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renderne autonoma la lettura ai privi della vista.                                

GIACOMO LEOPARDI.                                                                 

PENSIERI. (ZIBALDONE).                                                            

QUINTA PARTE.                                                                     

Dico altrove che l'uso di crear giudiziosamente e parcamente nuovi composti, fu   
mantenuto dagli autori latini,  e massime da' poeti,  non solo fino alla intera   
formazione della lingua e della letteratura, ma nello stesso secolo d'oro della   
latinit,  e  nel  tempo che immediatamente gli succedette.  Di quest'uso parla   
Macrobio [2877]Saturn.  VI.  5.  mostrando che alcuni epiteti composti  che  si   
credevano  fatti  da  Virgilio  sono  di fabbrica pi antica.  Segno qui alcuni   
composti latini de' quali ch'io  sappia  non  si  trova  esempio  negli  autori   
anteriori  al  secolo  aureo.  E  saranno  tutti  composti  di due nomi,  l'uno   
sostantivo e l'altro addiettivo,  o tutti e due sostantivi ec.  o d'un  nome  e   
d'un verbo o participio o verbale,  ec. che sono i composti pi rari; lasciando   
stare i nomi o verbi ec.  composti con preposizioni o particelle,  de' quali si   
potrebbero addurre al caso nostro esempi in troppa abbondanza.  Alipes, aliger,   
armifer,  armipotens,  armisonus,  aeripes,  aerisonus,  aerifer,   aerifodina,   
aequaevus,  aequidistans  presso  Frontino  ed altri,  algificus presso Gellio,   
aequilatatio presso Vitruvio,  aequilateralis  presso  Censorino,  aequilaterus   
presso Marziano Capella,  aequilibris ec.,  aequinoctium,  della qual voce vedi   
Festo appo il Forcellini  in  aequidiale,  aequipedus  ed  aequipollens  presso   
Apuleio;  aequipondium  presso Vitruvio,  aequicrurius presso Marziano Capella,   
alticinctus,  altitonans,  altitonus,   altivolus  presso  Plinio  il  vecchio,   
anguitenens,  aegisonus, auricornus, aurifer, aurifex, aurifodina presso Plinio   
il  vecchio,  aurigena,  auriger,   auripigmentum  presso  Plinio  e  Vitruvio,   
[2878]auriscalpium  presso  Marziale  e  Scribonio,  bijugus  e bijugis (ma qui   
c'entra un avverbio) e altri tali composti  con  bis,  equiferus  ed  equisetum   
presso  Plinio  il  vecchio,  fontigenae  di  Marziano,  ignigena,  ignipotens,   
ignipes,  gemellipara,  mellifer,  mellificium,  mellificus  presso  Columella,   
mellifico e melligenus presso Plinio il vecchio,  nidifico presso il medesimo e   
Columella, nidificium presso Apuleio, nidificus presso Seneca tragico, noctifer   
e simili,  nubifer,  nubifugus di Columella,  floriparus d'Ausonio,  securifer,   
securiger, nubivagus presso Silio, nubigena (in proposito del quale  da notare   
che Macrobio nel citato luogo,  che merita d'esser veduto, volendo provare come   
molti  epiteti  creduti  fatti  da  Virgilio  sono  pi  antichi,  recita  quel   
dell'Eneide, 8. 293. Tu nubigenas, invicte, bimembres, e mostra che bimembris    
di Cornificio,  ma di nubigena non dice niente,  sicch pare che lo conceda per   
moderno,  e veramente nel Forcellini non se ne trova esempio  se  non  d'autori   
posteriori  a Virgilio,  il quale appresso il medesimo Forcell.  in questa voce   
non  citato), penatiger d'Ovidio, solivagus presso il Forcellini, i cui esempi   
son tolti da Cicerone, e presso il medesimo Cic. de republ. 1.  25.  p.70.  ed.   
Rom.  1822.;  ed altri tali moltissimi. (2. Luglio 1823.)[2879]Notate la radice   
monosillaba di caput For-CEPS, secondo quello che ne ho congetturato altrove, e   
di tutti i suoi derivati, ancora in dein-CEPS,  della qual voce v.  Forcellini.   
(2.  Luglio.  1823.)Che  il v,  presso gli antichi latini non sia stata che una   
specie d'ispirazione e ebeo devo e deo, devi e dei ec. V.  i grammatici e l'uso   
volgare.  Dal lat.  pavo diciamo pavone e paone, paonessa, paoncino ec. Diciamo   
altres pavonazzo e paonazzo.  E in cento altre parole leviamo e inseriamo il v   
a nostro piacere,  o ch'esso veramente, secondo l'etimologia appartenga loro, o   
che no,  e talvolta l'inseriamo sempre e costantemente in voci a cui  esso  non   
appartiene,  o  lo passiamo pur sempre e costantemente sotto silenzio in quelle   
voci dov'esso dovrebb'essere ed era. E in questo particolare v' frequentissima   
discordanza tra le pronunzie  e  dialetti  delle  provincie,  citt,  individui   
d'Italia,  tra  gli  antichi  autori  e  i  moderni,  tra l'antico parlare e il   
moderno,   tra  il  moderno   parlare   e   lo   scrivere   ec.   (2.   Luglio.   
1823.)[2881]Traduzione del passo soprascritto di Dionigi d'Alicarnasso fatta da   
Pietro Giordani nella Lettera al Chiarissimo Abate Giambattista Canova sopra il   
Dionigi trovato dall'Abate Mai.  Milano, per Giovanni Silvestri, 1817. p.30-31.   
Ma Ellanico Lesbiese dice che Ercole menando ad Argo i buoi di Gerione,  e  gi   
trovandosi in Italia, poich un bue sbrancatosegli della greggia fuggendo corse   
tutta  la spiaggia,  e notando per lo stretto del mare in Sicilia arriv;  esso   
Ercole interrogando i paesani,  dovunque nel correr dietro al bue  passava,  se   
alcuno  lo  avesse  veduto;  e  quelli poco intendendo la favella greca,  e per   
gl'indizi ch'Ercole ne dava chiamando essi quell'animale nella nativa lor lin     
gua Vitulo (come anch'oggi si chiama):  accadde  che  dal  vocabolo  di  quella   
bestia,  tutto  il  paese ch'ella corse fosse nominato Vitulia.  (il greco dice   
ch'Ercole medesimo cos nominollo,  e dice Vitalia).  Che poi il nome col tempo   
si  mutasse  nella  presente  forma,  non   da maravigliare,  quando molti de'   
vocaboli greci cosiffatte mutazioni patirono. (2. Luglio 1823.)[2882] notabile   
come lo spagnuolo atar abbia conservato il proprio e primitivo  significato  di   
aptare cio legare, significato che bench proprio e primitivo, pur non  molto   
frequente negli autori latini, anzi un esempio che faccia veramente al caso non   
mi pare che sia se non quello d'Ammiano nel Forcell.  v. aptatus. Ora Ammiano    
pur di bassa latinit. Mostra che il volgo abbia sempre conservato il primo uso   
di questo verbo, pi degli scrittori eleganti,  che l'hanno piuttosto adoperato   
metaforicamente.  Del  resto  se  mai  si  potesse dubitare che il verbo aptare   
venisse da aptus,  il cui proprio senso  legato ec.  e che Festo  dice  essere   
participio di apo,  lo spagnuolo atar che vale legare congiungere, finirebbe di   
mandare a terra qualunque dubbio. Il nostro attare,  adattare,  adapter ec.  ha   
per  proprio  il significato metaforico ordinario di apto,  adapto ec.  V.  nel   
Forcell.       esempi      di       coaptare,       coaptatio,       coaptatus,   
(-                                                                                
questo momento. Questo  ci che                                                  
nessun  uomo  dice  mai n pu dire di buona fede,  neppur per un solo momento,   
neppure nell'atto del maggior piacere possibile.  Ora se egli in  quel  momento   
provasse in verit                                                                
un  piacer  presente  e  perfetto  (e se non  perfetto,  non  piacere),  egli   
dovrebbe naturalmente desiderare di provarlo sempre, perch il fine dell'uomo    
il piacere; e quindi desiderare che tutta la sua vita fosse tale qual  per lui   
quel momento, e di pi desiderare di viver sempre, per sempre godere. Ma egli    
certissimo che [2884]nessun uomo ha concepito n formato mai  questo  desiderio   
nemmeno nel punto pi felice della sua vita, e nemmeno durante quel solo punto:   
egli  certissimo che non ha concepito n mai concepir questo desiderio per un   
solo istante neppur l'uomo,  qualunque sia, che fra tutti gli uomini ha provato   
o  per provare il massimo possibile piacere.  E ci  perch  nemmeno  in  quel   
punto niuno mai si trov pienamente soddisfatto,  n lasci n sospese punto il   
desiderio n anche la speranza di un maggiore ed assai maggior piacere. Con che   
egli non venne in quel punto a provare un vero e presente piacere.  Bens  dopo   
passato quel tal punto l'uomo spesse volte desidera che tutta la sua vita fosse   
conforme a quel punto,  ed esprime questo desiderio con se stesso e cogli altri   
di buona fede.  Ma egli  ha  il  torto,  perch  ottenendo  il  suo  desiderio,   
lascerebbe di approvarlo ec. (3. Luglio 1823.)Quanta barbarie avesse introdotto   
anche  nell'ortografia  italiana durante il quattrocento l'eccessivo modellarla   
sulla latina,  onde,  se si fosse perseverato in [2885]quella forma,  anche noi   
scriveremmo diversissimamente                                                     
da quel che pronunzieremmo, come si pu credere che allora avvenisse, se pur la   
pedanteria  di  quei  tempi,  o  piuttosto  i  pedanti,  (perch di tutti non    
credibile) non pronunziavano come scrivevano;  vedi alcuni esempi nelle Lezioni   
sulle doti di una colta favella dell'Ab. Colombo, Parma 1820. Lez. 3. p.69. 70.   
e il Comento di Pico Mirandolano sopra la Canzone d'amore di Girolamo Benivieni   
con  essa  Canzone  ec.  Venez.  1522.  dove  si  scrive sempre ad per a avanti   
consonante, anche seguendo il d, come ad dir (st.1.  della Canz.  v.6.  a carte   
41.); advenire ec. Dur questo pessimo uso anche nei principii del cinquecento.   
Nel citato libro si scrive tabola per tavola, egloge per egloghe, ec. ec. oltre   
philosopho,  admirando,  ad pena per appena ec.  (3.  Luglio 1823.)Alla p.2821.   
Altres farebbe a questo proposito il verbo nicto is  detto  (se  per  mai  fu   
detto,  e  v.  il Forcellini) per nicto as,  (o nictor aris),  il quale  verbo   
continuativo fatto dall'inusitato niveo,  e dimostra s l'antica  esistenza  di   
questo niveo ch' anche dimostrata dal suo composto conniveo,  s il participio   
o supino di quello e di questo, che ora ne manca,  il quale anche [2886]sarebbe   
dimostrato dal nome nictus us,  secondo i ragionamenti da me fatti altrove,  se   
per questa  voce vera,  e se,  e quando  significa  nictatio,  e  non  nisus.   
Perocch anche nisus pare ch'ella possa significare,  secondo il Forcellini,  e   
in questo senso ella servirebbe altres a compr                                   
ovare l'antico participio nictus di nitor eris, usato gi in vece di nixus e di  
nisus;  dal quale nictus di nitor nasce altres  il  continuativo  nictari,  il   
quale io credo totalmente diverso da nicto di niveo, e non tutt'uno, come vuole   
il  Forcellini  ec.  giacch i due significati non hanno la menoma analogia,  e   
d'altra parte l'origine dell'uno e dell'altro verbo  pianissima, perch se v'   
conniveo dovette esservi niveo, e facendosi da conniveo connixi, deve farsi nel   
supino, connictum, come da dixi, dictum,  e quindi da niveo,  nictum,  e quindi   
nictare:  e quanto a nictor di nitor il Forc.  medesimo non la mette in dubbio.   
Anzi io credo che nicto as sia di niveo solamente,  e nictor aris  solamente  e   
propriamente  di  nitor,  bench  in  due  luoghi di Plinio trovisi nictari per   
connivere ec.  il che potrebb'essere fallo degli scrivani (e infatti in  un  di   
quei  luoghi  v' chi legga nictare),  e fallo eziandio dello stesso Plinio che   
confondesse l'uno coll'altro verbo, essendo ambedue antichi e poco al suo tempo   
usati: nel qual proposito vedi quello che  dicono  il  Perticari  nel  Trattato   
degli Scrittori del 300, e Giordani nella Lettera a Monti, vol. 1. par.2. della   
Proposta, sopra la voce fastus ec. Del resto da [2887]nixus di nitor (che forse   
non    differente  da  nictus  per  niuna  ragione  grammaticale,  ma per sola   
diversit di pronunzia) si fa altres il suo continuativo cio nixor aris. (3.   
Luglio 1823.)Alla p.2883. Se ad alcuno n                                          
on  paressero  sufficienti  le  testimonianze  che  si   hanno   dell'esistenza   
dell'antico   verbo  apo,   consideri  che  s  la  forma  estrinseca,   s  la   
significazione vera e propria,  e il primitivo uso di aptus,  sono al tutto  di   
participio.  E  se aptus  participio,  dovr esser participio di apo o d'altro   
tal verbo,  quale ch'essi vogliano,  dal qual verbo dovr esser venuto (((((( e   
aptare.   Se   non   vogliono  che  aptus  sia  participio,   sar  pur  sempre   
i-                                                                                
ali                                                                               
sono stati detti e creduti per non aver posto mente alla formazione  de'  verbi   
ec.      che     noi     illustriamo.      (4.      Luglio.      1823.)[2889]Da   
da mutuus.  A quel che in questo proposito ho  detto  di                          
monstruosus, mostruoso ec. aggiungi che gli spagnuoli in verit dicono monstruo   
non monstro, onde ben si deduce, non monstrosus, ma monstruosus. Quaestuosus da   
quaestus us. Ructuo, ructuosus da ructus us. Eructuo v. Forcell. in Eructo fin.   
Evacuo da vacuus,  e cos vacuo as.  (4. Luglio. 1823.). V. p.3263.Dico altrove   
delle sillabe latine che non sono dittonghi, e pur sono composte di pi vocali.   
Tra queste   notabile  la  seconda  sillaba  di  eheu,  la  qual  voce  non     
trisillaba,  ma dissillaba,  bench composta di tre vocali,  e bench eu non si   
conti fra' dittonghi latini.  [2890]Ed  dissillaba non per  licenza  o  figura   
poetica,  ma  per regola,  e trisillaba non potrebb'essere o non senza licenza.   
Cos dite di hei, heu, euge, eugepae, euganeus ec.  ec.  Eburneus-eburnus.  (4.   
Luglio.  1823.)Non  fuor di ragione n arbitrario e gratuito quello ch'io dico   
circa la formazione dei continuativi da' participii in atus,  che mutano l'a in   
i ec. Perocch questa                                                             
mutazione    ordinarissima  e  solenne  nelle derivazioni e composizioni della   
lingua latina. Onde da capio, frango, tango, sapio, facio, iacio, taceo ec. ec.   
si fa in composizione cipio, fringo ec. cio p.e. accipio,  effringo,  attingo,   
insipiens,  resipio,  desipio, afficio, adjicio, conticesco, reticeo ec. e cos   
nelle derivazioni ec. Anche la e si muta in i: p.e.  da teneo,  sedeo,  specio,   
rego,  lego ec.  contineo,  insideo,  aspicio, corrigo, colligo ec. (5. Luglio.   
1823.).  Puoi vedere la p.2843.Ho  detto  altrove  che  presso  Omero  il  nome   
l'aggettivo  altri  al voi e al noi (giacch il noi anche negli ottimi tempi in   
latino e in greco,  si usava in senso singolare) quando questi pronomi  avevano   
ad aver senso plurale,  per distinguerli da quando avevano ad averlo singolare.   
E cos introdotto quest'uso nel volgar latino,  pass in tutte  tre  le  lingue   
figlie.  E  con  ragione;  perch  in  esse  ancora  si manteneva e si mantiene   
quell'altra pessima usanza che, secondo me, lo produsse. Stante la quale, l'uso   
di questo idiotismo  quasi necessario per evitar mille  equivoci  e  dubbi  s   
nello  scrivere,  s  nel  parlare,  quando  molte  persone  sono  presenti,  o   
[2892]quando nello scrivere si suppongono ec.:  (come  si  vede  tutto  d  per   
esperienza;  massime  nello  scrivere,  dove  per  iscrupolo  di  esser  troppo   
familiare,  e perch non si  sa  pi  la  lingua,  ec.  ormai  generalmente  si   
tralascia   questo  idiotismo).   Infatti  noi  nel  parlar  familiare  non  lo   
abbandoniamo quasi mai, n gli spagnuoli lo possono abbandona                     
re.  Ma anche gli spagnuoli tacciono l'otros se parlano a persona singolare,  o   
di se stessi singolarmente, ne' quali casi dicono vos e nos. Lo tacciono ancora   
quando  il  vos  e il nos fa ufficio delle nostre particelle o pronomi ci e vi,   
come nous e vous in francese.  Del resto in nessuna delle tre lingue si direbbe   
voi altri o noi altri in senso singolare.   notabile che l'uso di nos in senso   
singolare,  fu pi proprio delle lingue antiche che delle moderne,  nelle quali   
anzi,  quanto  al  parlare o allo scrivere familiare,  a cui solo spetta il noi   
altri,  esso uso  intieramente abolito.  Vedendosi dunque che  pur  tutte  tre   
queste   lingue  usano  familiarmente  questo  idiotismo  di  noi  altri  senza   
abbisognarne punto per distinzione,  confermasi ch'esso idiotismo derivi  dalla   
lingua latina,  la quale ne avea bisogno per distinguere il nos plurale dal nos   
singolare. (5.  Luglio 1823.).  Altri  qui ridondante,  come ow               
erere latino, in significato per di volere, come lo spagnuolo querer, e anche    
di  domandare,  come  il nostro chiedere ch' il latino quaerere (v.  p.2995.),   
siccome il suo participio chiesto  il latino quaesitus,  per sincope quaestus.   
Malquerer,  malquerido, malquisto, cio volere e voluto male. Chesta, inchesta,   
richesta sust., per chiesta ec. richedere richesto;  inchierere richierere cio   
inquirere requirere;  ec.  acchiedere quasi acquaerere per acquirere, con altro   
senso.  Acqurir  e  conqurir  francesi,  adquirir  spagnuolo  sono  i  latini   
acquirere e conquirere. Acquter, anticamente acquester, e l'antico conquter o   
conquester francesi,  lo spagnuolo conquistar,  e l'italiano acquistare [2894]e   
conquistare sono continuativi fatti da acquisitus e  conquisitus,  detratta  la   
seconda  i.  (V.  il Glossario se ha nulla in tutte queste e simili voci).  (5.   
Luglio 1823.)Questa detrazione fatta, come si vede,  in tante voci o derivate o   
composte da quaesitus, o che non sono altra voce se no                            
n  questa medesima,  conferma la mia opinione che da situs particip.  di sum si   
facesse stare, detratta la i come appunto da conquisitus conquistare, e cos da   
quaesitus quisto e chiesto ec. Cos da positus, postus repostus ec. ec. E della   
soppressione della i  in  moltissimi  participii  latini  come  docitus-doctus,   
legitus-legtus-lectus ec.  soppressione divenuta,  fino ab antico, comune, anzi   
universale,  vedi ci che dico altrove.  La qual  detrazione  non    solamente   
propria  delle  lingue  moderne (dico circa questo vocabolo quaesitus appunto),   
giacch la stessa lingua latina ne fa uso nella voce  quaestus  us,  la  quale,   
come  altrove  ho  dato  per  regola  circa tali verbali,   formata appunto da   
quaesitus,  e dovrebbe regolarmente dire quaesitus us,  la qual voce ancora  si   
trova effettivamente. Siccome vi sono le voci quaesitio, quaesitor, quaesitura,   
di cui sono contrazione quaestio, quaestor, quaestura, voci fatte da quelle per   
detrazione della i, come per tal detrazione sono fatte quaestorius, quaestuosus   
ec.  bench non si trovi quaesitorius,  [2895]quaesituosus ec.  E vedi a questo   
proposito le p.2932. e 2991-2. 3032.  segg.Del resto il nostro antico suto  lo   
stesso  che  lo  spagnuolo  sido,  e  che  il latino situs da me supposto:  lo   
stesso, dico, considerato il solito scambio e la solita affinit fra la lettera   
u e l'i,  del che ho detto pi volte,  e fra l'altre p.2824-5.  principio (e se   
n'ha appunto un esempio nella voce quaesumus d                                    
i quaesere,  detta per quaesimus.  V.  Forcellini.).  Stante il quale scambio e   
affinit si pu credere o che gli antichi  latini  dicessero  cos  sutus  come   
situs (maxumus e maximus,  lubens e libens), o prima l'una di queste, e poi col   
tempo l'altra, o che l'italiano antico mutasse la pronunzia latina facendo suto   
da situs,  o viceversa lo spagnuolo  facendo  sido  da  sutus,  giacch  questo   
scambio  tra u ed i ebbe luogo frequentemente anche nei principii delle moderne   
lingue (v. Perticari Apolog. di Dante c.16. verso il fine p.156.) siccome lo ha   
tutto d. (5. Luglio 1823.). V.  p.3027.Quanto sia facile l'imparare a parlare,   
quanto poco tempo debba esser corso innanzi che il genere umano [2896]arrivasse   
primieramente ad accorgersi di avere organi capaci di formare e articolare vari   
suoni,  poi ad imparar di formare e articolar tali suoni,  e finalmente a crear   
col loro diverso accozzamento una serie di voci  di  convenuta  significazione,   
che fosse bastante a potersi scambievolmente communicare i proprii sensi, e pi   
ancora  innanzi che il genere umano arrivasse a portar questa serie al punto di   
poter essere chiamata lingua e di servire a tutti i  bisogni  dell'espressione;   
si consideri nel muto. Il quale, convivendo pur tutto giorno con uomini i quali   
parlano,  ed  usano una lingua gi perfetta,  non arriva mai in tutta quanta la   
sua vita nemmeno alla prima delle sopraddette cose, cio ad accorgersi di avere   
organi capaci di suoni arti                                                       
colati: giacch seppure egli manda fuori alcun suono di  voce,  questo    meno   
articolato  e  meno  vario  che non sono le voci delle bestie.  Ora io torno in   
campo colla mia solita domanda.    egli  possibile  che  se  la  natura  aveva   
espressamente destinato l'uomo a parlare, se, come dice Dante, opera naturale    
ch'uom favella, essa natura lasciasse tanto da fare all'uomo per [2897]arrivare   
ad eseguire quest'opera naturale, e debita alla sua essenza, e propria di essa,   
quest'opera  senza  la  quale  egli non avrebbe mai corrisposto alla sua natura   
particolare,  n  all'intenzione  della  natura  in  generale,   e  condannasse   
espressamente tanta moltitudine e tante generazioni d'uomini,  quante dovettero   
passare prima che fosse trovata una lingua,  altre a non sapere  n  potere  in   
alcun modo fare,  altre a non poter fare se non se imperfettissimamente, quello   
che l'uomo doveva pur sapere  e  potere  compiutamente  fare  per  sua  propria   
natura?  E  poich  l'uomo senza la lingua non sarebbe uscito mai del suo stato   
primitivo purissimo,  e la lingua  il principale e pi  necessario  istrumento   
col quale egli ha operato ed opera quello che si chiama suo perfezionamento;  e   
se d'altronde tanto  per ciascuna cosa il ben essere, quanto l'esser perfetta,   
n si d per  veruna  specie  di  enti  felicit  veruna  senza  la  perfezione   
conveniente  ad  essa  specie;    egli  possibile  che se questa che si chiama   
perfezione dell'uomo, fosse veramente tale, e destinatagli dalla n                
atura,  essa natura nel formar l'uomo [2898]l'avesse  posto  cos  mirabilmente   
lontano dalla perfezione da lei voluta e destinatagli, ed a lui necessaria, che   
egli non avesse ancora n potesse avere nemmeno una prima idea dell'istrumento,   
col  quale  dopo lunghissimi travagli,  e lunghissimo corso di generazioni e di   
secoli,  la sua specie sarebbe finalmente arrivata a conseguire alcuna parte di   
questa  perfezione?Certo se questo  vero,  perch diciamo noi che l'uomo  per   
natura il pi perfetto degli esseri terrestri? Lasciamo stare che la perfezione   
 sempre relativa a quella tale specie in che ella si considera. Ma paragonando   
pur l'uomo colle altre specie di questo mondo,  se la sua perfezione    quella   
che  altri  dice,  come  non  si dovr sostenere che l'uomo  per natura la pi   
imperfetta di tutte le cose?  Perocch tutte le altre cose hanno da  natura  la   
perfezione che loro si conviene,  e per sono tutte naturalmente cos perfette,   
come debbono essere, che  quanto dire perfettissime.  Solo l'uomo,  secondo il   
presupposto  che  abbiamo fatto,   per natura cos lontano dallo stato che gli   
conviene,  che  pi,  quasi,   non  potrebb'essere,   e  quindi  laddove  tutte   
[2899]l'altre   cose   sono  in  natura  perfettissime,   l'uomo    in  natura   
imperfettissimo. Pertanto la specie umana lungi da esser la prima in natura,     
anzi  l'ultima  di  tutte  le  specie  conosciute.Questa conseguenza deriva dal   
supposto principio: ma come il principio  falso, cos                            
essa non  vera;  e questa proposizione  considerata  ancora  in  se  sola,  si   
riconosce  agevolmente  per  falsissima.  Poich relativamente all'ordine delle   
cose terrestri,  l'uomo come l'essere pi  di  tutti  conformabile,    il  pi   
perfetto  di tutti.Se per nel detto ordine delle cose terrestri,  considerando   
la perfezione di ciascheduna specie in  modo  comparativo,  cio  relativamente   
l'una  all'altra,  non  vogliamo immaginare una doppia scala,  ovvero una scala   
parte ascendente e parte discendente.  E nella estremit inferiore della prima,   
porre  gli esseri affatto o pi di tutti gli altri inorganizzati.  Indi salendo   
fino alla sommit, porre gli esseri pi organizzati,  fino a quelli che tengono   
il mezzo della organizzazione,  della sensibilit,  della conformabilit.  E di   
questi  farne  il  sommo  [2900]grado  della  scala,   cio  della   perfezione   
comparativamente  considerata,  come  quelli  che  forse  sono per natura i pi   
disposti  a  conseguire  la  propria  particolare  e   relativa   felicit,   e   
conservarla.  Da  questi  in  poi sempre discendendo gi gi per gli esseri pi   
organizzati sensibili e conformabili,  porre  nell'ultimo  e  pi  basso  grado   
dell'altra  parte  della scala l'uomo,  come il pi organizzato,  sensibile,  e   
conformabile degli esseri terrestri.Discorrendo in questo modo,  e raddoppiando   
o  ripiegando cos la scala,  troveremmo che l'uomo  veramente nella estremit   
non della perfezione (come ci parrebbe se facessimo una scala sola o semplice e   
retta),  ma della imperfezione;  e in una estremit pi bassa ancora di  quella   
che    dall'altra  parte della scala.  Perocch dalla comparativa imperfezione   
degli esseri posti in quel grado,  non ne segue ai medesimi  alcuna  infelicit   
laddove all'uomo grandissima.E veramente io cos penso. L'uomo non  per natura   
infelice. La natura non ha posto [2901]in lui nessuna qualit che lo renda tale   
per se medesima, nessuna che tal qual  naturalmente, si opponga da niuna parte   
al  suo  ben  essere;  e  per la natura direttamente non ha prodotto l'uomo n   
infelice,  n tale  ch'ei  debba  necessariamente  divenirlo.  Perocch  l'uomo   
potrebbe  conservarsi nello stato suo primitivo puro,  come gli altri esseri si   
conservano nel loro,  e  conservandocisi,  sarebbe  cos  felice,  o  cos  non   
infelice,  come  gli  altri  esseri sono felici o non sono infelici durando nel   
naturale stato.  Sicch la natura in ordine all'uomo non ha  violato  per  niun   
conto  n  trapassato le sue universali leggi,  che ciascuno essere abbia nella   
sua propria essenza immediatamente  quanto  abbisogna  alla  felicit  che  gli   
conviene,  e  nulla  che  per se lo sforzi alla infelicit.  Ma l'eccessiva,  o   
diciamo meglio,  la suprema conformabilit e organizzazione dell'uomo,  che  lo   
rende  il  pi  mutabile  e  quindi  il  pi  corruttibile  di tutti gli esseri   
terrestri, lo rende eziandio per conseguenza il pi infelicitabile,  bench non   
lo renda per se stessa e naturalmente infelice, cio lo rende il [2               
902]pi  disposto  a  potersi,  e pi d'ogni altro essere,  allontanare dal suo   
stato naturale,  e quindi dalla sua propria  perfezione,  e  quindi  dalla  sua   
felicit;  perch'essa stessa conformabilit umana  pi d'ogni altra disposta e   
facile a poter perdere il suo primitivo stato, uso, operazioni,  applicazioni e   
simili.  Talch  difficilmente l'uomo si conserva in effetto nel suo naturale e   
primitivo stato,  e per difficilmente si  salva  in  fatti  dalla  infelicit.   
Stante  le  quali  considerazioni,  e  stante appunto la somma conformabilit e   
organizzazione dell'uomo,  metafisicamente considerata in ordine  alla  vera  e   
metafisica  perfezione,  diremo  che  l'uomo    il pi imperfetto degli esseri   
terrestri,  anche per natura,  in quanto per solamente ella  naturale in  lui   
una disposizione maggiore che in qualunqu'altro essere a perdere il suo stato e   
la sua perfezione naturale.  Niuna imperfezione, neppure in ordine all'uomo, si   
pu trovare propriamente nella natura; l'uomo non  imperfetto n in natura, n   
per natura; anzi se volete, in natura e per natura egli  il pi perfetto degli   
esseri; ma [2903]in natura e per natura egli  pi di tutti disposto a divenire   
imperfetto; e ci per ragione appunto della somma sua perfezione naturale; come   
quelle macchine o quei lavorii compitissimi  e  perfettissimi,  che  per  esser   
tali,  sono  minutamente  lavorati,  e  quindi  delicatissimi,  e  per la somma   
delicatezza pi facilmente degli altri si guastano, e                             
perdono l'essere e l'uso loro.Ma ad essi si trovano forse artefici che  possono   
ripararli, a noi guasti e snaturati una volta, non si trova mano che ci riponga   
nel primo stato,  (n da noi medesimi siamo atti a farlo).  Poich n la natura   
ci ripiglia in mano per riformarci, come l'artefice il suo lavoro sconciato, n   
altra potenza v'ha che ci possa restaurare come un  nuovo  artefice  il  lavoro   
altrui.  (6.  Luglio.  1823.)Alla p.2815. marg. Auspico e suspico v. p.3686. da   
specio,  sono  come  aedifico,  vivifico,  sacrifico,   amplifico,   gratifico,   
velifico,  significo,  vocifico (s' vero),  magnifico, mellifico, e tali altri   
non pochi,  da facio,  i quali hanno la forma e la coniugazione  mutata  dalla   
loro  origine  o per esser fatti da nomi,  come p.e.  aedificium,  sacrificium,   
magnificus,  amplificus,  ch' di Frontone,  vivificus,  ec.  o per accidente e   
virt della composizione, quando [2904]anche sieno fatti direttamente dal verbo   
originale facio. E notate che i composti di questo verbo fatti con preposizione   
o  particella,  non  hanno  questa  forma,  ma  solo  quelli fatti con nomi ec.   
Lucrificare-Lucrifacere. Benefacere-Beneficare italiano. Ludifacere-Ludificare.   
A ogni modo siccome questi tali verbi,  se ben li guardi,  hanno per lo pi  un   
significato  continuativo,  giacch  altro  e meno  p.e.  mel facere,  altro e   
pimellificare, si potrebbe forse credere che la loro inflessione in are mutata   
da quella della terza coniugazione non fosse a c                                  
aso n senza ragione,  e che essi appartenessero alla categoria di verbi  della   
quale  al  presente  discorriamo,  cio di continuativi appartenenti alla prima   
coniugazione ma non formati da' participii,  e diversi da quelli  che  ne  sono   
formati,  come nel caso nostro, da facio facto, labefacto ec. da specio specto,   
suspecto (a cui appartiene suspectio ch'equivale a suspicio e da cui il  nostro   
sospettare e lo spagn. sospechar (come pecho da pectus) che vagliono suspicari.   
Souponner    quasi  suspicionare,  da  soupon,  suspicio  onis) ec.  Suspico   
potrebbe anche esser fatto da suspicio is, il qual verbo trovasi appo Sallustio   
in senso di sospettare, ed al quale appartiene il participio suspectus che vale   
per lo pisospetto aggett.  E forse in questo senso si  disse  anche  suspicior   
eris,  onde poi suspicor, giacch trovasi suspectus per sospettoso, (cos anche   
in ital. sospetto) e Apuleio l'adopra [2905]espressamente coll'accusativo, come   
participio d'un verbo deponente, in vece di suspicatus.  Ma vedi la pag.2841-2.   
(7.  Luglio.  1823.)Alla p.2809. Nelle nostre Opere serie e buffe l'effetto del   
coro non  cattivo.  Ma esso nelle opere serie  ben  lontano  dal  far  quegli   
uffici,  dal sostener quel personaggio, e quindi dal muovere quelle illusioni e   
far quegli effetti che faceva nelle  tragedie  antiche:  ond'  ch'esso  riesce   
forse meglio nelle opere buffe,  quanto all'effetto morale,  giacch muove pure   
all'allegria, e fa come l'uffizio, cos                                            
 l'effetto che produceva nelle antiche commedie,  n il muovere  all'allegria,   
ch'  pure  una passione,   piccolo effetto morale.  Laddove nelle opere serie   
esso non interessa quasi che gli occhi e gli orecchi, e niuna passione ancorch   
menoma n desta n pur tocca.  Ma questo  pur troppo  il  general  difetto  di   
tutta  l'Opera,  e  massime  della seria,  e nasce dal far totalmente servir le   
parole allo spettacolo e alla musica, e dalla confessata nullit d'esse parole,   
dalla qual necessariamente deriva la nullit de' personaggi,  e [2906]cos  del   
coro, e quindi la mancanza d'effetto morale, ossia di passione; se non altro la   
molta   scarsezza,   rarit,   languidezza,   e  poca  durevolezza  dell'uno  e   
dell'altra.Del resto i pochi moderni che hanno  introdotto  il  coro  ne'  loro   
drammi  regolari,  come  Racine  nell'Ester,  non  avendogli dato le condizioni   
ch'esso avea negli antichi,  niuno o quasi niuno  effetto  hanno  prodotto.  Ed   
anche la natura d'essi drammi s moralmente parlando,  e s anche materialmente   
(poich la scena si finge per lo pi in luogo coperto e chiuso,  con altre tali   
circostanze che restringono,  e impiccoliscono, e circoscrivono, e depoetizzano   
le idee),  non era adattata n al coro degli antichi n a' suoi effetti.  Parlo   
anche delle commedie,  le quali presso gli antichi si supponevano per lo pi, o   
la pi parte di ciascuna, in piazza, o ne' porti,  come il Rudens di Plauto,  o   
in somma all'aperto ec. V. p.2999. (7. Luglio. 1823.                              
)In tutte le lingue tanto gran parte dello stile appartiene ad essa lingua, che   
in   veruno   scrittore  l'uno  senza  l'altra  non  si  pu  considerare.   La   
magnificenza, la forza, la nobilt, l'eleganza, la semplicit,  la naturalezza,   
la grazia,  la variet,  tutte o quasi tutte le qualit dello stile,  sono cos   
legate alle corrispondenti qualit della [2907]lingua,  che nel considerarle in   
qualsivoglia scrittura  ben difficile il conoscere e distinguere e determinare   
quanta  e  qual  parte di esse (e cos delle qualit contrarie) sia propria del   
solo stile,  e quanta e quale della sola lingua;  o  vogliamo  piuttosto  dire,   
quanta e qual parte spetti e derivi dai soli sentimenti, e quanta e quale dalle   
sole parole;  giacch rigorosamente parlando, l'idea dello stile abbraccia cos   
quello che spetta ai sentimenti come ci che appartiene ai vocaboli. Ma tanta    
la forza e l'autorit delle voci nello stile,  che mutate  quelle,  o  le  loro   
forme,  il loro ordine ec. tutte o ciascuna delle predette qualit si mutano, o   
si perdono, e lo stile di qualsivoglia autore o scritto,  cangia natura in modo   
che  pi non  quello n si riconosce.  Veggasi la p.3397-9.Tutto ci accade in   
tutte le lingue, fuorch nella francese. Ch veramente nella lingua francese lo   
stile  formato quasi tutto dai sentimenti,  e dalle  figure  che  appartengono   
alle sentenze. E la diversit degli stili, e quella delle qualit di uno stile,   
non si pu considerare in essa lingua                                             
se non quanto ai sentimenti,  e non appartiene, non dipende, non [2908]nasce se   
non da questi. Perocch, se ben si osserva,  quanto alle parole,  e a tutto ci   
che  loro  appartiene,  tutti  gli  stili de' francesi,  s di diversi autori e   
scritture, s di una stessa scrittura o scrittore in diversissime materie, sono   
poco men che conformi.E non  maraviglia;  perocch dov' pochissimo luogo alla   
scelta  delle parole e dell'ordine e composizioni loro,  quivi pochissima potr   
essere la differenza o tra gli stili di vari autori o di varie opere,  o tra le   
qualit di un medesimo stile in diverse materie e occasioni, per ci che spetta   
alle parole. Le quali non potendosi scegliere, non possono essere qua eleganti,   
qua nobili, qua efficaci, qua graziose, ma sempre tali, o non mai. N potendosi   
scegliere  gli  ordini  e  collocamenti  delle medesime,  non pu nascere dalla   
composizion de' vocaboli ora una qualit di stile ed ora  un'altra,  ma  sempre   
una,  perch  sempre  una  e  niente  variabile    ella  medesima.  Dico dalla   
composizion de' vocaboli  considerata  in  se,  non  in  quanto  ai  sentimenti   
ch'esprimono,  perch in quanto a questa parte,  la lingua francese  capace di   
ricever  variet  di  stile  dalla  composizione  delle  parole,  [2909]ma  ben   
guardando,  si  sente  che  questa  variet non deriva punto dalla composizione   
stessa in se,  ma dalle sentenze e figure loro.Onde si pu dire che  la  lingua   
francese non avendo appresso a poco che uno stile, lo sc                          
rittor francese, quanto alla lingua, non ha mai stile proprio, e che per quanto   
appartiene  alle parole,  lo stile di qualsivoglia scrittor francese non  suo,   
ma della lingua.  E cos lo stile di qualsivoglia genere  di  scrittura  non     
d'esso genere ma della lingua universale;  e lo stile della poesia francese non   
 della poesia ma della lingua,  e lo stile della prosa  quel della lingua,     
quello  della  conversazione,  non    neppur proprio della prosa pi che della   
poesia,  anzi vedi in proposito la p.3429.Il che si pu  parimente  dire  della   
lingua  ebraica,  nella quale altres,  quanto alle parole,  non era luogo alla   
scelta, bench,  quanto alle composizioni delle medesime,  forse v'avesse luogo   
un  poco  pi  che  nella francese,  essendo ella tutta indigesta e informe,  e   
quindi tutta poetica.Effettivamente la differenza degli stili e  delle  qualit   
di  un  medesimo  stile,  quanto  alla  lingua,   cos minuta e cos scarsa in   
francese,  che un forestiere il quale benissimo la distinguer negli  scrittori   
greci e latini,  che sono lingue morte, difficilmente, anzi appena, secondo me,   
la distinguer e sentir mai negli scrittori francesi.  N potr mai ben  dire,   
questo scrittore o questo passo  elegante, [2910]questo dignitoso e magnifico,   
questo energico,  questo grazioso quanto alle parole,  e questo no.  Onde nasce   
che anche generalmente parlando,  la differenza dello stile,  cio del modo  di   
esprimere i concetti, ch questo  ci che si chi                                 
ama  stile,   poco sensibile al forestiere nella lingua francese;  certo assai   
meno sensibile che nelle altre. Difficilissimo  ancora al forestiero il sentir   
la differenza degli stili (inquanto propriamente  stili)  francesi  di  diversi   
tempi (dico dal secolo di Luigi in poi),  o comparando uno scrittor d'un secolo   
a uno di un altro, o generalmente lo stile di un secolo a quel di un altro.  Ho   
detto  dal  secolo  di Luigi,  e intendo di quelli che in quel secolo scrissero   
bene,  e che s'hanno ancora per  buoni,  e  inquanto  s'hanno  per  tali  (come   
Corneille),  nella  lingua  ec.  Tanto  pi che nella espressione de' concetti,   
anche in quella parte dello stile che  spetta  alle  sentenze,  il  modo  degli   
scrittori  francesi    pi  vario  bens  che  nella  parte  delle parole,  ma   
infinitamente meno vario  che  negli  scrittori  delle  altre  lingue,  s  per   
rispetto  dell'uno  scrittore  e  dell'un secolo all'altro,  o dell'una opera e   
dell'un genere di scrittura all'altra opera e all'altro genere, s per rispetto   
alle varie parti di una stessa opera  o  genere,  e  alle  varie  gradazioni  e   
qualit  di un medesimo stile.  E basti dire in prova,  che la lingua francese,   
non solamente non ha linguaggio,  ma neppur quasi  stile  poetico  veramente.In   
simil modo nella lingua ebraica,  non si sente se non poca differenza di stili,   
o di qualit di un [2911]medesimo stile.  Il che si attribuisce alla lontananza   
de' tempi e de' nostri gusti e costumi, quasi l'uniformit dello stile            
ebraico  non  fosse  vera,  se non relativamente.  Ma io la credo assolutamente   
vera,  e l'attribuisco alle dette ragioni,  n credo che lo  scrittore  ebraico   
potesse avere stile proprio, n veruna materia stile proprio, ma tutti e due un   
solo,  quanto alla lingua, per la povert di questa ed eziandio quanto al modo   
e alla parte dello stile che spetta alle sentenze,  per  la  niuna  arte  degli   
scrittori, e perch la lingua li serrava e circoscriveva anche in questa parte.   
Come  appunto  anche  in  Francia  fa  la medesima lingua,  e l'impero assoluto   
dell'usanza il qual si esercita col sullo stile come su d'ogni altra cosa. Del   
resto come la lingua francese non ha che linguaggio e stile  prosaico  e  manca   
del poetico,  cos l'ebraico non ha che il poetico e manca del prosaico.  E ci   
perch quella  lingua  definitamente  ed  essenzialmente  moderna,  questa  fu   
essenzialmente  e  moralmente antica e quasi primitiva.[2912] notabile come da   
contrarie cause nascano uguali effetti.  La lingua ebraica non ammette  variet   
nello  stile  per  esser troppo antica,  la lingua francese nemmeno,  per esser   
troppo moderna;  quella per eccesso d'imperfezione  e  per  povert  che  nasce   
dall'antichit,  questa  per  eccesso  di  perfezione  e  per povert che nasce   
dall'essere squisitamente moderna,  s  di  tempo  come  d'indole.  Nell'una  e   
nell'altra  le parole poco vagliono,  le sentenze tutto,  lo stile si riduce ai   
nudi concetti (cosa che non ha luogo in verun'altra lingua lett                   
erata).  Ma ci nella ebraica perch le parole non hanno  ancor  preso  vigore,   
nella  francese  perch l'hanno perduto;  in quella perch i concetti non hanno   
ancora onde farsi un corpo, in questa perch l'hanno deposto,  in quella perch   
la materia  ancora scarsa a vestir lo spirito,  in questa perch lo spirito ha   
consumato la materia,   ricomparso nudo del corpo di  cui  s'era  vestito,  ha   
prevaluto alla materia,  e tutta l'esistenza  spiritualizzata, n si vede o si   
tocca oramai,  o certo non si vuole  n  vedere  n  toccare  quasi  altro  che   
spirito.  [2913]Ambedue  le  lingue  dnno  nel  metafisico,  e,  si  pu dire,   
nell'incorporeo per due cagioni  e  principii  direttamente  opposti,  come  il   
fanciullo per eccessiva semplicit  talvolta cos sottile nelle sue quistioni,   
come il filosofo per grande dottrina e sapienza e sagacit. (7. Luglio. 1823.).   
V.  la p.  seguente.Alla p.2853.  marg. Veramente la pretesa forza d'imitazione   
che ha la lingua tedesca,  non potrebbe perfettamente realizzarsi che sopra una   
lingua come l'ebraica.  Perocch una lingua informe come questa, pu sola esser   
bene imitata,  anzi contraffatta,  copiata e trasportata tutta  intera  in  una   
lingua informe come  necessario che sia la lingua tedesca se ha la detta forza   
e  facolt  che  se le attribuisce.  E viceversa solo una lingua informe,  come   
questa,   sarebbe  atta  a  contraffare  senza  far  violenza  a  se  stessa  e   
perfettamente, una lingua informe come l'ebraica, o come una l                    
ingua selvaggia; il che non  possibile alle lingue formate, n fu possibile in   
greco  e  in  latino  contraffar  nelle traduzioni letterali la lingua ebraica,   
senza violentare e snaturare affatto [2914]il greco e il latino, come fu fatto,   
e come accade altres  nelle  lingue  moderne  che  hanno  (se  alcuna  ne  ha)   
traduzioni  letterali  della scrittura,  fatte o sull'ebraico,  o sul letterale   
greco o  latino  o  d'altra  lingua  moderna.  (7.  Luglio.  1823.)Alla  pagina   
antecedente. Questa spiritualizzazione della societ essendo oggid universale,   
  altres  universale  l'effetto  che  ho  detto  esserne seguto nella lingua   
francese,  cio che lo stile degli scrittori moderni di qualsivoglia lingua non   
differisca oramai se non se ne' sentimenti,  e consista tutto nelle cose.  E in   
verit quanto allo stile propriamente detto,  v' minor divario oggid fra  due   
scrittori di due lingue disparatissime e in diversissime materie, che non v'era   
anticamente fra due scrittori contemporanei,  compatriotti, d'una stessa lingua   
e materia.  (Pongasi per esempio Platone e Senofonte).  Lascio poi quanta  poca   
variet  di  stile  si  possa  trovare  in uno stesso scrittore.  Gli stili de'   
moderni non si diversificano se non per le sentenze. Anzi tutti gli scrittori e   
tutte le opere escono, quanto allo stile,  da una stessa scuola,  vestono d'uno   
stesso panno,  anzi hanno una sola fisonomia,  una sola attitudine,  gli stessi   
gesti e movimenti, le stesse fattezze e circostanze                               
esteriori: solo si distinguono l'une dall'altre  perch  dicono  diverse  cose,   
bench  collo stesso tuono e modo di recitazione.  Sicch,  proporzionatamente,   
accade oggi nel mondo civile quel medesimo che ho detto  accadere  in  Francia;   
quasi  niuno scrittore ha stile [2915]proprio: non v' che uno stile per tutti,   
e questo consiste assai pi nelle sentenze che nelle  parole:  poco  oramai  si   
guarda allo stile nelle opere che escono in luce,  o se vi si guarda, ci  pi   
per vedere s'egli segue l'uso e la forma di stile universalmente  accettata,  o   
no: se la segue,  non si parla del suo stile;  se non la segue,  allora solo il   
suo stile d nell'occhio, e per lo pi  ripreso, e ordinariamente con ragione.   
La differenza ch' in questo particolar dello stile fra la  lingua  francese  e   
l'altre moderne,  si  che se in quella lo scrittore non ha stile proprio, egli   
 perch la lingua n'ha un solo;  se il suo stile non  vario,  egli   che  la   
lingua  non  ha variet di stile.  Ma nelle altre lingue il difetto viene dallo   
scrittore: egli  che manca di variet di stile, e non la lingua; e s'ei non ha   
stile proprio, egli pu averlo;  almeno la lingua sua non glielo impedisce;  ma   
ei non ha stile proprio,  perch un solo stile ha, non la sua lingua, che molti   
ne ammette,  ma,  per cos dire,  la lingua europea,  ossia l'uso e lo  spirito   
universale  della  letteratura  e  della  civilt [2916]presente,  e del nostro   
secolo. V. p.3471.Del resto egli  certissim                                      
o che quantunque le moderne lingue, almeno parecchie di esse, sieno capacissime   
d'ogni sorta di variet, qualit,  e perfezion di stile,  nondimeno niuna delle   
medesime  ,  che possa mostrare neppur ne' suoi antichi e nel suo secolo aureo   
n tanta variet,  n di gran lunga  tanta  perfezione  di  stile  propriamente   
detto,  quanta  ne possono mostrare nei loro le lingue antiche.  I moderni poi,   
quanto vincono gli antichi nel fatto delle sentenze, tanto cedono loro tutti in   
tutte le parti dello stile propriamente detto,  e nel culto delle parole  preso   
in  tutta  l'estension del termine.  E non solo non mettono n sanno mettere in   
pratica,  ma n pur conoscono perfettamente tutte le squisitezze degli artifizi   
e  degli  accorgimenti  che  gli  antichi insegnavano comunemente e adoperavano   
intorno a esso culto,  e che si  possono  vedere  negli  scritti  rettorici  di   
Cicerone  e  di Quintiliano.  I moderni non ne conoscono generalmente neppure i   
nomi,  e neppur ne hanno tanta idea che basti a poter valutare in confuso a che   
segno  [2917]arrivasse  questa  squisitezza.  Nei  moderni  le  sentenze,  e la   
spiritualit del secolo, nocciono alle parole e allo stile,  all'arte del quale   
niuno  di  loro  si  applica  da  senno,  o ci pone tanto studio e tempo quanto   
bisognerebbe. Negli antichi classici di ciascuna lingua moderna,  ne' quali non   
aveano  luogo le dette circostanze,  e ciascuno de' quali facea dell'arte dello   
stile il suo principale studio, e attendeva pi alle p                            
arole che alle cose,  ogni volta che si metteva da vero  a  comporre;  pure  in   
nessuno  o in quasi niuno di loro si trov arte o capacit bastante,  n quanto   
si richiedeva a conseguire quell'alto grado di perfezione, neppur relativamente   
e limitatamente alle  forze,  indole,  qualit,  e  capacit  delle  rispettive   
lingue.  (8. Luglio 1823.)L'argomento con cui altrove dall'aggettivo potus, che   
io chiamo vero participio, e da' sostantivi potus us (fatto da esso participio,   
secondo la regola da me altrove assegnata) e potio onis paragonati con potatio,   
ho dimostrato l'esistenza di un antico verbo poo;  riceve  forza  dai  composti   
appotus ed epotus,  veri participii, [2918]come di forma cos di significazione   
(che in quello  attiva, in questo passiva); da' quali forse si potrebbe anche   
raccorre l'antica esistenza de' verbi composti appoo ed epoo diverso da  epoto.   
Avvi ancora compotatio,  compotor sost. e compotrix. (8. Luglio 1823.)Da quello   
che ho detto p.2789-90.  si rileva che il nostro aggettivo ratto,  non  se non   
il  participio  raptus e che questo dovette essere usato dagli antichi latini e   
volgarmente, in senso di veloce,  come ratto fra noi.  Perocch dire che questo   
sia nato dall'avverbio italiano ratto,  e quest'avverbio da raptim,  onde ratto   
per veloce venga da raptim  derivazione o formazione priva d'ogni  esempio.  E   
per lo contrario  certissimo che ratto avverbio viene da ratto aggettivo, anzi   
 lo stesso aggettivo neut                                                        
ralmente e avverbialmente posto,  il che  propriet ed uso della nostra lingua   
di fare, come alto, forte, (anche i francesi fort avverbio e aggettivo) presto,   
tosto, piano e mill'altri, per altamente ec.  Anzi  in libert dello scrittore   
o  parlatore italiano di far cos de' nuovi avverbi dagli aggettivi,  [2919]non   
gi viceversa.  V.  il Forcell.  in  Rapio  col.1.  fine,  Rapto  fine,  Raptus   
l'esempio di Claudiano.  Gli spagnuoli similmente hanno p.e.  demasiado avv.  e   
aggett.   ec.   (8.   Luglio  1823.)Noi  usiamo  volgarmente  il  verbo  volere   
applicandolo   a   cose   inanimate,   o  ad  esseri  immaginari,   e  talvolta   
impersonalmente,  in modo ch'egli o sta per potere,  o ridonda  e  non  fa  che   
servire a una perifrasi, per idiotismo, e per propriet di lingua. Per esempio,   
La  piaga non se gli vuole rammarginare.  Cio,  Non si pu far che la piaga se   
gli rammargini,  ossia La piaga non se gli pu ancora rammarginare.  Qui volere   
sta  per  potere.  Se  il  cielo  si  vorr  serenare,  se la stagione si vorr   
scaldare, se il vento vorr cessare,  se il negozio vorr camminar bene,  se la   
pianta  vorr  pigliar  piede,  l'erba non ci vuol nascere.  Cio,  Se piglier   
piede,  Non ci nasce.  Qui volere ridonda.  Da pi mesi non   voluto  piovere.   
Cio,  non  piovuto.  Qui volere ridonda ed  impersonale.  Anche in francese:   
cette machine ne veut pas aller, ce bois ne veut pas brler. Alberti. Cos,  mi   
pare, anche in ispagnuolo.Ora questo grazioso idiotismo proprio della nostr       
a     lingua,     fu     proprio     altres     della    pi    pura    lingua   
g-                                                                                
edue le quali  intenzioni                                                         
  diversa  quella  intenzione  o significato che ha la locuzione letteralmente   
presa. (8. Luglio. 1823.).  Del resto noi non usiamo in questo tal senso e modo   
il  verbo  volere,  se  non  colle  particelle  negative o condizionali,  o con   
interrogazione,    come    in    quel    verso    di    Anacreonte    (od.    4   
n  un  esempio  della  Crusca,   Volere  .3.,  trovisi  nel                      
gerundio. (9. Luglio.  1823.).  V.  p.3000.[2923]Gl'italiani non hanno costumi:   
essi hanno delle usanze.  Cos tutti i popoli civili che non sono nazioni.  (9.   
Luglio.  1823.)Bisogna (far grande stima) avere una grande idea di  se  stesso,   
per esser capace di sacrificar se stesso.  Chi non ha molta e costante stima di   
se medesimo,  non  buono all'amor vero,  n capace del dvouement e del totale   
sacrifizio ch'egli esige ed ispira.  (9.  Luglio. 1823.)Il verbo avere in senso   
di essere,  usato impersonalmente dagl'italiani da' francesi  dagli  spagnuoli,   
talora eziandio personalmente dagl'italiani (v. il Corticelli), non  altro che   
il latino se habere (il qual parimente vale essere) omesso il pronome. Il volgo   
latino dovette dire p.e. nihil hic se habet, qui non si ha nulla, cio non v';   
poi lasciato il pronome,  nihil hic habet, qui non v'ha nulla. Cicerone: Attica   
belle se habet col  pronome,  e  altrove:  Terentia  minus  belle  habet:  ecco   
lasciato figuratamente il pronome nella stessa frase. (Forcell. in Belle). Bene   
habeo,  bene  habemus,  bene  habent  tibi principia sono [2924]tutte locuzioni   
ellittiche per l'omissione del pronome se, nos, me. Bene habet, optime ha         
bet,  sic habet;  ecco oltre l'omission del pronome se,  anche quella del  nome   
res.  Onde  avviene  che in queste locuzioni,  che intere sarebbono bene se res   
habet, sic se res habet,  il verbo habere per le dette ellissi venga a trovarsi   
impersonale.  Ed  ecco  nel  latino  il  verbo habere in significato di essere,   
neutro assoluto, cio senza pronome, e impersonale. Quis hic habet?  chi  qui?   
In  questo  e  negli  altri  luoghi  dove  il  verbo  habere sta per abitare in   
significato neutro,  esso verbo non  vale  propriamente  altro  che  essere;  e   
habi-                                                                             
te  il primo significato,  in altri il secondo: o vale solere habere              
cio esse ec.  E vedi ancora il primitivo habere  nel  senso  del  continuativo   
habitare (dal qual senso deriva quello di questo verbo) nel Forcellini in habeo   
col.3.  (9.  Luglio.  1823.)  uso della nostra lingua di porre l'avverbio male   
come particella privativa in vece di in avanti gli aggettivi, i sostantivi, gli   
avverbi,  i participii ec.  o facendo di questi tutta una voce  con  quella,  o   
scrivendo  quella  separatamente.  Il  qual  uso ci  cos proprio,  che sta in   
libert dello scrittore di fare in questo  modo  de'  nuovi  accoppiamenti  nel   
detto senso, sempre ch'ei vuole, siccome n'han fatto alcuni moderni, [2926]p.e.   
il Salvini,  ad esempio degli antichi,  e stanno segnati nella Crusca. Male per   
non o poco o difficilmente.  V.  la Crusca  in  male.  I  francesi  similmente:   
mal-adresse, mal-adroit, mal-adroitement, mal-ais, mal-gracieux, mal-plaisant,   
mal-habile,  mal-honnte ec.  ec.  V.  il Diz.  del Richelet in Mal,  fine.  Or   
quest'uso  tutto latino e degli ottimi  tempi.  Vedi  Forcell.  in  male.  (9.   
Luglio 1823.)Maltrattare,  maltraiter,  maltratar - male-tractatio  d'Arnobio,   
ap. Forcell. voc. Male fin                                                        
e,  in vece di che altri dissero mala tractatio.   proprio de' nostri  antichi   
scrittori,  e  del volgar fiorentino o toscano di usar male in tutti i generi e   
numeri in vece dell'aggettivo malo. (9. Luglio 1823.)Savamo,  savate de' nostri   
antichi,  per  eravamo  eravate,  sarebbono  elle  persone di un imperfetto pi   
regolare, pi antico e pi vero di sum, sumus,  sunt,  che non  l'usitato eram   
fatto  forse  da un altro tema;  persone,  dico,  di un imperfetto sabam,  era,   
conservato nel volgar latino  fino  ai  primi  tempi  del  nostro?  (9.  Luglio   
1823.)Alla  p.2753.  Ella  anche cosa certissima che in parit di circostanze,   
l'uomo,  ed anche il giovane,  [2927]e altres il giovane  sventurato,    meno   
scontento  dell'esser  suo,  della  sua  condizione,  della sua fortuna durante   
l'inverno che durante la state;  meno impaziente dell'uniformit e della  noia,   
meno impaziente delle sventure, meno renitente alla sorte e alla necessit, pi   
rassegnato,  meno  gravato della vita,  pi sofferente dell'esistenza,  e quasi   
riconciliato talvolta con esso lei,  quasi lieto;  meno incapace  di  concepire   
come  si possa vivere,  e di trovare il modo di passare i suoi giorni: o almeno   
tutte queste disposizioni sono in lui pi frequenti o pi durevoli nell'inverno   
che nella state;  e spesso abituali in quella stagione,  laddove in questa  non   
altro mai che attuali. Ed anche il giovane abitualmente disperato di se e della   
vita, si riposa della sua disperazione durante l'i                                
nverno,  non che egli speri pi in questo tempo che negli altri, ma non prova o   
prova meno efficace il senso di quella disperazione che  radicalmente  non  pu   
abbandonarlo.  Cio  intermette  [2928]di  desiderare o desidera meno vivamente   
quelle cose ch'egli  al  tutto  e  abitualmente  e  per  sempre  disperato  di   
conseguire.  Tutto ci perch gli spiriti vitali sono manco mobili ed agitati e   
svegli nell'inverno che nella state.Queste considerazioni  vanno  applicate  al   
carattere  delle  nazioni  che vivono in diversi climi,  di quelle che sogliono   
passare la pi parte dell'anno al coperto e nell'uso  della  vita  domestica  e   
casalinga  a  causa del rigore del clima,  e viceversa ec.  (9.  Luglio 1823.).   
Veggasi la p.3347-9. e 3296. marg.  ec.A proposito del verbo vexare che io dico   
esser  continuativo di vehere e fatto da un antico participio vexus in vece di   
vectus, del che vedi la pag.2020.  da notare che s altrove s particolarmente   
ne' participii in us non  raro nella lingua latina lo scambio delle lettere  s   
e t.  Eccovi da intendo,  intensus e intentus,  onde intentare,  come da vectus   
vectare; da ango, anxus ed anctus. V. Forc.  ango in fine.  V.  p.3488.  E cos   
tensus e tentus da tendo e dagli altri suoi composti,  del che ho detto altrove   
in proposito d'intentare. V. p.3815. Dico lo scambio giacch,  secondo [2929]me   
questi tali participii,  come tensus e tentus, non sono che un solo pronunziato   
in due diversi modi per propriet della lin                                       
gua materiale. Onde vexus, cio vecsus  lo stesso identicamente che vectus,  e   
vecsare o vexare,  per rispetto all'origine, lo stesso che vectare. Ma vexus si   
perdette, restando vectus, e forse fu pi antico di questo,  come vexare sembra   
esser  pi  antico di vectare.  Del resto da veho is exi  cos ragionevole che   
venga vexus, come da necto is exi, nexus, onde nexare, compagno di vexare, e da   
pecto is exi, pexus (e notisi ch'egli ha eziandio pectitus) e da plecto is exi,   
plexus, onde amplexare ec. flecto is exi, flexus. (v. p.2814-15.  marg.) ec.  E   
quanto ai verbi che hanno o ebbero de' participii cos in sus come in tus, vedi   
per un altro esempio fundere, che ha fusus ed ebbe anche futus, p.2821. e nitor   
eris che ha nixus,  onde nixari,  ed ebbe nictus, onde nictari, il qual esempio   
(v. la p.2886-7.) fa particolarmente al caso. V.  p.3038.  Figo-fixi-fictus,  e   
fixus  ch'  pi  comune  ancora.  E di molti altri verbi la nostra teoria de'   
continuativi dimostra de' doppi participii o supini,  [2930]cio  dimostra  che   
ebbero  participio  o  supino  diversi  da  quelli che ora hanno,  o due,  ambo   
perduti, o ancor pi di due, come fundo-fusus, futus, funditus, ec. ec.  V.  la   
p.2826. e il pensiero seguente, e la p.3037. Del resto vexare rispetto a vehere   
potrebbe  anche  appartenere  a quella categoria di verbi della quale,  p.2813.   
segg.  Ma non lo credo per le suddette ragioni che mi persuadono ch'ei venga da   
un particip. vexus. Vexus, flexus ec                                              
.  da vexi ec.  sono forse contrazioni di vexitus ec.  e altres vectus ec.  il   
quale per conserva il t, come textus da texui, ec. V.  la p.3060-1.  con tutte   
quelle  a  cui  essa si riferisce e quelle che in essa si citano.  (9.  Luglio.   
1823.)Pinso pinsis pinsi et pinsui,  pinsum et pinsitum et pistum.  Da pinsus o   
da  pinsitus,  pinsitare  appresso  Plauto,  se  questa voce  vera.  Da pistus   
pistare appresso il Forcellini e il Glossario (vedilo in Pistare  e  Pistatus),   
onde  il  nostro pestare che volgarmente si dice anche oggi pi spesso pistare,   
siccome pisto per pesto.  (V.  il Glossar.  in pestare).  Pisto rimane eziandio   
nello spagnuolo, ed  un aggettivo neutro sostantivato, che vale quello che noi   
diciamo  il  pollo pesto.  Tutti tre questi participii di pinso sono comprovati   
con esempi, e non da me congetturati.  V.  Forcell.  in ciascuno di loro,  e in   
pinso.Notiamo  qui  quello  che  dice  Festo alla voce pinso (ap.  Forcell.  in   
Pistus). Pistum a pinsendo pro molitum antiqui frequentius usurpabant quam nunc   
nos dicimus.  [2931]Infatti  pistillum,  pistor,  pistrinum  e  quasi  tutti  i   
derivati di pinso vengono dal supino o participio pistum o pistus. Ora, secondo   
Festo, al suo tempo questo participio o supino molto usitato dagli antichi, era   
poco frequentato. Egli vuol certo dire nel linguaggio polito e nella scrittura.   
Ma  eccovi  che il volgo latino e il parlar familiare conservava l'uso antico e   
conservollo sino all'ultimo, giacch nelle lingu                                  
e figlie della latina non resta quasi (dico quasi per rispetto al  verbo  pisar   
e.  di  cui qui sotto) del verbo pinsere altro che quello che appartiene al suo   
participio pistus, cio pesto, pisto ital. e spagn. pestare, pestello ec.  E il   
verbo  pestare  o  pistare  che  sembra  essere  sottentrato  ne'  bassi  tempi   
all'originale pinsere, nel luogo del quale ei si conserva fra gl'italiani anche   
oggid,  fu formato allora da pistus,  o s'ei fu proprio  anche  degli  antichi   
latini,  certo    ch'egli  si  conserv  nelle  bocche  del volgo e nel parlar   
familiare andando in disuso e totale dimenticanza il verbo pinso,  al contrario   
di  quello  che  [2932]sembra  dir  Festo,  o  che  si potrebbe ragionevolmente   
raccogliere dalle di lui soprascritte parole,  chi non sapesse i fatti.Pistus,   
onde  pistare    formato  evidentemente  dal  regolare  e  primitivo pinsitus,   
toltagli la n,  onde pisitus,  e contratto  questo  in  pistus,  come  positus,   
repositus  ec.  in  postus,  repostus.  E vedi la p.2894.  Ora come da pinsitus   
pisitus e pistus,  tolta la n,  cos da pinsus altro participio  irregolare  di   
pinso,  del  qual  participio altres s'hanno parecchi esempi (v.  Forcell.  in   
pinso fin. e pinsus),  fu fatto,  secondo me,  pisus,  e da questo,  siccome da   
pistus  pistare,  viene  il  verbo pisare,  il quale conseguentemente e secondo   
questo discorso,   un continuativo di pinsere appunto  come  pistare,  e  come   
forse pinsitare.  Se a questo discorso avessero posto mente quelli che appresso   
Var                                                                               
rone e Plinio sostituiscono il verbo pinsere al verbo pisare (o pisere,  di cui   
poscia),  riconosciuto pur da Diomede, e letto ancora da taluni appresso Persio   
[2933](v. Forcell. in pinso fine), non avrebbero forse pensato a bandire questo   
verbo.  E meno ancora lo avrebbero fatto se avessero osservato questo  medesimo   
verbo  pisare  appresso un Anonimo,  de re architectonica,  il quale non ho ora   
tempo d'investigar chi sia, se non  l'epitomatore di Vitruvio, ma certo al suo   
stile non par troppo recente, e vedi il suo passo nel Gloss. in Pisare.  E meno   
se   avessero   guardato   allo  spagnuolo  pisare  (calcare,   cal-pestare)  e   
all'italiano pigiare ch' il medesimo: e se in quel luogo di Varrone  ficum  et   
uvam  passam  cum  piserunt,  dov'essi ripongono pinserunt,  avessero osservato   
l'evidente conformit con le solenni frasi vernacole pisar las uvas,  pigiar le   
uve.  E  cos  se  avessero  posto mente al sostantivo piso onis,  derivante da   
pisare o certo da pisus per pinsus,  il qual  sostantivo  trovasi  appresso  il   
Forcell.  e nel citato anonimo ap.  il Glossar.  e nello spagnuolo pison,  onde   
pisonar ec. Vedi ancora nel Forcellini in pinso il luogo di Varrone l. 1. R. R.   
c.  63.  con quel ch'ei ne dice: e il vocabolo Pisatio,  dove non lodo quei che   
leggono spissatione.[2934]In luogo di pisare,  trovasi,  e pi spesso,  pisere.   
Intorno a questo veramente avrei i miei  dubbi,  e  credo  pi  ragionevoli  di   
quello de' sopraddetti che leggono sempre pinsere. Vogl                           
io  dire  che  a  me  non  par  da negare l'esistenza di quel verbo derivato da   
pinsere,  ma mi par da dubitare circa la  sua  coniugazione,  e  forse  da  non   
concedere ch'ei sia della terza, e dovunque si trova pisere da ripor pisare. Il   
quale  ed    pi  regolare  secondo  la  nostra teoria de' continuativi,  ed    
comprovato dal Glossario e dal vernacolo spagnuolo e italiano (giacch per puro   
accidente e vezzo di pronunzia noi diciamo pigiare in luogo di pisare  ch'  lo   
stesso,  e  che  certamente  si  dice in qualche dialetto o provincia d'Italia,   
come,  io credo,  nel veneziano),  ed  confermato dalle  altre  considerazioni   
addotte di sopra.In ogni modo il verbo pisere detto in vece di pisare,  sarebbe   
un continuativo anomalo di pinsere;  sia che anche pisare esistesse nell'antico   
latino, e da lui per corruzione fosse fatto pisere, come forse nexere da nexare   
(v.  p.2821.);  sia che pisere fosse fatto [2935]a dirittura da pisus-pinsus di   
pinsere prima di pisare e in  luogo  di  questo  (come  visere  per  visare  da   
video-visus),  e  che  questo  non sia stato mai nell'antico o nell'illustre ma   
solo nel basso o nel rustico Latino (fatto da pisere o a dirittura da pinsere),   
e  quindi  ne'  moderni  vernacoli;  o  sia  finalmente  che  pisere  e  pisare   
esistessero  ambedue quando che sia,  contemporaneamente,  ma indipendentemente   
l'uno dall'altro per  rispetto  all'origine.  E  vedi  a  questo  proposito  di   
continuativi anomali spettanti alla terza, la p.2885.Pisare considerat            
o come appartenente a pinsere (la quale appartenenza e parentela, quantunque il   
Forcellini non la riconosce o non la esprime, e fa derivar piso is, ed anche, a   
quel         che         pare,         piso         as         dal        greco   
andona alla fantasia,  e che mira                                                 
le cose da lungi.  Ed essendo di un altro genere, bench grandi, e forse talora   
pi grandi di quello che il fanciullo  o  l'uomo  s'immaginava,  l'uomo  n  il   
fanciullo  non  giammai contento ogni volta che giunge loro dappresso,  che le   
vede, le tocca, o in qualunque modo ne fa sperienza.  E cos le cose esistenti,   
e niuna opera della natura n dell'uomo, non sono atte alla felicit dell'uomo.   
(10.  Luglio.  1823.).  Non ch'elle sieno cose da nulla,  ma non sono di quella   
sorta che l'uomo indeterminatamente vorrebbe,  e ch'egli confusamente  giudica,   
prima  di  sperimentarle.  Cos  elleno son nulla alla felicit dell'uomo,  non   
essendo un nulla  per  se  medesime.  E  chi  potrebbe  chiamare  un  nulla  la   
[2937]miracolosa  e  stupenda  opera  della natura,  e l'immensa egualmente che   
artificiosissima macchina e mole dei mondi,  bench a  noi  per  verit  ed  in   
sostanza nulla serva?  poich non ci porta in niun modo mai alla felicit.  Chi   
potrebbe disprezzare l'immensurabile e  arcano  spettacolo  dell'esistenza,  di   
quell'esistenza   di   cui  non  possiamo  nemmeno  stabilire  n  conoscere  o   
sufficientemente immaginare n i limiti,  n le ragioni,  n le  origini;  qual   
uomo  potrebbe,  dico,  disprezzare  questo  per la umana cognizione infinito e   
misterioso spettacolo della esistenza e della vita delle c                        
ose,  bench n l'esistenza e vita nostra,  n quella degli altri esseri  giovi   
veramente nulla a noi,  non valendoci punto ad esser felici? ed essendo per noi   
l'esistenza cos nostra come universale scompagnata  dalla  felicit,  ch'  la   
perfezione e il fine dell'esistenza, anzi l'unica utilit che l'esistenza rechi   
a  quello  ch'esiste?  e  quindi esistendo noi e facendo parte della universit   
della esistenza,  senza niun frutto per noi?  Ma con tutto  ci  come  possiamo   
chiamar vile e nulla quell'opera di cui non vediamo [2938]n potremo mai vedere   
nemmeno  i  limiti?  n  arrivar  mai  ad intendere n anche a sufficientemente   
ammirare l'artifizio e il modo?  anzi neppur la qualit della massima parte  di   
lei? cio la qualit dell'esistenza della pi parte delle cose comprese in essa   
opera;  o  vogliamo  dir  la  massima  parte  di  esse cose,  cio degli esseri   
ch'esistono.  Pochissimi de' quali,  a rispetto della loro immensa moltitudine,   
son  quelli  che noi conosciamo pure in qualunque modo,  anche imperfettamente.   
Senza parlar delle  ragioni  e  maniere  occulte  dell'esistenza  che  noi  non   
conosciamo   n  intendiamo  punto,   neppur  quanto  agli  esseri  che  meglio   
conosciamo,  e neppur quanto alla nostra specie e al nostro proprio  individuo.   
(10.  Luglio. 1823.)Questo ch'io dico delle opere della natura, dicasi eziandio   
proporzionatamente di molte o grandi o belle o per qualunque cagione notabili e   
maravigliose opere degli uomini, o sieno materiali, o appa                        
rtengano puramente alla ragione;  o di mano o  d'intelletto  o  d'immaginativa;   
scoperte, invenzioni, scienze, speculazioni ec. ec. [2939]discipline pratiche o   
teoriche;  navigazioni,  manifatture, edifizi, costruzioni d'ogni genere, opere   
d'arte ec. ec.(11. Luglio.  1823.)Dalle lunghe considerazioni da me fatte circa   
quello  che  voglia significare nella Genesi l'albero della scienza ec.,  dalla   
favola di Psiche della quale ho parlato altrove,  e da altre o favole  o  dogmi   
ec.  antichissimi,  che  mi  pare  avere  accennato  in diversi luoghi,  si pu   
raccogliere non solo quello che generalmente  si  dice,  che  la  corruzione  e   
decadenza  del  genere  umano  da  uno  stato  migliore,  sia comprovata da una   
remotissima,  universale,  costante e continua tradizione,  ma che eziandio sia   
comprovato  da  una  tal  tradizione  e dai monumenti della pi antica storia e   
sapienza,  che questa corruttela e decadimento del genere umano  da  uno  stato   
felice,  sia nato dal sapere, e dal troppo conoscere, e che l'origine della sua   
infelicit sia stata la scienza e di se stesso e del mondo,  e  il  troppo  uso   
della ragione.  E pare che questa verit fosse nota ai pi antichi sapienti,  e   
una  [2940]delle  principali  e  capitali  fra  quelle  che  essi,  forse  come   
pericolose  a sapersi,  enunziavano sotto il velo dell'allegoria e coprivano di   
mistero e vestivano di finzioni, o si contentavano di accennare confusamente al   
popolo; il quale era in quei tempi assai pi diviso per ogni ri                   
spetto dalla classe de' sapienti,  che oggi non : onde nasceva l'arcano in cui   
dovevano  restare  quei dogmi ch'essendo sempre proprii de' soli sapienti,  non   
erano allora quasi per niun modo communicati al popolo,  separato  affatto  dai   
saggi.  Oltrech  in  quei  tempi  l'immaginazione influiva e dominava cos nel   
popolo,  come anche nei sapienti medesimi,  onde nasceva che  questi,  eziandio   
senz'alcuna intenzione di misteriosit,  e senz'alcun secondo fine,  vestissero   
le verit di figure,  e le rappresentassero altrui con sembianza di  favole.  E   
infatti  i  primi sapienti furono i poeti,  o vogliamo dire i primi sapienti si   
servirono della poesia,  e le prime verit furono  annunziate  in  versi,  non,   
cred'io,  con  espressa  intenzione  di velarle e farle poco intelligibili,  ma   
perch esse si presentavano [2941]alla mente  stessa  dei  saggi  in  un  abito   
lavorato  dall'immaginazione,  e in gran parte erano trovate da questa anzi che   
dalla ragione,  anzi avevano eziandio gran  parte  d'immaginario,  specialmente   
riguardo  alle  cagioni  ec.,  bench di buona fede creduto dai sapienti che le   
concepivano o annunziavano.  E inoltre per propria inclinazione e per  secondar   
quella  degli  uditori,  cio de' popoli a cui parlavano,  i saggi si servivano   
della poesia e della favola per annunziar le verit,  bench  niuna  intenzione   
avessero  di renderle mconnaissables.  (11.  Luglio 1823.)Il principal difetto   
della ragione non , come si dice, di essere impotente. In                        
verit ella pu moltissimo,  e basta per accertarsene il paragonare  l'animo  e   
l'intelletto  di un gran filosofo con quello di un selvaggio o di un fanciullo,   
o di questo medesimo filosofo avanti il suo primo uso della ragione: e cos  il   
paragonare  il  mondo  civile  presente  s  materiale  che  morale,  col mondo   
selvaggio presente,  e pi col primitivo.  Che cosa non pu  la  ragione  umana   
nella speculazione?  Non penetra ella fino all'essenza delle cose che esistono,   
ed anche di se medesima?  non ascende fino al trono di Dio,  e non [2942]giunge   
ad  analizzare fino ad un certo segno la natura del sommo Essere?  (Vedi quello   
che ho detto altrove in questo proposito).  La ragione dunque per  se,  e  come   
ragione,  non    impotente  n debole,  anzi per facolt di un ente finito,     
potentissima; ma ella  dannosa, ella rende impotente colui che l'usa,  e tanto   
pi  quanto  maggiore  uso ei ne fa,  e a proporzione che cresce il suo potere,   
scema quello di chi l'esercita e la possiede,  e pi ella  si  perfeziona,  pi   
l'essere  ragionante  diviene  imperfetto: ella rende piccoli e vili e da nulla   
tutti gli oggetti sopra i quali ella si esercita, annulla il grande,  il bello,   
e per cos dir la stessa esistenza,  vera madre e cagione del nulla, e le cose   
tanto  pi  impiccoliscono  quanto  ella  cresce;  e  quanto   maggiore la sua   
esistenza in intensit e in estensione,  tanto l'esser delle cose  si  scema  e   
restringe ed accosta verso il nulla. Non diciamo che la rag                       
ione  vede  poco.  In  effetto  la sua vista si stende quasi in infinito,  ed    
acutissima sopra ciascuno oggetto,  ma essa vista ha questa  propriet  che  lo   
spazio e gli oggetti le appariscono tanto pi piccoli quanto ella pi si stende   
[2943]e quanto meglio e pi finamente vede. Cos ch'ella vede sempre poco, e in   
ultimo  nulla,  non  perch'ella sia grossa e corta,  ma perch gli oggetti e lo   
spazio tanto pi le mancano quanto ella pi n'abbraccia,  e pi minutamente gli   
scorge.  Cos  che  il  poco  e  il  nulla  negli oggetti e non nella ragione.   
(bench gli oggetti sieno,  e  sieno  grandi  a  qualunqu'altra  cosa,  eccetto   
solamente ch'alla ragione).  Perciocch'ella per se pu vedere assaissimo, ma in   
atto ella tanto meno vede quanto pi vede.  Vede per tutto il visibile,  e  in   
tanto  in  quanto  esso   e pu mai esser visibile a qualsivoglia vista.  (11.   
Luglio 1823.)Come gli antichi riponessero la consolazione,  anche della  morte,   
non  in  altro  che nella vita,  (del che ho detto altrove),  e giudicassero la   
morte una sventura appunto in quanto privazion della vita, e che il morto fosse   
avido della vita e  dell'azione,  e  prendesse  assai  pi  parte,  almeno  col   
desiderio  e coll'interesse,  alle cose di questo mondo che di quello nel quale   
stimavano pure ch'egli abitasse e dovesse eternamente  abitare,  e  di  cui  lo   
stimavano   divenuto   per   sempre   un  membro,   si  pu  vedere  ancora  in   
quell'antichissimo costume di onorar l'esequie e gli anniversari ec. di           
[2944]un morto coi giuochi funebri.  I quali giuochi erano le opere pi vivaci,   
pi forti,  pi energiche, pi solenni, pi giovanili, pi vigorose, pi vitali   
che si potessero fare.  Quasi volessero intrattenere il morto collo  spettacolo   
pi  energico  della  pi  energica  e florida e vivida vita,  e credessero che   
poich'egli non poteva pi prender parte attiva in essa vita,  si  dilettasse  e   
disannoiasse  a contemplarne gli effetti e l'esercizio in altrui.  (11.  Luglio   
1823.)Gridano che la poesia debba  esserci  contemporanea,  cio  adoperare  il   
linguaggio  e  le  idee  e dipingere i costumi,  e fors'anche gli accidenti de'   
nostri tempi. Onde condannano l'uso delle antiche finzioni, opinioni,  costumi,   
avvenimenti.  Puoi  vedere  la  p.3152.  Ma  io dico che tutt'altro potr esser   
contemporaneo a questo secolo fuorch la poesia. Come pu il poeta adoperare il   
linguaggio e seguir le idee e mostrare i costumi d'una generazione d'uomini per   
cui la gloria  un fantasma,  la libert la patria l'amor patrio non  esistono,   
l'amor  vero    una  [2945]fanciullaggine,  e  insomma  le illusioni son tutte   
svanite,  le passioni,  non solo grandi e nobili e belle,  ma tutte le passioni   
estinte?  Come pu, dico, ci fare, ed esser poeta? Un poeta, una poesia, senza   
illusioni senza passioni,  sono termini che reggano  in  logica?  Un  poeta  in   
quanto  poeta  pu  egli essere egoista e metafisico?  e il nostro secolo non    
tale caratteristicamente? come dunque pu il poeta es                             
sere  caratteristicamente  contemporaneo  in  quanto  poeta?Osservisi  che  gli   
antichi poetavano al popolo,  o almeno a gente per la pi parte non dotta,  non   
filosofa. I moderni all'opposto;  perch i poeti oggid non hanno altri lettori   
che  la  gente  colta  e  istruita,  e al linguaggio e all'idee di questa gente   
vuolsi  che  il  poeta  si  conformi,   quando  si  dice  ch'ei   debba   esser   
contemporaneo;  non gi al linguaggio e alle idee del popolo presente, il quale   
delle presenti n delle antiche poesie non  sa  nulla  n  partecipa  in  conto   
alcuno.  Ora  ogni  uomo  colto e istruito oggid,   immancabilmente egoista e   
filosofo,  privo d'ogni notabile illusione,  spoglio di vive passioni;  e  ogni   
donna  altres.  Come  pu  il poeta essere per [2946]carattere e per ispirito,   
contemporaneo e conforme a tali persone in quanto poeta? che v'ha di poetico in   
esse,  nel  loro  linguaggio,  pensieri,  opinioni,  inclinazioni,   affezioni,   
costumi,  usi  e fatti?  che ha o ebbe o potr mai aver di comune la poesia con   
esso loro?Perdno dunque se il poeta moderno segue le cose antiche,  se  adopra   
il linguaggio e lo stile e la maniera antica, se usa eziandio le antiche favole   
ec.,  se mostra di accostarsi alle antiche opinioni,  se preferisce gli antichi   
costumi,  usi,  avvenimenti,  se imprime alla sua poesia un  carattere  d'altro   
secolo,  se cerca in somma o di essere,  quanto allo spirito e all'indole, o di   
parere antico. Perdno se il poeta, se la poesia moderna non si mostra            
no, non sono contemporanei a questo secolo, poich esser contemporaneo a questo   
secolo, , o inchiude essenzialmente, non esser poeta, non esser poesia.  Ed ei   
non  si  pu  essere  insieme  e  non  essere.  (11.  Luglio.  1823.).  E non    
conveniente a filosofi e ad un secolo filosofo il richieder cosa impossibile di   
natura sua,  e contraddittoria in se stessa e ne'  suoi  propri  termini.  (12.   
Luglio  1823.)[2947]Intentare  lat.  da  intendo,  onde  il francese intenter e   
quello che noi pur diciamo intentare un'accusa,  un processo e  simili.  V.  il   
Glossar. Cang. Participio intentatus. Intentare de' nostri antichi (v. la Crus.   
in intentare e intentazione) e intentar spagnuolo, da tento colla prepos. in, e   
vale  lo  stesso  che  tentare.  Questo composto,  tutto alla latina,  ma tutto   
diverso dall'altro intentare sopraddetto, io lo credo venuto, se non altro, dal   
latino volgare, poich m'ha sapor di vera latinit,  e non mi riesce verisimile   
che  sia  stato  creato nelle lingue vernacole,  pochissimo usate a crear nuovi   
composti con preposizione il qual  uso    tutto  greco  e  latino.  Participio   
intentato,  intentado,  o  intentatus,  cio  tentatus (Similmente obtento,  se   
questa voce  vera,  viene da ob-tineo,  laddove ostento  da  os-tendo,  antic.   
obs-tendo,  [v. la p.2996.]). Diverso da questo  l'altro participio intentatus   
che significa il contrario,  cio non tentatus,  fatto non colla prep.  in,  ma   
colla particella privativa del medesimo suono in, il quale                        
participio noi pure l'abbiamo, e viene ad essere un terzo participio intentatus   
diverso per origine e per significato, bench di suono in ogni cosa conforme ed   
uguale,  dai  due  sopraddetti.  Similmente inauditus,  insuetus ed [2948]altri   
tali,  vagliono non auditus,  non suetus,  ed altres l'opposto,  cio  suetus,   
auditus,  da insuesco ed inaudio.  (12. Luglio. 1823.)Quanto mirabile sia stata   
l'invenzione dell'alfabeto, oltre tutti gli altri rispetti e modi, si pu anche   
per questa via facilmente considerare.  cosa osservata che l'uomo non pensa se   
non parlando fra se, e col mezzo di una lingua; che le idee sono attaccate alle   
parole; che quasi niuna idea sarebbe o  stabile e chiara se l'uomo non avesse,   
o quando ei non ha,  la parola da poterla esprimere non meno a  se  stesso  che   
agli altri, e che insomma l'uomo non concepisce quasi idea chiara e durevole se   
non  per  mezzo  della  parola corrispondente,  n arriva mai a perfettamente e   
distintamente concepire un'idea, anzi neppure a determinarla nella sua mente in   
modo ch'ella sia divisa dall'altre, e divenga idea, oscura o chiara che sia, n   
a fissarla in modo ch'ei possa richiamarla, riprenderla, raffigurarla nella sua   
mente e seco stesso quando che  sia;  non  arriva,  dico,  a  far  questo  mai,   
finch'egli  non  [2949]ha  trovato  il vocabolo con cui possa significar questa   
idea,  quasi legandola e incastonandola;  o sia vocabolo  nuovo,  o  nuovamente   
applicato, se l'idea  nuova, o s'e                                               
gli non conosce la parola con cui gli altri la esprimono, o sia questo medesimo   
vocabolo  che  gli  altri  usano a significarla.Tutto ci ha luogo in ordine ai   
suoni elementari della favella,  per rispetto  all'alfabeto.  L'alfabeto    la   
lingua  col  cui mezzo noi concepiamo e determiniamo presso noi medesimi l'idea   
di ciascuno dei detti suoni. Quegli che non conosce l'alfabeto,  parla,  ma non   
ha veruna idea degli elementi che compongono le voci da lui profferite. Egli ha   
ben  l'idea della favella,  ma non ha per niun conto le idee degli elementi che   
la compongono: siccome infinite altre idee hanno gli uomini,  degli elementi  e   
parti  delle  quali  non hanno veruna idea n chiara n oscura che sia separata   
dalla massa delle altre: e questo appunto  il progresso dello  spirito  umano;   
suddivider  le  idee,  e  concepir  l'idea  delle  parti e degli elementi delle   
medesime, conoscere [2950]che quella tale idea ch'egli teneva per semplice, era   
composta,  o scompor quella idea ch'era stata semplice  per  lui  finallora,  e   
scompostala  concepir  l'idee delle parti di essa,  sia di tutte le parti,  sia   
d'alcuna.  N altro  per l'ordinario una nuova idea,  che una porzione d'idea   
gi  posseduta,  nuovamente  separata  dalle  altre porzioni della medesima,  e   
nuovamente determinata in modo ch'ella sussista da se,  e sia idea da se,  e da   
se  si  concepisca.Or questa determinazione si fa col mezzo della lingua,  cio   
con un vocabolo nuovo o nuovamente applicato. E n                                 
on  difficilissimo il farlo,  perocch la lingua  gi trovata e posseduta,  e   
l'uomo  ha chiare idee degli elementi che la compongono,  cio de' vocaboli,  e   
facilmente si aggiunge alle cose trovate.Ma per determinare gli elementi  della   
voce umana articolata,  l'unica lingua,  come ho detto,  l'alfabeto. Or questa   
lingua non era trovata ancora,  e niuna idea se ne  aveva.  Quindi  niun  mezzo   
[2951]di  determinare presso se stesso le idee degli elementi di detta voce;  e   
quindi infinita difficolt di concepir queste idee e di fissarle nella  propria   
mente; cio di suddivider l'idea della voce, e stabilire nel proprio intelletto   
le idee separate delle di lei porzioni.A noi gi istruiti dell'alfabeto,  niuna   
difficolt reca il concepire determinatamente l'idea di ciascun suono di nostra   
voce, distintamente l'uno dall'altro. Ma supponghiamo,  come ho detto,  un uomo   
non  istruito dell'alfabeto,  quali sono i fanciulli e gl'illetterati,  e senza   
insegnargli l'alfabeto,  n  dargliene  veruna  idea  (s'  possibile  che  nel   
presente stato di cose, un uomo, bench ignorante, niuna lontana e confusa idea   
possegga  dell'alfabeto),  comandiamogli  ch'egli  da se risolva la sua propria   
voce nei suoni che la compongono,  e dica  quanti  e  quali.  Gi  questa  sola   
proposizione  moltissima  luce gli dar,  la qual non avevano i primi inventori   
dell'alfabeto,  perocch'egli intender che la sua  voce    composta  di  parti   
diverse l'una dall'altra, e concepir l'idea del                                  
la divisibilit della medesima.  Idea difficilissima [2952]a concepire, e molto   
pi quella,  che tali parti si possano determinare ciascuna da se,  e concepire   
distintamente   l'una  dall'altra.   A  ogni  modo,   dopo  tutte  queste  idee   
preliminari, e dopo aver fatto cos grandi e difficili passi verso l'invenzione   
dell'alfabeto, si pu quasi certamente credere ch'egli in niun modo riuscir n   
a trovare e concepire quali parti ed elementi compongano  il  suono  della  sua   
voce,  n quando anche trovasse e concepisse la qualit e diversit scambievole   
di questi elementi,  riuscir a determinare e fermare appo se stesso l'idea  di   
ciascuno  di  loro,  non avendo i segni con cui significarli,  e rappresentarli   
distintamente a se stesso,  ed a cui riferire le sue proprie idee;  n  former   
per  niun  modo  il  pensiero  che  siccome  l'altre  idee  si  rappresentano e   
determinano co' vocaboli, e cos determinate e rappresentate,  ad essi vocaboli   
si riferiscono, cos anche quelle de' suoni elementari si possano significare e   
determinare  con  altri  segni,  cio  con  quelli  dell'alfabeto,  ed a questi   
riportare [2953]colla mente.  Imperciocch questo  appunto    quello  che  noi   
facciamo,   senz'avvedercene:   rapportiamo   ciascun   suono   elementare   al   
corrispondente carattere  dell'alfabeto,  e  per  questo  mezzo  ne  concepiamo   
chiaramente  e  determinatamente  l'idea  distinta  e  separata,  sempre che ci   
occorre,  e la  richiamiamo  e  riprendiamo  a  piacer  nostro.  Cos  facciamo   
dell'altr                                                                         
e  idee  rispetto  alle  parole.Ed  notabile che in questo secondo caso,  noi   
rapportiamo l'oggetto della  nostra  idea  alla  parola  che  lo  significa,  o   
pronunziata  o  scritta.  Gli uomini avvezzi alla lettura,  sogliono per lo pi   
rapportarsi al vocabolo scritto,  e concepir tutt'insieme  l'idea  di  ciascuna   
cosa,  del  vocabolo  che  lo significa,  e della forma materiale in ch'egli si   
scrive. V. p.3008.  Ma gl'illetterati e i fanciulli si rapportano semplicemente   
al vocabolo pronunziato, e ci basta a concepire l'idea determinata e chiara di   
qualsivoglia cosa il cui vocabolo si conosca, e di qualsivoglia vocabolo il cui   
significato ben s'intenda.  Perocch ciascun vocabolo anche [2954]semplicemente   
considerato nella sua profferenza,  nella qual solamente  possono  considerarlo   
gl'illetterati,  ha tanto corpo,  e per cos dire persona, e tanta consistenza,   
che basta a ferire i sensi, e quindi essere ritenuto nella memoria,  e distinto   
col  pensiero  dagli altri vocaboli.Il che non accade circa i suoni della voce.   
Perocch esso suono  il vocabolo di se medesimo;  e quindi l'idea del suono  e   
del  vocabolo  che lo significa essendo una cosa stessa,  e non potendosi l'uno   
riferire all'altro,  la mente non  in verun  modo  aiutata  dal  linguaggio  a   
concepire determinatamente e ritenere e richiamare a suo talento le idee d'essi   
suoni  distinte  l'una dall'altra.  Vero  che non potendosi profferir da s se   
non le vocali, tutti gli altri suoni hanno presso                                 
noi una sorta di nome, che non  propriamente esso suono nudo, come bi ci, sono   
nomi di b c. E nelle antiche lingue ciascun suono anche vocale,  portava un suo   
proprio  nome  arbitrario e di convenzione (come son le parole,  o vogliam dire   
come i nomi d'ogni altra [2955]cosa) il qual nome era pi distinto che fra  noi   
da esso suono nudo,  onde si pu dir che in quelle lingue i suoni della favella   
avessero i loro vocaboli diversi  dall'oggetto,  siccome  l'avevano  gli  altri   
oggetti;  che  il linguaggio aiutasse il pensiero anche circa i detti suoni,  e   
che la nuda idea de' medesimi avesse dove appoggiarsi e a che  riferirsi  anche   
fuori  della  scrittura  e  dell'alfabeto  scritto,  cio  i nomi conventizi ed   
imposti dei detti suoni,  e l'alfabeto pronunziato.  Per  esempio  alf,  beth,   
ghiml,  alfa,  beta,  gamma,  iota,  eta erano nell'ebraico e nel greco i nomi   
propri de' suoni, diversi da' medesimi suoni.Contuttoci,  se non agli antichi,   
certo  ai  moderni,  si  pu  considerar  come  quasi  impossibile  di concepir   
chiaramente e precisamente,  ritener costantemente,  e richiamar facilmente  le   
idee  di  ciascun  suono  elementare  della  favella,  delle qualit proprie di   
ciascuno, e della loro scambievole diversit, senza la cognizione dell'alfabeto   
scritto.  [2956]N credo che si possa allegare esempio di chi possegga o  abbia   
mai  posseduto  distintamente e perfettamente queste tali idee nel modo e colle   
condizioni ch'io dico, senza conoscere i caratteri che                            
le significano e rappresentano.  Vale a dire non credo  che  alcuno  abbia  mai   
avuto  e  ritenuto,  abbia e ritenga la chiara,  determinata e distinta idea di   
ciascun suono, senza poterlo riferire al rispettivo carattere dell'alfabeto, ma   
rapportandolo solamente al suo vocabolo, o non rapportandolo a cosa alcuna,  ma   
considerandolo  col pensiero solamente in se stesso,  e tenendolo semplicemente   
per se stesso. Non lo credo, dico, di alcuno,  e neppur degli antichi,  i quali   
tengo  per  fermo  che  nell'imporre  i  nomi  che imposero ai suoni,  avessero   
tutt'altro intento e motivo che quello di aiutar con essi nomi il pensiero,  e   
di  far  ch'essi  suoni  si  potessero  insegnare  separatamente  dall'alfabeto   
scritto, ed esser saputi,  conosciuti distintamente e costantemente ritenuti da   
quelli  che  non  conoscessero  i  caratteri n potessero in niun modo leggere.   
Certo i fanciulli [2957]oggid non prima imparano a  distinguere  i  suoni  del   
proprio  lor  favellare che ad intendere i caratteri che li significano,  n la   
distinta cognizione e idea di  quelli    nelle  menti  loro  per  alcun  tempo   
scompagnata  dalla  cognizione  e  dalla idea di questi.Per le quali ragioni io   
dissi di sopra (p.2953.) che noi colla nostra mente rapportiamo sempre  ciascun   
suono  elementare  della  favella  al  corrispondente  carattere dell'alfabeto,   
quante volte concepiamo nella mente nostra la distinta idea di qualsivoglia dei   
detti suoni; e non dissi al nome o vocabolo de' medesimi.Con                      
queste considerazioni  fra  l'altre,  e  per  questa  via,  si  pu  facilmente   
comprendere  e  sentire  che l'invenzione dell'alfabeto fu,  si pu dire,  cos   
difficile,  ed  cos maravigliosa come fu  ed    l'invenzione  della  lingua.   
Perocch  quel  medesimo  che dee farci maravigliare intorno alla lingua,  cio   
come sienosi potute avere idee chiare e distinte senza l'uso  delle  parole,  e   
come  inventar  [2958]le  parole  senza avere idee chiare e distinte alle quali   
applicarle,  questa medesima meraviglia ha luogo  in  proposito  dell'alfabeto.   
Potendosi  appena  concepire come questo abbia potuto preceder le idee chiare e   
distinte de' suoni elementari,  o come tali idee abbiano potuto essere  innanzi   
alla  cognizione de' segni che li figurano.  Onde si pu applicare all'alfabeto   
quel detto di Rousseau il quale confessava che nella considerazion della lingua   
e nello investigare  e  spiegare  l'invenzione  della  medesima,  trovavasi  in   
grandissimo  imbarazzo perch non sembra possibile una lingua formata innanzi a   
una societ quasi perfetta, n una societ quasi perfetta innanzi all'uso d'una   
lingua gi formata e matura.Anzi a rispetto dell'alfabeto cresce sotto un certo   
riguardo la meraviglia.  Perch idee chiare e distinte  d'oggetti  sensibili  e   
sensibilmente distinti gli uni dagli altri, si poterono avere anche senza l'uso   
delle  parole,  e  trovate  le parole a significar questi oggetti,  si pot col   
mezzo delle similitudini e delle metafore (principale [29                         
59]strada per cui tutte le lingue si accrebbero) nominare eziandio gli  oggetti   
meno  sensibilmente  distinti  fra  loro,  e  quindi  i meno sensibili,  i meno   
chiaramente conceputi, e finalmente gl'insensibili e gli oscurissimi; e trovare   
il modo di significarli. Ma questa scala non ebbe luogo in ordine all'alfabeto,   
che , come ho detto, la lingua significante i suoni elementari.  Tutti questi,   
bench  cadano  sotto  i sensi,  sono tuttavia cos confusi,  legati,  stretti,   
incorporati gli uni cogli altri nella pronunzia  della  favella,  cos  lontani   
dall'essere  in  modo  alcuno  sensibilmente  distinti,  e  la  loro  diversit   
scambievole  cos difficile a notare,  ch'ella  quasi fuor  del  dominio  de'   
sensi,  e  la  difficolt  di concepire l'idea chiara e distinta di ciascuno di   
loro senza i segni,  e di trovarne i segni senz'averne conceputo  le  chiare  e   
distinte  idee,  non    quasi aiutata da verun rispetto,  n fu potuta vincere   
gradatamente,  ma quanto alla parte principale,  e alla somma  dell'invenzione,   
essa  difficolt  fu dovuta necessariamente vincere tutta in un tratto.  Questa   
[2960]invenzione,  per dirlo brevemente,  apparteneva tutta all'analisi;    di   
natura  sua,  tutta  opera  ed effetto di questa;  richiedeva essenzialmente la   
risoluzione negli ultimi e semplicissimi elementi,  le quali cose sono  appunto   
le  pi  difficili all'umano intelletto,  e le ultime operazioni ch'egli soglia   
giungere a fare. (12. 14. Luglio. 1823.)Supponete un cieco nato                   
al quale una felice operazione,  nella  sua  et  gi  matura  o  adulta,  doni   
improvvisamente  la  vista.  Domandategli  o  considerate  i suoi giudizi (dico   
giudizi e non sensazioni,  le quali non appartengono  alla  considerazione  del   
bello  esattamente  e  filosoficamente  inteso)  circa  il bello materiale o il   
brutto materiale degli oggetti visibili che si presentano a' suoi occhi.  E voi   
vedrete  se  questi  giudizi sono conformi al giudizio che generalmente si suol   
fare di quegli oggetti sotto il rapporto del bello;  o se  piuttosto  essi  non   
sono  difformissimi  o contrarissimi,  non solo nelle minuzie e nelle finezze o   
delicatezze,  ma nelle parti e nelle cose pi sostanziali.  Di ci non  mancano   
esperienze  [2961]effettive  e  prove di fatto,  perch la circostanza ch'io ho   
supposta non manca di esempi reali.E il cieco nato, restando cieco,  quali idee   
concepisce egli della forma umana e di quella degli altri oggetti ch'ei pu pur   
conoscere  per mezzo del tatto?  quali idee circa la loro bellezza o bruttezza?   
crediamo noi che queste idee,  questi giudizi ch'ei forma convengano colle idee   
e co' giudizi degli uomini che veggono? e che sovente non sieno contrarissime a   
queste?  Ma se esistesse un bello ideale e assoluto, non dovrebbe il cieco nato   
conoscerlo,  come si pretende ch'ei conosca naturalmente e che tutti gli uomini   
conoscano  il  bello morale che si crede essere assoluto,  il qual bello morale   
niuno lo vede, come il cieco non vede il bello ma                                 
teriale?  E nelle qualit che si credono assolutamente belle o brutte in questa   
o  quella  specie d'oggetti;  e massime in quelle qualit che appartengono agli   
oggetti che il cieco nato conosce per mezzo degli altri sensi fuor della vista;   
e pi in quelle che appartengono alla  specie  umana,  della  [2962]quale  esso   
medesimo  cieco  fa  parte,  non dovrebbero le idee ed i giudizi del cieco,  in   
quanto egli pu comprenderle, convenire col giudizio e colle idee di quelli che   
veggono,  circa il bello e il brutto che ne deriva  o  che  n'  composto?  non   
dovrebbero  dico  convenire,  almeno  per  ci  che  spetta al sostanziale e al   
principale?  Laddove ciascuno di noi  persuaso  ch'esse  idee  e  giudizi  non   
convengono  coi nostri,  se non forse accidentalmente,  anzi per lo pi ne sono   
remotissimi e contrarissimi. (14. Luglio 1823.)Il fanciullo,  il cieco nato che   
abbia  improvvisamente  acquistato  la  vista,  e tutti gli uomini di qualunque   
nazione, tempo, costume, gusto,  opinione,  considera la giovent come bella in   
se  pi  della  vecchiezza.   La  giovent  quanto  a  se  par  bella  a  tutti   
assolutamente.  Essa  per tutti una qualit bella (s considerata negli uomini   
che negli animali per la pi parte, e cos nelle piante, e nel pi delle specie   
che  ne  sono  partecipi)  ec.  Questo  consenso universale non prova punto che   
v'abbia una qualit essenzialmente e assolutamente bella  per  se  medesima,  o   
necessaria alla composizione del bello in nessun [2963]genere di                  
cose (giacch la convenienza non  una qualit che componga il bello, una parte   
che entri nella composizione del bello; ma il bello consiste in essa, essa  il   
bello, e viceversa il bello  convenienza e non altro).1. La giovent si chiama   
bella,  come si chiama bello un color vivo. N l'una n l'altro meritano questo   
nome  filosoficamente.  La  bellezza  loro  non    convenienza:  ma  il  bello   
filosofico non  altro che convenienza.  Quello che ci porta a chiamar bella la   
giovent non  giudizio ma inclinazione.  Il piacere  che  deriva  dalla  vista   
della giovent non si percepisce per via del giudizio ma della inclinazione,  e   
quindi non spetta alla bellezza.  Altrimenti gli  uomini  diranno  che  l'esser   
donna  assolutamente   bellezza,  perch'essi veggono con pi piacere una donna   
che un uomo.  Ma le donne diranno al contrario.  Queste qualit non hanno a far   
niente  col  bello filosoficamente definito.  Esse spettano alla considerazione   
del  piacere  che  nasce  dall'inclinazione,  [2964]la  quale  pu  ben  essere   
universale  in  una  specie,  ed  anche  in  tutte le specie,  perch pu esser   
naturale e innata.  Le idee son quelle che non  possono  essere  innate.  E  il   
piacere che reca la vista della giovent  una sensazione pura, non un'idea, n   
deriva  da  un'idea.  Che  ha dunque che fare col bello ideale?  Questo non pu   
essere che un'idea. Il caldo, il freddo,  l'amaro,  il dolce,  che niuno chiama   
belli n brutti, appartengono alla categoria della giovent.                      
L'effetto ch'essi producono nell'uomo o nell'animale,  in quanto esso effetto    
attualmente piacevole o dispiacevole, non  idea ma sensazione. Dunque non  n   
bello n brutto.  Cos n pi  n  manco  l'effetto  che  produce  nell'uomo  o   
nell'animale  la  vista  della giovent.  Il cieco nato adunque che vede per la   
prima volta una persona giovane e trova la giovent  piacevole  a  vedere,  non   
prova  l'effetto  di  niuna bellezza,  ma di una qualit che la natura ha fatto   
esser piacevole a vedere [2965]come il dolce a gustare. Egli non giudica allora   
ma sente.  Se dipoi sopra questa sensazione egli fonda e forma  un  giudizio  e   
un'idea,  come gli uomini sempre fanno, questa  venuta dalla sensazione, e non   
da un'idea innata, cio da quella del bello che si suppone ideale. Bens quella   
sensazione,  in quanto piacevole,   venuta da una qualit innata e naturale in   
quel  cieco,  ma  questa  qualit  non    un'idea;  essa   una inclinazione e   
disposizione,  n deriva n risiede n spetta punto per se all'intelletto.  Nel   
quale,  e  non altrove,  dovrebbe esistere e risiedere il bello ideale,  s'egli   
esistesse. E nell'intelletto quindi debbono accadere gli effetti del vero bello   
veduto,  e non altrove;  e da esso derivarne le sensazioni.  Ma nel caso nostro   
accade  il contrario.  L'idea  cagionata nell'intelletto dalla sensazione.Cos   
discorrere del fanciullo.  Il quale neanche si pu cos semplicemente dire  che   
trovi piacevole a vedere la giovent, appena, e l                                 
a prima volta ch'ei la vede;  che gli paia, come si dice, bella assolutamente e   
per se, e pi bella della vecchiezza, al primo vederla. [2966]Ho notato altrove   
quanto spesso una  persona  giovane  gli  paia,  e  sia  da  lui  espressamente   
giudicata  bruttissima,  e  una persona vecchia bellissima (ancorch ella sia a   
tutti gli altri brutta, eziandio per vecchia), e ci per varie circostanze. E i   
sopraddetti effetti  non  hanno  luogo  nel  fanciullo,  o  non  v'hanno  luogo   
costantemente   e  sicuramente  n  in  modo  che  non  sia  accidentale  e  di   
circostanza,  se non dopo essersi sviluppata in lui  la  inclinazione  naturale   
verso  la  giovent,  massime in ordine agl'individui della propria specie;  il   
quale sviluppo, specialmente ne' paesi meridionali,  accade nel fanciullo assai   
presto,  e molto prima ch'egli sia in grado ec.  Vedi l'Alfieri nella sua Vita.   
Accade,  dico,  almeno in parte.  E anche circa  il  cieco  nato  che  acquisti   
improvvisamente il vedere, dubito molto che egli ne' primi momenti, e anche ne'   
primi  giorni,  trovi  assolutamente  bello,  come  si  dice,  l'aspetto  della   
giovanezza per se medesimo,  e pi bello che quello della vecchiezza.  ec.  Del   
resto il cieco nato, restando pur cieco, trover certo pi piacevole [2967]p.e.   
la  voce giovanile che la senile,  e tutte le altre sensazioni che gli verranno   
da persone giovani,  in parit di circostanze,  le  trover  pi  piacevoli  di   
quelle che gli verranno da persone vecchie; e l'idea ch'egli concepir de         
lla  giovanezza,  qualunque ella sia,  sar per lui pi piacevole,  e,  come si   
dice, pi bella che la contraria, e piacevole e bella per se medesima. Ma tutto   
ci  sar  effetto   della   inclinazione,   e   non   derivato   originalmente   
dall'intelletto.  ec.2.  La  giovent  non    necessaria alla composizione del   
bello, neppur nelle specie nelle quali essa ha luogo. Essa ancora  una qualit   
relativa,  eziandio considerandola dentro i termini d'una  medesima  specie  di   
cose.  P.e. parlando della specie umana, egli si d un bel vecchio, niente meno   
che un bel giovane. V' la bellezza propria del bambino,  del fanciullo,  della   
et matura,  dell'et senile,  della decrepita ancora,  niente manco che quella   
propria dell'et giovanile.  (Vedi Senofonte cap.  4.  .17.  del Convito.)  In   
molti  [2968]casi  la  giovanezza  ripugnando  alle altre qualit dell'oggetto,   
ovvero a tale o tal altra circostanza  estrinseca  a  lui  relativa,  ella  non   
solamente  non  servirebbe  a  comporre  il  bello,   ma  gli  nuocerebbe,   lo   
distruggerebbe,  e  produrrebbe  a  dirittura  il  brutto,  appunto  in  quanto   
giovanezza;  di  modo  che  quell'oggetto  sarebbe  brutto espressamente perch   
giovane,  quel composto sarebbe brutto  precisamente  in  tanto  in  quanto  la   
giovanezza v'avrebbe parte.  P.e.  gli antichi rappresentavano gli Dei giovani.   
Tali erano le loro idee, e bene stava.  Ma oggi chi rappresentasse il Dio Padre   
coll'aspetto  della  giovent,  in  vece della vecchiezza,  questa effigie,  in   
quanto giovan                                                                     
ile, sarebbe ella bella?  No,  anzi brutta,  appunto in quanto giovanile,  e in   
quanto all'aspetto della giovanezza,  perch le nostre idee e l'uso nostro e le   
qualit che la nostra immaginazione attribuisce a Dio Padre, ripugnano a questa   
qualit.  Anche fra gli antichi una immagine,  una statua  giovanile  di  Giove   
regnante  e fulminante,  sarebbe stata brutta in quanto giovanile.  E forse che   
l'aspetto di Giove nelle antiche immagini  brutto?  Anzi  bellissimo,  ma  non   
giovane.  [2969]N  perci  men  bello  di  Apollo giovane,  n di Mercurio pi   
giovane ancora,  n di Amore fanciullo.  La  giovanezza  in  questi  tali  casi   
cagionerebbe la bruttezza perch sarebbe sconveniente. Cos fanno tutte l'altre   
qualit  nello  stesso  caso  per la stessa ragione.  Dunque la giovanezza come   
tutte  l'altre  qualit,  e  pu  essere  sconveniente,  ed  essendo,   cagiona   
bruttezza.  Dunque  ella  come tutte l'altre non cagiona bellezza se non quando   
conviene.  Dunque la giovent non  cagione n parte di bellezza  assolutamente   
n  per  se,   ma  relativamente,  e  solo  in  quanto  ella  conviene,  e  ci   
considerandola eziandio in quelle sole spezie di cose che possono parteciparne,   
e  di  pi  dentro  i  termini  d'una  medesima  specie.  Dunque  la  giovent,   
filosoficamente  ed  esattamente parlando,  non appartiene per se alla bellezza   
pi di qualsivoglia altra qualit;  e,  come tutte l'altre,   resa  propria  a   
formar la bellezza, non da altro che da una cagione a lei estrinseca e diversa,   
e p                                                                               
er se variabilissima e incostante,  cio dalla [2970]convenienza.  La quale ora   
ammettendo la giovent, la rende propria al detto uffizio, ora escludendola, ve   
la rende al tutto inabile.Potr dirsi che, se non altro la bellezza giovanile    
maggiore p.e. della senile.  Potrei rispondere ch'ella  pi piacevole,  ma non   
gi maggior bellezza per se,  non essendo maggior convenienza.  Il fatto per    
questo.  L'ordine universale  della  natura,  indipendentemente  affatto  dalla   
bellezza,  porta che le forme e le facolt delle specie capaci di giovent e di   
vecchiezza,  si trovino nella  maggior  pienezza  conveniente  alla  rispettiva   
specie  e  nella  maggior  perfezione relativa ad essa specie,  nel tempo della   
giovent  perfetta  di  ciascun  individuo.   Quindi  non   assolutamente,   ma   
relativamente  all'ordine  attuale della natura,  si pu dir che p.e.  la forma   
dell'uomo perfettamente giovane  pi perfetta di quella del vecchio,  e la pi   
perfetta di tutte quelle delle quali l'uomo  capace.  Laonde la bellezza della   
sua forma giovanile si potr dir maggiore  di  quella  della  senile.  [2971]Ma   
questo maggiore  accidentale,  e propriamente non appartiene alla bellezza, ma   
a quel soggetto in cui ella si considera.  Perocch la forma  giovanile  a  cui   
essa  bellezza  appartiene,    per  rispetto alla natura dell'uomo,  e non per   
rispetto al bello, pi perfetta della senile. E quindi,  a parlare esattamente,   
nasce che la bellezza giovanile dell'uomo, non sia bellez                         
za maggiore della senile, ma appartenente ad una forma che  la pi perfetta di   
cui l'uomo sia capace,  cio alla giovanile.  Onde la perfezione,  e la maggior   
perfezione,  non  qui propria della bellezza,  ma  del  soggetto  a  cui  ella   
appartiene  accidentalmente,  cio  della forma giovanile dell'uomo.  E per la   
forma giovanile non pu per se entrare nella composizione di quel che si chiama   
bello ideale;  giacch essa forma pu ben essere il soggetto del bello (siccome   
pu  anche  non  essere,  e spessissimo non ),  ma non  gi esso bello,  e la   
bellezza  non  gli   appartiene   che   accidentalmente,   ed      del   tutto   
[2972]estrinseca  e  diversa alla di lei natura.  E conchiudesi che la bellezza   
giovanile  bellezza relativamente alla forma giovanile,  ma non assolutamente,   
n  in  quanto  giovanile,  dandosi bellezza scompagnata dalla giovent,  anche   
nella medesima specie.  Sicch la  bellezza  giovanile    come  tutte  l'altre   
relativa, e non assoluta. Relativa cio alla forma giovanile. Tanto  lungi che   
la  giovent sia per se stessa una qualit bella,  quando non  che il soggetto   
della bellezza,  e pu esserlo e non esserlo,  e la bellezza pu stare  in  una   
medesima  specie con e senza la giovanezza.  (14-15.  Luglio.  1823.)Il tema di   
poto              dev'esser              po              (fatto              da   
ggettivo   neutro   sostantivato),    la   qual   voce                           
latino-barbara (v. il Glossar. Cang.) [2974]e italiana. (15. Luglio 1823.)Urito   
presso Plauto, se questa voce  vera, dimostra il perduto e regolare participio   
uritus di uro,  in vece  di  ustus,  onde  ustulo  ec.(16.  Luglio  1823.).  V.   
p.2991.Alla p.2864.  Noi abbiamo anche i positivi frate e suora,  cio frater e   
soror.  I francesi non hanno che  i  positivi.  Frayle  spagnuolo,  cio  frate   
religioso sembra essere un diminutivo di frater,  cio,  non che sia diminutivo   
in ispagnuolo, ma che sia venuto da fratellus,  o dall'italiano fratello.  (16.   
Luglio 1823.).  V. p.2983. fine.Se la voce eructus appresso Gellio  vera, essa   
non si potrebbe considerare se non come un participio d'un verbo  anteriore  ad   
eructo e ructo,  dai quali si fa ructatus ed eructatus, come da poto potatus, e   
non potus,  il qual potus dimostra un  verbo  originario  di  poto.  Ructus  us   
eziandio par che dimostri un verbo originario di ructo e di eructo, formandosi,   
come  altrove  ho notato,  questi sostantivi verbali della 4.  declinazione da'   
participi in us [2975]de' loro verbi originali,  sicch  da  ructo  si  farebbe   
ructatus us, non ructus. Cos motus us viene da moveo, non da moto as, potus us   
da po,  non da poto ec. Queste considerazioni mi portano a sospettare che ructo   
ed eructo siano continuativi d'un tema perduto,  a cui spettino  eructus  a  um   
appo Gellio, e ructus us onde ructuo e ructuosus. A                               
nche  eructuo  vedi  nel  Forcell.  in  Eructo.  Al  qual  sospetto  mi  spinge   
massimamente la  forma  propria  e  materiale  di  ructare  ed  eructare  tutta   
continuativa.                (16.               Luglio               1823.)Alla   
certo    dell'uno     d'essi,     cio                                            
dell'Iliade.Ora  ella  pur cosa mirabile ad osservare che lo spirito e la vena   
di Omero, l'uno tanto vivido gagliardo e fervido e l'altra cos ricca e feconda   
in ciascheduna parte, abbiano potuto reggere, lascio stare in due poemi,  ma in   
un  poema  medesimo,  per  cos lungo tratto.  Perciocch tutti gli altri poeti   
epici,   avendo  tolto  qual  pi  qual  meno,   quale  direttamente  e   quale   
indirettamente,  qual  pi  visibilmente  e  qual  pi  copertamente da lui,  e   
successivamente gli uni dagli altri di mano in mano,  si vede tuttavia che  non   
hanno  [2978]potuto  reggere  a un corso cos lungo,  per vigorosi e vivaci che   
fossero,  e sonosi contentati d'una carriera assai pi  breve,  e  bene  spesso   
prima di giungere al termine di questa medesima, hanno pur lasciato chiaramente   
vedere  che  si  trovavano  affaticati,  e  che la lena e l'alacrit veniva lor   
manco, tanto pi quant                                                            
o pi s'avvicinavano alla meta. E Virgilio,  il quale che cosa non ha tolto ad   
Omero?,  nella  seconda  met  della sua Eneide riesce evidentemente languido e   
stanco,  e diverso da  se  medesimo,  se  non  nella  invenzione,  certo  per   
nell'esecuzione cio nelle immagini,  nella espansione e vivacit degli affetti   
e nello stile,  il che non pu esser  negato  da  veruno  che  ben  conosca  la   
maniera,  la poesia,  la lingua,  la versificazione di Virgilio,  anzi a questi   
tali la differenza si fa immediatamente sentire: e vedesi  che  l'immaginazione   
di Virgilio era per la lunga fatica illanguidita, raffreddata, e sfruttata; non   
rispondeva all'intenzione del poeta;  non [2979]gli ubbidiva;  egli poetava gi   
per instituto e quasi debito, per arte e per abitudine, arte e abitudine che in   
lui erano eccellentissime,  e  possono  ai  meno  esperti  sembrare  impeto  ed   
irabile   [2980]e   novit   ed  efficacia  ch'e'                                 
sogliono avere in  Virgilio,  sono  tante  particolari  e  distinte  invenzioni   
poetiche,  come  sono  invenzioni  le  similitudini,  e richiedono una continua   
energia, freschezza, mobilit, ricchezza d'immaginazione,  e un concepir sempre   
vivamente  e  quasi  sentire  e  vedere qualsivoglia menoma cosa che occorra di   
nominare o di esprimere eziandio di passaggio e per accidente.  Anche  in  ogni   
altra parte dell'esecuzione, cio nelle immagini ec. e nella vena degli affetti   
anche in situazioni che per la invenzione sono patetichissime ec.  Virgilio ne'   
sei ultimi libri  inferiore a se stesso,  che che ne  dica  Chateaubriand.  V.   
p.3717.In  verit  questo affievolimento e spossamento dell'immaginazione,  del   
calore,  dell'entusiasmo in un poema di lungo spirito,  non solo ci  dee  parer   
perdonabile, ma                                                                   
cos naturale,  ch'egli sia quasi inevitabile anche ai pi grandi e veri poeti.   
Massime   considerando   quella   continuit   d'azione   che    si    richiede   
all'immaginativa,  nel modo spiegato di sopra.  Ma Omero,  da niuno attingendo,   
non avendo esemplari coll'uso e meditazione de' quali, se non altro, ristorasse   
le sue forze,  si rinfrescasse,  e ripigliasse animo (come accade anche ai  pi   
originali poeti),  senz'altro n fonte n [2981]soccorso, n modello, n sprone   
che se medesimo,  la sua propria immaginativa e la natura,  in uno anzi in  due   
interi  poemi  pi  lunghi  di tutti quelli ch'essi poscia hanno prodotti,  non   
mostra mai n quanto all'invenzione n quanto allo stile il menomo  languore  o   
isterilimento,  ma  dura  fino  all'ultimo  colla stessa freschezza,  vivacit,   
efficacia, ricchezza, copia, impeto,  cos intero di forze,  cos abbondante di   
novit,  cos  fervido,  cos veemente,  cos mosso ed affetto dalla natura,  e   
dagli oggetti che se gli presentano o ch'egli  immagina,  come  nel  principio.   
Massimamente nella Iliade.  Nella quale anzi la ricchezza,  variet,  bellezza,   
originalit e forza dell'invenzione  tanto  pi  s'accrescono,  quanto  pi  si   
avanza,  ed    maggiore nel fine che nel principio.E veramente si pu dire che   
Omero fu molto pi ricco del suo solo,  che tutti gli altri poscia  non  furono   
del loro proprio e dell'altrui accumulato insieme. N certo, secondo le addotte   
considerazioni, dee parer poco maraviglioso e notabile, bench m                  
ateriale,  il  dire  che  i  poemi epici d'Omero sono pi lunghi di [2982]tutti   
quelli che da essi in uno o altro modo derivarono  (poich  anche  il  Paradiso   
perduto  e la Messiade derivano pur di l),  e che di essi in una o altra guisa   
si alimentarono.  Massime aggiungendo che in tutta la loro estensione essi sono   
i medesimi,  cio sempre veri poemi, e sempre uguali a se stessi, il che non si   
pu neppur sempre dire di tutti gli altri sopraddetti.Par  che  l'immaginazione   
al  tempo  di  Omero fosse come quei campi fertilissimi per natura,  ma non mai   
lavorati, i quali,  sottoposti che sono all'industria umana,  rendono ne' primi   
anni  due e tre volte pi,  e producono messi molto pi rigogliose e vivide che   
non fanno negli anni susseguenti malgrado di qualsivoglia studio,  diligenza ed   
efficacia di coltura.  O come quei cavalli indomiti,  lungamente ritenuti nelle   
stalle, che abbandonati al corso,  si trovano molto pi freschi e gagliardi de'   
cavalli esercitati e addestrati,  dopo aver fatto un doppio spazio.  Tanto che,   
considerando la freschezza dello stile,  delle immagini,  della  invenzione  di   
Omero  nella  fine  della  Iliade,  par  ch'ei non lasci di poetare [2983]e non   
chiuda il poema, se non perch'ei vuol cos,  e per esser giunto alla meta ch'ei   
s'era  prefisso,  o perch ogni opera umana dee pure aver qualche fine,  ma che   
fuori di questo caso,  egli avrebbe ancora e spirito e lena per seguire,  senza   
pur posarsi, a correre ancora non interrotta                                      
mente altrettanto e maggiore,  anzi non determinabile spazio. E che l'opera sua   
riceva il suo termine,  ma la ricchezza e copia della sua immaginativa non  sia   
di  gran  lunga  esaurita,  anzi sia poco meno che intatta;  e che il suo corso   
finisca,  ma non il suo impeto.E par che la natura ancor vergine  dalla  poesia   
(siccome   vergine  dalle  scienze  e  dalla  filosofia  ec.   che  distruggono   
l'immaginazione e l'illusioni ch'essa natura ispira) le somministrasse in  quel   
tempo tanta copia d'immagini e sentimenti che non avesse quasi alcun fondo, e a   
rispetto  di  cui sembri povera e scarsa quella che i pi grandi poeti trassero   
poscia in qualunque tempo dalla natura gi molto studiata  e  imitata.  (16-17.   
Luglio.   1823.)Alla  p.2974.   Cervello  (cerebellum),  cerveau,  cervelle  da   
cerebrum. V. p.3618.  Crivello (cribellum come flabellum da flabrum) diminutivo   
di cribrum.  I franc. crible, gli spagn. [2984]criva. Cerebro, celabro, cribro,   
cribrare ec.  per crivellare ec.  non sono voci volgari,  ma tolte  dal  latino   
dagli  scrittori.  Cos  lo spagn.  celebro,  in vece di cui volgarmente dicono   
sesso.  Cos pure il nostro moderno e tecnico cerebello.  Trivello  o  trivella   
(Forcell.  in terebra) voci nostre volgari,  onde nella Crusca trivellare, sono   
quasi terebellum o terebella diminutivo del lat.  terebra,  come  cerebellum  e   
cervello di cerebrum.  Vecchio, viejo, vieil sono indubitatamente diminutivi di   
vetus, come pecchia, aveja, abeille da apecula. Forse da                          
vetulus o da veculus volgarmente contratto da  vetusculus.  Vieux  forse    lo   
stesso che il positivo vetus. Vedi per tutte le soprascritte voci il Forcellini   
e  il  Glossario,  se hanno nulla a proposito.(17.  Luglio 1823.).  V.  p.3514.   
3557.Trapano,          trapanare,          trpan,          trpaner             
                                                                                 
i formazione.                                                                     
P.e.  il  Forcell.  in  parito  dice  ch'egli    frequentativo  di paro (e per   
formazione  pu  infatti  esser  non  meno  frequentativo  che   continuativo),   
soggiungendo et eiusdem fere significationis.  Cos in haesito,  e spessissimo.   
Dunque la detta obbiezione farebbe tanto  contro  i  passati  grammatici  e  le   
passate  denominazioni  e  teorie de' verbi formati [2986]da' participii in us,   
quanto contro di me e delle mie denominazioni,  distinzioni e teorie.  Se  tali   
verbi  non  hanno  senso  continuativo  neanche  l'hanno frequentativo.  Dunque   
l'obbiezione non  pi per me che per gli altri.  (17.  Luglio 1823.) notabile   
che tutte le maniere di verbi frequentativi o diminutivi italiani da me altrove   
enumerati,  come saltellare,  salterellare ec. sono immancabilmente e solamente   
della prima coniugazione,  ancorch il verbo originale e positivo  sia  d'altra   
coniugazione,  come  scrivere,  onde scrivacchiare ec.;  n pi n manco che in   
latino tutti i continuativi e frequentativi o diminutivi (se  non  forse  pochi   
anomali) del genere ch'io ho preso ad esaminare, da qualunque coniugazione essi   
vengano; ed anche altri verbi derivativi, sieno diminutt. sieno fre               
quentatt. sieno l'uno e l'altro insieme, ec. di verbi originali ec. con diverse   
formazioni,  che  non  spettano  alla mia teoria,  ed istituto,  come ustulare,   
misculare di  cui  altrove  ec.  pandiculari,  vellicare  (v.  p.2996.  marg.),   
sorbillo,  cantillo,  conscribillo ec. cavillor, missiculo, claudico, ec. Anche   
in francese tali verbi diminutivi ec.  e cos in ispagnuolo mi  par  che  sieno   
della 1. coniugazione. (17. Luglio 1823.)Scambio del v in g, del quale ho detto   
altrove.  Nuvolo  (dal  latino  nubilum)  -  nugolo.  Pagolo per Pavolo o Paulo   
(spagnuolo  Pablo).   (18.   Luglio.   1823.)Dico  che  nella  formazione   dei   
continuativi  da' verbi della prima,  l'ultima a del participio si cambia in i.   
Da mussatus mussitare.  Ed aggiungo che i verbi della prima non  hanno  se  non   
questo  o  continuativo  o  frequentativo,  e  non  un  altro frequentativo che   
verrebbe a essere in ititare.  Si eccettuino [2987]i verbi il cui participio     
dissillabo, come do, flo, no-datus, flatus, natus, i quali non mutano l'a in i,   
ma  la conservano.  Datare,  flatare,  natare.  E da questi participii si potr   
anche fare un distinto frequentativo in itare,  sebbene  ora  non  mi  sovvenga   
esempio  al  proposito.  (18.  Luglio.  1823.)Alla p.2677.  Anche il volgo e il   
discorso familiare spagnuolo usa questo idiotismo del  singolare  dice  per  lo   
plurale dicono.  Nella Historia del famoso Predicador Fray Gerundio de Campazas   
s'introduce un contadino chiamato Bastian Borrego a usar queste fra               
si  plebee  disque,  dizque  per  dicenque.  (18.   Luglio  1823.)Alla  p.2976.   
agioni  producono  effetto  contrario.  Il giovane moltissimo desidera e          
nulla ha, neppure ha come distrarre, divertire,  ingannare il suo desiderio,  e   
occupare la sua forza vitale, adoperarla, sfogarla.                               
Quindi  pi  giovani  suicidi  oggid  che  fra  gli  antichi  non  pur giovani   
solamente,  ma giovani  e  vecchi  insieme.  Il  vecchio  nulla  perde  per  la   
vecchiezza,  e  poco,  o  meno  ferventemente e impetuosamente e smaniosamente,   
desidera.  Quindi  cos raro un vecchio suicida  oggid,  che  parrebbe  quasi   
miracolo. E pure il giovane che si uccide, privasi della giovent, e rinunzia a   
una vita,  ch'ei si pu ancora promettere,  [2989]di molti anni.  Il vecchio si   
priva della vecchiezza (qual privazione Dio buono) e rinunzia a  pochi  anni  o   
mesi  di vita.  Nonpertanto per mille giovani suicidi appena e forse neanche si   
trover oggi un solo vecchio suicida, e questo,  se pur si trover,  sar forse   
tale  per  qualche  estrema  disgrazia,  in  qualche caso ove la vita fosse gi   
disperata,  e per salvarsi da una  morte  pi  trista,  e  sicura.  Ma  neanche   
nell'estreme  sventure   costume de nostri vecchi il ricorrere volontariamente   
alla morte. Applicate queste considerazioni a quello che ho detto altrove circa   
l'amor della vita nei vecchi,  l'amore  e  la  cura  della  vita  crescenti  in   
proporzione che per l'aumento dell'et scema il valore d'essa vita. (18. Luglio   
1823.)Alla  p.2870.  Come  la nazion francese  tra tutte quelle europee che si   
chiamano meridionali quella che pi partecipa del settentrionale s per  clima,   
come per indole, costumi eccetera cos la lingua francese  di tutte le figlie   
della latina, o vogliamo dire delle meridionali colte, quella ch                  
e ha pi del settentrionale s per la natura,  asprezza ec. dei suoni, come per   
[2990]la propriet ed indole della dicitura, forma, struttura ec. E si pu dire   
che per l'uno e per l'altro rispetto essa lingua,  siccome la  nazione  che  la   
parla tenga il mezzo,  e sia quasi un grado e un anello fra le meridionali e le   
settentrionali europee colte.  Dico per l'uno e per l'altro rispetto,  cio per   
li   suoni  e  per  l'indole.   Le  quali  due  cose  sono  sempre  analoghe  e   
corrispondenti fra loro,  cio tale  sempre l'indole di  una  lingua  perfetta   
qual  quella de' suoni materiali ch'ella adopera. E la variet medesima che si   
trova  fra  i  suoni  di  due lingue d'una medesima classe,  o di due lingue di   
classi  diverse,   o  delle  lingue  di  due  classi  (come  settentrionale   e   
meridionale),  si trover sempre fra i caratteri e i geni delle medesime lingue   
o classi,  purch'elle sieno perfette,  e ben  corrispondenti  all'indole  della   
nazione,  il che sempre accade quando una lingua  perfettamente sviluppata,  e   
senza di che non  pu  essere  che  una  lingua,  ancorch  [2991]colta,  abbia   
perfettamente  sviluppato,  o conservi,  il suo vero,  conveniente,  naturale e   
proprio carattere.  (19.  Luglio 1823.)Alla pag.2974.  Intorno a  questo  verbo   
urito, e al verbo quaerito di cui diffusamente altrove, e ad altri simili,  da   
discorrere come segue.  Puoi vedere la p.3060 1. e le note grammaticali del Mai   
a Cic. de Rep. I. 5. p.18. Gli antichi latini dissero frequentissima              
mente s per r. Veggasi il Forcell. in S,  ed R,  e in Quaeso.  Quindi,  dicendo   
essi   uso   per  uro,   dissero  eziandio  ussi  per  uri  preterito  perfetto   
(raddoppiando la s dopo vocale lunga, del qual uso v. Quintil. ap. Forcell.  in   
S),  ed  usitum  per  uritum che sarebbe stato il vero supino di uro.  O quando   
anche non iscambiassero la s e la r nelle altre voci  di  uro,  le  scambiarono   
certo nel perfetto nel supino e nel participio in us,  per modo che mancando il   
perfetto il supino e il participio regolare,  non rest in uso se non il  detto   
ussi  ed  usitus  e  usitum,  contratto  per  questo  in  ustus e ustum,  come   
positus-postus, e come quaestus us e chiesto, quisto ec.  da quaesitus (del che   
vedi  la  p.2894-5.).  [2992]Similmente  da haereo,  haurio,  sia che dicessero   
anticamente,  haeseo,  hausio,  o sia come si voglia,  certo  che in luogo dei   
regolari haeri o haerui, haeritum haeritus, hauri o haurii o haurivi, hauritum,   
hauritus, fecero haesi, hausi hausitum hausitus, che oggi rimangono in luogo di   
quelli, contratto per hausitum ed hausitus in haustum ed haustus, come appunto   
usitus  in ustus.  E fecero similmente haesitus il quale oggi non rimane,  ma    
dimostrato da haesitare,  che regolarmente  dovrebb'essere  haeritare.  Haesum,   
onde haesurus ec.  o  contratto diversamente o anomalo,  come haesi per haesui   
(o haerui),  il quale per fu  trovato  da  Diomede  in  non  so  quale  antico   
(Forcell. Haereo fin.). Cos dite di hausum ed hausus. Ma in conferma             
di  questo  mio  discorso,  e  di  tutto  quanto  io  dico  circa  questi  tali   
continuativi, come urito,  quaerito,  ed anche legito,  agito e tanti altri che   
non  sembrano poter derivare da participii,  e in conferma di quanto altrove ho   
ragionato degli  antichi  e  regolari  participii  e  supini  ora  perduti,  ma   
dimostrati   in   parte   da  continuativi  e  frequentativi,   eccovi  appunto   
[2993]haurivi o haurii,  hauritu,  hauriturus,  hauritus (come  appunto  uritus   
perduto,  onde uritare; quaeritus perduto, onde quaeritare, querido, chri ec.)   
usati anch'essi in vece di hausi, haustu, hausturus (o,  come Virg.  hausurus),   
haustus;  bens  da  autori,  la  pi parte,  recenti,  perch,  come ho detto,   
l'antica pronunzia preferiva la s. Ma la regolare era pur questa,  e il vederla   
usata  da'  pi  moderni  e pi rozzi,  e il vederla convenire coi continuativi   
antichi (come urito,  quaerito),  i quali da essa e  non  d'altronde  derivano,   
persuade ch'ella fosse conservata continuamente nelle bocche del volgo,  fino a   
passare nelle lingue moderne, giacch p.e. querido chri ec. non sono altro che   
il regolare e originario quaeritus  per  quaesitus,  onde  l'antico  quaeritare   
proprio  de'  Comici  Plauto  e  Terenzio,  il  qual  verbo  fa  fede  al detto   
participio,  che conservatosi nelle lingue moderne,   perduto  nel  latino.Del   
resto,  io non so,  come ho detto,  se gli antichi dicessero anche uso, haeseo,   
hausio ec.  per [2994]uro ec.  come dissero ussi,  hausi,  haesi  ec.  per  uri   
perfetto, haur                                                                    
i  o  haurii  ec.  Ben  so  che siccome dissero quaesii,  quaesivi,  quaesitus,   
quaesitum per quaerii, quaerivi, quaeritus, quaeritum che sono affatto perduti,   
cos dissero quaeso per quaero,  e tutto  questo  verbo  profferirono  colla  s   
siccome  colla r,  bench questa in molte voci di quaero non sia perduta,  anzi   
col tempo sia rimasta in esse voci la sola pronunzia  della  r,  e  non  quella   
dell's.  Dalle  quali  cose    seguto  che di quaero e quaeso si facciano dai   
lessicografi ec.  due verbi,  essendo un solo,  e che quaero si faccia  anomalo   
(quaero is, sii o sivi, situm) e quaeso difettivo (quaeso is, ii o ivi), quando   
in realt il primo (volendoli distinguere, che non si dee) sarebbe difettivo, e   
il secondo intero e regolarissimo.  Ma tornando al proposito,  questo quaeso mi   
persuade che si dicesse anche haeseo, hausio e cos in ogni altra voce;  e cos   
pure in molti altri verbi de' quali si dee discorrere nel [2995]modo stesso che   
si   fatto di uro,  haereo,  haurio,  quaero.(19.  Luglio.  1823.)Alla p.2893.   
Chiedere vien da quaerere,  ed  propriamente (bench con diverso  significato)   
lo stesso che il nostro chierere, siccome fedire verbo difettivo italiano, onde   
fiedo,  fiede  ec.  vien  dal lat.  ferire,  ed  propriamente lo stesso che il   
nostro fierere o ferere,  onde firo,  fire,  fre (colla e larga)  ec.  usato   
dagli antichi nostri in alcune voci in cambio dell'ital. ferire. V. la Crusca e   
il Buommattei ec. (20. Luglio. 1823.)Alla p.2891                                  
.  Il Fischer nella prefazione alla Grammat.  Greca del Weller, ed. Lips. 1756.   
dice che i pleonasmi d'Omero derivano dalla lingua  ebraica.  Che  che  sia  di   
questa     proposizione,      certo          che     quel     pleonasmo     di   
lla composizione preporsi sempre alle voci comincianti per t la  prep.            
abs  e non ab.  Cos anche fuor di composizione,  quando non s'usi la prep.  a:   
perocch convien dire p.e. o a te, o abs te, non ab te. V. Forcell.  in A,  ab,   
abs,  e  in  Abs.  V.  p.3001.  fine.  3696.  Tornando al proposito  manifesto   
[2997]che obstino, obstinatus vien da teneo, come ne viene pertinax, pertinacia   
ec. che spettano alla stessa significazione.  La e  cangiata in i come appunto   
in  pertinax  e ne' composti ordinari contineo,  obtineo ec.  Ed  notabile che   
laddove gli altri verbi di questa categoria son fatti, come ho detto,  da verbi   
della terza,  questo che indubitatamente appartiene a essa categoria, e non pu   
esser di senso pi continuativo,  fatto da un verbo della seconda. V.  p.3020.   
Aucupo  ed  aucupor  da  avis e capio,  come occupo,  e come Nuncupo da nomen e   
capio,  se per non  si  vuole  che  vengano  da  auceps  aucupis  quanto  alla   
derivazione  immediata.  Anticipo  da ante e capio.  Participo da pars e capio,   
come anticipo,  se non si vuol che venga da  particeps  cipis.  Vociferor  aris   
(forse anche vocifero as) da vox e fero fers.  Opitulo e opitulor da ops e tuli   
di fero o di tollo di cui forse  propriamente questo perfetto (v. Forcell.  in   
Tollo fin.),  o piuttosto dall'antico tulo,  tulis,  tetuli, latum, verbo della   
terza, di cui v. Forcell.  in tulo.[2998]In caso ch'opitulo fosse fatto da tuli   
perfetto, ci non sarebbe sen                                                     
za  esempio  in questa categoria di verbi.  Accubo ec.   dal perf.  accubui di   
accumbo.  Fors'anche participo,  anticipo,  e cos significo,  aedifico,  e gli   
altri  di  cui a pag.2903.  sqq.  vengono dai perfetti cepi,  e feci di capio e   
facio,  mutato l'e in i per virt della composizione,  (come p.e.  in  colligo,   
corrigo,  conspicio ec.  ec. da lego, rego, specio) e mutata la desinenza; onde   
da ci venga che in essi verbi manchi la i  radicale  de'  loro  temi,  siccome   
manca in molte voci formate dai detti perfetti, p.e. cepero, feceram ec. Ma non   
lo credo,  perocch auspico e suspico che sono della stessa forma di significo,   
participo ec. non possono venire dal perfetto di specio,  il quale  spexi,  se   
pur  non  si  volesse supporre un antico e ignoto speci,  analogo a feci,  jeci   
ec.Del resto i verbi da  cui  derivano  i  soprascritti,  hanno  anche  i  loro   
continuativi fatti da participii, cio capto e tento.Aspernor aris e asperno as   
(giacch  aspernor  si  trova  anche in senso passivo) da ad e sperno is.  (20.   
Luglio. 1823.). Consterno, as, avi, atum (il Forc.  per errore di stampa stravi   
atum,  come apparisce dagli esempii) da sterno is,  e cum,  ovvero da consterno   
is. Crepo as, forse da crepo is. V. Forc. in Crepo, fine. V.  p.3234.[2999]Alla   
p.2906.  Bell'effetto fanno nell'Aminta e nel Pastor fido, e massime in questo,   
i cori,  bench troppo lambiccati e peccanti di seicentismo,  e bench  non  vi   
siano introdotti se non alla fine e per chiusa di cia                             
scun atto.  Ma essi fanno quivi l'offizio che i cori facevano anticamente, cio   
riflettere sugli avvenimenti rappresentati,  veri  o  falsi,  lodar  la  virt,   
biasimare il vizio, e lasciar l'animo dello spettatore rivolto alla meditazione   
e a considerare in grande quelle cose e quei successi che gli attori e il resto   
del dramma non pu e non dee rappresentare se non come particolari e individue,   
senza  sentenze  espresse,  e  senza  quella  filosofia  che molti scioccamente   
pongono in bocca degli stessi personaggi. Quest'uffizio  del coro;  esso serve   
con  ci ed all'utile e profitto degli spettatori che dee risultare dai drammi,   
ed al diletto che nasce dal  vago  della  riflessione  e  dalle  circostanze  e   
cagioni  spiegate  di  sopra.  (21.  Luglio.  1823.)[3000]Delle  cose veramente   
ridicole nella societ o negl'individui   ben  raro  trovar  chi  ne  rida.  E   
s'alcuno  ne ride,  difficilmente trova il compagno che l'aiuti a farlo,  e che   
gli dia ragione,  o che pur senta la causa del suo riso.  Gli uomini per lo pi   
ridono  di cose che in effetto son tutt'altro che ridicole,  e spesso ne ridono   
per questo appunto che non sono ridicole.  E tanto pi ne  ridono  quanto  meno   
elle son tali.  (21.  Luglio. 1823.)Alla p.2922. fine. Alcune volte noi diciamo   
volere anche di cose animate,  anche degli uomini,  ma relativamente a ci  che   
non dipende dalla lor volont, o che non pu dipender da volont, o che anche    
contrario affatto alla lor volont; e lo diciam                                   
o non solo per ischerzo, ma eziandio seriamente, in virt dell'idiotismo che ho   
preso   a   illustrare.   P.e.   il  tale  non  vuole  ancora  guarire,   cio,   
anc-                                                                              
retus.                                                                            
Diviser  franc.   da  divido-divisus.   Libertar  spagn.   quasi  liberitare  o   
liberatare. Tal contrazione non  maravigliosa in questo caso, e fors' antica.   
Libertus a non sembra che contrazione di liberatus a.  Vedi Forcell. e Glossar.   
se hanno nulla. (21. Luglio. 1823.)Alla p.2996. fine.  Che obstino venga da obs   
e teneo v.  Forcell.  in obstinatus principio e in obscenus principio. Se anche   
obscenus viene da obs,  notisi l'analogia.  Perocch nella  composizione,  alle   
parole  [3002]comincianti per c,  q,  t non si premette mai la prep.  a o ab ma   
sempre abs. Cos dunque se obscenus viene da cano o da caenum, bene sta che non   
si dica obcenus ma obscenus. Oscillo, secondo me,   da obs e cillo as,  e vale   
quasi obciere, obmovere, obcire. Dico poi cillo as, non cillo is come il Forc.,   
perch    chiaro che nel luogo di Festo cillent (optativo)  voce della prima;   
perch cillo dev'essere stato un diminutivo di cio o di cieo, come conscribillo   
ec. (v. la p.2986.) che sono della prima, bench conscribo ec.  sieno della 3a;   
perch veggo oscillans, oscillatio, e il nostro oscillare ec. e lo stesso Forc.   
dice oscillo as,  non is. V. in Forc. tutte queste voci e oscillum e cilleo. Se   
oscillo as fosse fatto da cillo is o cilleo es,  esso  apparterrebbe  a  questa   
nostra categori                                                                   
a,  come obstino as,  da teneo es, ec. Non pare che il Forc. si sia accorto che   
cilleo o cillo spetta indubitatamente a cio, o cieo.  E cos dunque altres ben   
si dice ostendo cio obstendo,  obstino non obtino.  I pi moderni trascurarono   
questa regola e dissero obtendo,  obtineo ec.  In luogo del qual  ultimo  verbo   
pare  che  gli antichi dicessero obstineo,  in significato per di ostendo.  V.   
Forcell.  in obstinet.  E forse molti verbi o voci latine composte  comincianti   
per os, le quali si dicono formate dal nome os, non lo sono infatti che da obs,   
come p.e.  oscen inis che si dice fatto da os e cano (quasi si cantasse mai con   
altro che con la bocca), viene forse veramente da obs e cano.  Infatti occinere   
cio  obcinere  (che secondo l'antica regola sarebbe stato obscinere,  e quindi   
oscinere come ostendere,  il quale anch'esso da taluno  scioccamente  derivato   
da  os,  in  manifesto  dispetto  del  significato)  si  diceva  degli  uccelli   
d'augurio,  e dal modo in cui Livio l'adopra par che questa voce fosse  solenne   
in tal [3003]proposito.  V.  Forcell.  in occino,  occento,  occentus,  occano,   
obcantatus,  obcanto.  Io dubito anche molto che  quelle  voci  che  si  dicono   
derivate  da sursum contratto in sus (eccetto susque) come sustineo,  sustollo,   
suspendo, suspicio ec. ec. vengano infatti da sub (terza preposizione terminata   
in b,  come ob  ed  ab),  e  sieno  originariamente  substineo,  substollo  ec.   
introdotta la s per propriet di lingua; e vagliano tener d                       
i sotto,  innalzar di sotto,  cio esprimano l'azione che si fa di sotto in su,   
come in ispagn.  subir non vale gi scendere o andar  sotto,  ma  salire,  cio   
andare  di sotto in su.  Cos spesso il latino subire.  V.  Forcell.  nel quale   
troverai ancora subvenio per supervenio.  V.  p.3558.  Subrepere nel  luogo  di   
Plinio cit.  dal Forc.  v.  Sauroctonus, non  propriamente altro che repere di   
sotto in su,  poich questo  (s'io ben mi ricordo)  quel  che  fa  la  lucerta   
nell'Apollo  Saurottono del museo pio-clementino,  la quale non repit clam,  ma   
scopertamente,  e non iscende,  ma salisce su per un albero.  Plinio poi us il   
tema  repere  come  appropriato alla lucerta,  ch' quasi un reptile.  Il detto   
Apollo  certo una copia di quel  di  Prassitele,  di  cui  Plinio.  Del  resto   
l'inserimento  della  s  trovasi ancora dopo altre preposizioni,  ed appunto al   
caso nostro fanno destino e praestino fratelli carnali di obstino,  fatti da de   
o  prae  e da teneo (v.  Forc.  in Destino e Praestino) e non gi da un sognato   
stino,  come vogliono alcuni.  E  questi  due  verbi  eziandio,  spettano  alla   
categoria di cui parliamo, massime che essi, e [3004]specialmente destino hanno   
forza  tutte  continuativa.  (21.  Luglio.  1823.)Frequentissimo  nell'italiano   
scritto,  e pi nello spagnuolo scritto e parlato si  l'uso del verbo  andare,   
andar (non ir),  in senso di essere.  Ecco Seneca tragico (ap.  Forc. in eo is,   
col. 3. princip.), Non ibo inulta. Notate che noi abbiam preso indubi             
tatamente quest'uso dagli spagnuoli (infatti esso  frequentissimo  nei  nostri   
secentisti con cento altri spagnuolismi: nei 500 o 300isti, non si trova, ch'io   
mi  ricordi,  o  mai  o  quasi  mai).  E  Seneca appunto  spagnuolo.  La frase   
dell'egizio Claudiano qui vindicet ibit, cio erit,  d'altro genere, perch n   
gli spagnuoli n gl'italiani  non  usano  andare  per  essere  se  non  seguto   
effettivamente o potenzialmente da un aggettivo che ha forza di predicato. Qua   
si deono forse riferire le frasi,  andar la bisogna,  la cosa ec.  cos and il   
fatto,  cos va per cos ,  va bene,  come va la salute  ec.  ec.  V.  i  Diz.   
francesi e spagnoli.(21.  Luglio.  1823.). V. p.3008.[3005]Alla p.2844. Cos lo   
spagn.  avistar.  - A questo discorso appartengono il  franc.  viser,  deviser,   
francese antico,  per s'entretenir familirement etc.  (V.  il Gloss.  Cang. in   
Visores, 2.) e l'ital. divisare, il quale per ancora,  almeno in alcuni sensi,   
pu  esser  continuativo  barbaro  di  divido-divisus e lo stesso che il franc.   
diviser. V. la Crusca, e il Forc.  e Gloss.  s'hanno nulla.A questo proposito    
da notare circa la voce guisa, franc. guise, di cui altrove ho parlato, ch'ella   
non  altro che come dir visa, e dovette da principio significare aspetto, quel   
ch'apparisce  e  si  vede,  forma,  onde poi modo,  maniera,  faon.  Del primo   
significato e della forma ch'ebbe primieramente questa voce ne  fanno  fede  il   
nostro divisa sust. (il quale non credo che venga da di                          
visare per variare); il francese devise; divisato per de-formato, contraffatto,   
dguis,  travestito, che il Salvini disse barbaramente diguisato; divisamento   
per assisa. Guisar in ispagn.  vestire ec.  Ma vedi i Diz.  spagn.  Travisare,   
travisato,  travisamento, traviso vagliono travestire, quasi traguisar. Svisare   
vedilo  nella  Crusca.   Veggasi  il  Gloss.   se   ha   nulla.   (21.   Luglio   
1823.)[3006]Suso,  giuso.  Cos  i  pi  antichi latini per sursum deorsum.  V.   
Forcellini in Susum ec.  e  il  Gloss.  se  ha  nulla.Alla  p.2814.  Vindicare,   
indicare  che  risponderebbe forse a indicere com'educare a educere.  Ma si pu   
pur dubitare che quello venga da vindex icis,  questo da index  icis;  e  cos   
iudicare  da  iudex  icis,  educare da un e-dux ucis,  (in senso reciproco come   
redux da reduco) jugare da jux o  junx  jugis  ch'esiste  oggid  ne'  composti   
coniux ec. come ho detto altrove. E cos si pu molto dubitare che tutta questa   
categoria  di  verbi  venga  da  nomi  verbali  o noti o ignoti,  non da' verbi   
originarii a dirittura. In ogni modo, posto quello che ho congetturato altrove,   
che tali nomi, come dux, dex (iu-dex,  in-dex ec.),  ceps (parti-ceps,  au-ceps   
ec.),  fex (arti-fex ec.),  spex (aru-spex ec.),  fer (luci-fer ec.), e simili,   
sieno anteriori ai rispettivi verbi,  seguirebbe da ci che i verbi  di  questa   
categoria formati da tali nomi fossero fratelli e non figli di que' della terza   
corrispondenti, e sempre sarebbe importante e a proposito nostro                  
il  notare come di due verbi fatti da una radice,  quello [3007]che ha o che da   
principio ebbe senso continuativo,  sia della  prima  coniugazione,  e  l'altro   
della terza ec.  Si pu anche discorrere in questo modo.  Educare pu venire da   
dux,  aggiunta la preposizione al solo  verbo,  e  non  al  nome;  onde  non     
necessario  supporre  un  nome  composto  edux.  Basta  il nome semplice.  Cos   
sacrificare (p.2903.) pu venir da un sacrifex ed anche dal semplice fex.  Cos   
occupare  (p.2996.)  pu  venire da un occeps occupis (come auceps aucupis onde   
aucupare),  ovvero occeps occipis che sarebbe il medesimo (giacch la mutazione   
scambievole  dell'i  ed  u  in questi tali nomi  ordinarissima siccome in ogni   
altro caso; e quindi mancipium e mancupium etc.), pu venir dico da questo nome   
composto, ovvero dal semplice ceps. Mancipo o mancupo, secondo questo discorso,   
non verr da manus e capio,  ma da manceps ipis,  che  anticamente  si  dovette   
anche  dir  manceps  cupis.  V.  p.3019.  fine.  Opitulare  (p.2997.)  verr da   
opitulus.  E cos,  se non tutti,  almeno una gran parte de'  verbi  di  questa   
categoria..(22.   Luglio.   1823.)[3008]Alla  p.3004.   fine.   Congiunto  coi   
participii passivi il verbo andare appo gli spagnuoli  fa  quasi  l'officio  di   
verbo  ausiliare  e  le  veci di essere,  come appo noi il verbo venire (venire   
ucciso ec.  per essere ucciso,  ed  anche dell'Ariosto: e vedi la Crusca):  ma   
quello significa ordinariamente una passione pi continua o durevole. Non         
so  se  si  direbbe  fulano  and muerto o matado per fu matado.  (22.  Luglio   
1823.)Alla p.2953. Cos ci accade nello apprendere o appresa che abbiamo alcuna   
lingua straniera;  cos ci accade dico in ordine a riportare al  corrispondente   
carattere del suo alfabeto l'idea di que' suoni che non si trovano nella nostra   
lingua,  o che non sono espressi nel nostro alfabeto distintamente dagli altri,   
o ch'essendo  composti  sono  per  espressi  nell'alfabeto  di  quella  lingua   
straniera  con  un carattere particolare,  sia perch tal composizione di suoni   
non s'usi nella nostra lingua, e molto s'usi in quell'altra,  sia che la nostra   
scrittura la significhi con pi d'un carattere,  e quella straniera con un solo   
(come        la        greca        il        p        ed         s         con   
mente adoperato in ogni lingua che ha linguaggio poetico distinto,  lo fu         
da' greci sempre, lo  dagl'italiani: anzi parlando puramente del linguaggio, e   
non dello stile,  poetico,  il detto  mezzo    l'uno  de'  pi  frequenti  che   
s'adoprino  a  conseguire il detto fine,  e pi frequente forse di quello delle   
voci o frasi inusitate.Or questa diversa e poetica inflessione e pronunzia  de'   
vocaboli correnti,  che altro  per l'ordinario, se non inflessione e pronunzia   
antica, usitata dagli antichi prosatori, nell'antico discorso, ed ora andata in   
disuso nella prosa e nel parlar familiare? di mo                                  
do che quelle parole cos pronunziate e scritte non altro  sono  veramente  che   
parole antiche e arcaismi,  in quanto cos sono scritte e pronunziate? n altro   
 ordinariamente dire inflessioni, licenze, voci poetiche se non arcaismi? Vedi   
in questo proposito una bella riflessione di Perticari, Apologia, Capo 14. fine   
p.131-2.  Certo questa diversit d'inflessione  per  la  pi  parte  non    se   
[3011]non quello ch'io dico: cos ne' poeti greci,  cos ne' latini (pi schivi   
per dell'antico,  e quindi il loro linguaggio poetico   assai  meno  distinto   
dalla lor prosa quanto a' vocaboli, che il greco), cos negl'italiani. Perocch   
non   da credere che la inflession d'una voce sia stimata,  e quindi veramente   
sia,  pi elegante o per la prosa o pel verso,  perch  e  quanto  ella    pi   
conforme  all'etimologia,  ma  solamente  perch  e  quanto  ella   meno trita   
dall'uso familiare,  essendo per bene intesa e non riuscendo ricercata.  (Anzi   
bene   spesso    trivialissima  l'inflessione  regolare  ed  etimologica,   ed   
elegantissima e tutta poetica la medesima  voce  storpiata,  come  dichiaro  in   
altro luogo). E questo non esser trita, n anche ricercata, ma pur bene intesa,   
come  pu accadere a una voce,  o ad una cotale inflessione della medesima?  Il   
pigliarla da un particolar dialetto o l'infletterla secondo questo  fa  ch'ella   
non  riesca  trita all'universale,  ma difficilmente pu far ch'ella e non paia   
ricercata e sia bene intesa da tutti. Oltre ch'ella riesce                        
anche trita a quella parte della nazione di cui quel  dialetto    proprio.  In   
verit  i  dialetti  particolari  sono  scarso  sussidio  e fonte al linguaggio   
poetico,  e all'eleganza qualunque.  Lo vediamo noi italiani in Dante,  dove le   
[3012]voci  e  inflessioni  veramente  proprie di dialetti particolari d'Italia   
fanno molto mala riuscita,  n la poesia nostra,  n verun savio tra' nostri  o   
poeti  o  prosatori ha mai voluto imitar Dante nell'uso de' dialetti,  non solo   
generalmente,  ma neppure in ordine  a  quelle  medesime  voci  e  pronunzie  o   
inflessioni da lui adoperate. Circa l'uso e mescolanza de' dialetti greci nella   
inflessione  delle  parole  appresso  Omero,  non volendo rinnovare le infinite   
discussioni gi fatte da tanti e tanti in questo proposito,  solamente dir che   
o  le  circostanze  della  Grecia  e  d'Omero  erano  diverse da quelle che noi   
possiamo considerare,  e quindi per l'antichit ed oscurit della  materia  non   
potendo  nulla  giudicarne  di  certo e di chiaro,  niuno argomento ne possiamo   
dedurre;  ovvero (e cos penso) quelle inflessioni che in Omero s'attribuiscono   
a'  dialetti,  e  da' dialetti si stima che Omero le prendesse,  o tutte o gran   
parte erano in verit proprie della lingua greca comune del suo tempo,  o d'una   
lingua,  o  vogliamo  dir  d'un uso pi [3013]antico ancora di lui;  dalla qual   
lingua comune,  o fosse pi  antica,  o  allora  usitata,  Omero  tolse  quelle   
inflessioni ch'egli si stima aver pigliato da questo e da quel dialetto i         
ndifferentemente e confusamente. Non volendo ammetter nulla di questo, dir che   
in Omero la mescolanza de' dialetti dov riuscir cos male come in Dante. Circa   
i  poeti  greci  posteriori,  i  quali  tutti  (fuor di quelli che scrissero in   
dialetti privati, come Saffo,  Teocrito ec.) seguirono interamente Omero,  come   
in  ogni  altra  cosa,  cos  nella  lingua,  e  da  lui tolsero quanto il loro   
linguaggio ha di poetico,  cio della sua lingua formarono quella che si chiama   
dialetto  poetico  greco,  ossia linguaggio poetico comune,  la questione non    
difficile a sciogliere. Perocch quelle inflessioni ch'essi adoperavano, bench   
proprie di particolari dialetti,  essi non le toglievano da'  dialetti  ma  dal   
dialetto o linguaggio Omerico,  di modo ch'elle riuscivano eleganti e poetiche,   
non in quanto proprie di privati dialetti, ma in quanto antiche ed Omeriche; ed   
erano bene intese [3014]dall'universale della nazione,  n  parevano  ricercate   
perch  tutta  la  nazione  bench  non  usasse  familiarmente n in iscrittura   
prosaica le inflessioni e voci Omeriche, le conosceva per e v'aveva l'orecchio   
assuefatto per lo gran divulgamento de' versi d'Omero cantati da'  rapsodi  per   
le  piazze  e  le  taverne,  e saputi a memoria fino da' fanciulli. Il che non   
accadde a' poemi di Dante,  il quale non fu  mai  in  Italia  neppur  poeta  di   
scuola,  come  Omero in Grecia presso i grammatisti medesimi,  o certo presso i   
grammatici (vedi il Laerz. del Wetstenio, tom. 2. p.583                           
. not.  5.);  n il dialetto o linguaggio poetico italiano  o fu mai quello di   
Dante.  Dico  generalmente parlando,  e non d'alcuni pochi e particolari poeti,   
suoi decisi imitatori,  come  Fazio  degli  Uberti,  l'autore  del  Quadriregio   
Federico Frezzi, ed alcuni dell'ultimo secolo, come il Varano. Neppur la lingua   
del  Petrarca    quella  di Dante,  n da lui fu presa,  n punto si serve de'   
particolari dialetti.Non potendo dunque i  dialetti  somministrare  inflessioni   
rimote  dall'uso  corrente  [3015]che  siano  adattate  al  linguaggio poetico,   
resterebbe per allontanar le voci comuni dalla prosa e dall'uso,  che il  poeta   
le ravvicinasse alla etimologia ed alla forma ch'elle hanno nella lingua madre,   
qualvolta  nell'uso  comune  e  prosaico  elle ne sono lontane.  Questo mezzo    
possibile e buono e spesso adoperato da' poeti quando la nazione  gi colta  e   
dotta,  e  la  letteratura  nazionale  gi formata.  Ma ne' principii ci  ben   
difficile e pericoloso, prima perch dalla nazione ignorante quelle voci in tal   
modo rimutate corrono rischio di  non  essere  intese;  poi  perch  presso  la   
nazione non avvezza un tal rimutamento corre rischio di saper di pedanteria (il   
qual  rischio  dura  eziandio  proporzionatamente  nel  sguito)  e di riuscire   
affettato. Onde la stessa difficolt che in quei principii si opponeva, come ho   
detto (p.2836-7.) al dedur pi che tante voci o frasi nuove dalla lingua madre,   
quella medesima si opponeva a dedur da essa lingua inusi                          
tate inflessioni e diverse dalle  correnti.[3016]Resta  dunque  per  allontanar   
dall'uso  volgare  le  voci  e  frasi comuni,  l'infletterle e condizionarle in   
maniere  inusitate  al  presente,   ma  dagli  antichi  nazionali,   parlatori,   
prosatori,  o poeti usitate,  e dalla nazione ancor conosciute, e conservate di   
mano in mano negli scritti di quelli che cercando  l'eleganza  proccurarono  di   
scostarsi  mediocremente  dal  volgo.  Per  le  quali cose tali inflessioni non   
producono n oscurit n ricercatezza,  bench  riescano  pellegrine  e  rimote   
dall'uso,  e  perci producano eleganza.  Questo mezzo  usitatissimo da' poeti   
quando la nazione  colta,  formata la letteratura,  e quando la lingua scritta   
ha un'antichit.  Con esso principalmente si forma, si compone, si stabilisce a   
grado a grado un linguaggio poetico che tuttavia pi si va  differenziando  dal   
prosaico  e dal familiare,  finch giunge a quel punto di differenza,  oltre il   
quale non  bene ch'egli trapassi.  Ma questo  mezzo  necessario  all'eleganza,   
necessarissimo  a  potere avere o formare un linguaggio distintamente poetico e   
proprio della poesia,  manca  [3017]affatto  ai  primi  scrittori  e  poeti  di   
qualsivoglia  nazione,  i  quali  non trovano antichit di lingua scritta,  non   
ponno se non debolmente,  confusamente e  scarsamente  conoscere  le  antichit   
della  lingua  parlata,  e conoscendole ancora,  o in quanto le conoscono,  non   
ponno se non molto parcamente adoperarla per non riuscire oscuri e affettat       
i alla nazione ignorante, e non assuefatta ad altro linguaggio nazionale mai se   
non solo al suo corrente e  giornaliero.  Quindi    che  quei  primi  poeti  e   
scrittori debbono necessariamente rivolgersi al linguaggio per la pi parte,  e   
in genere, familiare,  e conseguentemente eziandio pigliare un stile che sappia   
sempre pi o meno di familiare, in qualsivoglia materia ch'ei trattino e genere   
di  scrittura  ch'egli  esercitino.  (23.  Luglio 1823.)Come la lingua sascrita   
prodigiosamente ricca,  tragga e formi la  sua  ricchezza  da  sole  pochissime   
radici, col mezzo del grand'uso ch'ella fa della composizione e derivazione de'   
vocaboli,  vedi  l'Encyclop.  mthodique,  Grammaire  et  littrature,  article   
Samskret,  particolarmente il  passo  [3018]di  M.  Dow.A  questo  proposito     
notabile  un  luogo  che si legge nella Orazione delle lodi di Filippo Sassetti   
(viaggiatore Fiorentino morto nel 1589.) detto  nell'Accademia  degli  Alterati   
l'Assetato,  di  Luigi  Alamanni  (diverso  dal  poeta)  che  sta  nelle  Prose   
fiorentine, parte 1. vol. 4. ed. Venez. 1730-43. p.46-7. dove puoi vederlo,  ed   
 non molto prima del mezzo della Orazione.  Di Filippo Sassetti puoi vedere il   
Tiraboschi nella Storia della letterat.  ital.  e quelle lettere  del  medesimo   
Sassetti ch'ei quivi accenna (ed. Rom. t. 7. par. 1. p.240-1.). Dal detto luogo   
si raccoglie che quegli,  se non erro,  il primo diede notizia all'Europa della   
lingua Sascrita, e molto veridica e giusta; della qual l                          
ingua      tratt      poi       diffusamente       un       altro       nostro   
italia-                                                                           
0                                                           0H                    
propriamente significa  viso,  bench  ora  non  s'adoperi  che  nella  dizione   
vis--vis.  (24.  Luglio.  1823.)Alla p.3007.  Che tali verbi vengano da cotali   
nomi piuttosto che da' verbi corrispondenti della terza,  si pu anche  dedurre   
dal  vedere  che  praeceps,  [3020]il quale sembra venir dalla stessa radice di   
manceps            auceps            ec.             (siccome            anceps   
uam                                                                               
tempestas sedavit,  cio cess o si mitig.  Sedare pulverem ap. Fedro  sedere   
vel considere vel residere facio.  Sedare curriculum  sedere facio  in  quanto   
sedere significa talora consistere,  fermarsi.  Il Forc. stesso spiega sedo per   
facio ut aliquid residat.  Vedilo in Sedeo e Sedo e paragona insieme gli esempi   
e i significati dell'uno e dell'altro,  ed anche dei composti di Sedeo ec. Nota   
che sedeo ha anche il suo verbo formato dal participio in us,  cio  sessitare.   
(24.  Luglio.  1823.)Alle  molte  cose da me dette altrove per mostrare come la   
lingua greca non ha bisogno che di poche radici per essere ricchissima,  stante   
l'infinito  uso  ch'ella  fa  delle derivazioni e composizioni ec.,  e com'ella   
moltiplichi in infinito i suoi vocaboli primitivi,  ec.  aggiungi la voce media   
ch'ella  ha,  e  il bellissimo uso ch'ella fa delle [3022]voci passive de' suoi   
verbi. P                                                                          
erocch di moltissimi verbi greci si pu dire che ciascuno di essi non    uno,   
ma tre,  e serve per tre; avendo l'attivo, il medio, e il passivo de' medesimi,   
ciascuno un significato  diverso  proprio,  oltre  ai  metaforici  che  ha  per   
ciascuno di loro, e questi anche diversi, cio l'attivo diverso dal medio ec. O   
vogliamo  dire  che  ciascuno  di  tali  verbi  ha tre ben distinti significati   
propri,  oltre ai metaforici.  N  questi  significati  si  possono  confondere   
insieme,  perocch  ciascuno  di  loro  corrisponde  a  una  diversa e distinta   
inflessione.  Onde non si accumulano i significati in una stessa parola,  e non   
ne  segue  l'oscurit  e  ambiguit,  n  la  povert  e uniformit che da tale   
accumulamento deriva nella lingua ebraica.  E pur quei tre non sono in sostanza   
che un verbo, e non hanno che un tema. L'uso che i latini fanno del passivo non   
  paragonabile  a  quello  che ne fanno i greci (oltre che il passivo latino    
difettivo e scarso, avendo bisogno in gran parte dell'ausiliare sum).  Appresso   
i quali il passivo [3023]ha sovente una significazione propria attiva o neutra,   
diversa per da quella dell'attivo,  e da quella del medio ec. ec. (24. Luglio.   
1823.)Necesso as  verbo di Venanzio Fortunato. Vedi Forcell. e Gloss. Cang. Si   
potrebbe per credere che fosse antico,  e che necessus a um antico  addiettivo   
fosse  originariamente  participio  di  qualche  verbo  di  cui  necesso  fosse   
continuativo. In tal caso necessitare latino-barbaro e ita                        
liano, necessitar spagn.  ncessiter franc.  sarebbe un frequentativo di questo   
tale ignoto verbo.  In caso diverso,  se non vorremo ch'ei venga da necessitas,   
necessit,  ncessit ec.,  diremo ch'egli  fatto da  necessatus  di  necesso,   
colla  solita  mutazione  dell'a  in  i.  Ntisi  che  nell'esempio di Venanzio   
Fortunato non  chiaro se necesso sia attivo, e vaglia cogo,  come affermano il   
Forcell.  e  il  Gloss.  ovvero  neutro,  e vaglia abbisognare,  aver mestieri,   
indigere, poscere,  come in ispagn.  necessitar che si costruisce col genitivo.   
(24.  Luglio.  1823.)[3024]Alla  p.3009.  Altres qualunque suono,  e qualunque   
vocabolo di una lingua straniera che adoperi caratteri diversi da'  nostri,  se   
noi conoscendo quella lingua, non per sola favella orale, ma per iscrittura, ed   
essendo  atti  ed  avvezzi  a  leggerla,  concepiamo  detto  suono  o  vocabolo   
espressamente,  col pensiero,  esso ci si rappresenta  sotto  la  forma  e  ne'   
caratteri  ch'egli  ha  nella lingua a cui appartiene,  ancorch quel tal suono   
elementare sia comune anche alla nostra, ed espresso nel nostro alfabeto con un   
proprio  carattere.  Cos  sempre  ci  accade,  fuori  di  qualche  circostanza   
particolare, in cui la mente voglia o debba concepire p.e. un vocabolo greco in   
caratteri latini ec. ec. (24. Luglio. 1823.)Alla p.2828. fine. Notate che anche   
la  vera  pronunzia  e  la  vera  armonia della lingua latina  da gran tempo e   
perduta e ignota. Contuttoci, quantunque sia certissimo che que                  
sto rende assai difficile ai moderni di scrivere secondo la vera indole  della   
lingua, del giro, del periodo, della costruzione latina ec., nondimeno, siccome   
la  lingua  latina    morta,  cos  lo  scrittore  che  oggi vuole scrivere in   
[3025]latino (e cos quelli che scrissero  in  latino  dal  300.  in  poi)  pu   
trascurare  affatto  la  pronunzia  moderna,  pu  anche  fino a un certo segno   
dimenticarsela,  pu astrarre affatto dall'armonia,  e non  considerando  negli   
antichi   scrittori   se   non   le  pure  costruzioni,   i  puri  periodi  ec.   
indipendentemente s dal ritmo che ne  risultava  s  da  quello  che  oggi  ne   
risulta,  seguirli e imitarli ciecamente tali quali sono essi, non facendo caso   
della moderna pronunzia. Ma la lingua greca era ancor viva, bench la pronunzia   
fosse cambiata,  e agli scrittori non era n facile il dimenticare e astergersi   
dagli  orecchi  il  suono quotidiano e corrente della loro propria favella,  n   
volendo ancora seguire (come molti vollero) strettamente e imitare  esattamente   
gli  antichi,  era  loro possibile negare affatto ai loro periodi un numero che   
fosse sentito dall'universale de' greci a quel  tempo.  Poich  questi  periodi   
avevano  pure  ad  esser  letti  e  pronunziati da nazionali che quantunque non   
pronunziassero come una volta,  intendevano per e  parlavano  tuttavia  quella   
lingua,  come [3026]materna.  Onde non era quasi possibile dare nelle scritture   
alla lingua, ch'era pur nazionale e volgare, un ritmo al tutto, si pu dir, f     
orestiero, e ignoto a tutti,  fino allo stesso scrittore;  ch' quanto dire non   
darle  in  somma  alcun  ritmo,  (24.  Luglio.  1823.) cio niun ritmo che alla   
nazione a cui si scriveva, n pure allo stesso scrittore, riuscisse tale.  (24.   
Luglio  1823.)Occulto  as,  da  occulo-occultus.  Notisi  che  occultus  a  um,   
adoprandosi sempre o quasi sempre  aggettivamente,  (siccome  fra  noi  occulto   
ec.),  se  noi  non  conoscessimo  il  verbo  occulo,  lo terremmo certo per un   
aggettivo proprio e radicale,  e non per  un  participio.  Quindi  si  pu  far   
ragione  quanto  verisimilmente  io  dubiti  e  talora  sostenga che altri tali   
aggettivi i quali hanno tutta l'estrinseca sembianza  di  participii,  ancorch   
non  usati  mai come participii,  e bench non si conosca verbo a cui spettino,   
tuttavolta non sieno originariamente altro che participii di verbi o perduti  o   
non conosciuti per loro radice. (25. Luglio, d di S. Giacomo. 1823.)[3027]Alla   
p.2895.  fine.  Da  sutus  ancora  si  pot  fare  sto,  poich  anche  l'u per   
contrazione, nominatamente ne' participii,  solito a sparire, siccome l'i.  Da   
solutus gli spagnuoli soltar,  noi sciolto,  omesso l'u.  Da volutus e volutare   
noi voltare e volto,  e  cos  ne'  composti  involto,  rivolto  ec.  Cos  gli   
spagnuoli  buelto  o  vuelto: i francesi vote (cio volta sostantivo) e quindi   
voter,  dove la sillaba ou equivale al nostro ol,  come in cOUter  ascOLtare.   
Volta per fiata, viene altres da volvere ed  contrazione di voluta. Cos il     
sostantivo  spagn.  buelta  cio voltata,  ritorno ec.  (25.  Luglio.  1823.)Ho   
discorso altrove di quel luogo di Cicerone  nella  Vecchiezza,  dove  dice  che   
l'animo  nostro,  non  si sa come,  sempre mira alla posterit ec.  e ne deduce   
ch'egli  abbia  un  sentimento  naturale   della   sua   propria   eternit   e   
indestruttibilit.   Ho  mostrato  come  questo  effetto  viene  dal  desiderio   
dell'infinito, ch' una conseguenza dell'amor proprio,  e dal continuo ricorrer   
che l'uomo fa colla speranza [3028]al futuro, non potendo esser mai soddisfatto   
del  presente,  n trovandovi piacere alcuno,  e d'altronde non rinunziando mai   
alla speranza, fino a trapassar con essa di l dalla morte, non trovando pi in   
questa vita,  dove ragionevolmente fermarla.  Ma  il  suddetto  effetto  non     
naturale.  Esso  viene  dall'esperienza gi fatta,  che la memoria degli uomini   
insigni  si  conserva,  dal  veder  noi  medesimi  conservata  presentemente  e   
celebrata la memoria di tali uomini, e dal conservarla e celebrarla noi stessi.   
Onde introdotta nel mondo questa fama superstite alla morte,  essa  stata ed    
bramata e cercata,  come tanti altri beni o di opinione o qualunque,  di cui la   
natura niun desiderio ci aveva ispirato,  e che sono comparsi nel mondo di mano   
in mano per varie circostanze,  non da principio,  n creati dalla natura.  Nei   
primissimi  principii  della  societ,   quando  ancor  non  v'era  esempio  di   
rammemorazioni e di lodi tributate ai morti, neppur gli uomini coraggiosi e m     
agnanimi,   quando  anche  desiderassero  la  stima   de'   loro   compagni   e   
contemporanei,  pensarono mai [3029]a travagliare per la posterit,  n,  molto   
meno,  a trascurare il giudizio de' presenti per proccurarsi quello de' futuri,   
o  rimettersi  alla  stima  de'  futuri.  Che  se il tempo che ho detto,  colle   
circostanze che ho supposte non v' mai  stato,  supponendo  per  ch'egli  sia   
stato o sia mai per essere in alcun luogo, certamente ne verrebbe l'effetto che   
ho  ragionato,  cio  che  niuno  bench  magnanimo,  bench  insigne tra' suoi   
connazionali o compagni,  avrebbe o concepirebbe alcuna cura o  pensiero  della   
posterit.  (25.  Luglio. d di San Giacomo. 1823.)La vita umana non fu mai pi   
felice che quando fu stimato poter esser bella e dolce anche la morte,  n  mai   
gli  uomini vissero pi volentieri che quando furono apparecchiati e desiderosi   
di morire per la patria e per la  gloria.  (25.  Luglio,  d  di  San  Giacomo.   
1823.)In molte altre cose l'andamento,  il progresso, le vicende, la storia del   
genere umano  simile a quella di ciascuno individuo poco meno che  una  figura   
in  grande somigli alla medesima figura fatta [3030]in piccolo;  ma fra l'altre   
cose,  in questa.  Quando gli uomini avevano pur qualche mezzo di felicit o di   
minore  infelicit  ch'al  presente,  quando  perdendo  la vita,  perdevano pur   
qualche cosa,  essi l'avventuravano spesso e facilmente e di buona voglia,  non   
temevano, anzi cercavano i pericoli, non si spaventavano della m                  
orte,  anzi  l'affrontavano tutto d o coi nemici o tra loro,  e godevano sopra   
ogni cosa e stimavano il sommo bene, di morire gloriosamente.  Ora il timor dei   
pericoli    tanto maggiore quanto maggiore  l'infelicit e il fastidio di cui   
la morte ci libererebbe, o se non altro,  quanto  pi nullo quello che morendo   
abbiamo  a perdere.  E l'amor della vita e il timor della morte  cresciuto nel   
genere umano e cresce in ciascuna nazione secondo che  la  vita  val  meno.  Il   
coraggio    tanto  minore quanto minori beni egli avventura,  e quanto meno ei   
dovrebbe costare. La morte che per gli antichi cos attivi,  e di vita,  se non   
altro,  cos  piena,  era  talora  il  sommo  bene,    stimata  e chiamata pi   
comunemente il sommo male quanto la vita  pi misera.   ben [3031]noto che le   
nazioni  pi  oppresse,  e  similmente  le classi pi deboli e misere e schiave   
nella societ,  sono le meno coraggiose e le pi timide della morte,  e le  pi   
sollecite  e gelose di quella vita ch' pur loro un s gran peso.  E quanto pi   
altri le opprime e rende infelice la vita loro, tanto ne le fa pi studiose.  E   
insomma si pu dire che gli antichi vivendo non temevano il morire, e i moderni   
non vivendo, lo temono; e che quanto pi la vita dell'uomo  simile alla morte,   
tanto  pi  la  morte  sia  temuta  e  fuggita,  quasi ce ne spaventasse quella   
continua immagine che nella vita medesima ne abbiamo e contempliamo,  e  quegli   
effetti, anzi quella parte, che pur vivendo ne speri                              
mentiamo.  E  viceversa.Or  si  applichi  quel  ch'io  dico degli antichi e dei   
moderni,  agl'individui giovani e vecchi,  in qualunque et delle nazioni e del   
genere  umano,  e  troverassi  proporzionatamente  la  medesima differenza e di   
circostanze  e  di  effetti.  (25.  Luglio  1823.)[3032]Visto  ital.  e  spagn.   
participio di vedere,   manifesta contrazione di visitus, come quisto, chiesto   
ec. di quaesitus (v. p. 2893.  sqq.).  Cos vista sustantivo verbale italiano e   
spagnuolo   contrazione di visita voce latinobarbara per visitus us cio visus   
us. Cos i composti di vedere hanno p.e.  avvisto,  rivisto,  provvisto ec.  La   
voce  vista per veduta,  e con altri sensi simili,  ch'ella ha pure appresso di   
noi,   latino-barbara.  Vedila nel Glossario.  E ch'ella  sia  contrazione  di   
Visita,  com'io  dico,  e  quindi  visto  sia  contrazione di visitus,  vedi il   
Glossario medesimo in Vista 4. Ora consideriamo.1. Il latino video da cui viene   
il nostro vedere e lo spagn.  ver fa nel participio,  non  visitus,  ma  visus.   
Similmente viso is anomalo, che ne deriva. Ma secondo i principii da me posti e   
dimostrati altrove,  egli  certissimo che l'antico participio di video dovette   
esser visitus (anomalo in vece di viditus) come di doceo fu docitus.  Quindi il   
nostro italiano e spagnuolo visto  contrazione (usitatissima anche nell'antico   
e  buon  [3033]latino:  vedi  p.2894.  e  seg.) dell'antico visitus;  egli  un   
latinissimo vistus anteriore a visus e pi regolare. Or co                        
me mai  questo  participio,  perduto  affatto  nel  latino  conosciuto,  questo   
participio  antichissimo,  pi antico e pi regolare dell'usato dagli scrittori   
latini,  comparisce per la prima volta nel latino-barbaro,  e quindi  si  trova   
usitatissimo e comunissimo in due lingue moderne figlie della latina, e trovasi   
in luogo del visus del latino conosciuto,  il qual visus nelle dette lingue non   
trovasi? Forse questo participio,  indipendentemente dal latino,   stato fatto   
in dette lingue dal verbo vedere secondo le regole di coniugazione proprie, non   
del  latino,  ma  di  esse lingue?  Anzi secondo queste regole,  egli  in esse   
lingue affatto anomalo e irregolare e fuori d'ogni ordine;  ei non ha  in  esse   
lingue  veruna  origine;  e  in luogo di esso,  la lingua italiana,  secondo le   
regole delle sue coniugazioni,  dee dire veduto  (lo  spagnuolo  dovrebbe  dir   
veido  o  vido),  e  lo  dice infatti ancor esso.  Ma questo secondo participio   
[3034]italiano,  regolare e moderno   molto  meno  volgare  e  pi  nobile,  e   
quell'altro irregolare,  antico e latino  pi plebeo,  e forse, almeno in vari   
luoghi, il solo che la plebe adoperi, siccome in ispagnuolo egli  unico s per   
la plebe che per la gente colta e  per  la  scrittura.  Donde  pertanto  questo   
participio  nel  latino-barbaro,  e  nelle  lingue moderne,  s'ei non viene dal   
latino conosciuto, n dalle radici e regole d'esse lingue?  Qual altro mezzo ce   
lo pu aver conservato, se non il volgare latino, conservatore del                
l'antichit pi che il latino scritto,  e in questo presente caso, pi regolare   
eziandio?2. Visito as si fa frequentativo di viso is. Lasciamo stare s'egli sia   
di viso is, o piuttosto di video il cui participio  lo stesso, cio visus.  Ma   
se l'antico participio dell'uno o dell'altro o d'ambedue,  fu visitus, il verbo   
visito potr eziandio esser continuativo di qual de' due  si  creda  meglio,  e   
venire non da visus,  o supino visum, ma da visitus, o supino visitum. Da visus   
altres nacquero parecchi verbi di cui vedi la [3035]p.2843. seg.  3005.  3019.   
Se  visito  viene da visitus di video,  egli non sar n figlio di viso is,  n   
diverso da  esso  per  formazione  e  per  significato  originario  (cio  esso   
frequentativo,  e  viso continuativo),  anzi sar fratello di viso is,  formato   
nello stesso modo,  cio dal participio in us di video,  continuativo  com'esso   
visere; ma sar fratello maggiore, perch formato da un participio pi antico e   
pi  regolare  di visus,  o piuttosto sar originalmente tutt'un verbo con viso   
is,  perch formato da un medesimo participio,  cio visitus detto anche  visus   
per  contrazione  e anomalia.3.  Ho sostenuto pag.2932.  segg.  l'esistenza del   
verbo pisare o pisere  (tutt'uno  con  pigiare  e  pisar)  fatto  da  un  pisus   
participio  di  pinsere.   Ora  coll'esempio  di  visto,   e  coll'aiuto  delle   
considerazioni ch'esso ci somministra,  confermeremo quel  nostro  discorso;  e   
all'incontro con esso discorso confermeremo il presente. Il par                   
ticipio regolare di pinso  pinsitus che tuttavia sussiste.  Ecco un gemello di   
visitus.  Da pinsitus si fece  per  contrazione  [3036]e  anomalia  pinsus  che   
altres  sussiste.  Ecco  da  visitus,  visus  che  solo  sussiste  nel  latino   
conosciuto.  Altres da pinsitus si fece pistus che parimente sussiste.  Questa   
formazione  suppone  e  dimostra due cangiamenti;  primo la detrazione della n,   
onde pisitus che non sussiste, ma si prova,  come vedete.  Ed eccoci di nuovo a   
visitus.  Secondo,  la  solita  detrazione dell'i (come in postus per positus),   
onde pistus ch' il solo participio conservato  nelle  lingue  moderne  (pesto,   
ital.  pisto italiano volgare,  e spagnuolo), da cui pistare. Ed eccovi appunto   
il vistus conservato nelle lingue moderne in luogo e di  visitus  e  di  visus,   
onde  avvistare  ec.  (v.  la  p.2844.  3005.).  Ma siccome da pinsitus si fece   
pinsus,  detrattele lettere it,  cos appunto da pisitus pisus,  non altrimenti   
che  pistus.  E  ci  n  pi n meno che da visitus visus,  non altrimenti che   
vistus. E siccome da visus anomala contrazione di visitus  si  fece  l'anomalo   
viso  is  in  cambio di viso as,  (qui si pu vedere la p.3005.  circa il verbo   
viser avvisare ec.) cos    curioso  a  notare  che  anche  da  pisus  anomala   
contrazione  di  pinsitus o pisitus,  si trovi o si creda fatto,  oltre [3037]a   
piso as, e fors'anche in luogo di questo,  l'anomalo continuativo piso is.E qui   
possiamo considerare quanti participii in us abbia uno stesso verbo cio pins     
o,  o piuttosto quanti ne sieno nati da un solo cio pinsitus, parte esistenti,   
parte dimostrati per ragione,  e alcuno  di  questi  dalla  nostra  teoria  de'   
continuativi.    bene il considerarlo perch ci serva d'esempio,  e quindi si   
faccia ragione quanto giustamente io dica che moltissimi verbi della prima, che   
sembrano tutt'altro,  sono veri continuativi di verbi o noti o ignoti (e vedi a   
questo proposito p.2928-30.), e quanti che si credono puri aggettivi, sono veri   
participii di verbi talora anche noti, ma non riconosciuti per loro padri, (del   
che  vedi  la  p.3026.).Dunque  da pinso Pinsitus 1 Pinsus 2 Pisitus 3 Pistus 4   
Pisus 5 1.  2.  4.  esistenti  nel  buon  latino.  3.  dimostrato  per  ragione   
grammaticale  da  pistus.  5.  dimostrato  da'  continuativi  pisare  o pisere,   
pigiare, pisar.  [3038]Chi volesse che pisus non fosse da pisitus ma da pinsus,   
detrattane la n come da pinsitus in pisitus,  poco monterebbe. Avremmo sempre e   
in pinsus e in pisus la detrazione dell'it a dimostrare la derivazione di visus   
da visitus,  e l'anteriorit di questo,  come anche di vistus che ha  sola  una   
lettera meno di visitus,  e non due.  (25. Luglio. d di S. Giacomo. 1823.). V.   
la p.  seg.Alla p.2929.  Cos da vivo-vixi-victum si dovette fare anche vixum e   
vixus. Lo deduco dal nostro antico visso, il quale non  contrazione di vissuto   
perch  tal  contrazione  non    dell'indole e uso della nostra lingua.  Bens   
vissuto (che molti dicono e dissero pi regola                                    
rmente vivuto, anche trecentisti,  come ho trovato io medesimo,  non altrimenti   
che  da  riceVERE  riceVUTO)  sembra venire da un altro,  ed anche pi antico e   
regolare participio latino vixitus,  cambiato l'i in u,  come in latino a  ogni   
tratto (v.  p.2824-5.  principio,  e 2895.), e come particolarmente in italiano   
ne'  participii  passivi  per  propriet,   costume  e  regola   della   lingua   
(venditus-venduto,  redditus-renduto,  perditus-perduto, seditus antico [3039]e   
regolare - seduto,  debitus da altra coniugazione - devuto,  tenitus,  antico e   
regolare - tenuto, ceditus antico e regolare - ceduto.).E qui  da osservare la   
conservazione  nel  nostro  volgare,  di  questo  antichissimo vixus ignoto nel   
latino,  simile a quella di vistus,  di  cui  veggasi  p.3032-4.  (25.  Luglio.   
1823.).  Sia  che  visso  sia  fatto  dal  supino  vixum ignoto,  o dall'ignoto   
participio neutro vixus,  in luogo del quale non si trova neppur  victus  a  um   
(trovandosi victum supino), sebbene dovette esservi, secondo quello che di tali   
participii  neutri  ec.  ho  detto altrove.  E infiniti ne conservano le lingue   
figlie, che non si trovano nel latino scritto. (25. Luglio,  d di S.  Giacomo.   
1823.)Alla p.  anteced. Chi poi volesse che pisere non venisse da pisus (bench   
pur se n'abbia un bellissimo esempio in visere da visus, siccome ho detto),  ma   
che (s'ei veramente esist) fosse lo stesso che pinsere,  detratta la n come in   
pistus, mi darebbe altres poca noia. In tal caso pisare non s                    
arebbe fratello ma figlio di pisere;  e certo esso e pisar e pigiare verrebbero   
da pisus, come dimostrano gl'infiniti [3040]esempi che della formazione di tali   
verbi della prima maniera da' participii in us d'altri verbi,  raccoglie la mia   
teoria de' continuativi ec.  ec.  (26.  Luglio.  d di  Sant'Anna.  1823.).  V.   
p.3052.L'uomo  in cui concorressero grande e colto ingegno,  e risolutezza,  si   
pu affermare senz'alcun dubbio che farebbe e otterrebbe gran cose nel mondo, e   
che certo non potrebbe restare oscuro,  in qualunque condizione l'avesse  posto   
la  fortuna  della  nascita.  Ma  l'abito della prudenza nel deliberare esclude   
ordinariamente la facilit e prontezza del  risolvere,  ed  anche  la  fermezza   
nell'operare.  Di  qui  che gli uomini d'ingegno grande ed esercitato sono per   
lo pi,  anzi quasi sempre  prigionieri,  per  cos  dire,  dell'irresolutezza,   
difficili   a   risolvere,   timidi,   sospesi,   incerti,   delicati,   deboli   
nell'eseguire.  Altrimenti essi dominerebbero il mondo,  il  quale,  perch  la   
risolutezza  per se pu sempre pi che la prudenza sola,  fu ed  e sar sempre   
in balia degli uomini mediocri. (26. Luglio, d di S. Anna.  1823.)Alla p.2864.   
Avolo, abuelo, ayeul da avulus. Noi abbiamo anche il positivo avo. (26. Luglio.   
1823.).  V. p.3054. 3063.[3041]Alla p.3014. Io credo per certo che in qualunque   
modo, quelle inflessioni,  voci,  frasi ec.  che in Omero si credono proprie di   
tale o tal altro dialetto, fossero al suo tempo p                                 
er  qualsivoglia cagione conosciute ed intese da tutte le nazioni greche,  o se   
non altro, da una tal nazione (come forse la ionica), alla qual sola, in questo   
caso,  egli avr avuto in animo di cantare e di scrivere,  e avr probabilmente   
cantato  e scritto.  Quanto agli altri poeti,  se le ragioni che ho addotte per   
ispiegare come,  malgrado  l'uso  de'  dialetti,  essi  fossero  universalmente   
intesi,  non  paressero  bastanti,  si  osservi  che  effettivamente in Grecia,   
siccome altrove, i poeti cessarono ben presto di cantare al popolo, (e cos pur   
gli  altri  scrittori),   e  il  linguaggio   poetico   greco   divenne   certo   
inintelligibile al volgo,  dal cui idioma esso era anche pi separato che non    
la lingua poetica italiana dalla volgare e familiare.  Scrissero dunque i poeti   
per  le  persone  colte,  le  quali  intendendo e studiando tuttod e sapendo a   
memoria i versi d'Omero, e citandoli,  parodiandoli,  alludendovi a ogni tratto   
[3042]nella colta conversazione e nella scrittura, intendevano anche facilmente   
gli altri poeti, e il linguaggio poetico greco, bench composto delle propriet   
di  vari  dialetti.  Perocch  esso  era tutto Omerico,  come ho detto,  sia in   
ispecie sia  in  genere;  cio  le  inflessioni,  le  frasi,  le  voci  che  lo   
componevano,  o erano le identiche Omeriche (e tali erano in fatti forse la pi   
gran parte), o erano di quel tenore,  di quella origine,  derivate o formate da   
quelle di Omero, o tolte dai fonti e dai luoghi ond'egli le trasse                
, e ci secondo i modi e le leggi da lui seguite. Quei poeti che scrissero dopo   
Omero  al popolo,  e per il popolo composero,  come i drammatici,  poco o nulla   
mescolarono i dialetti, e ne segue effettivamente che se talvolta il loro stile   
 Omerico, come quello di Sofocle,  il loro linguaggio per non  tale.  Esso    
attico  veramente,  siccome  fatto  per  gli  Ateniesi,  se non forse nei pezzi   
lirici, i quali anche per la natura del soggetto e del genere,  sarebbero stati   
poco alla portata degl'ignoranti. In effetto Frinico appresso Fozio (cod. 158.)   
conta  fra'  modelli,  regole  [3043]norme del puro e schietto sermone attico i   
tragici Eschilo, Sofocle, Euripide, e i Comici in quanto sono attici,  perocch   
questi  talora  per  ischerzo  o  per  contraffazione  mescolarono qualche cosa   
d'altri dialetti, e ci non appartiene al nostro proposito,  ed alcuni tragici,   
forse,  avendo  rispetto al gran concorso de' forestieri che d'ogni parte della   
Grecia accorrevano alla rappresentazione dei drammi in Atene, non avranno avuto   
riguardo di usare alcuna cosa d'altri dialetti.  Ma generalmente si vede che il   
dialetto  de'  drammatici greci  un solo.  E del resto,  siccome tra noi e ne'   
teatri di tutte le colte nazioni, bench la pi parte dell'uditorio sia popolo,   
nondimeno i drammi che s'espongono,  non sono scritti n in istile n in lingua   
popolare,  ma  sempre  colta,  e  bene spesso anzi poetichissima e diversissima   
dalla corrente e familiare ed eziandio d                                          
alla prosaica colta;  cos si deve stimare che accadesse appresso a poco pi  o   
meno anche in Grecia e in Atene,  dove i giudici de' drammi che concorrevano al   
premio,  [3044]non era finalmente il popolo,  ma uno  scelto  e  piccol  numero   
d'intelligenti,  e dove le persone colte fra quelle che componevano l'uditorio,   
erano per lo meno in tanto numero come fra noi.  V.  il Viaggio d'Anacar.  cap.   
70.Altri  poeti  non  drammatici  si  restrinsero  pure  a  tale o tal dialetto   
particolare,  e per conseguenza scrissero a una  sola  nazione  o  parte  della   
Grecia,  e  questa si proposero per uditorio (com' verisimilissimo che facesse   
anche Omero); n questi furono pochi,  anzi fra gli antichi furono i pi.  E si   
pu dir che la totale,  confusa,  indifferente, copiosa mescolanza de' dialetti   
nel linguaggio poetico greco, e il seguir ciecamente la lingua e l'uso di Omero   
non sia proprio se non de' poeti greci pi  moderni  e  nella  decadenza  della   
poesia,  come  Apollonio  Rodio,  Arato,  Callimaco  e tali altri de' tempi de'   
Tolomei,  quando gi la base della letteratura greca era l'imitazione de'  suoi   
antichi classici. Perocch di Esiodo contemporaneo di Omero, o poco anteriore o   
posteriore,  non   maraviglia se il suo linguaggio si trova omerico: spieghisi   
l'uso di [3045]questo linguaggio in lui,  colle ragioni e considerazioni stesse   
con  cui  si  spiega  in  Omero.  In  Anacreonte  v'ha pochissima mescolanza di   
dialetti. (V. Fabric. B. Gr. in Anacr.) Certo il suo lin                          
guaggio  tutt'altro da quello di  Omero.  Esso    Ionico.  Saffo  scrisse  in   
Eolico.  Empedocle,  bench Siciliano e pittagorico, adoper in vece del dorico   
l'ionico.  (V.  Fabric.  in Empedocle,  Giordani sull'Empedocle di Scin,  fine   
dell'articolo  secondo).  Forse che il dialetto ionico era allora il pi comune   
della Grecia? Probabile, pel gran commercio di quella nazione tutta marittima e   
mercantile.  Forse quello che noi chiamiamo ionico non era in quel tempo che il   
linguaggio  comune  della  Grecia,  siccome  poi  lo  fu  con certe restrizioni   
l'attico, che nacque pur dall'ionico?  Probabile ancora;  e in tal caso sarebbe   
risoluta anche la quistione intorno ad Omero,  il quale da tutti  riconosciuto   
per poeta principalmente ionico  di  linguaggio;  e  si  confermerebbe  la  mia   
opinione che il linguaggio da lui seguito, non fosse allora che l'idioma comune   
di  tutta la Grecia,  siccome l'italiano [3046]del Tasso  l'italiano comune di   
tutta l'Italia.  O forse la Grecia era ancor troppo poco  colta  universalmente   
per aver un linguaggio comune gi regolato e perfetto,  e in mancanza di questo   
serviva l'ionico,  come il pi  divulgato  perch  proprio  della  nazione  pi   
commerciante?  O  finalmente  Empedocle  scelse  l'ionico per imitare e seguire   
Omero? Molto probabile. In Pindaro e in altri lirici del suo o di simil genere,   
la mescolanza de' dialetti non fa maraviglia.  Essa    licenza  piuttosto  che   
istituto                                                                          
(-                                                                                
823.  d di S.  Anna.)La forza, l'originalit, l'abbondanza, la                   
sublimit, ed anche la nobilt dello stile possono, certo in gran parte, venire   
dalla  natura,   dall'ingegno  dall'educazione,   o  col   favore   di   queste   
acquistarsene  in  breve  l'abito,  ed  acquistato,  senza  grandissima  fatica   
metterlo in opera. La chiarezza e (massime a' d nostri) la semplicit (intendo   
quella ch' quasi  uno  colla  naturalezza  e  il  contrario  dell'affettazione   
sensibile,  di qualunque genere ella sia,  ed in qualsivoglia materia e stile e   
composizione, come ho spiegato altrove), la chiarezza e la semplicit (e quindi   
eziandio la grazia che senza di queste non pu stare, e che in es                 
se per gran parte e ben sovente consiste), la chiarezza, dico, e la semplicit,   
quei  pregi   fondamentali   d'ogni   qualunque   scrittura,   quelle   qualit   
indispensabili anzi di primissima necessit,  senza cui gli altri pregi a nulla   
valgono,  e colle quali niuna scrittura,  bench niun'altra dote abbia,    mai   
dispregevole,  sono tutta e per tutto opera dono ed effetto dell'arte. [3048]Le   
qualit dove l'arte dee meno apparire, che paiono le pi naturali,  che debbono   
infatti parere le pi spontanee,  che paiono le pi facili, che debbono altres   
parer conseguite con somma facilit,  l'una delle quali si pu dir che  appunto   
consista   nel   nascondere  intieramente  l'arte,   e  nella  niuna  apparenza   
d'artifizioso e di travagliato;  esse sono appunto le  figlie  dell'arte  sola,   
quelle  che  non  si  conseguono  mai se non collo studio,  le pi difficili ad   
acquistarne l'abito,  le ultime che si conseguiscano,  e tali che  acquistatone   
l'abito,  non  si  pu  tuttavia mai senza grandissima fatica metterlo in atto.   
Ogni minima negligenza dello scrittore nel comporre, toglie al suo scrivere, in   
quanto ella si estende,  la semplicit e la chiarezza,  perch queste non  sono   
mai  altro  che  il  frutto dell'arte,  siccome abituale,  cos ancora attuale;   
perch la natura non le insegna mai,  non le  dona  ad  alcuno;  perch  non     
possibile  ch'elle  vengano  mai da se,  chi non le cerca,  n che veruna parte   
[3049]di veruna scrittura riesca mai chiara n semplice per altro che pe          
r espresso artifizio e diligenza posta dallo scrittore a farla riuscir tale.  E   
togliendo immancabilmente la chiarezza e la semplicit,  ogni minima negligenza   
dello scrittore inevitabilmente danneggia,  e in quella tal parte distrugge  s   
la bellezza s la bont di qualsivoglia scrittura.  Perocch la semplicit e la   
chiarezza sono parti cos fondamentali ed essenziali  della  bellezza  e  bont   
degli scritti, ch'elle debbono esser continue, n mai per niuna ragione (se non   
per  ischerzo  o  cosa  tale) elle non debbono essere intermesse,  n mancare a   
veruna,  bench piccola,  parte  del  componimento.  La  forza,  la  sublimit,   
l'abbondanza  o la brevit e rapidit,  lo splendore,  la nobilt medesima,  si   
possono,  anzi ben  sovente  si  debbono  intermettere  nella  scrittura;  elle   
possono,  anzi  debbono  avere  quando  il  pi  quando il meno,  s dentro una   
medesima, come in diverse composizioni e generi;  elle possono esser differenti   
da  se  medesime,  secondo  le  scritture,  e  le  parti  e circostanze [3050]e   
occasioni di queste,  anzi elle  n  deggiono  n  possono  altrimenti.  Ma  la   
chiarezza  e  la  semplicit  non  denno  aver  mai  n  il pi n il meno;  in   
qualsivoglia genere di scrittura, in qualsivoglia stile,  in qualsivoglia parte   
di qualsiasi componimento, elle, non solo non hanno a mancar mai pur un attimo,   
ma  denno  sempre  e  dovunque  e  appresso ogni scrittore esser le medesime in   
quanto a se (bench con diversi mezzi si possono proccurare, e dar loro diver     
si aspetti e diverse circostanze),  sempre della medesima  quantit,  per  cos   
dire,  e  sempre  uguali  a  se stesse nell'esser di chiarezza e semplicit,  e   
nell'intensione di questo essere.  (26.  Luglio.  1823.  d di Sant'Anna.) ben   
difficile scrivere in fretta con chiarezza e semplicit;  pi difficile che con   
efficacia veemenza,  copia,  ed anche con magnificenza di stile.  Nondimeno  la   
fretta  pu stare colla diligenza.  La semplicit e chiarezza se pu star colla   
fretta,  non pu certo star colla  negligenza.    bellissima  nelle  scritture   
un'apparenza  di  trascuratezza,   di  sprezzatura,  un  abbandono,  una  quasi   
noncuranza.  [3051]Questa    una  delle  specie  della  semplicit.   Anzi  la   
semplicit  pi  o  meno    sempre  un'apparenza di sprezzatura (bench per le   
diverse qualit ch'ella pu avere,  non sempre  ella  produca  nel  lettore  il   
sentimento di questa sprezzatura come principale e caratteristico) perocch'ella   
sempre consiste nel nascondere affatto l'arte, la fatica, e la ricercatezza. Ma   
la  detta  apparenza  non  nasce  mai  dalla  vera  trascuratezza,  anzi per lo   
contrario da moltissima e  continua  cura  e  artifizio  e  studio.  Quando  la   
negligenza  vera,  il senso che si prova nel legger lo scritto,  quello dello   
stento, della fatica, dell'arte, della ricercatezza, della difficolt. Perocch   
la facilit che si dee sentir nelle scritture  la  qualit  pi  difficile  ad   
esser loro comunicata. N senza stento grandissimo si consegue n l'abito n      
l'atto di comunicarla loro.  (27.  Luglio.  1823.)Voce non esistente nel latino   
scritto, comune per alle tre lingue figlie.  Speranza,  esprance,  esperana,   
cio  sperantia,  verbale di [3052]spero,  fatto secondo l'uso del buon latino,   
come constantia, instantia, redundantia ec. (27. Luglio. 1823.)Alla p.3040. Qua   
io credo che si debba riferire il verbo posare (francese  poser  onde  dposer,   
opposer,  supposer, composer, apposer, disposer, exposer, proposer, imposer ec.   
ec.) in quanto ei significa por gi, deporre, con tutti i suoi derivati ec.  in   
questo senso.  Che riposare e posare per quiescere vengano da pausa pausare ec.   
(e cos il franc. reposer ec.) l'ho detto in altro luogo, lo dimostra l'uso del   
verbo pausare ec.  ec.  nel Glossar.  Cang.  e va bene.  Ma che posare,  poser,   
dposer  per  deporre,  vengano da pausare,  non da ponere,  e non siano quindi   
affatto diversi da posare ec.  per quiescere,  bench suonino allo stesso modo;   
non posso in alcun modo persuadermelo,  bench trovi nel Gloss. un esempio dove   
pausare sta per deporre.  Io credo che sia sbaglio di copista (o  dello  stesso   
autore, ignorante, come tutti allora erano, della lingua stessa barbara) che ha   
scritto l'au per l'o,  sillabe solite a confondersi, massime ne' bassi tempi, e   
massime avendovi un altro verbo similissimo, cio pausare [3053]per riposare, a   
cui l'au veramente conveniva.  Posare per deporre dee certo venire da  positus,   
contratto in posus, come visi                                                     
tus-visus,  pinsitus-pinsus,  pisitus-pisus, onde viser, pisare. Da positus non   
contratto,  viene depositare e lo spagn.  depositar,  di cui  pure  ho  parlato   
altrove.  Aggiungete  che  poser  in  francese  non  vale bene spesso altro che   
propriamente porre,  e non ha nientissimo a far con riposare o reposer,  se non   
in  quanto quest'ultimo talvolta significa residere,  far la posa,  e in questo   
senso egli  un altro verbo,  e  viene  altres  da  ponere.  Da  postus  viene   
appostare           ital.           apostar          spagn.           impostare   
italian-                                                                          
ficare  i  drammi  in  senso  non  diminutivo   ma                                
positivo.  Dubito  forte  che  questo  fiaba  sia voce antichissima nel latino,   
perduta nello  scritto,  conservata  nel  volgare  fino  a  noi.  (27.  Luglio.   
1823.)Come   pedantescamente   l'ortografia   francese   sia  modellata,   anzi   
servilmente copiata dalla latina si pu osservar nell'uso dell'h che in  parole   
o sillabe affatto compagne di pronunzia, e di suono, non hanno l'h se in latino   
(o in greco ec.) non l'avevano, se l'avevano l'hanno anche in francese. Come in   
Christ-cristal,  technique,  thologie,  homme-omettre  ec.  Cos  dite del ph,   
dell'y ec. Cosa veramente pedantesca e infilosofica [3056]che parole nazionali,   
usualissime,  volgarissime  s'abbiano  da  scrivere  non  come  la  nazione  le   
pronunzia,  ma come le scrivevano quelli dalle cui lingue esse vennero, i quali   
cos le scrivevano  perch  cos  le  pronunziavano,  giacch  anche  i  latini   
pronunziavano  p.e.  l'y  come u gallico,  ec.  (sebbene anch'essi da' tempi di   
Cicerone in poi peccarono un poco nella servile imitazione della scrittura g      
reca circa le parole venute o nuovamente prese dal greco.  E vedi Desbillons ad   
Phaedr.  Manheim 1786. p. LXVIII.). Che se le voci naturalizzate in una lingua,   
e mutate  affatto  dal  loro  primo  stato  per  la  pronunzia  della  nazione,   
s'avessero  sempre  a scrivere nel modo in cui le scrivevano o le scrivono quei   
popoli,  ancorch lontanissimi e diversissimi,  onde a noi  vennero,  e  se  la   
scrittura  originale s'avesse sempre a conservare in ciascuna voce,  cangiata o   
non cangiata dal tempo,  dal luogo,  e dalla diversa nazione e lingua,  e se il   
pregio  di  un'ortografia  consistesse  nel  conservare  le  forme originali di   
ciascuna voce per forestiera ch'ella fosse,  non so perch le voci  venute  dal   
greco  non  si debbano scrivere con lettere greche,  e l'ebraiche e le arabiche   
con lettere e punti ebraici ed arabici,  e le tedesche  con  lettere  tedesche.   
Giacch usando diverso alfabeto,  la scrittura originale si pu imitare, ma non   
perfettamente conservare.  E cos dovremmo imparare e usare cento alfabeti  per   
saper  leggere e scrivere la nostra lingua.  [3057]Veramente nessuna nazione in   
questa parte  cos savia,  e niuna scrittura cos vera,  perfetta e filosofica   
come  l'italiana.  Gli  antichi  greci se le potrebbero paragonare,  se non che   
poche  voci  forestiere  li  ponevano  in   pericolo   di   guastar   la   loro   
ortografi-                                                                        
                                                                                 
altrove,   e  danno                                                               
nell'eccesso contrario ec. (28.  Luglio.  1823.)Persone imperfette,  difettose,   
mostruose  di  corpo,  tra  quelle  che non arrivano a nascere e si perdono per   
aborti, sconciature ec.  non volontarie n proccurate;  tra quelle che son tali   
dalla nascita, e muoiono appena nate o poco appresso, per vizi naturali interni   
o  esterni;  quelle  che  cos  nate  vivono e si veggono e si ponno facilmente   
contare, annoverando le mostruosit e difettosit d'ogni sorta; quelle finalm     
ente che tali son divenute dopo la  nascita,  pi  [3059]presto  o  pi  tardi,   
naturalmente  e  senza  esterna  cagione  immediata,  voglio  dire  o per vizio   
ingenito  sviluppatosi  in  sguito,  o  per  malattia  qualunque  naturalmente   
sopravvenuta;  sommando dico e raccogliendo tutti questi individui insieme,  si   
vedr a colpo d'occhio e senza molta riflessione che il loro  numero  nel  solo   
genere  umano,  anzi nella sola parte civile di esso,  avanza di gran lunga non   
solamente quello che trovasi in qualsivoglia altro intero genere d'animali, non   
solamente eziandio quello che veggiamo  in  ciascheduna  specie  degli  animali   
domestici,  che pur sono corrotti e mutati dalla naturale condizione e vita,  e   
da noi in mille guise travagliati e  malmenati;  ma  tutto  insieme  il  numero   
degl'individui  difettosi  e  mostruosi  che noi veggiamo in tutte le specie di   
animali che ci si offrono giornalmente alla vista, prese e considerate insieme.   
La qual verit  cos manifesta, che niuno,  io credo,  purch vi pensi un solo   
momento e raccolga le sue reminiscenze, la potr contrastare. Simile differenza   
si  trover  in  questo  particolare  fra  le  nazioni civili e le selvagge,  e   
proporzionatamente fra le pi civili e le meno,  secondo un'esatta scala,  come   
tra'  francesi italiani tedeschi spagnuoli ec.[3060]Quali conseguenze si tirino   
da queste osservazioni,   cos facile il vederlo,  come esse conseguenze  sono   
evidentissime, ed hanno quella maggior certezza che possa aver                    
e  una  proposizione  dimostrata matematicamente,  e dedotta matematicamente da   
un'altra di cui non si possa dubitare. (28. Luglio. 1823.)Porgo per porrigo is,   
sincope usata dagli antichi latini e volgare tra noi.  V.  Forcell.  in Porgo e   
massime il luogo di Festo.  (28. Luglio. 1823.)Alla p.2842. principio. Defectus   
a um sembra avere il significato neutro di is qui defecit in  parecchi  luoghi,   
de' quali v. Forcell. in defectus a um, e il Fedro di Desbillons, Manheim 1786.   
p.  LVII.  ad  lib.  I.  fab.  21.  vers.  3.  Quietus a um da quiesco.  V.  in   
particolare il Desbillons loc. cit. p. LXII. ad II.8. v. 15. Usurpatus a um. V.   
Cic. ad fam. IX.  22.  verso il princ.  (28.  Luglio.  1823.).  V.  p.3074.Alla   
p.3058.  Assus  (e  cos  semiassus)  per  assatus  sarebbe una contrazione che   
farebbe al proposito.  Se per assare non viene appunto da assus,  il quale  in   
tal caso sarebbe participio di verbo ignoto. E s'ei fosse il medesimo che arsus   
(v.  Forcell.  in Assus),  il che non  inverisimile, [3061]stante l'antico uso   
latino di pronunziare e scrivere la s per la r (del che altrove cio per  2991.   
segg.) assare sarebbe lo stesso che arsare,  voce de' bassi tempi,  della quale   
altrove, continuativo di ardeo, e pi regolare ec. nella pronunzia che assare.   
V.  p.3064.  Elixus per elixatus (che pur si dice) sarebbe altra contrazione al   
proposito, se per elixo non viene da elixus, come ho detto di assus. E veggasi   
a questo proposito la p.2757 8. e 293                                             
0.  marg.  (29.  Luglio. 1823.)Niuna cosa nella societ  giudicata, n infatti   
riesce pi vergognosa  del  vergognarsi.  (29.  Luglio  1823.)In  proposito  di   
favella,  favellare, hablar ec. di cui molto distesamente ho ragionato altrove,   
veggansi le voci francesi habler, hablerie, hableur ec.  Essi hanno anche fable   
ec.  come noi pur favola ec.  e gli spagnuoli fabula ec. dall'altro significato   
latino di fabula, fabulari ec. (29. Luglio. 1823.). Vedi pur lo spagn.  habla e   
hablilla ec.  ser habla o hablilla del pueblo.  (29.  Luglio.  1823.)[3062]Alla   
p.3055.  marg.  Asinus-asellus in vece  di  asinellus,  che  sarebbe  intero  e   
regolare,   e  che  noi  diciamo.  Opera-opella  ec.  (29.  Luglio.  1823.)Esse   
conveniens alicui rei pro convenire;  il participio attivo coll'ausiliare esse,   
all'italiana.  V. Fedro Fab. 27 v. 1. l. 1. e Ovid. Trist. 1. 1. v. 6. ed anche   
il Fedro di Desbillons,  Manheim 1786.  p.  LIX.  (29.  Luglio 1823.)Altri  due   
italianismi veggansi in Fedro II.  5. v. 25., e 8. v. 4. - Desbillons loc. cit.   
p.  LXIV e LXV.  E notinsi i luoghi  di  Varrone  il  quale  parla  del  latino   
illustre.  Altro eziandio III.  6. v. 5. - Desbill. p. LXXI. Ma Fedro seguiva o   
s'appressava in molte cose al latino volgare.  Quindi  ch'ha delle frasi tutte   
sue, cio che non si trovano negli altri autori latini, e che sono sembrate non   
latino.  Vedi  il  Desbillons  p.  XXII-VI.  e gli altri che trattano della sua   
latinit. Niuno de' quali, io credo, ha osservato                                 
la vera cagione della differenza di questa latinit della pi nota.  Tutti  gli   
scrittori  latini (anche antichi e veri classici) che hanno del familiare nello   
stile, come,  oltre i Comici,  Celso (che s'accosta molto a Fedro quanto pu un   
prosatore  a un poeta,  e che fu pur creduto non appartenere al secolo d'oro) e   
[3063]lo  stesso  Cesare,   inclinando  per  conseguenza  pi  degli  altri  al   
linguaggio   volgare,   (bench   moderatamente   e  con  grazia,   come  molti   
degl'italiani,   p.e.   il  Caro),   si  accostano  eziandio  pi  degli  altri   
all'andamento,   sapore   ec.   e   alle  frasi,   voci  o  significazioni  ec.   
dell'italiano. Cos pure fa Ovidio fino a un certo segno, ma per altra ragione,   
cio  per  la  negligenza  e  fretta  che  non  gli  permetteva   di   ripulire   
bastantemente  il  suo  linguaggio,  di  dargli  dovunque  il debito splendore,   
nobilt ec.; di tenersi sempre lontano dalla favella usuale: insomma perch non   
sapeva o non curava di scrivere perfettamente bene,  e si lasciava  trasportare   
dalla sua vena e copia, con poco uso della lima, siccome per lo stile, cos per   
la lingua.  (29.  Luglio. 1823.)Alla p.3040. fine. Asellus, capella equivalgono   
ad asinus, capra. Vedi a questo proposito il Forcell. in catellus. (30. Luglio.   
1823.).  V.  p.3073.Come  da  nosco-notus,   noscito,   cos  da  nascor-natus,   
nasciturus,   del   che   mi   pare  di  aver  detto  altrove.   (30.   Luglio.   
1823.)[3064]Similmente morior-mortuus-moriturus ec. ec. (30.  Luglio 1823.)Alla   
p.3061. Che as                                                                    
sare  venga  da  ardere,  e sia lo stesso che arsare,  oltre la verisimiglianza   
ch'ha in se medesimo, considerando i significati di tali verbi,  si fa eziandio   
pi probabile osservando che il nostro arrostire (franc.  rtir) ch'equivale ad   
assare, viene da urere ch'equivale quasi ad ardere (preso attivamente, come noi   
sovente lo prendiamo, e come bisogna considerarlo nel caso nostro: v.  Forcell.   
in ardeo e arsus participio passato, i Diz. franc. in arder, e lo spagnuolo). E   
che arrostire venga da urere, si dimostra guardando ch'egli  corruzione (o che   
altro  si voglia) d'abbrostire il quale originariamente  il medesimo verbo;  e   
che abbrostire  quasi il medesimo che abbrostolire,  il qual   corruzione  di   
abbrustolare;  e  che  abbrustolare,  detratte  le  lettere  abbr  (non so come   
premessegli)  appunto il latino ustulare,  il cui significato  n pi n meno   
quello di abbrustolare;  e che ustulare  fatto da ustus di urere.  Abbrustiare   
voce fiorentina  quanto al materiale lo stesso che abbrustolare, mutato il tol   
[3065](lat. tul) in ti, secondo il costume della lingua nostra (e massime della   
fiorentina e toscana), come da oc-ul-us occh-i-o, da masc-ul-us masch-i-o,  che   
i  fiorentini  dicono  mastio  ec.  come  ho detto altrove (cos da misc-ul-are   
misch-i-are,  i fiorentini mistiare).  Le lettere abbr abr o  br  paiono  nelle   
nostre  lingue  esser  proprie,  non  so  perch,  delle  voci  di  questo  tal   
significato o simile; come in abbrostire e ne'                                    
sopraddetti (i francesi non conservano che l'r,  cio rostir,  ma questa sembra   
essere   un'aferesi   di   abbrostire,   o   abrustire   che  sarebbe  un  vero   
latino-barbaro), in brustolare,  abbruciare ec.,  bruciare ec.,  abbronzare ec.   
abbruscare  (v.  l'Alberti),  brler,  abrasar  ec.  Forse  queste  tutte  sono   
corruzioni del latino amb (ambustus, amburere ec.).  Veggasi il Glossario se ha   
nulla in proposito.  Veramente abbruciare,  bruciare,  brler, abrasar sembrano   
non appartenere al latino,  e da quella origine da cui essi vennero,  fu  tolto   
forse  ancora  l'uso  di premettere le lettere abbr,  abr,  br ad altre voci di   
significato affine al loro,  [3066]bench venute d'altra origine,  cio  latina   
ec. (30. Luglio. 1823.)Che la lingua italiana mediante la letteratura sia stata   
per pi secoli divulgatissima in Europa, e pi divulgata che niun'altra moderna   
a  quei  tempi,  o  certo  per pi lungo spazio (perch la lingua spagnuola per   
certo tempo lo fu forse altrettanto,  e in Italia nel  600  trovo  stampate  le   
Novelle  di  Cervantes  in  ispagnuolo,  mentre  oggi in tanta diffusione della   
lingua francese, che niuno  che non la intenda,  ben difficile che tra noi si   
ristampi un libro francese di letteratura o divertimento in  lingua  francese),   
raccogliesi  da  parecchi  luoghi e notizie da me segnate qua e l,  e da molte   
altre che si possono facilmente raccorre.  Vedi in  particolare  Andres,  Stor.   
della letterat. parte 2. l. 1. poesia inglese, ed. Ven. del Loschi,               
t. 4. p.116. 117. 119., la Vita di Milton, l'Orazione di Alberto Lollio in lode   
della  lingua toscana,  nelle Prose fiorentine,  part.  2.  vol.  4.  ed.  Ven.   
1730-43. p.38 39,  dov' un passo molto interessante a questo proposito.  Ma si   
noti  che in altre edizioni come in quella [3067]della Raccolta di prose ad uso   
delle regie scuole, ed. 3a Torino,  1753.  p.309.  questo passo,  siccome tutta   
l'orazione,  notabilissimamente mutato; e veggasi la prefazione al citato vol.   
delle  Prose fior.  p.  X-XI.  Veggasi ancora Speroni Oraz.  in morte del Bembo   
nelle Orazioni stampate in Ven. 1596.  p.144-5.  La Canzone de' Gigli del Caro,   
mandata  in  Francia,  e  fatta  apposta per col,  come anche il Commento alla   
medesima secondo che dice il Caro in una delle sue lettere al Varchi,  il conto   
fattone in Francia ec.  (vedi la Vita del Caro); la Canzone del Filicaia per la   
liberazione di Vienna,  mandata in Germania,  e credo anche in Polonia,  e col   
molto lodata, come si vede nelle lettere del Redi; i poemi dell'Alamanni fatti   
in  Francia ad istanza di quei principi ec.  e col stampati (v.  Mazzucchelli,   
Vita dell'Alamanni), siccome molti altri libri italiani originali o tradotti si   
pubblicavano allora o si ristampavano fuor d'Italia,  nella  quale  certo  niun   
libro francese,  inglese,  tedesco si pubblicava o ristampava originale,  e ben   
pochissimi tradotti (francesi o spagnuoli);  tutte queste cose,  e cento  altre   
simili notizie e indizi di cui son pieni [306                                     
8]i libri del 500, del 600, e anche de' principii del 700, dimostrano quanto la   
lingua  italiana fosse divulgata.  Nondimeno ella ha lasciato ben poche o niuna   
parola agli stranieri (eccetto alcune tecniche, militari, di belle arti ec. che   
spettano ad altro discorso) mentre la lingua francese tanti vocaboli e frasi  e   
modi  e  forme ha comunicato e comunica a tutte le lingue colte d'Europa,  e in   
esse le ha radicate e naturalizzate per sempre,  e continuamente  ne  radica  e   
naturalizza.  Segno  che  la  letteratura  debol fonte e cagione e soggetto di   
universalit per una  lingua,  perocch  una  lingua  universale  per  la  sola   
letteratura (e per questo lato fu veramente universale l'italiana a que' tempi,   
quanto               mai               lo               sia               stato   
al-                                                                               
ata                                                                               
l'influenza della nazion francese  terminata n terminer l'universalit della   
sua lingua, n cos della greca ec.), e si dimenticano e d                        
isusano ben presto quelle parole e modi che lo studio e l'imitazione della  sua   
letteratura  aveva  forse  introdotto  nelle letterature straniere,  ma non pi   
oltre che nelle letterature.  Quando in Francia a tempo di Caterina de' Medici,   
la  nostra  lingua  si  divulg  per  altro  che  per  la  letteratura,  allora   
l'italianismo nel francese non appartenne alla letteratura sola,  e  in  questa   
medesima eziandio fu maggiore assai che negli altri tempi o circostanze,  onde,   
non so qual degli Stefani,  scrisse quel dialogo satirico del  quale  ho  detto   
altrove pi volte.Il Menagio,  Regnier Desmarais, il Milton ec. che scrissero e   
poetarono in lingua italiana, sono esempi non rinnovatisi, cred'io, rispetto ad   
alcun'altra lingua moderna,  se non dipoi rispetto alla francese,  e certo  non   
dati  n  imitati mai dagl'italiani,  se non appresso [3070]parimente quanto al   
francese.  S' vero che nel 500 v'avessero cattedre  di  lingua  italiana  tra'   
forestieri,  come  dice  Alberto Lollio,  esse erano,  cred'io,  le uniche dove   
s'insegnasse lingua moderna forestiera n nazionale,  n mai vi fu cosa  simile   
in Italia per nessun'altra lingua moderna (eccetto forse in Propaganda di Roma)   
fino  a questi ultimissimi tempi (v' ora qualche cattedra di lingua moderna in   
Italia? Dubito assai: di lingua italiana? dubito ancor pi).   noto poi che la   
letteratura  e  lingua  spagnuola nel suo secolo d'oro che fu il 500.  come per   
noi, si modell in gran parte sull'italiana, colla                                
qual  nazione  la  Spagna  ebbe  allora  purtroppo  che  fare.   (30.   Luglio.   
1823.)Benedetto  Buommattei nell'Orazione delle lodi della lingua toscana detta   
da lui l'anno 1623.  nell'Accademia Fiorentina (Vita del  Buommatt.  in  fronte   
alla sua Grammat.  ed.  Napoli 1733.  p.22.  princ.), verso il fine, cio nella   
succitata Raccolta di Torino p.299.  fine - 300.  e appi della sua  Gramatica,   
ediz.  cit.  p.273.  fine,  dice  della universal [3071]diffusione della lingua   
toscana a quel tempo ci che ivi puoi vedere.  (30.  Luglio.  1823.)Dompter  da   
domitare,  inseritoci il p,  come in emptus,  sumptus (sumpsi ec.) e simili,  e   
come alcuni fanno in temptare che nel Cod. de Rep.  di Cic.   scritto temtare,   
come anche si scrive emtus,  sumtus, peremtus ec. Veggasi la p.3761. fine. E il   
Richelet nel Diz.  scrive domter con tutti i suoi derivati similmente,  e  vuol   
che  si  pronunzi  donter,  dontable  ec.  cos  anche altri Dizionari moderni.   
e fu stupenda. Bern. Davanzati. Orazione in morte del                             
Gran Duca di Toscana Cosimo primo. (1. Agosto. d del Perdono. 1823.)Alessandro   
Magno schif quel (consiglio) d'Aristotile, che volea ch'egli trattasse i Greci   
da parenti, e i Barbari da bestie, e sterpi. Id. ib.(1. Agosto. d del Perdono.   
1823.)Alla p.3063.  Scrupulus diminutivo di scrupus,  usato per sempre,  ch'io   
sappia, in luogo del positivo nei sensi metaforici, eccetto solamente appo Cic.   
de repub.  III.  16. p.244. Anzi eziandio nel senso proprio, fuor d'un luogo di   
Petronio, non so che si trovi mai adoperato il detto positivo. Ma il diminutivo   
bens. Cos dico di calx per lapis, da cui calculus. V. Forcell.  in calculus e   
calx.  (1.  Agosto.  d del Perdono.  1823.)Aborto as da aborior-abortus, o dal   
semplice orior.  Il nostro abortire e il lat.  abortio is (se  questo  verbo     
vero) sarebbero continuativi anomali.  Il franc. avorter  il lat. abortare. V.   
lo [3074]spagnuolo e il Gloss.  se  ha  nulla.  (1.  Agosto.  d  del  Perdono.   
1823.)Appellito as da appello-appellatus,  onde lo spagn.  apellidar,  apellido   
sostantivo ec                                                                     
. (1. Agosto. 1823.)Reditus a um. V. l'Oraz.  di Claudio Imp.  (citata in altri   
casi dal Forcell.  come in appellito) ap. Gruter. p.502. col. 1. v. 36. Cretus,   
concretus ec. V. Forcell. Pertaesus, Distisus, Fisus, diffisus, confisus ec. V.   
Forc. Exoletus cio qui exolevit. Conspiratus. V. Forc. in fine vocis. Census a   
um. V. Forc. Status a um.  V.  Forc.  nel principio di questa voce,  massime il   
luogo d'Ulpiano.  Nuptus a um. Falsus. V. Forc. (1. Agos. 1823.) da notare che   
la lingua spagnuola,  per suo quasi perpetuo costume  e  regola,  conserva  ne'   
participii  de' verbi latini della 2da e 3a maniera l'antica e regolare e piena   
forma della quale ho discorso altrove,  non ostante che nel  latino  conosciuto   
ella sia alterata, contratta, o anomala. Ne' quali casi la lingua italiana suol   
seguire  ciecamente  la  latina ancorch contro la regola e propriet delle sue   
coniugazioni, e inflessioni, come ho detto altrove in proposito di arsare. P.e.   
1.  tenido,  venido,  e cento simili sono  participii  intieri,  cio  tenitus,   
venitus, [3075]in luogo de' contratti che usa la lingua latina conosciuta, cio   
tentus,  ventus ec. Noi in questo e in molti altri casi mutiamo bene spesso l'i   
in u (scambio che pu essere anch'esso antichissimo) dicendo tenuto, venuto ec.   
I francesi cambiano sovente e comprendono nella  lettera  u  tutte  le  lettere   
itus:  tenu,  venu da tenitus,  venitus e cos ordinariamente.  2.  Corregido    
participio intero e senza mutazi                                                  
one di lettera alcuna, cio corregitus,  dal qual regolare participio la lingua   
latina fece corregtus per contrazione, e indi mutato il g nell'affine palatina,   
correctus ch' solo participio rimasto nel latino conosciuto,  e nell'italiano.   
Similmente leido (se non che lo spagnuolo omette il g in tutto questo verbo)     
il primitivo e regolare legitus (dimostrato da legitare) e da questo viene, non   
gi da lectus,  da cui il nostro letto. Anzi, perch veggiate la differenza, da   
lectus  sostantivo  lo  spagnuolo  non  fa  leido,   ma  lecho  (voce  antica),   
[3076]equivalendo il ch spagnuolo assai spesso al ct latino. 3. Movido, nacido,   
conocido  e  cento  simili  sono participii e interi e irregolari,  in luogo di   
contratti  ed  anomali.   Movitus  per  motus.   Nascitus  (dimostrato,   oltre   
l'analogia, da nasciturus, come altrove ho notato) per natus ch' solo oggi nel   
latino e nell'italiano e nel francese Cognoscitus,  dimostrato, come altrove ho   
detto,  da noscito,  per cognitus,  ch' unico nel latino,  unico nel francese.   
Nell'italiano v' cognitus e v' anche cognoscitus,  mutato al solito l'i in u,   
e dico mutato,  perch in conosciuto,  l'i  accidentale della  scrittura,  non   
proprio  della  parola,  e serve solamente a dinotar la pronunzia delle lettere   
sc, che poste avanti l'u senza l'intrapposizione della i, si profferirebbero in   
altro modo. Del resto nacido ec.  proprio lo stesso che nascitus, omessa la s   
per propriet moderna, perch gli antichi la                                      
[3077]scrivevano,  come pure in crecer (onde  crecido-crescitus-cresciuto,  per   
cretus-cru),  condecender ec. ec. La lingua spagnuola suol essere regolarissima   
in questi tali participii,  pi assai  dell'italiana,  pi  della  francese,  e   
conservare  pi  di  ambedue  l'antichit  e  primitiva propriet latina,  anzi   
conservarla si pu dir, pienamente. E ci non meno n in diverso modo quando la   
latina conosciuta   irregolare  o  contratta,  che  quando  ell'  regolare  e   
semplice,  come  da  habitus,  havido o habido,  che noi colla solita mutazione   
diciamo avuto.  Ora questo havido nello spagnuolo ha la  stessissima  forma  di   
tenido  ec.  Ma  non  cos  in  latino,  bench teneo sia della stessa forma di   
habeo. V.  p.  3572.  fine.Non  tuttavia che alcune volte la lingua spagnuola   
non  segua  in  tali  participi  ciecamente o l'anomalia o la contrazione della   
lingua latina,  come suol far l'italiano e il francese e non  ne  divenga  essa   
stessa anomala,  come le altre due.  Di visto, e quisto (che per si dice anche   
regolarmente querido)  dico  altrove.  Da  facere,  hacer,  [3078]ella  non  fa   
pienamente hacido,  facitus,  ma contrattamente hecho da factus (fatto,  fait),   
anticamente fecho, mutato il ct in ch per propriet spagnuola, come in derecho,   
provecho ec.  ec.  e come ho pur detto altrove;  e l'a cambiato in e,  come  in   
trecho  da  tractus,  in  leche  da  lacte ablativo (Perticari vuol che si dica   
dall'accusativo tolta la m; ma ecco che l'accusativo di lac  lac: vedi per       
 il Forcell. appo il quale lac  mascolino in pi esempi), e come i latini ne'   
composti, conFECTUS ec., in echar da jactare.  Dov' notabile che anche noi e i   
francesi  facciamo  la  stessa  mutazione:  gettare,  jeter,  come i latini ne'   
composti:   obiectare   ec.    Da   dicere   non   decido    o    dicido,    ma   
dicho-dictus-detto-dit.  (1.  Agos.  1823.). V. p.3362.La pi bella e fortunata   
et dell'uomo, la sola che potrebb'esser felice oggid, ch' la fanciullezza,    
tormentata in mille modi, con mille angustie, timori, fatiche dall'educazione e   
dall'istruzione,  tanto che l'uomo adulto,  anche in mezzo  all'infelicit  che   
porta la cognizion del vero,  il disinganno,  la noia della vita, l'assopimento   
della immaginazione,  non accetterebbe di tornar fanciullo colla condizione  di   
soffrir  quello  stesso  che  nella  fanciullezza  ha  sofferto.  E perch cos   
tormentata [3079]e fatta infelice quella povera et,  nella quale  l'infelicit   
parrebbe  quasi  impossibile  a concepirsi?  Perch l'individuo divenga colto e   
civile, cio acquisti la perfezione dell'uomo. Bella perfezione, e certo voluta   
dalla natura umana,  quella che suppone necessariamente la somma infelicit  di   
quel  tempo  che  la  natura ha manifestamente ordinato ad essere la pi felice   
parte della nostra vita.  Torno a domandare.  Perch  fatta  cos  infelice  la   
fanciullezza?  E  rispondo  pi giusto.  Perch l'uomo acquisti a spese di tale   
infelicit quello che lo far infelice per tutta la vita, cio la co              
gnizione di se stesso e  delle  cose,  le  opinioni,  i  costumi  le  abitudini   
contrarie alle naturali,  e quindi esclusive della possibilit di esser felice;   
perch colla infelicit della fanciullezza si compri e cagioni quella di  tutte   
le altre et; o vogliamo dire perch'ei perda colla felicit della fanciullezza,   
quella  che  la  natura  avea  destinato  e preparato siccome a questa,  cos a   
ciascun'altra et dell'uomo,  e ch'altrimenti egli avrebbe ottenuta in effetto.   
(1.  Agosto.  1823.)[3080]Assaltare da assalire, come il semplice salto lat. da   
salio.(1.                               Agos.                                d   
d-                                                                                
e tra'                                                                            
latini antichi,  ossia de' buoni tempi, fosse sempre pronunziato cs, come oggi,   
dimostrasi dal considerare p.e.  i verbi lego,  rego,  tego e  simili  (appunto   
venuti  da'  nomi  sopraddetti) i quali nel perfetto fanno rexi,  texi (lego ha   
legi). Dove certo la x antichissimamente equivalse a gs, come ho detto altrove.   
Ma eccovi i participii lectus, rectus, tectus,  che da prima furono legitus ec.   
e poi co                                                                          
ntratti,  mutarono  il  g  in c.  Resta dunque pi che probabile che anche quei   
perfetti  si  pronunziassero  col  c,  recsi,   tecsi  malgrado  [3082]la  loro   
derivazione  grammaticale  e  quindi  altrettanto probabile che qualora nell'x   
doveva esservi il g,  passasse in c,  giacch non  v'  niuna  ragione  di  pi   
perch'ei  dovesse  far questo passaggio ne' detti perff.  che in qualunqu'altra   
voce.  (2.  Agosto.  d del Perdono.  1823.) cosa dimostrata e dalla ragione e   
dall'esperienza,   dalle  storie  tutte,  e  dalla  cognizione  dell'uomo,  che   
qualunque  societ,  e  pi  le  civili,  e  massime  le  pi  civili,  tendono   
continuamente a cadere nella monarchia, e presto o tardi, qualunque sia la loro   
politica costituzione,  vi cadono inevitabilmente, e quando anche ne risorgono,   
poco dura il risorgimento e poco giova,  e che insomma nella societ non  havvi   
n  vi  pu  avere  stato  politico  durabile se non il monarchico assoluto.     
altrettanto dimostrato, e colle medesime prove, che la monarchia assoluta, qual   
ch'ella sia ne' suoi principii,  qual ch'ella per effimere circostanze possa di   
quando in quando tornare ad essere per pochi momenti, tende sempre e cade quasi   
subito  e  irreparabilmente  nel  despotismo;  perch  stante  [3083]la  natura   
dell'uomo,  anzi d'ogni vivente,   quasi fisicamente impossibile  che  chi  ha   
potere  assoluto sopra i suoi simili,  non ne abusi;  vale a dire  impossibile   
che non se ne serva pi per se che per gli altri, anzi non trascuri affatto       
gli altri per curarsi solamente di se, il che  n pi n meno la sostanza e la   
natura del despotismo,  e il contrario appunto di quello che  dovrebb'essere  e   
mai  non fu n sar n pu essere la vera e buona monarchia,  ente di ragione e   
immaginario. Ora egli  parimente certo,  almeno lo fu per gli antichi,  e lo    
per  tutti  i  savi moderni,  che il peggiore stato politico possibile e il pi   
contrario alla natura  quello del despotismo.  Altrettanto certo si   che  lo   
stato  politico influisce per modo su quello della societ,  e n' tanta parte,   
ch'egli  assolutamente  impossibile  ch'essendo  cattivo  quello,  questo  sia   
buono,  e che quello essendo imperfetto, questo sia perfetto, e che dove quello   
 pessimo, non sia pessimo questo altres. Or dunque lo stato [3084]politico di   
despotismo essendo inseparabile dallo stato di societ,  e pi forte e maggiore   
e  pi  durevole  nelle  societ  civili,  e  tanto  pi quanto son pi civili,   
ricapitolando il sopraddetto, mi dica chi sa ragionare,  se lo stato di societ   
nel  genere  umano  pu  esser  conforme  alla  natura,   e  se  la  civilt     
perfezionamento,  e se nella somma civilt sociale e individuale si pu riporre   
e  far  consistere  la  vera perfezione della societ e dell'uomo,  e quindi la   
maggior possibile felicit d'ambedue,  come anche lo stato a cui  l'uomo  tende   
naturalmente,  cio  quello  a cui la natura l'aveva ordinato,  e la felicit e   
perfezione ch'essa gli avea destinate. (2. Luglio. d del                         
Perdono. 1823.)La delicatezza, p.e. la delicatezza delle forme del corpo umano,   
 per noi una parte o qualit essenziale  e  indispensabile  del  bello  ideale   
rispetto  all'uomo,  s  quanto  al  vivo,  s quanto alla imitazione che ne fa   
qualsivoglia [3085]arte, la poesia ec.  Puoi vedere la pag.3248-50.  Ora egli    
tutto   il   contrario   in  natura.   Perciocch  la  delicatezza,   non  solo   
relativamente,  cio quella tal delicatezza che la  nostra  imaginazione  e  il   
nostro  concetto  del bello esige nelle forme umane,  e quel tal grado e misura   
ch'esso concetto n'esige, ma la delicatezza assolutamente,  per natura, brutta   
nelle forme umane,  cio sconveniente a esse forme.  Giacch l'uomo per  natura   
doveva  essere,  e  l'uomo naturale  tutto il contrario che delicato di forme.   
Anzi rozzissimo e robustissimo,  come quello che dalla necessit di  provvedere   
a'  suoi bisogni giornalmente,   costretto alla continua fatica,  e dal sole e   
dalle intemperie degli elementi  abbronzato e irruvidito. E la delicatezza gli   
nuocerebbe; onde s'egli pur accidentalmente sortisce una persona delicata dalla   
nascita,  questo   un  male  e  un  difetto  fisico  per  lui,  e  quindi  una   
sconvenienza  e  bruttezza  fisica,  [3086]come  lo  sono  tanti  altri difetti   
corporali che s l'uomo naturale come il civile (e cos  gli  altri  animali  e   
vegetabili)  si porta dalla nascita,  non per legge e per regola generale della   
natura umana, ma per circostanze irregolari e per accidente individual            
e o familiare o nazionale ec.  Per le quali cose  certissimo che nell'idea che   
l'uomo naturale si forma della bellezza fisica della sua specie,  non entra per   
nulla la delicatezza, la quale per tutte le nazioni civili in tutti i secoli fu   
ed  indispensabile parte di tale idea.  Anzi per lo contrario  certissimo che   
la  delicatezza  per  l'uomo  naturale  entra  nell'idea  della bruttezza umana   
fisica.  Che se l'uomo naturale non esiger nelle forme feminili tanta rozzezza   
quanta nelle maschili,  non sar gi ch'egli vi esiga la delicatezza,  n anche   
ch'egli concepisca per niun modo la delicatezza come bella nel sesso femminile;   
anzi per lo contrario egli esiger [3087]nelle forme donnesche tanta robustezza   
quanta  compatibile colla natura di quel sesso,  e  tanto  pi  belle  stimer   
quelle forme quanto pi mostreranno di robustezza senza uscir della proporzione   
del sesso.  E se la robustezza uscir di tal proporzione, ei la condanner, non   
come opposta alla delicatezza,  quasi che la delicatezza fosse parte del bello,   
ma senza niuna relazione alla delicatezza,  la condanner come sproporzionata e   
fuor dell'ordinario in quel sesso.  Laddove per lo contrario le nazioni  civili   
esigono  nelle  forme  donnesche tanta delicatezza quanta possa non uscir della   
proporzione,  e piuttosto ne lodano l'eccesso  che  il  difetto.  E  quando  ne   
condannano  l'eccesso,  lo condannano solo in quanto eccesso,  non in quanto di   
delicatezza, n in quanto opposto al                                              
la grossezza e rozzezza;  laddove  l'uomo  naturale  condannando  la  soverchia   
robustezza  non  la  condanna  come  robustezza,  ma  come soverchia secondo le   
proporzioni ch'egli osserva nel generale.[3088]Ecco dunque l'idea universale di   
tutte le nazioni ed epoche civili circa il bello umano  (ch'  pur  quel  bello   
intorno  a  cui gli uomini convengono naturalmente pi che intorno alcun altro)   
dirittamente opposta a quella dell'uomo naturale, quanto alla parte che abbiamo   
considerata.  Dicasi ora che l'idea del bello  naturale  ed  insita,  non  che   
universalmente conforme,  eterna,  immutabile.E in questa differenza d'idee che   
abbiamo notata,  qual  pi conforme alla natura  umana,  pi  derivante  dalla   
natura,  e  (se  qui avesse luogo la verit) qual  pi vera,  pi giusta,  pi   
ragionevole? Certo quella dell'uomo naturale. Dunque non si dica,  come diciamo   
di tanti altri in tante occasioni, ch'egli non concorda con noi circa il bello,   
perch  non  ne  ha  il fino senso,  n la mente atta a concepire il vero bello   
ideale. (Il che noi diremo, cred'io,  ancora degli Etiopi,  il cui bello ideale   
umano  nero e non bianco,  rincagnato, di labbra grosse, lanoso). Come mai pu   
esser bella in una [3089]specie di animali la debolezza,  la  pigrizia?  E  pur   
tale ella  nell'uomo appo tutte le nazioni civili, perocch la delicatezza non   
  senza  l'una  e  l'altra,  e  da  esse  fisicamente  nasce,  e  le  dimostra   
necessariamente all'intelletto.Sentimento e giudizio degli                        
uomini di campagna circa  la  bellezza  umana  e  la  delicatezza.  -  Il  qual   
sentimento  e giudizio  certamente per le dette ragioni pi giusto del nostro.   
Del nostro, uomini di fino senso e gusto,  e profondi conoscitori del bello,     
pi naturale e quindi pi giusto il sentimento e il giudizio di spiriti grossi,   
rozzi, inesercitati, ignoranti.Quel che si  detto della delicatezza, dicasi di   
altre  molte  qualit  che per consenso di tutti i secoli e popoli civili denno   
trovarsi nelle forme dell'uomo per  esser  belle;  e  che  per  natura  non  si   
trovavano,  o  non  doveano  trovarsi  nelle  forme  dell'uomo,  [3090]o  vi si   
trovavano e dovevano  trovarvisi  le  contrarie.  Perocch  siccome  l'animo  e   
l'interiore  dell'uomo  e  quindi  i  costumi  e  la vita,  cos anche le forme   
esteriori sono,  in molte qualit,  rimutate affatto  da  quel  ch'erano  negli   
uomini primitivi. E intorno a tutte queste qualit, il sentimento e il giudizio   
di  tal  uomini  circa la bellezza umana corporale,  differisce o espressamente   
contraddice a quello di tutte le nazioni ed  epoche  civili  universalmente;  e   
sempre  pi ragionevole.  (4. Luglio 1823.)Come le forme dell'uomo naturale da   
quelle dell'uomo civile,  cos quelle di una nazione selvaggia differiscono  da   
quelle di un'altra,  quelle di una nazione civile da quelle di un'altra; quelle   
di un secolo da quelle di un altro, per variet di circostanze fisiche naturali   
o provenienti dall'uomo stesso; e (per non andar fino alle f                      
amiglie e agl'individui)  cosa osservata e naturale che gli uomini dediti alle   
varie professioni materiali (senza parlar delle morali,  che influiscono  sulla   
fisonomia,   dei  caratteri  e  costumi  acquisiti,  [3091]che  pur  sommamente   
v'influiscono,  e la diversificano in uno stesso individuo  in  diversi  tempi)   
ricevono  dall'esercizio  di  quelle  professioni  certe  differenze  di forme,   
ciascuno secondo la qualit del mestiere ch'esercita e  secondo  le  parti  del   
corpo  che  in  esso  mestiere  pi  s'adoprano  o pi restano inoperose,  cos   
notabili che l'attento osservatore,  e in molti casi senza grande osservazione,   
pu  facilmente  riconoscere  il  mestiere di una tal persona sconosciuta ch'ei   
vegga per la prima volta,  solamente  notando  certe  particolarit  delle  sue   
forme.  Cos  si  pu riconoscere l'agricoltore,  il legnaiuolo,  il calzolaio,   
anche senz'altre circostanze che lo  scuoprano.Qual    dunque  la  vera  forma   
umana?  Ed essendo diversissime e in parte contrarissime le qualit che di essa   
si osservano in intere nazioni,  classi ec.  di persone,  bench generalmente e   
regolarmente  comuni in quella tal classe;  come si pu determinare esattamente   
essa forma secondo i capi delle qualit regolari e delle parti che regolarmente   
la compongono?  E non potendosi determinare la  forma  umana  [3092]regolare  e   
perfetta,  perocch'ella  regolarmente  per  intere classi,  nazioni e secoli si   
diversifica, come si potr determinare la bellezza della medesima? Quan           
do appena si trover una qualit che la possa comporre,  la quale non manchi  o   
non sia mancata regolarmente ad intere classi e generazioni d'uomini, o non sia   
stata  anzi tutto l'opposto?  Che cosa  dunque questo tipo di bellezza ideale,   
universalmente riconosciuto, eterno,  invariabile?  quando neppure intorno alla   
nostra propria forma visibile, se ne pu immaginar uno che sia riconosciuto per   
tale da tutti gli uomini, in tutti i tempi, o che non possa, o non abbia potuto   
non  esserlo?  quando  esso  non  si trova neppur nella natura?  dove dunque si   
trover, o dove s'immaginer,  o donde si caver egli?Perocch egli  certo che   
se  taluno  fosse  (come  certo  furono e sono molti),  il quale non avesse mai   
veduto altra forma d'uomini che l'una di quelle tali  sopraddette,  propria  di   
una  cotal  nazione,  o  classe,  o  schiatta ec.  ec.  [3093]l'idea ch'egli si   
formerebbe della bellezza umana visibile,  non uscirebbe  delle  proporzioni  e   
delle  qualit  ch'egli  avrebbe  osservate  in  quella  tal  forma,  e sarebbe   
lontanissima, e talvolta contrarissima, all'idea che si formerebbe un altro che   
si trovasse nella stessa circostanza rispetto a un'altra maniera di  forme.  Al   
quale  la  bellezza  immaginata  e  riconosciuta  da quel primo,  parrebbe vera   
bruttezza, o composta di qualit ch'egli, se non altro, in parte, giudicherebbe   
onninamente brutte e sconvenienti,  perch diverse o contrarie a quelle ch'egli   
sarebbe assuefatto a vedere. Un agricoltore il quale                              
non  avesse  mai  veduto forme cittadine,  crediamo noi che si formerebbe della   
bellezza un'idea conforme o simile a quella de' cittadini?  anzi non  contraria   
affatto in molte parti essenziali?  Un popolo di calzolai concepirebbe la bella   
forma dell'uomo tozzotta, di spalle larghe e grosse,  gambe sottili e ripiegate   
all'indentro,  braccia quasi pi grosse delle gambe ec.[3094]Tutto ci spetta a   
quello che nelle forme umane dipende dalla natura largamente presa,  cio dalle   
cause  fisiche  ec.  Di  quello  poi  che dipende dalle usanze che dovr dirsi?   
pareva impossibile nel 16  secolo,  secolo  di  squisito  gusto,  al  Cellini,   
finissimo  conoscitore  del  bello,  di  dar grazia e bell'aria al ritratto del   
Bembo (ch'egli aveva a fare in una  medaglia),  perch  il  Bembo  non  portava   
barba.  E  il Bembo si fece crescer la barba per farsi ritrarre dal Cellini,  e   
che il ritratto facesse bella vista essendo barbato,  e cos fu fatto.  Che  ne   
sarebbe  parso  a un artista de' nostri tempi?  Molte cose si posson dire delle   
varie opinioni ec.  di varie nazioni e tempi sopra l'uso della barba (ch'  pur   
cosa naturale), relativamente al bello. Cos de' capelli e delle cos diverse e   
contrarie  pettinature,  o  tosature (totali o in parte) tenute per belle o per   
brutte in diverse et da una stessa nazione,  in  diverse  nazioni  ec.  Eppure   
anche  intorno  ai  capelli  v' la pettinatura naturale ec.  ec.  (5.  Agosto.   
1823.)[3095]Futuri del congiuntivo usati da' latini in                            
vece di quelli dell'indicativo, del che altrove. Odero,  meminero,  credo anche   
coepero,   novero.   Forse   ero  coi  composti  potero,   subero  ec.   furono   
originariamente  futuri   del   congiuntivo.   (5.   Agosto.   1823.)Riprendono   
nell'Iliade  la  poca unit,  l'interesse principale che i lettori prendono per   
Ettore,  il doppio Eroe (Ettore ed Achille),  e conchiudono che se Omero  nelle   
parti    superiore  agli  altri  poeti,  nel  tutto per preso insieme,  nella   
condotta  del  poema,   nella  regolarit    inferiore   agli   altri   epici,   
particolarmente  a  Virgilio.  Certo  se  potessero esser vere regole di poesia   
quelle che si oppongono al buono e grande effetto della medesima e alla  natura   
dell'uomo,  io  non  disconverrei  da queste sentenze.  In proposito delle cose   
contenute nel sguito di questo pensiero, vedi la pag.470. capoverso 2.Omero fu   
certamente anteriore alle regole del poema epico.  Anzi  esse  da'  suoi  poemi   
furono  cavate.  Considerandole dunque come cavate e dedotte da' suoi poemi,  e   
fondate  sull'autorit  di  Omero,  e  principalmente  dell'Iliade,   dico  che   
[3096]chi  ne  le  trasse,  prese  abbaglio,  e  che d'allora in poi fino al d   
d'oggi,  s'ingannarono e  s'ingannano  tutti  quelli  che  le  seguirono  o  le   
sostennero,  o  le  seguono  o  sostengono (ci sono tutti i litteratores) come   
appoggiate sull'esempio di Omero: perch quest'esempio non  sussiste,  e  dalla   
forma  della  Iliade  non  nascevano  e  non  si  potevano cavar quelle regole.   
Considerandole poi come indipe                                                    
ndenti da Omero,  come sussistenti da se,  e supponendo (il  che  non    vero)   
ch'elle sieno il parto della ragione e della specolazione assoluta,  dico senza   
tergiversazione che Omero,  siccome non le conobbe,  cos neanche le segu,  ma   
seguendo  la  natura,  molto  miglior  maestra  delle Poetiche e de' Dottori di   
Scuola e delle teorie,  s'allontan effettivamente da esse regole;  ed aggiungo   
che  queste  sono  errate  da chiunque le immagin,  perch incompatibili colla   
natura dell'uomo, perch seguendole,  il poema epico non pu produrre il grande   
e  forte  e  bello effetto ch'ei deve,  o per lo meno [3097]non pu produrre il   
maggiore e migliore effetto che gli sia d'altronde e in se stesso possibile;  e   
che  per conseguenza esse regole sono cattive e false.Nelle Iliade pertanto non   
v'  unit.  Due  sono  realissimamente  gli  Eroi,   Ettore  e  Achille.   Due   
gl'interessi  e  diversi l'uno dall'altro: l'uno pel primo di questi Eroi e per   
la sua causa,  l'altro pel secondo e per la causa de' greci.  Interessi affatto   
contrarii  che  Omero  volle espressamente destare e desta,  volle alimentare e   
mantenere continuamente vivi ne' suoi  lettori,  e  l'ottiene;  volle  far  ci   
dell'uno  e dell'altro interesse ugualmente e come di compagnia,  e cos fece.   
proprio degli uomini l'ammirar la fortuna e il buon successo delle  intraprese,   
l'essere strascinati da questo e da quella alla lode,  e per lo contrario dalla   
mala sorte e dal tristo esito al biasimo, l'esaltare chi o                        
ttenne quel che cerc,  il  deprimere  chi  non  l'ottenne,  lo  stimar  colui   
superiore  al generale,  costui uguale o inferiore,  [3098]il credersi minor di   
quello e da lui superato,  maggior di questo od uguale;  in somma il distribuir   
la  gloria  secondo la fortuna.  Questa propriet degli uomini di tutti i tempi   
avea maggior luogo che mai negli antichi.  L'esser fortunato era la somma  lode   
appo loro.  (V. fra l'altre la p.3072. fine e p.3342.) E ci per varie cagioni.   
Primieramente la fortuna non si stimava mai  disgiunta  dal  merito,  per  modo   
ch'eziandio  non  conoscendo il merito,  ma conoscendo la fortuna d'alcuno,  si   
reputava aver bastante argomento per  crederlo  meritevole.  Come  negli  stati   
liberi pochi avanzamenti si possono ottenere senz'alcuna sorta di merito reale,   
e come gli antichissimi popoli nella distribuzione degli onori,  delle dignit,   
delle cariche, dei premi,  avevano ordinariamente riguardo al merito sopra ogni   
altra  cosa,  cos e conseguentemente stimavano che gli Dei non compartissero i   
loro favori, che la fortuna non si facesse amica,  se non di quelli che n'erano   
degni:  talmente  che  anche  i  doni  naturali  come la bellezza e la forza si   
stimavano compagni [3099]ed indizi de' pregi dell'animo e  de'  costumi,  e  la   
stessa  ricchezza  o  nobilt  e  l'altre felicit della nascita cadevano sotto   
questa categoria. Secondariamente, non supponendo gli antichi maggiori beni che   
quelli di questa vita, fino a credere che i morti, anch                           
e posti nell'Elisio,  s'interessassero pi della terra che dell'Averno,  e  che   
gli Dei fossero pi solleciti delle cose terrene che delle celesti,  ne seguiva   
che considerassero la felicit come principalissima parte di lode,  perocch il   
merito  infelice  come pu giovare a se o agli altri?  e come pu parer buono e   
grande  quello  ch'  inutile?  e  se  il  merito  era  infelice,  come  poteva   
risplendere?  e  non  risplendendo  e non giovando in questa terra e per questa   
vita, dove,  secondo le antiche opinioni,  avrebbe acquistato luce e splendore?   
dove  e  a  che  cosa  avrebbe  giovato?Era  dunque la felicit,  principale ed   
essenzial cagione e parte di lode e di stima  e  di  ammirazione  e  di  gloria   
presso gli antichi,  ancor [3100]pi che presso i moderni;  e massimamente appo   
gli antichissimi.  Perocch insomma ella  cosa naturale il pregiar sopra tutto   
la  felicit,  laonde  egli    ben  ragionevole ch'ella tanto pi sia pregiata   
quanto i costumi, le opinioni e la vita degli uomini sono pi vicini e conformi   
alla natura,  quali erano in fatti nella pi  remota  antichit.  Omero  dunque   
pigliando a esaltare un Eroe ed una nazione, e togliendoli per soggetto del suo   
canto  e  della  sua  lode,  e facendo materia del suo poema l'elogio loro,  si   
sarebbe fatto coscienza di sceglierli o di fingerli sfortunati,  e tali che non   
avessero  conseguito l'intento di quella impresa di ch'egli prendeva a cantare.   
Egli doveva dunque pigliare un Eroe fortunato.E tanto pi q                       
uanto questo Eroe era un guerriero,  e i suoi pregi eroici il coraggio e  valor   
dell'animo,  e  l'impresa  una guerra.  Perocch se ne' tempi moderni eziandio,   
poca o nulla  la gloria del vinto,  e la lode di quella guerra [3101]che non    
terminata  dalla  vittoria,  molto  pi si deve stimare che cos fosse appo gli   
antichi. Fra' quali effettivamente l'esser vinto si teneva per ignominia,  e il   
vincere in qualsivoglia modo era gloria,  non si considerando allora gran fatto   
altra giustizia che quella dell'armi, altro diritto che della forza.  Oltre che   
volendo  Omero  nel  suo  poema  (siccome poi vollero gli altri epici) adombrar   
quasi un modello o un tipo di uomo superiore  al  generale  e  maraviglioso,  e   
scegliendo per tale effetto un guerriero, come poteva egli farlo superiore agli   
altri   uomini  e  singolarmente  mirabile  per  le  virt  proprie  della  sua   
professione,  s'ei non l'avesse fatto  vittorioso?  anzi  tale  che  niuno  gli   
potesse  resistere?  Come  poteva  egli fare che questo Eroe fosse vinto,  cio   
superato dagli altri in quelle virt e qualit per le quali egli  intendeva  di   
mostrarlo  a  tutti  superiore  e  fra  tutti  unico,  affine  di  produrre  la   
maraviglia,  ed  eseguire  [3102]quel  tipo  di  compiuto  guerriero  ch'ei  si   
proponeva?  Non    della  guerra  come d'altre molte imprese che possono venir   
fallite e mancare del loro intento a cagione di ostacoli insuperabili  all'uomo   
e di forze superiori alle umane. Ma la guerra  dell'uomo coll'uomo, e quin       
di  forza il far vincitore colui che si vuol far superiore agli altri uomini e   
singolare nella sua specie per le virt guerriere.  Chi cede nella guerra, cede   
all'uomo,  cosa che oggid potr essere scusata ma  di  rado  lodata;  fra  gli   
antichissimi non che lodata,  era pur di rado scusata, e generalmente spregiata   
com'effetto o di vilt o di debolezza, la quale, sebbene involontaria, era poco   
meno spregiata della vilt,  come lo sono anche oggid proporzionatamente e  la   
debolezza  e  tanti  altri difetti degl'individui o delle nazioni,  esteriori o   
interiori, che non dipendono dalla volont di chi n' il soggetto.  Dico che la   
guerra   [3103]dell'uomo coll'uomo,  sebbene Omero c'intramette anche gli Dei.   
Ma questa finzione era per abbellire e non per alterare la natura della  guerra   
eccetto  in alcune parti poco essenziali.  Come quando s'introduce Achille alle   
prese col Csanto. Nel qual caso,  non essendo la battaglia d'uomo con uomo,  ma   
colla superior potenza di un Dio, Omero non si fa scrupolo d'introdurre Achille   
chiedente  aiuto  e  fuggente,  n stima che questo tolga alla sua superiorit,   
perch'ei lo vuol far superiore agli uomini non agli  Dei,  e  vittorioso  nella   
guerra de' mortali,  non degli Eterni.  E infatti l'intervento degli Dei,  come   
non doveva (volendo conservare il buono effetto) alterare,  cos effettivamente   
non  altera  appresso Omero la sostanza della guerra umana.Conveniva dunque che   
l'Eroe e la nazione presa da Omero                                                
a celebrare fossero fortunati e  vittoriosi,  massimamente  aggiungendosi  alle   
[3104]predette considerazioni generali questa particolarit che l'Eroe da Omero   
celebrato  era  greco,  e la nazione era la greca,  cio quella alla quale egli   
cantava e a cui egli apparteneva, e la guerra era stata contro i Barbari. Molto   
conveniente cosa,  pigliare per soggetto del poema epico le lodi e  le  imprese   
della  propria nazione e una guerra contro i perpetui e naturali nemici di lei,   
ci erano i Barbari.  Cosa che raddoppiava,  anzi moltiplicava l'interesse  del   
poema,  siccome  accade  nella  Lusiade,  siccome  ancora nell'Eneide ec.  Onde   
Isocrate pensa che gran parte della celebrit di Omero e della  grazia  in  che   
sempre  furono  i suoi poemi appo i greci,  derivi dal patriotismo de' medesimi   
poemi e dalle  battaglie  e  vittorie  contro  i  Barbari,  che  in  essi  sono   
celebrate. (Vedilo nel Panegirico, ediz. del Battie Isocr. Oratt. 7. et epistt.   
Cantabrig.  1729.  p.175-6.).  Or  come poteva Omero fingere o narrar perditori   
[3105]la sua nazione e un Eroe della medesima,  e ci in una  guerra  contro  i   
Barbari?  Il  che  tra  gli  antichi  sarebbe stato tanto pi assurdo che tra i   
moderni,  quando anche le lodi e l'interesse del poema fossero stati tutti  per   
li greci,  e quando anche, fingendoli sventurati, Omero avesse mosso le lagrime   
e i singhiozzi sopra le loro sciagure,  sarebbe tuttavia  riuscito  assurdo  di   
maniera, che sarebbe eziandio stato pericoloso al poeta. Fr                       
inico ateniese,  gran tempo dopo Omero,  fece suggetto di una tragedia la presa   
di Mileto fatta da Dario, e mosse gli uditori a piet sopra quella sciagura dei   
greci per modo,  che,  secondo l'espressione di  Longino  (sect.24.)  tutto  il   
teatro  si  sciolse  in  lagrime.  3  Gli Ateniesi lo multarono in mille dramme   
(Plut. politic. praecept. Strabo l.14. Schol. Aristoph.  Vesp.) perch'egli avea   
rinfrescato  la  memoria  delle domestiche calamit e ripostele sotto gli occhi   
rappresentandole al vivo (Herodot.  l.6.  c.21.);  [3106]di pi  vietarono  con   
decreto  che  quella  tragedia  fosse pi recata sulle scene (Tzetz.  Chil.  8.   
(alibi reperio 7.)  hist.  156.):  anzi  secondo  Eliano  (Var.  l.13.  c.17.),   
lagrimando,  lo  cacciarono  dal teatro esso stesso che stava rappresentando la   
sua propria tragedia. (Vedi Fabric. B. G. in Catal.  Tragicorum,  Meurs.  Bibl.   
Att.  Bentley Diss.  ad Ep.  Phalar.  p.256) V. p.4078.Adunque per tutte queste   
cagioni doveva nell'Eroe di Omero e nella nazione da lui  celebrata  concorrere   
colla   virt  la  fortuna.   Ed  ecco  l'uno  degl'interessi  che  campeggiano   
nell'Iliade senza interruzione per tutto il corpo del poema: interesse il quale   
consiste nell'ammirazione ispirata dalla straordinaria e  superiore  virt;  al   
quale  interesse  e  alla  qual maraviglia,  cio al pieno effetto di tal virt   
descritta e figurata nel poema,  richiedevasi necessariamente la felicit e  il   
buon successo, che in tutti i tempi, ma negli antichissimi principalm             
ente,  sono  considerati  come  il  compimento  della  virt,  anzi  pure  come   
indispensabile  perfezione  [3107]di  lei,   o  come  solo  indizio  che  possa   
dimostrarla  veramente  perfetta  e  somma.Altra  propriet  dell'uomo si  che   
laddove la superiorit, laddove la virt congiunta colla fortuna non produce se   
non un interesse debole,  cio l'ammirazione;  per lo contrario la sventura  in   
qualunque  caso,  ma  molto  pi la sventura congiunta colla virt,  produce un   
interesse vivissimo,  durevole e dolcissimo.  Perocch l'uomo si  compiace  nel   
sentimento della compassione,  perch nulla sacrificando, ottiene con essa quel   
sentimento che in ogni cosa e in ogni occasione  gli    gratissimo,  cio  una   
quasi   coscienza  di  proprio  eroismo  e  nobilt  d'animo.   La  sventura     
naturalmente cagione di dispregio e anche d'odio verso  lo  sventurato,  perch   
l'uomo per natura odia,  come il dolore, cos le idee dolorose. Mirando dunque,   
malgrado la sciagura,  alla virt dello  sciagurato,  e  non  abbominandolo  n   
disdegnandolo quantunque tale,  e finalmente giungendo a compassionarlo, cio a   
voler coll'animo entrare a parte de' suoi [3108]mali, pare all'uomo di fare uno   
sforzo sopra se stesso,  di vincere la propria natura,  di ottenere  una  prova   
della propria magnanimit,  di avere un argomento con cui possa persuadere a se   
medesimo di esser  dotato  di  un  animo  superiore  all'ordinario;  tanto  pi   
ch'essendo proprio dell'uomo l'egoismo, e il compassionevole interessandosi per   
altrui,  stima con questo interesse che niun sacrifizio gli costa,  mostrarsi a   
se stesso straordinariamente magnanimo, singolare, eroico, pi che uomo, poich   
pu non essere egoista, e impegnarsi seco medesimo per altri che per se stesso.   
Veggansi le pagg.3291-97.  e 3480-2.  L'uomo nel compatire s'insuperbisce e  si   
compiace  di  se  medesimo:  quindi    ch'egli goda nel compatire,  e ch'ei si   
compiaccia della compassione. L'atto della compassione  un atto d'orgoglio che   
l'uomo fa tra se stesso.  Cos anche la compassione che sembra l'affetto il pi   
lontano,  anzi il pi contrario,  all'amor proprio, e che sembra non potersi in   
nessun modo  e  per  niuna  parte  ridurre  o  riferire  a  questo  amore,  non   
[3109]deriva  in  sostanza (come tutti gli altri affetti) se non da esso,  anzi   
non  che amor proprio,  ed atto di egoismo.  Il  quale  arriva  a  prodursi  e   
fabbricarsi  un  piacere  col  persuadersi  di morire,  o d'interrompere le sue   
funzioni, applicando l'interesse dell'individuo ad altrui.  Sicch l'egoismo si   
compiace  perch  crede  di  aver  cessato  o  sospeso il suo proprio essere di   
egoismo. V.  p.3167.Tornando al proposito,  il primo dei detti interessi,  cio   
quello   della   maraviglia   era  rilevato  in  Omero  dalla  circostanza  che   
l'ammirazione cadeva sopra la superiorit,  la virt e la felicit di un eroe e   
di un esercito nazionale,  sopra un'impresa fatta dalla propria nazione e fatta   
contro i di lei naturali nemici. Questa circostanza rendeva non s                 
olamente possibile ma naturalissima la vivacit e la durata di  tale  interesse   
ne' lettori o uditori greci (per li quali scriveva Omero) in tutto il corso del   
poema. Tolta questa circostanza, il detto interesse non pu esser n molto vivo   
n  molto  durevole.  Il  lettore non s'interessa gran fatto per coloro per cui   
vede continuamente interessarsi lo stesso poeta.  L'interesse del lettore  (nel   
senso  in cui presentemente ci conviene intenderlo)  quasi una cura ch'egli si   
prende [3110]di quelle persone su cui l'interesse cade.  Or dunque  il  lettore   
trova  inutile  il  darsi gran pensiero di quelli a' quali vede aversi bastante   
cura da altri.  Il poeta e la fortuna da lui narrata fanno quello che avrebbe a   
fare  il  lettore  interessandosi;  essi  medesimi provveggono al fortunato: il   
lettore non ha dunque niuna cagione di farlo egli,  ei non desidera quello  che   
gli    spontaneamente  dato,  quello ch'egli ottiene gi senza darsene briga e   
sollecitudine.   Per  queste  cagioni  accade  che  poco  e  poco  durevolmente   
c'interessi  il  fortunato,  massime  ne'  poemi  epici  e  ne' drammatici.  Ed   
effettivamente oggid i lettori della stessa Iliade,  non essendo greci,  o non   
s'interessano  mai  vivamente  per  li  greci,  i  quali sanno gi dovere uscir   
vittoriosi,  o presto lasciano d'interessarsene. Ma non  bisogna  dall'effetto   
che  l'Iliade fa in noi,  misurar quello ch'ei faceva nei greci,  ai quali essa   
era destinata, n per conseguenza l'arte del poeta che la com                     
pose,  n il pregio e valore del poema.  [3111]L'altro interesse,  cio  quello   
della  compassione,  non poteva Omero introdurlo nel suo poema in modo ch'ei si   
riferisse ad Achille o ai greci;  non poteva,  dico,  per le suddette  ragioni.   
Solamente poteva fare che la compassione si riferisse pur talvolta ai greci o a   
qualcuno  di  loro,  come  a soggetti secondarii e accidentalmente (qual  p.e.   
Patroclo),  non come a soggetto primario della compassione,  al  qual  soggetto   
tendessero  tutte  le  fila del poema.  Questo soggetto ei lo prese nella parte   
contraria alla greca, in quella parte alla quale doveva appartener la sventura,   
se alla greca doveva appartener la felicit. Egli scelse o finse tra' nemici un   
Eroe per cos dir, di sventura,  il quale fosse opposto all'Eroe della fortuna,   
e  l'interesse  del  quale  dovesse  perpetuamente  bilanciare  e contrastare e   
accompagnare  l'interesse  dell'altro  nell'animo  de'  lettori.   Questo  Eroe   
sfortunato  ei  lo  fece  inferiore di forze ad Achille,  ed anche ad Aiace e a   
Diomede,  perch la superiorita delle forze doveva [3112]esser l'attributo e la   
lode  principale della parte greca (lode ch'era ai tempi eroici la pi grande);   
ma oltre che di forze eziandio lo fe' superiore  a  tutti  gli  altri  greci  e   
troiani,  di  coraggio  e  magnanimit lo fece pari allo stesso Achille,  e nel   
rimanente ornandolo di qualit diverse da quelle di costui, lo venne per a far   
tale che tanto pesasse egli quanto questi. Somma piet v                          
erso gli Dei, verso la patria, verso i parenti, somma affabilit, giovanezza, e   
viril bellezza sopra ogni altra (giacch quella di Paride non era virile) della   
sua parte.  Di pi accortezza e destrezza  nel  maneggio  della  guerra  e  nel   
governo delle battaglie,  vigilanza,  provvidenza,  cura degli amici,  pazienza   
delle fatiche,  arte di parlare ne' consigli pubblici o a'  soldati,  disprezzo   
d'ogni  pericolo,  l'onore  stimato  sopra ogni cosa,  come quando ei ricusa di   
entrare nella citt vedendosi venir sopra Achille,  e dopo l'onore,  la patria;   
costanza   ec.   ec.   In  somma  com'egli  aveva  fatto  in  Achille  un  uomo   
[3113]sommamente  ammirabile,  cos  fece  e  volle  fare  in  Ettore  un  eroe   
sommamente amabile. E come la vittoria riportata da Achille sopra l'invincibile   
Ettore,  porta  al  colmo  l'ammirazione per colui,  cos la sventura di Ettore   
mette il colmo alla sua amabilit e volge  l'amore  in  compassione,  la  quale   
cadendo  sopra  un  oggetto  amabile    il  colmo per cos dire del sentimento   
amoroso.  Molte sventure e di greci e di troiani si  narrano  o  fingono  nella   
Iliade, ma quella di Ettore  lo scopo del poema, ad essa tendono tutte le fila   
del  medesimo  niente  meno  e del paro che alla vittoria di Achille,  e sempre   
unitamente: in essa il poema si chiude.  Alle  quali  cose  mirando  il  nostro   
Cesarotti,  e  giudicando che Ettore fosse il principal soggetto dell'interesse   
nella Iliade,  e la sua sventura per se medesima il principale scopo ed assunto   
d                                                                                 
el  poema,  prosuntuosamente ne volle cangiare il titolo e intitolarlo la morte   
d'Ettore,  stimando che Omero non avesse bene inteso se [3114]stesso e  la  sua   
propria  intenzione  quando ne' primi versi della Iliade annunzi espressamente   
un altro assunto.  Nel che s'ingann grandemente,  per  non  aver  mirato  alla   
natura umana, alle qualit di que' tempi, alle circostanze di Omero (giacch se   
oggi nell'Iliade l'unico,  non che principale, interesse  per Ettore, non cos   
fu anticamente,  n tale fu l'intenzione di Omero scrivendo ai  greci),  e  per   
avere  avuto  l'occhio alle moderne opinioni circa l'unit dell'interesse e del   
soggetto principale.  Ma come nell'intenzione di Omero  l'unico  interesse  non   
dovette  esser  quello di Achille,  n l'unico soggetto e scopo la sua vittoria   
per se medesima,  altrimenti egli non gli avrebbe posto incontro  un  tal  Eroe   
qual fa Ettore;  cos neanche l'interesse d'Ettore dovette esser l'unico, n la   
sua sventura per se medesima l'unico soggetto e scopo del poema.Doppio  dovette   
essere secondo l'intenzione di Omero,  e doppio infatti riusc [3115]a' lettori   
o uditori greci l'interesse,  lo scopo,  e l'Eroe del  poema.  E  qui  si  deve   
considerare  il maraviglioso artifizio di Omero.  Non solevasi a' tempi eroici,   
cio quasi selvaggi,  stimar gran fatto il nemico.  L'odio che gli  portava  la   
parte  contraria,  quell'odio  il quale faceva che ciascun soldato considerasse   
l'esercito o la nazione opposta come nemici suoi                                  
personali, e con questo sentimento combattesse,  non lasciava luogo alla stima.   
E quando anche s'avesse cagione di stimare il nemico,  ciascuno, come si fa de'   
nemici personali,  cercava a  tutto  potere  di  deprimerlo  s  nella  propria   
immaginazione  che  presso  gli altri,  e ricusava di riconoscere in lui alcuna   
virt.  Non prevaleva n si conosceva allora quella sentenza che la  gloria  di   
chi  fortemente  combatte  e  di  chi vince  tanto maggiore quanto pi forte e   
stimabile  il nemico e il vinto.  Ma sebbene allora  [3116]ciascuno  amasse  e   
cercasse la gloria sopra ogni altra cosa ed assai pi che al presente, niuno si   
curava di accrescerla a costo del proprio odio verso il nimico, niuno sosteneva   
di  aggrandire  a'  propri occhi o agli altrui il pregio della propria vittoria   
col considerare e render giustizia al valore della resistenza; ognuno preferiva   
di tenere anzi l'inimico per vile e codardo e tale rappresentarlo  agli  altri,   
perch  l'odio  e  la  vendetta pi si soddisfa e gode disprezzando il nimico e   
privandolo d'ogni qualsivoglia stima,  che sforzandolo e  vincendolo,  e  quasi   
piuttosto  eleggerebbe  di  soccombergli  che di lodarlo.  Una tal disposizione   
offriva poche risorse,  poca variet,  poco campo di passioni al  poema  epico.   
Omero ebbe l'arte di fare che i greci si contentassero di stimare il nemico che   
avevano vinto; e fece loro provare il piacere, a quei tempi ignoto o rarissimo,   
di vantarsi e compiacersi [3117]di una vittoria                                   
riportata sopra un nemico nobile e valoroso.  Questo piacere fu veramente Omero   
che lo concep,  Omero che lo produsse;  ei non  era  proprio  de'  tempi,  non   
nasceva  dalla  maniera  di  pensare e dalle disposizioni di quegli uomini,  ma   
nacque dalla poesia d'Omero;  Omero per dir cos ne fu l'inventore.  Questo gli   
diede campo di moltiplicare e intrecciar gl'interessi,  di variar le passioni e   
gli effetti cagionati dal suo poema nell'animo de' lettori.Come la stima,  cos   
la compassione verso il nimico, ancorch vinto e virtuoso era impropria di quei   
tempi.  (Vedi  quello che altrove ho detto in proposito d'un'azione d'Enea appo   
Virgilio,  dopo morto Pallante).  Gli animi naturali non provano nella vittoria   
altro  piacere  che quello della vendetta.  La compassione,  anche generalmente   
parlando (cio quella ancora che cade sulle persone non inimiche) nasce  bens,   
come  di  sopra  ho detto,  [3118]dall'egoismo,  ed  un piacere,  ma non  gi   
propria n degli animali n degli uomini in natura, n anche,  se non di rado e   
scarsamente,  degli  animi  ancora  quasi  incolti  (quali erano i pi a' tempi   
eroici).  Questo piacere ha bisogno di una delicatezza e mobilit di sentimento   
o  facolt sensitiva,  di una raffinatezza e pieghevolezza di egoismo,  per cui   
egli possa come un serpente ripiegarsi fino ad applicarsi ad  altri  oggetti  e   
persuadersi che tutta la sua azione sia rivolta sopra di loro, bench realmente   
essa riverberi tutta ed operi in se stesso e                                      
a fine di se stesso, cio nell'individuo che compatisce. Quindi  che anche nei   
tempi  moderni e civili la compassione non  propria se non degli animi colti e   
dei naturalmente delicati e sensibili,  cio fini e vivi.  Nelle campagne  dove   
gli uomini sono pur meno corrotti che nelle citt,  rara, e poco intima e viva,   
e di poca efficacia e durata  la compassione.  Ma  lo  spirito  di  Omero  era   
certamente  [3119]vivissimo  e  mobilissimo,  e  il  sentimento delicatissimo e   
pieghevolissimo. Quindi egli prov il piacere della compassione, lo trov, qual   
egli  ,  sommamente  poetico,  perocch'egli,   oltre  alla  dolcezza,   induce   
nell'animo  un  sentimento  di  propria  nobilt  e singolarit che l'innalza e   
l'aggrandisce a' suoi occhi,  vero e proprio effetto della poesia.  Veggasi  la   
p.3167-8. e 3291-7. Volle dunque introdurlo nel suo poema, anzi farne l'uno de'   
principali  fini del medesimo,  l'uno de' principali piaceri prodotti dalla sua   
poesia.  Volle accompagnar questo piacere e questo  affetto  con  quello  della   
maraviglia,  affetto appartenente all'immaginazione e non al cuore,  che fino a   
quel tempo era forse stato l'unico o il principal effetto della  poesia.  Volle   
che  il  suo  poema operasse continuamente del pari e sulla immaginazione e sul   
cuore,  e dall'una e dall'altra  sua  facolt  volle  trarlo,  cio  da  quella   
d'immaginare  e  da  quella  di  sentire.  Questo  suo intento  manifestissimo   
[3120]nel suo poema, pi manifesto che appo gli altri poeti greci                 
venuti a tempi pi colti,  pi eziandio che ne' tragici appo i quali il terrore   
e la maraviglia prevalgono ordinariamente alla piet, e spesso son soli, sempre   
tengono  il  primo luogo.  Vedesi apertamente che Omero si compiace nelle scene   
compassionevoli,  che  se  il  soggetto  e  l'occasione  gliene  offrono,  egli   
immediatamente le accetta,  che altre ne introduce a bella posta e cercatamente   
(come l'abboccamento d'Ettore e Andromaca a  introdurre  il  quale,  e  non  ad   
altro,   destinata e ordinata quella improvvisa venuta d'Ettore in Troia,  nel   
maggior fuoco della battaglia,  e in tempo che pu veramente parere inopportuno   
intempestivo e imprudente), e che nell'une e nell'altre ei non trascorre, ma ci   
si ferma e ci si diletta, e raccoglie tutte le circostanze che possono eccitare   
e  accrescere la compassione,  e le sminuzza,  e le rappresenta con grandissima   
arte e intelligenza del cuore umano.  E il soggetto di tutte [3121]queste scene   
dove  l'animo  de'  lettori   sommamente interessato non sono altri che quegli   
stessi che Omero ha tolto a deprimere,  i nemici de' greci ch'egli ha preso  ad   
esaltare.  N pertanto egli s'astiene dal volere a ogni modo far piangere sopra   
i troiani,  e deplorare ai  medesimi  greci  quelle  sventure  ch'essi  avevano   
cagionate,  del  che egli nel tempo stesso sommamente li celebra.Grande,  caro,   
artifiziosissimo e poetichissimo effetto dell'Iliade,  che  Omero  ottenne  col   
duplicare espressamente e l'interesse e lo sco                                    
po e l'Eroe,  che non si poteva ottenere altrimenti, che fu tutto invenzione ed   
opera di Omero,  voglio dir l'unione e l'armonia di questi due interessi e fini   
contrarii,  e  il  pensiero  d'introdurli  ambedue nel suo poema,  e sostenerli   
congiuntamente fino all'ultimo,  facendoli camminar sempre del  pari.  Con  che   
oltre  all'avere  raddoppiato  l'effetto del suo poema,  interessando per l'una   
parte l'immaginazione,  per  l'altra  il  cuore;  [3122]oltre  all'aver  potuto   
congiungere  l'interesse  che  deriva  dalla virt felice con quello che deriva   
dalla virt sventurata (il che non si poteva fare se non dividendo  i  soggetti   
dell'una e dell'altra, perocch accumulando l'una e l'altra in un soggetto solo   
e  facendo  che  di  sventurato divenisse felice,  o di felice terminasse nella   
sventura,   l'uno  e  l'altro  interesse  sarebbe   stato   imperfettissimo   e   
debolissimo,  e  distruttivo l'uno dell'altro,  per modo che finita la lettura,   
l'un solo di essi sarebbe rimasto, come accade p.e.  nelle cos dette,  assurde   
tragedie, di lieto fine); oltre, dico, all'aver potuto mettere in moto nel suo   
poema   ambedue  quegl'interessi  che  fortissimamente  operano  nell'uomo,   e   
grandissimo piacere gli recano, e sono poetichissimi,  cio la maraviglia della   
virt  superante ogni ostacolo ed ottenente il suo fine,  interesse che in quei   
tempi principalmente era di gran forza,  e la  compassione  della  somma  virt   
caduta in somma e non medicabile n consolabile calamit; [3123]oltr              
e  tutto  questo Omero ottenne di potere introdurre nel suo poema,  un perpetuo   
contrasto  di  passioni   contrarie   continuamente   operanti   ne'   lettori,   
continuamente  equilibrantisi  l'una  l'altra,   continuamente  sottentranti  e   
implicantisi e mescolantisi l'una nell'altra. Contrasto nato dalla duplicazione   
dell'interesse dello scopo e della persona principale,  la qual duplicazione in   
virt  di  questo  perpetuo  e  perpetuamente  sensibile  contrasto,  non  solo   
raddoppia ma moltiplica pi volte l'effetto e l'energia dell'Iliade  nell'animo   
de' lettori,  e la vivacit delle sensazioni,  e il commovimento e l'agitazione   
dello spirito,  propria operazione della poesia.Tali si furono le intenzioni di   
Omero,  tale  il mezzo e l'arte da lui adoperati per conseguirle,  tale la vera   
natura,  il vero carattere,  il vero andamento del suo  poema,  la  vera  forma   
ch'egli  ha e che l'autore volle dargli.  Vediamo ora gli altri poeti epici e i   
loro poemi,  e [3124]le regole dell'epopea che dopo Omero  furono  concepute  e   
insegnate  e  poste  e seguite.Videro tutti la necessit di far che l'Eroe e la   
impresa  principale  che  si  prendesse  a  lodare  e  a  narrare   nell'epopea   
riuscissero felicemente.  Ci fu dato per regola, e questa regola fu seguita da   
tutti.   Massimamente  che  dietro  l'esempio  dell'Iliade  (bench   l'Odissea   
somministrasse  pure  un  esempio  diverso)  non fu stimato proprio soggetto di   
poema epico altro che imprese guerriere, n d'altro genere d'Eroe fu creduto c    
he l'epopea dovesse rappresentare il modello,  se non che  del  gran  Capitano.   
Onde  parve tanto pi necessaria la felicit nell'Eroe del poema e nell'impresa   
che ne fosse il soggetto, non giudicandosi degno d'epopea un Capitano vinto da'   
nemici n una guerra perduta.Sin qui  andava  bene:  ma  v'era  il  grandissimo   
inconveniente  che l'interesse che i lettori possono prendere per li fortunati,   
ancorch virtuosi,   scarso,  debole e breve,  e non [3125]si pu reggere  pel   
corso d'un lungo poema,  n tutto,  per cos dire,  animarlo e vivificarlo,  n   
anche sufficientemente animarne una sola parte.  Mancando il contrasto  fra  la   
virt e la fortuna, oltre che ne scapita la verit dell'imitazione, essendo pur   
troppo  il vero che questo contrasto sussiste nel mondo ed  perpetuo,  onde un   
virtuoso fortunato  soggetto quasi romanzesco, e toglie quasi fede al poema, e   
impedisce l'illusione, (massime a' moderni tempi,  perch a quelli d'Omero era   
altra  cosa);  ne  seguiva anche il pessimo effetto della freddezza,  perch il   
lettore non ha che interessarsi per la virt, vedendola felice,  ed ottener gi   
quello che le conviene.Quindi  che ne' poemi epici posteriori ad Omero, l'Eroe   
e l'impresa felice nulla avrebbero interessato i lettori,  se desso eroe, dessa   
impresa,  dessa felicit non fossero in qualche  modo  appartenuti  ai  lettori   
medesimi,  come Achille ec.  ai greci.  In verit un [3126]poema epico di lieto   
fine richiede necessariamente la quali                                            
t di poema nazionale; e per ci che spetta e mira a esso fine,  un poema epico   
non  nazionale  non  pu interessar niuno;  nazionale,  non pu mai produrre un   
interesse  universale  n  perpetuo,   ma  solo  nella  nazione  e  per   certe   
circostanze.  L'Eneide  fu  dunque poema nazionale,  e lasciando star tutti gli   
episodi e tutte le parti e allusioni che spettano alla storia  ed  alla  gloria   
de'  Romani,  l'Eneide anche pel suo proprio soggetto pot produr ne' Romani il   
primo di quegl'interessi che abbiamo distinto in Omero,  perocch i  Romani  si   
credevano troiani di origine,  sicch la vittoria d'Enea consideravasi o poteva   
considerarsi  da  essi  come  un  successo  e  una  gloria  avita,  e  ad  essi   
appartenente, e da essi ereditata. Il soggetto della Lusiade fu nazionale, e di   
pi  moderno.  Egli  non  poteva esser pi felice quanto al produrre quel primo   
interesse di cui ragioniamo.  Il soggetto dell'Enriade  affatto nazionale e la   
memoria  di  quell'Eroe  era  particolarmente cara ai francesi,  onde la scelta   
dell'argomento in genere fu molto giudiziosa,  massime ch'e' non era n  troppo   
antico  n  troppo  moderno,  anzi  quasi  forse a quella stessa o poco diversa   
distanza a cui fu la guerra troiana da' tempi d'Omero.  Il  soggetto  e  l'eroe   
[3127]della  Gerusalemme  furono  anche  pi che nazionali,  e quindi anche pi   
degni;  e furono attissimi ad interessare.  Dico pi che nazionali,  perch non   
appartennero a una nazione sola, ma a molte ridotte in una da una medesim         
a opinione, da un medesimo spirito, da una medesima professione, da un medesimo   
interesse  circa quello che fu il soggetto del Goffredo.  Dico tanto pi degni,   
perch essendo d'interesse pi generale,  rendevano il poema pi che nazionale,   
senza  per  renderlo  d'interesse  universale,  il che,  trattandosi di quello   
interesse di cui  ora  discorriamo,  tanto  sarebbe  a  dire  quanto  di  niuno   
interesse.  Dico attissimi a interessare perch quantunque fosse spento in quel   
secolo il fervore delle Crociate, durava per ancora generalmente ne' Cristiani   
uno spirito di sensibile odio  contro  i  Turchi,  quasi  contro  nemici  della   
propria   lor  professione,   perch  in  quel  tempo  i  Cristiani,   ancorch   
corrottissimi ne' costumi e divisi tra loro nella fede, consideravano per anche   
la fede Cristiana [3128]come cosa propria, e i nemici di lei come propri nemici   
ciascuno; e quindi non solo con odio spirituale e per amor di Dio,  ma con odio   
umano,  con passione per cos dir, carnale e sensibile, per proprio rispetto, e   
per inclinazione  odiavano  i  maomettani  non  che  il  maomettanesimo.  E  la   
liberazione   del   sepolcro   di   Cristo   era   cosa  di  che  allora  tutti   
s'interessavano,  siccome in  questi  ultimi  tempi,  della  distruzione  della   
pirateria Tunisina e Algerina, bench questa e quella fossero pi nel desiderio   
che nella speranza,  o certo pi desiderate che probabili: aggiunta per di pi   
la differenza de' tempi, perocch nel cinquecento le inclinazioni e le op         
inioni e i desiderii pubblici erano molto pi manifesti, decisi, vivi,  forti e   
costanti ch'e' non possono essere in questo secolo. Siccome nel 300 il Petrarca   
(Canz.  O aspettata),  cos nel 500 tutti gli uomini dotti esercitavano il loro   
ingegno nell'esortare o con orazioni o con lettere o con poesie pubblicate  per   
le  stampe,  le  nazioni  e  i  principi d'Europa [3129]a deporre le differenze   
scambievoli  e  collegarsi  insieme  per  liberar  da'  cani  il  Sepolcro,  e   
distruggere  il  nemico  de'  Cristiani,  e  vendicar  le  ingiurie  e  i danni   
ricevutine. Questo era in quel secolo il voto generale cos delle persone colte   
ancorch non dotte, come ancora, se non de' gabinetti, certo di tutti i privati   
politici,  che in quel secolo di molta  libert  della  voce  e  della  stampa,   
massimamente  in  Italia,   non  eran  pochi;  e  di  questo  voto  si  faceva   
continuamente materia alle scritture e allusioni  digressioni  ec.  e  di  quel   
progetto o sogno che vogliam dire si riscaldava l'immaginazione de' poeti e de'   
prosatori,  e se ne traeva l'ispirazione dello scrivere.  Niente meno che fosse   
nell'ultimo secolo della libert della Grecia fino ad Alessandro, il desiderio,   
il voto,  il progetto di tutti i savi greci la concordia di quelle repubbliche,   
l'alleanza  loro  e  la  guerra  contro il gran re,  e contro il barbaro impero   
persiano perpetuo nemico del nome greco.  E come Isocrate  [3130]per  conseguir   
questo fine s'indirizzava colle sue studiatissime ed epidittiche,                 
scritte e non recitate orazioni ora agli Ateniesi (nel Panegirico, e v. l'Oraz.   
a Filippo,  ediz.  sopra cit.  p.260-1.) ora a Filippo, secondo ch'ei giudicava   
questo o quelli pi capaci di volerlo ascoltare,  e pi  atti  a  concordare  e   
pacificar  la Grecia e capitanarla contro i Barbari,  cos nel 500.  lo Speroni   
s'indirizzava pel detto effetto con una lavoratissima orazione stampata  e  non   
recitata       n       da      recitarsi,       a      Filippo      II      di   
Spagna,-                                                                          
mo,                                                                               
che seppe concepire nientemeno [3131]che un poema europeo (qual fu il  Goffredo   
non  meno  per  l'argomento  che  per  gli  altri  pregi),  dove  la generalit   
dell'interesse non pregiudicasse (ch' pur s difficile e raro) alla vivacit e   
forza del medesimo. E in vero se dalla este                                      
nsione dell'interesse si deve misurare, almeno in qualche parte, il pregio d'un   
poema,  anzi d'ogni scrittura,  niun poema epico in questa parte  n  vinse  n   
agguagli  la Gerusalemme;  siccome ancora,  secondo le opinioni di que' tempi,   
ne' quali ci dobbiamo riporre coll'intelletto,  niun poeta epico si propose mai   
scopo  pi  nobile n pi degno n pi magnanimo che il Tasso,  il quale intese   
col suo poema di contribuir pi che  tutti  gli  altri  scrittori  insieme,  ad   
eccitare i principi Cristiani a quella sacra e generosa guerra ec. coll'esempio   
e  la  lode  di  quelli  che  l'avevano  intrapresa  e  valorosamente operata e   
felicemente terminata.  (Puoi vedere per  meglio  conoscere  le  opinioni  e  i   
sentimenti [3132]dell'Europa cristiana verso l'impero turco nel 500,  la B.  G.   
del Fabricio,  t.13.,  p.500-6.)Molto ragionevolmente  adunque  i  sopraddetti   
poeti  (per  non  parlare  degli  altri,  come  di Voltaire e di Ercilla autore   
dell'Araucana,  e del Trissino ec.) scelsero ai loro poemi argomento nazionale,   
senza la qual circostanza (largamente per intendendo la parola nazionale, come   
p.e.  circa la Gerusalemme)  assolutamente impossibile dare alcuno interesse a   
un poema epico che abbia e serbi la unit, com'ella oggi s'intende. Ed  perci   
ben poco lodevole l'assunto di quel moderno che volle dare all'Italia una nuova   
Gerusalemme. (Arici,  Gerusal.  distrutta).Ma l'interesse che nasce dalla virt   
felice , come ho detto, sempre debole anche in un                                
soggetto  nazionale,  e soffre moltissimi inconvenienti,  massime in tempi cos   
diversi da quelli di Omero, come sono i moderni, e come furono quei di Virgilio   
che in molte parti  si  rassomigliano  ai  presenti.1.  Tutte  quelle  speciali   
circostanze  che  ne'  tempi  antichissimi  rendevano  singolarmente  pregevole   
[3133]la felicit, e cagione di stima per se medesima,  perirono ben tosto,  ed   
altre  contrarie ne sottentrarono che produssero e producono contrario effetto,   
e sempre lo produrranno,  perch queste seconde circostanze non sono per passar   
mai.2.    cos falso, o per lo meno straordinario,  che la virt sia compagna   
della fortuna,  che un virtuoso fortunato,  un meritevole che  ottiene  il  suo   
merito  (e tanto pi s'egli  straordinariamente meritevole,  se la sua virt    
veramente singolare,  il che oggi sommamente nuoce) eccede quasi quel grado  di   
singolarit  e  rarit  che   compatibile colla credibilit,  colla illusione,   
coll'immedesimarsi che dee fare il lettore ne' casi e  ne'  personaggi  narrati   
dal poeta, con quella cotal somiglianza che il lettore dee pur trovare tra quei   
casi e i presenti,  tra quelle persone e se stesso;  deve,  dico,  trovarla per   
qualche parte, a voler ch'ei ci provi interesse. Di questo inconveniente ho gi   
detto di sopra. Esso ancora non  mai per passare, anzi cresce e crescer,  si   
conferma e confermerassi ogni d maggiormente.[3134]3.  E ci tanto pi, quanto   
l'idea che noi abbiamo della virt  ben di                                       
versa da quella che s'aveva  a'  tempi  d'Omero.  La  virt  qual  suol  essere   
concepita  dai  moderni  ha  la fortuna assai pi nemica,  che non quella virt   
concepita dagli antichissimi,  la quale consisteva quasi tutta o principalmente   
nella forza e nel coraggio;  qualit che, se non sempre, certo assai spesso son   
seguite (anche oggid) dalla fortuna,  e molto giovano a  conseguirla.  Ond'era   
tanto pi ragionevole e conveniente che a quei tempi l'eroe del poema epico, il   
quale dev'esser sommamente virtuoso,  si scegliesse felice, perch quella virt   
in ch'ei si doveva rappresentare eccellente,  conduce infatti alla felicit,  e   
il mostrar ch'ella non avesse conseguito il proprio intento, l'avrebbe mostrata   
imperfetta,  come quella che non era bastata a produrre quel ch'ella suole, e a   
che ella naturalmente serve e conduce. Massime che gli uomini sogliono giudicar   
dai successi, [3135]ed estimare assolutamente la natura, le qualit,  il grado,   
il  valore  e  la  propria  bont  delle  cose  dai  loro effetti.  Ma la virt   
modernamente considerata,  per sua stessa natura, non solo non conducente,  ma   
pregiudizievole  alla fortuna.  Questo discorso ha massimamente luogo ne' tempi   
pi moderni, in che l'idee morali, e per cagione del Cristianesimo e per altro,   
sono pi raffinate,  e sempre pi  tanto  si  raffinano  quanto  pi  divengono   
inutili,  e  tanto  si  perfezionano e sottilizzano in teoria,  quanto si vanno   
segregando affatto dalla pratica. Ma proporziona                                  
tamente le  dette  considerazioni  sono  anche  applicabilissime  ai  tempi  di   
Virgilio;  e  in  fatti  la  virt  di Enea  immensamente diversa da quella di   
Achille, e il tipo di perfetto eroe concepito e voluto esprimere da Virgilio fu   
diversissimo,  e in buona parte contrario,  a quello di  Omero.4.  Oggi  l'amor   
patrio  e nazionale  quasi nullo.  Anche ne' romani al tempo di [3136]Virgilio   
esso era abbastanza raffreddato perch quasi niun di loro considerasse  pi  la   
sua patria come cosa individualmente sua propria. Il che appunto facevano i pi   
antichi,  e  come  questo cagionava l'entusiasmo che ciascun d'essi manifestava   
nell'operare per la patria,  cos produceva il grande  interesse  che  ciascuno   
pigliava  alle  glorie  d'essa patria cantate dai poeti.  Questo spirito non si   
trovava pi ne' Romani,  e per non pot essere se non mediocre  in  esso  loro   
l'interesse  verso  le  vittorie  e  le lodi di remotissimi loro antenati,  che   
oltracci portarono un nome diverso dal loro.  (troiani).  Omero cant ai greci   
liberi,  e  Virgilio  ai  Romani,  dopo lunghissima e ferocissima libert fatti   
sudditi,  e di pi pacificamente tiranneggiati,  perch quello fu quasi il  pi   
pacifico  tempo  dell'imperio  romano,  e in ch'essi meno pensarono a libert e   
meno si dolsero del giogo.  Delle nazioni moderne poi,  nulla dir.  Parlino  i   
fatti; e se ne deduca quanto vivo e [3137]durabile interesse possa cagionare in   
un'epopea la nazionalit dell'impresa e dell'Eroe. Quando non                     
esiste  quasi  nazionalit nelle nazioni.  Ci vale sopra tutto per l'Italia.5.   
Finalmente l'interesse che pu produrre in un poema epico un Eroe ed un'impresa   
nazionale felice,  n pu,  come  chiaro,  riuscire universale,  n anche  pu   
essere perpetuo,  come pi sotto si mostrer cogli esempi.  Unico interesse che   
possa in un'epopea riuscire universale e per luogo e per tempo,  cio comune  a   
tutte  le nazioni e a tutti i secoli,  si  quello che nasce dalla sventura,  e   
pi dalla virt sventurata,  dalla belt,  dalla giovanezza e anche  dal  valor   
militare  personale  sventurato.  E questo altres pu solo esser vivissimo,  e   
durare in chi legge per tutto il corso della lettura,  e  perseverare  nel  suo   
animo lungo tempo di poi, come pungolo lasciato nella piaga.Ma l'unico modo che   
v'aveva d'introdurre questo interesse nel poema epico,  quello,  dico, usato da   
Omero nell'Iliade, cio di duplicare onninamente l'Eroe, l'interesse e lo scopo   
poetico di tutta l'epopea,  non solamente [3138]dagli Epici posteriori ad Omero   
non fu voluto abbracciare,  ma fu sopra tutte l'altre cose fuggito, come quello   
che dirittamente avrebbe esclusa quella unit d'interesse,  di scopo e  d'Eroe,   
che  quei poeti e i Dottori de' loro tempi e de' nostri,  davano per primaria e   
supremamente indispensabile qualit del poema epico: la unit, dico,  non quale   
 quella della Iliade,  dalla quale pur furono tratte le regole,  le norme e il   
tipo dell'epopea, ma quale i poster                                               
iori  ingegni  metafisicamente  sottilizzando,   e  troppo   artisticamente   e   
strettamente considerando,  la concepirono, determinarono e prescrissero. Ond'   
che quantunque in ciascuno de' nominati poemi epici  v'abbiano  molte  sventure   
cantate,   ed   avendovi  una  parte  vittoriosa  e  felice,   v'abbia  altres   
necessariamente una parte soccombente e sfortunata,  si  guardarono  per  bene   
tutti  i detti poeti di farci piangere sopra questa sventura,  come aveva fatto   
Omero;  e di condurre il poema in modo che [3139]all'ultimo la  vittoria  della   
parte  avventurosa,  bench  sempre desiderata e allora applaudita dal lettore,   
fosse nel tempo medesimo cordialmente da lui  pianta  e  lagrimata,  destandosi   
cos nel suo animo s pel corso del poema,  s massimamente nel fine, e durando   
in esso dopo la lettura quel vivo contrasto di passioni e di sentimenti, quella   
mescolanza di dolore e di gioia e d'altri similmente contrarii affetti  che  d   
sommo  risalto  agli  uni  e  agli altri,  e ne moltiplica le forze,  e cagiona   
nell'animo de' lettori una tempesta,  un impeto,  un  quasi  gorgogliamento  di   
passioni che lascia durevoli vestigi di se, e in cui principalmente consiste il   
diletto  che  si  riceve  dalla  poesia,  la  quale ci dee sommamente muovere e   
agitare e non gi lasciar l'animo nostro in riposo e in calma.  Questi mirabili   
effetti  li  produsse  divinamente la Iliade,  costringendo gli uditori greci a   
piangere sulla morte e sui funerali di Ettore ucciso dalle armi de' l             
oro [3140]maggiori, in guerra,  per loro,  giusta,  e con giusta causa (cio la   
vendetta  di Patroclo),  e a mescolare i loro lamenti con quelli di Andromaca e   
della desolata citt nemica,  gi vicina all'ultima  calamit,  che,  per  cos   
dire,  le  loro  proprie  armi  o  i  loro proprii eserciti gli avevano infatti   
recata. Sublimissimo effetto concepito,  disegnato e prodotto da Omero in tempi   
feroci  e semibarbari,  e non saputo concepire n produrre da verun altro epico   
in tempi civili.  Perocch temendo di raddoppiar l'interesse,  (ch'era  appunto   
ci che avevano a fare,  e senza il che non era possibile quel divino effetto),   
evitarono espressamente e studiosamente di fare in modo che la parte  nemica  o   
alcun personaggio di essa riuscisse pi che tanto virtuoso o per qualunque lato   
interessante  sino  al fine.  E maggiormente si guardarono di sempre ugualmente   
condurre e in ultimo  annodare  le  fila  della  loro  epopea  tanto  all'esito   
[3141]dell'Eroe  vittorioso  quanto  a  quello di un altro Eroe a lui per molti   
lati pari e seco lui compensabile  e  comparabile  ma  soccombente.  Come  fece   
Omero,  perch nell'Iliade Ettore ,  e fu voluto rappresentare,  espressamente   
comparabile ad Achille.Turno non occupa se non pochissima parte dell'Eneide,  e   
riesce  cos  poco  interessante  che  certo la sua sventura e morte non ha mai   
tratto ad alcuno un sospiro.  Gli  Eroi  de'  Barbari  nella  Gerusalemme  sono   
appostatamente pi d'uno e di ugualissimo pregio, sicch l'in                    
teresse  non  si  determina per alcuno di loro,  n della loro morte o calamit   
niuno si compiange,  n a veruna di queste morti o calamit tendono le fila del   
poema.  Di pi il Tasso,  stante lo spirito del suo tempo, e stante che in quel   
caso pareva che la Religione interdicesse,  come  suole,  e  confondesse  colla   
empiet l'imparzialit,  non pot a meno di rappresentare con tratti odiosi (in   
alcuno pi in altri manco,  ma generalmente,  e massime in Solimano ed Argante,   
odiosi),  i nemici de' Cristiani. Quindi nella presa di Gerusalemme niuno sente   
per niun modo la sventura e il disastro di quella citt infedele,  n  [3142]la   
presa    descritta  o narrata con intenzione di muovere a compatimento,  n in   
maniera da poterne mai cagionare n  meno  a  caso.  Altrettanto  dicasi  delle   
sconfitte  degli  eserciti  maomettani  o  pagani.  E  similmente  si  discorra   
dell'altre moderne epopee.Non  gi  che  Virgilio  e  gli  altri  volessero  e   
intendessero  spogliare affatto d'ogni valore,  d'ogni virt,  d'ogni pregio la   
parte contraria alla vincitrice.  Anzi intendendosi a' tempi loro meglio che a'   
tempi d'Omero, che tanto pi si loda colui che vince non per caso ma per virt,   
quanto  s'amplifica  quella  del vinto,  non lasciarono di volere espressamente   
rappresentare virtuosi in molte parti e degni  di  stima  e  lodevoli  anche  i   
nemici, s tutti insieme, come parecchi distinti personaggi del loro numero. Ma   
ci facendo, intentissimamente evitarono che l'interesse                          
pe'  nemici  o per alcuno de' medesimi non giungesse di gran lunga a pareggiare   
quello che volevano ispirare ai lettori verso la parte e l'Eroe vittoriosi. Nel   
che riuscirono ottimamente, anzi al di l della loro intenzione, perch laddove   
essi vollero pur [3143]comunicare  alcun  poco  d'interesse  a  questo  o  quel   
personaggio nemico o alla parte inimica,  niuno gliene comunicarono.Queste sono   
le forme di poema epico,  e queste le regole e il processo seguiti e  adoperati   
dall'una parte da Omero, dall'altra parte dai poeti epici che, per dir cos, da   
lui  nacquero.  Comparate cos le forme,  l'idea,  e se cos vogliamo dire,  le   
cagioni, e le intenzioni de' poeti, consideriamo ora generalmente e paragoniamo   
i rispettivi effetti.Nell'Iliade oggid l'interesse per Achille e per li greci,   
come ho detto,   poco o niuno,  perch i suoi  lettori  non  sono  pi  greci.   
Nondimeno l'interesse nell'Iliade  vivissimo continuo e durevole eziandio dopo   
la  lettura.  Esso    per  Ettore e per li troiani.  I lettori di qualsivoglia   
nazione,  dopo tanti secoli,  dopo tanti  cangiamenti  sofferti  dallo  spirito   
umano,  tutti efficacemente e continuamente s'interessano leggendo la Iliade. E   
tutti non per altri che per li troiani e per Ettore,  cio per la  sventura;  e   
questo  interesse  [3144]si  riduce  principalmente  e  come  a  suo  capo alla   
compassione.  Questa cio  quel sentimento dominante e finale,  che noi  nella   
Iliade provando, chiamiamo interesse della medesim                                
a. Le quali cose mossero il Cesarotti a intitolar quel poema, come ho detto, La   
Morte  d'Ettore,  misurando l'indole e l'intento primitivo,  proprio e vero del   
poema dall'effetto ch'ei produce sopra di noi in tanta diversit  e  lontananza   
di  tempo,  di  nazione,  di opinioni,  di carattere e di costumi.  Nell'Eneide   
l'interesse della compassione non v'.  Dico non v',  come  interesse  finale.   
Quello che si concepisce per Didone,  quello per Niso ed Eurialo sono interessi   
episodici che non ci accompagnano se non per piccola parte del poema,  n hanno   
che  fare  colla  sostanza e collo scopo di esso,  talmente che possono affatto   
risecarsi senza che la testura n il principale e finale effetto del poema  per   
nulla se ne risentano o ne siano cangiati.  L'interesse per l'Eroe felice, cio   
per Enea,  e per la parte felice,  cio per li troiani,  dovette esser mediocre   
anche a principio,  [3145]come di sopra ho mostrato, ed ora  pi che mediocre.   
E ci,  non ostante che il lettore di  Virgilio  non  possa  quasi  a  meno  di   
trasferire  o  di  continuare ne' fortunati troiani dell'Eneide quell'interesse   
ch'egli ha conceputo per gli sfortunati e vinti troiani della Iliade.  Perocch   
egli    certissimo  che  l'Iliade  oltre  all'aver  partorito l'Eneide,  oltre   
all'averla nutrita e cresciuta,  per dir cos,  del suo proprio latte,  (voglio   
dire averle somministrato l'argomento e i materiali in gran parte, o datogliene   
l'occasione, e d'altronde averle porto i mezzi e i                                
modi di trattarla,  e gli ornamenti ec.  cio il modello,  e le immagini,  e le   
forme delle invenzioni,  dell'ordine,  dello stile poetico ec.) la  sostiene  e   
l'aiuta   anche   oggid,   comunicandole  parte  del  suo  proprio  interesse,   
riscaldandola del suo fuoco,  e riverberandosi sulla Eneide e in essa influendo   
e derivandosi e quasi irrigandola gli affetti che la lettura o la notizia della   
Iliade  inspir.  Laonde se la Eneide,  quanto al suo principal soggetto ispira   
alcuno interesse,  egli  pur da notare che grande e forse la massima parte  di   
esso,  non a lei propriamente appartiene, ma le vien di fuori, e l' totalmente   
accidentale ed estrinseco, non interiore ed essenziale,  n in essa [3146]nasce   
ma altrove ed anteriormente nacque. Il che non si deve confondere col proprio e   
nativo  interesse dell'Eneide.La Lusiade avr certo interessato ed interesser   
forse anche oggid i lettori portoghesi,  n si  pu  bastantemente  lodare  lo   
sfortunato  Camoens per l'avere scelto un soggetto cos strettamente nazionale,   
e di pi per l'aver saputo adattare e far materia di poema epico  un  argomento   
allora modernissimo,  qualit che per l'una parte produce estreme difficolt le   
quali a molti sono sembrate in un  poema  epico  insuperabili,  e  per  l'altra   
sommamente  contribuirebbe  a  produrre  o singolarmente accrescere l'interesse   
d'un'epopea,  come ancora di un dramma e di  qualsivoglia  poesia.  Ma  per  li   
lettori dell'altre nazioni non so quanto nella Lusi                               
ade possa essere l'interesse, n se ne' medesimi portoghesi, mancata la recente   
memoria  di  quelle  imprese,  e raffreddato,  come per tutta l'Europa,  l'amor   
nazionale e gli altri sentimenti magnanimi,  la Lusiade produca per  ancora  un   
interesse abbastanza [3147]vivo, continuo e durabile.Quello spirito dell'Italia   
e  dell'Europa  Cristiana  verso  gl'infedeli  (e,  diciamolo ancora,  verso il   
Cristianesimo) che disopra ho descritto,  che regn al tempo del  Tasso  e  ne'   
precedenti,  che  in  lui  ancora  grandemente  pot,  che ispir e produsse la   
Gerusalemme,   totalmente sparito e perduto,  e le nostre condizioni a  questo   
riguardo  sono  affatto  cangiate  in  tutta  l'Europa.  Nullo   dunque oggid   
l'interesse della Gerusalemme.  Dico che la Gerusalemme non  ha  pi  realmente   
veruno  interesse  finale  e  principale,  cio  non ispira pi quell'interesse   
ch'ella principalmente e per istituto si propone d'ispirare;  perocch esso non   
ha  pi luogo negli animi de' lettori,  affatto cangiati come sono,  n pu pi   
nascere in alcuno quell'interesse, essendo mutate e quasi volte in contrario le   
circostanze.  Bench certo  la  Gerusalemme  al  suo  tempo  ispir  moltissimo   
interesse,  e  forse  maggiore  che  l'Eneide al tempo suo,  ed oltre di questo   
universale nelle colte nazioni,  [3148]dove quello dell'Eneide non  pot  esser   
che nazionale. N certo la Gerusalemme manc del suo fine. Ma ora non per tanto   
non pu pi produrlo. Interessi per episodici e non finali ve n'han              
no  molti  nella  Gerusalemme.  V'ha  quello di Olindo e Sofronia e nasce dalla   
sventura. V'ha quello di Erminia, quello di Clorinda, e nascono dalla sventura.   
V'ha quello del Danese,  e nasce dalla sventura,  e,  quel  ch'  notabile,  da   
sventura toccante alla stessa parte che aveva a riuscir vittoriosa e fortunata,   
cio  a dire alla Cristiana.  Colla quale occasione  da considerare la bella e   
straordinaria facolt che concedeva al Tasso lo spirito del suo tempo,  cio di   
congiungere la compassione alla felicit,  di far nascere questa da quella,  di   
salvar l'estrema unit che si esigeva ne' poemi epici pigliando un Eroe  felice   
e  facendolo  non per tanto compassionevole.  Alleanza impossibile anticamente,   
difficile e di poco buono effetto oggid.  Ma le opinioni Cristiane (che al suo   
tempo fiorivano) riponendo [3149]la felicit propria dell'uomo nell'altra vita,   
facendola  indipendente  da  quella  di questo mondo,  considerando le sventure   
temporali  come  vantaggi  e  reali  fortune,   insegnando  massimamente  esser   
felicissimo  chi  soffre  per  la giustizia e per la fede e per Dio,  e pi chi   
muore per loro amore e cagione,  davano luogo al Tasso  di  rappresentare  come   
felice  e  come  giunto  al  suo  desiderio  e scopo un personaggio,  il quale,   
facendolo temporalmente sventurato e nelle sventure magnanimo ec.,  poteva  pur   
fare  sommamente compassionevole e tenero.  N altrimenti egli si govern circa   
il Danese, il quale ei non diede gi per infelice, ma pe                          
r felicissimo veramente,  essendo morto,  e generosamente morto per Dio,  e nel   
tempo  stesso il volle fare e il fece oggetto di compassione e di tenerezza per   
la temporale sventura e per questa morte fortemente incontrata e sostenuta.  Ma   
ei non si volle prevalere di tal facolt n di tali opinioni e disposizioni del   
suo tempo, se non quanto a personaggi secondarii (come questo e Dudone) [3150]e   
in  episodii;  e  l'eroe  principale volle farlo felice non solo eternamente ma   
temporalmente altres,  e la principale impresa volle che bene uscisse non pure   
secondo il cielo,  ma eziandio secondo la terra.  Nel che non m'ardisco per di   
riprendere il suo  giudizio,  n  so  biasimarlo  s'ei  credette  che  i  dogmi   
metafisici  (e poco conformi,  anzi contrarii alla natura e che troppa forza le   
fanno) non dovessero gran fatto  influire  sulla  poesia,  n  potessero  molto   
giovare  a  produr con essa un buono,  bello e splendido effetto.  Siccome essi   
poco veramente influivano,  anche al suo tempo,  sopra le  azioni  e  le  quasi   
secondarie  opinioni  degli  uomini;  n  valsero  in alcun tempo a cangiare la   
natura umana, alla quale dee mirare in ogni tempo il poeta. In verit due sorti   
di  opinioni  e  di  dogmi,  l'una  dall'altra  distinta,  e  che  quasi  nulla   
comunicavano insieme,  tenevano all'et del Tasso e ne' secoli a lei precedenti   
gl'intelletti degli uomini. L'una Cristiana, l'altra naturale; quella quasi del   
tutto inefficace [3151]e inattiva, la cui forza non si st                         
endeva fuori dell'intelletto e ne' termini di  questo  si  restringeva  la  sua   
esistenza;  l'altra efficace attiva che dall'intelletto stendevasi a influire e   
muovere la volont,  e governare le operazioni e la vita.  Perocch gli  uomini   
sono  sempre  mossi  dalle opinioni,  n altro che le opinioni pu cagionare le   
loro azioni volontarie,  n v'ha opera umana  volontaria  che  dalla  opinione,   
ossia giudizio dell'intelletto,  non derivi.  Ma l'intelletto umano  capace di   
contenere al tempo stesso opinioni e dogmi dirittamente fra se contrarii,  e di   
contenerli  conoscendone  la  scambievole,   inconciliabile  contrariet,  come   
accadeva ai detti tempi.  Ben diversi dalla primissima et  del  Cristianesimo,   
quando  un  solo  genere  di  opinioni  regnava negli animi,  cio quelle della   
religione,  ed era efficace,  e stendevasi alla volont ed al reggimento  delle   
azioni interiori ed esteriori,  e della vita. Ma questo dur assai meno di quel   
che pu credere [3152]chi non conosce la storia ecclesiastica,  o chi non ci ha   
riflettuto,  o chi in essa si lascia imporre dai nomi,  e dal linguaggio tenuto   
in narrarla. Dur pochissimo, o, se non altro, divenne in breve assai raro. Del   
resto egli  duopo distinguere in ciascuna et, nazione,  individuo le opinioni   
efficaci dalle inefficaci che nell'intelletto puramente si restringono.  Quelle   
talor possono servire alla poesia, talora non possono (come le presenti, e vedi   
la pag.2944-6.), talor pi, talora meno; queste                                   
sempre pochissimo o nulla.  Parlo delle opinioni che in se hanno relazione alla   
pratica  e  al  governo  della  vita,  non  dell'altre,  che  son fuori del mio   
discorso. P.e. quelle opinioni,  illusioni ec.  antiche o moderne che derivando   
dalla immaginazione o dall'esperienza ec. persuasero e occuparono, o persuadono   
ec.  l'intelletto,  e  nondimeno,  non avendo nulla che far colla pratica della   
vita per lor natura, non influiscono sulla volont, e sono inefficaci, e queste   
possono per, ed anche grandemente,  servire alla poesia.Da questa digressione,   
non aliena,  cred'io,  dal proposito,  tornando in via,  ci resta a considerare   
come sia strano e quasi assurdo che Omero in tempi  feroci  abbia  tanto  fatto   
giuocare la compassione nel suo poema,  n'abbia fatto un interesse principale e   
finale,  abbia seguito e ottenuto il suo intento  in  modo  che  anche  oggid,   
mancato l'altro interesse all'Iliade, non si pu forse tuttavia legger cosa che   
[3153]tanto  interessi,  non  avesse  riguardo  di  far cadere ed esaggerare la   
compassione quasi unicamente sopra i nemici de'  greci  suoi  compatriotti,  a'   
quali  scriveva,  i  quali  non  istimavano  gran  fatto la generosit verso il   
nemico,  anzi apprezzavano la qualit opposta;  e che i poeti  moderni  abbiano   
fatto  ed  espressamente  esclusa  la compassione dal grado d'interesse finale,   
abbiano per lo pi evitato di farne cader pi che tanta sopra  i  nemici  della   
parte e dell'Eroe da lor presi a lodare (la compassione pe                        
r  Clorinda  nella  Gerusalemme non dava scrupolo al Tasso perch'ei la fa morir   
convertita,  e nel medesimo canto la scuopre per cristiana  di  genitori  e  di   
nazione;  s  ch'ella  cade  in ultimo,  secondo l'intenzione finale del poeta,   
sopra una Cristiana), ec. ec.  In verit egli sarebbe stato credibile,  e certo   
egli avrebbe dovuto accadere,  tutto l'opposto.1. Quella raffinatezza dell'amor   
proprio e della facolt di sentire, la quale  necessaria perch la compassione   
trovi luogo nell'animo umano,  [3154]la produce,  e seco il piacere ch'altri ne   
gusta  non fu in alcun modo propria de' tempi d'Omero,  e proprissima di quelli   
di Virgilio e de' moderni,  perocch'ella nasce dalla civilt.  Parlo qui  della   
compassione  inefficace,  qual   quella che si prova leggendo un poema,  e che   
spesso e facilmente ha luogo negli animi civili, massime destandovela lo charme   
e l'artifizio della poesia, e degli abili prosatori. La compassione efficace la   
qual ci muove a sovvenire alle miserie  altrui,  nasce  anch'essa  dalla  detta   
raffinatezza,  e quindi dalla civilt, ma richiede una raffinatezza maggiore di   
quella che la civilt soglia ordinariamente produrre e produca nel comune degli   
uomini, e una facolt naturale di sentire maggior dell'ordinaria, e quindi ella   
 e fu in ogni tempo ben rara.2. Poco ai tempi d'Omero valeva ed operava quello   
che negli uomini si chiama  cuore,  moltissimo  l'immaginazione.  Oggi  per  lo   
contrario (e cos a' tempi di Virgili                                             
o)  l'immaginazione  [3155]  generalmente sopita,  agghiacciata,  intorpidita,   
estinta;  difficilissimo  ravvivarla anche al gran  poeta,  il  quale  altres   
difficilmente  pu  esser  oggi gagliardamente ispirato dalla immaginativa,  ed   
esser grande per quella parte che propriamente spetta all'immaginazione  e  per   
ci che da lei deriva, come furono Omero e Dante. Se l'animo degli uomini colti   
  ancor  capace  d'alcuna  impressione,  d'alcun  sentimento  vivo,  sublime e   
poetico, questo appartien propriamente al cuore. Ed infatti oggid appresso gli   
altri poeti di verso e di prosa,  il cuore  sottentrato universalmente e quasi   
del tutto all'immaginazione, quello gl'ispira, quello essi mirano a commuovere,   
e  su  quello  realmente  operano  sempre  ch'ei  sono atti a riuscire nel loro   
intento.  I poeti d'immaginazione oggid,  manifestano sempre lo  stento  e  lo   
sforzo e la ricerca,  e siccome non fu la immaginazione che li mosse a poetare,   
ma essi che si espressero dal cervello e dall'ingegno,  [3156]e si  crearono  e   
fabbricarono  una  immaginazione  artefatta,  cos di rado o non mai riescono a   
risuscitare e riaccendere la vera  immaginazione,  gi  morta,  nell'animo  de'   
lettori,  e  non  fanno alcun buono effetto.  Cos dico di quelle parti che ne'   
moderni scrittori sono di pura immaginazione.  Lord  Byron    un'eccezione  di   
regola,  forse unica,  per se stesso.  V.  p.3477. Quanto all'effetto delle sue   
poesie sopra i lettori, dubito ch'elle debbano essere eccettuat                   
e dal numero delle altre poesie d'immaginazione.  V.  p.3821.  L'animo nostro    
troppo  diverso dal suo.  Male ei ci pu restituire quella immaginativa ch'egli   
ha conservata,  ma che noi abbiamo per sempre perduta. Ora tra i  poeti  epici   
egli    pure strano che Omero antichissimo abbia tanto mirato al cuore,  e che   
Virgilio e i moderni non si sieno proposti per oggetto finale ed essenziale de'   
loro poemi che di muovere l'immaginazione.  Perocch il soggetto  essenziale  e   
unico  principale  de'  loro poemi si  un Eroe felice e un'impresa felicemente   
[3157]terminata.  Ora la felicit non vale che  per  la  maraviglia,  la  quale   
spetta  all'immaginazione  e  nulla  al cuore.  Tanto possono fare errare i pi   
grandi spiriti le regole e l'arte, e tanto nascondere la natura dell'uomo,  de'   
tempi,  delle  cose,  traviarli dal vero,  travisar loro e occultare il proprio   
scopo e la propria essenza di quelle cose  medesime  ch'essi  intraprendono  ed   
alle quali esse regole appartengono.3.  Le idee,  i principii di generosit, di   
equit,  di umanit,  di beneficenza verso il nemico  s  ne'  giudizi  s  ne'   
sentimenti  s nelle azioni,  nacquero,  si pu dir,  dopo Omero,  mitigati che   
furono i ferocissimi e implacabili  ed  eterni  odi  nazionali,  proprii  degli   
uomini  ancor  vicini  a  natura.  Essi  principii sono massimamente comuni ed   
efficaci ne' tempi moderni,  ne' quali non vi possono avere odi nazionali,  non   
avendovi quasi nazioni, e niuno individuo considera, come antica                  
mente,   per  nemici  personali  quelli  della  nazione,  i  quali  altres  ed   
effettivamente  nol  sono  n  per  sentimento  n   per   fatto,   ma   nemici   
[3158]solamente del suo re ec. Anzi i detti principii oggi degenerano in totale   
indifferenza  verso  il nemico della nazione,  la qual porta a non distinguerlo   
quasi affatto dall'amico.  Or non  egli maraviglioso che il poema d'Omero  sia   
cento volte pi imparziale e generoso verso i nemici della sua propria nazione,   
che  non  sono  i poemi moderni verso la parte contraria a quella ch'in essi si   
celebra?  e tanto che volendo nella Iliade investigare i proprii sentimenti del   
poeta,  e  non mirando se non se all'espressione di questi,  appena si potrebbe   
oggi distinguere se Omero fosse greco o troiano,  o d'una terza nazione,  e  in   
quest'ultimo  caso,  per qual di quelle due fosse pi propenso nel suo animo.4.   
Oggi, come ho gi detto, e proporzionatamente eziandio a' tempi di Virgilio, si   
pu dir che pi non esista interesse pubblico, se non in quei pochi che le cose   
pubbliche amministrano,  e che il pubblico rappresentano,  [3159]anzi,  si  pu   
dir, lo compongono e costituiscono. Ed  ben cosa ragionevole e consentanea che   
l'interesse  pubblico  negli  altri  pi  non  esista  (e chi governa non legge   
poemi).  Ora dunque i poemi il cui soggetto non  che qualche felicit e gloria   
nazionale,  poco  possono  oggid interessare,  o certo assai meno che a' tempi   
d'Omero. Ma la sventura, e massime degl'immeritevoli,  s                         
empre dell'interesse privato di ciascheduno uomo.  Niuno   che  non  si  stimi   
infelice  e  conseguentemente  nol  sia,  e niuno  parimente che non si reputi   
immeritevole della infelicit ch'ei sostiene. Queste disposizioni bench comuni   
a tutti i tempi, sono massimamente sensibili oggid,  poich per le circostanze   
politiche la vita non ha pi come vivamente occuparsi e distrarsi, e d'altronde   
il lume della filosofia dissipa ben tosto,  o soffoca nel nascere,  o impedisce   
del tutto qualunque illusione di felicit.  Quindi  eziandio  indipendentemente   
dalla  compassione,  egli  era  [3160]tanto pi conveniente oggid che a' tempi   
d'Omero il far molto giuocare ne' poemi epici le sventure degli uomini,  quanto   
che  oggi  il  sentimento  della infelicit nelle nazioni civili  pi vivo che   
fosse mai nel genere umano,  ed  il sentimento e  il  pensiero  per  cos  dir   
dominante,  da  cui  niuno  oramai  trova  pi come distrarsi.  E la infelicit   
individuale degli uomini ,  per cos dire,  il carattere o il segno di  questo   
secolo.  Tutto  al contrario di quel d'Omero,  il quale forse godette di quella   
maggior felicit o minore infelicit che possa godersi  dall'uomo  nello  stato   
sociale, e che sempre risulta dalla grande attivit della vita e dalle grandi e   
forti  illusioni,  cose  proprissime  di quel tempo,  massime nella Grecia.  Or   
dunque oggid le  sventure  cantate  da'  poeti,  non  possono  non  interessar   
grandemente, e pi che in ogni altro tempo, e tutti; essendo                      
il  sentimento  della  propria  sventura l'universale e pi continuo sentimento   
degli  uomini  d'oggid,  ed  amando  naturalmente  gli  uomini  di  parlare  e   
[3161]udir parlare delle cose proprie,  e riguardando ciascheduno la infelicit   
come propria sua cosa,  e dilettandosi gli uomini singolarmente di  quelli  che   
loro  pi  si assomigliano,  n potendosi trovar somiglianza pi universale che   
quella della infelicit,  e compiacendosi ciascheduno di vedere in altrui o  di   
legger  ne'  poeti i suoi propri sentimenti,  e contando per somma ventura ogni   
volta ch'egli incontra o nella vita o ne' libri qualche notabile  conformit  o   
di  casi  o  di  circostanze  o  di  opinioni  o  di  carattere o di pensieri o   
d'inclinazioni o  di  modi  o  di  vita  e  abitudini,  colle  sue  proprie;  e   
consolandosi    ciascheduno   delle   sue   sventure   coll'esempio   vivamente   
rappresentato,  e pi col vederle quasi celebrate e piante in altrui (e ci  in   
soggetto  e  circostanze  e  persone  e  avvenimenti illustri,  come son quelli   
cantati ne' poemi epici),  innalzando il concetto di se stesso quasi  il  canto   
del  poeta  avesse  per soggetto la di lui stessa infelicit,  ed intenerendosi   
nella lettura quasi sui proprii mali.  Ch in verit qualora leggendo  i  poeti   
(versificatori  o  prosatori)  o  le storie noi ci sentiamo [3162]commuovere da   
quelle vere o finte calamit, e ci lasciamo andare alle lagrime, crediamo forse   
di piangere le miserie altrui ma pi spesso e pi veramente, o pi intensamente   
piang                                                                             
iamo in quel medesimo punto le nostre proprie,  o  mescoliamo  il  pensiero  di   
queste al pensiero di quelle, e questa mescolanza (ch' vera e propria e debita   
arte,  e  dev'essere  scopo,  del  poeta l'occasionarla)  principal cagione di   
quelle nostre lagrime.  E ci accade allora (e cos  ne'  teatri  ec.)  come  ad   
Achille  piangente sul capo di Priamo il suo vecchio padre e la breve vita a se   
destinata ec. ec. sublimissimo e bellissimo e naturalissimo quadro di Omero. Le   
sventure,  quando sieno nazionali,  o  in  altra  maniera  pi  particolarmente   
appartenenti ai lettori,  interesseranno sempre pi, per la maggior somiglianza   
e prossimit,  che non  quella dello sventurato in  generale,  e  perch  sar   
tanto  pi  facile  e  pronto  il  passaggio  dell'animo  del lettore da quelle   
calamit alle sue proprie ec.  Onde sar sempre importantissimo che il soggetto   
del  poema  sia  nazionale,  e  questi soggetti saranno sempre preferibili agli   
altri,  e la nazionalit conferir moltissimo  all'interesse.Venendo  oramai  a   
ristringere il mio discorso,  dico che l'Iliade, bench, oltre al non esser noi   
greci, sieno corsi da ch'ella fu scritta o cantata, ben ventisette secoli,  con   
tutte  quelle  innumerabili e sostanzialissime diversit che s lungo tratto di   
tempo ha portato allo spirito ed alle circostanze esteriori  [3163]e  interiori   
dell'uomo  e  delle  nazioni,  c'interessa senz'alcun paragone pi che l'Eneide   
scritta in tempi tanto posteriori, e pi conformi ai nost                         
ri,  ed aiutata pur grandemente come ho detto,  dall'interesse  medesimo  della   
Iliade; pi che la Gerusalemme, pi che altri tali poemi, i quali, massimamente   
rispetto  all'Iliade,  si  possono  dir  nati  l'altro  ieri.  Dico c'interessa   
estremamente di pi, intendendo dell'interesse totale e finale, e risultante da   
tutto il poema,  e diffuso e serpeggiante per tutto il corpo del  medesimo.  Il   
quale  interesse  cos  inteso,  manca  quasi affatto ai poemi che dalla Iliade   
derivarono; perocch non bisogna confonder con esso,  il piacere che ci cagiona   
la lettura di tali poemi, derivante dallo stile, dalle immagini, dagli affetti,   
e  da  tali  altre  cose  che  non  hanno  essenzialmente  a  far coll'ultimo e   
principale scopo e scioglimento del poema;  n anche i particolari (o episodici   
o  non  episodici)  interessi  qua e l sparsi,  non finali n continui [3164]o   
perpetui, e nascenti da questa o da quella parte e non dall'insieme e dal tutto   
del poema;  n anche finalmente quell'interesse che pu  nascere  dal  semplice   
intreccio,  interesse di pura curiosit, che non aspira n corre ad altro che a   
voler essere informato dello scioglimento del nodo,  conosciuto il quale,  esso   
interesse  finisce;  interesse  pochissimo  interessante,  e  superficialissimo   
nell'animo;  interesse che pu esser sommo in poemi,  drammi ed opere di  niuno   
interesse,  anzi  non    mai  n sommo n principale n anche molto notabile e   
sensibile, se non se in poemi, drammi ed opere di niun int                        
imo e profondo interesse e di pochissimo  valor  poetico,  perch  il  destare,   
pascere  e soddisfare la curiosit non  effetto che abbia punto che fare colla   
natura della poesia,  n le pu esser altro che accidentale  e  secondario.  Or   
dunque  i poemi derivati dalla Iliade,  leggonsi con molto piacere,  destano di   
tratto in tratto alcuno interesse pi o men  vivo  e  durabile,  [3165]ma  essi   
mancano  quasi  affatto  di quell'interesse totale,  finale e perpetuo,  di cui   
l'Iliade,  dopo 27 secoli,  appo uomini non greci,  sommamente abbonda,  e  dal   
quale si dee senza fallo misurare il pregio e il grado di bont del complesso e   
dell'intero  di un poema epico,  siccome d'ogni altro poema.Per lo che tornando   
finalmente l donde incominciai,  conchiudo che tutto all'opposto di ci che si   
dice e si crede, il poema dell'Iliade sar forse dai posteriori poemi vinto ne'   
dettagli o nelle qualit secondarie, come dir lo stile, o alcuna parte di esso,   
qualche immagine,  qualche parte o qualit dell'invenzione; sar forse eziandio   
vinto in alcuna  parte  della  condotta,  come  nel  celare  pi  studiosamente   
l'esito,  laddove  Omero  par che studiosamente lo sveli innanzi tempo (e forse   
anche questo si potrebbe difendere,  e in ogni modo non nuoce che all'interesse   
di curiosit,  del quale Omero,  o come superficialissimo e non poetico ch'egli   
, [3166]o come narrando forse cose universalmente allora cognite alla nazione,   
non si fece alcun carico); ma che nell'insiem                                     
e, nel totale del disegno, nell'idea nello scopo e nell'effettivo risultato del   
tutto, tutti i poemi epici cedono di gran lunga all'Iliade. E soggiungo che in   
ci gli cedono appunto per aver seguto una unit che Omero non si propose, e a   
causa di quello stesso incremento e stabilimento dell'arte che  li  conform  e   
regol,  e che in essi si vanta, e che Omero non conobbe, e che peccano appunto   
per quella  maggior  perfezione  di  disegno  che  loro  si  attribuisce  sopra   
l'Iliade,  e  che  in questa pretesa perfezione consiste appunto il maggiore ed   
essenzial peccato del loro disegno, peccato che niuno ci riconosce, non potendo   
per lasciare di sentirne gli effetti,  ma rapportandoli a non vere cagioni,  e   
male  esigendo  che  quei poemi producano effetti non compatibili realmente con   
quel disegno che in essi  lodano,  e  senza  cui  gli  avrebbero  biasimati;  e   
finalmente che Omero [3167]non conoscendo l'arte (che da lui nacque) e seguendo   
solamente  la  natura  e  se  stesso,  cav  dalla sua propria immaginazione ed   
ingegno un'idea,  un concetto,  un disegno di poema epico assai pi  vero,  pi   
conforme  alla  natura dell'uomo e della poesia,  pi perfetto,  che gli altri,   
avendo il suo esempio e in esso guardando,  e ridotta che fu ad arte la facolt   
ond'egli avea prodotto que' modelli,  e determinata,  distinta e stretta che fu   
da regole la poesia, non seppero di gran lunga fare. (5-11. Agosto.  1823.)Alla   
p.3109. margine. E l'egoista lusinga il suo a                                     
mor  proprio  anche  col persuadersi di non essere egoista e di amare altri che   
se,  e col credere di darne a  se  stesso  una  prova.  Quindi  per  gli  animi   
raffinati  anche pi dolce la compassione verso gl'inimici che verso gli amici   
o  gl'indifferenti,  prima  perch  tanto  pi facilmente e vivamente l'uomo si   
persuade che quel sentimento ch'egli allora prova sia  sgombro  e  puro  d'ogni   
mescolanza e influenza d'egoismo;  poi perch tanto maggior concetto [3168]egli   
allora forma della grandezza e generosit e nobilt del suo  proprio  animo,  e   
tanto  pi  s'aggrandisce  a'  suoi propri occhi,  (considerando la compassione   
ch'ei concede agli stessi nemici), del quale effetto della compassione ho detto   
p.3119. Onde veramente somma fu l'arte,  squisitissima l'intenzione e lo scopo,   
e  supremamente  bello  l'effetto  della  poesia  d'Omero,   il  quale  rivolge   
principalmente sui nemici la compassione di che egli anima tutto il suo  poema,   
ed  alla  quale  come  all'uno  de' principali effetti di questo,  egli mira.La   
compassione  quasi un'annegazione  che  l'uomo  fa  di  se  stesso,  quasi  un   
sacrifizio  che  l'uomo  fa  del  suo  proprio  egoismo.  Or questo  fatto per   
egoismo,  niente meno che il sacrifizio della roba,  de'  piaceri,  della  vita   
medesima,  che  l'uomo  fa talvolta,  non da altro mosso che dall'amor proprio,   
cio dal piacere ch'ei trova in far quella tale azione.  Cos l'egoismo  giunge   
fino a sacrificar se stesso a se stesso: tanto  l'amor ch'ei si porta, ch        
'ei si fa volontaria vittima di se medesimo: tanto egli  pieghevole e vario, e   
capace  di  tanti  [3169]e  s  strani e s diversi travestimenti,  che per suo   
proprio amore ei  cessa  anche  di  esser  egoismo,  e  quando  voi  lo  vedete   
sacrificar se medesimo, egli  allora il pi raffinato egoismo che si trovi, il   
pi efficace e potente e imperioso, il pi intimo e il pi grande, perocch'egli   
  maggiore  negli  animi  in  proporzione  ch'ei  sono  pi  vivi,  delicati e   
sensibili,  (come altrove pi volte ho detto),  quale  necessario che  sia  in   
sommo  grado  chi  pu  veramente di sua propria volont e scelta sacrificar se   
medesimo. (12. Agosto. d di Santa Chiara. 1823.)Alla p.2776.  Vedi la Grammat.   
del Weller, edit. Lips. 1756. p.50. v.7.8. p.58. fine. (12. Agosto. d di Santa   
Chiara. 1823.)Et Davus non recte scribitur. Davos scribendum: quod nulla litera   
vocalis  geminata  unam syllabam facit.  (geminata cio p.e.  due a,  o come in   
questo caso,  due u).  Sed quia ambiguitas vitanda est nominativi singularis et   
accusativi  pluralis,  necessario  pro  hac  regula  digamma  [3170]utimur,  et   
scribimus DaFus, serFus, corFus. Donatus ad Ter. Andr. 1. 2. 2. (12. Agosto, d   
di S. Chiara.  1823.)Cos ridondante,  o con un certo cotal significato che non   
si  pu  altrimenti esprimere se non col gesto,  si crede esser propriet della   
nostra lingua,  e idiotismo del nostro dir familiare (bench molto usato  dagli   
eleganti scrittori). V. pure Cic. ad Att. 14. 1.                                  
e il Forcell.  in Abeo .16o.  Ma quest'uso  latino e greco. V. il Forcell. in   
Sic ai  sesto,  nono,  decimo,  Catullo XIV.  16,  e Platone nel Convito,  ed.   
Astii,  Lips.  1819. seqq. t.3. p.440. vers.24. E. Gli spagnuoli hanno qualcosa   
di  simile.  (12.  Agosto.  d  di  S.Chiara.  1823.)Profittare,  approfittare,   
profiter,  aprovechar ec.  quasi profectare da profectus di proficio. Pretextar   
spagn.  prtexter franc.  da praetexo-xtus.  (12.  Agosto.  d  di  S.  Chiara.   
1823.)Diciamo  volgarmente  uomo  indigesto per difficile,  bisbetico.  Or tale   
appunto     si            il      proprio      significato      del      greco   
dell'esistenza; allora con questo atto e con questo pensiero egli d la maggior   
prova  possibile della sua nobilt,  della forza e della immensa capacit della   
sua mente, la quale rinchiusa in s piccolo e menomo essere,  potuta pervenire   
a conoscere e  intender  cose  tanto  superiori  alla  natura  di  lui,  e  pu   
abbracciare  e  contener  [3172]col  pensiero  questa  immensit medesima della   
esistenza e delle cose.  Certo niuno altro  essere  pensante  su  questa  terra   
giunge  mai  pure  a  concepire  o  immaginare  di esser cosa piccola o in se o   
rispetto all'altre cose, eziandio ch'ei sia,  quanto al corpo,  una bilionesima   
parte dell'uomo,  per nulla dire dell'animo.  E veramente quanto gli esseri pi   
son grandi, quale sopra tutti gli esseri terrestri si  l'uomo,  tanto sono pi   
capaci della conoscenza e del sentimento della propria piccolezza. Onde avviene   
che  questa  conoscenza  e questo sentimento anche tra gli uomini sieno infatti   
tanto maggiori e pi vivi, ordinari, continui e pieni,  quanto l'individuo  di   
maggiore                e                pi               alto               e   
pi-                                                                              
in verit  il  gabinetto  ottomanno  mirasse  a                                   
soggettarsi  l'Europa,  non  tanto  per  diffondere  la  religione  di Maometto   
(sebbene  anche  questo,   s'io  non  m'inganno,      precetto   o   consiglio   
dell'Alcorano,  che  si  proccuri di diffonderla coll'armi il pi che si possa,   
promettendo premi nell'altra vita a chi  sostenga  di  morire  combattendo  per   
questa causa ec.) quanto per propagare il proprio imperio,  e non tanto odiando   
gli altri principi e regni europei  come  Cristiani,  quanto  appetendoli  come   
materia   di   conquista.   O  certo  pare  che  gli  altri  gabinetti  europei   
riguardassero tutti la potenza ottomana  con  maggior  sospetto  ch'ei  non  si   
guardavano l'un l'altro, temendone, non per la religion Cristiana,                
ma per se [3174]stessi. E senza fallo la potenza ottomana si manteneva ancora a   
quel  tempo nell'opinione di conquistatrice appresso gli altri,  e il gabinetto   
ottomano conservava ancora le intenzioni e  i  progetti  di  conquistatori.  N   
poteva  essere spenta la memoria e il terrore di quando,  non pi che un secolo   
addietro, quella nazione tartara, dopo le tante imprese e conquiste e progressi   
fatti per s lungo tempo nell'Asia, presa Costantinopoli, antichissima sede del   
greco  impero,  e  distrutto  l'ultimo  avanzo  della  potenza  romana,   aveva   
finalmente piantato nell'Europa risorgente alla civilt,  un trono barbaro, una   
lingua e un popolo  Asiatico  (cosa  fino  allora,  per  quanto  si  stende  la   
ricordanza  delle  storie,  non pi veduta),  oltre una religione diversa dalla   
Cristiana (cosa pur non veduta in Europa da' tempi pagani  in  poi,  eccetto  i   
mori  di Spagna,  i quali si debbono eccettuare anche sotto i rispetti detti di   
sopra);  ed aveva imposto il giogo della schiavit  orientale  alla  pi  colta   
nazione  che  fosse in quei tempi,  come apparve dai tanti esuli,  secondo quel   
tempo,  dottissimi,  che fuggendo la turca tirannide,  si erano sparsi  per  le   
altre  parti  d'Europa,  portando  i  greci codici,  e la greca letteratura,  e   
rendendo comune e proprio di quel secolo pi che d'ogni  altro,  lo  studio  ed   
anche  l'uso  della  greca  lingua  nelle scuole e fra' letterati d'Italia,  di   
Francia e di Germania, ed aiutando universalmente il progresso delle              
rinate lettere.  Spettacolo veramente terribile,  la cui impressione non poteva   
nel  seguente  secolo essere spenta,  n si poteva ancora [3175]aver cessato di   
temere e di odiare generalmente il Turco s nelle corti e s  nel  popolo,  non   
solo  come  conquistatore,  ma  di  pi  come  conquistatore barbaro e crudele,   
minacciante  le  nazioni  civili;  (quasi  come  i  Goti  e  gli  altri  popoli   
settentrionali  ne'  bassi  secoli),  anche  astraendo affatto dalla religione.   
Quindi il voto de' politici e degli  scrittori  di  quel  secolo  per  la  lega   
universale  contro  i  turchi,  prende  un  aspetto  anche  pi grave,  e non    
solamente  da  riguardarsi  com'effetto  di  antiche  opinioni  e   rimembranze   
religiose,  e  di  fanatismo e d'immaginazione,  ma come dirittamente spettante   
alla  politica,  e  derivante  dalla  considerazione  delle  reali  circostanze   
d'Europa in quel secolo.  E tanto pi importante n'apparisce il soggetto, e pi   
degno, saggio e nobile il pensiero, la scelta e l'intenzione del Tasso, che nel   
suo poema fece servire la religione,  e le opinioni e lo spirito  popolare  del   
suo  tempo,  e  le  altre  cose  che  si  prestano  alla  poesia  (perocch  le   
speculazioni politiche non possono esser materia da ci)  a  promuovere  quello   
scopo  ch'era  allora  de'  pi  importanti per la conservazione della civilt,   
della libert, dello stato,  del ben essere di tutta Europa,  cio la concordia   
de'  principi  europei  per essere in grado e di respingere e di distruggere il   
[3176]Barbaro che                                                                 
minacciava o era creduto minacciare di schiavit tutte le  nazioni  civili,  il   
comune  nemico  che  macchinava  o era creduto macchinare la conquista di tutta   
Europa dopo quella di gran parte dell'Asia,  e insidiare perpetuamente ai regni   
europei,  come  anticamente i persiani alle greche repubbliche.  N certo minor   
gravit ed importanza dovranno sotto tale  aspetto  essere  riputati  avere  il   
poema  del  Tasso,  la Canzone del Petrarca e l'altre poesie e prose italiane o   
forestiere appartenenti a tal materia,  di  quella  che  avessero  le  orazioni   
d'Isocrate contro il Persiano, o di Demostene contro il Macedone; anzi, per ci   
che  spetta  alla  materia,  tanto maggiore di queste,  quanto queste toccavano   
l'interesse della Grecia sola,  piccola parte d'Europa,  e quelle miravano alla   
salvezza  dell'Europa intera e di tutte le sue nazioni e lingue.  (15.  Agosto.   
Assunzione di Maria Vergine Santissima.  1823.).  N la nimicizia degli europei   
verso i maomettani,  e di questi verso quelli si restringeva alle sole opinioni   
e discorsi,  ma consisteva anche ne' fatti, come apparisce dalle  imprese  de'   
Cavalieri Ospitalieri di S.  Giovanni di Gerusalemme [3177]che in quel medesimo   
secolo,  dopo 212.  anni di possedimento (1310.)  perdettero  Rodi  (1522.)  ed   
ebbero prima Viterbo dal Papa, e poi Malta (1530.) da Carlo V, e con prodigioso   
valore  la difesero (1566.) quattro mesi con morte di 15 mila soldati barbari e   
ottomila marinai; dalle imprese di Carlo V contr                                  
a i Maomettani d'Europa e d'Affrica; da quelle de' Veneziani nel detto secolo;   
dalla famosa vittoria di Lepanto riportata dalle flotte spagnuola,  veneziana e   
del  Papa  sopra  i  turchi  dieci  anni avanti (1571.) che fosse pubblicata la   
Gerusalemme (1581.),  e certo in tempo che  il  Tasso  la  stava  componendo  e   
meditando,  poich  fin  dieci anni avanti (1561.),  egli n'aveva gi scritto o   
abbozzato 6. canti. (V. Tirabos. t.7. par.3. p.118.). (16. Agosto.  1823.).  V.   
p.4236.  e  l'Oraz.  del Giacomini in lode del Tasso nelle Prose fior.  la qual   
finisce con un'esortazione alla guerra contro i turchi.Alla p.2834.  Questa tal   
grazia definita di sopra,   la grazia pi graziosa e pi fina, anzi quella che   
propriamente si chiama grazia,  e che suol essere  considerata  dagli  artisti,   
dagl'intendenti,  dagli  speculatori  teorici  o pratici del bello,  quella che   
sogliamo intendere col nome di  grazia,  ed  a  cui  principalmente  appartiene   
l'indefinibilit  e  inconcepibilit  [3178]che  alla grazia s'attribuisce.  La   
grazia nascente da difetto (come quella di Roxolane appo il Marmontel),    pi   
grossolana e poco degna dell'artista,  o di qualunque imitatore del bello. Essa   
 bens pi comunemente sensibile (perocch quell'altra grazia non tutti,  anzi   
pochi,  la sentono), e sempre ch'ella  sentita, fa maggior effetto dell'altra,   
eziandio negl'intendenti del bello, negli spiriti di buon gusto,  e negli animi   
delicati e sensibili. E ci perch il contrasto in                                
essa    pi  notabile  e  spiccato,  e maggiore la straordinariet.  Ma perci   
appunto questo effetto  pi grossolano,  e  per  cos  dire  pi  materiale  e   
corporeo,  laddove  quell'altro   pi spirituale e pi delicato,  e quindi pi   
direttamente e giustamente proprio della grazia,  l'idea della  quale  inchiude   
quella della delicatezza. La grazia derivante da difetto punge e solletica come   
un  sapore acre e piccante,  o aspro,  o acido,  o acerbo,  che per se stesso    
dispiacevole,  e pure in un certo grado piace,  e quindi molti spiriti che  non   
hanno  mai  potuto  sentire  quell'altra  grazia,  o che sono di gi blass sul   
bello,  a causa del lungo uso ed assuefazione,  sono [3179]mossi e allettati da   
quella  grazia,  per  dir  cos,  difettosa,  come i palati o ruvidi e duri per   
natura, o stanchi de' cibi piacevoli per la lunga assuefazione,  sono dilettati   
e solleticati da quei sapori.  Laddove l'altra suddetta grazia  quasi un soave   
e delicatissimo odore di gelsomino o di rosa,  che nulla  ha  di  acuto  n  di   
mordente,  o quasi uno spiro di vento che vi reca una fragranza improvvisa,  la   
quale sparisce appena avete avuto  il  tempo  di  sentirla,  e  vi  lascia  con   
desiderio,  ma vano,  di tornarla a sentire,  e lungamente,  e saziarvene. (16.   
Agosto.  d di San Rocco.  1823.) cosa indubitata che la civilt ha introdotto   
nel genere umano mille spezie di morbi che prima di lei non si conoscevano,  n   
senza lei sarebbero state; e niuna, che si sappia, n'ha sbandito,                 
o seppur qualcuna,  cos poche,  e poco acerbe e poco  micidiali,  che  sarebbe   
stato   incomparabilmente  meglio  restar  con  queste  che  cambiarle  con  la   
moltitudine,  fierezza e mortalit di quelle.  (Vediamo infatti quanto poche  e   
blande  sieno  le  malattie spontanee degli altri animali,  massime salvatichi,   
cio non corrotti da  noi;  e  similmente  de'  selvaggi,  e  massime  de'  pi   
[3180]naturali,  come  i Californii;  e che anche quelle degli agricoltori sono   
molte pi poche e rare e men feroci che  quelle  de'  cittadini).    parimente   
indubitato  che la civilt rende l'uomo inetto a mille fatiche e sofferenze che   
egli avrebbe e potuto e dovuto tollerare in natura, e suscettibilissimo d'esser   
danneggiato da quelle fatiche e patimenti che,  o per  natura  generale  o  per   
circostanze  particolari,  egli    obbligato  a  sostenere,  e che nello stato   
naturale avrebbe sostenuto senza verun detrimento,  e,  almeno in parte,  senza   
incomodo.  indubitato che la civilt debilita il corpo umano, a cui per natura   
(siccome a ogni altra cosa proporzionatamente) si conviene la forza, e il quale   
privo  di  forza,  o  con  minor  forza  della  sua natura,  non pu essere che   
imperfettissimo;  e ch'ella  rende  propria  dell'uomo  civile  la  delicatezza   
rispettiva  di  corpo,  qualit  che in natura non  propria n dell'uomo n di   
veruno altro genere di cose,  n  dev'esserlo  (vedi  la  pag.3084.  segg.).     
indubitato  che  le  generazioni umane peggiorano in quanto al corpo di mano in   
mano                                                                              
, ogni generazione pi, s per se stessa, s perch'ella cos peggiorata non pu   
non produrre una generazione peggior di se ec.  ec.  Da tutte queste e da cento   
altre  cose,  da  me  altrove  in  diversi  luoghi  considerate,  si fa pi che   
certissimo e si tocca con mano,  che i progressi della civilt portano  seco  e   
producono  inevitabilmente  il  successivo deterioramento [3181]del suo fisico,   
deterioramento sempre crescente in proporzione d'essa  civilt.  Nei  progressi   
della  civilt,  e  non  in  altro,  consiste  quello che i nostri filosofi,  e   
generalmente  tutti,   chiamano  oggid  (e   molti   anche   in   antico)   il   
perfezionamento dell'uomo e dello spirito umano.  dunque dimostrato e fuori di   
controversia  che il perfezionamento dell'uomo include,  non accidentalmente ma   
di  necessit   inevitabile,   il   corrispondente   e   sempre   proporzionato   
deterioramento e, per cos dire, imperfezionamento di una piccola parte di esso   
uomo,  cio  del  suo  corpo:  di  modo  che  quanto  l'uomo  s'avanza verso la   
perfezione, tanto il suo fisico cresce nella imperfezione; e quando l'uomo sar   
pienamente perfetto,  il corpo umano,  generalmente parlando,  si  trover  nel   
peggiore stato ch'e' mai siasi trovato,  e in che gli sia possibile di trovarsi   
generalmente. Se con ci si possa giustamente chiamare perfezionamento,  quello   
che  oggi  s'intende sotto questo nome,  cio se l'incremento della civilt sia   
perfezionamento dell'uomo, e la perfezione della civilt perfezione dell'uomo;    
se una tal perfezione ci possa essere stata destinata dalla natura; [3182]se la   
nostra natura la richiegga ed a lei tenda;  se veruna natura richiegga o  possa   
richiedere   una   perfezione   di  questa  sorta;   se  perci  che  l'uomo     
civilizzabile, e in quanto egli  civilizzabile,  ei sia,  come dicono,  e come   
stabiliscono  e  dichiarano  per  fuori d'ogni controversia,  perfettibile;  si   
lascia giudicare a chiunque  non    ancor  tanto  perfezionato,  tanto  vicino   
all'ultima  perfezione  dell'uomo,  ch'egli  abbia  perduto  affatto  l'uso del   
raziocinio,  e non serbi neppur tanta parte  del  discorso  naturale  quanta     
propria  ancora  degli  altri viventi.(17.  Agosto.  Domenica.  1823.)Trembler,   
temblar sono verbi diminutivi,  cio fatti da  un  tremulare,  il  quale    da   
tremere,   come  misculare  (onde  mesler,   cio  mler,  mezclar,  mescolare,   
meschiare, mischiare) da miscere, secondo che ho notato altrove.  Ma essi verbi   
trembler e temblar hanno il senso del positivo tremere che nel francese e nello   
spagnuolo non si trova.  Noi abbiamo e tremare e tremolare,  quello positivo, e   
questo,  cos di  forma  come  di  significazione,  diminutivo.  Diciamo  anche   
tremulare,  o piuttosto lo dicevano i nostri antichi,  pi alla latina,  bench   
questo verbo nel buon latino non si trovi. Trovasi per nel [3183]basso latino:   
v.  il Glossar.  Cang.  Il Franciosini  scrive  tremular,  lo  chiama  vocabolo   
barbaro, e lo spiega tremare. Gli spagnoli dicono pure tremolar (Sols Hist. de   
Mexico                                                                            
,  l.1.  capit.7.  princip.),  ma attivamente per agitare, dimenare, sventolare   
(come  tremolar  unas  vanderas  nel  citato  luogo  del  Sols),   alla   qual   
significazione  par  che  appartenga  l'ultimo  esempio  del  Gloss.  Cang.  in   
Tremulare. (17. Agos.  1823.  Domenica.)Gli uomini che nel mondo sono stimati e   
son tenuti da quanto gli altri o da pi degli altri, lo sono per l'ordinario in   
quanto coll'uso della societ essi si sono allontanati dalla natura lor propria   
e  dagli  abiti  naturali  dell'uomo  generalmente,  ed  hanno in se oscurata e   
coperta la natura,  o sanno,  sempre che vogliono,  coprirla.  E quanto  pi     
oscurata  in  loro  e  coperta e mutata s la natura individuale e lor propria,   
vale a dire il loro natural carattere, e gli abiti a che essa particolar natura   
gli avrebbe condotti,  s la natura  generale  degli  uomini,  tanto  la  stima   
generale  verso  di essi  maggiore.  Voglio dir che la pi parte delle qualit   
che negli uomini ottengono stima appo il mondo,  o sono totalmente acquisite  e   
per  nulla naturali,  anzi spesso contrarie alla natura lor propria o generale;   
ovvero sono talmente  svisate  [3184]dal  naturale  che  per  naturali  non  si   
ravvisano,  e pi che sono svisate,  pi, per l'ordinario, si stimano. Perocch   
egli  ben raro che una qualit semplicemente naturale,  e tale qual ella   da   
natura, sia stimata punto nella societ, e quando pur sialo, questa stima non    
n durevole, n salda, n generale, n molta, ed  sempre inferiore               
a  quella  delle  qualit  acquisite  o  snaturate,  le quali si apprezzano per   
regola, stabilmente e seriamente,  ma le naturali quasi per gioco,  per rarit,   
per  variare,  per passatempo,  momentaneamente.  Quelle si stimano come gravi,   
serie,  e da negozio;  queste come lievi,  di poca importanza  ed  utilit,  da   
semplice  trattenimento  e  da  ozio:  e  la societ presto se ne annoia.Questo   
genere di persone ch' l'unico generalmente stimato  nella  societ,  tiene  il   
mezzo  fra  due  generi,  non  istimato  n  l'uno  n  l'altro,  ma  l'uno non   
istimabile,  l'altro stimabilissimo e molto pi stimabile veramente  di  quello   
che il mondo stima.  Del primo genere sono quelle persone, in cui la natura non   
ha avuto forza bastante per  cangiarsi;  cio  quelle  che  non  furono  capaci   
dell'arte,  onde vivendo nella societ,  non hanno da lei saputo apprendere, n   
su di lei modellarsi,  e per [3185]poca abilit naturale  hanno  conservata  la   
loro natura,  il loro natural carattere,  gli abiti a cui la natura o propria o   
generale gl'inclin; sicch vivono e conversano nella societ,  tali appresso a   
poco  quali  dapprima vi entrarono.  Ci sono le persone povere di spirito,  di   
tardo e duro ingegno,  di corta e scarsa capacit.  Eziandio spettano a  questo   
genere  coloro  in  cui  la  natura  si conserva per mancanza di coltura che la   
scacci o la tramuti.  Ci sono le persone idiote e rozze,  di poco o niuno  uso   
sociale, poco o nulla assuefatte alla civile conversazione, le quali recan        
o nella societ,  sempre che vi si accostano, il loro primitivo carattere, e le   
naturali abitudini,  non mai cangiate da quello che furono  da  principio,  non   
mescolate  o  accresciute  con alcuna qualit sociale acquisita;  e ci non per   
durezza d'ingegno,  n per naturale insufficienza,  e incapacit di apprendere,   
ma per mancanza d'insegnamento,  di esercizio,  di coltura dell'ingegno e delle   
maniere. Questo genere di persona sia della prima specie sia della seconda, non   
 punto  stimata  n  ricercata  [3186]n  gradita  nella  societ,  perch'egli   
conserva  la  natura,  al  contrario  di  quelle  persone  che  ho detto essere   
apprezzate  nel  mondo.Del  secondo  genere  sono  coloro  in  cui  la  natura   
straordinariamente  forte,  e  pi  potente  che  nel  comune degli uomini,  ha   
superato e respinto l'arte,  e non le ha lasciato luogo da  situarsi,  non  per   
istrettezza  e  cortezza  d'essa natura,  ma perch'ella,  sebbene amplissima ed   
estesissima, tutto il luogo essa medesima irremovibilmente occup.  Ci sono le   
persone di carattere originale, straordinariamente vigoroso, costante, fermo, i   
quali  rigettano  le  abitudini contrarie alla loro gagliarda natura e al detto   
carattere,  di qualunque genere ei sia;  e non soffrono di piegarsi e adattarsi   
agli  altrui  costumi,  di  seguire  le  altrui inclinazioni,  di cangiare o di   
modificare o di nascondere e mascherare o finalmente di smentire se stessi; non   
ammettono n modi, n usanze, n gusti, n occupazioni, n istituti d             
i vita,  n parole,  n fatti se non conformi esattamente alla  loro  primitiva   
natura ed indole, e da essa richiesti, cagionati, mossi, suggeriti. Questi sono   
[3187]gli uomini chiamati singolari e originali; non mai stimati (certo oggid,   
e  nelle  nazioni  pi  civili e socievoli,  non mai),  per lo pi disprezzati,   
ovvero odiati e fuggiti, sempre derisi. In questi tali tutto  forza,  e per la   
forza  si  conserva  in essi immutabile la natura.  Altri pur v'ha del medesimo   
genere, ne' quali avvengach la natura sia parimente fortissima e potentissima,   
contuttoci si mescola in essi e nella natura loro una sorta di debolezza e non   
poca.  Ci sono quelle persone di vastissimo finissimo e altissimo ingegno,  al   
quale per la troppa capacit ed ampiezza sfuggono e in essa ampiezza si perdono   
le cose piccole; per la troppa finezza riescono difficilissime e impossibili ad   
apprendersi,  a  seguirsi,  a possedersi le cose grosse;  per la troppa altezza   
escono di vista le cose basse.  Non gi ch'essi sempre le sdegnino,  anzi  bene   
spesso  con  somma  e  intentissima  cura  le  cercano e studiano,  ma con gran   
meraviglia loro e dei pochi che ben  li  conoscono,  non  viene  lor  fatto  di   
conseguire in quelle cose appena una centesima parte di quell'abilit e di quel   
successo che gl'ingegni mediocri,  e talora [3188]piccoli, con molto minor cura   
e studio,  facilmente e perfettamente conseguono,  possiedono  e  adoprano.  Il   
medesimo eccesso della cura e della contenzio                                     
n  d'animo  che quei rari ingegni pongono a conseguire ed esercitare le qualit   
sociali,  cura e contenzione abituale e familiare in essi,  e che  mai  e'  non   
sanno  intermettere o rilasciare;  il medesimo eccesso dico,  togliendo loro la   
possibilit  della  disinvoltura,   del   riposo   d'animo,   della   facilit,   
dell'abbandono,  della sicurezza, della confidenza in se stessi (che a chi suol   
riflettere sulle cose,  e conoscerne e investigarne e  sentirne  e  pesarne  le   
difficolt, e a chi sempre mira alla perfezione, e d'altronde sa bene per molte   
esperienze  e  sente  quanto  ella  sia  difficile,  a  questi tali,  dico,  la   
confidenza in se stessi  impossibile); togliendo dunque loro la possibilit di   
queste qualit che sono d'indispensabilissima e primissima necessit per godere   
nella societ e per piacerle,  e generalmente per ottenere colle parole  o  coi   
fatti  qualunque  successo  nel  mondo;  il  detto  eccesso,  torno a ripetere,   
impedisce a quei rari ingegni di mai,  se non imperfettissimamente  conseguire,   
di mai,  se non con grandissima difficolt e stento, adoperare ed esercitare le   
[3189]qualit che nel mondo si apprezzano ed amano  e  premiano.  Questi  tali,   
bench   grandissimi  ingegni,   bench  fecondi  di  bellissimi,   utilissimi,   
altissimi, nuovissimi pensieri, bench scrittori sommi in questo o quel genere,   
o pur letterati o filosofi o  privati  politici  di  altissimo  valore,  bench   
d'animo nobilissimi, sensibilissimi, rarissimi, bench spesso capacissim          
i  di  dilettar  sommamente  o di sommamente giovare a qualsivoglia societ e a   
qualunque genere di persone coi loro scritti o colle produzioni  qualunque  del   
loro ingegno,  lungamente e maturamente,  o almeno riposatamente, pensate; anzi   
bench le dette misere qualit siano  pur  troppo  propriissime  de'  singolari   
ingegni,  e  tanto  pi  quanto alcun d'essi pi s'inalza sopra il comune,  e a   
proporzione di ci pi invincibili e costanti;  e bench quasi tutti gl'ingegni   
veramente  singolari  e sommi,  massime quelli che risplendettero o risplendono   
negli studi delle scienze, delle lettere,  o delle arti,  fossero e sieno pi o   
meno   partecipi   di  tali  qualit  caratteristiche,   si  pu  dire,   degli   
straordinarii e sublimi talenti;  (vedi fra l'altre cose il Pseudo-Donato nella   
Vita di Virgilio [3190]cap.6.  fine,  dov' l'autorit di Melisso,  Grammatico,   
liberto di Mecenate, contemporaneo di Virgilio: Forcell.  in Melissus,  Fabric.   
B.  Lat.  1. 494.); contuttoci questi tali nella societ, se non da quelli che   
conoscono per altra parte il loro merito,  e che conoscendolo  sono  capaci  di   
apprezzare  chi  lo  possiede,  sono  generalmente  (e  non  irragionevolmente,   
perocch niun diletto e  molta  noia  e  fatica  reca  la  loro  conversazione)   
disprezzati  ed  evitati,  ancor  maggiormente che quelli dell'altra specie,  e   
confusi dai pi coi primi del primo genere, ai quali in fatti, nell'esteriore e   
in ci che d'essi apparisce, quasi a capello si rassomigliano. In ques            
to genere si pu recar per esempio della prima specie l'Alfieri,  della seconda   
G.  G.  Rousseau.  Anche  questo genere di persone bench stimabilissimo non    
stimato,  perocch'ei conserva la natura,  o  non    bastantemente  mutato  dal   
naturale.Sicch  tra  quello  che  non  stimabile e quello ch' degno di somma   
stima, restano solamente stimati quelli che tengono il mezzo, e cio gli uomini   
mediocri e mediocremente [3191]degni. E ritrovasi per questa via e sotto questo   
rispetto,  siccome per tutte l'altre vie e per ogni altro  riguardo,  trionfare   
nell'umana conversazione la mediocrit.N solamente alla stima del mondo,  ma a   
qualunque altro successo nella societ, come al far fortuna,  all'avanzarsi nel   
favore o de' principi o de' privati, e a cose tali si pu applicare la triplice   
distinzione  e  la successiva suddivisione degli uomini da me fatta fin qui,  e   
troverannosi dovunque gli effetti corrispondere ai sopra osservati,  secondo  i   
generi  e  le spezie surriferite.  (18.  Agos.  1823.)All'amore che noi abbiamo   
della vita,  e quindi delle sensazioni vive,  dee riferirsi il piacere  che  ci   
recano negli scritti o nel discorso le parole chiamate espressive,  cio quelle   
che producono in quanto a loro una idea vivace, o per la vivacit dell'azione o   
del soggetto qualunque ch'elle significano (come spaccare),  o perch vivamente   
rappresentano   all'immaginativa   questa  [3192]medesima  azione  o  soggetto,   
qualunque siasi la cagione perch'esse vi                                          
vamente lo rappresentino (come  spaccare  pi  vivamente  rappresenta  l'azione   
significata, e desta un'idea pi viva che fendere per varie ragioni che ora non   
accade  specificare,  e lungo sarebbe il farlo),  o perch di un'azione o di un   
soggetto non vivace,  ne destano per una viva e presente  idea.  (18.  Agosto.   
1823.)Per  li nostri pedanti il prender noi dal francese o dallo spagnuolo voci   
o frasi utili o necessarie, non  giustificato dall'esempio de' latini classici   
che altrettanto faceano dal greco,  come Cicerone massimamente e  Lucrezio,  n   
dall'autorit  di  questi  due  e  di  Orazio nella Poetica,  che espressamente   
difendono e lodano il farlo.  Perocch i  nostri  pedanti  coll'universale  dei   
dotti e degl'indotti tengono la lingua greca per madre della latina. Ma hanno a   
sapere  ch'ella  non fu madre della latina,  ma sorella,  n pi n meno che la   
francese e la spagnuola sieno sorelle dell'italiana.  Ben  vero che  la  greca   
letteratura  e  [3193]filosofia  fu,   non  sorella,  ma  propria  madre  della   
letteratura e filosofia latina.  Altrettanto per deve accadere alla  filosofia   
italiana,  e  a  quelle  parti  dell'italiana  letteratura  che dalla filosofia   
debbono dipendere  o  da  essa  attingere,  per  rispetto  alla  letteratura  e   
filosofia  francese.  La  quale dev'esser madre della nostra,  perocch noi non   
l'abbiamo del proprio,  stante la singolare inerzia d'Italia nel secolo in  che   
le altre nazioni d'Europa sono state e sono pi attive che in alcu                
n'altra.  E  voler creare di nuovo e di pianta la filosofia,  e quella parte di   
letteratura che affatto ci manca (ch' la  letteratura  propriamente  moderna);   
oltre che dove sono gl'ingegni da questa creazione? ma quando anche vi fossero,   
volerla creare dopo ch'ella  creata,  e ritrovare dopo trovata ch'ell' da pi   
che un secolo,  e dopo cresciuta e matura,  e  dopo  diffusa  e  abbracciata  e   
trattata continuamente da tutto il resto d'Europa del pari;  sarebbe cosa,  non   
solo inutile,  ma stolta e dannosa,  mettersi a bella posta lunghissimo  tratto   
addietro  degli  [3194]altri  in  una medesima carriera,  volersi collocare sul   
luogo delle mosse quando gli altri sono gi corsi tanto spazio verso  la  meta,   
ricominciare  quello  che  gli  altri  stanno  perfezionando;  e  sarebbe anche   
impossibile,  perch  n  i  nazionali  n  i  forestieri  c'intenderebbono  se   
volessimo  trattare in modo affatto nuovo le cose a tutti gi note e familiari,   
e noi non ci cureremmo di noi  stessi,  e  lasceremmo  l'opera,  vedendo  nelle   
nostre  mani  bambina  e  schizzata,  quella  che nelle altrui  universalmente   
matura  e  colorita;  e  questo  vano  rinnovamento  piuttosto  ritarderebbe  e   
impaccerebbe  di  quel  che  accelerasse  e  favorisse  gli  avanzamenti  della   
filosofia,  e letteratura moderna e filosofica.  Erano ben altri  ingegni  tra'   
latini  al  tempo che s'introdussero e crebbero gli studi nel Lazio;  ben altri   
ingegni, dico,  che oggi in Italia non sono.  N per essi vollero rinnovare n   
la                                                                                
filosofia n la letteratura (la quale essendo allora poco filosofica,  si potea   
pur variare passando a nuova nazione),  ma trovando l'una  e  l'altra  in  alto   
stato,  e grandissimamente avanzate e mature appresso i [3195]greci,  da questi   
le tolsero, e gli altrui ritrovamenti abbracciarono e coltivarono; e ricevuti e   
coltivati che gli ebbero,  allora,  secondo l'ingegno di ciascheduno e l'indole   
della  nazione,  de'  costumi,  del  governo,  del clima,  della lingua,  delle   
opinioni romane,  modificarono ed ampliarono  le  cose  da'  greci  trovate,  e   
diedero  loro  abito  e  viso  e attitudini domestiche e nuove.  Se vuol dunque   
l'Italia avere una filosofia ed una letteratura moderna e filosofica,  le quali   
finora non ebbe mai,  le conviene di fuori pigliarle,  non crearle da se;  e di   
fuori pigliandole,  le verranno principalmente dalla Francia (ond'elle si  sono   
sparse anche nelle altre nazioni, a lei molto meno vicine e di luogo e di clima   
e di carattere e di genio e di lingua ec.  che l'italiana),  e vestite di modi,   
forme,  frasi e parole francesi (da tutta l'Europa universalmente accettate,  e   
da buon tempo usate): dalla Francia,  dico,  le verr la filosofia e la moderna   
letteratura,  come altrove  ho  ragionato,  e  volendole  ricevere,  nol  potr   
altrimenti  che  ricevendo  altres  assai  parole  e  frasi  di  l,  ad  esse   
intimamente e indivisibilmente spettanti e fatte proprie; [3196]siccome appunto   
convenne fare ai latini delle voci e frasi greche ricevendo la                    
greca letteratura e filosofia;  e il fecero senza esitare.  E noi colla  stessa   
giustificazione,  ed  anche  col  vantaggio  della  stessa  facilit il faremo,   
essendo la lingua francese sorella dell'italiana siccome della latina il fu  la   
greca,  e  producendo  la  filosofia  e  la filosofica letteratura francese una   
letteratura moderna ed una filosofia italiana,  siccome gi la greca nel Lazio.   
E  tanto  pi saremo fortunati degli altri stranieri che dal francese attinsero   
voci e modi per la filosofia e letteratura,  quanto che noi nel francese avremo   
una lingua sorella,  e non,  com'essi,  aliena e di diversissima origine.  (18.   
Agos. 1823.)Alla p.1011.  marg.-fine.  Aggiungete ancora che la lingua latina    
della italiana,  madre conosciuta e certa e fuori d'ogni controversia. Non cos   
accade all'altre lingue d'origine diversa.  Si sapr per certo  che  la  lingua   
tedesca    d'origine  teutonica,  la  svedese d'origine slava,  ma quale delle   
antiche lingue teutoniche o schiavone sia madre della tedesca e della  svedese,   
non si potr senza moltissime controversie, n senza grandi [3197]dubitazioni e   
incertezze, n pi che largamente e mal distintamente, determinare ec. ec. (19.   
Agos.  1823.). Noi sappiamo bene qual e che cosa sia questa lingua latina madre   
dell'italiana, e possiamo definitamente additarla, e mostrarla tutta intera. Ma   
dir che la teutonica o la slava o simili  madre della tedesca  o  della  russa   
ec.,  quasi un dire in aria, bench si                                           
a  vera,  n  quelli  possono definitamente additarci quale individualmente sia   
questa lor  lingua  madre,  n,  se  non  confusamente  e  per  laceri  avanzi,   
mostrarcela.In  molti  luoghi di questi miei pensieri ho dimostrato come l'uomo   
debba quasi tutto alle  circostanze,  all'assuefazione,  all'esercizio;  quanta   
parte  di  ci  che  si  chiama  talento naturale,  e diversit o superiorit o   
inferiorit di talenti,  non sia per verit altro che assuefazione,  esercizio,   
ed opera di circostanze non naturali n necessarie ma accidentali,  e diversit   
di assuefazioni e di circostanze, maggiore o minore assuefazione,  e maggiore o   
minor favore o disfavore di circostanze e di accidenti secondarii: la diversit   
delle  quali  cose  accresce  a  dismisura  le  piccole differenze e le piccole   
superiorit  o  inferiorit  di  facoltadi  che  si  trovano   naturalmente   e   
primitivamente  tra  questo  e  quello  ingegno  di questo o quello individuo o   
nazione, in questo o quel secolo. Io per non intendo con ci di negare che non   
v'abbiano diversit naturali fra i vari  talenti,  le  varie  facolt,  i  vari   
primitivi  caratteri  degli  uomini;  ma  solamente affermo e dimostro che tali   
diversit assolutamente naturali,  innate,  e primitive sono molto [3198]minori   
di  quello  che  altri ordinariamente pensa.  Del resto che gl'intelletti,  gli   
spiriti,   insomma  gli  animi  degli  uomini   differiscano   naturalmente   e   
primitivamente gli uni dagli altri, con minute differenze bens, ma pur vere ed   
eff                                                                               
ettive e notabili differenze;  e che varie sieno le loro naturali disposizioni,   
maggiori in altri, in altri minori,  ed ordinate in quelli a certi oggetti,  in   
questi  a  certi  altri,   cosa,  come da tutti e sempre creduta,  cos vera e   
reale, e dimostrata da molte osservazioni,  le quali,  o alcune di esse,  verr   
qui sotto segnando per capi,  sommariamente per,  ed in modo che sopra ciascun   
capo potr e dovr molto pi estendersi il discorso di quello che  io  sia  per   
estenderlo.1.  Notabili sono le differenze che passano tra l'esteriore figura e   
conformazione degli uomini,  paragonando secolo a secolo;  nazione selvaggia  o   
corrotta  o  civile  l'una  coll'altra;  nazioni civili tra loro;  cos nazioni   
selvaggie o barbarizzate;  clima a clima;  famiglia  a  famiglia;  individuo  a   
individuo.   Differenze  regolari  o  irregolari;  ordinarie  o  straordinarie;   
naturali o  accidentali,  ma  pur  [3199]sempre  fisiche;  mostruosit  ec.  La   
differenza  delle  lingue  dimostra  una vera differenza negli organi corporali   
della favella tra' vari popoli parlanti;  differenza cagionata o dal clima o da   
qualsivoglia altra cagione naturale,  indipendente per certo dall'assuefazione   
nell'essenziale e generale e costante che in essa differenza  si  trova.  Negli   
altri  vari  organi  esteriori  dell'uomo  si  trovano  eziandio molte notabili   
differenze naturali tra  uomo  e  uomo,  clima  e  clima,  nazione  e  nazione,   
individuo e individuo; differenze di disposizione, cio disposizione a ma         
ggiore o minor numero di abilit, a tali o tali abilit piuttosto che ad altre,   
e  disposizione  maggiore  o  minore;  pi  o  meno  scioltezza  e speditezza e   
sveltezza fisica,  secondo le qualit naturali de' muscoli e de'  nervi  che  a   
quel  tale organo appartengono.  Se l'esteriore adunque degli uomini differisce   
notabilmente per natura nell'uno uomo paragonato coll'altro,   ben ragionevole   
che   si   creda   notabilmente   differire  anche  la  naturale  conformazione   
dell'interiore ne' diversi uomini;  quando non si  pu  volgere  in  dubbio  la   
manifesta  analogia  e  perfetta corrispondenza [3200]che passa tra l'esterno e   
l'interno dell'uomo sotto qualunque rispetto.  E nel particolare  dell'ingegno,   
la diversa conformazione esteriore del capo ne' diversi individui e nazioni, la   
quale    visibile  e  non  si  pu  negare,  dimostra  chiaramente una diversa   
conformazione di ci che nel capo si contiene, nel che risiede l'ingegno;  onde   
viene a esser provato che tra gli uomini v'ha differenza naturale d'ingegno.  E   
infatti  quasi dimostrato che la fronte spaziosa  significa  grande  e  capace   
ingegno  naturale,  e  per  lo  contrario  la  fronte angusta;  e cos le altre   
differenze esteriori del capo osservate dai  craniologi:  le  osservazioni  de'   
quali  se  non  sono  tutte  vere,  non  lasciano  di  provare generalmente una   
differenza naturale di spirito e d'indole  ne'  diversi  uomini;  nel  giudizio   
delle  quali differenze se coloro spesse volte s'ingannano,  ci nasce perch'ei   
no                                                                                
n guardano che il fisico; ma l'assuefazione e le circostanze talora accrescono,   
talora cancellano,  talora volgono affatto in  contrario  le  differenze  delle   
disposizioni naturali;  delle quali sole possono pronunziare i craniologi,  non   
de' loro effetti,  che da troppo altre  cause  [3201]sono  influiti,  e  spesso   
riescono contrarii ad esse disposizioni.  E vedi a questo proposito il fatto di   
Zopiro e Socrate ap.  Cic.  Tusc.  lib.4.  cap.37.  Qua pur si deve riferire la   
diversit  delle  fisonomie,  degli  occhi,  che  tanto  esprimono e dimostrano   
dell'animo e dell'ingegno,  e  l'arte  de'  fisionomi.2.  Differenze  generali,   
regolari,  e  costanti si trovano fra i caratteri,  i talenti,  le disposizioni   
spirituali delle diverse nazioni,  massime  secondo  i  diversi  climi.  Quelle   
d'ingegno grossissimo, come i Lapponi; queste d'acutissimo, come gli orientali;   
altre pigre,  altre attive;  altre coraggiose,  altre timide;  in altre prevale   
l'immaginazione, in altre la ragione, e ci in altre pi, in altre meno;  altre   
riescono e riuscirono sempre eccellenti in una parte, altre in altra; ec. ec. e   
tutto  questo costantemente.  Non si pu negare che i principii e le fondamenta   
di tali differenze non sieno naturali,  e quindi non  si  pu  negare  che  non   
v'abbia  una  vera  primitiva  differenza  d'indole  e  d'ingegno tra nazione e   
nazione, clima e clima,  come v'ha reale,  visibile,  naturale e,  generalmente   
parlando, costante differenza di esteriore, di fisonomia ec. tra                  
nazioni e climi, selvaggi o civili ec. ec. Dunque proporzionatamente [3202] da   
dire  che  anche  tra individuo e individuo di una stessa o di diverse nazioni,   
esiste dalla nascita una reale differenza d'indole e  di  talento,  o  vogliamo   
dire  un  principio  e  una  disposizione  di differenza,  che ad idem redit.3.   
Lasciando da parte il tanto che si potrebbe dire  sull'influsso  fisico,  ossia   
sulla naturale azione del corpo e de' sensi,  e quindi degli oggetti esteriori,   
sull'animo indipendentemente dall'assuefazione,  ne toccheremo solamente alcune   
cose  che  pi  fanno  al  proposito.  Ho  udito  di uno abitualmente scempio o   
tardissimo d'ingegno, che caduto di grande altezza,  e percosso pericolosamente   
il capo,  divenne, guarito che fu, d'ingegno prontissimo e furbissimo, e questi   
ancor vive.  Ho udito d'altri molto ingegnosi,  per simile  accidente  divenuti   
stupidi,  e sciocchi.  Lasciando questo,  egli  certissimo che la malattia del   
corpo (e cos la sanit) influisce grandissimamente sull'ingegno e sull'indole.   
Tacendo delle minori influenze,  che tutto giorno si osservano,  si pu  notare   
quello  che narra il Caluso nella Lettera appi della Vita di Alfieri,  circa i   
versi d'Esiodo da lui una [3203]sola volta letti,  ch'ei  recitava  francamente   
nella  sua  ultima  malattia.  E  mi fu raccontato da testimonii di udito,  del   
maraviglioso spirito,  degli argutissimi motti e  risposte,  di  una  prontezza   
affatto straordinaria di mente e di lingua, di una pro                            
digiosa  facilit,  fecondit  e copia d'invenzioni che si fece osservare in un   
vecchio Cardinale (Riganti) (non molto usato a facezie, n di molto spirito,  e   
di carattere ben diverso dalla energia, e rapidit e mobilit) poco dopo essere   
stato  colto  da  una  apoplessia  (della quale infermit rimase impedito nelle   
membra, e mor parecchi mesi appresso), e stando in letto. Esempio di Ermogene,   
e de' suoi simili che  puoi  vedere  nella  Dissertaz.  del  Cancellieri  sugli   
Smemorati  ec.  Corrispondenza  che,  generalmente  parlando,  si  osserva  tra   
gl'ingegni  e  i  caratteri  degli  uomini  per  una  parte,  e  le  rispettive   
complessioni  dall'altra.  Pazzi  e  frenetici;  febbricitanti,  deliranti.  La   
malattia cambia talora, com' detto,  l'ingegno e il carattere o per sempre,  o   
per  momenti,  o per pi o men tempo: ci massimamente quando ella interessa in   
particolare il cerebro. Il quale se pu essere notabilissimamente diversificato   
dalle malattie e dalle varie  circostanze  e  accidenti  che  accadono  durante   
[3204]la  vita  a  uno  stesso uomo,  non si pu non credere e giudicare che la   
tanta  e  inesauribile  diversit  delle  circostanze  e  degli  accidenti  che   
concorrono  nella  generazione de' vari individui,  non diversifichi siccome le   
loro complessioni,  e questa o quella parte del corpo,  cos eziandio quella in   
che  risiede  l'ingegno  e  l'animo,  cio  il  cerebro,  e quindi il talento e   
l'indole nativa e primitiva de' vari individui, nazioni ec.4. L'uomo, anche in    
dipendentemente affatto dalle  assuefazioni,  ossia  in  parit  di  studi,  di   
esercizi,  di scienza, di pratica ec., si trova, per cos dir, vario d'indole e   
di talento da se medesimo ancora, non solo dentro la vita,  ma dentro la stessa   
giornata  eziandio.  Oggi  il  mio  ingegno sar svegliatissimo,  la mia indole   
piacevolissima,   domani  tutto  l'opposto,   senz'alcuna  cagione  morale   n   
apparente, ma certo non senza cagioni fisiche, le quali diversamente affettando   
l'animo,  lo  tramutano  effettivamente d'ora in ora,  di giorno in giorno,  di   
stagione in istagione (fu chi disse ch'ei si trovava pi atto  a  comporre  nel   
sommo  caldo  o  nel  sommo  freddo  che nelle medie temperature dell'anno;  la   
[3205]mattina che la sera ec.) ec. ec. e lo ritornano nello stato di prima,  ed   
ora lo rendono atto a una cosa,  ora a un'altra, ora a pi cose ora a meno, ora   
pi ora meno atto ec.  ec.  Le diverse circostanze  fisiche  che  evidentemente   
influiscono,  cambiano, recano, tolgono, accrescono, scemano, diversificano ec.   
ec.  le passioni o inclinazioni in uno stesso individuo,  in diversi individui,   
in varie nazioni e climi e tempi ec.  indipendentemente affatto e dalla volont   
e dall'assuefazione;  son tante e s varie  che  infinito  sarebbe  il  volerle   
enumerare  e descrivere,  coi loro (evidentissimi e incontrastabili) effetti.5.   
Spessissimo l'ingegno  svegliato da cause fisiche manifeste ed apparenti, come   
un suono dolce, o penetrante, gli odori, il tabacco, il vi                        
no  eccetera  e  quel  che  dico  dell'ingegno,  dicasi  delle  passioni,  de'   
sentimenti,  dell'indole  ec.;  e  quel  che  dico dello svegliare,  dicasi del   
sopire, del muovere, dell'affettare, modificare come che sia,  dell'accrescere,   
dello  sminuire,  del produrre,  del distruggere o per sempre o per certo tempo   
ec.   Tutti  questi  effetti  nei  casi  qui  considerati,   non  hanno  a  far   
coll'assuefazione,  e  dimostrano  per  conseguenza  che  lo  spirito dell'uomo   
[3206]pu esser modificato e diversamente conformato da  cause,  circostanze  e   
accidenti fisici diversi dalle assuefazioni.  Cos p.e.  la luce  naturalmente   
cagione di allegria,  siccome il suono,  e le  tenebre  di  malinconia;  quella   
eccita sovente l'immaginazione, ed ispira; queste la deprimono ec. Un luogo, un   
appartamento,  un clima chiaro e sereno,  o torbido e fosco,  influiscono sulla   
immaginativa,  sull'ingegno,  sull'indole degli  abitanti,  sieno  individui  o   
popoli,  indipendentemente dall'assuefazione.  Cos una stagione, una giornata,   
un'ora nuvolosa o serena; il trovarsi per pi o men tempo in un luogo qualunque   
oscuro o luminoso,  senza per  abitarvi,  tutte  queste  circostanze  fisiche,   
indipendenti  dall'assuefazione  e dalle circostanze morali,  affettano,  quali   
momentaneamente quali durevolmente,  lo  spirito  dell'uomo,  e  variamente  lo   
dispongono,  e ne producono le assuefazioni,  e le differenze di queste ec. ec.   
ec. (19. Agosto. 1823.). V. p.3344.Dimostrato che nell'idea del bello non conv    
engono n gli uomini naturali fra loro,  n gli spiriti incorrotti  e  semplici   
come quelli de' fanciulli,  e quindi ch'essa idea non si trova una in natura; e   
che d'altronde gli uomini colti, savi, esercitati, profondi,  [3207]gli artisti   
medesimi  e  i  poeti  ec.  disconvengono  circa  il  bello,  ed  anche in cose   
essenziali, pi o meno, secondo la differenza delle nazioni,  climi,  opinioni,   
assuefazioni,  costumi,  generi di vita,  secoli; disconvengono, dico, eziandio   
bene spesso dove credono di convenire  (perocch  tra  loro  non  s'intendono);   
disconvengono tra loro, e dai fanciulli, e dagli uomini o naturali o ignoranti;   
e  che  tali  differenze  circa  l'idea  del bello,  si trovano fra individuo e   
individuo in una stessa nazione, si trovano in un medesimo individuo in diverse   
et e circostanze, si trovano, e costantemente, fra nazione e nazione,  clima e   
clima,  secolo e secolo, civili e non civili; si trovano fra barbari e barbari,   
dotti e dotti, ignoranti e ignoranti, selvaggi e selvaggi, colti e colti, pi e   
men barbari,  pi e  men  civili,  fanciulli  e  fanciulli,  adulti  e  adulti,   
intendenti  e  intendenti,  artisti  ed  artisti,  speculatori  e  speculatori,   
filosofi e filosofi; dimostrato, dico, tutto questo, come ho gi fatto in molti   
luoghi, viene a esser provato che il bello ideale, unico,  eterno,  immutabile,   
universale,    una  chimera,  poich n la natura l'insegna o lo mostra,  n i   
filosofi o gli artisti l'hanno mai scoperto o lo scuoprono                        
,  a forza di osservazioni [3208]e di cognizioni,  come si sono scoperte  e  si   
scuoprono  le  altre  idee  stabili e invariabili appartenenti alle scienze del   
vero ec. ec.  (20.  Agosto.  1823.)Che quello che nella musica  melodia,  cio   
l'armonia successiva de' tuoni, o vogliamo dire l'armonia nella successione de'   
tuoni,  sia  determinata,  come  qualsivoglia  altra  armonia ovver convenienza   
dall'assuefazione, o da leggi arbitrarie; osservisi che le melodie musicali non   
dilettano  i  non  intendenti,  se  non  quanto  la  successione  o  successiva   
collegazione  de'  tuoni  in  esse    tale,  che  il  nostro  orecchio  vi sia   
assuefatto;  cio in quanto esse melodie o sono del tutto popolari,  sicch  il   
popolo,  udendone  il  principio,  ne  indovina  il  mezzo  e  il  fine e tutto   
l'andamento,  o s'accostano al popolare,  o hanno alcuna parte popolare che  al   
popolare si accosti.  N altro  nelle melodie musicali il popolare,  se non se   
una successione di tuoni alla quale gli orecchi del  popolo,  o  degli  uditori   
generalmente, siano per qualche modo assuefatti. E non per altra cagione riesce   
universalmente grata la musica di Rossini, se non perch [3209]le sue melodie o   
sono totalmente popolari,  e rubate,  per cos dire,  alle bocche del popolo; o   
pi di quelle degli altri compositori,  si accostano a  quelle  successioni  di   
tuoni che il popolo generalmente conosce ed alle quali esso  assuefatto,  cio   
al popolare; o hanno pi parti popolari, o simili, ovver pi simil                
i che dagli altri compositori non s'usa, al popolare. E siccome le assuefazioni   
del popolo e dei non intendenti di  musica,  circa  le  varie  successioni  de'   
tuoni,  non  hanno regola determinata e sono diverse in diversi luoghi e tempi,   
quindi accade che tali melodie popolari o simili al popolare, altrove piacciano   
pi, altrove meno,  ad altri pi,  ad altri meno,  secondo ch'elle agli uditori   
riescono  o  troppo  note e usitate;  o troppo poco;  o quanto conviene,  colla   
competente novit che lasci per  luogo  all'assuefazione  di  far  sentire  in   
quelle successioni di tuoni la melodia, la qual dall'assuefazione degli orecchi   
  determinata.  Onde  una  medesima melodia musicale piacer pi ad uno che ad   
altro individuo, pi in [3210]una che in altra citt, piacer universalmente in   
Italia, o piacer al popolo e non agl'intendenti, e trasportata in Francia o in   
Germania,  non piacer punto ad alcuno,  o  piacer  agl'intendenti  e  non  al   
popolo;   secondo   che  le  assuefazioni  di  ciascheduno  orecchio  circa  le   
successioni de' tuoni,  saranno pi o meno  o  nulla  conformi  o  affini  agli   
elementi                                o                                membri   
(-                                                                                
iversamente da noi,  civili.  Che se  questi  pure  alcuna                        
volta  se  ne dilettano,  il diletto non nasce in loro dalla melodia,  cio dal   
senso della successiva  armonia  de'  tuoni,  la  quale  essi  non  sentono  n   
comprendono, posto pur ch'ell                                                     
a  fusse  tra noi l'una delle pi popolari;  ma nasce da' puri suoni per se,  e   
dalla  delicatezza,  facilit,   rapidit,   volubilit  del  loro  succedersi,   
mescolarsi,  alternarsi (sia nella voce o in istrumenti),  dalla dolcezza delle   
voci o degl'istrumenti,  dal sonoro,  dal penetrante e da  simili  qualit  de'   
medesimi,  dalla soavit eziandio de' rapporti rispettivi d'un tuono coll'altro   
in quanto alla facilit e alla delicatezza del passaggio  da  questo  a  quello   
(laddove  i  passaggi  nelle [3212]musiche de' barbari sono asprissimi,  perch   
fatti da tuoni a tuoni troppo lontani o da corde a corde  troppo  distanti),  e   
insomma  da cento qualit (per cos dire,  estrinseche) della nostra musica che   
nulla hanno a fare colla rispettiva scambievole armonia o convenienza de' tuoni   
nella lor successione, cio colla melodia,  e col senso e gusto della medesima,   
che  n  i  turchi n gli altri barbari,  udendo la nostra musica,  non provano   
punto mai.  La qual cosa appunto,  salva per la  proporzione,  accade  ai  non   
intendenti  di  musica  e al popolo fra noi,  quando egli odono,  come tutto d   
avviene,  di quelle melodie che nulla o troppo poco hanno  del  popolare.  Niun   
diletto ne provano,  se non quello,  per cos dire, estrinseco, che di sopra ho   
descritto,  e che nasce dalle qualit  della  musica,  diverse  e  indipendenti   
dall'armonia de' tuoni nella successione.  Di queste non popolari melodie,  che   
sono la pi gran parte della nostra musica, parler poco sotto. E                 
per conchiudere il discorso de' barbari e delle  nazioni  che  hanno  circa  la   
musica idee e gusti e sentimenti affatto diversi da' nostri,  dico che in essi,   
siccome [3213]fra noi,  le assuefazioni determinano quali sieno  le  successive   
collegazioni  de'  tuoni  che  sieno  tenute  per  melodie,  e  le assuefazioni   
cagionano, siccome fra noi,  il senso e il piacere d'esse melodie,  quando elle   
sono udite.  E questo,  se in essi popoli,  non v'ha teoria musicale,  accade a   
tutta la nazione.  Se alcun d'essi popoli ha teoria musicale,  come  l'hanno  i   
Chinesi,  diversa per dalla nostra, gl'intendenti fra loro hanno altra cagione   
che determina il loro giudizio e produce in loro il diletto circa le melodie; e   
questa cagione si , come nei nostri intendenti, la conformit di quelle cotali   
successioni de' tuoni co' principii e i canoni  della  loro  teoria  o  arte  o   
scienza  musicale,  i  quali  principii  e  canoni  essendo diversi da' nostri,   
diverso eziandio dev'essere il giudizio di quegl'intendenti circa le  varie,  o   
nazionali o forestiere,  melodie, da quello de' nostri, e diverso similmente il   
piacere.  E cos  infatti nella China,  dove e  il  popolo  (che  dappertutto,   
dovunque   esiste   una   musica,   avrebbe  giudicato  nello  stesso  modo)  e   
gl'intendenti (il che non potrebbe avvenire nelle nazioni barbare che non hanno   
teoria musicale [3214]sufficientemente  distinta  per  principii  e  regole,  e   
ordinata e compiuta, come l'hanno i Chinesi), giudicarono espressamen             
te pi bella la loro musica che l'Europea,  la quale i nostri,  favoriti in ci   
espressamente da un loro imperatore, volevano introdurvi,  insieme colle nostre   
teorie. E ci furono, se ben mi ricorda, i Gesuiti.Ho detto in principio che la   
melodia  nella  musica  non    determinata se non dall'assuefazione o da leggi   
arbitrarie.  Delle melodie determinate dall'assuefazione,  e che per  ci  sono   
melodie,  perch quelle tali successioni di tuoni convengono con quelle che gli   
orecchi sono assuefatti a udire, ho discorso fin qui. Le melodie determinate da   
leggi arbitrarie, sono quelle che il popolo e i non intendenti non gustano,  se   
non  se  nel  modo specificato di sopra,  senza n conoscere n sentire ch'elle   
sieno melodie,  cio che  quei  tuoni  cos  succedendosi  e  intrecciandosi  e   
alternandosi,  armonizzino,  cio convengano, tra loro; quelle che pel popolo e   
per li non intendenti,  non sono infatti melodie,  ma solo  per  gl'intendenti;   
quelle  che  gl'intendenti  soli  gustano  in  virt  del giudizio,  quali sono   
infiniti altri diletti  umani  (v.  Montesquieu,  Essai  sur  le  got.  De  la   
sensibilit.  p.392.), massime nelle arti; quelle che non [3215]sono melodie se   
non  perch  ed  in  quanto  corrispondono  alle  regole  circa  la  successiva   
combinazione  de'  tuoni,  consegnate in una scienza o arte,  non dettata dalla   
natura ma dalla matematica, universale e universalmente riconosciuta in Europa,   
come lo sono tutte le altre arti e scienze in questa parte del                    
mondo legata insieme dal commercio e da una medesima civilt ch'ella stessa  si   
  fabbricata  e  comunicata  di  nazione a nazione,  ma non riconosciuta fuori   
d'Europa n dalle nazioni non civili,  n da quelle che hanno un'altra  civilt   
da  esse fabbricata o d'altronde venuta;  qual  sopra tutte la nazion Chinese,   
la quale ed ha una scienza musicale,  e in essa non conviene punto con noi.  Ho   
detto che la nostra scienza o arte musicale fu dettata dalla matematica. Doveva   
dire  costruita.  Essa  scienza  non nacque dalla natura,  n in essa ha il suo   
fondamento, come le pi dell'altre;  ma ebbe origine ed ha il suo fondamento in   
quello  che  alla natura somiglia e supplisce e quasi equivale,  in quello ch'   
giustamente  chiamato  seconda  natura,  ma  che  altrettanto  a  torto  quanto   
[3216]facilmente  e spesso  confuso e scambiato,  come nel caso nostro,  colla   
natura medesima,  voglio dire nell'assuefazione.  Le antiche  assuefazioni  de'   
greci  (per  non  rimontar pi addietro,  che nulla rileva al proposito) furono   
l'origine e  il  fondamento  della  scienza  musicale  da'  greci  determinata,   
fabbricata,  e a noi ne' libri e nell'uso tramandata, dalla qual greca scienza,   
viene per comun consenso e confessione la nostra europea,  che non  se non  se   
una continuazione,  accrescimento e perfezione di quella, siccome tante altre e   
scienze ed arti (anzi quasi tutte le  nostre)  che  la  moderna  Europa  ricev   
dall'antica Grecia e perfezion, e a molte cangi faccia app                      
oco  appoco  del  tutto.  La greca musica popolare,  le ragioni della quale non   
altrove erano che nell'assuefazione  (siccome  quelle  di  qualsivoglia  musica   
popolare),  fu  l'origine,  il fondamento,  e per cos dir l'anima e l'ossatura   
della musica greca scientifica, e quindi altres della nostra, che di l viene.   
Ma siccome accade a tutte le arti ch'elle col crescere, col perfezionarsi,  col   
maggiormente  determinarsi,  si  dilungano  appoco  appoco  da  ci che fu loro   
origine, fondamento,  subbietto primitivo e ragione,  o fosse la natura [3217]o   
l'assuefazione  o altro,  e talvolta giungono fino a perderlo affatto di vista,   
ed esser fondamento e ragione a se stesse,  il che  intervenuto in buona parte   
alla poetica,  intervenne ancora all'arte musica. Quindi  che spessissimo sia   
giudicato buono ed ottimo dagl'intendenti, e perci piaccia loro sommamente,  e   
che  sia  melodia  per  essi,  quello  che  dal  popolo  e da' non intendenti    
giudicato o mediocre o cattivo,  che poco o niun effetto produce in  essi,  che   
poco o nulla gli diletta,  che per essi non  assolutamente melodia: sebbene ei   
lodano sovente ed ammirano cotali composizioni  di  tuoni,  o  in  vista  delle   
qualit  indipendenti dall'armonizzare della loro combinazione successiva,  che   
di sopra ho descritte,  o mossi  dalla  fama  del  compositore,  o  dalla  voce   
degl'intendenti,  o  dal  favore,  o  dal  diletto  altre  volte ricevuto nelle   
composizioni del medesimo, o dalla coscienza della propria ignoran                
za,  o dalla maraviglia delle difficolt e stranezze che in  tali  composizioni   
ravvisano,   o   dalla  stessa  novit,   bench  per  essi  nulla  dilettevole   
musicalmente,  o in fine da cento altre  cause  estrinseche  e  accidentali,  o   
diverse  e  indipendenti  dal  diletto che nasce dal senso della melodia,  cio   
della convenienza scambievole de' tuoni nel succedersi [3218]l'uno all'altro. E   
per lo contrario interviene spessissimo che quelle  successioni  de'  tuoni  le   
quali per il popolo sono squisitissime,  carissime, bellissime, spiccatissime e   
dilettosissime  melodie,   non  ardisco  dire  non   piacciano   agli   orecchi   
degl'intendenti,  ma  con  tutto ci dispiacciano al loro giudizio,  e ne sieno   
riprovate,  tanto che per essi talora non sieno neppur melodie quelle  che  per   
tutti  gli  orecchi  e  per  li  loro  altres,   sono  melodie  distintissime,   
evidentissime, notabilissime e giocondissime. Il che si pu vedere in fatto nel   
giudizio degl'intendenti circa il comporre di Rossini,  e generalmente circa il   
modo  della  moderna  composizione,  la quale da tutti  sentita esser piena di   
melodia molto pi che le antiche e classiche,  e da chiunque sa  giudicata non   
reggere in grammatica ed essere scorrettissima e irregolare.  Tutto ci non per   
altro accade se non perch gl'intendenti giudicano,  e giudicando sentono (cio   
col  fattizio,  ma  reale  sensorio  dell'intelletto e della memoria) secondo i   
principii e le norme della loro scienza; e i non intendenti sentono e sent        
endo giudicano secondo le loro assuefazioni relative  al  proposito.  Le  quali   
assuefazioni  segue  e  si  propone  [3219]o loro si accosta il moderno modo di   
comporre, assai pi che l'antico,  ignorando o trascurando pi o manco i canoni   
dell'arte,   di   che   gli   antichi   furono   peritissimi  e  religiosissimi   
osservatori.Con queste considerazioni s'intender facilmente  il  perch  nelle   
melodie  sia,  come  si dice,  difficilissima e rarissima la novit,  cio solo   
difficilissimamente e di rado possa il Musico trovare  nuove  melodie.  Il  che   
mirabilmente  conferma  le mie osservazioni.  Perocch veramente il disporre in   
nuove maniere la scambievole successione de' tuoni secondo le regole  dell'arte   
musicale,  non  punto difficile, essendo infinite le diversit di combinazioni   
successive sia di tuoni sia di corde (cio generalmente di  note)  a  cui  esse   
regole  danno  luogo.  Ma  limitatissime  e poche,  e non pi assolutamente che   
tante,  sono le assuefazioni de' nostri orecchi;  ond'  che  pochissime  sieno   
quelle  combinazioni  successive di tuoni (dico pochissime rispetto all'immenso   
numero d'esse combinazioni assolutamente considerate) che possano parer melodie   
all'universale, o al pi di una nazione o secolo, e produrre in esso il diletto   
che nasce dal senso della melodia.  Ed infatti nuove  melodie,  [3220]che  tali   
sieno per gl'intendenti e rispetto all'arte,  non sono in verit punto rare, n   
difficili a inventarsi, e di esse si compone la massima parte                     
di qualsivoglia opera musicale, non solo antica e classica, ma moderna italiana   
eziandio,  bench le moderne italiane  abbiano,  come  ho  detto,  pi  melodia   
popolare che le antiche e straniere;  cio maggiormente seguano le assuefazioni   
de' nostri orecchi,  ed un pi gran numero delle loro melodie contraffacciano o   
imitino, o in tutto o in qualche parte o nel motivo somiglino le successioni di   
tuoni e note,  a cui sono assuefatti generalmente gli uditori.  E in verit, se   
non fosse la memoria, che anche involontariamente e inavvertitamente subentra a   
pigliar parte nella composizione,  pi difficile sarebbe forse  al  compositore   
l'abbattersi  a  trovar  melodie non popolari gi da altri trovate,  che non il   
trovarne delle nuove,  conformi alle regole musicali.Certo  che la principale,   
anzi  la  vera arte degl'inventori di musica,  e il vero,  proprio musicale,  e   
grande effetto delle loro invenzioni,  allora solo si  manifesta  ed  ha  luogo   
quando  le loro melodie son tali che il popolo e generalmente tutti gli uditori   
ne sieno colpiti e maravigliati  come  di  [3221]melodia  nuova,  e  nel  tempo   
medesimo,  per essere in verit assuefatti a quelle tali succcessioni di tuoni,   
sentano al primo tratto ch'ella  melodia. Il qual effetto, proprio,  anzi solo   
proprio della vera vera musica,  e solo grande, solo vivo, solo universale, non   
altrimenti si ottiene che coll'adornare,  abbellire,  giudiziosamente e fino al   
debito segno variare, nobilitare per dir                                          
cos,  nuovamente  fra  loro congiungere e disporre,  presentare sotto un nuovo   
aspetto le melodie assolutamente e formalmente popolari,  e tolte dal volgo,  e   
le  varie  e sparse forme di successioni di note,  che gli orecchi generalmente   
conoscono, e vi sono assuefatti. Non altrimenti che il poeta,  l'arte del quale   
non  consiste gi principalmente nell'inventar cose affatto ignote e strane e a   
tutti inaudite, o nello sceglier le cose meno divulgate,  anzi ci facendo egli   
pi  tosto  pecca  e  perde e toglie all'effetto della poesia,  di quel che gli   
aggiunga;  ma l'arte sua   di  scegliere  tra  le  cose  note  le  pi  belle,   
nuovamente e armoniosamente,  cio fra loro convenientemente, disporre [3222]le   
cose  divulgate  e  adattate  alla  capacit  dei  pi,   nuovamente  vestirle,   
adornarle,  abbellirle,  coll'armonia del verso, colle metafore, con ogni altro   
splendore dello stile; dar lume e nobilt alle cose oscure ed ignobili;  novit   
alle comuni;  cambiar aspetto,  quasi per magico incanto, a che che sia che gli   
venga alle mani; pigliare v. g. i personaggi dalla natura, e farli naturalmente   
parlare,  e nondimeno in modo che il lettore riconoscendo in quel linguaggio il   
linguaggio  ch'egli    solito  di  sentire  dalle  simili persone nelle simili   
circostanze,  lo trovi pur nel medesimo tempo,  nuovo e pi bello,  senz'alcuna   
comparazione,  dell'ordinario, per gli adornamenti poetici, e il nuovo stile, e   
insomma la nuova forma e il nuovo corpo di ch'egli  ve                           
stito. Tale  l'officio del poeta, e tale n pi n meno del Musico. Ma siccome   
la poesia bene spesso, lasciata la natura, si rivolse per amore di novit e per   
isfoggio di fantasia e di facolt creatrice,  a sue  proprie  e  stravaganti  e   
inaudite  invenzioni,  e  mir pi alle regole e a' principii che l'erano stati   
assegnati, di quello che al suo fondamento ed anima ch' [3223]la natura;  anzi   
lasciata  affatto  questa,  che aveva ad essere l'unico suo modello,  non altro   
modello riconobbe e adoper che le sue proprie  regole,  e  su  d'esso  modello   
gitt  mille  assurde  e mostruose o misere e grette opere;  laonde abbandonato   
l'officio suo ch' il sopraddetto,  sommamente stravolse e perd,  o per una  o   
per  altra parte,  di quell'effetto che a lei propriamente ed essenzialmente si   
convenia di produrre e di proccurare;  cos l'arte musica nata  per  abbellire,   
innovare  decentemente  e  variare  e  per  tal  modo  moltiplicare;  ordinare,   
regolare,  simmetrizzare o proporzionare,  adornare,  nobilitare,  perfezionare   
insomma  le  melodie  popolari  e  generalmente  note  e  a  tutti  gli orecchi   
domestiche;  com'ella ebbe assai regole e  principii,  e  d'altronde  s'invagh   
soverchiamente della novit,  e dell'ambiziosa creazione e invenzione, non mir   
pi che a se stessa, e lasciando di pigliare in mano le melodie popolari per su   
di esse esercitarsi, e farne sua materia, come doveva per proprio istituto;  si   
rivolse alle sue regole, e su questo modello, senz'altro, gi                      
tt  le  sue  composizioni [3224]nuove veramente e strane: con che ella venne a   
perdere quell'effetto che  a  lei  essenzialmente  appartiene,  ch'ella  doveva   
proporsi per suo proprio fine,  e ch'ella da principio otteneva, quando cio lo   
cercava,  o quando coi debiti e appropriati mezzi lo proccurava.Perocch io non   
dubito  che  i  mirabili  effetti  che  si leggono aver prodotto la musica e le   
melodie greche s ne' popoli,  ossia in interi  uditorii,  s  negli  eserciti,   
siccome  quelle di Tirteo,  s ne' privati,  come in Alessandro;  effetti tanto   
superiori a quelli che l'odierna musica  non  solo  produca,  ma  sembri  pure,   
assolutamente parlando, capace di mai poter produrre; effetti che necessitavano   
i magistrati i governi i legislatori a pigliar provvidenze e fare regolamenti e   
quando ordini, quando divieti, intorno alla musica, come a cosa di Stato (v. il   
Viag.  d'Anacarsi,  Cap.27.  trattenimento secondo); (e parlo qui degli effetti   
della musica greca che si leggono nelle storie e avvenuti  fra'  greci  civili,   
non  di  que'  che  s'hanno  nelle favole,  accaduti a' tempi salvatichi);  non   
[3225]dubito,  dico,  che questi effetti,  e la superiorit della greca  musica   
sulla moderna,  che pur quanto a' principii ed alle regole, dalla greca deriva,   
non venga da questo, ch'essendo fra' greci l'arte musicale, sebbene adulta, pur   
tuttavia ancora scarsa, non offriva ancora abbastanza al compositore da coniare   
o inventar di pianta nuove melodie che niun'altra                                 
ragione avessero di esser tali se non le regole sole  dell'arte;  n  da  poter   
gittarne sopra queste regole unicamente, o sopra le forme e melodie musicali da   
altri  inventate  di  pianta,  delle  quali  non poteva ancora avervi cos gran   
copia,  come ve n'ha tra' moderni.  Ma quel ch' pi,  l'arte,  sebben cominci   
anche  tra'  greci  a  corrompersi  e declinare da' suoi principii,  e da' suoi   
propri obbietti o fini e instituti,  anzi molto  avanz  nella  corruzione  (v.   
Viag.  d'Anac.  l. c.), non giunse tuttavia di gran lunga ad allontanarsi tanto   
come tra noi, e cos decisamente e costantemente, dalla sua prima origine,  dal   
primo  fondamento  e  ragione  delle sue regole,  dalla prima materia delle sue   
composizioni,  cio le popolari melodie;  n a  dimenticare,  [3226]come  oggi,   
impudentemente  e  totalmente il suo primo e proprio fine,  cio di dilettare e   
muovere l'universale degli uditori ed il  popolo;  n,  molto  meno,  giunse  a   
rinunziar  quasi  interamente  e  formalmente  a  questo  fine,   e  scambiarlo   
apertamente in quello di dilettare,  o maravigliare,  o costringere a lodare  e   
applaudire  una  sola  e  sempre  scarsissima  classe  di persone,  cio quella   
degl'intendenti: il quale per verit  il fine  che  realmente  si  propone  la   
musica  tedesca,   inutile  a  tutti  fuori  che  agl'intendenti,   e  non  gi   
superficiali,  ma ben profondi.  Non fu cos  la  Musica  greca.  E  in  questo   
ravvicinamento della moderna musica al popolare,  ravvicinamento cos biasimato   
dagl'intenden                                                                     
ti,  e che sar forse cattivo per il  modo,  ma  in  quanto  ravvicinamento  al   
popolare  non solo buono,  ma necessario, e primo debito della moderna musica;   
in questo ravvicinamento,  dico,  vediamo quanto l'effetto della  musica  abbia   
guadagnato  e in estensione,  cio nella universalit,  e in vivezza,  cio nel   
maggior diletto, ed anche talor maggior commovimento degli animi.  [3227]Che se   
in niuna parte,  e meno in quest'ultima,  gli effetti della moderna musica sono   
per anche paragonabili a quelli che si leggono della greca,   da  considerarsi   
che l'uomo oggid  disposto in modo da non lasciarsi mai veementemente muovere   
a  nessuna parte;  che analogamente a questa generale disposizione,  neanche le   
melodie assolutamente popolari d'oggid,  son tali n di tal natura che possano   
facilmente  ricevere  dal  compositore una forma da produrre in veruno animo un   
pi che tanto effetto;  e che in ultimo i compositori non iscelgono  n  quelle   
melodie  popolari  o  parti  di  esse  che meglio si adatterebbero alla forza e   
profondit dell'effetto, n in quelle che scelgono,  ci adoprano quei mezzi che   
si  richieggono a produrre un effetto simile,  n cos le lavorano e dispongono   
come converrebbe per tal uopo: e ci non fanno perch nol vogliono e perch nol   
sanno.  Nol sanno perch privi essi medesimi d'ispirazione veramente sublime  e   
divina,  e di sentimenti forti e profondi nel comporre in qualsiasi genere, non   
possono n scegliere n usar lo scelto in m                                       
odo da [3228]produr negli uditori queste siffatte sensazioni  ch'essi  mai  non   
provarono  n  proveranno.  Nol  vogliono,  perch  appunto non conoscendo tali   
sensazioni,  nulla o ben poco le stimano,  n altro fine si propongono  che  il   
diletto superficiale e il grattar gli orecchi,  al che di gran lunga pospongono   
le grandi e nobili e forti emozioni, di cui mai non fecero esperimento.  Ma che   
maraviglia?  quando gli antichi musici erano i poeti,  quegli stessi che per la   
sublimit de' concetti,  per la eleganza e  grandezza  dello  spirito  brillano   
nelle  carte  che  di  loro  ci  rimangono,  o perdute queste coi ritmi da loro   
inventati e applicativi,  vivono immortali i  loro  nomi  nella  memoria  degli   
uomini,  e  ci  talora  eziandio  per  egregi  e  magnanimi  fatti?  E  quando   
all'incontro i moderni musici,  stante le circostanze della loro vita,  e delle   
moderne  costumanze  a  loro riguardo,  sono per corruzione,  per delizie,  per   
mollezza e bassezza d'animo il peggio del peggior secolo che  nelle  storie  si   
conti?  la feccia della feccia delle generazioni?  Da vita,  opinioni e costumi   
vili,  adulatorii,  dissipati,  [3229]effeminati,  infingardi,  come pu nascer   
concetto alto, nobile, generoso, profondo, virile, energico? Ma questo discorso   
porterebbe  troppo  innanzi,  e  condurrebbe necessariamente al parallelo della   
musica e de' musici colle altre arti e loro professori,  a quello della moderna   
musica coll'antica, e delle moderne usanze colle antiche relative al p            
roposito;  e finalmente a trattare della funesta separazione della musica dalla   
poesia e della persona di musico da quello di poeta,  attributi anticamente,  e   
secondo la primitiva natura di tali arti,  indivise e indivisibili (v. il Viag.   
d'Anac. l. c. particolarmente l'ult. nota al c.27.).  Il qual discorso da molti   
 stato fatto, e qui non sarebbe che digressione. Per lo tralascio.Tornando al   
nostro  primo  proposito,  il  qual  fu di mostrare che l'armonia o convenienza   
scambievole de'  tuoni  nelle  loro  combinazioni  successive,    determinata,   
siccome  ogni  altra  convenienza,   dall'assuefazione;   si  vuol  notare  che   
quest'assuefazione        in        fatto        di        melodie        (come   
a-                                                                                
tto        sconvenienti,                                                          
incongrue,  dissonanti e discordevoli parecchie delle pi usitate  combinazioni   
successive  di  tuoni,  che  ora  mi  paiono armoniche,  e nell'udirle formo il   
giudizio e percepisco il sentimento della melodia.N pi n meno  accade  nella   
pittura,  scultura, architettura. Senz'alcuna cognizione della teoria, n della   
pratica immediata  dell'arte,  a  forza  di  veder  dipinti,  statue,  edifizi,   
moltissimi si formano un giudizio, e una facolt di gustare e di provar piacere   
in  tal  vista,  e  nella  considerazione di tali oggetti,  la qual facolt non   
aveano per l'innanzi,  e si acquista appoco appoco per mezzo dell'assuefazione,   
la quale determina in questi tali (e sono i pi che par                           
lino  di  belle arti) l'idea delle convenienze pittoriche ec.  del bello ec.  e   
quindi anche del brutto ec.,  col divario  che  il  soggetto  della  pittura  e   
scultura  si   l'imitazione degli oggetti visibili,  della quale ognun vede la   
verit o la falsit, onde le idee del bello e del brutto pittorico e scultorio,   
in quanto queste arti sono imitative,   gi determinata in  ciascheduno  prima   
dell'assuefazione Non cos nell'architettura e nella musica,  meno imitative, e   
questa imitativa di cose non  visibili  ec.  Cos  discorrasi  in  ordine  alla   
poesia,  ed  al  gusto  e giudizio che l'uomo se ne forma e n'acquista,  ec.Nel   
detto modo si formano i mezzi-intendenti,  pi o meno  capaci  di  giudicare  e   
quindi di provar diletto nelle composizioni musicali, cio che pi o meno hanno   
udito   e   riflettuto   in  questo  genere  e  postovi  attenzione.   I  quali   
mezzi-intendenti costituiscono la massima parte di quelli che parlano di musica   
e di quel pubblico che d espressamente  il  suo  voto  circa  le  composizioni   
musicali  che  compariscono,  giacch i periti veramente della scienza musica e   
conoscitori di  essa  per  elementi  e  regole,  sono  ben  pochi  rispetto  al   
pubblico.Or  dunque  molte  che  si  chiamano  melodie popolari,  hanno il loro   
fondamento nell'assuefazione de'  mezzi-intendenti,  o  del  popolo  in  quanto   
[3232]assuefatto a udir musiche. E delle composizioni successive di note, altre   
riescono melodie a tutti gli orecchi, altre a quelli di chiunque  pure un poco   
intendente (cio assuefatto),  altre ai mezzi-intendenti pi avanzati, altre ai   
soli veri e perfetti intendenti,  ed altre  a  questi  pi  a  quelli  meno,  o   
viceversa, eccetera. E cos il giudizio e il senso della melodia sempre nasce e   
dipende ed  determinato dall'assuefazione, o dalla cognizione di leggi che non   
hanno   la  loro  ragione  nella  natura  universale,   ma  nell'accidentale  e   
particolare uso presente o passato,  e in altre tali cose,  le quali  leggi  ho   
chiamato  di  sopra  arbitrarie.E  tutto  ci  sia  aggiunto  per  ispiegare  e   
distinguere e quasi  classificare  quello  ch'io  intenda  per  popolare  nella   
musica,  per melodia popolare, e per assuefazione degli orecchi determinante la   
scambievole  convenienza  delle  note  nella  loro  scambievole  successione  e   
collegamento.Del   resto   poi   le  assuefazioni  che  di  sopra  ho  chiamato   
l'uomo che indipendentemente dalla convenienza,  ama in                           
quel tal caso quel tuono e quel passaggio) fu l'origine delle melodie, le quali   
furono  da  principio,  siccome  sempre  avrebbero  dovuto e dovrebbero essere,   
imitative; bens tali che abbellivano ed ornavano e variavano la natura,  colla   
scelta,  colla  disposizione,  coll'atta mescolanza e congiungimento,  e di pi   
colla delicatezza, grazia,  mobilit ec.  degli organi o naturali (coltivati ed   
esercitati),  o artifiziali inventati e perfezionati. N pi n manco di quello   
che le poesie debbano,  imitandola ornare,  abbellire,  variare e mostrar sotto   
nuovo abito la natura. Veggasi a questo proposito la citata nota ultima al Capo   
[3234]27.  del  Viag.  d'Anac.  e quello che altrove ho detto sopra l'imitativo   
della musica,  e sopra quella convenienza musicale che ha nella imitazione sola   
la  sua  ragione  ed  origine.E  notisi  che  se  nulla v'ha nella musica,  sia   
nell'armonia sia nella melodia,  che universalmente da tutti i popoli civili  e   
barbari sia riconosciuto e praticato, o che in tutti faccia effetto; ci si dee   
riferire all                                                                      
a  natura operante nel modo detto di sopra,  o in altri che si potrebbero dire,   
operante   prima   dell'assuefazione   e   indipendentemente   da    lei,    ma   
indipendentemente   altres   dalla   convenienza   e   senz'alcuna   relazione   
all'armonia.  Oltre all'altre  cagioni  di  universale  effetto  nella  musica,   
indipendenti  pure dalla convenienza,  parte delle quali ho annoverate di sopra   
p.3211. sg., parte altrove, parte potrei annoverare. (20-21.  Agos.  1823.)Alla   
p.2998.  ult.  linea.  Crepo is ui itum sarebbe come strepo is ui itum,  da cui   
strepitare, come appunto da crepo as o is,  crepitare.  E crepo as riterrebbe o   
torrebbe  in prestito il perfetto e il supino di crepo is,  cio crepui,  itum,   
come appunto accubo ec.  quelli di accumbo  ec.  cio  accubui  itum.  Profligo   
[3235]as    da  fligo  is,  onde  affligo  is,  confligo  is  ec.  che hanno i   
continuativi afflicto,  conflicto ec.  fatti regolarmente  da'  participii.  V.   
Forc.  in  Profligo  e  proflictus.  (22.  Agos.  1823.).  V.  p.3246.  e 3341.   
3987.Saluto as si deriva da salus. Ma io l'ho in forte sospetto di continuativo   
fatto da salveo-salvitus (antico), mutato in salutus,  ovvero da salvo,  mutato   
il part.  salvatus parimente in salutus. (V. Forc. in saluto, fin. e in Salvo).   
Giacch spessissimo la lingua latina, massime antica,  scambiava tra loro l'u e   
il  v,  mutando  questo in quello,  o per lo contrario.  Cos lavo ne' composti   
diviene luo: ed ablutus si dice in luogo di ablavatus. Cos lautus per lavatus,   
fauta                                                                             
m per favitum.  A questo proposito  noter  il  continuativo  lavito.  Forcell.   
Cerebrum  in  fine.  E  commentor  e  commento,  a  particip.  commentus  verbi   
comminiscor  (forse   anche   comminisco),   dice   il   Forcell.;   e   notate   
che-                                                                              
ut videtur, et inconsideratam superiores habeba                                   
nt  offensionem  atque  fastidium,  ita  ut ne conaretur quidem ullus dividere;   
quocirca etiam nomina non satis nobis possunt in promptu esse? Astius. Vuol dir   
Platone e si lagna,  che gli antichi greci (e cos  tutti  gli  antichi  d'ogni   
nazione)  ebbero  poche  idee elementari,  onde la loro lingua (e cos tutte le   
lingue fino a una perfetta maturit e  coltura,  e  fino  che  la  nazione  non   
filosofa)  mancava  di termini esatti,  e sufficienti ai bisogni del dialettico   
massimamente e del metafisico.  Ond' che Platone il  quale  volle  sottilmente   
filosofare,  ed esercitare l'esatto raziocinio,  e considerare profondamente la   
natura delle cose,  fu arditissimo nel formare de' termini di questa fatta,  ed   
abbonda  sommamente  di  voci  nuove  e  sue  proprie,  esatte e logiche ovvero   
ontologiche, che da niuno altro si trovano adoperate,  o che da' suoi  scritti   
furono   tolte.   E  notisi  che  Platone  faceva  questa  lagnanza  della  sua   
[3237]lingua, la pi ricca,  la pi feconda,  la pi facile a produrre,  la pi   
libera,  la pi avvezza e meno intollerante di novit,  ed oltre a questo,  nel   
pi florido,  perfetto ed aureo secolo d'essa lingua,  e quasi ancora  nel  pi   
libero  e  creatore.  Nondimeno  a  Platone parve scarsa a' bisogni dell'esatto   
filosofare la stessa lingua greca nel suo miglior tempo,  e  trattando  materie   
sottili egli ebbe bisogno di parere ardito agli stessi greci in quel secolo,  e   
di fare scusa e addur la ragione del suo coniar nuove voci. N certo si d         
ir che Platone le coniasse o per trascuratezza e poco amore  della  purit  ed   
eleganza della lingua,  di ch'egli  fra gli Attici il precipuo modello, n per   
ignoranza d'essa lingua, e povert di voci derivante da questa ignoranza.  (22.   
Agos.   1823.)Chiunque  esamina  la  natura  delle  cose  colla  pura  ragione,   
senz'aiutarsi dell'immaginazione n del sentimento,  n dar loro  alcun  luogo,   
ch'  il  procedere  di  molti  tedeschi  nella  filosofia,  come  dire  nella   
metafisica e nella politica, potr ben quello che suona il vocabolo analizzare,   
[3238]cio risolvere e disfar la natura, ma e' non potr mai ricomporla, voglio   
dire e' non potr mai dalle sue osservazioni e dalla  sua  analisi  tirare  una   
grande e generale conseguenza, n stringere e condurre le dette osservazioni in   
un gran risultato;  e facendolo,  come non lasciano di farlo, s'inganneranno; e   
cos veramente loro interviene. Io voglio anche supporre ch'egli arrivino colla   
loro analisi fino a scomporre e risolvere la natura ne' suoi menomi  ed  ultimi   
elementi,  e ch'egli ottengano di conoscere ciascuna da se tutte le parti della   
natura.  Ma il tutto di essa,  il fine e il rapporto scambievole di esse  parti   
tra loro, e di ciascuna verso il tutto, lo scopo di questo tutto, e l'intenzion   
vera e profonda della natura,  quel ch'ella ha destinato,  la cagione (lasciamo   
ora star l'efficiente) la cagion finale del suo essere e del suo esser tale, il   
perch ella abbia cos disposto e cos                                            
formato le sue parti, nella cognizione delle quali cose dee consistere lo scopo   
del filosofo, e intorno alle quali si aggirano insomma tutte le verit generali   
veramente grandi e importanti, queste cose,  dico,   impossibile il ritrovarle   
[3239]e  l'intenderle  a  chiunque  colla  sola  ragione analizza ed esamina la   
natura.  La natura cos analizzata non differisce punto da un corpo morto.  Ora   
supponghiamo  che  noi fossimo animali di specie diversa dalla nostra,  anzi di   
natura diversa dalla general natura degli animali che conosciamo,  e  nondimeno   
fossimo,  siccome siamo, dotati d'intendimento. Se non avendo noi mai veduto n   
uomo alcuno n animale di  quelli  che  realmente  esistono,  e  niuna  notizia   
avendone,  ci fosse portato innanzi un corpo umano morto,  e notomizzandolo noi   
giungessimo a conoscerne a una a una tutte le pi menome parti,  e chimicamente   
decomponendolo,  arrivassimo a scoprirne ciascuno ultimo elemento; perci forse   
potremmo noi conoscere, intendere, ritrovare,  concepire qual fosse il destino,   
l'azione  le funzioni le virt le forze ec.,  di ciascheduna parte d'esso corpo   
rispetto a se stesse,  all'altre parti ed al tutto,  quale lo scopo e l'oggetto   
di  quella  disposizione e di quel tal ordine che in esse patti scorgeremmo,  e   
osserveremmo pure co' propri occhi, e colle proprie mani tratteremmo; quali gli   
effetti particolari e l'effetto generale e complessivo di esso  ordine,  e  del   
tutto di esso corpo; quale il fine di                                             
questo  tutto;  quale insomma e che cosa la vita dell'uomo;  anzi se quel corpo   
fosse mai e dovesse esser vissuto; [3240]anzi pure, se dalla nostra stessa vita   
non l'arguissimo, o se alcuno potesse intendere senza vivere,  concepiremmo noi   
e  ritrarremmo  in  alcun modo dalla piena e perfetta e analitica ed elementare   
cognizione di quel corpo morto,  l'idea della vita?  o vogliamo solamente  dire   
l'idea  di  quel  corpo vivo?  e intenderemmo noi quale e che cosa fosse l'uomo   
vivente,  e il suo modo di vivere esteriore o interiore?  Io  credo  che  tutti   
sieno  per  rispondere  che  niuna  di queste cose intenderemmo;  che volendole   
congetturare, andremmo le mille miglia lontani dal vero, o sarebbe a scommetter   
millioni contro uno che di nulla mai, neanche facendo un milione di congetture,   
ci apporremmo;  finalmente ch'egli sarebbe cosa probabilissima,  ch'esaminato e   
conosciuto  quel corpo morto,  in questa conoscenza ci fermassimo,  e neppur ci   
venisse in sospetto ch'ei fosse mai stato altro,  n fosse mai stato  destinato   
ad  esser altro che quel che noi lo vedremmo,  e tale qual noi lo vedremmo,  n   
della sua passata vita n dell'uom vivo,  ci sorgerebbe in capo la  pi  menoma   
conghiettura.[3241]Applicando  questa  similitudine  al  mio proposito dico che   
scoprire ed intendere qual sia la natura viva, quale il modo,  quali le cagioni   
e  gli effetti,  quali gli andamenti e i processi,  quale il fine o i fini,  le   
intenzioni, i destini della vita della natura                                     
o delle cose,  quale la vera destinazione del loro  essere,  quale  insomma  lo   
spirito della natura, colla semplice conoscenza, per dir cos, del suo corpo, e   
coll'analisi esatta,  minuziosa, materiale delle sue parti anche morali, non si   
pu, dico, con questi soli mezzi, scoprire n intendere, n felicemente o anche   
pur probabilmente congetturare. Si pu con certezza affermare che la natura,  e   
vogliamo dire l'universit delle cose,   composta, conformata e ordinata ad un   
effetto poetico,  o vogliamo dire disposta e destinatamente ordinata a produrre   
un  effetto  poetico  generale;  ed altri ancora particolari;  relativamente al   
tutto,  o a questa o quella parte.  Nulla di poetico si scorge nelle sue parti,   
separandole  l'una  dall'altra,  ed  esaminandole a una a una col semplice lume   
della ragione esatta e geometrica: nulla di poetico ne' suoi mezzi,  nelle  sue   
forze  e  molle  interiori  o  esteriori,  ne'  suoi  processi  in  questo modo   
disgregati e considerati: nulla nella natura decomposta  e  risoluta,  e  quasi   
fredda,  morta,  esangue,  immobile, giacente, per cos dire, sotto il coltello   
anatomico,  o introdotta nel fornello chimico di un [3242]metafisico  che  niun   
altro mezzo, niun altro istrumento, niun'altra forza o agente impiega nelle sue   
speculazioni,  ne'  suoi esami e indagini,  nelle sue operazioni e,  come dire,   
esperimenti,  se non la pura e fredda ragione.  Nulla di  poetico  poterono  n   
potranno mai scoprire la pura e semplice ragione e                                
la  matematica.  Perocch  tutto  ci  ch'  poetico  si sente piuttosto che si   
conosca e s'intenda,  o vogliamo anzi dire,  sentendolo si conosce e s'intende,   
n altrimenti pu esser conosciuto, scoperto ed inteso, che col sentirlo. Ma la   
pura   ragione   e   la   matematica   non   hanno   sensorio  alcuno.   Spetta   
all'immaginazione e  alla  sensibilit  lo  scoprire  e  l'intendere  tutte  le   
sopraddette  cose;  ed  elle il possono,  perocch noi ne' quali risiedono esse   
facolt, siamo pur parte di questa natura e di questa universit ch'esaminiamo;   
e queste facolt nostre sono esse  sole  in  armonia  col  poetico  ch'  nella   
natura;  la  ragione  non  lo  ;  onde  quelle sono molte pi atte e potenti a   
indovinar la natura che non  la ragione  a  scoprirla.  E  siccome  alla  sola   
immaginazione  ed  al  cuore  spetta  il  sentire  e  quindi conoscere ci ch'   
poetico,  per ad essi soli  possibile ed appartiene l'entrare e il  penetrare   
addentro  ne'  grandi  misteri  della  vita,  dei destini,  delle intenzioni s   
generali,  s anche particolari,  della [3243]natura.  Essi solo  possono  meno   
imperfettamente contemplare, conoscere, abbracciare, comprendere il tutto della   
natura,  il suo modo di essere di operare,  di vivere, i suoi generali e grandi   
effetti, i suoi fini. Essi pronunziando o congetturando sopra queste cose, sono   
meno soggetti ad errare,  e  soli  capaci  di  apporsi  talora  al  vero  o  di   
accostarsegli.  Essi soli sono atti a concepire,  creare, formare, perfezionare   
un sistema fil                                                                    
osofico, metafisico, politico che abbia il meno possibile di falso,  o,  se non   
altro,  il  pi  possibile  di simile al vero,  e il meno possibile di assurdo,   
d'improbabile,  di stravagante.  Per essi gli uomini convengono tra loro  nelle   
materie speculative e in molti punti astratti, assai pi che per la ragione, al   
contrario di quel che parrebbe dover succedere;  perocch egli  certissimo che   
gli  uomini  discorrendo  o  conghietturando  per  via  di  semplice   ragione,   
discordano per lo pi tra loro infinitamente, s'allontanano le mille miglia gli   
uni dagli altri,  e pigliano e seguono tutt'altri sentieri; laddove discorrendo   
per  via  di  sentimento  e  d'immaginazione,   gli  uomini,   le  diversissime   
[3244]classi  di  essi,  le nazioni,  i secoli,  bene spesso,  e costantemente,   
convengono del tutto fra loro,  come si pu vedere in  moltissime  proposizioni   
(sistemi) ed anche pre supposizioni, dall'immaginativa e dal cuore o trovate o   
formate,  e  da  essi soli derivate e autorizzate,  e in essi soli fondate,  le   
quali furono sempre e sono tuttavia ammesse e tenute da tutte o da quasi  tutte   
le  nazioni  in  tutti  i  tempi,  e dall'universale degli uomini avute,  anche   
oggid,  per verit indubitabili,  e da' sapienti,  quando non altro,  per  pi   
verisimili  e  pi  universalmente  accettabili  che alcun'altra sul rispettivo   
proposito.  Il che  forse  di  niuna  ipotesi  (generale  o  particolare,  cio   
costituente sistema, o no ec.) dettata dalla pura ragione e dal puro razio        
cinio,   si  vedr  essere  intervenuto  n  intervenire.  Finalmente  la  sola   
immaginazione ed il cuore,  e le passioni stesse;  o la ragione non  altrimenti   
che colla loro efficace intervenzione,  hanno scoperto e insegnato e confermato   
le pi grandi,  pi  generali,  pi  sublimi,  profonde,  fondamentali,  e  pi   
importanti verit filosofiche che si posseggano,  e rivelato [3245]o dichiarato   
i pi grandi, alti, intimi misteri che si conoscano, della natura e delle cose,   
come  altrove  ho  diffusamente  esposto.  (22.  Agos.  1823.)In  conferma  del   
sopraddetto si osservi che i pi profondi filosofi, i pi penetranti indagatori   
del vero, e quelli di pi vasto colpo d'occhio, furono espressamente notabili e   
singolari  anche  per la facolt dell'immaginazione e del cuore,  si distinsero   
per una vena e per un genio decisamente  poetico,  ne  diedero  ancora  insigni   
prove  o  cogli  scritti  o  colle  azioni o coi patimenti della vita che dalla   
immaginazione e dalla sensibilit derivano,  o con tutte queste  cose  insieme.   
Fra gli antichi Platone,  il pi profondo,  pi vasto,  pi sublime filosofo di   
tutti essi antichi che ard concepire un sistema il  quale  abbracciasse  tutta   
l'esistenza,  e rendesse ragione di tutta la natura, fu nel suo stile nelle sue   
invenzioni ec.  cos poeta come tutti sanno.  V.  il Fabric.  in Platone.  Fra'   
moderni  Cartesio,  Pascal,  quasi pazzo per la forza della fantasia sulla fine   
della sua vita; Rousseau, Mad. di Stal ec. (23. Agosto, udi                      
ta   la    morte    del    Papa    Pio    VII.    che    fu    a'    20.    di   
quest-                                                                            
ado  si  scambiano queste lettere ne' participii (fixus - fictus etc.),  o       
una diversa inflessione d'inviso is medesimo, e pi regolare? Del resto, se non   
convivo is,  certo il suo semplice vivo is,  ha forse il regolare  continuativo   
victo as, e senza dubbio il frequentativo vict                                    
ito. Vedi poi il Glossario, se ha nulla in proposito per le suddette cose. (23.   
Agos.  1823.).  V. p.3289.[3247] cosa nota che le favelle degli uomini variano   
secondo i climi.  Cosa osservata  dev'essere  altres  che  le  differenze  de'   
caratteri  delle  favelle  corrispondono  alle  differenze  de' caratteri delle   
pronunzie ossia del suono di ciascuna favella  generalmente  considerato:  onde   
una  lingua  di  suono aspro ha un carattere e un genio austero,  una lingua di   
suono dolce ha un carattere e un genio molle  e  delicato;  una  lingua  ancora   
rozza  ha  e  pronunzia ed andamento rozzo,  e civilizzandosi,  raddolcendosi e   
ripulendosi il carattere della lingua e della dicitura, raffinandosi, divenendo   
regolare, e perfezionandosi essa lingua, se ne dirozza e raddolcisce e mitigasi   
e si ammollisce eziandio la generale pronunzia ed il suono. Dev'esser parimente   
osservato,  che siccome il carattere della lingua al carattere della pronunzia,   
cos i caratteri delle pronunzie corrispondono alle nature dei climi,  e quindi   
alle qualit fisiche degli uomini che vivono in essi climi,  e alle lor qualit   
morali  che  dalle  fisiche  procedono  e  lor  corrispondono.  Onde  ne' climi   
settentrionali,  dove gli uomini indurati dal freddo,  da' patimenti,  e  dalle   
fatiche  di  provvedere a' propri bisogni in terre [3248]naturalmente sterili e   
sotto un cielo iniquo, e fortificati ancora dalla fredda temperatura dell'aria,   
sono pi che altrove robusti di corpo, e coragg                                   
iosi d'animo,  e pronti di mano,  le pronunzie sono pi che  altrove  forti  ed   
energiche,  e  richiedono  un  grande  spirito,  siccome   quella della lingua   
tedesca piena d'aspirazioni, e che a pronunziarla par che richiegga tanto fiato   
quant'altri pu avere in petto,  onde a noi italiani,  udendola da'  nazionali,   
par ch'e' facciano grande fatica a parlarla, o gran forza di petto ci adoprino.   
Per  lo  contrario  accade nelle lingue de' climi meridionali,  dove gli uomini   
sono per natura molli e inchinati  alla  pigrizia  e  all'oziosit,  e  d'animo   
dolce,  e  vago  de'  piaceri,  e  di  corpo  men vigoroso che mobile e vivido.   
Ond'egli  proprio carattere della pronunzia non meno  che  della  lingua  p.e.   
tedesca,  la  forza,  e dell'italiana la dolcezza e delicatezza.  E poste nelle   
lingue queste propriet rispettive dell'una  lingua  all'altra,  ne  segue  che   
anche  assolutamente,  e considerando ciascuna lingua da se,  nella lingua p.e.   
italiana,  sia pregio la delicatezza e dolcezza,  [3249]onde lo scrittore o  il   
parlatore italiano appo cui la lingua (sia nello stile,  sia nella combinazione   
delle voci,  sia nella pronunzia)  pi delicata e pi dolce che appo gli altri   
italiani  (salvo  che queste qualit non passino i confini che in tutte le cose   
dividono il giusto dal troppo,  sia per rispetto alla stessa lingua in  genere,   
sia  in  ordine  alla  materia  trattata),  pi si loda che gli altri italiani,   
appunto perocch la lingua italiana nella dolcezza e delicatezza                  
avanza l'altre lingue.  Ma per lo contrario fra'  tedeschi  dovr  maggiormente   
lodarsi  lo  scrittore  o  il parlatore appo cui la lingua riesca pi forte che   
appo gli altri tedeschi, perocch la lingua tedesca supera l'altre nella forza,   
e suo carattere  la forza,  non la dolcezza: n la dolcezza  pregio  per  se,   
neppur  nella lingua italiana,  ma in essa,  considerandola rispetto alle altre   
lingue,  qualit non pregio,  e nello scrittore o parlatore italiano  pregio,   
non  in  quanto  dolcezza,  ma  in quanto propria e caratteristica della lingua   
italiana. Cos civilizzandosi le nazioni, e divenendo, rispetto alle primitive,   
delicate di corpo,  divenne altres  pregio  negl'individui  umani  la  maggior   
[3250]delicatezza delle forme, non perch la delicatezza sia pregio per se; che   
anzi la rispettiva delicatezza delle forme era certamente biasimo, e tenuto per   
difetto,  o per causa di minor pregio d'esse forme,  appo gli uomini primitivi;   
ma solo perch la delicatezza fisica oggid,  contro le leggi della  natura,  e   
contro  il  vero  ben  essere  e il destino dell'umana vita,   fatta propria e   
caratteristica delle nazioni e persone civili. Laonde ben  s'ingannarono  quei   
tedeschi  (ripresi da Mad.  di Stal nell'Alemagna) che cercarono di raddolcire   
la loro lingua,  credendo farsi tanto pi pregevoli degli altri tedeschi quanto   
pi  dolcemente  di  loro  la  parlassero  e  scrivessero,  e  che la dolcezza,   
proccurandola alla lingua tedesca, le avesse ad es                                
ser pregio, contro la natura, e contro il carattere della lingua, il quale  la   
forza, e tanta forza richiede nello scrittore e nel parlatore, quanta possa non   
varcare i confini prescritti dalla qualit d'essa lingua,  e  da  quella  delle   
particolari materie in essa trattate; ed esclude, colle medesime condizioni, la   
dolcezza, come vizio nella lingua tedesca e non pregio, perch opposta alla sua   
natura.[3251]Tornando al proposito debbono esser, come ho detto, cose osservate   
queste  proporzioni  che  passano  tra  le diverse nature dei climi e i diversi   
caratteri delle rispettive pronunzie e geni delle rispettive lingue, ed altres   
il modo di queste proporzioni,  cio il  modo  in  che  il  clima  opera  sulle   
favelle, e da quali propriet del clima quali propriet derivino alle pronunzie   
e  alle lingue.  Ma forse non sar stato egualmente notato che trovandosi in un   
medesimo clima e paese essere stati  in  diversi  tempi  diversi  caratteri  di   
pronunzia  e  di lingua,  queste diversit corrispondettero sempre alle qualit   
fisiche degli uomini che ciascuna d'esse pronunzie e lingue, l'una dopo l'altra   
usarono,  le quali fisiche qualit variarono  secondo  le  diverse  circostanze   
morali,  politiche,  religiose, intellettuali ec. che in diverse generazioni in   
quel medesimo clima e paese ebber luogo. Ond' che sebbene il clima meridionale   
naturalmente ispira  dolcezza  ne'  caratteri  delle  pronunzie  e  de'  suoni,   
tuttavia suono della lingua greca, e quell                                        
o della lingua romana,  certo pi molle che non era a quel tempo,  e che adesso   
non , il suono delle [3252]lingue settentrionali,  pur fu molto men delicato e   
pi  forte  di quello che oggi si sente nella nuova lingua dello stesso Lazio e   
di Roma e d'Italia.  E ci non per  altra  cagione  fisica  immediata,  se  non   
perch, stante le loro circostanze morali e politiche e il lor genere di vita e   
di  costumi,  gli  antichi Greci e Romani (il che anche per mille altri segni e   
notizie si prova) furono di corpo molto pi forti che i  moderni  italiani  non   
sono. La stessa pronunzia della moderna lingua francese (e cos delle altre) si   
 addolcita coi costumi della nazione,  come dice Voltaire ec. giacch un d si   
pronunziava come oggi si scrive ec. Ond' che siccome la pronunzia francese per   
la geografica posizione e  natural  qualit  del  suo  clima,  ch'  mezzo  tra   
meridionale e settentrionale,  tiene quasi tanto delle pronunzie del sud quanto   
di quelle del nord, ed  un temperamento dell'une e dell'altre e un anello che   
queste a quelle congiunge, cos il carattere delle pronunzie greca  e  latina,   
tiene, non dir gi il proprio mezzo tra il settentrionale e il meridionale, ma   
tra  il  carattere  dell'italiana,  ch'  l'uno estremo delle moderne pronunzie   
meridionali,  e l'estremo assoluto della dolcezza;  e  quello  della  pronunzia   
settentrionale  meno  aspra  e  che  pi [3253]s'accosti a dolcezza,  e sia per   
questa parte l'estremo delle pronunzie settent                                    
rionali,  alle meridionali pi  vicino.  O  volessimo  piuttosto  dire  che  le   
pronunzie greca e latina sieno medie tra l'italiana ch' la pi meridionale,  e   
la francese, che non  n ben meridionale n per anco settentrionale. Le lingue   
orientali, la greca moderna, la turca, quelle de' selvaggi e indigeni d'America   
sotto la zona,  parlate e scritte in  climi  assai  pi  meridionali  che  quel   
d'Italia  o  di  Spagna,  sono  tuttavia  molto men dolci dell'italiana e della   
spagnuola,  e taluna anche delle settentrionali europee.  Ci per la rozzezza o   
per  la  acquisita  barbarie  de'  popoli  che l'usano o che l'usarono,  per li   
costumi aspri e crudeli ec.  antiche o moderne ch'esse lingue  si  considerino.   
(23.  Agos.  1823.)Una  lingua  strettamente universale,  qualunque ella mai si   
fosse,  dovrebbe certamente essere di  necessit  e  per  sua  natura,  la  pi   
schiava,  povera,  timida,  monotona,  uniforme,  arida e brutta lingua, la pi   
incapace   di   qualsivoglia   genere   di   bellezza,    la   pi    impropria   
all'immaginazione,  e  la  meno da lei dipendente,  anzi la pi da lei per ogni   
verso disgiunta,  la pi esangue  ed  inanimata  e  morta,  che  mai  si  possa   
concepire; uno scheletro un'ombra di lingua piuttosto che lingua veramente; una   
lingua  non  viva,  quando  pur fosse da tutti scritta e universalmente intesa,   
anzi pi morta assai di qualsivoglia lingua che pi non si parli n scriva.  Ma   
si  pu pure sperare che perch gli uomini sieno gi fatti generalmente sudditi   
inferm                                                                            
i, impotenti, inerti, avviliti, scoraggiati, languidi,  e miseri della ragione,   
ei   non  diverranno  per  mai  schiavi  moribondi  e  incatenati  [3254]della   
geometria.  E quanto a  questa  parte  di  una  qualunque  lingua  strettamente   
universale,  si pu non tanto sperare,  ma fermamente e sicuramente predire che   
il mondo non sar mai geometrizzato, non meno di quel che si possa con certezza   
affermare ch'ei non ebbe una tal favella mai,  se non forse quando  gli  uomini   
erano  cos  pochi,  e  di  paese  cos  ristretti,  e niente vari di opinioni,   
costumi, usi,  riti,  governo e vita,  che la lingua era universale solo perci   
che pi d'una nazione d'uomini,  almeno parlanti,  non v'aveva, onde universale   
era la lingua perch'era una al mondo,  n altra lingua mai s'era udita,  ed una   
era e sempre era stata la lingua, perch una sempre la nazione infino allora, o   
una,  se non altro, la nazione che di lingua avesse uso e notizia. (23. Agosto.   
1823.)Quello poi che ho detto che una lingua strettamente universale,  dovrebbe   
di sua natura essere anzi un'ombra di lingua,  che lingua propria, maggiormente   
anzi esattamente conviene a quella lingua caratteristica proposta fra gli altri   
dal nostro Soave (nelle Riflessioni intorno [3255]all'istituzione d'una  lingua   
universale,  opuscolo  stampato  in  Roma,  e  poi  dal  medesimo autore rifuso   
nell'Appendice 2.a al capo II del Libro 3 del Saggio filosofico di Gio.  Locke   
su l'umano intelletto compendiato dal D. Winne, t                                 
radotto e commentato da Francesco Soave C.  R.  S.  tomo 2do, intitolato Saggio   
sulla formazione di una Lingua Universale),  la qual lingua o maniera di  segni   
non  avrebbe  a  rappresentar  le  parole,  ma  le  idee,  bens  alcune  delle   
inflessioni  d'esse  parole  (come  quelle  de'  verbi),   ma  piuttosto   come   
inflessioni  o  modificazioni  delle idee che delle parole,  e senza rapporto a   
niun suono pronunziato, n significazione e dinotazione alcuna di esso.  Questa   
non  sarebbe  lingua  perch  la  lingua non  che la significazione delle idee   
fatta per mezzo delle parole. Ella sarebbe una scrittura,  anzi nemmeno questo,   
perch  la scrittura rappresenta le parole e la lingua,  e dove non  lingua n   
parole quivi non pu essere scrittura. Ella sarebbe un terzo genere,  siccome i   
gesti  non  sono  n lingua n scrittura ma cosa diversa dall'una e dall'altra.   
Quest'algebra di linguaggio (cos nominiamola) [3256]la quale giustamente si     
riconosciuta  per  quella  maniera di segni ch' meno dell'altre impossibile ad   
essere strettamente universale, si pu pur confidentemente e certamente credere   
che non sia per essere n formata ed istituita,  n divulgata ed usata giammai.   
Dir  poi  ancora,  ch'ella  in  verit  non  sarebbe  strettamente universale,   
perch'ella lascerebbe a tutte  le  nazioni  le  loro  lingue,  siccome  ora  la   
francese.  Ella di pi non sarebbe propria che dei dotti o colti. Ma di tutti i   
dotti e colti lo  pure oggid la francese. Quale utilit dunque d                
i quella lingua?  la quale non  sarebbe  forse  niente  pi  facile  ad  essere   
generalmente  nella fanciullezza imparata,  di quello che sia la francese,  che   
benissimo e comunissimamente nella fanciullezza s'impara.  E tutti  i  vantaggi   
che si ricaverebbero da quella chimerica lingua, tutti, e molto pi e maggiori,   
e  forse con pi facilit si caverebbero dalla lingua francese,  divenendo,  se   
pur bisogna,  pi comune e  pi  studiata  e  coltivata  di  quel  ch'ella  gi   
sia.Quanto  poi  ad  una  lingua  veramente [3257]universale,  cio da tutte le   
nazioni senza studio e fin dalla prima infanzia intesa e parlata come  propria,   
lasciando  tutte le impossibilit accidentali ed estrinseche,  ma assolutamente   
insormontabili, che ognun conosce e confessa;  dico ch'ella  anche impossibile   
per  sua  propria  ed assoluta natura,  quando pur gli uomini che l'avrebbero a   
usare,  non fossero,  come sono,  diversissimamente  conformati  rispetto  agli   
organi  ec.  della  favella ed alle altre naturali cagioni che diversificano le   
lingue; di modo che, quando anche superato ogni ostacolo, una qualunque lingua,   
per impossibile ipotesi,  fosse divenuta universale  nella  maniera  qui  sopra   
espressa,  la sua universalit non potrebbe a patto alcuno durare, e gli uomini   
tornerebbero ben tosto a variar di lingua,  per la stessa natura di quella  tal   
favella  universale,  in  cui  le  condizioni medesime che la farebbero atta ad   
esser tale, sarebbero in espressa contraddizione colla durevo                     
lezza della sua universalit,  e formalmente la  escluderebbono.  Perocch  una   
lingua appropriata ad essere strettamente universale, deve, come [3258]in altri   
luoghi ho largamente esposto,  essere di natura sua, servilissima, poverissima,   
senza ardire alcuno,  senza variet,  schiava  di  pochissime,  esattissime,  e   
stringentissime regole, oltra o fuor delle quali trapassando, non si potesse in   
alcun  modo  serbare  n il carattere n la forma d'essa lingua,  ma in diversa   
lingua assolutamente si parlasse.  N senza  una  buona  parte  o  similitudine   
almeno  di  queste  qualit  e di ciascuna di esse,  la lingua francese sarebbe   
potuta giungere a quel grado di universalit largamente considerata,  in cui la   
veggiamo;  n certo mantenervisi,  seppur momentaneamente vi fosse giunta, come   
vi  giunse  un  d  la  greca.   Perocch  queste  qualit   indispensabilmente   
richieggonsi ad una,  ancorch non assoluta o stretta, universalit durevole di   
una lingua.  Ora una lingua cos formata e costituita,  e di  tali  qualit  in   
sommo  grado  (come  a  una  lingua  strettamente  universale si ricercherebbe)   
fornita,  a pochissimo andare,  per cagione  di  queste  medesime  qualit,  si   
corromperebbe  e  traviserebbe  [3259]in modo che pi non sarebbe quella;  come   
altrove ho dimostrato di tali lingue  non  libere,  coll'esempio  (fra  l'altre   
cose) della latina,  la quale, siccome ogni altra, quantunque servilissima, che   
si conosca, fu ed  ben lontana dall'aver queste qualit in sommo grad            
o,  come si richiederebbe di necessit ad  una  lingua  che  avesse  ad  essere   
strettamente e durabilmente universale.  Cos quelle medesime condizioni che da   
una parte cagionerebbono,  e in modo che senza  esse  non  potrebbe  stare,  la   
propria,  o vogliam dire esatta, e durevole universalit di una lingua; d'altra   
parte e nel tempo  stesso,  per  propria  natura  loro,  rendono  assolutamente   
inevitabile  e  inevitabilmente  prontissima  una totale corruzione e mutazione   
della lingua medesima. Onde n senza esse la stretta universalit di una lingua   
pu stare,  n qualsivoglia universalit durare,  come si  altrove provato;  e   
parimente  con  esse  non  pu  durare n la stretta universalit n il proprio   
stato di una lingua.  Perocch,  quanto al proprio stato,   evidente  che  una   
lingua  di necessit corrompendosi e cangiandosi [3260]del tutto,  di necessit   
lo perde, cio perde la sua forma, propriet, carattere e natura. E quanto alla   
stretta universalit,  dato ancora che una lingua corrompendosi appo  una  sola   
nazione, si corrompesse ugualmente, di modo ch'ella quantunque mutata da quella   
prima,  fosse  pur  sempre una sola in essa nazione,  e a tutta comune;  egli    
fisicamente impossibile a seguire, e assurdo a supporre che una medesima lingua   
corrompendosi appo molte e diversissime nazioni e cambiandosi affatto da quella   
di prima, pur corrompendosi da per tutto ugualmente,  e facendo da per tutto in   
un medesimo tempo gli stessi passi, si mantenesse                                 
sempre  una  sola  appo  tutte  le dette nazioni insieme.  La corruzione non ha   
legge, e quella che nasce dalla troppa schiavit e circoscrizione d'una lingua,   
n'ha meno che mai,  ed  pi cieca che ogni altra;  n  dove  non  v'ha  regola   
alcuna,  n  scambievole  convenzione e consenso (il che sarebbe contrario alla   
natura della corruzione di una lingua), n conformit di circostanze, quivi pu   
essere uniformit.  La quale se  quasi impossibile in una  sola  nazione,  dal   
continuo commercio e da [3261]tante altre circostanze congiunta insieme e fatta   
una,  quanto pi tra molte nazioni,  sempre, per quanto commercio possano avere   
insieme, disgiunte e fra se diverse! E si  infatti veduto quanto diversa fosse   
la corruzione della lingua latina nelle diverse nazioni in ch'ella si  propag,   
fino  a  produrre  varie affatto distinte e separate e separatamente regolate e   
costituite favelle, che tuttavia si parlano.  E ci quantunque la lingua latina   
non  fosse  d'assai  cos  servile  ec.  come   necessario supporre una lingua   
strettamente universale.  Resta dunque  provato  che  una  lingua  strettamente   
universale, per cagione di quelle stesse condizioni ond'ella sarebbe divenuta e   
con cui sole sarebbe potuta divenire universale, e senza cui l'universalit sua   
non potrebbe durare se non momentaneamente, per causa, dico, di queste medesime   
condizioni,  subitamente corrompendosi,  dividerebbesi ben tosto,  per causa di   
tal corruzione, e quindi per causa di quel                                        
le medesime condizioni,  che naturalmente e necessariamente l'occasionerebbero,   
in diverse lingue,  e perderebbe conseguentemente la sua [3262]universalit, la   
durata della quale sarebbe fatta impossibile da quelle medesime condizioni  che   
a  tal durata indispensabilmente richieggonsi.Questo che ho detto di una lingua   
universalmente parlata come propria,  devesi pur dire di una sognata lingua che   
in  tutte  le  nazioni  civili  i  dotti e gl'indotti scrivessero come propria,   
rimanendo le varie lingue nazionali pel solo uso di favellare,  a un di  presso   
nel  modo  che  ai  bassi tempi le varie favelle o dialetti volgari,  scrivendo   
tutti, anche notai ec., ogni sorta di scritture in Latino,  corrotto e barbaro,   
e secondo i diversi luoghi diverso,  ma pur da per tutto Latino.E conchiudo che   
una lingua universalmente da tutte le nazioni,  anche sole civili,  o parlata o   
scritta,  o l'uno e l'altro,  ed intesa,  come propria  impossibile,  non solo   
estrinsecamente e per ragioni estrinseche,  ma per sua  propria  ed  intrinseca   
natura e qualit e propriet ed essenza,  non relativamente n accidentalmente,   
ma essenzialmente,  di  necessit,  ed  assolutamente.  (25.  Agos.  d  di  S.   
Bartolomeo.  1823.)Movere  neutro,  o in forma ellittica per movere se o movere   
castra, come tra noi muovere [3263]neutro o ellittico (e cos trarre),  del che   
mi  sembra avere altrove notato un esempio di Floro,  vedilo appo Svetonio,  in   
Divo Julio, Cap.61. .1. e quivi le note d                                        
egli eruditi. Vedi pure, se ti piace, a questo proposito il Poliziano Stanze I.   
22. dove troverai muovere neutro, senza l'accompagnamento del sesto caso,  come   
ancora in latino. (25. Agos. d di S. Bartolomeo. 1823.)Alla p.2889. Tumultuo e   
tumultuor da tumultus us.  Acuo da acus us,   della terza coniugazione per una   
che,  stante la moltitudine anzi la pluralit degli esempi dimostranti che tali   
verbi sono regolarmente della prima, possiamo chiamare anomalia. Cos statuo is   
da status us.  Arcuo as da arcus us. (26. Agos. 1823.)Grassor aris continuativo   
di gradior eris il cui participio in  us  oggi  irregolarmente    gressus,  in   
antico,  come  dimostra  il  detto  continuativo,  pi regolarmente fu grassus.   
Gressus bens ne' composti i quali, come molti altri,  mutano l'a di gradior in   
e;  ingredior,  aggredior  ec.  Cos  ascendo ec.  da scando,  e puoi vedere la   
pag.2843.  (26.  Agos.  1823.)[3264]Alla p.2864.  Castello,  chteau,  castillo   
tengono  fra noi il luogo del positivo castrum,  col quale anche in latino bene   
spesso indifferentemente si scambiava castellum,  o si  usava  equivalentemente   
ec. (26. Agos. 1823.)Francesismi familiarissimi, usitatissimi e volgarissimi in   
quella  nazione,  tant mieux,  tant pis,  frasi ellittiche o irregolari,  e che   
paiono veri idiotismi francesi,  non sono che latinismi,  anzi idiotismi,  cio   
volgarismi, latini. Vedi gli eruditi alla favola 5. lib.3. di Fedro, Aesopus et   
Petulans. V. anche il Forcellini                                                  
se  ha  nulla,  la  Crusca  ec.  Noi  pur diciamo volgarmente e scriviamo tanto   
meglio, tanto peggio, ma in senso meno ellittico, pi naturale e regolare, anzi   
per lo pi regolarissimo,  e  meno  sovente  assai  de'  francesi.  (26.  Agos.   
1823.)Alla  p.2996.  marg.  - vengono cred'io da medeor (medeo ancora si disse,   
poich medeor si trova pure passivo),  non da medicus.  Lo deduco  appunto  dal   
veder  medicor deponente come medeor,  (laddove medico corrisponder all'antico   
medeo), e dal vedere ancora che medicatus e medicatus sum suppliscono pel verbo   
medeor che manca del preterito e del participio in  us.  V.  Forc.  in  Medeor.   
fine. Veggasi la p.3352. sgg. circa il continuativo meditor di medeor fatto dal   
suo  participio  in  us.  (26.  Agos.  1823.)[3265]Si pu dire che le viste,  i   
disegni, i proponimenti, i fini, le speranze, i desiderii dell'uomo,  tutto ci   
in  somma che ne' suoi pensieri ha relazione al futuro,  tanto pi si stendono,   
cio  tanto  pi  mirano  e  tendono,  o  giungono,   lontano,   quanto  minore   
naturalmente  lo spazio di vita che gli rimane, e viceversa. Niun pensiero del   
bambino  appena  nato  ha relazione al futuro,  se non considerando come futuro   
l'istante che dee succedere al presente momento,  perocch il presente non  in   
verit che istantaneo,  e fuori di un solo istante, il tempo  sempre e tutto o   
passato o futuro.  Ma considerando il presente e il futuro  non  esattamente  e   
matematicamente, ma in modo largo, secondo che noi sia                            
mo  soliti di concepirlo e chiamarlo,  si dee dire che il bambino non pensa che   
al presente.  Poco pi l mira il fanciullo;  ond' che proporre  al  fanciullo   
(p.e.  negli  studi)  uno  scopo  lontano  (come la gloria e i vantaggi ch'egli   
acquister nella maturit della vita o nella  vecchiezza,  o  anche  pur  nella   
giovanezza),   assolutamente inutile per muoverlo (onde  sommamente giusto ed   
utile l'adescare il fanciullo  allo  studio  col  proporgli  onori  o  vantaggi   
ch'egli [3266]possa e debba conseguire ben tosto,  e quasi di giorno in giorno,   
che  come un ravvicinare a' suoi occhi lo scopo della gloria e  della  utilit   
degli  studi,  senza  il quale ravvicinamento  impossibile ch'ei fissi mai gli   
occhi in detto scopo, e per conseguirlo si assoggetti volentieri alle fatiche e   
alle sofferenze ripugnanti alla natura,  che gli  studi  richieggono).  Pi  si   
stendono  le  viste  del  giovane,  ma  meno assai di quelle dell'uomo maturo e   
riposato,  i cui calcoli sul futuro oltrepassano bene spesso,  senza  ch'ei  se   
n'avvegga,  lo  spazio  di  vita  naturalmente concesso ai mortali.  Perciocch   
l'uomo maturo comincia gi  a  compiacersi  supremamente  e  contentarsi  della   
speranza,  e pascerne la sua vita.  Della quale speranza si nutre parimente,  e   
con essa favella e delira anche il giovane,  e il fanciullo altres;  ma non in   
modo che d'essa si contentino,  e che non cerchino di prontamente effettuarla e   
recarla in opera, e venire al fatto. Il che nasce dall'ardore di                  
quelle et,  dall'attivit dell'animo unita e cospirante con quella del  corpo,   
dalla [3267]freschezza e forza del loro amor proprio,  e quindi dall'energia ed   
efficacia de' loro desiderii impazienti d'indugio,  e per  non  sofferenti  di   
proporsi  un  oggetto  ch'ei  non possano o ch'ei non credano di potere in poco   
spazio e dentro un picciolo termine  conseguire;  finalmente  dall'inesperienza   
ch'egli  hanno  intorno  alla vanit delle umane speranze,  alla difficolt che   
l'uomo prova in condurle a fine,  e alla nullit  eziandio  degli  stessi  beni   
sperati,  la  quale inevitabilmente apparisce cos tosto com'ei sono posseduti.   
Le contrarie cagioni producono la lunghezza e lontananza delle viste  nell'uomo   
maturo;  e  l'eccesso  di  dette  contrarie  qualit  producono  l'eccesso  del   
contrario  effetto  nella  vecchiezza,   la  quale  ridotta   a   non   potersi   
ragionevolmente  promettere  pi  che un brevissimo avanzo di vita,  pure nella   
estensione delle sue viste supera di gran lunga tutte le altre  et  dell'uomo.   
Perocch  il vecchio per la debolezza di corpo e d'animo,  e pel disinganno de'   
beni umani gi provati,  e per lo illanguidimento dell'amor proprio che  va  di   
pari colla quasi diminuzione e raffreddamento [3268]della vita, non  capace se   
non di fievoli desiderii, e quindi si contenta di propor loro uno scopo lontano   
e  in  esso  fermarli,  e  i suoi desiderii si contentano di rimanervi;  per la   
diuturna esperienza fatta della vanit e del tristo esito delle                   
speranze, con un quasi stratagemma,  le indirizza a luoghi cos lontani ch'elle   
non possano se non assai tardi o non mai, avvicinandosi a quelli e giungendovi,   
scomparire;  per la irresoluzione propria dell'et sua,  rimettendo ogni azione   
al dipoi,  e costretto di rimettere eziandio e quasi differire le sue speranze,   
e  gli  oggetti de' suoi desiderii e il loro conseguimento ch'ei si propone,  o   
ch'ei si compiace, per dir meglio, di vagheggiare;  e per l'abito della tardit   
e  lentezza nell'operare a cui la gravezza e l'impotenza dell'et lo costringe,   
e per la pigrizia e negligenza e torpore dell'animo che ne  deriva  e  n'  pur   
cagione,  i suoi desiderii altres e le sue speranze ne divengono tarde e pigre   
e  lente  e  quasi  trascurate  (bench  sempre  per  bastantemente  vive  per   
mantenerlo  e  quasi allattarlo,  come alla vita umana [3269]indispensabilmente   
ricercasi),  ed ei giunge a persuadersi fra se stesso non con l'intelletto,  ma   
con l'immaginazione e con la non ragionata abitudine dell'altre facolt del suo   
spirito,  che il tempo e la natura e le cose sian divenute ed abbiano a riuscir   
cos lente e pigre com'esso necessariamente  .  (26.  Agosto.  1823.)Il  poeta   
lirico nell'ispirazione, il filosofo nella sublimit della speculazione, l'uomo   
d'immaginativa  e di sentimento nel tempo del suo entusiasmo,  l'uomo qualunque   
nel punto di una forte passione,  nell'entusiasmo  del  pianto;  ardisco  anche   
soggiungere, mezzanamente riscaldato da                                           
l vino, vede e guarda le cose come da un luogo alto e superiore a quello in che   
la  mente degli uomini suole ordinariamente consistere.  Quindi  che scoprendo   
in un sol tratto molte pi cose ch'egli non  usato di scorgere a un  tempo,  e   
d'un  sol colpo d'occhio discernendo e mirando una moltitudine di oggetti,  ben   
da lui veduti pi volte ciascuno,  ma non mai tutti insieme (se  non  in  altre   
simili  congiunture),  egli    in  grado  di  scorger con essi i loro rapporti   
scambievoli,  e per la novit di  quella  moltitudine  [3270]di  oggetti  tutti   
insieme   rappresentantisegli,   egli    attirato  e  a  considerare,   bench   
rapidamente, i detti oggetti meglio che per l'innanzi non avea fatto, e ch'egli   
non suole; e a voler guardare e notare i detti rapporti. Ond' ch'egli ed abbia   
in quel momento  una  straordinaria  facolt  di  generalizzare  (straordinaria   
almeno                                                                            
relat-                                                                            
ghi,  l'abito  di  compatire,  quello  di  beneficare,  o  di operare in          
qualunque modo per altrui, e,  mancando ancora la facolt,  l'inclinazione alla   
beneficenza  e  all'adoperarsi  in  pro  degli altri,  sono sempre (supposta la   
parit delle altre circostanze di carattere o indole,  educazione,  coltura  di   
spirito,  o  rozzezza,  e  simili  cose)  in ragion diretta della forza,  della   
felicit,  del poco o niun bisogno che l'individuo ha dell'opera  e  dell'aiuto   
altrui,   ed   in  proporzione  inversa  della  debolezza,   della  infelicit,   
dell'esperienza delle sve                                                         
nture e dei mali,  sieno passati,  o massimamente  presenti,  del  bisogno  che   
l'uomo  ha  degli  altrui soccorsi ed uffici.  Quanto pi l'uomo  in istato di   
esser [3272]soggetto di compassione, o di bramarla, o di esigerla, e quanto pi   
egli la brama o l'esige, anche a torto, e si persuade di meritarla,  tanto meno   
egli  compatisce,  perocch'egli  allora  rivolge  in se stesso tutta la natural   
facolt, e tutta l'abitudine che forse per lo innanzi egli aveva, di compatire.   
Quanto l'uomo ha maggior bisogno della beneficenza altrui,  tanto meno egli  ,   
non pur benefico, ma inclinato a beneficare; tanto meno egli non solo esercita,   
ma ama in se quella beneficenza che dagli altri desidera o pretende,  e crede a   
torto o a ragione di meritare,  o di  abbisognarne.  L'uomo  debole,  e  sempre   
bisognoso di quegli uffici maggiori o minori che si ricevono e si rendono nella   
societ,  e  che  sono  il  principale oggetto a cui la societ  destinata,  o   
quello a cui principalmente dovrebbe servire  la  scambievole  comunione  degli   
uomini;  pochissimo o nulla inclina a prestar la sua opera altrui,  e di rado o   
non mai, o bene scarsamente la presta, ancor dov'ei pu,  ed ancora agli uomini   
pi  deboli  e  pi  bisognosi  di  lui.  L'uomo  assuefatto  alle sventure,  e   
[3273]massime quegli a cui la vita  sinonimo e compagno del  patimento,  nulla   
sono mossi, o del tutto inefficacemente, dalla vista o dal pensiero degli altri   
mali e travagli e dolori. L'amor proprio in un ess                                
ere  infelice   troppo occupato perch'egli possa dividere il suo interesse tra   
questo essere e i di lui simili. Assai egli ha da esercitarsi quando egli ha le   
sue proprie sventure; sieno pur molto minori di quelle che se gli rappresentano   
in qualunque  modo  in  altrui.  Se  le  proprie  sventure  sono  presenti,  la   
compassione,  come ho detto, tutta rivolta e impiegata sopra se stesso, in esso   
lui si consuma, e nulla n'avanza per gli altri.  Se sono passate,  posto ancora   
che piccolissime fossero,  la rimembranza di esse fa che l'uomo non trovi nulla   
di straordinario n di terribile ne' patimenti e disastri  degli  altri,  nulla   
che  meriti  di  farlo  come  rinunziare  al suo amor proprio per impiegarlo in   
altrui beneficio; come gi pratico del soffrire, egli si contenta di consigliar   
tacitamente e fra se stesso agl'infelici,  che si rassegnino alla lor sorte,  e   
si  crede  in diritto di esigerlo,  quasi [3274]egli medesimo n'avesse gi dato   
l'esempio; perocch ciascuno in qualche modo si persuade di aver tollerato o di   
tollerare le sue disgrazie e le sue pene virilmente al possibile, e con maggior   
costanza,  che gli altri,  o almeno il pi degli  uomini,  nel  caso  suo,  non   
farebbero o non avrebbero fatto; nella stessa guisa che ciascuno si pensa sopra   
tutti  gli  altri  essere  o  essere  stato  indegno  de' mali ch'ei sostiene o   
sostenne.  Oltre  di  che  l'abito  d'insensibilit  verso  l'altrui  sciagure,   
contratto nel tempo ch'ei fu sventurato, non  facile                             
a  dispogliarsene,  s perch'esso  troppo conforme all'amor proprio,  che vuol   
dire alla natura dell'uomo;  s perch grande e profonda  l'impressione che fa   
nel mortale la sventura,  e quindi durevole l'effetto che produce e che lascia,   
e ben sovente decisivo del suo carattere  per  tutta  la  vita,  e  perpetuo.Io   
osservo  (e  n'ho presente a me stesso non un solo esempio),  che i giovani non   
poveri,  o non oppressi n avviliti dalla povert,  sani e  robusti  di  corpo,   
coraggiosi, attivi, [3275]capaci di fornir da se stessi a' loro bisogni, e poco   
o  nulla  necessitosi,  ovver  poco  o nulla desiderosi degli altrui soccorsi e   
dell'altrui opera o fisica o morale,  almeno abitualmente;  non  tocchi  ancora   
dalla  sventura,  o  piuttosto  (giacch  qual   l'uomo nato che gi non abbia   
sofferto?) tocchi da essa  in  modo  ch'essi  pel  vigore  della  et  e  della   
complessione,  e per la freschezza delle forze dell'animo, la scuotono da se, e   
poco  caso  ne  fanno;  questi  tali  giovani,  dico,  ancorch  da  una  parte   
intolleranti fin della menoma ingiuria, ed anche proclivi all'ira; inclinati ed   
usi  di  motteggiare i presenti e gli assenti ancor pi che gli altri non sono;   
soverchiatori anzi che no, sia di parole,  sia d'opere eziandio;  - v.  p.3282.   
3942. dall'altra parte, ancorch abbandonati da tutti, e forse da quelli stessi   
che  avrebbero  il  pi  sacro dovere di prenderne cura,  ancorch sperimentati   
nella ingratitudine degli uomini, e fatti accorti per prova, de                   
lla niuna utilit e grazia,  ed eziandio del danno,  che spesso risulta dal far   
beneficio;  ancorch pronti e perspicaci d'ingegno,  e non ignari del mondo,  e   
ben consapevoli quanto il costume degli uomini sia rimoto dal beneficare e  dal   
compatire, e quanto altres [3276]le loro opinioni ne gli allontanino, e quanto   
gli  uomini  sieno generalmente indegni ch'altri ne prenda cura;  con tutto ci   
questi tali sono prontissimi a compatire, dispostissimi a sovvenire agli altrui   
mali, inclinatissimi a beneficare, a prestar l'opera loro a chi ne li richiede,   
ancorch  indegno,  a  profferirla  pure  spontaneamente,   sforzando  l'altrui   
ripugnanza d'accettarla, e conoscendo quella di ricercarla; apparecchiati senza   
riservo e senza cerimonie ai bisogni ed a proccurare i vantaggi degli amici: ed   
in  effetto sono quasi continuamente occupati per altrui pi che per se stessi;   
le pi volte in piccoli, ma pur faticosi,  noiosi,  difficili uffizi e servigi,   
la cui moltiplicit,  se non altro,  compensa la piccolezza di ciascuno; talora   
eziandio in cose grandi o notabili e che richieggono grandi  o  notabili  cure,   
fatiche,  ed anche sacrifizi.  E ci facendo,  n presso se stessi, n presso i   
beneficati,  n presso gli altri attaccano un gran pregio ai loro  servigi,  n   
gran  conto  ne  fanno,  n  se  ne  reputano  di gran merito (quasi accecati e   
dissennati da Giove,  come dice Omero di Glauco quand'egli scambi le sue  armi   
d'oro con quelle del Tidide ch'erano di r                                         
ame): di pi poca o niuna gratitudine esigono,  quasi ei fossero stati tenuti a   
beneficare, [3277]o nulla avesse loro costato il benefizio;  non mai si credono   
in  diritto  di  ripetere  il  benefizio,  o  costretti  a farlo,  lo fanno con   
grandissima riserva e senza pretensione alcuna, e riavendone pure una parte,  o   
domandata  o spontanea,  si tengono per obbligati essi a chi gli uffici da loro   
prestatigli scarsamente rimuner.Tutto questo o parte, pi o meno, m' avvenuto   
di notare ne' giovani della qualit sopra descritta,  e non solo in quelli  che   
per inesperienza del mondo,  e gentilezza di natura,  con pienezza di cuore,  e   
con buona fede e semplicemente sono trasportati verso la virt,  la generosit,   
la  magnanimit,  ponendo  il  loro  maggior piacere e desiderio nel far bene e   
negli atti eroici, e nella rinegazione e rinunzia e sacrificio di se stessi; ma   
eziandio ne' disingannati del mondo, e posti in quelle circostanze che di sopra   
ho notate, o in alcune di esse,  o in altre somiglianti.  Tutto ci,  dico,  ho   
notato  avvenire  in  questi  cotali  giovani,  mentre  essi godono e sentono i   
vantaggi della giovent, della sanit, del vigore,  e sono in istato da bastare   
a  se  stessi.  Ma o coll'et,  [3278]o innanzi all'et,  sopravvenendo loro di   
quegl'incomodi,  di quegli accidenti,  di quei casi,  di que' disastri fisici o   
morali,  da natura o da fortuna, che tolgano loro il bastare a se medesimi, che   
li renda abitualmente o spesso bisognosi dell                                     
'opera e dell'aiuto altrui,  che scemi o distrugga in essi il vigore del corpo,   
e seco quello dell'animo;  questi tali,  come ho pur veduto per isperienza,  di   
misericordiosi   e   benefici   divengono   appoco   appoco,   in   proporzione   
dell'accennato  cambiamento  di  circostanze,  insensibili  agli  altrui mali o   
bisogni,  o comodi,  solleciti solamente dei proprii,  chiusi alla compassione,   
dimentichi  della  beneficenza,  e  interamente  circa  l'una  e  circa l'altra   
cangiati e volti in contrario,  s di costumi,  s di disposizione d'animo.  N   
solo  appoco  appoco,  ma  eziandio  rapidamente e quasi in un tratto,  e nello   
stesso fiore della giovanezza,  ho  io  veduto  accadere  tale  cangiamento  in   
persone sopravvenute da improvvisa o rapida calamit di corpo o di spirito o di   
fortuna,  onde  il  loro  animo  fu atterrato e prostrato subitamente o in poca   
d'ora,  o  crollato  e  renduto  mal  fermo,  e  la  loro  vita  fu  soggettata   
agl'incomodi,  e  alla  trista  necessit dell'aiuto altrui,  [3279]e la sanit   
scossa,  e il  corpo  svigorito,  e  simili  cose  contrarie  alla  loro  prima   
condizione.  Insomma  al  subito  o  rapido cangiamento delle circostanze sopra   
notate,  ho veduto con pari subitaneit o rapidit corrispondere il cangiamento   
del carattere e costume di tali persone rispetto al compatire,  al beneficare e   
all'adoperarsi in qualunque modo per altrui.E  quelli  che  da  natura,  o  per   
qualunque cagione,  fin dalla fanciullezza o dalla prima giovanezza e dal primo   
loro ingresso ne                                                                  
l mondo,  son tali quali i sopraddetti divennero,  cio deboli di  corpo  e  di   
spirito,  timidi,  irresoluti,  avviliti  dalla povert o da qualsivoglia altra   
causa fisica o morale, estrinseca o intrinseca,  naturale in loro o accidentale   
e  avventizia;  sempre  o sovente bisognosi dell'opera altrui,  avvezzi fin dal   
principio a soffrire,  a mal riuscire nelle loro  intraprese  o  ne'  desiderii   
loro,  e  quindi  a sempre sconfidar delle cose e della vita e dei successi,  e   
quindi privi di confidenza in se medesimi;  pi domestici del  timore  o  della   
triste  espettazione  che  della  speranza;  questi  tali,  e  quelli  che loro   
somigliano in tutto o in parte,  sono pi o meno,  fin dal principio della loro   
vita o fino dalla loro entrata [3280]nella societ, alieni e dall'abito e dagli   
atti della compassione e della beneficenza, e dalla inclinazione o disposizione   
a queste virt; interessati per se soli, poco o nulla capaci d'interessarsi per   
gli  altri,  o  sventurati o bisognosi,  o degni o indegni che sieno dell'aiuto   
altrui;  meno ancora capaci di operare per  chi  che  sia;  poco  o  nulla  per   
conseguenza  atti alla vera ed efficace ed operosa amicizia,  ben simulatori di   
essa per ottenerne dagli altri gli aiuti o la piet di che hanno  mestieri,  ed   
abili  a  farla  servire  ai  soli  loro  vantaggi;  simulatori e dissimulatori   
eziandio generalmente in ogni altra cosa.  E queste qualit divengono  in  loro   
caratteristiche, di modo che l'amor proprio non  in essi altro m                 
ai  ch'egoismo,  e  l'egoismo    il  loro  carattere  principalissimo;  ma non   
veramente per colpa loro,  piuttosto per necessit di  natura;  e  neanche  per   
natura  che  di  sua  mano  immediatamente abbia posto negli animi loro pi che   
negli altri questo pessimo vizio, ma perch dalle circostanze in che essi o per   
natura  o  per  accidente  si  sono  trovati  fin  dal  principio,  [3281]nasce   
naturalmente  e  necessariamente questo tal vizio,  forse pi necessariamente e   
inevitabilmente e maggiore che da  verun'altra  cagione.  V.  p.3846.Da'  quali   
pensieri si dee raccogliere questo corollario,  che le donne essendo per natura   
pi deboli di corpo e d'animo, e quindi pi timide,  e pi bisognose dell'opera   
altrui  che  gli  uomini non sono,  sono anche generalmente e naturalmente meno   
degli uomini inclinate alla compassione  e  alla  beneficenza,  non  altrimenti   
ch'elle,  per  universale  consenso,  sieno  generalmente  e  regolarmente meno   
schiette degli uomini, pi proclivi alla menzogna e all'inganno, pi feconde di   
frodi, pi simulatrici, pi finte; tutte qualit, con molte altre analoghe (che   
nelle donne generalmente si osservano), derivanti per natura niente pi, niente   
meno  che  la  sopraddetta,   dalla   debolezza   d'animo   e   di   corpo,   e   
dall'insufficienza  delle  proprie forze,  de' propri mezzi e di se stesso a se   
stesso.  E si pu concludere che le  donne  sono,  generalmente  parlando,  pi   
egoiste  degli  uomini,  o  pi  portate  all'egoismo  per  natura  (sebbene le   
circostan                                                                         
ze sociali,  che spesso rovesciano la natura,  e fanno [3282]talora  le  donne,   
anche  prima  che  abbiano  formato  il  loro carattere,  signore degli uomini,   
oggetti delle lor cure spontanee, de' loro omaggi, suppliche ec.  ec.,  possano   
ben  render  vana  questa  disposizione),  e naturalmente si trover un maggior   
numero di donne egoiste che non d'uomini.  Cos  le  nazioni  e  i  secoli  pi   
infelici,  tiranneggiati  ec.  si  vede  costantemente  che furono e sono i pi   
egoisti ec. ec. (26-27. Agos. 1823). V. p.3291. 3361.Alla p.3275. marg.  - Anzi   
quanto pi questi tali son franchi,  coraggiosi, non timidi dell'altrui aspetto   
n dell'altrui conversazione, schietti, aperti,  liberi nel parlare,  nei modi,   
nell'operare,  intolleranti  di  dissimulare  e  di mentire (anche,  tal volta,   
eccessivamente);  e quanto pi sono vendicativi delle ingiurie,  fieri con  chi   
gli  offende  o insulta o disprezza o danneggia,  quanto meno molli e facili ai   
nemici, agl'invidiosi, ai detrattori, ai maldicenti,  agli oltraggiatori,  agli   
offenditori qualunque;  ed eziandio quanto pi pendono a una certa soverchieria   
di parole o di fatti verso chi non  n compassionevole n bisognoso,  amico  o   
indifferente o nemico che sia; proclivi o facili all'ira, anche durevole; tanto   
pi sono misericordiosi e benefici verso gli amici o gl'indifferenti (dandosene   
loro l'occorrenza,  e la facolt ec. e in questi il bisogno o l'utilit ec.), o   
verso i nemici stessi e gli offenditori, vinti che                                
sieno,  o gi puniti,  o chiedenti  scusa  o  perdono,  o  riparata  che  hanno   
l'offesa,  o anche senz'altro caduti in grave disgrazia o bisogno,  ed avviliti   
ec.  (Tale fu Giulio Cesare come si vede in Svetonio).  E il  contrario  accade   
negli  uomini  di  contraria  qualit: [3283]il contrario,  dico,  si quanto al   
compatire o beneficare chi che sia,  s quanto al rimettere  o  dimenticare  le   
ingiurie.  E  di  contraria qualit sono gli uomini timidi,  di maniere legate,   
deboli di corpo e d'animo ec.  quali ho descritti a  pagg.3279-80.  (27.  Agos.   
1823.)Confictito da confingo-confictus o dal semplice fingo-fictus.  (27. Agos.   
1823.)Fissare o fisare, ficcare, fixar fixer, ficher, da figo-fixus.  Affissare   
o affisare,  afficher da affigo.  Conficcare da configo.  ec. Forse anche fitto   
sust.  e affittare non d'altronde vengono che da  fictus  altro  participio  di   
figo, traendo il nome dall'avviso pubblico che suole affiggere alla sua casa, o   
a' cantoni della citt ec.  chi vuole affittare essa casa, o possessioni, terre   
ec.;  il quale avviso o avvisi pubblicamente affitti si  chiamano  in  francese   
affiches,  da noi volgarmente affissi.  Sebbene la prep.  a in affittare sembra   
essere espressamente aggiunta al sostantivo  fitto  per  esprimere  il  dare  a   
fitto,  come  in  francese  affermer  da ferme,  e tra noi volgarmente annolare   
[3284]da nolo. Veggasi per tutte le suddette voci il Gloss.  se ha nulla.  (27.   
Agos. 1823.)Al detto da me circa l'anomalo partic. arso                           
che  il  Perticari  crede  di arsare e non di ardere,  del quale egli  pure in   
latino,  cio di ardeo,  arsus;  si pu aggiungere che la lingua  italiana  (ed   
anche  le  sue  sorelle)  bene spesso,  secondo che la lingua latina ha diversi   
participii d'un solo verbo,  diversi n'ha ella pure,  cio quelli stessi che ha   
la  latina,  regolari  o  irregolari  che  siano  quanto  all'analogia latina o   
italiana.  P.e.  da figofixus-fictus,  figgere-fisso,  fitto.  Talvolta ella ha   
quello che corrisponde all'analogia italiana,  e insieme quello che il verbo ha   
nel latino, sia regolare participio o anomalo in esso latino.  Del che ho detto   
altrove.  Talvolta ec.  ec.  (27. Agosto. 1823.)La lingua greca, secondo che si   
pu vedere a pagg.2774-2777, e pi largamente e distintamente per capi presso i   
grammatici,  ebbe in costume di alterare notabilmente le sue  radici,  p.e.  i   
temi  de'  suoi  verbi,  anche  fuori  affatto  dei  casi  di  derivazione e di   
composizione,     e    senza    punto    alterarne    il    significato,     ma   
[3285]se-                                                                         
                                                                                
o   un  gran  numero  di                                                          
verbi o temi, in quella tal guisa uniformemente alterati dal primo loro essere.   
Questa tal sorta di alterazione, questo modo di alterare le voci,  indipendente   
e  diverso  affatto dal derivare e dal comporre,  e del tutto scompagnato dalla   
mutazione o pur modificazione di senso,  non si trova punto nel  latino;  certo   
non vi si trova per costume n per regola,  n d'assai cos frequente,  n cos   
vario ec.  Perloch anche di qui si faccia ragione quanto pi nel greco che nel   
latino  sia difficile il rintracciare le origini,  l'antichit,  il primitivo o   
l'antico stato delle voci e della lingua e della [3287]grammatica,  le  radici,   
l'etimol                                                                          
ogie  ec.  Massime  considerando che detta materialissima alterazione si fa non   
mica  in  uno  o  in  due,   ma  in  molti  diversissimi   modi,   tutti   per   
frequentatissimi e usitatissimi;  che moltissimi verbi o vocaboli cos alterati   
hanno mandato in disuso i non alterati ec.  che naturalmente  moltissimi  verbi   
cos  alterati,  essendo  perduti quelli della primitiva forma,  saranno da noi   
creduti aver la forma primitiva, e pigliati per radici,  quando non saranno che   
alterazioni  di  queste,  pi  o men lontane,  mediate o immediate,  maggiori o   
minori ec.  ec.Usa ancora la lingua greca alcune derivazioni di voci,  p.e.  di   
verbi, che nulla per cambiano il significato, e il non cambiarlo non  in esse   
anomalia,  o  cosa  non  ordinaria,  come  lo  sarebbe in latino,  ma ordinaria   
tre  che  succendo    attivo.                                                    
Onde nulla ha che fare colla nostra teoria: se non ch' notabile, come fatto da   
un participio passivo,  della qual formazione [3289]non mi ricordo adesso altro   
esempio che sia fuori del numero de' nostri continuativi e frequentativi.  (28.   
Agos.  1823.)Fator aris da for-aris-fatus.  Verbo da porsi insieme con dato as,   
nato as, e s'altro ve n'ha (fatti tutti da un tema monosillabo.),  dove l'a del   
participio in atus,  non si muti, nella formazione del continuativo, in i. (28.   
Agosto 1823.)Alla  p.3246.  Fatigo  as  da  ago  is  (v.  Forcell.)  se  questa   
etimologia  vera.  (Noi abbiamo fatica,  volgarmente fatiga,  franc.  fatigue,   
spagn. fatiga. Che questa sia la radice di tal verbo? Certo ella  voce commune   
a tutte tre le lingue figlie.  Ma in tal caso dovrebb'ella  esserlo  ancora  di   
fatisco  per  venir meno?  il che non parrebbe probabile.  V.  il Gloss.  se ha   
nulla).  Ago ha dal participio actus il frequentativo actito,  e dall'antico  e   
regolare agitus l'usitato continuativo o frequentativo agito.  Non so se mitigo   
as possa aver nulla che fare con questo discorso. (28. Agos.  1823.)Sogliono le   
opere umane servire di modello successivamente l'une all'                         
altre, e cos appoco [appoco] perfezionandosi il genere, e ciascuna opera, o le   
pi   [3290]d'esse   riuscendo   migliori  de'  loro  modelli  fino  all'intero   
perfezionamento,  il primo modello apparire ed essere nel  suo  genere  la  pi   
imperfetta  opera  di  tutte  l'altre,  per  infino alla decadenza e corruzione   
d'esso genere,  che  suole  altres  ordinariamente  succedere  all'ultima  sua   
perfezione.  Non  cos  nell'epopea;  ma per lo contrario il primo poema epico,   
cio l'Iliade che fu modello di  tutti  gli  altri,  si  trova  essere  il  pi   
perfetto di tutti.  Pi perfetto dico nel modo che ho dimostrato parlando della   
vera idea del poema epico p.3095-3169.  Secondo le  quali  osservazioni  da  me   
fatte  si  pu  anzi  dire  che  siccome l'ultima perfezione dell'epopea (almen   
quanto all'insieme e all'idea della medesima) si trova nel  primo  poema  epico   
che si conosca,  cos la decadenza e corruzione di questo genere incominci non   
pi tardi che subito dopo il primo poema epico a  noi  noto.  Similmente  negli   
altri generi di poesia,  per lo pi, i migliori e pi perfetti modelli ed opere   
sono le pi antiche,  o assolutamente parlando,  o relativamente alle nazioni e   
letterature  particolari,  [3291]come  tra  noi  la Commedia di Dante  nel suo   
genere, siccome la prima, cos anche la migliore opera. (28. Agosto. 1823.)Alla   
p.3282. Bisogna distinguere tra egoismo e amor proprio.  Il primo non  che una   
specie del secondo. L'egoismo  quando l'uomo ripone il suo amor pr               
oprio  in  non  pensare  che  a  se  stesso,  non  operare  che  per  se stesso   
immediatamente,  rigettando l'operare per altrui con intenzione lontana  e  non   
ben  distinta  dall'operante,  ma reale,  saldissima e continua,  d'indirizzare   
quelle medesime operazioni a se stesso come ad ultimo ed unico  vero  fine,  il   
che  l'amor proprio pu ben fare,  e fa.  Ho detto altrove che l'amor proprio    
tanto maggiore nell'uomo quanto in esso  maggiore la vita  o  la  vitalit,  e   
questa   tanto maggiore quanto  maggiore la forza e l'attivit dell'animo,  e   
del corpo ancora. Ma questo, ch' verissimo dell'amor proprio, non  n si deve   
intendere dell'egoismo.  Altrimenti  i  vecchi,  i  moderni,  gli  uomini  poco   
sensibili e poco immaginosi sarebbero meno egoisti dei fanciulli e dei giovani,   
degli antichi, degli uomini sensibili e di forte immaginazione. [3292]Il che si   
trova essere appunto in contrario. Ma non gi quanto all'amor proprio. Perocch   
l'amor  proprio   veramente maggiore assai ne' fanciulli e ne' giovani che ne'   
maturi e ne' vecchi,  maggiore negli uomini  sensibili  e  immaginosi  che  ne'   
torpidi. I fanciulli, i giovani, gli uomini sensibili sono assai pi teneri di   
se  stessi  che  nol  sono i loro contrarii.  Nella stessa guisa discorrasi dei   
deboli rispetto ai  forti  e  simili.  Cos  generalmente  furono  gli  antichi   
rispetto  ai  moderni,  e  i  selvaggi rispetto ai civili,  perch pi forti di   
corpo, pi forti ed attivi e vivaci d'animo e d'immaginazione (s p               
er le circostanze fisiche,  s per le morali),  meno  disingannati,  e  insomma   
maggiormente  e  pi intensamente viventi.  (Dal che seguirebbe che gli antichi   
fossero stati pi infelici generalmente de' moderni,  secondo che la infelicit   
 in proporzion diretta del maggiore amor proprio, come altrove ho mostrato: ma   
l'occupazione  e  l'uso  delle  proprie  forze,  la  distrazione e simili cose,   
essendo state infinitamente maggiori in antico che oggid;  e il maggior  grado   
di  vita  esteriore  essendo stato anticamente pi che in [3293]proporzione del   
maggior grado di vita interiore,  resta,  come ho in mille luoghi provato,  che   
gli  antichi  fossero  anzi mille volte meno infelici de' moderni: e similmente   
ragionisi de' selvaggi e de' civili: non cos de' giovani e de' vecchi  oggid,   
perch  a'  giovani presentemente  interdetto il sufficiente uso delle proprie   
forze,  e la vita esterna,  della quale tanto ha quasi il vecchio oggid quanto   
il  giovane;  per la quale e per l'altre cagioni da me in pi luoghi accennate,   
maggiore presentemente  l'infelicit del giovane che del  vecchio,  come  pure   
altrove ho conchiuso).Il sacrifizio di se stesso e dell'amor proprio, qualunque   
sia questo sacrifizio, non potendo esser fatto (come niun'altra opera umana) se   
non dall'amor proprio medesimo, e d'altronde essendo opera straordinaria, sopra   
natura,  e  pi che animale (certo in niuno altro animale o ente non se ne vede   
esempio, se non nell'uomo), anzi pi a                                            
ncora che umana,  ha  bisogno  di  una  grandissima  e  straordinaria  forza  e   
abbondanza di amor proprio. Quindi  che dove maggiormente [3294]abbonda l'amor   
proprio,  e  dov'egli ha maggior forza,  quivi pi frequenti e maggiori siano i   
sacrifizi di se stesso, la compassione, l'abito, l'inclinazione,  e gli atti di   
beneficenza.  (Vedi  a  questo  proposito  le pagine 3107-9,  3117-19,  3153-4,   
3167-9.).  Ond' che tutto questo debba trovarsi e si trovi infatti maggiore  e   
pi  frequente  ne'  giovani,  negli antichi,  negli uomini sensibili e d'animo   
vivo, e finalmente negli uomini, i quali hanno, generalmente parlando,  maggior   
quantit e forza d'amor proprio e minore d'egoismo;  di quello che ne' maturi e   
ne' vecchi,  ne' moderni (eccetto quanto alla compassione,  come ho  detto  ne'   
luoghi  qui  sopra  citati,   perch  gli  antichi  non  si  sacrificavano  che   
principalmente per la patria), ne' torpidi e insensibili e duri e d'animo tardo   
e morto,  e per fine nelle donne;  i quali in genere hanno maggior  quantit  e   
forza d'egoismo,  e minore d'amor proprio.Restringendo il discorso conchiudo in   
primo luogo,  tanto  esser  lungi  che  l'egoismo  sia  in  proporzion  diretta   
dell'amor proprio,  ch'egli [3295]n' anzi in proporzione inversa; egli  segno   
ed effetto o della scarsezza e languidezza  primitiva,  o  dello  scemamento  e   
affievolimento  dell'amor proprio;  egli abbonda maggiormente ed  maggiore ne'   
secoli, ne' popoli, nel sesso, negl'individui e nelle et di ques                 
ti, in che la vita  minore,  e quindi l'amor proprio pi scarso,  pi debole e   
freddo.Conchiudo   in  secondo  luogo  che  i  vecchi  e  maturi,   i  moderni,   
gl'insensibili,  le donne hanno maggiore egoismo  e  minore  e  men  vivo  amor   
proprio  che  i  fanciulli e i giovani,  gli antichi,  i sensibili,  gli uomini   
(perocch quelli hanno men vita o vitalit,  e l'egoismo  qualit  o  passione   
morta,  ossia  men  vitale  che  si  possa).  E  che  per  questa cagione sono   
naturalmente e men disposti e meno soliti di sacrificarsi per chi o per che che   
sia, di compatire efficacemente o inefficacemente, di beneficare, di adoperarsi   
per  altrui:  il  che  si  vede  effettivamente  essere,  e  non  pu  negarsi.   
(Altrettanto dicasi dei deboli e dei forti,  degl'infelici abitualmente e degli   
abitualmente fortunati, e simili;  tutte qualit [3296]alle quali corrisponde e   
dalle  quali nasce in questi maggiore,  in quelli minore vitalit,  ed abito di   
maggiore o minore attivit e vita).Se non  che  potr  farsi  un'eccezione  in   
favor  delle  donne  quanto  alla compassione,  massime inefficace.  Perocch a   
questa,  come s' detto ne' luoghi citati qui dietro (p.3294.),  si richiede  o   
giova, non solo la maggior vita, e quindi la maggior quantit e forza dell'amor   
proprio, ma eziandio la maggiore raffinatezza e delicatezza d'esso amor proprio   
e  dell'animo: nelle quali propriet le donne sono forse,  o certo son riputate   
essere, superiori generalmente, e in parit di circostanze, agli uomin            
i.  E cos pure discorrasi de' moderni rispetto agli antichi.  In tutto ci che   
nella  compassione  o  nella  beneficenza  richiede piuttosto delicatezza o pi   
delicatezza,  finezza,  e  quasi  abilit  ed  artifizio  d'amor  proprio,  che   
vivacit, energia, forza e copia del medesimo, e che abbondanza ed intensit di   
vita;  in  tutto ci,  dico,  e in quello che ad esso appartiene,  le donne,  i   
moderni e quelli che nelle predette qualit di delicatezza sono loro  analoghi,   
[3297]superano, ordinariamente parlando, gli uomini, gli antichi, i selvaggi, i   
villani  e  cos discorrendo.  Conforme appunto alle cose dette nelle succitate   
pagine.Ond' che le donne in quanto pi deboli e bisognose d'altrui, sieno meno   
misericordiose e benefiche degli uomini;  in quanto  di  corpo  e  d'animo  pi   
delicate,  al  contrario.  Ma  in  ci  quelle qualit,  cio la debolezza e il   
bisogno,  credo che ordinariamente  prevagliano  e  sieno  di  maggiore  e  pi   
notabile effetto che queste,  cio la delicatezza e simili. Onde, tutto insieme   
compensato, le donne sieno in verit, generalmente e per natura, pi egoiste, e   
quindi meno misericordiose (massime in quanto alla compassione efficace) e meno   
benefiche degli uomini.  Perocch molto maggior  parte  ha  nella  beneficenza,   
nella  disposizione  e  nell'atto  del sacrificar se stesso,  e nell'esclusione   
dell'egoismo,  l'intensit,  la  forza,  l'abbondanza  della  vita,   e  quindi   
dell'amor proprio, che la delicatezza e raffinatezza dell'animo di                
sgiunte dalla forza ed energia ed attivit ed interna vivace vita del medesimo.   
E  ci  non pur negli uomini rispetto [3298]alle donne,  ma generalmente in chi   
che sia, rispetto a chi che sia.. (28. Agos. 1823.). V.  p.3314.Circa il verbo   
pascito,  e il regolare e primitivo participio di pasco ch'egli dimostra,  cio   
pascitus, poi contratto in pastus, vedi Forcell.  in fine di Compesco,  ch' un   
composto di Pasco.  (29.  Agosto.  1823.)Distito da disto, dimostrerebbe il suo   
participio  distatus  o  il  supino  distatum,  se  per  quel  continuativo  o   
frequentativo    vero.  Il  supino statum di sto  noto.  Del resto veggasi la   
p.3849. (29. Agos.  1823.)Alla p.2843.  Compesco,  dispesco da pasco.  Decerpo,   
discerpo ec.  da carpo.  (29.  Agosto. 1823.)Offenso as (offenser), defenso as,   
defensito as (difensare) da offensus, defensus di offendo, defendo. (29.  Agos.   
1823.)Pattare,   impattare,   empatar,   non  so  s'abbiano  a  far  nulla  con   
paciscor-pactus. Veggasi il Gloss. in proposito. (29. Agos.  1823.)Alla p.3072.   
I verbi latini neutri hanno ordinariamente il participio in rus con significato   
neutro.  Quieturus  cio  qui  quiescet (Sveton.  in Jul.  Caes.  c.16.  .2.),   
mansurus cio qui manebit,  casurus cio qui  [3299]cadet,  victurus  cio  qui   
vivet,  e altri tali infiniti.  Perch non dunque victus cio qui vixit,  casus   
cio qui cecidit,  (massime avendovi il verbale casus us,  fatto,  come altrove   
osservo esser solito, dal part. in us) ec.? quan                                  
do  pur  sembra  che  quei  participii  in rus o derivino o almeno suppongano i   
participii rispettivi in us.  Quanto a' verbi attivi,  per la  stessa  ragione,   
considerando che i lor participii in rus non sono passivi ma attivi,  non dovr   
fare gran maraviglia,  n parere incredibile che anche i loro participii in  us   
avessero   oltre   il   passivo   significato,   eziandio  l'attivo,   come  io   
pretendo.Celsus,  excelsus,  praecelsus dubito forte  che  originariamente  non   
sieno  altro  che  participii  in attivo o neutro significato,  appartenenti a'   
verbi neutri cello, excello, praecello.  De' quali il primo,  cio cello,  ch'   
inusitato,  ma ch' sufficientemente dimostrato dagli altri due, suoi composti,   
e  da  antecello,  v.  il  Forcell.  in  Excello.Del  resto  s'io  dico  che  i   
continuativi e i frequentativi si facevano da' participii in us,  piuttosto che   
da' supini (in um o in u),  intendo dell'origine di questa  formazione,  e  de'   
suoi [3300]primi tempi,  e dell'antichit ec.  In sguito, quando anche l'altre   
propriet di tali verbi cos formati erano gi mal note,  trascurate,  cambiate   
ec.  come altrove ho detto, non contendo che chi volesse formare nuovi verbi di   
questo genere,  non li formasse piuttosto dal supino che dal participio  in  us   
del  verbo originale (sia che questo participio non esistesse pi,  o che fosse   
per anche in uso),  o vero  indifferentemente  dall'uno  o  dall'altro;  o  che   
mancando ancora il supino, non facesse che seguire l'analogia degli altri         
verbi cos formati.  Solamente osservo 1.  che non perch molti continuativi e   
frequentativi che si leggono negli  scrittori  dell'aureo  tempo  o  de'  molto   
posteriori,  non si trovino ne' pi antichi,  si dee perci sempre e facilmente   
conchiudere ch'essi fossero allora nuovi,  e coniati appunto  da  quello  o  da   
quegli  scrittori,  o  in  quel  secolo  in cui lo troviamo.  2.  Che l'uso di   
participii in us di verbi neutri,  e d'altri di  verbi  attivi  in  significati   
attivi,   non  fu  solamente  proprio  dell'antichissima  latinit,   ma  anche   
dell'aurea,  e della declinante e corrotta eziandio (fino forse a passare  alle   
lingue  [3301]figlie:  v.  la  p.3072.),  come  apparisce  dal luogo di Velleio   
altrove da me notato,  e dai vari esempi degli autori che usarono i  cosiffatti   
participii  da  me  sparsamente  notati  (i  quali esempi si possono vedere nel   
Forcellini),  sia che li prendessero a uno a uno da' pi  antichi,  o  dall'uso   
d'allora;  o che l'uso durasse in genere per tutti o quasi tutti i verbi neutri   
e attivi, ad arbitrio dello scrittore e del parlatore,  o pur dell'uno soltanto   
o  dell'altro  ec.  (29.  Agos.  1823.)Come  l'uomo sia quasi tutto opera delle   
circostanze e degli accidenti: quanto poco abbia fatto in lui la natura: quante   
di quelle medesime qualit che in lui pi naturali si credono,  anzi di  quelle   
ancora  che  non d'altronde mai si credono poter derivare che dalla natura,  n   
per niun modo acquistarsi, e necessariamente in lui svilupparsi e co              
mparire,  non altro sieno in effetto che acquisite,  e tali che nell'uomo posto   
in diverse circostanze, non mai si sarebbero sviluppate, n sarebbero comparse,   
n per niun modo esistite: come la natura non ponga quasi [3302]nell'uomo altro   
che  disposizioni,  ond'egli  possa essere tale o tale,  ma niuna o quasi niuna   
qualit ponga in lui;  di modo che l'individuo non sia mai tale quale  egli  ,   
per natura,  ma solo per natura possa esser tale,  e ci ben sovente in maniera   
che, secondo natura, tale ei non dovrebb'essere, anzi pur tutto l'opposto: come   
insomma l'individuo divenga (e non nasca) quasi tutto ci ch'egli ,  qualunque   
egli sia,  cio sia divenuto.  Qual cosa pare pi naturale,  pi inartifiziale,   
pi spontanea, meno fattizia, pi ingenita, meno acquistabile, pi indipendente   
e pi disgiunta dalle circostanze e dagli accidenti,  che quel  tal  genere  di   
sensibilit  con  cui  l'uomo suol riguardare la donna,  e la donna l'uomo,  ed   
essere trasportato l'uno verso l'altra; quel tal genere, dico,  di affetti e di   
sentimenti che l'uomo, e massimamente il giovane nella prima et, senz'ombra di   
artifizio,  senza  intervento  di  volont,  anzi  tanto  pi quanto egli  pi   
giovane,  pi semplice ed inesperto,  e quanto meno il  suo  carattere  [3303]   
stato  modificato  e  influito  dall'uso  del mondo e dalla conversazione degli   
uomini e pratica della societ,  suol provare alla vista o al pensiero di donne   
giovani e belle, o nel trattenersi seco lor                                       
o;  e cos le donne giovani cogli uomini giovani e belli?  quel tressaillement,   
quell'emozione,  quell'ondeggiamento e confusione di pensieri e  di  sentimenti   
tanto pi indistinti e indefinibili quanto pi vivi,  che parte par che abbiano   
del materiale, parte dello spirituale, ma molto pi di questo,  in modo che par   
ch'egli appartengano interamente allo spirito,  anzi alla pi alta e pi pura e   
pi intima parte di esso?  Or questo genere di sentimenti e  di  affetti  e  di   
pensieri,  questa  qualit  del  giovane,  cio  questa tale sensibilit,  e la   
facolt ed abito di provare questi siffatti sentimenti,  non   per  niun  modo   
naturale n innata, ma acquisita, ossia prodotta di pianta dalle circostanze, e   
tale  che  se queste non fossero state,  l'uomo neppur conoscerebbe n potrebbe   
pur concepire questa qualit,  n anche sospettare d'esserne  capace.  [3304]Il   
genere umano naturalmente  nudo,  e, seguendo la natura, almeno in molte parti   
del globo, egli non avrebbe mai fatto uso de' vestimenti, siccome le vesti sono   
affatto ignote p.e.  ai Californii.  N l'uomo n il giovane  non  avrebbe  mai   
veduto  n  immaginato  nelle  donne  (e  cos  la donna negli uomini) nulla di   
nascosto.  E nulla vedendo di nascosto,  n  potendo  desiderare  o  sperar  di   
vedere,  e  ben  conoscendo  fin  dal principio la nudit e la forma dell'altro   
sesso,  egli non  avrebbe  mai  provato  per  la  donna  altro  affetto,  altro   
sentimento, altro desiderio, che quello che per le lor femmine pr                 
ovano gli altri animali;  n avrebbe concepito intorno a lei altro pensiero che   
quello di mescersi seco lei carnalmente;  n  l'aspetto  o  il  pensiero  o  la   
compagnia  della  donna  avrebbe  in  lui  cagionato,  neppur  nella primissima   
giovent, verun altro effetto che un desiderio il pi puramente e semplicemente   
sensuale che possa mai dirsi,  un impeto a  soddisfare  tal  desiderio,  ed  un   
piacere   (molto  languido  in  se  stesso  per  l'abitudine  e  l'assuefazione   
incominciata sin dalla nascita,  e sempre continuata) altrettanto  carnale  che   
quel   desiderio,   e   interamente,   unicamente  [3305]e  manifestissimamente   
materiale, cio appartenente e derivante dalla sola materia e dal senso, n pi   
n meno che quel piacere che in lui avrebbe prodotto la vista di un color rosso   
bello e vivo o altra tal sensazione;  se non solamente che quel diletto sarebbe   
stato  per  natura  maggiore  di  questi;  siccome  tra  gli  altri diletti,  o   
naturalmente o per circostanze,  qual  maggiore qual  minore,  non in se,  ma   
rispetto agli uomini e agli animali,  insomma agli esseri che li provano, e ne'   
quali essi diletti nascono ed  hanno  l'essere.Tale  sarebbe  stato  l'uomo  in   
natura per rispetto alla donna, e la donna per rispetto all'uomo. Ma introdotto   
l'uso  de'  vestimenti  (e  di  pi  que'  costumi  e  quelle leggi fattizie ed   
arbitrarie di societ che impediscono o difficultano il torli di  mezzo  quando   
si voglia ed occorra), la donna all'uomo (massime al giovane inesperto) e l'      
uomo  alla donna sono divenuti esseri quasi misteriosi.  Le loro forme nascoste   
hanno lasciato luogo all'immaginazione di chi le mira cos vestite. Per l'altra   
[3306]parte l'inclinazione e il desiderio naturale dell'un sesso verso  l'altro   
non ha,  per questo cangiamento di circostanze esteriori,  potuto n cessare n   
scemare nel genere umano, niente pi che negli altri animali.  L'uomo dunque (e   
cos  la  donna  verso  l'uomo)  si    veduto sommamente e sopra tutte le cose   
trasportato, com'ei fu sempre, verso un essere il quale non pi, come prima, se   
gli rappresentava e se gli era sempre  rappresentato  dinanzi  tutto  aperto  e   
palese, e tale e tanto, quale e quanto esso ; ma verso un essere quasi tutto a   
lui nascosto, un essere che sin dalla sua nascita non se gli  rappresentato n   
agli  occhi n al pensiero,  o non suole rappresentarsegli,  che velato tutto e   
quasi arcano. Ecco da una circostanza cos estrinseca,  cos accidentale,  cos   
removibile,   com'  quella  de'  vestimenti,  mutato  affatto,  massime  nella   
fanciullezza e nella prima giovent il carattere e  le  qualit  dell'un  sesso   
rispettivamente  all'altro.   La  vista,   il  pensiero,  la  conversazione  di   
[3307]questo essere sopra tutti e invincibilmente amato e desiderato, ma le cui   
forme  non  cadono  (almeno  abitualmente)  sotto  i  suoi  sensi,  e  che  per   
conseguenza,  essendone  celate  le forme (che sono s gran parte e dell'uomo e   
d'ogni cosa), e di pi impeditane o fattane difficile la lib                      
era conversazione,  e quindi anche l'intera conoscenza del suo  animo,  costumi   
ec.,  per conseguenza,  dico,   divenuto per lui tutto misterioso; il pensiero   
dico e la vista e il consorzio di questo essere l'immerge in  una  quantit  di   
concezioni,   d'immaginazioni,   d'illusioni,   di   sentimenti,   vivissimi  e   
profondissimi perch quell'essere gli  per natura dolcissimo e  carissimo,  ma   
nel tempo stesso confusissimi,  incertissimi,  per lo pi falsissimi,  sublimi,   
vasti, perch quel medesimo essere trovandosi essergli quasi tutto misterioso e   
quasi cosa segreta ed occulta,  i pensieri e i sentimenti  ch'esso  gli  desta,   
sono  tutti  capitalmente  e  quasi  esclusivamente  governati  e  modificati e   
figurati,  e in  gran  parte  prodotti  e  creati,  dalla  fantasia,  e  questa   
[3308]gagliardamente  mossa.   Nello  stato  naturale,   l'inclinazione  innata   
dell'uomo verso la donna, trovando tutto aperto e palese, e niun luogo avendovi   
alla immaginativa,  ella non producea che pensieri e sentimenti  semplicissimi,   
distintissimi,  chiarissimi,  materialissimi. Ora essa inclinazione, esso amore   
ingenito e naturalmente fortissimo e ardentissimo,  trovando il  mistero,  e  i   
loro effetti congiungendosi nell'animo umano colla idea del mistero, o vogliamo   
dir  con  un'idea  oscura e confusa,  oscurissimi e confusissimi,  ondeggianti,   
vaghi,  indefiniti,  cento volte meno sensuali e carnali di  prima  (poich  la   
detta idea non viene immediatamente dal senso ec.), e finalmente quasi mi         
stici  debbono  essere  i  pensieri  e  gli  affetti  che  risultano  da questa   
mescolanza di sommo desiderio e tendenza naturale, e d'idea oscura dell'oggetto   
di tal desiderio e tendenza. E per l'uomo si rappresenta la donna in genere, e   
in ispecie quella ch'egli ama, come cosa divina, come un ente di stirpe diversa   
dalla sua ec.  Perocch la  natura  gliela  propone  come  desiderabilissima  e   
amabilissima, le circostanze gliela rendono desideratissima (perocch'ei non pu   
facilmente n subito ottenerla),  ed esse altres gli nascondono quale ella sia   
veramente ec.  E cos da una  circostanza  cos  materiale,  com'  quella  de'   
vestimenti  (e  come son l'altre cagionate dai costumi e leggi sociali circa le   
donne), nasce nell'uomo un effetto il pi spirituale [3309]quasi, che abbia mai   
luogo nel suo animo,  i pensieri e i sentimenti pi sublimi e pi nobili e  pi   
propri dello spirito, la persuasione di non esser mosso che da esso spirito ec.   
ec.;  da  una circostanza cos reale e visibile e determinata nascono in lui le   
maggiori illusioni, i pi vaghi, incerti,  indeterminati pensieri,  la maggiore   
operazione  della  pi fervida e pi delirante e sognante immaginativa;  da una   
circostanza cos accidentale un effetto cos intimo,  cos generale nel pi de'   
giovani (almeno per un certo tempo),  cos costante, cos connesso e proprio, a   
quel che pare, del carattere dell'individuo;  finalmente da una circostanza non   
naturale nasce un effetto che universal                                           
mente  si  considera  come  il pi naturale,  il pi proprio dell'uomo,  il pi   
assolutamente inevitabile,  il meno acquistabile,  il meno fattibile,  il  meno   
producibile da altra forza che dalla stessa mano della natura, il pi congenito   
ec.  secondo  che ho detto di sopra.Cos e per queste cagioni nacque nel genere   
umano tra l'uno e l'altro sesso la tenerezza, la quale i selvaggi non provano e   
non         conoscono         (n         gli         uomini          primitivi   
provaron-                                                                         
anto  pi quanto ella                                                            
pi forte,  e maggiore l'effetto [3311]della musica;  un sentimento  che  serve   
anche di consolazione delle proprie sventure,  anzi n' il pi efficace e soave   
medicamento, ma non in altra guisa le consola, che col promuovere le lagrime, e   
col persuadere e tirare dolcemente ma imperiosamente a piangere i  propri  mali   
anche,  talvolta,  gli  uomini  i  pi  indurati sopra se stessi e sopra le lor   
proprie calamit.  In somma  generalmente  parlando,  oggid,  fra  le  nazioni   
civili, l'effetto della musica  il pianto, o tende al pianto (fors'anche talor   
di  piacere e di letizia,  ma interna e simile quasi al dolore): e certo egli    
mille volte piuttosto il pianto che il riso,  col quale anzi ei non  ha  mai  o   
quasi  mai nulla di simile.  Questi effetti della musica su di noi ci paiono s   
naturali,  s spontanei ec.  ec.  che non pochi vorranno  e  vogliono  che  sia   
proprio   assolutamente  della  natura  umana  l'essere  in  tal  modo  affetti   
dall'armonia e dalla melodia musicale.Ora,  tutto al contrario  di  quello  che   
avviene costantemente tra noi, sappiamo che [3312]i selvaggi,                     
i  barbari,  i  popoli  non  avvezzi alla musica o non avvezzi alla nostra,  in   
udirne qualche saggio, prorompono in clats di giubilo,  in salti,  in grida di   
gioia,  si rompono dalle risa per la grande contentezza, e insomma cadono in un   
entusiasmo e in un'intera e decisa ebbriet e furore e smania di pura allegria.   
(29-30. Agos. 1823.).Votare ec.  da voveo-votus.  Perscuter,  perseguitare ec.   
veggasi  il  detto  da me nella teoria de' continuativi circa il verbo sectari.   
Mercatare ec. da mercor mercatus. Veggansi il Gloss. il Forc. i Diz.  franc.  e   
spagn.  (31.  Agosto.  Domenica.  1823.)Patulus  sembra un diminutivo di patus,   
andato inpiena dimenticanza,  restando in sua  vece  il  dettodiminutivo.  -  A   
quello  che  altrove ho detto di fabula efabella,  se ambo sieno diminutivi,  o   
quello positivo,questo  diminutivo,  aggiungi  l'esempio  di  baculum  ebaculus   
positivi,  bacillum diminutivo. E vedi illuogo di S. Isidoro appo il Forcellini   
in Bacillum[3313]fine.  (31.  Agosto 1823.)Circa quello che  ho  detto  altrove   
della  melodia,   basti  il  tenere  che  il  principio,  l'origine  prima,  il   
fondamento,  ossia la ragione originale  del  perch  qualsivoglia  successione   
melodiosa di tuoni,  sia melodiosa,  cio armonica successivamente;  o vogliamo   
dire la prima fonte e ragione della convenienza  scambievole  de'  tuoni  nella   
successione,  non fu e non  quasi altro che l'assuefazion solamente,  la quale   
bens  suscettibile di ampliazione, di modificazioni                             
infinite  e  variazioni,   di  applicazioni   diversissime,   di   diversissime   
combinazioni  delle  sue  parti;  cose  tutte  che hanno infatti avuto ed hanno   
continuamente luogo nella musica  e  nelle  composizioni  del  Musico,  il  cui   
uffizio  non  originariamente e principalmente altro che il far buon uso delle   
assuefazioni generali  circa  l'armonia,  cio  la  convenienza,  successiva  o   
simultanea delle note delle corde,  degli stromenti,  voci ec.  ec.  servata la   
proporzione scambievole degl'intervalli,  ossia del tempo.  Ben pu  il  Musico   
modificare  in  assaissime  guise  queste  assuefazioni,  ma  dee  per  sempre   
riconoscerle [3314]e seguirle e in  loro  mirare,  come  fondamento  e  ragione   
dell'arte sua.  (31.  Agosto. Domenica. 1823.)Alla p.3298. Un uomo (o donna) di   
carattere naturalmente pacifico, placido, quieto, riposato, ordinato, inclinato   
a una certa pigrizia,  per natura portato all'egoismo. Quanto pi l'uomo o per   
indole e condizion primitiva,  o per effetto dell'et,  o per  istanchezza  del   
mondo,  per disinganno ec. ama il riposo, la pace, l'ordine, l'uniformit della   
vita,  lontano dal calore, dai desiderii vivi,  dai disegni vasti o impetuosi,   
o fervidi,  o attivi ec.  dedito all'inazione, al metodo; anzi quanto pi egli   
 tollerante delle ingiurie e degli stessi patimenti per debolezza d'animo o di   
corpo  o  d'ambedue,   quanto    pi  disposto  e  solito  di  rinunziare   al   
risentimento, di chinare il capo alle circostanze, alla necessit, di sac         
rificare  e  di  posporre  qualunque  cosa  alla conservazione della sua quiete   
interna ed esterna e della sua inattivit;  quanto pi l'uomo  vile e codardo;   
quanto  pi  suole  appagarsi del presente,  soddisfarsi di ci che gli accade,   
pigliar le  cose  come  vengono;  tanto  meno  egli    disposto  e  solito  di   
sacrificarsi  o  adoperarsi  [3315]per  altrui;  tanto  meno  accessibile alla   
compassione,  tanto pi  inclinato  e  tanto  pi  ha  d'egoismo.  L'abitudine   
dell'ozio in qualsivoglia et,   sempre conciliatrice d'egoismo.  In somma per   
tutte queste osservazioni, e per qualunque altra si voglia fare intorno ai vari   
caratteri degli uomini, apparisce e sempre apparir, che la natura dell'egoismo   
 un ghiaccio dell'animo;  un freddo,  un congelamento,  una quasi concrezione,   
una  durezza  o  un  induramento,  una  secchezza  o un disseccamento dell'amor   
proprio;  una povert,  una scarsezza di  vita;  una  inattivit  effettiva,  o   
un'inclinazione alla medesima ec.;  o naturale o avventizia che sia, o morale o   
fisica, o l'uno e l'altro, o portata dalla nascita e cresciuta poi e confermata   
coll'assuefazione colle circostanze cogli avvenimenti  della  vita  ec.,  o  da   
queste  prodotta  in  contrario  e  in dispetto dell'indole primitiva ec.  (31.   
Agosto.  1823.).  Io credo potere asserire che  generalmente  gli  uomini  meno   
soggetti a passioni veementi,  quelli che non amano il piacere,  quelli che mai   
non vissero per li piaceri, mai non furono trasportati da' piaceri e [3316        
]dal desiderio e furore di questi (sieno piaceri corporali o spirituali), o che  
pi nol sono; anche i meno iracondi, i pi pazienti,  e simili,  per natura,  o   
per  abito  contratto;   sono  i  pi  inclinati  all'egoismo,   i  pi  alieni   
abitualmente dal compatire e dal beneficare;  spesso anche i pi  ingiusti  per   
volont   riflettuta.   E  i  contrari  viceversa.Sono  moltissimi  che  amano,   
predicano,  promuovono,  ed esercitano esclusivamente la  giustizia,  l'onest,   
l'ordine,  l'osservanza delle leggi,  la rettitudine,  l'adempimento de' doveri   
verso chi che sia,  l'equa dispensazione de' premi e delle pene,  la fuga delle   
colpe; ma ci non per virt, n come virt, non per finezza o grandezza o forza   
o compostezza d'animo,  non per inclinazione,  non per passione, ma per vilt e   
povert di cuore, per infingardaggine, per inattivit,  per debolezza esteriore   
o interiore,  perch non potendo (per debolezza) o non volendo (per pigrizia) o   
non osando (per codardia) n provvedersi n difendersi da se  stessi,  vogliono   
che  la legge e la societ vegli per loro,  e provvegga loro e li difenda senza   
loro fatica,  e in modo ch'essi se ne riposino su di lei;  perch  la  via  del   
retto    la  meno  pericolosa,  la  sola  che  nel mondo [3317]sia palesemente   
permessa;  perch l'onest delle azioni  avendo  (almeno  apparentemente)  meno   
ostacoli  a  combattere,  cagiona  meno  imbarazzi,  esige meno attivit,  meno   
travagli, produce conseguenze meno moleste; perch non ardiscono cont             
ravvenire alle leggi,  n farsi alcun nemico,  molto meno quei che comandano  e   
che  vegliano  all'esecuzione  d'esse  leggi;  perch  temono  il  castigo,  la   
riprensione,   il  biasimo  pubblico,   si  lasciano   imporre   dall'apparenza   
dell'opinione  universale,  la  quale  opinione  mostra  di  stimare  o  di non   
molestare n denigrare i buoni,  e di odiare e biasimare i cattivi  ec.  perch   
non hanno spirito d'aspirare a cose straordinarie,  n di procacciarsi o beni o   
piaceri, n di avanzare il loro stato ec., col subire qualche, ancorch minimo,   
pericolo,  col combattere qualche ostacolo,  ec.  n di nulla tentare fuor  del   
consueto e dell'ordine,  e nulla rischiare, ec. Questi tali, bench incapaci di   
far male o torto (volontariamente) ad alcuno,  o d'offendere  altrui  in  verun   
modo,  di  soverchiare ec.  sono grandissimi egoisti,  chiusi alla compassione,   
ignari della beneficenza.  Sono altri ch'esercitano ed amano al modo stesso  la   
giustizia,  non per virt, n anche per vilt, ma perch stanchi e disingannati   
del  mondo,   e  nulla  pi  curandosi  di  quanto  si   possa   acquistare   o   
coll'ingiustizia o comunque, non cercano pi che la pace, la quale non si trova   
fuor dell'ordine,  e per sono amici dell'ordine. Questi ancora sono per lo pi   
egoisti o nati o divenuti.  (1.  Settembre.  1823.).Italianismi nell'uso  della   
voce unus. Vedi Svetonio, in Iul. Caes. cap.32. .1. e quivi il Pitisco ec. col   
Forcellini ec. (1. Sett. 1823.)[3318]Un francese, un inglese, un te               
desco che ha coltivato il suo ingegno, e che si trova in istato di pensare, non   
ha  che  a  scrivere.  Egli  trova  una  lingua  nazionale moderna gi formata,   
stabilita e perfetta,  imparata la quale,  ei non ha che a servirsene.  N  dal   
principio  della  loro  letteratura  in  poi,    stato  mai  bisogno ad alcuno   
scrittore di queste nazioni,  qual ch'ei  si  fosse,  il  formarsi  una  lingua   
moderna,  cio  tale che volendo scrivere,  come ognun deve,  alla moderna,  ei   
potesse col di lei mezzo esprimere i suoi concetti in qualsivoglia genere. Come   
dal principio delle loro letterature in  poi,  quelle  nazioni  non  hanno  mai   
intermesso di coltivar esse medesime gli studi in esse introdotti;  o creando e   
inventando nuovi generi o discipline,  con esse hanno naturalmente  e  sin  dal   
loro  principio  creato  o  formato  il  linguaggio  che  loro si conveniva;  o   
accettando generi o discipline forestiere,  non mai per ancora in esse  nazioni   
conosciute  o trattate,  insieme con essi generi e discipline accettarono senza   
contrasto alcuno quei modi e quei vocaboli,  ancorch forestieri,  che con esse   
erano  congiunte,  e che a volerle trattare indispensabilmente si richiedevano;   
cos non  stato mai tempo alcuno in [3319]cui gli scrittori di quelle nazioni,   
avendo che scrivere, non avessero come scrivere; mai tempo alcuno in cui quelle   
nazioni  non  avessero  lingua  nazionale  moderna  per  qualunque  genere   di   
letteratura e per qualsivoglia disciplina da loro trattata.Ben diverso            
 oggid il caso dell'Italia. Come noi non abbiamo se non letteratura antica, e   
come  la  lingua  illustre  e propria ad essere scritta,  non  mai scompagnata   
dalla letteratura,  e segue sempre le vicende di questa,  e dove questa manca o   
s'arresta,  manca  essa  pure e si ferma;  cos fermata tra noi la letteratura,   
fermossi anche la lingua,  e siccome della letteratura,  cos pur della  lingua   
illustre si deve dire,  che noi non ne abbiamo se non antica.  Sono oggimai pi   
di centocinquant'anni che l'Italia n crea,  n coltiva per se verun genere  di   
letteratura,  perocch  in  niun  genere ha prodotto scrittori originali dentro   
questo tempo,  e gli scrittori che ha prodotto,  non avendo  mai  fatto  e  non   
facendo  altro  che  copiare  gli  antichi,  non  si chiamano coltivatori della   
letteratura,  perch non coltiva [3320]il suo campo chi per  esso  passeggia  e   
sempre  diligentemente  l'osserva,  lasciando per le cose come stanno;  n per   
rispetto di questi scrittori verun genere  della  nostra  letteratura  s'  per   
niuna  parte  avanzato  o migliorato,  niun genere nuovo introdotto;  la nostra   
letteratura  d'allora in poi, quanto a questi scrittori,  affatto stazionaria;   
or questo si chiamer aver coltivato la nostra letteratura? potremo dir che sia   
stata  coltivata  senza  profitto  alcuno:  ci viene a esser la stessa cosa.In   
questo spazio di tempo la letteratura francese  e  la  tedesca  sono  nate,  la   
letteratura inglese si  primieramente formata e stabilita. Que                   
ste tre letterature, quante elle sono e quanto abbracciano, s'includono, si pu   
dir,  tutte,  quanto  al  tempo,  ne' centocinquant'anni della immobilit della   
nostra letteratura. La depravazione e quindi il cominciamento dell'ozio e della   
inoperosit della letteratura italiana  furono  quasi  il  segnale  alle  altre   
letterature  pi  famose d'Europa di sorgere e comparire [3321]nel mondo.  Elle   
sono sorte,  e in breve spazio hanno avanzato e passato i termini  da  noi  gi   
tocchi,  e  il  progresso universale della letteratura e delle cognizioni umane   
ne' centocinquant'anni ultimi   stato  cos  rapido  e  cos  grande,  ch'egli   
equivale  per  cos  dire  a  quello  fatto  per tutti i secoli addietro infino   
all'epoca nominata. Ci singolarmente si pu dire in quanto alla filosofia,  la   
quale  rinata dopo la detta epoca,  e tutta nuova,  fa parere pi che pigmea la   
filosofia di tutti gli altri secoli insieme.  Ella  divenuta  la  scienza,  il   
carattere,  la propriet de' moderni; ella regge, domina, vivifica, anima tutta   
la letteratura moderna; ella n' la materia e il subbietto;  ella in somma  il   
tutto oggid negli studi,  e in qualsivoglia genere di scrittura; o certo nulla   
  senza  di  lei.Fra  queste  generali  vicende  e  questo   progresso   della   
letteratura,  l'Italia,  come  di  sopra  dissi,  nulla  ha  fatto per se.  Gli   
scrittori alquanto originali ch'ella ha prodotti in questo tempo, gli scrittori   
che posson meritar nome di moderni, non [3322]sono stati sufficien                
ti n per originalit n per numero,  a darle  una  lingua  nazionale  moderna,   
nello  stesso  modo  ch'ei non sono stati sufficienti a fare ch'ella avesse una   
letteratura moderna nazionale.E quanto alla lingua,  l'insufficienza loro a far   
che  l'Italia  n'avesse  una  moderna  sua propria,   venuta principalmente da   
questa cagione.  Trovando interrotta  in  Italia  la  letteratura,  essi  hanno   
trovato interrotta la lingua illustre;  antica quella, antica ancor questa. Una   
lingua antica non pu esser buona a dir cose moderne,  e  dirle,  come  devesi,   
alla  moderna:  n  la  nostra  lingua in particolare era buona ad esprimere le   
nuove cognizioni,  a somministrare il bisognevole a tanta e  s  vasta  novit.   
Introducendosi  fra noi appoco appoco la notizia delle letterature e discipline   
straniere,  que' pochi italiani  ch'eccitati  da  queste  nuove  cognizioni  si   
trovarono  un  capitale di mente da poter loro aggiungere qualche cosa di loro;   
quei molti pi che invaghiti della novit,  o mossi da qualunque altro  motivo,   
deliberarono,  [3323]senza per aver nulla di proprio da scrivere, d'introdurre   
o divulgare, come si doveva,  in Italia i nuovi generi,  le nuove letterature e   
discipline,  la  nuova  filosofia,  anzi  per  meglio dire,  la filosofia,  non   
bastando a ci la lingua italiana antica, intieramente la dismessero, e come di   
facolt e di pensieri,  cos di lingua andarono a scuola dagli stranieri;  e da   
cui toglievano le cose, sia per solamente ripeterle, sia pur                      
talora per accrescerle e in qualche parte migliorarle, da essi tolsero anche le   
voci  e  le  maniere  e  le  forme  del  favellare  e scrivere.  Gli scienziati   
propriamente detti,  rispetto ai quali la nostra nazione non fu quasi per alcun   
tempo seconda a verun'altra,  sempre per poco curanti della lingua,  seguirono   
la barbarie venuta in uso,  come il linguaggio ch'era loro alla  mano,  e  come   
indifferentemente  avrebbero seguito qualunque altro linguaggio o puro o impuro   
che avessero avuto in pronto e che fosse stato comune,  il che  sempre  avevano   
fatto  qui ed altrove.Tristo veramente e difficile era il caso loro,  ma peggio   
il partito a cui s'appigliarono. Difficile il caso, perocch quanto  facile il   
continuare a una nazione la sua lingua illustre insieme colla sua  letteratura,   
tanto  difficile,  interrotta per lungo spazio la letteratura, e dovendo quasi   
ricrearla,  riannodare la lingua a lei conveniente colla gi  antiquata  lingua   
illustre della nazione, colla lingua che fu propria della nazionale letteratura   
prima  che questa fusse totalmente interrotta.[3324]In questo caso non si trov   
forse  mai  nazione  veruna  (se  non  se  oggid  la  spagnuola  quando   ella   
intraprendesse di ristorare la sua quasi spenta letteratura). Ma questo appunto   
  il  caso  nel  quale  si trova oggi l'Italia.Noi abbiamo una lingua;  antica   
bens,  ma ricchissima,  vastissima,  bellissima,  potentissima,  insomma colma   
d'ogni sorta di pregi; perocch abbiamo una lett                                  
eratura,  antica ancor essa,  ma vasta,  varia,  bellissima, abbondantissima di   
generi e di scrittori, splendidissima di classici,  durata per ben tre secoli e   
pi,  tale che rispetto all'et ch'ella aveva quando fu tralasciata,  l'et che   
hanno presentemente  l'altre  letterature,    affatto  giovanile.  Per  queste   
cagioni, e per altre che ora non accade specificare, questa lingua italiana che   
noi ci troviamo,  supera di ricchezza,  di potenza,  di variet tutte le lingue   
moderne, salvo forse la tedesca; di bellezza avanza d'assai tutte queste lingue   
senza eccezione n dubbio alcuno;  d'altri pregi  superiore,  non solamente  a   
esse lingue,  ma alle antiche eziandio.  Tale si  [3325]la lingua italiana per   
se ed intrinsecamente. Ma ella  antica; cosa estrinseca; ed essendo antica non   
basta,  n si adatta tal quale ella ,  a chi vuole  scriver  cose  moderne  in   
maniera moderna. Perci forse potr un uomo sano volere o concedere che una tal   
lingua  si  gitti  e  dimentichi  come divenuta del tutto inutile,  e che dando   
all'Italia una letteratura moderna propria,  se le debba dare con essa  insieme   
una lingua affatto nuova, come finora s' fatto, o pigliandola dagli stranieri,   
ch'  pur quel che s' fatto,  o creandola di pianta,  quasi niuna,  o solo una   
imperfettissima e debole e scarsa e spregevole lingua,  avesse  avuto  l'Italia   
per  lo  passato.Ma  certo,  come  questo   assurdissimo,  e siccome per prova   
veggiamo, dannosissimo; cos quello  necessario,                                 
evidente e certo, che volendo dare alla moderna Italia una moderna letteratura,   
conviene non gi mutare la sua antica lingua,  n disfarla,  n rinnovarla,  ma   
salvi i suoi fondamenti, l'indole e propriet sua, e tutti i suoi pregi secondo   
le loro speciali e proprie qualit,  rimodernarla, e fare in modo che la lingua   
[3326]moderna  italiana  illustre  sia  propriamente  una  continuazione,   una   
derivazione dell'antica, anzi la medesima antica lingua continuata, niente meno   
che la francese dell'ultima met del passato secolo, e quella del presente, non   
sono  altra  che  quella del tempo di Luigi XIV.  continuata di mano in mano.Or   
questo ai francesi fu facile,  perch la loro letteratura non fu interrotta per   
alcun  tempo,  da  Luigi  in  poi;  laonde  la loro lingua fu sempre continuata   
naturalmente e senza sforzo,  e sempre successivamente modificandosi secondo  i   
tempi,  fu  in  ciascun  tempo  moderna,  ma  una  in tutti i tempi considerati   
insieme.  A noi bisogna far forza alle cose,  e quasi scancellare e annullare o   
nascondere  il  fatto,  cio governarci in modo che quel che fu,  apparisca non   
essere stato,  e la lingua italiana sembri non essere  stata  per  alcun  tempo   
interrotta,  ma  continuamente  avanzata  e modificata sino a divenir propria e   
conforme   e   conveniente   all'odierna   Italia   ed   alla    sua    moderna   
letteratura.Quindi  si  consideri  le grandissime difficolt ed ostacoli che si   
attraversano, le angustie [3327]che stringono, la vera infelicit d               
ella condizione in cui si trova oggid l'italiano che aspiri ad esser  scrittor   
classico, cio pensare originalmente, dir cose proprie del tempo, dirle in modo   
proprio  del  tempo,  e  perfettamente adoperare la sua lingua,  senza le quali   
condizioni, e una sola che ne manchi, non si pu mai n pretendere giustamente,   
n ragionevolmente sperare l'immortalit letteraria.  (Alla quale,  e sia detto   
per  incidenza,  ben raro o niuno  che giungesse per mezzo di opere scritte in   
lingua non sua;  come se noi spaventati dalle difficolt che ho detto e son per   
dire,  volessimo  scrivere  in  francese piuttosto che in italiano.)Un italiano   
ancorch  pienamente  istruito  in  tutto  ci  che  si  richiede   oggid   in   
qualsivoglia  luogo  a  un perfetto uomo di lettere,  ancorch sommamente ricco   
d'immaginazione e di cuore, ancorch fecondissimo e gravido di pensieri propri,   
importantissimi, profondissimi, novissimi,  d'invenzioni,  d'idee d'ogni genere   
convenientissime al tempo;  ancorch osservatore, meditatore, ragionatore senza   
pari;  ancorch peritissimo di  tutte  l'arti  e  artifizi  dello  [3328]stile;   
volendo  perfettamente  scrivere  in  italiano,  ed  essendo,  per  ogni  altro   
riguardo, capacissimo di perfettamente scrivere; si trova mancare affatto della   
lingua in cui possa farlo, non solo perfettamente, ma pur mediocrissimamente. A   
questo tale  duopo apprestarsi prima di tutto una lingua colle  sue  mani.  Ma   
questa in qual modo? Manco difficile sarebbe il crea                              
rsela.  Se l'Italia non avesse che una lingua imperfettissima, ristrettissima e   
bambina,  manco  difficile  sarebbe  a  un  grande  ingegno  il  perfezionarla,   
l'arricchirla,  il dilatarla, il condurla a maturit. Ma l'Italia ha una lingua   
altrettanto perfetta quanto immensa;  bens da lungo  tempo  dismessa,  e  per   
impropria a' di lui bisogni, a' quali ella non fu ancor mai per alcuno adattata   
n  adoperata.   Conviene  adunque  indispensabilmente  che  l'ingegno  da  noi   
supposto,  innanzi di porsi a  scrivere,  perfettamente  impari  questa  lingua   
infinita, che tutta l'abbracci, che la si converta in succo e sangue, che se ne   
renda risolutissimo e pienissimo possessore e padrone,  che n'abbia per le dita   
e  il  tutto  e  fino  alle  menome  parti  franchissima  e  speditissimamente.   
[3329]Come  senza  ci  potrebb'egli  derivarne  e farne nascere e pullulare in   
guisa che paia del tutto spontanea,  una  lingua  conforme  alla  natura  e  a'   
bisogni  de'  moderni  tempi  e delle moderne cognizioni,  la qual sembri e sia   
onninamente una coll'antica? come commettere insieme quella con questa per modo   
che nulla appaia la commissura?  Ma questa lingua essendo antica,  egli non  la   
pu gi imparar dalla balia,  ma gli conviene apprenderla per istudio;  essendo   
infinita e in se diversissima, egli non la pu apparare con istudio n breve n   
leggero,  ma solo  con  lunghissimi  sudori,  e  profonde  ricerche  sulle  sue   
propriet, e continuo esercizio di leggerla e di scriverla, e assiduo ed          
attentissimo  studio  de' suoi classici che sono in grandissimo numero.  E cos   
facendo, trover, e sempre pi si persuader, che siccome della lingua greca si   
dice,  cos della italiana si pu dire,  lei essere veramente infinita,  e tale   
ch'egli    impossibile di tutta abbracciarla,  e mai non viene quel giorno che   
nuove conoscenze intorno a essa lingua non si possano [3330]acquistare,  n che   
il cammino sia terminato.  Ma senza andare agli eccessi; sebbene nulla v'ha qui   
d'esagerato;  senza per voler  conservare  una  troppo  grande  esattezza  nel   
ragionamento;  supponendo ancora, com' il vero, che un grande e felice ingegno   
possa arrivare a comprender coll'animo e possedere,  se  non  tutta  quanta  la   
nostra  lingua,  pur  tanta  parte  di lei che la cognizione e la domestichezza   
d'essa parte,  gli basti a poter sulle  fondamenta,  sull'ordine,  sul  disegno   
dell'antica  lingua  fabbricare  come  una continuazione d'edificio la moderna;   
veggasi quanto a costui convien travagliare innanzi di poter far uso  de'  suoi   
pensieri.  Ella   cosa certa che la vera cognizione e padronanza di una lingua   
come l'italiana, domanda, per non dir troppo, quasi una met della vita, e dico   
di  quella  cognizione  e  padronanza  ch'  indispensabile  a  chiunque  debba   
veramente  ristorarla.  Ma la scienza,  la sapienza,  lo studio dell'uomo,  non   
domandano tutta la vita?  e quella immensa moltiplicit di cognizioni piccole e   
grandi, quella universalit che [3331]si richiede oggid                          
quasi  generalmente  a  ogni uomo di lettere,  ma ch' sommamente necessaria al   
filosofo;  la cognizione ed uso e pratica  di  tante  altre  lingue  antiche  e   
moderne e de' loro autori, letterature ec. domandano poca parte di tempo? Certo   
  veramente  dura  e  deplorabile  oggid la condizione dell'italiano il quale   
avesse nella sua mente cose degne d'essere  scritte  e  convenienti  a'  nostri   
tempi;  perocch'egli,  anche volendo usare la maggior semplicit del mondo, non   
avrebbe una lingua naturale in cui scrivere (come l'hanno i francesi ec. atta a   
potervi  subito  scrivere,   com'ei  l'abbiano  competentemente   coltivata   e   
studiata), n il modo di bene esprimere i suoi concetti gli correrebbe mai alla   
penna  spontaneo,  ma  converrebbe  ch'egli si fabbricasse l'istrumento con cui   
significar le sue idee. E d'altronde ella  ben ardua e difficile la condizione   
di un ingegno quantunque si voglia grande e colto,  al quale  oltre  la  grande   
impresa di ristorare la letteratura italiana,  e dare o mostrare all'Italia una   
letteratura propria moderna,  [3332]quasi ci fosse poco,  converrebbe in prima   
necessariamente  aprirsi  la  via  col  ristorare  la  lingua  italiana  e dare   
all'Italia una lingua nazionale moderna,  quasi questa ancora non fosse per  se   
sola  un'impresa sufficiente a una vita intera e ad un eccellente ingegno.Tanta   
 la difficolt di condurre a termine due  imprese  di  questa  sorta,  il  che   
dovrebb'esser pure necessariamente lo scopo e l'istituto di q                     
ualunque letterato italiano degno di questo nome; e d'altronde egli  cos vero   
che  la letteratura e la lingua mai non si scompagnano,  n l'una dall'altra si   
dissomigliano,  e ch'egli  quasi impossibile di scrivere perfettamente,  e  in   
forma  che paia spontanea,  una lingua per solo studio apparata o fabbricatasi;   
che io siccome so certo che  l'Italia  non  avr  propria  letteratura  moderna   
finch'ella  non avr lingua moderna nazionale,  cos mi persuado che tal lingua   
ella non avr mai finch non abbia tale  letteratura:  onde  (se  pur  dobbiamo   
sperarlo) nata una letteratura [3333]moderna italiana,  seco a paro nascer una   
moderna lingua,  e quindi di mano in mano cresceranno  ambedue  appoco  appoco,   
l'una  insieme  coll'altra  e  in  virt dell'altra scambievolmente,  ma pi la   
lingua in virt della letteratura, che questa per l'aiuto di quella. E cos con   
mio dispiacere predco che seppur avremo mai pi lingua moderna propria, questa   
non nascer dall'antica  n  a  lei  corrisponder,  ma  nascendo  dalla  nuova   
letteratura,  a  questa  sar conforme: ed essendo di origine straniera,  ci si   
verr appoco appoco appropriando e  pigliando  forme  nazionali  (quai  ch'elle   
saranno per essere;  non gi le antiche) a proporzione che la nuova letteratura   
diverr nazionale,  e metter radici in Italia,  e si nutrir  e  crescer  del   
nostro  terreno,  e  produrr  frutti  propri italiani.  A questo mi conduce il   
considerare che n i nostri antichi scrittori n i moderni o                      
antichi di nazione alcuna presente o passata,  furono mai pensatori,  originali   
ec.  scrivendo  in altra lingua che in quella del loro secolo e in quella usata   
generalmente [3334]da' nazionali,  e che loro veniva alla penna spontanea,  ben   
da  loro  assai  volte  (come da Cicerone) raffinata,  riformata,  accresciuta,   
perfezionata,  ma non mai per  solo  studio  appresa,  per  solo  studio  quasi   
ricreata. Al quale immenso travaglio, ed alla continua difficolt di scrivere e   
perfettamente  scrivere  in  una  tal  lingua  ancor  dopo  appresa,  formata e   
posseduta,    quasi  impossibile  trovare  un  pensatore  originale,  un  gran   
filosofo,  un uomo di genio e di grande immaginazione, che si assoggetti; o che   
assoggettandocisi,  si conservi in se stesso e  ne'  suoi  scritti,  pensatore,   
filosofo, originale; senza di che sarebbe inutile l'esservisi assoggettato. Non   
altrimenti che siano inutili allo scopo di dare all'Italia lingua e letteratura   
moderna propria, coloro che oggi si sforzano di scrivere in buono italiano, da'   
quali  rimota ogni sorta di pensiero,  non solo nuovo ma moderno, e che avendo   
a nominar qualche cosa moderna, la nominano o accennano copertamente,  e avendo   
talvolta  a  mostrare  qualche conoscenza,  qualche idea di quelle che i nostri   
antichi non avevano,  si  fanno  un  pregio  e  un  dovere  di  non  farlo  che   
dissimulatamente,  fingendosi  [3335]il pi che possono ignoranti di quanto gli   
antichi ignoravano. E non altrimenti che inutili al sopraddett                    
o scopo sieno oggid coloro che tra noi pur pensano qualche cosa (ben  pochi  e   
poco), o che da' paesi di fuori recano a noi qualche pensiero ec. i quali tutti   
non iscrivono italiano ma barbaro.  E questa separazione e distinzione di gente   
che scrive in italiano (vero o preteso),  e  gente  che  pensa,  stimo  per  le   
suddette  ragioni,  che  sempre  sia  per  durare in Italia;  mentre questi non   
prevagliano a quelli,  formando finalmente  appoco  appoco  un  nuovo  italiano   
illustre  e  rendendolo  universale tra noi in vece dell'antico.  Dal che siamo   
ancora ben lontani,  massime oggid,  che il numero e il valore di quelle ombre   
di  filosofi  che ha veduto fin qui l'Italia,  va pur sempre notabilissimamente   
scemando; e sempre per lo contrario crescendo,  non il valore,  ma il numero di   
quelli  che pretendono e aspirano a scrivere il buon italiano;  onde l'Italia    
quasi tutta rivolta di nuovo alla sua antica lingua, e di pensieri oramai nulla   
pi pensa n [3336]cura n richiede;  propriamente nulla.Mala cosa per certo si   
 l'interruzione degli studi,dovunque ella accada, s per mille altri danni, s   
perchcolla   letteratura  ella  antiqua  la  lingua  illustre.  Di  modo  che   
risorgendo essa letteratura,  l' grandissimo impedimento  e  indugio  a  poter   
crescere  e  formarsi  la  mancanza  di lingua a lei conveniente,  e il tempo e   
l'industria che  bisogna  spendere  in  fornirnela.  Quanto  crediamo  noi  che   
ritardasse gli avanzamenti dello spirito umano (non in una sola                   
nazione ma in tutta l'Europa) dopo il risorgimento degli studi,  la mancanza di   
lingue proprie alle nuove lettere?  La qual mancanza non da altro provenne  che   
dalla  diuturna  interruzione  della letteratura in Europa.  Perocch la lingua   
latina non avrebbe cessato di esser parlata e propria degli europei,  se  fosse   
durata la letteratura latina. Ben si sarebbe sempre modificata secondo i tempi,   
di  modo  ch'ella  oggid  sarebbe  diversa dall'antica;  ma sarebbe pur lingua   
latina;  e in Europa si parlerebbe e scriverebbe il latino come lingua propria,   
come moderna,  come conveniente a' nostri tempi (quale infatti ella sarebbe); e   
lo spirito umano sarebbe pi oltre ch'ei  non  ,  [3337]perch  sarebbe  stato   
impiegato  nel  coltivar  la  sapienza  e  le  lettere quel tempo che fu dovuto   
spendere nel formare delle lingue convenienti a  queste,  e  ai  costumi  e  al   
carattere  de'  moderni  secoli.  Il  che volendo evitare e risparmiare i primi   
cultori de' risuscitati studi, si ostinarono a volere scrivere in latino; ma il   
latino era lingua antica,  n mai in una lingua antica si potranno scriver cose   
moderne  n  scriverle  modernamente.  E  molto  nocque una tale ostinazione al   
progresso de' lumi e della coltura e alla formazione dello spirito nazionale  e   
moderno.  Il  quale  non  mai si sarebbe formato se non fossero state formate e   
stabilite le lingue moderne in vece della latina.  Siccome per lo contrario  si   
vede che queste non prima furono formate e stabilite                              
di  quel  che  lo  spirito  nazionale e moderno pigliasse una consistenza e una   
certa forma e fisonomia propria,  prima in Italia,  poscia in Ispagna,  indi in   
Francia e in Inghilterra,  ultimamente in Germania,  che ultima di tutte queste   
nazioni lasci l'uso della lingua  latina  come  letterata  e  illustre,  e  le   
sostitu   [3338]la   nazionale.   E   questo   esempio   dell'Europa  si  deve   
proporzionatamente applicare  e  paragonare  al  caso  dell'odierna  Italia,  e   
dedurne  delle  congetture,  certo  assai verisimili e solide,  circa il futuro   
esito delle nostre presenti  circostanze.  (1-2.  Settembre.  1823.)Del  resto,   
dalle considerazioni qui dietro fatte sulla necessit che l'Europa e lo spirito   
umano  avevano di nuove lingue illustri a potersi avanzare e n costumi e nelle   
scienze e nelle lettere e nella filosofia, dopo il risorgimento degli studi;  e   
sul  grandissimo  detrimento  e  ritardo  che  port  alla  rinata  civilt  la   
rinnovazione dell'uso esclusivo del latino come lingua illustre;  e sul maggior   
danno  e  indugio  che  le  avrebbe  apportato  la  continuazione  di tale uso,   
apparisce pi visibilmente che mai quanto debbano a Dante,  non pur  la  lingua   
italiana,  come si suol predicare, ma la nazione istessa, e l'Europa tutta e lo   
spirito umano. Perocch Dante fu il primo assolutamente in Europa,  che (contro   
l'uso e il sentimento di tutti i suoi contemporanei, e di molti posteri, che di   
ci lo biasimarono: v. Perticari Apologia cap.34.) ard concepire [3339]          
e  scrisse  un'opera  classica  e  di  letteratura in lingua volgare e moderna,   
inalzando una lingua moderna al grado di lingua  illustre,  in  vece  o  almeno   
insieme colla latina che fino allora da tutti, e ancor molto dopo da non pochi,   
era stata e fu stimata unica capace di tal grado. E quest'opera classica non fu   
solo poetica,  ma come i poemi d'Omero, abbracci espressamente tutto il sapere   
di quella et, in teologia, filosofia, politica, storia, mitologia ec. E riusc   
classica non rispetto solamente a quel tempo,  ma a tutti i  tempi,  e  tra  le   
primarie;  n  solo  rispetto  all'Italia  ma a tutte le nazioni e letterature.   
Senza un tale esempio  ed  ardire,  o  s'ei  fosse  riuscito  men  fortunato  e   
splendido,  e  se  quell'opera pel suo soggetto fosse stata meno universale,  e   
meno appartenente,  per cos dire,  a ogni genere di letteratura e di dottrina;   
si  pu,  se  non  altro,  indubitatamente  credere  che s l'Italia s l'altre   
nazioni avrebbero tardato assai pi che non fecero a inalzare le lingue proprie   
e moderne al grado di lingue illustri,  e quindi a formarsi  delle  letterature   
proprie e [3340]moderne e conformi ai tempi, e quindi lo spirito e il carattere   
nazionale,  moderno,  distinto,  determinato ec.  Dante diede l'esempio, apr e   
spian la strada,  mostr lo scopo,  fece coraggio e col suo ardire e colla sua   
riuscita  agl'italiani: l'Italia alle altre nazioni.  Questo  incontrastabile.   
N il fatto di Dante fu casuale e non derivato da ragio                           
ne e riflessione,  e profonda riflessione.  Egli volle espressamente sostituire   
una lingua moderna illustre alla lingua latina,  perch cos giudic richiedere   
le circostanze de' tempi e la natura delle cose;  e volle espressamente bandita   
la  lingua latina dall'uso de' letterati,  de' dotti,  de' legislatori,  notari   
ec., come non pi convenevole ai tempi.  Il fatto di Dante venne da proposito e   
istituto,  e mir ad uno scopo;  e il proposito,  l'istituto e lo scopo (quanto   
spetta al nostro discorso) (siccome eziandio la scelta e l'uso de'  mezzi)  fu   
da acutissimo, profondissimo e sapientissimo filosofo. Veggasi il Perticari nel   
luogo citato.  (2. Sett. 1823.)I francesi amano di usare il numero ordinale pel   
cardinale.   Louis  quatorze,   livre  deux  etc.   [3341]Pretto  idiotismo   e   
sgrammaticatura.  Or vedilo altres,  se non fallo, appo Svetonio in Iul. Caes.   
c.39.  .4.  e appo gli autori quivi allegati dal  Pitisco  ec.  (2  Settembre.   
1823.).  V.  p.3544.3557.I limiti della materia sono i limiti delle umane idee.   
(3. Settembre. 1823.)Alla p.3235. Instigo as da instinguo is, onde instinctus a   
um e instinctus us.  Il semplice  stinguo (onde  anche  exstinguo,  restinguo,   
distinguo  ec.)  e di questo verbo ho detto altrove in altro proposito.  Quelli   
che derivano instigo da insto ec.  molto s'ingannano.  Gli altri verbi  da  noi   
raccolti  in  questa  categoria  mostrano ch'ei viene da instinguo come jugo da   
jungo ec. Chi volesse che insidior (fors'a                                       
nche si trova insidio) venga a dirittura da insideo piuttosto che  da  insidiae   
(la  qual  voce  in  tal  caso  verrebbe  non  da  insideo ma da insidior),  lo   
mostrerebbe appartenente a questa categoria,  e in tal caso sarebbe  da  notare   
ch'ei non nascerebbe da un verbo della terza, ma (da un anomalo) della seconda.   
(3.  Settembre.  1823.).  Potrebbe  per  anche  venire da insido is. Invideo,   
invidia,  invidiare ital.  ec.  (3.  Sett.  1823.)[3342]Alla p.3098.  Tutte  le   
nazioni e societ primitive,  non altrimenti che oggid le selvagge, riputarono   
l'infelice e lo sventurato per nemico agli Dei o a  causa  di  vizi  e  delitti   
ond'ei fosse colpevole,  o a causa d'invidia o d'altra passione o capriccio che   
movesse i Numi ad odiar lui in particolare o  la  sua  stirpe  ec.  secondo  le   
diverse idee che tali nazioni avevano della giustizia e della natura degli Dei.   
Un'impresa  mai  riuscita  mostrava che gli Dei l'avessero contrariata o per se   
stessa o per odio verso l'imprenditore o  gl'imprenditori.  Un  uomo  solito  a   
chouer nelle sue intraprese, era senza fallo in ira agli Dei. Una malattia, un   
naufragio, altre tali disgrazie provenienti pi dirittamente dalla natura erano   
segni pi che mai certi dell'odio divino. Si fuggiva quindi l'infelice, come il   
colpevole; se gli negava ogni soccorso e compassione, temendo di farsi complice   
in questo modo della colpa,  per poi divenire partecipe della pena.  Qua si dee   
riferire l'infamia pubblica in cui erano i lebbr                                  
osi appresso gli Ebrei, e lo sono ancora, s'io non m'inganno,  appo gl'indiani.   
Gli  amici  e la moglie di Giobbe lo [3343]stimarono uno scellerato,  com'ei lo   
videro percosso da tante  disgrazie,  bench  testimonii  dell'innocenza  della   
passata  sua  vita.  I Barbari dell'isola di Malta vedendo l'Apostolo S.  Paolo   
naufrago,    e   pur   salvato   in   terra,    e   quivi   assalito   da   una   
vipera,-                                                                          
t.     1823.)Alla     p.3206.     -     6.                                        
L'immaginazione,  la facolt d'inventare o inventiva,  la vena e fecondit,  lo   
spirito poetico, il genio, ec., non solo per cause morali, ma anche fisiche, si   
vede  indubitatamente  esser  minore ne' vecchi e negli uomini maturi,  che ne'   
giovani ne' fanciulli ec.  e decrescere di mano in  mano  naturalmente  secondo   
l'et.  Si vede eziandio esser maggiore o minore ne' diversi individui, non per   
solo  effetto  delle  circostanze   estrinseche   e   accidentali,   ma   anche   
primitivamente   e   per   natura.[3345]7.    La   memoria,   indipendentemente   
dall'esercizio, il quale anzi per se,  tanto l'accresce quanto  maggiore,  pi   
assiduo, pi lungo, decresce evidentemente (almeno per l'ordinario) sec           
ondo  l'et.  Anzi osservando,  si vede chiaro ch'ella ne' fanciulli  maggiore   
naturalmente,  e minore per difetto o scarsezza  d'esercizio,  e  che  coll'et   
crescono  le  sue  forze,  per  cos dire artifiziali e fattizie,  e scemano le   
naturali;  finch distrutte queste  ne'  vecchi  quasi  affatto,  anche  quelle   
divengono inutili, e si perdono e dileguano, mancato loro il subbietto, cio la   
disposizion  fisica  a  ritenere degli organi destinati alla memoria.  Le forze   
della memoria nell'uomo maturo sono quasi medie tra quelle del fanciullo e  del   
vecchio,  perch le fattizie suppliscono alle naturali,  che nel fanciullo sono   
maggiori assai che nell'uomo maturo,  ma in questo sono maggiori assai che  nel   
vecchio,  e  bastano  ancora  a  servir  di  materia  e  subbietto  alle  forze   
artifiziali e  derivanti  dall'esercizio  generale  e  particolare,  passato  e   
presente,  ch'  maggiore  nell'uomo  maturo  che  nel  fanciullo  ec.   anche   
indubitabile che fisicamente altri ha maggiore,  altri  minor  memoria,  alcuni   
prodigiosa, altri niuna; e ci in pari et, e [3346]supposta eziandio la parit   
di  tutte l'altre circostanze.  E questa differenza fisica talora  primitiva e   
innata,  ossia dalla nascita,  talora  avventizia,  ma  pur  sempre  fisica,  e   
indipendente,  almeno  in  gran  parte  e radicalmente,  dalle cause morali ec.   
Altres  certo che in uno stesso individuo in una stessa et, anzi pure non di   
rado in una stessa giornata in diverse ore, per cause evidentemente fisiche,      
la memoria ora  pi pronta e maggiore e pi chiara, ora meno;  ora pi ora men   
facile  sia  ad  apprendere  sia  a  rimembrare,  e disposta a farlo pi o meno   
perfettamente ec. Or tutto questo discorso della memoria in cui si scorge tanto   
di fisico ec.  perch non dovr eziandio applicarsi  all'ingegno,  al  talento,   
all'intelletto ec. ch' pure una facolt dell'anima come la memoria, e viene ed   
  fondato,  siccome questa,  in una disposizione naturale,  primitiva e innata   
nell'uomo ec.?  (3.  Settembre.  1823.).  Se la disposizion fisica e naturale    
varia quanto alla memoria nelle diverse et,  ne' diversi individui, in diversi   
tempi  ec.   indipendentemente  dal  morale,   perch   non   eziandio   quanto   
[3347]all'intelletto e al talento?  (3. Settembre. 1823.)La stagione e il clima   
freddo d maggior forza di agire, e minor voglia di farlo,  maggior contentezza   
del presente,  inclinazione all'ordine,  al metodo,  e fino all'uniformit.  Il   
caldo scema le forze di agire,  e nel tempo stesso ne  ispira  ed  infiamma  il   
desiderio,  rende  suscettibilissimi  della noia,  intolleranti dell'uniformit   
della vita,  vaghi di novit,  malcontenti di se stessi e del presente.  Sembra   
che  il  freddo  fortifichi il corpo e leghi l'animo: che il caldo addormenti e   
ammollisca e illanguidisca e intorpidisca il corpo,  eccitando e  svegliando  e   
sciogliendo  l'animo.  L'attivit del corpo  propria de' settentrionali,  de'   
meridionali quella dell'animo. Ma il corpo non opera se no                        
n mosso dall'animo.  Quindi  che i settentrionali sebbene  senza  controversia   
sia  lor  propria  l'attivit  e  laboriosit,  pur sono veramente i pi quieti   
popoli della terra;  e i meridionali i pi inquieti,  bench  sia  lor  propria   
l'infingardaggine.  I  settentrionali  hanno  bisogno  di grandissimo impulso a   
muoversi,  a sollevarsi,  a cercar novit: ma [3348]mossi che sieno,  non  sono   
facili  a  racquietare.  Vedesi nelle loro storie,  nelle quali,  massime nelle   
moderne,  e  massime  in  quelle  della  Germania,  pochissime  rivoluzioni  si   
troveranno  (specialmente  a  paragone  di  quelle  de'  meridionali) ma queste   
lunghissime,  come quella di religione mossa da Lutero,  e convertita ben tosto   
in rivoluzione politica.  Sopportano facilmente la tirannia, finch'ella non gli   
spinge    bout,  come  gli  Svizzeri.  Ubbidiscono  volentieri,   e  comandati   
travagliano   (anche   eccessivamente)   pi   volentieri   che  se  operassero   
spontaneamente. Vedesi nella loro milizia. I meridionali sono facili e pronti e   
frequenti a muoversi,  rivoltosi,  poco tolleranti della tirannide,  poco amici   
dell'ubbidire,  ma facilissimi ancora a racquietare, facilissimi a ritornare in   
riposo; mobili,  volubili,  instabili,  vaghi di novit politiche,  incapaci di   
mantenerle;  vaghi  di  libert,  incapaci  di  conservarla;  al  contrario de'   
settentrionali che di rado la cercano,  poco se ne curano;  cercata o  comunque   
acquistata,  lunghissimamente la conservano.  Infatti essi,  e in particolare i   
tedeschi o                                                                        
teutoni, sono i soli in Europa che serbino qualche vestigio di libert, qualche   
immagine [3349]delle antiche repubbliche;  i soli appo cui  le  repubbliche  si   
veggano  per  esperienza  poter durare anche a' tempi moderni.  Verbigrazia gli   
Svizzeri,  le citt libere di Germania,  le repubblichette de' Fratelli  Moravi   
ec.  Nel  mezzogiorno d'Europa non esiste pi neppure un'ombra di repubblica in   
alcun luogo,  fuori di San-Marino.  In Germania ve n'ha non  poche,  ed  alcuni   
piccoli principati di col si governano oggi,  o per volont del principe (come   
Saxe-Gotha) o per costituzione, quasi a maniera di repubblica e stato franco.Si   
applichino queste osservazioni a quelle da me fatte p.2752-5, 2926. fine -28, e   
viceversa quelle a queste. (3. Sett. 1823.).  V.  p.3676.Se l'idea del giusto e   
dell'ingiusto,  del  buono e del cattivo morale,  non esiste o non nasce per se   
nell'intelletto degli uomini,  niuna legge di  niun  legislatore  pu  far  che   
un'azione  o un'ommissione sia giusta n ingiusta,  buona n cattiva.  Perocch   
non vi pu esser niuna ragione per la quale sia giusto n  ingiusto,  buono  n   
cattivo,  l'ubbidire a qualsivoglia legge;  e niun principio [3350]vi pu avere   
sul quale si fondi il diritto che alcuno abbia di comandare a chi che  sia,  se   
l'idea  del  giusto,  del dovere e del diritto,  non  innata o inspirata (come   
vuole Voltaire,  cio naturalmente e per  innata  disposizione  nascente  nelle   
menti degli uomini, com'ei son giunti all'et                                     
di  ragione)  negl'intelletti  umani.  (4.  Sett.  1813.)Verbi in uo.  Heluor o   
helluor aris da helluo o heluo onis.  Mutuo as e mutuor aris da mutuus.  Cernuo   
as da cernuus. (4. Sett. 1823.)Insidiae, desidia sono evidentemente composti da   
in o de e dal nome sedia,  mutata l'e in i,  come al solito,  e come appunto in   
insideo,  desideo da sedeo.  (V.  la p.2890.) Ma la voce semplice sedia che pur   
dovette  esistere nel latino,  poich'esisterono i suoi composti,   perduta nel   
latino  scritto,  conservasi  nell'italiano.  V.  il  Gloss.  ec.   (4.   Sett.   
1823.)Continuativo.  Mutito e mutuito.  V. il Forc. in ambedue queste voci. (4.   
Sett.  1823.)Alla p.2843.  Anzi dal dirsi incettare,  piuttosto  che  incattare   
(come  pur  diciamo  [3351]accattare,  riscattare  ec.) deduco che questo verbo   
spetti a' buoni tempi della lingua latina,  giacch ne'  bassi  tempi,  e  meno   
nelle  lingue  volgari,  non si conserv e si trascur questo uso di mutare l'a   
de' verbi latini in e o i per la  composizione,  e  l'e  in  i  ec.  (4.  Sett.   
1823.)Alla  p.2843.  marg.  Dico verbi dissillabi contando per una sola sillaba   
l'eo ne' verbi della seconda (do-ceo),  e l'io in quelli della quarta (au-dio),   
secondo  il  volgar  uso  da  me  altrove  dimostrato,  che  per  dissillabi li   
pronunziava.  E dico dissillabi,  avendo riguardo  al  tema,  cio  alla  prima   
persona   singolare   presente  indicativa.   (4.   Sett.   1823.)Alla  p.3343.   
Generalmente appo gli antichi e nelle nazioni o societ primitive il no           
me d'infelice  un obbrobrio,  e  s'adopra  per  vitupero,  per  ingiuria,  per   
ignominia,  per biasimo,  per rimprovero ec. e cos si riceve. E l'esser tenuto   
per infelice  come aver mala fama.  E l'infelicit  (qualunque)  si  rinfaccia   
come il delitto o il vizio ec.  (4. Sett. 1823.)[3352]Nisi me omnia fallunt, il   
verbo  meditor    un  verissimo  e  perfettissimo  continuativo   di   medeor.   
Continuativo   pel   significato,   e   continuativo   per   la   forma   e  la   
derivazione.Medeor non  ha  participio  in  us  che  sia  usitato,  ma  secondo   
l'analogia il suo vero e regolare participio in us  meditus. E ch'egli ora non   
l'abbia non fa meraviglia. Innumerabili sono i verbi che pi non l'hanno, e che   
l'hanno solamente irregolare,  i cui participii in us, o i cui participii in us   
regolari,  sono stati da me dimostrati o si potrebbero dimostrare col mezzo de'   
continuativi  o frequentativi che ne derivano,  o con altri mezzi,  bench essi   
participii sieno altronde  affatto  inusitati.  Similmente  ho  dimostrato  pi   
participii  in  us  (o  supini)  di  verbi  che  n'hanno un solo oggid,  o tre   
participii di verbi che n'hanno oggid soli due  ec.Medeor  si  fa  drivare  da   
anzi  le  usarono appunto perch antiche,  e fatte                                
peregrine e divise dal volgo.  Cos pur fecero i latini,  cos  fanno  i  poeti   
italiani,  e  di  ci  dico altrove diffusamente.  La molta antichit di questo   
verbo  giova  molto  a  poter  credere  ch'ei  possa   avere   in   latino   un   
fr-                                                                               
del                                                                               
semplice  averne  o  pigliarne  cura?  il  che si pu talvolta compiere in poca   
d'ora;  ma quello di necessit  e  per  sua  natura  esige  durata,  lunghezza,   
continuit  di  tempo.Ecco  come  la  nostra  teoria de' continuativi rischiara   
mirabilmente le origini della lingua latina, rettifica l'etimologie,  mostra le   
vere  e  primitive propriet delle voci,  le analogie scambievoli delle lingue.   
Come qui, coll'osservazione che meditor debba venire da un participio in us ec.   
1. trovasi il perduto partic. o sup. di medeor. 2.  scopresi la vera etimologia   
di      meditor.      3.      correggesi     e     dichiarasi     quella     di   
me-                                                                               
uando anche per indole  sia                                                       
inclinato a beneficare. Per quest'abito ei contrae l'egoismo, il                  
quale,  come vedete,  non  ingenito in lui per se stesso, (quando anche ei sia   
stato sempre debole e bisognoso fin dalla nascita),  ma figlio di un  abito  da   
lui fatto o pi presto o pi tardi,  incominciato fin dal principio della vita,   
o sul fior degli anni,  o al mezzo,  o sul declinare  ec.  Per  quest'abito  ei   
s'avvezza  a  considerare  (se  non per ragione,  certo praticamente) [3362]gli   
altri come fatti per lui, e s come fatto per se solo,  ch' appunto l'egoismo;   
diventa  alieno dalla compassione e dalla beneficenza ch'egli non ha mai potuto   
o non pu pi esercitare,  di cui non ha mai  potuto  acquistare  o  ha  dovuto   
perdere  l'abitudine.  (5.  Sett.  1823.)Alla p.3078.  Queste medesime anomalie   
della lingua spagnuola,  e quelle molte pi della lingua italiana (delle  quali   
vedi la p.2688.  segg.  e altri luoghi), nelle quali anomalie queste lingue per   
seguir la latina,  abbandonano la norma della loro  propria  analogia,  possono   
servire  a  far credere che quando elle dalla propria analogia non si scostano,   
non perci abbandonino la lingua latina,  ma  la  seguano,  non  quale  noi  la   
conosciamo,  bens  quale ella fu conservata nel volgare;  massime se in questi   
casi si vegga,  come spessissimo e forse le pi volte si vede,  che  la  lingua   
italiana  o  spagnuola  seguendo  la  propria  analogia  segue ancor quello che   
sarebbe stato secondo la vera analogia della lingua latina, sebben questa,  per   
ci che noi ne conosciamo, in moltissimi di questi casi no                        
n  segua essa analogia sua propria,  ma sia anomala e [3363]irregolare.  Laonde   
non sar da disprezzarsi il testimonio che da' participii regolari  italiani  o   
spagnuoli  si  volesse  trarre  a  provare  che anche la lingua latina avesse i   
participii analoghi a questi (bench a noi sconosciuti),  e da cui questi sieno   
derivati.  P.e.  dall'ital.  veduto  io  potr  non vanamente dedurre il latino   
viditus che sarebbe appunto  il  regolarissimo  latino,  siccome  quello    il   
regolarissimo  italiano.  Massime  che  siccome  in latino visus anomalo,  cos   
trovasi ancora in italiano e in  ispagnuolo  l'anomalo  visto,  in  cui  queste   
lingue lasciano la loro analogia per seguire, non gi l'analogia, ma l'anomalia   
della lingua latina. Veggasi la p.3032. segg. e in particolare la p.3033. marg.   
Similmente si pu discorrere della lingua francese. E generalmente, osservando,   
si vedr che quanto ai participi passivi,  quello ch' o sarebbe regolare nelle   
lingue figlie (salve le solite e regolari modificazioni cio  delle  desinenze,   
dell'i  vlto  in u nell'italiano,  come a pag.3075.  e altre tali)  o sarebbe   
altres regolare nel  latino.(5.  Sett.  1823.)[3364]Il  subito  passaggio  dal   
grave,  serio,  lento,  malinconico,  passionato,  raccolto  e,  come  si dice,   
dall'adagio (s'io non m'inganno)  all'allegro,  all'accelerato,  al  dissipato,   
all' tourdi ec.  ec.  tanto usitato nella nostra musica, anzi proprio di quasi   
tutte le nostre arie ec., non solo non ha fondamento alcuno n                     
ella natura,  ma anzi  generalmente contrarissimo  alla  natura,  nella  quale   
niente  v'ha  di  subitaneo,  e  molto  manco  il  passaggio  da' contrarii ne'   
contrarii.  Oltre  che,  astraendo  pure  dal  subitaneo,  l'allegro  nuoce  al   
passionato, spegne o raffredda la passione negli animi degli uditori, contrasta   
bruttamente  con quello che precedette;  l'effetto dell'una parte della melodia   
nuoce,   contrasta,   distrugge  quello  dell'altra;     inverisimile  che  un   
malinconico  parli  in  tuono allegro,  un passionato in tuono dissipato,  e si   
abbandoni al gaio,  allo scherzevole,  all'insouciant,  al pazzeggiare ec.  ec.   
Nondimeno l'assuefazione che chiunque ha udito musica,  deve tra noi aver fatto   
a questi tali passaggi,  ce li fa parer convenientissimi,  ce li  fa  aspettare   
come naturali,  come richiesti dalla melodia ec.  precedente, come dovuti, come   
proprii assolutamente della composizione musicale; fa che il nostro orecchio li   
richiegga  come  spontaneamente  e  naturalmente  (e  cos    infatti,  perch   
l'assuefazione  seconda natura);  anzi, mancando essi, ci fa considerar questa   
mancanza come sconvenienza; fa che il nostro orecchio desideri alcuna cosa, non   
resti soddisfatto,  anzi resti come choqu e  rvolt  della  mancanza,  deluso   
spiacevolmente dell'aspettativa; insomma fa che tal mancamento [3365]produca il   
senso e il giudizio dell'imperfetto,  del mutilo,  del disavvenevole,  e quindi   
del disaggradevole, e quindi del brutto musicale. (5. Sett. 1823.). D            
unque l'idea del contrario del brutto,  cio  del  bello  e  della  convenienza   
musicale,  dipende  ed  determinata dall'assuefazione,  tanto che se questa ,   
non solo non naturale,  ma contraria alla natura,  anche quel  bello  e  quella   
convenienza,  cio  l'idea  che noi n'abbiamo ,  non solo oltre natura,  e non   
fondata sulla natura,  n prodotta dalla natura,  ma contro natura.  (6.  Sett.   
1823.)J'ai  vu quatre sauvages de la Louisiane qu'on amena en France,  en 1723.   
Il y avait parmi eux une femme d'une humeur fort douce.  Je lui  demandai,  par   
interprte,  si elle avait mang quelquefois de la chair de ses ennemis,  et si   
elle y avait pris got; elle me rpondit qu'oui; je lui demandai si elle aurait   
volontiers tu ou fait tuer un de ses compatriotes  pour  le  manger;  elle  me   
rpondit  en frmissant,  et avec une horreur visible pour ce crime.  Voltaire.   
Correspondance du Prince Royal de Prusse (depuis Frdric  II.)  et  de  M.  de   
Voltaire.   Lettre  31.   Octobre,   [3366]  Cirey.   1737.  tome  1.r  de  la   
Correspondance de Frdric II, Roi de Prusse,  10e de la collection des Oeuvres   
Complettes de Frdric II,  Roi de Prusse,  1790.  p.142.  (6.  Sett.  1823.)La   
lingua latina s'introdusse,  si piant e rimase in quelle parti d'Europa  nelle   
quali  entr  anticamente e si stabil la civilizzazione.  Ci non fu che nella   
Spagna e nelle Gallie.  Quella fino dagli  antichi  tempi  produsse  i  Seneca,   
Quintiliano, Columella, Marziale ec. poi Merobaude, S. Isidoro ec. e              
altri  moltissimi  di  mano  in  mano,  i quali divennero letterati e scrittori   
latini, senza neppure uscire, come quei primi, dal loro paese,  o quantunque in   
esso educati,  e non,  come quei primi,  in Roma. Le Gallie produssero Petronio   
Arbitro, Favorino ec. poi Sidonio, S. Ireneo ec. La civilt v'era gi innanzi i   
romani stata introdotta da coloni greci. Di pi la corte latina v'ebbe sede per   
alcun tempo.  La Germania bench  soggiogata  anch'essa  da'  Romani,  e  parte   
dell'impero latino,  non diede mai adito a civilt n a lettere, n a' buoni n   
a' mediocri n a' cattivi tempi di quell'impero. Ella fu sempre barbara. Non si   
conta  fra  gli   scrittori   latini   di   veruna   latinit   [3367](se   non   
dell'infimissima)  niuno che avesse origine germanica o fosse nato in Germania,   
come si conta pur quasi di tutte l'altre provincie e parti dell'impero  romano.   
Quindi  che la Germania bench suddita latina,  bench vicina all'Italia, anzi   
confinante, come la Francia, e pi vicina assai che la Spagna, non ammise l'uso   
della lingua latina,  e non parla latino (cio una lingua dal latino derivata),   
ma  conserva il suo antico idioma.  (Forse anche fu cagione di ci e delle cose   
sopraddette,  che la Germania non fu mai intieramente  soggiogata,  n  suddita   
pacifica, come la Spagna e le Gallie, s per la naturale ferocia della nazione,   
s  per  esser  ella  sui confini delle romane conquiste,  e prossima ai popoli   
d'Europa non conquistati, e nemici de' romani, e                                  
sempre inquieti e ribellanti,  onde ad essa ancora nasceva e la facilit,  e lo   
stimolo,  e  l'occasione,  e  l'aiuto  e il comodo di ribellare).  Senza ci la   
lingua  latina  avrebbe  indubitatamente  spento  la  teutonica,   n  di  essa   
resterebbe  maggior  notizia  o  vestigio che della celtica e dell'altre che la   
lingua latina spense affatto in Ispagna e  in  [3368]Francia.  Delle  quali  la   
teutonica  non doveva mica esser pi dura n pi difficile a spegnere.  Anzi la   
celtica doveva anticamente essere molto pi colta e perfetta o formata  che  la   
teutonica,  il  che  si  rileva  s dalle notizie che s'hanno de' popoli che la   
parlarono,  e delle loro istituzioni (come de' Druidi,  de' Bardi,  cio  poeti   
ec.),  e della loro religione,  costumi, cognizioni ec. s da quello che avanza   
pur  d'essa  lingua  celtica,   e  de'  canti  bardici  in  essa  composti  ec.   
L'Inghilterra  par  che  ricevesse  fino  a  un  certo segno l'uso della lingua   
latina, certo, se non altro, come lingua letterata e da scrivere. Ella ha pure   
scrittori non solo dell'infima, ma anche della media latinit, come Beda ec. Ma   
era gi troppo tardi,  s perch la lingua latina era gi corrotta e  moribonda   
per  tutto,  anche in Italia sua prima sede,  s perch l'impero latino era nel   
caso stesso.  Quindi i Sassoni  facilmente  distrussero  la  lingua  latina  in   
Inghilterra,  ancora  inferma  e  mal piantata,  propria solo dei dotti (com'io   
credo), e le sostituirono la [3369]teutonica, trionfando allo stesso tempo (al    
meno  in  molta  parte  dell'isola)  anche  dell'idioma  nazionale,   indigeno,   
ri d'Italia,  Francia,  Spagna, il far quello che i latini                        
ne' medesimi paesi, conquistandoli, avevano fatto; cio l'introdurre le proprie   
lingue in luogo di quelle de' vinti.  Nel mentre che i Sassoni in  Inghilterra,   
certo  n  pi civili n pi potenti de' Franchi,  de' Goti,  de' mori,  ec.  i   
Sassoni, dico, in Inghilterra, e poscia i Normanni,  trionfavano pur senza pena   
delle lingue indigene di quell'isola, perch mal formate ancor esse, bench non   
affatto barbare,  ed anzi (p.e. la celtica) pi colte ec. delle loro. Ma queste   
vittorie della lingua latina s nell'introdursi fra' conquistati,  e forestiera   
scacciare le lingue indigene;  s nel mantenersi malgrado i conquistatori, e in   
luogo di cedere, divenir propria anche di questi, si dovettero,  come ho detto,   
in  grandissima  parte,  alla  civilt  dei [3371]costumi latini e alle lettere   
latine con essa lingua introdotte o co                                            
nservate: di modo che detta lingua non riport tali  vittorie,  solamente  come   
colta  e  perfetta per se,  ma come congiunta ed appartenente ai colti e civili   
costumi, opinioni e lettere latine. Perocch, come ho detto,  sempre ch'ella ne   
fu disgiunta,  cio dovunque la civilt e letteratura latina, e l'uso del viver   
latino, o non s'introdusse, o non si mantenne,  o scarsamente s'introdusse o si   
conserv;  n anche s'introdusse la lingua latina,  come in Germania,  o non si   
mantenne,  come accadde in Inghilterra.  E ci si vede non solo in queste parti   
d'Europa, che non ammisero la civilt latina per eccesso di barbarie, o che non   
ammettendola,  restarono barbare; ma eziandio in quelle dove una civilt ed una   
letteratura indigena escluse la forestiera,  in quelle  che  non  ammettendo  i   
costumi n le lettere latine,  restarono per, quali erano, civili e letterate,   
cio nelle nazioni greche.  Le quali non ricevendo l'uso del viver latino,  non   
ricevettero neppur la lingua, bench la sede dell'impero [3372]romano, e Roma e   
il Lazio,  per cos dire,  fossero trasportate e lunghissimi secoli dimorassero   
nel loro seno. Ma la Grecia contuttoci non parl mai n scrisse latino, ed ora   
non parla n scrive che greco.  Ed essa era pur la parte pi  civile  d'Europa,   
non  esclusa  la  stessa Roma,  al contrario appunto della Germania.  Sicch da   
opposte, ma analoghe e corrispondenti e ragguagliate e proporzionate,  cagioni,   
nacque lo stesso effetto.Tutto ci                                                 
 che ho detto dell'Inghilterra si rettifichi consultando gli storici, e quello   
che  altrove  ho  scritto circa l'uso della lingua latina in quel paese e nella   
Scozia e nell'Irlanda. (6. Settembre. 1823.)Dialetti della lingua latina.  Vedi   
Cic.  pro  Archia poeta,  c.10..  fine,  dove parla de' poeti di Cordova pingue   
quiddam sonantibus  atque  peregrinum.  Non  avevano  certamente  questi  poeti   
scritto nella lingua indigena di Spagna, che i romani mai non intesero, siccome   
niun'altro idioma forestiero,  eccetto il greco; ma in un latino che sentiva di   
Spagnolismo,  come quel di Livio parve [3373]sapere di Patavinit.  E le parole   
di Cicerone,  chi ben le consideri anche in se stesse,  non possono significare   
altro.  Perocch era fuor di luogo la nota di peregrino se si fosse trattato di   
una  lingua  forestiera,  che non in parte,  o per qualche qualit,  ma tutta    
peregrina; n questo in lei sarebbe stato difetto,  e volendolo considerar come   
tale,  soverchiamente  leggiera  e sproporzionata sarebbe stata quella semplice   
espressione che la lingua e lo  stile  di  quei  poeti  sapeva  di  forestiero.   
Oltrech  l'una  e  l'altro  sarebbero stati barbari,  e per le orecchie romane   
affatto strani, rozzi, insolenti, insopportabili,  non cos solamente macchiati   
d'un  non  so  che  di  pingue  e  di peregrino.  Era in Cordova introdotta gi   
(siccome in altre parti della Spagna gi soggiogate,  perch  quella  provincia   
non fu sottomessa che appoco appoco, e con grandissi                              
mo intervallo una parte dopo l'altra,  e, come osserva Velleio, fu di tutte la   
pi renitente,  e tra le romane conquiste la pi lunga e difficile e per  lungo   
tempo  incertissima);  era,  dico,  introdotta  gi  in  Cordova la lingua e la   
letteratura latina,  siccome [3374]dimostra l'aver essa poi potuto  produrre  i   
Seneca  e  Lucano,  l'esempio  dello  stile de' quali,  pu (quanto allo stile)   
servire pur troppo di copioso commento alle parole di Cicerone,  che,  s'io non   
m'inganno,  della  lingua  non  meno che dello stile si debbono intendere.  (6.   
Settem.  1823.)Dico in pi luoghi che la natura non  ingenera  nell'uomo  quasi   
altro  che  disposizioni.   Or  tra  queste  bisogna  distinguere.  Altre  sono   
disposizioni a poter essere,  altre ad essere.  Per quelle l'uomo  pu  divenir   
tale o tale;  pu,  dico, e non pi. Per queste l'uomo, naturalmente vivendo, e   
tenendosi lontano dall'arte,  indubitatamente diviene quale la natura ha voluto   
ch'ei sia,  bench'ella non l'abbia fatto, ma disposto solamente a divenir tale.   
In queste si deve considerare l'intenzione della natura: in quelle no. E se per   
quelle l'uomo pu divenir tale  o  tale,  ci  non  importa  che  tale  o  tale   
divenendo,  egli  divenga  quale  la  natura ha voluto ch'ei fosse: perocch la   
natura per quelle disposizioni non ha fatto  altro  che  lasciare  all'uomo  la   
possibilit di divenir tale o tale; n quelle sono [3375]altro che possibilit.   
Ho distinto due generi di disposizioni per parlar pi chiaro. Or                  
a  parler  pi  esatto.  Le  disposizioni  naturali a poter essere e quelle ad   
essere,   non  sono  diverse  individualmente   l'une   dall'altre,   ma   sono   
individualmente  le  medesime.  Una  stessa  disposizione  ad essere e a poter   
essere. In quanto ella  ad essere, l'uomo,  seguendo le inclinazioni naturali,   
e  non  influito  da  circostanze  non  naturali,  non  acquista che le qualit   
destinategli dalla natura, e diviene quale ei dev'essere,  cio quale la natura   
ebbe  intenzione  ch'ei divenisse,  quando pose in lui quella disposizione.  In   
quanto ella  disposizione a poter essere, l'uomo influito da varie circostanze   
non naturali,  siano intrinseche siano estrinseche,  acquista molte qualit non   
destinategli  dalla  natura,  molte  qualit  contrarie eziandio all'intenzione   
della natura, e diviene qual ei non dev'essere, cio quale la natura non intese   
ch'ei divenisse,  nell'ingenerargli quella disposizione.  Egli per non  divien   
tale  per  natura,  bench  questa  disposizione  sia  naturale:  perocch essa   
disposizione non era ordinata a  questo  [3376]ch'ei  divenisse  tale,  ma  era   
ordinata  ad  altre  qualit,  molte delle quali affatto contrarie a quelle che   
egli ha per detta  disposizione  acquistato.  Bens  s'egli  non  avesse  avuto   
naturalmente questa disposizione,  egli non sarebbe potuto divenir tale. Questa   
 tutta la parte che ha la natura in ci che tale ei sia divenuto. Siccome,  se   
la disposizion fisica del nostro corpo non fosse qual ella  per natura, l'       
uomo  non  potrebbe,  per esempio,  provare il dolore,  divenir malato.  Ma non   
perci la natura ha cos disposto il nostro corpo acciocch noi  sentissimo  il   
dolore  e  infermassimo;  n  quella  disposizione    ordinata a questo,  ma a   
tutt'altri e contrarii risultati.  E l'uomo non inferma per natura;  bens  pu   
per natura infermare;  ma infermando,  ci gli accade contra natura,  o fuori e   
indipendentemente   dalla   natura,    la   quale   non   intese   disporlo   a   
infermare.Similmente  si discorra degli altri animali,  e di mano in mano degli   
altri generi di creature,  con quest'avvertenza per e con questa  proporzione,   
che negli altri animali,  le disposizioni [3377]ingenite sono pi ad essere che   
a poter essere;  il che vuol  dire  che  gli  animali  sono  naturalmente  meno   
conformabili  dell'uomo;  che essi per le loro naturali disposizioni,  non solo   
non debbono acquistare altre qualit che le destinate loro dalla natura, il che   
 proprio anche dell'uomo,  ma non possono acquistarne molto diverse da queste,   
come l'uomo pu;  non possono acquistar tante e cos varie qualit, come l'uomo   
pu,  per  essere  sommamente  conformabile:  in  fine  che  le  loro  naturali   
disposizioni  non  rendono  possibile  tanta variet di risultati,  non possono   
esser cos diversamente applicate e usate come quelle dell'uomo.  Ond' che gli   
animali  non acquistino quasi altre qualit che le destinate loro dalla natura,   
non divengano se non quali la natura gli ha voluti, quali ella intese che         
divenissero nel dar loro  quelle  disposizioni.  Il  che  vuol  dire  ch'ei  si   
mantengono  nello  stato naturale;  che non  altro se non quello che ho detto,   
cio divenir tali quali la natura  ha  inteso;  perch  n  anche  gli  animali   
nascono,  ma divengono;  n la [3378]natura ingenera in essi delle qualit,  ma   
delle disposizioni,  ben pi ristrette che quelle dell'uomo.  In questo modo  e   
con questa proporzione passando ai vegetabili,  e quindi scendendo per tutta la   
catena degli esseri,  troverete che le naturali disposizioni sono  di  mano  in   
mano  sempre  maggiormente  ad essere che a poter essere,  cio si restringono,   
finch gradatamente si arrivi a quegli enti ne' quali la natura  non  ha  posto   
disposizioni n ad essere n a poter essere,  ma solo qualit.  Del qual genere   
io non credo che  alcuna  cosa  si  possa  in  verit  trovare,  esattamente  e   
strettamente parlando, ma largamente si potr dire che di tal genere sia questo   
nostro  globo  tutto  insieme  considerato  e  rispetto  al  sistema  solare  o   
universale,  e similmente i pianeti e il sole e le stelle  e  gli  altri  globi   
celesti.   Ne'  quali  e  ne'  moti  loro,  e  per  dir  cos,  nella  vita,  e   
nell'esistenza rispettiva degli uni agli altri,  niun disordine si pu trovare,   
niuna  irregolarit,  niun morbo,  niuna ingiuria,  niun accidente,  successo o   
effetto che sia contro n fuori delle intenzioni avute dalla natura  nel  porre   
in essi le qualit che ci ha posto;  dico le qualit rispettive [3379]che hanno   
gli                                                                               
uni verso  gli  altri,  le  quali  negli  effetti  e  nell'uso  loro  sempre  e   
interamente   corrispondono   alle  primitive  destinazioni  della  natura,   e   
immutabilmente serbano ed efficiunt quell'ordine dell'universo  che  la  natura   
volle  espressamente  e vuole,  e quella vita o esistenza ch'essa natura gli ha   
destinata,  e tale n pi n meno quale ella intese  e  ordin  che  fosse.  Da   
questo  genere  di  esseri  rimontando indietro per insino all'uomo,  troveremo   
sempre di mano in mano decrescere secondo l'ordine delle specie e  de'  generi,   
il  numero  e  l'efficacia  e importanza delle qualit ingenerate in ciascun di   
essi generi  o  specie  dalla  natura,  e  crescere  altrettanto  il  numero  o   
l'estensione,  la  variet  o  piuttosto  la  variabilit  o adattabilit delle   
disposizioni in esse dalla natura ingenerate: e queste  disposizioni  esser  da   
principio  solamente,  o  quasi del tutto,  ad essere,  poscia eziandio a poter   
essere, e ci sempre pi,  salendo pe' vegetabili ai polipi,  indi per le varie   
specie  d'animali  fino alla scimia,  e all'uomo salvatico,  e da queste specie   
all'uomo. Nella cui parte che si chiama morale o spirituale, troveremo, come ho   
detto,  che [3380]la natura non ha posto  di  sua  mano  quasi  veruna  qualit   
determinata,  se  non  pochissime,  e  queste,  semplicissime:  tutto  il resto   
disposizioni, non solo ad essere,  ma a poter essere tante cose,  ed acquistare   
tanto varie qualit,  quanto niun altro genere di enti a noi noti. E per questa   
scala ascende                                                                     
ndo, troveremo colla medesima gradazione, che quanto minore in ciascun genere o   
specie  il numero e il  valore  delle  qualit  ingenite  e  naturali,  quanto   
maggiore  quello  delle  disposizioni  altres naturali,  e quanto maggiormente   
queste disposizioni sono  a  poter  essere  (ossia  divenire),  tanto  maggiore   
esattamente in ciascuno d'essi generi o specie,  e nell'esistenza loro, e negli   
effetti loro sopra se stessi e fuor di se stessi  il numero e la grandezza de'   
disordini,  delle irregolarit  de'  morbi,  de'  casi,  degli  accidenti,  de'   
successi  non  naturali,  non  voluti  o  espressamente disvoluti dalla natura,   
contrarii alle intenzioni e destinazioni fatte dalla natura  nel  formare  quei   
tali generi o specie, e nel cos disporli com'essa li dispose, s rispetto a se   
stessi,  s riguardo agli altri generi e specie a cui essi hanno relazione,  ed   
all'intera [3381]universit delle cose. Tutto ci troverassi nelle meteore, ne'   
vegetabili,  negli  animali  sopra  tutto,  e  fra  gli  animali,  sopra  tutti   
nell'uomo,  ossia nel genere umano.  Perocch il vivente  meno dell'altre cose   
tutte composto di qualit naturali,  e pi  di  disposizioni;  e  tra'  viventi   
l'uomo in massimo grado. Nel quale  maggior la vita che negli altri viventi; e   
la vita si pu,  secondo le fin qui dette considerazioni, definire una maggiore   
o minore conformabilit, un numero e valore di disposizioni naturali prevalente   
in certo modo (pi o meno) a quello delle ingenite qualit                        
. Massime rispetto allo spirituale, all'intrinseco, a quello che, propriamente   
parlando, vive; a quello in che sta propriamente e si esercita la vita,  in che   
siede  il  principio vitale,  e la facolt dell'azione sia interna sia esterna,   
cio la facolt del pensiero e  della  sensibile  operazione.  ec.  Nella  qual   
facolt  consiste  propriamente la vita ec.  (6-7.  Settembre.  1823.).  Per lo   
contrario le cose che meno partecipano della vita sono quelle  che  per  natura   
hanno  meno  di  qualit  e  pi  di  disposizione,  cio  le meno conformabili   
naturalmente.  E se v'ha cosa che  non  sia  punto  conformabile  naturalmente,   
quella  niente  partecipa  della  vita,  ma  solo  esiste;  quella  che si dee   
propriamente [3382]chiamare semplicemente e puramente esistente ec. ec. ec. (8.   
Sett. Nativit di Maria Santissima.  1823.)Alla p.3343.  marg.   da notare che   
tutti questi nomi per etimologia non significano propriamente altro che misero,   
afflitto,  ec.  o  povero  ec.  o  fatichevole ec.,  ovvero miseria,  calamit,   
povert, laboriosit ec. E che in processo di tempo,  molti di essi,  e forse i   
pi, perduta o fatta men comune e antiquata o poetica ec. questa significazione   
non  ritennero nell'uso ordinario che quella di ribaldo,  cattivo,  scellerato,   
malvagit,            nequizia            ec.            quasi            fosse   
impossib-                                                                         
el pari le pi sfortunate e dispregiate di tutte le facolt dello                 
spirito.  Tutte l'altre dnno pane, molte di loro recano onore anche durante la   
vita,  aprono l'adito alle dignit ec.: tutte l'altre,  dico,  fuorch  queste,   
dalle quali non v' a sperar altro che gloria, e soltanto dopo la morte. Povera   
e  nuda  vai,  filosofia.  Della sorte ordinaria de' poeti mentre vivono,  non   
accade parlare.  Chi s'annunzia per medico,  per legista,  per matematico,  per   
geometra,  per  idraulico,  per filologo,  per antiquario,  per linguista,  per   
perito anche  in  una  sola  lingua;  il  pittore  eziandio  e  lo  scultore  e   
l'architetto;  il musico,  non solo compositore ma esecutore,  tutti questi son   
ricevuti nelle societ con piacere,  trattati nelle conversazioni e nella  vita   
civile  con  istima,  ricercati  ancora,  onorati,  invitati,  e  quel ch' pi   
premiati, arricchiti,  elevati alle cariche e dignit.  Chi s'annunzia solo per   
poeta  o  per filosofo,  ancorch'egli lo sia veramente,  e in sommo grado,  non   
trova chi faccia caso di lui, non ottiene neppure ch'altri gli parli con leg      
giere testimonianze di stima.  La ragione si    che  tutti  si  credono  esser   
filosofi,  [3385]ed  aver quanto si richiede ad esser poeti,  sol che volessero   
metterlo in opera,  o poterlo facilissimamente acquistare e adoperare.  Laddove   
chi non  matematico,  pittore,  musico ec. non si crede di esserlo, e riguarda   
come superiori per questo conto a lui ed al comune degli uomini,  quei  che  lo   
sono.  Il  genio,  da  cui principalmente pende e nasce la facolt poetica e la   
filosofica,  non si misura a palmi,  come ci che si richiede a esser medico  o   
geometra. Quindi nasce che quello ch' pi raro tra gli uomini tutti si credano   
possederlo.  E quindi  che le due pi nobili,  pi difficili e pi rare,  anzi   
straordinarie, facolt, la poesia e la filosofia,  tutti credano possederle,  o   
poterle  acquistare  a  lor  voglia.  Oltre  che  il  genio  non  pu essere n   
giudicato,  n sentito,  n conosciuto,  n aperu che  dal  genio.  Del  quale   
mancando quasi tutti,  nol sentono n se n'avveggono quand'ei lo trovano.  E il   
gustare, e potere anche mediocremente estimare il valor delle opere di poesia e   
di filosofia, non  che de' veri poeti e de' veri filosofi,  a differenza delle   
opere  dell'altre  facolt.  ec.[3386]E  qui  si  consideri  il divario fra gli   
antichi e i moderni tempi.  Ch fra gli antichi i filosofi,  e massime i poeti,   
avevano  senza  contrasto il primo luogo,  se non nella fortuna (molti filosofi   
l'ebbero ancora nella fortuna, come Pitagora, Empedocle, Arc                      
hita,  Solone,  Licurgo ed altri de' pi  antichi,  che  furono  padroni  delle   
rispettive repubbliche),  certo nella estimazion pubblica, non solo dopo morte,   
ma durante la loro vita.  E pure molti pi erano allora che oggid  quelli  che   
potevano  esser  poeti,  perch l'immaginazione era signora degli uomini;  e la   
debole filosofia di que' tempi  non  distingueva  gran  fatto  i  filosofi  da'   
volgari, n molto si richiedeva per giungere alle loro cognizioni, e per salire   
alla loro altezza.  - ec.  ec. (8. Sett. Natalizio di Maria Vergine Santissima.   
1823.)Alla p.3205. Un suono dolce o penetrante,  indipendentemente dall'armonia   
o melodia che pu sembrare aver rapporto alle idee,  gli odori,  il tabacco ec.   
influiscono sull'immaginazione massimamente,  e v'influiscono in modo al  tutto   
fisico,  cio  senz'alcun  rapporto  per  se  stessi alle idee.  Laddove quegli   
oggetti che agiscono sull'immaginazione [3387]e la risvegliano  ec.  per  mezzo   
del  senso della vista,  lo fanno eccitando certe idee apposite,  legate a quei   
tali oggetti o per la lor propria forma,  o per le rimembranze ch'essi  destano   
nella  memoria,  o  per immagini adeguate e analoghe in qualunque modo a quella   
tal vista ec.  Niente di ci accade nel suono semplicemente considerato,  negli   
odori,  nel  tabacco  ec.  se  non  accidentalmente,  ed  anche  fuori  di tale   
accidente, quelle cose influiscono a dirittura sulla facolt immaginativa. Cos   
discorrasi anche della luce per se stessa e indipendente                          
mente dagli oggetti ch'ella ci discuopre allo sguardo;  perocch anche la  luce   
per se influisce e sveglia fisicamente la facolt immaginativa, senza relazione   
propria  e  particolare  a  veruna  idea.  Certo l'immaginazione  visibilmente   
sottoposta a mille cause totalmente fisiche,  che la commuovono e  scuotono,  o   
l'assopiscono  e intorpidiscono,  la sollevano o la deprimono,  l'eccitano o la   
raffrenano,   la  scaldano  o  l'agghiacciano.   Se   dunque   l'immaginazione,   
[3388]perch non l'ingegno?  mentre quella  pure una facolt tutta spirituale,   
o tutta appartenente a ci che nell'uomo si considera come spirito;  una parte   
o facolt dell'animo solo,  dello spirito  ec.  e  dello  stesso  ingegno.  (9.   
Settembre.  1823.).  V.  p.3552.Molti  presenti italiani che ripongono tutto il   
pregio della poesia,  anzi tutta la poesia nello stile,  e disprezzano affatto,   
anzi  neppur  concepiscono,   la  novit  de'  pensieri,  delle  immagini,  de'   
sentimenti; e non avendo n pensieri, n immagini, n sentimenti,  tuttavia per   
riguardo del loro stile si credono poeti,  e poeti perfetti e classici;  questi   
tali sarebbero forse ben sorpresi se loro si dicesse, non solamente che chi non   
 buono alle immagini,  ai sentimenti,  ai pensieri non    poeta,  il  che  lo   
negherebbero   schiettamente   o   implicitamente;  ma  che  chiunque  non  sa   
immaginare, pensare,  sentire,  inventare,  non pu n possedere un buono stile   
poetico, n tenerne l'arte, n eseguirlo, n giudicarlo nelle opere pr            
oprie  n  nelle  altrui;  che l'arte e la facolt e l'uso dell'immaginazione e   
dell'invenzione  tanto indispensabile allo stile [3389]poetico, quanto e forse   
ancor pi ch'al ritrovamento,  alla scelta,  e alla disposizione della materia,   
alle sentenze e a tutte l'altre parti della poesia ec. (Vedi a tal proposito la   
p.2978-80.)  Onde  non  possa  mai esser poeta per lo stile chi non  poeta per   
tutto il resto,  n possa aver mai uno stile  veramente  poetico,  chi  non  ha   
facolt,  o  avendo  facolt  non  ha  abitudine,  di sentimento di pensiero di   
fantasia d'invenzione, insomma d'originalit nello scrivere. (9. Sett. 1823.)La   
lingua spagnuola,  secondo me,  pu essere agli scrittori italiani una sorgente   
di  buona  e  bella  ed  utile  novit ond'essi arricchiscano la nostra lingua,   
massimamente di locuzioni e di modi.1 Io  penso  che  niuno  possa  pienamente   
discorrere di niuna delle cinque lingue che compongono la nostra famiglia,  ci   
sono greca, latina, italiana, spagnuola, e francese,  s'egli non le conosce pi   
che  mediocremente  tutte  cinque.2 La lingua spagnuola  sorella carnalissima   
della nostra.  Or come sia ragionevole il derivar [3390]nuove  ricchezze  nella   
lingua propria dalle lingue sorelle,  vedi, fra l'altre, p.3192-6.3 La potenza   
avuta dagli Spagnuoli in Europa,  e in Italia nominatamente,  al tempo  appunto   
che  la  lingua  e  letteratura  nostra  si formava e perfezionava,  ci fu nel   
cinquecento, a fece che molte voci e molte pi l                                 
ocuzioni e  forme  spagnuole  fossero,  non  solo  dal  volgo  e  nel  discorso   
familiare,  ma  dai  dotti  e  dai  letterati  nella lingua scritta ed illustre   
italiana introdotte o accettate in quel secolo e  nel  seguente  eziandio  (dal   
Redi,  dal Salvini,  dal Dati ec.  V. p. es. la Crusca in alborotto, verdadiero   
Dallo spagnuolo viene l'avv. giacch o gi che per poich,  usitatissimo appo i   
nostri  migliori  del seicento).  Perocch la lingua spagnuola era a quel tempo   
generalmente studiata, intesa, parlata,  scritta,  e fino stampata,  in Italia.   
(V.  Speroni Oraz.  in lode del Bembo nelle Orazz. Ven. 1596: p.144; Caro Lett.   
vol.2.  lett.177.) E questa   primieramente  un'ottima  ragione  perch  dalla   
lingua  spagnuola  si possa ancora [3391]attingere,  dico l'essersene gi molto   
attinto.   Cos  sempre  accade  nelle  lingue.   Il  gi  tolto  d'altronde  e   
naturalizzato,  prepara  gli  orecchi  e  il gusto a quello che si voglia ancor   
torre dallo stesso luogo,  appiana la strada,  apparecchia quasi il posto e  il   
letto  alle novit che dalla medesima fonte si vogliano dedurre,  e ne facilita   
l'introduzione.  Il canale  scavato,  n fa di bisogno fabbricarlo;  sta  allo   
scrittore  il  dar  corso  per  esso alle acque,  giusta la misura che gli paia   
opportuna.  Aggiungasi a questo,  che tale commercio onde la lingua italiana si   
arricch della spagnuola, fu, come ho detto, nel secolo in che la nostra lingua   
si form e perfezion, e prese o determin il suo carattere, cio nel cinque      
cento;  ond' ben naturale che molte parti della lingua spagnuola non ancora da   
noi ricevute,  convengano e consuonino colle  propriet  della  nostra  lingua,   
poich  non  poche  forme  e  locuzioni,  ed  anche  non poche voci spagnuole e   
significazioni di  voci,  entrarono  nella  composizione  della  nostra  lingua   
appunto  quand'ella  ricev  la sua piena forma e perfezionamento e la distinta   
specifica impronta del suo [3392]carattere.  Finalmente    da  osservarsi  che   
mentre  i  nostri  antichi  non solo nel cinquecento,  ma fin dal ducento e dal   
trecento introdussero nella lingua nostra moltissime voci,  locuzioni  e  forme   
francesi che ancora in buona parte vi si conservano,  queste, da tanto tempo in   
qua,  e similmente  quelle  altre  infinite  che  i  moderni  v'introdussero  e   
v'introducono tuttavia,  serbano sempre, chi ben le guarda, una sembianza e una   
fisonomia di forestiere,  massime le locuzioni e forme.  Laddove le frasi  e  i   
modi,  ed  anche i vocaboli spagnuoli introdotti nella nostra lingua,  stanno e   
conversano in essa colle nostre voci italiane cos naturalmente che paiono  non   
venuti ma nati,  non ispagnuoli ma italiani quanto alcun altro mai possa essere   
e quanto lo sono i nostri propri vocaboli. Anzi io so certo che pochissimi,  ma   
veramente  pochissimi,  sanno,  o  sapendo,  avvertono questi tali esser modi e   
vocaboli o significati d'origine spagnuola.  Ben ne  veggo  assai  sovente  de'   
riputati e battezzati per purissimi italiani natii. N me ne maravi              
glio,  perocch  in  essi  la  differenza  dell'origine  nulla  si sente,  ed    
possibile il saperla,  ma [3393]non il sentirla.  E non voglio tacere che delle   
tante  parole,  frasi  e  forme  francesi  introdotte  da' nostri antichi,  sia   
ducentisti, sia trecentisti, sia cinquecentisti, sia secentisti, nell'italiano,   
grandissima parte,  e forse la maggiore,   uscita dall'uso nostro ed antiquata   
per modo che oggid nemmeno il pi sfrontato e impudente gallicista e parlatore   
o scrittore di francese maccheronico sarebbe ardito di usarle.  E ci, quanto a   
quelle che furono tra noi usate nel ducento o nel trecento,   accaduto da gran   
tempo  in  qua,  cio  fino  dal  cinquecento,  nel qual secolo le antiche voci   
francesi-italiane che  oggi  pi  non  s'usano,  erano  parimente  quasi  tutte   
dimenticate,  bench delle altre se ne introducessero.  Ma delle voci e maniere   
spagnuole introdotte fra noi,  ben poche o la minor parte,  o  certo  in  assai   
minor  numero  che  delle  francesi,  si  trovano  oggid esser cadute dell'uso   
nostro.  Le altre han posto  da  gran  tempo  saldissime  radici  nella  lingua   
italiana, come quelle che l'hanno trovata esser terreno proprio da loro, e tale   
che   l'esservi   esse   state   [3394]piuttosto   traspiantate   che  prodotte   
spontaneamente e primieramente,  sia piuttosto caso  che  natura.4  La  lingua   
spagnuola   carnal sorella dell'italiana,  non di famiglia solo e di nascita e   
di eredit, ma di volto, di persona e di costumi. N la lingua francese se le p   
u paragonare per questo conto, non pi ch'ella si possa comparare all'italiana   
o alla spagnuola per conto della  somiglianza,  sia  esteriore  sia  interiore,   
colla  madre  comune.  La  lingua  spagnuola    piuttosto  altra  che  diversa   
dall'italiana. Ed era ben ragione che cos fosse, perocch l'Italia,  la Spagna   
e  la  Grecia sono in Europa per natura di clima,  di terreno e di cielo le pi   
conformi provincie meridionali. Or tra queste,  la Spagna  e  l'Italia  avendo   
l'una  dato,  l'altra ricevuto una stessissima lingua,  era ben naturale che in   
processo  di  tempo  ambedue  riuscissero  tanto  e  niente  meno  conformi  di   
linguaggio,  quanto  a  due  separate  nazioni   possibile il pi.  Laddove la   
Francia che una medesima lingua ricev  dall'Italia  ancor  essa,  partecipando   
per  del settentrionale [3395]e pel clima e per l'indole e per gli avvenimenti   
che la storia descrive,  settentrionalizz la sua ricevuta lingua,  e fecene un   
misto  nuovo,   suo  proprio  e  bello,  come  altrove  s'  detto.  E  intanto   
allontanandosi da' suoni dalle forme e dal genio della lingua  madre,  l'idioma   
francese  col  medesimo  passo si divise eziandio dall'indole,  dallo spirito e   
dalla qualit de'  suoni  delle  lingue  sorelle,  che  sempre  alla  madre  si   
attennero  quanto  comportarono  i  tempi  e  le circostanze;  e che quantunque   
inondate ancor esse dalle lingue settentrionali,  pure per la totale  diversit   
del  clima  e dell'indole delle loro regioni,  se ne mantennero cos pure,  che   
pervenute                                                                         
per cos dire a  seccarle,  soltanto  pochissime  parole,  niuna  forma,  niuna   
qualit  appartenente  al  genio ed all'indole,  si trovarono averne contratto.   
Veramente la lingua spagnuola e per carattere e per forme e per costrutti e per   
suoni e per che che sia,   cos conforme all'italiana,  che altre  due  lingue   
colte  cos  tra  loro  conformi non si trovano ch'io mi creda,  n mai,  ch'io   
sappia,  si ritrovarono.  [3396]E pi conformi sarebbero le suddette due lingue   
se  la  Spagna avesse avuto e potesse vantare pi vasta,  copiosa e varia,  pi   
lunga,  e pi perfetta  letteratura,  ch'ella  non  ebbe.  Dico  sarebbono  pi   
conformi  per  ci  che  tocca  alla quantit,  come dire alla ricchezza,  alla   
variet e cose tali.  Ch per certo non manc  alla  lingua  spagnuola  se  non   
quello  che ho detto,  per essere anche in queste parti comparabile alla lingua   
italiana;  per esserlo cio in tutto,  anche nella quantit,  siccom'essa lo     
nella  qualit,  eccetto  solamente  che  ancor  nelle  sue  qualit ell' meno   
perfetta dell'italiana. Del rimanente ella,  quanto alla qualit,  non potrebbe   
quasi essere pi conforme alla nostra di quel ch'ella sia.5 N tale sarebbe se   
la letteratura spagnuola,  bench cedendo d'assai all'italiana per la quantit,   
non le fosse pari del tutto  nella  qualit,  salvo  la  minore  perfezione  di   
ciascun suo attributo.  Le stesse cagioni,  s naturali, s accidentali, che ci   
resero gli spagnuoli cos conformi di lingua, ce li fecero altrettanto co         
nformi [3397]nella letteratura.  N poteva essere altrimenti,  perch  l'una  e   
l'altra  vanno  sempre  del pari.  Certo  che nel cinquecento,  secolo aureo e   
principale non meno della lingua e letteratura spagnuola che della italiana, il   
commercio tra queste due letterature fu strettissimo,  e l'influenza reciproca;   
bens  maggiore  d'assai  quella  dell'italiana  sulla spagnuola che viceversa,   
perch l'italiana era di gran lunga maggiore,  e portata ad un alto  grado  gi   
molto prima,  cio nel 300.  Laonde,  se imitazione vi fu, non  dubbio che gli   
spagnuoli imitarono, e gli scrittori italiani furono loro modelli. Ma senza pi   
stendersi in questo,  egli  certissimo ed evidente che  il  buono  e  classico   
stile  spagnuolo e lo stile italiano buono e classico,  salvo che quello  meno   
perfetto,  non sono onninamente che uno solo.  Ora quanta parte abbia la lingua   
nello  stile,  quanta  influenza  lo  stile  nella  lingua,  come  sovente sia   
difficile e quasi impossibile il distinguere questa da quello,  e le  propriet   
dell'una  da quelle dell'altro,  o si parli di uno scrittore e di una scrittura   
particolarmente, [3398]o di un genere, o di una letteratura in universale; sono   
cose da me altrove accennate pi volte.  Basti ora il dire che non si  mai per   
ancora veduto in alcun secolo,  appo nazione alcuna, stile corrotto o barbaro e   
rozzo,  e lingua pura o delicata,  n viceversa,  ma sempre e in ogni luogo  la   
rozzezza, la purit, la perfezione, la decadenza,                                 
la  corruttela della lingua e dello stile si sono trovate in compagnia. Ch se   
ne' nostri trecentisti la lingua  pura e lo stile sciocco;  1  lo  stile  non   
pecca  se  non  per difetto di virt,  per inartifizio,  e mancanza d'arte e di   
coltura,  ma niun vizio ha e niuna qualit malvagia;  sicch non pu  chiamarsi   
corrotto:  2  lo stile de' trecentisti  semplice e nella semplicit energico,   
come porta la natura,  e tale n pi  n  meno    la  lingua  loro,  la  quale   
generalmente  non  ha  pregio  nessuno se non questi,  che sono pur pregi dello   
stile, ma non sempre,  e che non bastano: 3 che che ne dicano i pedanti,  ogni   
volta che lo stile de' trecentisti pecca di rozzo, anche la lor lingua  rozza;   
ogni  volta  che  di  barbaro,  anche  la  lingua  barbara;  ogni volta che di   
eccessiva semplicit ed inartifizio,  anche la  semplicit  della  [3399]lingua   
passa i termini,  com' stato ben provato in questi ultimi tempi;  e finalmente   
se talvolta il loro stile  tumido, falso, o insomma corrotto comunque, (bench   
tal  corruzione  in  loro  sia  piuttosto  fanciullesca  e   d'ignoranza,   che   
manifestante il cattivo gusto,  e la depravazione,  che in essi non poteva aver   
luogo), allora anche la lingua non  da noi chiamata pura,  se non perch ed in   
quanto antica,  secondo le osservazioni da me fatte altrove circa quello che si   
chiama purit di lingua.Adunque lo stile che colla lingua   cos  strettamente   
legato,  lo stesso nello spagnuolo e nell'italiano. Dico qu                      
ello  stile  che  dall'una  e  dall'altra  nazione  riconosciuto per classico.   
Ebbero anche i francesi nel medesimo secolo del cinquecento uno stile  conforme   
o  quasi  conforme  allo  spagnuola e all'italiano,  ma esso non  riconosciuto   
oggid per classico da quella nazione,  n per tale  fu  riconosciuto  in  quel   
secolo in che la letteratura francese pigli forma e carattere e perfezionossi,   
in  somma  nel secolo aureo che d legge [3400]e norma,  generalmente parlando,   
alla lingua e letteratura francese di qualunque secolo  successivo.  E  se  pur   
quello  stile  talvolta   o fu riconosciuto per classico da' francesi (come in   
Amyot),  ci  come un classico che essi non debbono  seguire  n  imitare,  un   
classico  diverso  da  quello che  classico oggid per loro nelle scritture di   
questo secolo,  un classico che in queste scritture sarebbe vizio,  anzi non si   
comporterebbe,  anzi non senza fatica s'intenderebbe; una lingua in somma e uno   
stile che, secondo confessano essi medesimi,  ancorch bello e classico,  non    
pi  loro.Lo  stile e la letteratura spagnuola forma veramente (quanto alla sua   
indole) una sola famiglia collo stile e letteratura greca,  latina e  italiana.   
Lo stile e la letteratura francese per lo contrario appartengono a una famiglia   
ben distinta dalla suddetta. La letteratura francese insieme con quelle ch'essa   
ha prodotte,  ci sono la inglese del tempo della regina Anna,  la svedese,  la   
russa, (e credo eziandio l'olandese), forma in                                    
Europa, propriamente parlando, una terza distinta famiglia,  un terzo genere di   
letteratura  e  di  stile:  intendendo  per  seconda  famiglia  di  letterature   
[3401]europee quelle di carattere  settentrionale,  cio  l'inglese  de'  tempi   
d'Ossian  e  di  quelli di Shakespeare,  e la moderna ch' una continuazione di   
questa,  la tedesca,  l'antica scandinava,  illirica,  e  simili.  (Sebbene  il   
carattere  scandinavo  e illirico,  s delle nazioni,  s delle letterature,     
distinto dal teutonico ec. Ma non esiste letteratura scandinava n illirica, se   
non antica e mal nota,  perch la presente letteratura Svedese,  Danese,  russa   
ec.  non   che francese.  Stal nel principio dell'Alemagna). Come altrove ho   
detto della lingua, cos della letteratura e dello stile francese si deve dire.   
Essi tengono il mezzo tra il meridionale e il settentrionale, tra il classico e   
il romantico;  essi formano  una  categoria  propria,  niente  meno  diversa  e   
distinta da quella delle letterature e stili greco,  latino, italiano classico,   
spagnuolo classico,  e dall'indole e spirito loro,  di quel ch'ella  sia  dalle   
letterature  inglese  moderna,   tedesca,  e  loro  affini  o  simiglianti.  V.   
p.3559.Quel carattere di nobilt,  di dignit,  di ardire,  di  semplicit,  di   
naturalezza ec.  ec.  che distingue [3402]gl'idiomi e gli stili greco e latino,   
non si possono in alcuna lingua del  mondo,  n  moderna  n  antica,  esprimer   
meglio n pi spontaneamente e naturalmente che nella italiana e nella            
spagnuola,  e negli stili riconosciuti respettivamente per classici appo queste   
due nazioni: n si  potrebbero,  assolutamente  parlando,  esprimer  meglio  di   
quello  che  queste  due  lingue e questi due stili possano fare.  Dico possano   
fare,  perch lo spagnuolo non lo ha  forse  ancora  mai  fatto  perfettamente,   
bench  la  sua  indole  e lo comporti e lo richiegga.  Dico quel tal carattere   
identico di nobilt ec. proprio della lingua e stile greco e latino. Le qualit   
medesime in genere,  come la nobilt in genere ec.  possono esser proprie anche   
del  francese  e  del  tedesco  e  d'ogni  lingua colta,  ma quel tal carattere   
individuale e identico di nobilt ec.  che distingue i suddetti stili  greco  e   
latino,  non solo non lo richieggono n l'amano, ma in niun modo lo comportano,   
gli stili francese, inglese ec. Questi possono esser nobili,  ma in altro modo;   
semplici  ma  in  diversissimo [3403]modo;  naturali ma tutt'altra naturalezza,   
perch'egli hanno tutt'altra natura,  e tutt'altro carattere hanno le rispettive   
nazioni,  e  tutt'altro  per queste  naturale;  arditi,  ma la lingua francese   
rispetto a  se  stessa  solamente,  ch  rispetto  all'altre,  e  assolutamente   
parlando,    timidissima,  al  contrario  della greca e della latina,  e della   
spagnuola e italiana altres: le restanti lingue e stili possono essere arditi,   
anche pi del greco e del latino, anche pi dello spagnuolo e dell'italiano, ma   
in tutt'altro modo.E per recare un esempio; laddove la lingua                     
e lo stile spagnuolo e italiano si  piegano  naturalmente  e  quasi  da  se  al   
dignitoso,  come  il greco e il latino (che in qualunque genere e materia hanno   
sempre del grave e dell'elevato),  lo stile francese non ci si piega  per  niun   
modo,  ma sempre tira al familiare e al piano. Contuttoci egli pure ottiene di   
staccarsi dal familiare e dal volgo, di sostenersi, d'innalzarsi; ma come?  Con   
un copiosissimo uso d'immagini,  pensieri ed espressioni poetiche.  [3404]E non   
mezzanamente confusamente o  solo  in  parte  poetiche,  ma  forte  espressa  e   
totalmente.  Senza ci non ottiene mai dignit ed elevazione,  e sempre tira al   
basso, e si accosta al discorso ordinario, allo stile parlato, di conversazione   
ec. Ma ci  ben diverso, e in certo senso,  contrario al modo in che i greci e   
i  latini  davano dignit ed elevatezza al loro stile,  in che gliene diedero i   
nostri classici e gli spagnuoli,  bench non sempre perfetti nel loro genere di   
stile,  come  avrebbero  e potuto e dovuto essere,  e come esigeva naturalmente   
esso genere di stile,  e l'indole stessa della lingua ec.  Si possono vedere le   
pagg.3453.  segg.  e 3561.  segg. ec. Vedi quello che altrove ho detto sopra il   
poetico dello stile di Floro,  (v.  p.3420.),  e quello che ho detto sopra ci,   
che  la  lingua  francese  sempre prosaica nel verso,   oggimai sempre poetica   
nella prosa; e altri tali pensieri.Venendo alla conchiusione, ripeto che da una   
lingua cos conforme alla nostra, come ho most                                    
rato essere la spagnuola,  per  ogni  verso,  e  per  tante  cagioni  naturali,   
accidentali,  intrinseche,  estrinseche  ec.;  da una lingua sorella com'essa    
all'italiana; da una lingua ec. ec.; molta bella ed utile novit possono trarre   
gli scrittori italiani moderni, come ne trassero gli antichi e classici nostri.   
Ma voglio io perci introdotti nella lingua italiana degli spagnuolismi?  Tanto   
come,  consigliando  [3405]di  attingere  dal  latino,  intendo consigliare che   
s'introducano nell'italiano de' latinismi. Sono nel latino molte parole, nello   
spagnuolo alcune,  nel greco,  nel latino e nello spagnuolo moltissimi  modi  e   
forme  di dire,  (e molte significazioni di vocaboli o modi gi fatti italiani)   
le quali tutte non per altro non sono italiane,  se [non] perch da veruno  per   
anche  non  introdotte  nella nostra lingua.  Adoperandole nell'italiano,  elle   
sarebbero cos bene intese, cadrebbero cos bene e facilmente,  parrebbero cos   
spontanee e naturali, sarebbero cos lontane da ogni sembianza d'affettate, che   
niuno  s'accorgerebbe  non  pur  ch'elle  fossero o greche o latine o spagnuole   
anzi, o pi, che italiane,  ma neppur sentirebbe che fossero nuove nella nostra   
lingua,  n  se  n'avvedrebbe  in  altro modo che ricercandone espressamente il   
vocabolario. O se vi sentisse della novit, ne sentirebbe quel tanto e non pi,   
che d grazia, eleganza, forza, nobilt,  bellezza allo stile e alla lingua,  e   
dividono l'una e l'altra dal popolo, il che no                                    
n  pur  concesso ma richiesto al nobile scrittore in qualunque genere.  Queste   
[3406]voci, frasi, forme, bench latine, greche,  spagnuole di origine;  bench   
non  mai per l'innanzi usate o sentite in italiano;  introdotte che vi fossero,   
non sarebbero n latinismi  n  grecismi  n  spagnolismi,  perch  non  vi  si   
conoscerebbe n la latinit, n la grecit ec., o se vi si conoscerebbe, non vi   
si  sentirebbe,  ch'  quel che importa;  n vi si conoscerebbe che per cagioni   
estrinseche e proprie del lettore, cio per la cognizione che questi avrebbe di   
quelle lingue,  e degli scrittori italiani ec.;  non per  cagioni  intrinseche,   
cio proprie di quella tale scrittura,  stile ec. per le qualit di quelle tali   
voci,  frasi ec.  rispetto alla lingua italiana o a quel tal  genere  e  stile.   
Altre  voci,  frasi,  forme,  significazioni  sono  in  gran numero nelle dette   
lingue,  che si potrebbero pure utilissimamente introdurre nella  italiana,  ma   
non altrove che in certi luoghi,  con certi contorni, preparazioni ec. n senza   
molta avvertenza, arte, discrezione, giudizio dell'opportunit ec. Con le quali   
condizioni,  n anche queste (che  sono  in  molto  maggior  numero  dell'altre   
sopraddette)  non  riuscirebbero  n  latinismi  n grecismi ec.  per le stesse   
ragioni.  [3407]Ovunque si senta latinit,  grecit ec.  o  un  sapore  di  non   
nazionale,  indipendentemente dalle cognizioni ec.  del lettore,  e per propria   
qualit della parola o frase, o del modo in ch'ella  adoperat                    
a,  quivi  latinismo,  grecismo ec.  quivi barbarismo,  quivi sempre vizio.  E   
siccome nei contrarii casi suddetti,  malgrado la vera novit, niun vizio, anzi   
pregio vi sarebbe; cos in questo caso, niun pregio sarebbevi,  e sempre vizio,   
quando  anche la novit non fosse vera,  cio quando bene quella tal parola ec.   
avesse gi esempio d'autor classico nazionale, e n'avesse ancor molti;  sia che   
in tutti questi ella stesse parimente male,  o che stando bene in questi,  ella   
stesse male nel dato caso,  perch non intelligibile o difficile  a  intendere,   
perch  male  adoperata,  e  senza  i  debiti  riguardi,  e  in occasione e con   
circostanze non opportune ec.  Similmente accade e si  dee  discorrere  intorno   
alle  parole antiquate.  La novit in una lingua,  o la rarit ec.,  insomma il   
pellegrino,  da qualunque luogo sia tolto (o da' forestieri,  o  dagli  antichi   
classici nazionali ec.),  deve sempre parere una [3408]pianta,  bens nuova nel   
paese o rara,  ma nata nel terreno medesimo della lingua nazionale,  e non  pur   
della  nazionale,  ma  della lingua di quel secolo,  della lingua conveniente a   
quel genere a quello stile a quel luogo della  scrittura.  Sempre  ch'ella  par   
forestiera  (e  recata  d'altronde)  per  qualunque ragione,  e in qualunque di   
questi sensi, ella  cattiva. Nel caso contrario  sempre buona.Lo studio della   
lingua greca, latina, spagnuola, applicato a quello dell'italiana,  non ci deve   
servire a latinizzare, grecizzare ec. in niuna parte (s                           
ensibilmente) la nostra lingua.  Esso ci deve servire e ci serve mirabilmente a   
conoscere in quanti modi,  niuno per anche usato,  si possa usare  e  rivolgere   
questa  lingua  italiana  medesima che abbiam per le mani,  si possano comporre   
insieme,  o adoperare per se stesse le sue  parole,  frasi  ec.  Noi  dobbiamo   
pescare in esse lingue,  non latinismi,  grecismi, ec. ma, per dir cos, voci e   
forme e frasi italiane non per anche usate;  delle quali esse lingue abbondano.   
Studiandole (siccome strettissimamente affini alla nostra, alla sua indole) ec.   
noi ci avveggiamo [3409]che l'italiano pu adoperare un tal modo,  forma, voce,   
significazione,  ch'e' non ha mai  adoperato;  la  pu  adoperare,  non  perch   
latina,  greca,  spagnuola, ma perch conforme all'indole dell'italiano stesso,   
perch questa lingua per se medesima,  e tale qual ella   n'  capace;  perch   
appunto adoperata nell'italiano,  non parr n latina n greca n spagnuola, ma   
parr e sar subito italiana. (cio sar intesa subito,  cadr naturalmente,  o   
dovunque o in certi tali generi o luoghi,  ec.  ec.).  Fatta questa scoperta, e   
avvedutici di questa verit,  della quale senza lo studio di quelle lingue  non   
avremmo  avuto alcuna notizia,  noi introduciamo nell'italiano quella tal frase   
ec. da niuno ancora usata, e che noi,  se la lingua latina ec.  non ce l'avesse   
mostrata, non avremmo potuto concepire e immaginare e inventare da noi medesimi   
e mediante la sola cognizione della nostra l                                      
ingua,  se  non  per caso. Cos quelle lingue ci somministrano copiose novit,   
che non sono n latinismi n grecismi,  ec.  ma italianismi o nuovi o  rari,  e   
questi  bellissimi e utilissimi,  e insomma degnissimi d'entrare in uso.  Nello   
stesso modo che sono italianismi, [3410]e degnissimi d'entrare in uso, infiniti   
vocaboli, locuzioni (significati) e forme nuove, che l'abile e giudizioso e ben   
perito scrittore,  pu inesauribilmente e  incessantemente  derivare,  formare,   
comporre ec. dalle stesse radici, degli stessi materiali, degli stessi capitali   
e   fondi  della  lingua  nostra,   profondamente  conosciuti  e  perfettamente   
posseduti,  seguendo sempre e intieramente la vera indole  e  propriet  d'essa   
lingua,  e  conformandosi  con  tutte  le sue qualit sieno intrinseche,  sieno   
estrinseche ec.  (9-10.  Sett.  1823.)Gli uomini che vivono in solitudine  sono   
inclinatissimi  al  metodo.  Ma  non  tanto  quelli  che  nella solitudine sono   
occupati,  o che perci appunto vivono in solitudine,  (ne' quali,  siccome  in   
tutti quelli che sono molto occupati,  il metodo e l'ordine dell'azioni sarebbe   
ragionevolissimo,  perch l'ordine  cos  di  luogo  come  di  tempo    sempre   
risparmio dell'uno o dell'altro,  e il disordine al contrario) quanto in quelli   
che nulla hanno da fare,  come malati cronici,  carcerati,  vecchi ritirati per   
cagionevolezza  dell'et,  per  debolezza,  o  per  abito  di pigrizia.  Questi   
sogliono esser metodici fino all'ultimo eccesso. Pare che l'uomo sia              
tanto pi [3411]geloso di ordinare la sua vita quanto meno ha da  occuparla,  o   
quanto meno la occupa. Non potendo o non volendo impiegare il tempo, si occupa   
a  regolarlo  e  partirlo e distinguerlo.  L'ordinare le sue operazioni diviene   
l'unica sua operazione e occupazione. (11. Sett.  1823.).  Io ho conosciuto uno   
di questi che dal capo al pi della giornata non aveva una sola cosa da fare, e   
lagnavasi  della  brevit  del  tempo,  e  che  il  giorno non bastava alle sue   
occupazioni  quotidiane;   e  perci  sopportava  di  mala   voglia   qualunque   
straordinaria distrazione o altro,  che gli occupasse alcun poco di tempo. (11.   
Sett.  1823.)Come altrove ho detto,  la monarchia    il  pi,  anzi  il  solo,   
perfetto stato di societ,  perch il solo naturale, il solo primitivo, il solo   
comune agli animali che hanno qualch'ombra di societ, il solo che si trovi nel   
cominciamento di tutte le nazioni. (In qual modo nascesse la monarchia,  vedilo   
nel  principio  della  Rep.  di Aristotele,  che benissimo lo spiega,  perocch   
[3412]certo le nazioni o le popolazioni non  convennero  mai  espressamente  di   
ubbidire  ad  alcuno,  n mai diedero in niun modo i loro suffragi per li quali   
riuscisse eletto ad unanimit un monarca,  che in questa elezione  fondasse  di   
quindi  innanzi  il  diritto di comandarle.) Da questo principio segue che ogni   
repubblica o stato franco,  comunque antichissimo,  comunque anteriore a quella   
civilizzazione ch' affine alla corruzione, comunque pro                          
prio  eziandio  di tempi e di popoli affatto rozzi,  od anche di tempi e popoli   
eroici e virtuosi e magnanimi ec.,  sempre ch'esso si trova in una societ  gi   
formata,  gi capace di tal nome,  (sia antica,  sia moderna,  sia civile,  sia   
selvaggia)  indizio certo di corruzione di  questa  tal  societ,  ed    esso   
medesimo una corruzione del governo;  il quale senza fallo,  si sappia o non si   
sappia  dalla  storia,   prima  fu  monarchico;   ond'esso   stato   franco      
indubitatamente  in  essa  societ  una  sorta  di  governo  secondaria  e  non   
primitiva, ma sottentrata in luogo della primitiva,  e nata dalla corruzione di   
questa,   o  certo  della  respettiva  societ.   (11.  Settembre.  1823.).  V.   
p.3517.[3413]Alla p.2841.  Sperone Speroni nell'Orazione in morte del  Cardinal   
Bembo, quinta delle Orazioni sue stampate in Ven. 1596. pag.144-5. poco innanzi   
il  mezzo  dell'orazione  suddetta.  I medesimi verbi colla stessa construtione   
(p.145.) usa il volgar poeta,  (il poeta italiano) che  suole  usar  l'oratore;   
onde  non  pur   lunge da quell'errore,  ove spesse fiate veggiamo incorrere i   
Greci, et qualche volta i Latini, cio a dire, che egli si paia di favellare in   
un'altra lingua,  che non  quella dell'oratore;  anzi  i  pi  lodati  Toscani   
all'hora  sperano  di  parlar  bene  nelle  lor prose,  et par quasi,  che sene   
vantino,  quando al modo,  che da' Poeti  tenuto hanno affettato di ragionare.   
Et chi questo non crede,  vada egli a leggere il Decameron del Boccaccio, terzo   
lu                                                                                
me di questa lingua, et troveravvi per entro cento versi di Dante cos intieri,   
come li fece la sua comedia. Non parrebbe da queste parole  che  l'Italia  non   
avesse  lingua  propriamente  [3414]poetica,  o  certo  ben poco distinta dalla   
prosaica?  E non  d'altronde manifesto  ch'ella  ha  una  lingua  poetica  pi   
distinta dalla prosaica che non  quella di forse niun'altra lingua vivente,  e   
certo pi che non  quella de' Latini, in quanto si vede che noi,  imparato che   
abbiamo ad intendere la prosa latina, intendiamo con poco pi studio la poesia,   
(lo  studio che ci vuole,  e il divario tra il linguaggio della poesia latina e   
della prosa,  consiste principalmente nella  diversit  di  molta  parte  delle   
trasposizioni,  ossia  nell'ordine  e  costruzione delle parole,  ch'in parte    
diversa) ma uno straniero non perci ch'egli ottimamente intendesse  la  nostra   
moderna  lingua prosaica,  intenderebbe senza molto apposito studio la poetica?   
Tant'.  Nello stesso cinquecento,  l'Italia non aveva ancora  una  lingua  che   
fosse  formalmente poetica,  cio la diversit del linguaggio tra i poeti e gli   
oratori,  non  era  per  anche  se  non  lieve,  e  male  o  insufficientemente   
determinata.   Gli  scrittori  prosaici  che  componevano  con  istudio  e  con   
presunzione di bello stile,  si accostavano alla lingua  del  Boccaccio  e  de'   
trecentisti,  e  questa  era similissima alla lingua poetica,  perch la lingua   
poetica del 300. era quasi una colla prosaica. Gli scrittori poetici che          
scostandosi dalla lingua del 300,  volevano [3415]accostarsi a quella del  loro   
secolo,  davano  in uno stile familiare,  bellissimo bens,  ma poco diverso da   
quel della prosa.  Testimonio l'Orlando dell'Ariosto e  l'Eneide  del  Caro,  i   
quali,  a quello togliendo le rime,  a questa la misura (oltre le immagini e la   
qualit de' concetti ec.) in che eccedono o di che mancano che  non  sieno  una   
bellissima  ed  elegantissima prosa?  E paragonando il poema del Tasso (scritto   
nella propria lingua del suo tempo) colle prose  eleganti  di  quell'et,  poco   
divario  vi  si potr scoprire quanto alla lingua.  Di pi i poeti italiani del   
500. furono soliti (massime i lirici, che sono i pi) di modellarsi sullo stile   
di  Petrarca  e  di  Dante.   Il  carattere  di  questo  stile  riusc   ed      
necessariamente familiare,  come ho detto altrove. Seguendo questo carattere, o   
che i poeti del 500 l'esprimessero  nella  stessa  lingua  di  que'  due,  come   
moltissimi faceano, o nella lingua del 500, come altri; doveano necessariamente   
dare  al  loro  stile  un  carattere  di familiare e poco diverso da quel della   
prosa. E cos generalmente accadde. (Il linguaggio del Casa non  familiare, ed   
 molto [3416]pi distinto dal prosaico,  e cos il suo stile.  Ci perch  ne'   
suoi versi egli non si propose il carattere n del Petrarca n di Dante,  ma un   
suo proprio.  E quindi quanto il carattere del suo linguaggio e stile poetico    
distinto da quel della prosa, tanto egli  ancora diverso d                       
a quello del linguaggio e stile s di Dante e Petrarca,  s degli altri lirici,   
e poeti quali si vogliano, del suo tempo.).  La Coltivazione,  le Api ec.  sono   
ben sovente bella prosa misurata quanto al linguaggio,  ed allo stile eziandio:   
e ci quantunque l'uno e l'altro poema sieno imitazioni,  e  l'Api  nient'altro   
quasi  che  traduzione,  delle  Georgiche,  il  capo d'opera dello stile il pi   
poetico e il pi separato dal familiare, dal volgo, dal prosaico. Similmente si   
pu discorrere dell'Eneide del Caro.In  somma  la  lingua  italiana  non  aveva   
ancora  bastante  antichit,  per potere avere abbastanza di quella eleganza di   
cui qui s'intende parlare,  e un linguaggio ben  propriamente  poetico,  e  ben   
disgiunto dal prosaico. Le parole dello Speroni provano questa verit, e questa   
le  mie teorie a cui la presente osservazione si riferisce.  Il cui risultato    
che dovunque non  sufficiente antichit di lingua colta,  quivi non pu ancora   
essere la detta eleganza di stile e di lingua, n linguaggio poetico distinto e   
proprio ec.  (11.  Sett.  1823.).  Ho gi detto altrove [3417]che non prima del   
passato secolo e del  presente  si    formato  pienamente  e  perfezionato  il   
linguaggio  (e quindi anche lo stile) poetico italiano (dico il linguaggio e lo   
stile poetico, non gi la poesia); s' accostato al Virgiliano, vero,  perfetto   
e  sovrano  modello  dello stile propriamente e totalmente e distintissimamente   
poetico; ha perduto ogni aria di familiare; e s                                   
i  con ben certi limiti,  e ben certo,  n scarso,  intervallo,  distinto  dal   
prosaico.  O  vogliamo dir che il linguaggio prosaico si  diviso esso medesimo   
dal  poetico.  Il  che  propriamente  non  sarebbe  vero;   ma  e'  s'  diviso   
dall'antico;   e  cos  sempre  accade  che  il  linguaggio  prosaico,  insieme   
coll'ordinario uso della lingua parlata,  al quale ei non pu fare  a  meno  di   
somigliarsi, si vada di mano in mano cambiando e allontanando dall'antichit. I   
poeti  (fuorch  in Francia) serbano l'antico pi che possono,  perch'ei serve   
loro all'eleganza,  o dignit  ec.  anzi  hanno  bisogno  dell'antichit  della   
lingua.  E  cos,  contro  quello  [3418]che  dee parere a prima giunta,  i pi   
licenziosi scrittori,  che sono i  poeti,  son  quelli  che  pi  lungamente  e   
fedelmente conservano la purit e l'antichit della lingua, e che pi la tengon   
ferma,  mirando  sempre  e continuando il linguaggio de' primi istitutori della   
poesia ec.  Dalla quale antichit la prosa,  obbligata  ad  accostarsi  all'uso   
corrente,  sempre  pi s'allontana.  Ond' che il linguaggio prosaico si scosti   
per vero dire esso stesso dal poetico (piuttosto che questo da quello)  ma  non   
in quanto poetico,  solo in quanto seguace dell'antico,  e fermo (quanto pi si   
pu) all'antico,  da cui il prosaico s'allontana.  Del resto il linguaggio e lo   
stile delle poesie di Parini,  Alfieri, Monti, Foscolo  molto pi propriamente   
e pi perfettamente poetico e distinto dal prosaico, che non  quello di ver      
un altro de' nostri  poeti,  inclusi  nominatamente  i  pi  classici  e  sommi   
antichi.  Di modo che per quelli e per gli altri che li somigliano, e per l'uso   
de' poeti di questo e dell'ultimo secolo, l'Italia ha oggid una lingua poetica   
a parte, e distinta affatto dalla prosaica,  una doppia lingua,  l'una prosaica   
l'altra  [3419]poetica,  non  altrimenti  che  l'avesse la Grecia,  e pi che i   
latini.  Ed  stato anche osservato (da Perticari sulla fine del  Tratt.  degli   
Scritt.  del  Trecento)  che  nella  universale corruzione della lingua e stile   
delle nostre prose e del nostro familiar discorso accaduta nell'ultima met del   
passato secolo,  e ancora continuante,  la lingua de' poeti si  mantenne  quasi   
pura e incorrotta,  non solo ne' migliori o in chi pur segu un buono stile, ma   
ne' pessimi eziandio, e negli stili falsi, tumidi,  frondosissimi,  ridondanti,   
strani o imbecilli degli arcadici,  de' frugoniani, bettinelliani ec. Cos pure   
era accaduto ne' barbari poeti del secento.  La  cagione  di  ci    facile  a   
raccorre  da  queste  mie osservazioni,  le quali sono ben confermate da questi   
fatti.  Laddove egli  pur certo che riguardo  alla  prosa,  lo  stile  non  si   
corrompe  mai  che  non  si corrompa altres la lingua,  n viceversa,  n v'ha   
prosatore alcuno di stile corrotto e lingua incorrotta: del che puoi vedere  le   
pagg.3397-9.  (12.  Sett.  1823.)[3420]Opinione  de' greci,  anche filosofi,  e   
principali filosofi, sul giusto e l'ingiusto creduto altro ve                     
rso i greci, altro verso i barbari, non accidentalmente, ma naturalmente; sulla   
supposta inferiorit di natura  di  questi  a  quelli;  sul  supposto  naturale   
diritto  ne'  greci  di  comandare  a  tutte  l'altre nazioni,  come per natura   
incapaci di governarsi da se n d'acquistare  le  facolt  a  ci  convenienti;   
sulla  supposta servilit non di circostanza ma di natura ne' barbari (cio nei   
non greci),  servilit creduta in essi cos universale,  che l'esser  molti  di   
essi nella propria nazione servi, era creduto irragionevole, perch niuno nella   
loro  nazione  era stimato aver dritto di comandarli,  essendo tutta la nazione   
composta di soli servi per natura. Vedi la Rep. d'Aristot.  ediz.  del Vettori,   
Firenze Giunti 1586.  libro 1. p.7.31.32. libro 3. p.257. e le note del Vettori   
ai rispettivi luoghi. E Plutarco t.2.  p.329.  B.  ec.  (12.  Settembre 1823.).   
Opinione  rinnovatasi presso gli spagnuoli ec.  quanto agli americani indigeni,   
ai negri ec. ec.Alla p.3404.  Quanto nel cit.  pensiero ho detto dello stile di   
Floro,  si pu,  e meglio,  applicare a quello di Platone,  riputato, s quanto   
allo stile e a' concetti,  s quanto alla dizione, esser [3421]quasi un  poema   
(v.  Fabric.  B.  G. in Plat. .2. edit. vet. vol.2. p.5.); e nondimeno sommo e   
perfetto esempio di bellissima prosa,  elegantissima bens  e  soavissima  (non   
meno  che gravissima: suavitate et gravitate princeps Plato: Cic.  in Oratore),   
amenissima ec., ma pur verissima prosa, e tale che la                             
meno poetica delle moderne prose francesi (e mi contento di parlare delle  sole   
riconosciute  per  buone),   molto pi poetica di quella di Platone che tra le   
greche classiche  di tutte la  pi  poetica.  Non  altrimenti  che  molto  pi   
poetiche  della  prosa  platonica  sono  assaissime  prose  sacre e profane de'   
posteriori sofisti e de' padri greci ec.  la cui  moltitudine  avanza  forse  e   
senza  forse  quella  che ci rimane delle prose classiche antiche.  Ma per vero   
dire, n quelle son prose, n le moderne francesi lo sono, ma sofistumi l'une e   
l'altre, quelle in ogni cosa, queste in quanto allo stile. (12. Sett. 1823.)Che   
i miracoli della musica,  la sua natural forza sui nostri affetti,  il  piacere   
ch'ella  [3422]naturalmente  ci  reca,  la sua virt di svegliar l'entusiasmo e   
l'immaginazione,  ec.  consista e sia propria principalmente del suono o  della   
voce,  in quanto suono o voce grata,  e dell'armonia de' suoni e delle voci, in   
quanto mescolanza di suoni e voci naturalmente grata agli orecchi;  e  non  gi   
della  melodia;  e  che  conseguentemente  il  principale  della  musica  e  la   
considerazione de' suoi effetti non appartenga alla teoria del  bello  proprio,   
pi  di quello che v'appartenga la considerazione degli odori,  sapori,  colori   
assoluti ec.,  perocch il diletto della musica,  quanto alla principale e  pi   
essenziale sua parte, non risulta dalla convenienza; veggasi in questo, che non   
v'ha cos misera melodia che perfettamente eseguita da u                          
n  istrumento  o da una voce gratissima non diletti assaissimo;  n v'ha per lo   
contrario cos bella melodia ch'eseguita p.e. con bacchette su d'una tavola,  o   
su di pi tavole che rispondano a' diversi tuoni,  o in qualsivoglia istrumento   
o voce ingratissima o niente grata,  rechi quasi diletto alcuno,  e ci  quando   
anche  ella  sia  eseguita perfettamente rispetto a [3423]se stessa.  E ben gli   
uomini si sono potuti accorgere  delle  suenunciate  verit  in  questi  ultimi   
tempi,  ne'  quali,  per  quello  che se n' detto,  la sorprendente voce della   
Catalani ha rinnovato quasi negli uditori i  miracolosi  effetti  della  musica   
antica.  Certo questi effetti non nascevano n principalmente n essenzialmente   
n quasi in parte alcuna dalle melodie.  Le quali,  oltre che  da  mille  altri   
potevano  esser  cantate,  si  sa  poi ch'erano delle pi triviali ed insipide.   
Tutto il diletto era dunque originato dalla voce  della  cantante,  cio  dalle   
qualit  d'essa  voce  che  piacciono  naturalmente  agli orecchi umani,  tutte   
indipendenti dalla convenienza: straordinaria dolcezza, flessibilit, rapidit,   
estensione ec.  voce canora,  sonora,  chiara,  pura,  penetrante,  oscillante,   
tintinnante,  simile  alle  corde  o ad altro istrumento musicale artefatto ec.   
ec.Con queste osservazioni non far  maraviglia  che  i  barbari  e  anche  gli   
animali  sieno tanto dilettati dalla nostra musica,  bench non assuefatti alle   
nostre melodie, e quindi non capaci di conoscere n di sentire quell              
o che noi chiamiamo il bello musicale.  Non sono le melodie in se,  n la  loro   
novit,  che  producono in essi il [3424]diletto: sono gl'istrumenti e le voci,   
che presso noi sono raffinate e perfette, queste coll'esercizio,  coll'arte ec.   
quelli  colle  tante invenzioni e perfezionamenti ec.  Alla perfetta qualit di   
questi organi unita l'arte di adoperarli perfettamente cio di trarne de' suoni   
pi grati ec.  che non ne trarrebbe chi non avesse alcun'arte;  unitavi di  pi   
l'arte  di  accordare  insieme  questi organi nel modo ch' naturalmente il pi   
grato agli orecchi (come l'arte di mescolare e temperare i sapori);  ne risulta   
una dolcezza ec.  che a' barbari riesce affatto nuova,  e che perci produce in   
essi un piacer sommo ed effetti mirabili;  piacere ed effetti che niente  hanno   
da  far  col  bello,  perch  niente colla convenienza,  se non con quella ch'   
relativa alla naturale disposizione degli orecchi,  e che tanto  appartiene  al   
bello,  quanto  la  grata  mescolanza  de'  sapori,  ch' una convenienza dello   
stessissimo  genere  dell'armonia  musicale.   Con   queste   osservazioni   si   
spiegheranno ancor bene, e meglio che in alcun altro modo, moltissimi [3425]de'   
miracoli della musica antica,  massime quelli che si raccontano delle nazioni o   
de' tempi pi rozzi,  come di Saule e Davidde ec.  Essi miracoli non  nascevano   
dalle  qualit  delle  melodie,  come  si  crede,  ma  dalle qualit naturali o   
artifiziali degl'istrumenti o delle voci, e del modo di tocc                      
arli o adoperarle,  in quanto da tali qualit nascevano  suoni,  o  armonie  di   
suoni, straordinariamente grate per se stesse all'orecchio; straordinariamente,   
dico,  rispetto  a  quelle nazioni o a quei tempi.  L'esser da lungo intervallo   
dissuefatto dall'udir musiche,  produceva anch'esso e  produce  tuttavia  molti   
mirabili effetti,  i quali s'attribuiscono alle melodie, ma non nascono infatti   
principalmente che dalla sensazione di suoni grati ec.  per se stessa,  tornata   
ad  essere  molto  efficace  per  la  dissuefazione.  Se Alessandro tutto il d   
occupato nelle cose militari,  era a tavola  mirabilmente  affetto  e  dominato   
dalla  musica  (se  non  erro) di Timoteo,  ci si rechi alla suddetta cagione,   
oltre al vino  che  [3426]naturalmente  esalta  l'animo,  in  un  corpo  stanco   
massimamente;  e  dispone  a  provar  vivissime  sensazioni  per  menome  cause   
ancora.Osservisi che generalmente fa negli uomini  molto  maggiore  effetto  la   
musica vocale che l'istrumentale, la voce di una donna in un uomo che quella di   
un uomo, e nella donna viceversa; la voce di basso fa forse nella donna maggior   
effetto che quella di tenore o contralto, e nell'uomo al contrario ec. Cos de'   
diversi  istrumenti,  quello  fa  in generale maggior effetto,  produce maggior   
piacere ec.;  questo meno.  Tutto ci in parit di circostanze,  e  trattandosi   
p.e.  d'una medesima melodia ec. Or tali differenze non hanno a far nulla colla   
convenienza, nulla, col bello proprio, sono indipendenti dalla                    
qualit delle melodie,  che sole spettano nella musica al discorso  del  bello;   
appartengono  alle qualit sole de' suoni ec.;  sono della stessa categoria che   
le differenze degli odori e sapori ec.  che niuno s'avvis di chiamar belli  n   
brutti, bens pi o meno piacevoli o dispiacevoli: [3427]e ci non per altro se   
non  perch  in essi non ha luogo,  come non l'ha nel nostro caso,  il discorso   
della convenienza  ec.  (12.  Sett.  1823.)Delicatezza  considerata  presso  le   
nazioni  civili  come  parte  assolutamente  del  bello.  Statue  greche umane.   
L'Apollo, il Mercurio (gi Antinoo), il Meleagro ec. - In tutte queste le forme   
hanno della donna.  - Tale si  il carattere delle statue greche,  quanto  alle   
forme umane, e delle sculture e scuole di l provenute antiche e moderne. - Tra   
le statue di Roma, tu ravvisi subito una fattura greca al donnesco delle forme.   
partecipare al donnesco - Possiamo noi credere  che  le  forme  umane,  secondo   
natura,  le pi perfette,  fossero o sieno di questa sorta? che di questa sorta   
sia il bello umano concepito da' primitivi selvaggi ec.?  e non anzi l'opposto?   
che  l'intenzione  della  natura  sia  tale riguardo all'uomo,  cio ch'essendo   
perfetto, (e ci vuol dire quale ei dev'essere),  abbia del donnesco,  e non ne   
sia  anzi  remotissimo?  - Chi s' mai avvisato tra' civili di pigliar le forme   
d'Ercole per modello di bellezza d'uomo? ma nol s                                 
arebbero esse veramente [3428]in natura? e tuttavia l'idea e la statua d'Ercole   
non  il preciso contrario dell'idea e della statua  d'Apollo?  certo  che  s,   
quanto alla forma virile e matura ec.  (12. Sett. 1823.)Alla p.3417. In Francia   
siccome la prosa segue l'uso del parlar quotidiano assai pi che altrove, e l'   
sempre assai pi conforme, cos i poeti non hanno creduto potersi scostare gran   
fatto dall'uso medesimo e dalla prosa,  n lasciar di  seguire  da  vicinissimo   
l'uno e l'altra nelle continue mutazioni ch'esse naturalmente e inevitabilmente   
subiscono.  S  ne'  poeti  che  ne' prosatori ci nasce dalla natura di quella   
nazione e di quella societ.  I poeti francesi non hanno  dunque  antichit  di   
linguaggio  da  usare.  Tutto  e sempre di mano in mano nella lingua francese    
moderno.  E tutto  ancor nazionale;  perch guardigli il cielo dall'arricchire   
la  loro lingua di qualche voce tolta nuovamente dal latino,  bench totalmente   
analoga e affine ad altre voci francesi.  La lingua loro  dunque  in  tutto  e   
sempre  viva e incapace s dell'antico,  [3429]si ancora del pellegrino (se non   
di  quello  che  introdotto  in  una  lingua,   o  usato  da  uno  scrittore     
libertinaggio  e  barbarie,  non  eleganza o nobilt ec.).  Da ci viene che la   
lingua francese non  capace di eleganza  ec.  (del  che  mi  pare  aver  detto   
altrove),  e che la Francia non ha e non pu avere lingua propria della poesia.   
E non avendola, e per i termini tra questa e quella de                           
lla prosa non essendo certi,  anzi non avendovene  alcuno,  perocch  il  campo   
dell'una  e  dell'altra   un solo e indiviso,  la Francia non ha neppur lingua   
propria espressamente della prosa, e nella pi impoetica lingua del mondo, qual   
 la francese,  non si trova quasi prosa che non sappia di poesia per lo stile,   
pi o meno, ma certo pi di tutte le classiche prose scritte nelle pi poetiche   
lingue come la greca e la latina.  Del che veggasi la p.3420-1. Del resto  ben   
naturale che ove non  distinzion di lingua (tra  poesia  e  prosa)  quivi  non   
possa  essere  vera  distinzion di stile.(13.  Sett.  1823.)[3430]Altronde per   
altrove, e indi fors'anche quasi ivi o col, delle quali cose ho detto altrove.   
V. Petrarca Son. Io sentia dentr'al cor gi venir meno. (15. Sett. 1823.)Natura   
insegna il curare e onorare i cadaveri di quelli che in vita ci  furon  cari  o   
conoscenti per sangue o per circostanze ec. e l'onorar quelli di chi fu in vita   
onorato ec. Ma ella non insegna di seppellirli n di abbruciarli, n di torceli   
in  altro modo davanti agli occhi. Anzi a questo la natura ripugna,  perch il   
separarci perpetuamente da'  cadaveri  de'  nostri  ,  naturalmente  parlando,   
separazione pi dolorosa che la morte loro,  la qual non facciam noi, ma questa   
 volontaria ed opera nostra,  e quella  quasi  insensibile  a  chi  si  trova   
presente,  e accade bene spesso a poco a poco;  questa  manifestissima e si fa   
in un punto. E separarsi da' cadave                                               
ri tanto  quasi in natura quanto separarsi dalle persone di chi  essi  furono,   
perch degli uomini non si vede che il corpo, il quale, ancor morto, rimane, ed   
,  naturalmente, tenuto per la persona stessa, bench mutata (piuttosto che in   
luogo di [3431]quella),  e per tutto ci ch'avanza di lei.  Ma d'altra parte il   
lasciare  i  cadaveri  imputridire  sopra  terra  e  nelle  proprie abitazioni,   
volendoseli conservare dappresso e presenti,  mortifero,  e dannoso ai privati   
e  alla  repubblica.  I  poeti,  oltre  all'avere  insegnato  che  nella  morte   
sopravvive una parte dell'uomo,  anzi la principale e quella che costituisce la   
persona,  e  che  questa  parte  va  in  luogo  a' vivi non accessibile e a lei   
destinato,  onde vennero a persuadere che i cadaveri de' morti,  non fossero  i   
morti  stessi,  n  il  solo n il pi che di loro avanzava;  oltre,  dico,  di   
questo,  insegnarono che l'anime degl'insepolti erano in istato  di  pena,  non   
potendo  niuno,  mentre  i loro corpi non fossero coperti di terra,  passare al   
luogo destinatogli nell'altro mondo.  Cos vennero a fare che il  seppellire  i   
morti o le loro ceneri, e levarsegli dinanzi, fosse, com'era utile e necessario   
ai  vivi,  cos  stimato  utile  e dovuto ai morti,  e desiderato da loro;  che   
paresse opera d'amore verso i morti quello che per se sarebbe  stato  segno  di   
disamore,  e  opera  d'egoismo;  che  l'amore [3432]cos consigliato e persuaso   
imponesse quello ch'esso medesimo naturalmente vietava; che venisse a             
d esser secondo natura e suggerito dall'amor naturale,  quello che per se aveva   
al  tutto  dello  snaturato;  e  che fosse inumanit e spietatezza il trascurar   
quello che senza ci sarebbesi tenuto per inumano e spietato.  Cos gli antichi   
e  primi  poeti  e  sapienti facevano servire l'immaginazione de' popoli,  e le   
invenzioni e favole proprie a' bisogni  e  comodi  della  societ,  conformando   
quelle a questi,  e si verifica il detto di Orazio nella Poetica ch'essi furono   
gl'istitutori e i fondatori del viver cittadinesco e  sociale,  onde  Orfeo  ed   
Anfione  furono  eziandio  tenuti  per  fondatori di citt.  E cos gli antichi   
dirigevano la religione al ben pubblico  e  temporale,  e  secondo  che  questo   
richiedeva  la  modellavano,  e  di questo facevano la ragione e il principio e   
l'origine de' dogmi di essa: opponendola alla natura dove  questa  si  opponeva   
alle  convenienze  della  vita  sociale;   e  vincendo  la  natura  fortissima,   
coll'opinione ancor pi forte,  massime l'opinion  religiosa.  (15.  Settembre.   
1823.).  Chi  riguarda  come  legge  naturale il seppellire o abbruciare ec.  i   
cadaveri,  trover forse in queste osservazioni di che mutar sentenza.Per molte   
cagioni,  anche lievi,  l'uomo si getta al pericolo,  anche della morte; di pi   
sacrifica [3433]determinatamente se stesso, danari, robba,  comodit,  speranze   
ec.  Ma  ben  pochi  si  trovano  che  per cagioni anche gravi,  anche per vive   
passioni, per amore ardente ec. si sottopongano o sieno veramente capaci          
di sottoporsi a un dolore corporale,  anche non  grande.  S'incontra  spesso  e   
facilmente,  a  occhi  veggenti  e  volontariamente il pericolo della morte,  e   
quegli stessi non son capaci  d'incontrar  volontariamente  e  scientemente  un   
dolor  corporale  certo.  (15.  Sett.  1823.)Che  il timore sia,  come ho detto   
altrove,  pi naturale all'uomo della speranza,  e che  l'uomo  inclini  pi  a   
quello  che a questa,  veggasi che qualora gli uomini ignorano le cagioni degli   
effetti o naturali o artifiziali,  ordinariamente ne temono;  e tanto   quasi,   
per  gl'ignoranti  massimamente e primitivi e selvaggi e fanciulli,  effetto di   
cagione nascosta,  quanto effetto spaventoso.  Or quando mai la speranza  cos   
temeraria?  Di pi se l'ignoranza,  superstizione ec. port anticamente [3434]o   
porta  oggid  a  pigliar  qualch'effetto  nuovo  o  sconosciuto  per  presagio   
dell'avvenire  o  per  segno  del  presente ignoto,  osservisi che generalmente   
questi presagi e questi segni furono creduti  sinistri.  Lascio  l'ecclissi  le   
quali possono parere spaventose naturalmente a chi ne ignora la cagione, non ne   
ha mai veduto ec., e da questo primitivo spavento pu ben esser nata l'opinione   
del cattivo augurio che loro si attribu, e che le rese spaventose per s lungo   
tempo presso tutte le nazioni,  e fin anche al di d'oggi, bench gi si sapesse   
e si sappia che l'oscurazione non era per durar sempre ma passeggera ec.  Ma le   
comete che cosa hanno di spaventevole per se, pi ch'altro                        
corpo  celeste,  o  che  la  via  lattea ec.?  E volendole pigliare per segni o   
presagi, perch non di bene? ma non si trover nazione dov'elle fossero o sieno   
stimate annunziare altro che male.  Quelli che gli antichi  chiamavano  mostri,   
cio  cose straordinarie,  bench nulla terribili per se stesse e materialmente   
tutte erano stimate cattivi augurii.  Cos nelle vittime il mancare del  cuore,   
s' pur vero che ci accadesse talvolta,  come gli antichi narrano, [3435]o che   
paresse cos per errore di chi inspiciebat  le  viscere  ec.  Tutti  segni  che   
l'uomo   pi facile e proclive a temere che a sperare;  e che questo  di rado   
cos irragionevole e precipitoso come quello;  o certo  ben  pi  di  rado  ec.   
Massimamente in natura,  ne' fanciulli, negl'ignoranti e negli uomini naturali.   
(15 Sett.  1823.)L'immaginazione e le grandi illusioni onde gli  antichi  erano   
governati,  e  l'amor  della gloria che in lor bolliva,  li facea sempre mirare   
alla posterit ed all'eternit,  e cercare in ogni loro opera la perpetuit,  e   
proccurar  sempre  l'immortalit  loro  e delle opere loro.  Volendo onorare un   
defonto innalzavano un monumento che contrastasse coi secoli,  e che ancor dura   
forse, dopo migliaia d'anni. Noi spendiamo sovente nelle stesse occasioni quasi   
altrettanto in un apparato funebre, che dopo il d dell'esequie si disfa, e non   
ne  resta  vestigio.  La  portentosa  solidit  delle  antiche fabbriche d'ogni   
genere, fabbriche che ancor vivono, mentre le nos                                 
tre,  anche pubbliche,  non saranno certo vedute da posteri molto  lontani;  le   
piramidi,  gli obelischi, gli archi di trionfo, [3436]la profondissima impronta   
delle antiche medaglie e  monete,  che  passate  per  tante  mani,  dopo  tante   
vicende,  tanti secoli ec. ancor si veggono belle e fresche, e si leggono, dove   
i coni delle nostre monete di cent'anni fa son gi scancellati;  tutte queste e   
tant'altre simili cose sono opere,  effetti,  e segni delle antiche illusioni e   
dell'antica forza e  dominio  d'immaginazione.  Se  fabbricavano  per  fasto  i   
monumenti  del loro fasto dovevano durare in eterno,  e il loro orgoglio non si   
appagava dell'ammirazione di un secolo,  ma tutti in  perpetuo  dovevano  esser   
testimoni  della  sua  potenza  e  contribuire  a pascere la sua vanit: se per   
diletto,  per bellezza,  ornamento ec.  tutto questo s'aveva da  propagare  nel   
futuro  in  perpetuo;  se  per  utile  tutte  le generazioni avvenire avevano a   
partecipare di quella utilit; se il principe, se il comune,  se i privati,  se   
per comodo,  per onore,  per vantaggio particolare o pubblico; se in memoria di   
successi ricordevoli o privati o pubblici; se in ricompensa di virt,  di belle   
azioni, di beneficii pubblici o privati; se in onor privato o pubblico, di vivi   
o di morti; se in testimonianza d'amore ec. ec. qualunque fine si proponessero,   
qualunque  [3437]effetto dovesse seguitare a quell'opera,  esso aveva ad essere   
eterno, s'aveva a stendere in tutto l'avvenire, non ave                           
va a cessar mai.  Le grandi  illusioni  onde  gli  antichi  erano  animati  non   
permettevano  loro  di  contentarsi  di  un  effetto  piccolo e passeggero,  di   
proccurare un effetto che avesse a durar poco, instabile, breve; di soddisfarsi   
d'una idea ristretta a poco pi che a quello ch'essi vedevano.  L'immaginazione   
spinge sempre verso quello che non cade sotto i sensi. Quindi verso il futuro e   
la posterit,  perocch il presente  limitato e non pu contentarla;   misero   
ed arido, ed ella si pasce di speranza,  e vive promettendo sempre a se stessa.   
Ma  il  futuro  per  una  immaginazione  gagliardissima  non debbe aver limiti;   
altrimenti non la soddisfa.  Dunque ella  guarda  e  tira  verso  l'eternit.Fu   
proprio  carattere  delle  antiche  opere manuali la durevolezza e la solidit,   
delle moderne la caducit e brevit. Ed  ben naturale in un'et egoista. Ell'   
egoista perch disingannata.  Ora il disinganno,  [3438]come fa che l'uomo  non   
pensi  se non a se,  cos fa che non pensi se non quasi al presente;  di quello   
poi che sar dopo di lui,  non si curi punto n poco.  Oltre  che  l'egoista     
vile,  s  per  l'egoismo,  s per altre parti e cagioni.  E l'et moderna ch'   
quella del despotismo tranquillo, incruento e perfezionato, come pu non essere   
abbiettissima?  Ora un animo basso non si sa levar alto,  n proporsi de'  fini   
nobili,  n cape l'idea dell'eternit in menti cos anguste, n l'uomo abbietto   
pu riporre la sua felicit nel conseguimento d'obbietti                          
sublimi.Ne' tempi intermedi fra l'antico e il moderno,  osservando i  monumenti   
materiali che n'avanzano,  si trovano evidenti segni e dell'antiche illusioni e   
del sopravvegnente disinganno.  Si vede anche  grandissima  solidit  in  molte   
barbariche opere de' bassi tempi, (anche private, anzi per lo pi tali) certo a   
paragone  delle  moderne.  Chi  pu paragonare la solidit di queste con quella   
degli edifizi pubblici o privati del 500, in Italia massimamente. In Roma, dove   
v'ha monumenti d'ogni et dalle  egiziane  alla  presente,  si  pu  in  questi   
[3439]considerare  la  sommit,  la  decadenza,  il  distruggimento  dell'umana   
immaginazione e illusioni;  anzi pur le diverse sommit e decadenze  ec.  delle   
medesime; e le diverse et dell'immaginazione ec. e la storia delle nazioni non   
solo,  ma in genere dello spirito umano spiritualmente considerato, malgrado la   
materialit degli oggetti.  Si  pu  cominciare  dall'obelisco  di  piazza  del   
popolo,  e finire,  tornando poco distante da quello, nel palazzo Lucernari che   
ancor si fabbrica.  Quel denaro che da noi  si  spende  in  tabacchiere,  e  in   
astucchi,  gli antichi lo spendevano in busti e statue, e dove per una vittoria   
si fa ora giuocare un fuoco di artifizio,  essi muravano un  arco  di  trionfo.   
Algarotti,  Pensieri,  pensiero  13.Si possono applicare queste considerazioni   
anche alla letteratura. Non s'usavano anticamente le brochures, n gli opuscoli   
e foglietti volanti, n scritture destinate a morir                               
e il d dopo nate.  E quello ancora che si scriveva per sola circostanza e  per   
servire  al  momento,  scrivevasi  in  modo  ch'e'  potesse  e  dovesse  durare   
immortalmente.[3440]Cicerone dopo dato un consiglio al senato o al  popolo,  da   
mettersi  in  opera anche il d medesimo,  dopo perorata e conchiusa una causa,   
ancor di una piccola eredit si poneva a tavolino,  e  dagl'informi  commentari   
che gli avevano servito a recitare,  cavava,  componeva,  limava,  perfezionava   
un'orazione formata sulle regole e i modelli eterni dell'arte pi  squisita,  e   
come tale,  consegnavala all'eternit.  Cos gli oratori attici, cos Demostene   
di cui s'ha e si legge dopo 2000 anni un'orazione per una causa  di  3  pecore:   
mentre  le  orazioni  fatte  oggi  a'  parlamenti  o da niuno si leggono,  o si   
dimenticano di l a due d, e ne son degne,  n chi le disse,  pretese n bram   
n cur ch'elle avessero maggior durata.  (15.  Sett. 1823.)Il giovane innanzi   
la propria esperienza,  per qualunque insegnamento udito o  letto,  di  persone   
stimate  da  lui  o no,  amate o disamate,  credute o non credute,  ec.  non si   
persuader mai efficacemente che il mondo non sia una bella cosa, n deporr il   
desiderio e la speranza ch'egli ha della vita e  degli  uomini  e  de'  piaceri   
sociali,    n   l'opinione   favorevolissima,   e   nel   fondo   del   cuore,   
[3441]fermissima, della possibilit, anzi probabilit di esser felice pigliando   
parte alla vita, all'azione ec. Perch? perch quest'opinione, desiderio          
,  speranza,  non  capriccio ma natura,  n si  estirpa  dall'animo,  come  le   
opinioni o passioni accidentali,  n val tenerezza e pieghevolezza e docilitate   
d'et  n  d'indole  a  render  queste  cose  estirpabili.  Altrimenti  sarebbe   
estirpabile  la  natura  stessa,  la  quale  ha  provvveduto  di  speranza alla   
fanciullezza e alla giovent,  e agguagliato colla  speranza  il  desiderio  di   
quelle et.  (15.  Sett.  1823.)Altrove ho rassomigliato il piacere che reca la   
lettura di Anacreonte (ed    nel  principio  di  questi  pensieri)  a  quello   
d'un'aura  odorifera  ec.  Aggiungo  che  siccome questa sensazione lascia gran   
desiderio e scontentezza,  e si vorrebbe richiamarla e  non  si  pu;  cos  la   
lettura  di  Anacreonte;  la  quale  lascia  desiderosissimi,  ma rinnovando la   
lettura,  come per perfezionare il piacere  (ch'egli  par  veramente  bisognoso   
d'esser perfezionato, anche pi che ispirar desiderio d'esser continuato), niun   
piacere  si  prova,  anzi  non  si  vede  [3442]n che cosa l'abbia prodotto da   
principio,  n che ragion  ve  ne  possa  essere,  n  in  che  cosa  esso  sia   
consistito;  e pi si cerca, pi s'esamina, pi s'approfonda, men si trova e si   
scopre,  anzi si perde di vista non pur la causa,  ma  la  qualit  stessa  del   
piacer  provato,  ch volendo rimembrarlo,  la memoria si confonde;  e in somma   
pensando e cercando, sempre pi si diviene incapaci di provar piacere alcuno di   
quelle odi,  e risentirne quell'effetto che se n' sentito;  ed esse sempre pi   
divengono qua                                                                     
si stoppa e s'inaridiscono e istecchiscono fra le mani che le tastano e palpano   
per  ispecularle.  Di  qui  si  raccolga  quanto  sia  possibile il tradurre in   
qualsiasi lingua Anacreonte (e cos l'imitarlo appostatamente,  e non a caso n   
per  natura,  senza  cercarlo),  quando  il  traduttore  non  potrebbe  neanche   
rileggerlo per ben conoscer la qualit dell'effetto ch'egli avesse  a  produrre   
colla sua traduzione; e pi che lo rileggesse e considerasse, meno intenderebbe   
detta qualit, e pi la perderebbe di vista; perocch lo studio di Anacreonte    
non pure inutile per imitarlo o per meglio [3443]gustarlo o per ben comprendere   
e per definire la propriet dell'effetto e de' sentimenti ch'esso produce, ma    
piuttosto  dannoso che utile;  n la detta propriet si pu definire altrimenti   
che chiamandola indefinibile,  ed esprimendola nel  modo  ch'ho  fatto  io  con   
quella  similitudine  ec.  N  certo  alla  prima  lettura  si  pu  essere  il   
traduttore, o l'imitatore,  o verun altro,  ben avveduto e chiarito e informato   
del proprio ed intero carattere di Anacreonte;  dico chiarito,  e compresolo in   
modo ch'ei possa esattamente e  data  opera  esprimerlo,  n  pur  significarlo   
distintamente a se stesso,  n concepirne e formarne idea chiara e precisa; ch   
queste qualit della idea sono contraddittorie e incompatibili colla natura  di   
detto effetto e carattere.  (16. Sett. 1823.)Quante volte diss'io Allor pien di   
spavento, Costei per fermo nacque in paradiso. Pe                                 
tr.        Canz.        Chiare       fresche       e        dolci        acque.   
il pi sensibile effetto ch'ella produce a prima giunta,                          
o  quello  che  pi  si  distingue e si nota e risalta.  E lo spavento viene da   
questo, che allo spettatore o spettatrice, in quel momento, pare impossibile di   
star mai pi senza quel tale oggetto,  e nel tempo stesso gli pare  impossibile   
di possederlo com'ei vorrebbe;  perch neppure il possedimento carnale,  che in   
quel punto non gli si offre affatto al pensiero, anzi ques                        
to n' propriamente alieno;  ma neppur questo possedimento gli  parrebbe  poter   
soddisfare  e  riempiere  il desiderio ch'egli concepisce di quel tale oggetto;   
col quale ei vorrebbe diventare una cosa stessa (come profondamente,  bench in   
modo  scherzevole  osserva  Aristofane nel Convito di Platone): ora ei non vede   
che questo possa mai essere.  [3445]La forza del desiderio ch'ei concepisce  in   
quel  punto,  l'atterrisce  per  ci  ch'ei  si  rappresenta subito tutte in un   
tratto, bench confusamente, al pensiero le pene che per questo desiderio dovr   
soffrire;  perocch il desiderio  pena,  e il  vivissimo  e  sommo  desiderio,   
vivissima  e  somma,  e  il  desiderio  perpetuo  e  non mai soddisfatto  pena   
perpetua.Ora a lui pare e che quel desiderio non sar mai soddisfatto (o non ne   
vede il come, e gli par cosa troppo ardua e difficile e improbabile), e ch'esso   
non sar mai per estinguersi da se medesimo,  come  quando  proviamo  un  dolor   
vivissimo, ci pare a prima giunta ch'ei sar perpetuo, e che ne sia impossibile   
la  consolazione,  e  che  niuna  cosa  mai  lo consoler.  Tutto questo accade   
principalmente (ed oggimai unicamente) ai giovani prima d'entrar nel  mondo,  o   
sul loro primo ingresso (talvolta, e non di rado, ancora ai fanciulli). I quali   
e  son pi suscettibili di vivezza d'impressione e di vivezza di desiderio ec.,   
e sono inesperti del quanto presto e facilmente l'amore [3446]o si dilegui o si   
soddisfaccia, e del come; e che al mondo non v'ha                                 
cosa veramente amabile;  e di quanto sia facile ottenere ogni cosa ch'ei  brama   
da quegli oggetti ch'ei stima inaccessibili ec. ec.Del resto, generalizzando,    
da  osservare  che  il  primo  concepimento  d'un  desiderio  vivissimo di cosa   
difficile a ottenere,  il qual concepimento non ha pi  luogo  se  non  se  ne'   
fanciulli e nella prima giovent,   sempre accompagnato da spavento,  e ci si   
spiega colle cagioni sopraddette.  Massime se la cosa  o pare  impossibile  ad   
ottenere;  l'uno  e  l'altro de' quali casi  ben frequente nelle suddette et.   
Alle quali,  per queste ragioni,  i desiderii come son  penosissimi  nella  lor   
durata e nel loro corso,  cos riescono spaventosi nella or nascita (e pi quel   
d'Amore, ch' pi penoso, perch pi forte; massime negl'inesperti).  E si dice   
per  ischerzo,  ma  non  senza  ragione  di  verit,  che bisogna soddisfare ai   
desiderii de' fanciulli per non trovargli morti dietro alle porte.  (16.  Sett.   
1823.)Fermezza  di  carattere  e facolt di generalizzare formano quelli che si   
chiamano uomini superiori: essi sanno pensare e sanno  operare:  [3447]dice  M.   
Say  ne' Cenni sugli uomini e la Societ.  Ma la fermezza di carattere  di due   
sorti, che nascono da principii affatto contrarii, l'una da forza d'animo, e da   
acutezza d'ingegno ec.;  l'altra da stupidit  di  spirito,  da  incapacit  di   
ragionare,  di  comprendere  ec.  e  quindi  di  mutare opinione,  da scarsezza   
d'ingegno, ottusit e tardit di mente ec. E il come,  fa                        
cile a concepirlo ec. (16. Sett.  1823.)Gli uomini straordinari,  bene spesso e   
forse  il  pi  delle volte,  non son tali per grandezza assoluta di niuna loro   
qualit,  n anche per grandezza  o  forza  ec.  di  essa  qualit  considerata   
rispettivamente a quel ch'ella suol essere nel comune degli uomini; insomma non   
sono  straordinarii  perch  veruna  lor qualit sia straordinaria (cio non si   
trovi nel comune), n straordinariamente grande o perfetta ec.;  ma solo per lo   
squilibrio  delle  loro qualit,  cio perch l'una o pi d'una di esse,  senza   
esser n straordinaria,  n maggior ch'ella  soglia,  prepondera  all'altre,  e   
perci  risalta  e  d negli occhi.  Mentre molti uomini [3448]di qualit tutte   
grandi,  (ed anche straordinarie),  ma ben tra loro equilibrate,  bilanciate  e   
compensate,  sicch  l'una non eccede l'altra,  non sono stimati straordinarii,   
perch  l'una  offusca   lo   splendore   e   nuoce   alla   vista   dell'altra   
scambievolmente. E spesse volte lo stesso avere, bench non tutte, per molte o   
parecchie  qualit  grandi,  (ed  anche  straordinarie),  producendo  un  certo   
equilibrio e contrappeso,  e facendo che  l'una  di  loro  renda  l'altra  meno   
notabile,   cagione che l'uomo non paia straordinario. Ed all'opposto l'averne   
poche  o  una  sola  che  sia  o  straordinariamente  grande  o  straordinaria,   
producendo  uno  squilibrio  e  sbilancio,  non solo non nuoce alla riputazione   
d'uomo straordinario,  n la rende minore,  ma la produce  e  l'accresce.  (16.   
Sett. 1                                                                           
823.)Tragedie o drammi di lieto fine.  - L'effetto loro totale, si  di lasciar   
gli affetti dell'uditore in pieno equilibrio;  cio di esser nullo.  - Il  fine   
dei drammi non ,  e non dev'essere,  d'insegnare a temere il delitto,  cio di   
far che gli uomini temano di peccare. Meglio sarebbe una predica dell'inferno o   
del purgatorio;  e meglio ancora una [3449]lettura del codice  penale,  che  si   
facesse  dalla  scena.  Il  loro  scopo  si  d'ispirare odio verso il delitto.   
Questo  ci che le leggi non  possono.  Laddove  l'ispirar  timore    proprio   
uffizio  di  esse,  ed esse sole il possono,  o certo pi e meglio d'ogni altra   
cosa,  eccetto forse l'esempio vivo de' gastighi,  cio l'effettiva  esecuzione   
delle  leggi  penali.  Ora  la  punizione del delitto non ispira odio.  Anzi lo   
scema, perch sottentra e con lui si mescola la compassione. Anzi lo distrugge,   
perch la vendetta spegne  tutti  gli  odi.  Anzi  produce  un  effetto  a  lui   
contrario, perch la compassione  contraria all'odio; e spesso avviene che nel   
veder punito il delitto,  questa superi ogni altro sentimento,  e gli spenga, e   
resti sola; e spesso la pena, bench giusta ed equa, par pi grave del delitto;   
e spessissimo  odiosa,  parte per la piet,  parte  perch  alcuni  per  vilt   
d'animo e poca stima di se stessi,  altri per cognizione dell'uomo, si sentono,   
pi o meno,  prossimamente o lontanamente,  capaci di peccare;  e niuno ama  di   
esser punito, anzi tutti abborrono il gastigo in se stes                          
si.  -  Il  dramma  [3450]di lieto fine coll'effetto di una sua parte distrugge   
quello dell'altra. Voglio dire la compassione. (Dell'odio verso la colpa, ch'   
pur distrutto dalla catastrofe, ho gi detto).  Il giusto ec.  divenuto felice,   
per infelice che sia stato,  non  pi compatito. Ognuno quasi si contenterebbe   
di arrivare per la stessa strada alla stessa sorte.  L'oppresso vendicato non    
compatito.  Ora  egli    cosa  stoltissima il travagliare in un dramma ec.  ad   
eccitare un affetto che il dramma medesimo debba direttamente spegnere,  e che,   
non  a caso,  ma per intenzione dell'autore e per natura dell'opera,  finita la   
rappresentazione o la lettura,  non debba lasciare alcun  vestigio  di  se;  un   
affetto che non debba esser durabile, che durando si opponga all'effetto voluto   
e  cercato  dall'autore  e dalla qualit del dramma.  E quando l'eccitar questo   
affetto, come la compassione per gl'immeritevolmente infelici,   il principale   
scopo  che l'autore e il dramma si propongono (come ordinariamente accade),  il   
farlo non durevole,  il distruggerlo nel suddetto modo,    contraddizione  ne'   
termini:  [3451]principale  e  non  durevole,   principale  e  da  distruggersi   
appostatamente e volutamente col dramma stesso, principale e non risultante dal   
totale del dramma,  principale e da non dover perseverare n sino alla fine  n   
dopo la fine, e da non dover esser prodotto dal dramma considerato nell'intero;   
dovere dal dramma considerato nell'intero ess                                     
er prodotto un effetto diverso,  anzi contrario,  a quello ch'ei si propone per   
iscopo principale.  - La naturalezza e la verisimiglianza  maggiore assai  ne'   
drammi  di  tristo  che  in  quelli di lieto fine,  perch cos va il mondo: il   
delitto e il vizio trionfa,  i buoni sono oppressi,  la felicit e l'infelicit   
sono ambedue di chi non le merita.  - Ma nel mondo il felice per lo pi ha nome   
di buono, e viceversa.  Il dramma chiama la bont e la malvagit col loro nome,   
e mostra il carattere e la condotta morale de' felici e degl'infelici qual ella   
  veramente.  Quindi  la  sua  grande  utilit,  quindi  l'odio e il disprezzo   
originato  dal  dramma,  verso  i  malvagi  bench  felici,  e  viceversa.  Non   
dall'alterar la natura e la verit delle cose, facendo sfortunato il vizio e la   
virt.  [3452]E  ben grande utilit morale,  e che ben di rado si proccura e si   
ottiene, e basta ben a produr l'odio e l'indignazione, il far conoscere e recar   
sotto gli  occhi  le  vere  qualit  morali  e  i  veri  meriti  de'  felici  e   
degl'infelici.  E l'odio, il disprezzo, il vitupero, l'infamia, l'indignazione,   
la piet,  la stima,  la lode sono non piccoli,  e certo  i  soli,  gastighi  e   
compensi destinati in questo mondo al vizio e alla virt. Non  poco il far che   
l'uno  e  l'altra  gli  ottengano,  che  l'uno  sia  punito,  l'altra  premiata   
com'ambedue possono esserlo, che la natura delle cose abbia luogo, che l'ordine   
stabilito alle cose umane e il decreto della natura sia effettuat                 
o.  Il qual ordine e decreto non  altro che questo: sieno i malvagi felici  ed   
infami,  i  buoni  infelici  e gloriosi o compatiti.  Ordine spesso turbato,  e   
decreto ben sovente trasgredito,  non quanto alla felicit  ed  infelicit,  ma   
quanto al biasimo e alla lode, all'odio ed all'amore o compassione. - L'uditore   
vedendo  il  vizio  e  il  delitto  rappresentato  con vivi e odiosi colori nel   
dramma,  desidera fortemente di vederlo punito.  E per lo contrario vedendo  la   
[3453]virt  e  il  merito  oppressi e infelici,  e rendutigli con bella e viva   
pittura ed artifizio amabili e cari dal poeta,  concepisce sensibile  desiderio   
di vederli ristorati e premiati. Or se n l'uno n l'altro fa il dramma stesso,   
cio  lascia  il  vizio  impunito  anzi premiato,  e la virt non premiata anzi   
punita e sfortunata; ne seguono due bellissimi effetti,  l'uno morale e l'altro   
poetico.  Il  primo  si  che l'uditore,  appunto per lo sfortunato esito della   
virt e il contrario del vizio, che se gli  rappresentato nel dramma, si crede   
obbligato verso se stesso a cangiare quanto  in lui le sorti di que' malvagi e   
di que' virtuosi,  punendo gli uni col maggior possibile odio  ed  ira,  e  gli   
altri premiando col maggior affetto di amore,  di compassione e di lode.  E con   
questa disposizione tutta di abborrimento e detestazione verso i malvagi  e  di   
tenerezza  e  piet  verso  i  buoni,  egli  parte  dallo  spettacolo.  La qual   
disposizione quanto sia morale e buona e desiderabile che                         
si desti,  chi nol vede?  E questo [3454] veramente l'unico modo  di  far  che   
l'uditore parta appassionato per la virt,  e passionatamente nemico del vizio;   
l'unico modo di ridurre a passione l'amor dell'una e  l'odio  dell'altro,  cosa   
difficilissima a conseguirsi oggid in chicchessia, e stata sempre difficile ad   
ottenersi  ne'  cuori  volgari  e plebei della moltitudine;  ma cosa dall'altra   
parte cos utile che pi non pu dirsi,  perch n  quell'amore  n  quell'odio   
saranno  n  furono mai efficaci nell'uomo essendo pura ragione,  e s'ei non si   
convertano in passione, quali furono non di rado anticamente. L'effetto poetico   
si  che un dramma cos formato lascia nel cuore degli uditori un affetto vivo,   
gli fa partire coll'animo agitato e commosso,  dico agitato e commosso  ancora,   
non prima commosso e poi racchetato,  prima acceso e poi spento a furia d'acqua   
fredda,  come fa il dramma di lieto fine;  insomma produce un effetto grande  e   
forte,  un'impressione e una passion viva, n la produce soltanto ma la lascia,   
il che non fa il dramma di lieto fine; e l'effetto  durevole [3455]e saldo. Or   
che altro si richiede al totale  di  una  poesia,  poeticamente  parlando,  che   
produrre  e lasciare un sentimento forte e durevole?  quando anche ei non fosse   
d'altronde utile e morale,  come nel nostro caso.  Certo  ben  pochissime  sono   
quelle  poesie  qualunque,  che  ottengano  il detto scopo;  e quelle qualunque   
pochissime che l'ottengono, non sono e non poss                                   
ono esser altro che grandi,  insigni,  famose e vere poesie.  Or fate  che  il   
dramma  dopo avervi mosso all'odio verso il malvagio,  ve lo dia,  per cos dir   
nelle mani, legato, punito, giustiziato. Voi partite dallo spettacolo col cuore   
in pienissima calma. E come no? qual vostro affetto resta superiore agli altri?   
non rimangon tutti in pienissimo  equilibrio?  e  una  poesia  che  lascia  gli   
affetti  de'  lettori  o  uditori  in pienissimo equilibrio,  si chiama poesia?   
produce un effetto poetico? che altro vuol dire essere in pieno equilibrio,  se   
non  esser  quieti,  e  senza tempesta n commozione alcuna?  e qual altro  il   
proprio uffizio e scopo della poesia se non il  commuovere,  cos  o  cos,  ma   
[3456]sempre  commuover  gli affetti?  E quanto all'equilibrio,  vedete: da una   
parte l'odio e l'ira che avevate concepita,  dall'altra la vendetta che placa e   
sfoga l'uno e l'altra; di qua il desiderio, di l l'oggetto desiderato, cio il   
castigo del malvagio.  Le partite sono uguali;  l'affare  finito, il negozio    
terminato,  gl'interessi pareggiati: voi chiudete il vostro libro de'  conti  e   
non  ci  pensate  pi.  Infatti l'uditore si parte dal dramma di lieto fine non   
altrimenti che chi abbia  ricevuto  un'offesa  e  fattone  piena  e  tranquilla   
vendetta,  o  ne  sia stato pienamente soddisfatto,  il quale torna a casa e si   
corica colla stessa placidezza e coll'animo cos  riposato,  come  se  non  gli   
fosse stata fatta alcuna offesa, e di questa non serba pensiero                   
alcuno.  Bello  effetto di un dramma,  di una rappresentazione,  di una poesia;   
lasciare di se tal vestigio negli animi degli spettatori o uditori  o  lettori,   
come  s'e'  non l'avessero n veduta n udita n letta.  Meglio varrebbe essere   
stato a uno spettacolo di forze, di giuochi, equestre, e che so io, i quali pur   
lasciano [3457]nell'animo alcuna orma o di maraviglia o di diletto  o  d'altro.   
Ma  in  verit  in  quella  parte  dell'anima in cui il dramma e la poesia deve   
agire,  quivi il dramma di lieto fine non lascia alcun segno.  Se lascia alcuna   
traccia  in altra parte dell'anima,  questo effetto o  alieno dalla poesia,  o   
l' secondario, o estrinseco, accidentale, di circostanza,  parziale,  cio non   
prodotto  dal  totale  della  composizione,  forse  proprio  della decorazione,   
dell'azione ec. dello spettacolo pi che del dramma, non poetico ec.  Or quanto   
all'effetto del dramma di lieto fine poeticamente considerato, esso  tale qual   
si  mostrato,  anzi non , perch'esso  nullo, e per ci che spetta al totale,   
il dramma di lieto  fine  non  produce,  poeticamente,  alcun  effetto.  Quanto   
all'effetto morale,  che odio,  che ira verso il vizio pu rimanere in chi l'ha   
visto totalmente abbattuto,  vinto,  umiliato e punito?  Quella  punizione  che   
l'uditore  gli avrebbe dato nel cuor suo,  l'ha preoccupata il poeta: questi ha   
fatto il tutto; l'uditore non ha a far pi nulla,  e nulla fa.  Quella passione   
ch'egli avrebbe concepita, l'ha sfogata il poeta d                                
a se: al poeta [3458]dunque rimane.  L'ira l'odio che l'uditore avrebbe portato   
seco, il poeta l'ha soddisfatto.  Odio ed ira e qualunque passione soddisfatta,   
non resta. (Non resta, dico, quanto all'atto, di cui solo  padrone il poeta, e   
non  dell'abito).  Dunque  l'uditore  parte  dal dramma senza n odio n ira n   
altra passione alcuna contro i malvagi,  il vizio,  il  delitto.  Tutto  questo   
discorso  circa  la  parte che spetta nel dramma ai malvagi,  si faccia altres   
circa quella che spetta ai buoni. - Chiuder queste osservazioni con un esempio   
di fatto,  narratomi da chi si trov presente.  Si rappresent in Bologna pochi   
anni fa l'Agamennone dell'Alfieri.  Dest vivissimo interesse negli uditori,  e   
fra l'altro, tanto odio verso Egisto, che quando Clitennestra esce dalla stanza   
del marito  col  pugnale  insanguinato,  e  trova  Egisto,  la  platea  gridava   
furiosamente  all'attrice  che l'ammazzasse.  Ma come in quella tragedia Egisto   
riesce fortunato e gl'innocenti restano oppressi,  quivi  si  vide  quello  che   
possano  le  vere  tragedie  negli  animi  degli  uditori,  quando elle sono di   
[3459]tristo fine. Perch promettendo gli attori che la sera vegnente avrebbero   
rappresentato l'Oreste pur d'Alfieri,  ove avrebbero veduto la morte di Egisto,   
la  gente  usc  dal  teatro  fremendo  perch  il  delitto fosse rimaso ancora   
impunito,  e dicendo che per qualunque  prezzo  erano  risoluti  l'indomani  di   
trovarsi a veder la pena di questo scellerato. E l'altro d                       
prima  di  sera  il  teatro  era gi pieno in modo che pi non ve ne capeva.  O   
moralmente o poeticamente che si consideri un tanto odio verso  un  ribaldo  di   
3000  anni  addietro,  potuto  ispirare  e lasciare da quella tragedia,  ed una   
passione cos calda,  un effetto cos vivo,  potuto da lei produrre e lasciare;   
per  l'una e per l'altra parte si pu vedere se le tragedie di lieto fine sieno   
poco o utili o dilettevoli.  E paragonando gli effetti  di  questa  con  quelli   
dell'Oreste,  che  certo  furono  molto minori e men vivi (sebbene anche questa   
seconda tragedia sia bellissima),  si sar potuto notare da qualunque  mediocre   
osservatore se il dramma di tristo,  o quello di lieto fine, sia da preferirsi,   
[3460]e qual de' due abbia maggior forza  negli  animi,  e  sia  d'effetto  pi   
teatrale  e  poetico,  e  pi  morale  ed utile.  - Si potr applicare tutto il   
passato  discorso,  colle  debite  modificazioni,   a  quei  drammi  ne'  quali   
l'infelicit de' buoni o degli immeritevoli, non vien da' cattivi, n da altrui   
vizi o colpe,  ma dal fato o da circostanze,  quali sono l'Edipo re di Sofocle,   
la Sofonisba d'Alfieri, e molte tragedie di varie et e lingue,  e molti drammi   
sentimentali moderni, appresso varie nazioni. E similmente a quei drammi in cui   
l'infelicit  viene  da  colpa,  ma o involontaria o compassionevole ec.  degli   
stessi infelici, come appunto si pu dire che sia l'Edipo re, la Fedra, e molti   
drammi, massimamente moderni, o tragedie ec. E dalle stesse p                     
redette osservazioni si potr raccogliere se sia meglio che lo scioglimento  di   
tali  drammi sia felice o infelice,  che la sorte de' protagonisti si muti o si   
conservi la stessa, che di felice divenga infelice, o che per lo contrario, ec.   
(16-18.  Settembre.  1823.)Relatar spagnuolo,  cio  riferire,  raccontare,  da   
relatus  di  refero.  Relater  francese antico,  vale il medesimo.  (18.  Sett.   
1823.)[3461]I poeti latini (e proporzionatamente gli  altri  scrittori  secondo   
che lor conveniva) usarono la mitologia greca,  non per lo aver preso da' greci   
la loro letteratura e poesia,  ma  perch,  o  da'  greci  o  d'altronde  ch'e'   
ricevessero la loro religione,  essa mitologia alla religion latina apparteneva   
niente meno che alla greca,  e nel Lazio  non  meno  che  in  Grecia  era  cosa   
popolare  e  creduta  dal  popolo.  Laonde se questa o quella favola adoperata,   
accennata ec.  dagli scrittori o poeti latini,  fu tolta da' greci,  o  ch'ella   
fosse stata primieramente e di netto inventata da qualche greco poeta, o che in   
Grecia e non nel Lazio ella fosse sparsa ec., non perci segue che la mitologia   
dagli scrittori latini usata,  non fosse,  com'ella fu,  altrettanto latina che   
greca.  Perocch il fabbricare,  per dir cos,  sul fondamento  delle  opinioni   
popolari,  fu sempre lecito ai poeti, anzi fu loro sempre prescritto. Laonde se   
i poeti latini fabbricarono su tali opinioni popolari nazionali,  o dell'altrui   
fabbriche s servirono, o rami stranieri innestaro                                
no sul tronco domestico,  niuno di ci li dee riprendere.  N perci [3462]essi   
vollero introdurre un nuovo genere di opinioni popolari nella nazione  e  farne   
materia di lor poesia; n supposero falsamente un genere un sistema di opinioni   
popolari che nella nazione non esisteva,  ma su di quel ch'esisteva in effetto,   
innestarono, fabbricarono, lavorarono.  Similmente i greci,  da qualunque luogo   
pigliassero  la  loro  mitologia,  certo    che di l presero eziandio la loro   
religion popolare,  e che tra' greci il sistema greco religioso  e  mitologico,   
quanto alla sostanza,  alla natura, alla principal parte ed al generale, non fu   
prima de' poeti che del popolo.  E se i letterati greci si giovarono,  come  si   
dice,  delle letterature o dottrine ec.  egizie,  indiane o d'altre genti,  non   
adottarono  perci  nelle  loro  finzioni  ch'avessero  ad  esser  popolari,  e   
nazionali  ec.  le  mitologie  d'esse  nazioni.  L'aver noi dunque ereditato la   
letteratura greca e latina,  l'esser la  nostra  letteratura  modellata  su  di   
quella,  anzi  pure  una  continuazione,  per  cos dire,  di quella,  non vale   
perch'ella possa ragionevolmente usare la mitologia greca n latina al modo che   
quegli   antichi   l'adoperavano.   Giacch   non   abbiamo   gi   noi   colla   
[3463]letteratura ereditato eziandio la religione greca e latina,  n i latini,   
come ho detto,  usarono la mitologia greca perci ch'essi avevano  adottato  la   
greca letteratura; n se la letteratura ebbero i greci dalla Fenicia o do         
nde  si  voglia,  perci  fu  che  i  greci  poeti e scrittori si valsero della   
mitologia di quella tal gente;  ma fu per le ragioni dette di sopra,  e che nel   
nostro caso non hanno alcun luogo.  Tutt'altre sono le nostre opinioni popolari   
nazionali e moderne da quelle de' greci e de' latini.  E gli scrittori italiani   
o  moderni  che  usano  le favole antiche alla maniera degli antichi,  eccedono   
tutte  le  qualit  della  giusta  imitazione.  L'imitare  non    copiare,  n   
ragionevolmente s'imita se non quando l'imitazione  adattata e conformata alle   
circostanze del luogo,  del tempo,  delle persone ec. in cui e fra cui si trova   
l'imitatore,  e per li quali imita,  e  a'  quali    destinata  e  indirizzata   
l'imitazione.  Questa pu essere imitazione nobile,  degna di un uomo,  e di un   
alto spirito  e  ingegno,  [3464]degna  di  una  letteratura,  degna  di  esser   
presentata a una nazione. E una letteratura fondata comunque su tale imitazione   
pu  esser  nazionale  e  contemporanea  e  meritare  il  nome  di letteratura.   
Altrimenti l'imitazione  da scimmie,  e una letteratura fondata su di  essa     
indegna di questo nome, s per la troppa vilt, essendo letteratura da scimmie,   
s  perch una letteratura che tra' suoi  forestiera,  e a' suoi tempi antica,   
non pu esser letteratura per se,  ma al pi solo una parte d'altra letteratura   
o una copia da potersi guardare, se fosse per perfetta (ch' sempre l'opposto)   
collo stesso interesse con cui si guarda una copia d'un quadro a                  
ntico  ec.  e  niente pi.  Veramente pare che i nostri poeti usando le antiche   
favole (come gi i pi antichi  italiani  e  forestieri  scrivendo  in  latino)   
affettino di non essere italiani ma forestieri, non moderni ma antichi, e se ne   
pregino,  e  che  questo  sia il debito della nostra poesia e letteratura,  non   
esser n moderna n  nostra  ma  antica  ed  altrui.  Affettazione  e  finzione   
barbara,  [3465]ripugnante alla ragione,  e colla qual macchia una poesia non    
vera poesia, una letteratura non  vera letteratura.  Come non  n letteratura   
n  lingua  nostra quella letteratura e quella lingua che oggid usano i nostri   
pedanti affettando e simulando di esser antichi  italiani,  e  dissimulando  al   
possibile  di  essere  italiani  moderni,  di aver qualche idea che gl'italiani   
antichi non avessero perch non poterono,  (cos forse fece Cic.  verso  Catone   
antico  ec.  o Virgilio verso Ennio ec.?) ec.  ec.  Onde segue che noi oggi non   
abbiamo letteratura n  lingua,  perch  questa  non  essendo  moderna,  bench   
italiana, non  nostra, ma d'altri italiani, e perch non si d n si diede mai   
n  pu darsi letteratura che a' suoi tempi non sia moderna;  e dandosi,  non    
letteratura.Quel ch'io dico dell'uso delle favole antiche  fatto  alla  maniera   
antica  (cio  mostrandone  persuasione  e  presentandole  in qualunque modo a'   
lettori o uditori come e' ne fossero persuasi,  ch  altrimenti  il  prevalersi   
della mitologia non ha peccato alcuno), fatto dico da' poeti crist                
iani antichi o moderni (massime italiani) scrivendo a' Cristiani,  si [3466]dee   
dire dell'eccessivo uso,  anzi abuso intollerabile della mitologia che fanno  e   
fecero  i  pittori  e  scultori  ec.  cristiani,  non d'Italia solo,  ma d'ogni   
nazione, e niente meno i forestieri che gl'italiani. Se sta ad essi a scegliere   
il soggetto,  potete esser sicuro,  massime degli scultori,  ch'e'  non  escir   
della  mitologia.   Ed  anche  grandissima  parte  de'  soggetti  eseguiti  per   
commissione, essendo mitologici,  segue che il pi delle pitture e massimamente   
delle sculture che si veggono in Europa (fuor delle Chiese), sieno mitologiche.   
Par  che  tutto lo scopo che si propone uno scultore (siccome un poeta) sia che   
la sua opera paia una statua antica (come un poema antico),  dovendo  solamente   
cercare  ch'ella  sia  tanto  bella  quanto  un'antica,  o  pi  bella  ancora,   
quantunque,  se si vuole,  nel genere del bello antico.  (19.  Sett.  1823.)Ces   
hommes qui existent ainsi (les Chartreux de Rome) sont pourtant les mmes  qui   
la  guerre  et  toute  son  activit  suffiraient    peine  s'ils  s'y taient   
accoutums.  C'est un sujet inpuisable de rflexion que [3467]les  diffrentes   
combinaisons de la destine humaine sur la terre.  Il se passe dans l'intrieur   
de l'ame mille accidents,  il se forme  mille  habitudes  qui  font  de  chaque   
individu  un  monde  et  son  histoire.  Connatre un autre parfaitement serait   
l'tude d'une vie entire; qu'est-ce donc qu'on entend par connatre              
les hommes?  les gouverner,  cela se peut,  mais les comprendre,  Dieu seul  le   
fait.  Corinne,  livre  10.  chap.1.  t.2.  p.114.  Ci  vuol dire che l'uomo    
sommamente e infinitamente o indeterminatamente conformabile, e non  possibile   
conoscer  mai  tutti  i  modi  e  tutte  le  differenze  in  cui   lo   spirito   
degl'individui,  secondo  la  diversit  delle  circostanze  (ch'  infinita  o   
indeterminabile),  si conforma o si pu conformare;  per la stessa ragione  per   
cui non si possono conoscere tutte le circostanze possibili ad aver luogo,  che   
possono influire sullo  spirito  degl'individui,  n  tutte  quelle  che  hanno   
effettivamente  influito  su  tale  o  tale  individuo determinato,  n le loro   
combinazioni scambievoli, n le loro minute diversit che producono non piccole   
differenze di carattere ec.  [3468]La maggior cognizione adunque che  si  possa   
avere  dell'uomo    quella  di  sapere  perfettamente e ragionatamente che gli   
uomini non si possono  mai  ben  conoscere,  perch  l'uomo    indefinitamente   
variabile negl'individui,  e l'individuo stesso per se. E il pi certo segno di   
tal cognizione si  quello di non maravigliarsi mai un punto, e di esser bene e   
ragionatamente e veramente disposto a non maravigliarsi di qualunque  strana  e   
inaudita  e  nuova indole,  carattere,  qualit,  facolt,  azione di qualunque   
individuo umano noto o ignoto ci possa venire agli orecchi  o  agli  occhi,  ci   
accada  o  possa  accader  d'intendere  o di vedere,  in bene o in male.  Chi    
veramente                                                                         
giunto a questa disposizione,  e l'ha in se ben perfetta,  radicata e costante,   
ed efficace,  pu dire di conoscer l'uomo il pi ch' possibile all'uomo. E pi   
infatti non pu se non Dio,  come ben  dice  la  Stal,  perch  Dio  solo  pu   
conoscere  e  conosce  tutti  i  possibili.   Or  gli  uomini  non  si  possono   
perfettamente conoscere, chi non conosca poco men che tutti i possibili,  dico,   
i  possibili  di  questa natura e di questa terra.(19.  Sett.  1823.)[3469]Alla   
p.2709. Quasi tutti gli antichi che scrissero di politica (tranne Cic.  de rep.   
e   de   legibus),   la  pigliarono  puramente  o  principalmente  dalla  parte   
speculativa, la vollero ridurre a sistema teorico e di ragione, e disegnare una   
repubblica di lor fattura; e questo si fu lo scopo,  l'intenzione e il soggetto   
de'  loro  libri.  Ond' che quantunque i moderni,  primieramente abbiano fatto   
della politica il loro principale studio,  secondariamente,  come  privati  che   
erano  e  sono  la  pi  parte,  e  quindi  inesperti del governo,  sieno stati   
obbligati a tenersi in ci alla speculazione pi che alla  pratica,  e  per  la   
medesima  cagione  abbiano immaginato,  sognato,  delirato e spropositato nella   
politica pi che in altra  scienza;  nondimeno  io  tengo  per  fermo  che  gli   
antichi,  anzi  i soli greci,  avessero pi Utopie che tutti i moderni insieme   
non hanno.  Utopia  la  repubblica  di  Platone,  s  quella  disegnata  nella   
Politia,  s  l'altra  ne' libri delle Leggi,  diversa da quella,  come osserva   
Aristote                                                                          
le nel 2do de' Politici,  p.106-16.  Utopie furono quelle di  Filea  Calcedonio   
(Aristot. Politic. l.2. ed. Victorii, Florent. p.117-26.), e d'Ippodamo Milesio   
(ib.  p.127-35.),  Utopia    quella  d'Aristotele  (v.  il Fabricio). E senza   
[3470]fallo Utopie furono ancora i libri politici  e  peri  nomon  o  nomoi  di   
Teofrasto,  di  Cleante  e  d'altri tali filosofi,  mentovati dal Laerzio,  e i   
perduti libri pur politici e peri nomon dello stesso Aristotele,  e molti altri   
siffatti. Aristotele spianta le repubbliche degli altri, ma n pi n meno che   
in filosofia, si crede in obbligo di sostituire, e ci d la sua repubblica e il   
suo  sistema.  E  cos  gli  altri.  Ed    pur  notabile  che gli antichi,  e   
nominatamente i greci, o avevano,  o avevano avuto in mano gli affari pubblici,   
o  potevano  averli,  o certo,  ancorch stati sempre privati,  erano pur parte   
delle rispettive repubbliche, e contribuivano insieme col popolo al governo.  E   
generalmente  parlando,  nelle  antiche repubbliche,  tutte libere,  i privati,   
ancorch dediti solo a filosofare e studiare,  erano pi al caso,  se non altro   
per li continui discorsi giornalieri,  per lo essersi trovati assai spesso alle   
concioni,  perch i negozi pubblici passavano tutti  e  succedevano  sotto  gli   
occhi di tutti, e le cause degli avvenimenti erano manifeste, e nulla v'avea di   
segreto;  [3471]erano  dico  al  caso d'intendersi veramente di politica,  e di   
poterne ragionare per pratica, molto pi che i moderni priva                      
ti non sono,  i quali si trovano e si son trovati,  per lo pi,  in circostanze   
tutte  opposte,  e  nemmeno  fanno effettivamente parte della loro repubblica e   
nazione,    n   d'altra   veruna,    se   non    di    nome.    E    nondimeno   
ess-                                                                              
o  in  somma  la  detta  arte era senza paragone pi ampia,                       
stesa, ricca, varia, distinta, accurata, specificata, particolarizzata appo gli   
antichi che fra i moderni,  ma  essa  era  quasi  l'unico,  e  senza  quasi  il   
principale  studio  degli antichi che pretendevano e aspiravano particolarmente   
al nome di scrittori, e massime di letterati. Si osservino sottilmente le opere   
d'Isocrate,  di Senofonte e di tali  altri  cento.  Tutte  parole  in  sostanza   
[3473]senza pi. Gli antichi letterati, se ben guardiamo, non si proponevano in   
conchiusione   altro,   che   di   dir   bene,   correttamente,   cultamente  e   
artifiziosamente,  quello che tutti gi sapevano e pensavano o facilissimamente   
avrebbero potuto e saputo pensare da se, ma pochi sapevano in quel modo           
significare.  E  non  per  altro  in  verit  divenivano  famosi che per questo   
(ancorch forse n gli altri n essi se ne avvedessero, o avessero avuta questa   
intenzione espressa e distinta e a se medesimi manifesta), quando ottenevano il   
detto effetto.  E non parlo gi qui de' sofisti,  i quali  a  differenza  degli   
altri,  avevano  e  professavano  apertamente la detta intenzione e la facevano   
vedere;  e questa si era l'unica diversit reale che passasse tra' pi  antichi   
sofisti e i classici,  e il genere di scrittura di questi e di quelli.  Gli uni   
affettavano di dir bene,  e mostravano di affettarlo,  gli altri dicevano  bene   
per  arte,  ma non mostravano di proccurarlo e ricercarlo,  come per facevano.   
Quanto  allo  stile,  questi  e  quelli  differivano  notabilmente.  Quanto  a'   
concetti,  [3474]alle sentenze,  all'invenzione,  alla condotta, all'ordine ec.   
non v' divario alcuno.  Si considerino attentamente  i  due  predetti  (nemici   
ambedue de' Sofisti),  e tutti quelli che fra gli antichi cercarono e ottennero   
fama di bene scrivere; e si vedr che ne' loro concetti ec. tutto  sofistico.   
N anche bisogner molta attenzione ad avvedersene.  In Senofonte,  particolare   
odiator  de'  sofisti,  tanto  perseguitati  dal suo maestro,  (v.  la fine del   
Cinegetico) e a lui per se stesso abbominevoli;  in Senofonte  cos  candido  e   
semplice  e  naturale  che  par  tutto  l'opposto  possibile del sofistico,  in   
Senofonte il sofistico de' concetti d subito nell'occhio, tanto c                
h'io lo sentii notare con maraviglia a persona niente intendente n di greco n   
di letteratura  antica,  che  avea  non  pi  che  gittato  l'occhio  su  certa   
traduzione  di  quell'autore.  E Socrate stesso,  l'amico del vero,  il bello e   
casto parlatore,  l'odiator de' calamistri  e  de'  fuchi  e  d'ogni  ornamento   
ascitizio  e  d'ogni  affettazione,  che  altro era ne' suoi concetti se non un   
sofista [3475]niente meno di quelli da  lui  derisi?  E  per  quanto  poco  gli   
antichi generalmente pensassero,  non  possibile a credere che i pensieri e le   
osservazioni di Socrate,  di Senofonte,  di Isocrate,  di Plutarco  (tanto  pi   
recente) e simili,  non fossero al tempo di costoro medesimi, comuni e triviali   
e volgari (sieno politici,  filosofici,  morali o qualunque) o  eccedessero  la   
comune capacit di pensare,  di trovare,  di concepire,  di osservare. Ma pochi   
sapevano esprimerli a quel modo, come ho detto di sopra. cosa osservata che le   
antiche opere classiche,  non solo perdono moltissimo,  tradotte che sieno,  ma   
non vaglion nulla, non paiono avere sostanza alcuna, non vi si trova pregio che   
l'abbia potute fare pur mediocremente stimabili,  restano come stoppa e cenere.   
Il che non solo non accade alle opere classiche moderne, ma molte di esse nulla   
perdono per la traduzione,  e in qualunque lingua si  voglia,  sono  sempre  le   
medesime,  e tanto vagliono quanto nella originale.  I pensieri di Cicerone non   
sono certo cos comuni, come quelli de' sopraddetti ec., n                        
 furono de' pi [3476]comuni al suo tempo, massime tra' romani.  Nondimanco io   
peno a credere ch'altri possa tollerar di leggere sino al fine (o far ci senza   
noia)  qualunque    pi concettosa opera di Cicerone,  tradotta in qual si sia   
lingua.  Che vuol dir ci,  che vuol dir questa differenza  di  condizione  tra   
l'antiche e le moderne opere, tradotte ch'elle sieno, se non che negli antichi,   
anche sommi,  scrittori,  o tutto o il pi son parole e stile, tolte o cangiate   
le quali cose,  non resta quasi nulla,  e le loro sentenze scompagnate dal loro   
modo  di  significarle paiono le pi ordinarie,  le pi trite,  le pi popolari   
cose del mondo. Veramente i pensieri degli antichi, pi o meno, son persone del   
volgo: detratta la veste,  se le loro forme non appaiono  rozze,  certo  paiono   
ordinarie, e di quelle che per tutto occorrono, senza nulla di peregrino, nulla   
che inviti l'occhio a contemplarle,  anzi neppure a guardarle, nulla insomma n   
di singolare n di pregevole.  Nelle opere moderne all'opposto tutto  pensieri   
e persona;  stile nulla;  vesti cos dozzinali che pi non potrebbero essere. E   
perci appunto  necessario che le opere  classiche  antiche  tradotte  perdano   
tutto  o  quasi tutto il loro pregio cio quello dello stile,  perch i moderni   
non hanno di gran lunga l'arte dello stile che gli antichi  ebbero  n  possono   
nelle  loro  tradizioni  conservare  ad  esse opere il detto pregio ec.  Ma non   
conservando lor questo, niuno altro gliene                                        
posson lasciare che vaglia la pena della lettura,  e che distingua  gran  fatto   
esse opere dalle pi volgari e mediocri,  massime le morali, filosofiche ec. So   
che la volgarit de' pensieri  negli  antichi,  da  molti    considerata  come   
relativa  a  noi,  che  sappiam tanto di pi;  ma [3477]io dico che si fa torto   
all'antichit,  allo spirito e alla ragione umana universale,  se non si  crede   
che questa volgarit, almen quanto a grandissima parte d'essi pensieri, non sia   
assoluta,  o  non  fosse  volgarit  anche  al  tempo  degli  scrittori che gli   
esposero. (19. Sett. 1823.)Sonito da sono as,  continuativo o frequentativo (se   
per  non    dal  nome  sonitus),  ma  d'incerta  fede.  Forcell.  (20.  Sett.   
1823.)Contentus a um (onde contentare ital.  contenter franc.  ec.)  non    in   
origine  che  un  participio bello e buono.  Eppure appoco appoco ei divenne un   
aggettivo semplicissimo,  e tale egli  unicamente nell'italiano,  nel francese   
nello spagnuolo.  (20.  Sett. 1823.). Cos falsus ec. di cui veggasi la p.3488.   
V.        p.3620.Frissont,        frissonner,         -        brivido        -   
ti  infinitamente meno poeta di quello. [3479]E si conchiude che le poesie       
dell'uno  sieno  impoetiche,  e che l'altro non sia poeta.  E l'effetto poetico   
delle poesie di Monti spetta pi agli antichi che a lui, ed  piuttosto come di   
poesia e d'immaginazione antica, che di moderna. Nel sentimento poi la vena del   
Monti  al tutto secca,  e provandocisi,  il che egli fa ben di  rado,  non  ci   
riesce punto, come nel Bardo. (20. Sett. 1823.)Il poeta dee mostrar di avere un   
fine  pi serio che quello di destar delle immagini e di far delle descrizioni.   
E quando pur questo sia il suo intento principale,  ei deve  cercarlo  in  modo   
come s'e' non se ne curasse,  e far vista di non cercarlo,  ma di mirare a cose   
pi gravi;  ma descrivere fra tanto,  e introdurre nel suo poema  le  immagini,   
come  cose a lui poco importanti che gli scorrano naturalmente dalla penna;  e,   
per dir cos,  descrivere e introdurre  immagini,  con  gravit,  con  seriet,   
senz'alcuna dimostrazione di compiacenza e di studio apposito,  e di pensarci e   
badarci, n di voler che il lettore ci si fermi.  Cos fanno Omero e Virgilio e   
[3480]Dante,  i  quali  pienissimi  di  vivissime  immagini e descrizioni,  non   
mostrano pur d'accorgersene,  ma fanno vista di avere un fine molto  pi  serio   
che stia loro unicamente a cuore, ed al qual solo festinent continuamente, cio   
il racconto dell'azioni e l'evento o successo di esse.  Al contrario fa Ovidio,   
il quale non dissimula, non che nasconda; ma dimostra e, per dir cos, confessa   
quello che ; cio a dir ch'ei non ha                                             
maggiore intento n pi grave,  anzi a  null'altro  mira,  che  descrivere,  ed   
eccitare  e  seminare  immagini  e  pitturine,   e  figurare,  e  rappresentare   
continuamente. (20.  Sett.  1823.)Io notava un vecchio ributtantemente egoista,   
compiacersi  di  parlare  di  certi  suoi  piccolissimi  sacrifizi e sofferenze   
volontarie (vere o false ch'elle fossero, e volontarie veramente o no), e farlo   
con una certa quasi verecondia, che ben dimostrava, massime a chi conoscesse il   
carattere della persona, lui essere persuaso di fare e sostener cose eroiche, e   
quei sacrifizi e patimenti dimostrassero in lui una gran superiorit d'animo, e   
rinunzia di se stesso e del suo amor proprio.  Egli aveva  ben  caro  che  cos   
paresse agli [3481]altri, e a questo fine ne parlava, ma dava bene ad intendere   
che  tale  si era infatti la sua propria opinione.  Tanto poteva in un animo il   
pi radicato nel pi schietto e completo egoismo,  intollerante  d'ogni  menomo   
incomodo,  e capace di sacrificar chi e che che sia ad una sua menoma comodit;   
tanto poteva,  dico,  in un animo qual esso era infatti,  e di  pi  totalmente   
inerte, solitario, e segregato affatto dalla societ, il desiderio di parere s   
agli  occhi  altrui,  s  ancora  a'  suoi propri,  capace di grandi sacrifizi,   
superiore all'amor proprio, il contrario di egoista, ed insomma eroe. E tanto    
vero che non si trova quasi uomo cos impudentemente  e  perfettamente  egoista   
nel fatto, che non desideri grandemente di compa                                  
rire almeno a se stesso,  e non si persuada effettivamente, e non si compiaccia   
sommamente dell'opinione di essere un eroe.  Perocch a tutti  grato  il  fare   
stima  di  se,  e si pu esser certi che tutti,  o in un modo o nell'altro,  si   
stimano,  e grandemente,  e cos continuamente come e' si amano,  che vuol  dir   
tuttafiata,  senza intervallo alcuno,  [3482]bench la stima di se stesso (come   
anche l'amore,  secondo che  altrove  s'  dimostrato)  abbia  in  un  medesimo   
individuo ora il pi ora il manco,  secondo diverse circostanze e cagioni.  Del   
resto puoi vedere la pag.124. 3108-9.  e 3167-9.  Questo che io dico dei vecchi   
egoisti  si  pu  applicare  ai  fanciulli,   egoisti  estremi,  ignari  ancora   
dell'eroismo,  perch niuno gliene ha  parlato,  e  nondimeno  vaghi  di  molte   
piccole glorie,  come di star male o di farlo credere,  perch si parli di loro   
nella famiglia,  e per  aver  qualche  somiglianza  cogli  adulti,  alla  quale   
aspirano generalmente e continuamente in mille cose, solo per vanit o vogliamo   
dire  ambizione  ec.  V.  l'Alfieri  di  s  che facea gli esercizi militari da   
piccolo.  (20.  Sett.  vigilia della  Festa  di  Maria  Santissima  Addolorata.   
1823.)Ne'  tragici  greci  (cos  negli  altri  poeti  o scrittori antichi) non   
s'incontrano quelle minutezze,  quella particolare  e  distinta  descrizione  e   
sviluppo  delle passioni e de' caratteri che  propria de' drammi (e cos degli   
altri poemi e componimenti) moderni, non solo perch gli antichi erano molto in   
feriori a' moderni nella cognizione del cuore umano, il che a tutti  noto,  ma   
perch gli antichi n valevano gran fatto nel dettaglio,  n lo curavano,  anzi   
lo disprezzavano e fuggivano, e tanto era impropria degli antichi l'esattezza e   
la minutezza quanto ella  propria e caratteristica de' moderni. Ci nel modo e   
per le ragioni da me  spiegate  altrove.Oltre  di  ci  i  moderni  ne'  drammi   
vogliono  interessare  col  mettere  i  lettori  o  uditori  in  relazione  coi   
personaggi di quelli,  col far che i lettori [3483]ravvisino e  contemplino  se   
stessi,  il  proprio cuore,  i propri affetti,  i proprii pensieri,  le proprie   
sventure,  i proprii casi,  le proprie circostanze,  i proprii sentimenti,  ne'   
personaggi  del  dramma,  e  nel loro cuore,  affetti,  casi,  ec.  quasi in un   
fedelissimo specchio.  Si pu esser certi che l'intenzione de'  greci  tragici,   
massime  de'  pi antichi,  fu tutt'altra,  e in certo senso contraria.  Questo   
effetto era troppo debole, molle, intimo, recondito, sottile,  perch o i poeti   
antichissimi  fossero  capaci  di proporselo,  o i loro uditori di provarlo,  o   
provato,  di compiacersene.  Secondo la natura de'  popoli  e  de'  tempi  meno   
civili, gli spettatori cercavano e i poeti si proponevano nel dramma un effetto   
molto pi forte e gagliardo ed clatant,  delle sensazioni molto pi fiere, pi   
energiche,  piprononces;  delle impressioni molto pi  grandi;  ed  al  tempo   
stesso meno interiori e spirituali, pi materiali ed estrinseche. I               
tragici  greci  cercarono  lo  straordinario e il maraviglioso delle sventure e   
delle passioni,  appresso a poco come fa oggi Lord  Byron  (con  molta  maggior   
cognizione  per  dell'une [3484]e dell'altre);  tutto l'opposto di quel che si   
richiedeva per metterle in relazione,  in  conformit,  e  d'intelligenza,  con   
quelle  degli  uditori.  Sventure e casi orribili e singolari,  delitti atroci,   
caratteri unici, passioni contro natura, furono i soggetti favoriti de' tragici   
greci.  Tale per certo si fu l'intenzion loro,  sebbene la scelta  l'invenzione   
l'immaginazione  non sempre corrispondesse pienamente all'intento,  e talor pi   
talor meno, in chi pi in chi meno. Ma generalmente parlando, e massime,  torno   
a  dire,  i  pi  antichi  tragici greci,  cercarono o amarono di preferenza il   
sovrumano de' vizi e delle virt,  delle colpe e delle belle o valorose azioni,   
de'  casi,  delle fortune: al contrario appunto de' moderni tragici che cercano   
in tutto questo il pi umano che possono. Quindi coloro si rivolsero per lo pi   
al favoloso,  quindi il corrispondente apparato della  scena  e  degli  attori;   
quindi  non  solo  il soggetto ma il modo di trattarlo,  di condurre il dramma,   
d'intrecciarlo,  di recare lo scioglimento dovettero corrispondere al fine  del   
poeta e dell'uditorio,  che era in questo di ricevere in quello di produrre una   
sensazione delle pi vive,  [3485]delle pi  poetiche  ec.;  quindi  anche  gli   
episodii dovettero corrispondere alla natura di tale s                            
copo e di tal dramma;  quindi le furie introdotte nel teatro (nelle Eumenidi di   
Eschilo),  che fecero abortir le donne e agghiacciare i fanciulli  (v.  Fabric.   
Barthlemy ec.);  quindi i soggetti per lo pi lontani o di tempo,  o di luogo,   
di costumi ec.  dagli spettatori,  bench tanti soggetti  poetici  offrisse  ai   
tragici  greci  la storia,  non pur nazionale ma patria,  e non pur patria,  ma   
contemporanea ec. ec.; quindi le inverisimiglianze d'ogni genere,  i salti,  le   
improvvisate,  (fatte per verit con meno arte, variet ec. che non farebbero i   
modi e che non si fa ne' modi drammi e romanzi  d'intreccio),  l'intervento  s   
frequente  degli  Dei  o  semidei ec.  ec.  I moderni drammatici come gli altri   
poeti,  come i romanzieri ec.  si propongono di agir sul cuore,  ma gli antichi   
tragici,   non  men  che  gli  altri  antichi,   sulla  immaginazione.   Questa   
osservazione,  che non si pu negare,  basta  a  far  giudizio  quanto  debbano   
essenzialmente differire i caratteri dell'antico e del moderno dramma,  con che   
diversi canoni si debba giudicar dell'uno e dell'altro,  quanto sia assurdo  il   
tirar le moderne poesie drammatiche a parallelo d'arte ec. colle antiche, quasi   
appartenessero  a uno stesso genere,  ch' falsissimo.  Gli antichi tragici non   
vollero altro che por sotto gli occhi e l'immaginazione degli spettatori  quasi   
un  volcano  ardente  o altro [3486]tale terribile fenomeno o singolarit della   
natura, che niente ha che fare con quelli che lo riguardano.                      
Essi rappresentavano cos  quelle  sciagure,  quelle  colpe,  quelle  passioni,   
quelle  prodezze,  come  meteore  spaventevoli  che  gli  spettatori  potessero   
contemplare senza pericolo di nocumento, provando il piacer della maraviglia, e   
dello spaventoso impotente a nuocere,  senza  per  trovare  n  dover  trovare   
alcuna  conformit  o  somiglianza  fra esse sciagure ec.  e le lor proprie,  o   
quelle de' loro conoscenti,  anzi neppur de' loro simili e degl'individui della   
loro  specie.Da  queste osservazioni si dee raccogliere per qual ragione non si   
trovi,  e come sia vano il cercare e pi il pretendere di trovare nelle antiche   
tragedie que' dettagli quelle gradazioni quella esattezza nella pittura e nello   
sviluppo  e  condotta  delle  passioni  e  de' caratteri,  che si trovano nelle   
moderne;  anzi neppur cosa alcuna di  simile  odi  analogo.Queste  osservazioni   
possono  in  parte  applicarsi  anche  alle antiche commedie,  massime a quella   
[3487]che           in           Atene           si           us            da   
prin-                                                                             
Ven.  1596.  p.9.  principio.  V. p.3772. V. la Crusca e il Glossar.             
(21.  Sett.  Festa di Maria Santissima Addolorata.  1823.)Molti sono  timidi  i   
quali  sono  insieme coraggiosissimi.  Voglio dire che molti si perdono d'animo   
nella societ, i quali n fuggono n temono ed anche volontariamente incontrano   
i pericoli [3489]e i danni e le fatiche e le soffere                              
nze ec.;  e non sostengono gli sguardi o le parole amichevoli o indifferenti di   
tali  di  cui  sosterrebbero  facilissimamente  l'aspetto  minaccioso  e l'armi   
nemiche in battaglia o in duello.  La timidit spetta per  cos  dire  ai  mali   
dell'animo,  il coraggio a quelli del corpo.  L'una teme de' danni e delle pene   
interne,  l'altro brava i danni  e  le  sofferenze  esteriori.  L'una  s'aggira   
intorno allo spirituale,  l'altro al materiale. E tanto  lungi che la timidit   
escluda il coraggio,  che anzi ella piuttosto lo favorisce,  e da essa  si  pu   
dedurre con verisimiglianza che l'uomo che n' affetto sia coraggioso. Perocch   
la  timidit   abito di temer la vergogna,  la quale assai facilmente e spesso   
incontra chi teme e fugge i pericoli. Onde il temer la vergogna, ch' male, per   
cos dire,  interno e dell'animo,  giacch nulla nuoce al corpo  n  alle  cose   
esteriori,  ed opera sul pensiero solo,  ed ai sensi non d noia; fa che l'uomo   
non tema i danni esteriori, e non fugga e, bisognando,  affronti il pericolo ed   
eziandio  la  certezza  di soffrirli,  preponendo i mali o i pericoli esterni e   
materiali agl'interni e spirituali, [3490]e l'anima, per cos dire, al corpo; e   
volendo innanzi soffrire ne' sensi, nella roba ec. che nello spirito,  e morire   
piuttosto che patir la pena della vergogna.  Ch in questo e non altro consiste   
quel coraggio che viene da sentimento di onore, e gli effetti del medesimo.  Il   
qual coraggio ha origine e fondamento, anzi                                      
esso  stesso  una  spezie di timidit,  o certo una spezie di qualit contraria   
alla sfrontatezza,  all'impudenza,  all'inverecondia.  (21.  Sett.  Festa della   
Beatissima Vergine Addolorata. 1823.). V. la pag. seg.Non si d nella orazione,   
qualunque  ella  sia,  tratto  veramente sublime,  in cui il lavoro non ceda di   
grandissima lunga alla materia,  cio dove l'altezza e il pregio del  pensiero,   
dell'immagine,  e simili,  non vinca d'assaissimo la nobilt,  l'eleganza, e il   
pregio dell'espressione e dello stile.  Una sola virt dell'espressione  pu  e   
deve,  in  un  luogo ch'abbia ad esser sublime,  andar di pari coll'altezza del   
concetto,  e questa si   la  semplicit,  o  vogliamo  dir  la  naturalezza  e   
l'apparenza          della          sprezzatura.           (21.           Sett.   
1823.)[3491]-                                                                     
ia  della  vita,   al  disinganno,   all'infelicit,   e  quindi  alla            
disperazione.  veramente mirabile e tristo, non men che vero, come un uomo che   
non  solo  non teme n fugge,  ma desidera supremamente la morte,  un uomo ch'   
disperato di se stesso,  che conta gi la vita e le cose umane  per  nulla,  un   
uomo  ch'  risoluto  eziandio  di morire,  tema ancor tuttavia l'aspetto degli   
uomini,  si perda di coraggio nella societ,  si spaventi del rischio di essere   
ridicolo  (rischio  ch'egli  ha sempre davanti agli occhi,  e il cui pensiero e   
timore si  quello che lo rende timido),  e non abbia  coraggio  d'intraprender   
nulla per migliorare o render meno penosa la sua condizione,  e ci per tema di   
peggiorar quella vita della quale egli non fa pi caso alcuno,  della quale  ei   
dispera,  che non pu parergli possibile a divenir peggiore, odiandola gi egli   
tanto da desiderar sommamente d'esserne liberato,  o da volere determinatamente   
gittarla via.   mirabile che un uomo desideroso o [3493]risoluto di morire, un   
uomo che ripone il suo meglio nel non essere,  che non trova  per  lui  miglior   
cosa  che  il  rinunziare  a  ogni  cosa;  stimi  ancora di aver qualche cosa a   
perdere,  e cosa tanto importante,  ch'egli tema sommamente di perderla;  e che   
questa opinione e questo timo                                                     
re gli renda impossibile la franchezza, e il gittarsi disperatamente nella vita   
ch'ei  nulla  stima;  ch'egli  ami  meglio rinunziare decisamente a ogni cosa e   
perdere ogni cosa, che mettersi, com'ei si crede, al pericolo di perdere quella   
tal cosa,  cio quella riputazione e quella stima altrui che l'uomo timido teme   
a ogni momento di perdere, conversando nella societ, e ch'egli sa per bene di   
non avere,  o di perderla, mostrandosi timido; ma contuttoci lo rende incapace   
di franchezza il timore continuo di perdere,  e la continua e affannosa cura di   
conservare,  quello ch'ei comprende di non possedere, quello ch'ei ben s'avvede   
o di perdere necessariamente o di non mai potere acquistare  se  non  deponendo   
quel  continuo  ed eccessivo timore,  quella continua ed eccessiva cura.  Tutte   
queste misere e strane contraddizioni  [3494]e  tutti  questi  accidenti  hanno   
luogo  (proporzionatamente  pi o meno ec.) nelle persone timide,  e pi quanto   
elle sono di spirito pi delicato ec.  delicatezza che bene spesso  la sola  o   
la  principal  cagione  della timidit.  Ma quanto al temere ancora la vergogna   
desiderando la morte o essendo disposto di proccurarsela,  si spiega col vedere   
che  quel  coraggio  il  quale  non nasce da cause fisiche,  n da atto o abito   
naturale o acquisito d'irriflessione,  ma per lo contrario nasce da riflessione   
accompagnata  col  sentimento  d'onore,   e  da  delicatezza  d'animo  (non  da   
grossezza, come quell'altro) preferisce effettiv                                  
amente la morte alla vergogna,  e tanto  pi pauroso di questa che di  quella,   
che  ad  occhi aperti e deliberatamente sceglie in fatto la prima piuttosto che   
la seconda,  e antepone il non vivere alla pena di  vergognarsi  vivendo.  (22.   
Sett.  1823.)Si  suol  dire  che  gli  antichi attribuivano agli Dei le qualit   
umane, perch'essi avevano troppo bassa idea della divinit. Che questa idea non   
fosse appo loro cos alta come [3495]tra noi,  non posso contrastarlo,  ma  ben   
dico  che se essi attribuirono agli Dei le qualit umane,  ne fu causa eziandio   
grandemente l'aver essi degli uomini e delle cose umane e di quaggi troppo pi   
alta idea che noi non abbiamo.  E soggiungo che umanizzando gli Dei,  non tanto   
vollero   abbassar   questi,   quanto   onorare   e   inalzar  gli  uomini;   e   
ch'effettivamente non pi fecero umana la divinit  che  divina  l'umanit,  s   
nella  lor  propria immaginazione e nella stima popolare,  s nella espressione   
ec. dell'una e dell'altra,  nelle favole,  nelle invenzioni,  ne' poemi,  nelle   
costumanze,  ne' riti,  nelle apoteosi,  ne' dogmi e nelle discipline religiose   
ec. (22. Sett.  1823.).  Tanto grande idea ebbero gli antichi dell'uomo e delle   
cose umane, tanto poco intervallo posero fra quello e la divinit, fra queste e   
le cose divine (non per abbassar l'une ma per elevar l'altre,  n per disistima   
dell'une ma per altissimo concetto dell'altre), ch'essi stimarono la divinit e   
l'umanit potersi congiungere insieme in un solo su                               
bbietto,  formando una  persona  sola.  Onde  immaginarono  un  intiero  genere   
participante  [3496]dell'umano  e  del  divino,  participazione  che lor sembr   
naturalissima, e ci furono i semidei. E similmente i fauni,  le ninfe,  i pani   
ed  altre  tali  divinit,  anzi  semidivinit terrestri,  acquatiche,  aeree,   
insomma sublunari,  reputate mortali,  si possono ridurre a  questo  genere  di   
partecipanti  (vedi  il  Forcellini  in Nympha): sebben elle erano inferiori ai   
semidei,  come Ercole (di cui vedi Luciano Dial.  d'Ercole e  Diogene,  che  fa   
molto  a  proposito),  cio participanti forse di minor parte di divinit e pi   
d'umanit o mortalit; siccome gli eroi, finch'essi sono mortali possono parere   
un grado inferiori a' Pani, ninfe ec. cio men divini. (V.  Forcell.  in Heros,   
Indigetes,  Semideus;  e Platone nel Convito ed. Astii t.3. 498. D- 500. E, che   
fa ottimamente al caso).  Gli  antichi  non  trovarono  maggior  difficolt  a   
comporre  in  un  suggetto  medesimo  l'umanit  e  la divinit,  di quel che a   
comporre  i  due  sessi  umani,  il  maschio  e  la  femmina,   negl'immaginari   
ermafroditi;  quasi l'umano e il divino fossero, non altrimenti che il virile e   
il donnesco, due diverse specie, per dir cos, d'un genere istesso,  n maggior   
differenza,  o  intervallo,  [3497]o distinzion di natura fosse tra loro.  (22.   
Sett.  1823.)Le speranze che d all'uomo il Cristianesimo sono pur troppo  poco   
atte a consolare l'infelice e il travagliato in questo mondo, a dar riposo        
all'animo  di  chi  si  trova impediti quaggi i suoi desiderii,  ributtato dal   
mondo, perseguitato o disprezzato dagli uomini, chiuso l'adito ai piaceri, alle   
comodit,  alle utilit,  agli onori temporali,  inimicato  dalla  fortuna.  La   
promessa  e l'aspettativa di una felicit grandissima e somma ed intiera bens,   
ma 1.  che l'uomo non  pu  comprendere  n  immaginare  n  pur  concepire  o   
congetturare  in niun modo di che natura sia,  nemmen per approssimazione,  2.   
ch'egli sa bene di non poter mai n concepire n immaginare  n  averne  veruna   
idea  finch  gli  durer  questa vita,  3.  ch'egli sa espressamente esser di   
natura affatto diversa ed aliena da quella che in questo mondo ei desidera,  da   
quella che quaggi gli  negata, da quella il cui desiderio e la cui privazione   
forma il soggetto e la causa della sua infelicit;  una tal promessa,  dico,  e   
una tale  [3498]espettativa    ben  poco  atta  a  consolare  in  questa  vita   
l'infelice  e  lo  sfortunato,  a  placare  e  sospendere  i suoi desiderii,  a   
compensare quaggi le sue  privazioni.  La  felicit  che  l'uomo  naturalmente   
desidera    una  felicit  temporale,  una  felicit  materiale,  e  da essere   
sperimentata dai sensi o da questo nostro animo tal qual egli  presentemente e   
qual noi lo  sentiamo;  una  felicit  insomma  di  questa  vita  e  di  questa   
esistenza,  non  di  un'altra  vita  e  di una esistenza che noi sappiamo dover   
essere affatto da questa diversa,  e non sappiamo in niun modo concepire di che   
qualit                                                                           
sia  per  essere.  La  felicit   la perfezione e il fine dell'esistenza.  Noi   
desideriamo di esser felici perocch esistiamo. Cos chiunque vive.    chiaro   
adunque che noi desideriamo di esser felici,  non comunque si voglia, ma felici   
secondo il modo nel quale infatti esistiamo.   chiaro che la nostra  esistenza   
desidera la perfezione e il fin suo,  non gi di un'altra esistenza, e questa a   
lei inconcepibile. La nostra esistenza desidera dunque la sua propria felicit;   
ch desiderando quella di un'altra esistenza,  ancorch'ella in questa  s'avesse   
poi  a  tramutare,  desidererebbe,  si  pu  dire,  una felicit non propria ma   
altrui,  [3499]ed avrebbe per ultimo e vero fine non se stessa,  ma altrui,  il   
che     essenzialmente  impossibile  a  qualsivoglia  Essere  in  qualsivoglia   
operazione o inclinazione o pensiero ec. Laonde la felicit che l'uomo desidera   
 necessariamente una felicit conveniente e propria al suo  presente  modo  di   
esistere,  e della quale sia capace la sua presente esistenza.  N egli pu mai   
lasciar di desiderar questa felicit per niuna ragione,  n per  niuna  ragione   
pu mai desiderare altra felicit che questa.  E non  pi possibile che l'uomo   
mortale desideri veramente la felicit de' Beati,  di quello che il cavallo  la   
felicit  dell'uomo,  o  la  pianta quella dell'animale;  di quel che l'animale   
erbivoro invidii al carnivoro o la sua natura,  o la  carne  di  cui  lo  vegga   
cibarsi, all'uomo il piacere degli studi e delle cogniz                           
ioni,  piacere  che l'animale non pu concepire n che possa esser piacere,  n   
come,  n qual piacere sia;  e cos discorrendo.  E ben vero che n l'uomo,  n   
forse l'animale n verun altro essere,  pu esattamente definire n a se stesso   
n agli altri, qual sia assolutamente e in generale la felicit ch'ei desidera;   
perocch [3500]niuno forse l'ha mai provata,  n proveralla,  e perch infiniti   
altri  nostri  concetti,  ancorch  ordinarissimi  e giornalieri,  sono per noi   
indefinibili.  Massime quelli che tengono pi della sensazione  che  dell'idea;   
che nascono pi dall'inclinazione e dall'appetito,  che dall'intelletto,  dalla   
ragione, dalla scienza; che sono pi materiali che spirituali. Le idee sono per   
lo pi definibili,  ma i  sentimenti  quasi  mai;  quelle  si  possono  bene  e   
chiaramente e distintamente comprendere ed abbracciare e precisar col pensiero,   
questi assai di rado o non mai.  Ma ci non ostante, s l'animale che l'uomo sa   
bene e comprende, o certo sente, che la felicit ch'ei desidera  cosa terrena.   
Quell'infinito medesimo a cui tende il nostro spirito (e in qual modo e perch,   
s' dichiarato altrove),  quel medesimo  un  infinito  terreno,  bench'ei  non   
possa  aver  luogo  quaggi,  altro  che  confusamente nell'immaginazione e nel   
pensiero, o nel semplice desiderio ed appetito de' viventi.  Oltre di ci niuno   
  che  viva  senz'alcun  desiderio  determinato  e  chiaro  e definibilissimo,   
negativo o positivo, nel conseguimento [3501]del qu                               
ale o di pi d'uno di loro,  ei ripone sempre o espressamente  o  confusamente,   
bench  pur  sempre  per  errore,  la  sua  felicit e 'l suo ben essere.  Quel   
trovarsi senz'alcun desiderio al mondo,  se  non  quello  di  un  non  so  che,   
quell'essere  infelice  senza mancare di niun bene n patire assolutamente niun   
male,   impossibile;  e se Augusto diceva  d'essere  in  questo  caso,  poteva   
parergli che cos fosse,  ma s'ingannava; e niuno mai si trov veramente in tal   
caso n  per trovarvisi,  perch a niuno mai manc n  per mancar materia  di   
qualche  desiderio  determinato,  pi o men vivo,  o ch'esso miri a cosa che ci   
manchi,  o a cosa che noi abbiamo e ci dispiaccia.  Anzi a nessuno  per mancar   
mai  materia  di molti e vivi desiderii determinati di questa specie.  Or tutti   
questi desiderii determinati che noi abbiamo,  ed  avremo  sempre,  e  che  non   
soddisfatti,  ci  fanno  infelici,  sono  tutti  di  cose  terrene.  Promettere   
all'uomo,  promettere  all'infelice  una  felicit  celeste,  bench  intera  e   
infinita,  e  superiore senza paragone alla terrena,  e a' piccoli beni ch'egli   
desidera,  si  come a un che si muor di fame e non pu ottenere  un  tozzo  di   
pane,  preparargli un letto morbidissimo,  o promettergli degli squisitissimi e   
beatissimi odori. Con questo divario che l'affamato concepirebbe pure il piacer   
che fosse per provare il suo  odorato  da  quella  sensazione,  [3502]e  questo   
piacere sarebbe della medesima natura di quello ch'ei desidera e non ottiene,     
cio  materiale  e  sensibile come l'altro.  Non cos possiamo dire de' piaceri   
celesti promessi a chi desidera e non ottiene i terreni,  nel qual caso  l'uomo   
si  trova  naturalmente  e  necessariamente sempre,  e l'infelice massimamente,   
bench tutti a rigore sono infelici, e lo sono perch tutti e sempre si trovano   
nel detto caso.  Ora i piaceri celesti,  al contrario di ci che s' detto  qui   
sopra,  son  di  natura  affatto  diversi  da  quelli che noi desideriamo e non   
ottenghiamo, e non ottenendo siamo infelici; e questa lor natura non pu da noi   
per verun modo mai essere conceputa.  Onde segue che la  consolazione  che  pu   
derivare dallo sperarli,  sia nulla in effetto;  perch a chi desidera una cosa   
si promette un'altra ch' diversissima  da  quella;  a  chi    misero  per  un   
desiderio non soddisfatto,  si promette di soddisfare un desiderio ch'ei non ha   
e non pu per sua natura avere n formare;  a chi brama un piacer  noto,  e  si   
duole  di  un male noto,  si promette un piacere e un bene ch'ei non conosce n   
pu conoscere,  e ch'ei non vede n pu vedere come sia per esser bene,  e come   
possa   piacergli;   [3503]a   chi     misero  in  questa  vita,   e  desidera   
necessariamente la felicit di questa esistenza,  ed altra  esistenza  non  pu   
concepire  n  desiderarne  la  felicit,  si  promette  la  beatitudine di una   
tutt'altra esistenza e vita,  di  cui  questo  solo  gli  si  dice,  ch'ella     
sommamente  e  totalmente  e  pi  ch'ei  non  pu immaginare diversa dalla sua   
presente                                                                          
,  e ch'ei non pu figurarsi per niun conto qual ella sia.  Come l'uomo non pu   
n  collo  intelletto  n  colla  immaginazione n con veruna facolt n veruna   
sorta  d'idee  oltrepassare  d'un  sol  punto  la  materia,   e  s'egli   crede   
oltrepassarla,  e  concepire  o  avere un'idea qualunque di cosa non materiale,   
s'inganna del tutto;  cos egli non pu col desiderio passare d'un sol punto  i   
limiti della materia,  n desiderar bene alcuno che non sia di questa vita e di   
questa sorta di esistenza ch'ei prova;  e s'ei  crede  desiderar  cosa  d'altra   
natura,  s'inganna,  e non la desidera, ma gli pare di desiderarla. Come dunque   
ei non pu desiderar bene alcuno d'altra natura, cos la promessa e la speranza   
di tali beni, non pu per modo alcuno [3504]consolarlo realmente n de' mali di   
questa vita n della mancanza  de'  di  lei  beni,  n  (quando  e'  non  fosse   
infelice)    rallegrarlo    e   dilettarlo   e   compiacerlo   colla   dolcezza   
dell'aspettativa,  e intrattenerlo e contribuire quaggi al  suo  contento.  Di   
pi,  l'uomo  si  pasce per verit e si sostiene e vive grandissima parte della   
sua vita, anzi pur tutta la vita sua, della speranza, ancorch lontana, la qual   
 un piacere,  ma come e perch?  Perch l'uomo va immaginando  e  contemplando   
seco  stesso  a  parte  a  parte il godimento ch'egli attende o spera,  e prova   
diletto nel considerare e rappresentarsi il modo in che egli ne godr, e le sue   
qualit e condizioni e circostanze, anticipando ed anzi assaporando effetti       
vamente  colla  immaginazione  mille  volte  il  piacer   futuro.   Ma   questa   
contemplazione,  questa rappresentazione,  quest'anticipazione,  questo gusto o   
assaggio, questo deliro o sogno che ci fa parere e ci rende infatti presente il   
piacer futuro,  ancor pi ch'ei nol sar quando si trover presente in  effetto   
(se  egli  si  trover mai presente),  come pu aver luogo intorno a un piacere   
assolutamente inconcepibile,  non solo nel pi e nel meno,  o nella specie,  ma   
nel genere, di modo che le nostre idee non hanno alcun potere di abbracciarne o   
di avvicinarne n pure una menoma parte?  Come ci pu per verun deliro o veruno   
sforzo dell'immaginazione o dell'intelletto parer presente [3505]quello  a  cui   
n  l'immaginazione n l'intelletto non si possono neppure a grandissimo tratto   
avvicinare;  quello che non  fatto n per questa immaginazione n  per  questo   
intelletto;  quello ch' di natura affatto diversa da ci che l'immaginazione o   
l'intelletto pu concepire o congetturare;  quello che non sarebbe ci  ch'egli   
,  s'a  noi  fosse  possibile  pure  il  congetturarlo;  quello  che  spetta a   
tutt'altra natura che la nostra presente?  Come pu per alcun modo o in  alcuna   
parte  entrar  nella mente nostra una tutt'altra natura?Certo l'uomo desiderer   
sempre di esser liberato dai dolori e dai mali ch'egli effettivamente prova,  e   
di  conseguire  quelli ch'ei creder beni in questa vita,  e di esser felice in   
questo mondo in ch'egli vive. E non potendo mai las                               
ciare di desiderarlo niente pi ch'ei possa ottenerlo,  e la religion cristiana   
non soddisfacendo a questo suo unico e perpetuo desiderio, n promettendogli di   
soddisfarlo mai per niun modo,  anzi non dandogliene speranza alcuna, segue che   
le speranze cristiane  non  sieno  atte  a  consolare  effettivamente  [3506]il   
mortale,  n  ad  alleviare  i  suoi  mali  n i suoi desiderii.  E la felicit   
promessa dal Cristianesimo non pu al mortale parer mai desiderabile, se non in   
quanto infinita,  anzi in quanto perfetta (ch  infinita  e  non  perfetta  nol   
contenterebbe),  e in quanto felicit, astrattamente considerata, ma non gi in   
quanto tale qual ella ,  e di quella natura di ch'ella .  Ed oso dire che  la   
felicit  promessa  dal  paganesimo (e cos da altre religioni),  cos misera e   
scarsa com'ella  pure, doveva parere molto pi desiderabile, massime a un uomo   
affatto infelice e sfortunato,  e la speranza di essa doveva essere  molto  pi   
atta  a consolare e ad acquietare,  perch felicit concepibile e materiale,  e   
della natura di quella che necessariamente si desidera in  terra.Osservisi  che   
di due future vite, l'una promessa l'altra minacciata dal Cristianesimo, questa   
fa sul mortale molto maggior effetto di quella.  E perch?  perch ci s'insegna   
che nell'inferno (e cos nel Purgatorio) avr luogo la pena del senso.  Onde ci   
si  rende  concepibile nel genere,  bench non concepibile nell'estensione,  la   
pena che dee aver luogo in una vita e in un m                                     
odo di essere [3507]a noi d'altronde inconcepibile  non  meno  che  quello  de'   
Beati nel Paradiso.  E sebbene noi non possiamo concepire il modo in cui questa   
pena possa aver luogo nell'altra vita e  nell'anime  ignude,  pur  ci  si  dice   
ch'ella ha luogo miris sed veris modis (S.  Agostino), restando fermo ch'ella    
pena sensibile e materiale;  onde noi  non  sapendo  n  immaginando  il  come,   
sappiamo per bene e concepiamo il quale sia quella pena.E perci pu dirsi con   
verit  che  il  Cristianesimo    pi  atto ad atterrire che a consolare,  o a   
rallegrare, a dilettare, a pascere colla speranza.  Ed  certissimo infatti che   
l'influenza  da  lui esercitata sulle azioni degli uomini,   sempre stata ed    
tuttavia  come  di  religion  minacciante  assai  pi  che  come  di   religion   
promettente;  ch'egli ha indotto al bene e allontanato dal male, e giovato alla   
societ ed alla morale assai pi col timore che colla speranza; che i Cristiani   
osservarono e osservano  i  precetti  della  religion  loro  pi  per  rispetto   
dell'inferno e del Purgatorio che del Paradiso.  E Dante che riesce a spaventar   
dell'inferno, non riesce n anche poeticamente parlando,  a invogliar punto del   
Paradiso;  [3508]e ci non per mancanza d'arte n d'invenzione,  ec. (anzi ambo   
in lui son somme ec.)  ma  per  natura  de'  suoi  subbietti  e  degli  uomini.   
(Similmente, con proporzione, si pu discorrere dell'Eliso e dell'inferno degli   
antichi, questo molto pi terribile che quello non  amabile; d                   
ello stato de' reprobi e della felicit de' buoni di Platone ec.). anche certo   
che  siccome  il  Cristianesimo  senza il suo inferno e il suo Purgatorio e col   
solo suo Paradiso, non avrebbe avuta e non avrebbe sulla condotta e sui costumi   
degli uomini quella influenza ch'egli ebbe ed ha,  cos non l'avrebbe avuta,  o   
minore  assai,  se  e'  non avesse minacciato nell'inferno e nel Purgatorio una   
pena di qualit concepibile,  e s'egli avesse solo minacciata la pena del danno   
ch' di qualit inconcepibile,  e di natura diversa dalle pene di questo mondo;   
bench non tanto,  quanto la beatitudine  celeste  dalle  terrene;  perch  noi   
concepiamo  pure  e  sentiamo  per  esperienza  come  ci possa fare infelici la   
privazione e il desiderio di beni non mai provati, mal conosciuti, ed anche non   
definibili;  dei desiderii vaghi ec.  Onde anche non  concependo  il  bene  del   
Paradiso,  possiamo in qualche modo concepire come la privazione irreparabile e   
il desiderio continuo ed eterno di esso, possa fare infelici, massime chi sa di   
non poter esser mai soddisfatto,  [3509]e pur  sempre  desidera,  e  sa  d'aver   
sempre  a  desiderare,  e  chi   certo di penar sempre allo stesso modo,  e di   
essere eternamente infelice senza riparo, e senza sollievo alcuno ec. Tutto ci   
noi possiamo ben concepire,  quasi secondariamente,  come possa esser causa  di   
somma infelicit, bench non possiamo concepirlo primariamente, cio la qualit   
di quel bene che nell'inferno ec. si desidera,                                    
e  la  cui  privazione  e  desiderio  fa  infelici  i  dannati ec.  (23.  Sett.   
1823.)Niente d'assoluto.  - Veggasi il  pensiero  antecedente,  in  particolare   
p.3498-9.  margine.  nel  quale  si dimostra che n l'uomo n alcun vivente non   
desidera neppur la felicit assolutamente,  ma  relativamente,  e  solo  s'ella   
conviene alla di lui propria natura, ed  richiesta dal di lui modo particolare   
di essere ec.  e in quanto ella sia tale.  ec. N perch una cosa sia felicit,   
per questo solo ei la desidera, n si compiace nello sperarla,  quando ella non   
convenga al suo modo di essere ec.  - Si pu per dire per un lato,  che l'uomo   
desidera la felicit assolutamente.  Veggasi la p.3506.  Ei non desidera tale o   
tale felicit, s'a lui non conviene: e dovendo desiderare una tale felicit, ei   
non  pu  desiderar  se non la conforme e propria al suo modo di essere.  Ma la   
felicit  assolutamente  e  indeterminatamente  considerata,  e  s'ei  cos  la   
considera,  ei  non  pu non bramarla,  cio in quanto felicit semplicementeDi   
qual cosa par che si possa ragionare pi assolutamente che  della  lunghezza  o   
estensione  di  una  data  porzione  di  tempo?  la quale si misura esattamente   
coll'oriuolo,  e si divide [3510]perfettamente in parti anche minutissime,  non   
col pensiero solo,  ma con gl'istrumenti da ci,  e come fosse quasi materia, e   
queste parti si annoverano e si raccolgono,  e il loro numero si conosce  colla   
certezza che d l'aritmetica. Ora egli  certissimo che la                        
lunghezza  di  una  medesima quantit di tempo ad altri  veramente maggiore ad   
altri minore,  e ad un medesimo individuo pu essere,  ed  ,  quando  maggiore   
quando  minore.  Onde  pu  dirsi  con verit che una medesima data porzione di   
tempo or dura pi or meno ad un medesimo individuo,  ed a chi pi a  chi  meno.   
Lasciamo  stare che il tempo disoccupato,  annoiato,  incomodato,  addolorato e   
simili,  riesce e si sente esser pi lungo  che  quel  medesimo  o  altrettanto   
spazio di tempo, occupato, dilettevole, passato in distrazione e simili; e ci   
ad  un medesimo individuo,  o a diversi individui d'una sola specie in un tempo   
medesimo, o in tempi diversi.  Lasciando questo,  si osservi che agli animali i   
quali  vivono  meno  dell'uomo  per  lor  natura,  a  quelli  che vivono al pi   
trent'anni, venti, dieci, cinqu'anni, [3511]un anno solo, alcuni mesi,  un solo   
mese,  alcuni  giorni  soltanto  (ch  egli  v'ha  effettivamente  animali  che   
rispondano a tutte  queste  differenze  di  durata,  e  a  cento  e  mill'altre   
intermedie); a questi animali, dico, una data porzione di tempo  veramente pi   
lunga  e  dura pi che all'uomo,  e tanto pi quanto la lor vita naturale  pi   
corta;  e l'idea che ciascun d'essi si forma  ed  acquista  naturalmente  della   
durata  e  quantit  di  una  tal porzione qualunque di tempo,   assolutamente   
maggiore di quella che l'uomo concepisce;  e maggiore  in  ragione  esattamente   
inversa della lunghezza ordinaria del viver loro. E s'egli  vero come dicon      
o,  che  nel fiume Apanis nella Scizia vi abbia degli animaletti,  tra i quali,   
quei, i quali essendo nati il mattino,  muojono la sera,  sono i pi vecchi,  e   
muojono  carichi  di  figli,  di nipoti,  di pronipoti,  e di anni,  a lor modo   
(Genovesi, Meditazioni filosofiche sulla Religione e sulla Morale. Meditaz.  1.   
Piacere dell'esistenza. . o articolo 12. Bassano, Remondini 1783. p.26. Vedilo   
dall'articolo 11.  al fine della Meditazione);  [3512]se questo,  dico,   vero   
(che ben  pu  essere,  e  se  non  d'essi  animaletti,  d'altri,  visibili  o   
invisibili; e se no, discorrasi proporzionatamente di quelli che, come di certo   
si  sa,  vivono  pochissimi  giorni),  egli   certissimo che l'idea che questi   
animali si formano e naturalmente acquistano della durata e  quantit  p.e.  di   
una mezz'ora di tempo,  tanto maggiore della nostra idea, che noi non possiamo   
pur   concepire   il   quanto.   E   veramente   una  mezz'ora  dura  per  essi   
indefinibilmente pi che  per  noi,  stante  la  rapidit  delle  loro  azioni,   
sensazioni,  passioni ed eventi;  il velocissimo succedersi di questi,  gli uni   
agli altri; la inconcepibile prontezza del loro sviluppo; la rapidit, per cos   
dire,  della lor vita ed esistenza;  e stante ch'essi in una  mezz'ora,  in  un   
minuto, vivono ed esistono, si pu ben dire, assai pi che noi n gli altri pi   
macrobii animali, in quel medesimo spazio, non fanno; e la loro esistenza in un   
minuto  veramente di quantit e d'intensit ec. maggiore che la nost             
ra  non ,  in altrettanto spazio,  e che noi non possiamo pure immaginare.  In   
contrario senso ragionisi dell'idea che dovettero aver gli uomini  naturalmente   
della durata e quantit di una data porzione di tempo, quando la [3513]lor vita   
naturale era strabocchevolmente pi lunga della presente;  e proporzionatamente   
dell'idea che debbono averne le nazioni (se ve n'ha) che vivono  ordinariamente   
pi  di  noi  (siccome  v'ha  certo  di  quelle che vivono meno,  e prestissimo   
giungono alla maturit,  e ci ne' climi caldi,  come nell'America meridionale,   
ove  le  donne  si maritano di 10 o 12 anni, e tra gli orientali ec.  e vedi a   
questo proposito l'Indica di Arriano, c.9. sect.1-8. e Plinio se ha nulla ec.);   
e dell'idea che n'hanno gli animali pi longevi dell'uomo, come l'elefante,  il   
cervo,  la cornice,  la tartaruga, alla quale pigrissima e tardissima nelle sue   
operazioni, la natura diede, non lunghissima vita, ma moltissimi anni.  E dico,   
non  lunghissima  vita,  perch'ella  stante  la  tardit  de' suoi movimenti ed   
azioni,  alla quale corrisponde quella del suo incremento e  sviluppo  naturale   
ec.  e di tutta la sua natura,  vive ed esiste in un dato spazio di tempo assai   
meno che l'uomo in altrettanto spazio non fa.  E  cos  proporzionatamente  gli   
altri  animali  pi longevi di noi.  E dalle suddette osservazioni si raccoglie   
che la somma e quantit della vita,  e per la [3514]durata e  lunghezza  della   
medesima,  generalmente e appresso a poco altr                                   
ettanta in effetto negli animali ed esseri brachibiotati,  che ne' macrobiotati   
e negl'intermedii,  e niente minore,  e cos viceversa.  Onde la durata  di  un   
medesimo  spazio di tempo  naturalmente e generalmente e costantemente,  salve   
le varie circostanze della vita di una stessa specie e individuo,  accennate di   
sopra,  come la noia,  il piacere ec.  che variano l'idea e 'l sentimento della   
durata ec. sempre per dentro i limiti e la proporzione e in rispetto dell'idea   
d'essa durata, propria particolarmente della specie per sua natura ec.  per gli   
uni  maggiore  per  gli  altri  minore  ec.  e  non  si pu determinare ec.  n   
giudicarne assolutamente come noi facciamo ec. (24. Sett. 1823.)Transito as, da   
transeo-transitus. V. il Forcell. in Transitans. Oggi questo verbo ci  comune,   
e lo trovo ancora nello spagnuolo moderno,  e mi par eziandio nel francese.  Ma   
in tutte tre queste lingue egli  piuttosto termine di gazzetta (inutilissimo),   
che voce degna della lingua ec.  (25. Sett. 1823.)Alla p.2984. Vieil da veculus   
come oeil da  oculus,  oreille  da  auricula  o  aurecula  (corrottamente)  ec.   
vermeil, vermiglio, vermejo da vermiculus o vermeculus ec. Sommeil  certamente   
un somniculus diminutivo,  preso in senso positivo, come somme da somnus. Resta   
per il senso diminutivo [3515]a sommeiller che vien  da  somniculare  come  il   
nostro  sonnecchiare,  e  che  serve  a  confermar la derivazione di sommeil da   
somniculus. Appareil; apparecchio, appa                                           
recchiare,   sparecchio  ec.;   aparejo,   aparejar  dimostrano  un  diminutivo   
positivato  appariculare  per  apparare,  (come  misculare per miscere,  di cui   
altrove),  appariculus per apparatus; voci ignote nel buon latino,  ma  comuni   
alle tre lingue figlie. V. Glossar. ec.(25. Sett. 1823.)A quello che altrove ho   
detto  di occhio e di ojo,  formati regolarmente da oculus,  non da ocus,  come   
potrebbe parere,  aggiungasi che anche oeil viene manifestamente da oculus  (v.   
la pag.  qui dietro),  e non potrebbe venire da ocus.  Aggiungi ancora a quello   
che ho  detto  in  tal  proposito,  che  da  somniculosus  abbiam  fatto  oltre   
sonnacchioso e sonnocchioso,  anche sonnoglioso e sonniglioso, mutato il cul in   
gli, come in vermiglio da vermiculus, di cui v. pur la pag.  antecedente,  e in   
periglio da periculum, e in coniglio (conejo) da cuniculus. Quindi i diminutivi   
spagn.    in   illo,    da   iculus.   (25.   Sett.   1823.).   Abbiamo   anche   
sonnoloso.[3516]Axilla  era  voce  antiquata  fin  dal  tempo  di  Cicerone,  e   
sostituitavi ala (v.  Forc. in Axilla, in X ec.). Antiquata nel parlare e nello   
scrivere colto. Ora il volgo conservolla sempre, tanto che la trasmise a noi, i   
quali usiamo ancora volgarmente e tuttod quella voce latina che  al  tempo  di   
Cicerone era gi disusata.  Ascella, aisselle. Cos dite di maxilla, (mascella,   
mexilla), che pur si trova usata da scrittori posteriori,  ma ci dovette esser   
con poca eleganza. Ala e mala che al tempo di Cicerone in questi signif           
icati erano pi recenti e pi usate di quell'altre, oggi, restando queste, sono   
esse affatto perdute in tali significazioni.  (25.  Sett.  1823.). Al contrario   
palus  rimasto, paxillus perduto; velum  rimasto,  vixillum non  per noi che   
voce  poetica  ec.  (25.  Sett.  1823.)Testa  si  dice anche per ogni genere di   
coccia, come di quella de' pesci, onde la tartaruga  detta testudo ec.  Quindi   
si  conferma  la  congettura da me altrove fatta sopra l'origine del dir testa,   
cio coccia per capo.  Si cominci a dar quel nome al cranio,  ed  metafora  o   
metonimia ec.  molto naturale.  V. Forcell. (25. Sett. 1823.)[3517]Alla p.3412.   
fine.  Altrettanto per  certo che una societ capace di repubblica  durevole,   
non  pu  essere  che  leggermente  o  mezzanamente  corrotta;  che una societ   
pienamente corrotta (come la moderna) non  assolutamente capace d'altro  stato   
durevole  che del monarchico quasi assoluto;  e che il non essere assolutamente   
capace se non di assoluta monarchia,  e l'essere  incapace  di  durevole  stato   
franco,   certo segno di societ pienamente corrotta. Cos, apparentemente, si   
ravvicinano i due estremi,  di societ primitiva,  di cui non   proprio  altro   
stato  che la monarchia;  e di societ totalmente guasta,  di cui non  propria   
che l'assoluta monarchia. Colla differenza che questa societ non  onninamente   
capace di altro stato durevole,  quella s;  e che in questa non pu durar  che   
una monarchia assoluta cio dispotica, in q                                       
uella  una tal monarchia non poteva assolutamente durare;  ma l'era propria una   
monarchia piena bens ed intera,  ma non assoluta n dispotica;  una  monarchia   
dove  il  re era padron di tutto,  e il suddito niente manco libero.  Del resto   
s'egli  [3518]proprio carattere s della  societ  primitiva  come  della  pi   
corrotta  l'essere  ambedue per natura monarchiche di governo,  non  questo il   
solo capo in cui si veda che le cose umane ritornano dopo lungo circuito e dopo   
diversissimo errore ai loro principii,  e giunte (come or pare  che  siano)  al   
termine di lor carriera,  o tanto pi quanto a questo termine pi s'avvicinano,   
si trovano di nuovo in gran parte cogli effetti medesimi, e nel medesimo luogo,   
stato ed essere che nel  cominciar  d'essa  carriera.  Bens  per  cagioni  ben   
diverse  e contrarie a quelle d'allora: onde questi effetti e questo stato sono   
ben peggiori ritornando,  che allora non furono;  e se e  dove  furon  buoni  e   
convenienti  all'umana  societ  ed  alla  felicit sociale nel principio,  son   
pessimi nel ritorno e nel fine ec.  (25.  Sett.  1823.)Superiorit della natura   
sulla ragione, dell'assuefazione (ch' seconda natura) sulla riflessione. - Mio   
timor panico d'ogni sorta di scoppi,  non solo pericolosi, (come tuoni ec.), ma   
senz'ombra di pericolo (come spari  festivi  ec.);  timore  che  stranamente  e   
invincibilmente    [3519]mi    possedette   non   pur   nella   puerizia,    ma   
nell'adolescenza, quando io era bene in grado di riflettere e di r                
agionare,  e cos faceva io infatti,  ma indarno per liberarmi da quel  timore,   
bench  ogni  ragione  mi  dimostrasse ch'egli era tutto irragionevole.  Io non   
credeva che vi fosse pericolo,  e sapeva che non v'era pericolo n che  temere;   
ma  io  temeva  niente  manco che se io avessi saputo e creduto e riflettuto il   
contrario.  (puoi vedere la p.3529.).  Non pot n la ragione n la riflessione   
liberarmi  di quel timore irragionevolissimo,  perch'esso m'era cagionato dalla   
natura.  N io certo era de' pi stupidi e irriflessivi,  n di quelli che  men   
vivono  secondo  ragione,  e  meno  ne  sentono  la  forza,  e  son meno usi di   
ragionare,  e seguono pi ciecamente l'istinto o le disposizioni  naturali.  Or   
quello  che  non  pot  per  niun  modo  la ragione n la riflessione contro la   
natura,  lo pot in me la natura stessa e l'assuefazione;  e il pot contro  la   
ragione medesima e contro la riflessione.  Perocch coll'andar del tempo,  anzi   
dentro un breve spazio,  essendo io stato forzato in certa occasione a  sentire   
assai  da vicino e frequentemente di tali scoppi,  perdei quell'ostinatissimo e   
innato timore in modo,  che non solo trovava piacere in  quello  [3520]che  per   
l'addietro m'era stato sempre di grandissimo odio e spavento senza ragione,  ma   
lasciai pur di temere e presi  anche  ad  amare  nel  genere  stesso  quel  che   
ragionevolmente sarebbe da esser temuto; n la ragione o la riflessione che gi   
non poterono liberarmi dal timor naturale, poterono poscia, n                    
possono tuttavia,  farmi temere o solamente non amare,  quello che per natura o   
assuefazione,  irragionevolmente,  io amo e non temo.  N io son pur,  come  ho   
detto,  de' pi irriflessivi, n manco di riflettere ancora in questo proposito   
all'occasione,  ma indarno per concepire un timore che non mi   pi  naturale.   
Questo  ch'io  dico  di me,  so certo essere accaduto e accadere in mille altri   
tuttogiorno, o quanto all'una delle due parti solamente, o quanto ad ambedue. -   
Quello che non pu in niun modo la riflessione, pu e fa l'irriflessione.  (25.   
Sett.  1823.).  V. p.3908.Tre stati e condizioni della vecchiezza rispetto alla   
giovanezza ed alle altre et.  1.  Quando il genere umano era appresso a  poco   
incorrotto,  o  certo  proclive  ed abituato generalmente alla virt,  e quando   
l'esperienza insegnava all'individuo le cose utili a se ed  agli  altri,  senza   
disingannarlo delle oneste,  e delle inclinazioni virtuose,  nobili,  magnanime   
[3521]ec.;  n gli dimostrava la perversit degli uomini,  che ancora non erano   
perversi,  n lo disgustava e faceva pentire della virt, che ancor non era, se   
non altro,  dannosa,  e ch'egli per naturale istituto aveva intrapreso  fin  da   
principio di seguire,  e seguiva; allora i vecchi, come pi ricchi d'esperienza   
e pi saggi, erano pi venerabili e venerati, pi stimabili e stimati, ed anche   
in molte parti pi utili a' loro simili e compagni ed al corpo  della  societ,   
che non i giovani e quelli dell'altre e                                           
t.  2.  Cominciata  a  corrompere  la  societ umana e giunta la corruzione al   
mezzo,  o pi oltre,  l'esperienza dovette fare tutto il contrario  delle  cose   
dette  di  sopra,  e distruggendo le buone disposizioni naturali,  e le qualit   
contratte ne' primi anni,  render  l'individuo  tanto  peggiore  di  carattere,   
d'animo,  di  costumi,  di qualit,  di azioni o di desiderii,  quanto pi egli   
avesse sperimentato.  Allora dunque i vecchi furono (nella gran societ)  molto   
meno stimabili e stimati,  quanto alla virt ed all'onest,  che i giovani ec.;   
molto pi tristi, svergognati, [3522]finti, coperti, furbi, traditori,  malvagi   
insomma, alieni dal ben fare, e dannosi, o inclinati a far danno, a' compagni e   
alla societ.  Laddove quei dell'altre et,  e massime i giovani,  furono molto   
pi degni di stima e molto pi utili o men dannosi,  perch meno corrotti;  pi   
buoni  perch  pi naturali;  pi proprii a ben fare,  pi misericordiosi,  pi   
benefici,  perch men freddi,  pi generosi per  natura  dell'et,  men  guasti   
dall'esempio e dalle cattive massime,  o non ancor guasti ec. 3. Passata che fu   
la corruzione sociale di gran lunga oltre il mezzo, e giunta,  si pu dire,  al   
suo  colmo,  nel  quale oggid si trova e riposa,  ed ,  a quel che sembra per   
riposar lungamente o in perpetuo;  non fu e non  bisogno  di  molta  n  lunga   
esperienza n d'assai mali esempi per corrompere negl'individui la sempre buona   
natura ed indole primitiva; nascono, si pu dir, gli uomini                       
gi corrotti; il primitivo, e seco la virt ed ogni sorta di bont effettiva,    
sparito  quasi onninamente dal mondo;  il giovane,  anzi pure il fanciullo,  in   
brevissimo tratto  maturo e vecchio di malizia, [3523]di frode,  di malvagit,   
e  conosce  il  mondo assai pi che i vecchi stessi per lo passato non facevano   
ec.  Quindi per ben contrarie cagioni e con ben contrari  effetti  (veggasi  la   
p.3517-8.)  son  tornate  le  cose  appresso a poco nel loro stato primiero.  I   
giovani massimamente, sono ben pi odiosi e dannosi de' vecchi,  perch in essi   
alla  disposizione  intera  e  alla  decisa  volont di mal fare si aggiunge il   
potere e la facolt;  e l'ardor giovanile,  e la forza e l'impeto  e  il  fiore   
delle  passioni,  che  un  d  conduceva gli uomini al bene,  ora conducendogli   
dirittamente e pienamente e decisamente al male,  rende gl'individui tanto  pi   
cattivi,  perniciosi  ed odiabili,  quanto esso ardore  pi grande.  Laddove i   
vecchi sono,  non dir gi pi stimabili n venerabili,  ma pi  tollerabili  e   
meno da essere odiati e fuggiti che quelli dell'altra et, siccome meno potenti   
di  mal fare,  bench a ci solo inclinati;  e siccome anche meno desiderosi di   
nuocere e di far bene a se e male altrui,  perch pi freddi,  e di pi  sedate   
passioni,  e  dalla  lunga  esperienza pi disingannati [3524]de' piaceri e de'   
vantaggi di questa vita,  e fatti meno avidi,  e di desiderii men vivi: essendo   
la freddezza e l'esperienza che un d furon cagione d'ogn                         
i male e malvagit,  divenute oggi cagione, non gi di bene n di bont, ma di   
minor male e cattiveria,  che non il calor naturale e  l'inesperienza  che  gi   
furon  cagioni principali di bont,  ed or sono cagioni di maggiore ribalderia.   
Da  principio   dunque   fu   la   vecchiezza   rispetto   alla   giovent   (e   
proporzionatamente  all'altre  et),  come  il  meglio al bene;  poscia come il   
cattivo al buono;  in ultimo  (e probabilmente sar sempre) come il manco male   
al  male,  o  come  il cattivo al pessimo.Quel che s' detto della vecchiezza e   
della  giovent  ec.   dicasi  ancora  di   quei   caratteri   e   disposizioni   
degl'individui,  o  naturali e primitive,  o acquistate e avventizie,  le quali   
hanno faccia e sembianza di vecchiezza, di giovent ec. e rispondono all'indole   
e  qualit  proprie  di  queste  et,  bench  ad  esse  disposizioni  ec.  non   
corrisponda in fatto l'et [3525]reale de' rispettivi individui,  anzi sia loro   
ben diversa o contraria ec.  (25.  Sett.  1823.)L'uomo tanto pu fare e  patire   
quanto egli  assuefatto di fare e di patire (o che l'assuefazione continui,  o   
che quantunque passata,  ne restino gli effetti totalmente o in parte),  niente   
pi  niente  meno.  (26.  Sett.  1823.)Tutti  hanno  provato  il piacere,  o lo   
proveranno,  ma niuno lo prova.  Tutti hanno goduto o godranno,  ma niuno gode.   
Questo  pensiero  spetta  a  quelli  sopra il non darsi piacere se non futuro o   
passato. (26. Sett. 1823.)Alla p.3141. marg.  Ho detto che Argante,  Solimano e   
Cl                                                                                
orinda  sono  i  soli  Eroi  degl'infedeli.  Perocch  d'Altamoro e degli altri   
dell'esercito egizio, che non vengono, si pu dire, in iscena prima dell'ultimo   
canto (si nominano nel 17 e nel 19 ma nulla operano)  non  pare  che  sia  da   
tener conto,  e l'interesse per loro non ha tempo di nascere perch troppo poco   
conversano coi lettori,  oltre che il Tasso li fa molto pi  barbari  ancora  e   
salvatichi,  disumani  ed  odiosi  di  Argante  e  di  Solimano,  e  pi  empi,   
dispregiatori degli uomini e degli Dei e d'ogni religione  ec.  Eroi  Cristiani   
che soprassalgano,  non v'ha nella Gerusalemme,  oltre Goffredo,  che Raimondo,   
Tancredi e Rinaldo.  Ma questi sono ottimamente variati tra loro,  e gli ultimi   
due  squisitamente  nuancs  a  rispetto l'uno dell'altro.  E la superiorit di   
Goffredo e di Rinaldo  ben  decisa  e  tale  che  i  lettori  non  possono  n   
dubitarne  ciascuno fra se,  n contrastarne fra loro,  n ricusare al poeta di   
confessarla; e con tutto questo ella non si nuoce scambievolmente,  n fa torto   
neppure  a  Tancredi  o  a  Raimondo  ec.  In  tutta questa parte l'equilibrio,   
l'armonia,  la [3526]bilanciata ed armonica e concertata e concordevole variet   
che  regnano  ne'  caratteri  del  valore de' diversi Eroi de' Cristiani,  sono   
mirabilissime.  I quali caratteri erano sommamente difficili a variare,  e per   
la  lor  differenza (massime fra Tancredi e Rinaldo)  piccolissima,  ma,  quel   
ch' maraviglioso, ell' nel tempo stesso sensibilissima. Vero  che questa       
diversificazione l'ha proccurata e ottenuta il Tasso non tanto col  variare  le   
qualit  del  valore,  quanto  colla dispensazion de' successi e delle imprese,   
giudiziosissimamente variata e graduata;  e coll'altre circostanze,  come della   
cura  del  cielo  per  Rinaldo  dimostrata con visioni spedite e tanti miracoli   
fatti per produrre il suo ritorno al  campo  ec.  ec.  (26.  Sett.  1823.).  V.   
p.3590.Sopravvenendo il pericolo,  ridere,  diventare allegro fuor dell'uso,  o   
pi che il momento prima non si era,  o di malinconico farsi  giulivo;  divenir   
loquace  essendo  taciturno  di  natura,  o rompere il silenzio fino allora per   
qualunque ragione tenuto; scherzare, saltare, cantare, e simili cose,  non sono   
gi  segni  di  coraggio,  come  si  stimano,  ma per lo contrario son segni di   
timore.  Perciocch dimostrano che l'uomo ha bisogno di distrarsi dall'idea del   
pericolo,  e particolarmente di scacciarla col darsi ad intendere ch'e' non sia   
pericolo,  o non sia grave.  E questo  ci [3527]che l'uomo proccura  di  fare   
dando  segni  straordinarii d'allegrezza in tali occasioni;  ingannar se stesso   
dimostrandosi di non aver nulla a temere, perocch'ei fa cose contrarie a quelle   
che il timore propriamente e  immediatamente  suol  cagionare.  Affine  di  non   
temere, l'uomo proccura di persuadersi ch'ei non teme, ond'ei possa dedurre che   
non  v'  ragion  sufficiente  o necessaria di timore.  Egli  un effetto molto   
ordinario di questa passione il muover l'uomo a cose co                           
ntrarie a quelle a che immediatamente ella il moverebbe,  ma e quelle e  queste   
sono ugualmente effetti di vero timore. E quelle sono in gran parte, o sotto un   
certo  aspetto,  finte;  queste veraci.  Il timore muove l'uomo a far quasi una   
pantomima appresso se stesso. Per questo nelle solitudini e fra le tenebre e in   
luoghi,  cammini,  occasioni pericolose o  che  tali  paiono,    uso  naturale   
dell'uomo  il  cantare,  non  tanto  ad  effetto  di  figurarsi  e fingersi una   
compagnia,  o di farsi compagnia (come si dice) da se stesso;  quanto perch il   
cantare  par  proprio  onninamente  di  chi  non teme: appunto perci chi teme,   
canta.  (Vedi a tal [3528]proposito un  luogo  molto  opportuno  del  Magalotti   
segnato da me nelle prime carte di questi pensieri, sul principio, se non erro,   
del  1819.).  Dai medesimi principii (pi che dal bisogno di distrazione) nasce   
che in un pericolo comune o creduto tale,  e vero o immaginario  assolutamente,   
piace,  conforta,  rallegra  l'udire il canto degli altri,  il vedergli intenti   
alle lor solite operazioni,  l'accorgersi o il credere ch'essi o  non  istimino   
che  vi  sia  pericolo,  o  nulla  per sua cagione tralascino o mutino del loro   
ordinario,  e di quello che infino allora facevano o che,  senza  il  pericolo,   
avrebbero fatto;  o che non lo temano, e sieno intrepidi ec. Il coraggio veduto   
o creduto negli altri,  o l'opinione che non vi sia pericolo,  veduta o creduta   
in essi, incoraggisce l'individuo che teme. Nello stesso modo                     
il mostrar di non temere a se stesso  un farsi coraggio, o col persuadersi che   
non vi sia pericolo, o col dare a se stesso in se stesso un esempio di coraggio   
e di non temere questo pericolo, ancorch vi sia. Or chi ha bisogno che gli sia   
fatto coraggio e di aver nello stesso pericolo esempi di coraggio, e altrimenti   
teme, non [3529] certamente coraggioso, o in tale occasione non ha coraggio. E   
chi ha bisogno per non temere,  di credere che non vi sia pericolo, cio ragion   
di temere,  o di sminuirsi l'opinion del pericolo,  e  di  credere  che  questo   
pericolo,  questa ragione sia piccola, o minore e pi leggera ch'ella non , ed   
altrimenti teme;  non  coraggioso,  perch niun teme quello ch'ei non crede da   
temersi,  e  niun teme fuori dell'opinion del pericolo,  vera o falsa,  o ancor   
menoma ch'ella sia,  o non ragionata,  ma quasi istinto e passione (come quella   
di cui vedi la p.3518-20. e massime 3519. marg.)Anche il dolore degli uomini si   
consola  o  si  scema col persuadersi che il danno,  la sventura ec.  o non sia   
tale,  o sia minore ch'ella non ,  o ch'ella non apparisce,  o ch'ella non  fu   
stimata a principio; e forse (eccetto quella medicina che reca la lunghezza del   
tempo) il dolore si consola o mitiga pi spesso cos che altrimenti. Per questo   
nelle  pubbliche  calamit,  quando  importa  che  il  popolo sia lieto,  o non   
abbattuto, o men tristo che non sarebbe di ragione,  si proibiscono e tolgono i   
segni di lutto, e si ordinano e                                                   
introducono  feste e segni (anche straordinarii) di allegria.  [3530]E ci bene   
spesso non tanto come cagioni, quanto appunto come segni di allegria; non tanto   
a produrla dirittamente,  quanto a dimostrarla;  non tanto a divertir gli animi   
dal dolore e dalla mestizia,  quanto a persuaderli che non ve ne sia ragione, o   
che questa sia minore che non .  Nelle pesti o contagi si vieta  il  sonar  le   
campane  a morto.  Nelle sconfitte si cela al popolo il successo,  si proibisce   
ogni segno di lutto pubblico,  si accrescono le feste,  si fingono  e  spargono   
ancora delle novelle tutte contrarie al vero e piene di felicit.  proprio del   
buon  capitano  il  mostrarsi  lieto  o  indifferente  a'  suoi soldati dopo un   
rovescio ricevuto,  dopo la nuova di un disastro ec.  (Queste cose appartengono   
ancora al discorso del timore). Cos negl'individui. L'afflitto si consola bene   
spesso  o si rallegra,  non tanto colla distrazione,  quanto col dar segni a se   
stesso d'esser lieto o consolato,  col canto,  con  altri  atti  ed  operazioni   
d'uomo  allegro  o  indifferente.  Alla  prima  nuova,  o al primo avvedersi in   
qualunque modo di un danno, di una sciagura ec., l'animo fa sovente ogni sforzo   
prima per non creder il fatto, ancorch veduto cogli occhi propri,  o con altri   
sensi  ec.  o  per  non [3531]credere che sia sciagura,  poi per crederla molto   
minore ch'ei non ,  poi alquanto minore,  passando cos pi o meno rapidamente   
di mano in mano e di grado in grado per questi van                                
i  tentativi  fino  all'intera  cognizione  e  forzata  persuasione  della vera   
grandezza del male,  o fino  a  quell'ultimo  tentativo  che  riesce,  restando   
l'animo in una persuasione pi o manco inferiore al vero. Chiunque nel pericolo   
in cui non v' nulla a fare,  comparisce diverso da quel ch'ei suole, qualunque   
ei soglia essere, e qual ch'ei divenga, e quanta che sia questa diversit,  non   
  coraggioso,  o  in  quel  caso non ha vero coraggio.Tornando al discorso del   
coraggio,  il vero e perfetto coraggio (quando si tratti di  un  pericolo  dove   
l'individuo non abbia nulla a fare per ischivarlo o mandarlo a vuoto) dee tanto   
esser  lontano  dal  muover  l'uomo  ad  allegria  o  dimostrazione  d'allegria   
straordinaria o diversa dalla disposizione in che egli  era  il  momento  prima   
dell'apprensione del pericolo,  quanto dal muoverlo a palpitare, a impallidire,   
a tremare,  a dolersi,  a perdersi d'animo,  a cadere in tristezza,  a  divenir   
taciturno  o  serio  contro  il suo solito o contro quel ch'egli era il momento   
prima,  a piangere,  e a provar gli altri effetti immediati,  e dar  gli  altri   
segni  espressi e formali del timore.  Com'ei non pu produrre gli effetti n i   
segni propri del timore, e deve impedirli, [3532]cos ed altrettanto ei non pu   
produrre e deve impedire gli effetti e i  segni  che  paiono  pi  contrarii  a   
quelli  del  timore:  dico,  in  quanto  questi  effetti e questi segni abbiano   
relazione al presente pericolo, e da esso, in quanto proprio pericol              
o,  sieno occasionati,  e non vengano da altre cagioni indifferenti.  Ad essere   
perfettamente e veramente coraggioso,  o a fare una prova particolare di vero e   
perfetto coraggio (il quale pu essere ed atto ed abito,  e quello talora senza   
questo),  si richiede da una parte conoscere pienamente tutta la vera qualit e   
la vera grandezza del pericolo,  o esserne pienamente persuaso,  vero o creduto   
ch'ei  sia;  dall'altra parte non mutarsi per tale cognizione ovvero opinione e   
per tal pericolo, non mutarsi,  dico,  in nessunissimo conto n nell'animo,  n   
nell'esterno, ma conservare esattamente e veramente lo stato del momento prima,   
allegro  o  malinconico  ch'ei  fosse,  e  seguitare,  quanto    materialmente   
possibile,  le stesse operazioni ec.  nello stesso modo,  in quanto e  come  si   
sarebbero seguitate,  se il pericolo o l'opinione [3533]o la cognizione di esso   
non fosse sopravvenuta;  insomma perseverare e conservarsi,  o essere o divenir   
per  ogni  parte  tale nel pericolo o nell'opinione o cognizione di esso,  come   
appunto sarebbe avvenuto se tal pericolo,  opinione o cognizione non  fosse  in   
alcun  modo  sopraggiunta  (eccetto  solamente quello che le circostanze d'esso   
pericolo impediscono materialmente di fare,  o in qualunque  modo,  o  per  non   
accrescerlo:  come se in una tempesta di mare lo strepito dell'onde m'impedisce   
di dormire;  o se in  una  battaglia  navale,  io  a  quell'ora  in  cui  sarei   
certamente andato a passeggiare sulla coperta, me ne sto,                         
non  toccando  a  me  il combattere,  chiuso nella mia camera,  per non espormi   
inutilmente alle palle).  Tutto  ci  dev'essere  senz'alcuno  sforzo,  come     
manifesto  dagli stessi termini,  perch altrimenti lo stato dell'individuo non   
sarebbe onninamente lo stesso allora che prima,  ma ben  diverso.  E  dev'esser   
naturale  e  vero  (che  torna a dir lo stesso che senza sforzo),  s perch lo   
stato non sia cangiato, s perch  proprio sovente del timore, come il muovere   
all'allegria ec.,  cos ancora il portar  l'individuo  a  fingersi  [3534]a  se   
stesso indifferente,  e nulla mutato n di fuori n di dentro da quel di prima;   
a perseverare con sembianza di tranquillit nelle stesse azioni,  nello  stesso   
stato,  e  fino  nella  malinconia,  o nell'apparenza esteriore di essa,  nella   
taciturnit, ed in altre condizioni spesso occasionate dal timore, se in queste   
egli si trovava prima del pericolo. Ci per farsi coraggio, per persuadersi che   
non vi sia che temere ec.  n pi n meno che chi dimostra allegria ec.  Questa   
indifferenza o dimostrazione d'indifferenza, lungi da essere effetto o segno di   
coraggio,  lo  anzi di timore. Forse la similitudine pu parer vile, ma io non   
trovo pi naturale immagine di un uomo  veramente  e  perfettamente  coraggioso   
nell'ora del pericolo,  di quella che Pirrone navigando mostr a' suoi compagni   
spaventati nel tempo di una burrasca; e ci fu un porco che in un cantone della   
nave attendea tranquillamente a mangiar le sue                                    
ghiande,  mostrando bene all'esterno che anche il suo stato  interiore  si  era   
appunto  tale quale se la burrasca non fosse stata.  Ma una gran differenza che   
v'ha tra questa similitudine e il nostro caso, si  che quell'animale [3535]non   
conosceva punto il suo  pericolo,  dovech  l'uomo  coraggioso  dee  pienamente   
comprenderlo  e  giustissimamente stimarlo,  senza per curarsene pi di quanto   
facesse quell'animale.Un coraggio perfettamente corrispondente  a  quella  idea   
che  fin  qui s' descritta,  com' il solo che possa chiamarsi perfetto,  anzi   
vero; cos anche, senza fallo,   rarissimo,  e forse in verit non se ne trova   
n trov mai nessun esempio reale fra gli uomini, che fosse con tutte le debite   
circostanze ec. da noi supposte ec. Onde si rileva che il vero coraggio tra gli   
uomini  (e  gli  altri  animali non ne sono capaci) o non esiste,  come per si   
crede, o  di grandissima lunga pi raro che non  creduto.Quando poi si tratti   
di pericolo dove l'uomo ha qualcosa a fare per ischivarlo, per impedirlo, o per   
mandarlo a vuoto,  per tornarlo in bene,  come il nocchiero e i  marinai  nella   
tempesta,  il  capitano  e  i  soldati nella battaglia;  allora la indifferenza   
esteriore e l'operar non altrimenti che se il pericolo non fosse,  non  debito   
del coraggio, anzi all'opposto; ma  bens debito del coraggio la perfettissima   
calma  interiore,  la quale lasci le facolt dell'anima pienamente [3536]libere   
di attendere a quello che fa bisogno co                                           
ntra il pericolo, senza che alla cura che si dee porre in combatterlo, si mesca   
neppure il menomo turbamento per la dubbiosa aspettativa  del  successo.  E  le   
operazioni  esteriori debbono esser cos riposatamente fatte come quelle che si   
fanno a qualunque altro fine.  E in esse operazioni una certa avventatezza,  un   
ardir  temerario,  un affrontare il pericolo pi che non bisogna,  un prenderne   
maggior parte che non  duopo,  un accrescere irragionevolmente esso  pericolo,   
un gittarsi via fuor di proposito e simili azioni,  che paiono segni ed effetti   
di sommo coraggio,  sono assai sovente tutto l'opposto,  cio segni ed  effetti   
del timore, come quell'allegria di cui s' parlato di sopra. Perocch tali atti   
vengono  da  un'impazienza,  da  una fretta di veder l'esito,  cio d'uscir del   
pericolo col passargli,  per  cos  dire,  per  lo  mezzo;  da  una  confusione   
dell'anima,  dal  non  poter  tollerare  la calma della riflessione a causa del   
turbamento che si prova, e ch'essa riflessione accrescerebbe; dal non essere in   
istato di considerare come si dovrebbe, per aver l'animo sossopra;  insomma dal   
[3537]non trovarsi in pieno riposo di spirito,  e libero da ogni passione, come   
vuole il perfetto coraggio, ma per lo contrario sentire una passione,  la quale   
preferisce  e  trova  pi  facile e tollerabile uno sforzo ancorch difficile e   
pericoloso, che una riposatezza, che le riesce intollerabile e troppo penosa, e   
non solo difficile ma impossibile (come og                                        
ni passione per natura  incapace di riposatezza e l'esclude per la sua propria   
nazione, e spinge all'energico, allo sforzo ec.). E questa tal passione qual ?   
e qual pu essere? non altro che il timore.  Un tal animo  turbato: dunque non   
fa prova di perfetto coraggio. Come colui che nel pericolo, essendo assalito, o   
dubitando di esserlo,  si diffonde in minacce e in bravare il nemico. Le parole   
e gli atti di costui dimostrano il coraggio e il non aver timore alcuno.  Ma la   
sostanza    ch'egli  teme  assai,  e  che  cerca d'allontanare o di scemare il   
pericolo col mostrare di non temerlo.  E cos  il  timore  produce  in  lui  le   
apparenze  del  coraggio.  Or non altrimenti accade nel caso suddetto,  dove il   
timore produce una specie di disperazione [3538](segno  ed  effetto  di  timore   
eccessivo,  quand'ella non  giusta,  e quelli che pi facilmente e grandemente   
si disperano nel pericolo,  e che perci,  dovendo necessariamente combatterlo,   
fanno opere di maggior ardire, sono appunto i pi timidi: il timore  per essi,   
come  per  tutti  gli  uomini,  pi  insopportabile e penoso del pericolo e del   
danno: essi non si precipitano in questo se  non  perch  hanno  moltissimo  di   
quello,  e per fuggir esso timore) di disperazione,  dico,  che ha sembianza di   
straordinario coraggio,  e non  che temerit e cecit di mente prodotta  dalla   
paura;  e  cos  nel  caso di chi dimostra allegria ec.Il perfetto coraggio ne'   
pericoli ch'esigono operazione, ha molti pi ese                                  
mpi reali che l'altro sopra descritto,  e non  certamente una pura  idea  come   
forse l'altro lo . L'uomo che pensa a combattere il pericolo, e che in effetto   
  occupato esteriormente a combatterlo,  si pu dir che non pensa al pericolo,   
bench'ei  perfettamente  l'intenda.   Quella  cura  ed  attivit  esteriore  ed   
interiore   una specie di potentissima,  efficacissima e total distrazione che   
diverte l'immaginativa [3539]e l'intelletto dal pensiero, dalla considerazione,   
dalla contemplazione, per cos dire, e dalla vista di quel pericolo medesimo, a   
cui ella  tutta intenta di riparare,  ed al qual solo  ella    rivolta.  Essa   
occupa tutto l'animo, essa  cura di provvedere al pericolo; ed occupando tutto   
l'animo  non  gli  lascia  luogo  a  considerare  il  pericolo  per  se  stesso   
semplicemente.  Egli  quasi impossibile a un uomo o ad un vivente il  trovarsi   
in un gran pericolo, conosciuto e considerato come tale, e affissandosi in esso   
col   pensiero   senza   distrazione  alcuna,   e  pienamente  e  semplicemente   
comprendendolo per se stesso,  e considerandone e rappresentandosene sia  colla   
fantasia  o  anche  col  solo  intendimento  e  ragione,  tutta la qualit e la   
grandezza, e il danno che seguirebbe dal suo tristo esito, e riguardando questo   
come gran danno realmente;  contuttoci non temere,  e restare in perfettissima   
indifferenza  e  calma  interiore  ed  esteriore.Quel  che ho detto sin qui del   
coraggio e del timore nel pericolo, cio nel dubbio del danno f                   
uturo,  si applichi proporzionatamente al coraggio e al timore che hanno  luogo   
nella  certezza  del  danno futuro imminente,  o pi o men prossimo.  E intendo   
[3540]di quel danno ch' subbietto di ci che propriamente si chiama timore,  e   
timidit,  vilt  ec.  non  di  quello  ch'  materia  solamente di afflizione,   
dispiacere,  cordoglio,  ec.  o dubbiosamente o certamente aspettato ch'ei  sia   
(nel qual caso questo dispiacere suole altres chiamarsi timore),  o ricevuto o   
presente ec.Il passato discorso spetta ai pericoli (o danni ec.) inevitabili  e   
non dipendenti dalla volont de' rispettivi individui. Il coraggio d'affrontare   
o  cercare i pericoli volontariamente e potendo a meno,  procede per lo pi,  e   
principalmente  da  natura  o  abito  d'irriflessione  o  di   non   riflettere   
profondamente;  ovvero  dal  non  curare il pericolo,  cio non considerar come   
male, o come assai piccolo e spregevol male,  il danno che ne potrebbe seguire,   
(ancorch tenuto generalmente grandissimo o sommo dagli uomini), il che viene a   
esser  quanto  non riguardare il pericolo come pericolo,  o dal non credere che   
questo danno ne possa o debba facilmente o in niun modo seguire,  il che  torna   
il medesimo. Questo coraggio non ha che far colla idea del perfetto coraggio da   
noi proposta, il quale impedisce di temere il pericolo o il danno 1 riguardato   
com'effettivo  danno  e  pericolo,  2  perfettamente  conosciuto,  compreso  e   
considerato. Queste condizioni sono essenziali al perf                            
etto,  anzi al vero e  proprio  coraggio;  e  quel  che  n'  senza,  o  non     
propriamente coraggio,  o imperfetto ec.  (26-7.  Sett. 1823.)[3541]Ho discorso   
altrove del verbo periclitor mostrando ch'egli    continuativo  di  un  antico   
periculor,  fatto  dal  participio di questo,  cio da periculatus contratto in   
periclatus come periculum in periclum,  e mutata l'a in  i  secondo  la  solita   
regola,   come  in  mussito  da  mussatus.  Ora  vedi  appunto  tal  participio   
periculatus nel Forcellini in essa voce.  E nta ch'ei dimostra il detto  verbo   
periculor,  perocch  dice  periculatus  sum,  tempo perfetto di periculor come   
periclitatus sum di periclitor. (27.  Sett.  1823.)Altrove ho notato e raccolto   
parecchie metafore delle voci caput,  capo ec.  Aggiungi Aristot. Polit. lib.2.   
,  essi non siano i nomi primitivi greci delle dette cose,  e che questi          
sieno  perduti,  e  che il latino all'incontro gli abbia conservati;  e cos si   
confermi la maggior conservazione dell'antichit nel latino che  nel  greco.  E   
probabilmente  i  detti  nomi  latini  saranno  stati una volta anche greci,  e   
saranno venuti da quella lingua onde il greco e il latino  scaturirono,  ma  il   
latino gli avr sempre conservati, sino a trasmettergli alle lingue oggi          
viventi,  e  nel  greco si saranno poi perduti o disusati ec.  ec.  (27.  Sett.   
1823.)Verbi in uare. Perpetuo as da perpetuus.  (28.  Sett.  Domenica.  1823.).   
Continuo as,  Obliquo as. V. p.3571.Continuativo o frequentativo. Perpetuito as   
da perpetuo asperpetuatus.  Vedi  Forcell.  in  Perpetuitassint.  [3543]Se  gi   
questa  voce  non  fosse  fatta  (che  nol  credo)  da perpetuitas,  come forse   
necessitare ital.  ec.  da necessitas,  di che ho  detto  altrove.  (28.  Sett.   
1823.)Tonsito  as  da tondeo-tonsus,  frequentativo.  Il continuativo l'abbiamo   
noi; tosare (quasi tonsare). V. il Gloss. ec. (28. Sett. Domenica.  1823.)Nella   
Bibbia   bisogna   considerare   l'immaginazione  orientale  e  l'immaginazione   
antichissima,  (anzi di un popolo quasi primitivo affatto  ne'  costumi  ec.  e   
certo la pi antica immaginazione che si conosca oggid). Ben attese e pesate e   
valutate quanto si deve queste due qualit che nella Scrittura si congiungono,   
niuno  pi si far maraviglia della straordinaria forza ch'apparisce ne' Salmi,   
ne' cantici, nel Cantico, ne' Profeti,  nelle parti e nell'espressioni poetiche   
della  Bibbia,  alla  qual forza basterebbe forse una sola di dette qualit.  E   
veggansi le poesie orientali anche non antichissime,  le sascrite  antichissime   
ma de' tempi civili dell'India.  (28. Sett. 1823. Domenica.)Intorno allo spagn.   
pintar ho detto altrove che il primitivo e regolare participio di pingo,  tingo   
e simili, fu pingitus, tingitus ec.? Poi pinctu                                   
s,  tinctus ec.,  poi pinctus,  (e quindi pintar,  quasi pinctare);  [3544]e in   
questo 3 stato molti di tali participii rimasero,  come tinctus,  cinctus  ec.   
Molti altri passarono a un quarto stato,  ove si fermarono, come pictus, fictus   
ec. Ma noi li conserviamo per lo pi nel 3 stato: pinto, finto. franc.  peint,   
feint.  Abbiamo  anche  pitto,  fitto,  ma  antichi o poetici ec.  Lo spagnuolo   
(regolarissimo ne' participii passivi sopra ogni  altra  sorella,  e  sopra  la   
stessa  latina  ec.  nel  modo  che  altrove  ho  detto) conserva il primitivo   
fingitus in fingido.  (28.  Sett.  1823.)Alla p.3341.  Vedi a questo  proposito   
Fabric.  B. Lat. ed Ven. t.1. p.76. princip. l. I c.6. de Corn. Nep. .3. fine.   
E ntisi che Catullo,  come di stil familiare,  inclina ai modernismi nella sua   
latinit.  (28. Sett. 1823.). V. p.3584.Alla p.3496. Platone nel cit. luogo non   
par che supponga i dmoni un composto d'uomo e Dio,  bens un genere intermedio   
tra questo e quello,  che serviva, com'egli espressam. dice, di gradazione, e a   
riempiere il vto che sarebbe stato nella serie degli sseri,  tra il divino  e   
l'umano  genere.  Pareva  dunque  agli  antichi anche filosofi profondi che tra   
questi due generi, tra l'uomo e il Dio, avesse luogo ottimamente la gradazione,   
niente manco che tra [3545]specie e specie d'animali,  tra il regno animale  il   
vegetabile  ec.  Ed  erano  cos lontani dal credere,  come oggi si fa,  che la   
distanza fra l'umano e 'l divino fosse infinita, e                                
infiniti, o molto numerosi,  i gradi intermedi;  che anzi egli stimavano che un   
solo  anello  s'intrapponesse  nella catena fra' sopraddetti due,  e bastasse a   
congiungerli o continuarli, e che dall'uomo al Dio un solo grado passasse,  due   
soli gradi s'avesse a montare,  e la serie nonpertanto fosse continua. Aggiungi   
gli amori degli Dei verso le mortali e delle Dee verso  i  mortali  (tanto  gli   
antichi  stimavano la bellezza umana),  e il congiungersi di quelli o di queste   
con quelle o con questi (come se il divino e l'umano non fossero pur due specie   
assai prossime,  ma appresso a poco una stessa,  cos diversa,  come  in  molte   
specie d'animali vi sono delle sottospecie,  altre pi forti,  belle,  maggiori   
ec.  altre meno),  e il generarsi o partorirsi figliuoli mortali  dagli  Dei  e   
dalle Dee,  mortali affatto, o semidei, come Bacco. ec. (28. Sett. 1823.)Il pi   
deciso effetto,  e quasi la somma degli effetti che produce in un uomo di  raro   
ed elevato spirito la cognizione e l'esperienza degli uomini,  si  il renderlo   
indulgentissimo verso qualunque maggiore e pi eccessiva debolezza, piccolezza,   
sciocchezza, ignoranza, stoltezza, malvagit, vizio e difetto altrui,  naturale   
o  acquisito;  laddove  egli  era  verso  queste  cose severissimo prima di tal   
cognizione;  e il renderlo facilissimo ad apprezzare e lodare le menome virt e   
i piccolissimi pregi,  che innanzi alla detta esperienza ei soleva dispregiare,   
non curare, stimare indegni di lode,                                              
e quasi confondere o  non  distinguere  dalle  [3546]imperfezioni;  insomma  il   
renderlo facilissimo e solito a stimare, e difficilissimo, insolito, anzi quasi   
dimentico  del dispregiare e del non curare,  tutto all'opposto di quel ch'egli   
era per lo innanzi.  Tanto poco vagliono gli uomini.  E da ci si pu dedurre e   
far esatto giudizio quanto sia il valor vero e la virt vera degli uomini. (28.   
Sett.   1823.).   V.  p.3720.In  una  citt  piccola,  massime  dove  sia  poca   
conversazione, non essendo determinato il tuono della societ, (neppur un tuono   
proprio particolarmente d'essa citt, qual sempre sarebbe in una citt piccola,   
quando veggiamo che anche le grandi hanno sempre notabilissime nuances di tuono   
lor proprio,  e differenze  da  quello  dell'altre,  anche  dentro  una  stessa   
nazione) ciascun fa tuono da se,  e la maniera di ciascuno, qual ch'ella sia,    
tollerata e giudicata per buona  e  conveniente.  Cos  a  proporzione  in  una   
nazione,  dove non v'abbia se non pochissima societ,  come in Italia. Il tuono   
sociale di questa nazione non esiste: ciascuno ha il suo. Infatti non v' tuono   
di societ che possa dirsi italiano.  Ciascuno italiano ha la  sua  maniera  di   
conversare,  o  naturale,  o  imparata dagli stranieri,  o comunque acquistata.   
Laddove in una nazione socievole, e cos a proporzione in una citt grande, non   
,  non solo stimato,  ma neppur tollerato,  chi  non  si  [3547]conforma  alla   
maniera comune di trattare, e chi non ha il tuono deg                             
li  altri,  perch  questa  maniera  comune  esiste,  e  il  tuono di societ    
determinato, pi o meno strettamente, e non  lecito uscirne senza esser messo,   
nella societ ec.,  fuor della legge,  e considerato come da men  degli  altri,   
perch dagli altri diverso,  diverso dai pi.  (28. Sett. 1823.)Circa la radice   
monosillaba di jungo da me notata altrove in con-iux o  con-iunx  ec.  aggiungi   
bi-iux  o  bi-iunx,  il  quale io credo che sia il vero nominativo del genitivo   
biiugis, e non, come scrive il Forcell., biiugis biiuge. Ben credo che il detto   
nominativo non si trovi, ma neanche, io credo, questo secondo,  e quello mi par   
pi conforme all'analogia di coniux ec.  Dicesi ancora biiugus a um. (29. Sett.   
Festa di S. Michele Arcangelo. 1823.)Radice monosillaba di capio,  come altrove   
ec.  For-ceps.  Di facio For-fex. (29. Sett. 1823.)Scambio del g e del v di cui   
altrove.  [3548]Parvolo,  parvulo,  parvulino (vera pronunzia,  da parvulus,  e   
nondimeno disusata). - Pargolo (antico), pargoletto, pargoleggiare ec. (moderni   
ed usati).  (29. Sett. 1823.)Insetare (che noi volgarmente ma pi correttamente   
diciamo insitare, e forse cos tutti fuor di Toscana, come anche diciamo insito   
per innesto)  continuativo di insero-insevi-insitus (diverso  da  insero  erui   
ertum);  e  ben  s'ingannerebbe chi lo facesse tutt'uno coll'altro insetare (da   
seta) come par che faccia la  Crusca.  Il  franc.  enter  forse  ha  la  stessa   
origine, se non  fatto dal nome en                                               
te.  Gli  spagnuoli  hanno  in  questo  significato  il verbo originale enxerir   
(insero,  insitum o ertum),  come ancor noi l'abbiamo oltre al sopraddetto,  ma   
tra noi  tutto poetico,  cio introdotto da' poeti, e da loro usato; bench da   
essi pigliandolo, anche in prosa ben l'useremmo. (29.  Sett.  1823.)Il fine del   
poeta epico (e simili, e in quanto gli altri gli son simili), non dev'esser gi   
di  narrare,  ma  di  descrivere,  di  commuovere,  di destare [3549]immagini e   
affetti,  di  elevar  l'animo,   di  riscaldarlo,   di  correggere  i  costumi,   
d'infiammare  alla virt,  alla gloria,  all'amor della patria,  di lodare,  di   
riprendere,  di accender  l'emulazione,  di  esaltare  i  pregi  della  propria   
nazione,  de'  propri  avi,  degli  eroi domestici ec.  Tutti questi o parte di   
questi hanno da essere i veri e proprii fini del poeta epico,  non il  narrare;   
ma il poeta epico dee per fare in modo che apparisca il suo vero e proprio,  o   
certo principal fine, non esser altro che il narrare.  Appena merita il nome di   
poesia  un  poema il quale in verit non faccia altro che raccontare,  cio non   
produca altro effetto che di stuzzicare e pascere  la  semplice  curiosit  del   
lettore, ossia coll'intreccio bene intrigato e avviluppato, ossia con qualunque   
mezzo. Queste sono piuttosto novelle che poesie, per quanto l'azione raccontata   
potesse esser nobile sublime interessante ec.  (Di questa specie sono l'Orlando   
innamorato, il Ricciardetto e simili). E possono ben essere                       
di questa natura anche i poemi tessuti o sparsi d'invenzioni capricciose  e  di   
favole ec.  come i veri poemi. Anche favoleggiando [3550]sempre o quasi sempre,   
un poema pu non far veramente altro che raccontare. Questi tali non sono poemi   
perch il poeta ha veramente e principalmente per fine quel ch'ei non dee senon   
far vista di avere,  cio il narrare.  Ma per lo contrario  i  poemi  pieni  di   
lunghe descrizioni,  di dissertazioni e declamazioni morali,  politiche ec., di   
sentenze, di elogi, di biasimi, di esortazioni,  di dissuasioni ec.  in persona   
del poeta ec. e di simili cose, non sono poemi epici ec. perch il poeta mostra   
veramente di avere per principali fini,  quei ch'e' non deve se non avere senza   
mostrarlo.(29 Sett. 1823.). V.  p.3552.Alla p.2861.  fine.  Questa proposizione   
corrisponde a quell'altra da me in pi luoghi esposta,  che il piacere  sempre   
o passato o futuro,  non mai presente,  e che quindi non v'ha momento alcuno di   
piacer vero,  bench possa parere.  Cos non v'ha n vi pu aver momento alcuno   
senza vero patimento,  bench possa parer che ve n'abbia (perocch il patimento   
venendo  a  essere perpetuo,  il vivente ci si avvezza per modo insin da' primi   
istanti del vivere,  che  pargli  di  non  sentirlo,  e  di  non  avvedersene).   
[3551]Anzi questa seconda proposizione  necessaria conseguenza della prima,  e   
quasi la medesima diversamente enunziata. Perocch dove non v'ha piacere, quivi   
ha patimento, perch v'ha deside                                                  
rio non soddisfatto di piacere, e il desiderio non soddisfatto  pena.  N v'ha   
stato intermedio, come si crede, tra il soffrire e il godere; perch il vivente   
desiderando  sempre per necessit di natura il piacere,  e desiderandolo perci   
appunto ch'ei vive, quando e' non gode,  ei soffre.  E non godendo mai,  n mai   
potendo  veramente  godere,  resta ch'ei sempre soffra,  mentre ch'ei vive,  in   
quanto ei sente la vita: ch quando ei non  la  sente,  non  soffre;  come  nel   
sonno, nel letargo ec. Ma in questi casi ei non soffre perch la vita non gli    
sensibile,  e perch in certo modo ei non vive.  N altrimenti ei pu cessare o   
intermettere di soffrire, che o cessando veramente di vivere, o non sentendo la   
vita,  ch' quasi come intermetterla,  e lasciare per un  certo  intervallo  di   
esser  vivente.  In  questi  soli  casi il vivente pu non soffrire.  Vivendo e   
sentendo di vivere, ei nol pu mai; e ci per propria essenza sua e della vita,   
e [3552]perci appunto ch'egli  vivente, ed in quanto egli  tale,  come nella   
mia  teoria  del  piacere  ec.?  (29.  Sett.  Festa  di  San Michele Arcangelo.   
1823.)Alla p.3550. Il narrare non dev'essere al poeta epico che un pretesto, la   
persona di narratore non dev'essere a lui che una maschera, come al didascalico   
la persona d'insegnatore.  Ma questo pretesto,  questa maschera ei deve  sempre   
perfettamente  conservarlo,  ed  esattamente (quanto all'apparenza e come al di   
fuori) rappresentarla, in modo ch'ei sembri                                       
sempre essere narratore e non altro.  E cos fecero  tutti  i  grandi,  incluso   
Dante  che  non    epico,  ma il cui soggetto  narrativo,  sebben ei d forse   
troppo talvolta in dissertazioni e declamazioni ma torno a dire,  il suo  poema   
non  epico,  ed  misto di narrativo e di dottrinale, morale ec. (29. Sett. d   
di S. Mich.  Arcang.  1823.)Alla p.3388.  Il vino (ed anche il tabacco e simili   
cose)  e  tutto  ci  che  produce uno straordinario vigore o del corpo tutto o   
della testa,  non pur giova all'immaginazione,  ma eziandio all'intelletto,  ed   
all'ingegno generalmente,  alla facolt di ragionare,  di pensare,  e di trovar   
delle  verit  ragionando  (come  ho  provato  pi   volte   per   esperienza),   
all'inventiva  ec.  Alle volte per lo contrario giova s all'immaginazione,  s   
all'intelletto, alla mobilit del pensiero e della mente, alla fecondit,  alla   
copia, alla facilit e prontezza dello spirito, del parlare, del ritrovare, del   
raziocinare,  del  comporre,  alla  prontezza  della memoria,  alla facilit di   
tirare le conseguenze, di conoscere i rapporti ec.  ec.  una certa debolezza di   
corpo,  di  nervi  ec.  [3553]una rilasciatezza non ordinaria ec.  come ho pure   
osservato in me stesso pi volte.  Altre volte all'opposto.Le passioni che  son   
cose   indipendenti   dalle   idee,   giovano   pure  assai  volte,   non  solo   
all'immaginazione, ma eziandio all'ingegno in genere, alla ragione ec. perocch   
negli accessi di passione si scuoprono non di rado, anche da' piccoli             
o non esercitati o non  riflessivi  ingegni,  delle  verit  cos  grandi  come   
solide,  secondo  che  ho  detto  altrove biasimando l'uso della nuda ragione o   
facolt dialettica e ragionatrice nella filosofia,  proprio de' tedeschi ec.  E   
per  lo  contrario  le passioni mille volte nocciono,  impediscono,  offuscano,   
indeboliscono ec.  ec.  s l'immaginazione,  s  la  facolt  ragionatrice,  s   
l'ingegno in genere,  la memoria ec. come ognun sa ec. Cos ancora il vino e le   
cose dette di sopra.  ec.  (29.  Sett.  d di S.  Michele Arcangelo.  1823.).Ho   
notato  altrove  che  la  debolezza  per  se stessa  cosa amabile,  quando non   
ripugni alla natura del subbietto in ch'ella si trova,  o piuttosto al modo  in   
che noi siamo soliti di vedere e considerare la rispettiva specie di subbietti;   
o ripugnando,  non distrugga per la sostanza d'essa natura,  e non ripugni pi   
che tanto: [3554]insomma quando o convenga al subbietto, secondo l'idea che noi   
della perfezione di questo ci formiamo,  e concordi colle altre qualit  d'esso   
subbietto,  secondo  la  stessa idea (come ne' fanciulli e nelle donne);  o non   
convenendo,  n concordando,  non distrugga per  l'aspetto  della  convenienza   
nella  nostra  idea,  ma  resti  dentro i termini di quella sconvenienza che si   
chiama grazia (secondo la mia  teoria  della  grazia),  come  pu  esser  negli   
uomini,  o  nelle  donne  in  caso ch'ecceda la proporzione ordinaria,  ec.  La   
debolezza ordinariamente piace ed  amabile e bella nel bello. Nondimeno          
pu piacere ed esser bella ed amabile anche  nel  brutto,  non  in  quanto  nel   
brutto,  ma in quanto debolezza,  (e talor lo ) purch'essa medesima non sia la   
cagione della bruttezza n in tutto n in parte.  Ora l'esser la debolezza  per   
se  stessa,  e s'altro fuor di lei non si oppone,  naturalmente amabile,   una   
squisita provvidenza della natura,  la quale avendo posto in ciascuna  creatura   
l'amor proprio in cima d'ogni altra disposizione,  ed essendo,  come altrove ho   
mostrato,  una necessaria e propria conseguenza dell'amor proprio  in  ciascuna   
creatura  l'odio  delle  altre,  ne  seguirebbe  che le creature deboli fossero   
troppo sovente la vittima delle forti.  Ma la  debolezza  essendo  naturalmente   
amabile  e  dilettevole altrui per se stessa,  fa che altri ami il subbietto in   
ch'ella si trova, e l'ami per amor proprio, cio perch da esso riceve diletto.   
Senza ci i fanciulli,  [3555]massime dove non vi  fossero  leggi  sociali  che   
tenessero  a  freno  il naturale egoismo degl'individui,  sarebbero tuttogiorno   
crass dagli adulti, le donne dagli uomini, e cos discorrendo.  Laddove anche   
il  selvaggio  mirando  un fanciullo prova un certo piacere,  e quindi un certo   
amore; e cos l'uomo civile non ha bisogno delle leggi per contenersi di por le   
mani addosso a un fanciullo,  bench i fanciulli sieno per natura  esigenti  ed   
incomodi,  ed  in  quanto  sono  (altres per natura) apertissimamente egoisti,   
offendano l'egoismo degli altri pi che non fanno gli a                           
dulti, e quindi siano per questa parte naturalmente odiosissimi (s a coetanei,   
s agli altri).  Ma il fanciullo  difeso per se stesso dall'aspetto della  sua   
debolezza,  che  reca un certo piacere a mirarla,  e quindi ispira naturalmente   
(parlando in genere) un certo amore verso di lui,  perch l'amor proprio  degli   
altri trova in lui del piacere. E ci, non ostante che la stessa sua debolezza,   
rendendolo assai bisognoso degli altri,  sia cagione essa medesima di noia e di   
pena agli altri,  che debbono provvedere in qualche modo a' suoi bisogni,  e lo   
renda  per  natura molto esigente ec.  Similmente discorrasi [3556]delle donne,   
nelle quali indipendentemente dall'altre qualit, la stessa debolezza  amabile   
perch reca piacere ec.  Cos di certi animaletti o animali (come la pecora,  i   
cagnuolini,  gli  agnelli,  gli  uccellini ec.  ec.) in cui l'aspetto della lor   
debolezza rispettivamente a noi, in luogo d'invitarci ad opprimerli, ci porta a   
risparmiarli,  a curarli,  ad amarli,  perch ci riesce piacevole ec.  E si pu   
osservare  che  tale ella riesce anche ad altri animali di specie diversa,  che   
perci gli risparmiano e mostrano talora di compiacersene e di amarli ec.  Cos   
i  piccoli  degli  animali  non deboli quando son maturi,  sono risparmiati ec.   
dagli animali maturi della stessa specie (ancorch non sieno lor genitori),  ed   
eziandio d'altre specie (eccetto se non ci hanno qualche nimicizia naturale,  o   
se per natura non sono portati a fa                                               
rsene cibo ec.);  ed apparisce in essi  animali  una  certa  o  amorevolezza  o   
compiacenza verso questi piccoli. Similmente negli uomini verso i piccoll degli   
animali che cresciuti non son deboli. E di questa compiacenza non n' solamente   
cagione la piccolezza per se (ch' sorgente di grazia,  come ho detto altrove),   
n la sola sveltezza che in questi piccoli suole apparire (siccome ancora nelle   
specie piccole di animali) e che   cagion  di  piacere  per  la  vitalit  che   
manifesta  e  la  vivacit  ec.  secondo il detto altrove da me sull'amor della   
vita,  onde segue quello del vivo ec.  ma v'ha la [3557]sua parte  eziandio  la   
debolezza.   (29-30.   Sett.   1823.).  v.  p.3765.Untare,  untar  (spagn.)  da   
ungo-unctus. Unctito dal medesimo. Urtare, heurter (franc.) da un urtus partic.   
di urgeo,  oda un ursus mutato in urtus,  come falsus in  faltus  ec.  vedi  la   
p.3488.  e quella a che essa si riferisce.  (30. Sett. 1823.)Alla p.2984. Anche   
il nostro vieto  il positivo vetus.  E la doppia terminazione  francese  vieil   
vieux  forse  non  ha  altra  origine che l'esser questi originalmente due nomi   
diversi,  l'uno  positivo,  l'altro  diminutivo.  Ai  diminutivi  latini  usati   
positivamente nello stesso fior della latinit,  aggiungi oculus, e vedi quello   
che altrove ne ho detto in proposito della voce  russa  oco,  citando  l'Hager.   
(30.  Sett.  1823.). Noi ancora diciamo veglio, vegliardo ec. voci antiche, ora   
poetiche, o da vieil, e d'origine provenzale ec. o da veculu                      
s dirittamente,  come periglio da periculum del che vedi  la  pag.3515  fine  e   
marg.Alla p.3341.  princ.  Dire p.e.  livre deux, chapitre dix e simili, sembra   
veramente esser uso de' francesi  pi  familiare  che  letterario.  Trovo  cos   
scritto a lettere in libri modernissimi, ma di niun'autorit. In libri alquanto   
pi  antichi  ma ben autorevoli,  trovo p.e.  chapitre dixime ec.  (30.  Sett.   
1823.). V. p.3560.[3558]Alla p.3003. mezzo.  Su-spicio,  il quale materialmente   
non si pu dire se sia formato da sub,  o da sursum (quando s'ammettesse questa   
seconda sorta di formazione),  vale certamente guardare di sotto in su,  perch   
guardare  in alto non  n si pu fare altrimenti che guardando di sotto in su.   
Or cos dite degli  altri  tali  composti  pretesi  di  sursum.  Fra'  quali  i   
grammatici ripongono certamente ancor questo,  e ci perch sursum significa in   
alto, in su. Ora osservino i suoi derivati suspicor,  suspicio onis,  ec.  anzi   
pur lo stesso suspicere e suspectare quando significano sospettare, e mi dicano   
se  possono  esser  composti  della  voce  sursum.  E  mi neghino che non sieno   
composti della  prep.  sub,  come  n  pi  n  meno  il  greco  corrispondente   
e  quattro  letterature suddette formano una famiglia da se                       
(aggiunta la portoghese ch'io comprendo  ed  intendo  sotto  la  spagnuola).  E   
questo non  contraddizione,  come sarebbe,  secondo i nostri principii,  se la   
lingua francese appartenesse alla  famiglia  dell'altre  quattro  anche  quanto   
all'indole.  Laddove  quanto  all'indole,  anche la lingua de' moderni francesi   
appartiene a una famiglia diversa (ch'ella forma, si pu dir, da se sola se non   
quanto ella,  come la sua letteratura,  ha corrotte e va corrompendo  parecchie   
altre lingue, e letterature, e ad alcune che ancor non hanno carattere, come la   
russa,  la  svedese,  olandese  ec.  ha  impresso o imprime il suo,  pi o meno   
durevolmente  ec.),  e  l'altre  quattro  suddette,   formano  una  famiglia  a   
parte.(30. Sett. 1823.)Alla p.3557. fine. Del resto l'uso de' nomi ordinali de'   
numeri in vece de' cardinali  anche comune in parte                              
agl'italiani,  s  nel  discorso  familiare  (come l'anno mille,  il reggimento   
quattro ec. ec.) s nella scrittura anche elegante. V. fra gli altri lo Speroni   
nel Discorso o lettera del tempo del partorire delle Donne,  che tiene il terzo   
luogo tra' suoi Dialoghi,  Ven. 1596. p.49. lin.16. paragonata colle superiori,   
p.50. lin.23. 24. p.51. lin.24. p.52. lin.1.7.9.  10.  18.22.  p.56.  lin.3.  e   
altrove.(30.  Sett.  1823.)Francesismo  ed italianismo (fors'anche spagnolismo)   
[3561]del genitivo plurale invece dell'accusativo del medesimo numero, appresso   
Aristot. Polit. l.3. ed. Flor. ap. Iunt. 1576. p.209. mezzo, e veggasi quivi il   
commento di Pier Vettori. (30. Sett. 1823.). Noi ed i francesi usiamo il genit.   
plur. anche in vece del nominativo plurale. Anche in caso terzo ec. a di molti,   
con di molti,  des femmes ec.Alla p.3413. Infatti la scrittura dello Speroni    
tutta sparsa e talor quasi tessuta, non pur di vocaboli, o d'usi metaforici ec.   
di parole,  tutti propri di Dante e di Petrarca,  ma di frasi intere e d'interi   
emistichi  di  questi  poeti,   dall'autore  dissimulatamente  appropriatisi  e   
convertiti all'uso della sua prosa.  N tali voci,  frasi ec.  riescono in  lui   
punto  poetiche,  ma  convenientissimamente prosaiche.  Altrettanto fanno pi o   
meno molti altri autori del cinquecento, massime i pi eleganti,  ma lo Speroni   
singolarmente.  Or  andate  e ditemi che altrettanto potessero fare,  non pur i   
prosatori greci con Omero, o altr                                                 
o lor poeta, ma i latini con Virgilio ec. bench il latino non abbia linguaggio   
poetico distinto. Che vuol dir ci dunque,  se non che il linguaggio di Dante e   
Petrarca  era  poco  o  nulla  distinto  da quel della prosa?  Onde i prosatori   
potevano farne lor pro, anche a saziet, senza dar nel poetico. Le voci e frasi   
e significati pi poetici ed eleganti di Petrarca Dante  ec.  tengono  come  un   
luogo  di  mezzo  tra il prosaico e il poetico,  onde in una prosa alta,  com'   
quella dello Speroni,  ci  stanno  naturalissimamente.  P.e.  talento  in  quel   
significato Che la ragion sommettono al talento.  Non si sa ben dire se sia pi   
del verso che della prosa. Vedilo benissimo usato dallo Speroni ne' Diall. Ven.   
1596. p.69. fine.  Altri,  e non pochi,  prosatori del 500,  siccome nel 300 il   
Boccaccio,  davano  nel  poetico  sconveniente  [3562]alla prosa,  adoperando a   
ribocco e senza giudizio le voci, le significazioni, le metafore, le frasi, gli   
ornamenti, l'epitetare ec. s di Dante e Petrarca s de' poeti del 500. stesso.   
E ci per la medesima ragione per cui i detti poeti adoperavano le frasi e voci   
ec.  della prosa,  come a pagg.3414.  segg.  Ci era perch i  termini  fra  il   
linguaggio  della  poesia  e  della  prosa non erano ancora ben stabiliti nella   
nostra lingua.  Onde come noi non avevamo  ancora  un  linguaggio  propriamente   
poetico  bene  stabilito  e  determinato,  (p.3414.3416.),  cos  n  anche  un   
linguaggio prosaico. Nella stessa guisa (ma per molto meno)                      
che i francesi non hanno quasi altra prosa  che  poetica,  perch  appunto  non   
hanno  lingua propriamente poetica,  distinta e determinata,  e assegnata senza   
controversia alla poesia (veggansi le  p.3404-5.3420-1.  3429.  e  il  pensiero   
seguente).  Nessun buon autore del seicento,  del sette e dell'ottocento d nel   
poetico come molti buoni e classici del 500 (non ostante nel 600 la gran  peste   
dello stile derivata appunto dal cercare il florido, il sublime, il metaforico,   
lo  straordinario  modo  di parlare e di esprimere checchessia,  il fantastico,   
l'immaginoso, l'ingegnoso; e consistente in queste qualit ec.  peste [3563]che   
nel  500  ancor non regnava,  eppur tanto regnava il florido e il poetico nella   
prosa,  quanto non mai nelle buone e classiche prose del 600:  segno  che  quel   
vizio  nel  500.  veniva  da  altra cagione,  e ci era quella che si  detta).   
Nessuno oggi (n nei due  ultimi  secoli)  per  poco  che  abbia,  non  pur  di   
giudizio,  ma  sol  di  pratica  nelle buone lettere sarebbe capace di peccare,   
scrivendo in prosa,  per poeticit di stile e  linguaggio,  altrettanto  quanto   
nell'ottimo ed aureo secolo del 500.  (mentre il nostro  ferreo) peccavano gli   
ottimi ingegni nelle classiche prose,  s nel linguaggio,  s nello stile,  che   
quello  si tira dietro (p.3429.  fine).  E come ho detto a pagg.3417-9.  che il   
linguaggio propriamente  poetico  in  Italia  non  fu  pienamente  determinato,   
stabilito, e distinto e separato dal prosaico, se non dopo il cinqu               
ecento,  e massime in questo e nella fine dell'ultimo secolo; cos si deve dire   
del linguaggio prosaico,  quanto all'essere cos esattamente determinato  ch'ei   
non possa mai confondersi col poetico,  n dar nel poetico senza biasimo ec. Il   
che non ha  potuto  perfettamente  essere  finch  i  termini  fra  questi  due   
linguaggi   non  sono  stati  fermamente  posti,   e  chiaramente  precisamente   
[3564]incontrovertibilmente segnati,  tirati,  descritti.  Onde  il  linguaggio   
perfettamente  proprio e particolare della prosa,  e il perfettamente proprio e   
particolare della poesia sono dovuti venire in essere a un  medesimo  tempo,  e   
non  prima  l'uno  che  l'altro (o non prima esser perfetto ec.  ec.  l'uno che   
l'altro,  e crescer del pari quanto alla loro prosaicit e  poeticit);  perch   
ciascun de' due  rispettivo all'altro ec.  ec.  (30.  Sett. 1823.)Alla p.2911.   
marg.  La lingua ebraica  poetica ancor nella prosa,  per quella  sua  estrema   
povert,  della  quale  altrove  ho  ragionato,  mostrando come in ciascuna sua   
parola cento significati si debbano accozzare e si accozzino,  conforme accadde   
a principio in ciascheduna lingua,  finch col variare o per inflessione, o per   
derivazione,  o per composizione,  o con altra modificazione le poche radici  a   
seconda  de'  loro  vari  significati,  si  venne  d'una  sola  parola  a farne   
moltissime,  e di poche,  infinite;  per modo che ciascun significato de' tanti   
che dapprima erano riuniti in un solo vocabolo, non per esser trasport            
ato  ad  altra  parola,  ma  come  per  suddivisione o emanazione o altra varia   
modificazione di [3565]quello stesso primo vocabolo, ebbe una parola per se,  o   
con  poca  e discreta compagnia d'altri significati.Or dunque non potendo quasi   
la prosa ebraica usar parola  che  non  formicolasse  di  significazioni,  essa   
doveva  necessariamente  riuscir  poetica  e per la moltiplicit delle idee che   
doveva risvegliare  ciascuna  parola,  (cosa  poetichissima,  come  altrove  ho   
detto);e  perch  essa  parola  non  poteva  dare  ad intendere il concetto del   
prosatore se non in modo vago e indeterminato  e  generale  come  si  fa  nella   
poesia;  e perch quasi tutte le cose, eccetto pochissime si dovevano esprimere   
con voci improprie e traslate (ch' il modo poetico);  cosa  che  in  tutte  le   
lingue  intravviene,  rigorosamente  parlando,  ma non si sente,  se non alcune   
volte,  la traslazione,  perch l'uso l'ha trasformata,  quasi o del tutto,  in   
propriet;  laddove ci non poteva aver fatto nella lingua ebraica,  la qual se   
toglieva a una parola il significato proprio in modo che il traslato  divenisse   
padrone  e  paresse  proprio  esso,  al vero proprio che cosa poteva restare in   
tanta povert?  [3566]sentivasi dunque sempre,  anche nella prosa  ebraica,  la   
traslazione,  perch la voce,  insieme co' sensi traslati, riteneva il proprio.   
Tale pertanto essendo la lingua destinata alla prosa,  necessariamente anche lo   
stile del prosatore doveva esser poetico, siccome per la contraria ra             
gione  i  primitivi  poeti  latini italiani ec.  non trovando nella lingua voci   
poetiche,  furono necessitati a tenersi in uno stile che avesse del  familiare,   
come  altrove  ho  detto.La  prosa  ebraica  era  dunque  poetica per difetto e   
mancamento,  e perch la  lingua  scarseggiava  di  voci.  Non  cos  la  prosa   
francese,  la qual  per lo pi poetica, mentre la lingua abbonda di voci, come   
ho detto altrove. Ma essa prosa  poetica perch la lingua francese scarseggia,   
e si pu dir,  manca di  voci  poetiche,  cio  di  voci  antiche  ed  eleganti   
propriamente,  cio  peregrine ec.  E vedi il pensiero antecedente con quello a   
cui esso si riferisce. Le voci ebraiche sono tutte poetiche non appostatamente,   
n perch usate da' poeti,  n perch  fatte  ad  esser  poetiche  e  destinate   
all'uso   della   poesia,   n   perch  peregrine  o  per  antichit,   o  per   
[3567]traslazione ec.  ma per causa materiale ed  estrinseca,  e  semplicemente   
perch  son  poche.  E  la  lingua ebraica  tutta poetica materialmente,  cio   
semplicemente perciocch' povera.  E lo stile e la prosa ebraica sono  poetiche   
stante  la semplice povert della lingua.  Qualit comune a tutte le lingue ne'   
loro  principii,  insieme  colla  conseguenza  di  tal  qualit,  cio  insieme   
coll'esser  poetiche.  Non  intendo  per  di  escludere  le  altre ragioni non   
materiali che certo anch'esse grandemente contribuirono  a  render  poetica  la   
lingua,  stile e prosa ebraica,  cio l'orientalismo e la somma antichit,  del   
che vedi la pag.                                                                  
3543.  E questa seconda condizione  influisce  altres  grandemente  e  produce   
l'effetto  medesimo  in ciascun'altra lingua ne' di lei principii,  in ciascuna   
lingua  che  conserva  il  suo  stato  primitivo,   in   ciascun'altra   lingua   
antichissima ec. Del resto la somma forza e il sommo ardire che si ammira nelle   
espressioni della Bibbia,  e che si d per un segno di divinit, (veggasi la p.   
citata qui sopra) non proviene in gran parte d'altronde che da vera impotenza e   
necessit,  cio da estrema povert che obbliga a [3568]un estremo ardire nelle   
traslazioni e in qualsivoglia applicazione di significati,  a tirar le metafore   
di lontanissimo ec.  (1 Ottobre,  giorno in cui s'intese la creazione del nuovo   
Papa.  1823.)Della corruzione,  degenerazione, snaturamento, deterioramento ec.   
delle  generazioni  degli  uomini  civili,   e  degli  animali   dagli   uomini   
dimesticati,  cio alterati, snaturati e corrotti, in quanto tal deterioramento   
viene da cause fisiche, e in quanto la civilt dell'uomo ec.  opera fisicamente   
sulla                                                                             
gener-                                                                            
i  nomi  in  ualis che son sempre fatti da' nomi della quarta o da' nomi in uus   
ec.  ec.  altrimenti  tali  nomi  fanno  alis  semplicemente.  Come  ritualis,   
manualis,  tonitrualis  ec.  ec.  da ritus us ec.  E cos appartengono a questo   
discorso gli altri o nomi aggettivi o sustantivi,  o avverbi,  o voci qualunque   
derivative,  che  hanno  l'u  davanti  alla desinenza propria della loro specie   
particolare, qualunque sia e la desinenza e la specie ec. (1.  Ott.  1823.)Alla   
p.3541.  Il  primitivo  e  proprio significato di spes non fu gi lo sperare ma   
l'aspettare indeterminatam                                                        
ente al bene o al male. V. Forc. in Spes, Spero ec. insperatus ec.  Sveton.  in   
Iul.    Caes.    c.60.    .1.    e    quivi    il   Pitisco,    i   greci   in   
dir                                                                               
che  la  temessero,  bench  certo  la  temevano,  ma  e'  vuol  dir  solo  che   
s'aspettavano di dover morire, ed esperar ha riguardo alla semp                   
lice opinione e giudizio del futuro,  non al piacere o dispiacere  che  da  tal   
giudizio  e  opinione ci deriva,  e al male o bene che dal futuro ci verr o si   
aspetta, ed al desiderio o nondesiderio e avversazione del medesimo ec.  al che   
ha pur riguardo la voce timore ec. e la voce speranza ec. nel nostro senso, che   
vale aspettativa con piacere,  con desiderio ec.  ec.) Richelet in esprer ec.   
Il detto significato ch' certamente il primitivo e  proprio  di  spes  (e  non   
quello  che  le  d  il Forcellini) rende pi probabile che spes sia voce delle   
primitive, perocch l'aspettare,  l'aspettativa  un'idea che dovette esser tra   
le prime dinominate, e innanzi allo sperare ec. ch' una specie dell'aspettare,   
e un'idea troppo sottile e metafisica ec.  ec. (1. Ott. 1823.)Alla p.3077.  da   
notare che gli argomenti ch'io traggo da tali participii spagnuoli a dimostrare   
[3573]gli antichi participii latini regolari  ec.  (e  cos  sempre  che  dallo   
spagnuolo  io  argomento  all'antico  latino,  al volgare ec.),  sono tanto pi   
valevoli,   quanto   siccome   la   lingua   francese      nell'estrinseco   e   
nell'intrinseco,  fra  tutte  le figlie della latina,  la pi remota e alterata   
dalla  lingua  madre  (secondo  ho  detto  altrove),   cos  la   spagnuola      
nell'estrinseco  la  pi vicina, mentre per nell'intrinseco lo  la italiana,   
come altrove ho distinto.  Ma  dell'intrinseco  poco  ha  che  fare  il  nostro   
discorso. La lingua spagnuola che per la forma esteriore delle parole ha          
pi  di  tutte  le  sue  sorelle ereditato dalla latina,  e che pi di tutte le   
lingue, a sentirla leggere o a vederla scritta,  rappresenta l'esterna faccia e   
il suono della latina e pu con essa esser confusa;  dev'esser considerata come   
speciale e principale conservatrice dell'antichit, della latinit,  del volgar   
latino ec.  quanto alla material forma delle parole e alla propriet delle loro   
inflessioni ec. che  quello che ora c'importa.  La qual conformit particolare   
col  latino  si  pu  notar  nello  spagnuolo da per tutto,  ma nominatamente e   
singolarmente [3574]e forse pi ch'altrove,  nelle coniugazioni de'  verbi,  il   
che fa appunto al nostro caso.  AMO,  AMAS, AMAt, AMAMUS (lo spagnuolo muta l'u   
in o,  e questa  la sola mutazione in  tutto  questo  tempo),  AMAtIS,  AMANt.   
Leggansi  le  sole maiuscole,  e s'avr la coniugazione spagnuola.  La quale in   
questo tempo  tutta latina,  salvo l'omissione del t in tre soli luoghi, e la   
mutazione  dell'u  in o in un luogo,  mutazione pur tutta latina (vulgus-volgus   
ec.  ec.  ec.) e propria senz'alcun dubbio,  anche in questo caso,  o di  tutto   
l'antico volgo che parl latino,  o di molte parti e dialetti di esso.  Infatti   
tal mutazione non solo  propria e  dell'italiano  e  del  francese  in  questo   
medesimo caso sempre, ma ordinarissima e quasi perpetua (massime nell'italiano)   
in quasi tutti o nella pi parte degli altri casi,  s nelle desinenze,  s nel   
mezzo delle parole o nel principio. V-u-lg-u-s-V-o-l                              
g-o. La congiugazione italiana  ben pi mutata,  e molto pi dell'italiana la   
francese.  Basta a noi che le regole e le inflessioni della coniugazione latina   
sieno specialmente conservate nella spagnuola,  ancorch gli elementi del verbo   
che  non  toccano  l'inflessione  [3575]e  la  regola  della coniugazione sieno   
alterati,  o soppressi ec.  Come leo  mutato da lego.  Ma la  coniugazione  di   
quello essendo similissima alla coniugazione di questo,  l'omissione del g,  in   
cui consiste l'alterazione di quello, non indebolisce punto l'argomento che dal   
suo participio leido si cava a dimostrare il latino corrispondente  legitus.  E   
cos discorrete degli altri casi e argomenti, o sieno dintorno a' participii, o   
a  checchessia  ch'appartenga  alle forme generali della congiugazione od'altro   
ec.   da notare che la suddetta specialissima conformit colla lingua  latina,   
nella  quale  conformit  la  spagnuola vince tutte l'altre,  fu da questa ed    
propriamente conservata; e che avvenga che la conformit  dell'intrinseco  sia   
di  molto  maggior  peso che non l'estrinseca,  nondimeno se la lingua italiana   
nella conformit col carattere della latina,  vince la  spagnuola  e  con  essa   
tutte  l'altre  moderne,  questa  conformit non si pu dir propriamente da lei   
conservata, ma riacquistata,  e non rimastagli naturalmente e spontaneamente da   
se, ma restituitagli con arte, dopo gi perduta. Perocch'ella fu in grandissima   
[3576]parte opera de' nostri letterati che la                                     
lingua  italiana  modellarono  sulla latina.  E cos accade generalmente che il   
carattere di ciascuna lingua  formato e  determinato  dalla  sua  letteratura.   
(Ben    vero che il carattere di questa corrisponde al carattere nazionale,  e   
ch'ella non potrebbe gi andar contra la natura e l'inclinazione della  lingua,   
o  ci  facendo,  non  riuscirebbe,  o  malissimi  effetti  partorirebbe e poco   
durevoli).  Ma l'estrinseca forma non si conserva se  non  se  naturalmente,  e   
perduta  che fosse,  quasi impossibile sarebbe il ricuperarla (siccome la forma   
intrinseca di nostra lingua,  o s'attribuisca alla letteratura o a che  che  si   
voglia, dovr sempre dirsi, non propriamente conservata, ma ricuperata). Laonde   
si pu dire veramente che,  quanto  alla natura e al popolo,  la latinit si    
meglio e in maggior parte e pi propriamente conservata e conservasi in Ispagna   
che in alcun'altra parte del mondo.  (Per lo meno quanto alle voci e alle norme   
e  regole  delle  loro  inflessioni e modificazioni,  perch quanto alle frasi,   
anche senza uscir del popolo,  pare che la  latinit  rimanga  e  siasi  sempre   
conservata ben pi in Italia,  com' [3577]di ragione, che altrove, dove forse,   
parlando di locuzioni popolari,  neppur s'introdusse mai quel che  tra  noi  si   
conserva  ancora,  o  se  n'introdusse assai meno,  o con differenze nate dalle   
lingue indigene e dalle diversit de' climi e dall'altre circostanze.  Or  quel   
che mai non fu introdotto, o che fu diverso nell'introd                           
ursi,  non  potea conservarsi).Questa mirabile e cos lunga conservazione di s   
speciale conformit col latino nella lingua  spagnuola,  conformit  che  passa   
quella  conservata  nella stessa sede dell'antico latino,  cio in Italia,  dee   
riconoscersi  dalle  stesse  circostanze  che  rendono  e  sempre  resero   gli   
spagnuoli,  o  loro  permisero  e  permettono  di  essere  cos tenaci de' loro   
istituti, costumi, opinioni, religione ec.; cos stazionari nel loro carattere,   
nel grado della loro civilt;  cos lenti ne' loro progressi sociali ec.  tanto   
che  oggid,  dopo  il  rapido  corso incominciato e tenuto dalle altre nazioni   
nell'ultimo secolo, la Spagna, a paragone del resto d'Europa, viene ad aver pi   
del barbaro che del civile: (onde  famoso il  detto,  mi  pare,  di  Mons.  de   
Pradt,  che la Spagna appartenendo all'Africa, per [3578]isbaglio geografico si   
fa parte d'Europa).  La stessa gravit e posatezza delle maniere negl'individui   
spagnuoli,  la  lunghezza  delle  lor  cerimonie,  de'  loro  preparativi  alle   
operazioni manco importanti,  e cose simili,  sono indizio della stabilit  del   
carattere,  costumi  e opinioni nazionali;  perch generalmente,  come tutte le   
cose in natura osservano la legge  dell'analogia,  gl'individui  delle  nazioni   
lente ne progressi sociali, letterarii e simili, e tenaci del loro essere, sono   
tardi nell'operare e di carattere riposato,  e dove gl'individui son tali, tale   
 la nazione, e per lo contrario nel caso opposto. E cos disco                   
rrasi di  ciascun'altra  qualit  nazionale,  che  suol  generalmente  trovarsi   
ritratta e quasi compendiata negl'individui.Or tornando al proposito,  le dette   
circostanze si  possono  dividere  in  geografiche,  naturali  e  storiche.  Se   
guardiamo  alle  prime,  il  sito  della  Spagna  ch' in uno estremo d'Europa,   
facendola poco frequentata dagli stranieri,  rende la nazione poco  soggetta  a   
variarsi.  Le  seconde  sono il clima,  e il carattere nazionale in quanto alla   
parte fisica.  Questo negli spagnuoli  pigro e molle [3579]e vago del riposare   
e  dello  stare  pi  che  dell'azione  e  del  movimento,  o  certo  capace di   
contentarsi facilmente del riposo,  per poco che l'operare gli sia  impedito  o   
reso difficile.  Cos suole ne' climi caldi e felici.  La terra molle e lieta e   
dilettosa Simili a se gli abitator produce (Tasso Gerus.  1.62.) Le circostanze   
istoriche  corrispondono  alle  suddette,  e da esse sono influite e modificate   
ordinariamente, onde sono piuttosto da considerar com'effetti che come cagioni.   
Pur non lasciano talvolta di esser eziandio  cagioni.  Considerandole  rispetto   
alla  Spagna,  le  troveremo  essere  or  l'uno  or  l'altro,  onde talvolta le   
troveremo come sorelle di quell'effetto di cui cerchiamo l'origine (dico  della   
singolare  conservazione della latinit),  talvolta come madri.  Nella generale   
inondazione di barbari che infest le contrade culte di Europa,  la Spagna  non   
ebbe (credo) che i Vandali, (o gli Ostrogoti) ec. i quali anche poco              
vi  si  mantennero;  certo  assai  meno  che  in  Italia  non fecero i Goti,  i   
Longobardi e i tanti e s varii popoli che la travagliarono e  vi  fondarono  e   
tennero  regni  ec.  [3580]La  Spagna ebbe lunghissimo tempo i mori,  e questi,   
potenti e regnanti. Ma che, non le religioni, non le lingue, non i costumi, non   
il sangue di questi conquistatori stranieri e degl'indigeni  e  in  gran  parte   
sudditi, si mescolarono insieme mai. Due sangui, due religioni, due lingue, due   
maniere  di  vita,  in  somma  due  nazioni diversissime,  contrarie,  nemiche,   
perseverarono  sempre  in  Ispagna,  e  sempre  divise  e  ben  distinte  l'una   
dall'altra,  bench  sempre  l'una  accanto all'altra,  e materialmente confuse   
insieme, e sugli occhi l'una dell'altra. N il maomettano riconobbe mai Cristo,   
n il Cristiano Maometto, n l'arabo lasci la sua lingua per la spagnuola,  n   
lo spagnuolo succhi mai col latte altra lingua che l'indigena. Cosa mirabile e   
che non ha, credo, altro esempio oltre di questo, se non quello de' greci e de'   
turchi,  il  quale  ancor  dura,  e  che  altrove ho considerato parlando della   
singolare tenacit de' greci rispetto ai loro costumi,  pratiche ec.  come alla   
lingua.  Tenacit  in  cui  i  greci  non hanno forse pari altra nazione che la   
spagnuola,  n la spagnuola forse altra che la  greca.  E  ben  corrisponde  la   
parit  o  somiglianza [3581]dei climi e delle qualit del cielo e del suolo in   
ambo i paesi. E corrisponde eziandio la qualit degli stranieri, ambo             
arabi, non di origine,  ma di lingua (se non m'inganno),  ed ambo maomettani di   
religione;  i  mori  di  Spagna e i turchi.  Con questa differenza per a favor   
della Spagna, che laddove i turchi barbari e ignorantissimi vennero in un paese   
civile e dotto,  e barbari regnano sopra una gente per lor cagione imbarbarita,   
e non pi coltivata;  i mori non barbari vennero in un paese gi rozzo, e quasi   
civili regnarono in un paese molto men civile di loro. Ebbero i mori in Ispagna   
un'estesissima letteratura,  e piene sono le biblioteche spagnuole e  straniere   
delle loro opere (alcune, come quelle di Averroe, note per traduzioni e celebri   
in  tutta  Europa).  N  per tanto poterono essi introdurre n lasciare la loro   
letteratura (ch'era pur l'unica a que' tempi in Europa) tra gli  spagnuoli  che   
niuna ne avevano;  n la loro civilt (altres unica); n col mezzo ed aiuto di   
questa e della letteratura,  la loro lingua;  n poteron fare che nella  Spagna   
mezza  coperta  e  dominata  da stranieri di diversissimo linguaggio e costume,   
[3582]e questi civili  e  letterati,  e  ci  per  lunghissimo  tempo,  non  si   
conservasse  la  lingua  indigena,  quanto  al popolo,  assai meglio che nelle   
altre nazioni partecipi della stessa lingua,  le quali non ebbero mai stranieri   
n  civili  n  letterati,  e  quei barbari che ebbero,  o gli ebbero per molto   
minore spazio di tempo,  o ben tosto naturalizzati  di  costumi,  di  religione   
ec.Al contrario della Spagna, e della Grecia, i f                                 
ranchi  nelle  Gallie  mescolarono  ben tosto coi nazionali ogni cosa;  genere,   
sangue, nozze, costumi, lingua, fede,  mutando i vincitori barbari tutte le lor   
qualit  e  il  lor  carattere  istesso  in  quello  de'  vinti  civili.   Cos   
proporzionatamente in Italia i goti,  i Longobardi  ec.  Or  questa  mescolanza   
appunto nocque alla conservazione delle qualit indigene in questi due paesi, e   
nominatamente  a  quella  della lingua,  della qual discorriamo.  I franchi non   
poterono divenir Galli, n i goti ec.  italiani,  senza che i Galli divenissero   
in molte parti Franchi,  (come appunto poi sempre si chiamarono e chiamano),  e   
gl'italiani goti.[3583]Finalmente la Spagna non mai intieramente  soggettata  e   
signoreggiata  da'  mori  (a differenza della Grecia) estirp e scacci affatto   
gli stranieri dal suo seno. E non solo gli stranieri,  ma con essi la lor fede,   
lingua,  letteratura,  costumi e tutto. E non solo tutto questo, ma eziandio il   
sangue e il genere straniero,  che non mai potutosi  mescolare  col  nazionale,   
tutto  intero  quasi,  fu  finalmente  rigettato fuori dalla nazione,  restando   
questa cos  puramente  spagnuola  di  sangue  (parlando  senza  guardare  alle   
minuzie)  come  l'olio resta puro quando si separa da qualche liquore a cui non   
siasi mai punto commisto.  (E voglia Dio che anche  in  quest'ultima  parte  la   
storia  de' greci rispetto a' maomettani sia conforme a quella degli spagnuoli,   
com'ella  nel resto, e come i greci oggi proccurano).Laddove ne                  
lla Gallia i Franchi sempre regnarono, e spento il nome stesso de' nazionali, e   
mutatolo nel loro proprio,  e confusi intieramente con  essi,  ancora  regnano,   
sicch,  quanto  al  sangue,  non  si  pu  dir se quella nazione sia piuttosto   
Gallese o Franca,  quanto alla religione  Gallese,  quanto ai [3584]costumi  e   
alla  lingua    parte  Gallese  (cio latina) parte franca,  bench l'indigeno   
prevalga,  ma non quanto in Ispagna.  Similmente  discorrete  dell'Italia.Della   
storia  moderna  di  Spagna,  della sua tenacissima fede e superstizione,  onde   
quanto alla religione ella  ancora, si pu dire, oggid n pi n meno qual fu   
quando scacci i mori, e qual fu prima de' mori e dello stesso Maometto, e qual   
fu la Cristianit generalmente ne' bassi tempi,  a differenza di tutte  l'altre   
moderne      nazioni      cristiane,      e      anche      non      cristiane;   
issime,    e                                                                      
dimostrano l'antico e vero ed intero participio di salio, cio salitus (salito,   
salido,  sailli),  poi contratto in saltus (o sup. saltum). E confermano le mie   
osservazioni e opinioni sopra  le  primitive,  regolari  ed  intere  forme  de'   
participii  o  supini.  Se  avessero  potuto considerare queste opinioni,  e se   
avessero bene osservato che i continuativi e i frequentativi in ito si  formano   
da'  participii o supini,  i Critici non si sarebbero maravigliati dei suddetti   
due verbi, n gli avrebbero tentati con diverse lezioni, e fors'anche scacciati   
assolutamente da' testi ov'essi si trovano (de' quali bisogna  vedere  l'ultime   
edizioni).  (3.  Ott.  1823.). V. p.3845.Alla p.2821. Che tutto ci sia vero, e   
della derivazione di confutare ec.  da fundo,  e del participio futus per fusus   
ec.  osservisi  il  nostro  rifiutare,  ossia il latino refutare (che significa   
sovente lo stesso),  dirsi nel francese,  refuser e nello spagnuolo,  refusar o   
rehusar,  come da refusus o da fusus, noti participii di fundo o refundo. Eppur   
tanto sono i verbi francese e  spagnuolo  quanto  l'italiano  e  il  latino.  I   
francesi hanno anche rfuter [3586]in altro senso, (ch' il proprio di refuto e   
il pi fre                                                                        
quente)  ma  questo    certamente molto meno volgare e pi moderno (bench non   
moderno) di refuser,  e non conservato ma ricuperato per mezzo degli  scrittori   
ec.  non del popolo,  e non continuatamente pervenuto dalla lingua latina nella   
francese.Al qual proposito, parlando delle lingue moderne figlie, rispetto alla   
lingua madre, e volendo argomentare da questa a quelle, o viceversa, o tra loro   
ec.   in  materia  di  antichit  ec.   bisogna  nelle  lingue  moderne   molto   
accuratamente  distinguere  tra voci e frasi latine conservate,  e voci e frasi   
ricuperate, per mezzo della letteratura, filosofia,  politica,  giurisprudenza,   
diplomatica ec. ec. che sono infinite, e possono anche essere molto antiche; ma   
da  queste  alle latine sar sempre o nullo o debolissimo l'argomento,  per chi   
pretenda investigarvi le antichit della lingua ec.  Al contrario nelle voci  e   
frasi conservate cio trasmesse per continua e perpetua successione dall'antico   
e  talora  dall'antichissimo  e  primitivo  latino fino alle lingue moderne per   
mezzo del latino volgare.  V.  p.3637.  Simile distinzione  quella che convien   
fare  nella  lingua  [3587]latina  rispetto  alle voci greche,  cio tra quelle   
introdotte dagli scrittori ec.  e quelle antiche e veramente popolari ec.  Cos   
nell'inglese rispetto alle voci francesi ec. (3. Ott. 1823.)Diciamo volgarmente   
e  con  eleganza  scriviamo,   senz'altro  pensare,  senz'altro  dire  o  fare,   
senz'altro preparativo, senz'altra cura senz'altro cu                             
rarsene e simili, per senza nulla pensare,  senza niun preparativo,  niuna cura   
ec.  Nelle quali frasi la voce altro ridonda, e s'usa per pleonasmo, venendo in   
somma quelle locuzioni a dire senza pensare (anche  il  nulla    inutile  qui,   
perch  il  senza  privativo,  unito  a  pensare,  comprende il detto vocabolo,   
giacch chi non pensa,  nulla pensa),  senza preparativo,  cura,  (e  qui  pure   
sarebbe pleonastico il niuno, sebben s'usa, come il nulla nel caso sopraddetto)   
senza  curarsene  ec.   Veggasi  lo  Speroni,   solertissimo  raccoglitore,   e   
larghissimo spenditore delle pi fine e pi  varie  e  moltiplici  eleganze  di   
nostra lingua;  nel Discorso o lettera Del tempo del partorire delle donne, che   
tiene il terzo luogo [3588]fra' suoi Dialoghi Ven. 1596. p.53. lin.  penultima.   
Or confrontisi questo mero idiotismo italiano,  e proprio tutto della lingua, e   
perci elegante collo stessissimo  idiotismo  usitato  nella  lingua  greca  ed   
attica  da'  pi  eleganti  e  studiati  scrittori.  V.  Creuzer  Meletemata ex   
disciplina antiquitatis, par.1. Lips. 1817. p.86. not.62. e Platone nel Convito   
ed. Astii Lips. 1819. sqq. t.3. p.472. B. v.1. e p.532. v.7.  Ai quali esempi    
anche  pi  conforme  quello  del  Petrarca recato dalla Crusca alla voce Altro   
dalla Canz. 18.6. dove altra parimente e manifestissimamente ridonda, anzi pare   
affatto fuor di luogo e contraddittorio, come appunto in alcuni de' passi greci   
che son da vedere ne' luoghi accennati. E cos un altro esemp                     
io dello Speroni nel Dialogo della Retorica. Diall. Ven. 1596. p.153. lin.26. e   
Dial. 10. p.207. lin.  ult.  Vedi ancora il Forcellini se ha nulla.  Senz'altro   
vale                              similmente                             alcune   
oss.  in adsalire  e  assultare  ec.)  Continuativo  affatto                     
italiano di un verbo affatto italiano, ma pur continuativo formato alla latina,   
cio dal participio del verbo originale, si  scortare (coll'o largo) da scorto   
di  scorgere  in  significato di guidare ec.  (se pur non fosse [3590]da scorta   
sostantivo: i francesi hanno escorte  ed  escorter).  Il  qual  verbo  scorgere   
fratello di accorgere (e s'altro n'abbiamo di cotali)  tutto italiano, non men   
che accorgere ec.  ma forse questi verbi vengono originariamente per corruzione   
di forma e traslazione di significato ec. dal latino corrigere. V. il Gloss. se   
ha niente in proposito.  Forse vi fu un excorrigere (scorgere),  un adcorrigere   
(accorgere) ec.  E la metafora sarebbe al contrario di avvisare, che dal vedere   
 passato all'ammonire ec.  (v.  il detto altrove di  questo  verbo  avvisare).   
Laddove scorgere dall'ammonire (correggere) sarebbe passato al vedere. Ma l'uno   
e l'altro significato si troverebbe appresso a poco in accorgere (accorgimento,   
accortezza  ec.),  come  appunto in avvisare (avviso per opinione,  accortezza;   
avvisamento; avvisato per accorto ec. ec.). Del resto scorgere sareb              
be contratto da corrigere  come  porgere  da  porrigere,  e  simili.  (3.  Ott.   
1823.)Alla  p.3526.  Gran  difetto  per    nella  Gerusalemme  l'aver  voluto   
compensare e bilanciare insieme i meriti, l'importanza,  le parti di Goffredo e   
quelle  di  Rinaldo,  e  l'interesse per l'uno e per l'altro.  Da ci segue che   
l'interesse  [3591]veramente doppio, come nell'Iliade, ma non,  come in questa   
diverso.  E  perci  appunto,  contro  quello  che  a  prima  vista si potrebbe   
giudicare, l'uno interesse nuoce all'altro e l'indebolisce;  voglio dire perch   
l'interesse    altro senza esser diverso,  cio concorre nella medesima parte,   
ch' la cristiana,  ed al medesimo fine,  ch' il buon esito  dell'impresa  de'   
Cristiani.  Due interessi affatto diversi,  e lontani l'uno dall'altro, possono   
non pregiudicarsi n indebolirsi l'un l'altro.  E cos accade ne' due interessi   
d'Ettore  e  d'Achille,  i quali cadono sopra due contrarie parti la greca e la   
troiana, e l'uno nasce dalla sventura, l'altro dalla felicit. Ma due interessi   
posti strettamente a lato l'uno dell'altro,  prodotti ambedue dalla fortuna ec.   
miranti  ambedue  ad  un  medesimo  fine,  non  possono  non  farsi ombra e non   
impedirsi scambievolmente. Ed essi non producono il bello effetto del contrasto   
di passioni nell'animo de' lettori,  e gli  altri  bellissimi  e  poetichissimi   
risultati  che  nascono  ancora  dalla lettura dell'Iliade,  o nascevano per lo   
meno, al tempo e ne' lettori o uditori per li quali ella fu comp                  
osta.[3592]Questa duplicit d'interesse, bench paia non ripugnare all'unit (e   
cos credette il Tasso,  il quale si  persuase  poter  con  essa  servire  alla   
variet e schivare l'uniformit, senza punto violar l'unit), o bench paia, se   
non altro, ripugnare alla perfetta unit molto meno che non faccia la duplicit   
d'interesse nell'Iliade, nuoce per molto pi di questa al fine per cui l'unit   
si  prescrive.  Il  qual  fine  si  che l'interesse nell'animo de' lettori non   
s'indebolisca col dividersi n col distrarsi, e sia pi forte come rivolto a un   
segno solo.  Ora,  come ho mostrato,  la  duplicit  d'Eroe  nella  Gerusalemme   
indebolisce  l'interesse  nell'animo  de'  lettori,  molto  pi  che non faccia   
nell'Iliade.  E ci appunto perch quella duplicit concorre  in  una  medesima   
parte,  ed   rivolta a un segno medesimo,  e perch i due interessi son troppo   
vicini e del tutto concordi, e sono due, senza esser diversi. Nella Iliade dove   
essi  sono  tutto  l'opposto,  essi  non  solo  s'indeboliscono  meno,  ma  non   
s'indeboliscono  punto,   o  certo  l'interesse  totale  risultante  dal  poema   
nell'animo de' lettori non pur non  indebolito dalla  duplicit,  ma  a  molti   
doppi  [3593]accresciuto,  e  in  buona  parte assolutamente prodotto.  Onde si   
confermano le mie  osservazioni  sulla  necessit  di  un  interesse  veramente   
doppio, e di due interessi diversi, alla maniera che si vede nell'Iliade; e sul   
danno di quella unit che i precettisti hanno prescritta e che gli e              
pici posteriori ad Omero si sono proposta. Perocch, come ho mostrato in questo   
discorso, essa unit nuoce al suo medesimo fine, che  di far che l'interesse e   
l'effetto  totale nel lettore sia pi vivo essendo uno e indiviso,  e mirando a   
un sol segno; ch altrimenti la prescritta unit non avrebbe ragione alcuna, ed   
il precetto sarebbe arbitrario,  laddove il poeta dev'esser padrone  della  sua   
libert in quanto l'esserlo e il disporne a suo modo non ripugna alla natura, e   
alla  qualit  e  debito  del  poema  epico.  L'unit  dunque  da'  precettisti   
prescritta nel poema epico, pregiudicando e ripugnando al suo medesimo fine,     
qualit  non  pur  dannosa,  ma  vana  ed  assurda  in  se stessa e ne' proprii   
termini.Ritornando al Tasso,  molto ingegnoso  quel modo in ch'egli  proccura,   
quasi  espressamente  prevenendo  le  obbiezioni  de'  rettorici,   di  mostrar   
[3594]l'accordo de' suoi due Eroi nella sua opera,  e che dal loro  esser  due,   
non  nasca  nel  suo  poema  duplicit  d'interesse.  Parla  l'anima di Ugone a   
Goffredo, e dice di Rinaldo (c.14. stanza 13.) Perch-lece.  Colle quali parole   
poste nell'altrui bocca il Tasso viene molto chiaramente a dire ai pedanti e a'   
detrattori in persona propria: Gli eroi del mio poema son due, ma l'interesse    
un solo, perch una  l'impresa e uno il fine a cui servono entrambi. Ma questa   
distinzione   metafisica,   accettata   ancora   e  predicata  da'  precettisti   
(indipendentemente dal negozio del Tasso), e da molti anco                        
ra di buon giudizio,  non si avvera  mai  nell'animo  de'  lettori.  Due  Eroi   
d'ugual  merito,  o che servano alla stessa impresa,  o che ad imprese diverse,   
fanno nell'animo de' lettori due distinti interessi (che tanto pi  s'offuscano   
l'uno  coll'altro,  quanto  men  sono  diversi,  e  pi tra loro somiglianti od   
uguali,  e  concordi):  perocch  questi  due  Eroi  sono  sempre  per  verit,   
nell'animo  de'  lettori,  due ben separate persone,  e non gi una sola,  come   
vorrebbe il Tasso, della quale l'un degli Eroi sia capo, l'altro mano;  o sieno   
che  che  si voglia.[3595]Provasi questa verit con effetto nella lettura della   
Gerusalemme. Ma siccome  soltanto supponibile, come il punto matematico, e non   
mai per vero il caso di un uomo che intra duo cibi  distanti  e  moventi  d'un   
modo, innanzi si muoia di fame che e' si rechi a' denti l'un d'essi cibi (Dante   
Par.4.),  e  tra  due  o pi cose da scegliere,  l'uomo trova sempre,  e trov,   
alcuna diversit  che  l'inclini  e  determini  ad  elegger  l'una,  e  l'altra   
rifiutare; o quando non sia in sua mano l'eleggere, o non si tratti di sceglier   
coll'opera,  impossibile che egli coll'affetto (sia il desiderio, sia l'amore,   
sia  il  compiacimento,  sia qualunqu'altro) non s'inclini pi ad una cosa ch'a   
un'altra, o pi da una che da un'altra non fugga;  cos non potendo accader che   
di  due  o  pi  Eroi,  quanto si voglia pari di merito,  l'uno,  per qualsiasi   
cagione, non prevaglia nell'animo de' lettori, massime quando il                  
loro merito sia di specie diverso;  per   ben  lungi  che  l'interesse  nella   
Gerusalemme (piccolo e quasi morto com'egli ,  secondo che ho detto altrove, e   
seppur v' interesse alcuno) sia quanto al lettore con esatta parit di  misura   
diviso  tra  Goffredo  e  Rinaldo.  Ben    vero che l'uno di questi Eroi nuoce   
all'interesse dell'altro, ma pure, se il lettor prova nella Gerusalemme qualche   
interesse,  ei non manca di scegliere tra' due Eroi quello in che egli ne ponga   
la  maggior  parte,  e forse anche [3596]tutto.  Or questo Eroe prescelto (e me   
n'appello al  testimonio  di  qualsivoglia  lettore  dellaGerusalemme),  contro   
l'intenzione del poeta,  o certo contro il manifesto scopo del poema,  e quindi   
contro il suo debito,  e in pregiudizio del dovuto effetto e dell'unit  (molto   
pi  che  nell'Iliade ella,  e lo scopo e il debito della qualit del poema non   
sono pregiudicati); questo eroe, dico,   Rinaldo;  laddove tutte le dette cose   
volevano, prima, che l'interesse fosse uguale, anzi indiviso tra i due; poi per   
lo  meno (essendo questo veramente per natura impossibile,  perch da una parte   
la duplicit degli Eroi non si pu palliare ed eludere, come vorrebbe il Tasso,   
in modo veruno,  sia quale si voglia,  n fare che il lettore se la  dissimuli,   
considerando le due persone come una sola; dall'altra parte non si pu togliere   
che tra' due o pi, il lettore non iscelga e non ponga l'uno innanzi all'altro,   
e se son pi, l'un dopo l'altro per gra                                           
di)  ch'ei  fosse  maggiore  per  Goffredo.Ma  Goffredo  (e  questo   un altro   
grandissimo,  ed  intimo,  bench  poco  o  non  mai  osservato  difetto  della   
Gerusalemme,  e  bench  colpa della natura de' tempi moderni e delle raffinate   
idee,  anzi che del Tasso),  Goffredo  personaggio pochissimo interessante,  e   
forse  nulla,  perch  i  suoi pregi e 'l suo valore son troppo morali.  Egli    
persona troppo seria, troppo poco,  anzi niente amabile,  bench per ogni parte   
stimabile.  E  come  pu  essere  amabile  un  uomo  assolutamente privo d'ogni   
passione, e tutto ragione?  un carattere freddissimo?  Difficilmente ancora pu   
farsi amare chi non  o non apparisce [3597]capace per niun modo di amare.  Ora   
il Tasso gli fa un pregio di  questa  incapacit.  (c.5.  st.61-4.)  Achille     
interessantissimo perch'egli  amabilissimo.  Ed  amabilissimo non solamente a   
causa del suo sovrano valor personale,  ma eziandio per la stessa ferocia,  per   
la  stessa  intolleranza,  per la stessa suscettibilit,  veemenza ed impeto di   
carattere e di passioni, superbia, carattere e maniere disprezzanti (veri mezzi   
di farsi amare, e forse soli ec.) iracondo, incapace di sopportare un'ingiuria,   
soverchiatore, un poco tourdi, volage ec.  e per lo stesso capriccio,  qualit   
che congiunte colla giovent e colla bellezza,  e di pi col coraggio, la forza   
e i tanti altri pregi, fortune,  circostanze,  e meriti reali di Achille,  sono   
sempre amabilissime, e fanno amatissimo chi le possiede. Ci                      
avviene  anche  oggid e sempre avverr.  (E veramente Achille  un personaggio   
completamente amabile:  non  sarebbe  tale  se  mancasse  dei  detti  difetti).   
Nondimeno  s'elle si trovassero oggi in una persona civile in quel grado in cui   
Omero le dipinge in  Achille,  esse  parrebbero  certamente  eccessive,  e  mal   
riuscirebbero;  ma ben bisogna distinguere i tempi antichissimi da' moderni,  e   
la misura conveniente a nazioni semirozze da quella che  pu  star  bene  nelle   
civili.  Del  resto  poi  il  poema  epico  in qualunque secolo dee proporre un   
personaggio che sia singolare,  e le cui qualit eccedano  le  ordinarie  anche   
quanto  alla  misura.  Questo  personaggio  non  dev'esser solamente amabile ed   
ammirabile ma mirabilmente amabile,  e singolarmente ammirabile.  Il  Tasso  si   
guard bene dal dar negli eccessi per questa parte,  rispetto a Rinaldo. Ei gli   
diede le dette qualit, per le quali lo fece amabile (mentre Goffredo non lo )   
e perch amabile,  interessante assai pi di Goffredo (quanto pu  essere  quel   
leggiero  interesse che si prende per uomini non isventurati,  e in impresa che   
non pu pi starci a cuore, secondo il gi detto in tal proposito). [3598]Se il   
Tasso eccedette in Rinaldo, ci fu piuttosto dal lato contrario. Cio nel farlo   
ancor troppo ragionevole,  troppo pio e  devoto.  Colle  quali  qualit  ei  si   
credette  di  ornarlo  e  renderlo  pi  interessante,  e si stim in dovere di   
attribuirgliele, e facendo altrimenti avrebbe creduto di peccare,                 
non solo contro la morale o la religione,  ma contro la poesia e contro il buon   
giudizio  e  contro  la  propriet  del  poema epico.  Egli arriva sino a farlo   
confessare  e  far  la  sua  penitenza  sul  monte  Oliveto,  prima  di  andare   
all'impresa del bosco (c.18.  stanza 6-17.).  Egli avrebbe creduto lasciare una   
gran macchia nell'onor di Rinaldo e una grande mancanza nella stima de' lettori   
verso di lui,  s'e' non gli avesse fatto purgar la coscienza ed assolverlo  de'   
peccati dell'uccision di Gernando e delle fornicazioni con Armida.  Contuttoci   
il carattere di Rinaldo riesce bene amabile. Ma Goffredo non ha n ferocia,  n   
capriccio,  n  impeto,  n passione veruna;  non  giovane,  non risplende per   
bellezza;  il suo coraggio e la sua prodezza di cuore e di  mano  piuttosto  si   
afferma  di  quello  che  si dimostri e si faccia operare;  i suoi pregi eroici   
[3599]si riducono ad una somma piet e devozione e cura e  zelo  religioso  (ma   
non superstizioso n passionato in niun modo) e quasi santit,  s di pensieri,   
s di parole e s di fatti che lo fanno degno di visioni celesti e di conversar   
cogli Angeli e co' Beati, e d'impetrare o far miracoli (v. fra gli altri luoghi   
c.13. st.70 e segg.), e ad un eccellente senno; qualit niente amabili,  perch   
tutte, per cos dire, immateriali. Adunque Goffredo non  amabile, ma stimabile   
solamente.  Adunque  non  che pochissimo interessante o nulla;  massime oggid   
ch' svanito l'interesse dell'impresa, come ho                                    
gi detto a suo luogo, e quel zelo o fanatismo di religione, nel quale il Tasso   
lo fa singolare.Difficilmente si pu concepire vivo interesse per una  persona,   
non  solo  finta,  ma  neppur vera e viva,  senza una specie d'amore.  Parlo di   
quello interesse che altrove ho distinto, cio che ne' poemi o romanzi o storie   
o simili non nasce dalla pura curiosit, e nella vita non nasce da qualche cosa   
di cotale o dalla cura de' proprii vantaggi (il quale interesse sarebbe per se,   
non per altrui),  o da che che si voglia di simil fatta.  La semplice stima non   
ha  sede  nel cuore,  e non tocca in alcun modo al [3600]cuore.  Or l'interesse   
cos inteso come noi dobbiamo,  e vogliamo intenderlo  in  questo  discorso,  o   
dev'esser tutto nel cuore, o il cuore non pu far che non v'abbia parte. Si pu   
veder  nella vita,  che non si prova interesse efficace e sensibile per persona   
alcuna,  il quale risieda al tutto fuori del cuore.  O gratitudine,  o naturale   
consanguineit,  o  simpatia o altra cosa qualunque che produca tale interesse,   
il cuore v'ha sempre parte.  E dov'ei non l'ha,  o quello non  vero interesse,   
ma  egoismo  (come  chi s'interessa per chi gli  utile o piacevole,  o tale lo   
spera,  e ci s'interessa con relazione diretta e immediata a se medesimo  e  al   
suo proprio vantaggio),  o  ben debole,  e per lo pi inefficace,  come quello   
ch' prodotto dal solo dovere in quanto dovere, sia di natura sia di che che si   
voglia, o da altra tale cagione. Or                                               
quello interesse ch' tutto nel cuore,  o dove il cuore ha parte,  o  amore  o   
specie di amore.  Non pu dunque il poeta render molto interessante colui ch'e'   
non sa o non si propone di rendere amabile. E proprio della poesia il destar la   
meraviglia e pascerla.  Ma oltre che questa passione [3601]non pu esser  molto   
durevole,  e quando pure lo fosse,  il maraviglioso,  s'altro non l'accompagna,   
presto  sazia;  l'interesse  che  pu  concepirsi  per  una  persona  solamente   
ammirabile,  non  pu  esser  che  debolissimo.  Si pu dir di questo interesse   
appresso a poco quel  medesimo  che  abbiam  detto  dell'interesse  prodotto  e   
sostentato  dalla  curiosit  (il quale pu anche esser pi durevole di quello,   
perch la curiosit pu durar molto pi della meraviglia,  la quale  spesso,  e   
ne'  poemi  forse  sempre,  si    l'obbietto  della curiosit,  ch' specie di   
desiderio,  e l'obbietto conseguito,  per poco spazio diletta).  E  tornando  a   
mirar  nella  vita,  possiamo  veder  tuttod  quanto sia debole e inefficace e   
passeggero l'interesse che producono l'ammirazione o la stima  ancorch  somma;   
seppure interesse alcuno, degno veramente di tal nome,  mai prodotto da queste   
qualit.  Or dunque volgendoci a' poemi epici veggiamo nell'Odissea che Ulisse,   
molto stimabile, in molte parti ammirabile e straordinario, in nessuna amabile,   
bench sventurato per quasi tutto il poema, niente interessa. Ei non  giovane,   
anzi n' ben lontano, bench Omero si sforza di [3602]farlo                       
apparire ancor giovane e bello per grazia speciale degli Dei, di Minerva ec.  o   
per una meraviglia (che niente ci persuade perch inverisimile),  piuttosto che   
per natura,  anzi contro natura.  Ma il lettore segue la natura,  malgrado  del   
poeta e Ulisse non gli pare n giovane n bello.  Le qualit nelle quali Ulisse   
eccede,  sono in gran parte  altrettanto  forse  odiose  quanto  stimabili.  La   
pazienza  non    odiosa,  ma  tanto    lungi  da  essere  amabile,  che  anzi   
l'impazienza si  amabile. Insomma ne nasce  che  Ulisse  malgrado  delle  sue   
tante  e  s  grandi  e s varie e s nuove e s continue sventure,  e malgrado   
ch'ei comparisca misero fino quasi all'ultimo punto,  non riesce per niun  modo   
amabile.  E  per  tanto  ei non interessa.  Ulisse  personaggio maraviglioso e   
straordinario. I pedanti vi diranno che ci basta ad essere interessante. Ma io   
dico che no, e che bisogna che a queste qualit si aggiunga l'essere amabile, e   
che quelle conducano e cospirino a produr questa,  o,  se non  altro  con  lei,   
sieno condite; e che il protagonista sia maravigliosamente e straordinariamente   
amabile,  cio straordinario e maraviglioso nell'amabilit, [3603]o per lo meno   
tanto  amabile  quanto  maraviglioso  e  straordinario.Da  questi  discorsi  si   
raccoglie essere un sostanziale e capitale (bench non avvertito) difetto della   
Gerusalemme,  che il suo principale Eroe,  o quello che tale doveva essere, non   
solamente non riesca per niuna parte amabile, ma il suo c                         
arattere e le sue azioni sieno state espressamente delineate e composte in modo   
ch'ei non dovesse riuscire amabile,  o senza  l'intenzione  di  renderlo  tale;   
essendosi  il  Tasso  contentato  di  farlo  ammirabile  e fra tutti sommamente   
(insieme  con  Rinaldo)  stimabile,   e  straordinario  per  qualit  solamente   
stimabili.  Goffredo  appresso a poco conforme ad Ulisse nel genere di eroismo   
e di superiorit (salva la differenza de' tempi,  de' costumi e circostanze ec.   
tanto  d'ambo  gli  Eroi,  quanto  de' due poeti): conforme,  dico,  ad Ulisse,   
eccetto nell'odiosit,  la quale ancora  non  so  bene  se  manchi  affatto  al   
carattere  di  Goffredo,  e  se  possa  mancare  ad un uomo incapace affatto di   
passioni, privo affatto d'illusioni,  tutto ragione,  austerissimo ne' costumi,   
nelle  azioni,   nella  disciplina  militare  o  civile  o  privata  ec.  nelle   
[3604]massime di morale,  di condotta ec.  austero verso se e verso gli  altri,   
verso i soggetti ec.  irreprensibile in ogni cosa,  grave, malinconico, e quasi   
tristo e accigliato ec. ec. Non so, dico, se il lettore della Gerusalemme lasci   
di concepire nel suo secreto, se non odio,  pure una certa mal conosciuta,  mal   
distinta,    non    confessata    alienazion    d'animo   ed   avversione   per   
Goffredo.Richiedendosi necessariamente,  come s' mostrato,  al poeta epico  (e   
similmente  al  drammatico,  al  romanziere ec.  ed anche allo storico) ch'egli   
renda in alcun modo,  qualunque  siasi,  amabile  colui  ch'e'  voglia  rendere   
interessante, e g                                                                 
randemente  amabile,  colui  ch'abbia  ad essere sommamente interessante;   da   
considerare che a tal effetto giova  grandissimamente  la  sventura,  la  quale   
accresce a pi doppi l'amabilit ove la trova, e rende spesse volte amabile chi   
non lo ,  ancorch sia meritevole delle disgrazie;  molto pi quando e' ne sia   
immeritevole. L'uomo poi amabilissimo, che sia indegnamente sventuratissimo,     
la  pi  amabil  cosa  che possa concepirsi.  [3605]L'uomo amabile e sventurato   
meritatamente,   sempre molto pi caro e compatito e interessante,  che il non   
amabile e immeritatamente sventurato,  il quale pu non esser nulla compatito e   
nulla interessare (e cos spessisimo accade),  quando eziandio le sue  sventure   
sieno estreme,  e quelle dell'altro menome, nel qual caso ancora, colui non pu   
mancare d'esser compatito e riuscir pi amabile dell'ordinario. Ma non entriamo   
in  tante  sottigliezze  e  distinzioni.   La  infelicit  nel  principal  Eroe   
dell'impresa  ch'  il proprio soggetto del poema,  non pu aver luogo,  se non   
come accidentale,  e risolvendosi all'ultimo in felicit,  secondo  che  a  suo   
luogo  ho  spiegato  e  mostrato.  Per  tanto  queste  osservazioni  confermano   
grandemente il mio discorso sulla necessit di raddoppiar l'interesse nel poema   
epico,   a  voler  ch'esso  poema  riesca  sommamente  interessante  e  produca   
grandissimo effetto;  e giustificano ed esaltano il fatto di Omero nell'Iliade.   
Perocch non dandosi sommo interesse senza somma amabilit, e l                   
a sventura essendo principalissima [3606]fonte di amabilit, e quasi perfezione   
e sommit di essa,  e non potendo una grandissima e piena e  finale  infelicit   
aver  luogo nell'eroe dell'impresa,  resta che sia bisogno,  a far che il poema   
sia sommamente interessante, duplicarne formalmente l'interesse, e diversificar   
l'uno interesse dall'altro,  introducendo un altro eroe sommamente  amabile,  e   
sommamente sventurato, dalla cui finale sventura sia prodotto e intorno ad essa   
si aggiri, e ad essa sempre tenda e sia spinto, e in vista di essa per tutto il   
poema sia proccurato,  questo secondo interesse di cui parliamo, il quale renda   
il poema sommamente interessante e capace di lasciar l'interesse nell'animo de'   
lettori per buono spazio dopo la lettura  ec.  Questo    ci  che  fece  Omero   
nell'Iliade,  nella quale Ettore  per le sue proprie qualit ed azioni,  e per   
la sua somma, piena e finale sventura, sommamente amabile,  e quindi sommamente   
interessante.   Quanto  ad  Achille,   ch'  l'altro  protagonista,   e  l'Eroe   
dell'impresa (cos lo chiameremo  per  esser  brevi),  Omero  non  potea  farlo   
sfortunato  e  infelice,  massime  considerando la natura e le opinioni di quei   
tempi,  che riponeano il sommo pregio degli  uomini  nella  fortuna,  ed  anche   
ragionando  (nel modo che altrove ho [3607]detto),  dalla fortuna o buona o ria   
argomentavano o la malvagit o la bont, o il merito o il demerito di ciascuno,   
non istimando che n la sventura n la buona sorte                                
potesse toccare agl'immeritevoli. Pur quanto gli fu possibile,  Omero non manc   
di cercar di conciliare ad Achille, cogli altri affetti i pi favorevoli, anche   
l'affetto  dolcissimo  della  piet,  madre o mantice dell'amore.  Ci non solo   
coll'accidentale sventura della morte del suo amico Patroclo e con altre  tali,   
ma col mostrare eziandio,  come in lontananza,  la finale sventura e l'infelice   
destino del bravo Achille,  che per immutabile decreto del fato aveva a  morire   
nel  pi  bel  fiore degli anni,  e questo in prezzo della sua gloria,  ch'egli   
scientemente e liberamente aveva scelta  e  preposta,  insieme  con  una  morte   
immatura,  a  una  vita  lunga e senza onore.  Tratto sublime che perfeziona il   
poetico e l'epico del carattere  di  Achille,  e  della  sua  virt,  coraggio,   
grandezza  d'animo,  ec.  e  che  finisce di renderlo un personaggio sommamente   
amabile e interessante.Il carattere di Enea partecipa molto de' difetti di quel   
di Goffredo. Egli ha pi fuoco,  ma e' [3608]non lascia per di essere alquanto   
freddo  (e un carattere freddo s nella vita s ne' poemi lascia freddo e senza   
interesse il lettore, o chi ha qualunque relazione reale con esso lui, o di lui   
ode o pensa);  egli ha o mostra pi coraggio personale  e  valor  di  mano,  ma   
queste qualit ci appariscono in lui come secondarie,  e poco spiccano,  e tale   
si  l'intenzion di  Virgilio,  il  quale  volle  che  ad  esse  nel  suo  Eroe   
prevalessero altre qualit, che non molto conducono, o pi                         
uttosto  nuocono  all'essere  amabile.  La pazienza in lui  simile a quella di   
Ulisse. La prudenza e il senno soverchiano ed offuscano le altre sue doti,  non   
quanto  in  Goffredo,  ma  tuttavia  troppo risaltano,  e troppo sono superiori   
all'altre sue qualit, e troppo  maggiore la parte ch'esse hanno. Troppa virt   
morale,  poca forza di passione,  troppa  ragionevolezza,  troppa  rettitudine,   
troppo equilibrio e tranquillit d'animo,  troppa placidezza, troppa benignit,   
troppa bont.  Virgilio descrive divinamente  l'amor  di  Didone  per  lui:  da   
questo,  e quasi da questo solo, ci accorgiamo ch'egli  ancor giovane e bello;   
e sebben questo in lui non ripugna alla [3609]natura e al verisimile  naturale,   
come  in  Ulisse,  pur tanta  la seriet dell'idea che Virgilio ci fa concepir   
del suo Eroe,  che la giovent e la bellezza ci paiono in lui fuor di luogo,  e   
quasi  ci  giungono  nuove  e  ci  fanno  meraviglia (la meraviglia poetica non   
dev'esser certo di questo genere), e quasi non ce ne persuadiamo,  bench sieno   
naturalissime; o per lo meno vi passiamo sopra, senza valutarle, senza fermarci   
il pensiero,  senza formarne l'immagine, senza considerarli come pregi notabili   
di Enea,  perch Virgilio avrebbe creduto quasi far torto al suo eroe ed  a  se   
stesso,  s'egli  ce  gli avesse rappresentati come pregi veramente importanti e   
degni di considerazione,  e notabili in lui fra le altre doti.  E  cos  mentre   
Virgilio si ferma e si compiace in descrivere la p                                
assion di Didone e i suoi vari accidenti,  progressi, andamenti, ed effetti; d   
bene ad intendere ch'ella non era senza corrispondenza,  e nella  grotta,  come   
ognun  sa  quel che Didone patisse,  cos niun si pu nascondere quello ch'Enea   
facesse;ma Virgilio a riguardo d'Enea e della  sua  passione  [3610]parla  cos   
coperto,  anzi  dissimulato,  (dico  della passione,  e non di ci che ne segue   
d'inonesto a descrivere, nel che giustamente egli  copertissimo anche rispetto   
a Didone),  anzi serba quasi un cos alto silenzio,  che  e'  non  mostra  essa   
passione se non indirettamente e per accidente,  e in quanto ella si congettura   
e si lascia supporre per necessit da quel ch'ei  narra  di  Didone,  e  sempre   
volgendosi  alla sola Didone.  E par che volentieri,  se si fosse potuto,  egli   
avrebbe fatto che il lettore non istimasse  Enea  per  niun  modo  tocco  dalla   
passion dell'amore (di donna pur s alta e s degna e s magnanima e s bella e   
s  amante  e  tenera),  e giudicasse che Didone avesse ottenuto il piacer suo,   
senza che quegli avesse conceduto.  E chi potesse cos stimare seconderebbe  il   
desiderio  di Virgilio.  Tanto egli ebbe a schivo di far comparire nel suo Eroe   
un errore,  una debolezza,  laddove non v' cosa pi amabile che  la  debolezza   
nella  forza,  n  cosa  meno  amabile  che  un  carattere  e una persona senza   
debolezza veruna. E tanto egli giudic che dovesse nuocere [3611]appo i lettori   
alla stima non solo, ma all'interesse pel suo Eroe (che mal                       
ei confuse colla stima), il concepirlo e il vederlo capace di passione,  capace   
di amore, tenero, sensibile, di cuore. Come se potesse interessare il cuore chi   
non mostra, o dissimula a tutto potere, di averlo, o di averlo capace della pi   
dolce,  pi cara, pi umana, pi potente, pi universale delle passioni, che si   
fa pur luogo in chiunque ha cuore, e maggiormente in chi l'ha pi magnanimo,  e   
similmente ancora ne' pi gagliardi ed esercitati di corpo, e ne' pi guerrieri   
(v.  Aristot.  Polit.  l.2.  ed Flor. 1576. p.142.); e che sovente rende ancora   
amabili chi la prova, eziandio agl'indifferenti, al contrario di quel che fanno   
molte altre passioni per se stesse. Il giudizio del Tasso,  rispetto a Rinaldo,   
fu  in  questa  parte  migliore  assai  di  quel di Virgilio.  Egli non si fece   
coscienza di mostrare Rinaldo soggetto alle passioni,  alle  debolezze  e  agli   
errori umani e giovanili. Egli non dissimula i suoi amori descrivendo quelli di   
Armida  per  lui,   ma  si  ferma  e  si  compiace  in  descrivergli  anch'essi   
direttamente.  Egli non ha neppure riguardo di farlo [3612]assolutamente reo di   
un grave, bench perdonabile misfatto cagionato da una passione propria e degna   
dell'uomo,  e  quasi richiesta al giovane,  e pi al giovane d'animo nobile,  e   
pronto di cuore e di mano, dico dall'ira mossa dalle contumelie. Passione, che,   
massime colle dette circostanze,  suol essere amabilissima,  malgrado i  tristi   
effetti ch'ella pu produrre, e malgrad                                           
o  ch'ella soglia altres essere biasimata (perocch altro  il biasimare altro   
l'odiare), e che i filosofi o gli educatori prescrivano di svellerla dall'animo   
o di frenarla. E certo in un giovane, e quasi anche generalmente,  ella  molto   
pi  amabile  che  la  pazienza.  E  ci  si  vede tuttod nella vita.  Per il   
carattere di Rinaldo  molto pi  simile  ad  Achille,  e  molto  pi  poetico,   
amabile  e interessante che quello di Enea.  O si pu,  se non altro,  dire con   
verit che Rinaldo  tanto pi amabile di Enea,  quanto Enea di  Goffredo.  Del   
resto  Enea ha passato e passa molte sciagure prima di giungere a stato felice.   
Ma la compassione ch'elle cagionano non   grande,  perch'ella  cade  sopra  un   
soggetto che il poeta ha creduto di dover fare pi [3613]stimabile che amabile;   
e  perch  in oltre non si compatisce molto colui che nella sciagura e nel male   
mostra quasi  di  non  soffrire.Da  tutte  queste  considerazioni  risulta  che   
l'Iliade  oltre  all'essere  il pi perfetto poema epico quanto al disegno,  in   
contrario di quel che generalmente si stima,  lo  ancora quanto  ai  caratteri   
principali,  perch  questi sono pi interessanti che negli altri poemi.  E ci   
perch sono pi amabili.  E sono pi amabili perch pi conformi a natura,  pi   
umani,  e meno perfetti che negli altri poemi. Gli autori de' quali, secondo la   
misera spiritualizzazione delle idee che da  Omero  in  poi  hanno  prodotta  e   
sempre vanno accrescendo i progressi della civilt e dell'i                       
ntelletto umano, hanno stimato che i loro Eroi dovessero eccedere il comune non   
nelle  qualit  che  natura  mediocremente  dirozzata  e  indirizzata produce e   
promuove (le quali dalle nostre opinioni sono  in  gran  parte  e  ben  sovente   
considerate per vizi e difetti),  ma in quelle che nascono e sono nutrite dalla   
civilt e dalla coltura e dalle cognizioni e dall'esperienza  [3614]e  dall'uso   
degli  affari  e  della  vita  sociale,  e  dalla sapienza e saviezza,  e dalla   
prudenza e dalle massime morali e insomma dalla ragione. Or quelle qualit sono   
amabili,  queste stimabili,  e sovente inamabili  ed  anche  odiose.  Gli  Eroi   
dell'Iliade sono grandi uomini secondo natura, gli eroi degli altri poemi epici   
sono  grandi  secondo  ragione;  le  qualit  di  quelli  sono  pi  materiali,   
esteriori,  appartenenti al corpo,  sensibili;  le qualit di questi sono tutte   
spirituali,  interiori, morali, proprie dell'animo, e che dall'animo solo hanno   
ad esser concepite, e valutate. Dico tutte, e voglio intender le principali,  e   
quelle  che formano propriamente e secondo l'intenzion de' poeti,  il carattere   
di tali Eroi;  perocch se i poeti v'aggiunsero anche i pregi pi  esteriori  e   
corporali,  gli  aggiunsero  come  secondarii  e  di  minor conto,  e vollero e   
ottennero che nell'idea de' lettori essi fossero offuscati dai pregi morali,  e   
poco considerati a rispetto di questi;  e in verit essi son quasi dimenticati,   
e, come ho detto in proposito di Enea, paion quasi fuor di lu                     
ogo,  e poco convenienti con gli altri pregi,  o pare fuor  di  luogo  [3615]il   
farne menzione e il fermarcisi, come cose degne da esser notate ed espresse. E   
sembra,  ed    vero,  che  i  poeti  l'han  fatto  pi  tosto per usanza e per   
conformarsi alle regole ed agli esempi, che perch convenisse al loro proposito   
e al loro intento,  e perch la natura e lo spirito de' loro poemi e  de'  loro   
personaggi  lo  richiedesse,  anzi lo comportasse.  Or,  siccome l'uomo in ogni   
tempo,  malgrado qualsivoglia spiritualizzazione e qualunque alterazione  della   
natura, sono sempre mossi e dominati dalla materia assai pi che dallo spirito,   
ne  segue che i pregi materiali e gli Eroi,  dir cos,  materiali dell'Iliade,   
riescano e sieno per sempre riuscire pi  amabili  e  quindi  pi  interessanti   
degli  Eroi  spirituali e de' pregi morali divisati negli altri poemi epici.  E   
che Omero,  ch' il cantore e il personificatore della natura,  sia per  vincer   
sempre gli altri epici,  che hanno voluto essere (qual pi qual meno) i cantori   
e i personificatori della ragione.  (Perocch veramente  gli  Eroi  dell'Iliade   
sono il tipo del perfetto grand'uomo naturale, e quelli degli altri poemi epici   
[3616]del perfetto grand'uomo ragionevole, il quale in natura e secondo natura,   
  forse  ben  sovente  il  pi  piccolo uomo).Del resto par che Omero medesimo   
sacrificasse e fosse strascinato dalla  crescente  ragione  e  civilt,  quando   
avendo nell'Iliade modellato il perfetto guerriero con                            
s  felice successo,  volle poi nella vecchiezza (per quanto si dice dell'epoca   
dell'Odissea) modellare il perfetto politico; un guerriero giovane, un maturo e   
quasi vecchio politico;  certo con poco felice riuscimento,  e  men  felice  di   
quello  degli  altri  poeti che lui seguirono,  i quali fecero i loro Eroi poco   
amabili,  dov'egli il fece poco meno che odievole.  E ben era ragione che  cos   
fosse, perch quella era ancor l'epoca della natura, e troppo imperfetta era la   
ragione  perch'altri  potesse con buono esito modellare un carattere che avesse   
ad esser perfetto secondo lei,  ed avere in lei il principio e la ragion  della   
sua bont e perfezione, ossia del suo esser buono e lodevole ec. (3-6. Ottobre.   
1823.). V. p.3768.Tostar spagn. da torreo-tostus. (6. Ott. 1823.)[3617]Torto as   
da torqueo-tortus.  (6. Ott. 1823.)Nomi in uosus ec. Impetuosus, da impetus us.   
Se quella voce, e impetuose,  non sono veramente nel buon latino (v.  Forcell.)   
certo elle sono nelle lingue figlie.  (V. il Gloss.) Tortuosus, tortuose ec. da   
tortus us. (6. Ott. 1823.)Andare per essere, del che altrove.  Ar.  Fur.  c.11.   
st.79.  N per fu tale pena,  ch'al delitto ANDASSE eguale.  (6. Ott. 1823.)Il   
Tasso, descrivendo i momenti che precedono una battaglia campale, e i due campi   
ordinati in battaglia (Gerus. Liber. c.20. stanza 30.): Bello in s bella vista   
anco  l'orrore,  E di mezzo la tema esce il diletto.  Tant':  ogni  sensazion   
viva  gradevole                                                                  
perciocch viva,  bench d'altronde, e pure per se, dolorosa o paurosa ec. Fuor   
di quelle che son dolorose al corpo. All'animo, eziandio dolorose, o altramente   
spiacevoli, sono sempre in qualche parte piacevoli. (6. Ott.  1823.)A proposito   
del diminutivo ginocchio a noi rimasto pel positivo,  del che altrove.  Genou    
il positivo genu. Ma agenouiller viene dal diminutivo [3618]genuculum o ec. non   
altrimenti                che                 inginocchiare.                 Il   
Glo-                                                                              
di scio o di quel di scisco,  che secondo me,  non                               
che un medesimo participio) o di scitor oltre l'altre improbabilit,  e il  suo   
evidente  venir  da  scisco,  (il  quale non  fatto per anadiplosi),  e il non   
avervi,  ch'io sappia,  altro cotal esempio,  ec.;  lo dimostra  per  falso  la   
brevit del secondo i,  laddove l'i di scitus, e di scitor ec.  lungo. Vedi il   
pensiero seguente. (7. Ott. 1823.)Al                                              
la p.2865.  marg.  Queste osservazioni indebolirebbero o torrebbero l'argomento   
circa  il  continuativo  di  cio e di cieo da me recato a p.2820.  Nondimeno io   
trovo che da scitus di scio lungo,  si fa scitor (o  scito)  altres  lungo.  E   
quanto  ai  verbi in ito fatto da' participi in itus della quarta congiugazione   
io credo che in tutti l'i sia lungo come in essi participii  (7.  Ott.  1823.).   
Equito  da eques equitis. Bisogner dire che suppedito sia similmente da pedes   
peditis,  onde  gli  sia venuta la desinenza in ito.  Pur non trovo in ci gran   
ragionevolezza,  e non rinunzio affatto all'altra mia  opinione.Sancitus,  vero   
participio  di sancio per sanctus che n' contrazione,  ancor si trova.  Ovvero   
sancitum ec. V. Forcell. (7. Ott. 1823.)[3620]Alla p.3477. Citus a um.  Sanctus   
a  um,  che  nelle lingue figlie non  pi che aggettivo.  Servio (v.  Forcell.   
Sancio in fine) par che derivi sancio da Sanctus. In questo caso ei  s'inganna   
assai,  perocch'ei  viene  a  derivare  il verbo dal suo participio.  (7.  Ott.   
1823.)Relictos  atque  desertos  habere   espressamente   per   reliquisse   ac   
deseruisse.  Frammenti dell'epistola di Cornelia madre de' Gracchi, sulla fine;   
i quali frammenti, come antichi, e come di donna (che men si sapeva allontanare   
dal modo di parlar familiare e usitato in voce), in alcune parti sanno di frase   
italiana o vogliamo dir moderna. (7 Ott. 1823.)Le voci e frasi greche che ho in   
pi luoghi notate nelle lingue spagnuole f                                        
rancesi e italiane e che non si trovano nel  buon  latino,  possono  s  essere   
state  introdotte  nel latino volgare dagli scrittori grecizzanti fuor di modo,   
dalla moltitudine di greci inquilini (la massima parte  de'  quali  apparteneva   
all'infimo   volgo,   ai  servigi  domestici  ec.),   dal  corrotto  uso  della   
conversazione romana ec.  e non essere state adottate nel  linguaggio  illustre   
de' [3621]buoni scrittori,  n anche de' mediocri generalmente,  e quindi a noi   
non essere pervenute nel latino scritto; s esser venute dalla stessa fonte nel   
Lazio che nella Grecia, cio proprie dell'antichissimo latino,  antiquate o non   
mai ammesse nello scritto, ammesse e perpetuamente conservate nel volgare, come   
di molte e frasi e voci,  ancor viventi fra noi,  o no, greche o qualunque, ec.   
s' fatto da noi vedere manifestamente  essere  accaduto:  massime  ne'  nostri   
discorsi sui continuativi.  ec.  (7. Ott. 1823.).Monosillabi latini. Falx, calx   
(calcagno). (7. Ott. 1823.)Participii in us di verbi neutri in senso neutro. V.   
Forcell.  in Desitus confrontando quegli esempi col quarto  esempio  di  Desino   
appresso il medesimo Forcellini.  (7. Ott. 1823.)Materia p. legno, legname. Del   
qual  significato  ho  detto  altrove  in  proposito   della   voce   silva   e   
d'lh.-                                                                        
s vermiculatum,  che si trova detto pure vermiculus (vedi Forcell.). Anzi         
assai pi naturale  quella che questa.  E notisi che l'uso di  fare  il  color   
della porpora ec.  co' vermetti, fu dismesso da gran secoli addietro, tanto che   
ora non si pu certamente sapere che sorta di vermetti fossero quelli.  E  s'io   
non m'inganno,  l'uso medesimo della porpora propria,  fu tralasciato ne' tempi   
bassi  a  causa  del  suo  gran  costo,  e  della  povert  di  que'  tempi,  e   
dell'interrotto  commercio  colle Indie,  donde,  se non fallo,  s'avevano que'   
vermicelli, o dove le porpore si fabbricavano ec. Laonde, essendo evidentissimo   
che il significato di rosso a vermiculus venne dal detto uso; ed essendo questo   
uso antichissimo, e fino ab antichissimo dimenticato o tralasciato;  ed essendo   
detta significazione comune a tutte le tre lingue figlie della latina, le quali   
da' tempi romani in poi, non ebbero fra loro alcun commercio diretto e notabile   
ec.  se non negli ultimi tempi; ed essendo detta voce e significazione in tutte   
tre le lingue antica e propria [3624]e natia ec., parmi evidente che vermiculus   
per rubicondo,  purpureo ec.  fu dell'antico volgare latino altrettanto che de'   
moderni, e di l viene. V. il Gloss. se ha nulla. V. anche il Force               
ll.  circa il proprio color della porpora o purpureo, in purpura, purpureus ec.   
Secondo lui per la porpora si faceva non con vermi,  ma con una sorta di conca   
marina detta purpura.  Il color coccineus si facea colla grana. Il conchyliatus   
colla stessa conchiglia detta purpura,  o con altra simile ec.  Certo la nostra   
cocciniglia   un color fatto d'una specie di vermi,  che anch'essi si chiamano   
cocciniglie.  Cos conchylium  la conchiglia e il colore che se  ne  fa.  Cos   
dunque              vermiculus              fu             il             verme   
e-                                                                                
                                                                                 
versario ec. e ci vale confutare,  ma questo esprime                             
azione  e quello  quasi un atto,  e quasi il termine e l'effetto del confutare   
ec.  Le quali osservazioni confermano la derivazione di confuto da noi e  dagli   
etimologi stabilita. Cos mi par di spiegare la traslazione del suo significato   
da  quel  di  mescere  insieme  a  quel di confutare,  e cos mi par di doverlo   
intendere;  non ispiegarlo per compescere e derivar la metafora da questo lato,   
come fa il Vossio (ap. Forcell.) il quale anche [3626]par che derivi confuto da   
futum  nome (dunque da questo anche futo?),  per la solita ignoranza in materia   
de' continuativi. E se tal derivazione egli d (come  anche pi naturale ch'ei   
faccia) anche al confuto di Titinnio, e lo spiega pure per compesco,  s'inganna   
assai.  Significazioni  analoghe  a  quella nostra metaforica di confondere gli   
avversari ec. vedile nel Forcell. in confundo, confusio,  confusus,  ec. e nel   
Gloss.  in Confundere, avvertendo che la lingua latina antichissima aveva delle   
metafore e degli usi di parole molto pi simili ai moderni  che  non  ebbe  poi   
l'aurea  latinit,  o  piuttosto  il  latino pi illustre scritto;  e n'ebbe in   
grandissima copia; e che                                                          
queste parole e questi usi,  e generalmente le propriet del volgare o familiar   
latino,  pi  si  veggono negli scrittori de' bassi tempi (or v.  gli esempi di   
Sulpicio Severo nel Forc.  in confundo e confusus),  e ne' volgari moderni  che   
negli  aurei  scrittori,  perch  questi seguivano pi l'illustre,  e quelli il   
familiare,  questi fuggivano il volgo,  e quelli o per  ignoranza  o  [3627]per   
elezione, gli andavan dietro, questi avevano una lingua illustre e una parlata,   
quelli  non  avevano  gi  pi  una lingua illustre che fosse per essere intesa   
quando anche l'avessero saputa scrivere,  ma lingua scritta e parlata  era  per   
loro una cosa sola, o tra se molto meno diversa che non nell'aureo secolo e ne'   
prossimi a quello.  Siccome eziandio tra gli scrittori aurei, i pi antichi e i   
pi familiari, semplici e rimessi di stile,  pi conservano dell'antico latino,   
pi  rappresentano  della  frase  volgare  e  parlata,  pi  hanno delle voci e   
locuzioni,  e delle significazioni ed usi di voci,  conformi ai  volgari.  Cos   
Cornelio,  Fedro,  Celso ec.  pi somigliano quella degli scrittori bassi e de'   
volgari moderni.  I pi antichi (coi quali vanno  quelli  che  pi  si  tennero   
all'antico per loro instituto, come Varrone, Frontone ec.) perch il linguaggio   
illustre  e  scritto  non era ancor ben formato e determinato,  n molto n ben   
distinto dal parlato e familiare.  I  pi  semplici  e  rimessi  perch  o  per   
istituto o per un poco meno di abilit nello scrivere e mino                      
re studio fatto della lingua, o minor diligenza posta nel comporre, non vollero   
o  non seppero troppo scostarsi dal linguaggio pi noto e succhiato da loro col   
latte,  cio dal familiare e parlato.  Onde a noi [3628]paiono  amabilissimi  e   
pregevolissimi  per la loro semplicit ec.  ma certo a' contemporanei dovettero   
riuscire poco colti.  Osservo infatti che fra gli scrittori  dell'aureo  secolo   
quelli  che  fra  noi  tengono  le prime lodi per la semplicit e dello stile e   
della lingua (la quale in loro  sempre notabilmente affine alla frase italiana   
e moderna,  ed anche a quella de' tempi bassi),  o non si trovano pur  nominati   
dagli antichi,  o appena, o in modo che la loro stima si vede essere stata come   
di autori, al pi, di second'ordine. Tali sono Cornelio Nepote,  Celso,  Fedro,   
giudicato dal Le Fvre il pi vicino alla semplicit di Terenzio (v. Desbillons   
Disputat.  II.  de Phaedro,  in fine),  e simili. De' quali gli stessi moderni,   
vedendo  la  diversit  della  loro  frase  da  quella  degli  altri  aurei,  e   
giudicandola  non  latina  (perch  non  molto  illustre)  hanno  disputato  se   
appartenessero al secol d'oro,  ed anche se fossero antichi,  ed hanno penato a   
riconoscerli  per autori dell'aurea latinit;  e le Vite di Cornelio sono state   
attribuite ad Emilio Probo (autore assai basso) per ben lungo tempo e in  molte   
edizioni ec.,  Celso  stato creduto pi moderno di quello che ,  ec.  Fedro    
stato attribuito al Perotti, [3629]e negato da molti                              
che la sua latinit fosse latina ec. (v. la cit. Disput.  del Desbillons).  Non   
cos    accaduto  n  anticamente  accadde  agli scrittori greci pi semplici.   
Effetto e segno che il linguaggio illustre  in  Grecia  era,  come  altrove  ho   
sostenuto,  assai men diviso dal volgare e parlato,  e che la lingua e lo stile   
greco per sua natura e per sua formazione e circostanze  pi semplice ec. Onde   
lo stile e la lingua p.e.  di Senofonte fu subito acclamata,  non men che fosse   
quella di Platone ch' lavoratissima,  ec. e gli scrittori greci pi semplici e   
familiari non hanno aspettato i tempi moderni a divenir  famosi  e  lodati  ec.   
Senofonte  e Platone nel loro secolo sono i due estremi quello della semplicit   
e bella sprezzatura, questo dell'eleganza,  diligenza e artifizio.  Pur l'uno e   
l'altro  furono  sempre  quanto  allo stile quasi parimente stimati da' Greci e   
contemporanei e posteri,  e cos da' latini e dagli altri in perpetuo  ec.  (8.   
Ott.  1823.)A  proposito  del  detto  da me altrove sopra il verbo necessitare,   
notinsi  i   verbi   felicitare,   debilitare,   nobilitare,   impossibilitare,   
facilitare,  difficultare,  ereditare  e  simili che son fatti evidentemente da   
[3630]felicit, eredit e simili, ovvero da felicitas, hereditas ec.  (8.  Ott.   
1823.)Quanto  fosse  incerta  l'ortografia  stessa  italiana (che oggi  la pi   
giusta di tutte) anche nel 600,  cio nel secolo dopo il miglior  secolo  della   
nostra letteratura, veggasi la prefazione all'ortografia                          
del Bartoli,  (uomo che fra tutti del suo tempo, e fors'anche di tutti i tempi,   
fu quello che e per teoria e scienza e per pratica,  meglio e pi profondamente   
e pienamente conobbe la nostra lingua),  e il consiglio che quivi egli d a chi   
vuole scrivere,  di pigliarsi cio o di formarsi un'ortografia a  suo  modo,  e   
quella sempre seguire; consiglio che niuno certamente darebbe oggi in Italia ad   
alcuno,  n  vi sarebbe pi che una ortografia da poter pigliare cio scegliere   
ec. Ma al contrario era allora, dopo tre secoli e pi che si scriveva la nostra   
lingua, e ci da letterati, non sol per uso della vita. (8. Ott. 1823.)Le forme   
regolari e perfette ec.  de' participii e supini (e anche de'  perfetti  e  lor   
dipendenze) della seconda e terza maniera massimamente, da me [3631]stabilite e   
richiamate  nei  verbi che pi non le hanno,  sono,  oltre gli altri argomenti,   
confermate da' verbi delle stesse  maniere  che  ancor  le  hanno,  e  che  ne'   
participii  o  supini  son  regolari  e  perfetti,  sia  ch'essi  abbiano anche   
degl'irregolari,  o che gl'irregolari solamente;  e ch'essi  sieno  regolari  e   
perfetti in tutto, o che senza ci lo sieno ne' participii o supini. P.e. habeo   
habes habui,  verbo tutto regolare e perfetto,  fa habitum e habitus a um,  non   
habtum.  Perch dunque doceo doces docui,  doctum,  non  docitum?  E  da  tali   
osservazioni  si vede che questo paradigma e quello di lego sono male scelti ad   
uso delle grammatiche, perch ambo irregolari,                                    
o vogliamo dire alterati dalla prima lor forma,  e dalla vera  forma  de'  loro   
pari,  ne'  supini  e  ne'  participii in us.  Il che di lego si dimostra anche   
particolarmente col suo derivato legito, come altrove. (8.  Ott.  1823.)Mi pare   
di  aver  nella teoria de' continuativi detto che il perfetto di lego fu legsi.   
Notisi [3632]che  oggi  e'  non  lexi  come  texi,  rexi  ec.  ma  legi,  ed     
regolarissimo,  e  quello fu mio errore.  (8.  Ott.  1823.)Alla p.3624.  Sempre   
questa voce vermiglio, derivata certo dal latino, come mostrano le pagine 3514.   
fine, 3515. fine, e l'altre analoghe;  derivatane molto ab antico,  come mostra   
la p.3623.  fine,  e l'altre analoghe;  potr e dovr servire ad insegnare (ch   
forse per l'addietro non si sapeva,  faute di non avere osservato le cose da me   
dette  in  proposito,  e  i  generali  su  cui esse si fondano) e a provare che   
anticamente ancora,  siccome oggi la cocciniglia,  si usava di  fare  un  color   
rosso carico,  con non so quali vermicelli.  E molto anticamente,  perch'egli    
anche a notare che sebbene l'origine di vermiglio, vermeil, vermejo,  e del suo   
presente significato, e il modo della traslazione di questo, e la cagion d'essa   
ec.  indubitatamente quella che abbiamo spiegato, nondimeno oggi le dette voci   
sono gi passate non solo a significare qualunque color rosso acceso,  ancorch   
non fatto con vermi,  ma anzi pi volentieri (v.  in [3633]particolare  i  Diz.   
franc.) s'adoprano a significare un colorito naturale                             
affatto che artifiziale;  bench'elle per la loro etimologia, e propria forza, e   
primitiva qualit,  non valgano a significare altro che un color fattizio,  una   
tintura  ec.  Ma ora elle hanno mutato il loro valore nel detto modo,  e ci in   
tutte tre le lingue del pari,  onde si rileva che questa medesima  mutazione     
bene  antica.  (8.  Ott.  1823.).  Ed  ella  pu  anche  servire  a  dimostrare   
assolutamente l'antichit della voce ec.  ch' ci ch'io ho inteso  di  provare   
nel  pensiero a cui questo si riferisce.  (8.  Ott.  1823.)Scriveva Voltaire al   
Principe Reale di Prussia, poi Federico II, in proposito di una frase di Orazio   
e del modo in cui Federico l'aveva renduta  traducendo  in  francese  l'ode  in   
ch'ella  si  trova: Ces expressions sont bien plus nobles en franais: elles ne   
peignent pas comme le latin,  et c'est l le grand malheur de notre langue  qui   
n'est  pas assez accoutume aux dtails.  (Lettres du Prince Royal de Prusse et   
de M. [3634]de Voltaire, Lettre 118.  le 6.  avril 1740.  Oeuvres complettes de   
Frdric  II  roi de Prusse.  1790.  tome 10,  p.500.) Aveva detto Voltaire che   
l'espressione latina serait trs-basse en franais.Con buona pace  di  Voltaire   
la lingua francese  ed assuefatissima e proprissima ai dettagli, perch'ella ha   
parole per significare fino alle pi menome differenze delle cose, come altrove   
ho  detto,  e  vince  in  questo  forse tutte l'altre lingue antiche e moderne,   
comprese le pi poetiche, o quelle che meglio han                                 
no linguaggio poetico e nobile.  Ma non avendo  sinonimi,  n  parole  o  frasi   
antiche o poco usitate e correnti,  e rimote dall'uso comune, n significazioni   
cotali, ma vocaboli e frasi e significati triti continuamente dall'uso corrente   
del discorso e della conversazione,  e tanto solo avendo  quanto  si  trova  in   
questo tal uso,  ed essendo non che pregiato e buono e prescritto, ma vizioso e   
intollerabile e condannato e vietato in francese tutto ci ch' rimoto dall'uso   
del dir comune e presente, ella non pu,  quando vuol esser nobile,  entrar ne'   
dettagli,  ma  le  conviene  tenersi  sempre all'espressioni generali,  che son   
sempre nobili,  o piuttosto,  che non sono  mai  n  possono  essere  ignobili.   
Neanche  [3635]la  lingua  latina,  n qual altra  pi poetica,  pi capace di   
eleganza e maest ec., pi avvezza ai dettagli, ec. potrebbe mai nella poesia o   
in uno stile nobile,  entrar gran fatto  ne'  particolari,  s'ella  non  avesse   
parole  e  modi per significarli,  diversi da quelli con che l'uso corrente del   
parlare,  e lo stil familiare ec.  scritto o parlato,  significa quei  medesimi   
particolari.  E l'espression latina che sarebbe bassissima in francese, sarebbe   
stata bassissima anche in latino, se fosse stata quella o conforme a quella con   
che l'uso corrente del  dir  latino  significava  quella  tal  cosa.  (8.  Ott.   
1823.)Alla  p.3626.  Queste  osservazioni  possono dimostrare che l'uso moderno   
metaforico del verbo confondere nel significato appresso                          
a poco di confuto,  bench non si trovi precisamente nell'antico  latino  noto,   
viene  per  da  esso,  per  mezzo  del  volgare  latino;  giacch tale si  il   
significato latinissimo e ordinario di un  antichissimo  verbo  latino,  che     
continuativo di confundo, e che n' continuativo appunto nel detto significato.   
Similmente  nel  primo  principio  della  mia  teoria de' continuativi [3636]ho   
discorso in proposito di un significato dello spagnuolo traer conforme a quello   
del suo continuativo tractare, ma ignoto in latino ec. (9. Ott. 1823.)L'uso de'   
diminutivi positivati (s verbi che nomi ec.) o che i positivi  non  s'usino  o   
non  esistano  ec.,  o che s'usino collo stesso valore o equivalente,   comune   
alle nostre lingue anche in vocaboli che non derivano dal latino, donde ch'egli   
abbiano origine.  V.  p.3946.3998.  Come in francese  fardeau  (it.  fardello),   
marteau,   martel  (martello,  martillo),  roseau,  berceau,  tonneau  ec.  ec.   
diminutivi per forma, sono tutti positivi di significato. Fourreau, diminutivo   
di un fourre, onde fourrer, che rispondesse al nostro fodero o fodera.  Infatti   
in  spagnuolo  si  ha  aFORRO  onde aFORRAR ec.  come noi da fodera,  foderare.   
L'aggiunta dell'a nel principio delle voci  usitata assai in spagnuolo come in   
italiano (Monti Propos. in ascendere).  Sicch aforro  fourre.  V.  p.3852.  A   
proposito  di  berceau,  anche  noi  diciamo positivamente culla,  ch' altres   
diminutivo, fatto da cuna (che noi pure abbiamo), o ch'e' s                       
ia corruzione moderna di cunula (che si trova in Prudenzio),  o ch'e' sia forma   
antica latina,  diminutiva anch'essa,  e contratta da cunula, o indipendente da   
questo. Vedi il Forcellini in trulla diminutivo di trua. (9.  Ott.  1823.).  V.   
p.3897.3993.Alla p.3310. Non  propriamente (bench si chiami) Amore quello che   
noi  ponghiamo  al  cibo che ci pasce e diletta,  e agl'istrumenti e [3637]alle   
cose tutte che servono ai nostri piaceri, comodi e utilit.  Perocch l'affetto   
che  ci  muove verso questi obbietti non ha nemmeno apparentemente per fine gli   
oggetti medesimi (che  il caso in cui il nostro affetto si chiama propriamente   
amore), ma noi soli apertamente e  immediatamente  o  vogliam  dire  i  nostri   
piaceri,  comodi,  vantaggi,  in quanto nostri. (9. Ott. 1823.). V. p.3682.Alla   
p.3586.  Quanto pi tai voci e frasi saranno  e  saranno  sempre  state,  nelle   
moderne lingue,  affatto volgari, e quanto meno proprie degli scrittori e delle   
moderne lingue illustri,  o meno sospettabili di essere state introdotte  dagli   
scrittori  e  dalla  lingua  illustre,  tanto  pi  forte  e  concludente  sar   
l'argomento da esse al latino,  e dal  latino  a  esse,  poste  l'altre  debite   
circostanze  ec.  Onde  i nostri dialetti volgari e non mai scritti (se non per   
giuoco ec.) e che non hanno linguaggio illustre,  sono  molto  a  proposito  in   
queste  materie,  e  se  ne conferma quello che ho detto della loro utilit per   
investigar le origini della lingua latina ec. nella mi                            
a teoria de' continuativi verso [3638]il fine. Altrettanto e pi dicasi intorno   
alla lingua Valacca,  che non  stata mai per  niun  modo,  neppure  indiretto,   
influita  da niuna letteratura,  ch'io sappia.  (9.  Ottobre 1823.)Alla p.3575.   
Ond' tanto pi forte,  anzi fortissimo l'argomentare ch'io fo dallo  spagnuolo   
(da'  participii  spagnuoli  ec.)  all'antico  latino.  Vedi la pag.3586.  e il   
pensiero antecedente. (9. Ott. 1823.)Lser o lzer da laesus di laedo. (9. Ott.   
1823.)Primos in orbe deos fecit timor.  Intorno a ci altrove.  Or si aggiunga,   
che  siccome quanto  maggior l'ignoranza tanto  maggiore il timore,  e quanta   
pi la barbarie tanta  pi l'ignoranza,  per si vede  che  le  idee  de'  pi   
barbari e selvaggi popoli circa la divinit, se non forse in alcuni climi tutti   
piacevoli,  sono  per lo pi spaventose ed odiose,  come di esseri tanto di noi   
invidiosi e vaghi del nostro male quanto pi forti di noi.  Onde le immagini ed   
idoli  che  costoro  si  fabbricano  de'  loro  Dei,  sono mostruosi e di forme   
terribili,  non solo per lo poco artifizio  di  chi  fabbricolle,  ma  eziandio   
perch  tale  si  fu  la  intenzione  e la idea dell'artefice.  E vedesi questo   
medesimo anche in molte nazioni che bench lungi da civilt pur non sono  senza   
cognizione  ed [3639]uso sufficiente di arte in tali ed altre opere di mano ec.   
come fu quella de' Messicani,  i cui idoli pi venerati eran pure bruttissimi e   
terribilissimi d'aspetto come d'opinione. Molte                                   
nazioni  selvagge,  o ne' lor principii,  riconobbero per deit questi o quelli   
animali pi forti dell'uomo,  e  forse  tanto  pi  quanto  maggiori  danni  ne   
riceveano,  e  maggior  timore  ne  aveano,  e  minori  mezzi  di  liberarsene,   
combatterli,  vincerli ec.  La forza superiore all'umana  il  primo  attributo   
riconosciuto dagli uomini nella divinit.  V.  p.3878.  E certo egli  segno di   
civilt molto cresciuta e bene istradata il ritrovare in una nazione e la  idea   
e  le  immagini  o  simboli  o  significazioni della divinit,  piacevoli o non   
terribili.  Come fu in Grecia,  sebben  molto  a  ci  dovette  contribuire  la   
piacevolezza e moderatezza di quel clima,  che nulla o quasi nulla offre mai di   
terribile.   Perocch  le  forze  della  natura  vedute  negli  elementi   ec.,   
riconosciute  per  superiori  di gran lunga a quelle degli uomini,  e,  a causa   
dell'ignoranza,  credute esser proprie di qualche cosa animata e  capace,  come   
l'uomo, di volont, poich  capace di movimento, di muovere ec.; sono state le   
cose  che  hanno suscitata l'idea della divinit (perch gli uomini amano e son   
soliti di spiegar  con  un  mistero  un  altro  mistero,  e  d'immaginar  cause   
indefinibili  degli  effetti che non intendono,  e di rassomigliare l'ignoto al   
noto;  come le cause ignote de' movimenti naturali,  alla volont ed  all'altre   
forze note che producono i movimenti animali ec.),  ond' ben naturale che tale   
[3640]idea corrispondesse alla natura di tali effetti,  e  fosse  terribile  se   
terri                                                                             
bili,  moderata se moderati,  piacevole se piacevoli ec. e pi e meno secondo i   
gradi ec.  Se non che nell'idea primitiva dovette sempre prevalere o aver  gran   
parte il terribile,  perch essendo l'uomo naturalmente inclinato pi al timore   
che alla speranza,  come altrove in pi luoghi,  una  forza  superiore  affatto   
all'umana,  dovette  agl'ignoranti  naturalmente  aver  sempre del formidabile.   
Oltre che in ogni paese v'ha tempeste, bench pi o meno terribili ec. E tra le   
varie divinit di una nazione che ne riconosca pi d'una, di una mitologia ec.,   
le pi antiche son certamente le pi formidabili e cattive,  e le pi amabili e   
benefiche  ec.  son  certamente  le  pi  moderne.  Le  nazioni pi civilizzate   
adoravano gli animali utili, domestici, mansueti ec. come gli egizi il bue,  il   
cane,  o loro immagini.  Le pi rozze, gli animali pi feroci, o loro sembianze   
(v. la parte 1. della Cron. del Peru di Ciea, cap.55.  fine.  car.152.  p.2.).   
Quelle p.e. il sole o solo o principalmente, queste, o sola o principalmente la   
tempesta ovvero ec.  ec.  E a proporzione della rozzezza o civilt, gli Dei ec.   
malefici  e  benefici  erano  stimati  pi  o  men  principali  e  potenti,  ed   
acquistavano  o  perdevano  nell'opinione  e  religion  del  popolo,   e  nelle   
mitologie, e riti ec. V. p.3833. Come della mitologia greca e latina ec.  senza   
dubbio  si  dee  dire.  Infatti anche indipendentemente da questa osservazione,   
s'hanno argomenti di fatto per asserire che p.e. Saturno,                         
Dio crudele e malefico, e rappresentato per vecchio,  brutto,  e d'aspetto come   
d'indole e di opere,  odioso, fu l'uno de' pi antichi Dei della Grecia o della   
nazione onde venne la greca e latina mitologia,  e  pi  antico  di  Giove  ec.   
Effettivamente  la detta mitologia favoleggia che Saturno regn prima di Giove,   
[3641]e da costui fu privato del regno.  La qual favola o  volle  espressamente   
significare la mutazione delle idee de' greci ec.  circa la divinit, e il loro   
passaggio dallo  spaventoso  all'amabile  ec.  cagionato  dal  progresso  della   
civilt,  e  decremento  dell'ignoranza;  o (pi verisimilmente) ebbe origine e   
occasione da questo passaggio,  di essere inventata naturalmente.Del resto,  ho   
detto altrove che dalla considerazione della divinit come formidabile, odiosa,   
odiatrice,  nemica ec.  nacque l'uso de' sacrifizi cruenti, comune alla massima   
parte degli antichi popoli e de'  selvaggi  ch'ebbero  o  hanno  una  qualunque   
religione o tintura di religione.  Ora  da notare che detti sacrifizi furono e   
sono tanto pi crudeli,  quanto i detti popoli furono  o  sono  pi  barbari  e   
ignoranti,  perch tanto pi crudele,  nemica, maligna, odiosa, terribile e' si   
figuravano o  si  figurano  la  divinit.  Onde  per  placarla  e  soddisfarla,   
tormentano le vittime, volendo pascere il di lei odio e sfamarlo, acciocch'esso   
risparmi  i  sacrificatori.  E  perci  ne'  pi  antichi tempi de' greci e de'   
latini,  cos de' Galli a' tempi e nella religione de' Druidi,  tra' Celti  ec.   
furono  propri  di  questi popoli [3642]ancor barbari e ignoranti,  i sacrifizi   
d'uomini (che poi per l'uso durarono anche fino a tempi pi civili),  e lo sono   
e furono d'altri moltissimi popoli selvaggi; come che con tali sacrifizi meglio   
si  soddisfacesse  l'ira  e l'odio della divinit verso gli uomini,  cio verso   
quel tal genere che a lei facea sacrifizi.  E non pur d'uomini nemici,  che non   
sarebbe  gran  meraviglia  (uso  anch'esso  comunissimo  tra'  selvaggi),  o di   
colpevoli e malvagi,  ma eziandio nazionali e probi,  bench  questi  sacrifizi   
sieno  e  fossero  meno  frequenti  di  quelli  di nemici o di rei.  Qua si pu   
riferire lo spontaneo sacrifizio e devozione (cio  esecrazione  di  se  stessi   
ec.) di Codro,  de' Decii, di Curzio (s' vero) e simili. Tutti appartenenti a'   
pi antichi e barbari tempi della Grecia e di Roma,  n mai rinnovati ne' tempi   
civili  appo l'una n l'altra nazione. da considerare ancora che tra' selvaggi   
e tra' barbari antichi o moderni ch'ebbero o  hanno  pi  divinit,  altre  pi   
odiose,  altre  meno,  altre  amabili e buone ec.;  le pi venerate e colte con   
sacrifizi e riti e cerimonie  e  preci  ec.  sono  o  furono  le  pi  cattive,   
[3643]terribili,  odiose,  brutte  a  vedere ec.  perch il timore  pi forte,   
valevole,  efficace,  attivo che la speranza e l'amore.  Al contrario accadde e   
accade ne' men barbari ec.  e tanto pi quanto men barbari, e altres in quelle   
medesime nazioni in tempi pi civili,  e a  proporzione  degl'incrementi  della   
civilt  e delle conoscenze e del lume della ragione ec.  e de' progressi dello   
spirito umano.  L'una e l'altra di queste verit    dimostrata  dalla  storia,   
dalle notizie dell'antichit,  e dalle relazioni de' viaggiatori ec. V. fra gli   
altri mille, D. Ant.  de Sols,  Historia de la Conquista de Mexico L.1.  c.15.   
p.43-45. L.3. c.13. p.236-8. Madrid 1748. (9. Ott. 1823.)                         

FINE QUINTA PARTE.                                                                
