Saffo  ed altri,  massime poeti,  famosi,  i quali scrissero ne' dialetti natii   
diversi dall'ionico. Mostra dunque che non Omero,  ma la preponderante civilt,   
coltura  (della  quale  ne dan chiaro segno e le cose e lo stile e lingua delle   
odi di Anacreonte,  molto,  se non altro,  pi giovane  di  Saffo),  commercio,   
ricchezza, lusso, mollezza ec. e quindi arti, mestieri, scienze, belle arti, v.   
p.3995.  letteratura  ec.  degli  Ioni rendesse comune il loro dialetto,  e ci   
molto dopo Omero, ed essendo [3992]gi sparsa la lettera                          
tura  per  la  Grecia,  e  varia  di  dialetti,  ed  altri  dialetti  applicati   
propriamente e per se stessi (non confusamente cogli altri, come in Omero) alla   
letteratura,  almeno  alla poesia.  Erodoto fu circa contemporaneo d'Ippocrate.   
(18.  Dec.  1823.).  Simonide contemporaneo all'incirca di Anacreonte,  dice il   
Fabric. che scrisse in dorico. Si veggano i suoi frammenti, e pi vi si trover   
dell'ionico  che  del dorico;  in particolare poi i suoi giambi ed alcuni altri   
frammenti sono al tutto o ionici o comuni,  cio  attici:  parte  l'uno,  parte   
l'altro.  Come  per Simonide scrivea per mercede in lode di questo o di quello   
(v.  il Fabr.),   naturale che in tali casi seguisse i dialetti di chi pagava.   
Quindi i suoi epigrammi, fatti pure per mercede o per casi particolari e luoghi   
ec., erano forse e si trovano in dorico, e cos altri frammenti. V. p.3997.Alla   
p.3969.  La nostra diminuzione in olo olare ec., uolo ec. e la lat. in olui ec.   
(filiolus, vinolentus, vinolentia ec. ec. per filiulus,  vinulentus ec.  v.  la   
p.3955.) sono la stessa che quella in ulus ulare ec. Solito scambio dell'u ed o   
(come  volgus-vulgus  ec.)  di  cui  ho  detto  in  mille  luoghi.   (18.  Dec.   
1823.)Lusito da ludo-lusum. (19. Dec.  1823.)Alla p.3901.  Contrazioni,  voglio   
dire,  da lapidillus e simili.  Vetulus potrebb'essere per veterulus, (quanto a   
questa  voce  puoi  vedere  la  p.3990.  ec.).  Puellus  (agellus  ec.)  fors'   
contrazione di puerulus, che pur si trova, fatto dal                              
genitivo  come  gli  altri  nomi  o  voci  che  vengono da' nomi della seconda.   
Nigellus potrebb'essere per nigerulus da nigeri genitivo non da niger. Tenellus   
(misellus ec.) per tenerulus da teneri genitivo non da tener ec.  ec.  Vedi  le   
pp.3963.3968.3971.3987.  (19.  Dec.  1823.).  V.  p.3994.Diminutivi positivati.   
Mulet da mulus. Nel femminino mule. (19. Dec. 1823.)Participio passato in senso   
neutro o attivo.  Avvertito per avvisato,  accorto,  avvertente da avvertire in   
senso di por mente.  Cos advertido in ispagnuolo dove credo che advertir abbia   
pure questo senso come tra noi. Credo ancora che avvertito nel detto senso sia   
preso dallo spagnuolo al quale  pi che  mai  proprio  l'usare  questi  cotali   
participii  passati  in  cotali sensi attivi o neutri ec.  Trovo advertido cos   
preso nel D. Quijote. Avis. V. i Diz. Saputo, Saputello ec. V. la Crus.  e gli   
spagn. [3993](19. Dec. 1823.)Il me semble que l'homme est plutt fait pour agir   
que  pour  connatre.  Lettres  du  Roi de Prusse et de M.  d'Alembert.  Lettre   
CCXXXVII.  du  Roi.  (19.  Dec.  1823.)Al  detto  altrove  sopra  i  diminutivi   
positivati   di   acus,   aggiungi   aiguillon   che   grammaticalmente     un   
sopraddiminutivo, e corrisponde ad aculeus diminutivo semplice. L'uno e l'altro   
per  differiscono  dal  positivo   nel   significato.   Del   resto   aiguille   
originariamente   e   materialmente    lo  stesso  che  aculeus.   (19.   Dec.   
1823.)Diminutivi positivati. Poisson da piscis per poisse. (20. Dec. 182          
3.)Alla p.3636.  Notate che v'hanno in  francese  molti  diminutivi  di  questa   
sorta, positivati ec. non solo in eau, o in el elle, o in et ette (noisette ec.   
ec.) [o] in in ine (mdecin),  V. la pag.3995. capoverso 1. princip. e quivi il   
marg.  ec.  ec.  ec.  ma in on,  ot  ote,  otte  ec.  P.e.  oignon  dev'essere   
originariamente un diminutivo.  (20 Dec.  1823.). V. la fine del pens. seg.Alla   
p.3969.  fine.  La diminuzione per in olo breve,  nei nomi,  non  par  propria   
dell'italiano.  Pur  se  ne  trovano assai esempi di voci che non possono esser   
latine,  o non  v'  ragione  per  credere  che  lo  siano.  Zufolo,  cicciolo,   
sdrucciolo,  gomitolo,  ec.  ec. Ne' verbi poi essa diminuzione  assolutamente   
italiana.  (Dico diminuzione,  che ora  in senso diminutivo ora  frequentativo   
ec.).  Sventolare  che  fa  io  svntolo,  tu svntoli ec.  Anzi tutti i nostri   
diminutivi o frequentativi ec.  in olare,  mi par che sieno in  ol  breve.  Del   
resto mi pare che anche in francese la desinenza in ol [3994] ole, oler ec. sia   
non   di  rado  diminutiva  o  frequentativa  o  disprezzativa  ec.   Prestolet   
(pretazzuolo) da prestre.  Babiole ec.  (20.  Dec.  1823.).  V.  qui sotto.Alla   
p.3992. Nigellus (e cos tutti gli altri simili)  da nigri per nigrellus, come   
flabellum,  flagellum,  lucellum da flabrum,  flagrum, lucrum. Labrum-labellum,   
monstrum-mostellum, tenebrae-tenebellae (Claud.  Mamert.).  Bens pu esser che   
nigri sia contrazione di nigeri, e quindi per questo rispetto fors'anche          
nigellus di nigerellus,  e simili.  Tenellus  certamente per tenerellus,  puer   
per puerellus e simili,  soppressa  la  r  come  in  flabellum  ec.  (20.  Dec.   
1823.)Alla                  p.3979.                   fine.                  La   
d-                                                                                
                                                                                
so,  nel quale in francese e  in  ispagnuolo  non                                 
sussiste   pi   il   positivo   (veggansi   per  i  Dizionarii).   20.   Dec.   
1823.)Diminutivi positivati.  Mdecin francese. Fiaccola quasi facula da  fax.   
V.  il Gloss. in facula ec. e la Crus. in facella. Faccellina vuol dir quasi lo   
stesso che fascina.  Falcola e falcolotto (che il Monti nella Proposta condanna   
come voci inaudite, ma che sono frequentissime nella Marca, come debbono essere   
in  Toscana,  perch la Crus.  le porta senza esempio,  ed hanno anche un senso   
proprio che non si pu  totalmente  confondere  con  quello  di  candela)  sono   
corruzioni di facula, ma non hanno precisamente il senso del posit                
ivo,  ma pi ristretto, ed anche indicano cosa piccola a rispetto delle faci di   
legno, come di pino ec. (v. Forc. in fax) giacch falcola  solo di cera.  (21.   
Dec.  1823.)Alla  p.3991.  marg.  fine.  Si  osservano dagl'interpreti anche in   
Anacreonte le espressioni o indicazioni ec. di usanze ec. che dimostrano l'alto   
grado in cui si trovava al suo tempo il lusso, l'opulenza, la mollezza, le arti   
belle ec. appo gl'Ioni. (21.  Dec.  1823.)[3996]Diminutivi positivati.  Menton,   
mentonnire da mentum.  Puoi ved. p.3993. capoverso 4. (21. Dec. 1823.)Al detto   
altrove di vermiglio ec. aggiungi il franc. vermillon in quanto significa rosso   
(propriamente e originariamente rossetto). Vedi ancora vermiller che forse  da   
vermis, vermiculus.  (21.  Dec.  1823.)Al detto altrove in pi luoghi di falsus   
aggiungi.  Falso per menzognero,  finto,  ingannatore,  insomma per qui fallit,   
laddove falsus suonerebbe passivamente qui fallitur,  detto di persona,    del   
latino,  dell'italiano,  dello spagnuolo (D.  Quijote).  V. i francesi. E anche   
generalmente nel suo significato aggettivo ordinario, cio detto di cosa ec. s   
falsus,  s falso ec.  ha senso attivo  e  viene  a  dire  ingannante,  laddove   
parrebbe a causa della sua forma grammaticale passiva,  ch'ei non potesse valer   
altro che ingannato. (22. Dec.  1823.)Circa potus a um aggiungi.  Si dice anche   
potus sum,  in forma deponente come gavisus sum da gaudeo. V. Forc. in poto ec.   
Vedilo anche in prandeo                                                           
fin. e in pransus, e simili. (22. Dec. 1823.)Circa appariculus, apparecchio ec.   
di cui altrove,  si osservi che non v' alcuna necessit di crederlo diminutivo   
originariamente,  malgrado la sua desinenza in ulus, come pure altrove ec. (22.   
Dec.  1823.)Diminutivi positivati.  Chardon da carduus o da cardus.  Noi cardo.   
Cardone  nella  Crus.    dell'Alamanni,  forse  suo francesismo al suo solito,   
ovvero  un accrescitivo indicante la salvaticit della pianta,  positivato ec.   
come altri molti.  Ma in francese al contrario  diminutivo. V. lo spagnuolo.    
da [3997]notare in proposito de' diminutivi positivati,  che anche il contrario   
de'  diminutivi  cio  gli  accrescitivi  si positivano sovente nell'uso latino   
italiano spagnuolo francese greco ec.  Cos anche i dispregiativi e altri  tali   
generi  e  modificazioni di nomi,  verbi ec.  peggiorativi ec.  ec.  (22.  Dec.   
1823.)Al detto altrove intorno all'uso dell'avv.  spagn.  luego aggiungi un es.   
d'Ippocr.          nel          princ.          del          libello         de   
flati-                                                                            
gnificato, uso ec. che in latino ma div                                           
erso affatto come p.e. cintola diminutivo positivato da cinta,  nome.  V' per   
in  lat.  cinctus  us,  e  cinctum i,  onde pur noi cinto e il diminutivo (alla   
latina) positivato cintolo, con cintolino ec.  Forse per cinta per cinto non    
che una corruzione di questo ec.  E vedi il Gloss.  in cincta ec.  se ha nulla,   
cio se fosse latino barbara essa medesima voce. (24.  Dec.  Vigilia di Natale.   
1823.)Diminutivi                        greci                       positivati.   
0          0          0H                                                          
nella  negazione,  onde  senz'altro  vale sovente senz'alcuna cosa,  cio senza   
nulla, e altri quando si usa                                                      
al modo del franc.  on (e dell'ital.  l'uomo,  uno,  la persona,  si ec.)  vale   
alcuno, che pur molte volte si dice ne' casi stessi. V'ha un luogo nel Petrarca   
Canz.  Una donna pi bella,  stanza 3.  v.12.  dove altro,  ben considerando il   
luogo,  mi pare (e non  credo  che  niuno  fin  qui  l'abbia  inteso)  che  non   
significhi  se non alcuna cosa,  cio,  poich sta colla negazione virtualmente   
presa, nulla. (24.  Dec.  1823.  Vigil.  del S.  Natale.)Diminutivi positivati.   
Gomitolo,  aggomitolare ec.  da glomus o glomer.  V. la Crus. e il Forcell. col   
Gloss.  ec.  e osserva se glomus ec.  vale lo  stesso.  (24.  Dec.  1823.)Verbi   
frequentativi o diminutivi ec.  italiani.  Penzolare e spenzolare coi derivati.   
Paiono per fatti da penzolo,  e questo  da  pendulus  che  non    diminutivo.   
Rotolare, rotolone ec. (24. Dec. 1823.). Penzigliare, penzigliante. V. il pens.   
seg.Alla  p.3995.  princ.  Coccolone,  o  coccoloni  da  coccare,  penzolone  o   
penzoloni (v. il pens. precedente), rotolone ec.  Tutte forme frequentative.  E   
questa  forma  usitatissima in cotali avverbi in one o oni propri della nostra   
lingua,   che  equivalgono  a'  gerundi  [4001]de'  rispettivi   verbi   (sieno   
frequentativi  o diminutivi ec.  in olare o comunque,  o non lo sieno punto) da   
cui sono formati (se sono formati da verbo). Dunque la forma in ol breve,  ben   
propria della nostra lingua,  e vi   frequentativa,  diminutiva  ec.  come  in   
latino ec. Ruotolo o rotolo. Coccola, coccolina. Concola (i romani conc           
olina sempre,  per quello che noi diciamo catino da lavar le mani e il viso) da   
conca.        V.        il       Forc.        e       i        Less.        gr.   
dove-                                                                             
uella lingua latina, che noi conosciamo, cio romana ec. e del grecismo           
che pe                                                                            
r  tali cagioni pu esser rimasto nel volgare latino in quelle parti,  e quindi   
ne' volgari moderni,  in quelle parti,  e quindi nel comune italiano  eziandio,   
massime  che  la formazione e letteratura di questo ebbe principio in Sicilia e   
nel [4002]regno, come mostra il Perticari nell'Apologia, ec. ec.,  discorrasene   
proporzionatamente   nel   modo   che   altrove   s'  discorso  delle  Colonie   
greco-galliche, di Marsiglia ec.  in rispetto ai grecismi della lingua francese   
non   comuni   al   latino   noto  ec.   (24.   Dec.   1823.   Vigil.   del  S.   
Natale.)-                                                                         
ne in olare  anche  oggi,                                                        
fra l'altre,  al discreto arbitrio dello scrittore, o parlatore ec. e di questo   
arbitrio se ne prevalgono anche i volgari, specialmente in Toscana ec.  che non   
conoscono  il  latino  ec.  (25.  Dec.  1823.  d del S.  Natale.)Frequentativi   
italiani  ec.  Vedi  nell'anteced.  pensiero  un  verbo  sopraffrequentativo  o   
sopraddiminutivo  ec.,  come  anche  altri ve ne sono,  o ne possiamo formare a   
piacere e giudizio dello scrittore parlatore ec. (25.  Dec.  1823.).  V.  la p.   
seg.[4004]Diminutivi                      greci                     positivati.   
s.  Vedi la p.4008.  capoverso 4.  fine.  Mordicare co'                           
deriv.  Rampicare  arrampicare  arpicare  da rampare-rampante,  o da rampa o da   
rampo.                         Inerpicare,                          inarpicare.   
Luccicare-                                                                        
lo   ed  Evangelista.).   Tali  sono  i  verbi  rugghiare  e                      
mugghiare,  mugliare, mugolare,  mugiolare,  muggiolare coi  derivati  ec.  di   
questi  e  di mugghiare,  rugghiare ec.  del quale per mi ricordo aver parlato   
altrove e veggasi il detto quivi.  (28.  Dec.  giorno  degl'Innocenti.  1823.).   
Veggasi la pag.4008.  capoversi 4.  e ultimo.Diminutivi positivati. Vasello. V.   
la  Crusca,  co'  suoi  derivati,  e  in  Vagello  co'  derivati.   (28.   Dec.   
1823.)Plurali italiani in a. Vasella p                                            
lur.  di  vasello.  (28.  Dec.  1823.).  Vasa  plur.  di vaso.  Crus.  e Arios.   
Sat.3.Participii passivi in senso att. o neut. ec. Apercibido per fatto inteso,   
che sta sull'avviso ec. (D.  Quijote).  Inteso per informato,  intendente,  ec.   
(entendido,  entendu.  V. spagn. e franc.: se per in questo senso appartenesse   
al neut.  pass.  intendersi,  entenderse ec.  non spetterebbe  [4006]al  nostro   
proposito.).  Discreto it.  spagn.  (di cui par che,  almeno principalmente sia   
proprio) e franc. per discernente ec. V. il Gloss. ec.  (29.  Dec.  1823.)Alla   
p.3955.  marg.  - di questo per particolarmente.  - Coltellinaio ec.  ec. (29.   
Dec. 1823.)Avvisato, avisado ec. nel senso di accorto ec.  molto s'ingannerebbe   
chi  lo  credesse un significato passivo dall'attivo di avvisare cio avvertire   
ec. (29. Dec.  1823.)Participii passati in senso attivo o neutro,  aggettivato.   
V.  Forc. in consultus dove non approvo il modo in ch'egli spiega l'origine del   
significato attivo o neutro di questa voce,  per non aver considerato  i  tanti   
altri es.  che v'hanno di tali participii cos usati,  aggettivamente o no, ne'   
quali non ha punto luogo una simile spiegazione.  In  particolare  poi  v'hanno   
esempi  in  significati  simili  a quello di consultus,  s nel latino s nelle   
lingue moderne, come cautus, avvisato,  avvertito ec.  da me sparsamente notati   
altrove, e consideratus attivamente nel latino e nell'italiano ec. di cui v. il   
Forc. la Crus. gli spagnuoli e francesi. V.                                       
ancora i composti ec.  di consultus in tal senso,  come jurisconsultus ec. e di   
consideratus, come inconsideratus ec. e cos degli altri tali participii.  (29.   
Dec.  1823.)Appellito  as,  apellidar  ec.  (30.  Dec.  1823.)Diminutivi  greci   
positivati.                                                                       
di  stampa,   pu  essere  da                                                     
apparere  (laddove il primo da apparire),  onde anche apparso,  come da parere,   
paruto e parso.  Comparere  non  si  trova,  almeno  nella  Crus.,  bens  per   
comparso,  oggi assai pi frequente di comparito ch' di comparire, da cui per   
non viene comparso,  il quale forse  moderno e  fatto  solo  per  analogia  di   
apparso  e  parso,  che  sono  oggi i pi usitati.  (5.  Gen.  Vigilia della S.   
Epifania. 1824.)Verbi frequentativi ec. italiani. Sputacchiare, stiracchiare da   
sputare, stirare. Questa forma in acchiare, e in occhiare, icchiare,  ecchiare,   
ucchiare e in ghiare ec.  (v. il pens. ult. di questa pag.) e simili, han tutte   
origine dal buon latino (essendo equivalenti al lat.  culare) nel quale ancora,   
questa forma  diminutiva o disprezzativa o frequentativa ec., e immediatamente   
poi  hanno  forse origine dal latino barbaro,  almeno molte di tali voci,  p.e.   
sputacchiare da sputaculare ec.  Vedi la pag.4005.  capoverso  2.  -  Al  detto   
altrove di crepolare,  aggiungi screpolare ec.  - Sghignazzare,  ghignazzare da   
sghignare, ghignare. (6.  Gen.  Festa della S.  Epifania.  1824.).  Ammontare -   
ammonticare (vedi la pag.4004.  capoverso 2),  ammonticchiare,  ammonticellare.   
Raggruzzare - raggruzzolare.Al detto altrove d'inopinus, necopinus ec. aggiungi   
odorus, il quale non mi sembra altro che contrazione di odoratus,  e in fatti    
voce propria de' poeti come le sopraddette ec.  V. Forcell. (6. Gen. 1824.)Quel   
che altrove si                                                                    
 detto in pi luoghi,  cangiarsi nell'italiano regolarmente il cul de'  latini   
in chi,  dicasi pur del gul in ghi ec.  V.  la pag.4005.  capoverso 2. (6. Gen.   
1824. d della S. Epifania.). V. p.4109.[4009]Diminutivi positivati. Fragola da   
fraga. V. Crus. Forc. Gloss. e franc.  spagn.  ec.  Ugola e uvola per uva.  (7.   
Gen.  1824.)Scambio  del  v  e  del  g.  V.  il pensiero precedente.  (7.  Gen.   
1824.)Diminutivi                       greci                        positivati.   
dalla  riflessione,  l'altra dall'irriflessione.  Quello                         
sempre e malgrado qualunque sforzo,  debole,  incerto,  breve e da  farci  poco   
fondamento           s          dagli          altri,           s          da   
qu-                                                                               
giungersi [4012]al detto altrove in  proposito                                    
dell'antico lat.  iror aris.  E v. il Gloss. in adirari, irari ec. se ha nulla.   
(11. Gen. Domenica. 1824.)Non mi ricordo a qual proposito, ho detto altrove che   
noi siam soliti di usare gli aggettivi singolari mascolini in forma di avverbi.   
Cos anche gli spagnuoli, p.e.  demasiado per demasiadamente (che credo si dica   
altres),  infinito (D.  Quijote par.1. c.49.) per infinitamente (che pur credo   
si dica) ec. Massime l'antico, cio il buono e vero, spagnuolo, come pur s'ha a   
dire  circa  l'italiano  in  cui  quest'uso    proprio   pi   particolarmente   
dell'antico,  e quindi, anche oggi, familiare singolarmente ai poeti ec. Cos i   
francesi fort per fortement, in senso di molto (come anche noi forte ec.). Pare   
per che quest'uso sia  molto  pi  frequente  nell'italiano,  massime  antico,   
buono, poetico, elegante ec. che nello spagnuolo qualunque, e massime nel fra     
ncese. (12. Gen. 1824.)Uso di porre i genitivi plurali, in vece de' nominativi,   
col pronome alcuni,  ovvero di questo pronome co' detti genitivi, nel qual caso   
quest'uso verrebbe a essere ellittico. Proprissimo de' francesi,  proprio ancor   
sommamente degli italiani,  non solo moderni e francesizzati, come si crede, ma   
antichi, di tutti i tempi, ed ottimi e purissimi. Credo ancora degli spagnuoli.   
Mi pare aver detto altrove come quest'uso  un pretto grecismo.  Aggiungici ora   
l'esempio di Luciano,  Nigrin. opp. Amstel. 1687. t.1. p.34. lin.15-6. e vedi i   
grammatici            greci            dove            parlano            della   
Si-                                                                               
                                                                                
nomala,  vedi Forcell.  in pono                                                   
is fin. circa l'antico posivi, apposivi ec. per posui,  apposui ec.  (13.  Gen.   
1824.)Al   detto   altrove   di   mescolare   ec.   aggiungi   rimescolare  ec.   
e-                                                                                
Impransus,    incoenatus   ec.    V.    il    Forc.                               
S-                                                                                
ticipio  visus  da  cui   avvisare,                                              
divisare ec.  (se non sono da viso sost.  o da guisa-visa ec.  come altrove)  e   
cos avisar,  aviser ec.  proprio solo del latino e non dell'italiano n dello   
spagnuolo n del francese.  Abbiamo bens anche  avvistare  da  visto,  nostro   
participio,  o da avvisto pur nostro,  se non  da vista sostantivo.  (16. Gen.   
1824.). Avvistato (ch' per in altro senso da avvistare nella Crus.) par certo   
venire da vista,  come svistare (uso ital.) da esso vista o da svista ec.  (16.   
Gen.  1824.)[4016]Alla p.4011.  Rammentare,  ammentare ec.  di cui altrove,  si   
paragonino      co'      verbi      latini      commentari      e       s'altri   
1.  p.128.  mezzo circa,  ediz. di Friburgo,                                      
t.2.  p.240.  principio.  e altrove spessissimo e vedi la  Crus.  Esperimentato   
nelle guerre,  nel governo,  a ec. Sperimentato ib. p.131. mezzo circa ec. (17.   
Gen.                        1824.)Sopraddiminutivi                       greci.   
i   in  a.   Urla,   strida.   (18.   Gen.   Domenica.   1824.)Alla               
p.3-                                                                              
04.   capoverso   2.   Moisson                                                    
diminutivo positivato di messis.  (19.  Gen. 1824.)Sufrido per sofferente. (20.   
Gen. 1824.)Diminutivi positivati. Gragnuola.  V.  Crus.  franc.  spagn.  Gloss.   
Forc. ec. (20. Gen. 1824.).Passava un pescivendolo, con un paniere di pesci sul   
capo,  vicino a un filare d'alberi che costeggiava la sua strada,  e da un ramo   
d'olmo che sporgeva in fuori, fugli infilzato un pesce.  Piscium et summa genus   
haesit  ulmo.  Ecco  rinovato  questo  prodigio,  o dimostrato possibile questo   
impossibile,  di cui vedi Archiloco appo Stobeo nel  capitolo  della  speranza.   
(20.  Gen. 1824.)[4020]Al detto altrove di metari aggiungi immetatus. (21. Gen.   
1824.)Della differenza naturale e artificiale del gusto e del bello  presso  le   
varie nazioni e tempi, nelle arti, letterature, fattezze del corpo ec. ec. vedi   
il primo capitolo del Saggio sull'epica poesia del Voltai                         
re  ne'  suoi opuscoli tradotti e stampati in Venezia appresso il Milocco colla   
data  di  Londra  nel  1760  (volumi  3),  volume  2  principio.   (21.   Gen.   
1824.)Grecismo.  Soplandole,  le pona (cio le hazia, lo rendeva) redondo como   
una pelota,  Cervantes,  Prologo al Letor de la segunda parte del Don  Quijote,   
p.3.  Frase  familiare  agli  spagnuoli  e  tutta greca.  Nel latino ponere per   
efformare              non                            col               doppio   
a-                                                                                
etta                                                                              
pi di queste. [4022]Cos non la pensa la Stal nella Corinna dove pretende che   
sia  debito  e  proprio  della  pittura  e scultura il riposo delle figure,  ma   
s'in-                                                                             
i                                                                                 
e questi molte volte nell'italiano,  e massime nello spagn.  ec.  di senso  non   
passato,  ma  presente  o  significante  abitudine  di  quella  tal  cosa che    
significata dal verbo. Cos bien hablado (D. Quij. par.2. cap.7. principio) per   
buen hablador ec. Cos errato, errado per errante,  di cui altrove.  Sudato per   
sudante  ec.  Cos  pesado  per  pesante.  Cos  tanti altri participii neutri,   
massime  spagnuoli,  che  per  questa  qualit  di  significazione  presente  o   
indicante  abitudine  ec.  meritano di esser considerati,  giacch i participii   
passivi di verbi neutri in significazione passata, come caduto, morto ec.  sono   
regolari  e  ordinarissimi  e  infiniti  s nello spagnuolo che nell'italiano e   
francese ec. (26.  Gen.  1824.),  come dico altrove.Al detto altrove di excito,   
suscito ec.  in pi luoghi, aggiungi nel Forc. Procitant e Procitare. (26. Gen.   
1824.)Sopraddiminut. franc.  Feuilleton (fogliettino).  (27.  Gen.  1824.)Verbi   
frequentativi  o diminutivi o frequentativi-diminutivi o diminutivi positivati,   
italiani.   Rinfocolare,   rinfocolamento,   da   rinfocare   ec.   (27.   Gen.   
1824.)[4023]Diceva  il  tale  che  da  giovanetto quando da principio entr nel   
mondo aveva proposto di non mai adulare, ma che presto se n'era rimosso, perch   
essendo stato pi tempo senza lodar mai  nessuna  persona  e  nessuna  cosa,  e   
vedendo  che  non troverebbe nulla a lodare se voleva durare nel suo proposito,   
temette disimp                                                                    
arare  per  difetto  d'esercizio  quella  parte  della  rettorica  che   tratta   
dell'encomiastica,  la qual cosa,  come fresco ch'egli era allora di studi, gli   
era a cuore che non succedesse,  premendogli di conservarsi  coll'esercizio  le   
cose che aveva recentemente imparate. (27. Gen. 1824.)Alla osservazione del Mai   
sopra  il  modo  in  cui ne' codici  scritto il gn indicante esser pi vera la   
pronunzia spagnuola, tedesca ec. cio g-n, che l'italiana, osservisi,  oltre il   
detto altrove, che molte voci latine o dal latino venute che hanno in latino il   
gn,  in ispagnuolo si scrivono , cio pronunziansi gn all'italiana, come parmi   
aver detto altrove coll'esempio di cuado (cognatus),  a cui si pu  aggiungere   
lea  (ligna)  femin.  eccetto  se  tali  voci  non  son  prese  in  ispagnuolo   
dall'italiano o dal francese piuttosto che dal latino a dirittura da cui  hanno   
la  prima  origine.  Infatti p.e.  noi appunto diciamo legna femmin.  nel senso   
spagnuolo,  ed  voce propria nostra (lignum si dice in ispagnuolo  altrimenti,   
cio madera ec.  come in francese bois ec.) e cuado sta nel senso italiano per   
fratello o sorella della moglie o del marito ec.  Ed  a notare che la  maggior   
parte  forse delle voci spagnuole derivanti dal latino e che in latino hanno il   
gn,  si scrivono in  ispagn.  gn,  pronunziando  g-n,  come  digno,  ignorante,   
magnifico  (per tamao e quamao ec.) ec.  ovvero n semplice per ellissi della   
n, che indica l'antica pronunzia spagnuola in quelle                              
voci essere stata g-n e non all'italiana. [4024] (28.  Gen.  1824.).  Seal co'   
derivati ec.   dal latino o dall'italiano?Frequentativo o diminut.  positivato   
ec.  Modulor da modus,  se gi questo e gli altri simili,  come nidulor di  cui   
altrove,  non sono di formazione in ul non diminutiva,  come iaculus,  speculum   
ec. da cui iaculor, speculor ec.  ma modulor sarebbe a dirittura da modus,  del   
che non so altro esempio, se modulor  non diminutivo, e cos nidulor ec., e se   
sono  da  un  modulus,  nidulus ec.  (v.  Forcell.) in tal caso sono diminutivi   
positivati,  o frequentativi piuttosto.  (29.  Gen.  1824.)I nostri viaggiatori   
hanno raccolto un dizionario delle loro parole (degli esquimesi popolo verso la   
Groenlandia, il meno stupido di tutti i selvaggi del Nord), che son pi di 500.   
Quanto  ai  numeri le loro cognizioni sono molto limitate.  Notizia del secondo   
viaggio (1821-3.) e ritorno del Cap. Parry,  estratta dalla gazzetta letteraria   
di Londra del 25.  Ott. e dell'1. Nov. 1824. nell'Antologia di Firenze. num.36.   
p.120. (29.  Gen.  1824.)Dice per dicono,  ovvero per un dice (on cio un dit),   
l'uom  dice,  alcun  dice  (come hanno buoni autori nello stesso senso),  altri   
dice,  la persona dice (Passavanti usa la persona in questo  senso),  la  gente   
dice (buoni autori) si dice; nel qual caso ella sarebbe un'ellissi, come anche   
in                                                                        greco   
in  proposito  delle  lettere   br                                                
usitate nelle nostre lingue nelle voci significanti arsione ec.  (2. Feb. Festa   
della Purificazione di Maria SS.  1824.)Alla p.4017.  V.  pure il  Guicc.  l.3.   
p.271.  sopra Massimiliano Imp.  in cui quel voler fare l'impresa degl'Infedeli   
pare fosse un semplice pretesto,  e  mostra  che  questo  pretesto  o  discorso   
qualunque  era  allora e in simili tempi uno degli spedienti della politica,  o   
diplomatica, un luogo comune, usitato e valevole con tutte le corti o potentati   
cristiani e con tutti i popoli cristiani. (2. Feb. Festa della Purificazione di   
Maria SS. 1824.). V. p.4044.Altro per niuno ec. come altrove.  Guicc.  1.  274.   
ed.  di  Friburgo lib.3.  senza cercare altra risposta per senza pi cercare la   
risposta.(2.  Feb.  Festa della Purificazione di Maria SS.  1824.)Divisato  per   
dguis,  del che altrove.  V.  la Crusca in dissimigliato,  esempio primo. (2.   
Feb. Festa della Purificazione di Maria Santissima. 1824.). Divisar per vedere,   
discernere,                                                                       
sc-                                                                               
tro,  ma il troppo  sempre padre  del  nulla  o                                  
volge al suo contrario, come altrove. Quindi principalmente nasce la incapacit   
di attenzione ne' fanciulli ec.  ec. (9. Feb. 1824.)Dico altrove che la mutata   
pronunzia della lingua  greca,  dovette  di  necessit  ne'  secoli  inferiori,   
alterandone l'armonia,  alterarne la costruzione l'ordine e l'indole ec. perch   
da  un  medesimo  periodo  o  costrutto  diversamente  [4027]pronunziato,   non   
risultava  pi  o niuna,  o certo non la stessa armonia di prima.  Aggiungi che   
anche indipendentemente da questo,  gli scrittori,  ed anche i poeti greci  de'   
secoli inferiori (come pure i latini,  gl'italiani, e tutti gli altri ne' tempi   
di corrotto gusto e letteratura) amavano e volevano un'armonia diversa  per  se   
ed  assolutamente  e  in quanto armonia da quella degli antichi,  cio sonante,   
alta,  sfacciata,  uniforme,  cadenziosa ec.  Questa dagli esperti si ravvisa a   
prima  vista  in tutti o quasi tutti i prosatori e poeti greci di detti secoli,   
anche de' migliori, ed anch'essi atticisti,  formati sugli antichi,  imitatori,   
ec.  Tanto che questo numero, diverso dall'antico e della qualit predetta, che   
quasi in tutti, pi o meno, e pi o men frequente, vi si ravvisa,   un certo e   
de' principali e                                                                  
pi   appariscenti  segni,   almeno  a  un  vero  intendente,   per  discernere   
gl'imitatori e  pi  recenti,  che  spesso  sono  del  resto  curiosissimamente   
conformi  agli  antichi,  da'  classici originali e de' buoni tempi della greca   
letteratura.  Ora il diverso gusto nell'armonia e numero di prosa e verso  (nel   
quale aggiungi i nuovi metri, occasionati da tal gusto e dalla mutata pronunzia   
della  lingua) contribu non poco ad alterare,  anche negli scrittori diligenti   
ed archeomani i costrutti e l'ordine della lingua, come era necessario,  e come   
si vede,  guardandovi sottilmente,  per es.  in Longino, perch vi trovi non di   
rado in parole antiche un costrutto non antico,  e si conosce ch' fatto per il   
numero che ne risulta,  e altrimenti non sarebbe risultato,  e il quale altres   
non  antico.  (Cos dicasi dell'alterazione cagionata ne' costrutti ec.  dalla   
mutata  pronunzia).  Questa  causa  di  corruzione    da  porsi fra quelle che   
produssero e producono universalmente l'alterazione e corruttela  di  tutte  le   
lingue,  nelle  quali tutte (o quasi tutte) i secoli di gusto falso e declinato   
pigliarono un numero conforme al descritto di sopra e  diverso  da  quello  de'   
loro  antichi.  Si [4028]conosce a prima vista,  e indubbiamente,  (almen da un   
intendente ed esercitato) per la differenza e per la detta qualit del  numero,   
un secentista da un cinquecentista,  ancorch quello sia de' migliori, ed anche   
conforme in tutto il resto agli antichi. Il Pallavicini, ot                       
timo per se in quasi tutto il restante, pecca moltissimo nella sfacciataggine e   
uniformit (vera o apparente, come dico altrove) del numero,  alla quale subito   
si   riconosce  il  suo  stile,   diverso  principalmente  per  questo  (quanto   
all'estrinseco,  cio astraendo  dalle  antitesi  e  concettuzzi  che  spettano   
piuttosto  alle  sentenze  e ai concetti,  come appunto si chiamano) da' nostri   
antichi,  da lui tanto studiati,  e tanto e cos bene espressi e  seguiti.  Che   
dir  del  numero di Apuleio,  Petronio ec.  rispetto a quello di Cicerone e di   
Livio?  non che  di  Cesare,  e  de'  pi  antichi  e  semplici,  che  Cicerone   
nell'Oratore dice mancar tutti del numero, s'intende del colto, perch senza un   
numero  non possono essere.  V.  p.  seg.  Che dir di Lucano,  dell'autore del   
Moretum,  Stazio ec.  rispetto a Virgilio?  Marziale a Catullo ec.?  Or  questa   
mutazione  e  depravazione  del numero dovette necessariamente essere una delle   
maggiori cagioni dell'alterazione della lingua s greca,  s latina e italiana,   
s ec.,  massime quanto ai costrutti e l'ordine, e quindi alla frase e frasi, e   
quindi all'indole,  insomma al  principale.  Anche  si  dovettero  depravar  le   
semplici  parole  per servire al numero,  e grattar l'orecchio avido di nuovi e   
spiccati suoni, o sformando le vecchie,  o inducendone delle nuove e strane,  o   
componendone,  come in greco, o troncandole come tra noi (l'uso de' troncamenti   
 singolarmente proprio del Pallavicini, e de' secentisti e de' pi mod           
erni da loro in poi), avendo riguardo s al suono della parola in se, s al suo   
effetto nella composizione e nel periodo.  (9.  Feb.  1824.).  Veggasi il detto   
altrove  su  d'alcuni  sforzati  costrutti  d'Isocrate  per evitare il concorso   
(conflitto) delle vocali ec. ec. (9. Feb. 1824.).  (Riferiscasi ancora a questo   
proposito  per  quanto  gli  pu toccare,  il detto altrove sul vario gusto de'   
greci, lat. e ital. in diversi tempi, circa il concorso, l'abbondanza ec. delle   
vocali).  Ora se questo accadeva a Isocrate  ottimo  giudice,  ed  esposto  [a]   
[4029]migliaia d'altri tali,  e scrivente per piacere a essi,  nel centro della   
lingua pel tempo e pel luogo, fiorente la lingua e la letteratura, nel suo gran   
colmo ec.  ec.  che cosa doveva accadere ne' secoli bassi  ne'  quali  ec.  fra   
gl'imitatori  ec.  la  pi  parte,  com'era  allora  non  greci  di patria,  ma   
dell'Asia, e questa anche alta,  non la minore ec.  ec.  molti ancora non greci   
neppur di genitori,  come Gioseffo,  Porfirio e tanti altri ec.  ec.? (10. Feb.   
1824.)Alla p. preced.  marg.  In verit ed essi,  e i greci ripresi da Cicerone   
ibid. di mancar di numero, che sono molti e classici, e i nostri trecentisti, e   
i cinquecentisti,  (la pi parte non numerosi,  e tutti,  [salvo lo Speroni, in   
ci affettato e falso, ma diversamente da' posteri,] poco solleciti del numero)   
hanno pure un numero bench incolto pi o meno, e casuale,  pur proprio e certo   
e riconoscibile, o loro, o della lingua ec. e da q                                
uesto  diverso quello degl'inferiori corrotti ec.  ec.  (10.  Feb.  1824.). V.   
p.4034.Grecismo.                             Colla                               
frequentativo                                                                     
di quello. Crier-criailler, della qual sorta di verbi dico altrove.  (12.  Feb.   
1824.)Diminutiv                                                                   
i positivati.  Clientolo.  Maillet-mail, maglio, malleus. Che la et in francese   
ne' verbi e ne' nomi sia per se diminutivo o frequentativo ec.  come la ett  in   
italiano  vedesi  per lo pensiero precedente e per mille altri esempi ec.  (13.   
Feb.  1824.)Nascere per accadere.  ec.  Se altro di meglio non nasce.  Machiav.   
Clitia At.5.  sc.2.  fine. (13. Feb. 1824.)Altro per nulla o alcuna cosa ec. V.   
il   pens.   preced.   e   le   molte   nostre   frasi   simili.   (13.    Feb.   
1824.)Faventia-Faenza.  (14.  Feb.  1824.).  Faentini (Guicc.  1. 418. 419. ec.   
Faventini, come in lat.).  Fayence per Faenza e per una citt di Francia,  lat.   
Faventia.Immutatus,  immixtus  affermativi  e  negativi.  Al  detto  altrove in   
proposito d'intentatus. (14. Feb. 1824.)Raddoppiamenti greci,  del che altrove.   
ione o                                                                            
popolo  o cittadinanza ec.  Per es.  io non dir che il modo della vita sociale   
rispetto alla conversazione e all'altre infinite cos                              
e che da  questa  dipendono  o  sono  influite,  proceda  assolutamente  e  sia   
determinato nelle varie nazioni d'Europa dal loro clima, ma certo ne' vari modi   
tenuti  da ciascuna,  e propri di ciascuna quasi fin da quando furono ridotte a   
precisa civilt e distinta forma nazionale,  ovvero da  pi  o  men  tempo,  si   
scopre  una  curiosissima  conformit generale col rispettivo clima in generale   
considerato.  Il clima d'Italia e di Spagna  clima da  passeggiate  e  massime   
nelle  lor  parti  pi meridionali.  Ora queste nazioni non hanno conversazione   
affatto,  n se ne dilettano: e quel poco che ve n' in  Italia,    nella  sua   
parte pi settentrionale, in Lombardia, dove certo si conversa assai pi che in   
Toscana,  a Napoli,  nel Marchegiano,  in Romagna, dove si villeggia [4032]e si   
fanno tuttod partite di piacere,  ma non di conversazione,  e  si  chiacchiera   
assai,  e  si donneggia assaissimo,  ma non si conversa;  in Roma ec.  Il clima   
d'Inghilterra e di Germania chiude gli uomini in casa propria,  quindi    loro   
nazionale  e  caratteristica  la  vita  domestica,  con  tutte l'altre infinite   
qualit di carattere e di costume e di opinione,  che nascono o sono modificate   
da tale abitudine. Pur vi si conversa pi assai che in Italia e Spagna (che son   
l'eccesso  contrario  alla conversazione) perch il clima  per tale sua natura   
meno nemico alla conversazione,  poich obbligandoli a vivere il pi del  tempo   
sotto tetto e privandoli de' piaceri della natura, ispira lo                      
ro il desiderio di stare insieme, per supplire a quelli, e riparare al vto del   
tempo ec.  Il clima della Francia ch' il centro della conversazione,  e la cui   
vita e carattere e costumi e opinioni  tutto conversazione,  tiene appunto  il   
mezzo  tra  quelli d'Italia e Spagna,  Inghilterra e Germania,  non vietando il   
sortire,  e il  trasferirsi  da  luogo  a  luogo,  e  rendendo  aggradevole  il   
soggiornare  al coperto: siccome la vita d'Inghilterra e Germania tiene appunto   
il mezzo, massime in quest'ultimi tempi,  per rispetto alla conversazione,  tra   
la vita d'Italia e Spagna e quella di Francia,  e cos il carattere ec.  che ne   
dipende. E gi in mille altre cose la Francia,  siccome il suo clima,  tiene il   
mezzo  fra'  meridionali e settentrionali,  del che altrove in pi luoghi.  Non   
parlo delle meno  estrinseche  e  pi  spirituali  influenze  del  clima  sulla   
complessione  e  abitudine del corpo e dello spirito,  anche fin dalla nascita,   
che pur grandissimamente [4033]contribuiscono  a  cagionare  e  determinare  la   
variet  che  si  vede nella vita delle nazioni,  popolazioni,  individui tutti   
partecipi          (come          son          oggi)           di           una   
stess-                                                                            
                                                                                
lle      nostre                                                                   
lingue, in cui essa sinizesi non  pur volgare,                                   
ma regolare ec. ec. (28. Feb.  1824.)Diminutivi positivati.  Struzzo-struzzolo.   
(28. Feb. 1824.)Verbi frequentativi o diminutivi ital. Balzare balzellare. (28.   
Feb.  1824.)Pelle per donna ec.  nostro modo osceno.  V.  il Forc. in Scortum e   
i-                                                                                
sima.  1824.)Halo ai  avi  atum  -  halitans,                                     
alitare (verbo e sos                                                              
tantivo ossia infinito sostantivato),  haleter.  V.  gli Spagn. e il Gloss. ec.   
(29.  Feb.  1824.)Lino linis,  livi,  et lini,  et  levi,  litum  per  linitum.   
Osservisi  questo  verbo  quanto  alla  sua  coniugazione  che  mi par faccia a   
proposito d'altri miei pensieri.  Ed osservisi ancora insieme con esso  il  suo   
compagno  linio is ivi linitum,  coi composti ec.  dell'uno e dell'altro.  (29.   
Feb.  1824.).  Alo alis alui alitum altum alere.Osado o  ossado  per  che  osa,   
ardito  per che ardisce (aggettivati),  hardi ec.  atrevido per quien se atreve   
presente, anch'esso aggettivato: e simili. (29. Feb. Domenica di Quinquagesima.   
1824.)Parrebbe che gli uomini sciolti,  franchi nel conversare,  e massime  gli   
sprezzanti avessero pi amor proprio degli altri e pi stima di se,  e i timidi   
meno. Tutto al contrario.  I timidi per eccesso di amor proprio e per il troppo   
conto che fanno di se,  temendo sempre di sfigurare e perdere la stima altrui o   
desiderando soverchiamente di acquistarla e di figurare,  hanno sempre  innanzi   
agli  occhi  il  rischio del proprio onore,  del proprio concetto,  del proprio   
amore,  e occupati e legati da questo pensiero,  sono senza coraggio,  e non si   
ardiscono  mai.  I  franchi  e  gli  sprezzanti fanno al contrario [4038]per la   
contraria cagione,  cio per aver poca cura e poco concetto di se,  o desiderio   
della  stima  degli altri (che viene a essere il medesimo),  sia che essi sieno   
tali per natura, o per abito acquisito. Cos che essi o                           
ffendono spesse volte e facilmente,  o rischiano di  offendere  l'amor  proprio   
degli  altri,  e n'hanno poca cura,  per poco amor di se stessi.  E i timidi lo   
risparmiano sempre con mille scrupoli e riguardi,  e non impetrano  mai  da  se   
stessi non che di lederlo menomamente, ma di porsene a rischio bench leggero e   
lontano,  e  ci  per  soverchio  amor  proprio,  il quale parrebbe che dovesse   
principalmente offendere e muoverli ad offendere quello degli altri. E cos per   
soverchia stima di se stessi,  si guardano di mostrar dispregio degli altri,  e   
infatti  non  gli spregiano,  anzi gli stimano eccessivamente non per altro che   
per  lo  smisurato  desiderio  e  conto  che  fanno  della  loro  stima,  anche   
conoscendoli  di niun valore,  o almeno per la gran tema che hanno di perderla,   
eziandio vedendo che la sarebbe piccola  perdita  per  rispetto  al  merito  di   
coloro.  Tali  sono  ordinariamente  i fanciulli e i giovani ancora inesperti e   
inesercitati nel commercio umano e nelle palestre dell'amor  proprio,  dov'esso   
riporta tanti colpi, che alla fine incallisce; e tali sono pi o manco, per pi   
o  men  lungo  tempo,  ed  alcune  per  tutta  la vita,  le persone sensibili e   
immaginose, le quali restano sovente fanciulle anche in et matura,  e vecchia,   
s  quanto a molte altre cose,  s quanto a questa della timidit nel consorzio   
umano, che in esse  sempre difficile a vincere pi assai che negli altri, e in   
alcune  assolutamente invincibile, come fu in Rousseau. La c                     
agione si  l'eccesso  dell'amor  proprio,  inseparabile  dalla  soprabbondanza   
della vita e forza dell'animo;  ed insieme la vivacit della immaginazione,  la   
quale  non  mai  veramente  spenta  in  loro,  n  anche  quando  pare  affatto   
agghiacciata,  e  quando  effettivamente  ha cessato affatto di partorire alcun   
piacere all'individuo medesimo, continuamente, [4039]secondo la sua natura,  va   
fingendo  ad  esso amor proprio che  per se vivissimo,  mille falsi pericoli e   
difficolt, o smisuratamente accrescendo e moltiplicando i veri. S, Rousseau e   
gli altri tali uomini sensibili e  virtuosi  e  magnanimi,  occupati  sempre  e   
legati  da  un'invincibile  e  irrepugnabile  timidit,  anzi mauvaise honte ed   
erubescenza,  non furono e non son tali se non per eccesso di  amor  proprio  e   
d'immaginazione. Altro danno e infelicit somma della soprabbondanza della vita   
interna  dell'anima  (oltre  i tanti da me altrove notati),  della sensibilit,   
della squisitezza dell'ingegno, della natura riflessiva, immaginosa ec.  Poich   
in  essa  l'amor  proprio  essendo  eccessivo  e  per  tanto  pi bisognoso di   
successi,  e desiderando la stima altrui e temendo la disistima molto  pi  che   
gli altri non fanno,  e impedito di conseguire e costretto ad incontrare quelli   
che gli altri con molto minor desiderio e bisogno  conseguono  facilissimamente   
ogni d,  ed evitano con molto minor tema, e che quando nol conseguissero o non   
lo evitassero, ne sarebbero molto meno afflitti e infelicitati,                   
per la  minore  vivacit  e  sensibilit  dell'amor  proprio,  ed  anche  della   
immaginazione,  la  quale  a quegli altri accresce eziandio per se stessa e con   
mille   false   esagerazioni   e   finzioni   la   grandezza   delle    perdite   
nch sia in loro pi negativo che                                                 
positivo,  pi atto a impedire che a cagionare, piuttosto causa di passione che   
d'azione ec.  quale egli  proporzionatamente anche ne' primi  anni  di  questi   
tali.  (3. Marzo. Mercoled delle S. Ceneri. 1824.)Infundo infusus-infuser. (3.   
Marzo.                                                        1824.).Diminutivi   
positiv-                                                                          
ho detto altrove de' nostri verbi in iare                                         
ec.Tomber-tombolare,  tombolata ec.  (5.  Marzo 1824.). Di tali verbi italiani,   
oltre diminutivi frequentativi vezzeggiativi ec. alcuni, anzi forse,  almeno in   
molti casi,  non pochi, sono disprezzativi. (6. Marzo 1824.)Al detto altrove di   
apparecchiare, aparejar ec.  aggiungi sparecchiare e simili composti ec.  ital.   
spagn.    e   franc.    (6.    Marzo.    1824.)Diminutivi   greci   positivati.   
lice del disoccupato,  e di quello che vive vita uniforme senza distrazione       
alcuna.  Perch? se n questi n quelli sono punto superiori gli uni agli altri   
nel godimento e nel piacere, ch' l'unico bene dell'uomo?  Ci vuol dire che la   
vita  per se stessa un male.  Occupata o divertita, ella si sente e si conosce   
meno, e passa,  in apparenza pi presto,  e perci solo,  gli uomini occupati o   
divertiti,  non  avendo alcun bene n piacere pi degli altri,  sono per manco   
infelici: e gli uomini disoccupati e non  divertiti,  sono  pi  infelici,  non   
perch  abbiano  minori  beni,   ma  per  maggioranza  di  male,  cio  maggior   
sentimento,  conoscimento,  e diuturnit (apparente) della vita,  bench questa   
sia senza alcun altro male particolare. Il sentir meno la vita, e l'abbreviarne   
l'apparenza    il  sommo  bene,  o vogliam dire la somma minorazione di male e   
d'infelicit, che l'uomo possa conseguire. La noia  manifestamente un male,      
e l'annoiarsi una infelicit.  Or che cosa   la  noia?  Niun  male  n  dolore   
particolare,  (anzi  l'idea  e  la  natura  della  noia  esclude la presenza di   
qualsivoglia particolar male o dolore), ma la semplice vita pienamente sentita,   
provata, conosciuta, pienamente presente all'individuo, ed occupantelo.  Dunque   
la  vita    semplicemente  un  male:  e  il  non  vivere,  o  il  viver  meno,   
s-                                                                                
da essi in ilitas,  bilitas,  e altri generi,  siano del buono o                  
del  barbaro latino o delle lingue moderne,  sia che i verbali da cui essi sono   
formati sieno individualmente noti o ignoti ec.  ec.,  sia pure che  tali  nomi   
sostantivi  verbali,  derivino immediatamente dai verbi,  e in tal caso bisogna   
vedere da che voce dei verbi e in che modo,  secondo i rispettivi generi d'essi   
verbali.  (10.  Marzo. 1824.)Al capoverso 2. di questa pagina. Anche nella lega   
di Cambrai contro i Veneziani fu presa per pretesto,  o maggior  coonestazione,   
secondo  l'uso  di  quelli  e  de' passati tempi,  il voler far guerra contro i   
Turchi. V. il Guicc. t.2. p.180.  e quivi le note,  e p.186.  sulla fine.  Ed    
notabile  in  questo  caso tanto pi questo pretesto,  quanto per distruggere i   
Veneziani allegavano la necessit di farlo a volere  opprimere  i  Turchi,  de'   
quali i Veneziani erano i maggiori nemici, e quelli che                           
avevano avuti seco maggiori guerre (come pur n'ebbero appresso), e fatti loro e   
riportatine maggiori danni. (10. Marzo. 1824.). V. p.4073.Non ne fece altro per   
non ne fece nulla;  non se ne fece altro;  non se ne far, se ne fa altro; modi   
consueti del nostro favellare.  Non volle farne altro cio nulla: nelle note al   
Guicciard.  t.2. p.183.191.363. (10. Marzo. 1824.)In tutta l'Europa (massime in   
Italia,  dove tutti gli assurdi e gl'inconvenienti sociali  sono  maggiori  che   
altrove)  non  reca  infamia  l'essere [4045]o essere stato vizioso,  n l'aver   
commesso delitti (massime trattandosi di alcuni tali vizi e delitti,  certi dei   
quali,  anche atroci,  fanno piuttosto onore, stima, e rispetto, che altro); ma   
bens l'essere o l'essere stato punito di qualsivoglia vizio o  misfatto,  anzi   
pure della virt o di azioni virtuose e degne di lode e di premio. Negli Stati   
Uniti  d'America l'opinione pubblica non attacca veruna infamia alla punizione,   
e il colpevole che  stato punito e rientra nella societ, v' tanto pi esente   
da obbrobrio che l'impunito che in essa si aggira,  quanto che 1.  si considera   
ch'egli  ha  espiato  colla  pena  subita  il  suo  fallo,  e  riparato  e data   
soddisfazione del torto fatto alla societ,  e pagato il debito contratto  seco   
lei: 2. si giudica, come in fatti ordinariamente succede, che la pena, la quale   
col  si  considera  e  si  chiama  penitenza  (le prigioni si chiamano case di   
penitenza), e le cure che nel tempo                                               
di essa espressamente si usano per curare con rimedi s fisici  che  morali  il   
morale  del  colpevole,  abbiano corretto e riformato il suo carattere,  i suoi   
costumi, le sue inclinazioni, i suoi principii,  e ridottolo alla buona strada,   
con  che e di diritto e di fatto e di opinione egli torna intieramente a paro e   
a livello degli altri cittadini o forestieri.  Vedi il racconto sulle  prigioni   
di Nuova York nell'Antologia di Firenze num. 37. Gen. 1824. e in particolare la   
pag.54.                               (11.                               Marzo.   
1824.)-                                                                           
originata dal latino,  cio dalla forma diminutiva  o                             
frequentativa  [4047]ec.  in  culus  e culare.  Lo stesso dico de' nomi e verbi   
francesi diminutivi o frequentativi o disprezzativi ec.  in  ail  aille  ailler   
iller eiller (sommeiller) ec. de' quali altrove. E credo che anche lo spagn. in   
illo  o  illar  ec.  venga  da  essa  forma latina (come periglio pril ec.  da   
periculum,  del che in pi luoghi) pi tosto che da quella in illus illare  ec.   
(15. Marzo. 1824.)Alle altre barbarie umane da me altrove notate si aggiunga la   
pederastia,  snaturatezza  infame  che fu pure ed  comunissima in Oriente (per   
non dir altro) e non fu solo propria de' barbari ma di tutta una  nazione  cos   
civile come la greca,  e per tanto tempo (lasciando i romani), e s propria che   
sempre che i greci scrivono d'amore in verso o in prosa, intendono (eccetto ben   
rade volte) di parlar d                                                           
i questo siffatto, voluto fino ridurre in sentimentale da Platone massimamente,   
nel Convivio e pi nel Fedro,  e altrove,  e da Senofonte poi nel  Convivio.  E   
Saffo con tanta tenerezza canta la sua innamorata.  Quanto noccia questo infame   
vizio alla societ ed alla moltiplicazione del genere umano,    manifesto  ec.   
ec.  Aggiungansi  similmente gli spettacoli de' gladiatori,  e l'altre barbarie   
romane        ec.        ec.        (15.        Marzo.         1824.)Diminutivi   
o   non   parlante                                                               
(-                                                                                
soldati;                                                                          
uomini d'arme, cio soldati grevi a cavallo ec. ec. gente o genti per esercito;   
gente a pi, d'arme ec. gendarmes ec. ec.). I francesi fantassin, dall'italiano   
fantaccino ch' un diminutivo o disprezzativo positivato. Infanterie non sembra   
che  una  corruzione di fanteria.  V.  gli spagn.  Cos dico del significato di   
servo o serva, divenuto pur pro                                                   
prio di fante, nel qual senso ne deriva fantesca ec. V. ancor qui gli spagnuoli   
ec.  V.  pure il Gloss.  e  l'articolo  di  Foscolo  sopra  l'Odissea  [4050]di   
Pindemonte  negli  Annali  di  Scienze  e Lettere di Milano 1810.  (21.  Marzo.   
Domenica. 1824.)Diminutivi positivati. Taurus-taureau.  Fante-fantaccino (forse   
anche  disprezzativo  in origine) onde fantassin,  cio fante.  V.  il pensiero   
precedente.                                                                (21.   
Marzo-                                                                            
                                                                                 
agl'incoativi,  di  cui  i greci non hanno un genere e forma cos determinata e   
assegnata come  i  latini,  sebbene  si  servono  molto  spesso,  a  significar   
l'incoazione,                   di                   verbi                   in   
significano  lo  stesso  che  il  primo  tema  (del  che                          
altrove,  sebben forse in origine potranno avere avuto diverso senso), infiniti   
non hanno altro tema, almen noto, e non significano cosa incoativa ec.  sia che   
questi  e  i  sopraddetti abbiano perduta col tempo siffatta significazione,  e   
confusala ec. sia che mai non l'abbiano avuta, il che, di moltissimi almeno,     
certo,        perch        molte       volte       la       desinenza       in   
ce  v'   scritta                                                                 
ora con una ora con altra ora con altra ortografia.  (21. Marzo. Domenica terza   
di Quaresima.  1824.)La ricchezza e variet e potenza e fecondit della  lingua   
italiana  non  solo  s'ha  a considerare nella copia de' suoi vocaboli e modi e   
nella gran facolt di formarne, ma eziandio nella gran mol                        
titudine e variet di tipi per cos dire o coni che ella ha per  poter  formare   
voci e modi di uno stesso genere di significazione.  (formati gi moltissimi, e   
da potersene formar con giudizio,  sempre che si voglia e bisogni).  Servano di   
esempio  le tante desinenze frequentative o diminutive o disprezzative ec.  de'   
verbi,  da me annoverate altrove.  Le tante diminutive de' nomi ec.  ec.  Nella   
quale  abbondanza  di  coni  la lingua nostra vince d'assai,  non che le lingue   
sorelle,  ma la latina e la greca,  e forse qualunque lingua del mondo antica o   
moderna.  N  questa abbondanza produce confusione n indeterminazione,  perch   
detti coni sebbene sommamente  moltiplici  in  ciascun  genere,  sono  per  di   
qualit e di valore ben determinato ed applicato e appropriato al suo genere di   
significazione.                                                                   
zo.  Vigilia  della                                                               
SS.  Annunziata.  1824.).  V.  p.4067.Al detto altrove di  sencillo  diminutivo   
positivato, aggiungi sencillamente, e considerinsi siffatti avverbi anche negli   
altri nomi ec.  (24. Marzo. 1824.)Origliare, origliere da auricula. Nuova prova   
del c                                                                             
angiarsi spesso il cul de' latini in  gli  italiano  bench  per  auricula  noi   
diciamo  orecchia,  non  oreglia,  come i francesi.  (25.  Marzo.  d della SS.   
Annunziata 1824.). Diciamo anche,  ed oggi meglio,  orecchiare.Speculum-speglio   
antico e poetico.  (26. Marzo. 1824.)Discursos entretenidos per entretenientes,   
cio di trattenimento, di passatempo.  D.  Quij.  (26.  Marzo.  ultimo Venerd.   
1824.)Continuo per continuamente.  D. Quij. Nome aggettivo in luogo d'avverbio,   
del che altrove. (26. Marzo.  1824.)Participii in us di verbi neutri.  Licitus,   
licitum  est  o  fuit  dall'impersonale  licet,  come gavisus e gavisus sum dal   
personale gaudeo. Vedi il Forc. in Licitus, licet ebat, liceor,  liceo,  licito   
avverbio fatto da questo participio,  ec.  (27. Marzo. 1824.)[4054]Alla p.4050.   
Noi diciamo eccetto se non,  se pure non,  se per non,  fuorch se o  se  non,   
quando non,  salvo se non ec.  E queste frasi e la greca rispondono alla latina   
nisi o nisi si.  Il non s nel greco che nell'italiano vi sta fuor di ragione e   
per comun propriet d'ambe le lingue. (28. Marzo. Domenica quarta di Quaresima.   
1824.)Ri-v-us,  ri-u-o  -  ri-g-agnolo ec.  - rio ital.  e spagn.  (28.  Marzo.   
1824.)Diminutivi positivati Rivus - ruisseau e ruscello che  sono  in  parte  e   
sovente positivati.  Ascia lat.  ascia e asce ital.  hche franc. ec. - accetta   
quasi ascetta,  spesso positivato  ec.  perch  s'usa  promiscuamente  ascia  e   
accetta, l'uno in cambio dell'altro, bench                                       
forse  abbiano  differenza  di  significato  proprio,  che  non  ebbero per in   
origine,  eccetto  quanto  alla  diminuzione.  (28.  Marzo.  1824.)Dormido  per   
dormiente (fors'anche durmido).  Voz algo dormida. D. Quij. E in altre maniere.   
Se per dormir  non    anche  neut.  pass.  (28.  Marzo.  Domenica  quarta  di   
Quaresima.             1824.)Diminutivi            greci            positivati.   
forma  e                                                                          
l'indole  che  avrebbe avuta in uno stato di perfezione non sarebbe stata punto   
diversa dall'italiana,  alla quale per conseguenza la lingua spagnuola  sarebbe   
stata  tanta  pi  conforme  che  ora  per  la maggior conformit di grado e di   
perfezione,  perch ora la maggiore,  anzi forse unica differenza che passi tra   
il genio o piuttosto la forma intrinseca di queste due lingue, si  che l'una    
molto meno formata e perfezionata dell'altra,  e anche men ricca, il che con la   
copia  degli  scrittori  e  delle  materie  non  sarebbe  stato.  (1.   Aprile.   
1824.)Moveo - moto,  motito.  (1. Aprile. 1824.)Cessatus partic. di cesso verbo   
neutro. V. Forc. in Cessatus e in particolare il secondo es.  paragonandolo col   
secondo . di Cesso. (3. Aprile 1824.)                                            
Al detto di acquistare in proposito di quisto, quaesitus ec. aggiungi lo spagn.   
aquistar.  D.  Quij.  V. i Dizionari. (4. Aprile. Domenica di Passione. Nevica.   
1824.)Grandissima,  e forse la maggior prova e segno del progresso che ha fatto   
negli  ultimi  tempi  lo  spirito  e  il  sapere umano in generale e le scienze   
fisiche in particolare,  che per ispazio di quasi un secolo e mezzo, quanto ha   
dalla pubblicazione de' Principii matematici di filosofia naturale a' d nostri   
(1687),  non  sorto sistema alcuno di fisica che sia  prevaluto  a  quello  di   
Newton,  o  quasi niun altro sistema di fisica assolutamente,  almeno che abbia   
pur bilanciato nella opinione per un momento quello di  Newton,  bench  questo   
sia  tutt'altro che certo [4057]e perfetto,  anzi riconosciuto ben difettoso in   
molte parti, oltre alla insufficienza generale de' suoi principii per ispiegare   
veramente a fondo i fenomeni naturali.  Nondimeno i fisici e filosofi  moderni,   
anche  spento il primo calor della fama e della scuola e partito di Newton,  si   
sono contentati e contentansi di questo sistema, servendosene in quanto ipotesi   
opportuna e comoda nelle parti e occasioni de' loro studi che hanno bisogno,  o   
alle  quali   utile una ipotesi.  Ci nasce e dimostra che gli spiriti e nella   
fisica e nell'altre scienze e in ogni ricerca del  vero  e  in  ogni  andamento   
dell'intelletto  si  sono  volti all'esame fondato dei particolari (senza cui    
impossibile generalizzare con verit                                              
e profitto) e alla  pratica  ed  esperienza  e  alle  cose  certe,  rinunziando   
all'immaginazione,  all'incerto,  allo splendido, ai generali arbitrarii, tanto   
del gusto de' secoli antecedenti e padri di tanti sistemi  a  quei  tempi,  che   
rapidamente  brillavano  e  si spegnevano,  e succedevansi e distruggeansi l'un   
l'altro.  (4.  Aprile 1824.  Domenica di Passione.  Nevica.)Altro per alcuno  o   
ridondante,  del  che  altrove.  Aggiungasi  quell'uso  dell'avv.  altrimenti o   
altramente ec., uso frequentissimo appresso i nostri, massime de' buoni secoli,   
e non raro neanche oggid,  nel qual  uso  quell'avverbio  sembra  un  assoluto   
pleonasmo,  quando cio egli  congiunto alla negazione,  p.e. cos: non v'and   
altrimenti,  cio non v'and.  (In altro modo egli  pu  esser  congiunto  alla   
negazione  con  significati  diversi,  come  quando  si dice non altrimenti per   
parimente,  non altrimenti che  per  come.)  Par  ch'esso  avv.  in  tali  casi   
equivalga  al  punto,  al  guari e simili italiani e francesii ec.  aggiunti s   
spesso alla negazione senz'alcuna maggior forza.  In fatti  spesso,  o  il  pi   
[4058]delle  volte  esso  avverbio  in  questo  caso  non  importa  nulla,   ma   
originariamente e veramente, e forse talvolta effettivamente massime presso gli   
antichi, vale in alcun modo. Gli altri l'usarono e l'usano senza certo aver mai   
neppure immaginato o sospettato quel che ei significhi in tali casi.  Nei quali   
egli     ha     alcun     ch    a    fare    con    quell'uso    dell'avverbio   
e  risoluto                                                                       
o  fatto  un uomo savio e perfetto,  trovandosi nel caso loro.  Vedremo che gli   
uomini il pi delle volte non deliberano maturamente quando v'ha bisogno d        
i maturit,  non conoscono l'importanza delle cose che hanno a  risolvere  o  a   
fare,  non  sospettano  nemmeno  che  sia loro utile o necessario di consultare   
intorno ad esse, e non entrano affatto in alcuna consulta. Parlo egualmente de'   
grandi e de' piccoli,  [4059]delle cose  pubbliche  e  delle  private,  piccole   
relativamente e grandi.  certissimo che gli affari degli uomini qualunque, che   
vanno  male,  non vanno cos (se non di rado) senza loro colpa o insufficienza;   
or come dunque dovr essere regola per indovinare le opere o risoluzioni  loro,   
il  cercare  quello  che  lor  sia  pi utile e conveniente?  Il numero o degli   
sciocchi assolutamente,  o degl'inetti ai carichi  e  alle  cose  che  hanno  a   
maneggiare,  bench  valorosi  nel resto,  o di quelli che anche al loro carico   
sono adattati, ma non perfetti,  o insomma delle risoluzioni e delle azioni mal   
prese e mal fatte, inutili o dannose a chi le ha fatte o prese, sconvenienti al   
caso,  o  finalmente tali che nelle date circostanze non erano le migliori;  il   
numero dico di tali azioni,  risoluzioni  ed  uomini  soverchia  ed  ha  sempre   
soverchiato  di  grandissima  lunga quello delle azioni,  risoluzioni ed uomini   
loro contrarii,  come apparisce da tutte le antiche e moderne storie s  civili   
s   militari  s  private,   e  dall'osservazione  della  vita  e  avvenimenti   
giornalieri privati o pubblici.  Onde quella regola in vece  di  condurre  alla   
probabilit dell'indovinare, conduce chi la segue ad avere cento pro              
babilit per una,  contro quella o quelle cose che egli sceglie e quel giudizio   
o congettura che ei forma.  Di pi,  assolutamente  parlando,    falsissimo  e   
malissimo  considerato  il  persuadersi che gli uomini nel caso proprio veggano   
quel medesimo che in esso caso veggono gli altri posti fuori di esso, e pensino   
e sentano e sieno disposti allo stesso  modo.  Onde  ancorch  pognamo  in  due   
persone  perfetta  parit di prudenza,  di esperienza,  insomma di attitudine a   
risolvere e fare in un dato caso quello che si conviene,  certissimo che se di   
queste  due  persone  l'una  [4060]si  trover  nel  caso   e   l'altra   fuori   
considerandolo senza comunicare con quella, il pi delle volte la risoluzione o   
il  modo  dell'azione  dell'una  sar  diversissima  pi  o  meno da quello che   
all'altra parr si fosse convenuto.  Aggiungasi  la  diversit  dei  principii,   
delle  abitudini  e  di  mille  altre  cose anche minime che diversificando gli   
spiriti (giacch non si d spirito perfettamente uguale ad un altro, pi che si   
dieno due fisonomie al tutto conformi), diversificano altres con mille modi le   
risoluzioni ed azioni di uno da quelle di un altro, anche supponendo in ambedue   
ugual capacit, e parit di caso, anzi diversificano le risoluzioni e azioni di   
una persona stessa in casi  uguali  o  simiglianti.  Senza  poi  parlare  delle   
passioni e delle occasioni e circostanze del momento,  spesso minime,  che cos   
minime modificano sovente e sovente cagionano al tutto e dete                     
rminano le  risoluzioni  ed  azioni  di  uno,  mentre  che  l'altro  che  vuole   
indovinarle  non  affetto da tali circostanze,  sia fisiche,  sia morali,  sia   
qualunque. La vera regola per isbagliare il meno possibile,  e la vera politica   
in tali casi,   conoscere quanto si pu il carattere, le abitudini, le qualit   
della data persona,  applicarle al caso di cui si tratta,  e rinunziando a ogni   
prudenza  propria,  mettendosi ne' piedi di quella,  piuttosto come poeta,  che   
come ragionatore,  congetturar quello ch'egli   per  fare  o  risolvere,  anzi   
risolvere, per cos dire, in vece sua, come il drammatico congettura quello che   
un  dato  uomo  di  un  dato  carattere  in  un  dato caso sarebbe per dire,  e   
congetturatolo parla in persona di esso. (5. Aprile. 1824.). V.  il Guicc.  ed.   
Friburgo. t.4. p.106.L'uomo (per l'amor della vita) ama naturalmente e desidera   
e  abbisogna di sentire,  o gradevolmente,  o comunque purch sia vivamente (la   
qual vivezza qualunque,  non pu essere senza positivo diletto,  n  sensazione   
indifferente  [4061]veramente).  S  il  sentire  dispiacevolmente  come il non   
sentire sono cose assolutamente penose per lui. E talora  men penosa, anzi pi   
grata una  sensazione  con  alquanto  di  dispiacevole,  che  la  privazion  di   
sensazioni.  Se  l'uomo  potesse sentire infinitamente,  di qualunque genere si   
fosse tal sensazione,  purch non dispiacevole,  esso in quel  momento  sarebbe   
felice, perch la sensazione  cos viva, il vivo (non dispiacevol                
e  in se)  piacevole all'uomo per se stesso e qualunque ei sia.  Dunque l'uomo   
proverebbe in quel momento un piacere infinito,  e  quella  sensazione,  bench   
d'altronde indifferente,  sarebbe un piacere infinito,  quindi perfetto, quindi   
l'uomo ne saria pago,  quindi felice.Segue dal sopraddetto  che  universalmente   
non  si  d sensazione indifferente.  Questo pensiero si sviluppi.  (5.  Aprile   
1824.). Una sensazione (interna o esterna)  necessariamente per se e in quanto   
sensazione,  o piacevole o dispiacevole,  e in quanto sensazione senz'altro,     
necessariamente   e   insitamente   ed  essenzialmente  piacere.   (5.   Aprile   
1824.)Diminutivi  positivati.   Ghiotto-glouton  co'  derivati,   e  anche  noi   
ghiottoneria ec. forse dal francese se viceversa glouton non  da ghiottone che   
noi  pur diciamo per ghiotto e potrebbe anche ghiottone venir dal francese.  V.   
gli spagnuoli ec. Nota che questo diminut. positivato (se  tale)  aggettivo.   
(6.             Aprile.             1824.)In             tanto,             gr.   
rispetto                                                                          
all'uomo) hanno vita pi corta. Ed  ben naturale, per                            
ch  quell'attivit  e  intensit di vita importa maggiore rapidit di sviluppo   
della medesima, e quindi di decadenza. Infatti lo sviluppo s degli uomini,  s   
degli  animali,  s  delle  piante ne' paesi assai caldi  molto pi rapido che   
negli altri.  Or dunque considerando queste condizioni fisiche della  vita  per   
rapporto al morale, si pu ragionevolmente affermare che la sorte di quelli che   
vivono  ne' paesi assai caldi  preferibile quanto alla felicit a quella degli   
altri popoli.  Primieramente la somma della loro  vitalit,  quantunque  minore   
nella durata,   per assolutamente maggiore di quella degli altri, presa l'una   
e l'altra nel totale. Secondariamente, posto ancora che ella fosse uguale, a me   
par molto preferibile il consumare p.e.  in 40 anni una data quantit  di  vita   
che  il  consumarla  in  80.  Ella  riempie i 40,  e lascia negli ottanta mille   
intervalli, gran vuoto,  gran freddezza,  gran languore.  La vita assolutamente   
non  ha  nulla  di  desiderabile  sicch  la  pi  lunga sia da preferirsi.  Da   
preferirsi  la meno infelice,  e la meno infelice  la pi viva.  Or  la  vita   
degli orientali, pognamola di 40 anni,  molto pi viva che quella degli altri,   
pognamola di 80, quando bene la somma della vivacit dell'una vita e dell'altra   
sia  la  stessa.  Or  questo paragone di [4064]climi io lo applico ai tempi,  e   
mettendo gli antichi in luogo de' popoli di clima caldo e i moderni  in  cambio   
de' popoli di clima freddo, dico che sebben la vit                                
a degli antichi era forse generalmente pi breve che quella dei moderni, per le   
turbolenze  sociali e i continui pericoli dello stato antico,  nondimeno perch   
molto pi intensa,  ella  da preferirsi,  contenendo nella sua  minore  durata   
maggior  somma  di  vitalit,  o quando anche in minore spazio contenesse ugual   
somma che la moderna  in  ispazio  maggiore.  Del  che,  senza  il  surriferito   
esempio,  ho discorso particolarmente in altro pensiero.(8.  Aprile 1824.).  V.   
p.4092.  e v.  la pag.4069.Ciascuno,  e massimamente gli spiriti pi  delicati,   
sensibili  e suscettibili,  pervenuto a una certa et ha fatto esperienza in se   
stesso di pi e pi caratteri. Le circostanze fisiche,  morali e intellettuali,   
cambiandosi  continuamente  nello  spazio  della  vita di un uomo,  e nelle sue   
diverse et, cambiandosi, dico,  per rispetto a lui,  cambiano continuamente il   
suo  carattere,  di  modo  che di tempo in tempo egli  uomo veramente nuovo di   
spirito,  come dicono i fisici che di sette in sette anni (se non erro) egli     
rinnovato  di  corpo.  Gli  uomini  sensibili  in particolare non solo cambiano   
carattere e  pi  rapidamente  degli  altri,  ma  facilmente  e  ordinariamente   
acquistano  caratteri contrari tra se,  e massime a quel primo carattere che si   
svilupp in essi, a quello pi conforme alla loro natura, a quello che il primo   
pot in loro esser chiamato carattere.  La coltura dell'intelletto fra  l'altre   
cose cagiona in una persona stessa a proporzione de' suoi                         
progressi,  e coll'andar del tempo, una [4065]variazione singolarmente rapida e   
singolarmente grande.  Chi  non  sa  quanto  i  principii,  le  opinioni  e  le   
persuasioni  influiscano  e determinino i caratteri degli uomini?  Ora ciascuno   
individuo quando  nasce    precisamente,  quanto  all'intelletto  nello  stato   
medesimo  in cui fu il primo uomo.  Quegl'individui che coll'andar del tempo si   
sono posti a livello delle cognizioni del nostro  tempo,  sono  necessariamente   
passati per tutti quegli stati per cui lo spirito umano  passato dal principio   
del  mondo  fino  al  d  d'oggi  (almeno per quei gradi per cui egli  passato   
progredendo e avanzando),  e  ha  sperimentato  in  se  tutti  gli  avvenimenti   
dell'intelletto che il genere umano ha sperimentato in tanti secoli quanti sono   
corsi  dalla  sua  origine insino a ora.  La storia del suo intelletto  quella   
appunto di tutti questi secoli ristretta e compresa in venti  o  trent'anni  di   
tempo.  Laonde  da  tutti  i  cambiamenti  che  il  suo  intelletto ha provati,   
cambiamenti che pi volte l'hanno portato a persuasioni e  stati  contrarissimi   
ai  passati,  e  in  ultimo  a  un  sistema  di  persuasioni  ed  a  uno  stato   
contrarissimo al suo primitivo; da tutti questi cambiamenti, dico,  deggiono di   
necessit  essere  risultate in lui tante diversit e successivi cambiamenti di   
carattere,  quanti ne sono stati prodotti nelle nazioni e nel genere  umano  in   
generale dai diversi principii e opinioni e dal diverso progresso e stato di      
cognizioni  in tutto il tempo che ci  bisognato per portarlo dal suo primitivo   
stato al presente. (8. Aprile.  1824.).  Onde questo tale individuo rinchiude e   
compendia in se, non solo la storia dello spirito umano, ma quella eziandio de'   
caratteri successivi delle nazioni,  in quanto essi ebbero origine e dipendenza   
dalle opinioni e conoscenze,  che certo  grandissima e forse la massima parte.   
(8.  Aprile.  1824.)[4066]La maniera familiare che come pi volte ho detto,  fu   
necessariamente  scelta  da'  nostri  classici   antichi,   o   necessariamente   
v'incorsero  senz'avvedersene ed anche fuggendola,  pu ora in parte o in tutto   
sfuggire massimamente alle persone di naso poco acuto,  e a  quelle  non  molto   
esercitate e profonde nella cognizione,  nel sentimento e nel gusto dell'antica   
e buona lingua e stile italiano,  che  quanto dire a quasi  tutti  i  presenti   
italiani.  Ci viene,  fra l'altre cose,  perch quello che allora fu familiare   
nella lingua,  or non lo  pi,  anzi  antico ed elegante,  ovvero  arcaismo.   
Non per tanto  men vero quel che io altrove ho detto.  Anzi  tanto vero,  che   
anche dopo che la lingua aveva acquistato la materia e i mezzi  e  la  capacit   
della  eleganza  e del parlar distinto da quello del volgo e dall'usuale,  si    
pur seguitato s nel 500 e 600 s  nel  presente  secolo  da  molti  cultori  e   
amatori  dello  scriver  classico,  a usare una maniera familiare,  sovente non   
avvedendosene o non intendendo bene la propriet e                                
qualit della maniera che sceglievano e usavano,  e sovente  anche  intendendo,   
credendo  di  usare  una  maniera  elegante.  E  ci si  fatto in due modi.  O   
adoperando le stesse forme antiche, le quali oggi non sono pi familiari,  anzi   
eleganti,  onde  n'  risultata  opinione  di  eleganza  a  tali stili ed opere   
modellate sull'antico, ma veramente esse hanno del familiare,  perch il totale   
dello   stile   antico   da   essi   imitato  necessariamente  ne  aveva  anche   
indipendentemente dalle forme,  bens per  cagion  loro  e  per  conformarsi  e   
corrispondere ad esse forme che allora erano necessariamente familiari.  Ovvero   
adoperando le forme familiari moderne a esempio e imitazione degli  antichi,  e   
della  familiarit  che nelle forme e nello stile loro si scorgeva,  bench non   
bene intendendola,  e sovente confondendo s la familiarit imitata  s  quella   
[4067]che adoperavano ad imitarla,  colla eleganza, dignit e nobilt e col dir   
separato dall'usuale, perci appunto che la familiarit in genere non era e non   
 pi usuale,  e l'uso della medesima  proprio degli antichi.  Il terzo  modo,   
che  sarebbe  quello  di  usar  l'antico  e il moderno e tutte le risorse della   
lingua,  in vista e con intenzione di fare uno stile e una maniera n familiare   
n antica,  ma elegante in generale, nobile, maestosa, distinta affatto dal dir   
comune,  e proprio di una lingua che  gi atta allo stile  perfetto,  quale     
appunto quello di Cicerone nella prosa e di Virgilio nella poesia (               
stile  usato quando la lingua latina era appunto in quelle circostanze e quello   
stato di capacit in cui  ora la lingua nostra); questo terzo modo non  stato   
non che usato,  ma concepito n inteso da quasi niuno,  comech egli  forse il   
solo  conveniente,  il solo perfetto,  e convenevole a una lingua e letteratura   
gi perfetta.  (8.  Aprile.  1824.)Bien o mal mirado per que bien o  mal  mira.   
Anche noi diciamo in simil senso riguardato,  mal riguardato,  poco riguardato,   
ec.  e cos pur gli spagnuoli altri tali  participii  in  simil  senso,  notati   
altrove.  Cos i latini circumspectus in senso att.  o neut. da circumspicio, e   
cautus        da        caveo        att.        ec.        (9.         Aprile.   
1824.)-                                                                           
iungi  requte,                                                                   
ant.                   requeste.                   (13.                    Apr.   
1824.)Couper--                                                                    
tus    (per    innotus)   aggiungi                                                
ignotitia p. innotitia,  di cui v.  il Forcell.  Vedilo anche in innotus.  (15.   
Aprile.  Gioved  Santo.  1824.)A  un  giovane sventatello che per iscusarsi di   
molti errori e cattive riuscite e vergogne e male figure fatte nella societ  e   
nel mondo, diceva e ripeteva sovent                                               
e  che la vita  una commedia,  replic un giorno N.N.,  anche nella commedia    
meglio essere applaudito che fischiato, e un commediante che non sappia fare il   
suo mestiere (professione),  all'ultimo si muor di fame.  (17.  Aprile 1824.)Le   
persone  avvezze  a  versarsi sempre al di fuori,  esclamano naturalmente anche   
quando sono solissime,  se una mosca le punge,  o si versa loro un  vaso  o  si   
spezza;  quelle assuefatte a convivere con se medesime, e ritenersi tutte al di   
dentro, anche in grande [4069]compagnia, se si sentono cogliere da un accidente   
non aprono bocca per lamentarsi o chiedere aiuto.  (17.  Aprile.  Sabato Santo.   
1824.)Comidos y hebidos,  como suele decirse. D. Quij. par.2. ed. Madrid. 1765.   
tom.4.  p.169.  cio que han  comido  y  bebido.  (17.  Aprile.  Sabato  Santo.   
1824.)Non molto addietro ho notato in questi pensieri p.4062.  segg. la maggior   
disposizione naturale alla felicit che hanno i popoli di clima assai  caldo  e   
gli  orientali,  rispetto  agli altri.  Notisi ora che in verit questi erano i   
climi destinati dalla  natura  alla  specie  umana,  come  si  dimostra  quanto   
all'oriente,  dalle  antiche  tradizioni che provano l'origine del genere umano   
essere stata in quei paesi,  secondo il detto da me altrove in  pi  luoghi,  e   
quanto ai climi assai caldi in generale,  dall'essere essi i soli in cui l'uomo   
possa viver nudo, come la natura lo ha posto, e senza altri soccorsi contro gli   
elementi, di cui la natura l'ha lasciato sfo                                      
rnitissimo,  e che in altri paesi gli sono di prima necessit e  non  pochi  n   
facili  a  procacciare,  n  insegnati  dalla  natura,  ma  bisognosi  di molte   
esperienze, casi ec. La costruzione ec. degli altri animali qualunque,  e delle   
piante,   ci  fa  conoscere  chiaramente  la  natura  de'  paesi,  de'  luoghi,   
dell'elemento ec.  in cui la natura lo ha destinato  a  vivere,  perch  se  in   
diverso clima,  luogo,  ec.  quella costruzione,  quella parte, membro ec. e la   
forma di esso ec.  non gli serve,  gli  incomoda ec.  non si dubita punto  che   
esso  naturalmente  non  destinato a vivervi,  anzi  destinato a non vivervi.   
Ora perch simili argomenti saranno invalidi [4070]nell'uomo solo? quasi ei non   
fosse un figlio della natura,  come ogni altra cosa creata,  ma di  se  stesso,   
come Dio.  (17.  Aprile. Sabato Santo. 1824.)Gli uomini governati in pubblico o   
in privato da altri, e tanto pi quanto il governo  pi stretto, (i fanciulli,   
i giovani ec.) accusano sempre,  o tendono naturalmente ad  accusare  de'  loro   
mali o della mancanza de' beni,  delle noie e scontentezze loro,  quelli che li   
governano,  anche in quelle cose nelle quali    evidentissima  l'innocenza  di   
questi,  e la impossibilit o d'impedire o rimediare a quei mali o di proccurar   
quei beni,  e la totale indipendenza e irrelazione di queste cose con loro.  La   
cagione  che l'uomo essendo sempre infelice,  naturalmente tende ad incolparne   
altres sempre non la natura delle cose e degli uomini, molt                      
o meno ad astenersi  dall'incolpare  alcuno,  ma  ad  incolpar  sempre  qualche   
persona  o  cosa particolare in cui possa sfogar l'amarezza che gli cagionano i   
suoi mali,  e che egli possa per cagione di questi fare oggetto e di odio e  di   
querele,  le quali sarebbero assai men dolci di quello che sono a chi soffre se   
non cadessero contro alcuno riputato in colpa del suo soffrire. Questa naturale   
tendenza opera poi che il misero si persuade anche effettivamente di quello che   
egli immagina,  e quasi desidera che sia vero.  Da  ci    nato  che  egli  ha   
immaginato i nomi e le persone di fortuna, di fato, incolpati s lungamente dei   
mali umani,  e s sinceramente odiati dagli antichi infelici,  e contro i quali   
anche oggi,  in mancanza d'altri [4071]oggetti,  rivolgiamo seriamente l'odio e   
le  querele  delle nostre sventure.  Ma molto pi dolce fu agli antichi ed  a'   
moderni l'incolpare qualche cosa sensibile,  e massime qualche altro uomo,  non   
solo per la maggior verisimiglianza, e quindi facilit di persuaderci della sua   
colpa,  che   quello che ci bisogna,  ma pi ancora perch l'odio e le querele   
sono pi dolci quando si rivolgono sopra cose presenti che  ne  possano  essere   
testimoni,  e  sottoposte  alla  vendetta che noi con esso odio vano e con esse   
vane querele intendiamo fare di loro.  Massimamente poi   dolce  l'odio  e  il   
lamento quando  rivolto sui nostri simili,  s per altre cagioni, s perch la   
colpa non pu veramente appartenere se non a                                      
esseri intelligenti.  Quelli che ci governano sono da noi facilmente  scelti  a   
far questa persona di rei de' nostri mali,  che non hanno altro reo manifesto o   
accusabile,  e a servir di soggetto e scopo della vana vendetta che ci   dolce   
fare  de'  medesimi  mali.  Essi  sono in fatti in tali casi i pi adattati,  e   
quelli di cui ci possiamo dolere  esteriormente  e  interiormente  con  pi  di   
verisimilitudine.  Quindi    che chi governa in pubblico o in privato  sempre   
oggetto d'odio e di querele de' governati.  Gli uomini  sono  sempre  scontenti   
perch  sono  sempre  infelici.  Perci  sono scontenti del loro stato,  perci   
medesimo di chi li governa.  (Essi sentono e sanno bene di essere infelici,  di   
patire,  di non godere,  e in ci non s'ingannano. Essi pensano aver diritto di   
esser felici, di godere, di non patire, e in ci ancora non avrebbero il torto,   
se non fosse che in  fatto  questo  che  essi  pretendono  ,  non  che  altro,   
impossibile.)  [4072]E come non si pu fare che gli uomini sieno mai felici,  e   
per n anche che sieno contenti,  cos niun governante n pubblico n privato,   
qualunque  amore  abbia  a' soggetti,  qualunque cura del loro bene,  qualunque   
sollecitudine di scamparli o sollevarli  dai  mali,  qualunque  merito  insomma   
verso  di loro,  non pu mai ragionevolmente sperare che essi non l'odino e non   
lo querelino,  anche i pi savi,  perch   natura  nell'uomo  il  lagnarsi  di   
qualcuno, quasi altrettanto che l'essere infelice, e questo qualcu                
no  per l'ordinario e molto naturalmente quello che li governa.  Per circa il   
governare non v'ha pur troppo che due partiti veramente savi,  o astenersi  dal   
governo,  sia  pubblico  sia  privato,  o  amministrarlo totalmente a vantaggio   
proprio e non  de'  governati.  (17.  Aprile.  1824.  Sabato  Santo.)Diminutivi   
positivati.  Piscis-poisson.  Notisi che de' diminutivi positivati delle lingue   
moderne altri hanno la diminuzione latina e questa o sonante diminuzione  anche   
nelle  lingue  moderne o no,  altre la diminuzione moderna affatto e non latina   
(18. Aprile. Pasqua. 1824.) e questa talora  diminuzione in quella tal lingua,   
talora in essa no, ma in altre moderne o in altra, sia sorella sia straniera, e   
sia che quella tal parola si trovi veramente in quest'altra lingua o non vi  si   
trovi pi,  almeno con quella diminuzione.  P.e. potrebb'essere che alcune voci   
francesi in in ine ec. in cui questa desinenza  additizia,  perch esse parole   
si   trovano   senza   tal  desinenza  in  latino  o  in  italiano  ec.   sieno   
originariamente diminutivi positivati presi dall'italiano, quando [4073]bene in   
questo non si trovino pi, almeno colla diminuzione, n positivata n veramente   
diminutiva.  (19.  Aprile  1824.).  Cos  dicasi  de'  verbi,  ec.Alla  p.4044.   
Ferdinando il Cattolico non solamente al tempo della lega di Cambrai,  ma anche   
pi anni dopo,  e sciolta gi la lega,  seguit sempre a  spacciare  di  volere   
andar contro gl'infedeli, non pur Mori d'Affrica,                                 
come  diceva  altres,  ma eziandio contro i turchi a Gerusalemme.  Vedi Guicc.   
t.3. p.109. (19.  Aprile.  Luned di Pasqua.  1824.).  Del resto v.  ancora ivi   
p.128.  fine.  V.  p.4081.Senza per oltre (vedi i franc.  e gli spagn.  i quali   
dicono anche nel senso stesso  a  men  de,  oltre  di,  e  viene  a  essere  il   
medesimo).         V.        p.4081.        -        Cos        i        greci   
                                                                                 
l suo contrario. Tali almeno sono i maggiori                                      
e pi veraci piaceri.  I piaceri vivi sono anche manco piaceri.  Sempre portano   
seco  qualche  pena,  qualche  sensazione incomoda,  qualche turbamento,  e ci   
annesso cagionato e dipendente essenzialmente da loro.  (19.  Aprile Luned  di   
Pasqua  1824.).  Dunque  la  vita   un male e un dispiacere per se,  poich la   
privazione di essa in quanto si pu  naturalmente piacere.  Infatti la vita     
naturalmente  uno  stato  violento,  poich  naturalmente priva del suo sommo e   
naturale [4075]bisogno, desiderio, fine, e perfezione che  la felicit.  E non   
cessando  mai questa violenza,  non v' un solo momento di vita sentita che sia   
senza positiva infelicit e positiva pena e dispiacere. (20. Aprile. Marted di   
Pasqua.  1824.).  Massimamente poi quando da una parte colla  civilizzazione     
accresciuta  la  vita  interna,  la  finezza  delle  facolt  dell'anima  e del   
sentimento,  e quindi l'amor proprio e il desiderio della  felicit,  da  altra   
parte  moltiplicata l'impossibilit di conseguirla,  i mali fisici e morali,  e   
finalmente diminuita l'occupazione, l'azione fisica, la distrazione vi            
va e continua. (20. Apr.  1824.)Percussare da percutio.  Crusca.  V.  il Gloss.   
(20.  Apr.  1824.)Quelli  che  non  hanno bisogni sono ordinariamente molto pi   
bisognosi di coloro che ne hanno. Uno de' grandissimi e principalissimi bisogni   
dell'uomo  quello di occupare la  vita.  Questo    altrettanto  reale  quanto   
qualunque  di  quelli  a'  quali occupandola si provvede;  anzi  pi reale,  e   
maggiore eziandio assai,  perch il soddisfare a questo bisogno  l'unico o  il   
principal  mezzo  di  far  la vita meno infelice che sia possibile,  laddove il   
soddisfare a qualsivoglia di quegli altri  per  se,  non    che  un  mezzo  di   
mantenere  la  vita,  la  qual per se stessa nulla importa.  Importa sibbene la   
felicit, o posta la vita,  il menarla meno infelicemente che si possa.  Ora al   
detto massimo bisogno,  che  continuo ed inseparabile dalla vita umana, quelli   
che non hanno bisogni,  o che per dir meglio non sono necessitati di provvedere   
essi  medesimi  a' bisogni che hanno,  gli suppliscono molto pi difficilmente,   
[4076]e pi di rado, e per lo pi per molto minore spazio della loro vita, e in   
generale molto pi incompletamente di quelli che hanno a provvedere  da  se  a'   
propri  bisogni  naturali  e  della  vita.  (20.  Aprile.  Marted  di  Pasqua.   
1824.)Cuerpo mal sustentado y peor COMIDO.  D.  Quij.  ed.  Madrid  1765.  t.4.   
p.220. Muger parida cio que ha parido. ib. p.226. (21. Apr. 1824.)Alla p.4053.   
Nel Secolo di Luigi 14. di Voltaire ed. della Haye 1752                           
.  tome 2.  fine del cap.33.  du jansnisme, p.254. trovo tombeau e subito dopo   
tombe due  volte,  collo  stessissimo  senso  di  tombeau.  (21.  Apr.  1824.)A   
proposito del detto altrove circa i semidei dimostranti l'alta opinione che gli   
antichi   avevano  della  natura  umana,   osservisi  con  quanta  facilit  si   
divinizzavano appresso i romani gl'imperatori o altri della  loro  famiglia,  o   
loro liberti e favoriti,  o vivi ancora,  o morti al tempo e sotto gli occhi di   
quelli che li divinizzavano, anzi allora allora. Non dir gi io che n quelli   
che li divinizzavano,  n le altre persone intelligenti,  n forse anche la pi   
ignorante  feccia del popolo e la pi superstiziosa,  massime in quei tempi gi   
illuminati e disingannati in tante cose (sebbene anche a  quei  tempi  v'aveano   
persone, eziandio tra' nobili e senatori, di maravigliosa superstizione, come e   
pi  che  non  fu Senofonte,  spirito s colto e istruito,  fra' greci in tempi   
simili) credessero veramente alla divinit di quei tali imperatori o parenti  o   
favoriti di essi,  vivi o morti. Ma quest'uso solo di divinizzare delle persone   
[4077]contemporanee,   cosa  che  poich  era  tanto  ricercata  da  un   canto   
dall'ambizione,  dall'altro  dall'adulazione,  non doveva essere al tutto senza   
qualche effetto di persuasione in qualche parte  del  popolo,  dimostra  quanto   
poca  distanza  e  diversit  di  natura  ponessero gli antichi fra il divino e   
l'umano, senza di che non sarebbe stato possibile che una tale                    
assurdit fosse pur venuta loro nella mente.  Certo n anche  a'  pi  barbari,   
ignoranti  e  superstiziosi  tempi  del  Cristianesimo,  niuno pens n avrebbe   
potuto pensare o di far credere ad alcuno o solamente di dire per adulazione  o   
per  altro  qualunque  motivo che una persona non solo contemporanea,  non solo   
viva,  ma morta ed antica e famosa pure per santit e per qualsivoglia virt  o   
dignit,  potenza  ed  opere vere o credute,  fosse stato trasformato o dovesse   
trasformarsi,  non dir nella natura divina,  ma neanche nell'angelica.  E qual   
Cristiano avrebbe osato fare sopra qualsivoglia Principe Cristiano o no,  fosse   
stato anche molto pi grande e formidabile e pi despotico di Augusto,  ed esso   
molto  pi adulatore e pi vile di tutti gli uomini di quel secolo,  un distico   
simile a quello attribuito a Virgilio: Nocte  pluit  tota  ec.?  Qual  Principe   
Cristiano  sarebbesi  fatto  rappresentare cogli attributi non dir dell'Eterno   
Padre o del Figliuolo, ma d'un Angelo o di un Apostolo,  come gl'Imperatori,  i   
loro  parenti,  i loro favoriti,  si facevano scolpire,  dipingere ec.  o erano   
dipinti e scolpiti per adulazione,  non pur  dopo  morte,  ma  in  vita,  cogli   
attributi  e  sotto  la forma di Ercole,  (anche una donna  nel Museo Vaticano   
rappresentata in istatua sotto questa forma,  cio con clava,  pelle  di  leone   
ec.)  di  Venere,  di  Mercurio e simili.  Lascio i templi,  gl'idoli ed altari   
eretti a' viventi appo i Romani, con culto sacrifizi e onori reg                  
olari e giornalieri al tutto divini,  con flamine  apposta  [4078]destinato  al   
particolar  culto di quella divinit ancor vivente (flamen augustalis ec.),  le   
pene decretate ed eseguite contro i bestemmiatori o violatori qualunque  d'esse   
divinit  morte  o vive,  come rei di religione,  non di politica,  le accuse e   
giudizi contro gl'incolpati di tali delitti ec.  ec.  Anche Alessandro si  fece   
passare per figlio di Giove Ammone,  e pare che da qualche parte del popolaccio   
fosse creduto,  non solo de' barbari,  ma  de'  greci  e  macedoni,  ed    ben   
verisimile,  o  certo egli us questa finzione come un mezzo politico per farsi   
rispettare e temere ec.  e tenere in dovere ec.  onde mostra che  egli  giudic   
dovergli essere creduto,  e ci dai greci principalmente e dai macedoni, poich   
i barbari non riconosceano gli stessi di.  Vedi in Luciano tra  i  Diall.  de'   
Morti,  quello  di  Alessandro  e  Diogene,  Alessandro e Filippo,  Alessandro,   
Annibale, Scipione e Minosse. (21. Aprile. 1824.). E certo la Grecia allora non   
era una sciocca n meno illuminata che fosse Roma al tempo degl'Imperatori.(21.   
Apr. 1824.)Diminutivi positivati. Non solo in franc.  pistolet per pistola,  ma   
anche  in  ispagn.  pistolete,  forse  dal franc.  poich in ispagn.  ete non    
diminuzione. (22. Aprile. 1824.). Si dice anche in ispagn.  pistola.  D.  Quij.   
ed. Madrid 1765. t.4. p.237-238. dove poco avanti, p.235. trovi pistolete. (23.   
Aprile 1824.)Alla p.3106. Niuna cosa  forse pi                                  
atta di questa a mostrare la differenza del pensar moderno e del pensare antico   
(massime  molto  antico,  al qual tempo appartiene Frinico e pi che mai Omero)   
intorno  a  questi  punti  di  cui  qui  discorriamo,   differenza  che   tiene   
strettamente  alla  diversit generale dello stato dello spirito umano a' tempi   
antichi e a' moderni.  Quando negli ultimi  anni,  dopo  [4079]il  ritorno  de'   
Borboni,  fu rappresentata a Parigi la Tragedia del Vespro Siciliano,  tragedia   
che ebbe un successo distinto,  qual mai  o  francese  o  straniero,  pens  ad   
accusare  il  poeta  di  poco  amor  nazionale  o di mancamento alcuno verso la   
patria,  per aver commosso o cercato di commuovere sopra una sventura de'  suoi   
nazionali  seguta  per  opera  di  stranieri?  Anzi  chi  non  riput e questo   
proposito e la scelta del soggetto nazionalissima e degnissima quanto qualunque   
altra di un buon cittadino?  perocch il poeta non volle far piangere  sopra  i   
nemici  della Francia,  ma sopra i Francesi sventurati.  Or questo appunto fece   
Frinico, il quale non commosse le lagrime sopra i barbari n per li barbari, ma   
sopra i greci e per li greci.  E per questo medesimo fu condannato,  e  sarebbe   
stato  applaudito per lo contrario,  e stimato buon cittadino,  se avesse fatto   
piangere e rivolta la compassione e piet degli uditori sopra  i  nemici  della   
nazione,  come  fece  Eschilo  ne'  Persiani tragedia che ha per soggetto e per   
materia unica di piet e di terrore i mali de' nemici della Grecia, n            
per fu condannata da alcuno, n stimata altro che nazionalissima. Tale appunto   
n pi n meno si  il caso della Iliade,  che fa piangere quasi  unicamente  o   
certo  principalmente  sopra  e  per li troiani nemici de' suoi.  (23.  Aprile.   
1824.)Nel Dialogo della Natura e dell'Anima ho considerato come  la  ragione  e   
l'immaginazione e in somma le facolt mentali eccellenti nell'uomo sopra quelle   
di  ciascun altro vivente,  gli sieno causa di non poter mai o quasi mai,  e in   
ogni modo difficilmente,  far uso di tutte le sue forze  naturali,  come  fanno   
tutto d e [4080]senza difficult veruna tutti gli altri animali.  Aggiungi. Si   
dice che i pazzi hanno una forza straordinaria,  a cui non  si  pu  resistere,   
massime  da solo a solo.  Si crede che la loro malattia dia questa forza per se   
stessa,  al contrario di tutte l'altre infermit.  Non  egli  chiaro  che  ci   
procede  dal  non  aver  essi in se medesimi niuno impedimento a usare tutte le   
loro forze naturali? che i pazzi hanno pi forza degli altri, solo perch usano   
tutte quelle che hanno,  o maggior parte che gli altri non usano?  appunto come   
fa  un  animale  n  pi n meno.  Dal che deduco: quanti animali che si dicono   
fisicamente essere pi forti dell'uomo,  in verit non lo  sono!  quante  forze   
debbe  avere  perdute  l'uomo  per  i  progressi  del  suo  spirito,  non  solo   
radicalmente,  ma anche per essere impedito a usare quelle che  gli  rimangono!   
quanto  pi forte l'uomo, anche corrotto e indebolito,                           
di quel che egli si crede. I pazzi lo dimostrano, che sovente superano di forze   
fisiche  persone  molto pi robuste di loro,  ed animali creduti ordinariamente   
pi forti dell'uomo a corpo a corpo.  L'ubbriachezza accresce le forze non solo   
radicalmente,  ma eziandio negativamente per l'uso, che ella impedisce o turba,   
della ragione.  Senza un'assoluta mancanza o sospensione  di  quest'uso,  niuno   
uomo n anche irriflessivo,  n anche fanciullo,  n anche selvaggio,  n anche   
disperato (i quali per tutti si vede per  esperienza  che  hanno  o  piuttosto   
mostrano di avere a proporzione molta pi forza de' loro contrari), non usa, n   
anche ne' maggiori bisogni,  ne' maggiori pericoli, tutte le forze precisamente   
che egli ha in tutte le loro specie e in tutta la loro estensione. Non cos gli   
animali: o certo essi risparmiano infinitamente minor parte delle  loro  [4081]   
forze,  anche  ne'  menomi pericoli,  bisogni,  desiderii,  propositi,  che non   
risparmia l'uomo, anche il pi disperato ec., ne' maggiori. (23.  Apr.  1824.).   
Il  detto  de'  pazzi dicasi proporzionatamente de' disperati.  V.  p.4090.Alla   
p.4073. capoverso 2. Cos i franc.   moins que...  ne,  che vale eccetto se...   
non ec.  V. i Diz. 24. Aprile. Sabato in Albis. 1824.)Alla p.4073. capoverso 1.   
 noto che per lunghissimo tempo,  almeno sino alla fine del 400 e ai principii   
del 500,  si continu in Ispagna,  in Germania, e credo in tutta la Cristianit   
(che allora era o tutta o quasi tut                                               
ta Cattolica) a fare questue annue per le crociate da farsi quando  che  fosse,   
le quali questue si chiamavano anche crociate,  e montavano a grossissime somme   
(considerata specialmente la maggiore rarit della moneta a quei tempi),  che i   
Pontefici,  a cui disposizione pare che esse rimanessero, concedevano talvolta,   
ma con grandissime difficult (e non di rado lo negavano) ai rispettivi  Re  di   
potere  usare  ne' loro bisogni,  massime quando erano loro collegati aperti od   
occulti,  favoriti,  per qualche impresa che premeva al Pontefice ec. Cos  il   
Guicc.  pi volte,  e fra l'altre t.3.  p.143.  (24.  Aprile.  Sabato in Albis.   
1824.). Io non so per bene se fossero questue o taglie determinate, e forzose,   
con obblighi di coscienza, o altro. V. gli Storici.  (24.  Aprile.  1824.).  V.   
p.4083.A proposito dei verbi in are fatti da quelli della 3.,  del che altrove,   
v. il Meurs. t.5. opp. p.419. dove per erra deducendo da vellicare che v'abbia   
a essere stato  un  vellare,  mentre  quello    frequentativo  di  vellere  (o   
diminutivo ec.) ed  della prima,  perch tutti i frequentativi o diminutivi di   
questo genere, da qualunque congiugazione di verbi sieno fatti,  sono della 1ma   
.(24.  Apr.  Sabato  in  Albis.  1824.)[4082]Diminutivi positivati.  Perptuel,   
perptuellement.  Continuel,  continuellement.  Si dice  anche  continuement  o   
continment,  e continu.  V.  i Diz. Nota che questi sono diminutivi aggettivi.   
Struzzo-struzzolo. Struffo strufolo. (25. A                                       
pr. 1824. Domenica in Albis.)Apprendre plusieurs langues mdiocrement, c'est le   
fruit du travail de quelques annes;  parler purement et loquemment la  sienne   
c'est le travail de toute la vie. Cos dice Voltaire, la cui lingua pur non era   
che  la  francese,  riputata  la  pi  facile  delle  lingue antiche e moderne.   
Histoire du Sicle de Louis XIV. chap.36. crivains, art.  de Longueru.  ( la   
Haye         1752-3.          t.3.          dans         les         additions.   
p.195-19-                                                                         
.  Ser-v-ant - ser-g-ent.  V.  i Diz.                                             
franc.                                 (26.                                Apr.   
1824.)-                                                                           
Apr.  1824.)Alla  p.4081.  V.  pure  il                                           
Guicc.  3. 216. e che cosa fosse la decima di cui quivi parla, vedilo ib. p.96.   
209. 254. (30. Aprile 1824.). V. pure il Guicc. 3. 248-53.  395.  397./4.  154.   
172-4.-                                                                           
0               0                                                                 
0H                                                                               
                                                                                 
regola de' neutri e de' neutri passivi,  ma io me lo aveva immaginato, io me lo   
aveva dimenticato,  perch quivi il verbo  tanto attivo  quanto  se  senza  il   
pronome si, mi, ti, che nulla altera e nulla vale in questi casi, si dicesse io   
l'aveva dimenticato ec.  E cos in fatti scrivono i buoni scrittori, cio io me   
lo aveva immaginato ec.  e cos si dee scrivere,  n pi n meno  che  in  quei   
verbi attivi in cui il pronome si,  ti, mi ha vero significato, come p.e. io mi   
avea fabbricata una casa,  cio avea fabbricata una casa a me.  Ma moltissime e   
forse  le  pi  volte sbagliano in questo anche gl'intendenti,  scrivendo io me   
l'era immaginato.  E non  maraviglia,  perch similmente sogliono per  lo  pi   
scrivere io m'era fabbricata una casa, come se fabbricarsi fosse qui ne           
utro passivo,  quando  manifesto e fuori di controversia,  che  assolutissimo   
attivo come fabbricare, essendo il mi dativo non accusativo, e lo stesso che si   
dicesse io gli avea fabbricata una casa, [4085]che certo niuno direbbe n dice,   
nemmeno i pi idioti, io gli era fabbricata.  Del resto la detta ridondanza del   
si,  mi,  ti,  dativo,  credo  sia  anche  comune  in genere ai francesi e agli   
spagnoli.(30.  Aprile 1824.).  V.  p.4098.Come la  fisonomia  degli  uomini,  e   
animali sia determinata dagli occhi,  secondo il detto altrove,  osserva che se   
tu disegni un volto umano o animalesco e non vi poni gli  occhi,  tu  non  vedi   
punto  che fisonomia abbia quel volto,  e appena senti (se ben conosci) che sia   
un volto.  Cos i ritratti levati dall'ombra in  profilo  non  paiono  ritratti   
finch  non  vi  si  aggiunga convenientemente quello che dall'ombra non si pu   
ricavare,  dico l'occhio.  Al contrario se ponendovi gli occhi,  lasci  qualche   
altro  membro,  tu  senti  benissimo  che  quello   un volto e ne comprendi la   
fisonomia;  solamente ti parr mostruosa,  ma sempre ti riuscir un volto e una   
fisonomia.  E cos dico a proporzione, del disegnare o accennar gli occhi pi o   
meno imperfettamente, paragonando l'effetto di questa imperfezione in ordine al   
determinar la fisonomia,  coll'effetto di  una  simile  imperfezione  in  altra   
qualunque                               parte                               del   
volt-                                                                             
piacere.   Chi  mi  sa                                                            
spiegare  questa  contraddizione in natura?  (11.  Maggio.  1824.)L'infinito in   
luogo dell'imperativo,  del che ho detto altrove,  si usa in greco massimamente   
colla  negazione,  il  che   al tutto conforme all'uso italiano.  Vedi per es.   
alcuni pseudoracoli in versi  nel  Pseudomantis  di  Luciano,  opp.  1687.  t.1   
pag.765.  lin.14.  28.  778.  fin. in due de' quali luoghi notisi il nominativo   
coll'infinito, come in italiano. (12. Maggio. 1824.)[4088] Bien razonado,  cio   
que  razona  bien.  Cervantes  Novelas exemplares.  Milan.  p.2.  (13.  Maggio.   
1824.)Malheureux per scellerato e peggio ancora,  cio aggiuntovi il disprezzo.   
Aggiungasi al detto altrove in q                                                  
uesto  proposito.(14.  Maggio.  1824.)Affid  cio  fidato  per  fido,  fedele.   
Aggiungasi al detto altrove sui participii  aggettivati  o  sostantivati,  come   
anche affid talora  sostantivo. (14. Maggio. 1824.)Ai frequentatativi in esso   
altrove  notati,  aggiungi  petesso  o petisso da peto,  del quale v.  Forcell.   
aggiungendo a' suoi esempi due che si trovano nel lungo frammento  di  Cicerone   
de suo Consulatu,  che sta nel primo de Divinat., i quali esempi dimostrano pur   
la forza frequentativa di  petesso.  (15.  Maggio.  1824.)Nei  frammenti  delle   
poesie  di  Cicerone  massime  in quelli delle sue traduzioni di Arato,  che si   
trovano principalmente citati da lui,  come nei libri  de  Divinat.  ec.,  sono   
abbondantissimi  i  composti,  e in particolare quelli fatti di pi nomi,  alla   
greca (come mollipes),  gran parte de' quali,  se non la massima,  non  debbono   
avere esempio anteriore, e mostrano essere coniati da lui ad esempio del greco,   
e  forse  per  corrispondere  a  quelli  appunto  che traduceva.  (15.  Maggio.   
1824.)-                                                                           
contento  come  possa                                                             
essere  qualunque altra creatura,  perch'egli  altrettanto contentabile.  (20.   
Maggio                                                                            
. 1824.)Rodo-rosum-rosicchiare, rosecchiare, rosicare (volg.).  Frequentativo o   
diminutivo.  (20.  Maggio.  1824.)Alla  p.4081.  L'uomo  sarebbe onnipotente se   
potesse esser disperato tutta la sua vita, o almeno per lungo tempo, cio se la   
disperazione fosse uno stato che potesse durare. (21. Maggio.  1824.)S' veduto   
altrove  come  la  irregolarit  e  i vizi palpabili delle ortografie straniere   
vengano in gran parte  dall'aver  voluto  accomodare  le  loro  scritture  alla   
latina.  Ora  egli   pur curioso che gli stranieri vogliano poi pronunziare la   
scrittura latina nel modo in cui pronunziano la propria. Questa non corrisponde   
alla parola pronunziata perch l'hanno voluta scrivere alla latina, e le parole   
latine  le  vogliono  poi  pronunziare  [4091]colla  stessa  differenza   dalla   
scrittura,  che usano nel pronunziar le loro parole,  perch sono male scritte.   
Ma se esse sono male scritte,  le latine sono  scritte  bene;  per  s'hanno  a   
pronunziar come sono scritte e non altrimenti;  e gli stranieri mostrano di non   
ricordarsi che essi non pronunziano diversamente da quel che scrivono,  se  non   
perch  vollero scrivere alla latina,  e che l'origine di questa differenza tra   
il loro scritto e il parlato,  e della loro scrittura falsa,  fu l'aver  voluto   
scrivere alla latina mentre parlavano in altro modo,  e l'aver voluto seguitare   
materialmente la scrittura latina,  non falsa ma vera.  Ora avendola  malamente   
voluta prendere per modello, e con ci falsi                                      
ficata la loro scrittura, pretendono poi per questa cagione medesima che quella   
sia  falsa come la loro,  e perch la loro  falsa perciocch segue quella;  il   
che  ben  lepido.  (21.  Maggio.  1824.).  Quelli  poi  che  non  hanno  tolta   
l'ortografia   loro   da'   latini   (sebben  tutti  in  parte  l'han  tolta  o   
immediatamente o mediatamente), e quelli che l'han tolta, in quelle cose in cui   
la loro non deriva da quella, ma  pur viziosa manifestamente perch ripugna al   
lor proprio alfabeto, tralascia lettere e sillabe che s'hanno a profferire,  ne   
scrive  che  non s'hanno a pronunziare;  come mai,  dico,  questi tali hanno da   
credere che l'ortografia latina sia e viziosa perch la loro lo ,  e macchiata   
di quei vizi appunto che ha la loro,  diversissimi poi in ciascuna, di modo che   
ciascuna  nazione  straniera  pronunzia  il  latino  diversamente?  (21.   Mag.   
1824.)[4092]Alla  p.4064.  Da  questo  ragionamento  segue che la maggior parte   
degli altri animali (poich la vita naturale dell'uomo  delle pi lunghe, e il   
suo  sviluppo  corporale    de'  pi  tardi)  sono  anche  per  questa  parte   
naturalmente pi felici di noi, tanto pi quanto il loro sviluppo  pi rapido,   
al  che  corrisponde in ragion diretta la brevit della vita,  perch il Buffon   
osserva  ch'ella    tanto  pi  breve  quanto  pi  rapida    la  vegetazione   
dell'animale  (s'intende del genere,  e spesso anche degl'individui rispetto al   
genere) l'accrescimento del suo corpo e facolt, le sue funzioni animali          
per conseguenza,  e  il  giungere  allo  stato  di  perfezione  e  maturit;  e   
viceversa.  Questo  si  osserva  per  lo  meno  in  quasi  tutti i generi anche   
vegetali. (Buffon, nel capitolo, se non erro, della Vecchiezza). Ond' che p.e.   
i cavalli e poi di mano in mano gli  altri  di  sviluppo  pi  rapido,  sino  a   
quegl'insetti che non vivono pi d'un giorno (v.  il mio Dial. d'un Fisico e di   
un Metafisico) sieno tutti di mano in mano pi e pi disposti naturalmente alla   
felicit che non  l'uomo,  nonostante che la brevit della vita loro sia nella   
stessa  proporzione;  la  qual brevit o lunghezza non aggiunge e non toglie n   
cangia  un  apice  nella  felicit  d'alcun  genere  di   animali   (n   anche   
negl'individui),  come  ho dimostrato nel Dial.  succitato e nel pensiero a cui   
questo si riferisce.(21. Maggio. 1824.)[4093] Le mulina.  Crus.  e Guicc.  t.3.   
p.361.    bis.    (23.    Maggio.    Domenica.   1824.)Diminutivi   positivati.   
Sciurus-cureuil (ant.  escureuil da sciuriculus  o  altro  simile),  schiratto   
(Pozzi  nel  Bertoldo;  noi volgarmente schiriatto) diminutivo o disprezzativo,   
scoiatto    (Pulci    nella    Crus.),    scoiattolo    sopraddiminutivo,     o   
sopraddisprezzativo.  Gli spagnuoli harda,  hardilla.  (23.  Maggio.  Domenica.   
1824.)En tanto in ispagnuolo (del che altrove) o  spesso  o  sempre  vuol  dire   
infino a tanto,  come nelle Novelas exemplares di Cervantes p.79.  ediz. citata   
alcuni pensieri pi sopra. (23. Maggio. Domenica.  1824.).  Cos noi mentre per   
finch.Retinere                                                                   
per  ricordarsi,  come in ital.  ec.  ritenere.  Cos anche il suo continuativo   
retentare sta espressamente per ricordarsi in un luogo di Cic. de Divinat. l.2.   
c.29.  tradotto da Omero,  il quale vedi,  Il.  2  v.301.  (23.  Maggio.  1824.   
Domenica.)Inconsideratus per non considerans,  qui considerare non solet.  Vedi   
Forcell. e Cic. de Divinat. 2. c.27. Cos consideratus nel senso contrario.  V.   
Forcellini.  (23.  Maggio. Domenica. 1824.)Cieo cies civi citum (diverso da cio   
iis ivi itum) co' suoi composti,  aggiungasi ai verbi della seconda che  hanno   
il  perfetto  in  vi,  e il supino in itum breve,  de' quali altrove.  E v.  il   
Forcell.  in  cieo  fine.  (27.  Maggio.  Festa  dell'Ascensione.  1824.)[4094]   
Periurus sembra esser contrazione di periuratus o peieratus che pur si trovano,   
bench  in  altro  senso  (per  peiero si disse anche periero e periuro).  Cos   
iuratus,  coniuratus ec.  in sensi analoghi.  Exanimus e inanimus debbono esser   
contrazioni  di  exanimatus  e  inanimatus,  che  pur  si  trovano.  Similmente   
semianimus di un  semianimatus  dal  semplice  animatus.  Innumerus  debb'esser   
contrazione   di  un  innumeratus  dal  semplice  numeratus,   con  significato   
d'innumerabilis,  come invictus per invincibilis e tanti altri simili,  di  cui   
altrove,  e v.  il Forc. in illaudatus. Queste contrazioni aggiungansi al detto   
d'inopinus necopinus ec.  dove si prova che anche in latino vi fu il costume di   
contrarre il participio della prima colla detrazione delle letter                 
e at, costume frequentatissimo nell'italiano anche in voci per niente latine di   
origine.  (27.-28.  Maggio.  1824.)Non solo gli antichi avevano tanto alta idea   
della natura umana che la stimavano poco inferiore alla divina,  come ho  detto   
altrove  parlando  de'  semidei,  ma  credevano ancora le anime nostre parenti,   
emanazioni,                             parti                             della   
div-                                                                              
dar di                                                                            
morso nella castagna,  e che di questi carcioffi    carestia  grandissima,  ed   
anche la maggior parte di loro  sole foglie senza castagna.  E soggiungeva che   
esso non  si  potendo  accomodare  a  ingoiarsi  le  foglie  ec.  (31.  Maggio.   
1824.)-                                                                           
opere,  e corrispondenti ne' loro fatti alle loro                                 
massime. E si trover quello in un secolo inclinante alla barbarie essere stato   
il padre de' suoi popoli ed esempio di virt  morali  d'ogni  genere  anche  a'   
privati ed a tutti i tempi.  Questo in un secolo sommamente civile essere stato   
il maggior despota possibile, il pi freddo egoista verso i suoi popoli, il pi   
indifferente al loro bene e curante del proprio,  e  solito  e  determinato  ad   
antepor  questo  a  quello,  il maggior disprezzatore dico ne' fatti e in parte   
eziandio ne' detti, della morale in quanto morale, della virt in quanto virt,   
e del giusto come giusto;  in somma,  se non il pi vizioso (ch egli non l'era   
per calcolo),  certo il men virtuoso principe del suo tempo, e forse di tutti i   
tempi, perch non avendo niuna delle virt che vengono, o vogliamo dir venivano   
dalla forza della mente,  mancava anche di quelle che nascono  dalla  debolezza   
(come  n'erano  in  Luigi  XV.).  Fu  anche disaffezionato stranamente alla sua   
patria,  come gli  stato [4098]agramente rimproverato dai Tedeschi e  fra  gli   
altri da Klopstock,  decisamente vago delle cose straniere,  e solito d'antepor   
gli stranieri ai suoi nell'affetto, nella inclinazione e nei fatti. (1. Giugno.   
1824.)Alla p.4085.  Qua si dee riferire il nostro elegante uso di aggiungere il   
pronome  pleonastico nelle frasi indeterminate,  coll'ottativo,  come,  che che   
egli si voglia                                                                    
,  comunque ci si accada,  per quanto egli si dica,  non meno che  me  le  sia   
servitore Caro,  lettera a nome del Guidiccioni lett.35.  o neutri o attivi che   
sieno i verbi.  Ne' quali casi il pronome  sempre  dativo  ed  accidentale  al   
verbo,  e s'inganna a partito chi sopra alcuno esempio s fatto,  battezza quel   
tal verbo per neutro passivo,  come par che voglia fare il Rabbi o il  Bandiera   
ne' Sinonimi v.  Affermare,  dove allegando il Bocc.  Nov. 19. quantunque tu te   
l'affermi  (cio  per  quanto  tu  te  lo  affermi,  maniera  indeterminata)  e   
chiamandolo modo toscano, ne cava il verbo affermarselo, verbo nullo, perch in   
tale  e  simili frasi indeterminate tutti o quasi tutti i verbi attivi o neutri   
passivi possono ricevere  questa  forma  e  ricevonla  elegantemente  (sia  ci   
propriet  toscana o altrimenti),  ma fuor di tali casi in niun modo si direbbe   
affermarselo o affermarsi,  come io mi affermo che tu ec.  o egli se lo afferma   
asseverantemente,  (1.  Giugno.  1824.); e il luogo del Boccaccio non prova che   
ci si possa dire.  Chi che si fosse,  qual o qualche se ne fosse  la  cagione,   
qual si sia o qualsisia, non so chi si fosse che ec. non so [4099] che o quello   
che si faccia o si voglia ec. (2. Giugno. 1824.). V. p.4103.Pesado per pesante,   
que  pesa,  tanto  nel proprio come nel figurato.(2.  Giugno.  1824.)Non si pu   
meglio spiegare l'orribile mistero delle cose e della esistenza universale  (v.   
il mio Dialogo della Natura e di un Islandese, mas                                
sime  in  fine)  che  dicendo essere insufficienti ed anche falsi,  non solo la   
estensione,  la portata e le forze,  ma i principii stessi  fondamentali  della   
nostra ragione. Per esempio quel principio, estirpato il quale cade ogni nostro   
discorso  e  ragionamento ed ogni nostra proposizione,  e la facolt istessa di   
poterne fare e concepire dei veri,  dico  quel  principio.  Non  pu  una  cosa   
insieme essere e non essere,  pare assolutamente falso quando si considerino le   
contraddizioni palpabili che sono in natura. L'essere effettivamente,  e il non   
potere  in  alcun modo esser felice,  e ci per impotenza innata e inseparabile   
dall'esistenza,  anzi pure il non poter non essere infelice,  sono  due  verit   
tanto  ben dimostrate e certe intorno all'uomo e ad ogni vivente,  quanto possa   
esserlo verit alcuna secondo i nostri principii e  la  nostra  esperienza.  Or   
l'essere,  unito  all'infelicit,  ed  unitovi  necessariamente  e  per propria   
essenza,   cosa contraria dirittamente a se stessa,  alla perfezione e al fine   
proprio  che    la  sola felicit,  dannoso a se stesso e suo proprio inimico.   
Dunque  l'essere  dei  viventi    in  contraddizione  naturale  essenziale   e   
necessaria con se [4100]medesimo. La qual contraddizione apparisce ancora nella   
essenziale imperfezione dell'esistenza (imperfezione dimostrata dalla necessit   
di  essere  infelice,  e  compresa  in  lei);  cio nell'essere,  ed essere per   
necessit imperfettamente, cio con esistenza non vera e propria.                 
Di pi che una tale essenza comprenda in se una necessaria cagione e  principio   
di  essere  malamente,  come  pu stare,  se il male per sua natura  contrario   
all'essenza  rispettiva  delle  cose  e  perci  solo    male?   Se   l'essere   
infelicemente  non   essere malamente,  l'infelicit non sar dunque un male a   
chi la soffre n contraria e nemica al suo subbietto,  anzi gli  sar  un  bene   
poich  tutto  quello che si contiene nella propria essenza e natura di un ente   
dev'essere un bene per quell'ente.  Chi  pu  comprendere  queste  mostruosit?   
Intanto  l'infelicit  necessaria  de' viventi  certa.  E per secondo tutti i   
principii della ragione ed esperienza nostra,   meglio assoluto ai viventi  il   
non essere che l'essere. Ma questo ancora come si pu comprendere? che il nulla   
e  ci  che non ,  sia meglio di qualche cosa?  L'amor proprio  incompatibile   
colla felicit,  causa della infelicit necessariamente,  se non vi fosse  amor   
proprio  non  vi sarebbe infelicit,  e da altra parte la felicit non pu aver   
luogo senz'amor proprio,  come ho provato altrove,  e l'idea di quella  suppone   
l'idea  e  l'esistenza di questo.Del resto e in generale  certissimo che nella   
natura delle cose si scuoprono mille contraddizioni in mille generi e di  mille   
qualit,  non  delle  apparenti,  ma  delle  dimostrate  con  tutti  i  lumi  e   
l'esattezza la pi geometrica della metafisica e della logica; e tanto evidenti   
per noi quanto lo  la verit della proposizione Non pu una cos                  
a a un tempo essere e non essere. Onde ci bisogna rinunziare alla credenza o di   
ques-                                                                             
rdentissimo    dell'amante    (del    proprio     amante).(13.                    
Giugno-                                                                           
a, in tutta l'Europa e America civile) che alla                                   
greca.    (15.   Giugno.   Festa   di   S.   Vito   Protettore   di   Recanati.   
182-                                                                              
imagination  vive  et                                                             
d'une ame ardente,  se livrrent  des vertus qui les flattoient d'autant plus,   
qu' elles toient pnibles. Il est presqu'gal pour le bonheur de satisfaire de   
grandes passions,  ou de les vaincre.  L'ame est heureuse par ses  efforts;  et   
pourvu  qu'elle  s'exerce,  peu  lui  importe  d'exercer  son  activit  contre   
elle-mme. Thomas Essai sur les Femmes. Oeuvres, Amsterdam 1774. tome 4. p.340.   
(24. Giugno. Festa di S. Giovanni Battista. 1824.)[4104] Agnomen, cognomen, coi   
derivati ec.  aggiungansi al detto altrove circa il g  premesso  a  varie  voci   
latine,  come nosco agnosco ec. Anche nomen viene da nosco. (25. Giug. 1824.)Il   
tale diceva che noi venendo in questa vita,  siamo come chi  si  corica  in  un   
letto duro e incomodo,  che sentendovisi star male,  non vi pu star quieto,  e   
per si rivolge cento  volte  da  ogni  parte,  e  proccura  in  vari  modi  di   
appianare,  ammollire ec.  il letto, cercando pur sempre e sperando di avervi a   
riposare e prender sonno,  finch senz'aver dormito n riposato vien  l'ora  di   
alzarsi.  Tale e da simil cagione  la nostra inquietudine nella vita, naturale   
e giusta scontentezza d'ogni  stato;  cure,  studi  ec.  di  mille  generi  per   
accomodarci e mitigare un poco questo                                             
letto;     speranza     di     felicit     o     almen     di    riposo,     e   
mo-                                                                               
to ch'ei dice dei legami di  societ                                              
sostituiti a quei di famiglia,  di ristrette amicizie ec.  ben puossi applicare   
all'amore universale  sostituito  al  patrio  al  domestico  ec.  (27.  Giugno.   
Domenica.  1824.)Callado per tacente, come tacitus da taceo-itum, del [4105]che   
altrove.  Cervantes  Novelas  exemplares,  Milan  1615.  p.431.  (27.   Giugno.   
1824.)Dilettare-dileticare  coi  derivati  ec.  frequentativo o diminutivo alla   
latina,  e pu anche aggiungersi agli esempi delle forme frequentative italiane   
di verbi, da me altrove raccolte. Avvertasi per che ha un significato diverso   
da  dilettare,  e  forse    corruzione  di solleticare,  e cos diletico,  che   
altrimenti sar un diminutivo o freque                                            
ntativo di diletto.  (29.  Giugno.  Festa di S.  Pietro.  giorno mio natalizio.   
1824.)L'infelicit  abituale,  ed  anche  il  solo essere abitualmente privo di   
piaceri e di cose che  lusinghino  l'amor  proprio,  estingue  a  lungo  andare   
nell'anima  la pi squisita ogn'immaginazione,  ogni virt di sentimento,  ogni   
vita ed attivit e forza,  e quasi ogni facolt.  La cagione    che  una  tale   
anima,  dopo  quella prima inutile disperazione,  e contrasto feroce o doloroso   
colla necessit,  finalmente riducendosi in istato  tranquillo,  non  ha  altro   
espediente  per  vivere,  n altro produce in lui la natura stessa ed il tempo,   
che un abito di tener continuamente represso e prostrato l'amor proprio, perch   
l'infelicit offenda meno e sia tollerabile e compatibile colla  calma.  Quindi   
un'indifferenza  e  insensibilit  verso se stesso maggior che  possibile.  Or   
questa  una perfetta morte dell'animo e delle  sue  facolt.  L'uomo  che  non   
s'interessa a se stesso,  non e capace d'interessarsi a nulla, perch nulla pu   
interessar l'uomo se non in relazione a se stesso, pi o men vicina e palese, e   
di qualunque sorte ella sia.  Le bellezze della  [4106]natura,  la  musica,  le   
poesie pi belle, gli avvenimenti del mondo, felici o tragici, le sventure o le   
fortune  altrui,  anche  dei  suoi  pi  stretti,  non  fanno  in  lui  nessuna   
impressione viva,  non lo risvegliano,  non  lo  riscaldano,  non  gli  destano   
immagine, sentimento, interesse alcuno, non gli danno n piacere n d             
olore,  se  bene pochi anni avanti lo empievano di entusiasmo e lo eccitavano a   
mille creazioni.  Egli stupisce stupidamente della sua sterilit  e  della  sua   
immobilit e freddezza.  Egli  divenuto incapace di tutto, inutile a se e agli   
altri,  di capacissimo ch'egli era.  La vita  finita quando l'amor proprio  ha   
perduto  il  suo  ressort.  Ogni potenza dell'anima si estingue colla speranza.   
Voglio dire colla disperazione placida,  perch  la  furiosa    pienissima  di   
speranza, o almeno di desiderio, ed anela smaniosamente alla felicit nell'atto   
stesso  che impugna il ferro o il veleno contro se medesimo.  Ma il desiderio    
pi spento che sia possibile in un'anima avvezza a vederli sempre  contrariati,   
e  ridotta  o  per  riflessione o per abito o per ambedue a sopirli e premerli.   
L'uomo che non desidera per se stesso e non ama se  stesso  non    buono  agli   
altri.  Tutti i piaceri,  i dolori, i sentimenti e le azioni che gl'inspiravano   
le cose dette di sopra,  cio la natura e il resto,  si riferivano in un modo o   
nell'altro  a se stesso,  e la loro vivezza consisteva in un ritorno vivo sopra   
se medesimo. Sacrificandosi ancora agli altri,  non d'altronde egli ne aveva la   
forza   se   non   da   questo   ritorno  e  rivolgimento  sopra  di  se.   Ora   
[4107]senz'alcuna ferocia,  n misantropia n rancore  n  risentimento,  senza   
neppure  egoismo,  quell'anima  gi  poco  prima  s  tenera  insensibile alle   
lagrime, inaccessibile alla compassione. Si mover anche a soccorre               
re,  ma non a compatire.  Beneficher o sovverr,  ma per una  fredda  idea  di   
dovere o piuttosto di costume, senza un sentimento che ve lo sproni, un piacere   
che  gliene  venga.  La noncuranza vera e pacifica di se stesso  noncuranza di   
tutto, e quindi incapacit di tutto, ed annichilamento dell'anima la pi grande   
e fertile per natura.Questo medesimo effetto  che  produce  la  infelicit,  lo   
produce,  come ho detto,  l'abito di non provare o non vedersi d'innanzi alcuna   
apparenza di felicit,  alcun dolce futuro,  alcun piacere  grande  o  piccolo,   
alcuna fortuna della giornata o durevole, alcuna carezza e lusinga degli uomini   
o  delle  cose.  L'amor proprio non mai lusingato,  si distacca inevitabilmente   
dalle cose e dagli uomini (fosse pur sommamente filantropo e tenero),  e l'uomo   
abituandosi  a  non veder nella vita e nel mondo nulla per se,  si abitua a non   
interessarvisi,  e tutto divenendogli indifferente,  il pi gran genio  diventa   
sterile e incapace anche di quello di cui sono capacissimi gli animi per natura   
pi poveri,  infecondi,  secchi ed inetti.  (29.  Giugno.  Festa di S.  Pietro.   
giorno mio natalizio.  1824.).  Il che sempre pi privandolo d'ogni illusione e   
successo dell'amor proprio, sempre pi conferma in lui l'abito di noncuranza, e   
d'inettitudine e spiacevolezza. Trista condizione del genio, tanto pi facile a   
cadere  in  questo  stato (che certo [4108]non  strettamente proprio se non di   
lui), quanto da principio il suo amor prop                                        
rio  pi vivo,  e quindi pi  avido  e  bisognoso  di  lusinghe  e  piaceri  e   
speranze,  meno  facile ad apprezzare e soddisfarsi di quelle e quelli che agli   
altri bastano, e pi sensibile alle offese e punture che i volgari non sentono.   
(29.   Giugno.   Festa  di  S.   Pietro.   d   mio   natalizio.   1824.).   V.   
p.4109.-                                                                          
immortelle.  Thomas  [4109]loc.  cit.  qui dietro,                                
p.37.  Sa gometrie toit si fort au dessus  de  son  sicle  qu'il  n'y  avoit   
rellement  que  trs  peu d'hommes en tat de l'entendre.  C'est ce qui arriva   
depuis  Newton; c'est ce qui arrive  presque tous les grands hommes.  Il faut   
que leur sicle coure aprs eux pour les atteindre.  Id. ib. not.22. p.143. (2.   
Luglio. Festa della Visitazione di Maria Santissima. 1824.)Alla p.2811. marg. E   
cos                                                                      anche   
cenarii.  V.  Luciano  sulla  fine  del  Toxaris  sive  de                        
Amicitia, opp. 1687. t.2. p.72. Furono poi introdotti a' tempi romani in alcune   
citt greche (d'Asia o d'Europa) i circhi e i ludi gladiatorii  [4110]usati  in   
Roma.  E forse di questi tempi intende Luciano di parlare,  anzi certo,  poich   
dal resto del Dialogo apparisce che egli finge il Dialogo a' tempi romani.  Del   
rimanente,  v.  Fusconi Dissertat.  de Monomachia Rom.  1821.  p.9. not.43. (4.   
Luglio.  Domenica.  1824.   infraottava  della  Visitazione  di  Maria  Vergine   
Santissima.). V. anche Luciano 2. 111.Calc                                        
agna (4.  Luglio.  1824.)Alla pag. antecedente. Un tal uomo ha tanto coraggio a   
operare o a risolversi di operare quanto chi   certo  o  quasi  certo  di  non   
conseguire  il  fine  di  una  operazione  particolare.  (4.  Luglio.  Domenica   
infraottava della Visitazione.  1824.)Il titolo  di  divino  (divinamente  ec.)   
solito  darsi  in  greco,  in latino e nelle lingue moderne per una conseguenza   
dell'uso di quelle, agli uomini e alle cose singolari, eccellenti ec.  ancorch   
in niente sacre n appartenenti alla Divinit, non avrebbe certamente avuto mai   
principio  n  luogo  nel  Cristianesimo.  Esso  uso    un residuo dell'antica   
opinione che innalzava gli uomini poco pi sotto degli Dei ec., del che altrove   
in pi luoghi. (6.  Luglio.  1824.)Al detto altrove circa l'uso latino conforme   
all'italiano  di  usare  pleonasticamente il pronome dativo sibi,  v.  anche il   
Forcell. in mihi, tibi,  nobis e simili altri dativi di pronomi personali.  (7.   
Luglio.   infraottava   della   Visitazione   di   Maria   Vergine  Santissima.   
1824.)Diminutivi positivati. Sommolo. V. la Crusca.  (7.  Luglio.  1824.)[4111]   
Expriment   (instruit   par   l'exprience)   inexpriment  (qui  n'a  point   
d'exprience). (11. Luglio. Domenica.  1824.)Diminutivi positivati.  Myrtus,  -   
mortella (se  per la stessa pianta).  V.  franc.  spagn. ec. ec. (11. Luglio.   
Domenica. 1824.)Quando noi diciamo che l'anima  spirito,  non diciamo altro se   
non che ella non  materia, e pronunziamo in sostanza una                         
negazione,  non un'affermazione.  Il che  quanto dire che spirito  una parola   
senza idea,  come tante altre.  Ma perocch noi abbiamo trovato  questa  parola   
grammaticalmente positiva,  crediamo, come accade, avere anche un'idea positiva   
della natura dell'anima che con quella voce si esprime.  Nel  metterci  per  a   
definire  questo spirito,  potremo bene accumulare mille negazioni o visibili o   
nascoste,  tratte dalle idee e propriet della materia,  che  si  negano  nello   
spirito,  ma  non  potremo  aggiungervi niuna vera affermazione,  niuna qualit   
positiva,  se non tratta dagli effetti  sensibili,  e  quindi  in  certa  guisa   
materiali, (il pensiero, il senso ec.) che noi gratis ascriviamo esclusivamente   
a  esso spirito.  E quel che dico dell'anima dico degli altri enti immateriali,   
compreso        il        Supremo.        (11.        Luglio.         Domenica.   
1824.).-                                                                          
ilan.     p.580.     (15.     Luglio.                                             
1824.)Adultus o venga da adolesco o  da  adoleo    originariamente  participio   
neutro passato,  di un verbo neutro.  (15. Luglio. 1824.)Diminutivi positivati.   
Muscus-muschio.Desatentado. Cervantes loc. cit. qui sopra p.605.  (16.  Luglio.   
1824.)[4113] Entreabrir,  entre oscuro (Cervantes loc. cit. qui dietro, p.588.)   
e simili (v.  il Diz.  spagnuolo  in  entre...)  aggiungasi  al  detto  altrove   
dell'antico  uso d'inter per fere ec.,  conservato ne volgari moderni.  Cos in   
franc. entrevoir ec. ec. (16. Luglio. 1824.)Apercebido, di cui altrove,  notisi   
che non  participio di verbo neutro,  ma attivo, ed  participio passivo. (17.   
Lugl.  1824.)Del bello esterno come sia  relativo  vedi  un  luogo  insigne  di   
Cicerone  De  Natura  Deorum  1.   27-29.(19.  Luglio.  1824.)Diminutivi  greci   
positivati.                                                                       
carduelis.   Cos   poisson   per                                                 
piscis.                                                                           
Cos-                                                                             
ballo                                                                             
tondo,          com'era         quello         dei          cori,          onde   
esser  sempre  un giudice giusto.  Vedi                                           
Thomas loc. cit.  qui dietro,  chapitre 26.  p.46-47.  (26.  Agos.  1824.)Delle   
vicende della lingua francese,  v.  Thomas l.c.  chap.28. p.85-97. (26. Agosto.   
1824.)-                                                                           
ntic-                                                                             
hi, chi ha pratic                                                                 
a di loro ed osserva bene. (7. Sett. 1824.)Cura spagn.  per curato.  V.  un es.   
simile            di           Ovid.            e           altri           nel   
Forcell.-                                                                         
quella che a noi  per  cagioni  relative  par                                     
tale,  onde  il  donnesco    chiamato  il bel sesso,  laddove se le sole donne   
giudicassero,  o  chi  non  fosse  donna  n  uomo,  chiamerebbe  senza  dubbio   
                                                                                
ente  o  evidentemente.  V.  la  Crusca.  (22.  Ott.  1824.).                     
Biasimat-                                                                         
cano solo l'aspettazione del futuro, e per anche                                 
del     male,      in     latino     in     greco,      in     italiano      in   
ispagnu-                                                                          
                                                                                 
a                                                                                 
tutti i secoli (e cos dalle nazioni) anche i pi barbari,  di essere superiori   
in civilt,  in perfezione,  anche in letteratura  (bench  ignorantissimi),  a   
tutti   i  secoli  precedenti,   e  a  ciascun  d'essi,   anche  civilissimo  e   
l-                                                                                
ese  in   inglese   ec.   e   anche   in                                          
ispagnuolo. (18. Feb. 1. Venerd di Quare                                         
sima  1825.)Trovasi  nella  storia  commentizia d'Apollonio Discolo cap.24.  un   
tratto il quale fa credere che anche  gli  antichi  conoscessero  quella  razza   
d'uomini  detti  mori  bianchi,  della quale v.  Voltaire opere scelte,  Londra   
(Venezia) 1760. in 3. tomi, tom.1, p.113. e Robertson Stor. d'Amer. Ven. 1794.   
tom.2. p.125. seg.  e che questa razza si trovasse anche in Europa.  Vi si cita   
Eudosso     rodio.     V.     anche     Plin.     Buffon    ec.     se    hanno   
co-                                                                               
                                                                                
                                                                                 
civilizzati,  (come i  Greci  nella  favola  dei  Giganti)  hanno  supposto  il   
principio cattivo vinto e sottomesso dal buono.  (19.  Marzo. 1825. Festa di S.   
Giuseppe.)Improvviso per qui non providit, o non providet, sprovvisto (e questo   
ancora  piuttosto per chi non ha provvisto che per  chi  non  si    o  non     
provvisto,  e cos sprovveduto).  Ricordano Malespini.  Fir.  1816. c.49. p.44.   
fine.  c.168.  p.134.  non provveduto nello stesso senso.  Ricordano c.198.  G.   
Vill.  l.7.  c.24.  V. Forc. Crusca ec. (21. Marzo. 1825.)Gioia-gioiello, jewel   
(ingl.).  Vedi  Franc.  Spagn.  ec.   Bush  (ingl.)  -  buisson.   V.   i  Diz.   
franc.Porfiado per que porfia.  Profuso per che profonde. V. Crus. Forc. spagn.   
franc.  ingl.Obliviscor da un perduto verbo  oblivio-obbliare  per  obbliviare,   
mangiato il v al solito,  e congiunti i due i in uno,  come obblio da oblivium.   
V. Forc.  ec.Sporgere - sportare.  (23.  Marzo.  1825.).  Che porto as venga da   
[4127]  porrigo,  contratto il suo porrectus in portus (v.  Forcell.  ec.) come   
appresso di noi (porgere - p                                                      
rto, sporgere - sprto),  e come perrectus  contratto in pertus nel despierto   
e despertar spagn.  da espergiscor,  del che abbiamo detto altrove? (24. Marzo.   
Vigilia dell'Annunziazione di Maria SS. 1825.)Bollito per bollente. Fiorito per   
fiorente:    florido     spagn.     fleuri.Particolare,     particulier     ec.   
(come-                                                                            
ant, et nuit                                                                    
sa  vie.  L'autre,  [4128]que la douleur conduit quelquefois  la conservation:   
par exemple un homme qui se fait couper  un  membre  gangren,  souffre  de  la   
douleur,  et c'est afin de ne pas prir tout entier.  Volney, La loi naturelle,   
ou Catchisme du citoyen franais,  chap.3.   la suite des Ruines (Les Ruines)   
ou Mditation sur les Rvolutions des Empires, par le mme auteur, 4me dition.   
Paris 1808.  p.359-360. Bisogna distinguere tra il fine della natura generale e   
quello della umana, il fine dell'esistenza universale, e quello della esistenza   
umana,  o per meglio dire,  il fine naturale  dell'uomo,  e  quello  della  sua   
esistenza.  Il fine naturale dell'uomo e di ogni vivente, in ogni momento della   
sua esistenza sentita,  non  n pu essere altro che la felicit,  e quindi il   
piacere,  suo  proprio;  e questo  anche il fine unico del vivente in quanto a   
tutta la somma  della  sua  vita,  azione,  pensiero.  Ma  il  fine  della  sua   
esistenza,   o  vogliamo  dire  il  fine  della  natura  nel  dargliela  e  nel   
modificargliela, come anche nel modific                                           
are l'esistenza degli altri enti, e in somma il fine dell'esistenza generale, e   
di quell'ordine e modo di essere che hanno  le  cose  e  per  se,  e  nel  loro   
rapporto  alle  altre,  non  certamente in niun modo la felicit n il piacere   
dei viventi,  non  solo  perch  questa  felicit    impossibile  (Teoria  del   
piacere),  ma  anche  perch  sebbene la natura nella modificazione di ciascuno   
animale e delle altre cose per rapporto a loro,  ha provveduto e forse avuto la   
mira  ad  alcuni piaceri di essi animali,  queste cose sono un nulla rispetto a   
quelle nelle quali il modo di essere di ciascun vivente,  e  delle  altre  cose   
rispetto a loro,  risultano necessariamente e costantemente in loro dispiacere;   
sicch e la somma e la intensit del  dispiacere  nella  vita  intera  di  ogni   
animale,  passa  senza comparazione [4129]la somma e intensit del suo piacere.   
Dunque la natura,  la esistenza non ha in niun modo per fine il piacere  n  la   
felicit  degli  animali;  piuttosto  al contrario;  ma ci non toglie che ogni   
animale abbia di sua natura per necessario,  perpetuo e solo suo  fine  il  suo   
piacere,  e  la sua felicit,  e cos ciascuna specie presa insieme,  e cos la   
universit dei viventi.  Contraddizione evidente e innegabile nell'ordine delle   
cose e nel modo della esistenza, contraddizione spaventevole; ma non perci men   
vera: misterio grande,  da non potersi mai spiegare,  se non negando (giusta il   
mio sistema) ogni verit o falsit assoluta, e rinunziando i                      
n certo modo anche al principio di cognizione,  non potest idem simul  esse  et   
non  esse.  Un'altra  contraddizione,  o  in altro modo considerata,  in questo   
essere gli animali necessariamente e regolarmente  e  per  natura  loro  e  per   
natura universale,  infelici (essere - infelicit,  cose contraddittorie), si    
da me dichiarata altrove.Del resto l'argomento di Volney vale egualmente contro   
quello che egli dice essere le but immdiat et direct de la nature  (intender,   
credo,  la  natura  dell'uomo),  cio  la  conservation  de  soimme,  (negando   
espressamente che le bonheur sia le but immdiat et direct de la nature,  bens   
un  objet  de  luxe,  surajout    l'objet  NCESSAIRE  ET  FONDAMENTAL  de la   
conservation).  Poich,  dato  ancora,   che    falsissimo,   che  la  propria   
conservazione  sia  l'oggetto immediato e necessario della natura dell'animale,   
certo essa non lo  della natura universale,  n di quella degli altri  animali   
rispetto  a  ciascuno  di  loro (il che dee servire anche per il detto [4130]di   
sopra). Anzi il fine della natura universale  la vita dell'universo,  la quale   
consiste   ugualmente  in  produzione  conservazione  e  distruzione  dei  suoi   
componenti,  e quindi la distruzione di ogni animale entra nel fine della detta   
natura  almen tanto quanto la conservazione di esso,  ma anche assai pi che la   
conservazione,  in quanto si vede che sono pi assai quelle cose che  cospirano   
alla distruzione di ciascuno animale che non quelle che favoriscono la            
sua  conservazione;  in  quanto  naturalmente  nella  vita  dell'animale occupa   
maggiore spazio la declinazione e consumazione ossia invecchiamento  (il  quale   
incomincia nell'uomo anche prima dei trent'anni) che tutte le altre et insieme   
(v. Dial. della natura e di un Islandese, e Cantico del Gallo silvestre), e ci   
anche  in  esso  animale  medesimo  indipendentemente dall'azione delle cose di   
fuori;  in quanto finalmente lo spazio della conservazione cio  durata  di  un   
animale    un  nulla  rispetto  all'eternit  del  suo  non  essere cio della   
conseguenza e quasi durata della sua distruzione. Similmente mille cose e mille   
animali che non hanno in niun  modo  per  fine  la  conservazione  di  un  tale   
animale,   hanno  bens  una  tendenza  assoluta  a  distruggerlo,   o  per  la   
conservazione propria o per altro. E ci s'intenda di individui e di specie.  E   
il  numero di tali individui o specie animali o no,  tendenti naturalmente alla   
distruzione di una qualsisia specie o individuo di animale (siccome  di  quelle   
tendenti   al   suo   dispiacere)    maggiore  di  quello  tendente  alla  sua   
conservazione  (siccome  al  suo  piacere).Del  resto  che  il  fine   naturale   
dell'animale  non  sia  la  propria conservazione direttamente e immediatamente   
cio per causa di se medesima,  [4131]si  dimostrato nel Dial.  di un Fisico e   
un Metafisico.  L'uomo ama naturalmente e immediatamente solo il suo bene, e il   
suo maggior bene,  e fugge naturalmente e immediatamente solo il suo male e  il   
suo                                                                               
maggior male: cio quello che per tale egli giudica. Se gli uomini preferiscono   
la  vita  a  ogni  cosa,  e fuggono la morte sopra ogni cosa,  ci avviene solo   
perch ed in quanto essi giudicano la vita essere il loro maggior  bene  (o  in   
se,  o  in quanto senza la vita niun bene si pu godere),  e la morte essere il   
loro  maggior  male.   Cos  l'amor  della  vita,   lo  studio  della   propria   
conservazione,  l'odio e la fuga della morte,  il timore di essa e dei pericoli   
d'incontrarla,  non  nell'uomo  l'effetto  di  una  tendenza  immediata  della   
natura,  ma  di un raziocinio,  di un giudizio formato da essi preliminarmente,   
sul quale si fondano questo amore e questa fuga;  e quindi l'una e l'altra  non   
hanno altro principio naturale e innato, se non l'amore del proprio bene il che   
viene a dire della propria felicit,  e quindi del piacere, principio dal quale   
derivano similmente tutti gli altri affetti ed atti dell'uomo. (E quel che dico   
dell'uomo intendasi di tutti i viventi). Questo principio non  un'idea, esso    
una tendenza, esso  innato. Quel giudizio  un'idea,  per tanto non pu essere   
innato.  Bens  egli    universale,  e  gli  uomini  e  gli  animali  lo fanno   
naturalmente, nel qual senso egli si pu chiamar naturale. Ma ci non prova che   
egli sia n innato n vero.  P.e.  l'uomo crede e giudica naturalmente  che  il   
sole  vada  da  oriente  a  occidente,  e  che  la  terra non si muova: tutti i   
fanciulli, tutti gli uomini che veggano da prima il fenomeno del                  
[4132]giorno e che vi  pongano  mente,  (se  non  sono  gi  preoccupati  dalla   
istruzione)   concepiscono   questa   idea,   formano   questo  giudizio,   ci   
immantinente, ci immancabilmente, ci con loro piena certezza: questo giudizio   
 dunque naturale e universale,  e pure non  n innato (perocch   posteriore   
alla  esperienza dei sensi,  e da essa deriva),  n vero,  perocch in fatti la   
cosa  al contrario.  Cos di mille  altri  errori  e  illusioni,  mille  falsi   
giudizi,  in  cose  fisiche,  e  pi  in  cose  morali,  naturali,  universali,   
immancabilmente concepiti da tutti, e ci con piena certezza di persuasione,  e   
la  cui  naturalit  e  universalit non per tanto non prova per niente la loro   
verit n il loro essere innati.  Conchiudo che l'amore e studio della  propria   
conservazione  non    nell'uomo  una  qualit  ec.   immediata,  ma  derivante   
dall'amore della propria felicit (che  veramente  immediato),  e  derivantene   
per  mezzo  di  un'idea,  di un giudizio (e questo falso),  il quale mancando o   
cangiandosi,  l'uomo manca dell'amore della propria conservazione,  lo converte   
in odio della medesima,  fugge la vita,  segue la morte;  il che egli non fa n   
pu fare mai, n pure un momento, verso la sua propria felicit, ossia piacere,   
da un lato,  e la sua propria infelicit dall'altro;  n anche quando egli  sia   
pazzo e furioso;  nel quale stato bene egli talvolta volontariamente si uccide,   
ma non lascia mai di amare sopra ogni cosa e proccurare altres quello che eg     
li giudica  essere  sua  felicit,  e  sua  maggiore  felicit.  (5-6.  Aprile.   
1825.)Sa-v-ona.  Molti antichi,  come G.  Villani (per es.  l.7. c.23.) Sa-ona,   
come Faenza anche oggi per Faventia, dicendosi per dal Guicc.  e altri antichi   
Faventino per Faentino,  del che altrove.  (6.  Aprile.  1825.)[4133]Diminutivi   
positivati.                                                                       
                                                                                 
catena degli esseri, e all'ordine e alla esistenza di questo tale universo,  al   
quale  sia  utile il loro danno,  poich la loro esistenza  un danno per loro,   
essendo  essenzialmente  una  souffrance.   Quindi  questa  loro  necessit      
un'imperfezione della natura, e dell'ordine universale, imperfezione essenziale   
ed ete                                                                            
rna,   non  accidentale.  Se  per  la  souffrance  d'una  menoma  parte  della   
[4134]natura,  qual  tutto il genere animale preso insieme,  merita  di  esser   
chiamata  un'imperfezione.  Almeno  ella    piccolissima e quasi un menomo neo   
nella natura universale nell'ordine ed esistenza del gran tutto.  Menomo perch   
gli animali rispetto alla somma di tutti gli altri esseri, e alla immensit del   
gran  tutto  sono  un nulla.  E se noi li consideriamo come la parte principale   
delle cose,  gli esseri pi considerabili,  e perci come una parte non minima,   
anzi massima,  perch grande per valore se minima per estensione; questo nostro   
giudizio viene dal nostro modo di considerar le cose, di pesarne i rapporti, di   
valutarle comparativamente, di estimare e riguardare il gran sistema del tutto;   
modo e giudizio naturale a noi che facciamo parte noi stessi del genere animale   
e sensibile,  ma non vero,  n fondato sopra basi indipendenti e  assolute,  n   
conveniente  colla  realt delle cose,  n conforme al giudizio e modo (diciamo   
cos) di pensare della natura universale,  n corrispondente all'andamento  del   
mondo,  n  al vedere che tutta la natura,  fuor di questa sua menoma parte,     
insensibile, e che gli esseri sensibili sono per necessit souffrants,  e tanto   
pi sempre,  quanto pi sensibili.  Onde anzi si dovrebbe conchiudere, che essi   
stessi, o la sensibilit astrattamente,  sono una imperfezione della natura,  o   
vero gli ultimi, cio infimi di grado e di nob                                    
ilt  e  dignit  nella  serie  degli esseri e delle propriet delle cose.  (9.   
Aprile. Sabato in Albis. 1825.). V. p.4137.Sentido de la perdita per que siente   
(senziente, che si duole) la perdida. Penato per penante. Crus.  in penato e in   
penare                                                                            
e-                                                                                
so  nella  societ,  pu non esser                                                
buono,  pu esser dannosissimo,  perch quella parte della condizione  naturale   
pu essere ripugnante allo stato di stretta societ,  il quale altres non  in   
natura. Non sono naturali molte medicine, ma come non sono in natura quei morbi   
a cui elle rimediano, pu ben essere ch'elle sieno convenienti all'uomo,  posti   
quei  morbi.  La  distruzione  delle  illusioni,  quantunque  non naturali,  ha   
distrutto l'amor di patria, di gloria, di virt ec. Quindi  nato, anzi rinato,   
uno universale egoismo.  L'egoismo    naturale,  proprio  dell'uomo:  tutti  i   
fanciulli,   tutti  i  veri  selvaggi  sono  pretti  egoisti.  Ma  l'egoismo     
incompatibile colla societ.  Questo effettivo ritorno allo stato naturale  per   
questa parte,   distruttivo dello stato sociale.  Cos dicasi della religione,   
cos di mille altre cose.  Conchiudo che la filosofia la  quale  sgombra  dalla   
vita  umana mille errori non naturali che la societ aveva fatti nascere (e ci   
naturalmente),  la filosofia la quale riduce  gl'intelletti  della  moltitudine   
alla  purit naturale,  e l'uomo alla maniera naturale di pensare e di agire in   
molte cose,  pu essere,  ed effettivamente  ,  dannosa  e  distruttiva  della   
societ, perch quegli errori possono essere, ed effettivamente sono, n           
ecessari  alla  sussistenza  e  conservazione  della  societ,   la  quale  per   
l'addietro gli ha sempre avuti in un  modo  o  nell'altro,  e  presso  tutti  i   
popoli;  e perch quella purit e quello stato naturale,  ottimi in se, possono   
esser pessimi all'uomo, posta la societ;  e questa pu non poter sussistere in   
compagnia  loro,  o  sussisterne  in  pessimo  modo,  come  avviene in fatti al   
presente.                              (18.                              Aprile   
1825.)-                                                                           
'altronde l'assenza della felicit negli esseri amanti se                         
medesimi importa infelicit,  segue che la vita,  ossia il sentimento di questa   
esistenza divisa fra tutti gli esseri dell'universo,  sia di natura sua,  e per   
virt dell'ordine eterno e del modo di essere delle cose,  inseparabile e quasi   
tutt'uno colla infelicit e importante  infelicit,  onde  vivente  e  infelice   
sieno  quasi sinonimi.  (3.  Maggio.  Festa della Invenzione della Santa Croce.   
1825.). V. p.4168.Una corona d'oro,  che,  secondo una tradizione degli Ungheri   
era  discesa  dal  cielo,   e  che  conferiva  a  chi  la  portava  un  diritto   
incontrastabile al trono. Robertson Stor. del regno dell'Imp. Carlo V.  lib.10.   
traduz.  ital. dal franc. Colonia 1788. t.5. p.440. Ecco pur finalmente il vero   
fondamento dei diritti al trono e della legittimit di tutti i Sovrani  antichi   
e moderni.  Esso consiste nella corona che portano. E chiunque la toglie loro e   
se la pu mettere in  capo,  sottentra  ipso  facto  nella  pienezza  dei  loro   
fisico     bisogno  la  solitudine.   L'uomo  speculativo  e                     
riflessivo,  vivendo attualmente,  o anche solendo vivere nel mondo,  si  gitta   
naturalmente  a  considerare  e  speculare  sopra  gli uomini nei loro rapporti   
scambievoli,  e sopra se stesso nei suoi rapporti cogli  uomini.  Questo    il   
soggetto che lo interessa sopra ogni altro,  e dal quale non sa staccare le sue   
riflessioni. Cos egli viene naturalmente ad avere un campo molto ristretto,  e   
viste  in sostanza molto limitate,  perch alla fine che cosa  tutto il genere   
umano (considerato solo nei suoi rapporti con se stesso) appetto alla natura, e   
nella  universit  delle  cose?  Quegli  al  contrario  che  ha  l'abito  della   
solitudine, pochissimo s'interessa, pochissimo  mosso a curiosit dai rapporti   
degli uomi                                                                        
ni  tra  loro,  e  di se cogli uomini;  ci gli pare naturalmente un soggetto e   
piccolo e frivolo.  Al contrario moltissimo l'interessano i suoi  rapporti  col   
resto della natura,  i quali tengono per lui il primo luogo,  come per chi vive   
nel mondo i pi interessanti e quasi soli  interessanti  rapporti  sono  quelli   
cogli  uomini;  l'interessa  la  speculazione  e cognizion di se stesso come se   
stesso; degli uomini come parte dell'universo;  della [4139]natura,  del mondo,   
dell'esistenza,  cose  per  lui  (ed  effettivamente)  ben  pi gravi che i pi   
profondi soggetti relativi alla societ. E in somma si pu dire che il filosofo   
e l'uomo riflessivo coll'abito della vita sociale non pu quasi a meno  di  non   
essere  un  filosofo di societ (o psicologo,  o politico ec.) coll'abito della   
solitudine riesce necessariamente  un  metafisico.  E  se  da  prima  egli  era   
filosofo di societ, da poi, contratto l'abito della solitudine, a lungo andare   
egli  si volge insensibilmente alla metafisica e finalmente ne fa il principale   
oggetto dei suoi pensieri e  il  pi  favorito  e  grato.  (12.  Maggio.  Festa   
dell'Ascensione.          1825.)Tetta,          tettare          ec.          -   
riso. v.  penult.  e Canz.                                                        
Poi che per mio destino,  stanza 5. v.9.S ch'io vo gi della speranza altiero.   
Petr. Son. Quando fra l'altre dame.  V.  anche Sestina A qualunque animale,  v.   
penult. e Canz. S  debile il filo, stanza 6. v.2 e Canz. Las                    
so      me,       st.4.       v.9.Gaio,       gai      franc.       ec.       -   
mmedia in prosa senza titolo,  opp.  Italia                                       
1819.  vol.e 6 at.2. sc.1. p.328. Io guarderei molto ben chi egli fusse, prima   
ch'io facessi altro, cio nulla, cio cosa alcuna.  Senza pensare altro,  io mi   
avvier l. ib. 2. 7. 337-8. E del vecchio eramo come certissimi che prestatomi   
indubitata fede,  ne dovesse andar la senza pensare altro.  Cio nulla.  3.  1.   
340. La padrona subito si spoglia, e senza pensare ad altro (a nulla) nel letto   
si corica. ib. 341. (Milano.).[4141]AGGRESSER, v. a.  (verbe actif).  Attaquer,   
tre  aggresseur.  Jean  Molinet,  Dicts  et  faits notables,  p.125.  Articolo   
dell'Archologie franaise par Charles Pougens,  appendice   la  suite  de  la   
lettre a. Paris 1821-25. tom. I. p.48. (Bologna. 6. Ottobre. 1825.)Dissimulato,   
Simulato, Dissimul ec. per dissimulatore ec. V. Forcellini.Nel corso del sesto   
lustro l'uomo prova tra gli altri un cangiamento sensibile e doloroso nella sua   
vita,  il  quale  che laddove egli per lo passato era solito a trattare per lo   
pi con uomini di et o maggiore o almeno uguale alla sua, e di rado con uomini   
pi giovani di se, perch i pi giovani di lui non erano che fanciulli,  allora   
spessissimo si trova a trattare con uomini pi giovani, perc                      
h egli ha gi molti inferiori di et, che non sono per fanciulli, di modo che   
egli si trova quasi cangiato il mondo dattorno,  e non senza sorpresa,  se egli   
vi pensa,  si avvede di essere riguardato da una gran parte dei  suoi  compagni   
come  pi provetto di loro,  cosa tanto contraria alla sua abitudine che spesso   
accade che per un certo tempo egli non si  avveda  ancora  di  questa  cosa,  e   
sguiti  a  stimarsi  generalmente  o pi giovane o coetaneo dei suoi compagni,   
come egli soleva, e con verit, per l'addietro. (Bologna. 8. Ottobre. 1825.)Chi   
di noi sarebbe atto a immaginare, non che ad eseguire,  il piano dell'universo,   
l'ordine,  la concatenazione, l'artifizio, l'esattezza mirabile delle sue parti   
ec. ec.? Segno certo che l'universo  [4142]opera di un intelletto infinito.  -   
Ma  sapete  voi  che  dalla  estensione  e  forza dell'intelletto dell'uomo,  a   
un'estensione e forza infinita ci corre uno spazio infinito? L'intelletto umano   
non  atto a immaginare un piano come quello dell'universo.  Ma  un  intelletto   
mille volte pi forte ed esteso dell'umano, potr pure immaginarlo. Non vi pare   
che  possa?  Dite dunque un intelletto maggiore dell'umano un millone di volte,   
un bilione,  un trilione,  un trilione di trilioni.  Non arriverete mai  ad  un   
intelletto infinito,  e per mai ad un intelletto grande,  se non relativamente   
(giacch un intelletto anche un  trilion  di  volte  maggior  del  nostro,  non   
sarebbe gi un intelletto grande per se, ma                                       
solo  relativamente al nostro,  e sarebbe infinitamente minore di un intelletto   
infinito),  e per mai ad un intelletto divino.  Lo stesso dico della  potenza.   
L'uomo non pu fare il mondo.  Non per il farlo richiede una potenza infinita,   
ma solo maggiore assai dell'umana.  Deducendo  dalla  esistenza  del  mondo  la   
infinit  e  quindi la divinit del suo creatore,  voi mostrate supporre che il   
mondo sia infinito, e d'infinita perfezione,  e che manifesti un'arte infinita,   
il  che    falso,  e  se  ci    falso,  niente  d'infinito si dee attribuire   
all'autore  della  natura.  V.  p.4177.  Lascio  anche  stare  le  innumerabili   
imperfezioni  che  si  ravvisano,  non  pur  fisicamente,  ma metafisicamente e   
logicamente parlando,  nell'universo.Del resto quello che nella  struttura  ec.   
del mondo e delle sue parti,  p.e.  di un animale,  a noi pare ammirabile, e di   
estrema difficolt ad essere immaginato,  non fu infatti niente  difficile.  Le   
cose  [4143]sono  come  sono perch cos debbono essere,  stante la natura loro   
assoluta,  o quella delle forze e dei principii (qualunque essi sieno)  che  le   
hanno  prodotte.  Se  questa  natura fosse stata diversa,  se le cose dovessero   
essere altrimenti, altrimenti sarebbero, n per sarebbero men buone e men bene   
andrebbero (o vogliamo dir pi cattive e camminerebbero  peggio)  di  quel  che   
fanno  ora  che  sono  cos  come  noi le veggiamo.  Anzi allora questo che noi   
chiamiamo ordine e che ci  pare  artifizio  mirabile,  sarebbe  (e  se  noi  lo   
potessimo concepire, ci parrebbe) disordine e inartifizio totale ed estremo.      
Niuno artifizio insomma  nella natura,  perch la natura stessa  cagione  che   
le cose vadan bene essendo ordinate in un tal modo piuttosto che in un altro, e   
questo   modo   non     necessario  assolutamente  all'andar  bene,   ma  solo   
relativamente al tale e  non  altrimenti  essere  della  natura,  la  quale  se   
altrimenti fosse,  le cose non andrebbero bene, non potrebbero conservarsi ec.,   
se non con altro cio con tutto questo, ti conviene andare,  porta in pace quel   
che ti accadr,  che te ne accade.  Cos il Bartoli nel Mogol,  con essere, per   
con tutto l'essere, non ostante l'essere. Italianismo di Epitteto,  Enchiridio,   
cap.52.  (Bologna. 9. Ott. Domenica. 1825.). La stessa frase col senso medesimo   
si trova anche cap.39. fin.[4144] muso.    Goupil    o                            
golpil, e per la femmina goupille,  quasi vulpilla,  cangiato al solito il v in   
g;  antica voce francese per renard,  appresso Pougens,  Archologie franaise,   
art. Goupil, con parecchi derivati,  cio goupiller verbo neutro,  goupillage e   
goupilleur,  dei quali pur si hanno esempi loc.  cit.  t.1.  (Bologna. 10. Ott.   
1825.)Si sa quanto poco fossero considerate le donne presso i Greci e i Romani,   
e come il servirle e trattarle quasi superiori agli uomini,  come si  fa  oggi,   
non avesse origine,  secondo il Thomas (Essai sur les femmes), se non nei tempi   
cavallereschi dai costumi dei settentrionali conquistatori di Europa,  i  quali   
avevano  un'antica loro superstizione che riguardava le donne come tante deit.   
Nondimeno pare che a tempo degl'Imperatori romani  la  condizione  delle  donne   
fosse gi molto simile alla present                                               
e. Lascio le odi di Orazio e i libri di Ovidio, Tibullo, Properzio ec. Epitteto   
Enchirid.                                                               cap.62.   
nell'ediz. del 1798.Ella  cosa forse o poco o nulla o non abbastanza osservata   
che la speranza  una passione, un modo di essere, cos inerente e inseparabile   
dal sentimento della vita, cio dalla vita propriamente detta                     
,  come il pensiero,  e come l'amor di se stesso,  e il desiderio  del  proprio   
bene.  Io vivo, dunque io spero,  un sillogismo giustissimo, eccetto quando la   
vita non si sente, come nel sonno ec. Disperazione, rigorosamente parlando, non   
si d,  ed  cos impossibile a ogni [4146]vivente,  come  l'odio  vero  di  se   
medesimo. Chi si uccide da se, non  veramente senza speranza, non pi che egli   
odii veramente se stesso,  o che egli sia senz'amor di se stesso.  Noi speriamo   
sempre e in ciascun momento della nostra vita.  Ogni momento  un  pensiero,  e   
cos  ogni  momento  in certo modo un atto di desiderio,  e altres un atto di   
speranza, atto che bench si possa sempre distinguere logicamente, nondimeno in   
pratica  ordinariamente un  tuttuno,  quasi,  coll'atto  di  desiderio,  e  la   
speranza una quasi stessa,  o certo inseparabil,  cosa col desiderio. (Bologna.   
1-                                                                                
ivuola                                                                  e         
gargagliare.-                                                                     
par  ce  Dicarque,  ami  de  Thophraste,  dont j'ai parl plus haut             
(credo,  nei Geografi greci minori si trova il  pezzo  di  Dicearco),  est  le   
langage  d'une  des villes de la Grce;  l'hellnisme celui des autres.  I.  G.   
Schweighaeuser,  note 24.  sur le Discours de La Bruyere sur  Thophraste.  Les   
Caractres de Thophraste,  traduits par La Bruyere,  avec des additions et des   
notes nouvelles par I. G.  Schweighaeuser.  Paris Renouard.  1856.  tome 3e des   
oeuvres de La Bruyere,  p.  LIII-IV.  (Bologna.  26. Ottob. 1825.).[4148] Verba   
plur.  Autore del poema La Passione di Cristo N.  S.  attribuito al  Boccaccio,   
presso il Perticari,  opp.  Lugo 1823.  vol.3.  p.453.  - Calcagna. Lineamenta.   
Sacca.Ogli si disse anticamente per  occhi  (come  periglio  da  periculum)  (e   
quindi forse anche oglio per occhio),  bench manchi ne' Vocabolari,  e ci con   
tre esempi prov il Perticari in una sua lettera, opp. Lugo 1823. vol.3. p.577.   
nota.  (Bologna.  1825.  27.  Ott.)Ronzino,  ronzone,  probabilmente diminutivi   
positivati.  Cos sillon,  sillonner ec.TROTTINER, trotter  petits pas. Antico   
verbo francese,  portato anche nel Diz.  di Richelet e in quello di Trvoux,  e   
usato anche da Piron                                                              
.    Pougens,    Archol.    fran.    art.    trottiner,    t.2.    p.249.   -   
Sautiller.Tance-tanon. Parole sinonime, francesi antiche,  significanti action   
de tancer, de rprimander; gronderie, dispute, querelle. Id. ib. Appendice  la   
suite de la lett. T. art. Tanceur, t.2. p.251. (Bologna. 1825. 28. Ott.)Pouvoir   
p.248.     Gengia     gengiva.Rado,     rasum-raser     francese,     raschiare   
frequentativo-diminutivo quasi rasculare, raschiatura ec.Adulater, antico verbo   
franc.  per adulare,  usato da Brantme,  Dam.  gal.,  t.1. p.322. ap. Pougens,   
Archol. fran. Additions et corrections du tome premier, page 8. art.  Aduler,   
tom.2.             p.274.             (Bologna.            1825.            29.   
Ottob.).To-                                                                       
ntr'ouvrir  par  de   petites                                                     
fentes  ou  crevasses.  Antico verbo franc.  ap.  le mme,  mme ouvrage,  art.   
Fendiller p.202.  tom.1.  et dans les Additions et corrections du tome premier,   
page 202.  ligne 16.  tom.2.  p.300.  (Bologna.  1825.  30. Ott.).Strascinare -   
strascicare,  strascico ec.  Biasciare biascicare.Nota il Coray (Notes sur  les   
Caractres  de  Thophraste,   ch.26.   note  9.    Paris  1799.  p.314.)  che   
ec.  Abbrustolare,  abbrustolire  ec.  Aggrumolare.                               
Aggroppare-aggrovigliare.Strida,  grida,  pera,  mela plur.  V.  la Crus. Staia   
(sextaria).Scricchio-scricchiolo. Nubes,  nube-nuvola,  nuvolo,  nugolo ec.  V.   
Crus.Scricchiolare.   Suggere-succhiare,   succiare  ec.   Disgocciolare.Visco,   
viscoso, vesco, viscus o viscum-vischio,  vischioso,  veschio.  Lens-lenticula;   
lente-lenticchia,  lentille franc.  V.  gli spagn.  Inviscare - invischiare ec.   
invescare   -   inveschiare.Prezzolare.   Trombettare   e   strombettare,   coi   
derivati.Sacrato per sacro, e cos sacr e sagrado per sacer. V. Forc.            
in  sacratus.Tero is tritum-tritare ital.  (V.  Forcell.) - stritolare.Al detto   
altrove di dicere-dicare aggiungansi i  composti  praedicare,  dedicare  ec.  E   
notisi  che  sedare  sebbene  della stessa famiglia che sedere,  nondimeno non   
appartiene al nostro discorso pi che fugare - fugere.  Gli uni (sedare-fugare)   
sono  attivi,  gli  altri  (sedere-fugere) neutri.  (Bologna.  13.  Nov.  1825.   
Domenica.).              Cos              placere-placare.Sbarbare-sbarbicare,   
abbarbicare.-                                                                     
oretica degli Ebrei?  Nulla ne sappiamo; e molto meno sappiamo in                 
qual modo si abbiano da supplire. Ib. p.57. Ci serva per il mio discorso sopra   
la cagione della soppression delle vocali nelle scritture  pi  antiche  e  pi   
rozze e imperfette.  (Bologna.  15.  Nov. 1825.)In questo (in questa) in quello   
(in      quella)      ec.       avverbi      di      tempo.       -       grec.   
o. Cos la prima citt del mondo, e cos l'Italia, prima                          
provincia  del  mondo,  pare  per  una  strana contraddizione e capriccio della   
fortuna essere stata (nel tempo medesimo del maggior fiorire del suo impero, s   
del temporale e s dello spirituale) condannata a differenza di tutte le  altre   
ad  una  legittima  e  pacifica  e  non  cruenta schiavit,  e quasi conquista.   
(Bologna 1. Dec.  1825.)Onestato per onesto.  Crus.  Curato,  cur ec.  per che   
cura,   participio  sostantivato.Causado  per  que  causa.  Divertido  per  que   
divierte.Lauru-                                                                   
ato. V. la Crusca.  Riserbato ib.  Perversato                                     
per     perverso.Spiare-spieggiare.      Sortire-sorteggiare.     Stormeggiare,   
stormeggiata.Divenire-diventare   (da   ventum   sup.    di    venio).    Cupio   
cupitum-cupitare,                                                     covidare,   
c-                                                                                
citt i paesi, probabilmente                                                      
deriv dal modo in cui  vivevano  gli  uomini  prima  delle  prime  citt;  gi   
bastantemente civili,  bastantemente riuniti insieme,  ma non per tanto da far   
citt in corpo, bens borghi, e villette in gran numero,  occupanti gran tratto   
di   paese.   Tutto   questo   tratto   si   dovette   da   principio   chiamar   
Vat.)   borgate                                                                   
sparse per l'Attica, poi riunite da Teseo, (v. Meurs. in Theseo) e chiamate con   
un  solo  nome Atene;  e Mantinea similmente in Arcadia ec.  Ora sappiamo dalla   
storia che lo stesso modo di abitare a borgate si us  nei  bassi  tempi;  allo   
stesso  modo  poi,  crescendo  la  nuova  civilt,  le  citt  si formarono (v.   
Robertson, introduz. alla [4160]Stor. di Carlo V), ed appunto allo stesso modo,   
troviamo negli antichi fino al 500, ec. le citt chiamate generalmente con nome   
di terre,  voce significativa propriamente di paesi,  nel qual modo si chiamano   
anche  oggi  nello scrivere con eleganza,  eziandio le citt grandi,  in volgar   
comune e favellato,  i castelli,  e i cos detti paesi.  Cos in francese anche   
oggi  pays  per  citt,  bench proprio nome di regione.  (V.  del resto i Diz.   
franc. e spagn. e ingl. ec. in Terra ec.  e nei nomi di citt,  e cos Forcell.   
Gloss.  ec.  Da terra per citt,  terrazzano p.  cittadino. ec.) -                

FINE SESTA PARTE.                                                                 
