Giacomo Leopardi.
PENSIERI.
Garzanti, Milano ottobre 1985.


INDICE.

Giacomo Leopardi: la vita -  profilo storico-critico dell'autore e dell'opera (di Paolo Ruffilli).
"Un manuale per ribelli" (Introduzione di Ugo Dotti) - guida bibliografica (di Ugo Dotti).
Note all'Introduzione.

Pensieri.
Note ai "Pensieri".


GIACOMO LEOPARDI.


LA VITA E L'OPERA.

La famiglia. - Giacomo Leopardi nasce il 29 giugno 1798, a Recanati, piccolo centro dello Stato Pontificio, dal conte Monaldo Leopardi e dalla marchesa Adelaide Antici. La famiglia Leopardi  una delle prime e pi importanti del contado: possiede propriet terriere nella Marca meridionale e un grande palazzo avito in Recanati. Il patrimonio, tuttavia, male amministrato dal conte Monaldo, cattivo economo e facile alle spese, rende poco; anche perch Monaldo preferisce occuparsi di studi e si diletta nello scrivere, preso dietro a velleitarie ambizioni letterarie. Reazionario e codino, compone opere in cui si allineano, alle posizioni pi retrive, religiosit bigotta, fedelt allo Stato Pontificio, ossessione d'ordine e di conservazione, al passo con l'erudizione e la pompa formale del secolo passato. In poco tempo mette assieme, pi per esteriore prestigio che per genuine esigenze, una ricca e costosissima biblioteca, che finir con l'aprire, nel 1812, all'uso degli amici e dei concittadini influenti. Sua moglie, la marchesa Antici, preoccupata di salvaguardare il patrimonio, ne ha assunto direttamente l'amministrazione, gi prima della nascita di Giacomo. Viene descritta come donna capace, decisa, severa, poco incline alle manifestazioni di affetto, rigidamente attestata sulle medesime posizioni ideali del marito e, in particolare, di una religiosit bigotta e superstiziosa. Adelaide impone in casa, per ragioni di economia e di risparmio, una disciplina severissima; con un'austerit che deve servire a mantenere le apparenze del censo e della classe sociale cui la famiglia appartiene da generazioni.

Il paese. - Recanati, come l'intera Marca,  zona depressa e vi sopravvivono addirittura situazioni gerarchiche di specie feudale. Nel generalmente arretrato Stato Pontificio, Recanati  un'isola di arretratezza; e non solo dal punto di vista dell'economia e del lavoro. Le nuove idee, che circolano in Europa gi dal secolo precedente, tardano ad arrivare nella Marca, il clero e l'aristocrazia terriera fanno buona guardia, opponendo sorda resistenza a tutto ci che porta con s anche solo l'idea di rinnovamento, figuriamoci poi di ridistribuzione e di trasformazione dei rapporti sociali.
Sul piano culturale, le cose non vanno meglio; dove non arriva la persuasione occulta interviene la censura, che il clero sa mettere ottimamente a profitto. Contro la scienza per principio, nella Marca, trionfano l'erudizione, la vuota eloquenza, le Accademie, di cui il conte Monaldo, appunto, fornisce un buon esempio.

I fratelli. - Giacomo e i suoi fratelli (nati, di l a poco, nell'ordine: Carlo, nel 1799; Paolina, nel 1800; Luigi, nel 1804) stabiliscono precocemente tra di loro rapporti preferenziali, in una casa in cui regna un'atmosfera fredda e cerimoniosa e in cui i genitori sono quasi sempre assenti, uno chiuso nel suo studio a scrivere, e l'altra, sigillata nella sua stanza a pregare o a far conti. Soprattutto Giacomo, sensibilissimo e bisognoso d'affetto, risente di questa assenza. Si lega ai fratelli e, in particolare, a Carlo e a Paolina; fin dall'et di sei o sette anni,  l'animatore di giochi e di storie raccontate e sceneggiate, in casa o nel giardino, per interminabili giornate. Intanto, spinto dalla madre sulla strada di una religiosit morbosa,  ossessionato da paure e incubi dell'aldil e dell'inferno.

L'inizio degli studi. - A partire dal 1807, insieme a Carlo e a Paolina, Giacomo viene affidato a don Sebastiano Sanchini, scelto come precettore di casa; ma, gi dopo un anno, si rende autonomo e si getta in uno studio matto e disperatissimo, come scriver pi tardi. Rimane ore e ore chiuso nella biblioteca paterna a leggere e a meditare. A spingerlo nell'impresa, all'inizio,  un'ansia vivissima di acquistarsi l'affetto e l'approvazione del padre; il quale naturalmente,  lusingato: approva, nell'ombra, e non interviene a salvare Giacomo, che si va rovinando irreparabilmente la salute sui libri.

L'identificazione con il padre. - In una identificazione assoluta con la figura del padre fino al 1815, Giacomo compie studi eruditi, disordinati e vari, che spaziano in settori diversi del sapere, secondo un gusto enciclopedico di moda. Affronta letture di vario genere, studia il latino, il greco, l'ebraico, il francese e altre lingue moderne, coltiva interessi filologici, con traduzioni e commenti ai classici pi famosi; intraprende studi di geografia e di astronomia, di scienze naturali. Alcuni di questi studi si concretizzano in operette riassuntive: nel 1813, scrive la "Storia dell'astronomia"; nel 1815, il "Saggio sopra gli errori popolari degli antichi"; nel 1816, le "Notizie istoriche e geografiche sulla citt e chiesa arcivescovile di Damiata".

I primi componimenti poetici. - Intanto, ha cominciato a scrivere in versi; ha una facilit notevole a mettere in versi qualsiasi cosa, favorita dall'abitudine precocissima a tradurre molto e di poesia. Si esercita sui classici, ma d anche fondo al suo senso del ritmo e al suo spirito ironico in componimenti domestici: scherzi, filastrocche, dedicatorie ai fratelli, in cui usa tutto l'armamentario della poesia ufficiale e accademica a fini comici. Nel 1809, a undici anni, dopo aver letto Omero, compone il sonetto "La morte di Ettore"; nel 1810, compone il poemetto "I Re Magi"; del 1811,  la tragedia "La virt indiana"; del 1812, sono la tragedia "Pompeo in Egitto" e gli "Epigrammi", accompagnati da una Introduzione in prosa. E, nel frattempo, coltiva anche la prosa: in sermoni su argomenti religiosi da pronunciare in chiesa, dissertazioni di argomento filosofico, orazioni fittizie. Nel 1811, scrive le "Dissertazioni filosofiche"; nel 1815, l'orazione "Agli Italiani per la liberazione del Piceno". Quanto poi alle traduzioni,  del 1811, a tredici anni, l'"Arte poetica di Orazio travestita in ottava rima"; nel 1815, traduce il poeta greco Mosco e la "Batracomiomachia".
Sono gli anni in cui completa  la coincidenza di idee e di modi tra Giacomo e Monaldo: erudizione, accademismo, fedelt ai dogmi della chiesa, conservatorismo retrivo, atteggiamento politico antiunitario e antirisorgimentale. E' l'identificazione che d a Giacomo l'illusione di mantenere vivo il rapporto con suo padre; cos come, per altra via, la religiosit, vissuta in maniera sofferta, si  rivelata per lui l'unico legame diretto con sua madre.

La conversione letteraria. - Ma la crisi  nell'aria e, tra il 1815 e il 1816, matura in quella che lo stesso Leopardi ha chiamato la sua conversione letteraria; concretamente cio verificabile nel passaggio dagli studi eruditi agli studi letterari, dalle nozioni al bello. E questa conversione  favorita dalla lettura dei classici, che gli rivelano il salto di qualit e di sostanza tra una poesia interiormente vissuta e un gusto poetico della tradizione retorica, vuoto e insulso. Il 1816  l'anno delle molte traduzioni importanti: il primo libro dell'"Odissea", il secondo dell'"Eneide", il "Moretum" pseudovirgiliano. Intanto, ha inviato allo Spettatore italiano e straniero il "Saggio di traduzione dell'Odissea", che esce in due puntate e suscita l'interesse dell'editore Stella, che di l a poco fa visita a Giacomo in Recanati, ponendo le basi di future collaborazioni. E, sempre nel 1816, Leopardi compone, in doppia redazione greca e latina, i calchi alessandrini dell'"Inno a Nettuno" e delle "Odae adespotae". La frequentazione dei classici fa scattare in Giacomo un'adesione assoluta alla poesia come pura rappresentazione; interviene addirittura nella polemica intorno al romanticismo, che arriva a Recanati attraverso rare riviste, e indirizza alla Biblioteca Italiana una "Lettera" in risposta all'intervento della de Stal, che esortava gli scrittori italiani ad abbandonare la tradizione e a leggere e a tradurre gli stranieri. Lettera non pubblicata dalla rivista e in cui Leopardi rifiuta la proposta della de Stal delle traduzioni, insistendo sul fatto che la poesia non nasce dalla cultura e dallo studio degli autori ma da un impulso sovrumano.
Al 1816 risalgono due importanti prove poetiche: nella primavera, l'idillio "Le rimembranze", rimpianto per una vita che si va spegnendo al suo primo apparire, e, nel novembre, "Appressamento della morte", cantica in terza rima, una visione della propria morte ispiratagli dalle precarie condizioni dl salute.

La malattia. - Leopardi  malato seriamente: una grave forma di scoliosi, febbri ricorrenti che insidiano il gi debole stato del suo fisico, la vista che si sta spegnendo. La solitudine di Giacomo  assoluta: non ha amici n conoscenti, nel paese; l'isolamento  grande anche dentro casa. I gi formali rapporti con il padre si fanno pi precari e tormentati, per il suo progressivo distacco dai modelli che implicitamente Monaldo imponeva. L'unico conforto  l'avvio, a partire dal 1817, di una corrispondenza con Pietro Giordani, che diviene suo interlocutore preferenziale. Al Giordani, Leopardi espone progetti e chiede consigli; a lui invia note e versi in visione. Gli manda, per esempio, il secondo libro dell'"Eneide" appena finito di tradurre. Col Giordani, si lamenta dell'isolamento della Marca, della mancanza di libri e di riviste, della grettezza e dell'ignoranza della gente di Recanati. E, intanto, anche su indicazione o per l'invio di Giordani, Giacomo  venuto leggendo molti moderni: l'Alfieri, il Monti, il Parini, il Foscolo, Chateaubriand, Byron, il "Werther" di Goethe, Madame de Stal, gli scritti del Di Breme, del Berchet e della cerchia del Conciliatore. Letta con emozione l'autobiografia dell'Alfieri, compone il sonetto "Letta la vita dell'Alfieri".

L'amore per la cugina. - A turbare Giacomo interviene il brevissimo passaggio da Recanati della cugina Gertrude Cassi, per la quale egli scrive in breve spazio di tempo il componimento "Il primo amore" e il "Diario d'amore" (o "Memorie del primo amore"), annotazioni in prosa dei sentimenti di una passione non nutrita d'altro che di ricordanza e d'immagini.
Entro l'anno, scrive gli eleganti "Sonetti in persona di ser Pecora fiorentino beccaio" e traduce la "Titanomachia" di Esiodo, che pubblica sullo Spettatore italiano e straniero dell'editore Stella.

La conversione  politica. - Il 1818  un anno particolarmente inquieto e tormentato, per le malandate condizioni di salute, per l'insofferenza crescente nei confronti di Recanati e della sua stessa famiglia, per le aspirazioni al rinnovamento che ormai si sono impossessate del giovane ventenne. E' l'anno della cosiddetta conversione politica; con la presa di distanze dalle tesi reazionarie paterne espresse nell'orazione "Agli Italiani", con il riconoscimento incondizionato all'azione intrapresa dalla borghesia per il processo di unificazione dell'Italia. Nell'autunno, nascono le prime canzoni: "All'Italia" e "Sopra il monumento di Dante". Intanto, progetta di fuggire da Recanati, credendo di trovare altrove, e soprattutto a Roma, quel che a Recanati gli manca. Lo viene a trovare il Giordani e la visita rafforza in lui il proposito di lasciare Recanati, viste anche le promesse di aiuto dell'amico. Va registrando, gi a partire dal 1817, tutte le riflessioni e i progetti nelle pagine dello "Zibaldone".

Il Discorso poesia romantica. - Scrive, nell'inverno, il "Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica", quasi in risposta all'opuscolo del Di Breme sul "Giaurro" del Byron, e ribadisce la sua posizione polemica nei confronti dei romantici. I romantici, secondo il Leopardi, tendono a spiritualizzare ci che dovrebbe essere oggetto sensibile nella poesia e, pensando di fondare tutto sul sentimento, riducono invece tutto al patetico; l'ufficio della poesia  l'imitazione della natura, che  oggetto sensibile e immutabile, e il suo fine  il diletto, attraverso le illusioni che essa crea; e non per mezzo della verisimiglianza sostenuta dai romantici. L'imitazione degli antichi non  una ripetizione di modelli, ma la reinvenzione di un rapporto incontaminato e fanciullesco con la natura, ispirato all'ingenuit e lontano dalla ragione che riempie la poesia moderna.

La conversione filosofica. - E' venuta maturando nel tempo, attraverso il distacco dalla religione e l'adesione alle tesi materialistiche del meccanicismo, quella conversione filosofica del Leopardi che culmina, nel 1819, nel passaggio dal bello al vero: la scoperta del solido nulla che la ragione consegna all'uomo, cancellando qualsiasi possibilit per lui di essere felice. E' una conversione che ha conseguenze enormi anche relativamente allo stesso concetto di poesia che il Leopardi aveva, fino a correggere alcune tesi espresse nel "Discorso": che la poesia d'immaginazione non pu che essere degli antichi e la poesia moderna  poesia sentimentale, in cui non si pu fare a meno del ragionamento e della filosofia.

Nel 1819, Leopardi compone i due idilli: "L'infinito", raro momento di serenit nella sua produzione poetica e "Alla luna"; e le canzoni mai pubblicate: "Per una donna inferma di malattia lunga e mortale" e "Nella morte di una donna fatta trucidare col suo portato dal corruttore per mano ed arte di un chirurgo", l'abbozzo della "Telesilla" e "Odi", "Melisso", ispirato alla poesia pastorale e agli idilli di Mosco.

Il tentativo di fuga da Recanati. - Nel luglio, il tentativo di fuga da casa con meta Roma viene scoperto e sventato, i rapporti con il padre si irrigidiscono ancora di pi. Giacomo si sente ormai in una prigione da cui non potr mai evadere, la famiglia non intende fornirgli i mezzi per allontanarsi da Recanati. I dolori fisici sono riacutizzati, in questo periodo, da una malattia agli occhi che si rivela sempre pi inguaribile. Il suo pessimismo si accentua; la sepoltura di vivi a cui si sente condannato, tuttavia,  a tratti illuminata dall'illusione di una terra piena di meraviglie che lo aspetta, fuori di Recanati, e dal sogno crescente di una gloria che riscatti sofferenze e privazioni che ora patisce.
Il 1820  un anno di meditazioni e di messe a punto. Leopardi, in atteggiamento sempre pi critico nei confronti del mondo contemporaneo, sviluppa l'idea di una contrapposizione tra gli antichi, capaci di eroismo, e i contemporanei, morti a qualsiasi virt. Il percorso di questo progressivo spegnersi di ogni voce alta e netta, fino al contemporaneo secol morto,  svolto nella canzone "Ad Angelo Mai", scritta nel gennaio. E di tale periodo  anche, quasi sicuramente, l'idillio "La sera del d di festa", con la sua nostalgia del mondo antico immessa in uno di quei quadri notturni sentimentali del poeta dominato dalla considerazione di come tutto passi rapidamente senza lasciare traccia. E, nell'anno, lavora gi all'idillio "Il sogno", che testimonia di quell'alternarsi di disperazione e speranza in cui vive Giacomo, nell'intermittente e dolorosissimo dubbio di stare consumando invano la sua giovinezza; tema che diventer dominante di l a qualche anno.

I primi progetti delle Operette morali. - Del 1820 sono anche i primi progetti e i primi appunti di quelle che in seguito, con altre scelte di personaggi, saranno le "Operette morali"; scrive la "Novella. Senofonte e Niccol Machiavello", il "Dialogo... Filosofo greco", "Murco senatore romano", "Popolo romano", "Congiurati". Tra il 1820 e il 1821, compone il "Dialogo tra due bestie, p.e. un cavallo e un toro" e il "Dialogo di un cavallo e un bue". Forse,  del 1820 anche il "Frammento sul suicidio".

Le canzoni filosofiche. -  Nel 1821, Leopardi compone alcuni dei suoi discorsi filosofici in versi, le canzoni: "Nelle nozze della sorella Paolina", "A un vincitore nel pallone" e, in dicembre, il "Bruto minore", nelle quali ritornano il richiamo alla vitalit eroica del passato e il monito a farla rivivere nel presente, ma in cui si pronuncia anche la prima battuta d'arresto per le illusioni, quella della disperazione, in Bruto che deve riconoscere vana perfino la virt.
Nell'anno, finisce "Il sogno" e scrive, probabilmente, un altro idillio: "La vita solitaria", giocato tra riferimenti letterari e motivi autobiografici.
Del 1821, probabilmente,  anche il "Dialogo Galantuomo e Mondo".

Alla Primavera, Inno ai Patriarchi, Ultimo canto di Saffo. - Del 1822, sono "Alla Primavera o delle favole antiche" (gennaio) e l'"Inno ai Patriarchi" (luglio), in cui vivono il rimpianto per la natura primitiva e il riecheggiamento accorato di quella capacit immaginativa che era propria degli antichi, all'epoca della giovinezza del genere umano e l'"Ultimo canto di Saffo" (maggio), ancora sulla disperazione, di chi si sente escluso ingiustamente dalla bellezza e dalla felicit della natura. Leopardi compone anche la prosa: "Comparazione delle sentenze di Bruto minore e di Teofrasto vicini a morte" e traduce, intanto, dal latino l'opera del Combefis "Il martirio de' Santi Padri del monte Sinai e dell'eremo di Raitu" eccetera.

Il soggiorno romano. - Nel frattempo, il padre ha deciso di lasciar partire Giacomo per Roma, ove sar ospite in casa dello zio, marchese Carlo Antici. Pieno di speranze e di progetti, il poeta parte per Roma il 17 novembre e vi rester fino al 3 maggio dell'anno successivo.
L'esperienza romana  per Leopardi una delusione clamorosa: lo infastidisce la citt, grande e rumorosa, sporca e poco sicura; lo scandalizzano la corruzione e l'ipocrisia della curia; lo indignano l'ignoranza e l'abulia della societ aristocratica; lo amareggia l'insulsaggine dei letterati, fermi ancora all'Arcadia. Uniche consolazioni sono la visita ai luoghi cari al Tasso (e sulla quercia al Gianicolo si commuove come raramente gli era capitato) e la frequentazione, e in qualche caso l'amicizia, di Angelo Mai, del Niebuhr, del Bunsen, dello Jacopssen.
Un altro aspetto di Roma colpisce Leopardi, fino a traumatizzarlo addirittura: il grande numero di donne che pratica la prostituzione, per di pi nella capitale del Cristianesimo. E' una scoperta che mette in crisi la sua figurazione idealizzata della donna e accentua quel suo misoginismo che nasceva dal sentirsi o immaginarsi fisicamente rifiutato. Tornato a Recanati, traduce la "Satira di Simonide sopra le donne" e scrive, per contro, la canzone "Alla sua donna", consegnandosi definitivamente all'idealizzazione di quella donna che non si trova, secondo le sue stesse parole.

L'accentuarsi del pessimismo. - Il soggiorno romano accentua il pessimismo del Leopardi, infrangendo la speranza di trovare fuori quella felicit che gli era sembrata irrealizzabile a Recanati. Il ritorno a casa coincide con un periodo di riflessione e di letture filosofiche, dall'atomismo all'illuminismo materialistico di un d'Holbach. Varia, via via, l'atteggiamento di Giacomo nei confronti della natura: dal riconoscimento rousseauiano della felicit di natura che l'uomo perde allontanandosi progressivamente dalla condizione originale, alla dichiarazione di responsabilit della natura nell'infelicit dell'uomo, al superamento del rapporto-contrasto tra i termini felicit e natura in una visione meccanicistica dell'universo in cui l'uomo, al pari di tutti gli altri esseri animati e inanimati, subisce le conseguenze di causa-effetto di una materia che sordamente si muove e opera alla propria conservazione. La storia di questo diverso atteggiamento  fedelmente registrata, nei suoi sviluppi e nelle sue contraddizioni, sulle pagine dello "Zibaldone" e, partendo di l, riproposta con intendimenti artistici nelle "Operette morali", alla composizione delle quali Leopardi attende durante il 1824.

Nello stesso anno scrive il "Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'Italiani", sulla decadenza intellettuale e morale dell'Italia dopo la breve luce del Rinascimento, e pubblica, a Bologna, un opuscolo con le prime dieci "Canzoni" accompagnate dalle "Annotazioni". Dalla fine del 1824 e per tutto l'anno successivo, Giacomo si dedica alla traduzione di scritti greci, dalle operette di Isocrate al "Manuale" di Epitteto.

A Bologna e Milano. - Nel luglio del 1825, Leopardi riparte da Recanati;  invitato a Milano dall'editore Stella, che gli offre di sopraintendere a una nuova edizione delle opere di Cicerone. Fa tappa a Bologna, dal 17 al 27 luglio, e qui rivede il Giordani e conosce il Brighenti, direttore della rivista Il caff di Petronio, sulla quale  invitato a pubblicare la poesia "Il sogno". A Milano, attraverso l'editore Stella ed altri nuovi amici, conosce Vincenzo Monti e l'abate Cesari, esponente del pi rigido purismo nella questione della lingua letteraria. E' un periodo di qualche euforia, di fronte soprattutto al progetto di potersi mantenere da solo fuori dl Recanati; ma la salute  incerta e il poeta si stanca per un nonnulla.

Dell'autunno  il "Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco", pensato come operetta, ma poi escluso dalle edizioni curate direttamente dal Leopardi.

Ancora a Bologna. - Il piacevole soggiorno bolognese convince il Leopardi a fermarsi di nuovo a Bologna, al ritorno da Milano il 29 settembre, e il poeta rimane nella citt emiliana fino al novembre dell'anno successivo. Qui, frequenta il Brighenti, diventa amico del conte Carlo Pepoli,  ricevuto in casa del medico Giacomo Tommasini, dove si fa due ferventi ammiratrici nelle persone della signora Antonietta Tommasini e di sua figlia Adelaide. Si invaghisce della gentildonna Teresa Carniani Malvezzi, che si diletta a scriver versi, e si crede dapprincipio ricambiato da lei. Intanto, lavora all'edizione delle opere ciceroniane per l'editore Stella e, per lo stesso, cura un commento alle "Rime" del Petrarca. Scrive, nel marzo, l'"Epistola al conte Carlo Pepoli" in versi, per l'Accademia dei Felsinei, e nell'estate, pubblica un'edizione dei suoi "Versi". Ritorna a Recanati l'11 novembre.

Le Cretomazie. La conoscenza di Antonio Ranieri. - A Recanati, lavora alle due "Crestomazie" della prosa e della poesia italiana che si  impegnato a fare per l'editore Stella gi l'anno prima. Ma si stanca presto del suo borgo selvaggio, dove si sente isolato e per nulla apprezzato, e decide di tornare a Bologna, il 26 aprile del 1827, dagli amici che lo stimano e lo esortano a lavorare. A Bologna conosce l'esule napoletano Antonio Ranieri; frequenta i letterati Pepoli e Papadopoli; riprende a visitare casa Tommasini. Nel giugno del 1827, contemporaneamente ai "Promessi sposi" del Manzoni, esce a Milano l'edizione delle "Operette morali", che il Leopardi aveva consegnato allo Stella.

Il 21 giugno il poeta si trasferisce a Firenze, dove viene a contatto con il gruppo della rivista Antologia; conosce e frequenta il Vieusseux, il Capponi, il Montani, e altri esuli napoletani gli presenta il Ranieri: il Colletta, Poerio, Troya. Conosce Niccol Tommaseo, che gli sar sempre ostile e che, partendo dalle sue convinzioni cattoliche, opponeva il pi netto rifiuto ai contenuti negativi delle "Operette morali", pur definendole il libro meglio scritto del secolo nostro. Attraverso il Vieusseux, Leopardi incontra il Manzoni, che rester sempre sordo al mondo e alla voce del poeta di Recanati; e conosce Stendhal.

Altre due operette. - Nel 1827, Leopardi compone altre due operette, che entreranno nell'edizione postuma del 1845, il "Dialogo di Plotino e di Porfirio" e "Il Copernico", e compila l'"Indice del mio Zibaldone".
Il primo novembre, il poeta si trasferisce a Pisa, per superare l'inverno a un clima pi mite di quello di Firenze e pi adatto alle sue malconce condizioni di salute.

A Pisa. - Il soggiorno di Pisa, nella dolce misura di questa citt compostamente classica e insieme incantata e magica, appare agli occhi del Leopardi come il periodo pi sereno e felice della sua esistenza. Giacomo sente rinascere in s quel sentimento poetico che si traduce immediatamente nella esemplare canzonetta "Il risorgimento", scritta a distanza di ben due anni dall'epistola in versi al Pepoli, tra il 7 e il 13 aprile del 1828, e, di l a poco, nell'intenso idillio "A Silvia", rievocazione della propria giovinezza perduta nella figurazione di un fantasma femminile. Del febbraio,  un epigramma giocoso, "Scherzo", sulla mancanza di stile nella poesia moderna.
A Pisa, lo raggiunge la notizia della morte precoce del fratello Luigi, appena ventiquattrenne.

A Firenze. -  In giugno, Leopardi torna a Firenze e vi resta fino a novembre. Conosce Vincenzo Gioberti e stringe amicizia con lui; e con Gioberti il poeta rientra a Recanati, costretto a tornare dalle sue aggravate condizioni di salute e dal fatto che, non potendo lavorare e non ricevendo pi l'assegno dall'editore Stella, non ha i soldi per mantenersi fuori.

Il ritorno a Recanati . - Il ritorno a Recanati, dove Leopardi si fermer un anno e mezzo, ha effetti contrapposti: sofferenza e rassegnazione, disperazione e dolce malinconia. Sedici mesi di notte orribile definisce il poeta il suo soggiorno recanatese; un periodo di estraneit rispetto alla famiglia e al paese e al ripiegamento su se stesso e sui fantasmi di un passato rievocato con la disperazione di chi sente ogni cosa come irrimediabilmente perduta. E' un circolo chiuso dal quale il Leopardi desidera uscire e, per questo, scrive agli amici chiedendo di trovargli un lavoro che possa portarlo fuori di Recanati e salvarlo dalla desolazione. E gli amici si danno da fare: il Tommasini gli procura una cattedra di mineralogia e zoologia all'universit di Parma, ma la materia  troppo distante dagli interessi del poeta e, per di pi, il compenso  misero; Bunsen, ministro prussiano fondatore a Roma dell'Istituto Archeologico, gli fa balenare la possibilit di una cattedra a Bonn o a Berlino, ma il clima tedesco  assolutamente inadatto alla salute del Leopardi; il Capponi cerca di fare attribuire alle "Operette morali" un premio di mille scudi istituito dall'Accademia della Crusca per un'opera di grande valore letterario pubblicata nell'ultimo quinquennio, ma la giuria d la sua preferenza alla "Storia d'Italia" di Carlo Botta; il Colletta gli offre, a nome degli amici di Toscana (a titolo di dono anonimo o, se preferisce, come prestito da restituire magari con i proventi di un'edizione dei "Canti"), un assegno che gli avrebbe permesso di vivere un anno fuori Recanati senza problemi, ma Giacomo rifiuta, chiedendo piuttosto che gli si trovi il lavoro anche pi umile per mantenersi.

I grandi idilli. - In questo stato d'animo sofferto e combattuto, tra l'agosto e il settembre del 1829, nascono alcuni dei maggiori idilli: "Le ricordanze", "La quiete dopo la tempesta", "Il sabato del villaggio", in cui si pronunciano la consapevolezza della giovinezza perduta, la certezza della vanit del tutto, la denuncia dell'inesistenza del piacere, figlio d'affanno o di speranza. E, nell'ottobre, viene iniziato il "Canto notturno di un pastore errante dell'Asia", contemplazione disperata di un mondo senza ragioni e senza fine, proiettato nel vuoto; canto che il poeta finir nell'aprile del 1830.

Di nuovo a Firenze. - Deciso a partire comunque da Recanati e non trovando nient'altro di meglio, alla fine Leopardi accetta la pro posta del Colletta, fatta a nome degli amici di Toscana. Fa tappa a Bologna, dal 3 al 9 maggio del 1830; poi raggiunge Firenze. Qui, conosce Fanny Targioni Tozzetti e si innamora di lei, non ricambiato. In settembre rivede Antonio Ranieri e stabilisce con lui una pi stretta amicizia; tra l'altro, il Ranieri, in intimit con la Targioni Tozzetti, fa da buon intermediario tra i due, contribuendo non poco a contenere la cocente delusione di Giacomo. In ottobre, conosce il filologo svizzero Luigi de Sinner, con il quale mantiene frequenti contatti epistolari.

Il passero solitario. - Probabilmente, nel 1830, il Leopardi compone l'idillio "Il passero solitario", su appunti preesistenti, e comincia a scrivere i "Paralipomeni della Batracomiomachia", ripresa della polemica contro il secol morto e la corrotta e decaduta societ italiana, in forma di satira sugli effetti barbari della Restaurazione e sull'inconsistenza e dannosit dei movimenti liberal-moderati. A seguito dei moti rivoluzionari che da Modena si sono propagati al resto dell'Emilia e nei territori marchigiani dello Stato Pontificio, a Bologna viene creato un governo provvisorio e Leopardi viene nominato deputato all'assemblea nazionale dal Pubblico Consiglio di Recanati. Non fa neppure in tempo ad accettare la nomina: l'intervento degli austriaci ristabilisce il vecchio ordine.

La prima edizione dei Canti. - A Firenze, nell'aprile del 1831, esce la prima edizione dei "Canti", portata a compimento dal Leopardi con l'intenzione di ripagare con i proventi il debito nei confronti degli amici di Toscana.

Con Ranieri a Roma. - Nell'ottobre, Leopardi e Ranieri, che ormai hanno stretto un sodalizio, si recano a Roma, per passare l'inverno a un clima pi mite e per cercare, eventualmente, qualche incarico o lavoro. Leopardi, infatti,  ridotto alla miseria e gli pesa dover accettare aiuti e prestiti dagli amici. Studia modi per raccogliere un po' di denaro, ma la speranza di ricavare qualcosa dai suoi vecchi lavori filologici, consegnati al de Sinner, va delusa e l'idea di fare, quasi interamente da solo, un giornale, "Lo spettatore fiorentino", sul quale vivere, si arresta di fronte al sospetto della burocrazia del Granducato.

Con Ranieri a Firenze. - Nel marzo del 1832, Leopardi e Ranieri tornano a Firenze. Nel luglio, Giacomo, dopo alcune richieste, ottiene dal padre la concessione di un mensile, a dire il vero assai modesto, ma che lo solleva almeno dai bisogni pi urgenti e immediati. La soluzione di questo sussidio, tuttavia, umilia il poeta, che decide in cuor suo di non rimettere mai pi piede nell'avito palazzo dei conti Leopardi e nell'odiata Recanati, sepolcro di vivi, come la chiamava. E, ci nonostante, Giacomo continuer a scrivere a suo padre, non soltanto con deferenza, ma con sincero affetto; a dimostrazione della complessit del rapporto che lo legava al padre. Un rapporto di odio-amore, identificazione-rifiuto, abbandono-cancellazione che attraversa l'intera vicenda del Leopardi e che si risolve, alla fine, nell'adesione sentimentale, nella scelta del legame di sangue; mentre il conte Monaldo persiste fino in fondo, nella sua freddezza, nel suo sostanziale disinteresse, vinto per di pi da gelosie e travolto dalla pi assoluta disapprovazione nei confronti del figlio. Disapprovazione che pu essere riassunta nel gesto, esemplarmente indicativo, di chiudere le "Operette morali" nel settore dei libri proibiti della sua biblioteca di casa.

Le due ultime operette. - Nel 1832, Leopardi compone il "Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere" e il "Dialogo di Tristano e di un amico", le due ultime operette; nel dicembre, dopo aver ormai cessato di annotare sullo "Zibaldone", si dedica alla stesura dei centoundici "Pensieri", che sono la summa della sua riflessione filosofica, decantata in una cristallina gnomica della negazione e del nulla. Leopardi , a questo punto, nella posizione lucidamente illuministica e quasi distaccata in cui rappresenta il suo Tristano, mentre guarda intrepidamente il deserto del mondo e, maturo alla morte, continua a denunciare gli inganni dell'intelletto, cos come a spendere qualche parola in difesa di quegli errori dell'immaginazione alla cui eroica inutilit sente, in fondo, di votarsi.
Mancano poco pi di quattro anni alla morte, ma Leopardi, tormentato dai suoi patimenti fisici giornalieri e incurabili, se la augura di giorno in giorno. Anche il clima di Firenze  divenuto insopportabile per lui e, per evitare di passare con conseguenze peggiori un altro inverno nella citt, insieme a Ranieri parte per Roma. Di l, dopo breve sosta, Leopardi e Ranieri raggiungono Napoli, per stabilirvisi definitivamente nell'ottobre del 1833.

Con Ranieri a Napoli. - Antonio e sua sorella Paolina assistono amorevolmente Giacomo, che dapprincipio risente favorevolmente dell'ottimo clima partenopeo. L'atmosfera di Napoli non gli dispiace, anche se, culturalmente parlando, lo infastidiscono le tendenze idealistiche e cattoliche che dominano la citt. Frequenta amici vecchi e nuovi: Poerio e Troya, conosciuti a Firenze, il purista Basilio Puoti, maniaco dei sinonimi anche nel parlare comune e quotidiano al punto di ripetere tutto sempre in due o tre modi; il poeta tedesco von Platen, vicino al Leopardi per la comune ostilit nei confronti delle componenti mistiche e spiritualistiche del romanticismo, l'archeologo Schulz; quel Bunsen che, conosciuto a Roma, gli aveva procurato l'offerta di una cattedra in Germania.

Il ciclo di Aspasia. - Tra il 1833 e il 1835, Leopardi attende alla composizione del cosiddetto ciclo di Aspasia; i canti cio ispirati al poeta dall'amore per Fanny Targioni Tozzetti. "Consalvo", probabilmente,  della primavera del 1833 e apre il ciclo delle poesie per Aspasia, sia pure in chiave pi romantica rispetto agli altri componimenti, che sono in parte o del tutto successivi: "Il pensiero dominante" (1831-1835), "Amore e morte" (1831-1835), "Aspasia" (1833-1835), "A se stesso" (1835), caratterizzati da una lucida e desolata considerazione, attraverso l'infelice passione per Aspasia-Fanny, dell'infinita vanit del tutto, del potente inganno di quell'amore che rilancia l'uomo verso una vita che si rivela per, inequivocabilmente, amaro e noia.

Nel 1834, a Firenze, esce la seconda edizione delle "Operette morali", presso l'editore Piatti; oltre alle venti operette della raccolta pubblicata da Stella, questa nuova edizione contiene il "Dialogo d'un venditore d'almanacchi e di un passeggere" e il "Dialogo di Tristano e di un amico", ed  corredata delle "Note".

L'edizione napoletana dei Canti. -  Nel 1835, appare l'edizione napoletana dei "Canti", presso l'editore Stanta, e per la prima volta vi compaiono, oltre ai componimenti del ciclo di Aspasia, "Il passero solitario", le canzoni "Sopra un bassorilievo antico sepolcrale" e "Sopra il ritratto di una bella donna" (composte tra il 1831, data dell'edizione fiorentina dei "Canti", e il 1835) e la Palinodia Al marchese Gino Capponi" (anch'essa composta tra il 1831 e il 1835).

La censura borbonica sulle Operette. -  Nel gennaio 1836, il primo volume della nuova edizione napoletana delle "Operette morali" viene sequestrato dalla censura borbonica, e viene cos a cadere il progetto di pubblicazione dell'intera opera leopardiana presso l'editore Stanta. Leopardi, rattristato e risentito, compone probabilmente in questa occasione il capitolo "I nuovi credenti", satira irridente contro gli spiritualisti napoletani; frutto di quella stessa polemica che ispirava al poeta, quasi contemporaneamente, la caricatura del mondo contemporaneo e dei suoi sogni di progresso, nella "Palinodia", e che gli aveva ispirato, in passato, l'attacco contro le barbarie della Restaurazione, nei "Paralipomeni" terminati proprio in questo periodo e pubblicati postumi dal Ranieri nel 1842 a Parigi.

La casa alle falde del Vesuvio. - Nell'aprile del 1836, Leopardi e Ranieri si stabiliscono tra Torre del Greco e Torre Annunziata, in una villetta ai piedi del Vesuvio. Leopardi, la cui salute  sempre pi incerta, ha bisogno di un'aria pi asciutta e quella delle falde del Vesuvio, impregnata delle esalazioni vulcaniche,  per di pi curativa di quell'asma che lo opprime insieme a ricorrenti bronchiti e a dolori reumatici. Nella villetta alle pendici del Vesuvio, Leopardi compone entro l'anno "La ginestra", suo testamento poetico, e "Il tramonto della luna", che saranno pubblicate soltanto postume, nell'edizione fiorentina del 1845 delle "Opere" curate dal Ranieri presso Le Monnier.

La morte. - Nel 1837, a Napoli scoppia un'epidemia di colera. Leopardi non se ne d cura; preso tra continui malesseri, i suoi ricorrenti fastidi, non rispetta le prescrizioni mediche e si abbandona a eccessi e abusi di gelati e di dolci. Improvvisamente, il giorno 14 giugno del 1837, d segni di aggravamento repentino e muore nel giro di poche ore, assistito dal Ranieri, da sua sorella Paolina e dal medico inutilmente accorso al capezzale. Viene sepolto nella chiesetta di San Vitale a Fuorigrotta; nel 1838 le ossa vengono traslate a Mergellina (anche se, a una successiva ricerca, non sono state ritrovate; avvalorando l'ipotesi che fossero state fin dall'inizio inumate in una fossa comune, a causa del colera).
     PAOLO RUFFILLI


UN MANUALE PER RIBELLI.
(Introduzione di Ugo Dotti - guida bibliografica).


LA GENESI DEI PENSIERI.

Sono nato ad amare, ho amato e forse con tanto affetto quanto pu mai cadere in anima viva: cos Leopardi, in una battuta del "Dialogo di Timandro e di Eleandro", conclusivo dell'edizione del '27, prefazione e apologia del libro come ebbe a scrivere allo Stella (1), congedava le sue "Operette morali". Quando poi, forse nell'ultimo periodo napoletano o forse prima (2) pens di dar vita a una raccolta di "Pensieri", di "Penses sur les caractres des hommes et sur leur conduite dans la Socit" (3), stendendo il primo, dichiarava: La mia inclinazione non  stata mai di odiare gli uomini, ma di amarli. Nell'un caso e nell'altro era la solenne e un po' risentita riaffermazione di un sentimento suo proprio e naturalmente profondo, cos come l'aveva gi espressa, a tacer d'altro, all'amico e maestro Pietro Giordani, il 17 dicembre 1819, poco dopo la fallita fuga da Recanati: Credeva che la facolt d'amare... fosse spenta nell'animo mio. Ora mi accorgo... ch'ella ancor vive ed opera.
Amore per gli uomini, dunque; eppure, tanto nelle "Operette" quanto nei "Pensieri" c' la loro fustigazione, l'aspra censura dei loro comportamenti, la denuncia senz'appello della loro debolezza e vilt, il loro disprezzo e, in opposizione, l'aperta affermazione del proprio personale vigore e delle proprie personali verit. Occorre comunque credere al poeta, che ribad sempre, al di l delle delusioni patite e, soprattutto, della realt delle cose, la sua speranza nella possibilit, se non in una rigenerazione, in un mutamento di rotta della societ umana, in un capovolgimento degli orientamenti culturali, sol che si prendesse atto di quanto andava da anni proclamando: la fondamentale assenza di un fine sensato nell'universo, nonch provvidenziale, che non fosse quello del puro e meccanicistico esistere (4). Giacch, dovendo pur l'uomo nascere e vivere, e dovendo comunque realizzare in questo qui la propria storia (5), egli si vede costretto o a prender partito per dare alla sua esistenza un senso arbitrario, apparentemente consolante ma in ogni caso fondato sulla vilt e sulla menzogna (6) o a negarla vivendola in contestazione, protestando la propria ribellione e sfidando apertamente il mondo con l'unica arma del proprio pensiero, disperato ma vero.
L'apparente odio degli uomini assume cos in Leopardi il senso di una battaglia rischiaratrice contro gli errori e le falsit del mondo, nella consapevolezza che, insieme alla consolazione della morte, questa battaglia potr costituire un merito che sapr risarcire del patimento dell'esistere: Hanno questo le opere di genio - gi scriveva il 4 ottobre 1820 nel suo "Zibaldone" (259-60) - che quando anche rappresentino al vivo la nullit delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire l'inevitabile infelicit della vita, quando anche esprimano le pi terribili disperazioni, tuttavia ad un'anima grande che si trovi anche in uno stato di estremo abbattimento, disinganno, nullit, noia e scoraggiamento della vita, o nelle pi acerbe e "mortifere" disgrazie... servono sempre di consolazione, raccendono l'entusiasmo, e non trattando n rappresentando altro che la morte, le rendono, almeno momentaneamente, quella vita che aveva perduta. Cos come la morte si volge in vita, l'odio si volge in amore.
Non l'odio degli uomini dunque - sentimento di cui si dichiara incapace - ha spinto Leopardi a cavare le maschere al mondo e a mostrarlo nella sua reale condizione di infelicit e false credenze, s piuttosto una sorta di eroico furore, insieme ispirato alla nobile vendetta del riso e al compianto del fato comune: Stimo assai pi degno dell'uomo, e di una disperazione magnanima, il ridere dei mali comuni: cos in un'altra battuta del Timandro che, per quanto si  accennato, rappresenta uno dei dialoghi leopardiani pi efficaci e stringenti (7). E va infine sottolineato che la polemica leopardiana, cosa che solo in questi ultimi tempi e per merito soprattutto del Timpanaro  stata rilevata con sufficiente chiarezza (8), non risulta affatto, nonostante le apparenze, una polemica astratta, astorica e metafisica; ma una polemica che si indirizza contro un'atmosfera culturale precisa, che sta avviandosi, oltretutto, a divenire ideologia dominante: lo spiritualismo del cattolicesimo liberale.
I filosofi moderni di cui tanto spesso si parla nello "Zibaldone" come nei "Pensieri", nelle "Operette" come nei "Canti", e contro i quali Leopardi indirizza i suoi strali acuminati e violenti, sempre irridenti, sono i Lammenais e i Cousin, sono i riformatori moderati, sono i sostenitori del sogno filantropico e industriale, sono i Vieusseux e i Capponi, contro i quali, nell'esasperazione della lotta ideologica, egli scatena - e sovente in modo paradossale - il suo risentimento d'intellettuale aristocratico che non ha dimenticato la lezione della filosofia dell'et dell'illuminismo, o di quella sua parte, almeno, che aveva assunto posizioni pi decisamente materialistiche (9). La societ e la cultura del tempo, in altre parole,  tutt'altro che assente nella polemica leopardiana (si pensi infine ai "Paralipomeni"); e l'avere in passato dimenticato o volutamente sottovalutato tale presenza (10),  un segno abbastanza eloquente non dir dell'incomprensione del pensiero dello scrittore, ma certo di un tentativo, pi o meno consapevole, di farlo rientrare in schemi pi morbidi a petto di un sin troppo dichiarato materialismo e di una sin troppo asseverata professione di irreligiosit (11).
Che Leopardi, nel contesto di queste considerazioni, si volgesse costantemente allo studio degli uomini e della realt del suo tempo non deve dunque stupire. Attorno ai primi mesi del 1829, alla vigilia di lasciare per sempre Recanati, egli stilava un elenco di Disegni letterari, in parte ripresi, e definiti castelli in aria, in una lettera al Colletta nel marzo di quell'anno. Tra questi progetti si legge: Della natura degli uomini e delle cose. Contenente la mia metafisica, o filosofia trascendente, ma intelligibile a tutti. "Dovrebbe essere l'opera della mia vita" (12). Subito sotto: Trattato delle passioni e dei sentimenti degli uomini. La scienza dell'intelletto e delle idee, negli ultimi due secoli,  stata coltivata molto, e con frutto; ed ora si trova adulta: ma quella dei sentimenti, che importa almeno altrettanto, da Aristotele in qua, come scienza, non ha fatto progresso alcuno. Tanto che ancora  bambina se pure non  da creare assolutamente.
Gi da queste brevi annotazioni, essendo state licenziate da tempo le "Operette" (13),  da pensare che Leopardi non ritenesse con esse conclusa l'esposizione della sua filosofia, e che ancora andasse progettando, all'alba del 1829 e in altra guisa, l'opera della sua vita. Che in quest'opera dovesse riversarsi il materiale raccolto nello "Zibaldone"  naturalmente fuori dubbio e la questione, tutt'altro che semplice per lo scrittore, era semmai quella della forma che essa avrebbe dovuto assumere. Come d'altra parte risulta con chiarezza da alcune lettere allo Stella (14), Leopardi aveva pensato in un primo tempo di dar vita a un "Dizionario filosofico", ma c' anzitutto da chiedersi se, al di l delle opportunit e delle contingenze editoriali, un tale Dizionario avrebbe potuto effettivamente soddisfare le autonome esigenze dello scrittore. Sicch, che il progetto cadesse, non dovette apparire a Leopardi cosa troppo grave, e la stesura del resto, iniziata di l a un anno a Firenze, di un "Indice" del proprio Zibaldone,  un'ulteriore testimonianza dell'interesse che il poeta risent per l'opera fondamentale della sua esistenza. Nel quale Indice, infatti, in relazione al vagheggiato Trattato, s'incontrano voci come: Carattere morale degli uomini, Caratteri degli uomini, Caratteri dei giovani, Caratteri straordinari, Caratteri vari di un medesimo individuo in diversi tempi ed et, Caratteri meridionali e settentrionali (15), Machiavellismo di societ, Galateo morale e, nelle Polizzine a parte, richiami ancor pi specifici: Della natura degli uomini e delle cose, Trattato delle passioni, qualit umane, ec., Manuale di filosofia pratica. Sono le stesse voci che s'incontrano nei "Disegni letterari" del 1829: Manuale di filosofia pratica: cio un Epitteto a modo mio; Galateo morale: cio dei rispetti che bisogna avere nella conversazione e nel viver civile, per non offendere certe passioni degli uomini in certe maniere, poco osservate, Il Machiavello della vita sociale, L'arte di essere infelice. Quella di essere felice,  cosa rancida, insegnata da mille, conosciuta da tutti, praticata da pochissimi e da nessuno poi con effetto, Il Machiavello della vita civile, o sociale, eccetera. E sono infine le voci che, a partire dal 1826, titolano alcuni pensieri annotati nello "Zibaldone": Per il manuale di filosofia pratica, Machiavellismo di societ, Galateo morale, Pu servire al Galateo morale o al Machiavellismo (16).
S'intrecciano in queste annotazioni, fondamentalmente, due motivi o, per cos dire, due direzioni di pensiero: quella che tende all'educazione del comportamento da tenersi nella societ e nel mondo - l'arte di saper vivere (17) - che era poi la stessa che aveva ispirato i primi abbozzi delle "Operette" (18), una tendenza aggressiva e spregiudicata, smascherante e paradossale, fondata sul riso e sulla denuncia - il Leopardi vendicatore; ed un'altra molto pi attenta allo studio psicologico delle reazioni interiori, della condizione dell'uomo posto a vivere in una societ storicamente definita, e come riflessa, per dir cos, dalla stessa esperienza storica precedente. Una tendenza, quest'ultima, non dir pi patetica ma certamente pi commossa, drammaticamente aperta a una pi vasta e forse imprevedibile problematicit: l'arte dl essere infelice e lo studio delle passioni e dei sentimenti umani sull'andare di Epitteto e La Rochefoucauld, di Montaigne e Pascal (19), anche se con esiti propri e personali. Una tendenza, in realt, molto meno definita e definibile ispirata dalle suggestioni dello stato d'animo pi che dalla precisione delle idee, e che pure Leopardi, ancor dopo la stesura delle "Operette", inseguiva come possibile suggerimento dell'opera della sua vita e le cui esigenze, d'altra parte, possono persino farsi risalire ad alcune esperienze della prima giovinezza, quando ad esempio, all'indomani della fallita fuga da Recanati, scriveva al Giordani (19 novembre): Sono cos stordito dal niente che mi circonda, che non so come abbia forza di prendere la penna per rispondere alla tua (20).
Perch da quel niente, da quella provvisoria certezza che tutto  nulla al mondo, anche la "sua" disperazione, egli finiva per avvertire, in un formidabile gioco dialettico dei sentimenti, rinascere la vita e il vigore della ribellione, e il cuore tornare a riempirsi di vita e di passione tanto che, alla fine, si persuadeva che una cosa era la conoscenza intellettuale dell'assoluta verit della vanit del tutto ed un'altra l'esperienza del dolore e della sventura come sorgente di una vita pi intensa e, persino, pi lungimirante (21). Leopardi pare insomma anticipare gi ora ci che meglio e pi compiutamente esprimer nelle pagine dello "Zibaldone" il 26 agosto del 1823 (3269-71), quando osserver che il poeta e il filosofo, accesi d'entusiasmo e di passione, sanno guardare le cose da un punto di vista pi alto, scoprendo in un sol tratto verit grandi e generali, tali soprattutto che non si sarebbero potute osservare e conoscere in nessun altro momento dell'esistenza. Quei momenti, platonicamente egli li avrebbe definiti quasi "mana" e furore.; e avrebbe infine consacrato queste sue convinzioni nel bellissimo Pensiero LXXXII, non a torto ricondotto dal Levi all'esperienza amorosa che diede vita al cosiddetto ciclo d'Aspasia (22); nel quale Pensiero, appunto, il sogno appassionato e disilluso e interpretato come eccezionale fonte di conoscenza ab esperto. Conoscenza di s e degli uomini, della natura delle passioni e dei comportamenti sociali; la vita mutata di cosa udita in veduta, e d'immaginata in reale, e soprattutto, tale da rendere il soggetto pi potente di prima, cio pi atto a far uso di s e degli altri (23).
Si vuole insomma dire che questo "Trattato sulla natura degli uomini e delle cose", quale sembra vagheggiato da Leopardi attorno al 1829, non urgeva soltanto in lui come ambizione intellettuale, ma che esso era sospinto, nella sua ispirazione, anche dai bisogni del cuore. Gli uomini, la loro natura, quella delle loro passioni; le cose, le istituzioni e la stessa cultura che ne conseguivano e storicamente si attuavano: tutto questo sembrava a Leopardi che andasse osservato e studiato come da una doppia angolazione. Da un lato, quasi da un punto di vista scientifico, come prodotto di una storia e di un processo di progressivo incivilimento (corrispondente a uno di progressivo allontanamento dal primitivo stato naturale); ma dall'altro anche come oggetto di uno studio tutto psicologico, nel corso del quale, facendo leva sulla propria esperienza personale, sul proprio bisogno interiore, sulle memorie della propria vita (24), lo scienziato, trasformatosi in poeta e in filosofo, desse anche il giusto spazio al compianto per un comune destino di sventura. E ha ben ragione il Galimberti quando scrive che, dietro il mondo, Leopardi vede sempre Arimane (25).
Se cos stanno le cose risulta anche chiaro che, finch si trattava di venire annotando giorno per giorno le proprie considerazioni e i propri pensieri, la questione della forma, dello stile e dell'invenzione rimaneva ancora, per cos dire, impregiudicata. Era la fase dell'accumulo del materiale, da utilizzare, un giorno, in vista di un'opera organicamente compiuta. E che tale opera, formalmente compiuta, stesse a cuore a Leopardi, lo si pu mostrare tanto in positivo quanto in negativo. In positivo con l'invenzione delle "Operette morali"; l'invenzione cio di un genere in cui riusc a trovar posto, come  noto, tanta parte delle pagine dello "Zibaldone", poeticamente rinnovate; in negativo, con la sconsolata confessione che Leopardi fece, a un anno dalla morte, a Charles Lebreton: Je n'ai jamais fait d'ouvrage, j'ai fait seulement des essais en comptant touiours prluder, mais ma carrire n'est pas alle plus loin (26). Confessione importante, se non altro, perch prova che Leopardi non considerava affatto, con la stesura delle "Operette", chiusa la sua missione filosofica e rischiaratrice delle autentiche verit, disperate ma certe.
Si potrebbe anche dire, in altre parole, che lo "Zibaldone" era sempre l a reclamare, in certo modo, la sua utilizzazione in un'opera organicamente compiuta e poeticamente costruita (27). La ricchezza del suo stesso materiale politico finiva per costituire un incentivo ulteriore alla riflessione sul come dar vita, finalmente, a un tale lavoro artisticamente e filosoficamente persuasivo. La materia era certamente adatta a dar risalto a una concezione del mondo particolarmente vibrante e battagliera. Gli uomini e le loro ambizioni, la teorizzazione dell'amor proprio come fonte di tutti gli egoismi individuali e sociali; la conquista del mondo mediante i comportamenti pi vili e col calpestare i sentimenti pi sacri, dall'amicizia alla piet; l'occhio rivolto all'inganno e al tradimento perpetrati ai danni delle anime pi generose. Ancora: la ricerca portata sul ridicolo, sulle vanit, sulle compiacenze affettate, sull'adulazione barattata per lode, sull'abilit e la furbizia scambiate per merito. Il premio dato alle apparenze, l'indifferenza o addirittura l'avversione che cadono sul valore. Essere e parere. Trionfo dell'ipocrisia, irrisione della magnanimit. Le passioni come maschere, delle quali ci si veste e ci si spoglia a seconda delle circostanze e degli interessi. Riscontro dei vizi utili alle relazioni sociali, studio dell'invidia e delle ambizioni nascoste o dissimulate, dei favori obliqui o perversi, dell'arte della conversazione e delle frequentazioni particolari. Il secolo di Tartufo, denudato dai grandi moralisti e poeti del Seicento francese, appare ancora a Leopardi non solo nel pieno della vitalit, ma rinvigorito di nuova forza con l'avvento della civilt di massa, dell'et dell'industrialismo falsamente filantropico, dell'ingannevole spiritualismo che batte in breccia le terribili, ma autentiche, verit del materialismo settecentesco, l'et di quella cultura menzognera e superficiale che proclama il dogma dell'infinita perfettibilit dell'uomo e del suo incessante progredire verso un inesistente benessere. Si capisce allora, in tale contesto, che Leopardi decidesse infine di cominciare ad estrarre dal suo "Zibaldone" quei passi e quei pensieri che meglio gli parevano adatti a dar forma, prime pietre della costruzione, a quell'opera sulla natura dell'uomo nei suoi rapporti con la societ sulla quale tanto e da tanto tempo aveva riflettuto e che ora gli pareva sempre pi urgente per le conclusioni cui era ormai venuto definitivamente approdando, e che avrebbe anche dimostrato, da ultimo, il suo proclamato amore per il genere umano.
Amore sincero e impegnato, non consistente, come nella maggior parte dei casi o, comunque, nell'untuoso filantropismo dei filosofi moderni, nell'accarezzarlo e nel vezzeggiarlo indicandogli falsi traguardi e inutili conquiste tecniche (28), ma nel rigenerarlo, se possibile, con il mostrargli, pascalianamente, la sua grandezza e la sua miseria; e nel renderlo consapevole che, a fronte di una felicit sempre desiderata e sempre impossibile da aversi, il suo compito, eroicamente, era quello di sopportare il proprio destino, come, ancor prima che nella "Ginestra", aveva scritto in alcuni passi del suo diario, riportato nelle "Operette" e progettato in una "Lettera a un giovane del ventesimo secolo".

IL SAPER VIVERE.

Prime pietre di un edificio in fieri, abbiamo definito questi "Pensieri" leopardiani via via che, estratti dallo "Zibaldone" e riscritti su schede in nuova forma, si venivano accumulando sullo scrittoio del poeta. Alla sua morte, come sappiamo, il Ranieri ne pubblic centoundici, tanti fossero o pi (1); quel che  certo  che nella trascrizione essi vennero assumendo una formulazione non solo pi letteraria, ma una dizione pi epigrammatica, a met tra l'annotazione scientifica e la riflessione pi personalmente risentita o sdegnata (2). Certamente si tratt di una bella copia, ma  pur ragionevole supporre che essa non fosse ancora destinata a realizzarsi in un progetto certo e risoluto, e sar piuttosto da pensare che, se mai quei suoi Pensieri avessero dovuto vedere la pubblicazione nel loro stato frammentario, ci avrebbe costituito per Leopardi una sorta di ripiego, non essendo ancora avvenuta nello scrittore la necessaria maturazione perch egli li potesse meglio utilizzare in un'invenzione pi suggestiva e artisticamente persuasiva. Se si riflette su quella atipica operetta che ci viene fornita dai "Detti memorabili di Filippo Ottonieri", nella quale, come  noto, tante considerazioni dello "Zibaldone" trovaron voce nella bocca del filosofo di Nubiana, ci si dovr convincere quanto il poeta avesse a cuore, assai pi del frammento e dell'osservazione sparsa, il lavoro concluso e artisticamente disposto.
Ci comunque non toglie che anche il pensiero formulato nella espressione della massima o dell'aforisma non potesse disporre non solo di un genere letterario, ma di uno quanto mai nobile e, nel caso, quanto mai adatto. I "Ricordi" di Guicciardini, le "Maximes" di La Rochefoucauld, i "Caractres" di La Bruyre, le "Penses" di Pascal o di Rousseau (3) erano pagine tutt'altro che ignote al Leopardi, pagine piuttosto dalle quali egli si sentiva profondamente affascinato e spinto all'imitazione. Cosicch, tutto rimanendo impregiudicato, la stessa sistemazione, ancorch provvisoria, di quelle trascrizioni in Pensieri - o meglio: in "Penses sur les caractres des hommes et sur leur conduite dans la Socit" - poteva pur apparire soddisfacente, tanto pi che, all'origine, il criterio della scelta era quello ispirato a quel machiavellismo di societ, cos bene individuato, per primo, da Manfredi Porena (4). N si trattava, per Leopardi, di un interesse casuale o contingente dato che esso risaliva, come  documentato dalla "Novella Senofonte e Machiavello" e dal "Dialogo Galantuomo e Mondo", al 1820 e ' 21. Al contrario: esso si inseriva perfettamente nel contesto del "Trattato sulla natura degli uomini e delle cose". Di pi: ne costituiva l'asse portante.
In ogni caso c'erano delle ragioni storiche e ideologiche a far inclinare il cuore e l'intelletto dello scrittore verso una materia che, se l'esperienza autobiografica gli faceva sentire quanto mai attuale, a tale attualit veniva persuaso dalla stessa storia della cultura e dei suoi conseguenti riflessi etici. Dopo lo choc prodotto dalla riflessione di Machiavelli sulla storia del comportamento politico dell'uomo, del suo agire nel complesso delle condizioni esistenti, soprattutto dopo quelle sue conclusioni che parvero ispirate a un'immoralit senza pari, il problema della conoscenza dell'uomo per trarne norme capaci di regolarne le relazioni con la societ, comp un passo decisivo. Nacque l'arte di conoscere gli uomini, l'arte del saper vivere. Nella pratica della vita quotidiana, ovviamente, la cosa era conosciuta da sempre. In Odisseo, per esempio, Omero aveva raffigurato il tipo perfetto dell'uomo in grado di scrutare gli altri e, conseguentemente, di dirigerne le reazioni. Qui si tratta per di un'abilit che rimane un caso, per quanto ammirato giacch accanto ai successi di Odisseo ci sono i fallimenti di Agamennone o di Aiace. Non si pu infatti dire che Omero analizzi o valuti, o che ponga problemi; egli si limita a mettere in contrasto un tipo di reazioni umane con altre. Solo pi tardi, con la filosofia greca, si cerc di porre in luce quelle condizioni sociali e antropologiche che determinano le azioni dei vari tipi d'uomini, ma  sul cadere del sec. sedicesimo, a poco pi di 50 anni dalla morte di Machiavelli, che l'ipotesi sulla natura egoistica dell'uomo e sulle crudeli esigenze dell'esercizio del potere diviene, al contempo, una certezza e un problema.
Una certezza. Il nostro essere - scrive Montaigne(5) -  cementato di qualit malsane; l'ambizione, la gelosia, l'invidia, la vendetta, la superstizione, la disperazione albergano in noi con un cos naturale dominio che se ne ritrova l'immagine anche nelle bestie; perfino la crudelt, vizio cos contro natura. E non basta: Montaigne aggiunge che chi togliesse all'uomo il seme di tali qualit, distruggerebbe le condizioni fondamentali della nostra vita. Ed infatti: in ogni governo ci sono degli uffici necessari, non solo abbietti, ma anche viziosi; i vizi vi trovano il loro posto e sono utili a fissare il nostro legame, come i veleni a conservare la nostra salute. Se diventano scusabili, in quanto fanno al caso nostro e la necessit comune cancella la loro vera natura, bisogna lasciar fare questa parte ai cittadini pi vigorosi e meno timorosi che sacrificano il loro onore e la loro coscienza, come quegli altri antichi sacrificavano la loro vita per la salvezza del loro paese; noialtri, pi deboli, assumiamo parti pi facili e meno rischiose. Il bene pubblico richiede che si tradisca e che si menta e che si massacri; lasciamo questo incarico a gente pi obbediente e pi malleabile.
C' in questo passo, oltre alla persuasione che la natura dell'uomo e la conseguente realt politica sono dominate dalla malvagit e dalla brutalit, la giustificazione per le misure che si adottano al fine di rendere tollerabile il vivere comune, per quanto tali misure siano moralmente censurabili. Al raggiungimento del qual fine, con ogni evidenza, i dettami dell'etica tradizionale non servono o non hanno senso, al punto che Montaigne, con audacia paradossale, giunge a equiparare ai magnanimi che in antico sacrificavano la propria vita al comune benessere, e che l'etica riconosceva appunto come personaggi altamente morali, i caratteri pi spregiudicati e pi malleabili che sacrificano oggi allo stesso fine il loro onore e la loro coscienza, e che nessuna convenzione morale, tuttavia, pu additare ad esempio. In Montaigne, ma non solo in lui, la sopravvivenza di un antico modo di sentire i problemi di coscienza si scontra cos con quelli posti da un nuovo modo di leggere e di intendere la realt politica dell'uomo, e da tale scontro non nasce soltanto una nuova prospettiva, che per il momento appare senza soluzioni che non siano quelle dello scetticismo e della distinzione tra pubblico e privato, i doveri dell'uno e le esigenze dell'altro; ma il problema di fondare una nuova etica che tenga conto della riconosciuta realt negativa dell'uomo e, pi in particolare, della societ umana.
Nella formulazione di questo problema la storia gioca un ruolo importante: in Italia  la consapevolezza dello stato di crisi in cui versa la penisola dopo le invasioni di Carlo VIII e di Luigi XII; in Francia sono le guerre di religione che precedono l'avvento risolutore della monarchia assoluta. Se in Machiavelli e in Guicciardini la necessit di conoscere gli uomini prese avvio dal bisogno che essi sentirono di non fallire nel conseguimento dei loro propositi storico-politici, in Montaigne la ricerca di se stesso, e la conseguente analisi delle leggi pi generali che determinano il saper vivere, scaturisce dall'esigenza di poter dirigere la propria vita in un mondo cambiato e in una situazione storica che diviene di giorno in giorno sempre pi torbida e particolare: Essi chiamano zelo la loro inclinazione alla malavita e alla violenza. Non  la causa che li infiamma;  il loro interesse. Essi attizzano la guerra non perch  giusta, ma perch  guerra (6). E' uno dei primi atteggiamenti d'indipendenza dalla follia dei partiti religiosi, e quanto di astratto e di letterario c' ancora, per esempio, in Erasmo, viene definitivamente superato (7). La condizione terrena dell'uomo, oramai, non appare pi in negativo per le conseguenze del peccato originale, ma per un complesso di ragioni storiche e psicologiche che si vengono illuminando con sempre maggiore chiarezza e che riguardano sempre pi da vicino le responsabilit dell'uomo, e i suoi errori, nella costruzione del suo edificio sociale.
Il progredire di questo atteggiamento che si compiace, in particolare, dello smascherare tutti quei vizi fatti tradizionalmente passare per virt, si osserva agevolmente nello stile dei principali moralisti francesi del secolo XVII, in La Rochefoucauld o nel suo contemporaneo La Bruyre. Se in Montaigne esisteva ancora, ultimo riparo al caos della vita, il mito dell'arrire-boutique e del piacere che vi si prova operando nella solitudine operosa della propria anima (8), nei moralisti del secolo successivo l'occhio  rivolto soltanto sul mondo esterno. Essi anticipano il detto di Diderot: Guardatevi attorno nelle strade e la fine dell'introspezione  sanzionata dall'osservazione del mondo circostante. Per lo pi, le nostre virt non sono che vizi mascherati, suona l'epigrafe messa in testa da La Rochefoucauld alla raccolta delle sue "Maximes"; e nello stile aforistico  stata trovata un'arma estremamente adatta a far risaltare una disincantata conoscenza del mondo, arma vibrante e battagliera. Mai come ora la teoria religiosa della caduta dell'uomo dal suo primitivo stato di grazia appare insostenibile; e non  del resto un caso che lo sguardo converga adesso non sulle cause prime della malizia umana, in senso metafisico, quanto piuttosto sugli effetti che essa produce, sul mondo capovolto che essa crea, sulle norme che sar opportuno seguire per sapersi orientare adeguatamente nelle nuove e diverse circostanze.
E' a questa tradizione che Leopardi si collega, ne fosse o no consapevole, quando ferma nel suo diario, sin dalla prima giovinezza, tante osservazioni sul modo d'agire degli uomini nel mondo, quando esaspera le sue riflessioni dopo la lettura della "Ciropedia" di Senofonte o del "Principe" di Machiavelli; quando decide di dar vita alle "Operette" come per vendicarsi degli uomini e quasi anche della virt (9); quando sente con sempre maggiore insofferenza la sua vita strozzata e la propria sensibilit ferita, energicamente riversandole nella ricerca psicologica; quando infine, al termine della sua vita e della sua carriera, comincer a dar vita ai suoi "Pensieri", se pur cos dovevano chiamarsi e rimanere formulati nella redazione in cui li possediamo. Senonch, mentre i moralisti d'oltralpe, sgombri da qualsiasi risentimento personale, riuscirono a fermare nell'aforisma il giudizio, e, in esso, lo specifico umano nella sua autentica particolarit, cos istradando lo scrittore verso quel dialogo filosofico-morale che fu tipico del Settecento illuminista e rivoluzionario (10), Leopardi, nella complessit mai perfettamente chiarita a se stesso di pulsioni sentimentali e di concreti impegni polemici, rimase sempre, per cos dire, a mezza strada e nell'incertezza di far coincidere il saper vivere dell'uomo con il saper vivere personale. Gli venne a mancare, in certo modo, quell'univoca persuasione interiore per la quale il distacco dal conforto dell'illusione sarebbe dovuto divenire definitivo, per la quale le spietate motivazioni della Ragione dovevano considerarsi conquiste, per la quale infine l'accoglimento del crudele destino dell'uomo, assurdo e insensato, avrebbe dovuto trasformarsi in imperturbabilit. La dialettica dei sentimenti, cui gi abbiamo accennato, rese il suo pensiero oscillante e drammatico.
Non gi, naturalmente, che l'oscillazione leopardiana tra questi due poli - la realt dell'illusione confortatrice e la realt del deserto del mondo disvelato dalla ragione - lo potesse condurre a capovolgimenti religiosi, o trascendenti, o altro; in proposito, come ha scritto in pagine note Walter Binni, la sua protesta atea o ateistica  senza possibilit di risalite (11);  per vero che questa sua particolare disposizione sentimentale e ideologica, quand'egli si prefisse di gettar l'occhio sul fuori di s per smascherarne il falso e la menzogna, non lo pot aiutare come sarebbe stato necessario e conveniente, e gli fu anzi d'ostacolo, in quanto gli neg quella freddezza e persino quella serenit di cui avrebbe avuto invece bisogno. Se ci chiediamo - ha scritto con intelligenza Mario Fubini (12) - quale sia il concetto che sorregge i giudizi del Leopardi, vediamo che non uno ma due concetti almeno... li ispirano: talora ci sembra che egli consideri gli uomini come esseri naturali mossi da una forza simile e forse identica alle altre forze della natura, l'amor proprio, talvolta, quando ritorna alle sue antitesi di 'mondo' e di 'uomini da bene', ci sembra invece che al di sopra e di contro a quel 'mondo' ammetta l'esistenza di individui per cui la virt  cosa reale e che operano in conformit a questa loro persuasione.
Non ambiguit, tuttavia; ma duplicit di convinzioni: da un lato che il mondo fosse un formidabile deserto ma, dall'altro, che in esso, soggetti particolarmente dotati di sensibilit e di vita interiore, potessero soffrire eroicamente il loro destino e denunciarlo insieme come l'unico responsabile del patimento comune (13). Senonch, una volta distolta la riflessione dalle responsabilit dell'uomo, lo studio del saper vivere non poteva che assumere il tono della disperata ribellione alla vita e la contradditoriet di quest'ultima, cos sagacemente indagata dallo scrittore (14), che avere il sopravvento.

IL PRIMATO DELLA PSICOLOGIA.

Nulla - ha scritto Pascal (1) -  cos insopportabile per l'uomo come l'essere in piena tranquillit, senza passioni, senza affari, senza divertimento, senza applicazione. Sente allora il suo niente, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto. Incontinente uscir dal fondo della sua anima la noia, la tetraggine, la tristezza, l'infelicit, il dispetto, la disperazione. In uno dei suoi Pensieri, il LXVIII, Leopardi corregge profondamente questo giudizio: La noia  in qualche modo il pi sublime dei sentimenti umani. Non che io creda che dall'esame di tale sentimento nascano quelle conseguenze che molti filosofi hanno stimato di raccorne, ma nondimeno il non potere essere soddisfatto di alcuna cosa terrena, n, per dir cos, della terra intera; considerare l'ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole maravigliosa dei mondi, e trovare che tutto  poco e piccino alla capacit dell'animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l'universo infinito, e sentire che l'animo e il desiderio nostro sarebbe ancor pi grande che s fatto universo; e sempre accusare le cose d'insufficienza e di nullit, e patir mancamento e voto, e per noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobilt, che si vegga nella natura umana. Pascal, in una pagina famosa (2), aveva mostrato la miseria dell'uomo chiamandolo a confronto con l'immensit dell'universo, tanto nella sua grandezza quanto nella sua piccolezza. Siamo qualcosa - aveva dichiarato - e non siamo tutto; e la sua polemica nei confronti delle posizioni celebrative dell'umano, tipica dei secoli precedenti, si concludeva con queste parole: L'uomo  a se stesso il pi prodigioso oggetto della natura, perch non pu concepire cosa sia corpo e meno ancora che cosa sia spirito, e meno di ogni cosa come un corpo possa essere unito allo spirito. Anche in questo caso Pascal, nel suo radicalismo, scavalcava tutti i teorici del Rinascimento e del Medioevo e tornava indietro fino ad Agostino: Il modo in cui le anime si uniscono ai corpi non pu essere capito dall'uomo, e tuttavia proprio questo  l'uomo (3). Comunque sia, uno degli aspetti dell'opposizione tra Pascal e Leopardi sta in questo: che il primo trae conclusioni sulla miseria dell'uomo fondandole sulla limitatezza del suo conoscere; il secondo ne trae di opposte sulla sua grandezza fondandole sull'intensit del suo patire; in Pascal  il tormento del conoscere, in Leopardi quello del soffrire; nel primo il problema  d'ordine logico, nel secondo d'ordine psicologico. Anche nelle considerazioni politiche, vale a dire nella riflessione sul comportamento dell'uomo in societ, questa diversit d'impostazione fa sentire i propri effetti: le une, quelle di Pascal, sfociano in un sostanziale atteggiamento d'indifferenza; le altre, quelle di Leopardi, in un'appassionata polemica. E' noto che Pascal odiava la natura umana e che quest'odio gli veniva dal suo esasperato agostinismo. Il suo passo sull'amor proprio (4) - altro tema particolarmente caro a Leopardi -  quanto mai indicativo. Nonostante la sua evidente imperfezione e transitoriet, dice Pascal, ogni uomo si considera necessariamente il centro dei mondo, e non solo si ama pi d'ogni altra cosa, ma tutto giudica sulla misura di s. Errore orribile e che merita odio, perch fondato sulla malafede e sulla menzogna. L'uomo infatti sa che la sua natura  corrotta e tuttavia, anzich rivolgere il proprio odio contro questa verit, si prova ad annientarla. Non potendo distruggerla come verit, la distrugge nella sua conoscenza, la dissimula in s e negli altri; e ai propri difetti e manchevolezze aggiunge quelli derivanti da una volontaria falsificazione. Di qui gl'inganni del mondo, le adulazioni, le dissimulazioni, le frodi, le ipocrisie: il problema dell'umana malizia viene cos condotto a una questione gnoseologica. Se l'uomo si riconoscesse quale  realmente, natura corrotta, spalancherebbe lo sguardo verso la strada della redenzione. E' naturale che Pascal, cos viste le cose, non si occupasse pi delle conseguenze che la corruzione naturale dell'uomo comporta nei suoi rapporti sociali. Il suo interesse rimane infatti negli esclusivi limiti della salute dell'anima immortale, unico scopo per il quale ha senso l'odio degli uomini e l'amore di Dio; e anche in questo caso la sua intransigenza  assoluta, tanto che la sua indifferenza per l'elaborazione di qualsiasi forma di organizzazione statale - cosa che appassionava i contemporanei -  perfino stupefacente. In questa dimora transeunte, infatti, egli ordina al cristiano di obbedire passivamente al male legalizzato e di tenere lo sguardo levato verso quel solo bene che non  di questa terra. Lo spettacolo della corruzione sociale, per lui, risulta semplicemente una conferma che la patria dell'uomo  posta altrove (5).
Ora, per tornare a Leopardi,  sin troppo evidente che le conclusioni di Pascal non lo potevano persuadere, e che le origini materialistiche e settecentesche del pensiero suo proprio dovevano condurlo ad esiti del tutto opposti. Ci non toglie tuttavia che egli non sentisse profondamente il fascino delle riflessioni pascaliane e che anzi, interpretandole a modo suo, dovesse inserirle nel suo paesaggio tanto psicologicamente tormentato. Il 23 agosto del 1823, infatti, congiungendo arbitrariamente in un passaggio dello "Zibaldone" (3245) Platone a Pascal, questo tra i moderni e quello tra gli antichi, celebra il ritratto del pi profondo filosofo come quello che sa distinguersi per una vena e per un genio decisamente poetici e per i patimenti della vita che derivano dalla immaginazione e dalla sensibilit, o per tutte queste cose insieme: Pascal, quasi pazzo per la forza della fantasia sulla fine della sua vita (6). C' qui, in nuce, la concezione leopardiana che la grande filosofia si identifica con la grande poesia, che il pensiero, quando vale, si traduce nell'immagine, che ai vertici della conoscenza umana sono filosofia e poesia quando assurgono entrambe al pathos dell'entusiasmo; e che la sofferenza e il patimento del vivere sono condizioni quasi necessarie alle grandi scoperte dell'animo e dell'intelletto (7): Vivi, e sii grande e infelice, come suona la nota esclamazione della Natura, posta quasi a intestazione dell'operetta. Ma ci dimostra anche che, nonostante le sue ambizioni di scandagliare in ogni direzione il machiavellismo di societ, in Leopardi l'interesse predominante era volto allo studio del cuore dell'uomo e alla sua storia eterna pi che a quella, per cos dire, storicamente definita. Pi che i capitoli del "Principe" o gli "Avvertimenti" del Guicciardini, erano le "Penses" di Pascal ad affascinarlo e ad ardergli dentro; pi che le "Maximes" di La Rochefoucauld erano le considerazioni di Rousseau di cui gi abbiamo detto, e questo perch era in Pascal e in Rousseau, molto pi che in Machiavelli o in La Rochefoucauld, che scopriva quella vena di furore e di pazzia che tanto lo entusiasmava: Pascal, quasi pazzo per la forza della fantasia sulla fine della sua vita, Rousseau, Madame de Stal, ec..
Che nei "Pensieri" leopardiani, d'altra parte, sia da vedere, accanto ed oltre l'osservazione sul comportamento sociale dell'uomo, una sorta di studio psicologico applicato all'infelicit dell'esistere, non  oggi pi dubbio (8). La noia, l'inevitabile cadere della giovinezza e, con esso quello dell'entusiasmo per la vita; la necessaria miseria della nostra condizione, la celebrazione del riso come dell'arma pi potente per sopravvivere e difendersi dal mondo; l'esperienza come unica sorgente di una conoscenza reale delle cose, il pathos della passione, la liberazione ultima della morte: non sono, queste, che le pi evidenti venature che serpeggiano quasi ovunque nei centoundici aforismi, quand'anche non esauriscano in s sole il singolo pensiero. Abbiamo detto che la disposizione fondamentale del Leopardi nel suo filosofare,  d'indole psicologica, abbiamo anche detto che il suo interesse precipuo si rivolge alla storia eterna dell'animo umano. Ora aggiungiamo che quella tanto inseguita opera della sua vita egli in realt ce l'ha data: nelle "Operette" e negli ultimi "Canti", dal "Risorgimento" in poi. Perch se  vero, come io credo che sia, che l'autentico valore del pensiero leopardiano consista non tanto nel risolvere i problemi, quanto nel proporli audacemente nella loro contradditoria insolubilit, che esso stia, in altre parole, nel denunciare a s e agli altri quello che il pensiero tradizionale aveva costantemente dissimulato, e che esso riposi su una disposizione fatale e non pi eludibile - l'uomo posto di fronte allo specchio della Verit e unicamente consolato dall'effimera presenza d'Amore, come suona l'incipit delle "Operette morali" -, allora bisogna anche dire che questo patrimonio di idee e di convinzioni  stato perfettamente espresso nei due libri decisivi dello scrittore e che egli, in essi, ha effettivamente realizzato l'entusiasmo della ragione, o quello almeno della ragione psicologica. Inseguire la composizione di un trattato sulla natura degli uomini e delle cose era, semplicemente, una scontentezza d'autore o, se si vuole, l'inseguire il fantasma di un lavoro per la realizzazione del quale, tuttavia, egli non possedeva le necessarie doti di freddezza e, forse, anche di sapienza compositiva.
E' improbabile, del resto, che I "Pensieri" possano leggersi come la prima consapevole forma di un siffatto Trattato. Ma se pure lo fossero, quel Trattato (o comunque lo si volesse chiamare) viene gi cancellato nel momento in cui i "Pensieri" prendono vita, tanto Leopardi vi concentra la molteplice ricchezza delle sue esperienze umane e culturali. Quando Machiavelli o La Rochefoucauld osservavano con tanto crudele distacco l'agire dell'uomo, e da quelle osservazioni cavavano le loro leggi sulla sua pratica condotta nel mondo, o il loro interesse primario (come nel caso di Machiavelli) era rivolto ad altro, o inseguivano alcune verit sulla natura umana che avrebbero distrutto per sempre le pretese di un'origine trascendente dell'umana malizia: in ogni caso si ponevano di fronte alla loro materia con atteggiamento imperturbabile. Ma quando Leopardi stila i suoi pensieri sui caratteri degli uomini e sulla loro condotta in societ (pur essendo questo, evidentemente, un titolo a posteriori), non dimentica mai che essi erano nati in lui da un'esperienza autobiografica (9), come non dimentica che, se per quel che lo riguardava personalmente o riguardava cuori sensibili come il suo, il destino aveva deciso per la sofferenza e per la verit, per la maggioranza delle persone che costituiscono il mondo, lo stesso destino aveva deciso diversamente. Voglio cio dire che se  pur vero che egli non guard al triste spettacolo della realt sociale dall'alto di una convinzione trascendente, e sapesse anzi perfettamente che per agire nel mondo occorrono sagacia e scaltrezza, costanza e curiosit, e non avesse neppure alcun dubbio sul come nasca nel cuore dell'uomo l'interesse che lo fa muovere,  pur vero che, ogni volta che si chin a scandagliare i singoli comportamenti per scoprirne le intenzioni pi occulte, non riusc a dimenticare che su ogni operazione che si viene compiendo sul palcoscenico del mondo, cammina sempre, pi in alto un destino fatale, indifferente al procedere umano, e che questo destino, tutto rendendo vano o risibile, era infine il trionfatore.
Di qui, d'altra parte, quei toni eccessivi e paradossali che aleggiano su quasi tutti i suoi "Pensieri"; quel loro procedere volutamente drammatico ed esclusivo, quasi apodittico, la quasi totale mancanza di ironia e di humor; quelle osservazioni esclusive e violente -come ha notato acutamente Fubini (10) -, quei ragionamenti evidentemente unilaterali che ispirati dalla passione, trascurano la complessa realt delle cose. E' un rilievo che sicuramente spiacer a tanti leopardisti d'oggi che, all'ingiusta limitazione del valore del pensiero di Leopardi compiuta in anni trascorsi, hanno reagito con una rivalutazione eccessiva indirizzandone non raramente gli esiti verso traguardi paradossali o confusi. Comunque sia, per quel che riguarda almeno l'osservazione morale in margine al comportamento dell'uomo nella societ e nella storia, bisogna riconoscere con franchezza che il Manzoni fu d'una concretezza, se non di un acume, notevolmente superiore, giacch in lui il pensiero critico non nasceva esclusivamente dal fuoco della passione e dal patimento dell'esistere, ma dal giudizio portato sul riconoscimento che il gioco della vita e della storia si muovono sempre in infinite direzioni, tutte ugualmente degne di considerazione: Il popolo  dovunque una buona giuria e un cattivo tribunale (11): ecco una sentenza, acutissima, che difficilmente avrebbe potuto scrivere Leopardi, nell'empito del suo radicalismo.
E con ci si comprende anche che mentre, per esempio, le "Maximes" di La Rochefoucauld, che son certo riflessioni non meno amare di quelle leopardiane, pure non danno mai l'impressione dl una concezione del mondo dai toni apocalittici (12) e chiudono invece, nel breve giro di un periodo - nudo, distaccato, qualche volta persin glaciale - una verit che dalle sue motivazioni psicologiche si leva subito a un pi complesso significato sociale e ideologico, i "Pensieri" del Leopardi, ancorch abbaglianti e drammaticamente e desolatamente veri, pongono sempre al lettore il quadro e la prospettiva di una realt conclusa e definitivamente giudicata. La verit  (sia naturalmente detto in generale) che la metafisica (13) leopardiana, e sia pure con esiti e soluzioni opposte, finisce sempre con il richiamare - "e contrario" - la metafisica pascaliana. Le ragioni del cuore, in altre parole, finiscono col prevalere su quelle dell'intelletto e la ragione psicologica, in lui, su quella conoscitiva. Di qui il loro profondissimo fascino, e persino, almeno in certi casi, l'entusiastica partecipazione; ma di qui anche, indipendentemente dal loro stato frammentario e incompiuto, il loro limite.

AUTOBIOGRAFIA E MACHIAVELLISMO NELL'ELABORAZIONE DEI PENSIERI.

Io ho lungamente ricusato di credere vere le cose che dir qui sotto... In ultimo l'esperienza quasi violentemente me le ha persuase: l'incipit dichiara immediatamente che la fonte della riflessione leopardiana sulle nequizie e le ipocrisie del mondo nasce dall'aver il poeta sofferto profondamente il contrasto tra l'essere e il dover essere. Esperienza personale, come d'altra parte ogni lettore appena esperto del Leopardi s'accorge dalla lettura del secondo Pensiero, apparentemente dedicato allo studio dei riflessi sociali derivanti dalla tirannia familiare, paterna in particolare, e recriminazione, in realt, della libert di Giacomo violentata e quasi uccisa dalla nascita: dietro la figura dell'Alfieri, cui nel Pensiero si allude, vedi il sogno giovanile del poeta di conquistare il mondo con la propria azione; vedi i cancelli di palazzo Leopardi; vedi giganteggiare, fosca, la figura di Monaldo; ti riappare, in un lampo, il tentativo di fuga del diciannovenne e ti risuonano, in altra guisa, gli echi della lettera che il giovanetto ribelle, sconfitto ma non pentito, indirizz un giorno al conte Saverio Broglio d'Ajano. E ancora, pi forti, essi risuonano nel Pensiero decimosesto: La malvagit delle quali persone  tanto pi profonda quanto nasce da esperienza della virt; e tanto pi formidabile, quanto  congiunta, cosa non ordinaria a grandezza e fortezza d'animo, ed  una sorta d'eroismo. Come non pensare a quei passi della lettera nei quali Giacomo, protestando d'essere sempre stato spasimato della virt si proclamava d'essere anche capace della colpa? Come non rievocare il ritratto di Bruto minore da lui cos a lungo vagheggiato? O il passo giovanile dello "Zibaldone" (72) in cui lo scrittore, poco pi che ventenne, dichiarava apertamente che anche il delitto  bene spesso un eroismo?
Torniamo un momento a quella lettera al Giordani del 17 dicembre 1819 con la quale abbiamo aperto queste nostre pagine introduttive: Credeva che la facolt d'amare come quella di odiare fosse spenta nell'animo mio. Ora mi accorgo per la tua lettera ch'ella ancor vive ed opera. Bisogna pure che il mondo sia qualche cosa, e ch'io non sia del tutto morto, poich mi sento infervorato d'affetto verso cotesto bel cuore... Era un tempo che la malvagit umana e le sciagure della virt mi movevano a sdegno, e il mio dolore nasceva dalla considerazione della scelleraggine. Ma ora io piango l'infelicit degli schiavi e de' tiranni, degli oppressi e degli oppressori, de' buoni e de' cattivi, e nella mia tristezza non  pi scintilla d'ira, e questa vita non mi par pi degna d esser contesa....Mio caro amico, sola persona ch'io veda in questo formidabile deserto del mondo, io gi sento d'esser morto, e quantunque mi sia stimato buono a qualche cosa non ordinaria, non ho mai creduto che la fortuna mi avrebbe lasciato esser nulla.
In questi tre passi, nella concitata amarezza della disillusione, si leggono tre stati d'animo che dissimulano appena tre idee. Tre stati d'animo: il ritorno alla vita dopo una sorte d'esperienza di morte; il sorgere di un sentimento di piet verso gli uomini non mai prima provato con tanta forza di verit; un nuovo ritorno alla consapevolezza del niente che  la vita, al suo formidabile deserto, che la disperata illusione di chi aveva creduto d'aver pur potuto qualcosa, rende pi cocente e fa pi terribile il destino. Tre idee: la dialettica dei sentimenti che sconvolge e rasserena il cuore dell'uomo, richiamandolo alla speranza dopo la sconfitta, all'amore dopo l'odio, alla saggezza dopo la collera; la necessit, per lo scrittore, di osservare con occhio pi disincantato ed esperto la societ che lo attornia, abbracciandola con quello sguardo pietoso che, senza indulgere nella compiacenza e strappandole piuttosto la maschera, la renda consapevole a se stessa della propria miseria e della propria vanit; la certezza infine dell'insensatezza del tutto, condizione dalla quale l'uomo  soltanto liberato dalla morte. Ecco: in questi tre motivi, a guardar bene,  tutta la poetica leopardiana quale lo scrittore, dall'alto della propria ultima esperienza umana, ha bloccato con prepotenza nello stile aforistico dei suoi "Pensieri", sigillandola talvolta con quella particolare potenza stilistica che molto pi spesso rifulge nell'estrema asciuttezza degli ultimi "Canti".
Esperienza autobiografica, dunque. Anche se in modo meno immediato, essa pervade quelle stesse riflessioni che tendono a definire posizioni pi generali e leggi pi universali. Si prenda ad esempio il Pensiero XIX. Vi si parla di quelle persone che, perch particolarmente dotate di sensibilit, sono necessariamente destinate a rimanere ai margini del mondo e a non apprendere mai, per la loro natura e carattere, l'arte del sapere vivere sociale. Tema romantico in parte, e centrale nella meditazione leopardiana: tema presente nello "Zibaldone", dove  ricordata senza sottintesi la straordinaria figura di Rousseau; e tema ripreso e ampiamente svolto nelle "Operette".
Ma quel che importa  che qui, nel Pensiero, vengono poste con chiarezza notevoli riserve sulla presunta eccezionalit di queste persone e sul preteso privilegio di tali caratteri; riserve che, psicologicamente, nascono dall'aver vissuto proprio lui, Giacomo Leopardi, un'esperienza siffatta, invidiabile solo in apparenza: Poich questi tali, quantunque di natura inclinati al bene, pur conoscendo la vita e gli uomini meglio di molti altri, non sono punto, come talora paiono, pi buoni di quello che sia lecito essere senza meritare l'obbrobrio di questo titolo, e sono privi delle maniere del mondo non per bont, o per elezione propria, ma perch ogni loro desiderio e studio d'apprenderle ritorna vano. Sono considerazioni franche ed amare, rese ancor pi amare e irridenti se si rileggono insieme al Pensiero XLVI (1); ma sono considerazioni, soprattutto, che tradiscono una forte carica autocritica, o, per meglio dire, una sincera ammissione del profondo desiderio leopardiano, e degli spiriti magnanimi come il suo, di far parte attiva del consorzio umano, nonostante le sue qualit negative o quale comunque esso sia; e l'altrettanto coraggiosa denuncia che l'aura che apparentemente circonda il solitario, e che i romantici d'ogni tempo, in certo loro filisteismo, innalzano a segno della propria orgogliosa distinzione, altro non  che una sterile e falsa copertura d'una condizione, non di una scelta.
Alla quale condizione, naturalmente, non pu che corrispondere la suprema infelicit. Il giovane -  detto nel Pensiero LXXIX - non acquista mai l'arte del vivere. A tale apprendimento gli si oppongono la carica dei sentimenti, particolarmente vigorosa in quell'et; gli si oppongono la ricchezza del desiderio e lo straordinario calore degli affetti, e dovremo qui rammentare le tante riflessioni sulla giovent, unica vera et dell'uomo, o i tanti passi dell'epistolario in cui tale sentimento  avvalorato dalla viva prova dell'esperienza? Solo la calma degli affetti, prosegue Leopardi, e la capacit di dominarli -segno di raggiunta maturit e prudenza - possono portare alla conquista del mondo e ad imporsi su di esso con la necessaria autorevolezza. Perch il mondo  come le donne, non si stanca di ripetere lo scrittore (2): occorre dispregiarlo per farlo proprio, giacch, come le donne,  di chi lo seduce, lo calpesta e gode di lui. Viene in mente la celebre sfida lanciata da Rastignac a Parigi: Ed ora, a noi due!; ma Leopardi sa perfettamente che, per gettare con forza questo grido, occorre tenere a freno la franca ed esuberante commozione del cuore, raffreddarne la generosit nell'acqua gelida del calcolo, dissimularla in un comportamento rivolto piuttosto a compiacere gli altri che se stesso. Ma sa anche, com'era accaduto a lui, che a quei pochi in cui la forza de' sentimenti  s grande in principio, che per corso d'anni non vien meno, il destino ha decretato una sorte diversa: d'assistere, in impotenza, al trionfo mondano degli altri. Questi per lo contrario sono infelicissimi, e bambini fino alla morte nell'uso del mondo, che non possono apprendere. La conclusione del Pensiero risuona come una marcia funebre e il risentimento, nobilitato dall'acume dell'intelligenza, assurge a una speciale verit dolorosamente strappata dal tormento di una personale esperienza psicologica.
Ma ancor pi chiara l'esperienza autobiografica si fa nel Pensiero LXXXII, persuasivamente ricondotto, come gi s' detto, all'amore disperato del poeta per Fanny Targioni Tozzetti e al conseguente ciclo d'Aspasia. E' questo uno dei Pensieri leopardiani pi belli, che tocca uno dei temi da lui pi sentiti come veri e significativi della stessa esistenza individuale: Nessuno diventa uomo innanzi di aver fatto una grande esperienza di s, la quale rivelando lui a lui medesimo, e determinando l'opinione sua intorno a se stesso, determina in qualche modo la fortuna e lo stato della sua vita. L'antico gnosce te ipsum viene qui trascinato nel fuoco della passione la quale, ardendo, svela e determina l'effettivo valore dell'individuo. Tramontate per sempre, nell'et contemporanea, le antiche virt collettive e sociali - l'amor di patria, il gesto eroico, l'impresa magnanima compiuta a beneficio dei pi; nel gelo dell'egoismo affaristico del secolo XIX ipocritamente proteso, nella realt della guerra di tutti contro tutti, verso il sogno filisteo di un progresso illimitato e di un illimitato benessere, non rimane che una sola passione, autentica anche se privata: quella dell'amore. E l l'uomo, nel fuoco che lo incendia e nella fatale disillusione che ne conseguir, prover ab esperto il nulla della vita, che di immaginata gli si far reale, di cosa udita cosa veduta; e se dalla prova non uscir pi felice, ne uscir per pi potente, cio pi atto a far uso di s e degli altri.
"Amore e Morte", "A se stesso", le due canzoni sepolcrali: di questi bellissimi "Canti", qui nel Pensiero, viene fermato il principio che, nella poesia, da psicologico si render conoscitivo, dalla miseria dell'uomo assurger a definirne la grandezza e, con essa, l'ardimento e il patire. Si capisce bene, oramai, perch Leopardi finisse col correggere il suo giovanile, e molto pi comune, concetto di noia (quale  attestato in tanti passi del primo "Zibaldone") - noia come ozio dell'anima o la pi sterile fra le passioni - in uno tutto nuovo e, in apparenza, persino paradossale: la noia come il pi sublime dei sentimenti umani (3). La suggestione della famosa meditazione di Pascal sui due infiniti (4), forse letta dapprima nella pagina che il Foscolo inser nel suo Jacopo Ortis (5), dovette in lui agire in un notevole processo di maturazione. Considerare l'ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole maravigliosa dei mondi, e trovare che tutto  poco e piccino alla capacit dell'animo proprio... e sempre accusare le cose d'insufficienza e di nullit, e patire mancamento e voto, e per noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobilt. L'estrema importanza della rivoluzione copernicana, che Leopardi avvert sempre come rivoluzione non soltanto fisico-astronomica, ma culturale e ideologica (6) - capovolgimento di una tradizione antropomorfica con tutte le sue problematiche conseguenze - si inserisce qui sul tronco di un'altra importante persuasione: quella che fonda l'infelicit eterna dell'uomo nella sua impossibilit di poter compiutamente soddisfare la sua ansia di conoscere e, soprattutto, di vivere in un continuato stato di grazia. Ma risulta anche chiaro perch Leopardi, sui riconosciuti principi di questa "humaine condition" si volga, come l'angelo vendicatore, a denunciare le falsit, le bassezze, le ipocrisie del genere umano, il quale, come rassegnato a questa sua condizione e incapace di dar vita a un'eroica ribellione, si lascia trascinare e si abbandona al fango del mondo. A guardar bene lo studio del machiavellismo di societ, cui Leopardi volle dar vita in modo pi sistematico negli ultimi anni della sua vita, nasce piuttosto da un bisogno di passione e di vendetta, di protesta e di ribellione, che non da uno di pacata riflessione, consapevolmente perseguito.
Per sarebbe impresa degna del nostro secolo quella di rendere la vita finalmente un'azione non simulata ma vera, e di conciliare per la prima volta al mondo la famosa discordia tra detti e fatti, scrive Leopardi nel XXIII Pensiero, e sono le intenzioni gi espresse nel giovanile abbozzo della "Novella Senofonte e Niccol Machiavello" e ribadite in alcune battute del "Dialogo di Timandro e di Eleandro": Cavinsi le maschere, [e gli uomini] si rimangano coi loro vestiti. Senonch, per un tal proposito, occorreva anche possedere non dico una acritica fiducia negli uomini e nel mondo, ma spirito di tolleranza e capacit di guardare al reale con un sorriso, se non d'indulgenza, di compassione; doti che al Leopardi, nel suo intransigente radicalismo, mancavano affatto. Egli poteva capire perfettamente la forza e la dissacrante potenza del riso, che una volta defin come un surrogato, nell'et moderna, delle antiche perdute virt (7), ma non aveva disposizione alcuna ad abbandonare il proprio cuore giovanile e in tempesta a quel sorriso che sempre presuppone una sorta di compiacenza nei confronti del nemico da abbattere. Ci gli sarebbe parso un tradimento. La dolorosa purezza della sua vita e del suo cuore - ha scritto Benjamin (8) - si irradia da lui come una luce che nell'aura a lui connaturata della solitudine fiammeggia in modo intenso e abbagliante. Egli infatti, come tutti i giovani dal cuore particolarmente sensibile e generoso, si sent particolarmente incline a generare un mondo fosco e a gettare su queste tenebre, con le sue riflessioni e i suoi pensieri, i lampi della sua spada vendicatrice. Per questo essi irradiano un furore apocalittico.
L'uso del mondo finisce per rendere malvagi anche i cuori pi innocenti; nel mondo, o si fa violenza o la si soffre; tutti gli uomini sono sventurati per legge; l'impostura regna ovunque sovrana; la civilt ha compiuto opera di corruzione e di distruzione: allo sguardo compare un paesaggio incendiato dal male universale (9). Se a ci si aggiungono le ripetute osservazioni sulla bassezza che governa l'arte del saper vivere, arte disprezzata ancor prima di venire analizzata - l'arte dell'adulazione, del conversare, del farsi largo con la menzogna e il cinismo, con la scaltrezza e con la scelleraggine, con l'arroganza e la spregiudicatezza (10); e, ancora, se si riflette su quelle nobilissime proteste avanzate in difesa del cuore puro della giovinezza e a quelle terribili condanne pronunciate contro l'assurdo di un'educazione imposta da vecchi, dai vecchi maestri dell'impostura e del filisteismo; o alla difesa del corpo e della salute, alla condanna dello spiritualismo e della mortificazione, alla celebrazione della vita contro la morte (11); allora si pu dire veramente che i "Pensieri" leopardiani, nonostante il loro stato frammentario e la loro sostanziale incompiutezza, posseggono, quanto meno, una forza emotiva particolarmente avvincente. Nati, forse, come un manuale per addestrare i giovani a vivere m societ, essi si sono trasformati, nell'ardente commozione che li anima e spesso anche li infuoca, in una voce oracolare e in manuale per ribelli.
     UGO DOTTI

GUIDA BIBLIOGRAFICA.

Quest'edizione riproduce il testo dei "Pensieri" quale  apparso nelle edizioni Adelphi (Milano, 1982), a cura di C. Galimberti, il quale, a sua volta, vi ha riprodotto quello stabilito da F. Moroncini ("Opere minori approvate" di G. Leopardi, edizione critica ad opera di F. M. Moroncini, vol. II, "Prose", Bologna, Cappelli, 1931, p.p. 319-80) riscontrato con il testo curato da F. Flora (G. Leopardi, "Poesie e prose", Milano, Mondadori, 1940). All'eccellente commento del Galimberti  bene che io dichiari subito il mio notevole debito, tanto per gli spunti interpretativi quanto per le indicazioni delle derivazioni dei "Pensieri" dallo "Zibaldone".

I "Pensieri" leopardiani vennero curati, dopo la morte dello scrittore, da A. Ranieri, che li pubblic nel 1845 (G. Leopardi, "Opere", Firenze, Le Monnier). Il Ranieri si occup dei "Pensieri" oltre che nella "Notizia intorno alla vita ed agli scritti di G.L." premessa all'edizione citata, anche nei "Sette anni di sodalizio con G. Leopardi", pubblicati a Napoli nel 1880. Vedine ora la ristampa presso Garzanti, Milano, 1979: e cfr. in part. le p.p. 74 e 120.
Sui "Pensieri" saranno da ricordare gli studi di: M. Porena, "I centoundici Pensieri", prima in Rivista d'Italia, ottobre 1915, e ora in "Scritti leopardiani", Bologna, Zanichelli, 1959, p.p. 253-79; A. Momigliano: "I Pensieri" (1932), ora in "Studi di poesia", Bari, Laterza 1948, p.p. 150-56; M. Fubini, "I Paralipomeni prosastici di G. Leopardi", in Leonardo, 1933, p.p. 332-39, studio poi rielaborato nell'Introduzione alle "Operette morali seguite da una scelta di Pensieri", Firenze, Vallecchi, 1933 e Torino, Loescher, 1966; la recensione di W. Benjamin (1928) alla traduzione tedesca dei "Pensieri" leopardiani, ora in "Critiche e recensioni", Torino, Einaudi, 1979, e soprattutto la postfazione di C. Galimberti, "Fanciulli e pi che uomini", alla sua edizione, citata, dei "Pensieri" p.p. 177-87. Sui "Pensieri" e sulla loro derivazione dallo "Zibaldone", cfr. F. P. Luiso, "Sui Pensieri di G. Leopardi", in Rassegna nazionale, 1899 p.p. 113-25; O. Antognoni, in G. Leopardi, "Il libro delle prose", Livorno, Giusti, p.p. 103-22; l'importante studio di M. Porena gi ricordato.
Pi recenti i due lavori di A. Diamantini, "Sui centoundici Pensieri di G. Leopardi" e di E. Burchi, "I Pensieri e lo Zibaldone: analisi di un rapporto", apparsi entrambi in La Rassegna della letteratura italiana, 1970, p.p. 16-34 il primo, che  un lavoro diligente e nulla pi; e 1977, p.p. 331-62 il secondo, che  uno scritto tanto prolisso quanto farraginoso.
Altre fonti, o presunte tali, hanno indicato E. Siebert, in "Ein Kommentar zu Giacomo Leopardis Pensieri", Berlin, C. Vogts Verlag, 1896 e, in relazione ai "Caractres" di La Bruyre, B. Zumbini, in "Studi sul Leopardi", Firenze, Barbera, 1904, vol. II, p.p. 120-37.
Indicazioni ulteriori si trovano in G. De Robertis, "Zibaldone scelto e annotato", Firenze, Le Monnier, 1922; E. Sanguineti (in G. Leopardi, "Opere", a c. di G. Getto, commento di E.S., Milano, Mursia, 1966); E. Ghidetti, (in G. Leopardi, "Tutte le Opere", a c. di W. Binni, Firenze, Sansoni, 1969, vol. I, p.p. 1437-38).
Infine, tra le edizioni commentate, ricordiamo: I. Della Giovanna, "Le prose morali", Firenze, Sansoni, 1895, ristampata con prefazione di G. De Robertis, Firenze, Sansoni, 1957; O. Antognoni, "Il libro delle prose", Livorno, Giusti, 1911; M. Porena, Prose scelte, Milano, Hoepli, 1921; I. Sanesi, "I Canti, le Operette morali e i Pensieri", Firenze, Sansoni, s.a., ma 1932; M. Fubini, "Operette morali seguite da una scelta di Pensieri", Firenze, Vallecchi, 1933 e Torino, Loescher, 1966 e quindi in G. Leopardi, "Opere", Torino, UTET 1977; S. Solmi, in G. Leopardi, "Opere", Milano-Napoli, Ricciardi, 1956, tomo I.
     U. D.


NOTE A: UN MANUALE PER RIBELLI.
(Introduzione di Ugo Dotti - guida bibliografica).


LA GENESI DEI PENSIERI.

1 - La lettera  del 16 giugno 1826.
2 - Quando Leopardi abbia effettivamente iniziato il progetto di raccogliere in libro i suoi "Pensieri", non  dato precisare. Dall'esame dei manoscritti (cfr. M. Porena, I centoundici pensieri [1915], in "Scritti leopardiani", Bologna, Zanichelli, 1959 p. 274) si accerta che essi sono scritti a guisa di schedario su fogli separati e che il loro ordinamento non risulta se non dalla numerazione apposta ai fogli, con inchiostro diverso e da altra mano che quella del Leopardi. Ne consegue: 1) che effettivamente lo scrittore, estraendoli dallo "Zibaldone" e rielaborandoli, progettava una raccolta particolare; 2) che il lavoro non ebbe mai una sistemazione definitiva. Nella tardissima lettera al De Sinner (2 marzo 1837), pochi mesi prima della morte, Leopardi, che aveva pregato in precedenza il filologo svizzero di adoperarsi per un'edizione parigina delle sue opere, scriveva: Vi acchiudo il foglio che mi dite in francese, relativo all'edizione delle mie bagattelle. E specificava: Je veux publier un volume indit de "Penses" sur les caractres des hommes et sur leur conduite dans la Socit. Gli rispondeva il De Sinner, il primo maggio: On mettrait d'abord les "Canti", puis les "Operette morali". Puis viendraient les "Penses" indites.
Anche se l'edizione del Baudry naufrag per la morte di Leopardi, risulta chiaro che, attorno ai primi mesi nel 1837, una raccolta di "Pensieri" leopardiani sugli uomini e sul loro comportamento in societ era in stato d'avanzato allestimento; e questi Pensieri, come  ben noto, vennero poi pubblicati postumi, nell'attuale ordinamento, dal Ranieri nelle edizioni Le Monnier del 1845.
3 - Cfr. la citata lettera al De Sinner, 2 maggio 1837.
4 - Ancora nelle ultime pagine dello "Zibaldone" (4428, 2 gennaio 1829): La mia filosofia, non solo non  conducente alla misantropia... ma di sua natura esclude la misantropia... La mia filosofia fa rea d'ogni cosa la natura e discolpando gli uomini totalmente rivolge l'odio, o se non altro il lamento, a principio pi alto, all'origine vera dei mali dei viventi.
5 - Sulla storia degli uomini non mancheranno in Leopardi accenni sarcastici. Cfr. per es. nel "Dialogo di un folletto e di uno gnomo": E per le loro proprie vicende [gli uomini] le chiamavano rivoluzioni del mondo, e le storie delle loro genti storie del mondo. E cfr. "La Ginestra", vv. 185 segg.
6 - Cfr. il Pensiero LIV; "Zibaldone", 4525 (23 maggio 1832), il "Dialogo di Tristano e di un amico", e in part: Gli uomini universalmente, volendo vivere, conviene che credano la vita bella e pregevole; e tale la credono; e si adirano contro chi pensa altrimenti. Perch in sostanza il genere umano crede sempre, non il vero, ma quello che , o pare che sia, pi a proposito suo. E cfr. anche "Zibaldone", 414-16 (9-15 dicembre 1820).
7 - Anche per la necessit dello scrittore di usare un linguaggio chiaro, veritiero e senza infingimenti; per la necessit di dir le cose del tempo co' nomi loro, come aveva gi scritto nell'abbozzo "Per la novella Senofonte e Machiavello", e come qui ripete: e scrivo in lingua moderna, e non dei tempi troiani. E cfr. la chiusa del primo Pensiero.
8 - Cfr. S. Timpanaro, Sui moderati toscani e su certo moderatismo [1975], ora in "Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana", Pisa, E.T.S., 1982, p.p. 49-96.
9 - Sui sostenitori settecenteschi della perfettibilit dell'uomo, del progresso, eccetera, cfr. P. Hazard, "La crisi della coscienza europea", trad. ital. Torino, Einaudi, 1946, p.p. 317-63.
10 - Cfr. per es. A. Momigliano, I Pensieri, [1932], in "Studi di poesia", Bari, Laterza, 1948, p. 151. In Leopardi... si sente che egli non aveva... tanta capacit di trasferirsi negli altri da poter fare dei suoi "Pensieri" il quadro di una societ. Ben pi acutamente C. Galimberti, nel saggio che segue la sua edizione dei "Pensieri" (Milano, Adelphi 1982, p. 184): Alla societ contemporanea, in particolare, Leopardi guarda con occhi apocalittici, come a una realt che alfine permette di "disvelare", appunto, leggi da sempre operanti... Alle spalle dell'et presente Leopardi scorge la forza perenne del mondo: dietro il mondo intravede Arimane.
11 - In proposito  interessante che il Croce (cfr. il suo Leopardi, in "Poesia e non poesia"), tra tante riserve avanzate nei confronti della stessa poesia del recanatese, accolga con favore il canto "Aspasia", un canto che, in rapporto almeno alla polemica contro la donna (frutto insieme di un malcelato rancore per la disillusione patita e di tradizionali pregiudizi) non mi sembra tra i migliori del poeta. Ma al Croce la poesia appare drammatica, giacch, egli dice, Leopardi dal naufragio dell'ultimo amore, si raccoglie sulla ferma sponda dell'intelletto e ritrova la sua forza nello spiegare a s stesso quello che gli  accaduto, e nel teorizzarlo: vale a dire lo scindere l'Aspasia reale - interpretata in negativo - dall'Aspasia ideale vagheggiata in positivo. In altre parole: Leopardi avrebbe qui, almeno una volta, sublimato l'ideale, spiritualizzandolo e contrapponendolo al reale, negato e avvertito al pi come effimero e comunque incapace a produrre l'idealit del bello eterno e perfetto.
12 - Il corsivo  mio. Nella lettera al Colletta  detto: Il trattato della natura degli uomini e delle cose, conterrebbe le questioni delle materie astratte, delle origini della ragione, dei destini dell'uomo, della felicit e simili, ma forse non sarebbe oscuro, n ripeterebbe le cose dette da altri n mancherebbe di utilit pratica.
13 - Solo nel '32, come  noto, vi avrebbe aggiunto il "Dialogo di Tristano e di un amico" e quello di "Un venditore d'almanacchi e di un passeggere", per il quale tuttavia  da vedere l'abbozzo dello "Zibaldone" a p.p. 4283-84, 1 luglio 1827.
14 - Si vedano le lettere dello Stella del 9 agosto 1826 in risposta a una del Leopardi del 2 purtroppo mancante; quella di Leopardi del 26 agosto; dello Stella del 2 settembre e quella del Leopardi del 13 di quel mese. In quest'ultima  detto: Quanto al "Dizionario filosofico" le scrissi che io aveva pronti i materiali com' vero; ma lo stile ch' la cosa pi faticosa ci manca affatto, giacch sono gittati sulla carta con parole e frasi appena intelleggibili, se non a me solo. E di pi sono sparsi in pi migliaia di pagine, contenenti i miei pensieri; e per poterne estrarre quelli che appartenessero a un dato articolo bisognerebbe che io rileggessi tutte quelle migliaia di pagine, segnassi i pensieri che farebbero al caso, li disponessi, gli ordinassi ec., tutte cose che io far quando a Lei parr bene che io mi dia di proposito a stendere questo "Dizionario"; ma che non si possono eseguire per il momento, e per uno o due articoli soli. Ne risulta chiaro: 1) che Leopardi pensava di sfruttare il materiale dello "Zibaldone" per altri lavori filosofici dopo essersene servito per le "Operette"; 2) che il problema pi serio era quello dello stile, della forma, vale a dire dell'invenzione poetica, 3) che era necessario, per prima cosa, riordinare il materiale raccolto sceverando e distinguendo. Cosa che Leopardi fece effettivamente con l'"Indice" del suo Zibaldone di pensieri composto a Firenze nel 1827, tra l'11 luglio e il 14 ottobre.
15 - E vedi l'annotazione Caratteri morali nella citata lettera al Colletta e Caratteri morali ragionali e filosofici in un elenco di "Disegni letterari" risalenti al 1821.
16 - Cfr. il diligente lavoro di A. Diamantini, Sui centoundici "Pensieri" di Giacomo Leopardi in La Rassegna della letteratura italiana, 1970, n., p.p. 17 segg.
17 - In uno del "Disegni" risalente probabilmente al 1826, Leopardi aveva progettato: L'arte di vivere nel mondo, poema.
18 - "La Novella: Senofonte e Niccol Machiavello" e il "Dialogo Galantuomo e Mondo", risalenti al 1820 e '21.
19 - In un appunto dei "Disegni" risalente al 1821: Massime morali sull'andare del manuale di Epitt. Rochefoucauld ec.; in altri fermati probabilmente nel 1828: Saggi alla Montaigne, Lettere provinciali (Pascal, Couner ec.). Potremmo aggiungere quelle "Penses" di J.J Rousseau (un florilegio dell'"Emilio", Amsterdam, 1786 distinto per argomenti) che Leopardi cominci a leggere alla fine del marzo del 1829, concludendone la lettura in maggio, come risulta da un suo elenco di letture e dalla trascrizione di passi che ne fece nello "Zibaldone" (p.p. 4474, 4478, 4491 ,4492, 4500-02, 4510-11).
20 - E nello "Zibaldone", p. 85: Io era spaventato nel trovarmi in mezzo al nulla, un nulla io medesimo. Io mi sentiva come soffocare, considerando e sentendo che tutto  nulla, solido nulla. E poco prima (p. 72): Tutto  nulla al mondo, anche la mia disperazione... Misero me,  vano,  un nulla anche questo mio dolore.
21 - Cfr. "Zibaldone", p.p. 140-41: Il dolore o la disperazione che nasce dalle grandi passioni e illusioni o da qualunque sventura della vita, non  paragonabile all'affogamento che nasce dalla certezza e dal sentimento vivo della nullit di tutte le cose, e della impossibilit di esser felice a questo mondo, e dell'immensit del vuoto che si sente nell'anima. Le sventure o d'immaginazione o reali, potranno anche indurre il desiderio della morte, o anche far morire, ma quel dolore ha pi della vita, anzi, massimamente se proviene da immaginazione e passione,  pieno di vita, e quest'altro dolore ch'io dico  tutto morte; e quella medesima morte prodotta "immediatamente" dalle sventure  cosa pi viva, laddove quest'altra  pi sepolcrale, senz'azione senza movimento senza calore, e quasi senza dolore.
22 - Cfr. i "Canti" col commento di G. A Levi, Firenze, Battistelli, 1921, p. 218.
23 - Cfr. la chiusa del Pensiero LXXXII.
24 - Cfr. i passi dello "Zibaldone" posti sotto questa intestazione.
25 - Nel citato saggio Fanciulli e pi che uomini, che chiude la ricordata edizione dei "Pensieri", Milano, Adelphi, 1982, p. 184.
26 - La lettera al Lebreton  della fine di giugno del 1836.
27 - Dal 1825 al 4 dicembre del 1832, data dell'ultima annotazione, lo "Zibaldone" aumenter di sole 400 pagine Alla fine del 1824 Leopardi ne aveva invece riempite 4120.
28 - Cfr. la "Palinodia".

IL SAPER VIVERE.

1 - Il Giordani, a pubblicazione avvenuta da parte del Ranieri dei CXI Pensieri leopardiani, il 20 ottobre 1845 scrisse al Viani nei seguenti termini: Di "Pensieri" mi scrisse parecchi anni fa Ranieri ch'erano seicento. Dopo la stampa mi ha scritto non esservene pi. Distrutti da Giacomo nol credo punto. Cos ricorda Prospero Viani: cfr. "Epistolario di Giacomo Leopardi", raccolto e ordinato da P. Viani, Firenze, Le Monnier, 1892. vol. III, p. 420.
2 - Sullo stile dei "Pensieri" ottime al solito le osservazioni di M. Fubini (Prosa e poesia nelle "Operette morali" e nei "Pensieri" di Giacomo Leopardi, introduzione a G. Leopardi, "Operette morali", Torino, Loescher, 1966, p.p. 41 segg. Il saggio sui pensieri  una rielaborazione di un articolo del 1933, apparso in Leonardo, 1933, p.p. 332-39). Il Fubini vede giustamente nello stile dei "Pensieri" il riflesso dei due concetti che ispirarono la raccolta: quello dello scienziato che osserva il mondo nel suo meccanicistico dispiegarsi, e quello dell'uomo appassionato, fermo nelle sue convinzioni, che denuncia e smaschera.
3 - Per le "Penses" di Rousseau, cfr. nota 19, supra.
4 - I centoundici pensieri, ora in "Scritti leopardiani", cit., p.p. 253 segg.
5 - "Essais", III, 1.
6 - "Essais", III, 1.
7 - Cfr. il saggio di M. Horkheimer, Montaigne e la funzione dello scetticismo [1938], in "Teoria critica", trad. ital., Torino, Einaudi, 1974 vol. II, p.p. 196-253.
8 - Cfr. in part. "Essais", I, 39.
9 - Lettera al Giordani, 4 settembre 1820.
10 - Sul problema cfr. le interessanti osservazioni di G. Lukcs, "Estetica", trad. ital., Torino, Einaudi. 1970, vol. II, p.p. 856 segg.
11 - Cfr. W. Binni. "La protesta del Leopardi", Firenze, Sansoni, 1977, p. 10.
12 - Nell'Introduzione, citata, a G. Leopardi, "Operette morali", p. 40.
13 - Cfr. il gi ricordato (nota 4, supra) passo dello "Zibaldone" a p. 1428, del 2 gennaio 1829.
14 - Cfr. "Zibaldone", 4127-32 (5-6 aprile 1825), e in particolare: Bisogna distinguere tra il fine della natura generale e quello della umana, il fine dell'esistenza universale e quello della esistenza umana, o per meglio dire, il fine naturale dell'uomo e quello della sua esistenza. Il fine naturale dell'uomo e di ogni vivente, in ogni momento della sua esistenza sentita, non  e non pu essere altro che la felicit, e quindi il piacere suo proprio... Ma il fine della sua esistenza, o vogliamo dire il fine della natura nel dargliela e nel modificargliela... e insomma il fine dell'esistenza in generale... non  certamente in niun modo la felicit n il piacere del vivente. Dunque la natura, la esistenza non ha in niun modo per fine il piacere n la felicit degli animali: Piuttosto al contrario; ma ci non toglie che ogni animale abbia "di sua natura" per necessario, perpetuo e solo suo fine il suo piacere, e la sua felicit, ... e cos la universit dei viventi. Contraddizione evidente e innegabile nell'ordine delle cose e nel modo della esistenza, contraddizione spaventevole; ma non perci men vera: misterio grande, da non potersi mai spiegare, se non negando... ogni verit o falsit assoluta, e rinunziando in certo modo anche al principio di cognizione, "non polest idem simul esse et non esse". E' appena il caso di ricordare come dalla convinzione di questa contraddizione spaventevole siano nati i grandi ultimi "Canti" leopardiani, dal "Canto notturno" alle due canzoni sepolcrali. In "Sopra il ritratto di una bella donna", ad es., cfr. il v. 22 dove il Misterio eterno ricorda cos da vicino il misterio grande di questo passo dello "Zibaldone".

IL PRIMATO DELLA PSICOLOGIA.

1 - Cfr. B. Pascal, "Penses", ed. Lafuma, n. 622.
2 - Ivi, n. 199.
3 - Cfr. Agostino, "De civ. Dei", XXI, 10.
4 - Cfr. "Penses", ed Lafuma n 100.
5 - Qui si pu anche misurare la differenza che corre tra Pascal e i teorici della Ragion di Stato. Questi ultimi infatti, come scrive E. Auerhach (in "Da Montaigne a Proust", trad. ital., Milano, Garzanti 1973, p.p. 134-35), avevano quasi tutti insegnato in modo pi o meno radicale, con convinzione o con qualche ripugnanza, che uno Stato veramente deciso ad adempiere i suoi compiti non poteva osservare le leggi morali, che l'inganno e l'astuzia, il tradimento e la violenza gli erano permessi; che il suo diritto giungeva fin dove giungeva la sua forza, sulla quale si fondava. Tutto ci compare anche in Pascal. Ma quelli studiavano lo Stato per amor dello Stato, vedevano nello Stato un valore; si compiacevano, come Machiavelli, della sua viva dinamica, o almeno avevano come Hobbes un forte interesse per l'utile che esso, se costruito nel modo giusto, era in grado di produrre a vantaggio dell'uomo, immerso nell'"hic et nunc". Tutto ci e assolutamente indifferente a Pascal. Per lui non esiste una vita interiore e dinamica dello Stato, e se esistesse la considererebbe malvagia; egli non ha alcun interesse per la ricerca dello Stato migliore, perch per lui sono tutti egualmente cattivi. Pascal inserisce la teoria della Ragion di Stato nell'agostinismo, e giunge cos al paradosso del potere puro e iniquo al quale bisogna obbedire senza discutere, senza attendersi alcun utile come eventuale contropartita, ma anche senza dedizione, o meglio per dedizione a Dio.
6 - Non diversamente in "Zibaldone", 1176-77, 17 giugno 1821.
7 - Cfr. "Zibaldone" 3238-45 (22-23 agosto 1823); 3269-71 (26 agosto); 3382-84 (8 settembre) e il capitolo sesto del "Parini", per limitarci alle indicazioni fondamentali. Sul tema sar da vedere, ancorch discutibile, il libro di A. Prete, "Il pensiero poetante. Saggio su Leopardi", Milano, Feltrinelli, 1980.
8 - Il Porena (cfr. il suo studio gi citato) aveva certamente ragione a individuare nel machiavellismo di societ il tema prima dei "CXI Pensieri". Esso  anche il pi evidente; ma gli aforismi leopardiani non esauriscono affatto qui la loro ispirazione, come hanno messo in luce gli studiosi successivi dal Fubini al Galimberti.
9 - Cfr. il Pensiero I, proemio alla raccolta: Io ho lungamente ricusato di creder vere le cose che dir qui sotto... In ultimo l'esperienza quasi violentemente me le ha persuase.
10 - Nella cit. Introduzione p.p. 38-39.
11 - Le peuple est partout un bon jury et un mauvais tribunal: lettera a C. Fauriel, 21 aprile 1814. In A. Manzoni, "Lettere", vol. VII, di "Tutte le opere", a c. di C. Arieti, Milano, Mondadori, 1970, tomo I, p. 142.
12 - Cfr. il ricordato saggio di C. Galimberti, conclusivo della sua edizione dei "Pensieri" leopardiani, p. 184: Alla societ contemporanea in particolare, Leopardi guarda con occhi apocalittici.
13 - Sul permanere di un'esigenza metafisica nel pensiero di Leopardi e sui problemi non ancora sufficientemente chiariti che ci comporta, - e anche sull'inattualit di questa metafisica - ha scritto pagine eccellenti C. Galimberti nell'Introduzione alla sua edizione delle "Operette morali", Napoli, Guida, 1977.

AUTOBIOGRAFIA E MACHIAVELLISMO NELL'ELABORAZIONE DEI PENSIERI.

1 - Vedine in particolare la chiusa: gli sciocchi sieno buoni, perch altro non possono.
2 - Cfr. in particolare i Pensieri LXXII, LXXIV e LXXV.
3 - Cfr. "Pensieri" LXVIII e LXVII.
4 - "Penses", ed. Lafuma n. 199.
5 - Il passo, che inizia con le parole: Io non so ne perch venni al mondo; n come; n cosa sia il mondo; n cosa io stesso mi sia si legge quasi in chiusa al libro. Cfr. comunque "Ultime lettere di Jacopo Ortis", a cura di G. Gambarin, in "Opere". ed. naz., Firenze, Le Monnier, 1955, vol. IV, p.p. 455-56.
6 - Cfr. "Il Copernico"; ma anche gli appunti dello "Zibaldone" a p. 84 e p. 975 e, ancor prima, il quarto capitolo della "Storia dell'Astronomia".
7 - Cfr. la chiusa del Pensiero LXXVIII: Chi ha coraggio di ridere,  padrone del mondo, poco altrimenti di chi  preparato a morire, e nell'"Elogio degli uccelli": tenendo [il riso] nelle nazioni civili un luogo, e facendo un ufficio, coi quali esso supplisce per qualche modo alle parti esercitate in altri tempi dalle virt, dalla giustizia, dall'amore e simili.
8 - Il breve scritto di W. Benjamin [1928] raccolto in "Critiche e recensioni", trad. ital., Torino, Einaudi 1979, p.p. 67-69.
9 - Cfr. "Pensieri", XIV, XXVIII, XXXI, XXIX, LXXXIV, LXXXV, C, CI eccetera.
10 - Cfr. "Pensieri" XXI, XXIV, XXV, XLIV, LV, LX, XCVIII, XCI ecc.
11 - Cfr. Pensieri LIV, LXXVII, LXXXV, CIV.


PENSIERI


I

Io ho lungamente ricusato di creder vere le cose che dir qui sotto, perch, oltre che la natura mia era troppo rimota da esse, e che l'animo tende sempre a giudicare gli altri da se medesimo (1), la mia inclinazione non  stata mai d'odiare gli uomini, ma di amarli (2). In ultimo l'esperienza quasi violentemente me le ha persuase: e sono certo che quei lettori che si troveranno aver praticato cogli uomini molto e in diversi modi, confesseranno che quello ch'io sono per dire  vero; tutti gli altri lo terranno per esagerato, finch l'esperienza, se mai avranno occasione di veramente fare esperienza della societ umana, non lo ponga loro dinanzi agli occhi.
Dico che il mondo (3)  una lega di birbanti contro gli uomini da bene, e di vili contro i generosi. Quando due o pi birbanti si trovano insieme la prima volta, facilmente e come per segni si conoscono tra loro per quello che sono; e subito si accordano (4); o se i loro interessi non patiscono questo, certamente provano inclinazione l'uno per l'altro, e si hanno gran rispetto. Se un birbante ha contrattazioni e negozi con altri birbanti, spessissimo accade che si porta con lealt e che non gl'inganna; se con genti onorate,  impossibile che non manchi loro di fede, e dovunque gli torna comodo, non cerchi di rovinarle; ancorch sieno persone animose, e capaci di vendicarsi; perch ha speranza, come quasi sempre gli riesce, di vincere colle sue frodi la loro bravura. Io ho veduto pi volte uomini paurosissimi, trovandosi fra un birbante pi pauroso di loro, e una persona da bene piena di coraggio, abbracciare per paura le parti del birbante: anzi questa cosa accade sempre che le genti ordinarie si trovano in occasioni simili: perch le vie dell'uomo coraggioso e da bene sono conosciute e semplici, quelle del ribaldo sono occulte e infinitamente varie. Ora, come ognuno sa, le cose ignote fanno pi paura che le conosciute; e facilmente uno si guarda dalle vendette dei generosi, dalle quali la stessa vilt e la paura ti salvano; ma nessuna paura e nessuna vilt  bastante a scamparti dalle persecuzioni segrete, dalle insidie, n dai colpi anche palesi che ti vengono dai nemici vili. Generalmente nella vita quotidiana il vero coraggio  temuto pochissimo; anche perch, essendo scompagnato da ogni impostura,  privo di quell'apparato che rende le cose spaventevoli; e spesso non gli  creduto; e i birbanti sono temuti anche come coraggiosi, perch, per virt d'impostura, molte volte sono tenuti tali.
Rari sono i birbanti poveri: perch, lasciando tutto l'altro, se un uomo da bene cade in povert, nessuno lo soccorre, e molti se ne rallegrano; ma se un ribaldo diventa povero, tutta la citt si solleva per aiutarlo. La ragione si pu intendere di leggeri: ed  che naturalmente noi siamo tocchi dalle sventure di chi ci  compagno e consorte, perch pare che sieno altrettante minacce a noi stessi; e volentieri, potendo, vi apprestiamo rimedio, perch il trascurarle pare troppo chiaramente un acconsentire dentro noi medesimi che, nell'occasione, il simile sia fatto a noi. Ora i birbanti, che al mondo sono i pi di numero, e i pi copiosi di facolt, tengono ciascheduno gli altri birbanti, anche non cogniti a se di veduta (5), per compagni e consorti loro, e nei bisogni si sentono tenuti a soccorrerli per quella specie di lega, come ho detto, che v' tra essi. Ai quali anche pare uno scandalo che un uomo conosciuto per birbante sia veduto nella miseria; perch questa dal mondo, che sempre in parole  onoratore della virt, facilmente in casi tali  chiamata gastigo, cosa che ritorna in obbrobrio, e che pu ritornare in danno, di tutti loro. Per in tor via questo scandalo si adoperano tanto efficacemente, che pochi esempi si vedono di ribaldi, salvo se non sono persone del tutto oscure, che caduti in mala fortuna, non racconcino le cose loro in qualche modo comportabile.
All'opposto i buoni e i magnanimi, come diversi dalla generalit, sono tenuti dalla medesima quasi creature d'altra specie, e conseguentemente non solo non avuti per consorti n per compagni, ma stimati non partecipi dei diritti sociali, e, come sempre si vede, perseguitati tanto pi o meno gravemente, quanto la bassezza d'animo e la malvagit del tempo e del popolo nei quali si abbattono a vivere, sono pi o meno insigni; perch come nei corpi degli animali la natura tende sempre a purgarsi di quegli umori e di quei principii che non si confanno con quelli onde propriamente si compongono essi corpi, cos nelle aggregazioni di molti uomini la stessa natura porta che chiunque differisce grandemente dall'universale di quelli, massime se tale differenza  anche contrariet, con ogni sforzo sia cercato distruggere o discacciare. Anche sogliono essere odiatissimi i buoni e i generosi perch ordinariamente sono sinceri, e chiamano le cose coi loro nomi (6). Colpa non perdonata dal genere umano, il quale non odia mai tanto chi fa male, n il male stesso, quanto chi lo nomina. In modo che pi volte, mentre chi fa male ottiene ricchezze, onori e potenza, chi lo nomina  strascinato in sui patiboli; essendo gli uomini prontissimi a sofferire o dagli altri o dal cielo qualunque cosa, purch in parole ne sieno salvi (7).


II

Scorri le vite degli uomini illustri, e se guarderai a quelli che sono tali, non per iscrivere, ma per fare (1), troverai a gran fatica pochissimi veramente grandi, ai quali non sia mancato il padre nella prima et. Lascio stare che, parlando di quelli che vivono di entrata, colui che ha il padre vivo, comunemente  un uomo senza facolt (2); e per conseguenza non pu nulla nel mondo: tanto pi che nel tempo stesso  facoltoso in aspettativa, onde non si d pensiero di procacciarsi roba coll'opera propria; il che potrebbe essere occasione a grandi fatti; caso non ordinario per, poich generalmente quelli che hanno fatto cose grandi, sono stati o copiosi o certo abbastanza forniti de' beni della fortuna insino dal principio. Ma lasciando tutto questo, la potest paterna appresso tutte le nazioni che hanno leggi, porta seco una specie di schiavit de' figliuoli; che, per essere domestica,  pi stringente e pi sensibile della civile; e che, comunque possa essere temperata o dalle leggi stesse, o dai costumi pubblici, o dalle qualit particolari delle persone, un effetto dannosissimo non manca mai di produrre: e questo  un sentimento che l'uomo, finch ha il padre vivo, porta perpetuamente nell'animo, confermatogli dall'opinione che visibilmente ed inevitabilmente ha di lui la moltitudine. Dico un sentimento di soggezione e di dependenza, e di non essere libero signore di se medesimo, anzi di non essere, per dir cos, una persona intera, ma una parte e un membro solamente, e di appartenere il suo nome ad altrui pi che a se. Il qual sentimento, pi profondo in coloro che sarebbero pi atti alle cose, perch avendo lo spirito pi svegliato, sono pi capaci di sentire, e pi oculati ad accorgersi della verit della propria condizione,  quasi impossibile che vada insieme, non dir col fare, ma col disegnare checchessia di grande. E passata in tal modo la giovent, l'uomo che in et di quaranta o di cinquant'anni sente per la prima volta di essere nella potest propria,  soverchio il dire che non prova stimolo, e che, se ne provasse, non avrebbe pi impeto n forze n tempo sufficienti ad azioni grandi. Cos anche in questa parte si verifica che nessun bene si pu avere al mondo, che non sia accompagnato da mali della stessa misura: poich l'utilit inestimabile del trovarsi innanzi nella giovanezza una guida esperta ed amorosa, quale non pu essere alcuno cos come il proprio padre,  compensata da una sorte (3) di nullit e della giovanezza e generalmente della vita (4).


III

La sapienza economica di questo secolo (1) si pu misurare dal corso che hanno le edizioni che chiamano compatte, dove  poco il consumo della carta, e infinito quello della vista. Sebbene in difesa del risparmio della carta nei libri, si pu allegare che l'usanza del secolo  che si stampi molto e che nulla si legga (2). Alla quale usanza appartiene anche l'avere abbandonati i caratteri tondi, che si adoperarono comunemente in Europa ai secoli addietro, e sostituiti in loro vece i caratteri lunghi, aggiuntovi il lustro della carta; cose quanto belle a vederle, tanto e pi dannose agli occhi nella lettura, ma ben ragionevoli in un tempo nel quale i libri si stampano per vedere e non per leggere (3).


IV

Questo che segue, non  un pensiero, ma un racconto, ch'io pongo qui per isvagamento del lettore. Un mio amico, anzi compagno della mia vita, Antonio Ranieri (1), giovane che, se vive, e se gli uomini non vengono a capo di rendere inutili i doni ch'egli ha dalla natura, presto sar significato (2) abbastanza dal solo nome, abitava meco nel 1831 in Firenze. Una sera di state, passando per Via buia, trov in sul canto, presso alla piazza del Duomo, sotto una finestra terrena del palazzo che ora  de' Riccardi, fermata molta gente, che diceva tutta spaventata: ih, la fantasima! (3) E guardando per la finestra nella stanza, dove non era altro lume che quello che vi batteva dentro da una delle lanterne della citt, vide egli stesso come un'ombra di donna, che scagliava le braccia di qua e di l, e nel resto immobile. Ma avendo pel capo altri pensieri, pass oltre, e per quella sera n per tutto il giorno vegnente non si ricord di quell'incontro.
L'altra sera, alla stessa ora, abbattendosi a ripassare dallo stesso luogo, vi trov raccolta pi moltitudine che la sera innanzi, e ud che ripetevano collo stesso terrore: ih, la fantasima! E riguardando per entro la finestra, rivide quella stessa ombra, che pure, senza fare altro moto, scoteva le braccia. Era la finestra non molto pi alta da terra che una statura d'uomo, e uno tra la moltitudine che pareva un birro disse: s'i' avessi qualcuno che mi sostenessi 'n sulle spalle, i' vi monterei, per guardare che v' l drento. Al che soggiunse il Ranieri: se voi mi sostenete, monter io. E dettogli da quello, montate, mont su, ponendogli i piedi in su gli omeri, e trov presso all'inferriata della finestra, disteso in sulla spalliera di una seggiola, un grembiale nero, che agitato dal vento, faceva quell'apparenza di braccia che si scagliassero; e sopra la seggiola, appoggiata alla medesima spalliera, una rocca da filare, che pareva il capo dell'ombra: la quale rocca il Ranieri presa in mano, mostr al popolo adunato, che con molto riso si disperse.
A che questa storiella? Per ricreazione, come ho detto, de' lettori, e inoltre per un sospetto ch'io ho, che ancora possa essere non inutile alla critica storica ed alla filosofia sapere che nel secolo decimonono, nel bel mezzo di Firenze, che  la citt pi culta d'Italia, e dove il popolo in particolare  pi intendente e pi civile, si veggono fantasmi, che sono creduti spiriti, e sono rocche da filare. E gli stranieri si tengano qui di sorridere, come fanno volentieri delle cose nostre; perch troppo  noto che nessuna delle tre grandi nazioni che, come dicono i giornali, marchent  la tte de la civilisation (4), crede agli spiriti meno dell'italiana.


V

Nelle cose occulte vede meglio sempre il minor numero, nelle palesi il maggiore. E' assurdo l'addurre quello che chiamano consenso delle genti nelle quistioni metafisiche (1): del qual consenso non si fa nessuna stima nelle cose fisiche, e sottoposte ai sensi; come per esempio nella quistione del movimento della terra (2), e in mille altre. Ed all'incontro  temerario, pericoloso, ed, al lungo andare, inutile, il contrastare all'opinione del maggior numero nelle materie civili (3).


VI

La morte non  male: perch libera l'uomo da tutti i mali, e insieme coi beni gli toglie i desiderii. La vecchiezza  male sommo: perch priva l'uomo di tutti i piaceri, lasciandogliene gli appetiti; e porta seco tutti i dolori (1). Nondimeno gli uomini temono la morte, e desiderano la vecchiezza.


VII

Havvi, cosa strana a dirsi, un disprezzo della morte e un coraggio pi abbietto e pi disprezzabile che la paura: ed  quello de' negozianti ed altri uomini dediti a far danari, che spessissime volte, per guadagni anche minimi, e per sordidi risparmi, ostinatamente ricusano cautele e provvidenze necessarie alla loro conservazione, e si mettono a pericoli estremi, dove non di rado, eroi vili, periscono con morte vituperata. Di quest'obbrobrioso coraggio si sono veduti esempi insigni, non senza seguirne danni e stragi de' popoli innocenti, nell'occasione della peste, chiamata pi volentieri cholera morbus, che ha flagellata la specie umana in questi ultimi anni (1).


VIII

Uno degli errori gravi nei quali gli uomini incorrono giornalmente,  di credere che sia tenuto loro il segreto (1). N solo il segreto di ci che essi rivelano in confidenza, ma anche di ci che senza loro volont, o mal grado loro,  veduto o altrimenti saputo da chicchessia, e che ad essi converrebbe che fosse tenuto occulto. Ora io dico che tu erri ogni volta che sapendo che una cosa tua  nota ad altri che a te stesso, non tieni gi per fermo che ella sia nota al pubblico, qualunque danno o vergogna possa venire a te di questo. A gran fatica per la considerazione dell'interesse proprio, si tengono gli uomini di non (2) manifestare le cose occulte; ma in causa d'altri, nessuno tace: e se vuoi certificarti di questo, esamina te stesso e vedi quante volte o dispiacere o danno o vergogna che ne venga ad altri, ti ritengono di non palesare cosa che tu sappi; di non palesarla, dico, se non a molti, almeno a questo o a quell'amico, che torna il medesimo. Nello stato sociale nessun bisogno  pi grande che quello di chiacchierare, mezzo principalissimo di passare il tempo, ch' una delle prime necessit della vita (3). E nessuna materia di chiacchiere  pi rara che una che svegli la curiosit e scacci la noia: il che fanno le cose nascoste e nuove. Per prendi fermamente questa regola: le cose che tu non vuoi che si sappia che tu abbi fatte, non solo non le ridire, ma non le fare. E quelle che non puoi fare che non sieno o che non sieno state, abbi per certo che si sanno, quando bene tu non te ne avvegga.


IX

Chi contro all'opinione d'altri ha predetto il successo di una cosa nel modo che poi segue, non si pensi che i suoi contraddittori, veduto il fatto, gli dieno ragione, e lo chiamino pi savio o pi intendente di loro: perch o negheranno il fatto, o la predizione, o allegheranno che questa e quello differiscano nelle circostanze, o in qualunque modo troveranno cause per le quali si sforzeranno di persuadere a se stessi e agli altri che l'opinione loro fu retta, e la contraria torta.


X

La maggior parte delle persone che deputiamo a educare i figliuoli, sappiamo di certo non essere state educate (1). N dubitiamo che non possano dare quello che non hanno ricevuto, e che per altra via non si acquista.


XI

V' qualche secolo che, per tacere del resto, nelle arti e nelle discipline presume di rifar tutto, perch nulla sa fare (1).


XII

Colui che con fatiche e con patimenti, o anche solo dopo molto aspettare, ha conseguito un bene, se vede altri conseguire il medesimo con facilit e presto, in fatti non perde nulla di ci che possiede, e nondimeno tal cosa  naturalmente odiosissima, perch nell'immaginativa il bene ottenuto scema a dismisura se diventa comune a chi per ottenerlo ha speso e penato poco o nulla. Perci l'operaio della parabola evangelica si duole come d'ingiuria fatta a se, della mercede uguale alla sua, data a quelli che avevano lavorato meno (1); e i frati di certi ordini hanno per usanza di trattare con ogni sorte di acerbit i novizi, per timore che non giungano agiatamente a quello stato al quale essi sono giunti con disagio (2).


XIII

Bella ed amabile illusione  quella per la quale i d anniversari di un avvenimento, che per verit non ha a fare con essi pi che con qualunque altro d dell'anno, paiono avere con quello un'attinenza particolare, e che quasi un'ombra del passato risorga e ritorni sempre in quei giorni, e ci sia davanti: onde  medicato in parte il tristo pensiero dell'annullamento di ci che fu, e sollevato il dolore di molte perdite parendo che quelle ricorrenze facciano che ci che  passato, e che pi non torna, non sia spento n perduto del tutto. Come trovandoci in luoghi dove sieno accadute cose o per se stesse o verso di noi memorabili, e dicendo, qui avvenne questo, e qui questo, ci reputiamo, per modo di dire, pi vicini a quegli avvenimenti, che quando ci troviamo altrove; cos quando diciamo, oggi  l'anno, o tanti anni, accadde la tal cosa, ovvero la tale, questa ci pare, per dir cos, pi presente, o meno passata, che negli altri giorni (1). E tale immaginazione  s radicata nell'uomo, che a fatica pare che si possa credere che l'anniversario sia cos alieno dalla cosa come ogni altro d: onde il celebrare annualmente le ricordanze importanti, s religiose come civili, s pubbliche come private, i d natalizi e quelli delle morti delle persone care, ed altri simili, fu comune ed , a tutte le nazioni che hanno, ovvero ebbero, ricordanze e calendario (2). Ed ho notato, interrogando in tal proposito parecchi, che gli uomini sensibili, ed usati alla solitudine, o a conversare internamente, sogliono essere studiosissimi degli anniversari, e vivere, per dir cos, di rimembranze di tal genere, sempre riandando, e dicendo fra s: in un giorno dell'anno come il presente mi accadde questa o questa cosa.


XIV

Non sarebbe piccola infelicit degli educatori, e soprattutto dei parenti (1), se pensassero, quello che  verissimo, che i loro figliuoli, qualunque indole abbiano sortita, e qualunque fatica, diligenza e spesa si ponga in educarli, coll'uso poi del mondo, quasi indubitabilmente, se la morte non li previene, diventeranno malvagi (2). Forse questa risposta sarebbe pi valida e pi ragionevole di quella di Talete, che dimandato da Solone perch non si ammogliasse, rispose mostrando le inquietudini dei genitori per gl'infortunii e i pericoli de' figliuoli (3). Sarebbe, dico, pi valido e pi ragionevole lo scusarsi dicendo di non volere aumentare il numero dei malvagi.


XV

Chilone, annoverato fra i sette sapienti della Grecia, ordinava che l'uomo forte di corpo, fosse dolce di modi, a fine, diceva, d'ispirare agli altri pi riverenza che timore (1). Non  mai soverchia l'affabilit, la soavit de' modi, e quasi l'umilt in quelli che di bellezza o d'ingegno o d'altra cosa molto desiderata nel mondo, sono manifestamente superiori alla generalit: perch troppo grave  la colpa della quale hanno a impetrar perdono, e troppo fiero e difficile il nemico che hanno a placare; l'una la superiorit, e l'altro l'invidia. La quale credevano gli antichi, quando si trovavano in grandezze e in prosperit, che convenisse placare negli stessi Dei, espiando con umiliazioni con offerte e con penitenze volontarie il peccato appena espiabile della felicit o dell'eccellenza (2).


XVI

Se al colpevole e all'innocente, dice Ottone imperatore appresso Tacito,  apparecchiata una stessa fine,  pi da uomo il perire meritamente (1). Poco diversi pensieri credo che sieno quelli di alcuni, che avendo animo grande e nato alla virt, entrati nel mondo, e provata l'ingratitudine, l'ingiustizia, e l'infame accanimento degli uomini contro i loro simili, e pi contro i virtuosi, abbracciano la malvagit; non per corruttela n tirati dall'esempio, come i deboli; n anche per interesse, n per troppo desiderio dei vili e frivoli beni umani, n finalmente per isperanza di salvarsi incontro alla malvagit generale; ma per un'elezione libera, e per vendicarsi degli uomini, e rendere loro il cambio, impugnando contro di essi le loro armi (2). La malvagit delle quali persone  tanto pi profonda, quanto nasce da esperienza della virt; e tanto pi formidabile, quanto  congiunta, cosa non ordinaria, a grandezza e fortezza d'animo, ed  una sorte d'eroismo (3).


XVII

Come le prigioni e le galee (1) sono piene di genti, a dir loro, innocentissime, cos gli uffizi pubblici e le dignit d'ogni sorte non sono tenute se non da persone chiamate e costrette a ci loro mal grado. E' quasi impossibile trovare alcuno che confessi di avere o meritato pene che soffra, o cercato n desiderato onori che goda (2): ma forse meno possibile questo, che quello.


XVIII

Io vidi in Firenze uno che strascinando, a modo di bestia da tiro, come col  stile, un carro colmo di robe, andava con grandissima alterigia gridando e comandando alle persone di dar luogo; e mi parve figura di molti che vanno pieni d'orgoglio, insultando agli altri, per ragioni non dissimili da quella che causava l'alterigia in colui, cio tirare un carro.


XIX

V'ha alcune poche persone al mondo, condannate a riuscir male cogli uomini in ogni cosa, a cagione che, non per inesperienza n per poca cognizione della vita sociale, ma per una loro natura immutabile, non sanno lasciare una certa semplicit di modi, privi di quelle apparenze e di non so che mentito ed artifiziato, che tutti gli altri, anche senza punto avvedersene, ed anche gli sciocchi, usano ed hanno sempre nei modi loro, e che  in loro e ad essi medesimi malagevolissimo a distinguere dal naturale. Quelli ch'io dico, essendo visibilmente diversi dagli altri, come riputati inabili alle cose del mondo, sono vilipesi e trattati male anco dagl'inferiori, e poco ascoltati o ubbiditi dai dipendenti: perch tutti si tengono da pi di loro, e li mirano con alterigia. Ognuno che ha a fare con essi, tenta d'ingannarli e di danneggiarli a profitto proprio pi che non farebbe con altri, credendo la cosa pi facile, e poterlo fare impunemente: onde da tutte le parti  mancato loro di fede, e usate soverchierie, e conteso il giusto e il dovuto. In qualunque concorrenza sono superati, anche da molto inferiori a loro, non solo d'ingegno o d'altre qualit intrinseche, ma di quelle che il mondo conosce ed apprezza maggiormente, come bellezza, giovent, forza, coraggio, ed anche ricchezza. Finalmente qualunque sia il loro stato nella societ, non possono ottenere quel grado di considerazione che ottengono gli erbaiuoli e i facchini (1). Ed  ragione in qualche modo; perch non  piccolo difetto o svantaggio di natura, non potere apprendere quello che anche gli stolidi apprendono facilissimamente, cio quell'arte che sola fa parere uomini gli uomini ed i fanciulli: non potere, dico, non ostante ogni sforzo. Poich questi tali, quantunque di natura inclinati al bene, pure conoscendo la vita e gli uomini meglio di molti altri, non sono punto, come talora paiono, pi buoni di quello che sia lecito essere senza meritare l'obbrobrio di questo titolo (2); e sono privi delle maniere del mondo non per bont, o per elezione propria, ma perch ogni loro desiderio e studio d'apprenderle ritorna vano. Sicch ad essi non resta altro, se non adattare l'animo alla loro sorte, e guardarsi soprattutto di non voler nascondere o dissimulare quella schiettezza e quel fare naturale che  loro proprio: perch mai non riescono cos male, n cos ridicoli, come quando affettano l'affettazione ordinaria degli altri (3).


XX

Se avessi l'ingegno del Cervantes, io farei un libro per purgare, come egli la Spagna dall'imitazione de' cavalieri erranti, cos io l'Italia, anzi il mondo incivilito, da un vizio che, avendo rispetto alla mansuetudine dei costumi presenti, e forse anche in ogni altro modo, non  meno crudele n meno barbaro di qualunque avanzo della ferocia de' tempi medii castigato dal Cervantes (1). Parlo del vizio di leggere o di recitare ad altri i componimenti propri: il quale, essendo antichissimo pure nei secoli addietro fu una miseria tollerabile, perch rara, ma oggi, che il comporre  di tutti, e che la cosa pi difficile  trovare uno che non sia autore,  divenuto un flagello, una calamit pubblica, e una nuova tribolazione della vita umana. E non  scherzo ma verit il dire, che per lui le conoscenze sono sospette e le amicizie pericolose, e che non v' ora n luogo dove qualunque innocente non abbia a temere di essere assaltato, e sottoposto quivi medesimo, o strascinato altrove, al supplizio di udire prose senza fine o versi a migliaia, non pi sotto scusa di volersene intendere il suo giudizio, scusa che gi lungamente fu costume di assegnare per motivo di tali recitazioni; ma solo ed espressamente per dar piacere all'autore udendo, oltre alle lodi necessarie alla fine. In buona coscienza io credo che in pochissime cose apparisca pi, da un lato, la puerilit della natura umana, ed a quale estremo di cecit, anzi di stolidit, sia condotto l'uomo dall'amor proprio (2); da altro lato, quanto innanzi possa l'animo nostro fare illusione a se medesimo; di quello che ci si dimostri in questo negozio del recitare gli scritti propri. Perch, essendo ciascuno consapevole a se stesso della molestia ineffabile che  a lui sempre l'udire le cose d'altri, vedendo sbigottire e divenire smorte le persone invitate ad ascoltare le cose sue allegare ogni sorte d'impedimenti per iscusarsi, ed anche fuggire da esso e nascondersi a pi potere; nondimeno con fronte metallica, con perseveranza meravigliosa, come un orso affamato, cerca ed insegue la sua preda per tutta la citt, e sopraggiunta, la tira dove ha destinato (3). E durando la recitazione, accorgendosi, prima allo sbadigliare, poi al distendersi, allo scontorcersi, e a cento altri segni, delle angosce mortali che prova l'infelice uditore, non per questo si rimane n gli d posa; anzi sempre pi fiero e accanito, continua aringando e gridando per ore, anzi quasi per giorni e per notti intere, fino a diventarne roco, e finch, lungo tempo dopo tramortito l'uditore, non si sente rifinito di forze egli stesso, bench non sazio. Nel qual tempo, e nella quale carnificina che l'uomo fa del suo prossimo, certo  ch'egli prova un piacere quasi sovrumano e di paradiso: poich veggiamo che le persone lasciano per questo tutti gli altri piaceri, dimenticano il sonno e il cibo, e spariscono loro dagli occhi la vita e il mondo. E questo piacere consiste in una ferma credenza che l'uomo ha, di destare ammirazione e di dar piacere a chi ode: altrimenti il medesimo gli tornerebbe recitare al deserto, che alle persone. Ora, come ho detto, quale sia il piacere di chi ode (pensatamente dico sempre ode, e non ascolta) (4), lo sa per esperienza ciascuno, e colui che recita lo vede; e io so ancora che molti eleggerebbero, prima che un piacere simile, qualche grave pena corporale. Fino gli scritti pi belli e di maggior prezzo, recitandoli il proprio autore, diventano di qualit di uccidere annoiando: al qual proposito notava un filologo mio amico, che se  vero che Ottavia, udendo Virgilio leggere il sesto dell'Eneide, fosse presa da uno svenimento (5),  credibile che le accadesse ci, non tanto per la memoria, come dicono, del figliuolo Marcello, quanto per la noia del sentir leggere.
Tale  l'uomo. E questo vizio ch'io dico, s barbaro e s ridicolo, e contrario al senso di creatura razionale,  veramente un morbo della specie umana: perch non v' nazione cos gentile, n condizione alcuna d'uomini, n secolo, a cui questa peste non sia comune. Italiani, Francesi, Inglesi, Tedeschi; uomini canuti, savissimi nelle altre cose, pieni d'ingegno e di valore; uomini espertissimi della vita sociale, compitissimi di modi, amanti di notare le sciocchezze e di motteggiarle; tutti diventano bambini crudeli nelle occasioni di recitare le cose loro. E come  questo vizio de' tempi nostri, cos fu di quelli d'Orazio, al quale parve gi insopportabile (6); e di quelli di Marziale, che dimandato da uno perch non gli leggesse i suoi versi, rispondeva: per non udire i tuoi (7): e cos anche fu della migliore et della Grecia, quando, come si racconta, Diogene cinico, trovandosi in compagnia d'altri, tutti moribondi dalla noia, ad una di tali lezioni (8), e vedendo nelle mani dell'autore, alla fine del libro, comparire il chiaro della carta, disse: fate cuore, amici; veggo terra (9).
Ma oggi la cosa  venuta a tale, che gli uditori, anche forzati a fatica possono bastare alle occorrenze degli autori. Onde alcuni miei conoscenti, uomini industriosi, considerato questo punto, e persuasi che il recitare i componimenti propri sia uno de' bisogni della natura umana, hanno pensato di provvedere a questo, e ad un tempo di volgerlo, come si volgono tutti i bisogni pubblici, ad utilit particolare. Al quale effetto in breve apriranno una scuola o accademia ovvero ateneo di ascoltazione; dove, a qualunque ora del giorno e della notte essi, o persone stipendiate da loro, ascolteranno chi vorr leggere a prezzi determinati: che saranno per la prosa, la prima ora, uno scudo, la seconda due, la terza quattro, la quarta otto, e cos crescendo con progressione aritmetica. Per la poesia il doppio. Per ogni passo letto, volendo tornare a leggerlo, come accade, una lira il verso. Addormentandosi l'ascoltante, sar rimessa al lettore la terza parte del prezzo debito. Per convulsioni, sincopi, ed altri accidenti leggeri o gravi, che avvenissero all'una parte o all'altra nel tempo delle letture, la scuola sar fornita di essenze e di medicine, che si dispenseranno gratis. Cos rendendosi materia di lucro una cosa finora infruttifera, che sono gli orecchi, sar aperta una nuova strada all'industria, con aumento della ricchezza generale.


XXI

Parlando, non si prova piacere che sia vivo e durevole, se non quanto ci  permesso discorrere di noi medesimi, e delle cose nelle quali siamo occupati, o che ci appartengono in qualche modo (1). Ogni altro discorso in poca d'ora viene a noia; e questo, ch' piacevole a noi,  tedio mortale a chi l'ascolta. Non si acquista titolo di amabile, se non a prezzo di patimenti: perch amabile, conversando, non  se non quegli che gratifica all'amor proprio degli altri, e che, in primo luogo, ascolta assai e tace assai, cosa per lo pi noiosissima; poi lascia che gli altri parlino di se e delle cose proprie quanto hanno voglia; anzi li mette in ragionamenti di questa sorte, e parla egli stesso di cose tali; finch si trovano, al partirsi, quelli contentissimi di se, ed egli annoiatissimo di loro (2). Perch, in somma, se la miglior compagnia  quella dalla quale noi partiamo pi soddisfatti di noi medesimi, segue ch'ella  appresso a poco quella che noi lasciamo pi annoiata. La conchiusione , che nella conversazione, e in qualunque colloquio dove il fine non sia che intertenersi (3) parlando, quasi inevitabilmente il piacere degli uni  noia degli altri, n si pu sperare se non che annoiarsi o rincrescere, ed  gran fortuna partecipare di questo e di quello ugualmente (4).


XXII

Assai difficile mi pare a decidere se sia o pi contrario ai primi principii della costumatezza il parlare di se lungamente e per abito, o pi raro un uomo esente da questo vizio.


XXIII

Quello che si dice comunemente, che la vita  una rappresentazione scenica, si verifica soprattutto in questo, che il mondo parla costantissimamente in una maniera, ed opera costantissimamente in un'altra. Della quale commedia oggi essendo tutti recitanti, perch tutti parlano a un modo (1), e nessuno quasi spettatore, perch il vano linguaggio del mondo non inganna che i fanciulli e gli stolti, segue che tale rappresentazione  divenuta cosa compiutamente inetta, noia e fatica senza causa. Per sarebbe impresa degna del nostro secolo quella di rendere la vita finalmente un'azione non simulata ma vera, e di conciliare per la prima volta al mondo la famosa discordia tra i detti e i fatti (2). La quale, essendo i fatti, per esperienza oramai bastante, conosciuti immutabili, e non convenendo che gli uomini si affatichino pi in cerca dell'impossibile, resterebbe che fosse accordata con quel mezzo che , ad un tempo, unico e facilissimo, bench fino a oggi intentato: e questo , mutare i detti, e chiamare una volta le cose coi nomi loro (3).


XXIV

O io m'inganno, o rara  nel nostro secolo quella persona lodata generalmente, le cui lodi non sieno cominciate dalla sua propria bocca. Tanto  l'egoismo, e tanta l'invidia e l'odio che gli uomini portano gli uni agli altri, che volendo acquistar nome, non basta far cose lodevoli, ma bisogna lodarle, o trovare, che torna lo stesso, alcuno che in tua vece le predichi e le magnifichi di continuo, intonandole con gran voce negli orecchi del pubblico, per costringere le persone s mediante l'esempio, e s coll'ardire e colla perseveranza, a ripetere parte di quelle lodi. Spontaneamente non isperare che facciano motto, per grandezza di valore che tu dimostri, per bellezza d'opere che tu facci. Mirano e tacciono eternamente; e, potendo, impediscono che altri non vegga. Chi vuole innalzarsi, quantunque per virt vera, dia bando alla modestia (1). Ancora in questa parte il mondo  simile alle donne (2): con verecondia e con riserbo da lui non si ottiene nulla.


XXV

Nessuno  s compiutamente disingannato del mondo, n lo conosce s addentro, n tanto l'ha in ira, che guardato un tratto da esso con benignit, non se gli (1) senta in parte riconciliato; come nessuno  conosciuto da noi s malvagio, che salutandoci cortesemente, non ci apparisca meno malvagio che innanzi (2). Le quali osservazioni vagliono a dimostrare la debolezza dell'uomo, non a giustificare n i malvagi n il mondo.


XXVI

L'inesperto della vita, e spesso anche l'esperto, in sui primi momenti che si conosce colto da qualche infortunio, massime dove egli non abbia colpa, se pure gli corrono all'animo gli amici e i familiari, o in generale gli uomini, non aspetta da loro altro che commiserazione e conforto, e, per tacere qui d'aiuto che gli abbiano o pi amore o pi riguardo che innanzi; n cosa alcuna  s lungi dal cadergli in pensiero, come vedersi, a causa della sventura occorsagli, quasi degradato nella societ, diventato agli occhi del mondo quasi reo di qualche misfatto, venuto in disgrazia degli amici, gli amici e i conoscenti da tutti i lati in fuga, e di lontano rallegrarsi della cosa, e porre lui in derisione. Similmente, accadendogli qualche prosperit, uno de' primi pensieri che gli nascono,  di avere a dividere la sua gioia cogli amici, e che forse di maggior contento riesca la cosa a loro che a lui; n gli sa venire in capo che debbano, all'annunzio del suo caso prospero, i volti de' suoi cari distorcersi ed oscurarsi, e alcuno sbigottire, molti sforzarsi in principio di non credere, poi di rappiccinire (1) nell'estimazione sua, e nella loro propria e degli altri, il suo nuovo bene; in certi, a causa di questo, intepidirsi l'amicizia, in altri mutarsi in odio; finalmente non pochi mettere ogni loro potere ed opera per ispogliarlo di esso bene (2). Cos  l'immaginazione dell'uomo ne' suoi concetti, e la ragione stessa, naturalmente lontana e aborrente dalla realt della vita (3).


XXVII

Nessun maggior segno d'essere poco filosofo e poco savio, che volere savia e filosofica tutta la vita.'


XXVIII

Il genere umano e, dal solo individuo in fuori, qualunque minima porzione di esso (1), si divide in due parti: gli uni usano prepotenza, e gli altri la soffrono (2). N legge n forza alcuna, n progresso di filosofia n di civilt potendo impedire che uomo nato o da nascere non sia o degli uni o degli altri, resta che chi pu eleggere (3), elegga. Vero  che non tutti possono, n sempre.


XXIX

Nessuna professione  s sterile come quella delle lettere. Pure tanto  al mondo il valore dell'impostura, che con l'aiuto di essa anche le lettere diventano fruttifere. L'impostura  anima, per dir cos, della vita sociale, ed arte senza cui veramente nessun'arte e nessuna facolt, considerandola in quanto agli effetti suoi negli animi umani,  perfetta. Sempre che tu esaminerai la fortuna di due persone che sieno l'una di valor vero in qualunque cosa, l'altra di valor falso, tu troverai che questa  pi fortunata di quella; anzi il pi delle volte questa fortunata, e quella senza fortuna. L'impostura vale e fa effetto anche senza il vero; ma il vero senza lei non pu nulla (1). N ci nasce, credo io, da mala inclinazione della nostra specie, ma perch essendo il vero sempre troppo povero e difettivo,  necessaria all'uomo in ciascuna cosa, per dilettarlo o per muoverlo, parte d'illusione e di prestigio, e promettere assai pi e meglio che non si pu dare. La natura medesima  impostora verso l'uomo, n gli rende la vita amabile o sopportabile, se non per mezzo principalmente d'immaginazione e d'inganno (2).


XXX

Come suole il genere umano, biasimando le cose presenti, lodare le passate, cos la pi parte de' viaggiatori, mentre viaggiano, sono amanti del loro soggiorno nativo, e lo preferiscono con una specie d'ira a quelli dove si trovano (1). Tornati al luogo nativo, colla stessa ira lo pospongono a tutti gli altri luoghi dove sono stati.


XXXI

In ogni paese i vizi e i mali universali degli uomini e della societ umana, sono notati come particolari del luogo. Io non sono mai stato in parte dov'io non abbia udito: qui le donne sono vane e incostanti, leggono poco, e sono male istruite; qui il pubblico  curioso de' fatti altrui, ciarliero molto e maldicente; qui i danari, il favore e la vilt possono tutto; qui regna l'invidia, e le amicizie sono poco sincere; e cos discorrendo; come se altrove le cose procedessero in altro modo. Gli uomini sono miseri per necessit (1), e risoluti di credersi miseri per accidente.


XXXII

Venendo innanzi nella cognizione pratica della vita, l'uomo rimette (1) ogni giorno di quella severit per la quale i giovani, sempre cercando perfezione, e aspettando trovarne, e misurando tutte le cose a quell'idea della medesima che hanno nell'animo, sono s difficili a perdonare i difetti, ed a concedere stima alle virt scarse e manchevoli, ed ai pregi di poco momento, che occorrono (2) loro negli uomini. Poi, vedendo come tutto  imperfetto, e persuadendosi che non v' meglio al mondo di quel poco buono che essi disprezzano, e che quasi nessuna cosa o persona  stimabile veramente, a poco a poco, cangiata misura, e ragguagliando ci che viene loro avanti, non pi al perfetto, ma al vero, si assuefanno a perdonare liberalmente, e a fare stima di ogni virt mediocre, di ogni ombra di valore, di ogni piccola facolt che trovano; tanto che finalmente paiono loro lodevoli molte cose e molte persone che da prima sarebbero parute loro appena sopportabili. La cosa va tant'oltre, che, dove a principio non avevano quasi attitudine a sentire stima, in progresso di tempo diventano quasi inabili a disprezzare; maggiormente quanto sono pi ricchi d'intelligenza (3). Perch in vero l'essere molto disprezzante ed incontentabile passata la prima giovinezza, non  buon segno: e questi tali debbono, o per poco intelletto, o certo per poca esperienza, non aver conosciuto il mondo; ovvero essere di quegli sciocchi che disprezzano altrui per grande stima che hanno di se medesimi (4). In fine apparisce poco probabile, ma  vero, n viene a significare altro che l'estrema bassezza delle cose umane il dire, che l'uso del mondo insegna pi a pregiare che a dispregiare.


XXXIII

Gl'ingannatori mediocri, e generalmente le donne, credono sempre che le loro frodi abbiano avuto effetto, e che le persone vi sieno restate colte: ma i pi astuti dubitano conoscendo meglio da un lato le difficolt dell'arte, dall'altro la potenza, e come quel medesimo che vogliono essi, cio ingannare, sia voluto da ognuno; le quali due cause ultime fanno che spesso l'ingannatore riesce ingannato. Oltre che questi tali non istimano gli altri cos poco intendenti, come suole immaginarli chi intende poco (1).


XXXIV

I giovani assai comunemente credono rendersi amabili fingendosi malinconici. E forse, quando  finta, la malinconia per breve spazio pu piacere, massime alle donne. Ma vera,  fuggita da tutto il genere umano; e al lungo andare non piace e non  fortunata nel commercio degli uomini se non l'allegria (1): perch finalmente, contro a quello che si pensano i giovani, il mondo, e non ha il torto, ama non di piangere, ma di ridere (2).


XXXV

In alcuni luoghi tra civili e barbari, come , per esempio, Napoli (1),  osservabile pi che altrove una cosa che in qualche modo si verifica in tutti i luoghi: cio che l'uomo riputato senza danari, non  stimato appena uomo; creduto denaroso,  sempre in pericolo della vita. Dalla qual cosa nasce, che in s fatti luoghi  necessario, come vi si pratica generalmente, pigliare per partito di rendere lo stato proprio in materia di danari un mistero; acciocch il pubblico non sappia se ti dee disprezzare o ammazzare; onde tu non sii se non quello che sono gli uomini ordinariamente, mezzo disprezzato e mezzo stimato, e quando voluto nuocere e quando lasciato stare.


XXXVI

Molti vogliono e condursi teco vilmente, e che tu ad un tempo, sotto pena del loro odio, da un lato sii tanto accorto, che tu non dia impedimento alla loro vilt, dall'altro non li conoschi (1) per vili.


XXXVII

Nessuna qualit umana  pi intollerabile nella vita ordinaria, n in fatti tollerata meno, che l'intolleranza (1).


XXXVIII

Come l'arte dello schermire  inutile quando combattono insieme due schermitori uguali nella perizia, perch l'uno non ha pi vantaggio dall'altro, che se fossero ambedue imperiti; cos spessissime volte accade che gli uomini sono falsi e malvagi gratuitamente, perch si scontrano in altrettanta malvagit e simulazione, di modo che la cosa ritorna a quel medesimo che se l'una e l'altra parte fosse stata sincera e retta. Non  dubbio che, al far de' conti, la malvagit e la doppiezza non sono utili se non quando o vanno congiunte alla forza, o si abbattono ad una malvagit o astuzia minore, ovvero alla bont. Il quale ultimo caso  raro; il secondo, in quanto a malvagit, non  comune; perch gli uomini, la maggior parte sono malvagi a un modo, poco pi o meno. Per non  calcolabile quante volte potrebbero essi, facendo bene gli uni agli altri, ottenere con facilit quel medesimo che ottengono con gran fatica, o anche non ottengono, facendo ovvero sforzandosi di far male (1).


XXXIX

Baldassar Castiglione nel Cortegiano (1) assegna molto convenientemente la cagione perch sogliano i vecchi lodare il tempo in cui furono giovani, e biasimare il presente. La causa adunque, dice, di questa falsa opinione nei vecchi, estimo io per me ch'ella sia perch gli anni, fuggendo, se ne portan seco molte comodit, e tra l'altre levano dal sangue gran parte degli spiriti vitali, onde la complession si muta, e divengon debili gli organi per i quali l'anima opera le sue virt. Per dei (2) cuori nostri in quel tempo, come allo autunno le foglie degli alberi, caggiono i soavi fiori di contento (3), e nel luogo dei sereni e chiari pensieri entra la nubilosa e torbida tristizia, di mille calamit compagnata: di modo che non solamente il corpo, ma l'animo ancora  infermo, n dei passati piaceri riserva altro che una tenace memoria, e la immagine di quel caro tempo della tenera et, nella quale quando ci ritroviamo, ci pare che sempre il cielo e la terra ed ogni cosa faccia festa e rida intorno agli occhi nostri, e nel pensiero, come in un delizioso e vago giardino, fiorisca la dolce primavera d'allegrezza. Onde forse saria utile, quando gi nella fredda stagione comincia il sole della nostra vita, spogliandoci di quei piaceri, andarsene verso l'occaso, perdere insieme con essi ancor la loro memoria, e trovar, come disse Temistocle, un'arte che a scordar insegnasse (4); perch tanto sono fallaci i sensi del corpo nostro, che spesso ingannano ancora il giudicio della mente. Per parmi che i vecchi siano alla condizion di quelli che partendosi dal porto tengon gli occhi in terra, e par loro che la nave stia ferma e la riva si parta; e pur  il contrario, che il porto, e medesimamente il tempo e i piaceri, restano nel suo stato, e noi con la nave della mortalit fuggendo, n'andiamo l'un dopo l'altro per quel procelloso mare che ogni cosa assorbe e divora; n mai pi ripigliar terra ci  concesso, anzi, sempre da contrari venti combattuti, al fine in qualche scoglio la nave rompemo. Per esser adunque l'animo senile subietto disproporzionato a molti piaceri, gustar non gli pu; e come ai febbricitanti, quando dai vapori (5) corrotti hanno il palato guasto, paiono tutti i vini amarissimi, bench preziosi e delicati siano, cos ai vecchi per la loro indisposizione, alla qual per non manca il desiderio, paion i piaceri insipidi e freddi e molto differenti da quelli che gi provati aver si ricordano, bench i piaceri in se siano i medesimi. Per, sentendosene privi, si dolgono, e biasimano il tempo presente come malo; non discernendo che quella mutazione da se e non dal tempo procede. E, per contrario, recandosi a memoria i passati piaceri, si arrecano (6) ancor il tempo nel quale avuti gli hanno; e per lo laudano come buono; perch pare che seco porti un odore di quello che in esso sentiano quando era presente. Perch in effetto gli animi nostri hanno in odio tutte le cose che state sono compagne de' nostri dispiaceri, ed amano quelle che state sono compagne dei piaceri.
Cos il Castiglione, esponendo con parole non meno belle che ridondanti, come sogliono i prosatori italiani (7), un pensiero verissimo. A confermazione del quale si pu considerare che i vecchi pospongono il presente al passato, non solo nelle cose che dipendono dall'uomo, ma ancora in quelle che non dipendono, accusandole similmente di essere peggiorate, non tanto, com' il vero, in essi e verso di essi, ma generalmente e in se medesime (8). Io credo che ognuno si ricordi avere udito da' suoi vecchi pi volte, come mi ricordo io da' miei, che le annate sono divenute pi fredde che non erano, e gl'inverni pi lunghi; e che, al tempo loro, gi verso il d di pasqua si solevano lasciare i panni dell'inverno, e pigliare quelli della state; la qual mutazione oggi, secondo essi appena nel mese di maggio, e talvolta di giugno, si pu patire. E non ha molti anni, che fu cercata seriamente da alcuni fisici la causa di tale supposto raffreddamento delle stagioni, ed allegato da chi il diboscamento delle montagne (9), e da chi non so che altre cose, per ispiegare un fatto che non ha luogo: poich anzi al contrario  cosa, a cagione d'esempio, notata da qualcuno per diversi passi d'autori antichi, che l'Italia ai tempi romani dovette essere pi fredda che non  ora. Cosa credibilissima anche perch da altra parte  manifesto per isperienza, e per ragioni naturali, che la civilt degli uomini venendo innanzi rende l'aria, ne' paesi abitati da essi, di giorno in giorno pi mite: il quale effetto  stato ed  palese singolarmente in America, dove, per cos dire, a memoria nostra, una civilt matura  succeduta parte a uno stato barbaro, e parte a mera solitudine. Ma i vecchi, riuscendo il freddo all'et loro assai pi molesto che in giovent, credono avvenuto alle cose il cangiamento che provano nello stato proprio, ed immaginano che il calore che va scemando in loro, scemi nell'aria o nella terra. La quale immaginazione  cos fondata, che quel medesimo appunto che affermano i nostri vecchi a noi, affermavano i vecchi, per non dir pi, gi un secolo e mezzo addietro, ai contemporanei del Magalotti, il quale nelle Lettere familiari scriveva (10): egli  pur certo che l'ordine antico delle stagioni par che vada pervertendosi. Qui in Italia  voce e querela comune, che i mezzi tempi (11) non vi son pi, e in questo smarrimento di confini, non vi  dubbio che il freddo acquista terreno. Io ho udito dire a mio padre, che in sua giovent, a Roma, la mattina di pasqua di resurrezione ognuno si rivestiva da state. Adesso chi non ha bisogno d'impegnar la camiciuola, vi so dire che si guarda molto bene di non alleggerirsi della minima cosa di quelle ch'ei portava nel cuor dell'inverno.
Questo scriveva il Magalotti in data del 1683. L'Italia sarebbe pi fredda oramai che la Groenlandia, se da quell'anno a questo, fosse venuta continuamente raffreddandosi a quella proporzione che si raccontava allora (12). E' quasi soverchio l'aggiungere che il raffreddamento continuo che si dice aver luogo per cagioni intrinseche nella massa terrestre, non ha interesse alcuno col presente proposito, essendo cosa, per la sua lentezza, non sensibile in decine di secoli, non che in pochi anni.


XL

Cosa odiosissima  il parlar molto di se. Ma i giovani quanto sono pi di natura viva, e di spirito superiore alla mediocrit, meno sanno guardarsi da questo vizio: e parlano delle cose proprie con un candore estremo, credendo per certissimo che chi ode, le curi poco meno che le curano essi. E cos facendo, sono perdonati; non tanto a contemplazione (1) dell'inesperienza, ma perch  manifesto il bisogno che hanno d'aiuto, di consiglio e di qualche sfogo di parole alle passioni onde  tempestosa la loro et (2). Ed anco pare riconosciuto generalmente che ai giovani si appartenga una specie di diritto di volere il mondo occupato nei pensieri loro.


XLI

Rade volte  ragione che l'uomo si tenga offeso di cose dette di lui fuori della sua presenza, o con intenzione che non dovessero venirgli alle orecchie: perch se vorr ricordarsi, ed esaminare diligentemente l'usanza propria, egli non ha cos caro amico, e non ha personaggio alcuno in tanta venerazione, al quale non fosse per fare gravissimo dispiacere d'intendere molte parole e molti discorsi che fuggono a lui di bocca intorno ad esso amico o ad esso personaggio assente. Da un lato l'amor proprio  cos a dismisura tenero, e cos cavilloso, che quasi  impossibile che una parola detta di noi fuori della presenza nostra, se ci  recata fedelmente, non ci paia indegna o poco degna di noi, e non ci punga; dall'altro  indicibile quanto la nostra usanza sia contraria al precetto del non fare agli altri quello che non vogliamo fatto a noi (1), e quanta libert di parlare in proposito d'altri sia giudicata innocente.


XLII

Nuovo sentimento  quello che prova l'uomo di et di poco pi di venticinque anni, quando, come a un tratto, si conosce tenuto da molti de' suoi compagni pi provetto (1) di loro, e, considerando, si avvede che v' in fatti al mondo una quantit di persone giovani pi di lui, avvezzo a stimarsi collocato, senza contesa alcuna, come nel supremo grado della giovinezza, e se anche si reputava inferiore agli altri in ogni altra cosa, credersi non superato nella giovent da nessuno; perch i pi giovani di lui, ancora poco pi che fanciulli, e rade volte suoi compagni, non erano parte, per dir cos, del mondo (2). Allora incomincia egli a sentire come il pregio della giovinezza, stimato da lui quasi proprio della sua natura e della sua essenza, tanto che appena gli sarebbe stato possibile d'immaginare se stesso diviso da quello, non  dato se non a tempo; e diventa sollecito (3) di cos fatto pregio, s quanto alla cosa in se, e s quanto all'opinione altrui. Certamente di nessuno che abbia passata l'et di venticinque anni, subito dopo la quale incomincia il fiore della giovent a perdere (4), si pu dire con verit, se non fosse di qualche stupido, ch'egli non abbia esperienza di sventure; perch se anco la sorte fosse stata prospera ad alcuno in ogni cosa, pure questi, passato il detto tempo, sarebbe conscio a se stesso di una sventura grave ed amara fra tutte l'altre, e forse pi grave ed amara a chi sia dalle altre parti meno sventurato; cio della decadenza o della fine della cara sua giovent.


XLIII

Uomini insigni per probit sono al mondo quelli dai quali, avendo familiarit con loro, tu puoi, senza sperare servigio alcuno, non temere alcun disservigio.


XLIV

Se tu interroghi le persone sottoposte ad un magistrato, o ad un qualsivoglia ministro del governo, circa le qualit e i portamenti di quello, massime nell'ufficio; anche concordando le risposte nei fatti, tu ritroverai gran dissensione nell'interpretarli; e quando pure le interpretazioni fossero conformi, infinitamente discordi saranno i giudizi, biasimando gli uni quelle cose che gli altri esalteranno. Solo circa l'astenersi o no dalla roba d'altri e del pubblico, non troverai due persone che, accordandosi nel fatto, discordino o nell'interpretarlo o nel farne giudizio, e che ad una voce, semplicemente, non lodino il magistrato dell'astinenza, o per la qualit contraria, non lo condannino. E pare che in somma il buono e il cattivo magistrato non si conosca n si misuri da altro che dall'articolo dei danari; anzi magistrato buono vaglia lo stesso che astinente, cattivo lo stesso che cupido. E che l'ufficiale pubblico possa disporre a suo modo della vita, dell'onest e d'ogni altra cosa dei cittadini; e di qualunque suo fatto trovare non solo scusa ma lode; purch non tocchi i danari. Quasi che gli uomini, discordando in tutte l'altre opinioni, non convengano che nella stima della moneta: o quasi che i danari in sostanza sieno l'uomo; e non altro che i danari (1): cosa che veramente pare per mille indizi che sia tenuta dal genere umano per assioma costante, massime ai tempi nostri (2). Al qual proposito diceva un filosofo francese del secolo passato: i politici antichi parlavano sempre di costumi e di virt; i moderni non parlano d'altro che di commercio e di moneta (3). Ed  gran ragione, soggiunge qualche studente di economia politica, o allievo delle gazzette in filosofia: perch le virt e i buoni costumi non possono stare in piedi senza il fondamento dell'industria; la quale provvedendo alle necessit giornaliere, e rendendo agiato e sicuro il vivere a tutti gli ordini di persone render stabili le virt, e proprie dell'universale. Molto bene. Intanto, in compagnia dell'industria, la bassezza dell'animo, la freddezza, l'egoismo, l'avarizia, la falsit e la perfidia mercantile, tutte le qualit e le passioni pi depravatrici e pi indegne dell'uomo incivilito, sono in vigore, e moltiplicano senza fine; ma le virt si aspettano (4).


XLV

Gran rimedio della maldicenza, appunto come delle afflizioni d'animo,  il tempo. Se il mondo biasima qualche nostro istituto (1) o andamento, buono o cattivo, a noi non bisogna altro che perseverare. Passato poco tempo, la materia divenendo trita, i maledici l'abbandonano, per cercare delle pi recenti. E quanto pi fermi ed imperturbati ci mostreremo noi nel seguitar oltre, disprezzando le voci, tanto pi presto ci che fu condannato in principio, o che parve strano, sar tenuto per ragionevole e per regolare: perch il mondo, il quale non crede mai che chi non cede abbia il torto, condanna alla fine se, ed assolve noi. Onde avviene, cosa assai nota, che i deboli vivono a volont del mondo, e i forti a volont loro.


XLVI

Non fa molto onore, non so s'io dica agli uomini o alla virt, vedere che in tutte le lingue civili, antiche e moderne, le medesime voci significano bont e sciocchezza, uomo da bene e uomo da poco. Parecchie di questo genere, come in italiano dabbenaggine, in greco "eueths", "euethia" (1), prive del significato proprio, nel quale forse sarebbero poco utili, non ritengono, o non ebbero dal principio, altro che il secondo. Tanta stima della bont  stata fatta in ogni tempo dalla moltitudine; i giudizi della quale, e gl'intimi sentimenti, si manifestano, anche mal grado talvolta di lei medesima, nelle forme del linguaggio (2). Costante giudizio della moltitudine, non meno che, contraddicendo al linguaggio il discorso (3), costantemente dissimulato, , che nessuno che possa eleggere (4), elegga di esser buono: gli sciocchi sieno buoni, perch altro non possono.


XLVII

L'uomo  condannato o a consumare la giovent senza proposito, la quale  il solo tempo di far frutto per l'et che viene, e di provvedere al proprio stato; o a spenderla in procacciare godimenti a quella parte della sua vita, nella quale egli non sar pi atto a godere (1).


XLVIII

Quanto sia grande l'amore che la natura ci ha dato verso i nostri simili, si pu comprendere da quello che fa qualunque animale, e il fanciullo inesperto, se si abbatte a vedere la propria immagine in qualche specchio; che, credendola una creatura simile a se, viene in furore e in ismanie, e cerca ogni via di nuocere a quella creatura e di ammazzarla. Gli uccellini domestici, mansueti come sono per natura e per costume, si spingono contro allo specchio stizzosamente, stridendo, colle ali inarcate e col becco aperto, e lo percuotono (1); e la scimmia, quando pu, lo gitta in terra, e lo stritola co' piedi.


XLIX

Naturalmente l'animale odia il suo simile (1), e qualora ci  richiesto all'interesse proprio, l'offende. Perci l'odio n le ingiurie degli uomini non si possono fuggire: il disprezzo si pu in gran parte (2). Onde sono il pi delle volte poco a proposito gli ossequi che i giovani e le persone nuove nel mondo prestano a chi viene loro alle mani, non per vilt, n per altro interesse, ma per un desiderio benevolo di non incorrere inimicizie e di guadagnare gli animi (3). Del qual desiderio non vengono a capo, e in qualche modo nocciono alla loro estimazione; perch nell'ossequiato cresce il concetto di se medesimo, e quello dell'ossequioso scema (4). Chi non cerca dagli uomini utilit o grido (5), n anche cerchi amore, che non si ottiene; e, se vuole udire il mio consiglio, mantenga la propria dignit intera, rendendo non pi che il debito a ciascheduno. Alquanto pi odiato e perseguitato sar cos che altrimenti, ma non molte volte disprezzato (6).


L

In un libro che hanno gli Ebrei di sentenze e di detti vari, tradotto, come si dice, d'arabico, o pi verisimilmente, secondo alcuni, di fattura pure ebraica (1), fra molte altre cose di nessun rilievo, si legge, che non so qual sapiente, essendogli detto da uno, io ti vo' bene, rispose: oh perch no? se non sei n della mia religione, n parente mio, n vicino, n persona che mi mantenga. L'odio verso i propri simili,  maggiore verso i pi simili. I giovani sono, per mille ragioni, pi atti all'amicizia che gli altri. Nondimeno  quasi impossibile un'amicizia durevole (2) tra due che menino parimente vita giovanile; dico quella sorte di vita che si chiama cos oggi, cio dedita principalmente alle donne. Anzi tra questi tali  meno possibile che mai, s per la veemenza delle passioni, s per le rivalit in amore e le gelosie che nascono tra essi inevitabilmente, e perch, come  notato da Madama di Stal, gli altrui successi prosperi colle donne sempre fanno dispiacere, anche al maggior amico del fortunato (3). Le donne sono, dopo i danari, quella cosa in cui la gente  meno trattabile e meno capace di accordi, e dove i conoscenti, gli amici, i fratelli cangiano l'aspetto e la natura loro ordinaria: perch gli uomini sono amici e parenti, anzi sono civili e uomini, non fino agli altari, giusta il proverbio antico (4), ma fino ai danari e alle donne: quivi diventano selvaggi e bestie. E nelle cose donnesche, se  minore l'inumanit, l'invidia  maggiore che nei danari: perch in quelle ha pi interesse la vanit; ovvero, per dir meglio, perch v'ha interesse un amor proprio, che fra tutti  il pi proprio e il pi delicato. E bench ognuno nelle occasioni faccia altrettanto, mai non si vede alcuno sorridere o dire parole dolci a una donna, che tutti i presenti non si sforzino, o di fuori o fra se medesimi, di metterlo amaramente in derisione. Onde, quantunque la met del piacere dei successi prosperi in questo genere, come anche per lo pi negli altri, consista in raccontarli (5),  al tutto fuori di luogo il conferire (6) che i giovani fanno le loro gioie amorose, massime con altri giovani: perch nessun ragionamento fu mai ad alcuno pi rincrescevole; e spessissime volte, anche narrando il vero, sono scherniti.


LI

Vedendo quanto poche volte gli uomini nelle loro azioni sono guidati da un giudizio retto di quello che pu loro giovare o nuocere, si conosce quanto facilmente debba trovarsi ingannato chi proponendosi d'indovinare alcuna risoluzione occulta, esamina sottilmente in che sia posta la maggiore utilit di colui o di coloro a cui tale risoluzione si aspetta (1). Dice il Guicciardini nel principio del decimosettimo libro (2), parlando dei discorsi fatti in proposito dei partiti che prenderebbe Francesco primo, re di Francia, dopo la sua liberazione dalla fortezza di Madrid: considerarono forse quegli che discorsero in questo modo, pi quello che ragionevolmente doveva fare, che non considerarono quale sia la natura e la prudenza dei Franzesi; errore nel quale certamente spesso si cade nelle consulte e nei giudizi che si fanno della disposizione e volont di altri. Il Guicciardini  forse il solo storico tra i moderni, che abbia e conosciuti molto gli uomini, e filosofato circa gli avvenimenti attenendosi alla cognizione della natura umana, e non piuttosto a una certa scienza politica, separata dalla scienza dell'uomo, e per lo pi chimerica, della quale si sono serviti comunemente quegli storici, massime oltramontani ed oltramarini che hanno voluto pur discorrere intorno ai fatti, non contentandosi, come la maggior parte, di narrarli per ordine, senza pensare pi avanti (3).


LII

Nessuno si creda avere imparato a vivere, se non ha imparato a tenere per un purissimo suono di sillabe le profferte che gli sono fatte da chicchessia, e pi le pi spontanee, per solenni e per ripetute che possano essere: n solo le profferte, ma le istanze vivissime ed infinite che molti fanno acciocch altri si prevalga (1) delle facolt loro; e specificano i modi e le circostanze della cosa, e con ragioni rimuovono le difficolt. Che se alla fine, o persuaso, o forse vinto dal tedio di s fatte istanze, o per qualunque causa, tu ti conduci a scoprire ad alcuno di questi tali qualche tuo bisogno, tu vedi colui subito impallidire, poi mutato discorso, o risposto parole di nessun rilievo, lasciarti senza conchiusione; e da indi innanzi, per lungo tempo, non sar piccola fortuna se, con molta fatica, ti verr fatto di rivederlo, o se, ricordandotegli per iscritto, ti sar risposto. Gli uomini non vogliono beneficare, e per la molestia della cosa in se, e perch i bisogni e le sventure dei conoscenti non mancano di fare a ciascuno qualche piacere (2); ma amano l'opinione di benefattori, e la gratitudine altrui, e quella superiorit che viene dal benefizio. Per quello che non vogliono dare, offrono: e quanto pi ti veggono fiero, pi insistono, prima per umiliarti e per farti arrossire, poi perch tanto meno temono che tu non (3) accetti le loro offerte. Cos con grandissimo coraggio si spingono oltre fino all'ultima estremit, disprezzando il presentissimo pericolo di riuscire impostori, con isperanza di non essere mai altro che ringraziati; finch alla prima voce che significhi domanda, si pongono in fuga.


LIII

Diceva Bione, filosofo antico:  impossibile piacere alla moltitudine, se non diventando un pasticcio, o del vino dolce (1). Ma questo impossibile, durando lo stato sociale degli uomini, sar cercato sempre, anco da chi dica, ed anco da chi talvolta creda di non cercarlo: come, durando la nostra specie, i pi conoscenti della condizione umana, persevereranno fino alla morte cercando felicit, e promettendosene.


LIV

Abbiasi per assioma generale che, salvo per tempo corto, l'uomo, non ostante qualunque certezza ed evidenza delle cose contrarie, non lascia mai tra se e se, ed anche nascondendo ci a tutti gli altri, di creder vere quelle cose, la credenza delle quali gli  necessaria alla tranquillit dell'animo, e, per dir cos, a poter vivere (1). Il vecchio, massime se egli usa nel mondo, mai fino all'estremo non lascia di credere nel segreto della sua mente, bench ad ogni occasione protesti il contrario, di potere, per un'eccezione singolarissima dalla regola universale, in qualche modo ignoto e inesplicabile a lui medesimo, fare ancora un poco d'impressione alle donne: perch il suo stato sarebbe troppo misero, se egli fosse persuaso compiutamente di essere escluso in tutto e per sempre da quel bene in cui finalmente l'uomo civile, ora a un modo ora a un altro, e quando pi quando meno aggirandosi, viene a riporre l'utilit della vita. La donna licenziosa, bench vegga tutto giorno mille segni dell'opinione pubblica intorno a se, crede costantemente di essere tenuta dalla generalit per donna onesta; e che solo un piccolo numero di suoi confidenti antichi e nuovi (dico piccolo a rispetto del pubblico) sappiano, e tengano celato al mondo, ed anche gli uni di loro agli altri, il vero dell'esser suo. L'uomo di portamenti vili, e, per la stessa sua vilt e per poco ardire, sollecito dei giudizi altrui, crede che le sue azioni sieno interpretate nel miglior modo, e che i veri motivi di esse non sieno compresi. Similmente nelle cose materiali, il Buffon osserva che il malato in punto di morte non d vera fede n a medici n ad amici, ma solo all'intima sua speranza, che gli promette scampo dal pericolo presente (2). Lascio la stupenda credulit e incredulit de' mariti circa le mogli, materia di novelle, di scene, di motteggi e di riso eterno a quelle nazioni appresso le quali il matrimonio  irrevocabile (3). E cos discorrendo, non  cosa al mondo tanto falsa n tanto assurda, che non sia tenuta vera dagli uomini pi sensati, ogni volta che l'animo non trova modo di accomodarsi alla cosa contraria, e di darsene pace. Non tralascer che i vecchi sono meno disposti che i giovani a rimuoversi dal credere ci che fa per loro e ad abbracciare quelle credenze che gli offendono (4): perch i giovani hanno pi animo di levare gli occhi incontro ai mali, e pi attitudine o a sostenerne la coscienza o a perirne.


LV

Una donna  derisa se piange di vero cuore il marito morto ma biasimata altamente se, per qualunque grave ragione o necessit, comparisce in pubblico, o smette il bruno (1), un giorno prima dell'uso (2). E' assioma trito, ma non perfetto, che il mondo si contenta dell'apparenza (3). Aggiungasi per farlo compiuto, che il mondo non si contenta mai, e spesso non si cura, e spesso  intollerantissimo della sostanza (4). Quell'antico si studiava pi d'esser uomo da bene che di parere (5), ma il mondo ordina di parere uomo da bene, e di non essere.


LVI

La schiettezza allora pu giovare, quando  usata ad arte, o quando, per la sua rarit, non l' data fede (1).


LVII

Gli uomini si vergognano, non delle ingiurie che fanno, ma di quelle che ricevono. Per ad ottenere che gl'ingiuriatori si vergognino, non v' altra via, che di rendere loro il cambio.


LVIII

I timidi non hanno meno amor proprio che gli arroganti; anzi pi, o vogliamo dire pi sensitivo; e perci temono: e si guardano di non pungere gli altri, non per istima che ne facciano maggiore che (1) gl'insolenti e gli arditi, ma per evitare d'esser punti essi, atteso l'estremo dolore che ricevono da ogni puntura (2).


LIX

E' cosa detta pi volte, che quanto decrescono negli stati le virt solide, tanto crescono le apparenti. Pare che le lettere sieno soggette allo stesso fato, vedendo come, al tempo nostro, pi che va mancando, non posso dire l'uso, ma la memoria delle virt dello stile, pi cresce il nitore delle stampe (1). Nessun libro classico fu stampato in altri tempi con quella eleganza che oggi si stampano le gazzette, e l'altre ciance politiche, fatte per durare un giorno: ma dell'arte dello scrivere non si conosce pi n s'intende appena il nome (2). E credo che ogni uomo da bene, all'aprire o leggere un libro moderno senta piet di quelle carte e di quelle forme di caratteri cos terse, adoperate a rappresentar parole s orride, e pensieri la pi parte s scioperati.


LX

Dice il La Bruyre una cosa verissima; che  pi facile ad un libro mediocre di acquistar grido per virt di una riputazione gi ottenuta dall'autore, che ad un autore di venire in riputazione per mezzo di un libro eccellente (1). A questo si pu soggiungere, che la via forse pi diritta di acquistar fama,  di affermare con sicurezza e pertinacia, e in quanti pi modi  possibile, di averla acquistata.


LXI

Uscendo della giovent, l'uomo resta privato della propriet di comunicare e, per dir cos, d'ispirare colla presenza se agli altri; e perdendo quella specie d'influsso che il giovane manda ne' circostanti, e che congiunge questi a lui, e fa che sentano verso lui sempre qualche sorte d'inclinazione, conosce, non senza un dolore nuovo, di trovarsi nelle compagnie come diviso da tutti, e intorniato (1) di creature sensibili poco meno indifferenti verso lui che quelle prive di senso (2).


LXII

Il primo fondamento dell'essere apparecchiato in giuste occasioni a spendersi,  il molto apprezzarsi (1).


LXIII

Il concetto che l'artefice ha dell'arte sua o lo scienziato della sua scienza, suol essere grande in proporzione contraria al concetto ch'egli ha del proprio valore nella medesima (1).


LXIV

Quell'artefice o scienziato o cultore di qualunque disciplina, che sar usato paragonarsi, non con altri cultori di essa, ma con essa medesima, pi che sar eccellente, pi basso concetto avr di se: perch meglio conoscendo le profondit di quella pi inferiore si trover nel paragone.
Cos quasi tutti gli uomini grandi sono modesti: perch si paragonano continuamente, non cogli altri, ma con quell'idea del perfetto che hanno dinanzi allo spirito, infinitamente pi chiara e maggiore di quella che ha il volgo; e considerano quanto sieno lontani dal conseguirla. Dove che i volgari facilmente, e forse alle volte con verit, si credono avere, non solo conseguita, ma superata quell'idea di perfezione che cape (1) negli animi loro (2).


LXV

Nessuna compagnia  piacevole al lungo andare, se non di persone dalle quali importi o piaccia a noi d'essere sempre pi stimati. Perci le donne, volendo che la loro compagnia non cessi di piacere dopo breve tempo, dovrebbero studiare di rendersi tali, che potesse essere desiderata durevolmente la loro stima (1).


LXVI

Nel secolo presente i neri sono creduti di razza e di origine totalmente diversi da' bianchi, e nondimeno totalmente uguali a questi in quanto  (1) a diritti umani. Nel secolo decimosesto i neri, creduti avere una radice coi bianchi, ed essere una stessa famiglia, fu sostenuto, massimamente da' teologi spagnuoli, che in quanto a diritti, fossero per natura, e per volont divina, di gran lunga inferiori a noi (2). E nell'uno e nell'altro secolo i neri furono e sono venduti e comperati, e fatti lavorare in catene sotto la sferza. Tale  l'etica; e tanto le credenze in materia di morale hanno che fare colle azioni (3).


LXVII

Poco propriamente si dice che la noia  mal comune. Comune  l'essere disoccupato, o sfaccendato per dir meglio; non annoiato. La noia non  se non di quelli in cui lo spirito  qualche cosa (1). Pi pu lo spirito in alcuno, pi la noia  frequente, penosa e terribile. La massima parte degli uomini trova bastante occupazione in che che sia, e bastante diletto in qualunque occupazione insulsa; e quando  del tutto disoccupata, non prova perci gran pena. Di qui nasce che gli uomini di sentimento sono s poco intesi circa la noia, e fanno il volgo talvolta maravigliare e talvolta ridere, quando parlano della medesima e se ne dolgono con quella gravit di parole, che si usa in proposito dei mali maggiori e pi inevitabili della vita (2).


LXVIII

La noia  in qualche modo il pi sublime dei sentimenti umani (1). Non che io creda che dall'esame di tale sentimento nascano quelle conseguenze che molti filosofi (2) hanno stimato di raccorne (3), ma nondimeno il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, n, per dir cos, dalla terra intera; considerare l'ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole maravigliosa dei mondi, e trovare che tutto  poco e piccino alla capacit dell'animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l'universo infinito, e sentire che l'animo e il desiderio nostro sarebbe ancora pi grande che s fatto universo; e sempre accusare le cose d'insufficienza e di nullit, e patire mancamento e voto, e per noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobilt, che si vegga della natura umana (4). Perci la noia  poco nota agli uomini di nessun momento, e pochissimo o nulla agli altri animali (5).


LXIX

Dalla famosa lettera di Cicerone a Lucceio (1), dove induce questo a comporre una storia della congiura di Catilina, e da un'altra lettera meno divulgata e non meno curiosa, in cui Vero imperatore prega Frontone suo maestro a scrivere, come fu fatto, la guerra partica amministrata da esso Vero (2); lettere somigliantissime a quelle che oggi si scrivono ai giornalisti, se non che i moderni domandano articoli di gazzette, e quelli, per essere antichi, domandavano libri; si pu argomentare in qualche piccola parte di che fede sia la storia, ancora quando  scritta da uomini contemporanei e di gran credito al loro tempo.


LXX

Moltissimi di quegli errori che si chiamano fanciullaggini, in cui sogliono cadere i giovani inesperti del mondo, e quelli che, o giovani o vecchi, sono condannati dalla natura ad essere pi che uomini e parere sempre fanciulli, non consistono, a considerarli bene, se non in questo; che i sopraddetti pensano e si governano come se gli uomini fossero meno fanciulli di quel che sono. Certamente quella cosa che prima e forse pi di qualunque altra percuote di maraviglia l'animo de' giovani bene educati, all'entrare che fanno nel mondo,  la frivolezza delle occupazioni ordinarie, dei passatempi, dei discorsi, delle inclinazioni e degli spiriti delle persone: alla qual frivolezza eglino poi coll'uso a poco a poco si adattano, ma non senza pena e difficolt, parendo loro da principio di avere a tornare un'altra volta fanciulli. E cos  veramente, che il giovane di buona indole e buona disciplina, quando incomincia, come si dice, a vivere, dee per forza rifarsi indietro, e rimbambire, per dir cos, un poco, e si trova molto ingannato dalla credenza che aveva, di dovere allora in tutto diventar uomo, e deporre ogni avanzo di fanciullezza. Perch al contrario gli uomini in generalit, per quanto procedano negli anni, sempre continuano a vivere in molta parte fanciullescamente (1).


LXXI

Dalla sopraddetta opinione che il giovane ha degli uomini, cio perch li crede pi uomini che non sono, nasce che si sgomenta ad ogni suo fallo, e si pensa aver perduta la stima di quelli che ne furono spettatori o consapevoli. Poi di l a poco si riconforta, non senza maraviglia, vedendosi trattare da quei medesimi coi modi di prima. Ma gli uomini non sono s pronti a disistimare, perch non avrebbero mai a far altro, e dimenticano gli errori, perch troppi ne veggono e ne commettono di continuo. N sono s consentanei a se stessi, che non ammirino facilmente oggi chi forse derisero ieri (1). Ed  manifesto quanto spesso da noi medesimi sia biasimata, anche con parole assai gravi, o messa in burla questa o quella persona assente, n perci privata in maniera alcuna della nostra stima, o trattata poi, quando  presente, con altri modi che innanzi (2).


LXXII

Come il giovane  ingannato dal timore in questo, cos sono ingannati dalla loro speranza quelli che avvedendosi di essere o caduti o abbassati nella stima d'alcuno, tentano di rilevarsi a forza di uffici e di compiacenze che fanno a quello (1). La stima non  prezzo di ossequi: oltre che essa, non diversa in ci dall'amicizia,  come un fiore, che pesto una volta gravemente, o appassito, mai pi non ritorna. Per da queste che possiamo dire umiliazioni, non si raccoglie altro frutto che di essere pi disistimato. Vero  che il disprezzo, anche ingiusto, di chicchessia  s penoso a tollerare, che veggendosene tocchi (2), pochi sono s forti che restino immobili, e non si dieno con vari mezzi, per lo pi inutilissimi, a cercare di liberarsene. Ed  vezzo assai comune degli uomini mediocri, di usare alterigia e disdegno cogl'indifferenti e con chi mostra curarsi di loro, e ad un segno o ad un sospetto che abbiano di noncuranza divenire umili per non soffrirla, e spesso ricorrere ad atti vili. Ma anche per questa ragione il partito da prendere se alcuno mostra disprezzarti,  di ricambiarlo con segni di altrettanto disprezzo o maggiore: perch, secondo ogni verisimiglianza, tu vedrai l'orgoglio di quello cangiarsi in umilt. Ed in ogni modo non pu mancare che quegli non senta dentro tale offensione, e al tempo medesimo tale stima di te (3), che sieno abbastanza a punirlo.


LXXIII

Come le donne quasi tutte, cos ancora gli uomini assai comunemente, e pi i pi superbi, si cattivano e si conservano colla noncuranza e col disprezzo, ovvero, al bisogno, con dimostrare fintamente di non curarli e di non avere stima di loro (1). Perch quella stessa superbia onde un numero infinito d'uomini usa alterigia cogli umili e con tutti quelli che gli fanno segno d'onore, rende lui curante e sollecito e bisognoso della stima e degli sguardi di quelli che non lo curano, o che mostrano non badargli. Donde nasce non di rado, anzi spesso, n solamente in amore, una lepida alternativa tra due persone, o l'una o l'altra, con vicenda perpetua, oggi curata e non curante, domani curante e non curata. Anzi si pu dire che simile giuoco ed alternativa apparisce in qualche modo, pi o manco, in tutta la societ umana; e che ogni parte della vita  piena di genti che mirate non mirano, che salutate non rispondono, che seguitate fuggono, e che voltando loro le spalle, o torcendo il viso, si volgono, e s'inchinano, e corrono dietro ad altrui.


LXXIV

Verso gli uomini grandi, e specialmente verso quelli in cui risplende una straordinaria virilit, il mondo  come donna (1). Non gli ammira solo, ma gli ama: perch quella loro forza l'innamora. Spesso, come nelle donne, l'amore verso questi tali  maggiore per conto ed in proporzione del disprezzo che essi mostrano, dei mali trattamenti che fanno, e dello stesso timore che ispirano agli uomini. Cos Napoleone fu amatissimo dalla Francia, ed oggetto, per dir cos, di culto ai soldati, che egli chiam carne da cannone, e tratt come tali (2). Cos tanti capitani che fecero degli uomini simile giudizio ed uso, furono carissimi ai loro eserciti in vita, ed oggi nelle storie fanno invaghire di se i lettori. Anche una sorte di brutalit e di stravaganza piace non poco in questi tali, come alle donne negli amanti. Per Achille  perfettamente amabile (3); laddove la bont di Enea e di Goffredo, e la saviezza di questi medesimi e di Ulisse, generano quasi odio (4).


LXXV

In pi altri modi la donna  come una figura di quello che  il mondo generalmente: perch la debolezza  propriet del maggior numero degli uomini; ed essa, verso i pochi forti o di mente o di cuore o di mano, rende le moltitudini tali, quali sogliono essere le femmine verso i maschi. Perci quasi colle stesse arti si acquistano le donne e il genere umano: con ardire misto di dolcezza, con tollerare le ripulse, con perseverare fermamente e senza vergogna, si viene a capo, come delle donne, cos dei potenti, dei ricchi, dei pi degli uomini in particolare, delle nazioni e dei secoli (1). Come colle donne abbattere i rivali, e far solitudine dintorno a se, cos nel mondo  necessario atterrare gli emuli e i compagni, e farsi via su pei loro corpi: e si abbattono questi e i rivali colle stesse armi; delle quali due sono principalissime, la calunnia e il riso (2). Colle donne e cogli uomini riesce sempre a nulla, o certo  malissimo fortunato, chi gli ama d'amore non finto e non tepido, e chi antepone gl'interessi loro ai propri. E il mondo , come le donne, di chi lo seduce, gode di lui, e lo calpesta.


LXXVI

Nulla  pi raro al mondo, che una persona abitualmente sopportabile (1).


LXXVII

La sanit del corpo  riputata universalmente come ultimo dei beni (1), e pochi sono nella vita gli atti e le faccende importanti, dove la considerazione della sanit, se vi ha luogo, non sia posposta a qualunque altra. La cagione pu essere in parte, ma non per in tutto, che la vita  principalmente dei sani, i quali, come sempre accade, o disprezzano o non credono poter perdere ci che posseggono. Per recare un esempio fra mille (2), diversissime cause fanno e che un luogo  scelto a fondarvi una citt, e che una citt cresce di abitatori; ma tra queste cause non si trover forse mai la salubrit del sito. Per lo contrario non v' sito in sulla terra tanto insalubre e tristo, nel quale, indotti da qualche opportunit, gli uomini non si acconcino di buon grado a stare. Spesso un luogo saluberrimo e disabitato  in prossimit di uno poco sano ed abitatissimo: e si veggono continuamente le popolazioni abbandonare citt e climi salutari, per concorrere sotto cieli aspri e in luoghi non di rado malsani, e talora mezzo pestilenti, dove sono invitate da altre comodit. Londra, Madrid e simili, sono citt di condizioni pessime alla salute, le quali, per essere capitali, tutto giorno crescono della gente che lascia le abitazioni sanissime delle province. E senza muoverci de' paesi nostri, in Toscana Livorno, a causa del suo commercio, da indi in qua che fu cominciato a popolare,  cresciuto costantemente d'uomini, e cresce sempre; e in sulle porte di Livorno, Pisa, luogo salutevole, e famoso per aria temperatissima e soave, gi piena di popolo, quando era citt navigatrice e potente,  ridotta quasi un deserto, e segue perdendo (3) ogni giorno pi.


LXXVIII

Due o pi persone in un luogo pubblico o in un'adunanza qualsivoglia, che stieno ridendo tra loro in modo osservabile, n sappiano gli altri di che, generano in tutti i presenti tale apprensione, che ogni discorso tra questi divien serio, molti ammutoliscono, alcuni si partono, i pi intrepidi si accostano a quelli che ridono, procurando di essere accettati a ridere in compagnia loro. Come se si udissero scoppi di artiglierie vicine, dove fossero genti al buio: tutti n'andrebbero in iscompiglio, non sapendo a chi possano toccare i colpi in caso che l'artiglieria fosse carica a palla. Il ridere concilia stima e rispetto anche dagl'ignoti, tira a se l'attenzione di tutti i circostanti, e d fra questi una sorte di superiorit. E se, come accade, tu ti ritrovassi in qualche luogo alle volte o non curato, o trattato con alterigia o scortesemente, tu non hai a far altro che scegliere tra i presenti uno che ti paia a proposito, e con quello ridere franco e aperto e con perseveranza, mostrando pi che puoi che il riso ti venga dal cuore: e se forse vi sono alcuni che ti deridano, ridere con voce pi chiara e con pi costanza che i derisori. Tu devi essere assai sfortunato se avvedutisi del tuo ridere, i pi orgogliosi e i pi petulanti della compagnia, e quelli che pi torcevano da te il viso, fatta brevissima resistenza, o non si danno alla fuga, o non vengono spontanei a chieder pace, ricercando la tua favella, e forse profferendotisi per amici. Grande tra gli uomini e di gran terrore  la potenza del riso: contro il quale nessuno nella sua coscienza trova se munito da ogni parte. Chi ha coraggio di ridere,  padrone del mondo, poco altrimenti di chi  preparato a morire (1).


LXXIX

Il giovane non acquista mai l'arte del vivere, non ha, si pu dire, un successo prospero nella societ, e non prova nell'uso di quella alcun piacere, finch dura in lui la veemenza dei desiderii. Pi ch'egli si raffredda, pi diventa abile a trattare gli uomini e se stesso. La natura, benignamente come suole (1), ha ordinato che l'uomo non impari a vivere se non a proporzione che le cause di vivere gli s'involano; non sappia le vie di venire a' suoi fini se non cessato che ha di apprezzarli come felicit celesti, e quando l'ottenerli non gli pu recare allegrezza pi che mediocre; non goda se non divenuto incapace di godimenti vivi (2). Molti si trovano assai giovani di tempo in questo stato ch'io dico; e riescono non di rado bene, perch, desiderano leggermente; essendo nei loro animi anticipata da un concorso di esperienza e d'ingegno, l'et virile (3). Altri non giungono al detto stato mai nella vita loro: e sono quei pochi in cui la forza de' sentimenti  s grande in principio, che per corso d'anni non vien meno: i quali pi che tutti gli altri godrebbero nella vita, se la natura avesse destinata la vita a godere (4). Questi per lo contrario sono infelicissimi (5), e bambini fino alla morte nell'uso del mondo (6), che non possono apprendere.


LXXX

Rivedendo in capo di qualche anno una persona ch'io avessi conosciuta giovane, sempre alla prima giunta (1) mi  paruto vedere uno che avesse sofferto qualche grande sventura. L'aspetto della gioia e della confidenza non  proprio che della prima et (2): e il sentimento di ci che si va perdendo, e delle incomodit corporali che crescono di giorno in giorno, viene generando anche nei pi frivoli o pi di natura allegra, ed anco similmente nei pi felici, un abito di volto ed un portamento, che si chiama grave, e che per rispetto a quello dei giovani e dei fanciulli, veramente  tristo (3).


LXXXI

Accade nella conversazione come cogli scrittori: molti de' quali in principio, trovati nuovi di concetti, e di un color proprio, piacciono grandemente; poi, continuando a leggere vengono a noia, perch una parte dei loro scritti  imitazione dell'altra. Cos nel conversare, le persone nuove spesse volte sono pregiate e gradite pei loro modi e pei loro discorsi; e le medesime vengono a noia coll'uso e scadono nella stima: perch gli uomini necessariamente, alcuni pi ed alcuni meno, quando non imitano gli altri, sono imitatori di se medesimi. Per quelli che viaggiano, specialmente se sono uomini di qualche ingegno e che posseggano l'arte del conversare, facilmente lasciano di se nei luoghi da cui passano, un'opinione molto superiore al vero, atteso l'opportunit che hanno di celare quella che  difetto ordinario degli spiriti, dico la povert. Poich quel tanto che essi mettono fuori in una o in poco pi occasioni, parlando principalmente delle materie pi appartenenti a loro, in sulle quali, anche senza usare artifizio, sono condotti dalla cortesia o dalla curiosit degli altri,  creduto, non la loro ricchezza intera, ma una minima parte di quella, e, per dir cos, moneta da spendere alla giornata, non gi, come  forse il pi delle volte, o tutta la somma, o la maggior parte dei loro danari. E questa credenza riesce stabile, per mancanza di nuove occasioni che la distruggano. Le stesse cause fanno che i viaggiatori similmente dall'altro lato sono soggetti ad errare, giudicando troppo altamente delle persone di qualche capacit, che ne' viaggi vengono loro alle mano (1).


LXXXII

Nessuno diventa uomo innanzi di aver fatto una grande esperienza di se, la quale rivelando lui a lui medesimo, e determinando l'opinione sua intorno a se stesso, determina in qualche modo la fortuna e lo stato suo nella vita. A questa grande esperienza, insino alla quale nessuno nel mondo riesce da molto pi che un fanciullo, il vivere antico porgeva materia infinita e pronta: ma oggi il vivere de' privati  s povero di casi, e in universale di tal natura che, per mancamento di occasioni, molta parte degli uomini muore avanti all'esperienza ch'io dico, e per bambina poco altrimenti che non nacque (1). Agli altri il conoscimento e il possesso di se medesimi suol venire o da bisogni e infortuni, o da qualche passione grande, cio forte; e per lo pi dall'amore; quando l'amore  gran passione; cosa che non accade in tutti come l'amare. Ma accaduta che sia, o nel principio della vita, come in alcuni ovvero pi tardi, e dopo altri amori di minore importanza come pare che occorra pi spesse volte, certo all'uscire di un amor grande e passionato, l'uomo conosce gi mediocremente (2) i suoi simili, fra i quali gli  convenuto aggirarsi con desiderii intensi, e con bisogni gravi e forse non provati innanzi; conosce ab esperto la natura delle passioni poich una di loro che arda, infiamma tutte l'altre; conosce la natura e il temperamento proprio; sa la misura delle proprie facolt e delle proprie forze; e oramai pu far giudizio se e quanto gli convenga sperare o disperare di se, e, per quello che si pu intendere del futuro, qual luogo gli sia destinato nel mondo (3). In fine la vita a' suoi occhi ha un aspetto nuovo, gi mutata per lui di cosa udita in veduta, e d'immaginata in reale; ed egli si sente in mezzo ad essa, forse non pi felice, ma per dir cos, pi potente di prima, cio pi atto a far uso di se e degli altri (4).


LXXXIII

Se quei pochi uomini di valor vero che cercano gloria, conoscessero ad uno ad uno tutti coloro onde  composto quel pubblico dal quale essi con mille estremi patimenti si sforzano di essere stimati,  credibile che si raffredderebbero molto nel loro proposito, e forse che l'abbandonerebbero. Se non che l'animo nostro non si pu sottrarre al potere che ha nell'immaginazione il numero degli uomini (1): e si vede infinite volte che noi apprezziamo, anzi rispettiamo, non dico una moltitudine, ma dieci persone adunate in una stanza, ognuna delle quali da se reputiamo di nessun conto (2).


LXXXIV

Ges Cristo fu il primo che distintamente addit agli uomini quel lodatore e precettore di tutte le virt finte, detrattore e persecutore di tutte le vere; quell'avversario d'ogni grandezza intrinseca e veramente propria dell'uomo; derisore d'ogni sentimento alto, se non lo crede falso, d'ogni affetto dolce, se lo crede intimo; quello schiavo dei forti, tiranno dei deboli, odiatore degl'infelici; il quale esso Ges Cristo dinot col nome di mondo (1), che gli dura in tutte le lingue colte insino al presente. Questa idea generale, che  di tanta verit, e che poscia  stata e sar sempre di tanto uso, non credo che avanti quel tempo fosse nata ad altri, n mi ricordo che si trovi, intendo dire sotto una voce unica o sotto una forma precisa, in alcun filosofo gentile (2). Forse perch avanti quel tempo la vilt e la frode non fossero affatto adulte, e la civilt non fosse giunta a quel luogo dove gran parte dell'esser suo si confonde con quello della corruzione (3).
Tale in somma quale ho detto di sopra, e quale fu significato da Ges Cristo,  l'uomo che chiamiamo civile (4): cio quell'uomo che la ragione e l'ingegno non rivelano (5), che i libri e gli educatori annunziano (6), che la natura costantemente reputa favoloso (7), e che sola l'esperienza della vita fa conoscere, e creder vero. E notisi come quell'idea che ho detto, quantunque generale, si trovi convenire in ogni sua parte a innumerabili individui.


LXXXV

Negli scrittori pagani la generalit degli uomini civili, che noi chiamiamo societ o mondo, non si trova mai considerata n mostrata risolutamente come nemica della virt, n come certa corruttrice d'ogni buona indole, e d'ogni animo bene avviato. Il mondo nemico del bene,  un concetto, quanto celebre nel Vangelo, e negli scrittori moderni, anche profani, tanto o poco meno sconosciuto agli antichi (1). E questo non far maraviglia a chi considerer un fatto assai manifesto e semplice, il quale pu servire di specchio a ciascuno che voglia paragonare in materia morale gli stati antichi ai moderni: e ci  che laddove gli educatori moderni temono il pubblico, gli antichi lo cercavano; e dove i moderni fanno dell'oscurit domestica, della segregazione e del ritiro, uno schermo ai giovani contro la pestilenza dei costumi mondani (2), gli antichi traevano la giovent, anche a forza, dalla solitudine, ed esponevano la sua educazione e la sua vita agli occhi del mondo, e il mondo agli occhi suoi, riputando l'esempio atto pi ad ammaestrarla che a corromperla.


LXXXVI

Il pi certo modo di celare agli altri i confini del proprio sapere  di non trapassarli.


LXXXVII

Chi viaggia molto, ha questo vantaggio dagli altri, che i soggetti delle sue rimembranze presto divengono remoti; di maniera che esse acquistano in breve quel vago e quel poetico, che negli altri non  dato loro se non dal tempo. Chi non ha viaggiato punto, ha questo svantaggio, che tutte le sue rimembranze sono di cose in qualche parte presenti, poich presenti sono i luoghi ai quali ogni sua memoria si riferisce (1).


LXXXVIII

Avviene non di rado che gli uomini vani e pieni del concetto di se medesimi, in cambio d'essere egoisti e d'animo duro, come parrebbe verisimile, sono dolci, benevoli, buoni compagni, ed anche buoni amici e servigievoli molto. Come (1) si credono ammirati da tutti, cos ragionevolmente amano i loro creduti ammiratori (2), e gli aiutano dove possono, anche perch giudicano ci conveniente a quella maggioranza (3) della quale stimano che la sorte gli abbia favoriti. Conversano volentieri, perch credono il mondo pieno del loro nome, ed usano modi umani, lodandosi internamente della loro affabilit, e di sapere adattare la loro grandezza ad accomunarsi ai piccoli. Ed ho notato che crescendo nell'opinione di se medesimi, crescono altrettanto in benignit. Finalmente la certezza che hanno della propria importanza, e del consenso del genere umano in confessarla, toglie dai loro costumi ogni asprezza, perch niuno che sia contento di se stesso e degli uomini,  di costumi aspri; e genera in loro tale tranquillit, che alcune volte prendono insino aspetto di persone modeste (4).


LXXXIX

Chi comunica dopo cogli uomini, rade volte  misantropo. Veri misantropi non si trovano nella solitudine, ma nel mondo (1): perch l'uso pratico della vita, e non gi la filosofia,  quello che fa odiare gli uomini (2). E se uno che sia tale, si ritira dalla societ, perde nel ritiro la misantropia (3).


XC

Io conobbi gi un bambino il quale ogni volta che dalla madre era contrariato in qualche cosa, diceva: "ah, ho inteso, ho inteso: la mamma  cattiva". Non con altra logica discorre intorno ai prossimi la maggior parte degli uomini bench non esprima il suo discorso con altrettanta semplicit (1).


XCI

Chi t'introduce a qualcuno, se vuole che la raccomandazione abbia effetto, lasci da canto quelli che sono tuoi pregi pi reali e pi propri, e dica i pi estrinseci e pi appartenenti alla fortuna. Se tu sei grande e potente nel mondo, dica grande e potente; se ricco, dica ricco; se non altro che nobile, dica nobile: non dica magnanimo, n virtuoso, n costumato, n amorevole, n altre cose simili, se non per giunta, ancorch siano vere ed in grado insigne. E se tu fossi letterato, e come tale fossi celebre in qualche parte, non dica dotto, n profondo, n grande ingegno, n sommo; ma dica celebre (1): perch, come ho detto altrove, la fortuna  fortunata al mondo, e non il valore (2).


XCII

Dice Giangiacomo Rousseau (1) che la vera cortesia de' modi consiste in un abito di mostrarsi benevolo. Questa cortesia forse ti preserva dall'odio, ma non ti acquista amore, se non di quei pochissimi ai quali l'altrui benevolenza  stimolo a corrispondere. Chi vuole, per quanto possono le maniere, farsi gli uomini amici, anzi amanti, dimostri di stimarli. Come il disprezzo offende e spiace pi che l'odio, cos la stima  pi dolce che la benevolenza; e generalmente gli uomini hanno maggior cura, o certo maggior desiderio, d'essere pregiati che amati (2). Le dimostrazioni di stima, vere o false (che in tutti i modi trovano fede in chi le riceve), ottengono gratitudine quasi sempre: e molti che non alzerebbero il dito in servigio di chi gli ama veramente, si gitteranno ad ardere per chi far vista di apprezzarli. Tali dimostrazioni sono ancora potentissime a riconciliare gli offesi, perch pare che la natura non ci consenta di avere in odio una persona che dica di stimarci. Laddove, non solo  possibile, ma veggiamo spessissime volte gli uomini odiare e fuggire chi gli ama, anzi chi li benefica (3). Che se l'arte di cattivare gli animi nella conversazione consiste in fare che gli altri si partano da noi pi contenti di se medesimi che non vennero (4),  chiaro che i segni di stima saranno pi valevoli ad acquistare gli uomini, che quelli di benevolenza. E quanto meno la stima sar dovuta, pi sar efficace il dimostrarla. Coloro che hanno l'abito della gentilezza ch'io dico, sono poco meno che corteggiati in ogni luogo dove si trovano; correndo a gara gli uomini, come volano le mosche al mele (5), a quella dolcezza del credere di vedersi stimati. E per lo pi questi tali sono lodatissimi: perch dalle lodi che essi, conversando, porgono a ciascuno, nasce un gran concento delle lodi che tutti danno a loro, parte per riconoscenza, e parte perch  dell'interesse nostro che siano lodati e stimati quelli che ci stimano (6). In tal maniera gli uomini senza avvedersene, e ciascuno forse contro la volont sua, mediante il loro accordo in celebrare queste tali persone, le innalzano nella societ molto di sopra a se medesimi, ai quali esse continuamente accennano di tenersi inferiori.


XCIII

Molti, anzi quasi tutti gli uomini che da se medesimi e dai conoscenti si credono stimati nella societ, non hanno altra stima che quella di una particolar compagnia (1), o di una classe, o di una qualit di persone, alla quale appartengono e nella quale vivono. L'uomo di lettere, che si crede famoso e rispettato nel mondo, si trova o lasciato da un canto o schernito ogni volta che si abbatte in compagnie di genti frivole, del qual genere sono tre quarti del mondo. Il giovane galante, festeggiato dalle donne e dai pari suoi, resta negletto e confuso nella societ degli uomini d'affari. Il cortigiano, che i suoi compagni e i dipendenti colmeranno di cerimonie, sar mostrato con riso o fuggito dalle persone di bel tempo. Conchiudo che, a parlar proprio, l'uomo non pu sperare, e quindi non dee voler conseguire la stima, come si dice, della societ, ma di qualche numero di persone; e dagli altri, contentarsi di essere, quando ignorato affatto, e quando, pi o meno, disprezzato; poich questa sorte non si pu schivare.


XCIV

Chi non  mai uscito di luoghi piccoli (1), dove regnano piccole ambizioni ed avarizia volgare, con un odio intenso di ciascuno contro ciascuno (2), come ha per favola i grandi vizi, cos le sincere e solide virt sociali. E nel particolare dell'amicizia, la crede cosa appartenente ai poemi ed alle storie, non alla vita (3). E s'inganna. Non dico Piladi o Piritoi (4), ma buoni amici e cordiali, si trovano veramente nel mondo, e non sono rari. I servigi che si possono aspettare e richiedere da tali amici, dico da quelli che d veramente il mondo, sono, o di parole, che spesso riescono utilissime, o anco di fatti qualche volta: di roba, troppo di rado; e l'uomo savio e prudente non ne dee richiedere di s fatti. Pi presto si trova chi per un estraneo metta a pericolo la vita, che uno che, non dico spenda, ma rischi per l'amico uno scudo.


XCV

N sono gli uomini in ci senza qualche scusa: perch raro  chi veramente abbia pi di quello che gli bisogna, dipendendo i bisogni in modo quasi principale dalle assuefazioni, ed essendo per lo pi proporzionate alle ricchezze le spese, e molte volte maggiori. E quei pochi che accumulano senza spendere, hanno questo bisogno di accumulare; o per loro disegni, o per necessit future o temute. N vale che questo o quel bisogno sia immaginario; perch troppo poche sono le cose della vita che non consistano o del tutto o per gran parte nella immaginazione.


XCVI

L'uomo onesto, coll'andar degli anni, facilmente diviene insensibile alla lode e all'onore, ma non mai, credo, al biasimo n al disprezzo. Anzi la lode e la stima di molte persone egregie non compenseranno il dolore che gli verr da un motto o da un segno di noncuranza di qualche uomo da nulla (1). Forse ai ribaldi avviene al contrario; che, per essere usati al biasimo, e non usati alla lode vera, a quello saranno insensibili, a questa no, se mai per caso ne tocca loro qualche saggio.


XCVII

Ha sembianza di paradosso, ma coll'esperienza della vita si conosce essere verissimo, che quegli uomini che i francesi chiamano originali, non solamente non sono rari, ma sono tanto comuni (1) che sto per dire che la cosa pi rara nella societ  di trovare un uomo che veramente non sia, come si dice, un originale. N parlo gi di piccole differenze da uomo a uomo: parlo di qualit e di modi che uno avr propri, e che agli altri riusciranno strani, bizzarri, assurdi: e dico che rade volte ti avverr di usare lungamente con una persona anche civilissima, che tu non iscuopra in lei e ne' suoi modi pi d'una stranezza o assurdit o bizzarria tale, che ti far maravigliare.
A questa scoperta arriverai pi presto in altri che nei francesi, pi presto forse negli uomini maturi o vecchi che ne' giovani, i quali molte volte pongono la loro ambizione nel rendersi conformi agli altri, ed ancora, se sono bene educati, sogliono fare pi forza a se stessi. Ma pi presto o pi tardi scoprirai questa cosa alla fine nella maggior parte di coloro coi quali praticherai. Tanto la natura  varia: e tanto  impossibile alla civilt, la quale tende ad uniformare gli uomini (2), di vincere in somma la natura (3).


XCVIII

Simile alla soprascritta osservazione  la seguente, che ognuno che abbia o che abbia avuto alquanto a fare cogli uomini, ripensando un poco, si ricorder di essere stato non molte ma moltissime volte spettatore, e forse parte, di scene per dir cos, reali, non differenti in nessuna maniera da quelle che vedute ne' teatri, o lette ne' libri delle commedie o de' romanzi, sono credute finte di l dal naturale per ragioni d'arte. La qual cosa non significa altro, se non che la malvagit, la sciocchezza, i vizi d'ogni sorte e le qualit e le azioni ridicole degli uomini, sono molto pi solite che non crediamo, e che forse non  credibile, a passare quei segni che stimiamo ordinari, ed oltre ai quali supponghiamo che sia l'eccessivo.


IC

Le persone non sono ridicole se non quando vogliono parere o essere ci che non sono. Il povero, l'ignorante, il rustico, il malato, il vecchio, non sono mai ridicoli mentre si contentano di parer tali, e si tengono nei limiti voluti da queste loro qualit, ma s bene quando il vecchio vuol parer giovane il malato sano, il povero ricco, l'ignorante vuol fare dell'istruito, il rustico del cittadino. Gli stessi difetti corporali, per gravi che fossero, non desterebbero che un riso passeggero, se l'uomo non si sforzasse di nasconderli, cio non volesse parere di non averli, che  come dire diverso da quel ch'egli . Chi osserver bene, vedr che i nostri difetti o svantaggi non sono ridicoli essi, ma lo studio che noi ponghiamo per occultarli, e il voler fare come se non gli avessimo (1).
Quelli che per farsi pi amabili affettano un carattere morale diverso dal proprio, errano di gran lunga. Lo sforzo che dopo breve tempo non  possibile a sostenere, che non divenga palese, e l'opposizione del carattere finto al vero, il quale da indi innanzi traspare di continuo, rendono la persona molto pi disamabile e pi spiacevole ch'ella non sarebbe dimostrando francamente e costantemente l'esser suo. Qualunque carattere pi infelice, ha qualche parte non brutta, la quale, per esser vera, mettendola fuori opportunamente, piacer molto pi, che ogni pi bella qualit falsa.
E generalmente, il voler essere ci che non siamo, guasta ogni cosa al mondo (2): e non per altra causa riesce insopportabile una quantit di persone, che sarebbero amabilissime solo che si contentassero dell'esser loro. N persone solamente, ma compagnie, anzi popolazioni intere: ed io conosco diverse citt di provincia colte e floride, che sarebbero luoghi assai grati ad abitarvi, se non fosse un'imitazione stomachevole che vi si fa delle capitali, cio un voler esser per quanto  in loro, piuttosto citt capitali che di provincia.


C

Tornando ai difetti o svantaggi che alcuno pu avere, non nego che molte volte il mondo non sia come quei giudici ai quali per legge  vietato di condannare il reo, quantunque convinto, se da lui medesimo non si ha confessione espressa del delitto. E veramente non per ci che (1) l'occultare con istudio manifesto i propri difetti  cosa ridicola, io loderei che si confessassero spontaneamente, e meno ancora, che alcuno desse troppo ad intendere di tenersi a causa di quelli inferiore agli altri. La qual cosa non sarebbe che un condannare se stesso con quella sentenza finale, che il mondo, finch tu porterai la testa levata, non verr mai a capo (2) di profferire. In questa specie di lotta di ciascuno contro tutti, e di tutti contro ciascuno, nella quale, se vogliamo chiamare le cose coi loro nomi, consiste la vita sociale (3); procurando ognuno di abbattere il compagno per porvi su i piedi, ha gran torto chi si prostra, e ancora chi s'incurva, e ancora chi piega il capo spontaneamente: perch fuori d'ogni dubbio (eccetto quando queste cose si fanno con simulazione, come per istratagemma) gli sar subito montato addosso o dato in sul collo dai vicini senza n cortesia n misericordia nessuna al mondo (4). Questo errore commettono i giovani quasi sempre, e maggiormente quanto sono d'indole pi gentile: dico di confessare a ogni poco, senza necessit e fuori di luogo, i loro svantaggi e infortuni; movendosi parte per quella franchezza che  propria della loro et, per la quale odiano la dissimulazione, e provano compiacenza nell'affermare, anche contro se stessi, il vero; parte perch come sono essi generosi, cos credono con questi modi ottener perdono e grazia dal mondo alle loro sventure (5). E tanto erra dalla verit delle cose umane quella et d'oro della vita, che anche fanno mostra dell'infelicit, pensandosi che questa li renda amabili, ed acquisti loro gli animi. N, a dir vero,  altro che ragionevolissimo che cos pensino, e che solo una lunga e costante esperienza propria persuada a spiriti gentili che il mondo perdona pi facilmente ogni cosa che la sventura; che non l'infelicit, ma la fortuna  fortunata e che per non di quella, ma di questa sempre, anche a dispetto del vero, per quanto  possibile, s'ha a far mostra (6), che la confessione de' propri mali non cagiona piet ma piacere, non contrista ma rallegra, non i nemici solamente ma ognuno che l'ode, perch  quasi un'attestazione d'inferiorit propria, e d'altrui superiorit (7); e che non potendo l'uomo in sulla terra confidare in altro che nelle sue forze, nulla mai non dee cedere n ritrarsi indietro un passo volontariamente, e molto meno rendersi a discrezione, ma resistere difendendosi fino all'estremo, e combattere con isforzo ostinato per ritenere o per acquistare, se pu, anche ad onta della fortuna, quello che mai non gli verr impetrato da generosit de' prossimi n da umanit. Io per me credo che nessuno debba sofferire n anche d'essere chiamato in sua presenza infelice n sventurato: i quali nomi quasi in tutte le lingue furono e sono sinonimi dl ribaldo, forse per antiche superstizioni, quasi l'infelicit sia pena di scelleraggini (8); ma certo in tutte le lingue sono e saranno eternamente oltraggiosi per questo, che chi li profferisce, qualunque intenzione abbia, sente che con quelli innalza se ed abbassa il compagno, e la stessa cosa  sentita da chi ode (9).


CI

Confessando i propri mali, quantunque palesi, l'uomo nuoce molte volte ancora alla stima, e quindi all'affetto, che gli portano i suoi pi cari: tanto  necessario che ognuno con braccio forte sostenga se medesimo, e che in qualunque stato, e a dispetto di qualunque infortunio, mostrando di se una stima ferma e sicura, dia esempio di stimarlo agli altri, e quasi li costringa colla sua propria autorit. Perch se l'estimazione di un uomo non comincia da esso, difficilmente comincer ella altronde: e se non ha saldissimo fondamento in lui, difficilmente star in piedi. La societ degli uomini  simile ai fluidi (1); ogni molecola dei quali, o globetto, premendo fortemente i vicini di sotto e di sopra e da tutti i lati, e per mezzo di quelli i lontani, ed essendo ripremuto nella stessa guisa, se in qualche posto il resistere e il risospingere diventa minore, non passa un attimo, che concorrendo verso col a furia tutta la mole del fluido, quei posto  occupato da globetti nuovi.


CII

Gli anni della fanciullezza sono, nella memoria di ciascheduno, quasi i tempi favolosi della sua vita; come, nella memoria delle nazioni, i tempi favolosi sono quelli della fanciullezza delle medesime (1).


CIII

Le lodi date a noi, hanno forza di rendere stimabili al nostro giudizio materie e facolt da noi prima vilipese, ogni volta che ci avvenga di essere lodati in alcuna di cos fatte (1).


CIV

L'educazione che ricevono, specialmente in Italia, quelli che sono educati (che a dir vero, non sono molti),  un formale tradimento ordinato dalla debolezza contro la forza, dalla vecchiezza contro la giovent (1). I vecchi vengono a dire ai giovani: fuggite i piaceri propri della vostra et, perch tutti sono pericolosi e contrari ai buoni costumi, e perch noi che ne abbiamo presi quanti pi abbiamo potuto, e che ancora, se potessimo, ne prenderemmo altrettanti, non ci siamo pi atti a causa degli anni (2). Non vi curate di vivere oggi; ma siate ubbidienti, sofferite, e affaticatevi quanto pi sapete, per vivere quando non sarete pi a tempo. Saviezza e onest vogliono che il giovane si astenga quanto  possibile dal far uso della giovent, eccetto per superare gli altri nelle fatiche. Della vostra sorte e di ogni cosa importante lasciate la cura a noi, che indirizzeremo il tutto all'utile nostro. Tutto il contrario di queste cose ha fatto ognuno di noi alla vostra et, e ritornerebbe a fare se ringiovanisse: ma voi guardate alle nostre parole, e non ai nostri fatti passati, n alle nostre intenzioni. Cos facendo, credete a noi conoscenti ed esperti delle cose umane, che voi sarete felici. Io non so che cosa sia inganno e fraude, se non  il promettere felicit agl'inesperti sotto tali condizioni.
L'interesse della tranquillit comune, domestica e pubblica,  contrario ai piaceri ed alle imprese dei giovani, e perci anche l'educazione buona, o cos chiamata, consiste in gran parte nell'ingannare gli allievi, acciocch pospongano il comodo proprio all'altrui. Ma senza questo, i vecchi tendono naturalmente a distruggere, per quanto  in loro, e a cancellare dalla vita umana la giovent, lo spettacolo della quale abborrono. In tutti i tempi la vecchiaia fu congiurata contro la giovinezza, perch in tutti i tempi fu propria degli uomini la vilt di condannare e perseguitare in altri quei beni che essi pi desidererebbero a se medesimi. Ma per non lascia d'esser notabile che, tra gli educatori, i quali, se mai persona al mondo, fanno professione di cercare il bene dei prossimi, si trovino tanti che cerchino di privare i loro allievi del maggior bene della vita, che  la giovinezza. Pi notabile , che mai padre n madre, non che altro istitutore, non sent rimordere la coscienza del dare ai figliuoli un'educazione che muove da un principio cos maligno. La qual cosa farebbe pi maraviglia, se gi lungamente, per altre cause, il procurare l'abolizione della giovent, non fosse stata creduta opera meritoria.
Frutto di tale cultura malefica, o intenta al profitto del cultore con rovina della pianta, si , o che gli alunni, vissuti da vecchi nell'et florida, si rendono ridicoli e infelici in vecchiezza, volendo vivere da giovani, ovvero, come accade pi spesso, che la natura vince, e che i giovani vivendo da giovani in dispetto dell'educazione, si fanno ribelli agli educatori, i quali se avessero favorito l'uso e il godimento delle loro facolt giovanili, avrebbero potuto regolarlo, mediante la confidenza degli allievi, che non avrebbero mai perduta.


CV

L'astuzia, la quale appartiene all'ingegno,  usata moltissime volte per supplire la scarsit di esso ingegno, e per vincere maggior copia del medesimo in altri.


CVI

Il mondo a quelle cose che altrimenti gli converrebbe ammirare ride; e biasima, come la volpe d'Esopo, quelle che invidia. Una gran passione d'amore, con grandi consolazioni di grandi travagli,  invidiata universalmente; e perci biasimata con pi calore. Una consuetudine generosa, un'azione eroica, dovrebb'essere ammirata: ma gli uomini se ammirassero, specialmente negli uguali, si crederebbero umiliati; e perci, in cambio d'ammirare, ridono. Questa cosa va tant'oltre, che nella vita comune  necessario dissimulare con pi diligenza la nobilit dell'operare, che la vilt: perch la vilt  di tutti, e per almeno  perdonata; la nobilt  contro l'usanza, e pare che indichi presunzione, o che da se richiegga lode; la quale il pubblico, e massime i conoscenti, non amano di dare con sincerit


CVII

Molte scempiataggini si dicono in compagnia per voglia di favellare. Ma il giovane che ha qualche stima di se medesimo quando da principio entra nel mondo, facilmente erra in altro modo: e questo , che per parlare aspetta che gli occorrano da dir cose straordinarie di bellezza o d'importanza. Cos, aspettando, accade che non parla mai. La pi sensata conversazione del mondo, e la pi spiritosa, si compone per la massima parte di detti e discorsi frivoli o triti, i quali in ogni modo servono all'intento di passare il tempo parlando. Ed  necessario che ciascuno si risolva a dir cose la pi parte comuni, per dirne di non comuni solo alcune volte.


CVIII

Grande studio degli uomini finch sono immaturi,  di parere uomini fatti, e poich sono tali, di parere immaturi (1). Oliviero Goldsmith (2), l'autore del romanzo The Vicar of Wakefield, giunto all'et di quarant'anni, tolse dal suo indirizzo il titolo di dottore; divenutagli odiosa in quel tempo tale dimostrazione di gravit, che gli era stata cara nei primi anni.


CIX

L'uomo  quasi sempre tanto malvagio quanto gli bisogna. Se si conduce dirittamente, si pu giudicare che la malvagit non gli  necessaria. Ho visto persone di costumi dolcissimi innocentissimi, commettere azioni delle pi atroci, per fuggire qualche danno grave, non evitabile in altra guisa.


CX

E' curioso a vedere (1) che quasi tutti gli uomini che vagliono molto, hanno le maniere semplici; e che quasi sempre le maniere semplici sono prese per indizio di poco valore.


CXI

Un abito silenzioso nella conversazione, allora piace ed  lodato, quando si conosce che la persona che tace ha quanto si richiede e ardimento e attitudine a parlare.


NOTE.


Pensiero I.
1 - Cfr. "Zib.", 1660-61: S'io fossi ne' suoi panni farei certo o non farei cos: non comprendo come egli possa portarsi altrimenti. E cfr. anche 1572-73 e 1903-04.
2 - Dichiarazione molto frequente in L. - Cfr. il "Dialogo di Timandro e di Eleandro".
3 Per mondo come personificazione della societ nemica di tutte le virt e della stessa natura umana, essendo pur troppo vero che come l'individuo per natura  buono e felice, cos la moltitudine (e l'individuo in essa)  malvagia e infelice, cfr. "Zib.", 112 e 611-12, dove  precisato che fu Ges a considerare per primo il mondo come nemico del bene, essendo questo concetto assente nella societ antica: Non ci troverete mai quest'idea del "mondo nemico del bene", che si trova a ogni passo nel Vangelo, e negli scrittori moderni ancorch profani. Gli antichi, al contrario, consideravano la societ, e l'esempio che ne poteva derivare, come naturalmente capace di stimolare alla virt.
4 - Cfr. il "Dialogo Galantuomo e Mondo": Si danno anche presentemente di quelle amicizie strettissime ed eterne... E sono quelle amicizie che due o tre persone stringono insieme per aiutarsi scambievolmente nelle truffe, tradimenti, ecc. in somma in ogni sorta di malvagit squisita ed eroica
5 - "non cogniti a se di veduta": non conosciuti di persona.
6 - Cfr. "Zib.", 4140: Tanto  necessaria l'arte nel viver con gli uomini che anche la sincerit e la schiettezza conviene usarla seco con artificio.
7 - Per tutto il Pensiero cfr. l'abbozzo della "Novella: Senofonte e Niccol Machiavello", risalente al 1820; e in particolare quei passi in cui Machiavello, nella sua orazione, dice di essere venuto il tempo in cui le cose oramai, vanno chiamate con il loro nome. E cfr. Pensiero XXIII. E tra gl'infiniti passi dello "Zibaldone", queste righe (3451-52 ): Perch cos va il mondo: il delitto e il vizio trionfa, i buoni sono oppressi, la felicit e l'infelicit ambedue di chi non le merita... Il qual ordine [stabilito alle cose umane] e decreto [della natura] non  altro che questo: sieno i malvagi felici ed infami, i buoni infelici e gloriosi o compatiti.

Pensiero II.
1 - Cfr. "Zib.", 2453: La Stal... dell'Alfieri... dice ch'egli non era nato per iscrivere, ma per fare. E cfr. il capitolo primo del "Parini".
2 - "facolt": risorse.
3 - sorte: sorta.
4 - Che il pensiero nasca da un'esperienza autobiografica particolarmente sofferta, non c' dubbio alcuno. Oltre alla celebre lettera al padre del luglio del 1819 e quella a Saverio Broglio d'Ajano (13 agosto 1819), tutto l'epistolario leopardiano  costellato dai lamenti del poeta d'essere stato e di continuare ad essere, figlio di famiglia, ossia uomo senza facolt. Acutamente il Galimberti ricorda che la singolarit del Pensiero nasce dalla crudezza con cui  posta l'alternativa e dall'analogia ravvisata, prima di Freud, tra potest paterna e potere politico. Sar anche da vedere l'appunto dello "Zibaldone" del 9 dicembre 1826 (4229-30), in cui L., contraddicendo in parte ci che scrive qui, dice come egli abbia, specie in tenera et, guardato al proprio padre con fiducia nella sua superiore esperienza. E' vero tuttavia che anche nel Pensiero si parla dell'utilit inestimabile del trovarsi, da giovane, sotto la tutela di una guida esperta ed amorosa.

Pensiero III.
1 - Cfr. "Dialogo di Tristano e un amico": Ma viva la statistica! vivano le scienze economiche, morali e politiche, le enciclopedie portatili, i manuali, e le tante belle creazioni del nostro secolo! e viva sempre il secolo decimonono! forse povero di cose, ma ricchissimo e larghissimo di parole. Cfr. anche la "Palinodia al marchese Gino Capponi", vv. 233-35: Questa virile et, volta ai severi / economici studi, e intenta il ciglio / nelle pubbliche cose. E cfr. "Zib.", 309; 574, eccetera.
2 - Cfr. "Zib.", 4270, sulla brevissima durata dei libri moderni, che  come quella degl'insetti chiamati efimeri; 4271-72: molti libri attuali durano meno del tempo che  occorso per scriverli.
3 - Cfr. "Zib.", 4268-69: quanto lo stile letterario di un libro peggiora, tanto pi cresce il nitore della stampa. E cfr. sull'industria culturale nascente la prima parte del quinto capitolo del "Parini"; il gi cit. "Dialogo di Tristano" e il Pensiero LIX.

Pensiero IV.
1 - Antonio Ranieri (1806-1888), di nobile famiglia napoletana. Si leg al L. a partire dal 1830. Notissimo il suo "Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi", ora ristampato con introduzione di G. Cattaneo, Milano, Garzanti, 1979.
2 - "significato": reso noto.
3 - Forma fiorentina di fantasma.
4 - Le tre grandi nazioni sono la Francia, la Germania e l'Inghilterra. L'espressione citata  di F. Guizot, ed  per riferita alla sola Francia nell'"Histoire gnrale de la civilisation en Europe" (Sanesi). Sulla profonda filosofia de' giornali, cfr. il gi ricordato "Tristano" e ancora la "Palinodia" (18-20). Il Galimberti, a proposito di questo Pensiero, ricorda un passo dello "Zibaldone", notevolmente antecedente ( 19 novembre 1823, sulla superstizione come figlia della societ che cresce con la civilt.

Pensiero V.
1 - In metafisica... moltissime proposizioni e verit si credono sulla sola fede di chi ha fatto il lavoro necessario per iscoprirle e renderle certe ("Zib.", 4304).
2 - In altro contesto, l'esempio  ripreso e svolto in "Zib.", 4131-32.
3 - L'ammonimento anche in "Palinodia", vv. 218-24.

Pensiero VI.
1 - Cfr. soprattutto "Il tramonto della luna", vv. 34-50, ove  tra l'altro detto che nella vecchiezza  incolume il desio, la speme estinta, / secche le fonti del piacer, le pene / maggiori sempre, e non pi dato il bene. E sulle sciagure della vecchiezza cfr. il "Cantico del gallo Silvestre" e il "Dialogo della Natura e di un Islandese".

Pensiero VII.
1 - Il Pensiero, anche per l'accenno al colera - che in Italia si diffuse nel 1836 - deve essere degli ultimissimi anni. Tanto pi che nello "Zibaldone" si leggono parecchie considerazioni sulle diverse specie di coraggio, ma non questa. Cfr. in part. il lungo passo segnato a p.p. 3526-40 (26-7 settembre 1823).

Pensiero VIII.
1 - E' la rielaborazione di tre passi dello "Zibaldone": 339-40 (20 novembre 1820); 1536-37 (21 agosto 1821) e 2471-72 (11 giugno 1822). E cfr. La Bruyre, "Caractres", V, 81; La Rochefoucauld, "Maximes", 100 (ed. 1665).
2 - "di non": dal non.
3 - Cfr. "Detti memorabili di Filippo Ottonieri", cap. quinto: Quello di occupare la vita: il quale  maggiore assai di tutti i bisogni particolari... e maggiore eziandio che il bisogno di vivere.

Pensiero X.
1 - Sugli errori e i torti degli educatori cfr. "Zib.", 1472-73; 1939-40; 3079-80; 3839.

Pensiero XI.
1 - Cfr. il "Dialogo di Tristano e di un amico": Amico mio, questo secolo  un secolo di ragazzi... E questi buoni ragazzi vogliono fare in ogni cosa quello che negli altri tempi hanno fatto gli uomini, e farlo appunto da ragazzi, cos a un tratto senza altre fatiche preparatorie. Anzi vogliono che il grado al quale  pervenuta la civilt, e che l'indole del tempo presente e futuro, assolvano essi e i loro successori in perpetuo da ogni necessit di sudori e fatiche lunghe per divenire atti alle cose... E cos, mentre tutti gl'infimi si credono illustri, l'oscurit e la nullit dell'esito diviene il fato comune.

Pensiero XII.
1 - Cfr. Matteo, 20, 1-16.
2 - Cfr. "Zib.", 45: Soleva considerar come una pazzia quello che dicono i Cappuccini per iscusarsi del trattar male i loro novizzi, il che fanno con gran soddisfazione, e con intimo sentimento di piacere, cio che anch'essi sono stati trattati cos... Quindi applico ai Cappuccini, i quali trovando la sorte dei fratelli minori che sono i novizzi dipendente da loro, seguono gl'impulsi di questa inclinazione... e non soffrono che si possano dire a se stessi essere scarso quel bene a cui son giunti poich altri gli acquista con assai meno travaglio di loro.

Pensiero XIII.
1 - Cfr. "Zib.", 60: E' pure una bella illusione quella degli anniversari per cui quantunque quel giorno non abbia niente pi che fare col passato che qualunque altro, noi diciamo, come oggi accadde il tal fatto, come oggi ebbi la tal contentezza, fui tanto sconsolato ecc. e ci par veramente che quelle tali cose che son morte per sempre n possono pi tornare, tuttavia rivivano e sieno presenti come in ombra, cosa che ci consola infinitamente allontanandoci l'idea della distruzione e annullamento che tanto ci ripugna, e illudendoci sulla presenza di quelle cose che vorremmo presenti effettivamente, o di cui pur ci piace di ricordarci con qualche speciale circostanza, come [chi] va sul luogo ove sia accaduto qualche fatto memorabile, e dice qui  successo, gli pare in certo modo di vederne qualche cosa di pi che altrove, non ostante che il luogo sia per esempio mutato affatto da quel ch'era allora ecc. Cos negli anniversari. Ed io mi ricordo di aver con indicibile affetto aspettato e notato e scorso come sacro il giorno della settimana e poi del mese e poi dell'anno rispondente a quello dov'io provai per la prima volta un tocco di una carissima passione. Ragionevolezza, bench illusoria ma dolce delle istituzioni feste ecc. civili ed ecclesiastiche in questo riguardo. Il Galimberti ricorda anche il passo pi tardo dello "Zibaldone" (30 novembre 1828, 4418) in cui si dice come all'uomo sensibile e immaginoso, che viva come abbia vissuto lo stesso L. per parecchi anni, ossia sentendo di continuo e immaginando, il mondo e gli oggetti appaiano in certo modo doppi. Si vede un oggetto o si ascolta un suono e si rievoca un altro oggetto e un altro suono. In questo secondo genere di oggetti sta tutto il bello e il piacevole delle cose.
2 - Cfr. "Zib.", 2322-23, e anche 2255.

Pensiero XIV.
1 - "parenti": genitori.
2 - Tutto il Pensiero deriva da un lungo passo dello "Zibaldone", segnato a p.p. 283-85. Nel brano c'era tuttavia questa considerazione, soppressa nel Pensiero: Sicch tutto quello che pu ragionevolmente sperare e cercare il buon educatore,  d'istillare ne' suoi figli tanta dose di virt, che venendo senza fallo a scemare, pur ne resti qualche poco, a proporzione della prima quantit. E cfr. anche la canzone "Nelle nozze della sorella Paolina", vv. 16-17: O miseri o codardi / figliuoli avrai.
3 Come avverte il Sanesi, L. ha rielaborato liberamente la risposta di Talete a Solone. Secondo Diogene Laerzio ("Vitae philosophorum", I, 1) avrebbe risposto: Per amore dei figli; secondo Stobeo Florilegio LXVIII, 34: Perch non volevo associare la mia vita a volontarie afflizioni. Nel passo dello "Zibaldone" la risposta di Talete  uguale a questa del Pensiero.

Pensiero XV.
1 - Cfr. Diogene Laerzio, "Vitae philosophorum", I, 3, 2. E in "Zib.", 197-98: Dice Diogene Laerzio, di Chilone, che "prostatte... ischyro nta pron inui, pos oi pleson aidntai mllon e phobntai". E questo precetto si deve estendere, massimamente oggid in tanta propagazione dell'egoismo, a tutti i vantaggi particolari di cui l'individuo pu godere. Perch se tu sei bello non ti resta altro mezzo per non essere odiosissimo agli uomini che un'affabilit particolare, e come una certa noncuranza di te stesso, che plachi l'amor proprio altrui offeso dall'avvantaggio che tu hai sopra di loro, o anche dall'uguaglianza. Cos se tu sei ricco, dotto, potente ecc. Quanto maggiore  l'avvantaggio che tu hai sopra gli altri tanto pi per fuggire l'odio, t' necessaria una maggiore amabilit, e quasi dimenticanza e disprezzo in te stesso in faccia agli altri, perch tu devi medicare una cagione d'odio che tu hai in te stesso e che gli altri non hanno: una cagione assoluta, che ti fa odioso per se sola senza che tu sia n ingiusto n superbo n ecc. Ed era questa una cosa notissima agli antichi, tanto persuasi della odiosit dei vantaggi individuali, che ne credevano invidiosi gli stessi dei, e nella prosperit avevano cura dell'"invidiam deprecari" tanto divina che umana, e quindi un seguito non interrotto di felicit li rendeva paurosi di gravi sciagure. Vedi Frontone, "De Bello Parthico".
2 - Sull'invidia degli Dei, cfr. anche "Zib.", 453-55, con rinvii a Velleio Patercolo e a Dionigi di Alicarnasso e 4478, ove si sostiene che il dogma dell'invidia degli Dei verso gli uomini celebrato in Omero, e soprattutto in Erodoto e suoi contemporanei, sembra essere di origine orientale.

Pensiero XVI.
1 Cfr. "Zib.", 465: "Si nocentem innocentemque idem exitus maneat, acrioris viri esse, merito perire": diceva Ottone Imperatore, appresso Tacito, "Historia", lib. I, c. 21 [I, 21, 6]. Il detto  preceduto da queste parole: La qual cosa [il disinganno provocato in un uomo virtuoso dalla triste esperienza dell'inutilit della virt] cambia il carattere delle persone, e introduce non solo materialmente, ma radicalmente l'egoismo, anche negli animi pi ben fatti. Anzi principalmente in questi, perch l'egoismo non vi entra come passione bassa e vile, ma come alta e magnanima, cio come passione di vendetta, e odio de' malvagi e degl'ingrati.
2 - Cfr. la lettera a Saverio Broglio d'Ajano (13 agosto 1819): Dir in ultimo un'altra cosa. Io sono stato sempre spasimato della virt: quello ch'io volea eseguire non era delitto: ma io son capace anche della colpa. Si vergognino ch'io possa dire che la virt m' sempre stata inutile... Non fo gran conto di me: pur mi parr sempre formidabile chi avendo amata la virt da che nacque, si consegna disperatamente alla colpa. E al Giordani, 4 settembre 1820: In questi giorni, quasi per vendicarmi del mondo, e quasi anche della virt, ho immaginato e abbozzato certe prosette satiriche. Si tratta dei primi abbozzi delle "Operette morali". Nell'aggiunta "Per la novella Senofonte e Machiavello", 13 giugno 1822, Machiavelli dice: E quanto maggiore era stato l'amor mio per la virt, e quindi quanto maggiori le persecuzioni, i danni e le sventure ch'io ne dovetti soffrire, tanto pi salda e fredda ed eterna fu la mia apostasia. E tanto pi eroicamente mi risolvetti di far guerra agli uomini senza n tregua n quartiere (dove fossero vinti), quanto meglio per esperienza m'accorsi ch'essi non l'avrebbero dato a me, s'io fossi duranto nell'istituto di prima. E' richiamato, nell'aggiunta, il passo dello "Zibaldone" segnato a p.p. 2473-74 (13 giugno 1822): Alle ragioni da me recate in altri luoghi [669-74; 1100; 1913, ecc.], per le quali il giovane per natura sensibile, e magnanimo e virtuoso, coll'esperienza della vita, diviene e pi presto degli altri, e pi costantemente e irrevocabilmente, e pi freddamente e duramente, e insomma pi eroicamente vizioso, aggiungi anche questa, che un giovane della detta natura, e del detto abito deve, entrando nel mondo, sperimentare e pi presto e pi fortemente degli altri la scelleraggine degli uomini, e il danno della virt, e rendersi ben tosto pi certo di qualunque altro della necessit di esser malvagio, e della inevitabile e somma infelicit ch' destinata in questa vita e in questa societ agli uomini di virt vera. Perocch gli altri non essendo virtuosi, o non essendolo al par di lui, non isperimentano tanto n cos presto la scelleraggine degli uomini, n l'odio e persecuzione loro per tutto ci ch' buono, n le sventure di quella virt che non possiedono. E sperimentando ancora le sovercherie e le persecuzioni degli altri, non si trovano cos nudi e disarmati per combatterle e respingerle, come si trova il virtuoso. In somma il giovane di poca virt non pu concepire un odio cos vivo verso gli uomini, n cos presto, com' obbligato a concepirlo il giovane d'animo nobile. Perch colui trova gli uomini e meno infiammati contro di se, e meno capaci di nuocergli, e meno diversi da lui medesimo. Per lo che, non arrivando mai ad odiare fortemente gli uomini, e odiarli per massima nata e confermata e radicata immobilmente dall'esperienza, non arriva neppure cos facilmente a quell'eroismo di malvagit fredda, sicura e consapevole di se stessa, ragionata, inesorabile, immedicabile ed eterna a cui necessariamente dee giungere (e tosto) l'uomo d'ingegno al tempo stesso e di virt naturale. E si veda, naturalmente, il "Bruto minore" e la "Comparazione"; e questo passo della lettera al Giordiani (26 aprile 1819): Ma questa medesima virt quante volte io sono stato quasi strascinato di malissimo grado a bestemmiare con Bruto moribondo. Infelice, che per quel detto si rivolge in dubbio la sua virt, quand'io veggo per esperienza e mi persuado che sia la prova pi forte che ne potesse dar egli, e noi recare in favor suo. E cfr. anche "Zib.", 1473-74.
3 - Cfr. "Zib.", 72: Anche il delitto bene spesso  un eroismo, cio per esempio, quando il farlo torna in danno o pericolo, e nondimeno si vuol fare per soddisfare quella tal passione, ecc. tanto pi eroismo quanto che bisogna superare tutta la forza della natura reclamante e dell'abitudine, se si tratta per esempio di un giovane, di un innocente, ecc... In somma ogni sacrifizio di cosa cara, ogni sacrifizio difficile  un eroismo, anche quello della virt e dei sentimenti pi sacri, quando questo sacrifizio ancora costa.

Pensiero XVII
1 - "galee": galere.
2 - Non c' uomo costituito in carica o in dignit, il quale confessi di averla cercata, e non dica o voglia fare intendere d'esserne stato rivestito spontaneamente, anzi contro sua voglia ec. Gl'incarichi, le dignit, gli onori ciascuno li cerca e nessuno li ha cercati: cos in "Zib.", 334. Cfr. anche La Bruyre, "Caractres", VII, 44.

Pensiero XIX.
1 - Cfr. "Zib.", 3186-87: Del secondo genere sono coloro in cui la natura straordinariamente forte, e pi potente che nel comune degli uomini, ha superato e respinto l'arte. e non le ha lasciato luogo da situarsi, non per istrettezza e cortezza d'essa natura, ma perch'ella, sebbene amplissima ed estesissima, tutto il luogo essa medesima irremovibilmente occup. Ci sono le persone di carattere originale, straordinariamente vigoroso, costante, fermo, i quali rigettano le abitudini contrarie alla loro gagliarda natura e al detto carattere, di qualunque genere ei sia; e non soffrono di piegarsi e adattarsi agli altrui costumi, di seguire le altrui inclinazioni, di cangiare o di modificare o di nascondere o di mascherare o finalmente di smentire se stessi e non ammettono n modi, n usanze, n gusti, n occupazioni, n istituti di vita, n parole, n fatti se non conformi esattamente alla loro primitiva natura ed indole, e da essa richiesti cagionati, mossi, suggeriti. Questi sono gli uomini chiamati singolari e originali, non mai stimati (certo oggid, e nelle nazioni pi civili e socievoli, non mai), per lo pi disprezzati, ovvero odiati e fuggiti, sempre derisi. In questi tali tutto  forza, e per la forza si conserva in essi immutabile la natura. Ma tutto il passo dello "Zibaldone" (3183-3191), con l'esempio di Rousseau, venne rielaborato nel quarto capitolo dei "Detti memorabili di Filippo Ottonieri". E cfr. anche il "Dialogo della Natura e di un'anima".
2 - "pi... titolo": ossia: sciocchi. Cfr. il Pensiero XLVI.
3 Si pu vedere La Rochefoucauld, "Maximes", 457: Guadagneremmo di pi a lasciarci vedere come siamo che a tentar di sembrare ci che non siamo.

Pensiero XX.
1 - Sulla ferocia e la barbarie del Medioevo, cfr. "Zib.", 132-33.
2 - Si pu forse vedere questo passo dello "Zibaldone" (507-08): Qual  la pi grata compagnia? Quella che rivela l'idea che abbiamo di noi medesimi; quella che ci fa compiacere di noi stessi, che ci persuade di valer pi che non credevamo, che ci mostra come lodevoli alcune qualit, dove non credevamo di meritar lode, o non tanta, quella da cui partiamo con maggiore stima di noi, che ci lascia pi soddisfatti di noi stessi.
3 - Cfr. Orazio, "Epist.", II, 3, 472-76: ac velut ursus, / obiectos caveae valuit si frangere clatros, / indoctum doctumque fugat recitator acerbus; / quem vero arripuit, tenet occiditque legendo, / non missura cutem nisi plena cruoris hirudo (E come un orso che sia riuscito a rompere le sbarre, mise in fuga dotti ed indotti, crudelissimo recitatore. E se ghermisce qualcuno, lo inchioda, e leggendo lo uccide, come la sanguisuga che non lascia la presa fin che non  gonfia di sangue).
4 - Dove udire  ricevere l'impressione del suono e ascoltare  porre attenzione per udire,  azione dell'anima, secondo il Tommaseo, "Dizionario dei sinonimi", ricordato dal Galimberti.
5 - L'aneddoto in Elio Donato, "Vita Vergilii", 108-112.
6 - Cfr. Orazio, oltre all'epistola citata, "Serm.", I, 4, 73-78: Nec recito cuiquam nisi amicis idque coactus, / non ubivis coramve quibuslibet. In medio qui / scripta foro recitent, sunt multi quique lavantes: / suave locus voci resonat conclusus. Inanis / hoc iuvat, haud illud quaerentis, num sine sensu, / tempore num faciat alieno (Io non recito per nessuno, fuor che per gli amici e soltanto forzato, non dovunque e davanti a chiunque. Che recitano i propri scritti in mezzo al foro ce n' molti, molti anche ai bagni pubblici: ha un suono dolce la voce nei locali chiusi. Sono gli sciocchi che si dilettano di simili cose, quelli che non si chiedono se non sia questo un agire insensato, se non sia inopportuno.
7 - Cfr. "Epigr.", I, 63.
8 - "lezioni": letture.
9 - Cfr. Diogene Laerzio, "Vitae philosophorum", VI, 2.

Pensiero XXI.
1 - Cfr., oltre al gi ricordato passo dello "Zibaldone" segnato a p.p. 507-08 (n. 2 al Pensiero precedente), quest'altro, a p. 97: Una delle cose pi dispiacevoli,  il sentir parlare di un soggetto che ci interessi, senza potervi interloquire. E molto pi se ne parlano a sproposito, o ignorando una circostanza un fatto ec. che noi potremmo narrar loro, o in contraddizione coi nostri sentimenti, in maniera che vengano a concludere il contrario di quello che noi stimiamo o sappiamo. Il che  penoso anche quando la cosa non ci riguardi in nessun modo personalmente, n anche ci interessi.
2 - Cfr. "Zib.", 508: Amabile non pare e non , se non quegli che lusinga, giova ec. l'amor proprio degli altri. Questa  una delle principali osservazioni ed artifizi per farsi stimare di buona compagnia, rendersi piacevole e amabile, farsi desiderare e far fortuna: nominatamente nella galanteria... Si desidera bene spesso la compagnia di qualcuno, ci si trova un pascolo, un piacere nuovo e straordinario: n si vede bene perch, ma si attribuisce all'amabilit delle sue maniere e del suo carattere. E cfr. i "Detti memorabili di Filippo Ottonieri", cap. I (in chiusa): Come nelle feste e nei sollazzi pubblici, quelli che non sono o non credono di esser parte dello spettacolo, prestissimo si annoiano, cos nella conversazione  pi grato generalmente il parlare che l'ascoltare.
3 - "intertenersi": intrattenersi.
4 - Il Galimberti ricorda questo passo del "Manuale" di Epitteto volgarizzato dallo stesso Leopardi: Guarda bene nei cerchi e nelle compagnie, che tu non istessi a far troppe parole intorno ad azioni fatte o a pericoli sostenuti da te medesimo. Perciocch non siccome egli piace a ciascuno di raccontare i propri pericoli, cos riesce dilettevole alle persone l'udir le avventure di chi favella. E cfr. La Bruyre, "Caractres", V, 11 e 16; La Rochefoucauld, "Maximes", 139 e soprattutto 314: L'estremo piacere che proviamo nel parlare di noi dovrebbe farci temere di non far molto piacere a chi ci ascolta.

Pensiero XXIII.
1 - Sul motivo, cfr. "Dialogo Galantuomo e Mondo".
2 - Cfr. "Zib.", 663-65: Messer tale sentendo dire che la vita  una commedia, disse che oggid  piuttosto una prova di commedia, ovvero una di quelle rappresentazioni, che talvolta i collegiali, o simili fanno per loro soli. Perch non ci sono pi spettatori, tutti recitano, e la virt e le buone qualit che si fingono nessuno le ha, e "nessuno le crede negli altri". Anzi proponeva questo mezzo di fare che il mondo cessasse finalmente di essere un teatro, e la vita diventasse per la prima volta, almeno dopo lunghissimo tempo, un'azion vera. S'ella fu mai tale, fu perch gli uomini, se non altro la maggior parte, erano veramente buoni o tendevano alla virt. Questo ora  impossibile, e non  pi da sperare. Dunque si cercasse il detto fine per un altro verso quasi opposto.... In maniera che quello che non  pi necessario, anzi  disutile e dannoso in sostanza, non fosse pi necessario neanche in apparenza. Cos si toglierebbe agli uomini la necessit di mentir sempre, e inutilmente, perch non ingannano pi nessuno; ... si ricondurrebbe la verit nel mondo, la vita resterebbe n pi n meno la stessa qual  oggid, ma solamente tolto questo linguaggio e queste maniere di convenzione... e la vita sarebbe un fatto e non una rappresentazione: finalmente si concorderebbero una volta insieme quelle due cose discordi ab aeterno, i detti e i fatti degli uomini. Cfr. anche "Zib.", 220: Si dice con ragione che al mondo si rappresenta una Commedia dove tutti gli uomini fanno la loro parte. Ma non era cos dell'uomo in natura, perch le sue operazioni non avevano in vista gli spettatori e i circostanti, ma erano reali e vere.
3 - Cfr. il seguito del passo citato dello "Zibaldone" (665): Sperava [Messer tale] e prognosticava che il mondo si sarebbe stancato di tante apparenze divenute inutili da che non servono pi ad ingannare, e da che la commedia non  pi spettacolo, e tutti attori. Che avrebbe messo d'accordo la sostanza coll'apparenza, non gi cambiando la sostanza, che Dio ce ne scampi, ma lasciandola intatta, e cambiando l'apparenza, "les biensances", il linguaggio ec. cio facendo che apparisca e si dica quello ch' vero. Cfr. il Pensiero I (chiusa) e, soprattutto la novella "Senofonte e Niccol Machiavello": Perch non s'hanno da chiamare le cose coi loro nomi? Perch gl'insegnamenti veri ec. s'hanno da tradurre nella lingua del falso?... E mi parve che fosse tempo di dir le cose del tempo co' nomi loro. E cfr. anche il "Dialogo di Timandro e di Eleandro": Io non veggo come sia parimenti ridicolo questo continuo presupporre che si fa scrivendo e parlando, certe qualit umane che ciascuno sa che oramai non si trovano in uomo noto... Cavinsi le maschere, si rimangano coi loro vestiti, ecc.

Pensiero XXIV
1 Cfr. "Zib.", 2429: A voler esser lodato o stimato dagli altri, bisogna per necessit intuonar sempre altamente e precisamente alle orecchie loro: io vaglio assai pi di voi: accioch gli altri dicano: colui vale alquanto pi di noi, o quanto noi. La fama di ciascheduno in qualsivoglia genere, o propriamente o almeno metaforicamente parlando,  sempre incominciata dalla bocca propria. Se tu fai nel cospetto di quanta gente tu vuoi, un'azione o una produzione ec. la pi degna e la pi lodevole che si possa immaginare, t'inganni a partito se credi che quell'azione ec. Essendo manifestissima, e manifestissimamente lodevolissima, gli altri debbano aprir la bocca spontaneamente e cominciar essi a dir bene di te. Guardano, e tacciono eternamente, se tu non rompi il silenzio, e se non hai l'arte e il coraggio d'essere il primo a far questo. Ci massimamente in questi tempi di perfezionato e purificato egoismo. Chi vuol vivere, si scordi della modestia. E cfr. anche "Zib.", 4153-54: Il mezzo pi efficace di ottener fama  quello di far credere al mondo di esser gi famoso. Analogo e confermativo di questo detto  quello di Labruyre, che pi facile  far passare un'opera mediocre in grazia di una riputazione dell'autore gi ottenuta e stabilita, che l'ottenere o stabilire una riputazione con un'opera eccellente. Il detto di La Bruyre in "Caractres", I, 4 (ricordato anche in "Zib.", 4508). Ma vedi anche La Rochefoucauld, "Maximes", 56: Per affermarci nel mondo, facciamo tutto ci che possiamo per far credere di esserci affermati.
2 - Cos anche in Pensieri LXXIV e LXXV. E fra i passi dello "Zibaldone", cfr. soprattutto quello segnato a p.p. 2155-56: Le donne, i grandi, e il pubblico (letterario, civile, politico ecc.) si guadagnano, si maneggiano, si muovono, si persuadono, si predominano, si vincono ec. colle stesse arti, mezzi, furfanterie, sovercherie ec.... Nella repubblica letteraria ec., come presso le donne ... bisogna farsi largo, calunniare i rivali, motteggiarli, farsi dintorno una gran piazza vota, cacciandone chi la occupa, cogli artifizi e le malvagit che si esercitano co' rivali in amore ec. E vedi anche quello che comincia (2258): Altra somiglianza fra il mondo e le donne.

Pensiero XXV.
1 - "se gli": gli si.
2 - Cfr. "Zib.", 1727-28: L'uomo il pi certo della malizia degli uomini, si riconcilia col genere umano, e ne pensa alquanto meglio, se anche momentaneamente ne riceve qualche buon trattamento sia pur di pochissimo rilievo. L'individuo da te pi conosciuto per malvagio, se ti usa distinzioni e cortesie che lusinghino il tuo amor proprio, divien subito qualche cosa di meno male nella tua fantasia... Ecco quanta  la gran forza della ragione dell'uomo! E cfr. anche "Zib.", 1651-52. Puoi vedere La Bruyre, "Caractres", IX, 16: Un atto di indifferenza o di scortesia da coloro che sono al di sopra di noi, ce li fa odiare, ma un saluto o un sorriso ci riconcilia con loro, e La Rochefoucauld, "Maximes", 294: Amiamo sempre chi ci ammira.

Pensiero XXVI.
1 - "rappicinire": rendere piccolo, di minimo valore.
2 - Il Pensiero  una rielaborazione del passo dello "Zibaldone" segnato a p.p. 1673-75.
3 - Basti qui ricordare i primissimi appunti dello "Zibaldone" sulla piccolezza della ragione contro la grandezza della natura (14-15 e 21-23) dove  anche detto che la ragione fomenta l'egoismo, scioglie la societ e produce la barbarie. E in part. (p. 23): E la ragione, facendo naturalmente amici dell'utile proprio e togliendo le illusioni che ci legano gli uni agli altri, scioglie assolutamente la societ, e inferocisce le persone.

Pensiero XXVII.
1 - Cfr. "Zib.", 1252: Nessuno  meno filosofo di chi vorrebbe tutto il mondo filosofo e filosofica tutta la vita umana, che  quanto dire, che non vi fosse pi vita al mondo. E pur questo  il desiderio ec. de' filosofastri, anzi della maggior parte de' filosofi presenti e passati. E sulla filosofia moderna che tutto riduce a matematica, divenendo cos incompatibile con la poesia, cfr. "Zib.", 1359-60.

Pensiero XXVIII.
1 - Gruppi familiari, consorterie, cerchie d'amici.
2 - Cfr. "Zib.", 1721: Non si vive al mondo che di prepotenza. Se tu non vuoi o sai adoperarla, gli altri l'adopreranno su di te. Siate dunque prepotenti. Cos dico dell'impostura.
3 - "eleggere": scegliere.

Pensiero XXIX.
1 - Oltre alla chiusa del passo appena cit. di "Zib.", 1721, cfr. quello segnato a p.p. 1787-88: Chi vuole o dee fare un mestiere al mondo, se vuol trarne alcun frutto, non pu scegliere se non quello dell'impostore, in qualunque genere. La letteratura  stata sempre il pi sterile di tutti i mestieri. Il vero letterato (se non mescola alla verit l'impostura) non guadagna mai nulla. Eppur l'impostore arriva a render fecondo anche questo campo infruttifero, e uno de' maggiori miracoli dell'impostura si  di render fruttuosa la letteratura. L'impostura  una condizione necessaria per tutti i mestieri o veri o falsi. Se le lettere e la dottrina frutta mai nulla, ci  all'impostore,  in virt non della verit (quando anche vi sia mescolata) ma dell'impostura.
2 - Tutto il bello di questo mondo non consiste che nell'immaginazione aveva gi scritto nelle prime pagine dello "Zibaldone" (111, 167, ecc. ), e cos sui soavi inganni (101-02), sulle benefiche conseguenze delle illusioni (51-2, ecc.).

Pensiero XXX.
1 - Si potrebbe ricordare il passo dello "Zibaldone" (4286-87), in cui L. sotto il titolo Memorie della mia vita, ricorda il disagio provato in ogni luogo in cui si trov fin quando, col tempo, non pot associarvi particolari ricordi.

Pensiero XXXI.
1 - Puoi vedere questo passo in "Zib.", 4175: Non gli uomini solamente, ma il genere umano fu e sar sempre infelice di necessit. Non il genere umano solamente ma tutti gli animali. Non gli animali soltanto ma tutti gli altri esseri al loro modo. Non gl'individui, ma le specie, i generi, i regni, i globi, i sistemi, i mondi. E vedi, nelle "Operette", la "Storia del genere umano" e il "Cantico del Gallo Silvestre".

Pensiero XXXII.
1 - "rimette": perde, abbandona.
2 - "occorrono": si presentano.
3 - Si tratta di una rielaborazione di due passi dello "Zibaldone", segnati a p.p. 255-56 e 3545-46. E cfr. anche "Zib.", 613.
4 - Per queste ultime righe, cfr. "Zib.", 3720-22.

Pensiero XXXIII.
1 - Cfr. "Zib.", 612: Non  veramente furbo chi non teme, o presume e confida con certezza, di non poter essere ingannato, trappolato ec.: perch non conosce... e non apprezza a dovere le forze della sua stessa furberia. E nelle "Maximes" di La Rochefoucauld, 127: 1l vero modo per farsi ingannare  di credersi pi astuto degli altri; 117: Sottigliezza finissima  saper fingere di cadere nel tranello tesoci; e non si  mai ingannati tanto facilmente come quando si pensa di ingannare gli altri.

Pensiero XXXIV.
1 - Cfr. "Zib.", 3360-61: Tanto l'uomo  gradito e fa fortuna nella conversazione e nella vita, quanto ei sa ridere.
2 - Sugli effetti opposti dell'allegria e della tristezza cfr. "Zib.", 69 e 1690. Sulle virt dell'allegria, "Zib.", 255. E a p.p. 4024-25: Gli uomini di natura, costume, o circostanza ed occasione, allegri, sono generalmente disposti a far servizio o beneficio e compatire e i malinconici in contrario, o certo meno.

Pensiero XXXV.
1 - Il Pensiero sembra nascere dalla personale esperienza del L. durante il suo periodo napoletano. Cfr. le lettere al padre del 27 novembre 1834 e del 3 febbraio, 25 aprile, 22 agosto e 4 dicembre del 1835. Napoli come paese dalla popolazione semibarbara e semicivile, anche in "Zib." 4289.

Pensiero XXXVI.
1 - "conoschi": riconosca.

Pensiero XXXVII.
1 - Cfr. "Zib.", 3684: Non v' persona che riesca pi intollerabile e che meno sia tollerata nella societ, di uno intollerante.

Pensiero XXXVIII.
1 - E' la rielaborazione (modificata in chiusa) del passo dello "Zibaldone" a p.p. 4197-98.

Pensiero XXXIX.
1 - Al principio del II libro. Il passo venne riportato da L. nella sua "Crestomazia italiana", nella sezione dedicata alla Filosofia speculativa, sotto il titolo: Perch sogliano i vecchi lodare il passato, e biasimare il presente.
2 - "dei": dai; come, poco dopo, "degli" per dagli.
3 - "di contento": del piacere.
4 - La fonte  Cicerone, "De or.", II, 74, 299.
5 - "vapori": umori.
6 - "si arrecano": si ricordano.
7 - Sui prosatori italiani del Cinquecento, cfr. "Zib.", 700 e 2536-42.
8 - Con queste considerazioni inizia il II libro del "Cortegiano".
9 - Il Della Giovanna suppone che L. alluda a Moreau de Jonns che pubblic a Bruxelles, nel 1825, le "Recherches sur les changements produits dans l'tat physique des contres par la destruction des forts". Il taglio dei boschi del Sempione  ricordato come presunta causa del cambiamento del clima in Europa anche in "Zib.", 4242.
10 - Di Lorenzo Magalotti (1637-1712), L. possedeva due edizioni delle "Lettere familiari": Venezia 1719 e Venezia 1762 (quest'ultima con note di Domenico Manni). Come  attestato da "Zib.", 4241-42, dove  riportato il medesimo passo della lettera dello scienziato romano, si tratta della lettera XXVIII, datata Belmonte, 9 febbraio 1683.
11 - "i mezzi tempi": le mezze stagioni.
12 - Mentre invece, come ricorda in "Zib.", 4242: Quello che tutti noi sappiamo, e che io mi ricordo bene , che nella mia fanciullezza il mezzogiorno d'Italia non aveva anno senza grosse nevi, e che ora non ha quasi anno con nevi che durino pi di poche ore. Cos dei ghiacci, e insomma del rigore dell'invernata.

Pensiero XL.
1 - "a contemplazione": a ragione.
2 - Cfr., pi in generale, "Zib.", 153: Tutti pi o meno parlano e gestiscono da se soli, ma principalmente gli uomini di grande immaginazione, sempre facili a considerar l'immaginato come presente. Cos l'Alfieri nei pareri sulle sue tragedie, racconta di questo suo costume, massime nei punti di passione o di calore. Il qual costume  proprio pi che mai de' fanciulli, dove l'immaginazione pu molto pi che negli uomini.

Pensiero XLI.
1 - Cfr. "Tob.",. 4, 16.

Pensiero XLII.
1 - "provetto": avanzato d'et. Cfr. i provetti giorni, "Il Passero solitario", V, 21.
2 - Cfr. "Zib.", 4141: Nel corso del sesto lustro l'uomo prova tra gli altri un cangiamento sensibile e doloroso nella sua vita, il quale  che laddove egli per lo passato era solito a trattare per lo pi con uomini di et o maggiore o almeno uguale alla sua, e di rado con uomini pi giovani di se, perch i pi giovani di lui non erano che fanciulli, allora spessissimo si trova a trattare con uomini pi giovani, perch egli ha gi molti inferiori di et che non sono per fanciulli, di modo che egli si trova quasi cangiato il mondo dattorno, e non senza sorpresa, se egli vi pensa, si avvede di essere riguardato da una gran parte dei suoi compagni come pi provetto di loro, cosa tanto contraria alla sua abitudine che spesso accade che per un certo tempo egli non si avveda ancora di questa cosa, e sguiti a stimarsi generalmente o pi giovane o coetaneo dei suoi compagni, come egli soleva, e con verit, per l'addietro.
3 - "sollecito": preoccupato, geloso.
4 - Cfr. "Zib.", 4287: Passati i venticinque anni, ogni uomo  conscio a se stesso di una sventura amarissima: della decadenza del suo corpo, dell'appassimento del fiore dei giorni suoi, della fuga e della perdita irrecuperabile della sua cara giovent. E cfr. anche "Zib.", 4130: ... in quanto naturalmente nella vita dell'animale occupa maggiore spazio la declinazione o consumazione ossia invecchiamento (il quale incomincia nell'uomo anche prima dei trent'anni) che tutte le altre et insieme (vedi "Dialogo della Natura e di un Islandese", e "Cantico del Gallo Silvestre").
5 - Cfr. "Le Ricordanze", vv. 132-35: E qual mortale ignaro / di sventura esser pu, se a lui gi scorsa / quella vaga stagion, se il suo buon tempo, / se giovanezza, ahi giovanezza,  spenta?

Pensiero XLIV.
1 - Cfr. "Zib.", 4247: Magistrato da bene. Magistrato malvagio. Qual  il segno da riconoscerlo? Di tutte le altre cose non ne troverete una, dove stabilito ancora e confessato il fatto, non sieno vari e opposti giudizi, o interpretazioni qual buona qual sinistra. Rigoroso, severo: se tu lo lodi per questo capo, altri per questo medesimo lo chiamer vendicativo, crudele, ministro della tirannide, esecutore di vendette e risentimenti privati sotto specie di pubblici, nemico dei cittadini, fanatico, persecutore, odiatore dei lumi, della libert, del progresso, della civilizzazione. Clemente: sar freddo, debole, protettore dei vizi e dei malvagi, complice dei perturbatori della societ, fautore delle male opere. Se vi sono partiti, ed egli ne favorisce uno, l'altro o gli altri lo condannano; se nessuno, egli  un insensato, un vile, almeno un furbo. Cos dell'ambizione; ec. ec. Ma quanto all'astinenza o all'appetenza dell'altrui o del pubblico, voi non troverete due persone che concordato il fatto, discordino nel lodarlo o nel biasimarlo, o anche nell'interpretarlo. E questo  quasi il solo capo dal quale in verit suol dipendere il nome che uno acquista nei magistrati di uomo da bene, o di tristo. Da bene  sinonimo di disinteressato, malvagio di cupido; integrit di disinteresse ec. Da ci parrebbe che gli uomini non fossero d'accordo se non nel concetto della roba, e che l'ufficiale pubblico potesse a suo modo dispor della vita, dell'onore, della libert di tutti gli altri beni dei cittadini, purch rispettasse i danari e le possessioni.
2 - Cfr. "Zib.", 607: le ricchezze, il solo bene veramente solido secondo i nostri valorosi contemporanei. E cfr. il "Dialogo di un lettore di umanit e di Sallustio", dove il passo dello "Zib." (606-07) viene ripreso e svolto.
3 - Cfr. "Zib.", 4500: Les anciens politiques parlaient sans cesse de moeurs et de vertus, les ntres ne parlent que de commerce et d'argent. Rousseau, "Penses", II, 230. (Si tratta delle "Penses" di J. J. Rousseau, Amsterdam, 1786) .
4 - Sulle virt grandi impossibili nel mondo contemporaneo, cfr. "Zib.", 1648-49. E sull'egoismo, come tipico del secolo attuale ("Zib.", 2273), cfr. anche i passi segnati a p.p. 669-74 e 2436-41, anche in rapporto alle differenze tra et antica ed et moderna.

Pensiero XLV.
1 - "istituto": forma di vita.

Pensiero XLVI.
1 - In senso letterale: di buoni costumi e bont di costumi.
2 - Cfr. "Zib.", 4201: "Euthes, eutheia" e., "bonitas, bonus vir" ec., "bonhomme, bonhomie" ec., "dabben uomo, dabbenaggine" ec. Parole il cui significato ed uso provano in quanta stima dagli antichi e dai moderni sia stata veramente e popolarmente (giacch il popolo determina il senso delle parole) tenuta la bont.
3 - "contraddicendo... discorso": in quanto il pensiero contraddice l'espressione.
4 - "eleggere": scegliere.

Pensiero XLVII.
1 - Cfr. "Zib.", 4268: We spend our youth in pursuit of riches or fame, in hopes to enjoy them when we are old; and when we are old, we find it is too late to enjoy any thing. Pope, Prefazione generale alla collezione delle sue "Opere giovanili" (collezione pubblicata nel 1717), data Novembre 10, 1716. Ma vedi anche questa Memoria della mia vita ("Zib.", 4421-22): Sempre mi desteranno dolore quelle parole che soleva dirmi l'Olimpia Basvecchi riprendendomi del mio modo di passare i giorni della giovent, in casa, senza vedere alcuno: che giovent ! che maniera di passare cotesti anni!

Pensiero XLVIII.
1 - Cfr. "Zibaldone", 4280: Il vedersi nello specchio, ed immaginare che v'abbia un'altra creatura simile a se, eccita negli animali un furore, una smania, un dolore estremo. Vedilo di una scimmia nel Racconto di Pougens, intitolato "Joco, Nuovo Ricoglitore" di Milano, marzo, 1827, p.p. 215-6. Ci accade anche nei nostri bambini. Vedi Robeni, "Lettera di un bambino li 16 mesi". Amor grande datoci dalla natura verso i nostri simili!! (Recanati 13 aprile, Venerd Santo, 1827). Vedi p. 4419. E a p. 4419: Alla p. 4280. Ho veduto io stesso un canarino domestico e mansuetissimo, appena presentato a uno specchio, stizzirsi colla propria immagine, ed andarle contro colle ali inarcate e col becco alto.

Pensiero XLIX.
1 - Cfr. "Zib.", 4509: Odio verso i nostri simili. E' proprio ancora, ed essenziale a tutti gli animali. Non si pu tenerne due d'una stessa specie (se non sono di sesso diverso) in una medesima gabbia ec., che non si azzuffino continuamente insieme, e che il pi forte non ammazzi l'altro, o non lo strazi. Uccelli, grilli ec. E vedi il detto altrove, degli animali che si specchiano. E a p. 4511: Invidia ed odio ingenito de' viventi verso i loro simili: vedi la p. 4509.
2 - Cfr. "Zib.", 2273: ... il disprezzo, o la poca opinione,  quello che in societ importa soprattutto di evitare; e il solo che si possa evitare, perch l'odio non  schivabile; essendo innato nell'uomo e nel vivente l'odiare gli altri viventi, e massime i compagni... Laddove il disprezzo verso gli altri non  punto innato nell'uomo.
3 - Cfr. "Detti memorabili di Filippo Ottonieri", capitolo quinto: Diceva che universalmente gli ossequi e i servigi che si fanno agli altri con isperanze e disegni di utilit propria, rade volte conseguiscono il loro fine; perch gli uomini... sono facili a ricevere e difficili a rendere. E cfr. "Zib." 2481.
4 - Cfr. tutto il lungo passo dello "Zib.", 2271-75, in cui si sostiene che chi vuol fuggire il disprezzo altrui e tener alta la propria opinione deve lasciare le persone con cui ha a che fare piuttosto malcontente che soddisfatte di lui.
5 - "grido": fama.
6 - Cfr. "Zib.", 3061: Niuna cosa nella societ  giudicata, n infatti riesce pi vergognosa del vergognarsi.

Pensiero L.
1 - Secondo il Della Giovanna si tratta del "Mibhar happeninim, Selectio margaritarum", del filosofo Shelomoh ibn Gebirol, noto ai latini col nome di Avicebron (1021-1050/70 circa), autore del "Fons vitae". Il "Selectio margaritarum" venne tradotto in latino da Teodoro Eben. L'aneddoto che segue  fedelmente tradotto dal cap. 48, che tratta dell'invidia. Si ritrova in "Zib.", 4482, seguito dal testo latino.
2 - Cfr. "Zib.", 4482: ... vera amicizia difficilmente pu essere o durare tra giovani, malgrado il candore, l'entusiasmo ec. proprio dell'et. Pi facile assai l'amicizia tra un giovane e un vecchio o un provetto. - L'odio verso i simili, che essendo di ogni vivente verso ogni vivente,  maggiore verso quei della specie, ancora nella specie stessa  tanto maggiore, quanto un ti  pi simile.
3 - Cfr. "Zib." 4481-82: In fatto di donne generalmente, in fatto di galanteria, la cosa  notissima; insoffribile non solo la vista, ma i discorsi, i vanti, le fortune altrui. Il y a toujours dans le succs d'un homme auprs d'une femme quelque chose qui dplat, mme aux meilleurs amis de cet homme. Corinne, liv. 10, ch. 6, t. II, p. 161, 5me dition, Paris, 1812.
4 - Cfr. Gellio, "Noct. att.", I, 20.
5 - Cfr. "Detti memorabili di Filippo Ottonieri", capitolo sesto.
6 - "conferire": confidare.

Pensiero LI.
1 - E' qui riassunta la posizione espressa in un lungo passo dello "Zibaldone", 4058-60, in fine al quale  citato il Guicciardini.
2 - Cfr. "Storia d'Italia", XVII, 2.
3 - Cfr. il passo dello "Zibaldone", a p.p. 3469-71 che termina con le parole: E nondimeno [i moderni] seguono nella politica l'immaginazione e la speculazione molto manco, e l'esperienza e i fatti molto pi che gli antichi non fecero e vaneggiano e inventano ed errano molto meno. Conclusione, dunque, opposta a quella di questo Pensiero.

Pensiero LII.
1 - "si prevalga": si avvalga.
2 - Puoi vedere i passi dello "Zib.", 2401-02 e 2415 sulla necessit, da parte dello sventurato, di tener nascoste le proprie sventure. E vedi anche "Zib.", 2441.
3 - "non": pleonastico.

Pensiero LIII.
1 - Il detto di Bione  citato nel testo greco e latino due volte nello "Zibaldone": a p. 4188 e 4469, con indicazione di fonte.

Pensiero LIV.
1 - Cfr. il "Dialogo di Tristano e di un amico": Gli uomini universalmente volendo vivere, conviene che credano la vita bella e pregevole; e tale la credono; e si adirano contro chi pensa altrimenti. Perch in sostanza il genere umano crede sempre, non il vero, ma quello che , o pare che sia, pi a proposito suo. E cfr. anche "Zib." 414-16.
2 - L'osservazione del Buffon anche in "Zib.", 1547. Ripresa nel "Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie". E vedi anche "Zib.", 291 e 599, con un rinvio al "De senectute" di Cicerone.
3 - Cfr. "Zib.", 4525: Gli uomini verso la vita sono come i mariti in Italia verso le mogli: bisognosi di crederle fedeli, bench sappiano il contrario. Cos chi dee vivere in un paese ha bisogno di crederlo bello e buono, cos gli uomini di credere la vita una bella cosa. Ridicoli agli occhi miei, come un marito becco e tenero della sua moglie. Ripreso nel cit. "Dialogo di Tristano": Gli uomini sono in generale come i mariti. I mariti, se vogliono viver tranquilli,  necessario che credano le mogli fedeli, ciascuno la sua e cos fanno; anche quando la met del mondo sa che il vero  tutt'altro. Chi vuole o dee vivere in un paese, conviene che lo creda uno dei migliori della terra abitabile, e lo crede tale.
4 - "che gli offendono": per la loro falsit.

Pensiero LV.
1 - "il bruno": il lutto.
2 - Cfr. "Zib.", 2342-43: Il mondo deride chi fedelmente e sinceramente osserva i suoi doveri, o prova effettivamente e segue i sentimenti dettati dalla natura e dalla morale, e si scandolezza e biasima chi trascura pubblicamente i medesimi doveri, chi mostra di disprezzarli, chi pienamente non gli adempie in faccia al pubblico, quando anche egli abbia i suoi giustisissimi motivi per non farlo, e non seguire il "costume" in questa parte. Una donna  derisa s'ella piange sinceramente il suo marito recentemente morto, se a chi la tratta, d segno di sentir vivo e vero dolore della sua perdita; ma s'ella, anche per circostanze imperiose, trascura il menomo dei doveri che il costume impone in questi casi, s'ella un giorno pi presto del tempo prescritto dall'uso si fa vedere in pubblico, s'ella, anche a solo fine di portar qualche alleggerimento al suo vero dolore, si permette prima del detto tempo, qualche menomo spasso o distrazione, il mondo severissimamente la giudica, e inesorabilmente la condanna senz'aver riguardo a ragioni n circostanze, per reali che possano essere, e non lascia di mordere e di riprendere la pi piccola violazione dei doveri apparenti, mentre  prontissimo a schernire chi gli osservi di buona fede ec..
3 - Cfr. La Rochefoucauld, "Maximes", 166: Il mondo ricompensa spesso pi le apparenze del merito, che il merito vero.
4 - Cfr. "Zib.", 4096: Il tale diceva non esser ben detto quel che si afferma comunemente che basta la apparenza per esempio a un letterato per essere stimato, bench manchi della sostanza. Ora l'apparenza non solo basta, ma  la sola cosa che basti, ed  necessaria e la sola necessaria. Perch la sostanza senza l'apparenza non fa effetto alcuno e nulla ottiene, e l'apparenza colla sostanza non fa n ottiene niente di pi che senza essa: onde si vede la sostanza essere inutile, e il tutto stare nella sola apparenza.
5 - Probabile allusione a Catone. Cfr. Sallustio, "Cat.", 54: esse quam videri bonus malebat.

Pensiero LVI.
1 - Cfr. "Zib.", 4140: Tanto  necessaria l'arte nel viver con gli uomini che anche la sincerit e la schiettezza conviene usarla seco loro con artificio.

Pensiero LVIII.
1 - "maggiore che gl'insolenti": maggiore di quella degl'insolenti.
2 - Occorre confrontare il pensiero con un lungo passo dello "Zibaldone" (4037-40), dal quale deriva, e nel quale  richiamata anche la figura di Rousseau. Cfr. anche il capitolo quarto dei "Detti memorabili di Filippo Ottonieri".

Pensiero LIX.
1 - Cfr. "Zib.", 4268-69, e in part.: E' osservazione antica che quanto decrescono nelle repubbliche e negli stati le virt vere, tanto crescono le vantate, e le adulazioni, e similmente, che a misura che decadono le lettere e i buoni studi, si aumentano di magnificenza i titoli di lode che si danno agli scienziati e a' letterati o a quelli che in s fatti tempi sono tenuti per tali. Il somigliante par che avvenga circa il modo della pubblicazione dei libri. Quanto lo stile peggiora, e divien pi vile, pi incolto, pi "eutels", di meno spesa; tanto cresce l'eleganza, la nitidezza, lo splendore, la magnificenza, il costo e vero pregio e valore delle edizioni. Cfr. anche i "Paralipomeni della Batracomiomachia", I, 39 e il Pensiero III.
2 - Cfr. "Zib.", 4269: Disgraziatamente l'arte e lo studio son cose ormai ignote e sbandite dalla professione di scriver libri. Lo stile non  pi oggetto di pensiero alcuno. E cfr. il secondo capitolo del "Parini".

Pensiero LX.
1 - Cfr. La Bruyre, "Caractres", I, 4: E' meno facile farsi un nome con un'opera letteraria perfetta che imporne una mediocre grazie al nome che gi si  acquistato. L'osservazione di La Bruyre torna in "Zib.", 4153-54 (Il mezzo pi efficace di ottener fama  quello di far creder al mondo di esser gi famoso. Analogo e confermativo di questo detto  quello di La Bruyre, che...) e in "Zib.", 4508. E anche La Rochefoucauld, "Maximes", 56: Per affermarci nel mondo, facciamo tutto ci che possiamo per far credere di esserci affermati. Cfr. Pensiero XXIV.
2 - Il mezzo pi certo di ottener fama  quello di dire o di mostrare di averla (al fratello Carlo, 23 novembre 1825). E in "Zib." 4329: Se un buon libro non ha fortuna, il vero mezzo  di dire che l'ha fatta.

Pensiero LXI.
1- " intorniato": attorniato.
2 Cfr. "Zib.", 4284: E' ben trista quella et nella quale l'uomo sente di non ispirar pi nulla. Il gran desiderio dell'uomo, il gran mobile de' suoi atti, delle sue parole, de' suoi sguardi, de' suoi contegni fino alla vecchiezza,  il desiderio d'inspirare, di comunicar qualche cosa di se agli spettatori o uditori. E cfr. "Il tramonto della luna", vv. 31-33.

Pensiero LXII.
1 - Cfr. "Zib.", 4283: Il primo fondamento del sacrificarsi o adoperarsi per gli altri,  la stima di se medesimo e l'aversi in pregio; siccome il primo fondamento dell'interessarsi per altrui,  l'avere buona speranza per se medesimo. Cfr. anche "Zib.", 2923.

Pensiero LXIII.
1 - Cfr. "Zib.", 4285: L'amore e la stima che un letterato porta alla letteratura, o uno scienziato alla sua scienza, sono il pi delle volte in ragione inversa dell'amore e della stima che il letterato o lo scienziato porta a se stesso. Sulla modestia come segno distintivo dell'uomo grande, cfr. "Zib.". 612-13.

Pensiero LXIV.
1 - "cape": entra,  contenuta.
2 - Cfr. il Pensiero precedente e "Zib.", 612-13 e in part.: ... quanto pi si possiede e si conosce a fondo una qualunque (ancorch piccola) professione, tanto pi se ne sentono e valutano le difficolt, si conosce quanto la perfezione e la sommit sia difficile in essa: perch le difficolt della perfezione si sanno e si conoscono generalmente in ogni cosa, ma non si sentono cos vivamente e precisamente, come in una professione intimamente posseduta: tanto pi si comprende e vede e tocca con mano quanto sia facile l'andar sempre pi oltre, e il perfezionare anche ci che si crede perfetto. In somma quanto pi l'uomo apprezza e stima una buona professione: e l'apprezza e stima quanto meglio la conosce; tanto meno apprezza se stesso. Perch mettendosi in confronto non gi cogli altri cultori di quella professione,... ma colla professione stessa; resta sempre malcontento del paragone, si trova lontano dall'uguaglianza, e riabbassa sempre pi l'idea di se stesso

Pensiero LXV.
1 - Cfr. "Zib.", 4294-95: Persone la cui compagnia e conversazione ci piaccia durevolmente, e si usi volentieri con frequenza e lunghezza, non sono in sostanza, e non possono essere altre che quelle dalle quali giudichiamo che vaglia la pena di sforzarci e di adoperarci d'essere stimate, e stimate ogni giorno pi. Perci la compagnia e conversazione delle donne non pu esser durevolmente piacevole, se esse non sono o non si rendono tali da rendere durevolmente pregiabile e desiderabile la loro stima.

Pensiero LXVI.
1- " in quanto ": in relazione.
2 - Cfr. "Zib.", 3420, e, soprattutto, il passo a p. 4300: Cosa curiosa, e notabile per chi vuol conoscere la storia, e dalla storia inferire il valore delle opinioni degli uomini intorno ai diritti e ai doveri, si  che ne' secoli passati i negri erano creduti d'una origine e quindi d'una famiglia stessa co' bianchi e pur quei medesimi che li tenevano per tali, sostenevano la ineguaglianza naturale di diritti tra i bianchi e loro, la inferiorit dei negri, e la giustizia della loro servit, anzi schiavit ed oppressione: oggi i negri sono conosciuti di origine, e per di famiglia, onninamente diversa dai bianchi, e quelli che gli hanno per tali, sostengono la loro uguaglianza sociale rispetto a noi, e la parit de' loro diritti, e la totale ingiustizia del farli schiavi, o maltrattarli, o dominarli, e l'assurdit dell'opinione antica in tal proposito.
3 - Cfr. "Zib.", 1172-73: E' noto come la schiavit sia difesa da molti e molti politici ec. e conservata poi nel fatto anche contro le teorie, come necessaria al comodo, alla perfezione, al bene, alla civilt della societ.

Pensiero LXVII.
1 - Cfr. "Zib.", 4306-07, in margine a una riflessione di D'Alembert; e in part.: I pi degli oziosi sono piuttosto disoccupati che annoiati. Si dice male che la noia  un mal comune. La noia non  sentita che da quelli in cui lo spirito  qualche cosa. Agli altri ogni insipida occupazione basta a tenerli contenti; e quando non hanno occupazione alcuna, non sentono la pena della noia.
2 - Cfr. "Zib.", 4306-07: Anche gli uomini sono, la pi parte, come le bestie, che a non far nulla non si annoiano; come i cani, i quali ho ammirati e invidiati pi volte, vedendoli passar le ore sdraiati, con un occhio sereno e tranquillo, che annunzia l'assenza della noia non meno che dei desiderii. Quindi , che se voi parlate della noia inevitabile della vita ec. ec. non siete inteso ec. ec. - Per meglio comprendere il significato, per cos dire, positivo della noia: cfr. "Zib.", 3713-75, dove la noia  definita come desiderio della felicit, lasciato, per cos dir, puro. Con l'aggiunta: Questo desiderio  passione. Quindi l'animo del vivente non pu mai veramente essere senza passione. Questa passione, quando ella si trova sola, quando altra attualmente non occupa l'animo,  quello che noi chiamiamo noia. Il carattere vivo e passionale della noia (di questa seconda noia)  ribadito nel rinvio a p.p. 3879-80: Questa sorta di passione  quella che provano generalmente i giovani quando sono in istato di non piacere e non dispiacere. Essi sono poco capaci della noia comunemente detta. A p. 4043 la noia viene di nuovo definita come una presa di coscienza totale dell'infelicit della vita: Or che cosa  la noia? Niun male n dolore particolare... ma la semplice vita pienamente sentita, provata, conosciuta, pienamente presente all'individuo, ed occupantelo. E non diversamente a p. 4498: Quando l'uomo non ha sentimento di alcun bene o male panrticolare, sente in generale l'infelicit nativa dell'uomo, e questo  quel sentimento che si chiama noia. E cfr. il "Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare", ed anche il "Canto notturno di un pastore errante dell'Asia", vv. 105-132. Sulle conseguenze disperate di questo sentimento dell'anima, cfr. il "Dialogo di Plotino e di Porfirio".

Pensiero LXVIII.
1 - Cfr. la nota 2 al pensiero precedente, e in part. "Zib.", 3879: la noia desiderio di felicit lasciato puro e 3880: desiderio pi vivo, e al tempo stesso ugualmente vano. E per quel che poi segue, cfr. "Zib." 3171-72: Niuna cosa maggiormente dimostra la grandezza e la potenza dell'umano intelletto, n l'altezza e nobilt dell'uomo, che il poter l'uomo conoscere e interamente comprendere e fortemente sentire la sua piccolezza. Quando egli considerando la pluralit dei mondi si sente essere infinitesima parte di un globo ch' minima parte d'uno degl'infiniti sistemi che compongono il mondo, e in questa considerazione stupisce della sua piccolezza, e profondamente sentendola e intentamente riguardandola, si confonde quasi col nulla, e perde quasi se stesso nel pensiero della immensit delle cose, e si trova come smarrito nella vastit incomprensibile dell'esistenza; allora con questo atto e con questo pensiero egli d la maggior prova possibile della sua nobilt della forza e della immensa capacit della sua mente, la quale, rinchiusa in s piccolo e menomo essere,  potuta pervenire a conoscere e intender cose tanto superiori alla natura di lui, e pu abbracciare e contener col pensiero questa Immensit medesima della esistenza e delle cose. E gi a p. 84, aveva detto come il sistema copernicano abbassa l'idea dell'uomo e la sublima. E si veda anche "La Ginestra", vv. 158 segg.
2 - Allusione a Pascal. Cfr. il suo Frammento n. 622 (ed. Lafuma; 131 Brunschvicg): Noia. Nulla  cos insopportabile per l'uomo come l'essere in piena tranquillit, senza passioni, senza affari, senza divertimento, senza applicazione. Sente allora il suo niente, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto. Incontinente uscir dal fondo della sua anima la noia, la tetraggine, la tristezza, l'infelicit, il dispetto, la disperazione.
3 - "raccorne": far derivare, dedurne.
4 - Cfr. il lungo frammento pascaliano, segnato col n. 199 nell'ed. Lafuma, e n. 72 nell'ed. Brunschvicg, dal quale deriva sicuramente anche il passo su citato dello "Zibaldone".
5 - Ribadisce la distinzione con cui si apriva il Pensiero precedente. Cfr. nota 1 e 2 ad esso. Sulla noia sconosciuta agli animali, cfr. "Zib.", 2221: ... le bestie non sanno che sia noia; 4180-81: Vedesi... nei cani, che se non sono turbati o forzati a muoversi, passano volentierissimo le ore intiere sdraiati con gran placidezza e serenit di atti e di viso sulle loro zampe E cfr. il gi cit. "Canto notturno", vv. 105 segg.

Pensiero LXIX.
1 - "Fam.", v, 12.
2 - Cfr. "Zib." 4308: Leggendo la curiosa lettera di Vero a Frontone ("ad Ver. imp.", ep. 3, ed Rom.) in cui lo prega di scrivere la storia delle gesta di esso Vero nella guerra partica, mi par proprio di leggere una lettera di qualche moderno scrittore a un giornalista sopra qualche sua opera. Lo stesso amor proprio, esagerazione, noncuranza del vero ec. E in verit quella lettera (vedi anche quella di Cicerone a Lucceio) ci mostra quanto dobbiamo fidarci di storie, anche contemporanee. Ma che differenza tra gli antichi e i moderni ancor qui! Questi raccomandano: 1, delle operuccie, 2. a un giornalista, 3. per un articolo; quelli: 1 de' fatti militari o civili, 2. a uomini famosi, 3. per una storia ec. ec..
3 - Cfr. il "Come vada scritta la storia" di Luciano, che Leopardi inizi a volgarizzare. Nel libello Luciano aveva satireggiato la guerra partica condotta dall'imperatore Lucio Vero (130-169).

Pensiero LXX.
1 - Cfr. il "Dialogo di Tristano e di un amico": Questo secolo  un secolo di ragazzi e il pargoleggiar della "Ginestra" attribuito al sec. XIX (v. 59).

Pensiero LXXI.
1 - Cfr. la "Palinodia al marchese Gino Capponi": Con che costanza / quel che ieri schern, prosteso adora / oggi, e domani abbatter, per girne / raccozzando i rottami e per riporlo / tra il fumo degl'incensi il d vegnente (vv. 213-18j. E in La Rochefoucauld, "Maximes", 51: Nulla dovrebbe diminuire la soddisfazione che abbiamo di noi stessi quanto il vedere che disapproviamo oggi quello che ieri avevamo approvato.
2. Cfr. il Pensiero XLI, ed anche il Frammento di Pascal (ed. Lafuma n. 978, ed. Brunschvicg n. 100) sull'amor proprio e le sue conseguenze, e un part.: Nessuno parla di noi in nostra presenza come ne parla in nostra assenza. L'unione che esiste tra gli uomini  fondata solo su questo inganno reciproco e poche amicizie sussisterebbero se ognuno sapesse ci che l'amico dice di lui quando egli non c' bench parli ancora sinceramente e senza passione.

Pensiero LXXII.
1 - Cfr. Pensiero XLIX e nota 3.
2 - "tocchi": colpiti.
3 - Cfr. "Zib.", 3481: Perocch a tutti  grato il fare stima di se, e si pu esser certi che tutti, o in un modo o nell'altro, si stimano.

Pensiero LXXIII.
1 - Cfr. "Zib." 1431-32, e in part.: Non c' miglior modo di far colpo e fortuna con una giovane superba e sprezzante, che disprezzandola. E vedi anche "Zib.", 1083, sul piccante, ripreso qui, pi sotto, nella lepida alternativa.

Pensiero LXXIV.
1 - Cfr. Pensiero XXIV e nota 2.
2 - Cfr. "Zib.", 4390: L'eroismo ci trascina non solo all'ammirazione, all'amore. Ci accade verso gli eroi come alle donne verso gli uomini. Ci sentiamo pi deboli di loro, perci gli amiamo. Quella virilit maggior della nostra, c'innamora. I soldati di Napoleone erano innamorati di lui, l'amavano con amor di passione, anche dopo la sua caduta: e ci malgrado quello che avevano dovuto soffrire per lui, e gli agi di cui taluni godevano dopo il suo fato.
3 - Cfr. ancora "Zib.", 4390: Cos Achille c'innamora per la virilit superiore, malgrado i suoi difetti e bestialit, anzi in ragione ancora di queste. E cfr. anche "Zib.", 3597.
4 - Per Goffredo contrapposto ad Achille, senza ferocia e impeto, senza giovinezza e passione, ec., cfr. "Zib.", 3590-3601; per il carattere di Enea, partecipe dei difetti del Goffredo del Tasso, cfr., "Zib.", 3607-13, per Ulisse, ivi, 3601-03.

Pensiero LXXV.
1 - Cfr. il pensiero precedente e il XXIV; ma anche il LXXII e LXIII.
2 - Cfr. "Zib.", 2156: Nella repubblica letteraria ecc., come presso le donne, e come nelle conversazioni, bisogna innalzarsi sopra il corpo degli altri, bisogna farsi largo, calunniare i rivali, motteggiarli, farsi dintorno una gran piazza vota, cacciandone chi la occupa, cogli artifizi e le malvagit che si esercitano co' rivali in amore ec.. E sul riso e la sua potenza cfr. Pensiero LXXVIII e note.

Pensiero LXXVI.
1 - In "Zib.", 4525 (ultima pagina): Cosa rarissima nella societ, un uomo veramente sopportabile.

Pensiero LXXVII.
1 - Questa difesa della salute e del corpo, solitamente disprezzati dagli uomini, ricorre spesso nello "Zibaldone". Cfr. p.p. 125, 207, 358, 830, 1597-1602. C' in ci anche una presa di posizione polemica nei confronti dello spirito e dell'animo, assurdamente privilegiati. Cfr. soprattutto il "Dialogo di Tristano e di un amico": ... tra noi gi da lunghissimo tempo l'educazione non si degna di pensare al corpo, cosa troppo bassa e abbietta: pensa allo spirito: e appunto volendo coltivare lo spirito, rovina il corpo: senza avvedersi che rovinando questo, rovina a vicenda anche lo spirito. E vedi anche "Zib.", 115, 152, 163-64, 254-55 (contro l'ascetismo), 473, 661, 1631-32, 2413, 3202-03. E cfr. il "Dialogo della Moda e della Morte".
2 - L'esempio  gi in "Zib.", 4333-34.
3 - "segue perdendo": continua a decadere.

Pensiero LXXVIII.
1 - Cfr. "Zib.", 4391: Ridete franco e forte, sopra qualunque cosa, anche innocentissima, con una o due persone, in un caff, in una conversazione, in via: tutti quelli che vi sentiranno o vedranno rider cos, vi rivolgeranno gli occhi vi guarderanno con rispetto, se parlavano, taceranno, resteranno come mortificati, non ardiranno mai rider di voi, se prima vi guardavano baldanzosi o superbi, perderanno tutta la loro baldanza e superbia verso di voi. In fine il semplice "rider alto" vi d una decisa superiorit sopra tutti gli astanti o circostanti, senza eccezione. Terribile ed "awful"  la potenza del riso; chi ha il coraggio di ridere,  padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire. E cfr. nel "Dialogo di Timandro ed Eleandro": Dicono i poeti che la disperazione ha sempre nella bocca un sorriso. E per questa parte, da "Zib.", 87, 107, 188, 4138. E andr visto anche, pi in part., il gi ricordato "Zib.", 3360-61: Tanto l'uomo  gradito e fa fortuna nella conversazione e nella vita, quanto ei sa ridere. - Il Galimberti accenna alla considerazione di Adorno e Horkheimer in "Juliette, o illuminismo e morale": L'angoscia che non ci minaccia pi esplode nella risata cordiale, espressione dell'indurimento in se stesso dell'individuo, che si sfoga pienamente solo nel collettivo. La risata scrosciante ha denunciato in ogni tempo la civilt ("Dialettica dell'illuminismo", Torino, Einaudi 1966, p. 122).

Pensiero LXXIX.
1 - Ovviamente in senso ironico.
2 - Cfr. "Zib.", 4420: Il giovane, per la stessa veemenza del desiderio che ne sente,  inabile a figurare nella societ. Non diviene abile se non dopo sedato e pressoch spento il desiderio, e il rimovimento di quest'ostacolo ha non piccola parte nell'acquisto di tale abilit. Cos la natura delle cose porta che i successi sociali, anche i pi frivoli, sieno impossibili ad ottenere quando essi cagionerebbero un piacere ineffabile; non si ottengano se non quando il piacere che dnno  scarso o nessuno.
3 - Cfr. il seguito: 4420-21: Ci si verifica esattamente: perch se anco una persona arriva ad ottener de' successi nella prima giovent, non vi arriva se non perch il suo animo, percorrendo rapidamente lo stadio della vita,  giunto assai tosto (come spesso accade) a quello stato nel quale i successi sociali si desiderano leggermente, e poco o niun piacere cagionano .
4 - Cfr. "Zib.", 4517: La natura non ci ha solamente dato il desiderio della felicit, ma il bisogno... Or questo bisogno ella ci ha dato senza la possibilit di soddisfarlo, senza nemmeno aver posto la felicit nel mondo.
5 - Cfr. "Zib.", 2495: L'uomo  tanto pi infelice quanto ha pi e pi vivi desideri, e . l'arte della felicit consiste nell'averne pochi e poco vivi. E cfr. anche il lungo passo segnato alle p.p. 3921-27.
6 - "nell'uso del mondo": in quel comportamento sociale (che non possono apprendere) .

Pensiero LXXX.
1- " alla prima giunta": a prima vista
2 - Cfr. "Le ricordanze", vv. 154-56: splendea negli occhi / quel confidente immaginar, quel lume / di giovent.
3 - Cfr. "Zib.", 4287: Passati i venticinque anni, ogni uomo  conscio a se stesso di una sventura amarissima: della decadenza del suo corpo, dell'appassimento del fiore dei giorni suoi, della fuga e della perdita irrecuperabile della sua cara giovent. E cfr. Pensiero XLII.

Pensiero LXXXI.
1 - Il Pensiero deriva dal lungo passo dello "Zibaldone" segnato a p.p. 4295-97.

Pensiero LXXXII.
1- " e per bambina ... nacque": e quindi poco meno bambina di quando nacque. Sulla differenza della vita nel mondo antico e moderno cfr. "Zib.", 1330-32; 2434-35; 4063-64; 4185, ecc.
2 - "mediocremente": discretamente.
3 - In un importante passo dello "Zibaldone" (3269-71), L. sostiene che quando prova una forte passione, qualsiasi uomo vede le cose da un punto di vista pi alto e scopre verit generali e grandi che, fuori di quello stato, non solo lui stesso, ma nessun altro, anche pi filosofo di lui, non ha mai saputo scoprire.
4 - Non a torto il Pensiero  stato collegato all'esperienza dell'amore per Aspasia. E cfr., nei "Canti"; "Il pensiero dominante", "Amore e Morte", "A se stesso", "Aspasia".

Pensiero LXXXIII.
1 - Cfr. "Zib.", 4471: Se gli scrittori conoscessero personalmente a uno a uno i lor futuri lettori,  credibile che non si prenderebbero troppa pena di proccurarsi la loro stima scrivendo accuratamente, n forse pure scriverebbero. Il considerarli coll'immaginazione confusamente e tutti insieme,  quello che, presentandoli loro sotto il collettivo e "indefinito" nome e idea di "pubblico", rende desiderabile o valutabile la loro lode o stima ec..
2 - Cfr. "Zib.", 2804-05: Tutto quello che viene dalla moltitudine  rispettabile, bench'ella sia composta d'individui tutti disprezzabili. Il pubblico, il popolo, l'antichit, gli antenati, la posterit: nomi grandi e belli, perch rappresentano un'idea indefinita. Analizziamo questo pubblico, questa posterit. Uomini la pi parte da nulla, tutti pieni di difetti.

Pensiero LXXXIV.
1 - Cfr. "Zib.", 112: Ges Cristo fu il primo che personificasse e col nome di "mondo" circoscrivesse e definisse e stabilisse l'idea del perpetuo nemico della virt dell'innocenza dell'eroismo della sensibilit vera, d'ogni singolarit dell'animo della vita e delle azioni, della natura in somma, che  quanto dire la societ, e cos mettesse la moltitudine degli uomini fra i principali nemici dell'uomo, essendo pur troppo vero che come l'individuo per natura  buono e felice, cos la moltitudine (e l'individuo in essa  malvagia e infelice.
2 - "gentile": pagano. E cfr. "Zib.", 611-12, dove si dice che il buono e la societ, prima di Cristo, non erano considerati come nemici, ma come amici e compagni. E cfr. anche "Zib." 191, dove a Caino, primo fondatore della societ malvagia,  contrapposto Ges Cristo, il primo che definitamente la combatt e maledisse. E cfr. il primo Pensiero e note.
3 - Cfr. il lungo passo dello "Zibaldone" segnato a p.p. 543-79, nel quale L. elabora, per cos dire, la sua filosofia della storia nel rapporto (ostile) tra Natura e Ragione, civilt naturale e civilt corrotta. E' interessante relativamente al Pensiero qui in esame, che anche nel passo dello "Zibaldone" (che risale al gennaio del 1821), L. dica che la vera e propria corruzione della societ inizi con il principio dell'impero romano, con la fine della repubblica antica; e che questo stato di cose duri sino ad oggi (cfr. in part. p. 574).
4 - Cio: corrotto dalla societ civile.
5 - All'opposto: la ragione, che  pure una forza negativa, tende a far apparire come bene la corruzione della civilt.
6 - Per mettere in guardia gli educandi.
7 - Come gi detto nelle prime pagine dello "Zibaldone" (56) l'uomo, buono per natura, viene guastato dalla societ civile. E cfr. anche "Zib.", 446-7; 912-13: 1558-62, ecc.

Pensiero LXXXV.
1 - Cfr. "Zib.", 611: Prima di Ges Cristo, o fino a quel tempo, e ancor dopo, da' pagani non si era mai considerata la societ come espressamente, e per sua natura, nemica della virt, e tale che qualunque individuo il pi buono ed onesto, trovi in lei senza fallo e inevitabilmente, o la corruzione, o il sommo pericolo di corrompersi. E infatti, sino a quell'ora, la natura della societ, non era stata espressamente e perfettamente tale. Osservate gli scrittori antichi e non ci troverete mai quest'idea del "mondo nemico del bene", che si trova a ogni passo nel Vangelo, e negli scrittori moderni ancorch profani.
2 - Cfr., in chiusa di un lungo passo dello "Zibaldone" (3837-42) in cui vengono denunciati gli errori degli educatori moderni, queste osservazioni: Spettano a questo discorso... gran parte delle monacazioni ec. di giovani, e lo sceglier di vivere in casa o in campagna, e i ritiri dalla societ ec. fatti nel principio della giovent... e resi poi necessarii a continuarsi per l'abitudine, per li rispetti umani, per l'imperizia, che ne segue, dei conversare, per il timor panico dell'opinione, ec. ec.. E cfr. anche "Zib." 3079-80 sui tormenti dell'educazione al fine di preparare l'uomo colto e civile. E cfr. il disegno letterario sulla Storia di una povera Monaca.

Pensiero LXXXVI.
l - Cfr. "Zib.", 4482: Il pi certo modo di celare agli altri i confini del proprio sapere,  di non passarli mai. Si pu anche vedere La Bruyre "Caractres", XII, 63.

Pensiero LXXXVII.
1 - Cfr. "Zib.", 4485: Chi ha viaggiato, gode questo vantaggio, che le rimembranze che le sue sensazioni gli destano, sono spessissimo di cose lontane, e per tanto pi vaghe, suscettibili di fare illusioni, e poetiche. Chi non si  mai mosso, avr rimembranze di cose lontane di tempo, ma non mai di luogo. Quanto a luogo (che monta pur tanto, che  pi assai che nel teatro la scena), le sue rimembranze saranno sempre di cose, per cos dir, presenti, per tanto men vaghe, men capaci d'illusione, men soggette all'immaginazione e men dilettevoli.

Pensiero LXXXVIII.
1 - "Come": causale: siccome.
2 - Cfr. La Rochefoucauld, "Maximes", 356: Di solito lodiamo sinceramente soltanto chi ci ammira.
3 - "maggioranza": superiorit.
4 - Il Pensiero deriva da "Zib.", 4493-94: Agli uomini paghi in buona fede e pieni di se, gli altri uomini sono quasi tutti amabili: li veggono volentieri, ed amano la lor compagnia. Perocch si credono stimati, ammirati, "makarizomnous" generalmente dagli altri, ch senza ci non sarebbero n pieni n paghi di se. Ora  naturale che chi  creduto ammiratore,  amabile agli occhi di chi si crede ammirato. Perci questi tali (che parrebbe dovessero essere sommi egoisti) bene spesso sono benevoli, compagnevoli, servizievoli molto, buoni amici. Talvolta anche modesti, per la piena e tranquilla certezza (la certa e riposata credenza) che hanno del loro merito (o di loro vantaggi qualunque, come nobilt, ricchezza, potenza e simili).

Pensiero LXXXIX.
1 - Cfr. "Zib.", 4513: Chi pratica poco cogli uomini, difficilmente  misantropo. I veri misantropi non si trovano nella solitudine, si trovan nel mondo.
2 - Cfr. "Zib.", 4428: La mia filosofia, non solo non  conducente alla misantropia, come pu parere a chi la guarda superficialmente, e come molti l'accusano; ma di sua natura esclude la misantropia, di sua natura tende a sanare, a spegnere quel mal umore, quell'odio, che tanti e tanti, i quali non sono filosofi, e non vorrebbono esser chiamati n creduti misantropi, portano per cordialmente a' loro simili, sia abitualmente, sia in occasioni particolari, a causa del male che, giustamente o ingiustamente, essi, come tutti gli altri, ricevono dagli altri uomini. Il seguente appunto, che termina con le note parole: La mia filosofia fa rea d'ogni cosa la natura..., rinvia alla nota di p. 4513, dalla quale il Pensiero  soprattutto derivato.
3 - Cfr. ancora il seguito di "Zib.", 4513: Lodan quella, s bene; ma vivono in questo. E se un che sia tale si ritira dal mondo, perde la misantropia nella solitudine.

Pensiero XC.
1 - Cfr. "Zib.", 4508: Un mio fratellino, quando la Mamma ricusava di fare a suo modo, diceva: "ah, capito, capito; cattiva Mam". Gli uomini discorrono e giudicano degli altri nella stessa guisa, ma non esprimono il loro discorso cos nettamente "apls"

Pensiero XCI.
1 - Cfr. "Zib.", 4389-90: Chi presentandomi o raccomandandomi o parlando di me a qualcuno, uomo o donna, ha detto: mio grandissimo amico, grande ingegno, dotto ec. ec., non ha fatto nulla. Ci mancava la gran parola. Chi ha detto: uomo "celebre", mi ha procurato accoglienze e distinzioni e ricerche. Fama ci vuole, e non merito. Anche qui si verifica quello che ho detto altrove, la sola fortuna fa fortuna. "Celebre" equivale a ricco nobile, potente, dignitario ed altre fortune simili.
2 - Cfr. "Zib.", 523: Sed quanto efficacior est fortuna quam vinus! et quam verum est quod moriens [Brutus] efflavit, 'non in re, sed in verbo tantum, esse virtutem'. Floro IV, 7. E cfr. anche la "Comparazione delle sentenze di Bruto minore e di Teofrasto vicini a morte". Oltre alla canzone "Nelle nozze della sorella Paolina" (vv. 17-19), vedi "Zib.", 2401: La sola fortuna fa fortuna tra gli uomini.

Pensiero XCII.
1 - Cfr. "Zib.", 4501: Machiavellismo di societ. La vritable politesse consiste  marquer de la bienveillance aux hommes (Rousseau, "Penses", Amsterdam, 1786, II, 222). Ma con questa non fate che evitare di procurarvi la malvolenza loro. Per affezionarveli bisogna la falsa e finta politezza, che consiste in mostrare a tutti della stima. Un uso ordinario e mediocre di questa politezza vi fa gli altri benevoli, un uso eccellente e pi che ordinario ve li fa amanti. Gli uomini si curano assai meno di essere benvoluti che stimati, ed hanno pi gratitudine e pi amore a chi gli stima, che, non solamente a chi gli ama, ma a chi li benefica. On peut rsister  tout hors  la bienveillance, et il n'y a pas de moyen plus sr d'acqurir l'affection des autres que de leur donner la sienne (ib., 224). Questo detto  molto pi vero, applicato alle dimostrazioni di stima. La benevolenza, l'affetto, l'amore stesso, non che sieno sempre corrisposti, spessissimo generano noia, nausea, avversione verso l'amante.... Ma non  possibile conservare avversione n indifferenza, resistere, non riconciliarsi, non voler bene a chi "mostra" di stimarci, massime se costui (cosa facilissima) ce lo persuade.
2 - Cfr. Pensiero LXXXVIII e nota 2.
3 - Cfr. La Rochefoucauld, "Maximes", 14: Gli uomini sono soggetti non solo a dimenticare i benefici, ma anche odiano i loro benefattori.
4 - Cfr. Pensiero XXI e note.
5 - "mele": miele.
6 - Anche perch, come aveva notato in "Zib.", 926, le lodi di se medesimo ... offendono l'amor proprio di chi le ascolta.

Pensiero XCIII.
1 - Pi recisamente in "Zib.", 4354: Oggi pi che mai bisogna che gli uomini si contentino della stima de' contemporanei, o per dir meglio, de' conoscenti.

Pensiero XCIV.
1 - Il Pensiero viene da "Zib.", 4523: Chi non  mai uscito da luoghi piccoli, come ha per chimere i grandi vizi, cos le vere e solide virt sociali. E nel particolare dell'amicizia, la crede uno di quei nomi e non cose, di quelle idee proprie della poesia o della storia, che nella vita reale giornaliera non s'incontrano mai (e certo egli non s'aspetta d'incontrarne mai nella sua). E si inganna. Non dico Piladi e Piritoi, ma amicizia sincera e cordiale si trova effettivamente nel mondo, e non  rara. Del resto i servigi che si possono attendere dagli amici, sono, o di parole (che spesso ti sono utilissime), o di fatti qualche volta, ma di roba non mai, e l'uomo avvertito e prudente non ne dee richiedere di s fatti (di tal fatta).
2 - Sui luoghi piccoli, cfr. "Zib.", 4491, in relazione alla collisione degl'interessi, invidie de' conoscenti, amor proprio continuamente punto, ec. che vi regna e anche "Zib.", 4493.
3 - In part. sull'amicizia, "Zib.", 4520: In un luogo piccolo vi sono partiti, amicizia non v'. Vale a dire, che delle persone, per trovarsi ci convenire ai loro interessi, saranno unite e collegate insieme per certo tempo (per lo pi contro le altre); ma non mai amiche. "Amicizia non pu essere che in citt grandi".
4 - Allude alla mitica amicizia tra Pilade e Oreste e tra Piritoo e Teseo.

Pensiero XCVI.
1 - Cfr. "Zib.", 4167: Molti divengono insensibili alle lodi, e restano per sensibili al biasimo ed al ridicolo, sensibilit che essi perdono assai pi tardi o non mai. E ben pi difficilmente si perde questa sensibilit che quella. Certamente poi niuno si trova che essendo sensibile alle lodi, sia insensibile ai biasimi, alle censure, alle mali voci o calunnie, ai motteggi; bens viceversa si trovano molti. Tanto, anche nelle cose puramente sociali, la facolt di provar piacere  nell'uomo pi caduca e pi limitata che quella di sentir dispiacere. E vedi "Zib.", 4523: Non solo noi diveniamo insensibili alla lode, e non mai al biasimo, come dico altrove, ma in qualunque tempo, le lodi di mille persone stimabilissime, non ci consolano, non fanno contrappeso al dolore che ci d il biasimo, un motteggio un disprezzo di persona disprezzatissima, di un facchino.

Pensiero XCVII.
1 - Cfr. "Zib.", 4525: Uomini originali men rari che non si crede.
2 - In un inciso, gi a p. 22 dello "Zibaldone": la civilt fa gli uomini tutti simili gli uni agli altri, togliendo e perseguitando la singolarit. E cfr. il "Dialogo Galantuomo e Mondo".
3 - E in particolare, si potrebbe aggiungere, la natura dell'uomo, sommamente conformabile: cfr. "Zib.", 1568-69; 3807-08; 3892-93.

Pensiero IC.
1 - Un accenno sui difetti fisici, anche notevoli, che possono divenire graziosi col garbo del comportamento, in "Zib.", 1327.
2 - Cfr. La Rochefoucauld, "Maximes", 457: Guadagneremmo di pi a lasciarci vedere come siamo che a tentar di sembrare ci che non siamo.

Pensiero C.
1 - "non per ci che": non per il fatto che.
2 - "non verr mai a capo": non oser mai.
3 - Cfr. la lettera al Brighenti (22 giugno 1821): Tutti noi combattiamo l'uno contro l'altro e combatteremo fino all'ultimo fiato, senza tregua senza patto, senza quartiere. Ciascuno  nemico di ciascuno, e dalla sua parte non ha altri che se stesso... Del resto o vinto o vincitore, non bisogna stancarsi mai di combattere, e lottare, e insultare e calpestare chiunque vi ceda anche un momento. E cfr. "Zib.", 872-911.
4 - Cfr. "Zib.", 930: Oggi l'uomo  nella societ quello ch' una colonna d'aria rispetto a tutte le altre e a ciascuna di loro. S'ella cede... le colonne lontane premendo le vicine, e queste premendo n pi n meno in tutti i lati, tutte accorrono ad occupare e riempire il suo posto. Cos l'uomo nella societ egoista. L'uomo premendo l'altro, quell'individuo che cede in qualunque maniera, o per mancanza di abilit, o di forza, o per virt, e perch lasci un "vuoto di egoismo", dev'esser sicuro di essere subito calpestato dall'egoismo che ha d'intorno per tutti i lati: e di essere stritolato come una macchina pneumatica dalla quale, senza le debite precauzioni, si fosse sottratta l'aria. E cfr. anche "Zib.", 2436-41.
5 - Cfr. "Zib.", 1673-75: L'uomo inesperto del mondo come il giovane ec. sopravvenuto da qualche disgrazia o corporale o qualunque, dov'egli non abbia alcuna colpa, non pensa neppure che ci debba essere agli altri oggetto di riso sul suo conto, di fuggirlo, di spregiarlo, di odiarlo, di schernirlo. Anzi se egli concepisce verun pensiero intorno agli altri relativamente alla sua disgrazia, non se ne promette altro che compassione, ed anche premura, o almen desiderio di giovarlo... Quanto  diverso il fatto! ... Non par possibile all'uomo che una sventura non meritata gli debba nuocere presso i suoi simili, nell'opinione nell'affetto ec. ma egli tien per fermissimo tutto l'opposto; e s'egli  inesperto non si guarda di nascondere agli altri (potendo) la sua disgrazia; anzi talvolta cerca di manifestarla; laddove la principale arte di vivere consiste ordinariamente nel non confessar mai di esser disgraziato, o di avere alcun svantaggio rispetto agli altri ec..
6 - Cfr. "Zib.", 2401-02, e in part.: Non  da far mai pompa della propria infelicit. La sola fortuna fa fortuna tra gli uomini, e la sventura non fu mal fortunata.
7 - Oltre al seguito del passo appena menzionato, cfr. quello segnato a p. 2415: Non solo non bisogna vantarsi delle proprie sciagure, ma guardarsi di confessarle, e ci anche a quelli a cui sono notissime. Se ne perde, non solo la protezione, o l'amore efficace, ma eziandio la semplice affezione, e lo so per propria sperienza. E soprattutto queste righe di "Zib.", 2485-86: L'uomo non lascia per qualunque cagione di profittare del vantaggio ch'egli ha sopra gli altri uomini, o sopra un tal uomo, se questi non fa grandissima forza, perch gli altri, quanto  possibile, non s'accorgano o ricordino del suo svantaggio, o non se ne possano profittare. E perci dev'egli operare e portarsi sempre come se quello svantaggio non esistesse, o come s'egli non se n'avvedesse, e mostrare affatto di non sentirlo; e proccurare anche di far quelle cose che pi si disdicono ec. a' suoi pari rispetto al detto svantaggio. Quanto sono maggiori gli svantaggi che s'hanno, tanto pi bisogna che l'individuo stia per se stesso. Perocch gli altri uomini non istaranno mai per lui, e quel che desiderano e vogliono principalmente si  ch'egli si confessi loro inferiore.
8 - Il Galimberti rinvia a "Zib.", 3097-3100 e, soprattutto, a "Zib.", 3342-3343: Tutte le nazioni e societ primitive, non altrimenti che oggid le selvagge, riputarono l'infelice e lo sventurato per nemico agli Dei o a causa di vizi e delitti ond'ei fosse colpevole, o a causa d'invidia o d'altra passione o capriccio che movesse i Numi ad odiar lui in particolare o la sua stirpe ec. secondo le diverse idee che tali nazioni avevano della giustizia e della natura degli Dei ... Si fuggiva quindi l'infelice, come il colpevole; se gli negava ogni soccorso e compassione, temendo di farsi complice in questo modo della colpa, per poi divenire partecipe della pena ... Rimane eziandio nelle antiche lingue il segno, come d'ogni altra antica cosa, cos di queste opinioni.... Lo stesso concetto  ribadito a p. 3351 e, in relazione al mutamento del significato dei termini, a p. 3382.
9 - Cfr. "Zib.", 2441-42: Non si nomina mai pi volentieri, n pi volentieri si sente nominare in altro modo chiunque ha qualche riconosciuto difetto o corporale o morale, che pel nome dello stesso difetto. Il sordo, il zoppo. il gobbo, il matto tale.... Chiamandole o udendole chiamar cos, pare agli uomini d'esser superiori a questi tali, godono dell'immagine del loro difetto, sentono e si ammoniscono in certo modo della propria superiorit, l'amor proprio n' lusingato e se ne compiace. Aggiungete l'odio eterno e naturale dell'uomo verso l'uomo che si pasce e si diletta di questi titoli ignominiosi, anche verso gli amici e gl'indifferenti. E da queste ragioni naturali nasce che l'uomo difettoso com' detto di sopra, muta quasi il suo nome in quello del suo difetto, e gli altri che cos lo chiamano intendono e mirano indistintamente nel fondo del cuor loro a levarlo dal numero de' loro simili, o metterlo al di sotto della loro specie: tendenza propria (e quanto alla societ, prima e somma) d'ogni individuo sociale.

Pensiero CI.
1 - Per questa parte cfr. nota 4 al Pensiero precedente.

Pensiero CII.
1 - Cfr. il "Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica": ... quello che furono gli antichi, siamo stati noi tutti, e quello che fu il mondo per qualche secolo siamo stati noi per qualche anno, dico fanciulli e partecipi di quella ignoranza e di quei timori e di quei diletti e di quelle credenze e di quella sterminata operazione della fantasia (Galimberti).

Pensiero CIII.
1 - Cfr. "Zib.", 724: L'uomo  cos inclinato alla lode, che anche in quelle cose dov'egli non ha mai n cercato n curato d'esser lodevole, e ch'egli stima di nessun pregio, ancor in queste l'esser lodato lo compiace. Anzi spesso lo indurr a cercar di rialzare presso a se stesso il pregio e l'opinione di quella tal cosa minima nella quale  stato lodato; e a persuadersi che essa, o l'essere lodevole in essa, non sia del tutto minimo nell'opinione altrui.

Pensiero CIV.
1 - Cfr. "Zib.", 1-173: ... Ma il gran torto degli educatori  di volere che ai giovani piaccia quello che piace alla vecchiezza o alla maturit: che la vita giovanile non differisca dalla matura; di voler sopprimere la differenza di gusti di desideri ec., che la natura invincibile e immutabile ha posta fra l'et dei loro allievi e la loro, o non volerla riconoscere, o volerne affatto prescindere di credere che la giovent de' loro allievi debba o possa riuscire essenzialmente, e quasi spontaneamente diversa dalla propria loro, e da quella di tutti i passati, presenti e futuri; di volere che gli ammaestramenti, i comandi e la forza della necessit suppliscano all'esperienza ec..
2 - Cfr. La Rochefoucauld, "Maximes", 461: La vecchiaia  un tiranno che... proibisce tutti i piaceri della giovinezza.

Pensiero CVIII.
1 - Cfr. "Zib.", 4525 (ultima pagina): Grande studio (ambizione) degli uomini mentre sono immaturi,  di parere uomini fatti, e quando sono fatti, di parere immaturi.
2 - Il romanziere inglese Oliver Goldsmith (1728-1774).

Pensiero CX.
1 - Cfr. "Zib.", 4524: E' curioso a vedere, che gli uomini di molto merito hanno sempre le maniere semplici, e che sempre le maniere semplici sono prese per indizio di poco merito.
