
    Giacomo Leopardi.
    OPERETTE MORALI.


    Questa edizione delle "Operette Morali"  identica a quella pubblicata
    nella collezione "I Classici Italiani" a cura di Francesco Flora.

    Copyright Arnoldo Mondadori Editore 1950.
    Prima edizione B.M.M. APRILE 1950.
    Terza edizione B.M.M. APRILE 1961.
    Su concessione Arnoldo Mondadori Editore.











    Nota biografica.

    Date essenziali nella vita di G. Leopardi.  - 29 giugno 1798: nascita.
    - 1809: sonetto "La morte di Ettore": prima comunione. - 1811: "L'arte
    poetica  di  Orazio  travestita,  ed esposta in ottava rima".  - 1812:
    tragedia  "Pompeo  in  Egitto";   gli  "Epigrammi"  con  un  "Discorso
    preliminare".  - 1813: ottiene la licenza di leggere i libri proibiti;
    inizia senza maestro lo studio del  greco;  "Storia  dell'Astronomia".
    -1814:   "Dissertazione   sopra   l'origine   e   i   primi  progressi
    dell'Astronomia",  primi lavori di  filologia  greca;  traduzione  dal
    greco degli "Scherzi Epigrammatici".  - 1815: "Saggio sopra gli errori
    popolari degli antichi" scritto  in  due  soli  mesi;  "Orazione  agli
    Italiani",  in  occasione della liberazione del Piceno;  traduzione di
    "Mosco" e della "Batracomiomachia".  - 1816: "Discorso sopra la vita e
    le opere di C.  Cornelio Frontone";  idillio "Le Rimembranze"; "Inno a
    Nettuno" che finge tradotto dal greco;  "Odae adespotae" in greco e in
    latino;   "Notizie  istoriche  e  geografiche  sulla  citt  e  chiesa
    arcivescovile di Damiata" (pubblicata a Loreto,  nella  tipografia  di
    Ilario  Rossi);  "Saggio di traduzione dell'Odissea" pubblicato ne "Lo
    Spettatore italiano";  idea  della  tragedia  "Maria  Antonietta"  che
    rimane  in  abbozzo;  traduzione  delle  "Iscrizioni  greche triopee";
    traduzione  de  "La  Torta"  (che  apparir  l'anno  seguente  ne  "Lo
    Spettatore");  saggio  "Il Salterio Ebraico";  discorso "Della fama di
    Orazio  presso  gli  antichi"  (che  il  15  dicembre  apparir  nello
    "Spettatore");  "Lettera  ai  compilatori della Biblioteca Italiana in
    risposta a M. De Stal";  traduzione del "Libro secondo della Eneide":
    nel  dicembre il poeta termina la cantica "Appressamento della morte".
    - 1817: traduce  i  frammenti  delle  "Antichit  romane"  di  Dionigi
    d'Alicarnasso;  si  stringe  in  amicizia con Pietro Giordani;  appare
    nello "Spettatore" la traduzione della "Titanomachia" di  Esiodo,  con
    il  discorso preliminare;  quindi il saggio "Sopra due voci italiane";
    il poeta scrive  i  "Sonetti  in  persona  di  Ser  Pecora  fiorentino
    beccaio";  primo  amore  di G.  Leopardi (per la cugina Gertrude Cassi
    maritata Lazzeri) che gli ispira i versi "Il  primo  Amore"  e  alcune
    "Memorie"  in  prosa;  sonetto  "Letta la vita dell'Alfieri".  - 1818:
    elegia "Dove son?  dove fui?";  "Discorso di un italiano intorno  alla
    poesia  romantica";  riceve  la  visita di Pietro Giordani;  scrive le
    canzoni "All'Italia" e "Sopra il monumento dl Dante"  che  appaiono  a
    Roma  presso  il  Bourlie'.  Il  poeta  scrive  al Giordani di essersi
    rovinato con sette anni di studio matto e  disperatissimo.  -  1819:
    canzoni  "Per una donna inferma" e "Nella morte di una donna";  smette
    la veste di abatino; tenta di fuggire dalla casa paterna, ma, scoperto
    il suo piano, deve rinunziare a partire;  compone "L'Infinito",  "Alla
    Luna",  "Odi  Melisso",  "Telesilla",  forse  concepisce  il  "Passero
    Solitario" che alcuni studiosi considerano composto nel  1829;  scrive
    alcuni   ricordi   dei   quali   voleva   servirsi   per  un  racconto
    autobiografico alla maniera del "Werther".  - 1820: canzone "Ad Angelo
    Mai";  disegno  di  certe  prosette  satiriche  in  cui   da vedere
    adombrata l'idea delle  "Operette  Morali":  scrive  probabilmente  in
    questo  periodo  "La  sera  del  d  di  festa";  abbozzi  del dialogo
    "Galantuomo e Mondo",  della novella "Senofonte  e  Machiavello",  del
    dialogo  tra  "Filosofo e Murco senatore romano";  idillio "Il Sogno";
    medita di scrivere "Inni Cristiani";  spera  di  esser  chiamato  alla
    cattedra  di  letteratura  latina  presso  la Biblioteca Vaticana,  ma
    invano la sollecita; idillio "La vita solitaria"; canzoni "Nelle nozze
    della sorella Paolina", "A un vincitore nel pallone",  "Bruto Minore".
    -  1822:  canzone  "Alla  Primavera";  "Comparazione delle sentenze di
    Bruto Minore e di Teofrasto vicini a morte";  "Ultimo canto di Saffo";
    "Inno ai Patriarchi"; "Martirio de' Santi Padri al monte Sinai"; il 17
    novembre  parte  per  Roma.  - 1823: visita a Sant'Onofrio la tomba di
    Torquato Tasso;  conosce il Niebuhr;  il 3 maggio,  tornando  da  Roma
    giunge  a Recanati;  compone il canto "Alla sua donna",  volgarizza la
    "Satira di Simonide sopra le donne",  scrive forse  in  quest'anno  il
    "Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'Italiani" che altri
    riporta al marzo dell'anno seguente.  - 1824:  l'anno delle "Operette
    Morali". - 1825: viaggi a Milano e Bologna. - 1826: "Epistola al conte
    Pepoli" recitata dal poeta all'Accademia dei Felsinei di Bologna;  suo
    amore non corrisposto per Teresa Carniani-Malvezzi; appaiono le "Rime"
    del Petrarca con l'interpretazione del Leopardi;  appaiono a Bologna i
    "Versi" ("Idilli", prima e seconda elegia.  "Sonetti in persona di Ser
    Pecora",  "Epistola al conte Carlo Pepoli". "Satira di Simonide contro
    le donne");  nel giugno  appaiono  a  Milano,  presso  lo  Stella,  le
    "Operette Morali";  viaggio a Firenze, ove presso il Vieusseux conosce
    il Manzoni; "Dialogo di Plotino e Porfirio", "Il Copernico"; viaggio a
    Pisa; compone "Il Risorgimento" e "A Silvia"; rifiuta l'offerta di una
    cattedra all'Universit di Bonn;  il 28 novembre giunge a Recanati con
    Vincenzo Gioberti.  - 1829: scrive "Le Ricordanze", "La quiete dopo la
    tempesta",  "Il sabato del  villaggio".  -  1830:  finisce  il  "Canto
    notturno  di  un  pastore errante dell'Asia": parte per Firenze ove il
    Colletta gli ha procurato il modo di vivere  un  anno  senza  cure  di
    danaro; si innamora di Fanny Targioni-Tozzetti ("Aspasia"); si lega in
    fraterna  amicizia  con  Antonio Ranieri;  conosce Luigi De Sinner.  -
    1831: appare la prima edizione fiorentina dei "Canti";  Giacomo  e  il
    Ranieri   partono   per  Roma.   -  1832:  "Dialogo  di  un  venditore
    d'almanacchi e di un  passeggere";  ritorno  a  Firenze  col  Ranieri;
    "Dialogo  di  Tristano  e  di  un amico";  "Amore e Morte";  compone o
    rielabora il "Consalvo".  - 1833: scrive "A s stesso";  nel settembre
    parte  col  Ranieri  per  Napoli  ove  giunge  il  2 ottobre.  - 1834:
    "Aspasia";  "Paralipomeni della Batracomiomachia".  - 1835: "Sopra  un
    basso rilievo";  "Sopra il ritratto di una bella donna";  "Palinodia";
    il poeta nel maggio va ad  abitare  col  Ranieri  a  via  Capodimonte;
    appaiono  i  "Canti"  nell'edizione  Starita  a  Napoli,   ma  vengono
    sequestrati.  - 1836: appaiono nell'edizione Starita le  "Operette"  e
    sono  anch'esse sequestrate;  Giacomo va col Ranieri ad abitare in una
    villa alle falde del Vesuvio,  fra Torre del Greco e Torre Annunziata;
    compone "La Ginestra" e "Il tramonto della luna". - 1837: il 14 giugno
    il Leopardi muore.
    Al  sapere  il  fanciullo port una curiosit violenta e immoderata: e
    ben presto i precettori non seppero pi che cosa insegnargli.  Ed  era
    devoto e meditativo,  pur amando i giochi fanciulleschi, specie quelli
    di battaglie romane, ove si piaceva di essere Pompeo,  e,  correggendo
    la   storia,   vincitore   di   Cesare.   Si   divertiva  solo  molto
    impegnatamente con  l'altarino  raccont  Monaldo:  ed  era  di  una
    fantasia  tanto  calda  apprensiva  e vivace che il padre temette pi
    volte di vederlo trascendere fuori di mente. Cos apparivano i primi
    segni di quella sua immaginativa profonda, fervida e tempestosa, come
    ebbero Dante,  il Tasso e che  funestissima dote,  e  principio  di
    sollecitudini e angosce gravissime e perpetue.
    E dai 13 ai 17 anni, come invasato, and in traccia dell'indagine pi
    pellegrina e recondita,  sicch nel 1813 aveva gi scritta la "Storia
    dell'astronomia",  nel '14  intraprendeva  i  suoi  lunghi  lavori  di
    filologia classica, nel '15 aveva composto in due soli mesi il "Saggio
    sugli errori popolari degli antichi", nel '16 poteva compiere la bella
    finzione  dell'"Inno  a  Nettuno"  e  delle  "Odae adespotae" che fece
    credere da lui rinvenute in un vecchio e lacero  codice.  Il  catalogo
    dei  suoi  scritti  giovanili    nutrito  come  quello  di un fecondo
    filologo che all'opera abbia dedicata tutta una lunga carriera.
    Le sue esperienze di vita si mescolarono a quello studio dei  classici
    greci   latini  e  italiani:  perci  quando  passarono  nella  parola
    assunsero una spontanea parentela con quell'educato  linguaggio  della
    tradizione:  l'antichit  coi  grandi  paesaggi  mitici  e gli affetti
    eroici fu una  divina  et  dell'oro  in  cui  egli  visse  con  alata
    fantasia;  e  compar  poi sempre con un assiduo e sempre disingannato
    parallelo, all'et che egli aveva avuto in sorte.
    Giovinetto,   dal  luglio  del  1817,   intraprese  quel  suo   diario
    intellettuale che chiam,  secondo l'uso,  "Zibaldone di pensieri",  e
    che continu,  con diseguale impegno,  fino al 4  dicembre  del  1832,
    lavorandovi sopra tutto nel primo decennio. In quell'anno '17 egli era
    entrato in rapporto coi letterati maggiori del tempo, e principalmente
    col  Giordani  che  ne intese e proclam la grandezza,  collocando ben
    presto il giovane amico pi  alto  di  tutti  gli  scrittori  di  quel
    dovizioso periodo.
    E al Giordani,  dopo un anno della loro amicizia,  egli mandava la sua
    pi triste confessione: "...io mi sono  rovinato  con  sette  anni  di
    studio matto e disperatissimo in quel tempo che mi s'andava formando e
    mi   si   doveva   assodare  la  complessione.   E  mi  sono  rovinato
    infelicemente e senza rimedio per tutta la vita, e rendutomi l'aspetto
    miserabile, e dispregevolissima tutta quella gran parte dell'uomo, che
     la sola a cui guardino i pi..."
    Cos la dolente figura del poeta accolse i  segni  immutati,  che  gli
    negarono le desiderate gioie del vivere. La persona si deform: deboli
    gli  occhi  e  tutto  l'interno moto degli organi,  la sensibilit gli
    divenne fragile e malata: fu ben presto un tronco che sente e pena.
    La debolezza del corpo sent egli in un senso antico e  pagano  come
    ignominiosa:  e  se  ne  lagn col destino con quel candore tenero e
    indicibile che gli dett poi, tra l'altro, "L'ultimo canto di Saffo".
    Nell'anno 1819 avveniva la sua mutazione morale e mentale: caduta ogni
    speranza della vita,  cadde la fede religiosa.  E da quel punto la sua
    aspirazione poetica e la sua energia logica,  la vita pi sacra in cui
    egli si rifugi e che era la Parola,  non fecero  che  approfondire  e
    variare  temi  interiori,  che  cos  rischiaravano  il loro dolore ed
    avevan pace: ed anche accoglievano illese le gioie che a  quei  dolori
    nativamente  si  contrapponevano,  e  che nel regno dei beati errori e
    delle illusioni tradotti in poesia,  ebbero lo stesso potere  di  quei
    motivi  dolenti.  Cos  anche  in un significato attivo,  il Leopardi,
    rifugiandosi nei regno della parola,  si sottraeva al terrestre  e  al
    dolore.
    I  suoi amori rimasero chiusi in lui;  e il Ranieri scrisse che erano
    quasi tutti unilaterali,  ed inavvertiti dalla persona amata.  Essi ne
    divenivano  tanto pi Intensi e ardenti.  Nerina e Silvia vissero pi
    che altro nella vaghezza del desiderio: il primo amore  intaminato  e
    puro  fu  per la cugina maritata Gertrude Cassi: degli altri,  almeno
    due furono ancora, a quel che pare,  per donne maritate: la Carniani a
    Bologna,  la Targioni a Firenze. Ad ascoltare il Ranieri, Giacomo mor
    senza aver mai conosciuto donna.  Eppure,  al fratello,  il  5  aprile
    1823,  aveva  scritto  da  Roma:  Il parlare a una bella ragazza vale
    dieci volte  pi  che  girare,  come  io  fo,  attorno  all'Apollo  di
    Belvedere  o  alla Venere Capitolina.  Eran metafore;  ma esprimevano
    tuttavia il suo inappagato desiderio d'amore,  ch'era poi il desiderio
    stesso di giovent, dell'arida vita unico fiore.
    E  anche  fu candidissimo amante della lode,  pur quando professava la
    vanit del vero e del tutto: e alcuni articoli apparsi sulla sua opera
    ricopi e volle serbare.
    Ebbe talvolta impetuoso desiderio di uccidersi,  e pose gi  quasi  in
    atto  quel  suo  proposito  percotendo  il capo contro i muri: ed ebbe
    quelle gelose bizzarrie che son frequenti in uomini di genio.
    Di certo suo insospettato estro possono essere indizio alcuni  appunti
    dello  "Zibaldone":  "Si mise un paio di occhiali fatti della met del
    meridiano co' due cerchi polari.  Una casa pensile in aria sospesa con
    funi a una stella.  Il suo divertimento era di passeggiare contando le
    stelle".
    Della forma  gi  distaccata  che  assumevano  certe  sue  impressioni
    sorgive,  nella  prima immediatezza,  posson esser segno degli appunti
    vergini ed inelaborati che si leggono nelle "Carte Napoletane". Am la
    musica: di certi suoi stati d'animo scrisse che  si  sarebbero  potuti
    esprimere soltanto in musica.
    Spesso  astratto  e  assente,  chiuso  nella sua immaginativa lirica o
    logica,  fu sobrio di parole.  E,  chi voglia pi sapere  di  cronaca,
    vestiva  un po' all'antica,  cos come scriveva: parco anche nel cibo,
    fece una piccola teoria sul piacere del mangiar soli,  la monofagia: e
    pare  che  fosse  astemio;  ma  molto amava il caff,  nel qual poneva
    zucchero a gran dovizia. Fiutava il tabacco.
    La sua scrittura  piana, chiara e quieta. Tra le sue schede si trovan
    certi incomprensibili appunti, come i seguenti, in endecasillabi:

    "Sogni. Appendice. Aguzzo. Uomo. Perch?
    Passi. Filosofia. Morale. E collo.
    Creatore. Oriente. Immortalit. Selvaggia."
    Ebbe irrequietissimo il bisogno di mutar sede,  non appena  giunto  al
    luogo desiderato.  E fu pi volte in varie citt d'Italia.  Partito da
    Recanati per Roma il 17 novembre del 1822, arcana felicit sognando al
    viver suo, ritornava deluso il 3 maggio del 1823. E fu poi a Milano, a
    Bologna,  a  Firenze,  a  Roma  ancora,  e  a  Pisa,  sempre  tuttavia
    ripensando  al  natio  borgo selvaggio,  e tornando alla casa paterna:
    finch nel 1833 non si rec a Napoli con l'amico Antonio Ranieri: e  a
    Napoli, il 14 giugno 1837 moriva.














    GIACOMO LEOPARDI: L'ANIMA E LA PAROLA.


    LE OPERETTE.

    La  poesia del Leopardi chiede forme pi libere nel numero vario della
    prosa.  L'inganno felice pel quale egli tende a questa  poesia  gli  
    dato  da  un  desiderio  di  comporre  in  fantasie  e dialoghi la sua
    concezione del vivere, la sua filosofia. Nascono le "Operette morali".
    Ma  una filosofia che nei momenti pi sicuri vale in quanto  immagine
    e rappresentazione: e dove, invece, l'impegno polemico vuol valere per
    s stesso, il poeta si vela e spesso si inaridisce.
    Alle  "Operette"  chiediamo  forse  la  severa virt della logica?  un
    pensiero filosofico da porre accanto a quello  di  un  Vico  o  di  un
    Campanella, di un Kant o d un Hegel, di un Cartesio o di un Rosmini?
    Il Leopardi scrisse al padre di aver voluto far poesia in prosa;  ma
    altra volta aveva chiesto che le  "Operette"  fossero  giudicate  dal
    loro  insieme  e dal loro complesso sistematico e le aveva dichiarate
    cosa filosofica, bench scritte con leggerezza apparente. Pure,  noi
    troviamo  in  esse  la  rappresentazione di stati d'animo,  una lirica
    distesa, un favoloso racconto nell'aura degli antichi miti.
    I temi  dell'origine  del  mondo  e  dell'amore,  e  fin  della  morte
    dell'universo, i temi del tempo e dello spazio, del piacere e dolore e
    noia,  son come tradotti in paesaggi cosmici,  da quello della "Storia
    del genere umano",  al "Dialogo di Ercole e di Atlante",  al  "Cantico
    del   Callo  Silvestre",   al  "Coro  di  morti"  nell'anno  grande  e
    matematico.  La filosofia,  nei casi pi  felici,  vi    assorbita  e
    disciolta e si  rapita in poesia.
    S'intende  che c' pure una sorgente di ombre che qua e l abbuiano le
    "Operette": e quel che in esse  caduco,  quel senso  retrivo  che  si
    avverte  perfin  nella  lingua,  un po' arcaica anche per il tempo del
    Leopardi,     tutto  dovuto  alla  lotta  polemica  della   filosofia
    impegnatasi a mostrare l'infelicit e la vanita della vita.
    Il primo contatto con questo filosofo la cui prosa,  come gi disse il
    De Sanctis, sente la lucerna, non  certamente cordiale o amichevole.
    Ci si pone di fronte come nemici.  Bisogner  poi  guardare  in  volto
    quell'uomo che dice cos desolanti paradossi,  e cos acri talvolta: e
    scoprire anche nel tono della sua voce quella cordialit che le parole
    sembrano negare: bisogner scoprire  quella  tenera  anima  che  nelle
    sconsolate teorie si inganna e si oblia.
    Perch il Leopardi filosofo si  assunta la pi ingrata delle missioni
    tra gli uomini. Dopo aver asserite le illusioni che provvidenzialmente
    vietano  l'acerbo  vero,  si  incarica di dimostrare agli uomini,  coi
    sillogismi di una ragione che  egli  ha  pur  dichiarata  inoperosa  e
    inetta, alla vita, l'infelicit del vivere: s'incarica cio di toglier
    lui  dagli  occhi  umani  quel  velo che abbella le cose.  Si attenta,
    vorremmo dire, di negare la ragione pi verde d'ogni sua poesia,  e la
    vita  stessa dei suoi canti.  Ed ecco che,  come il frate nelle severe
    clausure ogni ora batte alla porta del recluso per dirgli: E' passata
    un'altra ora  della  nostra  vita:  il  Leopardi,  se  mai  incontri,
    poniamo,   una  lieta  brigata  in  suoni  e  canti,  d'un  subito  li
    interrompe,  e li ammonisce:  Voi  cantate,  ma  siete  infelici.  Nei
    momenti  di  pi  sereno umore il Leopardi filosofo dir loro: Cantate
    adesso, perch tra poco non canterete pi. E incontrando, poniamo, due
    giovani in amore,  li avviser: Voi credete di godere;  ma  voi  siete
    infelici.  E incontrato qualcuno che legga rapito un bel canto, magari
    uno dei pi puri canti di Giacomo Leopardi lo fermer,  per dirgli: Oh
    misero, tu non senti l'infinita vanit del tutto!
    E  cos  avviene che quando egli non cede alla poesia ma vuol tradurla
    in prosa, I'espressione s'irrigidisce perde ogni morbidezza,  e non ha
    nemmeno  quell'acutezza  splendida  che  si  osserva  in certe aride e
    sabbiose pagine di filosofi. E non  che manchi di colore, ma i colori
    son come impolverati o stantii. Ci avvolge non so che odor di chiuso.
    Quel volere esprimere il dolore presente e le  vicende  d'oggi,  nello
    stile e gli esempi del passato,  e sentendo l'ansia romantica e l'aura
    in cui egli pur respira,  tutto preso dal desiderio della dolce  vita,
    affidarsi alla prigione dei ricordi eruditi d'idee e parole, genera un
    tono qua e l greve,  che non ci solleva,  ma ci fa sentire non so che
    senso d'incubo.  Qualcosa di vecchio e di malato s' rappreso in  quei
    periodi.
    Ma   noi   delle   "Operette"  cercheremo  quelle  in  cui  sormontano
    l'invenzione lirica e la tenerezza  umana:  quei  potenti  e  gloriosi
    motivi  di mito: la sostanza poetica,  che  certo pi ricca,  sebbene
    non pi pura, di quella dei "Canti".
    Ecco la "Storia del genere umano" col paesaggio del mondo abitato  dai
    primi  uomini  creati  per  ogni  dove  a un medesimo tempo,  e tutti
    bambini,  con la piccola terra,  dai paesi piani,  senza mare  e  col
    cielo  senza stelle: con quel desiderio di fanciullezza cos dell'uomo
    come del tempo,  con quel consolante fantasma di Amore e in  fine  con
    l'Amore reale che ogni tanto scende sulla terra.
    Forse convien ripercorrere gli stadii fantastici di questa "Storia del
    genere  umano",  dal  primo tempo in cui nella terra tutti gli uomini,
    come  tutti  i  luoghi,  son  conformi  gli  uni  agli  altri,  sicch
    convertita   la   saziet  in  odio,   alcuni  vennero  in  s  fatta
    disperazione, che non sopportando la luce e lo spirito,  che nel primo
    tempo  avevano  avuti in tanto amore,  spontaneamente,  quale in uno e
    quale in altro modo, se ne privarono. Pregavano gli uomini di essere
    tornati nella fanciullezza,  e in quella  perseverare  tutta  la  loro
    vita. Giove, non potendo altro, ringrandisce la terra, crea il mare e
    le stelle, moltiplica le apparenze dell'infinito sommamente desiderato
    dagli uomini, con l'eco e col popolo dei sogni ed altri espedienti. Ma
    in progresso di tempo tornata a mancare affatto la novit,  e risorto
    e riconfermato il tedio e la disistima della  vita,  gli  uomini  si
    congregavano   a   piangere   i  nuovi  nati  e  infine  si  volsero
    all'empiet.
    Cade dunque sugli uomini la punizione del  diluvio.  Or  Deucalione  e
    Pirra son costretti,  pur non volendo, a ripopolar la terra: Ma Giove
    fatto accorto, per le cose passate, della propria natura degli uomini,
    e che non pu loro bastare, come agli altri animali,  vivere ed essere
    liberi da ogni dolore e molestia del corpo: anzi,  che bramando sempre
    e in qualunque stato  l'impossibile,  tanto  pi  si  travagliano  con
    questo desiderio da s medesimi, quanto meno sono afflitti dagli altri
    mali;  deliber  valersi  di  nuove  arti  a  conservare questo misero
    genere: le quali furono principalmente due. L'una mescere la loro vita
    di mali veri; l'altra implicarla in mille negozi e fatiche, ad effetto
    d'intrattenere gli uomini,  e divertirli quanto  pi  si  potesse  dal
    conversare  col  proprio animo,  o almeno col desiderio di quella loro
    incognita e vana felicit.
    E qui la fantasia e il discorso  perdono  concretezza.  Se  ora  Giove
    mesce  nella  vita  umana  i  mali  veri,  quelli di cui gli uomini si
    lamentavano innanzi erano mali illusori: e anche la loro empiet (quel
    male che  implicito nella parola "malvagit") doveva essere illusoria
    e produr mali illusorii.  In fine,  che punizione poteva essere quella
    del  diluvio,  se gli uomini bramavano la morte?  Poi Giove mand tra
    loro alcuni fantasmi di  sembianze  eccellentissime  e  soprumane,  ai
    quali  permise  in  grandissima  parte il governo e la potest di esse
    genti: e furono chiamati Giustizia, Virt,  Gloria,  Amor patrio e con
    altri  s  fatti  nomi.  Tra  i  quali  fantasmi  fu medesimamente uno
    chiamato Amore.
    Ma venne il momento in cui negli uomini si  rinovell  quel  fastidio
    delle  cose  loro  che  gli  aveva  travagliati  avanti il diluvio,  e
    rinfrescossi quell'amaro desiderio di felicit ignota ed aliena  dalla
    natura  dell'universo.  Eccitati  dalla  promessa  della Sapienza che
    aveva perfin giurato di voler loro mostrare la Verit,  chiedevano gli
    uomini che la Verit fosse loro mandata,  e Giove irato li accontent:
    e mand la Verit:

    "Perocch laddove agl'immortali ella dimostrava la  loro  beatitudine,
    discoprirebbe  agli  uomini  interamente e proporrebbe ai medesimi del
    continuo dinanzi agli occhi la loro infelicit; rappresentandola oltre
    a questo, non come opera solamente della fortuna, ma come tale che per
    niuno accidente e niuno  rimedio  non  la  possano  campare,  n  mai,
    vivendo,  interrompere.  Ed  avendo  la pi parte dei loro mali questa
    natura,  che in tanto sieno mali in quanto sono creduti essere da  chi
    li  sostiene,  e  pi o meno gravi secondo che esso gli stima;  si pu
    giudicare di quanto grandissimo nocumento sia per essere  agli  uomini
    la presenza di questo genio".

    E qui ancora una volta la coerenza fantastica  sacrificata, perch se
    la  Verit  non  era ancora tra gli uomini a discoprirne l'infelicit,
    essi non potevano essere infelici. E d'altra parte la Verit non basta
    a disingannare  gli  uomini  dal  desiderio  della  felicit,  sebbene
    dichiari  e mostri che la felicit  impossibile.  Un motivo umano pi
    forte d'ogni coerenza logica s'immette nella prosa del Leopardi:

    "Avranno tuttavia qualche mediocre conforto da quel fantasma che  essi
    chiamano Amore;  il quale io sono disposto, rimovendo tutti gli altri,
    lasciare nel consorzio umano. E non sar dato alla Verit,  quantunque
    potentissima  e  combattendolo  di continuo,  n sterminarlo mai dalla
    terra, n vincerlo se non di rado".

    Poi  al  fantasma  succede  addirittura  Amore,  figliuolo  di  Venere
    Celeste,  conforme  di nome al fantasma cos chiamato.  Amore scende
    ogni tanto sulla terra,  e cos conforta in parte  l'infelicit  degli
    uomini.
    E'  una  prosa un po' fredda con giunture e misure antiquate,  che fan
    pensare a un quadro nuovo in una cornice stinta,  un  motivo  irruento
    che  sia  cantato  lentissimamente.  Ma  l'incanto    in tutte quelle
    immagini e quei desideri che esse traducono,  di amore,  di tenerezza,
    di gioia della bellezza cosmica, di piacere dei miti, come quando egli
    esce a dire: creato l'eco,  lo nascose nelle valli e nelle spelonche,
    e mise nelle selve  uno  strepito  sordo  e  profondo,  con  un  vasto
    ondeggiamento delle loro cime.
    E  si  potrebbe  dire  della  "Storia  del genere umano" come di altre
    "Operette" che essa fu pensata in poesia e tradotta in prosa.
    Ed ecco la gigantesca fantasia di Ercole e di Atlante,  che giocano  a
    palla col mondo,  in un paesaggio astrale,  ottenuto coi mezzi verbali
    pi semplici.
    Questa fantasia di Ercole e di Atlante proietta le  due  figure  degli
    interlocutori in uno spazio immenso,  e richiama certe ombre d'uomini,
    smisurate e ferme, cui una viva fiamma, nell'oscurit, stampa sul muro
    bianco, o una lampada notturna sulla via solitaria.
    E come il paesaggio cosmico,  con modi tanto sobri e quasi taciuti  si
    dispiega  alla  vista,  cos  le  parole  di  Atlante  e di Ercole,  e
    principalmente di quest'ultimo,  guascone lieto e  un  po'  sardonico,
    risuonano  in  un  medio  attonito  e vasto,  come la pi vasta cupola
    celeste che l'uomo possa immaginare sugli orizzonti.
    E tuttavia le immagini son lievi e quasi delicate.

    "ATLANTE: A te la palla.  Vedi che ella zoppica,  perch l' guasta la
    figura.
    ERCOLE: Via dlle un po' pi sodo, ch le tue non arrivano.
    ATLANTE: Qui la botta non vale, perch ci tira garbino al solito, e la
    palla piglia vento, perch' leggera.
    ERCOLE: Cotesta  sua pecca vecchia, di andare a caccia del vento.
    ATLANTE:  In  verit  non  saria mal fatto che ne la gonfiassimo,  che
    veggo che ella non balza d'in sul pugno pi che un popone.
    ERCOLE: Cotesto   difetto  nuovo,  che  anticamente  ella  balzava  e
    saltava come un capriolo.
    ATLANTE: Corri presto in l;  presto ti dico;  guarda per Dio, ch'ella
    cade: mal abbia il momento che tu ci sei venuto.
    ERCOLE: Cos falsa e terra terra me l'hai rimessa,  che io non  poteva
    essere a tempo se m'avessi voluto fiaccare il collo.  Oim,  poverina,
    come stai? ti senti male a nessuna parte?  Non s'ode un fiato e non si
    vede muovere un'anima, e mostra che tutti dormano come prima."

    Men  felici  i tratti di filosofia polemica contro la piccolezza della
    terra superba,  sopra tutto della terra presente che    pi  vuota  e
    ignava di quel che fosse nel tempo antico. Allora si entra a discutere
    col poeta: chiedendo con qual diritto e con qual carit egli satireggi
    l'inerzia  e  la  leggerezza  di uomini che il fato ha creato miseri e
    infelici. E anche qui talvolta il linguaggio par troppo freddo per una
    favola ch'era nata cos viva e fresca.  Sembra che talora il  Leopardi
    faccia come quei selvatici, dei quali anch'egli parla, che schiacciano
    la  testa ai neonati,  e i suoi periodi appunto si mortificano,  in un
    sorriso ironico e gelido che non mai sfavilla. C' in essi qualcosa di
    enunciato e non liberato: e la  fantasia  vi  si  arresta  e  congela,
    quando  parrebbe dovesse pi apertamente spiegarsi.  E qui potr anche
    essere utile notare come tutte le "Operette",  lavoro di poesia  sorto
    sullo sprezzo della civilt presente e della filosofia ottimista,  non
    meno che sul culto di una sempre pi mitica antichit,  offrono talora
    non  ben  fuse  e  disciolte  le  schede  dei fatti mitologici o delle
    notizie insuete che al Leopardi eran  piaciute  e  delle  quali  aveva
    ornati  i  suoi  primi studi come il "Saggio sopra gli errori popolari
    degli antichi".
    Troppo erudito  il riso che sorge dal "Dialogo  della  Moda  e  della
    Morte",  queste due sorelle,  nate tutte e due dalla Caducit. La loro
    natura e usanza comune  di rinnovare  continuamente  il  mondo,  la
    Morte  gettandosi alle persone e al sangue,  la Moda contentandosi per
    lo pi delle barbe, dei capelli,  degli abiti,  delle masserizie,  dei
    palazzi e di cose tali. La Moda collabora a rendere secolo della Morte
    il presente, ad accrescere lo stato della Morte in terra.
    Un  paesaggio  di  non  so  che funebre allegria si crea dietro queste
    figure,  mentre la Moda invita la Morte a fermarsi un poco: e prendono
    a discorrere. Ma la Morte a un punto propone:

    "Ma stando cos ferma, io svengo; e per, se ti d l'animo di corrermi
    allato,  fa  di  non vi crepare,  perch'io fuggo assai,  e correndo mi
    potrai dire il tuo bisogno;  se no,  a contemplazione della parentela,
    ti  prometto,  quando  io  muoia,  di  lasciarti tutta la mia roba,  e
    rimanti col buon anno.

    Moda: Se noi avessimo a correre insieme il palio non so chi delle  due
    si vincesse la prova, perch se tu corri, io vo meglio che di galoppo;
    e  a  stare  in un luogo,  se tu ne svieni,  io me ne struggo.  Sicch
    ripigliamo a correre,  e correndo,  come tu dici,  parleremo dei  casi
    nostri."

    Cos correndo fanno il loro vago e funebre riso.
    La  "Proposta  di  premi fatta dall'Accademia dei Sillografi" svolge e
    dilata ad operetta una battuta di spirito: a cercarli a prezzo  d'oro,
    non  si  trovano  al  mondo  un amico vero,  un uomo capace di imprese
    virtuose e magnanime,  una  donna  fedele  e  la  felicit  coniugale:
    bisogna  dunque,  in  un  secolo  di macchine,  inventarli facendo tre
    automati.
    E' una specie di cinquecentesca cicalata, sorretta da una non futile
    vena di paradosso: e si svolge in modi briosi e liquidi.  Or,  dopo il
    minore  dialogo  di  Sallustio  e  di  un  lettore,  il Leopardi torna
    nuovamente al paesaggio cosmico col "Dialogo di un Folletto e  di  uno
    Gnomo",  in  un  tempo  muto  e  lontano  ove ogni traccia di uomo sia
    scomparsa.
    La visione   attonita  e  solare:  la  fantasia  alacre  soggioga  il
    ragionamento   e  lo  compone  in  un  fugato  felice,   di  l  dalle
    argomentazioni: l'ironia si rappresenta liricamente,  quando  immagina
    in  un  mondo  defunto la giostra di grandezza che fanno un folletto e
    uno gnomo,  ciascun dei quali afferma che il mondo  fatto per la  sua
    specie, mentre l'uomo farneticava che fosse fatto per lui!
    Gli uomini son morti: la razza  perduta.

    "Gnomo. Ma come sono andati a mancare quei monelli?
    Folletto.   Parte  guerreggiando  tra  loro,  parte  navigando,  parte
    mangiandosi l'un l'altro,  parte ammazzandosi  non  pochi  di  propria
    mano,  parte infracidando nell'ozio, parte stillandosi il cervello sui
    libri,  parte gozzovigliando,  e disordinando in mille cose;  in  fine
    studiando  tutte  le  vie di far contro la propria natura e di capitar
    male.


    Folletto. Ma ora che ei sono tutti spariti,  la terra non sente che le
    manchi  nulla,  e  i  fiumi  non  sono stanchi di correre,  e il mare,
    ancorch non abbia pi da servire alla navigazione e al traffico,  non
    si vede che si rasciughi.
    Gnomo. E le stelle e i pianeti non mancano di nascere e di tramontare,
    e non hanno preso le gramaglie.
    Folletto. E il sole non s'ha intonacato il viso di ruggine; come fece,
    secondo  Virgilio,  per la morte di Cesare: della quale io credo ch'ei
    si pigliasse tanto affanno quanto ne pigli la statua di Pompeo."

    Poi ecco "Malambruno e Farfarello",  pretesti per ribadire che il  non
    vivere  meglio del vivere, ma in pagine aeree ed alate.
    La fantasia s'aggreva nel "Dialogo della natura e di un'anima",  tutta
    ragionata sull'infelicit maggiore degli uomini grandi:  si  rischiara
    nel  "Dialogo  della  terra  e  della  luna"  ove  si afferma non pure
    l'infelicit della terra e della  luna,  ma  di  tutti  i  pianeti:  e
    tuttavia  la  bellezza  e  le  meraviglie e le favole dell'universo lo
    sollevano come in una adorna danza.

    "Terra. Senti tu questo suono piacevolissimo che fanno i corpi celesti
    coi loro moti?
    Luna. A dirti il vero, io non sento nulla.
    Terra. N pur io sento nulla, fuorch lo strepito del vento che va da'
    miei poli all'equatore,  e dall'equatore ai poli,  e non mostra  saper
    niente di musica. Ma Pitagora dice che le sfere celesti fanno un certo
    suono  cos  dolce  ch' una maraviglia;  e che anche tu vi hai la tua
    parte,  e sei l'ottava corda di questa lira universale: ma che io sono
    assordata dal suono stesso, e per non l'odo."

    La "Scommessa di Prometeo"  ricca di sostanza drammatica e poetica, e
    ha sfondi e paesaggi di fiera bellezza.
    Il  viaggio di Prometeo e di Momo,  fatto per provare che l'uomo non 
    la pi perfetta creatura dell'universo,  come quello che in  un  luogo
    pratica l'antropofagia,  in altro il rogo per cui la vedova  arsa col
    morto marito,  in altro in fine tocca una disperazione per la quale il
    padre uccide i figli e s stesso,  una vicenda in cui la fantasia del
    Leopardi  oltrepassa  l'ostinato argomentare sofistico,  e vela quella
    assenza di carit ch'  nella  tesi  dell'imperfezione  suprema  degli
    uomini.

    "Fermarono il volo nel paese di Popaian, dal lato settentrionale, poco
    lungi  dal  fiume  Cauca,  in  un luogo dove apparivano molti segni di
    abitazione  umana:  vestigi  di  cultura  per  la  campagna;  parecchi
    sentieri,  ancorch  tronchi  in  molti luoghi,  e nella maggior parte
    ingombri;  alberi tagliati e distesi;  e  particolarmente  alcune  che
    parevano  sepolture,  e qualche ossa d'uomini di tratto in tratto.  Ma
    non perci poterono i due celesti,  porgendo gli orecchi e distendendo
    la  vista per ogn'intorno,  udire una voce n scoprire un'ombra d'uomo
    vivo. Andarono,  parte camminando parte volando,  per ispazio di molte
    miglia;  passando  monti  e fiumi;  e trovando da per tutto i medesimi
    segni e la medesima solitudine."

    Il "Dialogo di un fisico e di un metafisico",  sereno ma non  vigoroso
    nel ragionamento, si avviva al ricordo di antiche favole.
    Al  fisico  che  trov  l'arte  di  vivere  lungamente,  il metafisico
    obbietta che se la vita non  felice, meglio ci torna averla breve che
    lunga: e gli dichiara che la natura degli  uomini  porta  che  vita  e
    infelicit non si possono scompagnare.

    "Ma  se tu vuoi,  prolungando la vita,  giovare agli uomini veramente;
    trova  un'arte  per  la  quale  sieno  moltiplicate  di  numero  e  di
    gagliardia le sensazioni e le azioni loro.  Nel qual modo, accrescerai
    propriamente la vita umana, ed empiendo quegli smisurati intervalli di
    tempo nei quali il nostro essere  piuttosto  durare  che  vivere,  ti
    potrai  dar  vanto  di  prolungarla.  E  ci  senza  andare  in  cerca
    dell'impossibile, o usar violenza alla natura, anzi secondandola.  Non
    pare a te che gli antichi vivessero pi di noi,  dato ancora che,  per
    li  pericoli  gravi  e  continui  che  solevano   correre,   morissero
    comunemente pi presto?  E farai grandissimo beneficio agli uomini: la
    cui vita fu sempre,  non dir felice,  ma tanto meno infelice,  quanto
    pi fortemente agitata,  e in maggior parte occupata,  senza dolore n
    disagio. Ma piena d'ozio e di tedio, che  quanto dire vacua, d luogo
    a creder vera quella sentenza di Pirrone,  che dalla vita  alla  morte
    non    divario.  Il  che  se  io  credessi,  ti giuro che la morte mi
    spaventerebbe non poco. Ma in fine, la vita debb'esser viva, cio vera
    vita; o la morte la supera incomparabilmente di pregio."

    Questo principio della vita attiva non  certamente nuovo;  chi pensi,
    per non dir altro,  il detto dell'"Emilio" di Rousseau, che vivere non
     respirare ma agire e l'affermazione che non visse di pi  colui  che
    cont un maggior numero di anni, ma colui che pi sent la vita: tutta
    l'azione come rimedio all'infelicit  affermata in un modo inatteso e
    tutto leopardiano.
    Men  felice  il  "Dialogo  della Natura e di un Islandese",  nella sua
    sostanza  ragionativa  sul  patimento  della  vita;  ma  non    privo
    d'immagini e descrizioni vaghissime.
    Il "Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare",  uno dei pi
    significativi e ricchi del Leopardi,  quasi sintesi di  tutte  le  sue
    teorie,    una  fantasia  accoratamente  bella.  Anche nel tessuto di
    ragionamenti che non persuadono,  resiste la vivezza degli affetti,  e
    intona ogni rapporto. Cos mentre si sforza di stabilire che dal vero
    al sognato,  non corre altra differenza, se non che questo pu qualche
    volta essere molto pi bello e pi dolce che quello non pu  mai,  il
    poeta  tutto acceso del pensiero di una donna reale: In fine,  io mi
    maraviglio come il  pensiero  di  una  donna  abbia  tanta  forza,  da
    rinnovarmi,   per  cosi  dire,  l'anima,  e  farmi  dimenticare  tante
    calamit, e mentre si chiede se sia pi dolce vedere la donna amata,
    o pensarne e sa che la donna presente... pareva una donna;  lontana,
    mi  pareva  e  mi  pare una dea.  Con tutto questo, confessa io mi
    muoio dal desiderio di rivederla, e di riparlarle. La certezza che la
    donna presente sia diversa da quella  dell'immaginazione  non  vale  a
    smagare.
    In  questo  dialogo  si  affrontano  questioni  metafisiche,   la  cui
    soluzione, se accolta,  toglierebbe ogni valore a tutte le costruzioni
    leopardiane  in  cui si distingue il vero acerbo dalle illusioni e dal
    caro immaginare.
    Qui  la teoria del piacere, come passato o futuro;  qui la teoria del
    vivere  come di uno stato violento;  qui la teoria della noia,  qui la
    teoria dell'assuefazione: tutte pi o meno fallaci,  e tutte ricche di
    una umana tenerezza: qui  poi la consolante pagina sulla solitudine.
    Il dialogo  dominato da un sentimento sincero ispirato da un patetico
    e  infelice  poeta  che  il  Leopardi  amava,  ed  ha  una  cordialit
    immaginosa che subito prende l'animo.

    (Questo brano  tolto dal volume 4  della  "STORIA  DELLA  LETTERATURA
    ITALIANA" di Francesco Flora pubblicata dall'Editore Mandadori.)












    STORIA DEL GENERE UMANO.

    Narrasi  che  tutti  gli  uomini che da principio popolarono la terra,
    fossero creati per ogni dove a un medesimo tempo,  e tutti bambini,  e
    fossero nutricati dalle api,  dalle capre e dalle colombe nel modo che
    i poeti favoleggiarono dell'educazione di Giove.  E che la terra fosse
    molto pi piccola che ora non ,  quasi tutti i paesi piani,  il cielo
    senza stelle,  non fosse creato il mare,  e apparisse nel mondo  molto
    minore variet e magnificenza che oggi non vi si scopre.  Ma nondimeno
    gli  uomini  compiacendosi  insaziabilmente   di   riguardare   e   di
    considerare  il  cielo  e  la  terra,  maravigliandosene  sopra modo e
    riputando l'uno e l'altra bellissimi e,  non che vasti,  ma  infiniti,
    cos  di grandezza come di maest e di leggiadria;  pascendosi oltre a
    ci di lietissime speranze, e traendo da ciascun sentimento della loro
    vita incredibili diletti,  crescevano con molto contento,  e con  poco
    meno  che  opinione  di  felicit.  Cos  consumata dolcissimamente la
    fanciullezza e la prima  adolescenza,  e  venuti  in  et  pi  ferma,
    incominciarono a provare alcuna mutazione. Perciocch le speranze, che
    eglino  fino a quel tempo erano andati rimettendo di giorno in giorno,
    non si riducendo ancora ad effetto,  parve loro che  meritassero  poca
    fede;  e  contentarsi  di  quello  che presentemente godessero,  senza
    promettersi verun accrescimento di bene,  non pareva loro  di  potere,
    massimamente  che l'aspetto delle cose naturali e ciascuna parte della
    vita giornaliera, o per l'assuefazione o per essere diminuita nei loro
    animi quella prima vivacit,  non riusciva loro  di  gran  lungo  cos
    dilettevole e grata come a principio.  Andavano per la terra visitando
    lontanissime contrade, poich lo potevano fare agevolmente, per essere
    i luoghi piani, e non divisi da mari, n impediti da altre difficolt;
    e dopo non molti anni,  i pi  di  loro  si  avvidero  che  la  terra,
    ancorch  grande,  aveva termini certi,  e non cos larghi che fossero
    incomprensibili e che tutti i luoghi di essa terra e tutti gli uomini,
    salvo leggerissime differenze, erano conformi gli uni agli altri.  Per
    le  quali  cose cresceva la loro mala contentezza di modo che essi non
    erano  ancora  usciti  dalla  giovent,   che  un  espresso   fastidio
    dell'esser  loro gli aveva universalmente occupati.  E di mano in mano
    nell'et  virile,   e  maggiormente  in  sul  declinare  degli   anni,
    convertita   la   saziet   in  odio,   alcuni  vennero  in  s  fatta
    disperazione, che non sopportando la luce e lo spirito,  che nel primo
    tempo  avevano  avuti in tanto amore,  spontaneamente,  quale in uno e
    quale in altro modo, se ne privarono.
    Parve orrendo questo caso agli Dei,  che da creature viventi la  morte
    fosse  preposta alla vita,  e che questa medesima in alcun suo proprio
    soggetto,  senza forza di necessit  e  senza  altro  concorso,  fosse
    instrumento   a  disfarlo.   N  si  pu  facilmente  dire  quanto  si
    maravigliassero  che  i  loro  doni  fossero  tenuti  cos   vili   ed
    abbominevoli,  che  altri  dovesse  con  ogni sua forza spogliarseli e
    rigettarli;  parendo loro aver posta nel mondo tanta bont e vaghezza,
    e  tali ordini e condizioni,  che quella stanza avesse ad essere,  non
    che tollerata,  ma sommamente amata da qualsivoglia animale,  e  dagli
    uomini  massimamente,  il  qual  genere  avevano formato con singolare
    studio  a  maravigliosa  eccellenza.  Ma  nel  medesimo  tempo,  oltre
    all'essere  tocchi da non mediocre piet di tanta miseria umana quanta
    manifestavasi dagli effetti,  dubitavano eziandio che  rinnovandosi  e
    moltiplicandosi  quei  tristi  esempi,  la  stirpe umana fra poca et,
    contro l'ordine dei fati, venisse a perire,  e le cose fossero private
    di quella perfezione che risultava loro dal nostro genere,  ed essi di
    quegli onori che ricevevano dagli uomini.
    Deliberato  per  tanto  Giove  di  migliorare,  poich  parea  che  si
    richiedesse,  lo  stato  umano,  e  d'indirizzarlo  alla  felicit con
    maggiori  sussidi,   intendeva   che   gli   uomini   si   querelavano
    principalmente  che  le  cose  non  fossero  immense di grandezza,  n
    infinite di belt,  di perfezione e di variet,  come  essi  da  prima
    avevano  giudicato;  anzi  essere  angustissime,  tutte imperfette,  e
    pressoch di una forma; e che dolendosi non solo dell'et provetta, ma
    della natura, e della medesima giovent, e desiderando le dolcezze dei
    loro primi anni,  pregavano  ferventemente  di  essere  tornati  nella
    fanciullezza,  e in quella perseverare tutta la loro vita.  Della qual
    cosa  non  potea  Giove  soddisfarli,  essendo  contraria  alle  leggi
    universali  della natura,  ed a quegli uffici e quelle utilit che gli
    uomini dovevano, secondo l'intenzione e i decreti divini, esercitare e
    produrre.  N  anche  poteva  comunicare  la  propria  infinit  colle
    creature  mortali,  n  fare  la  materia  infinita,  n  infinita  la
    perfezione e la felicit delle cose e  degli  uomini.  Ben  gli  parve
    conveniente  di  propagare  i  termini  del creato,  e di maggiormente
    adornarlo e distinguerlo: e preso questo consiglio, ringrand la terra
    d'ogn'intorno, e v'infuse il mare, acciocch, interponendosi ai luoghi
    abitati,  diversificasse la sembianza delle cose,  e impedisse  che  i
    confini  loro non potessero facilmente essere conosciuti dagli uomini,
    interrompendo i cammini,  ed anche rappresentando agli occhi una  viva
    similitudine dell'immensit.  Nel qual tempo occuparono le nuove acque
    la terra Atlantide,  non sola essa,  ma insieme altri  innumerabili  e
    distesissimi   tratti,   bench  di  quella  resti  memoria  speciale,
    sopravvissuta alla moltitudine  dei  secoli.  Molti  luoghi  depresse,
    molti  ricolm  suscitando i monti e le colline,  cosparse la notte di
    stelle,  rassottigli e ripurg la natura dell'aria,  ed  accrebbe  il
    giorno di chiarezza e di luce,  rinforz e contemper pi diversamente
    che per l'addietro i colori del cielo e  delle  campagne,  confuse  le
    generazioni  degli  uomini  in  guisa  che  la  vecchiezza  degli  uni
    concorresse in un medesimo tempo coll'altrui giovanezza e puerizia.  E
    risolutosi  di  moltiplicare  le  apparenze  di quell'infinito che gli
    uomini  sommamente  desideravano  (dappoi  che  egli  non  li   poteva
    compiacere  della  sostanza),  e  volendo favorire e pascere le coloro
    immaginazioni,  dalla virt  delle  quali  principalmente  comprendeva
    essere proceduta quella tanta beatitudine della loro fanciullezza; fra
    i  molti  espedienti  che  pose in opera (siccome fu quello del mare),
    creato l'eco,  lo nascose nelle valli e nelle spelonche,  e mise nelle
    selve uno strepito sordo e profondo,  con un vasto ondeggiamento delle
    loro cime.  Cre similmente il popolo de' sogni,  e commise  loro  che
    ingannando sotto pi forme il pensiero degli uomini,  figurassero loro
    quella pienezza di non intelligibile felicit,  che  egli  non  vedeva
    modo  a ridurre in atto,  e quelle immagini perplesse e indeterminate,
    delle quali esso medesimo, se bene avrebbe voluto farlo,  e gli uomini
    lo sospiravano ardentemente, non poteva produrre alcun esempio reale.
    Fu  per questi provvedimenti di Giove ricreato ed eretto l'animo degli
    uomini,  e reintegrata in ciascuno di loro la grazia e la carit della
    vita,  non  altrimenti  che l'opinione,  il diletto e lo stupore della
    bellezza e dell'immensit delle cose  terrene.  E  dur  questo  buono
    stato pi lungamente che il primo, massime per la differenza del tempo
    introdotta da Giove nei nascimenti,  sicch gli animi freddi e stanchi
    per l'esperienza delle cose,  erano confortati vedendo il calore e  le
    speranze  dell'et  verde.  Ma in progresso di tempo tornata a mancare
    affatto la novit,  e risorto e riconfermato il tedio e  la  disistima
    della vita,  si ridussero gli uomini in tale abbattimento,  che nacque
    allora, come si crede, il costume riferito nelle storie come praticato
    da alcuni popoli antichi che lo serbarono (1), che nascendo alcuno, si
    congregavano i parenti e  loro  amici  a  piangerlo;  e  morendo,  era
    celebrato  quel  giorno  con  feste  e  ragionamenti  che  si facevano
    congratulandosi coll'estinto.  All'ultimo tutti i mortali  si  volsero
    all'empiet,  o  che paresse loro di non essere ascoltati da Giove,  o
    essendo propria natura delle miserie indurare e corrompere  gli  animi
    eziandio   pi  bennati,   e  disamorarli  dell'onesto  e  del  retto.
    Perciocch s'ingannano a ogni modo coloro i quali stimano essere  nata
    primieramente  l'infelicit  umana dall'iniquit e dalle cose commesse
    contro agli Dei;  ma per lo contrario non d'altronde ebbe principio la
    malvagit degli uomini che dalle loro calamit.
    Ora  poich fu punita dagli Dei col diluvio di Deucalione la protervia
    dei mortali e presa vendetta delle ingiurie,  i due soli scampati  dal
    naufragio universale del nostro genere, Deucalione e Pirra, affermando
    seco medesimi niuna cosa potere maggiormente giovare alla stirpe umana
    che  di essere al tutto spenta,  sedevano in cima a una rupe chiamando
    la  morte  con  efficacissimo  desiderio,   non   che   temessero   n
    deplorassero  il  fato  comune.  Non  per tanto,  ammoniti da Giove di
    riparare alla solitudine della terra;  e non  sostenendo,  come  erano
    sconfortati  e disdegnosi della vita,  di dare opera alla generazione;
    tolto delle pietre della montagna,  secondo che dagli Dei fu  mostrato
    loro,  e gittatosele dopo le spalle,  restaurarono la specie umana. Ma
    Giove fatto accorto,  per le cose passate,  della propria natura degli
    uomini, e che non pu loro bastare, come agli altri animali, vivere ed
    essere liberi da ogni dolore e molestia del corpo;  anzi, che bramando
    sempre e in qualunque stato l'impossibile,  tanto pi  si  travagliano
    con  questo desiderio da se medesimi,  quanto meno sono afflitti dagli
    altri mali;  deliber valersi di nuove arti a conservare questo misero
    genere: le quali furono principalmente due. L'una mescere la loro vita
    di mali veri; l'altra implicarla in mille negozi e fatiche, ad effetto
    d'intrattenere  gli  uomini,  e  divertirli  quanto pi si potesse dal
    conversare col proprio animo,  o almeno col desiderio di  quella  loro
    incognita e vana felicit.
    Quindi primieramente diffuse tra loro una varia moltitudine di morbi e
    un  infinito  genere di altre sventure: parte volendo,  col variare le
    condizioni e le fortune della vita mortale,  ovviare  alla  saziet  e
    crescere  colla  opposizione  dei  mali  il  pregio  de'  beni;  parte
    acciocch il difetto dei godimenti riuscisse agli  spiriti  esercitati
    in  cose  peggiori,  molto pi comportabile che non aveva fatto per lo
    passato;  e parte eziandio con intendimento di rompere e mansuefare la
    ferocia  degli  uomini,  ammaestrarli a piegare il collo e cedere alla
    necessit,  ridurli a potersi pi facilmente  appagare  della  propria
    sorte,  e  rintuzzare negli animi affievoliti non meno dalle infermit
    del  corpo  che  dai  travagli  propri,  l'acume  e  la  veemenza  del
    desiderio.  Oltre di questo,  conosceva dovere avvenire che gli uomini
    oppressi dai morbi e dalle  calamit,  fossero  meno  pronti  che  per
    l'addietro  a  volgere  le  mani contra se stessi,  perocch sarebbero
    incodarditi e prostrati  di  cuore,  come  interviene  per  l'uso  dei
    patimenti.  I  quali  sogliono  anche,  lasciando  luogo alle speranze
    migliori,  allacciare gli animi alla  vita:  imperciocch  gl'infelici
    hanno  ferma  opinione  che  eglino  sarebbero  felicissimi  quando si
    riavessero dei propri mali; la qual cosa,  come  la natura dell'uomo,
    non  mancano  mai di sperare che debba loro succedere in qualche modo.
    Appresso cre le tempeste dei venti e dei nembi,  si arm del tuono  e
    del fulmine,  diede a Nettuno il tridente,  spinse le comete in giro e
    ordin le eclissi;  colle quali cose e  con  altri  segni  ed  effetti
    terribili, institu di spaventare i mortali di tempo in tempo: sapendo
    che  il  timore  e  i  presenti  pericoli riconcilierebbero alla vita,
    almeno per breve ora,  non tanto gl'infelici,  ma quelli eziandio  che
    l'avessero  in  maggiore  abbominio,  e  che  fossero  pi  disposti a
    fuggirla.
    E per escludere la passata  oziosit,  indusse  nel  genere  umano  il
    bisogno  e l'appetito di nuovi cibi e di nuove bevande,  le quali cose
    non senza molta e grave fatica si potessero provvedere, laddove insino
    al diluvio  gli  uomini,  dissetandosi  delle  sole  acque,  si  erano
    pasciuti  delle  erbe  e  delle  frutta  che  la  terra  e  gli arbori
    somministravano loro spontaneamente,  e  di  altre  nutriture  vili  e
    facili a procacciare, siccome usano di sostentarsi anche oggid alcuni
    popoli,  e  particolarmente  quelli di California.  Assegn ai diversi
    luoghi diverse qualit celesti, e similmente alle parti dell'anno,  il
    quale insino a quel tempo era stato sempre e in tutta la terra benigno
    e  piacevole  in  modo,  che  gli  uomini  non  avevano  avuto  uso di
    vestimenti; ma di questi per l'innanzi furono costretti a fornirsi,  e
    con  molte  industrie  riparare alle mutazioni e inclemenze del cielo.
    Impose a Mercurio che fondasse  le  prime  citt,  e  distinguesse  il
    genere umano in popoli, nazioni e lingue, ponendo gara e discordia tra
    loro; e che mostrasse agli uomini il canto e quelle altre arti, che s
    per  la  natura  e  s  per  l'origine,  furono chiamate,  e ancora si
    chiamano,  divine.  Esso medesimo diede leggi,  stati e ordini  civili
    alle  nuove  genti;  e  in  ultimo  volendo  con un incomparabile dono
    beneficarle,   mand   tra   loro   alcuni   fantasmi   di   sembianze
    eccellentissime e soprumane,  ai quali permise in grandissima parte il
    governo e la potest di  esse  genti:  e  furono  chiamati  Giustizia,
    Virt,  Gloria,  Amor  patrio  e con altri s fatti nomi.  Tra i quali
    fantasmi fu medesimamente  uno  chiamato  Amore,  che  in  quel  tempo
    primieramente,  siccome  anco  gli  altri,  venne in terra: perciocch
    innanzi all'uso dei vestimenti, non amore, ma impeto di cupidit,  non
    dissimile  negli  uomini  di allora da quello che fu di ogni tempo nei
    bruti,  spingeva l'un sesso verso l'altro,  nella guisa che    tratto
    ciascuno  ai cibi e a simili oggetti,  i quali non si amano veramente,
    ma si appetiscono.
    Fu cosa mirabile quanto frutto  partorissero  questi  divini  consigli
    alla  vita  mortale,  e  quanto la nuova condizione degli uomini,  non
    ostante le fatiche,  gli spaventi e  i  dolori,  cose  per  l'addietro
    ignorate dal nostro genere, superasse di comodit e di dolcezza quelle
    che erano state innanzi al diluvio.  E questo effetto provenne in gran
    parte da quelle maravigliose  larve;  le  quali  dagli  uomini  furono
    riputate ora geni ora iddii, e seguite e culte con ardore inestimabile
    e con vaste e portentose fatiche per lunghissima et;  infiammandoli a
    questo dal canto loro con infinito sforzo i poeti e i nobili artefici;
    tanto che un grandissimo numero di mortali non dubitarono chi  all'uno
    e  chi  all'altro di quei fantasmi donare e sacrificare il sangue e la
    vita propria.  La qual cosa,  non che  fosse  discara  a  Giove,  anzi
    piacevagli  sopra  modo,  cos  per  altri  rispetti,  come  che  egli
    giudicava dovere  essere  gli  uomini  tanto  meno  facili  a  gittare
    volontariamente  la  vita,  quanto  pi fossero pronti a spenderla per
    cagioni  belle  e  gloriose.   Anche  di  durata  questi  buon  ordini
    eccedettero  grandemente  i  superiori;  poich quantunque venuti dopo
    molti secoli in manifesto abbassamento,  nondimeno eziandio declinando
    e  poscia  precipitando,  valsero  in  guisa,  che fino all'entrare di
    un'et non molto rimota dalla presente,  la vita umana,  la quale  per
    virt  di quegli ordini era stata gi,  massime in alcun tempo,  quasi
    gioconda,  si mantenne  per  beneficio  loro  mediocremente  facile  e
    tollerabile.
    Le  cagioni e i modi del loro alterarsi furono i molti ingegni trovati
    dagli uomini per provvedere agevolmente e con  poco  tempo  ai  propri
    bisogni; lo smisurato accrescimento della disparit di condizioni e di
    uffici  constituita  da Giove tra gli uomini quando fond e dispose le
    prime repubbliche: l'oziosit e la vanit che per queste  cagioni,  di
    nuovo,  dopo antichissimo esilio,  occuparono la vita;  l'essere,  non
    solo per la  sostanza  delle  cose,  ma  ancora  da  altra  parte  per
    l'estimazione  degli uomini,  venuta a scemarsi in essa vita la grazia
    della  variet,  come  sempre  suole  per  la  lunga  consuetudine;  e
    finalmente le altre cose pi gravi,  le quali per essere gi descritte
    e dichiarate da molti, non accade ora distinguere.  Certo negli uomini
    si  rinnovell quel fastidio delle cose loro che gli aveva travagliati
    avanti il diluvio,  e rinfrescossi quell'amaro desiderio  di  felicit
    ignota ed aliena dalla natura dell'universo.
    Ma  il  totale  rivolgimento  della  loro  fortuna e l'ultimo esito di
    quello  stato  che  oggi  siamo  soliti  di  chiamare  antico,   venne
    principalmente da una cagione diversa dalle predette: e fu questa. Era
    tra quelle larve,  tanto apprezzate dagli antichi,  una chiamata nelle
    costoro lingue Sapienza; la quale onorata universalmente come tutte le
    sue compagne, e seguita in particolare da molti, aveva altres al pari
    di quelle conferito per  la  sua  parte  alla  prosperit  dei  secoli
    scorsi. Questa pi e pi volte, anzi quotidianamente, aveva promesso e
    giurato  ai  seguaci  suoi di voler loro mostrare la Verit,  la quale
    diceva ella essere un genio grandissimo, e sua propria signora, n mai
    venuta in sulla terra,  ma sedere cogli  Dei  nel  cielo;  donde  essa
    prometteva  che coll'autorit e grazia propria intendeva di trarla,  e
    di ridurla per qualche spazio di tempo a peregrinare tra  gli  uomini:
    per  l'uso  e  per la familiarit della quale,  dovere il genere umano
    venire in s fatti termini, che di altezza di conoscimento, eccellenza
    d'instituti  e  di  costumi,  e  felicit  di  vita,  per  poco  fosse
    comparabile al divino.  Ma come poteva una pura ombra ed una sembianza
    vota mandare ad effetto le sue promesse,  non che menare in  terra  la
    Verit?  Sicch  gli  uomini,  dopo  lunghissimo  credere e confidare,
    avvedutisi della vanit di quelle  profferte;  e  nel  medesimo  tempo
    famelici  di  cose  nuove,  massime  per  l'ozio  in  cui vivevano;  e
    stimolati parte dall'ambizione di  pareggiarsi  agli  Dei,  parte  dal
    desiderio  di  quella  beatitudine  che  per le parole del fantasma si
    riputavano,  conversando  colla  Verit,  essere  per  conseguire;  si
    volsero  con  instantissime  e presuntuose voci dimandando a Giove che
    per  alcun  tempo  concedesse  alla  terra  quel  nobilissimo   genio,
    rimproverandogli  che  egli  invidiasse  alle  sue  creature l'utilit
    infinita che dalla presenza di quello  riporterebbero;  e  insieme  si
    rammaricavano  con  lui  della  sorte  umana,  rinnovando le antiche e
    odiose querele della piccolezza e della  povert  delle  cose  loro  E
    perch  quelle  speciosissime larve,  principio di tanti beni alle et
    passate,  ora si tenevano dalla maggior parte in poca stima;  non  che
    gi  fossero  note per quelle che veramente erano,  ma la comune vilt
    dei pensieri e l'ignavia dei costumi facevano che quasi niuno  oggimai
    le seguiva;  perci gli uomini bestemmiando scelleratamente il maggior
    dono che gli eterni avessero fatto e potuto fare ai mortali, gridavano
    che la terra non era degnata se non dei minori geni;  ed ai  maggiori,
    ai  quali  la  stirpe  umana  pi condecentemente s'inchinerebbe,  non
    essere degno n lecito di  porre  il  piede  in  questa  infima  parte
    dell'universo.
    Molte  cose  avevano gi da gran tempo alienata novamente dagli uomini
    la volont di Giove;  e tra le altre gl'incomparabili vizi e misfatti,
    i  quali  per  numero  e  per  tristezza  si  avevano  di  lunghissimo
    intervallo lasciate  addietro  le  malvagit  vendicate  dal  diluvio.
    Stomacavalo  del  tutto,  dopo  tante  esperienze  prese,  l'inquieta,
    insaziabile,  immoderata natura umana;  alla tranquillit della quale,
    non  che  alla felicit,  vedeva oramai per certo,  niun provvedimento
    condurre,  niuno stato convenire,  niun luogo essere bastante;  perch
    quando  bene egli avesse voluto in mille doppi aumentare gli spazi e i
    diletti della terra,  e l'universit delle cose,  quella e queste agli
    uomini,  parimente  incapaci  e cupidi dell'infinito,  fra breve tempo
    erano per parere strette,  disamene e di poco  pregio.  Ma  in  ultimo
    quelle stolte e superbe domande commossero talmente l'ira del dio, che
    egli si risolse,  posta da parte ogni piet,  di punire in perpetuo la
    specie umana,  condannandola per tutte le et future a  miseria  molto
    pi  grave che le passate.  Per la qual cosa deliber non solo mandare
    la Verit fra gli uomini a stare,  come essi chiedevano,  per alquanto
    di  tempo,  ma dandole eterno domicilio tra loro ed esclusi di quaggi
    quei vaghi  fantasmi  che  egli  vi  avea  collocati,  farla  perpetua
    moderatrice e signora della gente umana.
    E  maravigliandosi  gli altri Dei di questo consiglio,  come quelli ai
    quali pareva che egli avesse a ridondare in troppo innalzamento  dello
    stato nostro e in pregiudizio della loro maggioranza, Giove li rimosse
    da  questo  concetto  mostrando  loro,  oltre  che  non  tutti i geni,
    eziandio grandi, sono di propriet benefici, non essere tale l'ingegno
    della Verit,  che ella dovesse fare gli stessi effetti  negli  uomini
    che negli Dei.  Perocch laddove agl'immortali ella dimostrava la loro
    beatitudine,  discoprirebbe agli uomini interamente e  proporrebbe  ai
    medesimi   del   continuo  dinanzi  agli  occhi  la  loro  infelicit;
    rappresentandola oltre  a  questo,  non  come  opera  solamente  della
    fortuna,  ma  come tale che per niuno accidente e niuno rimedio non la
    possano campare, n mai, vivendo, interrompere. Ed avendo la pi parte
    dei loro mali questa natura,  che in tanto sieno mali in  quanto  sono
    creduti essere da chi li sostiene, e pi o meno gravi secondo che esso
    gli  stima;  si  pu giudicare di quanto grandissimo nocumento sia per
    essere agli uomini la presenza di questo genio.  Ai quali  niuna  cosa
    apparir  maggiormente vera che la falsit di tutti i beni mortali;  e
    niuna solida, se non la vanit di ogni cosa fuorch dei propri dolori.
    Per queste cagioni saranno  eziandio  privati  della  speranza;  colla
    quale  dal  principio insino al presente,  pi che con altro diletto o
    conforto alcuno, sostentarono la vita.  E nulla sperando,  n veggendo
    alle  imprese  e  fatiche  loro  alcun  degno  fine,  verranno in tale
    negligenza  ed  abborrimento  da  ogni  opera  industriosa,   non  che
    magnanima.  che  la comune usanza dei vivi sar poco dissomigliante da
    quella dei sepolti.  Ma in questa disperazione e lentezza non potranno
    fuggire che il desiderio di un'immensa felicit,  congenito agli animi
    loro, non li punga e cruci tanto pi che in addietro, quanto sar meno
    ingombro e distratto dalla variet  delle  cure  e  dall'impeto  delle
    azioni.  E  nel  medesimo  tempo si troveranno essere destituiti della
    naturale  virt  immaginativa,   che  sola  poteva  per  alcuna  parte
    soddisfarli  di questa felicit non possibile e non intesa,  n da me,
    n da loro  stessi  che  la  sospirano.  E  tutte  quelle  somiglianze
    dell'infinito  che  io  studiosamente  aveva  poste  nel  mondo,   per
    ingannarli e pascerli,  conforme alla loro inclinazione,  di  pensieri
    vasti  e indeterminati,  riusciranno insufficienti a quest'effetto per
    la dottrina e per gli abiti che eglino apprenderanno dalla Verit.  Di
    maniera  che la terra e le altre parti dell'universo,  se per addietro
    parvero loro piccole,  parranno da ora  innanzi  menome:  perch  essi
    saranno  instrutti  e  chiariti  degli  arcani della natura;  e perch
    quelle,  contro la presente aspettazione degli uomini,  appaiono tanto
    pi  strette  a ciascuno,  quanto egli ne ha pi notizia.  Finalmente,
    perciocch saranno stati ritolti alla terra i  suoi  fantasmi,  e  per
    gl'insegnamenti  della  Verit,  per li quali gli uomini avranno piena
    contezza dell'essere di quelli, mancher dalla vita umana ogni valore,
    ogni rettitudine, cos di pensieri come di fatti: e non pure lo studio
    e la carit,  ma il nome stesso delle  nazioni  e  delle  patrie  sar
    spento  per  ogni dove;  recandosi tutti gli uomini,  secondo che essi
    saranno usati di dire,  in una sola  nazione  e  patria,  come  fu  da
    principio,  e  facendo  professione di amore universale verso tutta la
    loro specie; ma veramente dissipandosi la stirpe umana in tanti popoli
    quanti saranno uomini.  Perciocch non  si  proponendo  n  patria  da
    dovere particolarmente amare,  n strani da odiare; ciascheduno odier
    tutti gli altri,  amando solo,  di tutto il suo genere,  se  medesimo.
    Dalla  qual  cosa  quanti e quali incomodi sieno per nascere.  sarebbe
    infinito a raccontare.  N per tanta  e  s  disperata  infelicit  si
    ardiranno  i  mortali  di abbandonare la luce spontaneamente: perocch
    l'imperio di questo genio  li  far  non  meno  vili  che  miseri;  ed
    aggiungendo  oltremodo  alle acerbit della loro vita,  li priver del
    valore di rifiutarla.
    Per queste parole di Giove parve agli Dei che la  nostra  sorte  fosse
    per  essere  troppo pi fiera e terribile che alla divina piet non si
    convenisse di consentire.  Ma Giove seguit dicendo.  Avranno tuttavia
    qualche mediocre conforto da quel fantasma che essi chiamano Amore; il
    quale  io  sono  disposto,  rimovendo  tutti  gli altri,  lasciare nel
    consorzio umano. E non sar dato alla Verit,  quantunque potentissima
    e  combattendolo  di  continuo,  n  sterminarlo  mai dalla terra,  n
    vincerlo se non di  rado.  Sicch  la  vita  degli  uomini,  parimente
    occupata nel culto di quel fantasma e di questo genio,  sar divisa in
    due parti;  e l'uno e l'altro di quelli avranno  nelle  cose  e  negli
    animi dei mortali comune imperio.  Tutti gli altri studi,  eccetto che
    alcuni pochi e di picciolo conto,  verranno meno nella  maggior  parte
    degli  uomini.  Alle  et gravi il difetto delle consolazioni di Amore
    sar compensato dal beneficio della loro naturale propriet di  essere
    quasi  contenti  della stessa vita,  come accade negli altri generi di
    animali, e di curarla diligentemente per sua cagione propria,  non per
    diletto n per comodo che ne ritraggano.
    Cos rimossi dalla terra i beati fantasmi,  salvo solamente Amore,  il
    manco nobile di tutti, Giove mand tra gli uomini la Verit, e diedele
    appo loro perpetua stanza e signoria.  Di che seguitarono  tutti  quei
    luttuosi  effetti  che egli avea preveduto.  E intervenne cosa di gran
    meraviglia;  che ove quel genio prima della sua discesa,  quando  egli
    non  avea  potere  n  ragione alcuna negli uomini,  era stato da essi
    onorato con un grandissimo numero di templi e di sacrifici; ora venuto
    in sulla terra con autorit di principe,  e cominciato a conoscere  di
    presenza,   al  contrario  di  tutti  gli  altri  immortali,  che  pi
    chiaramente manifestandosi, appaiono pi venerandi,  contrist di modo
    le  menti degli uomini e percossele di cos fatto orrore,  che eglino,
    se bene sforzati di ubbidirlo,  ricusarono di adorarlo.  E in vece che
    quelle  larve  in  qualunque animo avessero maggiormente usata la loro
    forza,  solevano essere da quello pi riverite ed  amate;  esso  genio
    riport  pi  fiere maledizioni e pi grave odio da coloro in che egli
    ottenne maggiore imperio.  Ma non  potendo  perci  n  sottrarsi,  n
    ripugnare  alla  sua  tirannide,  vivevano i mortali in quella suprema
    miseria che eglino sostengono insino ad ora, e sempre sosterranno.
    Se non che la piet,  la quale negli  animi  dei  celesti  non    mai
    spenta,  commosse,  non  gran tempo,  la volont di Giove sopra tanta
    infelicit;  e massime sopra quella di  alcuni  uomini  singolari  per
    finezza  d'intelletto,  congiunta  a nobilt di costumi e integrit di
    vita;  i quali egli vedeva essere comunemente oppressi ed afflitti pi
    che alcun altro, dalla potenza e dalla dura dominazione di quel genio.
    Avevano usato gli Dei negli antichi tempi,  quando Giustizia,  Virt e
    gli altri fantasmi governavano le cose umane, visitare alcuna volta le
    proprie fatture,  scendendo ora l'uno ora  l'altro  in  terra,  e  qui
    significando  la  loro  presenza  in  diversi modi: la quale era stata
    sempre con grandissimo beneficio o di tutti i mortali o di  alcuno  in
    particolare.  Ma  corrotta  di  nuovo  la  vita,  e  sommersa  in ogni
    scelleratezza,    sdegnarono   quelli   per   lunghissimo   tempo   la
    conversazione  umana.  Ora  Giove  compassionando  alla  nostra  somma
    infelicit,  propose agl'immortali se alcuno di loro fosse per indurre
    l'animo  a visitare,  come avevano usato in antico,  a racconsolare in
    tanto travaglio questa loro progenie,  e  particolarmente  quelli  che
    dimostravano essere,  quanto a se,  indegni della sciagura universale.
    Al che tacendo tutti gli altri,  Amore,  figliuolo di Venere  Celeste,
    conforme di nome al fantasma cos chiamato,  ma di natura,  di virt e
    di opere diversissimo;  si offerse (come  singolare fra tutti i  numi
    la sua piet) di fare esso l'ufficio proposto da Giove, e scendere dal
    cielo; donde egli mai per l'avanti non si era tolto; non sofferendo il
    concilio degl'immortali,  per averlo indicibilmente caro,  che egli si
    partisse,  anco per piccolo tempo,  dal loro  commercio.  Se  bene  di
    tratto  in tratto molti antichi uomini,  ingannati da trasformazioni e
    da diverse frodi del fantasma chiamato collo stesso nome, si pensarono
    avere non dubbi segni della presenza di questo massimo iddio.  Ma esso
    non prima si volse a visitare i mortali, che eglino fossero sottoposti
    all'imperio della Verit.  Dopo il qual tempo, non suole anco scendere
    se non di rado, e poco si ferma;  cos per la generale indegnit della
    gente  umana,  come  che  gli  Dei sopportano molestissimamente la sua
    lontananza. Quando viene in sulla terra,  sceglie i cuori pi teneri e
    pi gentili delle persone pi generose e magnanime;  e quivi siede per
    breve spazio;  diffondendovi s  pellegrina  e  mirabile  soavit,  ed
    empiendoli  di  affetti  s nobili,  e di tanta virt e fortezza,  che
    eglino allora provano, cosa al tutto nuova nel genere umano, piuttosto
    verit che rassomiglianza di beatitudine. Rarissimamente congiunge due
    cuori insieme,  abbracciando l'uno e l'altro a un  medesimo  tempo,  e
    inducendo scambievole ardore e desiderio in ambedue;  bench pregatone
    con grandissima instanza da tutti coloro che egli occupa: ma Giove non
    gli consente di compiacerli, trattone alcuni pochi; perch la felicit
    che nasce da tale beneficio,   di troppo  breve  intervallo  superata
    dalla  divina.  A ogni modo,  l'essere pieni del suo nume vince per se
    qualunque pi fortunata condizione fosse in  alcun  uomo  ai  migliori
    tempi.  Dove egli si posa, dintorno a quello si aggirano, invisibili a
    tutti gli altri,  le stupende larve,  gi segregate dalla consuetudine
    umana;  le quali esso Dio riconduce per questo effetto in sulla terra,
    permettendolo  Giove,   n  potendo  essere  vietato   dalla   Verit,
    quantunque  inimicissima  a  quei  fantasmi,  e nell'animo grandemente
    offesa del loro ritorno: ma  non    dato  alla  natura  dei  geni  di
    contrastare  agli  Dei.  E  siccome i fati lo dotarono di fanciullezza
    eterna, quindi esso, convenientemente a questa sua natura, adempie per
    qualche modo quel primo voto degli uomini,  che fu di  essere  tornati
    alla  condizione  della  puerizia.  Perciocch negli animi che egli si
    elegge ad abitare,  suscita e rinverdisce per tutto il tempo che  egli
    vi  siede,  l'infinita  speranza e le belle e care immaginazioni degli
    anni teneri. Molti mortali, inesperti e incapaci de' suoi diletti,  lo
    scherniscono  e  mordono tutto giorno,  s lontano come presente,  con
    isfrenatissima audacia;  ma esso non ode i costoro obbrobri;  e quando
    gli udisse, niun supplizio ne prenderebbe; tanto  da natura magnanimo
    e  mansueto.  Oltre  che  gl'immortali,  contenti  della  vendetta che
    prendono di tutta la stirpe, e dall'insanabile miseria che la gastiga,
    non curano le singolari offese degli uomini; n d'altro in particolare
    sono puniti i frodolenti e gl'ingiusti e i  dispregiatori  degli  Dei,
    che di essere alieni anche per proprio nome dalla grazia quelli.
    DIALOGO D'ERCOLE E DI ATLANTE.

    Ercole. Padre Atlante, Giove mi manda, e vuole che io ti saluti da sua
    parte,  e  in caso che tu fossi stracco di cotesto peso,  che io me lo
    addossi per qualche ora,  come feci non mi ricordo quanti secoli sono,
    tanto che tu pigli fiato e ti riposi un poco.
    Atlante. Ti ringrazio, caro Ercolino, e mi chiamo anche obbligato alla
    maest  di  Giove.  Ma  il mondo (2)  fatto cos leggero,  che questo
    mantello che porto per custodirmi dalla neve,  mi pesa pi;  e se  non
    fosse  che la volont di Giove mi sforza di stare qui fermo,  e tenere
    questa pallottola sulla schiena,  io me la porrei sotto l'ascella o in
    tasca,  o  me  l'attaccherei  ciondolone  a un pelo della barba,  e me
    n'andrei per le mie faccende.
    Ercole. Come pu stare che sia tanto alleggerita?  Mi accorgo bene che
    ha mutato figura,  e che  diventata a uso delle pagnotte, e non  pi
    tonda, come era al tempo che io studiai la cosmografia per fare quella
    grandissima navigazione cogli Argonauti: ma con tutto questo non trovo
    come abbia a pesare meno di prima.
    Atlante. Della causa non so. Ma della leggerezza ch'io dico te ne puoi
    certificare adesso adesso,  solo che tu voglia torre questa sulla mano
    per un momento, e provare il peso.
    Ercole.  In fe' d'Ercole,  se io non avessi provato, io non poteva mai
    credere. Ma che  quest'altra novit che vi scuopro? L'altra volta che
    io la portai,  mi batteva forte sul dosso,  come  fa  il  cuore  degli
    animali;  e metteva un certo rombo continuo, che pareva un vespaio. Ma
    ora quanto al battere,  si rassomiglia a un oriuolo che abbia rotta la
    molla; e quanto al ronzare, io non vi odo un zitto.
    Atlante.  Anche  di questo non ti so dire altro,  se non ch'egli  gi
    gran tempo,  che il mondo  fin  di  fare  ogni  moto  e  ogni  romore
    sensibile e io per me stetti con grandissimo sospetto che fosse morto,
    aspettandomi di giorno in giorno che m'infettasse col puzzo; e pensava
    come  e  in  che  luogo  lo potessi seppellire,  e l'epitaffio che gli
    dovessi porre.  Ma poi veduto che  non  marciva,  mi  risolsi  che  di
    animale  che  prima era,  si fosse convertito in pianta,  come Dafne e
    tanti altri; e che da questo nascesse che non si moveva e non fiatava:
    e ancora dubito che fra poco non mi gitti le radici per le  spalle,  e
    non vi si abbarbichi.
    Ercole.  Io  piuttosto  credo che dorma,  e che questo sonno sia della
    qualit di quello di Epimenide (3),  che dur un mezzo secolo e pi  o
    come  si  dice di Ermotimo (4),  che l'anima gli usciva dal corpo ogni
    volta che voleva,  e stava fuori molti anni,  andando  a  diporto  per
    diversi  paesi,  e  poi  tornava,  finch  gli amici per finire questa
    canzona,  abbruciarono il corpo;  e  cos  lo  spirito  ritornato  per
    entrare,  trov  che  la  casa  gli  era  disfatta,  e  che  se voleva
    alloggiare al coperto, gliene conveniva pigliare un'altra a pigione, o
    andare all'osteria.  Ma per fare che il mondo non dorma in  eterno,  e
    che qualche amico o benefattore,  pensando che egli sia morto, non gli
    dia fuoco, io voglio che noi proviamo qualche modo di risvegliarlo.
    Atlante. Bene, ma che modo?
    Ercole.  Io gli farei toccare una buona picchiata di questa clava:  ma
    dubito  che  lo  finirei  di schiacciare,  e che io non ne facessi una
    cialda; o che la crosta,  atteso che riesce cos leggero,  non gli sia
    tanto  assottigliata,  che  egli mi scricchioli sotto il colpo come un
    uovo.  E anche non mi assicuro  che  gli  uomini,  che  al  tempo  mio
    combattevano  a  corpo  a  corpo  coi leoni e adesso colle pulci,  non
    tramortiscano dalla percossa tutti in un tratto.  Il meglio sar ch'io
    posi  la  clava  e  tu il pastrano,  e facciamo insieme alla palla con
    questa sferuzza.  Mi dispiace ch'io non ho recato  i  bracciali  o  le
    racchette che adoperiamo Mercurio ed io per giocare in casa di Giove o
    nell'orto: ma le pugna basteranno.
    Atlante.  Appunto;  acciocch  tuo  padre,  veduto  il nostro giuoco e
    venutogli voglia di entrare in terzo,  colla  sua  palla  infocata  ci
    precipiti tutti e due non so dove, come Fetonte nel Po.
    Ercole.  Vero, se io fossi, come era Fetonte, figliuolo di un poeta, e
    non suo figliuolo proprio;  e non fossi anche tale,  che  se  i  poeti
    popolarono  le  citt  col  suono  della  lira,  a me basta l'animo di
    spopolare il cielo e la terra a suono di clava. E la sua palla, con un
    calcio che le tirassi,  io la farei schizzare di qui  fino  all'ultima
    soffitta del cielo empireo.  Ma sta sicuro che quando anche mi venisse
    fantasia di sconficcare cinque o sei stelle per fare alle  castelline,
    o  di  trarre  al  bersaglio  con  una  cometa,  come  con una fromba,
    pigliandola per la coda,  o pure di servirmi proprio del sole per fare
    il giuoco del disco,  mio padre farebbe le viste di non vedere.  Oltre
    che la nostra intenzione con questo giuoco  di far bene al  mondo,  e
    non come quella di Fetonte,  che fu di mostrarsi leggero della persona
    alle Ore,  che gli tennero il montatoio quando sal sul  carro;  e  di
    acquistare opinione di buon cocchiere con Andromeda e Callisto e colle
    altre  belle costellazioni,  alle quali  voce che nel passare venisse
    gittando mazzolini di raggi e pallottoline di luce  confettate;  e  di
    fare  una  bella  mostra  di se tra gli Dei del cielo nel passeggio di
    quel giorno,  che era di festa.  In somma,  della collera di mio padre
    non  te  ne  dare altro pensiero,  che io m'obbligo,  in ogni caso,  a
    rifarti i danni; e senza pi cavati il cappotto e manda la palla.
    Atlante. O per grado o per forza, mi converr fare a tuo modo;  perch
    tu  sei  gagliardo  e coll'arme,  e io disarmato e vecchio.  Ma guarda
    almeno di non lasciarla cadere,  che non  se  le  aggiungessero  altri
    bernoccoli,  o qualche parte se le ammaccasse, o crepasse, come quando
    la Sicilia si schiant dall'Italia e l'Africa dalla Spagna;  o non  ne
    saltasse  via qualche scheggia,  come a dire una provincia o un regno,
    tanto che ne nascesse una guerra.
    Ercole. Per la parte mia non dubitare.
    Atlante.  A te la palla.  Vedi che ella zoppica,  perch l' guasta la
    figura.
    Ercole. Via dlle un po' pi sodo, ch le tue non arrivano.
    Atlante. Qui la botta non vale, perch ci tira garbino al solito, e la
    palla piglia vento, perch' leggera.
    Ercole. Cotesta  sua pecca vecchia, di andare a caccia del vento.
    Atlante.  In  verit  non  saria mal fatto che ne la gonfiassimo,  che
    veggo che ella non balza d'in sul pugno pi che un popone.
    Ercole.  Cotesto  difetto  nuovo,  che  anticamente  ella  balzava  e
    saltava come un capriolo.
    Atlante.  Corri presto in l;  presto ti dico; guarda per Dio, ch'ella
    cade: mal abbia il momento che tu ci sei venuto.
    Ercole.  Cos falsa e terra terra me l'hai rimessa,  che io non poteva
    essere a tempo se m'avessi voluto fiaccare il collo.  Oim,  poverina,
    come stai? ti senti male a nessuna parte?  Non s'ode un fiato e non si
    vede muovere un'anima, e mostra che tutti dormano come prima.
    Atlante.  Lasciamela  per  tutte  le  corna dello Stige,  che io me la
    raccomodi sulle spalle;  e tu ripiglia la clava,  e  torna  subito  in
    cielo  a  scusarmi  con  Giove  di  questo caso,  ch' seguito per tua
    cagione.
    Ercole,  Cos far.  E' molti secoli che sta in casa di mio  padre  un
    certo poeta, di nome Orazio, ammessoci come poeta di corte ad instanza
    di Augusto, che era stato deificato da Giove per considerazioni che si
    dovettero avere alla potenza dei Romani. Questo poeta va canticchiando
    certe  sue  canzonette,  e fra l'altre una dove dice che l'uomo giusto
    non si muove se ben cade il mondo.  Creder che oggi tutti gli  uomini
    sieno giusti, perch il mondo  caduto, e niuno s' mosso.
    Atlante.  Chi dubita della giustizia degli uomini?  Ma tu non istare a
    perder pi tempo, e corri su presto a scolparmi con tuo padre,  ch io
    m'aspetto di momento in momento un fulmine che mi trasformi di Atlante
    in Etna.










    DIALOGO DELLA MODA E DELLA MORTE.

    Moda. Madama Morte, madama Morte.
    Morte. Aspetta che sia l'ora, e verr senza che tu mi chiami.
    Moda. Madama Morte.
    Morte. Vattene col diavolo. Verr quando tu non vorrai.
    Moda. Come se io non fossi immortale.
    Morte. Immortale?

    "Passato  gi pi che 'l millesim'anno"

    che sono finiti i tempi degl'immortali.
    Moda.  Anche  Madama  petrarcheggia  come fosse un lirico italiano del
    cinque o dell'ottocento?
    Morte. Ho care le rime del Petrarca, perch vi trovo il mio Trionfo, e
    perch parlano di  me  quasi  da  per  tutto.  Ma  in  somma  levamiti
    d'attorno.
    Moda.  Via,  per l'amore che tu porti ai sette vizi capitali,  fermati
    tanto o quanto, e guardami.
    Morte. Ti guardo.
    Moda. Non mi conosci?
    Morte.  Dovresti sapere che ho mala  vista,  e  che  non  posso  usare
    occhiali,  perch gl'Inglesi non ne fanno che mi valgano,  e quando ne
    facessero, io non avrei dove me gl'incavalcassi.
    Mod a. Io sono la Moda, tua sorella.
    Morte. Mia sorella?
    Moda. S: non ti ricordi che tutte e due siamo nate dalla Caducit?
    Morte. Che m'ho a ricordare io che sono nemica capitale della memoria.
    Moda.  Ma io me ne ricordo bene;  e so che  l'una  e  l'altra  tiriamo
    parimente  a  disfare  e  a  rimutare  di continuo le cose di quaggi,
    bench tu vadi a questo effetto per una strada e io per un'altra.
    Morte.  In caso che tu non parli col tuo pensiero o con persona che tu
    abbi  dentro  alla  strozza,  alza  pi  la voce e scolpisci meglio le
    parole;  che se mi vai borbottando tra' denti  con  quella  vocina  da
    ragnatelo,  io t'intender domani,  perch l'udito, se non sai, non mi
    serve meglio che la vista.
    Moda. Bench sia contrario alla costumatezza,  e in Francia non si usi
    di  parlare  per  essere uditi,  pure perch siamo sorelle,  e tra noi
    possiamo fare senza troppi rispetti, parler come tu vuoi. Dico che la
    nostra natura e usanza comune  di rinnovare continuamente  il  mondo,
    ma  tu  fino da principio ti gittasti alle persone e al sangue;  io mi
    contento per lo pi delle  barbe,  dei  capelli,  degli  abiti,  delle
    masserizie,  dei  palazzi  e di cose tali.  Ben  vero che io non sono
    per mancata e non manco di fare parecchi  giuochi  da  paragonare  ai
    tuoi,  come  verbigrazia sforacchiare quando orecchi,  quando labbra e
    nasi,  e stracciarli colle bazzecole che io  v'appicco  per  li  fori;
    abbruciacchiare  le  carni  degli uomini con istampe roventi che io fo
    che essi v'improntino per bellezza;  sformare le teste dei bambini con
    fasciature e altri ingegni,  mettendo per costume che tutti gli uomini
    del paese abbiano a portare il capo di una figura,  come ho  fatto  in
    America  e  in  Asia  (5);  storpiare la gente colle calzature snelle;
    chiuderle il fiato e fare che gli occhi le  scoppino  dalla  strettura
    dei  bustini;  e cento altre cose di questo andare.  Anzi generalmente
    parlando,   io  persuado  e  costringo  tutti  gli  uomini  gentili  a
    sopportare ogni giorno mille fatiche e mille disagi, e spesso dolori e
    strazi, e qualcuno a morire gloriosamente, per l'amore che mi portano.
    Io  non  vo'  dire nulla dei mali di capo,  delle infreddature,  delle
    flussioni di ogni sorta, delle febbri quotidiane,  terzane,  quartane,
    che gli uomini si guadagnano per ubbidirmi, consentendo di tremare dal
    freddo  o  affogare  dal  caldo  secondo che io voglio,  difendersi le
    spalle coi panni lani e il petto con quei di tela, e fare di ogni cosa
    a mio modo ancorch sia con loro danno.
    Morte.  In conclusione io ti credo che mi sii sorella e,  se tu  vuoi,
    l'ho  per  pi certo della morte,  senza che tu me ne cavi la fede del
    parrocchiano.  Ma stando cos ferma,  io svengo;  e  per,  se  ti  d
    l'animo  di  corrermi  allato,  fa  di non vi crepare,  perch'io fuggo
    assai,  e  correndo  mi  potrai  dire  il  tuo  bisogno;   se  no,   a
    contemplazione  della  parentela,  ti  prometto,  quando io muoia,  di
    lasciarti tutta la mia roba, e rimanti col buon anno.
    Moda. Se noi avessimo a correre insieme il palio, non so chi delle due
    si vincesse la prova, perch se tu corri, io vo meglio che di galoppo;
    e a stare in un luogo,  se tu ne svieni,  io  me  ne  struggo.  Sicch
    ripigliamo  a correre,  e correndo,  come tu dici,  parleremo dei casi
    nostri.
    Morte.  Sia con buon'ora.  Dunque poich tu sei nata dal corpo di  mia
    madre,  saria conveniente che tu mi giovassi in qualche modo a fare le
    mie faccende.
    Moda.   Io  l'ho  fatto  gi  per  l'addietro  pi  che   non   pensi.
    Primieramente  io  che  annullo  o  stravolgo per lo continuo tutte le
    altre usanze,  non ho mai lasciato smettere in nessun luogo la pratica
    di  morire,  e  per  questo vedi che ella dura universalmente insino a
    oggi dal principio del mondo.
    Morte. Gran miracolo, che tu non abbi fatto quello che non hai potuto!
    Moda. Come non ho potuto?  Tu mostri di non conoscere la potenza della
    moda.
    Morte.  Ben  bene:  di cotesto saremo a tempo a discorrere quando sar
    venuta l'usanza che non si muoia.  Ma in questo mezzo io vorrei che tu
    da  buon sorella,  m'aiutassi a ottenere il contrario pi facilmente e
    pi presto che non ho fatto finora.
    Moda.  Gi ti ho raccontate alcune delle opere mie che ti fanno  molto
    profitto.  Ma  elle  sono baie per comparazione a queste che io ti vo'
    dire.  A poco per volta,  ma il pi in questi  ultimi  tempi,  io  per
    favorirti  ho  mandato  in  disuso  e in dimenticanza le fatiche e gli
    esercizi che giovano al ben essere corporale,  e introdottone o recato
    in  pregio  innumerabili  che  abbattono  il  corpo  in  mille  modi e
    scorciano la vita.  Oltre di questo ho messo nel mondo tali  ordini  e
    tali  costumi,  che  la vita stessa,  cos per rispetto del corpo come
    dell'animo,   pi morta che viva: tanto che questo secolo si pu dire
    con  verit  che  sia  proprio  il  secolo  della morte.  E quando che
    anticamente tu non avevi altri poderi che fosse  e  caverne,  dove  tu
    seminavi  ossami  e  polverumi  al  buio,  che  sono  semenze  che non
    fruttano;  adesso hai terreni al sole;  e genti che si muovono  e  che
    vanno attorno co' loro piedi,  sono roba,  si pu dire, di tua ragione
    libera, ancorch tu non le abbi mietute, anzi subito che elle nascono.
    Di pi,  dove per l'addietro solevi essere odiata e  vituperata,  oggi
    per  opera  mia  le  cose  sono  ridotte  in  termine  che chiunque ha
    intelletto ti pregia e loda, anteponendoti alla vita,  e ti vuol tanto
    bene  che sempre ti chiama e ti volge gli occhi come alla sua maggiore
    speranza.  Finalmente perch'io vedeva che molti si  erano  vantati  di
    volersi fare immortali, cio non morire interi, perch una buona parte
    di se non ti sarebbe capitata sotto le mani, io quantunque sapessi che
    queste  erano  ciance,  e  che  quando costoro o altri vivessero nella
    memoria degli uomini, vivevano,  come dire,  da burla,  e non godevano
    della  loro fama pi che si patissero dell'umidit della sepoltura;  a
    ogni modo intendendo che questo negozio  degl'immortali  ti  scottava,
    perch  parea che ti scemasse l'onore e la riputazione,  ho levata via
    quest'usanza di cercare l'immortalit,  ed anche di concederla in caso
    che  pure  alcuno la meritasse.  Di modo che al presente,  chiunque si
    muoia,  sta sicura che non ne resta un briciolo che non sia  morto,  e
    che  gli  conviene  andare  subito  sotterra  tutto  quanto,  come  un
    pesciolino che sia trangugiato in un boccone con tutta la testa  e  le
    lische.  Queste cose,  che non sono poche n piccole, io mi trovo aver
    fatte finora per amor tuo,  volendo  accrescere  il  tuo  stato  nella
    terra,  com'  seguito.  E  per quest'effetto sono disposta a far ogni
    giorno altrettanto e  pi;  colla  quale  intenzione  ti  sono  andata
    cercando;  e  mi pare a proposito che noi per l'avanti non ci partiamo
    dal fianco  l'una  dell'altra,  perch  stando  sempre  in  compagnia,
    potremo consultare insieme secondo i casi. e prendere migliori partiti
    che altrimenti, come anche mandarli meglio ad esecuzione.
    Morte. Tu dici il vero, e cos voglio che facciamo.


    PROPOSTA DI PREMI FATTA DALL'ACCADEMIA DEI SILLOGRAFI.

    L'Accademia  dei  Sillografi  attendendo  di continuo,  secondo il suo
    principale instituto,  a  procurare  con  ogni  suo  sforzo  l'utilit
    comune,  e  stimando niuna cosa essere pi conforme a questo proposito
    che aiutare e promuovere gli andamenti e le inclinazioni

    Del fortunato secolo in cui siamo,

    come dice un poeta illustre;  ha tolto a considerare diligentemente le
    qualit e l'indole del nostro tempo,  e dopo lungo e maturo esame si 
    risoluta di poterlo chiamare l'et delle macchine, non solo perch gli
    uomini di oggid procedono e vivono forse pi meccanicamente di  tutti
    i  passati,  ma  eziandio  per  rispetto  al  grandissimo numero delle
    macchine inventate di fresco ed accomodate o che si vanno tutto giorno
    trovando ed accomodando a tanti e cos vari esercizi,  che oramai  non
    gli uomini ma le macchine, si pu dire, trattano le cose umane e fanno
    le  opere della vita.  Del che la detta Accademia prende sommo piacere
    non tanto per le comodit manifeste che ne risultano,  quanto per  due
    considerazioni  che  ella  giudica essere importantissime,  quantunque
    comunemente non avvertite.  L'una si   che  ella  confida  dovere  in
    successo  di  tempo  gli  uffici  e  gli  usi  delle macchine venire a
    comprendere oltre le cose materiali,  anche le spirituali;  onde nella
    guisa  che  per virt di esse macchine siamo gi liberi e sicuri dalle
    offese dei fulmini  e  delle  grandini,  e  da  molti  simili  mali  e
    spaventi,  cos  di  mano in mano si abbiano a ritrovare,  per modo di
    esempio (e facciasi grazia alla novit dei nomi), qualche parainvidia,
    qualche paracalunnie o  paraperfidia  o  parafrodi,  qualche  filo  di
    salute  o  altro  ingegno  che ci scampi dall'egoismo,  dal predominio
    della mediocrit, dalla prospera fortuna degl'insensati, de' ribaldi e
    de' vili dall'universale noncuranza e dalla  miseria  de'  saggi,  de'
    costumati e de' magnanimi, e dagli altri s fatti incomodi, i quali da
    parecchi  secoli  in  qua sono meno possibili a distornare che gi non
    furono gli effetti dei fulmini e delle grandini.  L'altra cagione e la
    principale  si    che  disperando  la  miglior  parte dei filosofi di
    potersi mai curare i difetti del genere umano, i quali, come si crede,
    sono assai maggiori e in pi numero che  le  virt;  e  tenendosi  per
    certo  che  sia  piuttosto possibile di rifarlo del tutto in una nuova
    stampa, o di sostituire in suo luogo un altro che di emendarlo; perci
    l'Accademia dei  Sillografi  reputa  essere  espedientissimo  che  gli
    uomini si rimuovano dai negozi della vita il pi che si possa, e che a
    poco a poco dieno luogo,  sottentrando le macchine in loro scambio.  E
    deliberata di concorrere con ogni suo potere al  progresso  di  questo
    nuovo  orine  delle  cose,  propone  per  ora  tre  premi a quelli che
    troveranno le tre macchine infrascritte.
    L'intento della prima sar di fare le parti e la persona di un  amico,
    il  quale  non  biasimi  e non motteggi l'amico assente;  non lasci di
    sostenerlo quando oda riprendere o porre in giuoco;  non anteponga  la
    fama  di  acuto  e di mordace,  e l'ottenere il riso degli uomini,  al
    debito dell'amicizia;  non divulghi,  o per altro effetto o  per  aver
    materia da favellare o da ostentarsi,  il segreto commessogli;  non si
    prevalga  della  familiarit   e   della   confidenza   dell'amico   a
    soppiantarlo  e  soprammontarlo  pi facilmente;  non porti invidia ai
    vantaggi di quello; abbia cura del suo bene e di ovviare o di riparare
    a' suoi danni,  e sia pronto alle  sue  domande  e  a'  suoi  bisogni,
    altrimenti  che  in  parole.  Circa  le altre cose nel comporre questo
    automato si avr l'occhio ai trattati di Cicerone e della Marchesa  di
    Lambert sopra l'amicizia. L'Accademia pensa che l'invenzione di questa
    cos  fatta  macchina  non  debba essere giudicata n impossibile,  n
    anche oltre  modo  difficile,  atteso  che,  lasciando  da  parte  gli
    automati del Regiomontano,  del Vaucanson e di altri,  e quello che in
    Londra disegnava figure e ritratti,  e scriveva quanto gli era dettato
    da chiunque si fosse;  pi d'una macchina si  veduta che giocava agli
    scacchi per se medesima. Ora a giudizio di molti savi, la vita umana 
    un giuoco, ed alcuni affermano che ella  cosa ancora pi lieve, e che
    tra le altre, la forma del giuoco degli scacchi  pi secondo ragione,
    e i casi pi prudentemente ordinati che non sono quelli di essa  vita.
    La  quale oltre a ci,  per detto di Pindaro,  non essendo cosa di pi
    sostanza che un sogno di un'ombra,  ben debbe esserne capace la veglia
    di un automato.  Quanto alla favella, pare che non si possa volgere in
    dubbio che gli uomini abbiano facolt di comunicarla alle macchine che
    essi  formano,   conoscendosi  questa  cosa  da  vari  esempi,   e  in
    particolare  da ci che si legge della statua di Mennone e della testa
    fabbricata da Alberto magno,  la quale era s loquace,  che perci san
    Tommaso di Aquino,  venutagli in odio, la ruppe. E se il pappagallo di
    Nevers (6),  con tutto che fosse una bestiolina,  sapeva rispondere  e
    favellare a proposito, quanto maggiormente  da credere che possa fare
    questi  medesimi effetti una macchina immaginata dalla mente dell'uomo
    e construtta dalle sue mani;  la  quale  gi  non  debbe  essere  cos
    linguacciuta  come  il  pappagallo  di  Nevers  ed altri simili che si
    veggono e odono tutto giorno, n come la testa fatta da Alberto magno,
    non le  convenendo  infastidire  l'amico  e  muoverlo  a  fracassarla.
    L'inventore  di questa macchina riporter in premio una medaglia d'oro
    di quattrocento zecchini di peso,  la quale da una banda rappresenter
    le immagini di Pilade e di Oreste, dall'altra il nome del premiato col
    titolo: PRIMO VERIFICATORE DELLE FAVOLE ANTICHE.
    La  seconda macchina vuol essere un uomo artificiale a vapore,  atto e
    ordinato a fare opere virtuose e magnanime.  L'Accademia reputa che  i
    vapori, poich altro mezzo non pare che vi si trovi, debbano essere di
    profitto a infervorare un semovente e indirizzarlo agli esercizi della
    virt  e  della  gloria.  Quegli  che  intraprender  di  fare  questa
    macchina,  vegga i poemi  e  i  romanzi,  secondo  i  quali  si  dovr
    governare circa le qualit e le operazioni che si richieggono a questo
    automato.  Il premio sar una medaglia d'oro di quattrocento cinquanta
    zecchini di  peso,  stampatavi  in  sul  ritto  qualche  immaginazione
    significativa della et d'oro e in sul rovescio il nome dell'inventore
    della  macchina  con  questo  titolo  ricavato  dalla quarta egloga di
    Virgilio, QUO FERREA PRIMUM DESINET AC TOTO SURGET GENS AUREA MUNDO.
    La terza macchina debbe essere disposta a fare gli uffici di una donna
    conforme a quella immaginata,  parte dal conte Baldassar  Castiglione,
    il quale descrisse il suo concetto nel libro del Cortegiano,  parte da
    altri,  i quali ne ragionarono in vari scritti che si troveranno senza
    fatica,  e si avranno a consultare e seguire, come eziandio quello del
    Conte.   N  anche  l'invenzione  di  questa  macchina  dovr   parere
    impossibile   agli  uomini  dei  nostri  tempi,   quando  pensino  che
    Pigmalione in tempi antichissimi  ed  alieni  dalle  scienze  si  pot
    fabbricare  la sposa colle proprie mani la quale si tiene che fosse la
    miglior donna che sia stata insino al presente.  Assegnasi  all'autore
    di questa macchina una medaglia d'oro in peso di cinquecento zecchini,
    in  sulla  quale  sar  figurata  da  una  faccia  l'araba  fenice del
    Metastasio posata sopra una pianta di specie europea, dall'altra parte
    sar scritto il nome del premiato col titolo:  INVENTORE  DELLE  DONNE
    FEDELI E DELLA FELICITA' CONIUGALE.
    L'Accademia  ha  decretato  che alle spese che occorreranno per questi
    premi, suppliscasi con quanto fu ritrovato nella sacchetta di Diogene,
    stato segretario di essa Accademia,  o con uno dei tre asini d'oro che
    furono  di  tre  Accademici  sillografi,  cio a dire di Apuleio,  del
    Firenzuola e del Macchiavelli;  tutte  le  quali  robe  pervennero  ai
    Sillografi  per  testamento  dei suddetti,  come si legge nella storia
    dell'Accademia.












    DIALOGO DI UN FOLLETTO E DI UNO GNOMO.

    Folletto. Oh sei tu qua, figliuolo di Sabazio? Dove si va?
    Gnomo.  Mio padre m'ha spedito a raccapezzare che  diamine  si  vadano
    macchinando  questi  furfanti  degli  uomini;  perch  ne sta con gran
    sospetto,  a causa che da un pezzo in qua non ci  danno  briga,  e  in
    tutto il suo regno non se ne vede uno. Dubita che non gli apparecchino
    qualche gran cosa contro,  se per non fosse tornato in uso il vendere
    e comperare a pecore, non a oro e argento; o se i popoli civili non si
    contentassero di polizzine per moneta,  come hanno fatto pi volte,  o
    di paternostri di vetro,  come fanno i barbari;  o se pure non fossero
    state ravvalorate le leggi di Licurgo, che gli pare il meno credibile.
    Folletto. Voi gli aspettate invan: son tutti morti,

    diceva la chiusa di una tragedia dove morivano tutti i personaggi.
    Gnomo. Che vuoi tu inferire?
    Folletto. Voglio inferire che gli uomini sono tutti morti,  e la razza
     perduta.
    Gnomo.  Oh cotesto  caso da gazzette.  Ma pure fin qui non s' veduto
    che ne ragionino.
    Folletto. Sciocco,  non pensi che,  morti gli uomini,  non si stampano
    pi gazzette?
    Gnomo. Tu dici il vero. Or come faremo a sapere le nuove del mondo?
    Folletto.  Che nuove? che il sole si  levato o coricato, che fa caldo
    o freddo, che qua o l  piovuto o nevicato o ha tirato vento? Perch,
    mancati gli uomini,  la fortuna si ha cavato via la benda,  e  messosi
    gli occhiali e appiccato la ruota a un arpione se ne sta colle braccia
    in  croce a sedere,  guardando le cose del mondo senza pi mettervi le
    mani;  non si trova  pi  regni  n  imperi  che  vadano  gonfiando  e
    scoppiando  come  le  bolle,  perch sono tutti sfumati;  non si fanno
    guerre,  e tutti gli anni si assomigliano l'uno all'altro come uovo  a
    uovo.
    Gnomo. N anche si potr sapere a quanti siamo del mese, perch non si
    stamperanno pi lunari.
    Folletto.  Non  sar gran male,  che la luna per questo non fallir la
    strada.
    Gnomo. E i giorni della settimana non avranno pi nome.
    Folletto.  Che,  hai paura che se tu non li chiami per nome,  che  non
    vengano?  o  forse  ti  pensi,  poich sono passati,  di farli tornare
    indietro se tu li chiami?
    Gnomo. E non si potr tenere il conto degli anni.
    Folletto.  Cos ci spacceremo per giovani anche dopo il tempo;  e  non
    misurando  l'et passata,  ce ne daremo meno affanno,  e quando saremo
    vecchissimi non istaremo aspettando la morte di giorno in giorno.
    Gnomo. Ma come sono andati a mancare quei monelli?
    Folletto.  Parte  guerreggiando  tra  loro,  parte  navigando,   parte
    mangiandosi  l'un  l'altro,  parte  ammazzandosi  non pochi di propria
    mano, parte infracidando nell'ozio,  parte stillandosi il cervello sui
    libri,  parte  gozzovigliando,  e disordinando in mille cose;  in fine
    studiando tutte le vie di far contro la propria natura  e  di  capitar
    male.
    Gnomo.  A  ogni  modo,  io  non  mi so dare ad intendere che tutta una
    specie di animali si possa perdere di pianta, come tu dici.
    Folletto. Tu che sei maestro in geologia,  dovresti sapere che il caso
    non    nuovo,  e che varie qualit di bestie si trovarono anticamente
    che oggi non si trovano,  salvo pochi ossami impietriti.  E certo  che
    quelle  povere  creature  non adoperarono niuno di tanti artifizi che,
    come io ti diceva, hanno usato gli uomini per andare in perdizione.
    Gnomo.  Sia come tu dici.  Ben avrei caro che  uno  o  due  di  quella
    ciurmaglia  risuscitassero,  e  sapere quello che penserebbero vedendo
    che le altre cose, bench sia dileguato il genere umano, ancora durano
    e procedono come prima,  dove essi credevano che tutto il mondo  fosse
    fatto e mantenuto per loro soli.
    Folletto. E non volevano intendere che egli  fatto e mantenuto per li
    folletti.
    Gnomo. Tu folleggi veramente, se parli sul sodo.
    Folletto. Perch? io parlo bene sul sodo.
    Gnomo.  Eh,  buffoncello,  va via. Chi non sa che il mondo  fatto per
    gli gnomi?
    Folletto.  Per gli gnomi,  che stanno sempre sotterra?  Oh questa  la
    pi bella che si possa udire.  Che fanno agli gnomi il sole,  la luna,
    l'aria, il mare, le campagne?
    Gnomo.  Che fanno ai folletti le cave d'oro e d'argento,  e  tutto  il
    corpo della terra fuor che la prima pelle?
    Folletto.  Ben bene, o che facciano o che non facciano, lasciamo stare
    questa contesa,  che io tengo per fermo che anche  le  lucertole  e  i
    moscherini  si  credano  che  tutto il mondo sia fatto a posta per uso
    della loro specie.  E per ciascuno si rimanga  col  suo  parere,  che
    niuno  glielo  caverebbe  di  capo:  e per parte mia ti dico solamente
    questo, che se non fossi nato folletto, io mi dispererei.
    Gnomo.  Lo stesso accadrebbe a me se non  fossi  nato  gnomo.  Ora  io
    saprei   volentieri   quel   che   direbbero  gli  uomini  della  loro
    presunzione, per la quale,  tra l'altre cose che facevano a questo e a
    quello,  s'inabissavano  le  mille  braccia sotterra e ci rapivano per
    forza la roba nostra, dicendo che ella si apparteneva al genere umano,
    e che la natura gliel'aveva nascosta e  sepolta  laggi  per  modo  di
    burla, volendo provare se la troverebbero e la potrebbero cavar fuori.
    Folletto.  Che maraviglia? quando non solamente si persuadevano che le
    cose del mondo non avessero altro uffizio che  di  stare  al  servigio
    loro,  ma  facevano  conto che tutte insieme,  allato al genere umano,
    fossero una bagattella.  E per le loro proprie vicende le  chiamavano
    rivoluzioni del mondo, e le storie delle loro genti, storie del mondo:
    bench  si  potevano  numerare,  anche  dentro ai termini della terra,
    forse tante altre specie,  non  dico  di  creature,  ma  solamente  di
    animali,  quanti capi d'uomini vivi: i quali animali,  che erano fatti
    espressamente per coloro uso, non si accorgevano per mai che il mondo
    si rivoltasse.
    Gnomo.  Anche le zanzare e le pulci erano fatte  per  benefizio  degli
    uomini?
    Folletto.  S  erano;  cio per esercitarli nella pazienza,  come essi
    dicevano.
    Gnomo.  In verit che mancava loro occasione di esercitar la pazienza,
    se non erano le pulci.
    Folletto.  Ma  i  porci,  secondo  Crisippo (7),  erano pezzi di carne
    apparecchiati dalla natura a posta per le cucine e le  dispense  degli
    uomini,  e,  acciocch non imputridissero, conditi colle anime in vece
    di sale.
    Gnomo. Io credo in contrario che se Crisippo avesse avuto nel cervello
    un poco di  sale  in  vece  dell'anima,  non  avrebbe  immaginato  uno
    sproposito simile.
    Folletto.  E  anche  quest'altra   piacevole;  che infinite specie di
    animali non sono state mai  viste  n  conosciute  dagli  uomini  loro
    padroni;  o  perch  elle  vivono in luoghi dove coloro non misero mai
    piede,  o per essere tanto minute che essi in qualsivoglia modo non le
    arrivavano  a  scoprire.  E  di  moltissime  altre  specie  non  se ne
    accorsero prima degli ultimi tempi.  Il simile si pu  dire  circa  al
    genere delle piante,  e a mille altri.  Parimente di tratto in tratto,
    per via de' loro cannocchiali,  si  avvedevano  di  qualche  stella  o
    pianeta,  che  insino  allora,  per  migliaia  e migliaia d'anni,  non
    avevano mai saputo che fosse al mondo;  e subito lo scrivevano tra  le
    loro  masserizie:  perch  s'immaginavano  che  le  stelle e i pianeti
    fossero, come dire, moccoli da lanterna piantati lass nell'alto a uso
    di far lume alle signorie loro, che la notte avevano gran faccende.
    Gnomo.  Sicch,  in tempo di state,  quando vedevano cadere di  quelle
    fiammoline  che certe notti vengono gi per l'aria,  avranno detto che
    qualche spirito  andava  smoccolando  le  stelle  per  servizio  degli
    uomini.
    Folletto.  Ma ora che ei sono tutti spariti, la terra non sente che le
    manchi nulla,  e i fiumi non sono  stanchi  di  correre,  e  il  mare,
    ancorch non abbia pi da servire alla navigazione e al traffico,  non
    si vede che si rasciughi.
    Gnomo. E le stelle e i pianeti non mancano di nascere e di tramontare,
    e non hanno preso le gramaglie.
    Folletto. E il sole non s'ha intonacato il viso di ruggine; come fece,
    secondo Virgilio,  per la morte di Cesare: della quale io credo  ch'ei
    si pigliasse tanto affanno quanto ne pigli la statua di Pompeo.


















    DIALOGO DI MALAMBRUNO E DI FARFARELLO.

    Malambruno.   Spiriti  d'abisso,   Farfarello,   Ciriatto,   Baconero,
    Astarotte,  Alichino,  e comunque siete chiamati;  io vi scongiuro nel
    nome  di  Belzeb,  e  vi comando per la virt dell'arte mia,  che pu
    sgangherare la luna,  e inchiodare il sole a mezzo il cielo: venga uno
    di voi con libero comando del vostro principe e piena potest di usare
    tutte le forze dell'inferno in mio servigio.
    Farfarello. Eccomi.
    Malambruno. Chi sei?
    Farfarello. Farfarello, a' tuoi comandi.
    Malambruno. Rechi il mandato di Belzeb?
    Farfarello.  S recolo;  e posso fare in tuo servigio tutto quello che
    potrebbe il Re  proprio,  e  pi  che  non  potrebbero  tutte  l'altre
    creature insieme.
    Malambruno. Sta bene. Tu m'hai da contentare d'un desiderio.
    Farfarello.  Sarai servito. Che vuoi? nobilt maggiore di quella degli
    Atridi?
    Malambruno. No.
    Farfarello.  Pi ricchezze di quelle che si troveranno nella citt  di
    Manoa (8) quando sar scoperta?
    Malambruno. No.
    Farfarello.  Un impero grande come quello che di cono che Carlo quinto
    si sognasse una notte?
    Malambruno. No.
    Farfarello.  Recare  alle  tue  voglie  una  donna  pi  salvatica  di
    Penelope?
    Malambruno. No. Ti par egli che a cotesto ci bisognasse il diavolo?
    Farfarello. Onori e buona fortuna cos ribaldo come sei?
    Malambruno.  Piuttosto  mi  bisognerebbe  il  diavolo  se  volessi  il
    contrario.
    Farfarello. In fine, che mi comandi?
    Malambruno. Fammi felice per un momento di tempo.
    Farfarello. Non posso.
    Malambruno. Come non puoi?
    Farfarello. Ti giuro in coscienza che non posso.
    Malambruno. In coscienza di demonio da bene.
    Farfarello. S certo. Fa conto che vi sia de' diavoli da bene come v'
    degli uomini.
    Malambruno.  Ma tu fa conto che io t'appicco qui per la coda a una  di
    queste travi, se tu non mi ubbidisci subito senza pi parole.
    Farfarello.  Tu  mi  puoi meglio ammazzare,  che non io contentarti di
    quello che tu domandi.
    Malambruno.  Dunque ritorna tu  col  mal  anno,  e  venga  Belzeb  in
    persona.
    Farfarello.  Se  anco  viene  Belzeb con tutta la Giudecca e tutte le
    Bolge, non potr farti felice n te n altri della tua specie, pi che
    abbia potuto io.
    Malambruno. N anche per un momento solo?
    Farfarello.  Tanto  possibile per un momento,  anzi per la met di un
    momento, e per la millesima parte; quanto per tutta la vita.
    Malambruno.  Ma non potendo farmi felice in nessuna maniera,  ti basta
    l'animo almeno di liberarmi dall'infelicit?
    Farfarello. Se tu puoi fare di non amarti supremamente.
    Malambruno. Cotesto lo potr dopo morto.
    Farfarello.  Ma in vita non lo pu nessun animale:  perch  la  vostra
    natura vi comporterebbe prima qualunque altra cosa, che questa.
    Malambruno. Cos .
    Farfarello. Dunque, amandoti necessariamente del maggiore amore che tu
    sei  capace,  necessariamente  desideri  il  pi  che puoi la felicit
    propria;  e non potendo mai di gran lunga essere soddisfatto di questo
    tuo desiderio,  che  sommo, resta che tu non possi fuggire per nessun
    verso di non essere infelice.
    Malambruno.  N anco nei tempi che io prover qualche diletto;  perch
    nessun diletto mi far n felice n pago.
    Farfarello. Nessuno veramente.
    Malambruno.  E  per,  non  uguagliando  il  desiderio  naturale della
    felicit che mi sta fisso nell'animo, non sar vero diletto; e in quel
    tempo medesimo che esso    per  durare,  io  non  lascer  di  essere
    infelice.
    Farfarello. Non lascerai: perch negli uomini e negli altri viventi la
    privazione  della  felicit,  quantunque senza dolore e senza sciagura
    alcuna, e anche nel tempo di quelli che voi chiamate piaceri,  importa
    infelicit espressa.
    Malambruno.  Tanto  che dalla nascita insino alla morte,  l'infelicit
    nostra non pu cessare per ispazio, non che altro, di un solo istante.
    Farfarello.  S: cessa,  sempre che dormite senza sognare,  o  che  vi
    coglie uno sfinimento o altro che v'interrompa l'uso dei sensi.
    Malambruno. Ma non mai per mentre sentiamo la nostra propria vita.
    Farfarello. Non mai.
    Malambruno. Di modo che, assolutamente parlando il non vivere  sempre
    meglio del vivere.
    Farfarello.  Se  la  privazione dell'infelicit  semplicemente meglio
    dell'infelicit.
    Malambruno. Dunque?
    Farfarello.  Dunque se ti pare di darmi l'anima prima  del  tempo,  io
    sono qui pronto per portarmela.

    DIALOGO DELLA NATURA E DI UN'ANIMA.

    Natura. Va, figliuola mia prediletta, che tale sarai tenuta e chiamata
    per lungo ordine di secoli. Vivi, e sii grande e infelice.
    Anima.  Che male ho io commesso prima di vivere,  che tu mi condanni a
    cotesta pena?
    Natura. Che pena, figliuola mia?
    Anima. Non mi prescrivi tu di essere infelice?
    Natura.  Ma in quanto che io voglio che tu sii grande,  e non  si  pu
    questo senza quello.  Oltre che tu sei destinata a vivificare un corpo
    umano; e tutti gli uomini per necessit nascono e vivono infelici.
    Anima.  Ma in contrario saria di ragione che tu provvedessi  in  modo,
    che eglino fossero felici per necessit;  o non potendo far questo, ti
    si converrebbe astenere da porli al mondo.
    Natura. N l'una n l'altra cosa  in potest mia, che sono sottoposta
    al fato;  il quale ordina altrimenti,  qualunque se ne sia la cagione;
    che  n  tu  n io non la possiamo intendere.  Ora,  come tu sei stata
    creata e disposta a informare  una  persona  umana,  gi  qualsivoglia
    forza,  n  mia n d'altri,  non  potente a scamparti dall'infelicit
    comune degli uomini. Ma oltre di questa, te ne bisogner sostenere una
    propria,  e maggiore assai,  per  l'eccellenza  della  quale  io  t'ho
    fornita.
    Anima.  Io non ho ancora appreso nulla; cominciando a vivere in questo
    punto:  e  da  ci  dee  provenire  ch'io  non  t'intendo.  Ma  dimmi,
    eccellenza  e  infelicit  straordinaria sono sostanzialmente una cosa
    stessa? o quando sieno due cose,  non le potresti tu scompagnare l'una
    dall'altra?
    Natura.  Nelle  anime degli uomini,  e proporzionatamente in quelle di
    tutti i generi di animali,  si pu dire che l'una e l'altra cosa sieno
    quasi  il  medesimo:  perch l'eccellenza delle anime importa maggiore
    intensione della loro vita;  la qual cosa importa  maggior  sentimento
    dell'infelicit propria; che  come se io dicessi maggiore infelicit.
    Similmente  la maggior vita degli animi inchiude maggiore efficacia di
    amor proprio,  dovunque esso s'inclini,  e sotto  qualunque  volto  si
    manifesti:  la  qual  maggioranza  di  amor  proprio  importa  maggior
    desiderio di beatitudine,  e per  maggiore  scontento  e  affanno  di
    esserne  privi,  e  maggior  dolore delle avversit che sopravvengono.
    Tutto questo  contenuto nell'ordine primigenio e perpetuo delle  cose
    create,  il  quale io non posso alterare.  Oltre di ci la finezza del
    tuo  proprio  intelletto,   e  la  vivacit   dell'immaginazione,   ti
    escluderanno da una grandissima parte della signoria di te stessa. Gli
    animali bruti usano agevolmente ai fini che eglino si propongono, ogni
    loro  facolt  e forza.  Ma gli nomini rarissime volte fanno ogni loro
    potere;  impediti ordinariamente dalla ragione e dall'immaginativa: le
    quali   creano   mille  dubbiet  nel  deliberare,   e  mille  ritegni
    nell'eseguire. I meno atti o meno usati a ponderare e considerare seco
    medesimi,  sono i pi pronti  al  risolversi,  e  nell'operare  i  pi
    efficaci.  Ma le tue pari,  implicate continuamente in loro stesse,  e
    come soverchiate dalla  grandezza  delle  proprie  facolt,  e  quindi
    impotenti   di   se   medesime,   soggiacciono   il   pi   del  tempo
    all'irresoluzione,  cos deliberando come operando: la quale    l'uno
    dei  maggiori  travagli  che  affliggano  la vita umana.  Aggiungi che
    mentre per l'eccellenza delle tue disposizioni trapasserai  facilmente
    e  in  poco  tempo,  quasi  tutte  le  altre  della  tua  specie nelle
    conoscenze  pi  gravi,   e  nelle  discipline  anco   difficilissime,
    nondimeno  ti riuscir sempre o impossibile o sommamente malagevole di
    apprendere o di porre in pratica moltissime  cose  menome  in  se,  ma
    necessarissime al conversare cogli altri uomini; le quali vedrai nello
    stesso  tempo  esercitare  perfettamente ed apprendere senza fatica da
    mille ingegni,  non solo inferiori a te,  ma spregevoli in ogni  modo.
    Queste  ed  altre  infinite difficolt e miserie occupano e circondano
    gli animi grandi.  Ma elle  sono  ricompensate  abbondantemente  dalla
    fama,  dalle  lodi e dagli onori che frutta a questi egregi spiriti la
    loro grandezza,  e dalla durabilit della ricordanza che essi lasciano
    di se ai loro posteri.
    Anima.  Ma  coteste lodi e cotesti onori che tu dici,  gli avr io dal
    cielo, o da te, o da chi altro?
    Natura. Dagli uomini: perch altri che essi non li pu dare.
    Anima.  Ora vedi,  io mi pensava che non sapendo  fare  quello  che  
    necessarissimo,  come tu dici,  al commercio cogli altri uomini, e che
    riesce anche facile insino ai pi poveri ingegni;  io fossi per essere
    vilipesa e fuggita, non che lodata, dai medesimi uomini; o certo fossi
    per  vivere  sconosciuta a quasi tutti loro.  come inetta al consorzio
    umano.
    Natura.  A me  non    dato  prevedere  il  futuro,  n  quindi  anche
    prenunziarti  infallibilmente  quello  che gli uomini sieno per fare e
    pensare verso  di  te  mentre  sarai  sulla  terra.  Ben    vero  che
    dall'esperienza  del  passato  io ritraggo per lo pi verisimile,  che
    essi  ti  debbano  perseguitare  coll'invidia;  la  quale    un'altra
    calamit solita di farsi incontro alle anime eccelse;  ovvero ti sieno
    per opprimere col dispregio e  la  noncuranza.  Oltre  che  la  stessa
    fortuna, e il caso medesimo, sogliono essere inimici delle tue simili.
    Ma  subito dopo la morte,  come avvenne ad uno chiamato Camoens,  o al
    pi di quivi ad alcuni anni,  come accadde a un altro chiamato Milton,
    tu sarai celebrata e levata al cielo,  non dir da tutti,  ma,  se non
    altro,  dal piccolo numero degli uomini di buon giudizio.  E forse  le
    ceneri  della  persona  nella quale tu sarai dimorata,  riposeranno in
    sepoltura magnifica;  e le sue fattezze,  imitate  in  diverse  guise,
    andranno per le mani degli uomini;  e saranno descritti da molti, e da
    altri mandati a memoria con grande studio,  gli  accidenti  della  sua
    vita;  e  in  ultimo,  tutto  il mondo civile sar pieno del nome suo.
    Eccetto se dalla  malignit  della  fortuna,  o  dalla  soprabbondanza
    medesima delle tue facolt,  non sarai stata perpetuamente impedita di
    mostrare agli uomini alcun proporzionato segno del tuo valore: di  che
    non sono mancati per verit molti esempi, noti a me sola ed al fato.
    Anima.  Madre  mia,  non  ostante  l'essere  ancora  priva delle altre
    cognizioni, io sento tuttavia che il maggiore,  anzi il solo desiderio
    che tu mi hai dato,  quello della felicit. E posto che io sia capace
    di  quel della gloria,  certo non altrimenti posso appetire questo non
    so se io mi dica bene o male,  se non solamente come felicit,  o come
    utile ad acquistarla.  Ora,  secondo le tue parole, l'eccellenza della
    quale tu m'hai dotata,  ben potr essere o di bisogno o di profitto al
    conseguimento  della gloria;  ma non per mena alla beatitudine,  anzi
    tira violentemente  all'infelicit.  N  pure  alla  stessa  gloria  
    credibile  che  mi  conduca innanzi alla morte: sopraggiunta la quale,
    che utile o che diletto mi  potr  pervenire  dai  maggiori  beni  del
    mondo? E per ultimo, pu facilmente accadere, come tu dici, che questa
    s ritrosa gloria,  prezzo di tanta infelicit,  non mi venga ottenuta
    in maniera alcuna,  eziandio dopo la morte.  Di  modo  che  dalle  tue
    stesse  parole io conchiudo che tu,  in luogo di amarmi singolarmente,
    come affermavi a principio,  mi abbi piuttosto in  ira  e  malevolenza
    maggiore  che  non  mi avranno gli uomini e la fortuna mentre sar nel
    mondo;  poich non hai dubitato di farmi cos calamitoso dono  come  
    cotesta eccellenza che tu mi vanti. La quale sar l'uno dei principali
    ostacoli che mi vieteranno di giungere al mio solo intento,  cio alla
    beatitudine.
    Natura. Figliuola mia; tutte le anime degli uomini, come io ti diceva,
    sono  assegnate  in  preda  all'infelicit,   senza  mia   colpa.   Ma
    nell'universale miseria della condizione umana, e nell'infinita vanit
    di  ogni suo diletto e vantaggio,  la gloria  giudicata dalla miglior
    parte degli uomini il maggior bene che sia concesso ai mortali,  e  il
    pi  degno oggetto che questi possano proporre alle cure e alle azioni
    loro.  Onde,  non per odio,  ma per vera e speciale benevolenza che ti
    avea posta,  io deliberai di prestarti al conseguimento di questo fine
    tutti i sussidi che erano in mio potere.
    Anima. Dimmi: degli animali bruti, che tu menzionavi,   per avventura
    alcuno fornito di minore vitalit e sentimento che gli uomini?
    Natura.  Cominciando da quelli che tengono della pianta, tutti sono in
    cotesto, gli uni pi, gli altri meno, inferiori all'uomo;  il quale ha
    maggior copia di vita,  e maggior sentimento,  che niun altro animale,
    per essere di tutti i viventi il pi perfetto.
    Anima. Dunque alluogami, se tu m'ami,  nel pi imperfetto: o se questo
    non  puoi,  spogliata  delle  funeste  doti  che mi nobilitano,  fammi
    conforme al pi stupido e insensato spirito umano che tu producessi in
    alcun tempo.
    Natura.  Di cotesta ultima cosa io ti posso  compiacere;  e  sono  per
    farlo;  poich  tu  rifiuti  l'immortalit,  verso la quale io t'aveva
    indirizzata.
    Anima.  E in cambio dell'immortalit,  pregoti di accelerarmi la morte
    il pi che si possa.
    Natura. Di cotesto conferir col destino.













    DIALOGO DELLA TERRA E DELLA LUNA.

    Terra.  Cara Luna,  io so che tu puoi parlare e rispondere; per essere
    una persona;  secondo che ho inteso molte volte da' poeti: oltre che i
    nostri fanciulli dicono che tu veramente hai bocca, naso e occhi, come
    ognuno  di  loro;  e  che  lo veggono essi cogli occhi propri;  che in
    quell'et ragionevolmente debbono essere acutissimi. Quanto a me,  non
    dubito che tu non sappi che io sono n pi n meno una persona;  tanto
    che,  quando era pi giovane,  feci molti  figliuoli:  sicch  non  ti
    maraviglierai di sentirmi parlare.  Dunque,  Luna mia bella, con tutto
    che io ti sono stata vicina per tanti secoli,  che non mi  ricordo  il
    numero,  io  non  ti  ho  fatto  mai  parola insino adesso,  perch le
    faccende mi hanno tenuta occupata in modo,  che non mi avanzava  tempo
    da chiacchierare.  Ma oggi che i miei negozi sono ridotti a poca cosa,
    anzi posso dire che vanno co' loro piedi;  io non so che  mi  fare,  e
    scoppio di noia: per fo conto,  in avvenire,  di favellarti spesso, e
    darmi molto pensiero dei fatti tuoi; quando non abbia a essere con tua
    molestia.
    Luna. Non dubitare di cotesto.  Cos la fortuna mi salvi da ogni altro
    incomodo,  come  io sono sicura che tu non me ne darai.  Se ti pare di
    favellarmi,  favellami  a  tuo  piacere,   che  quantunque  amica  del
    silenzio,  come  credo  che  tu sappi,  io t'ascolter e ti risponder
    volentieri, per farti servigio.
    Terra.  Senti tu questo suono piacevolissimo che fanno i corpi celesti
    coi loro moti?
    Luna. A dirti il vero, io non sento nulla.
    Terra. N pur io sento nulla, fuorch lo strepito del vento che va da'
    miei  poli all'equatore,  e dall'equatore ai poli,  e non mostra saper
    niente di musica. Ma Pitagora dice che le sfere celesti fanno un certo
    suono cos dolce ch' una maraviglia;  e che anche tu vi  hai  la  tua
    parte,  e sei l'ottava corda di questa lira universale: ma che io sono
    assordata dal suono stesso, e per non l'odo.
    Luna. Anch'io senza fallo sono assordata; e, come ho detto, non l'odo:
    e non so di essere una corda.
    Terra.  Dunque mutiamo proposito.  Dimmi: sei tu  popolata  veramente,
    come  affermano  e giurano mille filosofi antichi e moderni,  da Orfeo
    sino al De la Lande?  Ma io per quanto mi sforzi di  allungare  queste
    mie corna,  che gli uomini chiamano monti e picchi;  colla punta delle
    quali ti vengo mirando, a uso di lumacone; non arrivo a scoprire in te
    nessun abitante: se bene odo che un cotal Davide Fabricio,  che vedeva
    meglio  di  Linceo,  ne  scoperse  una volta certi,  che spandevano un
    bucato al sole.
    Luna.  Delle tue corna io non so che  dire.  Fatto  sta  che  io  sono
    abitata.
    Terra. Di che colore sono cotesti uomini?
    Luna. Che uomini?
    Terra. Quelli che tu contieni. Non dici tu d'essere abitata?
    Luna. S: e per questo?
    Terra. E per questo non saranno gi tutte bestie gli abitatori tuoi.
    Luna.  N  bestie  n  uomini;  che io non so che razze di creature si
    sieno n gli uni n l'altre.  E gi di parecchie cose che  tu  mi  sei
    venuta accennando, in proposito, a quel che io stimo, degli uomini, io
    non ho compreso un'acca.
    Terra. Ma che sorte di popoli sono coteste?
    Luna.  Moltissime  e  diversissime,  che  tu non conosci,  come io non
    conosco le tue.
    Terra. Cotesto mi riesce strano in modo,  che se io non l'udissi da te
    medesima,  io non lo crederei per nessuna cosa del mondo. Fosti tu mai
    conquistata da niuno de' tuoi?
    Luna. No, che io sappia. E come? e perch?
    Terra. Per ambizione, per cupidigia dell'altrui, colle arti politiche,
    colle armi.
    Luna. Io non so che voglia dire armi,  ambizione,  arti politiche,  in
    somma niente di quel che tu dici.
    Terra.  Ma certo,  se tu non conosci le armi,  conosci pure la guerra:
    perch, poco dianzi, un fisico di quaggi, con certi cannocchiali, che
    sono instrumenti fatti per vedere molto lontano, ha scoperto cost una
    bella fortezza,  co' suoi bastioni diritti;  che  segno  che  le  tue
    genti usano, se non altro, gli assedi e le battaglie murali.
    Luna.  Perdona, monna Terra, se io ti rispondo un poco pi liberamente
    che forse non converrebbe a una tua suddita o fantesca,  come io sono.
    Ma  in  vero che tu mi riesci peggio che vanerella a pensare che tutte
    le cose di qualunque parte del mondo sieno conformi alle tue;  come se
    la   natura   non  avesse  avuto  altra  intenzione  che  di  copiarti
    puntualmente da per tutto.  Io dico di essere abitata,  e tu da questo
    conchiudi che gli abitatori miei debbono essere uomini. Ti avverto che
    non  sono;  e tu consentendo che sieno altre creature,  non dubiti che
    non abbiano le stesse qualit e gli stessi casi de' tuoi popoli;  e mi
    alleghi   i  cannocchiali  di  non  so  che  fisico.   Ma  se  cotesti
    cannocchiali non veggono meglio in altre cose,  io creder che abbiano
    la buona vista de' tuoi fanciulli,  che scuoprono in me gli occhi,  la
    bocca, il naso, che io non so dove me gli abbia.
    Terra.  Dunque non sar n anche vero che le tue province sono fornite
    di strade larghe e nette; e che tu sei coltivata: cose che dalla parte
    della Germania, pigliando un cannocchiale, si veggono chiaramente (9).
    Luna.  Se io sono coltivata,  io non me ne accorgo, e le mie strade io
    non le veggo.
    Terra.  Cara Luna,  tu hai a sapere che io sono di grossa pasta  e  di
    cervello  tondo;  e  non    maraviglia  che  gli  uomini  m'ingannino
    facilmente.  Ma io ti  so  dire  che  se  i  tuoi  non  si  curano  di
    conquistarti,  tu  non  fosti  per  sempre  senza pericolo: perch in
    diversi tempi,  molte  persone  di  quaggi  si  posero  in  animo  di
    conquistarti esse; e a quest'effetto fecero molte preparazioni. Se non
    che,  salite in luoghi altissimi, e levandosi sulle punte de' piedi, e
    stendendo le braccia, non ti poterono arrivare.  Oltre a questo gi da
    non pochi anni, io veggo spiare minutamente ogni tuo sito, ricavare le
    carte de' tuoi paesi,  misurare le altezze di cotesti monti, de' quali
    sappiamo anche i nomi.  Queste cose,  per la buona  volont  ch'io  ti
    porto,  mi    paruto bene di avvisartele,  acci che tu non manchi di
    provvederti per ogni caso. Ora,  venendo ad altro,  come sei molestata
    da'  cani che ti abbaiano contro?  Che pensi di quelli che ti mostrano
    altrui nel pozzo?  Sei tu femmina o maschio?  perch anticamente ne fu
    varia  opinione  (10).  E'  vero  o no che gli Arcadi vennero al mondo
    prima di te (11)?  che le tue donne,  o altrimenti  che  io  le  debba
    chiamare, sono ovipare; e che uno delle loro uova cadde quaggi non so
    quando (12)?  che tu sei traforata a guisa dei paternostri, come crede
    un fisico moderno (13)? che sei fatta,  come affermano alcuni Inglesi,
    di cacio fresco (14)?  che Maometto un giorno,  o una notte che fosse,
    ti spart per mezzo,  come un cocomero;  e che un buon tocco  del  tuo
    corpo gli sdrucciol dentro alla manica?  Come stai volentieri in cima
    dei minareti. Che ti pare della festa del bairam?
    Luna.  Va pure avanti;  che mentre seguiti cos,  non  ho  cagione  di
    risponderti,  e  di  mancare  al  silenzio  mio  solito.  Se  hai caro
    d'intrattenerti in ciance,  e non trovi altre materie che  queste;  in
    cambio di voltarti a me,  che non ti posso intendere,  sar meglio che
    ti facci  fabbricare  dagli  uomini  un  altro  pianeta  da  girartisi
    intorno,  che  sia  composto  e  abitato alla tua maniera.  Tu non sai
    parlare altro che d'uomini e di cani e di cose simili,  delle quali ho
    tanta notizia, quanta di quel sole grande grande, intorno al quale odo
    che giri il nostro sole.
    Terra. Veramente, pi che io propongo, nel favellarti, di astenermi da
    toccare le cose proprie, meno mi vien fatto. Ma da ora innanzi ci avr
    pi cura. Dimmi: sei tu che ti pigli spasso a tirarmi l'acqua del mare
    in alto, e poi lasciarla cadere?
    Luna.  Pu essere. Ma posto che io ti faccia cotesto o qualunque altro
    effetto, io non mi avveggo di fartelo: come tu similmente,  per quello
    che io penso, non ti accorgi di molti effetti che fai qui; che debbono
    essere  tanto maggiori de' miei,  quanto tu mi vinci di grandezza e di
    forza.
    Terra.  Di cotesti effetti veramente io non so altro  se  non  che  di
    tanto  in  tanto  io levo a te la luce del sole,  e a me la tua;  come
    ancora, che io ti fo gran lume nelle tue notti,  che in parte lo veggo
    alcune  volte  (15).  Ma  io  mi  dimenticava una cosa che importa pi
    d'ogni altra.  Io vorrei  sapere  se  veramente,  secondo  che  scrive
    l'Ariosto,  tutto quello che ciascun uomo va perdendo;  come a dire la
    giovent,  la bellezza,  la sanit,  le fatiche e spese che si mettono
    nei  buoni  studi  per essere onorati dagli altri,  nell'indirizzare i
    fanciulli ai buoni costumi,  nel fare  o  promuovere  le  instituzioni
    utili;  tutto  sale e si raguna cost: di modo che vi si trovano tutte
    le cose umane; fuori della pazzia,  che non si parte dagli uomini.  In
    caso che questo sia vero,  io fo conto che tu debba essere cos piena,
    che non ti avanzi pi luogo; specialmente che, negli ultimi tempi, gli
    uomini hanno perduto moltissime cose (verbigrazia  l'amor  patrio,  la
    virt, la magnanimit, la rettitudine), non gi solo in parte, e l'uno
    o  l'altro  di loro,  come per l'addietro,  ma tutti e interamente.  E
    certo che se elle non sono cost,  non credo  si  possano  trovare  in
    altro  luogo.  Per  vorrei che noi facessimo insieme una convenzione,
    per la quale tu mi rendessi di presente, e poi di mano in mano,  tutte
    queste  cose;  donde  io  penso  che  tu  medesima abbi caro di essere
    sgomberata,  massime del senno,  il quale intendo che occupa cost  un
    grandissimo spazio;  ed io ti farei pagare dagli uomini tutti gli anni
    una buona somma di danari.
    Luna.  Tu ritorni agli uomini;  e,  con  tutto  che  la  pazzia,  come
    affermi,  non  si  parta  da' tuoi confini vuoi farmi impazzire a ogni
    modo, e levare il giudizio a me,  cercando quello di coloro;  il quale
    io non so dove si sia,  n vada o resti in nessuna parte del mondo; so
    bene che qui non si trova; come non ci si trovano le altre cose che tu
    chiedi.
    Terra.  Almeno mi saprai tu dire se  cost  sono  in  uso  i  vizi,  i
    misfatti,  gl'infortuni,  i  dolori,  la vecchiezza,  in conclusione i
    mali? intendi tu questi nomi?
    Luna.  Oh cotesti s che gl'intendo;  e non solo i nomi,  ma  le  cose
    significate,  le conosco a maraviglia: perch ne sono tutta piena,  in
    vece di quelle altre che tu credevi.
    Terra. Quali prevalgono ne' tuoi popoli, i pregi o i difetti?
    Luna. I difetti di gran lunga.
    Terra. Di quali hai maggior copia, di beni o di mali?
    Luna. Di mali senza comparazione.
    Terra. E generalmente gli abitatori tuoi sono felici o infelici?
    Luna.  Tanto infelici,  che io non mi scambierei col pi fortunato  di
    loro.
    Terra.  Il medesimo  qui. Di modo che io mi maraviglio come essendomi
    s diversa nelle altre cose, in questa mi sei conforme.
    Luna. Anche nella figura,  e nell'aggirarmi,  e nell'essere illustrata
    dal  sole  io ti sono conforme;  e non  maggior maraviglia quella che
    questa: perch il male  cosa comune a tutti i pianeti  dell'universo,
    o  almeno  di  questo  mondo  solare,  come  la  rotondit  e le altre
    condizioni che ho detto, n pi n meno.  E se tu potessi levare tanto
    alto  la voce,  che fossi udita da Urano o da Saturno,  o da qualunque
    altro pianeta del nostro mondo;  e gl'interrogassi se  in  loro  abbia
    luogo l'infelicit, e se i beni prevagliano o cedano ai mali; ciascuno
    ti  risponderebbe  come  ho  fatto io.  Dico questo per aver dimandato
    delle medesime cose Venere e Mercurio,  ai quali pianeti di quando  in
    quando  io  mi  trovo  pi  vicina di te;  come anche ne ho chiesto ad
    alcune comete che mi sono passate dappresso: e tutti mi hanno risposto
    come ho detto.  E penso  che  il  sole  medesimo,  e  ciascuna  stella
    risponderebbero altrettanto.
    Terra.  Con  tutto  cotesto  io  spero bene: e oggi massimamente,  gli
    uomini mi promettono per l'avvenire molte felicit.
    Luna.  Spera a tuo senno: e io  ti  prometto  che  potrai  sperare  in
    eterno.
    Terra.  Sai  che ?  questi uomini e queste bestie si mettono a romore
    perch dalla parte dalla quale io ti favello,  notte, come tu vedi, o
    piuttosto non vedi;  sicch tutti dormivano;  e allo strepito che  noi
    facciamo parlando, si destano con gran paura.
    Luna Ma qui da questa parte, come tu vedi,  giorno.
    Terra. Ora io non voglio essere causa di spaventare la mia gente, e di
    rompere  loro  il  sonno,  che  il maggior bene che abbiano.  Per ci
    riparleremo in altro tempo. Addio dunque; buon giorno.
    Luna. Addio; buona notte.




















    LA SCOMMESSA DI PROMETEO.

    L'anno ottocento trentatremila dugento  settantacinque  del  regno  di
    Giove, il collegio delle Muse diede fuora in istampa, e fece appiccare
    nei luoghi pubblici della citt e dei sobborghi d'Ipernfelo,  diverse
    cedole,  nelle quali invitava tutti gli Dei maggiori e minori,  e  gli
    altri  abitanti  della  detta  citt,  che  recentemente  o  in antico
    avessero  fatto   qualche   lodevole   invenzione,   a   proporla,   o
    effettualmente o in figura o per iscritto,  ad alcuni giudici deputati
    da esso collegio.  E scusandosi che per la sua  nota  povert  non  si
    poteva  dimostrare  cos  liberale come avrebbe voluto,  prometteva in
    premio a quello il cui ritrovamento fosse giudicato pi  bello  o  pi
    fruttuoso  una  corona di lauro,  con privilegio di poterla portare in
    capo il d e la notte, privatamente e pubblicamente, in citt e fuori;
    e  poter  essere  dipinto,  scolpito,  inciso,  gittato,  figurato  in
    qualunque modo e materia col segno di quella corona dintorno al capo.
    Concorsero a questo premio non pochi dei celesti per passatempo;  cosa
    non meno necessaria agli abitatori d'Ipernfelo, che a quelli di altre
    citt;  senza alcun desiderio di quella corona;  la quale  in  se  non
    valeva  il pregio di una berretta di stoppa;  e in quanto alla gloria,
    se gli uomini,  da poi che sono fatti filosofi la disprezzano,  si pu
    congetturare  che stima ne facciano gli Dei,  tanto pi sapienti degli
    uomini, anzi soli sapienti secondo Pitagora e Platone. Per tanto,  con
    esempio  unico  e  fino  allora  inaudito in simili casi di ricompense
    proposte ai  pi  meritevoli,  fu  aggiudicato  questo  premio,  senza
    intervento di sollecitazioni n di favori n di promesse occulte n di
    artifizi:  e tre furono gli anteposti: cio Bacco per l'invenzione del
    vino;  Minerva per quella dell'olio,  necessario  alle  unzioni  delle
    quali  gli Dei fanno quotidianamente uso dopo il bagno;  e Vulcano per
    aver trovato una pentola di rame, detta economica, che serve a cuocere
    che che sia con piccolo fuoco e speditamente. Cos,  dovendosi fare il
    premio  in  tre  parti,  restava a ciascuno un ramuscello di lauro: ma
    tutti e tre ricusarono cos la parte come  il  tutto;  perch  Vulcano
    alleg  che  stando  il  pi  del tempo al fuoco della fucina con gran
    fatica  e  sudore,  gli  sarebbe  importunissimo  quell'ingombro  alla
    fronte;  oltre  che  lo  porrebbe in pericolo di essere abbrustolato o
    riarso,  se per avventura qualche  scintilla  appigliandosi  a  quelle
    fronde  secche,  vi  mettesse  il  fuoco.  Minerva  disse che avendo a
    sostenere  in  sul  capo  un  elmo  bastante,  come  scrive  Omero,  a
    coprirsene tutti insieme gli eserciti di cento citt, non le conveniva
    aumentarsi  questo  peso in alcun modo.  Bacco non volle mutare la sua
    mitra,  e la sua corona  di  pampini,  con  quella  di  lauro:  bench
    l'avrebbe  accettata  volentieri se gli fosse stato lecito di metterla
    per insegna fuori della sua taverna;  ma le Muse non  consentirono  di
    dargliela  per  questo  effetto:  di  modo che ella si rimase nel loro
    comune erario.
    Niuno dei competitori di questo premio ebbe invidia  ai  tre  Dei  che
    l'avevano conseguito e rifiutato,  n si dolse dei giudici, n biasim
    la sentenza; salvo solamente uno, che fu Prometeo,  venuto a parte del
    concorso  con mandarvi il modello di terra che aveva fatto e adoperato
    a formare i primi uomini,  aggiuntavi una scrittura che dichiarava  le
    qualit  e gli uffici del genere umano,  stato trovato da esso.  Muove
    non poca maraviglia il rincrescimento dimostrato da Prometeo  in  caso
    tale,  che da tutti gli altri,  s vinti come vincitori,  era preso in
    giuoco: perci investigandone la cagione,  si  conosciuto che  quegli
    desiderava efficacemente,  non gi l'onore,  ma bene il privilegio che
    gli sarebbe pervenuto colla vittoria. Alcuni pensano che intendesse di
    prevalersi del lauro per difesa del capo contro alle tempeste; secondo
    si narra di Tiberio, che sempre che udiva tonare,  si ponea la corona;
    stimandosi  che  l'alloro non sia percosso dai fulmini (16).  Ma nella
    citt  d'Ipernfelo  non  cade  fulmine  e  non   tuona.   Altri   pi
    probabilmente affermano che Prometeo, per difetto degli anni, comincia
    a  gittare  i  capelli;  la quale sventura sopportando,  come accade a
    molti, di malissima voglia,  e non avendo letto le lodi della calvizie
    scritte  da  Sinesio,  o non essendone persuaso,  che  pi credibile,
    voleva sotto il diadema nascondere,  come Cesare dittatore,  la nudit
    del capo.
    Ma  per tornare al fatto,  un giorno tra gli altri ragionando Prometeo
    con Momo,  si querelava aspramente che il vino,  l'olio e  le  pentole
    fossero  stati  anteposti  al genere umano,  il quale diceva essere la
    migliore opera degl'immortali che apparisse nel  mondo.  E  parendogli
    non  persuaderlo  bastantemente  a  Momo  il quale adduceva non so che
    ragioni  in  contrario,   gli  propose  di  scendere   tutti   e   due
    congiuntamente verso la terra, e posarsi a caso nel primo luogo che in
    ciascuna  delle  cinque  parti  di  quella  scoprissero  abitato dagli
    uomini;  fatta prima reciprocamente  questa  scommessa:  se  in  tutti
    cinque  i  luoghi,  o  nei  pi  di loro,  troverebbero o no manifesti
    argomenti che l'uomo sia la pi perfetta  creatura  dell'universo.  Il
    che  accettato  da  Momo,  e  convenuti  del  prezzo  della scommessa,
    incominciarono senza indugio a scendere verso la terra; indirizzandosi
    primieramente al nuovo mondo;  come quello che pel nome stesso,  e per
    non  avervi posto piede insino allora niuno degl'immortali,  stimolava
    maggiormente la curiosit. Fermarono il volo nel paese di Popaian, dal
    lato settentrionale,  poco lungi dal fiume Cauca,  in  un  luogo  dove
    apparivano  molti segni di abitazione umana: vestigi di cultura per la
    campagna; parecchi sentieri, ancorch tronchi in molti luoghi, e nella
    maggior parte ingombri;  alberi tagliati e distesi;  e particolarmente
    alcune  che  parevano sepolture,  e qualche ossa d'uomini di tratto in
    tratto. Ma non perci poterono i due celesti, porgendo gli orecchi,  e
    distendendo  la  vista  per  ogn'intorno,  udire  una voce n scoprire
    un'ombra d'uomo vivo.  Andarono,  parte camminando parte volando,  per
    ispazio  di  molte miglia;  passando monti e fiumi;  e trovando da per
    tutto i medesimi segni e la medesima solitudine. Come sono ora deserti
    questi paesi, diceva Momo a Prometeo,  che mostrano pure evidentemente
    di essere stati abitati? Prometeo ricordava le inondazioni del mare, i
    tremuoti,  i  temporali,  le piogge strabocchevoli,  che sapeva essere
    ordinarie nelle regioni calde: e  veramente  in  quel  medesimo  tempo
    udivano,  da  tutte  le  boscaglie  vicine,  i  rami degli alberi che,
    agitati dall'aria, stillavano continuamente acqua. Se non che Momo non
    sapeva comprendere come potesse quella parte  essere  sottoposta  alle
    inondazioni  del mare,  cos lontano di l,  che non appariva da alcun
    lato;  e meno intendeva per qual destino i tremuoti,  i temporali e le
    piogge avessero avuto a disfare tutti gli uomini del paese, perdonando
    agli  sciaguari,  alle  scimmie,  a'  formichieri,  a' cerigoni,  alle
    aquile, a' pappagalli,  e a cento altre qualit di animali terrestri e
    volatili,  che  andavano per quei dintorni.  In fine,  scendendo a una
    valle immensa, scoprirono,  come a dire,  un piccolo mucchio di case o
    capanne di legno,  coperte di foglie di palma,  e circondata ognuna da
    un chiuso a maniera di steccato: dinanzi a  una  delle  quali  stavano
    molte  persone,  parte in piedi,  parte sedute,  dintorno a un vaso di
    terra posto a un gran fuoco. Si accostarono i due celesti, presa forma
    umana; e Prometeo,  salutati tutti cortesemente,  volgendosi a uno che
    accennava di essere il principale, interrogollo: che si fa?
    Selvaggio. Si mangia, come vedi.
    Prometeo. Che buone vivande avete?
    Selvaggio. Questo poco di carne.
    Prometeo. Carne domestica o salvatica?
    Selvaggio. Domestica, anzi del mio figliuolo.
    Prometeo. Hai tu per figliuolo un vitello, come ebbe Pasifae?
    Selvaggio. Non un vitello, ma un uomo, come ebbero tutti gli altri.
    Prometeo. Dici tu da senno? mangi tu la tua carne propria?
    Selvaggio.  La mia propria no, ma ben quella di costui: che per questo
    solo uso io l'ho messo al mondo, e preso cura di nutrirlo.
    Prometeo. Per uso di mangiartelo?
    Selvaggio. Che maraviglia? E la madre ancora,  che gi non debbe esser
    buona da fare altri figliuoli, penso di mangiarla presto.
    Momo. Come si mangia la gallina dopo mangiate le uova.
    Selvaggio.  E  l'altre donne che io tengo,  come sieno fatte inutili a
    partorire,  le manger similmente.  E questi miei schiavi che  vedete,
    forse  che  li  terrei vivi se non fosse per avere di quando in quando
    de' loro figliuoli, e mangiarli? Ma invecchiati che saranno,  io me li
    manger anche loro a uno a uno, se io campo (17).
    Prometeo. Dimmi: cotesti schiavi sono della tua nazione medesima, o di
    qualche altra?
    Selvaggio. D'un'altra.
    Prometeo. Molto lontana di qua?
    Selvaggio.  Lontanissima:  tanto che tra le loro case e le nostre,  ci
    correva un rigagnolo.
    E additando un collicello, soggiunse: ecco l il sito dov'ella era; ma
    i nostri l'hanno distrutta (18). In questo parve a Prometeo che non so
    quanti  di  coloro  lo  stessero  mirando  con  una  cotal  guardatura
    amorevole,  come    quella  che fa il gatto al topo: sicch,  per non
    essere mangiato dalle sue proprie fatture,  si lev subito a  volo;  e
    seco similmente Momo: e fu tanto il timore che ebbero l'uno e l'altro,
    che  nel  partirsi,  corruppero  i  cibi  dei barbari con quella sorta
    d'immondizia che le arpie sgorgarono per invidia sulle mense  troiane.
    Ma  coloro,   pi  famelici  e  meno  schivi  de'  compagni  di  Enea,
    seguitarono il loro pasto; e Prometeo, malissimo soddisfatto del mondo
    nuovo,  si volse incontanente al pi vecchio,  voglio dire all'Asia: e
    trascorso  quasi  in  un  subito  l'intervallo che  tra le nuove e le
    antiche Indie,  scesero ambedue presso  ad  Agra  in  un  campo  pieno
    d'infinito  popolo,  adunato  intorno  a  una  fossa  colma  di legne:
    sull'orlo della quale,  da un lato,  si  vedevano  alcuni  con  torchi
    accesi,  in  procinto  di  porle il fuoco;  e da altro lato,  sopra un
    palco,  una donna giovane,  coperta di vesti suntuosissime,  e di ogni
    qualit  di  ornamenti  barbarici,  la  quale  danzando e vociferando,
    faceva segno  di  grandissima  allegrezza.  Prometeo  vedendo  questo,
    immaginava seco stesso una nuova Lucrezia o nuova Virginia,  o qualche
    emulatrice delle figliuole di Eretteo, delle Ifigenie,  de' Codri,  de
    Menecei,  dei  Curzi  e  dei  Deci,  che seguitando la fede di qualche
    oracolo, s'immolasse volontariamente per la sua patria. Intendendo poi
    che la cagione del sacrificio della donna era  la  morte  del  marito,
    pens che quella,  poco dissimile da Alceste, volesse col prezzo di se
    medesima,  ricomperare lo spirito di colui.  Ma saputo  che  ella  non
    s'induceva  ad abbruciarsi se non perch questo si usava di fare dalle
    donne vedove della sua setta,  e che  aveva  sempre  portato  odio  al
    marito,  e che era ubbriaca, e che il morto, in cambio di risuscitare,
    aveva a essere arso in quel medesimo fuoco;  voltato subito il dosso a
    quello  spettacolo,   prese  la  via  dell'Europa;  dove  intanto  che
    andavano, ebbe col suo compagno questo colloquio.
    Momo. Avresti tu pensato quando rubavi con tuo grandissimo pericolo il
    fuoco dal  cielo  per  comunicarlo  agli  uomini,  che  questi  se  ne
    prevarrebbero,  quali per cuocersi l'un l'altro nelle pignatte,  quali
    per abbruciarsi spontaneamente?
    Prometeo. No per certo. Ma considera, caro Momo, che quelli che fino a
    ora abbiamo veduto,  sono barbari:  e  dai  barbari  non  si  dee  far
    giudizio della natura degli uomini;  ma bene dagl'inciviliti: ai quali
    andiamo al presente: e ho ferma opinione che tra loro vedremo e udremo
    cose e parole che ti parranno degne,  non solamente  di  lode,  ma  di
    stupore.
    Momo.  Io per me non veggo,  se gli uomini sono il pi perfetto genere
    dell'universo,  come faccia di bisogno che sieno inciviliti perch non
    si  abbrucino  da se stessi,  e non mangino i figliuoli propri: quando
    che gli altri animali sono tutti barbari,  e ci non ostante,  nessuno
    si  abbrucia  a  bello  studio,  fuorch la fenice,  che non si trova;
    rarissimi si mangiano alcun loro simile;  e molto pi rari  si  cibano
    dei loro figliuoli,  per qualche accidente insolito,  e non per averli
    generati a quest'uso.  Avverti eziandio,  che delle cinque  parti  del
    mondo  una  sola,  n  tutta  intera,  e  questa  non paragonabile per
    grandezza a veruna delle altre quattro,   dotata della civilt che tu
    lodi;  aggiunte  alcune  piccole  porzioncelle  di  un'altra parte del
    mondo.  E gi tu medesimo non  vorrai  dire  che  questa  civilt  sia
    compiuta,  in  modo  che  oggid  gli uomini di Parigi o di Filadelfia
    abbiano generalmente tutta la perfezione che pu convenire  alla  loro
    specie.  Ora,  per  condursi  al  presente stato di civilt non ancora
    perfetta,  quanto tempo hanno dovuto penare questi tali popoli?  Tanti
    anni quanti si possono numerare dall'origine dell'uomo insino ai tempi
    prossimi.  E  quasi  tutte  le  invenzioni  che  erano  o  di maggiore
    necessit o di maggior profitto al conseguimento dello  stato  civile,
    hanno avuto origine,  non da ragione, ma da casi fortuiti: di modo che
    la civilt umana  opera della sorte pi  che  della  natura:  e  dove
    questi  tali casi non sono occorsi,  veggiamo che i popoli sono ancora
    barbari; con tutto che abbiano altrettanta et quanta i popoli civili.
    Dico io dunque: se l'uomo barbaro mostra di essere inferiore per molti
    capi a qualunque altro animale;  se la civilt,  che  l'opposto della
    barbarie,  non    posseduta n anche oggi se non da una piccola parte
    del genere  umano;  se  oltre  di  ci,  questa  parte  non    potuta
    altrimenti  pervenire  al  presente  stato  civile,  se  non  dopo una
    quantit innumerabile di secoli,  e  per  beneficio  massimamente  del
    caso,  piuttosto che di alcun'altra cagione;  all'ultimo,  se il detto
    stato civile non  per anche perfetto;  considera un poco se forse  la
    tua  sentenza  circa  il  genere umano fosse pi vera acconciandola in
    questa forma: cio dicendo che esso  veramente sommo  tra  i  generi,
    come  tu  pensi;  ma  sommo  nell'imperfezione,  piuttosto  che  nella
    perfezione;  quantunque  gli  uomini  nel  parlare  e  nel  giudicare,
    scambino continuamente l'una coll'altra;  argomentando da certi cotali
    presupposti che si hanno fatto essi,  e tengonli per verit palpabili.
    Certo  che  gli  altri  generi  di  creature fino nel principio furono
    perfettissimi ciascheduno in se stesso.  E quando eziandio  non  fosse
    chiaro che l'uomo barbaro, considerato in rispetto agli altri animali,
      meno  buono di tutti;  io non mi persuado che l'essere naturalmente
    imperfettissimo nel proprio genere, come pare che sia l'uomo,  s'abbia
    a  tenere  in conto di perfezione maggiore di tutte l'altre.  Aggiungi
    che la civilt umana, cos difficile da ottenere,  e forse impossibile
    da  ridurre  a  compimento,  non  anco stabile in modo,  che ella non
    possa cadere: come in effetto si trova essere avvenuto pi volte, e in
    diversi popoli, che ne avevano acquistato una buona parte. In somma io
    conchiudo che se tuo fratello Epimeteo recava ai  giudici  il  modello
    che debbe avere adoperato quando form il primo asino o la prima rana,
    forse  ne  riportava il premio che tu non hai conseguito.  Pure a ogni
    modo io ti conceder volentieri che l'uomo sia perfettissimo, se tu ti
    risolvi a dire che la sua perfezione si rassomigli  a  quella  che  si
    attribuiva da Plotino al mondo: il quale,  diceva Plotino,   ottimo e
    perfetto assolutamente; ma perch il mondo sia perfetto,  conviene che
    egli abbia in se, tra le altre cose, anco tutti i mali possibili: per
    in fatti si trova in lui tanto male, quanto vi pu capire. E in questo
    rispetto  forse  io  concederei  similmente  al Leibnizio che il mondo
    presente fosse il migliore di tutti i mondi possibili.
    Non si dubita che Prometeo non avesse a ordine una risposta  in  forma
    distinta,  precisa e dialettica a tutte queste ragioni; ma  parimente
    certo che non la diede: perch in questo medesimo punto  si  trovarono
    sopra  alla citt di Londra: dove scesi,  e veduto gran moltitudine di
    gente concorrere alla porta di una casa privata, messisi tra la folla,
    entrarono nella casa: e trovarono  sopra  un  letto  un  uomo  disteso
    supino, che avea nella ritta una pistola; ferito nel petto, e morto; e
    accanto  a  lui  giacere due fanciullini,  medesimamente morti.  Erano
    nella stanza parecchie persone della casa,  e alcuni giudici,  i quali
    le interrogavano, mentre che un officiale scriveva.
    Prometeo. Chi sono questi sciagurati?
    Un famiglio. Il mio padrone e i figliuoli.
    Prometeo. Chi gli ha uccisi?
    Famiglio. Il padrone tutti e tre.
    Prometeo. Tu vuoi dire i figliuoli e se stesso?
    Famiglio. Appunto.
    Prometeo.  Oh  che    mai  cotesto!  Qualche grandissima sventura gli
    doveva essere accaduta.
    Famiglio. Nessuna, che io sappia.
    Prometeo. Ma forse era povero, o disprezzato da tutti, o sfortunato in
    amore, o in corte?
    Famiglio. Anzi ricchissimo, e credo che tutti lo stimassero;  di amore
    non se ne curava, e in corte aveva molto favore.
    Prometeo. Dunque come  caduto in questa disperazione?
    Famiglio. Per tedio della vita, secondo che ha lasciato scritto.
    Prometeo. E questi giudici che fanno?
    Famiglio.  S'informano  se  il padrone era impazzito o no: che in caso
    non fosse impazzito,  la sua roba ricade al pubblico per legge:  e  in
    verit non si potr fare che non ricada.
    Prometeo.  Ma,  dimmi, non aveva nessun amico o parente, a cui potesse
    raccomandare questi fanciullini in cambio d'ammazzarli?
    Famiglio. S aveva; e tra gli altri, uno che gli era molto intrinseco,
    al quale ha raccomandato il suo cane (19).
    Momo stava per congratularsi con Prometeo sopra i buoni effetti  della
    civilt, e sopra la contentezza che appariva ne risultasse alla nostra
    vita;  e  voleva  anche  rammemorargli  che nessun altro animale fuori
    dell'uomo,  si uccide volontariamente esso  medesimo,  n  spegne  per
    disperazione della vita i figliuoli: ma Prometeo lo prevenne;  e senza
    curarsi di vedere le due parti del mondo che rimanevano,  gli pag  la
    scommessa.








    DIALOGO DI UN FISICO E DI UN METAFISICO.

    Fisico. "Eureca, eureca" (20).
    Metafisico. Che ? che hai trovato?
    Fisico. L'arte di vivere lungamente (21).
    Metafisico. E cotesto libro che porti?
    Fisico.  Qui  la  dichiaro:  e  per  questa  invenzione,  se gli altri
    vivranno lungo tempo, io vivr per lo meno in eterno;  voglio dire che
    ne acquister gloria immortale.
    Metafisico.  Fa  una cosa a mio modo.  Trova una cassettina di piombo,
    chiudivi cotesto libro,  sotterrala,  e prima di morire  ricordati  di
    lasciar  detto  il  luogo,  acciocch vi si possa andare,  e cavare il
    libro, quando sar trovata l'arte di vivere felicemente.
    Fisico. E in questo mezzo?
    Metafisico.  In questo mezzo non sar buono da nulla.  Pi lo stimerei
    se contenesse l'arte di viver poco.
    Fisico.  Cotesta    gi  saputa  da  un  pezzo;  e non fu difficile a
    trovarla.
    Metafisico. In ogni modo la stimo pi della tua.
    Fisico. Perch?
    Metafisico.  Perch se la vita non  felice,  che fino  a  ora  non  
    stata, meglio ci torna averla breve che lunga.
    Fisico.  Oh  cotesto  no:  perch  la  vita   bene da se medesima,  e
    ciascuno la desidera e l'ama naturalmente.
    Metafisico.  Cos credono gli uomini;  ma s'ingannano: come  il  volgo
    s'inganna pensando che i colori sieno qualit degli oggetti quando non
    sono degli oggetti,  ma della luce. Dico che l'uomo non desidera e non
    ama se non la felicit propria. Per non ama la vita, se non in quanto
    la reputa instrumento o  subbietto  di  essa  felicit.  In  modo  che
    propriamente viene ad amare questa e non quella,  ancorch spessissimo
    attribuisca all'una l'amore che porta all'altra.  Vero    che  questo
    inganno e quello dei colori sono tutti e due naturali.  Ma che l'amore
    della vita negli uomini non sia naturale,  o  vogliamo  dire  non  sia
    necessario,  vedi  che  moltissimi ai tempi antichi elessero di morire
    potendo vivere,  e moltissimi ai tempi nostri desiderano la  morte  in
    diversi  casi,  e  alcuni  si  uccidono di propria mano.  Cose che non
    potrebbero essere se l'amore della vita per se medesimo  fosse  natura
    dell'uomo.  Come  essendo natura di ogni vivente l'amore della propria
    felicit,  prima cadrebbe il mondo,  che alcuno di loro  lasciasse  di
    amarla  e  di  procurarla a suo modo.  Che poi la vita sia bene per se
    medesima,  aspetto che tu  me  lo  provi,  con  ragioni  o  fisiche  o
    metafisiche  o  di  qualunque  disciplina.  Per  me,  dico che la vita
    felice, saria bene senza fallo; ma come felice, non come vita. La vita
    infelice,  in quanto all'essere infelice,   male;  e  atteso  che  la
    natura,  almeno quella degli uomini porta che vita e infelicit non si
    possono scompagnare, discorri tu medesimo quello che ne segua.
    Fisico. Di grazia, lasciamo cotesta materia, che  troppo malinconica;
    e senza tante sottigliezze, rispondimi sinceramente: se l'uomo vivesse
    e potesse vivere in eterno; dico senza morire,  e non dopo morto credi
    tu che non gli piacesse?
    Metafisico.  A  un presupposto favoloso risponder con qualche favola:
    tanto pi che non  sono  mai  vissuto  in  eterno,  sicch  non  posso
    rispondere  per  esperienza;  n anche ho parlato con alcuno che fosse
    immortale;  e fuori che nelle favole,  non trovo notizia di persone di
    tal sorta. Se fosse qui presente il Cagliostro, forse ci potrebbe dare
    un poco di lume;  essendo vissuto parecchi secoli: se bene, perch poi
    mor come gli altri, non pare che fosse immortale.  Dir dunque che il
    saggio  Chirone,  che  era  dio,  coll'andar del tempo si annoi della
    vita, pigli licenza da Giove di poter morire, e mor (22).  Or pensa,
    se  l'immortalit  rincresce  agli  Dei,   che  farebbe  agli  uomini.
    Gl'Iperborei,  popolo incognito,  ma  famoso;  ai  quali  non  si  pu
    penetrare,  n  per  terra  n  per  acqua;  ricchi  di  ogni bene;  e
    specialmente di bellissimi asini,  dei quali sogliono  fare  ecatombe:
    potendo,  se  io  non  m'inganno,  essere immortali;  perch non hanno
    infermit n fatiche n guerre n discordie n  carestie  n  vizi  n
    colpe; contuttoci muoiono tutti: perch, in capo a mille anni di vita
    o circa, sazi della terra, saltano spontaneamente da una certa rupe in
    mare,  e  vi si annegano (23).  Aggiungi quest'altra favola.  Bitone e
    Cleobi fratelli, un giorno di festa,  che non erano in pronto le mule,
    essendo sottentrati al carro della madre,  sacerdotessa di Giunone,  e
    condottala al tempio;  quella supplic la dea che rimunerasse la piet
    de' figliuoli col maggior bene che possa cadere negli uomini. Giunone,
    in  vece  di  farli  immortali,  come  avrebbe  potuto;  e  allora  si
    costumava;  fece che l'uno e l'altro pian  piano  se  ne  morirono  in
    quella medesima ora.  Il simile tocc ad Agamede e a Trofonio.  Finito
    il tempio di Delfo, fecero instanza ad Apollo che li pagasse: il quale
    rispose  volerli  soddisfare  fra  sette  giorni;   in  questo   mezzo
    attendessero a far gozzoviglia a loro spese.  La settima notte,  mand
    loro un dolce sonno,  dal quale ancora s'hanno a  svegliare;  e  avuta
    questa,  non dimandarono altra paga.  Ma poich siamo in sulle favole,
    eccotene un'altra,  intorno alla quale ti vo' proporre una  questione.
    Io  so che oggi i vostri pari tengono per sentenza certa,  che la vita
    umana,  in qualunque paese abitato,  e  sotto  qualunque  cielo,  dura
    naturalmente,  eccetto  piccole  differenze,  una medesima quantit di
    tempo, considerando ciascun popolo in grosso.  Ma qualche buono antico
    (24) racconta che gli uomini di alcune parti dell'India e dell'Etiopia
    non  campano  oltre  a  quarant'anni;  chi  muore in questa et,  muor
    vecchissimo;  e le fanciulle di sette anni sono di et da  marito.  Il
    quale  ultimo  capo sappiamo che,  appresso a poco,  si verifica nella
    Guinea,  nel Decan e in altri luoghi  sottoposti  alla  zona  torrida.
    Dunque,  presupponendo  per  vero che si trovi una o pi nazioni,  gli
    uomini delle quali regolarmente non passino i quarant'anni di vita;  e
    ci sia per natura, non, come si  creduto degli Ottentotti, per altre
    cagioni;  domando se in rispetto a questo,  ti pare che i detti popoli
    debbano essere pi miseri o pi felici degli altri?
    Fisico. Pi miseri senza fallo, venendo a morte pi presto.
    Metafisico.  Io credo il contrario anche per cotesta ragione.  Ma  qui
    non consiste il punto. Fa un poco di avvertenza. Io negava che la pura
    vita,  cio  a  dire il semplice sentimento dell'esser proprio,  fosse
    cosa amabile e desiderabile  per  natura.  Ma  quello  che  forse  pi
    degnamente ha nome altres di vita, voglio dire l'efficacia e la copia
    delle  sensazioni,    naturalmente  amato  e  desiderato da tutti gli
    uomini: perch qualunque azione o passione viva e forte, purch non ci
    sia rincrescevole o dolorosa, col solo essere viva e forte,  ci riesce
    grata,  eziandio  mancando  di ogni altra qualit dilettevole.  Ora in
    quella specie d'uomini,  la vita dei quali si consumasse  naturalmente
    in ispazio di quarant'anni,  cio nella met del tempo destinato dalla
    natura agli altri uomini; essa vita in ciascheduna sua parte,  sarebbe
    pi viva il doppio di questa nostra: perch,  dovendo coloro crescere,
    e giungere a perfezione, e similmente appassire e mancare,  nella met
    del tempo;  le operazioni vitali della loro natura, proporzionatamente
    a questa celerit,  sarebbero in ciascuno istante doppie di forza  per
    rispetto  a  quello  che  accade  negli  altri:  ed  anche  le  azioni
    volontarie di questi tali,  la  mobilit  e  la  vivacit  estrinseca,
    conrisponderebbero  a  questa  maggiore  efficacia.  Di  modo che essi
    avrebbero in minore spazio di tempo la stessa  quantit  di  vita  che
    abbiamo noi. La quale distribuendosi in minor numero d'anni basterebbe
    a  riempierli  o vi lascerebbe piccoli vani;  laddove ella non basta a
    uno spazio doppio: e gli atti e le sensazioni di coloro,  essendo  pi
    forti,  e raccolte in un giro pi stretto,  sarebbero quasi bastanti a
    occupare e a vivificare tutta la loro  et;  dove  che  nella  nostra,
    molto pi lunga, restano spessissimi e grandi intervalli, vti di ogni
    azione e affezione viva.  E poich non il semplice essere,  ma il solo
    essere  felice,    desiderabile;  e  la  buona  o  cattiva  sorte  di
    chicchessia  non si misura dal numero dei giorni;  io conchiudo che la
    vita di quelle nazioni, che quanto pi breve, tanto sarebbe men povera
    di piacere,  o di quello che  chiamato con questo nome,  si  vorrebbe
    anteporre   alla  vita  nostra,   ed  anche  a  quella  dei  primi  re
    dell'Assiria, dell'Egitto,  della Cina,  dell'India,  e d'altri paesi;
    che vissero,  per tornare alle favole,  migliaia d'anni.  Perci,  non
    solo io non mi curo dell'immortalit,  e sono contento di lasciarla a'
    pesci;  ai  quali  la  dona il Leeuwenhoek,  purch non sieno mangiati
    dagli uomini o dalle balene; ma, in cambio di ritardare o interrompere
    la vegetazione del nostro corpo per allungare la vita, come propone il
    Maupertuis (25), io vorrei che la potessimo accelerare in modo, che la
    vita nostra si riducesse alla misura  di  quella  di  alcuni  insetti,
    chiamati  effimeri,  dei  quali  si  dice che i pi vecchi non passano
    l'et di un giorno,  e contuttoci muoiono bisavoli e  trisavoli.  Nel
    qual caso,  io stimo che non ci rimarrebbe luogo alla noia.  Che pensi
    di questo ragionamento?
    Fisico. Penso che non mi persuade;  e che se tu ami la metafisica,  io
    m'attengo  alla  fisica: voglio dire che se tu guardi pel sottile,  io
    guardo alla grossa,  e me ne  contento.  Per  senza  metter  mano  al
    microscopio,  giudico  che la vita sia pi bella della morte,  e do il
    pomo a quella, guardandole tutte due vestite.
    Metafisico.  Cos giudico anch'io.  Ma quando  mi  torna  a  mente  il
    costume  di  quei barbari,  che per ciascun giorno infelice della loro
    vita,  gittavano in un turcasso una pietruzza  nera,  e  per  ogni  d
    felice,  una  bianca  (2);  penso  quanto poco numero delle bianche 
    verisimile  che  fosse  trovato  in  quelle  faretre  alla  morte   di
    ciascheduno,  e quanto gran moltitudine delle nere. E desidero vedermi
    davanti  tutte  le  pietruzze  dei  giorni  che   mi   rimangono;   e,
    sceverandole,  aver  facolt  di gittar via tutte le nere,  e detrarle
    dalla mia vita;  riserbandomi solo le bianche:  quantunque  io  sappia
    bene che non farebbero gran cumulo, e sarebbero di un bianco torbido.
    Fisico.  Molti,  per  lo  contrario,  quando  anche  tutti i sassolini
    fossero  neri,   e  pi  neri  del  paragone;   vorrebbero   potervene
    aggiungere,  bench  dello stesso colore: perch tengono per fermo che
    niun sassolino sia cos nero come l'ultimo.  E questi  tali,  del  cui
    numero  sono  anch'io,  potranno aggiungere in effetto molti sassolini
    alla loro vita, usando l'arte che si mostra in questo mio libro.
    Metafisico.  Ciascuno pensi ed operi a suo talento: e anche  la  morte
    non mancher di fare a suo modo.  Ma se tu vuoi,  prolungando la vita,
    giovare agli uomini  veramente;  trova  un'arte  per  la  quale  sieno
    moltiplicate di numero e di gagliardia le sensazioni e le azioni loro.
    Nel  qual  modo,  accrescerai propriamente la vita umana,  ed empiendo
    quegli smisurati intervalli di tempo nei  quali  il  nostro  essere  
    piuttosto durare che vivere, ti potrai dar vanto di prolungarla. E ci
    senza  andare in cerca dell'impossibile,  o usar violenza alla natura,
    anzi secondandola. Non pare a te che gli antichi vivessero pi di noi,
    dato ancora che,  per  li  pericoli  gravi  e  continui  che  solevano
    correre,   morissero  comunemente  pi  presto?  E  farai  grandissimo
    beneficio agli uomini: la cui vita fu  sempre,  non  dir  felice,  ma
    tanto meno infelice, quanto pi fortemente agitata, e in maggior parte
    occupata,  senza dolore n disagio.  Ma piena d'ozio e di tedio, che 
    quanto dire vacua,  d luogo a creder vera quella sentenza di Pirrone,
    che  dalla  vita alla morte non  divario.  Il che se io credessi,  ti
    giuro che la morte mi spaventerebbe non poco.  Ma  in  fine,  la  vita
    debb'esser   viva,   cio   vera   vita;   o   la   morte   la  supera
    incomparabilmente di pregio.


















    DIALOGO DI TORQUATO TASSO E DEL SUO GENIO FAMILIARE (27).

    Genio. Come stai, Torquato?
    Tasso.  Ben sai come si pu stare in una prigione,  e dentro  ai  guai
    fino al collo.
    Genio.  Via, ma dopo cenato non  tempo da dolersene. Fa buon animo, e
    ridiamone insieme.
    Tasso. Ci son poco atto.  Ma la tua presenza e le tue parole sempre mi
    consolano. Siedimi qui accanto.
    Genio.  Che io segga? La non  gi cosa facile a uno spirito. Ma ecco:
    fa conto ch'io sto seduto.
    Tasso.  Oh potess'io rivedere la mia Leonora.  Ogni volta che ella  mi
    torna  alla  mente,  mi nasce un brivido di gioia,  che dalla cima del
    capo mi si stende fino all'ultima punta de' piedi;  e non resta in  me
    nervo  n  vena  che  non sia scossa.  Talora,  pensando a lei,  mi si
    ravvivano nell'animo certe immagini e certi  affetti,  tali,  che  per
    quel  poco tempo,  mi pare di essere ancora quello stesso Torquato che
    fui prima di aver fatto esperienza delle sciagure e  degli  uomini,  e
    che ora io piango tante volte per morto.  In vero,  io direi che l'uso
    del mondo,  e l'esercizio de' patimenti,  sogliono come  profondare  e
    sopire dentro a ciascuno di noi quel primo uomo che egli era: il quale
    di  tratto  in  tratto si desta per poco spazio,  ma tanto pi di rado
    quanto  il progresso degli anni;  sempre pi poi si ritira  verso  il
    nostro  intimo,  e  ricade  in maggior sonno di prima;  finch durando
    ancora la nostra vita, esso muore.  In fine,  io mi maraviglio come il
    pensiero di una donna abbia tanta forza, da rinnovarmi, per cos dire.
    l'anima, e farmi dimenticare tante calamit. E se non fosse che io non
    ho  pi  speranza  di rivederla,  crederei non avere ancora perduta la
    facolt di essere felice.
    Genio.  Quale delle due cose stimi che sia pi dolce: vedere la  donna
    amata, o pensarne?
    Tasso.  Non so.  Certo che quando mi era presente,  ella mi pareva una
    donna; lontana, mi pareva e mi pare una dea.
    Genio. Coteste dee sono cos benigne, che quando alcuno vi si accosta,
    in  un  tratto  ripiegano  la  loro  divinit,  si  spiccano  i  raggi
    d'attorno, e se li pongono in tasca, per non abbagliare il mortale che
    si fa innanzi.
    Tasso. Tu dici il vero pur troppo. Ma non ti pare egli cotesto un gran
    peccato delle donne;  che alla prova, elle ci riescano cos diverse da
    quelle che noi le immaginavamo?
    Genio.  Io non so vedere che colpa s'abbiano in questo,  d'esser fatte
    di carne e sangue,  piuttosto che di ambrosia e nettare. Qual cosa del
    mondo ha pure un'ombra o una millesima parte della perfezione che  voi
    pensate  che abbia a essere nelle donne?  E anche mi pare strano,  che
    non facendovi maraviglia che gli uomini sieno  uomini,  cio  creature
    poco  lodevoli  e  poco  amabili;  non  sappiate  poi comprendere come
    accada, che le donne in fatti non sieno angeli.
    Tasso. Con tutto questo, io mi muoio dal desiderio di rivederla,  e di
    riparlarle.
    Genio.  Via,  questa  notte in sogno io te la condurr davanti;  bella
    come la giovent;  e cortese  in  modo,  che  tu  prenderai  cuore  di
    favellarle  molto  pi franco e spedito che non ti venne fatto mai per
    l'addietro: anzi all'ultimo le stringerai la mano; ed ella guardandoti
    fiso,  ti metter nell'animo  una  dolcezza  tale,  che  tu  ne  sarai
    sopraffatto; e per tutto domani, qualunque volta ti sovverr di questo
    sogno, ti sentirai balzare il cuore dalla tenerezza.
    Tasso. Gran conforto: un sogno in cambio del vero.
    Genio. Che cosa  il vero?
    Tasso. Pilato non lo seppe meno di quello che lo so io.
    Genio.  Bene, io risponder per te. Sappi che dal vero al sognato, non
    corre altra differenza,  se non che questo pu  qualche  volta  essere
    molto pi bello e pi dolce, che quello non pu mai.
    Tasso. Dunque tanto vale un diletto sognato, quanto un diletto vero?
    Genio.  Io credo.  Anzi ho notizia di uno che quando la donna che egli
    ama, se gli rappresenta dinanzi in alcun sogno gentile, esso per tutto
    il giorno seguente,  fugge di ritrovarsi con quella  e  di  rivederla;
    sapendo che ella non potrebbe reggere al paragone dell'immagine che il
    sonno gliene ha lasciata impressa, e che il vero, cancellandogli dalla
    mente  il  falso,  priverebbe  lui  del  diletto  straordinario che ne
    ritrae. Per non sono da condannare gli antichi,  molto pi solleciti,
    accorti  e  industriosi  di  voi,  circa  a  ogni  sorta  di godimento
    possibile alla natura umana,  se ebbero per costume  di  procurare  in
    vari  modi  la  dolcezza  e la giocondit dei sogni;  n Pitagora  da
    riprendere per  avere  interdetto  il  mangiare  delle  fave,  creduto
    contrario alla tranquillit dei medesimi sogni, ed atto a intorbidarli
    (28);  e  sono  da  scusare  i  superstiziosi  che avanti di coricarsi
    solevano orare e far libazione a Mercurio conduttore dei sogni,  acci
    ne  menasse  loro  di  quei  lieti;  l'immagine  del  quale tenevano a
    quest'effetto intagliata in su' piedi delle lettiere (29).  Cos,  non
    trovando  mai  la  felicit nel tempo della vigilia,  si studiavano di
    essere felici dormendo: e credo che  in  parte,  e  in  qualche  modo,
    l'ottenessero,  e  che  da  Mercurio fossero esauditi meglio che dagli
    altri Dei.
    Tasso. Per tanto,  poich gli uomini nascono e vivono al solo piacere,
    o  del corpo o dell'animo;  se da altra parte il piacere  solamente o
    massimamente nei sogni, converr ci determiniamo a vivere per sognare:
    alla qual cosa, in verit, io non mi posso ridurre.
    Genio.  Gi vi sei ridotto e determinato,  poich tu  vivi  e  che  tu
    consenti di vivere. Che cosa  il piacere?
    Tasso. Non ne ho tanta pratica da poterlo conoscere che cosa sia.
    Genio.  Nessuno  lo  conosce  per pratica,  ma solo per ispeculazione:
    perch il  piacere    un  subbietto  speculativo,  e  non  reale;  un
    desiderio,  non  un  fatto;  un  sentimento  che l'uomo concepisce col
    pensiero,  e non prova;  o per dir  meglio,  un  concetto,  e  non  un
    sentimento.  Non  vi  accorgete  voi che nel tempo stesso di qualunque
    vostro diletto,  ancorch desiderato infinitamente,  e procacciato con
    fatiche  e molestie indicibili;  non potendovi contentare il goder che
    fate in ciascuno di quei momenti,  state sempre  aspettando  un  goder
    maggiore e pi vero,  nel quale consista in somma quel tal piacere;  e
    andate quasi riportandovi  di  continuo  agl'istanti  futuri  di  quel
    medesimo  diletto?   Il  quale  finisce  sempre  innanzi  al  giungere
    dell'istante che vi soddisfaccia;  e non vi lascia altro bene  che  la
    speranza  cieca di goder meglio e pi veramente in altra occasione,  e
    il conforto di fingere e narrare a voi medesimi di  aver  goduto,  con
    raccontarlo anche agli altri,  non per sola ambizione, ma per aiutarvi
    al persuaderlo che vorreste pur  fare  a  voi  stessi.  Per  chiunque
    consente  di vivere,  nol fa in sostanza ad altro effetto n con altra
    utilit che di sognare;  cio credere di avere a  godere,  o  di  aver
    goduto; cose ambedue false e fantastiche.
    Tasso. Non possono gli uomini credere mai di godere presentemente?
    Genio.  Sempre che credessero cotesto, godrebbero in fatti. Ma narrami
    tu se in alcun istante della tua vita, ti ricordi aver detto con piena
    sincerit ed opinione: io  godo.  Ben  tutto  giorno  dicesti  e  dici
    sinceramente: io godr; e parecchie volte, ma con sincerit minore: ho
    goduto.  Di modo che il piacere  sempre o passato o futuro, e non mai
    presente.
    Tasso. Che  quanto dire  sempre nulla.
    Genio. Cos pare.
    Tasso. Anche nei sogni.
    Genio. Propriamente parlando.
    Tasso.  E tuttavia l'obbietto e l'intento della vita nostra,  non pure
    essenziale  ma unico,   il piacere stesso;  intendendo per piacere la
    felicit;  che debbe in effetto esser piacere;  da qualunque cosa ella
    abbia a procedere.
    Genio. Certissimo.
    Tasso.  Laonde  la  nostra  vita,  mancando  sempre  del  suo fine,  
    continuamente imperfetta: e quindi il vivere  di sua  propria  natura
    uno stato violento.
    Genio. Forse.
    Tasso.  Io  non ci veggo forse.  Ma dunque perch viviamo noi?  voglio
    dire, perch consentiamo di vivere?
    Genio. Che so io di cotesto? Meglio lo saprete voi, che siete uomini.
    Tasso. Io per me ti giuro che non lo so.
    Genio. Domandane altri de' pi savi,  e forse troverai qualcuno che ti
    risolva cotesto dubbio.
    Tasso.  Cos far. Ma certo questa vita che io meno,  tutta uno stato
    violento: perch lasciando anche da parte i dolori,  la noia  sola  mi
    uccide.
    Genio. Che cosa  la noia?
    Tasso.  Qui l'esperienza non mi manca, da soddisfare alla tua domanda.
    A me pare che la noia sia della natura  dell'aria:  la  quale  riempie
    tutti  gli spazi interposti alle altre cose materiali,  e tutti i vani
    contenuti in ciascuna di loro; e donde un corpo si parte,  e altro non
    gli   sottentra,   quivi  ella  succede  immediatamente.   Cos  tutti
    gl'intervalli della vita umana frapposti ai piaceri e  ai  dispiaceri,
    sono occupati dalla noia.  E per, come nel mondo materiale, secondo i
    Peripatetici, non si d vto alcuno;  cos nella vita nostra non si d
    vto;  se  non quando la mente per qualsivoglia causa intermette l'uso
    del pensiero. Per tutto il resto del tempo, l'animo, considerato anche
    in se proprio e come disgiunto dal corpo,  si trova contenere  qualche
    passione;  come  quello  a  cui  l'essere  vacuo  da  ogni  piacere  e
    dispiacere,  importa essere pieno di noia;  la quale anco   passione,
    non altrimenti che il dolore e il diletto.
    Genio.  E  da poi che tutti i vostri diletti sono di materia simile ai
    ragnateli; tenuissima, radissima e trasparente;  perci come l'aria in
    questi,  cos  la noia penetra in quelli da ogni parte,  e li riempie.
    Veramente per la noia non  credo  si  debba  intendere  altro  che  il
    desiderio  puro  della  felicit;  non soddisfatto dal piacere,  e non
    offeso apertamente dal dispiacere.  Il qual desiderio,  come  dicevamo
    poco innanzi,  non  mai soddisfatto; e il piacere propriamente non si
    trova. Sicch la vita umana, per modo di dire,  composta e intessuta,
    parte di dolore,  parte di noia;  dall'una delle quali passioni non ha
    riposo  se  non  cadendo  nell'altra.  E  questo  non    tuo  destino
    particolare, ma comune gli tutti gli uomini.
    Tasso. Che rimedio potrebbe giovare contro la noia?
    Genio. Il sonno,  l'oppio,  e il dolore.  E questo  il pi potente di
    tutti: perch l'uomo mentre patisce, non si annoia per niuna maniera.
    Tasso.  In  cambio  di  cotesta medicina,  io mi contento di annoiarmi
    tutta la vita.  Ma pure la variet delle azioni,  delle occupazioni  e
    dei sentimenti,  se bene non ci libera dalla noia,  perch non ci reca
    diletto vero,  contuttoci la  solleva  ed  alleggerisce.  Laddove  in
    questa  prigionia,  separato dal commercio umano,  toltomi eziandio lo
    scrivere,  ridotto a notare  per  passatempo  i  tocchi  dell'oriuolo,
    annoverare i correnti,  le fessure e i tarli del palco, considerare il
    mattonato del pavimento,  trastullarmi colle farfalle e coi moscherini
    che vanno attorno alla stanza,  condurre quasi tutte le ore a un modo:
    io non ho cosa che mi scemi in alcuna parte il carico della noia.
    Genio.  Dimmi: quanto tempo ha che tu sei ridotto a cotesta  forma  di
    vita?
    Tasso. Pi settimane, come tu sai.
    Genio.  Non conosci tu dal primo giorno al presente,  alcuna diversit
    nel fastidio che ella ti reca?
    Tasso. Certo che io lo provava maggiore a principio: perch di mano in
    mano la mente,  non occupata da altro e  non  isvagata,  mi  si  viene
    accostumando  a  conversare  seco  medesima  assai  pi  e con maggior
    sollazzo di prima,  e acquistando un abito e una virt di favellare in
    se stessa,  anzi di cicalare,  tale, che parecchie volte mi pare quasi
    avere una compagnia di persone in capo che stieno ragionando,  e  ogni
    menomo soggetto che mi si appresenti al pensiero, mi basta a farne tra
    me e me una gran diceria.
    Genio. Cotesto abito te lo vedrai confermare e accrescere di giorno in
    giorno per modo,  che quando poi ti si renda la facolt di usare cogli
    altri uomini,  ti parr essere pi  disoccupato  stando  in  compagnia
    loro,  che  in solitudine.  E quest'assuefazione in s fatto tenore di
    vita,  non credere che intervenga solo a' tuoi simili,  gi consueti a
    meditare; ma ella interviene in pi o men tempo a chicchessia. Di pi,
    l'essere diviso dagli uomini e, per dir cos, dalla vita stessa, porta
    seco questa utilit; che l'uomo, eziandio sazio, chiarito e disamorato
    delle  cose  umane  per l'esperienza;  a poco a poco assuefacendosi di
    nuovo a mirarle da lungi,  donde elle paiono molto  pi  belle  e  pi
    degne che da vicino, si dimentica della loro vanit e miseria; torna a
    formarsi  e  quasi  crearsi il mondo a suo modo;  apprezzare,  amare e
    desiderare la vita; delle cui speranze, se non gli  tolto o il potere
    o il confidare  di  restituirsi  alla  societ  degli  uomini,  si  va
    nutrendo  e dilettando,  come egli soleva a' suoi primi anni.  Di modo
    che  la  solitudine  fa  quasi  l'ufficio  della  giovent;   o  certo
    ringiovanisce l'animo, ravvalora e rimette in opera l'immaginazione, e
    rinnuova   nell'uomo   esperimentato   i  beneficii  di  quella  prima
    inesperienza che tu sospiri.  Io ti lascio;  che veggo che il sonno ti
    viene  entrando;  e  me  ne vo ad apparecchiare il bel sogno che ti ho
    promesso. Cos, tra sognare e fantasticare, andrai consumando la vita;
    non con altra utilit che di consumarla;  che questo  l'unico  frutto
    che  al  mondo  se  ne pu avere,  e l'unico intento che voi vi dovete
    proporre ogni mattina in sullo svegliarvi.  Spessissimo ve la conviene
    strascinare  co'  denti:  beato  quel  d che potete o trarvela dietro
    colle mani, o portarla in sul dosso. Ma,  in fine,  il tuo tempo non 
    pi lento a correre in questa carcere, che sia nelle sale e negli orti
    quello di chi ti opprime. Addio.
    Tasso. Addio. Ma senti. La tua conversazione mi riconforta pure assai.
    Non  che  ella interrompa la mia tristezza: ma questa per la pi parte
    del tempo  come una notte oscurissima,  senza luna n stelle;  mentre
    son  teco,  somiglia  al  bruno  dei  crepuscoli,  piuttosto grato che
    molesto. Acci da ora innanzi io ti possa chiamare o trovare quando mi
    bisogni, dimmi dove sei solito di abitare.
    Genio. Ancora non l'hai conosciuto? In qualche liquore generoso.

















    DIALOGO DELLA NATURA E DI UN ISLANDESE.

    Un Islandese,  che era  corso  per  la  maggior  parte  del  mondo,  e
    soggiornato  in diversissime terre;  andando una volta per l'interiore
    dell'Affrica,  e passando sotto la linea equinoziale in un  luogo  non
    mai  prima penetrato da uomo alcuno,  ebbe un caso simile a quello che
    intervenne a Vasco di Gama nel passare  il  Capo  di  Buona  Speranza;
    quando  il  medesimo  Capo,  guardiano dei mari australi,  gli si fece
    incontro,  sotto forma di gigante,  per distorlo  dal  tentare  quelle
    nuove  acque  (30).  Vide  da  lontano  un  busto grandissimo;  che da
    principio immagin dovere essere di pietra, e a somiglianza degli ermi
    colossali veduti da lui,  molti anni prima,  nell'isola di Pasqua.  Ma
    fattosi  pi  da  vicino,  trov  che era una forma smisurata di donna
    seduta in terra,  col busto ritto,  appoggiato il dosso e il gomito  a
    una  montagna;  e  non  finta  ma  viva;  di  volto  mezzo tra bello e
    terribile,  di occhi e  di  capelli  nerissimi;  la  quale  guardavalo
    fissamente; e stata cos un buono spazio senza parlare, all'ultimo gli
    disse.
    Natura.  Chi  sei?  che cerchi in questi luoghi dove la tua specie era
    incognita?
    Islandese.  Sono un povero Islandese,  che vo fuggendo  la  Natura;  e
    fuggitala  quasi  tutto  il tempo della mia vita per cento parti della
    terra, la fuggo adesso per questa.
    Natura.  Cos fugge lo scoiattolo dal serpente a sonaglio,  finch gli
    cade in gola da se medesimo. Io sono quella che tu fuggi.
    Islandese. La Natura?
    Natura. Non altri.
    Islandese.  Me  ne  dispiace  fino  all'anima;  e  tengo per fermo che
    maggior disavventura di questa non mi potesse sopraggiungere.
    Natura.  Ben potevi pensare che io  frequentassi  specialmente  queste
    parti; dove non ignori che si dimostra pi che altrove la mia potenza.
    Ma che era che ti moveva a fuggirmi?
    Islandese.  Tu  dei  sapere che io fino nella prima giovent,  a poche
    esperienze,  fui persuaso e chiaro della vanit della  vita,  e  della
    stoltezza  degli  uomini;  i  quali  combattendo continuamente gli uni
    cogli altri per l'acquisto di piaceri che non dilettano, e di beni che
    non  giovano;  sopportando  e  cagionandosi  scambievolmente  infinite
    sollecitudini,  e infiniti mali,  che affannano e nocciono in effetto;
    tanto pi si allontanano dalla felicit,  quanto pi la  cercano.  Per
    queste  considerazioni  deposto ogni altro desiderio,  deliberai,  non
    dando molestia  a  chicchessia,  non  procurando  in  modo  alcuno  di
    avanzare  il mio stato,  non contendendo con altri per nessun bene del
    mondo,  vivere una vita oscura e tranquilla;  e disperato dei piaceri,
    come di cosa negata alla nostra specie,  non mi proposi altra cura che
    di tenermi lontano dai patimenti.  Con che non  intendo  dire  che  io
    pensassi di astenermi dalle occupazioni e dalle fatiche corporali: che
    ben  sai che differenza  dalla fatica al disagio,  e dal viver quieto
    al vivere ozioso. E gi nel primo mettere in opera questa risoluzione,
    conobbi per prova come egli  vano a  pensare,  se  tu  vivi  tra  gli
    uomini, di potere, non offendendo alcuno, fuggire che gli altri non ti
    offendano; e cedendo sempre spontaneamente, e contentandosi del menomo
    in  ogni cosa,  ottenere che ti sia lasciato un qualsivoglia luogo,  e
    che questo menomo non ti sia  contrastato.  Ma  dalla  molestia  degli
    uomini  mi  liberai  facilmente,  separandomi  dalla  loro societ,  e
    riducendomi in solitudine: cosa  che  nell'isola  mia  nativa  si  pu
    recare  ad  effetto  senza difficolt.  Fatto questo,  e vivendo senza
    quasi verun'immagine di piacere,  io non poteva mantenermi per  senza
    patimento:  perch la lunghezza del verno,  l'intensit del freddo,  e
    l'ardore estremo della state,  che sono  qualit  di  quel  luogo,  mi
    travagliavano  di continuo;  e il fuoco,  presso al quale mi conveniva
    passare una gran parte del tempo,  m'inaridiva le carni,  e  straziava
    gli occhi col fumo;  di modo che,  n in casa n a cielo aperto, io mi
    poteva salvare da un  perpetuo  disagio.  N  anche  potea  conservare
    quella  tranquillit  della  vita,  alla  quale  principalmente  erano
    rivolti i miei pensieri: perch le tempeste spaventevoli di mare e  di
    terra,   i   ruggiti  e  le  minacce  del  monte  Ecla,   il  sospetto
    degl'incendi, frequentissimi negli alberghi, come sono i nostri, fatti
    di  legno,  non  intermettevano  mai  di  turbarmi.   Tutte  le  quali
    incomodit  in una vita sempre conforme a se medesima,  e spogliata di
    qualunque altro desiderio e speranza, e quasi di ogni altra cura,  che
    d'esser  quieta;  riescono di non poco momento,  e molto pi gravi che
    elle non sogliono apparire quando la maggior parte dell'animo nostro 
    occupata dai  pensieri  della  vita  civile,  e  dalle  avversit  che
    provengono  dagli  uomini.   Per  tanto  veduto  che  pi  che  io  mi
    restringeva e quasi mi contraeva in me stesso,  a fine d'impedire  che
    l'esser  mio  non desse noia n danno a cosa alcuna del mondo: meno mi
    veniva fatto che le altre cose non m'inquietassero e tribolassero;  mi
    posi  a  cangiar  luoghi e climi,  per vedere se in alcuna parte della
    terra potessi non offendendo non essere  offeso,  e  non  godendo  non
    patire. E a questa deliberazione fui mosso anche da un pensiero che mi
    nacque, che forse tu non avessi desti nato al genere umano se non solo
    un  clima della terra (come tu hai fatto a ciascuno degli altri generi
    degli animali, e di quei delle piante), e certi tali luoghi; fuori dei
    quali gli uomini non potessero prosperare n vivere senza difficolt e
    miseria; da dover essere imputate, non a te,  ma solo a essi medesimi,
    quando  eglino avessero disprezzati e trapassati i termini che fossero
    prescritti per le tue leggi alle  abitazioni  umane.  Quasi  tutto  il
    mondo  ho cercato,  e fatta esperienza di quasi tutti i paesi;  sempre
    osservando il mio proposito,  di non dar molestia alle altre creature,
    se  non  il  meno che io potessi,  e di procurare la sola tranquillit
    della vita.  Ma io sono stato arso dal caldo fra i  tropici,  rappreso
    dal freddo verso i poli,  afflitto nei climi temperati dall'incostanza
    dell'aria, infestato dalle commozioni degli elementi in ogni dove. Pi
    luoghi ho veduto,  nei quali non passa un d senza  temporale:  che  
    quanto  dire  che  tu  dai  ciascun  giorno un assalto e una battaglia
    formata a quegli abitanti,  non rei verso te  di  nessun'ingiuria.  In
    altri  luoghi  la  serenit  ordinaria  del  cielo   compensata dalla
    frequenza dei terremoti,  dalla moltitudine e dalla furia dei vulcani,
    dal  ribollimento  sotterraneo  di  tutto  il  paese.  Venti e turbini
    smoderati regnano nelle parti e nelle stagioni tranquille dagli  altri
    furori dell'aria.  Tal volta io mi ho sentito crollare il tetto in sul
    capo pel gran carico della neve,  tal altra,  per  l'abbondanza  delle
    piogge  la  stessa  terra,  fendendosi,  mi si  dileguata di sotto ai
    piedi; alcune volte mi  bisognato fuggire a tutta lena dai fiumi, che
    m'inseguivano,  come fossi colpevole verso loro di  qualche  ingiuria.
    Molte bestie salvatiche, non provocate da me con una menoma offesa, mi
    hanno voluto divorare; molti serpenti avvelenarmi; in diversi luoghi 
    mancato  poco  che  gl'insetti volanti non mi abbiano consumato infino
    alle ossa. Lascio i pericoli giornalieri, sempre imminenti all'uomo, e
    infiniti di numero; tanto che un filosofo antico (31) non trova contro
    al timore,  altro rimedio pi valevole della considerazione  che  ogni
    cosa  da temere. N le infermit mi hanno perdonato; con tutto che io
    fossi,  come  sono  ancora,  non  dico  temperante,  ma continente dei
    piaceri  del  corpo.   Io  soglio  prendere  non  piccola  ammirazione
    considerando  come  tu  ci  abbi infuso tanta e s ferma e insaziabile
    avidit del piacere; disgiunta dal quale la nostra vita, come priva di
    ci che ella desidera naturalmente,   cosa  imperfetta:  e  da  altra
    parte  abbi  ordinato  che l'uso di esso piacere sia quasi di tutte le
    cose umane la pi nociva alle forze e alla sanit del  corpo,  la  pi
    calamitosa  negli  effetti  in quanto a ciascheduna persona,  e la pi
    contraria alla durabilit della stessa vita.  Ma  in  qualunque  modo,
    astenendomi  quasi  sempre  e  totalmente  da ogni diletto,  io non ho
    potuto fare di non incorrere in molte e diverse malattie: delle  quali
    alcune mi hanno posto in pericolo della morte;  altre di perdere l'uso
    di qualche membro, o di condurre perpetuamente una vita pi misera che
    la passata; e tutte per pi giorni o mesi mi hanno oppresso il corpo e
    l'animo con mille stenti e mille dolori.  E certo,  bench ciascuno di
    noi  sperimenti  nel  tempo  delle  infermit,  mali  per  lui nuovi o
    disusati,  e infelicit maggiore che egli non suole (come se  la  vita
    umana non fosse bastevolmente misera per l'ordinario); tu non hai dato
    all'uomo,  per compensarnelo,  alcuni tempi di sanit soprabbondante e
    inusitata,  la quale gli sia cagione di qualche diletto  straordinario
    per qualit e per grandezza.  Ne paesi coperti per lo pi di nevi,  io
    sono stato per accecare: come  interviene  ordinariamente  ai  Lapponi
    nella loro patria.  Dal sole e dall'aria, cose vitali, anzi necessarie
    alla nostra vita,  e per da non potersi fuggire,  siamo ingiuriati di
    continuo:  da  questa  colla  umidit,  colla  rigidezza,  e con altre
    disposizioni;  da quello col calore,  e colla stessa luce:  tanto  che
    l'uomo non pu mai senza qualche maggiore o minore incomodit o danno,
    starsene  esposto  all'una  o  all'altro di loro.  In fine,  io non mi
    ricordo aver passato un giorno solo della  vita  senza  qualche  pena;
    laddove  io  non  posso  numerare  quelli  che ho consumati senza pure
    un'ombra  di  godimento:  mi  avveggo  che  tanto  ci    destinato  e
    necessario il patire, quanto il non godere; tanto impossibile il viver
    quieto in qual si sia modo, quanto il vivere inquieto senza miseria: e
    mi  risolvo  a conchiudere che tu sei nemica scoperta degli uomini,  e
    degli altri animali, e di tutte le opere tue; che ora c'insidii ora ci
    minacci ora ci assalti ora ci pungi ora ci percuoti ora ci  laceri,  e
    sempre  o  ci  offendi  o  ci  perseguiti;  e  che,  per costume e per
    instituto,  sei  carnefice  della  tua  propria  famiglia,   de'  tuoi
    figliuoli  e,  per dir cos,  del tuo sangue e delle tue viscere.  Per
    tanto rimango privo di ogni speranza: avendo compreso che  gli  uomini
    finiscono  di  perseguitare chiunque li fugge o si occulta con volont
    vera di fuggirli o di occultarsi: ma che tu,  per niuna  cagione,  non
    lasci  mai d'incalzarci,  finch ci opprimi.  E gi mi veggo vicino il
    tempo amaro e lugubre della vecchiezza;  vero e manifesto  male,  anzi
    cumulo  di  mali  e  di  miserie  gravissime;  e  questo  tuttavia non
    accidentale,  ma destinato da te  per  legge  a  tutti  i  generi  de'
    viventi,  preveduto  da  ciascuno  di  noi fino nella fanciullezza,  e
    preparato in lui di continuo,  dal quinto suo lustro  in  l,  con  un
    tristissimo declinare e perdere senza sua colpa: in modo che appena un
    terzo  della  vita degli uomini  assegnato al fiorire,  pochi istanti
    alla maturit  e  perfezione,  tutto  il  rimanente  allo  scadere,  e
    agl'incomodi che ne seguono.
    Natura. Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra?
    Ora  sappi  che  nelle  fatture,  negli ordini e nelle operazioni mie,
    trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l'intenzione a tutt'altro,  che
    alla  felicit degli uomini o all'infelicit.  Quando io vi offendo in
    qualunque modo e con qual si sia mezzo,  io non me n'avveggo,  se  non
    rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico,
    io non lo so;  e non ho fatto,  come credete voi,  quelle tali cose, o
    non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se
    anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie,  io non me ne
    avvedrei.
    Islandese. Ponghiamo caso che uno m'invitasse spontaneamente a una sua
    villa,  con grande instanza; e io per compiacerlo vi andassi. Quivi mi
    fosse dato per dimorare una cella tutta lacera  e  rovinosa,  dove  io
    fossi in continuo pericolo di essere oppresso;  umida,  fetida, aperta
    al  vento  e  alla  pioggia.   Egli,   non  che  si   prendesse   cura
    d'intrattenermi in alcun passatempo o di darmi alcuna comodit, per lo
    contrario   appena   mi   facesse   somministrare   il  bisognevole  a
    sostentarmi,  e oltre di ci mi  lasciasse  villaneggiare,  schernire,
    minacciare  e  battere  da'  suoi figliuoli e dall'altra famiglia.  Se
    querelandomi io seco di questi mali trattamenti, mi rispondesse: forse
    che ho fatto io questa  villa  per  te?  o  mantengo  io  questi  miei
    figliuoli,  e questa mia gente,  per tuo servigio?  e, bene ho altro a
    pensare che de' tuoi sollazzi,  e di farti le buone  spese:  a  questo
    replicherei:  vedi,  amico,  che siccome tu non hai fatto questa villa
    per uso mio,  cos fu in tua facolt di  non  invitarmici.  Ma  poich
    spontaneamente hai voluto che io ci dimori,  non ti si appartiene egli
    di fare in modo, che io,  quanto  in tuo potere,  ci viva per lo meno
    senza  travaglio e senza pericolo?  Cos dico ora.  So bene che tu non
    hai fatto il mondo in servigio degli uomini.  Piuttosto  crederei  che
    l'avessi fatto e ordinato espressamente per tormentarli.  Ora domando:
    t'ho io forse pregato di pormi  in  questo  universo?  o  mi  vi  sono
    intromesso violentemente, e contro tua voglia? Ma se di tua volont, e
    senza  mia  saputa,  e  in  maniera  che io non poteva sconsentirlo n
    ripugnarlo, tu stessa, colle tue mani, mi vi hai collocato; non  egli
    dunque ufficio tuo,  se non tenermi lieto e  contento  in  questo  tuo
    regno,  almeno vietare che io non vi sia tribolato e straziato,  e che
    l'abitarvi non mi noccia? E questo che dico di me,  dicolo di tutto il
    genere umano, dicolo degli altri animali e di ogni creatura.
    Natura. Tu mostri non aver posto mente che la vita di quest'universo 
    un  perpetuo  circuito di produzione e distruzione,  collegate ambedue
    tra se di maniera,  che ciascheduna serve continuamente all'altra,  ed
    alla  conservazione  del  mondo il quale sempre che cessasse o l'una o
    l'altra  di  loro,  verrebbe  parimente  in  dissoluzione.  Per  tanto
    risulterebbe  in  suo  danno  se  fosse  in  lui cosa alcuna libera da
    patimento.
    Islandese.  Cotesto medesimo odo ragionare  a  tutti  i  filosofi.  Ma
    poich quel che  distrutto,  patisce: e quel che distrugge, non gode,
    e a poco andare  distrutto  medesimamente  dimmi  quello  che  nessun
    filosofo  mi  sa  dire:  a  chi  piace  o  a  chi  giova  cotesta vita
    infelicissima dell'universo, conservata con danno e con morte di tutte
    le cose che lo compongono?
    Mentre  stavano  in  questi  e  simili   ragionamenti      fama   che
    sopraggiungessero due leoni,  cos rifiniti e maceri dall'inedia,  che
    appena ebbero la forza di  mangiarsi  quell'Islandese  come  fecero  e
    presone  un  poco di ristoro,  si tennero in vita per quel giorno.  Ma
    sono alcuni che negano questo caso, e narrano che un fierissimo vento,
    levatosi mentre che l'Islandese parlava, lo stese a terra, e sopra gli
    edific un superbissimo mausoleo  di  sabbia:  sotto  il  quale  colui
    seccato perfettamente,  e divenuto una bella mummia,  fu poi ritrovato
    da certi viaggiatori,  e collocato nel museo di non so quale citt  di
    Europa.

















    IL PARINI OVVERO DELLA GLORIA.


    Capitolo primo.

    Giuseppe Parini fu alla nostra memoria uno dei pochissimi Italiani che
    all'eccellenza nelle lettere congiunsero la profondit dei pensieri, e
    molta  notizia  ed  uso  della  filosofia  presente:  cose  oramai  s
    necessarie alle lettere amene,  che non si comprenderebbe come  queste
    se  ne  potessero  scompagnare,  se  di ci non si vedessero in Italia
    infiniti esempi.  Fu eziandio,  come  noto,  di singolare  innocenza,
    piet  verso  gl'infelici  e  verso  la patria,  fede verso gli amici,
    nobilt d'animo,  e costanza contro le avversit della natura e  della
    fortuna,  che travagliarono tutta la sua vita misera ed umile,  finch
    la morte lo trasse dall'oscurit.  Ebbe parecchi discepoli:  ai  quali
    insegnava  prima  a  conoscere  gli uomini e le cose loro,  e quindi a
    dilettarli coll'eloquenza e colla poesia. Tra gli altri,  a un giovane
    d'indole  e  di  ardore  incredibile  ai buoni studi e di espettazione
    maravigliosa,  venuto non molto prima nella sua disciplina,  prese  un
    giorno a parlare in questa sentenza.
    Tu cerchi,  o figliuolo, quella gloria che sola, si pu dire, di tutte
    le altre,  consente oggi di  essere  colta  da  uomini  di  nascimento
    privato:  cio  quella  a cui si viene talora colla sapienza,  e cogli
    studi delle buone dottrine e delle buone  lettere.  Gi  primieramente
    non ignori che questa gloria,  con tutto che dai nostri sommi antenati
    non fosse negletta,  fu per tenuta in piccolo conto per  comparazione
    alle  altre:  e  bene  hai  veduto  in quanti luoghi e con quanta cura
    Cicerone,  suo caldissimo e felicissimo seguace,  si  scusi  co'  suoi
    cittadini del tempo e dell'opera che egli poneva in procacciarla;  ora
    allegando che gli  studi  delle  lettere  e  della  filosofia  non  lo
    rallentavano in modo alcuno alle faccende pubbliche,  ora che sforzato
    dall'iniquit dei tempi ad astenersi dai negozi maggiori, attendeva in
    quegli  studi  a  consumare  dignitosamente  l'ozio  suo;   e   sempre
    anteponendo  alla gloria de' suoi scritti quella del suo consolato,  e
    delle cose fatte da se in beneficio della repubblica. E veramente,  se
    il soggetto principale delle lettere  la vita umana, il primo intento
    della  filosofia  l'ordinare  le  nostre  azioni,  non    dubbio  che
    l'operare  tanto  pi  degno  e  pi  nobile  del  meditare  e  dello
    scrivere, quanto  pi nobile il fine che il mezzo, e quanto le cose e
    i  soggetti  importano  pi che le parole e i ragionamenti.  Anzi niun
    ingegno  creato dalla natura agli studi;  n l'uomo nasce a scrivere,
    ma solo a fare.  Perci veggiamo che i pi degli scrittori eccellenti,
    e massime de' poeti illustri, di questa medesima et; come,  a cagione
    di   esempio,   Vittorio   Alfieri;   furono  da  principio  inclinati
    straordinariamente alle grandi azioni: alle quali ripugnando i  tempi,
    e  forse  anche impediti dalla fortuna propria,  si volsero a scrivere
    cose grandi.  N sono propriamente atti a  scriverne  quelli  che  non
    hanno disposizione e virt di farne. E puoi facilmente considerare, in
    Italia,  dove quasi tutti sono d'animo alieno dai fatti egregi, quanto
    pochi  acquistino  fama  durevole  colle  scritture.   Io  penso   che
    l'antichit,  specialmente  romana  o greca,  si possa convenevolmente
    figurare nel modo che fu scolpita in  Argo  la  statua  di  Telesilla,
    poetessa,  guerriera  e  salvatrice  della  patria.  La  quale  statua
    rappresentavala  con  un  elmo  in  mano,   intenta  a  mirarlo,   con
    dimostrazione di compiacersene, in atto di volerlosi recare in capo; e
    a'  piedi,  alcuni volumi,  quasi negletti da lei,  come piccola parte
    della sua gloria (32).
    Ma tra noi moderni,  esclusi comunemente  da  ogni  altro  cammino  di
    celebrit,  quelli  che  si  pongono per la via degli studi,  mostrano
    nella elezione quella maggiore  grandezza  d'animo  che  oggi  si  pu
    mostrare,  e  non  hanno  necessit di scusarsi colla loro patria.  Di
    maniera che  in  quanto  alla  magnanimit,  lodo  sommamente  il  tuo
    proposito.  Ma perciocch questa via, come quella che non  secondo la
    natura degli uomini,  non si pu seguire senza pregiudizio del  corpo,
    n  senza  moltiplicare  in  diversi  modi  l'infelicit  naturale del
    proprio animo; per innanzi ad ogni altra cosa,  stimo sia conveniente
    e dovuto non meno all'ufficio mio, che all'amor grande che tu meriti e
    che  io  ti porto,  renderti consapevole s di varie difficolt che si
    frappongono al conseguimento della gloria alla quale aspiri,  e s del
    frutto che ella  per produrti in caso che tu la conseguisca;  secondo
    che fino a ora ho potuto conoscere  coll'esperienza  o  col  discorso:
    acciocch,   misurando  teco  medesimo,   da  una  parte,  quanta  sia
    l'importanza  e  il  pregio   del   fine,   e   quanta   la   speranza
    dell'ottenerlo;  dall'altra,  i danni, le fatiche e i disagi che porta
    seco il cercarlo  (dei  quali  ti  ragioner  distintamente  in  altra
    occasione);  tu  possa con piena notizia considerare e risolvere se ti
    sia pi spediente di seguitarlo, o di volgerti ad altra via.


    Capitolo secondo.

    Potrei qui nel principio distendermi lungamente sopra  le  emulazioni,
    le invidie, le censure acerbe, le calunnie, le parzialit, le pratiche
    e  i  maneggi occulti e palesi contro la tua riputazione,  e gli altri
    infiniti ostacoli che la malignit degli uomini ti opporr nel cammino
    che  hai  cominciato.  I  quali  ostacoli,  sempre  malagevolissimi  a
    superare,  spesso  insuperabili,  fanno che pi di uno scrittore,  non
    solo in vita, ma eziandio dopo la morte,  frodato al tutto dell'onore
    che se gli dee.  Perch,  vissuto senza fama per  l'odio  o  l'invidia
    altrui,  morto  si  rimane  nell'oscurit  per  dimenticanza;  potendo
    difficilmente avvenire che la gloria d'alcuno nasca o risorga in tempo
    che,  fuori delle carte per se immobili e mute,  nessuna  cosa  ne  ha
    cura.  Ma  le  difficolt  che  nascono  dalla  malizia  degli uomini,
    essendone stato scritto abbondantemente  da  molti,  ai  quali  potrai
    ricorrere,  intendo  di  lasciarle  da parte.  N anche ho in animo di
    narrare quegl'impedimenti che  hanno  origine  dalla  fortuna  propria
    dello  scrittore,  ed  eziandio  dal semplice caso,  o da leggerissime
    cagioni: i quali non di rado fanno che alcuni scritti degni  di  somma
    lode,  e  frutto di sudori infiniti,  sono perpetuamente esclusi dalla
    celebrit, o stati pure in luce per breve tempo, cadono e si dileguano
    interamente dalla memoria degli  uomini;  dove  che  altri  scritti  o
    inferiori di pregio, o non superiori a quelli, vengono e si conservano
    in grande onore. Io ti vo solamente esporre le difficolt e gl'impacci
    che senza intervento di malvagit umana, contrastano gagliardamente il
    premio della gloria,  non all'uno o all'altro fuor dell'usato,  ma per
    l'ordinario, alla maggior parte degli scrittori grandi.
    Ben sai che niuno si fa degno di questo titolo, n si conduce a gloria
    stabile e vera, se non per opere eccellenti e perfette,  o prossime in
    qualche  modo  alla  perfezione.  Or  dunque  hai  da  por mente a una
    sentenza verissima di un autore nostro lombardo;  dico dell'autore del
    "Cortegiano" (33): la quale  che "rare volte interviene che chi non 
    assueto  a scrivere,  per erudito che egli si sia,  possa mai conoscer
    perfettamente le fatiche ed industrie degli scrittori,  n  gustar  la
    dolcezza  ed  eccellenza degli stili,  e quelle intrinseche avvertenze
    che spesso si trovano  negli  antichi".  E  qui  primieramente  pensa,
    quanto  piccolo  numero  di  persone sieno assuefatte ed ammaestrate a
    scrivere;  e per da quanto poca parte  degli  uomini,  o  presenti  o
    futuri,  tu  possa in qualunque caso sperare quell'opinione magnifica,
    che ti hai proposto per frutto della tua vita.  Oltre di ci considera
    quanta  sia  nelle  scritture  la  forza dello stile;  dalle cui virt
    principalmente,  e dalla cui perfezione,  dipende la perpetuit  delle
    opere  che cadono in qualunque modo nel genere delle lettere amene.  E
    spessissimo occorre che se tu  spogli  del  suo  stile  una  scrittura
    famosa,  di  cui  ti  pensavi  che  quasi tutto il pregio stesse nelle
    sentenze, tu la riduci in istato, che ella ti par cosa di niuna stima.
    Ora la lingua  tanta parte dello  stile,  anzi  ha  tal  congiunzione
    seco,  che  difficilmente  si pu considerare l'una di queste due cose
    disgiunta dall'altra;  a ogni poco si confondono insieme ambedue,  non
    solamente  nelle  parole  degli uomini,  ma eziandio nell'intelletto e
    mille loro qualit e mille pregi o mancamenti, appena, e forse in niun
    modo, colla pi sottile e accurata speculazione,  si pu distinguere e
    assegnare a quale delle due cose appartengano, per essere quasi comuni
    e  indivise  tra  l'una  e  l'altra.  Ma certo niuno straniero ,  per
    tornare  alle   parole   del   Castiglione,   "assueto   a   scrivere"
    elegantemente nella tua lingua.  Di modo che lo stile, parte s grande
    e s rilevante dello scrivere,  e cosa  d'inesplicabile  difficolt  e
    fatica,  tanto ad apprenderne l'intimo e perfetto artificio, quanto ad
    esercitarlo, appreso che egli sia;  non ha propriamente altri giudici,
    n  altri  convenevoli estimatori,  ed atti a poter lodarlo secondo il
    merito,  se non coloro che in una sola nazione del mondo hanno uso  di
    scrivere.  E  verso  tutto  il resto del genere umano,  quelle immense
    difficolt e fatiche sostenute circa esso stile,  riescono in buona  e
    forse  massima  parte  inutili  e  sparse al vento.  Lascio l'infinita
    variet dei giudizi e delle inclinazioni dei letterati;  per la  quale
    il numero delle persone atte a sentire le qualit lodevoli di questo o
    di quel libro, si riduce ancora a molto meno.
    Ma  io voglio che tu abbi per indubitato che a conoscere perfettamente
    i pregi di un'opera  perfetta  o  vicina  alla  perfezione,  e  capace
    veramente dell'immortalit, non basta essere assuefatto a scrivere, ma
    bisogna  saperlo  fare  quasi  cos  perfettamente  come  lo scrittore
    medesimo che hassi a giudicare.  Perciocch l'esperienza  ti  mostrer
    che  a proporzione che tu verrai conoscendo pi intrinsecamente quelle
    virt nelle quali consiste  il  perfetto  scrivere,  e  le  difficolt
    infinite  che si provano in procacciarle,  imparerai meglio il modo di
    superare le une e di conseguire le  altre;  in  tal  guisa  che  niuno
    intervallo  e  niuna  differenza  sar dal conoscerle,  all'imparare e
    possedere il detto modo;  anzi saranno l'una e l'altra una cosa  sola.
    Di  maniera  che  l'uomo  non  giunge  a  poter  discernere  e gustare
    compiutamente l'eccellenza degli  scrittori  ottimi,  prima  che  egli
    acquisti  la  facolt  di  poterla  rappresentare  negli scritti suoi:
    perch quell'eccellenza non si conosce n gustasi  totalmente  se  non
    per mezzo dell'uso e dell'esercizio proprio,  e quasi,  per cos dire,
    trasferita in se stesso.  E innanzi a quel  tempo,  niuno  per  verit
    intende,  che  e  quale sia propriamente il perfetto scrivere.  Ma non
    intendendo questo,  non pu n anche avere la debita ammirazione  agli
    scrittori  sommi.  E  la pi parte di quelli che attendono agli studi,
    scrivendo essi facilmente,  e  credendosi  scriver  bene,  tengono  in
    verit  per  fermo,  quando anche dicano il contrario,  che lo scriver
    bene sia cosa facile.  Or vedi a che si riduca il numero di coloro che
    dovranno  potere  ammirarti e saper lodarti degnamente,  quando tu con
    sudori e con disagi incredibili,  sarai  pure  alla  fine  riuscito  a
    produrre un'opera egregia e perfetta.  Io ti so dire (e credi a questa
    et canuta) che appena due o tre sono oggi in Italia,  che abbiano  il
    modo  e  l'arte  dell'ottimo  scrivere.  Il  qual  numero  se  ti pare
    eccessivamente piccolo,  non hai da pensare contuttoci che  egli  sia
    molto maggiore in tempo n in luogo alcuno.
    Pi  volte  io  mi  maraviglio  meco  medesimo  come,  ponghiamo caso,
    Virgilio,  esempio supremo di perfezione agli scrittori,  sia venuto e
    mantengasi  in  questa  sommit  di  gloria.  Perocch,  quantunque io
    presuma poco di me stesso,  e creda non poter mai godere  e  conoscere
    ciascheduna  parte d'ogni suo pregio e d'ogni suo magistero;  tuttavia
    tengo per certo che il massimo numero de' suoi lettori e lodatori  non
    iscorge ne' poemi suoi pi che una bellezza per ogni dieci o venti che
    a me,  col molto rileggerli e meditarli, viene pur fatto di scoprirvi.
    In vero io mi persuado che l'altezza della  stima  e  della  riverenza
    verso  gli scrittori sommi,  provenga comunemente,  in quelli eziandio
    che li  leggono  e  trattano,  piuttosto  da  consuetudine  ciecamente
    abbracciata,  che  da  giudizio  proprio e dal conoscere in quelli per
    veruna guisa un  merito  tale.  E  mi  ricordo  del  tempo  della  mia
    giovinezza;  quando  io leggendo i poemi di Virgilio con piena libert
    di giudizio da una parte, e nessuna cura dell'autorit degli altri, il
    che non  comune a molti;  e dall'altra parte con imperizia consueta a
    quell'et, ma forse non maggiore di quella che in moltissimi lettori 
    perpetua;   ricusava  fra  me  stesso  di  concorrere  nella  sentenza
    universale;  non discoprendo in Virgilio molto maggiori virt che  nei
    poeti mediocri.  Quasi anche mi maraviglio che la fama di Virgilio sia
    potuta prevalere a quella di  Lucano.  Vedi  che  la  moltitudine  dei
    lettori non solo nei secoli di giudizio falso e corrotto, ma in quelli
    ancora  di  sane e ben temperate lettere,   molto pi dilettata dalle
    bellezze  grosse  e  patenti,  che  dalle  delicate  e  riposte;   pi
    dall'ardire  che dalla verecondia;  spesso eziandio dall'apparente pi
    che  dal  sostanziale;   e  per  l'ordinario  pi  dal  mediocre   che
    dall'ottimo.  Leggendo  le  lettere  di  un  Principe,  raro veramente
    d'ingegno, ma usato a riporre nei sali nelle arguzie nell'instabilit,
    nell'acume quasi  tutta  l'eccellenza  dello  scrivere,  io  m'avveggo
    manifestissimamente che egli nell'intimo de' suoi pensieri, anteponeva
    l'Enriade  all'Eneide;  bench  non  si  ardisse  a  profferire questa
    sentenza,  per solo timore di non offendere le orecchie degli  uomini.
    In  fine,  io stupisco che il giudizio di pochissimi,  ancorch retto,
    abbia potuto vincere quello  d'infiniti,  e  produrre  nell'universale
    quella  consuetudine  di  stima non meno cieca che giusta.  Il che non
    interviene sempre,  ma io reputo che la fama  degli  scrittori  ottimi
    soglia  essere effetto del caso pi che dei meriti loro: come forse ti
    sar confermato da quello che io  sono  per  dire  nel  progresso  del
    ragionamento.


    Capitolo terzo.

    Si  veduto gi quanto pochi avranno facolt di ammirarti quando sarai
    giunto  a  quell'eccellenza  che ti proponi.  Ora avverti che pi d'un
    impedimento si pu frapporre anco a questi  pochi,  che  non  facciano
    degno concetto del tuo valore, bench ne veggano i segni. Non  dubbio
    alcuno,  che  gli scritti eloquenti o poetici,  di qualsivoglia sorta,
    non tanto si giudicano dalle  loro  qualit  in  se  medesime,  quanto
    dall'effetto  che  essi fanno nell'animo di chi legge.  In modo che il
    lettore nel farne giudizio,  li considera pi,  per cos dire,  in  se
    proprio, che in loro stessi. Di qui nasce, che gli uomini naturalmente
    tardi  e  freddi  di cuore e d'immaginazione,  ancorch dotati di buon
    discorso, di molto acume d'ingegno,  e di dottrina non mediocre,  sono
    quasi  al  tutto  inabili  a  sentenziare  convenientemente sopra tali
    scritti;  non potendo in parte alcuna immedesimare l'animo proprio con
    quello dello scrittore;  e ordinariamente dentro di se li disprezzano;
    perch  leggendoli.   e  conoscendoli  ancora  per  famosissimi,   non
    iscuoprono la causa della loro fama; come quelli a cui non perviene da
    lettura  tale  alcun  moto,  alcun'immagine,  e  quindi  alcun diletto
    notabile. Ora,  a quegli stessi che da natura sono disposti e pronti a
    ricevere  e  a  rinnovellare in se qualunque immagine o affetto saputo
    acconciamente esprimere dagli scrittori, intervengono moltissimi tempi
    di freddezza,  noncuranza,  languidezza  d'animo,  impenetrabilit,  e
    disposizione tale, che, mentre dura, li rende o conformi o simili agli
    altri  detti  dianzi;  e  ci  per  diversissime cause,  intrinseche o
    estrinseche,  appartenenti allo spirito  o  al  corpo,  transitorie  o
    durevoli.  In questi cotali tempi,  niuno,  se ben fosse per altro uno
    scrittore sommo,   buon giudice degli scritti che hanno a muovere  il
    cuore  o  l'immaginativa.  Lascio  la saziet dei diletti provati poco
    prima in altre letture tali;  e le passioni,  pi o  meno  forti,  che
    sopravvengono  ad  ora  ad  ora;  le quali bene spesso tenendo in gran
    parte occupato l'animo,  non lasciano luogo ai movimenti che in  altra
    occasione vi sarebbero eccitati dalle cose lette.  Cos, per le stesse
    o simili cause, spesse volte veggiamo che quei medesimi luoghi, quegli
    spettacoli naturali o di qualsivoglia genere, quelle musiche,  e cento
    s  fatte  cose,  che in altri tempi ci commossero,  o sarebbero state
    atte a commuoverci se le avessimo vedute  o  udite;  ora  vedendole  e
    ascoltandole,  non ci commuovono punto,  n ci dilettano; e non perci
    sono men belle o meno efficaci in se, che fossero allora.
    Ma quando,  per qualunque delle dette cagioni,  l'uomo  mal  disposto
    agli effetti dell'eloquenza e della poesia,  non lascia egli nondimeno
    n differisce il far giudizio dei  libri  attenenti  all'un  genere  o
    all'altro  che  gli  accade  di  leggere  allora la prima volta.  A me
    interviene non di rado di ripigliare nelle mani Omero o Cicerone o  il
    Petrarca,  e  non  sentirmi  muovere  da quella lettura in alcun modo.
    Tuttavia,  come gi consapevole e certo della bont di scrittori tali,
    s per la fama antica e s per l'esperienza delle dolcezze cagionatemi
    da  loro  altre volte;  non fo per quella presente insipidezza,  alcun
    pensiero contrario alla loro lode.  Ma negli scritti che si leggono la
    prima volta, e che per essere nuovi, non hanno ancora potuto levare il
    grido,  o  confermarselo in guisa,  che non resti luogo a dubitare del
    loro  pregio;   niuna  cosa  vieta  che   il   lettore,   giudicandoli
    dall'effetto che fanno presentemente nell'animo proprio, ed esso animo
    non  trovandosi in disposizione da ricevere i sentimenti e le immagini
    volute da chi scrisse,  faccia piccolo  concetto  d'autori  e  d'opere
    eccellenti.  Dal  quale non  facile che egli si rimuova poi per altre
    letture  degli  stessi  libri,   fatte  in  migliori   tempi:   perch
    verisimilmente  il  tedio  provato  nella prima,  lo sconforter dalle
    altre;  e in ogni modo,  chi non sa  quello  che  importino  le  prime
    impressioni, e l'essere preoccupato da un giudizio, quantunque falso?
    Per lo contrario, trovansi gli animi alcune volte, per una o per altra
    cagione,  in  istato  di  mobilit,  senso  vigore e caldezza tale,  o
    talmente aperti e preparati,  che seguono ogni  menomo  impulso  della
    lettura, sentono vivamente ogni leggero tocco, e coll'occasione di ci
    che  leggono,  creano in se mille moti e mille immaginazioni,  errando
    talora in un delirio dolcissimo, e quasi rapiti fuori di se. Da questo
    facilmente avviene,  che guardando ai diletti avuti nella  lettura,  e
    confondendo  gli  effetti della virt e della disposizione propria con
    quelli che si appartengono veramente al libro; restino presi di grande
    amore ed ammirazione verso quello,  e ne facciano  un  concetto  molto
    maggiore del giusto,  anche preponendolo ad altri libri pi degni,  ma
    letti in congiuntura meno propizia.  Vedi dunque a quanta incertezza 
    sottoposta la verit e la rettitudine dei giudizi, anche delle persone
    idonee,  circa  gli  scritti e gl'ingegni altrui,  tolta pure di mezzo
    qualunque malignit o favore.  La quale incertezza  tale,  che l'uomo
    discorda  grandemente  da  se  medesimo  nell'estimazione  di opere di
    valore uguale, ed anche di un'opera stessa, in diverse et della vita,
    in diversi casi, e fino in diverse ore di un giorno.


    Capitolo quarto.

    A fine poi che tu non presuma che le predette difficolt,  consistenti
    nell'animo  dei lettori non ben disposto,  occorrano rade volte e fuor
    dell'usato;  considera che niuna cosa   maggiormente  usata,  che  il
    venir mancando nell'uomo coll'andar dell'et, la disposizione naturale
    a  sentire  i  diletti  dell'eloquenza  e  della poesia,  non meno che
    dell'altre  arti  imitative,  e  di  ogni  bello  mondano.   Il  quale
    decadimento  dell'animo,  prescritto  dalla  stessa natura alla nostra
    vita,  oggi  tanto maggiore che egli si fosse  agli  altri  tempi,  e
    tanto  pi presto incomincia ed ha pi rapido progresso,  specialmente
    negli studiosi, quanto che all'esperienza di ciascheduno,  si aggiunge
    a  chi  maggiore a chi minor parte della scienza nata dall'uso e dalle
    speculazioni di tanti secoli passati.  Per  la  qual  cosa  e  per  le
    presenti  condizioni  d'el  viver  civile,   si  dileguano  facilmente
    dall'immaginazione degli uomini le larve della prima et,  e  seco  le
    speranze dell'animo,  e colle speranze gran parte dei desiderii, delle
    passioni, del fervore, della vita, delle facolt. Onde io piuttosto mi
    maraviglio che uomini di et matura,  dotti massimamente,  e dediti  a
    meditare  sopra  le  cose  umane,  sieno  ancora sottoposti alla virt
    dell'eloquenza e della poesia, che non che di quando in quando elle si
    trovino impedite di fare in quelli alcun effetto.  Perciocch abbi per
    certo,  che  ad  essere  gagliardamente  mosso  dal bello e dal grande
    immaginato,  fa mestieri credere che vi abbia nella vita  umana  alcun
    che  di  grande  e  di bello vero,  e che il poetico del mondo non sia
    tutto favola.  Le quali cose il giovane  crede  sempre,  quando  anche
    sappia  il contrario,  finch l'esperienza sua propria non sopravviene
    al  sapere;   ma  elle  sono  credute  difficilmente  dopo  la  trista
    disciplina  dell'uso  pratico,  massime  dove l'esperienza  congiunta
    coll'abito dello speculare e colla dottrina.
    Da questo discorso  seguirebbe  che  generalmente  i  giovani  fossero
    migliori   giudici  delle  opere  indirizzate  a  destare  affetti  ed
    immagini,  che non sono gli uomini maturi o vecchi.  Ma da altro canto
    si vede che i giovani non accostumati alla lettura,  cercano in quella
    un diletto pi che umano, infinito,  e di qualit impossibili;  e tale
    non  ve  ne trovando,  disprezzano gli scrittori: il che anco in altre
    et,  per simili cause,  avviene alcune  volte  agl'illetterati.  Quei
    giovani  poi,  che  sono dediti alle lettere,  antepongono facilmente,
    come  nello  scrivere,   cos  nel  giudicare  gli   scritti   altrui,
    l'eccessivo  al  moderato,  il  superbo  o il vezzoso dei modi e degli
    ornamenti al semplice e al naturale,  e le bellezze fallaci alle vere;
    parte  per  la  poca esperienza,  parte per l'impeto dell'et.  Onde i
    giovani,  i quali senza alcun fallo sono la  parte  degli  uomini  pi
    disposta  a lodare quello che loro apparisce buono,  come pi veraci e
    candidi;  rade volte sono atti a gustare la matura  e  compiuta  bont
    delle   opere   letterarie.   Col   progresso   degli   anni,   cresce
    quell'attitudine che vien dall'arte, e decresce la naturale. Nondimeno
    ambedue sono necessarie all'effetto.
    Chiunque poi vive in citt grande,  per molto che egli sia  da  natura
    caldo e svegliato di cuore e d'immaginativa, io non so (eccetto se, ad
    esempio  tuo,  non trapassa in solitudine il pi del tempo) come possa
    mai ricevere dalle bellezze o della  natura  o  delle  lettere,  alcun
    sentimento  tenero  o  generoso,  alcun'immagine  sublime o leggiadra.
    Perciocch poche cose sono tanto contrarie a quello  stato  dell'animo
    che  ci  fa capaci di tali diletti,  quanto la conversazione di questi
    uomini, lo strepito di questi luoghi, lo spettacolo della magnificenza
    vana, della leggerezza delle menti, della falsit perpetua, delle cure
    misere,  e dell'ozio pi misero,  che vi regnano.  Quanto al volgo dei
    letterati,  sto per dire che quello delle citt grandi sappia meno far
    giudizio dei libri,  che non sa quello  delle  citt  piccole:  perch
    nelle grandi come le altre cose sono per lo pi false e vane,  cos la
    letteratura comunemente  falsa e  vana,  o  superficiale.  E  se  gli
    antichi  reputavano  gli  esercizi  delle lettere e delle scienze come
    riposi e sollazzi in comparazione ai negozi,  oggi  la  pi  parte  di
    quelli che nelle citt grandi fanno professione di studiosi, reputano,
    ed  effettualmente  usano,  gli  studi e lo scrivere,  come sollazzi e
    riposi degli altri sollazzi.
    Io  penso  che  le  opere  riguardevoli  di   pittura,   scultura   ed
    architettura, sarebbero godute assai meglio se fossero distribuite per
    le  province,  nelle  citt mediocri e piccole;  che accumulate.  come
    sono,  nelle  metropoli:  dove  gli  uomini,  parte  pieni  d'infiniti
    pensieri,  parte occupati in mille spassi, e coll'animo connaturato, o
    costretto,  anche mal suo grado,  allo svagamento,  alla frivolezza  e
    alla  vanit,  rarissime  volte  sono  capaci dei piaceri intimi dello
    spirito.  Oltre che la moltitudine di tante bellezze adunate  insieme,
    distrae  l'animo  in guisa,  che non attendendo a niuna di loro se non
    poco, non pu ricevere un sentimento vivo;  o genera tal saziet,  che
    elle  si  contemplano  colla  stessa  freddezza  interna,  che  si  fa
    qualunque oggetto volgare. Il simile dico della musica: la quale nelle
    altre citt non si trova esercitata cos  perfettamente,  e  con  tale
    apparato,  come  nelle grandi;  dove gli animi sono meno disposti alle
    commozioni mirabili di quell'arte, e meno, per dir cos, musicali, che
    in ogni altro luogo.  Ma nondimeno alle arti  necessario il domicilio
    delle citt grandi s a conseguire, e s maggiormente a porre in opera
    la loro perfezione: e non per questo,  da altra parte,   men vero che
    il diletto che elle porgono quivi agli uomini,    minore  assai,  che
    egli  non  sarebbe  altrove.  E  si  pu  dire  che gli artefici nella
    solitudine e nel silenzio, procurano con assidue vigilie,  industrie e
    sollecitudini,  il diletto di persone,  che solite a rivolgersi tra la
    folla e il romore, non gusteranno se non piccolissima parte del frutto
    di tante fatiche.  La qual sorte degli artefici cade anco per  qualche
    proporzionato modo negli scrittori.


    Capitolo quinto.

    Ma ci sia detto come per incidenza. Ora tornando in via, dico che gli
    scritti  pi  vicini  alla  perfezione,  hanno  questa propriet,  che
    ordinariamente alla seconda lettura piacciono pi che alla  prima.  Il
    contrario avviene in molti libri composti con arte e diligenza non pi
    che mediocre, ma non privi per di un qual si sia pregio estrinseco ed
    apparente; i quali, riletti che sieno, cadono dall'opinione che l'uomo
    ne avea conceputo alla prima lettura. Ma letti gli uni e gli altri una
    volta sola, ingannano talora in modo anche i dotti ed esperti, che gli
    ottimi  sono  posposti  ai  mediocri.  Ora hai a considerare che oggi,
    eziandio le persone dedite agli studi per instituto di vita, con molta
    difficolt s'inducono a rileggere libri recenti, massime il cui genere
    abbia per suo proprio fine il diletto.  La qual cosa non avveniva agli
    antichi;  atteso  la  minor copia dei libri.  Ma in questo tempo ricco
    delle scritture lasciateci di mano in mano da tanti secoli,  in questo
    presente  numero  di  nazioni letterate,  in questa eccessiva copia di
    libri  prodotti  giornalmente  da  ciascheduna  di  esse,   in   tanto
    scambievole  commercio  fra  tutte  loro;   oltre  a  ci,   in  tanta
    moltitudine e variet delle lingue  scritte,  antiche  e  moderne,  in
    tanto  numero  ed  ampiezza  di scienze e dottrine di ogni maniera,  e
    queste cos strettamente connesse e collegate insieme, che lo studioso
     necessitato a  sforzarsi  di  abbracciarle  tutte,  secondo  la  sua
    possibilit;  ben  vedi  che  manca  il  tempo alle prime non che alle
    seconde letture.  Per qualunque giudizio vien fatto dei  libri  nuovi
    una  volta,  difficilmente si muta.  Aggiungi che per le stesse cause,
    anche nel primo leggere  i  detti  libri,  massime  di  genere  ameno,
    pochissimi  e rarissime volte pongono tanta attenzione e tanto studio,
    quanto  di bisogno a scoprire la faticosa perfezione, I'arte intima e
    le virt modeste e recondite degli  scritti.  Di  modo  che  in  somma
    oggid  viene a essere peggiore la condizione dei libri perfetti,  che
    dei mediocri;  le bellezze o doti di una gran parte dei quali,  vere o
    false,  sono esposte agli occhi in maniera, che per piccole che sieno,
    facilmente si scorgono alla prima vista.  E possiamo dire con  verit,
    che  oramai  l'affaticarsi di scrivere perfettamente,   quasi inutile
    alla fama. Ma da altra parte, i libri composti,  come sono quasi tutti
    i moderni, frettolosamente, e rimoti da qualunque perfezione; ancorch
    sieno  celebrati  per  qualche tempo,  non possono mancar di perire in
    breve: come si vede continuamente nell'effetto.  Ben  vero che  l'uso
    che  oggi  si  fa  dello scrivere  tanto,  che eziandio molti scritti
    degnissimi di memoria,  e venuti pure in  grido,  trasportati  indi  a
    poco,  e  avanti che abbiano potuto (per dir cos) radicare la propria
    celebrit, dall'immenso fiume dei libri nuovi che vengono tutto giorno
    in luce, periscono senz'altra cagione,  dando luogo ad altri,  degni o
    indegni,  che  occupano  la fama per breve spazio.  Cos,  ad un tempo
    medesimo,  una sola gloria  dato a noi di seguire,  delle  tante  che
    furono proposte agli antichi; e quella stessa con molta pi difficolt
    si consegue oggi, che anticamente. Soli in questo naufragio continuo e
    comune  non meno degli scritti nobili che de' plebei,  soprannuotano i
    libri antichi;  i quali per la fama gi stabilita e corroborata  dalla
    lunghezza dell'et,  non solo si leggono ancora diligentemente,  ma si
    rileggono e studiano.  E nota che un libro  moderno,  eziandio  se  di
    perfezione fosse comparabile agli antichi,  difficilmente o per nessun
    modo potrebbe, non dico possedere lo stesso grado di gloria, ma recare
    altrui tanta giocondit quanta dagli antichi si riceve: e  questo  per
    due  cagioni.   La  prima  si  ,  che  egli  non  sarebbe  letto  con
    quell'accuratezza e sottilit che si usa negli scritti celebri da gran
    tempo,  n tornato a leggere se non  da  pochissimi.  n  studiato  da
    nessuno;  perch  non  si  studiano libri,  che non sieno scientifici,
    insino a tanto che non sono divenuti antichi.  L'altra si  ,  che  la
    fama  durevole  e  universale  delle scritture,  posto che a principio
    nascesse non da altra causa che dal merito loro proprio ed intrinseco,
    ci non ostante, nata e cresciuta che sia,  moltiplica in modo il loro
    pregio,  che  elle  ne  divengono  assai pi grate a leggere,  che non
    furono per l'addietro;  e talvolta la maggior parte del diletto che vi
    si prova, nasce semplicemente dalla stessa fama. Nel qual proposito mi
    tornano  ora  alla  mente  alcune  avvertenze  notabili di un filosofo
    francese; il quale (34) in sostanza,  discorrendo intorno alle origini
    dei piaceri umani, dice cos. "Molte cause di godimento compone e crea
    l'animo  stesso  nostro  a  se  proprio,  massime  collegando tra loro
    diverse cose.  Perci bene spesso avviene che quello che  piacque  una
    volta,  piaccia similmente un'altra; solo per essere piaciuto innanzi,
    congiungendo noi coll'immagine del presente quella  del  passato.  Per
    modo di esempio, una commediante piaciuta agli spettatori nella scena,
    piacer verisimilmente ai medesimi anco nelle sue stanze;  perocch s
    del suono della sua voce,  s della sua  recitazione,  s  dell'essere
    stati presenti agli applausi riportati dalla donna,  e in qualche modo
    eziandio del concetto di principessa aggiunto a quel  proprio  che  le
    conviene,  si comporr quasi un misto di pi cause, che produrranno un
    diletto  solo.  Certo  la  mente  di  ciascuno  abbonda  tutto  giorno
    d'immagini  e  di  considerazioni  accessorie alle principali.  Di qui
    nasce che le donne fornite  di  riputazione  grande,  e  macchiate  di
    qualche difetto piccolo,  recano talvolta in onore esso difetto, dando
    causa agli altri di tenerlo in conto di  leggiadria.  E  veramente  il
    particolare  amore  che  ponghiamo  chi  ad una chi ad altra donna,  
    fondato il pi delle volte in sulle sole preoccupazioni che nascono in
    colei favore o dalla nobilt del sangue,  o dalle ricchezze,  o  dagli
    onori  che  le  sono renduti o dalla stima che le  portata da certi";
    spesso eziandio dalla fama, vera o falsa,  di bellezza o di grazia,  e
    dallo stesso amore avutole prima o di presente da altre persone. E chi
    non   sa   che   quasi  tutti  i  piaceri  vengono  pi  dalla  nostra
    immaginativa, che dalle proprie qualit delle cose piacevoli?
    Le quali avvertenze quadrando ottimamente agli scritti  non  meno  che
    alle altre cose,  dico che se oggi uscisse alla luce un poema uguale o
    superiore   di   pregio    intrinseco    all'Iliade;    letto    anche
    attentissimamente  da qualunque pi perfetto giudice di cose poetiche,
    gli riuscirebbe assai meno grato e men dilettevole di  quella;  e  per
    tanto  gli  resterebbe  in  molto  minore estimazione: perch le virt
    proprie  del  poema  nuovo,   non  sarebbero  aiutate  dalla  fama  di
    ventisette secoli,  ne da mille memorie e mille rispetti, come sono le
    virt   dell'Iliade.   Similmente   dico,    che   chiunque   leggesse
    accuratamente  o la Gerusalemme o il Furioso,  ignorando in tutto o in
    parte la loro celebrit; proverebbe nella lettura molto minor diletto,
    che gli altri non fanno.  Laonde in  fine,  parlando  generalmente,  i
    primi  lettori  di ciascun'opera egregia,  e i contemporanei di chi la
    scrisse, posto che ella ottenga poi fama nella posterit,  sono quelli
    che  in  leggerla  godono  meno  di tutti gli altri: il che risulta in
    grandissimo pregiudizio degli scrittori.


    Capitolo sesto.

     Queste sono in parte le difficolt che  ti  contenderanno  l'acquisto
    della  gloria  appresso  agli  studiosi,  ed  agli  stessi  eccellenti
    nell'arte dello scrivere e nella dottrina.  E quanto a coloro  che  se
    bene bastantemente instrutti di quell'erudizione che oggi  parte,  si
    pu dire, necessaria di civilt, non fanno professione alcuna di studi
    n di scrivere,  e leggono solo per passatempo,  ben sai che non  sono
    atti a godere pi che tanto della bont dei libri: e questo,  oltre al
    detto innanzi, anche per un'altra cagione,  che mi resta a dire.  Cio
    che  questi  tali non cercano altro in quello che leggono,  fuorch il
    diletto presente.  Ma il presente  piccolo e insipido  per  natura  a
    tutti gli uomini. Onde ogni cosa pi dolce, e come dice Omero,

    "Venere, il sonno, il canto e le carole"

    presto  e  di necessit vengono a noia,  se colla presente occupazione
    non  congiunta la speranza di qualche diletto o comodit  futura  che
    ne  dipenda.  Perocch  la  condizione dell'uomo non  capace di alcun
    godimento notabile che non consista sopra tutto nella speranza, la cui
    forza  tale, che moltissime occupazioni prive per se di ogni piacere,
    ed eziandio stucchevoli o faticose,  aggiuntavi la speranza di qualche
    frutto,  riescono gratissime e giocondissime, per lunghe che sieno; ed
    al contrario,  le cose che si stimano  dilettevoli  in  se,  disgiunte
    dalla  speranza,  vengono  in  fastidio quasi,  per cos dire,  appena
    gustate.   E  in  tanto  veggiamo  noi  che  gli  studiosi  sono  come
    insaziabili della lettura,  anco spesse volte aridissima, e provano un
    perpetuo diletto nei  loro  studi,  continuati  per  buona  parte  del
    giorno;  in  quanto  che  nell'una  e  negli altri,  essi hanno sempre
    dinanzi agli occhi uno scopo collocato nel futuro,  e una speranza  di
    progresso e di giovamento,  qualunque egli si sia;  e che nello stesso
    leggere che fanno alcune volte quasi per ozio  e  per  trastullo,  non
    lasciano  di  proporsi,  oltre  al  diletto  presente,  qualche  altra
    utilit, pi o meno determinata. Dove che gli altri, non mirando nella
    lettura ad alcun fine che non si contenga,  per dir cos,  nei termini
    di  essa  lettura;  fino sulle prime carte dei libri pi dilettevoli e
    pi soavi,  dopo un vano piacere,  si trovano  sazi:  sicch  sogliono
    andare  nauseosamente  errando  di  libro  in  libro,  e  in  fine  si
    maravigliano i pi di loro,  come altri  possa  ricevere  dalla  lunga
    lezione un lungo diletto. In tal modo, anche da ci puoi conoscere che
    qualunque arte,  industria e fatica di chi scrive,  perduta quasi del
    tutto in  quanto  a  queste  tali  persone:  del  numero  delle  quali
    generalmente  si    la pi parte dei lettori.  Ed anche gli studiosi,
    mutate coll'andare degli anni,  come spesso avviene,  la materia e  la
    qualit  dei  loro  studi,  appena  sopportano la lettura di libri dai
    quali in altro tempo furono o sarebbero potuti essere dilettati  oltre
    modo;  e se bene hanno ancora l'intelligenza e la perizia necessaria a
    conoscerne il pregio, pure non vi sentono altro che tedio;  perch non
    si aspettano da loro alcuna utilit.
    Capitolo settimo.

    Fin  qui  si    detto  dello  scrivere in generale,  e certe cose che
    toccano principalmente alle lettere amene,  allo studio delle quali ti
    veggo  inclinato  pi che ad alcun altro.  Diciamo ora particolarmente
    della filosofia;  non intendendo per di  separar  quelle  da  questa;
    dalla  quale  pendono  totalmente.  Penserai  forse  che  derivando la
    filosofia dalla ragione,  di cui l'universale degli uomini  inciviliti
    partecipa  forse  pi che dell'immaginativa e delle facolt del cuore;
    il  pregio  delle  opere  filosofiche  debba  essere  conosciuto   pi
    facilmente  e  da maggior numero di persone,  che quello de' poemi,  e
    degli altri scritti che riguardano al dilettevole e al bello.  Ora io,
    per me,  stimo che il proporzionato giudizio e il perfetto senso,  sia
    poco meno raro verso quelle, che verso queste.  Primieramente abbi per
    cosa certa,  che a far progressi notabili nella filosofia, non bastano
    sottilit d'ingegno,  e facolt grande di  ragionare,  ma  si  ricerca
    eziandio  molta forza immaginativa;  e che il Descartes,  Galileo,  il
    Leibnitz,  il Newton,  il Vico,  in quanto all'innata disposizione dei
    loro ingegni,  sarebbero potuti essere sommi poeti; e per lo contrario
    Omero,  Dante,  lo  Shakespeare,  sommi  filosofi.  Ma  perch  questa
    materia,  a dichiararla e trattarla appieno,  vorrebbe molte parole, e
    ci dilungherebbe assai dal nostro proposito; perci contentandomi pure
    di questo cenno, e passando innanzi,  dico che solo i filosofi possono
    conoscere  perfettamente  il pregio,  e sentire il diletto,  dei libri
    filosofici.  Intendo  dire  in  quanto  si    alla  sostanza,  non  a
    qualsivoglia  ornamento  che  possono avere,  o di parole o di stile o
    d'altro.  Dunque,  come gli  uomini  di  natura,  per  modo  di  dire,
    impoetica, se bene intendono le parole e il senso, non ricevono i moti
    e  le  immagini  de'  poemi;  cos  bene  spesso  quelli  che non sono
    dimesticati al meditare e filosofare seco medesimi,  o  che  non  sono
    atti  a  pensare  profondamente,  per  veri e per accurati che sieno i
    discorsi e le conclusioni del filosofo,  e chiaro il modo che egli usa
    in espor gli uni e l'altre, intendono le parole e quello che egli vuol
    dire,  ma non la verit de' suoi detti. Perocch non avendo la facolt
    o l'abito di penetrar coi  pensieri  nell'intimo  delle  cose,  n  di
    sciorre  e  dividere  le  proprie idee nelle loro menome parti,  n di
    ragunare e stringere insieme un  buon  numero  di  esse  idee,  n  di
    contemplare  colla  mente  in  un  tratto molti particolari in modo da
    poterne trarre un generale,  n di seguire indefessamente  coll'occhio
    dell'intelletto  un  lungo ordine di verit connesse tra loro a mano a
    mano,  n di scoprire  le  sottili  e  recondite  congiunture  che  ha
    ciascuna verit con cento altre;  non possono facilmente, o in maniera
    alcuna,  imitare e reiterare colla mente propria le operazioni  fatte,
    n provare le impressioni provate,  da quella del filosofo; unico modo
    a vedere, comprendere, ed estimare convenientemente tutte le cause che
    indussero esso filosofo a far questo  o  quel  giudizio,  affermare  o
    negare  questa o quella cosa,  dubitar di tale o di tal altra.  Sicch
    quantunque intendano i suoi concetti.  non intendono che sieno veri  o
    probabili;  non avendo, e non potendo fare, una quasi esperienza della
    verit e della probabilit loro.  Cosa poco diversa da quella che agli
    uomini naturalmente freddi accade circa le immaginazioni e gli affetti
    espressi dai poeti. E ben sai che egli  comune al poeta e al filosofo
    l'internarsi nel profondo degli animi umani,  e trarre in luce le loro
    intime qualit e variet, gli andamenti,  i moti e i successi occulti,
    le  cause  e  gli  effetti  dell'une  e degli altri: nelle quali cose,
    quelli che non sono  atti  a  sentire  in  se  la  corrispondenza  de'
    pensieri poetici al vero,  non sentono anche,  e non conoscono, quella
    dei filosofici.
    Dalle dette cause nasce quello che veggiamo tutto d,  che molte opere
    egregie,  ugualmente chiare ed intelligibili a tutti, ci non ostante,
    ad alcuni paiono contenere mille verit  certissime  ad  altri,  mille
    manifesti   errori:   onde   elle  sono  impugnate,   pubblicamente  o
    privatamente;  non solo per malignit o  per  interesse  o  per  altre
    simili cagioni, ma eziandio per imbecillita di mente, e per incapacit
    di  sentire  e  di  comprendele  la  certezza  dei loro principii,  la
    rettitudine delle deduzioni e delle  conclusioni,  e  generalmente  la
    convenienza,  l'efficacia e la verit dei loro discorsi.  Spesse volte
    le pi stupende opere filosofiche sono anche imputate di oscurit, non
    per colpa degli scrittori  ma  per  la  profondit  o  la  novit  dei
    sentimenti da un lato,  e dall'altro l'oscurit dell'intelletto di chi
    non li potrebbe comprendere in nessun modo. Considera dunque anche nel
    genere filosofico quanta difficolt di aver lode,  per dovuta che sia.
    Perocch non puoi dubitare,  se anche io non lo esprimo, che il numero
    dei filosofi veri e profondi,  fuori dei quali non   chi  sappia  far
    convenevole  stima  degli  altri  tali,  non  sia  piccolissimo  anche
    nell'et presente,  bench dedita all'amore della filosofia pi che le
    passate. Lascio le varie fazioni, o comunque si convenga chiamarle, in
    cui sono divisi oggi, come sempre furono, quelli che fanno professione
    di filosofare: ciascuna delle quali nega ordinariamente la debita lode
    e  stima  a  quei  delle  altre;  non  solo per volont,  ma per avere
    l'intelletto occupato da altri principii.


    Capitolo ottavo.

    Se poi (come non  cosa alcuna che  io  non  mi  possa  promettere  di
    cotesto  ingegno)  tu  salissi  col sapere e colla meditazione a tanta
    altezza,  che ti fosse dato,  come fu a  qualche  eletto  spirito,  di
    scoprire alcuna principalissima verit, non solo stata prima incognita
    in ogni tempo, ma rimota al tutto dall'espettazione degli uomini, e al
    tutto diversa o contraria alle opinioni presenti,  anco dei saggi; non
    pensar di avere a raccorre in tua vita da questo discoprimento  alcuna
    lode  non volgare.  Anzi non ti sar data lode,  n anche da' sapienti
    (eccettuato forse una  loro  menoma  parte),  finch  ripetute  quelle
    medesime  verit,  ora  da  uno  ora  da  altro,  a  poco a poco e con
    lunghezza di tempo,  gli uomini vi assuefacciano prima gli  orecchi  e
    poi l'intelletto.  Perocch niuna verit nuova, e del tutto aliena dai
    giudizi correnti;  quando bene dal  primo  che  se  ne  avvide,  fosse
    dimostrata  con evidenza e certezza conforme o simile alla geometrica;
    non fu mai potuta,  se pure le  dimostrazioni  non  furono  materiali.
    introdurre  e  stabilire  nel  mondo subitamente;  ma solo in corso di
    tempo, mediante la consuetudine e l'esempio: assuefacendosi gli uomini
    al credere come ad ogni altra cosa;  anzi  credendo  generalmente  per
    assuefazione,  non  per  certezza di prove concepita nell'animo: tanto
    che in fine essa verit,  cominciata  a  insegnare  ai  fanciulli,  fu
    accettata  comunemente,  ricordata  con  maraviglia  l'ignoranza della
    medesima,  e derise  le  sentenze  diverse  o  negli  antenati  o  nei
    presenti.  Ma  ci  con tanto maggiore difficolt e lunghezza,  quanto
    queste s fatte verit nuove e  incredibili,  furono  maggiori  e  pi
    capitali,  e  quindi  sovvertitrici  di  maggior  numero  di  opinioni
    radicate negli animi.  N anche  gl'intelletti  acuti  ed  esercitati,
    sentono  facilmente  tutta  l'efficacia  delle  ragioni che dimostrano
    simili verit inaudite,  ed eccedenti di troppo spazio i termini delle
    cognizioni e dell'uso di essi intelletti,  massime quando tali ragioni
    e tali verit ripugnano alle  credenze  inveterate  nei  medesimi.  Il
    Descartes  al  suo  tempo,  nella  geometria,  la quale egli amplific
    maravigliosamente coll'adattarvi l'algebra e cogli altri suoi trovati,
    non fu n pure inteso,  se non da pochissimi.  Il  simile  accadde  al
    Newton. In vero, la condizione degli uomini disusatamente superiori di
    sapienza alla propria et, non  molto diversa da quella dei letterati
    e  dotti  che  vivono  in citt o province vacue di studi: perocch n
    questi, come dir poi, da' lor cittadini o provinciali,  n quelli da'
    contemporanei,  sono  tenuti  in  quel  conto che meriterebbero;  anzi
    spessissime volte sono vilipesi,  per la diversit della vita o  delle
    opinioni  loro da quelle degli altri,  e per la comune insufficienza a
    conoscere il pregio delle loro facolt ed opere.
    Non  dubbio che il  genere  umano  a  questi  tempi  e  insino  dalla
    restaurazione della civilt, non vada procedendo innanzi continuamente
    nel  sapere.  Ma  il  suo  procedere    tardo e misurato: laddove gli
    spiriti  sommi  e  singolari,   che  si  danno  alla  speculazione  di
    quest'universo    sensibile   all'uomo   o   intelligibile,    ed   al
    rintracciamento del vero, camminano, anzi talora corrono, velocemente,
    e quasi senza misura alcuna. E non per questo  possibile che il mondo
    in vederli procedere cos spediti,  affretti  il  cammino  tanto,  che
    giunga con loro o poco pi tardi di loro, col dove essi per ultimo si
    rimangono.  Anzi non esce del suo passo; e non si conduce alcune volte
    a questo o a quel termine, se non solamente in ispazio di uno o di pi
    secoli da poi che qualche alto spirito vi si fu condotto.
    E' sentimento, si pu dire,  universale,  che il sapere umano debba la
    maggior  parte del suo progresso a quegl'ingegni supremi,  che sorgono
    di tempo in tempo, quando uno quando altro,  quasi miracoli di natura.
    Io  per lo contrario stimo che esso debba agl'ingegni ordinari il pi,
    agli straordinari pochissimo.  Uno di questi,  ponghiamo,  fornito che
    egli   ha   colla   dottrina  lo  spazio  delle  conoscenze  de'  suoi
    contemporanei,  procede nel sapere,  per dir  cos,  dieci  passi  pi
    innanzi. Ma gli altri uomini, non solo non si dispongono a seguitarlo,
    anzi  il  pi  delle  volte,  per tacere il peggio,  si ridono del suo
    progresso.  Intanto molti ingegni mediocri,  forse in parte aiutandosi
    dei  pensieri  e  delle scoperte di quel sommo,  ma principalmente per
    mezzo degli studi propri,  fanno congiuntamente un passo;  nel che per
    la  brevit dello spazio,  cio per la poca novit delle sentenze,  ed
    anche per la moltitudine di quelli che ne  sono  autori,  in  capo  di
    qualche anno,  sono seguitati universalmente. Cos, procedendo, giusta
    il consueto, a poco a poco, e per opera ed esempio di altri intelletti
    mediocri,  gli uomini  compiono  finalmente  il  decimo  passo;  e  le
    sentenze di quel sommo sono comunemente accettate per vere in tutte le
    nazioni civili.  Ma esso,  gi spento da gran tempo, non acquista pure
    per tal successo una  tarda  e  intempestiva  riputazione;  parte  per
    essere gi mancata la sua memoria,  o perch l'opinione ingiusta avuta
    di lui mentre visse,  confermata dalla lunga consuetudine,  prevale  a
    ogni altro rispetto;  parte perch gli uomini non sono venuti a questo
    grado di cognizioni per opera sua;  e parte perch gi nel sapere  gli
    sono uguali, presto lo sormonteranno, e forse gli sono superiori anche
    al presente, per essersi potute colla lunghezza del tempo dimostrare e
    dichiarare  meglio  le  verit  immaginate  da  lui,  ridurre  le  sue
    congetture a certezza,  dare ordine e forma migliore a' suoi trovati e
    quasi maturarli.  Se non che forse qualcuno degli studiosi,  riandando
    le memorie dei tempi addietro, considerate le opinioni di quel grande,
    e messe a riscontro con quelle de' suoi  posteri,  si  avvede  come  e
    quanto egli precorresse il genere umano,  e gli porge alcune lodi, che
    levano poco romore, e vanno presto in dimenticanza.
    Se bene il progresso del sapere  umano,  come  il  cadere  dei  gravi,
    acquista  di momento in momento,  maggiore celerit;  nondimeno egli 
    molto difficile ad avvenire che una medesima generazione d'uomini muti
    sentenza, o conosca gli errori propri,  in guisa,  che egli creda oggi
    il  contrario di quel che credette in altro tempo.  Bens prepara tali
    mezzi alla susseguente,  che questa poi conosce e crede in molte  cose
    il  contrario  di quella.  Ma come niuno sente il perpetuo moto che ci
    trasporta in giro insieme colla terra,  cos l'universale degli uomini
    non  si avvede del continuo procedere che fanno le sue conoscenze,  n
    dell'assiduo variare de' suoi giudizi.  E mai  non  muta  opinione  in
    maniera,  che egli si creda di mutarla.  Ma certo non potrebbe fare di
    non crederlo e di non avvedersene,  ogni volta che  egli  abbracciasse
    subitamente  una  sentenza  molto aliena da quelle tenute or ora.  Per
    tanto niuna verit cos fatta, salvo che non cada sotto ai sensi, sar
    mai creduta comunemente dai contemporanei del primo che la conobbe.


    Capitolo nono.

    Facciamo che superato ogni ostacolo,  aiutato il valore dalla fortuna,
    abbi  conseguito in fatti,  non pur celebrit,  ma gloria,  e non dopo
    morte ma in vita. Veggiamo che frutto ne ritrarrai. Primieramente quel
    desiderio  degli  uomini  di  vederti   e   conoscerti   di   persona,
    quell'essere   mostrato   a  dito,   quell'onore  e  quella  riverenza
    significata dai presenti cogli atti e colle parole,  nelle quali  cose
    consiste  la massima utilit di questa gloria che nasce dagli scritti,
    parrebbe che pi  facilmente  ti  dovessero  intervenire  nelle  citt
    piccole, che nelle grandi; dove gli occhi e gli animi sono distratti e
    rapiti  parte  dalla potenza,  parte dalla ricchezza,  in ultimo dalle
    arti che servono all'intrattenimento  e  alla  giocondit  della  vita
    inutile.  Ma  come  le  citt piccole mancano per lo pi di mezzi e di
    sussidi  onde  altri  venga  all'eccellenza  nelle  lettere  e   nelle
    dottrine;  e  come  tutto  il  raro e il pregevole concorre e si aduna
    nelle citt grandi;  perci le piccole,  di rado abitate dai dotti,  e
    prive  ordinariamente  di  buoni  studi,  sogliono  tenere tanto basso
    conto, non solo della dottrina e della sapienza,  ma della stessa fama
    che alcuno si ha procacciata con questi mezzi,  che l'una e l'altre in
    quei luoghi non sono pur materia d'invidia.  E  se  per  caso  qualche
    persona  riguardevole  o anche straordinaria d'ingegno e di studi,  si
    trova abitare in luogo piccolo;  l'esservi al tutto unica,  non  tanto
    non le accresce pregio,  ma le nuoce in modo, che spesse volte, quando
    anche famosa al di fuori, ella , nella consuetudine di quegli uomini,
    la pi negletta e oscura persona del  luogo.  Come  l  dove  l'oro  e
    l'argento  fossero  ignoti  e senza pregio,  chiunque essendo privo di
    ogni altro avere, abbondasse di questi metalli,  non sarebbe pi ricco
    degli  altri,  anzi  poverissimo,  e  per  tale  avuto;  cos  l dove
    l'ingegno e la dottrina non si conoscono,  e  non  conosciuti  non  si
    apprezzano,  quivi se pur vi ha qualcuno che ne abbondi, questi non ha
    facolt di soprastare agli altri,  e quando non abbia  altri  beni,  
    tenuto a vile. E tanto egli  lungi da potere essere onorato in simili
    luoghi,  che  bene  spesso  egli  vi   riputato maggiore che non  in
    fatti, n perci tenuto in alcuna stima. Al tempo che, giovanetto,  io
    mi  riduceva  talvolta  nel  mio piccolo Bosisio;  conosciutosi per la
    terra ch'io soleva attendere agli studi,  e mi esercitava  alcun  poco
    nello scrivere;  i terrazzani mi riputavano poeta,  filosofo,  fisico,
    matematico, medico, legista, teologo,  e perito di tutte le lingue del
    mondo;  e  m'interrogavano,  senza  fare una menoma differenza,  sopra
    qualunque punto di qual si sia disciplina o favella  intervenisse  per
    alcun  accidente  nel  ragionare.  E  non  per questa loro opinione mi
    stimavano da molto; anzi mi credevano minore assai di tutti gli uomini
    dotti degli altri luoghi. Ma se io li lasciava venire in dubbio che la
    mia dottrina fosse pure un poco meno smisurata che essi non pensavano,
    io scadeva ancora  moltissimo  nel  loro  concetto,  e  all'ultimo  si
    persuadevano  che essa mia dottrina non si stendesse niente pi che la
    loro.
    Nelle  citt  grandi,   quanti  ostacoli   si   frappongano,   siccome
    all'acquisto   della   gloria,   cos   a   poter   godere  il  frutto
    dell'acquistata,  non ti sar difficile a giudicare dalle  cose  dette
    alquanto  innanzi.  Ora aggiungo,  che quantunque nessuna fama sia pi
    difficile a meritare che quella di egregio poeta o di scrittore  ameno
    o  di filosofo,  alle quali tu miri principalmente,  nessuna con tutto
    questo riesce meno fruttuosa a chi la possiede.  Non ti sono ignote le
    querele  perpetue,  gli  antichi  e i moderni esempi,  della povert e
    delle sventure de' poeti sommi. In Omero, tutto (per cos dire)  vago
    e leggiadramente indefinito, siccome nella poesia, cos nella persona;
    di cui la patria, la vita,  ogni cosa,   come un arcano impenetrabile
    agli  uomini.  Solo,  in  tanta  incertezza e ignoranza,  si ha da una
    costantissima tradizione, che Omero fu povero e infelice: quasi che la
    fama e la memoria dei secoli non abbia voluto lasciar luogo a dubitare
    che la fortuna degli  altri  poeti  eccellenti  non  fosse  comune  al
    principe della poesia.  Ma lasciando degli altri beni,  e dicendo solo
    dell'onore  nessuna  fama  nell'uso  della  vita  suol   essere   meno
    onorevole,  e meno utile a esser tenuto da pi degli altri,  che sieno
    le specificate or ora.  O che la  moltitudine  delle  persone  che  le
    ottengono  senza merito,  e la stessa immensa difficolt di meritarle,
    tolgano pregio e fede a tali riputazioni:  o  piuttosto  perch  quasi
    tutti  gli  uomini d'ingegno leggermente culto,  si credono avere essi
    medesimi,  o potere facilmente acquistare,  tanta notizia e facolt s
    di  lettere  amene  e  s di filosofia,  che non riconoscono per molto
    superiori a se quelli che veramente vagliono in queste cose;  o  parte
    per  l'una,  parte per l'altra cagione;  certo si  che l'aver nome di
    mediocre  matematico,  fisico,  filologo,   antiquario;   di  mediocre
    pittore, scultore, musico; di essere mezzanamente versato anche in una
    sola  lingua  antica  o  pellegrina;    causa di ottenere appresso al
    comune  degli  uomini,  eziandio  nelle  citt  migliori,   molta  pi
    considerazione  e  stima,  che non si ottiene coll'essere conosciuto e
    celebrato dai buoni giudici per filosofo o poeta insigne,  o per  uomo
    eccellente nell'arte del bello scrivere. Cos le due parti pi nobili,
    pi faticose ad acquistare,  pi straordinarie,  pi stupende;  le due
    sommit,  per cos dire,  dell'arte e della  scienza  umana;  dico  la
    poesia e la filosofia;  sono in chi le professa, specialmente oggi, le
    facolt pi neglette del mondo;  posposte  ancora  alle  arti  che  si
    esercitano  principalmente colla mano,  cos per altri rispetti,  come
    perch niuno presume n di possedere alcuna  di  queste  non  avendola
    procacciata, n di poterla procacciare senza studio e fatica. In fine,
    il  poeta  e  il  filosofo  non  hanno  in  vita altro frutto del loro
    ingegno,  altro premio dei loro studi,  se non forse una gloria nata e
    contenuta fra un piccolissimo numero di persone. Ed anche questa  una
    delle  molte  cose  nelle  quali si conviene come poesia la filosofia,
    "povera" anch'essa e "nuda", come canta il Petrarca (35),  non solo di
    ogni altro bene, ma di riverenza e di onore.




    Capitolo decimo.

    Non  potendo  nella  conversazione  degli  uomini  godere  quasi alcun
    beneficio della tua gloria, la maggiore utilit che ne ritrarrai, sar
    di rivolgerla nell'animo e d compiacertene teco stesso  nel  silenzio
    della  tua  solitudine,  con  pigliarne  stimolo  e  conforto  a nuove
    fatiche,  e fartene fondamento a nuove speranze.  Perocch  la  gloria
    degli scrittori,  non solo, come tutti i beni degli uomini, riesce pi
    grata da lungi che da vicino,  ma non  mai,  si pu dire,  presente a
    chi la possiede, e non si ritrova in nessun luogo.
    Dunque per ultimo ricorrerai coll'immaginativa a quell'estremo rifugio
    e  conforto  degli  animi  grandi,  che   la posterit.  Nel modo che
    Cicerone, ricco non di una semplice gloria, n questa volgare e tenue,
    ma di una moltiplice,  e disusata,  e quanta  ad  un  sommo  antico  e
    romano,  tra uomini romani e antichi,  era conveniente che pervenisse;
    nondimeno si volge col desiderio  alle  generazioni  future,  dicendo,
    bench  sotto  altra  persona  (36):  "pensi tu che io mi fossi potuto
    indurre a prendere e a sostenere tante fatiche il d e  la  notte,  in
    citt  e nel campo,  se avessi creduto che la mia gloria non fosse per
    passare i termini della mia vita?  Non era molto pi  da  eleggere  un
    vivere  ozioso e tranquillo,  senza alcuna fatica o sollecitudine?  Ma
    l'animo mio,  non so come,  quasi  levato  alto  il  capo,  mirava  di
    continuo  alla posterit in modo,  come se egli,  passato che fosse di
    vita,  allora finalmente fosse per vivere".  Il  che  da  Cicerone  si
    riferisce   a  un  sentimento  dell'immortalit  degli  animi  propri,
    ingenerato da natura nei petti umani.  Ma la cagione vera  si  ,  che
    tutti  i  beni  del mondo non prima sono acquistati,  che si conoscono
    indegni delle cure e delle fatiche avute in procacciarli; massimamente
    la gloria, che fra tutti gli altri,  di maggior prezzo a comperare, e
    di meno uso a possedere. Ma come, secondo il detto di Simonide (37),

    La bella speme tutti ci nutrica
    Di sembianze beate;
    Onde ciascuno indarno si affatica;
    Altri l'aurora amica, altri l'estate
    O la stagione aspetta;
    E nullo in terra il mortal corso affretta,
    Cui nell'anno avvenir facili e pii
    Con Pluto gli altri iddii
    La mente non prometta;

    cos,  di mano in mano che altri per prova  fatto certo della  vanit
    della  gloria,  la  speranza,  quasi  cacciata e inseguita di luogo in
    luogo,  in ultimo non avendo pi dove riposarsi  in  tutto  lo  spazio
    della vita, non perci vien meno, ma passata di l dalla stessa morte,
    si  ferma  nella  posterit.  Perocch  l'uomo    sempre  inclinato e
    necessitato a sostenersi del ben  futuro,  cos  come  egli    sempre
    malissimo  soddisfatto  del  ben  presente.  Laonde  quelli  che  sono
    desiderosi  di  gloria,   ottenutala  pure   in   vita,   si   pascono
    principalmente di quella che sperano possedere dopo la morte, nel modo
    stesso che niuno  cos felice oggi, che disprezzando la vana felicit
    presente,  non si conforti col pensiero di quella parimente vana,  che
    egli si promette nell'avvenire.


    Capitolo undecimo.

    Ma in fine, che  questo ricorrere che facciamo alla posterit?  Certo
    la  natura  dell'immaginazione  umana  porta che si faccia dei posteri
    maggior concetto e migliore,  che non  si  fa  dei  presenti,  n  dei
    passati  eziandio;  solo perch degli uomini che ancora non sono,  non
    possiamo avere alcuna  contezza,  n  per  pratica  n  per  fama.  Ma
    riguardando alla ragione, e non all'immaginazione, crediamo noi che in
    effetto  quelli che verranno,  abbiamo a essere migliori dei presenti?
    Io credo piuttosto il contrario, ed ho per veridico il proverbio,  che
    il mondo invecchia peggiorando.  Miglior condizione mi parrebbe quella
    degli uomini egregi,  se potessero appellare ai passati;  i  quali,  a
    dire  di  Cicerone  (38),  non furono inferiori di numero a quello che
    saranno i posteri, e di virt furono superiori assai.  Ma certo il pi
    valoroso uomo di questo secolo non ricever dagli antichi alcuna lode.
    Concedasi  che  i  futuri,  in  quanto saranno liberi dall'emulazione,
    dall'invidia, dall'amore e dall'odio, non gi tra se stessi,  ma verso
    noi,  sieno  per essere pi diritti estimatori delle cose nostre,  che
    non sono i contemporanei.  Forse anco per gli altri  rispetti  saranno
    migliori giudici?  Pensiamo noi, per dir solamente di quello che tocca
    agli studi,  che i posteri sieno per avere un maggior numero di  poeti
    eccellenti,  di scrittori ottimi,  di filosofi veri e profondi? poich
    si  veduto che questi soli possono fare degna stima dei loro  simili.
    Ovvero,  che  il  giudizio  di  questi  avr  maggiore efficacia nella
    moltitudine di allora,  che non ha quello dei nostri  nella  presente?
    Crediamo   che   nel   comune  degli  uomini  le  facolt  del  cuore,
    dell'immaginativa,  dell'intelletto,  saranno maggiori  che  non  sono
    oggi?
    Nelle  lettere  amene  non veggiamo noi quanti secoli sono stati di s
    perverso giudizio,  che disprezzata la vera eccellenza dello scrivere,
    dimenticati o derisi gli ottimi scrittori antichi o nuovi, hanno amato
    e  pregiato  costantemente  questo  o  quel  modo  barbaro;  tenendolo
    eziandio  per  solo  convenevole  e  naturale;   perch   qualsivoglia
    consuetudine, quantunque corrotta e pessima, difficilmente si discerne
    dalla  natura?  E ci non si trova essere avvenuto in secoli e nazioni
    per altro gentili e nobili?  Che certezza abbiamo noi che la posterit
    sia per lodar sempre quei modi dello scrivere che noi lodiamo? se pure
    oggi  si lodano quelli che sono lodevoli veramente.  Certo i giudizi e
    le inclinazioni degli uomini circa le bellezze  dello  scrivere,  sono
    mutabilissime,  e  varie  secondo i tempi,  le nature dei luoghi e dei
    popoli,  i costumi,  gli usi,  le persone.  Ora a  questa  variet  ed
    incostanza    forza  che  soggiaccia  medesimamente  la  gloria degli
    scrittori.
    Anche pi varia e mutabile si  la  condizione  cos  della  filosofia
    come  delle altre scienze: se bene al primo aspetto pare il contrario:
    perch le lettere amene riguardano al bello,  che pende in gran  parte
    dalle consuetudini e dalle opinioni; le scienze al vero, ch' immobile
    e non patisce cambiamento. Ma come questo vero  celato ai mortali, se
    non  quanto i secoli ne discuoprono a poco a poco;  per da una parte,
    sforzandosi gli uomini di  conoscerlo.  congetturandolo,  abbracciando
    questa o quella apparenza in sua vece, si dividono in molte opinioni e
    molte  sette:  onde  si  genera nelle scienze non piccola variet.  Da
    altra parte,  colle nuove notizie e coi nuovi quasi barlumi del  vero,
    che  si  vengono  acquistando di mano in mano,  crescono le scienze di
    continuo: per la qual cosa,  e perch vi prevagliono in diversi  tempi
    diverse  opinioni,  che  tengono luogo di certezze,  avviene che esse,
    poco o nulla durando in un medesimo stato, cangiano forma e qualit di
    tratto in tratto.  Lascio il primo punto,  cio la variet;  che forse
    non  e di minore nocumento alla gloria dei filosofi o degli scienziati
    appresso ai  loro  posteri,  che  appresso  ai  contemporanei.  Ma  la
    mutabilit delle scienze e della filosofia,  quanto pensi tu che debba
    nuocere a questa gloria nella posterit?  Quando  per  nuove  scoperte
    fatte,  o  per  nuove supposizioni e congetture,  lo stato di una o di
    altra scienza sar notabilmente mutato da quello che egli  nel nostro
    secolo; in che stima saranno tenuti gli scritti e i pensieri di quegli
    uomini che oggi in essa scienza hanno maggior lode?  Chi legge ora pi
    le  opere di Galileo?  Ma certo che furono al suo tempo mirabilissime;
    n forse migliori,  n pi degne di un intelletto sommo,  n piene  di
    maggiori trovati e di concetti pi nobili, si potevano allora scrivere
    in  quelle  materie.  Nondimeno  ogni  mediocre  fisico  o  matematico
    dell'et presente,  si trova essere,  nell'una o  nell'altra  scienza,
    molto  superiore  a  Galileo.  Quanti  leggono  oggid gli scritti del
    cancellier Bacone? chi si cura di quello del Mallebranche? e la stessa
    opera del Locke,  se i progressi della scienza quasi fondata  da  lui,
    saranno  in  futuro  cos rapidi,  come mostrano dover essere,  quanto
    tempo andr per le mani degli uomini?
    Veramente la stessa forza d'ingegno, la stessa industria e fatica, che
    i filosofi e gli scienziati  usano  a  procurare  la  propria  gloria,
    coll'andare  del  tempo  sono  causa  o  di  spegnerla o di oscurarla.
    Perocch dall'aumento che essi recano ciascuno alla  loro  scienza,  e
    per cui vengono in grido,  nascono altri aumenti, per li quali il nome
    e gli scritti loro vanno a poco a poco in disuso.  E certo  difficile
    ai  pi  degli uomini l'ammirare e venerare in altri una scienza molto
    inferiore alla propria.  Ora chi pu dubitare che l'et  prossima  non
    abbia  a  conoscere  la  falsit  di  moltissime cose affermate oggi o
    credute da quelli che nel sapere sono  primi,  e  a  superare  di  non
    piccolo tratto nella notizia del vero l'et presente?


    Capitolo duodecimo.

    Forse  in  ultimo  luogo  ricercherai  d'intendere  il  mio  parere  e
    consiglio espresso,  se a te,  per tuo  meglio,  si  convenga  pi  di
    proseguire  o  di  omettere il cammino di questa gloria,  s povera di
    utilit,  s difficile e incerta non meno a ritenere che a conseguire,
    simile  all'ombra,  che  quando  tu  l'abbi  tra le mani,  non puoi n
    sentirla, n fermarla che non si fugga.  Dir brevemente,  senz'alcuna
    dissimulazione,  il mio parere.  Io stimo che cotesta tua maravigliosa
    acutezza e forza d'intendimento, cotesta nobilt, caldezza e fecondit
    di cuore e d'immaginativa,  sieno di tutte le  qualit  che  la  sorte
    dispensa  agli  animi  umani,  le  pi  dannose e lacrimevoli a chi le
    riceve. Ma ricevute che sono, con difficolt si fugge il loro danno: e
    da altra parte, a questi tempi, quasi l'unica utilit che elle possono
    dare, si  questa gloria che talvolta se ne ritrae con applicarle alle
    lettere e alle dottrine. Dunque,  come fanno quei poveri,  che essendo
    per  alcun accidente manchevoli o mal disposti di qualche loro membro,
    s'ingegnano di volgere questo loro infortunio al maggior profitto  che
    possono,  giovandosi  di quello a muovere per mezzo della misericordia
    la liberalit degli uomini: cos la  mia  sentenza  ,  che  tu  debba
    industriarti  di ricavare a ogni modo da coteste tue qualit quel solo
    bene,  quantunque  piccolo  e  incerto,  che  sono  atte  a  produrre.
    Comunemente  elle  sono  avute  per  benefizi  e doni della natura,  e
    invidiate spesso da chi ne  privo,  ai passati o ai presenti  che  le
    sortirono. Cosa non meno contraria al retto senso, che se qualche uomo
    sano  invidiasse  a  quei  miseri che io diceva,  le calamit del loro
    corpo; quasi che il danno di quelle fosse da eleggere volentieri,  per
    conto  dell'infelice guadagno che partoriscono.  Gli altri attendono a
    operare,  per quanto concedono i tempi,  e a godere,  quanto  comporta
    questa condizione mortale.  Gli scrittori grandi, incapaci, per natura
    o per abito, di molti piaceri umani; privi di altri molti per volont;
    non di rado negletti nel consorzio degli  uomini,  se  non  forse  dai
    pochi che seguono i medesimi studi;  hanno per destino di condurre una
    vita simile alla morte, e vivere, se pur l'ottengono, dopo sepolti. Ma
    il nostro fato, dove che egli ci tragga,   da seguire con animo forte
    e grande; la qual cosa  richiesta massime alla tua virt, e di quelli
    che ti somigliano.

















    DIALOGO DI FEDERICO RUYSCH E DELLE SUE MUMMIE (39).


    Coro di morti nello studio di Federico Ruysch.

    Sola nel mondo eterna, a cui si volve
    Ogni creata cosa,
    In te, morte, si posa
    Nostra ignuda natura;
    Lieta no, ma sicura
    Dall'antico dolor. Profonda notte
    Nella confusa mente
    Il pensier grave oscura;
    Alla speme, al desio, l'arido spirto
    Lena mancar si sente:
    Cos d'affanno e di temenza  sciolto,
    E l'et vote e lente
    Senza tedio consuma.
    Vivemmo: e qual di paurosa larva,
    E di sudato sogno,
    A lattante fanciullo erra nell'alma
    Confusa ricordanza:
    Tal memoria n'avanza
    Del viver nostro: ma da terra  lunge
    Il rimembrar. Che fummo?
    Che fu quel punto acerbo
    Che di vita ebbe nome?
    Cosa arcana e stupenda
    Oggi  la vita al pensier nostro, e tale
    Qual de' vivi al pensiero
    L'ignota morte appar. Come da morte
    Vivendo rifuggia, cos rifugge
    Dalla fiamma vitale
    Nostra ignuda natura;
    Lieta no ma sicura,
    Per ch'esser beato
    Nega ai mortali e nega a' morti il fato.

    (Ruysch  fuori  dello studio,  guardando per gli spiragli dell'uscio).
    Diamine!  Chi ha insegnato la musica a questi morti,  che  cantano  di
    mezza notte come galli?  In verit che io sudo freddo,  e per poco non
    sono pi morto di loro.  Io non mi pensava perch  gli  ho  preservati
    dalla  corruzione,   che  mi  risuscitassero.  Tant':  con  tutta  la
    filosofia, tremo da capo a piedi.  Mal abbia quel diavolo che mi tent
    di  mettermi questa gente in casa.  Non so che mi fare.  Se gli lascio
    qui chiusi,  che so che non rompano l'uscio,  o non  escano  pel  buco
    della  chiave,  e  mi  vengano a trovare al letto?  Chiamare aiuto per
    paura de' morti, non mi sta bene. Via, facciamoci coraggio, e proviamo
    un poco di far paura a loro.
    (Entrando).  Figliuoli,  a che giuoco giochiamo?  non vi ricordate  di
    essere morti? che  cotesto baccano? forse vi siete insuperbiti per la
    visita  dello Czar (40),  e vi pensate di non essere pi soggetti alle
    leggi di prima?  Io m'immagino che abbiate avuto intenzione di far  da
    burla, e non da vero. Se siete risuscitati, me ne rallegro con voi; ma
    non ho tanto, che io possa far le spese ai vivi, come ai morti; e per
    levatevi  di casa mia.  Se  vero quel che si dice dei vampiri,  e voi
    siete di quelli,  cercate altro  sangue  da  bere;  che  io  non  sono
    disposto a lasciarmi succhiare il mio,  come vi sono stato liberale di
    quel tinto,  che vi ho messo nelle  vene  (41).  Insomma,  se  vorrete
    continuare  a  star  quieti  e  in silenzio,  come siete stati finora,
    resteremo in buona concordia, e in casa mia non vi mancher niente; se
    no, avvertite ch'io piglio la stanga dell'uscio, e vi ammazzo tutti.
    Morto.  Non andare in collera;  che io ti prometto che resteremo tutti
    morti come siamo, senza che tu ammazzi.
    Ruysch.  Dunque  che    cotesta  fantasia  che  vi  nata adesso,  di
    cantare?
    Morto.  Poco fa sulla mezza notte appunto,  si  compiuto per la prima
    volta  quell'anno  grande  e  matematico,  di cui gli antichi scrivono
    tante cose;  e questa similmente  la prima volta che i morti parlano.
    E non solo noi,  ma in ogni cimitero,  in ogni sepolcro, gi nel fondo
    del mare,  sotto la neve o la rena,  a cielo aperto,  e  in  qualunque
    luogo si trovano, tutti i morti, sulla mezza notte, hanno cantato come
    noi quella canzoncina che hai sentita.
    Ruysch. E quanto dureranno a cantare o a parlare?
    Morto.  Di  cantare hanno gi finito.  Di parlare hanno facolt per un
    quarto d'ora. Poi tornano in silenzio per insino a tanto che si compie
    di nuovo lo stesso anno.
    Ruysch. Se cotesto  vero, non credo che mi abbiate a rompere il sonno
    un'altra volta.  Parlate pure insieme liberamente;  che io me ne star
    qui  da  parte,  e  vi  ascolter  volentieri,  per  curiosit,  senza
    disturbarvi.
    Morto.  Non possiamo parlare altrimenti,  che  rispondendo  a  qualche
    persona  viva.  Chi  non  ha  da  replicare ai vivi,  finita che ha la
    canzone, si accheta.
    Ruysch.  Mi dispiace veramente: perch m'immagino che sarebbe un  gran
    sollazzo  a sentire quello che vi direste fra voi,  se poteste parlare
    insieme.
    Morto.  Quando anche  potessimo,  non  sentiresti  nulla;  perch  non
    avremmo che ci dire.
    Ruysch. Mille domande da farvi mi vengono in mente. Ma perch il tempo
      corto,  e  non  lascia  luogo  a scegliere,  datemi ad intendere in
    ristretto,  che sentimenti provaste di corpo e d'animo nel punto della
    morte.
    Morto. Del punto proprio della morte, io non me ne accorsi.
    Gli altri morti. N anche noi.
    Ruysch. Come non ve n'accorgeste?
    Morto.  Verbigrazia,  come  tu  non  ti accorgi mai del momento che tu
    cominci a dormire, per quanta attenzione ci vogli porre.
    Ruysch. Ma l'addormentarsi  cosa naturale.
    Morto.  E il morire non ti pare naturale?  mostrami  un  uomo,  o  una
    bestia, o una pianta, che non muoia.
    Ruysch.  Non mi maraviglio pi che andiate cantando e parlando, se non
    vi accorgeste di morire.

    Cos colui, del colpo non accorto,
    Andava combattendo. ed era morto,

    dice un poeta italiano.  Io mi pensava che sopra questa faccenda della
    morte,  i  vostri  pari  ne sapessero qualche cosa pi che i vivi.  Ma
    dunque,  tornando sul sodo,  non sentiste nessun dolore  in  punto  di
    morte?
    Morto.  Che dolore ha da essere quello del quale chi lo prova,  non se
    n'accorge?
    Ruysch. A ogni modo, tutti si persuadono che il sentimento della morte
    sia dolorosissimo.
    Morto.  Quasi che la morte fosse un sentimento,  e  non  piuttosto  il
    contrario.
    Ruysch. E tanto quelli che intorno alla natura dell'anima si accostano
    col  parere  degli  Epicurei,  quanto  quelli  che tengono la sentenza
    comune, tutti. o la pi parte,  concorrono in quello ch'io dico;  cio
    nel  credere  che  la  morte  sia per natura propria,  e senza nessuna
    comparazione, un dolore vivissimo.
    Morto.  Or bene,  tu domanderai da nostra parte agli uni e agli altri:
    se  l'uomo  non ha facolt di avvedersi del punto in cui le operazioni
    vitali, in maggiore o minor parte, gli restano non pi che interrotte,
    o per sonno o per letargo o per sincope o per qualunque causa; come si
    avvedr di quello in cui le medesime operazioni cessano del  tutto,  e
    non per poco spazio di tempo,  ma in perpetuo?  Oltre di ci, come pu
    essere che un sentimento vivo abbia luogo nella morte?  anzi,  che  la
    stessa  morte  sia  per propria qualit un sentimento vivo?  Quando la
    facolt di sentire , non solo debilitata e scarsa,  ma ridotta a cosa
    tanto  minima che ella manca e si annulla,  credete voi che la persona
    sia capace di un sentimento forte?  anzi questo  medesimo  estinguersi
    della  facolt  di  sentire,  credete  che  debba essere un sentimento
    grandissimo?  Vedete pure che anche quelli che muoiono di mali acuti e
    dolorosi,  in  sull'appressarsi  della morte,  pi o meno tempo avanti
    dello spirare, si quietano e si riposano in modo, che si pu conoscere
    che la loro vita, ridotta a piccola quantit, non  pi sufficiente al
    dolore,  sicch questo cessa prima di quella.  Tanto  dirai  da  parte
    nostra  a  chiunque  si  pensa  di avere a morir di dolore in punto di
    morte.
    Ruysch. Agli Epicurei forse potranno bastare coteste ragioni. Ma non a
    quelli che giudicano altrimenti della  sostanza  dell'anima;  come  ho
    fatto  io  per  lo passato,  e far da ora innanzi molto maggiormente,
    avendo udito parlare e cantare i morti.  Perch stimando che il morire
    consista  in una separazione dell'anima dal corpo,  non comprenderanno
    come queste due cose, congiunte e quasi conglutinate tra loro in modo,
    che constituiscono l'una  e  l'altra  una  sola  persona,  si  possano
    separare senza una grandissima violenza, e un travaglio indicibile.
    Morto. Dimmi: lo spirito  forse appiccato al corpo con qualche nervo,
    o con qualche muscolo o membrana,  che di necessit si abbia a rompere
    quando lo spirito si parte? o forse  un membro del corpo, in modo che
    n'abbia a essere schiantato  o  reciso  violentemente?  Non  vedi  che
    l'anima  in  tanto  esce  di esso corpo,  in quanto solo  impedita di
    rimanervi,  e non v'ha pi luogo;  non gi per nessuna forza che ne la
    strappi  e  sradichi?  Dimmi  ancora: forse nell'entrarvi,  ella vi si
    sente  conficcare  o  allacciare  gagliardamente,   o  come  tu  dici,
    conglutinare?  Perch dunque sentir spiccarsi all'uscirne, o vogliamo
    dire  prover  una  sensazione  veementissima?  Abbi  per  fermo,  che
    l'entrata e l'uscita dell'anima sono parimente quiete, facili e molli.
    Ruysch. Dunque che cosa  la morte, se non  dolore?
    Morto.  Piuttosto  piacere  che  altro.  Sappi  che  il  morire,  come
    l'addormentarsi,  non si fa in un solo istante,  ma per gradi.  Vero 
    che  questi  gradi  sono pi o meno,  e maggiori o minori,  secondo la
    variet delle cause e dei generi  della  morte.  Nell'ultimo  di  tali
    istanti  la morte non reca n dolore n piacere alcuno,  come n anche
    il sonno.  Negli altri precedenti non pu generare dolore:  perch  il
    dolore  cosa viva, e i sensi dell'uomo in quel tempo, cio cominciata
    che    la  morte,  sono  moribondi,  che    quanto dire estremamente
    attenuati di forze. Pu bene esser causa di piacere: perch il piacere
    non sempre  cosa viva;  anzi forse la maggior parte dei diletti umani
    consistono  in  qualche  sorta  di  languidezza.  Di  modo che i sensi
    dell'uomo sono capaci di piacere anche presso all'estinguersi;  atteso
    che spessissime volte la stessa languidezza  piacere;  massime quando
    vi libera da patimento;  poich ben sai che la cessazione di qualunque
    dolore o disagio,   piacere per se medesima. Sicch il languore della
    morte debbe esser pi grato  secondo  che  libera  l'uomo  da  maggior
    patimento.  Per  me,  se  bene  nell'ora  della  morte  non posi molta
    attenzione a quel che io sentiva, perch mi era proibito dai medici di
    affaticare il cervello;  mi ricordo per che il senso che provai,  non
    fu  molto  dissimile  dal  diletto  che    cagionato  agli uomini dal
    languore del sonno, nel tempo che si vengono addormentando.
    Gli altri morti. Anche a noi pare di ricordarci altrettanto.
    Ruysch.  Sia come voi dite: bench tutti quelli  coi  quali  ho  avuta
    occasione  di  ragionare  sopra  questa  materia,   giudicavano  molto
    diversamente: ma, che io mi ricordi, non allegavano la loro esperienza
    propria.  Ora ditemi: nel tempo della morte,  mentre sentivate  quella
    dolcezza, vi credeste di morire, e che quel diletto fosse una cortesia
    della morte; o pure immaginaste qualche altra cosa?
    Morto.  Finch  non  fui  morto,  non  mi  persuasi mai di non avere a
    scampare di quel pericolo;  e se non altro,  fino all'ultimo punto che
    ebbi facolt di pensare, sperai che mi avanzasse di vita un'ora o due:
    come stimo che succeda a molti, quando muoiono.
    Gli altri morti. A noi successe il medesimo.
    Ruysch.  Cos Cicerone (42) dice che nessuno  talmente decrepito, che
    non si prometta di vivere almanco un anno.  Ma come vi  accorgeste  in
    ultimo,  che  lo  spirito era uscito del corpo?  Dite: come conosceste
    d'essere morti?  Non  rispondono.  Figliuoli,  non  m'intendete?  Sar
    passato il quarto d'ora.  Tastiamogli un poco.  Sono rimorti ben bene:
    non    pericolo  che  mi  abbiano  da  far  paura   un'altra   volta:
    torniamocene a letto.



















    DETTI MEMORABILI DI FILIPPO OTTONIERI.


    Capitolo primo.

    Filippo  Ottonieri,  del  quale  prendo a scrivere alcuni ragionamenti
    notabili, che parte ho uditi dalla sua propria bocca, parte narrati da
    altri; nacque, e visse il pi del tempo, a Nubiana, nella provincia di
    Valdivento;  dove anche mor poco addietro;  e dove non si ha  memoria
    d'alcuno che fosse ingiuriato da lui,  n con fatti n con parole.  Fu
    odiato comunemente da  suoi  cittadini;  perch  parve  prendere  poco
    piacere  di molte cose che sogliono essere amate e cercate assai dalla
    maggior parte degli uomini;  bench non facesse alcun segno di aver in
    poca stima o di riprovare quelli che pi di lui se ne dilettavano e le
    seguivano.  Si  crede  che  egli  fosse  in  effetto,  e  non solo nei
    pensieri,  ma nella pratica,  quel che gli altri uomini del suo  tempo
    facevano  professione  di essere;  cio a dire filosofo.  Perci parve
    singolare dall'altra gente;  bench non procurasse e non affettasse di
    apparire diverso dalla moltitudine in cosa alcuna. Nel quale proposito
    diceva,  che  la  massima  singolarit che oggi si possa trovare o nei
    costumi,  o negl'instituti,  o nei fatti li qualunque persona  civile;
    paragonata  a  quella  degli  uomini  che appresso agli antichi furono
    stimati singolari,  non solo  di altro genere,  ma tanto meno diversa
    che  non  fu  quella,  dall'uso  ordinario  de'  con  temporanei,  che
    quantunque paia grandissima ai presenti, sarebbe riuscita agli antichi
    o menoma  o  nulla,  eziandio  ne'  tempi  e  nei  popoli  che  furono
    anticamente pi inciviliti o pi corrotti.  E misurando la singolarit
    di Gian Giacomo Rousseau, che parve singolarissimo ai nostri avi,  con
    quella di Democrito e dei primi filosofi cinici, soggiungeva, che oggi
    chiunque  vivesse  tanto  diversamente  da  noi  quanto  vissero  quei
    filosofi dai  Greci  del  loro  tempo,  non  sarebbe  avuto  per  uomo
    singolare,  ma nella opinione pubblica, sarebbe escluso, per dir cos,
    dalla specie umana.  E  giudicava  che  dalla  misura  assoluta  della
    singolarit  possibile  a  trovarsi  nelle persone di un luogo o di un
    tempo qualsivoglia,  si possa conoscere la misura della civilt  degli
    uomini del medesimo luogo o tempo.
    Nella vita,  quantunque temperatissimo,  si professava epicureo, forse
    per ischerzo pi che da senno.  Ma condannava Epicuro;  dicendo che ai
    tempi e nella nazione di colui, molto maggior diletto si poteva trarre
    dagli  studi  della  virt  e  della  gloria,   che  dall'ozio,  dalla
    negligenza,  e dall'uso delle volutt  del  corpo;  nelle  quali  cose
    quegli  riponeva  il  sommo  bene  degli  uomini.  Ed affermava che la
    dottrina epicurea,  proporzionatissima all'et moderna,  fu del  tutto
    aliena dall'antica.
    Nella  filosofia,  godeva  di  chiamarsi  socratico,  e  spesso,  come
    Socrate,   s'intratteneva  una  buona  parte  del  giorno   ragionando
    filosoficamente  ora con uno ora con altro,  e massime con alcuni suoi
    familiari,    sopra   qualunque   materia   gli   era    somministrata
    dall'occasione.  Ma  non  frequentava,  come Socrate,  le botteghe de'
    calzolai,  de' legnaiuoli,  de' fabbri e degli  altri  simili;  perch
    stimava  che  se  i  fabbri  e  i legnaiuoli di Atene avevano tempo da
    spendere  in  filosofare,   quelli  di  Nubiana,   se  avessero  fatto
    altrettanto,  sarebbero morti di fame.  N anche ragionava, al modo di
    Socrate,  interrogando e argomentando di continuo;  perch diceva che,
    quantunque  i  moderni  sieno  pi  pazienti  degli  antichi,  non  si
    troverebbe oggi chi sopportasse di rispondere a un migliaio di domande
    continuate,  e di ascoltare un centinaio di conclusioni.  E per verit
    non   avea  di  Socrate  altro  che  il  parlare  talvolta  ironico  e
    dissimulato.  E cercando  l'origine  della  famosa  ironia  socratica,
    diceva: Socrate nato con animo assai gentile,  e per con disposizione
    grandissima ad amare;  ma sciagurato oltre modo nella forma del corpo;
    verisimilmente  fino  nella  giovanezza disper di potere essere amato
    con altro amore che quello dell'amicizia,  poco atto a  soddisfare  un
    cuore  delicato  e fervido che spesso senta verso gli altri un affetto
    molto pi dolce. Da altra parte, con tutto che egli abbondasse di quel
    coraggio  che  nasce  dalla  ragione,   non  pare  che  fosse  fornito
    bastantemente di quello che viene dalla natura, n delle altre qualit
    che in quei tempi di guerre e di sedizioni,  e in quella tanta licenza
    degli Ateniesi,  erano necessarie a trattare nella sua patria i negozi
    pubblici.  Al  che  la  sua forma ingrata e ridicola gli sarebbe anche
    stata di non piccolo pregiudizio appresso a un  popolo  che,  eziandio
    nella lingua, faceva pochissima differenza dal buono al bello, e oltre
    di ci deditissimo a motteggiare.  Dunque in una citt libera, e piena
    di strepito, di passioni, di negozi, di passatempi,  di ricchezze e di
    altre  fortune;  Socrate  povero,  rifiutato dall'amore,  poco atto ai
    maneggi pubblici;  e nondimeno dotato di un ingegno grandissirno.  che
    aggiunto  a condizioni tali,  doveva accrescere fuor di modo ogni loro
    molestia;  si pose per ozio a ragionare sottilmente delle azioni,  dei
    costumi  e  delle  qualit de' suoi cittadini: nel che gli venne usata
    una certa ironia;  come naturalmente doveva accadere a chi si  trovava
    impedito di aver parte, per dir cosi, nella vita. Ma la mansuetudine e
    la  magnanimit  della  sua natura,  ed anche la celebrit che egli si
    venne guadagnando con questi  medesimi  ragionamenti,  e  dalla  quale
    dovette essergli consolato in qualche parte l'amor proprio; fecero che
    questa ironia non fu sdegnosa ed acerba, ma riposata e dolce.
    Cos  la  filosofia  per  la  prima volta,  secondo il famoso detto di
    Cicerone,  fatta scendere dal cielo,  fu introdotta da  Socrate  nelle
    citt  e nelle case;  e rimossa dalla speculazione delle cose occulte,
    nella quale era stata occupata insino  a  quel  tempo,  fu  rivolta  a
    considerare  i  costumi  e  la vita degli uomini,  e a disputare delle
    virt e dei vizi,  delle cose buone ed utili,  e delle  contrarie.  Ma
    Socrate  da principio non ebbe in animo di fare quest'innovazione,  n
    d'insegnar che che sia,  ne di conseguire il nome di filosofo;  che  a
    quei  tempi  era  proprio dei soli fisici o metafisici;  onde egli per
    quelle sue tali  discussioni  e  quei  tali  colloqui  non  lo  poteva
    sperare: anzi profess apertamente di non saper cosa alcuna;  e non si
    propose  altro  che  d'intrattenersi  favellando  dei   casi   altrui;
    preferito  questo passatempo alla filosofia stessa,  niente meno che a
    qualunque  altra  scienza  ed  a  qualunque  arte,  perch  inclinando
    naturalmente  alle  azioni  molto  pi  che alle speculazioni,  non si
    volgeva al discorrere,  se non per  le  difficolt  che  gl'impedivano
    l'operare.  E nei discorsi, sempre si esercit colle persone giovani e
    belle pi volentieri che cogli altri; quasi ingannando il desiderio, e
    compiacendosi d'essere stimato da coloro  da  cui  molto  maggiormente
    avrebbe voluto essere amato. E perciocch tutte le scuole dei filosofi
    greci nate da indi in poi, derivarono in qualche modo dalla socratica,
    concludeva  l'Ottonieri,  che  l'origine  di  quasi tutta la filosofia
    greca, dalla quale nacque la moderna, fu il naso rincagnato, e il viso
    da satiro,  di un uomo eccellente d'ingegno e ardentissimo  di  cuore.
    Anche  diceva,  che  nei libri dei Socratici,  la persona di Socrate 
    simile a quelle maschere,  ciascuna delle quali nelle nostre  commedie
    antiche,  ha  da  per  tutto  un  nome,  un abito,  un'indole;  ma nel
    rimanente varia in ciascuna commedia.
    Non lasci scritta cosa  alcuna  di  filosofia,  n  d'altro  che  non
    appartenesse a uso privato. E dimandandolo alcuni perch non prendesse
    a  filosofare  anche  in  iscritto,  come  soleva  fare a voce,  e non
    deponesse i suoi pensieri  nelle  carte,  rispose:  il  leggere    un
    conversare,  che  si fa con chi scrisse.  Ora,  come nelle feste e nei
    sollazzi pubblici,  quelli che non sono o non credono di  esser  parte
    dello spettacolo,  prestissimo si annoiano; cos nella conversazione 
    pi grato generalmente il parlare che  l'ascoltare.  Ma  i  libri  per
    necessit  sono  come  quelle persone che stando cogli altri,  parlano
    sempre esse, e non ascoltano mai.  Per tanto  di bisogno che il libro
    dica  molto  buone  e belle cose,  e dicale molto bene;  acciocch dai
    lettori gli sia perdonato quel parlar sempre.  Altrimenti  forza  che
    cos venga in odio qualunque libro, come ogni parlatore insaziabile.


    Capitolo secondo.

    Non  ammetteva  distinzione dai negozi ai trastulli;  e sempre che era
    stato occupato in qualunque cosa,  per grave che  ella  fosse,  diceva
    d'essersi  trastullato.  Solo se talvolta era stato qualche poco d'ora
    senza occupazione,  confessava non  avere  avuto  in  quell'intervallo
    alcun passatempo.
    Diceva  che  i diletti pi veri che abbia la nostra vita,  sono quelli
    che nascono dalle immaginazioni false;  e che i fanciulli  trovano  il
    tutto anche nel niente, gli uomini il niente nel tutto.
    Assomigliava  ciascuno  de'  piaceri chiamati comunemente reali,  a un
    carciofo di cui,  volendo arrivare  alla  castagna,  bisognasse  prima
    rodere  e  trangugiare tutte le foglie.  E soggiungeva che questi tali
    carciofi sono anche rarissimi; che altri in gran numero se ne trovano,
    simili a questi nel di fuori,  ma dentro senza castagna;  e che  esso,
    potendosi  difficilmente adattare a ingoiarsi le foglie,  era contento
    per lo pi di astenersi dagli uni e dagli altri.
    Rispondendo a uno che l'interrog, qual fosse il peggior momento della
    vita umana,  disse: eccetto il tempo del  dolore,  come  eziandio  del
    timore,  io  per me crederei che i peggiori momenti fossero quelli del
    piacere: perch la speranza e la rimembranza  di  questi  momenti,  le
    quali  occupano  il  resto della vita,  sono cose migliori e pi dolci
    assai degli stessi diletti.  E  paragonava  universalmente  i  piaceri
    umani agli odori perch giudicava che questi sogliano lasciare maggior
    desiderio   di   se,   che   qualunque   altra  sensazione,   parlando
    proporzionatamente al diletto;  e di tutti i sensi dell'uomo,  il  pi
    lontano  da  potere  esser fatto pago dai propri piaceri,  stimava che
    fosse l'odorato.  Anche paragonava gli odori all'aspettativa dei beni:
    dicendo  che  quelle  cose  odorifere  che sono buone a mangiare,  o a
    gustare  in  qualunque  modo,  ordinariamente  vincono  coll'odore  il
    sapore;  perch  gustati piacciono meno ch'a odorarli,  o meno di quel
    che dall'odore si stimerebbe.  E narrava che talvolta gli era avvenuto
    di sopportare impazientemente l'indugio di qualche bene,  che egli era
    gi certo di conseguire;  e ci non per grande avidit che sentisse di
    detto bene,  ma per timore di scemarsene il godimento con fare intorno
    a questo  troppe  immaginazioni,  che  glielo  rappresentassero  molto
    maggiore  di  quello  che  egli sarebbe riuscito.  E che intanto aveva
    fatta ogni diligenza,  per divertire la mente  dal  pensiero  di  quel
    bene, come si fa dai pensieri de' mali.
    Diceva  altres che ognuno di noi,  da che viene al mondo,   come uno
    che si corica in  un  letto  duro  e  disagiato:  dove  subito  posto,
    sentendosi  stare  incomodamente,  comincia  a  rivolgersi  sull'uno e
    sull'altro fianco, e mutar luogo e giacitura a ogni poco;  e dura cos
    tutta la notte, sempre sperando di poter prendere alla fine un poco di
    sonno,  e  alcune  volte  credendo  essere  in punto di addormentarsi;
    finch venuta l'ora, senza essersi mai riposato, si leva.
    Osservando insieme con alcuni altri  certe  api  occupate  nelle  loro
    faccende, disse: beate voi se non intendete la vostra infelicit.
    Non  credeva  che si potesse n contare tutte le miserie degli uomini,
    n deplorarne una sola bastantemente.
    A quella questione di Orazio,  come avvenga che nessuno  contento del
    proprio stato,  rispondeva: la cagione ,  che nessuno stato  felice.
    Non meno i sudditi che i principi, non meno i poveri che i ricchi, non
    meno  i  deboli  che  i  potenti,   se   fossero   felici,   sarebbero
    contentissimi  della  loro sorte,  e non avrebbero invidia all'altrui:
    perocch gli uomini non sono pi  incontentabili,  che  sia  qualunque
    altro  genere: ma non si possono appagare se non della felicit.  Ora,
    essendo sempre infelici, che maraviglia  che non sieno mai contenti?
    Notava che posto caso che uno si trovasse  nel  pi  felice  stato  di
    questa  terra,  senza  che  egli si potesse promettere di avanzarlo in
    nessuna parte e in nessuna guisa; si pu quasi dire che questi sarebbe
    il pi misero di tutti gli uomini.  Anche i pi vecchi hanno disegni e
    speranze  di  migliorar condizione in qualche maniera.  E ricordava un
    luogo di Senofonte (43),  dove consiglia che avendosi a  comperare  un
    terreno, si compri di quelli che sono male coltivati; perch, dice, un
    terreno  che  non    per  darti  pi frutto di quello che d,  non ti
    rallegra tanto,  quanto farebbe se tu lo vedessi  andare  di  bene  in
    meglio;   e   tutti   quegli   averi  che  noi  veggiamo  che  vengono
    vantaggiando, ci danno molto pi contento che gli altri.
    All'incontro notava che niuno stato  cos misero,  il quale non possa
    peggiorare;  e  che  nessun  mortale,  per infelicissimo che sia,  pu
    consolarsi n vantarsi,  dicendo essere in tanta infelicit,  che ella
    non comporti accrescimento.  Ancorch la speranza non abbia termine, i
    beni degli uomini sono terminati;  anzi a un di presso il ricco  e  il
    povero,  il signore e il servo, se noi compensiamo le qualit del loro
    stato colle assuefazioni  e  coi  desiderii  loro,  si  trovano  avere
    generalmente  una  stessa quantit di bene.  Ma la natura non ha posto
    alcun termine ai nostri mali;  e quasi la stessa immaginativa non  pu
    fingere alcuna tanta calamit, che non si verifichi di presente, o gi
    non  sia  stata verificata,  o per ultimo non si possa verificare,  in
    qualcuno della nostra specie.  Per tanto,  laddove  la  maggior  parte
    degli  uomini  non  hanno  in  verit che sperare alcuno aumento della
    quantit di bene che posseggono;  a niuno mai nello spazio  di  questa
    vita, pu mancar materia non vana di timore: e se la fortuna presto si
    riduce  in  grado,  che  ella veramente non ha virt di beneficarci da
    vantaggio,  non perde per in alcun tempo la facolt di offenderci con
    danni  nuovi  e  tali  da  vincere  e rompere la stessa fermezza della
    disperazione. Ridevasi spesse volte di quei filosofi che stimarono che
    l'uomo si possa sottrarre dalla potest della fortuna,  disprezzando e
    riputando  come  altrui tutti i beni e i mali che non  in sua propria
    mano il conseguire o  evitare,  il  mantenere  o  liberarsene;  e  non
    riponendo la beatitudine e l'infelicit propria in altro,  che in quel
    che dipende totalmente da esso lui.  Sopra la quale opinione,  tra  le
    altre  cose,  diceva:  lasciamo  stare che se anche fu mai persona che
    cogli altri vivesse da vero e perfetto filosofo, nessuno visse n vive
    in tal modo seco medesimo;  e che tanto  possibile non curarsi  delle
    cose  proprie  pi che delle altrui,  quanto curarsi delle altrui come
    fossero proprie.  Ma dato che quella disposizione d'animo  che  dicono
    questi filosofi,  non solo fosse possibile,  che non , ma si trovasse
    qui vera ed attuale in uno di noi;  vi fosse anche  pi  perfetta  che
    essi  non  dicono,   confermata  e  connaturata  da  uso  lunghissimo,
    sperimentata in mille casi; forse perci la beatitudine e l'infelicit
    di  questo  tale,   non  sarebbero  in  potere  della   fortuna?   Non
    soggiacerebbe  alla  fortuna  quella stessa disposizione d'animo,  che
    questi presumono che ce ne debba sottrarre? La ragione dell'uomo non 
    sottoposta tutto giorno a infiniti accidenti?  innumerabili morbi  che
    recano stupidit, delirio, frenesia, furore, scempiaggine, cento altri
    generi  di  pazzia  breve  o  durevole,  temporale o perpetua;  non la
    possono turbare,  debilitare,  stravolgere,  estinguere?  La  memoria,
    conservatrice  della  sapienza,  non si va sempre logorando e scemando
    dalla giovanezza in gi?  quanti nella vecchiaia tornano fanciulli  di
    mente!  e  quasi  tutti perdono il vigore dello spirito in quella et.
    Come eziandio per qualunque mala disposizione del corpo, anco salva ed
    intera ogni facolt dell'intelletto e della memoria,  il coraggio e la
    costanza sogliono, quando pi, quando meno, languire; e non di rado si
    spengono. In fine,  grande stoltezza confessare che il nostro corpo 
    soggetto  alle  cose  che  non  sono in facolt nostra,  e contuttoci
    negare che l'animo,  il  quale  dipende  dal  corpo  quasi  in  tutto,
    soggiaccia  necessariamente a cosa alcuna fuori che a noi medesimi.  E
    conchiudeva, che l'uomo tutto intero, e sempre, e irrepugnabilmente, 
    in potest della fortuna.
    Dimandato a che nascano gli uomini,  rispose per ischerzo: a conoscere
    quanto sia pi spediente il non esser nato.


    Capitolo terzo.

    In  proposito di certa disavventura occorsagli,  disse: il perdere una
    persona amata, per via di qualche accidente repentino,  o per malattia
    breve e rapida,  non  tanto acerbo,  quanto  vedersela distruggere a
    poco a poco (e questo era accaduto a  lui)  da  una  infermit  lunga,
    dalla quale ella non sia prima estinta, che mutata di corpo e d'animo,
    e  ridotta  gi quasi un'altra da quella di prima.  Cosa pienissima di
    miseria: perocch in tal caso la  persona  amata  non  ti  si  dilegua
    dinanzi  lasciandoti,  in  cambio  di se,  la immagine che tu ne serbi
    nell'animo, non meno amabile che fosse per lo passato;  ma ti resta in
    sugli  occhi  tutta  diversa da quella che tu per l'addietro amavi: in
    modo che tutti gl'inganni dell'amore ti sono  strappati  violentemente
    dall'animo;  e  quando ella poi ti si parte per sempre dalla presenza,
    quell'immagine prima,  che tu avevi di  lei  nel  pensiero,  si  trova
    essere scancellata dalla nuova.  Cos vieni a perdere la persona amata
    interamente;  come quella che non ti pu sopravvivere n  anche  nella
    immaginativa: la quale,  in luogo di alcuna consolazione, non ti porge
    altro che materia di tristezza. E in fine,  queste simili disavventure
    non lasciano luogo alcuno di riposarsi in sul dolore che recano.
    Dolendosi  uno  di  non  so  qual  travaglio,  e  dicendo:  se potessi
    liberarmi da questo, tutti gli altri che ho, mi sarebbero leggerissimi
    a sopportare;  rispose: anzi allora ti sarebbero gravi,  ora  ti  sono
    leggeri.
    Dicendo  un altro: se questo dolore fosse durato pi non sarebbe stato
    sopportabile; rispose: anzi, per l'assuefazione,  l'avresti sopportato
    meglio.
    E in molte cose attenenti alla natura degli uomini,  si discostava dai
    giudizi comuni della moltitudine,  e da quelli anco dei savi talvolta.
    Come, per modo di esempio, negava che al dimandare e al pregare, sieno
    opportuni  i  tempi  di qualche insolita allegrezza di quelli a cui le
    dimande o le preghiere sono da porgere. Massimamente,  diceva,  quando
    la  instanza non sia tale,  che ella,  per la parte di chi  pregato o
    richiesto, si possa soddisfare presentemente,  con solo o poco pi che
    un semplice acconsentirla; io reputo che nelle persone il giubilo, sia
    cosa,  a  impetrar  che  che  sia  da  esse,  non  manco inopportuna e
    contraria,  che  il  dolore.   Perciocch  l'una  e  l'altra  passione
    riempiono  parimente l'uomo del pensiero di se medesimo in guisa,  che
    non lasciano luogo a quelli delle cose  altrui.  Come  nel  dolore  il
    nostro male,  cos nella grande allegrezza il bene,  tengono intenti e
    occupati gli animi,  e  inetti  alla  cura  dei  bisogni  e  desiderii
    d'altri.  Dalla  compassione  specialmente,  sono  alienissimi l'uno e
    l'altro tempo;  quello del dolore,  perch l'uomo  tutto  volto  alla
    piet  di se stesso,  quello della gioia,  perch allora tutte le cose
    umane,   e  tutta  la  vita,   ci  si   rappresentano   lietissime   e
    piacevolissime;  tanto  che  le  sventure  e  i  travagli paiono quasi
    immaginazioni vane,  o certo se ne rifiuta  il  pensiero,  per  essere
    troppo  discorde  dalla  presente  disposizione  del  nostro animo.  I
    migliori tempi da tentar di ridurre alcuno a operar di presente,  o  a
    risolversi  di  operare,  in altrui beneficio,  sono quelli di qualche
    allegrezza placida e moderata, non istraordinaria,  non viva;  o pure,
    ed anco maggiormente, quelli di una cotal gioia, che, quantunque viva,
    non  ha  soggetto  alcuno determinato,  ma nasce da pensieri vaghi,  e
    consiste in una tranquilla agitazione dello spirito.  Nel quale stato,
    gli  uomini  sono pi disposti alla compassione che mai,  pi facili a
    chi  li  prega,  e  talvolta  abbracciano  volentieri  l'occasione  di
    gratificare  gli  altri,  e  di  volgere quel movimento confuso e quel
    piacevole impeto de' loro pensieri, in qualche azione lodevole.
    Negava similmente che l'infelice,  narrando o come che sia dimostrando
    i  suoi  mali,  riporti  per l'ordinario maggior compassione e maggior
    cura da quelli che hanno con lui maggiore conformit di travagli. Anzi
    questi in udire le tue querele,  o  intendere  la  tua  condizione  in
    qualunque modo,  non attendono ad altro, che ad anteporre seco stessi,
    come pi gravi, i loro a tuoi mali: e spesso accade che, quando pi ti
    pensi che sieno commossi sopra il  tuo  stato,  quelli  t'interrompono
    narrandoti  la  sorte loro,  e sforzandosi di persuaderti che ella sia
    meno tollerabile  della  tua.  E  diceva  che  in  tali  casi  avviene
    ordinariamente  quello  che  nella Iliade si legge di Achille,  quando
    Priamo supplichevole e piangente gli  prostrato ai  piedi:  il  quale
    finito che ha quel suo lamento miserabile,  Achille si pone a piangere
    seco, non gi dei mali di quello, ma delle sventure proprie,  e per la
    ricordanza del padre,  e dell'amico ucciso. Soggiungeva, che ben suole
    alquanto conferire alla compassione l'avere sperimentato  altre  volte
    in  se  quegli stessi mali che si odono o veggono essere in altri,  ma
    non il sostenerli al presente.
    Diceva che la negligenza e l'inconsideratezza sono causa di commettere
    infinite cose crudeli o malvage;  e  spessissimo  hanno  apparenza  di
    malvagit  o  crudelt:  come,  a  cagione  di  esempio,  in  uno  che
    trattenendosi fuori di casa in qualche suo passatempo,  lascia i servi
    in  luogo  scoperto  infracidare  alla  pioggia;  non per animo duro e
    spietato,  ma non pensandovi,  o non misurando  colla  mente  il  loro
    disagio.  E  stimava che negli uomini l'inconsideratezza sia molto pi
    comune della malvagit,  della inumanit e simili;  e da quella  abbia
    origine  un  numero  assai  maggiore  di  cattive  opere:  e  che  una
    grandissima parte delle azioni e dei portamenti degli  uomini  che  si
    attribuiscono  a  qualche pessima qualit morale,  non sieno veramente
    altro che inconsiderati.
    Disse in certa occasione,  essere manco grave al benefattore la  piena
    ed  espressa ingratitudine,  che il vedersi rimunerare di un beneficio
    grande con uno piccolo,  col quale il beneficato,  o per grossezza  di
    giudizio o per malvagit,  si creda o si pretenda sciolto dall'obbligo
    verso lui; ed esso apparisca ricompensato,  o per civilt gli convenga
    far  dimostrazione di tenersi tale: in modo che dall'una parte,  venga
    ad essere  defraudato  anche  della  nuda  e  infruttuosa  gratitudine
    dell'animo,   la  quale  verisimilmente  egli  si  aveva  promessa  in
    qualunque  caso;  dall'altra  parte,  gli  sia  tolta  la  facolt  di
    liberamente querelarsi dell'ingratitudine, o di apparire, siccome egli
     nell'effetto, male e ingiustamente corrisposto.
    Ho udito anche riferire come sua, questa sentenza. Noi siamo inclinati
    e  soliti  a presupporre in quelli coi quali ci avviene di conversare,
    molta acutezza e maestria per iscorgere i nostri pregi veri, o che noi
    c'immaginiamo,  e per conoscere la bellezza o  qualunque  altra  virt
    d'ogni nostro detto o fatto: come ancora molta profondit, ed un abito
    grande di meditare,  molta memoria, per considerare esse virt ed essi
    pregi,  e tenerli poi sempre a mente: eziandio che in rispetto ad ogni
    altra  cosa,  o  non  iscopriamo  in  coloro queste tali parti,  o non
    confessiamo tra noi di scoprirvele.


    Capitolo quarto.

    Notava che talora gli uomini  irresoluti  sono  perseverantissimi  nei
    loro  propositi,  non  ostante  qualunque difficolt;  e questo per la
    stessa loro irresolutezza;  atteso che  a  lasciare  la  deliberazione
    fatta,   converrebbe  si  risolvessero  un'altra  volta.  Talora  sono
    prontissimi ed efficacissimi nel mettere in  opera  quello  che  hanno
    risoluto: perch temendo essi medesimi d'indursi di momento in momento
    ad   abbandonare   il   partito  preso,   e  di  ritornare  in  quella
    travagliosissima perplessit e sospensione d'animo, nella quale furono
    prima di determinarsi;  affrettano la esecuzione,  e vi adoprano  ogni
    loro forza; stimolati pi dall'ansiet e dall'incertezza di vincere se
    medesimi, che dal proprio oggetto dell'impresa, e dagli altri ostacoli
    che essi abbiano a superare per conseguirlo.
    Diceva  alle volte ridendo,  che le persone assuefatte a comunicare di
    continuo cogli altri i propri pensieri e sentimenti,  esclamano,  anco
    essendo sole,  se una mosca le morde,  o che si versi loro un vaso,  o
    fugga loro di mano;  e che per lo contrario quelle che sono  usate  di
    vivere  seco  stesse  e di contenersi nel proprio interno,  se anco si
    sentono  cogliere  da  un'apoplessia,   trovandosi  pure  in  presenza
    d'altri, non aprono bocca.
    Stimava che una buona parte degli uomini,  antichi e moderni, che sono
    riputati grandi o straordinari,  conseguissero questa  riputazione  in
    virt  principalmente  dell'eccesso  di  qualche loro qualit sopra le
    altre.  E che uno in cui le qualit dello spirito sieno  bilanciate  e
    proporzionate fra loro;  se bene elle fossero o straordinarie o grandi
    oltre modo,  possa con difficolt far cose degne dell'uno o dell'altro
    titolo,   ed   apparire   ai   presenti  o  ai  futuri  n  grande  n
    straordinario.
    Distingueva nelle moderne nazioni civili tre  generi  di  persone.  Il
    primo,  di  quelle in cui la natura propria,  ed anco in gran parte la
    natura comune degli uomini, si trova mutata e trasformata dall'arte, e
    dagli abiti della vita  cittadinesca.  Di  questo  genere  di  persone
    diceva essere tutte quelle che sono atte ai negozi privati o pubblici;
    a  partecipare  con  diletto  nel  commercio  gentile degli uomini,  e
    riuscire scambievolmente grate a  quelli  coi  quali  si  abbattono  a
    convivere,  o a praticare personalmente in uno o altro modo;  in fine,
    all'uso della presente vita civile.  E a questo solo genere,  parlando
    universalmente,  diceva  toccare ed appartenere nelle dette nazioni la
    stima degli uomini. Il secondo,  essere di quelli in cui la natura non
    si  trova  mutata bastantemente dalla sua prima condizione;  o per non
    essere  stata,  come  si  dice,  coltivata;  o  perciocch,   per  sua
    strettezza e insufficienza,  fu poco atta a ricevere e a conservare le
    impressioni e gli effetti dell'arte,  della  pratica  e  dell'esempio.
    Questo essere il pi numeroso dei tre;  ma disprezzato non manco da se
    medesimo che dagli altri, degno di piccola considerazione;  e in somma
    consistere in quella gente che ha o merita nome di volgo, in qualunque
    ordine  e stato sia posta dalla fortuna.  Il terzo,  incomparabilmente
    inferiore di numero agli altri due,  quasi cos  disprezzato  come  il
    secondo,  e spesso anco maggiormente,  essere di quelle persone in cui
    la natura per soprabbondanza  di  forza,  ha  resistito  all'arte  del
    nostro presente vivere, ed esclusala e ributtata da se; non ricevutone
    se  non  cos  piccola  parte,  che  questa  alle  dette persone non 
    bastante per l'uso dei negozi e per governarsi cogli  uomini,  n  per
    sapere  anco  riuscire  conversando,  n  dilettevoli  n pregiate.  E
    suddivideva questo genere in  due  specie:  l'una  al  tutto  forte  e
    gagliarda;   disprezzatrice   del   disprezzo   che   le      portato
    universalmente,  e spesso pi lieta  di  questo,  che  se  ella  fosse
    onorata;  diversa  dagli  altri  non per sola necessit di natura,  ma
    eziandio per volont e di buon grado;  rimota  dalle  speranze  o  dai
    piaceri del commercio degli uomini, e solitaria nel mezzo delle citt,
    non  meno perch fugge essa dall'altra gente,  che per essere fuggita.
    Di questa specie soggiungeva non si trovare se  non  rarissimi.  Nella
    natura  dell'altra,  diceva  essere  congiunta  e mista alla forza una
    sorta di debolezza e di timidit;  in modo che  essa  natura  combatte
    seco  medesima.  Perocch  gli  uomini  di questa seconda specie,  non
    essendo  di  volont  punto  alieni  dal   conversare   cogli   altri,
    desiderando  in  molte  e diverse cose di rendersi conformi o simili a
    quelli del primo genere,  dolendosi nel proprio cuore della  disistima
    in cui si veggono essere, e di parere da meno di uomini smisuratamente
    inferiori  a se d'ingegno e d'animo;  non vengono a capo,  non ostante
    qualunque cura e diligenza vi pongano,  di addestrarsi all'uso pratico
    della vita,  n di rendersi nella conversazione tollerabili a se,  non
    che altrui.  Tali essere stati negli ultimi tempi,  ed essere  all'et
    nostra,  se  bene  l'uno  pi,  l'altro  meno,  non pochi degl'ingegni
    maggiori e pi delicati. E per un esempio insigne, recava Gian Giacomo
    Rousseau;  aggiungendo a  questo  un  altro  esempio,  ricavato  dagli
    antichi,  cio Virgilio: del quale nella Vita latina che porta il nome
    di Donato grammatico (44),   riferito coll'autorit di  Melisso  pure
    grammatico, liberto di Mecenate, che egli fu nel favellare tardissimo,
    e poco diverso dagl'indotti.  E che ci sia vero,  e che Virgilio, per
    la  stessa  maravigliosa  finezza  dell'ingegno,  fosse  poco  atto  a
    praticare   cogli  uomini,   gli  pareva  si  potesse  raccorre  molto
    probabilmente,  s dall'artificio sottilissimo e faticosissimo del suo
    stile,  e  s dalla propria indole di quella poesia: come anche da ci
    che si legge in sulla fine del secondo delle Georgiche. Dove il poeta,
    contro l'uso dei Romani antichi,  e massimamente di  quelli  d'ingegno
    grande, si professa desideroso della vita oscura e solitaria; e questo
    in  una  cotal  guisa,  che  si pu comprendere che egli vi  sforzato
    dalla sua natura,  anzi che inclinato;  e che l'ama pi come rimedio o
    rifugio,  che  come  bene.  E perciocch,  generalmente parlando,  gli
    uomini di questa e dell'altra specie, non sono avuti in pregio, se non
    se alcuni dopo morte, e quelli del secondo genere vivi, non che morti,
    sono in poco o niun conto;  giudicava potersi affermare in universale,
    che  ai  nostri tempi,  la stima comune degli uomini non si ottenga in
    vita con altro modo,  che con discostarsi e tramutarsi di  gran  lunga
    dall'essere naturale.  Oltre di questo,  perciocch nei tempi presenti
    tutta,  per dir cos,  la vita civile consiste nelle persone del primo
    genere,  la  natura  del  quale tiene come il mezzo tra quelle de' due
    rimanenti; conchiudeva che anche per questa via, come per altre mille,
    si pu conoscere che oggid l'uso,  il maneggio,  e la  potest  delle
    cose, stanno quasi totalmente nelle mani della mediocrit.
    Distingueva  ancora tre stati della vecchiezza considerata in rispetto
    alle altre et dell'uomo.  Nei  principii  delle  nazioni,  quando  di
    costumi e d'abito,  tutte le et furono giuste e virtuose; e mentre la
    esperienza e la cognizione degli uomini e della vita,  non ebbero  per
    propriet di alienare gli animi dall'onesto e dal retto; la vecchiezza
    fu venerabile sopra le altre et;  perch colla giustizia e con simili
    pregi, allora comuni a tutte, concorreva in essa, come  natura che vi
    si trovi maggior senno e prudenza che  nelle  altre.  In  successo  di
    tempo, per lo contrario, corrotti e pervertiti i costumi, niuna et fu
    pi  vile ed abbominabile della vecchiezza;  inclinata coll'affetto al
    male pi delle altre,  per la pi lunga consuetudine,  per la  maggior
    conoscenza  e  pratica  delle cose umane,  per gli effetti dell'altrui
    malvagit, pi lungamente e in maggior numero sopportati, e per quella
    freddezza che ella ha da  natura;  e  nel  tempo  stesso  impotente  a
    operarlo,  salvo colle calunnie, le frodi, le perfidie, le astuzie, le
    simulazioni,  e in breve con quelle arti che tra  le  scellerate  sono
    abbiettissime.  Ma  poich la corruttela delle nazioni ebbe trapassato
    ogni termine,  e che il disprezzo  della  rettitudine  e  della  virt
    precorse  negli  uomini  l'esperienza  e la cognizione del mondo e del
    tristo  vero;  anzi,  per  dir  cos,  l'esperienza  e  la  cognizione
    precorsero l'et, e l'uomo gi nella puerizia fu esperto, addottrinato
    e guasto;  la vecchiezza divenne, non dico gi venerabile, che da indi
    innanzi molto poche cose  furono  capaci  di  questo  titolo,  ma  pi
    tollerabile  delle  altre  et.  Perocch  il  fervore dell'animo e la
    gagliardia del corpo,  che per l'addietro,  giovando all'immaginativa,
    ed alla nobilt dei pensieri, non di rado erano state in qualche parte
    cagione  di  costumi,  di sensi e di opere virtuose;  furono solamente
    stimoli e ministri del mal  volere  o  del  male  operare,  e  diedero
    spirito  e  vivezza alla malvagit: la quale nel declinare degli anni,
    tu mitigata e sedata dalla freddezza  del  cuore,  e  dall'imbecillit
    delle  membra;  cose per altro pi conducenti al vizio che alla virt.
    Oltre che la stessa molta  esperienza  e  notizia  delle  cose  umane,
    divenute  al tutto inamabili,  fastidiose e vili;  in luogo di volgere
    all'iniquit i buoni come per lo passato, acquist forza di scemarne e
    talvolta spegnerne l'amore nei tristi.  Laonde,  in quanto ai costumi,
    parlando della vecchiezza a comparazione delle altre et,  si pu dire
    che ella fosse nei primi tempi,  come   al  buono  il  migliore;  nei
    corrotti,  come  al  cattivo il pessimo;  nei seguenti e peggiori,  al
    contrario.



    Capitolo quinto.

    Ragionava spesso di quella qualit di amor proprio che  oggi    detta
    egoismo;   porgendosegli,  credo  io,  frequentemente  l'occasione  di
    entrarne in parole.  Nella qual materia  narrer  qualcuna  delle  sue
    sentenze. Diceva che oggid, qualora ti  lodato alcuno, o vituperato,
    di probit o del contrario,  da persona che abbia avuto a fare seco, o
    che di presente abbia;  tu non ricevi di quel tale altra contezza,  se
    non  che  questa  persona  che  lo  biasima  o  loda,    bene  o male
    soddisfatta di lui: bene,  se lo rappresenta per buono;  male,  se per
    malvagio.
    Negava che alcuno a questi tempi possa amare senza rivale; e dimandato
    del  perch,  rispondeva:  perch  certo  l'amato  o  l'amata  rivale
    ardentissimo dell'amante.
    Facciamo caso, diceva, che tu richiegga di un piacere una qualsivoglia
    persona; della qual dimanda non ti si possa soddisfare senza incorrere
    nell'odio o nella mala volont di un terzo;  e questo terzo,  tu e  la
    persona richiesta, supponghiamo che in istato e in potere, siete tutti
    e  tre  uguali,  poco  pi  o meno.  Io dico che verisimilmente la tua
    dimanda non ti verr conseguita per nessun modo; posto eziandio che il
    gratificartene avesse dovuto obbligarti grandemente al  gratificatore,
    e fargli anche pi benevolo te, che inimico quel terzo. Ma dall'odio e
    dall'ira  degli  uomini  si  teme  assai  pi  che  dall'amore e dalla
    gratitudine non si spera: e ragionevolmente:  perch  in  generale  si
    vede, che quelle due prime passioni operano pi spesso, e nell'operare
    mostrano molto maggiore efficacia, che le contrarie. La cagione , che
    chi si sforza di nuocere a quelli che egli odia, e chi cerca vendetta,
    opera  per se;  chi si studia di giovare a quelli che egli ama,  e chi
    rimerita i benefizi ricevuti, opera per gli amici e i benefattori.
    Diceva che universalmente gli ossequi e i servigi che  si  fanno  agli
    altri  con  isperanze  e  disegni  di  utilit  propria,   rade  volte
    conseguiscono il loro fine; perch gli uomini, massimamente oggi,  che
    hanno  pi  scienza  e  pi  senno  che per l'addietro,  sono facili a
    ricevere e difficili a rendere.  Nondimeno,  che  di  tali  ossequi  e
    servigi, quelli che sono prestati da alcuni giovani a vecchie ricche o
    potenti,  ottengono  il  loro fine,  non solo pi spesse volte che gli
    altri, ma il pi delle volte.
    Queste considerazioni infrascritte,  che concernono  principalmente  i
    costumi moderni,  mi ricordo averle udite dalla sua bocca.  Oggi non 
    cosa  alcuna  che  faccia  vergogna  appresso  agli  uomini  usati   e
    sperimentati  nel mondo,  salvo che il vergognarsi;  n di cosa alcuna
    questi s fatti uomini si vergognano,  fuorch di questa,  se  a  caso
    qualche volta v'incorrono.
    Maraviglioso potere  quel della moda: la quale,  laddove le nazioni e
    gli uomini sono  tenacissimi  delle  usanze  in  ogni  altra  cosa,  e
    ostinatissimi   a   giudicare,   operare   e   procedere   secondo  la
    consuetudine,  eziandio contro ragione e con loro danno;  essa  sempre
    che vuole,  in un tratto li fa deporre,  variare, assumere usi, modi e
    giudizi,  quando pur quello che abbandonano  sia  ragionevole,  utile,
    bello e conveniente, e quello che abbracciano, il contrario.
    D'infinite  cose  che  nella vita comune,  o negli uomini particolari,
    sono ridicole veramente,  rarissimo che si rida;  e se pure alcuno vi
    si prova,  non gli venendo fatto di comunicare il suo riso agli altri,
    presto se ne rimane.  All'incontro,  di  mille  cose  o  gravissime  o
    convenientissime,  tutto  giorno si ride,  e con facilit grande se ne
    muovono le risa negli altri.  Anzi le pi delle cose  delle  quali  si
    ride  ordinariamente,  sono  tutt'altro che ridicole in effetto;  e di
    moltissime si ride per questa cagione stessa,  che elle non sono degne
    di riso o in parte alcuna o tanto che basti.
    Diciamo  e  udiamo  dire  a ogni tratto: "i buoni antichi",  "i nostri
    buoni antenati"; e "uomo fatto all'antica",  volendo dire uomo dabbene
    e da potersene fidare.  Ciascuna generazione crede dall'una parte, che
    i passati fossero migliori  dei  presenti;  dall'altra  parte,  che  i
    popoli migliorino allontanandosi dal loro primo stato ogni giorno pi;
    verso  il  quale  se  eglino  retrocedessero,  che allora senza dubbio
    alcuno peggiorerebbero.
    Certamente il vero non  bello.  Nondimeno anche il  vero  pu  spesse
    volte  porgere  qualche  diletto:  e se nelle cose umane il bello  da
    preporre al vero, questo dove manchi il bello,   da preferire ad ogni
    altra cosa.  Ora nelle citt grandi,  tu sei lontano dal bello: perch
    il bello non ha pi luogo nessuno nella vita degli uomini. Sei lontano
    anche dal vero: perch nelle citt grandi ogni cosa  finta,  o  vana.
    Di modo che ivi,  per dir cos,  tu non vedi, non odi, non tocchi, non
    respiri altro che falsit,  e questa brutta e spiacevole.  Il che agli
    spiriti delicati si pu dire che sia la maggior miseria del mondo.
    Quelli  che  non  hanno  necessit di provvedere essi medesimi ai loro
    bisogni,  e per ne lasciano la  cura  agli  altri,  non  possono  per
    l'ordinario  provvedere,  o  in  guisa alcuna,  o solo con grandissima
    difficolt,  e meno sufficientemente  che  gli  altri,  a  un  bisogno
    principalissimo  che  in  ogni modo hanno.  Dico quello di occupare la
    vita: il quale  maggiore assai di  tutti  i  bisogni  particolari  ai
    quali, occupandola, si provvede; e maggiore eziandio che il bisogno di
    vivere. Anzi il vivere, per se stesso, non  bisogno; perch disgiunto
    dalla felicit,  non  bene.  Dove che posta la vita,   sommo e primo
    bisogno il condurla con minore infelicit che si possa.  Ora  dall'una
    parte, la vita disoccupata o vacua,  infelicissima. Dall'altra parte,
    il  modo di occupazione col quale la vita si fa manco infelice che con
    alcun altro,  si   quello  che  consiste  nel  provvedere  ai  propri
    bisogni.
    Diceva che il costume di vendere e comperare uomini, era cosa utile al
    genere  umano: e allegava che l'uso dell'innestare il vaiuolo venne in
    Costantinopoli, donde pass in Inghilterra,  e di l nelle altre parti
    d'Europa,  dalla  Circassia;  dove  la infermit del vaiuolo naturale,
    pregiudicando alla vita o alle forme  dei  fanciulli  e  dei  giovani,
    danneggiava  molto  il  mercato  che  fanno  quei  popoli  delle  loro
    donzelle.
    Narrava di se medesimo,  che quando prima usc delle scuole  ed  entr
    nel mondo, propose, come giovanetto inesperto e amico della verit, di
    non  voler  mai  lodare  n  persona  n  cosa  che gli occorresse nel
    commercio degli uomini,  se non se qualora ella fosse  tale,  che  gli
    paresse  veramente  lodevole.  Ma  che  passato  un  anno,  nel quale,
    mantenendo il proposito fatto, non gli venne lodata n cosa n persona
    alcuna;  temendo non  si  dimenticare  al  tutto,  per  mancamento  di
    esercizio,  quello  che nella rettorica non molto prima aveva imparato
    circa il genere encomiastico o lodativo, ruppe il proposito;  e indi a
    poco se ne rimosse totalmente.




    Capitolo sesto.

    Usava di farsi leggere quando un libro quando un altro,  per lo pi di
    scrittore antico;  e interponeva alla lettura  qualche  suo  detto,  e
    quasi  annotazioncella a voce,  sopra questo o quel passo,  di mano in
    mano.  Udendo leggere nelle  Vite  dei  filosofi  scritte  da  Diogene
    Laerzio  (45),   che  interrogato  Chilone  in  che  differiscano  gli
    addottrinati dagl'indotti,  rispose che nelle buone  speranze;  disse:
    oggi   tutto l'opposto;  perch gl'ignoranti sperano,  e i conoscenti
    non isperano cosa alcuna.
    Similmente,  leggendosi nelle dette Vite (46) come  Socrate  affermava
    essere  al mondo un solo bene,  e questo essere la scienza;  e un solo
    male,   e  questo  essere  l'ignoranza;   disse:   della   scienza   e
    dell'ignoranza  antica  non  so;  ma  oggi io volgerei questo detto al
    contrario.
    Nello stesso libro (47) riportandosi questo dogma  della  setta  degli
    Egesiaci: "il sapiente,  che che egli si faccia,  far ogni cosa a suo
    beneficio proprio";  disse: se tutti quelli che  procedono  in  questo
    modo  sono  filosofi,  oramai  venga Platone,  e riduca ad atto la sua
    repubblica in tutto il mondo civile.
    Commendava molto una sentenza di Bione boristenite, posta dal medesimo
    Laerzio (48); che i pi travagliati di tutti,  sono quelli che cercano
    le  maggiori felicit.  E soggiungeva che,  all'incontro,  i pi beati
    sono quelli che pi si possono e sogliono pascere delle minime, e anco
    da poi che sono passate,  rivolgerle e assaporarle a  bell'agio  colla
    memoria.
    Recava alle varie et delle nazioni civili quel verso greco che suona:
    "i giovani fanno,  i mezzani consultano, i vecchi desiderano"; dicendo
    che in vero non rimane all'et presente altro che desiderio.
    A un passo di Plutarco (49),  che  trasportato  da  Marcello  Adriani
    giovane  in  queste  parole:  "molto  meno  arieno ancora gli Spartani
    patito l'insolenza e buffonerie di Stratocle: il quale avendo persuaso
    il popolo" (ci furono gli Ateniesi) "a  sacrificare  come  vincitore;
    che  poi,  sentito  il  vero  della  rotta,  si sdegnava;  disse: qual
    ingiuria riceveste da me,  che seppi tenervi in festa ed in gioia  per
    ispazio  di  tre giorni?" soggiunse l'Ottonieri: il simile si potrebbe
    rispondere molto  convenientemente  a  quelli  che  si  dolgono  della
    natura,  gravandosi  che  ella;  per  quanto   in se,  tenga celato a
    ciascuno il vero,  e coperto con molte  apparenze  vane,  ma  belle  e
    dilettevoli: che ingiuria vi fa ella a tenervi lieti per tre o quattro
    giorni?  E  in altra occasione disse,  potersi appropriare alla nostra
    specie universalmente, avendo rispetto agli errori naturali dell'uomo,
    quello  che  del  fanciullo  ridotto  ingannevolmente  a  prendere  la
    medicina, dice il Tasso: "e da l'inganno suo vita riceve".
    Nei  Paradossi  di  Cicerone  (50)  essendogli letto un luogo,  che in
    volgare si ridurrebbe come segue: "forse le volutt fanno  la  persona
    migliore o pi lodevole?  e hacci per avventura alcuno che del goderle
    si magnifichi o  pavoneggi?"  disse:  caro  Cicerone,  che  i  moderni
    divengano per la volutt o migliori o pi lodevoli,  non ardisco dire;
    ma pi lodati,  s bene.  Anzi hai da  sapere  che  oggi  questo  solo
    cammino  di  lode si propongono e seguono quasi tutti i giovani;  cio
    quello che mena per le volutt.  Delle  quali  non  pure  si  vantano,
    ottenendole,  e  ne fanno infinite novelle cogli amici e cogli strani,
    con chi vuole e con chi non vorrebbe udire; ma oltre di ci moltissime
    ne appetiscono e ne procacciano, non come volutt,  ma come cagione di
    lode e di fama, e come materia da gloriarsi; moltissime eziandio se ne
    attribuiscono  o  non ottenute,  o anco pure non cercate,  o finte del
    tutto.
    Notava nell'istoria che scrisse Arriano delle  imprese  di  Alessandro
    Magno  (51),  che  alla  giornata  dell'Isso,  Dario colloc i soldati
    mercenari greci  nella  fronte  dell'esercito,  e  Alessandro  i  suoi
    mercenari  pur greci alle spalle;  e stimava che da questa circostanza
    sola  senza  pi,   si  fosse  potuto  antivedere  il  successo  della
    battaglia.
    Non riprendeva,  anzi lodava ed amava,  che gli scrittori ragionassero
    molto di se medesimi: perch diceva che in questo, sono quasi sempre e
    quasi tutti eloquenti,  e hanno  per  l'ordinario  lo  stile  buono  e
    convenevole, eziandio contro il consueto o del tempo, o della nazione,
    o  proprio  loro.  E  ci  non  essere  maraviglia;  poich quelli che
    scrivono delle cose proprie, hanno l'animo fortemente preso e occupato
    dalla materia;  non mancano mai n di pensieri n di affetti  nati  da
    essa  materia  e  nell'animo  loro  stesso,  non  trasportati di altri
    luoghi, n bevuti da altre fonti, n comuni e triti; e con facilit si
    astengono dagli ornamenti frivoli in se,  o che non fanno a proposito,
    dalle grazie e dalle bellezze false,  o che hanno pi di apparenza che
    di sostanza,  dall'affettazione,  e da tutto quello che    fuori  del
    naturale.  Ed essere falsissimo che i lettori ordinariamente si curino
    poco di quello che gli scrittori dicono di se medesimi: prima,  perch
    tutto quello che veramente  pensato e sentito dallo scrittore stesso,
    e detto con modo naturale e acconcio, genera attenzione, e fa effetto;
    poi,  perch  in nessun modo si rappresentano o discorrono con maggior
    verit ed efficacia le cose  altrui,  che  favellando  delle  proprie:
    atteso  che  tutti  gli  uomini  si  rassomigliano tra loro,  s nelle
    qualit naturali,  e s negli accidenti,  in quel  che  dipende  dalla
    sorte;  e che le cose umane,  a considerarle in se stesso,  si veggono
    molto  meglio  e  con  maggior  sentimento   che   negli   altri.   In
    confermazione dei quali pensieri adduceva, tra le altre cose, l'aringa
    di   Demostene   per   la  Corona,   dove  l'oratore  parlando  di  se
    continuamente,  vince se medesimo di eloquenza: e Cicerone,  al quale,
    il  pi  delle  volte,   dove  tocca  le  cose  proprie,   vien  fatto
    altrettanto: il che si vede  in  particolare  nella  Miloniana,  tutta
    maravigliosa,  ma nel fine maravigliosissima, dove l'oratore introduce
    se stesso. Come similmente bellissimo ed eloquentissimo nelle orazioni
    del Bossuet sopra tutti gli altri luoghi,   quello dove chiudendo  le
    lodi del Principe di Cond,  il dicitore fa menzione della sua propria
    vecchiezza e vicina morte.  Degli scritti di Giuliano imperatore,  che
    in  tutti  gli  altri    sofista,  e  spesso non tollerabile,  il pi
    giudizioso e pi lodevole  la diceria che s'intitola Misopogone, cio
    contro alla barba;  dove risponde ai motti e alle maldicenze di quelli
    di  Antiochia  contro  di lui.  Nella quale operetta,  lasciando degli
    altri pregi, egli non  molto inferiore a Luciano n di grazia comica,
    n di copia,  acutezza e vivacit  di  sali;  laddove  in  quella  dei
    Cesari,  pure imitativa di Luciano,  sgraziato, povero di facezie, ed
    oltre alla povert, debole e quasi insulso.  Tra gl'Italiani,  che per
    altro  sono  quasi  privi  di  scritture  eloquenti,   l'apologia  che
    Lorenzino dei Medici scrisse per giustificazione propria,  un esempio
    di eloquenza grande e perfetta da ogni parte;  e Torquato Tasso ancora
      non  di  rado  eloquente nelle altre prose,  dove parla molto di se
    stesso, e quasi sempre eloquentissimo nelle lettere, dove non ragiona,
    si pu dire, se non de' suoi propri casi.
    Capitolo settimo.

    Si ricordano anche parecchi suoi motti  e  risposte  argute:  come  fu
    quella ch'ei diede a un giovanetto,  molto studioso delle lettere,  ma
    poco esperto del mondo; il quale diceva,  che dell'arte del governarsi
    nella   vita  sociale,   e  della  cognizione  pratica  degli  uomini,
    s'imparano cento fogli il d.  Rispose l'Ottonieri:  ma  il  libro  fa
    cinque milioni di fogli.
    A un altro giovane inconsiderato e temerario, il quale per ischermirsi
    da   quelli  che  gli  rimproveravano  le  male  riuscite  che  faceva
    giornalmente,  e gli scorni che riportava,  era usato rispondere,  che
    della  vita  non    da  fare pi stima che di una commedia: disse una
    volta l'Ottonieri: anche nella commedia   meglio  riportare  applausi
    che  fischiate;  e il commediante male instrutto nell'arte sua,  o mal
    destro in esercitarla, all'ultimo si muore di fame.
    Preso dai sergenti della corte un ribaldo omicida, il quale per essere
    zoppo,  commesso il misfatto,  non era potuto fuggire;  disse: vedete,
    amici, che la giustizia, se bene si dice che sia zoppa, raggiunge per
    il malfattore, se egli  zoppo.
    Viaggiando  per  l'Italia,  essendogli  detto,  non  so  dove,  da  un
    cortigiano che lo voleva mordere: io ti parler schiettamente,  se  tu
    me ne dai licenza; rispose: anzi avr caro assai di ascoltarti; perch
    viaggiando si cercano le cose rare.
    Costretto  da  non so quale necessit una volta,  a chiedere danari in
    prestanza a uno, il quale scusandosi di non potergliene dare, concluse
    affermando,  che se fosse  stato  ricco,  non  avrebbe  avuto  maggior
    pensiero   che   delle  occorrenze  degli  amici;   esso  replic:  mi
    rincrescerebbe assai che tu stessi in pensiero per causa nostra. Prego
    Dio che non ti faccia mai ricco.
    Da giovane,  avendo composto alcuni versi,  e adoperatovi  certe  voci
    antiche;  dicendogli una signora attempata,  alla quale,  richiesto da
    essa,  li recitava,  non li sapere intendere,  perch quelle  voci  al
    tempo  suo  non  correvano;  rispose:  anzi mi credeva che corressero;
    perch sono molto antiche.
    Di un avaro ricchissimo,  al quale era stato fatto un furto  di  pochi
    danari, disse, che si era portato avaramente ancora coi ladri.
    Di un calcolatore, che sopra qualunque cosa gli veniva udita o veduta,
    si  metteva a computare,  disse: gli altri fanno le cose,  e costui le
    conta.
    Ad alcuni antiquari che disputavano insieme dintorno  a  una  figurina
    antica di Giove, formata di terra cotta; richiesto del suo parere; non
    vedete voi, disse, che questo  un Giove in Creta?
    Di uno sciocco il quale presumeva saper molto bene raziocinare,  e ne'
    suoi discorsi, a ogni due parole, ricordava la logica; disse: questi 
    propriamente l'uomo definito alla greca; cio un animale logico.
    Vicino a morte, compose esso medesimo questa inscrizione,  che poi gli
    fu scolpita sopra la sepoltura.

    OSSA
    DI FILIPPO OTTONIERI
    NATO ALLE OPERE VIRTUOSE
    E ALLA GLORIA
    VISSUTO OZIOSO E DISUTILE
    E MORTO SENZA FAMA
    NON IGNARO DELLA NATURA
    NE' DELLA FORTUNA
    SUA.









    DIALOGO DI CRISTOFORO COLOMBO E DI PIETRO GUTIERREZ.

    Colombo. Bella notte, amico.
    Gutierrez.  Bella  in verit: e credo che a vederla da terra,  sarebbe
    pi bella.
    Colombo. Benissimo: anche tu sei stanco del navigare.
    Gutierrez.  Non del navigare in ogni modo;  ma questa  navigazione  mi
    riesce  pi  lunga che io non aveva creduto,  e mi d un poco di noia.
    Contuttoci non hai da pensare che io mi dolga di te,  come fanno  gli
    altri.  Anzi  tieni  per  certo che qualunque deliberazione tu sia per
    fare  intorno  a  questo  viaggio,  sempre  ti  seconder,   come  per
    l'addietro,  con ogni mio potere. Ma, cos per via di discorso, vorrei
    che tu mi dichiarassi precisamente, con tutta sincerit, se ancora hai
    cos per sicuro come a principio,  di avere a trovar paese  in  questa
    parte  del  mondo;  o  se,  dopo  tanto  tempo  e  tanta esperienza in
    contrario, cominci niente a dubitare.
    Colombo.  Parlando schiettamente,  e come si pu con persona  amica  e
    segreta, confesso che sono entrato un poco in forse: tanto pi che nel
    viaggio  parecchi  segni che mi avevano dato speranza grande,  mi sono
    riusciti vani;  come fu quel degli uccelli  che  ci  passarono  sopra,
    venendo da ponente, pochi d poi che fummo partiti da Gomera, e che io
    stimai fossero indizio di terra poco lontana. Similmente, ho veduto di
    giorno  in  giorno  che  l'effetto  non  ha  corrisposto  a pi di una
    congettura e pi di un pronostico fatto da me innanzi che ci ponessimo
    in mare,  circa a diverse cose che ci sarebbero occorse,  credeva  io,
    nel  viaggio.  Per  vengo discorrendo,  che come questi pronostici mi
    hanno ingannato, con tutto che mi paressero quasi certi; cos potrebbe
    essere che mi riuscisse anche  vana  la  congettura  principale,  cio
    dell'avere  a trovar terra di l dall'Oceano.  Bene  vero che ella ha
    fondamenti tali, che se pure  falsa,  mi parrebbe da un canto che non
    si  potesse  aver  fede a nessun giudizio umano,  eccetto che esso non
    consista del tutto in cose che si veggano presentemente e si tocchino.
    Ma da altro canto,  considero che la pratica si discorda spesso,  anzi
    il pi delle volte,  dalla speculazione: e anche dico fra me: che puoi
    tu sapere che ciascuna parte del mondo si  rassomigli  alle  altre  in
    modo,  che  essendo  l'emisfero d'oriente occupato parte dalla terra e
    parte dall'acqua,  seguiti che anche l'occidentale debba essere diviso
    tra questa e quella?  che puoi sapere che non sia tutto occupato da un
    mare unico e immenso?  o che in vece di  terra,  o  anco  di  terra  e
    d'acqua,  non contenga qualche altro elemento?  Dato che abbia terre e
    mari come l'altro,  non potrebbe  essere  che  fosse  inabitato?  anzi
    inabitabile?  Facciamo  che  non  sia  meno  abitato  del  nostro: che
    certezza hai tu che vi abbia creature razionali,  come  in  questo?  e
    quando  pure  ve  ne abbia,  come ti assicuri che sieno uomini,  e non
    qualche altro genere di animali intellettivi?  ed essendo uomini;  che
    non  sieno  differentissimi da quelli che tu conosci?  ponghiamo caso,
    molto  maggiori  di  corpo,   pi  gagliardi,   pi   destri;   dotati
    naturalmente di molto maggiore ingegno e spirito;  anche, assai meglio
    inciviliti,  e ricchi di molta pi scienza ed arte?  Queste cose vengo
    pensando fra me stesso. E per verit, la natura si vede essere fornita
    di  tanta  potenza,  e  gli  effetti  di  quella  essere  cos  vari e
    moltiplici,  che non solamente non si pu fare giudizio certo di  quel
    che  ella  abbia  operato  ed  operi in parti lontanissime e del tutto
    incognite  al  mondo  nostro,  ma  possiamo  anche  dubitare  che  uno
    s'inganni di gran lunga argomentando da questo a quelle, e non sarebbe
    contrario  alla  verisimilitudine  l'immaginare  che le cose del mondo
    ignoto,  o tutte o in parte,  fossero maravigliose e strane a rispetto
    nostro.  Ecco  che noi veggiamo cogli occhi propri che l'ago in questi
    mari declina dalla stella per non piccolo spazio verso  ponente:  cosa
    novissima, e insino adesso inaudita a tutti i navigatori; della quale,
    per  molto  fantasticarne,  io  non  so  pensare  una  ragione  che mi
    contenti. Non dico per tutto questo,  che si abbia a prestare orecchio
    alle favole degli antichi circa alle maraviglie del mondo sconosciuto,
    e di questo Oceano;  come,  per esempio, alla favola dei paesi narrati
    da Annone (52), che la notte erano pieni di fiamme,  e dei torrenti di
    fuoco  che di l sboccavano nel mare: anzi veggiamo quanto sieno stati
    vani fin qui tutti i timori di  miracoli  e  di  novit  spaventevoli,
    avuti  dalla  nostra gente in questo viaggio;  come quando,  al vedere
    quella quantit di alghe,  che pareva facessero della marina quasi  un
    prato,  e c'impedivano alquanto l'andare innanzi,  pensarono essere in
    sugli ultimi confini del mar navigabile. Ma voglio solamente inferire,
    rispondendo alla tua richiesta,  che quantunque la mia congettura  sia
    fondata  in argomenti probabilissimi,  non solo a giudizio mio,  ma di
    molti geografi,  astronomi e navigatori eccellenti,  coi quali  ne  ho
    conferito,  come  sai,  nella  Spagna,  nell'Italia  e nel Portogallo;
    nondimeno potrebbe succedere  che  fallasse:  perch,  torno  a  dire,
    veggiamo che molte conclusioni cavate con ottimi discorsi, non reggono
    all'esperienza;   e  questo  interviene  pi  che  mai,   quando  elle
    appartengono a cose intorno alle quali si ha pochissimo lume.
    Gutierrez.  Di modo che tu,  in sostanza,  hai posto la  tua  vita,  e
    quella  de' tuoi compagni,  in sul fondamento di una semplice opinione
    speculativa.
    Colombo.  Cos : non posso negare.  Ma,  lasciando da parte  che  gli
    uomini  tutto  giorno  si mettono a pericolo della vita con fondamenti
    pi deboli di gran lunga,  e per cose di piccolissimo conto,  o  anche
    senza pensarlo; considera un poco. Se al presente tu, ed io, e tutti i
    nostri  compagni,  non  fossimo in su queste navi,  in mezzo di questo
    mare,  in questa solitudine incognita,  in istato incerto e  rischioso
    quanto  si  voglia;  in  quale  altra condizione di vita ci troveremmo
    essere? in che saremmo occupati? in che modo passeremmo questi giorni?
    Forse pi lietamente?  o non saremmo anzi in qualche maggior travaglio
    o sollecitudine,  ovvero pieni di noia? Che vuol dire uno stato libero
    da incertezza e pericolo? se contento e felice, quello  da preferir a
    qualunque altro;  se tedioso e misero,  non veggo a quale altro  stato
    non sia da posporre. Io non voglio ricordare la gloria e l'utilit che
    riporteremo,  succedendo  l'impresa  in  modo  conforme alla speranza.
    Quando altro frutto non ci venga da questa navigazione,  a me pare che
    ella ci sia profittevolissima in quanto che per un tempo essa ci tiene
    liberi dalla noia,  ci fa cara la vita, ci fa pregevoli molte cose che
    altrimenti non avremmo in considerazione.  Scrivono gli antichi,  come
    avrai letto o udito,  che gli amanti infelici, gittandosi dal sasso di
    Santa Maura (che allora si diceva di  Leucade)  gi  nella  marina,  e
    scampandone;  restavano,  per grazia di Apollo,  liberi dalla passione
    amorosa.  Io non so se egli si debba credere  che  ottenessero  questo
    effetto;  ma so bene che, usciti di quel pericolo, avranno per un poco
    di tempo,  anco senza il favore di Apollo,  avuta cara  la  vita,  che
    prima  avevano  in  odio;  o  pure  avuta  pi cara e pi pregiata che
    innanzi.  Ciascuna navigazione ,  per giudizio mio,  quasi  un  salto
    dalla rupe di Leucade; producendo le medesime utilit, ma pi durevoli
    che  quello  non  produrrebbe;  ai  quale,  per  questo conto,  ella 
    superiore assai.  Credesi comunemente che gli  uomini  di  mare  e  di
    guerra, essendo a ogni poco in pericolo di morire, facciano meno stima
    della  vita  propria,  che  non fanno gli altri della loro.  Io per lo
    stesso rispetto giudico che la vita si abbia da molto poche persone in
    tanto amore e pregio come da' navigatori e soldati.  Quanti beni  che,
    avendoli,  non  si curano,  anzi quante cose che non hanno pur nome di
    beni, paiono carissime e preziosissime ai naviganti,  solo per esserne
    privi! Chi pose mai nel numero dei beni umani l'avere un poco di terra
    che ti sostenga?  Niuno, eccetto i navigatori, e massimamente noi, che
    per la molta incertezza del successo di questo  viaggio,  non  abbiamo
    maggior  desiderio che della vista di un cantuccio di terra;  questo 
    il primo pensiero che ci si fa innanzi allo svegliarci,  con questo ci
    addormentiamo;  e  se  pure  una volta ci verr scoperta da lontano la
    cima di un monte o di una foresta o cosa tale,  non  capiremo  in  noi
    stessi  dalla  contentezza;  e  presa  terra,  solamente  a pensare di
    ritrovarci in sullo stabile,  e di potere andare qua e l camminando a
    nostro talento, ci parr per pi giorni essere beati.
    Gutierrez.  Tutto  cotesto    verissimo:  tanto  che  se  quella  tua
    congettura speculativa riuscir cos vera come    la  giustificazione
    dell'averla  seguita,  non potremo mancar di godere questa beatitudine
    un giorno o l'altro.
    Colombo.  Io per me,  se bene non  mi  ardisco  pi  di  promettermelo
    sicuramente,  contuttoci spererei che fossimo per goderla presto.  Da
    certi giorni in qua,  lo scandaglio,  come  sai,  tocca  fondo;  e  la
    qualit di quella materia che gli vien dietro,  mi pare indizio buono.
    Verso sera, le nuvole intorno al sole,  mi si dimostrano d'altra forma
    e  di  altro  colore da quelle dei giorni innanzi.  L'aria,  come puoi
    sentire,  fatta un poco pi dolce e pi tepida di prima. Il vento non
    corre pi,  come per l'addietro,  cos  pieno,  n  cos  diritto,  ne
    costante;  ma piuttosto incerto,  e vario,  e come fosse interrotto da
    qualche intoppo. Aggiungi quella canna che andava in sul mare a galla,
    e mostra essere tagliata di poco;  e  quel  ramicello  di  albero  con
    quelle coccole rosse e fresche. Anche gli stormi degli uccelli, bench
    mi hanno ingannato altra volta,  nondimeno ora sono tanti che passano,
    e cos grandi; e moltiplicano talmente di giorno in giorno;  che penso
    vi  si  possa  fare  qualche  fondamento;  massime  che  vi si veggono
    intramischiati alcuni uccelli che,  alla  forma,  non  mi  paiono  dei
    marittimi. In somma tutti questi segni raccolti insieme, per molto che
    io  voglia essere diffidente,  mi tengono pure in aspettativa grande e
    buona.
    Gutierrez. Voglia Dio questa volta, ch'ella si verifichi.



    ELOGIO DEGLI UCCELLI.

    Amelio filosofo solitario,  stando una mattina di primavera,  co' suoi
    libri,  seduto all'ombra di una sua casa in villa,  e leggendo; scosso
    dal cantare degli uccelli per la campagna,  a poco a  poco  datosi  ad
    ascoltare e pensare,  e lasciato il leggere; all'ultimo pose mano alla
    penna, e in quel medesimo luogo scrisse le cose che seguono.
    Sono gli uccelli naturalmente le pi liete  creature  del  mondo.  Non
    dico ci in quanto se tu li vedi o gli odi,  sempre ti rallegrano;  ma
    intendo di essi medesimi in se,  volendo dire che sentono giocondit e
    letizia  pi  che  alcuno altro animale.  Si veggono gli altri animali
    comunemente seri e gravi;  e molti di loro anche  paiono  malinconici:
    rade volte fanno segni di gioia,  e questi piccoli e brevi;  nella pi
    parte dei loro godimenti e diletti, non fanno festa, n significazione
    alcuna di allegrezza;  delle campagne verdi,  delle  vedute  aperte  e
    leggiadre, dei soli splendidi, delle arie cristalline e dolci, se anco
    sono  dilettati,  non  ne  sogliono dare indizio di fuori: eccetto che
    delle lepri si dice che la notte, ai tempi della luna, e massime della
    luna piena, saltano e giuocano insieme,  compiacendosi di quel chiaro,
    secondo  che  scrive  Senofonte  (53).  Gli  uccelli  per  lo  pi  si
    dimostrano nei moti e nell'aspetto lietissimi;  e non da altro procede
    quella virt che hanno di rallegrarci colla vista,  se non che le loro
    forme e i  loro  atti,  universalmente,  sono  tali,  che  per  natura
    dinotano  abilit e disposizione speciale a provare godimento e gioia:
    la quale apparenza non  da riputare  vana  e  ingannevole.  Per  ogni
    diletto e ogni contentezza che hanno,  cantano; e quanto  maggiore il
    diletto o la contentezza,  tanto pi lena e  pi  studio  pongono  nel
    cantare.   E   cantando   buona  parte  del  tempo,   s'inferisce  che
    ordinariamente stanno di buona voglia e godono.  E: se bene    notato
    che  mentre  sono  in  amore,  cantano  meglio,  e  pi spesso,  e pi
    lungamente che mai;  non  da credere  per,  che  a  cantare  non  li
    muovano  altri diletti e altre contentezze fuori di queste dell'amore.
    Imperocch si vede palesemente che al d sereno e placido, cantano pi
    che all'oscuro e inquieto: e nella tempesta si  tacciono,  come  anche
    fanno in ciascuno altro timore che provano;  e passata quella, tornano
    fuori cantando e giocando gli uni cogli altri.  Similmente si vede che
    usano  di  cantare in sulla mattina allo svegliarsi;  a che sono mossi
    parte dalla letizia che prendono  del  giorno  nuovo,  parte  da  quel
    piacere che  generalmente a ogni animale sentirsi ristorati dal sonno
    e rifatti.  Anche si rallegrano sommamente delle verzure liete,  delle
    vallette fertili, delle acque pure e lucenti,  del paese bello.  Nelle
    quali  cose    notabile  che quello che pare ameno e leggiadro a noi,
    quello pare anche a loro; come si pu conoscere dagli allettamenti coi
    quali sono tratti alle reti o alle panie,  negli uccellari e  paretai.
    Si  pu  conoscere  altres  dalla  condizione  di  quei  luoghi  alla
    campagna,  nei quali per l'ordinario  pi frequenza di uccelli,  e il
    canto loro assiduo e fervido.  Laddove gli altri animali, se non forse
    quelli che sono dimesticati e usi a vivere cogli uomini,  o nessuno  o
    pochi  tanno  quello stesso giudizio che facciamo noi,  dell'amenit e
    della vaghezza dei luoghi.  E non  da maravigliarsene:  perocch  non
    sono dilettati se non solamente dal naturale.  Ora in queste cose, una
    grandissima parte di quello che noi chiamiamo naturale, non ;  anzi 
    piuttosto artificiale: come a dire,  i campi lavorati, gli alberi e le
    altre piante educate e disposte in ordine, i fiumi stretti infra certi
    termini e indirizzati a certo corso,  e cose simili,  non hanno quello
    stato  n quella sembianza che avrebbero naturalmente.  In modo che la
    vista di ogni paese abitato da qualunque generazione di uomini civili,
    eziandio non considerando le citt, e gli altri luoghi dove gli uomini
    si riducono a stare insieme;   cosa artificiata,  e diversa molto  da
    quella  che  sarebbe  in  natura.  Dicono  alcuni,  e farebbe a questo
    proposito,  che la voce degli uccelli  pi gentile e pi dolce,  e il
    canto pi modulato,  nelle parti nostre, che in quelle dove gli uomini
    sono selvaggi e rozzi;  e conchiudono che gli  uccelli,  anco  essendo
    liberi,  pigliano  alcun  poco della civilt di quegli uomini alle cui
    stanze sono usati.
    O che questi dicano il vero o  no,  certo  fu  notabile  provvedimento
    della natura l'assegnare a un medesimo genere di animali il canto e il
    volo;  in  guisa  che  quelli che avevano a ricreare gli altri viventi
    colla voce,  fossero per l'ordinario in  luogo  alto:  donde  ella  si
    spandesse  all'intorno  per  maggiore  spazio,  e pervenisse a maggior
    numero di uditori.  E in guisa che l'aria,  la quale si    l'elemento
    destinato  al  suono,  fosse  popolata  di  creature vocali e musiche.
    Veramente molto conforto e diletto ci  porge,  e  non  meno,  per  mio
    parere,  agli  altri  animali che agli uomini,  l'udire il canto degli
    uccelli.  E ci credo io che nasca principalmente,  non dalla  soavit
    de'  suoni,  quanta che ella si sia,  ne dalla loro variet,  n dalla
    convenienza scambievole: ma da quella significazione di allegrezza che
     contenuta per natura,  s nel canto in genere,  e s nel canto degli
    uccelli in ispecie.  Il quale , come a dire, un riso che l'uccello fa
    quando egli si sente star bene e piacevolmente.
    Onde si potrebbe dire,  in qualche modo,  che gli uccelli  partecipano
    del  privilegio  che ha l'uomo di ridere: il quale non hanno gli altri
    animali;  e perci pensarono alcuni che siccome l'uomo  definito  per
    animale  intellettivo  o razionale,  potesse non meno sufficientemente
    essere definito per animale risibile;  parendo loro che  il  riso  non
    fosse  meno  proprio  e  particolare  all'uomo,  che la ragione.  Cosa
    certamente mirabile  questa che nell'uomo,  il quale infra  tutte  le
    creature  la pi travagliata e misera,  si trovi la facolt del riso,
    aliena da ogni altro animale.  Mirabile ancora  si    l'uso  che  noi
    facciamo  di  questa  facolt:  poich  si  veggono  molti  in qualche
    fierissimo accidente,  altri in grande tristezza  d'animo,  altri  che
    quasi  non serbano alcuno amore alla vita,  certissimi della vanit di
    ogni bene umano,  presso che incapaci di ogni gioia,  e privi di  ogni
    speranza;  nondimeno ridere.  Anzi,  quanto conoscono meglio la vanit
    dei predetti beni, e l'infelicit della vita; e quanto meno sperano, e
    meno eziandio sono  atti  a  godere;  tanto  maggiormente  sogliono  i
    particolari  uomini  essere  inclinati  al  riso.  La natura del quale
    generalmente,  e gl'intimi principii e modi,  in quanto si  a  quella
    parte  che  consiste  nell'animo,  appena  si  potrebbero  definire  e
    spiegare;  se non se forse dicendo che il riso  specie di pazzia  non
    durabile,  o  pure di vaneggiamento e delirio.  Perciocch gli uomini,
    non essendo mai soddisfatti n mai dilettati veramente da cosa alcuna,
    non possono aver causa di riso che sia ragionevole e giusta.  Eziandio
    sarebbe   curioso   a   cercare?   donde  e  in  quale  occasione  pi
    verisimilmente,  l'uomo fosse recato  la  prima  volta  a  usare  e  a
    conoscere  questa sua potenza.  Imperocch non  dubbio che esso nello
    stato primitivo e selvaggio, si dimostra per lo pi serio,  come fanno
    gli  altri  animali;  anzi  alla  vista  malinconico.  Onde io sono di
    opinione che il riso,  non solo apparisse al  mondo  dopo  il  pianto,
    della qual cosa non si pu fare controversia veruna; ma che penasse un
    buono  spazio  di  tempo a essere sperimentato e veduto primieramente.
    Nel  qual  tempo,  n  la  madre  sorridesse  al  bambino,  n  questo
    riconoscesse lei col sorriso,  come dice Virgilio. Che se oggi, almeno
    dove la gente  ridotta a  vita  civile,  incominciano  gli  uomini  a
    ridere  poco dopo nati;  fannolo principalmente in virt dell'esempio,
    perch veggono altri che ridono.  E crederei che la prima occasione  e
    la  prima  causa  di ridere,  fosse stata agli uomini la ubbriachezza;
    altro effetto proprio e  particolare  al  genere  umano.  Questa  ebbe
    origine  lungo  tempo  innanzi che gli uomini fossero venuti ad alcuna
    specie di civilt;  poich sappiamo che quasi non  si  ritrova  popolo
    cos  rozzo,  che non abbia provveduto di qualche bevanda o di qualche
    altro modo da inebbriarsi,  e non lo soglia usare  cupidamente.  Delle
    quali  cose non  da maravigliare;  considerando che gli uomini,  come
    sono infelicissimi  sopra  tutti  gli  altri  animali,  eziandio  sono
    dilettati pi che qualunque altro, da ogni non travagliosa alienazione
    di mente,  dalla dimenticanza di se medesimi, dalla intermissione, per
    dir cos,  della vita;  donde o interrompendosi o  per  qualche  tempo
    scemandosi  loro il senso e il conoscimento dei propri mali,  ricevono
    non piccolo benefizio.  E in quanto al riso,  vedesi che  i  selvaggi,
    quantunque  di  aspetto  seri  e tristi negli altri tempi,  pure nella
    ubbriachezza ridono profusamente;  favellando ancora molto e cantando,
    contro  al loro usato.  Ma di queste cose tratter pi distesamente in
    una storia del riso, che ho in animo di fare: nella quale, cercato che
    avr del nascimento dl quello,  seguiter narrando i suoi  fatti  e  i
    suoi  casi  e  le  sue  fortune,  da indi in poi,  fino a questo tempo
    presente: nel quale egli si trova essere in dignit e  stato  maggiore
    che  fosse  mai;  tenendo nelle nazioni civili un luogo,  e facendo un
    ufficio.  coi  quali  esso  supplisce  per  qualche  modo  alle  parti
    esercitate  in  altri tempi dalla virt dalla giustizia,  dall'onore e
    simili;  e in molte cose raffrenando e spaventando  gli  uomini  dalle
    male  opere.  Ora  conchiudendo  del  canto degli uccelli,  dico,  che
    imperocch la letizia veduta o conosciuta in altri della quale non  si
    abbia invidia,  suole confortare e rallegrare; per molto lodevolmente
    la  natura  provvide  che  il  canto  degli  uccelli,   il   quale   
    dimostrazione di allegrezza,  e specie di riso,  fosse pubblico;  dove
    che il canto e il riso degli uomini,  per rispetto  al  rimanente  del
    mondo,  sono  privati:  e  sapientemente  oper  che la terra e l'aria
    fossero sparse  di  animali  che  tutto  d  mettendo  voci  di  gioia
    risonanti  e  solenni,  quasi  applaudissero  alla vita universale,  e
    incitassero  gli  altri  viventi  ad  allegrezza,   facendo   continue
    testimonianze ancorch false, della felicit delle cose.
    E che gli uccelli sieno e si mostrino lieti pi che gli altri animali,
    non  e  senza  ragione grande.  Perch veramente,  come ho accennato a
    principio,  sono di natura meglio accomodati  a  godere  e  ad  essere
    felici.  Primieramente,  non  pare  che  sieno  sottoposti  alla noia.
    Cangiano luogo a ogni tratto;  passano da paese a paese quanto tu vuoi
    lontano,  e dall'infima alla somma parte dell'aria,  in poco spazio di
    tempo, e con facilit mirabile; veggono e provano nella vita loro cose
    infinite e  diversissime;  esercitano  continuamente  il  loro  corpo;
    abbondano  soprammodo della vita estrinseca.  Tutti gli altri animali,
    provveduto che hanno ai loro  bisogni,  amano  di  starsene  quieti  e
    oziosi;  nessuno,  se  gi  non  fossero  i pesci,  ed eccettuati pure
    alquanti degl'insetti  volatili,  va  lungamente  scorrendo  per  solo
    diporto.  Cos  l'uomo  silvestre,  eccetto  per supplire di giorno in
    giorno alle sue necessit,  le quali ricercano piccola e breve  opera;
    ovvero se la tempesta, o alcuna fiera, o altra s fatta cagione non lo
    caccia; appena  solito di muovere un passo: ama principalmente l'ozio
    e  la  negligenza:  consuma  poco  meno  che  i giorni intieri sedendo
    neghittosamente  in  silenzio  nella   sua   capannetta   informe,   o
    all'aperto,  o  nelle  rotture  e caverne delle rupi e dei sassi.  Gli
    uccelli,  per lo contrario,  pochissimo  soprastanno  in  un  medesimo
    luogo;  vanno  e vengono di continuo senza necessit veruna;  usano il
    volare per sollazzo;  e talvolta,  andati a diporto pi  centinaia  di
    miglia dal paese dove sogliono praticare, il d medesimo in sul vespro
    vi si riducono. Anche nel piccolo tempo che soprasseggono in un luogo,
    tu non li vedi stare mai fermi della persona;  sempre si volgono qua e
    l, sempre si aggirano,  si piegano,  si protendono,  si crollano,  si
    dimenano; con quella vispezza, quell'agilit, quella prestezza di moti
    indicibile. In somma, da poi che l'uccello  schiuso dall'uovo, insino
    a quando muore,  salvo gl'intervalli del sonno, non si posa un momento
    di tempo.  Per le quali considerazioni parrebbe si potesse  affermare,
    che  naturalmente  lo stato ordinario degli altri animali,  compresovi
    ancora gli uomini, si  la quiete; degli uccelli, il moto.
    A  queste  loro  qualit  e  condizioni  esteriori  corrispondono   le
    intrinseche,  cio dell'animo;  per le quali medesimamente sono meglio
    atti alla felicita che gli altri animali. Avendo l'udito acutissimo, e
    la vista efficace e perfetta in modo,  che l'animo nostro a fatica  se
    ne  pu  fare  una immagine proporzionata;  per la qual potenza godono
    tutto giorno immensi spettacoli e variatissimi, e dall'alto scuoprono,
    a un tempo solo, tanto spazio di terra, e distintamente scorgono tanti
    paesi  coll'occhio,  quanti,  pur  colla  mente,   appena  si  possono
    comprendere dall'uomo in un tratto;  s'inferisce che debbono avere una
    grandissima forza e vivacit, e un grandissimo uso d'immaginativa. Non
    di quella immaginativa profonda,  fervida e  tempestosa.  come  ebbero
    Dante,  il  Tasso;  la  quale    funestissima  dote,  e  principio di
    sollecitudini e angosce gravissime e perpetue;  ma  di  quella  ricca,
    varia,  leggera,  instabile e fanciullesca;  la quale si  larghissima
    fonte di pensieri ameni e lieti,  di errori dolci,  di vari diletti  e
    conforti;  e  il  maggiore  e  pi fruttuoso dono di cui la natura sia
    cortese ad anime vive.  Di  modo  che  gli  uccelli  hanno  di  questa
    facolt,  in  copia  grande,  il  buono,  e  l'utile  alla  giocondit
    dell'animo,  senza per partecipare del nocivo  e  penoso.  E  siccome
    abbondano   della   vita  estrinseca,   parimente  sono  ricchi  della
    interiore: ma in guisa,  che tale abbondanza risulta in loro benefizio
    e diletto,  come nei fanciulli;  non in danno e miseria insigne,  come
    per lo pi negli uomini.  Perocch nel modo che l'uccello quanto  alla
    vispezza  e  alla  mobilit  di fuori,  ha col fanciullo una manifesta
    similitudine; cos nelle qualit dell'animo dentro,  ragionevolmente 
    da  credere  che lo somigli.  I beni della quale et se fossero comuni
    alle altre,  e i mali non maggiori in  queste  che  in  quella;  forse
    l'uomo avrebbe cagione di portare la vita pazientemente.
    A parer mio,  la natura degli uccelli, se noi la consideriamo in certi
    modi, avanza di perfezione quelle degli altri animali.  Per maniera di
    esempio,  se  consideriamo che l'uccello vince di gran lunga tutti gli
    altri nella facolt del vedere  e  dell'udire,  che  secondo  l'ordine
    naturale  appartenente  al  genere  delle  creature  animate,  sono  i
    sentimenti  principali;   in  questo  modo  seguita  che   la   natura
    dell'uccello  sia cosa pi perfetta che sieno le altre nature di detto
    genere.  Ancora essendo gli altri animali,  come  scritto  di  sopra,
    inclinati naturalmente alla quiete,  e gli uccelli al moto;  e il moto
    essendo cosa pi viva che la quiete,  anzi  consistendo  la  vita  nel
    moto,  e  gli uccelli abbondando di movimento esteriore pi che veruno
    altro animale e oltre di ci,  la vista e l'udito,  dove essi eccedono
    tutti gli altri,  e che maggioreggiano tra le loro potenze,  essendo i
    due sensi pi particolari ai  viventi,  come  anche  pi  vivi  e  pi
    mobili,  tanto in se medesimi,  quanto negli abiti e altri effetti che
    da loro si producono nell'animale dentro e fuori;  e finalmente stando
    le  altre  cose  dette  dinanzi;  conchiudesi che l'uccello ha maggior
    copia di vita esteriore e interiore,  che non hanno gli altri animali.
    Ora, se la vita  cosa pi perfetta che il suo contrario, almeno nelle
    creature  viventi;  e  se  perci  la maggior copia di vita  maggiore
    perfezione;  anche per questo modo seguita che la natura degli uccelli
    sia  pi perfetta.  Al qual proposito non  da passare in silenzio che
    gli uccelli sono parimente acconci a sopportare gli estremi del freddo
    e del caldo;  anche senza intervallo di tempo  tra  l'uno  e  l'altro;
    poich veggiamo spesse volte, che da terra, in poco pi che un attimo,
    si  levano su per l'aria insino a qualche parte altissima,  che  come
    dire a un luogo smisuratamente freddo;  e  molti  di  loro,  in  breve
    tempo, trascorrono volando diversi climi.
    In   fine,   siccome  Anacreonte  desiderava  potersi  trasformare  in
    ispecchio per esser mirato continuamente da quella che egli  amava,  o
    in gonnellino per coprirla,  o in unguento per ungerla, o in acqua per
    lavarla, o in fascia, che ella se lo stringesse al seno, o in perla da
    portare al collo, o in calzare, che almeno ella lo premesse col piede;
    similmente io vorrei,  per un poco  di  tempo,  essere  convertito  in
    uccello, per provare quella contentezza e letizia della loro vita.


















    CANTICO DEL GALLO SILVESTRE.

    Affermano  alcuni  maestri  e  scrittori ebrei,  che tra il cielo e la
    terra,  o vogliamo dire mezzo nell'uno e  mezzo  nell'altra,  vive  un
    certo gallo salvatico;  il quale sta in sulla terra coi piedi, e tocca
    colla cresta e col becco il cielo (54). Questo gallo gigante,  oltre a
    varie  particolarit  che  di  lui  si  possono  leggere  negli autori
    predetti,  ha uso di ragione;  o certo,  come un pappagallo,    stato
    ammaestrato,  non so da chi,  a profferir parole a guisa degli uomini:
    perocch si  trovato in una cartapecora antica,  scritto  in  lettera
    ebraica,  e in lingua tra caldea,  targumica, rabbinica, cabalistica e
    talmudica,  un cantico intitolato,  "Scir detarnegl  bara  letzafra",
    cio  "Cantico  mattutino  del  gallo silvestre": il quale,  non senza
    fatica grande,  n senza  interrogare  pi  d'un  rabbino,  cabalista,
    teologo,   giureconsulto   e  filosofo  ebreo,   sono  venuto  a  capo
    d'intendere, e di ridurre in volgare come qui appresso si vede. Non ho
    potuto per ancora ritrarre se questo Cantico si ripeta  dal  gallo  di
    tempo  in  tempo,  ovvero tutte le mattine;  o fosse cantato una volta
    sola; e chi l'oda cantare,  o chi l'abbia udito;  e se la detta lingua
    sia  proprio la lingua del gallo,  o che il Cantico vi fosse recato da
    qualche altra. Quanto si  al volgarizzamento infrascritto;  per farlo
    pi  fedele  che  si  potesse  (del che mi sono anche sforzato in ogni
    altro modo), mi  paruto di usare la prosa piuttosto che il verso,  se
    bene  in  cosa  poetica.  Lo  stile interrotto,  e forse qualche volta
    gonfio,  non mi dovr essere imputato;  essendo conforme a quello  del
    testo  originale:  il  qual  testo corrisponde in questa parte all'uso
    delle lingue, e massime dei poeti, d'oriente.

    Su, mortali, destatevi. Il d rinasce: torna la verit in sulla terra,
    e partonsene le immagini vane.  Sorgete;  ripigliatevi la  soma  della
    vita; riducetevi dal mondo falso nel vero.
    Ciascuno  in  questo  tempo  raccoglie  e  ricorre  coll'animo tutti i
    pensieri della sua vita presente; richiama alla memoria i disegni, gli
    studi e i negozi; si propone i diletti e gli affanni che gli sieno per
    intervenire nello spazio del giorno nuovo.  E ciascuno in questo tempo
     pi desideroso che mai, di ritrovar pure nella sua mente aspettative
    gioconde,  e  pensieri  dolci.  Ma  pochi  sono  soddisfatti di questo
    desiderio: a tutti il risvegliarsi  danno.  Il  misero  non    prima
    desto,  che  egli  ritorna nelle mani dell'infelicit sua.  Dolcissima
    cosa  quel  sonno,  a  conciliare  il  quale  concorse  o  letizia  o
    speranza.  L'una  e  l'altra  insino  alla  vigilia  del  d seguente,
    conservasi intera e salva; ma in questa, o manca o declina.
    Se il sonno dei mortali fosse perpetuo,  ed una  cosa  medesima  colla
    vita; se sotto l'astro diurno, languendo per la terra in profondissima
    quiete  tutti  i viventi,  non apparisse opera alcuna;  non muggito di
    buoi per li prati,  n strepito di fiere per le foreste,  n canto  di
    uccelli  per l'aria,  n sussurro d'api o di farfalle scorresse per la
    campagna; non voce, non moto alcuno,  se non delle acque,  del vento e
    delle  tempeste,  sorgesse  in alcuna banda;  certo l'universo sarebbe
    inutile;  ma forse che vi si troverebbe o copia minore di felicit,  o
    pi  di miseria,  che oggi non vi si trova?  Io dimando a te,  o sole,
    autore del giorno e preside della vigilia: nello spazio dei secoli  da
    te distinti e consumati fin qui sorgendo e cadendo,  vedesti tu alcuna
    volta un solo infra i viventi essere beato?  Delle opere  innumerabili
    dei  mortali  da  te  vedute  finora,  pensi  tu che pur una ottenesse
    l'intento suo, che fu la soddisfazione,  o durevole o transitoria,  di
    quella  creatura  che la produsse?  Anzi vedi tu di presente o vedesti
    mai la felicit dentro ai confini del mondo?  in qual campo soggiorna,
    in qual bosco,  in qual montagna, in qual valle, in qual paese abitato
    o deserto,  in qual pianeta dei tanti che le tue fiamme  illustrano  e
    scaldano?  Forse si nasconde dal tuo cospetto,  e siede nell'imo delle
    spelonche, o nel profondo della terra o del mare? Qual cosa animata ne
    partecipa;  qual pianta o che altro che tu  vivifichi;  qual  creatura
    provveduta o sfornita di virt vegetative o animali? E tu medesimo, tu
    che  quasi  un gigante instancabile,  velocemente,  d e notte,  senza
    sonno n requie,  corri lo smisurato cammino che ti  prescritto;  sei
    tu beato o infelice (55)?
    Mortali,  destatevi.  Non siete ancora liberi dalla vita. Verr tempo,
    che niuna forza di fuori,  niuno intrinseco  movimento,  vi  riscoter
    dalla  quiete  del  sonno;  ma  in  quella  sempre  e  insaziabilmente
    riposerete.  Per ora non vi  concessa la morte:  solo  di  tratto  in
    tratto  vi  consentita per qualche spazio di tempo una somiglianza di
    quella.  Perocch la vita non si potrebbe conservare se ella non fosse
    interrotta frequentemente.  Troppo lungo difetto di questo sonno breve
    e caduco,  male per se mortifero, e cagione di sonno eterno. Tal cosa
     la vita, che a portarla,  fa di bisogno ad ora ad ora,  deponendola,
    ripigliare  un  poco  di  lena,  e ristorarsi con un gusto e quasi una
    particella di morte.
    Pare che l'essere delle cose abbia per suo proprio ed  unico  obbietto
    il  morire.  Non  potendo  morire  quel che non era,  perci dal nulla
    scaturirono le cose che sono.  Certo l'ultima causa dell'essere non  
    la  felicit;  perocch  niuna  cosa  felice.  Vero  che le creature
    animate si propongono questo fine in ciascuna opera loro;  ma da niuna
    l'ottengono:  e  in tutta la loro vita,  ingegnandosi,  adoperandosi e
    penando  sempre,   non  patiscono  veramente  per  altro,   e  non  si
    affaticano,  se  non  per giungere a questo solo intento della natura,
    che  la morte.
    A ogni modo,  il primo tempo del giorno suol essere ai viventi il  pi
    comportabile.  Pochi  in  sullo  svegliarsi ritrovano nella loro mente
    pensieri dilettosi e lieti;  ma quasi tutti se ne producono e  formano
    di presente;  perocch gli animi in quell'ora,  eziandio senza materia
    alcuna speciale e determinata,  inclinano sopra tutto alla giocondit,
    o sono disposti pi che negli altri tempi alla pazienza dei mali. Onde
    se alcuno,  quando fu sopraggiunto dal sonno, trovavasi occupato dalla
    disperazione;  destandosi,  accetta novamente nell'animo la  speranza,
    quantunque  ella  in  niun  modo  se  gli convenga.  Molti infortuni e
    travagli propri,  molte cause di timore e di affanno,  paiono in  quel
    tempo minori assai,  che non parvero la sera innanzi. Spesso ancora le
    angosce del d passato sono volte in dispregio,  e quasi per  poco  in
    riso,  come  effetto  di  errori,  e  d'immaginazioni vane.  La sera 
    comparabile alla vecchiaia; per lo contrario, il principio del mattino
    somiglia alla giovanezza: questo per lo pi racconsolato e confidente;
    la sera trista,  scoraggiata e inchinevole a sperar male.  Ma come  la
    giovent  della  vita  intera,  cos  quella  che i mortali provano in
    ciascun giorno,  brevissima e fuggitiva; e prestamente anche il d si
    riduce per loro in et provetta.
    Il fior degli anni, se bene  il meglio della vita,  cosa pur misera.
    Non per tanto, anche questo povero bene manca in s piccolo tempo, che
    quando il vivente a pi segni si avvede della declinazione del proprio
    essere,  appena ne ha sperimentato la perfezione,  n potuto sentire e
    conoscere  pienamente  le  sue  proprie  forze,  che  gi scemano.  In
    qualunque genere di creature mortali, la massima parte del vivere  un
    appassire.  Tanto in ogni opera sua la natura  intenta e  indirizzata
    alla  morte:  poich  non  per  altra cagione la vecchiezza prevale s
    manifestamente. e di s gran lunga, nella vita e nel mondo. Ogni parte
    dell'universo   si   affretta   infaticabilmente   alla   morte,   con
    sollecitudine e celerit mirabile.  Solo l'universo medesimo apparisce
    immune dallo scadere e languire: perocch se nell'autunno e nel  verno
    si  dimostra  quasi infermo e vecchio,  nondimeno sempre alla stagione
    nuova ringiovanisce. Ma siccome i mortali,  se bene in sul primo tempo
    di  ciascun  giorno  racquistano  alcuna  parte  di  giovanezza,  pure
    invecchiano tutto d,  e finalmente si  estinguono;  cos  l'universo.
    bench nel principio degli anni ringiovanisca, nondimeno continuamente
    invecchia.  Tempo verr, che esso universo, e la natura medesima, sar
    spenta.  E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani,  e  loro
    maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre et, non resta oggi
    segno  n  fama alcuna;  parimente del mondo intero,  e delle infinite
    vicende e calamit delle cose create, non rimarr pure un vestigio; ma
    un silenzio  nudo,  e  una  quiete  altissima,  empieranno  lo  spazio
    immenso.  Cos  questo  arcano mirabile e spaventoso dell'esistenza uni
    versale,  innanzi di essere  dichiarato  n  inteso,  si  dileguer  e
    perderassi (56).
    FRAMMENTO APOCRIFO DI STRATONE DA LAMPSACO.


    Preambolo.

    Questo  Frammento,  che  io  per  passatempo  ho  recato  dal greco in
    volgare,  tratto da un codice a penna che trovavasi alcuni anni sono,
    e forse ancora si trova, nella libreria dei monaci del monte Athos. Lo
    intitolo "Frammento apocrifo" perch, come ognuno pu vedere,  le cose
    che si leggono nel capitolo "della fine del mondo", non possono essere
    state  scritte  se  non  poco  tempo  addietro;  laddove  Stratone  da
    Lampsaco,  filosofo peripatetico,  detto il fisico,  visse da trecento
    anni  avanti  l'era  cristiana.  E'  ben  vero  che il capitolo "della
    origine del mondo" concorda a un di presso con quel poco  che  abbiamo
    delle  opinioni  di  quel filosofo negli scrittori antichi.  E per si
    potrebbe credere che il primo capitolo, anzi forse ancora il principio
    dell'altro,  sieno veramente  di  Stratone;  il  resto  vi  sia  stato
    aggiunto  da  qualche  dotto  Greco  non  prima  del  secolo  passato.
    Giudichino gli eruditi lettori.



    Della origine del mondo.

    Le cose materiali,  siccome elle periscono tutte ed hanno  fine,  cos
    tutte   ebbero   incominciamento.   Ma   la   materia   stessa   niuno
    incominciamento ebbe,  cio a dire che ella  per sua propria forza ab
    eterno.  Imperocch  se  dal  vedere  che le cose materiali crescono e
    diminuiscono e all'ultimo si dissolvono, conchiudesi che elle non sono
    per se n ab eterno,  ma incominciate e  prodotte,  per  lo  contrario
    quello  che  mai  non  cresce  n  scema  e mai non perisce,  si dovr
    giudicare che mai non cominciasse e che non provenga da causa  alcuna.
    E   certamente  in  niun  modo  si  potrebbe  provare  che  delle  due
    argomentazioni,  se questa fosse falsa,  quella  fosse  pur  vera.  Ma
    poich  noi  siamo  certi  quella  esser  vera  il  medesimo abbiamo a
    concedere anco dell'altra.  Ora noi veggiamo che  la  materia  non  si
    accresce mai di una eziandio menoma quantit,  niuna anco menoma parte
    della materia si perde,  in guisa che essa materia non  sottoposta  a
    perire.  Per tanto i diversi modi di essere della materia,  i quali si
    veggono in quelle che noi chiamiamo creature materiali, sono caduchi e
    passeggeri; ma niun segno di caducit n di mortalit si scuopre nella
    materia universalmente, e per niun segno che ella sia cominciata,  n
    che  ad  essere  le  bisognasse  o pur le bisogni alcuna causa o forza
    fuori di se. Il mondo, cio l'essere della materia in un cotal modo, 
    cosa incominciata e caduca. Ora diremo della origine del mondo.
    La materia in universale,  siccome  in  particolare  le  piante  e  le
    creature animate, ha in se per natura una o pi forze sue proprie, che
    l'agitano  e  muovono  in  diversissime guise continuamente.  Le quali
    forze noi possiamo congetturare ed anco denominare dai  loro  effetti,
    ma non conoscere in se,  n scoprir la natura loro.  N anche possiamo
    sapere se quegli effetti che da noi si riferiscono a una stessa forza,
    procedano veramente da una o da pi,  e se per contrario quelle  forze
    che noi significhiamo con diversi nomi, sieno veramente diverse forze,
    o pure una stessa.  Siccome tutto d nell'uomo con diversi vocaboli si
    dinota una sola passione o forza: per modo  di  esempio,  l'ambizione,
    l'amor  del  piacere e simili,  da ciascuna delle quali fonti derivano
    effetti talora semplicemente diversi,  talora eziandio contrari a quei
    delle  altre,  sono in fatti una medesima passione,  cio l'amor di se
    stesso,  il quale opera in diversi  casi  diversamente.  Queste  forze
    adunque  o si debba dire questa forza della materia,  movendola,  come
    abbiamo detto,  ed agitandola  di  continuo,  forma  di  essa  materia
    innumerabili  creature,  cio  la  modifica in variatissime guise.  Le
    quali creature, comprendendole tutte insieme, e considerandole siccome
    distribuite in certi generi e certe specie,  e congiunte  tra  se  con
    certi  tali  ordini  e  certe tali relazioni che provengono dalla loro
    natura,  si chiamano mondo.  Ma imperciocch la detta forza non  resta
    mai  di  operare  e di modificar la materia,  per quelle creature che
    essa continuamente forma,  essa altres le distrugge,  formando  della
    materia  loro  nuove  creature.  Insino  a tanto che distruggendosi le
    creature individue,  i generi nondimeno e le specie delle medesime  si
    mantengono, o tutte o le pi, e che gli ordini e le relazioni naturali
    delle  cose  non  si  cangiano  o in tutto o nella pi parte,  si dice
    durare ancora  quel  cotal  mondo.  Ma  infiniti  mondi  nello  spazio
    infinito  della eternit,  essendo durati pi o men tempo,  finalmente
    sono  venuti  meno,  perdutisi  per  li  continui  rivolgimenti  della
    materia,  cagionati dalla predetta forza,  quei generi c quelle specie
    onde essi mondi si componevano,  e mancate quelle relazioni  e  quegli
    ordini che li governavano.  N perci la materia  venuta meno in qual
    si sia particella, ma solo sono mancati que' suoi tali modi di essere,
    succedendo immantinente a ciascuno di loro  un  altro  modo,  cio  un
    altro mondo, di mano in mano.


    Della fine del mondo.

    Questo  mondo  presente  del  quale gli uomini sono parte,  cio a dir
    l'una delle specie delle quali  esso    composto,  quanto  tempo  sia
    durato  fin  qui,  non  si  pu facilmente dire,  come n anche si pu
    conoscere quanto tempo esso sia per  durare  da  questo  innanzi.  Gli
    ordini  che  lo  reggono  paiono  immutabili,  e  tali  sono  creduti,
    perciocch essi non si mutano se non che a poco a poco e con lunghezza
    incomprensibile di tempo.  per modo che le mutazioni loro  non  cadono
    appena  sotto  il  conoscimento,  non che sotto i sensi dell'uomo.  La
    quale lunghezza di tempo,  quanta che ella si sia,   ci non  ostante
    menoma  per  rispetto  alla durazione eterna della materia.  Vedesi in
    questo presente mondo un continuo perire degl'individui ed un continuo
    trasformarsi delle cose da una in altra;  ma perciocch la distruzione
     compensata continuamente dalla produzione, e i generi si conservano,
    stimasi  che  esso mondo non abbia n sia per avere in se alcuna causa
    per la quale debba n possa perire,  e che non dimostri alcun segno di
    caducit.  Nondimeno  si pu pur conoscere il contrario,  e ci da pi
    d'uno indizio, ma tra gli altri da questo.
    Sappiamo che la terra,  a cagione del suo perpetuo rivolgersi  intorno
    al proprio asse, fuggendo dal centro le parti dintorno all'equatore, e
    per  spingendosi verso il centro quelle dintorno ai poli,   cangiata
    di figura e continuamente  cangiasi,  divenendo  intorno  all'equatore
    ogni  d  pi  ricolma,  e per lo contrario intorno ai poli sempre pi
    deprimendosi.  Or dunque da ci debbe avvenire che in  capo  di  certo
    tempo, la quantit del quale, avvengach sia misurabile in se, non pu
    essere  conosciuta  dagli  uomini,  la terra si appiani di qua e di l
    dall'equatore per modo,  che perduta al tutto la  figura  globosa,  si
    riduca   in  forma  di  una  tavola  sottile  ritonda.   Questa  ruota
    aggirandosi pur di continuo dattorno al suo centro, attenuata tuttavia
    pi e dilatata,  a lungo andare,  fuggendo dal  centro  tutte  le  sue
    parti,  riuscir  traforata  nel  mezzo.  Il  qual  foro ampliandosi a
    cerchio di giorno in giorno,  la terra ridotta per cotal modo a figura
    di  uno  anello,  ultimamente  andr  in  pezzi;  i quali usciti della
    presente  orbita  della  terra,  e  perduto  il  movimento  circolare,
    precipiteranno nel sole o forse in qualche pianeta.
    Potrebbesi  per  avventura in confermazione di questo discorso addurre
    un esempio,  io voglio dire dell'anello di Saturno,  della natura  del
    quale  non  si  accordano  tra  loro  i  fisici.  E quantunque nuova e
    inaudita,   forse  non  sarebbe  perci  inverisimile  congettura   il
    presumere  che  il  detto  anello  fosse  da principio uno dei pianeti
    minori destinati alla sequela di  Saturno;  indi  appianato  e  poscia
    traforato  nel  mezzo  per cagioni conformi a quelle che abbiamo dette
    della terra, ma pi presto assai, per essere di materia forse pi rara
    e pi molle,  cadesse dalla sua orbita nel  pianeta  di  Saturno,  dal
    quale  colla  virt  attrattiva della sua massa e del suo centro,  sia
    ritenuto,  siccome lo  veggiamo  essere  veramente,  dintorno  a  esso
    centro.  E si potrebbe credere che questo anello, continuando ancora a
    rivolgersi,  come pur fa,  intorno al suo mezzo,  che   medesimamente
    quello  del  globo  di Saturno,  sempre pi si assottigli e dilati,  e
    sempre si accresca quello intervallo che   tra  esso  e  il  predetto
    globo,  quantunque  ci  accada troppo pi lentamente di quello che si
    richiederebbe a voler che  tali  mutazioni  fossero  potute  notare  e
    conoscere  dagli  uomini,   massime  cos  distanti.  Queste  cose,  o
    seriamente o da scherzo, sieno dette circa all'anello di Saturno.
    Ora quel cangiamento che noi sappiamo essere intervenuto e intervenire
    ogni giorno alla figura della terra,  non  dubbio alcuno che  per  le
    medesime  cause  non  intervenga  somigliantemente a quella di ciascun
    pianeta,  comech negli altri pianeti esso non ci sia  cos  manifesto
    agli  occhi  come egli ci  pure in quello di Giove.  N solo a quelli
    che a similitudine della terra si aggirano  intorno  al  sole,  ma  il
    medesimo  senza  alcun fallo interviene ancora a quei pianeti che ogni
    ragion vuole che si credano essere  intorno  a  ciascuna  stella.  Per
    tanto  in quel modo che si  divisato della terra,  tutti i pianeti in
    capo di certo tempo,  ridotti  per  se  medesimi  in  pezzi,  hanno  a
    precipitare gli uni nel sole, gli altri nelle stelle loro. Nelle quali
    fiamme  manifesto    che  non  pure  alquanti  o molti individui,  ma
    universalmente quei generi e quelle specie che ora si contengono nella
    terra e nei pianeti,  saranno distrutte insino,  per dir  cos,  dalla
    stirpe.  E  questo  per  avventura,  o  alcuna cosa a ci somigliante,
    ebbero nell'animo quei filosofi,  cos greci  come  barbari,  i  quali
    affermarono dovere alla fine questo presente mondo perire di fuoco. Ma
    perciocch  noi veggiamo che anco il sole si ruota dintorno al proprio
    asse,  e quindi il medesimo si dee credere  delle  stelle,  segue  che
    l'uno  e  le  altre  in  corso di tempo debbano non meno che i pianeti
    venire in dissoluzione, e le loro fiamme dispergersi nello spazio.  In
    tal  guisa  adunque il moto circolare delle sfere mondane,  il quale 
    principalissima parte dei presenti ordini naturali,  e quasi principio
    e  fonte  della  conservazione di questo universo,  sar causa altres
    della distruzione di esso universo e dei detti ordini.
    Venuti meno i pianeti,  la terra,  il sole e  le  stelle,  ma  non  la
    materia  loro,  si  formeranno  di questa nuove creature,  distinte in
    nuovi generi e nuove specie,  e nasceranno per le forze  eterne  della
    materia  nuovi  ordini delle cose ed un nuovo mondo.  Ma le qualit di
    questo e di quelli,  siccome eziandio degl'innumerabili che gi furono
    e  degli  altri  infiniti  che  poi  saranno,  non possiamo noi n pur
    solamente congetturare.






    DIALOGO DI TIMANDRO E DI ELEANDRO.

    Timandro Io ve lo voglio anzi debbo pur dire liberamente.  La sostanza
    e  l'intenzione  del  vostro scrivere e del vostro parlare,  mi paiono
    molto biasimevoli.
    Eleandro. Quando non vi paia tale anche l'operare, io non mi dolgo poi
    tanto: perch le parole e gli scritti importano poco.
    Timandro. Nell'operare, non trovo di che riprendervi.  So che non fate
    bene  agli  altri  per  non potere,  e veggo che non fate male per non
    volere. Ma nelle parole e negli scritti,  vi credo molto riprensibile,
    e non vi concedo che oggi queste cose importino poco; perch la nostra
    vita presente non consiste,  si pu dire, in altro. Lasciamo le parole
    per ora,  e diciamo degli scritti.  Quel continuo biasimare e  derider
    che fate la specie umana, primieramente  fuori di moda.
    Eleandro.  Anche il mio cervello  fuori di moda.  E non  nuovo che i
    figliuoli vengano simili al padre.
    Timandro.  N anche sar nuovo che i  vostri  libri,  come  ogni  cosa
    contraria all'uso corrente, abbiano cattiva fortuna.
    Eleandro.  Poco  male.  Non per questo andranno cercando pane in sugli
    usci.
    Timandro.  Quaranta o  cinquant'anni  addietro,  i  filosofi  solevano
    mormorare  della  specie  umana;  ma  in  questo secolo fanno tutto al
    contrario.
    Eleandro.  Credete  voi  che  quaranta  o  cinquant'anni  addietro,  i
    filosofi, mormorando degli uomini, dicessero il falso o il vero?
    Timandro. Piuttosto e pi spesso il vero che il falso.
    Eleandro.  Credete  che in questi quaranta o cinquant'anni,  la specie
    umana sia mutata in contrario da quella che era prima?
    Timandro. Non credo; ma cotesto non monta nulla al nostro proposito.
    Eleandro. Perch non monta? Forse  cresciuta di potenza,  o salita di
    grado;  che gli scrittori d'oggi sieno costretti di adularla, o tenuti
    di riverirla?
    Timandro. Cotesti sono scherzi in argomento grave.
    Eleandro.  Dunque tornando sul sodo,  io non ignoro che gli uomini  di
    questo secolo,  facendo male ai loro simili secondo la moda antica, si
    sono pur messi a dirne bene,  al contrario del secolo  precedente.  Ma
    io,  che  non  fo  male  a  simili  n  a dissimili,  non credo essere
    obbligato a dir bene degli altri contro coscienza.
    Timandro.  Voi siete pure obbligato come tutti  gli  altri  uomini,  a
    procurar di giovare alla vostra specie.
    Eleandro.  Se  la  mia  specie procura di fare il contrario a me,  non
    veggo come mi corra cotesto obbligo che voi dite.  Ma ponghiamo che mi
    corra. Che debbo lo fare, se non posso?
    Timandro.  Non  potete,  e  pochi altri possono,  coi fatti.  Ma cogli
    scritti,  ben potete giovare,  e dovete.  E non si giova coi libri che
    mordono continuamente l'uomo in generale; anzi si nuoce assaissimo.
    Eleandro.  Consento  che non si giovi,  e stimo che non si noccia.  Ma
    credete voi che i libri possano giovare alla specie umana?
    Timandro. Non solo io, ma tutto il mondo lo crede.
    Eleandro. Che libri?
    Timandro. Di pi generi; ma specialmente del morale.
    Eleandro. Questo non  creduto da tutto il mondo;  perch io,  fra gli
    altri,  non lo credo; come rispose una donna a Socrate. Se alcun libro
    morale potesse giovare,  io  penso  che  gioverebbero  massimamente  i
    poetici:  dico  poetici,  prendendo  questo vocabolo largamente;  cio
    libri destinati a muovere la immaginazione;  e  intendo  non  meno  di
    prose che di versi.  Ora io fo poca stima di quella poesia che letta e
    meditata,  non lascia al lettore nell'animo un tal sentimento  nobile,
    che per mezz'ora, gl'impedisca di ammettere un pensier vile, e di fare
    un'azione  indegna.  Ma  se il lettore manca di fede al suo principale
    amico un'ora dopo la lettura,  io  non  disprezzo  perci  quella  tal
    poesia: perch altrimenti mi converrebbe disprezzare le pi belle, pi
    calde e pi nobili poesie del mondo. Ed escludo poi da questo discorso
    i  lettori  che  vivono  in citt grandi: i quali,  in caso ancora che
    leggano attentamente,  non possono essere giovati anche per  mezz'ora,
    n molto dilettati n mossi, da alcuna sorta di poesia.
    Timandro.  Voi parlate,  al solito vostro, malignamente, e in modo che
    date ad intendere di essere  per  l'ordinario  molto  male  accolto  e
    trattato  dagli altri: perch questa il pi delle volte  la causa del
    malanimo e del disprezzo che certi fanno  professione  di  avere  alla
    propria specie.
    Eleandro.  Veramente  io  non  dico che gli uomini mi abbiano usato ed
    usino molto buon  trattamento:  massime  che  dicendo  questo,  io  mi
    spaccerei  per esempio unico.  N anche mi hanno fatto per gran male:
    perch, non desiderando niente da loro, n in concorrenza con loro, io
    non mi sono esposto alle loro offese pi che tanto.  Ben vi dico e  vi
    accerto,  che siccome io conosco e veggo apertissimamente di non saper
    fare una menoma parte di quello che si richiede a rendersi grato  alle
    persone;  e  di  essere  quanto  si possa mai dire inetto a conversare
    cogli altri, anzi alla stessa vita; per colpa o della mia natura o mia
    propria; per se gli uomini mi trattassero meglio di quello che fanno,
    io gli stimerei meno di quel che gli stimo.
    Timandro.  Dunque tanto pi siete condannabile: perch  l'odio,  e  la
    volont di fare,  per dir cos,  una vendetta degli uomini,  essendone
    stato offeso a torto, avrebbe qualche scusa. Ma l'odio vostro, secondo
    che  voi  dite,  non  ha  causa  alcuna  particolare;   se  non  forse
    un'ambizione  insolita  e  misera di acquistar fama dalla misantropia,
    come Timone: desiderio abbominevole in se,  alieno poi specialmente da
    questo secolo, dedito sopra tutto alla filantropia.
    Eleandro.  Dell'ambizione non accade che io vi risponda; perch ho gi
    detto che non desidero niente dagli uomini: e se  questo  non  vi  par
    credibile,  bench sia vero; almeno dovete credere che l'ambizione non
    mi  muova  a  scriver  cose  che  oggi,  come  voi  stesso  affermate,
    partoriscono vituperio e non lode a chi le scrive. Dall'odio poi verso
    tutta  la  nostra  specie,  sono  cos lontano,  che non solamente non
    voglio,   ma  non  posso  anche  odiare  quelli   che   mi   offendono
    particolarmente; anzi sono del tutto inabile e impenetrabile all'odio.
    Il  che  non   piccola parte della mia tanta inettitudine a praticare
    nel mondo.  Ma io non me ne posso emendare: perch  sempre  penso  che
    comunemente,  chiunque  si  persuade,  con  far  dispiacere  o danno a
    chicchessia, far comodo o piacere a se proprio; s'induce ad offendere;
    non per far male ad altri (che questo non  propriamente  il  fine  di
    nessun  atto  o  pensiero  possibile),  ma per far bene a se;  il qual
    desiderio  naturale,  e non merita odio.  Oltre che ad ogni  vizio  o
    colpa  che  io  veggo  in  altrui,  prima  di sdegnarmene,  mi volgo a
    esaminare me stesso,  presupponendo in me  i  casi  antecedenti  e  le
    circostanze  convenevoli  a  quel  proposito;  e  trovandomi  sempre o
    macchiato  o  capace  degli  stessi  difetti,  non  mi  basta  l'animo
    d'irritarmene.  Riserbo  sempre l'adirarmi a quella volta che io vegga
    una malvagit che non possa aver luogo nella natura mia:  ma  fin  qui
    non  ne  ho  potuto vedere.  Finalmente il concetto della vanit delle
    cose umane,  mi riempie continuamente l'animo  in  modo,  che  non  mi
    risolvo a mettermi per nessuna di loro in battaglia;  e l'ira e l'odio
    mi paiono passioni molto maggiori e pi forti,  che non   conveniente
    alla  tenuit  della  vita.  Dall'animo  di Timone al mio,  vedete che
    diversit ci corre. Timone, odiando e fuggendo tutti gli altri,  amava
    e  accarezzava  solo  Alcibiade,  come causa futura di molti mali alla
    loro patria comune. Io,  senza odiarlo,  avrei fuggito pi lui che gli
    altri,  ammoniti i cittadini del pericolo, e confortati a provvedervi.
    Alcuni dicono che Timone  non  odiava  gli  uomini,  ma  le  fiere  in
    sembianza umana. Io non odio n gli uomini n le fiere.
    Timandro. Ma n anche amate nessuno.
    Eleandro.  Sentite,  amico mio.  Sono nato ad amare, ho amato, e forse
    con tanto affetto quanto pu mai cadere in anima  viva.  Oggi,  bench
    non  sono ancora,  come vedete,  in et naturalmente fredda,  n forse
    anco tepida;  non mi vergogno a dire che non amo nessuno,  fuorch  me
    stesso,  per  necessit  di  natura,  e  il  meno  che mi  possibile.
    Contuttoci sono solito e pronto a eleggere di  patire  piuttosto  io,
    che  esser  cagione  di  patimento agli altri.  E di questo,  per poca
    notizia che  abbiate  de'  miei  costumi,  credo  mi  possiate  essere
    testimonio.
    Timandro. Non ve lo nego.
    Eleandro.  Di  modo  che io non lascio di procurare agli uomini per la
    mia parte, posponendo ancora il rispetto proprio, quel maggiore,  anzi
    solo  bene  che  sono ridotto a desiderare per me stesso,  cio di non
    patire.
    Timandro.  Ma confessate voi formalmente,  di non amare  n  anche  la
    nostra specie in comune?
    Eleandro.  S,  formalmente. Ma come tuttavia, se toccasse a me, farei
    punire i colpevoli, se bene io non gli odio; cos,  se potessi,  farei
    qualunque maggior benefizio alla mia specie, ancorch io non l'ami.
    Timandro.  Bene,  sia  cos.  Ma  in fine,  se non vi muovono ingiurie
    ricevute, non odio,  non ambizione;  che cosa vi muove a usare cotesto
    modo di scrivere?
    Eleandro.  Diverse cose.  Prima,  l'intolleranza di ogni simulazione e
    dissimulazione: alle quali mi piego talvolta  nel  parlare,  ma  negli
    scritti  non mai;  perch spesso parlo per necessit,  ma non sono mai
    costretto a scrivere,  e quando avessi a dire quel che non penso,  non
    mi  darebbe  un  gran sollazzo a stillarmi il cervello sopra le carte.
    Tutti i savi si ridono di chi scrive latino al presente,  che  nessuno
    parla quella lingua,  e pochi la intendono.  Io non veggo come non sia
    parimente ridicolo questo continuo presupporre che si fa  scrivendo  e
    parlando, certe qualit umane che ciascun sa che oramai non si trovano
    in uomo nato,  e certi enti razionali o fantastici,  adorati gi lungo
    tempo addietro.  ma ora tenuti internamente per nulla  e  da  chi  gli
    nomina,  e  da  chi  gli  ode  a  nominare.  Che  si  usino maschere e
    travestimenti per ingannare gli altri,  o per non  essere  conosciuti;
    non  mi  pare  strano:  ma  che tutti vadano mascherati con una stessa
    forma di maschere,  e travestiti a uno stesso  modo,  senza  ingannare
    l'un  l'altro,  e  conoscendosi  ottimamente  tra loro;  mi riesce una
    fanciullaggine.  Cavinsi le maschere,  si rimangano coi loro  vestiti;
    non  faranno  minori  effetti  di  prima,  e staranno pi a loro agio.
    Perch pur finalmente,  questo  finger  sempre,  ancorch  inutile,  e
    questo  sempre  rappresentare  una persona diversissima dalla propria,
    non si pu fare senza impaccio e fastidio grande.  Se gli uomini dallo
    stato primitivo,  solitario e silvestre,  fossero passati alla civilt
    moderna  in  un  tratto,  e  non  per  gradi;   crediamo  noi  che  si
    troverebbero  nelle  lingue  i  nomi delle cose dette dianzi,  non che
    nelle nazioni l'uso di ripetergli  a  ogni  poco,  e  di  farvi  mille
    ragionamenti  sopra?  In  verit  quest'uso  mi par come una di quelle
    cerimonie o pratiche antiche,  alienissisime dai costumi presenti,  le
    quali contuttoci si mantengono,  per virt della consuetudine.  Ma io
    che non mi posso adattare  alle  cerimonie,  non  mi  adatto  anche  a
    quell'uso;  e  scrivo in lingua moderna,  e non dei tempi troiani.  In
    secondo luogo;  non tanto io cerco mordere ne' miei scritti la  nostra
    specie,  quanto dolermi del fato. Nessuna cosa credo sia pi manifesta
    e palpabile, che l'infelicit necessaria di tutti i viventi. Se questa
    infelicit non   vera,  tutto    falso,  e  lasciamo  pur  questo  e
    qualunque altro discorso. Se  vera, perch non mi ha da essere n pur
    lecito di dolermene apertamente e liberamente,  e dire, io patisco? Ma
    se mi dolessi piangendo (e questo si  la terza causa che  mi  muove),
    darei noia non piccola agli altri,  e a me stesso, senza alcun frutto.
    Ridendo dei nostri mali, trovo qualche conforto;  e procuro di recarne
    altrui nello stesso modo.  Se questo non mi vien fatto, tengo pure per
    fermo che il ridere dei nostri mali sia l'unico  profitto  che  se  ne
    possa cavare, e l'unico rimedio che vi si trovi. Dicono i poeti che la
    disperazione ha sempre nella bocca un sorriso.  Non dovete pensare che
    io non compatisca all'infelicit umana.  Ma non  potendovisi  riparare
    con  nessuna  forza,  nessuna arte,  nessuna industria,  nessun patto;
    stimo assai pi degno dell'uomo,  e di una disperazione magnanima,  il
    ridere  dei  mali comuni;  che il mettermene a sospirare,  lagrimare e
    stridere insieme cogli altri,  o incitandoli a  fare  altrettanto.  In
    ultimo mi resta a dire, che io desidero quanto voi, e quanto qualunque
    altro,  il  bene  della  mia specie in universale;  ma non lo spero in
    nessun modo: non mi so dilettare e pascere di certe buone aspettative,
    come  veggo  fare  a  molti  filosofi  in  questo  secolo;  e  la  mia
    disperazione,  per essere intera, e continua, e fondata in un giudizio
    fermo e in una certezza,  non mi lascia luogo a sogni e  immaginazioni
    liete circa il futuro, n animo d'intraprendere cosa alcuna per vedere
    di  ridurle  ad  effetto.  E  ben  sapete  che l'uomo non si dispone a
    tentare quel che egli sa o crede non dovergli succedere,  e quando  vi
    si disponga, opera di mala voglia e con poca forza; e che scrivendo in
    modo  diverso  o contrario all'opinione propria,  se questa fosse anco
    falsa, non si fa mai cosa degna di considerazione.
    Timandro.  Ma bisogna ben riformare il  giudizio  proprio  quando  sia
    diverso dal vero; come  il vostro.
    Eleandro.  Io  giudico quanto a me di essere infelice,  e in questo so
    che non m'inganno.  Se gli altri non sono,  me ne congratulo seco loro
    con   tutta   l'anima.   Io   sono   anche  sicuro  di  non  liberarmi
    dall'infelicit,  prima che io  muoia.  Se  gli  altri  hanno  diversa
    speranza di se, me ne rallegro similmente.
    Timandro.  Tutti  siamo  infelici,  e  tutti  sono  stati: e credo non
    vorrete gloriarvi che questa vostra sentenza sia delle pi  nuove.  Ma
    la  condizione  umana si pu migliorare di gran lunga da quel che ella
    , come  gi migliorata indicibilmente da quello che fu. Voi mostrate
    non ricordarvi, o non volervi ricordare, che l'uomo  perfettibile.
    Eleandro.  Perfettibile lo creder sopra la vostra fede;  ma perfetto,
    che   quel che importa maggiormente,  non so quando l'avr da credere
    n sopra la fede di chi.
    Timandro.  Non  giunto ancora alla perfezione,  perch gli   mancato
    tempo; ma non si pu dubitare che non vi sia per giungere.
    Eleandro.  N  io  ne  dubito.  Questi  pochi  anni che sono corsi dal
    principio del mondo al presente, non potevano bastare; e non se ne dee
    far giudizio dell'indole, del destino e delle facolt dell'uomo: oltre
    che si sono avute altre faccende per le mani. Ma ora non si attende ad
    altro che a perfezionare la nostra specie.
    Timandro.  Certo vi si attende con sommo  studio  in  tutto  il  mondo
    civile.  E  considerando  la  copia  e l'efficacia dei mezzi,  l'una e
    l'altra aumentate incredibilmente da poco in qua,  si pu credere  che
    l'effetto  si  abbia  veramente  a  conseguire  fra pi o men tempo: e
    questa speranza  di non piccolo giovamento a cagione delle imprese  e
    operazioni  utili  che  ella  promuove  o  partorisce.  Per se fu mai
    dannoso e riprensibile in alcun tempo,  nel presente  dannosissimo  e
    abbominevole  l'ostentare  cotesta vostra disperazione,  e l'inculcare
    agli uomini la necessit della loro miseria,  la  vanit  della  vita,
    l'imbecillit  e  piccolezza  della loro specie,  e la malvagit della
    loro natura: il che non pu fare altro frutto che prostrarli  d'animo;
    spogliarli  della  stima  di se medesimi,  primo fondamento della vita
    onesta,  della utile,  della gloriosa;  e distorli  dal  procurare  il
    proprio bene.
    Eleandro.  Io  vorrei che mi dichiaraste precisamente,  se vi pare che
    quello che io credo e dico intorno all'infelicit  degli  uomini,  sia
    vero o falso.
    Timandro.  Voi  riponete mano alla vostra solita arme;  e quando io vi
    confessi che quello che dite  vero, pensate vincere la questione. Ora
    io vi rispondo, che non ogni verit  da predicare a tutti, n in ogni
    tempo.
    Eleandro.  Di grazia,  soddisfatemi anche di un'altra domanda.  Queste
    verit  che  io  dico  e  non  predico,  sono nella filosofia,  verit
    principali, o pure accessorie?
    Timandro.  Io,  quanto a me,  credo che sieno la sostanza di tutta  la
    filosofia.
    Eleandro. Dunque s'ingannano grandemente quelli che dicono e predicano
    che  la  perfezione  dell'uomo  consiste nella conoscenza del vero,  e
    tutti i suoi mali provengono dalle opinioni false e dalla ignoranza, e
    che il genere umano allora finalmente sar felice, quando ciascuno o i
    pi degli uomini conosceranno  il  vero  e  a  norma  di  quello  solo
    comporranno e governeranno la loro vita.  E queste cose le dicono poco
    meno che tutti i filosofi antichi  e  moderni.  Ecco  che  a  giudizio
    vostro,  quelle verit che sono la sostanza di tutta la filosofia,  si
    debbono occultare  alla  maggior  parte  degli  uomini;  e  credo  che
    facilmente  consentireste che debbano essere ignorate o dimenticate da
    tutti: perch sapute,  e ritenute nell'animo,  non possono  altro  che
    nuocere.  Il che  quanto dire che la filosofia si debba estirpare dal
    mondo.  Io non ignoro che l'ultima conclusione  che  si  ricava  dalla
    filosofia vera e perfetta,  si ,  che non bisogna filosofare. Dal che
    s'inferisce che la filosofia, primieramente  inutile, perch a questo
    effetto  di  non  filosofare,   non  fa  di  bisogno  esser  filosofo;
    secondariamente   dannosissima,  perch quella ultima conclusione non
    vi s'impara se non alle proprie spese, e imparata che sia,  non si pu
    mettere in opera;  non essendo in arbitrio degli uomini dimenticare le
    verit conosciute,  e deponendosi pi facilmente qualunque altro abito
    che  quello  di  filosofare.   In  somma  la  filosofia,   sperando  e
    promettendo a principio di medicare i nostri mali, in ultimo si riduce
    a desiderare invano di rimediare a se stessa. Posto tutto ci, domando
    perch si abbia da credere che  l'et  presente  sia  pi  prossima  e
    disposta alla perfezione che le passate.  Forse per la maggior notizia
    del  vero;  la  quale  si  vede  essere  contrarissima  alla  felicit
    dell'uomo?  O  forse perch al presente alcuni pochi conoscono che non
    bisogna filosofare, senza che per abbiano facolt di astenersene?  Ma
    i primi uomini infatti non filosofarono,  e i selvaggi se ne astengono
    senza fatica. Quali altri mezzi o nuovi, o maggiori che non ebbero gli
    antenati, abbiamo noi, di approssimarci alla perfezione?
    Timandro.  Molti,  e di grande  utilit:  ma  l'esporgli  vorrebbe  un
    ragionamento infinito.
    Eleandro.  Lasciamoli da parte per ora: e tornando al fatto mio, dico,
    che se ne' miei scritti io ricordo alcune verit dure e triste,  o per
    isfogo dell'animo,  o per consolarmene col riso,  e non per altro;  io
    non lascio tuttavia negli stessi libri di  deplorare,  sconsigliare  e
    riprendere  lo studio di quel misero e freddo vero,  la cognizione del
    quale  fonte  o  di  noncuranza  e  infingardaggine,  o  di  bassezza
    d'animo,  iniquit  e  disonest  di azioni,  e perversit di costumi:
    laddove,  per lo contrario,  lodo ed esalto  quelle  opinioni,  bench
    false,   che  generano  atti  e  pensieri  nobili,  forti,  magnanimi,
    virtuosi, ed utili al ben comune o privato; quelle immaginazioni belle
    e felici,  ancorch vane,  che danno pregio alla  vita;  le  illusioni
    naturali dell'animo; e in fine gli errori antichi, diversi assai dagli
    errori  barbari;  i  quali solamente,  e non quelli,  sarebbero dovuti
    cadere per opera della civilt moderna e della filosofia.  Ma  queste,
    secondo  me,  trapassando i termini (come  proprio e inevitabile alle
    cose umane);  non molto dopo  sollevati  da  una  barbarie,  ci  hanno
    precipitati in un'altra, non minore della prima; quantunque nata dalla
    ragione  e  dal sapere,  e non dall'ignoranza;  e per meno efficace e
    manifesta nel corpo che nello spirito,  men gagliarda nelle  opere,  e
    per dir cos,  pi riposta ed intrinseca.  In ogni modo,  io dubito, o
    inclino piuttosto a credere,  che  gli  errori  antichi,  quanto  sono
    necessari al buono stato delle nazioni civili,  tanto sieno, e ogni d
    pi debbano essere,  impossibili a rinnovarveli.  Circa la  perfezione
    dell'uomo,  io  vi giuro,  che se fosse gi conseguita,  avrei scritto
    almeno un tomo in lode del genere umano.  Ma poich non  toccato a me
    di vederla,  e non aspetto che mi tocchi in mia vita, sono disposto di
    assegnare per testamento una buona parte della mia  roba  ad  uso  che
    quando  il  genere  umano  sar  perfetto,  se gli faccia e pronuncisi
    pubblicamente un panegirico tutti gli anni: e anche gli sia rizzato un
    tempietto all'antica,  o una statua,  o  quello  che  sar  creduto  a
    proposito.














    IL COPERNICO.


    Dialogo. Scena prima.

    (L'ora prima del sole).
    Ora prima. Buon giorno, Eccellenza.
    Sole. S: anzi buona notte.
    Ora prima. I cavalli sono in ordine.
    Sole. Bene.
    Ora prima. La diana  venuta fuori da un pezzo.
    Sole. Bene: venga o vada a suo agio.
    Ora prima. Che intende di dire vostra Eccellenza
    Sole. Intendo che tu mi lasci stare.
    Ora prima.  Ma,  Eccellenza,  la notte gi  durata tanto, che non pu
    durare pi; e se noi c'indugiassimo,  vegga,  Eccellenza,  che poi non
    nascesse qualche disordine.
    Sole. Nasca quello che vuole, che io non mi muovo.
    Ora prima. Oh, Eccellenza, che  cotesto? si sentirebbe ella male?
    Sole.  No  no,  io  non  mi  sento nulla;  se non che io non mi voglio
    muovere: e per tu te ne andrai per le tue faccende.
    Ora prima.  Come debbo io andare se non viene ella,  ch  io  sono  la
    prima  Ora  del  giorno?  e  il  giorno  come  pu  essere,  se vostra
    Eccellenza non si degna, come  solita, di uscir fuori?
    Sole. Se non sarai del giorno, sarai della notte;  ovvero le Ore della
    notte  faranno  l'uffizio  doppio,  e  tu e le tue compagne starete in
    ozio.  Perch,  sai che ?  io sono stanco di questo  continuo  andare
    attorno  per far lume a quattro animaluzzi,  che vivono in su un pugno
    di fango, tanto piccino, che io,  che ho buona vista,  non lo arrivo a
    vedere:  e  questa  notte  ho  fermato  di non volere altra fatica per
    questo,  e che se gli uomini vogliono veder lume,  che tengano i  loro
    fuochi accesi, o provveggano in altro modo.
    Ora  prima.  E  che  modo,  Eccellenza,  vuole  ella  che ci trovino i
    poverini? E a dover poi mantenere le loro lucerne,  o provvedere tante
    candele  che  ardano  tutto  lo  spazio  del  giorno,  sar  una spesa
    eccessiva.  Che se fosse gi ritrovato di fare quella  certa  aria  da
    servire  per  ardere,  e  per  illuminare  le  strade,  le camere,  le
    botteghe,  le cantine e ogni cosa,  e il  tutto  con  poco  dispendio;
    allora  direi  che  il  caso  fosse  manco male.  Ma il fatto  che ci
    avranno a passare ancora trecento anni, poco pi o meno, prima che gli
    uomini ritrovino quel rimedio: e intanto verr loro manco l'olio e  la
    cera e la pece e il sego; e non avranno pi che ardere.
    Sole.  Andranno  a  caccia delle lucciole,  e di quei vermicciuoli che
    splendono.
    Ora prima.  E al freddo come provvederanno?  che senza quell'aiuto che
    avevano da vostra Eccellenza, non baster il fuoco di tutte le selve a
    riscaldarli.  Oltre  che  si morranno anco dalla fame: perch la terra
    non porter pi i suoi frutti. E cos, in capo a pochi anni si perder
    il seme di quei poveri animali: che quando saranno andati un pezzo qua
    e l per la Terra,  a  tastone,  cercando  di  che  vivere  e  di  che
    riscaldarsi;  finalmente, consumata ogni cosa che si possa ingoiare, e
    spenta l'ultima scintilla di fuoco,  se ne  morranno  tutti  al  buio,
    ghiacciati come pezzi di cristallo di roccia.
    Sole.  Che  importa  cotesto  a me?  che,  sono io la balia del genere
    umano; o forse il cuoco, che gli abbia da stagionare e da apprestare i
    cibi?  e che mi debbo io curare se certa poca quantit  di  creaturine
    invisibili,  lontane da me i milioni delle miglia,  non veggono, e non
    possono reggere al freddo, senza la luce mia? E poi,  se io debbo anco
    servir,  come dire,  di stufa o di focolare a questa famiglia umana, 
    ragionevole, che volendo la famiglia scaldarsi, venga essa intorno del
    focolare,  e non che il focolare vada dintorno alla casa.  Per questo,
    se  alla  Terra  fa  di  bisogno  della  presenza mia,  cammini ella e
    adoprisi per averla: che io per me non ho bisogno di cosa alcuna dalla
    Terra, perch io cerchi di lei.
    Ora prima. Vostra Eccellenza vuol dire, se io intendo bene, che quello
    che per lo passato ha fatto ella ora faccia la Terra.
    Sole. S: ora, e per l'innanzi sempre.
    Ora prima.  Certo che vostra Eccellenza ha buona  ragione  in  questo:
    oltre  che  ella  pu fare di se a suo modo.  Ma pure contuttoci,  si
    degni,  Eccellenza,  di considerare quante cose belle  necessario che
    sieno mandate a male, volendo stabilire questo nuovo ordine. Il giorno
    non  avr  pi il suo bel carro dorato,  co' suoi bei cavalli,  che si
    lavavano alla marina: e per lasciare le altre particolarit, noi altre
    povere Ore non avremo pi luogo  in  cielo,  e  di  fanciulle  celesti
    diventeremo  terrene;  se  per,  come io aspetto,  non ci risolveremo
    piuttosto in fumo.  Ma sia di questa parte come si  voglia:  il  punto
    sar persuadere la Terra di andare attorno;  che ha da esser difficile
    pure assai: perch'ella non ci  usata;  e le dee parere strano di aver
    poi  sempre  a  correre  e  affaticarsi tanto,  non avendo mai dato un
    crollo da quel suo luogo insino a ora.  E se vostra Eccellenza adesso,
    per  quel  che  pare,  comincia  a  porgere  un  poco di orecchio alla
    pigrizia;  io odo che la Terra non sia mica pi inclinata alla  fatica
    oggi che in altri tempi.
    Sole.  Il  bisogno,  in questa cosa,  la punger,  e la far balzare e
    correre quanto convenga. Ma in ogni modo,  qui la via pi spedita e la
    pi  sicura  di trovare un poeta ovvero un filosofo che persuada alla
    Terra di muoversi,  o che quando altrimenti non la possa  indurre,  la
    faccia  andar  via  per  forza.  Perch  finalmente  il  pi di questa
    faccenda  in mano dei filosofi e dei  poeti;  anzi  essi  ci  possono
    quasi il tutto. I poeti sono stati quelli che per l'addietro (perch'io
    era pi giovane,  e dava loro orecchio),  con quelle belle canzoni, mi
    hanno fatto fare di buona voglia,  come  per  un  diporto,  o  per  un
    esercizio  onorevole,  quella  sciocchissima  fatica  di  correre alla
    disperata, cos grande e grosso come io sono,  intorno a un granellino
    di sabbia.  Ma ora che io sono maturo di tempo,  e che mi sono voltato
    alla filosofia,  cerco in ogni cosa l'utilit,  e non il  bello;  e  i
    sentimenti dei poeti,  se non mi muovono lo stomaco,  mi fanno ridere.
    Voglio,  per fare una cosa,  averne buone  ragioni,  e  che  sieno  di
    sostanza: e perch io non trovo nessuna ragione di anteporre alla vita
    oziosa e agiata la vita attiva;  la quale non ti potria dar frutto che
    pagasse il travaglio,  anzi solamente il pensiero  (non  essendoci  al
    mondo  un  frutto  che  vaglia  due soldi);  perci sono deliberato di
    lasciare le fatiche e i disagi agli altri,  e  io  per  la  parte  mia
    vivere in casa quieto e senza faccende.  Questa mutazione in me,  come
    ti ho detto,  oltre a quel che ci ha cooperato l'et,  l'hanno fatta i
    filosofi; gente che in questi tempi  cominciata a montare in potenza,
    e monta ogni giorno pi.  Sicch,  volendo fare adesso che la Terra si
    muova,  e che diasi a correre attorno  in  vece  mia;  per  una  parte
    veramente  sarebbe  a proposito un poeta pi che un filosofo: perch i
    poeti, ora con una fola,  ora con un'altra,  dando ad intendere che le
    cose  del  mondo  sieno  di valuta e di peso.  e che sieno piacevoli e
    belle molto,  e creando mille speranze allegre,  spesso invogliano gli
    altri  di faticare;  e i filosofi gli svogliano.  Ma dall'altra parte,
    perch i filosofi sono cominciati a stare al di sopra,  io dubito  che
    un  poeta  non  sarebbe ascoltato oggi dalla Terra,  pi di quello che
    fossi per ascoltarlo io;  o che,  quando fosse ascoltato,  non farebbe
    effetto.  E  per sar il meglio che noi ricorriamo a un filosofo: che
    se bene i filosofi ordinariamente sono poco atti, e meno inclinati,  a
    muovere altri ad operare;  tuttavia pu essere che in questo caso cos
    estremo, venga loro fatta cosa contraria al loro usato.  Eccetto se la
    Terra  non  giudicher  che  le  sia  pi  espediente  di  andarsene a
    perdizione,  che avere a travagliarsi tanto: che io non direi per che
    ella avesse il torto: basta,  noi vedremo quello che succeder. Dunque
    tu farai una cosa: tu te n'andrai l in  Terra;  o  pure  vi  manderai
    l'una  delle  tue  compagne,  quella  che tu vorrai: e se ella trover
    qualcuno di quei filosofi che stia fuori di casa al fresco, speculando
    il cielo e le stelle;  come ragionevolmente ne dovr trovare,  per  la
    novit  di  questa  notte cos lunga;  ella senza pi,  levatolo su di
    peso,  se lo gitter in sul dosso;  e cos torni,  e me lo rechi insin
    qua: che io vedr di disporlo a fare quello che occorre. Hai tu inteso
    bene?
    Ora prima. Eccellenza s. Sar servita.
    Scena seconda.

    (Copernico in sul terrazzo di casa sua,  guardando in cielo a levante,
    per mezzo d'un cannoncello di carta; perch non erano ancora inventati
    i cannocchiali).
    Gran cosa  questa.  O che  tutti  gli  oriuoli  fallano,  o  il  sole
    dovrebbe  esser  levato gi  pi di un'ora: e qui non si vede n pure
    un barlume in oriente;  con tutto che il cielo sia chiaro e terso come
    un  specchio.  Tutte  le stelle risplendono come fosse la mezza notte.
    Vattene ora all'Almagesto o al Sacrobosco,  e d che ti  assegnino  la
    cagione  di  questo  caso.  Io ho udito dire pi volte della notte che
    Giove pass colla moglie d'Anfitrione: e cos mi  ricordo  aver  letto
    poco  fa  in  un  libro  moderno  di  uno  Spagnuolo,  che i Peruviani
    raccontano che una volta,  in antico,  fu nel  paese  loro  una  notte
    lunghissima, anzi sterminata; e che alla fine il sole usc fuori da un
    certo lago,  che chiamano di Titicaca.  Ma insino a qui ho pensato che
    queste tali,  non fossero se non ciance;  e io l'ho tenuto per  fermo;
    come  fanno tutti gli uomini ragionevoli.  Ora che io m'avveggo che la
    ragione e la scienza non rilevano, a dir proprio, un'acca;  mi risolvo
    a  credere che queste e simili cose possano esser vere verissime: anzi
    io sono per andare a tutti i laghi e a tutti i pantani che io potr, e
    vedere se io m'abbattessi a pescare il sole. Ma che  questo rombo che
    io sento, che par come delle ali di uno uccello grande?


    Scena terza.

    (L'ora ultima e Copernico).
    Ora ultima. Copernico, io sono l'Ora ultima.
    Copernico. L'ora ultima? Bene: qui bisogna adattarsi. Solo, se si pu,
    dammi tanto di spazio,  che io possa far testamento,  e dare ordine a'
    fatti miei, prima di morire.
    Ora ultima. Che morire? io non sono gi l'ora ultima della vita.
    Copernico.  Oh,  che  sei  tu  dunque?  l'ultima  ora dell'ufficio del
    breviario?
    Ora ultima.  Credo bene io,  che cotesta ti sia pi cara che  l'altre,
    quando tu ti ritrovi in coro.
    Copernico.  Ma  come sai tu cotesto,  che io sono canonico?  E come mi
    conosci tu? che anche mi hai chiamato dianzi per nome.
    Ora ultima.  Io ho preso informazione dell'esser tuo da certi ch'erano
    qua sotto, nella strada. In breve, io sono l'ultima ora del giorno.
    Copernico.  Ah, io ho inteso: la prima Ora  malata, e da questo  che
    il giorno non si vede ancora.
    Ora ultima. Lasciami dire. Il giorno non  per aver luogo pi, n oggi
    n domani n poi, se tu non provvedi.
    Copernico. Buono sarebbe cotesto;  che toccasse a me il carico di fare
    il giorno.
    Ora ultima.  Io ti dir il come.  Ma la prima cosa,  di necessit che
    tu venga  meco  senza  indugio  a  casa  del  Sole,  mio  padrone.  Tu
    intenderai  ora  il  resto  per  via;  e  parte  ti  sar detto da sua
    Eccellenza, quando noi saremo arrivati.
    Copernico. Bene sta ogni cosa. Ma il cammino se per io non m'inganno,
    dovrebbe esser lungo assai.  E come potr io portare tanta provvisione
    che  mi  basti  a  non morire affamato qualche anno prima di arrivare?
    Aggiungi che le terre di sua Eccellenza non credo io che producano  di
    che apparecchiarmi solamente una colazione.
    Ora ultima.  Lascia andare cotesti dubbi. Tu non avrai a star molto in
    casa del Sole;  e il viaggio si far in un attimo;  perch io sono uno
    spirito, se tu non sai.
    Copernico. Ma io sono un corpo.
    Ora ultima. Ben bene: tu non ti hai da impacciare di cotesti discorsi,
    che tu non sei gi un filosofo metafisico.  Vien qua: montami in sulle
    spalle, e lascia fare a me il resto.
    Copernico. Ors: ecco fatto. Vediamo a che sa riuscire questa novit.


    Scena quarta.

    (Copernico e il Sole).
    Copernico. Illustrissimo Signore.
    Sole. Perdona,  Copernico,  se io non ti fo sedere;  perch qua non si
    usano sedie.  Ma noi ci spacceremo tosto. Tu hai gi inteso il negozio
    dalla mia fante.  Io dalla parte mia,  per quel che  la  fanciulla  mi
    riferisce  della  tua qualit,  trovo che tu sei molto a proposito per
    l'effetto che si ricerca.
    Copernico. Signore, io veggo in questo negozio molte difficolt.
    Sole.  Le difficolt non debbono spaventare un uomo della  tua  sorte.
    Anzi si dice che elle accrescono animo all'animoso. Ma quali sono poi,
    alla fine, coteste difficolt?
    Copernico.   Primieramente,  per  grande  che  sia  la  potenza  della
    filosofia,  non mi assicuro che ella sia grande  tanto  da  persuadere
    alla  Terra  di  darsi  a  correre,   in  cambio  di  stare  a  sedere
    agiatamente; e darsi ad affaticare,  in vece di stare in ozio: massime
    a questi tempi; che non sono gi i tempi eroici.
    Sole. E se tu non la potrai persuadere, tu la sforzerai.
    Copernico  Volentieri,  illustrissimo,  se io fossi un Ercole,  o pure
    almanco un Orlando; e non un canonico di Varmia.
    Sole.  Che fa cotesto al caso?  Non si  racconta  egli  di  un  vostro
    matematico  antico,  il  quale  diceva  che se gli fosse dato un luogo
    fuori del mondo,  che stando egli in quello,  si fidava di smuovere il
    cielo  e la terra?  Or tu non hai a smuovere il cielo;  ed ecco che ti
    ritrovi in un luogo che  fuor della Terra.  Dunque,  se tu non sei da
    meno  di  quell'antico,  non  dee mancare che tu non la possa muovere,
    voglia essa o non voglia.
    Copernico.   Signor  mio,   cotesto  si  potrebbe  fare:  ma   ci   si
    richiederebbe una leva;  la quale vorrebbe essere tanto lunga, che non
    solo io, ma vostra signoria illustrissima,  quantunque ella sia ricca,
    non  ha  per  tanto  che  bastasse a mezza la spesa della materia per
    farla, e della fattura.  Un'altra difficolt pi grave  questa che io
    vi  dir  adesso;  anzi egli  come un groppo di difficolt.  La Terra
    insino a oggi ha tenuto la prima sede del  mondo,  che    a  dire  il
    mezzo;  e (come voi sapete) stando ella immobile, e senza altro affare
    che guardarsi all'intorno,  tutti gli altri globi  dell'universo,  non
    meno  i  pi grandi che i pi piccoli,  e cos gli splendenti come gli
    oscuri,  le sono iti rotolandosi  di  sopra  e  di  sotto  e  ai  lati
    continuamente;  con una fretta, una faccenda, una furia da sbalordirsi
    a pensarla.  E cos,  dimostrando tutte le cose di essere occupate  in
    servizio suo,  pareva che l'universo fosse a somiglianza di una corte;
    nella quale la Terra sedesse come in  un  trono;  e  gli  altri  globi
    dintorno,   in   modo  di  cortigiani,   di  guardie,   di  servitori,
    attendessero chi ad un ministero e chi a un altro. Sicch, in effetto,
    la Terra si  creduta sempre di essere imperatrice del  mondo:  e  per
    verit, stando cos le cose come sono state per l'addietro, non si pu
    mica dire che ella discorresse male; anzi io non negherei che quel suo
    concetto  non tosse molto fondato.  Che vi dir poi degli uomini?  che
    riputandoci (come ci riputeremo  sempre)  pi  che  primi  e  pi  che
    principalissimi tra le creature terrestri;  ciascheduno di noi, se ben
    fosse un vestito di cenci e che non avesse un cantuccio di pan duro da
    rodere,  si  tenuto per certo di essere uno imperatore;  non mica  di
    Costantinopoli  o  di  Germania,  ovvero della met della Terra,  come
    erano  gl'imperatori  romani,  ma  un  imperatore  dell'universo;   un
    imperatore  del sole,  dei pianeti,  di tutte le stelle visibili e non
    visibili, e causa finale delle stelle, dei pianeti, di vostra signoria
    illustrissima, e di tutte le cose. Ma ora se noi vogliamo che la Terra
    si parta da quel suo luogo di mezzo;  se facciamo che ella corra,  che
    ella si voltoli,  che ella si affanni di continuo,  che eseguisca quel
    tanto,  n pi n meno,  che si  fatto di qui  addietro  dagli  altri
    globi;  in  fine,  che  ella  divenga  del numero dei pianeti;  questo
    porter seco che  sua  maest  terrestre,  e  le  loro  maest  umane,
    dovranno  sgomberare il trono,  e lasciar l'impero;  restandosene per
    tuttavia co' loro cenci, e colle loro miserie, che non sono poche.
    Sole.  Che vuol conchiudere in somma con cotesto discorso il  mio  don
    Niccola?  Forse  ha  scrupolo  di  coscienza,  che il fatto non sia un
    crimenlese?
    Copernico. No, illustrissimo; perch n i codici, n il digesto,  n i
    libri che trattano del diritto pubblico,  n del diritto dell'Imperio,
    n di quel delle genti,  o di quello della natura,  non fanno menzione
    di questo crimenlese,  che io mi ricordi.  Ma voglio dire in sostanza.
    che il fatto nostro non sar cos semplicemente materiale, come pare a
    prima vista che debba essere; e che gli effetti suoi non apparterranno
    alla fisica solamente: perch esso sconvolger i gradi  della  dignit
    delle cose.  e l'ordine degli enti; scambier i fini delle creature; e
    per tanto far un grandissimo  rivolgimento  anche  nella  metafisica,
    anzi in tutto quello che tocca alla parte speculativa del sapere. E ne
    risulter  che  gli  uomini,  se  pur  sapranno  o vorranno discorrere
    sanamente,  si troveranno essere tutt'altra roba da  quello  che  sono
    stati fin qui, o che si hanno immaginato di essere.
    Sole.  Figliuol mio,  coteste cose non mi fanno punto paura: ch tanto
    rispetto io porto alla metafisica. quanto alla fisica,  e quanto anche
    all'alchimia,  o  alla  negromantica,  se  tu  vuoi.  E  gli uomini si
    contenteranno di essere quello che sono: e se questo non piacer loro,
    andranno raziocinando a rovescio,  e argomentando  in  dispetto  della
    evidenza delle cose;  come facilissimamente potranno fare; e in questo
    modo continueranno a tenersi per quel che vorranno, o baroni o duchi o
    imperatori o altro di pi che si vogliano: che essi  ne  staranno  pi
    consolati, e a me con questi loro giudizi non daranno un dispiacere al
    mondo.
    Copernico.  Ors,  lasciamo  degli uomini e della Terra.  Considerate,
    illustrissimo,  quel ch' ragionevole che avvenga degli altri pianeti.
    Che quando vedranno la Terra fare ogni cosa che fanno essi, e divenuta
    uno  di  loro,  non  vorranno  pi  restarsene cos lisci,  semplici e
    disadorni,  cos deserti e tristi,  come sono stati sempre;  e che  la
    Terra  sola  abbia quei tanti ornamenti: ma vorranno ancora essi i lor
    fiumi, i lor mari, le loro montagne, le piante,  e fra le altre cose i
    loro animali e abitatori;  non vedendo ragione alcuna di dovere essere
    da meno della Terra in nessuna parte.  Ed eccovi un altro rivolgimento
    grandissimo  nel  mondo;  e  una infinit di famiglie e di popolazioni
    nuove, che in un momento si vedranno venir su da tutte le bande,  come
    funghi.
    Sole.  E  tu le lascerai che vengano;  e sieno quante sapranno essere:
    ch la mia luce e il calore baster per tutte,  senza che io cresca la
    spesa  per;  e il mondo avr di che cibarle,  vestirle,  alloggiarle,
    trattarle largamente, senza far debito.
    Copernico. Ma pensi vostra signoria illustrissima un poco pi oltre, e
    vedr nascere ancora un altro scompiglio.  Che le stelle,  vedendo che
    voi vi siete posto a sedere,  e non gi su uno sgabello, ma in trono e
    che avete dintorno questa bella corte e questo popolo di pianeti;  non
    solo  vorranno  sedere  ancor  esse  e  riposarsi  ma vorranno altres
    regnare: e chi ha da regnare,  ci  hanno  a  essere  i  sudditi:  per
    vorranno  avere  i  loro  pianeti,  come  avrete voi;  ciascuna i suoi
    propri.  I quali pianeti nuovi,  converr che sieno  anche  abitati  e
    adorni  come   la Terra.  E qui non vi star a dire del povero genere
    umano,  divenuto poco pi che nulla gi innanzi,  in rispetto a questo
    mondo  solo;  a  che  si  ridurr egli quando scoppieranno fuori tante
    migliaia di altri mondi,  in maniera che non ci sar  una  minutissima
    stelluzza  della  via  lattea,  che non abbia il suo.  Ma considerando
    solamente l'interesse vostro,  dico che per insino  a  ora  voi  siete
    stato,  se  non primo nell'universo,  certamente secondo.  cio a dire
    dopo la Terra, e non avete avuto nessuno uguale;  atteso che le stelle
    non  si  sono  ardite  di  pareggiarvisi:  ma  in  questo  nuovo stato
    dell'universo avrete tanti uguali,  quante saranno le stelle coi  loro
    mondi. Sicch guardate che questa mutazione che noi vogliamo fare, non
    sia con pregiudizio della dignit vostra.
    Sole.  Non  hai  tu a memoria quello che disse il vostro Cesare quando
    egli,  andando per le Alpi,  si abbatt  a  passare  vicino  a  quella
    borgatella  di  certi  poveri Barbari: che gli sarebbe piaciuto pi se
    egli fosse stato il primo in  quella  borgatella,  che  di  essere  il
    secondo in Roma?  E a me similmente dovrebbe piacer pi di esser primo
    in  questo  mondo  nostro,   che  secondo  nell'universo.   Ma  non  
    l'ambizione quella che mi muove a voler mutare lo stato presente delle
    cose: solo  l'amor della quiete,  o per dir pi proprio, la pigrizia.
    In maniera che dell'avere uguali o non averne,  e di essere nel  primo
    luogo  o  nell'ultimo,  io non mi curo molto: perch,  diversamente da
    Cicerone, ho riguardo pi all'ozio che alla dignit.
    Copernico. Cotesto ozio, illustrissimo, io per la parte mia, il meglio
    che io possa, m'ingegner di acquistarvelo. Ma dubito, anche riuscendo
    la intenzione,  che esso non vi durer gran tempo.  E prima,  io  sono
    quasi certo che non passeranno molti anni, che voi sarete costretto di
    andarvi aggirando come una carrucola da pozzo o come una macina; senza
    mutar luogo per. Poi, sto con qualche sospetto che pure alla fine, in
    termine di pi o men tempo, vi convenga anco tornare a correre: io non
    dico,  intorno  alla  Terra;  ma  che monta a voi questo?  e forse che
    quello stesso aggirarvi che voi farete, servir di argomento per farvi
    anco andare.  Basta,  sia quello  che  si  voglia;  non  ostante  ogni
    malagevolezza  e  ogni  altra  considerazione,  se voi perseverate nel
    proposito vostro, io prover di servirvi; acciocch, se la cosa non mi
    verr fatta,  voi pensiate ch'io non ho potuto,  e non diciate che  io
    sono di poco animo.
    Sole. Bene sta, Copernico mio: prova.
    Copernico. Ci resterebbe una certa difficolt solamente.
    Sole. Via, qual ?
    Copernico.  Che  io  non vorrei,  per questo fatto,  essere abbruciato
    vivo,  a uso della fenice: perch accadendo questo,  io sono sicuro di
    non  avere a risuscitare dalle mie ceneri come fa quell'uccello,  e di
    non vedere mai pi,  da quell'ora innanzi,  la faccia  della  signoria
    vostra.
    Sole. Senti, Copernico: tu sai che un tempo, quando voi altri filosofi
    non eravate appena nati,  dico al tempo che la poesia teneva il campo,
    io sono stato profeta.  Voglio che adesso tu mi  lasci  profetare  per
    l'ultima volta, e che per la memoria di quella mia virt antica, tu mi
    presti fede.  Ti dico io dunque che forse,  dopo te, ad alcuni i quali
    approveranno quello che  tu  avrai  fatto,  potr  essere  che  tocchi
    qualche scottatura, o altra cosa simile; ma che tu per conto di questa
    impresa, a quel ch'io posso conoscere, non patirai nulla. E se tu vuoi
    essere pi sicuro,  prendi questo partito: il libro che tu scriverai a
    questo proposito, dedicarlo al papa (57). In questo modo,  ti prometto
    che n anche hai da perdere il canonicato.





    DIALOGO DI PLOTINO E DI PORFIRIO.

    "Una volta essendo io Porfirio entrato in pensiero di levarmi la vita,
    Plotino  se ne avvide: e venutomi innanzi improvvisamente,  che io era
    in casa;  e dettomi,  non procedere s fatto pensiero da  discorso  di
    mente sana,  ma da qualche indisposizione malinconica;  mi strinse che
    io mutassi paese". Porfirio nella vita di Plotino. Il simile in quella
    di Porfirio scritta da Eunapio: il quale aggiunge che Plotino  distese
    in un libro i ragionamenti avuti con Porfirio in quella occasione.

    Plotino.  Porfirio, tu sai ch'io ti sono amico; e sai quanto: e non ti
    dei maravigliare se io vengo osservando i tuoi fatti e i tuoi detti  e
    il tuo stato con una certa curiosit;  perch nasce da questo,  che tu
    mi stai sul cuore.  Gi sono pi giorni  che  io  ti  veggo  tristo  e
    pensieroso  molto;  hai  una  certa  guardatura,  e lasci andare certe
    parole: in fine,  senza altri preamboli e senza aggiramenti,  io credo
    che tu abbi in capo una mala intenzione.
    Porfirio. Come, che vuoi tu dire?
    Plotino.  Una  mala  intenzione  contro te stesso.  Il fatto  stimato
    cattivo augurio a nominarlo.  Vedi,  Porfirio mio,  non mi  negare  il
    vero;  non  far  questa  ingiuria  a  tanto  amore che noi ci portiamo
    insieme da tanto tempo.  So bene che io ti fo  dispiacere  a  muoverti
    questo discorso; e intendo che ti sarebbe stato caro di tenerti il tuo
    proposito celato: ma in cosa di tanto momento io non poteva tacere;  e
    tu non dovresti avere a male di conferirla con  persona  che  ti  vuol
    tanto  bene quanto a se stessa.  Discorriamo insieme riposatamente,  e
    andiamo pensando le ragioni: tu sfogherai l'animo tuo meco, ti dorrai,
    piangerai; che io merito da te questo: e in ultimo io non sono gi per
    impedirti  che  tu  non  facci  quello  che  noi  troveremo  che   sia
    ragionevole, e di tuo utile.
    Porfirio. Io non ti ho mai disdetto cosa che tu mi domandassi, Plotino
    mio. Ed ora confesso a te quello che avrei voluto tener segreto, e che
    non confesserei ad altri per cosa alcuna del mondo;  dico che quel che
    tu immagini della mia intenzione,  la verit.  Se ti piace che noi ci
    ponghiamo  a  ragionare  sopra  questa materia;  bench l'animo mio ci
    ripugna  molto,   perch  queste  tali  deliberazioni  pare   che   si
    compiacciano  di  un silenzio altissimo,  e che la mente in cos fatti
    pensieri ami di essere solitaria e ristretta in se  medesima  pi  che
    mai;  pure  io  sono  disposto  di fare anche di ci a tuo modo.  Anzi
    incomincer io stesso;  e ti dir  che  questa  mia  inclinazione  non
    procede  da  alcuna  sciagura  che  mi sia intervenuta,  ovvero che io
    aspetti che mi sopraggiunga: ma da un fastidio della vita; da un tedio
    che io provo,  cos veemente,  che si assomiglia a dolore e a spasimo;
    da un certo non solamente conoscere,  ma vedere,  gustare,  toccare la
    vanit di ogni cosa che mi occorre nella giornata.  Di maniera che non
    solo l'intelletto mio,  ma tutti i sentimenti,  ancora del corpo, sono
    (per un modo di dire strano,  ma accomodato al caso) pieni  di  questa
    vanit.  E  qui  primieramente  non  mi  potrai  dire  che  questa mia
    disposizione non sia ragionevole: se bene io consentir facilmente che
    ella in buona parte provenga da qualche mal essere corporale.  Ma ella
    non  dimeno  ragionevolissima: anzi tutte le altre disposizioni degli
    uomini fuori di questa, per le quali, in qualunque maniera, si vive, e
    stimasi che la vita e le cose umane abbiano  qualche  sostanza;  sono,
    qual  pi  qual  meno,  rimote dalla ragione,  e si fondano in qualche
    inganno e in  qualche  immaginazione  falsa.  E  nessuna  cosa    pi
    ragionevole che la noia.  I piaceri sono tutti vani. Il dolore stesso,
    parlo di quel dell'animo,  per lo pi  vano: perch se tu guardi alla
    causa ed alla materia, a considerarla bene, ella  di poca realt o di
    nessuna.  Il simile dico del timore; il simile della speranza. Solo la
    noia, la qual nasce sempre dalla vanit delle cose,  non  mai vanit,
    non  inganno;  mai  non    fondata  in sul falso.  E si pu dire che,
    essendo tutto l'altro vano,  alla noia riducasi,  e in  lei  consista,
    quanto la vita degli uomini ha di sostanzievole e di reale.
    Plotino.  Sia cos. Non voglio ora contraddirti sopra questa parte. Ma
    noi dobbiamo adesso considerare il fatto che tu vai disegnando:  dico,
    considerarlo pi strettamente,  e in se stesso. Io non ti star a dire
    che sia sentenza di Platone, come tu sai, che all'uomo non sia lecito,
    in guisa di servo fuggitivo,  sottrarsi di propria autorit da  quella
    quasi carcere nella quale egli si ritrova per volont degli Dei;  cio
    privarsi della vita spontaneamente.
    Porfirio. Ti prego, Plotino mio;  lasciamo da parte adesso Platone,  e
    le sue dottrine,  e le sue fantasie.  Altra cosa  lodare,  comentare,
    difendere certe  opinioni  nelle  scuole  e  nei  libri;  ed  altra  e
    seguitarle  nell'uso  pratico.  Alla  scuola e nei libri,  siami stato
    lecito approvare i sentimenti di Platone e  seguirli;  poich  tale  
    l'usanza  oggi:  nella  vita,  non  che gli approvi,  io piuttosto gli
    abbomino.  So ch'egli si dice che Platone spargesse negli scritti suoi
    quelle dottrine della vita avvenire,  acciocch gli uomini, entrati in
    dubbio e in sospetto circa lo stato loro dopo  la  morte;  per  quella
    incertezza,  e per timore di pene e di calamit future, si ritenessero
    nella vita dal fare ingiustizia e dalle altre male opere (58).  Che se
    io  stimassi  che  Platone  fosse  stato autore di questi dubbi,  e di
    queste credenze; e che elle fossero sue invenzioni; io direi: tu vedi,
    Platone,  quanto o la natura o il fato o la necessit,  o qual si  sia
    potenza  autrice  e signora dell'universo,   stata ed  perpetuamente
    inimica alla  nostra  specie.  Alla  quale  molte,  anzi  innumerabili
    ragioni  potranno  contendere  quella  maggioranza che noi,  per altri
    titoli, ci arroghiamo di avere tra gli animali;  ma nessuna ragione si
    trover  che  le  tolga  quel  principato  che l'antichissimo Omero le
    attribuiva; dico il principato della infelicit. Tuttavia la natura ci
    destin per medicina di tutti i mali la morte: la quale da coloro  che
    non  molto  usassero  il discorso dell'intelletto,  saria poco temuta;
    dagli altri desiderata.  E sarebbe un conforto dolcissimo  nella  vita
    nostra, piena di tanti dolori, l'aspettazione e il pensiero del nostro
    fine.  Tu  con  questo  dubbio terribile,  suscitato da te nelle menti
    degli uomini, hai tolta da questo pensiero ogni dolcezza, e fattolo il
    pi  amaro  di  tutti  gli  altri.  Tu  sei  cagione  che  si  veggano
    gl'infelicissimi  mortali  temere  pi  il  porto  che la tempesta,  e
    rifuggire coll'animo da quel solo rimedio e riposo loro,  alle angosce
    presenti  e  agli  spasimi  della  vita.  Tu sei stato agli uomini pi
    crudele che il fato o la necessit o  la  natura.  E  non  si  potendo
    questo  dubbio  in  alcun  modo  sciorre,  n  le menti nostre esserne
    liberate mai,  tu hai  recati  per  sempre  i  tuoi  simili  a  questa
    condizione,  che  essi avranno la morte piena d'affanno,  e pi misera
    che la vita. Perciocch per opera tua, laddove tutti gli altri animali
    muoiono senza timore alcuno,  la quiete e la sicurt  dell'animo  sono
    escluse  in  perpetuo  dall'ultima  ora dell'uomo.  Questo mancava,  o
    Platone, a tanta infelicit della specie umana.
    Lascio che quello effetto che  ti  avevi  proposto,  di  ritenere  gli
    uomini  dalle  violenze  e  dalle ingiustizie,  non ti  venuto fatto.
    Perocch quei dubbi e quelle credenze spaventano tutti gli  uomini  in
    sulle  ore  estreme,  quando  essi  non sono atti a nuocere: nel corso
    della vita,  spaventano frequentemente i buoni,  i quali hanno volont
    non  di  nuocere,  ma di giovare;  spaventano le persone timide,  e le
    deboli di corpo,  le quali alle violenze e alle iniquit non hanno  n
    la natura inclinata, n sufficiente il cuore e la mano. Ma gli arditi,
    e   i   gagliardi,   e  quelli  che  poco  sentono  la  potenza  della
    immaginativa;  in fine coloro ai quali in generalit si  richiederebbe
    altro freno che della sola legge; non ispaventano esse, n tengono dal
    male operare: come noi veggiamo per gli esempi quotidianamente, e come
    la  esperienza  di tutti i secoli,  da' tuoi d per insino a oggi,  fa
    manifesto. Le buone leggi, e pi la educazione buona, e la cultura dei
    costumi e delle  menti,  conservano  nella  societ  degli  uomini  la
    giustizia   e   la   mansuetudine:  perocch  gli  animi  dirozzati  e
    rammorbiditi da un  poco  di  civilt,  ed  assuefatti  a  considerare
    alquanto  le  cose,  e ad operare alcun poco l'intendimento;  quasi di
    necessit e quasi sempre abborriscono dal por mano nelle persone e nel
    sangue dei compagni;  sono  per  lo  pi  alieni  dal  fare  ad  altri
    nocumento  in  qualunque modo;  e rare volte e con fatica s'inducono a
    correre quei pericoli che porta seco il contravvenire alle leggi.  Non
    fanno  gi  questo  buono  effetto  le immaginazioni minacciose,  e le
    opinioni triste di cose fiere e spaventevoli: anzi come suol  fare  la
    moltitudine e la crudelt dei supplizi che si usino dagli stati,  cos
    ancora quelle accrescono, in un lato la vilt dell'animo,  in un altro
    la ferocit; principali inimiche e pesti del consorzio umano.
    Ma  tu  hai posto ancora innanzi e promesso guiderdone ai buoni.  Qual
    guiderdone?  Uno stato che ci apparisce pieno di noia,  ed ancor  meno
    tollerabile che questa vita. A ciascheduno  palese l'acerbit di que'
    tuoi supplicii; ma la dolcezza de' tuoi premii  nascosa, ed arcana, e
    da  non  potersi  comprendere da mente d'uomo.  Onde nessuna efficacia
    possono aver cos fatti premii di allettarci alla rettitudine  e  alla
    virt.  E  in  vero,  se  molto pochi ribaldi,  per timore di quel tuo
    spaventoso Tartaro si astengono da alcuna mala azione;  mi ardisco  io
    di affermare che mai nessun buono,  in un suo menomo atto,  si mosse a
    bene operare per desiderio di quel tuo Eliso.  Che non pu  esso  alla
    immaginazione nostra aver sembianza di cosa desiderabile. Ed oltre che
    di  molto  lieve  conforto  sarebbe  eziandio la espettazione certa di
    questo bene,  quale speranza hai tu lasciato che ne possano avere anco
    i virtuosi e i giusti;  se quel tuo Minosse e quello Eaco e Radamanto,
    giudici  rigidissimi  e  inesorabili,   non  hanno   a   perdonare   a
    qualsivoglia  ombra  o vestigio di colpa?  E quale uomo  che si possa
    sentire o credere cos netto e puro come lo  richiedi  tu?  Sicch  il
    conseguimento  di  quella qual che si sia felicit viene a esser quasi
    impossibile: e non baster la coscienza della pi retta  e  della  pi
    travagliosa vita ad assicurare l'uomo in sull'ultimo, dalla incertezza
    del suo stato futuro,  e dallo spavento dei gastighi.  Cos per le tue
    dottrine il timore,  superata con infinito intervallo la  speranza,  
    fatto  signore  dell'uomo:  e il frutto di esse dottrine ultimamente 
    questo;  che il genere umano,  esempio mirabile d'infelicit in questa
    vita,  si aspetta,  non che la morte sia fine alle sue miserie,  ma di
    avere a essere dopo quella.  assai pi infelice.  Con che tu hai vinto
    di crudelt, non pur la natura e il fato, ma ogni tiranno pi fiero, e
    ogni pi spietato carnefice, che fosse al mondo.
    Ma con qual barbarie si pu paragonare quel tuo decreto,  che all'uomo
    non sia lecito di por fine a' suoi patimenti, ai dolori, alle angosce,
    vincendo l'orrore della  morte,  e  volontariamente  privandosi  dello
    spirito?  Certo  non  ha  luogo  negli  altri  animali il desiderio di
    terminar la vita;  perch le infelicit loro hanno pi stretti confini
    che  le  infelicit  dell'uomo:  n  avrebbe anco luogo il coraggio di
    estinguerla spontaneamente.  Ma se  pur  tali  disposizioni  cadessero
    nella  natura  dei bruti,  nessuno impedimento avrebbero essi al poter
    morire;  nessun divieto,  nessun dubbio torrebbe loro  la  facolt  di
    sottrarsi  dai  loro mali.  Ecco che tu ci rendi anco in questa parte,
    inferiori alle bestie: e quella libert che avrebbero i bruti se  loro
    accadesse  di  usarla;  quella  che la natura stessa,  tanto verso noi
    avara,  non ci ha negata;  vien manco per tua  cagione  nell'uomo.  In
    guisa  che  quel  solo genere di viventi che si trova esser capace del
    desiderio della morte, quello solo non abbia in sua mano il morire. La
    natura,   il  fato  e   la   fortuna   ci   flagellano   di   continuo
    sanguinosamente,   con  istrazio  nostro  e  dolore  inestimabile:  tu
    accorri,  e ci annodi strettamente le braccia,  e  incateni  i  piedi;
    sicch  non  ci  sia  possibile n schermirci n ritrarci indietro dai
    loro colpi. In vero, quando io considero la grandezza della infelicit
    umana,  io penso che di quella si debbano pi che veruna  altra  cosa,
    incolpare  le tue dottrine;  e che si convenga agli uomini,  assai pi
    dolersi di te che della natura. La quale se bene,  a dir vero,  non ci
    destin  altra vita che infelicissima;  da altro lato per ci diede il
    poter finirla ogni volta che ci piacesse.  E primieramente non si  pu
    mai  dire  che  sia molto grande quella miseria la quale,  solo che io
    voglia. pu di durazione esser brevissima: poi,  quando ben la persona
    in  effetto  non si risolvesse a lasciar la vita,  il pensiero solo di
    potere ad ogni sua voglia sottrarsi dalla miseria,  saria tal conforto
    e  tale  alleggerimento di qualunque calamit,  che per virt di esso,
    tutte riuscirebbero facili a  sopportare.  Di  modo  che  la  gravezza
    intollerabile della infelicit nostra,  non da altro principalmente si
    dee  riconoscere,  che  da  questo  dubbio  di  poter  per  avventura,
    troncando  volontariamente  la  propria  vita,  incorrere  in  miseria
    maggiore che la presente.  N solo maggiore,  ma di  tanto  ineffabile
    atrocit  e lunghezza,  che posto che il presente sia certo,  e quelle
    pene incerte,  nondimeno ragionevolmente debba il  timore  di  quelle,
    senza  proporzione  o comparazione alcuna,  prevalere al sentimento di
    ogni qual si voglia male di questa vita.  Il qual dubbio,  o  Platone,
    ben  fu a te agevole a suscitare;  ma prima sar venuta meno la stirpe
    degli uomini, che egli sia risoluto. Per nessuna cosa nacque, nessuna
     per nascere in alcun tempo,  cos calamitosa e funesta  alla  specie
    umana,  come  l'ingegno  tuo.  Queste  cose io direi,  se credessi che
    Platone fosse stato autore o inventore di quelle dottrine;  che io  so
    benissimo che non fu.  Ma in ogni modo, sopra questa materia s' detto
    abbastanza, e io vorrei che noi la ponessimo da canto.
    Plotino. Porfirio, veramente io amo Platone, come tu sai. Ma non  gi
    per questo,  che io voglia discorrere per autorit;  massimamente  poi
    teco  e in una questione tale: ma io voglio discorrere per ragione.  E
    se ho toccato cos alla sfuggita quella  tal  sentenza  platonica,  io
    l'ho fatto pi per usare come una sorta di proemio,  che per altro.  E
    ripigliando il ragionamento ch'io aveva in animo, dico che non Platone
    o qualche altro filosofo  solamente,  ma  la  natura  stessa  par  che
    c'insegni  che  il  levarci dal mondo di mera volont nostra,  non sia
    cosa lecita.  Non accade che io mi  distenda  circa  questo  articolo:
    perch se tu penserai un poco, non pu essere che tu non conosca da te
    medesimo  che  l'uccidersi  di propria mano senza necessit,   contro
    natura. Anzi, per dir meglio,  l'atto pi contrario a natura,  che si
    possa  commettere.  Perch tutto l'ordine delle cose saria sovvertito,
    se quelle si distruggessero da se stesse.  E par che abbia  repugnanza
    che  uno  si  vaglia della vita a spegnere essa vita,  che l'essere ci
    serva al non essere.  Oltre che se pur cosa alcuna  ci    ingiunta  e
    comandata  dalla  natura,  certo  ci  comanda ella strettissimamente e
    sopra tutto,  e non solo agli  uomini,  ma  parimente  a  qualsivoglia
    creatura dell'universo,  di attendere alla conservazione propria, e di
    procurarla in tutti i modi;  ch' il contrario appunto dell'uccidersi.
    E  senza altri argomenti,  non sentiamo noi che la inclinazione nostra
    da per se stessa ci tira.  e ci fa odiare  la  morte,  e  temerla,  ed
    averne orrore,  anche a dispetto nostro? Or dunque, poich questo atto
    dell'uccidersi,   contrario a natura;  e tanto contrario  quanto  noi
    veggiamo; io non mi saprei risolvere che fosse lecito.
    Porfirio.  Io ho considerata gi tutta questa parte: che,  come tu hai
    detto,  impossibile che l'animo non la scorga,  per ogni poco che uno
    si  fermi  a  pensare  sopra  questo  proposito.  Mi pare che alle tue
    ragioni si possa rispondere  con  molte  altre,  e  in  pi  modi:  ma
    studier  d'esser  breve.  Tu  dubiti se ci sia lecito di morire senza
    necessit: io ti domando se ci  lecito di essere infelici.  La natura
    vieta l'uccidersi. Strano mi riuscirebbe che non avendo ella o volont
    o  potere  di farmi n felice n libero da miseria,  avesse facolt di
    obbligarmi a vivere.  Certo se la natura ci ha ingenerato amore  della
    conservazione  propria,  e odio della morte;  essa non ci ha dato meno
    odio della infelicit, e amore del nostro meglio;  anzi tanto maggiori
    e  tanto pi principali queste ultime inclinazioni che quelle,  quanto
    che la felicit  il fine di ogni nostro atto,  e di ogni nostro amore
    e  odio;  e  che  non  si  fugge la morte,  n la vita si ama,  per se
    medesima, ma per rispetto e amore del nostro meglio, e odio del male e
    del danno nostro. Come dunque pu esser contrario alla natura,  che io
    fugga  la  infelicit  in  quel  solo  modo  che  hanno  gli uomini di
    fuggirla? che  quello di tormi dal mondo: perch mentre son vivo,  io
    non  la  posso  schifare.  E  come sar vero che la natura mi vieti di
    appigliarmi alla morte,  che senza alcun dubbio  il mio meglio;  e di
    ripudiar la vita,  che manifestamente mi viene a esser dannosa e mala;
    poich non mi pu valere ad  altro  che  a  patire,  e  a  questo  per
    necessit mi vale e mi conduce in fatto?
    Plotino.  A ogni modo queste cose non mi persuadono che l'uccidersi da
    se stesso non sia contro natura: perch il senso nostro  porta  troppo
    manifesta contrariet e abborrimento alla morte: e noi veggiamo che le
    bestie;  le  quali  (quando  non  sieno forzate dagli uomini o sviate)
    operano in ogni cosa naturalmente;  non solo non vengono mai a  questo
    atto,  ma  eziandio  per  quanto  che sieno tribolate e misere,  se ne
    dimostrano alienissime. E in fine non si trova,  se non fra gli uomini
    soli  qualcuno  che lo commette: e non mica fra quelle genti che hanno
    un modo di vivere naturale; che di queste non si trover niuno che non
    lo abbomini,  se pur ne avr notizia o immaginazione alcuna;  ma  solo
    fra queste nostre alterate e corrotte, che non vivono secondo natura.
    Porfirio.  Ors,  io  ti voglio concedere anco,  che questa azione sia
    contraria a natura, come tu vuoi. Ma che val questo;  se noi non siamo
    creature naturali, per dir cos? intendo degli uomini inciviliti (59).
    Paragonaci,  non dico ai viventi di ogni altra specie che tu vogli, ma
    a quelle nazioni l delle parti dell'India e della Etiopia,  le quali,
    come si dice,  ancora serbano quei costumi primitivi e silvestri;  e a
    fatica ti parr che si possa dire,  che questi uomini e  quelli  sieno
    creature  di  una  specie  medesima.  E  questa  nostra,  come a dire,
    trasformazione; e questa mutazion di vita, e massimamente d'animo;  io
    quanto  a  me,  ho  avuto  sempre  per  fermo  che non sia stata senza
    infinito accrescimento d'infelicit. Certo che quelle genti salvatiche
    non sentono mai desiderio di finir la vita;  n anco va  loro  per  la
    fantasia  che  la  morte  si  possa  desiderare:  dove  che gli uomini
    costumati a questo modo nostro e, come diciamo, civili,  la desiderano
    spessissime  volte,  e  alcune  se  la procacciano.  Ora,  se  lecito
    all'uomo incivilito,  e vivere contro natura,  e contro natura  essere
    cos misero;  perch non gli sar lecito morire contro natura? essendo
    che da questa infelicit nuova,  che risulta  a  noi  dall'alterazione
    dello  stato,  non  ci  possiamo  anco liberare altrimenti,  che colla
    morte.  Che quanto a ritornarci in quello stato  primo,  e  alla  vita
    disegnataci dalla natura;  questo non si potrebbe appena,  e in nessun
    modo forse, circa l'estrinseco;  e per rispetto all'intrinseco,  che 
    quello che pi rileva, senza alcun dubbio sarebbe impossibile affatto.
    Qual  cosa    manco  naturale  della medicina?  cos di quella che si
    esercita con la mano,  come di quella che opera per via  di  farmachi.
    Che l'una e l'altra, la pi parte, s nelle operazioni che fanno, e s
    nelle materie, negli strumenti e nei modi che usano, sono lontanissime
    dalla  natura:  e  i  bruti  e  gli  uomini selvaggi non le conoscono.
    Nondimeno,  perocch  ancora  i  morbi  ai  quali  esse  intendono  di
    rimediare,  sono fuor di natura,  e non hanno luogo se non per cagione
    della civilt,  cio della corruttela del nostro stato;  perci queste
    tali arti,  bench non sieno naturali,  sono e si stimano opportune, e
    anco necessarie.  Cos questo atto dell'uccidersi,  il quale ci libera
    dalla infelicit recataci dalla corruzione,  perch sia contrario alla
    natura,  non seguita  che  sia  biasimevole:  bisognando  a  mali  non
    naturali,  rimedio  non  naturale.  E  saria pur duro ed iniquo che la
    ragione,  la quale per far noi pi miseri che naturalmente non  siamo,
    suol contrariar la natura nelle altre cose;  in questa si confederasse
    con lei, per torci quello estremo scampo che ci rimane;  quel solo che
    essa ragione insegna; e costringerci a perseverare nella miseria.
    La  verit    questa,  Plotino.  Quella natura primitiva degli uomini
    antichi, e delle genti selvagge e incolte, non  pi la natura nostra:
    ma l'assuefazione e la ragione hanno fatto in noi un'altra natura;  la
    quale noi abbiamo, ed avremo sempre, in luogo di quella prima. Non era
    naturale    all'uomo   da   principio   il   procacciarsi   la   morte
    volontariamente: ma n anco era naturale il desiderarla. Oggi e questa
    cosa e quella sono naturali: cio conformi alla nostra  natura  nuova:
    la  quale,  tendendo  essa  ancora  e movendosi necessariamente,  come
    l'antica, verso ci che apparisce essere il nostro meglio;  fa che noi
    molte  volte desideriamo e cerchiamo quello che veramente  il maggior
    bene dell'uomo,  cio la morte.  E non  maraviglia: perciocch questa
    seconda  natura    governata  e  diretta  nella  maggior  parte dalla
    ragione.  La quale afferma per certissimo,  che la morte,  non che sia
    veramente un male, come detta la impressione primitiva; anzi  il solo
    rimedio valevole ai nostri mali, la cosa pi desiderabile agli uomini,
    e  la migliore.  Adunque domando io: misurano gli uomini inciviliti le
    altre azioni loro dalla natura primitiva? Quando,  e quale azione mai?
    Non dalla natura primitiva,  ma da quest'altra nostra,  o pur vogliamo
    dire dalla ragione.  Perch questo solo atto del  torsi  di  vita,  si
    dovr misurare non dalla natura nuova o dalla ragione, ma dalla natura
    primitiva? Perch dovr la natura primitiva, la quale non d pi legge
    alla  vita  nostra,  dar  legge alla morte?  Perch non dee la ragione
    governar la morte, poich regge la vita?  E noi veggiamo che in fatto,
    s la ragione,  e s le infelicit del nostro stato presente, non solo
    estinguono,  massime negli sfortunati e afflitti,  quello abborrimento
    ingenito  della  morte  che  tu dicevi;  ma lo cangiano in desiderio e
    amore, come io ho detto innanzi.  Nato il qual desiderio e amore,  che
    secondo  natura,  non  sarebbe potuto nascere;  e stando la infelicit
    generata dall'alterazione nostra,  e non voluta  dalla  natura;  saria
    manifesta  repugnanza  e  contraddizione,  che  ancora avesse luogo il
    divieto naturale di uccidersi.  Questo pare a me che basti,  quanto  a
    sapere se l'uccider se stesso sia lecito. Resta se sia utile.
    Plotino.  Di  cotesto  non  accade che tu mi parli,  Porfirio mio: che
    quando cotesta azione sia lecita (perch una che  non  sia  giusta  n
    retta  non  concedo  che  possa  esser  di utilit),  io non ho dubbio
    nessuno che non sia utilissima. Perch la quistione in somma si riduce
    a questo: quale delle due cose sia la migliore;  il non patire,  o  il
    patire.  So  ben io che il godere congiunto al patire,  verisimilmente
    sarebbe eletto da quasi tutti gli uomini,  piuttosto che il non patire
    e anco non godere: tanto  il desiderio,  e per cos dir, la sete, che
    l'animo ha del godimento.  Ma la deliberazione  non  cade  fra  questi
    termini: perch il godimento e il piacere, a parlar proprio e diritto,
      tanto  impossibile,  quanto  il patimento  inevitabile.  E dico un
    patimento cos continuo, come  continuo il desiderio e il bisogno che
    abbiamo del godimento e della felicit,  il quale non  adempiuto mai:
    lasciando ancora da un lato i patimenti particolari ed accidentali che
    intervengono a ciascun uomo, e che sono parimente certi; intendo dire,
      certo  che  ne  debbono intervenire (pi o meno,  e d'una qualit o
    d'altra), eziandio nella pi avventurosa vita del mondo. E per verit,
    un patimento solo e breve, che la persona fosse certa che, continuando
    essa a vivere,  le dovesse accadere;  saria sufficiente  a  fare  che,
    secondo ragione,  la morte fosse da anteporre alla vita: perch questo
    tal patimento non avrebbe compensazione alcuna;  non potendo occorrere
    nella vita nostra un bene o un diletto vero.
    Porfirio.  A me pare che la noia stessa, e il ritrovarsi privo di ogni
    speranza di stato e  di  fortuna  migliore,  sieno  cause  bastanti  a
    ingenerar desiderio di finir la vita,  anco a chi si trovi in istato e
    in fortuna,  non solamente non cattiva,  ma prospera.  E pi volte  mi
    sono  maravigliato  che  in  nessun  luogo  si vegga fatta menzione di
    principi che sieno voluti morire per tedio solamente,  e  per  saziet
    dello  stato  proprio;  come  di  genti  private  e si legge,  e odesi
    tuttogiorno. Quali erano coloro che udito Egesia,  filosofo cirenaico,
    recitare  quelle  sue lezioni della miseria della vita;  uscendo della
    scuola,  andavano e si uccidevano:  onde  esso  Egesia  fu  detto  per
    soprannome  "il  persuasor  di morire";  e si dice,  come credo che tu
    sappi,  che all'ultimo il re Tolomeo gli viet che non disputasse  pi
    oltre in quella materia (60). Che se bene si trova di alcuni, come del
    re  Mitridate,  di  Cleopatra,  di Ottone romano,  e forse di alquanti
    altri principi,  che si uccisero da se stessi;  questi tali si mossero
    per trovarsi allora in avversit e in miseria, e per isfuggirne di pi
    gravi. Ora a me sarebbe paruto credibile che i principi pi facilmente
    che gli altri,  concepissero odio del loro stato,  e fastidio di tutte
    le cose;  e desiderassero di morire.  Perch,  essendo eglino in sulla
    cima  di  quella  che  chiamasi  felicit umana,  avendo pochi altri a
    sperare,  o nessuno forse,  di quelli che si dimandano beni della vita
    (poich  li  posseggono  tutti);  non si possono prometter migliore il
    domani che il giorno d'oggi.  E sempre il presente,  per fortunato che
    sia,  tristo e inamabile: solo il futuro pu piacere. Ma come che sia
    di  ci;  in fine,  noi possiamo conoscere che (eccetto il timor delle
    cose di un  altro  mondo)  quello  che  ritiene  gli  uomini  che  non
    abbandonino la vita spontaneamente;  e quel che gl'induce ad amarla, e
    a  preferirla  alla  morte;   non    altro  che  un  semplice  e   un
    manifestissimo errore,  per dir cos,  di computo e di misura: cio un
    errore che si fa nel computare,  nel misurare,  e  nel  paragonar  tra
    loro, gli utili o i danni. Il quale errore ha luogo, si potrebbe dire,
    altrettante  volte,  quanti  sono  i  momenti  nei  quali  ciascheduno
    abbraccia la vita, ovvero acconsente a vivere e se ne contenta;  o sia
    col giudizio e colla volont, o sia col fatto solo.
    Plotino.  Cos  veramente,  Porfirio mio. Ma con tutto questo, lascia
    ch'io ti consigli,  ed  anche  sopporta  che  ti  preghi,  di  porgere
    orecchie, intorno a questo tuo disegno, piuttosto alla natura che alla
    ragione.  E  dico  a quella natura primitiva,  a quella madre nostra e
    dell'universo;  la quale se bene non ha mostrato di amarci,  e se bene
    ci  ha  fatti  infelici,  tuttavia  ci    stata  assai meno inimica e
    malefica,  che  non  siamo  stati  noi  coll'ingegno  proprio,   colla
    curiosit incessabile e smisurata,  colle speculazioni,  coi discorsi,
    coi sogni,  colle opinioni e dottrine misere: e particolarmente,  si 
    sforzata ella di medicare la nostra infelicit con occultarcene, o con
    trasfigurarcene,   la   maggior   pare.   E   quantunque   sia  grande
    l'alterazione nostra,  diminuita in noi la potenza della  natura;  pur
    questa  non   ridotta a nulla,  n siamo noi mutati e innovati tanto,
    che non resti  in  ciascuno  gran  parte  dell'uomo  antico.  Il  che,
    malgrado  che  n'abbia  la  stoltezza  nostra,  mai  non  potr essere
    altrimenti.  Ecco,  questo che tu nomini error di  computo;  veramente
    errore,  e non meno grande che palpabile; pur si commette di continuo;
    e non dagli stupidi solamente e dagl'idioti,  ma  dagl'ingegnosi,  dai
    dotti,  dai  saggi;  e si commetter in eterno,  se la natura,  che ha
    prodotto questo nostro genere, essa medesima,  e non gi il raziocinio
    e la propria mano degli uomini, non lo spegne. E credi a me, che non 
    fastidio della vita,  non disperazione,  non senso della nullit delle
    cose,  della vanit delle cure,  della solitudine dell'uomo;  non odio
    del  mondo  e  di  se medesimo;  che possa durare assai: bench queste
    disposizioni dell'animo sieno ragionevolissime,  e  le  lor  contrarie
    irragionevoli.  Ma  contuttoci,  passato  un  poco  di tempo;  mutata
    leggermente la disposizion del corpo; a poco a poco; e spesse volte in
    un subito,  per cagioni  menomissime  e  appena  possibili  a  notare;
    rifassi il gusto alla vita,  nasce or questa or quella speranza nuova,
    e le cose umane ripigliano quella  loro  apparenza,  e  mostransi  non
    indegne di qualche cura; non veramente all'intelletto; ma s, per modo
    di dire,  al senso dell'animo.  E ci basta all'effetto di fare che la
    persona, quantunque ben conoscente e persuasa della verit,  nondimeno
    a mal grado della ragione,  e perseveri nella vita,  e proceda in essa
    come fanno gli altri: perch quel tal  senso  (si  pu  dire),  e  non
    l'intelletto,  quello che ci governa.
    Sia  ragionevole  l'uccidersi;  sia contro ragione l'accomodar l'animo
    alla vita: certamente quello  un atto fiero  e  inumano.  E  non  dee
    piacer  pi,  n vuolsi elegger piuttosto di essere secondo ragione un
    mostro, che secondo natura uomo.  E perch anche non vorremo noi avere
    alcuna  considerazione  degli  amici;  dei  congiunti  di sangue;  dei
    figliuoli,  dei fratelli,  dei genitori,  della moglie;  delle persone
    familiari  e  domestiche,  colle  quali  siamo usati di vivere da gran
    tempo; che,  morendo,  bisogna lasciare per sempre: e non sentiremo in
    cuor  nostro dolore alcuno di questa separazione;  n terremo conto di
    quello che sentiranno essi,  e  per  la  perdita  di  persona  cara  o
    consueta,  e  per l'atrocit del caso?  Io so bene che non dee l'animo
    del sapiente essere troppo molle;  n lasciarsi vincere dalla piet  e
    dal cordoglio in guisa,  che egli ne sia perturbato, che cada a terra,
    che ceda e che venga meno  come  vile,  che  si  trascorra  a  lagrime
    smoderate,  ad  atti non degni della stabilit di colui che ha pieno e
    chiaro conoscimento della condizione umana. Ma questa fortezza d'animo
    si vuole usare in quegli accidenti tristi che vengono dalla fortuna, e
    che non si possono evitare;  non abusarla in privarci  spontaneamente,
    per sempre,  della vista, del colloquio, della consuetudine dei nostri
    cari.  Aver per nulla il dolore della disgiunzione e della perdita dei
    parenti,  degl'intrinsechi,  dei compagni; o non essere atto a sentire
    di s fatta cosa dolore alcuno; non  di sapiente, ma di barbaro.  Non
    far  niuna  stima  di addolorare colla uccisione propria gli amici e i
    domestici;  e di non curante d'altrui,  e  di  troppo  curante  di  se
    medesimo.  E in vero, colui che si uccide da se stesso, non ha cura n
    pensiero alcuno degli altri;  non cerca se non la utilit propria;  si
    gitta,  per cos dire,  dietro alle spalle i suoi prossimi, e tutto il
    genere umano: tanto  che  in  questa  azione  del  privarsi  di  vita,
    apparisce il pi schietto,  il pi sordido, o certo il men bello e men
    liberale amore di se medesimo, che si trovi al mondo.
    In ultimo, Porfirio mio, le molestie e i mali della vita, bench molti
    e continui, pur quando,  come in te oggi si verifica,  non hanno luogo
    infortuni  e  calamit straordinarie,  o dolori acerbi del corpo;  non
    sono malagevoli da tollerare; massime ad uomo saggio e forte,  come tu
    sei.  E la vita  cosa di tanto piccolo rilievo, che l'uomo, in quanto
    a se,  non dovrebbe esser  molto  sollecito  n  di  ritenerla  n  di
    lasciarla.  Perci, senza voler ponderare la cosa troppo curiosamente;
    per ogni lieve causa che se gli offerisca di appigliarsi  piuttosto  a
    quella  prima  parte  che  a questa,  non dovria ricusare di farlo.  E
    pregatone da un amico, perch non avrebbe a compiacergliene? Ora io ti
    prego caramente, Porfirio mio, per la memoria degli anni che fin qui 
    durata l'amicizia nostra,  lascia cotesto pensiero  non  volere  esser
    cagione di questo gran dolore agli amici tuoi buoni,  che ti amano con
    tutta l'anima;  a me,  che non ho persona pi cara,  n compagnia  pi
    dolce.  Vogli piuttosto aiutarci a sofferir la vita,  che cos,  senza
    altro pensiero di noi, metterci in abbandono. Viviamo, Porfirio mio, e
    confortiamoci insieme: non ricusiamo dl portare quella  parte  che  il
    destino  ci  ha  stabilita,  dei  mali  della  nostra specie.  S bene
    attendiamo   a   tenerci   compagnia   l'un   l'altro;   e   andiamoci
    incoraggiando,  e dando mano e soccorso scambievolmente;  per compiere
    nel miglior modo questa fatica della vita.  La quale senza alcun fallo
    sar breve. E quando la morte verr, allora non ci dorremo: e anche in
    quell'ultimo  tempo  gli  amici  e  i  compagni ci conforteranno: e ci
    rallegrer il pensiero che, poi che saremo spenti, essi molte volte ci
    ricorderanno, e ci ameranno ancora.



















    DIALOGO DI UN VENDITORE D'ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE.

    Venditore.  Almanacchi,  almanacchi nuovi;  lunari  nuovi.  Bisognano,
    signore, almanacchi?
    Passeggere. Almanacchi per l'anno nuovo?
    Venditore. S signore.
    Passeggere. Credete che sar felice quest'anno nuovo?
    Venditore. Oh illustrissimo s, certo.
    Passeggere. Come quest'anno passato?
    Venditore. Pi pi assai.
    Passeggere. Come quello di l?
    Venditore. Pi pi, illustrissimo.
    Passeggere.  Ma come qual altro? Non vi piacerebbegli che l'anno nuovo
    fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
    Venditore. Signor no, non mi piacerebbe.
    Passeggere.  Quanti  anni  nuovi  sono  passati  da  che  voi  vendete
    almanacchi?
    Venditore. Saranno vent'anni, illustrissimo.
    Passeggere.  A  quale  di  cotesti  vent'anni vorreste che somigliasse
    l'anno venturo?
    Venditore. Io, non saprei.
    Passeggere.  Non vi ricordate di nessun anno in  particolare,  che  vi
    paresse felice?
    Venditore. No in verit, illustrissimo.
    Passeggere. E pure la vita  una cosa bella. Non  vero?
    Venditore. Cotesto si sa.
    Passeggere.  Non  tornereste  voi a vivere cotesti vent'anni,  e anche
    tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
    Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
    Passeggere.  Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta n  pi  n
    meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
    Venditore. Cotesto non vorrei.
    Passeggere. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch'ho fatta io,
    o quella del principe,  o di chi altro? O non credete che io, e che il
    principe, e che chiunque altro,  risponderebbe come voi per l'appunto;
    e  che  avendo  a  rifare  la  stessa  vita che avesse fatta,  nessuno
    vorrebbe tornare indietro
    Venditore. Lo credo cotesto.
    Passeggere.  N anche voi tornereste indietro con  questo  patto,  non
    potendo in altro modo?
    Venditore. Signor no davvero, non tornerei.
    Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque?
    Venditore.  Vorrei una vita cos,  come Dio me la mandasse, senz'altri
    patti.
    Passeggere. Una vita a caso,  e non saperne altro avanti,  come non si
    sa dell'anno nuovo?
    Venditore. Appunto.
    Passeggere.  Cos vorrei ancor io se avessi a rivivere,  e cos tutti.
    Ma questo  segno che il caso,  fino a tutto quest'anno,  ha  trattato
    tutti  male.  E si vede chiaro che ciascuno  d'opinione che sia stato
    pi o di pi peso il male che gli  toccato,  che il bene;  se a patto
    di  riavere  la  vita  di prima,  con tutto il suo bene e il suo male,
    nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch' una cosa bella,  non  la
    vita  che  si  conosce,  ma  quella  che  non si conosce;  non la vita
    passata, ma la futura. Coll'anno nuovo,  il caso incomincer a trattar
    bene voi e me e tutti gli altri,  e si principier la vita felice. Non
     vero?
    Venditore. Speriamo.
    Passeggere. Dunque mostratemi l'almanacco pi bello che avete.
    Venditore. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
    Passeggere. Ecco trenta soldi.
    Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi,  almanacchi
    nuovi; lunari nuovi.



    DIALOGO DI TRISTANO E DI UN AMICO.

    Amico. Ho letto il vostro libro. Malinconico al vostro solito.
    Tristano. S, al mio solito.
    Amico.  Malinconico, sconsolato, disperato; si vede che questa vita vi
    pare una gran brutta cosa.
    Tristano. Che v'ho a dire?  io aveva fitta in capo questa pazzia,  che
    la vita umana fosse infelice.
    Amico. Infelice s forse. Ma pure alla fine...
    Tristano. No no, anzi felicissima. Ora ho cambiata opinione. Ma quando
    scrissi cotesto libro, io aveva quella pazzia in capo, come vi dico. E
    n'era  tanto  persuaso,  che  tutt'altro  mi sarei aspettato,  fuorch
    sentirmi volgere in  dubbio  le  osservazioni  ch'io  faceva  in  quel
    proposito,  parendomi  che la coscienza d'ogni lettore dovesse rendere
    prontissima testimonianza a  ciascuna  di  esse.  Solo  immaginai  che
    nascesse disputa dell'utilit o del danno di tali osservazioni, ma non
    mai  della  verit: anzi mi credetti che le mie voci lamentevoli,  per
    essere i mali comuni,  sarebbero ripetute in cuore da  ognuno  che  le
    ascoltasse.   E   sentendo  poi  negarmi,   non  qualche  proposizione
    particolare, ma il tutto, e dire che la vita non  infelice,  e che se
    a me pareva tale, doveva essere effetto d'infermit, o d'altra miseria
    mia particolare,  da prima rimasi attonito,  sbalordito, immobile come
    un sasso,  e per pi giorni credetti di trovarmi in  un  altro  mondo;
    poi,  tornato in me stesso, mi sdegnai un poco; poi risi, e dissi: gli
    uomini sono in generale come i mariti.  I mariti,  se  vogliono  viver
    tranquilli,  necessario che credano le mogli fedeli, ciascuno la sua;
    e  cos  fanno;  anche  quando  la  met  del  mondo  sa che il vero 
    tutt'altro. Chi vuole o dee vivere in un paese,  conviene che lo creda
    uno  dei migliori della terra abitabile;  e lo crede tale.  Gli uomini
    universalmente,  volendo vivere,  conviene che credano la vita bella e
    pregevole;   e  tale  la  credono;  e  si  adirano  contro  chi  pensa
    altrimenti.  Perch in sostanza il genere umano crede sempre,  non  il
    vero,  ma quello che , o pare che sia, pi a proposito suo. Il genere
    umano, che ha creduto e creder tante scempiataggini,  non creder mai
    n di non saper nulla,  n di non essere nulla, n di non aver nulla a
    sperare.  Nessun filosofo che insegnasse l'una  di  queste  tre  cose,
    avrebbe  fortuna  n  farebbe setta,  specialmente nel popolo: perch,
    oltre che tutte tre sono poco a proposito di chi vuol vivere,  le  due
    prime  offendono  la superbia degli uomini,  la terza,  anzi ancora le
    altre due,  vogliono coraggio e fortezza d'animo a essere  credute.  E
    gli uomini sono codardi,  deboli,  d'animo ignobile e angusto;  docili
    sempre a sperar bene,  perch sempre dediti a variare le opinioni  del
    bene  secondo  che  la  necessit governa la loro vita;  prontissimi a
    render  l'arme,  come  dice  il  Petrarca  (61),  alla  loro  fortuna,
    prontissimi  e  risolutissimi  a consolarsi di qualunque sventura,  ad
    accettare qualunque compenso in cambio di ci che loro  negato  o  di
    ci  che  hanno  perduto,  ad  accomodarsi  con qualunque condizione a
    qualunque sorte pi iniqua e  pi  barbara,  e  quando  sieno  privati
    d'ogni cosa desiderabile,  vivere di credenze false,  cos gagliarde e
    ferme, come se fossero le pi vere o le pi fondate del mondo.  Io per
    me,  come  l'Europa meridionale ride dei mariti innamorati delle mogli
    infedeli, cos rido del genere umano innamorato della vita;  e giudico
    assai  poco  virile  il  voler  lasciarsi  ingannare  e  deludere come
    sciocchi,  ed oltre ai mali che si soffrono,  essere quasi lo  scherno
    della   natura   e   del   destino.   Parlo  sempre  degl'inganni  non
    dell'immaginazione,  ma dell'intelletto.  Se  questi  miei  sentimenti
    nascano  da  malattia,  non  so:  so che,  malato o sano,  calpesto la
    vigliaccheria degli uomini,  rifiuto ogni consolazione  e  ogn'inganno
    puerile,  ed  ho  il  coraggio  di  sostenere  la  privazione  di ogni
    speranza,   mirare  intrepidamente  il   deserto   della   vita,   non
    dissimularmi  nessuna parte dell'infelicit umana,  ed accettare tutte
    le conseguenze di una filosofia dolorosa,  ma vera.  La quale se non 
    utile  ad  altro,  procura  agli  uomini forti la fiera compiacenza di
    vedere strappato ogni manto alla coperta  e  misteriosa  crudelt  del
    destino  umano.  Io  diceva  queste cose fra me,  quasi come se quella
    filosofia dolorosa fosse d'invenzione mia, vedendola cos rifiutata da
    tutti,  come si rifiutano le cose nuove e non  pi  sentite.  Ma  poi,
    ripensando,  mi  ricordai  ch'ella era tanto nuova,  quanto Salomone e
    quanto Omero,  e i poeti e i filosofi pi antichi che si conoscano;  i
    quali  tutti sono pieni pienissimi di figure,  di favole,  di sentenze
    significanti l'estrema infelicit umana; e chi di loro dice che l'uomo
     il pi miserabile degli animali;  chi  dice  che  il  meglio    non
    nascere, e per chi  nato, morire in cuna; altri, che uno che sia caro
    agli Dei,  muore in giovanezza, ed altri altre cose infinite su questo
    andare (62).  E anche mi ricordai che da quei tempi insino  a  ieri  o
    all'altr'ieri, tutti i poeti e tutti i filosofi e gli scrittori grandi
    e piccoli,  in un modo o in un altro, avevano ripetute o confermate le
    stesse dottrine. Sicch tornai di nuovo a maravigliarmi: e cos tra la
    maraviglia e lo sdegno e il riso passai molto tempo: finch  studiando
    pi  profondamente questa materia,  conobbi che l'infelicit dell'uomo
    era uno degli errori inveterati dell'intelletto,  e che la falsit  di
    questa  opinione,  e  la  felicit  della  vita,  era una delle grandi
    scoperte del secolo decimonono.  Allora m'acquetai,  e confesso  ch'io
    aveva il torto a credere quello ch'io credeva.
    Amico. E avete cambiata opinione?
    Tristano.  Sicuro. Volete voi ch'io contrasti alle verit scoperte dal
    secolo decimonono?
    Amico. E credete voi tutto quello che crede il secolo?
    Tristano: Certamente. Oh che maraviglia?
    Amico. Credete dunque alla perfettibilit indefinita dell'uomo?
    Tristano. Senza dubbio.
    Amico.  Credete  che  in  fatti  la  specie  umana  vada  ogni  giorno
    migliorando?
    Tristano. S certo. E' ben vero che alcune volte penso che gli antichi
    valevano,  delle  forze  del corpo,  ciascuno per quattro di noi: E il
    corpo  l'uomo;  perch (lasciando tutto il resto) la magnanimit,  il
    coraggio, le passioni, la potenza di fare, la potenza di godere, tutto
    ci  che  fa  nobile e viva la vita,  dipende dal vigore del corpo,  e
    senza quello non ha luogo. Uno che sia debole di corpo, non  uomo, ma
    bambino;  anzi peggio;  perch la sua sorte  di stare  a  vedere  gli
    altri che vivono,  ed esso al pi chiacchierare,  ma la vita non  per
    lui.  E per anticamente la debolezza del corpo fu ignominiosa,  anche
    nei   secoli  pi  civili.   Ma  tra  noi  gi  da  lunghissimo  tempo
    l'educazione non si degna di pensare al corpo,  cosa  troppo  bassa  e
    abbietta:  pensa allo spirito: e appunto volendo coltivare lo spirito,
    rovina il corpo:  senza  avvedersi  che  rovinando  questo,  rovina  a
    vicenda  anche  lo  spirito.  E  dato  che si potesse rimediare in ci
    all'educazione, non si potrebbe mai senza mutare radicalmente lo stato
    moderno della societ trovare rimedio che valesse in ordine alle altre
    parti della vita privata e pubblica,  che tutte,  di  propriet  loro,
    cospirarono anticamente a perfezionare o a conservare il corpo, e oggi
    cospirano  a depravarlo.  L'effetto  che a paragone degli antichi noi
    siamo poco pi che bambini,  e che gli antichi a confronto  nostro  si
    pu  dire  pi  che  mai che furono uomini.  Parlo cos degl'individui
    paragonati  agl'individui,   come  delle  masse  (per   usare   questa
    leggiadrissima parola moderna) paragonate alle masse.  Ed aggiungo che
    gli antichi furono incomparabilmente  pi  virili  di  noi  anche  ne'
    sistemi  di  morale  e  di  metafisica.  A  ogni modo io non mi lascio
    muovere da tali piccole obbiezioni,  credo costantemente che la specie
    umana vada sempre acquistando.
    Amico.  Credete ancora, gi s'intende, che il sapere, o, come si dice,
    i lumi, crescano continuamente.
    Tristano.  Certissimo.  Sebbene vedo  che  quanto  cresce  la  volont
    d'imparare,  tanto  scema  quella  di  studiare.  Ed    cosa  che  fa
    maraviglia a contare il numero dei dotti, ma veri dotti,  che vivevano
    contemporaneamente  cencinquant'anni  addietro,  e anche pi tardi,  e
    vedere  quanto  fosse  smisuratamente  maggiore  di  quello   dell'et
    presente.  N  mi  dicano che i dotti sono pochi perch in generale le
    cognizioni non sono pi accumulate in alcuni individui,  ma divise fra
    molti;  e  che  la  copia  di questi compensa la rarit di quelli.  Le
    cognizioni non sono come le ricchezze, che si dividono e si adunano, e
    sempre fanno la stessa somma.  Dove tutti sanno poco,  e' si sa  poco;
    perch  la  scienza  va  dietro  alla  scienza,  e  non si sparpaglia.
    L'istruzione superficiale pu  essere,  non  propriamente  divisa  fra
    molti, ma comune a molti non dotti. Il resto del sapere non appartiene
    se  non a chi sia dotto,  e gran parte di quello a chi sia dottissimo.
    E,  levati i casi fortuiti,  solo chi sia dottissimo,  e fornito  esso
    individualmente  di  un  immenso  capitale  di  cognizioni,   atto ad
    accrescere solidamente  e  condurre  innanzi  il  sapere  umano.  Ora.
    eccetto forse in Germania, donde la dottrina non  stata ancora potuta
    snidare,  non  vi  par  egli  che  il  veder  sorgere di questi uomini
    dottissimi  divenga  ogni  giorno  meno  possibile?   Io   fo   queste
    riflessioni  cos  per discorrere,  e per filosofare un poco,  o forse
    sofisticare;  non ch'io non sia persuaso di ci  che  voi  dite.  Anzi
    quando  anche vedessi il mondo tutto pieno d'ignoranti impostori da un
    lato, e d'ignoranti presuntuosi dall'altro,  nondimeno crederei,  come
    credo, che il sapere e i lumi crescano di continuo.
    Amico. In conseguenza, credete che questo secolo sia superiore a tutti
    i passati.
    Tristano. Sicuro. Cos hanno creduto di se tutti i secoli, anche i pi
    barbari;  e  cos  crede  il  mio  secolo,  ed  io con lui.  Se poi mi
    dimandaste in che sia egli superiore agli altri secoli,  se in ci che
    appartiene  al  corpo  o  in  ci  che  appartiene  allo  spirito,  mi
    rimetterei alle cose dette dianzi.
    Amico. In somma, per ridurre il tutto in due parole, pensate voi circa
    la natura e i destini degli  uomini  e  delle  cose  (poich  ora  non
    parliamo  di  letteratura  n  di  politica)  quello  che ne pensano i
    giornali?
    Tristano.  Appunto.  Credo ed  abbraccio  la  profonda  filosofia  de'
    giornali,  i  quali  uccidendo  ogni  altra  letteratura  e ogni altro
    studio, massimamente grave e spiacevole,  sono maestri e luce dell'et
    presente. Non  vero?
    Amico. Verissimo. Se cotesto che dite,  detto da vero e non da burla,
    voi siete diventato de' nostri.
    Tristano. S certamente, de' vostri.
    Amico.  Oh  dunque,  che  farete del vostro libro?  Volete che vada ai
    posteri con quei sentimenti cos contrari alle opinioni che ora avete?
    Tristano.  Ai posteri?  Io rido,  perch voi  scherzate,  e  se  fosse
    possibile che non ischerzaste,  pi riderei.  Non dir a riguardo mio,
    ma a riguardo d'individui o di cose individuali del secolo decimonono,
    intendete bene che non v' timore di  posteri,  i  quali  ne  sapranno
    tanto,  quanto  ne  seppero  gli antenati.  "Gl'individui sono spariti
    dinanzi alle masse", dicono elegantemente i pensatori moderni.  Il che
    vuol  dire  ch'  inutile  che  l'individuo si prenda nessun incomodo,
    poich,  per qualunque suo merito,  n anche quel misero premio  della
    gloria gli resta pi da sperare n in vigilia n in sogno.  Lasci fare
    alle masse; le quali che cosa sieno per fare senza individui,  essendo
    composte   d'individui,   desidero   e   spero  che  me  lo  spieghino
    gl'intendenti d'individui e di masse, che oggi illuminano il mondo. Ma
    per  tornare  al  proposito  del  libro  e  de'   posteri,   i   libri
    specialmente, che ora per lo pi si scrivono in minor tempo che non ne
    bisogna  a  leggerli,  vedete  bene  che,  siccome  costano  quel  che
    vagliono,  cos durano a proporzione di quel che costano.  Io  per  me
    credo  che  il secolo venturo far un bellissimo frego sopra l'immensa
    bibliografia del secolo decimonono;  ovvero dir:  io  ho  biblioteche
    intere  di  libri  che sono costati quali venti,  quali trenta anni di
    fatiche,  e quali meno,  ma tutti grandissimo lavoro.  Leggiamo questi
    prima,  perch  la  verisimiglianza    che  da  loro  si cavi maggior
    costrutto: e quando di questa sorta non avr pi  che  leggere  allora
    metter  mano  ai  libri improvvisati.  Amico mio,  questo secolo  un
    secolo di ragazzi,  e i pochissimi uomini che  rimangono,  si  debbono
    andare a nascondere per vergogna, come quello che camminava diritto in
    paese  di  zoppi.  E  questi  buoni ragazzi vogliono fare in ogni cosa
    quello che negli altri tempi hanno fatto gli uomini,  e farlo  appunto
    da ragazzi,  cos a un tratto,  senza altre fatiche preparatorie. Anzi
    vogliono che il grado al quale  pervenuta la civilt,  e che l'indole
    del  tempo  presente  e  futuro,  assolvano  essi e loro successori in
    perpetuo da ogni necessit di sudori e  fatiche  lunghe  per  divenire
    atti alle cose.  Mi diceva,  pochi giorni sono,  un mio amico, uomo di
    maneggi e di faccende,  che anche la mediocrit  divenuta  rarissima:
    quasi tutti sono inetti, quasi tutti insufficienti a quegli uffici o a
    quegli esercizi a cui necessit o fortuna o elezione gli ha destinati.
    In ci mi pare che consista in parte la differenza ch' da questo agli
    altri secoli.  In tutti gli altri,  come in questo,  il grande  stato
    rarissimo; ma negli altri la mediocrit ha tenuto il campo;  in questo
    la nullit. Onde  tale il romore e la confusione, volendo tutti esser
    tutto, che non si fa nessuna attenzione ai pochi grandi che pure credo
    che vi sieno;  ai quali, nell'immensa moltitudine de' concorrenti, non
     pi possibile di aprirsi una via. E cos,  mentre tutti gl'infimi si
    credono  illustri,  l'oscurit e la nullit dell'esito diviene il lato
    comune e degl'infimi e de' sommi.  Ma viva la  statistica!  vivano  le
    scienze economiche,  morali e politiche,  le enciclopedie portatili, i
    manuali,  e le tante belle creazioni del nostro secolo!  e viva sempre
    il  secolo  decimonono!   forse  povero  di  cose,  ma  ricchissimo  e
    larghissimo di parole: che sempre fu  segno  ottimo,  come  sapete.  E
    consoliamoci,  che  per altri sessantasei anni,  questo secolo sar il
    solo che parli, e dica le sue ragioni.
    Amico. Voi parlate, a quanto pare, un poco ironico. Ma dovreste almeno
    all'ultimo ricordarvi che questo  un secolo di transizione.
    Tristano.  Oh che conchiudete voi da cotesto?  Tutti i secoli,  pi  o
    meno, sono stati e saranno di transizione, perch la societ umana non
    ist mai ferma, n mai verr secolo nel quale ella abbia stato che sia
    per  durare.  Sicch  cotesta  bellissima parola o non iscusa punto il
    secolo decimonono, o tale scusa gli  comune con tutti i secoli. Resta
    a cercare,  andando la societ pel la via che oggi si tiene,  a che si
    debba riuscire,  cio se la transizione che ora si fa, sia dal bene ai
    meglio o dal male al peggio.  Forse volete dirmi  che  la  presente  
    transizione  per  eccellenza,  cio  un  passaggio rapido da uno stato
    della civilt ad un altro diversissimo dal  precedente.  In  tal  caso
    chiedo  licenza di ridere di cotesto passaggio rapido,  e rispondo che
    tutte le transizioni conviene che sieno fatte  adagio;  perch  se  si
    fanno a un tratto, di l a brevissimo tempo si torna indietro, per poi
    rifarle a grado a grado.  Cos  accaduto sempre. La ragione , che la
    natura non va a salti, e che forzando la natura,  non si fanno effetti
    che  durino.   Ovvero,   per  dir  meglio,   quelle  tali  transizioni
    precipitose sono transizioni apparenti, ma non reali.
    Amico.  Vi prego,  non fate di cotesti discorsi  con  troppe  persone,
    perch vi acquisterete molti nemici.
    Tristano.  Poco  importa.  Oramai  n  nimici n amici mi faranno gran
    male.
    Amico.  O pi probabilmente sarete disprezzato,  come poco  intendente
    della filosofia moderna,  e poco curante del progresso della civilt e
    dei lumi.
    Tristano. Mi dispiace molto, ma che s'ha a fare? se mi disprezzeranno,
    cercher di consolarmene.
    Amico.  Ma in fine avete voi mutato opinioni o no?  e che s'ha egli  a
    fare di questo libro?
    Tristano.  Bruciarlo   il meglio.  Non lo volendo bruciare,  serbarlo
    come  un  libro  di  sogni  poetici,   d'invenzioni  e   di   capricci
    malinconici,  ovvero  come un espressione dell'infelicit dell'autore:
    perch in confidenza,  mio caro amico,  io credo felice voi  e  felici
    tutti gli altri;  ma io quanto a me,  con licenza vostra e del secolo,
    sono infelicissimo; e tale mi credo;  e tutti i giornali de' due mondi
    non mi persuaderanno il contrario.
    Amico. Io non conosco le cagioni di cotesta infelicit che dite. Ma se
    uno sia felice o infelice individualmente, nessuno  giudice se non la
    persona stessa, e il giudizio di questa non pu fallare.
    Tristano.  Verissimo.  E  di  pi  vi  dico francamente,  ch'io non mi
    sottometto alla mia infelicit,  n piego il capo al destino,  o vengo
    seco  a  patti,  come fanno gli altri uomini;  e ardisco desiderare la
    morte,  e desiderarla sopra ogni cosa,  con tanto ardore e  con  tanta
    sincerit, con quanta credo fermamente che non sia desiderata al mondo
    se non da pochissimi.  N vi parlerei cos se non fossi ben certo che,
    giunta l'ora, il fatto non ismentir le mie parole;  perch quantunque
    io  non vegga ancora alcun esito alla mia vita,  pure ho un sentimento
    dentro,  che quasi mi fa sicuro che l'ora ch'io dico non sia  lontana.
    Troppo sono maturo alla morte, troppo mi pare assurdo e incredibile di
    dovere,  cos  morto come sono spiritualmente,  cos conchisa in me da
    ogni  parte  la  favola  della  vita,   durare   ancora   quaranta   o
    cinquant'anni,  quanti  mi  sono  minacciati  dalla  natura.  Al  solo
    pensiero di questa cosa io rabbrividisco.  Ma come ci avviene di tutti
    quei  mali  che vincono,  per cos dire,  la forza immaginativa,  cos
    questo mi pare un sogno e  un'illusione,  impossibile  a  verificarsi.
    Anzi  se  qualcuno mi parla di un avvenire lontano come di cosa che mi
    appartenga,  non posso tenermi dal  sorridere  fra  me  stesso:  tanta
    confidenza  ho  che  la  via che mi resta a compiere non sia lunga.  E
    questo, posso dire,  il solo pensiero che mi sostiene. Libri e studi,
    che spesso mi maraviglio d'aver tanto amato, disegni di cose grandi, e
    speranze di gloria e d'immortalit,  sono cose  delle  quali    anche
    passato  il  tempo  di ridere.  Dei disegni e delle speranze dl questo
    secolo non rido: desidero loro con tutta l'anima ogni miglior successo
    possibile,  e lodo,  ammiro ed onoro altamente e sincerissimamente  il
    buon volere: ma non invidio per i posteri, n quelli che hanno ancora
    a  vivere  lungamente.  In altri tempi ho invidiato gli sciocchi e gli
    stolti,  e quelli che  hanno  un  gran  concetto  di  se  medesimi;  e
    volentieri  mi  sarei cambiato con qualcuno di loro.  Oggi non invidio
    pi n stolti n savi,  n grandi n piccoli,  n deboli  n  potenti.
    Invidio i morti, e solamente con loro mi cambierei. Ogni immaginazione
    piacevole,  ogni pensiero dell'avvenire ch'io fo,  come accade,  nella
    mia solitudine, e con cui vo passando il tempo,  consiste nella morte,
    e di l non si uscire.  N in questo desiderio la ricordanza dei sogni
    della prima et, e il pensiero d'esser vissuto invano, mi turbano pi,
    come solevano.  Se ottengo la  morte  morr  cos  tranquillo  e  cos
    contento,  come  se  mai  null'altro  avessi  sperato n desiderato al
    mondo. Questo  il solo benefizio che pu riconciliarmi al destino. Se
    mi fosse proposta da un lato la fortuna e  la  fama  di  Cesare  o  di
    Alessandro  netta  da  ogni macchia,  dall'altro di morir oggi,  e che
    dovessi  scegliere,  io  direi  morir  oggi,  e  non  vorrei  tempo  a
    risolvermi.









    NOTE ALLE OPERETTE MORALI.

    Nota 1. Erodoto, lib. 5, cap. 4. Strabone, lib. 11, edit. Casaub. pag.
    519,  Mela,  lib. 2, cap. 2. "Antologia greca", ed. H. Steph. pag. 16.
    Coricio sofista, "Orat. fun. in Procop.  gaz." cap.  35,  ap.  Fabric.
    "Bibl. Graec." ed. vet. vol. 8, pag. 859.
    Nota  2.  Con tutto che Atlante il pi delle volte sia detto sostenere
    il cielo, vedesi nondimeno nel primo libro dell'"Odissea", vers.  52 e
    seguenti,  e nel "Prometeo" d'Eschilo,  v.  347 e seguenti,  che dagli
    antichi si fingeva eziandio che egli sostenesse la terra.
    Nota 3. Plinio, lib. 7, cap. 52. Diogene Laerzio, lib. 1,  segm.  109.
    Apollonio,  "Hist. commentit. cap. 1. Varrone, "de Ling. lat." lib. 7.
    Plutarco, "an seni getenda sit respub." opp. ed. Francof.  1620,  tom.
    2,  pag.  784. Tertulliano, "de Anima" cap. 44. Pausania, lib. 1, cap.
    10, ed. Kuhn. pag. 35. "Appendice vaticana dei Proverbi",  centur.  3,
    proverb.  97.  Suida,  voc.  "Epimendes".  Luciano, "Timon." opp. ed.
    Amstel. 1687, om. 1, pag. 69.
    Nota 4. Apollonio, "Hist. commentit." cap. 3. Plinio, lib. 7. cap. 52.
    Tertulliano, "de Anima" cap. 44. Luciano. "Encom. Musc." opp. tom.  2,
    pag. 376. Origene. "contra Cels." lib. 3. cap. 32.
    Nota  5.  In proposito di quest'uso,  il quale  comune a molti popoli
    barbari,  di trasfigurare a  forza  le  teste;    notabile  un  luogo
    d'Ippocrate,  "de Aere, Aquis et locis", opp. ed. Mercurial. class. 1,
    pag.  29,  sopra una nazione del Ponto,  detta dei  Macrocefali,  cio
    Testelunghe;  i  quali  ebbero  per usanza di costringere le teste dei
    bambini in maniera,  che elle riuscissero pi lunghe che si potesse: e
    trascurata  poi  questa  pratica,  nondimeno  i loro bambini nascevano
    colla testa lunga: perch, dice Ippocrate, cos erano i genitori.
    Nota 6. Vedi il "Vert vert" del Gresset.
    Nota 7. "Sus vero quid habet praeter escam? cui quidem, ne putisceret,
    animam ipsam, pro sale,  datam dicit esse Chrisippus".  Cicerone,  "de
    Nat. Deor." lib. 2, cap. 64.
    Nota  8.   Citt  favolosa,   detta  altrimenti  El  Dorado  la  quale
    immaginarono  gli  Spagnuoli,  e  la  credettero  essere  nell'America
    meridionale,  tra il fiume dell'Orenoco e quel delle Amazzoni.  Vedi i
    geografi.
    Nota 9.  Vedi nelle gazzette tedesche del mese di marzo  del  1824  le
    scoperte attribuite al sig. Gruithuisen.
    Nota 10.  Vedi Macrobio,  "Saturnal." lib.  3.  cap.  8.  Tertulliano,
    "Apologet." cap.  15.  Era onorata la luna anche sotto nome  maschile,
    cio del dio Luno.  Sparziano,  "Caracall." cap. 6 et 7. Ed anche oggi
    nelle lingue teutoniche il nome della luna  del genere del maschio.
    Nota 11. Menandro rettorico,  lib.  1,  cap.  15,  in "Rhetor.  graec.
    veter." A. Manut. vol. 1, pag. 604. Meursio, "ad Lycophron. Alexandr."
    opp. ed. Lamii, vol. 5, col. 951.
    Nota 12. Ateneo, lib. 2, ed. Casaub. pag. 57.
    Nota 13.  Antonio di Ulloa.  Vedi Carli,  "Lettere Americane", par. 4,
    lett. 7, opp. Milano 1784, tom. 14, pag. 313 e seguente,  e le "Memor.
    encicloped."  dell'anno  1781,  compilate  dalla Societ letterar.  di
    Bologna, pag. 6 e seguente.
    Nota 14. "That the moon is made of green cheese". Si dice in proverbio
    di quelli che danno ad intendere cose incredibili.
    Nota 15. Vedi gli astronomi dove parlano di quella luce, detta opaca o
    cenerognola,  che si vede nella parte oscura del disco lunare al tempo
    della luna nuova.
    Nota 16. Plinio, lib. 16, cap. 30; lib. 2, cap. 55. Svetonio, "Tiber."
    cap. 69.
    Nota  17.  Voglio  recare qui un luogo poco piacevole veramente e poco
    gentile per la materia,  ma pure molto curioso da leggere,  per quella
    tal forma di dire naturalissima,  che l'autore usa. Questi  un Pietro
    di Cieza spagnuolo,  vissuto al tempo delle prime scoperte e conquiste
    fatte  da' suoi nazionali in America,  nella quale milit,  e stettevi
    diciassette anni.  Della sua veracit e fede nelle narrative,  si  pu
    vedere  la  prima  nota  del  Robertson  al  sesto libro della "Storia
    d'America". Riduco le parole all'ortografia moderna.  "La segunda vez
    que  volvmos  por  aquellos valles,  cuando la ciudad de Antiocha fu
    poblada en las sierras que estn por encima dellos, o decir,  que los
    seores    caciques  destos valles de Nore buscaban por las terras de
    sus enemigos todas las mugeres que podian;  las quales traidas    sus
    casas,  usaban  con  ellas  como  con  las  suyas  proprias;  y  si se
    empreaban dellos,  los hijos que nacian los criaban con mucho regalo,
    hasta que habian doce  trece aos; y desta edad, estando bien gordos,
    los  comian  con gran sabor,  sin mirar que eran su substancia y carne
    propria: y desta manera tenien mugeres para solamente engendrar  hijos
    en  ellas  para  despues  comer;  pecado mayor que todos los que ellos
    hacen.  Y hceme tener por cierto lo que digo,  ver lo que pas con el
    licenciado  Juan  de Vadillo (que en este ao est en Espaa;  y si le
    preguntan lo que digo dir ser verdad): y es,  que la primera vez  que
    entraron  Christianos  espaoles en estos valles,  que fumos yo y mis
    compaeros, vino de paz un seorete, que habia por nombre Nabonuco,  y
    traia  consigo  tres mugeres;  y viniendo la noche,  las dos dellas se
    echaron  la larga encima de un tapete  estera, y la otra atraversada
    para servir de almohada;  y el Indio se ech  encima  de  los  cuerpos
    dellas, muy tendido; y tom de la mano otra muger hermosa, que quedaba
    atras con otra gente suya,  que luego vino.  Y como el licenciado Juan
    de Vadillo le viese de aquella suerte,  preguntle que para qu  habia
    traido  aquella  muger  que tenia de la mano: y mirandolo al rostro el
    Indio, respondi mansamente, que para comerla;  y que si l no hubiera
    venido,   la  hubiera  y  hecho.  I  Vadillo,  oido  esto,  mostrando
    espantrse, le dijo: pues como, slendo tu muger, la has de comer?  El
    cacique,  alzando la voz, torno  responder diciendo: mira mira; y aun
    al hijo que pariere tengo tambien de comer. Esto que he dicho, pas en
    el valle de Nore: y en l de Guaca,  que es l que dije quedar  atras,
    o decir  este licenciado V'adillo algunas vezes, como supo por dicho
    de algunos Indios viejos, por las lenguas que traamos, que cuando los
    naturales  dl  iban   la guerra,   los Indios que prendian en ella,
    hacian sus esclavos;  los quales casaban con sus parientas y vecinas;
    y los hijos que habian en ellas aquellos esclavos,  los comian: y  que
    despues  que los mismos esclavos eran muy viejos,  y sin potencia para
    engendrar,  los comian tambien  ellos.  Y a  la  verdad,  como  estos
    Indios  no  tenian fe,  ni conocian al demonio,  que tales pecados les
    hacia hacer,  cuan malc y perverso era;  no me espanto  dello:  porque
    hacer esto,  mas lo tenian ellos por valentia, que por pecado". Parte
    primera de la Chronica del Per hecha por Pedro de Cieza, cap. 1, ed.
    de Anvers 1554, hoja 30 y siguiente.
    Nota 18.  Le nombre des indigenes indpendans qui habitent  les  deux
    Amriques decroit annuellement.  On en compte encore environ 500000 au
    nord et  l'ouest des Etats-Unis,  et 400000 au sud des rpubliques de
    Rio  de  la  Plata  et du Chili.  C'est moins aux guerres qu'ils ont 
    soutenir contre les gouvernemens amricains, qu' leur funeste passion
    pour les liqueurs fortes et  aux  combats  d'extermination  qu'ils  se
    livrent  entr'eux,  que l'on doit attribuer leur dcroissement rapide.
    Ils portent  un tel point ces deux excs, que l'on peut prdire, avec
    certitude, qu'avant un sicle ils auront compltement disparu de cette
    partie du globe. L'ouvrage de M. Schoolcraft (intitolato,  "Travels in
    the central portions of the Mississipi valley"; pubblicato a New-York,
    l'anno  1825)  est  plein  de  dtails  curieux  sur ces propritaires
    primitifs du Nouveau-Monde; il devra tre d'autant plus recherch, que
    cest,  pour ainsi dire,  l'histoire de la dernire priode d'existence
    d'un  peuple  qui  va  s'teindre".  Revue Encyclopdique,  tom.  28,
    novembre 1825, pag. 444.
    Nota 19. Questo fatto  vero.
    Nota 20. Famose voci di Archimede,  quando egli ebbe trovato la via di
    conoscere il furto fatto dall'artefice nel fabbricare la corona votiva
    del re Gerone.
    Nota  21.  I  desiderosi di quest'arte potranno in effetto,  non so se
    apprenderla,  ma studiarla  certamente  in  diversi  libri,  non  meno
    moderni  che  antichi:  come  per  modo  di  esempio,  nelle  "Lezioni
    dell'arte di prolungare la vita umana"  scritte  ai  nostri  tempi  in
    tedesco  dal  signor  Hufeland,  state anco volgarizzate e stampate in
    Italia.  Nuova maniera di adulazione fu quella di un Tommaso Giannotti
    medico da Ravenna, detto per soprannome il filologo, e stato famoso a'
    suoi tempi; il quale nell'anno 1550 scrisse a Giulio terzo, assunto in
    quello stesso anno al pontificato, un libro "de vita hominis ultra CXX
    annos protrahenda", molto a proposito dei Papi, come quelli che quando
    incominciano a regnare,  sogliono essere di et grande.  Sarebbe libro
    da ridere, se non fosse oscurissimo. Dice il medico,  averlo scritto a
    fine   principalmente  di  prolungare  la  vita  al  nuovo  Pontefice,
    necessaria al mondo;  confortato anche a scriverlo da  due  Cardinali,
    desiderosi oltremodo dello stesso effetto.  Nella dedicatoria,  "vives
    igitur", dice, "beatissime pater, ni fallor, diutissime".  E nel corpo
    dell'opera,  avendo  cercato  in  un  capitolo  intero "cur Pontificum
    supremorum nullus ad Petri annos pervenerit",  ne intitola un altro in
    questo  modo:  "Iulius  III  papa videbit annos Petri et ultra;  huius
    libri,  pro longaeva hominis vita ac christianae  religionis  commodo,
    immensa  utilitate".  Ma il Papa mor cinque anni appresso,  in et di
    sessantasette.  Quanto a s,  il medico prova che se egli per caso non
    passer  o non toccher il centoventesimo anno dell'et sua,  non sar
    sua colpa,  e i suoi precetti non si dovranno disprezzare per  questo.
    Si  conchiude  il  libro con una ricetta intitolata.  "Iulii III vitae
    longaevae ac semper sanae consilium".
    Nota 22. Vedi Luciano. "Dial. Menip.  et Chiron." opp.  tom.  1,  pag.
    514.
    Nota 23. Pindaro, "Pyth." od. 10, v. 46 et seqq. Strabone, lib. 15, p.
    710 et seqq. Mela, lib. 3, cap. 5. Plinio. lib. 4, cap. 12 in fine.
    Nota- 24.  Plinio, lib. 6, cap. 30; lib. 7, cap. 2. Arriano, "Indic.",
    cap. 9.
    Nota 25. "Lettres philosophiques", lett. 11.
    Nota 26. Suida, voc. "Leuk Emra".
    Nota 27.  Ebbe Torquato Tasso,  nel  tempo  dell'infermit  della  sua
    mente,  un'opinione  simile a quella famosa di Socrate;  cio credette
    vedere di tratto in tratto uno spirito buono ed  amico,  e  avere  con
    esso  lui  molti  e  lunghi  ragionamenti Cos leggiamo nella vita del
    Tasso descritta dal Manso: il quale si trov presente a uno di  questi
    o colloqui o soliloqui che noi li vogliamo chiamare.
    Nota  28.   Apollonio,  "Hist.  commentit."  cap.  46.  Cicerone,  "de
    Divinat." lib. 1, cap. 30; lib. 2, cap. 58. Plinio. lib. 18, cap.  12.
    Plutarco,  "Convival.  Quaestion." lib.  8, "quaest." 10, opp. tom. 2,
    pag. 734. Dioscoride, "de Materia Medica." lib. 2, cap. 127.
    Nota 29. Meursio, "Exercitat. critic." par. 2, lib. 2. cap.  19,  opp.
    vol. 5, col. 662.
    Nota 30. Camoens, "Lusiad." canto 5.
    Nota 31. Seneca, "Natural. Quaestion." lib. 6, cap. 2.
    Nota 32. Pausania, lib. 2, cap. 20, pag. 157.
    Nota 33. Lib. 1, ed. di Milano 1803, vol. 1, pag. 79.
    Nota 34. Montesquieu, "Fragment sur le Got; de la sensibilit".
    Nota 35.  "Povera e nuda vai,  filosofia".  Petrarca, parte 4, son. 1.
    "La gola e 'l sonno".
    Nota 36. "De Senect." cap. 23.
    Nota 37. Appresso a Stobeo, ed. Gesner. Tigur. 1559,  serm.  96,  pag.
    529.
    Nota 38. "Somn. Scip." cap. 7.
    Nota  39.  Vedi,  tra  gli altri,  circa queste famose mummie,  che in
    linguaggio  scientifico  si  direbbero  preparazioni  anatomiche,   il
    Fontenelle, "Eloge de mons. Ruysch".
    Nota 40.  Lo studio del Ruysch fu visitato due volte dallo Czar Pietro
    primo: il quale poi, comperato, lo fece condurre a Pietroburgo.
    Nota 41. Il mezzo usato dal Ruysch a conservare i cadaveri,  furono le
    iniezioni  di  un  certa  materia  composta  da esso,  la quale faceva
    effetti maravigliosi.
    Nota 42. "De Senect." cap. 7.
    Nota 43. "Oeconom." cap. 20, par. 23.
    Nota 44. Cap. 6.
    Nota 45. Lib. 1, segm. 48.
    Nota 46. Lib. 2, segm. 31.
    Nota 47. Ibid, segm. 95.
    Nota 48. Lib. 4, segm. 48.
    Nota 49. "Praecept. gerend. reipub." opp. tom. 2, pag. 709 et seq.
    Nota 50. "Parad." 1 in fine.
    Nota 51. Lib. 2, cap. 8, sect. 9; c. 9. sect. 5.
    Nota 52. "Peripl. in Geogr. graec. min." pag. 5.
    Nota 53. "Cyneget." cap. 5, par. 4.
    Nota 54. Vedi, tra gli altri, il Buxtorf, "Lexic. Chaldaic. Talmud. et
    Rabbin." col. 2653 et seq.
    Nota 55. Come un buon numero di Gentili e di Cristiani antichi,  molti
    anco degli Ebrei (tra' quali Filone di Alessandria,  e il rabbino Mos
    Maimonide) furono di opinione che il sole, e similmente i pianeti e le
    stelle, avessero anima e vita. Veggasi il Gassendi, "Physic." sect. 2,
    lib. 2, cap. 5; e il Petau, "Theologic.  dogm.  de sex dier.  opific."
    lib. 1, cap. 12, par. 5 et seqq.
    Nota  56.  Questa    conclusione  poetica,  non filosofica.  Parlando
    filosoficamente, l'esistenza,  che mai non  cominciata,  non avr mai
    fine.
    Nota 57. Copernico in effetto lo dedic al pontefice Paolo III.
    Nota 58. Diogene Laerzio, "Vit. Plat." segm. 80.
    Nota  59.  Molto  differiscono  le  opinioni  del secolo decimonono da
    quelle di Porfirio nel proposito dello stato naturale e della civilt.
    Ma questa differenza non importerebbe altra contesa che di nomi in ci
    che appartiene agli argomenti di Porfirio  per  la  morte  volontaria.
    Chiamando  miglioramento  o  perfezionamento  o  progresso  quello che
    Porfirio chiama corruttela,  e natura migliorata o perfezionata quella
    che  il medesimo chiama seconda natura,  il valore dei ragionamenti di
    quello non iscemerebbe in alcuna parte.
    Nota 60. Cicerone, "Tuscul." lib. 1, cap. 34. Valerio Massimo, lib. 8.
    cap. 9. Diogene Laerzio, lib. 2, segm. 86. Suida, voc. "Arstippos".
    Nota 61. Parte 2, Canzone 5, "Solea dalla fontana di mia vita".
    Nota 62. Vedi Stobeo, Serm. 96, pag. 527 et seqq. Serm. 119, pag.  601
    et seqq.



    OPERETTE MORALI.

    Poniamo  qui  nell'ordine  cronologico  le  edizioni  originali  delle
    "Operette Morali".
    1.  Delle Operette morali  del  conte  G.  Leopardi  /  Primo  saggio.
    Nell'Antologia,  61,  gennaio  1826.  La  rivista  conteneva  le tre
    operette: "Dialogo di Timandro e di Eleandro";  Dialogo di  Cristoforo
    Colombo  e  di Pietro Gutierrez";  Dialogo di Torquato Tasso e del suo
    Genio familiare".
    2.  Le stesse  tre  operette  apparvero,  corrette  dai  molti  errori
    dell'Antologia,  su  un  "Errata" che mand il Leopardi,  nel Nuovo
    Ricoglitore di Milano: il primo dialogo nel numero del 15 marzo  (pp.
    217-25); gli altri due nel numero del 16 aprile 1826 (pp. 248-58).
    3.  Operette  morali  /  del  / Conte Giacomo Leopardi / Primo saggio.
    Milano / presso Ant.  Fort.  Stella  e  Figli  /  MDCCCXXVI.  Pp.  26,
    nell'ultima  della  quale si legge: Estratto dal Nuovo Ricoglitore N.
    XV e XVI.
    4.  OPERETTE MORALI / del conte / GIACOMO LEOPARDI / Milano  /  presso
    Ant. Fort. Stella e Figli / MDCCCXXVII Pp. IV-256 in-16.
    Il  volume  comprende  le  prime  venti "Operette": "Storia del genere
    umano";  "Dialogo d'Ercole e Atlante",  "Dialogo della  Moda  e  della
    Morte";  "Proposta  di  premi  fatta  dall'Accademia  dei Sillografi";
    "Dialogo di un Lettore di Umanit e  di  Sallustio";  "Dialogo  di  un
    Folletto  e  di  uno  Gnomo";  "Dialogo  di  Malambruno e Farfarello";
    "Dialogo della Natura e di un'Anima";  "Dialogo della  Terra  e  della
    Luna";  "La  scommessa  di  Prometeo";  "Dialogo  di un Fisico e di un
    Metafisico";  "Dialogo di Torquato Tasso e del suo  Genio  familiare";
    "Dialogo  della  Natura  e  di un Islandese";  "Il Parini o vero della
    Gloria",  "Dialogo di Federico Ruysch  e  delle  sue  Mummie";  "Detti
    memorabili di Filippo Ottonieri";  "Dialogo di Cristoforo Colombo e di
    Pietro  Gutierrez";   "Elogio  degli  uccelli";   "Cantico  del  gallo
    silvestre"; "Dialogo di Timandro e di Eleandro".
    Alle  pp.  III-IV  si  legge  la prefazione de "Gli Editori": il testo
    delle venti operette va da p. 1 a p.  246,  ove cominciano le note che
    vanno sino a p. 255: l'indice  a p. 256.
    L'edizione apparve sul finire del giugno del 1827.
    V. Copertina: PROSE / del conte / Giacomo Leopardi.
    Frontespizio:  "OPERETTE  MORALI  /  di  /  GIACOMO LEOPARDI / Seconda
    edizione / con molte aggiunte e correzioni / dell'autore.  / Firenze /
    presso Guglielmo Piatti / 1834. Pp. 292 in-16 piccolo.
    Contiene  le  venti operette dell'edizione milanese,  pi le due nuove
    "Dialogo d'un Venditore d'almanacchi e di un passeggere";  "Dialogo di
    Tristano  e  d'un  Amico".  A  p.  3    l'avvertenza de "L'editore ai
    lettori": da p. 5 a p.  280  il testo delle operette: da p.  281 a p.
    290 son le Note: a pp.  291-2 si legge l'indice. Il volume apparve sul
    finire di giugno del 1834.
    6.  OPERETTE MORALI /  di  /  GIACOMO  LEOPARDI  /  Terza  edizione  /
    corretta,  ed accresciuta / di operette non pi stampate / Volume I. /
    Napoli / presso Saverio Starita /  Strada  Quercia  n.  14,  e  Strada
    Toledo n. 50. / 1835.
    L'occhietto a p.  3 dice: Opere / di / Giacomo Leopardi / Vol. II. A
    p.  4 si  legge:  Aggiunta  alle  correzioni  del  vol.  I  con  tre
    correzioni  sfuggite all'"Errata dei Canti".  A p.  5  l'indice delle
    tredici  operette  incluse  nel  primo  volume,  che  sono  ristampate
    nell'ordine  che  ebbero  nelle  precedenti edizioni,  escluso per il
    "Dialogo di un  lettore  di  umanit  e  di  Sallustio",  cosicch  la
    tredicesima operetta viene ad essere "Il Parini". A p. 7  la Notizia
    / intorno a queste operette.
    L'edizione  non  ottenne il "publicetur".  Pure parecchie copie ebbero
    corso: specie quelle alle quali fu  tolto  il  primo  quartuccio,  che
    venne sostituito con una carta col seguente frontespizio: PROSE / di /
    GIACOMO LEOPARDI. / Edizione corretta, accresciuta, / e sola approvata
    dall'autore / ITALIA / 1835.
    Le  Operette  furono ristampate secondo l'intendimento dell'autore dal
    Ranieri  nell'edizione  delle  "Opere"  leopardiane  (Firenze,  F.  Le
    Monnier,  1845).  Ma  non mancarono sviste al lavoro pur tanto amoroso
    del Ranieri.
    Una nuova edizione preparava il Mestica valendosi  anche  delle  carte
    napoletane,  ma  fu  interrotta  dalla sua morte: di una parte del suo
    lavoro si valsero  gli  editori  per  la  stampa  del  1906  (Firenze,
    Successori Le Monnier).
    Segu l'edizione di Giovanni Gentile (Bologna,  Zanichelli, 1918), che
    si  valse  delle  edizioni  curate  dal  Leopardi   e   dell'autografo
    napoletano.
    Francesco  Moroncini  stabil finalmente il testo pi fedele nella sua
    edizione critica delle Operette (Bologna, Cappelli, 1929).
    Un esemplare del primo volume staritiano fu corretto di  propria  mano
    dal  Leopardi  e  serve  di base al testo delle prime tredici operette
    (s'intende che - come s' detto - qui la tredicesima  "Il Parini").
    Per le altre operette soccorre un esemplare dell'edizione  Piatti  che
    da  p.  172  a p.  206 e da p.  247 a p.  288,  e cio dalla parte che
    succede al "Parini" in  poi,  reca  correzioni  di  mano  del  Ranieri
    dettate dal Leopardi, che corresse un luogo solo di propria mano. Alla
    lacuna  che  va  da p.  206 a p.  247 ove dovevano essere collocati il
    "Copernico" e il "Porfirio" si ripara in  gran  parte  con  una  bozza
    corretta  del  "Copernico" che corrispondendo per giustezza di pagina,
    larghezza, altezza, caratteri con le pagine dell'edizione Starita,  si
    presume  appartenga  al III volume (II delle "Operette") delle "Opere"
    leopardiane la cui pubblicazione fu interrotta.  In tal  modo,  se  si
    eccettui  il  "Porfirio",  per  il  quale bisogna rifarsi all'edizione
    ranieriana  del  1845  (e   all'autografo   napoletano   per   qualche
    riscontro),  di  tutte  le  operette conosciamo esemplari corretti dal
    Leopardi  per  una  nuova  edizione  che  rappresenta  la  sua  ultima
    intenzione.
    A  questi  esemplari  si riport il Moroncini,  raggiungendo risultati
    della massima fedelt.
    Gli autografi delle "Operette", ad eccezione di quelli del "Dialogo di
    un venditore d'almanacchi e di  un  passeggere",  e  del  "Dialogo  di
    Tristano  e  di  un  amico" (dei quali non conoscevamo n autografi n
    apografi,  fin quando nel 1921 gli autografi  furono  additati  da  G.
    Jannone  come  esistenti  nella Biblioteca Labronica di Livorno tra la
    collezione Bastogi), sono tra le carte napoletane.
    "Storia del genere umano".  Cominciata ai 19  di  Gennaio  del  1824,
    finita ai 7 di Febbraio, a Recanati.
    Apparve la prima volta nell'edizione milanese del 1827.
    Nell'edizione  fiorentina  del  1834  quest'operetta recava in fine la
    seguente nota voluta dal Censore:
    Protesta l'autore che in questa favola,  e nelle altre  che  seguono,
    non  ha  fatta  alcuna  allusione alla storia mosaica,  n alla storia
    evangelica,   n  a   veruna   delle   tradizioni   e   dottrine   del
    Cristianesimo.
    "Dialogo  d'Ercole  e di Atlante".  Composto dal 10 al 13 febbraio del
    1824. Apparve la prima volta nell'edizione milanese del 1827.
    "Dialogo della Moda e della Morte". Composto dal 15 al 18 febbraio del
    1824. Apparve la prima volta nell'edizione milanese del 1827.
    "Proposta di premi fatta dall'Accademia dei Sillografi".  Composta dal
    22  al  25  febbraio  del  1824.  Apparve la prima volta nell'edizione
    milanese del 1827.
    "Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo". Composto dal 2 al 6 marzo del
    1824. Apparve la prima volta nell'edizione milanese del 1827.
    "Dialogo di Malambruno e di Farfarello".  Composto dal 1 al  3  aprile
    del 1824. Apparve la prima volta nell'edizione milanese del 1827.
    "Dialogo della Natura e di un'Anima".  Composto dal 9 al 14 aprile del
    1824. Apparve la prima volta nell'edizione milanese del 1827.
    "Dialogo della Terra e della Luna".  Composto dal 24 al 28 aprile  del
    1824. Apparve la prima volta nell'edizione milanese del 1827.
    "La  scommessa  di Prometeo".  Composta dal 30 aprile all'8 maggio del
    1824. Apparve la prima volta nell'edizione milanese del 1827.
    "Dialogo di un fisico e di un  metafisico".  Composto  dal  14  al  19
    maggio  del  1824.  Apparve  la prima volta nell'edizione milanese del
    1827.
    "Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare".  Composto dal 1
    al  10  giugno  del  1824.  Apparve  la  prima  volta (col "Dialogo di
    Timandro e di Eleandro" e il  "Dialogo  di  Cristoforo  Colombo  e  di
    Pietro  Gutierrez")  nell'Antologia di Firenze,  LXI.  gennaio 1826,
    come saggio  delle  "Operette";  quindi  nel  Nuovo  Ricoglitore  di
    Milano,   nei  numeri  di  marzo  e  aprile,  e  a  parte:  finalmente
    nell'edizione milanese del 1827 e nelle successive.
    "Dialogo della Natura e di un Islandese". Composto dal 21 al 30 maggio
    1824. Apparve la prima volta nell'edizione milanese del 1827.
    "Il Parini ovvero della gloria".  Composto dal 6 luglio al  13  agosto
    del 1824. Apparve la prima volta nell'edizione milanese del 1827.
    ["Dialogo  di Federico Ruysch e delle sue mummie".  Composto dal 16 al
    23 agosto del 1824.  Apparve la prima volta nell'edizione milanese del
    1827.
    "Detti memorabili di Filippo Ottonieri".  Composto dal 29 agosto al 26
    settembre 1824.  Apparve la prima  volta  nell'edizione  milanese  del
    1827.
    "Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez". Composto dal 19
    al  25  ottobre  del 1824.  Apparve la prima volta nell'Antologia di
    Firenze, LXI,  gennaio 1826,  col "Dialogo di Torquato Tasso e del suo
    Genio  familiare"  e  col  "Dialogo  di Timandro e di Eleandro",  come
    saggio delle "Operette";  quindi nel Nuovo Ricoglitore di Milano:  e
    finalmente nell'ed. milanese delle "Operette", nel 1827.
    "Elogio  degli  uccelli".  Composto dal 29 ottobre al 5 novembre 1824.
    Apparve la prima volta nell'edizione milanese del 1827.
    "Cantico del gallo silvestre".  Composto dal 10  al  16  novembre  del
    1824. Apparve la prima volta nell'edizione milanese del 1827.
    "Frammento  apocrifo  di Stratone da Lampsaco".  Composto nell'autunno
    del 1825 probabilmente a Bologna,  fu escluso  dall'edizione  milanese
    del  1827  e  da quella fiorentina del 1834;  ma il Leopardi intendeva
    comprenderlo  nell'edizione  Starita  (che  fu  interrotta)  e   nella
    disegnata  edizione  di  Parigi.  Apparve la prima volta nell'edizione
    ranieriana delle "Opere" (Firenze, Le Monnier. 1845).
    L'autografo  tra le carte napoletane (B. XX, 1).
    "Dialogo di Timandro e di Eleandro".  Composto dal 14 al 24 giugno del
    1824,  a Recanati. Apparve la prima volta nell'Antologia di Firenze,
    come saggio delle "Operette", col "Dialogo di Torquato Tasso e del suo
    Genio familiare" e col "Dialogo di  Cristoforo  Colombo  e  di  Pietro
    Gutierrez",  quindi  nel  Nuovo  Ricoglitore  di  Milano: finalmente
    nell'edizione milanese del 1827, della quale  l'ultimo componimento.
    "Il Copernico".  Composto nel  1827,  non  fu  inserito  nell'edizione
    fiorentina delle "Operette" (1834);  ma doveva far parte dell'edizione
    Starita e della disegnata edizione  parigina.  Apparve  per  la  prima
    volta  nell'edizione  ranieriana  delle "Opere" (Firenze,  Le Monnier,
    1845).
    L'autografo e tra le carte napoletane (B. XX, 2).
    "Dialogo di Plotino e di Porfirio".  Composto probabilmente a  Firenze
    nel  1827,  non  entr  tuttavia  nell'edizione  fiorentina  del 1834.
    Apparve  la  prima  volta  nell'edizione  ranieriana   delle   "Opere"
    (Firenze, Le Monnier, 1845).
    L'autografo  tra le carte napoletane (B. XX, 2).
    "Dialogo  di  un venditore d'almanacchi e di un passeggere".  Composto
    nel 1832,  a Roma o a Firenze.  Fu inserito  nell'edizione  fiorentina
    delle "Operette" (1834).
    "Dialogo di Tristano e di un amico".  Composto nel 1832, non prima del
    maggio,  a Firenze.  Apparve nell'edizione fiorentina delle "Operette"
    (1834).

