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Latini



Il Tesoretto

Il poemetto, composto di settenari a rima baciata, dalla struttura visionario allegorica, narra di Brunetto che dal rientro dalla Spagna incontra uno studente bolognese che lo informa della sconfitta dei guelfi a Montaperti. Per il dolore Brunetto si smarrisce in una selva diversa (strana), dove incontra la natura personificata che lo consola e lo istruisce sulla creazione e sui principi di filosofia naturale; lo accompagna nel regno delle Virt, che lo informano sul comportamento cortese, e nel regno di Amore, dalle cui insidie Ovidio lo mette in guardia. Dopo una fase di pentimento, Brunetto sale in Olimpo; il trattato si interrompe dopo l'incontro con Tolomeo, che si accinge a esporre i principi dell'astronomia.



1.

Al valente segnore,
di cui non so migliore
sulla terra trovare:
ch non avete pare
n 'n pace n in guerra;
s ch'a voi tutta terra
che 'l sole gira il giorno
e 'l mar batte d'intorno
san'faglia si convene,
ponendo mente al bene
che fate per usaggio,
ed a l'alto legnaggio
donde voi sete nato;
e poi da l'altro lato
potn tanto vedere
in voi senno e savere
a ogne condizione,
un altro Salamone
pare in voi rivenuto;
e bene avn veduto
in duro convenente,
ove ogn'altro semente,
che voi pur migliorate
e tuttora afinate;
il vostro cuor valente
poggia s altamente
in ogne benananza
che tutta la sembianza
d'Alesandro tenete,
ch per neente avete
terra, oro ed argento;
s alto intendimento
avete d'ogne canto,
che voi corona e manto
portate di franchezza
e di fina prodezza,
s ch'Achils lo prode,
ch'aquist tante lode,
e 'l buono Ettr troiano,
Lancelotto e Tristano
non valse me'di voe,
quando bisogno fue;
e poi, quando venite
che voi parole dite
o 'n consiglio o 'n aringa,
par ch'aggiate la lingua
del buon Tulio romano
che fu in dir sovrano:
s buon cominciamento
e mezzo e finimento
sapete ognora fare,
e parole acordare
secondo la matera,
ciascuna in sua manera;
apresso tutta fiata
avete acompagnata
l'adorna costumanza,
che 'n voi fa per usanza
s ricco portamento
e s bel reggimento
ch'avanzate a ragione
e Senica e Catone;
e posso dire insomma
che 'n voi, segnor, s'asomma
e compie ogne bontate,
e 'n voi solo asembiate
son s compiutamente
che non falla neente,
se non com'auro fino:
io Burnetto Latino,
che vostro in ogne guisa
mi son sanza divisa,
a voi mi racomando.
Poi vi presento e mando
questo ricco Tesoro,
che vale argento ed oro:
s ch'io non ho trovato
omo di carne nato
che sia degno d'avere,
n quasi di vedere,
lo scritto ch'io vi mostro
illettere d'inchiostro.
Ad ogn'altro lo nego,
ed a voi faccio priego
che lo tegnate caro,
e che ne siate avaro:
ch'i'ho visto sovente
viltenere a la gente
molto valente cose;
e pietre preziose
son gi cadute illoco
che son grandite poco.
Ben conosco che 'l bene
assai val men, chi 'l tene
del tutto in s celato,
che quel ch' palesato,
s come la candela
luce men, chi la cela.
Ma i'ho gi trovato
in prosa ed in rimato
cose di grande assetto,
e poi per gran sagretto
l'ho date a caro amico:
poi, con dolor lo dico,
lu'vidi in man d'i fanti,
e rasemprati tanti
che si ruppe la bolla
e rimase per nulla.
S'aven cos di questo,
si dico che sia pesto,
e di carta in quaderno
sia gittato in inferno.


Il Tesoretto, 2.

Lo Tesoro comenza.
Al tempo che Fiorenza
froria, e fece frutto,
s ch'ell'era del tutto
la donna di Toscana
(ancora che lontana
ne fosse l'una parte,
rimossa in altra parte,
quella d'i ghibellini,
per guerra d'i vicini),
esso Comune saggio
mi fece suo messaggio
all'alto re di Spagna,
ch'or  re de la Magna
e la corona atende,
se Dio nollil contende:
ch gi sotto la luna
non si truova persona
che, per gentil legnaggio
n per altro barnaggio,
tanto degno ne fosse
com'esto re Nanfosse.
E io presi campagna
e andai in Ispagna
e feci l'ambasciata
che mi fue ordinata;
e poi sanza soggiorno
ripresi mio ritorno,
tanto che nel paese
di terra navarrese,
venendo per la calle
del pian di Runcisvalle,
incontrai uno scolaio
su 'n un muletto vaio,
che venia da Bologna,
e sanza dir menzogna
molt'era savio e prode:
ma lascio star le lode,
che sarebbono assai.
Io lo pur dimandai
novelle di Toscana
in dolce lingua e piana;
ed e'cortesemente
mi disee immantenente
che guelfi di Firenza
per mala provedenza
e per forza di guerra
eran fuor de la terra,
e 'l dannaggio era forte
di pregioni e di morte.
Ed io, ponendo cura,
tornai a la natura
ch'audivi dir che tene
ogn'om ch'al mondo vene:
nasce prim[er]amente
al padre e a'parenti,
e poi al suo Comuno;
ond'io non so nessuno
ch'io volesse vedere
la mia cittade avere
del tutto a la sua guisa,
n che fosse in divisa;
ma tutti per comune
tirassero una fune
di pace e di benfare,
ch gi non pu scampare
terra rotta di parte.
Certo lo cor mi parte
di cotanto dolore,
pensando il grande onore
e la ricca potenza
che suole aver Fiorenza
quasi nel mondo tutto;
e io, in tal corrotto
pensando a capo chino,
perdei il gran cammino,
e tenni a la traversa
d'una selva diversa.



Il Tesoretto, 3.

Ma tornando a la mente,
mi volsi e posi mente
intorno a la montagna;
e vidi turba magna
di diversi animali,
che non so ben dir quali:
ma omini e moglieri,
bestie, serpent'e fiere,
e pesci a grandi schiere,
e di molte maniere
ucelli voladori,
ed erbi e frutti e fiori,
e pietre e margarite
che son molto gradite,
e altre cose tante
che null'omo parlante
le porria nominare
n 'n parte divisare.
Ma tanto ne so dire:
ch'io le vidi ubidire,
finire e cominciare,
morire e 'ngenerare
e prender lor natura,
s come una figura
ch'i vidi, comandava.
Ed ella mi sembrava
come fosse incarnata:
talora isfigurata;
talor toccava il cielo,
s che parea su'velo,
e talor lo mutava,
e talor lo turbava
(al suo comandamento
mova il fermamento);
e talor si spandea,
s che 'l mondo parea
tutto nelle sue braccia;
or le ride la faccia,
un'ora cruccia e duole,
poi torna come sle.
E io, ponendo mente
a l'alto convenente
e a la gran potenza
ch'avea, e la licenza,
usco derreo pensiero
ch'io ava primero,
e fe'proponimento
di fare un ardimento
per gire in sua presenza
con degna reverenza,
in guisa ch'io vedere
la potessi, e savere
certanza di suo stato.
E poi ch'i'l'ei pensato,
n'andai davanti lei
e drizzai gli occhi miei
a mirar suo corsaggio.
E tanto vi diraggio,
che troppo era gran festa
li capel de la testa,
si ch'io credea che 'l crino
fosse d'un oro fino
partito sanza trezze;
e l'altre gran bellezze
ch'al volto son congiunte
sotto la bianca fronte,
li belli occhi e le ciglia
e le labbra vermiglia
e lo naso afilato
e lo dente argentato,
la gola biancicante
e l'altre bilt tante
composte ed asettate
e 'n su'loco ordinate,
lascio che nolle dica,
n certo per fatica
n per altra paura:
ma lingua n scrittura
non seria soficente
a dir compiutamente
le bellezze ch'avea,
n quant'ella potea
in aria e in terra e in mare
e 'n fare e in disfare
e 'n generar di nuovo,
o di congetto o d'ovo
o d'altra incomincianza,
ciascuna in sua sembianza.
E vidi in sua fattura
ched ogne creatura
ch'avea cominciamento,
veni'a finimento.


Il Tesoretto, 4

Ma puoi ch'ella mi vide,
la sua cera che ride
inver'di me si volse,
e puoi a s m'acolse
molto covertamente,
e disse immantenente:
"Io sono la Natura,
e sono una fattura
de lo sovran Fattore.
Elli  mio creatore:
io son da Lui creata
e fui incominciata;
ma la Sua gran possanza
fue sanza comincianza.
E'non fina n more;
ma tutto mio labore,
quanto che io l'alumi,
convien che si consumi.
Esso  onipotente;
ma io non pos'neente
se non quanto concede.
Esso tanto provede
e  in ogne lato
e sa ci ch' passato
e 'l futuro e 'l presente;
ma io non son saccente
se non di quel che vuole:
mostrami, come suole,
quello che vuol ch'i'faccia
e che vol ch'io disfaccia,
ond'io son Sua ovrera
di ci ch'Esso m'impera.
Cos in terra e in aria
m'ha fatta sua vicaria:
Esso dispose il mondo,
e io poscia secondo
lo Suo comandamento
lo guido a Suo talento.


Il Tesoretto, 5

A te dico, che m'odi,
che quattro solli modi
che Colui che governa
lo secolo in eterna,
mise ['n] operamento
a lo componimento
di tutte quante cose
son, palese e nascose.
L'una, ch'eternalmente
fue in divina mente
immagine e figura
di tutta Sua fattura;
e fue questa sembianza
lo mondo in somiglianza.
Di poi, al Suo parvente
s cre di neente
una grossa matera,
che non avea manera
n figura n forma,
ma s fu di tal norma,
che ne potea ritrare
ci che volea formare.
Poi, lo Suo intendimento
mettendo a compimento,
s lo produsse in fatto;
ma non fece s ratto,
n non ci fu s pronto,
ch'Elli in un solo punto
lo volessi compire,
com'Elli avea il podere:
ma sei giorni durao,
il settimo posao.
Apresso il quarto modo
 questo ond'io godo,
ch'ad ogne cratura
dispuose per misura
secondo il convenente
suo corso e sua semente;
e a questa quarta parte
ha loco la mi'arte,
s che cosa che sia
non ha nulla bala
di far n pi n meno
se non a questo freno.
Ben dico veramente
che Dio onnipotente,
Quello ch' capo e fine,
per gran forze divine
p in ogne figura
alterar la natura
e far Suo movimento
di tutto ordinamento:
s come di savere,
quando degn venire
la Maest sovrana
a prender carne umana
nella Virgo Maria,
che contra l'arte mia
fu 'l suo ingeneramento
e lo Suo nascimento,
ch davanti e da puoi,
s come savn noi,
fue netta e casta tutta,
vergine non corrotta.
Poi volse Idio morire
per voi gente guerire
e per vostro soccorso;
allor tutto mio corso
mut per tutto 'l mondo
dal cielo infil profondo,
ch 'l sole iscurao,
la terra termentao:
tutto questo avenia
ch 'l mio Segnor patia.
E perci che 'l me'dire
io lo voglio ischiarire,
s ch'io non dica motto
che tu non sappie 'n tutto
la verace ragione
e la condizione,
far mio detto piano,
che pur un solo grano
non sia che tu non sacci:
ma vo'che tanto facci,
che lo mio dire aprendi,
s che tutto lo 'ntendi;
e s'io parlassi iscuro,
ben ti faccio sicuro
di dicerlo in aperto,
s che ne sie ben certo.
Ma perci che la rima
si stringe a una lima
di concordar parole
come la rima vuole,
s che molte fiate
le parole rimate
ascondon la sentenza
e mutan la 'ntendenza,
quando vorr trattare
di cose che rimare
tenesse oscuritate,
con bella brevetate
ti parler per prosa,
e disporr la cosa
parlandoti in volgare,
che tu intende ed apare.


Il Tesoretto, 6

Omai a ci ritorno,
che Dio fece lo giorno
e la luce gioconda
e cielo e terra ed onda,
e l'aire crao
e li angeli fermao,
ciascun partitamente:
e tutto di neente.
Poi la seconda dia
per la Sua gran bala
stabilo 'l fermamento
e 'l suo ordinamento.
Il terzo, ci mi pare,
ispecific 'l mare
e la terra divise
e 'n ella fece e mise
ogne cosa barbata
che 'n terra e radicata.
Al quarto d presente
fece compiutamente
tutte le luminare,
stelle diverse e vare.
Nella quinta giornata
s fu da Lui crata
ciascuna cratura
che nota in acqua pura.
Lo sesto d fu tale,
che fece ogn'animale,
e fece Adamo ed Eva,
che puoi ruppe la treva
del Suo comandamento.
Per quel trapassamento
mantenente fu miso
fra di Paradiso,
dov'era ogne diletto,
sanza neuno espetto
di fredo o di calore,
d'ira n di dolore;
e per quello peccato
lo loco fue vietato
mai sempre a tutta gente.
Cos fu l'uom perdente:
d'esto peccato tale
divenne l'om mortale,
e ha lo male e 'l danno
e l'agravoso afanno
qui e nell'altro mondo.
Di questo greve pondo
son gli uomini gravati
e venuti em peccati,
perch 'l serpente antico,
che  nostro nemico,
sodusse a rea maniera
quella primaia mogliera.
Ma per lo mio sermone
intendi la ragione
perch fu ella fatta
e de la costa tratta:
prima, che l'uomo atasse;
poi, che multipricasse,
e ciascun si guardasse
con altra non fallasse.
Omai il coninciamento
e 'l primo nascimento
di tutte crature
t'ho detto, se me cure.
Ma sacce che 'n due guise
lo Fattor lo devise:
ch l'une veramente
son fatte di neente,
ci son l'anim'e 'l mondo,
e li angeli secondo;
ma tutte l'altre cose,
quantunque dicere ose,
son d'alcuna matera
fatte per lor manera".



Il Tesoretto, 7

E poi che l'ebbe detto,
davanti al suo cospetto
mi parve ch'io vedesse
che gente s'acogliesse
di tutte le nature
(s come le figure
son tutte divisate
e diversificate),
per domandar da essa
ch'a ciascun sia permessa
sua bisogna compire;
ed essa, ch'al ver dire
ad ognuna rendea
ci ched ella sapea
che 'l suo stato richiede,
cos in tutto provede.
E io, sol per mirare
lo suo nobile affare,
quasi tutto smarro;
ma tant'era 'l disio,
ch'io avea, di sapere
tutte le cose vere
di ci ch'ella dicea,
ch'ognora mi parea
maggior che tutto 'l giorno:
s ch'io non volsi torno,
anzi m'inginocchiai
e merz le chiamai
per Dio, che le piacesse
ched ella m'acompiesse
tutta la grande storia
ond'ella fa memoria.
Ella disse esavia:
"Amico, io ben vorria
che ci che vuoli intendere
tu lo potessi imprendere,
e s sotile ingegno
e tanto buon ritegno
avessi, che certanza
d'ognuna sottiglianza
ch'io volessi ritrare,
tu potessi aparare
e ritenere a mente
a tutto 'l tuo vivente.
E comincio da prima
al sommo ed a la cima
de le cose crate,
di ragione informate
d'angelica sustanza,
che Dio a Sua sembianza
cr a la primera.
Di s ricca manera
li fece in tutte guise
che 'n esse furo assise
tutte le buone cose
valenti e preziose
e tutte le vertute
ed eternal salute;
e diede lor bellezza
di membra e di clarezza,
s ch'ogne cosa avanza
biltate e beninanza;
e fece lor vantaggio
tal chent'io diraggio:
che non possen morire
n unquema'finire.
E quando Lucifero
si vide cos clero
e in s grande stato
grandito ed innorato,
di ci s'insuperbio,
e 'ncontro al vero Dio,
Quello che l'avea fatto,
pensao d'un maltratto,
credendo Elli esser pare.
Cos volse locare
sua sedia in aquilone,
ma la sua pensagione
li venne s falluta
che fu tutt'abattuta
sua folle sorcudanza,
in s gran malenanza
che, s'io voglio 'l ver dire,
chi lo volse seguire
o tenersi con esso
de regno for fu messo,
e piovvero in inferno
e 'n fuoco sempiterno.
Apresso imprimamente
in guisa di serpente
ingann collo ramo
Eva, e poi Adamo;
e chi chi neghi o dica,
tutta la gran fatica,
la doglia e 'l marrimento,
lo danno e 'l pensamento
e l'angoscia e le pene
che la gente sostene,
lo giorno e 'l mese e l'anno,
venne da quello inganno;
elado ingenerare
e lo grave portare
e 'l parto doloroso
e 'l nudrir faticoso
che voi ci sofferite,
tutto per ci l'avete;
lavorero di terra,
astio, invidia e guerra,
omicidio a peccato
di ci fue coninciato:
ch 'nanti questo tutto
facea la terra frutto
sanza nulla semente
o briga d'on vivente.
Ma questa sottiltate
tocc'a Divinitate,
ed io non m'intrametto
di punto cos stretto,
e non aggio talento
di s gran fondamento
trattar con omo nato.
Ma quello che m' dato,
io lo faccio sovente:
che se tu poni mente,
ben vedi li animali
ch'io nolli faccio iguali
n d'una concordanza
in vista n in sembianza;
erbe e fiori e frutti,
cos gli albori tutti:
vedi che son divisi
le natur'e li visi.
Acci che t'ho contato
che l'omo fu plasmato
posci'ogne cratura,
se ci ponessi cura,
vedrai palesemente
che Dio onnipotente
volse tutto labore
finir nello migliore:
ca chi ben inconinza
audivi per sentenza
ched ha bon mezzo fatto;
ma guardi, puoi dal tratto,
ca di reo compimento
aven dibassamento
di tutto 'l convenente;
ma chi orratamente
fina suo coninciato,
da la gente  laudato,
s come dice un motto:
"La fine loda tutto".
E tutto ci ch'on face,
pensa o parla o tace,
a tutte guise intende
a la fine ch'atende:
dunqu' pi grazosa
la fine d'ogne cosa
che tutto l'altro fatto.
Per ad ogne patto
d omo accivire
ci che porria seguire
di quella che conenza,
ch'aia bella partenza.
E l'om, se Dio mi vaglia,
crato fu san'faglia
la pi nobile cosa
e degna e preziosa
di tutte crature:
cos Que'ch' 'n alture
li diede segnoria
d'ogne cosa che sia
in terra figurata;
ver' ch' 'nviziata
de lo primo peccato
dond' 'l mondo turbato.
Vedi ch'ogn'animale
per forza naturale
la testa e 'l viso bassa
verso la terra bassa,
per far significanza
de la grande bassanza
di lor condizione,
che son sanza ragione
e seguon lor volere
sanza misura avere:
ma l'omo ha d'alta guisa
sua natura divisa
per vantaggio d'onore,
che 'n alto a tutte l'ore
mira per dimostrare
lo suo nobile affare,
ched ha per conoscenza
e ragione e scienza.
Dell'anima dell'uomo
io ti diraggio como
 tanto degna e cara
e nobile e preclara
che pote a compimento
aver conoscimento
di ci ch' ordinato
(sol senno fue servato
in divina potenza):
per sanza fallenza
fue l'anima locata
e messa e consolata
ne lo pi degno loco,
ancor che sia poco,
ched  chiamato core.
Ma 'l capo n' segnore,
ch' molto degno membro;
e s'io ben mi rimembro,
esso  lume e corona
di tutta la persona.
Ben  vero che 'l nome
 divisato, come
la forza e la scienza:
ch l'anima in parvenza
si divide e si parte
e ovra in prusor parte.
Che se tu poni cura
quando la criatura
vede vivificata,
 anima chiamata;
ma la voglia e l'ardire
usa la gente dire:
"Quest' l'animo mio,
questo voglio e disio";
e l'om savio e saccente
dicon c'ha buona mente;
e chi sa giudicare
e per certo triare
lo falso dal diritto,
ragione  nome detto;
e chi saputamente
un grave punto sente
in fatt'o in dett'o in cenno,
quelli  chiamato senno;
e quando l'omo spira,
l'alena manda e tira,
 spirito chiarnato.
Cos t'aggio contato
che 'n queste sei partute
si parte la vertute
ch'all'anima fu data,
e cos consolata.
Nel capo son tre elle,
e io dir di quelle.
Davanti  lo ricetto
di tutto lo 'ntelletto
e la forza d'aprendere
quello che puoi intendere;
in mezzo  la ragione
e la discrezione,
che cerne ben da male,
e lo torto e l'iguale;
di dietro sta con gloria
la valente memoria,
che ricorda e ritene
quello che 'n esso avene.
Cos, se tu ti pensi,
son fatti cinque sensi,
d'i quai ti voglio dire:
lo vedere e l'udire,
l'odorare e 'l gostare,
e dapoi lo toccare;
questi hanno per ofizio
che lo bene e lo vizio,
li fatti e le favelle
ritornano a le zelle
ch'i'v'aggio nominate,
e loco son pesate.


Il Tesoretto, 8

Ancor son quattro omori
di diversi colori,
che per la lor cagione
fanno la compressione
d'ogne cosa formare
e sovente mutare,
s come l'una avanza
le altre in sua possanza:
ch l'una  'n segnoria
de la malinconia,
la quale  freda e secca,
certo di lada tecca;
un'altr' in podere
di sangue, al mio parere,
ch' caldo ed omoroso
e fresco e gioioso;
frema in alto monta,
ch'umido e fredo pont',
e par che sia pesante
quell'omo, e pi pensante;
poi la collera vene,
che caldo e secco tene,
e fa l'omo leggiero,
presto e talor fero.
E queste quattro cose,
cos contrariose
e tanto disiguali,
in tutti l'animali
mi convene acordare
ed ilor temperare,
e rinfrenar ciascuno,
si ch'io li torni a uno,
si ch'ogne corpo nato
ne sia compressionato;
e sacce ch'altremente
non si faria neente.

Il Tesoretto, 9

Altres tutto 'l mondo
dal ciel fin lo profondo
 di quattro aulimenti
fatto ordinatamenti:
d'aria, d'acqua e di foco
e di terra in suo loco;
ch, per fermarlo bene,
sottilmente convene
lo fredo per calore
e 'l secco per l'omore
e tutti per ciascuno
s rinfrenar a uno
che la lor discordanza
ritorni in iguaglianza:
ch ciascuno  contrario
a l'altro ch' disvario.
Ogn'omo ha sua natura
e diversa fattura,
e son talor dispri:
ma io li faccio pari,
e tutta lor discordia
ritorno in tal concordia,
che io per loritegno
lo mondo e lo sostegno,
salva la volontade
de la Divinitade.



Il Tesoretto, 10

Ben dico veramente
che Dio onnipotente
fece sette pianete,
ciascuna in sua parete,
e dodici segnali
(io ti dir ben quali);
e fue il Suo volere
di donar lor podere
in tutte crature
secondo lor nature.
Ma sanza fallimento
sotto meo reggimento
 tutta la loro arte,
sicch nesun si parte
dal corso che li ho dato,
a ciascun misurato.
E dicendo lo vero,
cotal  lor mistiero,
che metton forza e cura
in dar fredo e calura
e piova e neve e vento,
sereno e turbamento.
E s'altra provedenza
fue messa illor parvenza,
no 'nde far menzione,
ch picciola cagione
ti porria far errare:
ch tu di pur pensare
che le cose future,
e l'aperte e le scure,
la somma Maestate
ritenne in potestate.
Ma se di storlomia
vorrai saper la via,
de la luna e del sole
come saper si vuole,
e di tutte pianete,
qua 'nanzi l'udirete,
andando in quelle parte
dove son le sette arte.
Ben so che lungiamente
intorno al convenente
aggioti ragionato,
sl ch'io t'aggio contato
una lunga matera
certo in breve manera.
E se m'hai bene inteso,
nel mio dire ho compreso
tutto 'l coninciamento
e 'l primo nascimento
d'ogne cosa mondana
e de la gente umana;
e hotti detto un poco,
come s'avene loco,
de la Divinitate;
e holle intralasciate,
s come quella cosa
ched  s preziosa
e s alta e s degna
che non par che s'avegna
che mette intendimento
in s gran fondamento:
ma tu sempicemente
credi veracemente
ci che la Chiesa Santa
ne predica e ne canta.
Apresso t'ho contato
del ciel com' stellato,
ma quando fie stagione
udirai la cagione
del ciel com' ritondo
e del sido del mondo.
Ma non sar perima,
com'e scritto di prima
ma per piano volgare
ti fie detto l'affare
e mostrato in aperto,
che ne sarai ben certo.
Ond'io ti priego ormai,
per la fede che m'hai,
che ti piaccia partire:
ch mi conviene gire
per lo mondo d'intorno,
e di notte e di giorno
avere studio e cura
in ogne cratura
ch' sotto mio mestero;
e faccio a Dio preghiero
che ti conduca e guidi
en tutte parti, e fidi".



Il Tesoretto, 11

Apresso esta parola
volt 'l viso e la gola,
e fecemi sembianza
che sanza dimoranza
volesse visitare
e li fiumi e lo mare.
E, sanza dir fallenza,
ben ha grande potenza,
ch, s'io vo'dir lo vero,
lo suo alto mistero
 una maraviglia:
ch 'n un'ora compiglia
e cielo e terra e mare
compiendo suo affare,
ch 'n cos poco stando
al suo breve comando
io vidi apertamente,
come fosse presente,
i fiumi principali,
che son quattro, li quali,
secondo il mio aviso,
movon di Paradiso,
ci son Tigre e Fisn,
Eofrade e Gin.
L'un se ne passa a destra
e l'altro ver'sinestra,
lo terzo corre in zae
e 'l quarto va di lae:
s ch'Eufrade passa
ver'Babillona cassa
iMesopotana,
e mena tuttavia
le pietre preziose
e gemme dignitose
di troppo gran valore
per forza e per colore.
Gin va in Etiopia,
e per la grande copia
d'acqua che 'n esso abonda,
bagna de la sua onda
tutta terra d'Egitto
e l'amolla a diritto
una fiata l'anno
e ristora lo danno
che lo 'Gitto sostene,
che mai pioggia non viene:
cos serva su'filo
ed  chiamato Nilo;
d'un su'ramo si dice
ched ha nome Calice.
Tigre tien altra via,
ch corre per Soria
s smisuratamente
che non  om vivente
che dica che vedesse
cosa che s corresse.
Fisn va pi lontano,
ed  da noi s strano
che, quando ne ragiono,
io non trovo nessuno
che l'abbia navicato,
n 'n quelle parti andato.
E in poca dimora
provide per misura
le parti del Levante,
l dove sono tante
gemme di gran vertute
e di molte salute;
e sono in quello giro
balsime ed ambra e tiro
e lo pepe e lo legno
alo, ch' s degno,
e spigo e cardamomo,
gengiov'e cennamomo
e altre molte spezie,
che ciascuna in sua spezie
 migliore e pi fina
e sana in medicina.
Apresso in questo poco
mise in asetto loco
le tigre e li grifoni
e leofanti e leoni,
cammelli e drugomene
e badalischi e gene
e pantere e castoro,
le formiche dell'oro
e tanti altri animali
ch'io non posso dir quali,
che son s divisati
e s dissomigliati
di corpo e di fazzone,
di s fera ragone
e di s strana taglia
ch'io non credo, san'faglia,
ch'alcuno omo vivente
potesse veramente
per lingua o per scritture
recittar le figure
de le bestie ed uccelli,
tanto son, laidi e belli.
Poi vidi immantenente
la regina piagente
che stenda la mano
verso 'l mare Uciano,
quel che cinge la terra
e che la cerchia e serra,
e ha una natura
ch' a veder ben dura,
ch'un'ora cresce molto
e fa grande timolto,
poi torna in dibassanza;
cos fa per usanza:
or prende terra, or lassa,
or monta, or dibassa;
e la gente per motto
dicon c'ha nome fiotto.
E io, ponendo mente
l oltre nel ponente
apresso questo mare,
vidi diritto stare
gran colonne, le quale
vi pose per segnale
Ercols lo potente,
per mostrare a la gente
che loco sia finata
la terra e terminata:
ch'egli per forte guerra
avea vinta la terra
per tutto l'uccidente,
e non trova pi gente.
Ma doppo la Sua morte
s son gente raccorte
e sono oltre passati,
s che sono abitati
di l, in bel paese
e ricco per le spese.
Di questo mar ch'i'dico
vidi per uso antico
nella perfonda Spagna
partire una rigagna
di questo nostro mare,
che cerehia, ci mi pare,
quasi lo mondo tutto,
s che per suo condotto
ben p chi sa dell'arte
navicar tutte parte,
e gire in quella guisa
di Spagna infin a Pisa
e 'n Grecia ed in Toscana
e 'n terra ciciliana
e nel Levante dritto
e in terra d'Igitto.
Ver' che 'n oriente
lo mar volta presente
ver'lo settantrione
per una regione
dove lo mar non piglia
terra che sette miglia;
poi torna in ampiezza,
e poi in tale stremezza
ch'io non credo che passi
che cinquecento passi.
Da questo mar si parte
lo mar che non comparte,
l 'v'e la regione
di Vinegia e d'Ancone:
cos ogn'altro mare
che per la terra pare
di traverso e d'intorno,
si move e fa ritorno
in questo mar pisano
ov' 'l mare Occiano.
E io che mi sforzava
di ci che io mirava
saver lo certo stato,
tanto andai d'ogne lato
ch'io vidi apertamente,
davanti al mio vidente,
di ciascuno animale
e lo bene e lo male
e la lor condizione
e la 'ngenerazione
e lo lor nascimento
e lo cominciamento
e tutta loro usanza,
la vista e la sembianza.
Ond'io aggio talento
nello mio parlamento
ritrare ci ch'io vidi.
Non dico ch'io m'afidi
di contarlo perima
dal pi fin a la cima,
ma 'n bel volgare e puro,
tal che non sia oscuro,
vi dicer per prosa
quasi tutta la cosa
qua 'nanti da la fine,
perch paia pi fine.



Il Tesoretto, 12

Da poi ch'a la Natura
parve che fosse l'ora
del mio dipartimento,
con gaio parlamento
sl cominci a dire
parole da partire
con grazia e con amore;
e faccendomi onore
disse: "Fi'di Latino,
guarda che 'l gran cammino
non torni esta semmana,
ma questa selva piana,
che tu vedi a sinestra,
cavalcherai a destra.
Non ti paia travaglia,
ch tu vedrai san'faglia
tutte le gran sentenze
e le dure credenze;
e poi da l'altra via
vedrai Fisolofia
e tutte sue sorelle;
e poi udrai novelle
de le quattro Vertute;
e se quindi ti mute,
troverai la Ventura;
a cui se poni cura,
ch non ha certa via,
vedrai Baratteria,
che 'n sua corte si tene
di diare e male e bene;
e se non hai timore,
vedrai iDio d'Amore,
e vedrai molte gente
che 'l servono umilmente,
e vedrai le saette
che fuor de l'arco mette.
Ma perch tu non cassi
in questi duri passi,
te', porta questa segna
che nel mio nome regna.
E se tu fossi giunto
d'alcun gravoso punto,
tosto lo mostra fuore:
non fia s duro core
che per la mia temenza
non t'aggia in reverenza".
E io gechitamente
ricevetti 'l presente,
la 'nsegna che mi diede;
poi le basciai il piede
e merc le gridai,
ch'ella m'avesse ormai
per suo racomandato.
E quando io fui girato,
gi pi nolla rividi.
Or conven ch'io mi guidi
ver'l dove mi disse
'nanti che si partisse.



Il Tesoretto, 13

Or va mastro Burnetto
per un sentiero stretto,
cercando di vedere
e toccar e sapere
ci che l' destinato;
e non fu'guari andato
ch'i'fu'nella deserta,
dov'io non trovai certa
n strada n sentero.
Deh, che paese fero
trovai in quella parte!
Ch, s'io sapesse d'arte,
quivi mi bisognava,
ch, quanto io pi mirava,
pi mi parea salvaggio:
quivi non ha viaggio,
quivi non ha magione,
quivi non ha persone,
non bestia, non uccello,
non fiume, non ruscello,
n formica n mosca
n cosa ch'io cognosca.
Ed io, pensando forte,
dottai ben de la morte:
e non  maraviglia,
ch ben trecento miglia
durava d'ogne lato
quel paese ismaggiato.
Ma s m'asicurai
quando mi ricordai
del sicuro segnale
che contra tutto male
mi d sicuramento;
e io presi andamento
quasi per aventura
per una valle scura,
tanto ch'al terzo giorno
io mi trovai d'intorno
un grande pian giocondo,
lo pi gaio del mondo
e lo pi dilettoso.
Ma ricontar non oso
ci ch'i'trovai e vidi:
se Dio mi porti e guidi,
io non sarei creduto
di ci ch'i'ho veduto;
ch'i'vidi imperadori
e re e gran segnori,
e mastri di scienze
che dittavan sentenze,
e vidi tante cose
che gi in rime n in prose
nolle porria contare;
ma sopra tutti stare
vidi una imperadrice
di cui la gente dice
che ha nome Vertute,
ed  capo e salute
di tutta costumanza
e de la buona usanza
e d'i be'reggimenti
a che vivon le genti;
e vidi agli occhi miei
esser nate di lei
quattro regine figlie;
e strane maraviglie
vidi di ciascheduna,
ch'or mi parea pur una,
or mi parean divise
e 'n quattro parti mise,
s ch'ognuna per sne
tenean sue propie mene,
ed avean su'legnaggio,
su'corso e su'viaggio,
e 'n sua propria magione
tenean corte e ragione;
ma non gi di paraggio,
ch l'un' troppo maggio,
e poi di grado a grado
catuna va pi rado.



Il Tesoretto, 14

di pi certo sapere
la natura del fatto,
mi mossi sanza patto
di domandar fidanza,
e trassimi a l'avanza
de la corte maggiore,
che v' scritto 'l tenore
d'una cotal sentenza:
"Qui demora Prodenza,
cui la gente in volgare
suole Senno chiamare".
E vidi ne la corte,
l dentro fra le porte,
quattro donne reali
che corte principali
tenean ragion ed uso.
Poi mi tornai l giuso
a un altro palazzo,
e vidi in bello stazzo
scritto per sottiglianza:
"Qui sta la Temperanza,
cui la gente talora
suol chiamare Misura".
E vidi l d'intorno
dimorare a soggiorno
cinque gran principesse,
e vidi ch'elle stesse
tenean gran parlamento
di ricco insegnamento.
Poi nell'altra magione
vidi in un gran pedrone
scritto per sottigliezza:
"Qui dimora Fortezza,
cui talor per usaggio
Valenza di coraggio
la chiama alcuna gente".
Poi vidi immantenente
quattro ricche contesse,
e gente rade e spesse
che stavano a udire
ci ch'elle volean dire.
E partendomi un poco,
io vidi in altro loco
la donna incoronata
per una caminata,
che menava gran festa
e talor gran tempesta;
e vidi che lo scritto,
ch'era di sopra fitto
in lettera dorata,
dicea: "Io son chiamata
Giustizia in ogne parte".
E vidi il'altra parte
quattro maestre grandi,
e a li lor comandi
si stavano ubidenti
quasi tutte le genti.
Cos, s'i'non misconto,
eran venti per conto
queste donne reali
che de le principali
son nate per lignaggio,
s come detto v'aggio.
E s'io contar volesse
ci ch'io ben vidi d'esse
insieme ed in divisa,
non credo inulla guisa
che iscrittura capesse
n che lingua potesse
divisar lor grandore,
n 'l bene n 'l valore.
Per pi non ne dico;
ma s pensai con meco
che quattro n'ha tra loro
cu'i'credo ed adoro
assai pi coralmente,
perch 'l lor convenente
mi par pi grazioso
e a la gente in uso:
Cortesia e Larghezza
e Leanza e Prodezza.
Di tutte e quattro queste
il puro sanza veste
dir in questo libretto:
dell'altre non prometto
di dir n di ritrare;
ma chi 'l vorr trovare,
cerchi nel gran Tesoro
ch'io fatt'ho per coloro
c'hanno il core pi alto:
l far grande salto
per dirle pi distese
ne la lingua franzese.


Il Tesoretto, 15

Ond'io ritorno ormai
per dir come trovai
le tre a gran dilizia
in casa di Giustizia,
ch son sue descendenti
e nate di parenti.
E io m'andai da canto
e dimora'vi tanto
ched i'vidi Larghezza
mostrare con pianezza
ad un bel cavalero
come nel suo mistero
si dovesse portare.
E dice, ci mi pare:
"Se tu vuol'esser mio,
di tanto t'afid'io,
che nullo tempo mai
di me mal non avrai,
anzi sarai tuttore
in grandezza e in onore,
ch gi om per larghezza
non venne in poverezza.
Ver' ch'assai persone
dicon ch'a mia cagione
hanno l'aver perduto,
e ch' loro avenuto
perch son larghi stati;
ma troppo sono errati:
ch, como  largo quelli
che par che s'acapilli
per una poca cosa
ove onor grande posa,
e 'n un'altra bruttezza
far s gralarghezza
che fie dismisuranza?
Ma tu sappie 'n certanza
che null'ora che sia
venir non ti poria
la tua ricchezza meno
se ti tieni al mio freno
nel modo ch'io diraggio:
ch quelli  largo e saggio
che spende lo danaro
per salvar l'ogostaro.
Per in ogne lato
ti membri di tu'stato
e spendi allegramente;
e non vo'che sgomente
se pi che sia ragione
despendi a le stagione,
anz' di mio volere
che tu di non vedere
te infinghi a le fiate,
se danari o derrate
ne vanno per onore:
pensa che sia il migliore.
E se cosa adivenga
che spender ti convenga,
guarda che sia intento,
s che non paie lento:
ch dare tostamente
 donar doppiamente,
e dar come sforzato
perde lo dono e 'l grato;
ch molto pi risplende
lo poco, chi lo spende
tosto e a larga mano,
che que'che da lontano
dispende gran ricchezza
e tardi, con durezza.
Ma tuttavia ti guarda
d'una cosa che 'mbarda
la gente pi che 'l grado,
cio gioco di dado:
ch non  di mia parte
chi si gitta in quell'arte,
anz' disviamento
e grande struggimento.
Ma tanto dico bene,
se talor ti convene
giocar per far onore
ad amico o a segnore,
che tu giuochi al pi grosso,
e non dire: "I'non posso".
Non abbie in ci vilezza,
ma lieta gagliardezza;
e se tu perdi posta,
paia che non ti costa:
non dicer villania
n mal motto che sia.
Ancor, chi s'abandona
per astio di persona,
e per sua vanagroria
esce de la memoria
a spender malamente,
non m'agrada neente;
e molto m' rubello
chi dispende in bordello
e va perdendo 'l giorno
in femine d'intorno.
Ma chi di suo bon core
amasse per amore
una donna valente,
se talor largamente
dispendesse o donasse
(non s che folleggiasse),
bello si puote fare,
ma no'l voglio aprovare.
E tegno grande scherna
chi dispende in taverna;
e chi in ghiottornia
si getta, o in beveria,
 peggio che omo morto
e 'l suo distrugge a torto.
E ho visto persone
ch'a comperar capone,
pernice e grosso pesce,
lo spender nolli 'ncresce:
ch, come vol sien cari,
pur trovansi i danari,
s pagan mantenente,
e credon che la gente
lili ponga illarghezza;
ma ben  gran vilezza
ingolar tanta cosa
che gi fare non osa
conviti n presenti,
ma colli prop denti
mangia e divora tutto:
ecco costume brutto!
Mad io, s'i'm'avedesse
ch'egli altro ben facesse,
unqua di ben mangiare
nollo dovrei blasmare:
ma chi 'l nasconde e fugge
e consuma e distrugge,
solo che ben si pasce,
certo in mal punto nasce.
Hacci gente di corte
che sono use ed acorte
a sollazzar la gente,
ma domandan sovente
danari e vestimenti:
certo, se tu ti senti
lo poder di donare,
ben di corteseggiare,
guardando d'ogne lato
di ciascun lo suo stato;
ma gi non ubliare,
se tu puoi megliorare
lo dono in altro loco,
non ti vinca per gioco
lusinga di buffone:
guarda loco e stagione.
Ancora abbi paura
d'improntare a usura;
ma se ti pur convene
aver per spender bene,
prego che rende ivaccio,
ch non  bel procaccio
n piacevol convento
di diece render cento:
gi d'usura che di
nulla grazia non hai;
n 'n ci non ha larghezza,
ma tua gran pigrezza.
Ben forte mi dispiace
e gran noia mi face
donzello e cavalero
che, quando un forestero
passa per la contrada,
non lascia che non vada
a farli compagnia
in casa e per la via,
e gran cose promette,
ma altro non vi mette:
cos ten questa mena;
e chi lo 'nvita a cena,
terrebbe ben lo 'nvito;
non farebbe convito,
servigio n presente.
Ma sai che m' piagente?
quando vene un forese,
di farli ben le spese
secondo che s'aviene:
ch presentar ritiene
amore ed onoranza,
compagnia ed usanza.
E sai ch'io molto lodo?
che tu a ogne modo
abbi di belli arnesi
e privati e palesi,
s che 'n casa e di fore
si paia 'l tuo onore.
E se tu fai convito
o corredo bandito,
fa'l provedutamente,
che non falli neente:
di tutto inanzi pensa;
e quando siedi a mensa,
non far un laido piglio,
non chiamare a consiglio
sescalco n sergente,
ch da tutta la gente
sarai scarso tenuto
e non ben proveduto.
Omai t'ho detto assai:
perci ti partirai,
e dritto per la via
ne va'a Cortesia,
e prega da mia parte
che ti mostri su'arte,
ch gi non veggo lume
sanza 'l su'bon costume".



Il Tesoretto, 16

Lo cavaler valente
si mosse inellamente
e go sanza dimora
loco dove dimora
Cortesia graziosa,
ln cui ognora posa
pregio di valimento,
e con bel gechimento
la preg che 'nsegnare
li dovess'e mostrare
tutta la maestria
di fina cortesia.
Ed ella immantenente
con buon viso piacente
disse in questa manera
lo fatto e la matera:
"Sie certo che Larghezza
 'l capo e la grandezza
di tutto mio mistero,
s ch'io non vaglio guero,
e s'ella non m'aita
poco sarei gradita.
Ella  mio fondamento,
e io suo doramento
e colore e vernice:
ma chi lo buon ver dice,
se noi due nomi avemo,
quasi una cosa semo.
Ma a te, bell'amico,
primeramente dico
che nel tuo parlamento
abbi provedimento:
non sia troppo parlante,
e pensati davante
quello che dir vorrai,
ch non retorna mai
la parola ch' detta,
s come la saetta
che va e non ritorna.
Chi ha la lingua adorna,
poco senno gli basta,
se per follia no'l guasta.
E 'l detto sia soave,
e guarda non sia grave
in dir ne'reggimenti,
ch non puo'a le genti
far pi gravosa noia:
consiglio che si moia
chi spiace per gravezza,
ch mai non si ne svezza;
e chi non ha misura,
se fa 'l ben, s l'oscura.
Non sia inizzatore,
n sia redicitore
di quel ch'altra persona
davante a te ragiona;
n non usar rampogna,
n dire altrui menzogna,
n villania d'alcuno:
ch gi non  nessuno
cui non posse di botto
dicere ulaido motto.
N non sie s sicuro
che pur un motto duro
ch'altra persona tocca
t'esca fuor de la bocca:
ch troppa sicuranza
fa contra buona usanza;
e chi sta lungo via
guardi di dir follia.
Ma sai che ti comando
e pongo a greve bando?
che l'amico de bene
innora quanto tne
a piede ed a cavallo.
N gi per poco fallo
non prender grosso core,
per te non falli amore.
E abbie sempre a mente
d'usar con buona gente,
e da l'altra ti parti:
ch, s come dell'arti,
qualche vizio n'aprendi,
s ch'anzi che t'amendi
n'avrai danno e disnore.
Per a tutte l'ore
ti tieni a buona usanza,
perci ch'ella t'avanza
in pregio ed in valore,
e fatt'esser migliore
e d bella figura:
ch la buona natura
si rischiara e pulisce
se 'l buon uso seguisce.
Ma guarda tuttavia,
s'a quella compagnia
tu paressi gravoso,
di gir non sie pi oso,
mad altra ti procaccia
a cui il tu'fatto piaccia.
Amico, e guarda bene,
con pi ricco di tne
non ti caglia d'usare,
ch'o starai per giullare
o spenderai quant'essi:
che se tu no'l facessi,
sarebbe villania;
e pensa tuttavia
che larga inconincianza
s vuol perseveranza.
Dunque di provedere,
se 'l porta tuo podere,
che 'l facci apertamente;
se non, s poni mente
di non far tanta spesa
che poscia sia ripresa;
ma prendi usanz'a tale
che sia con teco iguale;
e s'avanzasse un poco,
non ti smagar di loco,
ma spendi di paraggio:
non prendere avantaggio.
E pensa ogne fiata,
se nella tua brigata
ha omo al tu'parere
men potente d'avere,
per Dio nollo sforzare
pi che non posse fare:
che se per tu'conforto
il su'dispende a torto
e torna in basso stato,
tu ne sarai biasmato.
Ma ben ci son persone
d'altra condizione,
che si chiaman gentili:
tutt'altri tegnon vili
per cotal gentilezza;
e a questa baldezza
tal chiaman mercennaio
che pi tosto uno staio
spenderia di fiorini
ch'essi di picciolini,
bench li lor podere
fosseron d'un valere.
E chi gentil si tiene
sanza fare altro bene
se non di quella boce,
credesi far la croce,
ma e'si fa la fica:
chi non dura fatica
s che possa valere,
non si creda capere
tra gli uomini valenti
perch sia di gran genti;
ch'io gentil tengo quelli
che par che modo pilli
di grande valimento
e di bel nudrimento,
s ch'oltre suo lignaggio
fa cose d'avantaggio
e vive orratamente,
s che piace a le gente,
Ben dico, se 'n ben fare
sia l'uno e l'altro pare,
quelli ch' meglio nato
 tenuto pi a grato,
non per mia maestranza,
ma perch' s usanza,
la qual vince e rabatti
gran parte d'i mie'fatti,
s ch'altro no ne posso:
ch'esto mondo  s grosso
che ben per poco detto
si giudica 'l diritto;
ch lo grande e 'l minore
ci vivono a romore.
Perci ne sie aveduto
di star tra lor s muto
ch non ne facciarisa:
pssati a la lor guisa,
che 'nanzi ti comporto
che tu segue lo torto;
che se pur ben facessi,
da che lor non piacessi,
nulla cosa ti vale
e dir bene n male.
Per non dir novella
se non par buona e bella
a ciascun che la 'ntende,
ch tal ti ne riprende
che aggiunge bugia,
quando se'ito via,
che ti di ben dolere.
Per di tu sapere
in cotal compagnia
giucar di maestria,
ci  che sappie dire
quel che deia piacere;
e lo ben, se 'l saprai,
con altrui lo dirai,
dove fie conusciuto
e ben caro tenuto,
ch molti sconoscenti
troverai fra le genti,
che metton maggio cura
d'udire una laidura
ch'una cosa che vaglia:
trapassa e non ti caglia.
E sie bene apensato,
s'un om molto pesato
alcuna volta faccia
cosa che non s'aggiaccia
in piazza n in templo,
no 'nde pigliare asemplo,
perci che non ha scusa
chi altrui mal s'ausa.
E guarda non errassi
se tu stessi o andassi
con donna o con segnore
o con altro maggiore;
e bench sie tuo pare,
che lo sappie innorare,
ciascun per lo su'stato.
Siene s ampensato,
e del pi e del meno,
che tu non perdi freno;
ma gi a tuo minore
non render pi onore
ch'a lui si convenga,
n ch'a vil te ne tenga:
per, s'egli  pi basso,
va sempre inanzi un passo.
E se vai a cavallo,
guardati d'ogne fallo;
quando vai per cittade,
consiglioti che vade
molto cortesemente:
cavalca bellamente,
un poco a capo chino,
ch'andar cos 'n disfreno
par gran salvatichezza;
n non guardar l'altezza
d'ogne casa che truove;
guarda che non ti move
com'on che sia di villa;
non guizzar com'anguilla,
ma va'sicuramente
per via tra la gente.
Chi ti chiede in prestanza,
non fare adimoranza
se tu li vuol'prestare:
no'l far tanto tardare
che 'l grado sia perduto
anzi che sia renduto.
E quando se'in brigata,
seguisci ogne fiata
lor via e lor piacere,
ch tu non di volere
pur far a la tua guisa,
n far di lor divisa.
E gurdati ad ogn'ora
che laida guardatura
non facci a donna nata
a casa o nella strata:
per chi fa 'l sembiante
e dice ch' amante,
 un briccon tenuto.
E io ho gi veduto
solo d'una canzone
peggiorar condizione:
ch gi 'n questo paese
non piace tal arnese.
E guarda in tutte parti
ch'Amor gi per su'arti
non t'infiammi lo core:
con ben grave dolore
consumerai tua vita,
n mai di mia partita
non ti potrei tenere,
se fossi in suo podere.
Or ti torna a magione,
ch'omai  la stagione;
e sie largo e cortese,
s che 'n ogne paese
tutto tuo convenente
sia tenuto piagente".



Il Tesoretto, 17

Per cos bel commiato
n'and da l'altro lato
lo cavalier gioioso,
e molto confortoso
per sembianti parea
di ci ch'udito avea;
e 'n questa benenanza
se n'and a Leanza,
e lei si fece conto,
e poi disse suo conto
s come parve a lui:
e certo io che vi fui
lodo ben sua manera
e 'l costume e la cera.
E vidi Lealtate
che pur di veritate
tenea suo parlamento;
con bello acoglimento
li disse: "Ora m'intendi
e ci ch'io dico aprendi.
Amico, primamente
consiglio che non mente,
e 'n qual parte che sia
tu non usar bugia:
ch'on dice che menzogna
ritorna in gran vergogna
per c'ha breve corso;
e quando vi se'scorso,
se tu a le fiate
dicessi veritate,
non ti sar creduta.
Ma se tu hai saputa
la verit d'un fatto,
e poi per dirla ratto
grave briga nascesse,
certo, se la tacesse,
se ne fossi ripreso,
sarai da me difeso.
E se tu hai parente
o caro benvogliente
cui la gente riprenda
d'una laida vicenda,
tu d essere acorto
a diritto ed a torto
in dicer ben di lui,
e per fare a colui
discreder ci che dice;
e poi, quando ti lice,
l'amico tuo gastiga
del fatto onde s'imbriga.
Cosa che tu promette,
non vo'che la dimette:
comando che s'atenga,
purch mal non n'avenga
Ben dicon buoni e rei:
"Se tu fai ci che di,
avegna ci che puote";
ma poi, chi ti riscuote
s'un grave mal n'avene?
Foll' chi teco tene:
ch'i'tegno ben leale
chi per un picciol male
fa schifare un maggiore,
se 'l fa per lo migliore,
s che lo peggio resta.
E chi ti manofesta
alcuna sua credenza,
abbine retenenza,
e la lingua s lenta
ch'un altro no la senta
sanza la sua parola:
ch'io gi per vista sola
vidi manofestato
un fatto ben celato.
E chi ti d in prestanza
sua cosa, o in serbanza,
rendila s a punto
che non sie in fallo giunto.
E chi di te si fida,
sempre lo guarda e guida,
n gi di tradimento
non ti vegna talento.
E vo'ch'al tuo Comune,
rimossa ogne cagione,
sie diritto e leale,
e gi per nullo male
che ne poss'avenire
nollo lasciar perire.
E quando se''n consiglio,
sempre ti tieni al meglio:
n prego n temenza
ti mova irria sentenza.
Se fai testimonianza,
sia piena di leanza;
e se giudichi altrui,
guarda s abondui
che gi da nulla parte
non falli l'una parte.
Ancor ti priego e dico,
quand'hai lo buono amico
e lo leal parente,
amalo coralmente:
non si'a s grave stallo
che tu li facce fallo.
E voglio ch'am'e crede
Santa Chiesa e la fede;
e solo e infra la gente
innora lealmente
Geso Cristo e li santi,
s che'vecchi e li fanti
abbian di te speranza
e prendan buon'usanza.
E va', che ben ti pigli
e che Dio ti consigli,
ch per esser leale
si cuopre molto male".


Il Tesoretto, 18

Allora il cavalero,
che 'n s alto mestero
avea la mente misa,
se n'and a distesa
e gsene a Prodezza;
e quivi con pianezza
e con bel piacimento
e disse il suo talento.
Allor vid'io Prodezza
con viso di baldezza
sicuro e sanza risa
parlare in questa guisa:
"Dicoti apertamente
che tu non sie corrente
a far n a dir follia,
ch, per la fede mia,
non ha presa mi'arte
chi segue folle parte;
e chi briga mattezza
non fie di tale altezza
che non ruvini a fondo:
non ha grazia nel mondo.
E gurdati ognora
che tu non facci ingiura
n forza a om vivente:
quanto se'pi potente,
cotanto pi ti guarda,
ch la gente non tarda
di portar mala boce
a om che sempre noce.
Di tanto ti conforto,
che, se t' fatto torto,
arditamente e bene
la tua ragion mantene.
Ben ti consiglio questo:
che, se tu col ligisto
atartene potessi,
vorria che lo facessi,
ch'egli  maggior prodezza
rinfrenar la mattezza
con dolci motti e piani
che venire a le mani.
E non mi piace grido;
pur con senno mi guido;
ma se 'l senno non vale,
metti mal contra male,
n gi per suo romore
non bassar tuo onore;
ma s' di te pi forte,
fai senno se 'l comporte
e da'loco a la mischia,
ch foll' chi s'arischia
quando non  potente:
per cortesemente
ti parti di romore;
ma se per suo furore
non ti lascia partire,
vogliendoti ferire,
consiglioti e comando
no 'nde vada [da] bando:
abbie le mani acorte,
non dubbiar de la morte,
ch tu sai per lo fermo
che gi di nullo schermo
si pote omo covrire,
che non vada al morire
quando lo punto vene.
Per fa grande bene
chi s'arischi'al morire
anzi che soferire
vergogna n grave onta:
ch 'l maestro ne conta
che omo teme sovente
tal cosa, che neente
li far nocimento.
N non mostrar pavento
a om ch' molto folle,
ch, se ti truova molle,
pigliernne baldanza;
ma tu abbi membranza
di farli un mariguardo,
s sar pi codardo.
Se tu hai fatto offesa
altrui, che sia ripresa
in grave nimistanza,
s abbi per usanza
di ben guardarti d'esso,
ed abbi sempre apresso
e arme e compagnia
a casa e per la via;
e se tu vai atorno,
sl va'per alto giorno,
mirando d'ogne parte,
ch non ci ha miglior arte
per far guardia sicura
che buona guardatura:
l'occhio ti guidi e porti,
e lo cor ti conforti.
E un'altra ti dico:
se questo tuo nemico
fosse di basso afare,
non ce t'asecurare,
perch sie pi gentile;
nollo tenere a vile,
ch'ogn'omo ha qualch'aiuto:
e i'ho gi veduto
ben fare una vengianza,
che quasi rimembranza
no 'nd'era tra la gente.
Per cortesemente
del nemico ti porta,
e abbie usanza acorta:
se 'l truovi in alcun lato,
paia l'abbie innorato;
se 'l truovi in alcun loco,
per ira n per gioco
nolli mostrare asprezza
ne villana fierezza;
dlli tutta la via:
per che maestria
afina pi l'ardire
che non fa pur ferire.
Chi fere bene ardito,
p ben esser ferito;
e se tu hai coltello,
altri l'ha buono e bello:
ma maestria conchiude
la forza e la vertude,
e fa 'ndugiar vendetta
e alungar la fretta
e mettere in obria
e atutar follia.
E tu sia bene apreso:
che se ti fosse ofeso
di parole o di detto,
non rizzar lo tu'petto,
ne non sie pi corrente
che porti 'l convenente.
Al postutto non voglio
ch'alcuno per suo orgoglio
dica n faccia tanto
che 'l gioco torni 'n pianto,
n che gi per parola
si tagli mano o gola.
E i'ho gi veduto
omo ch' pur seduto,
non facendo mostranza,
far ben dura vengianza.
S'afeso t' di fatto,
dicoti a ogne patto
che tu non sie musorno,
ma di notte e di giorno
pensa de la vendetta,
e non aver tal fretta
che tu ne peggior'onta,
ch 'l maestro ne conta
che fretta porta inganno,
e 'ndugio  par di danno;
e tu cos digrada:
ma pur, come che vada
la cosa, lenta o ratta,
sia la vendetta fatta.
E se 'l tuo buono amico
ha guerra di nemico,
tu ne fa'quanto lui,
e gurdati di plui:
non menar tal burbanza
ched elli a tua fidanza
coninciasse tal cosa
che mai non abbia posa.
E ancor non ti caglia
d'oste n di battaglia,
n non sie trovatore
di guerra o di romore.
Ma se pur avenisse
che 'l tuo Comun facesse
oste o cavalcata,
voglio che 'n quell'andata
ti porte con barnaggio
e dimostreti maggio
che non porta tuo stato;
e di in ogne lato
mostrar tutta franchezza
e far buona prodezza.
Non sie lento n tardo,
ch gi omo codardo
non aquist onore
n divenne maggiore.
E tu per nulla sorte
non dubitar di morte,
ch'assai  pi piacente
morire orratamente
ch'esser vituperato,
vivendo, in ogne lato.
Or torna in tuo paese,
e sie prode e cortese:
non sia lanier n molle
n corrente n folle".
Cos noi due stranieri
ci ritornammo arrieri:
colui n'and in sua terra
ben apreso di guerra,
e io presi carriera
per andar l dov'iera
tutto mio intendimento
e 'l final pensamento,
per esser veditore
di Ventur'e d'Amore.


Il Tesoretto, 19

Or si ne va il maestro
per lo camino a destro,
pensando duramente
intorno al convenente
de le cose vedute:
e son maggior essute
ch'io non so divisare;
e ben si dee pensare
chi ha la mente sana
od ha sale 'n dogana
che 'l fatto  smisurato,
e troppo gran trattato
sarebbe a ricontare.
Or voglio intralasciare
tanto senno e savere
quant'io fui a vedere,
e contar mio viaggio,
come 'n calen di maggio,
passati valli e monti
e boschi e selve e ponti,
io giunsi in un bel prato
fiorito d'ogne lato,
lo pi ricco del mondo.
Ma or parea ritondo,
ora avea quadratura;
ora avea l'aria scura,
ora e chiara e lucente;
or veggio molta gente,
or non veggio persone;
or veggio padiglione,
or veggio case e torre;
l'un giace e l'altro corre,
l'un fugge e l'altro caccia,
chi sta e chi procaccia,
l'un gode e l'altro 'mpazza,
chi piange e chi sollazza:
cos da ogne canto
vedea gioco e pianto.
Per, s'io dubitai
o mi maravigliai,
bello don sapere
que'che stanno a vedere.
Ma trovai quel suggello
che da ogne rubello
m'afida e m'asicura:
cos sanza paura
mi trassi pi avanti,
e trovai quattro fanti
ch'andavan trabattendo.
E io, ch'ognora atendo
di saper veritate
de le cose trovate,
pregai per cortesia
che sostasser la via
per dirmi il convenente
deluogo e de la gente.
E l'un, ch'era pi saggio
e d'ogne cosa maggio,
mi disse in breve detto:
"Sappi, mastro Burnetto,
che qui sta monsegnore
ch'e capo e dio d'amore;
e se tu non mi credi,
passa oltra e s 'l vedi;
e pi non mi toccare,
ch'io non t'oso parlare".
Cos furon spariti
e in un punto giti,
ch'i'non so dove o come,
n la 'nsegna n 'l nome.
Ma i'm'asicurai,
e tanto inanti andai
ch'i'vidi al postutto
e parte e mezzo e tutto;
e vidi molte genti,
cu'liete e cui dolenti;
e davanti al segnore
parea che gran romore
facesse un'altra schiera;
e 'n una gran chaiera
io vidi dritto stante
ignudo un fresco fante,
ch'avea l'arco e li strali
e avea penn'ed ali,
ma neente vedea,
e sovente traea
gran colpi di saette,
e l dove le mette
convien che fora paia,
chi che periglio n'aia;
e questi al buon ver dire
avea nome Piacere.
E quando presso fui,
io vidi intorno lui
quattro donne valenti
tener sopra le genti
tutta la segnoria;
e de la lor bala
io vidi quanto e come,
e so di lor lo nome:
Paura e Disianza
e Amore e Speranza.
E ciascuna in disparte
adovera su'arte
e la forza e 'l savere,
quant'ella pu valere:
ch Desianza punge
la mente e la compunge
e sforza malamente
d'aver presentemente
la cosa disiata,
ed  s disviata
che non cura d'onore,
n morte n romore
n periglio ch'avegna
n cosa che sostegna;
se non che la Paura
la tira ciascun'ora,
s che non osa gire
n solo umotto dire
n far pur un semblante,
per che 'l fino amante
riteme a dismisura.
Ben ha la vita dura
chi cos si bilanza
tra tema e disianza;
ma Fino Amor solena
del gran disio la pena,
e fa dolce parere,
e leve a sostenere,
lo travaglio e l'afanno
e la doglia e lo 'nganno.
D'altra parte Speranza
aduce gran fidanza
incontro a la Paura,
e sempre l'asicura
d'aver buon compimento
di suo inamoramento.
E questi quattro stati
son di Piacere nati,
con essi s congiunti
che gi ora n punti
non potresti contare
trallor lo 'ngenerare:
ch, quando omo 'namora,
io dico che 'n quell'ora
disia ed ha temore
e speranza ed amore
di persona piaciuta;
ch la saetta aguta
che move di piacere
lo punge, e fa volere
diletto corporale,
tant' l'amor corale.
Cos ciascuno in parte
averar su'arte
divisa ed in comuno;
ma tutti son pur uno,
cui la gente ha temore,
s 'l chiaman Dio d'Amore,
perci che 'l nome e l'atto
s'acorda pi al fatto.
Assai mi volsi intorno
e di notte e di giorno,
credendomi campire
del fante, che ferire
lo cor non mi potesse;
e s'io questo tacesse,
farei maggio savere,
ch'io fui messo in podere
e in forza d'Amore.
Per, caro segnore,
s'io fallo nel dettare,
voi dovete pensare
che l'om ch' 'namorato
sovente muta stato.
Poi mi tornai da canto,
e in un ricco manto
vidi Ovidio maggiore,
che gli atti dell'amore,
che son cos diversi,
rasembra 'n motti e versi.
E io mi trassi apresso,
e domandai lu'stesso
ched elli apertamente
mi dica il convenente
e lo bene e lo male
de l[o] fante dell'ale,
c'ha le saette e l'arco,
e onde tale incarco
li venne, che non vede.
Ed elli in buona fede
mi rispose 'n volgare
che la forza d'amare
non sa chi no lla prova:
"Perci, s'a te ne giova,
crcati fra lo petto
del bene e del diletto,
del male e de l'errore
che nasce per amore".
E cos stando un poco,
io mi mutai di loco,
credendomi fuggire;
ma non potti partire,
ch'io v'era s 'nvescato
che gi da nullo lato
potea mutar lo passo.
Cos fui giunto, lasso,
e giunto in mala parte!
Ma Ovidio per arte
mi diede maestria,
s ch'io trovai la via
com'io mi trafugai:
cos l'alpe passai
e venni a la pianura.
Ma troppo gran paura
ed afanno e dolore
di persona e di core
m'avenne quel viaggio:
ond'io pensato m'aggio,
anzi ch'io passi avanti,
a Dio ed a li santi
tornar divotamente,
e molto umilemente
confessar li peccati
a'preti ed a li frati.
E questo mio libretto
e ogn'altro mio detto
ch'io trovato avesse,
s'alcun vizio tenesse,
cometto ogni stagione
illor correzzione,
per far l'opera piana
co la fede cristiana.
E voi, caro segnore,
prego di tutto core
che non vi sia gravoso
s'i'alquanto mi poso,
finch di penitenza
per fina conoscenza
mi possa consigliare
con omo che mi pare
ver'me intero amico,
a cui sovente dico
e mostro mie credenze,
e tegno sue sentenze.



Il Tesoretto, 20

Al fino amico caro,
a cui molto contraro
d'alegrezza e d'afanno
pare venuto ogn'anno:
io Burnetto Latino,
che nessun giorno fino
d'aver gioia e pena
(come Ventura mena
la rot'a falsa parte),
ti mando 'n queste carte
salute e 'ntero amore:
ch'i'non truovo migliore
amico che mi guidi,
n di cui pi mi fidi
di dir le mie credenze,
ch troppo ben sentenze,
quando chero consiglio
intra 'l bene e 'l periglio.
Or m' venuta cosa
ch'i'non poria nascosa
tener, ch'io non ti dica:
pur non ti sia fatica
d'udire infila fine,
amico mio, ch'afine
mie parole mondane
ch'io dissi ognora vane.
Per Dio merz ti mova
la ragione, e la prova
che ci che dire voglio
da buona parte acoglio.
Non sai tu che lo mondo,
si poria dir non mondo,
considerando quanto
ci ha nomondezza e piant ?
Che truovi tu che vaglia?
Non vedi tu san'faglia
ch'ogne cosa terrena
porta peccato e pena,
n cosa ci ha s crera
che non fallisca e pra?
Or prendi un animale
pi forte e che pi vale:
dico che 'n poco punto
 disfatto e digiunto.
Ahi om, perch ti vante,
vecchio, mezzano e fante?
Di', che vai tu cercando?
Gi non sai l'ora e quando
ven quella che ti porta,
quella che non comporta
oficio o dignitate:
ahi Deo, quante fiate
ne porta le corone
come basse persone!
Giulio Cesar maggiore,
lo primo imperadore,
gi non camp di morte,
n Sanson lo pi forte
non visse lungiamente;
Alesandro valente,
che conquist lo mondo,
giace morto in fondo;
Assalon per bellezze,
Ettr per arditezze,
Salamon per savere,
Attavian per avere
gi non camparo un giorno
fora del suo ritorno.
Adunque, omo, che fai?
Gi torne tutto in guai,
la mannaia non vedi
c'hai tuttora a li piedi.
Or guarda il mondo tutto:
foglia e fiore e frutto,
augel, bestia n pesce
di morte fuor non esce.
Dunque ben peragione
provao Salamone
ch'ogne cosa mondana
 vanitate vana.
Amico, or movi guerra
e va'per ogne terra
e va'ventando il mare,
dona robe e mangiare,
guadagna argento ed oro,
amassa gran tesoro:
tutto questo che monta?
Ira, fatica ed onta
hai messo a l'aquistare,
poi non sai tanto fare
che non perde in un motto
te e l'aquisto tutto.
Ond'io, di ci pensando
e fra me ragionando
quant'io aggio fallato
e come sono istato
omo reo peccatore,
sl ch'al mio Cratore
non ebbi provedenza,
e nulla reverenza
portai a Santa Chiesa,
anzi l'ho pur offesa
di parole e di fatto,
ora mi tegno matto,
ch'i'veggio ed ho saputo
ch'i'son dal mal perduto.
E poi ch'io veggio e sento
ch'io vado a perdimento,
seria ben for di senso
s'i'non proveggio e penso
come per lo ben campi,
che lo mal non m'avampi.



Il Tesoretto, 21

Cos tutto pensoso
un giorno di nascoso
entrai in Mompuslieri,
e con questi pensieri
me n'andai a li frati,
e tutti mie'peccati
contai di motto in motto.
Ahi lasso, che corrotto
feci quand'ebbi inteso
com'io era compreso
di smisurati mali
oltre che criminali!
ch'io pensava tal cosa
che non fosse gravosa,
ched  peccato forte
pi quasi che di morte.
Ond'io tutto a scoverto
al frate mi converto
che m'ha penitenziato;
e poi ch'i'son mutato,
ragion  che tu muti,
ch sai che sn tenuti
un poco mondanetti:
per vo'che t'afretti
di gire ai frati santi.
Ma pnsati davanti
se per modo d'orgoglio
enfiaste unque lo scoglio,
s che 'l tuo Cratore
non amassi di core
e non fossi ubidenti
a'Suoi comandamenti;
e se ti se'vantato
di ci c'hai operato
in bene o in follia;
o per ipocresia
mostrave di ben fare
quando volei fallare;
o se tra le persone
vai movendo tencione
di fatto o di minacce,
tanto ch'oltraggio facce;
o se t'insuperbisti
o in greco salisti
per caldo di ricchezza
o per tua gentilezza
o per grandi parenti
o perch da le genti
ti par esser laudato;
o se ti se'sforzato
di parer per le vie
miglior che tu non sie;
o s'hai tenuto a schifo
la gente, o torto 'l grifo,
per tua grammatesia;
o se per leggiadria
ti se'solo seduto
quando non hai veduto
compagno che ti piaccia;
o s'hai mostrato faccia
crucciata per superba,
e la parola acerba,
vedendo altrui fallare,
e te stesso peccare;
o se ti se'vantato
o detto in alcun lato
d'aver ci che non hai,
o saver che non sai.
Amico, e ben ti membra
se tu per belle membra
o per bel vestimento
hai preso orgogliamento:
queste cose contate
son di superbia nate,
di cui il savio dice
ched  capo e radice
del male e del peccato.
E 'l frate m'ha contato,
sed io ben mi ramento,
che per orgogliamento
fallio l'angel matto
ed Eva ruppe 'l patto,
e la morte d'Abl
e la torre Babel
e la guerra di Troia:
cos convien che muoia
superbia per soperchio
che spezza ogne coperchio.
Amico, or ti provedi,
ch tu conosci e vedi
che d'orgogliose pruove
invidia nasce e muove,
ch' fuoco de la mente.
Vedi se se'dolente
dell'altrui beninanza;
o s'avesti allegranza
dell'altrui turbamento;
o per tuo trattamento
hai ordinata cosa
che sia altrui gravosa;
e se sotto mantello
hai orlato il cappello
ad alcun tu'vicino
per metterlo al dichino;
o se lo 'ncolpi a torto;
o se tu di conforto
di male a'suo'guerreri,
e quando se'dirieri
ne parle laido male.
Ben mostri che ti cale
di metterlo in mal nome,
ma tu non pensi come
lo spregio ch' levato
s possa esser lavato,
n pur che mai s'amorti
lo blasmo, chi chi 'l porti:
ch tale il mal dire ode
che poi nollo disode.
Invidia  gran peccato;
e ho scritto trovato
che prima coce e dole
a colui che la vuole.
E certo, chi ben mira,
d'invidia nasce l'ira:
ch, quando tu non puoi
diservire a colui
n metterlo al disotto,
lo cor s'imbrascia tutto
d'ira e di maltalento,
e tutto 'l pensamento
si gira di mal fare
e di villan parlare,
s che batte e percuote
e fa 'l peggio che puote.
Perci, amico, penza
se 'n tanta malvoglienza
ver'Cristo ti crucciasti,
o se Lo biastimiasti,
o se battesti padre
od afendesti a madre
o cherico sagrato
o segnore o parlato:
cui l'ira d di piglio,
perde senno e consiglio.
In ira nasce e posa
accidia nighittosa:
ch, chi non puote in fretta
fornir la sua vendetta
nd afender cui vole,
l'odio fa come suole,
che sempre monta e cresce
n di mente non li esce;
ed  'n tanto tormento
che non ha pensamento
di neun ben che sia,
ma tanto si disvia
che non sa megliorare
n gi ben cominciare;
ma croio e neghittoso
e ver'Dio grorioso.
Questi non va a messa,
n sa qual che si'essa,
n dicer paternostro
in chiesa n nel chiostro.
Cos per mal'usanza
si gitta in disperanza
del peccato c'ha fatto,
ed  s stolto e matto
che di suo mal non crede
trovare in Dio merzede;
o per falsa cagione
apiglia presenzione,
che 'l mette in mala via
di non creder che sia
per ben n per peccato
omo salv'o dannato;
e dice a tutte l'ore
che gi giusto Segnore
noll'avrebbe crato
perch'e'fosse dannato
ed un altro prosciolto.
Questi si scosta molto
da la verace fede:
forse che non s'avede
che 'l Misericordioso,
tutto che sia pietoso,
sentenza per giustizia
intra 'l bene e le vizia,
e d merito e pene
secondo che s'aviene?
Or pens', amico mio,
se tu al vero Dio
rendesti grazia o grato
del ben che t'ha donato:
ch troppo pecca forte
ed  degno di morte
chi non conosce 'l bene
di l donde li viene.
E guarda s'hai speranza
di trovar perdonanza.
Hai alcun mal commesso?
Se non ne se'confesso,
peccato hai malamente
ver'l'alto Dio potente.
Di negghienza m'avisa
che nasce covitisa:
ch, quand'om per negghienza
non si trova potenza
di fornir sua dispensa,
immantenente pensa
come potesse avere
s de l'altrui avere
che fornisca suo porto
a diritto ed a torto.
Ma colui c'ha divizia
s cade in avarizia,
ch l'avere non spende
e gi l'altrui non rende,
anz'ha paura forte
ch'anzi che vegna a morte
l'aver gli vegna meno,
e puristringe freno.
Cos rapisce e fura,
e d mala misura
e peso frodolente
e novero fallente;
e non teme peccato
d'anstar suo mercato
n di cometter frode,
anzi 'l si tene illode;
di nasconderlo sle,
e per bianche parole
inganna altrui sovente,
e molto largamente
promette di donare
quando no'l crede fare.
E un altro per impiezza
a la zara s'avezza
e giuoca con inganno,
e per far l'altrui danno
sovente pigna 'l dado,
e non vi guarda guado;
e ben presta a unzino
e mette mal fiorino;
e se perdesse un poco,
ben udiresti loco
biastemiare Dio e'santi
e que'che son davanti.
E un altr', che non cura
di Dio e di Natura,
s doventa usoriere
e in molte maniere
ravolge suo'danari,
che li son molto cari;
non guarda de n festa,
n per pasqua non resta,
e non par che li 'ncresca,
pur che moneta cresca.
Altro per semonia
si getta in mala via
e Dio e'santi afende
e vende le profende
e'santi sagramenti,
e mette 'nfra le genti
esempro di malfare;
ma questo lascio stare,
ch tocca a ta'persone,
che non  mia ragione
di dirne lungiamente.
Ma dico apertamente
che l'om ch' troppo scarso
credo c'ha 'l cor tutt'arso,
ch 'n puovere persone
e 'n on che si'in pregione
non ha nulla pietade:
tutto in inferno cade.
Per iscarsezza sola
vien peccato di gola,
ch'om chiama ghiottornia:
ch, quando l'om si svia
s che monti irrichezza,
la gola s s'avezza
a le dolce vivande
e far cocine grande
e mangiare anzi l'ora.
E molto ben divora
chi mangia pi sovente
che non fa l'altra gente;
e talor mangia tanto
che pur da qualche canto
li duole corpo e fianco,
e stanne lasso e stanco;
e inebria di vino,
s ch'ogne suo vicino
se ne ride d'intorno
e mettelo in iscorno:
ben  tenuto bacco
chi fa del corpo sacco
e mette tanto in epa
che talora ne crepa.
Certo per ghiottornia
s'aparecchia la via
in commetter lusura:
chi mangia a dismisura,
la lussura s'acende,
s ch'altro non intende
se non a quel peccato,
e cerca d'ogne lato
come possa compire
quel suo laido volere.
E vecchio che s'impaccia
di cos laida taccia,
fa ben doppio peccato
ed  troppo blasmato.
Ben  gran vituperio
commettere avolterio
con donne o con donzelle,
quanto che paian belle;
ma chi 'l fa con parente,
pecca pi agramente.
Ma tra questi peccati
son vie pi condannati
que'che son soddomiti:
deh, come son periti
que'che contra natura
brigan cotal lusura!
Or vedi, caro amico,
e 'ntende ci ch'i'dico:
vedi quanti peccati
io t'aggio nominati,
e tutti son mortali;
e sai che ci ha di tali
che ne curiamo poco.
Vedi che non  gioco
di cadere in peccato:
e per da buon lato
consiglio che ti guardi
che 'l mondo non t'imbardi.
Ora a Dio t'acomando,
ch'io non so l'or'n quando
ti debbia ritrovare:
ch'io credo pur andare
la via ch'io m'era messo;
ch ci che m'e promesso
di veder le sett'arti
ed altre molte parti,
io le vo'pur vedere,
imparar e sapere;
ch, poi che del peccato
mi son penitenzato,
e sonne ben confesso
e prosciolto e dimesso,
io metto poca cura
d'andar a la Ventura.


Il Tesoretto, 22

Cos un d di festa
tornai a la foresta,
e tanto cavalcai
che io mi ritrovai
una diman per tempo
in sul monte d'Olempo,
di sopra in su la cima.
E qui lascio la rima
per dir pi chiaramente
ci ch'i'vidi presente:
ch'io vidi tutto 'l mondo,
s com'egli  ritondo,
e tutta terra e mare,
e 'l fuoco sopra l're;
ci son quattro aulimenti,
che son sostenimenti
di tutte crature
secondo lor nature.
Or mi volsi da canto,
e vidi un bianco manto
cos da la sinestra
dopp'una gran ginestra;
e io guatai pi fiso,
e vidi un bianco viso
con una barba grande
che sul petto si spande.
Ond'io m'asicurai,
e 'nanti lui andai
e feci mio saluto
e fui ben ricevuto;
ond'io presi baldanza,
e con dolce contanza
lo domandai del nome,
chi elli era, e come
si stava s soletto
sanza niuno ricetto.
E tanto 'l domandai
che nel suo dir trovai
che l dove fu nato
fu Tolomeo chiamato,
mastro di storlomia
e di fisolofia;
ed  a Dio piaciuto
che sia tanto vivuto,
qual che sia la cagione.
E io 'l misi a ragione
di que'quattro aulimenti
e di lor fondamenti,
e come son formati
e insieme legati.
E ei con belle risa
rispuose in questa guisa:
[ .   .   .   .   . ]
[ .   .   .   .   . ]
[ .   .   .   .   . ]
[ .   .   .   .   . ]



