GIACOMO LEOPARDI.

TRASCRIZIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA:
                      EZIO  GALIANO.

CONSALVO. 
Presso alla fin di sua dimora in terra, 
Giacea Consalvo; disdegnoso un tempo 
Del suo destino; or gi non pi, che a mezzo 
Il quinto lustro, gli pendea sul capo 
Il sospirato obblo. Qual da gran tempo, 
Cos giacea nel funeral suo giorno 
Dai pi diletti amici abbandonato: 
Che amico in terra al lungo andar nessuno 
Resta a colui che della terra  schivo. 
Pur gli era al fianco, da piet condotta 
A consolare il suo deserto stato, 
Quella che sola e sempre ragli a mente, 
Per divina belt famosa Elvira; 
Conscia del suo poter, conscia che un guardo 
Suo lieto, un detto d'alcun dolce asperso, 
Ben mille volte ripetuto e mille 
Nel costante pensier, sostegno e cibo 
Esser sola dell'infelice amante: 
Bench nulla d'amor parola udita 
Avess'ella da lui. Sempre in quell'alma 
Era del gran deso stato pi forte 
Un sovrano timor. Cos l'avea 
Fatto schiavo e fanciullo il troppo amore. 
Ma ruppe alfin la morte il nodo antico 
Alla sua lingua. Poich certi i segni 
Sentendo di quel d che l'uom discioglie, 
Lei, gi mossa a partir, presa per mano, 
E quella man bianchissima stringendo, 
Disse: tu parti, e l'ora omai ti sforza: 
Elvira, addio. Non ti vedr, che io creda, 
Un'altra volta. Or dunque addio. Ti rendo 
Qual maggior grazia mai delle tue cure 
Dar possa il labbro mio. Premio daratti 
Chi pu, se premio ai pii dal ciel si rende. 
Impallida la bella, e il petto anelo 
Udendo le si fea: che sempre stringe 
All'uomo il cor dogliosamente, ancora 
Che estranio sia, chi si diparte e dice, 
Addio per sempre. E contraddir voleva, 
Dissimulando l'appressar del fato, 
Al moribondo. Ma il suo dir prevenne 
Quegli, e soggiunse: desiata, e molto, 
Come sai, ripregata a me discende, 
Non temuta, la morte; e lieto apparmi 
Questo feral mio d. Psami,  vero, 
Che te perdo per sempre. Oim per sempre 
Parto da te. Mi si divide il core 
In questo dir. Pi non vedr quegli occhi, 
N la tua voce udr! Dimmi: ma pria 
Di lasciarmi in eterno, Elvira, un bacio 
Non vorrai tu donarmi? un bacio solo 
In tutto il viver mio? Grazia che ei chiegga 
Non si nega a chi muor. N gi vantarmi 
Potr del dono, io semispento, a cui 
Straniera man le labbra oggi fra poco 
Eternamente chiuder. Ci detto 
Con un sospiro, all'adorata destra 
Le fredde labbra supplicando affisse. 
Stette sospesa e pensierosa in atto 
La bellissima donna; e fiso il guardo, 
Di mille vezzi sfavillante, in quello 
Tena dell'infelice, ove l'estrema 
Lacrima riluca. N dielle il core 
Di sprezzar la dimanda, e il mesto addio 
Rinacerbir col niego; anzi la vinse 
Misericordia dei ben noti ardori. 
E quel volto celeste, e quella bocca, 
Gi tanto desiata, e per molt'anni 
Argomento di sogno e di sospiro, 
Dolcemente appressando al volto afflitto 
E scolorato dal mortale affanno, 
Pi baci e pi, tutta benigna e in vista 
D'alta piet, su le convulse labbra 
Del trpido, rapito amante impresse. 
Che divenisti allor? quali appariro 
Vita, morte, sventura agli occhi tuoi, 
Fuggitivo Consalvo? Egli la mano, 
Che ancor tena, della diletta Elvira 
Pstasi al cor, che gli ultimi battea 
Plpiti della morte e dell'amore, 
Oh, disse, Elvira, Elvira mia! ben sono 
In su la terra ancor; ben quelle labbra 
Fur le tue labbra, e la tua mano io stringo! 
Ahi vision d'estinto, o sogno, o cosa 
Incredibil mi par. Deh quanto, Elvira, 
Quanto debbo alla morte! Ascoso innanzi 
Non ti fu l'amor mio per alcun tempo; 
Non a te, non altrui; che non si cela 
Vero amore alla terra. Assai palese 
Agli atti, al volto sbigottito, agli occhi, 
Ti fu: ma non ai detti. Ancora e sempre 
Muto sarebbe l'infinito affetto 
Che governa il cor mio, se non l'avesse 
Fatto ardito il morir. Morr contento 
Del mio destino omai, n pi mi dolgo 
Che aprii le luci al d. Non vissi indarno, 
Poscia che quella bocca alla mia bocca 
Premer fu dato. Anzi felice estimo 
La sorte mia. Due cose belle ha il mondo: 
Amore e morte. All'una il ciel mi guida 
In sul fior dell'et; nell'altro, assai 
Fortunato mi tengo. Ah, se una volta, 
Solo una volta il lungo amor quieto 
E pago avessi tu, fora  la terra 
Fatta quindi per sempre un paradiso 
Ai cangiati occhi miei. Fin la vecchiezza, 
L'abborrita vecchiezza, avrei sofferto 
Con riposato cor: che a sostentarla 
Bastato sempre il rimembrar sarebbe 
D'un solo istante, e il dir: felice io fui 
Sovra tutti i felici. Ahi, ma cotanto 
Esser beato non consente il cielo 
A natura terrena. Amar tant'oltre 
Non  dato con gioia. E ben per patto 
In poter del carnefice ai flagelli, 
Alle ruote, alle faci ito volando 
Sarei dalle tue braccia; e ben disceso 
Nel paventato sempiterno scempio. 
O Elvira Elvira, oh lui felice, oh sovra 
Gli immortali beato, a cui tu schiuda 
Il sorriso d'amor! felice appresso 
Chi per te sparga con la vita il sangue! 
Lice, lice al mortal, non  gi sogno 
Come stimai gran tempo, ahi lice in terra 
Provar felicit. Ci seppi il giorno 
Che fiso io ti mirai. Ben per mia morte 
Questo m'accadde. E non per quel giorno 
Con certo cor giammai, fra tante ambasce, 
Quel fiero giorno biasimar sostenni. 
Or tu vivi beata, e il mondo abbella, 
Elvira mia, col tuo sembiante. Alcuno 
Non l'amer quanto io l'amai. Non nasce 
Un altrettale amor. Quanto, deh quanto 
Dal misero Consalvo in s gran tempo 
Chiamata fosti, e lamentata, e pianta! 
Come al nome d'Elvira, in cor gelando, 
Impallidir; come tremar son uso 
All'amaro calcar della tua soglia, 
A quella voce angelica, all'aspetto 
Di quella fronte, io che al morir non tremo! 
Ma la lena e la vita or vengon meno 
Agli accenti d'amor. Passato  il tempo, 
N questo d rimemorar m' dato. 
Elvira, addio. Con la vital favilla 
La tua diletta immagine si parte 
Dal mio cor finalmente. Addio. Se grave 
Non ti fu quest'affetto, al mio fertro 
Dimani all'annottar manda un sospiro. 
Tacque: n molto and che a lui col suono 
Manc lo spirto; e innanzi sera il primo 
Suo d felice gli fuggia dal guardo. 
