Giacomo Leopardi

La vita

Giacomo Leopardi nacque a Recanati, nel 1798, dal conte Monaldo e dalla
marchesa Adelaide Antici. La famiglia era la pi cospicua del paese, ma il suo
patrimonio era dissestato, e per ricostruirlo, la madre impose una rigida economia
domestica per decenni. Queste ristrettezze, congiunte ai pregiudizi nobiliari dei
genitori--che, fra l'altro, l'avevano destinato alla carriera ecclesiastica--furono
per Giacomo causa d'infelicit. Gli impedirono, infatti, di crearsi una libera
sistemazione, costringendolo a macerarsi, per gran parte della vita, nell'atmosfera
stagnante di un piccolo borgo di provincia, posto in uno degli stati italiani pi
retrogradi, tagliato fuori dalle correnti vive del pensiero e della cultura europea. N
migliore era l'ambiente familiare, rigido e compassato: Monaldo era un erudito,
conservatore e d'idee reazionarie, la madre era rigida e spiritualmente gretta.
Manc cos all'adolescenza del poeta, pervasa di sogni e di ansie romantiche, ogni
possibilit d'espansione e quel calore d'affetti--ove s'escluda quello, tenerissimo,
per il fratello Carlo e per la sorella Paolina--di cui la sua indole aveva particolare
bisogno.

Dopo una prima educazione ricevuta dal padre e da due sacerdoti, appena
decenne, il precocissimo giovinetto s'immerse nella ricca biblioteca paterna, e
consum sette anni (1809-1816) in uno studio, com'egli dir, matto e disperatissi-
mO~ che fu la causa prima della sua prematura e irreparabile decadenza fisica.
Acquist ben presto una conoscenza eccezionale delle lingue classiche, studi
I'ebraico e le lingue moderne, compose opere erudite di grande impegno. Sono di
queSti anni la Storia dell astronomia (1813), il Saggio sopra gli errori popolari degli
ntichi (1815), discorsi su scrittori classici, traduzioni poetiche, molti versi, persino
irl greco, e due tragedie, la Virt indlana e il Pompeo in Egitto.

Tutta questa operosit (anche i lavori poetici che sono, sostanzialmente, esercita-
2ioni retoriche)~ appare frutto di un'erudizione sterminata e puntigliosa, di una
ra ormai sorpassata, cui si univano, in politica, tesi reazionarie, sull'esempio
del padre. E tuttavia in quegli studi il Leopardi cercava un'evasione dalla sua vita

ggioSa, alimentando sogni di gloria, ai quali lo portava l'indole solitaria e sognatri-
~ce. Ma, nel contempo, si astraeva dalla realt, consumava senza vera gioia la sua

a e minava irrimediabilmente la sua salute. Alle soglie della giovinezza si trov
~fisicamente rovinato: il mal d'occhi, una malattia nervosa, una deviazione della

'lpina dorsale e altri malanni che lo tortureranno per sempre lo misero in condizioni
~di avvilente inferiorit.

I L'qno~c~ia ,IF.llq ~ in~77~ r~n~ q qnnrr~n~l in l~ n~l ~riCi cnjr~
tempo latente. Fra il '15 e il '16, aveva abbandonato gli studi eruditi per quelli della
poesia, meglio adatta ad esprimere la sua ansia di gloria e d'azione magnanima, il
suo bisogno di uscire dalla solitudine e di stabilire un contatto vivo con gli uomini.
Seguirono le letture appassionate di autori moderni, importanti, soprattutto, quelle
della Vita dell'Alfieri, dell'Ortis del Foscolo, del Werther di Goethe, attraverso le
quali matur la sua sensibilit romantica. Nel '17 aveva avuto inizio la corrispon-
denza epistolare con Pietro Giordani, che, avendo letto la sua traduzione del II
libro dell'Eneide, aveva intuito la grandezza di quel giovane solitario, lo aveva
incoraggiato, aveva ascoltato con animo commosso gli sfoghi contenuti nelle sue
lettere, l'espressione della sua infelicit e della sua ansia di vita e di gloria. Infine,
nel ' 18, il Leopardi aveva partecipatO alla polemica classico-romantica, come
scudiero dei classici, ma rivelando un'originale sensibilit romantica, nel Discorso di
un italiano sulla poesia romantica, e aveva composto due canzoni civili, All'Italia e
Sopra il monumento di Dante, di spiriti liberali e protese a un ideale di vita eroica.

La gravissima prostrazione fisica del 1819, che si rivel irreparabile e, privandolo
persino del conforto dello studio, gli fece sentire ancor pi tragicamente il vuoto e
la solitudine della sua vita, lo spinse a porsi con urgenZa appassionata le domande
sul perch della vita. E quello che il poeta chiam in seguito il passaggio dalla
poesia alla filosofia, l'approdo a una concezione disperata della vita che non
sarebbe mutata mai pi.

Tuttavia il pessimismo leopardiano non deve essere considerato un episodio
strettamente personale e legato fatalmente, come una conseguenza necessaria, alla
sua malattia. Fin dall'inizio la meditazione del poeta aspira a un carattere universale
e si intreccia strettamente alla crisi europea, filosofica, ideologica e politica, che
segna il passaggio dall'Illuminismo al Romanticismo. Inizialmente, la problematica
leopardiana  assai simile a quella del Foscolo, anche se ritrova poi svolgimenti e
soluzioni originali. Come il Foscolo, il Leopardi rigetta decisamente le primitive
convinzioni cattoliche e abbraccia le concezioni sensistiche e materialistiche, con
un'adesione che non esclude un'ansia romantica delle illusioni e dell'infinito.
Per, come vedremo meglio studiando il suo pensiero, il pessimismo leopardiano
appare pi radicale di quello foscoliano.

Il tumulto di pensieri e di drammatici sentimenti del '19 culmin nel tentativo di
fuga, peraltro scoperto subito e reso vano, da]la casa paterna. Fu un fatto, questo,
assai significativo, in quanto espresse l'intolleranza sempre pi tormentosa che il
Leopardi sentiva nei confronti del mondo chiuso di Recanati, e l'ansia di vita e
d'azione che travagli tutta la sua esistenza. Solo nel '22 il padre gli concesse di
recarsi per qualche mese a Roma, presso gli zii Antici, ma era troppo tardi.
L'incontro col mondo fu una delusione e non fece che ribadire l'amarezza senza
conforto del poeta. Ritorn stanco, awilito, sentendo inaridita anche la vena della
sua poesia che, dal '18 al '22, aveva conosciuto la sua prima, grande stagione
creativa, a Recanati, e qui, nel '24, compose le Operette Morali, in prosa, la prima
sintesi delle desolate conclusioni del suo pensiero.

Gli anni dal '25 al '28 furono caratterizzati dalle peregrinazioni del poeta per
varie citt italiane, nell'ansiosa e vana ricerca di una sistemazione che gli consentiS-
se di lasciare per sempre Recanati. Accett dapprima l'offerta dell'editore Stella di
Milano di sopraintendere a un'edizione delle opere di Cicerone, e per lui compil
due Crestomazie, o antologie, una della poesia e l'altra della prosa italiana, e un
commento al Petrarca. Ma le precarie condizioni fisiche lo obbligarono a lasciar
Milano e gli impedirono di crearsi una vita indipendente. Con l'asse~no mensil~
a Firenze, dove entr in contatto coi cattolici liberali rillniti intorno al Vieusseux e
alla rivista Antologia (Capponi, Poerio, Colletta, Giordani) e infine a Pisa, dove il
suo animo si ridest alla poesia, ed ebbe inizio, coi canti 11 Risorgimento e A Silvia
la seconda stagione della sua poesia, che si concluse nel '30.

Nel '28, perduto l'assegno mensile dello Stella, prostrato dalla miseria e dalle
sofferenze fisiche, fu costretto a tornare a Recanati, dove visse, fino all'aprile del
~30, sedici mesi di notte orribile, immerso in una cupa disperazione. Eppure
proprio allora compose i grandi Idilli, alcuni dei suoi maggiori capolavori.

Nell'aprile del '30, grazie alla generosit degli amici toscani, pot uscire per
sempre da Recanati. Fu dapprima a Firenze, dove, nel '31, cur un'edizione dei
suoi Canti, prese parte a convegni dei liberali fiorentini, sebbene scettico e polemi-
co nei confronti dei loro ideali, e strinse un'affettuosa amicizia col giovane esule
politico napoletano Antonio Ranieri. Qui concep anche una veemente passione
amorosa per Fanny Targioni Tozzetti, vissuta con pieno abbandono e conclusasi
con una cocente delusione, dopo la quale si rinchiuse di nuovo in una non
rassegnata dlsperazlone.

Questi ultimi anni furono caratterizzati da un nuovo atteggiamento poetico e
umano. La definitiva evasione da Recanati signific per il poeta un impegno pi
deciso nei confronti della realt del suo tempo. Essa si concret in un dialogo
polemico, in cui recisa  l'affermazione della propria dignit e del proprio pessimi-
smo incrollabile, ma virile e combattivo, che anela a trasformarsi in un messaggio di
solldarlet umana.

Nel 1833, il Leopardi prese stabile residenza a Napoli, aiutato da un piccolo
assegno mensile, concessogli finalmente dalla famiglia e amorosamente assistito dal
Ranieri e dalla sorella di questo, Paolina, coi quali conviveva. Sempre pi grave
diveniva il suo disfacimento fisico. Non rinunci tuttavia a condurre a fondo la sua
lotta ideologica contro le nuove tendenze spiritualistiche e cattoliche e a ribadire il
proprio messaggio doloroso e pur magnanimo agli uomini. Lo attestano le poesie
satiriche di questi anni: la Palinodia, I nuovi credenti, satira contro l'ottimismo del
secolo e la sua fede nel progresso, i Paralipomeni della Batracomtomachla d'Omero~
in cui, come continuando un antico poemetto greco da lui tradotto, sotto l'ironica
favola di una guerra fra granchi, rane e topi, satireggia Austriaci, liberali e Pontifici
e i loro atteggiamenti nei moti napoletani del '20-'21. In questo periodo scrisse
anche La Gtnestra che unisce ai toni polemici un'esortazione agli uomini affinch si
uniscano fraternamente contro l'ostilit della natura. Mor nel 1837. Alle opere che
abbiamO citato vanno aggiunti lo Zibaldone (un diario spirituale), i Pensieri e
l~Ep~stolario~ nei quali, come nei Canti, abbiamo l'immagine di una vita volta
Costantemente a un'indagine sulle ragioni dell'esistenza che, se non giunse mai a
una conclusione serenatrice, fu tuttavia vissuta con vigorosa tensione.

Le concezioni del Leopardi

Il problema delle ragioni e della giustificazione della vita  il tema centrale della
~ meditazione del Leopardi, che non approd, nonostante spunti notevoli di pensie-
I ro, a una filosofia sistematica.

In una lettera al De Sinner del 1832 il poeta protestava contro coloro che
egavano le sue conclusioni pessimistiche alla sua infelicit personale, anche se 

r ~                 r ~                  ~ erO ~che ~uesta fu per lui un ur~ente stimolo conoscitivo. Ma accanto a essa va
conseguente crlsl l~eologica dell'~uropa ira Rivoluzione francese e ~estaurazione
resa pi sensibile, a livello di vita quotidiana e di costume, dall'arretratezza della
soclet italiana, particolarmente evidente a Recanati e nell'atmosfera reazionaria
della famlglia del poeta. L'ardore di vita eroica, i sogni di gloria, patria, amore,
llberta, concepiti, al tempo dell'adolescenza, nell'appassionata lettura dei classici
latml, greci, italiani, o, pi semplicemente, il desiderio d'una vita libera e responsa.
blle, suscltata dagli eventi recenti dell'et napoleonica e dall'affermarsi in Europa,
pur con le sue contraddizioni, d'una civilt borghese progressiva, s'infrangevano
contro ll conformismo dell'et della Restaurazione, coeva agli anni decisivi della
formazione del Leopardi.

Come il Foscolo, tramontata in lui la fede cristiana, egli ader alle tesi del
sensismo, che svolse poi, a partire dal '24, in direzione materialistica. Centrale 
per lui, fin dall'inizio, il problema del piacere (o della felicit), visto come fine
supremo dell'uomo e fatto coincidere con l'intensit e l'abbondanza delle sensazio-
ni, anche interiori, e cio con una vitalit vigorosa, ispirataci dalla stessa natura. E
qui il poeta scopre una prima contraddizione di fondo: il piacere tende all'infinito
nell'mtensit e nella durata, scontrandosi irrimediabilmente con la limitatezza della
vlta umana nello spazio e nel tempo. La felicit  pertanto un'esigenza insopprimi-
blle e, al tempo stesso, impossibile da conseguire. L'infinito diviene cos uno
spaslmo, una tensione sempre delusa.

In un primo momento, seguendo suggestioni del pensiero di Rousseau, il Leo-
pardi concep la Natura (la forza che dispone e regola la vita universa) come una
madre amorosa, che ci aveva creati per la felicit, e diede la colpa della tristezza
attuale del vivere a]l'incivilimento, allo sviluppo della razionalit, limitatrice del
sentimento e dell'immaginazione, che distoglie l'uomo dalla serena comunione
primitiva con la Natura. Questa aveva generato in noi delle illusloni (patria, libert,
vlrtu, centralit dell'uomo nell'universo, gloria) che suscitavano un agire generoso
nascondendoci i limiti dell'esistenza: la vecchiezza, la malattia, la morte, la picco-
lezza del nostro mondo, che il poeta, uomo copernicano e newtoniano, vede
sperduto in una pluralit di mondi, in uno spazio sterminato, estraneo, ove pi non
s'avverte la presenza d'un Dio. In tal modo i popoli classici avevano vissuto una
vita mtensa, mentre in seguito, col trionfo progressivo della ragione, culminato nel
razionalismo utilitaristico del Settecento, l'uomo s'era rinchiuso nell'egoismo, nella
solitudine, sempre pi consapevole del suo destino di fragilit e di pena, col tedio o
no~a che consegue alla scoperta della vanit delle illusioni. Per il Leopardi le
lllusiom non riescono a trovare, come per il Foscolo, una loro consistenza e validit
nella storla, n coincidono con gli ideali del Romanticismo spiritualistico, che il
poeta respinse fin dal 1818, ma restano chiuse in una precaria sfera individuale:
sono uno slancio sentimentale e fantastico della prima giovinezza che s'infrange
contro l'esistenza reale, e questa, dopo la prima, radicale delusione, diventa un
declmo scorato verso la vecchiaia e la morte.

A partire dal '24 l'idea leopardiana di Natura si sdoppia. Essa  pur sempre la
vita universa che palpita negli slanci del cuore e nella bellezza del mondo, ma ,
nella sua realt profonda, una forza meccanica e fatale, intesa soltanto al ciclo
perenne di trasformazione della materia. L'uomo non  nulla, non sa nulla, non ha
nulla da sperare dopo la morte: vive in un universo assurdo, di cui ignora ragioni e
hnallt, coinvolto nel suo moto incessante e incomprensibile; ma a differenza degli
altrl esserl ha il dono funesto della coscienza razionale, che gli rivela la sua miseria
dl creatura nata per la morte.

A questo punto la filosofia del Leopardi diviene coscienza d'una lacerazione

esistenziale L infinito bramato dall uomo  solo cl che non eslste, ll nulla; ll
 . piacere  soltanto parziale e momentanea cessazione del dolore; I'esistenza  un

. arcano mirabile e spaventoso, un essere per il nulla. E tuttavia il poeta conselva

- una fede intatta nella dignit della persona, attestata, paradossalmente, proprio da
quell infelicit che nasce dall'impossibilit di rassegnarsi al meccanicismo universa-
le, e dallo stesso sogno d'una vita pi bella, pi conforme alla grandezza dell'ani-
mo. Mentre demistifica le singole illusioni, il Leopardi esalta la capacit di conce-
pirle come segno nell'uomo d'una potenzialit di vita pi alta, contrapposta all'esi-
stenza assurda cui  condannato. E alla poesia chieder di ridonargli, attraverso la
memoria~ i sogni e lo slancio indefinito della giovinezza, cos come dinanzi alla
bellezza d'un paesaggio lunare dimenticher il cieco meccanicismo della Natura per
Sognare una comunione con l'armonia del mondo e della vita, presentita e amata,

- anche se inconcepibile sul piano razionale. Era questo un modo di non cedere al
destino, di riaffermare, davanti al nulla, i valori creati dall'uomo.

Nel 1830 il poeta esce definitivamente da Recanati, si incontra--e si scontra--
successiVamente coi liberali toscani e napoletani, coi moderati cattolici e spirituali-
sti fiduciosi nel progresso del genere umano. A loro contrappone la sua filosofia
disperata ma lucida e coraggiosa: credere nel progresso fatale dell'umanit porta a
dare all'uomo la colpa dell'infelicit attuale, mentre essa  colpa della Natura;
significa chiudere gli occhi per vilt davanti al male connaturato al nostro vivere.
L'uomo deve avere il coraggio di guardare in faccia il proprio destino, senza
cercare fantastici compensi ultraterreni; deve usare la ragione come arma demistifi-
catrice, trovare, nel dolore comune, una fraternit vera con gli uomini, unirsi con
loro per costruire un mondo umano di affetti, di solidariet, di ideali, contro quello
impostoci dalla Natura. E questo il messaggio della Ginestra, che la morte imped
al poeta di svolgere su un piano pi concreto.

Ai facili ottimismi spiritualistici, a quello d'uno storicismo romantico e borghese
portato a vagheggiare un trionfo delle idee nella storia, trascurando il dramma e la
sofferenza dei singoli, il Leopardi contrapponeva il diritto dell'individuo a una
felicit non ideale, ma sensibile. Il significato della sua meditazione non sta nelle
soluzioni, intimamente contraddittorie, ma nel tentativo di comprendere e appro-
fondire la problematicit della condizione umana, rigettando, con una coraggiosa
analisi razionale, ogni conforto illusorio, ogni ideologia banalmente compensatrice.

Per i testi, seguiamo l'edizione di tutte le opere del Leopardi, a cura di F. Flora, in cinque volumi, Milano,
Mondadori, 1937-49.

Lo ~Zih ~ ne>~

-   Allo Zibaldone, uscito postumo nel 1898, il Leopardi affid dal ' 17 al '32, e quasi
giornalmente dal ' 17 al '27, note, appunti e trattazioni pi ampie intorno a
disparati argomenti: osservazioni linguistiche, filologiche e di critica letteraria,

- . meditazioni intorno all'estetica, o meglio, alla definizione di una propria poetica,
osservazioni psicologiche e morali su se stesso e sugli altri, e, soprattutto, la sua

_ ~ filosofia~ cio le sue considerazioni lucide e appassionate sulla vita. Non manca-
nO neppure immagini, versi isolati (vedendo meco viagglar la luna), spunti e argo-

_ _~ menti di poesie, alcuni dei quali ritornano nei Canti, come altre fantasie e pensieri

~ Sarann(~ ti nPIlf onr7rf~tff~ in~lYali e in altri s~ritti
Si potrebbe, per questo aspetto, definire lo Zibaldone il cantiere, l'operosa
officina delle opere maggiori. Ma occorre aggiungere che esso presenta un notevo-
lissimo interesse anche in s. Rispetto, ad esempio, alle opere in prosa del Leopar-
di, si pu dire che, pur nella sua frammentariet, questo libro sia pi ricco, svolga
una tematica pi ampia. Se le Operette morali ci mostrano le conclusioni, in forma
tra logica e fantastica, del pensiero leopardiano, lo Zibaldone ci fa assistere al suo
travaglio formativo, quasi giorno per giorno, alle sue oscillazioni complesse e
drammatiche. Diciamo giorno per giorno, perch molto spesso il Leopardi annota
la data precisa dei singoli pensieri, s che il libro diviene un diario culturale e
spirituale che ci consente di seguire il continuo colloquio del poeta con se stesso.

Rari sono nello Zibaldone i riferimenti a fatti biografici concreti, e anche in questi
casi il poeta non racconta, ma fissa i particolari e le risonanze pi profonde di un
ricordo, d'una sensazione, d'un sentimento; quasi un appunto, ma sintetico e
pregnante e spogliato d'ogni elemento troppo immediatamente contingente, di
quella stor~a d'un'anima che egli pi volte vagheggi di comporre come opera
organica e unitaria, ma che venne poi via via coincidendo con tutta la sua produ-
zione.

Due pensieri sulla natura

Questi due pensieri appartengono al momento conclusivo della meditazione leopardiana.

La natura non  pi madre benefica delle illusioni, come all'inizio dello Zibaldone, ma nemica
d'ogni essere vivente, principio assurdo e crudele dell'universo.

Il primo passo  come un poemetto in prosa, dominato da un senso sgomento del male,

dell'universale infelicit, che si esprime nel ritmo incalzante dei periodi brevi, martellati, inesorabi-
li, anche se con qualche compiacimento stilistico troppo scoperto. Ma l'ultimo periodo ha una
vastit sconsolata, un senso d~irreparabile sofferenza.

Il secondo passo mostra invece un incisivit e una concisione lucide, taglienti, in cui avverti un
contenuto ma intenso spirito di ribellione, caratteristico del Leopardi degli ultimi canti. Posto verso
la fine dello Zibaldone, ne riassume le lunghe, complesse e dibattute meditazioni sulla natura, con
un tono di certezza definitiva.

Non gli uomini solamente, ma il genere umano fu e sar sempre infelice di
necessit. Non il genere umano solamente, ma tutti gli animali. Non gli animali
soltanto, ma tutti gli altri esseri al loro modo. Non gl'individui, ma le specie, i
generi, i regni, i globi, i sistemi, i mondi.'

Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente.
Sia nella pi mite stagion dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna
parte che voi non vi troviate il patimento. Tutta quella famiglia di vegetali  in stato
di souffrance,2 qual individuo pi qual meno. L quella rosa  offesa dal sole, che
gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. L quel giglio  succhiato
crudelmente da un'ape, nelle sue parti pi sensibili, pi vitali. Il dolce mele non si
fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di
quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini.

Quell'albero  infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da
lumache, da zanzare; questo  ferito nella scorza e cruciato3 dall'aria o dal sole che
penetra nella piaga; quello  offeso nel tronco o nelle radici; quell'altro ha pi
foglie secche; quest'altro  roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiatO

1 Di necessit: fatalmente. I sistemi sono quelli no , fin da ora, I'immagine simbolica dell'univer-

nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa
ombra; troppo umido, troppo secco. L'una patisce incomodo e trova ostacolo e

gombro nel crescere, nello stendersi; I'altra non trova dove appoggiarsi, o si
affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in
stato di sanit perfetta. Qua un ramicello  rotto o dal vento o dal proprio peso, l
Uno zeffiretto va stracciando un fiore,~ vola con un brano, un filamento, una foglia,
Una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le
erbe co' tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi.
Quella donzelletta sensibile e gentile va dolcemente sterpando e infrangendo steli.
Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie,
col ferro. Certamente queste piante vivono; alcune perch le loro infermit non
sono mortali, altre perch, ancora5 con malattie mortali, le piante, e gli animali
altres, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta
copia di vita all'entrare in questo giardino ci rallegra l'anima, e di qui  che questo
ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verit questa vita  trista e infelice, ogni
giardino  quasi un vasto ospitale6 (luogo ben pi deplorabile che un cemeterio), e
se questi esseri sentono o, vogliamo dire, sentissero, certo  che il non essere
sarebbe per loro assai meglio che l'essere. (Bologna, 22 aprile 1826).

La natura non ci ha solamente dato il desiderio della felicit, ma il bisogno; vero
bisogno, come quel di cibarsi. Perch chi non possiede la felicit,  infelice, come
chi non ha di che cibarsi, patisce di fame. Or questo bisogno ella ci ha dato senza
la possibilit di soddisfarlo, senza nemmeno aver posto la felicit nel mondo. Gli
animali non han pi di noi, se non il patir meno;~ cos i selvaggi: ma la felicit
nessuno. (27 maggio 1831).

Dignit dell~uomo

E uno dei motivi fondamentali della meditazione leopardiana, quest'affermazione della dignit
dell'uomo Lo spunto  tratto, con ogni probabilit, da Pascal, il grande moralista cristiano
francese, ma spogliato da ogni significazione religiosa. L'uomo del Leopardi  immerso nel
COsmo sterminato e incomprensibile e non sa trovare un perch n della vita di esso n della sua;
e tuttavia, pur nella sua angoscia di creatura effimera, avverte in s una nobilt che l'innalza sugli
altri esseri e che consiste soprattutto nella sua capacit di abbracciare con la sua mente tutto
l'universo.

Niuna cosa maggiormente dimostra la grandezza e la potenza dell'umano intellet-
to, n l'altezza e nobilt dell'uomo, che il poter l'uomo conoscere e interamente
comprendere e fortemente sentirel la sua piccolezza. Quando egli, considerando la
pluralit de' mondi, si sente essere infinitesima parte di un globo ch' minima parte
d'uno degli infiniti sistemi che compongono il mondo, e in questa considerazione
Stupisce della sua piccolezza, e profondamente sentendola e intentamente riguar-
dandola~ si confonde quasi col nulla, e perde quasi se stesso nel pensiero della
nmensit delle cose, e si trova come smarrito nella vastit incomprensibile dell'esi-
Stenza;2 allora con questo atto e con questo pensiero egli d la maggior prova

4. zeffirettO~ fiore: Osserva la contrapp~sizione
fra il diminutivo (z~fhr~to) e la violenza brutale
dell atto indicato dal verbo (stracclando). C' un'i-
ronia amara anche ~li aspetti della natura che
paionO piU ~entili rivelano una realt mostruosa.
S anCora sebbene siano affette da. ecc.

                                      nei nostri confronti se non il fatto che patiscono
                                      meno, per la mancanza di consapevolezza, che
                                      nell'uomo rende il patire ancor pi crudele.

                                      1. fortemente sentire: Anche il dolore, dunque,
un vasto ospltale: un vasto ospedale  diventa sinonimo di nobilt spirituale.
possibile della sua nobilt, della forza e della immensa capacit della sua mente la
quale, rinchiusa in s piccolo e mnomo essere,  potuta pervenire a Conoscere e
intendere cose tanto superiori alla natura di lui, e pu abbracciare e contener co
pensiero questa immensit medesima della esistenza e delle cose.3 Certo niuno altrO
essere pensante su questa terra giunge mai pure a concepire o immaginare di essere
cosa piccola o in s o rispetto all'altre cose, eziandio ch'ei sia~ quanto al corpo, una
bilionesima parte dell'uomo, per nulla dire5 dell'animo. E veramente quanto gli
esseri pi son grandi, quale sopra tutti gli esseri terrestri si  l'uomo, tanto sono pi
capaci della conoscenza e del sentimento della propria piccolezza. Onde awiene
che questa conoscenza e questo sentimento anche tra gli uomini sieno infatti tantO
maggiori e pi vivi, ordinari, continui e pieni, quanto l'individuo  di maggiore e
pi alto e pi capace intelletto ed ingegno. (12 agosto, d di Santa Chiara, 1823

Filosofia e fraternit umana

La concezione leopardiana della vita non si chiuse mai in un pessimismo rinunciatario, ma fu
sempre pervasa dell'esigenza di non cedere al destino, di affermare contro di esso la dignit
dell'uomo, condannato, senza sua colpa, al dolore. Questo pessimismo virile ed eroico approda
soprattutto negli ultimi canti, ad un invito alla solidariet fraterna degli uomini, che devono essere
umtl contro la natura matrigna e contrapporre alla sua legge cieca e meccanica il loro mondo di
liberi affetti e nobile spiritualit.

La mia filosofia, non solo non  conducente a]la misantropia,l come pu parere a
chi la guarda superficialmente, e come molti l'accusano; ma di sua natura esclude la
misantropia, di sua natura tende a sanare, a spegnere quel mal umore, quell'odio,
non slstematico, ma pur vero odio, che tanti e tanti, i quali non sono filosofi, e non
vorrebbero esser chiamati n creduti misantropi, portano per cordialmente2 a'
loro simili, sia abitualmente, sia in occasioni particolari, a causa del male che,
giustamente o ingiustamente, essi, come tutti gli altri, ricevono dagli altri uomini.
La mia filosofia fa rea d'ogni cosa la natura, e discolpando gli uomini totalmente,3
rivolge l'odio, o se non altro il lamento, a principio pi alto, all'origine vera de'
mali de' viventi. (Recanati, 2 gennaio 1829).

Amore, lllusioni, Poesia

Che il cos deno pessimismo del Leopardi non sia una sterile negazione, ma celi in s
un'inesausta brama di vita, si pu vedere dai pensieri che seguono. Amore, illusioni, poesia sono
amati dal poeta e sentiti come felicit vera, perch coincidono con una pienezza totale, anche se
momentanea, della nostra vita: sono, insomma, espressione dell'ansia d'infinito che  in noi.

Io non ho mai sentito tanto di vivere quanto amando, bench tutto il resto del
mondo fosse per me come morto. L'amore  la vita e il principio vivificante della
natura, come l'odio il principio distruggente e mortale. Le cose son fatte per amarsi
scambievolmente, e la vita nasce da questo... (1819).

nott~rno o alla Gin~stra. E per questa incompren-
sibilit che l'universo suggerisce al Leopardi il
senso della vita come nulla. Il Leopardi distingue
fra es~s~anz~l dell'universo e r ita dell'individuo.
3. Puoi confrontare queste affermazioni col pen
s~ro LXVIII (vedi pi oltre) sulla no~a e con il
5. per nulla dire: per non parlare poi.  .

1. alla misantropia: cio, secondo il significato
etimologico della parola, all'odio dell'altro uomo
2. cordialmente: di tutto cuore, cio istintivamen-
te e ferocemente.

Pare un assurdo, e pure  esattamente vero, che, tutto il reale essen~io Ull nulla,
n v' altro di reale n altro di sostanza al mondo che le illusioni. (lc~]9).
~emorie della mia vita. Felicit da me provata nel tempo del comporre, il
miglior tempo ch'io abbia passato in mia vita, e nel quale mi contenterei di durare
JinCh'io viva. Passar le ~iornate senza accorgermene, e parerml le ore cortlsslme, e
meravigliarmi sovente io stesso di tanta felicit di passarle. (30 novembre 1828).

RicordanZa~ Indefinito, Poesia

La rimembranza e l'indehnito (o vago) sono spesso indicati, nello Zibaldone, come la sorgente
prima della poesia, e, a ben guardare, c' fra di essi un'intima correlazione. La memoria, infatti, 
memoria d'infanzia, d'un primo contatto con le cose, o memoria di giovinezza: d'un tempo,
Comunque, d illusioni vaste e indefinite. Poesia significa dunque ritrovare di l dalla delusione del
resente lo slancio generoso d'un tempo, evocare la dolcezza di quel passato per sempre
p.erduto; cogliere la realt che appariva all'uomo quando era ancora animata dalla sua attesa,
dalla sua speranza, che costituiscono, a ben vedere, il vago, I'indefinito: la vita ancora aperta
all'illusione.

La sensazione presente non deriva immediatamente dalle cose, non  un'immagi-
ne degli oggetti, ma della immagine fanciullesca;l una ricordanza, una ripetizione,
una ripercussione o riflesso della immagine antica. E ci accade frequentissimamen-
te (Cos io, nel rivedere quelle stampe piaciutemi vagamente da fanciullo, quei
luoghi, spettacoli, incontri ecc., nel ripensare a quei racconti, favole, letture, sogni
ecc, nel risentire quelle cantilene udite nella fanciullezza o nella prima giovent
ecc.). In maniera che, se non fossimo stati fanciulli, tali quali siamo ora,2 saremmo
privi della massima parte di quelle poche sensazioni indefinite che ci restano,
giacch non le proviamo se non rispetto e in virt della fanciullezza.3 (16 gennaio
1821).

Un oggetto qualunque, per esempio un luogo, un sito, una campagna, per bella
che sia, se non desta alcuna rimembranza, non  poetica punto a vederla. La
medesima, ed anche un sito, un oggetto qualunque, affatto impoetico in se,~ sar
poeticissimO a rimembrarlo. La rimembranza  essenziale e principale nel sentimen-
to poetico, non per altro se non perch il presente, qual ch'egli sia, non pu esser
poetico; e il poetico, in uno o in altro modo, si trova sempre consistere nel lontano,
nell~indefinito~ nel vago. (Recanati, 14 dicembre, domenica, 1828).

Le parole lontano, antico e simili sono poeticissime e piacevoli, perch destano
idee vaste e indefinite e non determinabili e confuse. (25 settembre 1821).

Le parole notte, notturno, ecc., le descrizioni della notte ecc., sono poeticissime,
perch, la notte confondendo gli oggetti, l'animo non ne concepisce che un'imma-

L gine vaga, indistinta, incompleta, s di essa che di quanto ella contiene. Cos
oscurit~ profo~do, ecc. ecc. (28 settembre 1821).

                                                                                      1 un nulla: Un llUIld rispetto dlle esigenze del 2 taliora: ora, freddi e disincantdti come
                                                                                      nostro spiritc~.

                                                                                                                                              3 La poesia e Id~ ge~ n(~lle sensibilita e

                                                                                      1 della immagine fanciullesca: delle immagilli          p~lrezza dell'aninlo.
4. eziandiO  .~ia ~n~h~ c~ ~   ~ d scLolpando-,; totalmente: togliendo all uotn  ~   che le cose s~l~citarono llel llostro allimo (~i tdll-  ~. se: s (il Leopar(li noll I accentd mai).
All'uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempO
sentendo di continuo e immaginando, il mondo e gli oggetti sono in certo modC,
doppi. Egli vedr con gli occhi una torre, una campagna; udr con gli orecchi il
suono d'una campana; e nel tempo stesso con l'immaginazione vedr un'altra torre
un'altra campagna; udr un altro suono. In questo secondo genere di obbietti Sta
tutto il bello e il piacevole delle cose. Trista quella vita (ed  pur tale la Vita
comunemente) che non vede, non ode, non sente se non oggetti semplici, quelli sol
di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione.

I ~Pensieri"

Nel 1845 il Ranieri pubblic una raccolta di centoundici pensieri, che il Leopardi
aveva lasciata incompiuta Era quasi certamente il nucleo essenziale di un manuale
di filosofia pratica, condensata in massime, che il poeta vagheggi a lungo. Ne
abbiamo, ad esempio, un'importante testimonianza in una lettera del '29 a Pietro
Colletta, nella quale il Leopardi rivelava la sua intenzione di comporre una raccolta
di pensieri intitolata Paradossi, ispirata al carattere degli uomini e alla loro condotta
in societ. Il titolo metteva in evidenza il carattere della meditazione leopardiana
intesa a definire il vero, lacerando gli involucri delle illusioni fallaci in cui gli
uomini vivono immersi, o per ignoranza, o per indolenza, o per mancanza di
coraggio spirituale.

Molti pensieri sono una nuova redazione, pi incisiva e concentrata, di pagine
dello Ztbaldone, altri sono totalmente nuovi. Tutti appaiono, comunque, una sintesi
delle esperienze del Leopardi L'opera tuttavia non ha una vera organicit, n
poteva averla, per il carattere stesso del pensiero leopardiano, che si awerte
dolorosamente limitato e incapace di comprendere le ragioni ultime della nostra
vita

Ma mentre nei Can~i questa constatazione  drammatica e continuamente com-
battuta dall'ansia non rassegnata del cuore, qui le illusioni appaiono ormai remote,
e domina spesso un tono distaccato, che a molti interpreti  apparso privo di calore
umano, mentre sarebbe piuttosto meglio parlare di un'amarezza contenuta, di una
voluta impassibilit sotto la quale s'insinua l'eco dolente del disinganno. I pensieri
migliori appaiono, infatti, chiaramente autobiografici.

A noi sembra che i Pensieri vadano ricollegati soprattutto alle ultime poesie del
Leopardi, alle quali sono, anche cronologicamente, vicini; al nuovo atteggiament
del poeta dopo il ripiegamento idillico del '28-'30: un'accettazione sconsolata e
tuttavia virile dell'arido vero, non disgiunta da atteggiamenti satirici e polemici
contro il secolo XIX e le sue vane speranze.

Alcuni ~pensieri~,

VI.

E uno degli esempi migliori dello stile secco e apparentemente distaccato in cui si condensa la
sofferta saggezza dei Pensieri. Il paradosso qui nasce dall'urto fra l'amara coscienza del verol
cio del male del vivere, e la constatazione dell'assurda e pur incoercibile presenza nell~uom

La morte non e male; perche llbera I uomo cla tuttl I mal~ lt`llle col raenl gll
- tOglie i desideri.l La vecchiezza  male sommo: perch j-riva l'uomo di tutti i
- piaCeri~ lasciandogliene gli appetiti; e porta seco tutti i dcllori. Nondimeno gli
Uomini temono la morte, e desiderano la vecchiezza.

XIII.

Un tema centrale dei Canb, la ricordanza,  qui considerato nel suo carattere di esperienza
psicologica Ma dietro il tono apparentemente distaccato, affiora una vena autobiografica, una
trasparente allusione del poeta a se stesso, quando egli vede la ricordanza come ~<bella e
amabile illusione~n la quale fa s che il passato non sia spento n perduto del tutto-~. Essa, infatti,
non solo ridonava al poeta i sogni e l'ansia d'infinito della giovinezza, ma gli consentiva di ricreare
il passatO. di collegare i momenti labili del vivere intorno a una stona: quella della sua anima,
ansiosa di essere, di durare e di creare un suo mondo, opposto al cieco e disumano ritmo d'un
Universo incomprensibile. L'abbandono alla memoria esprimeva il desiderio del poeta di far s che
la sua vita non fosse un continuo perdersi nel nulla.

Bella ed amabile illusione  quella per la quale i d anniversari di un avvenimen-
to, che per verit non ha a fare con essi pi che con qualunque altro d dell'anno,
paiono avere con quello un'attinenza particolare, e che quasi un'ombra clel passato
risorga e ritorni sempre in quei giorni, e ci sia davanti: onde  medicato in parte il
tristo pensiero dell'annullamento di ci che fu, e sollevato il dolore di molte
perdite,l parendo che quelle ricorrenze facciano che ci che  passato, e che pi
non torna, non sia spento n perduto del tutto. Come trovandoci in luoghi, dove
sieno accadute cose o per se stesse o verso di noi memorabili, e dicendo, qui
awenne questo e qui questo, ci reputiamo, per modo di dire, pi vicini a quegli
awenimenti, che quando ci troviamo altrove; cos quando diciamo, oggi  l'anno, o
tanti anni, accadde la tal cosa, owero la tale, questa ci pare, per dir cos, pi
presente o meno passata, che negli altri giorni.

E tale immaginazione  s radicata nell'uomo, che a fatica pare che si possa
credere che l'anniversario sia cos alieno dalla cosa come ogni altro d: onde il
celebrare annualmente le ricordanze importanti, s religiose come civili, s pubbli-
che come private, i d natalizi e quelli delle morti delle persone care, ed altri simili,
fu comune, ed , a tutte le nazioni che hanno, owero ebbero, ricordanze e
calendario.

Ed ho notato, interrogando in tal proposito parecchi, che gli uomini sensibili, ed
usati alla solitudine, o a conversare internamente, sogliono essere studiosissimi
degli anniVersari,2 e vivere, per dir cos, di rimembranze di tal genere, sempre
riandando~ e dicendo fra s: in un giorno dell'anno come il presente mi accadde
questa o questa cosa.

1. I desideri e ~li appetiti sono la causa prima
del dolore, perch sono de~tinati a non cssere mai

ddl~tatti.

tristezza protonda davallti alll~ svanire nel nulla
delle cose pi care e della vita intera. Ricorda, ad
es., L ~ r ~    It ~
2. studiosissimi... anniversari: li ricordano e li
o un insaziato tiesiderio dl vita E un motivo ricorrente nei Canti, ma spogliato qui d~ogni effUsione  ~L 2~                       celebrano con ~.strema C~lra 11 1..allude clui chia-
XXVII .

Questo pensiero rivela come. al di l da ogni considerazione pessimistica, fosse intenso nel
Leopardi l'amore della vita: accanto alla ragione che scopriva l'arido vero e la miseria Vana
dell esistenza~ egli avvertiva, sempre rinascente, e insopprimibile, il desiderio di vita e di felicit.

Nessun maggior segno d'essere poco filosofo e poco savio, che volere savia e
filosofica tutta la vita.l

LXI.

Il bisogno d'affetto, d'amore. I'ansia d'un colloquio con gli uomini, troppo spesso delusa, il
sentimento accorato della propria solitudine, sentita come una condanna, sono espressi frequen
temente nelle pagine leopardiane. Il messaggio di fraternit della Ginestra, il finale del Dialogo di
P4bno e di Poffino fanno sentire dolorosamente autobiografico questo pensiero.

Uscendo della giovent, I'uomo resta privato della propriet di comunicare e,
per dir cos, d'ispirare colla presenza se agli altri, I e perdendo quella specie
d'influsso che il giovane manda ne' circostanti, e che congiunge questi a lui, e ~a
che sentano verso lui sempre qualche sorte d'inclinazione, conosce, non senza un
dolore nuovo, di trovarsi nelle compagnie come diviso da tutti, e intorniato di
creatUre sensibili2 poco meno indifferenti verso lui che quelle prive di senso.

LXVII-LXVIII.

A lungo il Leopardi medit sulla noia, concependola come il senso di vuoto che nasce dal
tramonto d'ogni speranza, dall'avvertita impossibilit, per l'uomo, di essere felice, che  quanto
dire, di vivere secondo le esigenze fondamentali del suo essere. Ma nel pensiero LXVIII il
Leopardi avverte una verit pi profonda, anche se problematica e paradossale: la noia  un
sentimento sublime, una riprova della grandezza dello spirito umano, della sua sete d'infinito.
Certo, una riprova per via negativa: I'insoddisfazione, I'urto violento e doloroso contro la realt.
attestanO la superiorit della nostra anima nei confronti del mondo meccanico della ~<natura~
Questo dramma fra la vita dell'uomo limitata e circoscritta e il bisogno dell~assoluto e dell~etern
ch'eglj avverte inesplicabilmente ma insopprimibilmente,  un motivo fondamentale dell'ispiraZi
ne leopardiana.

LXVII. - Poco propriamente si dicel che la noia  mal Comune.2 Comune 
l'essere disoccupato, o sfaccendato per dir meglio; non annoiato. La noia non  se
non di quelli in cui lo spirito  qualche cosa.3 Pi pu lo spirito in alcuno, pi la

XXVII 1. Annotava il poeta nello Ztbaldone~
gi il 30 giugno 1821: <~Nessuno  meno filosofo
di chi vorrebbe tuttc~ il mondo filosofo. e filosofia
tutta la vita umana, che  quanto dire, che non vi
fosse pi vita al molldo...~>.

LXI. 1. ispirare... altri: Allude a quello che,
dopo chiamer infltlss~, e che gli appare come
una corrente sensibile di simpatia: all'affetto istin-
dvo che la persona d~un giovane ispira. se: s (cos
sempre nel L.).
2. creature sensibili: esseri animati, e quindi ca-

noia  frequente, penosa e terribile La masslma parte degll uomml trova bastante
DCcupazione in che che sia, e bastante diletto in qualunque occupazione insulsa; e
~uando  del tutto disoccupata, non prova perci gran pena.~ Di qui nasce che gli
Uomini di sentimento sono s poco intesi circa la noia, e fanno il volgo talvolta
tnaravigliare e talvolta ridere, quando parlano della medesima e se ne dolgono con
quella gravit di parole, che si usa in proposito dei mali maggiori e pi inevitabili
della vita.

LxvIII - La noia  in qualche modo il pi sublime dei sentimenti umani. Non
che io creda che dall'esame di tale sentimento nascano quelle conseguenze che
r~olti filosofi hanno stimato di raccorne,5 ma nondimeno il non poter essere
soddisfatto da alcuna cosa terrena, n, per dir cos, dalla terra intera; considerare
l~alripiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole maravigliosa dei mondi, e
f;rovare che tutto  poco e piccino alla Capacit6 dell'animo proprio; immaginarsi il
numero dei mondi infinito, e l'universo infinito, e sentire che l'animo e il desiderio
nostro sarebbe ancora pi grande che s fatto universo; e sempre accusre le cose
d~insufficienza e di nullit,~ e patire mancamento e vto, e per noia,8 pare a me il
maggior segno di grandezza e di nobilt, che si vegga della natura umana. Perci la
noia  poco nota agli uomini di nessun momento,9 e pochissimo o nulla agli altri

anlmall.

LXXXII.

1~ evidente, dietro l'atteggiamento apparentemente distaccato di questo pensiero, la sconvol-
gsnte passione per Aspasia (Fanny Targioni Tozzetti). L'amore  qui sentito come esperienza
totale, tale da mutare la vita ~di cosa udita in veduta~ e ~d'immaginata in reale~u lo stesso motivo
iSpira, con maggiore intensit d'affetti, i canti 11 pensiero dominante e Amore e Morte. Soltanto
nelI'amore l'uomo attinge, secondo il poeta, quella pienezza di essere che costituisce la sua vera
9randezza.

Nessuno diventa uomo innanzi di aver fatto una grande esperienza di se, la quale
I ~. tlvelando lui a lui medesimo, e determinando l'opinione sua intorno a se stesso,
If ~..~determina in qualche modo la fortuna e lo stato suo nella vita. A questa grande
~ esperienza, insino alla quale nessuno nel mondo riesce da molto pi che un
t ~ ciullo~ il vivere antico porgeva materia infinita e pronta:l ma oggi il vivere de'
ivati  s povero di casi, e in universale2 di tal natura, che, per mancamento di

LXVII-LXVIII. 1. Poco... dice:  impropriO dire
2. mal comune: Nel Dia~ogo di I or4uat(J ~assO e
d~l suo genio ~amiliare (1824~ il L. aveva dett
invece che la noia era destino comune a tutti Bl
uomini, definendola cos: Veramente per la nOit
non credo si debba intendere altro che il desldt ~
rio puro della felicit; non soddisfatlo dal placere~ I
e non offeso apertamente dal dispiacere. Il qu
desiderio... non  mai sod(lisfatto; e il piacere pr- I
priamente non si trova. Sicch la vita Umana-
composta e intessuta, parte di dolore. parte d
noia; dall'una delle quali passioni non ha riptD
se non cadendo nell'altra.
r n rnc~

,~casloni, molta parte degli uomini muor
ina poco altrimenti che non nacque.

~ Si awicina~ cio alla greggla del pastore erran-

l~ Nota l'individualismo risentito e tipicamente
pmantico di tutto il pensiero.

. di raCcorne di derivarne. Allude a pensatori
tianj, come Pascal, secondo il quale la noia e
apacit di trovare piena soddisfazione nelle
~se terrene attestano il nostro bisogno di Dio.
a capacit: rispetto alla grandezza dell'ani
~, alla sua capacit di contenere qualcosa di an-
~a pi ampio: di concepire, sostanzialmente,
~finlto.

rlsufficienza e nullit: sempre nei confronti
animo e del desiderio nostro. Ed  questo

e avanti all'esperienza ch'io dico, e per3
Agli altri il conoscimento e il possesso di

8. patire... vto... noia: awertire in s un doloro-
so sentimento d'insoddisfazione e di vuoto davan-
ti alla realt, e cio la noia.
9. di nessun momento: spiritualmente nulli.

LXXXII. 1. il vivere... pronta: Costante  nel L.
Ia nostalgia delle et antiche (quelle dei classici)
nelle quali, a suo a~viso, le illustoni parlavano an-
cora potentemente al cuore e alla fantasia degli
uomini e si Iraduce~ ano in ideali comuni a tutta la
societa .
2. in l~nivrrc~lr in oPnf r~
se medesimi suol venire o da bisogni e infortuni, o da qualche passione grande
cio forte; e per lo pi dall'amore; quando l'amore  gran passione; cosa che nOIl
accade in tutti come l'amare. Ma accaduta che sia, o nel principio della vita, Come
in alcuni, owero pi tardi, e dopo altri amori di minore importanza, come pare che
occorra pi spesse volte, certo all'uscire di un amore grande e passionato, I'uomo
conosce gi mediocremente i suoi simili, fra i quali gli  convenuto aggirarsi Con
desiderii intensi, e con bisogni gravi e forse non provati innanzi; conosce ab
esperto~ la natura delle passioni, poich una di loro che arda, infiamma tutte le
altre;5 conosce la natura e il temperamento proprio; sa la misura delle proprie
facolt e delle proprie forze; e ormai pu far giudizio se e quanto gli convenga
sperare o disperare di se, e, per quello che si pu intendere del futuro, qual luogo
gli sia destinato nel mondo. In fine la vita a' suoi occhi ha un aspetto nuovo, gi
mutata per lui di cosa udita in veduta, e d'immaginata in reale; ed egli si sente in
mezzo ad essa, forse non pi felice, ma, per dir cos, pi potente di prima, cio pi
atto a far uso di se e degli altri.6

Il Leopardi, nella sua poesia, rifiuta sempre pi decisamente la mitologia classicistica e neo-
classica, per cantare i propri miti, quelli della sua vita e della sua anima: fondamentale questo
delPinfanzia, I~et dell~inconsapevolezza beata, della felicit sognata e, insieme, vissuta.

Gli anni della fanciullezza sono, nella memoria di ciascheduno, quasi i tempi
favolosi della sua vita, come, nella memoria delle nazioni, i tempi favolosi sono
quelli della fanciullezza delle medesime.

Le ~Operette morali"

Le Operette morali sono dialoghi o prose continuate, morali in quanto esprimo-
no, attraverso finzioni fantastiche, o meglio, allegoriche, la meditazione leopardiana
sull'uomo e sul suo destino, e soprattutto sulla dolorosa situazione del nostr
animo, continuamente proteso nel sogno d'una felicit impossibile e sommerS
nell'angoscia d'un inevitabile disinganno.

Nell'edizione definitiva del '45 i componimenti sono ventiquattro: diciannove
furono scritti nel 1824, uno aggiunto nel '25, altri due nel '27, altri due nel ~32. J~
libro si apre con la StoYia del genere umano, una vasta allegoria nella quale il poeta
rappresenta i successivi momenti della sua storia spirituale, e si conclude col
Dialogo di Tnstano e di un amico, che esprime una virile attesa della morte, solo
rimedio all'inutile miseria del vivere. Fra le altre, oltre a quelle riportate nell~ant
gia (Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo, Dtalogo di Cnstoforo Colombo e

Pietro Gutierrez, Dtalogo della Natura e di un Islandese, Dtalogo di Federico RuysCh
e delle sue mummie, Cantico del gallo siltJestre, Dialogo di Plotino e di Porfiri~
Dtalogo di Tristano e di un amtco), ricordiamo il Dialogo di Torquato Tasso e del s~

4. ab esperto per esperienza personale e diretra 6 Questa piena consapevolezza di s e della p~

genio familtare, quelli di Ercole e Atlante, dt l imandro e dt kleandro, ll l'artnt
ovvero della gloria, i Detti memorabili di Filippo Ottoniert, il Dialogo della Natura e
nAnima La prima edizione del libro (1827) comprende le operette scritte nel
~24, concluse dal Dtalogo di Ttmandro e di Eleandro.

Letterariamente~ il Leopardi si propose, nelle Operette, un ideale di prosa
artistica degna della grande prosa classica, soprattutto greca, applicata a un conte-
nuto moderno. Era originariamente partito da intenzioni satiriche, ma venne
Sempre piU ripiegando su meditazioni liriche, s che accettabilissima appare la
definizione ch'egli stesso diede delle Operette nel Dtalogo di Tnstano: un libro di
Sogni poetici, d'inbenzioni e di capricci malinconici, un'espressione dell'infelicit
dell'autore.

L'anno decisivo della composizione del libro fu, abbiamo visto, il 1824, che
conclude la pi drammatica vicenda del poeta: la giovinezza appena intravista e
subito infranta, col conseguente crollo d'ogni illusione e l'approdo a una visione
pessimiStiCa, o meglio, tragica della realt. Dal '2~ al '27 il Leopardi, tranne
rarissime eccezioni, non scrive pi poesie, immerso in una sorta di scorata fissit
spirituale, anche se, con significativa contraddizione, proprio in questi anni tenta la
sua awentura nel mondo, che si concluder col fallimento e l'ultimo soggiorno
recanatese. Anche per questo le Operette appaiono un bilancio spirituale, una
constatazione lucida e angosciata dell'ineliminabile infelicit, un sistema di pensiero
divenuto intima persuasione.

Pure, nonostante l'amarezza del disinganno, s'intravede ancora in queste pagine
la nostalgia di una felicit, riconosciuta assurda dall'intelletto e desiderata tuttavia
con tutto l'essere. Il poeta, mentre pronuncia il suo disperato messaggio, non vuole
persuadere gli uomini n sradicare completamente dal loro animo le illusioni. Ha
quindi tolto dalle Operette ogni dimostrazione veramente filosofica e quegli spunti
vigorosi di pensiero che abbondano nelle pagine dello Zibaldone in quegli anni,
cosicch le sue invenzioni o appaiono effusioni liriche (e allora palpita nel libro la
poesia dei Canti), o hanno il carattere di capricci fantasiosi e umoristici (Ercole e
Atlante che giuocano a palla col mondo, un dialogo fra la terra e la luna, fra un
folletto e uno gnomo, ecc.). Nell'ironia, anzi, il poeta cerca sovente un distacco

~_ jdalla materia amara.

f~ Ma tuttavia non c' nelle Operette vera cordialit. Si sente che qui il Leopardi ha

ettato il suo destino di uomo solo, ripiegato dolorosamente su se stesso, escluso,

~per la sua stessa lucida e spietata chiaroveggenza, da ogni speranza. La sua voce
~embra giungere agli uomini da una zona remota, le sue fantasie nascono non dai
8~iti d'un~esperienza comune, ma in margine alle sue letture solitarie, i suoi scherzi
J ono senza riso, la sua ironia non ha funzione costruttiva. Le Operette sono opera
~timamente autobiografica e lirica, un doloroso monologo. Se dialogo c',  quello
'uomO col suo destino, con la natura, con la felicit sognata e impossibile: ma 
~eglio dire che esso porta alla scoperta dell'impossibilit d'un dialogo autentico.

entre il poeta si propone le domande sul perch della vita e dell'universo, sa che
~se sono destinate a rimanere senza risposta. La moralit delle Operette consiste
~tantO nel guardare in faccia la propria disperazione, gli spazi sterminati dell'uni-
~rsO incomprensibile~ l'ombra cupa del nulla, la propria metafisica angoscia e nel
amare~ pur nella sconfitta e nel dolore, la propria dignit di uomo, che non si
egna al buio che circonda la vita.
Dialogo di un folletto e di uno gnomo

Vero ~capriccio malinconico~, venato d'ironia corrosiva,  questo dialogo, scritto nel ~2~
Parlano un Folletto e uno Gnomo, in un mondo deserto e silenzioso, dal quale la razza umana b
per sempre sparita, distrutta da guerre, epidemie e svariati accidenti. E tuttavia l'universo contj
nua impassibile il suo moto e la sua vita: quell'universo che l'uomo, nella sua stolida presunzjOne
ha sempre ritenuto fatto per s, per servire alla sua esistenza di re e dominatore del creato

Questo  il vero centro satirico dell'operetta, che ha una cer~a ricchezza d invenzioni comjCh~3
sebbene quello del Leopardi non sia mai un vero riso, ma abbia sempre in s un fondo d'amar

za che raggela il libero svolgersi delle singole fantasie. In questa, comunque, pi che in altr~
operette, lo svolgimento del dialogo  arioso e leggero, i due favolosi interlocutori e l'ironia dell~
loro battute sono come intensificati dal confronto con un mondo defunto.

Fol.l Oh sei tu qua, figliuolo di Sabazio?2 Dove si va?

Gno. Mio madre m'ha spedito a raccapezzare che diamine si vadano macchinan
do questi furfanti degli uomini; perch ne sta con gran sospetto, a causa che da nn
pezzo in qua non ci danno briga, e in tutto il suo regno non se ne vede uno3
Dubita che non gli apparecchino qualche gran cosa contro, se per non fosse
tornato in uso il vendere e comperare a pecore, non a oro e argento; o se i popoli
civili non si contentassero di polizzine per moneta, come hanno fatto pi volte, o di
paternostri di vetro, come fanno i barbari; o se pure non fossero state ravvalorate le
leggi di Licurgo, che gli pare il meno credibile.~

Fol Voi gli aspettate in1Jan son tutti morti,5 diceva la chiusa di una tragedia dove
morlvano tUttl i personaggn

Gno. Che vuoi tu inferire?6

Fol. Voglio inferire che gli uomini sono tutti morti, e la razza  perduta.

Gno. O cotesto  caso da gazzetted Ma pure fin qui non s' veduto che ne
ragionino.

Fol. Sciocco, non pensi che, morti gli uomini, non si stampano pi gazzette?

Gno. Tu dici il vero. Or come faremo a sapere le nuove del mondo?

Fol. Che nuove? che il sole si  levato o coricato, che fa caldo o freddo, che qua
o l  piovuto o nevicato o ha tirato vento? Perch, mancati gli uomini, la fortuna si
ha cavato via la benda, e messosi gli occhiali e appiccato la ruota a un arpione, se
ne sta colle braccia in croce a sedere, guardando le cose del mondo senza pi
mettervi le mani; non si trova pi regni n imperi che vadano gonfiando e
scoppiando come le bolle, perch sono tutti sfumati; non si fanno guerre, e tutti gli
anni si assomigliano l'uno all'altro come uovo a uovo.8

1. I folletti sono secondo una fantasia popolare
Kli spiriti dell'aria, gli gnomi, spiriti della terra
custodi di tesori nascosti.

2. Sabazio:  il di{~ Bacco della mitologia dei Tra-
ci, dio della eterna vicenda della vita e della mor-
te nella natura: dai cabalisti considerato come il
pi antico degli gnomi,> (Gentile). La Cabala era
una dottrina magica medioevale d'antica deriva-
zione biblica.

3. Da un pezzo, cio, non vanno pi a frugare le
viscere della terra, regno di Sabazio, per trovarvi
oro e argento.

I Lo gnomo parla dei vari tipi di moneta usati
dagli uomini nella storia: lo scamhio in natura
te/~lcre ~ ~o~p~rar~ a pe(ore) e la carta moneta
pol~z~ne~ in primo luogo; ma poi vi a8giunl2e
d'oggetti di ben altro valore (e, in questo casO,
avidi affaristi si vantavano d'aver convertito e CiVi'
lizzato i popoli primitivi). La Cosa pi improbabi
le  che gli uomini siano ritornati alle leggi d
Licurgo, I'austero legislatore spartano, che con-
sentiva soltanto l'uso di monete di ferro. ,~
5. Il verso  tratto dalla tragedia Rt~zvans~ad
Gioi ane del patrizio veneto Zaccaria Valare
(1724). Nell'ultima scena, compariva sul palcost~
nico il suggeritore e dava al pubblico, alludendo
ai personaggi, questa notizia, indiscutibilmen~

conclusiva .
6. inferire: significare, dire.
7. caso da gazzette: cosa da metteri sui g

(che piacevano assai poco al L ~ gari in edizl
ne straordinaria.

lGno N anche si potr sapere a quanti siamo del mese, perchc non si stampe-

L o pi lunari.

Non sar gran male, ch la luna per questo non fallir la strada.
~Gno E i giorni della settimana non avranno pi nome.

F~Fol. Che, hai paura che se tu non li chiami per nome, che non vengano? o forse
Fpensi, poich sono passati, di farli tornare indietro se tu Ii chiami?
1~ Gno. E non si potr tenere il conto degli anni.

~Fol Cos ci spacceremo per giovani anche dopo il tempo; e non misurando l'et
@~ssata~ ce ne daremo meno affanno, e quando saremo vecchissimi non istaremo
E)ettando la morte di giorno in giorno.
F~Gno. Ma come sono andati a mancare quei monelli?

. Fol. Parte guerreggiando tra loro, parte navigando, parte mangiandosi l'un
~ltro, parte ammazzandosi non pochi di propria mano, parte infracidando nell'o-
parte stillandosi il cervello sui libri, parte gozzovigliando, e disordinando in
;$;ilie cose; in fine studiando tutte le vie di far contro la propria natura e di capitar
li~ale.

Gno. A ogni modo, io non mi so dare ad intendere9 che tutta una specie di
imali si possa perdere di pianta, come tu dici.

~; Fol. Tu che sei maestro in geologia,l(' dovresti sapere che il caso non  nuovo, e
3~he varie qualit di bestie si trovarono anticamente che oggi non si trovano, salvo
ochi ossami impietriti. E certo che quelle povere creature non adoperarono nino
~i tanti artifizi che, come io ti diceva, hanno usato gli uomini per andare in
~Derdizione.

Gno. Sia come tu dici. Ben avrei caro che uno o due di quella ciurmaglia
~suscitassero, e sapere quello che penserebbero vedendo che le altre cose, bench
pa dileguato il genere umano, ancora durano e procedono come prima, dovell essi
~edevano che tutto il mondo fosse fatto e mantenuto per loro soli.

Fol. E non volevano intendere che egli  fatto e mantenuto per li folletti.l2
~i Gno. Tu folleggi veramente, se parli sul sodo.l3

Fol Perch? io parlo bene sul sodo.
. Gno. Eh, buffoncello, va via. Chi non sa che il mondo  fatto per gli gnomi?

Fol. Per gli gnomi, che stanno sempre sotterra? Oh questa  la pi bella che si
pOssa udire. Che fanno agli gnomi il sole, la luna, I'aria, il mare, le campagne?

~- Gno. Che fanno ai folletti le cave d'oro e d'argento, e tutto il corpo della terra
~uor che la prima pelle?l~

Fol. Ben bene, o che facciano o che non facciano, lasciamo stare questa contesa,
~che io tengo per fermo che anche le lucertole e i moscherini si credano che tutto
~ mondo sia fatto a posta per uso della loro specie. E per ciascuno si rimanga col
tuo parere, che niuno glielo caverebbe di capo: e per parte mia ti dico solamente

Imovimenu labili e incostanti della fortuna. il suo
|liuoco vano, che produceva e distruggeva imperi
FOme bolle di sapone. La Fortuna  ricordata coi
~Oi attributj tradizionali: la henda sugli occhi. Ia
E~Ota veloce sulla quale girava in piedi, ma  poi
r~uorlsucamente trasformata: se ne sta disoccupa-
~ ha meSSO gli occhiali e ha attaccato la mota a
e chlodo (arpioneJ, da qu~ndo gli u-)mini sono
Fann.

r. nOn mi Cn  in~  L r~  ri~c~  rl~n~l r~

10. maestro in geologia: p~rch abita nelle visce-
re della terra.

12 Ll trovata e assai ary~lta: anche il savio gno-
mo e il savio k)lletto hallno la stessa malattia
dell'uomo: quella di credersi il centro, il fine
dell'ulliverso. i\~a ben presto rinsa~iscono e l'iro-
nia torna dd abbatter~i pesalltemente sugii uomi-

'         satulcamenre i p~terrostri dl ~etro, ci(> i rosari  8. Che..uovo: Spenti yil~ u~lmini. non c  se n~  uo di ~)n;~ m~  ;i  ;an  perder di  la prlm
questo, che se non fossi nato folletto, io mi dispererei.

Gno. Lo stesso accadrehbe a me se ron fossi nato gnomo. Ora io sapr~i
volentieri quel che direbbero gli uomini della loro presunzione, per la quale, tra
l'altre cose che facevano a questo e a quello, s'inabissavano le mille braccia sotterra
e ci rapivano per forza la roba nostra, dicendo che ella si apparteneva al genere
umano, e che la natura gliel'aveva nascosta e sepolta laggi per modo di burla
volendo provare se la troverebbero e la potrebbero cavar fuori.

Fol. Che maraviglia? quando non solamente si persuadevano che le cose del
mondo non avessero altro uffizio che di stare al servigio loro, ma facevano conto
che tutte insieme, allato al genere umano, fossero una bagattella. E per le loro
proprie vicende le chiamavano rivoluzioni del mondo, e le storie delle loro genti
storie del mondo: bench si potevano numerare, anche dentro ai termini della
terra, forse tante altre specie, non dico di creature, ma solamente di animali, quanti
capi d'uomini vivi: i quali animali, che erano fatti espressamente per coloro uso
non si accorgevano per mai che il mondo si rivoltasse.ls

Gno. Anche le zanzare e le pulci erano fatte per benefizio degli uomini?

Fol. S erano; cio per esercitarli nella pazienza, come essi dicevano.

Gno. In verit che mancava loro occasione di esercitar la pazienza, se non erano
le pulci.

Fol. Ma i porci, secondo Crisippo,l6 erano pezzi di carne apparecchiati dalla
natura a posta per le cucine e le dispense degli uomini, e, acciocch non imputri-
dissero, conditi colle anime in vece di sale.

Gno. Io credo in contrario che se Crisippo avesse avuto nel cervello un poco di
sale in vece dell'anima, non avrebbe immaginato uno sproposito simile.

Fol. E anche quest'altra  piacevole; che infinite specie di animali non sono state
mai viste n conosciute dagli uomini loro padroni; o perch elle vivono in luoghi
dove coloro non misero mai piede, o per essere tanto minute che essi in qualsivo-
glia modo non le arrivavano a scoprire. E di moltissime altre specie non se ne
accorsero prima degli ultimi tempi. Il simile si pu dire circa al genere delle piante
e a mille altri. Parimente di tratto in tratto, per via de' loro cannocchiali, si
awedevano di qualche stella o pianeta, che insino allora, per migliaia e miglitaia
d'anni, non avevano mai saputo che fosse al mondo; e subito lo scrivevano tra le
loro masserizie: 1~ perch s'immaginavano che le stelle e i pianeti fossero, come dire,
moccoli da lanterna piantati lass nell'alto a uso di far lume alle signorie loro, che
la notte avevano gran faccende.

Gno. Sicch, in tempo di state, quando vedevano cadere di quelle fiammolinel8
che certe notti vengono gi per l'aria, avranno detto che qualche spirito andav~
smoccolando le stelle per servizio degli uomini.

Fol. Ma ora che ei sono tutti spariti, la terra non sente che le manchi nulla, e i
fiumi non sono stanchi di correre, e il mare, ancorch non abbia pi da servire alla
navigazione e al traffico, non si vede che si rasciughi.

Gno. E le stelle i pianeti non mancano di nascere e di tramontare, e non hanno
preso le gramaglie.l9

15. i quali... rivoltasse: i uuali animali. sebbene, pro~rvidenza divina.
secondo ~li uomini. fossero fatti per loro ~Isc- e 17. Io scrivevanomasserizie: lo elencavano ncl-
consumo. non si accor~evano neppure di quelle       l in~entario del loro patrim~nio.
che ~li uomini chiamavano con slolida superbia      18. quelle fiammoline: le stelle cadenti.
rivoluzioni del mondo.                              19. (`io. non pornmo il l~ltto per la morte de,el

Fol. E il sole non s ha intonacat(- il viso ~fi Itlggill~; collle ~ec~ secoll~lo ~lirgi-

,20 per la morte di (,esare: clella yuale io credo Cll ei si pigliLsse tanto affanno
quant ne pigli la statua di Pompeo.~l

Dialog di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez

Sulla distesa sterminata dell'Oceano, nella quiete della notte solitaria, Colombo parla all'amico
GutierreZ Le speranze che l'avevano indotto all'ardita navigazione, la opinione, sulla quale ha
- mesS a repentaglio la vita sua e dei suoi uomini sembrano ora fallaci, ed egli  soverchiato dal
senbmento dell'ignoto. Questa la ~<situazione~ iniziale del dialogo.

Quel cielo, quel mare, quegli uomini sperduti divengono il simbolo della condizione umana.
L~uomo  solo, nella navigazione perigliosa che  la vita, in un universo indecifrabile. La sua
mente che ne indaga le ragioni e le cause si riconosce smarrita.

Rimane tuttavia insopprimibile lo spirito della vita, un istinto che , anch'esso, misterio eterno
dell esser nostro. Perch se la noia e il dolore dominano l'esistenza, c' pure in essa l'anelito alla
felicit, a una pienezza di essere, che la ragione scopre illusoria e tuttavia insopprimibile. Ben
vengano, dunque, la navigazione, il balzo nel buio e nell'ignoto: quel rischio che, solo, ci pu dare
l'illusione di ricominciare la nostra vita in uno slancio costruttivo, facendoci per un attimo scordare
la consapevolezza del nulla. Il mare, che, all'inizio, presenza sottintesa e pure evidente, aveva
portato il senso del dubbio, dell'inesplicabile, porta ora una voce di speranza. Un'aspettativa,
soprattutto; ma SOIQ nell'attesa possiamo vivere l'unica felicit a noi concessa, creare, cio, con
l'immaginazione una realt conforme alle nostre esigenze profonde.

Col. Bella notte, amico.

Gut. Bella in verit: e credo che a vederla da terra, sarebbe pi bella.

Col. Benissimo: anche tu sei stanco del navigare.

Gut. Non del navigare in ogni modo;l ma questa navigazione mi riesce pi lunga
che io non aveva creduto, e mi d un poco di noia. Contuttoci non hai da pensare
che io mi dolga di te, come fanno gli altri. Anzi tieni per certo che qualunque
deliberazione tu sia per fare intorno a questo viaggio, sempre ti seconder, come
per l'addietro, con ogni mio potere. Ma, cos per via di discorso, vorrei che tu mi
dichiarassi precisamente, con tutta sincerit, se ancora hai cos per sicuro come a
principiO, di avere a trovar paese in questa parte del mondo;' o se, dopo tanto
tempo e tanta esperienza in contrario, cominci niente a dubitare.

Col. Parlando schiettamente, e come si pu con persona amica e segreta, confes-
so che sono entrato un poco in forse: tanto pi che nel viaggio parecchi segni che
mi avevano dato speranza grande, mi sono riusciti vani; come fu quel degli uccelli

, che ci passarono sopra, venendo da ponente, pochi d poi che fummo partiti da
Gomera~3 e che io stimai fossero indizio di terra poco lontana. Similmente, ho

' i veduto di giorno in giorno che l'effetto non ha corrisposto a pi di una congettura
j~ e pi di un pronostico fatto da me innanzi che ci ponessimo in mare, circa a diverse
t-, COse che ci sarebbero occorse, credeva io, nel viaggio. Per vengo discorrendo,~
che come questi pronostici mi hanno ingannato con tutto che mi paressero quasi
ti; cos potrebbe essere che mi riuscisse anche vana la congeitura principale, cio

ell avere a trovar terra di l dall'Oceano. Bene  vero che ella ha fondamenti tali,

t ~o seCondo Virgjljo Ra~conta ~Tirt.~ilio nelle t J~ O~
j~8~be che il ~ole s osc-lr per Ll piet yudndo

pide Cesare cadt l-e ~lCCiso ddi congi~lrati
Cesare~ colpito a ~ rtc. Cdcldc ai piedi della
F~tua di Polnpe(l il su~l {zrdnde rivalt; ma .t r lo.
it~Ce sarca~t~  tl~lella ~t.ltLlil ri-

in ogni modo in ~ c pt r ~t'.
2 hai... mondo ~e s.i sic~lr~ corne lo eri quando
decidtsti il \~iaggio di tr~ re ~ a terla in questa
pant de~ ondo ~ mti cominci niente signi-
ti ~ comillci. ~ o (111 t)o~o"
                                                                                                               .......3. Gomera i~ a (~
6. Crisippo filosofo ~reco de~  sec~lo a (  (lomini                  ~ase altrettanlo il~lpil~slbilc ~  nt(~  so (~  . vengo discorrendo ~o~  cio ild ar~  entare.
che se pure  falsa, mi parrebbe da un canto che non si potesse aver fede a neSSun
giUdizio umano, eccetto che esso non consista del tutto in cose che si vegganO
presentemente e si tocchino.5 Ma da altro canto, considero che la pratiCa 5
discorda spesso, anzi i] pi delle volte, dalla spcculazione: e anche dico fra me: che
puoi tu sapere che ciascuna parte del mondo si rassomigli alle altre in modo, che
eSsendo l'emisfero d'oriente occupato parte dalla terra e parte dall'acqua, seguiti
che anche l'occidentale debba essere diviso tra questa e quella? che puoi sapere che
non Sia tutto occupato da un mare unico e immenso? o che in vece di terra, o anCO
di terra e d'acqua, non contenga qualche altro elemento? Dato che abbia terre e
mari Come l'altro, non potrebbe essere che fosse inabitato? anzi inabitale? Faccia_
mo che non sia meno abitato del nostro: che certezza hai tu che vi abbia 6 Creature
razionali~ come in questo? e quando pure ve ne abbia, come ti assicuri che sienO
Uomini~ e non qualche altro genere di animali intellettivi? ed essendo uomini, che
non Sieno differentissimi da quelli che tu conosci? ponghiamo caso, molto maggiOri
di corP, plU gagliardi, pi destri; dotati naturalmente di molto maggiore ingegnO
e spirit; anche, assai meglio inciviliti, e ricchi di molta pi scienza ed arte? Queste
cose Vengo pensando fra me stesso. E per verit, la natura si vede essere fornita di
tanta potenza, e gli effetti di quella essere cos vari e moltiplici, che non solamente
non si pu fare giudizio certo di quel che ella abbia operato ed operi in parti
ontaniSSime e del tutto incognite al mondo nostro, ma possiamo anche dubitare
che Uno s'inganni di gran lunga argomentando da questo a quelle,~ e non sarebbe
Contrario alla verisimilitudine l'immaginare che le cose del mondo ignoto, o tutte o
in parte~ fossero maravigliose e strane a rispetto nostro.8 Ecco che noi veggiamo
cogli occhl propri che l'ago in questi mari declina dalla stella per non piccolo
spazi verso ponente:9 cosa novissima, e insino adesso inaudita a tutti i navigatori;
della qua]e~ per molto fantasticarne,l~ io non so pensare una ragione che mi
Contenti Non dico per tutto questo, che si abbia a prestare orecchio a]le favole
degli antichi circa alle maraviglie del mondo sconosciuto, e di questo Oceano;
come, per esempio, alla favola dei paesi narrati da Annone,ll che la notte erano
pieni di fiamme, e dei torrenti di fuoco che di l sboccavano nel mare: anzi
veggiamo quanto sieno stati vani fin qui tutti i timori di miracoli e di novit
spaventevoll~ aVUti dalla nostra gente in questo viaggio; come quando, al vedere
quella quantit di alghe,l2 che pareva facessero della marina quasi un prato, e
c~impedivano alquanto l'andare innanzi, pensarono essere in sugli ultimi confini del
mar navigabile Ma voglio solamente inferire, rispondendo alla tua richiesta, che
qUantunque la mia congettura sia fondata in argomenti probabilissimi, non solo a
giudiZio mio, ma di molti geografi, astronomi e navigatori eccellenti, coi quali ne ho
conferito~ come sai, nella Spagna, nell'Italia e nel Portogallo; nondimeno potrebbe
succedere che fallasse: perch, torno a dire, veggiamo che molte conclusioni caVate
da Ottimi discorsi, non reggono all'esperienza; e questo interviene pi che mai,

5 se... tocchino La sua congettura appare ancora
a colomb CoSI loglca che, se  falsa, ne consegue
che non si pu aver fiducia in nessun ragionamen
to uman. a meno che non si fondi sull esperienza
immediata dei sensi
6. Facciamo che-- vi abbia: poniamo che... vi
siano .
7. argOmentando quelle: concependo, secondo
la ~OgiCa, le cose Ignote di quel mondo lontano

9. I'ago... ponente: Il L. prende questa notizia
dal Robertson, autore d'una Stor)a dAmtrica
(179~). Il fenomeno a cui allude  quello della
declinazione magnetica.
10. per... fantasticarne: per quanto a l~mgo abbia
                             cercato di immaginare la ragione.
                             11. Annone: navigatore cartagineSe che nel sec
                             V a. C., percorse la costa occidentale deli'Africa e
                             scrisse una relazione, il Per~plo di An~o~1~ giunta
simili a quelle a nol note.  a noi attraverso una traduzione greca.

iLand elle appartengono a cose intorno alle quali si ha pochissimo lume.l3

~, Gut Di modo che tu, in sostanza, hai posto la tua vita, e quella de' tuoi
pagni, in sul fondamento di una semplice opinione speculativa.

~F3 Col. Cos : non posso negare. Ma, lasciando da parte che gli uomini tutto
rno si mettono a pericolo della vita con fondamenti pi deboli di gran lunga, e
-per cose di picco]issimo conto, o anche senza pensar]o; considera un poco. Se al

i ~ presente tu, ed io, e tutti i nostri compagni, non fossimo in su queste navi, in
ezz di questo mare, in questa solitudine incognita, in stato incerto e rischioso

- qUanto si voglia; in quale altra condizione di vita ci troveremmo essere? in che
- ~aremmo occupati? in che modo passeremmo questi giorni? Forse pi lietamente?
~ non saremmo anzi in qualche maggior travaglio o sollecitudine, owero pieni di
noia?l~ Che vuol dire uno stato libero da incertezza e pericolo? se contento e felice,
quello  da preferire a qualunque altro; se tedioso e misero, non veggo a quale altro
stato non sia da posporre. Io non voglio ricordare la gloria e l'utilit che riportere-
mo, succedendo l'impresa in modo conforme alla speranza. Quando altro frutto
non ci venga da questa navigazione, a me pare che ella ci sia profittevolissima in
quanto che per un tempo essa ci tiene liberi dalla noia, ci fa cara la vita, ci fa
pregevoli molte cose che altrimenti non avremmo in considerazione. Scrivono gli
antichi, come avrai letto o udito, che gli amanti infelici, gittandosi dal sasso di
Santa Maura (che allora si diceva di Leucade) gi nella marina, e scampandone;ls
restavano, per grazia di Apollo, liberi dalla passione amorosa. Io non so se egli si
debba credere che ottenessero questo effetto; ma so bene che, usciti di quel
pericolo, avranno per un poco di tempo, anco senza il favore di Apollo, avuta cara
h vita, che prima avevano in odio; o pure avutal~ pi cara e pi pregiata che
innanzi. Ciascuna navigazione , per giudizio mio, quasi un salto dalla rupe di
Leucade; producendo le medesime utilit, ma pi durevoli che quello non produr-
rebbe; al quale, per questo conto, ella  superiore assai. Credesi comunemente che
gli uomini di mare e di guerra, essendo a ogni poco in pericolo di morire, facciano
menO stima della vita propria, che non fanno gli altri della loro. Io per lo stesso
rispettOI7 giudico che la vita si abbia da molto poche persone in tanto amore e
pregiO come da' navigatori e soldati. Quanti beni che, avendoli, non si curano, anzi
queste cose che non hanno pUrl8 nome di beni, paiono carissime e preziosissime ai
naviganti~ solo per esserne privi!l9 Chi pose mai nel numero dei beni umani l'avere
un poco di terra che ti sostenga? Niuno, eccetto i navigatori, e massimamente noi,
che per la molta incertezza del successo di questo viaggio, non abbiamo maggior

- desiderio che della vista di un cantuccio di terra; questo  il primo pensiero che ci
si fa innanzi allo svegliarci, con questo ci addormentiamo; e se pure una volta ci
Verr scoperta da lontano la cima di un monte o di una foresta, o cosa tale, non
Capiremo in noi stessi dalla contentezza; e presa terra, solamente a pensare di
ritrovarci in sullo stabile, e di potere andare qua e l camminando a nostro talento,
i parr per pi giorni essere beati.

Gut Tutto cotesto  verissimo: tanto che se quella tua congettura speculativa
ir cos vera come  la giustificazione dell'averla seguita, non potremo mancar
di godere questa beatitudine un giorno o I'altro.

~ 13 interviene~ pochissimo lume: accadescar-.............sostituito, nella normale interpunzione, con una
~ uSSinne conoscenze.                                 virgola.
m 14 noia: La noia , per il L. il senso di vuoto, di  16. avuta: sottintendi: I'auranno.
 ssenza d'ogni illusione e desiderio, che consegue 17. perrispetto: per la stessa ca~ione
 9Ua scoperta della vanit di o~ni cosa.               18 pur: neppure.
Col Io per me, se bene non mi ardisco pi di prometterlo sicuramente, Contutto
ci spererei che fossimo per goderla presto. Da certi giorni in qua, lo scandaglio
come sai, tocca fondo; e la qualit di quella materia che gli vien dietro, mi pare
indizio buono. Verso sera, le nuvole intorno al sole, mi si dimostrano d'altra forrna
e di altro colore da quelle dei giorni innanzi. L'aria, come puoi sentire,  fatta un
poco pi dolce e pi tepida di prima. Il vento non corre pi, come per l~addietro
cos pieno, n cos diritto, n costante; ma piuttosto incerto, e vario, e come fOsse
interrotto da qualche intoppo. Aggiungi quella canna che andava in sul mare a
galla, e mostra essere tagliata di poco; e quel ramicello di albero con quelle Coccole
rosse e fresche. Anche gli stormi degli uccelli, bench mi hanno ingannato altra
volta, nondimeno ora sono tanti che passano, e cos grandi; e moltiplicano talmente
di giorno in giorno; che penso vi si possa fare qualche fondamento; massime che vi
si veggono intramischiati alcuni uccelli che, alla forma, non mi paiono dei maritti_
mi. In somma tutti questi segni raccolti insieme, per molto che io voglia essere
diffidente, mi tengono pure in aspettativa grande e buona.

Gut. Voglia Dio questa volta, ch'ella si verifichi.

Dialogo della Natura e di un Islandese

L'importanza di questo dialogo, scritto nel '24, consiste nel fatto che il Leopardi vi risolve in
forma per lui conclusiva il problema della relazione fra l'uomo e la natura e della radicale infelicit
umana. Precedentemente, aveva a lungo cercato di conciliare l'idea di un Dio buono e di una
natura benigna con la scoperta dell'angoscia del vivere, affermando che l'uomo era infelice per
aver deviato dalla legge naturale (nella quale era vissuto sereno al tempo dell'infanzia del mondo)
e aver tolto, con la ragione, il velo alle illusioni che la natura stessa ci aveva ispirato come
conforto ai mali della vita. Ma ora, svolgendo pi coerentemente le premesse del suo pensiero,
concepisce la natura (e con essa s'indentifica l'ordine supremo del mondo, che prende il posto
della divinit tradizionale), come una potenza cieca, meccanica, fatale intesa solo al perenne ciclo
di metamorfosi d'un universo incomprensibile. Essa appare indifferente alla sorte dei suoi figli;
non pu, ma forse non vuole, aiutarli a conseguire quella felicit che pure ha ispirato in loro come
anelito vitale insopprimibile.

Il centro lirico del dialogo  nel desolato succedersi delle domande vane dell'lslandese e nelle
risposte della Natura, che non spiegano nulla, ma ribadiscono con agghiacciante indifferenZa
l'infelicit fatale dell'uomo, la sua solitudine. E sull'ultima domanda dell'lslandese--il perch
della vita, dell'universo--si stende ancor pi tragico il silenzio: I'uomo appare sommerso dal
solido nulla.

Un Islandese,l che era corso per la maggior parte del mondo, e soggiornato itl
diversissime terre; andando una volta per l'interiore de]l'Affrica, e passando sottO
la linea equinoziale2 in un luogo non mai prima penetrato da uomo alcuno, ebbe
un caso simile a quello che intervenne a Vasco de Gama nel passare il Capo di
Buona Speranza; quando il medesimo Capo, guardiano dei mari australi, gli si fece
incontro, sotto forma di gigante, per distorlo dal tentare quelle nuove acque.3 Vide
da lontanto un busto grandissimo; che da principio immagin dovere essere di

1. La scelta di un Islandese come protagonista del
dialogo  forse dovuta, oltre che alla suggestione
di una pagina del Voltaire che descrive questo
popolo come particolarmente infelice per le con-
dizioni ambientali della sua esistenza, al gusto
esotico di moda nell'ultimo Settecento, e anche al
f~tt.~ ~ht ~ i il T

intensa ed elementare.

2. per l'interiore... equinoziale: nell'interno... ol-
tre l'Equatore.

3. L'awentura favolosa  raccontata dal CamoenS
nel V canto dei L~s~ali poema nazionale portO-
ghese. Vasco de Gama, il grande navigatore por-
LC:IILlt: LUllLld~  Llrrt: alla l~a~u-  toghese (1469-1524) doppi per primo, nel 1497
ra un essere vicino a uno stadio di vita primitiva, il Capo di Buona Speranza.

pietra~ e a somiglianza degli ermi colossali veduti da lui, molti anni prima, nell'isola
s di Pasqua ~ Ma fattosi pi da vicino, trov che era una torma smisurata di donna
seduta in terra, col busto ritto, appoggiato il dosso e il gomito a una montagna; e
nOn finta ma viva; di volto mezzo tra bello e terribile, di occhi e di capelli nerissimi;
la quale guardavalo fissamente;~ e stata cos un buono spazio senza parlare, all'ulti-
mo gli disse:

Nat. Chi sei? che cerchi in questi luoghi dove la tua specie era incognita?

Isl Sono un povero Islandese, che vo fuggendo la Natura; e fuggitala quasi tutto
- ~l tempo della mia vita per cento parti della terra, la fuggo adesso per questa.

Nat. Cos fugge lo scoiattolo dal serpente a sonaglio, finch gli cade in gola da se
medesimo Io sono quella che tu fuggi.
- Isl. La Natura?

Nat. Non altri.

Isl. Me ne dispiace fino all'anima; e tengo per fermo che maggior disawentura di
questa non ml potesse sopragglungere.

Nat. Ben potevi pensare che io frequentassi specialmente queste parti; dove non
ignori che si dimostra pi che altrove la mia potenza. Ma che era che ti moveva a
fuggirmi?

Isl. Tu dei sapere6 che io fino nella prima giovent, a poche esperienze,7 fui
persuaso e chiaro della vanit della vita, e della stoltezza degli uomini; i quali
combattendo continuamente gli uni con gli altri per l'acquisto di piaceri che non
dilettano, e di beni che non giovano; sopportando e cagionandosi scambievolmente
- infinite sollecitudini, e infiniti mali, che affannano e nocciono in effetto; tanto pi si
allontanano dalla felicit, quanto pi la cercano. Per queste considerazioni, deposto
ogni altro desiderio, deliberai, non dando molestia a chicchessia, non procurando
in modo alcuno di avanzare il mio stato, non contendendo con altri per nessun
bene del mondo, vivere un,a vita oscura e tranquilla; e disperato dei piaceri, come
di cosa negata alla nostra specie, non mi proposi altra cura che di tenermi lontano
dai patimenti.8 Con che non intendo dire che io pensassi di astenermi dalle occupa-
~ioni e dalle fatiche corporali: che ben sai che differenza  dalla fatica al disagio, e
dal viver quieto al vivere ozioso. E gi nel primo mettere in opera questa risoluzio-
ne, conobbi per prova come egli  vano a pensare, se tu vivi tra gli uomini, di
pOtere, non offendendo alcuno, fuggire che gli altri non ti offendano; e cedendo
sempre spontaneamente, e contentandosi del menomo in ogni cosa, ottenere che ti
sia lasciato un qualsivoglia luogo, e che questo menomo non ti sia contrastato. Ma
dana molestia degli uomini mi liberai facilmente, separandomi dalla loro societ, e
riducendomi in solitudine: cosa che nell'isola mia nativa si pu recare ad effetto
senza difficolt. Fatto questo, e vivendo senza quasi verun'immagine di piacere, io

4. ermi... Pasqua: Le erme erano pietre quadran-
Bolari che terminavano con la testa d'un dio.
L~isola di Pas4ua  nella Polinesia.

i _. S La statura colossale il volto fra bello e terribi-
. Ie, il colore dei capelli e degli occhi simboleggiano
Bli attributi della Natura che appariranno sempre
i Pi vivi nel dialogo la sua grandiosit. Ia sua
r beneZZa, la sua forza terribile mostruosa, la cu-
~ Pezza insondahile del suo mistero. Ma vivo 
3 Soprattutto quello sguardo fisso, indifferente e
sieme implacabile
~ 6 Il reSto dell'operet~a  Un lungo doloroso mo-
_ nOIogo dell'lslandese, nel ~uale  ritlessa la comu-

nuncate con calma disumana.

7. a poche esperienze: dopo poche esperienze
(ma, evidentemente, essenziali) E subito vengono
due affermazioni centrali: la vanit della vita, la
felicit sentita come sogno impossibile.

8. disperato... patimenti: 11 maggior tormento
dell'uomo sembra derivare dal desiderio insoddi-
sfatto di felicit, e per questo l'lslandese lo elimi-
na cercando un'esistenza elementare intenta solo
alla conservazione della vita. Ma anche questo che
dovrebbe essere un ~ ivere secondo natura , dalla
natura stessa, continuamente ostacolato e minac
ciato dal che il L. deduce l'assurdit del nostro
; ne ,intelicit degli uomini. Solo due volte la Natu- esistere e della legge arcana e crudele che r~gola
non poteva mantenermi per senza patimento: perch la lunghezza del vernO
l'intensit del freddo, e l'ardore estremo della state, che sono qualit di quel luogo~
mi travagliavano di continuo; e il fuoco, presso al quale mi conveniva passare una
gran parte del tempo, m'inaridiva le carni, e straziava gli occhi col fumo; di modO
che, n in casa n a cielo aperto, io mi poteva salvare da un perpetuo disagio. I~
anche potea conservare quella tranquillit della vita, alla quale principalmente
erano rivolti i miei pensieri: perch le tempeste spaventevoli di mare e di terra, i
ruggiti e le minacce del monte Ecla,9 il sospetto degl'incendi, frequentissimi neg
alberghi,l come sono i nostri, fatti di legno, non intermettevano mai di turbarmi
Tutte le quali incomodit in una vita sempre conforme a se medesima, e spogliata
di qualunque altro desiderio e speranza, e quasi di ogni altra cura, che d'esser
quieta; riescono di non poco momento, e molto pi gravi che elle non sogliono
apparire quando la maggior parte dell'animo nostro  occupata dai pensieri della
vita civile, e dalle awersit che provengono dagli uomini. Per tanto veduto che pi
che io mi ristringeva e quasi mi contraeva in me stesso, a fine d'impedire che l~esset
mio non desse noia n danno a cosa alcuna del mondo; meno mi veniva fatto che le
altre cose non m'inquietassero e tribolassero; mi posi a cangiar luoghi e climi, per
vedere se in alcuna parte della terra potessi non offendendo non essere offeso, e
non godendo non patire. E a questa deliberazione fui mosso anche da un pensiero
che mi nacque, che forse tu non avessi destinato al genere umano se non solo un
clima della terra (come tu hai fatto a ciascuno degli altri generi degli animali, e di
quei delle piante), e certi tali luoghi; fuori dei quali gli uomini non potessero
prosperare n vivere senza difficolt e miseria; da dover essere imputate, non a te,
ma solo a essi medesimi, quando eglino avessero disprezzati e trapassati i termini
che fossero prescritti per le tue leggi alle abitazioni umane. Quasi tutto il mondo ho
cercato, e fatta esperienza di quasi tutti i paesi; sempre osservando il mio proposi-
to, di non dar molestia alle altre creature, se non il meno che io potessi, e di
procurare la sola tranquillit della vita. Ma io sono stato arso dal caldo fra i tropici,
rappreso dal freddo verso i poli, afflitto nei climi temperati dall'incostanza dell'aria,
infestato dalle commozioni degli elementi in ogni dove. Pi luoghi ho veduto, nei
quali non passa un d senza temporale: che  quanto dire che tu dai ciascun giorno
un assalto e una battaglia formata~l a quegli abitanti, non rei verso di te di nessu-
n'ingiuria. In altri luoghi la serenit ordinaria del cielo  compensata dalla frequen-
za dei terremoti, dalla moltitudine e dalla furia dei vulcani, dal ribollimento sotter-
raneo di tutto il paese. Venti e turbini smoderati regnano nelle parti e nelle stagioni
tranquille degli altri furori dell'aria. Tal volta io mi ho sentito crollare il tetto in sul
capo pel gran carico della neve, tal altra, per l'abbondanza delle pioggie la stessa
terra, fendendosi, mi si  dileguata di sotto ai piedi; alcune volte mi  bisognato
fuggire a tutta lena dai fiumi, che m'inseguivano, come fossi colpevole verso loro di
qualche ingiuria. Molte bestie selvatiche, non provocate da me con una menoma
offesa, mi hanno voluto divorare; molti serpenti awelenarmi; in diversi luoghi 
mancato poco che gli insetti volanti non mi abbiano consumato infino alle Ossa
Lascio i pericoli giornalieri, sempre imminenti all'uomo, e infiniti di numero; tant
che un filosofo anticol2 non trova contro al timore, altro rimedio pi valevole della
considerazione che ogni cosa  da temere. N le infermit mi hanno perdonato; con
tutto che io fossi, come sono ancora, non dico temperante, ma continente dei
piaceri del corpo [ ].13 In fine, io non mi ricordo aver passato un giorno solo della

9 Ecla: il maggior vulcano dell'Islanda.      12. un filosofo antico: Seneca.
10. alberghi: abitazioni.  13. Tralasciamo alcuni periodi, nei cluali l enume

vita senza qualche pena; laddove io non possc) numerare q-lelli che hc- consumati
sen~a pure un'ombra di godimento: mi a~veggo che tanto ci c destinato e necessa-
rio il patire, cluanto il non godere; tanto impossibile il viver quieto in yual si sia
D~odo, quanto il vivere inquieto senza miseria: e mi risolvo a conchiudere che tu sei
nemiCa scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue; che ora
c~insidii ora ci minaCci ora ci assalti ora ci pungi ora ci percuoti ora ci laceri, e
Sempre o ci offendi o ci perseguiti; e che, per costume e per instituto, sei carnefice
della tua propria famiglia, de' tuoi figliuoli e, per dir cos, del tuo sangue e delle tue
Viscere Per tanto rimango privo di ogni speranza: avendo compreso che gli uomini
finiscono di perseguitare chiunque li fugge o si occulta con volont vera di fuggirli
o di occultarsi; ma che tu, per niuna cagione, non lasci mai d'incalzarci, finch ci
Opprimi. E gi mi veggo vicino il tempo amaro e lugubre della vecchiezza, vero e
manifesto male, anzi cumulo di mali e di miserie gravissime; e q~lesto tuttavia non
accidentale~ ma destinato da te per legge a tutti i generi cle' viventi, preveduto da
ciascuno di noi fino nella fanciullezza, e preparato in lui di continuo, dal quinto
suo lustro in l, con un tristissimo declinare e perdere senza sua colpa: in modo che
appena un terzo della vita degli uomini  assegnato al fiorire, pochi istanti alla
maturit e perfezione, tutto il rimanente allo scadere, e agl'incomodi che ne seguono.
Nat. Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra?'~ Ora sappi
che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre
ebbi ed ho l'intenzione a tutt'altro, che alla felicit degli uomini o all'infelicit.
Quando io vi offendo in qualunyue modo e con qual si sia mezzo, io non me
n'aweggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi
benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo
quelle tali azioni per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di
estinguere tutta la vostra specie, io non me ne awedrei.
Isl Ponghiamo caso che uno m'invitasse spontaneamente a una sua villa, con
grande instanza;l~ e io per compiacerlo vi andassi. Quivi mi fosse dato per dimora-
re una cella tutta lacera e rovinosa, dove io fossi in continuo pericolo di essere
oppresso; umida, fetida, aperta al vento e alla pioggia. Egli, non che si prendesse
cura d'intrattenermi in alcun passatempo o di darmi alcuna comodit, per lo
contrariO appena mi facesse somministrare il bisognevole a sostentarmi; e oltre di
ci mi lasciasse villaneggiare, schernire, minacciare e battere da' suoi figliuoli e
dall~altra famiglia. Se querelandomi io seco di questi mali trattamenti, mi rispon-
desse: forse che ho fatto io questa villa per te? o mantengo io questi miei figliuoli, e
questa mia gente, per tuo servigio? e, bene ho altro a pensare che de' tuoi so]lazzi,
e di farti le buone spese; a questo replicherei: vedi, amico, che siccome tu non hai
fatto questa villa per uso mio, cos fu in tua facolt di non invitarmici. Ma poich
Spontaneamente hai voluto che io ci dimori, non ti si appartiene egli di fare in
mOdO, che io, quanto  in tuo potere, ci viva per lo meno senza travaglio e senza
pericolo? Cos dico ora. So bene che tu non hai fatto il mondo in servigio degli
Uomini. Piuttosto crederei che l'avessi fatto e ordinato espressamente per tormen-
arli. Ora domando: t'ho io forse pregato di pormi in questo universo? o mi vi sono
romesso violentemente, e contro tua voglia? Ma se di tua volont, e senza mia
apUta, e in maniera che io non poteva sconsentirlo n ripugnarlo, tu stessa, con le
e mani, mi vi hai collocato; non  egli dunque ufficio tuo, se non tenermi lieto e
ntentO in questo tuo regno, almeno vietare che io non vi sia tribolato e straziato,

4 La risposla della l\~atLlla  tan~o pil a~hiilc~ enti pi~l disperati, il L. Sl sentiva <.st(lrdito.
ante quallt(l pi inditer~nt~. ~icmbra di udile 1S con... instanza: ~on insistenti richiest~.
e che l'abitarvi non mi noccia? E ~uesto che dico di me, dicolo di tutto il genere
umano, dicolo degli altri animali e di ogni creatura.

Na~ ~l u mostri non aver posto mente che la vita di quest'universo  un perpetuo
circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra s di maniera, che
ciascheduna serve continuamente all'altra, ed alla conservazione del mondo; il
quale sempre che cessasse o I'una o I'altra di loro, verrebbe parimente in dissolu
zione. Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse in lui cosa alcuna libera da
patimento. 16

Isl. Cotesto medesimo odo ragionare a tutti i filosofi. Ma poich quel che 
distrutto, patisce; e quel che distrugge, non gode, e a poco andare  distrutto
medesimamente; dimmi quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi
giova cotesta vita infelicissima dell'universo, conservata con danno e con morte di
tutte le cose che lo compongono?l7

Mentre stavano in questi e simili ragionamenti  fama che sopraggiungessero due
leoni, cos rifiniti e maceri dall'inedia, che appena ebbero forza di mangiarsi
quell'Islandese; come fecero; e presone un poco di ristoro, si tennero in vita per
quel giorno. Ma sono alcuni che negano questo caso, e narrano che un fierissimo
vento, levatosi mentre che l'Islandese parlava, lo stese a terra, e sopra gli edific
un superbissimo mausoleo di sabbia: sotto il quale colui disseccato perfettamente, e
divenuto una bella mummia, fu poi ritrovato da certi viaggiatori, e collocato nel
museo di non so quale citt di Europa.l8

Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie

E notte; nel gabinetto scientifico del Ruysch, si destano allo scadere del grande anno
matematico", le mummie, e cantano un coro in cui s'esprime l'arcana fissit del non essere; di
una vita, cio, spogliata d'ogni attesa, d'ogni speranza, d'ogni dolore. E quella che il L. immagina
dopo la morte: un puro esistere senza tempo n mutamento, un rifluire per l'eternit nel ritmo
imperscrutabile dell'universo. Che  poi il vero protagonista del coro altissimo e sgomento, privo
d'immagini, raggelato in un senso di mistero impenetrabile. Questo fantasioso esistere dei morti
diviene il simbolo della vita concepita come un nulla fuso con quello della morte, una suprema
assenza e un non essere, perch awersa all'anelito dello spirito umano, alla sua ansia di felicit
e d'una ragione che dia un senso al suo esistere.

Poi entra in scena Ruysch e pone ai morti delle domande. Chiede se fu doloroso il momento
del trapasso, ed essi rispondono che no, fu anzi un languore dei sensi, simile al piacere. Ma
quando il vivo pone una nuova domanda, sull'essenza e il significato della morte, il dialo9
s'interrompe.

Dopo il grande Coro, I'operetta ha un tono discorsivo, fra il macabro e il grottesco: ma la poesia
iniziale ha creato intorno al dialogo un'atmosfera rarefatta e metafisica, s che l'ironia, presente in
molte battute e nella situazione intera, appare la condizione stessa del vivere, del mister
indecifrabile e assurdo che il poeta awerte in esso.

16. L'universo  concepito come perenne ciclo di
trasformazione della materia Questa ferrea e im-
passibile necessit piomba inesorabile sul lamento
dell'uomo.
17. Sono, in fondo, le domande, disperate perch
senza rispostd, che ritroviamO nel Canto nottur~lo,
ma senza questa fissit gelida, che costituisce l'ac-
cento tragico del presente dialogo.

Federico Ruysch: famoso scienziato e medidc(lJ
olandese (163c3-1731), inventore d'un proCe,
mento, rimasto ignoto, per preservare i cada
dalla corruzione (per questo troviamo delle mLIm
mie nel suo studio). Lo zar Pietro il Gran
durante un suo viaggio in Olanda, visit il s
gabinetto scientifico e quindi lo acquist e
sped in Russia.

1.         ,~,, ll 1111~11~ clenopere/ra ~ UllU ~ Ii.U UC~Ul.i~/
L          e senza sorriso, espressiolle di un selltimento af-      Coro: Metro: endecasillabi e settenari libelamentc

rtJ UZ n~orll ~z ~ rlu ~  (cr/~(J J ~  C/!~

Sola nel mondo eterna, a cui si volve
ogni creata cosa,
in te, morte, si posa,
nostra ignuda natura;
lieta no, ma sicura
dall'antico dolor. Profonda notte
nella confusa mente
il pensier grave oscura;
alla speme, al desio, I'arido spirto
lena mancar si sente:
cos d'affanno e di temenza  sciolto,
e l'et vote e lente
senza tedio consuma.
Vivemmo: e qual di paurosa larva,
e di sudato sogno,
a lattante fanciullo erra nell'alma
confusa ricordanza:
tal memoria n'avanza
del viver nostro: ma da tema 
il rimembrar. Che fummo?
che fu quel punto acerbo

i~. La morte  vista come l'unica realt veramen
~tteterna del mondo; ad essa si volgono (si volve3
nltte le cose create. si posa: ha pace; una pace che
~Jincide con l'assoluta immobilit. nostra ignuda
~tura: la nostra esistenza priva di movimento, di
~ila, ridotta a un essere statico senza n senti
,itento, n passione, n mutamento. E rif3uita ne
impassibile dell'universo, non pi ad esso
~namente opposta.
a,6, lieta... dolor: non lieta (il perch sar detto
~lla fme3 ma al riparo del dolore dell'esistere,
ptico quanto l'uomo, legge inderogabile della sua
p. Non vi pu essere letizia nella morte, per
enza di ogni moto dell'animo. A~verti la pau-
~ fra il v. 4 e il v. 5, la disperazione raggelata,
E~za conforto e senza passione, di quest'ultima
~rmazione La grandezza di questo canto sta
~ sUo ritmO desolato e nudo, in quelle parole
E~ sembrano appena increspare il silenzio del
~lla.
p Profonda... oscura: Una notte profonda, sen
~tempO, oscura il pensiero grave della mente
~usa. Nota la potenza suggestiva di quegli ag-
~vi, che danno il senso della vita oltre la morte
~e di un torpore, in cui palpita una residua
pzione di sensibilit: quasi il senso dell'affie-
~si e dello spegnersi della coscienza. Questa
F~ dei morti sembra prolungare in una durata
nita il momento del trapasso: osserva la
ote Cnft(sa~ il pensiero grat~e cio colto nel suo
~J intorpidirSi e spegnersi

r alla speme... sente: lo spirito vitale inaridi-
ruOto. cio, di sensazioni sente in se stesso
a dell energia (lena necessaria per conce
eran7e e desideri .

za e desideri.  lihero dall'affanno e dal timore
(che conseguono allo sperare e al desiderare), e
quindi trascorre le et vuote e lente senza tedio.
Le et t~ote e le~tt~ sono, praticamente l'eternit
senza tempo: I'aggettivo lente ne indica il flusso
monotono, ma come vischioso, stagnante; I'agget-
tivo uote indica l'assenza d'ogni speranza e d'o-
gni desiderio, in base ai quali il nostro spirito
misura la successione del tempo. Il tedto  la
condizione stessa, secondo di L., del nostro esiste-
re, I'insoddisfazione che produce un senso di
frustrazione vitale.

14. Vivemmo: Riaffiora, ma solo per un attimo
in questo passato remoto. il senso lontano di un
tempo, che sembra opporsi all'incantata fissit
dell'eterno

14 20. e qual... rimembrar: come un fanciullo,
ancora lattante, nella mente ancor torpida e inco-
sciente ha un ricordo, o meglio un aliare confuso
di un sogno spaventoso (ma dice larva, ossia un
conuso fantasma senza volto; e infatti quale im-
magine pu essere quella che impaurisce la mente
ancora incosciente del neonato?) o d'un sogno,
comunque, che egli produsse una reazione fisica
(I'unica in lui possibile3 di paura, procurandogli
un freddo sudore; cos noi ricordiamo come
un'immagine confusa il nostro essere vissuti. Ma
questo ricordare  senza tirnore, in quest'assenza
di ogni attivo spirito vitale, d'ogni passione. D'al-
tra parte quella vita angosciosa  irrevocabilmente
spenta. L'immagine del lattante d il senso d'una
vita sensiti~a in c~.i la coscienza  un barlume
indefinito, quale  quella che il L. assegna imma-
ginosamente ai morti. congiungendo il mistero
della morte al mistero dell.l nascit~.
tl~ CoS..consuma F.cc~ ndo l~ri~o di so( ran-  2()-22. Che fumm~  f n~
cne (ll vlta el~De nome~

Cosa arcana e stupenda
oggi  la vita al pensier nostro, e tale
qual de' vivi al pensiero
l'ignota morte appar. Come da morte
vivendo rifuggia, cos rifugge
dalla fiamma vitale
nostra ignuda natura;
lieta no ma sicura;
per ch'esser beato
nega ai mortali e nega a' morti il fato.

Ruysch (fuori dello studio, guardando per gli spiragli dell'uscio).--Diamine! Chi
ha insegnato la musica a questi morti, che cantano di mezza notte come galli?l In
verit che io sudo freddo, e per poco non sono pi morto di loro. Io non mi
pensava, perch gli ho preservati dalla corruzione, che mi risuscitassero. Tant':
con tutta la filosofia, tremo da capo a piedi. Mal abbia quel diavolo che mi tent di
mettermi questa gente in casa. Non so che mi fare. Se gli lascio qui chiusi, che so
che non rompano l'uscio, o non escano pel buco della chiave, e mi vengano a
trovare a letto? Chiamare aiuto per paura de' morti, non mi sta bene. Via,
facciamoci coraggio, e proviamo un poco di far paura a loro.

(entrando).--Figliuoli, a che gioco giochiamo? non vi ricordate di essere morti?
che  cotesto baccano? forse vi siete insuperbiti per la visita dello Czar e vi pensate
di non essere pi soggetti alle leggi di prima?2 Io m'immagino che abbiate avuto
intenzione di far da burla, e non da vero. Se siete risuscitati, me ne rallegro con voi;
ma non ho tanto che io possa far le spese ai vivi,3 come ai morti; e per levatevi di
casa mia. Se  vero quel che si dice dei vampiri,~ e voi siete di quelli, cercate altro
sangue da bere; ch io non sono disposto a lasciarmi succhiare il mio, come vi sono
stato liberale di quel finto che vi ho messo nelle vene.S In somma, se vorrete
continuare a star quieti e in silenzio, come siete stati finora, resteremo in buona
concordia, e in casa mia non vi mancher niente; se no, awertite ch'io piglio la
stanga dell'uscio, e vi ammazzo tutti.

Morto. --Non andare in collera; ch io ti prometto che resteremo tutti morti
come siamo, senza che tu ci ammazzi.

nanza estrema in cui la vita appare: un puro
nome, un punfo, un attimo fugace, nella eterna
immensit del non essere; un punto ac, rbo, per,
doloroso.

23-26. Cosa arcana... appar: La vita appare ai
morti come una cosa arcana, un enigma tale da
destare uno smarrito stupore (stupenda) come
l'ignota morte appare ai vivi. E come i vivi (dice
subito dopo il coro) rifug,oivano dal pensiero della
morte, cos i morti rifuggono dal pensiero della

vlta.

30-32. Dinanzi al mistero della vita tutt'uno in
fondo, con esso, resta la considerazione desoiata
di una legge: quella del dolore che sommerge ogni
aspetto della realt. In questo coro il L. ha poeti-
camente espresso q~lello stato di pura indifferen-
za, d'impassibilit assoluta a cui dovrebbe spin
gerci un universo vuoto di ogni significato. In tal
c~ncl~  i m,~rri fli~  il cinnl~r~lr~ ,1,.11 I ;..,lii~.._

Morto.--Poco fa sulla mezza notte appunto, si  compiuto per la prima volta
quell anno grande e matematico, di cui gli antichi scrivono tante cose; e questa
similmente  la prima volta che i morti parlano. E non solo noi, ma in ogni
cimitero~ in ogni sepolcro, gi nel fondo del mare, sotto la neve o la rena, a cielo
aperto, e in qualunque luogo si trovano, tutti i morti, sulla mezza notte, hanno
cantato come noi quella canzoncina che hai sentita.6

Ruysch.--E quanto dureranno a cantare o a parlare?

Morto.--Di cantare hanno gi finito. Di parlare hanno facolt per un quarto
d'ora. Poi tornano in silenzio per insino a tanto che si compia di nuovo lo stesso
anno.

Ruysch.--Se cotesto  vero, non credo che mi abbiate a rompere il sonno
un'altra volta Parlate pure insieme liberamente; che io me ne star qui da parte, e
vi ascolter volentieri, per curiosit, senza disturbarvi.

Morto.--Non possiamo parlare altrimenti, che rispondendo a qualche persona
viva. Chi non ha da replicare ai vivi, finita che ha la canzone, si accheta.

Ruysch.--Mi dispiace veramente: perch m'immagino che sarebbe un gran
sollazzo a sentire quello che vi direste fra voi, se poteste parlare insieme.

Morto --Quando anche potessimo, non sentiresti nulla; perch non avremmo
che ci dire.7

Ruysch.--Mille domande da farvi mi vengono in mente. Ma perch il tempo 
corto, e non lascia luogo a scegliere, datemi ad intendere in ristretto,8 che senti-
menti provaste di corpo e d'animo nel punto della morte.

Morto.--Del punto proprio della morte, io non me ne accorsi.

Gli altri morti.--N anche noi.9

Ruysch.--Come non ve n'accorgeste?

Morto.--Verbigrazia,l come tu non ti accorgi mai del momento che tu cominci
a dormire, per quanta attenzione ci vogli porre.

Ruysch.--Ma l'addormentarsi  cosa naturale.

Morto --E il morire non ti pare naturale? mostrami un uomo o una bestia, o
una pianta, che non muoia.

Ruysch.--Non mi maraviglio pi che andiate cantando e parlando, se non vi
accorgeste di morire.

mento del nulla, dopo l'inaridirsi di ogni illusione.

Il dialogo.

1. che cantano... come galli?: 11 discorso di
Ruysch  come un intermezzo grottesco fra il coro
e l risposte del Morto,> (Binni) rompe la fissit
ieratica di quel canto e prepara Un colloquio desti-
nato (e questa  la sotterranea ironia Continuamen-
te implicita in esso) a rimanere senZa conclusioni
2. alle leggi di prima?: le leggi della morte.

3. non ho... vivi: non ho abbastanza danaro da

mantenervl, ecc.
vampiri: Secondo ~m'antica credenza, i Vampi-
ri sono esseri perversi che sopra~ iVono allcora

nella tomba ed esCono la llolle a succhiare il
sangue dei vivi.
S  A l l ~   f i n ~   verl

Cos colui, del colpo non accorto,
andava combattendo, ed era morto,ll

dice un poeta italiano. Io mi pensava che sopra questa faccenda della morte i vostri
pari ne sapessero qualche cosa pi che i vivi. Ma dunque, tornando sul sodo, non
sentiste nessun dolore in punto di morte?

Morto.--Che dolore ha da essere quello del quale chi lo prova, non se n'accorge?

6 L'anno grande e matematico era, per gli anti-
chi, Un grande periodo di secoli nel quale si sareb-

be svolto Uno dei Cicli della Vita dell'universo, e
Un ciclo nUovo avrebhe aVUto inizio dopo il suo

~ompimento L'immagine che segue  la pi gran-
dlosa (~el dialogo, e fa sentire, coerentemente all'i
Splrazione del Coro, la Terra come Un immane ci-
mltero~ che riecheKgia quel Canto desolato.
7 non..dire: nl)n avremmo assol~ltamente nulla
da dilci Stmti. hl a~ sta ~oce monotona. allella

fissit, quello stato di totale passivit che il coro ha
fatto presentire.

8. in ristretto: in breve.

9 N anche noi: Gli interventi degli altri mor-
ti appaiono un'eco monotona di quello del pri-

mo.

10 Verbigrazia: per esen~pio.
11. Sono due versi dell'orlando ~nnamorafo, nel
rifacimento del Berni.
dolorosissimO.

Morto Quasi che la morte fosse un sentimento, e non piuttosto il contrariO.

Ruysch E tanto quelli che intorno alla natura dell'anima si accostanO co
parere degli Epicurei, quanto quelli che tengono la sentenza comune,'3 tutti, o la
pi parte~ ConCorrono in quello ch'io dico; cio nel credere che la morte sia pet
natura propria, e senza nessuna comparazione, un dolore vivissimo.

Morto Or bene, tu domanderai da nostra parte agli uni e agli altri: se l'uomO
non ha facolt di awedersi del punto in cui le operazioni vitali, in maggiore o
minor parte, gli restano non pi che interrotte,'~ o per sonno o per letargo o per
sincope o per qualunque causa; come si awedr di quello in cui le medesime
opera2ioni Cessano del tutto, e non per poco spazio di tempo, ma in perpetuO~
Oltre di Ci, come pu essere che un sentimento vivo abbia luogo nella morte?
anzi, che la stessa morte sia per propria qualit un sentimento vivo? Quando la
facolt di sentire , non solo debilitata e scarsa, ma ridotta a cosa tanto minima che
ella manCa e si annulJa, credete voi che la persona sia capace di un sentimentO
forte? anzi queStO medesimo estinguersi della facolt di sentire, credete che debba
essere un sentimentO grandissimo? Vedete pure che anche quelli che muoiono di
mali aCUti e dolorosi, in sull'appressarsi della morte, pi o meno tempo avanti dello
spirare, si quietano e si riposano in modo, che si pu conoscere che la loro vita,
ridotta a piCcola quantit, non  pi sufficiente al dolore: sicch questo cessa prima
di queLa. Tanto dirai da parte nostra a chiunque si pensa di avere a morir di dolore
in punto di morte.

Ruysch. Agli Epicurei forse potranno bastare coteste ragioni. Ma non a quelli che
giudicano altrimenti della sostanza dell'anima;l5 come ho fatto io per lo passato, e
far da ora innanzi molto maggiormente, avendo udito parlare e cantare i morti
Perch stimando che iJ morire consista in una separazione dell'anima dal corpo,
non Comprenderanno come queste due cose, congiunte e quasi conglutinate tra
loro in modO, che constitUisCono l'una e l'altra una sola persona, si possano separare
senza una grandissima violenza, e un travaglio indicibile.

Morto Dimmi: lo spirito  forse appiccato al corpo con qualche nervo, o con
qualche muSCOlO o membrana, che di necessit si abbia a rompere quando lo
spirito si parte? o forse  un membro del corpo, in modo che n'abbia a essere
schiantatO o reciso violentemente? Non vedi che l'anima in tanto esce di essO
corpo, in quanto solo  impedita di rimanervi, e non v'ha pi luogo; non gi per
nessuna forza che ne la strappi e sradichi? Dimmi ancora: forse nell'entrarvi, ella ~
si sente conficcare o allacciare gagliardamente, o come tu dici conglutinare? Perch
dunque sentir spiccarsi all'uscirne, o vogliamo dire prover una sensazione vee
mentissima? Abbi per fermo, che l'entrata e l'uscita dell'anima sono parimente
quiete, faciJi e molli

Ruysch. Dunque che cosa  la morte, se non  dolore?

Morto _ Piuttosto piacere che altro. Sappi che il morire, come l~addormentar
non si fa in un solo istante, ma per gradi Vero  che questi gradi sono pi o men~
e maggiori o minori, secondo la variet delle cause e dei generi della mo

12 Come se la morte fosse una sensazione, e non 1~. noninterrotte: semplicemente interr
piUttostO Un~assenza totale di sensazioni.       per breve tempo. ~
13 Sia quelli che, come gli Epicurei, non credo- 15. cheanima: che credono alla sopraV~lvel '
no alla sopravvivenza dell'anima, sia quelli ed  dell'anima, e quindi a un distacco doloroso di

I oPinine pi comune) che credono a una secon~ dal corpo.
da vita.

~ ~ e J J I J 1 L ~    a ~       ~ ~ ~ ~ . ` ~            r

he il sonno. Negli altri precedenti non pu generare dolore: perch il dolore 
aosa viva, e i sensi dell'uomo in quel tempo, cio cominciata che  la morte, sono

= moribondi~ che  quanto dire estremamente attenuati di forze. Pu bene esser
taUsa di piacere: perch il piacere non sempre  cosa viva; anzi forse la maggior
parte dei diletti umani consistono in qualche sorta di languidezza. Di modo che i
sensi dell'uomo sono capaci di piacere anche presso all'estinguersi; atteso che'6
spessissime volte la stessa languidezza  piacere, massime quando vi libera da
patimento; poich ben sai che la cessazione di qualunque dolore o disagio, 
piacere per se medesima. Sicch il languore della morte debbe essere pi grato
secondo che libera l'uomo da maggior patimento. Per me, se bene nell'ora della
morte non posi molta attenzione a quel che io sentiva, perch mi era proibito dai
medici di affaticare il cervello, mi ricordo per che il senso che provai, non fu
molto dissimile dal diletto che  cagionato agli uomini dal languore del sonno, nel
tempo che si vengono addormentando.

Gli altri morti.--Anche a noi pare di ricordarci altrettanto.

Ruysch.--Sia come voi dite: bench tutti quelli coi quali ho avuta occasione di
ragionare sopra questa materia, giudicavano molto diversamente: ma, che io mi
ricordi, non allegavano la loro esperienza propria. Ora ditemi: nel tempo della

- morte, mentre sentivate quella dolcezza, vi credeste di morire, e che quel diletto
fosse una cortesia della morte; oppure immaginaste quaiche altra cosa?

Morto.--Finch non fui morto, non mi persuasi mai di non avere a scampare di
quel pericolo; e se non altro, fino all'ultimo punto che ebbi facolt di pensare,
sperai che mi avanzasse di vita un'ora o due: come stimo che succeda a molti,
quando muoiono.

Gli altri morti.--A noi successe il medesimo.

Ruysch.--Cos Cicerone dice che nessuno  talmente decrepito che non si
prometta'7 di vivere almanco un anno. Ma come vi accorgeste in ultimo, che lo
spirito era uscito dal corpo? Dite: come conosceste d'essere morti?'8 Non rispon-
dono. Figliuoli, non m'intendete? Sar passato il quarto d'ora. Tastiamogli un
poco. Sono rimorti ben bene: non  pericolo che mi abbiano da far paura un'altra
volta: torniamocene a letto.

Cantico del gallo silvestre

l ulbma delle venti operette scritte nel '24, e ha il carattere di una conclusione della raccolta.

. ~e esprime infatti i temi centrali: I~<arcano mirabile e spaventoso dell'esistenza universale ~
della vita come privazione e come nulla, la fatale infelicit dell'uomo. Si potrebbe dire che

, qUesto sia il cantico della morte, intesa come unica possibile conclusione dell'esistenza assurda
~delluomo e di tutte le cose. Il gallo silvestre, ridestando gli uomini alla vita, li ridesta alla
SCienZa di un appassire ineluttabile, di un lento morire ora per ora.

. ~ lontana dal tessuto di questa operetta ogni forma d'argomentazione filosofica. Le singole
~nCIusionj si snodano come una vasta sinfonia di dolore. Essa si rapprende a tratti in immagini
e grandiose~ come quella che accenna alla futura fine dell'universo, al silenzio nudo e alla

/ete altissima che empiranno lo spazio immenso. Di qui viene al Canbco il suo carattere di

~OeSia in prosa, il suo tono fondamentalmente lirico.

k6- atteso che: dato che.             18. come... morti?: Su c~uesta domanda vana,
~d~ che non si prometta: che non si riprometta, intC~rno al mistero hldecifrabile d~lla morte, il
non speri.             , ~  P  C
dire mezzo nell'uno e mezzo nell'altra, vive un certo gallo salvatico; il quale Sta in
sulla terra coi piedi, e tocca colla cresta e col becco il cielo Questo gallo gigante
oltre a varie particolarit che di lui si possono lggere negli autori predetti, ha usO
di ragione; o certo, come un pappagallo,  stato ammaestrato, non so da chi, a
profferir parole a guisa degli uomini: perocch si  trovato in una Cartapecora
antica, scritto in lettera ebraica, e in lingua tra caldea, targumica, rabbinica
cabalistica e talmudica,2 un cantico, intitolato Scir detarnegl bara letzafra, ciO
Cantico mattutino del gallo silvestre; il quale, non senza fatica grande, n sen~a
interrogare pi d'un rabbino, cabalista, teologo, giuriconsulto e filosofo ebreo
sono venuto a capo d'intendere, e di ridurre in volgare come qui appresso si vede
Non ho potuto per ancora ritrarre3 se questo Cantico si ripeta dal gallo di tempO irl
tempo, owero tutte le mattine; o fosse cantato una volta sola: e chi l'oda cantare, O
chi l'abbia udito; e se la detta lingua sia proprio la lingua del gallo, o che il Cantico vi
fosse recato da qualche altra.~ Quanto si  al volgarizzamento infrascritto;5 per farlo
pi fedele che si potesse (del che mi sono anche sforzato in ogni altro modo), mi 
paruto di usare la prosa piuttosto che il verso, se bene in cosa poetiCa.6 Lo stile
interrotto, e forse qualche volta gonfio, non mi dovr essere imputato, essendO
conforme a quello del testo originale: il qual testo corrisponde in questa parte all'usO
delle lingue, e massime dei poeti, d'oriented

Su, mortali, destatevi. Il d rinasce: torna la verit in sulla terra, e partonsene le
immagini vane. Sorgete; ripigliatevi la soma della vita; riducetevi dal mondo falso
nel vero.8

Ciascuno in questo tempo raccoglie e ricorre9 coll'animo tutti i pensieri della sua
vita presente; richiama alla memoria i disegni, gli studl e i negozl; si propone i
diletti e gli affanni che gli sieno per intervenirel nello spazio del giorno nuovo. E
ciascuno in questo tempo  pi desideroso che mai di ritrovar pure nella sua mente
aspettative gioconde, e pensieri dolci. Ma pochi sono soddisfatti di questo deside-
rio: a tutti il risvegliarsi  danno. Il misero non  prima desto che egli ritorna nelle
mani dell'infelicit sua. Dolcissima cosa  quel sonno, a conciliare il quale concorse
o letizia o speranza. L'una e l'altra, insino alla vigilia del d seguente, ConserVaSi
intera e salva; ma, in questa, o manca o declina.

1. Affermano... ebrei: 11 L. allude ad alcune para-
frasi e amplificazioni del testo biblico, dette Tar-
gum, in cui si parla di un gallo immenso che sta
fra la terra e il cielo e canta le lodi del Signore;
indica anzi, in una sua annotazione, il testo nel
quale le ha lette, il Lexicon Chaldaicum, Talmudi-
cum et Rabbinicum del Buxtorf. Molte delle fanta-
sie delle Operette (ma anche, ad es., lo spunto
iniziale del (:anto notturno) nascono in margine
agli studi di varia erudizione del poeta; ma le
varie occasioni subiscono una trasfigurazione tota-
le. Qui il gallo silvestre  la voce arcana della
vita, che ripropone al ridestarsi del giorno il suo
messaggio inesplicabile.

2 . in lingua... talmudica: Quella caldea  una
lingua vera e propria, le altre sono propriamente
linguaggi sacri e misterici per iniziati, propri della
scienza segreta orientale, o di antichissimi testi
sacerdotali, rispettivamente usati nei Targun~ dai
rabbini (i dottori della religione ebrai~a~. nella
gorico, di derivazione biblica), nel Talmud (raC-
colta di interpretazioni bibliche e leggi giudaiche)
3. ritrarre: comprendere.
4. o che... altra: o che il Cantico sia stato tradolt
da altra lingua in quella nella quale io I'ho letto.
5. Quanto... infrascritto: per quel che riguarda la
mia traduzione italiana, che allego pi avanti.
6. se bene... poetica: sebbene traducessi un test
poetico.
7. Lo stile... d'oriente: Interrotto significa a pi~co-
li membri, o versetti, secondo lo stile dei teSu
biblici, e gonfio allude al tono enfatico e di elo-,
quenza grandiosa proprio dei testi orientali, che il
L. si propone di imitare.
8. Ie immagini 2~ane e il n~ondo falso Son
sogni. Ma il ritorno de M~ero coincide col pesO (l~
soma) della vita che torna a gravare sugli uomi
9. ricorre: ripercorre.
10 si propone... intervenire: pone innanZi aa~
sua mente ~li affanni e i diletti che pensa dl .

Se il sonno (lel mortall tosse perpeluo~ ecl una cosa me~]es~ a (~ a Vl~a, se so~o
diurno, languendo per la terra in profondissima quiete tutti i viventi, non
arisse opera alcuna, non muggito di buoi per li prati, n strepito di fierc pcr le
Oreste~ n canto di uccelli per l'aria, n sussurro d'api o di farfalle scorresse per la
campagna~ non voce, non moto alcuno, se non delle acque, del vento e delle
empeste, sorgesse in alcuna banda, certo l'universo sarebbe inutile;ll ma forse che
vi si troverebbe o Copia minore di felicit,l' o pi di miseria, che oggi non vi si
trova? Io dimando a te, o sole, autore del giorno e preside della vigilia:l3 nello
paZio dei secoli da te distinti e consumati fin qui sorgendo e cadendo, vedesti tu
alcuna volta un solo infra i viventi essere beato? Delle opere innumerabili dei
mortali da te vedute finora, pensi tu che pur una ottenesse l'intento suo, che fu la
soddisfazione~ o durevole o transitoria, di quella creatura che la produsse? Anzi
vedi tu di presente o vedesti mai la felicit dentro ai confini del mondo? in qual
camP soggiorna, in qual bosco, in qual montagna, in qual valle, in qual paese
abitato o deserto, in qual pianeta dei tanti che le tue fiamme illustranol~ e scalda-
no? Forse si nasconde dal tuo cospetto, e siede nell'imo delle spelonche, o nel
profondo della terra o del mare? Qual cosa animata ne partecipa; qual pianta o che
altro che tu vivifichi; qual creatura proweduta o sfornita di virt vegetative o
animali? E tu medesimo, tu che quasi un gigante instancabile, velocemente, d e
notte, senza sonno n requie, corri lo smisurato cammino che ti  prescritto, sei tu
beato o infelice?

Mortali, destatevi. Non siete ancora liberi dalla vita. Verr tempo che niuna
forza di fuori, niuno intrinseco movimento, vi riscoter dalla quiete del sonno; ma
in quella sempre e insaziabilmente riposerete. Per ora non vi  concessa la morte:
solo di tratto in tratto vi  consentita per qualche spazio di tempo una somiglianza
di quella. Perocch la vita non si potrebbe conservare se ella non fosse interrotta
frequentemente. T roppo lungo difettol5 di questo sonno breve e caduco  male per
s mortifero, e cagione di sonno eterno. Tal cosa  la vita che, a portarla, fa di
bisogno ad ora ad ora, deponendola, ripigliare un poco di lena, e ristorarsi con un
gusto e quasi una particella di morte.

Parel6 che l'essere delle cose abbia per suo proprio ed unico obbietto il morire.
Non potendo morire quel che non era, per ci dal nulla scaturirono le cose che
sono. Certo l'ultima causa dell'essere non  la felicit, perocch niuna cosa  felice.
Vero  che le creature animate si propongono questo fine in ciascuna opera loro;
ma da niuna l'ottengono; e in tutta la loro vita, ingegnandosi, adoperandosi e
penandO sempre, non patiscono veramente per altro, e non si affaticano, se non per

11. Se... inutile E uno dei periodi poeticamente
pi intenSi del (-an~Co. I lai una Visi~)ne della terra
Come immane cimitero con q~lel sole che illumina
passibile il globo senza vita, immerso in uno
misurato silenzio rlrto soltanto dalla voce del
to, dell'acqua, delle tempeste:  una vita pie-
rtficata nella quale s'alternano senza scopo le
forze primigenie degli elementi in un movimento
che assume paradossalmente carattere d'immobili-
t Questa  l'immagine poetica del solid~ nMlla
delle cose, dal quale a volte il L. si sentiva stordi-
~ il sentimento di un dilagare sterminato della
orte nella vita. Osser~a anche la frequenza delle
8aZiori~ che sottolinea il senso dell'esistenza
ome assenz.l totale di signific.lt~.

deila v~ylia. cioc al giorno
1~. illustrano: illuminano.
15. difetto: privazione.

16. Questa ~/Yofa del Ca~tico ne contiene il tema
centrale: unico scopo e ogy~etto della natura  non
la vita, ma la morte. Anzi, dice il L. secondo pe-
riodo. Ia ~ita stessa  niata~hne non esiste~a. la natu-

ra la leg~e arcana dhell Uni5vtono dunque, soltanto

per morire. Si tratta e~identemente di un'immagi-
nazione poetica, non di ~m pensiero filosofico. E
come se il 1,. dicesse che in questo universo assur-
do l'~lnica forllla accettahile di esistenza  il non

a6ala (dottrina magica di carattere mistico-alle  incontrare, cc        ~ cit
giungere  4   ~     L ~     a ~       d

A Ogni modo, il primo tempo del giorno suol essere ai viventi il pi comportabi
le 17 pochi in sullo svegliarsi ritrovano nella loro mente pensieri dilettosi e lieti; rna

quasi tUtti se ne producono e formano di presente:ls perocch gli animi in quell~O
ra eziandio senza materia alcuna speciale e determinata, inclinano sopra tUtto alla
giOcondit~ o sono disposti pi che negli altri tempi alla pazienza dei mali.l9 Onde
se alcuno, quando fu sopraggiunto dal sonno, trovavasi occupato dalla disperaziO
ne destandosi~ accetta novamente nell'animo la speranZa,2 quantunque ella in niUn
modo se gli convenga. Molti infortuni e travagli proprl, molte cause di timore e (li
affanno, paiono in quel tempo minori assai che non parvero la sera innanzi. Spesso
ancora, le angosce del d passato sono volte in dispregio, e quasi per poco2l in risO
come effetto di errori, e d'immaginazioni vane. La sera  comparabile alla vec-
chiaia per lo contrario, il principio del mattino somiglia alla giovinezza: questo per
lo pi racconsolato e confidente; la sera trista, scoraggiata e inchinevole a sperar
male ~a come la giovent della vita intera, cos quella che i mortali provanO in
ciaScuno giorno,  brevissima e fuggitiva; e prestamente anche il d si riduce per

loro in et provetta 22

Il fior degli anni, se bene  il meglio della vita,  cosa pur misera. Non per tanto
anche queStO povero bene manca in s piccolo tempo che quando il vivente a
piU segni si awede della declinazione del proprio essere, appena ne ha sperimentato
la perfezione~23 n potuto sentire e conoscere pienamente le sue proprie forze, che
gi Scemano In qualunque genere di creature mortali la massima parte del vivere 
un appassire Tanto in ogni opera sua la natura  intenta e indirizzata alla morte:
poich non per altra cagione la vecchiezza prevale s manifestamente, e di s gran
lunga, nella vita e nel mondo. Ogni parte dell'universo si affretta infaticabilmente
alla morte, con sollecitudine e celerit mirabile. Solo l'universo medesimo apparisce
immUne dallo scadere e languire: perocch se nell'autunno e nel verno si dimostra
quasi infermo e vecchio, nondimeno sempre alla stagione nuova ringiovanisca. Ma
SiccOme2~ i mortali, se bene in sul primo tempo di ciascun giorno racquistano
alcuna parte di giovanezza, pure invecchiano tutto d, e finalmente si estinguono,
Cos l~universo~ bench nel principio degli anni ringiovanisca, nondimeno conti
nUamente invecchia. Tempo verr che esso universo, e la natura medesima, sar
spenta ~ nel mondo che di grandissimi regni ed imperi umani e loro maravigliosi
moti che furono famosissimi in altre et, non resta oggi segno n fama alcuna,
parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamit delle cose create,
non rimarr pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empie-
ranno lo spazio immenso.25 Cos questo arcano mirabile e spaventoso dell'esistenza
universale, innanzi di essere dichiarato n inteso, si dileguer e perderassi.2

17 comprtabile: Sopportabile.
18 di presente: suhito, in quel momento.

19 e~iandio mall: anche senZa aVerne alcuna
occa5ione SpecliiCa e determinata sono naturalmen-

te inclini alla glocondlt o disposti, pi che in altri
momenti. a sopportare piU serenamente il dolore.
20. QUi si inSmUa, fuggevole e pUre tale da far
trasalire di Un Vago brivido di nostalgia la superi-
Cie marmorea del Ca~t~co, il tema della speranza,
e Con essO. quello della giovinezza, legati insieme
ai motiVO della luce che torna, della vita che
ricominCia. insieme Con I illusione, realt inespli-
cabile e insopprimihile del nostro essere.
21 qUaSi rner Pr~ nrqnvlrr~ nresrl~ an,~he il ~ior-

coincide fatalmente col disinganno e lo sfiorire.

23. che... perfezione: il ViVente ha appena gustato
la perfezione del proprio essere che subito si
awede del suo ineluttabile declino.
2~. siccome: come.
25. ma un silenzio... immenso Questa potente
             immagine richiama l'lnfioito. Vi ritroVi il senso di
             ~nterminat) spazi, soVr~ma~l~ sile~lzt, pr~fo~ ssima
             ~urete. Ma c' in pi quell'aggettivo intenSiSsimo.
             nudo, che d una dimensione nUova alla rappre-
             sentazione, impedisce ogni dolce naufragare. Nel-
             I'lnfin~to prevaleva, in qualche modo, il sensO di
             una conquista dinamica; qUi inVece l'infinito 
             come impietrito, coincide coi nulla` Con l~ar~no
r`~     `he  26 Nelle Annota~o~ ii L a~'ert~: ~<O~les

questa la conclusione del dialogo, scritto nel 1827, in cUi il Leopardi immagina che Plotino, un
~rande filosofo dell'antica Grecia, dissuada il discepolo Porfirio dall'intenzione di uccidcrsi
E~ Concepita da questo in seguito all'acquisita persuasione della assoluta vanit della vita. Plotino (t~
~'' con IUi il poeta)  consenziente con le disperate conclusioni di Po~irio, ma tuttavia lo esorta a
v~Vere, in nome di una saggezza pi vera e profonda, fondata non sulla ragione, ma su un senso
~' dell'anmO. che ci fa sentire uniti agli altri uomini, nostri compagni di pena, da un fraterno legame
ore e di reciproca piet. Il suicidio appare dunque al poeta, nonostante il suo pessimismo
~' radicale, come un atto disumano, contrastante con la vita degli affetti in cui consiste la vera
E;~ Umanit

[...1 Credi a me, che non  fastidio della vita, non disperazione, non senso della
nullit delle cose, della vanit delle cure, della solitudine dell'uomo, non odio del
mondo e di se medesimo; che possa durare assai: bench queste disposizioni
dell'animo siano ragionevolissime, e le lor contrarie irragionevoli. Ma contuttoci,
passato un poCo di tempo; mutata leggermente la disposizion del corpo; a poco a
poco; e spesse volte in un subito, per cagioni menomissime e appena possibili a
notare; rlfassl ll gusto alla Vlta, nasce or questa or quella speranza nuova, e le cose
umane ripigliano quella loro apparenza, e mostransi non indegne di qualche cura;
non veramente all'intelletto; ma s, per modo di dire, al senso dell'animo.l E ci
basta all'effetto di fare2 che la persona, quantunque ben conoscente e persuasa
della verit, nondimeno a malgrado della ragione, e perseveri nella vita, e proceda
in essa come fanno gli altri: perch quel tal senso (si pu dire), e non l'intelletto, 
quello che ci governa.

Sia ragionevole l'uccidersi; sia contro ragione l'accomodar3 l'animo alla vita:
certamente quello  un atto fiero e inumano. E non dee piacer pi, n vuolsi
elegger piuttosto di essere secondo ragione un mostro, che secondo natura uomo.
E perch anche non vorremo noi avere alcuna considerazione degli amici, dei
congiunti di sangue; dei figliuoli, dei fratelli, dei genitori, della moglie; delle
persone familiari e domestiche, colle quali siamo usati di vivere da gran tempo;
che, morendo, bisogna lasciare per sempre: e non sentiremo in cuor nostro dolore
alcuno di questa separaZione; n terremo conto di quello che sentiranno essi, e per
la perdita di persona Cara o Consueta, e per l'atrocit del caso?~ Io so bene che non
dee l'animo del sapiente essere troppo molle; n lasciarsi vincere dalla piet e dal
cordoglio in guisa, che egli ne sia perturbato, che cada a terra, che ceda e che
venga meno Come vile, che si trascorra5 a lagrime smoderate, ed atti non degni
della stabilit di colui che ha pieno e chiaro conoscimento della condizione umana.
Ma questa fortezza d'animo si vuol usare in quelli accidenti tristi che vengono
dalla fortuna, e che non si possono evitare; non abusarla in privarci spontaneamen-

conclusione poetica, non filosofica. Parlando filo-
soficamente~ l'esistenza, come mai non ha avuto
mlziO Cos non avr mai fine. Ma, in realt,
neppure questa ci pare conclusione veramente

E filosofica~ cio razionalmente dimostrabile. Le
due conclusioni hanno qualcosa in comune: il
I . senso del mistero, mirabile e spar entoso della vita,
si che  il vero centro liri~    anti~o

~r 1 Irragionevole app;r~ ogn;~p~r~n~ e desiderio
dl Vlvere e tuttavia alla vita anela il senso dell'a ~
r~rO Spesso il L. mette in rilievo questa radicale
contraddiziolle del nostro essere. u~lest'amore del

conclusioni della ragione.
2. E... fare: E ci basta a far s che, ecc.
                                              3. I'accomodar, ecc.: il rassegnarsi a vivere.
                                              ~. I'atrocit del caso: il suicidio. Le due e valgono
                                              sra. sra.
                                              5. si trascorra: si lasci andare. In questo periodo,
                                              Plotino ripete gli insegnamenti di un'antica filoso-
                                              fia, lo stoicismo, che poneva come ideale la stabrli-
                                              f, cio l'imperturbabilit del saggio renitente al
                                              destino, volto, attraverso l'applicazione di una
                                              severa disciplina spirituale, a non lasciarsi sedurre
                                              dalle cose~ dalla fortuna e a cercare appagamento
                                              nella propria incrollabile dignit interiore. Inoltre
                                              esso indicava nel suicidio la suprema liberazionc
a vita che persiste nllnl-~t~nr~  rl I I nf~     tino.
q u I o, d e I 1 a C O
per nulla il dolore della disgiunzione e della perdita dei parenti, degl'intrinsechi,

dei compagni; o non esser atto a sentire di s fatta Cosa dolore alcuno; non  di
sapiente, ma di barbaro. Non far niUna stima di addolorare colla uCcisione propria
gli amici e i domestici;  di non Curante d~altrui, e di troppo curante di se
medesimo. E in vero, colui che si uccide da se stesso, non ha cura n pensiero
alcuno degli altrl; non cerca se non la utilit propria; si gitta, per cos dire, dietro
alle spalle i suol prossimi e tutto il ~enere umano tanto che in questa aZione del
privarsi di vita, apparisce il pi schiettO, il pi sordido, o Certo il men bello, il men
liberale amore di se medesimo che si troVi al mondo.

In ultimo, Porfirio mio, le molestie e i mali della Vita, bench molti e continui,
pur quando, come in te oggi si Verifica, non hanno luogo infortuni e calamit
straordinarie, o dolori acerbi del CorpO 7 non sono malagevoli da tollerare; massime
ad uomo saggio e forte, come tu sei E la Vita  Cosa di tanto piccolo rilievo,8 che
l'uomo, in quanto a se, non dovrebbe esser molto sollecito n di ritenerla n di
lasciarla. Perci, senza voler ponderare la Cosa troppo Curiosamente;9 per ogni lieve
causa che se gli offerisca di appi~liarSi piuttosto a quella prima parte che ha
questa,l non dovria ricusarlo di farlo. E pregatone da un amico, perch non
avrebbe a compiacergliene? Ora io ti prego Caramente, Porfirio mio, per la memo-
ria degli anni che fin qui  durata l~amicizia nostra, lascia cotesto pensiero; non
volere essere cagione di questo gran dolore agli amiCi tuoi buoni che ti amano Con
tutta l'anima; a me che non ho perSona pi Cara, n compagnia pi dolce Vogli
piuttosto aiutarci a sofferirll la vita, che Cos, senz'altro pensiero di noi, metterCi in
abbandono. Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non riCusiamo di
portare quella parte che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra speCie S
bene attendiamo a tenerci compa~nia l~un l'altro; e andiamoci incoraggiando e
dando mano e soccorso scambievolrnente; per Compiere nel miglior modo questa
fatica della vita. La quale senza alcun fallo sar breve. E quando la morte Verr,
allora non Cl dorremmo: e anche irl quell'ultimo tempo, gli amiCi e i compagni Ci
conforteranno: e ci rallegrer il penSiero che poi che saremO spenti, essi molte volte
ci ricorderanno, e Ci ameranno anCora

Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere

Un anno s' concluso, un altro sta per sorgere Una paUsa nel grigio flusso del Vivere, aPerta
alla meditazione del passato e insieme alla speranZa all'attesa S'incontran e parlano per Via U
venditore d'almanacchi, umile popolano, e Un <~passeggere~l uomo meditativo e pensos
quest~anno piU felice di quello passato? Certo, lo speriamo; ma d'altra parte quale feliCita
sogniamo, se pur mai l'abbiamo conosci~ta~7 Nessuno vorrebbe, e su qUesto i due interlOcuto
sono d'accordo, rivivere uno degli anni tr~Scorsi~ VorremmO qualcosa di nUoVo, d ignoto in fon
e d~imprevedibile, perch <~quella vita ch  Una Cosa bella. non  la Vita che si Conosce~ non
vita passata, ma la futura~: la sola che p~O essere Veramente aperta alla speranZa, all illuSine

Quest agilissima operetta, scritta nel 1832, ripropone, nella sua struttura apparentemente
elementare, il nucleo centrale del pensit3rO leopardiano. La felicit consiste soltanto nella Vag
aspiraZione a una gioia ignota, nell'attesa, che Continuamente risorge, nonostante la consaPe
lezza amara del vero. Si  insistito sull'ironja per qUanto bonaria e sorridente, del <<pasSe99ere

P P egoista                                           9. troppo curiosamente: con soverchia cura.
7. pUr..............................................................................................Corpo: Porhrio vuole, infatti, UCc~idersi 10. per ogniqueSta: per ogni minima occaSioh

non per un qualche movente concreto, nl~3, per che gli si offra di accettare~ divivere pluttosto C
radicale shducia nella vita
~1         8. di tanto..rilievo: cos meschina e tra  Il sofferir: SOppOrtare E, piU avanti~ e~t~
                                                      abbandono significa abbandonarcb~

."~;dOppiamento dell'anima del poeta. Da un lato, la ragione che indaga, dall'altra la vita che vuole
ere comunque vissuta. L'ironia nasce dalla stessa situazione~ dell'uomo nel mondo, consa-
s ~evole del suo dolore, del nulla delle cose e tuttavia portato a sognare la felicit.

Vend. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, si~nore, almanac-

Chi? I

Pass. Almanacchi per l'anno nuovo?
- Vend. S signore.

Pass. Credete che sar felice quest'anno nuovo?

Vend. O illustrissimo, s, certo.

Pass. Come quest'anno passato?

Vnd. Pi pi assai.

Pass. Come quello di l?

Vend. Pi pi, illustrissimo.

Pass. Ma come qual altro? Non vi piacerebb'egli che l'anno nuovo fosse come
qualcuno di questi anni ultimi?
Vend. Signor no, non mi piacerebbe.2

Pass. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?

Vend. Saranno vent'anni, illustrissimo.

Pass. A quale di cotesti vent'anni vorreste che somigliasse l'anno venturo?

Vend. Io? non saprei.

Pass. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Vend. No in verit, illustrissimo,

Pass. E pure la vita  una cosa bella.3 Non  vero?

Vend. Cotesto si sa.

Pass. Non tornereste voi a vivere cotesti vent'anni, e anche tutto il tempo
passato, cominciando da che nasceste?

Vend. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.

Pass. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta n pi n meno, con tutti i
piaceri e i dispiaceri che avete passati?

Vend. Cotesto non vorrei.

Pass. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita c'ho fatta io, o quella del principe,
o di Chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro,
r~isponderebbe come voi per l'appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che
avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?

Vend Lo credo cotesto.

Pass. N anche Voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro
modo?

Vend. Signor no dawero, non tornerei.

Pass. Oh che Vita vorreste voi dunque?

Vend Vorrei una Vita Cos,~ come Dio me la mandasse, senz'altri patti.

' 1- Osserva la spontaneit fresca della battuta, che do il L., che si usano credere e dire per forza
, ~ pensare all'immediatezza Con la quale il L. sa d`inerzia (~ot~stT~ ~I sa, rispc)nde infatti il vendito-
Cgliere, negl'~dill~ maggiori, la semplice Vita pae- re, anche se poi finir per dar ragione alle conclu-
 4tna,                                              sioni amdre del passeggere. Ma n~n devi qui vede-
2 Signor no... piacerebbe: C` nel t enditor~ l`al- re una ~aricat~lra dell'uomo semplice e ignorante.
t~rnarsi di battute facili, Consuete, quelle che si L`ironia, o meglio, il pilr.ld~sso  nella natura stes-
SanO dire comUnenlente e per forza d'inerzi~. e sa dell'~lomo, nato per sotfrire e tuttavia incapace
~ Capacit davanti all'interrogare sottile del pas di rinunciat-e alla s~la telldce ill~lsione di poter
- ~ggere, di ritroVare Una sinCerit piU profondd. Conseg-lire la t't li~-it
~:3 E..~ bella: E Una di quelle false Verit, seC~    . una Vita cosi: E ulla hatt~n.l t~ndamelltale.
~ ~   I V I L ~I ~I ~ ~ O ~I ~   I I O ~ ~   a 1 l r o ~ V ~       U I I O I O d U ~11 ~ n no

nuovo?

~'end. Appunto_

Pass. Cos vorrei ancor io se avessi a rivivere, e cos tutti. Ma questo  segno che
il caso, fino a tutto quest'anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che Ciascuno
 d'opinione che sia stato pi o di pi peso il male che gli  toccato, che il bene; se
a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno
vorrebbe rinascere. Quella vita ch' una cosa bella, non  la vita che si conosce, ma
quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll'anno nuovo, il
caso incomincer a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principier la Vita
felice. Non  vero?'

I'end. Speriamo.

Pass. Dunque mostratemi l'almanacco pi bello che avete.

Vend. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.

Pass. Ecco trenta soldi.

Vend. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari

nuovi.

Dialogo di Tristano e di un amico

Il dialogo, scritto nel 1832,  l'ultima delle Operette morali. E fieramente e sarcasticamente
polemico in tutta la parte (di gran lunga la maggiore) che abbiamo omessa. Essa ci richiama alla
mente la nuova, combattiva poesia leopardiana, nata dopo i grandi idilli e conclusa con la
Ginestra, nella quale il poeta si pone in netto contrasto con le ideologie ottimistiche del proprio
tempo e proclama la sua concezione con la certezza che nasce da una fede incrollabile. Domina,
in queste pagine, il disgusto contro le accuse dei suoi detrattori, soprattutto contro coloro che
avevano interpretato il suo pessimismo come un riflesso dei suoi patimenti fisici. Ma alla fine,
nella parte che riportiamo, il poeta si solleva dagli effimeri contrasti con gli uomini a una confes-
sione lirica altissima, espressione della dignit di un'anima, sola e impavida davanti al destino.
Questa pagina  un distaccato addio alla vita e una coraggiosa contemplazione della morte, che
contraddistingue, poi, tutta la produzione leopardiana di questi anni, dal Pensiero dominante alla
Ginestra.

Am. Ma in fine avete voi mutato opinioni o no? e che s'ha egli a fare di queOto
libro ? '

Trts. Bruciarlo  il meglio.2 Non lo volendo bruciare, serbarlo come un libro di
sogni poetici, d'invenzioni e di capricci malinconici, owero come Un'espressione
dell'infelicit dell'autore:3 perch in confidenza, mio caro amico, io credo felice voi

Nonc~stante le desolate conclusioni della ragione,
 insopprimibile in noi l'istinto che ci porta a
vivere .

5. Coll'anno... vero?: L'amarezza delle battute
precedenti si risolve in questa accettazione virile e
disincantata del nostro vivere, e cio del nostro
sperare, del nostro illuderci. Per questo il passeg-
gere compra il lunari~ pill hello. Poi s'allontana, e
lo segue il grido del venditore. Io stesso che aveva
aperto il dialogo: sempre uguale, come la vita.

I Nella parte precedente del dialogo Tristano (il
poeta stesso--e il nome allude alla sua immedi-
cabile tristezza~ aveva finto di essersi convertito
re la sua adesione ad esse era UsCito in aCCenti cos
sarcastici da giustificare qUeste domande deD'a-
mico .

2. Bruciarlo  il meglio: Torna alla mente unJ
frase sconsolata del poeta: Oh infinita Vanit d~l
vero!. L'atteggiamento di Tristano  quello di
colui che sa di aVere ragione e sente, nello stesS
tempo, quanto sia inutile aVere ragione, dinanzi al
mistero assurdo del ViVere. La Vera, risolutlva
realt  la morte, e davanti ad essa ogni filosotia~
ogni accusa, ogni polemica si vanifica, come la
vita intera.

3. sogni... dell'autore: E la migliore definizione
delle Oper~tt~ rali. Le Verit filos~fiche in esSe
contenute appaiono non piU Come ricerCa del

~E e lelicl tUttl gll altrl; ma lO quanto a me, con llcenza vostra e clel secolo,l sono
infelicissimo; e tale mi credo; e tutti i giornali de' tdue mondi non mi persuaderan-
~ no il ContrariO,

~, Am. Io non conosco le cagioni di cotesta infelicit che dite. Ma se uno sia felice
o infelice individualmente, nessuno  giudice se non la persona stessa, e il giudizio
di questa non pu fallare.

Trts. Verissimo. E di pi vi dico francamente, ch'io non mi sottometto alla mia
~l infelicit, n piego il capo al destino, o vengo seco a patti, come fanno gli altri
 ~ uomini; e ardisco desiderare la morte,5 e desiderarla sopra ogni cosa con tanto

ardore e con tanta sincerit con quanta credo fermamente che non sia desiderata al
mondo se non da pochissimi. N vi parlerei cos se non fossi ben certo, che, giunta
l'ora, il fatto non ismentir le mie parole;6 perch quantunque io non vegga ancora
alcun esito alla mia vita,7 pure ho un sentimento dentro, che quasi mi fa sicuro che
I'ora ch'io dico non sia lontana. Troppo sono maturo alla morte, troppo mi pare
assurdo e incredibile di dovere, Cos morto come sono spiritualmente, cos conchiu-
sa in me da ogni parte la favola della vita, durare ancora quaranta o cinquant'anni,
quanti mi sono minacciati dalla natura. Al solo pensiero di questa cosa io rabbrivi-
disco. Ma come ci awiene di tutti quei mali che vincono, per cos dire, la forza
irnmaginativa, cos questo mi pare un sogno e un'illusione, impossibile a verificarsi.
Anzi se qualcuno mi parla di un awenire lontano come di cosa che mi appartenga,
non posso tenermi dal sorridere fra me stesso: tanta confidenza~ ho che la via che
mi resta a compiere non sia lunga. E questo, posso dire,  il solo pensiero che mi
sostiene. Libri e studi, che spesso mi maraviglio d'aver tanto amato, disegni di cose
grandi, e speranze di gloria e d'immortalit, sono cose delle quali  anche passato il
tempo di ridere. Dei disegni e delle speranze di questo secolo non rido: desidero
loro con tutta l'anima ogni miglior successo possibile, e lodo, ammiro ed onoro
altamente e sinceramente il buon volere: ma non invidio per i posteri, n quelli
che hanno ancora a vivere lungamente. In altri tempi ho invidiato gli sciocchi e gli
stolti, e quelli che hanno un gran concetto di se medesimi; e volentieri mi sarei
cambiato Con qualcuno di loro. Oggi non invidio pi n stolti n savi, n grandi n
piccoli, n deboli n potenti. Invidio i morti, e solamente con loro mi cambierei.
Ogni immaginazione piacevole, ogni pensiero dell'awenire, ch'io fo, come accade,
nella mia solitudine, e Con cui vo passando il tempo, consiste nella morte, e di l
non so uscire. N in qUesto desiderio la ricordanza dei sogni della prima et, e il
pensiero d'esser VissUto inVano, mi turbano pi, come solevano. Se ottengo la
morte morr Cos tranquillo e cos contento, come se mai null'altro avessi sperato
n desiderato al mondo. Questo  il solo benefizio che pu riconciliarmi al destino.
Se mi fosse proposta da Un lato la fortuna e la fama di Cesare o di Alessandro netta
da ogni macchia, dall'altro di morir oggi, e che dovessi scegliere, io direi, morir og-
gi, e non Vorrei tempo a risolvermi.

4. Un'ultima, amara frecciata al secolo ottimista e  con esso.
fiducioso nel progresso universale.                  6. il fatto..parole: ~he davanti alla morte man-
5. ardisco... morte Questa prima parte della ri- terr intatta la termczza di ~uesto mio desiderio.
Sposla  la testimonianZa di ~In anima inVitta, no- 7. Non ~edo alcLln segn(l preCis(l che la mia
nostante il lungo straZio che gli ha interto la sorte. fine sia vicina~.

dlle idee ottimistiche del secolo. Ma nel proclama-  pensiero, ma Come persUasione Viss(]ta  ~   Lja~ sU~a; di~nilti  nella ne~aZior~e raZiona!e e impa-  8. confidenza: sic~lre77a.
Esercizio di analisi (tempo e spaZio nelle Operette

morali)~

1. Il tramonto dell'infinito. In un pensiero del 2 giugno 1824, con specifico
riferimento al Dialogo della Natura e di un Islandese, da poco composto e
presentato come una fondamentale conclusione del proprio pensiero, il Leopardi
denunciava ~I'orribile mistero delle cose e della esistenza universale~; orribile
per la sua tragica contraddittoriet, in quanto ~I'essere unito all'infelicit, ed
unitovi necessariamente e per propria essenza,  cosa contraria direttamente a
se stessa~" e l'infelicit di ogni essere vivente appariva al poeta come una
certezza assoluta.

Quest'assenza totale di giustificazione della vita e del dolore doveva condur-
re il Leopardi ad aderire sempre pi, negli anni immediatamente successivi, a
una concezione materialistica e meccanicistica della realt, che aveva, fra le
sue prime conseguenze, quella di negare l'infinito, di considerarlo ~un parto
della nostra immaginazione, e della nostra superbia~n e quindi ~un'idea, un
sogno, non una realt~. Il poeta concludevam~Pare che solamente quello che
non esiste, la negazione dell'essere, il niente, possa essere senza limiti e che
l'infinit venga in sostanza a esser lo stesso che il nulla~; e vedeva, comunque
sia, I'infinito come qualcosa di opposto all'individualit, la cui ragion d'essere 
la ~circoscrizione~, il limite.

Anche il tempo e lo spazio, due veicoli della percezione dell'infinito, nell'idillio
omonimo, venivano negati, come pure idee, anzi, nomi e astrazioni del nostro
intelletto; come funzioni psicologiche, prive d'un correlativo reale.

Il Leopardi giungeva a definire il tempo come percezione d'un puro durare
delle cose e lo spazio come un modo di considerare il nulla. Questa concezione
consegue alla scoperta della vanit dell'illusione e dell'impossibile felicit, di cui
le Operette sono le portatrici e la coscienza. Il mondo oggettivo, la ~matura~
impassibile e incomprensibile,  come se non esistesse pi per l'uomo, non 
pi l'analogo dello spazio dell'immaginazione e del cuore; il desiderio dell'infini-
to, e cio dell~incognita e vana felicit~n del tutto ~aliena dalla natura dell'uni-
verso", di cui gli uomini sono ~parimenti incapaci e cupidi~ (come ci dice, in
apertura di libro, la Storia del genere umano), al quale la visione degli spazi
cosmici poteva essere occasione e incentivo, ha come termine saldo il nulla. La
natura, lo spazio non sono se non la coscienza del nostro limite, del nostro
durare, che non  un vivere, nel disinganno e nel dolore.

2. Paesaggi delle ~Operette~,. Le Operette traducono questa negazione del-
I'infinito nelle loro visioni d'un universo spento, dove il nulla sembra circondare
tutte le cose. C' in esse un ~maufragio~ senza dolcezza, uno spazio vuoto e
come appiattito, sfondo arido e nudo a quei dialoghi balenanti che increspano
appena la superficie dell'assenza, per ricadervi dopo una conclusione che non
conclude. Nell'universo immenso e vuoto per l'animo, la vita non trova pi una
dimensione ~ gran tutto~ diviene metafora del nulla, della continua vanificazio-
ne che  la vita.

Lo spazio oggettivo  la somma aritmetica delle cose, e non conosce vuoto,

p,,e~rllch rlif,elritfjo alle Opere~le; Per una migliore comprerlsio

percne Tra gll oggem enua I arldl r~ iUrd Ul Ul ildll~ a:~llall~ UUIII~ la llula ~ a
vita umana, misura anch'essa astrale della distanza fra l'essere e l'essere felici.
Non  aperto all'avventura dell'animo, ma  il luogo della materia sorda, resi-
stente; e di l da esso c' il nulla;  il luogo del nostro Vano perdurare, deperire,
appassire.

Nascono di qui i grandi paesaggi delle Operette: il moto silenzioso e, di fatto,
astratto del circuito di produzione e distruzione, di cui parla la Natura all'lslande-
se, senza tuttavia saperlo motivare, o il movimento delle cose in un mondo
senza memoria dell'uomo, come nel Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo; o i
grandi paesaggi della dissolvenza, come, sempre in questo dialogo, la visione
dei fiumi che scorrono taciti, come l'infinito andare del tempo, anch'esso spento,
da quando l'uomo non lo misura pi, o quello, tutto assunto in modi di negazio-
ne, del Cantico del gallo silvestre.

Lo spazio cosmico , insomma, quello che rifiuta l'uomo, e che anche il
Leopardi rifiuta e assimila al nulla, con la sua ~artificiosissima macchina e mole
dei mondi", con ~I'immensurabile e arcano spettacolo dell~esistenza~n che, per
grandioso che possa essere, non senve a nulla, ~perch non ci porta in niun
modo alla felicit~.

3. Il sentimento del tempo. Il sentimento del tempo  invece in primo luogo
senso dell'appassire. Lo afferma il Cantico, dove il tempo umano diviene co-
scienza di un essere per la morte, ritrovato alle radici del vivere (cfr. il passo che
incomincia ~Pare che l'essere delle cose abbia per suo proprio ed unico obbiet-
to il morire...~); I'anelito alla vita che il Gallo ripete come una favola antica e
saputa vana, che si rinnova, tuttavia, illusoriamente all'inizio del giorno come
all'inizio del vivere (infanzia, giovinezza), manca o declina nel giorno, diviene
vocazione alla ~quiete del sonno" (la morte), in cui, ci dice il Gallo, ~sempre e
insaziabilmente riposerete~n

La sola eternit che il Leopardi poteva ora concepire era dunque quella del
non essere, anche perch la portiamo in noi, nel nostro deperire e morire ora
per ora, che  poi il modello del tempo vissuto e percepito dall'uomo.

Questa consapevolezza ispira una delle pagine pi alte delle Operette, il Coro
di morti con cui si apre il Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie.

I primi due versi riprendono il finale del Cantico. Sola cosa eterna, reale  la

-: morte, in questo mondo destinato alla distruzione e che nella distruzione inces-
` sante trova il ritmo, la condizione del proprio esistere, il cui movimento assorbe il

- nascere e il morire come due aspetti complementari e reversibili. Nella morte

- dilegua in una pace spenta, con un moto impercettibile, segno di una quasi sua
 non-presenza, la nostra ~ignuda natura~ ossia il nostro immediato esistere co-
me parte della materia universale (distinto dal Leopardi dalla ~Vita,n che 
l'esistenza cosciente), amorfo e indifferente. Cos il defunto ~consuma~, non
~vive", le ~et vote e lente,~ d'un tempo senza tempo, senza rilievo umano:
quello dell'astrana durata cosmica.

All'improvviso l'indifferenza dei morti  scossa dal confuso aliare di un ricordo
(~Vivemmo"); ma  una ~confusa ricordanza~n simile a quella di altre vite prece-
denti che, secondo certi Sensisti, permaneva negli oggetti singoli, in quanto
composti di particelle di altri oggetti. Ma pi che una memoria,  questo il senso
d'un dileguare, il prolungarsi dell'attimo della loro morte.
-       In questa lirica il Leopardi non ha cantato soltanto la morte che conclude il
vivere. ma anche nllPII:l nc~ncllr~t~n7j:~t~ Zl er~ frllctr:~7i~np nnnt~
~:ildlU U IlI~ lUlllla ~ consegue al Iramonlo 0~ IIIU~iIUIII.

Comunque sia, la vita guardata dalla riva della morte si rivela, nel coro,

~arcana e stupenda~n un mistero che riempie di stupefazione gelida, non tanto
per il vuoto che la conclude, ma per quello che porta in s. E un ~punto~ nello
spazio vertiginoso del non essere, un senso acerbo di dolore, schiacciato nel
silenzio infinito in cui si perde la domanda dei morti: ~Che fummo?~. La fantasia
del loro ritorno a una panvenza di vita, nell'anno ~grande e matematico~n rivela
la vanit del tempo grande del cosmo e del piccolo tempo dell uomo, e la Vanit
della ~speme~ e deM~desio~n entrambi assurdi, che scandiscono l'effimero spa-
zio della durata umana; che , appunto, soltanto un fugace modo di essere del
moto inesplicabile e privo di scopo dell'esistenza universale.

4. Il tempo umano. Il fragile tempo dell'uomo  quello creato dalla memoria
e dall'immaginazione, che, sole, fondano una profondit, uno spessore, una
dimensione spazio-temporale dell'io, un tempo in cui l'uomo pu riconoscersi,
nell'illusione e in un progetto che possa costruire la personalit in un tentativo di
azione (I'immaginazione) o nella memoria che istituisce la persona in una sua
storia, in un suo consistere nella durata e in una coerenza unitaria. Ma nel
presente drammatico di denuncia e di rivolta delle Operette, anche l'immagina-
zione e la memoria appaiono come oppresse dal peso d'una delusione esisten-
ziale profonda. L'unica dimensione del passato  il mito emblematico d'infanzia
e declino (Storia del genere umano), vissuto nell'attualit del disinganno; oppure
 la nostalgia dell'illusione perduta, che memoria e immaginazione ripropongono
paradossalmente nel mondo deserto, protendendo ancora la persona verso l'im-
possibile felicit, con uno slancio che la ragione sa vano, ma iM~senso dell'ani-
mo" riconosce come propria superstite forza.

Il tempo dominante nelle Operette riflette, dunque, la contraddizione del vive-
re. Da un lato  tempo di attesa senza speranza, commisurato al desolato
spazio dell'appassire, alla realt cosmica della morte, nell'avvertita impossibilit
di essere, cio di essere felici. Dall'altra  l'inesplicabile risorgere dell'illusione,
della tensione insopprimibile verso la vita. La coscienza di questa contraddizio-
ne insanabile si traduce nella denuncia dell'assurdit della vita dell'uomo e di
quella del cosmo.

In conclusione il risentirsi dell'animo nell'illusione, nella nostalgia, nell'attesa,
nella denuncia e nella protesta crea il senso d'una dimensione e d'una durata,
ma fra il dilagare impassibile d'un cielo spento che opprime e cancella la storia
vana dell'uomo. E allora la vita negata si tramuta in attesa coraggiosa della
morte, in libera scelta del destino, compiuta con strenua coscienza demistificatri-
ce. Sar questa la forza di Tristano, figura veramente conclusiva del libro, matu-
rata dopo pi complesse esperienze di vita, di pensiero, di reale incontro con gli
uomini (1832). Spazio e tempo umani, creati dall'immaginazione per esprimere
l'ansia dell'uomo d'una dimensione non effimera, definiscono il problematico
consistere dell'uomo in uno spazio d'illusione, con ~disperazione magnanima~.
Esercizio di analisi (I ~idillio~ della lucciola)

Premessa. Inseriremo in questo esercizio due testi leopardiani, tratti dalla
stessa opera, e su di essi compiremo alcune osservazioni relative soprattutto
alla poetica degli Idilli.

I testi, tratti dall'~officina~ leopardiana, sono allo stato grezzo. E un gruppo
di appunti, intitolato dagli editori moderni Appunti e ricordi per un romanzo
autobiografico, o Ricordi d'infanzia e di giovinezza, scritti fra il marzo e il maggio
nel 1819, come materiali per un romanzo sul tipo del Werther o dell'Ortis, pi
volte programmato, con vari titoli, dal poeta (Storia di un'anima; La vita di Silvio
(o Lorenzo) Sarno), e realizzato poi solo in parte, nelle Operette morali, nei Detti
memorabili di Filippo Ottonieri.

I critici riconoscono un'importanza notevole a questi appunti nella storia della
poesia leopardiana, come preludio agli idilli. Essi conservano tuttavia un loro
fascino anche come tipo di scrittura, incompiuta e tuttavia densa, con momenti
di forte suggestione evocativa.

E evidente che si tratta d'una scrittura magmatica, che insegue le libere
associazioni della memoria nel loro svolgimento rapidissimo e spesso avventu-
roso. Vi sono esposizioni sommarie, semplici aiuti di memoria, molte altre inter-
rotte da un ec. (eccetera) che allude a uno sviluppo futuro del tema, I'interpun-
zione  rarissima, mancano gli a capo. Vi sono nuclei tematici pi sviluppati, ma
pi spesso c' un balenio di ricordi che appaiono e scompaiono; e allora l'unica
ragione della scrittura sembra la volont di strappare un gesto, un pensiero, un
evento dall'oblio, fissandolo nella schematicit vibrante dell'appunto.

Dei due passi che presentiamo il primo costituisce soprattutto un esempio
della libera associazione di ricordi cui si alludeva; il secondo  un piccolo idillio
in prosa (appunto: I'idillio della lucciola), in cui la velocit della trascrizione
mnemonica cede a una stesura pi riposata, a una prima forma di elaborazione.

1. Sensazione, immaginazione, memoria. Consideriamo il primo passo:
~[...] Lettura di Virgilio e suoi effetti, notato quel passo del canto di
Circe come pregno di fanciullesco mirabile e da me amato gi da
scolare, cos notato quel far tornar Enea indietro nel secondo libro,
lettura di Senofonte e considerazioni sulla sua politica, notato quel
luogo delle fanciulle persiane che cavavano acqua comparato cogl'inni
a Cerere di Callimaco e Omero ec. e Verter lett. 3, mie considerazioni
sulla pluralit dei mondi e il niente di noi e di questa terra e sulla
grandezza e la forza della natura che noi misuriamo coi torrenti ec.
che sono un nulla in questo globo ch' un nulla nel mondo e risveglia-
to da una voce chiamantemi a cena onde allora mi parve un niente la
vita nostra e il tempo e i nomi celebri e tutta la storia ec., sulle fabbri-
che pi grandi e mirabili che non fanno altro che inasprire la superficie
di questo globetto asprezze che non si vedono da poco in su e da
poco lontano ma da poco in su il nostro globo par liscio liscio ed ecco
le grandi imprese degli uomini della cui forza ci maravigliamo in mirar
quei massi ec. n pu sollevarsi pi su ec., mio giacere d'estate allo
scuro a persiane chiuse colla luna annuvolata e caliginosa allo stridore
delle ventarole consolato dall'orologio della torre ec., veduta nonurna
colla luna a ciel sereno dall~alto r~PIIa mia casa tal auale alla similitudi-
Si osservi:

1. Le considerazioni sulla vita sono mescolate alle impressioni suscitate dalle
letture poetiche, concepite come momenti di esperienza dell'uomo e del mondo,
e a quelle che nascono dall'osservazione diretta della realt quotidiana (I'am_
biente di Recanati).

2. 1 richiami letterari rappresentano: a) la scoperta nei classici del ~fanciulle-
SCO~n ossia della piena armonia fra uomo e natura (in tal senso essi costituisco-
no una rivelazione dell'uomo a se stesso); b) il ritrovamento d'una coscienza
autentica del vivere, e la possibilit di farci ricondurre dalla poesia alla natura,

3. Nell'esempio delle fanciulle di Senofonte il Leopardi ritroVa Una tematica
simile a quella di Omero (probabilmente nel canto di Nausicaa, nell'Odissea),
ripresa poi dal Goethe nel Werther e riscontrabile inoltre nella Vita degli umili a
Recanati, nei loro gesti elementari, ancora vicini alla ~matura~. E questa una
delle matrici degli Idilli.

4. La meditazione sulla pluralit dei mondi e sul nulla dell'uomo e della Terra
 una meditazione ~copernicana~n in un universo non pi illuminato da una luce
provvidenziale. Forse non  estranea a essa Pascal, un cui passo in tal senso il
Leopardi poteva leggere nel finale dell'Ortis. A ogni modo la tematica religiosa 
qui assente. Come lo stormire del vento ne L'infinito, o meglio, il canto dell'arti-
giano che si perde per i sentieri in La sera del d di festa, una voce ancor pi
immersa nella quotidianit insignificante ridesta il poeta da una meditazione
sterminata (lo spazio, i mondi), per ricondurlo alla considerazione della futilit
della presenza umana nel cosmo, sia di quella individuale, sia di quella tanto pi
ampia della storia anch'essa infinitesima davanti agli spazi cosmici, assorti in un
moto continuo di nascita, morte, trasformazione che ignora la vita e l'angoscia
della persona.

5. Poi, senza neppure una pausa, il flusso memoriale trapassa ad altre rap-
presentazioni, poste sullo stesso piano, nonostante la sproporzione fra la prece-
dente immaginazione cosmica e quel piccolo, usuale rumore di banderuole e di
rintocchi dell'orologio della torre. Ma , a ben vedere, lo stesso procedimento
delle Ricordanze (cfr. vv. 1-57), e di tutti gli idilli, che esprimono nei paesaggi pi
quotidiani e usuali la parabola del destino dell'uomo, perduto in un'immensit
sconosciuta.

6. Sembra qui che il poeta trascriva febbrilmente il veloce flusso o monologo
della coscienza che si rapprende nelle immagini e nei ricordi, anento a non
perdere nulla che riaffiori dai gorghi del passato. Sembra che si lasci vivere dalla
vita, o meglio, dalla Natura-Vita, ascoltata in ogni sua voce-rivelazione, senza
stabilire una gerarchia fra di esse.

7. TunO questo attesta le radicate persuasioni sensistiche del Leopardi. Se-
condo questa filosofia, o, almeno, I'interpretazione che egli ne diede, il be-
ne coincide con l'essere, la vitalit, I'abbondanza e intensit delle sensazioni
che costituiscono la vita; di l da esse sono l'assenza, la noia, la non-vita.
L'esistenza vera  il ~piacere~n la tensione insopprimibile e, abbiamo visto,
sempre inappagata e inappagabile che  la felicit: un ~infinito~ che coincide
con lo slancio di tuna la vita, con ogni momento autenticamente vissuto, che 
poi quello che ci offrono questi appunti.

8. La similitudine di Omero cui si allude qui alla fine  ricordata nel Discorso
di un italiano intorno alla poesia romanbca (dove Omero  definito ~un'altra
natura") e imitata nel paesaggio iniziale della Sera del d di festa. Nel Discorso 
tradotta cos:

~S come quando graziosi in cielo / rifulgon gli astri intorno della luna, / e
l'aere  senza vento, e si discopre / ogni cima de' monti ed ogni selva / ed ogni
torre; allor che su nell'alto / tuno quanto l'immenso etra si schiude, / e vedesi
ogni stella, e ne gioisce / il pastor dentro all'alma~.

9. Il passo, come la ideale autobiografia che esso configura, appare proteso
verso il ritrovamento della natura, della sua spontaneit e verit, come scala al
ritrovamento della poesia, che  la voce profonda della natura nell'uomo.

2. L'ldillio della lucciola. Passiamo ora al secondo passo:

~giardino presso alla casa del guardiano, io era malinconichiss. e mi
posi a una finestra che metteva sulla piazzetta ec. due giovanotti sulla
gradinata della chiesa abbandonata ec. erbosa ec. sedevano scher-
zando sotto al lanternone ec. si sballottavano ec. comparisce la prima
lucciola ch'io vedessi in quell'anno ec. uno dei due s'alza gli va addos-
so ec. io domandava fra me misericordia alla poverella l'esortava ad
alzarsi ec. ma la colp e gitt a terra e torn all'altro ec. intanto la figlia
del cocchiere ec. alzandosi da cena e affacciatasi alla finestra per
lavare un piattello nel tornare dice a quei dentro = stanotte piove da
vero. Se vedeste che tempo. Nero come un cappello = e poco dopo
sparisce il lume di quella finestra ec. intanto la lucciola era risorta ec.
avrei voluto ec. ma quegli se n'accorse torn = porca buzzarona =
un'altra botta la fa cadere gi debole com era ed egli col piede ne fa
una striscia lucida fra la polvere ec. e poi ec. finch la cancella. Veniva
un terzo giovanotto da una stradella in faccia alla chiesa prendendo a
calci i sassi e borbottando ec. I'uccisore gli corre a dosso e ridendo lo
caccia a terra e poi lo porta ec. s'accresce il giuoco ma con voce piana
come pur prima ec. ma risi un po' alti ec. sento una dolce voce di
donna che non conoscea n vedea ec. Natalino andiamo ch' tardi--
Per Amor di Dio che adesso adesso non faccia giorno--risponde
quegli ec. sentivo un bambino che certo dovea essere in fasce e in
braccio alla donna e suo figlio ciangottare con una voce di latte suoni
inarticolati e ridenti e tutto di tratto in tratto e da s senza prender
parte ec. cresce la baldoria ec. C' pi vino da Girolamo? passava
uno a cui ne domandarono ec. non c'era ec. Ia donna venia ridendo
dolcemente con qualche parolena ec. oh che matti! ec. (e pure quel
vino non era per lei e quel danaro sarebbe stato tolto alla famiglia dal
marito) e di quando in quando ripetea pazientemente e ridendo l'invito
d'andarsene e invano ec. finalmente una voce di loro oh ecco che
piove era una leggera pioggetta di primavera ec. e tutti si ritirarono e
s'udiva il suono delle porte e i catenacci ec. e questa scena mi rallegr
(12 Maggio 1819)~.

Osserviamo:

1. E il passo di pi ampio e completo sviluppo narrativo degli Appunti, per
giunta datato, alla fine. E chiaro che il poeta ha ricordato qui un momento
importante della sua esperienza, anche se egli pare assente dalla scena, vissu-
ta direttamente da alcuni popolani di Recanati.

2. Ma  poi veramente assente il poeta? Tralasciamo la sUa ~preghiera~ per
la lucciola, le sue considerazioni Compartecipi sul danaro speso all'osteria e

cnttr~ttn ~ll~     nr~t~  ni ni~`l imnnrt::lnti Cnnn nllelle che i~lDrO-
no e chiudono la sequenza: ~io era malinconichissn~ e questa scena mi
rallegr~n e ci rivelano che  anch'egli protagonista.

La malinconia corrisponde ai ~dolori innominati~n alla assenza di vitalit defi-
nita dal Sensismo come stato negativo e doloroso. In questa inerzia penetra lo
spettacolo della vita vi riconduce la vivacit di sensazioni. Il cammino  dal
senso del vuoto, del nulla, alle cose che accadono, alla vita che si vive e che 
l'unico possesso, I'unico bene, anche se problematico, dell'uomo.

3. Questo spiega l'intensit delle rappresentazioni leopardiane, qui e negli
idilli, la vita intensissima di paesaggi e figure di questo poeta ~pessimista~. In
effetti per lui ogni paesaggio raffigurato nei Canti  una riscoperta del mondo,
cos come lo slancio dell'immaginazione, del cuore, il ritrovamento della poesia
 una rinascita. Davanti al dolore, al tedio, due manifestazioni del nulla e della
morte sempre incombenti, le immagini poetiche della vita acquistano per il Leo-
pardi valore di epifania, o rivelazione, della Natura. Si pensi, nella Ouiete dopo la
tempesta, dove, in una trasparente favola, ci viene raccontato il risorgere della
vita dopo quella tempesta che  simbolo della morte, all'improwiso scintillare
del chiaro fiume sotto il sole, all'impeto festoso della vita che percorre tutto
l'idillio, senza distinguere fra il canto elevato deglM~augelli~ di letteraria memoria
e il ~verso~ dell'umile e verissima gallina.

4. E difficile dire se il Leopardi abbia solennemente datato l'appunto per
questo; ma certo qui balena una scoperta centrale degli idilli: la scoperta che la
vita degli umili  vicina alla spontaneit della natura ed  stata per questo
celebrata dai poeti antichi. Nel caso presente, i gesti degli umili attori, le loro
battute sul modesto palcoscenico che  una piazzena del paese, alludono al
giuoco, alla festa, e cio alla felicit: al supremo valore e significato dell'esisten-
za umana, ritrovato spontaneamente nella loro povera vita. Senza saperlo, vivo-
no il loro infinito, la loro comunione con la natura.

I Canti riflettono il doloroso itinerario del Leopardi, na costituiscono anche la
risoluzione luminosa del suo pensiero e della sua chiusa e solitaria pena. La poesia
rappresent, infatti, per lUi il ritrovamento della sua interiorit pi vera e, per
questo, il solo effettivo conforto al male del vivere.

Nonostante il carattere intimo, essa non fu uno sfogo romantico, ma un ritrova-
mento, di l dall'angoscia personale, di una voce pi universale: la voce del cuore
umano, del suo dolore e delle sue illusioni, della sua delusa e sempre rinascente
brama di felicit.

Per questo la poesia del Leopardi non descrive, ma cal?ta (donde il titolo della
raccolta); non  racconto, ma espressione dei tristi e cari moti del cor, non ripete
gli antichi miti, ma coglie, di l dalle occasioni immediate dell'esistenza, la favola
eterna della vita. Anche le conclusioni del pensiero vivono nei Ca~ti per la loro
risonanza sentimentale. Anzi, in ognuno di essi awertiamo la presenza d'un moto
affettivo che supera le contraddizioni insanabili del pensiero e la tristezza dell'esi-
stenza, per riversarsi nostalgicamente verso la giovinezza perduta, verso l'amore e la
vita attesi e invano sognati; o I'ansia dell'animo che anela a ristabilire nel deserto
del mondo, implacabilmente scoperto dalla ragione, una vita di speranza e d'affetti,
nel tentativo di riscattare la propria umanit del nulla.

Per questo la poesia leopardiana ha sempre il carattere d'una scoperta o risco-
perta elementare del mondo, sottratto alla perpetua vanificazione delle cose e
dell'uomo, alla noia che consegue alla delusione esistenziale. Afferma il ~ubini che
il Leopardi non tanto ci racconta le sue esperienze, ma ci rende immediatamente
partecipi di un momento della sua vita interiore, e mira a far sensibile nel verso
stesso l'ondeggiamento dell'animo, a rendere i sentimenti nel loro primo formarsi,
e che nella sUa poesia si rende sensibile il tempo dell'anima. Ora questo tem-
po,  sempre un tempo d'attesa, attuale o delusa, un protendersi, con immutato
desiderio, verso la vita.

Appare pertanto improprio parlare del Leopardi come d'un poeta pessimistico.
La grande poesia leopardiana  sempre una scoperta positiva della grandezza
dell~uomo, che la Natura, il nulla, il destino non riescono a infrangere; sia che il
poeta riViva Commosso le speranZe e i sogni della giovinezza, commisurati al ritmo
senza confini della Vita interiore, sia che si erga contro il destino nell'affermazione
della propria invincibile nobilt.

Il primo tempo della poesia leopardiana

La poesia del Leopardi nasCe nel 1816 con le Rimembranze e l'Appressamento
della morte, Cui segUono fra il '17 e il '18 le due Elegie, la seconda delle quali fu, in
parte, accolta nei Canti, col titolo Il primo amore. E poesia di introspezione, anche
se ancora effusiva e sCritta in Un linguaggio approssimativo.

_ I Canti Veri e propri si aprono con due canzoni civili del '18: ~II'Italta e Sopra il
~- montlmento di Dante.

In esse il poeta Unisce alla sUa tensione preromantiCa Verso una lirica di spiriti
eroici e di nobili intenzioni educative, un'eloquenza ricalcata sui modelli classici e,
  Sonr~        T ~:_f~
Il secondo tempo della poesia lePardiana

La lunga pausa di silenzio poetico dal '22 al '27, coincidente con una matUrazio .
ne delle concezioni del Leopardi,  interrotta soltanto da due canti, Alla sua donna
(1823), un'accorata elegia del tramonto dell'illusione dell'amore e Al conte Carl

compenso nella speranza (~i Un aZione (il riSCatto dell'Italia), di aprire la propria
solitudine a un colloquio immediato con gli uomini

Ma gi nella canzone Ad Angelo Mai il tema politico e civile diviene la semplice
cornice del canto, e sale in primo piano la dolorosa esperienza dello scrittore, che
nel fatale declino della storia del mondo, da un passato eroico e animato da
generose illusioni a un presente senZa luce, vede raffigurata la storia stessa della sua
anima, dalle dolci illusioni all arido Vero, Gli stessi temi sono svolti nelle ultime
canzoni civili, A un vinCitore nel giUoco del pallone e Nelle nozze della sorella
Paolina.

I due canti pi importanti di qUesta tendenza~ che potremmo chiamare storico_
mitologica, sono il Bruto minore ('21) e L'ultimo canto di Saffo ('22), che segnano il
tramonto del mito della classicit Come et eroica, dominata dalle grandi illusioni e
quindi pi generosa e meno infelice di quella presente. Bruto e Saffo sono due
figure autobiografiche ed esprimono il crollO degli ideali del poeta, il sUo desiderio
di finire una vita rivelatasi ormai soltanto assurda: il primo si uccide, con un atto
alfieriano di sfida al destino, dopo aVer Visto infranti i supremi ideali della virt e
della patria; la seconda vede crollare la sublime illusione dell'amore ed espia con la
morte volontaria il fallo crudele della natUra che ci ha creato soltanto per il dolore.

Importante in queste due Canzoni  anche il fatto che la loro sostanza  una
trama di pensieri e affetti (I'infelicit Umana, la vanit delle illusioni), in cui il poeta
cala totalmente la sua esperienza individuale Assistiamo inoltre in esse al passaggio
graduale da un pessimismo storiCo a Un pessimiSmO cosmico: dal fondo remoto dei
tempi sale ormai un Coro di dolore che ConsUona con quello del poeta. Cos nelle
due canzoni Alla primavera o dellefavole antiche e Inno ai Patriarchi (1822), egli
sente con amarezza che sono tramontati per sempre i tempi favolosi e belli
dell'infanzia del mondo, Come tramontate sono le speranZe e i sogni della sua
adolescenza.

In questo primo tempo della lirica leopardiana assistiamo dapprima a un tentati
vo di fusione delle forme classicheggianti con Una sensibilit moderna e romantica-
Ma lentamente il poeta aWerte l'esigenza di liberarsi da ogni sUggestione libresca e
di ritrovare da un lato nUovi miti, tratti dalla sUa Vita, dall'altro, Un linguaggio
personale, pi aderente ai moti del suo Cuore e della sUa fantasia. Questa ConversiO-
ne, che implica un concetto piU moderno di lirica, nella quale l'io diventa il centrO
vivo della poesia, con la sUa storia, il suo dramma, i sUoi sogni, trova una prima
affermazione negli idilli sCritti fra il '19 e il '21. Sono, Come dice la parola, piccoli
quadri, nei quali il poeta esprime moti, sentimenti e aWenture dell'animo pro-
prio, rivelazioni spirituali colte nel loro immediato affiorare.

Anche la meditazione tende a calarsi totalmente nelle Cose, in un paesaggiO che
diventa tutto interiore, oCcasione a un risentirsi del Cuore. Meno intensi sono, fra
gli idilli, il Frammento, il Sogno, La vita solitaria~ assai piU grandi, La sera del d di
festa, Alla luna, L'infin1to. Negli ultimi due affiorano i due grandi motiVi SU
cui si svolger il secondo tempo della poesia leopardiana: I'infinito e la ricordanza

si allo studio del vero, che ci riporta all'atmosfera delle Operette m~rali, scritte,

~, quaSi tutte, nel '24.
' La poesia leopardiana riprende nel '28, col Risorgimento, annuncio dolente e
insieme festoso d'una rinnovata vita del cUore, che, pur nella piena consapevolezza
- del disinganno, ritorna a palpitare, a illudersi, a sognare la felicit, pur chiaramente
avvertita impossibile. Nascono i grandi idilli (A Silvia, Le ricordanze, La quiete dopo
la tempesta, Il Sabato del villaggio, il Canto notturno di un paslore errante), compo-
sti il primo a Pisa, nel '28, gli altri a Recanati fra il '28 e il 30. Essi costituiscono un
I - ripiegamento sU se stesso del poeta, che ritrova intatta nella memoria la favola della
giovinezza, la sua sete di infinito, le sue speranze e anche l'ansia struggente con cui
le concepiva: quell'erompere di vita che si accompagnava a melanconici presenti-
menti di morte, a subite angosce, alle prime radicali domande sulla vita e sul
destino. Un pi attento esame di questi canti sar compiuto nell'antologia. Indi-
chiamo qui solo alcuni tratti comuni ed essenziali di essi. In primo luogo, la
meditazione risolta nel paesaggio che spontaneamente diviene un paesaggio d'inte-
riorit, e riconducibile tutta alle patetiche e accorate domande che formano, ad es.,
il centro lirico del Canto notturno; in secondo luogo la presenza d'immagini tratte
da una realt concreta, quotidiana, e tuttavia spontaneamente simbolica, perch
riflette il senso d'un destino non solo individuale, ma universale; infine il ritmo
nuovo della canzone libera, che sembra intonarsi su una libera scansione affettiva.

terzo tempo della poesia leopardiana

Se i grandi idilli rappresentano un vertice della poesia leopardiana, un momento
di raro equilibrio spirituale e poetico, non ne esauriscono tutte le voci e le esigenze.
La poesia era, per il Leopardi, atto integrale d'umanit e tendeva quindi ad essere
messaggio totale, individuale e universale insieme, sfida contro il disinganno della
vita e del destino. Negli ultimi canti ritroviamo il poeta affranto ma non rassegnato,
inteso a un'affermazione piena della propria dignit e della propria grandezza.
Questo  soprattutto evidente nei canti ispirati all'amore per la Targioni Tozzetti (Il

1 pens1ero dominante, Amore e Morte, Consalvo, Aspasia, A se stesso), e nella Gine-
stra, dove la resistenZa al destino culmina in una ritrovata fraternit umana e in una
piet combattiva, in Un inVito agli uomini a combattere contro la natura matrigna.

L Accanto a qUesti Canti, le due canzoni sepolcrali (Sopra un bassorilievo antlco
sepolcrale e Sopra il ritratto di una bella donna scolpito su una tomba) e Il tramonto
della luna, Compiuto l'anno stesso della morte, ripropongono il senso di una
tanchezza desolata, del mistero insondabile che pervade la vita. Ma l'ultimo canto
 ancora Uno sguardo pieno d'amore rivolto alla giovinezza, e unisce all'estrema
rinuncia alla Vita un senso d'inappagata nostalgia.

~II'Italia

Concepita, insieme Con l~altra, Sopra il monumento di Dante, nel 1818, dopo la visita del

i GiOrdanj a Recanati, qUesta CanZone esprime l'ansia d'eroismo e di poesia, di una piena
ffermazione~ cio, di s, in Cui s'era consumata l'adolescenza solitaria del poeta, aperta ai
9randj sogni e alle attese magnanime. Insistiamo su questo motivo autobiografico, perch qui il

~ Sentimento patriottico si confonde Con quello della gloria, che culmina nell'offerta e nel sacrificio
! di s dei vv. 36-40 e nel finale presentimento d'immortalit, conseguita mediante la poesia.

~/lanca del tutto la visione della sitUazione Concreta e dei Droblemi dell'ltalia presente, s che ad
poetica, per cos dire, non reale. Evidentissimi sono, nella canzone, gli influssi dell'Alfieri e del
Foscolo, e l'anelito a una poesia che sia, insieme, vaticinio. Ma purtroppo alla loro si Unisce
l'influenza del Monti (al quale la canzone fu dedicata); donde il prevalere di un'eloquenza
grandiosa, che appare spesso enfatica. L'ispirazione  sincera, nei limiti che abbiamo indicato
ma  tradita da un linguaggio convenzionale. Iegato a una tradizione retorica consunta, non
scavato e ritrovato nel profondo. La canzone tuttavia fu salutata con entusiasmo dai lenerati e dai
liberali del tempo.

O patria mia, vedo le mura e gli archi
e le colonne e i simulacri e l'erme
torri degli avi nostri,

ma la gloria non vedo,
non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi
i nostri padri antichi. Or fatta inerme,
nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oim quante ferite,

che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,
formosissima donna! Io chiedo al cielo
e al mondo:--Dite dite;

chi la ridusse a tale?--E questo  peggio,
che di catene ha carche ambe le braccia;
s che sparte le chiome e senza velo
siede in terra negletta e sconsolata,
nascondendo la faccia
tra le ginocchia, e piange.

Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
le genti a vincer nata
e nella fausta sorte e nella ria.

Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
mai non potrebbe il pianto
adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
ch fosti donna, or sei povera ancella.

Metro: canzone, costituita da sette strofe di venti
versi endecasillabi e settenari. Lo schema delle
strofe dispari : ABcd ABCe FGe FHGIhl MiM.
Quello delle strofe pari : AbCD aBDE Fg Ef Hg
IHL MiM. Sono evidenti, nella struttura ritmica,
da un lato la notevolissima padronanza tecnica gi
acquistata dal giovane poeta, dall'altro il suo ten-
dere a uno schema metrico ampio e variato che
trover, pi tardi, piena espressione nelle canzoni
libere.

1. O patria mia: S'awerte l'eco lontana, qui e nei
versi immediatamente seguenti, della canzone pe-
trarchesca Ital~a mia. Questa prima espressione ha
una pi intima modulazione d'affetto; i versi se-
guenti insistono invece sulla memoria della gloria
antica e sulla constatazione di un'irreparabile de-
cadenza .

1-3. vedo... nostri: 11 L. vede i segni della gran-
dezza antica, cio le mura, gli archi le colonne
celebrdtive, le statue (simulacri3 memorie della
potenza di Roma, e le solitarie (erme) torri

re. Il poeta afferma che sono spenti l'antico eroi-
smo e la forza gUerriera. Per qUesto l'ltalia giace
in servit.

7. nuda... mostri: nuda la fronte d'alloro, nudo
di armi il petto. Comincia qUi la personificazione
dell'Italia, che ContinUa anche nella strofa seguen-
te e ha indubbiamente qualcosa di enfatico nono-
stante la sincerit di Certi moti d'affetto. Il L.
coni`onde anCora la lirica Con l'eloquenza seguen
do indicazioni classicistiche e anche foscoliane.

10. formosissima donna: bellissima donna, e nel
nome c' anCora la sUggestione della parola latina
domina (signora, regina) e Un ricordo dantesc
(donna di pro2~ince).

14. sparte... velo: Con le chiome sparse e senza
velo; come una schiava.
18-20. Piangi... ria: Piangi, ch hai ben ragione
                         di farlo, o Italia mia, tU che appari nata (destina-
                         ta) a superare sempre i popoli, sia nella fortuna
                         (conseguendo, come hai fatto al tempo di Roma,
                         una gloria altissima) sia nella sVentUra, Come fai
                         ora che sei la terra pi schiava d'ogni altra.
dell'et medioevale.     21. vive: perenni.
5-6. non vedo... antichi: il ferro sono le armi, il 23-24. adeguarsi: essere pari a. sCorno Vergogna

Chi di te parla o scrive,
che, rimembrando il tuo passato vanto,
non dica:--Gi fu grande, or non  quella--?
Perch, perch? dov' la forza antica,
dove l'armi e il valore e la costanza?
chi ti discinse il brando?
chi ti trad? qual arte o qual fatica
o qual tanta possanza
valse a spogliarti il manto e l'auree bende?
come cadesti o quando
da tanta altezza in cos basso loco?
nessun pugna per te? non ti difende
nessun de' tuoi? L'armi, qua l'armi: io solo
combatter, procomber sol io.
Dammi, o ciel, che sia foco
agl'italici petti il sangue mio.

Dove sono i tuoi figli? Odo suon d'armi
e di carri e di voci e di timballi:
in estranie contrade
pugnano i tuoi figliuoli.
Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi,
un fluttuar di fanti e di cavalli,
e fumo e polve, e luccicar di spade
come tra nebbia lampi.
N ti conforti? e i tremebondi lumi
piegar non soffri al dubitoso evento?
A che pugna in quei campi
l'itala gioventude? O numi, o numi:

1: 25-27. Chi... quella?: C' forse qualcuno, che
~, parlando o scrivendo di te, non dica, facendo
spontaneamente il paragone fra la tUa passata
~, grandezza e la presente abbiezione, che non appa-
rl plU neppUr lontanamente simile a quella d'un
! temP? Questa e le interrogazioni che seguono
rifiettono Un modulo oratorio di gusto classici-

, Stico.

I 30. discinse: strapp dal fianco.

L 31-33. qual... bende?: Con quale ingegnosa scal-
~ treZza (arte), Con quale sforzo pertinaCe (fatica), o
f Con quale potenZa grandiosa i nemiCi riuscirono a
spodestarti del manto regale o del diadema (auree
bende) ?

3?-4 Non sono Certo belli questi versi e tutta-
~ vla esprimonO Un sinCero sogno giovanile di mor-

I te generOsa~ d'eroismo e di gloria. Li guasta la
E mt1ncanza di Un linguaggio Veramente personale,
~ d che l'impeto del sentire Viene calato in schemi
I letterari convenzionali. Ma gli Uomini del Risorgi-
I mentO sentirOno in qUeste parole ~m appello: Le
I bblamO ripetUte noi--sCriVer pi tardi il Set

E tembrini--e le hanno ripetute morendo coloro
e sono caduti per la Cara e saCra patria nostra.
~ Procomber cadr. ma in aVanti, col petto e il
I VILSO volti al nemiCo. Dammi... mio: ta. o ciel~-.

una lettera dell'Ort~r. Il L. immagina qui di vede-
re gli Italiani che combatterono nel 1812 in Rus-
sia, agli ordini di Napoleone. Era, a quei tempi,
un ricordo ancora amaro e dolente, perch sulle
pianure russe era rimasto il fiore della giovent
italiana, che. dopo secoli d'inerzia, aveva combat-
tuto non per la patria, ma per un despota stranie-
ro. Odo, ecc.: Questa come Attend~ . . Io
t~eggio, o parm~ (v. 45), ecc. sono formule retori-
che ormai viete, e cos, quella personificazione
dell'Italia che guarda tremante la scena. Non par-
liamo poi dell'invocazione (o numi, o numi!). La
strofa si risolleva verso la fine (w. 54-60), dove
s'awerte la suggestione di un inno greco e una
pi classica c~mpostezza.

42. timballi: tamburi. La parola  d'origine greca.
Ma tutto il canto  intessuto di parole letterarie
arcaiche. Solo in questa strofa puoi notare, per
citare le pi evidenti, pugnano, attend~, lumi, du6i-
toso el~ento, llumt, acc~ari, ~taliche, che sono latini-
smi del formulario classicistico.

43- J5. estranie: straniere. pugnano: combattono.
Attendi: v~lgi la tua attenzione, guarda.

4~-50. tremebondi lumi: ~cchi tremanti, trepidi.
piegar... evento: riv~lgere all'incerta lotta; dubito-
so  l'evenn~ della battaglia, c la parola ha il
1e mlo sang~le inhammi l'animo degli Italiani. sens~. insleme. dell'in~-ertezza e del timore col
     pugnan per altra terra itali acciari.
     Oh misero colui che in guerra  spento,
     non per li patrii lidi e per la pia
     consorte e i figli cari,
     ma da nemici altrui
     per altra gente, e non pu dir morendo:
     --Alma terra natia,
60   la vita che mi desti ecco ti rendo.--
      Oh venturose e care e benedette
     l'antiche et, che a morte
     per la patria correan le genti a squadre;
     e voi sempre onorate e gloriose,
     o tessaliche strette,
     dove la Persia e il fato assai men forte
     fu di poch'alme franche e generose!
     Io credo che le piante e i sassi e l'onda
     e le montagne vostre al passeggere
     con indistinta voce
     narri.n siccome tutta quella sponda
     coprir le invitte schiere
     de' corpi ch'alla Grecia eran devoti.
     Allor, vile e feroce,
     Serse per l'Ellesponto si fuggia,
     fatto ludibrio agli ultimi nepoti;

5~1-60. Awerti qui, pur nel perdurare di espres-
sioni convenzionali una forza d'affetto pi intima
e concentrata. La sensibilit del L. era spontanea-
mente portata a questi toni di piet affettuosa. pia
consorte: la sposa amorosa e pudica. P~a  ancora
un latinismo; in quel can, invece, cos semplice e
schietto, awerti un presentimento dell'intimit
leopardiana. Alma: materna, che d vita, che nu-
tre (dal latino alo = nutro).

61-140. In questa seconda parte del canto, I'Italia
presente e i suoi problemi attuali sono obliati. Il
poeta si rifugia nel mondo della Grecia antica,
canta una pagina grande della sua storia, le guerre
contro i Persiani, come aveva fatto anche il Fosco-
lo nei Sepolcri, rievocando la battaglia di Marato-
na. La Grecia diventa cos un fulgido mito, un
mondo di umanit esemplare, che pu ancora
accendere a egregie cose il forte animo ispirare
il sentimento dell'amor di patria, condotto fino
al supremo olocausto. In questo mondo la fantasia
e il sentimento del poeta appaiono pi a loro agio;
e infatti  il mondo a lungo sognato in quell'ado-
lescenza trascorsa sui libri dei classici, che in essi
trovava incentivo a ideali di gloria.

61. venturose... benedette: fortunate care e be-
nedette. Il care d il senso di una consuetudine
intima del poeta con quelle et gloriose. Ma ven-
turose e 6enedette egli le considera soprattUtto per-
ch all~ra gli uomini si abbandonavano con ardo-
re alle illusioni.

65. tessaliche strette: il passo delle Termopili.
Oui, nel ~80 a. C.. Leonida con trecento SPartani

cos il tempo alla lega ellenica di radunare le
proprie forze e preparare la difesa. Alla fine il
numero ebbe ragione dell'eroica resistenza: i Per-
siani riuscirono ad aggirare la posizione. Leonida
allora rimand indietro quasi tutte le sue truppe e
sostenne l'ultima battaglia coi suoi trecento e con
settecento plateesi. Morirono tutti eroicamente sul
campo .

66-67. Ia Persia e il fato: non solo la Persia ma
anche il destino fu inferiore all'eroismo di quelle
anime libere (franche) e generose. E forse il pri-
mo momento veramente eroiCo della CanZone. Vi
s'intrawede quello che sar per il L. Un imperati-
vo categorico: non cedere al destino, ma battersi
fino in fondo con esso; morirel ma guardando in
faccia, senza paura, la morte. E Un tema alfieria-
no e romantico.

68-73. E chiara qUi la sUggestione foscoliana: il
ricordo della tomba di Maratona, che anCora par-
la agli uomini e raCconta la storia di quella batta-
glia. con indistinta voce: con voce arcana e sugge-
stiva .

71-73. narrin... devoti: narrino Come le schiere
invitte degli Spartani morti alle Termopili Copriro-
no Coi loro corpi, consaCrati (devoti) alla Grecia e
immolatisi per lei, i luoghi dove si comp il loro
olocausto.

7~S-76. Allor... nepoti: Allora il re dei Persiani,
Serse, fuggiva per l'Ellesponto, vile, per la paura
che lo induceva alla fuga e feroce, perch era un
tiranno e aveva cercato d'assoggettare un popolO
libero: e Per questa sua disfatta diventava ludibrio

~'~' 100

~ 105

        e sul colle d'Antela, ove morendo
        si sottrasse da morte il santo stuolo,
        Simonide salia,
        guardando l'etra e la marina e il suolo.
         E di lacrime sparso ambe le guance,
        e il petto ansante, e vacillante il piede,
        toglieasi in man la lira:
        --Beatissimi voi,
   85   ch'offriste il petto alle nemiche lance
"       per amor di costei ch'al Sol vi diede;
        voi che la Grecia cole, e il mondo ammira.
        Nell'armi e ne' perigli
        qual tanto amor le giovanette menti,
    o   qual nell'acerbo fato amor vi trasse?
        come s lieta, o figli,
        I'ora estrema vi parve, onde ridenti
        correste al passo lacrimoso e duro?
        Parea ch'a danza e non a morte andasse
,~ 95   ciascun de' vostri, o a splendido convito:
ma v'attendea lo scuro
Tartaro, e l'onda morta;
n le spose vi foro o i figli accanto
quando su l'aspro lito
senza baci moriste e senza pianto.

Ma non senza de' Persi orrida pena
ed immortale angoscia.
Come lion di tori entro una mandra
or salta a quello in tergo e s gli scava
con le zanne la schiena,

. se fu quella s~lbita a Salamina, in una grande
battaglia navale, ma il L. ne collega la fuga all'epi-

@ ~ sodio delle Termopili, perch esso fu strategica-
mente risolutivo in quella gUerra.

~- 77-78. sUl colle d'Antela: sul colle ViCino al villag-

E~ gio d'Antelo, presso le Termopili, awenne l'uln-
ma battaglia fra Leonida e i Persiani. ove... stuo-

~: lo: La valorosa schiera santa, perch combatt per

E~ la patria, si sottrasse, pur morendo, alla morte,
perch aCqUist gloria perenne.

~' 79-80. Simonide: E il poeta greCo Simonide di

Ceo (556-449) che celebr i caduti delle Termopi-
7i li. Possediamo di lUi Un breve frammento al quale

i il L s iSpira in quest'ultima parte del suo canto.
J~ Nel v. 80 (etra significa cielo) sembra che Simoni-

~ de ascolti l'ind~st~nta v~Ce dei luoghi, testimoni
i dena battaglia.

-83, E di lacrime... piede: con le guance sparse,
~ eCc, Sono tre aCCusatiVi di relazione. toglieasi:
i prendeva.

t 85-86. ch'offriste... lance: pi che l'er~ismo guer-
,ierO, il verso mette in rilievo la purezza di quel-
I olocausto Costei la patria, ma  indicata con
Una metafora che ne mette in ~videnzd il carattere

I maternO

88-90. Nell'armi... trasse: Qual cos grande amo-
re trascin le vostre menti giovillette fra i pericoli
della guerra, qual tant~ amore le trasse a morte
prematura? Appare il tema dominante di questa
strofa, il pi vivo di tutta la canzone: la piet per
quella gi~vinezza generosa infranta dalla morte. E
un tema idealmente autobiografico: nella storia
dei guerrieri giovinetti il poeta rivive la propria
giovineza spe~zata.

92-93.,onde... duro: s che gioiosamente correste
al pat~ lacrimoso e duro della m~rte.

96-9/. Io scuro... morta: 11 Tartaro  l'oltretom-
ba il regno senza luce delle ombre l'onda morta
allude al Lete, allo Stige, ai fiumi degli Inferi
pagani.

98-100. Culmina in questi versi la piet per gli
estinti; I'aspro lito~ la solitudine dei morenti, I'at-
mostera deserta e mesta sono espressi con pro-
tonda partecipazione foro: furono.

101-120. Alla piet succede l'esaltazione epica ma
l'intimit della strofa precedellte viene irrimedia-
bilmenle perduta. soverchiata da echi letterari
fatti propri dal p~eta con una certa bravura stili-
stica, ma con Ull nmo ~ll po' troppo esagitato.
1,)~ immortale (-h( ~ deslina[a a rimanere a
possa, volendo i numi.
140 tanto durar quanto la vostra duri.

I l()

I I 5

120

125

1 30

135

or questo fianco addentra or c~uella coscia;
tal fra le Perse torme infurlava
l'ira de' greci petti e la virtute.
Ve' cavalli supini e cavalieri;
vedi intralciare ai vinti
la fuga i carri e le tende cadute,
e correr fra' primieri
pallido e scapigliato esso tiranno;
ve' come infusi e tinti
del barbarico sangue i greci eroi,
cagione ai Persi d'infinito affanno,
a poco a poco vinti dalle piaghe,
l'un sopra l'altro cade. Oh viva, oh viva:
beatissimi voi
mentre nel mondo si favelli o scriva.

Prima divelte, in mar precipitando,
spente nell'imo strideran le stelle,
che la memoria e il vostro
amor trascorra o scemi.
La vostra tomba  un'ara; e qua mostrando
verran le madri ai pa~voli le belle
orme del vostro sangue. Ecco io mi prostro,
o benedetti, al suolo,
e bacio questi sassi e queste zolle,
che fien lodate e chiare eternamente
dall'uno all'altro polo.
Deh foss'io pur con voi, qui sotto, e molle
fosse del sangue mio quest'alma terra.
Che se il fato  diverso, e non consente
ch'io per la Grecia i moribondi lumi
chiuda prostrato in guerra,
cos la vereconda
fama del vostro vate appo i futuri

figura in numer~si poeti ad es. nel Tasso che lo
hanno attinto dalla stessa fonte. e s gli scava: quel
si  un intensivo. Ie Perse torme: la parola torme
usata per indicare branchi d'animali, ha un fort
accento spregiativo. virtute: latinismo, sta per
valore .

109-111. Ve': vedi: modo rettorico che serve a
introd~lrre ~Ina rappresentazione concitata. I.a co-
strwione : Vedi cavalli e cavalieri supini, vedi i
carri e le tende cad~ne intralciare la fuga ai Persia-
ni vinti ~sono i loro cavalieri uccisi e le tende e i
carri del loro accampamento).
113. esso tiranno: Serse in persona.

I l~l. infusi e tinti: sparsi e macchiati del sangue
dei barhari Persiani.

119-120. beatissimi... scriva: ~oi la cui gloria du-
ler inch nel mondo si parler e scriver, cio
sempre chiara per l~ltti i secoli.

121-12~ Prima... scemi: Prima che la vostra me-
moria e l'amore dei ~ostri concittadini verso di v(>i

fondo del mare. E una figura retoriCa chiamata, in
greco, adnaton (Cosa impossibile): il L. vuole,
cio, presentare come fatto assolutamente impoS-
sibile l'oblio della loro impresa.

125-127. La vostra... ara: Traduce dal frammen-
to di Simonide. e qua... sangUe: sU qUeste tombe
le madri porteranno i figli per imprimere nel loro
animo l'amor di patria e il culto delle Virt della
stirpe. L'espressione orme del Uostro sangt~e va
intesa in senso tutto ideale.

130-131. che fien: che saranno. I sassi e le zolle
sono quelle del Campo di battaglia dove ora Sono
sepolti gli eroi. dall'uno... polo: sono i poli attor-
no ai quali, secondo gli antichi, roteaVa il cielo
L'espressione significa che in tUtto il mondo si,
diffonder la loro gloria.

132. io pur: Simonide vorrebbe essere stato loro
compagno di morte e di gloria; e Cos pUre il L.
13~. se il fato  diverso: se diversa sorte mi riser-
ba il destino.

     Ad Angelo Mai quand'ebbe troVato i libri di Cicerone della Repubblica

      La canzone fu scritta nel gennaio del 1820. Doveva essere l'ideale prosecuZione delle due
     prime canzoni Civili, per il suo intento patriottico (il richiamo, traendo lo spunto dalle scoperte
     filOIogiche del Mai, all'antica gloria d'ltalia, I'ansia d'un ~<risorgimento~- dall'avvilimento presente);
 F   ma in effetti  incentrata su Una filosofia della storia~ (De Sanctis) amara e sconsolata, e i grandi
     italiani qui rieVocati impersonano i momenti d'un progressivo decadimento dall'umanit eroica
     d'un tempo a quella attuale, meschina e priVa d'ideali. Siamo ancora nella fase del cosiddetto
 tr- pessimismo storico del Leopardi: alla contrapposizione, cio, degli anbchi, ancor vicini alla natura
     e aperti quindi alla sUggestione delle illusioni, incentiVo alla vita eroica e conforto al dolore del
     vivere, e dei modemi, che il prevalere del raZiocinio ha privato d'ogni illusione e sommersi nel
~d   tedio che Consegue alla sCoperta della Vanit d'ogni cosa Umana. Ma questa concezione riflette
     una fondamentale esperienza autobiografica. La storia che il Leopardi delinea da Dante all'Alfieri
~ ~   quella della sUa alternativa di speranZa e disinganno, considerata ora alla luce della nuova e
t'   disperata consapevolezza che il Nulla  la sola realt del nostro esistere. Scriveva in questo
     tempo il poeta nello Zibaldone: ~do era spaVentato nel troVarmi in mezzo al nulla, un nulla io
     medesimo. Io mi sentiVa come soffocare, considerando e sentendo che tutto  nulla, solido
F    nulla~. E tuttavia si tratta d'una scoperta non rassegnata, cui gi il Leopardi contrappone
i~   paradossalmente l'assurdo dell'illusione, dell'amore, della poesia, e il costante impeto eroico di
     resistenza al destino. Alla scoperta della vita come delusione e come fatale e tragica assenza, 
     unita l'esaltazione di Dante, di Colombo, d'Alfieri, cio dell'agire magnanimo, anche se vano,
1:   come suprema affermazione, pur nella sconfitta, della dignit dell'uomo.

Italo ardito, a che giammai non posi
di svegliar dalle tombe
i nostri padri? ed a parlar gli meni
a questo secol morto, al quale incombe
tanta nebbia di tedio? E come or vieni
s forte a' nostri orecchi e s frequente,
voce antica de' nostri,
muta s lunga etade? e perch tanti
risorgimenti? In un balen feconde
10   venner le carte; alla stagion presente
i polverosi chiostri
serbaro occulti i generosi e santi
detti degli avi. E che valor t'infonde,

sente inferiore a quella che essi hanno meritato)
volendolo i nUmi, durare presso i posteri quanto
la vostra, appo presso (dalla parola latina apud).

Metro: Ca~,,o ~ di dodici stroe, CiasCUna di quin-
dici endecasjllabj e settenari. ~`ichema: AbCBCDe-
FGDeFGHH .

1-3, Italo ardito il bergamasco monsignor Angelo
Mai (1782-185~), dotto filologo e custode della

Biblioteca Vaticana, che dal 1816 aVeva scoperto
e pubblicato testi d'autori antichi ((Bcerone. Plau-
to, Marco A~lrelio. ~rontone. Dionigi d'Alicarnds-
SO, eccO, e ai primi del '2() a~eVa annUnCiato il
rltrovamento in ~In n,11in~ t(~  X d~l n

dell'antica grandezza. non posi: non cessi. i...
padri: i Romani.

3-6. gli meni: li conduci. secol morto: et priva
d'ogni magnanimit e quindi di vera vita. nebbia
di tedio: il tedio, nato dall'assenza d'ogni energia
e d'ogni entusiasmo spirituale. diffonde sulla vita,
come una nebbia, uno stagnante grigiore. s fre-
quente: per le n~lmerose scoperte compiute dal

9. risorgimenti: 11 risorgere alla vita dei padri
dopo un lungo oblio.

9-10. feconde... carte: sono riemerse dai palinsesti
(i codici in cui le antiche scritture erano state
raschiate dai monaci per sostituirne delle nuove).
Ie opere origin.~rie.

1(1 13. alla... avi: le bihlioteche dei conventi. ( ~
V~ i codici dntichi gi.lcevallo nella polvere e ncl-
italo egregio, il fato? O con l'umano
valor forse contrasta il fato invano?

Certo senza de' numi alto consiglio
non  ch'ove pi lento
e grave  il nostro disperato obblo,
a percoter ne rleda ogm momento
novo grido de' padri. Ancora  pio
dunque all'Italia il cielo; anco si cura
di noi qualche immortale:
ch'essendo questa o nessun'altra poi
l'ora da ripor mano alla virtude
rugginosa dell'itala natura,
veggiam che tanto e tale
 il clamor de' sepolti, e che gli eroi
dimenticati il suol quasi dischiude,
a ricercar s'a questa et s tarda
anco ti giovi, o patria, esser codarda.

Di noi serbate, o gloriosi, ancora
qualche speranza? in tutto
non siam periti? A voi forse il futuro
conoscer non si toglie. Io son distrutto
n schermo alcuno ho dal dolor, ch scuro
m' l'awenire, e tutto quando io scerno
 tal che sogno e fola
fa parer la speranza. Anime prodi,
ai tetti vostri inonorata, immonda
plebe successe; al vostro sangue  scherno
e d'opra e di parola
ogni valor; di vostre eterne lodi
n rossor pi n invidia; ozio circonda
i monumenti vostri; e di viltade

serbarle all'et presente che ne aveva bisogno per
risoUevarsi dal torpore, le parole di vita dei padri.
14-15. 0... invano: O forse il destino, che ha
condannato gli Italiani a una perpetua vilt, non
riesce a contrastare il valore col quale lo affronti,
risuscitando i nostri grandi?

16-20. Certo... padri: Certo  per un'arcana vo-
lont divina che laddove pi torpido e greve 
l'oblio senza speranza di riscatto della nostra di-
gnit e della nostra gloria, cos spesso giunga a
scuoterci la voce magnanima dei padri. Osserva
qui, come nella prima strofa e, in genere, in tutta
la canzone, l'ideale d'alta eloquenza, che il L.
sente, in questa fase, inseparabile daUa lirica e
dalla poesia in genere, modeUato su echi deUa
tradizione aulica (il v. 16, ad es., richiama Virgi-
lio, Aen., 11, 777-8 e Petrarca, Rime, Llll, 18, e
nUmerosi riferimenti del genere sono sparsi per la
canzone) .

23-25. ch'essendo... natura: dal momento che,
essendo qUesta l'ultima occasione (n altra ve ne
potr essere, data la nostra estrema decadenza) di
far di nuovo risplen~e-e il v~lnre n~tivo detJli

27. gli eroi: i grandi scrittori.

29-30. a... codarda: come per vedere se, dopo
tanti secoli d'ignavia, ancora ti piaCcia, o patria,
restare adagiata neUa tua vilt.

32-33. in... periti?: forse la nostra decadenza non
 ancora del tutto irrimediabile?

34-38. AUa speranza appena formulata si contrap
pone una disperata voce di disinganno. Logica-
mente essa va riferita aUa presente, fatale deca-
denza della patria, ma vi sentiamo anche, e il resto
deUa lirica lo conferma, l'eco d'una personale
angoscia. Il croUo del sogno giovanile di gloria
trascina con s il sentimento deUa morte, deU'as-
surdit d'ogni illusione. scuro: privo di luce, di
speranza .

38-40. Anime... successe: AUe anime valorose de-
gli antichi sono subentrati, nella stessa terra che
fu loro dimora, esseri privi d'ogni desiderio d'o-
nore, una plebe abbietta.

40-42. al... valor: per i Vostri discendenti  ogget-
to di scherno ogni valore che si manifesti neUe
azioni o neUe parole (anche, quindi, nella poesia)
42-44. Iodi: rclorie. rossor: la verj2o~na che do-

hlLl      ltallam, slmlle ora a una spada arruggmna e qum-  vreb~e nascere m ~n~  IIIUt~ll(.) U~

4s

so

60

6s

70

siam fatti esempio alla ~utura etade.

Bennato ingegno, or quando altrui non cale
de' nostri alti parenti,

a te ne caglia, a te cui fato aspira
benigno s che per tua man presenti
paion que' giorni allor che dalla dira
obblivione antica ergean la chioma,
con gli studi sepolti,

i vetusti divini, a cui natura
parl senza svelarsi, onde i riposi
magnanimi allegrr d'Atene e Roma.
Oh tempi, oh tempi awolti

in sonno eterno! Allora anco immatura
la ruina d'Italia, anco sdegnosi

eravam d'ozio turpe, e l'aura a volo
pi faville rapia da questo suolo.

Eran calde le tue ceneri sante,
non domito nemico
della fortuna, al cui sdegno e dolore
fu pi l'averno che la terra amico.
L'averno: e qual non  parte migliore
di questa nostra? E le tue dolci corde
sussurravano ancora
dal tocco di tua destra, o sfortunato
amante. Ahi dal dolor comincia e nasce
l'italo canto. E pur men grava e morde

46-48. Bennato ingegno: Si rivolge al Mai. de'...

parenti: dal momento che ora agli altri non im-

porta piU la gloria dei nostri antenati (parenti,
latinismo per genitori, progenitori). cui...
aspira: al quale spira.

so-s2 que' giorni: Allude aU'et deU'Umanesi-

mo~ aU'et, Come il L. sCrisse al Mai, dei Petrar-
ca e dei Poggi [Poggio Bracciolini], quando ogni

glornO era illustrato da Una nUoVa sCoperta classi-

I Ca~ e la meraviglia e la gioia dei letterati non
' ~ trovava riposo. dira obblivione: crudele e fune-
~ sto oblio, coincidente col Medioevo, che il L.
L condividendo il giudizio polemico e negativo degli
li mUminiSti~ considerava et di barbarie. con... se-
polti: col risorgere deUa cultura, prima sepolta.

53-54. i vetUsti,,, svelarsi: gli antichi scrittori,
chlamati d)i ~ni perch la Natura li ispir diretta-
mente~ senZa tUttavia svelare loro i propri arcani
~ Cio il nulla delle Cose e la miseria deUa condizio-
I ne umana essi poterono quindi esprimere l'ansia
I Cli eroiSmo e di beUezza, il fervore deUe illusioni,

I che sono proprie della gioVineZZa degli individui e
I dei Popoli ( la tesi del D~seorso di un ital~ano

~ ~ntrnO alL/ poesia romant~Ca), e attingere una
,~ plenezza di Vita simile a qUeua dei numi.
54-55. onde... Roma e per qUesto la loro poesia
~ ~egr i riposi magnanimi ~perch Conseguenti a

I rmPrese gloriose) dei Romani e dei Greci. Le
uSioni Cantate dai poeti erano Vissute dagli uo-

56-57. avvolti... eterno: per sempre trascorsi.

57-O. Allora... Italia: Allora non era ancora ma-
turata la servit dell'ltalia. e... suolo: vi erano
ancora in Italia molti spiriti magnanimi.

61. Eran... sante: era da poco morto Dante. Co-
mincia qui la parte centrale della canzone, cio la
rieVocazione dei grandi Italiani, legata aUa storia
spirituale del poeta, al colloquio che egli aveva
intrecciato con loro nell'adolescenza solitaria,
ricca di sogni, d'illusioni generose, ma anche d'u-
na continua ricerca di giustificazione deUa propria
vita. Non vi  dunque, in questi versi, un'esalta-
zione deUe urne dei forti, ma un riandare deUa
mente al proprio dramma e ad alcune persuasioni
definitive: che dal dolore nasce la poesia, e tra-
monta nella coscienza del n~lUa che ci awolge
(Goffis) .

62-6J. non... amico: Dante  rievocato romanti-
camente e foscolianamente come esule eroico
indomito contro la malvagit degli uomini e dei
destino. I'averno: I'inferno, con allusione al viag-
gio oltremondano.

66-69. E... amante: il Petrarca, evocato da quel
sussurrare delle corde della lira e da quel senso di
musica dolce e mesta che  proprio della sua
poesia. Il L. Io sent pi vicino di Dante, perch
poeta d'amore e rivolto allo scavo della sua inte-
riorit malinconica. dal: in seguito al.

70-73. E... pianto: Tuttavia  meno greve e lace-
rante per l;anilllo un male che ci procuri vero
Ll

il mal che n'addolora
del tedio che n'affoga. Oh te beato,
a cui fu vita il pianto! A noi le fasce
cinse il fastidio; a noi presso la culla
immoto siede, e su la tomba, il nulla.

Ma tua vita era allor con gli astri e il mare,
ligure ardita prole,
quand'oltre alle colonne, ed oltre ai liti
cui strider l'onde all'attuffar del sole
parve udir su la sera, agl'infiniti
flutti commesso, ritrovasti il raggio
del Sol caduto, e il giorno
che nasce allor ch'ai nostri  giunto al fondo;
e rotto di natura ogni contrasto,
ignota immensa terra al tuo viaggio
fu gloria, e del ritorno
ai rischi. Ahi ahi, ma conosciuto il mondo
non cresce, anzi si scema, e assai pi vasto
l'etra sonante e l'alma terra e il mare
al fanciullin, che non al saggio, appare.

Nostri sogni leggiadri ove son giti
dell'ignoto ricetto
d'ignoti abitatori, o del diurno

ta, peggiore della morte; beato fu quindi il Petrar-
ca per il suo stesso dolore. Partendo da afferma-
zioni sensistiche il L. afferma che la vita  nel
moto, nella ricchezza e variet delle sensazioni
esterne e intime, e che la vera negazione dl essa 
la noia, I'inazione, il torpore dei sensi e dello
spirito. Anche dal dolore pu nascere un piacere,
non foss'altro quello, elementare, che t il senti
mento della propria esistenza; la nola e, mvece,
vanificazione totale dell'io.

73-74. A noi... fastidio: nascemmo, si pu dire,
nella noia, in mezzo a una generazione capace
soltanto di questo sentimento.

74-75. a noi... nulla: L'immagine tetra e potente
d al nulla una sorta di cupa consistenza. Il L. 
qui giunto a una delle sue scoperte fondamentall:
quella della realt come negazione, come non-
essere, in quanto irreparabilmente awersa aUe no-
stre esigenze pi profonde, alla nostra ansia d'insi-
nito, e cio d'una felicit che consisterebbe in urla
pienezza e autentiCit di essere. Per questo, come
ha osservato il Galimberti, il lessico del canto insn
ste da un lato su immagini mortuarie o cupe (not-
h.rno, occ~lto, tomba), dall'altro su forme di nega-
zione implicite morfologicamente nelle parole me-
diante i prefissi dis-, s-, in- (disperato. sconsolato,
~nonorata); nell'uno e nell`altro caso v' un senn-
mento quasi ossessiv~ d'assenza. di vaniiicazione.
76 77. Ma... prole: Si rivolge a Cristoforo Colom-
bo cui  dedicata una delle Operettc morali che
riportiamo. In lui  impersonata la vita attiva, che
neU'ardiment~, nel rischio eroico, nell'illuslone

spaziare fuori d'ogni confine. Ma: in contrapposi-
zione allo stato attuale dell'umanit adombrato
nei W. 73-75.

78. colonne: le colonne d'Ercole, lo stretto, Cio,
di Gibilterra.

78-83. quand'oltre... fondo: quando di l da quei
lidi occidentali agli abitanti dei quali parve di
udire, al tramonto stridere le onde in CUi ll sole Si
tuffa~ra come una massa di metallo ardente, ritro~
vasti il raggio di esso, affidato (Commesso) ai ilutt
infiniti del mare e il giorno che nasCe quando nel
nostri lidi  gi spento, Quella dello strldore udltO
dai popoli iberici al tramonto era Una fama anactl
mente divulgata di Cui il L. parl anche nel SagglD
sopra gli errori popolari degli antichi. Qul la ri~
ca in tono favoloso e leggendario, Con parole ~
lui considerate poetiCissime, perch CapaCI Y
suscitare idee Vaste e grandiose, Come ~n,fi~t
flutti e ~gnota immensa terra (ma sono at;
parole che aUudono a Ci che non ), per meBL
rendere il fascino di Un'antiCa et riCCa d Imrt

nazione e d'illusioni.           d
84. di... contrasto: ogni ostacolo opp

85 87 ignota... rischi: la gloria d aVere s
un'immenSa terra ignota Compens~ ll trava
viaggio e i rischi del ritorno.   ,~
87-90 Conoscere il mondo signitiCa compren ~
ne i hmiti la piccolezza. Ia miseria. Soltantltj;
maginazione pU valicarli e fig~rare Una re ,..;1
bella. etra sonante. il cielo, dove si dlffond ~
s~loni. alma: che Ci nutre.      ,ecl

L~lun~e_a obllare per  ~  L~     u~n  miti d'un tempo e precisamente le.,~

degli astri albergo, e del rimoto letto
della giovane Aurora, e del notturno
occulto sonno del maggior pianeta?
Ecco svaniro a un punto,
e figurato  il mondo in breve carta;
ecco tutto  simile, e discoprendo,
o solo il nulla s'accresce. A noi ti vieta
il vero appena  giunto,
o caro immaginar; da te s'apparta
nostra mente in eterno; allo stupendo
poter tuo primo ne sottraggon gli ann
e il conforto per de' nostri affanni.

Nascevi ai dolci sogni intanto, e il
sole splendeati in vista,

cantor vago dell'arme e degli amori,
che in et della nostra assai men trist~
empir la vita di felici errori:

nova speme d'Italia. O torri, o celle,
o donne, o cavalieri,

o giardini, o palagi! a voi pensando,
in mille vane amenit si perde

la mente mia. Di vanit, di belle
fole e strani pensieri

si componea l'umana vita: in bando
li cacciammo: or che resta? or poi che il verde
 spogliato alle cose? Il certo e solo
veder che tutto  vano altro che il duolo.

O Torquato, o Torquato, a noi l'eccelsa
tua mente allora, il pianto
a te, non altro, preparava il cielo.

,o gli antichi, la credenza che gli astri riposassero
certi luoghi durante il giorno, che l'Aurora, dea
pmortale e sempre gioVane, sorgesse al mattino
p letto oVe aVeva riposato col marito Titone, che
~Sole, dopo il tramonto, si ponesse a dormire in
letto ConCavo simile a Una naVe e in esso
~iCasse l'Oceano da ponente a levante. Queste
~gnde gli appaiono Come bei sogni di un'uma-
p fanciulla anCor Vicina alla natura.

. in.., carta: nella Carta geografica, che ha ri-
etto i confini del mondo, dilatati, un tempo,
, - itnmaginazione

~)0. ecco.,, s'aCcresce: si stabilisce Una piatta
Clunnit fra le Cose, e le sCoperte scientifiche e
afiche portano soltanto a Constatare la me-
~it e Vanit del nostro mondo.

El  immaginar: 11 L. non piange tanto il
E~VerSi delle favole antiche, ma il tramonto

r facolt stessa dell'immaginare, Cara perch ci
c, dare una par~enZa, anche se effimer~. di

c~a. Essa si spegne <<all'apparir del Vero. nel
r'gBi fra l'adolescenza e la maturit

~?s allo-.. affanni: gli anni ci sottraggono al
~e potere che hai su cli noi nell'et orima. e

107. in vista: negli occhi.

108. cantor... amori: Ludovico Ariosto di cui il
L. riecheggia il secondo emistichio del primo ver-
so dell'Orlando furioso. Il poema  guardato ro-
manticamente come insieme di belle fantasie e co-
me evasione dalla realt angosciosa nella regione
della favola e del sogno.

109-110. che... errori: che in un'et assai meno
trista della nostra, perch meno adugiata dall'ari-
do vero, riempivano la vita di leggiadre immagina-
zioni che la rendevano pi felice.

111. nova... Italia:  apposizione di felici erro-
rh~. Furono questi nuova speranza per l'ltalia di
sottrarsi alla desolata rivelazione del vero.

115-116. vanit... fole: immaginazioni... favole.
strani pensieri: un pensare fuso con l'empito fan-
tastico. Ma torse l'aggettivo vuol conser~are la
carica di fantasioso stupore che ha nell'Ariosto
(Quello Ippognfo gra~lde e strano augello ..

118. il verde: il colore di giovinezza e di prima-
vera col quale la tantasia rivcste le cose.

121-123. 0 Torquato... cielo: O Torquato Tasso
allora. mentrc callta~a l'Ariosto. il cielo destinava
gi a noi il tuo ingegllo eccclso, a te una vita di
E ~e momento  perd~lta ogni possihilit di dolorc. i,a Vita sVent-lrata d~l Tasso fu. tra il finire
125

130

135

140

145

150

155

Oh misero Torquato! il dolce canto
non valse a consolarti o a sciorre il gelo

onde l'alma t'avean, ch'era s calda,
cinta l'odio e l'immondo
livor privato e de' tiranni. Amore,
amor, di nostra vita ultimo inganno,
t'abbandonava. Ombra reale e salda
ti parve il nulla, e il mondo
inabitata piaggia. Al tardo onore
non sorser gli occhi tuoi; merc, non danno,
I'ora estrema ti fu. Morte domanda
chi nostro mal conobbe, e non ghirlanda.

Torna torna fra noi, sorgi dal muto
e sconsolato avello,
se d'angoscia sei vago, o miserando
esemplo di sciagura. Assai da quello
che ti parve s mesto e s nefando,
 peggiorato il viver nostro. O caro,
chi ti compiangeria,
se, fuor che di se stesso, altri non cura?
Chi stolto non direbbe il tuo mortale
affanno anche oggid, se il grande e il raro
ha nome di follia;
n livor pi, ma ben di lui pi dura
la noncuranza awiene ai sommi? o quale,
se pi de' carmi il computar s'ascolta,
ti appresterebbe il lauro un'altra volta?

maschia virt, non gi da questa mia
stanca ed arida terra,
venne nel petto; onde privato, inerme,
(memorando ardimento) in su la scena
mosse guerra a' tiranni: almen si dia
questa misera guerra
e questo vano campo all'ire inferme
del mondo. Ei primo e sol dentro all'arena
scese, e nullo il segu~, che l'ozio e il brutto
16~  silenzio or preme ai nostri innanzi a tutto.

Disdegnando e fremendo, immacolata
trasse la vita intera,
e morte lo scamp dal veder peggio.
Vittorio mio, questa per te non era

170 et n suolo. Altri anni ed altro seggio
conviene agli alti ingegni. Or di riposo
paghi viviamo, e scorti
da mediocrit: sceso il sapiente
e salita  la turba a un sol confine,
che il mondo agguaglia. O scopritor famoso,
segui; risveglia i morti,
poi che dormono i vivi; arma le spente
lingue de' prischi eroi; tanto che in fine
questo secol di fango o vita agogni

180 e sorga ad atti illustri, o si vergogni.

Da te fino a quest'ora uom non  sorto,    ~    Ultimo canto di Saffo

o sventurato ingegno,

pari all'italo nome, altro ch'un solo,

solo di sua codarda etate indegno

Allobrogo feroce, a cui dal polo

d'un alone romantiCo, fino a simboleggiare la vita
del poeta, non compreso dal mondo troppo me-
schino e incapaCe di adeguarsi ad esso: si pensi al
dramma Torq~a~o Tasso del Goethe. Il L. Io sent
per questo come spirito fraterno (cfr. Ia lettera al
fratello Carlo del 20 febbraio 1823).

126. onde: col quale. s calda: ardente e appassio-
nata.

128. Iivor... tiranni: I'invidia dei privati e dei
Signori (gli Estensi).

129. amor... inganno: A]lude al presunto amore
per Eleonora d'Este. Per il L. I'amore era l'ultima
e pi grande illusione, Capace di soprawivere alla
morte di tutte le altre, invincibile anelito verso la
vita e unica forma possibile di felicit.

130-131. Ombra... nulla: la nullit e vanit delle
cose ti apparvero Come un'ombra, immateriale,
ma tuttavia reale, e in qualche modo solida: Cio
come la realt vera, anche se incomprensibile e
assurda dell'esistenza.
132-133. inabi ~

alla vigilia della sua inCoronazione in Campido-
glio.

135. nostro mal: la tragiCa condizione Umana
ghirlanda: I'alloro la gloria.
143. se... cura: dai momento che oggi l'egoismo 
la sola legge che regola i rapporti umani.  I
147-148. n... sommi: gli Uomini non proVano in- I
vidia per i grandi, ma nonCuranza, aVViene: ca-
pita.
148-149. quale: chi. il Computar: il calcolo, il merO
utilitarismo. Utilitarismo ed egoismo dominan
I'et presente, priva di quegli ideali che soli ren-
dono nobile l'animo e lo dispongono alla poeSia
E evidente la polemica Contro Certo gretto mate
rialismo settecentesco e contemporaneo.
151-153. Da te: dopo di te. pari... nome: degn
dell'antica grandezza italiana.
155. Allobrogo feroce: Vittorio Alfieri. Gli Allo-
brogi furono gli antichi abitanti della Savoia: fero
ce vale fiero. dal polo: dal cielo. L'Alfieri fu un
I~.; ~ ~crri cnirir~  i rinreSe

In questo canto, scritto nel maggio del 1822, il poeta accoglie la leggenda secondo la quale
Saffo, la grande poetessa greCa, sarebbe stata bruttissima. e, respinta, per questo, dal giovane
Faone, da lei appassionatamente amato, si sarebbe uccisa gettandosi in mare dalla rupe di
Leucade, 11 Canto , appUnto, il monologo della anciulla prima di morire, un'accusa alla natura e
al destino, che le hanno reso impossibile la elicit e l'hanno condannata, incolpevole, a una vita
dolorosa e vana.

~ una lirica autobiograica: il poeta dice di avervi voluto rappresentare ~I'infelicit d'un animo
delicato~ tenero, sensitivo, nobile e caldo, posto in un corpo brutto e giovane~U impossibilitato, per

l~intatta pUrezza e nobilt dello spirito; tema pre-

sente Con chiare modulazioni alfieriane in alcuni
dei primi Canti, soprattUtto nel Br~to minore, e

ancoral ma in forma piU decisamente personale,
in quelli sCritti dopo il 1830.

16o-l62 si dia: si conceda. misera: perch vana.
Vano Campo: la sCena teatrale, non la vita reale.
inferme: le ire impotenti degli oppressi immersi
nella vilt. La speranZa dell'Alfieri di essere con la

SUa poesia l'iniziatore d'un moVimento di riscatto
politico appare qUi un'illusione. Tuttavia aWerti
nel L. Una violenza antitiranniCa tUtta alfieriana.
164l6s brutto silenzio: quello dei vili.

166-67, L'Alfieri condusse la propria vita senza
rnacchial pieno di sdegno e d'ird contro i tiranni e

dolore, nel secondo la sua vocazione di solitudine
eroica, che non vuole venire a patti col destino e
con la comune vilt.

168. dal... peggio: il pegg~o  la generazione che
segu alla sua, quella cio del L.
170. Altri... seggio: altri tempi e altra terra.

172-173. scorti... mediocrit: guidati da un ideale
di vita mediocre, senza slanci n generosit.

173-175. sceso... agguaglia: la vera sapienza  di-
scesa di tono e giunta a un limite accessibile anche
alla turba degli ignoranti: tutti sono divenuti
uguali nella piatta mediocrit, nel sapere meschi-
no fondato su di un razionalismo banale e sull'uti
litarismo. 0... famoso: si rivolge di nuovo al Mai.
176-180. Il L. riprende qui, ma un po' stancamen-
6'16lldvl ~ rl~Vu~a,~lulll U~l la~o C U ~  11  te, il motivo iniziale, cio l'esortazione a un riscat-
Sono quelle piU intensamente autobiografiche: nel to morale e civile. segui: prosegUi la tua opera.
questo, a trovare nel mondo corrispondenza d'amore. E quindi il canto del crollo dell'ultima
illusione, I'amore.

Ma l'ispirazione poetica pi profonda  un'altra. Saffo che effonde inascoltata la sua pena nella
notte tranquilla, che invano si protende verso la divina, dolcissima bellezza del mondo, esprime
un motivo tipico della pi grande poesia leopardiana: il desiderio di comunione con l'ininita
bellezza della natura e il tormento di sentirsene esclusi, il senso del limite umano, reso ancor pi
doloroso dal fatto che inesplicabile appare la ragione del nostro vivere e del nostro soffrire.
L'apparente invito della bella natura cela dunque una tragica assenza.

Placida notte, e verecondo raggio
della cadente luna; e tu che spunti
fra la tacita selva in su la rupe,

nunzio del giorno; oh dilettose e care,
mentre ignote mi fur l'erinni e il fato,
sembianze agli occhi miei; gi non arride
spettacol molle ai disperati affetti.
Noi l'insueto allor gaudio rawiva
quando per l'etra liquido si volve
e per li campi trepidanti il flutto
polveroso de' Noti, e quando il carro,
grave carro di Giove a noi sul capo,
tonando, il tenebroso aere divide.

Noi per le balze e le profonde valli
natar giova tra' nembi, e noi la vasta

Metro: CanZone Composta di qUattro stofe di di-
ciotto versi: sedici endecasillabi sciolti plU un
settenario e un altro endecasillabo che rimano fra
loro .

1-4. Un primo paesaggio soffuso d'una patetica
nostalgia Come un addio dolcissimo a quelle cose
belle e Care. Dice Saffo che gli aspetti pi dolci
della natura non parlano pi Come Un giorno al
cuore disperato e deciso a morire; e tuttavia nella
negazione awerti anCora il fascino struggente di
una sognata ComUnione Con la bellezza del
mondo.

1-2. Placida notte: piU che Una Visione hai il suo
riflettersi nell'animo. Le parole notte, notturno,
ecc. Ie descrizioni della notte, eCc. sono poetics-
sime, perch la notte confondendo gli oggetti,
I'animo non ne ConCepisce che Un'immagine vaga,
indistinta, incompleta, s di essa che di quanto ella
contiene~,. Cos il L. nello Zibaldone. verecondo
raggio: indica un tenUe albore lunare, solitario e
immacolato s da dare il senso di una pudica
dolcezza. In questi versi gli aggettivi danno al
paesaggio un carattere d'interiorit. Io risolvono
nell'animo che lo contempla, sono Come una tra-
scrizione del Cuore di Saffo. Cos quella luna che
tramonta (cadente luna, con Un ultimo tenue
bagliore sembra riflettere la sua giovinezza radio-
sa e ormai spenta.

2-4. e tu... giorno: si rivolge all'astro di Venere o
Lucifero, che annunzia nel Vago albore l'imminen-
te mattino. Nota quei fra la ta~ita sel~a. in su la
~upe: uuell'indefinito dell'apparizione luminosa in

4-7. O sembianze della natUra che foste un tem-
po dilettose e care al mio sguardo, quando ancora
non conoscevo la disperata passione d'amore (le
Erinni erano, secondo la mitologia, le Furie, sim-
bolo dell'angoscia tempestosa dell'animo) e il mio
destino implacabile! Ma ormai, come nessun dol-
ce spettacolo, neppUre Voi sorridete pi al mio
cuore immerso nella disperazione (disperati affet-
ti).

8-18. L'animo travolto dalla passione proVa Una
sorta di acre volutt a immergersi negli spettacoli
tempestosi della natUra, meglio rispondenti alla
violenza sconvolgente dei sUoi sentimenti. Questa
descrizione ha nUmerosi echi letterari, soprattutto
classici ma risente anCor piU dell'Ossian, dell'Or-
t~s, dei Werther e, in genere, della letteratura
preromantica.

8. Noi:  complemento oggetto; soggetto  l'in-
sueto gaudio (la gioia insolita). raVViVa d Come
un senso di vita ridestando dal suo letargo il
cuore. La prima persona plurale  Usata da Saffo
perch parla a nome di tutti gli infelici.

9-11. quand... Noti: quando turbina .si volve) il
soffio vorticoso, che innalza nembi di polvere, del
vento tempestoso del sud ~flutto polveroso de'
Noti)l nell'aria limpida del cielo (etra liquido) e
nei campi da esso sconvolti (trepidanti).

12-13. grave... Giove: credevano gli antichi che i
tuoni fossero proVocati dal trasCorrere per il cielo
del grave Carro di Giove. divide: I'aria tenebrosd
del cielo in tempesta  sqUarciata dai tUoni e da
fulmini .

11-15. Noi... nembi: a noi piaCe ~giUva, Costruito
c~(~ in~ finito ~cfr. nota prece- alla latin.l) immergerCi fra i dirupi e le valli Solita-

     fuga de' greggi sbigottiti, o ~'alto
     fiume alla dubbia sponda
     il suono e la vittrice ira dell'onda.
      Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
     sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta
     infinita belt parte nessuna
     alla misera Saffo i numi e l'empia
     sorte non fenno. A' tuoi superbi regni
     vile, o Natura, e grave ospite addetta,
     e dispregiata amante, alle vezzose
     tue forme il core e le pupille invano
     supplichevole intendo. A me non ride
     l'aprico margo, e dall'eterea porta
     il mattutino albor; me non il canto
30   de' colorati augelli, e non de' faggi
     il murmure saluta: e dove all'ombra
     degl'inchinati salici dispiega
     candido rivo il puro seno, al mio
     lubrico pi le flessuose linfe
     disdegnando sottragge,
     e preme in fuga l'odorate spiagge.
      Qual fallo mai, qual s nefando eccesso
     macchiommi anzi il natale, onde s torvo
     il ciel mi fosse e di fortuna il volto?

15-16. e noi... sbigottiti: a noi piace vedere le
greggi atterrite dalla tempesta disperse in fuga
disordinata per la Vasta pianUra. L'aggettivo vasta,
indica le greggi largamente disperse e come avvol-
te nel Vortice sterminato della tempesta.

16-18. o d'alto... onda: (e mi piace) stando presso
la riVa malsicura di Un fiume profondo (alto), il
fragore e l'ira travolgente delle onde gonfiate.
Quanto a dubbia il L. annota: cio luhnca o 1nal
S~cura che il fiume non la sormonti, cio pericolo-
sa .

19-20, Bello... terra: Ritorna dopo la romantica
effusionel alla contemplazione della natUra che ha
sempre teneramente amato. Ma qUesta volta essa
le sUggerisce il sentimento della sua esclusione
dalla bellezza del mondo. il tuo manto: I'azzurro
stellato del cielo. rorida: stillante di rugiada, co-
m' sul far del giorno.

21-23, parte nessUna: La trasposiZione, accen-
tuando quel nessUna, rende anCor piU desolata la
conStatazione fenn: fecero (diedero). La pena
dell~amore non Corrisposto diventa simbolo d'una
pena piU universale: la negata Comunione dell'uo-
mO Con la natUra, la negaZione totale del suo
slancio Verso quella bellezza che diviene immagine
dell infinito.

23-27. lo, o Natura, assegnata al tL10 regno su
perbo Come ospite vile e sgradita (grave) e aman-
te spregiata, inVano tendo (intendo) supplichevole
(supplicando Una corrispondenza d'amore) il cuo-
re e gli occhi alla tUa bellezza~. superbi: Tale  la
natura indifferentc e sorda nei confronti di Saffo.
dispregiata amante: (~ome puoi vedere, nun tanto

versi  un passo dello ~i~7aldo~le del 5 marzo 1821:
L'uomo d'immaginazione, di sentimento e di
entusiasmo, privo della belle~,~a del corpo,  verso
la natura presso a poco quello ch' verso I'amata
un amante ardentissimo sincerissimo non corri

sposto nell'amore. Egli si slancia fer~idamente
verso la natura, ne sente proondissbnamente tut

ta la forza, tutto I'incanto, tutte le attrattive, tutta
la bellezza, I'ama, con ogni trasporto; ma quasi
che egli non fosse pLlnto corrisposto, sente ch'e-
gli non  partecipe di questL~ bello che ama ed
ammira, si vede fLlor della sfera della bellezza,
come l'amante esclLIso dal cuore, dalle tenerezze,
dalla compagnia dell'amata.

28-29. I'aprico margo: la campagna risplendente
nel sole. dall'eterea... albor: la candida luce del
l'alba che s'affaccia alle soglie del cielo.

31-36. e dove... spiagge: un limpido ruscello l
dove distende le sLle pure onde all'ombra dei
salici che su di esso sembrano inchinarsi, sottrae
sdegnoso la sua corrente ~lessuosa al mio piede
sdrucciolevole (lubrico), quasi allelante a immer-
gersi nell'ollda, e corre ~ia piegando le erbe e i
fiori della ri~a Ipreme... spiagge).

33-35. il puro seno: la sua onda; ma il fiume
appare come umanizzato, in una immagine di
inattingibile bellezza~ chc i salici chini sembra-
no recare ad essa un trepido omaggio. disdegnan-
do: sembra che il fiLIm~ disprez~i Saffo.

37-~9. L,a pella per una particolare ingiLIsti7ia
sofferta . Iil bruttL ~a ) si .Implia qui al lamentu
dell'uolllo sul suo blesl-licabile destillo d'inielicit
e di mol-tc. bllposm da Llna llatu~ passibile.
angOscid Saffo il dispre~zio dell'LIomo amato, ma 37 3~). QLI.II pCccato, qual colpi~ Cos ncfallLla mi
40

45

50

60

65

In che peccai bambina, allor che ignara
di misfatto  la vita, onde poi scemo
di giovanezza, e disfiorato, al iuso
dell'indomita Parca si volvesse

il ferrigno mio stame? Incaute voci
spande il tuo labbro: i destinati eventi
move arcano consiglio. Arcano  tutto,
fuor che il nostro dolor. Negletta prole
nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
de' celesti si posa. Oh cure, oh speme

de' pi verd'anni! Alle sembianze il Padre,
alle amene sembianze eterno regno
di nelle genti; e per virili imprese,
per dotta lira o canto,
virt non luce in disadorno ammanto.

Morremo. Il velo indegno a terra sparto,
rifuggir l'ignudo animo a Dite,
e il crudo fallo emender del cieco
dispensator de' casi. E tu cui lungo
amore indarno e lunga fede, e vano
d'implacato desio furor mi strinse,
vivi felice, se felice in terra
visse nato mortal. Me non asperse
del soave licor del doglio avaro
Giove, poi che perlr gl'inganni e il sogno
della mia fanciullezza. Ogni pi lieto

fatmi meritare che il cielo e la sorte mi fossero
cos Cupamente aWersi (torvo)?. Naturalmente,
 una domanda senZa risposta, come quella che
segue.

40-44. In che... stame: Quale peccato posso aver
mai Commesso da bambina quando non si sa
neppure che cosa sia la colpa, tale da farmi meri-
tare Una Vita priVa delle gioie, del fiore della
giovinezza (disfiorato)? ferrigno... stame: lo sta

me  il filo della nostra Vita la prima delle tre
Parche, Cloto, formava la conocchia, la seconda,
Lachesi lo filava (e Saffo, la chiama qui indomita,
senza piet, perch tUtta la sua vita era stata
immutabilmente dolorosa) e Atropo la tagliava
quando era giunto il momento della nostra morte.
Il colore ferrigno allude all'esistenza triste di
Saffo .

44-46. La risposta alle domande  che il destino
umano  assolutamente inesplicabile. Tutto  mi-
stero: sappiamo soltanto che per noi la vita 
dolore. E 1o stesso lamento che ritroveremo nel
C-anto nottUrno d'un pastore errante. Incaute: irra

gionevoli, illogiche. arCano consigli: una mente
arcana, impenetrabile.

47-49. Negletta... posa: lo, creatura negletta della
natUra sono nata per l'infelicit. e la ragione la
sanno solo gli di; io non riesco a comprenderla.
Insieme con Saffo parla qui anche il poeta.

giorno di nostra et primo s'invola.
Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l'c mbra
della gelida morte. ~cco di tante
sperate palme e dilettosi errori,
il Tartaro m'avanza; e il prode ingegno
han la tenaria diva,
e l'atra notte, e la silente riva.

Il passero solitario

Scritto intorno al 1829, questo canto fu posto dal Leopardi, nell'edizione napoletana dei Canb
(1835), prima degli idillicomposti fra il '19 e il '21, che sono raffigurazioni di aspetti della natura e
della vita e, insieme, un effondersi mesto e sognante dell'animo. Il Leopardi lo sent come
un'ideale prefazione ad essi: quella rappresentazione di se stesso, che vive commosso l'incanto
della primavera e tuttavia non partecipa alla sua gioia diffusa, quell'uscire, solo, gi verso il
declinare del giorno (vv. 36-44) e leggere nel sole che tramonta il proprio e il comune destino di
labilit e di morte, rivelano un appartarsi sconsolato e insieme nostalgico dalla vita, un desiderare
le sue gioie, contraddetto dal presentimento dell'ineluttabile delusione. E l'atteggiamento psicolo-
gico da cui nascono gli idilli.
ll canto  imperniato sul parallelo che il poeta svolge fra se stesso e il passero solitario, dal
quale emerge l'immagine d'una giovinezza schiva che trova nella poesia l'unico conforto, ma non
s che non le resti il rimpianto di una vita e di una gioia non vissute. I momenti pi felici sono quelli
nei quali la memoria ritrova il fulgido incanto di quella primavera lontana e ne rivive il fascino e la
promessa di felicit.

dre) diede assoluto dominio alla bellezza (amene
sembianze) sugli Uomini, e tUtte le gesta piU nobi-
li, cio le imprese eroiche (virili imprese), la poe-
sia (dotta lira o canto) rimangono priVe di fascino
se la virt dell'eroe o del poeta non risplenda
nella bellezza Corporea, se Cio la sUa persona sla
brutta (disadorno ammanto).

55-58. Il velo... Casi: L'anima ignuda, liberatasi
dal velo indegno CioC dal Corpo deforme che
l'awilisce, col suicidio (a terra sparto), fuggir
agl'lnferi (Dite o Plutone era il dio che governaVa
il regno dei morti) ed emender, sebbene incolpe-
vole, la colpa crudele del destino, che distribuisce
ciecamente la sorte degli uomini.

58-62. E tu... mortal: E tu (si rivolge allluomo
amato, a Faone) al quale mi ha strettamente aV-
vinto un lungo e Vano amore e Una lunga e vana
fedelt e la tempestosa passione (furor) che nasCe
da un desiderio ardente e inappagato (implacato
desio), vivi felice, se pure pU ViVere felice qul m
terra l'uomo che  nato per morire (nato mortal)

62-65. Secondo Omero, nella Casa di Giove erano
due vasi, uno pieno di felicit, I'altro di dolore
Saffo dice che da quando i dolci inganni, cio le
speranze e i sogni ConCepiti nell'et della fanc ~

lezza perirono, Giove non l'ha pi aspers3 col
liquido della felicit Contenuta nel primo vaS
,doglio" avaro nel dispensare agli Uomini il prO-

D'in su la vetta della torre antica,
passero solitario, alla campagna
cantando vai finch non more il giorno;
ed erra l'armonia per questa valle.
Primavera d'intorno
brilla nell'aria, e per li campi esulta,
s ch'a mirarla intenerisce il core.

65-68, Questi Versi sono tradotti dalle Georgiche
~' di Virgilio; ma leopardiano  quel gelida, che d
la sensaZione dell'agghiacciante incombere della
morte

68-70, Ecco... m'aVanza: di tanta speranza e di
~ tanti amabili errori, non esCe, non risulta, non si
5, realizza altro che la morte (I,eopardi). Il Tartaro
 la parte piU Cupa e profonda degl'Inferi pagani.
70-72. La dea del Tenaro, la cupa notte degl'In-
feri e la riVa silente dei fiumi infernali (soprattutto
~ del Lete, fiume dell'oblio) possiedono ora il mio

l` virtUOsO (prode) ingegno. La tenana dil~a  Pro-
serpina~ dea degl'Inferi, I'ingresso dei quali era

~ posto presso il Capo Tenaro, oggi Matapan.

I Metro: Canzone l~bera Composta di tre strofe, di
endecasillabi e settenari liberamente alternati, di

~ Innghezza disuguale. Poche e senZa schema defi-
I nitO sono le rime, frequenti le rime al mezzo. I,a
I Struttura metriCa  dunque variabile. regolata sul
libero InOtO delle il~lmagini e dei sentimenti, come

I in tutti gli idilli della mat~uit.

S. Agostino, in Recanati. Ma l'aggcttivo antico

COS  Idi tUttof il paes IgglO del canto, che nono

tere mitico, in quanto reca inscritto il senso della
vita. Ad es., il sorriso della primavera , al tempo
stesso, lo schiudersi della giovinezza, bella e fuggi-

2 passero solitario:  un passero pi grosso di
quello comune, e ha ~m canto pi dolce; vive sui
tetti. Pi volte I immagine era stata accennata
nella nostra tradizione letteraria (basti ricordare il
petrarchesco Passer mai solitario in alcun tetto
/non fu quant'io,; ma il L. ha ~mito alla suggestio-
ne letteraria Una pers Vai riv~lgi il tUo Canto. Io

sempre Cara al L Pdag llaimL eSpiressdi~lne indefinita
vastissimo, accentuata da quella v.lga determina

semhra prolungare il cant~ oltre la durata del
giorno, e, nel verso seg~lente. da quell'errare della
melodia del canto p~r Id v.lllata.
10

20

30

Odi greggi belar, muggire armenti;
gli altri augelli, contenti, a gara insieme
per lo libero ciel fan mille giri,
pur festeggiando il loro tempo migliore:
tu pensoso in disparte il tutto miri;
non compagni, non voll,
non ti cal d'allegria, schivi gli spassi;
canti, e cos trapassi
dell'anno e di tua vita il pi bel fiore.

Oim, quanto somiglia
al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
della novella et dolce famiglia,
a te german di giovinezza, amore,
sospiro acerbo de' provetti giorni,
non curo, io non so come; anzi da loro
quasi fuggo lontano;
quasi romito, e strano
al mio loco nato,
passo del viver mio la primavera.
Questo giorno, ch'omai cede alla sera,
festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
odi spesso un tonar di ferree canne,
che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
la giovent del loco
lascia le case, e per le vie si spande;
e mira ed  mirata, e in cor s'allegra.
Io solitario in questa
rimota parte alla campagna uscendo,
ogni diletto e gioco

tripudio di vita per la campagna; e inoltre danno
alla visione primaverile una sorta di sensibilit
umana che allude all'intima rispondenza fra l'uo-
mo e la natura, fra la primavera e la giovinezza.

9-11. contenti: questa gioia  il centro lirico della
descrizione. Iibero: privo di nubi e di venti, sere-
no e quindi sembra invitare all'agile volo. pur
festeggiando: intenti solo a festeggiare. Il tempo
migliore  la primavera, ma ogni particolare sug-
gerisce il tema della giovinezza.

12. tu pensoso: anche qui, dietro la figura del
passero, s'intravede quella del L. pensoso e solita-
rlo.

14. non ti cal: il verbo pu reggere anche i so-
stantivi precedenti: non ti preoccupi, non ti curl
di volare fra i compagni, dell'allegrezza che 
mtorno diffusa.

16. dell'anno... fiore: la parte pi bella dell'an
no, la primavera, e la pi bella della tua vita, la
glovmezza .

18. costume: modo di vita. Sollazzo: piacere,
diletto.

te congiunto.

24-25. romito... nato: solitario e straniero al luo-
go stesso dove son nato.

26. passo... primaVera: trasCorro la giovinezza~
primavera della Vita. E Un altro Verso Carico di
malinconia strUggente, che esprime il tema Centra-
le del canto, il lamento sulla gioVineZZa non V15-

27 28. Questo giorno che ormai volge al tra-
monto  giorno di festa per il paese~>. Si tratta
della festa di S. Vito (15 giUgno) patrono dl Reca-

29 Odi: si ode. squilla: campana.     ...

30. tonar... canne: Uno sparare a salve i fUclll m
segno di festa; ma secondo l'uso Classicistlco~
attento a togliere dalla poesia le espressionl trop-
po realistiche e quotidiane, li chiamaferree Canne
35. e mira... s'allegra: tra gioVani e lanclulle s Un-
                                                           trecciano sguardi scambievoli di amore, e il mUa-
                                                           re e l'essere mirato si traducono entrambi in inU-

                                                           36-37 Fra il sereno tripudio della giOvinczzal si
fiill~     19-20. dolci compagni della gioVinezza. ger-  staglia la figura de! poeta solitana e pensSa~

indugio in altro tempo: e intanto il guardo
steso nell'aria aprica
mi fre il Sol che tra lontani monti,
dopo il giorno sereno,
cadendo si dilegua e par che dica
che la beata giovent vien meno.

Tu, solingo augellin, venuto a sera
del viver che daranno a te le stelle,
certo del tuo costume
non ti dorrai; ch di natura  frutto
ogni vostra vaghezza.
A me, se di vecchiezza
la detestata soglia
evitar non impetro,
quando muti questi occhi all'altrui core,
e lor fia vto il mondo, e il d futuro
del d presente pi noioso e tetro,
che parr di tal voglia?
che di quest'anni miei? che di me stesso?
Ahi pentirommi, e spesso
ma sconsolato, volgerommi indietro.

,~'infinito

Dal '19 al '21 il Leopardi compose alcuni canti che pubblic fra il '25 e il '26 sotto il titolo di Idilli.
~ono: L'infinito, La sera del d di festa, Alla luna, 11 sogno, La vita solitaria, e il Frammento
VII (posto cio nei Canb come trentasettesima composizione).

Idillio significa, in greco, piccolo quadro, piccola immagine. Era, nella letteratura greca antica,
pna visione Circoscritta e aggraZiata di vita pastorale, una poesia che ricercava un contatto fresco
~ immediato con la natura. Ma nel Leopardi esso diviene un quadro tutto interiore, dove le
t,hlrnaginj naturali sono soprattutto un pretesto per esprimere situazioni, affezioni, awenture
~bloriche~ dell~animo: Un improwiso risentirsi dello spirito immerso in una contemplazione solitaria
Fella natUra e Un sUo attingere, di l dagli oggetti--ma sostanzialmente uno scoprire dentro di s
j~ unlintuizione elementare e profonda della vita.

E Per questo, il Russo ha proposto per gli idilli, pensando soprattutto all'lnfinito, che  il pi
~ande, la definizione di inni saCri in quanto c' in essi un tono d'intuizione vagamente religiosa: il
~ovamento~ dietro le forme usuali dell'accadere, d'un significato universale, il tentativo d'un
pntattO diretto Con la realt profonda dell'io e delle cose.
~ \/a, per, aggiUnto che la parola religiosa  usata qui in senso metaforico. Il Leopardi infatti,

t9. indugjo~ tempo: rimando a Un altro tempo.
~9-44. Tutte le immagini della poesia culminano
r qUesta mesta visione di tramonto. Dice il Mo-
~igliano pare Veramente che quel canto di pas-
che erra sulla Campagna finch non muore il
~ornO, sia Una Cosa sola Con il solitario e musicale
~pianto del poeta che passa la gioVineZZa pen-
~o inVanO alle sUe gioie.... steso: che spaZia.
~Ca: illuminata dal sole. mi fre: mi colpisce.
~-49. Qui il poeta esprime Un pUnto di contrasto
se stesso e il passero; qUesto ViVe secondo i
~gerimenti della natUra il poeta inVece vive in
pltrasto Con essi, che lo esorterebbero a cogliere
~breve fiore della gioVineZZa.
e-S9 Tu, solitario uccellino. quando sarai giun-

vissuto in questo modo (del tuo costume), perch
ogni desiderio tuo, come di ogni altro animale
(vostra vaghezza),  furtto di natura, cio dell'i-
stinto.

50-52. se... non impetro: se non riesco ad ottene-
re di evitare la vecchiaia detestabile cio se non
otterr dal destino di morire prima di giungervi.
53-59. quando... indietro: quando questi miei oc-
chi non diranno pi nulla all'altrui cuore e ad essi
il mondo parr vuoto, privo d'ogni attrattiva, e il
futuro ancor pi noioso e tetro del presente, che
cosa penser allora di questa mia volont di vivere
solo e appartato, che cosa di questa mia giovinez-
za non vissuta e di me stesso che non l'ho saputa
vivere~ Certo mi pentir e Ini rivolger a guardare
C~ complmento ~sera~ della Vlta che n destmo il mio passato, ma sconsolatamente.
non ritrova Dio in queste sue meditazioni, ma il senso di un~immensit che egli, a volte, vjde
coincidere col Nulla, con ci che non siamo n possiamo essere; con la negazione, Cio, di;
questa vita limitata e circoscritta e tuttavia inspiegabilmente aperta a Un presentimento di asSOlutO l
e d'eternit.

Per questo gli idilli, nei momenti pi intensi, partono da un senso di negaZione, di e
Lo vedi, qui, nella situazione iniziale: lo sguardo del poeta  limitato da Una siepe che gli pre
la vista dell'orizzonte lontano, e che diviene spontaneo simbolo della Vita Circoscritta nello Spazj
e nel tempo. Eppure, proprio questo limite ridesta pi intenso il bisogno di Un di l, di Un infjnjt
che l'anima scopre non nelle cose, ma ripiegandosi in s, nel proprio Centro, e se lo figura COme
spazio interminato, quiete profondissima. E per pOCO il cuore non si spaUra davanti a que
mensit che sembra sommergere, annullare la vita fragile dell'io. Poi, dopo una pausa lunghj55j
ma, un soffio di vento riconduce il senso del moto, della vita, del tempo. Ma  Come Una nuoVa
siepe, che spinge il poeta all'intuizione di ci che  di l dal tempo, cio dell'eterno. Ed eglj 5j
abbandona dolcemente a quest'idea pura dell'infinito creata dalla sUa mente (io nel pensier rnj
fingo ~

Nell'lnfinito, dunque, conta non tanto il paesaggio reale, ma quello immaginato. A partire
soprattutto dal 1821 il poeta aveva insistito, nello Zibaldone, sull'indefinito~ Come fonte di
poesia, e nella Storia del genere umano (1824) parler di spasimo~ dell'infinito, di cui gli Uomini
sono, insieme, incapaci e cupidh~. Il sentimento di esso coincide con lo slancio dell'immaginazjO.
ne e del cuore, con la loro ansia d'una vita autentica, senza il limite della sVentura e della morte,

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte

dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di l da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima qu'iete

io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento

Metro: endecasillabi sciolti.

1-3. E il primo momento della breve e vasta con-
templazione. Il poeta delinea, si direbbe meglio
accenna (questo colle, questa siepe), un paesaggio
nudo, essenziale: oggetti quotidiani (il colle  il
monte Tabor) a cui la meditazione profondissima
fuori dello spazio e del tempo, d, all'improwiso,
un rilievo straordinario.

1. Sempre... colle: Le prime parole, sempre caro,
riconducono l'ambiente a una consuetudine inti-
ma e affettuosa: quei luoghi sono i testimoni muti
della solitudine del poeta e di un lungo vagare
della fantasia. Il mi fu (I'unico passato remoto del
canto) fa sentire questi luoghi come un paesaggio
di sempre. ermo: solitario. E parola del linguag-
gio letterario della tradizione, e sembra, anche per
il suo carattere inusato isolare ancor pi quel
colle. Mettilo in relazione con quel caro, cos
semplice e quotidiano; e coglierai un tipico carat-
tere della poesia del L., che  sempre un incon-
tro felice di eleganza e di familiarit (Binni).

2-3. e questa... esclude: La siepe, che impedisce
allo sguardo la vista di tanta parte dell'orizzonte
lontano, , insieme col poeta, la protagonista di
questo dramma spirituale. Proprio quel limite
invalicabile ~ che simboleggia spontaneamente la
vita limitata e circoscritta, dallo spazio, dal tempo,
dalla morte) ridesta il desiderio naturale e insop-
primibile dell'infinito nell'dnilllo, lo spinge ad

nite del pensiero e del sentimento.

4-8. Una pausa (la poesia dell'Infinito  nelle pa-
role, nelle immagini, nei ritmi, nei sUoni, ma
anche nelle pause e nei silenzi) e poi la prima
intuizione dell'infinito come immensit spaziale.

4. sedendo e mirando: sostando, in Una Contem-
plazione senza tempo.

4-6. interminati... quiete: interminati significa
senza conf~ni. Osserva la potenZa di quegli enjarn-
6ements (interminati spazi so~rumani silenzi, pro-
fond~ssima quiete), il battere dell'accento Sull'a,
aperta di sterminati, spaZi, sovrUn~ani lo straripa

re dei tre aggettivi di l dalla misUra ritmiCa del
verso, come per protendersi in Una dimensione
infinita. E mentre interminati e so2)rumani sembra
no dare il senso di Uno spaZiare in Una dimensiO-
ne orizzontale, il profond~ssima, per la stessa Virt
del suono e dell'accento, crea Una dimenslone
verticale, proietta l'infinito nella profondit inson-
dabile dell'animo, e la parola quiete d il senso di
una pace, di un appagamento totali.

7. io... fingo: mi raffiguro, mi costrUisco nel pen-
siero. Non  l'infinito qualche Cosa che eslsta
oggettivamente fuori di lUi e al quale il poeta
aderisca superando la sUa condizione Umana. ma
qualche cosa che egli stesso crea.

7-8. ove... spaura: in quell'infinito da lUi steS5
evocato, per Un attimo il Cuore sembra turbarSI e
smarrirsi. E una sorta di sgomento reliL~i5
(cos i primi solitari sCopersero l'lddio", annotall
Ul 1~ Ua ~  lllllllC, V~  Ulld ~U~  De Sanctis), che prende il poeta dinanzi alllarcana
mf n~iri`~ ~h<~ P im~n~i~in~  nn~          7i~n~  ~h~- trac~n-~P la ~lla llmanir,i ~onSUe- i

odo stormir tra queste plante, io quello
infinito silenzio a questa voce

vo comparando: e mi sowien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente

e viva, e il suon di lei. Cos tra questa
immensit s'annega il pensier mio:
e il naufragar m' dolce in questo mare.

,~ ta, limitata nello spaZio e nel tempo. Per tutto il
canto 51 sContrano e Compongono drammatica-
~, mente la persona del L. chiusa nei limiti dell'esi-
stere quotidiano, nella sUa storia di nasCita, morte,
faucosO travaglio del Vivere, e quel nUovo io pro-
fondo, CosmiCo si direbbe che emerge dalla sua
ienza e abbraccia l'infinito. Osserva infine che
qui si chiude il secondo periodo ritmiCo del canto
I e s'apre una paUsa di silenzio dove, suggestiva-
mente si leva, improWiso, e sembra giungere da
~ lontananze remote il soffio del vento.

|~ 8 9. E Come... piante: Il Vento che fa vibrare le
f piante della siepe rianima per Un istante il silenzio
I immoto e Vi riconduce l'onda della vita, il senso
g, del fluire del tempo. Ma anch'esso  come la
Siepe; spinge il poeta a Un nUoVo slancio nell'infi-
mto, che si presenta ora in Una nuova dimensione:
l~infinito temporale Cio l'eterno.

9-11, io... comparando: 11 poeta paragona l'infini-
to silenzio degli interminati spaZi, a questa ritor-
nante Voce della Vita. Il dimostrativo quello allon-
tana la prima rivelazione nella sfera senza tempo
~, dellleternit qUesto riconduce alla condizione
Umana n~l rf ~nn ~

mente il senso dell'eternit (ma anche. come indi-
ca il verbo, si ridesta come da una memoria arca-
na). Nota come qui, e anche nei w. precedenti, i
legami pi intensi fra i singoli momenti dena
rappresentazione siano delle semplici e che sotto-
lineano il tono di trasalimenti e di illuminazioni
improwise; il carattere, insomma, di rivelazione e
non di scavo progressivo del pensiero, che  pro-
prio di tutta questa meditazione.

12-13. e le morte... Iei: e insieme all'eterno ritor-
nano alla mente le morte stagioni, cio il passato,
non solo quello del poeta ma tutta la storia uma-
na, e la stagione (cioe il tempo) presente e viva.
Ma dopo questi due aggettivi che ne mettono in
rilievo l'attualit, il poeta la vanifica, riducendola
a un puro suono.

13-15. Cos... mare: 11 pensiero del poeta s'anne-
ga in questa immensit (insieme il senso dell'infi-
nito spaziale e di quello temporale); ma questa
volta il cuore non si spaura, bens sente che gli 
dolce naufragare in q~lel mare. L'immagine del
naufragio d il senso d'un morire a se stesso di
quell'io che conosce solo la vita limitata e affanno-

sa~ per perd~rsi d~lcelllente in quella pi vasta
C~erclzlo al anallsl (L~infinito)

1. Premessa. L'infinito, senza dubbio uno dei testi leopardiani pi profondj 
stato interpretato in vario modo dai critici, che gli hanno, comunque sia, attribUjtO
un nllevo centrale nell'opera del Leopardi.

Tale rilievo appare meritato. L'idillio, infatti, riCostruisce Un <<aWentura dell a.
nimo~ di estrema importanza: la verifica delle categorie di spazio e tempO
essenziali nel processo conoscitivo, e il commisurarsi del pensiero e dell'imma.
glnazione su una immensit~ che si rivela anch essa elemento fondamentale
nell'interpretazione della realt e nel rapporto del poeta con essa.

2. 1 modi dell'espressione. Proponiamo qui solo alcuni spunti di analisi.

L'idillio  bilanciato su quattro periodi, due, il primo e il quarto, pi brevi, pi
ampi gli altri, dedicati alla scoperta dell'infinit spaziale e temporale. Il primo e il
quarto rivelano una loro omogeneit in quanto definiscono una nota affettiva
(sempre caro mi fu ~ il naufragar m' dolce~) che segna I iniZio e la conclu-
sione dell'esperienza rappresentata.

La pausazione non segue un modello logico, ma piuttosto un modello che si
vorrebbe dire patetico-tensivo, in quanto regola la tensione emotiVa che accom-
pagna la scoperta operata dal pensiero, bilanciandola in un pacato movimento
d'interiorit riflessiva. Si osserVino gli attacchi dei periodi: Ma... E... Cos, che
segnano una continuit, piuttosto che stacchi successivi del pensiero. Quanto al
secondo legame, la e, si pu rilevare, tanto per limitarsi a un esempio, che si
isola dalle numerose altre e che la precedono e la seguono non in base a un
movimento logico-sintattico, ma nella tensione d'una nuova e risolutiva scoper-
ta; cos come quella di e mi sovvien l'eterno~ ha davanti a s una pausa pi
breve (il punto e virgola), in quanto al poeta preme qui di sottolineare la conti-
nuit fra questa intuizione e la comparazione vento/silenzio da cui deriva. La
scoperta dell'eterno  un movimento analogo a quella precedente della infinit
spaziale, suscitata dalla siepe, ed  ormai pi diretta e spontanea, dopo la
prima. D'altra parte la distensione dell'animo sulla quale il Leopardi misura il
tempo (un tempo ciclico, piuttosto che storico: un protendersi, anche se negato
verso il ritorno impossibile a una primitiva condizione d'infanzia) equivale, di
fatto, a un suo spaziarsi, a un suo ritrovarsi e consistere in una dimensione pi
vasta, legata, per rimanere nell'ambito del pensiero leopardiano di questi anni,
alla grandezza~ della natura, non alla limitatezza della ragione.

La breve sequenza  scandita su quattro movimenti interiori: il riconoscimento
d'un luogo affettivamente privilegiato da cui iniziare la nuova avventura--I'intui-
zione dell'infinito spaziale--I'intuizione dell'infinito temporale--la dolcezza del
naufragio nell'immensit evocata cos dal pensiero; cui se ne pu aggiUngere un
quinto, da situare dopo il secondo, anche se istantaneo: il breve senso di sgo-
mento del cuore davanti a quella immensit immaginata dal pensiero (mi fingo 
un latinismo; e il verbo latino  usato per indicare la capacit di configurazione
artistica o anche fantastica). L'azione viene cos suddivisa in tempi o atti, Come
un'azione drammatica, di cui il poeta conserva anche una forma elementare di
gestualit, affidandola agli aggettivi indicativi (in un caso si tratta del pronome)
questo/quello.
La grammatica insegna che questo indica persona o cosa vicina a chi parla O

                                                                                       ne presenlanao nUr~ U~ U~;~;u"~"~ ~unu ~ r ~ r~ -
                                                                                       essenziali e connotando oggetti essenziali qUesto colle, questa siepe, di l da
                                                                                       quella (siepe), quello infinito silenzio, qUesta Voce, questa Immenslt, questo
                                                                                       mare.
                                                                                        Osserviamo, in sintesi:
                                                                                        a) questo indica ci che  caro o do/ce, che appartiene in qualche modo
                                                                                       all'intimit;
                                                                                        b) quello indica Ci che  remoto (o mette in comunicazione con esso).
                                                                                        Ora, se  vero, come afferma un critico russo, il Lotman, che I"infinito' 
                                                                                       llesistenza di Una contrapposizione fra uno spazio interno e uno spazio ester-
                                                                                       no~n d'una loro incompatibilit e incomunicabilit che tuttavia conduce al trasfe-
                                                                                       rimento dello spazio esterno nell'interno prima, e dell'interno nell'esterno poi, va
                                                                                       detto che qUesto moVimento  additato anche dal susseguirsi degli aggettivi
                                                                                       suddetti.
                                                                                        Si tenga presente che la siepe, oggetto usuale, consueto, caro come il colle,
                                                                                       fa parte, con esso, dello spazio chiuso, interno, mentre il di l presentito  lo
                                                                                       spazio aperto o infinito. Orbene, nel momento in cui la siepe diventa tramite alla
                                                                                       scoperta di esso,  indicata non pi con questa, ma con quella; e allo stesso
                                                                                       modo si parla di quello infinito silenzio, opposto a queste piante. A questo punto,
                                                                                       per, lo spazio esterno viene interiorizzato, diventa cosa dell'uomo che lo ha
                                                                                       immaginato (io nel pensiero mi fingo~), e abbiamo allora questa immensit e
                                                                                       questo mare.
                                                                                        Si osservi ancora che tutto ci che ha relazione con l'infinito  detto con
                                                                                       parole composte, che hanno come prefisso la radice della negazione o di un suo
                                                                                       equivalente: in-finito e in-terminati (= senza confini); sovr-umani (e quindi non-
                                                                                       umani); im(= in)-mensit (= non misurabilit); e ancora, si pensi alla quete
                                                                                       profondissima, che  il contrario della vita in quanto movimento e suono, all'eter-
                                                                                       no, che comprende in s stagioni morte e una presente e viva, ma ormai in
                                                                                       procinto di ridursi a suono; e infine all'annegare e al naufragare del pensiero,
                                                                                       che sono anche la negazione di esso.

                                                                                        3. Le forme del contenuto. Secondo il saggio del Lotman cui si alludeva
                                                                                       (contenuto nella Prefazione a Ju. M. Lotman e B. A. Uspenskij, Tipologia della
                                                                                       cultura, Milano, Bompiani, 1975), nell'et romantica lo spazio da condizione
                                                                                       per rappresentare oggetti concreti~ diventa oggetto di rappresentazione esso
                                                                                       stesso, e il Leopardi ne crea qui un modello caratterizzato dall'opposizione di
                                                                                       fondo fra spazio interno e spazio esterno e dall'impossibilit di spostarsi dal
                                                                                       primo nel secondo, persino con lo sguardo, cosicch il poeta trova una via di
                                                                                       scampo nell'interiorizzare lo spazio esterno, nell'accoglierlo in s rappresentan-
                                                                                       doselo nel pensiero~. Il mondo interno  quello della vita, il mondo esterno 
                                                                                       quello della morte, ma ci non impedisce al mondo esterno di affascinare il
                                                                                       poeta, poich la sua illimitatezza ed eternit, agli occhi d'un romantico, si identi-
                                                                                       ficano col valore supremo~n
                                                                                         C' qualcosa di vero in tutto ci, ma l'identificazione del Leopardi col Roman-
                                                                                       ticismo va specificata, trattandosi d'un rapporto complesso, non certo privo d'im-
                                                                                       portanza per determinare il messaggio dell'idillio.
                                                                                   ~'    Va ricordata, in proposito, la lunga disputa dei critici italiani (ne puoi trovare
                                                                                       una sintesi aCcurata in A. Marchese, Introduzione alla semiotica della letteratu-
                                    - - ~ r ~                                          ra Torino, S.E.I., 1981), a partire dal giudizio di Francesco De Sanctis, il nostro
sCnve, mentre quello denota lontananza. Nell idillio mantengono questa funzio-  ~       maqaior Critico dell'Ottocent che risContr nell Infinito Un a 99
co-estatico, simile a quello del Bramino o dei primi solitari nella loro SCoper~a
del divino. Contro l'estensione di questa tesi in senso spiritualistico o idea
religioso si  schierato un gruppo di critici, dal Pirodda, che ha insistit
ascendenze sensistiche dell'atteggiamento del Leopardi in questo idillio, al Bjn~
ni. Quest'ultimo ha contestato l'analisi desanctisiana, affermando che, nell~ jd ~ o I
il piacere dell'infinito si presenta come la salda, lucida, intensa presa di co~
scienza poetica~n implicante sentimento e pensiero, e quindi non irrazionalis
"di un piacere supremo dell'immaginazione umana e personale... contrapp
alla limitazione dei piaceri concreti e particolari, ma come essi, piacere solidO e~
sensibile, tratto... dall'animo intero nella sua esperienza e conoscenza di s~i
stesso e della vita umana~. Cos il finale non  <~sconfinamento mistico e s
gnante, ma un saldo possesso... di questa suprema dimensione interna di Pia.
cere che ha arricchito e approfondito l'esperienza del poeta ~

In effetti un'interpretazione idealistica o religiosa della lirica non troVa riscontro
nella meditazione leopardiana di quegli anni, ancora impegnata a definire Una ~
teoria del piacere~ su principi sensistici. Il poeta  lontano dal materialismo cui '
approder in seguito (e allora identificher l'infinito col nulla, considerandolo una '
mera astrazione dalla mente), come  gi lontano dal Cristianesimo, anche ss,
cerca di conciliarlo con la sua teoria.                       I

Interessanti sono le pagine dello Zibaldone (165 e segUenti, luglio 1820) dove
si dice che la tendenza dell'uomo verso un infinito incomprensibile proviens
forse da una capacit pi materiale che spirituale, cio dal desiderio del piacero
o felicit; desiderio che non ha limiti, ma coincide con la vita intera. Per saziare
l'anima sempre inappagata dal singolo e sempre limitato piacere, I'immaginazio-
ne crea le immagini dell'infinito, come superiore principio del piacere: quasi una
sua immagine archetipa, che prende poi forma nelle illusioni o nella speranza. A
volte quest'immagine d'infinito verr suscitata da visioni della natura Vaste, s da
apparire sterminate e senza confini, a volte, invece, <~I'anima desiderer una
veduta ristretta e confinata in certi modi, come nelle situazioni romantiche. La
cagione ... il desiderio dell'infinito, perch allora in luogo della Vista lavora
I'immaginazione e il fantastico SOnentra al reale. L'anima s'immagina quello cho
non vede, che quell'albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e Va errando
in uno spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe, se la sUa vista si
estendesse da per tutto, perch il reale escluderebbe l'immaginario".

La ragione della lunga CitaZione  che qui il Leopardi sembra alludere con
riferimenti precisi al proprio idillio, dandone cos un commento assai vicino n91
tempo, anche se appartiene pur sempre a una fase ulteriore di riflessione

Una delle conclusioni pi interessanti del passo  l'accettazione, da parte del
poeta, d'un carattere romantico dell'idillio, che comporta anche l~accettazion~
del proprio destino di poeta moderno, anCora rifiutato nel Discorso di Un italia~
intomo alla poesia romantica, che  il suo testo ideologicamente pi impegnato
prima di questo idillio, anCora riecheggiato nello Zibaldone nel 1819 e nel 182-,
Questo significa accettare un'idea della poesia problematica e riflessiva. Ch~
investe poi anche la sensibilit e l'immaginazione che sono ancora in queSli
anni concepiti dal poeta come rapporto privilegiato fra uomo e natura. fonte d
vitalit interiore e di poesia, come lo erano state per i classici.

4. Conclusioni. L'interpretazione del Binni  accettabile per molti aspe
certamente valida sul piano metodologico, in quanto propone Una lettura delPIn~
finito impostata sulla cultura leopardiana di quegli anni. Sembra tuttavia ODPOrt~i
no precisarla ulteriormente.

L'lnfinito va, a nostro awiso, interpretato come una prima intuizione poetica
sintetica~ una prima e fondamentale idea della vita, cui seguir poi una successi-
va meditazione, a cominciare dal pensiero del 1820 citato.

L'area definita da questo mito poetico, non precisabile in un mero riassunto
logico-concettuale,  un senso problematico del vivere, definito, nel Discorso di
un italiano, attraverso la dialettica Antichi-Moderni, cio fra condizione dell'uomo
ancora fuso armonicamente con la Natura e attuale rapporto negato.

La scoperta d'un di l dal tempo e dallo spazio rivela una superiorit della
mente umana nei confronti dei limiti entro cui  costretta. Non si apre a soluzioni
religiose, ma  un momento di sia pur precaria felicit conseguente a un attimo
di adesione intima dell'animo alla grande vita della natura, qual era concepita
dal Leopardi in questi anni. Come la natura (dir poco dopo il poeta nello
Zibaldone)  conformata a un effetto poetico, cos la mente umana, immaginan-
do il piacere infinito, rivela una forza poetica che la apparenta alla vita grandiosa
della natura.

L'immaginazione, concepita come la forza pi genuina della natura che si viva
in noi, non pu, d'altra parte, affermarsi se non per via negativa, o negando la
realt per adeguarsi al respiro vasto della natura e dell'animo umano, o negan-
do se stessa, per presentarsi come realt pi vera. In realt nel poeta (e nell'uo-
mo) moderno la prima soluzione si presenta piuttosto come illusione o nostalgia,
la seconda  bramata e tuttavia ritenuta impossibile. Questo spiega come l'infi-
nito si manifesti nelle forme negative che abbiamo riscontrato nell'analisi forma-
le dell'idillio, e la dialettica di sgomento e dolcezza dell'animo davanti a esso:
realt soverchiante e, insieme, illusione. La posizione del poeta davanti a esso 
molto simile a quella che egli rivela nei confronti della natura in un idillio coevo,
La sera del d di festa: desiderio di comunione e tormento dell'esclusione, incen-
trato sulla scoperta del paradosso della condizione umana. Nella Sera prevale
un sentimento mesto di delusione esistenziale; nell'lnfinito domina il piacere
provocato nel poeta dalla coscienza dell'impeto costruttivo del pensiero umano.

Alla luna

L'idillio  del '19, lo stesso anno dell'lnfinito, ma ha una profondit minore. E interessante,
Comunque~ perch qUi affiora Un tema importantissimo degli idilli pi maturi, quello della ricordan-
za (e La ricordanza, era il sUo titolo primitivo). La dolcezza del ricordo, ci dice il poeta, persiste
anche quando la Vita presente  triste e il ricordo stesso  di cosa dolorosa. Pi tardi approfondir
qUeSta intuizione e ne trover la causa: la memoria riscatta dal nulla l'esistenza passata, ridona
anCor fresco l'incanto della giovinezza perduta, d vita e consistenza alla storia della nostra
animal che si dissolverebbe, altrimenti, attimo per attimo nell'oblio.

Ma qui manCa la dimensione del tempo, e appena accennato  il senso nostalgico del passato.
L idillio si snoda con un'estrema e gracile linearit,  un tentativo di imitare la semplicit dei poeti
idilliCi greci (Mosco e Bione, che il Leopardi allora traduceva) che non evita del tutto il sospetto
d Una stilizzazione letteraria Un po' Compiaciuta. Notevole  tuttavia la semplice schiettezza del
lnguagg;O e la dosata modulazione metrica.

O graziosa luna, io mi rammento
che, or volge l'anno, sovra questo colle

1 graZiosa luna: beni~na, e insieme ~radita a Vagamente stiliziata.

Crontemplarsil perch le~iadra. I.'a,~ertivo oscilla 2. 01 volee l'anno un a~ o ta. E dun~ue un
io venia pien d'angoscia a rimirarti:
e tu pendevi allor su quella selva

siccome or fai, che tUtta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
il tuo volto apparia, ch travagliosa
era mia Vita ed , n Cangia stile,
10   O mia diletta luna. E pUr mi giova
la ricordanza, e il noVerar l'etate
del mio dolore, Oh Come grato occorre
nel tempo giovanil, quando ancor lungo
la speme e breve ha la memoria il corso,
il rimembrar delle passate cose,
ancora che triste, e che l'affanno duri!

La sera del d di festa

Tre sono i temi di quest~id ~ o sCritto, probabilmente, nel 1820: I'incanto d'un paesaggio lunare,
che sembra esprimere il desiderjo di Un~intima Comunione Con la natura, con la divina bellezza del

mondo; poi il senso tormentoso delresclusione. dell'amore negato; infine un canto che si perde
nella notte e diviene simbolo dello svanire irrevocabile della vita nel nulla. Mirabili, e fra i piU alti
della poesia leoPardiana, il primo e il terzo momento, trasfigurazione lirica di spunti meditativi
Consueti. Si legga, per il primo la lettera al Giordani del 6 marzo 1820: "... Poche sere addietro
prima di CoriCarmi, aperta la finestra della mia stanza, e vedendo un cielo puro, un bel raggio di
luna, e sentendo Un aria tiepjda e Certi Cani che abbaiavano da lontano, mi si svegliarono alcune
immagini antiche, e mi parve di sentire Un moto nel cuore, onde mi posi a gridare come un
forsennato, domandando misericordia alla natura, la cui voce mi pareva di udire dopo tanto
tempo-~ E per il secondO si legga questo passo dello Zibaldone, del '19: Dolor mio nel sentire a
tarda none, segUente al giorno di qualche festa, il canto notturno dei villani passeggeri. Infinit del
passato che mi Veniva in mente, ripensando ai romani cos caduti dopo tanto romore e ai tanti
aWenimenti ora passati, ch'io paragonaVa dolorosamente con quella profonda quiete e silenzio
della notte, a farmi awedere del quale gioVava il risalto dl quella voce o canto villanesco... Assai
meno felice, poetiCamente, anche se psicologicamente sincera, I'espressione dell'angoscia amo-
rosa del poeta, ispirata a SuggeStioni letterarie preromantiche e ortisiane. Tuttavia ha anch'essa
Una funzione dinamica ne ~ nsieme~ La rivelazione dell'infinito, suscitata dall'immensit della notte
luminosa e tranquilla, si rivela Inattingibile e di qui nasce la coscienza della vanit della vita, del
decllnare dell'uomo e d'ognj Cosa nel nulia.

ugualmente indeterminato resta quel colle.

4-5. e tu... rischiari: La luna che sembra pende-
re, appena hbrata sulla selva~  reminisCenZa clas-
sica (il canto  intessUto di SUggestioni di Mosco e
Blone); conta qUI, tuttavia~ quel tono d'intima
familiarit con le Cose, Compagne mUte del suo
sognare e del suo dolore, alle quali sono rimasti
legatl I rlcordi.

6-8. Ma... apparia: Il volto della luna appariVa
nebuloso e tremante al poeta, perch la contempla-
va Con gli occhi gonfi di lacrime. traVagliosa:
dolorosa.

9. ed : e lo  anCora. n... stile n mUta questO
suo carattere.

ricordare, Cio, particolareggiatamente gli anni e i
casi della mia vita infelice.

12-16. Oh come... duri: E dolce durante la
giovinezza, quando un ampio futuro anCora si
stende davanti alla speranza e piU breve, dietro d
noi,  il nostro passato di dolore, il ricordarsi le
cose passate, anche se furon tristi e se anCora la
vita presente sia dolorosa Come quella rieVoCata I
versi 13 e 14 furono aggiUnti dal poeta negli anni
maturi, non del tutto in armonia Con la prima
intenzione del Canto, che intendeva presentare
una constatazione immediata, Un rapido e inge
nuo palpito del sentimento, non Una riflessione
Tuttavia, come  stato notato, danno Una maggior
0-12l E pur-- dolor,e: E tuttavia mi  gradito il complessit melodica al periodo e approfondlsc-

Dolce e chiara  la notte e senza vento,
e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
posa la luna, e di lontan rivela

serena ogni montagna. O donna mia,
gi tace ogni sentiero, e pei balconi
rara traluce la notturna lampa:

tu dormi, ch t'accolse agevol sonno
nelle tue chete stanze, e non ti morde
cura nessuna; e gi non sai n pensi

quanta piaga m'apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che s benigno
appare in vista, a salutar m'affaccio,
e l'antica natura onnipossente,

che mi fece all'affanno.--A te la speme
nego, mi disse, anche la speme; e d'altro
non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.--
Questo d fu solenne; or da' trastulli
prendi riposo; e forse ti rimembra

in sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
piacquero a te: non io, non gi ch'io speri,
al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
quanto a viver mi resti, e qui per terra
mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
in cos verde etate! Ahi, per la via
odo non lunge il solitario canto

dell'artigian, che riede a tarda notte,
dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
e fieramente mi si stringe il core,

~,~ Metro: endccasillabi sciolh.

" 1-4. Dolce... montagna: E Uno dei pi bei pae-
saggi leopardiani, tutto risolto in Un incanto chia-

ro e luminoso e nel senso d'una vastit e d'una
pace infinite e dolcissime. Le nUmerose suggestio-

tli letterarie (soprattUtto Un nott~rno d'Omero)
sono qUi trasfigurate in forma del tutto originale.

L' Un primo abbozzo suonaVa: Oim chiara  la

notte e senZa Vento / e qUeta in meZZo a gli orti e
~' in cima a i tetti / la luna si riposa e le montagne /

C, si discopron da lunge. Senza mUtare gli elementi
Il del paesaggiO il Leopardi lo ha trasformato. L'ag-
1' giunta di doice nel primo Verso, I'inversione dei
ji termini nel secondo, qUasi a evidenziare lo scorre-
re gi, dai tetti agli orti, del raggio lunare, il posa
che sembra alludere alla sospensione, nell'aria
~ pUra, della luna, che  lei infine a rivelare il
ti serenO sUi monti, Creano Un paesaggio nuoVo.
2-3, e queta... Iuna: la luna appare immobile
aggettivo q~eta condensa, nella sUa immagine
la pace della notteJ sui tetti e fra gli
orti, dolcemente calata (posa) sU quel paesaggio
quotidiano che la notte riVeste di Un inCanto lim-
issimo e di Una Vastit sterminata. La stessa
intesi fra il paesaggio di tUtti i giorni e la scoperta,
~ in esSO, di una nUoVa bellezza  ai w. 5 e 6, in
p quei s~n~           are

cere delle lampade fra i balconi, che d un senso
di indefinito svariare della luce e delle tenebre.

4. 0 donna mia: Non ci sembra una donna reale,
ma piuttosto un'immagine fantastica, evocata dal-
la stessa dolcezza della notte, che suscita nel cuore
del poeta un bisogno di corrispondenza d'amore.
La vera amata, bella e infinitamente lontana, che
attrae e respinge il poeta  la Natura, come puoi
vedere dal passo riportato nell'introduzione.
Anche qui abbiamo cio il dramma fra desiderio
di comunione e tormento dell'esclusione.

7-9. agevol: facile. La donna s' addormentata
facilmente in una pace serena, non turbata da
affanni (cura) simili al desiderio vano d'amore che
tormenta il poeta.

10. quanta... petto: L'espressione  convenziona-
le e melodrammatica, come quasi tutti i versi che
si susseguono dall'll al 24.

11-12. io... m'affaccio: m'affaccio a salutare que-
sto cielo che sembra, a vedersi, cos benigno; ma
lo  solo nell'apparenza.

15-16. Non di gioia, ma soltanto di pianto devo-
no brillare gli occhi del poeta.
17. solenne: festivo. trastulli: svaghi.

24-30. Dall'irruente angoscia personale il poeta
passa alla considerazione dell'universale doloroso
destino degli uomini. Il tono della poesia si innal-
~a,1 il pensierO spazia sulla di.rnensione vastissima
     a pensar come tutto al mondo passa,
30   e quasi orma non lascia. Ecco  fuggito
     il d festivo, ed al festivo il giorno
     volgar succede, e se ne porta il tempo
     ogni umano accidente. Or dov' il suono
     di que' popoli antichi? or dov' il grido
3s   de' nostri avi famosi, e il grande impero
     di quella Roma, e l'armi e il fragoro
     che n'and per la terra e l'oceno?
     Tutto  pace e silenzio, e tutto posa
     il mondo, e pi di lor non si ragiona.
40   Nella mia prima et, quando s'aspetta
     bramosamente il d festivo, or poscia
     ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,
     premea le piume; ed alla tarda notte
     un canto che s'udia per li sentieri
4s   lontanando morire a poco a poco
     gi similmente mi stringeva il core.

Alla sua donna

La canzone, composta nel senembre del '23,  una delle poche interruzioni del silenzio poetico
del Leopardi fra il '22 e il '28. Scritta alle soglie delle Operette morali, ne preannuncia il tono di
persuasioni radicate, awolte da un velo d'ironia che non riesce a celare il rimpianto per i dolci
errori perduti, di meditazione svolta apparentemente su di una trama concenualel ma ancora
intimamente scandita dai moti del cuore.

Nell'atmosfera rarefatta e tuttavia vibrante del canto c' ancora l'eco dei primi idilli, soverchiata,
per, dalla consapevolezza del poeta del proprio fatale destino di solitudine fra gli uomini, ribadita
dal viaggio a Roma, dall'esperienza negativa di quel primo contatto con la societ. Il colloquio
umano ricercato fino ad ora appassionatamente (si pensi alle canzoni civili), appare impossibile:
resta soltanto il dialogo con i propri sogni, dolcissimi, ma irreli.

Il canto  dunque un doloroso addio alle illusioni, nel momento in cui pi amara si rivela la loro
inconsistenza; soprattutto alla pi alta di esse, I'amore, perenne e inesplicabile risorgere della
speranza, del desiderio di vita di l dalla consapevolezza del dolore e del nulla Come legge
implacabile del vivere. E l'ispirazione pi intima  proprio il senso perplesso e smarrito di qUesto
paradosso esistenziale: assurde sono le illusioni, e tuttavia rappresentano l'unica, vera realt
dello spirito umano, la sua risposta al nulla che lo sommerge. Anzi, dall'accettazione della
negazione, dell'assenza (la donna amata dal poeta  la donna <~che non si troVa~), si leva pi

ostello: casa. Sono parole della tradizione lettera-
ria illustre che il L. Unisce con spontaneit al tono
semplice dell'idillio.

31-33. il giorno volgar: il comune giorno di
lavoro. e se ne porta... accidente: il tempo trascina
via con s ogni evento umano.

34-37. Questo ricordo dei Romani e il ritmo epi-
co della rieVocaZione non appaiono come una
memoria libresca; sui libri degli antichi, su quella
storia erano fioriti i primi sogni di gloria del
giovinetto solitario. Ed ora scopre, con una pro-
fonda pena, in quello sVanire di una storia gran-
diosa la sua vicenda stessa di essere effimero. il
suono: tutta quella vita non  se non un suono
ma scoperta nella sUa sostanza caduca e Vana) e
per fragoro. que' e quella hanno, Come la Corri-
spondente parola latina, il significato di q~eifa-

~?OS~ .

40-46. Il canto dell'artigiano che moriva nell'om-
bra e nel silenzio della notte ispiraVa Un senso di
pena al cuore del poeta fanciullo. Ora egli ritroVa
immutato quel Canto, e anCora quel senso di pena.
ma consapevole.

42-~S3. spento: non dice trasCorso, ma ti d il
senso di una vita perduta nel buio del nulla. io...
piume: vegliavo dolorosamente nel mio letto (piU-
me). alla tarda notte: potrehbe dir nellan, ma
a~a ti d pi il senso dell'indefinito, di quegll
mqni ~  trimi ~n7 ~  mnO ~ra

- libero e puro un superstite inno (ch tale appare il canto, con le sue lente volute, col suo discorso
Che. come dice il Fubini, perennemente ritorna, Come a onde, su se stesso) all'amore, mito che in
Se racchiude la bellezza, la gioia, la poesia, I'ansia di Vita, di felicit, d'infinito, sempre distrutta
dalla realt, e sempre risorgente. ~<O non bisognerebbe vivere--scriveva il Leopardi al Jacops-

- Sen--o bisognerebbe sempre sentire, sempre amare, sempre sperare~ e ~dn effetti appartie~
ne solo all'immaginazione di proCUrare all'uomo la sola specie di felicit positiva di cui sia
Capace~ Fra queste affermazioni si svolge idealmente l'arco meditativo di questo canto.

Cara belt che amore
lunge m'inspiri o nascondendo il viso,
fuor se nel sonno il core
ombra diva mi scuoti,

o ne' campi ove splenda
pi vago il giorno e di natura il riso;
forse tu l'innocente

secol beasti che dall'oro ha nome,
or leve intra la gente

anima voli? o te la sorte avara
ch'a noi t'asconde, agli awenir prepara?

Viva mirarti omai
nulla spene m'avanza;
s'allor non fosse, allor che igrl
per novo calle e peregrina stan

Metro: canzonc. Cinque strofe di undici endecasil-
labi e settenari variamente alternati. Costante il
nUmero dei w. non rimati (3) e la rima baciata dei
due endecasillabi finali d'ogni stanza. Per il resto,
v' grande variet metrica nelle singole strofe, s
~e il Levi ha Visto in questa la prima canzone
libera leopardiana.

1-11, Cara belt, che m'ispiri amore da lontano,
Oppure (se Vicina) nascondendo il viso, eccetto
quando mi fai palpitare il Cuore apparendomi in

~ IOgno Come immagine di sublime bellezza; oppu-

= te (m'ispiri amore) nei Campi, oVe piU vaghi ri-

- Iplendono il giorno e il riso dena natura (la cui
oenezza eVoca spontaneamente quella divina crea-
tura); forse tU beasti Con la tUa presenZa Vera l'et
itmocente che  detta dell'oro, e ora, invece, voli
~a la gente Come Un etereo fantasma (visibile solo
Igli occhi dell'anima)? o la sorte avara (perch
non ti concede a noi) ti riserba agli Uomini che
Verranno? Quanto alla donna a cUi si rivolge, dice
rl L.: La donna Cio l'innamorata dell'autore, 
,Ona di qUene immagini, Uno di qUe' fantasmi di
benezza e Virt celeste e ineffabile, che ci occorro-
r,o Spesso alla fantasia nel sonno e nella veglia. In
:6ne,  la donna che non si trova. L'autore non sa

 le la sUa donna (e Cos chiamandola mostra di non
nare altra che qUesta) sia mai nata finora o
~bba mai nasCere: sa che ora non vive in terra e

~dle noi non siamo sUoi Contemporanei; la cerca
~t~a le idee di Platone la CerCa nena luna, nei
~pianeti del sistema solare. e in qUei de' sistemi
,l~dene stelle. Se qUesta CanZone si Vorr chiamare
~rnorosal sar pUr Certo che qUesto tale amore
~ ~on pu n dare n patir gelosia, perch fuor

--den'autore nessUn amante terreno vorr far all'a-
~ nnOr,. ~

alla creatura immateriale)  temperato dall'intimi-
t affettuosa dell'aggettivo.

2. Iunge: pi che una vera determinazione di
luogo, I'av~erbio vuole indicare il carattere indefi-
nito dell'apparizione (Fubini). o... viso: 11 Fubini
cita Petrarca, R~n~c, CXIX, 16-21: Questa mia
donna mi men molt'anni / ... / mostrandomi pur
l'ombra o 'I velo o i panni / talora di s ma il viso
nascondendo. Numerose sono le reminiscenze
petrarchesche nel canto, che conclude consape-
volmente tutta la nostra tradizione lirica. Lo vedi
dal platonismo diffuso, dalla lode non tanto d'una
donna, ma dell'amore in s, dal fatto che questo
diventa un mito in cui  riflessa la vita profonda
dell'animo e un'intuizione totale della realt.

5. ne' campi: in una ritrovata comunione con la
natura, dove l'uomo pu riconquistare l'autentici-
t del sentire e quindi la propria capacit d'illusio-
ne. E in quell'immagine mitica di donna sembra
rapprendersi tutta la benezza del mondo.

7-8. La donna  proiettata sullo sfondo favoloso
den'et dell'oro, immagine d'una felicit perduta
e ora nostalgicamente sognata; e pi oltre (w. 10-
11 ) in un futuro di speranza e di attesa, cio
anch'esso di sogno. Ambedue i momenti alludono
emblematicamente all'adolescenza.

9-11 . I due interrogativi, con la loro tonalit inde-
finita, esprimono l'anelito verso l'illusione fuggen-
te; quasi una sommessa preghiera, dopo la lenta
voluta di inno dei primi ~ersi.

12-22. Al tono vagamente estatico della prima
stanza subentra una pausa riflessiva. Il L. riper-
corre la favola breve della sua giovinezza, vissuta
sotto I'impero di quel dolce fantasma. Ma allora
lo credeva reale. credeva possibile quell'incontro
che gli avrebbe consentito di raggiun~ere la felici-

t, ora sa che  una pura idea
20

30

35

40

4s

verr lo spirto mio. Gi sul novello
aprir di mia giornata incerta e bruna,
te viatrice in questo arido suolo
io mi pensai. Ma non  cosa in terra
che ti somigli; e s'anco pari alcuna
ti fosse al volto, agli atti, alla favella,
saria, cos conforme, assai men bella.

Fra cotanto dolore
quanto all'umana et propose il fato
se vera e quale il mio pensier ti pinge
alcun t'amasse in terra, a lui pur fora
questo viver beato:
e ben chiaro vegg'io siccome ancora
seguir loda e virt qual ne' prim'anni
l'amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse
il ciel nullo conforto ai nostri affanni;
e teco la mortal vita saria
simile a quella che nel ciel india.

Per le valli, ove suona
del faticoso agricoltore il canto
ed io seggo e mi lagno
del giovanile error che m'abbandona
e per li poggi, ov'io rimembro e piagno
i perduti desiri, e la perduta
speme de' giorni miei; di te pensando,
a palpitar mi sveglio, E potess'io,
nel secol tetro e in questo aer nefando,
l'alta specie serbar; che dell'imago,
poi che del ver m' tolto, assai m'appago.

Se dell'eterne idee
l'una sei tu, cui di sensibil forma

sua donna di l da questa vita. Ma  anche questo
un vago errore della fantasia.

16-17. novello aprir: lo schiudersi dell'adolescen-
za. incerta e bruna: piena di oscure tristezze, di
attese precarie.

18. viatrice: guida e compagna nel sognato cam-
mino verso la felicit.

22. cos conforme: pur essendo cos simile. Il
vero, infatti, non potr mai adeguarsi all'ideale
come il finito e il limite non possono adeguarsi
all'infinito.

23-33. La stanza rievoca nostalgicamente la fusio-
ne di tutti gli ideali giovanili .virt, gloria, felicit)
in quello dell'amore. Nonostante il disinganno il
L. vorrebbe ritrovare l'ingenua attesa di quei gior-
ni. C' qui una sorta d'idea platonica dell'illsio-
ne, concepita come p~lro slancio spirituale, valido
in s e per s, prescindendo dalla precariet dei
SUOI contenuti.
24. et: vita. propose: stabil precedenremente

25-27. se,,. beato: Se uno potesse trovarti, creatu-
ra reale. in terra, tale quale ti dipinge la mia
fantasia, e amarti, porrebbe essere felice nono-

32-33. e: eppure. india: rende gli Uomini simili
agli di, che godono felicit e pienezza di Vita.

34-44, La stanza sviluppa il tema della preceden-
te: la persistenza dell'ideale antiCo. Ma vi s'ag-
giunge una dimensione paesistiCa assente dalle
altre stanze e solo fugacemente aCcennata all'ini-
zio, che richiama gli idilli.

35. faticoso: al quale la fatica  ormai ConnatU-
rata .

37. del,,, abbandona: delle delusioni giovanili che
ormai tramontano. Vivono, infatti, solo di quel
rimpianto .

41. a... sveglio: Il palpitare del Cuore  la ~ita
vera: il resto  un sonno greVe Come la morte

41-44. E... appago: Potessi, in qUest~et priva
d'ogni luce d'ideali, in qUesta s~la desolata atm-
sfera, conservare nel mio animo la tUa nobile
immagine, perch sono abbastanza pago di essa.
dal momento che non m' C~>ncesso godere della
tua presenza reale.

45-55. In quest'ultima stanZa .C~stituita da un
unico periodo con la principale all'ultimo ~erS)
sembra di veder l'estremo protender5i del I ~er-
~LdllL~ Id l~  ld elL-I VlvL-r~  50 l'immagine della donna sempre pi~l irrdgg~lngi

sdegni l'eterno senno esser vestita,
e fra caduche spoglie
provar gli affanni di funerea vita;
o s'altra terra ne' superni giri
fra' mondi innumerabili t'accoglie,
e pi vaga del Sol prossima stella
t'irraggia, e pi benigno etere spiri;
di qua dove son gli anni infausti e brevi,
questo d'ignoto amante inno ricevi.

A Silvia

A Pisa, una citt che gli fu cara proprio perch gli ricordava Recanati, nella primavera del '28, il
Leopardi riprese a comporre versi ~<veramente all'antica (scriveva alla sorella Paolina) e con quel
suo cuore di una volta~n dopo sei anni di silenzio poetico pressoch totale. Erano stati gli anni
delle Operette Morali, della consapevolezza dell'arido Vero e della Vanit d'ogni speranza.

La poesia che ora risorge  quella dei ricordi, del ricordo, soprattutto, delle illusioni della
giovinezza perduta, della sua attesa, della sua speranza. Si direbbe che soltanto ora che il suo
pensiero ha definitivamente scoperto la vanit totale di esse, il poeta ne avverta il fascino pi
intenso, scopra in esse l'unica ricchezza del cuore. Nasce cos, dal '28 al '30, una nuova fase
della poesia leopardiana, caratterizzata dal ripiegamento interiore, che comprende i cosiddeni
secondi o grandi idilli: A Silvia, Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta, 11 sabato del villaggio,
tutti ispirati dall'ambiente recanatese. A parte va invece considerato quello conclusivo dell'espe-
rienza idillica, il Canto nottumo di un pastore errante.

In questo idillio, nella figura di Silvia, il poeta ritrova il dono pi bello dell'adolescenza: I'attesa
trepida e suggestiva dell'amore. Quel canto di fanciulla che si effonde nel maggio odoroso
appare come un'arcana promessa di felicit, accompagna le meditazioni senza parole al balcone,
lo struggersi dell'animo dinanzi alla soavit della primavera. E una musica dolce e fuggitiva, come
quel fiorire dell'anno e della vita, come quella fanciulla gi condannata a una morte precoce,
come la speranza del poeta, destinata anch'essa a crollare all'appanr del vero, di una realt,
cio, che non pu essere se non di dolore.

Un amore sognato, dunque, pi che vissuto, non realt, ma attesa: questa, la sostanza del
canto. Identificare Silvia, darle il nome di Teresa Fanorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi,
morta anCor giovane di mal sottile, interessa poco. Ce lo conferma un'annotazione, anteriore di
anni, del poeta: ~<Storia di Teresa Fattorini, da me poco conosciuta, e interesse ch'io ne prende-
va, come di tUni i morti gioVani, in quel mio aspettare la morte per me~. Cosicch non ci stupiamo
quando ella, a Un Certo momento, scompare dal canto e subentra, al suo posto, la personificazio-
ne della Speranza e a lei il poeta parla con lo stesso accento con cui prima aveva parlato a Silvia.
In questa immagine femminile, il Leopardi ha, infatti, cantato il mito della giovinezza.

Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,

unO spaZio infinito fuori di qUesto mondo: nella
terra del mito e dell'illusione. A lei il poeta rivolge
il sUo inno, riaffermazione d'intatta fedelt.

45-49. Se... vita: Se tu sei Una delle eterne idee di
Cui parlava Platone ,ma il riferimento non  filo-
Sofico, bens trasvalutato in una forma mitica e in
UnO spaZio di favolal. che Dio l'eterna saggezza,
sdegni di riVestire di forma sensibile, s da farle
proVare, chiusa in Un Corpo mortale. gli affanni di
questa Vita Costantemente perVasa dall'ombra fu-
nerea della morte.
50. superni giri: i cieli .secondo la visione dante-

sole, t'illumina coi suoi raggi. spiri: respiri.

Metro: canzoni llh~ra. S~no sei strofe di endeca-
sillabi e settenari alternati liberamente; e libera 
la collocazione delle rime e delle assonanze e la
lunghezza delle str~fe. E ~m ritmo originalissimo
ispirato soprattutto dal Tasso. Il L. cominci a
usarl~ a partire dagli idilli del '28-'30.

1. Silvia: E il n~>me della protagonista dell'Amin-
fa del Tdsso. e suggeriva al poeta un ricordo di
11.         Ietture compiute con intensa parteCipa.~ione, an-
~1~. 52-53. e... t'irraggia. e una stelll ~icind !a q~le!ld ch'esse memorie de~ gi->~inezza lontan,t
quando belt splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di giovent salivi?

Sonavan le qu'iete
stanze, e le vie dintorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all'opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago awenir che in mente avevi,
Era il maggio odoroso: e tu solevi
cos menare il giorno,

Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo

e di me si spendea la miglior parte,
d'in su i veroni del paterno ostello

porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce

che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,

tempo della tua vita. Mortale  Un'aggiunta che
non si spiega logicamente (tanto varrebbe dire che
Silvia vive oggi una vita immortale, cosa che le
concezioni del L. rifiutano categoricamentel; e
tuttavia l'aggettivo  carico di una mesta sugge-
stione. Probabilmente significa: vita dominata
dalla morte precoce.

3-14. La figura di Silvia si forma lentamente. Pri-
ma, nei w. 1-2, abbiamo un tono di colloquio
proprio di chi richiama alla vita una figura cara da
una zona remota e insieme vicina del cuore; poi
vengono evocati i particolari degli occhi dell'e-
spressione d'assorta letizia del volto, e infine di
quel canto che sembra diffondere la primavera sul
mondo.

3. belt: Dice in un suo appunto il poeta: una
giovane dai sedici ai diciotto anni ha nel suo viso

nei suoi moti... un non so che divino che niente
pu agguagliare... Quella speranza incolume che
si legge nel viso e negli atti... quell'aria d'innocen-
za e d'ignoranza completa delle sventure fanno in
voi un'impressione cos viva, cos profonda, cos
ineffabile che voi non vi saziate di guardare quel
viso; ed io non conosco cosa che pi di questa sia
capace di elevarci l'anima, di trasportarCi in un
altro mondo, di darci un'idea d'angeli, di paradi-
so, di divinit, di felicit.

4. negli occhi.,. fuggitivi: ridenti per la gioia che
nasce dalllattesa dlun vago aWenire. fuggitivi
sfugge a una precisazione definita: cl chi intende
ad evitare, per un istintivo pudore, lo sguardo
altrui, o chiusi agli aspetti esterni e rivolti a
osservare il mondo interiore delle proprie illusio-
ni. A noi sembra che i due aggettivi prefigurino
fin d'ora il destino di Silvia, radioso e fugace c~>-
m~ la ~lo~/mezza.

danno il senso di una persona assorta nel mondo
incantato delle illusioni. il limitare... salivi?: ti ac-
cingevi a oltrepassare la soglia che separa la adole-
scenza dalla giovinezza. Nota la forza evocativa e
melanconica di quegli imperfetti, splendea e, so-
prattutto, saliui. Anche il sUono di quest'ultima
parola, prolungata dall'interrogativo, d il senso
di qualcosa di labile.

7-9. Sonavan: Quando? nel tempo della Vita mor-
tale di Silvia. Ma Come appare indefinito e
remoto! Un mito oramai, quello della gioVinezza.
un tempo di memoria e di sogno, le qUIete"~
canto: le stanze, il paesaggio intorno sembranO
anch'essi assorti ad ascoltare quel Canto clle s'e-
spande, e diventa spontaneo simbolo d'una gio-
vent che diffonde la sua gioia nel mondo.
10. all'opre femminili: sedeva al telaio.

12, vago avvenir: indefinito e, insieme, leggiadrO
E una delle parole e delle sitUazioni liriche pre-
dilette del L.: I'indefin~to  infatti espressione del
bisogno dell'animo di spaZiare oltre i limiti angu-
sti della vita.

13-14. Era... odoroso: La primaVera  eVocata da
un profumo di fiori sbocciati diviene simbolo
della vita di Silvia che si schiude, e, in geneR~
della giovinezza, menare: condurre trascorrere

15-18. Io,.. parte: Il poeta tralasciando gli studi
letterari e i libri sUi quali si affaticava (gli studi-

carte), spendendovi la sUa adolescenza e la parte
migliore di s, il Vigore fisico che non avrebbe m
plU rltrovato, ecc.
19-22. d'in su... tela: dai balconi della Ca

(ostello) paterna, ascoltavo il s~lono della tUd voCe
e quello prodotto dal telaio mosso dalla tUa man
veloce che si mUoveva sulla tela, ~atiCosa, perche

frl l~r ~  Cci ~  r~l           ~

~-31. Quale... fato!: La Vita e il destino degli
Dmini appariVano allora illuminati da una confi-
tnte attesa di siCura felicit.

Z 35. Quando... sventura: Ogni volta che ricor-
E~ le tante e Cos liete mie speranze d'allora, mi
pade il CUore Un~angoscia acerba e senZa confor-

~, e ritOrno a dolermi della mia sventura.
p48. Di nUovo il poeta si rivolge a Silvia e ne
pta con elegia tenera e mesta la gioVent stron-
~ta dalla morte. Anche in qUesto la fanciulla
~igura il destino del L. Come ella mor al primo
~ltrare nella gioVinezza, Cos in quel tempo mori-
f~nO le speranZe del poeta.

~42. pria.l. tenerella: prima che l'inverno inari-
~e col sUo gelo le erbe, nate in quel maggi~>
~dlosol moriVi, combattuta e Vinta da una malat-
naScosta nell'intel-no dell'organismo (chiuso

   '~...................................Il ULIIJ 111 d~llJUU IdV-JII).  _OrbOI  la tisi.
t~ e PensOSa: Anche lllecti ~vv~ rtn~                                      4~

e quinci il mar da lungi, e quindi il monte,
Lingua mortal non dice
quel ch'io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
la vita umana e il fato!
Quando sowiemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perch non rendi poi
quel che prometti allor? perch di tanto
inganni i figli tuoi?

Tu pria che l'erbe inaridisse il verno,
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi innamorati e schivi;
n teco le compagne ai d festivi
ragionavan d'amore.

Anche peria fra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei
anche negaro i fati
la giovanezza. Ahi come,
come passata sei,
cara compagna dell'et mia nova,
mia lacrimata speme!
Questo  quel mondo? questi
i diletti, l'amor, l'opre, gli eventi
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte delle umane genti?

la dolce lode delle tue nere chiome, o dei tuoi
occhi innamorati e schivi, cio assorti nel pudore
che accompagna il primo turbamento amoroso.

49-52. Anche,.. giovanezza: Di l a poco periva
anche la mia dolce speranza di felicit il destino
neg alla mia vita anche la giovinezza. La figura di
Silvia  sparita o meglio  spontaneamente tra-
passata nella nuova immagine, personificata, della
Speranza, simbolo anch'essa della giovinezza.

52-55. Ahi come... speme!: Ahi, come sei irrevo-
cabilmente passata, o speranza, sulla cui morte ho
tanto pianto, che fosti cara compagna della mia
giovinezza !

56-59. Questo... genti?: Questo  quel mondo
meraviglioso, queste le gioie, I'amore, le opere
gloriose, gli eventi, di cui cosl a lungo, o mia
speranza, parlai con tet Questa, la sorte degli
uomini~
All'apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.

E il poema della memoria, della giovinezza dolce e perduta che riaffiora nel ricordo, SUscjtata
dalle immagini dei luoghi dove si svolse.

Al poeta, ritornato dopo un'assenza di tre anni, a ragionare con le stelle dalle finestre della
casa paterna, ogni cosa intorno ridona intani i sogni d'un tempo, le speranze, il ricordo delle
illusioni pi care. Intatti, e tunavia per sempre perduti; e nella gioia del ricordo s'insinua, Per
questo, la malinconia di ci che avrebbe potuto essere e non  stato.

Questo canto  il culmine della poetica dell'idi//io. secondo la quale, Come annotaVa in quest
anni il poeta nello Zibaldone. I<la rimembranza  essenziale e principale al sentimento poetico
non per altro, se non perch il presente, qual che egli sia. non pU essere poetiCo~; e la poesia
quindi, si trova sempre consistere nel lontano, nell'indefinito. nel Vago~. E sin dall iniZio, il poeta
fonde col tema della ricordanza quello dell'infinito. ritrovato nei sogni dell adolescenza, nella
slancio del suo cuore d'allora.

Composto a Recanati fra il 26 agosto e il 12 senembre del 29, qUesto Canto  legato al natia
borgo selvaggio, povero sfondo di desideri sterminati~n come dice il Momigliano, che lo parago-
na, per questo, alla siepe dell'lnfinito, in quanto col suo stesso porsi come limite invalicabile,
schiudeva il cuore del poeta all'ansia dell'infinito e del sogno. E infatti la lirica si modula tuna su
un'impressione d'assenza, di nostalgia, non mai di possesso: i sogni d'allora, il ricordo di adesso
costituiscono un protendersi verso la vita negata.

Il canto procede liberissimo, senza un'apparente struttura, seguendo le suggestioni e le libere
associazioni della memoria. Le strofe ripropongono in forma sempre nuova il duplice tema della
dolcezza del ricordo e della tristezza del presente, finch nella figura finale di Nerina (assai simile
a Silvia), prevale la malinconia della giovinezza per sempre spenta.

Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea
tornare ancor per uso a contemplarvi
sul paterno giardino scintillanti
e ragionar con voi dalle finestre
di questo albergo ove abitai fanciullo
e delle gioie mie vidi la fine.
Quante immagini un tempo, e quante fole
creommi nel pensier l'aspetto vostro
e delle luci a voi compagne! allora

60-63. All'apparir... Iontano: All'apparir del ve-
ro, cio del vero aspetto del mondo e della vita
spogliato dai fantasmi delle illusioni, cadde mise-
ramente la speranza del poeta e con la mano gli
additava, lontano, la morte fredda, e una tomba
ignuda, perch priva di ogni speranza, come unica
conclusione del vivere.

Metro: endecasillabi sciolti, come i primi idilli del
'19-'21, suddivisi in lasse, o periodi strofici di
ineguale lunghezza.

luminosa e sterminata al Cammino della memoria,
come, un tempo, ai sogni dell'adolescente.

3. sul... scintillanti: Lo spaZio remoto del cielo
s'inchina dolcemente sUi luoghi d'ogni giorno. as-
secondando il fantasticare del poeta.

4-5. e ragionar: Hai il senso di Un colloquio mU-
to e tutto intimo. albergo: casa.

6. e... fine: vidi il definitivo tramonto delle mie
gioie, delle i'ilusioni.

7-9_ immagini: immaginaZione, Un tempo quell
della fanciullezza e della adolescenza. fole: favole
Erano soprattutto i sogni di Un aWenire radioS.
di arcani mondi e arcane ~eli~* (V. 24.. delle
va~ r: ~. r nell aggelnvo n sennmento delia luci... Compagne: delle altre stelle, Compagne a
loro bellezza e del loro vagare indefinito nel cielo. quelle dell'Orsa.

~, 10-24. La favola della Vita perduta si fonda so-

pr~ittUttO SU Un motiVo, quello dell'infinito. Prima
esSo  vissUto (ai W. 11-13) Come un'improwisa
tlvelazione della natUra, dell'indefinita, Vastissima
notte~ poi (W. 19-24)  ritroVato nella speranza
d'a'iiora, sentita Come Uno slancio puro verso la
vita e la felicit.

10-13, in verde zolla sull'erba verde del prato.
inirando... Campagna: non Vi sono pensieri:  una
ContemplaziOne obliosa e senZa parole, un perder-

, i nel ritmo della Vita Universa. Il cielo che dilaga
I SenZa fine, Coi sUoi mondi innumerevoli e lontani
~k sterie, d il senso dell'infinito spaziale; il canto
ermO e immoto delle rane remote nen'ombra
~ della notte~ senso dell'infinito temporale, dell'e-

I ternO E Come nel grande idillio del '19 il poeta
~per un attimo si smarrisCe, fra q~esta immensit,

tin Un dolce naufragare. Osserva, subito dopo, la
etizione di quegli e che legano la sUCCessione di

F'mrnagini e VoCi rievocate dalla memoria a una
tCommozione sempre pi intensa, fino ar'immagi-
e del mare, dei monti, e allo spaZiare della fanta-
~a in nuOVi e arCani mondi che il gioVane sentiva
| prti arla sUa Conquista

4-l7. appo: presso. susurrando: mentre sUssur-
anO selva: il boschetto del parco, non visto
~ntn'ombra, ma evocato attraverso il suo profumo.
rl7 19. e c~t~r.,.. serVi: Le Darole. i rumori che

che, tacito, seduto in verde zolla,
delle sere io solea passar gran parte
mirando il cielo, ed ascoltando il canto
della rana rimota alla campagna!
E la lucciola errava appo le siepi
e in su l'aiuole, susurrando al vento
i viali odorati, ed i cipressi
l nella selva; e sotto al patrio tetto
sonavan voci alterne, e le tranquille
opre de' servi. E che pensieri immensi,
che dolci sogni mi spir la vista
di quel lontano mar, quei monti azzurri,
che di qua scopro, e che varcare un giorno
io mi pensava, arcani mondi, arcana
felicit fingendo al viver mio!
ignaro del mio fato, e quante volte
questa mia vita dolorosa e nuda
volentier con la morte avrei cangiato.

N mi diceva il cor che l'et verde
sarei dannato a consumare in questo
natio borgo selvaggio, intra una gente
zotica, vil; cui nomi strani, e spesso
argomento di riso e di trastullo,
son dottrina e saper; che m'odia e fugge,
per invidia non gi, ch non mi tiene
maggior di s, ma perch tale estima
ch'io mi tenga in cor mio, sebben di fuori

sono l'incentivo a passare da quel piccolo mondo
al sogno di altri pi vasti.

21. mar... monti: Sono l'Adriatico e l'Appen-
nino.
24. fingendo: immaginando.

25-27. ignaro... cangiato: ancora ignaro com'ero
del mio doloroso destino, e del fatto che, in
seguito, avrei tante volte desiderato, invece, la
morte, e di cambiare con essa una vita rivelatasi
priva d'ogni conforto e d'ogni possibilit di spera-
re (nuda).

28-49. Questa seconda lassa o strofa  una ripresa
dei w. 25-27, una polemica contro Recanati, cio
contro l'ambiente limitato e stagnante che inarid
ogni sua speranza, e deluse il suo bisogno di
comprensione e di amore. E un attacco spietato
ma, come ha ben visto il Momigliano, palpita,
anche nerl'odio, I'amore. A Recanati il L. ha scrit-
to i suoi canti pi belli e amava quei luoghi che
soli potevano ridonargii, nerla gioia del ricordo,
I'incanto dera giovinezza.

29-30. dannato: condannato. natio borgo selvag-
gio: infame paese~> sepoltura di vivi lo chiama
il L. in una lettera del '29.

31-33. zotica, vil: rozza e spregevole interlettual-
mente e moralmente. argomento... trastullo: og-
getto di derisione.

34-37. per invidia... segno: non per invidia, per-
L~SVlano il normale svolg~rsi della Vita domestica ch non mi considera superiore a s, ma perch
     a persona giammai non ne fo segno.
     Qui passo gli anni, abbandonato, occulto,
     senz'amor, senza vita; ed aspro a forza
     tra lo stuol de' malevoli divengo:
     qui di piet mi spoglio e di virtudi,
     e sprezzator degli uomini mi rendo,
     per la greggia ch' ho appresso: e intanto vola
     il caro tempo giovanil; pi caro
45   che la fama e l'allor, pi che la pura
     luce del giorno, e lo spirar: ti perdo
     senza un diletto, inutilmente, in questo
     soggiorno disumano, intra gli affanni,
     o dell'arida vita unico fiore.
so    Viene il vento recando il suon dell'ora
     dalla torre del borgo. Era conforto
     questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
     quando fanciullo, nella buia stanza,
     per assidui terrori io vigilava,
     sospirando il mattin. Qui non  cosa
     ch'io vegga o senta, onde un'immagin dentro
     non torni, e un dolce rimembrar non sorga.
     Dolce per s; ma con dolor sottentra
     il pensier del presente, un van desio
     del passato, ancor tristo, e il dire: io fui.
     Quella loggia col, volta agli estremi
     raggi del d; queste dipinte mura,
     quei figurati armenti, e il Sol che nasce

ttin Tl nn~ ri~orda ouando
trapelare all'esterno alcun segno di ci.

38. abbandonato, occulto: ignoto e misconosciu-
to; e quindi gli era impossibile conseguire quella
gloria che era uno dei suoi ideali pi alti.

39-40. ed aspro... divengo: divento aspro, intrat-
tabile, contro mia voglia, perch mi sento circon-
dato da gente che mi vuol male.

41. piet: la comprensione e la compassione ka-
terna per gli altri uomini.

42-43. e sprezzator... appresso: divento dispregia-
tore degli uomini, essendo indotto a giudicarli
tutti simili a questa gentaglia che mi vive accanto.
43-49. e intanto vola, ecc.: La risentita violenza
polemica si tramuta in un accorato rimpianto
della giovinezza, sentita come l'unico fiore della
vita arida, l'unico momento di gioia (perch
fondata sulla speranza e sul germogliare dei sogni)
che all'uomo sia concesso di vivere. vola: il verbo
mette in rilievo la fugacit del caro tempo giovani-
le. Ia fama e l'allor: la gloria, che pure  uno dei
sogni pi belli. Io spirar: il respirare, lo stesso
vivere. disumano: indegno di un uomo.

50-51. Viene... borgo: Il v. 50 sembra rendere nel
suo ritmo I'eco dei rintocchi e questi, a loro
volta sembrano rendere la musica delle notti
quiete (cos un fine lettore, G. De Robertis) Sul
nianto con Cui sembra concludersi la strofa prece-

vglva fanciuiio, solo nella sUa stanZa, agitatO
dall'infantile terrore del buio, sospirando la luce:
e quei rintocchi erano allora Una Voce amiCa
confortatrice .
55-57. Qui... sorga: Ogni Cosa che il poeta vede
o sente gli ridesta nel Cuore Un~immagme del
passato gli ispira un dolce abbandono ai ricordi
E questo uno dei temi centrali delle Ricorlan~
L'altro, I`elegia del tempo perduto  espreSS na,
w~ 58-60.
58-60. Dolce... fui: Dolce, in s e per s,  queStO
ricordare, ma subito ad esso si SostitUisCe il senu
mento del presente doloroso e Una nostalgla vanf
del passato irrevocabile, anCor tristo anche se e~-
stato doloroso; perch, Come spiega altrove
quello d'allora era un dolore pieno di vita, n~t!
cio, dall'angoscia di non vedersi awerare qUa
sogni nei quali tUttavia ContinUaVa a crede~ !
mentre il dolore di ora  pieno di morte, perch~
accompagnato dalla CosCienza della Vamt d o
sogno e della vita intera. io fUi: il passato remot~
d l'impressione di Una Vita irrevocabilmente ;

61-62. Quella loggia, eCC.: TUtti i particolari d~
casa Leopardi che vengono ora eVoCati appai ,~,

insieme, reali e indefiniti, immersi Comt 5
~L~nte ~ ende allesto sUono lento e PaCato e nella favola della fallciullezza. volta... d: vot ,~

su romita campagna, agli ozi miei
porser mille diletti allor che al fianco

m'era, parlando, il mio possente errore
sempre, ov'io fossi. In queste sale antiche,
al chiaror delle nevi, intorno a queste
ampie finestre sibilando il vento,
rimbombaro i sollazzi e le festose
mie voci al tempo che l'acerbo indegno
mistero delle cose a noi si mostra
pien di dolcezza; indelibata, intera
il garzoncel, come inesperto amante,
la sua vita ingannevole vagheggia,
e celeste belt fingendo ammira.

O speranze, speranze; ameni inganni
della mia prima et! sempre, parlando,
ritorno a voi; ch per andar di tempo,

~' 80 per varlar d'affetti e di pensieri,
obbliarvi non so. Fantasmi, intendo,
t~    son la gloria e l'onor; diletti e beni
mero desio; non ha la vita un frutto,
~    inutile miseria. E sebben vti

I ss son gli anni miei, sebben deserto, oscuro
il mio stato mortal, poco mi toglie
la fortuna, ben veggio. Ahi, ma qualvolta

~42-64. queste... campagna: Allude alle pareti di-

.t pinte a tempera dei saloni della sua casa e al
oggetto delle pitture: armenti, una campagna
~-litaria al sorgere del sole; sCene, insomma, di
~Vita pastorale, che fin dai primi anni avevano
~commoSSo il sUo Cuore e la sua fantasia.

67. agli oZi... fossi: mi porsero mille diletti
~durante le ore di sVago, in quel tempo in cUi

pernpre, dovunque io fossi, mi aCCompagnava il
~poSsente errore, Cio quella CapaCit di sognare e
~di inudermi che riempiVa di speranZe la mia vita.
parlandO Come nell'ital. antiCo, ha il senso d'un

~pUticipio presente.

167 69 In qUeste... Vento: In qUeste sale antiche
~aggettivo sembra di nUoVo proiettarle lontano,

un tempo remoto e favoloso), mentre le nevi

~lettevanO in esse, dall'esterno, il loro chiarore e
il vento sibilava intorno alle ampie finestre.

~0. rimbombaro i sollazzi: Il verbo vuol dare
mpressione della gioia rUmorosa dei giuochi del
iullo, Questa fanciullezza appare Veramente

~me Un'oaSi beata. Neppure la natura ostile (I'in-
~UnO) riesCe a sfiorarla.

t'1-73, al tempo... dolcezza: nel tempo (la fanciul-
F2za e la prima adolescenza) che l'acerbo mistero
lle cose e della Vita, detto indegno perch in-

~umevole e crudele, si mostra anCora pieno di
plcezza .
E~-76. indelibata.,. ammira: Il giovinetto vagheg-
~ la vita, che senz'altro lo inganner, Come un
Fnamorato anCora inesperto, che, Cio, non ha
~tto anCora esperienZa de~li in~anni d'amore. e la

me una divina felicit, la contempla ammirato e
ammaliato_

77-103. Questa strofa centrale insiste sul parago-
ne fra passato e presente con un ritmo di discorso
drammatico nella prima parte e uno pacato ma
sconfortato nella seconda. Il L. riguarda, con
struggente nostalgia, i sogni d'un tempo, non sa
rassegnarsi alla realt che li ha rivelati effimeri,
sente quasi come una colpa il suo non essere
riuscito a trasportarli in qualche modo nella Vita
vera, I'essere, cio, oissuto indarno.

77. ameni inganni: inganni, ma pieni pur sempre
di gioia. Le ill~sioni riescono, per il L., come gi
per il Foscolo, a costruire un nuovo universo
l'universo degli affetti e dei sentimenti, della tene-
rezza e della piet, solo conforto in un mondo che
non  stato fatto per l'uomo.

79-80. per andar... per variar: nonostante il tra-
scorrere inesorabile del tempo (che vanifica le
speranze) e il mutare (in senso sempre pi sconso-
lato) di affetti e pensieri.

81-84. Il poeta ha acquisito la certezza che gli
ideali pi fulgidi sono fantasmi inafferrabili che ~e
gioie e i beni della vita sono un desiderio soltanto,
assolutamente irrealizzabile, che l'esistenza non ha
scopo alcuno (non ha... frutto),  solo una mise-
ria, e per giunta vana.

84-87. E... veggio: E sebbene i miei anni siano
vuoti, senza scopo n gioia ,privi, come sono ora

degli a~nen~ ingannn, sebbene la mia condizione
di essere destinato alla morte ~mortal) sia desolata
e oscura, cio priva d'ogni conforto, comprendo
C~na pura, illibata (indelibata), integra (intera~ bene che, rispetto agli altri uomini, la fortuna mi
90

9s

loo

105

1 10

1 15

a voi ripenso, o mie speranze antiche,
ed a quel caro immaginar mio primo;
indi riguardo il viver mio s vile
e s dolente, e che la morte  quello
che cli cotanta speme oggi m'avanza;
sento serrarmi il cor, sento ch'al tutto
consolarmi non so del mio destino.
E quando pur questa invocata morte
sarammi allato, e sar giunto il fine
della sventura mia; quando la terra
mi fia straniera valle, e dal mio sguardo
fuggir l'awenir; di voi per certo
risowerrammi; e quell'imago ancora
sospirar mi far, farammi acerbo
l'esser vissuto indarno, e la dolcezza
del d fatal temperer d'affanno.

E gi nel primo giovanil tumulto
di contenti, d'angosce e di desio,
morte chiamai pi volte, e lungamente
mi sedetti col su la fontana
pensoso di cessar dentro quell'acque
la speme e il dolor mio. Poscia, per cieco
malor, condotto della vita in forse,
piansi la bella giovanezza, e il fiore
de' miei poveri d, che s per tempo
cadeva: e spesso all'ore tarde, assiso
sul conscio letto, dolorosamente
alla fioca lucerna poetando,

ta con la vita di tutti. Ma tuttavia, dopo aver
vissuto i sogni e le speranze della giovinezza, il
poeta non sa pi rassegnarsi al destino. qualvolta:
ogni qual volta.

91-92. e che... m'avanza: e penso (riguardo) che
di tante speranze ora mi resta soltanto il desiderio
della morte.

93-94. sento... destino: Scriveva il L. nello Zibal-
done (26 giugno 1820): Credereste che__ pen-
sando alle speranze passate... e ricordandomi la
mia fanciullezza e i pensieri e i desideri e le belle
viste le occupazioni dell'adolescenza mi si serrava
il cuore in maniera ch'io non sapea pi rinunziare
alla speranza, e la morte mi spaventava? non gi
come morte, ma come annullatrice di tutta la bella
speranza passata. al tutto: completamente.

96. il fine: il termine, ch la morte appare al
poeta come liberatrice dalla pena del vivere.

97-98. quando... valle: La terra, agli occhi del
morente, diviene cosa estranea.
99-100. di voi, certamente, mi ricorder.

100-103. e quell'imago... affanno: I'immagine
delle speranze giovanili non giunte a compimento
far ancora sospirare il poeta, gli ispirer il senti-
mento doloroso e il rimpianto di essere vissuto
invano, e ~uindi mescoler l'affanno alla dolcezia

nella mente del poeta al tempo della gioVineZZa, e
il momento in cui, col manifestarsi dena sUa rovi-
na fisica, divenne una presenza ossessionante nella
sua vita. Questa strofa segna il deciso orientarsi
dell'ultima parte del Canto sul Continuo inelutta-
bile morire che aCcompagna la nostra esistenZa ~

morire dei sogni, delle speranze, della giovinezza
104-109. E gi... mio: E gi al tempo del primo
tumultuare in me di gioia, angosCia, desiderio, pi
volte invocai (chiamai) la morte, e a lungo sedetti
l, sulla vasca del giardino, meditando il suicidiO.
di troncare cio, gettandomi in quell'acqua. Ia
mia speranZa e il mio dolore. A qUesto fatto il
poeta allude anche nello Zibaldone. Quanto al
gio~aml tum~~lto, si tratta di Una Crisi, non infre-
quente nella prima gioVinezza, nella quale a Utl
urgere appassionato di speranZe e di Sogni 5i
mescola l'angoscia, nata dalla stessa impazienza e
dal timore di vederli infranti.

109-110. Poscia... forse Poi, ridotto a dubitare di
poter sopraWivere in segUito a Un male ignoto
(cieco). Allude alla malattia che lo colp e le cUi
cause nmasero Ignote.

114-115. sul consCio letto: sul letto che ben con-
sceva i miei mali fisici e la mia angosCia spirituale
dolorosamente... poetando: la prima poesia del L
                                                    fu un canto di dolore e di presentiment
10-1-118  11 penslero della morte, appena tormula-  morte.

lamentai co' silenzi e con la notte
il fuggitivo spirto, ed a me stesso
in sul languir cantai funereo canto.

Chi rimembrar vi pUO senza sospiri,
o primo entrar di giovanezza, o giorni
vezzosi, inenarrabili, allor quando
al rapito mortal primieramente
sorridon le donzelle; a gara intorno
ogni cosa sorride; invidia tace,
non desta ancor ower benigna; e quasi
(inusitata maraviglia!) il mondo
la destra soccorrevole gli porge,
scusa gli errori suoi, festeggia il novo
suo venir nella vita, ed inchinando
mostra che per signor l'accolga e chiami?
Fugaci giorni! a somigliar d'un lampo
son dileguati. E qual mortale ignaro
di sventura esser pu, se a lui gi scorsa
quella vaga stagion, se il suo buon tempo,
se giovanezza, ahi giovanezza,  spenta?
O Nerina! e di te forse non odo

~116-118. Iamentai... canto: piansi la vita che
m'abbandonava, solo, nella notte silente e solita-
~' iia, e sentendo in me il languore della morte
mtai a me stesso un funebre canto. Allude alla
amtica intitolata L'appressamento della morte
(1818). Non la morte in s piangeVa il L., ma la
dovinezza. Ilftore dei suoi poz-eri d, cos prema-
~blramente aWizzito.

19-13s. Questa lassa  il momento culminante e
~conclusivO della lunga meditazione affettuosa e
~Dostalgica della gioVineZZa ed , fino al v. 130, I'e-
3ul1tazione di quella felicit o meglio della pro-
tmessa d'amore e di felicit che essa porta con s,
come Un infinito calato per breve ora sulla terra.
Poi, i w. 131-35 riconducono. anch'essi conclusi-
~amentel il tema della morte della giovinezza.
1119. Chi... sospiri: Chi Vi pu ricordare senza
pruggenti sospiri di nostalgia, eCC Osserva il tono
ppito di qUesto attaCCo che si prolunga, poi per
Pltto il periodo, lunghissimo, nel quale i ricordi
G~ tempO giovanile si soVrappongono come a on-
~Ite, clascunO riconducendo, per Un momento,
F4atta la gioia di Un tempo.
~0-121. o primo... gioVaneZZa: la prima giovi-
~a. veZzosi~ inenarrabili: pieni di lusinghe;
ueffabili per la loro divina bellezza.
122 l23. al rapito... donzelle: per la prima volta
l- fanciulle sorridono al gioVane che le guarda
, bSiato, L'amore fU il desiderio ViVissimo e il tor-
FntO del poeta per tUtta la vita.
nusitata maraviglia: Cosa mirabile e fuori
~ Consueto C' Una lieve tonalit sarCastica, ma
rVerChiata dall'entusiasmo e dallo stupore co~
eli il L. riVive il miracolo della giovineZZa. il
rDdo gli Uomini, dimentichi del loro chiuso
~Ptsmo

tutti .

131. Fugaci giorni!: E un grido accorato di do-
lore. Nota i tre forti accenti, sufugaci lampo dile-
guati e l'en~ambement fra il primo e il secondo
verso che prolunga indefinitamente l'angoscia del-
la scoperta irreparabile.

132-133. ignaro di sventura: La fine della gioVi-
nezza coincide con l'apparir del ~)ero, cio con la
scoperta del solido nulla delle cose e dell'assoluta
vanit della vita. Ed  questa la vera, radicale
sventura. scorsa: trascorsa.

136-137. Quest'ultima parte del canto ne ripro-
pone il tema lirico centrale (I'elegia accorata della
giovinezza, la dolcezza e la pena del ricordo) in-
dissolubilmente fuso con una figura di fanciulla
prematuramente morta: Nerina, creatura poetica
individuale e, al tempo stesso, simbolo, o meglio
mito, della giovent bella e fuggitiva. I luoghi fi-
nora rievocati con abbandonata tenerezza si ani-
mano di questa presenza ed alla fine si scopre
che sotto la nostalgia i ricordi i sospiri, stava
un'intensa volont d'amore (Goffis). Nerina  si-
mile a Silvia: anch'ella, pi che una creatura defi-
nita e realmente vissuta (quale probabilmente fu),
esprime il lungo sognare d'amore del poeta adole-
scente, la gioia e lo sfiorire della sua giovinezza.

136. 0 Nerina!: Anche qui, come nella poesia A
Sili~ia la fanciulla  evocata con un tono d'intimi-
t affettuosa: un nome pronunciato con la tene-
rezza con cui si parla a una creatura che a lungo
abbiamo portato nel cuore. Rispetto a quella del-
I'altro canto, la evocazione ha qui una dolcezza
pi abbandonata e familiare, e un tono pi smar-
rito, come si vede dall'atfollarsi di quegli interro-
gativi, dalle frasi brevi e spezzate. In A Sil~a c'
,~,                     un paesaggio radioso di pl-imavera, indimenticabi-
r.. mchinando: inchinandosi da~anti a lUi, per le, che tempera in parte la tristezza: e anche ll
l40

145

150

155

160

165

170

questi luoghi parlar? caduta forse
dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
che qui sola di te la ricordanza
trovo, dolcezza mia? Pi non ti vede
questa Terra natal: quella finestra,
ond'eri usata favellarmi, ed onde
mesto riluce delle stelle il raggio,
 deserta. Ove sei, che pi non odo
la tua voce sonar, siccome un giorno
quando soleva ogni lontano accento
del labbro tuo, ch' a me giungesse, il volto
scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
il passar per la terra oggi  sortito,
e l'abitar questi odorati colli.
Ma rapida passasti; e come un sogno
fu la tua vita. Ivi danzando; in fronte
la gioia ti splendea, splendea negli occhi
quel confidente immaginar, quel lume
di giovent, quando spegneali il fato,
e giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna
l'antico amor. Se a feste anco talvolta,
se a radunanze io movo, infra me stesso
dico: o Nerina, a radunanze, a feste
tu non ti acconci pi, tu pi non movi.
Se torna maggio, e ramoscelli e suoni
van gli amanti recando alle fanciulle,
dico: Nerina mia, per te non torna
primavera giammai, non torna amore.
Ogni giorno sereno, ogni fiorita
piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento,
dico: Nerina or pi non gode; i campi,
l'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno
sospiro mio: passasti: e fia compagna

distaccato, pi appartenente a un passato conclu-
so. La morte di Nerina  inVece, per il poeta, il
morire ora per ora delle speranze e dei sogni:
riflette l'alternativa di memoria e rimpianto di
tutta questa poesia.

139-140. che... mia?: Osserva la tenera modula-
zione di queste parole, soprattutto di dolcezza
mia, che esprime un moto intenso di affetto.

141-144, quella finestra...  deserta: E qui evi-
dente la capacit del L. dei canti pi maturi di
esprimere, attraverso il disegno d'un paesaggio,
I'immagine di un destino. Quel rilucere delle stel-
le dalla finestra deserta evoca Una storia di gioVi-
nezza sbocciata e subito spenta e quella sua luce
-- ma luce notturna, awolta da una tenebra
mesta--che ancora illumina il cuore desolato.
144-148. Ove... scolorarmi: Osserva anche que-

palpita ancora lo sconvolgimento che proVava al-
lora.

153. Ivi danzando: E l'impressione riassuntiVa di
una giovinezza radiosa, che sembra appena sfior

re questa terra di dolore, assorta Com~ nella gioi~
fiduclosa della speranza.

155. quel confidente immaginar l~immaginazio
ne fiduclosa d'un vago avv~nm

157-165. Queste immagini d'una realt che conU
nua uguale, che anCora sUssurra Una promesi;~
d'amore e di Vita ma per gli altri, non pi p~
Nerina e per il poeta, sottolineano lo straziO delb
loro esistenza infranta, di quella primavera Chc
non ritorna.

162-63. Se torna... fanciulle Nella festa di Caletlr
dimaggio i gioVani innamorati reCavano alle fan
cmlle rami fioriti e serenate, secondo unlantichis

d'ogni mio vago immaginar, {li tutti
i miei teneri sensi, i tristi e cari
moti del cor, la rimembranza acerba.

aUiete dopo la tempesta
r

FU composto nel settembre del '29, poco prima del Sabato del villaggio: I'uno e l'altro sono
~jOnsiderati da molti Critici l'espressione pi perfetta della poesia idillica leopardiana.
bbiamentel mai forse come in questi idilli il poeta ha trovato Una misura cos pura e limpida
b Canto. mai  riuscito a immergersi nelle cose e a leggere, nel contempo, nelle occasioni pi
mplici. negli aspetti piU umili della realt, il significato della vicenda del vivere,

La auiete  divisa in due momenti, uno prevalentemente figurativo, I'altro prevalentemente
~eSsivo Hai dapprima un paesaggio, reale e, insieme, simbolico. La quiete e l'alacrit che
rrltornanO dopo la tempesta esprimono spontaneamente l'immagine della Vita, di continuo protesa
~Verso la felicit, nonostante la presenza sempre incombente della morte.

Nella seconda parte del canto subentra la riflessione: il piacere non esiste in s, esiste soltanto
~b cessazione del dolore, qUesta sola Ci d l'illusione della felicit. E riaffiora la ribellione contro
~l~sntica natUra onnipossente che ci fece all'affanno. Ma il momento migliore dell'idillio  costituito
dalle immagini fresche e limpide dell'inizio, da quel miracolo della Vita che torna. Perch nella
poesia leopardiana ritroViamo sempre, di l dalle affermazioni pi desolate, un insopprimibile
smore per la vita.

~ 10

i l73, la r
d'angoscia.

Passata  la tempesta:
odo augelli far festa, e la gallina,
tornata in su la via,
che ripete il suo verso. Ecco il sereno
rompe l da ponente, alla montagna;
sgombrasi la campagna,
e chiaro nella va]le il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
risorge il romorio,
torna il lavoro usato.

imembranza acerba: il ricordo pieno

Metro: Canzone liera Composta di tre strofe di
~ndecasillabi e settenari, Con Varia disposizione e
~i libero schem~ ,li rim.f~

~3 1. passat~ temp~a Il primo Verso ha Una inti-
~, ~Ut pensosa, non  Una semplice ConstataZione.

Come Un risentirsi dopo la realt sconvolgente
~: d~na tempeSta e quel verbo posto all'inizio in-

rtendo la CostrUzione diretta,  Come un respiro
dt Sollievo in Cui palpita l'eco del precedente
travaglio.

2. odo... festa Quel Canto d'uccelli festosi sem-
~ bra effondere intorno il palpito di gioia del Cuore.
E ugelli  parola letteraria, propria di un raffinato

F vocabolario poetiCo. Altre ne Usa in questo canto
| 11 poeta, Come per innalzare i particolari realistici

t dd paesaggio in Una Zona piU universale e remota
de meglio risCoprire in esso Un significato. una
i- V~rtt di sempre. QUi, Comunque la gioia assorta
ttavia festi isa balza Con agile ritmo, sottolinea-

pi umile e quotidiana, anche nel linguaggio. Gli
uccelli festosi diffondevano un senso di gioia per
tutta la natura, la gallina riporta invece il senso di
una vita umile e quotidiana che riprende. Su
questi due temi si svolge il paesaggio seguente,
che si amplia successivamente da questi primi
rumori a una visuale sempre pi vasta, a un ritmo
di vita sempre pi alacre.

4-5. Ecco... montagna: Il sereno erompe infran-
gendo lo spesso strato delle nuvole;  come uno
slancio del libero cielo. alla montagna: l, verso i
monti dell'Appennino. Ma quel alla d un senso
di spazi indefiniti.
6-7. sgombrasi... appare: i campi sgombrano da
                                              s (ma osserva lo scatto festoso di quel verbo,
                                              simile al rompe del verso precedente) la nebbia, la
                                              foschia e le altre manifestazioni del temporale:
                                              limpido e luminoso appare il fiume nella valle.
                                              8-10. L'osservazione del poeta si sposta ora sul
                                              mondo umano, un piccolo mondo quotidiano di
                                              paese, dai gesti semplici e consueti. Ma non 
                                              evocato per un gusto di realismo minuto e pittore-
                                              sco o con atteggiamento arcadico. Il L.  calato
                                              nelle cose, aderisce al puro e spontaneo ritmo
f ~ Oalla rima al meZz~  en~per~a  fes~a,.  della Vita che ricomincia.
     L'artigiano a mirar l'umido cielo,
     con l'opra in man, cantando,
     fassi in su I'uscio; a prova
     vien fuor la femminetta a cr dell'acqua
15   della novella piova;
     e l'erbaiuol rinnova
     di sentiero in sentiero
     il grido giornaliero.
     Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
20   per li poggi e le vi]le. Apre i balconi,
     apre terrazzi e logge la famiglia:
     e, dalla via corrente, odi lontano
     tintinnio di sonagli; il carro stride
     del passegger che il suo cammin ripiglia.
      Si rallegra ogni core.
     S dolce, s gradita
     quand', com'or, la vita?
     Quando con tanto amore
     l'uomo a' suoi studi intende?
     o torna all'opre? o cosa nova imprende?
     quando de' mali suoi men si ricorda?
     Piacer figlio d'affanno;
     gioia vana, ch' frutto
     del passato timore, onde si scosse
     e pavent la morte
     chi la vita abborria,

30

12. I'opra: il lavoro che sta compiendo. Il suo
canto riflette la serenit che torna a diffondersi
nel mondo.

13-15. a prova... piova: Le donne, in una gara
festosa, escono a raccogliere l'acqua della pioggia
recente. Si tratta probabilmente di recipienti posti
all'aperto all'inizio del temporale; oppUre le don-
ne attingono l'acqua piovana (si pensava che do-
nasse freschezza alla pelle) da fossi, rigagnoli, ecc.
16. erbaiuol: erbivendolo. Anche il suo grido,
che riecheggia per tutta la giornata di sentiero in
sentlero, assume ora un suono llare.

19-20. Ecco... ville: Finalmente ritorna il sole,
salutato dal poeta Con un grido festoso; e il suo
somso, che dilaga, sintetizza la riconquistata sere-
nit.

20-21. Apre... famiglia: la fam~gl~a  la servit
(dal latino famulus, servo). I servi aprono le impo-
ste per accogliere in tutta la casa la luce solare.

22. via corrente: la Via maestra, ma corrente  pi
in armonia con l'agile moVimento di tutto l'idillio.
Iontano: in lontananza.

23-24. il carro: sta per carrozza, vettura in gene-
re. Quest'ultima immagine  pi chiaramente allu-
siva delle altre, e introduce la parte riflessiva del
canto. Nel passeggero che riprende il cammino
s'intravede l'uomo che riprende la strada della
vita, faticosa, Come gi preannuncia quello stride.
25. Si rallegra ogni core: Il verso riassume le
Drecedenti imDressioni, ma se~Zn ~  n~ n ~

che seguono, culminanti in quello del v. 31, nel
quale  implicita una considerazione sofferta del
destino umano.

27. com`or: ora che riprende, dopo che la tempe-
sta sembrava a`verla spezzata. La tempesta acqm-
sta ormai un valore decisamente simbolico:  il
dolore, la sventura, che il poeta indicher sempre
pi come l'espressione Vera della condizione Uma-
na.

29-30. a' suoi studi intende: attende alle sue oC-
cupazioni. Ambedue le parole sono latinismi. im-
prende: intraprende.

31. de' mali sUoi: dei mali di Cui  fatalmente
intessuta la sua vita.

32-34. Piacer... timore: Il Concetto  che non
esiste il piaCere in s. Esso  figlio dell'affanno. in
quanto non  che CessaZione del dolore ContinU
del vivere. E dunque Una gioia illusoria, senza
fondamento n propria ConsistenZa; frutto soltan-
to del timore passato, momentaneo respiro qUan-
do esso s' allontanato per Un breve istante.
34-36. onde... abborria: per qUesto timore chi
abborriva la vita, Come il poeta, avendone cOm-
preso la vanit e la miseria, pUr si risCosse per un
attimo ed ebbe istintiVamente paUra della morte
Sostanzialmente assurdi sono, secondo il pensiero
del poeta, sia quel desiderio di Vita e di felicit al
quale si  abbandonato con gli altri, sia quel
timore della morte, che, anzi, dovrebbe eSsere
r ~ r ~ salutata come una liberazione. E tUttavia ~ono in
meditativa che si color insensibilmente di malin- noi insopprimibili sia l'istinto della Vita sia la

     onae m ~ungo tormenro~
     fredde, tacite, smorte,
     sudar le genti e palpitar, vedendo
4o   mossi alle nostre offese
     folgori, nembi e vento.
      O natura cortese
     son questi i doni tuoi,
     questi i diletti sono
     che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
      diletto fra noi.
     Pene tu spargi a larga mano; il duolo
     spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
     che per mostro e miracolo talvolta
     nasce d'affanno,  gran guadagno. Umana
     prole cara agli eterni! assai felice
     se respirar ti lice
     d'alcun dolor: beata
     se te d'ogni dolor morte risana.

Il sabato del villaggio

Il sabato  migliore della domenica: il piacere, cio, consiste nel futuro, nell'attesa di un bene
che non verr, quindi nell'illusione, non nella presenza effettiva di esso. Questo il tema
meditativo del canto, che si riallaccia alla Ouiete dopo la tempesta: anche l, in fondo, il piacere
consisteva nella cessazione del dolore, nell'illusione e nell'attesa.

Il concetto  calato in una rappresentazione, reale e insieme allusiva, in un quadro di vita
semplice, quotidiana. Il fascino dell'idillio  nella freschezza con cui  colta la vita del villaggio,
immerso nell'anesa della festa; in quel crepuscolo che si protende nella speranza d'un'alba
radiosa. In Una suCcessione di limpide scene cogliamo la gioia che suscita nell'animo degli umili
abitanti il presentimento della festa:  il tempo dell'illusione. che si snoda in un succedersi di atti
che hanno il ritmo d'una danza. Poi, in cinque versi, il poeta esprime la sua triste consapevolezza
del disinganno: la festa, domani, non porter la gioia sognata, ma solo tristezza e noia. Eppure il
tono della conclusione non  amaro, ma sfuma nell'affettuosa mestizia con cui il poeta esorta
lladolescente a godere il sabato della sua vita, cio la propria et di speranze indefinite e radiose.
Essa ritorner, nella sua memoria di adulto, come l'unico suo momento felice, appunto perch la
felicit non pU Consistere che nell'attesa e nel sogno, o nella loro ricordanza.

La donzelletta vien dalla campagna,

' 37-41. onde... Vento: a CaUsa del quale timore
della morte gli Uomini, per Un periodo lungo e

' tormentoso~ divennero freddi, taCiti, pallidi in
visO e sudarono e palpitarono affannosamente,
vedendo la tempesta sCatenata per offenderli.
,~f 42 0 natUra Cortese: E detto con sarcasmo.
45-46. Uscir... noi: Il diletto per l'uomo, si ridu-
Ce soltanto alla CessaZione o attenuaZione di un

C~ dolore
47-50. il duolo... guadagno: il dolore, non la
8ioia, nasCe fra noi spontaneamente connaturato,
m', alla nostra natUra e al nostro destino e
~ quella minima parte (quel tanto) di piacere, che
E nascel s, talvolta. ma solo Come CessaZione d'af-
L fannO, e pare tuttavia un evento portentoso, un
iracolo (mostro dal latino monstr~m prodi-

ioh dev'essere considerato un ~ran Puada~

detta cara agli di! L'espressione  ancora sarca-
stica .

51-53. assai felice... dolor: Non che essere cara
agli dei, la stirpe umana , anzi, gi molto felice se
pu riprendere fiato, respirare dopo uno dei suoi
tanti dolori.

53-54. beata... risana: veramente felice se la mor-
te ti risana da ogni dolore. L'idill~o che si era
aperto col sogno di una comunione con la natura
e con la vita si conclude con una constatazione
disperata: I'unica comunione possibile  quella
con la morte, I'unica pace dopo l'angosciosa e va-
na tempesta del vivere.

Metro: canzone libera. Quattro strofe, di lunghez-
,,  ~   ,.  za disuguale, composte di endecasillabi e settenari
5-51. Umana_._ eterni (`~ stirne llmana. che ~  n~  rn~ti  Fr~  ntic~im~  c~mrre
con particolari effetti espressivi e ritmici le rime
al mezzo (ad es. il v. 6 rima con festa a met del
v 7)

1-4. La donzelletta: La parola non aveva al tem-
po del L. il carattere antiquato e letterario che
avrebbe oggi. Comunque, questo diminutivo o
vezzeggiativo evoca la grazia della fanciulla e co-
stituisce il primo accento d'una descrizione lieta.
in sul calar del sole: Non per nulla il L. ha isolato
in un verso la notazione dell'ora: questo crepusco-
lo di attesa e di speranza  lo sfondo che anima le
figure trascorrenti leggere su di esso. fascio del-
I'erba: per la capra o i conigli. Il particolare reali-
stico concorre alla schiettezza della rappresenta-
zione. L'atteggiamento del poeta , in tutto il can-
to, di adesione a un piccolo, semplice mondo che
conserva intatta la fede nella vita la speranza del-
la felicit e, contemporaneamente, di distacco ri-
flessivo, proprio di chi coglie nella usuale vicenda
un significato universale.

5-6. onde... appresta: con i quali fiori secondo
l'usanza delle giovani contadine, si propone di
adornarsi .

8-15. Una seconda figura emerge ora dallo sfon-
do di quel dolce tramonto: la vecchierella. Se la
donzelletta rappresentava la giovinezza come atte-
sa gioiosa, la vecchierella la rappresenta come
nostalgico rimpianto.

10. incontro... giorno: rivolta agli ultimi raggi del
sole occiduo. C' il senso di una vita volta al
tramonto e che ancora si protende al sole dei
ricordi lontani. In tutto questo idillio, fatti cose,
persone suggeriscono Un significato, che non  un

111 ~UI L dldl ur-l ~UIC~,

col suo fascio dell'erba; e reca in mano
un mazzolin di rose e di viole,
onde, siccome suole,
ornare ella si appresta
dimani, al d di festa, il petto e il crine.
Siede con le vicine
su la scala a filar la vecchierella,
10   incontro l dove si perde il giorno;
e novellando vien del suo buon tempo,
quando ai d della festa ella si ornava,
ed ancor sana e snella
solea danzar la sera intra di quei
ch'ebbe compagni dell'et pi bella.
Gi tutta l'aria imbruna
torna azzurro il sereno, e tornan l'ombre
gi da' colli e da' tetti,
al biancheggiar della recente luna.
Or la squilla d segno
della festa che viene;
ed a quel suon diresti
che il cor si riconforta.
I fanciulli gridando

quadro, ma lo stesso spontaneo atteggiarsi della
vita .

11-15. novellando... tempo: parla della sua giovi-
nezza come d'una favola bella e lontana. E un
discorso pieno di nostalgia, evidente, quest'ulti-
ma, nel rimpianto dei compagni d'un tempo che,
ora, forse, come suggerisce quel passato remoto
(ebbe) non sono pi. E un profondo rimpianto 
in quell'ancor sana e snella, che fa sentire, per
contrasto, la tristezza del suo tramonto.

16-19. Sono forse i versi pi limpidi del canto:
evocano lo svanire del giorno fra la luce e le
ombre di una placida notte lunare, e il poeta
sembra obliarsi nella dolcezza del paesaggio e
dell'ora. torna... sereno: il cielo che nel Crepu-
scolo aveva assunto un pallore indefinito, ora
ritorna di un azzurro cupo. e tornan... Iuna: le
ombre s'allungano di nuoVo ai piedi dei colli e
delle case: con vaghissima immagine il L. Ie fa
discendere dai tetti e dalle cime.

20-21. Or la squilla... viene: La Campana Suona
per annunciare la festa.

22-23, ed a quel... riconforta: quel sUono sembra
confortare il cuore dalle pene giornaliere. Ma nota
quel d~resti: il L. appare Come sorpreso di sentire
riaffiorare in s l'incanto di Un~antica illusione.
Quel suono ha il sapore della sUa gioVineZZa, della
sua trepida attesa della festa. Si pU dire che.
almeno fino al v. 37, il poeta si sia pienamente
obliato nel paesaggio, che la stessa sUa nostalgia
contribuisca ad immergerlo anCor piU nella gioia
tranquilla di esso. Questo perch ogni Cosa, men-
tre egli la contempla, si riveste del ricordo sUgge-
stivo di altri sabati, dell'infanzia e della prima

S u la plaz zuola 11 I 11 U L L d,

e qua e l saltando,

fanno un lieto romore:

e intanto riede alla sua parca mensa,

fischiando, il zappatore,

e seco pensa al d del suo riposo.

Poi quando intorno  spenta ogni altra face,

e tutto l'altro tace,

odi il martel picchiare, odi la sega

del legnaiuol, che veglia

nella chiusa bottega alla lucerna,

e s'affretta, e s'adopra

di fornir l'opra anzi il chiarir dell'alba.

Questo di sette  il pi gradito giorno,

pien dl speme e di giola:

diman tristezza e noia

recheran l'ore, ed al travaglio usato

ciascuno in suo pensier far ritorno.

Garzoncello scherzoso,

cotesta et fiorita

 come un giorno d'allegrezza pieno,

giorno chiaro, sereno,

che precorre alla festa di tua vita.

Godi, fanciullo mio: stato soave,

stagion lieta  cotesta.

Altro dirti non vo'; ma la tua festa

ch'anco tardi a venir non ti sia grave.

Canto nottUrno di un pastore errante dell'Asia

E l'ultimo dei grandi idilli, anche se nell'edizione dei Canb  preposto al Sabato e alla Quiete;

fu composto a Recanati fra l'ottobre del '29 e l'aprile del '30.

27, romore: rumore.

28. riede: ritorna. E Un latinismo. Anche la

parca mensa (la sUa poVera tavola)  Un'eco lette-

taria, e Cos la figura del contadino, anZi, dello

~ppatore, che risale a Una suggestione petrarche-

Sea. E tUttavia qUeste reminisCenZe non stonano

perCh il poeta le sa fondere Con naturalezza con

le osservazioni tratte dal Vero, e Cio dalla natura

che i grandi poeti gli aVevano insegnato ad amare

31-32, face: lampada. tutto l'altro: tutto il paese,

Uommi e coSe.

34-37. legnaiuol: falegname. alla lucerna: alla lu-

Ce della lucerna. di fornir l'opra: di completare il

avOro iniZiato. Il falegname vuole godere intatto

suo glorno di festa.

3~-39. Il sabato  il giorno pi bello perche vive

nena speranZa e nell'attesa quindi nell'unica gioia

POssibile per l'uomo: la gioia che si sogna.

qO-42. Domani, quando sar giunta la festa

qUandO Cio dall'attesa fantasiosa si sar passati

alllarida realt della Vita, sar spenta la gioia. Le

t~re porteranno soltanto noia e tristeZa, perch
del presente, e ha sempre lo sguardo volto al
futuro, nella continua ricerca della felicit irrag-
giungibile, non avr pi davanti a s un giorno
festivo, ma la ripresa del lavoro, del travaglio
usato.

43. Garzoncello scherzoso: fanciullo, per il quale
la vita  ancora un giuoco, una gioia. Nell'ultima
strofa emerge la riflessione, prima calata nel qua-
dro del sabato del villaggio.

44-47. cotesta... vita: questa tua et fiorente (la
fanciullezza e la adolescenza)  come un giorno
pieno d'allegrezza, come un sabato che precede la
festa della tua vita, chiaro e sereno, perch vissuto
nella gioia dell'attesa.

50. Altro dirti non vo': Non vuole il poeta, com-
mosso dallo spettacolo di questa et fiorita, dire al
fanciullo che quella festa non verr.

50-51. ma... grave: non ti crucciare se ti sembra
che l'et adulta (quella che nel tuo sogno vedi
come la festa, la pienezza vera della tua vita) tardi
a venire. Cio, non aver fretta che il tempo passi,
godi questa tua et, perch solo nell'illusione si
n~  r~
Lo spunto tantastlco venne al poeta dalla lettUra di un ll~ro Ol un Vla99lawre russol ll qUale
raccontava che i pastori Chirghisi (un popolo dell'Asia centrale) passaVano la notte sedub su un
sasso, guardando la luna e improvvisando canti tristissimi: una notiZia che fece Certo ricordare
al poeta le sue lunghe notti solitarie, il suo vano e pur dolce ragionare Con la luna e le Stelle
dell'Orsa, pieno di aCcorate domande senza risposta, come quelle del pastore errante di qUesto
canto.

La scelta di qUesto personagg;O, essere primitivo e immune da ogni preoCCUpaZione intellenua~
listica, consente al poeta di cogliere il dramma della condizione umana nella sUa forma elementa.
re. Le domande che il pastore si pone (chi sono, perch sono, qual  la ragione della mia Vita e di
quella dell'universo) sono le stesse che si pone il Leopardi, il filosofo matUro; e, Come il pastOre
ad esse non sa troVare risposta

Sul piano concettuale, questO  lo svolgimento del canto: la constatazione della nostra assoluta
e invalicabile ignoranza del perch della vita, congiunta alla certezza che essa  dolore e terrnina
nella morte e nel nulla, portano alla conclusione che la vita  male, miseria inutile. Nasce di qUi il
sentimento della noia, rifle550 di qUesta sCoperta vanit.

La bellezza del Canto non consiste nei singoli ragionamenti. ma nel senso sgomento del nullae
dell'angoscia dell Uomo, sperduto in un universo incomprensibile e sterminato. La situaziOne
fantastica diviene cos Spontaneamente simbolica. Il pastore  l'uomo, nel sUo Vano e monotono
peregrinare terreno. disperatamente solo nel deserto del mondo. La luna, bella e infinitamente
lontana,  l'immagine della natUra, che sembra suggerirci una promessa d'infinito, di felicit
evocata dalla sUa bellezza, e, d'altra parte, osserva impassibile e muta il nostro destino.

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
la vita del pastore.
Sorge in sul primo albore,
move la greggia oltre pel Campo, e vede
greggi, fontane ed erbe;
poi stanco si riposa in su la sera:

Metro: canzone lib~ra, composta di sei strofe, di
lunghezza diseguale. di Versi settenari ed endeca-
sillabi liberamente alternati, Non vi sono rime
fisse, salvo che rimano fra loro sempre i due versi
finali d'ogni strofa, ma frequentissime sono le
assonanze, le ripetiZioni di parole e di schemi
ritmici che intendono dare il senso come ha detto
il Vossler. di Una primitiVa nenia religiosa.

1-2. Che fai... Iuna?: Le interrogazioni sommesse
con le quali si apre il Canto, e tUtta qUesta prima
strofa, sembrano nasCere improwise risolvere in
una trepida domanda lo smarrimento dinanzi a
quegli spazi sterminati e a quei silenzi soVrUmani
che circondano la solitaria figura del pastore.

2. silenziosa: La dieresi (leggi: siLnziosa) prolun
ga la durata musicale delllaggettivo con un tono
carezzevole. ConsUeto. Come vedrai, quando il
pastore si rivol~e alla luna, bella e inaccessibile
come la natura.
5-6. paga: saZia. sempitern; calli: i sentieri del
~rPrni ~ conrattlltr(~

93 -96)
7-8. non prendi a schivo: non prendi in uggla~
non provi noia. Vaga: desiderosa. qUeste valli: Ic
piane sterminate della terra, che il pastore ved~
come un'infima vallata, in confronto all'altez
incommensurabile del cielo.
9 10. Somiglia... pastore: E non tanto Un paragt~
ne ragionato, ma la sCoperta ingenUa e fantasi
d'un'analogia fra la propria Vita e quella dell'aStr
Osserva la ripetizione di V~ta, Come ai ~. I e
quella di luna: anch'essa conferisce ai Versi ll totl
di un canto popolare semplice e primitiV il
11-14. Il cammino mortale del pastore rlflette
corso immortale della luna;  lo stesso mo
mento, monotono, uguale e senZa perch 
pel campo: per la pianUra; ma l'espressione ha u~
senso indefinito, che riflette nel mondo la vaSrid
del cielo silenzioso.            i~
13. greggi... erbe: E Un paesaggio senZa aggett
senza rilievo: Un monotono succedersi di
sempre uguali               joti

15. altro... ispera: non a~pelta mai altro. ~l
nessUn mUtdmento. La rim. ribldisce la pr~

~ 20

~: 25

30

40

allro mal non lspera
Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi? dimmi: ove tende
questo vagar mlo breve
il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,
mezzo vestito e scalzo,
con gravissimo fascio in su le spalle,
per montagna e per valle,
per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
al vento, alla tempesta, e quando awampa
l'ora, e quando poi gela,
corre via, corre, anela,
varca torrenti e stagni,
cade, risorge, e pi s'affretta,
senza posa o ristoro,
lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
col dove la via
e dove il tanto affaticar fu volto:
abisso orrido, immenso,
ov'ei, precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
 la vita mortale.

Nasce l'uomo a fatica,
ed  rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento

conclusione sconsolata, e il senso di tedio, di
stanchezza, di vuoto, che pervade, in tutto il can-

to, la Visione dell'esistenza.

16-18, La nUova interrogaZione erompe, con uno
scatto subito spento, Come Un protendersi nell'an-
sia di troVare Un significato che risCatti l'inutile
vita, In qUesto  diversa dalla prima, dove awerti
soltanto il senso d'un perdersi smarrito nei cosmi-
ci, incomprensibili spaZi, ripreso nei W. 19-20. a
che vale: a che serVe. a Voi: a Voi astri del cielo.
19-20, Breve effimero vagare quello dell'uomo in
terra, immortale il Corso della luna in cielo, ma
I uno e l'altro aCComUnati in un unico senti-

mento di Vanit, nella ConstataZione dell'impossi-
bilit di comprenderne lo scopo.

21-38. Vecchierel,,. mortale: Questa strofa 

Un allegoria della vita umana; rappresenta il suo
ritmO affannoso l'angoscioso suo Correre senza

respirO alla morte e al nulla, fra dolori e sVenture.
21, Vecchierel... infermo: Si aWerte la remini-

SCenza letteraria del sonetto petrarchesco Movcsi il
uecchiercl CanU~o e 6ianCo. Comunque, I'immagine
VUol dare il senso della miseria e fragilit dell'uo-
mO Lo stesso vale per quella del v. seguente.

23. fascio: CariCo, peso. Simboleggia il Rreve far-
deno delle miserie Umane

?s alta: profonda, e per q~lesto rende pi ard~lo
11 camminO fratte: macchie, sterpeti.

35-36. abisso... obblia:  l'abisso della morte. del

veramente si ha il senso di una voragine spavento-
sa che c'inghiotta.

37-38. Vergine... mortale: Ritorna qui il tono pi
intimo del canto. Quell'aggettivo vcrginc fa senti-
re la luna (tale la vede il pastore) come una crea-
tura non toccata dalla miseria umana, pura intat-
ta. Per il L., quest'immagine di bellezza luminosa
e non caduca diviene in un universo reso squalli-
do dall'assenza di Dic~, un'aspirazione indefinita a
ricercare nel vuoto degli spazi sterminati, una
presenza confortatrice ,Dio, la Natura) E anche
questa un'illusione, che il pensiero rivela inconsi-
stente, ma rinasce di continuo nel cuore.

39-60. Anche questa strofa svolge, come quella
precedente, motivi dello Zibaldol~ ed  sostan-
zialmente riflessiva. Ma qui il pensiero non s'av-
volge in veli allegorici o in immagini ad effetto: qui
I'andamento lento e staccato, le tinte scure e
cupe traducono direttamente il senso di tristezza
che viene sottolineato dalle numerose rime baciate
con cadenze stanche e hlgubri (Binni) Per quel
che riguarda il contenuto si avvertono echi del
libro di Giobbe della B~bbla, e del poeta latino
Lucrezio: quasi che il L. intendesse qui condensa-
re in forme lucide e universali il secolare lamento
dell'uomo sul pro,orio destino.

~0. ed ... nascimento: 11 L. annotava nello Zibal-
d~ne come il nascere stess~ dell'uomo fosse un
pericolo della ~ita, cl~me apparisce dal gran n~lme-
nulla eterno d~l totale oblio della nerson~l. E ~li ro di coloro per Cui la llaSCit C c:3lJion di morre
45

50

60

6s

70

ia madre e il gnitore
il prende a consolar dell'esser nato.
Poi che crescendo viene,

l'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
con atti e Con parole
studiasi fargli core,

e consolarlo dell'umano stato:
altro ufficio pi grato

non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perch dare al sole,
perch reggere in vita

chi poi di quella consolar convenga?
Se la Vita  sventura~

perch da noi si dura?
Intatta luna, tale
 lo stato mortale.

Ma tu mortal non sei,
e forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
che s pensosa sei, tu forse intendi,
questO Viver terreno,
il patir nostro, il sospirar, che sia;
che sia questo morir, questo supremo
scolorar del sembiante,
e perir dalla terra, e venir meno
ad ogni usata, amante compagnia.
E tu Certo comprendi
il perch delle cose, e vedi il frutto
del mattin, della sera,

42, in sul prinCipiO stesso non appena incomin-
cia la sUa Vita. Anche Lucrezio insiste sul fatto che
il bambino appena nato piange. e indica in questo
pianto l'inconscio presagio della sUa infelicit fu-
tura .

46. via... sempre Continuamente
s. parenti: genitori

52-54. E domanda rivolta non ai genitori che
agiscono per impul50 vitale ma alla natura stessa
che crea tale inganno e tale sofferenza (Binni).

56. perch... dura? perch SOpportiamo di conti-
nuare a vlvere?
60. ti cale: t'importa.

61-104. La meditazione prima ondeggiante fra
momenti ragionatiVi e assorte paUse di contempla-
zione, si addensa ora in Visioni di Vastit sterminata
e sentimentalmente intenSissime

61-62. Pur tu... sei E tUttavia (anche se del mio
dir poco ti cal~q tU o luna. solitaria ed eterna
pellegrina del Cieio, che sei Cos pensosa. La luna 
ora umaniZzata, colta in un atteggiamentO pensoso
(ch tale appare all'ingenuo pastore il suo volto);
quasi un essere che abbia Vita e anima, e tuttavia
lontano, inattingibile chiuso nel proprio segreto.
63-64, qUesto... che sia che Cosa sia questo vivere

nostro in terra, che significhi qUesto nostro Conti-
nuo patire e sospirare Una felicit irraggiungibile.
65-66. questo morir: qUesto, dice, perch lo sente
come cosa intimamente legata al sUo Vivere, anzi
misura di esso, poich altro non  la Vita se non
continuo morire. supremo... sembiante: I'estremo
impallidire del volto del morituro.

67-68. perir dalla terra: sVanire, dileguare dal
mondo. e venir... compagnia: 11 Vero, grande dolo-
re della morte, che per il resto  sempre inVocata
come cessazione d'ogni pena, , per il L., il dover
lasciare i propri Cari, ogni consuetudine d'affetti.
69. E tu... comprendi: C' qUi,  stato notato, una
volont di caratterizzare pittoresCamente l'ingenu
pastore, disposto al mito di Una luna Umanamente
pensosa. Ma non diremmo che vi sia solo qUestO.
anche perch, se le immagini e le parole Usate dal
pastore sono proprie, in genere, di Una mentalit
primitiva,  vero anche che il L. ha inteso esprime-

re, in questa figura, i moti essenziali la situazione
spontanea dell'uomo davanti al mistero.

70. il perch... il frutto: rispettiVamente la CaUsa e
il fine delle cose, il risultato e la ragione dello
scorrere del tempo e della vita.

Tu sai, tU Certo, a qual suo dolce amore
rida la primavera,
a chi gioVi l'ardore, e che procacci
il verno Co' suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
che son celate al semplice pastore.
Spesso quand'io ti miro
star cos muta in sul deserto piano,
che, in suo giro lontano, al ciel confina;
ower con la mia greggia
seguirmi viaggiando a mano a mano;
e quando miro in cielo arder le ste]le;
dico fra me pensando:
A che tante facelle?
che fa l'aria infinita, e quel profondo
infinito seren? che vuol dir questa
solitudine immensa? ed io che sono?
~lo Cos meco ragiono: e della stanza
smisurata e superba,
~,                    e dell'innumerabile famiglia;
poi di tanto adoprar, di tanti moti
1                     d'ogni celeste, ogni terrena cosa,
~5 girando senza posa,
IE,                   per tornar sempre l donde son mosse;

li2. del tacito... tempo: E un verso ampio stermi-
iiUIto: ti dice lo sCorrere silenzioso del tempo, non
jlli quello che misUriamo sulla vicenda breve dei
i4osui giorni non di quello del nostro ricordo e
,~lella nostra speranZa, ma l'imponderabile eternit
l~del fiuire del mondo e delle cose. E un tempo

Z~aato, perch travolge nel silenzio senza fine dei
~ecoli ogni voCe e ogni opera Umana, infinito, cio

,~terno, Come il L. immaginaVa la Vita del nostro
ondo e degli altri innumerevoli che lo circonda-
~o~

~3'74. Tu sai... primaVera: La primaVera diviene,
ch'essa, una mitiCa fanciulla che sorride a un suo
j~,dolce amore, ma non agli Uomini n a Cosa che essi
ossano Conoscere. E tUttavia senti in questi versi
~ccantO al mistero inesplicabile della vita, la sugge-
DV~one che la bellezza della primavera esercita.

~75. I'ardore il caldo estiVo. che proCaCci: a che
eitva, qual frutto proCUri.

~7-78. Mille... pastore: Riaffiora il bisogno di cre-
l~dere che vi sia qualcuno che ConosCa il perch della
~,ita, e, implicitamente~ che esista questo perch.
FCco la ragione per la quale il pastore umanizza la
F~a, la primavera~ CerCa in esse ansiosamente una
resenza fraterna

89, La contemplazione altissima di qUesti versi
E~richiamal Come la precedente allusione al tempo
r~(V. 72),1 idillio L '~nfinito. Ma se in questo l'intuizio
t'le di uno spaZio smisUrato e dell'eterno faceva
~laufragare dolcen~ente il poeta, ora l'infinito, pro-

~ lett a t O i n n ~  n r ~ m ~  l ~ l ~ i ~ l o,

essere, del nostro destino. Per questo si concreta
dapprima in quelle domande smisurate e vane, e
quindi, deluso, frustrato--perch il mistero rima-
ne irrimediabilmente tale--declina nella negazio-
ne della vita.

81. in... Iontano: il cui lontano orizzonte sembra
perdersi nell'immensit del cielo.

82-83. ovver... mano: La luna sembra seguire il
pastore e il gregge mentre vagano (viaggiando)
per la deserta pianura.

86. A che... facelle?: A che scopo tante stelle?
(facellc perch simili a fiaccole).

87-88. che fa: qual  la ragion d'essere. I'aria
infinita: lo spazio infinito. seren: il cielo notturno.
89. solitudine immensa: quella dei cieli, e insie-
me, quella dell'uomo perduto nello spazio incom-
mensurabile. ed io che sono?: chi sono io? Al
mistero dell'universo fa riscontro quello dell'uo-
mo, che awerte l'arcana suggestione di quell'infi-
nito, sebbene viva soltanto nel finito.

90-91. della stanza... superba: dell'universo in cui
l'uomo  posto; il pastore lo riconosce smisurato,
perch  infinito, e superbo rispetto a lui, essere
finito ed effimero. E retto da uso... non so (w.
97-98).

92. innumerabile famiglia: Sono gli esseri innu-
merevoli che abitano l'universo.

93-98. poi... non so: e poi non so immaginare
l'utilit (uso) e il fine ,frutto) di tanto affaccen-
darsi, di tanti movimenti di ogni cosa celeste e
terrena, che girano senzl~ posa (girando ha signifi-
nlansia di ConosCenza totale del nostro Cato di partiCIpio presente. ma per tornare sempre
100

105

I 10

 15

120

125

U ~   UIIU ~  Ull 11 UL~U

indovinar non so. Ma tu per certo,

giovinetta immortal, conosci il tutto.

Questo io conosco e sento,

che degli eterni giri,

che dell'esser mio frale,

qualche bene o contento

avr fors'altri; a me la vita  male.

O greggia mia che posi, oh te beata,

che la miseria tua, credo, non sai!

Quanta invidia ti porto!

Non sol perch d'affanno

quasi libera vai;

ch'ogni stento, ogni danno,

ogni estremo timor sbito scordi;

ma pi perch giammai tedio non provi.

Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,

tu se' queta e contenta;

e gran parte dell'anno

senza noia consumi in quello stato.

Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,

e un fastidio m'ingombra

la mente, ed uno spron quasi mi punge

s che, sedendo, pi che mai son lunge

da trovar pace o loco.

E pur nulla non bramo,

e non ho fino a qui cagion di pianto.

Quel che tu goda o quanto,

non so gi dir; ma fortunata sei.

Ed io godo ancor poco,

o greggia mia, n di ci sol mi lagno.

al punto da cui sono partite. indovinar: non dice

intendere, perch propone l'universo innanzi alla

mente come un enigma... un irrazionale (Bacchel-

li).

oo-o4 E il punto veramente conclusivo del-

I'appassionata meditazione. Questo so bene e

comprendo con certezza, in questo universo in-

comprensibile: che dall'eterno girare dei cieli, dal

perenne moto, cio, della materia, e dalla mia

labile esistenza (esser... frale), altri, non so bene chi

o che cosa, ricaver certo un vantaggio o un piace-

re (ma  detto con amarissima ironia); ma per me la

vita  male, infelicit. Male, dunque,  la vita,

perch  un affannoso, doloroso e Vano correre

verso il nulla, senza una ragione, senza uno scopo.

La concezione leopardiana nasce, essenzialmente,

da questa ignoranza delle ragioni del nostro essere

e dell'universo, da una crisi filosofica e religiosa,

non dalle particolari sventure del poeta.

o5- 132. Dopo la concentrazione lirica della strofa

precedente, questa appare condotta su un tono pi

raziocinante e discorsivo. Il L. svolge qui il tema

della no~a o tedio, che consegue al sentimento della

vita come vanit;  l'espressione della infelicit
--Dimmi: perch giacendo
a bell'agio, oz'ioso,
s'appaga ogni animale;
me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?--

Forse s'avess'io l'ale
da volar su le nubi,
e noverar le stelle ad una ad una,
o come il tuono errar di giogo in giogo,
pi felice sarei, dolce mia greggia,
pi felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
forse in qual forma, in quale
stato che sia, dentro covile o cuna,
 funesto a chi nasce il d natale.

pensiero dominante

quale veramente : Vuoto e solido nulla)>, *Ustra
zione della nostra brama di felicit. Scriveva il L.
nello Zibaldone: Quando l'uomo non ha senti-
mento di alcun bene o male particolare, sente itl
generale l'infelicit natiVa dell'uomo, e questO ~
quel sentimento che si chiama noia (4 maggi
1829),

105-106. Gli animali appaiono al L. meno infeliei
dell'uomo, perch non hanno CosCienZa del loro
soffrire. L'uomo, inVeCe, comprende, e quindi sof~
fre maggiormente l'angoscia del proprio destm
credo: E una paUsa perplessa nessUna Verlta

noi crediamo di possedere  infatti Cosa certa
121 . pace o loco: paCe e tranquillit, per llanin
per il corpo.                . ~
122-23. E pUr... pianto Il L. vuole mettere l~:
rilievo che l'infelicit del pastore non nasCe da UDl
causa conCreta, Cio da Un dolore definito. La su-~,
I'infelicit natiVa dell'uomo, quella che coinC~
col sentimento stesso dell'esistenza anelante a Uv
felicit assoluta e inCapace di conseguirla. ,~
126-127. Ed io... poco: Ed anch'io godo poco- v
di ci sol: Infatti, non solo e non tanto di t~
Podere si lamenta. ma del ted~o.

~Ouesto canto, insieme a Amore e Morte, Consalvo, Aspasia, A se stesso, fu ispirato dalla
,~Esione intensa e non corrisposta per Fanny Targioni Tozzetti, che il Leopardi conobbe a Firenze
~d 30, e fu composto fra il '31 e il '33. Esso segna una svolta decisiva, il formarsi, come ha indicato
IEinni, d'una nuova poesia che culminer. poi, nel messaggio della Ginestra. E una poesia
riidillica, non pi caratterizzata dalla dolcezza del ripiegamento interiore e della memoria, come
pslla degli anni '28-'30, ma da un'energica perentoriet d'accenti, nata dalla consapevolezza del
Fta della propria dignit spirituale e morale. Da un lato egli assume coraggiosamente la propria
rdizione di uomo e la contrappone al mondo cieco e crudele della natura, fino a vagheggiare una
~va fraternit fra gli uomini, impegnati in una lotta implacabile contro di essa; dall'altro esce dalla
plnudlne, dal ripiegamento nostalgico sul passato, per affermare i propri ideali in polemica aperta
~tro le Ideologie avverse. L'esperienza sconvolgente d'un amore non pi soltanto sognato, ma
puto con totale abbandono, si colloca all'inizio di questa fase, e rappresenta un primo risentirsi
~lI'io, la coscienza d'una maturit. Si rilegga il pensiero LXXXII, pervaso della certezza che
~l'amore l'uomo attinge Una pienezza di essere. una vita spirituale intensa e assoluta che
~WtUIscono la sUa Vera aristoCraZia, lo isolano dal volgo, gli consentono di affrontare la lona
Ferata contro il destino con la coscienza della propria superiorit spirituale.

~`JI Pensiero dominante riflette l'acquisizione cosciente di questa energia dell'animo, del suo
~91ito di vita che si slancia verso l'infinito, anzi, lo ritrova e lo crea in se stesso, di l dalla meschina
~, dal llmiti dell~esistenza (nessun accenno, qui, a un colloquio con la donna, a una ricerca di
C reta soddisfazione): insomma, Un riscatto totale, implicito da sempre nella lirica amorosa del
;~oardl, ma non mai giUnto a consapevolezza cos decisa, dall'angoscia e dal nulla. Ed  al tempo
Eso un entUsiastico inno all'amore. con una tonalit estatico-religiosa (parliamo della religiosit
~ accompagna Certe sCoperte definitive sul nostro essere e la nostra vita), che si rivela nella
Lntura a ondate, per cerchi eccentrici e tuttavia saldamente connessi al tema dominante: la lode
~amorel aperta, a tratti, a momenti di rapimento fra i pi intensi della lirica leopardiana.

. s~appaga troVa appagamento, pace.

. Inverti la CostrUzione: il tedio assale me, se
E;~ La noia  dunque propria dell'uomo e Cio
F~ creatura che ha la piena consapevolezza della
tnfelicit.

~143, L'ultima strofa ripropone il contrasto
E~naticO di tutto il Canto, ka il sogno di una
~ta Impossibile e la constatazione tragica e
~ocabilmente scandita:  funesto a chi nasce il
uatale

E136. In qUesti sogni impossibili balena anco-
!~rraggiungibile e pUr sempre presente, un'ansia
L...........nativa. che awertiamo quando la vita ci appare      ntiCa d'infinito, il desideri.~ ~;SIn~  l ni;l

bella. noverar: contare. Il verso  costruito su una
precisa eco petrarchesca ,e ad una ad ~na noverar
le stelle; canz. In qs~ella parte dove Amor mi sprona
v. 85). giogo: vetta montana.

139-40. 0 forse... pensiero: O forse erra il mio
pensiero considerando la sorte di esseri diversi da
me, come gli animali, o la luna, o un essere indefi-
nito capace di volare e spaziare libero nei cieli.

141-143. Forse il nascere  sempre cosa funesta,
sa per chi nasce in un covile (I'animale) sia per chi
nasce in una culla (I'uomo), qualunque sia la forma
e il modo del suo esistere,>.
L)olclsslmo, possente
dominator di mia profonda mente;
terribile, ma caro
dono del ciel; consorte
ai lgubri miei giorni,
pensier che innanzi a me s spesso torni.

Di tua natura arcana
chi non favella? il suo poter fra noi
chi non sent? Pur sempre
10   che in dir gli effetti suoi

20

le umane lingue il sentir proprio sprona,
par novo ad ascoltar ci ch'ei ragiona.

Come solinga  fatta
la mente mia d'allora
che tu quivi prendesti a far dimora!

Ratto d'intorno intorno al par del lampo
gli altri pensieri miei

tutti si dilegur. Siccome torre
in solitario campo,
tu stai solo, gigante, in mezzo a lei.

Che divenute son, fuor di te solo,
tutte l'opre terrene,
tutta intera la vita al guardo mio!
Che intollerabil noia
gli ozi, i commerci usati,
e di vano piacer la vana spene,
allato a quella gioia,
gioia celeste che da te mi viene!

Come da' nudi sassi

Metro: can~one Itbera, di 4 stanze, che si orga-
nizzano in una composizione a raggio piuttosto
che in svolgimento lineare: perch in ogni strofa
pulsa con la stessa forza e con la stessa volont di
presenza il pensiero d'amore, ed ogni strofa pi
che con la precedente e con la successiva  diret-
tamente legata ad un centro poetico (Binni). Fre-
quenti le rime, per lo pi baciate.

1-6. La prima strofa, brevissima,  una proposizio-
ne del tema ma non in senso intellettualistico,
bens totalmente lirico e, vorremmo dire, musica-
le. Nota all'inizio, quegli aggettivi che definisco-
no allusivamente la natura d'amore; la dolcezza, la
potenza dominante, il suo carattere terribile, per-
ch sconvolgente e tuttavia di dono divino e pre-
zioso. Sono sostanzialmente tutte forme superlati-
ve che evocano l'espandersi assoluto dell'io, I'e-
sperienza di vita piena, assoluta che l'amore rap-
presenta .

4-5. consorte... giorni: compagno della mia vita
continuamente pervasa dalla sventura.
6. pensier: il pensiero amoroso.

7. arcana: misteriosa, divina; e vi , insieme, il sen-
timento della sua bellezza e del suo essere terribi-
le: quasi un senso religioso della sublimit dell'a-

9-12. Pur... ragiona: Eppure ogni volta che l'inti-
mo sentimento sprona le lingue degll uomlm 9
dire gli effetti che amore produce, Ci che essO ~
(amore) dice per bocca loro appare Cosa nuova ~;
straordinaria.
13. solinga: deserta, priVa d'ogni altro pensier
fuori di quello; in esso il L. ha concentratO tutt
la sua mente e la sua vita.
18-20. Siccome... Iei: E una delle pochissime itt
magini paesistiche del Canto (in realt sono soltat
to due: questa e quella dei w. 29-32), che ancl~
in questo rivela la nUoVa poetiCa antiidlllica ;:
come quella segUente,  immagine potentement~
evocativa e ha in s qualcosa di aspro e VlgOrOSD
d il senso non d'un abbandono sognante. ma,
un'ascesi eroiCa. QUi la mole della torre (il penS~
ro d'amore) si staglia nuda e dominante. eCCeV
nel deserto dell'animo che altro non ama e n
vuol sapere.
25-26. i commerCi Usati: i colloqui e le Conver~
nali relazioni d'ogni giorno. e... spene: e la e;
ranza Vana di troVare Un altro piaCere fuor~
quello che pu dare l'amore e che  l'UnicO
27. allato... gioia: al confronto di quella glOU.
dice g~o~a per distinguerla da ogni piaCere sen
le, per indicare Una pieneZza di felicit Splrltu9

a un campo verde che lontan sorrida
volge gli occhi bramoso il pellegrino;
tal io dal secco ed aspro
mondano conversar vogliosamente,
quasi in lieto giardino, a te ritorno,
e ristora i miei sensi il tuo soggiorno.

Quasi incredibil parmi
che la vita infelice e il mondo sciocco
gi per gran tempo assai
senza te sopportai;
quasi intender non posso
come d'altri desiri,
fuor ch'a te somiglianti, altri sospiri.

Giammai d'allor che in pria
questa vita che sia per prova intesi,
timor di morte non mi strinse il petto.
Oggi mi pare un gioco
quella che il mondo inetto,
talor lodando, ognora abborre e trema,
necessitade estrema;
e se periglio appar, con un sorriso
le sue minacce a contemplar m'affiso.

Sempre i codardi, e l'alme
ingenerose, abbiette
ebbi in dispregio. Or punge ogni atto indegno
subito i sensi miei;
move l'alma ogni esempio
dell'umana vilt subito a sdegno.
Di questa et superba,
che di vte speranze si nutrica,
vaga di ciance, e di virt nemica;

~34. secco... ConVersar: le ConsUete relazioni,
rde. perch priVe di vero affetto e comunione
ptuale, e piene d'asprezza.
e... soggiorno: e il dimorare con te dona ri-
~ro al mio CUore L'amore esperienZa aUtentica
pteriorit, isola il poeta da ogni banalit, dal
B, dal VaCuo conformismo nel quale si svolge
~ita, diventa Un valore spirituale assoluto.
~40. che... sopportai: il fatto d'aver sopportato.
rondo sCiocco: anCora l'affermazione d'una
~pna aristoCrazia.
E~3 Come... sospiri Come gli Uomini possano
Firare per altri desideri che non siano legati in
flche modo all'amore
E1s d'allor,., intesi: da quando per la prima
intesi per diretta esperienZa quanto poco
queSta vita.
~ quella: Va Unito a neCess~ta~e estrema che
~rtlorte, talor lodando: sebbene a volte, a paro-
r lodi_ trema:  Usato transitivamente (teme
~a tremOre davanti ad essa~. L'esaltazione delle
~ta splrituali pi alte, che l'amore porta con

anche di fronte alla morte. L'amore  dunque su-
prema affermazione della libert e dignit della
persona. Questo senso agonistico della morte che
trover espressione altissima nel canto seguente, 
dl derlvazione alfieriana, ed  stato assorbito per
tempo dal L.: basti pensare al Bruto minore. Ma
qui sono scomparsi gli astratti furori della gioVi-
nezza, gli atteggiamenti titanici: il tema  enuncia-
to con la pacata semplicit delle persuasioni che
toccano il fondo di un'anima.

53-68. La strofa definisce chiaramente il nuovo
atteggiamento del L. (che trover il suo culmine
nella Ginestra), caratterizzato dal bisogno d'uscire
dalla solitudine idillica e di proclamare nel mondo
i propri ideali, i risultati definitivi della sua medi-
tazione sugli uomini e sulla vita, in polemica espli-
cita con lo spiritualismo e l'utilitarismo degli anni
della Restaurazione.

54. ingenerose, abbiette: ign~bili e prive d'ogni
luce d'ideale.

59-61. Di... nemica: superba-~ la generazione in-
torno a lui. perch fidl~ciosa nelle <~magnifiche
ende l'uomo pi ~rande del destino. imnavido sorti e l~r~ressi~e dell'llmanit l-ome ~ ce il
Mamiani in un verso che il L. riport nella Gine
stra con tono sarcastico. Queste le vote speran-
ze che egli sentiva di dover awersare, perch
fondate su un ottimismo assurdo, a suo awiso, e
facilone, su uno spiritualismo che egli non poteva
accettare. La fede cieca nell'ineluttabilit del pro-
gresso portava da un lato a dare la colpa delle
sciagure e del male alla cattiva volont dell'uomo
e non alla natura matrigna, e dall'altro a illusioni e
attese idilliche di un'immancabile felicit del ge-
nere umano, che erano un chiudere gli occhi da-
vanti al dramma del vivere, alla tragicit della sto-
ria. La posizione del L. era quella di un demistifi-
catore.

62-64. stolta... vede: stolta, che cerca soltanto l'u-
tile e non sente che quanto pi questa ricerca
diviene esclusiva, tanto pi inutile diventa la vita.
La cultura contemporanea attribuiva grande valo-
re alle cognizioni utili, in armonia con la nuova
civilt borghese e liberale che ispirer anche il
nostro Risorgimento. Ma il L., tutto preso dalla
sua lotta metafisica contro la natura e il destino,
chiudeva gli occhi dinanzi ai lati positivi di questa
civilt, come  dimostrato dal suo antagomsmo
verso gli uomini che si raccoglievan~ a Firenze
attorno all'A/rtolog~a. con un programma di libe-
ralismo moderato e di cauto riformismo. Unico
lI'inf~ iti~ inPvit~hile ~e~ omini. !1l

e inutile la vita
quindi pi sempre divenir non vede;
maggior mi sento. A scherno
ho gli umani giudizi; e il vario volgo
a' bei pensieri infesto,
e degno tuo disprezzator, calpesto.

A quello onde tu movi,
quale affetto non cede?
Anzi qual altro affetto
se non quell'uno intra i mortali ha sede?
Avarizia, superbia, odio, disdegno,
studio d'onor, di regno,
che sono altro che voglie
al paragon di lui? Solo un affetto
vive tra noi: quest'uno,
prepotente signore,
dieder l'eterne leggi all'uman core.

Pregio non ha, non ha ragion la vita
se non per lui, per lui ch'all'uomo  tutto;
sola discolpa al fato,
che noi mortali in terra
pose a tanto patir senz'altro frutto;
solo per cui talvolta,
non alla gente stolta, al cor non vile
la vita della morte  pi gentile.

Per cr le gioie tue, dolce pensiero,
provar gli umani affanni,

(<~discipline secchissime), ma gli studi del bello,
le immaginazioni, le illusioni.

66-68. e... calpesto: e calpesto, disprezzo il volgo
(gli uomini volti solo alla riCerca dell'utile) ostik
(infesto) a ogni ideale magnanimo e generoso, chc
 ben degno di disprezzare l'amore, perch non St
comprenderne la sublimit n accoglierlo in s.

69-70. A quello... cede?: Qual altro sentiment,
umano non  inferiore a quello dal quale nasce
I'amore?

71-72. In effetti non Vi  altro sentimentO degn
di questo nome che l'amore. Gli altri movimena
affettivi sono in realt ooglie (V. 7S), Cio semplia
appetiti materiali.
74. studio: brama ( un latinismo).

78. prepotente: potentissimo (il prefisso ha qU~
come in latino, significato intensivo).
81. per lui: per mezzo, in graZia di lui.

82-84. sola... frutto: I'amore, la pOssibilit Pel
I'uomo di proVare Un sentimento Cos alto. e 1~
sola discolpa che potrebbe inVoCare per s il lW
stino dall'averci assegnato Una Vita Cos dolou-
senza alcun'altra ragione o riCompensa.

85-87. per cui: in graZia del quale. non... stOI~
alla gente non stolta. gentile: nobile. E il non
mere la morte, anzi, considerarla migliore d
vita , per il L., segno di nobilt spirituale
88. cr: cogliere.    '~

~    a ~ I I I I I

questa vita mortal, fu non indegno;

ed ancor tornerei,

cos qual son de' nostri mali esperto,

verso un tal segno a incominciare il corso:

che tra le sabbie e tra il vipereo morso,

giammai finor s stanco

per lo mortal deserto

non venni a te, che queste nostre pene

vmcer non ml paresse un tanto bene.

Che mondo mai, che nova

immensit, che paradiso  quello

l dove spesso il tuo stupendo incanto

parmi innalzar! dov'io

sott'altra luce che l'usata errando,

il mio terreno stato

e tutto quanto il ver pongo in obblio!

Tali son, credo, i sogni

degl'immortali. Ahi finalmente un sogno

in molta parte onde s'abbella il vero

sei tu, dolce pensiero;

sogno e palese error. Ma di natura,

infra i leggiadri errori

divina sei; perch s viva e forte

che incontro al ver tenacemente dura,

e spesso al ver s'adegua,

n si dilegua pria, che in grembo a morte.

E tu per certo, o mio pensier, tu solo

vitale ai giorni miei,

cagion diletta d'infiniti affanni,

meco sarai per morte a un tempo spento:

tu... indegno non fU sConVeniente, valse la

~ 94. ed... Corso: e se mi fosse promessa una tal

F~a, pur essendo esperto Come sono dell'infeli-

~a umana, riCominCerei il Cammino della mia vi-

I verso di essa.

7 99. che... bene: dato che finora, pUr proceden-

P per l'arida Vita (sabbie), resa anCor pi dura

i colpi infertimi dalla malVagit umana simili a

~Otsi di Vipera (v~p~reo morso), non venni mai a

F CoS affranto da non stimare che un bene cos

Fnde qual tu sei non vincesse tutte le pene del

E-103. Da qUi alla fine CresCe progressivamente

rtuslasmo e l'inno all'amore si fa piU dispiega-

t,~Se fino ad ora persisteva, pur nel costante em-

r flrlcO, Una strUttUra concettuale qui erompe

~mple e musicali volute, la VoCe ardente d'una

r~ione spirituale, che sembra anelare a infrange-

~gm limite, a risolversi in pUra infinita poesia

~aCbuore~ nova: nuova, ma anche straordinaria

F fle; e il forte e~l~ambeme~?t .nota ~mm~flsiti

tende pi il~tensa la sUggestione Osserva inol

~i. i       a~narivano non ie scienze economiche e politiche  ~qUei terminil ft~J ~ nf ~ flslt par ~ fi~(. St~p~f~-

do incanto, che s'affollano in questi versi come a
dare il senso dell'ineffabile

105. terreno stato: la miseria della condizione
umana; corrisponde al ter del verso seguente.

107-108. i sogni degl'immortali: non simile alla
vita degli di ma ai loro sogni cio a qualcosa di
ancor pi beilo della vita divina,  il pensiero d'a-
more.
108. finalmente: in fondo, in realt.

108-110. un sogno... tu: sei in gran parte un
sogno di quelli che abbelliscono la vita, non una
concreta realt.

112-113. Ieggiadri errori: le vaghe illusioni.
divina: va unito con natura (v. 111).

114. che... dura: che continua a durare tenace-
mente, mantiene intatto il suo fascino anche dopo
l'amara scoperta del vero.

115. e... s'adegua: e spesso si fonde col vero stes-
so, perch diviene unica e dominante realt d'una
vita .

118. vitale... miei: che di vita ai miei giorni, che
mi fai vivere veramente.
120. per morte: dalla morte.
~tOn ~ Usioni e ~I consolazioni assurde per celare la propria viit, anche a se stesso) si riveia
a magnanimit che l'esperienza d'amore ha sUscitato nell'animo e che  l'approdo pi alto
eopardiana~ la sua risposta a quella che egli sente un'assurda condanna alla vita.

ch'a VIVI segnl dentro l'alma 1O sento
che in perpetuo signor dato mi sei.
Altri gentili inganni
soleami il vero aspetto
pi sempre infievolir. Quanto pi torno
a riveder colei
della qual teco ragionando io vivo,
cresce quel gran diletto,
cresce quel gran delirio, ond'io respiro.
130 Angelica beltade!
Parmi ogni pi bel volto, ovunque io miro,
quasi una finta imago
il tuo volto imitar. Tu sola fonte
d'ogni altra leggiadria,
sola vera belt parmi che sia.

Da che ti vidi pria,
di qual mia seria cura ultimo obbietto
non fosti tu? quanto del giorno  scorso,
ch'io di te non pensassi? ai sogni miei

Amore e Morte

la tua sovrana imago
quante volte manc? Bella qual sogno,
angelica sembianza,
nella terrena stanza,
nell'alte vie dell'universo intero,
che chiedo io mai, che spero
altro che gli occhi tuoi veder pi vago?
altro pi dolce aver che il tuo pensiero?

il canto  affine, nello spirito, al Pensiero dominante, che ne preannUnaa ia tematiCa. Comune
alle due liriche  la rappresentazione dell'amore Come esperienza totale e assoluta di vita,
esaltazione eroica dell'io, conseguimento d'una aUtenticit di vita spirituale che ci rende superia
al destino. Di qui nasce l'aflermata complementarit o fraternit di amore e morte. L~uno, infatti,
rinnovella dal profondo l'esistenza, liberandola dal senso opprimente del nulla, I~altra distrug99
ogni dolore e ogni male; I'uno e l'altra rappresentano, dunque, il risCano dalla pena amara d~
vivere.

Ma pi che dell'amore, qUesto  il Canto della morte, Come vedi nell~ultima strofa. uno d~
momenti pi alti della poesia leopardiana, vagheggiata non solo come cessazione del dolore. ma
come prova suprema della dignit umana. Nell'eroica accenazione di essa (dalla quale codarda
mente rifugge il volgo, che non ha il coraggio di confessare il mal che ci fU dato in sorte, e si nUt~

123-125. Altri... infievolir: la vista della persona
amata (il t ero aspCtto Contrapposto al fantasma di
lei foggiato dalla fantasia innamorata) soleva, nei
precedenti amori affievolire il sentimento e le il-
lusioni concepite nel vagheggiarla da lontano.
Quanto pi torno: sottintendi: ora invece.
127. della... vivo: ragionando della quale con te,
o pensiero, io vivo. Ma la posizione nel verso d a
io tito un'espressione pregnante, intensiva, come
se fosse: provo che cosa sia veramente vivere.
129. quel... respiro: un delirio (e la parola allude
all'intensit e violenza della passione) che gli d
Muor giovane colui ch'al cielo  caro "

Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte
ingener la sorte.
Cose quaggi s belle
altre il mondo non ha, non han le stelle.
Nasce dall'uno il bene,
nasce il piacer maggiore
che per lo mar dell'essere si trova;
l'altra ogni gran dolore,
ogni gran male annulla.
Bellissima fanciulla,
dolce a veder, non quale
la si dipinge la codarda gente,
gode il fanciullo Amore
accompagnar sovente;
e sorvolano insiem la via mortale,
primi conforti d'ogni saggio core.
N cor fu mai pi saggio
che percosso d'amor, n mai pi forte
sprezz l'infausta vita,
n per altro signore
come per questo a perigliar fu pronto:
ch'ove tu porgi aita,
Amor, nasce il coraggio,
o si ridesta; e sapiente in opre,
non in pensiero invan, siccome suole,
divien l'umana prole.

130. Angelica beltade: Di qUi alla fine. Con t d
passo spontaneo, il discorso  rivolto non piU
pensiero, ma alla donna amata, in Un crescenda
d'ebbrezza.                _~
132. una... imago: Un'immagine dipinta. o r
glio, un riflesso. Ogni bel Viso di donna evoca t~
sua mente quello dell'amata.
133-135, Tu... sia: tU sola mi sembri essere. eC
143 nella... stanza: nella terrena dimora. qUU'1

144. alte vie: le parti pi eccelse
147. che... pensiero: che il pensiero di te.

~tro: can~one lZbt ra di qUattro lunghe strofe con
~lecasinabi e settenari liberamente alternati e
~u rime frequenti.

uor... Caro: Questa sentenZa di Menandro 
Fts, senza nome d'autore anche nel Dtalogo d
!it~ano t di t~n am~Co, che ha, come vedremo,

~Uta profonde Con la parte finale di questo

Ro, Essa esprime Una delle pi antiche e radi-
persuaSioni del L. morir gioVani significa
~ 8ver ConosciutO il disinganno che  pi amaro

E~ morte e che conduce al tedio e al senso
Fle e sconsolato del nulla.

~11 Concetto riCorre frequente negli scritti del
E~ queSti anni. Basti Citare il Consalt o (Duc cost
Flha il mondo / amore ~ mortt~) e una lettera
L6 agosto 1832 a FannY Targioni Tozzetti:
E~ore e la morte sono le sle Cose belle che ha
E~do, e le sole solissime degne di essere desi-
j;, )~. a un tempo stesso: in Un Unico parto.

~ -- essere  espressione dantesca, e sta per
F~erSo~

.14. Belliss;ma,,, soVente: 1,a M--rte  rannr.--
vista, non d'aspetto spaventoso come la dipinge la
gente codarda che ne ha terrore, Amore come un
fanciullo che ella gode spesso d'accompagnare.
L'immagine ha una grazia di bassorilievo, un po'
stilizzata e non immUne da sU~Cestioni neoclacci-

dS t!a t mollrtale il cammino di questa nostra vita

16. saggio core: La vera saggezza non consiste
per ll L. nel calcolo utilitaristico o nel razionali-

za ed energla dellPaPvitainntell amre. nella pieneZ_
18. percosso: colpito fortemente.
19. infausta vita: la vita che  destinata all'infeli-

22 ove: quando alta aluto

24-26. e... prole: I'uomo diviene sapiente nell'agi-
re, non, come  solito, invano sapiente nel pensie-

I nulla della nosgtrga vita;Clhe PUoi riiVelarci soltanto

tano una lotta c~n[Ul il fato nella quale l'uomo
30

40

4s

so

~uando novellamente
nasce nel cor profondo
un amoroso affetto,

languido e stanco insiem con esso in petto
un desiderio di morir si sente:
come, non so: ma tale

d'amor vero e possente  il primo effetto.
Forse gli occhi spaura

allor questo deserto: a s la terra
forse il mortale inabitabil fatta
vede omai senza quella
nova, sola, infinita

felicit che il suo pensier figura:
ma per cagion di lei grave procella
presentendo in suo cor, brama quiete,
brama raccorsi in porto
dinanzi al fier disio,
che gi, rugghiando, intorno intorno oscura.

Poi, quando tutto awolge
la formidabil possa,
e fulmina nel cor l'invitta cura,
quante volte implorata
con desiderio intenso,
Morte, sei tu dall'affannoso amante!
Quante la sera, e quante
abbandonando all'alba il corpo stanco,
s beato chiam s'indi giammai
non rilevasse il fianco,
n tornasse a veder l'amara luce!

27-31. Quanoo... senle: noll 11ppt~l;1 ll~U lllllllU
del cuore nasce un nuovo sentimento amoroso si
sente insieme con esso un desiderio languido e
stanco di morte. Osserva il tono commosso col
quale il L. evoca l'arcano della vita interiore. In
fondo, I'amore  qualcosa di misterioso, che s'ap-
prende alle radici dell'essere in modo inesplicabi-
le, ed  come la morte, al di l della vita; un de-
siderio totale, assoluto, un infintto che non pu
essere appagato nel mondo.

34-39. Un sentimento cos alto, rivelando piena-
mente la dignit e grandezza dello spirito, non
pu non far sentire pi angosciosamente l'assur-
dit paurosa del destino cui siamo condannati qui
in terra. gli occhi spaura: sgomenta gli occhi (quel-
li del corpo e quelli dell'animo). questo deserto:
il mondo, la vita, privi d'ogni ragione e validit. a
s: per s. che... figura: che la sua mente conce-
pisCe, Ma nel protendersi del pensiero verso una
felicit straordinaria e infinita  implicito il senso
della sua realizzazione impossibile, e gi questo
induce in noi un desiderio di morte, un rifiuto
della vita troppo deludente e meschina, inadegua-
ta alle nostre esigenze profonde.

40-44. ma... oscura: ma presentendo nel cuore
che, a causa di quella passione, sar esposto a

tranquillo di paCe, di fronte all'impetuosa furia
della passione che Come Una tempesta CUpa e rug-
ghiante sente addensarsi su di s.
45-46. tutto: I'anima intera. formidabil possa: 19
formidabile potenza dell'amore-passione (ma l'ag-
gettivo conserVa il proprio senso etimologitO
che incute sgomento).
47. e... cura: e la passione invincibile devasta i
cuore scaglia sU di esso i sUoi fulmini. C', r~
questi versi, il sentimento del Carattere intima
mente tragiCo della passione che tende a porsi
l dalla Vita stessa: il desiderio di morte riflette
quest'ansia disperata di collocarsi di l dal contm
gente, in Un pUro assoluto che  negaZione deUs
vita nel tempo. Questa sorta di misticismO deU~
passione (come l'identificazione di amore e m
te)  tipicamente romantiCo, anche se il L.  pa~
to da un fondamento sensistiCo (amore Come ~
ricchimento della sensibilit, della Vita interior~)
50. affannoso: indica condizione abituale e t~
momentanea Come inVece affannato (Fubini)
52. abbandonando: sottintendi: al sonno. doY'
aver vegliato la notte.
53-54. s'indi... fianco: se di l, da quel letto nOr
fosse pi rialzato; se fosse passato dal Sonno
morte .               ,,

L 1         CraVi tormenti. desidera la morte Come Un porto

~ spesso al suon della funebre squilla,
al canto che conduce
la gente morta al sempiterno obblio,
con piU sosplri ardenu
dall'imo petto invidi colui
che tra gli spenti ad abitar sen giva.
~in la negletta plebe,
l'uom della villa, ignaro
d'ogni virt che da saper deriva,
fin la donzella timidetta e schiva,
che gi di morte al nome
sent rizzar le chiome,
osa alla tomba, alle funeree bende
fermar lo sguardo di costanza pieno,
osa ferro e veleno
meditar lungamente,
e nell'indotta mente
la gentilezza del morir comprende.
Tanto alla morte inclina
d'amor la disciplina. Anco sovente,
a tal venuto il gran travaglio interno
che sostener nol pu forza mortale,
o cede il corpo frale
ai terribili moti, e in questa forma
pel fraterno poter Morte prevale;
o cos sprona Amor l nel profondo
che da se stessi il villanello ignaro,
la tenera donzella
con la man violenta
pongon le membra giovanili in terra.
Ride ai lor casi il mondo,
a cui pace e vecchiezza il ciel consenta.

Ai fervidi, ai felici,
agli animosi ingegni

~della,.. squilla: delle Campane a morto.
p8. cantO: il salmodiare funebre. sempiterno
~liO: il nulla che ci attende dopo la morte.
Ldall~imo petto: dal profondo dell'anima.
~4. negletta roZZa e spregiata. I'uom... deri-
lil contadinO~ che non ConosCe la Virt derivan-
ra un~approfondita meditazione e conoscenza
nondo~ del Vero, e quindi quel dispregio del
~e che , per il L., la Virt piU alta. Anche agli
~ plU incolti, quindi, I'amore d dignit e co-
E~ li dispone ad Un agire eroiCo, cio ad at-
~re impavidi la morte.
~.. schiva: la fanciulla timida, ingenua e rifug-
G;' per ll sUo stesso pudore, da gesti violenti.
C~ funeree bende: il sudario funebre. fermar...

Frdo: tissare senZa paUra: pensare cio al suici-
~cnn rlsoluta fermezza

k3 e... comprende: e nonostante la sUa mente
~;ta, rlesce a connprendere. a sentire intuitiva-

rifiuta come indegna la vita con tutte le sue bas-
sezze (Fubini).

74-75. inclina: rende proclivi. disciplina: legge,
ammaestramento .
76. a tal venuto: quando  giunto a tal punto.

78-79. frale: fragile, ormai schiantato dal trava-
glio della passione sconvolgente (i terribili moti).
79-80. e... prevale: e in tal modo la Morte vince
aiutata dal potere del fratello Amore.

81. o... profondo: o con tal violenza li stimola
Amore nel profondo dell'anima.
84-85. con... terra: divengono suicidi.

86-87. il mondo: le persone d'animo volgare, che
sono la stragrande maggioranza. a cui... consenta:
 detto con sarca~mo e disprezzo. Le anime vili
sono ben degne di quella che chiamano pace (e in
realt  torpore, inerzia spirituale, e della vecchia-
ia, che  il male peggiore per l'~lomo, in quanto 
~m et priva di pasiilmi e di illusioni.
~< a nohllel elevata bellezza della molte, per ~8-89. fervidi... inge~ni: indoli ricche di vila
90

9s

100

105

I 10

I 15

I'uno o I'altro di voi conceda il fato,
dolci signori, amici
all'umana famiglia;
al cui poter nessun poter somiglia
nell'immenso universo, e non l'avanza,
se non quella del fato, altra possanza.
E tu, cui gi dal cominciar degli anni
sempre onorata invoco,
bella Morte, pietosa

tu sola al mondo dei terreni affanni,
se celebrata mai

fosti da me, s'al tuo divino stato
l'onte del volgo ingrato
ricompensar tentai,

non tardar pi, t'inchina
a disusati preghi,

chiudi alla luce omai
questi occhi tristi, o dell'et reina.
Me certo troverai, qual si sia l'ora
che tu le penne al mio pregar dispieghi,
erta la fronte, armato,
e renitente al fato,

la man che flagellando si colora
nel mio sangue innocente

non ricolmar di lode,
non benedir, com'usa
per antica vilt l'umana gente;

94-95. e... possanza: nessuna potenza, se non
quella del fato,  superiore a quella di Amore e
Morte.

96 sgg. E questa la parte pi alta del canto: I'af-
fermazione della propria intatta dignit di fronte
alla morte dell'eroica resistenza al destino. Torna-
no a mente i versi del Br~to minore (G~~erra mor-
tale, eterna, o fato indegno, / teco il prode guerreg-
gia, / di cedere inesperto, e la tiranna / tt~a destra,
allor clse vinatrice il grava, / indomito scrollando si
pompeggta~ / quando nell alto lato / I'amaro ferro
intride / e maligno alle nere ombre sorride); non
c' pi, per, la posa alfieriana, n l'apologia con-
seguente del sulcldlo, ma un discorso meno esagl-
tato e proprio per questo pi intenso, e un senso
pi maturo e realistico del dramma del vivere e
del morire. Questi versi consuonano col finale del
Dtalogo di Tristano e di ~n amico, al quale riman-
diamo (... io non mi sottometto alla mia infeli-
cit, n piego il capo al destino, o vengo seco a
patti, come fanno gli altri uomini... ).

96. cui... anni: che fin dall'adolescenza. Cfr. Le
ricordanze, w. 104 sgg.

101-103. s'al... tentai: se mai tentai, celebrandoti,
di ricompensarti degli insulti che ti rivolge il volgo
ingrato (che non ha la doverosa gratitudine verso
di te che liberi gli uomini da ogni affanno).
104-105. t'inchina... preghi asColta questa pre-

107. o... reina: regina del tempo, che preCipita m
te irrevocabilmente.

108-124. Me... seno: In qualunque ora volgerai
verso di me la tua ala per esaudire la mia preghie-
ra, mi troverai impavido, a fronte alta, armatO,
incapace d'arrendermi al fato; mi troVerai (impla
cabilmente deciso) a non colmar di lodi la manO
del fato che, flagellandomi, si tinge del mio san-
gue innocente; a non benedirla, Come Usano fare,
per una vilt ormai inVeterata, gli Uomini; a gettar
lungi da me ogni Vana speranZa (d'una Vita ultra
terrena) con la quale gli Uomini tentano pueril-
mente di consolarsi, e ogni stolto conforto; a non
sperare altro, in alcun tempo della mia vita, SC
non te sola; mi troVerai che attendo serenamente
solo il giorno in Cui potr reclinare il volto addor-
mentato nel tUo seno Virgineo. Gli infiniti nolt
ricolmar... benedir... gittar... sperar... aspettar oi-
pendono da me troverai.

111. renitente... fato: E l'imperativo CategorirO
dell'etica leopardiana: non cedere al destino ch~
ci schiaccia, anCor prima che nella morte, durantt
la vita, e che coincide col volto stesso, unesplicab
le e assurdo e pur onnipresente, del male.
112-113. La man... innoCente: Il fato, che coincl
                                                              de con l'ordine stesso delle Cose, appare qUi cor~t
                                                              immagine crudele e perVersa. Come il male. CO
                                                              anche il dolore doveva apparire al L., date Ic sut
I I         gmera .al vemre a me) COSI msollla ~perl.:n~ ~11  ConCeZioni, uno strazio inutile e senZa perche I
~,~ I       uomini generalmente rifuggono dal pensiero della  114-116 non_. gente: La vilt degll Uomiru

~:     ogni vana speranza onde consola
s coi fanciulli il mondo,
ogni conforto stolto
~12 gittar da me; nell'altro in alcun tempo

sperar, se non te sola;

solo aspettar sereno
quel d ch'io pieghi addormentato il volto
nel tuo virgineo seno

A se stesso

Fu composto nel 1833, dopo il crollo dell'ultima illusione del poeta: I'amore appassionato per
I ~ Fanny Targioni Tozzetti (Aspasia), che, per un breve istante, gli aveva fatto credere possibile la
fsllcit in terra e che, per questo, era stato vissuto con pieno e consapevole abbandono. Il

` disinganno port quindi con s il crollo radicale d'ogni residuo mito, d'ogni superstite illusione.
Anzi. come vedlamo in qUesto cantQ,  ora il poeta stesso a rigettarli violentemente da s, per
affrontare l'ultima lotta contro il destino, senz'altra arma che la coscienza del tragico vero e della
propria eroica ribellione.

1~ questo uno dei culmini della poetica antiidillica, che abbiamo definito nell'introduzione a 11
pensiero dominante, caratterizzata, ripetiamo, da una nuova energia nata dalla consapevolezza
della propria dignit morale, che porta il poeta ad assumere coraggiosamente la propria condizio-
ne di uomo e a contrapporla al mondo cieco e crudele della natura.

Dominano dunque in questo canto, insieme all'energica affermazione di s, la passione per il
vero, il ripudio d'ogni conforto, un pessimismo combattivo. Lo vediamo anche nello stile duro,
martellato, privo di immagini e di abbandoni musicali e sognanti. Le frasi raggelate e scarnite, le
affermazioni recise, le frequenti spezzature del verso, danno alla lirica un'intensa concentrazione
drammatica.

Or poserai per sempre,
stanco mio cor. Per l'inganno estremo,
ch'eterno io mi credei. Per. Ben sento,
in noi di cari inganni,
non che la speme, il desiderio  spento.
Posa per sempre. Assai
palpitasti. Non val cosa nessuna

e il male, la morte stessa, considerandoli in una
luce di prowidenzialit divina. Questo, per il L., 

1 ,. un segnO di vilt: gli Uomini non hanno il corag-
| ~ Bio di guardare la realt fino in fondo, inventano

I; favole (I'oltretomba la prowidenza) per consolar-
| ~. i e per un ridicolo orgoglio che li porta a chiude-

~: re gli occhi dinanzi alla loro miseria.
~ 122_23. In quell'immagine del seno Virgineo del-

L h bellis5ima fanciulla Amore e Morte si fondo-
~;nO in un'unica immagine mitica. Ambedue sono

blema di totale purificazione della miseria del
~livere, ma soprattUtto lo  la morte che appare al

Poeta qUasi Una redenzione dal <(peCCato di esse-
te venuti al mondo, di aVere infranto il nostro
l slancio d'infinito nella squallida materialit, nel-
f l~angoscia Vana della vita.

1-2. Or... cor: Ora, o mio stanco cuore, avrai
posa per sempre; non ti abbandonerai pi ad
alcuna illusione, ad alcuna passione. La lirica co-
mincia con un accento perentorio, un imperativo
del poeta a se stesso, che continua nei versi se-
guenti in un crescendo di disperazione lucida e
impavida. Ma in quell'aggettivo stanco (stanco di
soffrire, d'illudersi, e quindi, di vivere), c' il
senso d'un dolore profondo.

2-3. Per... credei: E spenta l'ultima illusione--
I'amore per Aspasia--che avevo creduto eterna,
tale, cioe, da dominare per sempre la mia anima.
Per: la ripetizione ribadisce il totale spegnersi
d'ogni speranza.

B-S. in noi... spento: in me non solo  spenta la
speranza nelle illusioni nei dolci inganni della
fantasia, ma anche il desiderio di essi.

6-7. Assai palpitasti: fin troppo hai palpitato,
etrO una sola strofa di endecasillabi e settenari, perduto dietro le illusioni.
~ mou tUOl, ne al sosplrl e aegna
la terra. Amaro e noia
la vita, altro mai nulla; e fango  il mondo.
T'acqueta omai. Dispera
l'ultima volta. Al gener nostro il fato
non don che il morire. Omai disprezza
te, la natura, il brutto
poter che, ascoso, a comun danno impera,
e l'infinita vanit del tutto.

Il tramonto della luna

Come, al tramontare della luna, il mondo di scolora, cos perde colore e senso la vita, quando
la giovinezza  spenta; ma mentre, nel mondo, al tramonto segue una nuova aurora, per l'uomo,
dopo la giovinezza, non resta che un'aridit desolata. Su questo paragone si svolge la lirica.

E l'idillio della morte. Meglio, del lento morire, dell'appassire della vita dopo la fine della
giovinezza e dell'illusione, che sono l'espressione della reale umanit in un mondo che non 
fatto per l'uomo.

Dice il Ranieri, I'amico degli ultimi anni del poeta, che questo canto fu composto dopo il '36 e
che gli ultimi sei versi furono aggiunti dal Leopardi poche ore prima di morire. Ed  veramente un
canto d'addio. Lo avvertiamo in quelle parole che cadono lentissime, in quelle immagini di natura
belle, ma senza quella risonanza di vita appassionatamente bramata che troviamo, ad es., in A
Silvia. Scorre, per l'argenteo paesaggio lunare, un fremito impietrito che ricorda la Ginestra. E agli
ultimi canti, piuttosto che ai grandi idilli, richiama il sarcasmo violento dei vv. 34-50 contro la
potenza crudele che ci condanna a vivere e a morire. Ma soprattutto awerti la tenerezza accorata
verso la giovinezza perduta, un rimpianto struggente che si sente estremo, e trema sulla soglia
del nulla, come quella bianca luce lunare al tramonto.

Quale in notte solinga
sovra campagne inargentate ec

tuoi palpiti, n la terra, cio questo mondo, que-
sta misera vita,  degna dei tuoi sospiri. Dietro il
riconoscimento dell'assoluta miseria della condi-
zione umana (ribadita nei w. 9 e 10), si awerte
un estremo scatto d'orgoglio, la fede intatta nella
propria superiore dignit spirituale.

11-12. Dispera l'ultima volta: Sia questa la tua
ultima disperazione. L'ultima, impone al suo CUO-
re il poeta, perch il disperare  pur sempre
preceduto da una speranza, ed egli se le vuole
tutte e per sempre precludere, raggiungere la
suprema indifferenza.

12-13. Al gener... morire: Unico, vero dono che
il destino abbia dato agli uomini  la morte.

13-16. Omai... tutto: Ormai, o cuore, disprezza
te stesso disprezza la natura il brutto potere
misterioso che dirige la vita per il dolore di tutte
le creature, e disprezza l'infinita vanit del tutto.
disprezza te: il cuore deve disprezzare quel suo
abbandonarsi ai cari inganni, la sua brama d'illu-
sione, perch di qui nasce l'infelicit. ascoso...
impera:  l'arcana malvagit che presiede alla
vita dell'universo e dell'uomo una sorta di divini-
t negativa, di attivo principio del male. Ad esso il
L. voleva dedicare Un inno, di cui c' rimasto solo
l'abbozzo in orosa. I'lnno ad Arimane .il dio del

lo
20

                                          I acque,                                                 3

                                           frase biblica, Vanitas vanitatum et omn~a va-
                                           nitas.

                                           Metro: canzone libera, di endecasillabi e settenari
                                           liberamente alternati. Strofe di varia lunghezza e
                                           libero giuoco di rime e assonanze. Caratteristica
                                           principale del canto  l'ampiezza dei periodi, della
                                           melodia complessa e variata.

                                           1-22. Il lunghissimo periodo ha i suoi cardini ai
                                           w. 1, 12 e 20-22: Quale (come) in notte solinga
                                           scende (tramonta) la luna e si scolora il mondo, tal
                                           si dilegua. Ia giovinezza. Ma la vita poetica del
                                           passo non consiste in questa elementare struttura
                                           logica, bens nella ricchezza di evoCazioni dei Versi
                                           intermedi. La parola e la metrica del L. sembrano
                                           qui gareggiare con la vibrazione del paesaggio lu-
                                           nare, che, quanto pi il poeta sembra definirlo,
                                           tanto pi appare evanescente (lo vedi dagli agget-
                                           tivi: inargentat~; vagh~; ingannevol~; lontane, infini-
                                           to,. Osserva il progressivo dissolversi degli oggetti
                                           in un gioco d'ombre e di luci e in una spazialit
                                           nuda che si dissolve, a sua volta, nella tenebra .w.
                                           1 3- 14, .
                                           2. inargentate: la parola d il senso d'una immo-
rnale di un'antica religione orientale).   bilit luminosa che si espande uguale sulle acqu~

l 've zefiro aleggia,
e mille vaghi aspetti

e ingannevoli obbietti
fingon l'ombre lontane
infra l'onde tranquille
e rami e siepi e collinette e ville;
giunta al confin del cielo,
dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno
nell'infinito seno
scende la luna; e si scolora il mondo;
spariscon l'ombre, ed una
oscurit la valle e il monte imbruna;
orba la notte resta,
e cantando con mesta melodia,
I'estremo albor della fuggente luce,
che dinanzi gli fu duce,
saluta il carrettier dalla sua via;
tal si dilegua, e tale
lascia l'et mortale
la giovinezza. In fuga
van l'ombre e le sembianze
dei dilettosi inganni; e vengon meno
le lontane speranze,
ove s'appoggia la mortal natura.
Abbandonata, oscura
resta la vita. In lei porgendo il guardo,
cerca il confuso viatore invano
del cammin lungo che avanzar si sente
meta o ragione; e vede
ch'a s l'umana sede,
esso a lei veramente  fatto estrano.

leggia: l dove zefiro, il vento di primave-
ra, sembra aleggiare, anch'esso vibrante e immoto.
4-8. e mille... ville: e in lontananza, le ombre
formano (fingon) mine immagini indefinite e illu-
sorie apparenZe (ingannevoli obbietti), fra le on-
de tranquille del mare, i rami, le siepi, le Coninet-
te, le Case sparse per la Campagna. In quest'ultimo
addio ana poesia, sembra che il poeta abbia volu-
to dar Corpo piU che in ogni altro suo canto, a
quell~indefinito che era per lUi la sorgente prima
dell~ispirazione poetica.

9. al confin del cielo: Altra immagine indefinita,
di Un Vago colore mitiCo e favoloso. Diciamo
mitiCo perch qUesta luna-giovinezza sembra assu-
mere Una Vaga forma Umana, Cos come quel
mondO immoto e pUre intimamente vibrante sug-
gerisce l'immagine del Cuore del poeta.

11. nell'infinjto seno: Immagine di trasognata pa-
~:e, che per eVoca il senso di Uno sVanire qual 
quello della morte; Una morte romanticamente
sentita Come Uno stoCiare, di l da ogni limite,
nell'immensit.

versi in senso di sovrumani s)lenzi, paralleli ano
scolorarsi e imbrunirsi del mondo, a un suo per-
dere consistenza che rende questo tramonto della
luna simile al dissolversi nena morte.

15. orba: priva di luce ma la parola vuol anche
dire priva di gioia, sconsolata

16-19. e... via: e cantando una melodia mesta il
carrettiere saluta l'estremo biancheggiare della luce
ormai fuggente che gli  stata, fino ad ora, di guida.
Quel canto suggerisce, con una consonanza mesta,
il lamento dell'uomo sulla giovinezza perduta.

21. I'et mortale: la vita umana I'aggettivo n~or-
tale la definisce compiutamente e dolorosamente.
23-24. I'ombre... inganni: i fantasmi le vaghe
apparenze delle illusiolli, solo vero diletto per
l'uomo.
24-26. e vengon... natura: e svaniscono le spe-
                                          ranze, lontane, perch rivolte a un vaeo e indefi-
                                          nito awenire.
                                          27 33. Le immagini precedenti si svolgono ora in
                                          senso pi ritlessivo; e la notte oscura diviene
                                          spontaneamente la vita, il carrettiere diventa l'uo
~. C..Im~llu~  ullao perae ognl ~UIUre,  mo che Vaga nel bui~ dei giorni senza gioia. 28. In
quando la luna tramonta dovunque si diftonde lei... guardo: v~lgendo ad cssa lo sguard~. 2~.
Troppo felice e lieta
nostra misera sorte
parve lass, se il giovanile stato,
dove ogni ben di mille pene  frutto,
durasse tutto della vita il corso.
Troppo mite decreto
quel che sentenzia ogni animale a morte,
s'anco mezza la via
lor non si desse in pria
della terribi] morte assai pi dura.
D'intelletti immortali
degno trovato, estremo
di tutti i mali, ritrovar gli eterni
la vecchiezza, ove fosse
incolume il desio, la speme estinta,
secche le fonti del piacer, le pene
maggiori sempre, e non pi dato il bene.

Voi, collinette e piagge,
caduto lo splendor che all'occidente
inargentava della notte il velo,
orfane ancor gran tempo

non resterete: che dall'altra parte
tosto vedrete il cielo

imbiancar novamente, e sorger l'alba:
alla qual poscia seguitando il sole,
e folgorando intorno

con sue fiamme possenti,
di lucidi torrenti
inonder con voi gli eterei campi.

Ma la vita mortal, poi che la bella

nili che gli davano un impulso e Una direzione nel 39-43. Troppo... dura: Troppo mite la sentenZa di
suo viaggio terreno,  come un viandante confuso,
che non trova pi la strada. 30-31. cammin lun-
go: tutta la vita, che, trascorsa la giovinezza, 
sempre fin troppo lunga. meta o ragione: una
finalit o una causa.

31-33. e vede... estrano: Si ritrova straniero nel
mondo. Tornano qui ana mente i versi del Canto
notturno che anudono ana morte: che s~a questo
morir, questo supremo / scolorar del semb~ante e
venir meno / ad ogni usata amante compagn~a. E
evidente la somiglianza: e per questo abbiamo
parlato nell'introduzione di una morte che si
sconta ora per ora, vivendo. Cos il L. vede la vita
dopo la giovinezza.

34-50. Dal tono idinico della prima strofa, e da
qUeno pi riflessivo della seconda, passiamo, in
questa al sarcasmo e ana ribenione contro la po-
tenza nascosta che ci condanna alla vita. E pro-
pria di questi ultimi canti la sfida a un'oscura
divinit crudele, responsabile della nostra pena,
che s'identifica con la natura.

34-38. Troppo... corso: Lass nel cielo, agli di,
n~rVt~ ~h~ sor~

morte che incombe su ogni essere animato se ad
essi, inoltre (anco), non fosse stata assegnata, prima
dena morte (in pria), una met del cammino dena
vita (qUeno che va dalla fine della giovinezza an'e-
strema vecchiaia) assai pi dura dena stessa morte.
44-47. D'intelletti... vecchiezza: Gli di (gli eter-
ni) ritrovarono un'invenzione Veramente degna
dei loro intenetti immortali ( detto con violento
sarcasmo), cio il peggiore dei mali, la vecchiaia.
48. incolume... estinta: incolume, intatto il desi-
derio di felicit, ma morta totalmente la speranZa
di poterlo soddisfare.

50. non pi... bene: non pi concessa alcuna par-
venza di felicit.

52-55. caduto... velo: tramontata la luna che, ad
occidente, dava una luce d'argento al veio d'om-
bra dena notte. orfane: priVe dena luce. dall'altra
parte: dan'oriente, donde sorger il sole.

58-62. alla qual... sole: e il sole, seguendo l'alba.
di lucidi... campi: illuminer Con torrenti di luce
                                   (lucidi = luminosi) le plaghe del cielo ,eterei
                                   campi) insieme con voi, o collinette e piagge.
= d ~  5lldLd~l IU ~  LIU~UUU 1 ~  63-68. Questi sei versi sono divisi in due grUppi
lieta, se la gioVinezza, nella quale pUre ogni gioia  di tre. Nel primo c'e il rimpianto della giovinezza~

giovinezza spar, non si colora

d'altra luce giammai, n d'altra aurora.

Vedova  insino al fine; ed alla notte
che l'altre etacli oscura,
segno poser gli Dei la sepoltura.

La ginestra o il fiore del deserto

Scritta nel '36, a Napoli, in una villetta alla falde del Vesuvio, la Ginestra fu posta dal poeta a
conclusione dei Canti come approdo della sua vicenda spirituale.

Il tema  la lotta dell'uomo contro la ~natura~. Del poeta, in primo luogo, dato che la sua
persona e la sua vicenda sono continuamente al centro della poesia; ma qui pi che altrove la
sua esperienza tende ad assumere un significato universale ed esemplare. Allo stesso modo, il
paesaggio vesuviano, che parla di squallore e di morte, il cielo che si stende infinito e lontano,
inaccessibile e indifferente al nostro destino, divengono un paesaggio reale e insieme metafisi-
co, il simbolo della condizione umana nel mondo.

Su questa prima intuizione si snoda il tessuto meditativo del canto. La natura ~matrigna~ 
intesa soltanto alla distruzione dell'uomo, alla perenne metamorfosi di una Vita meccanica e
assurda del cosmo, nessuna voce risponde al nostro grido di dolore che si perde negli spazi
sterminati di un tutto incomprensibile che assume, per questo, I'aspetto d'un solido nulla. E
tuttavia nel rendersi pienamente conto di questa amarissima Verit, nella virile, impavida accetta

zione della morte e della sofferenza fatale, nella denuncia del mal che ci fu dato in sorte, I'uomo
rivela la sua nobilt.

Ma questa tensione eroica non si esaurisce in un ambito soggettivo: il Leopardi esce dalla sua
solitudine, afferma le proprie concezioni nel mondo, ritrova una presenza fraterna nel desolato
universo. Nasce di qui il messaggio della Ginestra: gli uomini devono guardare in faccia il destino,
con magnanima consapevolezza, opporsi ad esso costruendo un mondo veramente umano,
fondato sulla solidariet nel dolore, la compassione, la fraternit, e insieme combattere contro la
natura matrigna.

La ginestra, I'umile fiore destinato a morire, che tuttavia consola col suo profumo il deserto,
diviene l'immagine dell'anima nobile e grande, aperta all'amore degli uomini, e, insieme, il
simbolo della poesia, espressione piena dell'umano, che illumina e consola la vita.

Connessa a questi motivi  l'aspra polemica col ~secol superbo e Sciocco~n cio con le
tendenze ottimistiche del Romanticismo cattolico e liberale e la sua fede nell'ineluttabile progres-
so dell'umanit, fondata sulla concezione di un Dio che  ordine e provvidenza. Ad essa il
Leopardi contrappone la fiducia illuministica nella ragione, il ripudio d'ogni mito in nome del vero,
la sua filosofia ~dolorosa ma vera~, che ~procura agli uomini forti, la fiera compiacenza di veder
strappato ogni manto alla coperta e misteriosa crudelt del destino umano~.

Non si tratta di una posizione sterilmente individualistica o reazionaria: a certe posizioni
superficjalmente ottimistiche che furono proprie del nostro Romanticismo, il Leopardi opponeva la
neCessit di indagare a fondo la problematicit della vita, di ritrovare una solidariet autentica fra
gli uomini, di comprendere che ogni vera fondazione di valori spirituali non pu essere disgiunta
da Un sentimento aUstero e doloroso del dramma dell'esistenza.

Gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce.

Qui su I'arida schiena

che ad essa fatalmente ConsegUono. Alla ribellione
dena strofa precedente segUe ora un tono di su-
premO sconforto, Un patetiCo addio ana vita. non
si colora: non s'inUmina. Vedova: priva d'ogni
luce. al fine: alla morte. ed alla notte... sepoltura:
alla notte .la morte d'ogni speranZa, d'ogni capa-
cit d'illusione) che sommerge nelle sUe tenebre
tutte le et dell'uomo tUor che la gioVineZZa, gli
di posero Come meta .segno) la tomba.

Metro: sel~e strofe libere di endecasillabi e sette- lita.
* Il versetto del Vangelo secondo G~ovanni met-
te in luce il carattere di messaggio agli uomini
di questo canto, fondato su una convinzione di
verit assoluta che diviene una fede. Una fede
senza culto e senza speranze, pervasa soltanto dal
senso altissimo della dignit dell'uomo pur nel-
I'estrema miseria del suo destino. Quanto al va-
lore simbolico che il L. d al versetto, la luce 
la coscienza della condizione umana, le tenebre
sono le credenze rli nror rei~o C nrowidenzia-
10

20

30

del formidabil monte
sterminator Vesvo,
la qual null'altro allegra arbor n fiore,
tuoi cespi solitari intorno spargi,
odorata ginestra,
contenta dei deserti. Anco ti vidi
de' tuoi steli abbellir l'erme contrade
che cingon la cittade
la qual fu donna de' mortali un tempo,
e del perduto impero
par che col grave e taciturno aspetto
faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
lochi e dal mondo abbandonati amante,
e d'afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
di ceneri infeconde, e ricoperti
dell'impietrata lava,
che sotto i passi al peregrin risona;
dove s'annida e si contorce al sole
la serpe, e dove al noto
cavernoso covil torna il coniglio;
fur liete ville e clti,
e biondeggiar di spiche, e risonaro
di muggito d'armenti;
fur giardini e palagi,
agli ozi de' potenti
gradito ospizio; e fur citt famose,
che coi torrenti suoi l'altro monte
dall'ignea bocca fulminando oppresse
con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
una ruina involve,

cui la lava pietrificata aggiunge la memoria della
devastazione e della minaccia sempre incombente
del vulcano sterminatore, il Vesuvio (Vesvo),  la
traduzione in potenti immagini del deserto del
mondo e della vita umana quale il L. Ia conCepi-
sce: sterile e vana, soverchiata dal nulla della mor-
te, caratterizzata dall'assenza d'ogni speranza, d'o-
gni ragione e d'ogni significato.

4-7. Ia qual:  complemento oggetto. null'altro:
fuori che l'umile. odorosa ginestra. contenta,
ecc.: che ti appaghi dei luoghi deserti.

8 13. I'erme contrade: la deserta compagna ro-
malla. Ia cittade. ecc.: Roma un tempo regina
(donna) del mond~ (ma la parola mortali vela
quella gloriLI d ~m carat~ere effimerm. Lo spetta-
c~llo deil~ rovine c~lrrisponde a quello dei deserti
~s~oiani: nell'~mo e nell'altro c' il senso dell'o-
blio e della labilit d'o~ni Cosd ~Imana.

17-23. Ha qui inizio uno dei nUmerosi periodi
amplissimi del canto, imperniati sU un ritmo lento
e complesso, ora come raggelato e smarrito, ora
vibrante di appassionata rivolta. che... risona: ri-
suona sotto i passi del viandante, e fa Cos sentire
l'eco d'un mondo sepolto. La desolazione  au-
mentata dalla serpe e dal coniglio che torna alla
tana consueta (noto).

24-29. fur... famose: furono villaggi fertili e Cam-
pi coltivati (clti) e biondeggiarono di spighe,
ecc.: furono ameni luoghi di villeggiatura per gli
antichi signori, e citt famose (Stabia, Ercolano e
Pompei distrutte nel 79 d.C. dall'eruzione del Ve-
suvio) .

30-31. coi torrenti: i torrenti di lava. altro mon-
te: la superba montagna sterminatrice, il Vesuvio
ignea bocca: la bocca che vomita fuoco.

33. una... involve: un solo aspetto di roVina e
IS 16. amante: rit~rit~ a ginestra. afflitte fortu- s~uall~,re awolge ogni cosa.

dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
i danni altrui commiserando, al cielo

di dolcissimo odor mandi un profumo,
che il deserto consola. A queste piagge
venga colui che d'esaltar con lode
il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
 il gener nostro in cura
all'amante natura. E la possanza
qui con giusta misura
anco estimar potr dell'uman seme,
cui la dura nutrice, ov'ei men teme,
con lieve moto in un momento annulla
in parte, e pu con moti
poco men lievi ancor subitamente
annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
son dell'umana gente
le magntfiche sorti e progressive.

Qui mira e qui ti specchia,
secol superbo e sciocco,
che il calle insino allora
dal risorto pensier segnato innanti
abbandonasti, e, vlti addietro i passi,
del ritornar ti vanti,
e procedere il chiami.
Al tuo pargoleggiar gl'ingegni tutti,
di cui lor sorte rea padre ti fece,

34-37. Qui la ginestra diviene il simbolo della poe-
sia come piU alta espresssione dell'uomo, unico
conforto al deserto del ViVere. Alla fine simboleg-
ger inVece piU direttamente la persona del L., la
sua consapevolezza virile e pietosa. Le due imma-
gini sono complementari.

37-41. Comincia la polemica contro chi esalta la
condizione Umana e crede che l'uomo sia una crea-
tura privilegiata dalla natUra. Soprattutto l'e-
spreSsione amante natura ha Un forte accento sar-
castiCO. piagge: luoghi in pendio.

41-48. E potr qUi misurare esattamente la po-
tenza della stirpe Umana (Uman seme) che (cui) la
natura, sUa crudele nUtrice e non madre, quando
menO essa se lo aspetta, pU in parte sopprimere
con un lieve sconvolgimento (Un terremoto, Un~e-
ruzione) e Con Uno sconvolgimento un poco pi
forte potrebbe istantaneamente distruggere del

tutto .

49-51. Dipinte... progressive: In questi luoghi,
come in Un quadro, sono ritratte le sorti magnifi-
che e in ContinUo progresso dell'umanit. E det-
tO, naturalmente Con sarCasmo. Il verso in corsivo
 di Terenzio Mamiani, Cugino del poeta, tratto
dalla prefazione ai sUoi Inni saCri ( 1832), in cui si
f ~                ictiche di

52-58. Qui... chiami: Ha qui inizio la lunga pole-
mica del L. contro la stoltezza del proprio secolo
e delle sue vacue ideologie, alle quali contrappone
la proprla erolca, anche se tragica certezza. Egli
rimprovera al suo secolo di avere abbandonato il
sentiero (calle) della verit, segnato, dopo quella
che egli considera, illuministicamente, la 6arbarie
medioevale, prima, dal Rinascimento (risorto
pensier), con le sue correnti filosofiche razionali-
stiche e sensistiche, poi dai progressi nel campo
delle scienze del sec. XVII e infine, in forma con-
clusiva, dalla corrente dell'Illuminismo. Le nuove
tendenze spiritualistiche e cattoliche del sec. XIX
(Gioberti, Rosmini, Manzoni, ecc.) che ridavano
valore alla religione e rivalutavano, per questo, il
pensiero medioevale apparivano al L. come un
ritorno all'antica barbarie. Il L., infatti, era violen-
temente awerso a ogni metafisica e convinto che
la civilt potesse progredire solo mediante il libe-
ro pensiero, che, abbattendo superstizioni e illu-
sioni (come la fede nell'immortalit e nella Prowi-
denza), poteva rivelare agli uomini la loro vera
natura e la loro vera condizione nel mondo, e
instaurare quindi una moralit nuova, fondata S~l
un'autentica solidariet.

.. U~llC llUUVC l~CC ULLIIIII~LIL_IIC Ul 59-63. Al tuo... s: Tutti i begli ingegni, nati per
Pro~eress~ dell'umanit, comUni allora agli spiritUa- loro disgrazia in questo secolo~ vanno adulando il
     vanno adulando, ancora
     ch'a ludibrio talora
     t'abbian fra s. Non io
     con tal vergogna scender sotterra;
     ma il disprezzo piuttosto che si serra
     di te nel petto mio,
     mostrato avr quanto si possa aperto:
     ben ch'io sappia che obblo
     preme chi troppo all'et propria increbbe.
     Di questo mal, che teco
     mi fia comune, assai finor mi rido.
     Libert vai sognando, e servo a un tempo
     vuoi di novo il pensiero,
     sol per cui risorgemmo
7s   della barbarie in parte, e per cui solo
     si cresce in civilt, che sola in meglio
     guida i pubblici fati.
     Cos ti spiacque il vero
     dell'aspra sorte e del depresso loco
80   che natura ci di. Per questo il tergo
     vigliaccamente rivolgesti al lume
     che il fe' palese: e, fuggitivo, appelli
     vil chi lui segue, e solo
     magnanimo colui
     che s schernendo o gli altri, astuto o folle,
     fin sopra gli astri il mortal grado estolle.
      Uom di povero stato e membra inferme
     che sia dell'alma generoso ed alto,
     non chiama s n stima

ne (ancora che) nel loro intimo lo scherniscano. Il
L. non crede alla sincerit dei nuovi filosofi spiri-
tualistici .

63-64. Non... sotterra: E una mossa energica e
impetuosa, che apre un periodo di rilievo dante-
sco, e prepara la ferma rivelazione che si svilup-
per nella strofa seguente.

68-69. Sebbene io sappia che l'oblio ricopre co-
loro che dispiacquero al proprio secolo. Non
speranza di gloria, ma l'incoercibile forza del vero
spinge il poeta a parlare.

70-71. Di questo... mi rido: Fin da ora rido di
questo male, I'oblio, che avr in comune con te.
E una proposizione polemica e insieme amara:
I'oblio awolge ogni cosa umana.

72-77. Libert... fati: Il secolo superbo e sciocco
sogna la libert (il sec. XIX fu il secolo del libera-
lismo) e nello stesso tempo vuole rendere schia-
vo il pensiero (sottomettendolo di nuovo ai dogmi
religiosi); quel pensiero laico. razionalistico e
scientifico mediante il quale soltanto uscimmo
dalla medioe~ale barbarie (cfr. Ia nota ai w.
52-58) e che solo pu far progredire la civilt, la
quale ha come fondamento la consapevolez7a. da

r ~  n  ,1; c P P f l P l l ~ C ~  l P n ~  P;

no alla dura sorte degli Uomini e al grado assai
basso (depresso loco) che la natura ha loro as-
segnato nella struttura dell'universo,

80-86, Per questo... estolle: Per questo hai voltato
vigliaccamente le spalle alla luce della filosofia
dell'Illuminismo che te lo aveva rivelato; e, men-
tre fuggi, chiami vile colui che segUe quelIa luce
(lui = il lume) e magnanimo soltanto colui che
schernendo, con le sUe dottrine spiritualistiche e
ottimistiche, se stesso o gli altri, o per astUzia (in
quanto mlra a ottenere una faclle e fruttuosa po-
polarit) o per follia, innalza (estolle) fin sopra le
stelle la condizione umana (mortal grado),
87-88. di povero... alto: Un Uomo di poVera Con-
                                                 dizione sociale e debole, infermo nel Corpo, ma
                                                 generoso e nobile nell'anima. La strofa Contrap-
                                                 pone la falsa magnanimit dei filosofi dal superfi-
                                                 ciale ottimismo (cfr. W. 80-86) a quella Vera di chi
                                                 riconosce coraggiosamente la disperata miseria
                                                 della condizione umana, e la sopporta Con digni-
                                                 tosa fermezza. Essa si svolge nei modi di Una per-
                                                 sonale confessione del poeta, da qUesti due prim
                                                 versi, in cUi rappresenta la sUa genCrosa natUra. a
                                                 w. 111-35, nei quali la coscienza d'un dolore ine-
                                                 Iuttabile diventa invito a una moralit fondata ~ul-
li         sola migliorare le sorti dei popoli.  Ia solidariet fra gli uomini.

90

9s

100

105

1 10

1 15

120

ricco d'or n gagliardo,
e di splendida vita o di valente
persona infra la gente
non fa risibil mostra;
ma s di forza e di tesor mendco
lascia parer senza vergogna, e noma
parlando, apertamente, e di sue cose
fa stima al vero uguale.
Magnanimo animale
non credo io gi, ma stolto
quel che nato a perir, nutrito in pene,
dice, a goder son fatto,
e di fetido orgoglio
empie le carte, eccelsi fati e nove
felicit, quali il ciel tutto ignora,
non pur quest'orbe, promettendo in terra
a popoli che un'onda
di mar commosso, un fiato
d'aura maligna, un sotterraneo crollo
distrugge s che avanza
a gran pena di lor la rimembranza.
Nobil natura  quella
che a sollevar s'ardisce
gli occhi mortali incontra
al comun fato, e che con franca lingua,
nulla al ver detraendo,
confessa il mal che ci fu dato in sorte,
e il basso stato e frale;
quella che grande e forte
mostra s nel soffrir, n gli odii e l'ire
fraterne, ancor pi gravi
d'ogni altro danno, accresce
alle miserie sue, l'uomo incolpando

91-93. Non fa ridicola ostentaZione fra la gente
di robustezza e di ricchezza.

94-97. ma... uguale: ma senza vergogna lascia ap-
parire se stesso qual , Cio poVero di forza e di
riccheza, e tale si dichiara apertamente; facendo
una stima del suo stato conforme al vero.

98-101. Magnanimo... fatto: Stimo un essere
(animale = ViVente) non magnanimo, ma stolto
colui che, nato per morire e nUtrito fra gli affanni,
come tUtti gli Uomini, dice di essere nato per la
fe3'icit .

1o3-llo eccelsi... rimembranza: promettendo in
terra eccelsi destini e felicit mai Viste, che non
solO i3 nostro mondo ma tUtto I'universo ignora, a
popoli che un maremoto (un'onda... commosso),
un alito di aria infetta (maligna3. un terremoto
(sotterraneo crollo3 distrugge tanto radicalmente
che a stent~ ne resta il ricordo.

111 sgg. Questo passo, fin~ al V. 135~ contiene
forse la piU alta aftermazione della propria dignit

lotta contro il destino, che, apparso gi, fra i pri-
mi canti, nel Bn~to minore, trova i suoi accenti pi
persuasivi nelle OperettP morali e nei canti che
seguono i grandi idilli del '28-'30. Ma qui l'affer-
mazione della propria grandezza magnanima che
costituisce l'unico possibile e pur altissimo riscat-
to dalla miseria della condizione umana,  indisso-
lubilmente unita a un ideale di fraternit con gli
altri, all'esigenza di costruire un mondo fondato
sull'amore e la solidariet, da contrapporre a quel-
lo cieco e meccanico della natura.

112-14. che... fato: che ha i3 coraggio (perch co-
raggio Cl vuole a riconoscere tutta la miseria del
nostro stato nel mond~3 di guardare in faccia il
comune destino.

116-117. confessa... frale: ammette il male che
regna nell'universo e che ci  stato assegnato co-
me destino e la condizione bassa e fragi e <lell'uo-
mo .
118-125. Nobil natura  q~lella che si mo~tra
morale che ll poeta abbla lasciato. (,lUnge qUl alla grande e forte nel soffrire e non aggiunge aUe sue
     vanno adulando, ancora
     ch'a ludibrio talora
     t'abbian fra s. Non io
     con tal vergogna scender sotterra;
     ma il disprezzo piuttosto che si serra
     di te nel petto mio,
     mostrato avr quanto si possa aperto:
     ben ch'io sappia che obblo
     preme chi troppo all'et propria increbbe.
     Di questo mal, che teco
     mi fia comune, assai finor mi rido.
     Libert vai sognando, e servo a un tempo
     vuoi di novo il pensiero,
     sol per cui risorgemmo
7s   della barbarie in parte, e per cui solo
     si cresce in civilt, che sola in meglio
     guida i pubblici fati.
     Cos ti spiacque il vero
     dell'aspra sorte e del depresso loco
80   che natura ci di. Per questo il tergo
     vigliaccamente rivolgesti al lume
     che il fe' palese: e, fuggitivo, appelli
     vil chi lui segue, e solo
     magnanimo colui
85   che s schernendo o gli altri, astuto o folle,
     fin sopra gli astri il mortal grado estolle.
      Uom di povero stato e membra inferme
     che sia dell'alma generoso ed alto,
     non chiama s n stima

ne (ancora che) nel loro intimo lo scherniscano. Il
L. non crede alla sincerit dei nuoVi filosofi spiri-
tualistici .

63-64. Non... sotterra: E una mossa energica e
impetuosa, che apre un periodo di ri3ievo dante-
sco, e prepara la ferma rivelazione che si svilup-
per nella strofa seguente.

68-69. Sehbene io sappia che l'oblio ricopre co-
loro che dispiacquero al proprio secolo. Non
speranza di gloria, ma l'incoercibile forza del vero
spinge i3 poeta a parlare.

70-71. Di questo... mi rido: Fin da ora rido di
questo male, I'oblio, che avr in comune con te.
E una proposizione polemica e insieme amara:
I'oblio awolge ogni cosa umana.

72-77. Libert... fati: 11 secolo superbo e sciocco
sogna la libert (il sec. XIX fu i3 secolo del libera

lismo3 e nello stesso tempo vuole rendere schia-
vo il pensiero (sottomettendolo di nuovo ai dogmi
religiosi3; quel pensiero laico. razionalistico ~P
scientifico mediante il quale soltanto uscimmc
dalla medioe~ale barbarie (cfr. Ia nota ai vv.
52-583 e che solo pu far progredire la civilt, la
quale ha come fondal~lento la consapevolezza. da
parte dell'u~-mo. di s e della sUa Vita e pu lei

no alla dura sorte degli uomini e al grado assai
basso (depresso loco3 che la natUra ha loro as-
segnato nella struttura dell'universo.

80-86. Per questo... estolle: Per questo hai voltato
vigliaccamente le spalle alla luce della filosofia
dell'llluminismo che te lo aveVa rivelato e men-
tre fuggi, chiami Vi3e colui che segUe quelia luce
(lui = i3' lume) e magnanimo soltanto colui che
schernendo, con le sue dottrine spiritualistiche e
ottimistiche, se stesso o gli altri, o per astUzia (in
quanto mira a ottenere una facile e fruttuosa pO-
polarit) o per follia, innalza (estolle) fin sopra le
stelle la condizione umana (mortal grado).
87-88. di povero... alto: Un Uomo di poVera con-
                                      dizione sociale e debole, infermo nel Corpo, tna
                                      generoso e nobile nell'anima. La strofa Contrap-
                                      pone la falsa magnanimit dei filosofi dal superfi-
                                      ciale ottimismo (cfr. W. 80-863 a quella Vera di chi
                                      riconosCe coraggiosamente la disperata miseria
                                      della condizione umana, e la sopporta Con digni-
                                      tosa fermezza. Essa si svolge nei modi di Una per-
                                      sonale confessione del poeta, da qUesti due primi
                                      versi, in cui rappresenta la sua generosa natura. ai
                                      v~ 35, nei quali la coscienza d'~m dolore ine
                                      luttabile diventa invito a una moralit fondata sul-
sola migliorare le sorti dei popoli.  Ia solidariet fra gli uomini.

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9s

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105

1 10

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ricco d'or n gagliardo,
e di splendida vita o di valente
persona infra la gente
non fa risibil mostra;
ma s di forza e di tesor mendco
lascia parer senza vergogna, e noma
parlando, apertamente, e di sue cose
fa stima al vero uguale.
Magnanimo animale
non credo io gi, ma stolto
quel che nato a perir, nutrito in pene,
dice, a goder son fatto,
e di fetido orgoglio
empie le carte, eccelsi fati e nove
felicit, quali il ciel tutto ignora,
non pur quest'orbe, promettendo in terra
a popoli che un'onda
di mar commosso, un fiato
d'aura maligna, un sotterraneo crollo
distrugge s che avanza
a gran pena di lor la rimembranza.
Nobil natura  quella
che a sollevar s'ardisce
gli occhi mortali incontra
al comun fato, e che con franca lingua,
nulla al ver detraendo,
confessa il mal che ci fu dato in sorte,
e il basso stato e frale;
quella che grande e forte
mostra s nel soffrir, n gli odii e l'ire
fraterne, ancor pi gravi
d'ogni altro danno, accresce
alle miserie sue, l'uomo incolpando

91-93. Non fa ridicola ostentaZione fra la gente
di robustezza e di ricchezza.

94-97. ma... uguale: ma senza vergogna lascia ap-
parire se stesso qual , Cio poVero di forza e di
riccheza~ e tale si dichiara apertamente; facendo
una stima del suo stato conforme al vero.

98-101. Magnanimo... fatto: Stimo Un essere
(animale = Vivente) non magnanimo, ma stolto
colui che, nato per morire e nUtrito fra gli affanni,
Come tUtti gli Uomini, dice di essere nato per la
fe3 lcit .

1o3-llo eccelsi... rimembranza: promettendo in
terra eccelsi destini e felicit mai Viste, che non
SOlo il nostro mondo ma tUtto I'universo ignora, a
popOli che Un maremoto .un'onda... commosso3,
un alito di aria infetta (maligna3, un terremoto
(sotterraneo crollol distrugge tanto radicalmente
che a stento ne resta il ricordo.
111 sgg. Questo passo, fino al V. 135, contiene
forse l~ DiU alta afferma7ione della nronria diLmir

lotta contro il destino, che, apparso gi, fra i pri-
mi canti, nel Bruto mi~ore, trova i suoi accenti pi
persuasivi nelle Operette morali e nei canti che
seguono i grar~di idilli del '28-'30. Ma qui l'affer-
mazione della propria grandezza magnanima, che
costituisce l'unico possibile e pur altissimo riscat-
to dalla miseria della condizione umana,  indisso-
lubilmente unita a un ideale di fraternit con gli
altri, all'esigenza di costruire un mondo fondato
sull'amore e la solidariet, da contrapporre a quel-
lo cieco e meccanico della natura.

112-14. che... fato: che ha il coraggio (perch co-
raggio ci vuole a riconoscere tutta la miseria del
nostro stato nel mondo3 di guardare in faccia il
comune destino.

116-117. confessa... frale: ammette il male che
regna nell'universo e che ci  stato assegnato co-
me destino e la condi~ione bassa e fragile dell'up-
mo .
I 18-125. Nohil natUrd  qu~lla clle si mostra
morale che il p-)t td abbia lascigto. CJiunge q~li alla grande e forte nel soffrire e non aggiunge alle sue
ancor piU gravi d'ogni altro danno - incolpando
del suo dolore gli altri uomini, ma d la colpa a
quella che veramente  colpevole, cio la natura,
che  madre dei mortali in qUanto li genera, ma si
comporta verso di loro come una matrigna.

126-135. e pensando, giUstamente, che la societ
umana (I'umana compagnia3 si un e si ordin fin
dalle origini ,in pria3 proprio per difendersi dalla
natura, considera gli uomini Come uniti da un pat-
to comune e li abbraccia tutti con vero amore,
offrendo e attendendo un aiUto valido e pronto
nelle vicende della lotta contro la natura.

135-137. e armarsi per offendere l'uomo e ten-
dere insidie per far cadere il prossimo. La reg-
gente  stolto crede (reputa cosa stoltall al v. se
guente .

del SUO dolor, ma d la colpa a quella
che veramente  rea, che de' mortali
madre  di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
congiunta esser pensando,
siccome  il vero, ed ordinata in pria
l'umana compagnia,
tutti fra s confederati estima
gli uomini, e tutti abbraccia
con vero amor, porgendo
valida e pronta ed aspettando aita
negli alterni perigli e nelle angosce
della guerra comune. Ed alle offese
dell'uomo armar la destra, e laccio porre
al vicino ed inciampo,
stolto crede cos qual fora in campo
cinto d'oste contraria, in sul pi vivo
incalzar degli assalti,
gl'inimici obbliando, acerbe gare
imprender con gli amici,
e sparger fuga e fulminar col brando
infra i proprl guerrieri.
Cos fatti pensieri
quando f~en, come fur, palesi al volgo,
e quell'orror che primo
contro l'empia natura
strinse i mortali in social catena,
fia ricondotto in parte
da verace saper, I'onesto e il rettc
conversar cittadino,

160

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e giustizia e pietade, altra radice
avranno allor che non superbe fole,                           190
ove fondata probit del volgo
cos star suole in piede
quale star pu quel c'ha in error la sede.

                   141-143. acerbe gare: risse crudeli. fulminar col
                   brando: vibrare colpi mortali con la propria spa-
                   da.
                   145-151. Quando simi3i pensieri saranno (fien)
                   palesi a tUtti, come lo furono Un tempo, e l'orrore
                   che nei tempi primitivi strinse gli Uomini in sO-
                   ciet per difendersi dalla natUra sar almeno in
                   parte ricondotto, rinnoVato da Una filosofia Vera-
                   mente fondata sulla verit.
151-157. I'onesto... sede: I'onest e la rettitudine
del consorzio civile (I'onesto... cittadino3, la giu-
stizia e la piet, aVranno Un fondamento pi siCU-
ro delle superbe favole (i prinCipi della religione
che il L. rigetta3, fondandosi sulle quali l'onest
della gente ,fondata... volgo3 si suol reggere CO-
me chi si regge sull'errore, cio instabilmente e

Sovente in queste rive,
che, desolate, a bruno
veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
seggo la notte; e su la mesta landa
in purisslmo azzurro
veggo dall'alto fiammeggiar le stelle,
cui di lontan fa specchio
il mare, e tutto di scintille in giro
per lo vto seren brillare il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
ch'a lor sembrano un punto
e sono immense, in guisa
che un punto a petto a lor son terra e mare
veracemente; a cui
l'uomo non pur, ma questo
globo ove l'uomo  nulla,
sconosciuto  del tutto; e quando miro
quegli ancor pi senz'alcun fin remoti
nodi quasi di stelle,
ch'a noi paion qual nebbia, a cui non l'uomo
e non la terra sol, ma tutte in uno,
del numero infinite e della mole,
con l'aureo sole insiem, le nostre stelle
o sono ignote, o cos paion come
essi alla terra, un punto
di luce nebulosa; al pensier mio
che sembri allora, o prole
dell'uomo? E rimembrando
il tuo stato quaggi, di cui fa segno
il suol ch'io premo; e poi dall'altra parte,
che te signora e fine
credi tu data al tutto, e quante volte
favoleggiar ti piacque, in questo oscuro

158-201. Si apre, in qUesta strofa, Una visione di
spazi CosmiCi sterminati un'immensit incom-
prensibile e arCana. Non e l'infinito che i3' poeta si
fingeva nel pensiero nell'idillio omonimo n la
solitudine immensa del Canto notturno solcata e
aVvivata dal primitiVo stUpore del pastore, dall'an-
sia dei sUoi interrogatiVi:  Un'immensit gelida,
un vortiCe di mondi che cancella l'uomo e la sua
storia. QUi Veramente lo spaZio smisUrato coinci-
de col nulla, dove non echeggia neppure il nostro
grido, Con la totale negaZione della nostra vita e
della sUa assurda speranZa. Resta soltanto l'impa-
vida aCCettazione del Vero del destino mortale.
Ma resta anche la sfida sUprema dell'uomo, che in
una ritroVata fraternit e nella piet dolorosa ri-
sCatta dal nulla la sUa dignit.
159-160. che... ondeggi: che la lava indurata rive-
Ste di color bruno, e sembra anCora ondeggiare.
La desolazine dei luoghi. il colore bruno sembra
no sintetizzare quel funebre Cimitero che  il mon-

bile, le stelle luminose e remote rispecchiano l'in-
differenza dei cieli nei confronti del nostro desti-

3367-168. appunto: rivolgo. a lor: agli occhi.

170-172. a petto: in confronto. non pur: non so-

i75-176. quegli... remoti: ancor pi infinitamente
lontani. nodi... stelle: le nebulose.

178-183. ma... nebulosa: a quelle stelle lontane,
non solo la terra e l'uomo, ma anche tutte le stelle
del nostro sistema planetario e il sole, presi insie-

nlebbulosa, come esse appalono a noi dal nosrro

185-189. E ricordando o prole dell'uomo la tua
condizione qui, nel mondo di cui d la migliore
testimonianza il suolo ch'io calpesto (che parla di
distruzione e di morte3, e ricordando, d'altra par-
te che credi te stessa signora e fine di tutto I'uni-

189-194.  e..piacevolmente:  e  (rimembrando)
195

200

20s

2 10

2 15

220

granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
per tua cagion dell'universe cose
scender gli autori, e conversar sovente
co' tuoi piacevolmente; e che i derisi
sogni rinnovellando, ai saggi insulta
fin la presente et, che in conoscenza
ed in civil costume
sembra tutte avanzar; qual moto allora,
mortal prole infelice, o qual pensiero
verso te finalmente il cor m'assale?
Non so se il riso o la piet prevale.        I
 Come d'arbor cadendo un picciol pomo,       1  23s
cui l nel tardo autunno
maturit senz'altra forza atterra,
d'un popol di formiche i dolci alberghi,
cavati in molle gleba
con gran lavoro, e l'opre
e le ricchezze ch'adunate a prova
con lungo affaticar l'assidua gente
avea prowidamente al tempo estivo,
schiaccia, diserta e copre
in un punto; cos d'alto piombando,
dall'utero tonante
scagliata al ciel profondo,
di ceneri e di pomici e di sassi
notte e ruina, infusa
di bollenti ruscelli,
o pel montano fianco
furlosa tra l'erba
di liquefatti massi
e di metalli e d'infocata arena
scendendo immensa piena,
le cittadi che il mar l su l'estremo

(delle... cose... autori) scendessero qui, in questo
oscuro granello di sabbia che si chiama terra, a
conversare piacevolmente con gli uomini. E evi-
dente l'allusione ai racconti della mitologia paga-
na, della Bbb~a~ e al dogma dell'Incarnazione.

194-198. e che i derisi... avanzar: e ricordando
che persino la nostra et, che in sapienza e civi3t
sembra di tanto superiore a quelle precedenti, rin-
novando quelle favole gi ritenute degne di riso
(derisi sogni: a3Llude alle credenze religiose, derise
dai filosofi i3'1uministici), insulta ogni saggezza (i
saggi). moto: sentimento

202-236. Il silenzio degli spaZi sterminati e remoti
si riflette ora nella assoluta indifferenza della na-
tura verso le sue creature. Cieche e inesorabili le
forze naturali distruggono, casualmente e mecca-
mcamente, I vlventl: come un pomo maturo, ca-
dendo dall'albero, distrugge un formicaio, cos la
tempesta di lava distrusse fiorenti citt. Nell'un
caso e nell'altro, la natura ha prose~uito il suo

203-204. cui: che. I... autunno: il l d un senso
indeterminato a quella stagione morente. ma-
turit... atterra: il solo fatto che  matUro, sen-
za l'intervento d'altra forza naturale, fa cadere a
terra.

205. Sottintendi qui all'inizio: schiaccia, diserta
(trasforma in un deserto, distrugge), e copre in un
punto (in un attimo) dei w. 211-12.
206. cavati... gleba: scavati ne3'1a terra mone.

208-210. e le ricchez~e... estivo: e le ricchezze che
con lunga e assidua fatica le formiche avevano
prowidamente ammucchiate nel tempo estivo.
assidua gente: i3 popolo delle formiche, Costante
nel suo lavoro.

212-222. cos... piena: cos, piombando dall'alto,
una tenebrosa rovina (notte e ruina3 costitUita da
ceneri, pomici e sassi, mista (infusa3 di bollenti
ruscelli di lava, scagliata verso i piU elevati spaZi
del cielo dal cratere (utero3 tonante del vulcano, O
una piena immensa di massi liquefatti, di metali e
corso, impassibile: non si cUra dell'uomo Come d'arena infuocata scendendo furiosa fra l'erba

lido aspergea, confuse

~ 225  e infranse e ricoperSe
1:     in pochi istanti: onde su quelle or pasce

la capra, e citt nove
sorgon dall'altra banda, a cui sgabello
son le sepolte, e le prostrate mura

230 I'arduo monte al suo pie' quasi calpesta.
Non ha natura al seme
dell'uom pi stima o cura
che alla formica; e se pi rara in quello
che nell'altra  la strage,
non awien ci d'altronde
fuor che l'uom sue prosapie ha men feconde.

Ben mille ed ottocento
anni varcar poi che spariro, oppressi
dall'ignea forza, i popolati seggi,
e il villanello intento
ai vigneti, che a stento in questi campi
nutre la morta zolla e incenerita,
ancor leva lo sguardo

240

24s

2so

2ss

260

sospettoso alla vetta
fatal, che nulla mai fatta pi mite
ancor siede tremenda, ancor minaccia
a lui strage ed ai figli ed agli averi
lor poverelli. E spesso
il meschino in sul tetto
dell'ostel villereccio, alla vagante
aura giacendo tutta notte insonne,
e balzando pi volte esplora il corso
del temuto bollor, che si riversa
dall'inesausto grembo
su l'arenoso dorso, a cui riluce
di Capri la marina
e di Napoli il porto e Mergellina.
E se appressar lo vede, o se nel cupo
del domestico pozzo ode mai l'acqua
fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
desta la moglie in fretta, e via, con qu
di lor cose rapir posson, fuggendo,
vede lontan l'usato
suo nido, e il picciol campo,

224.  aspergea: bagnava. confuse: sconvolse.          240.  villanello: i3' misero contadino.
228-229. dall'altra..sepolte: dall'altra parte, e ad  245.  nulla mai: per nulla.
esse servono di fondamento le Citt sepolte.          250-251. ostel villereccio: rustico  abituro.
233-236. e... feconde: se la strage tra gli Uomini  vagante aura: aria aperta.
pi rara che ra le formiche, Ci aWiene perch il 252-255. esplorabollor: esplora l'incedere della
genere umano  meno fecondo nel riprodursi.           temUta lava. inesausto grembo: le profondit del
237-239. Quasi due millenni passarono (varcar3        vulcano, inesausto nel produrre lava. a cui riluce:
da quando sparirono, distrutte da3'1a lava, le popo-  al bagliore della lava rilucono, ecc.
Iose citt di Ercolano e Pompei. Ma anCora la         258-260. Il bollire (fervendo3 dell'a~qua nel fon-
natUra incomhe minaCCiosa sU3~e antiche roVine e      do del pozzo  segno dell'awicinarsi deUa lava.
265

270

27s

280

285

290

295

che gli fu dalla fame unico schermo,
preda al flutto rovente,

che crepitando giunge, e inesorato
durabilmente sovra quei si spiega.
Torna al celeste raggio

dopo l'antica obblivlon l'estinta
Pompei, come sepolto
scheletro, cui di terra
avarizia o piet rende all'aperto;
e dal deserto fro
diritto infra le file
dei mozzi colonnati il peregrino
lunge contempla il bipartito giogo
e la cresta fumante,

che alla sparsa ruina ancor minaccia.
E nell'orror della secreta notte
per li vacui teatri,

per li templi deformi e per le rotte
case, ove i parti il pipistrello asconde,
come sinistra face

che per vti palagi atra s'aggiri,
corre il baglior della funerea lava,
che di lontan per l'ombre

rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Cos, dell'uomo ignara e dell'etadi

ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno
dopo gli avi i nepoti,

sta natura ognor verde, anzi procede
per s lungo cammino

che sembra star. Cggiono i regni intanto,
passan genti e linguaggi: ella non vede:
e l'uom d'eternit s'arroga il vanto.

E tu, lenta ginestra,
che di selve odorate

265-266. schermo: difesa. Il flutto rovente  quel-
lo della lava. Nota la piet umana con cui il
poeta partecipa alle sofferenze del misero e quel
cammino inesorabile della lava che simboleggia la
potenza impassibile e devastatrice della natura.

269-271. A~lude agli scavi che riportano a3'1a luce
i resti di Pompei.

271-273. come... aperto: come uno scheletro se-
polto che (cui) la ricerca di ornamenti preziosi o
la piet, che spinge a dargli pi degna sepoltura,
tolgono dalla terra (di terra3 e restituiscono alla
luce (all'aperto3.

277. il bipartito giogo: Attraverso le colonne del
foro di Pompei si vede la doppia cima del Vesu-
vio (Vesuvio e Monte Somma3.

280. nell'orror... notte: nel segreto di quella not-
~ piena d orrore L paesaggio  quello d'un lugu

queste campagne dispogliate adorni,
anche tu presto alla crudel possanza
soccomberai del sotterraneo foco,
che ritornando al loco
gi noto, stender l'avaro lembo
su tue molli foreste. E piegherai

S sotto il fascio mortal non renitente
il tuo capo innocente:
ma non piegato insino allora indarno
codardamente supplicando innanzi
al futuro oppressor; ma non eretto
con forsennato orgoglio inver le stelle,
n sul deserto, dove
e la sede e i natali
non per voler ma per fortuna avesti;
ma pi saggia, ma tanto
meno inferma dell'uom, quanto le frali
tue stirpi non credesti
o dal fato o da te fatte immortali.

L'epistolario

Per comprendere la personalit del Leopardi, cos portato al continuo scavo
interiore, ha Un singolare valore la lettura del suo epistolario, che senz'altro  uno

dei pi belli della nostra letteratura.

Oltre ad avere una notevole importanza storico-biografica, esso ci consente di
seguire la formazione spirituale del poeta e del suo pensiero, di cogliere gli aspetti
dena sua sensibilit riCCa e profonda. Dalle lettere leopardiane emerge un ritratto
che si svolge nel tempo, e Ci rivela, per ridurlo ad alcuni tratti essenziali, un'anima
assetata di Vita, d'amore, d'affetti, ripiegata sul proprio dolore, ma pur sempre
anelante a ritroVare nella propria esistenza un significato universale.

284-288 come sinistra... tinge Come Una sinistra,
funerea haccola (atra, Cio fumigante Cupamente)
che s'aggiri per Vuoti palazzi, Corre i3 bagliore del-
la lava apportatriCe di morte (funerea), che ros-
seggia da lontano fra l'ombre e si rif ette sUi luo-
ghi intorno.

289-294. Cos... star: Cos, ignara dell'uom e ~
delle et che qUesti chiama antiche e dell~aVvicen- I
darsi dei nipoti dopo gli aVi, la natUra flmane I
sempre giovane e Vigorosa .verde3, anZi procede~ I
ma tuttavia con un cammino, Con trasformazlni I
cos lente che sembra star ferma. I sUoi cambia- I
menti, cio, si svolgono in tempi Cos lunghi da I
corrispondere a molte generaZioni di Uomini. e I
per questo essa appare a noi immutabile.    I
295-296. ella... Vanto: ella non se n'aCcorge; e
tuttavia l'uomo si Vanta stoltamente d'essere eter-

ritorna e si trasforma in parabola volta a dimo-
strare I'atteggiamento ideale deli'uomo conscio
dena sitUazione Umana, ugualmente lontano da
Sciocca paUra e da sCioCCa superbia, sicuro de3'1a
ropria forza morale basata sulla ConosCenZa della
Verit" (Binni).
~' 297-299. Ienta flessibile. Le selve odorate sono i
uol cespi odorosi. In qUesti tre primi Versi (come

ai vv 34-373, la ginestra sembra il simbolo della
Poesla, Unico conforto nel deserto del mondo. Pi
avantil raffigura l'anima del poeta. Praticamente
due figurazioni si fondono. dato che. per il L.,
~a poesia coincide Con la Vita profonda del suo

~, 301-303. sotterraneo foco quello che arde nelle
ere del vulcano. gi noto perch altre volte

~ devastato dalla lava. aVaro: avido.

,t_3y 34-306. E... innoCente: Ormai la ginestra ha as-
282.  deformi: smozzicati. rotte: distrutte (e ridot-  297-317.  Dopo la conclusione solenne sulla miSe-  I

te. non renitente... innocente: Il L. accetta senza
ribellione il destino, ma proclama, mentre questo
lo schiaccia la sua innocenza cio la sua dignit e
altezza morale, degne di miglior sorte.

307-313. ma... oppressor: ma senza avere piegato
il capo invano davanti al futuro oppressore, cio
al destino che uccide, supplicando codardamente
e inutilmente piet. ma non... avesti: ma senza
avere innalzato il capo con pazzo orgoglio verso le
stelle (credendoti creatura privilegiata e degna
d'una assurda eternit3 o sul deserto del mondo,
ove fosti chiamata alla vita non per tuo volere ma
per sorte, o meglio, per l'assurdo giuoco del caso.
314-317. ma... immortali: ma di tanto pi saggia
dell'uomo e di tanto meno stolta, meno malata di
folle e vano orgoglio, in q~lallto non credesti mai
che le tue fragiii stirpi .e quindi tu stessa3 fossero
state rese immortali dal destino o dai tuoi meriti,
tigura umana. coincide Con la petsona del dalle tue imprese.
Lo stile delle lettere , in genere, confidenziale, alieno dalle forme letterarie
paludate. E tuttavia sempre vigilato e fine, come ogni pagina leopardiana, inteso
pi che all'eleganza formale, alla propriet, all'evidenza, alla spontaneit del conO
quio.

Ci siamo limitati a scegliere, per ragioni di spazio, lettere della giovineZza del
poeta, scritte intorno al 1819, I'anno per molti aspetti risolutivo della sUa formazio_
ne. L'ultima  del '23 e ci rivela il primo incontro del poeta Con quella vita che
aveva sognato di vivere fuori del natio borgo selvaggio, la sUa delusione, ma anche il
dignitoso scatto con cui reag a essa.

A Pietro Giordani, Milano

Leggendo le lettere del Leopardi al Giordani, si comprende quale conforto fU quell amiCizia nel
momento della disperata angoscia giovanile del poeta. Al Giordani egli apre veramente il sUo
cuore, come vedi da questa lettera, accorato bilancio delle proprie sVenture e della propria Vita
spezzata per sempre. Due motivi sono soprattutto importanti, anche per gli svolgimenti che
avranno nella poesia leopardiana pi grande. L'affermazione della propria dignit, che si manife-
sta nell'andare incontro senza vilt al proprio destino, e il disperato e tenerissimo desiderio
d'amore, illusione sempre risorgente.

Recana~i, 2 marzo 1818

... Io per lunghissimo tempo ho creduto fermamente di dover morire alla pi
lunga fra due o tre anni. Ma di qua ad otto mesi addietro,l cio presso a poco da
quel giorno ch'io misi piede nel mio ventesimo anno, ho potuto accorgermi, e
persuadermi, non lusingandomi, o caro, n ingannandomi, ch il lusingarmi e
l'ingannarmi pur troppo  impossibile, che in me veramente non  cagione necessa-
ria di morir presto, e purch m'abbia infinita cura, potr vivere, bens trascinando
la vita coi denti, e servendomi di me stesso appena per la met di quello che
facciano gli altri uomini,7 e sempre in pericolo che ogni piccolo accidente e ogni
minimo sproposito mi pregiudichi, o mi uccida; perch in somma io mi sono
rovinato con sette anni di studio matto e disperatissimo in quel tempo che mi s'an-
dava formando e mi si doveva assodare la complessione. E mi sono rovinato
infelicemente e senza rimedio per tUtta la vita, e rendutomi l'aspetto miserabile, e
dispregevolissima tutta quella gran parte dell'uomo,3 che  la sola a Cui guardino i
pi: e coi pi bisogna Conversare4 in questo mondo; e non solamente i piU, ma
chicchessia  costretto a desiderare che la virt non sia senza qualche ornamento
esteriore, e trovandonela nuda affatto, s'attrista, e per forza di natura, che nessuna
sapienza pu vincere, quasi non ha coraggio d'amare quel virtuoso in Cui niente 
bello fuorch l'anima. Questa ed altre misere circostanze ha posto la fortuna
intorno alla mia vita, dandomi Una cotale apertUra d'intelletto perch'io le vedessi
chiaramente e m'accorgessi di quello che sono, e di cuore perch'egli ConosCesse che
a lui non si conviene l'anegria, e, qUasi vestendosi a lutto, si togliesse5 la malinconia
per compagna eterna e inseparabile. Io so dunque e vedo che la mia Vita non pu
essere altro che infelice: tuttavia non mi spavento, e cos potesse ena esser utile a

1. In questi ultimi otto mesi.          Ricorda nell'Ult~mo canto di Sah~o, llaffermazione
2. servendomi... Uomini: disponendo della met che o~rt~ non l~~ce in d~sadorno ammanto.
delle forze di Un Uomo Comune.  ~J conversare: trattare, aVere a che fare.

qualche cosa, come io procurer di sostenerla senZa vilt.' Ho passato anni cos
I acerbi~ che peggio non par che mi possa soprawenire: Con tUtto ci non dispero7 di
ffrire anche di pi: non ho ancora veduto il mondo, e come prima lo vedr, e
~ SperimenterO gli uomini, certo mi dovr rannicchiare amaramente in me stesso

t non gi per le disgrazie che potranno accadere a me, per le quali mi pare d'essere
armato d'una pertinaCe e gagliarda nonCuranza, n anche per quelle infinite cose

~ che m'offenderanno l'amor proprio, perch io sono risolutissimo e quasi certo che
,i non m'inchiner mai a persona del mondo, e che la mia vita sar un continuo
~ disprezzo di disprezzi, e derisione di derisioni;8 ma per quelle cose che m'offende-

I t rarmo il cuore: e massimamente soffrir, quando con tutte quelle mie circostanze9

I ~ che ho dette mi succeder, come necessariamente mi deve succedere e gi in parte
m' succeduta, una cosa piU fiera di tutte, della quale adesso non vi parlo.l
Quanto alla necessit di uscire di qua, con quel medesimo studio che m'ha voluto
uccidere, Con quello tenermi chiuso a solo a solo, vedete come sia prudenza, e
lasciarmi alla malinconia, e lasciarmi a me stesso che sono il mio spietatissimo
carnefice.ll Ma sopporter, poich sono nato per sopportare; e sopporter, perch
ho perduto il vigore particolare del corpo, di perdere anche il comune della
giovent:l2 e mi consoler con voi, e col pensiero d'aver trovato un vero amico a
questo mondo, cosa che ho prima conseguita che sperata. L'ultima vostra ha in
data quello stesso giorno che io l'anno addietro vi scrissi la prima mia. E finito
dunque un anno della nostra amicizia, che se noi non mutiamo natura affatto, non
potr essere sciolta fuorch da quello che tutto scioglie.l3 Conservatemi la mia
consolazione in voi, e pensate che, non essendo voi pi vostro che mio, non v'
lecito; se m'amate, d'avervi poca cura. Star aspettando la vostra visita, la quale
giacch non pu pi essere in maggio, pazienza: ma spero che mi compenserete il
ritardo con una maggior durata. E, visto che v'avr, potr dire che non tutti quei
desiderii pi focosi ch'io ho sentiti in mia vita sono stati vani. Addio.

A suo padre

~<La mUtazione totale in me--scriveva nel '26 il Leopardi al Pepoli,--segu si puO dire dentro
un anno, Cio nel 1819, dove, privato dell'uso della vista e della continua distrazione della lettura,
cominCiai a sentire la mia infelicit in un modo assai pi tenebroso, cominciai ad abbandonare la
speranza... a divenir filosofo di professione (di poeta ch'io era), a sentir l'infelicit certa del
mondo...>~. Una graVe malattia agli occhi, privandolo anche del conforto dello studio, I'aveva
gettato in Una totale disperazione. E di quest'anno il tentativo di fuga dalla casa paterna, di cui
questa lettera  la fremente testimonianza, scoperto prima che potesse aver effetto.

Giustamente il Momigliano afferma che uno stesso bisogno d'agire e di vivere freme nei versi
delle prime canzoni e in questo tentativo di evadere da Recanati, primo scoppio di ribellione

6. sostenerla senZa vilt: FU per tutta la vita
lllmpetativo a CUi il L. tenne fede. La sUa conce-
zlone pessimistiCa non tipieg mai in un inette e
tassegnatO fatalismo.
7. non dispero: mi aspetto.

8. Rispondet al disprezzo dei mediocri col di-
sprezzO, alla derisione Con la derisione.
9. con tUtte... CirCostanZe: la debolezza e defor-

- mit fisica.

- 10. Ci che maggiormente lo colpir, satanno le
Cose che gli offendetanno il Cuore. Allude al fatto
che prevede d'innamorarsi. proprio per il suo
COstan~ ic~on~ ,li t~n~r~77~ l~ rl'r~tt~ ~oli ~

to a rimanere sempre insoddisfatto, per la sua
miseria fisica.

11. con... carnefice: vedete come siano assennati
coloro (allude ai genitori) che mi lasciano solo con
l'unico confotto di quello studio che gi m'ha
rovinato fisicamente, e mi lasciano quindi solo
con me stesso, a torturarmi spietatamente.

12. il comune della giovent: la gioia di amare e
di essere amati.

13. La morte. Il Giordani scrisse la sua prima
lettera al L. il 5 marzo 1817, lodando la traduzio-
ne del II libro dell'Ene~de da lui inviatagli, e la
seconda, piena di affettuose csottazioni a perse-
nfatti, gi aWenuto" e senre, inVece, che l'amore Verare negli studi, il 12 marzo.
contro il destino acerbo e la meschinit degli uomini. Il Leopardi tenta questa fuga bench sia
convinto che l'esperienza dei mondo sar una delusione: cos essa diviene una immagjne
comprensiva della sua anima e deila sua vita, protesa di l dalla amara consapevolezza del vero
all'agire generoso.

Recanati (senza data, ma luglio 1819)

Mio sig. padre,

Sebbene dopo aver saputo quello ch'io avr fatto, questo foglio le possa parere
indegno di esser letto, a ogni modo spero nella sua benignit che non vorr riCusare
di sentir le prime e ultime voci di un figliol che l'ha sempre amata e l'ama, e si
duole infinitamente di doverle dispiacere. Ella conosce me, e conosCe la condotta
ch'io ho tenuto fino ad ora, e forse, quando voglia spogliarsi d'ogni considerazione
locale, vedr che in tutta Italia, e sto per dire in tutta l'Europa, non si troVer un
altro giovane, che nella mia condizione, in et anche molto minore, forse Con doni
anche intellettuali competentemente inferiori ai miei, abbia usato la met di quella
prudenza, astinenza da ogni piacer giovanile, ubbidienza e sommessione ai suoi
genitori, ch'ho usata io. Per quanto ella possa aver cattiva opinione di quei pochi
talenti che il cielo mi ha conceduti, ella non potr negar fede interamente a quanti
uomini stimati e famosi mi hanno conosciuto ed hanno portato di me quel giudizio
ch'ella sa, e ch'io non debbo ripetere. Ella non ignora che quanti hanno avuto
notizia di me, ancor quelli che combinano perfettamente con le sue massime,2
hanno giudicato ch'io dovessi riuscir qualche cosa non affatto ordinaria, se si
fossero dati quei mezzi che nella presente costituzione del mondo, e in tutti gli altri
tempi, sono stati indispensabili per fare riuscire un giovane che desse anche
mediocri speranze di s. Era cosa mirabile come ognuno che avesse avuto anche
momentaneamente cognizione di me, immancabilmente si maravigliasse ch'io vives-
si tuttavia in questa citt, e com'ella sola fra tutti fosse di contraria opinione, e
persistesse in quella irremovibilmente. Certamente non l' ignoto che non solo in
qualunque citt alquanto viva, ma in questa medesima non  quasi giovane di 17
anni che dai suoi genitori non sia preso di mira, affine di collocarlo, in quel modo
che pi gli conviene: e taccio poi della libert ch'essi tutti hanno in quell'et, nella
mia condizione, libert di cui non era appena un terzo quella che mi s'accordava a
21 anno. Ma lasciando questo, bench avessi dato saggi di me, s'io non m'inganno,
abbastanza rari e precoci,3 nondimeno solamente molto dopo l'et consueta, co-
minciai a manifestare il mio desiderio ch'ella prowedesse al mio destino, e al bene
della mia vita futura nel modo che le indicava la voce di tutti. Io vedeva parecchie
famiglie di questa medesima citt, molto anzi senza paragone meno agiate della
nostra, e sapeva poi d'infinite altre straniere, che per qualche leggiero barlume
d'ingegno veduto in qualche giovane loro individuo~ non esitavano a far graVissimi
sacrifici affine di collocarlo in maniera atta a farlo profittare de' suoi talenti.
Contuttoch si credesse da molti che il mio intelletto spargesse alquanto piU che un
barlume, ella tuttavia mi giudic indegno che un padre dovesse far sacrifici per me,
n le parve che il bene della mia Vita presente e futura valesse qualche alterazione al

1. Ie prime... figlio: E la prima volta che il figlio decrepito Conset~atore, che Monaldo applicava
apre il proprio cuore al padre, e l'ultima. Awerti, scrupolosamente anche nella vita familiare.

nelle espressioni rispettose di tUtta la lettera, la 3. Vedi in tUtta la lettera la meditata stima di s,
fermezza di una decisione irrevocabile, ma anche senZa iattanZa, del poeta, espressa Con tono di-
la vita opprimente di quella famiglia retrograda e staCcato, ma intenso.
compassata, priva di calore Umano, di confidenza. ~. Ioro individuo: loro componente.

- su piano di famiglia. Io vedeva i miei parenti scherzare cogl'impieghi che ottene-
vano dal Sovrano, e sperando che avrebbero potUto impegnarsi con effetto anche
per me, domandai che per lo meno mi si procacciasse qualche mezzo di vivere in
maniera adattata alle mie circostanze, senza che per ci fossi a carico della mia

- famiglia. FUi accolto con le risa, ed ella non cred che le sue relazioni, in somma le
sue Cure si dovessero neppur esse impiegare per uno stabilimento competente5 di
queStO suo figlio. Io sapeva bene i progetti6 ch'ella formava su di noi, e come per
assiCurare la felicit di una cosa ch'io non conosco, ma sento chiamar casa e
famiglia, ella esigeva da noi due7 il sacrifizio, non di roba n di cure, ma delle
nostre inclinazioni, della giovent, e di tutta la nostra vita. Il quale essendo io certo
ch'ella n da Carlo n da me avrebbe mai potuto ottenere, non mi restava nessuna
considerazione a fare su questi progetti, e non potea prenderli per mia norma in
verun modo. Ella conosceva ancor la miserabilissima vita ch'io menava per le
orribili malinconie,8 ed i tormenti di nuovo genere che mi procurava la mia strana
Immaginazione, e non poteva ignorare quello ch'era pi evidente, cio che a
questo, ed alla mia salute che ne soffriva visibilmente, e ne sofferse sino da quando
mi si form questa misera complessione, non v'era assolutamente altro rimedio che
distrazioni potenti, e tutto quello che in Recanati non si poteva mai ritrovare.
Contuttoci ella lasciava per tanti anni un uomo del mio carattere, o a consumarsi
affatto in istudi micidiali, o a seppellirsi nella pi terribile noia, e per conseguenza
malinconia, derivata dalla necessaria solitudine, e dalla vita affatto disoccupata
come massimamente negli ultimi mesi. Non tardai molto ad awedermi che qualun-
que possibile e immaginabile ragione era inutilissima a rimuoverla dal suo proposi-

- to, e che la fermezza straordinaria del suo carattere, coperta da una costantissima
dissimulazione e apparenZa di cedere, era tale da non lasciar la minima ombra di
speranza. ~'Utto qUesto, e le riflessioni fatte sulla natura degli uomini mi persuasero,
ch'io bench sproweduto di tutto, non dovea confidare se non in me stesso.9 Ed
ora che la legge mi ha gi fatto padrone di me, non ho voluto pi tardare a
incariCarmi della mia sorte. Io so che la felicit dell'uomo consiste nell'esser conten-
to, e per piU facilmente potr esser felice mendicando, che in mezzo a quanti agi
corporali possa godere in qUesto luogo. Odio la vile prudenza che ci agghiaccia e
lega e rende inCapaci d'ogni grande azione, riducendoci come animali che attendo-
no tranquillamente alla ConserVaZione di questa infelice vita senz'altro pensiero.l
So che sar stimato paZZo, Come so ancora che tutti gli uomini grandi hanno avuto
queStO nome. E perch la Carriera di quasi ogni uomo di gran genio  cominciata
dalla disperazione, perC-i non mi sgomenta che la mia cominci cos. Voglio piutto-
Sto essere infelice che piccolo, e soffrire piuttosto che annoiarmi; tanto pi che la
noia~ madre per me di mortifere malinconie, mi nuoce assai pi che ogni disagio
del corpo. I padri sogliono giudicare i loro figli pi favorevolmente degli altri, ma
ella per lo contrario ne giudica pi sfavorevolmente di ogni altra persona, e quindi
non ha mai creduto che noi fossimo nati a niente di grande: forse anche non
riconosce altra grandezza che quella che si misura coi calcoli, e con le norme

- geometriche Ma qUanto a Ci molti sono d'altra opinione; quanto a noi, siccome il

- 5 per.,. competente: per fare ottenere Una siste- 8. Ie orribili malinconie: Nasce~ano dal suo amo-
                  aZlone adeguata.                     re di gloria, da Un delus(~ bisogno d'affetto dal
    n ~ progetti: Monaldo aVeva destinato Giacomo      grigiore insopportahile d'~lna Vita stagnante, senza
  a Carrlera ecc!eslastlca, ed era totalmente domi-    alcuna possibilit di svolgimento.
alatO dalla moglle, intesa a restaUrare il patrimonio 9. nonstesso: C  in ~lueste parole un'eroica
  quanto dissestato della famiglia, a Costo del sa     fermezza Una decisione irrevocdoile.
         L ~rlficio della ielicit dei hgli            10 Awcrti ~lui una fremellte ansia romanti~a.
disperare di se stessi non pu altro che nuocere, cos non mi sono mai creduto fattO
per vivere e morire come i miei antenati.

Avendole reso quelle ragioni che ho saputo della mia risoluzione, resta ch'io le
domandi perdono del disturbo che le vengo a recare con questa medesima e con
quello ch'io porto meco.ll Se la mia salute fosse stata meno incerta avrei voluto
piuttosto andar mendicando di casa in casa che toccare una spilla del suo. Ma
essendo cos debole come io sono, e non potendo sperar pi nulla da lei, per
l'espressione ch'ella si  lasciato a bella posta piU volte uscire disinvoltamente di
bocca in questo proposito,l2 mi son veduto obbligato, per non espormi alla certeZ~a
di morire di disagio in mezzo al sentiero il secondo giorno, di portarmi nel modO
che ho fatto. Me ne duole sovranamente, e questa  la sola cosa che mi turba nella
mia deliberazione, pensando di far dispiacere a lei, di Cui conosCo la somma bont
di cuore, e le premure datesi per farci viver soddisfatti nella nostra situazione. Alle
quali io son grato sino all'estremo dell'anima, e mi pesa infinitamente di parer
infetto di quel vizio che abborro quasi sopra tutti, cio l'ingratitudine. La sola
differenza di principi, che non era in verun modo appianabile, e che dovea necesSa_
riamente condurmi o a morir qui di disperazione, o a questo passo ch'io fo,  stata
cagione della mia disawentura. E piaciuto al cielo per nostro gastigo che i soli
giovani di questa citt che avessero pensieri alquanto pi che Recanatesi, toccassero
a lei per esercizio di pazienza, e che il solo padre che riguardasse questi figli come
una disgrazia, toccasse a noi. Quello che mi consola  il pensare che questa 
l'ultima molestia ch'io le reco, e che serve a liberarla dal continuo fastidio della mia
presenza, e dai tanti altri disturbi che la mia persona le ha recati, e molto pi le
recherebbe per l'awenire. Mio Caro sig. padre, se mi permette di chiamarla con
questo nome, io m'inginocchio per pregarla di perdonare a questo infelice per
natura e per circostanze. Vorrei che la mia infelicit fosse stata tutta mia, e nessuno
avesse dovuto risentirne, e Cos spero che sar d'ora innanzi. Se la fortuna mi far
mai padrone di nulla, il mio primo pensiero sar di rendere quello di cui ora la
necessit mi costringe a serVirmi. L'ultimo favore che io le domando,  che se mai
le si dester la ricordanza di qUesto figlio che l'ha sempre Venerata ed amata, non la
rigetti come odiosa, n la maledica; e se la sorte non ha voluto ch'ella si possa
lodare di lui, non riCusi di concedergli quella Compassione che non si nega neanche
ai malfattori.

A Pietro Giordani

Dietro questa lenera c' la profonda Crisi spirituale del '19, il fallimento del tentativo di fuga
dalla casa paterna, I'angoscia di una vita che si sente spezzata al suo primo schiudersi.

La prostrazione spirituale  espressa dallo sCrittore Con uno stile inteso a concentrare nel breve
spazio della lenera tuna una storia e la sintesi definitiva della sua ConCeZione della realt. Vi
sentiamo espressi, in forma lucida e disperata, alcuni temi della futura meditazione e della poesia
leopardiana: il senso della vita Come assenZa, Come vUoto, la noia e il sentimento straZiatO del
nulla e della vanit del vivere.

11. e... meco: 11 L. pensava di portare Con s Una to Contare in nessUn modo su di lUi. Awerti die-
ceria somma, sottraendola dalla cassaforte pater  tro ~.lueste parole, Una lun~a vicenda di OSCUre
na                                                IllinacCe, di meZze frasi allusive, I'atmosfera irre-
,2; per... proposito: Monaldo aVr detto che se il spirabile di ~luella casa.

Reca~latl, 19 novembre 1819

Sono cos stordito del niente che mi circonda, che non so come abbia forza di

,f. prendere la penna per rispondere alla tua del primo. Se in questo momento impaz-
zissi, io credo che la mia paZzia sarebbe di seder sempre cogli occhi attoniti, colla

~ bocca aperta, colle mani tra le ginocchia, senza n ridere n piangere n movermi,

'~' altro che per forza, dal luogo dove mi trovassi. Non ho pi lena di concepire
nessun desiderio, n anche della morte; non perch'io la tema in nessun conto, ma
non vedo pi divario tra la morte e questa mia vita, dove non viene pi a consolar-
mi neppUre il dolore. Questa  la prima volta che la noia non solamente mi
Opprime e stanca, ma mi affanna e lacera come un dolor gravissimo, e sono cos
spaventato della vanit di tUtte le cose, e della condizione degli uomini, morte tutte
le passioni, come sono spente nell'animo mio, che ne vo fuori di me, considerando

- ch' un niente anche la mia disperazione.

Gli studi che tu mi solleciti amorosamente a continuare, non so da otto mesi in

- poi che cosa sieno, trovandomi i nervi degli occhi e della testa indeboliti in manie-
ra, che non posso non solamente leggere n prestare attenzione a chi mi legga
checchesivoglia, ma fissar la mente in nessun pensiero di molto o poco rilievo.

Mio caro, bench'io non intenda pi i nomi di amicizia e d'amore, pur ti prego a
volermi bene come fai, ed a ricordarti di me, e credere ch'io, come posso, ti amo e
ti amer sempre, e desidero che tu mi scriva. Addio.

Al fratello Carlo

Nel novembre 1822, il Leopardi pot finalmente uscire dal natio borgo selvaggio, e recarsi per
qualche tempo a Roma, presso gli zii Antici. Ma come spesso avviene, quando si sogna troppo a
lungo e ardentemente una cosa, la realt lo deluse. e, d'altra parte, I'isolamento interiore di quegli
anni e la profonda, desolata tristeZza, non lo disponevano a una comunicazione immediata con
uomini e Cose. Gli dispiacquero di Roma l'aspeno fastoso e barocco, la stagnante vita intellenua-
le, la presUnzione dei dotti. Solo il nudo sepolcro del Tasso gli strapp una lacrima, come
vediamo da qUesta lettera, e le Visioni di vita modesta e popolare parlarono al cuore del cantore
degli idilli forse anche perch gli ricordarono l'odiata e amata Recanati. D'altra parte, il rifiuto della
citt fastosa coincide Con l'intima voCazione della sUa anima verso valori pi semplici, pi intimi e
veri.

Roma, 20febbraio 1823

... Venerd 15 febbraio 1823l fui a visitare il sepolcro del Tasso e ci piansi.
Questo  il primo e l'unico piaCere che ho provato in Roma. La strada per andarvi
 lunga, e non si Va a quel luogo se non per vedere questo sepolcro; ma non si
potrebbe Venire anche dall'America per gUstare il piacere delle lagrime lo spazio di
due minuti?

E pur certissimo che le immense spese che qui vedo fare, non per altro che per
procurarsi uno o un altro piacere, sono tutte quante gettate all'aria, perch in luogo
del piacere non s'ottiene altro che noia. Molti provano un sentimento di indignazio-
ne vedendo il Cenere del Tasso, Coperto e indicato non da altro che una pietra
larga e lunga circa un palmo e mezzo, e posta in un cantuccino d'una chiesuccia.2

1. Lo scriVere per esteso la data allude di per s mit d'affetti sentite sempre dal 1,. come l'e~pres-
ad avvenimento sentito Come eccc~ionale; e Cos sione piena della propria vitalit.

L pUre quel laconico ~ p~ansi Con Cui si conclude il 2. Il Sep(~lcro del Tasso  nella chlesa di S Ono-
lo non vorrei in nessun modo trovar questo cenere sotto un mausoleo.~ TU Corn-
prendi la gran olla di affetti che nasce dal considerare il contrasto tra la grandezza
del Tasso e l'umilt della sua sepoltura. Ma tu non puoi avere idea d'un altrO
contrasto, cio di quello che prova un occhio awezzo all'infinita magnificenza e
vastit de' monumenti romani, paragonandoli alla piccolezza e nudit di questo
sepolcro. Si sente una triste e fremebonda consolazione4 pensando che questa
povert  pur sufficiente ad interessare e animar la posterit, laddove i superbissimi
mausolei, che Roma racchiude, si osservano con perfetta indifferenza per la persO_
na a cui furono innalzati, della quale o non si domanda neppure il nome, o si
domanda non come nome della persona, ma del monumento. Vicino al sepolcrO
del Tasso  quello del poeta Guidi,5 che volle giacere prope magnos Torquati
cineres,6 come dice l'iscrizione. Fece molto male: non mi rest per lUi nemmeno un
sospiro. Appena soffrii di guardare il suo monumento, temendo di soffocare le
sensazioni che avevo provate alla tomba del Tasso. Anche la strada, che conduce a
quel luogo, prepara lo spirito alle impressioni del sentimento. E tutta Costeggiata
di case destinate alle manifatture, e risuona dello strepito dei telai, e d'altri tali
istrumenti, e del canto delle donne e degli operai occupati al lavoro.

In una citt oziosa, dissipata, senza metodo, come sono le capitali,  pur bello
il considerare l'immagine della vita raccolta, ordinata e occupata in professioni utili,
Anche le fisionomie e le maniere della gente, che s'incontra per quella via, hanno
un non so che di pi semplice e di pi umano che quelle degli altri; e dimostrano i
costumi e il carattere di persona la cui vita si fonda sul vero e non sul falso, cio
che vivono di travaglio e non d'intrigo, d'impostura e d'inganno, come la massima
parte di questa popolazione.7 Lo spazio mi manca: t'abbraccio. Addio, addio.

eretto, su quella pietra nuda, un monumento.
3. un mausoleo: un ~astoso monumento sepolcra-
le. C' qui il ~entin~ento romantico del genio mi-
sconosciuto, proprio per la sua grandezza, dagli
uomini mediocri. La frase ha una sofferta risonan-
za autobiografica.
i. una triste... consolazione: E la consolazione
dell'anima nobile che si sente unita al Tasso nello
stes~o destino di gralld~zza e sventura. C' in que-

~rr~ n Ir~  C  `1  ~

5. Guidi: Alessandro, poeta del Seicento.

6. prope... cineres: presso le grandi Ceneri di Tor-
quato .

7. Quest'ultima parte della lettera  legata al mo-
tivo centrale di essa: I'esaltazione della seriet e
della verit nella vita, che appaiono evidenti Sia
nella vicenda di Un poeta grande e infelice, sia
nell'esistenza umile. ma Costruttiva e onesta di
quegli artigiani. L'una e l'altra sono ben lontane
..~         lldlld, ~ulllr ~JUI~, ~/lU I~V<~ll               dal vuoto fasto che denotano gli edihci grandiosi
Il         ti, nel disprezzo pel i fastosi e Vani monUmenti  e i sepolcri superbi.

Letture critiche

La poesia come voce della natura

Una lirica del Leopardi non narra, non de-
scriVe:  l'effusione di un cuore che vince l'abi-
tuale aridit o lo strazio di una tragedia e si
abbandona ad un unico sentimento. Di qui la
ben Conosciuta povert di particolari, di qui la
singolare semplicit del suo vocabolario: la
parola nei suoi versi non sta che a suggerire
l'ineffabile tumulto interiore, non deve distrar-
re il lettore con una immagine corpulenta da
quanto essa vuole veramente significare, I'infi-
nita e indefinibile vita del sentimento: quanto
pi vaga e indeterminata, si sa, tanto pi piace
al Leopardi, perch, pur nella chiarezza dell'e-
spressione, pi palese rivela quella intima vita.

Nessuna poesia, come questa, sembra igno-
rare ascoltatori e lettori: il Leopardi non parla
a noi, ma ci fa partecipi di un momento della
sua vita interiore: il suo linguaggio non 
quello di chi dichiara ad altrui una esperienza
compiuta, ma quello con cui l'uomo si rivolge
a s medesimo. Si pensi ad Una qualsiasi canzo-
ne petrarchesca, alla Canzone Di pensier in
pensier, ad esempio: il Petrarca che ci parla del
perpetuo ondeggiamento dell'animo suo, non 
il Petrarca che Va errando di pensier in pen-
sier, di monte in monte: il poeta che Compone
la canzone ha aCquistato Una Compiuta cono-
scenza di s medesimo, ha ordinato le sue
diverse esperienZe e pu perci contemplare e
descrivere ad Una ad Una le proprie contraddi-
zioni. Non Cos il Leopardi il quale mira a far
sensibile nel Verso stesso l'ondeggiamento del-
I'animo a rendere i sentimenti nel loro primo
formarsi nella loro sUccessione: il poeta che
compone la Sera del l di festa o le Ricordanze
ci si presenta Come la stessa persona che nel
silenzio della notte passa di sentimento in sen-
timento, di ricordo in ricordo. Il Canto non ci
sta dinanzi Come Un organismo architettonico,
in s chiuso e Compiuto, ma Viene a Comporsi a
poco a poCo, Cos Come ad uno ad uno si fanno
awertire nell'animo i diversi affetti come non
chiamati da Una volont intelligente si susse-
guono i ricordi: entrano nella poesia le improv-
vise sorprese i richiami del mondo esteriore
(Ahi dalla Via Odo non lunge il solitario can-
to..., Viene il Vento recando il suon dell'ora
Dalla torre del borgo), il subito irrompere
degli affetti, delle paUse Un cUi si placa o si fa
pi profondo e senZa VoCe il tumulto dell'ani-
ma: i limiti e le divisioni della poesia Vengono a
coincidere Con la Vita del sentimento, e la
poesia lascia in tal modo sUpporre al sUo inizio
Ricordanze: un'immagine, un moto d'affetto, e
l'animo chiuso si apre alla voce del passato
sempre vivo: ad ogni pausa si direbbe che
l'affetto si sia tutto espresso e che l'animo si
rinchiuda di nuovo nel suo silenzio, e ad ogni
pausa l'evocazione si allarga, si fa pi precisa e
pi profonda: si pensa all'ampliarsi delle on-
de di un lago, che una cosa grave cadendo
abbia turbato nella sua calma consueta. N
diversamente procedono le strofe seguenti, i
cui limiti sono segnati da pause di triste silen-
zio o di meditazione, finch il canto si chiude
con versi in cui ci par d'awertire il serrarsi
doloroso del cuore, che prima si era aperto ad
un moto affettuoso. Pi evidente nei due canti
citati, una simile costruzione si pu notare in
parecchi altri: se ogni definizione non fosse
insieme pretenziosa ed insufficiente, si potreb-
be dire che nella poesia del Leopardi si rende
sensibile il tempo dell'an)ma, segnato appunto
dal succedersi dei sentimenti, dagli accenti e
dalle pause della vita sentimentale [...].
I' mi son un che quando Natura parla.... I
                                                   versi di Dante, cos come son rifatti dal Leo-
                                                   pardi nello Zibaldone, ci ritornano pi d'una
                                                   volta alla mente quando percorriamo il libro
                                                   dei Canti; pi che la vera definizione del
                                                   poeta crediamo di scorgere in quelle parole,
                                                   anche se questa non  stata l'intenzione di chi
                                                   le ha scritte, la definizione di un poeta, del
                                                   Leopardi medesimo, I'epigrafe della sua poe-
                                                   sia. Lette e meditate, quelle parole sembrano
                                                   tradurre l'impressione, che ognuna delle liriche
                                                   leopardiane ci ha lasciato: una voce pura e
                                                   primordiale, che risuona nel silenzio del mon-
                                                   do esteriore e dei moti contrastanti dei deside-
                                                   ri, quando la passione sconvolgitrice e il lavoro
                                                   della riflessione si sono posati. Non si intende
                                                   la poesia leopardiana, se non si pon mente al
                                                   valore religioso che ha per il Leopardi quella
                                                   voce, la voce della Natura o del cuore: soltanto
                                                   il senso religioso e, starei per dire, il culto, che
                                                   il Leopardi nutriva per la vita del cuore, poteva
                                                   permettergli di portare nel fremente mondo
                                                   dei sentimenti la pacatezza o I'austerit delle
                                                   cose sacre, e di dare a modi retorici di origine
                                                   arcadica, quali numerosi si incontrano nei suoi
                                                   versi, una risonanza cos profonda e grave.
                                                   Direi che la coscienza artistica sia nel Leopardi
                                                   una cosa sola con la sua religione del sentimen-
                                                   to: I'una e l'altra ad un tempo .ma chi potreb-
                                                   be distinguerle?) gli fanno eliminare dai suoi
                                                   versi quelle tracce di riflessione che corrompo-
                                                   no la purezza del sentimento, come quegli
                                                   accenti troppo eloquenti, nei quali il sentimen-
a.  ~ ~11 SUO termme Una Zona Cll sUenzlo. I U~l  tO serba qualcosa di volontario e pare rivolger-
~anno amare espressioni leggermente arcaiche,
che dnno al sentimento una intonazione pi
profonda e nello stesso tempo ne attenuano la
soverchia immediatezza. Istruttivo , a questo
proposito, quando  possibile farlo, come ad
esempio, nel caso della canzone Alla sua don-
na, il raffronto fra la lezione definitiva di una
lirica con le correzioni e le varianti: facilmente
si potr constatare che in quella canzone la
quale prelude alla grande arte della maturit,
sempre alla espressione pi violenta, quella in
cui la passione vuole rivelarsi al di fuori quasi
esagerando la propria forza per essere awertita
da chi ascolta, il Leopardi preferisce espressio-
ni, a prima vista, meno intense, spoglie di valo-
re drammatico, ma ben atte a rendere quella
intima voce, che a nessun ascoltatore si rivolge
e che parla quando nel petto del poeta ogni
ribellione  stata sedata, ogni contrasto placa-
to. Cos il sentimentalismo, pericolo costante
per la poesia del Leopardi, non del tutto
superato nelle prime Canzon~, in qualche passo
degli Idilli, nel Consalvo,  vinto in questa liri-
ca, come in altre, da un religioso pudore, che
fa evitare al poeta le espressioni troppo enfati-
che a cui naturalmente tende il sentimento e
che si accompagnano in lui ad una sensibilit
singolarmente viva e pronta.

Cos come il Leopardi la intende e la descri-
ve nei passi tante volte citati, la poesia sembra
essere per sua natura qualcosa di eccezionale e
di raro, come rari e brevi sono quei momenti
nei quali, non distratti da altre cure, possiamo
ascoltare quella voce intima e solenne: n di-
versa essa risuona nei suoi canti, nei quali il
tono d'assieme ed i singoli accenti ci dnno il
senso di una voce suprema, che impreveduta
sorge e a cui non pu succedere se non il silen-
zio. Pi che altre poesie non facciano, i canti
del Leopardi ci fan sentire, sottolineando per
cos dire, alcune immagini, ponendo in riiievo
alcuni accenti, il carattere contemplativo pro-
prio della poesia: n Certo per i suoi aspetti
pittoreschi  cara la notte al Leopardi, bens
perch il silenzio notturno  come il clima idea-
le della sua poesia, che soltanto pu effonder-
si, quando l'azione o le velleit d'azione del
giorno si sono chetate e nulla pu distrarre
l'animo dall'ascoltare il suono di quell'intima
voce.

Mario Fubini

,Da G. Leopardi, Can~i, a cura di M Fubini,
Torino, Chianlore. 196~, pp 11`13 e 19201

La ~Ginestra~

Nella G~nestra si SVll~TOnf~ ni ~ n(~rt Im~n

della poetica leopardiana nata Con il PensierO
dom~nante e si attua l'estremo tentativo del Leo

pardi di portare in poesia tUtta la sUa pi
decisa esperienza e persuasione filosofica, mo

rale, estetica, di fondere l'impegno poetico e
l'annuncio di una buona e disillusa novella (al
cui valore di decisivo annUnCio il poeta volle
rimandare con l'iniziale epigrafe evan~elica: e
gli uomini prefer~rono le tenebre alla luce) attra
verso un'espressione lirica, in Una rappresenta
zione poetica della propria personalit persua-
sa e annunciatriCe e nel mito-parabola della
ginestra.

Non pi eroi della storia illustre classica:
Bruto minore o Saffo, ma un'entit naturale de-
licata e modesta, risoluta e antiretorica, che op-
pone alla violenza della natUra il sUo esistere
senza superbia e senza servilismo come l'uomo
ideale con cui il poeta si identifica in un autori-
tratto formidabile che non poteVa pi conte-
nersi nell'iconografia sonettistica di Alfieri e
Foscolo. L'uomo cosciente della sitUazione
umana, del deserto flagellato dalla natura, n
vanamente orgoglioso n vilmente implorante e
invece pronto alla compassione e alla solida-
riet nel suo mondo tutto umano, illuminato
da virt umane cui  base essenziale l'estrema
lucidit e la sincerit e la responsabilit non
inquinata da nessuna forma di retorica e di
autoinganno.

Il poeta si identifica con tutto l'uomo e con
tutti i suoi impegni e perci rifiuta ancor pi
nettamente le forme pi tradizionalmente poe-
tiche e le forme idilliche in cui si era espresso
cos altamente, ma secondo una prospettiVa
che non era quella pi urgente e complessa che
adesso lo sollecita e chiede tanto pi chiara-
mente modi nuovi e se si vuole sconCertanti
per chi abbia negli orecchi la mUsica idillica e
dietro ad essa tanta altra musica della tradizio-
ne poetica petrarchesca-tassesca-metastasiana a
cui il Leopardi idillico era stato pi aperto ed
attento.

Eppure anche questa scura e Cupa della Gi-
nestra  musica autentica, potente ed audacissi-
ma, slanciata in lunghi e articolati impeti sinfo-
nici che nascono al di l della melodia e del
canto, e si strutturano in strofe sostenUte da
uno scatto malinconico e virile che riesCe a
legar intimamente mosse energiche polemiche
e sdegnose, rappresentazioni dello sfondo de-
solato e grandioso della campagna vesuViana,
delle rovine di Pompei, di un cielo immenso e
pauroso, ed esortazioni e il messaggio della eroi-
ca e disillusa solidariet umana, proprio in
quanto esso  radicalmente un motivo lirico, il
passo lirico della personalit persuasa, e non
un astratto legame di motivi diversi e fram-
mentari .

Unitario il tema e lo spirito, unitario e coe
motivi eroici del suo animo, le pUnte estreme rente il ritmo ed il tono di questa musica no-

~ tente e seVera, e lo stesso scatto perentorio ed
r energiCo tende le strofe, le singole immagini, le
parole sempre pi nude e insofferenti di vela-
ture di sogno, le cose che si presentano nel
colore livido e Vero di oggetti scabri ed essenzia-
li: I'arida schiena del formidabil monte ster-
minator Vesvo, la qual null'altro allegra arbor

`I n fiore, la mesta landa, il flutto indura-
o, i campi cosparsi di ceneri infeconde.

Come si presentano nude ed energiche (con
lo stesso tono: ed , notoriamente, il tono che
fa la mUsica) le mosse eroiche della personalit
sdegnata contro il secol super6c e sciocco, bi-
sognosa di Una assoluta separazione di respon-
sabilit dalle illusioni ottimistiche delle magni
fiche sorti. La stessa forza con cui prima aveva
affermato la presenza e la superiorit assoluta
del pensiero d'amore poi l'invocazione della
morte, poi l'incomparabilit fra l'immagine
interna e la realt di Aspasia.

Fondamentale unit e condizione lirica ro-
mantica che corrisponde ad un uniCo tono di
rappresentazione-affermazione in cui i due ter-
mini sono inseparabili come meglio si pu in-
tendere con l'intera lettura di quel singolare
capolavoro o almeno con quella delle sue stro-
fe (la quarta) in cui il poeta dalla contemplazio-
ne del firmamento affascinata e paUrosa passa
alla constatazione della piccolezza dell'uomo e
della sua vana superbia.

Ma non si tratta, Come si potrebbe astratta-
mente pensare, e a volte si  detto per pigra
adesione alle formule pi Consuete, di Un pas-
saggio da Un momento poetiCo contemplativo
ad uno polemico prosastiCo, ch i due momen-
ti vivono dello stesso slancio e si sviluppano
con lo stesso ritmo, lo stesso aCcento, lo stesso
linguaggio e la contemplazione severa e pauro-
sa dell'infinit dei cieli non avrebbe senso poe-
tiCo in quel sUo approfondirsi e scandirsi osses-
siVo se non Vivesse liricamente Come parte di
un'Unica affermazione poetiCa, di Un unico
sentimento della sperduta esistenZa e piccolez-
za della terra e dell'uomo in Un infinito la cui
contemplazione non pU piU risolversi in estasi
idillica, ma in conclusione disperata ed eroica.
Ch se nella prima parte si pU pensare come
ad un singolare ritorno di temi da Infinito e da
Canto notturno, qUi in realt C~ tutt'altro tono:
la sicurezza di Una persUasione, che non sfugge
l'arido vero e non lo armoniZza ed attenua nel-
le domande incantevoli del Canto nottUrno, ma
lo affronta, se ne fa apostolo, ne rappresenta
liricamente tUtti gli aspetti e le conclusioni di
messaggio del poeta, Uomo tra gli Uomini.

Lo scherno e lo sdegno che anche in questo
ultimo capolavoro si esprimono Con Una singo-
lare forza di sintesi di pensiero, si cambiano--
nelle parti positiVe della Ginestra--nella sim-
patia e nella vicinanza profonda Con cUi il Leo-
esperienza vltale, rmsaldava plU tortemente I
suoi vincoli di uomo con un'umanit sobria,
eroica, antiretorica, quale egli la raffigurava nel
suo ultimo messaggio poetico.

Il quale , a chi ben lo intende, I'esito estre-
mo e coerente di uno svolgimento di poesia e
di pensiero, e di presenza totale di una perso-
nalit di cui non si capirebbe tutta la grandez-
za e tutto il significato storico (e la forza nella
nostra tradizione poetica e culturale) se non si
valutasse nel Leopardi non solo il grandissimo
poeta dell'idillio, ma anche il poeta della per-
suasione eroica. Perch solo nel complesso svi-
luppo della sua esperienza e della sua persona-
lit quale si consegn negli ultimi canti, si pu
cogliere interamente, entro e anche al di l del
puro valore poetico, tutta la grandezza del Leo-
pardi, la sua decisiva presenza nella nostra
tradizione moderna.

Infatti-- a parte ogni nostra personale e
attuale consonanza o dissonanza rispetto alle
posizioni ideologiche e spirituali del Leopardi
e alle loro possibili riprese in altre situazioni
storiche e culturali, e a parte ogni altra consi-
derazione sull'importanza e il significato che le
sue posizioni hanno nella storia del romantici-
smo europeo e nella storia del nostro stesso Ri-
sorgimento--dovr esser ben chiaro che la
sua estrema energia persuasa, la sua assoluta
sincerit il suo rifiuto di ogni compromesso e
di ogni via facile, il coraggio sofferto con cui
egli condusse sino in fondo le conseguenze del
suo pensiero e le tradusse in grande poesia,
fanno di lui una delle presenze pi alte, una
delle forze pi eccezionali nella nostra storia,
una fonte perenne di stimolo estetico e una
severa lezione umana, e, alla fine, per tutti, uno
stimolo potente alla seriet della vita e della
poesia, un profondo antidoto (come gi sent il
De Sanctis nel suo celebre saggio su Schopen-
hauer e Leopardi) contro ogni tentazione edo-
nistica e retorica, contro ogni conformismo e
opportunismo ideologico e morale, contro ogni
elusione, per debolezza o per calcolo, del no-
stro supremo dovere di essere risolutamente,
strenuamente fedeli a noi stessi, al nostro mon-
do interiore, alle nostre persuasioni, ai nostri
valori ideali. che  poi il senso pi profondo
che il Leopardi dava alla parola eroismo.

Walter Binni

Da La protes~a di Leopa,di,
Firenze, Sansoni. 1973, pp 258`263)

Conclusioni del pensiero leopardiano

Il nuovo vigore che il motivo della ratemit
umana as~llme a nartire dal Dialo.~c) di Plotinc~

r)~  rCrminf~ al~  nPa e sofferta  e J~ Porlin'o .18271, Ia nuova grande fioritura
lirica dei canti pisano-recanatesi del 28- 29,
segnano l'abbandono definitivo della morale
dell'atarassia, ma non anCora un deciso ritorno
all'interesse politico. Fu il contatto polemico
con l'ambiente cattolico-liberale, specialmente
nel secondo soggiorno fiorentino e poi nel na-
poletano, a porre dinanzi al Leopardi il proble-
ma di ristabilire, su basi neCessariamente diver-
se che nel '18-'21, Un nesso tra il proprio pessi-
mismo e un atteggiamento politico progressi-
sta.

Il cattolicesimo liberale rappresentava qual-
cosa di particolarmente awerso a tUtto il pen-
siero del Leopardi. Era il mito del progresso,
privato della Carica di lucido razionalismo che
aveva avuto nel Settecento francese e riconcilia-
to coi vecchi miti cattolici. Era l'esaltazione
delle conquiste tecnico-scientifiche (il vapore,
la diffusione rapida delle notizie: si pensi alla
satira della Palinodia) aCcompagnata per dalla
rinuncia ad una visione veramente scientifica,
cio laica, della realt. Era il cattolicesimo otti-
mista mentre il Leopardi, finch aveva creduto
di poter conciliare in qualche modo il proprio
pessimismo col Cristianesimo, aveva puntato
proprio sulla rappresentazione pessimistica che
il cristianesimo fa di questo mondo.

A un tale ambiente, gli sCritti del Leopardi,
e in particolar modo le Operette morali, erano
apparsi come l'espressione di un ateismo che
negava insieme la religione e il progresso: che
si opponeva, quindi, totalmente allo spirito
del secolo. N questi nUovi detrattori erano
puri e semplici reazionari che il Leopardi pote-
va trascurare. Stavolta le critiche venivano da
un'opinione pubblica, a sUo modo, illuminata e
progressista; e l'accusa di irreligione era (ben
diversamente dalle critiche che il Leopardi ave-
va ricevuto in occasione delle prime canzoni
patriottiche) congiunta strettamente a quella di
scarso patriottismo e di sfiducia nell'umanit

[. . .] .

Il bisogno di rispondere a qUeste accuse di
apoliticit e di egocentrismo (il proprio petto
/ esplorar che ti val? Materia al canto / non
cercar dentro te, sono le parole che il Leopar-
di mette in bocca ad uno dei suoi oppositori
nella Palinodla) Costitu certamente la spinta
decisiva per la ripresa polemica e combattiva,
per il nuovo titanismo dell'ultimo Leopardi.
Questo movente in qualche misUra esterno
dell'ultima fase del pensiero leopardiano non
toglie nulla (diversamente da come  parso a
qualch. critico, alla sua profonda sincerit e
coerenza: dimostra piuttosto la capacit del
Leopardi di reagire al nuovo clima politico-
culturale, allargando il respiro umano e sociale
del proprio pessimismo, fondando Una morale
integralmente laica e smitizzata.

Ai cc mnrC mecc(~ ideolo~ o attllato dai c~
st'ultima fase, una grandc ripresa di temi illU

ministici e materialistici. Non C  libert politi.
ca, egli afferma. senZa libert dal do~ma e dal
mito (Libert vai sognando. e serVo a Un ten~.
po / vuoi di nUovo il pensiero). E propriO
questa esigenza di smascheramento degli er.
rori barbari del cattolicesimo che fa sUperare
al Leopardi ogni residuo di dubbio sull'oppor
tunit o meno di rivelare agli Uomini il male
della condizione umana in tUtta la sUa crudez.
za: alla convinzione del valore sociale del
vero (per usare Una felice espressione del Be
rardi) il Leopardi giunge perch llesperienza
gli ha dimostrato che nell'epoca attuale il vuO
to dell'ignoranza non  riempito dalle gagliarde
e magnanime illusioni dei primitiVi, ma da Un
ibrido connubio delle deprimenti sUperstizioni
medievali con un progressismo superficiale e
falso, incapace di dare la felicit all'uomo: me

glio, allora, quella fiera compiaCenza che 
prodotta da una lucida disperazione, e che co-
stituisce, in un mondo in cui l'azione eroica 
ormai preclusa, I'ultima e paradossale formd di
virt classicheggiante. I Paralipomeni, con It.
negazione di ogni differenza qualitativa in-
superabile tra uomo e animali, con la rivendi-
cazione del Settecento empirista e antimetafisi-
co contro l'Ottocento cristianeggiante, sono la
punta estrema del progressismo ideologico leo-
pardiano.

Sul piano politico, assistiamo (accanto a un
rinvigorimento dell'awersione ad ogni posizio-
ne reazionaria e assolutista, testimoniato dai
Paralipomeni e dall'epistolario) a due suCcessivi
momenti della polemica contro i moderati cat-
tolici. Dapprima, nei primi canti dei Paralipo-
men), un recupero di motivi patriottici di stam-
po classicheggiante, con pUnte di ~enofobia
settaria e di esaltazione retoriCa della romanit
(fino alla protesta perch in Italia non si metto-
no ai bambini nomi di antichi romani, ma di
eroi barbari come Annibale o Arminio! ). E
questo, indubbiamente, il momento piU debole
della polemica leopardiana [...].

Un secondo momento  rappresentato dal
ben noto passo della Ginestra in cUi il Leopar-
di fa appello alla solidariet di tUtti gli Uomini
nella lotta contro la natura.
Nessun dubbio sulla grande potenzialit de-
mocratica di questo appello. Soltanto, bisogna
parlare appunto di potenzialit, per sottolinea-
re, accanto all'estrema apertUra e spregiudica-
tezza del discorso leopardiano, anche la sua
indeterminatezza. Non vi  traCcia in esso di
preclusioni di classe, di cautele da liberale.
anzi vi  un'esplicita esigenza di far parteCipe
della nuova morale laica tUtto il popolo ma
non c' nemmeno alcun aCcenno a Una lotta
contro l'oppressione politico-sociale, Come
IL condizione preliminare per raggiUngcre la
toli~i liberali il LeoDar~li contraDDone in C~  nl;o~ rl7inne ~f lI'iorc r~  ani~. Il Leo-
