Lettere di Giacomo Leopardi ai suoi familiari
VERSIONE ELETTRONICA DELLA CASA EDITRICE ZANICHELLI
-PARTE PRIMA-


A MONALDO LEOPARDI - RECANATI
[Recanati 1807]
     Quatuor sunt dies ex quo iterum summa nostra laetitia
studia incepimus, quae utinam juxta tui, ac Praeceptoris
desiderium evenirent. In haec incumbere toto animo volo, et
erit gratius mihi studium, quam ludus. Tamen cupio etiam
interdum animum relaxare, et tu cogitare debes mihi
indulgere. Hoc spero, quia scio quantum me amas, et vellem
posse respondere, sicut debeo, benevolentiae, quam mihi
demonstras. Hoc, Deo auxiliante, faciam; interim curam habe
de tua valetudine, ut cito redire possis mecum ad
convivendum, et cum aliis omnibus domesticis, qui ex corde
te salutant. Sine me osculari manum tuam, et demisse me
subscribere
Tui Pater dilectissime
     Recineti postridie idus Octobris millesimo
octingentesimo
septimo
Umil.mus obb.mus Filius Iacobus

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
[Recanati] Di casa ai 24 Decembre 1810.
     Carissimo e Stimatissimo Signor Padre. Il ritrovarmi in
quest'anno colle mani vuote non m'impedisce di venire a
testificarle la mia gratitudine augurandogli ogni bene dal
Cielo nelle prossime festive ricorrenze. Certo, che ella
sapr compatirmi per la mia sventura lo faccio colla stessa
animosit, colla quale solea farlo negli anni trascorsi.
Crescendo la et crebbe l'audacia, ma non crebbe il tempo
dell'applicazione. Ardii intraprendere opere pi vaste, ma
il breve spazio, che mi  dato di occupare nello studio
fece, che laddove altra volta compiva i miei libercoli nella
estensione di un mese, ora per condurli a termine ho d'uopo
di anni. Quindi  che malgrado le mie speranze, e ad onta
del mio desiderio, non mi fu possibile di terminare veruno
di quelli, che mi ritrovo avere cominciati. Tuttoch per mi
vedessi inabile ad adempire all'atto di dovere, che la
costumanza fra noi da qualche tempo addottata ha congiunto
alla Sacra vicina festivit; fece nondimeno la viva
gratitudine ai di lei benefici da me gelosamente serbata
nell'animo, che osassi anche in quest'anno di presentarmi a
lei per augurarle a viva voce quella prosperit che di
continuo le auguro nel mio cuore. I vantaggi da lei
proccuratimi in ogni genere, ma specialmente in riguardo a
quella occupazione, che forma l'oggetto del mio trastullo,
mi ha riempito l'animo di una giusta gratitudine, che non
posso non affrettarmi a testimoniarle. Conosco la cura
grande, che ella compiacesi di avere pei miei vantaggi, e
dietro alla chiara cognizione, viene come indivisibile
compagna la riconoscenza. Se ella non conobbe fin qui questo
reale sentimento del mio cuore, a me certo se ne deve il
rimprovero, s come a quello, che non seppe verso la sua
persona mostrarsi cos ossequioso come ad un figlio s
beneficato era convenevole di fare con un Padre s benefico.
Amerei, che ella illustrato da un lume negato dalla natura a
tutti gli uomini potesse nel mio cuore leggere a chiare note
quei sentimenti, che cerco di esprimerle colle parole. Non
v'ha in esse, n esagerazione, n menzogna. Non potendo ella
penetrare nel mio interno pu sicuramente riposare sulla
testimonianza della mia penna.
     Rinnuovati i voti sinceri per la sua perpetua felicit
mi dichiaro col pi vivo sentimento Suo umilissimo
obbligatissimo figlio Giacomo.

A MONSIEUR LE COMTE MONALDE LEOPARDI. A LA MAISON
[Recanati] De la Maison 24 Decembre 1811.
     Tre-cher Pere. Encourag par vtre xemple je ai
entrepris d'ecrire une Tragedie. Elle est cette, que je vous
present. Je ne ai pas moins profit des vtres oeuvres que
du vtre exemple. En effet il parot dans la premiere des
vtres Tragedies un Monarque des Indies occidentelles, et un
Monarque des Indies orientelles parot dans la mienne. Un
Prince Roal est le principal auteur du second entre les
vtres Tragedies, et un Prince Roal soutient de le mme la
partie plus interessant de la mienne. Une Trahison est
particulierement l'objet de la troisieme, et elle est
pareillement le but de ma Tragedie. Si je sois bien, ou mal
reussi en ce genre de poesie, ceci est cet, que vous devez
juger. Contraire, ou favorable que soit le jugement, je
serais toujours Votre tre-humble fils Jacques.

A DON PAOLO [PAOLINA] LEOPARDI - CASA.
[Recanati] 28 Gennaio 1812.
     Amico carissimo. Ricevo in questo momento il plico che
voi m'inviate accompagnato da una obbligantissima lettera.
Essa  ben degna per la sua brevit di esser commendata da'
Lacedemoni, e dagli altri popoli della Grecia, i quali
dovendo rispondere in lettera ad alcuna inchiesta noh
iscrivevano talvolta, che la semplice parola "n". Il
piacere che voi mi avete fatto col torre a copiare il mio
picciol Compendio di logica non vi sembrer forse s
grande quanto lo  in realt. Un buon copista  assai raro,
ed io non reputo lieve vantaggio l'averne ritrovato uno che
sia conforme al mio desiderio. Il restauratore dell'Italiana
Poesia Francesco Petrarca lamentavasi che avendo egli in
poche settimane condotto a fine il suo libro latino De
Fortuna etc. non potea dopo pi anni averne copia, che
pienamente il soddisfacesse poich di mille errori eran
ripiene tutte quelle, che egli avea avute da' vari copisti.
Se io fossi vissuto al tempo di Petrarca, e l'avessi udito
lamentarsi meco in tal modo avrei facilmente appacificate,
ed acquietate le sue querele coll'insinuargli di darvi a
copiar la sua opera, e son certo, che malgrado la sua
delicatezza in questa materia egli ne sarebbe rimasto
soddisfatto. N crediate, che il mestier del copista sia da
disprezzarsi. Teodosio uno de' pi grandi Imperatori
d'Oriente s'impiegava ancor egli nel copiare gli altrui
scritti, e non vivea che del danaro ricavato da questa non
ignobil fatica. Voi potrete dirmi, che Teodosio non operava
in tal modo perch di se degno riputasse un tal genere di
lavoro, ma solamente per un effetto della sua profonda
umilt, e virt Cristiana, ma io per convincervi di quanto
ho preso a dimostrarvi vi apporter un altro esempio. Non ci
dipartiam dal Petrarca. Egli avendo intrapreso di fare un
viaggio, non ben mi rammento per qual fine, e ritrovata
cammin facendo un'opera di Cicerone, di cui non avea per
anche contezza, non istim cosa vile il copiarlo da capo a
fondo. Ma  omai tempo di finirla poich mi avvedo che
avendo fatto l'elogio dello stile laconico sto per cadere
nei difetti dello stile Asiatico. Sono affezionatissimo per
servirvi di cuore, Giacomo Leopardi.

A MONALDO LEOPARDI - MACERATA.
Recanati 12 Agosto [1815].
     Signor Padre mio carissimo. Non avendo l'altra volta
potuto risponderle come desiderava, voglio farlo adesso, per
non defraudarmi di una soddisfazione che mi dispiacque di
non aver potuto proccurarmi.
     Il piacere che suo figlio prova nel trattenersi con lei
pu esser compreso solamente da un padre com'ella.
     La sua assenza che lascia un gran vuoto nella mia vita
ordinaria mi affliggerebbe sensibilmente, e dopo qualche
tempo mi riuscirebbe intollerabile, se non conoscessi ci,
che la cagiona. Vedendo che essa ha per oggetto di produrre
dei veri, e sodi vantaggi per i nostri amatissimi simili,
che esiggono dal nostro cuore, e dalla nostra buona volont
i pi grandi sacrifizi, mi consolo di una cosa, che mi
amareggerebbe, mentre rifletto ancora che tutti quelli che
hanno voluto travagliare per il bene dello stato, o per
farsi un nome che viva onorato, e caro nella memoria dei
posteri, hanno dovuto far sacrifici molto maggiori.
L'interesse vivissimo che io prendo per tutto ci che
riguarda il bene della sua persona non le pu essere ignoto.
Io dubito se ella stessa ne abbia tanto per se medesima.
Ella conoscer che io non esagero quando le dico, che ci
che le avviene di dispiacevole, e che giunge a mia
cognizione mi rende inquietissimo, e mi turba
grandissimamente. Sarei bene afflitto se potessi sospettare
che ella dubitasse della mia corrispondenza alla tenerezza,
che ella ha per noi. Il solo ricordarmi questo mio dovere 
un rimprovero per me, mentre mi fa credere di aver dato
luogo a qualche sospetto sopra materia troppo gelosa. Ci mi
avverte per ad esser pi cauto nell'avvenire.
     La posso assicurare che i sentimenti che le ho espressi
sono communi a tutti i miei fratelli, in ispecie a quello
che io conosco pi intimamente, n infatti si pu aspirare a
divenir saggio senza pensare in questa guisa. Essi
m'impongono di salutarla da parte loro, e di baciarle la
mano, ci che io faccio in loro e in mio nome, pregandola a
credermi immutabilmente suo affezionatissimo figlio Giacomo.

A CARLO LEOPARDI - RECANATI.
[Recanati: s.d., ma fine di Luglio 1819].
     Mio caro. Parto di qua senz'avertene detto niente, prima
perch tu non sia responsabile della mia partenza presso
veruno; poi perch il consiglio giova all'uomo irresoluto,
ma al risoluto non pu altro che nuocere: ed io sapeva che
tu avresti disapprovata la mia risoluzione, e postomi in
nuove angustie col cercare di distormene. Sono stanco della
prudenza, che non ci poteva condurre se non a perdere la
nostra giovent, ch' un bene che pi non si racquista. Mi
rivolgo all'ardire, e vedr se da lui potr cavare maggior
vantaggio. Tuttavia questa deliberazione non  repentina;
bench fatta nel calore, ho lasciato passare molti giorni
per maturarla; e non ho avuto mai motivo di pentirmene. Per
la eseguisco. Era troppo evidente che se non volevamo durar
sempre in quello stato che abborrivamo, ci conveniva
prendere questo partito; e tutto il tempo ch' scorso non 
stato altro che mero indugio. Altro mezzo che questo non
c'era: convenia scegliere, e la scelta ben sapete che non
poteva esser dubbiosa. Ora che la legge mi fa padrone di me
stesso, non ho voluto pi differire quello ch'era
indispensabile secondo i nostri principii. Due cagioni
m'hanno determinato immediatamente, la noia orribile
derivata dall'impossibilit dello studio, sola occupazione
che mi potesse trattenere in questo paese; ed un altro
motivo che non voglio esprimere, ma tu potrai facilmente
indovinare. E questo secondo, che per le mie qualit s
mentali come fisiche, era capace di condurmi alle ultime
disperazioni, e mi facea compiacere sovranamente nell'idea
del suicidio, pensa tu se non dovea potermi portare ad
abbandonarmi a occhi chiusi nelle mani della fortuna. Sta
bene, mio caro, e a riguardo mio sta' lieto, ch'io fo quello
che doveva fare da molto tempo, e che solo mi pu condurre
ad una vita se non contenta, almeno pi riposata. Laonde se
m'ami, ti devi rallegrare: e quando io non guadagnassi altro
che d'esser pienamente infelice, sarei soddisfatto, perch
sai che la mediocrit non  per noi. Porto con me le mie
carte, ma potendo avvenire che fossero esaminate, non voglio
comprometter me, e molto meno le persone che mi hanno
scritto, col portarne qualcuna che sia sospetta. Ho separate
tutte quelle di questo genere, s mie, che altrui (cio
lettere scrittemi) e postele tutte insieme sul com della
nostra stanza. Ve ne sono anche di quelle che non ho voluto
portare perch non mi servivano. Te le raccomando: abbine
cura e difendile: sai che non ho cosa pi preziosa che i
parti della mia mente e del mio cuore, unico bene che la
natura m'abbia concesso.
     Se verranno lettere del mio Giordani per me, aprile e
rispondi, e salutalo per mio nome, e informalo della mia
risoluzione. Al Brighenti si debbono paoli 8 per la
Cronica del Compagni, paoli 3 per le Prose del
Giordani, e baiocchi 16 di errore nella spedizione del
danaro per l'Eusebio. In tutto 1 e 36. Proccura che
sia soddisfatto, e domanda perdono a Paolina se i 3 paoli
che mi diede pel Giordani, e i baiocchi 16 per l'uso detto
di sopra, gli ho portati con me, sperando ch'Ella non
avrebbe negato quest'ultimo dono al suo fratello se glielo
avesse chiesto. Oh quanto avrei caro che il mio esempio
servisse a illuminare i nostri genitori intorno a te ed agli
altri nostri fratelli! Certissimamente ho speranza che tu
sarai meno infelice di me. Addio, salutami Paolina e gli
altri. Poco mi curo dell'opinione degli uomini, ma se ti si
dar occasione, discolpami. Voglimi eternamente bene, che di
me puoi esser sicuro sino alla morte mia. Quando mi trovi in
luogo adattato a darti mie nuove, ti scriver. Addio.
Abbraccia questo sventurato. Non dubitare, non sarai tu
cos. Oh quanto meriti pi di me! Che sono io? Un uomo
proprio da nulla. Lo vedo e sento vivissimamente, e questo
pure m'ha determinato a far quello che son per fare, affine
di fuggire la considerazione di me stesso, che mi fa nausea.
Finattantoch mi sono stimato, sono stato pi cauto; ora che
mi disprezzo, non trovo altro conforto che di gittarmi alla
ventura, e cercar pericoli, come cosa di niun valore.
Consegna l'inclusa a mio padre. Domanda perdono a lui,
domanda perdono a mia madre in mio nome. Fallo di cuore, che
te ne prego, e cos fo io collo spirito. Era meglio
(umanamente parlando) per loro e per me, ch'io non fossi
nato, o fossi morto assai prima d'ora. Cos ha voluto la
nostra disgrazia. Addio, caro, addio.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
[Recanati: s.d., ma fine di Luglio 1819].
     Mio Signor Padre. Sebbene dopo aver saputo quello ch'io
avr fatto, questo foglio le possa parere indegno di esser
letto, a ogni modo spero nella sua benignit che non vorr
ricusare di sentir le prime e ultime voci di un figlio che
l'ha sempre amata e l'ama, e si duole infinitamente di
doverle dispiacere. Ella conosce me, e conosce la condotta
ch'io ho tenuta fino ad ora, e forse quando voglia
spogliarsi d'ogni considerazione locale, vedr che in tutta
l'Italia, e sto per dire in tutta l'Europa, non si trover
altro giovane, che nella mia condizione, in et anche molto
minore, forse anche con doni intellettuali competentemente
inferiori ai miei, abbia usato la met di quella prudenza,
astinenza da ogni piacer giovanile, ubbidienza e sommessione
ai suoi genitori ch'ho usata io. Per quanto Ella possa aver
cattiva opinione di quei pochi talenti che il cielo mi ha
conceduti, Ella non potr negar fede intieramente a quanti
uomini stimabili e famosi mi hanno conosciuto ed hanno
portato di me quel giudizio ch'Ella sa, e ch'io non debbo
ripetere. Ella non ignora che quanti hanno avuto notizia di
me, ancor quelli che combinano perfettamente colle sue
massime, hanno giudicato ch'io dovessi riuscir qualche cosa
non affatto ordinaria, se mi si fossero dati quei mezzi che
nella presente costituzione del mondo, e in tutti gli altri
tempi, sono stati indispensabili per fare riuscire un
giovane che desse anche mediocri speranze di se. Era cosa
mirabile come ognuno che avesse avuto anche momentanea
cognizione di me, immancabilmente si maravigliasse ch'io
vivessi tuttavia in questa citt, e com'Ella sola fra tutti,
fosse di contraria opinione, e persistesse in quella
irremovibilmente. Certamente non l' ignoto che non solo in
qualunque citt alquanto viva, ma in questa medesima, non 
quasi giovane di 17 anni che dai suoi genitori non sia
preso di mira, affine di collocarlo in quel modo che pi gli
conviene: e taccio poi della libert ch'essi tutti hanno
in quell'et nella mia condizione, libert di cui non era
appena un terzo quella che mi s'accordava ai 21 anno. Ma
lasciando questo, bench io avessi dato saggi di me, s'io
non m'inganno, abbastanza rari e precoci, nondimeno
solamente molto dopo l'et consueta, cominciai a manifestare
il mio desiderio ch'Ella provvedesse al mio destino, e al
bene della mia vita futura nel modo che le indicava la voce
di tutti. Io vedeva parecchie famiglie di questa medesima
citt, molto, anzi senza paragone meno agiate della nostra,
e sapeva poi d'infinite altre straniere, che per qualche
leggero barlume d'ingegno veduto in qualche giovane loro
individuo, non esitavano a far gravissimi sacrifici affine
di collocarlo in maniera atta a farlo profittare de' suoi
talenti. Contuttoch si credesse da molti che il mio
intelletto spargesse alquanto pi che un barlume, Ella
tuttavia mi giudic indegno che un padre dovesse far
sacrifizi per me, n le parve che il bene della mia vita
presente e futura valesse qualche alterazione al suo piano
di famiglia. Io vedeva i miei parenti scherzare
cogl'impieghi che ottenevano dal sovrano, e sperando che
avrebbero potuto impegnarsi con effetto anche per me,
domandai che per lo meno mi si procacciasse qualche mezzo di
vivere in maniera adattata alle mie circostanze, senza che
perci fossi a carico della mia famiglia. Fui accolto colle
risa, ed Ella non cred che le sue relazioni, in somma le
sue cure si dovessero neppur esse impiegare per uno
stabilimento competente di questo suo figlio. Io sapeva bene
i progetti ch'Ella formava su di noi, e come per assicurare
la felicit di una cosa ch'io non conosco, ma sento chiamar
casa e famiglia, Ella esigeva da noi due il sacrifizio,
non di roba n di cure, ma delle nostre inclinazioni, della
giovent, e di tutta la nostra vita. Il quale essendo io
certo ch'Ella n da Carlo n da me avrebbe mai potuto
ottenere, non mi restava nessuna considerazione a fare su
questi progetti, e non potea prenderli per mia norma in
verun modo. Ella conosceva ancora la miserabilissima vita
ch'io menava per le orribili malinconie, ed i tormenti di
nuovo genere che mi proccurava la mia strana immaginazione,
e non poteva ignorare quello ch'era pi ch'evidente, cio
che a questo, ed alla mia salute che ne soffriva
visibilissimamente, e ne sofferse sino da quando mi si form
questa misera complessione, non v'era assolutamente altro
rimedio che distrazioni potenti e tutto quello che in
Recanati non si poteva mai ritrovare. Contuttoci Ella
lasciava per tanti anni un uomo del mio carattere, o a
consumarsi affatto in istudi micidiali o a seppellirsi nella
pi terribile noia, e per conseguenza, malinconia, derivata
dalla necessaria solitudine e dalla vita affatto
disoccupata, come massimamente negli ultimi mesi. Non tardai
molto ad avvedermi che qualunque possibile e immaginabile
ragione era inutilissima a rimuoverla dal suo proposito, e
che la fermezza straordinaria del suo carattere, coperta da
una costantissima dissimulazione, e apparenza di cedere, era
tale da non lasciar la minima ombra di speranza. Tutto
questo e le riflessioni fatte sulla natura degli uomini, mi
persuasero ch'io bench sprovveduto di tutto, non dovea
confidare se non in me stesso. Ed ora che la legge mi ha gi
fatto padrone di me, non ho voluto pi tardare a incaricarmi
della mia sorte. Io so che la felicit dell'uomo consiste
nell'esser contento, e per pi facilmente potr esser
felice mendicando, che in mezzo a quanti agi corporali possa
godere in questo luogo. Odio la vile prudenza che ci
agghiaccia e lega e rende incapaci d'ogni grande azione,
riducendoci come animali che attendono tranquillamente alla
conservazione di questa infelice vita senz'altro pensiero.
So che sar stimato pazzo, come so ancora che tutti gli
uomini grandi hanno avuto questo nome. E perch la carriera
di quasi ogni uomo di gran genio  cominciata dalla
disperazione, perci non mi sgomenta che la mia cominci
cos. Voglio piuttosto essere infelice che piccolo, e
soffrire piuttosto che annoiarmi, tanto pi che la noia,
madre per me di mortifere malinconie, mi nuoce assai pi che
ogni disagio del corpo. I padri sogliono giudicare dei loro
figli pi favorevolmente degli altri, ma Ella per lo
contrario ne giudica pi sfavorevolmente d'ogni altra
persona, e quindi non ha mai creduto che noi fossimo nati a
niente di grande: forse anche non riconosce altra grandezza
che quella che si misura coi calcoli, e colle norme
geometriche. Ma quanto a ci molti sono d'altra opinione;
quanto a noi, siccome il disperare di se stessi non pu
altro che nuocere, cos non mi sono mai creduto fatto per
vivere e morire come i miei antenati.
     Avendole reso quelle ragioni che ho saputo della mia
risoluzione, resta ch'io le domandi perdono del disturbo che
le vengo a recare con questa medesima e con quello ch'io
porto meco. Se la mia salute fosse stata meno incerta avrei
voluto piuttosto andar mendicando di casa in casa che
toccare una spilla del suo. Ma essendo cos debole come io
sono, e non potendo sperar pi nulla da Lei, per
l'espressioni ch'Ella si  lasciato a bella posta pi volte
uscire disinvoltamente di bocca in questo proposito, mi son
veduto obbligato, per non espormi alla certezza di morire di
disagio in mezzo al sentiero il secondo giorno, di portarmi
nel modo che ho fatto. Me ne duole sovranamente, e questa 
la sola cosa che mi turba nella mia deliberazione, pensando
di far dispiacere a Lei, di cui conosco la somma bont di
cuore, e le premure datesi per farci viver soddisfatti nella
nostra situazione. Alle quali io son grato sino all'estremo
dell'anima, e mi pesa infinitamente di parere infetto di
quel vizio che abborro quasi sopra tutti, cio
l'ingratitudine. La sola differenza di principii, che non
era in verun modo appianabile, e che dovea necessariamente
condurmi o a morir qui di disperazione, o a questo passo
ch'io fo,  stata cagione della mia disavventura. 
piaciuto al cielo per nostro gastigo che i soli giovani di
questa citt che avessero pensieri alquanto pi che
Recanatesi, toccassero a Lei per esercizio di pazienza, e
che il solo padre che riguardasse questi figli come una
disgrazia, toccasse a noi. Quello che mi consola  il
pensare che questa  l'ultima molestia ch'io le reco, e che
serve a liberarla dal continuo fastidio della mia presenza,
e dai tanti altri disturbi che la mia persona le ha recati,
e molto pi le recherebbe per l'avvenire, Mio caro Signor
Padre, se mi permette di chiamarla con questo nome, io
m'inginocchio per pregarla di perdonare a questo infelice
per natura e per circostanze. Vorrei che la mia infelicit
fosse stata tutta mia, e nessuno avesse dovuto risentirsene,
e cos spero che sar d'ora innanzi. Se la fortuna mi far
mai padrone di nulla, il mio primo pensiero sar di rendere
quello di cui ora la necessit mi costringe a servirmi.
L'ultimo favore ch'io le domando,  che se mai le si dester
la ricordanza di questo figlio che l'ha sempre venerata ed
amata, non la rigetti come odiosa, n la maledica; e se la
sorte non ha voluto ch'Ella si possa lodare di lui, non
ricusi di concedergli quella compassione che non si nega
neanche ai malfattori.

A CARLO ANTICI - ROMA.
[Recanati 4 Giugno 1822].
     Ho fatto subito leggere a mio padre la sua gentilissima
del 29 scorso; ed egli m'impose di ringraziarla delle sue
graziose espressioni e di mettere in sua libert il mandare
o no l'esemplare, ch'Ella dice, al Card. Rivarola, poich
mio padre non glie n'ha mandato.
     Non per far smorfie, com'ella dice, ma per vero
sentimento, dico di cuore e con piena sincerit che quanto
alle opere di me divulgate non ho altro desiderio se non che
la memoria se ne cancelli interamente. Son cose giovanili,
ed  tanto lungi che io dica questo per affettazione di
modestia che anzi io le stimo indegne del mio grado
letterario attuale, e credo che oramai non mi convenga pi
uscir fuori se non con qualcosa che mi ponga al disopra di
parecchi altri. E ultimamente essendomi chiesta licenza da
Verona di ristampare la mia Batracomiomachia, ho
considerato e procurato che se ne scegliesse piuttosto
un'altra; e quando vogliano onninamente la mia, ho permesso,
che la ristampino (non avendo facolt di negarlo), ma con
patto espresso che non si dia nessun segno al pubblico di
avermene fatto consapevole. Ella sa bene che il Guidi e non
pochi altri quando ebbero acquistato una certa reputazione,
rifiutarono decisamente tutte le loro opere giovanili e
procurarono che fossero dimenticate. Le mie poi, meglio che
giovanili, si potrebber chiamare fanciullesche, avendo
riguardo all'et in cui furono scritte. Escludo solamente da
questo numero le Canzoni le quali per sono gi
bastantemente note cost, dove appunto furono stampate.
     Quanto alle opere di mio padre, ne avrei mandato
l'Elenco se l'avessi potuto fare senza l'aiuto suo, e se
egli me l'avesse permesso. Ma anch'egli, ringraziandolo
molto dell'attenzione, non ha creduto di doverne profittare
in questa parte.
     Fin qui non debbo che ringraziarla. Ma posso ben
lamentarmi di Lei, che avendo pubblicato la sua opera, e
dandole occasione di scrivermi, non ne faccia neppure un
cenno, come s'Ella non conoscesse e non sapesse di certo
l'interesse ch'io ne prendo. Fatto sta che prima di sapere
da Lei che l'opera fosse pubblicata ho dovuto sapere da
altri l'accoglienza che l' stata fatta cost. Ho veduto
l'esemplare ch'Ella ha favorito di mandare in casa, ma
finora l'ho dovuto lasciare a mio padre che lo legge, e
sapr valutarlo meglio di me. Attendo per con impazienza il
tempo di poterlo godere. E colla medesima impazienza aspetto
ch'Ella si discolpi meco a voce del suo silenzio in questo
proposito. Saluti e rispetti da parte di tutti i miei. La
prego di ricordare a se stesso e alla sua consorte la mia
servit affettuosa, ed augurandole un prospero e pronto
viaggio, mi confermo suo obbligatissimo e amorosissimo
nepote Giacomo Leopardi.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
Spoleto 20 Novembre 1822.
     Carissimo Signor Padre. Scrivo in gran fretta e a un
barlume per darle nuova del mio arrivo felice in questa
citt con ottimo tempo, e perfetta salute. Il dolor di testa
ha fatto risolvere il zio Momo di allungare d'un giorno il
nostro viaggio. Saremo a Roma sabato, piacendo a Dio. Il zio
Carlo co' suoi compagni ha seguito la sua strada, e sar a
Roma venerd. Riserbo a un'altra lettera tutte le
espressioni della mia vera ed eterna gratitudine verso di
Lei, e del mio fermo proposito di far sempre quello che io
creda doverle essere di maggior piacere. La prego de' miei
saluti alla cara Mamma, al fratello Carlo, e agli altri tre;
e similmente de' saluti del zio Momo, il quale dal primo
giorno del viaggio in poi, non ha pi sofferto, e sta bene.
Perdoni l'orridezza dello scrivere, il qual  dopo cena, in
tavola, fra molte persone che mi assordano. Le bacio le
mani, e con gran tenerezza mi segno Suo affettuosissimo e
riconoscentissimo figlio Giacomo.

AD ADELAIDE LEOPARDI - RECANATI.
Roma 23 Novembre [1822].
     Carissima Signora Madre. Siamo arrivati in questo punto
sani e salvi senz'alcuna disgrazia, e troviamo similmente
arrivati e sani tutti i parenti. Scrivo in fretta perch la
posta  per partire, e le fo i saluti del Zio Carlo, del Zio
Momo, di Donna Marianna e di tutti gli altri, i quali stanno
benissimo. La prego di presentare i miei pi rispettosi e
affettuosi saluti al Signor Padre al quale scrissi gi da
Spoleto, e d'abbracciare per me i fratelli, assicurando s
l'uno come gli altri, che io scriver loro a lungo, e dar
loro conto di me quando sar libero dalla necessit della
fretta, e quando avr trovato dove sia la mia testa. Io sto
bene e gl'incomodi del viaggio, in cambio di nuocermi
m'hanno notabilmente giovato. Le bacio la mano con tutto il
cuore, e pieno di vivissimo affetto e desiderio di Lei, mi
dichiaro Suo tenerissimo figlio Giacomo.

A CARLO LEOPARDI - RECANATI.
Roma 25 Novembre [1822].
     Carlo mio. Se tu credi che quegli che ti scrive sia
Giacomo tuo fratello, t'inganni assai, perch questi  morto
o tramortito, e in sua vece resta una persona che a stento
si ricorda il suo nome. Credi, Carlo mio caro, che io son
fuori di me, non gi per la maraviglia, ch quando anche io
vedessi il Demonio non mi maraviglierei: e delle gran cose
che io vedo, non provo il menomo piacere, perch conosco che
sono maravigliose, ma non lo sento, e t'accerto che la
moltitudine e la grandezza loro m' venuta a noia dopo il
primo giorno. E perci s'io ti dico d'aver quasi perduto la
conoscenza di me stesso, non pensare n alla maraviglia, n
al piacere, n alla speranza, n a veruna cosa lieta. Sappi,
Carlo mio, che durante il viaggio ho sofferto il soffribile,
come accade a chi viaggia a spese d'altri, e di tale che
cerca per ogni verso e vuole i suoi pi squisiti comodi,
sieno o non sieno compatibili cogli altrui. Ma ci non
ostante, per tutto il viaggio ho goduto, e goduto assai, non
d'altro che dello stesso soffrire, e della noncuranza di me,
e del prendere ogni momento novissime e disparatissime
abitudini. E mi restava pure quel filo di speranza, del
quale io sono capace, che senza infiammare n anche
dilettare, pur basta a sostenere in vita. Ma giunto ch'io
sono, e veduto questo orrendo disordine, confusione,
nullit, minutezza insopportabile e trascuratezza
indicibile, e le altre spaventevoli qualit che regnano in
questa casa; e trovatomi intieramente solo e nudo in mezzo
ai miei parenti (bench nulla mi manchi), ti giuro, Carlo
mio, che la pazienza e la fiducia in me stesso, le quali per
lunghissima esperienza m'erano sembrate insuperabili e
inesauribili, non soiamente sono state vinte, ma distrutte.
Come inespertissimo delle strade, io non posso uscir di
casa, n recarmi in alcun luogo, n restarvi, senza la
compagnia di qualcuno della famiglia; e conseguentemente,
per quanta forza io voglia fare in contrario, sono affatto
obbligato a far la vita di casa Antici; quella vita la quale
noi due, ragionando insieme, non sapevamo qual fosse, n in
che consistesse, n come potesse reggersi, n se fosse vita
in alcun modo.
     Ieri fui da Cancellieri, il qual  un coglione, un fiume
di ciarle, il pi noioso e disperante uomo della terra;
parla di cose assurdamente frivole col massimo interesse, di
cose somme colla maggior freddezza possibile; ti affoga di
complimenti e di lodi altissime, e ti fa gli uni e l'altre
in modo cos gelato e con tale indifferenza, che a sentirlo,
pare che l'esser uomo straordinario sia la cosa pi
ordinaria del mondo. In somma io sono in braccio di tale e
tanta malinconia, che di nuovo non ho altro piacere se non
il sonno: e questa malinconia, e l'essere sempre esposto al
di fuori, tutto al contrario della mia antichissima
abitudine, m'abbatte, ed estingue tutte le mie facolt in
modo ch'io non sono pi buono da niente, non ispero pi
nulla, voglio parlare e non so che diavolo mi dire, non
sento pi me stesso, e son fatto in tutto e per tutto una
statua. Fa leggere questa lettera al signor Padre, al quale
io non so quello che mi scrivessi da Spoleto: perch dovete
sapere che io scrissi in tavola fra una canaglia di
Fabrianesi, Iesini ec. i quali s'erano informati dal
Cameriere dell'esser mio, e gi conoscevano il mio nome e
qualit di poeta ec. ec. E un birbante di prete
furbissimo ch'era con loro, si propose di dar la burla anche
a me, come la dava a tutti gli altri: ma credetemi che alla
mia prima risposta, cambi tuono tutto d'un salto, e la sua
compagnia divenne bonissima e gentilissima come tante
pecore.
     Senti, Carlo mio, se potessi esser con te, crederei di
potere anche vivere, riprenderei un poco di lena e di
coraggio, spererei qualche cosa, e avrei qualche ora di
consolazione. In verit io non ho compagnia nessuna: ho
perduto me stesso; e gli altri che mi circondano non
potranno farmi compagnia in eterno. Scrivimi distesamente e
ragguagliami a parte a parte dello stato dell'animo tuo,
intorno al quale ho molti dubbi che mi straziano. Amami, per
Dio. Ho bisogno d'amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo,
vita: il mondo non mi par fatto per me: ho trovato il
diavolo pi brutto assai di quello che si dipinge. Le donne
romane alte e basse fanno propriamente stomaco; gli uomini
fanno rabbia e misericordia. Ma tu scrivimi, e amami; e
parlami assai assai di te e degli altri miei. Bacia per me
la mano al signor Padre e alla Mamma, a' quali scriver
quest'altro ordinario, se ancora sapr scrivere. Salutami
Paolina e Luigi e Don Vincenzo. In tutti i modi faremo
animo: e l'assuefazione sottentrer e rimedier ogni cosa.
Addio, caro ex carne mea. Addio.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
Roma 29 Novembre [1822].
     Carissimo Signor Padre. Ho ricevuto la sua amorosissima
de' 25 corrente, dalla quale rilevo che dev'essere
smarrita la mia scrittale da Spoleto ai 20. Non una quarta
parte dell'amarezza che reca al suo bell'animo la nostra
separazione, ma per lo meno altrettanta  quella ch'io
provo: anzi ne' primi giorni dopo il mio arrivo, fu tale il
mio smarrimento, trovandomi isolato, e lontano da' miei pi
cari, ch'io non credeva di poter durare in questo stato
senza somma e continua pena, come scrissi a Carlo,
pregandolo di farle subito leggere la mia lettera. Ora,
quantunque l'assuefazione e alquante conoscenze fatte
m'abbiano un poco sedato e pacificato l'animo, non m'hanno
per compensato, n mai cosa veruna del mondo mi compenser
della vicinanza e del presente e visibile amore de' miei
genitori e fratelli. Mi consola molto il pensare ch'Ella
preghi il Signore Iddio per me, affinch mi liberi da'
pericoli del mondo, che certo son gravi; e ch'Ella da
lontano mi benedica, e mi tenga per suo buono e fedele e
tenerissimo figlio. Ma perch, quanto  possibile all'amore,
Ella stia coll'animo riposato sul conto mio, le dir che ho
trovato in Roma assai maggiore sciocchezza, insulsaggine e
nullit, e minore malvagit di quella ch'io m'aspettassi; e
le ripeter quello ch'io le dissi poco avanti di partire,
cio ch'io sono molto pi ostinato che volubile, e molto pi
disprezzatore che ammiratore: e non ostante la poca pratica
fatta nella conversazione degli uomini, pure mi riprometto
(e in questa lusinga mi conferma anche una certa esperienza)
di scoprire almeno una gran parte degli artifizi che
s'adoprano per sedurre, ingannare, schernire e perdere i
giovani e ogni sorta d'uomini. La saluta caramente il cugino
Melchiorri, il quale Ella mi dee credere che veramente non 
un cattivo giovane, anzi  pi di tre volte buono, e
smaniosamente infatuato della letteratura assai pi di
quello che sia mai stato io medesimo. La salutano i Zii, e
la insopportabile Donna Marianna, la quale mi vuol bene; e
io non so quello che me le voglia. Bacio la mano alla cara
Mamma, e saluto ed abbraccio i fratelli. A lei professer
eternamente la pi viva gratitudine e il pi caldo e filiale
affetto. Mi ami, caro Signor Padre, ch'io l'amo di tutto
cuore, e desidero di servirla e di compiacerla e d'ubbidirla
in ogni cosa. E per quasi niun altro rispetto mi rallegro di
aver sortito un cuore sensibile e pieno d'amore, se non
perch'io posso rivolgere la mia sensibilit verso di Lei.
Suo ossequiosissimo e affettuosissimo figlio Giacomo.

A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.
Roma 3 Dicembre 1822.
     Cara Paolina. Che cosa volete sapere de' fatti miei? Se
Roma mi piace, se mi diverto, dove sono stato, che vita
faccio? Quanto alla prima domanda, non so pi che
rispondere, perch tutti mi domandano la stessa cosa cento
volte il giorno, e volendo sempre variare nella risposta, ho
consumato il frasario, e i Sinonimi del Rabbi. Parlando sul
serio, tenete per certissimo che il pi stolido Recanatese
ha una maggior dose di buon senso che il pi savio e pi
grave Romano. Assicuratevi che la frivolezza di queste
bestie passa i limiti del credibile. S'io vi volessi
raccontare tutti i propositi ridicoli che servono di materia
ai loro discorsi, e che sono i loro favoriti, non mi
basterebbe un in-foglio. Questa mattina (per dirvene una
sola) ho sentito discorrere gravemente e lungamente sopra la
buona voce di un Prelato che cant messa avanti ieri, e
sopra la dignit del suo portamento nel fare questa
funzione. Gli domandavano come aveva fatto ad acquistare
queste belle prerogative, se nel principio della messa si
era trovato niente imbarazzato, e cose simili. Il Prelato
rispondeva che aveva imparato col lungo assistere alle
Cappelle, che questo esercizio gli era stato molto utile,
che quella  una scuola necessaria ai loro pari, che non
s'era niente imbarazzato, e mille cose spiritosissime. Ho
poi saputo che parecchi Cardinali e altri personaggi s'erano
rallegrati con lui per il felice esito di quella messa
cantata. Fate conto che tutti i propositi de' discorsi
romani sono di questo gusto, e io non esagero nulla. Il
materiale di Roma avrebbe un gran merito se gli uomini di
qui fossero alti cinque braccia e larghi due. Tutta la
popolazione di Roma non basta a riempire la piazza di San
Pietro. La cupola l'ho veduta io, colla mia corta vista, a
5 miglia di distanza, mentre io era in viaggio, e l'ho
veduta distintissimamente colla sua palla e colla sua croce,
come voi vedete di cost gli Appennini. Tutta la grandezza
di Roma non serve ad altro che a moltiplicare le distanze, e
il numero de' gradini che bisogna salire per trovare
chiunque vogliate. Queste fabbriche immense, e queste strade
per conseguenza interminabili, sono tanti spazi gittati fra
gli uomini, invece d'essere spazi che contengano uomini. Io
non vedo che bellezza vi sia nel porre i pezzi degli scacchi
della grandezza ordinaria, sopra uno scacchiere largo e
lungo quanto cotesta piazza della Madonna. Non voglio gi
dire che Roma mi paia disabitata, ma dico che se gli uomini
avessero bisogno d'abitare cos al largo, come s'abita in
questi palazzi, e come si cammina in queste strade, piazze,
chiese; non basterebbe il globo a contenere il genere umano.
Quanto alla prima domanda siete soddisfatta. Alle altre
risponder con pi comodo. Salutate il Pap, baciategli la
mano per me, ditegli che ho ricevuto la sua del 29
passato, che eseguir le sue commissioni circa la contessa
Mazzagalli e il padre Trachini, che l'altra circa l'avvocato
Fusconi  gi eseguita, che il danaro e il panno della
Marchesa Roberti  consegnato da pi giorni, che io sto
bene, e cos tutti i miei ospiti, i quali, e in particolare
i Zii, salutano lui e la Mamma. Ho ricevuto anche la lettera
della Mamma; salutate anche lei, e datele un bacio. Dite a
Carlo che qualunque sia il baule di cui parla Luigi, la mia
testa non istava sopra il baule: ma che un altro baule, del
quale io intendo di parlare, l'ebbi sempre di dietro. A
Luigi, a Pietruccio, a Don Vincenzo ec. salute e
benedizione. Non ho adempiuto i vostri comandi, ma col tempo
si far tutto. Voglimi bene e sta' bene. Aspetto lettera di
Carlo con quest'ordinario, e tua fra una settimana. Addio.
Marietta ti saluta. Addio.

A CARLO LEOPARDI - RECANATI.
Roma 6 Dicembre [1822].
     Carlo mio. Quei dubbi che mi laceravano, non erano certo
che tu fossi per avermi dimenticato, perch quando anche ci
potesse accadere o fosse accaduto, io era ben certo che non
poteva essere se non per momenti. Ma io stava in grandissimo
batticuore sullo stato dell'animo tuo verso di te, e delle
tue circostanze, e questo pensiero mi pungeva infinitamente
quel primo giorno ch'io ti lasciai, e ch'io mi dipingeva
alla fantasia tutto il nero, tutto il freddo, tutto il morto
dell'abbandono in cui ti trovavi. E non potendo altro, la
mattina del giorno seguente, pregai molto la moglie del
Fattore di Tolentino, che avendo occasione, facesse arrivar
le mie nuove e i miei saluti a te, ed agli altri miei.
Credi, Carlo mio, che se l'amor nostro scambievole potesse
crescere, crescerebbe dalla mia parte, non solo per
l'allontanamento, il quale agli animi come i nostri, suol
recare gran desiderio dell'amato, ma per lo stesso viver nel
mondo, e nel tumulto, e per le stesse distrazioni, e
gl'impedimenti ch'io ho di pensare a te solo. Veramente per
me non v' maggior solitudine che la gran compagnia; e
perch questa solitudine mi rincresce, per desidero
d'essere effettivamente solitario, per essere in effettiva
compagnia, cio nella tua, ed in quella del mio cuore.
Senti, mio caro fratello; non mi dare del misantropo, n del
codardo, n del bigotto; ma piuttosto assicurati che quello
ch'io sono per dirti m' dettato dall'esperienza, e dalla
cognizione dell'animo tuo e mio. Dico, che in verit, se per
qualche modo tu potessi proccurarti cost un'esistenza meno
dipendente e meno povera di quella d'oggi, tu non dovresti
pensare e giudicare di cedere al destino, e rilasciargli la
maggior parte della felicit; ma ti dovresti fermamente
persuadere di essere, se non nel migliore, certo in uno de'
migliori stati possibili all'uomo. Domandami se in due
settimane da che sono in Roma, io ho mai goduto pure un
momento di piacere fuggitivo, di piacere rubato, preveduto o
improvviso, esteriore o interiore, turbolento o pacifico, o
vestito sotto qualunque forma. Io ti risponder in buona
coscienza e ti giurer, che da quando io misi piede in
questa citt, mai una goccia di piacere non  caduta
sull'animo mio; eccetto in quei momenti ch'io ho letto tue
lettere, i quali ti dico senz'alcuna esagerazione che sono
stati i pi bei momenti della mia dimora in Roma: quelle
stesse poche righe che ponesti sotto la lettera di mia
Madre, furono per me come un lampo di luce che rompessero le
dense e mute e deserte tenebre che mi circondavano. Dirai
ch'io non so vivere; che per te, e per altri tuoi simili il
caso non andrebbe cos. Ma senti i ragionamenti ed i fatti.
L'uomo non pu assolutamente vivere in una grande sfera,
perch la sua forza o facolt di rapporto  limitata. In una
piccola citt ci possiamo annoiare, ma alla fine i rapporti
dell'uomo all'uomo e alle cose, esistono, perch la sfera
de' medesimi rapporti  ristretta e proporzionata alla
natura umana. In una grande citt l'uomo vive senza
nessunissimo rapporto a quello che lo circonda, perch la
sfera  cos grande, che l'individuo non la pu riempiere,
non la pu sentire intorno a s, e quindi non v'ha nessun
punto di contatto fra essa e lui. Da questo potete
congetturare quanto maggiore e pi terribile sia la noia che
si prova in una grande citt, di quella che si prova nelle
citt piccole: giacch l'indifferenza, quell'orribile
passione, anzi spassione, dell'uomo, ha veramente e
necessariamente la sua principal sede nelle citt grandi,
cio nelle societ molto estese. La facolt sensitiva
dell'uomo, in questi luoghi, si limita al solo vedere.
Questa  l'unica sensazione degl'individui, che non si
riflette in verun modo nell'interno. L'unica maniera di
poter vivere in una citt grande, e che tutti, presto o
tardi, sono obbligati a tenere,  quella di farsi una
piccola sfera di rapporti, rimanendo in piena indifferenza
verso tutto il resto della societ. Vale a dire fabbricarsi
dintorno come una piccola citt, dentro la grande; rimanendo
inutile e indifferente all'individuo tutto il resto della
medesima gran citt. Per far questo, non  bisogno uscire
delle citt piccole. Questo  veramente un ricadere nel
piccolo per forza di natura. Veniamo alle prove di fatto.
Lascio stare ch'io vedo la noia dipinta sul viso di tutti i
mondani di Roma. Dir solamente questo. Voi sapete che
l'unica fonte di piaceri  l'amor proprio; e che questo amor
proprio in ultima analisi si risolve o in ambizione o in
sentimento. Quanto al sentimento, potete immaginare se una
moltitudine dissipata che non pensa mai a se medesima, ne
debba esser capace. Quanto all'ambizione, dovete persuadervi
che in una citt grande  impossibilissimo di soddisfarle.
Qualunque sia il pregio a cui voi pretendiate, o bellezza, o
dottrina, o nobilt, o ricchezza, o giovent, in una citt
grande  tanta soprabbondanza di tutto questo, che non se ne
fa caso veruno. Io vedo tuttogiorno uomini che riempirebbono
Recanati di se medesimi, e di cui qui nessuno si cura.
L'attirare gli occhi degli altri in una gran citt  impresa
disperata; e veramente queste tali citt non son fatte se
non per i monarchi, o per uomini tali che possano
smisuratamente soverchiare la massima parte del genere umano
in qualche loro pregio per lo pi di fortuna, come ricchezza
immensa, dignit vicina a quella di principe, o cose simili.
Fuori di questi casi, voi non potete godere di Roma, e delle
altre citt grandi, se non come puro spettatore: e lo
spettacolo del quale v' impossibile di far parte, v'annoia
al secondo momento, per bellissimo che sia. Lasciando da
parte lo spirito e la letteratura, di cui vi parler altra
volta (avendo gi conosciuto non pochi letterati di Roma),
mi ristringer solamente alle donne, e alla fortuna che voi
forse credete che sia facile di far con esse nelle citt
grandi. V'assicuro che  propriamente tutto il contrario. Al
passeggio, in Chiesa, andando per le strade, non trovate una
befana che vi guardi. Io ho fatto e fo molti giri per Roma
in compagnia di giovani molto belli e ben vestiti. Sono
passato spesse volte, con loro, vicinissimo a donne giovani:
le quali non hanno mai alzato gli occhi; e si vedeva
manifestamente che ci non era per modestia, ma per
pienissima e abituale indifferenza e noncuranza: e tutte le
donne che qui s'incontrano sono cos. Trattando,  cos
difficile il fermare una donna in Roma come in Recanati,
anzi molto pi, a cagione dell'eccessiva frivolezza e
dissipatezza di queste bestie femminine, che oltre di ci
non ispirano un interesse al mondo, sono piene d'ipocrisia,
non amano altro che il girare e divertirsi non si sa come,
non la danno (credetemi) se non con quelle infinite
difficolt che si provano negli altri paesi. Il tutto si
riduce alle donne pubbliche, le quali trovo ora che sono
molto pi circospette d'una volta, e in ogni modo sono cos
pericolose come sapete. La carta mi manca. Non finirei mai
di discorrer con voi. Tutti dormono: io rubo questi momenti
al sonno, perch durante il giorno, non mi lasciano un
momento di libert. Salutami tanto Paolina. Ti prego, caro
Carlo, che per amor mio, quando tu mi scrivi, vogli prendere
questa fatica d'allargare un poco il carattere, e lasciare
fra le righe alquanto pi d'intervallo a causa de' miei
poveri occhi. Marietta sta bene, e pare che attenda molto
ogni volta che si parla di te. Puoi scrivermi liberamente
sotto il mio nome, senza far lettere ostensibili ec.
perch'io non mostro n le tue n le altrui, e questi di casa
sono incapaci di violare le lettere che mi vengono. Questa
sera ho conosciuto alcuni dotti tedeschi che m'hanno
alquanto confortato. Addio, ti bacio, stammi di buon animo.

A MONALDO LEOPARDI.
Roma 9 Decembre 1822.
     Carissimo Signor Padre. Tutte le lettere ch'io ricevo da
casa mia, e specialmente le sue, mi consolano e mi
rallegrano sopra ogni altra cosa, perch in verit io ebbi
sempre ed avr sempre bisogno della comunicazione del cuore
e dei sentimenti, la quale non posso trovare appresso i miei
ospiti, quantunque non mi lascino mancare di nessun'altra
cosa o necessaria o comoda. Ma i principii e gli elementi
eterocliti ed affatto anomali di cui sono composti i loro
naturali, e il disordine incredibile e inconcepibile che
regna nel giornaliero di questa famiglia, non mi lasciano
esser con loro altro che forestiere. Sono stato dalla
Contessa Mazzagalli, la quale ho trovato bene, e le ho fatto
i suoi saluti e quelli della Marchesa Roberti. Ringrazia e
saluta Lei e la Marchesa, alla quale forse a quest'ora avr
scritto in proposito. Sono anche stato a posta dal Padre
Trachini, il quale  molto invecchiato, ma il suo aspetto 
sano. Ha gradito la visita, e la memoria ch'Ella tiene di
lui, e m'ha incaricato di riverirla da sua parte. Di qui a
pochi mesi, o forse a pochi giorni, compie il triennio del
suo Procuratorato generale, e potrebb'essere che tornasse a
stabilirsi cost. Ho mostrato a Melchiorri la descrizione
ch'Ella mi consegn della medaglia iscritta M. CARR. L'ha
fatta vedere ad Alessandro Visconti che passa per il primo
Numismatico di Roma, e (dicono costoro) d'Europa: e questi
ha creduto che la medaglia appartenga alla famiglia Papiria,
e che l'iscrizione si debba leggere M. CARB. cio M.
Carbo. Cos veramente la riportano il Vaillant, l'Ekhel ed
altri, come ho veduto io medesimo: e la descrizione che
fanno della medaglia, concorda appunto colla sua. Far
ricerca dell'Arvood, e s'altro m'occorrer in materia
Bibliografica che faccia a proposito, non mancher
d'avvertirla. Cercher anche il noto opuscolo di San
Girolamo nell'edizione Vallarsiana, ch' l'ultima e la pi
completa, delle opere di questo Padre. La ringrazio molto
delle notizie ch'Ella mi d, e godo che il fratellino stia
meglio: desidero sapere che sia guarito, e spero che Ella o
altri non lascer di darmi notizia di lui ne' prossimi
ordinarii. Del Grutero non dubito che non sia cosa
magnifica, com'Ella dice, e son certo ch' utilissima, e
poco meno che necessaria, massimamente a una Biblioteca.
Quanto ai letterati, de' quali Ella mi domanda, io n'ho
veramente conosciuto pochi, e questi pochi m'hanno tolto la
voglia di conoscerne altri. Tutti pretendono d'arrivare
all'immortalit in carrozza, come i cattivi Cristiani al
Paradiso. Secondo loro, il sommo della sapienza umana, anzi
la sola e vera scienza dell'uomo  l'Antiquaria. Non ho
ancora potuto conoscere un letterato Romano che intenda
sotto il nome di letteratura altro che l'Archeologia.
Filosofia, morale, politica, scienza del cuore umano,
eloquenza, poesia, filologia, tutto ci  straniero in Roma,
e pare un giuoco da fanciulli, a paragone del trovare se
quel pezzo di rame o di sasso appartenne a Marcantonio o a
Marcagrippa. La bella  che non si trova un Romano il quale
realmente possieda il latino o il greco; senza la perfetta
cognizione delle quali lingue, Ella ben vede che cosa mai
possa essere lo studio dell'antichit. Tutto il giorno
ciarlano e disputano, e si motteggiano ne' giornali, e fanno
cabale e partiti, e cos vive e fa progressi la letteratura
romana. Quanto a me, alcuni di costoro mi conoscevano avanti
il mio arrivo, altri no. Quelli mi trattano molto bene,
questi poco, come accade all'uomo nuovo, e massimamente ad
uno che non s' mai curato di farsi conoscere in questa
citt, e che non sa parlare della loro scienza favorita, o
che s'annoia di parlarne. Cancellieri  insopportabile per
le estreme lodi che colla maggiore indifferenza del mondo
dice in faccia di chiunque lo va a trovare: ed  famoso per
questa brutta propriet, che rende la sua conversazione
affatto insignificante, non potendosegli mai credere.
Monsignor Mai  tutt'altro da questa canaglia; 
gentilissimo con tutti, compiacentissimo in parole, politico
in fatti; mostra di voler soddisfare a ciascuno, e fa in
ultimo il suo comodo; ma quanto a me, non solo non ho che
lagnarmene, anzi debbo dire che m'ha compiaciuto realmente
in ogni mia domanda, e che mi tratta quasi con rispetto.
Dopo il mio arrivo  uscita la sua Repubblica, la quale
 una bella cosa, e molto lodata da chi la capisce, come
biasimata dal partito contrario a Mai. Presto uscir il
Frontone accresciuto del doppio da quel che fu
nell'edizione di Milano, in modo che gran parte delle sue
opere viene ad essere intera e senza lagune. Ho conosciuto
il Cav. Marini Direttore generale de' catasti, uomo
coltissimo, il quale mi parl subito di Lei, e de' suoi
affari al tempo dell'annona, ne' quali anch'egli, come mi
disse, ebbe parte; e mi dimostr molta stima per la sua
persona. Ha una ricchissima libreria, ch', si pu dire, a
disposizione di Melchiorri e mia. Non  pubblica. Quivi
passiamo, per lo pi, buona parte della mattina, e
ordinariamente siamo soli. Presso il Ministro d'Olanda, (che
mi chiese nuove di Lei, e volle la sua opera sulla nostra
Zecca, avendola veduta annunziata nelle Effemeridi) ho
conosciuto alcuni dotti forestieri, (ben altra cosa che i
Romani). Uno de' quali venne ieri da me a posta, e
spontaneamente; e mi preg che gli comunicassi alcune
osservazioni ch'io sono per fare stampare; le lod, e mi
dimand dell'ora in cui sarebbe potuto tornare a csare
con me. Questi  un professore di letteratura greca di
Monaco, uomo celebre, che io conosceva gi di nome da pi
anni in qua. La ho trattenuta di queste bagattelle, perch
credo, ed Ella m'assicura che si compiace d'essere informata
delle cose mie. Desidero che il suo nuovo impiego le rechi
il minor possibile incomodo: auguro e confido che riesca in
benefizio della patria. La prego de' miei saluti a tutti i
nostri, particolarmente alla Mamma, e de' miei ossequi alla
Marchesa Roberti. Mi benedica: non  necessario dirle che mi
comandi: solamente ne la posso pregare, perch'io abbia la
consolazione di renderle qualche servigio secondo le mie
forze. Il suo tenero figlio Giacomo.

A ETTORE LEOPARDI.
Roma 14 Decembre 1822.
     Carissimo Zio. Voi mi permetteste d'annoiarvi colle mie
lettere ed io mi prevalgo di questa licenza, e vi scrivo.
Desidero grandemente di ricevere le vostre nuove, e
soprattutto di riceverle da voi medesimo. Come vi tratta
l'inverno di Recanati? Quello di Roma, finora, appena si 
potuto chiamare inverno. Ma ieri ed oggi il vento di
tramontana ha fatto sentire per la prima volta un poco di
freddo, bench il tempo sia bellissimo. Nuove non vi sono,
eccetto la promozione d'otto Prelati al Cardinalato, che
avrete gi intesa. I promossi sono Pallotta, Odescalchi,
Orfini, Serlupi, Guerrieri: degli altri tre non mi ricordo.
Io sto benissimo, e mi diverto sino a un certo segno. Vorrei
sentire altrettanto di voi. Caro Zio, credetemi ch'io v'amo
di tutto cuore, e che le distrazioni di Roma non
m'impediscono d'avervi presente alla memoria. Avrei voluto
scrivervi prima, ma io posso disporre di poco tempo, perch
ad ogni momento, ora questo ora quello mi viene a prendere
in casa, e tutta la giornata si consuma in girare e vedere.
Abbiate cura della vostra salute, ve ne prego con tutta
l'anima, e s' possibile distraetevi, ch la distrazione 
la miglior medicina per voi e per me. Vogliatemi bene, caro
Zio mio, e se potessi servirvi in qualche cosa, comandatemi.
Vi bacio la mano e mi protesto vostro affettuosissimo e
obbligatissimo nipote Giacomo.

A CARLO LEOPARDI - RECANATI.
Roma 16 Dicembre 1822.
     Carlo mio. Se non siete persuaso di quello ch'io cercai
di provarvi nell'ultima mia, n'en parlons plus. Io
v'accerto che non solo non ho provato alcun piacere in Roma,
ma sono stato sempre immerso in profondissima malinconia.
Non nego per che questo non venga in gran parte dalla mia
particolare costituzione morale e fisica. V'accerto ancora
che quanto alle donne, qui non si fa niente nientissimo pi
che a Recanati. V'accerto che gli spettacoli e divertimenti
sono molto pi noiosi qui che a Recanati, perch in essi
nessuno brilla, fuori dello stesso spettacolo e
divertimento. Questo  il solo che possa brillare, e non si
va allo spettacolo se non puramente per veder lo spettacolo,
(cosa noiosissima), oppure per trattenersi con quelle tali
poche persone che formano il piccolo circolo di ciascheduno;
il qual piccolo circolo s'ha nelle citt piccole meglio
ancora che nelle grandi, e certamente nelle grandi  pi
ristretto che nelle piccole.
     Ma venghiamo a cose pi allegre. Primieramente io non ho
conosciuto n guardia n Spada nessuna. Ho ben conosciuto
quel fenomeno di Menicuccio Melchiorri, e pratico
tuttogiorno con quel coglione di Peppe, che invita mezzo
mondo a mettergli tre braccia di corna. Ma per quanto
pessima idea possiate aver della moglie, non  possibile che
arriviate a concepire che razza di donna misera e nulla sia
questa. Figuratevi una servaccia sciocchissima, bruttissima,
goffissima, senza una grazia negli occhi o nel portamento o
in alcuna parte della persona, senza una parola in bocca,
insomma senza un attrait immaginabile al mondo; e tutto
questo, essendo puttana, o se non altro, civetta. Io non
conosco le puttane d'alto affare, ma quanto alle basse, vi
giuro che la pi brutta e gretta civettina di Recanati vale
per tutte le migliori di Roma. Ho conosciuto parecchi di
questi furbi e di questi bravi. Hanno pi franchezza e pi
parole, ma quanto al saper fare e cavare i ragni dai buchi,
cederebbero tutti quanti ai Galamini. Un Condulmari si
mangerebbe tutta Roma viva viva in un boccone. Confermatevi
pure nel vostro pensiero che un buono e compito Marchegiano
vale per mezzo mondo. Io me n'accorsi fin da Spoleto,
paragonando quei Marchegiani che v'erano a tavola, con altri
pur giovanotti e galanti, nativi d'altre parti. Cancellieri
mi diverte qualche volta con alcuni racconti spirituali,
verbigrazia che il Card. Malvasia b. m. metteva le mani in
petto alle Dame della sua conversazione, ed era un
dbauch di prima sfera, e mandava all'inquisizione i
mariti e i figli di quelle che le resistevano ec. ec. Cose
simili del Card. Brancadoro, simili di tutti i Cardinali
(che sono le pi schifose persone della terra), simili di
tutti i Prelati, nessuno de' quali fa fortuna se non per
mezzo delle donne. Il santo Papa Pio VII deve il Cardinalato
e il Papato a una civetta di Roma. Dopo essere andato in
estasi, si diverte presentemente a discorrere degli amori e
lascivie de' suoi Cardinali e de' suoi Prelati, e ci ride, e
dice loro de' bons-mots e delle galanterie in questo
proposito. La sua conversazione favorita  composta di
alcuni secolari, buffoni di professione, de' quali ho saputo
i nomi, ma non me ne ricordo. Una figlia di non so quale
artista, gi favorita di Lebzeltern, ottenne per mezzo di
costui, e gode presentemente una pensione di settecento
scudi l'anno, tanto che, morto il suo primo marito, si 
rimaritata a un Principe. La Magatti, quella famosa puttana
di Calcagnini, esiliata a Firenze, ha 700 scudi di
pensione dal governo, ottenuti per mezzo del principe Reale
di Baviera, stato suo amico. Questo  quel principe ch'ebbe
quel miracolo di guarire improvvisamente (come si lesse
nelle gazzette) dalla sordit, restando pi sordo di prima.
Che ve ne pare? E contuttoci siate certo, che quanto al
sostanziale (in materia di donne) si fa molto pi a Recanati
che a Roma, data per la proporzione della gente, ed escluso
quello che si fa per puro purissimo denaro, il che senza
dubbio  moltissimo, anzi  il pi. Ma ci vuol danaro assai,
perch qui non se ne manca, e non si pu discorrere di
bagattelle. Vi ho parlato solamente delle donne, perch
della letteratura non so che mi vi dire. Orrori e poi
orrori. I pi santi nomi profanati, le pi insigni
sciocchezze levate al cielo, i migliori spiriti di questo
secolo calpestati come inferiori al minimo letterato di
Roma, la filosofia disprezzata come studio da fanciulli, il
genio e l'immaginazione e il sentimento, nomi (non dico cose
ma nomi) incogniti e forestieri ai poeti e alle poetesse di
professione; l'Antiquaria messa da tutti in cima del sapere
umano, e considerata costantemente e universalmente come
l'unico vero studio dell'uomo. Non vi dico esagerazioni.
Anzi  impossibile che vi dica abbastanza. Letterato e
Antiquario in Roma  perfettamente tutt'uno. S'io non sono
Antiquario, s'intende ch'io non sono letterato, e che non so
nulla. E poi quel veder la gente fanatica della letteratura
anche pi di quello ch'io fossi in alcun tempo; quel misero
traffico di gloria (giacch qui non si parla di danari, che
almeno meriterebbero d'esser cercati con impegno), e di
gloria invidiata, combattuta, levata come di bocca dall'uno
all'altro; quei continui partiti, de' quali stando lontano
non  possibile farsi un'idea; quell'eterno discorrere di
letteratura (come p.e., Massucci de' suoi negozi), e
discorrerne sciocchissimamente, e come di un vero mestiere,
progettando tuttogiorno, criticando, promettendo, lodandosi
da se stesso, magnificando persone e scritti che fanno
misericordia; tutto questo m'avvilisce in modo, che s'io non
avessi il rifugio della posterit, e la certezza che col
tempo tutto prende il suo giusto luogo (rifugio illusorio,
ma unico e necessarissimo al vero letterato), manderei la
letteratura al diavolo mille volte. Quanto alla gelosia da
ispirarsi, lasciami pur fare; e gi non ho trascurato alcune
occasioni. Quanto a quella che tu provi, conosco che la
lontananza l'accende e la fomenta, ma in verit, in verit
non ha luogo. Donna Marianna m'ha detto e ripetuto pi volte
che ti salutassi particolarmente a nome suo. Quest' la
prima e forse l'ultima volta che l'ubbidisco. Salutami
tutti. Io sto bene. Abbiamo un freddo del diavolo, perch
tira vento di tramontana. Fuori dei giorni di gran neve, non
fa mai tanto freddo cost. Buona notte. Stammi allegramente,
se puoi; voglimi bene e scrivimi.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
Roma 20 Dicembre 1822.
     Carissimo Signor Padre. Rispondo all'affettuosissima sua
de' 16 del corrente, e cominciando dal parere ch'Ella mi
chiede circa il dono del quadro; io dubito assai che,
valendo molto il quadro (come pare anche a me), il dono non
sia gettato; s per la poca intelligenza de' miei ospiti in
queste materie, e s per la loro abituale e naturale
freddezza per tutto quello che non ha qualche cosa di
strano, anzi di stravagante; o che non s'incontra quasi per
azzardo coi loro gusti momentanei, indefinibili,
imprevedibili, inafferrabili. Contuttoci credo anch'io che
il dono d'un quadro sarebbe forse il pi a proposito; e
posso dirle che a questi di casa non riuscirebbe inutile
perch la maggior parte del loro appartamento  addobbata
con quadri, e soli quadri; e questi tuttavia non sono se non
pochi; in maniera che il suo non si verrebbe a perdere
nell'abbondanza. Il Torto e il Diritto del Bartoli, il
piccolo Luciano greco, e il primo tomo del Don Quijote
di Madrid, sono qui con me, che gli ho portati per non avere
ad interrompere la mia lettura quotidiana di greco, italiano
e spagnuolo, neppure per viaggio. Ma dell'Omero mi
dispiace assai di sentire che non si trovi al suo luogo, nel
quale io so di certo d'averlo sempre rimesso: e non so
immaginare dove possa essere, se pur Carlo non l'avesse
prestato a Zavagli, il quale era solito di domandare altri
poeti, e che deve anche avere il 4 tomo del Murray.
Quanto prima potr, sar da Fusconi, come Ella mi ordina. Il
noto opuscolo manoscritto di San Girolamo, non si trova
nell'edizione Vallarsiana, ch' l'ultima e completissima in
12 o 14 tomi in foglio, e che comprende tutte le opere
che vanno sotto il nome di San Girolamo. E per, s'io non
m'inganno, dovrebb'essere inedito. Ho fatto ricerca
dell'Arvood, e non solo inutilmente; ma sono stato
assicurato che non si trova vendibile in nessun luogo, se
non a caso; bench ve ne siano moltissime richieste. De
Romanis n'ha uno solo per suo uso, tutto postillato, e
neppur questo  venuto dalla bottega, ma fu gi adoperato da
non so qual prete. Cercher la Vita di Leon X, e far
secondo ch'Ella mi scrive. Non ho comprato la Repubblica
del Mai (la quale ho avuta in prestito e la sto leggendo); e
se il mio giudizio  di niun valore, io la consiglio a non
prenderla. Il prezzo, in carta infima  di paoli trentatre:
la materia non ha niente di nuovo, e le stesse cose dice il
medesimo Cicerone in cento altri luoghi. Di modo che
l'utilit reale di questo libro non vale il suo prezzo. Se
si trattasse di completare una Biblioteca o una Collezione,
non direi cos; ma noi non siamo nel caso. Attender sopra
di questo i suoi comandi. Il cugino Melchiorri sta lavorando
insieme col Cav. P. Visconti a un'edizione de' Libri de
Lingua Latina di Varrone, i quali non sono stati mai
stampati sopportabilmente. Certo egli non  capace di
riempiere questo vuoto, ma lo spera; e lo sperano anche
questi letterati; tanto che De Romanis  per pubblicarglielo
a conto proprio; e l'editore Torinese de' Classici latini e
greci (edizione bellissima, colle note Variorum,
correttissima, e di prezzo discreto) si offerse, qualche
tempo fa, di stamparlo esso medesimo a proprio conto.
Melchiorri dunque avendo saputo ch'Ella ha un Varrone De
lingua latina del quattrocento (il quale stava poco fa
nella scansia dell'ultima camera), desidererebbe d'averlo in
mano per collazionarlo, e trarne le Varianti, e poi
rimandarlo. Ella far quello che creder meglio a proposito.
Della puntualit di Melchiorri non v' da dubitare. Ma
intanto Ella mi favorirebbe mandandomi i contrassegni di
quella edizione, cio l'anno, se v', il luogo della stampa,
il nome dell'editore, stampatore ec. Il cugino vorrebbe
anche pubblicare le iscrizioni ch'Ella possiede, s'Ella
gliele vuol concedere, mandandogliene copia, colle notizie
opportune; massimamente quella sepolcrale del Manlio ec. Sta
ora pubblicando parecchie altre iscrizioni inedite, in
queste Effemeridi.
     Abbiamo qui un freddo tale, che in tutto l'anno scorso
non si prov il simile a Recanati; e ieri nevicava. Ma io
m'ho riguardo, e grazie a Dio, sto benissimo. La prego de'
miei pi teneri saluti alla Mamma e ai fratelli. E augurando
a Lei ed a tutta la mia famiglia le felici feste, e
ritornandole i saluti de' miei ospiti, particolarmente di
Donna Marianna e del Zio Carlo, le bacio la mano con tutta
l'anima, e mi ripeto Suo vero e gratissimo e amorosissimo
figlio Giacomo.
     In uno de' tomi della Biblioteca Greca del Fabricio,
e credo nel nono, subito dopo la coperta, dovrebb'essere una
mia cartuccia, tutta piena di numeri, in cima della quale
dovrebb'essere scritto Theopomp. o, in qualunque altro
modo, il nome di Teopompo. Se non  troppa confidenza il
domandarlo, desidererei ch'Ella si compiacesse di
spedirmela, perch forse mi dovrebbe servire in alcuni
lavori; de' quali, se avranno luogo, non mancher
informarla.

A CARLO LEOPARDI - RECANATI.
Roma 26 Dicembre 1822.
     Caro Carlo. Ti scrissi, rispondendo alla tua del 12
corrente; ti scrissi colla maggior libert possibile, e
nondimeno indirizzai la lettera al tuo nome, perch mi parve
che nella tua mi dessi facolt di farlo, e mi liberassi da
ogni timore in questo proposito. Oggi avrei dovuto ricevere
la tua risposta, e non veggo nulla. Solamente m' resa una
lettera scrittami in comune da Pietruccio, da Paolina e dal
Pap che mi manda dieci scudi; e questa lettera porta la
data del 20, e l'impronta del 22, che vuol dire ch'
giunta fin dall'ordinario passato. Insomma di
quest'ordinario non ho niente. Sto con un batticuore che non
ti posso esprimere, perch da una parte mi pare impossibile
che se tu hai ricevuto la mia lettera, non m'abbi voluto
rispondere a pronto corso; dall'altra parte mi viene un
sospetto terribile che la mia lettera sia stata intercettata
ed aperta in casa, e non data a te; il che mi dispiacerebbe
moltissimo perch'io non ti parlavo quasi d'altro che di
donne e di buzzarate, e che mio Padre o mia Madre abbiano
letto quello ch'io ti scriveva, non so se mi farebbe danno,
e a questo non penso; ma certo mi mostrerebbe ipocrita e
ingrato verso loro, e mi metterebbe in una guerra con essi,
che oggi non mi conviene per nessun titolo. Ti prego con
tutto il cuore di levarmi al pi presto di questo dubbio. Io
sto bene, e presentemente la mia vita sarebbe molto
passabile, se io potessi camminare, che quasi non posso, per
una miseria di geloni che m' sopravvenuta e mi d molto
dolore. Ma queste son cose che passano. Sono sul punto di
andare a teatro, a sentir David, con donna Marianna ec.
Marietta sta bene, e deve avere scritto a Paolina. Finora,
ch'io sappia, (e credo certo di saperlo) non  uscita se non
una sera, ch' venuta colla Madre e con me da Reinhold, e
quivi le donne fanno societ da loro sole. Quanto all'uscite
della mattina e del dopo pranzo, in parecchie delle quali io
l'ho accompagnata (colla Mamma), assicuratevi ch'ella 
fuori d'ogni pericolo, e non s'accosta a nessuno, e nessuno
a lei n alla madre. In casa indubitatamente non v' nulla.
Forestieri qui non capitano, perch la madre esce ogni sera.
Addio, caro Carlo. Scrivimi subito per carit; voglimi bene;
ti do un bacio; scriver pi a lungo quando avr veduta
qualche tua lettera.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
Roma 27 Decembre 1822.
     Carissimo Signor Padre. Le scrissi gi l'ordinario
passato, rispondendo alla sua graziosissima dei 16
Decembre. Oggi m' resa l'altra dei 20, bench arrivata
qui fino dal 22, come leggo nell'impronta. Sarebbe quasi
inutile ch'io provassi di ringraziarla della liberalit che
mi usa, e dell'affetto che mi dimostra. Ella sa, carissimo
Signor Padre, quali sono i miei sentimenti, ancorch io non
li sappia esprimere. E per tanto mi baster dirle che la
ringrazio con tutto il cuore del dono, e che lo riconosco
dall'antico e tenero, e forse pur troppo non meritato amore,
ch'Ella mi porta: il quale amore per, quando anche non
meritato, certamente  corrisposto, e corrisposto con tutte
le forze possibili dell'animo mio. Scrivo qui dietro a
Pietruccio per non moltiplicare le lettere. Salutai da sua
parte il Cav. Marini, e gli feci l'invito ch'Ella mi
scrisse. Ma il Cav.  cos occupato, che difficilmente avr
mai libert di muoversi da Roma. La ringrazia molto e la
riverisce: e mi disse che non solamente si ricorda di Lei,
ma che dal vederla e conoscerla prese ottima idea della
prontezza, del talento e del buon tratto de' Signori
Marchegiani. Non ho ancora vedute Fusconi, perch nessuno
m'ha saputo dire dove abiti, ma lo sapr, e far quanto Ella
mi prescrive. Tutti (compreso anche me) stanno bene; e tutti
la salutano; particolarmente Donna Marianna, alla quale ho
dato da sua parte notizia dell'Opera di Recanati. Vorrebbe
che io, per contraccambio, e quasi per soverchieria, le
descrivessi l'opera d'Argentina che vedemmo ier sera, ma
queste descrizioni non fanno per Lei n per me. L'Opera 
nuova, del maestro Caraffa: non mi parve gran cosa, bench
avesse un incontro sufficiente. I politici di qui tengono
per certa la guerra di Spagna e Francia, e molti vogliono,
ma non so con qual fondamento, che le ostilit siano
cominciate. La prego de' miei amorosi saluti alla Mamma e ai
fratelli, e baciandole la mano con tutta l'anima, mi
confermo Suo riconoscentissimo figlio Giacomo.

A PIERFRANCESCO LEOPARDI - RECANATI.
Roma [27] Decembre 1822.
     Caro Pietruccio. Vi ringrazio della memoria che avete di
me, della lettera che mi scrivete, delle galanterie che mi
domandate, e in somma di tutto. La posta mi ha ritardato la
vostra lettera. Se l'avessi avuta pi presto, avrei avuto
tempo di consegnare qualche cosetta per voi a Mandolino, il
quale o  partito, o parte domani. Oggi  festa, e non si
trova nessuna bella cosa da comprare. Ma se domani si potr
fare a tempo, vedrete che Mandolino vi porter qualche
regalo. Se no, non dubitate che trover qualche altra
occasione, e presto sarete contento. Dovevate dirmi come
stavate, e se eravate guarito, perch so che siete stato
male. Ma me lo direte un'altra volta, o me lo farete dire
dal vostro Segretario, al quale ho scritto, e voglio che lo
salutiate da parte mia, e diate il buon anno a lui, a Carlo,
a Paolina, e specialmente al Pap e alla Mamma. Dite a
Paolina che con quest'altro ordinario le scriver. Mangiate
e dormite bene, e seguitate a studiare, perch quando io
torno, vorrei che sapeste scrivere come una penna d'Oca.
Addio, v'abbraccio, e vi do tanti e tanti baci. E voi
baciate forte i fratelli per me, e la mano a Babbo e a
Mamma.

A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.
Roma 30 Decembre 1822.
     Cara Paolina. Mi vergogno di non avere ancora eseguite le
vostre commissioni, bench'io non le abbia perci
dimenticate. E se v' qualche scusa ch'io possa portare
della mia tardanza, sar questa, che nei primi giorni della
mia dimora in Roma io sono stato cos affollato di
distrazioni, anzi cos occupato nello stesso distrarmi, che
appena ho avuto il tempo di pensare alle cose pi
necessarie. In seguito sono stato costretto a far
grandissimo risparmio di viaggi per l'incomodo de' geloni
che mi sono sopravvenuti, e che finalmente son suppurati e
aperti, sicch mi conviene stare per lo pi in casa. Ma
questo impedimento spero che debba essere di poca durata.
Ieri fui a pranzo dal ministro d'Olanda. La compagnia era
scelta e tutta composta di forestieri. Posso dir che questa
sia la prima volta che io abbia assistito a una
conversazione di buon tuono, spiritosa ed elegante, e quasi
paragonabile a una conversazione francese. Anche la lingua
che si parl fu francese quasi sempre. Non v'erano Italiani
fuorch i miei ospiti e me, ed un Romano, che non parl mai.
Abbiamo un freddo tale, che i vecchi cavano fuori la loro
solita formola di non ricordarsene uno simile in questo
clima. Le vostre letterine e il vostro modo di scrivere,
ch'io ho conosciuto per la prima volta dopo la mia partenza
da cost, sono cos gentili, che non solamente non paiono
recanatesi, ma neanche italiane. Veramente io non vi so
rispondere con quella grazia che meriterebbero le vostre
proposte. Non ho molto garbo nella galanteria, e di pi temo
che, se volessi usarla con voi, la Mamma non abbruciasse le
mie lettere o prima o almeno dopo di avervele date. Se vi
dicessi che v'amo di tutto cuore, questa non sarebbe
un'espressione galante, ma forse peccherebbe di tenerezza.
Sicch quanto ai sentimenti dell'animo mio verso di voi, per
non errare in qualche termine, lascio che voi medesima ne
siate l'interprete, e in questo ufficio vi faccio mia
plenipotenziaria. Credo di aver detto abbastanza. Baciate la
mano per me alla Mamma e al Pap, al quale direte che gli ho
scritto coll'ultimo ordinario, e col medesimo ho ricevuto
due sue, l'una a pronto corso, l'altra dei 13, giunta qui
fino dai 15. Marietta e Giovannina vi salutano caramente.
E voi salutate per me Carlo e Luigi, e baciate Pietruccio
avvisandolo che io soddisfar alla promessa che gli ho
fatto, subito che sar in caso d'uscire a mio piacere.
Addio, cara Paolina; vogliatemi bene, e date da mia parte il
buon capo d'anno alla Zia Isabella, che si compiacque poco
fa di mandarmi i suoi saluti. Se non vi parr troppo ardire,
fate per me gli stessi augurii alle cugine, e salutate il
zio Peppe. Felicitate ancora il pap del suo ingresso al
nuovo ufficio. Non vi maravigliate se non mi stendo di pi,
perch l'abbondanza delle cose che vi potrei dire produce il
solito effetto del troppo, cio ch'io non so scegliere n
determinare quello che pi convenga di scrivere. Parlando a
voce, ogni cosa avr il suo luogo. Sono anche molto
occupato, perch questi signori non mi permettono di
lasciare gli studi; anzi ho dovuto pi scrivere in un mese,
ch'io non era solito di fare in due, e mi conviene anche
usare pi d'una lingua; il che  fuori affatto della mia
consuetudine. Mi raccomando alla fortuna ch'io non dica e
scriva pi spropositi che parole. Addio: guardatevi da
questo diabolico inverno, e per amor mio cacciate alla
meglio i pensieri malinconici. Vi ringrazio della
descrizione che mi fate del nuovo tomo Giordani. Io non
l'aveva ancora veduto. Di nuovo stammi allegra, ch te ne
prego; e io vedo per esperienza propria e certissima, che
l'allegria e la melanconia sono frutti d'ogni paese.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
[Roma 31 Decembre 1822.].
     Carissimo Signor Padre. Peppino  stato contentissimo
della descrizione ch'Ella gli ha favorito del Codice di
Varrone, e m'assicura che questa  l'edizione principe, e
che gli sar di grandissima utilit il consultarla,
mandandogliela Ella a suo comodo per occasione opportuna.
L'altro giorno fu da me Luigi Sorini, e mi disse che per gli
armadi da lui fatti in cotesto archivio comunale, Ella
promise di fargli avere gli armadi vecchi, ovvero otto scudi
in danaro, oltre il resto del prezzo convenuto per la sua
fattura. Disse ch'era stato pagato del resto, ma non aveva
avuto n gli armadi vecchi n gli otto scudi; che non si
curerebbe di averli se il suo credito fosse con Lei, ma
ch'essendo colla Comune, non vedeva nessun motivo di
trascurarlo: in somma mi preg che gliene scrivessi, come
faccio; ed Ella disporr come creder meglio, rispondendomi,
se le piacer, quello ch'io gli dovr dire, in caso che
torni. Ho trovato la cartina del Teopompo fra i miei
scartafacci, e mi dispiace d'averle dato inutilmente
l'incomodo di cercarla. Ho anche trovato qui fra i libri di
Peppe Antici il 9 tomo del Metastasio, ediz. del Zatta,
segnato Luigi Leopardi. M'immagino che questo tomo debba
mancare nel nostro corpo, e perci l'avverto ch' nelle mie
mani. Reinhold, dal quale fummo a pranzo Domenica, mi disse
di Lei molte cose obbliganti, e fra l'altre, che aveva
ricevuta una sua lettera, e fattale la risposta.
     La sua carissima de' 20 Decembre, mi giunse ritardata,
come mi pare averle scritto. Da quando io la ricevetti, non
mi sono potuto muovere da casa se non di rado, e andando a
poca distanza, a motivo de' geloni che ho ai piedi e che
m'infastidiscono assai. Non sono dunque potuto andare alla
posta a riscuotere il Franco di cui Ella si compiaceva di
farmi dono e di darmi notizia. Ed essendo somma in questo
paese la difficolt di riscuotere i Franchi senz'andare in
persona, non ho trovato chi mandare per me, fino a questa
mattina. Cos non prima di questa mattina ho potuto sapere
che i dieci scudi non sono ancora arrivati. Del che mi pare
di dovere avvisarla.
     Questa notte, dopo dieci giorni di mal di punta, se n'
andato il povero Giuseppe Quercia. Anche la sua de' 13,
come scrissi ieri a Paolina, m' giunta ritardatissima, cio
avanti ieri, bench fosse arrivata a suo tempo in Roma. Non
mancher, com'Ella amorosamente mi ordina, di fare che ogni
ordinario parta qualche mia lettera diretta alla mia
famiglia. Nella quale, Ella dice troppo bene, che regna un
ordine veramente raro, il qual ordine tanto pi si stima,
quanto pi si conosce il disordine delle altre famiglie nel
loro interno. Lo stesso prendersi un poco d'incomodo verso
gli altri, affinch tutti gli altri lo prendano verso di
voi,  la pi comoda cosa del mondo; e un piccolo e moderato
codice di creanza  necessarissimo anche nel pi intimo ed
assoluto domestico. Ma qui, dove niuno si vuole incomodare;
dove i figli alla Madre, la Madre ai figli, il marito alla
moglie, la moglie al marito si contrastano abitualmente e
sinceramente le pagnotte di pane, i sorsi di vino, i
migliori bocconi delle vivande, e se li negano
scambievolmente, e se li tolgono di bocca, e se li
rimproverano, e si danno dei ghiotti gli uni cogli altri;
ciascheduno  incomodato da tutti e tutti da ciascuno. Ma
sarebbe impresa troppo lunga il descrivere minutamente le
assurdit del sistema di questa famiglia, e le
contraddizioni che vi si trovano in ogni articolo. Io credo
di potere, colla debita prudenza, farle fare molte risate
innocenti sopra questo proposito, parlandole a voce.
     Desidero ch'Ella s'abbia riguardo in questo inverno, che
qui  considerato come straordinario, e secolare. Ed
augurandole un felice cominciamento del nuovo anno e delle
fatiche della sua carica, le bacio la mano e domando la sua
benedizione. Amorosissimo figlio Giacomo.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
Roma 4 del 1823.
     Carissimo Signor Padre. Scrivo questa per avvisarla che
ieri mi furono resi dalla posta gli scudi dieci, e per darle
nuova di me, che in questi giorni me la passo per lo pi in
casa, stando con due piaghette l'una alla mano e l'altra al
piede, molto irresoluto s'io le debba medicare o no, e che
cosa converrebbe metterci. Finora non ci ho fatto nulla: non
mi danno dolore, stando fermo; e io mi contento di
riguardarle. Lo stampatore De Romanis mi ha proposto
d'intraprendere per lui una traduzione di tutte le opere di
Platone. Questo lavoro si fa contemporaneamente in Germania
e in Francia nelle rispettive lingue; ed  molto desiderato
in Italia. Tutti i letterati nazionali e forestieri ai quali
s' parlato di questo disegno, l'hanno lodato infinitamente;
lo Stampatore n' invaghito; e credo anch'io che
quest'impresa ben eseguita potrebbe far grande onore.
M'hanno consigliato di domandare a De Romanis 100 scudi
per ciascun tomo della traduzione, la quale verrebbe a
portare quattro o cinque tomi. Sono quasi nell'impegno; e se
le condizioni mi converranno, penso di stringerlo. Mi sar
molto caro il suo parere in questo proposito. Il freddo qui
 mitigato, ma pare presto voglia riprendere il suo rigore.
Mercold Roma era bianca dalla neve. Saluti di tutti a
tutti. La prego in particolare de' miei, specialmente alla
cara Mamma e ai fratelli. E baciandole la mano, mi ripeto
suo affettuosissimo e gratissimo figlio Giacomo.

A CARLO LEOPARDI - RECANATI.
Roma 6 del 1823.
     Caro Carlo. Se le mie lettere ti arrivano, non so: so
bene che dalla tua seconda in poi, non vedo n sento pi
nulla di te; la qual cosa mi d quella pena che tu puoi, o
certo dovresti immaginarti. S'aggiunge che in
quest'ordinario non ho lettera di casa, bench'io
n'aspettassi, e non come proposta ma come risposta. Io non
so d'averti offeso, n vedo come noi due possiamo stimare
d'essere offesi l'uno dall'altro, n credo possibile che,
quando anche tu avessi di che incolparmi, ti sii voluto
vendicare. In ogni modo scrivimi, ch s'io non credessi di
farti ingiuria, ti domanderei perdono di qualunque cosa in
me ti fosse potuta dispiacere. Ho sentito tutte e due le
Opere: quella d'Argentina e quella di Valle. La prima  del
maestro Caraffa, quasi tutta rubata a Rossini, ma cos male,
che non reca il piacere n dell'originalit n
dell'imitazione; e se il Caraffa vi si disprezza, il Rossini
non vi si pu godere. Nessun pezzo interessante, fuorch
un'aria del contralto nel prim'atto, la quale per sembra
cominciata e non finita. Tutte le voci mediocri; eccetto il
tenore, cio David, e il contralto, cio la Ferlotti. Il
basso  nulla, ed agisce anche poco nell'Opera. Il canto di
David non mi ha fatto grande impressione, perch ci si
conosce evidentemente lo sforzo. E perci il corpo della
voce, secondo il gusto mio, non pu molto dilettare. Quanto
all'agilit e volubilit del suo canto, le mie rozze
orecchie non ci trovano niente di straordinario. Ma,
comunque sia, la pi bella voce applicata a una melodia che
non significa niente, non pu far grand'effetto. I Romani
hanno lodato le decorazioni e disapprovato l'Opera. Il ballo
non  niente di buono quanto alla parte pantomimica, cio
all'imitativa. Quanto alla parte ballabile, non  da
disprezzarsi; ma tutto quello ch' puro spettacolo, come il
ballabile, dopo un quarto d'ora annoia. Non posso negare che
le gambe dei ballerini, sui primi momenti, non mi facessero
provar quell'effetto che non mi far mai provare la testa di
nessun Romano, cio la meraviglia. Ma chi si pu
meravigliare per un'oretta e mezza,  molto ammirabile.
Quanto all'Opera di Valle, ch' buffa, tenete per certissimo
che il nostro Turco in Italia, non solamente per la
musica, ma per ciascun cantante, a uno per uno, e tutti
insieme, fu migliore senza nessunissimo paragone. Il teatro
 per lo pi deserto, e ci fa un freddo che ammazza. L'Opera
 del M. Celli. Gl'istrioni sono insoffribili. Un Parigi a
confronto loro sarebbe un angelo, e assicuratevi che non
esagero. Non mi allungo di pi, perch assolutamente non ho
tempo, e questi cos detti letterati non mi lasciano
respirare. Ho dovuto scrivere un articolo sopra il
Filone d'Aucher recentissimo. Sto disponendo per la
stampa le annotazioni all'Eusebio del Mai. Sono in
impegno di scrivere certe note latine sopra la
Repubblica di Cicerone. Mi si offre il catalogo dei
Codici greci della Barberina, che finora non v' stato
un cane che abbia saputo quel che contengono. De Romanis mi
fa bei partiti perch'io traduca tutte l'opere di Platone, e
gi siamo quasi convenuti. Addio, caro: salutami il Pap, la
Mamma, i fratelli e tutti. Scrivimi, se mi vuoi bene.
Possibile che tu non me ne voglia? Addio addio.

A CARLO LEOPARDI - RECANATI.
Roma 10 Gennaio [1823].
     Caro Carlo. Ho ricevuto la tua dei 6. Ma l'altra di cui
mi parli,  perduta da vero. Io sono sempre colla mia piaga
a un dito del piede, e sempre in casa, perch non mi posso
muovere. Ma quest'altra settimana, che probabilmente avr
sbrigato alcune cose che ho da fare in gran fretta, son
risoluto di mettermi in letto a giornata, e cos spero in
quattro o cinque giorni di guarire. Ti saluta Donna Marianna
che si fa sempre pi schifosa. Ti scrissi gi coll'ordinario
passato, e ti parlai delle nostre Oper e d'altre
bagattelle. Saluta tutti, e d al Pap che gli scriver
quest'altro ordinario. Dalla sua vedo ch' stata ritardata
una mia che gli scrissi, e ch'egli ai 6 non aveva ancora
ricevuta. D anche a Pietruccio che non mi scordo di lui, ma
che in verit finora, non potendo uscire, non s' potuto far
niente. Mons. Mai mi ha mandato in dono una copia della
Repubblica, cosa ch' stata molto ammirata e invidiata,
perch Mons. non  solito a far questi regali, e parecchi,
per averne, l'hanno tentato e lusingato inutilmente. Addio.
Amami, e goditi cotesto nevoso Carnevale. Sappiamo gi delle
Mazzagalli al teatro ec. ec.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
[Roma] 13 Gennaio [1823].
     Carissimo Signor Padre. Ho ricevuto oggi la sua
amorosissima dei 10. Mander alla posta a riscuotere
l'unguento e il resto ch'Ella con tanta premura m'invia, e
ne far uso secondo il mio stato. Scrivo brevemente perch
sono in letto, dove fo conto di passare una settimana,
avendo veduto che la mia piaghetta, bench leggera, aperta
da quindici giorni, non ha mai migliorato per la cura che
gli ho avuta stando in piedi. Con un poco di pazienza spero
di guarire. Non potendo scrivere a lungo, Ella mi perdoner
se non mi stendo sufficientemente sull'affare del
Platone, intorno al quale Ella ha la bont di
consigliarmi e istruirmi cos amorosamente. Le dir solo che
l'affare non  d'un triennio, ma di pi o meno a piacer mio:
che a piacer mio saranno ancora tutte le circostanze s del
lavoro, s dell'impegno, quando si contragga; giacch per
uso e per ragione gli autori non si legano cogli stampatori
come due parti contraenti, ma li trattano a modo loro: che
De Romanis  un buon uomo, non estremamente interessato, e
se non altro, maneggiabile: che in Italia, e massimamente in
Roma, com'Ella sa, non si pu pretender gran cosa per lavori
letterarii, giacch il guadagno degli stampatori 
ristretto, e il numero di copie ch'Ella dice, non credo che
possa trovar esito, anzi sarebbe molto che se n'esitasse la
met: che nell'impresa di De Romanis non avrebbe luogo il
testo, ma la sola traduzione con note o filosofiche o
storiche, ma non filologiche: che ho gi presso di me un
Platone di Lipsia 1819-22 in-8, volumi, finora,
3, datomi da De Romanis gratis, come anche gratis
mi dovr proccurare qualunque altra opera, edizione ec. sia
necessaria al proposito; e che finalmente o non si far
scrittura, ed io rester libero di far quanto mi piacer, e
d'interrompere il lavoro subito che lo stampatore non
corrisponda il convenuto; o dovendosi fare obbligazione in
iscritto, non mancher di comunicarnele il tenore
antecedentemente. Mi sono sempre dimenticato di dirle che
tempo fa Monsignor Nembrini mi parl di Lei con gran lode, e
m'incaric di salutarla. Ho dato la sua risposta a Sorini,
che la ringrazia e se le raccomanda. Saluti di tutti, e
particolari del Zio Momo e del Zio Carlo.
     Oggi (15) la mia piaghetta va meglio, ma mi ostino in
letto finch non sia guarita in modo che non si debba
riaprire. Le bacio la mano, e chiedendole la benedizione mi
ripeto il suo affettuosissimo figlio Giacomo.

A CARLO LEOPARDI - RECANATI.
Roma 18 Gennaio [1823].
     Caro Carlo. Non risposi subito alla tua de' 9 perch
avendoti scritto ne' due ordinarii precedenti, nostro padre
non prendesse sospetto s'avesse veduto una tal continuazione
di lettere fra noi due, dopo un lungo intervallo che non ci
avevamo quasi pi scritto l'uno all'altro. Ho ricevuto anche
la tua dei 13. Tutte due m'hanno fatto grandissimo
piacere, come puoi ben credere. Soddisfar, com' ben
giusto, a tutte le tue domande e a tutte le parti delle tue
ultime lettere, e non lascer che ti possa lamentare di non
aver saputo le mie nuove da me, anche le pi minime. Avrei
voluto farlo subito, e vorrei farlo adesso, ma
coll'ordinario passato non lo feci per la ragione che ti ho
detto, e oggi non lo fo perch sono ancora in letto molto
incomodamente, e non posso scrivere senza grande stento e
lontano dalla luce. Credo che domani sar in piedi, e mi
lusingo d'esser guarito gi, dopo sei giorni di pazienza. Da
ora in poi non ci sar camminatore pi disperato di me.
Sicuramente coll'ordinario venturo ti scriver una
letterona. Intanto io ti desidero le migliori medicine che
sieno possibili alla noia. Il tuo sonetto pecca un poco
d'oscuro, non in se, ma per Recanati. Del resto  molto
bello e affettuoso, e mi ridesta l'idea dell'animo tuo, e
del sentimento, e della poesia, e del bello vero, tutte cose
che bisogna dimenticare affatto in Roma, in questo letamaio
di letteratura di opinioni e di costumi (o piuttosto
d'usanze, perch i Romani, e forse n anche gl'Italiani, non
hanno costumi). Come riceve anche il caso obbliquo:
come me, come te ec. Onde come lei  ben detto.
Avvampare attivo  ottimo. Disperare per trarre di
speranza, se gli antichi non l'hanno detto, non hanno per
lasciato per testamento, che non si possa dire. Saluti a
tutti. Ho ricevuto anche la lettera di Paolina e risponder.

[A CARLO LEOPARDI - RECANATI].
Roma 22 Gennaio 1823.
     Caro Carlo. Sono in piedi, e posso dir guarito, dopo
duecent'ore giuste di letto. Rispondo, come ti promisi,
all'ultime tue. Non t'inganni a credere che le mie effusioni
ec. vengano pi da politica che da altro fonte, bench non
si pu negare che la lontananza ravviva in qualche modo le
affezioni o sopite o spente, prima perch' lontananza, poi
perch l'uomo ha sempre bisogno di qualcuno a cui creda
d'interessare, e questo bisogno si sente in modo particolare
quando si vive tra forestieri ed alieni e per la maggior
parte ignoti. Diedi poi conto a mio padre del progetto di De
Romanis per pura voglia di ciarlare e d'empier la pagina, e
perch 1. io non m'immaginava in alcun modo che mio padre
fosse per concepirne quei sospetti che n'ha conceputi, n
che dovesse temere il prolungamento della mia assenza,
quando, si pu dire, colla sua bocca m'aveva suggerito di
proccurarmi qualche impiego da viver fuori di casa: 2. io
era e sono ben lungi dal pensare quello che ha dato motivo
alle inquietudini di mio padre, cio che il ritratto di
quest'impresa mi potesse bastare a mantenermi in Roma.
Figuratevi voi che ricca entrata sarebbe quella di cinque o
seicento scudi in tutto, fra cinque o sei anni che ci
bisognerebbe a terminare un'opera immensa come quella. Cento
scudi l'anno al pi, sarebbero pure una gran rendita. Di
modo che io non ho mai posto in quest'impresa nessuna delle
mie speranze, e ne diedi notizia a mio padre, come d'un
nulla, e di questo nulla egli s' messo in angoscia, e m'ha
scritto come voi vi figuravate. Vi ringrazio molto degli
schiarimenti che mi dste in questo proposito, i quali mi
servirono di regola per la risposta. Del rimanente siamo
quasi restati d'accordo con De Romanis. Io per dubito
ancora, non mi sono legato, e risolver con pi comodo:
perch la fatica  grande, il profitto  piccolo, il tempo
che l'impresa richiede  lungo, ed io ho molte cose da
spenderlo meglio, volendo scrivere.
     Se poi mi domanderete che speranze io abbia, dove tenda,
e che vantaggio pensi di ricavare da questo viaggio, ecco
qua. Cercare impieghi nello Stato  opera quasi perduta.
Quanto pi da vicino si vede la corte, tanto pi si dispera
di cavarne niente. Io ho una certa amicizia col Cav. Marini
Direttore generale de' Catasti. Un suo leggero impegno forse
basterebbe a farmi avere un posto di Cancelliere del censo
(dipendenza tutta sua) alla prima vacanza. Mio Zio Carlo mi
dice che il colpo  fatto, ch'io coltivi Marini e non pensi
ad altro. Io lo lascio ciarlare come ho sempre fatto. Marini
non  uomo d'impegni, e ha mille raccomandazioni per questi
posti ec. ec. Il mio progetto  di farmi portar via da
qualche forestiere o inglese o tedesco o russo. Cancellieri,
al quale solo e non ad altri, ho comunicato questo mio
disegno, me lo mette per facilissimo, e conoscendo molta di
questa gente, mi ha promesso di favorirmi e d'aiutarmi. Non
bisogna dar gran fede a Cancellieri, ma io vedo realmente
che la cosa non  difficile, so che le incette di letterati
italiani ancora durano, conosco i nomi di parecchi
letteratucci romani che hanno fatto fortuna o, se non altro,
campano bene in quei paesi; altri ne vedo e ne conosco di
persona, i quali sono stati in Germania, in Inghilterra ec.
andati e tornati a spese d'altri, e l sono stati molto ben
trattati e pressati a fermarsi; so che alcuni de' nostri
sono stati invitati da Italinski ministro di Russia e da
altri simili, a trasferirsi e stabilirsi ne' loro paesi con
emolumenti ec.; e finalmente vedo cogli occhi miei quanto
poco ci vuole per far fortuna con questi Signori forestieri,
quanto piccole abilit sono pagate da loro a gran prezzo,
quanta stima concedono a ogni piccola dote letteraria che
uno sappia mostrare. Dovete per sapere che la filosofia, e
tutto quello che tiene al genio, insomma la vera
letteratura, di qualunque genere sia, non vale un cazzo
cogli stranieri: i quali non sapendo quasi niente
d'italiano, non gusterebbero un cazzo le pi belle
produzioni che si mostrassero loro in questa lingua; e non
prendono nessun interesse per chi brilla in un genere di
studi inaccessibile per loro. Io dunque ho mutato abito, o
piuttosto ho riassunto quello ch'io portai da fanciullo. Qui
in Roma io non sono letterato (il qual nome, se vero, 
inutile coi romani, inutile coi forestieri), ma sono un
erudito e un grecista. Non potete credere quanto m'abbiano
giovato quegli avanzi di dottrina filologica ch'io ho
raccolto e raccapezzato dalla memoria delle mie occupazioni
fanciullesche. Senza questi, io non sarei nulla cogli
stranieri, i quali ordinariamente mi stimano, e mi danno
molti segni d'approvazione. E perch in una gran citt dove
pur c' qualcuno che legga,  utilissimo, anzi necessario il
metter fuori qualche cosa che ti faccia conoscere, e questa,
o bene o male, ti fa conoscere immancabilmente, come mi son
bene accorto; per questo ho voluto scrivere qualche
bagattella (tutta erudita) che verr fuori a momenti, e tu
sarai il primo ad averne copia. Questo sar il mio primo
passo; dopo il quale (come n'ho molti esempi, anzi
quotidiani)  probabile che diversi forestieri, ministri,
ec. desiderino di conoscermi, e allora proccureremo di cavar
qualche ragno. In Roma, bench meno assai che nell'altre
capitali, pur c' qualche vita; e molte bagattelle giovano,
e capitano vari mezzi di guadagnare e d'andare avanti per
qualche strada. Anzi, s'io mi contentassi di certe
occupazioni piuttosto umili, avrei gi trovato diverse
occasioni di guadagnare, (non presso il governo, ma presso i
privati), e colla sola letteratura mi potrei ben
ripromettere di campare in Roma, non da Signore, ma di
campare. Basta, vedremo: e intanto m' necessarissima la
lingua francese, la quale mi dicono che parlo bene; e in
verit non mi d gran fastidio il parlarla; ma tu non puoi
credere che orrenda pena e fatica sia il capirla nelle
bocche de' forestieri, i quali ci mettono una gorgia tale
che muta e confonde affatto la sembianza delle parole,
dimodoch queste v'arrivano all'orecchio tutte diverse da
quelle che voi conoscete. La parlano in gran fretta, e
bisogna che tu stii sempre coll'orecchio e coll'animo in una
attenzione minutissima, e non interrotta neppure un momento;
ch' un vero sudar freddo. Accrtati che questa difficolt 
propriamente grande; e per vincerla, non basta saper bene la
lingua. Ma l'assuefazione rimedier tutto. Che queste cose
tu non le debba dire a nessuno, sarebbe una sciocchezza lo
scrivertelo. Mi guardo bene di fare il menomo cenno della
mia intenzione a' miei ospiti. Caro Carlo, puoi ben credere
s'io t'amo, e quale mi debba comparire per se stesso il
pensiero d'allontanarmi da te. Ma questo  forse un sogno e
io so bene che tu vorresti che avesse un qualche corpo. Ti
dico in verit che quando anche io l'avessi gi conseguito,
non proverei alcun senso d'allegrezza: ma quantunque io sia
gi incapace affatto di godere, e incapace per sempre; Roma
mi ha fatto almeno questo vantaggio di perfezionare la mia
insensibilit sopra me stesso, e di farmi riguardare la mia
vita intera, il mio bene, il mio male, come vita, bene, male
altrui. Ti ringrazio soprattutto de' ragguagli che mi dai di
te stesso al che vedi che io corrispondo con usura. Vorrei
che non ti stancassi, e non ti annoiassi di seguitare. Ma
quanto pi vorrei, non dico saperti felice o contento, ch
questi son sogni per noi; ma trovarmi teco, ed essere
partecipe di tutto il tuo, e tu di tutto il mio, come siamo
pure stati per tutta la vita finora. E certo che lo saremo
finch avremo fiato, se tu non dubiti di me. Ma questo  il
pi raro nella nostra amicizia, che l'uno di noi non dubita
che l'altro possa mai dubitare di lui. Ti bacio.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
Roma 24 del 1823.
     Carissimo Signor Padre. Ricevo la sua graziosissima dei
20. Come scrissi gi coll'ordinario passato, i miei
geloni, grazie a Dio ed alla mia pazienza, son guariti. Ieri
tornai ad uscire per la prima volta dopo 13 giorni. Oggi
piove, come ha fatto per tutta quanta la settimana passata,
e se dura cos, il Carnevale vorr esser magro, e si
dovranno mangiare in casa i Confetti ch'Ella cos
gentilmente mi regala. Far valere la pagella nel miglior
modo possibile. Del Cav. Marini, dopo la morte di sua
moglie, corse qui in Roma quella voce di cui Ella mi
domanda. Ma egli se ne ride, e invece della prelatura, 
verisimile che prenda un'altra moglie. D. Luigi Santacroce
era l'altra sera al teatro, e non so ch'abbia avuto alcun
male. Tornano i discorsi di guerra, ma non so con quanto
fondamento. La promozione  stata prorogata fino a
Quaresima. La prego a incaricarsi de' miei saluti, e
baciandole amorosamente la mano mi confermo Suo
affezionatissimo figlio Giacomo.

A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.
[Roma] 28 Gennaio [1823].
     Cara Paolina. La tua lettera m' stata molto gradita,
come sempre mi saranno quelle che mi scriverai, ma mi
dispiace pur molto di sentirti cos travagliata dalla tua
immaginazione. Non dico gi dalla immaginazione, volendo
inferire che tu abbi il torto, ma voglio intendere che di l
vengono tutti i nostri mali, perch infatti, non v' al
mondo n vero bene, n vero male, umanamente parlando, se
non il dolore del corpo. Vorrei poterti consolare, e
proccurare la tua felicit a spese della mia; ma non potendo
questo, ti assicuro almeno che tu hai in me un fratello che
ti ama di cuore, che ti amer sempre, che sente l'incomodit
e l'affanno della tua situazione, che ti compatisce, che in
somma viene a parte di tutte le cose tue. Dopo tutto questo
non ti ripeter che la felicit umana  un sogno, che il
mondo non  bello, anzi non  sopportabile, se non veduto
come tu lo vedi, cio da lontano; che il piacere  un nome,
non una cosa; che la virt, la sensibilit, la grandezza
d'animo sono, non solamente le uniche consolazioni de'
nostri mali, ma anche i soli beni possibili in questa vita;
e che questi beni, vivendo nel mondo e nella societ, non si
godono n si mettono a profitto, come sogliono credere i
giovani, ma si perdono intieramente, restando l'animo in un
vuoto spaventevole. Queste cose gi le sai, e non solo le
sai, ma le credi; e nondimeno hai bisogno e desideri di
vederle coll'esperienza tua propria; e questo desiderio ti
rende infelice. Cos accadeva a me, cos accade e accader
eternamente a tutti i giovani, cos accade agli uomini
ancora e agli stessi vecchi, e cos porta la natura. Vedi
dunque quanto io sono lontano dal darti il torto. Ma io
voglio che per amor mio tu facci qualche sforzo, ti
approfitti un poco della filosofia, proccuri di rallegrarti
alla meglio, come io so per lunga esperienza che si pu fare
anche nel tuo stato, niente meno che in qualunqu'altro. E
finalmente non voglio che ti disperi; perch dentro un
giorno pu svanire la causa delle tue malinconie, e questo 
probabilissimo che avvenga; anzi  facilissimo; anzi,
andando le cose naturalmente,  certissimo. Quello ch'io
potr per te, devi credere che lo far. Intanto divrtiti.
Credi tu ch'io mi diverta pi di te? No sicurissimamente.
Eppure in questi ultimi giorni ho fatto, e seguo a fare, una
vita molto divagata. Ma tieni per certa questa massima
riconosciuta da tutti i filosofi, la quale ti potr
consolare in molte occorrenze; ed  che la felicit e
l'infelicit di ciascun uomo (esclusi i dolori del corpo) 
assolutamente uguale a quella di ciascun altro, in qualunque
condizione o situazione si trovi questo o quello. E perci,
esattamente parlando, tanto gode e tanto pena il povero, il
vecchio, il debole, il brutto, l'ignorante, quanto il ricco,
il giovane, il forte, il bello, il dotto: perch ciascuno
nel suo stato si fabbrica i suoi beni e i suoi mali; e la
somma dei beni e dei mali che ciascun uomo si pu
fabbricare,  uguale a quella che si fabbrica
qualunqu'altro.
     Forse, volendoti consolare, t'avr annoiata con tanta
filosofia. In ogni modo stammi pi allegra che puoi, ed
aspettami, ch'io ti consoli a voce; se pur gi a quell'ora
non sarai consolata dalla fortuna. Saluti ai genitori, ai
fratelli, a Carlo in particolare. Io sto bene, e ti amo.
Addio.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
Roma 30 Gennaio 1823.
     Amatissimo signor Padre. Sono due ordinarii che io non ho
lettere da casa, bench'io non abbia mai lasciato di
scrivere. Da parecchi giorni il freddo  cessato, anzi
abbiamo una specie di primavera. Io, grazie al cielo, sono
guarito perfettamente da' geloni e sto benissimo. Siamo
tutti in gran movimento per il carnevale incominciato oggi,
e prevedo che in questi giorni non si potr far nulla.
Domani avremo i famosi funerali di Canova a SS. Apostoli, e
l'ingresso a questa funzione  molto ricercato, come sono
qui tutte le corbellerie. Saluti di tutti, e in particolare
del zio Carlo. Le bacio la mano, e col solito invariabile
affetto mi ripeto il suo amorosissimo figlio Giacomo.

A CARLO LEOPARDI - RECANATI.
Roma 5 Febbraio [1823].
     Caro Carlo. Dal tuono della tua lettera mi par di vedere
che tu sei pi allegro del solito, e non mi parrebbe
inverisimile che tu ne fossi debitore ai colloqui avuti
colla bella virtuosa, e a quei sentimenti che tu provi per
lei, i quali credo che rassomiglino all'amore. Te ne
felicito con tutta l'anima, e prendo parte ai tuoi
sentimenti cos da lontano, come ho preso parte ai geloni
dell'aimable chanteuse; ma quanto al letto, tocca a te
solo di prenderne parte, se puoi, come non credo. Ti
ringrazio de' tuoi sonetti, a proposito de' quali mi viene
quasi un sospetto che tu vogli divenire un altro Alfieri,
colla differenza che questi si pose a studiare e comporre
per la prima volta in et maggiore della tua, e tu in et
minore non incominceresti gli studi, ma li riprenderesti, o
piuttosto li continueresti. Certo  che i tuoi versi hanno
moltissimo dell'Alfieresco, senza che tu forse te ne
avvegga; e la cagione che t'indurrebbe alla poesia, sarebbe
quella stessa d'Alfieri, cio l'amore o una cosa di questa
specie. Puoi credere, Carlo mio, quanto volentieri io farei
qualunque cosa per te, cio per me, giacch tu ed io siamo
stati e saremo sempre una stessa persona ipostatica, e non
c' bisogno di ripeterlo. Che Marini abbia una certa
influenza sugli impieghi relativi ai catasti,  vero. Che ne
sia padrone, non  vero, ma sono i soliti sogni e chimere di
Zio Carlo, come ti scrissi. Io ho con lui una certa
amicizia, ma di quelle amicizie fredde che si possono avere
con persone occupate, che vedono un'infinit di gente ogni
giorno, che hanno fatto fortuna a forza di travaglio, e con
ci si sono abituate all'egoismo, cio al travagliare per se
sole, giacch se avessero travagliato per altri, non
avrebbero fatto fortuna. In ogni modo  un uomo molto
cortese; ci sarebbe forse anche il suo verso di prenderlo e
d'affezionarselo, e se io ne potr profittare per te, non
potr mancare di farlo. Mi congratulo con te
dell'impressioni e delle lagrime che t'ha cagionato la
musica di Rossini, ma tu hai torto di credere che a noi non
tocchi niente di simile. Abbiamo in Argentina la Donna del
Lago, la qual musica eseguita da voci sorprendenti  una
cosa stupenda, e potrei piangere ancor io, se il dono delle
lagrime non mi fosse stato sospeso, giacch m'avvedo pure di
non averlo perduto affatto. Bens  intollerabile e mortale
la lunghezza dello spettacolo, che dura sei ore, e qui non
s'usa d'uscire del palco proprio. Pare che questi fottuti
Romani che si son fatti e palazzi e strade e chiese e piazze
sulla misura delle abitazioni de' giganti, vogliano anche
farsi i divertimenti a proporzione, cio giganteschi, quasi
che la natura umana, per coglionesca che sia, possa reggere
e sia capace di maggior divertimento che fino a un certo
segno. Non ti parler dello spettacolo del corso, che
veramente  bello e degno d'esser veduto (intendo il corso
di carnevale); n dell'impressione che m'ha prodotto il
ballo veduto colla lorgnette. Ti dico in genere che una
donna n col canto n con altro qualunque mezzo pu tanto
innamorare un uomo quanto col ballo: il quale pare che
comunichi alle sue forme un non so che di divino, ed al suo
corpo una forza, una facolt pi che umana. Tu hai veduto di
questi balli da festino, ma non hanno che far niente n
anche con quelli degli ultimi ballerini d'una pezza da
teatro. Il waltz che questi talora eseguiscono, passa per
un'inezia e una riempitura. In somma credimi che se tu
vedessi una di queste ballerine in azione, ho tanto concetto
dei tuoi propositi anterotici, che ti darei per cotto al
primo momento. E prima e dopo della tua lettera ho lasciato
sfuggire non poche di quelle inavvertenze e imprudenze che
tu mi perdoni. Per servirti ho anche raccontato in tavola le
prodezze della bella. La cattiva era molto attenta, come
suole. Non credere ch'ella abbia molte distrazioni: almeno
per me le distrazioni ch'ella ha sarebbero molto poco. Sta'
poi sicuro che non ti fabbrica diademi, perch'ella 
veramente del sistema de' miei ospiti: uscire, vedere e
tornare a casa: vita porca, della quale vorrebbero a parte
anche me; s'io fossi uno stivale pi largo e pi lungo
dell'Italia. Tornati a casa con pi noia di quando sono
usciti, se ne vendicano collo strapazzarsi a vicenda, e con
cento bellissime allegrie che sono una consolazione a
trovarcisi presente, come mi tocca: ma ci ho fatto l'osso
pi duro d'un marmo. Giordani, il quale mi scrive, dopo un
anno e pi di silenzio, con grandissimo entusiasmo, mi
domanda con infinita premura di te e di Paolina e vi saluta.
Ti saluto anch'io e t'abbraccio di cuore. Non mi dir pi che
m'abbia cura, perch son guarito e sano come un pesce in
grazia dell'aver fatto a modo mio, cio non aver usato un
cazzo di medicamenti, come volevano a ogni patto, ed essere
stato in letto quanto m' parso bene, che non la volevano in
corpo. Addio, addio, ch' ora di pranzo, e andremo a
sentirne delle belle, secondo il solito.

A PIERFRANCESCO LEOPARDI - RECANATI.
Roma 8 Febbraio 1823.
     Caro Pietruccio. Mi fate tanti ringraziamenti per una
bagattella tale com' quella ch'io vi mandai, che resto
quasi obbligato io medesimo a ringraziarvi. Avevo saputo che
vi siete fatto un bravo scrittore, bench la prima volta che
mi scriveste, non ci volessi credere; ma non sapevo che
foste diventato poeta. Baciate la mano per me all'Apollo che
v'ha ispirato, e ditegli che tutti noi stiamo benissimo.
Baciate ancora la mano alla Mamma, e ditegli che il Zio
Carlo la saluta tanto, e si chiama confuso del suo
biglietto. Salutate i fratelli, vogliatemi bene e
divertitevi questi ultimi giorni di Carnevale. Addio.

A CARLO LEOPARDI - RECANATI.
Roma, la sera di Carnevale [11 Febbraio 1823].
     Caro Carlo mio. Ti scrivo per salutarti, e dirti che sto
bene e ti voglio bene come sempre. Sono assordato dal
maledetto strepito del Carnevale, di cui non ti parlo,
perch te lo puoi figurare. Spettacoli e poi spettacoli non
sono mancati, non mancano e non mancheranno fino a sei ore e
mezza. Poi il diavolo se li porter in anima e in corpo,
come tu sai. Domani far il comodo mio: son dieci giorni che
fo quello degli altri, e che ne debbo restare obbligato. Ti
mander fra poco le bagattellissime che ho stampate qui e
pubblicate da qualche giorno. Salutami tutti. Nell'ultima
mia mi scordai di soddisfare a una tua domanda. Mi chiedevi
della salute di Marietta, la quale sta bene, e non ha mai
pi sofferto n di convulsioni n d'altro come tu temevi.
Quanto alla robustezza, mi par che sia robustissima. Quanto
alla floridezza, non  gran cosa; ma s'io mi ricordo bene,
il suo colorito  stato sempre cos. Voglimi bene, ancorch
non  necessario il pregartene, ma questa clausola serve a
conchiuder la lettera. Giorni sono fui a pranzo da monsignor
Mai, dove a me e ad altri ch'erano presenti successe uno di
quei casi curiosi che danno sempre da discorrere a una citt
che non fa nulla, com' accaduto in questa circostanza. Te
lo racconter a voce, sarebbe troppo lungo a scriverlo.
Addio: ti do tanti baci, e ti ricordo il tuo antico Buccio.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
Roma 15 Febbraio 1823.
     Carissimo Signor Padre. Ho ricevuto la Sua affabilissima
degli 11 corrente, e l'altra che si compiacque di
scrivermi a nome di Pietruccio, per la quale ho dovuto
maravigliarmi che fra le Sue occupazioni presenti Ella possa
e voglia darsi tanto pensiero di me. Che Ella non mi scrive
frequentemente per non obbligarmi a rispondere, spero che lo
abbia detto contro il Suo sentimento, perch'Ella sa che
niente mi pu essere pi caro delle Sue lettere e del
trattenermi con Lei, scrivendole, o rispondendole. Il zio
Carlo ha lodato molto e ammirato le cure da Lei prese per lo
splendido ricevimento del Delegato. Loda ancora il progetto
del nuovo teatro, e si mostr subito disposto a
sottoscriversi, bench donna Marianna borbottasse assai da
principio. Ora pare che anch'essa ci si accomodi. Non
aggiungo altro in questo proposito perch credo che il zio
Carlo gliene scriver egli stesso o direttamente o
indirettamente. Io sto benissimo, e veramente dalla met di
gennaio l'inverno di Roma  terminato. Le pioggie sono state
frequenti, ma non si  pi parlato di freddo; il quale
quest'anno, non so per qual cagione, m'era riuscito
nimicissimo, al contrario del solito. Saluti di tutti a
tutti. Mi conservi il Suo amore, come sar eterno verso Lei
quello del Suo affezionatissimo figlio Giacomo.

A CARLO LEOPARDI - RECANATI.
Roma 20 Febbraio 1823.
     Ricevo la tua dei 9, nella quale smentisci le mie
imputazioni ingiuriose alla tua costanza e alla tua
esperienza in amore, e non mi lasci che rispondere. Non so
chi ti abbia scritto del pranzo di Mai. Te ne scrissi io in
altro proposito, ma questo fu in data posteriore alla tua
lettera. Veramente poche consolazioni potrei provare uguali
a quella di vedere effettuato il progetto che mi descrivi,
circa il matrimonio di Paolina. Son certo che dal tuo lato
non lascerai cosa che possa giovare a questo effetto. Non so
e niuno pu sapere se Paolina sar contenta nel suo nuovo
stato, e con questo compagno; ma tutti sappiamo di certo che
per lei non v' miglior partito, anzi nessun partito, se non
quello di maritarsi presto, e, se  possibile, con un
giovane. Salutala tanto da parte mia, ed esprimile i miei
sentimenti come tu credi: in seguito dammi nuove di questo
affare.
     Venerd 15 febbraio 1823 fui a visitare il sepolcro
del Tasso e ci piansi. Questo  il primo e l'unico
piacere che ho provato in Roma. La strada per andarvi 
lunga, e non si va a quel luogo se non per vedere questo
sepolcro; ma non si potrebbe anche venire dall'America per
gustare il piacere delle lagrime lo spazio di due minuti? 
pur certissimo che le immense spese che qui vedo fare non
per altro che per proccurarsi uno o un altro piacere, sono
tutte quante gettate all'aria, perch in luogo del piacere
non s'ottiene altro che noia. Molti provano un sentimento
d'indignazione vedendo il cenere del Tasso, coperto e
indicato non da altro che da una pietra larga e lunga circa
un palmo e mezzo, e posta in un cantoncino d'una chiesuccia.
Io non vorrei in nessun modo trovar questo cenere sotto un
mausoleo. Tu comprendi la gran folla di affetti che nasce
dal considerare il contrasto fra la grandezza del Tasso e
l'umilt della sua sepoltura. Ma tu non puoi avere idea d'un
altro contrasto cio di quello che prova un occhio avvezzo
all'infinita magnificenza e vastit de' monumenti romani,
paragonandoli alla piccolezza e nudit di questo sepolcro.
Si sente una trista e fremebonda consolazione pensando che
questa povert  pur sufficiente ad interessare e animar la
posterit, laddove i superbissimi mausolei, che Roma
racchiude, si osservano con perfetta indifferenza per la
persona a cui furono innalzati, della quale o non si domanda
neppur il nome, o si domanda non come nome della persona ma
del monumento. Vicino al sepolcro del Tasso  quello del
poeta Guidi, che volle giacere prope magnos Torquati
cineres, come dice l'iscrizione. Fece molto male. Non mi
rest per lui nemmeno un sospiro. Appena soffrii di guardare
il suo monumento temendo di soffocare le sensazioni che
avevo provate alla tomba del Tasso. Anche la strada che
conduce a quel luogo prepara lo spirito alle impressioni del
sentimento.  tutta costeggiata di case destinate alle
manifatture, e risuona dello strepito de' telai e d'altri
tali istrumenti, e del canto delle donne e degli operai
occupati al lavoro. In una citt oziosa, dissipata, senza
metodo, come sono le capitali,  pur bello il considerare
l'immagine della vita raccolta, ordinata e occupata in
professioni utili. Anche le fisionomie e le maniere della
gente che s'incontra per quella via, hanno un non so che di
pi semplice e di pi umano che quelle degli altri; e
dimostrano i costumi e il carattere di persone, la cui vita
si fonda sul vero e non sul falso, cio che vivono di
travaglio e non d'intrigo, d'impostura e d'inganno, come la
massima parte di questa popolazione. Lo spazio mi manca:
t'abbraccio. Addio addio.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
Roma 22 Febbraio 1823.
     Carissimo Sig. Padre. D. Pietro Cesanelli mi consegn da
sua parte il Varrone, di cui la ringrazio sommamente
anche a nome di Melchiorri che n' contentissimo, e la
saluta. Il Zio Carlo mi disse e mi preg d'avvisarla che
aveva ricevuta la sua lettera, e avendole gi scritto col
corriere precedente, le avrebbe risposto o con questo o col
venturo ordinario. Ella avr gi saputo dai fogli pubblici
la morte del padre Trachini. Sapr ancora, o poco si curer
di sapere le stabilite promozioni di dieci o undici soggetti
al Cardinalato, i nomi de' quali non mi ricordo, bench gli
abbia sentiti almeno dieci volte. So che Dandini  destinato
vescovo d'Osimo, e Falsacappa di Ancona. Il freddo  tornato
in questi ultimi giorni dopo un mese e pi di primavera (non
asciutta), ma  sopportabile anche senza fuoco, e tutti
stiamo benissimo. Io fo molto moto, e sono ordinariamente in
giro per le biblioteche. Saluti cordiali di tutti. Le bacio
la mano, e domandando la sua benedizione mi ripeto suo
amorosissimo figlio Giacomo.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
[Roma 5 Marzo 1823].
     Carissimo Sig. Padre. Sono cinque ordinarii continui
ch'io manco di lettere sue o di casa. Non sapendo trovar
colpa in me, spero che questo silenzio non derivi se non
dalle sue occupazioni, o che tutto si debba alla posta. Noi
stiamo, grazie a Dio, benissimo, e la primavera comincia a
lasciarsi vedere. Sapendo ch'ella s'interessa delle cose
mie, non voglio tacerle che da qualche tempo ho trovato
mezzo di farmi incaricare del Catalogo de' Codici greci che
sono nella Biblioteca Barberina; il qual Catalogo non era
stato mai fatto, se non trascuratissimamente, e la maggior
parte di quei codici, che non son pochi, era sconosciuta. Ho
preso questo incarico colla speranza di far qualche
scoperta, e di potermene servire, in caso che mi riuscisse
di farne. Il che  difficilissimo in questa citt, dove i
Bibliotecari sono cos gelosi ed avari come ignoranti, e non
permettono quasi a niuno l'uso degl'infiniti codici che si
conservano in queste librerie. Da parecchie settimane ho
incominciato il Catalogo, e ultimamente, oltre varie
scoperte minori, ho trovata un'operetta greca
sconosciutissima, la quale essendo quasi intera, e di secolo
e stile assolutamente classica, viene ad essere di tanta
importanza quanto le pi famose scoperte del nostro Mai.
Sono ora occupato a copiarla, nel che debbo superare
infinite difficolt, perch da una parte mi conviene
combattere coll'oscurit del codice, e dall'altra sfuggire o
deludere continuamente con vari pretesti la vigilanza del
Bibliotecario. Per ora non si parler in nessun modo di
questa scoperta, finch non sia finito il Catalogo, e
trovato e copiato tutto quello che si trover di nuovo e di
buono nella Barberina. Solamente ho mostrato il Codice a un
letterato tedesco, il quale  convenuto del pregio della
scoperta, e mi ha confermato nelle mie congetture e opinioni
intorno all'autore, al secolo ec. Quando sar tempo,
metteremo il campo a romore.
     Le bacio la mano, e pregandola a non volermi privare
delle sue nuove, e a ripetermi ch'ella mi ama, con tutto il
cuore mi confermo Suo amantissimo figlio Giacomo.

A CARLO LEOPARDI - RECANATI.
Roma 12 Marzo 1823.
     Caro Carlo.  veramente perduta la lettera nella quale
mi domandavate del preteso trattato di nozze tra Marietta e
Graziani. Dico, preteso, perch non ne ho sentito mai nulla,
n potuto sospettar nulla, e dal tuono dei discorsi che si
fanno qui, dove tutti parlano molto liberamente e
apertamente sopra tutti gli affari e le persone di casa,
rilevo che questo e qualunque altro trattato simile sia
un'assoluta chimera. Ho domandato a Donna Marianna della
vostra Sinfonia, della quale non so perch questa befana
m'avesse fatto finora un mistero. M'ha risposto che l'ha
ricevuta, e che ve lo fece scrivere da Marietta a Paolina, e
vi fece anche dire che non vi scriveva essa medesima per non
disturbarvi nelle vostre grate occupazioni. Capite? Nelle
sue grate occupazioni? cos proprio: nelle sue ec. Questo
mi ha detto quella befana, e in questo modo, ridendo.
Assolutamente o non  vero che voi mi abbiate scritto della
musica mandatavi da Donna Marianna, o la lettera in cui me
ne scriveste non mi  mai capitata. Marietta  stata in
letto uno o due giorni, perch qui, se uno si sente debole
di stomaco per non aver mangiato, va a letto e chiama il
medico. Aveva un menomissimo raffreddore, del quale 
guaritissima. Far a Donna Marianna la vostra ambasciata
quest'altro ordinario, quando gli arriver il vostro franco,
perch i franchi tardano sempre un ordinario come sapete. Il
P. Latini francescano, che si lusingava dopo la morte di
Trachini d'esser fatto proccurator generale, per quanto ho
potuto sapere, non predica quest'anno in nessun luogo, ed 
qui in Roma nel Convento di SS. Apostoli. Dicono che abbia
avuto grandissimo incontro predicando qui, non so che anno
addietro; che sia un uomo di molto spirito, di gran fuoco,
ec. ec.: in somma far benissimo a Recanati. Non so a quali
esami tu possa credere che vadano soggette le lettere
indirizzate a me. Se per parte de' miei ospiti, le lettere
non passano per le loro mani. Se per parte del governo,
t'inganni; perch in verit tutto viene dalla negligenza di
quest'uffizio postale che non da' le lettere se non quando
gli torna comodo. Coll'ultimo ordinario ho avuto una lettera
di mio padre del 28 febbraio, segnata qui coll'impronta
2 Marzo, e per conseguenza arrivata due ordinarii
prima. Una lettera di Giordani del 16 Febbraio, segnata
qui 27 Febbraio, m' stata pur consegnata ai 9 di
questo. Le ultime tue e di Paolina mi sono state rese
subito, perch portano l'indirizzo in casa Antici. D'ora
innanzi non lasciar mai di metterlo, e dillo ancora a mio
padre, se vuoi. Un nome finto farebbe pi danno che
vantaggio, perch la lettera si perderebbe pi facilmente
nella moltitudine, ma in ogni caso tu puoi servirti di quel
Leonida Termopili che gi mi scrivesti. Ti mando uno degli
articoli da me pubblicati qui. Ti parr una coglioneria; pur
sappi che questo ha fatto che il Ministro di Prussia
desiderasse di conoscermi. Mi ha fatto dir varie cose
obbliganti da varie persone: sono stato da lui: m'ha detto
che questo  il vero modo di trattar la filologia, ch'io
sono nella vera strada, che mi pregava caldamente a non
abbandonarla, che non mi spaventassi se l'Italia non mi
avrebbe applaudito, perch tutti gl'Italiani sono fuor di
strada; che non mi sarebbe mancato l'applauso degli
stranieri ec. Ha preso spontaneamente l'impegno di fare
stampare in Germania quello ch'io ho scoperto (come scrissi
a mio padre) o fossi per iscoprire nelle Biblioteche di
Roma: in somma mi ha mostrato tanto interesse, che
sentendomi necessitato a partire di qua in breve, m'ha
domandato se non accetterei volentieri qualche impiego. E in
ultimo siamo rimasti ch'io gli porter una memoria pel
Segretario di Stato; che egli la presenter e la
raccomander con tutto l'impegno; e spera di riuscire,
perch dice di aver molta amicizia col Cardinale, di essere
altre volte riuscito, e che dovendo oramai partire (come
far dopo Pasqua), si lusinga che non gli sar ricusata una
grazia ch'egli domander come l'ultima, e come di
grandissima importanza per farlo partir contento. Vedete se
si pu dir di pi: e se non bisognerebbe darsi i pugni in
testa, quando si fosse lasciata fuggire quest'occasione.
Intanto il tempo stringe, e bisognerebbe domandar subito un
posto (fosse pure ambitissimo) il quale si potesse subito
accordare; perch se domanderemo un impiego per la prima
vacanza, in modo che la memoria debba restare sul tavolino
del Segretario di Stato, partito il Ministro, e rafreddate
le cose, quest'affare correr la sorte dei pi. Ho
raccontato il tutto al Zio Carlo: m'ha detto ma bene, ma
bravo. Gli ho domandato qualche lume: m'ha risposto: eh,
vedete un poco, e non me n'ha parlato mai pi. Questa  la
direzione e il consiglio che a Recanati si vantava di
volermi dare in questa materia. In ogni modo faremo qualche
cosa. Se ti venisse in mente qualche pensiero opportuno,
scrivimelo subito. Ma non parlare a nessuno di quest'affare,
perch i miei non possono altro che disturbarlo.
     Un altro articolo che ho pubblicato, non mi  stato
possibile di averlo per mandartelo. Sono pure cominciate a
uscire le mie Annotazioni sull'Eusebio, e si stamperanno
anche a parte. Fa' le mie scuse a Paolina se coll'ordinario
passato non ho risposto alla sua lettera, e se non le
rispondo in questo. Sono veramente molto occupato: ma le
risponder certo nell'ordinario venturo. Salutala tanto da
mia parte e fa' lo stesso a Luigi; e se credi, mostra a mio
padre a nome mio la bagattella che ti mando. In vece della
primavera abbiamo avuto un freddo diabolico, e poi l'altra
sera un temporale bestialissimo che si scaric tutto sopra
Roma. Era una bella cosa sentir queste immense moli tremare
allo strepito de' tuoni, come fossero tante capanne. Addio.
Giordani mi parla di te e di Paolina col maggiore interesse
del mondo, e pi che non ha mai fatto per lo passato, e a me
scrive con un entusiasmo tale d'affetto che par quasi fuor
di s. A me pare d'esser sempre pi lontano dal meritarlo.
D queste cose a Paolina che forse le avr care. Manda
mille saluti a Carlo e a Paolina: oh se essi mi ricordano, e
io li ho sempre in cuore... Da quel che mi dici reputo un
bene che non sia succeduto il matrimonio di Paolina. Ci 
sempre tempo a cacciare il collo in un laccio che non si pu
sciogliere. In somma scrivi, ti prego, a Paolina e a Carlo
ch'io li saluto tanto con tutto il cuore, e che vogliano
qualche volta ricordarsi tra loro di me. E Carlino che fa?
che studia? che pensa di fare? Oh povero Carlino; se potesse
un poco anch'egli sgabbiarsi! Io non mi sazio di salutarli
tutti due quei carissimi giovani.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
Roma 15 Marzo 1823.
     Carissimo Sig. Padre. Ricevetti coll'ultimo ordinario la
sua graziosissima dei 10, e col penultimo, cio ai 9 di
questo, aveva riscossa l'altra dei 28 febbraio, bench
giunta qui fino dai 2 del corrente. Nello stesso ordinario
mi fu resa una lettera di Lombardia, giunta qui a' 27 di
febbraio. Dico questo per toglierla da qualunque sospetto
relativo a rivista di lettere o altro, giacch queste
lettere, bench ritardate per negligenza dell'uffizio, erano
per intatte. Il zio Carlo ed io siamo restati sorpresi del
suo pensiero e desiderio circa la collocazione del nuovo
teatro, giacch il zio Carlo aveva concepito questo medesimo
progetto, e ce l'aveva esposto pi volte, e desiderava ancor
egli che fosse posto in opera: onde io da principio pensai
ch'ella ed egli si fossero comunicato scambievolmente questo
disegno. Ma il zio m'assicura di no, e compiacendosi di
questa non proccurata conformit d'idee, vuole che io ne la
ragguagli. Avr gi saputa la destinazione improvvisa
dell'avvocato Fusconi al posto di Promotor della Fede; posto
che l'avvocato, per quanto si dice, non ha voluto accettare.
Al pranzo, del quale ella mi domanda, dato da monsignor Mai,
fummo il dott. De-Matthaeis che gode qui molta opinione in
letteratura (ossia in antiquaria), monsignor Marini nepote
del famoso Gaetano Marini e suo successore nell'impiego di
archivista vaticano, l'abate Palcani ex gesuita, un
ecclesiastico che non conoscevamo, ed io. Cadde il discorso
sopra i celebri funerali di Canova fatti qui pochi giorni
avanti, e sull'orazion funebre recitata dall'abate
Missirini, la quale non valeva nulla; ma il carnevale e
l'orazione del Missirini erano i discorsi della giornata, e
conveniva adattarvisi. Io dissi sopra quella orazione il mio
parere, che fu seguito e confermato dagli altri, fuorch da
monsignor Mai, che per accidentalit non attese al discorso.
In somma l'orazione fu disapprovata a pieni voti. Dopo il
pranzo, avanti di prendere il caff, si seppe che
quell'ecclesiastico sconosciuto era l'abate Missirini, che
mons. Mai aveva inavvertitamente trascurato di far conoscere
ai commensali. Dispiacque a tutti l'inconveniente; ma non
essendovi neppur luogo a scuse, convenne dissimulare. Usciti
di l, io non parlai, ma tutti gli altri, e lo stesso
Missirini, raccontarono subito il fatto a mezzo mondo, e
tutta Roma letterata fu piena di questa bagattella, della
quale Missirini ed io fummo i protagonisti, perch gli altri
erano venuti dietro al parer mio. Veramente le risate che
furono fatte di questo incidente in vari luoghi non furono
alle mie spalle. Seppi poi che Missirini aveva mandati a
monsignor Mai certi pettegolezzi perch li rimettesse a me,
e che monsignore era stato a posta da lui e l'aveva persuaso
a non farne altro. Le ho raccontato questa storiella per
ubbidirla. Noi abbiamo un gran freddo, e la primavera si
tira sempre addietro, ma tutti stiamo bene. La prego de'
miei rispetti alla marchesa Roberti ed anche de' miei saluti
al povero dottor Masi, s'ella ha occasione di vederlo. E
baciandole la mano, mi ripeto suo amorosissimo figlio.

A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.
[Roma] 19 Marzo 1823.
     Cara Paolina. Scusate la tardanza della risposta alla
vostra graziosissima dei 3, la quale ruppe il silenzio che
tutti mi avevate tenuto per cinque ordinarii, o piuttosto la
negligenza de' postieri lo aveva fatto parere. So che vi
siete maravigliata di me con Marietta, e avete ragione di
maravigliarvi, perch sapete quanto vi voglio bene, e non
potete credere ch'io lasci di scrivervi per mia volont. Ma
v'assicuro che in questi giorni sono stato occupato in modo
da non esser padrone del mio tempo. La modestia  sempre
amabile; ma pure con un fratello, con cui si lasciano da
parte tutte le cerimonie, si pu fare anche a meno, se non
della modestia, almeno dell'umilt. In somma, volendomi bene
come fate, e volendovene io tanto, quanto non potete
ignorare, voglio che d'ora innanzi escludiate dalle vostre
lettere tutte quelle espressioni che nell'ultima vostra sono
contrarie alla confidenza che dovete avere in un fratello ed
amico, vissuto con voi da che nasceste. Circa l'affare di
Roccetti  verissimo che a me pare che vi convenga.  anche
vero che Roccetti  un giovane come tutti gli altri. Ma,
mia cara, si pu ben credere, anzi  quasi certo, che un
giovane di talento, com' Roccetti, dopo essersi divertito
assai, com'egli ha gi fatto, e dopo essersi annoiato della
galanteria, come a tutti accade, senta il bisogno di una che
lo ami da vero, e che unisca alla giovent il buon cuore e
la capacit del sentimento. S'egli ha questo desiderio,
com' naturalissimo in un par suo, nessuna potrebbe
soddisfarlo meglio di voi che siete sensibilissima, che
sapete amare, che siete istruita al di sopra di quattro
quinti delle vostre pari. E dall'altra parte, avendo egli
questo desiderio, l'animo suo sarebbe ottimamente disposto
ad esservi buon compagno, e cos questo partito converrebbe
anche a voi. Non dico gi che in tal caso non dovreste
aspettarvi da lui nessun tratto di giovent. Ma son certo
che si guarderebbe di offendervi, che non vi recherebbe
volontariamente nessun dispiacere, che proverebbe pena se
credesse di averne proccurata a voi, che in una parola o
sarebbe sempre vostro, o mostrerebbe sempre di esserlo, e
tornerebbe presto e veramente a voi, quando anche l'animo
suo se ne fosse mai allontanato per qualche momento. Dite al
Pap e a Carlo che ho ricevuto le ultime loro dei 13 e dei
14, e che ho scritto all'uno e all'altro cogli ultimi due
ordinarii. Dite a Carlo che Donna Marianna ha ricevuto la
sua musica, e lo ringrazia; che ne ha parlato in tavola, e
che il Zio Carlo ha detto di volerla sonare anch'esso.
Quanto allo spartito non ho detto niente, e per giunger
nuovo. La Dionigi, di cui mi domandate,  una schifosissima,
sciocchissima, presuntuosissima vecchia che m'ha veduto una
o due volte in casa sua, e non mi ci vedr pi finch vive.
Lucrezia  veramente molto amabile, e d'un tratto
facilissimo, senza affettazione, che obbliga tutti e non
distingue nessuno. Ci fui col Zio Momo appena arrivato. Mi
disse che sperava di rivedermi qualche volta presso di lei.
Tornai di l ad alcuni giorni, e da un'anticamera esteriore
sentii un bell'accoglimento che mi fece il marito nel
ricevere l'ambasciata. Lucrezia mi tratt con ogni possibile
finezza, ma io ho sempre osservato il proponimento che feci
di non tornarci mai pi. Addio cara Paolina mia. Stammi
bene, e non ti curare d'essere una gamba mia, come dici, ch
adesso ti converrebbe di faticare bestialmente, e di mandare
ogni giorno al diavolo le selci e i fanghi e l'eternit
delle strade di questa citt eterna. Io t'amo. Salutami
tutti, e particolarmente la Mamma e Luigi. D anche una
parola per me a D. Vincenzo. Marietta ti saluta, e credo che
ti scriva.

A CARLO LEOPARDI - RECANATI.
[Roma] 22 Marzo 1823.
     Carlo mio. Ti ringrazio infinitamente della tua cara dei
13 che giunse qui due interi giorni dopo l'ordinario, e
dell'altra carissima dei 16 che ricevetti subito. Devi
certamente ridere, come io fo, della filologia, della quale
mi servo qui in Roma, solamente per le ragioni che ti dissi
altra volta, e servendomene, sempre pi ne conosco la
frivolezza. In particolare poi l'articolo che ti ho mandato
 una vera coglioneria, ma sebbene il metodo ch'io v'ho
tenuto  appunto quello che s'usa da' tedeschi, non perci
dovete credere che il Ministro, lodando l'articolo, abbia
avuto o unicamente o principalmente in vista il metodo. Anzi
di questo non mi ha nemmeno parlato; mi ha bens parlato di
altri pregi ch'egli ci trova, dei quali non vale la pena di
fare altro discorso. Qualche giorno dopo la prima
entrevue ch'ebbi col Ministro, ricevetti un biglietto,
dove colla maggior gentilezza e premura possibile, mi diceva
in sostanza che aveva parlato di me al Segretario di Stato,
che questi non era alieno dal provvedermi, che intendendo la
mia avversione al sacerdozio, gli aveva domandato se mi
risolverei di prender l'abito di Corte, il quale mi avrebbe
aperto la strada ad impieghi ed onori. Mi consigliava a
mandargli senza dilazione una supplica pel Segretario di
Stato, e concludeva chiamandomi suo collega filologo. Io non
so quello che voi pensiate della prelatura. Oramai l'animo
nostro  in istato di lasciar da parte il bello per
attenersi all'utile. La carriera prelatizia in verit offre
presentemente grandissimi vantaggi, massime a un nobile,
perch c' grande scarsezza di Signori che si mettano in
questa carriera, e il Segretario di Stato ama che certe
cariche siano esercitate da nobili. Sicch si pu sperare in
breve e forse anche di primo lancio una Delegazione, e
quindi un avanzamento pronto, ec. ec. Io mi trovava
confusissimo, trattandosi di decidere de agenda vita, e
di far la scelta dello stato, e questo in poche ore.
Comunicai il biglietto ai due Zii, e non posso negare che le
loro viste non mi abbiano giovato, se non altro, perch'essi
potevano parlare a sangue freddo. Tutti tre insieme
discutemmo la cosa, in modo che almeno io non mi potr
pentire di non averla pensata abbastanza. In somma  quasi
certo che s'io avessi voluto farmi prelato, tu fra poco
avresti sentito che tuo fratello in mantelletta se n'andava
a governare una provincia. La grande spesa ch' necessaria
per mettersi l'abito paonazzo, si sarebbe sostenuta con un
imprestito, che qui si sarebbe trovato facilmente, quando si
fosse avuta la carica, o l'assicurazione della carica. Io mi
diedi un'occhiata dintorno, e conchiusi di non volerne saper
niente. Le ragioni, che ti potrei dire, son molte: io credo
che tu convenga con me; in caso diverso, assicurati almeno
che io non presi questa risoluzione per irresoluzione e poco
coraggio: ma perch da molto tempo, e prima di venir qua, e
molto pi dopo venuto, io ho fatto questa deliberazione che
la mia vita debba essere pi indipendente che sia possibile,
e che la mia felicit non possa consistere in altro che nel
fare il mio comodo. La mia natura porta cos, e me ne sono
accertato per tante esperienze che non ne posso pi
dubitare. Posto dunque che io doveva cercare un impiego
secolare, dopo averli passati tutti in rivista, ci
assicurammo che non v'era alcuno che mi convenisse, se non
quello di Cancellier del censo. In questo uffizio tutti i
posti sono occupati, ma al Segretario di Stato non manca
modo di sgombrarne uno, trasferendo l'occupante a qualche
altro impiego tra la gran moltitudine che se ne trova in
questo governo. Fui la sera stessa dal Ministro; convenimmo
insieme, ed avendogli poi mandata la supplica, dov'egli
volle che facessi alcune modificazioni, me la rimand,
com'eravamo rimasti, con una sua lettera e raccomandazione
al Segretario di Stato, e con un suo biglietto all'Abate
Capaccini Minutante ec. che doveva presentar la supplica.
Dopo una giornata intiera di sudore, nella quale non
pranzai, feci quattro volte la strada di Monte Cavallo con
un sole che smagliava, e in ultimo non conclusi nulla;
finalmente la mattina dopo essendomi alzato a giorno, e
fatta altre due volte la stessa strada, potei vedere l'Ab.
Capaccini, e consegnargli il plico, intorno al quale mi
diede buone speranze. I miei Zii dicono che un impiego non
mi pu mancare: io fo conto che tutto questo sia una burla,
e spero in questo caso d'essere pi contento di prima.
Intanto s' indicato all'Ab. Capaccini un impiego vacabile a
Giugno, nel quale non sar difficile di trasferire qualcuno
dei Cancellieri del censo attuali.
     Tutta questa storia, della quale sarebbe inutile il
pregarti a non far parola con alcuno n di casa n di fuori,
te l'ho raccontata cos minutamente per osservare il patto
che abbiamo insieme di communicarei tutte le cose nostre.
Carlo mio, se tu m'ami, credi ch'io non t'amo meno, e che in
verit di giorno in giorno vo sempre pi desiderando la tua
compagnia, e sentendo il bisogno di te. Sarebbe forse vano
ch'io mi sforzassi di persuadertelo, perch ti conosci
abbastanza e conosci me parimente, e sai che un par tuo non
si trova, e ch'io non son fatto per conversare con chi non
m'intende, e molto meno per amare chi non m'ama. Ti potrei
dire infinite cose amorosissime; o piuttosto te le vorrei
dire, ma non saprei; e dall'altro canto l'amor nostro  cos
vero e naturale che par che fugga o non si curi d'essere
espresso con le parole. Io vivo qui molto indifferentemente,
non tratto donne; e senza queste nessuna occupazione o
circostanza della nostra vita ha diritto di affezionarci o
di compiacerci. Io me n'assicuro per esperienza, e posso
giurarti che la conversazione o spiritosa o senza spirito
m' venuta in un odio mortale. Tutto  secco fuori del
nostro cuore: e questo non si esercita mai: vada al diavolo
la societ. Addio, Carluccio. Salutami tutti.

A CARLO LEOPARDI - RECANATI.
Roma 27 Marzo 1823.
     Caro Carlo. Ier sera ricevetti il tuo piego colla tua
lettera acclusa. In questo momento ho presentato il piego a
D. Marianna, la quale insieme col marito  rimasta molto
sorpresa e, com'essa dice, confusa di questo tuo regalo: ha
riso dell'attenzione che hai avuta di scriverci Teatro
Argentina ec., e m'ha pregato molto di ringraziarti,
aggiungendo che prova pena in accettare questo tuo dono,
considerando la gran fatica che ti dev'esser costato,
l'eleganza dell'esecuzione, la spesa ec. Andava a
presentarlo a Marietta, dicendo di volerlene fare
un'improvvisata. Io ti scrivo in grandissima fretta. Gi ti
scrissi coll'ultimo, e m'accorgo d'essermi dimenticato di
parlarti del tuo piego, che ancora io non avea ricevuto. Ti
scriver poi con pi agio, e di questo e dell'altre cose
delle quali ti parlai nell'ultima mia. Sono molto affaticato
e stanco, massimamente che questa mattina ho dovuto
contentarmi di non pranzare quasi affatto. Voglimi bene e
scrivimi, ed aspettami, per quanto io sento, fra poco.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
Roma 2 Aprile 1823.
     Amatissimo Sig. Padre. Rispondo all'ultima sua carissima
del 28 dello scorso. Il Cavalier Marini all'aspetto  un
uomo d'et fra i quarantacinque e i cinquant'anni; di viso
non affatto giovanile, ma niente vecchio; fisonomia molto
amabile e per lo pi ridente; occhi vivi; colorito
sanissimo; complessione forte; statura mediocre e personale
proporzionato. Tutto insieme, avuto riguardo al solo fisico,
 dieci volte pi amabile di quel che fosse Peroli. Ma
perch gli uomini si rendono aggradevoli colle maniere molto
pi che col semplice aspetto, le dir che le maniere del
Cav. Marini sono piacevolissime, e che il Cav. avendo sempre
trattato e trattando con ogni genere di persone, ed anche
nella Corte, possiede ottimamente l'arte di farsi amare.
Quanto al carattere, io non saprei desiderare in lui cosa
alcuna; anzi trovo in lui molto pi e molto meglio di quello
che avrei mai potuto sperare in un uomo di mondo e di
lettere. Il Cav.  disingannato affatto del mondo e della
societ, ed ella se lo deve immaginare principalmente sotto
questo aspetto. I suoi piaceri e i suoi desideri sono
l'amicizia sincera, la pace domestica e i sentimenti del
cuore che in lui sono vivissimi. Amava svisceratamente la
sua moglie bench zoppa e brutta, e s'attrist della sua
morte in modo che non trovava consolazione: io stesso l'ho
veduto piangere sopra la sua perdita, due mesi e pi dopo
accaduta. D'allora in poi  stato sempre, ed  ancora,
occupato ad onorare la memoria della sua compagna, con busti
in marmo, iscrizioni, elogi che fa comporre da' suoi amici.
Pochissimo si diverte; attende per lo pi agli affari del
suo impiego, ed agli studi, nei quali consiste la sua
principale ambizione: ma con tutto ci non manca ai doveri
sociali, e non trascurerebbe certo i riguardi che si
dovessero alle inclinazioni giovanili d'una sua sposa, anzi
sarebbe impegnatissimo di proccurarle tutti i passatempi
convenienti, e di prendervi parte, e soddisfare anche
all'ambizioncella naturale alle donne in una citt grande:
perch il suo carattere  veramente moderato, e formato
dall'esperienza e dalla cognizione degli uomini. Mi par
molto religioso: certamente la sua condotta pubblica in
questa parte  esemplare; e i suoi discorsi anche i pi
confidenziali lo dimostrano espressamente Cristiano. Quanto
alle sue finanze, io posso dirle, che tra' suoi pari,  de'
pi ricchi, e fa continuamente delle spese che non si
farebbero forse in provincia dalle pi ricche famiglie. So
di alcuni suoi fondi nelle vicinanze di Roma o nell'interno;
ma credo che la maggior parte della sua possidenza (oltre
l'emolumento considerabile del suo impiego) consista in
danaro.  per dare alla sua figlia (ch' sola, e in
trattativa di matrimonio) ventimila scudi di dote. Pi di
questo non posso dirle per ora, ma non mancher poi modo
d'informarsi meglio. So di certo che, riprendendo moglie,
far molto pi caso delle qualit morali e intellettuali
della persona, che della dote. Far anche caso della
nobilt, della giovent, e delle qualit fisiche: ma credo
nel punto dell'interesse non sar molto esigente; e in
qualunque modo, egli  cos trattabile e cos ragionevole,
che secondo me, sar molto facile il ridurlo su questo
articolo, quando anche presentemente egli avesse delle viste
superiori a quelle che si richiederebbero nel caso nostro.
Certo  che il Cavaliere non  niente attaccato al danaro, e
cerca la sua felicit per tutt'altra via. Da tutto questo le
sar facile di tirare quella conchiusione ch'Ella mi
domanda, se questo trattato sia da coltivarsi o no. Io lo
credo convenientissimo ad ambe le parti: e mi persuado che
sia fattibilissimo dal lato del Cavaliere. Dal lato di
Paolina spero che debba esserlo altrettanto; e che i molti e
grandi vantaggi di questo partito debbano compensare
appresso di lei quel poco di giovent ch' l'unica cosa che
manchi al Cavaliere. I vantaggi, com'Ella ben vede, sono,
vivere in una capitale, al fianco di un uomo ricco, amato e
considerato da chi comanda, buono, di molto spirito,
prudentissimo, interessatissimo alla felicit della sua
sposa, cordiale, religioso, compiacente, non per
dabbenaggine ma per riflessione per carattere e per
sentimento. Di pi la facilit di accomodarsi circa
l'interesse, che in questi tempi e nelle date circostanze 
pur molto, massimamente trattandosi di un paese che non sia
di montagna, e molto pi, di una capitale.
     Scrivo tutto ci per ubbidirla, e sottomettendo queste
mie opinioni al suo giudizio, com' naturale. Poco dopo
ch'ebbi letta la sua lettera, il Zio Carlo mi fece sotto un
altissimo secreto la confidenza della proposta ch'egli le
aveva fatta, e ch'io dissimulai totalmente di sapere.
     La nostra partenza, cio del Zio Girolamo e mia, par
fissata agli ultimi dell'entrante. Credo che possa piuttosto
essere anticipata che differita: cos almeno mi par
d'intendere. Non  necessario ch'io le significhi con quanto
affetto e desiderio giunger a rivederla e baciarle la mano,
come fo presentemente di qua, pregandola a benedirmi e
credermi il suo affezionatissimo figlio Giacomo.

A CARLO LEOPARDI - RECANATI.
Roma 5 Aprile 1823.
     Caro Carlo. Ti felicito sommamente del tuo nuovo amore;
e altrettanto mi dispiacerebbe che a Pasqua fosse cominciata
per te la Quaresima. Veramente non so qual migliore
occupazione si possa trovare al mondo, che quella di fare
all'amore, sia di primavera o d'autunno; e certo che il
parlare a una bella ragazza vale dieci volte pi che girare,
come io fo, attorno all'Apollo di Belvedere o alla Venere
Capitolina. Ti scrissi ultimamente sopra il tuo piego, e
l'accoglienza che gli aveva fatta Donna Marianna. Non so se
quella mia lettera ti sia capitata. So bene che la tua de'
27 Marzo  giunta qui un ordinario pi tardi del giusto,
cio ai 3 d'Aprile, o sia coll'ultimo corriere. Aggiungo
adesso che Mariuccia  stata molto contenta del tuo dono, e
mi ha pregato pi d'una volta di ringraziartene tanto. So
che si diverte molto a suonare questa tua musica, la quale
le piace assai, e che n'ha imparato parecchie arie, ed
alcune ne canta, ma non in presenza mia, sicch non ti posso
dir quali siano.
     Io credeva che tu sapessi il nome del Ministro di
Prussia. Vedi ora che l'impegno da lui preso per me, non 
poi tanto casuale come tu mi dicevi, giacch io scrissi
quelle bagattelle latine ad effetto espresso d'introdurmi
nella conoscenza di Niebuhr, come mi riusc. L'ultima volta
ch'io lo vidi, mi disse ch'era tornato a parlar di me con
Capaccini, il quale l'aveva assicurato ch'io non poteva
mancare d'esser provvisto. Bellissime parole. Il Ministro 
partito per sempre il Sabato santo. Mi dispiace moltissimo
che il Zio Carlo abbia informato mio padre dell'affare, e mi
dispiace perch da una parte  impossibile che mio padre
approvi mai nessun passo fatto per levarmi stabilmente da
Recanati; dall'altra parte  facilissimo ch'egli e i miei
Zii, mossi e persuasi subito da lui, vogliano mettere, senza
mia intervenzione o saputa, le mani in pasta, e rovinare il
negozio. Del che mi pare di accorgermi da alcune parole del
Zio Carlo, che finora ha approvato tutto il fatto da me su
questo particolare, e adesso la mastica. E qui forse
comincieranno le orditure secrete che manderanno ogni cosa
al diavolo: buzzarate infami, ch'io non so come sopportare
n come impedire. Ma tu frena in questo, ti prego, il tuo
carattere e non dare in scartate su questo proposito colla
Mamma, n mostrare ad alcuno ch'io t'abbia mai scritto circa
questo punto. Te ne prego caldamente; e sotto un altro
pretesto scrivo oggi a mio padre, e gli dico intorno
all'affare quello che mi par conveniente. Gi da pi parti
m' arrivato all'orecchio che il Segretario di Stato m'ha
offerto la mantelletta e ch'io l'ho ricusata, e altre tali
ciarle fottute, sparse dal Zio Momo, bench'io l'avessi gi
scongiurato a non dir niente; ed abbia sempre fatto
grandissima forza per impedire che si discorresse di questo
in tavola; dove tu non puoi credere che maledetto ciarlare
che si faccia, in presenza dei ragazzi e dei servitori,
sopra tutte le cose della famiglia che dovrebbero esser pi
secrete e gelose.
     Quanto al Trattato di Paolina, scrissi lungamente
coll'ultimo ordinario a mio padre, che me n'aveva
interrogato sotto gran confidenza. Siccome credo che la mia
lettera sar stata comunicata alla Mamma almeno, e dalla
Mamma a Paolina, perci non ripeto quello che vi si
conteneva. Solamente ti dico che i vantaggi di questo
partito sono tanti e tali, che non solamente compensano, ma
quasi annullano il sacrifizio ch'esso richiederebbe da
Paolina: sacrifizio molto comportabile perch Marini, bench
non giovane,  fresco, sano e forte, ed anche considerando
il solo esteriore,  venti volte pi amabile di Peroli. Ma
di ci parleremo pienamente a voce, e per parte mia non
mancher che il Trattato, se  possibile, abbia effetto. Ne
scrivo anche oggi a mio Padre. Salutami Paolina e confortala
a star di buon animo. Tu godi della bella stagione, e forse
agli ultimi di questo la godremo insieme. Non serve che ti
dica quanto io desideri di trovarmi con te. Lascio per la
fretta molte altre cose che ti vorrei dire in risposta alla
cara tua.
     Non dite ad alcuno l'epoca della partenza del Ministro
di Prussia che vi ho scritta qui dietro. Questo vostro
silenzio m' necessario per un'espressione ambigua ch'io
metto nella lettera a mio Padre, ec. ec.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
Roma 5 Aprile 1823.
     Carissimo Sig. Padre. Coll'ultimo ordinario risposi
dettagliatamente alla sua graziosissima dei 28 Marzo. Ora
debbo avvertirla che il Cav. Marini, avendo ricevuta,
com'Ella certamente gi sa, la nota proposizione di
matrimonio, si  confidato segretissimamente su questo panto
col mio cugino Melchiorri, ch' suo intimo; e questo, non
avendo alcuna cosa segreta per me, mi ha riferito il suo
discorso, quantunque il Cav. l'avesse pregato di tacermelo.
Il Cav.  molto propenso a questo trattato, e bench sul
momento non si trovi all'ordine di venire alle seconde
nozze, desidera che l'affare non manchi di effetto. Stima
molto la parentela, ed  contentissimo dell'educazione,
delle qualit morali, e dello spirito della giovane, secondo
i ragguagli che ne ha potuto avere. Conosco che mi usa pi
buone grazie del solito, anzi ultimamente m'invit a pranzo.
Mio cugino mi assicura che il Cav. sar trattabilissimo
circa la dote, e che anche sopra di questa si  spiegato con
lui in genere, molto favorevolmente. Ho creduto di doverla
informare di tutto questo, e di non far torto con ci a mio
cugino che mi ha pregato di non parlarne ad alcuno: come
anche ho creduto di doverlo intieramente tacere al Zio
Carlo. So che questi le ha scritto del Memoriale che ho
fatto presentare al Segretario di Stato per consiglio e col
favore del Ministro di Prussia. Se il Ministro mi avesse
lasciato tempo di chiedere a Lei i suoi consigli e il suo
piacere, non avrei voluto che alcuno l'informasse di questo
affare prima di me. Ma trovandosi allora il Ministro sul
punto di partire (come  partito gi da parecchi giorni), mi
disse espressamente che non v'era luogo a dilazioni, e per
mi convenne decidere dalla mattina alla sera circa l'impiego
che s'aveva a domandare; e dentro due giorni portare il
Memoriale in Segretara di Stato. Non potendo interrogar
Lei, consultai la cosa coi miei due Zii, e volendo il
Ministro ch'io domandassi qualche impiego specificato e non
in genere, mi decisi per quello di Cancelliere del censo,
non solamente perch cos parve ai miei Zii, ma perch
credetti che cos piacesse anche a Lei, avendomi detto
spesso la Mamma che questo era l'unico impiego che mi
convenisse. Presentato il Memoriale, e non restando a far
altro per parte mia, non nego ch'io ebbi in animo di farle
una sorpresa al mio ritorno, raccontandole il tutto a voce.
Ora sapendola gi informata, non voglio pi mancare di
scriverlene io stesso, e quantunque da una parte io non
creda che si possa molto sperare da una protezione gi
lontana, dall'altra parte non veda qual altro passo utile si
possa fare, contuttoci desidero ch'Ella si compiaccia di
darmi su questo proposito i suoi consigli e i suoi ordini,
che avrei gi domandati antecedentemente, se dopo presentata
la Supplica, avessi creduta o utile o possibile qualche
altra pratica, o se avessi dovuto fare qualunque passo
ulteriore.
     Tutti stiamo bene, e da quindici giorni e pi, abbiamo
un bellissimo tempo. I Zii la salutano. Io la prego a
benedirmi, e continuarmi l'amor suo, e baciandole la mano mi
ripeto Suo affettuosissimo figlio Giacomo.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
Roma 16 Aprile 1823.
     Carissimo Sig. Padre. Non ho che soggiungere alle sue
savissime riflessioni espresse nella lettera dei 10
corrente. Ma, com'Ella dice, non si rischia nulla, cercando
un impiego, intorno al quale, ottenuto che fosse, e
conosciutene le condizioni e circostanze, si avrebbe sempre
luogo a deliberare se fosse da accettarsi, o da ricusarsi o
rinunziarsi. Mi farei difficilmente credere se dicessi che
il soggiorno di Recanati per se medesimo mi sia pi grato
che il soggiorno di Roma. Ma come quello indubitatamente mi
 pi caro per la presenza di Lei e della mia famiglia, cos
anche per tutti gli altri riguardi, Ella si deve persuadere
che se io non considero il mio ritorno con gioia, neppur lo
considero colla minima pena. Io sono naturalmente inclinato
alla vita solitaria. Contuttoci non posso negare ch'io non
desideri una vita distratta, avendo veduto per esperienza
che nella solitudine io rodo e divoro me stesso. Ma fuor di
ci, qualunque soggiorno m' indifferentissimo, e quello
della mia famiglia, che non mi pu essere indifferente, mi
sar sempre carissimo. La nostra partenza  fissata per li
28 del corrente. Essendo forse questa l'ultima lettera
della quale potr avere risposta qui in Roma, la prego a
volermi sollecitamente dichiarare il suo parere e il suo
giudizio circa le mancie che si dovranno lasciare alla
famiglia de' miei ospiti. Questa  composta presentemente di
due servitori di sala, che non mi hanno fatto altro se non
servirmi in tavola e alzarmi qualche volta le portiere qui
in casa; e due ufficiali di cucina e credenza insieme, che
le mattine ch'io sono stato in camera, mi hanno mandato, per
ordine de' padroni, il caff. Due altri sono usciti di
servizio un mese fa: l'uno era uffiziale di credenza, e
questo mi aveva mandato il caff nello stesso modo; l'altro,
servitor di sala, e mi aveva salutato spesso quando io
passava, e non altro. Tutti due hanno promesso o minacciato
al Zio Momo e a me, di tornarci a riverire alla nostra
partenza, e tutt'altro si pu sperare, fuor che non
mantengano la parola. Sono dunque in tutto, sei individui da
riconoscersi. Le donne non hanno avuto mai niente a far con
me, per nessun titolo. Quanto al Cameriere del Zio Momo, il
quale mi ha discretamente servito per tutto questo tempo,
potremo, s'Ella crede, discorrerne a Recanati, giacch il
medesimo torner con noi. La prevengo che a conti fatti, mi
rester una quindicina di scudi in mano, prima di mettermi
in viaggio, disponibili in queste mancie, se, e come Ella
creder. Il Cav. Marini  tornato a parlare con molto
interesse a Melchiorri del noto affare, domandandogli
ragguagli di Paolina, e mostrando molta indifferenza circa
la quantit della dote.
     Augurandomi di farlo presto in presenza, le bacio la
mano col cuore, e mi ripeto Suo affettuosissimo figlio
Giacomo.

A CARLO LEOPARDI - RECANATI.
Roma 19 Aprile 1823.
     Carlo mio. Ti scrivo brevemente, perch in questi ultimi
giorni sono affollato di occupazioni vanissime e
seccantissime, ma che pur levano il tempo. Ricevetti
unitamente le vostre dei 10 e dei 14. Puoi bene
imaginare quanto mi abbia afflitto il racconto che tu mi fai
del disturbo accaduto in casa; il quale mi  dispiaciuto per
riguardo vostro e per riguardo mio; che lasciando una Roma,
e tornando in una Recanati, non vorrei trovar altro che
amicizia ed amore. Questo disgusto mi  riuscito improvviso
affatto, perch la tua penultima, come ti dico, mi  giunta
ritardata, e insieme coll'ultima. Ti ringrazio bens molto
di avermi dato subito questa notizia, perch noi dobbiamo
dividere insieme ogni cosa; e ti compatisco pi che non ti
puoi figurare della rincrescevole circostanza nella quale ti
sei trovato tu e gli altri.
     Scrivo oggi a Paolina, la quale ha bisogno d'esser
moderata ne' suoi trasporti: vedo che la speranza la
travaglia assai pi della disperazione e del dolore; e che
l'aver provato una forte lusinga, non la lascia trovar
luogo. Questo non mi fa maraviglia; ma bisogna ispirarle un
poco di costanza, perch in verit non v' stato cos
inquieto e smanioso come quello di chi spera vivamente, e
trema di sperare invano. Noi due siamo fuori di questi
pericoli; ma la poverina non ha ancora reso le armi alla
fortuna, come aveva fatto il Petrarca. La mantelletta si
pu dire veramente che mi sia stata offerta; e questo dal
Segretario di Stato, come potrete vedere nella lettera che
mi scrisse il Ministro di Prussia. Ma queste offerte son
cose di tanto poco momento, che non vale la pena di
parlarne. Addio, Carlo mio caro. Pensa un poco se fosse mai
possibile ch'io ti potessi servire in qualche cosa, prima
del mio ritorno. Forse potr ancora ricevere un'altra tua
lettera, ed eseguire qualche tuo comando, se me ne farai. La
nostra partenza era determinata per li 28: ora il giorno
preciso  in dubbio. Il certo  che la partenza 
vicinissima. Addio, abbracciandoti e baciandoti.

A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.
[Roma] 19 Aprile [1823].
     Cara Paolina. Vi ringrazio assai della confidenza che mi
mostrate raccontandomi le vostre pene d'animo. Che mi
preghiate ad interessarmi per voi, quantunque sappiate ch'io
non ho bisogno d'esser pregato per questo effetto; lo
considero come un segno che vogliate essermi grata anche di
quello ch'io debbo farvi per obbligo. Sappiate dunque che
direttamente o indirettamente, voi in realt siete stata
proposta al Cav. Marini, e che questo non si  mostrato
niente alieno dall'aderire a questo partito, anzi ha
lasciato vedere di esservi piuttosto propenso; e che in
somma  verissimo tutto quello che io scrissi al Pap nelle
lettere che avete lette.  vero ancora che il Cav. ha per
le mani un altro partito: e perci ha detto a Melchiorri che
gli era necessario un pretesto o un'occasione per
abbandonarlo: ma questo pretesto e questa occasione son
facili a trovarsi, se il Cav. vorr: ed io ho ragione di
credere che lo voglia. Intanto io non posso sapere qual
risposta precisa egli abbia dato alla persona che gli ha
fatto la proposta relativa a voi. Il Zio Carlo non me ne ha
detto niente: son certo per che il Cav. non ha dato una
ripulsa; piuttosto avr preso tempo; ed io son bene
informato delle disposizioni posteriori del Cav., come ho
scritto al Pap, e come avete veduto. La dote che il Cav. d
alla figlia, non sono 14 mila scudi; ma 18 mila, come io
scrissi, e come so di certo; anzi si stender, bisognando,
fino a 20 mila. Secondo tutti i ragguagli ch'io ho, non 
vero che il Cav. voglia rifarsi di questa dote con quella
della futura sua sposa. Ma il Zio Carlo, come sapete, 
mutabile, e vuole e disvuole un poco troppo presto. Sicch
non dovete maravigliarvi se questo trattato che da principio
gli parve bellissimo e facile, dopo due settimane gli 
sembrato sconveniente e impossibile. La conchiusione , che
l'affare sta presentemente in quel medesimo piede che potete
rilevare dalle mie lettere passate. Il Pap coll'ultimo
ordinario non mi ha scritto. Mostrategli questa lettera.
S'egli creder che parli io medesimo al Cav. e lo stringa in
modo da trarne qualche risposta concludente, lo far subito.
In caso diverso, l'affare, anche nell'assenza mia, star
molto bene in mano di Melchiorri, il quale da una parte 
cos intrinseco del Cav. che questo, poco fa, l'aveva
incaricato di trovar moglie a lui, e marito alla figlia,
dall'altra parte  impegnatissimo per il Pap, per voi, e
per me, e lo sar molto maggiormente quando si trovi
autorizzato a trattare il negozio.
     Tutto ci sia detto per vostra consolazione, e perch
questa  la verit. Ma, cara Paolina mia, non posso
dissimulare che lo stato dell'animo vostro, e il turbamento
e l'agitazione che mi dipingete nella vostra lettera, mi fa
troppa compassione, anzi arriva a parermi un poco
riprensibile. Che voi piangiate e vi disperiate perch?
perch avete concepito una grande speranza, non 
intieramente degno di voi, e non s'accorda colle lezioni che
avete ricevuto dai libri, e da quel poco di lumi che i
vostri fratelli per la propria esperienza, v'hanno potuto
dare, e v'hanno dato. La speranza  una passione
turbolentissima, perch porta con s necessariamente un
grandissimo timore che la cosa non succeda; e se noi ci
abbandoniamo a sperare, e per conseguenza a temere, con
tutte le nostre forze, troviamo che la disperazione e il
dolore sono pi sopportabili della speranza. Lasciamo stare
che quando anche voi foste gi qui, moglie del Cav. Marini,
ricca, divertita, vedreste che questo stato (al quale forse
giungerete) non valeva poi la pena di tanti palpiti. Ma
poniamo ancora, che il medesimo sia la pi gran felicit che
si possa immaginare: io v'assicuro, Paolina mia, che se noi
non acquistiamo un poco d'indifferenza verso noi stessi, non
possiamo mai, non dico esser felici, ma neppur vivere.
Bisogna che vi lasciate un poco portare dalla volont della
fortuna, e che sperando, non vi profondiate tanto nella
speranza, che non siate pronta a quello che pu succedere:
altrimenti, anche andando le vostre cose a vele gonfie, vi
martirizzerete da voi stessa in modo, che prima d'ottenere
quello che avrete sperato, sarete passata per un vero
purgatorio. Direte ch'io vi sono sempre intorno colla
filosofia. Ma mi concederete che questa non mi  stata
insegnata n dai libri n dagli studi n da nessun'altra
cosa, se non dall'esperienza: ed io vi esorto a questa
filosofia perch credo che vi abbiate i miei stessi diritti
e la mia stessa disposizione.
     Se mi volete bene, fatevi coraggio e armatevi d'un poco
di costanza. Salutatemi tutti. Non dubitate del mio impegno
per voi. Aspettatemi fra poco, e intanto spazzatemi la casa
dalla malinconia. Saluti del Zio Carlo alla Mamma e al Pap.
Addio addio.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
[Roma 22 Aprile 1823]
     Amatissimo Signor Padre. Seguendo il suo parere, mi sono
spiegato sull'affare di Paolina col Zio Carlo, dal quale ho
saputo quello che io gi immaginava. Il Zio, (non volendo
espor Lei ad un rifiuto) prima di scrivere a Lei il suo
pensiero, o nello stesso tempo che le ne scrisse, fece
parlare al Cavalier Marini da persona amica dell'uno e
dell'altro, la quale parl al Cavaliere come da s. La
risposta fu equivoca, cio che in quel momento il Cavaliere
aveva per le mani un altro partito, com'era verissimo. Il
Zio Carlo ricevette questa risposta dopo aver gi scritto a
Lei la prima volta; e ricevutala, credette bene di
significarne a Lei la sostanza, senza dirle di aver fatto
interpellare il Cavaliere, e ci per non inquietarla. Egli
credette che questa risposta fosse stato un pretesto, e
avendo pure inteso che il Cavaliere avesse forti pretensioni
circa la dote, stim che l'affare non fosse combinabile, e
in questo sentimento le scrisse la lettera ch'Ella m'ha
inviato, e che le rimando. Ora mosso dalla sua ultima,
voleva per mezzo della stessa persona gi da lui adoperata,
fare avanzare al Cavaliere una proposizione decisa, per
averne una risposta della stessa natura. Ma informato da me
delle cose che ho saputo da Melchiorri, e persuaso che il
Cavaliere non  alieno dal nostro partito, ha giudicato bene
che il portatore di questa proposizione (o comunque si dovr
chiamare) sia lo stesso Melchiorri, ch' il fa-tutto del
Cavaliere, e il quale, ottenendo una risposta soddisfacente,
potr poi intendersela col Zio Carlo, e direttamente con
Lei, per tutte le particolarit che si dovranno combinare.
Parler dunque a Melchiorri (autorizzato come sono da Lei),
e far che colla dovuta prudenza, cerchi di trarre dal
Cavaliere una risposta concludente, com'Ella desidera. Sono
certissimo che il Cavaliere gli risponder sincerissimamente
e col cuore sulle labbra, perch cos suol fare con lui.
Questo  gi molto. Ma di pi spero che la risposta non sar
dispiacevole per noi, quando anche per l'esecuzione del
trattato, il Cavaliere fosse per domandare qualche
dilazione: giacch sento che per sua quiete e della sua
futura sposa, desideri di maritar la figlia prima di
ristringersi in matrimonio; e sta gi in varie trattative
per maritarla.
     Ho consegnato al Cavaliere Marini la sua Memoria
raccomandandogliela caldamente. Mi ha promesso di far tutto
il possibile dal canto suo, e son certo che non mancher.
Avrebbe voluto che la stessa Delegazione scrivesse al Buon
Governo, ed assumesse (com'egli dice) l'iniziativa in questo
reclamo, del quale egli ha pienamente e altamente
riconosciuto la giustizia. Son persuaso che a Lei non sar
sfuggito il pensiero di mettere la Delegazione attivamente
dalla sua parte, e che quando non l'abbia fatto, ci sar
provenuto da qualche impedimento che il Cavaliere ed io non
possiamo conoscere. Prima di consegnar la Memoria, l'ho
fatta leggere al Zio Carlo, il quale ha concepito molta
indignazione sul contenuto della medesima, e me l'ha fatta
copiare, per mettere in opera, come ha gi fatto, alcuni
altri mezzi che ha creduto opportuni per farle ottenere la
giustizia ch'Ella domanda.
     Noi partiremo prestissimo, ma non posso ancora sapere il
giorno preciso, bench questa settimana addietro, la
partenza fosse stata fissata ai 28, come le scrissi col
penultimo ordinario. Certo  che poco si potr scostare dal
detto termine, e pertanto non so se potrei ricevere il
riscontro della presente.
     Mille saluti de' Zii, e mille affettuosi ossequii del
suo amorosissimo figlio Giacomo.

A CARLO ANTICI - ROMA.
Recanati 4 Maggio 1823.
     Carissimo signor Zio. O la natura o altra circostanza mi
 stata molto avara del dono della parola, e perci io mi
lusingava che per lettera avrei meglio supplito a qualche
parte dell'immenso debito che ho con Lei. Ora mettendomi a
scrivere, resto deluso anche di questa speranza, e conosco
che se volessi ringraziarla de' favori da Lei compartitimi,
non saprei n dove cominciare, n come degnamente
continuare, n quando finire. Mi resta una sola speranza, ed
 ch'Ella conosca gi cos bene il mio carattere ed il mio
povero cuore, per essere persuasa che se i suoi benefizi
sono stati collocati in persona non degna, hanno per
trovata tutta la riconoscenza di cui sono meritevoli, la
quale  tanta che vince le mie facolt d'esprimermi, e sar
cos costante che non si estinguer prima della mia vita. Io
la prego ad impiegare la sua propria eloquenza e quella del
proprio cuore per esprimere questi miei sentimenti a se
stesso ed alla Zia, alla quale vorrei ch'Ella si compiacesse
di presentare e di far gradire i miei pi teneri cordiali ed
affettuosi ossequi e ringraziamenti. La di Lei gentilezza ed
amorevolezza, e quella della signora Zia, faranno appresso
loro le scuse de' miei difetti, e dei tanti incomodi e noie
di cui, sebbene involontariamente, io sar stato cagione
all'uno e all'altra durante la mia dimora in Roma.
     Noi siamo arrivati iersera dopo un viaggio felicissimo,
ed il Zio Momo, che la saluta, sta bene. Mio padre far esso
medesimo le sue parti con Lei per s e per me. La Mamma
m'incarica di ringraziarla quanto Ella pu immaginare, e di
dirle le cose pi tenere e care che sia possibile. Saluti
infiniti della Mamma e de' fratelli alla signora Zia, ed ai
cugini. Altrettanti, e pi s' possibile, per parte mia alla
Marietta, a Matteo, a Pippotto, a Clotilde, a Vincenzino che
spero intieramente ristabilito, e alla Giovannina. Ho voluto
nominarli tutti per mostrarle quanto mi sia dolce la memoria
loro, e di tutto quello che a Lei appartiene. E
abbracciandola rispettosamente e amorosamente, mi confermo
con tutta l'anima per sempre suo riconoscentissimo e
tenerissimo nipote.

A CARLO ANTICI - ROMA.
Recanati 15 Gennaio 1825.
     Carissimo Signor Zio. Debbo fare avere al mio cugino
Melchiorri scudi 12.50, e prima di spedirglieli per la
posta, prendo la libert d'incomodarla colla presente per
sapere se Ella potrebbe senza suo disturbo farli pagare a
Melchiorri cost, pagandoli io qua immediatamente a chi per
Lei. Se ci non si pu fare senza suo inconveniente, Ella mi
far, spero, il favore di avvertirmene liberamente, ed io mi
servir della posta.
     Ho consegnato al Zio Giuseppe l'ultimo volume delle
opere del Giordani col quale resta compiuta l'edizione. Ella
vi trover il suo nome come associato, e vi potr leggere la
prosa al nuovo Vescovo Piacentino, la quale ha fruttato al
suo autore il felice esilio dalla sua patria, ed il suo
stabilirsi a Firenze con assicurazioni spontanee da parte
del Granduca.
     Immagino che a quest'ora sar gi, per lo meno,
incominciata la stampa della sua nuova opera, e spero che
Ella non m'invidier il piacere di gustare i frutti
dell'ingegno Bavaro, e di un migliore ingegno Italiano,
appena saranno usciti dai torchi.
     Io vengo presentemente ingannando il tempo e la noia con
una traduzione di operette morali scelte da autori greci dei
pi classici, fatta in un italiano che spero non pecchi di
impurit n di oscurit. Ne ho tradotti sinora tre in pochi
giorni; ma lo stomaco ridotto all'ultimo disordine, m'intima
il manum de tabula. Mi lusingo che l'inverno sia tanto
amico e benigno al suo stomaco quanto  fatale al mio, e che
Ella abbia ricuperato quell'appetito che il caldo le aveva
tolto, e che io pel freddo ho perduto.
     Ella non si dimentichi del suo tenero, devoto,
affettuoso, ed eternamente grato nipote.

A CARLO ANTICI - ROMA.
Recanati 5 Marzo 1825.
     Carissimo Signor Zio. Comincerei dal ringraziarla della
sua lettera ultima, del motivo che indusse Lei a scriverla,
e del contenuto della medesima, ma quanta ragione avrei di
farlo, tanto impossibile mi sarebbe di trovar nuove
espressioni di gratitudine da usar con Lei, e per lascio a
parte questo luogo comune di tutte le lettere ch'io le
scrivo.
     Bens mi corre l'obbligo di manifestare al Signor
Ministro d'Olanda la mia riconoscenza alla memoria e
sollecitudine che egli si compiace di mostrare verso di me,
e prego Lei a volerlo fare in nome mio con quelle
espressioni pi significanti che le saranno somministrate
dalla sua facondia.
     Per ubbidirla e per soddisfare al signor Ministro, le
dir che gli opuscoli morali da me tradotti un mese
addietro, sono le tre Parenesi, ossia Ragionamenti
morali d'Isocrate, l'uno a Demonico, l'altro a
Nicocle, il terzo intitolato il Nicocle. Mia
intenzione era di tradurre in sguito il Gerone di
Senofonte; il Gorgia di Platone, che mi pare uno de'
Dialoghi pi belli di questo scrittore, e pi pieni di
eloquenza morale; l'Orazione Areopagitica dello stesso
Isocrate; i Caratteri di Teofrasto; e forse qualcuno de'
dialoghi d'Eschine Socratico. Tutte le quali operette non
hanno ancora traduzioni italiane, se non antiche, pessime di
lingua e di stile, e peggiori ancora per i controsensi
continui e la mala intelligenza dell'originale. Finalmente
io voleva dare, o insieme con questi opuscoli, o in un tomo
a parte, i Pensieri di Platone, che io avrei raccolti e
scelti e tradotti, opera simile a quella dei Pensieri di
Cicerone dell'Olivet, ma che avrebbe dovuto essere un poco
pi ampia, e contenere tutto il bello e l'eloquente di
Platone, sceverato da quella sua eterna dialettica, che ai
tempi nostri  insoffribile, e da' suoi sogni fisici,
che riuscirebbero parimente noiosi ai pi dei lettori
moderni, massimamente per la loro oscurit.
     Ma tutti questi lavori, dei quali io mi voleva servire
per mio passatempo di questo inverno, restano e resteranno
nel mio solo pensiero, perch la mia salute  ridotta in
grado tale, ch'io non posso fissar la mente in una menoma
applicazione, neppure per un istante, senza che lo stomaco
vada sossopra immediatamente, come mi accade appunto adesso,
per la sola applicazione di scrivere questa lettera. E
quanto al futuro, non ardisco pi formare alcun progetto,
vedendomi veramente divenuto ***. e conoscendo di certo che
colla vita sedentaria e solitaria che per assoluta necessit
io meno in Recanati, dove la sorte mi ha senza dubbio confinato
per sempre, io non posso altro che passare da cronicismo a
cronicismo, come ho fatto per tutta la mia vita finora. Fuor
di questo, io vivrei contentissimo, come Ella mi esorta, a
Recanati, e anche nell'Isola di Pasqua in mezzo all'immenso
oceano pacifico, poich Ella sa bene che l'ambizione non  mai
stato il mio vizio.
     Se bene ho detto di voler lasciare a parte i
ringraziamenti, non posso per mancare di ringraziarla dello
sborso fatto in mio nome al cugino Melchiorri, ed anche
della gentil burla fattami nella sua penultima, di mandarmi
un paragrafo in lingua per me inintelligibile. Il buono ,
ch'io non ho alcuno a cui ricorrere per intenderlo, ed ora
appunto muore in questo spedale un tedesco senza potersi
confessare, perch in tutta la nostra colta provincia non si
trova un prete che sappia quella lingua.
     Avrei molto caro d'intendere da Lei il giudizio che il
Signor Ministro d'Olanda ha fatto delle mie Canzoni, e se
questo fosse sfavorevole, tanto pi volentieri l'intenderei,
come sempre soglio.
     Ella mi continui la sua benevolenza, e in luogo de'
ringraziamenti, accetti le proteste di vero amore e vera
tenerezza del suo sempre affezionatissimo Nepote.

A CARLO ANTICI - ROMA.
Recanati 18 Giugno 1825.
     Carissimo Zio. Mi si offre un'occasione di andare con
poca spesa a Milano per qualche mese; ed io avendone pieno
consenso da mio padre, e colla speranza di far qualche nuova
conoscenza e di giovare sopra tutto alla mia salute, accetto
questa opportunit, e mi dispongo a partire. Nel darle
questa nuova, alla quale per l'affetto che Ella mi ha
dimostrato con tante prove, ho creduto che Ella
s'interesserebbe, sono anche ad incomodarla con una
preghiera, ed  che Ella voglia farmi il favore di
procurarmi il passaporto necessario da cotesto Ambasciatore
Austriaco per andare, stare, e tornare. Siccome da
Milano mi vien fatta premura di partir presto, perci quanto
pi sollecitamente Ella potr favorirmi, tanto il favore
sar pi grande. Ella potr, se cos crede bene, mandare
direttamente il passaporto in mano di mio padre con
indirizzo al Gonfaloniere, o comunque le piacer. Perdoni
questa briga che io sono costretto a darle, e se non le sar
grave di scrivermi prima che io parta, mi dia nuove di Lei,
delle sue occupazioni e della sua famiglia; ed ora e sempre
si compiaccia di ricordarsi che io sono il suo
affettuosissimo e gratissimo nepote.
     P.S. Fatta la lettera, mio padre mi consegna per lei una
polizzina che le accludo. Se fosse necessario specificare
l'oggetto del viaggio, Ella potr dire che io vado per
assistere all'edizione di tutte le Opere di Cicerone
intrapresa dal signor A.F. Stella. Avrei anche molto caro
se Ella potesse fare inserire nel passaporto la clausola,
col suo domestico: ma converrebbe che il domestico fosse
innominato, perch io non so ancora n chi porter n se
porter alcuno meco. Obbligatissimo e affezionatissimo
nepote.

A ETTORE LEOPARDI, S. P. M. - [RECANATI].
[S.d., ma Recanati Luglio 1825]
     Carissimo Zio. Dentro questi giorni io dovrei, se a Dio
piace, partire per Milano col consenso dei miei genitori,
per restarvi forse qualche mese. Verr prima a salutarvi e a
chiedervi i vostri comandi. Intanto il vostro cuore e la
bont che mi avete sempre mostrata mi danno animo di farvi
una preghiera, e non arrischiandomi di farvela a voce,
scrivo la presente, la quale ho pregato il Sig. Curato di
presentarvi. Voi sapete lo stato della nostra famiglia, e
conoscete bene la cagione per cui non ardisco d'importunare
i miei genitori con certe domande. Se Voi poteste
somministrarmi qualche cosa per questo viaggio, Voi mi
fareste un favore del quale io vi professerei una
cordialissima e tenerissima gratitudine, e che accrescerebbe
i sentimenti di amore e di riconoscenza che io ho gi
debitamente per Voi. O piccola o grande che fosse la
quantit di cui vi piacesse di favorirmi, essa mi sarebbe un
pegno della vostra bont, ed io ve ne sarei grato fino
all'anima. Soprattutto vi prego a perdonare la mia libert,
e a credere che fuori di una simile circostanza, io non
avrei mai avuto il coraggio d'incomodarvi. Siate persuaso,
mio caro Zio, che il darvi questo fastidio mi rincresce e mi
pesa indicibilmente, e che del resto io v'amo e v'amer
sempre con tutto il cuore, e che in qualunque modo Voi siate
per accogliere questa mia preghiera, sar sinceramente e
perpetuamente il vostro cordialissimo e affettuosissimo
nepote Giacomo.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
Bologna 19 Luglio 1825.
     Caro signor Padre. Giunsi iersera in Bologna stanco, ma
sano. I miei occhi, malgrado il gran sole e il gran caldo
patiti pel viaggio, non sono peggiorati. Ancora non posso
decidere se mi conviene di proseguire il viaggio per Milano,
o di tornarmene indietro. Col venturo ordinario sapr
darlene notizia positiva. Ho veduto qui Brighenti che mi ha
pregato di riverirla da sua parte. Ho veduto anche Giordani,
che mi ha raccomandato molto di salutarla a suo nome e di
fare altrettanto a Carlo e a Paolina. La prego de' miei
teneri saluti alla Mamma e ai fratelli. Non ho scritto pel
viaggio, perch lo scrivere di sera al lume mi era
difficile, e la mia stanchezza era eccessiva. Pur vedo che
il moto mi va lentamente giovando. Ella sguiti ad amarmi,
come so e vedo che ha sempre fatto, e creda alle sincere e
fervorose proteste di amore e di riconoscenza eterna del suo
affettuosissimo figlio Giacomo.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
Bologna 22 Luglio 1825.
     Carissimo signor Padre. Ho ricevuta la cara sua dei 15.
Nella mia di Luned scorso fui brevissimo perch mi trovava
la testa imbarazzata da mille faccende a cui non sono
assuefatto. Mi dimenticai anche di dirle che vidi a
Sinigaglia la Zia Eleonora, che sta bene e saluta caramente
Lei e la Mamma. A Pesaro non ebbi tempo di vedere se non la
famiglia Cassi che sta tutta bene, e quel che si  detto
cost di Schiavini  un sogno. Io ho sofferto nel viaggio e
qui in Bologna un caldo orribile, e dovendo girare
continuamente nelle ore pi abbruciate mi sono strutto e mi
struggo ogni giorno in sudore. Il termometro  arrivato qui
a 29 gradi. Con tutto questo, in vece di peggiorare, come
io teneva per certo, sono anzi talmente migliorato della
salute, che nessuno strapazzo mi fa pi male, mangio come un
lupo, e il solo incomodo che io abbia  tutto il contrario
che per il passato, cio una stitichezza di ventre che
arriva ad un grado che io non ho mai pi provato in mia
vita. Anche gli occhi sono migliorati assai. Sono stato
tentatissimo di fermarmi qui in Bologna, citt quietissima,
allegrissima, ospitalissima, dove ho trovato molto buone
accoglienze, ed avrei forse modo di mantenermivi con poca
spesa, occupandomi di qualche impresa letteraria che mi 
stata offerta, e che non richiederebbe gran fatica, n mi
obbligherebbe per troppo tempo. Ma il Sig. Moratti, (il
corrispondente di Stella), mi ha rappresentato che Stella
avrebbe ben ragione di dolersi di me se io mancassi
all'impegno contratto con lui, e non avendo potuto
persuaderlo colle mie ragioni, sono stato costretto quasi
per forza a consentire di veder Milano a spese di Stella.
Ancora non abbiamo determinato il giorno n il modo della
partenza, ma credo che questa sar in breve. Fin qui non ho
potuto vedere il Zio Raimondo perch, per quanto ne abbia
cercato, nessuno mi ha saputo dire dove abiti. In ogni modo
proccurer ancora di vederlo, e se occorre, ne domander in
Polizia. A caso ho saputo che D. Rodriguez, di cui la Mamma
mi disse d'informarmi, sta passabilmente bene, quantunque
pi che ottuagenario. Io sono stato e sono ancora alloggiato
ai Frati Conventuali, cio nel Convento del mio compagno di
viaggio. A Milano non contrarr impegni troppo durevoli,
perch, oltre che non piacciono a Lei, non piacerebbero n
anche a me. La ringrazio degli avvertimenti che Ella mi d
con tanto affetto, e propongo di seguirli in ogni parte. Se
avr un momento di tempo, le torner a scrivere prima di
partire, se no, le scriver da Milano. La prego dei miei
teneri saluti alla Mamma e ai fratelli, e pi la prego ad
amarmi e a persuadersi della sincerit dell'affetto, con cui
mi protesto Suo amorosissimo e gratissimo figlio Giacomo.
     Scrivo oggi anche allo Zio Ettore.

A ETTORE LEOPARDI - RECANATI.
Bologna 22 Luglio 1825.
     Caro Zio. Non voglio partire da Bologna senz'avervi
scritto, sapendo quanto interesse voi prendiate alle mie
nuove per vostra bont. Sono giunto qui, come forse saprete,
fino da Domenica scorsa. Ho dubitato molto se dovessi
continuare il viaggio fino a Milano, tanto pi che il caldo
fino a ieri  stato insopportabile, e che molti amici di qui
mi hanno fatto premura di fermarmi in Bologna per attendere
a certe imprese letterarie. Nondimeno l'impegno gi
contratto a Milano mi ha finalmente deciso a lasciare questa
citt, quantunque di mala voglia. Ieri avemmo gran pioggia e
grandine, e questa mattina ancora ha piovuto, sicch il
caldo  pi soffribile. Io partir, credo, Luned o Marted.
Da Milano, piacendo a Dio, torner a scrivervi. In tanto
datemi o fatemi dare le vostre nuove, che desidero e spero
buone. Salutatemi tutti di casa e il Sig. Curato. Vogliatemi
bene quanto io ne voglio a voi, comandatemi se posso
servirvi, e credetemi pieno di amore e di riconoscenza per
sempre Vostro affettuosissimo Nepote Giacomo.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
Bologna 26 Luglio 1825.
     Carissimo signor Padre. Non avendo potuto liberarmi
dall'impegno di andare a Milano, partir domani dopo pranzo
per col, con animo di restarvi non pi che un mese circa, e
poi tornare a Bologna, dove non le posso esprimere quante
accoglienze, e quante premure mi sono state fatte perch io
rimanga, e dove mi occuper in cose letterarie che non mi
impediranno di tornare a Recanati quando le piaccia. Ho
ricevuto la sua del 22, nella quale mi raccomanda di
scriverle spesso. Nel poco tempo che io conto di passare a
Milano, forse le mie lettere non saranno molto frequenti,
perch ciascuna mi coster per francarla baiocchi otto, e
ogni lettera di fuor dello Stato mi coster per riscuoterla
baiocchi sedici. Ma poi da Bologna non mancher di scrivere
il pi spesso che potr. La mia salute, grazie a Dio, 
buona. Oggi abbiamo una giornata piovosa e fresca, che mi fa
sperare un viaggio non troppo travagliato dal caldo. I miei
saluti amorosissimi a tutti; ed Ella mi ami, mi benedica, e
mi creda sempre suo affettuosissimo figlio.

A CARLO LEOPARDI - RECANATI.
Milano 31 Luglio 1825.
     Carlino mio. Non ti posso esprimere quanto dolore mi ha
cagionato la tua dei 25 che ricevetti nel momento ch'io
montava in legno per Milano. Io non scrissi con
quell'ordinario col quale avevo promesso di scrivere, perch
non essendo ancor pratico della tabella degli arrivi e delle
partenze, la quale in Bologna  una vera algebra, credetti
di essere a tempo in un'ora in cui la posta era gi passata.
Spero che a quest'ora Babbo avr ricevuta la mia de' 22 e
l'altra de' 26, e Zio Ettore quella parimente dei 22. Mi
dimenticai di dire che vidi finalmente in Bologna il Zio
Mosca, il quale sta bene, quantunque si lagni de' suoi
nervi, e saluta tutti. Sono arrivato qui iersera, dopo un
viaggio felice, che ho fatto in compagnia di due viaggiatori
inglesi. Al primo aspetto mi pare impossibile di durar qui
neppure una settimana, ma siccome l'esperienza mi ha
insegnato che le mie disperazioni non sempre sono
ragionevoli e non sempre si avverano, perci non ardisco
ancora di affermarti nulla, ed aspetto molto quietamente
quello che porter il tempo. Io sospiro per per Bologna,
dove sono stato quasi festeggiato, dove ho contratto pi
amicizie assai in nove giorni, che a Roma in cinque mesi,
dove non si pensa ad altro che a vivere allegramente senza
diplomazie, dove i forestieri non trovano riposo per le gran
carezze che ricevono, dove gli uomini d'ingegno sono
invitati a pranzo nove giorni ogni settimana, dove Giordani
mi assicura ch'io vivr meglio che in qualunque altra citt
d'Italia, fuorch Firenze; dove potrei mantenermi con
pochissima spesa, e per questa avrei parecchi mezzi gi
stabiliti e concertati, dove ec. ec. Milano non ha che far
niente con Bologna. Milano  uno specimen di Parigi, ed
entrando qui, si respira un'aria della quale non si pu
avere idea senza esservi stato. In Bologna nel materiale e
nel morale tutto  bello, e niente magnifico; ma in Milano
il bello che vi  in gran copia,  guastato dal magnifico e
dal diplomatico, anche nei divertimenti. In Bologna gli
uomini sono vespe senza pungolo, e credilo a me, che con mia
infinita maraviglia ho dovuto convenire con Giordani e con
Brighenti (brav'uomo) che la bont di cuore vi si trova
effettivamente, anzi vi  comunissima, e che la razza umana
vi  differente da quella di cui tu ed io avevamo idea. Ma
in Milano gli uomini sono come partout ailleurs, e
quello che mi fa pi rabbia  che tutti ti guardano in viso
e ti squadrano da capo a piedi come a Monte Morello. Del
resto chi ama il divertimento, trova qui quello che non
potrebbe trovare in altra citt d'Italia, perch Milano nel
materiale e nel morale  tutto un giardino delle Tuilleries.
Ma tu sai quanta inclinazione io ho ai divertimenti. Per ora
non ti dico di pi, perch le cose che ti potrei dire
sarebbero infinite. Dammi o fammi dar nuove del Zio Ettore,
e fagli fare i miei saluti. Abbraccia i fratelli per me.
Salutami Babbo e Mamma caramente, e se mi scrivi, dammi
nuove di tutti. Gi s'intende che tu m'hai da parlar di te
pi lungamente che puoi. Se fosse possibile che tu ne
dubitassi, ti direi che lontano o vicino, tu sei sempre quel
mio caro Carlo, che  per me una cosa unica, perch neppure
in Giordani col quale si pu dire che sono convissuto in
Bologna, ho potuto trovare un altro Carlo, e non lo trover
certamente mai in vita mia. Addio, caro Carluccio. Io sto
bene; gli occhi stanno passabilmente. Finisco, perch scrivo
quasi all'oscuro. Anche in Milano usano i vicoli. Tu sai se
ti voglio bene; addio addio. Dammi nuove anche di
Pietruccio. Ho avuto in Bologna una visita d'un certo
Astolfi ch' venuto a trovarmi per commissione del Sig.
Antonio Condulmari, cosa che mi ha intenerito.

A CARLO ANTICI - ROMA.
Milano 3 Agosto 1825.
     Carissimo Signor Zio. Non potei ringraziarla n del
passaporto procuratomi cost, n della sua graziosa e
amorosa lettera, n della commendatizia per Alborghetti, n
del suo bel libro e della gentile menzione che Ella vi ha
fatta di me; non potei, dico, ringraziarla prima della mia
partenza da Recanati, perch me lo imped un'ostinata
flussion d'occhi, che non  ancora sanata, bench mitigata.
Ora ricevo per mezzo di Alborghetti (col quale si  parlato
molto di Lei) la sua de' 21 Luglio, alla quale rispondo
subito, e con questo medesimo ordinario scrivo al signor de
Bunsen nel modo da Lei suggeritomi. Quanto ai ringraziamenti
da farsi a Lei, stimo bene di tralasciarli per non ripetere
le cose che ho dovuto gi dir mille volte. Quanto al signor
de Bunsen, la prego a volergli significare Ella stessa la
mia riconoscenza pi lungamente di quello che io ho potuto
fare nella mia lettera. Venendo poi all'offerta del
Segretario di Stato, le dir in confidenza che se il governo
non mi dar o non mi assicurer fuor di ogni dubbio un buono
e durevole stabilimento prima ch'io venga a Roma, io non mi
muover di qua, dove posso fissarmi per sempre, e vivere a
spese d'altri; ovvero, se mi muover di qua, mi stabilir
piuttosto a Firenze, oppure a Bologna, dove mi sono fermato
nove giorni e sono stato accolto con carezze ed onori ch'io
era tanto lontano dall'aspettarmi, quanto sono lontano dal
meritare, e dove tra i molti partiti che mi si offrono, ho
quello di un giovane signore Veneziano ricchissimo e
studiosissimo che mi vuole onninamente con s per aiutarlo
negli studi. Vedr quello che ulteriormente sar fatto dal
Segretario di Stato, ed allora mi determiner secondo i di
Lei consigli, che la prego caldamente a continuarmi.
     Le dir ancora che vaca attualmente in Bologna il posto
di Segretario dell'Accademia di belle arti, il quale, come
tutti mi han detto, non esige cognizioni maggiori di quelle
poche che io ho, e mi lascerebbe quasi tutto il tempo libero
agli studi. Il soggiorno di Bologna sarebbe per me molto pi
grato e pi profittevole che quel di Roma, perch in Roma
non potrei conversare se non con letterati stranieri
(giacch non vi sono letterati romani), il che  cosa
molto difficile per me, che non sono esercitato nelle loro
lingue: laddove Bologna  piena di letterati nazionali, e
tutti di buon cuore, e prevenuti per me molto
favorevolmente. Se il signor de Bunsen proponesse al
Segretario di Stato di darmi il detto impiego, forse la cosa
riuscirebbe, e in tal caso io potrei servire il Sovrano con
quelle opere che gli piacesse, e il governo non avrebbe per
mia cagione una nuova spesa, giacch non farebbe che tenermi
in un impiego che in ogni modo dovrebb'essere occupato e
pagato.
     Ho fatto leggere a Stella il di Lei paragrafo relativo a
Monsignor Invernizzi. Stella sar infinitamente grato a Lei
e a quel Signore se vorr concedergli le sue Varianti,
coll'edizione postillata ec. Le dette Varianti si
pubblicheranno sotto il nome di Monsignor Invernizzi, con
tutto l'onore dovutogli. Stella dar subito ordine a un suo
corrispondente cost, perch ponga a disposizione di
Monsignor Invernizzi un esemplare di una qualunque edizione
completa delle opere di Cicerone, a scelta del medesimo
Invernizzi. Se in Roma non si trover un'edizione che gli
soddisfaccia, l'Invernizzi nominer quella che gli sar pi
a grado, e questa gli sar inviata di qua.
     Ella mi perdoni il rozzo e frettoloso scrivere. Sono
impaziente di leggere la sua nuova traduzione, che in
Recanati non potei se non trascorrere, perch gli occhi non
sopportavano la lettura. La prego de' miei teneri saluti
alla Zia ed ai cugini. Ella segua ad amarmi e mi creda
costantemente suo affezionatissimo e gratissimo nepote.
     P.S. Al suddetto corrispondente di Stella potr
Monsignor Invernizzi consegnare, se cos gli piace, le sue
varianti. Questo corrispondente sar il libraio Paolo
Olmi, che avr cura di farle ricapitare a Milano con
sicurezza.

A CARLO ANTICI - ROMA.
Milano 20 Agosto 1825.
     Carissimo Zio. Ricevetti ieri la sua dei 14, nella
quale non trovo nulla di amaro, come Ella mi dice. Tutto 
dolcissimo e amorosissimo, e di tutto io cercher di
approfittarmi con ogni mio potere. Senza farle alcun
complimento circa l'operato da Lei in mio favore, mi baster
di assicurarla che il mio affetto e la mia gratitudine verso
Lei  quale e quanta si richiede per corrispondere a tanto
amor suo. Al cavaliere de Bunsen la prego a fare in mio nome
quei complimenti e quei ringraziamenti che meritano i suoi
favori. Aspetter l'esito della trattativa, e intanto Ella
non dubiti del pi rigoroso segreto per mia parte.
     Io vivo qui poco volentieri e per lo pi in casa, perch
Milano  veramente insociale, e non avendo affari, e non
volendo darsi alla pura galanteria, non vi si pu fare altra
vita che quella del letterato solitario. Partir subito che
me lo permetter la buona creanza verso lo Stella e che sar
libero dalle faccende letterarie che ho per lui il che non
sarebbe se non di qui a qualche anno, secondo l'intenzion
dello Stella, ma secondo la mia, sar dentro il mese
prossimo.
     Lo Stella ed io siamo tanto grati al degnissimo
Monsignor Invernizzi, quanto edificati e maravigliati della
sua modestia, cosa veramente rara tra letterati. Lo Stella
lo prega a credere e lo assicura che di qualunque genere
sieno i suoi lavori sopra Cicerone, e qualunque sia la mole
de' suoi manoscritti o stampati che li contengono, non solo
non si chiamer aggravato dalla spesa del loro trasporto, ma
anzi gli sar tenutissimo se egli vorr consegnar tutto al
Signor Olmi, perch il tutto passi qui nelle mani del
rispettabile letterato che attende alla nuova recensione del
Cicerone, il quale avr tutto il possibile riguardo
all'onore di Monsignor Invernizzi, e lo nominer con tutta
quella lode che merita, tacendo interamente quello che non
fosse trovato opportuno al nuovo lavoro. Intanto, non
essendo stata mai finita l'edizione del Beck, lo Stella
ordina che sia consegnato subito a Monsignore un esemplare
di quella dell'Ernesti, se si trova cost; diversamente,
esso medesimo gliene spedir uno di qua, incaricandosi delle
spese del trasporto.
     Col signor Conte Alborghetti, uomo veramente buono ed
amabile, far le sue parti la prima volta che lo rivedr. La
prego dei miei affettuosi saluti e doveri alla sua famiglia,
e persuaso che se in questa mia dimora a Milano io sar
buono a servirla in qualche cosa, Ella mi vorr favorire dei
suoi comandi, col solito affetto mi ripeto suo tenero e
gratissimo nepote.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
Milano 24 Agosto 1825.
     Carissimo Signor Padre. Sono in gran confusione, non
avendo mai ricevuto lettere da casa da che sono in Milano.
L'ultima che ricevetti a Bologna era di Carlo, in data dei
25 Luglio. Io scrissi di qua subito arrivato, dando le mie
nuove e domandando le loro. Stava aspettando la risposta,
acciocch le lettere non s'incrociassero, perch la spesa
postale qui  veramente eccessiva, e anche maggiore di quel
che le scrissi. Ma non vedendo mai nulla, non posso pi
tardare a pregarla di farmi giungere qualche loro notizia
per levarmi di pena, bench mi paia di non potere attribuire
il loro silenzio se non a qualche errore di posta. Io sto
bene, quantunque l'aria, i cibi e le bevande di Milano sieno
il rovescio di quello che mi bisognerebbe, e forse le
peggiori del mondo. Contava di partire di qua sulla fine del
mese, ma vedo che senza mancare alla civilt verso lo
Stella, non potr mettermi in viaggio se non dentro il mese
venturo, nel qual termine spero di avere sbrigato tutto
quello che la creanza esige che io faccia per lui, non gi
tutto quello che egli desidererebbe da me, perch a far
questo ci vorrebbero pi anni, come sa bene egli stesso, il
quale mi mostra chiaramente che vorrebbe trattenermi seco
quasi per sempre. Ma n Milano n una casa d'altri sono
soggiorni buoni per me. Bens se potr essergli utile da
lontano, non mancher di farlo, e da lontano far che
anch'egli sia utile a me, perch da vicino le cose vanno in
complimenti. Si compiaccia, caro Sig. Padre, di salutare
teneramente tutti da mia parte, e di credermi ch'io la amo
quanto Ella merita, cio con tutto il cuore. Non mi privi
dei suoi caratteri, per amor di Dio. Le chieggo la sua
benedizione, e mi ripeto suo affettuosissimo figlio Giacomo.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
Milano 7 Settembre 1825.
     Carissimo Signor Padre. Finalmente coll'ordinario
passato, per la prima volta da che sono in Milano, ho
ricevuto nuove di casa mia per mezzo della cara sua dei 30
Agosto. Ella s'immagini che consolazione fosse questa per
me, che passai quella sera quasi in festa. Mi pareva di
trovarmi in mezzo alla mia famiglia, l'amore verso la quale
 anche accresciuto in me dalla lontananza. Nell'ultima mia
non le dissi nulla del segretariato di Bologna, perch' una
cosa della quale io spero pochissimo, e non sapendone ancora
niente di certo, non mi pareva che valesse la pena di
parlarne; tanto pi che anche senza l'impiego, non mi
mancherebbero mezzi di vivere onoratamente in Bologna
qualche parte dell'anno. Con grandissima consolazione ho
sentito che il Zio Ettore sia pienamente ristabilito. Io ne
stava in pena, avendo saputo a Bologna il suo incomodo, ed
essendo stato poi tanto tempo senza loro lettere. Gli
scrissi gi direttamente da Bologna, ma forse la mia lettera
l'avr trovato incomodato. La prego a fargli i miei
rallegramenti, e a salutarlo caramente per me. Col Conte
Alborghetti, ch' un uomo veramente amabile, far le sue
parti, quando e se lo potr rivedere, perch'egli  ora in
campagna, e da che fui a pranzo da lui, poco dopo arrivato
in Milano, non l'ho pi veduto. Io sto bene, e l'appetito
che mi torn a Bologna, non mi ha pi lasciato; tanto pi
che qui non si cena, e il pranzo  spesso un esercizio di
temperanza. Spero sempre di poter partire dentro questo
mese, bench Stella che ha deciso di ritenermi in tutti i
modi, mi usi tutte le cortesie possibili; il che m'imbarazza
un poco, per quel gran difetto che io ho sempre avuto, di
non saper dir di no anche a chi mi bastona, molto meno a chi
mi prega. Ma vedr pure di farmi forza, e intanto sguito
sempre a dire di non volermi trattenere. Mi ami, caro Signor
Padre, e mi saluti teneramente la Mamma. Ai fratelli scrivo
qui dietro. Sono e sar sempre il suo affettuosissimo figlio
Giacomo.

A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.
[Milano 7 Settembre 1825].
     Paolina mia. Mi rallegro con te, ma di poco buona voglia,
perch al mio ritorno o sarai gi partita o vicina a
partire, e cos non ti potr raccontare tante storielle,
tante avventure, tante osservazioni filosofiche,
antropologiche ec. fatte in questo mio viaggio verso il
polo, e che io metteva in deposito per farti passare almeno
quattro inverni, come ne hai passati due colle mie
chiacchiere romane. E sappi che quelle erano una bagattella
a paragone di queste; sicch perdi molto; ma pazienza.
Intanto sappi che io continuo a credere che tu potrai essere
felicissima con questo sposo, specialmente se persisterai
nelle tue massime filosofiche, e ti riderai delle ciarle e
degli uomini, per i quali credi a me che non torna conto di
perdere un quarto d'ora di sonno. Sappi ancora che io t'amo
come prima, che non era poco, e forse anche pi di prima,
che non  la cosa pi facile. Giordani a Bologna mi avr
dimandato di te e di Carlo almeno venti volte, e se vi avevo
scritto, e se vi avevo salutato a suo nome, e se vi avevo
detto tante cose per parte sua. Poi a Parma, dove l'aspettai
alla locanda fino a mezza notte, mi torn a domandare le
stesse cose, e se voi altri mi avevate risposto. Il giorno
dopo ricevuta la lettera ultima del Pap, ebbi l'altra dei
19. Ma sappiate che qui le stampe si pagano poco meno
delle lettere, e poi sono soggette a mille malanni di
censura ec., sicch non vi servite pi di questo spediente.
Bens scrivetemi in carta piuttosto fina, perch se il
foglio  un po' grosso, qui si raddoppia subito il prezzo
della lettera, e invece di diciotto soldi austriaci, si
pagano trentasei, com' succeduto a me qualche volta.
Salutami Luigi e Pietruccio. D a Mamma che mi voglia bene.
Salutami anche nominatamente il Curato e don Vincenzo.
Addio, addio. Voglimi bene. Sono invitato a Varese dal Conte
Dandolo, figlio del Senatore, signorino che non mi piace
niente. Varese  il Versailles di Milano, distante di qua
trenta miglia. Forse sar costretto ad andarvi per qualche
giorno: in tal caso potrebb'essere ch'io ritardassi qualche
poco la replica a quella che voi altri mi risponderete. Ve
ne avviso perch non ne stiate in pena.

A CARLO LEOPARDI - RECANATI.
[Milano 7 Settembre 1825].
     Carluccio mio. Ho ricevuta la tua spiritosa, ingegnosa e
filosofica lettera dei 17. (Obiter, io sfido tutti i
letterati e belli spiriti di Milano a scrivere la met di
una lettera simile.) Tu ti sei subito avveduto di quella
faticosissima attivit che  necessaria, non solo per
figurare, ma per essere da quanto son gli altri, anche in
una semplicissima conversazione di gran mondo. Credimi che
questa attivit non  dei soli settentrionali, ma dei
francesi molto pi, e dei meridionali, e in somma di tutti,
fuorch dei marchegiani, che in massa sono i soli che diano
alla vita il suo vero valore, e senza esagerazione sono i
pi filosofi e per conseguenza i pi birbanti del mondo. Ma
tu non hai ben compreso il sentimento della mia lettera.
L'imbarazzo di cui ti parlava, nasceva solamente dal tuono
mercantile di questa casa, la quale mi parve a prima vista
la peggior locanda che mi fosse toccata nel viaggio. Poi le
cose si sono un poco accomodate, e io mi sono assuefatto, e
fin dalla prima sera, quantunque mi paresse di non poter
durare, io era per intrepido, perch la mia pazienza non ha
confini conosciuti. Del resto, e in casa e in Milano, io
sono stato sempre trs -  mon aise. Quello spirito di
osservazione curiosa e insolente che tu notasti in
Sinigaglia vi fu notato anche da me, e mi parve che
arrivasse a un grado da far perdere la pazienza anche a un
mio pari; quantunque io trovassi la citt gi piena di gente
e di fracasso, ch'era un inferno. Ma da ci tu non devi
prendere idea delle capitali. Quel che ti scrissi di Milano,
fu una mia osservazione precipitata. Il fatto si  che in
Milano nessun pensa a voi, e ciascuno vive a suo modo anche
pi liberamente che in Roma. Qui poi, cosa incredibile ma
vera, non v' neppur una societ fuorch il passeggio ossia
trottata, e il caff; appunto come a Recanati n pi n
meno. Roma e Bologna, in questo, sono due Parigi a confronto
di Milano. Vedi dunque quanto io era lontano dal provare il
senso dello scoraggiamento per non poter far figura in un
luogo dove nessuno la fa, e dove centoventi mila uomini
stanno insieme per caso, come centoventi mila pecore. Tanto
pi ch'io non m'era scoraggito niente a Bologna, e che in
verit non mi sono mai trovato inferiore a nessuno nelle
societ dove sono stato, o a Bologna o qui. Il che non lo
debbo ad altro che a quella perfettissima indifferenza che
abbiamo tanto desiderata, e che ho finalmente ottenuta e
radicata in modo che non ha pi paura. Io desidero per
molto di partir di qua, perch mi ci secco, e da Bologna ho
lettere pressanti di un Signore veneziano giovanetto
ricchissimo e studiosissimo, che par che metta
dell'ambizione in avermi seco, e in dire che egli mi ha
fatto tornare e restare in Bologna. Non ti dir quanto io
spasimi di rivederti. Se l'impiego si ottenesse, io ti
potrei riveder quasi subito, perch partirei di qua
immediatamente, e le occupazioni dell'impiego credo che mi
lascerebbero bene il tempo di venir cost, ed anche spesso,
e starci molto. Del baule  vero quel che hai sentito, ed 
una cosa naturalissima, ma non ho spazio che basti a
spiegarti. Salutami il Dottor Prosperi, e dimmi se ha
ricevuto il libro che gli commisi a Bologna. Se vedi
Puccinotti, salutamelo caramente, te ne prego. Lascio perch
la carta  finita. Ti bacio. Addio Carluccio mio. Parlami
lungamente di te ogni volta che mi scrivi.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
Bologna 3 Ottobre 1825.
     Carissimo Signor Padre. All'ultima sua che mi giunse in
Milano, ed era dei 30 di Agosto, risposi ai 7 di
Settembre, e finora non ne ho ricevuto replica. Partii da
Milano il 26, secondo ch'io le aveva scritto di voler
partire dentro il mese, ed arrivai qua con un ottimo
viaggio, la mattina dei 29. Avrei voluto scriverle subito,
ma nella locanda non potei trovar calamaio con inchiostro.
Qui ho tolto a pigione per un mese un appartamentino in casa
di un'ottima e amorevolissima famiglia, la quale pensa anche
a farmi servire e a darmi da mangiare, perch io non amo di
profittar molto degli inviti che mi si fanno di pranzare
fuori di casa. Lo Stella, che mi ha lasciato partire con
molto dispiacere, mi ha assegnato per i lavori fatti e da
farsi, dieci scudi al mese, come un acconto, senza
pregiudizio di quel pi che potranno meritare le mie fatiche
letterarie dentro l'anno. Queste fatiche sono a mia piena
disposizione, cio io potr occuparmi a scrivere quello che
vorr, dando le mie opere a lui. Per un'ora al giorno che io
spendo in leggere il latino con un ricchissimo Signore
greco, ricevo altri otto scudi al mese. Un'altr'ora e mezza
passo a leggere il greco e il latino col Conte Papadopoli,
nobile veneziano, giovane ricchissimo, studiosissimo, e mio
grande amico, col quale non ho alcun discorso di danaro, ma
son certo che ci sar senza mio pregiudizio. Eccole
descritta la mia situazione, la quale prover un poco come
mi riesca. Io non cerco altro che libert, e facolt di
studiare senza ammazzarmi. Ma veramente non trovo in nessun
luogo n la libert n i comodi di casa mia; e finora qui in
Bologna vivo molto malinconico. Ella si pu poi figurare per
un'altra parte, quanto ardente sia il mio desiderio di
riveder Lei, la Mamma e i fratelli. L'unica cosa che mi
consigli di sopportare gl'incomodi della mia situazione (la
quale per non sarebbe forse incomoda a nessun altro) 
l'aver provato troppo lungamente e conosciuto con troppa
certezza che quanto pi io cerco di non patire, tanto pi
patisco, perch la pigrizia, e lo studio senza distrazioni
grandi e continue, sono la rovina della mia salute. Ella mi
ami, e saluti caramente per me la Mamma, i fratelli, e il
zio Ettore, ai quali scriver quando avr un poco pi di
agio. Io l'amo, come sempre e come debbo, con tutto il
cuore, e desidero infinitamente le sue nuove e quelle della
famiglia. E baciandole la mano mi ripeto teneramente suo
affettuosissimo figlio Giacomo.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
Bologna 10 Ottobre 1825.
     Carissimo sig. Padre. Effettivamente le lettere che Ella
dice di avermi scritte dopo ricevuta la mia dei 7
settembre, non mi sono mai giunte. Uno dei pi forti motivi
che mi hanno determinato a lasciar Milano, dove alla fine io
mi era quasi accomodato, e dove si vive certamente meglio
che a Bologna,  stata la troppa lontananza di quel luogo da
casa mia, e il desiderio di ricevere le loro nuove pi
spesso e pi facilmente, e di essere in maggiore unione con
loro. L'appuntamento che io ricevo da Stella, non  altro
che un a conto per i lavori letterarii che io gli far,
e se questi importeranno di pi, egli me ne compenser alla
fine dell'anno. Il ricever poi questo danaro mensilmente,
piuttosto che tutto in una volta alla fine di un lavoro, mi
 di un gran vantaggio, per la certezza che me ne segue di
avere di mano in mano quella tal somma da disporre. I lavori
poi ch'io debbo fare, sono interissimamente a mia
disposizione, giacch Stella non mi ha detto e ripetuto
altro, se non che egli spera che le opere che io far, non
le mander ad altri che a lui. Del resto, che io faccia
quelle opere che mi piace. In queste cose a me pare che non
vi sia nulla di umiliante. Quello che io ricevo dal Greco,
sarebbe forse un poco meno nobile, come  seccantissima per
me quell'ora che passo con lui. Nondimeno nelle idee di
questa citt non vi  nulla di vile annesso alla funzione di
precettore; anzi qui tutti i letterati forestieri si
chiamano professore; e Costa, nobile ravennate, fa
professione espressa d'insegnar per danaro a parecchi
giovani, fra i quali anche al mio Greco. Costa  uno dei
letterati pi rinomati di qui.
     Della licenza dei libri proibiti le scriver in caso che
mi occorra. Al zio Antici ho scritto cost una lettera, la
quale lo avr trovato assente. Da Bunsen ebbi notizia prima
di partire da Milano, che il Segretario di Stato non aveva
avuto risposta da questa Legazione sopra il mio affare. Ne
ho parlato al Direttor Generale di Polizia, il quale mi ha
promesso di sentirne qualche cosa dal Legato con cui ha
molta entratura. Mi dispiace assai del raffreddore della
Mamma. Non le scrivo per non annoiarla, e perch so che
questa lettera sar comune anche a lei. Ma Ella le dica, la
prego, le pi tenere cose per me, e mi dia nuove della sua
salute. Cos anche del Zio Ettore, il quale saluto di tutto
cuore. Non lasci anche di dirmi come sta Ella, e come la
trattano i primi freddi, che qui sono assai vivi. Mi ami, mi
benedica, e mi creda pieno di amore e di gratitudine, e
persuaso che io non potr mai trovare in nessun luogo
affezione e bont uguale alla sua. Suo affezionatissimo
figlio Giacomo.

A CARLO LEOPARDI - RECANATI.
Bologna 10 Ottobre 1825.
     Carluccio mio. Mi vengono le lagrime agli occhi scrivendo
il tuo nome. Chi ti potrebbe dire quanto io t'amo, e quanto
mai smanio di ribaciarti! Io parlo di te pi frequentemente
che posso, e in particolare con questo Papadopoli, ch' un
giovane quasi dell'et tua, e di principii virtuosi,
generosi, ed eroici come i tuoi.  uomo capace di esser
vero amico, ma nessun'amicizia sar mai e poi mai uguale
alla nostra, ch' fondata in tante rimembranze, che  antica
quanto la nostra nascita, che se uno di noi domandasse
all'altro tutto il suo sangue, questo sarebbe prontissimo a
darlo, e quello gi certissimo di ottenerlo. Ma in somma tu
non mi dici niente di te. Che fai, Carluccio mio caro?
perch non mi scrivi ogni tua cosa, o allegra o trista che
sia? credi tu forse che non mi prema? anzi sappi che io
desidero infinitamente di saperla, non solo mica per
affetto, ma proprio anche per curiosit, perch veramente le
notizie vostre m'interessano e mi solleticano pi assai di
quelle d'ogni altra cosa al mondo, ed  per me un giubilo e
un palpito quando apro lettere di casa. Io qui sono trattato
da' miei ospiti molto bene e amorosamente, ed anche con gran
riguardo, perch mi stimano una gran cosa. Mi alzo alle 7.
Scendo subito al caff a far colezione. Poi studio. Alle
12 vado da Papadopoli, alle 2 dal Greco. Torno a casa
alle 3. Vado a pranzo alle 5, per lo pi in casa, e se
ho inviti mi seccano. La sera la passo come Dio vuole. Alle
11 vado a letto. Eccoti la mia vita. Quelle lezioni che mi
sventrano la giornata, mi annoiano orribilmente. Fuor di
questo non avrei di che lagnarmi. Questi letterati che da
principio, come mi  stato detto e ridetto, mi guardavano
con invidia e con sospetto grande, perch credevano di
dovermi trovar superbo e disposto a soverchiarli, sono poi
stati contentissimi della mia affabilit, e di vedere ch'io
lascio luogo a tutti; dicono finora un gran bene di me,
vengono a trovarmi, e sento che stimano un acquisto per
Bologna la mia presenza. Non ti dimenticare di dirmi se
Prosperi il Chirurgo ha ricevuto il libro di Tommasini che
gli feci spedire di qua. Carluccio mio, scrivimi. Io
t'abbraccio, t'amo quanto i miei occhi. Addio, addio. Quella
che vedete  una cometa, non ne dubitate.

A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.
Bologna 10 Ottobre 1825.
     Paolina mia. Tu scrivi colla tua solita sensibilit, e mi
consoli in tre modi; perch mostri di volermi tanto bene,
perch mi persuadi che la sensibilit si trovi al mondo,
perch risvegli la mia ch' pur troppo addormentata come tu
sai, non verso te in particolare ma verso tutto l'universo.
Se tu pensi a me in Recanati, non credere ch'io sia tanto
distratto in Bologna, e fossi anche in Parigi, ch'io non
pensi a te ogni giorno. A proposito di Parigi, sappi ch'io
sono venuto da Milano a Bologna con tre francesi, e da
Bologna a Milano era andato con due inglesi. Vedi quanta
materia di osservazioni e di racconti per le nostre serate
d'inverno, perch ti puoi immaginare con quanta
dimestichezza e intimit si viva coi suoi compagni quando si
viaggia, e per quanto campo io abbia avuto di osservare i
costumi e i caratteri di quei signori. Aspetto qui Giordani
a momenti, e gi gli ho scritto del tuo sposalizio concluso.
Dammi pur sempre le notizie del giorno di Recanati, che ho
moltissimo piacere di sentirle, perch mi son fatto curioso
assai pi di prima. D un bacio per me a Pietruccio, e mille
alla Mamma, alla quale raccomanda di aversi cura. Salutami
caramente Luigi, e pregalo per me che mi scriva due righe,
dove mi dia le sue nuove. Finisco perch sono le dodici.
Addio, mia cara, addio addio. Procurer di aver nuove
d'Angelina.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
Bologna 24 Ottobre 1825.
     Carissimo Signor Padre. Risposi lungamente alla sua dei
6 del corrente, dopo la quale non ho veduta altra lettera
di cost. Questo silenzio mi farebbe molta pena se io non
l'attribuissi intieramente alla posta, la quale, al solito,
mi priver delle lettere che Ella o quei di casa mi avranno
scritte. Bens non posso a meno di lamentarmi di questa
infame negligenza, che mi toglie uno dei maggiori piaceri,
anzi forse il maggior piacere che io possa provare in questo
tempo. Riconosco per coll'esperienza propria quello di cui
mi era tante volte lagnato cost, come Ella forse si
ricorda, cio che le lettere di Recanati, non so per qual
fatalit particolare, non arrivano al loro destino se non
per miracolo, massimamente quelle dirette verso Lombardia.
In ogni modo la prego a non stancarsi di scrivermi, e a
dirmi se ha ricevuta la mia lunga risposta alla sua dei 6.
Desidero anche ardentissimamente le sue nuove e quelle della
Mamma, dei fratelli e del Zio Ettore, i quali saluto tutti
con tutta l'anima. La Mamma come sta del raffreddore che
Ella mi diceva? Io sto bene, e l'amo quanto Ella merita.
Ella mi ami, come fa, e mi benedica. Le bacio la mano e mi
ripeto suo affettuosissimo figlio Giacomo.
     Credo che a quest'ora il Zio Carlo sar tornato cost da
Urbino, e le avr parlato di una lettera di Bunsen che egli
mi sped da Urbino a Milano, e che io ricevetti qui
coll'ultimo ordinario; nella quale Bunsen mi dice per parte
del Segretario di Stato che ne lo ha incaricato, che io
non accetti nessuna proposizione che potesse venirmi dalla
Toscana o d'altronde, avendo il Governo Pontificio fissato
gli occhi sopra la mia persona per impiegarla degnamente.
Scrivo oggi medesimo al Zio Carlo cost.

A CARLO ANTICI - RECANATI.
Bologna 24 Ottobre 1825.
     Carissimo Signor Zio. Pochi giorni dopo giunto a Bologna
le scrissi a Recanati una lettera che probabilmente la avr
trovata partita per Urbino. Spero che a quest'ora Ella
l'avr ricevuta, e gi da quella conoscer la mia situazione
presente. Ora mi giunge da Milano la sua amorosissima dei
12 con l'annessa di Bunsen. Appena fui qui in Bologna
cercai d'informarmi dell'effetto prodotto dalla
commendatizia del Segretario di Stato in mio favore, ed ho
saputo che essa fu riscontrata dietro l'informazione data da
questo Segretario di Legazione, il quale essendo stretto di
amicizia col signor Tognetti ora incaricato
provvisoriamente del Segretariato dell'Accademia, disse
che questo posto era gi promesso e conferito. Ma in verit
1 non  n promesso n conferito, e sempre  tenuto
provvisoriamente da uno che del resto ha altri impieghi;
2 il Cardinale Legato non ha nessun interesse per questo
Signore provvisorio; 3 la collocazione del posto dipende
intieramente, ed  stata sempre effettuata dal Segretario di
Stato senza alcun intervento n del Legato n
dell'Accademia. Per i miei amici mi hanno consigliato
d'insistere presso il Segretario di Stato assicurandomi che
il tutto dipende anche oggi dalla sua volont, e questo
Direttore di Polizia, uomo molto stimato dal Cardinale
Legato e dai Bolognesi, mi ha promesso di operare col Legato
perch io sia riproposto al Segretario di Stato per la
segreteria dell'Accademia. Coll'ordinario passato scrissi
tutte queste cose a Bunsen, rimettendomi nelle sue mani.
Oggi, dietro la ricevuta della sua dei 5 corrente, gli
scrivo di nuovo, secondo il di Lei consiglio, una lettera
confidenziale ed una ostensibile. In questa mi offro senza
limiti alle disposizioni del Segretario di Stato ec. ec.; in
quella faccio osservare a Bunsen, che se fosse possibile,
amerei molto pi il Segretariato qui, che la cattedra in
Roma, perch questo soggiorno mi  pi adattato che quel di
Roma, s per le ragioni che io le scrissi altra volta, e s
per conto dell'aria; poi perch le cattedre, e l'aver che
fare con una scolaresca sempre impertinente, non convengono
troppo n al mio petto fisicamente parlando, n al mio
carattere morale. Del resto mi dico pronto ad accettare in
ultimo quel meglio che si potr ottenere, quando per
l'emolumento di Roma corrisponda alle molte maggiori spese
che si richieggono per vivere col che in Bologna. Se Ella
ha tempo e opportunit di scrivermi, mi favorisca, la prego,
delle sue nuove, e di quelle della Zia e della di Lei
famiglia, in particolarit dei cugini urbinati. Vedendo
il Governatore Mazzanti, al quale ho scritto di qua, senza
risposta, lo saluti, se le piace, in mio nome. Giordani, che
sar qui da Piacenza a momenti m'impone di riverirla da sua
parte in modo particolare. Ella mi comandi, mi ami e mi
creda suo affettuosissimo e gratissimo nepote.
     Mi sono sempre dimenticato dirle che in Milano
Compagnoni, col quale ho fatta molt'amicizia, mi dimand di
Lei e me ne parl con molta stima.

A CARLO LEOPARDI - RECANATI.
Bologna 28 Ottobre 1825.
     Carlino mio caro. La tua lettera mi ha consolato e
attristato a un tempo stesso, come puoi ben credere. Anzi
non puoi credere quanto dolore io senta pensando alla tua
situazione. Assolutamente l'ammogliarti sarebbe il meglio:
veggo bene le difficolt che ci sono, vedo che tu ne hai
poca voglia, ma credo che questo sarebbe il miglior partito
per te e per tutti; e se potessi contribuire in qualche modo
a procurartelo, lo farei con tutta l'anima. Dimani a sera
aspetto Giordani. Gli parler di quest'affare. Non v'
ficcanaso uguale a lui, n uomo meglio informato, n pi
attivo, n pi amorevole. Gli raccomander la cosa
caldamente. Una dolcissima speranza mi consola, ed  quella
di rivederti presto. Oggi ho lettera di Bunsen, dove parla
dell'impiego propostomi, che  la cattedra combinata di
eloquenza greca e latina nella Sapienza di Roma: e pare
che se io l'accetto potr averlo quasi subito. Oggi stesso
rispondo ed accetto; al che mi muove anche il bestialissimo
freddo di questo paese, che mi ha talmente avvilito da farmi
immalinconichire e disperare. Scrivo vicino al fuoco che
arde per dispetto in un caminaccio porco, fatto per
scaldarmi appena le calcagna. Non mi dilungo di pi perch
la posta parte, e perch spero di abbracciarti (oh voglia
Dio!) fra non molto. Carluccio mio, ti bacio. Addio. Oh
quanto ti amo, quanto ti desidero, quanto ti vorrei vedere
allegro, o almeno vicino a me.
     Paolina mia. Ti ringrazio delle nuove che mi di di
cost, che veramente sono comiche. Sguita pur sempre a
darmene, che mi farai gran piacere. Io t'amo con tutto il
cuore. Da quello che ho scritto qui sopra a Carlo intenderai
quello che mi domandavi. Giordani sempre che mi scrive ti
saluta carissimamente te e Carlo. Ho scritto al Pap giorni
sono. Salutalo per me, e cos la Mamma e il Zio Ettore; al
quale scriverei, ma credo che il suo Giovanni non gli
darebbe la mia lettera. Salutami anche il Zio Carlo e
Mariuccia, se ancora  cost. Ti abbraccio, mia cara, e ti
prego a starmi allegra per amor di Dio, se non mi vuoi
disperare. Addio, cara, addio.
     Luigi mio. Ti ringrazio dei tuoi saluti e della memoria
che hai di me, che non mi scordo di te certamente. Salutami,
abbracciami, baciami, sballottami Pietruccio. Voglimi bene
quanto io te ne voglio. Addio, addio.

A CARLO LEOPARDI - RECANATI.
Bologna 9 Novembre 1825.
     Carlino mio. Ti scrissi ultimamente in risposta a una
cara tua e di Paolina. Aspetto una vostra replica. Intanto
ti scrivo questa per un affare di urgenza. Si vogliono
stampare qui le Opere del Conte G. Leopardi, tutte
quante, con ritratto, cenni biografici, in somma con tutte
le cerimonie. Io ho lasciato cost alcuni manoscritti che mi
bisognano per questa edizione. Stammi dunque attento. Tu
anderai al mio com. 1 Nel tiratore grande di mezzo
troverai un involto di carte chiuso con uno spago. Prendi
questo involto. 2 Poi d un'occhiata a tutti i
manoscritti contenuti in quel tiratore, e prendi tutti
quelli che tu capisci che sieno scritti dal 1815
(inclusiwe) in poi. Troverai delle carte di traduzione del
Frontone. Queste lasciale stare che non servono. 3
Nello stesso tiratore dentro un inviluppo coperto di carta
bianca, troverai due copie di un articolo sopra il Filone
ec. stampate. Prendine una. Item troverai parecchie
copie stampate delle mie annotazioni sopra la Repub. di
Cicerone. Prendine una. 4 Nello stesso tiratore o pure
nel comodino (la chiavetta del quale sta nella ribaltina del
com) ci dev'essere una copia in foglio della mia traduzione
di Dionigi d'Alicarnasso, di tuo carattere. Prendila.
5 Esamina la ribaltina, e se ci trovi cose scritte dopo
il 1815, e che ti paiano poter servire in qualunque modo
all'edizione presente, pigliale. 6 Nella scanzia troverai
il mio Saggio sugli errori popolari degli antichi,
manoscritto legato. Prendilo. Di tutte queste cose fanne un
piego, e mandalo al Direttore della posta di Loreto
coll'acclusa lettera. Egli me lo far ricapitar qui senza
spesa.
     Ho parlato lungamente di te a Giordani, ch' partito di
qua per Firenze pochi giorni sono. D a Babbo che ho
ricevuta la sua dei 29 di Ottobre (la ricevetti ai 6 di
questo), alla quale risponder. Salutami tutti. Amami,
scrivimi, mio caro. Saluti innumerabili di Giordani a te e a
Paolina. Addio, Carluccio mio. Aspetto ansiosamente tue
lettere.
     Non far nessuna direzione sopra il pacco, perch il
Direttore postale di Loreto penser egli a farcela.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
Bologna 23 Novembre 1825.
     Amatissimo Signor Padre. Ricevetti, bench molto
ritardata al solito, la sua carissima in data dei 29
Ottobre, alla quale rispondo. Le sue osservazioni circa la
Cattedra di Roma sono, come ogni sua cosa, giustissime e
amorosissime. Le dico con verit che io non mi curo molto di
quella Cattedra, perch le Cattedre sono poco adattate al
mio fisico e morale, e poco amerei ancora di stare in Roma,
dove l'aria nell'estate  cos cattiva. Non nego per che la
sua riflessione sopra la certezza di non esser pi
abbandonati dal governo se una volta si  ottenuto un posto,
non mi faccia qualche forza. Intanto Bunsen mi scrive da
Roma che non vi  niente di nuovo, e che l'emolumento
ordinario della Cattedra  di 200 scudi, il quale se non
si aumenta, io non so veramente che farmi di un impiego che
non basterebbe per vivere. Bunsen avrebbe voluto ch'io mi
portassi subito a Roma, assicurandomi che in tal caso io
otterrei indubitatamente e prontamente un buon impiego, ma
ho dovuto confessargli che in questo momento non mi sarebbe
possibile di pormi in viaggio. Lo confesso ora anche a Lei
volentieri, perch, grazie a Dio, posso aggiungerle di star
meglio. Il viaggio fatto da me quest'estate mi guar di ogni
altro incomodo, ma mi proccur una riscaldazioncella
d'intestini che mi ha poi sempre perseguitato. A Milano
l'incomodo non fu grave e lo disprezzai, ma da che fui
tornato in Bologna, and sempre crescendo in modo che per
certo tempo, a causa della stitichezza eccessiva, io non
poteva pi andar di corpo se non a forza di lavativi. Ora,
grazie a Dio, sto meglio, vado senza lavativo, e dopo una
ventina di giorni passati in casa perch'io non poteva
sopportare il moto, sono tornato a uscire. Con un poco di
pazienza e di cura spero di guarire affatto, e cos mi
assicura un Medico che mi assiste, e mi dice che il mio
incomodo  lungo, ma che non  niente.
     Ho avuto carissimo di sentire che Pietruccio ha ricevuto
la prima tonsura, e spero che ci torner in vantaggio suo e
della casa. Ella non mi dice nulla della sua salute, n se
Ella sia interamente ristabilita dai residui della malattia
di questa primavera. Me ne dia un cenno, la prego. Il Zio
Carlo  ancora cost? E il di lei ufficio o incomodo di
Gonfaloniere dura ancora? Ella mi ami, e saluti
infinitamente per me la mia cara, carissima Mamma, ed anche
il Zio Ettore, e il Curato, e il Zio Carlo, se non  gi
partito. Io l'amo con tutto il cuore, e smanio di rivederla,
e chiederle la benedizione a voce come gliela chiedo ora per
lettera. Il suo tenero figlio Giacomo.

A CARLO LEOPARDI - RECANATI.
[Bologna 23 Novembre 1825].
     Carluccio mio. Ho ricevuto il pacco che mi spediste, e
due ordinari dopo ho avuto la vostra ultima dei 14, nella
quale tu mi dici di avermi scritto poco prima. Sappi che
quell'altra tua lettera io non l'ebbi. Ti ringrazio delle
tante premure che ti sei prese per le mie bagattelle, e del
tanto e poi tanto amore con cui me ne scrivi. Le altre cose
che tu mi nomini le ho gi tutte, o non occorrono. Bens
occorrer il Virgilio e l'Inno postillati, e ti dir
poi come bisogni spedirli. Io credeva che stessero dentro
quell'involto coperto di una carta straccia, e per non te
li nominai. La stampa non si far per mio conto: bens ne
avr delle copie gratis, e Paolina non avr bisogno di
associarsi. Del resto non ti nego che la cosa non sia
prematura, ma adesso bisogna far cos, e poi il mezzo pi
certo di ottener fama  quello di dire o di mostrare di
averla, come io gi sapeva anche prima, ma ultimamente me ne
sono sempre pi accertato con mille esempi. Carluccio mio
caro, che fai tu? che mi scrivesti in quella che si 
perduta? Ripetilo, se puoi, che te ne prego con tutto il
cuore. Io sto qui lavorando qualche cosa per Stella, il
quale ha gi stampato qualche mia coserella nel Nuovo
Raccoglitore, i Manifesti del Cicerone latino e italiano
fatti da me, un opuscoletto a parte del quale ho corretto
qui le prove, e che ti mander quando sar pubblicato, e
stamper poi presto un'opera pi grandicella. Del resto io
sospiro ogni giorno pi di rivedere voi altri miei cari, e
in certe passeggiate solitarie che vo facendo per queste
campagne bellissime, non cerco altro che rimembranze di
Recanati. Questi letterati mi usano sempre maggiori
riguardi, mi onorano delle loro visite spontanee, cosa che
qui si valuta assai, mi consultano ec. ma io vi assicuro che
questi onori non mi fanno pi n caldo n freddo. Addio,
Carluccio mio. Scrivimi lungamente, ti prego; parlami di te,
e voglimi bene. Addio addio.

A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.
Bologna 23 Novembre 1825.
     Paolina mia. Ti ringrazio tanto delle cure che ti sei
prese per farmi piacere. Quello che dico a Carlo, dico anche
a te, che tu mi torni a scrivere quello che conteneva la
lettera perduta. Giordani, che  tornato a Firenze, saluta
te e Carlo carissimamente. D a Mamma che io vorrei scrivere
al Zio Ettore, solamente per salutarlo; ma che se gli
mandassi la lettera direttamente, dubito che qualcuno gliela
riterrebbe, perch di un'altra che gi gli scrissi non ebbi
mai risposta. Domanda dunque a Mamma se crede bene che io
accluda la lettera a voialtri. Salutami tanto Luigi e
Pietruccio; anche D. Vincenzo, ti prego, non te ne scordare.
Gi sai quanto ti amo. Dammi le tue nuove. Avrete gi fatto
la festa della Madonna, e io non mi ci sono trovato. Ti
assicuro che ci pensai e mi dispiacque. Pazienza. Addio,
addio.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
Bologna 4 Decembre 1825.
     Carissimo Signor Padre. Ricevo in questo momento la sua
cara dei 30. Non la ringrazier dell'amore che Ella mi
dimostra, perch nessun ringraziamento sarebbe
proporzionato, e perch esso non mi giunge nuovo. Senza
nasconderle nulla, le dico con verit ch'io vo migliorando
di giorno in giorno sensibilmente, bench lentissimamente.
Ma il Medico, ed altri che hanno patito di questo medesimo
male, mi dicono che la lentezza del guarire  una sua
qualit ordinaria, tanto pi non usando certi rimedi forti,
che il medico voleva porre in opera a ogni patto, come
sanguigne o mignatte al sedere, ec. e che io non ho voluti.
Intanto vo passeggiando ogni giorno anche lungamente, e non
sento pi dolore n gran calore al basso ventre come per
l'addietro. Vedr molto volentieri Setacci, e gli far la
migliore accoglienza che mi sar possibile. Del Zio Ettore
mi dispiace moltissimo, sebbene non lascio di sperare. Se le
pare opportuno, lo saluti tanto da mia parte, e gli
significhi il dispiacere che ho del suo incomodo. Gi Carlo
quest'estate mi aveva scritto che il male era una specie di
apoplessia. Quanto al Segretariato, siamo ancora alle
parole. Bunsen mi scrive che il Cardinal Camerlengo, al
quale veramente appartiene la nomina, ha positivamente
promesso al Segretario di Stato di conferir l'impiego a me,
ma ecco tutto. Mi aggiunge che egli tiene la cosa per fatta.
Le occupazioni dell'impiego si riducono, per quel che sento,
a tener certi registri e a fare una volta all'anno un
discorso che poi si stampa. Dell'emolumento non saprei
precisamente dirle, ma credo che basti a mantenersi
sufficientemente in una citt come questa. I miei saluti
amorosissimi a tutti, e in particolare alla cara Mamma, la
quale ricordo ogni giorno con tenerezza. Ella mi benedica, e
mi conservi il suo amore. Le bacio la mano, e con tutto il
cuore mi ripeto suo affettuosissimo figlio Giacomo.
     Tanti saluti a tutti per parte di Angelina, della quale
in altro ordinario scriver pi dettagliatamente.

A CARLO LEOPARDI - RECANATI.
[Bologna] 9 Dicembre [1825].
     Carluccio mio. Ebbi ieri da Setacci la tua lettera
coll'involto, di cui ti ringrazio assai. Accetto l'offerta
che mi fai delle varianti di quello che ho pubblicato nello
Spettatore, e ti scriver poi quando mi bisognino. - Gi
non serve ch'io ti dica quanto mi attristino le notizie che
tu mi dai della tua malinconia. Credimi che se potessi
pigliarmela tutta io per liberarne te, lo farei in questo
momento. Ma in somma non vedo l'ora di riabbracciarti, e
spero che in un modo o nell'altro, avr pur questa
consolazione tra non molto tempo. Dell'affar di Bunsen
scrissi al Pap. Le cose che ho pubblicate a Milano te le
mander subito che ne avr copia. - Quanto alla salute, io
sto meglio, ma meglio assai, e ne rido volentieri con te, e
per servirti vedr di cacare ogni giorno. Ma d da mia parte
a Puccinotti che il mio non era negozio da rimediarsi con
cibi che tengano ubbidiente il corpo, perch non solamente
questi, ma i pi violenti purganti mi operavano quanto
un'acqua fresca. - Le lettere originali ec. di cui mi parli,
per ora non servono. - Le nuove del Zio Ettore mi affliggono
molto. Vedo quanta tristezza deve produrre la sua malattia
in tutta la famiglia. Setacci mi ha dato notizie di un poco
di miglioramento. Desidero di sentirle avverate. - Carluccio
mio caro, io ti amo in quel modo che tu solo sai. Procura di
rallegrarti e di ridere un poco per amor mio. Dio sa quanto
mi trasporterebbe, se avesse effetto, quel che mi scrive
Paolina. Ho veduto qui Cavalli, che mi dimand di te e ti
saluta. Ti bacio, amor mio. Voglimi bene, addio, addio.

A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.
[Bologna] 9 Decembre [1825].
     Paolina mia. Ringrazia tanto e poi tanto la Mamma del suo
caro dono, che io conserver come una reliquia e dille che
la consolazione di vedere il suo carattere per me  stata
tanta, che quasi dubitavo di travedere. Salutala poi mille
milioni di volte per parte di Angelina, che saluta anche
Babbo e te e Carlo e Luigi quanto si pu mai salutare al
mondo. Qualche settimana fa, passeggiando per Bologna solo,
come sempre, vidi scritto in una cantonata Via
Remorsella. Mi ricordai d'Angelina e del numero 488, che
tu mi scrivesti in una cartuccia la sera avanti la mia
partenza. Andai, trovai Angelina, che sentendo ch'io era
Leopardi, si fece rossa come la Luna quando s'alza. Poi mi
disse che maggior consolazione di questa non poteva provare,
che sogna di Mamma ogni notte, e poi centomila altre cose.
Di salute sta benissimo, ed  ancora giovanotta e fresca pi
di me; colorita assai pi di prima. Ha un molto bel
quartiere, e fa vita molto comoda.  stata poi da me pi
volte col marito, che al viso, agli abiti e al tratto, par
proprio un Signore. Mi hanno invitato a pranzo con gran
premura, e ho promesso di andarci. Manger bene assai,
perch si tratta di un bravo cuoco, e da quel che mi dice
Angelina, ogni giorno fanno una tavola molto ghiotta. Oggi
vado a portarle un Sonetto che mi ha domandato per Messa
novella. Puoi credere che ogni volta che mi vede, mi domanda
della Mamma, di cui non pu finir di parlare, e di voi
altri. - Salutami tanto Luigi e Pietruccio, a cui dirai che
aspetto che mi scriva, e che Setacci mi ha parlato molto del
suo bel portamento nel nuovo abito. Dammi nuove di Zio
Ettore, e salutalo da mia parte se lo credi opportuno. Io,
come dico a Carlo, sto meglio assai assai. Ma tu non mi dici
niente di te: non mi piace: da qui avanti non mi scriver mai
senza darmi le tue nuove, e informarmi dei tuoi affari.
Addio, mia cara: voglimi bene: salutami anche D. Vincenzo.

A PIERFRANCESCO LEOPARDI - RECANATI.
Bologna 19 Decembre 1825.
     Caro Pietruccio. Questa lettera che io vi scrivo sia di
vostra propriet assoluta, e Paolina non ci abbia nessun
diritto; anzi io ne faccio un fidecommisso, e intendo che
non si possa alienare, barattare, vendere, regalare, sotto
pena di caducit ec. ec. Mi rallegro della vostra abbazia, e
quando sarete un abate ricco, ogni volta che avr bisogno di
piastre, ricorrer a voi. Mi consolo anche del vostro bello
stile, e vi assicuro che se andrete avanti cos, diventerete
col tempo un bravo scrittore. Io non mi posso ricordar di
voi quando vado a cena, perch non ceno, ma invece me ne
ricordo quando vado a pranzo, e quando faccio colezione, che
una volta la facevo nella camera del vostro studio. A
proposito, come va la grammatica? Salutatemi tanto il signor
Curato e dategli le buone feste da mia parte. Altrettanto a
Babbo e a Mamma, ai quali bacerete la mano per me tante
volte, finattanto che non vi diranno basta. Salutatemi anche
i fratelli, e date le buone feste a Don Vincenzo, e ditegli
che non mangi troppi cappelletti, che gli faranno male. Io
seguito a star meglio, grazie a Dio. Vi saluto e vi lascio
colle lagrime agli occhi perch penso che quest'anno non
prover le cialde, che qui non si conoscono affatto, come
non si conoscono tante altre belle cose dei nostri paesi.
Mangiate voi la vostra parte e la mia, e vi serva per
ricordarvi di me anche a colezione e a pranzo. Addio,
vogliatemi bene e onoratemi dei vostri comandi Addio addio.
Il vostro Muccio.

A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.
Bologna 19 Dicembre 1825.
     Paolina mia. Far le parti vostre e di Mamma con
Angelina, alla quale ho promesso di andare a pranzo in casa
sua la terza festa di Natale. Sono molto contento delle
nuove migliori che mi dai di Zio Ettore, il quale saluterai
tanto per me. D a Babbo ch'io non risposi alla sua
letterina dei 7 del corrente, perch credetti che a
quell'ora avrebbe ricevuta una mia scrittagli poco prima,
dove gli parlai delle notizie datemi da Bunsen circa il mio
promesso impiego ec. Sappimi dire se la ricevette o no. Ti
scriver poi un'altra volta distintamente sopra quello che
tu mi dici di te. Intanto non lasciare di darmi le tue
nuove, e cerca di stare allegra per amor mio. D a Carlo che
mi saluti Puccinotti, e che gli dica che mi dispiace assai
di sentire che ci voglia lasciare. Mi ricordo che Mamma
aveva in una tazzetta o catino un certo tabacco che a Babbo
non serviva. Se mai capitasse qualche occasione, e che me lo
potesse mandare, mi farebbe un gran piacere, perch qui 
proprio una pena a trovar tabacco sano e che faccia per me.
     I teatri di Bologna io non so ancora come sieno fatti,
perch gli spettacoli mi seccano mortalmente; sicch ho
preferito di essere gentilmente messo in burla dalle signore
che mi hanno invitato ai loro palchi, e dopo aver promesso
di andare e mancato di parola, ho detto francamente a tutte
che il teatro non fa al caso mio. La bella  che il muro
della mia camera  contiguo al teatro del Corso, talmente
che mi tocca di sentir la Commedia distintamente, senza
muovermi di casa. Conosce Carlo un certo Tommasini di
Castelfidardo, primogenito di un Tommasini che ha la
podagra, vero paesettaro di tratto, e che pure ha la
temerit di farsi passare qui per Conte?  venuto poco fa
per affari, e il diavolo l'ha portato a mettersi a stare a
dozzina presso i miei stessi ospiti. Mi dice che la sua
famiglia  aggregata alla nobilt di Recanati, e mi rompe
sempre la testa colle sue goffaggini.
     Sapete che compagnia comica abbiamo qui per Carnevale?
Quella che avemmo a Recanati per San Vito del 24, cio
Villani, Fracanzani ec. Addio, Paolina mia. D a Mamma
quante cose puoi credere che le direi io se potessi
parlarle, o parlandole esprimere quello che io sento.
Voglimi bene e scrivimi. Addio con tutto il cuore.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
Bologna 25 Dicembre 1825.
     Carissimo Signor Padre. Ella pu figurarsi con quanto
dolore leggo la carissima sua dell'altro ieri, che ricevo in
questo momento. La bont del povero Zio e l'amore che mi
portava, mi fanno dolere della sua perdita fino all'anima;
tanto pi che io mi lusingava che la sua malattia, essendo
di natura da andare in lungo, se anche non si fosse potuta
guarire, mi avrebbe almeno lasciato tempo di riabbracciarlo.
Sia fatta la volont di Dio. Spero che il buon Zio star
presentemente a goderlo, e pregher per me e per la sua
famiglia che l'ha amato veramente. Ella si accerti che il
mio rammarico per questa disgrazia si raddoppia a pensare al
dolore che Ella mi dice e io so ben che Ella ne sente. Se la
presenza mia fosse buona a consolarla, e se io potessi ora
mettermi in viaggio, l'assicuro che non tarderei un momento
a volar da Lei per abbracciarla, e, se non altro, dividere
la sua afflizione con Lei; ma le confesso che con questa
stagione il viaggiare mi sarebbe insopportabile, ed Ella sa
bene come la mia complessione  sensibile e nemica del
freddo. A primo tempo, se Dio mi d vita e salute spero che
avr questa gran consolazione di rivederla. Ma Ella non mi
scriva pi di se stessa quelle espressioni che io trovo
nella sua lettera. Pensi, caro Pap, che ferita debbono fare
in un cuore che l'ama pi di se stesso, nel cuor di un
figlio che darebbe volentieri il suo sangue (e glielo giuro)
per ricomprare un solo dei di Lei giorni. Ella pensi un poco
pi lietamente, e si persuada che il suo figlio non ha cosa
al mondo pi cara e pi adorata di Lei, come non ha maggiore
desiderio che di stringerla novamente tra le braccia.
Eseguir la sua commissione col marchese Mosca. La ringrazio
molto del tabacco, che mi servir assai. I miei teneri
saluti alla Mamma e ai fratelli. Le bacio la mano colle
lagrime sugli occhi; e con tutto l'affetto dell'animo,
domandandole la benedizione, mi dico il suo amorosissimo
Giacomo.

A CARLO LEOPARDI - RECANATI.
Bologna 6 del 1826.
     Carluccio mio. Mi hai fatto un gran piacere a parlarmi
un poco di te, bench questo piacere sia temperato dal
dolore di sentirti cos tristo. Ma gi nel sentirlo da te,
non acquisto nessun dolore di pi, perch, pensando al tuo
stato, non potevo immaginarmi altro che tristezza. Credimi
per, che Lazzaro non  morto, ma dorme: voglio dire che
tu non hai ancora perduto il talento, come tu temi. La tua
lettera, che gi io non sarei pi capace di scrivere, me n'
una prova; oltre che io conosco abbastanza la forza della
tua natura. Il certo si  che veramente  un gran tempo che
noi siamo divisi, cio che una met di noi stessi  divisa
dall'altra, e che questa divisione, contraria alla mia
natura, mi riesce sempre pi penosa. La malinconia, che
spesso mi prende qui come a Recanati, ha ora per me un
carattere pi nero di prima, e rare volte ne risulta una
certa allegria interna, come spesso mi accadeva cost. Sento
che sono senza appoggio e senza amore. Se non avessi avuto
delle spese straordinarie da fare per la mia malattia e per
garantirmi dal freddo, cose che mi costano un diavolo, a
quest'ora avrei un poco di danaro di avanzo, e forse potrei
dirti, fa' un viaggetto fin qua, e staremo qui qualche
giorno insieme. Spero in ogni modo che questa primavera
potr venire a rivederti, e allora discorreremo. Intanto
fatti coraggio per amor mio. Di' a Paolina che l'abito di
pelone non sar se non buono. Partendo Fusello, vorrei che
tu avessi la pazienza di fare e di consegnargli un involto
dei manoscritti delle cose che io ho pubblicate nello
Spettatore, perch sebbene ho qui una copia di quel
giornale, non mi piace troppo di ritenerla tanto, quanto
bisogna per l'edizione delle mie cose. Desidererei dunque i
manoscritti del Discorso sopra Mosco, del Mosco, del
Discorso sopra la Batracomiomachia, sopra Orazio, sopra la
Titanomachia di Esiodo, colla stessa Titanomachia in
versi, e dell'articolo sopra il Salterio ebraico del
Venturi. Brighenti intraprende la stampa di tutte le opere
del Monti. Qui non si trova copia del suo Saggio di
poesie stampato in Roma. Se Babbo si contenta che tu lo
mandi, Brighenti lo far copiare, e lo restituir intatto.
In caso che Fusello fosse gi partito, mandalo pure per la
posta sotto fascia, diretto allo stesso Brighenti, che
pagher volentieri la piccola spesa del porto. Io sono
sempre impaziente di riabbracciarti. Io ti amo con tutto il
cuore. Io ti prego e ti scongiuro a farti coraggio fino a
tanto che potremo trovarci insieme, e discorrere dei nostri
affari. Salutami tutti.
     Di' a Paolina che mi scriva qualche dettaglio sopra le
cosette di casa dopo la morte del povero zio Ettore, se
Giovannino sta ancora con noi, se Pietruccio ha avuto da
Babbo la nomina dei beneficii, ec.; in somma che mi metta al
giorno di ogni cosa. Fa' a Babbo, a Mamma e a tutti gli
altri i saluti del zio Raimondo che sta bene. Addio,
Carluccio mio. Il cuore ti dica quello che io non ti so
dire. Addio, addio.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
Bologna 13 Gennaio 1826.
     Carissimo Signor Padre. La ringrazio moltissimo della
premura di spedirmi il tabacco che far subito riscuotere, e
mi sar certamente molto a proposito. Similmente debbo
ringraziarla dell'affettuosa offerta che Ella mi fa del
benefizio. Poich Ella mi dice che gradirebbe molto di darlo
a me, io non sono alieno dal riceverlo, come son pieno di
gratitudine alla sua bont. Se in casa non vi fosse stato a
chi darlo, io l'assicuro che mi sarei sottomesso a qualunque
condizione per averlo. Ma ora che con mio grandissimo
piacere, Pietruccio  in istato di riceverne la nomina, mi 
permesso di accettarlo con alcune riserve, che Ella trover,
spero, giuste o condonabili. La prima  che io desidererei
non essere obbligato ad altro abito e tonsura se non
quello che usano qui anche i preti, e consiste solamente in
abito nero o turchino, e fazzoletto da collo nero. La
seconda  che bisognerebbe che io fossi dispensato
dall'obbligo dell'Ufficio divino, perch, come Ella ben
vede, quest'obbligo mi priverebbe quasi della facolt di
studiare. Io non posso assolutamente leggere se non la
mattina. Se questa dovessi spenderla a dir l'Uffizio, non mi
resterebbe altro tempo per le mie faccende. Mi basterebbe di
esser dispensato dall'Uffizio divino anche a condizione di
recitare una quantit di preci equivalenti, giacch, tolta
la mattina, tutto il resto della giornata io non ho da far
nulla, e ben volentieri ne spenderei qualche ora in
preghiere determinate, purch queste non fossero da
leggersi. Mi pare che si potrebbe anche rappresentare
ingenuamente la cosa, e lo stato fisico de' miei occhi a chi
pu dar la dispensa, e che questa sarebbe una ragione
sufficiente per ottenerla. Del resto, quando io fossi sicuro
di ci, se per qualche giorno da principio, bisognasse
recitar l'Ufficio divino, non ci avrei difficolt. Mi
rimetto a Lei, ed Ella sapr meglio di me, se e con quali
mezzi si possa ottenere una tal dispensa prontamente.
     Io sto, grazie a Dio, passabilmente di salute, e forse o
anche senza forse, starei bene, se non fosse l'inverno, che
per me sar sempre una malattia grave. Aspetto e invoco a
ogni minuto la primavera. I miei tenerissimi saluti alla
Mamma e ai fratelli. Veramente mi ha un poco sorpreso
l'eccesso dell'impudenza usata nello spogliare il povero
Zio. Ella mi ami come io l'amo, che  quanto so e posso, mi
benedica e mi creda suo affettuosissimo figlio Giacomo.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
Bologna 25 Gennaio 1826.
     Carissimo Signor Padre. Le considerazioni giustissime
che Ella mi pone innanzi nella cara sua dei 16, e delle
quali non posso che ringraziarla, mi convincono pienamente
della impossibilit di conciliare la mia vita presente colla
condizione di benefiziato ecclesiastico. Quanto al mutare
stato, sebbene io non lasci di apprezzare infinitamente gli
amorosi consigli che Ella mi porge, e le ragioni che ne
adduce, debbo confessarle con libert e sincerit filiale
che io vi provo presentemente tal repugnanza, che quasi mi
assicura di non esservi chiamato ed anche di dovere riuscire
poco atto all'adempimento de' miei nuovi doveri in caso che
io li volessi abbracciare. Prevedo non impossibile, anzi pi
possibile che forse Ella stessa non crede, che col crescere
dell'et, la mia disposizione si cangi totalmente, e mi
conduca a quella risoluzione, alla quale ora sono cos poco
inclinato, ma in ci mi pare di non dover prevenire
l'effetto del tempo, prendendo oggi un partito che io sento
che sarebbe affatto prematuro. Circa il benefizio, Ella pu
ben credere che vedendone investito un mio fratello, io ne
prover quella stessissima soddisfazione che avrei se lo
vedessi nelle mie mani. In ogni modo per torno a
ringraziarla con tutto il cuore della bont con cui le 
piaciuto di rimettere a me la determinazione sopra questo
punto.
     Qui non abbiamo gran neve, ma freddi intensissimi, che
mi tormentano in modo straordinario, perch la mia ostinata
riscaldazione d'intestini e di reni m'impedisce l'uso del
fuoco, il camminare e lo star molto in letto. Sicch dalla
mattina alla sera non trovo riposo, e non fo altro che
tremare e spasimare dal freddo, che qualche volta mi d
voglia di piangere come un bambino. Ma del resto, grazie a
Dio, sto bene di salute. Sospiro continuamente la primavera
e il momento di baciarle la mano in presenza, come faccio
ora col cuore, chiedendole la sua benedizione e ripetendomi
con tutta la tenerezza possibile suo affettuosissimo figlio
Giacomo.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
Bologna 8 Febbraio 1826.
     Carissimo Sig. Padre. Le scrivo oggi una lettera
ostensibile, del tenore indicatomi da Lei nella cara sua dei
31 Gennaio. Confesso che non senza pena, e solo per
ubbidirla, mi sono indotto a scrivere il paragrafo del
Benefizio nel modo che Ella vedr e che mi fu suggerito da
Lei; giacch io, e quando scrissi le mie lettere passate, ed
ora, e sempre, intendevo ed intendo, che in qualunque
maniera e sotto qualunque nome Ella sia per disporre del
benefizio, le rendite dovessero e debbano restar sempre a
Sua piena disposizione, per applicarle a me o ad altri, in
tutto o in parte, come cosa Sua, e come le rendite della
Casa sua propria, e non altrimenti. Nondimeno ho scritto
come a Lei  piaciuto, giudicando che ci potesse servire
alle Sue intenzioni in qualunque modo, e non potesse
nuocere. Con tutto il cuore sulla penna, dimandandole
nuovamente la Sua benedizione, mi ripeto Suo affettuosissimo
e riconoscentissimo figlio Giacomo.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
Bologna 8 Febbraio 1826.
     Carissimo Signor Padre. Ricevo la cara sua dei 31
Gennaio. Gi fin dal primo di questo mese, il freddo qui,
grazie a Dio,  molto scemato, anzi abbiamo avuto qualche
giorno quasi di primavera: io ho ripreso le mie passeggiate
campestri, e mi pare di esser rinato. Non ho ancora veduto
Fusello. Il dono che Ella mi manda mi sar carissimo, e mi
servir per farmi onore con questi miei amici, presso i
quali trovo che l'olio e i fichi della Marca sono gi
famosi, come anche i nostri formaggi, che qui si stimano pi
del parmegiano, il quale non ardisce di comparire in una
tavola signorile: bens vi comparisce una forma di formaggio
della Marca, quando se ne pu avere, che  cosa rara. Ella
non dubiti che i suoi libri non sieno per esser tenuti con
tutta la cura possibile, e restituiti puntualmente. Io me ne
faccio responsabile. A momenti debbo avere occasione di
scrivere a Melchiorri, e gli ricorder la restituzion del
Varrone, secondo che Ella mi scrive. Ricevetti per la
Diligenza l'abito e il tabacco, e ne la ringrazio di nuovo
cordialmente. Il tabacco ho cominciato subito a usarlo, e mi
piace molto.
     Circa il benefizio; dopo scritta l'ultima mia, ho inteso
che Roma accorda qualche volta ai patroni la facolt di
sospendere la presentazione del nuovo rettore per sei o otto
anni, e di applicare intanto le rendite a un uso onesto,
sopportati i pesi consueti. Ella sapr meglio di me se
questo sia vero, come mi si assicura. In tal caso, e se Ella
a quest'ora non avesse gi disposto altrimenti del
Benefizio, e credesse di potere ottenere senza troppa
difficolt e incomodo una tal dispensa, riconoscerei come un
segnalato favore della sua bont, se Ella volesse prevalersi
di questo temperamento per farmi godere, finch a Lei
piacer, questa provvisione; la quale certamente mi riuscir
molto utile. In questo modo, senza dare alla Casa altro
incomodo, come io non ne do presentemente, e spero in Dio di
non essere obbligato a darne per l'avvenire, io sar pur
debitore a Lei ed alla famiglia, di una provvista che mi
porrebbe in un certo agio. La prego delle mie pi tenere
espressioni alla Mamma e ai fratelli, ed anche, se le piace,
dei miei complimenti alla Marchesa Roberti, e dei saluti al
Curato e a D. Vincenzo. Ella mi ami e mi benedica come suo
affettuosissimo figlio Giacomo.

A CARLO LEOPARDI - RECANATI.
Bologna 13 Febbraio 1826.
     Carluccio mio. Che vuol dire questo silenzio cos lungo
che tu hai tenuto con me? Ad ogni corso di posta mi figuro
di ricevere una tua lettera, e m'inganno sempre. Sei tu
inquieto con me, o non stai bene? Fammi saper qualche cosa,
te ne prego, e non mi lasciar mai tanto tempo senza le tue
nuove e il tuo carattere. Io respiro con questi giorni
tepidi che abbiamo, e la mia salute ne migliora
sensibilmente. Ho riscosso dallo stallatico, dove il
vetturino gli aveva lasciati, i fichi, l'olio e il pacco, ma
non ho veduto Fusello, e la roba  rimasta l otto giorni,
perch non sapevano il mio ricapito: e mi han detto ancora
che il vetturino aveva una lettera da consegnarmi, ma io non
l'ho avuta. Per ogni altro caso che occorresse in avvenire,
ti dir che il mio ricapito : Ingresso del Teatro del
Corso, in casa Badini, presso il signor Aliprandi. Ho
un'altra seccatura da darti, ma spero che sar l'ultima,
perch oramai credo di aver votato casa. Vorrei che tu
pigliassi le copie che mi rimangono cost delle mie Canzoni,
e che stanno dove ti dir Paolina; e vi aggiungessi una
delle due copie in carta velina che troverai nel mio
commodino. Di pi vorrei che nel secondo tiratore del mio
com trovassi la prima copia del Saggio sugli errori
popolari degli antichi, ch' in quinterni staccati; e che
di tutto questo ne facessi un fagottino e lo mandassi al
Direttore dell'Ufficio Postale di Loreto Sig. Nicola
Grondona, pregandolo di dirigerlo qua per la Diligenza al
Sig. Giuseppe Marchesini Impiegato in questa Posta, col
quale gi sono d'intesa. A momenti si pubblicher il
manifesto de mes oeuvres complettes. Ho pregato di un
poco di dilazione per il ritratto, che mi volevano far
subito, cosa che in inverno non si potrebbe senza mio grande
incomodo. Tu che fai? come ti senti? come pensi all'amore
infinito che io ti porto, e al gran dolore che ho di non
esser teco? Puoi credere che non passa giorno, anzi ora,
ch'io non pensi a te in un modo o nell'altro. E Paolina che
fa? e perch neppure essa mi scrive da tanto tempo?
Carluccio mio: tuo fratello ti abbraccia e ti bacia. -
Saluta Mamma e Babbo, Paolina, Luigi, Pietruccio. - Addio,
addio.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
Bologna 20 Febbraio 1826.
     Carissimo Signor Padre. Quando mi giunse la sua dei 12,
io aveva gi poco prima riscossa finalmente la roba portata
da Fusello. I fichi e l'olio sono qui applauditissimi e
graditissimi, e quantunque in casa io non fossi solito di
mangiar de' fichi, adesso, non so come, trovo che sono pure
una cosa di un sapore eccellente, e ho pensato di salvarne
un poco anche per me, giacch Ella me ne ha favorito cos
liberalmente che ve n' abbastanza per me e per gli altri.
 ben giusta la sua maraviglia che cost non si pensi punto
a far commercio di formaggi con queste parti, dove non si fa
formaggio se non pochissimo e cattivo. Veramente non si pu
scusare l'indolenza della nostra provincia nel mettere a
profitto i tanti generi squisiti che essa possiede, e che
eccedono il consumo dell'interno: giacch i formaggi non
sono il solo capo che manca in altre parti d'Italia, e che
sarebbe ben accolto, ma noi abbiamo ancora molti e molti
altri capi che da noi non si stimano e non si trovano a
vendere perch soprabbondano, e altrove sarebbero
ricercatissimi. E i nostri vini, che noi mandiamo solamente
a Roma e in piccola quantit, mentre ne abbiamo tanta
abbondanza, non si venderebbero qui nel Bolognese a
preferenza di questi vini fatturati e pessimi della
provincia, tutti ingrati al gusto, e scomunicati
generalmente da tutti i medici? Certo non fa per i
possidenti di attendere al traffico; ma se nella nostra
provincia ci fossero altri che vi attendessero, si
arricchirebbero essi, e i possidenti avrebbero modo di
vendere i loro generi a prezzi convenienti. Mi rallegro con
Lei della riacquistata libert. Ho gi scritto a Melchiorri
del Varrone. Qui continuano le giornate temperate, che mi
han fatto tornare in vita da una vera morte, perch le pene
che ho provate in quest'inverno non sono descrivibili.
Saluti tenerissimi alla Mamma e ai fratelli; e cos vedendo
il Zio Vito o la sua famiglia, la prego a salutarli in mio
nome; come anche il Dott. Masi e il Chirurgo Prosperi, se
Ella ne ha occasione. Mi ami, mi benedica e mi creda sempre
suo affettuosissimo figlio Giacomo.

A CARLO LEOPARDI - RECANATI.
Bologna 24 Febbraio 1826.
     Carluccio mio. Ringraziato Dio, che finalmente rivedo i
tuoi caratteri; e sappi che quel tuo silenzio tanto lungo mi
aveva fatto nascere un certo terrore che tu non fossi pi a
casa, e che mi si volesse nascondere quel che era di te. Un
ordinario prima della tua lettera ebbi il pacco, di cui ti
ringrazio assai. La mia Farfa fu veramente, parte la nostra
libreria, parte la vettura dell'ebreo, e parte Roma. Sappi
per che Cesari, stimato giudice supremo in queste materie,
leggendo il manoscritto a Milano in presenza mia, lo giudic
per cosa del Trecento bella e buona, e cos  creduto ora in
Milano e qui. Le altre mie cose (eccetto i manifesti del
Cicerone di Stella, che io ho tutti e ti potrei mandare, ma
non valgono la pena) sono stampate nel Raccoglitore di
Milano, e per non posso spedirtele; ma sono bagattelle.
Altre pi rilevanti che si stampano a Milano adesso, te le
mander subito che ne avr copia... Ma tu franchi dunque col
tuo denaro le lettere che mi scrivi? Non lo far mai pi,
ch, grazie a Dio, il pagar l'importo di una lettera non mi
 d'incomodo, te ne accerto; e sicuramente  di pi incomodo
a te che a me. Se volessi ragguagliarti minutamente della
mia situazione, dovrei allungarmi assai; ma solo ti dir che
sin dopo il primo mese, cio finito ottobre, io lasciai le
lezioni (le quali se avessi dovuto continuare, la pazienza
non mi avrebbe retto), e che vivo qui onoratamente e con
piena indipendenza personale; e regolandomi nelle spese,
passo anche per ricco presso questi di casa. Se avessi
voglia e salute da faticar di pi in cose letterarie, potrei
anche aver dell'avanzo, perch non mi mancherebbero imprese
e inviti librarii qui, e in Torino e altrove. La pittura che
tu mi fai del tuo stato, penoso al solito, accresce la
smania che io ho di rivederti. Ti giuro che a paragon di
questo, il piacer di stare in una citt grande piuttosto che
a Recanati, sarebbe per me un nulla; sicch io partirei
subito, se la riflessione e la ragione non mi obbligassero a
cercar di assicurarmi prima del frutto di questa mia
assenza, e di renderlo pi stabile che si possa. Il che
fatto, io ti riabbraccer immediatamente, e ci sar senza
dubbio in breve. In verit io desidererei di far danari, ma
non gi per me; bens per poterti esser utile in qualche
cosa. Questa sarebbe la maggior consolazione che la fortuna
mi potesse dare, e per la quale io le perdonerei volentieri
tutti i malanni che mi ha dati e mi dar. Le espressioni
dell'amor tuo, se non fossero mescolate di dolore, mi
rallegrerebbero l'anima. Tu, l'amor tuo, il pensiero di te,
siete come la colonna e l'ncora della mia vita. Ogni parte
di questa si riferisce l come a un centro. E come ho detto
pi volte a Giordani e a Papadopoli, che intendevano bene
questa mia situazione, se io dovessi dubitare un momento che
tu non mi amassi pi, o non mi fossi fedele, o potessi mai
per alcuna cagione cessare di esserlo, o vero che tu
dubitassi punto dell'amore e della fedelt mia; insomma se
quella fede teologica, anzi quella coesistenza che noi
abbiamo insieme, fosse mai sospesa; io non sarei pi quello
di adesso; la mia esistenza non avrebbe pi il suo
fondamento; e tutto il mondo cambierebbe faccia per me in un
colpo, come si cambia una scena. Salutami Babbo e Mamma,
Luigi e Pietruccio. Saluta Paolina, e dille che mi scriva, e
che non franchi la lettera. Addio, Carluccio mio. Credimi
che se non avessi in te quella fiducia che tu mi chiedi, non
avrei neppur forza di scrivere questa lettera, n di aprir
gli occhi alla luce del sole.

A MONALDO LEOPARDI - RECANATI.
Bologna 1 Marzo 1826.
     Carissimo signor padre. La ringrazio infinitamente della
Leggenda che Ella mi ha favorita, e della noia che per amor
mio Ella si  voluto prendere di copiarla. Lo stile non  di
autore toscano, ma marchegiano o romano. Ma il monumento 
curiosissimo, e certamente antichissimo, giacch oltre
l'epoca che Ella mi accenna del 1326, epoca gi molto
antica, la dicitura mi d indizio di maggiore antichit, ed
io la credo cosa del secolo del duecento. Forse non mi
mancher occasione di farne uso presto. Intanto se Ella mi
sapesse dir qualche cosa circa il tempo in cui si sa o si
crede che sia vissuto quel San Gerio, ci sarebbe molto a
proposito. La traduzione che ho mandata a Paolina,  mia
veramente, come Ella dice, bench passi per opera del
trecento. Il mettere il nome della mia patria in fronte ai
volumi delle mie operette, e nel manifesto ec., non ha la
menoma difficolt, ed io lo far volentierissimo,
specialmente essendo cosa di suo piacere. Quanto ai
formaggi, di cui Paolina mi scrive per di Lei parte, la
ringrazio della sua intenzione, e parler coll'uffiziale di
questa posta, ma bisognerebbe lasciar passare qualche
giorno, perch avendomi egli favorito poco fa, temerei se io
gli chiedessi ora un piacere simile, che la cosa non gli
paresse troppo frequente e indiscreta, ed anche tale da
comprometterlo. Io sto, grazie a Dio, sufficientemente bene,
e trovandomi entrato in Marzo, fo conto di averla vinta per
quest'anno. Mi benedica e mi voglia bene; e con tutto il
cuore mi ripeto Suo affettuosissimo figlio Giacomo.

A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.
Bologna 1 Marzo 1826.
     Paolina mia. Finalmente rivedo il tuo carattere, che tu
sai gi quanto mi sia caro. Oggi stesso ricevo la tua
lettera, e oggi rispondo; sicch Mamma non si maraviglier
se insieme con questa non vede il velluto; ma assicurala che
far il possibile per servirla presto e bene, e salutala e
baciale la mano per parte mia quanto pi caramente saprai.
Ti ringrazio tanto delle nuove che mi dai del paese, e ti
ripeto che mi sono molto care, e che desidero che tu me ne
scriva spesso. Io non sono mai stato in Firenze, ch'io me ne
sia accorto, e puoi credere che non avrei avuto nessun
motivo di farvene un mistero. Bens quest'autunno ebbi
intenzione e occasione comoda di darvi una scorsa, ma ci
dovetti rinunziare perch il viaggio sarebbe stato un veleno
per la mia indisposizione.  vero che quest'inverno,
sebbene sono uscito ogni giorno, ho fatta vita ritirata, per
la solita pigrizia che il freddo mi mette addosso; ma Ricci
vi parla di questo Novembre, quando io stava sempre col
serviziale alle coste, nel quale stato vedete bene ch'io non
poteva fare una vita molto dissipata. Del resto non date
mente a Ricci, ch' un bonissimo giovane, ma non capisce
niente, ed  un imbroglione, e soprattutto un terribile
seccatore, tanto che qui, per levarmelo d'attorno fui
obbligato a dar ordine che gli dicessero ch'io non era in
casa, dove veniva ogni terzo giorno a pregarmi che gli
facessi far figura nel mondo letterario. Salutami tanto
Carlo, e digli che mi scriva. Dimmi poi qualche cosa di
Luigi; e Pietruccio come studi e come si porti nel suo nuovo
abito, nel quale sono impaziente di vederlo. Giordani  un
gran pezzo che non mi scrive e che non scrive pi a nessuno,
perch si  fatto il pi pigro e divertito uomo del mondo.
Quanto all'esemplare delle mie operette, non dubitare, che
tu ne avrai per te ed in tua propriet esclusiva senza
associarti. Io non sogno di te, perch tu sai che fuori di
Recanati io non sogno mai, (cosa che mi fa maraviglia, per
verissima); ma penso a te vegliando, e ti amo, se 
possibile, ogni giorno pi. Ma che vuol dire che non mi di
nessuna nuova di te? Tu ti sei scordata una parte
essenziale, e per ti condanno a tornarmi a scrivere, e
dirmi tutti i fatti tuoi. Vedendo la Zia Mazzagalli e le
Cugine, salutale, si bon te semblera. Salutami anche il
Curato e D. Vincenzo. Addio, Paolina mia. Non ti dico altro,
perch se volessi rispondere alle tue espressioni
affettuose, e spiegarti i sentimenti ch'io ho per te, non
troverei parole da tanto, e credimi, che non saprei come
esprimermi.

A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.
[Bologna Marzo 1826].
     Paolina mia. Un velluto perfettamente simile alla mostra
non si  potuto assolutamente trovare in Bologna, e se non
credi a me, credi ad Angelina, che sai bene che se ne
intende, la quale per farne ricerca ha girato inutilmente
venti botteghe. Ti mando certe mostre di velluti che si
accostano al colore di cotesto. Se Mamma crede che qualcuno
di questi faccia a proposito, rimandami quella tal mostra, e
Mamma sar servita subito per la Diligenza. Saluti a tutti.
Addio addio.

A PAOLINA LEOPARDI - RECANATI.
Bologna 17 Marzo 1826.
     Cara Paolina. Ringrazia tanto e poi tanto per mia parte
Babbo e Mamma dei nuovi regali che mi mandano, i quali
serviranno ad accrescere l'onore che mi son fatto qui coi
fichi e coll'olio, di cui non si finisce di dire il gran
bene. Ringrazia poi Babbo in particolare delle notizie che
mi d di S. Gerio, il quale io non mi era accorto che fosse
il medesimo che S. Girio. L'affar di Urbino non 
combinabile, perch una Cattedra veramente non fa per me,
che ho poca o nessuna voglia di faticare. E poi, a dirtela
cos in confidenza, una cattedra di provincia che sarebbe di
convenienza d'un letterato mio pari oltre che l'emolumento
sarebbe una miseria. Rallgrati da mia parte con Carlo del
taglio de' suoi favorevoli e digli che non erano pi di
moda, e che non solo gl'inglesi ma anche i francesi, donne e
uomini, che viaggiano in Italia, si ridono, come ho sentito
io stesso, degl'italiani che li portano. Se per
rassomigliarmi a Carlo non ti pare che mi manchi altro che
la grassezza, consolati che io m'accorgo, e tutti con
meraviglia mi dicono, che mi sono ingrassato moltissimo; e
non so come, che non mangio oramai pi niente, bench stia
per bene. Angelina, che saluta tanto Mamma, Babbo, te e
tutti, desidererebbe di avere le fedi del battesimo di due
suoi fratelli nati cost, uno dei quali dee prender moglie a
momenti, ma non pu sposare senza questa fede. Mi ha dato i
nomi ec. in una cartina che ti copio qui esattamente.
Attenzione, alli 17 genajo 1799 nacque Antonio figlio
di Adamo (come siamo tutti) Jobbi e Metilde Alesandrini.
alli 8 febrajo 1801 nacque Giovanni; figlio come sopra,
sotto (sopra e sotto) la parochia S. Agostino di
Recanati e il parocho mala zampa. Prega poi di essere
avvisata della spesa che sar occorsa. Salutami tanto
Luigetto e Pietruccio, e quanto al libro, permettimi di
stare a vedere qualche momento se il Governatore te lo
restituisce, perch non me ne  restata che una copia, la
quale per non dar via fintanto ch'io non sappia la
restituzione, e questa non accadendo, te la mander. Paolina
mia cara, quanto io t'ami, e quanto desiderio abbia di
vederti contenta e soddisfatta, e quanto volentieri farei
tutto quello che io potessi per questo effetto, tu te
l'immagini bene. Sguita a darmi le tue nuove, e bacia la
mano a Babbo e a Mamma per me. Aspetto la lettera di Carlo
dal vetturale. Salutami il Curato e Don Vincenzo, e d loro
a mio nome la buona Pasqua, ch'io passer senza uovi tosti,
senza crescia, senza un segno di solennit. Voglimi bene: ti
abbraccio: addio, addio.
     Avanti ier sera fu in casa per vedermi, ma non mi trov,
Peppe Melchiorri, che se ne va trionfando e galoppando a
Parigi, corriere straordinario del Governo a un cardinale di
cui non ho capito il nome che mi ha lasciato scritto.

