Questo e-text  stato gratuitamente scaricato da
www.liberliber.it
e adattato dalla Fondazione Ezio Galiano per
renderne autonoma la lettura ai privi della vista.

Antonio Labriola
Del materialismo storico
Dilucidazione preliminare

Avvertenza alla seconda edizione

La prima edizione di questo lavoro, venuta in luce con la data del 10 marzo 1896, recava la seguente Avvertenza:

"Il lettore vedr da s, fin dalle prime linee di questo scritto, come io entri difilato in argomento, senza preamboli di sorta.
Mi pare gi, che l'altro, ossia il primo saggio che questo precede, offra da solo un sufficiente istradamento elementare a chi ne abbia bisogno.
In verit, poi, non giova di molto mai all'intendimento schietto delle questioni scientifiche, quel fare da letterati, che usano alcuni, i quali, mettendosi quasi sopra alle cose, ne ragionano come dal di fuori. Addentrarsi direttamente nelle cose stesse, per quel modo di discussione, che  tutt'uno con la esposizione dottrinale; ecco ci che precipuamente importa in questo genere di trattazioni. Solo per cotesta via ci  dato d'indurre nelle menti persuasione e convinzione. Per cotesto procedimento soltanto le difficolt rimangono positivamente vinte; e le opinioni, che altri possa addurre in contrario, trovansi da ultimo eliminate in fatto.
Il titolo di dilucidazione preliminare, che adopero, non  espressione, n di cautela, n di modestia. Esso designa semplicemente l'indole di questo scritto, e ne segna i precisi confini".

In questa ristampa mi sono ristretto a correggere alcune parole e qualche giro di frase. E, in vero, a voler rispondere partitamente a tutte le critiche e a tutte le obiezioni, che negli ultimi anni furon mosse alle dottrine qui rappresentate che questo cos semplice e scorrevole volumetto diventasse una ponderosa enciclopedia. E dove se n'andrebbe poi da ultimo il carattere della dilucidazione preliminare?
Per quei lettori che abbiano vaghezza di conoscere da vicino il tenore circa il materialismo storico, che son corse negli ultimi tempi, riproduco in fine, come in appendice, un mio articolo apparso nella "Rivista di Sociologia" del giugno 1899.

Roma, 20 maggio 1902


I.

In questo genere di considerazioni, come in tanti altri, ma in questo pi che in ogni altro,  di non piccolo impedimento, anzi torna di fastidioso impaccio, quel vizio delle menti addottrinate coi soli mezzi letterarii della coltura, che di solito dicesi verbalismo. Si insinua e si espande in ogni campo di conoscenze cotesto mal vezzo; ma nelle trattazioni che si riferiscono al cos detto mondo morale, e ossia al complesso storico-sociale, accade assai di sovente, che il culto e l'impero delle parole riescano a corrodervi e a spegnervi il senso vivo e reale delle cose.
L dove la prolungata osservazione, il reiterato esperimento, il sicuro maneggio di raffinati istrumenti, l'applicazione totale o almeno parziale del calcolo, finiron per metter la mente in una metodica relazione con le cose e con le variazioni loro, come  il caso delle scienze naturali propriamente dette, ivi il mito ed il culto delle parole rimasero oramai superati e vinti, ed ivi le questioni terminologiche non hanno in fin delle fini se non il valore subordinato di una mera convenzione. Nello studio, invece, dei rapporti e delle vicende umane, le passioni, e gl'interessi, e i pregiudizii di scuola, di setta, di classe, di religione, e poi l'abuso letterario dei mezzi tradizionali della rappresentanza del pensiero, e poi la scolastica non mai vinta e anzi sempre rinascente, o fanno velo alle cose effettuali, o inavvertitamente le trasformano in termini, e parole, e modi di dire astratti e convenzionali.
Di tali difficolt bisogna che innanzi tutto si renda conto chi mette fuori in pubblico la espressione, o formula, di concezione materialistica della storia. A molti  parso, pare e parr sia ovvio e comodo di ritrarne il senso dalla semplice analisi delle parole che la compongono, anzich dal contesto di una esposizione, o dallo studio genetico del come la dottrina si  prodotta (1), o dalla polemica con la quale i sostenitori suoi ribattono le obiezioni degli avversarii. Il verbalismo tende sempre a rinchiudersi in definizioni puramente formali; porta le menti nell'errore, che sia cosa facile il ridurre in termini e in espressioni semplici e palpabili l'intricato e immane complesso della natura e della storia; e induce nella credenza, che sia cosa agevole il vedersi sott'occhi il multiforme e complicatissimo intreccio delle cause e degli effetti, come in ispettacolo da teatrino; o, a dirla in modo pi spiccio, esso oblitera il senso dei problemi, perch non vede che denominazioni.
Se si d poi il caso, che il verbalismo trovi sostegno in tali o tali altre supposizioni teoretiche, come sarebbe questa, che materia voglia dire un qualche cosa che sta di sotto o di contro ad un'altra cosa pi alta o pi nobile, che vien chiamata lo spirito; o se si d il caso, che esso si confonda con l'abito letterario di contrapporre la parola materialismo, intesa in senso dispregiativo, a tutto ci che compendiosamente chiamasi idealismo, cio all'insieme d'ogni inclinazione e d'ogni atto anti-egoistico: e allora s che siamo spacciati. Ed ecco che si sente dire: qui in questa dottrina si tenta di spiegare tutto l'uomo col solo calcolo degl'interessi materiali, negando qualsiasi valore ad ogni interesse ideale. A far nascere di tali confusioni non  valso poco la inesperienza, la incapacit e la frettolosit di certi propugnatori e propagatori di questa dottrina; i quali, per la premura di spiegare agli altri ci che essi medesimi non intendevano a pieno, mentre la dottrina stessa non  se non agli inizii suoi, ed ha bisogno ancora di molto sviluppo, si son data l'aria di applicarla, pur che sia, al primo caso o fatto storico che loro capitasse fra mani, e l'han quasi ridotta in briciole, esponendola alla facile critica ed al dileggio degli orecchianti di novit scientifiche, e di altrettali sfaccendati.


Per quanto  lecito qui, in queste prime pagine, di respingere solo preliminarmente cotesti pregiudizii, e di redarguire le intenzioni e le tendenze che li sorreggono, occorre di ricordare: - che il senso di questa dottrina va innanzi tutto desunto dalla posizione, che essa assume ed occupa di fronte a quelle, contro le quali si  effettivamente levata, e segnatamente di fronte alle ideologie di ogni maniera; - che la riprova del suo valore consiste esclusivamente nella spiegazione pi conveniente e congrua del succedersi delle vicende umane, che da essa stessa deriva; - che questa dottrina non implica una preferenza soggettiva ad una certa qualit e somma d'interessi umani, contrapposti ad altri interessi per elezione di arbitrio, ma enuncia soltanto la obiettiva coordinazione e subordinazione di tutti gli interessi nello sviluppo di ogni societ, ed enuncia ci per via di quel processo genetico, il quale consiste nell'andare dalle condizioni ai condizionati, dagli elementi della formazione alla cosa formata.
Almanacchino pure i verbalisti, a posta loro, sul valore della parola materia, in quanto  segno o ricordo di metafisica escogitazione, o in quanto  espressione dell'ultimo sostrato ipotetico della esperienza naturalistica. Qui noi non siamo nel campo della fisica, della chimica o della biologia; ma cerchiamo soltanto le condizioni esplicite del vivere umano, in quanto esso non  pi semplicemente animale. Non si tratta gi di indurre o di dedurre nulla dai dati della biologia; ma, anzi, di riconoscere innanzi ad ogni altra cosa le peculiarit del vivere umano, che si forma e sviluppa per il succedersi e perfezionarsi delle attivit dell'uomo stesso, in date e variabili condizioni; e di trovare i rapporti di coordinazione e di subordinazione dei bisogni, che sono il sostrato del volere e dell'operare. Non  una intenzione che si cerchi di scovrire, non  una valutazione di pregio che si voglia enunciare; ma  la sola necessit di fatto che si vuol mettere in evidenza.
E come gli uomini, non per elezione ma perch non potrebbero altrimenti, soddisfano prima certi bisogni elementari, e poi da questi ne sviluppano degli altri, raffinandosi; e, a soddisfare i bisogni quali che siano, trovano ed usano certi mezzi ed istrumenti, e si consociano in certi determinati modi, il materialismo della interpretazione storica non  se non il tentativo di rifare nella mente, con metodo, la genesi e la complicazione del vivere umano sviluppatosi attraverso i secoli. La novit di tale dottrina non  difforme da quella di tutte le altre dottrine, che, dopo molte peripezie entro i campi della fantasia, son giunte da ultimo assai faticosamente ad afferrare la prosa della realt, ed a fermarsi in essa.


II.

Di una certa affinit, per lo meno nelle apparenze, con cotesto vizio formale del verbalismo  un altro difetto, che derivasi nelle menti per diverse vie. Guardando in certi suoi effetti pi comuni e popolari, lo dir fraseologico; sebbene questa parola qui non esprima a pieno la cosa, e non ne dichiari l'origine.
Da molti secoli si va scrivendo, esponendo, illustrando la storia. I pi svariati interessi, dagl'immediatamente pratici ai puramente estetici, spinsero i diversi scrittori ad ideare ed eseguire cotesto genere di composizioni; le quali, per, ebbero sempre nascimento nei diversi paesi un pezzo in qua dalle origini della civilt, dallo sviluppo dello stato, e dal trapasso della primitiva societ comunistica in questa, diremo in genere nostra, che si regge su le differenze e su le antitesi di classe. Gli storici, fossero pur essi ingenui quanto fu Erodoto, nacquero e si formarono sempre in una societ punto ingenua, e anzi di molto complicata e complessa, e quando ditale complicazione e complessione le ragioni erano ignote, e le origini erano state obliate. Cotesta complessit, con tutti i contrasti che reca in s, e che poi rivela e fa scoppiare nelle sue svariate vicende, si rizzava di fronte ai narratori come qualcosa di misterioso, che chieda spiegazione; e, per poco che lo storico volesse dare un qualche seguito ed un certo nesso alle cose narrate, dovea pur trovare dei complementi di vedute generali al semplice racconto. Dall'invidia degli dei del padre Erodoto all'ambiente del signor Taine, un infinito numero di concetti, intesi come mezzi di spiegazione e di complemento delle cose narrate, si sono imposti ai narratori per le vie naturali del pensiero immediato. Tendenze di classe, preconcetti religiosi, pregiudizii popolari, influssi o imitazioni di una filosofia corrente, ripieghi di fantasia, e suggestioni di artistico completamento dei fatti frammentariamente appresi; tutte coteste ed altrettali cause concorsero a formare il sostrato di quella teoria pi o meno ingenua degli accadimenti, che, o sta implicitamente in fondo al racconto, o  usata se non altro a condirlo e ad adornano. O che si parli di caso o di fato, o che si rimandi alla direzione provvidenziale delle cose umane, o che si accentui il nome e il concetto della fortuna - la divinit che sola mezzo mezzo sopravviva ancora nella rigida e spesso crassa concezione di Machiavelli, - o che si parli, come si fa ora assai di frequente, della logica delle cose; tutte coteste escogitazioni furono e sono trovate e ripieghi di un pensiero ingenuo, di un pensiero immediato, di un pensiero che non pu giustificare a se stesso il suo procedimento e i suoi prodotti, n per le vie della critica, n coi mezzi dell'esperimento. Colmare con dei soggetti convenzionali (p. e. la fortuna), o con una enunciazione di apparenza teoretica (p. e. il fatale andare delle cose, che alcune volte poi si confonde nelle menti con la nozione del progresso), le lacune della coscienza circa il modo come le cose siano effettivamente procedute di loro propria necessit, e fuori del nostro arbitrio e del nostro gradimento, ecco il motivo e la somma di cotesta filosofia popolare, latente od esplicita negli storici narratori, la quale per il suo carattere immediato si dilegua non appena sorge la critica della conoscenza.

In tutti cotesti concetti, e in tutte coteste ideazioni, che alla luce della critica paiono dei semplici mezzi provvisorii e dei ripieghi di un pensiero immaturo, ma che alla gente colta sembrano spesso il non plus ultra dell'intelletto, si rivela pure e si riflette una non piccola parte del processo umano; e per ci non sono da considerare come gratuite invenzioni, n come prodotti di momentanea illusione. Sono parte e momenti del divenire di ci che chiamiamo spirito umano. Se si d poi il caso, che tali concetti ed ideazioni si mescolino e confondano nella communis opinio delle persone colte, o di quelle che passano per tali, finiscono per costituire come una ingente massa di pregiudizii, e formano come l'impedimento che l'ignoranza contrappone alla visione chiara e piena delle cose effettuali. Cotesti pregiudizii ricorrono come derivati fraseologici per le bocche dei politicanti di mestiere, dei cos detti pubblicisti e dei gazzettieri d'ogni sorta e maniera, ed offrono il fulcro della retorica alla cos detta opinione pubblica.

Contrapporre, e poi sostituire, a tale miraggio di ideazioni non critiche, a tali idoli della immaginazione, a tali ripieghi dell'artificio letterario, a tali convenzionalismi, i soggetti reali, ossia le forze positivamente operanti, ossia gli uomini nelle varie e circostanziate situazioni sociali proprie di loro: - ecco l'assunto rivoluzionario e la meta scientifica della nuova dottrina, la quale obiettivizza e direi quasi naturalizza la spiegazione dei processi storici.
Questo tal popolo, ossia, non una qualunque massa d'individui, ma un plesso di uomini cos o cos organati, o per naturali rapporti di consanguineit, o per artificii e consuetudini di parentato e di affinit, o per ragioni di vicinato stabile; - questo tal popolo, su cotal territorio circoscritto e limitato, che  cos o cos ferace, ed  in tale o tale altra maniera produttivo, e fu in determinate forme acquisito al lavoro continuativo; - questo tal popolo cosi distribuito su tale territorio, e cosi in s spartito ed articolato, per effetto di una determinata division del lavoro, la quale abbia, o iniziata appena, o gi iniziata e maturata questa o tale altra divisione di classi, o delle classi ne abbia di gi erose o trasformate parecchie; - questo popolo, che possiede i tali o tali altri istrumenti, dalla pietra focaia alla luce elettrica, e dall'arco e dalla freccia al fucile a ripetizione, e che produce in un certo modo, e conforme al modo del produrre conseguentemente spartisce i prodotti; - questo popolo, che per tutti cotesti rapporti  una societ, nella quale, o per abiti di mutua accomodazione, o per esplicite convenzioni, o per violenze patite e subite, son nati gi o stanno per nascere dei legami giuridico-politici, che poi metton capo nell'assetto dello stato; - questo popolo, nato che sia l'organamento dello stato, che  il tentativo di fissare, di difendere e di perpetuare le disuguaglianze, e che, per via delle nuove antitesi che vi reca dentro, rende di continuo instabile l'ordinamento sociale, si determinano i movimenti e le rivoluzioni politiche, e quindi le ragioni del progresso e del regresso: - ecco la somma di ci che sta a fondamento di ogni storia. Ed ecco la vittoria della prosa realistica sopra ogni combinazione fantastica e ideologica.
Ci vuol certo della rassegnazione a veder le cose come esse sono, oltrepassando i fantasimi che per secoli ne impedirono la retta visione. Ma questa rivelazione di dottrina realistica non fu, n vuole essere, la ribellione dell'uomo materiale contro l'uomo ideale. E'stata ed  invece il ritrovamento dei veri e propri principii e moventi di ogni sviluppo umano, compreso quello di tutto ci che chiamiamo ideale, in determinate condizioni positive di fatto, le quali recano in s le ragioni, e la legge, e il ritmo del loro proprio divenire.




III.

Se non che sarebbe affatto erroneo il credere, che gli storici narratori, espositori o illustratori abbiano di capo loro e di loro invenzione messo in essere quella massa non piccola di preconcetti, di ideazioni e di spiegazioni immature, che con la forza del pregiudizio fecero velo per secoli alla verit effettuale. Pu darsi, e si d veramente il caso, che alcuni di cotesti preconcetti siano il frutto ed il portato di personali escogitazioni, o delle correnti letterarie le quali si formano per entro all'angusta cerchia professionale delle universit e delle accademie: - e di ci il popolo non sa nulla. Ma il fatto importante , che la storia cotesti veli se li  messi da s; e, cio dire, che gli attori ed operatori stessi delle vicende storiche, o fossero le grandi masse di popolo, o i ceti e le classi dirigenti, o i maneggiatori dello stato, o le stte, o i partiti nel pi ristretto senso della parola, fatta eccezione di qualche momento di lucido intervallo, fin quasi alla fine del secolo passato non ebbero coscienza dell'opera propria, se non per entro a qualche involucro ideologico, che impediva la visione delle cause reali. Gi nei tempi oscuri, nei quali ebbe luogo il passaggio dalla barbarie alla civilt; quando, cio, coi primi trovati dell'agricoltura, col primo insediamento stabile di una popolazione sopra di un dato territorio, con la prima divisione del lavoro nella societ, e con le prime alleanze di diverse genti, si stabilirono le condizioni in cui si svolge la propriet e lo stato, o per lo meno la citt; gi nei tempi, in somma, delle primissime rivoluzioni sociali, gli uomini trasformarono l'opera loro in azioni miracolose d'immaginati iddii ed eroi. In guisa, che operando essi come potevano e come dovevano per dato, necessit e fatto del loro relativo sviluppo economico, idearono una spiegazione dell'opera propria, come se di loro stessi essa non fosse. Cotesto involucro ideologico delle opere umane ha pi volte poi cambiato di forme, di apparenze, di combinazioni e di relazioni nel corso dei secoli, dalla produzione immediata dcgl'ingenui miti, fino ai complicati sistemi teologici e alla Citt di Dio di sant'Agostino, dalla superstiziosa credulit nei miracoli, fino al mirabolante miracolo dei miracoli metafisici, ossia fino all'1dea, che presso i decadenti dell'hegelismo genera da s in se stessa, per propria dirempsione, tutte le pi disparate variet del vivere umano nel corso della storia.
Ora, precisamente perch l'angolo visuale della interpretazione ideologica non fu definitivamente superato se non assai di recente, e solo ai giorni nostri l'insieme dei rapporti reali e realmente operanti fu con chiarezza distinto dai riflessi ingenui del mito, e dai pi artificiosi della religione e della metafisica, la nostra dottrina include un nuovo problema, e reca in s delle difficolt non lievi, per chi voglia renderla atta a comprendere specificatamente la storia del passato.


Il problema consiste in questo: che la nostra dottrina dia occasione ad una nuova critica delle fonti storiche. N intendo di dire esclusivamente della critica dei documenti, nel senso proprio ed ovvio della parola; perch, quanto a questa, possiamo nella pi parte contentarci ce la somministrino bella e fatta i critici, gli eruditi e i filologi di professione. Ma anzi intendo di dire di quella fonte immediata, che sta pi in l dai documenti propriamente detti, e che prima di esprimersi e di fissarsi in questi, consiste nell'animo e nella forma di consapevolezza, nella quale gli operatori resero conto a s dei motivi dell'opera loro propria. Cotesto animo, ossia cotesta consapevolezza,  spesso incongrua alle cause che noi ora siamo in grado di scovrire e di fissare; in guisa che gli operatori ci appaiono come involti in un circolo di illusioni. Spogliare i fatti storici di tali involucri, che i fatti stessi investono mentre essi si svolgono, gli  fare una nuova critica delle fonti, nel senso realistico della parola, e non in quello formale del documento: gli , insomma, far reagire sulla notizia delle condizioni passate la consapevolezza di cui noi ora siamo capaci, per poi ricostruire quelle nuovamente dal fondo.


Ma cotesta revisione delle fonti direttissime, mentre segna l'estremo limite di autocoscienza storica cui si possa mai giungere, pu essere occasione a cadere in un grave errore. Perch, come noi ci collochiamo in un punto di vista, che sta di l dalle vedute ideologiche, per virt delle quali gli attori della storia ebbero coscienza dell'opera loro, e nelle quali trovarono assai spesso e i moventi e la giustificazione all'operare, noi potremmo incorrere nella erronea opinione, che quelle vedute ideologiche fossero una pura parvenza, un semplice artifizio, una mera illusione, nel senso volgare di questa parola. Martino Lutero, per venire ad un esempio, come gli altri grandi riformatori suoi contemporanei, non seppe mai, come ora sappiamo noi, che il moto della Riforma fosse uno stadio del divenire del terzo stato, e una ribellione economica della nazionalit tedesca contro lo sfruttamento della corte papale. Egli fu quello che fu, come agitatore e come politico, perch fu tutt'uno con la credenza che gli facea apprendere il moto di classi, che dava impulso all'agitazione, quale ritorno al vero cristianesimo, e come una divina necessit nel corso volgare delle cose. Lo studio degli effetti a scadenza non breve, e cio il corroborarsi della borghesia di citt contro i signori feudali, e il crescere della signoria territoriale dei principii a spese del potere interterritoriale e sopraterritoriale dell'imperatore e del papa, la violenta repressione del movimento dei contadini e di quello pi esplicitamente proletario degli Anabattisti, ci permettono ora di rifare la storia genuina delle cause economiche della Riforma; specie in quanto riusc, il che  la riprova massima. Ma ci non vuol dire, che a noi sia dato di distrarre il fatto accaduto dal modo del suo accadimento, e di discioglierne la integralit circonstanziale per via di una analisi postuma, che riesca affatto soggettiva e semplicistica. Le cause intime, o, come si direbbe ora, i motivi profani e prosaici della Riforma ci appariscono pi chiari in Francia ove essa per l'appunto non riusc vittoriosa; e chiari ancora nei Paesi Bassi, ove, oltre alle differenze di nazionalit, vengono in piena evidenza nella lotta con la Spagna i contrasti degli interessi economici; e chiarissime infine in Inghilterra, dove la rinnovazione religiosa, verificatasi per le vie della violenza politica, mette in piena luce il trapasso in quelle condizioni, che sono per la borghesia moderna i prodromi del capitalismo. Post factum, e a lunga scadenza di non premeditati effetti, la storia dei moventi effettivi, che furono le cause intime della Riforma, in gran parte insapute agli attori stessi, apparisce chiara. Ma che il fatto accadesse come precisamente accadde, che assumesse quelle determinate forme, che si vestisse di quella veste, che si colorisse di quel colore, che movesse quelle passioni, che si esplicasse in quel fanatismo: in ci consiste la specificata circostanzialit sua, che nessuna presunzione di analisi pu fare non fosse quale fu. Solo l'amore del paradosso, inseparabile sempre dallo zelo degli appassionati divulgatori di una dottrina nuova, pu avere indotto alcuni nella credenza, che tanto a scriver la storia bastasse di mettere in evidenza il solo momento economico (spesso non accertato ancora, e spesso non accertabile affatto), per poi buttar gi tutto il resto come inutile fardello, di cui gli uomini si fossero caricati a capriccio; come accessorio, in somma, o come semplice bagattella o a dirittura come un non-ente.

Per tale avvertenza, che la storia, cio, bisogna intenderla tutta integralmente, e che in essa nocciolo e scorza fanno uno, come Goethe diceva delle universe cose, tre illazioni ci si fanno palesi.
In primo luogo  chiaro, che nel campo del determinismo storico-sociale la mediazione dalle cause agli effetti, dalle condizioni ai condizionati, dai precedenti alle conseguenze, non  mai evidente alla prima, alla stessa guisa come tutti cotesti rapporti non son mai evidenti alla prima nel determinismo soggettivo della psicologia individuale. In questo secondo campo fu gi da gran tempo cosa relativamente agevole per la filosofia astratta e formale di ritrovare, passando sopra a tutte le fole del fatalismo e del libero arbitrio, la evidenza del motivo in ogni volizione, perch, insomma, tanto  volere quanto  motivata determinazione. Ma pi in gi dei motivi e del volere sta la genesi di quelli e di questo, e a rifare cotesta genesi ci occorre di uscire dal rinchiuso campo della coscienza per arrivare all'analisi dei semplici bisogni, i quali per un verso derivano dalle condizioni sociali, e per un altro si perdono nell'oscuro fondo delle disposizioni organiche, fino alla discendenza e all'atavismo. Non altrimenti accade nel determinismo storico; dove allo stesso modo si comincia appunto dai motivi, poniamo religiosi, politici, estetici, passionali e cosi via, ma poi occorre di tali motivi ritrovar le cause nelle condizioni di fatto sottostanti. Ora lo studio di queste condizioni deve esser tanto specificato, che rimanga da ultimo chiarito, non solo che esse son le cause, ma per qual mediazione arrivino a quella forma, per la quale si rivelano alla coscienza come motivi, la cui origine  spesso obliterata.
E per ci torna evidente questa seconda illazione, che, cio, nella nostra dottrina non si tratta gi di ritradurre in categorie economiche tutte le complicate manifestazioni della storia, ma si tratta solo di spiegare in ultima istanza (Engels) ogni fatto storico per via della sottostante struttura economica (Marx): la qual cosa importa analisi e riduzione, e poi mediazione e composizione.
Resulta da ci, in terzo luogo, che per procedere dalla sottostante struttura all'insieme configurativo di una determinata storia, occorre il sussidio di quel complesso di nozioni e di conoscenze, che pu dirsi, in mancanza d'altro termine, psicologia sociale. N intendo con ci di alludere alla fantasticata esistenza di una psiche sociale, n alla escogitazione di un preteso spirito collettivo, che per proprie leggi, indipendenti dalla coscienza degl'individui e dai loro materiali ed assegnabili rapporti, si esplichi e manifesti nella vita sociale. Cotesto  misticismo schietto. N intendo di riferirmi a quei tentativi di generalizzazione combinatoria, pei quali furono scritti dei trattati di psicologia sociale, la cui idea  questa: trasferire ed applicare ad un escogitato soggetto, che si chiama la coscienza sociale, le categorie e le forme accertate della psicologia individuale. E non voglio nemmeno alludere a quel coacervo di denominazioni semiorganiche e semipsicologiche, per cui l'ente societ, alla maniera dello Schffle, acquista, e cervello, e midollo spinale, e sensibilit, e sentimento, e coscienza, e volont e cos via. Ma intendo di parlar di cosa pi modesta e prosaica; ossia di quelle concrete e precise forme di spirito, per cui ci appaiono cos fatti com'erano i plebei di Roma di una determinata epoca, o gli artigiani di Firenze di quando scoppi il moto dei Ciompi, o quei contadini di Francia, nei quali s'ingener, secondo l'espressione di Taine, l'anarchia spontanea dell'89, quei contadini, che divenuti poi liberi lavoratori e piccoli proprietarii, o aspiranti alla propriet, da vincitori oltre i confini a breve andare si trasformarono in automatici istrumenti della reazione. Cotesta psicologia sociale, che nessuno pu ridurre in astratti canoni, perch nella pi parte dei casi  di sola descrittiva,  ci che gli storici narratori, e gli oratori e gli artisti, e i romanzieri e gli ideologi di ogni maniera fino ad ora videro e conobbero come esclusivo oggetto di loro studio e delle loro invenzioni. A cotesta psicologia, che  la specificata coscienza degli uomini in date condizioni sociali, si riferiscono e si appellano gli agitatori, gli oratori, i diffonditori di idee. Noi sappiamo che essa  il portato, il derivato, l'effetto di determinate condizioni di fatto; - questa determinata classe, in questa determinata situazione per gli ufficii che adempie, per la soggezione in cui  tenuta, per la padronanza che esercita; - e poi classe, ed ufficii, e soggezione, e padronanza suppongono questa o quella determinata forma di produzione e di distribuzione dei mezzi immediati della vita, ossia una specifica struttura economica. Cotesta psicologia sociale, di sua natura sempre circostanziale, non  l'espressione del processo astratto e generico del cos detto spirito umano. E'sempre formazione specificata di specificate condizioni.
Per noi sta, cio, indiscusso il principio, che non le forme della coscienza determinano l'essere dell'uomo, ma il modo d'essere appunto determina la coscienza (Marx). Ma queste forme della coscienza, come son determinate dalle condizioni di vita, sono anch'esse la storia. Questa non  la sola anatomia economica, ma tutto quello insiememente, che cotesta anatomia riveste e ricovre, fino ai riflessi multicolori della fantasia. O, a dirla altrimenti, non c' fatto della storia che non ripeta la sua origine dalle condizioni della sottostante struttura economica; ma non c' fatto della storia che non sia preceduto, accompagnato e seguito da determinate forme di coscienza, sia questa superstiziosa o sperimentata, ingenua o riflessa, matura o incongrua, impulsiva o ammaestrata, fantastica o ragionante.



IV.

Dicevo, qui poco innanzi, che la nostra dottrina obiettivizza, in un certo senso naturalizza la storia, invertendone la spiegazione dai dati alla prima evidenti delle volont operanti a disegno, e delle ideazioni ausiliari all'opera, alle cause e ai moventi del volere e dell'operare, per trovar poi la coordinazione di tali cause e moventi nei processi elementari della produzione dei mezzi immediati della vita.
Ora in cotesto termine del naturalizzare si cela per molti una forte seduzione a confondere questo ordine di problemi con un altro ordine di problemi; e, cio, ad estendere alla storia le leggi e i modi del pensiero, che parvero gi appropriati e convenienti allo studio ed alla spiegazione del mondo naturale in genere e del mondo animale in ispecie. E perch il darwinismo  riuscito ad espugnare, col principio del trasformismo della specie, l'ultima cittadella della fissit metafisica delle cose, onde poi gli organismi diventan per noi le fasi ed i momenti di una vera e propria storia naturale,  parso a molti fosse ovvia e semplice impresa quella di assumere a spiegazione del divenire e del vivere umano storico i concetti, e i principii, e i modi di vedere cui venne subordinata la vita animale, che per le condizioni immediate della lotta per l'esistenza si svolge negli ambiti topografici della terra non modificati da opera di lavoro. Il darwinismo politico e sociale ha invaso, a guisa di epidemia, per non breve corso di anni, le menti di parecchi ricercatori, e assai pi degli avvocati e dei declamatori della sociologia, ed  venuto a riflettersi, quale abito di moda e qual corrente fraseologica, perfino nel linguaggio cotidiano dei politicanti.


Qualcosa di immediatamente evidente e di intuitivamente plausibile pare, a prima vista, ci sia in cotesto modo di ragionare; il quale, poi, si contraddistingue principalmente per l'abuso dell'analogia, e per la fretta del conchiudere. L'uomo  senza dubbio un animale, ed  legato da rapporti di discendenza e di affinit ad altri animali. Non ha privilegio di origine, n di struttura elementare, ed il suo organismo non , se non un caso particolare della fisiologia generale. Il suo primo ed immediato terreno fu quello della semplice natura, non modificata da artificio di lavoro; e da ci derivarono le condizioni imperiose ed inevitabili della lotta per l'esistenza, con le conseguenti forme di accomodazione. Di qui ebbero origine le razze, nel vero e genuino senso della parola, in quanto, cio, sono determinazioni immediate di neri, di bianchi, di ulotrici, di lissotrici e cosi via, e non formazioni secondarie storico-sociali, ossia i popoli e le nazioni. Di qui i primitivi istinti di socialit, e, per entro al modo di vivere in promiscuit, i primi rudimenti della selezione sessuale.
Ma dell'uomo ferus primaevus, che possiamo ricostruirci in fantasia per combinazione di congetture, non  dato a noi di avere una empirica intuizione; come non ci  dato di determinare la genesi di quel hiatus, ossia di quella discontinuit, per la quale l'uman genere s' trovato come distaccato dal vivere degli animali, e poi in seguito sempre superiore a questo. Tutti gli uomini, che ora vivono su la superficie della terra, e tutti quelli che vissutici in passato formarono oggetto di qualche apprezzabile osservazione, trovansi e trovavansi un buon tratto in qua dal momento in cui il vivere puramente naturale era cessato. Un qualche abito di convivenza, che sa di costume e d'istituzione, sia pur quello della forma pi elementare a noi ora nota, ossia della trib australiana, divisa in classi e col connubio di tutti gli uomini di una classe con tutte le donne di un'altra classe, distacca a grande intervallo il vivere umano dal vivere animale. A venire pi in qua nella considerazione della gens materna, il cui tipo classico irocchese ha per opera del Morgan rivoluzionata la preistoria, dandoci al tempo stesso la chiave delle origini della storia propriamente detta, noi ci troviamo in una forma di societ gi di molto avanzata per complessit di rapporti. Ora nel grado di convivenza, che nel giro delle nostre conoscenze ci apparisce come elementarissimo, ossia nell'australiano, non solo la lingua assai complicata differenzia gli uomini da tutti gli altri animali (e lingua vuol dire condizione ed istrumento, causa ed effetto di socialit), ma la specificazione del vivere umano, oltre che per la scoverta del fuoco,  fissata nell'uso di molti altri mezzi artificiali per provvedere alla vita. Un ambito di terreno acquisito al girovagare di una trib - un modo di cacciare - l'uso perfetto di certi istrumenti da difendersi, e da ferire, e il possesso di certi utensili da conservare le cose acquistate - e poi l'ornamento del corpo, e cos via: - cio, in fondo, quella vita poggia sopra un terreno artificiale, per quanto elementarissimo, sul quale gli uomini si provano di fissarsi e di adagiarsi, sopra un terreno che  alla fin fine la condizione di ogni ulteriore sviluppo. Secondo che questo terreno artificiale  pi o meno formato, gli uomini che l'han prodotto e ci vivon su, si dicon pi o meno selvaggi o barbari: e in quella prima formazione consiste ci che di solito chiamiamo preistoria.
La storia, secondo l'uso letterario della parola, e cio quella parte del processo umano che ha precisa consistenza di tradizione nella memoria, comincia quando il terreno artificiale  gi un buon tratto formato. Ad esempio: la canalizzazione della Mesopotamia, ed eccoti l'antica Babilonide presemitica; - la derivazione del Nilo a scopo di coltura dei campi, ed eccoti l'antichissimo Egitto hamitico. Su cotesto terreno artificiale, che apparisce all'estremo orizzonte della storia ricordata, non vissero come non vivono ora, masse informi d'individui, ma consociazioni organate, che ripeteano come ripetono ora l'organamento loro da distribuzione di ufficii, ossia di lavoro, e da conseguenti ragioni e modi di coordinazione e di subordinazione. Tali relazioni, e vincoli, e modi di vita non resultarono, come non resultano, da ripetizione e fissazione di abiti sotto l'azione immediata della lotta animale per l'esistenza. Anzi suppongono il ritrovamento di certi istrumenti, e p. e. l'addomesticazione di certi animali, e la lavorazione dei minerali fino al ferro, l'introduzione della schiavit, e cos via, istrumenti e modi di economia, che prima differenziarono le comunanze le une dalle altre, e poi differenziarono nelle comunanze i componenti loro. In altre parole, le opere degli uomini, in quanto congregati, reagirono su gli uomini stessi. I loro trovati ed invenzioni, creando modi di vivere supernaturali, produssero non solo abiti e costumanze (vestimento, mangiare cucinato e simili) ma rapporti e vincoli di coesistenza, proporzionati e congrui al modo di produrre e di riprodurre i mezzi della vita immediata.
Quando la storia tramandata per memoria incomincia, l'economia  gi nel suo funzionamento. Gli uomini lavorano per l'esistenza sopra di un campo, che fu in gran parte modificato dall'opera loro, e con istrumenti che sono del tutto opera loro. E da quel punto in poi hanno lottato per la posizione eminente degli uni su gli altri nell'uso di tali mezzi artificiali; e cio, hanno lottato fra loro, in quanto servi e padroni, sudditi e signori, conquistati e conquistatori, sfruttati e sfruttatori; e dove han progredito, e dove han regredito, e dove si sono arrestati in una forma che non furon pi capaci di superare, ma non son mai pi ritornati al vivere animale, con la completa perdita del terreno artificiale.
Dunque la scienza storica ha per suo primo e principale oggetto la determinazione e la ricerca del terreno artificiale, e della sua origine e composizione, e del suo alterarsi e trasformarsi. Dire che tutto ci non  se non parte e prolungamento della natura,  dir cosa, che per esser troppo astratta e generica, in fin delle fini conchiude poco.
Il genere umano vive soltanto nelle condizioni telluriche, e non  chi possa supporlo trapiantato altrove. In tali condizioni esso ha trovato, dalle primissime origini fino ai giorni nostri, i mezzi immediati allo sviluppo del lavoro, e cio dire, cos al progresso materiale, come alla sua formazione interiore. Tali condizioni naturali furono e son sempre indispensabili, cos alla sporadica cultura dei nomadi, che coltivano qualche volta la terra per il solo pascolo degli animali, come ai raffinati prodotti della intensiva orticoltura moderna. Tali condizioni telluriche, come offersero le varie sorti di pietra atte alla lavorazione delle prime armi, cos offrono ora nel carbon fossile l'alimento della grande industria; come offersero alle prime genti i giunchi ed i vimini da intessere, cos offrono ora tutti i mezzi da cui derivasi la complicata tecnica della elettricit.
Non son per i mezzi naturali, essi stessi, che sian progrediti; anzi son gli uomini soltanto che progredirono, ritrovando via via nella natura le condizioni per produrre in nuove e sempre pi complesse forme, per via del lavoro accumulato che  l'esperienza. N questo progresso  quello solo che intendono i soggettivisti della psicologia, cio una modificazione interiore, che sarebbe sviluppo proprio e diretto dell'intelletto, della ragione e del pensiero. Anzi  tale progresso interiore solo una linea secondaria e derivata, in quanto che c' gi progresso nel terreno artificiale, che  la somma dei rapporti sociali resultanti dalle forme e spartizioni del lavoro. Sarebbe per ci vuota di senso l'affermazione, che tutto ci non sia se non un semplice prolungamento della natura; se pure non si vuole usare cotesta parola nel senso tanto generico, da non indicare pi nulla di preciso e di distinto, come  ci che intendiamo per diverso dal fatto dell'uomo progressivamente operante.
La storia  il fatto dell'uomo, i quanto che l'uomo pu creare e perfezionare i suoi istrumenti di lavoro, e con tali istrumenti pu crearsi un ambiente artificiale, il quale poi reagisce nei suoi complicati effetti sopra di lui, e cos com', e come via via si modifica,  l'occasione e la condizione del suo sviluppo. Mancano per ci tutte le ragioni per ricondurre questo fatto dell'uomo, che  la storia, alla pura lotta per l'esistenza; la quale, se raffina ed altera gli organi degli animali, e in date circostanze e in dati modi occasiona il generarsi e lo svolgersi di organi nuovi, non produce per quel moto continuativo, perfezionativo e tradizionale che  il processo umano. Non c' luogo qui, nella nostra dottrina, n a confondersi col darwinismo, n a rievocare la concezione di una qualunque forma, o mitica, o mistica, o metaforica di fatalismo. Perch, se  vero che la storia poggia innanzi tutto su lo svolgimento della tecnica; e, cio dire, se  vero, che per effetto del successivo ritrovamento degli istrumenti si generarono le successive spartizioni del lavoro, e con queste poi le disuguaglianze, nel cui concorso pi o meno stabile consiste il cos detto organismo sociale, gli  altrettanto vero che il ritrovamento di tali istrumenti  causa ed effetto ad un tempo stesso di quelle condizioni e forme della vita interiore, che noi, isolandole nella astrazione psicologica, chiamiamo fantasia, intelletto, ragione, pensiero e cosi via. Producendo successivamente i vani ambienti sociali, ossia i successivi terreni artificiali, l'uomo ha prodotto in pari tempo le modificazioni di se stesso; e in ci consiste il nocciolo serio, la ragione concreta, il fondamento positivo di ci che, per varie combinazioni fantastiche e con varia architettura logica, d luogo presso gli ideologisti alla nozione del progresso dello spirito umano.
Nondimeno l'espressione del naturalizzare la storia, che intesa in senso troppo lato e generico pu dare occasione agl'indicati equivoci, quando venga invece usata con la debita cautela e in modo approssimativo, compendia in breve la critica di tutte le vedute ideologiche, le quali nella interpretazione della storia partono dal presupposto, che opera o attivit umana sia la stessa cosa che arbitrio, elezione e disegno.
Ai teologi tornava facile e comodo di ricondurre il corso delle cose umane ad un piano o disegno, perch saltavano a pi pari dall'esperienza ad una mente presunta che regoli l'universo. I giuristi, che ebbero per primi occasione a ritrovare nelle istituzioni che formano oggetto dei loro studii un certo filo conduttore di forme che si succedono con una qualche evidenza, trasferirono, come trasferiscono tutt'ora senza grande imbarazzo, la ragion ragionante, che  il loro mestiere, alla spiegazione di tutta la vasta materia sociale, che  tanto complicata. I politici, i quali piglian naturalmente le mosse loro dall'esperienza di ci che i direttori dello stato, o per l'acquiescenza delle masse soggette, o profittando delle antitesi degl'interessi dei vani gruppi sociali, possono volere ed eseguire a disegno, di proposito e con intenzione, sono inclinati a vedere nel succedersi delle cose umane soltanto il variare di tali disegni, propositi ed intenzioni. Ora la nostra concezione, rivoluzionando nei fondamenti le presupposizioni dei teologi, dei giuristi e dei politici, mette capo all'assunto, che opera ed attivit umana in genere non  sempre una medesima cosa, nel corso della storia, con la volont che operi a disegno, con piano preconcetti, e con la libera scelta dei mezzi; ossia non  una e medesima cosa con la ragion ragionante. Tutto ci che  accaduto nella storia  opera dell'uomo; ma non fu n , se non assai di rado, di elezione critica, e di arbitrio ragionante; ma anzi fu ed  di necessit, che, determinata dai bisogni e dalle occasioni esterne, genera esperienza e sviluppo di organi interni e d esterni. Tra questi organi sono anche l'intelletto e la ragione, resultati e conseguenze anch'essi di esperienza ripetuta ed accumulata. La formazione integrale dell'uomo, per entro allo sviluppo storico, non  oramai pi un dato ipotetico, n una semplice congettura; ma  una verit intuitiva e palmare. Le condizioni del processo che genera progresso sono oramai riducibili in serie di spiegazioni; e noi, fino ad un certo punto, abbiamo come sott'occhi lo schema di tutti gli sviluppi storici morfologicamente intesi. Questa dottrina  la negazione recisa e definitiva di ogni ideologia, perch  la negazione esplicita d'ogni forma di razionalismo; intendendosi sotto cotal nome il preconcetto, che le cose nella loro esistenza ed esplicazione rispondano ad una norma, ad un ideale, ad una stregua, ad un fine in modo esplicito o implicito che siasi. Tutto il corso delle cose umane  una somma, anzi  tante serie di condizioni, che gli uomini si son fatte e poste da s per la esperienza accumulata nella variabile convivenza sociale; ma non presenta, n l'approssimazione ad una presegnata meta, n la deviazione da un primo principio di perfezione e di felicit. Il progresso stesso non implica se non la nozione di cosa empirica e circostanziata, che presentemente piglia chiarezza e precisione nelle nostre menti, perch, per lo sviluppo finora avveratosi, noi siamo in grado di valutare il passato, e di prevedere, ossia d'intravedere in un certo senso e in una certa misura, l'avvenire.




V.

Per cotal modo un grave equivoco rimane chiarito, e il pericolo che ne deriva viene ad esser rimosso. Ragionevole e fondata  la tendenza di coloro i quali mirano a subordinare tutto l'insieme delle cose umane, considerate nel loro corso, alla rigorosa concezione del determinismo. Priva, all'incontro, d'ogni fondamento  la identificazione di tale determinismo derivato, riflesso e complesso, con quello della immediata lotta per l'esistenza, la quale si eserciti e si svolga sopra un campo non modificato da opera continuativa di lavoro. Legittima e fondata, in modo assoluto,  la spiegazione storica, la quale proceda invertendo dai presunti voleri a disegno, che avrebbero regolato di proposito le fasi varie della vita, ai moventi ed alle cause obiettive di ogni volere, che son da ritrovare nelle condizioni di ambiente, di terreno, di mezzi disponibili, di circostanzialit della esperienza. Ma , invece, priva di qualsiasi fondamento quella opinione, la quale mira alla negazione di ogni volont, per via di una veduta teoretica, che vorrebbe sostituito al volontarismo l'automatismo; anzi questa  al postutto una semplice e schietta fatuit.
Dovunque i mezzi tecnici siano sviluppati fino ad un certo punto, dovunque il terreno artificiale abbia acquistata una certa consistenza e dovunque le differenziazioni sociali e le antitesi che ne conseguitano abbiano creato, e il bisogno, e la possibilit, e le condizioni di un organamento pi o meno stabile od instabile, ivi sempre e necessariamente spuntan fuori i meditati disegni, i propositi politici, i piani di condotta, i sistemi di diritto, e poi le massime e i principii generali ed astratti. Nell'ambito di tali prodotti e di tali sviluppi derivati e complessi, e dir di secondo grado, nascono anche le scienze, e le arti, e la filosofia, e la erudizione e la storia come genere letterario di produzione. Cotesto ambito  quello dei razionalisti ed ideologi, ignorandone i fondamenti reali, chiamarono e chiamano tuttora, in modo esclusivo, la civilt. Perch, di fatti, si  dato e si d il caso, che alcuni uomini, e soprattutto gli addottrinati di mestiere, fossero essi laici o preti, trovassero e trovino modo di vivere intellettualmente nella chiusa cerchia dei prodotti riflessi e secondarii della civilt, e potessero e possano poi sottoporre tutto il resto alla veduta soggettiva, che essi in tale situazione si formano: e in ci  la origine e la spiegazione di ogni ideologia. La nostra dottrina ha superato in modo definitivo l'angolo visuale di qualsiasi ideologia. I meditati disegni, i propositi politici, le scienze, i sistemi di diritto e cos via, anzi che essere il mezzo e l'istrumento della spiegazione della storia, sono appunto la cosa che occorre di spiegare; perch derivano da determinate condizioni e situazioni. Ma ci non vuol dire che siano mere apparenze, e bolle di sapone. L'esser quelle delle cose divenute e derivate da altre non implica che non sian cose effettuali: tanto  che son parse per secoli alla coscienza non scientifica, e alla coscienza scientifica ancora in via di formazione, le sole che veramente fossero.
Ma con ci non  detto tutto.
Anche la nostra dottrina pu dar luogo alla tentazione del fantasticare, e pu offrire occasione ed argomento ad una nuova ideologia a rovescio. Essa  nata nel campo di battaglia del comunismo. Suppone l'apparizione del proletariato moderno su l'arena politica, e suppone quella orientazione, su le origini della societ attuale, che ci ha permesso di rifare criticamente tutta la genesi della borghesia. E'dottrina rivoluzionaria per due rispetti: perch ha trovato le ragioni e i modi di sviluppo della rivoluzione proletaria, che  in fieri; e perch, di ogni altra rivoluzione sociale avveratasi in passato, si argomenta di trovare le cause e le condizioni di svolgimento in quei contrasti di classe, i quali giunsero ad un certo punto critico per la contraddizione tra le forme della produzione e lo sviluppo delle forze produttive. E c' poi dell'altro. Alla luce di questa dottrina l'essenziale della storia consiste per l'appunto in tali momenti critici, e ci sta di mezzo tra l'uno e l'altro di cotesti momenti si fa conto, almeno per ora, di abbandonarlo alle erudite cure dei narratori ed espositori di mestiere. Come dottrina rivoluzionaria  essa innanzi tutto la coscienza intellettuale del moto proletario presente, nel quale secondo l'assunto nostro, si prepara di lunga mano l'avvento del comunismo: tanto , che i decisi avversari del socialismo la respingono come opinione, che, sotto apparenze di scienza, non faccia che ripetere la ben nota utopia socialistica.
Per tale condizione di cose pu darsi bene il caso, e di fatti s' pur gi dato in parte, che la fantasia degl'inesperti d'ogni arte di ricerca storica, e lo zelo dei fanatici, trovi stimolo ed occasione perfino nel materialismo storico a foggiare una nuova ideologia, e a trarre da esso una nuova filosofia della storia sistematica, cio schematica, ossia a tendenza e a disegno. N c' cautela che basti. L'intelletto nostro raramente s'appaga della ricerca schiettamente critica, ed  sempre propenso a convertire in elemento di pedanteria ed in novella scolastica qualunque trovato del pensiero. A farla breve, anche la concezione materialistica pu essere convertita in forma di argomentazione a tesi, e servire a rimettere in nuove fogge pregiudizii antichi; come era quello di una storia dimostrata, dimostrativa e dedotta.
Perch ci non accada, e specie perch non riapparisca per vie indirette e per modi dissimulati una qualunque forma di finalit, su due punti bisogna essere in chiaro: e cio dire, che le condizioni storiche a noi note son tutte circostanziate; e che il progresso fu fino ad ora circoscritto da molteplici impedimenti, e per ci fu sempre parziale e limitato.


Una parte sola, e fino ai tempi recentissimi una parte non grande del genere umano ha per intero percorso gli stadii tutti del processo, per effetto del quale le nazioni pi progredite son giunte alla societ civile moderna, con le forme di avanzata tecnica fondate su le scoverte della scienza, e con tutte le conseguenze politiche, intellettuali, morali e cos via, che a tale sviluppo sono rispettive e consentanee. Accanto agl'inglesi - tanto per accennare all'esempio pi stridente - che, trasportando seco nella Nuova Olanda i mezzi europei, vi han creato un centro di produzione, che gi tiene un posto notevole nella concorrenza del mercato mondiale, vivono tuttora come fossili della preistoria gl'indigeni australiani, capaci solo di estinguersi, ma incapaci di adattarsi alla civilt, che fu non sopra di essi ma accanto ad essi importata. Nell'America, e specie in quella del Nord, la serie dei procedimenti che vi han dato luogo allo sviluppo della societ moderna, cominci con la importazione dall'Europa delle piante, degli animali e degl'istrumenti dell'agricoltura, il cui uso ab antico avea ingenerato la secolare civilt del Mediterraneo: ma tal moto rimase tutto rinchiuso nella cerchia dei discendenti dei conquistatori e dei coloni, mentre gli indigeni, o si disperdono nella massa di nuova formazione, per le vie naturali della mistura di razza, o deperiscono e spariscono affatto. L'Asia anteriore e l'Egitto, che gi in tempi antichissimi, come prima culla di tutta la nostra civilt, dettero luogo alle grandi formazioni semipolitiche, le quali seguono le prime fasi della storia accertata e ricordata, ci appaiono da secoli come le cristallizzazioni di forme sociali incapaci di muoversi da s per nuove fasi di sviluppo. Sta sopra di loro la secolare pressione del barbarico accampamento, che  la dominazione turca. In quella massa irrigidita, o s'incunea per dissimulate vie una amministrazione alquanto ammodernizzata, o in nome esplicito degl'interessi commerciali s'insinuano la ferrovia ed il telegrafo, avamposti coraggiosi della conquistatrice banca europea.
Tutta quella massa irrigidita non ha speranza di ripigliar vita, calore e movimento, se non per la rovina della dominazione turca, cui si vada surrogando, nei diversi possibili modi di conquista diretta o indiretta, la signoria o il protettorato della borghesia europea. Che un processo di trasformazione dei popoli arretrati, o arrestatisi nel loro cammino, possa avverarsi ed affrettarsi per esterni influssi, sta l l'India a provarlo, che gi vivace ancora di sua propria vita, sotto l'azione poi dell'Inghilterra rientra ora con vigore nella circolazione della operosit internazionale, per fino nei suoi prodotti intellettuali. N sono questi i soli contrasti nella fisionomia storica dei contemporanei. Ecco, mentre l nel Giappone, per un fenomeno acuto e spontaneo di imitazione, si sviluppa in men di trent'anni una certa relativa assimilazione della civilt occidentale, che muove gi normalmente le energie proprie del paese stesso, il diritto e l'imposizione della conquista russa trae nella cerchia della industria moderna, e anzi della grande industria, qualche punto notevole dei paesi oltre il Caspio. La mole gigantesca della Cina ci  apparsa fino a pochi anni fa quasi immobile nell'atavistico assetto delle sue istituzioni, tanto vi  lento ogni movimento: mentre, per ragioni etniche e geografiche, quasi tutta l'Africa rimaneva impermeabile, e, fino agli ultimi tentativi di conquista e di colonizzazione, pareva non dovesse offrire all'azione della civilt, che il solo suo perimetro, come fossimo, non che ai tempi dei portoghesi, a quelli dei greci e dei cartaginesi.
Tali differenziazioni degli uomini, sul cammino della storia e della preistoria, ci paiono spiegabilissime, quando c' modo di ricondurle alle condizioni naturali ed immediate, che impongano limiti allo sviluppo del lavoro. Questo  il caso dell'America, la quale, fino alla apparizione degli europei, non avea che una sola granaglia, il mais, e un solo animale addomesticabile ad uso di lavoro, il lama: e noi possiamo rallegrarci, che gli europei, importandovi con se stessi e coi loro istrumenti il bue, e l'asino, e il cavallo, e il frumento, e il cotone e la canna da zucchero e il caff, e da ultimo la vite e l'arancio, v'abbiano creato un nuovo mondo della gloriosa societ che produce le merci, la quale, con inaudita rapidit di moto, vi ha gi percorso le due fasi della pi nera schiavit e del pi democratico salariato. Ma l dove c' stato un vero arresto, e anzi un documentato regresso, come nell'Asia anteriore, nell'Egitto, nella penisola dei Balcani e nell'Africa settentrionale, e tale arresto non pu attribuirsi al differenziarsi delle condizioni naturali, ivi noi ci troviamo dinanzi ad un problema, che aspetta la soluzione sua dallo studio diretto ed esplicito della struttura sociale, guardata cos nei modi interni del suo divenire, come negl'intrecci e nelle complicazioni dei varii popoli, su quel terreno che pi ordinariamente dicesi arena delle lotte storiche.
Questa stessa Europa civile, che per continuit di tradizione presenta lo schema pi completo di processo, tanto che su cotesto modello furono ideati e fino ad ora costruiti tutti i sistemi di filosofia storica; questa stessa Europa occidentale e mediana, che ha prodotto l'epoca dei borghesi, e tale forma di societ ha cercato e cerca d'imporre a tutto il mondo, con vari modi di conquista diretta o indiretta, non  tutta uniforme in s, nel grado di suo sviluppo, e le sue diverse conglomerazioni nazionali, regionali e politiche appaiono come distribuite sopra di una scala di molto graduata. Da tali differenze dipendono le condizioni di relativa superiorit od inferiorit di paese a paese, e le ragioni pi o meno vantaggiose o svantaggiose dello scambio economico; e di qui per la pi parte dipesero, come tuttora dipendono, e gli attriti, e le lotte, e i trattati e le guerre, e quanto altro mai, con maggiore o con minor precisione, seppero narrarci gli storici politici dalla Rinascenza in qua, e certo con cresciuta evidenza da Luigi XIV e da Colbert in poi.
Questa Europa stessa  assai variopinta. Ecco qui la fioritura massima della produzione industriale e capitalistica, cio dire in Inghilterra; e in altri punti vive, o rigoglioso o rachitico, l'artigianato, come da Parigi a Napoli, tanto per cogliere il fatto nei suoi estremi. Qui la campagna  quasi per intero industrializzata, com' di nuovo in Inghilterra; ed ecco che altrove vegeta, in molteplici forme tradizionali, l'idiotico contadiname, come in Italia ed in Austria, anzi in questo paese pi che da noi. Mentre in un paese l'azienda politica dello stato - come si conviene alla prosaica coscienza di una borghesia, che sa il fatto suo, perch il posto che tiene se l' veramente conquistato da s - viene esercitata nei modi pi sicuri e palesi di un esplicito dominio di classe (non  chi non intenda che parlo della Francia); altrove, e segnatamente in Germania, le vecchie abitudini feudali, l'ipocrisia protestante, e la vilt di una borghesia che sfrutta le favorevoli contingenze economiche senza portarci dentro, n spirito, n coraggio rivoluzionario, mantengono all'ente stato le mentite apparenze di una missione etica da compiere (- oh zucconi e parrucconi di professori tedeschi, in quante salse poco appetitose e digeribili avete voi cucinata cotesta etica dello stato, prussiano per giunta! -). Qua e l la produzione moderna capitalistica s'incunea nei paesi, che per altri rispetti non entrano nel nostro movimento, e specie in quello della politica, come  il caso della infelice Polonia; ovvero tal forma s'insinua solo per indiretto, come nella Slavia meridionale.
Ma ecco qui il contrasto pi acuto, che pare destinato a metterci come in compendio sott'occhi tutte le fasi anzi gli estremi della nostra storia. La Russia non ha potuto avviarsi, come ora di fatto si avvia, alla grande industria, se non pompando dall'Europa occidentale, e specie dal grazioso sciovinismo francese, quel danaro, che essa invano si sarebbe provata a trarre da se stessa, ossia dalle condizioni della sua obesa massa territoriale, su la quale, con vecchie forme economiche, vegetano cinquanta milioni di contadini. Ora la Russia, per diventare una societ economicamente moderna, il che probabilmente vi prepara le condizioni di una rispondente rivoluzione politica, fu tratta a distruggere gli ultimi avanzi del comunismo agrario, che in essa eransi fino a poco tempo fa conservati in forme tanto caratteristiche, e in tanta estensione: (n qui importa di decidere se quello fosse comunismo primitivo, o secondario, come alcuni ritengono). La Russia deve imborghesirsi e, per far ci, deve innanzi tutto convertire la terra in merce, che sia capace di produrre merci, e al tempo stesso trasformare in proletarii e pezzenti gli ex-comunisti della campagna. Ed ecco che, invece, nell'Europa occidentale e centrale ci troviamo al punto opposto della serie di sviluppo, che nella Russia comincia appena. Qui da noi, dove la borghesia con varia fortuna, e vincendo impedimenti tanto diversi, ha percorso gi tanti stadii del suo sviluppo, non la memoria del comunismo primitivo, che a mala pena rivive per erudite combinazioni nelle teste dei dotti, ma la stessa forma della produzione borghese genera nei proletarii la tendenza al socialismo, che si presenta nei suoi generali contorni come indizio di una nuova fase della storia, e, cio, non come la ripetizione di ci che fatalmente finisce nella Slavia sotto agli occhi nostri.
Chi  che non veda in cotesta esemplificazione, che io non ho cercata ad arte, e che anzi m' venuta quasi a caso e disordinatamente fuori della penna, in cotesta esemplificazione, dico, che pu essere indefinitamente prolungata in un libro di geografia economico-politica del mondo attuale, la prova evidente del come le condizioni storiche son tutte circostanziate nelle forme di loro sviluppi? Non solo le razze e i popoli, e le nazioni, e gli stati, ma le parti delle nazioni e le regioni varie degli stati, e poi i ceti e le classi si trovano come su tanti gradini di una assai lunga scala, o anzi su diversi punti di una curva a grande e complicato svolgimento. Il tempo storico non  corso uniforme per tutti gli uomini. Il semplice succedersi delle generazioni non fu mai l'indice della costanza e della intensit del processo. Il tempo come astratta misura di cronologia, e le generazioni succedentisi in termini approssimativi di anni, non dnno criterio n recano indicazione di legge o di processo. Gli sviluppi furono finora varii, perch varie furono le opere compiute in una e medesima unit di tempo. Fra tali forme varie di sviluppo c' affinit, anzi c' similarit di moventi, ossia c' analogia di tipo, ossia c' omologia: tanto che le forme avanzate possono, per semplice contatto, o con la violenza, accelerare lo svolgimento delle forme arretrate. Ma l'importante  d'intendere, che il progresso, la cui nozione  non solo empirica, ma sempre circostanziata e per ci limitata, non ist sul corso delle cose umane come un destino od un fato, n qual comando di legge. E per ci la nostra dottrina non pu esser volta a rappresentare tutta la storia dell'uman genere in una veduta comunque prospettica o unitaria, la quale ripeta, mutatis mutandis, la filosofia storica a disegno come da sant'Agostino ad Hegel, o anzi, meglio, dal profeta Daniele al signor De Rougemont.
La nostra dottrina non pretende di essere la visione intellettuale di un gran piano o disegno, ma  soltanto un metodo di ricerca e di concezione. Non a caso Marx parlava della sua scoverta come di un filo conduttore. E per tal ragione appunto  analoga al darwinismo, che anch'esso  un metodo, e non , n pu essere, una ammodernata ripetizione della costruita e costruttiva Naturphilosophie, a uso Schelling e compagni.


A scorgere nella nozione del progresso la indicazione di qualcosa di circostanziato e di relativo fu primo il geniale Saint-Simon, che tal suo pensiero contrappose alla dottrina del secolo decimottavo, in buona parte culminante in Condorcet. A cotesta dottrina, che potrebbe dirsi unitaria, egalitaria, formale, perch  quella che considera l'uman genere come svolgentesi su di una linea processuale, Saint-Simon contrappose il concetto delle facolt e delle attitudini, che si surrogano e si compensano; e per tal modo rimase ideologo.
A penetrare le ragioni effettive della relativit del progresso occorreva ben altro. Bisognava innanzi tutto rinunziare a quei pregiudizii, i quali sono impliciti nella credenza, che gl'impedimenti alla uniformit del divenire umano riposino esclusivamente sopra cause naturali ed immediate. Cotesti impedimenti naturali, o sono assai problematici, come  il caso delle razze, nessuna delle quali ha in s l'ingenito privilegio della storia, o sono, come nel caso delle differenze geografiche, insufficienti a spiegare lo svolgersi di condizioni storico-sociali affatto difformi sopra uno e medesimo terreno topografico. E come il moto storico nasce per l'appunto quando gl'impedimenti naturali furono gi in buona parte, o superati, o notevolmente circoscritti per mezzo della creazione di un terreno artefatto, sul quale fosse dato agli uomini di venirsi ulteriormente sviluppando, gli  chiaro perci, che i consecutivi impedimenti alla uniformit del progresso siano da cercare nelle condizioni proprie ed intrinseche della struttura sociale stessa.
Questa struttura ha messo fino ad ora capo in forme di organamento politico, la cui somma  il tentativo di tenere in equilibrio le disuguaglianze economiche: il che fa, che cotesto organamento, come ho pi volte detto, sia di continuo instabile. Da che ci  storia ricordata essa  storia della societ che o tende a formare lo stato, o lo stato ha gi portato a compimento. E lo stato  la lotta all'interno, o vivamente e in atto, o da poco vinta, o come che siasi per alcun tempo sopita e sedata. E lo stato  anche la lotta all'esterno, o per assoggettare altri popoli, o per colonizzare altri paesi, o per esportare i prodotti sopra altri mercati, o per scaricare la popolazione esuberante, e cosi via. E lo stato  tale lotta all'interno e all'esterno, perch  innanzi tutto l'organo e l'istrumento di una parte pi o meno grande della societ contro tutto il resto della societ stessa, in quanto che questa essenzialmente poggia su la signoria economica degli uomini su gli uomini, in modi pi o meno diretti ed espliciti, secondo che il vario grado di sviluppo della produzione e dei suoi mezzi naturali e dei suoi istrumenti artificiali esiga, o la schiavit immediata, o la servit della gleba, o il libero salariato. Questa societ delle antitesi, che si regge a stato,  sempre, per quanto in varie forme e modi, la opposizione della citt e della campagna, dell'artigiano e del contadino, del proletario e del padrone, del capitalista e del lavoratore, e cos via da non finirla; e mette sempre capo, con varie complicazioni e modalit, in una gerarchia, o che ci accada per quadro fisso di privilegio come nel Medioevo, o che, nelle dissimulate forme del diritto presuntivamente eguale per tutti, ci si avveri per l'azione automatica della concorrenza economica, come  ora.
A cotesta gerarchia economica corrisponde in vario modo nei varii paesi, tempi e luoghi, starei per dire, una gerarchia degli animi, degl'intelletti, degli spiriti. Cio dire la coltura, nella quale appunto gli idealisti ripongono la somma del progresso, fu ed  per necessit di fatto assai disugualmente distribuita. La maggior parte degli uomini, per la qualit delle cure e delle occupazioni cui attende si trova ad essere come di individui disintegrati, fatti in pezzi, resi incapaci di uno sviluppo completo e normale. Alla economica delle classi, ed alla gerarchia delle situazioni sociali, risponde la psicologia delle classi, La relativit del progresso  per noi, dunque, la conseguenza inevitabile delle antitesi di classe. In queste antitesi sono gl'impedimenti, pei quali rimane spiegata la possibilit del relativo regresso, fin gi gi alla degenerazione e allo sfacelo di una intera societ. Le macchine, che segnano il trionfo della scienza, divengono, per le condizioni antitetiche della compagine sociale, gli istrumenti da proletarizzare milioni e milioni di gi liberi artigiani e contadini. I progressi della tecnica, che arricchiscono di comodi le citt, rendono pi misera ed abietta la condizione dei contadini, e nelle citt stesse pi umile la condizione degli umili. I progressi tutti del sapere servirono fino ad ora a differenziare il ceto degli addottrinati, e a mettere sempre a maggior distanza dalla coltura le masse, che, intese all'incessante lavoro di tutti i giorni, di questo alimentano la societ tutta intera.
Il progresso fu ed  fino ad ora parziale ed unilaterale. Le minoranze che vi partecipano dicono sia questo il progresso umano; e i burbanzosi evoluzionisti chiamano ci natura umana che si svolge. Tutto cotesto progresso parziale, che si  fino ad ora svolto nella pressione degli uomini su gli uomini, ha suo fondamento nelle condizioni di opposizione, per cui le antitesi economiche han generato tutte le antitesi sociali, e dalla relativa libert di alcuni  nata la servit di moltissimi; e il diritto  stato l'auspice della ingiustizia. Il progresso visto cos, ed appreso nella sua chiara nozione, ci appare come il compendio morale ed intellettuale di tutte le umane miserie, e di tutte le materiali disuguaglianze.
A scovrirvi la inevitabile relativit occorreva che il comunismo, sorto dapprima come moto istintivo nell'animo degli oppressi, diventasse scienza e politica. E occorreva poi, che la nostra dottrina desse la misura del valore di tutta la storia passata, scovrendo in ogni forma di organamento sociale, che fosse di origine e di assetto antitetico, come tutte furono fino ad ora, la ingenita incapacit a produrre le condizioni di un progresso umano universale ed uniforme; scovrendovi, cio, gl'impedimenti i quali fanno s che il benefizio si converta in malefizio.







VI.

A una domanda noi non possiamo sottrarci, ed  questa; donde ebbe origine la credenza nei fattori storici? Cotesta espressione ricorre assai di frequente per le menti e per gli scritti di molti eruditi, scienziati e filosofi, e di quegli espositori, i quali, o ragionando o combinando, si dilungano alquanto dalla mera narrazione, e di tale opinione si giovano, come di presupposto per orientarsi su la ingente massa dei fatti umani, che, a prima vista e nella immediata considerazione, appaiono tanto confusi e irriducibili. Cotesta credenza, cotesta opinione corrente  diventata presso gli storiografi ragionatori, o a dirittura razionalisti, una semidottrina, che di recente fu pi volte addotta, quale argomento decisivo, contro la teoria unitaria della concezione materialistica. Gli , anzi, tanto radicata la credenza, ed  tanto diffusa la opinione, che la storia non si possa intenderla, se non come incontro ed incidenza di diversi fattori, che molti di quelli i quali parlano di materialismo sociale, sia in favore o sia contro, credono di cavarsi d'ogni impaccio quando affermano, che tutta questa dottrina qui consista poi in ultimo nell'attribuire la prevalenza o l'azione decisiva al fattore economico.
Certo gli  che importa di rendersi conto del come cotesta credenza, o opinione, o semidottrina abbia avuto origine perch la verace ed effettiva critica consiste principalmente nel riconoscere e nell'intendere i motivi di ci che dichiariamo errore. Non basta di respingere una opinione, col designarla spicciativamente per erronea. L'errore dottrinale  nato sempre da qualche lato male inteso di una esperienza incompleta, o da qualche imperfezione soggettiva. Non basta respingere l'errore; bisogna vincerlo, e superarlo, spiegando/o.

Ogni storico, che cominci a narrare, compie, per cosi dire, un atto di astrazione. Innanzi tutto eseguisce come un taglio in una serie continuativa di avvenimenti; e poi prescinde da molti e svariati presupposti e precedenti, e anzi spezza e scompone una intricata tela. Per cominciare bisogna pure che fissi un punto, una linea, un termine, di sua elezione, e dica p. e.: vogliamo raccontare come ebbe inizio la guerra tra greci e persiani; vediamo come Luigi XVI venne nella risoluzione di convocare gli Stati Generali. Il narratore si trova, insomma, dinanzi ad un complesso di fatti accaduti, e di fatti che stanno per accadere, i quali, nel tutt'insieme, appariscono come una configurazione. In tale suo atteggiamento ha origine il modo d'essere e lo stile di ogni racconto; perch, ad ordirlo, occorre pigliar le mosse da cose gi divenute, per poi vedere come continuino nel divenire.
E pure in quel complesso bisogna introdurre un certo sentimento di analisi, risolvendolo in varii gruppi e in varii aspetti di fatti, od in elementi concorrenti, che appariscono poi ad un certo punto come delle categorie per s stanti. Ecco: qui  lo stato in una certa forma e con certi poteri; e qui son le leggi, che determinano, per comando o per proibizione, certi rapporti; e qui son gli abiti e i costumi, che rivelano tendenze, bisogni, e modi di pensare, di credere, di fantasticare; e nell'insieme si vede una moltitudine d'uomini conviventi e collaboranti, con spartizione di ufficii e di occupazioni; e poi si notano i pensieri, le idee, le inclinazioni, le passioni, i desiderii, le aspirazioni, che da cotesto variopinto modo di coesistenza e dai suoi attriti in determinate maniere si sprigionano e sviluppano. Avviene una mutazione, e questa si rivela in uno dei lati od aspetti del complesso empirico, o in tutti essi in maggiore o in minore spazio di tempo: p. e. lo stato slarga i suoi confini esterni, o altera i suoi limiti interni verso la societ, crescendo o diminuendo di poteri e di attribuzioni, o cambiando di forma nell'esercizio di quelli e di queste; ovvero il diritto muta le sue disposizioni, o s'esprime ed afferma in nuovi organi; ovvero, da ultimo, dietro al cambiamento delle abitudini esterne cotidiane, si rivela un cambiamento nei sentimenti, e nei pensieri, e nelle inclinazioni degli uomini variamente distribuiti nelle diverse classi sociali, le quali si rimescolano, si alterano, si spostano, si fondono o rinnovano. Ad intendere tutto ci, in quanto e per il modo come apparisce alla prima e si disegna alla ordinaria attenzione, bastano le comuni doti della intelligenza normale, di quella, intendo dire, che non  sussidiata ancora, n corretta o completata dalla scienza propriamente detta. Chiudere in precisi confini un insieme di tali mutazioni, ecco l'oggetto vero e proprio della narrazione la quale riesce tanto pi perspicua, efficace e plasmata, quanto  pi monografica: p. e. Tucidide nella guerra del Peloponneso.
La societ gi in un certo modo divenuta, la societ gi arrivata ad un certo grado di sviluppo, la societ gi tanto complicata da nascondere il sottostrato economico che il resto sorregge, non si  rivelata ai puri narratori, se non in quegli apici visibili, in quei resultati pi appariscenti, in quei sintomi pi significativi, che son le forme politiche, le disposizioni di legge e le passioni di parte. Il narratore, oltre che per la mancanza di una dottrina teoretica su le fonti vere del movimento storico, per l'atteggiamento stesso che egli assume di fronte alle cose che coglie nelle apparenze del loro divenire, non pu ridurre questo ad unit, se non nell'aspetto della sola intuizione immediata; e, se  artista, cotesta intuizione gli si colorisce nell'animo, e vi si trasmuta in azione drammatica. Il suo ufficio  adempiuto, se egli riesce ad inquadrare un certo numero di fatti e di accadimenti entro termini e confini, su i quali lo sguardo possa muoversi come su chiara prospettiva; alla stessa guisa, che il geografo puramente descrittivo ha fatta per intero la parte sua, se racchiude in vivo e perspicuo disegno la concorrenza delle cause fisiche che determinano l'intuitivo aspetto, poniamo del golfo di Napoli, senza punto risalire alla genesi di esso.
In cotesto bisogno della configurazione narrativa  la occasione prima, intuitiva, palpabile, e direi quasi estetica ed artistica, di tutte quelle astrazioni e generalizzazioni, che da ultimo mettono capo nella semidottrina dei cos detti fattori.
Qui sono due uomini insigni, i Gracchi, che vollero arrestare il processo di appropriazione dell'ager publicus, o impedire l'agglomerazione del latifondo, per cui diminuisce o cessa del tutto di esistere la classe dei piccoli proprietarii, ossia degli uomini liberi, che son fondamento e condizione della vita democratica della citt antica. Quali furono le cause del loro insuccesso? Il loro disegno  chiaro: l'animo loro, la loro origine, il loro carattere, il loro eroismo lo illustrano. E stanno contro a loro altri uomini, con altri interessi e con altro animo. La contesa non si disegna dapprima alla mente se non come lotta di propositi e di passioni, la quale si svolge e riesce a termine con quei mezzi che consentono le forme politiche dello stato, e l'uso o l'abuso dei poteri pubblici. Ecco l l'ambiente: la citt dominatrice in diversi modi, sopra altre citt, o sopra territori sforniti d'ogni carattere di autonomia; e dentro di quella citt una avanzata differenziazione di ricchi e di poveri; e di fronte alla schiera non numerosa dei sopraffacitori e dei prepotenti, immensa la massa dei proletarii, che stan per perdere o han gi perduta la coscienza e la forza politica d'una plebe di cittadini, la massa che si lascia per ci ingannare e corrompere, e a breve andare finir per imputridire, qual servile accessorio degli sfruttatori di maggior grado. Questa la materia del narratore, al quale non  dato di rendersi conto del fatto, se non nelle condizioni immediate del fatto stesso. L'unit intuitiva  la scena su la quale i casi si svolgono, e perch il racconto abbia rilievo, intreccio e prospettiva, occorrono dei punti di orientazione e dei mezzi di riduzione.
In ci consiste la origine prima di quelle astrazioni, per cui i lati varii di un determinato complesso sociale vengono, poco per volta, distratti dalla loro qualit di semplici aspetti di un insieme, e via via generalizzati menano poi alla dottrina dei presunti fattori.
Questi, in altri termini, intendo dire dei fattori, si originano nella mente, per via della astrazione e della generalizzazione degli aspetti immediati del movimento apparente, e stanno alla pari con tutti gli altri concetti empirici, i quali, sorti che siano in ogni altro campo del sapere, vi si mantengono, finch, o non vengano ridotti ed eliminati per via di nuova esperienza, o non si trovino riassorbiti da una concezione pi generale, che sia genetica, evolutiva, dialettica.
Non era forse necessario, che nell'analisi empirica e nello studio immediato delle cause e degli effetti di certi determinati fenomeni, p. e. dei calorifici, la mente si fermasse dapprima nella presunzione e nella persuasione di poterli e di doverli attribuire ad un subietto, che, se non parve mai a nessun fisico un vero ente sostanziale, parve di certo una forza determinata e specifica, che sarebbe il calore. Ed ecco che ad un certo punto, per nuova combinazione di esperienza, cotesto escogitato calore si risolve, a date condizioni, in una certa quantit di moto. E anzi, ora, il pensiero  su la via di risolvere tanti degli escogitati fattori fisici nel flusso di una universale Energhetica, nella quale la ipotesi degli atomi, per quanto essa  necessaria e utilizzabile, perde ogni residuo di sopravvissuta metafisica.
Non era forse inevitabile, come primo stadio della conoscenza rispetto al problema della vita, l'indugiarsi a lungo nello studio distinto degli organi, e il ridur questi in sistemi? Senza cotesta anatomia, che pare per fin troppo materiale e grossolana, nessun progresso di studi sarebbe stato possibile; e intanto, su la ignorata genesi e coordinazione di tale molteplicit analitica, s'aggiravano incerti e vaghi i concetti generici di vita, di anima e simili. In coteste creazioni mentali si cerc per ripiego di escogitazione, e per gran tempo, quella unit biologica, che ha da ultimo trovato il suo riscontro intuitivo nell'inizio certo della cellula, e nel suo processo di immanente moltiplicazione.
Pi difficile fu certamente il cammino, che il pensiero dovette percorrere per ridurre ad evidenza di genesi i dati tutti della vita psichica, dai semplicissimi delle elementari sensazioni fino ai prodotti di molto derivati e complessi. Non solo per ragioni di difficolt teoretiche, ma per altri pregiudizii popolari, l'unit e continuit incessante dei fenomeni psichici apparve fino ad Herbart come spartita e spezzata in tanti fattori, ossia nelle cos dette facolt dell'anima.
Per le medesime difficolt  passata la interpretazione dei processi storico-sociali; ed anche essa s' dovuta dapprima arrestare nella veduta provvisoria dei fattori. E, perci, riesce ora a noi cosa agevole il rintracciare la occasione prima di tale opinione nel bisogno che hanno gli storici narratori di trovare, nell'atto che raccontano con pi o meno di capacit artistica, e con vario intendimento di ammaestrare, dei punti di orientazione immediata, quali pu offrirli lo studio del moto apparente delle cose umane.

Ma in quel movimento apparente son pure delle indicazioni, che rimandano ad altro.Quei fattori concorrenti, che l'astrazione escogita e poi si permette di isolare, non furon mai visti ad operare ciascuno per s; perch, anzi, operano per un modo di efficacia, che d luogo al concetto dell'azione reciproca. Inoltre, quei fattori son pur essi nati una volta, e son poi giunti a quella fisonomia, che rivelano nella particolare narrazione. Di quel tale stato si sapeva pure che fosse nato una volta. Di ogni diritto, o si serbava memoria, o si congetturava, che fosse entrato in vigore in tali o tali altre circostanze. Di tanti costumi si serbava il ricordo, che fossero stati una volta introdotti; e il pi semplice confronto dei fatti accertati, per rispetto a diversi tempi e luoghi, facea vedere, come la societ nel suo insieme, in quanto somma di diverse classi, avesse assunto, ed assumesse di continuo forme diverse.
Tanto l'azione reciproca dei diversi fattori, senza della quale nemmeno il pi semplice racconto sarebbe mai possibile, quanto le notizie pi o meno accertate circa le origini e le variazioni dei fattori stessi, sollecitavano alla ricerca ed al pensiero, assai pi che non facesse la narrazione configurativa di quei grandi storici, che sono veri e propri artisti. E difatti, i problemi che resultano spontanei dai dati della storia, quando questi sian combinati con altri elementi teoretici, dettero luogo alle diverse discipline cos dette pratiche, che, con varia rapidit di moto e con vario successo, si svilupparono dai tempi antichi a venire ai moderni, dall'Etica alla Filosofia del Diritto, dalla Politica alla Sociologia, dalla Giurisprudenza all'Economia.
Ed ecco che col nascere e col formarsi di tante discipline, per la stessa inevitabile division del lavoro, si moltiplicarono fuor di misura i punti di vista. Certo , che alla prima ed immediata analisi dei multiformi aspetti empirici del complesso sociale, occorreva un lungo lavoro di parziale astrazione; il che reca sempre con s l'inevitabile conseguenza del vedere unilaterale. Ci si  verificato in modo pi acuto e pi appariscente, che non in altro campo, in quello della Giurisprudenza, e nelle sue varie generalizzazioni fino alla Filosofia del Diritto. Per via di cotali astrazioni, che sono inevitabili nell'analisi parziale ed empirica, e per effetto della divisione del lavoro, i diversi lati e le diverse manifestazioni del complesso sociale furono, di quando in quando, fissati ed immobilizzati in concetti generali ed in categorie. Le opere, gli effetti, le emanazioni, gli efflussi dell'attivit umana - diritto, forme economiche, principii di condotta e cos via - furono come tradotti e convertiti in leggi, in imperativi e in principii che stessero al di sopra dell'uomo stesso. E di quando in quando s' poi dovuto di nuovo scovrire questa verit semplice; che il solo fatto permanente e sicuro, ossia il solo dato, da cui muova o a cui si riferisca ogni particolare disciplina pratica,  questo: gli uomini congregati in una determinata forma sociale, per via di determinati vincoli. Le varie discipline analitiche, che illustrano i fatti che si svolgono nella storia, han finito per occasionare da ultimo il bisogno di una comune e generale scienza sociale, che renda possibile la unificazione dei processi storici. E di tale unificazione la dottrina materialistica segna appunto l'ultimo termine, e anzi l'apice.

Ma non fu, come non sar mai tempo perso quello che sia speso nell'analisi preliminare e laterale dei fatti complessi. Dobbiamo alla metodica division del lavoro la erudizione precisa, ossia la massa delle conoscenze dichiarate, cribrate, sistemate, senza delle quali ogni storia sociale vagherebbe sempre nel puramente astratto, nel formale e nel terminologico. Lo studio a parte dei presunti fattori storico-sociali ha giovato, come giova ogni altro studio empirico che si attenga al moto apparente delle cose, a raffinare gl'istrumenti della osservazione, e a dar modo di ritrovare nei fatti stessi, che furono artificiosamente distratti dall'insieme, gli addentellati che al complesso sociale li legano. Le diverse discipline, che son tenute isolate ed indipendenti per via del presupposto dei fattori concorrenti nella formazione storica, per il grado di sviluppo che han raggiunto, per il materiale che han raccolto, e pei metodi che han prodotti, sono ora per noi tutte indispensabili, quando si voglia ricostruire qualunque parte dei tempi passati. Che ne sarebbe della nostra scienza storica senza la unilateralit della Filologia, che  il sussidio istrumentale d'ogni ricerca; e dove si sarebbe mai trovato il bandolo di una storia delle istituzioni giuridiche, che poi a tante altre cose e combinazioni da se stessa rimanda, senza l'ostinata fede dei romanisti nella eccellenza universale del Diritto Romano, la quale ha generato, con la Giurisprudenza generalizzata e con la Filosofia del Diritto, tanti dei problemi in cui germoglia da ultimo la Sociologia?

Cos che, al postutto, i fattori storici, che ricorrono per le menti e per gli scritti di tanti, indicano qualcosa che  molto meno della verit, ma che  molto di pi del semplice errore, nel senso grossolano di abbaglio, di illusione e di inganno. Sono il prodotto necessario di una conoscenza, che  in via di sviluppo e di formazione. Nascono dal bisogno di orientarsi sopra lo spettacolo confuso, che le cose umane presentano a chi voglia narrarle; e servono poi, dir cos, di titolo, di categoria, di indice a quella inevitabile division del lavoro, per entro alla quale fu finora teoreticamente elaborata la materia storico-sociale. In questo campo di conoscenza, del pari che in quello delle scienze naturali, la unit di principio reale, e la unit di trattazione formale, non s'incontran mai di primo acchito, anzi si trovano solo a capo di lungo ed intricato cammino; cosicch, anche per cotesto rispetto, ci pare calzante l'analogia stabilita da Engels tra il ritrovamento del materialismo storico e quello della conservazione dell'energia.

La provvisoria orientazione, secondo l'ovvio schema di ci che dicono fattori, pu, in date circostanze, occorrere anche a noi, che professiamo un principio affatto unitario della interpretazione storica. Intendo dire, se vogliamo non semplicemente teorizzare, ma se vogliamo, con propria nostra ricerca, illustrare un determinato periodo di storia. Come in cotesto caso c'incombe l'obbligo della minuta e diretta ricerca, cosi ci  giuoco forza di attenerci dapprima ai gruppi difatti che paiono, o prominenti, o indipendenti, o staccati, negli aspetti della immediata esperienza. Perch non  veramente il caso di credere, che il principio unitario di massima evidenza e trasparenza, cui siam giunti nella concezione generale della storia, possa, a guisa di talismano, valer di continuo, e a prima vista, come di mezzo infallibile per risolvere in elementi semplici l'immane apparato e il complicato ingranaggio della societ. La sottostante struttura economica, che determina tutto il resto, non  un semplice meccanismo, dal quale saltino fuori, a guisa d'immediati effetti automatici e macchinali, istituzioni, e leggi, e costumi, e pensieri, e sentimenti, e ideologie. Da quel sottostrato a tutto il resto, il processo di derivazione e di mediazione  assai complicato, spesso sottile e tortuoso, non sempre decifrabile.
L'organamento sociale , come gi sappiamo, di continuo instabile, sebbene ci non appaia evidente a tutti, se non quando la instabilit entra in quel periodo acuto che chiamiamo rivoluzione. Cotesta instabilit, con le continue lotte nel seno della stessa societ organata, esclude s la possibilit che gli uomini entrino in una condizione di continuata acquiescenza od accomodazione, per cui potrebbe accadere che tornassero nel vivere animale. Nell'antitesi  la causa precipua del progresso (Marx). Ma  altrettanto vero, per, che in cotesto organamento instabile, nel quale  data la forma inevitabile del dominio e della soggezione, la intelligenza si  sempre sviluppata, non solo disugualmente, ma assai imperfettamente, incongruamente e parzialmente. Ci fu ed  ancora nella societ come una gerarchia dell'intelletto, e poi dei sentimenti e delle ideazioni. Supporre che gli uomini, sempre e in tutti i casi, abbiano avuto una coscienza approssimativamente chiara della propria situazione, e di quello che convenisse loro pi ragionevolmente di fare gli  supporre l'inverosimile, anzi l'insussistente.
Forme di diritto, e azioni politiche e tentativi di ordinamento sociale, furono, come sono tuttora, a volte cose indovinate, a volte cose sbagliate, cio sproporzionate e incongrue al caso. La storia  piena di errori; il che vuoi dire, che se tutto vi fu necessario, data la intelligenza relativa di quelli che avessero a risolvere una difficolt, o a trovare una soluzione a un dato problema e cos via, se tutto v'ebbe la sua ragion sufficiente, non tutto vi fu ragionevole, secondo il senso che dnno a questa parola gli ottimisti che raziocinano. A lungo andare le cause determinanti alle mutazioni, e ossia le cambiate condizioni economiche, finirono e finiscono per far trovare, fosse pur per vie assai tortuose, le occorrenti forme di diritto, gli ordini politici adattati, e le maniere pi o meno convenienti della accomodazione sociale. Ma non  per da credere, che la istintiva sapienza dell'animale ragionevole si manifestasse, o si manifesti, sic et simpliciter, nella piena e chiara intelligenza di ogni situazione; e che a noi non tocchi ora se non di rifare semplicisticamente il cammino deduttivo dalla situazione economica a tutto il resto. L'ignoranza - la quale alla sua volta pu anch'essa essere spiegata -  cagione non piccola del modo come la storia  proceduta; e all'ignoranza bisogna aggiungere la bestialit non mai interamente vinta, e tutte le passioni e le nequizie, e le svariate forme di corruzione, che furono e sono il portato necessario di una societ cos organata che il dominio dell'uomo su l'uomo vi  inevitabile, e da tale dominio la bugia, l'ipocrisia, la prepotenza e la vilt furono e sono inseparabili. Noi possiamo, senza essere utopisti, ma solo in quanto siamo comunisti critici, prevedere, come di fatti prevediamo, l'avvento di una societ, che svolgendosi dalla presente, e anzi dai suoi contrasti, per le leggi immanenti del divenire storico, metta capo in una associazione senza antitesi di classe: il che porta seco, che la regolata produzione eliminerebbe l'aleatorio dalla vita, che nella storia si rivela finora come multiforme intreccio di accidenti e d'incidenze. Ma ci  l'avvenire, e non , n il presente, n il passato. Se noi invece ci proponiamo di penetrare nelle vicende storiche svoltesi fino ad ora, assumendo, come assumiamo, a filo conduttore il variare delle forme della sottostante struttura economica, fino al dato pi semplice del variare degl'istrumenti, noi dobbiamo aver piena coscienza della difficolt del problema che ci proponiamo; perch qui non si tratta gi di aprir gli occhi e di vedere, ma di uno sforzo massimo del pensiero, che  diretto a vincere il multiforme spettacolo della esperienza immediata, per ridurne gli elementi in una serie genetica. E per ci, dicevo, che nella ricerca particolare tocca anche a noi di pigliar le mosse da quei gruppi di fatti apparentemente isolati, e da quel variopinto intreccio, dallo studio empirico, insomma, dal quale  nata la credenza nei fattori, che poi si  svolta in una semidottrina.
N vale di contrapporre a queste difficolt di fatto la presunzione alquanto metaforica, spesso equivoca, e al postutto di un valore puramente analogico, del cos detto organismo sociale. Anche per cotesto supposito, diventato poi in cos breve tempo una mera e volgare fraseologia, bisognava pure che il pensiero passasse. Perch esso adombra la comprensione del movimento storico, come nascente dalle leggi immanenti alla societ stessa, ed esclude con ci l'arbitrario, il trascendente e l'irrazionale. Ma pi in l di cos la metafora non regge; e la ricerca specificata, critica e circostanziata dei fatti storici  la sola fonte di quel sapere concreto e positivo, che occorre allo sviluppo completo del materialismo economico.




VII.

Le idee non cascano dal cielo; n noi riceviamo il ben di dio in sogno.
La mutazione nei modi del pensiero, che da ultimo ha prodotta la dottrina storica, della quale si fa qui l'esame e la esposizione preliminare, s' venuta svolgendo, prima con lentezza e poscia con cresciuta rapidit, appunto in questo periodo del divenire umano, in cui s'avverarono le grandi rivoluzioni politico-economiche; ossia in questa epoca, che guardata nelle forme politiche dicesi liberale, ma che guardata nel suo fondo, per effetto del dominio del capitale su la massa proletaria,  l'epoca della produzione anarchica. La mutazione delle idee, fino alla creazione di nuovi metodi di concezione,  venuta passo passo riflettendo l'esperienza di una nuova vita. Come questa, nelle rivoluzioni degli ultimi due secoli, si  andata via via spogliando degl'involucri mitici, mistici e religiosi, a misura che  venuta acquistando la coscienza pratica e precisa delle sue condizioni immediate e dirette, cos il pensiero, che questa vita riassume e teorizza, s' alla sua volta spogliato dei presupposti teologici e metafisici, per racchiudersi, in fine, in questa prosaica esigenza: nella interpretazione della storia occorre restringersi alla coordinazione obiettiva delle condizioni determinanti e degli effetti determinati. La concezione materialistica segna il culmine di questo nuovo indirizzo nel ritrovamento delle leggi storico-sociali; in quanto non  un caso particolare di una generica sociologia, o di una generica filosofia dello stato, del diritto e della storia, ma  il risolvente di tutti i dubbi e di tutte le incertezze che accompagnano le altre forme di filosofare su le cose umane, ed  l'inizio della interpretazione integrale di queste.
Gli  dunque cosa facile, specie per il modo come ci si son messi alcuni volgari criticastri, l'andar ritrovando i precursori di Marx e di Engels, che questa dottrina hanno pei primi precisata nei fondamenti. E quando mai era saltato per il capo ad alcuno dei seguaci loro, fossero pur quelli della pi stretta osservanza, di far passare quei due pensatori per facitori di miracoli? Anzi, se piace di andar cercando le premesse della creazione dottrinale di Marx e di Engels, non baster di fermarsi a quelli che diconsi precursori del socialismo fino a Saint-Simon e pi in l, n ai filosofi e segnatamente ad Hegel, n agli economisti, che avean dichiarata la anatomia della societ che produce le merci: bisogna risalire a dirittura a tutta la formazione della societ moderna, e poi da ultimo trionfalmente dichiarare, che la teoria  un plagio delle cose che spiega.
Perch, in verit, i precursori effettivi della nuova dottrina furono i fatti della storia moderna, che  diventata cos perspicua e rivelatrice di se stessa, da che si oper in Inghilterra la grande rivoluzione industriale della fine del secolo scorso, e in Francia avvenne quella gran dilacerazione sociale che tutti sanno; le quali cose, mutatis mutandis, si son poi andate riproducendo, in varia combinazione e in forme pi miti, in tutto il mondo civile. E che altro , in fondo, il pensiero, se non il cosciente e sistematico completamento dell'esperienza; e che  questa, se non il riflesso e la elaborazione mentale delle cose e dei processi che nascono e si svolgono, o fuori della volont nostra, o per opera della nostra attivit; e che altro  il genio, se non la individuata e conseguente ed acuita forma di quel pensiero, che per suggestione della esperienza sorge in molti uomini della medesima epoca, ma nella pi parte di loro rimane frammentario, incompleto, incerto oscillante e parziale?


Le idee non cascano dal cielo, e anzi, come ogni altro prodotto dell'attivit umana, si formano in date circostanze, in tale precisa maturit di tempi, per l'azione di determinati bisogni, e pei reiterati tentativi di dare a questi soddisfazione, e col ritrovamento di tali o tali altri mezzi di prova, che sono come gl'istrumenti della produzione ed elaborazione loro. Anche le idee suppongono un terreno di condizioni sociali, ed hanno la loro tecnica: ed il pensiero  anch'esso una forma del lavoro. Spostare quelle e questo ossia, le idee ed il pensiero, dalle condizioni e dall'ambito di lor proprio nascimento e sviluppo, gli  svisarne la natura e il significato.
Mostrare come la concezione materialistica della storia fosse nata precisamente in date condizioni e cio non come personale e discutibile opinione di due scrittori, ma come una nuova conquista del pensiero per la inevitabile suggestione di un nuovo mondo che si sta generando gi, ossia la rivoluzione proletaria, questo fu l'assunto del mio primo saggio. Il che  quanto dire, che una nuova situazione storica si  completata del suo congruo istrumento mentale.
Ora immaginare, che cotesta produzione intellettuale potesse avverarsi in ogni tempo e luogo, gli  come assumere a regola delle proprie ricerche l'assurdo. Trasferire le idee a capriccio, dal terreno e dalle condizioni storiche in cui son nate, in qualunque altro terreno, ci  come prendete a base del ragionamento il semplice irrazionale. E perch non si dovrebbe immaginare del pari, che la citt antica, nella quale nacquero l'arte e la scienza greca e il diritto romano, rimanendo pur citt antica di democrazia con gli schiavi, acquistasse medesimamente e sviluppasse tutte le condizioni della tecnica moderna? Perch non credere, che la corporazione artigiana medioevale, rimanendo qual essa era nel suo quadro fisso, s'avviasse alla conquista del mercato mondiale, senza le condizioni della concorrenza sconfinata, che cominciarono appunto dall'eroderla, e negarla? Perch non congetturare un feudo, che, pur rimanendo feudo, fosse officina da produrre esclusivamente merci? Perch Michele di Lando non avrebbe dovuto scrivere lui il Manifesto dei Comunisti? Perch non si avrebbe a pensate, che i trovati della scienza moderna potessero venir fuori dal cervello degli uomini di ogni altro luogo e tempo; cio, prima che determinate condizioni facessero nascere determinati bisogni, e alla soddisfazione di questi si dovesse provvedere con una reiterata ed accumulata esperienza?
La nostra dottrina suppone lo sviluppo ampio, chiaro, cosciente ed incalzante della tecnica moderna; e con questa la societ che produce le merci negli antagonismi della concorrenza, la societ che suppone come sua condizione iniziale, e come mezzo indispensabile al suo perpetuarsi, l'accumulazione capitalistica nella forma della propriet privata, la societ che produce e riproduce di continuo i proletarii, e a reggersi ha bisogno di rivoluzionare incessantemente i suoi istrumenti, compreso lo stato e gl'ingranaggi giuridici di questo. Questa societ, che, per le leggi stesse del suo movimento, ha messa a nudo la sua propria anatomia, produce di contraccolpo la concezione materialistica. Essa, come ha prodotto nel socialismo la sua negazione positiva, cos ha generato nella nuova dottrina storica la sua negazione ideale. Se la storia  il prodotto, non arbitrario, ma necessario e normale, degli uomini in quanto si sviluppano, e si sviluppano in quanto socialmente esperimentano, ed esperimentano in quanto perfezionano e raffinano il lavoro, ed accumulano e serbano i prodotti e risultati di questo, la fase di sviluppo in cui noi ora viviamo non pu esser l'ultima e definitiva, e i contrasti a questa intimi ed inerenti sono le forze produttive di nuove condizioni. Ed ecco come il periodo delle grandi rivoluzioni economiche e politiche di questi due ultimi secoli ha maturato nelle menti questi due concetti: l'immanenza e costanza del processo nei fatti storici, e la dottrina materialistica, che in fondo  la teoria obiettiva delle rivoluzioni sociali.

Non v'ha dubbio, che il risalire attraverso i secoli e il rifarsi studiatamente col pensiero su lo sviluppo delle idee sociali, per quanto ce n' documento negli scrittori,  cosa che riesce tuttora assai istruttiva, e giova soprattutto ad accrescere in noi la consapevolezza critica, cos dei nostri concetti come dei nostri procedimenti. Tale ritorno della mente su le sue premesse storiche, quando non ci porti a smarrirci nell'empirismo di una sconfinata erudizione, e non c'induca nella tentazione di stabilire frettolosamente delle vane analogie, giova senza dubbio a dare pieghevolezza ed efficacia di persuasione alle forme della nostra attivit scientifica. Nell'insieme delle nostre scienze si deriva ora, in via di fatto e per approssimativa continuit di tradizione, l'ottimo di quanto fu mai ritrovato, escogitate e provato, non che nei tempi moderni, fin da quelli dell'antica Grecia, con la quale appunto comincia in modo definitivo per tutto l'uman genere, lo svolgimento ordinato del pensiero cosciente, riflesso e metodico. Non ci sarebbe dato di fare un solo passo nella ricerca scientifica senza l'uso dei mezzi da gran tempo trovati e pronti; come sarebbe a dire, tanto per addurre alcuni dei pi generali, della logica e della matematica. Ad avere una opinione contraria occorrerebbe di voler dire, che ogni generazione debba ricominciar da capo, rimbamboleggiando.
Ma n agli antichi autori, nell'angusto ambito delle loro repubbliche di citt, n agli scrittori della Rinascenza, incerti sempre tra un immaginato ritorno all'antico e il bisogno di afferrare intellettualmente il mondo nuovo, che era in gestazione, fu dato di giungere all'analisi precisa degli elementi ultimi dai quali resulta la societ, che il genio insuperato di Aristotele non vide e non comprese di l dai confini in cui si spiega la vita dell'uomo cittadino.
La ricerca su la struttura sociale, considerata nei suoi modi di origine e di processo, si fece viva ed acuta ed assunse aspetti multiformi nei secoli decimosettimo e decimottavo, quando si form la Economia, e insieme a questa, sotto ai varii nomi di Diritto di Natura, di saggi su lo Spirito delle Leggi e di Contratto Sociale, si fece strada il tentativo di risolvere in cause, in fattori, in dati logici e psicologici, il multiforme e non sempre chiaro spettacolo di una vita, in cui si preparava la pi grande rivoluzione che si conosca. Coteste dottrine, quale che fosse l'intento subiettivo e l'animo degli autori - come  il caso antitetico del conservatore Hobbes e del proletario Rousseau - furon tutte rivoluzionarie nella sostanza e negli effetti. In fondo a tutte tu ritrovi sempre come stimolo e come motivo i bisogni materiali e morali dell'et nuova; che per le condizioni storiche erano quelli della borghesia: - e per ci conveniva di combattere, in nome della libert, la tradizione, la chiesa, il privilegio, le classi fisse, ossia gli ordini e i ceti, e per conseguenza lo stato che di questi era o pareva autore, e poi i privilegi del commercio, delle arti, del lavoro e della scienza. Onde si mir all'uomo in astratto, ossia ai singoli individui emancipati e liberati, per virt di astrazione logica, dai loro vincoli storici e di necessaria dipendenza sociale; e nella mente di molti il concetto della societ si venne come a ridurre in atomi, e anzi parve, ai pi, naturale il credere, che la societ stessa non sia se non una somma d'individui. Le categorie astratte della psicologia individuale si trovarono come spinte sul davanti, o messe in cima, della spiegazione di tutti i fatti umani; ed ecco come in tutti cotesti sistemi ed escogitazioni non si parli che di paura, di amor proprio, di egoismo, di obbedienza volontaria, di tendenza alla felicit, di originaria bont dell'uomo, di libert di contrattare; e poi della coscienza morale, e dell'istinto o del senso morale, e di altrettali cose astratte e generiche, come quelle che fossero sufficienti a spiegare la concreta storia esistente, e a crearne di sana pianta una nuova.
Nell'atto che tutta la societ entrava in una strepitosa crisi, l'orrore dell'antico, del vieto, del tradizionale, dell'organizzato da secoli, e il presentimento di una rinnovazione di tutta l'esistenza umana, ingenerarono da ultimo un oscuramento totale nelle idee di necessit storica e di necessit sociale; ossia in quelle idee, che, accennate appena dai filosofi antichi, e venute poi in tanto sviluppo nel secolo nostro, in quel periodo di razionalismo rivoluzionario non ebbero che rari rappresentanti, come Vico, Montesquieu, e in parte Quesnay. In questa situazione storica, che fa nascere una letteratura acuta, agile, sovvertitrice, penetrante e popolarissima, sta la ragione di ci che Louis Blanc, con una certa enfasi, chiam individualismo; con la qual parola altri dopo di lui han poi creduto di dare espressione ad un fatto permanente della natura umana, che possa soprattutto servire come di argomento decisivo contro il socialismo.
Singolare spettacolo; anzi singolare contrasto! Il capitale, formatosi come che si fosse, tendeva a vincere ogni altra precedente forma di produzione, rompendone i vincoli e gl'impedimenti, tendeva ad essere, cio, il signore diretto od indiretto della societ, come di fatti  divenuto nella pi gran parte del mondo; dal che poi  proceduto, che, oltre a tutti i modi di moderna miseria e di nuova gerarchia in cui ora ci aggiriamo, si avverasse la pi stridente antitesi di tutta la storia, ossia quella presente tra la anarchia della produzione nel complesso della societ, e il ferreo dispotismo del modo del produrre nelle singole aziende, officine e fabbriche! Ebbene, i pensatori, e filosofi, ed economisti, e divulgatori d'idee del secolo decimottavo non vedeano che libert ed eguaglianza! Tutti ragionavano allo stesso modo, tutti partivano dalle stesse premesse; o che arrivassero a conchiudere, doversi ottenere la libert da un governo di pura amministrazione, o che fossero addirittura democratici, o per fino comunisti. Il regno prossimo della felicit stava innanzi agli occhi di tutti, come d'indubbio avvento; pur che fossero tolti i vincoli e gl'impedimenti, che all'uomo, di sua natura buono e perfettibile, aveano imposto la forzata ignoranza e il dispotismo della chiesa e dello stato. Cotesti impedimenti non pareano condizioni, e termini, nei quali gli uomini si fossero trovati per le leggi del loro sviluppo, e per gl'intrecci inevitabili del moto antagonistico, e per ci incerto e flessuoso della storia, come paiono finalmente a noi per il prevalere dello storicismo obiettivo: ma, anzi, pareano dei semplici imbarazzi, dei quali l'uso retto della ragione dovesse liberarci. In cotesto idealismo, che raggiunse il suo apice in alcuni degli eroi della Grande Rivoluzione, germogli una fede sconfinata nel sicuro progresso di tutto l'uman genere. Per la prima volta il concetto di umanit apparve in tutta la sua estensione, e senza mescolanza d'idee o di presupposti religiosi. I pi risoluti fra cotesti idealisti furono appunto i materialisti estremi; come quelli, che, negando ogni obietto alla fantasia religiosa, assegnavano al bisogno della felicit questa terra qual sicuro dominio, pur che la ragione schiudesse la via.
Ma le idee furono cos barbaramente maltrattate dalle prosaiche cose, come avvenne tra la fine del secolo passato e il principio di questo. Assai dura fu la lezione dei fatti, dalla quale procedettero le pi tristi delusioni, e poi ne segu un radicale rivolgimento negli spiriti. I fatti, in una parola, riuscirono contrarii ad ogni aspettazione; il che, se dapprima produsse stanchezza nei disillusi, non pot a meno di indurre desiderio e bisogno di nuova ricerca.  noto come Saint-Simon e Fourier, nei quali proprio in principio del secolo si avvera, nelle forme unilaterali della genialit prematura, la reazione contro i resultati immediati della grande rivoluzione politico-economica, si levassero risolutamente, il primo contro i giuristi, ed il secondo contro gli economisti.
Difatti, rimossi gl'impedimenti alla libert, che furon proprii di altri tempi, dei nuovi e spesso pi gravi e pi dolorosi eran subentrati; e, come la felicit eguale per tutti non s'era avverata, cos la societ rimaneva nella sua forma politica, tal quale come prima, una organizzazione delle disuguaglianze. La societ deve esser, dunque, un qualcosa di per s stante, un certo che di naturale, un semovente complesso di rapporti e di condizioni, che sfida i tuoni propositi soggettivi dei singoli componenti suoi, e passa sopra alle illusioni ed ai disegni degli idealisti! Essa, dunque, segue un suo proprio andamento, dal quale sar lecito di astrarre delle leggi di processo e di sviluppo, ma al quale non  dato d'imporne! Per cotal conversione delle menti, il secolo decimonono s'annunci con la vocazione di dover essere il secolo della scienza storica e della sociologia.
Il pensiero ha di fatti invaso e penetrato ogni campo dell'attivit umana, col principio dello sviluppo. In questo secolo fu ritrovata la grammatica storica, e fu rinvenuta la chiave per esplorare la genesi dei miti. In questo secolo furono rinvenute le tracce embriogenetiche della preistoria e furon per la prima volta messe in serie di processo le forme politiche e giuridiche. Il secolo decimonono si annunzi come il secolo della sociologia, nella persona del Saint-Simon; nel quale, come accade degli autodidatti e dei precursori geniali, si trovano confusi insieme i germi di tante tendenze contradittorie. Per questo rispetto la concezione materialistica  un resultato; ma  quel resultato, che  il compimento di tutto un processo di formazione; e come resultato e come compimento essa  anche la semplificazione di tutta la scienza storica e di tutta la sociologia, perch ci riporta dai derivati e dalle condizioni complesse alle funzioni elementari. E ci  avvenuto per la diretta suggestione di una nuova e strepitosa esperienza.
Le leggi della economia, quali esse per s sono e per s si esplicano, avean trionfato di tutte le illusioni, e s'eran mostrate direttrici della vita sociale. La grande rivoluzione industriale, operatasi per primo in Inghilterra alla luce del giorno, anzi nel secolo dei lumi, facea intendere come le classi sociali, se non sono in natura, non son nemmeno una conseguenza del caso o dell'arbitrio; anzi nascono storicamente e socialmente entro ed attorno ad una determinata forma di produzione. E chi, in verit, non avea visto a sorgere, sotto i suoi occhi, i nuovi proletarii dalla rovina economica di tante classi di piccoli proprietarii, di piccoli contadini e di artigiani; e chi non era in grado di scorgere il metodo di tale novella creazione di nuovo stato sociale, in cui tanti uomini venivano ad esser ridotti e a trovarsi per forza? Chi non era in grado di scorgere, come il danaro diventato capitale fosse riuscito in breve corso d'anni a grandeggiare, per l'attrazione che esso esercita sul lavoro degli uomini liberi, nei quali la necessit di darsi liberamente a mercede era stata di lunga mano preparata con tanti accurati metodi di diritto, e per le vie di una violenta o indiretta espropriazione? Chi non avea visto a sorgere le nuove citt intorno alle fabbriche, e cingersi al loro perimetro di desolante miseria, che non era pi un caso di singolare disavventura ma la condizione e la fonte della ricchezza? E in quella miseria di novello stile apparivano numerose le donne ed i fanciulli, uscenti per la prima volta da una ignorata esistenza, per figurare sul palcoscenico della storia qual sinistra illustrazione della societ degli eguali. E chi non sentiva - ci fosse o non ci fosse la sedicente teoria del reverendo Malthus - che il numero di conviventi, che cotesto modo di organizzazione economica pu contenere, se a volte  insufficiente a chi per l'alea favorevole della produzione ha bisogno di braccia, altre volte  esuberante, e per ci non occupabile e pauroso? Diveniva, inoltre, cosa evidente, che la rapida e violenta trasformazione economica avveratasi strepitosamente in Inghilterra, era ivi riuscita perch quel paese erasi potuto creare, di fronte alla rimanente Europa, un monopolio fino allora non mai visto, ed a reggere cotesto monopolio era occorsa una politica senza scrupoli, la quale permetteva una buona volta a tutti di tradurre in prosa il mito ideologico dello stato, che avrebbe ad essere tutore e pedagogo del popolo.
Nella visione immediata di tali conseguenze della nuova vita ebbe origine il pessimismo, pi o meno romantico, dei laudatores temporis acti, da De Maistre a Carlyle. La satira del liberalismo invade le menti e la letteratura in principio di questo secolo. Comincia quella critica della societ, nella quale  l'inizio di tutta la sociologia. Bisognava innanzi tutto vincere la ideologia, che erasi accumulata ed espressa nelle tante dottrine del Diritto di Natura e del Contratto Sociale. Bisognava rimettersi di fronte ai fatti, che le rapide vicende di un processo tanto intensivo imponevano all'attenzione in forme cos nuove e paurose.
Eccoti Owen, l'impareggiabile sotto tutti i rispetti; ma per questo specialmente, che egli fu tanto chiaroveggente su le cause della nuova miseria, quanto fu ingenuo nel ricercare i modi di vincerle. Bisognava giungere alla critica oggettiva della Economia, che apparve la prima volta, in forme unilaterali e reazionarie, in Sismondi. In quel periodo di tempo, in cui si mutavano le condizioni di una nuova scienza storica, nascono e attirano sopra di s l'attenzione tante diverse forme di socialismo utopico, unilaterale, o a dirittura stravagante, che non arrivarono mai fino ai proletarii, o perch questi non avean coscienza politica affatto, o, avendola, si moveano a salti, come nelle cospirazioni e sommosse francesi dal 1830-48, o si aggiravano sul terreno pratico delle riforme immediate, come  il caso dei Cartisti. E pure tutto cotesto socialismo, per quanto utopico, fantastico ed ideologico, era una critica immediata e spesso geniale dell'Economia; una critica unilaterale, insomma, cui occorreva il complemento scientifico di una generale concezione storica.
Tutte coteste forme di critica parziale, unilaterale ed incompleta misero effettivamente capo nel socialismo scientifico. Questo non  pi la critica soggettiva applicata alle cose, ma  il ritrovamento dell'autocritica che  nelle cose stesse. La critica vera della societ  la societ stessa, che per le condizioni antitetiche dei contrasti su i quali poggia, genera da s in se stessa la contraddizione, e questa poi vince per trapasso in una nuova forma. Il risolvente delle presenti antitesi  il proletariato; che lo sappiano o non lo sappiano i proletarii stessi.
Come in essi la miseria loro  diventata la condizione palese della societ presente, cos in essi e nella miseria loro  la ragion d'essere della nuova rivoluzione sociale. In questo trapasso dalla critica del pensiero soggettivo, che esamina dal di fuori le cose e immagina di poterle correggere per conto suo, alla intelligenza dell'autocritica che la societ esercita sopra di se stessa nella immanenza del suo proprio processo; soltanto in ci consiste la dialettica della storia, che Marx ed Engels, solo in quanto erano materialisti, trassero dall'idealismo di Hegel. E in fin delle fini poco importa se di tali riposte e complicate forme del pensiero non si sappian render conto, n i letterati, che non conoscono altra significazione della parola dialettica se non quella dell'artificio sofistico, n i dotti e gli eruditi, che non sono mai atti a sorpassare la conoscenza empiricamente disgregata dei semplici particolari.


Ma il grande rivolgimento economico, che ha offerto i materiali onde  composta la societ moderna, nella quale  arrivato in fine al suo quasi completo sviluppo l'impero del capitalismo, non sarebbe riuscito di cos rapido e suggestivo insegnamento, se non fosse stato luminosamente illustrato dal moto vertiginoso e catastrofico della Rivoluzione Francese. Mise essa in piena evidenza, come in tragica rappresentazione, tutte le forze antagonistiche della societ moderna, perch questa vi si fece strada tra le rovine, e segn in breve tratto di tempo precipitosamente le fasi del suo nascimento e del suo assetto.
Nacque la Rivoluzione dagl'impedimenti che la borghesia dovette vincere con la violenza, poi che apparve evidente come la transizione dalla vecchia alla nuova forma della produzione - o della propriet, come dicono per necessit di gergo professionale i giuristi - non potesse avverarsi per le vie pi tranquille delle successive e graduali riforme. E fu essa per ci sollevazione, attrito e rimescolamento di tutte le vecchie classi dell'Ancien Rgime, e rapida e vertiginosa formazione ad un tempo di nuove classi, nel brevissimo ma singolarmente intensivo periodo di soli dieci anni, che al paragone della ordinaria storia di altri paesi e tempi paiono secoli. In cotesta compressione di vicende da secoli in cos breve giro di anni, si esemplificarono i momenti e gli aspetti pi caratteristici della societ nuova, o moderna, con tanto maggiore evidenza, in quanto che la pugnace borghesia avea gi creato a se stessa tali mezzi ed organi intellettuali, da possedere nella teoria dell'opera propria la coscienza riflessa del suo movimento.
La violenta espropriazione di una parte non piccola della vecchia propriet, di quella, cio, che era immobilizzata nel feudo, nei regi e principeschi demani e nella manomorta, coi diritti reali e personali che ne derivavano per mille vie, mise a disposizione dello stato, divenuto per necessit di cose un terribile ed onnipotente governo di eccezione, una massa straordinaria di mezzi economici; e questi, per un verso dettero luogo alla singolare finanza degli assegnati, finiti poi nell'annullamento di se stessi, e per un altro verso dettero luogo alla formazione dei nuovi proprietarii, che andarono debitori alle chances dell'aggiotaggio, e alle contingenze dell'intrigo e della speculazione, della fortuna loro. E chi avrebbe mai pi osato dappoi di giurare sul capo del sacro ed atavico istituto della propriet, dacch il titolo recente ed accertato di questa poggiava cos palesemente su la notizia delle fortunate contingenze? Se mai era passato per il capo di tanti molesti filosofi, a cominciare dai Sofisti, che il diritto fosse una utile e comoda fattura dell'uomo; cotesta proposizione di malvisti eretici poteva sembrate oramai verit semplice ed intuitiva per fino agli ultimi straccioni dei sobborghi di Parigi. Non aveano essi, i proletarii, dato l'impulso, con tutto il resto del popolo minuto, alla rivoluzione in generale con le mosse anticipate dell'aprile dell'89; e non si trovaron poi come scacciati di nuovo dalla scena della storia dopo l'insuccesso della rivolta del Preriale del '95? Non aveano essi portato a spalle tutti i focosi oratori della libert e della eguaglianza; non aveano essi tenuto in mano la Comune parigina, che fu per un pezzo l'organo impulsivo dell'Assemblea e di tutta la Francia; e non finivan poi da ultimo nell'amara delusione d'essersi creati con le proprie mani i novelli padroni? Nella coscienza fulminea di tal delusione  il movente psicologico, rapido ed immediato, della cospirazione di Babeuf; la quale, per ci appunto,  un grande fatto della storia, ed ha in s tutti gli elementi della tragedia oggettiva.
La terra, che il feudo e la manomorta aveano come legata ad un corpo, ad una famiglia, ad un titolo, liberata dai suoi vincoli era diventata merce, perch fosse base ed istrumento da produrre merci; ed era diventata d'un tratto merce cos pieghevole, docile ed adattabile, da prestarsi a circolare nei simboli di tanti pezzi di carta. E intorno a questi simboli moltiplicati di tanto su le cose che doveano rappresentare, che da ultimo finiron nel nulla, sorse gigante l'affare, come sorse d'ogni parte, su le spalle della miseria dei pi miseri, e fra tutti gli anfratti della precipitosa e sinuosa politica, e sfacciato soprattutto nel trar partito dalla guerra e dai suoi gloriosi successi. Per fino i rapidi progressi di una tecnica accelerata per le urgenti circostanze, dettero materia ed occasione al prosperar degli affari.
Le leggi dell'economia borghese, che son quelle della produzione individuale nel campo antagonistico della concorrenza, insorsero furiose, con tutti i mezzi della violenza e dell'insidia, contro l'arbitrio idealistico di un governo rivoluzionario; il quale, forte della certezza di salvare la patria, e forte ancora pi della illusione di fondare in eterno la libert degli eguali, credette fosse cosa possibile il sopprimere l'aggiotaggio con la ghigliottina, l'eliminare l'affarismo con la chiusura della borsa, e l'assicurare al popolo minuto la esistenza, col fissare il maximum dei prezzi dei generi di prima necessit. Le merci, e i prezzi, e gli affari rivendicarono con la violenza la libert propria, contro quelli che volean leggere o imporre loro la morale.
Il Termidoro, quali che fossero le personali intenzioni dei Termidoriani, o vili, o paurosi, o illusi, fu, cos nelle cause ascose come nei suoi effetti non remoti, il trionfo degli affari su l'idealismo democratico. La costituzione del '93, la quale segna l'estremo limite cui possa giungere il pensiero democratico, non era mai andata in esecuzione. La pressione grave delle circostanze, la minaccia dello straniero, le varie forme di ribellione all'interno, dalla girondina alla vandeana, avean reso necessario un governo di eccezione, che fu il Terrore nato dalla paura. A misura che i pericoli cessavano, cess il bisogno del terrore; ma la democrazia s'infranse innanzi agli affari, nei quali nasceva la propriet dei proprietarii nuovi. La costituzione dell'anno III consacr il principio del moderantismo liberale, dal quale  proceduto tutto il costituzionalismo del continente europeo: ma innanzi tutto fu la via per giungere alla garanzia della propriet nuova. Cambiare i proprietarii, salvando la propriet, questo il motto, questa la parola d'ordine, questa l'insegna, che sfid per anni dal 10 agosto '92, cos le sommosse violente, come gli arditi disegni di coloro che tentarono di fondare la societ su la virt, su l'eguaglianza, su la spartana abnegazione. Il Direttorio fu il tramite attraverso del quale la rivoluzione giunse a negare se stessa come conato idealistico; e col Direttorio, che fu la corruzione confessata e professata, divenne realt il motto: cambiati s i proprietarii, ma la propriet  salva! E da ultimo occorreva, a trarre da tante rovine uno stabile edifizio, la forza vera; e questa si trov in un singolare avventuriere d'insuperata genialit, cui la fortuna avea romanamente arriso, ed il solo che possedesse la virt di mettere la chiusa della conveniente morale a quella favola gigantesca, perch in lui non era n ombra, n traccia di scrupoli morali.
Tutto si vide in quella rapina di eventi. I cittadini armati alla difesa della patria, vittoriosi oltre i confini della circostante Europa, nella quale portano con la conquista la rivoluzione, divengono soldatesca da opprimere la libert in patria. I contadini, che in un impeto d'imperiosa suggestione produssero per entro alle terre di feudo l'anarchia dell'89, diventati, o soldati, o piccoli proprietarii, o piccoli fittaiuoli, dopo d'essere stati per un quarto d'ora le sentinelle avanzate della rivoluzione, ricaddero nella silenziosa e balorda quiete della vita loro tradizionale, che, muta di casi e di movimenti, fa da sottostrato sicuro al cos detto ordine sociale. I piccoli borghesi di citt, e i gi membri delle corporazioni, a breve andare s'accomodarono a diventare, nel campo della gara economica, i prestatori liberi dell'opera della mano. La libert del commercio esigeva, che ogni prodotto diventasse liberamente commerciabile, e superava, quindi, l'ultimo impedimento, ottenendo che il lavoro diventasse anch'esso libera merce.
Tutto si mut in quel tempo. Lo stato, che era parso per secoli a tanti milioni d'illusi una sacra istituzione, o un divino mandato, lasciando il capo del suo sovrano sotto la fredda azione di un istrumento tecnico, ne rimase sconsacrato e profanizzato. Diventava esso stesso, lo stato, un apparato tecnico, che alla gerarchia veniva sostituendo la burocrazia. E perch non v'era pi presunzione di antichi titoli, che dessero ragione di privilegio da tenervi posto, questo novello stato poteva diventar la preda di chi se lo pigliasse; si trovava, insomma, messo agl'incanti, purch i fortunati tra gli ambiziosi fossero i soliti garanti della propriet, e dei nuovi e vecchi proprietari. Il novello stato, che ebbe bisogno del 18 Brumaio per diventare una ordinata burocrazia poggiata sul militarismo vittorioso, questo stato che completava la rivoluzione nell'atto che la negava, non potea fare a meno del suo testo, e l'ebbe nel Codice Civile, che  il libro d'oro della societ che produca e venda merci. Non invano la giurisprudenza generalizzata avea serbato e commentato per secoli, nella forma di una disciplina scientifica, quel Diritto Romano, che fu, , e sar la forma tipica e classica del diritto d'ogni societ delle merci, finch il comunismo non tolga di mezzo la possibilit di venderne e di comprarne.
La borghesia, che per l'incidenza di tante singolari circostanze fece la strepitosa rivoluzione col concorso di tante altre classi e semiclassi, sparite poi dopo breve tempo quasi tutte dalla scena politica, apparve nei momenti del pi vivo attrito come spinta da motivi ed ispirata da una ideologia, che sarebbero affatto difformi dagli effetti che sopravvissero e positivamente si perpetuarono. Ci fa, che nel calore delle lotte la vertiginosa mutazione del sottostrato economico apparisca come dissimulata dagli ideali, ed oscurata dall'intreccio di tanti propositi e disegni, da cui sorgono atti di malvagit e di eroismo inauditi, e correnti di illusioni e dure prove di disinganni. Mai si sprigion dagli umani petti cos potente la fede nell'ideale del progresso. Liberare l'uman genere dalla superstizione, o a dirittura dalla religione, fare d'ogni individuo un cittadino, e d'ogni privato un uomo pubblico; questo l'inizio: - e poi su la linea di cotesto programma compendiare, nell'azione breve di pochi anni, quella evoluzione, che ai pi idealisti di ora appare quale opera di molti secoli ancora da venire: - questo l'idealismo d'allora. E perch dovea repugnare a costoro la pedagogica della ghigliottina?
Tale poesia, grandiosa certo se non dilettosa, lasci dietro di s una prosa assai dura. E fu la prosa dei proprietarii, che dovean la propriet alla fortuna, e fu quella dell'alta finanza e dei fornitori arricchiti, dei marescialli, dei prefetti, dei giornalisti e degli artisti e letterati mercenarii; fu la prosa della corte del singolare mortale, cui le qualit del genio militare innestate su l'indole brigantesca avean senza dubbio conferito il diritto di schernire come ideologo chiunque non ammirasse il fatto nudo e crudo, che nella vita pu essere, come era per lui, la semplice brutalit del successo.
La Grande Rivoluzione affrett il corso della storia in buona parte dell'Europa. Da essa parti tutto ci che chiamiamo liberalismo e democrazia moderna, salvo i casi di errata imitazione dell'Inghilterra, e fino allo stabilimento della unit d'Italia, che fu, e rimarr forse l'ultimo atto della borghesia rivoluzionaria. Fu quella rivoluzione l'esempio pi vivo e pi istruttivo del come una societ si trasformi, e del come le nuove condizioni economiche si sviluppino, e sviluppandosi coordinino in gruppi e classi i membri della societ. Fu la prova palpabile, del come si trovi il diritto, quando occorra ad espressione e difesa di determinati rapporti, e del come si crei lo stato, e se ne dispongano i mezzi, le forze e gli organi. E si vide come le idee germoglino dal terreno delle necessit sociali, e come i caratteri, le tendenze, i sentimenti, le volont, ossia, a farla breve, le forze morali, si producano e svolgano in circostanziate condizioni. In una parola, i dati della scienza sociale furono, per cos dire, ammanniti dalla societ stessa; e non  da meravigliare se la Rivoluzione, che fu preceduta ideologicamente dalla forma pi acuta di dottrinarismo razionalistico che si conosca, abbia finito poi per lasciare dietro di s il bisogno intellettuale di una scienza storica e sociologica antidottrinaria; come in buona parte  riuscito di farne nel secolo nostro, che volge oramai al termine suo.

E qui, per le cose da me dette e per quelle generalmente risapute, sarebbe inutile ricordare nuovamente, come ad Owen faccian riscontro Saint-Simon e Fourier, e di ripetere per quali vie siasi originato il socialismo scientifico. L'importante  in due punti soli, e cio: che il materialismo storico non potea nascere se non dalla coscienza teorica del socialismo; e che esso pu oramai spiegare la sua propria origine, coi suoi proprii principii, il che  la riprova massima della maturit sua.
Non era perci fuor di luogo la frase con cui comincia questo capitolo: le idee non cascano dal cielo.




VIII.

Per il cammino fatto fin qui deve oramai parer chiaro a chiunque, quale sia il valore preciso e relativo della cos detta dottrina dei fattori; e per qual modo si riesca ad eliminare obiettivamente cotesti concetti provvisorii, che furono e sono semplice espressione di un pensiero non arrivato pienamente a maturit.
Eppure su cotesta dottrina bisogna tornarci ancora una volta, per dichiarar meglio, e pi partitamente, da quali ragioni sia dipeso e dipenda, che due dei cos detti fattori, ossia lo stato e il diritto, fossero o siano tuttora assunti aprincipale od esclusivo soggetto della storia.
La storiografia, di fatti, ha riposto per secoli in coteste forme della vita sociale l'essenziale dello sviluppo umano; e, anzi, non ha visto questo sviluppo se non nel modificarsi di tali forme. La storia  stata trattata per secoli come disciplina attinente al movimento giuridico-politico, e anzi al politico principalmente. La inversione dalla politica alla societ  cosa recente; e assai pi recente ancora  la risoluzione della societ negli elementi del materialismo economico. In altre parole, la sociologia  di assai recente invenzione; e il lettore, spero, avr inteso da s, che io adopero cotesta parola, brevitatis causa, per indicare in genere la scienza delle funzioni e delle variazioni sociali, e non per riferirmi al caso specifico del modo come la trattano i Positivisti.
Gli  del resto cosa risaputa, come, fino al principio di questo secolo, le notizie attinenti alle usanze, ai costumi, alle credenze e cos via, e anche quelle attinenti alle condizioni naturali, che fanno da sottosuolo e da circuito alle forme sociali, apparissero nelle storie politiche quali semplici curiosit, o quali accessorii e complementi della narrazione.
Tutto ci non pu essere accidentale: e non . Rendersi conto della tardiva apparizione della storia sociale gli  per ci di doppio interesse: e perch la dottrina nostra giustifica ancora una volta, per cotal via, la sua ragion d'essere; e perch dei cos detti fattori si fa la eliminazione in modo definitivo.

Fatta eccezione di alcuni momenti critici, nei quali le classi sociali, per estrema incapacit a tenersi in una condizione di relativo equilibrio per adattamento, entrano in una pi o meno prolungata crisi di anarchia; e fatta eccezione di quelle singolari catastrofi, nelle quali tutto un mondo precipita, come alla caduta dell'Impero Romano d'Occidente, o al dissolversi del Califfato: dacch c' memoria di storia scritta, lo stato apparisce, non solo come l'apice, e come il vertice della societ, ma come il reggitore di essa. Il primo passo che il pensiero ingenuo abbia fatto in tale ordine di considerazioni consiste in questo enunciato: il reggitore  l'autore.
Fatta, inoltre, eccezione di certi brevi periodi di democrazia esercitata con la viva coscienza della sovranit popolare, come fu di alcune citt greche, e segnatamente di Atene, e di alcuni Comuni italiani, e specie di Firenze (quelle erano, per, di uomini liberi padroni di schiavi, questi furono di cittadini privilegiati sfruttanti il forestiero e la campagna), la societ retta a stato fu sempre di una maggioranza messa in balia di una minoranza. Cosicch la maggioranza degli uomini  apparsa nella storia come una massa retta, governata, guidata, sfruttata e maltrattata; o, per lo meno, qual variopinta conglomerazione d'interessi, che alcuni pochi avessero da regolare, mantenendo in equilibrio le divergenze, per pressione o per compensazione.
Di qui la necessit di un'arte di governo; e, come questa si fa prima di ogni altra cosa palese agli osservatori della vita collettiva, cos era naturale, che la politica apparisse come l'autrice dell'ordine sociale, e come l'indice della continuit nel succedersi delle forme storiche. Chi dice politica, dice attivit, che fino ad un certo punto si conduce a disegno; cio fino a che i calcoli non dian di cozzo in ignorate o inaspettate resistenze. Assumendo, per quel che suggeriva la imperfetta esperienza, ad autore della societ lo stato, e ad autrice dell'ordine sociale la politica, ne venia di conseguenza, che gli storici narratori o ragionatori fossero portati a riporre l'essenziale della storia nel succedersi delle forme, delle istituzioni e delle idee politiche.
Donde lo stato avesse avuto origine, e in che cosa trovasse fondamento al suo perpetuarsi, non importava, come non importa al comune ragionamento. I problemi di indole genetica spuntano, com' risaputo, assai tardi. Lo stato c', e trova la sua ragione nella sua necessit attuale: - tanto  vero, che la fantasia non ha potuto adattarsi all'idea, che una volta non ci fosse, e ne ha prolungata la esistenza congetturale fino alle prime origini del genere umano. Iddii, o semidei ed eroi ne furono gli istitutori, nella mitologia per lo meno; come nella teologia medievale il papa fa da fonte prima, e per ci divina e perpetua, di ogni autorit. Ancora ai tempi nostri, viaggiatori inesperti e missionarii idioti trovano da per tutto lo stato, l dove non , presso i selvaggi e i barbari, che la gens, o la trib delle genti, o l'alleanza delle genti.
Due cose sono occorse, perch tali pregiudizii del ragionamento rimanessero vinti. In primo luogo fu necessario si riconoscesse, che le funzioni dello stato nascono, crescono, diminuiscono, si alterano e si succedono col variare di certe condizioni sociali. In secondo luogo  convenuto si arrivasse ad intendere, che lo stato esiste e si regge in quanto  ordinato a difesa di certi determinati interessi, di una parte della societ, contro tutto il testo della societ stessa, la quale deve esser fatta di tal modo, nel suo insieme, che la resistenza dei soggetti, dei maltrattati, degli sfruttati, o si disperda nei molteplici attriti, o trovi compenso nei parziali, per quanto miseri, vantaggi degli oppressi stessi. La miracolosa ed ammirata arte politica si risolve per ci in un enunciato assai semplice: applicare una forza, o un sistema di forze, ad un insieme di resistenze.
Il primo e pi difficile passo  fatto quando si giunge a risolvere lo stato nelle condizioni sociali, da cui esso trae origine. Ma queste condizioni sociali stesse sono state poi precisate con la teoria delle classi; la genesi delle quali  nella maniera delle varie occupazioni, data la distribuzione del lavoro, e ossia dati i rapporti che coordinano e vincolano gli uomini in una determinata forma di produzione.
A questo punto il concetto dello stato ha cessato di rappresentare la causa diretta del movimento storico, in quanto presunto autore della societ: perch s' visto, che in ogni sua forma e variazione esso non , se non l'ordinamento positivo e forzato di un determinato dominio di classe, o di una determinata accomodazione di diverse classi. E poscia, per ulteriore conseguenza di tali premesse, si e giunti da ultimo a riconoscere, che la politica, in quanto arte di operare a disegno,  una parte assai piccola del movimento generale della storia, ed  una parte non grande della formazione e dello sviluppo dello stato stessa; nel quale molte cose, ossia molte relazioni, nascono e si svolgono per necessaria accomodazione, per tacito consenso, per subita o tollerata violenza, per intuitivo ripiego. Il regno dell'inconsapevole, nel senso di ci che non  voluto ad arbitrio, a disegno o per elezione, ma che si determina e si fa per succedersi di abiti, di consuetudini, di accomodazioni e cos via,  divenuto assai largo nel campo delle conoscenze che formano oggetto della scienza storica; e la politica, che era stata assunta a regola di spiegazione,  diventata essa stessa la cosa da spiegare.


Per quali ragioni la storia si presentasse in esclusiva veste politica gli , dunque, oramai palese.
Ma non per questo lo stato  una semplice escrescenza, o un puro accessorio, o del corpo sociale, o della libera associazione; come  parso a tanti utopisti, e a tanti ultraliberali anarchizzanti. Se la societ ha messo capo, in fino ad ora, nello stato, gli  perch di tale complemento di forza e di autorit essa ha avuto bisogno, in quanto  appunto di disuguali, per effetto delle differenziazioni economiche. Lo stato  ben qualcosa di assai reale, come sistema di forze, che mantengono l'equilibrio, o lo impongono con la violenza e con la repressione. E per esistere come tale sistema di forze  dovuto divenire ed essere una potenza economica; poggi questa nella razzia, nella preda, nella imposizione di guerra, o consista nella diretta propriet di demanio, o si formi di volta in volta, come nel metodo moderno della pubblica finanza, che assume le simulate forme costituzionali di una pretesa autotassazione. In cotesta potenza economica, di tanto cresciuta, negli stati moderni, consiste il fondamento della sua capacit ad operare. Da essa deriva, che, per via di una nuova division del lavoro, intorno alle funzioni dello stato stesso si formino ordini e ceti speciali, ossia classi particolarissime, non esclusa quella dei parassiti.
Lo stato, che  e deve essere potenza economica, perch a difesa delle classi dirigenti sia fornito di mezzi per reprimere, per governare, per amministrare, per guerreggiare, crea per diretto o per indiretto un insieme d'interessi nuovi e particolari, i quali reagiscono necessariamente su la societ. Cosicch lo stato, nell'atto che  sorto e si mantiene comc garante delle antitesi sociali, che sono conseguenza delle differenziazioni economiche, forma intorno a s una cerchia d'interessati direttamente all'esistenza sua.
Da ci derivano due conseguenze. Come k societ non  un tutto omogeneo, anzi  un corpo di particolareggiata articolazione, anzi un multiforme complesso d'interessi antitetici, cos accade, che alcune volte i reggitori dello stato tendano ad isolarsi, e in tale isolamento si contrappongano a tutta intera la societ E poi in secondo luogo, accade, che organi e funzioni create la prima volta a benefizio di tutti, degenerino in abusi di consorterie, di conventicole e di camorre. Di qui le aristocrazie e le gerarchie nate dall'uso dei poteri politici, e di qui le dinastie; le quali formazioni, viste alla luce della semplice logica, paiono irrazionali del tutto.
Da che c' storia accertata, lo stato  cresciuto o  diminuito di poteri, ma non  mai pi sparito, perch mai pi vennero meno, nella societ dei disuguali per economica differenziazione, le ragioni per mantenere e per difendere con la forza e con la conquista, o la schiavit, o i monopolii, o il predominio di una forma di produzione, mediante la signoria dell'uomo su gli uomini. Onde poi lo stato  diventato come l'arena di una incessante guerra civile, che vi si svolge di continuo, anche se non appaia nelle forme strepitose dei Mario e dei Silla, delle giornate di Giugno e della secessione americana. Dentro allo stato ha sempre fiorito la corruzione dell'uomo per mezzo dell'uomo; perch, se non v' forma di dominio che non trovi resistenza, non v' resistenza che per gli urgenti bisogni della vita non possa degenerare in rassegnata accomodazione.
Per tali ragioni le vicende storiche, viste alla superficie della monotona narrazione ordinaria, paiono come la ripetizione assai poco variata del medesimo tipo, come una specie di ritornello, o di configurazione da caleidoscopio. Non  da maravigliare che il concettualista Herbart e il maligno pessimista Schopenhauer venissero nella conclusione, che di storia come vero processo non ce n': il che, in volgare, si direbbe cos: la storia  una canzone noiosa!
Ridotta la storia politica alla sua quintessenza, lo stato rimane chiarito in tutta la sua prosa, in cui non  pi traccia, n di teologica transumanazione, n di quella metafisica transustanziazione, che ebbe tanta voga presso certi filosofi tedeschi: p. e. lo stato che  l'Idea, lo stato Idea che si esplica nella storia, lo stato che  l'attuazione piena della personalit, ed altrettali pappolate. Lo stato  un reale ordinamento di difese per garentire e perpetuare un metodo di convivenza, il cui fondamento , o una forma di produzione economica, o un accordo ed una transazione fra diverse forme. A farla pi breve, lo stato suppone, o un sistema di propriet, o l'accordo tra pi sistemi di propriet. In ci  il fondamento d'ogni sua arte, al cui esercizio occorre, che lo stato stesso divenga una potenza economica, e che abbia anche i mezzi e i modi per far passare la propriet dalle mani degli uni nelle mani degli altri. Quando, per effetto di una rinnovazione acuta e violenta delle forme della produzione, occorre di provvedere ad un insolito e straordinario spostamento dei rapporti della propriet (p. e. abolizione della manomorta e del feudo, abolizione dei monopolii commerciali), allora la vecchia forma politica  insufficiente, e la rivoluzione  necessaria per creare il nuovo organo che esegua la trasformazione economica.

Ora, fatta astrazione da'tempi antichissimi a noi ignoti, tutta la storia s' svolta nei contatti e nei contrasti di varie trib, e comunanze, e poi di varie nazioni e di vani stati, cio, le ragioni delle antitesi interne nella cerchia di ciascuna societ sonosi sempre andate complicando con gli attriti all'esterno. Queste due ragioni di contrasto si condizionano a vicenda, ma in modi sempre variati. Spesso  il disagio interno che spinge una comunanza o uno stato ad entrare in esterne collisioni; altre volte sono queste collisioni che alterano i rapporti interni.
Il movente precipuo dei vani rapporti tra le diverse comunanze fu dalle origini, com' fino ad ora, il commercio nel lato senso della parola, ossia lo scambio: sia che si trattasse di cedere, come in una povera trib, il solo esuberante, in cambio di altre cose, sia che si tratti, come oggi, della grande produzione in massa, che  fatta ad esclusivo scopo di vendere, per trarre dal danaro il danaro cresciuto d'un tanto. Cotesta enorme massa a accadimenti esterni ed interni, che si accumulano ed accavallano l'un su l'altro nella ordinaria cronistoria, turbano tanto gli storiografici espositori e compendiatori, che essi quasi si smarriscono in infiniti tentativi di artificiali raggruppamenti cronologici e prospettici. Chi invece segua lo sviluppo interno dei varii tipi sociali quanto alla loro struttura economica, e consideri le vicende politiche come particolari resultati delle forze operanti nella societ, finisce da ultimo per vincere il confuso della molteplice ed incerta impressione empirica, e al posto della linea cronologica, del sincronismo e della prospettica, mette la serie concreta di un processo reale.

Innanzi a questo genere di realistiche considerazioni, cadono tutte le ideologie fondate su la missione etica dello stato, o sopra qualunque altra frase simile. Lo stato , per cos dire, messo al suo posto, e rimane come inquadrato nei contorni del divenire sociale, in quanto forma che  effetto di altre condizioni, e che a sua volta, poi che esiste, reagisce naturalmente sul resto.
E qui spunta un'altra questione.
Cotesta forma sar superata mai? - ossia, ci pu essere una societ senza stato? - ovvero, ci pu essere una societ senza classi? - e, se giova di spiegarsi meglio, ci sar una forma di produzione comunistica, con tale spartizione di lavoro e di ufficii, che non possa dar luogo allo sviluppo delle disuguaglianze, da cui si genera il dominio dell'uomo su l'uomo?
Nella risposta affermativa a coteste domande consiste la somma del socialismo scientifico; in quanto esso enuncia l'avvento della produzione comunistica, non come postulato di critica, n come meta di una volontaria elezione, ma come il resultato dell'immanente processo della storia.
Come  risaputo, la premessa di tale previsione  nelle condizioni stesse della presente produzione capitalistica. Questa socializza di continuo il modo del produrre, avvince sempre di pi il lavoro vivo e regolamentato alle condizioni obiettive della tecnica, concentra di giorno in giorno sempre pi la propriet dei mezzi di produzione nelle mani di pochi, che come azionisti e negoziatori di azioni si trovano sempre pi assenti dal lavoro immediato, la cui direzione passa all'intelligenza. Col crescere della coscienza di tale situazione nei proletarii, cui l'insegnamento della solidariet viene dalle condizioni stesse della loro reggimentazione, e col decrescere della capacit nei detentori del capitale a conservare la privata direzione del lavoro produttivo, si verr ad un punto in cui, di un modo o dell'altro, con la eliminazione di ogni forma di rendita, interesse e profitto privato, la produzione passer all'associazione collettiva, ossia sar comunistica. Cos cesseranno tutte le disuguaglianze, che non siano quelle naturali del sesso, dell'et, del temperamento e della capacit; cesseranno, cio, tutte le disuguaglianze, che hanno attinenza alle classi economiche, e anzi da queste son generate: e sparite le classi verr meno la possibilit dello stato, come dominio dell'uomo su l'uomo. Il governo tecnico e pedagogico dell'intelligenza sarebbe l'unico ordine della societ.
Per cotal via il socialismo scientifico, per ora idealmente almeno, ha superato lo stato; e superandolo lo ha inteso a fondo, cos nel suo modo di origine, come nelle ragioni di sua naturale sparizione. E lo ha inteso appunto perch non gli si leva contro in modo unilaterale e soggettivo, come fecero gi pi volte in altri tempi cinici, e stoici, ed epicurei d'ogni maniera, e poi settarii religiosi, e cenobiti visionani, e utopisti da conventicola, e da ultimo anarchisti d'ogni tinta e colore. Anzi, pi che levarglisi da s contro, il socialismo scientifico ha mirato a mostrare, come lo stato si sollevi di continuo da s contro se stesso, creando nei mezzi di cui non pu fare a meno, p. e. colossale finanza, militarismo, suffragio universale, estensione della coltura, e cos via, le condizioni della sua propria rovina. La societ che lo ha prodotto lo riassorbir: ossia, come la societ, in quanto forma di produzione, eliminer le antitesi di capitale e lavoro, cos con la sparizione dei proletarii, e cessando le condizioni che rendono possibile il proletariato, sparir ogni dipendenza dell'uomo dall'uomo, in qualunque forma di gerarchia.
I termini entro i quali s'aggira la genesi e lo sviluppo dello stato, dal suo punto iniziale di apparizione entro una determinata comunit, in cui cominci la differenziazione economica, fino a questo momento, in cui la sua sparizione principia a disegnarsi alla mente, ce lo rendono oramai comprensibile.
E per tale comprensibilit, che lo riduce a necessario complemento di determinate forme economiche, la presunzione di considerarlo qual fattore autonomo della storia rimane eliminata per sempre.

Torna oramai cosa relativamente facile il rendersi conto del come il diritto sia stato elevato a fattore decisivo della societ, e quindi della storia, per diretto o per indiretto.
Innanzi tutto  bene di ricordare per quali vie siasi formata quella concezione filosofica del diritto generalizzato, nella quale principalmente ha radice la considerazione della storia come dominata dal progresso legislativo per s stante.

Col precoce dissolversi della societ feudale in alcuni punti dell'Italia centrale e settentrionale, e col sorgere dei comuni, che furono repubbliche di produttori corporativi, e di corporazioni di mercanti, torn in onore il Diritto Romano. Questo rifior nelle Universit; e come rinasceva in opposizione ai diritti barbarici e in buona parte in opposizione al Diritto Canonico, era evidentemente, in tale sua rifioritura, una forma del pensiero pi rispondente ai bisogni della borghesia, che cominciava a svilupparsi.
Difatti, di fronte al particolarismo dei diritti, che erano, o consuetudini di popoli barbari, o privilegi di un corpo, o concessioni papali ed imperiali, quel diritto appariva come la universalit della ragione scritta. Non era esso arrivato a considerare la personalit umana nei suoi pi astratti e generali rapporti; in quanto un qualunque Tizio  capace di obbligarsi e di obbligare, di vendere e di comprare, di cedere, donare e cos via? Il Diritto Romano, per quanto elaborato nella sua ultima redazione per autorit d'imperatori da giuristi servili, appariva, dunque, in sul declinare delle istituzioni medievali, come una forza rivoluzionaria, e come tale era un grande progresso. Cotesto diritto cos universale, che dava i mezzi per isconvolgere e rovesciare i diritti barbarici, era certamente un diritto pi rispondente alla natura umana guardata nei suoi rapporti generici; e nella sua opposizione ai diritti particolari e di privilegio appariva come un diritto di natura.
E'noto, del resto, come la ideologia del diritto di natura sia nata. E'venuta nel suo massimo fiore nei secoli decimosettimo e decimottavo; ma fu di lunga mano preparata dalla giurisprudenza che pigliava a suo fondamento il Diritto Romano, o adottato, o rimaneggiato, o commentato.
Nella formazione della ideologia del diritto naturale concorse un altro elemento, ossia la filosofia greca delle epoche posteriori. I greci, che furono gli inventori di quelle determinate arti del pensiero che sono le scienze, non trassero mai, com' risaputo, dalle molteplici leggi locali loro una disciplina che corrisponda a ci che noi chiamiamo giurisprudenza. Invece, per il rapido progresso della scienza astratta nell'ambito delle democrazie essi giunsero ben per tempo alle pi ardite discettazioni logiche, retoriche e pedagogiche su la natura del diritto, dello stato, della legge, della pena; onde poi nella loro filosofia si trovano le forze rudimentali di tutte le discussioni posteriori. Ma solo pi tardi, cio ai tempi dell'Ellenismo, quando i confini della vita greca s'erano tanto slargati da confondersi con quelli del mondo civile, nell'ambito di quel cosmopolitismo, che portava con s il bisogno di cercare in ogni uomo l'uomo, nacque il razionalismo del diritto, o il diritto di natura, nella forma che gli impresse la filosofia stoica. Cotesto razionalismo greco, che aveva offerto gi qualche elemento formale alla codificazione logica del Diritto Romano, risorse nel secolo decimosettimo nella dottrina che fu appunto del diritto naturale.
Da varie fonti, dunque, deriv la ideologia, che  servita da arma di critica e da istrumento per dare forma giuridica all'ordinamento economico della societ moderna.
Nel fatto, per, cotesta ideologia giuridica riflette, nella lotta per il diritto e contro il diritto, il periodo rivoluzionario dell'intelletto borghese. E per quanto pigli dapprima le mosse dottrinarie dal ritorno alla tradizione filosofica antica, e dalla generalizzazione della giurisprudenza romana, in tutto il resto e in tutto il suo genuino sviluppo  affatto nuova e moderna. Il Diritto Romano, per quanto generalizzato dalla scuola e dalla elaborazione moderna, rimane sempre in se stesso una raccolta di casi non dedotti da preconcezione di sistema, n preordinati dalla mente sistematica di un legislatore. E d'altra parte il razionalismo degli Stoici, e dei loro contemporanei e seguaci fu di mera contemplazione, e non produsse intorno a s un moto rivoluzionario. L'ideologia del diritto di natura, che da ultimo ebbe nome di filosofia del diritto, fu invece sistematica, part sempre da enunciati generali, e fu inoltre battagliera e polemica, e anzi fu alle prese con l'ortodossia, con l'intolleranza, col privilegio, coi corpi; combatt, insomma, per le libert, che ora costituiscono i fondamenti della societ moderna.
Nell'ambito di cotesta ideologia, che era un metodo di combattimento, germogli per la prima volta, in forma tipica e decisiva, il pensiero, che c' un diritto che  una cosa sola con la ragione. I diritti contro i quali si combatteva apparivano come una deviazione, come un regresso, come un errore.
Da questa fede nel diritto razionale nasceva la credenza cieca nella forza del legislatore, che apparisce cos ravvolta nelle forme del fanatismo nei momenti acuti della Rivolozione Francese.
Di qui la persuasione, che la societ tutta debba essere come investita da un solo diritto, eguale per tutti, sistematico, logico, conseguente. Di qui la convinzione, che un di-ritto il quale garentisca a tutti l'eguaglianza giuridica, che  la facolt del contrattare, garentisca anche a tutti la libert. E gi tutto il resto! Col trionfo del vero diritto trionfa la ragione, e la societ regolata dal diritto eguale per tutti  la societ perfetta!
Quali illusioni fossero in fondo a tali tendenze  inutile di dire. A che cosa dovesse riuscire cotesta liberazione universale dell'uomo, lo sappiamo gi. Ma ci che qui pi importa gli  che tali persuasioni partivano da un concetto del diritto, per cui questo rimaneva come scisso dalle cause sociali che lo producono. Cosicch la ragione, cui cotesti ideologi si appellavano, si riduceva a togliere al lavoro, all'associazione, al traffico, al commercio, alle forme politiche ed alla coscienza, tutti i limiti e tutti gl'impedimenti, che tornano d'impaccio alla libera concorrenza. Come di ci s'avesse l'esperienza nella Grande Rivoluzione del secolo passato, ho detto gi nell'altro capitolo. E se c' ora chi si ostini a discorrere di un diritto razionale, che domini la storia, di un diritto, insomma, che sarebbe un fattore anzich un semplice fatto della evoluzione storica, vuol dire che costui vive fuori del nostro tempo, e non ha inteso come la codificazione liberale ed egalitaria abbia gi segnata in via di fatto la fine e il termine di tutta cotesta scuola del diritto di natura.


Per diverse vie si  giunti in questo secolo a ridurre il diritto, da cosa razionale in cosa di fatto; e perci in cosa corrispettiva a determinate condizioni sociali.
Prima di tutto l'interesse storico, allargandosi ed approfondendosi, ha portato le menti a riconoscere, che per intendere le origini del diritto non bastava, n incominciare dalla ragione, n fermarsi all'esame del Diritto Romano. I diritti barbarici, e le usanze e le consuetudini dei popoli e delle societ tanto disprezzate dai razionalisti, son tornate in onore; dico, teoricamente. Questo era il solo modo per ottenere, dallo studio delle forme pi antiche, la guida ad intendere come le pi recenti si fossero poi prodotte.
Il Diritto Romano codificato  una forma assai moderna; quella personalit che esso suppone, come soggetto universale,  una elaborazione di tempi avanzati, nei quali, sul cosmopolitismo dei rapporti sociali dominava una costituzione burocratico-militare. In quel mondo in cui era venuta a compimento la ragione scritta, non era pi traccia di spontaneit di vita popolare, non era pi democrazia. Quello stesso diritto, prima di arrivare a tale cristallizzazione, era nato e s'era svolto; e guardato nelle sue origini e nei suoi sviluppi, specie se a tale studio concorra la comparazione, apparisce in tanti punti affine alle istituzioni delle societ e dei popoli creduti inferiori. Si facea dunque chiaro, che scienza vera del diritto non possa essere se non la storia genetica del diritto stesso.
Ora, mentre il continente europeo avea creato nella codificazione del diritto civile il tipo ed il testo della ragion pratica borghese, non permaneva forse in Inghilterra un'altra forma autogenetica di diritto, nata e svoltasi in modo affatto pratico, dalle condizioni stesse della societ che l'ha prodotto, senza sistema, e senza che l'azione del razionalismo metodico ci avesse avuto influenza?
Il diritto che veramente esiste, ed ha valore,  dunque cosa assai pi semplice e modesta, di quello che non paresse agli entusiastici decantatori della ragione scritta, della ragione imperante; ai quali pu mandarsi buona la loro illusione, in quanto furono precursori ideali di una grande rivoluzione. All'ideologia bisognava sostituire la storia delle istituzioni giuridiche. La filosofia del diritto fin in Hegel; e se c' chi voglia obiettare in nome dei libri pubblicati dappoi, dir, che la carta stampata dai professori non  proprio e sempre l'indice del progresso del pensiero. La filosofia del diritto si converte cos nella trattazione filosofica della storia del diritto. E come la filosofia storica metta capo nel materialismo economico, e in che senso il comunismo critico sia l'inversione di Hegel, non occorre qui di ripetere ancora una volta.

Cotesta rivoluzione, che pare di sole idee, non  se non il riflesso intellettuale delle rivoluzioni accadute nella vita pratica.
Nel nostro secolo il legiferare  diventato una malattia; e la ragione imperante nella ideologia giuridica  stata detronizzata dai parlamenti. In questi le antitesi degl'interessi di classe hanno assunta la forma di partiti; e i partiti si schierano pro e contro a determinati diritti; onde tutto il diritto apparisce, o come un semplice fatto, o come cosa che sia utile o non utile di fare.
Il proletariato s' levato: e, dovunque la lotta operaia s' precisata, i codici borghesi ne son rimasti sbugiardati. La ragione scritta si  mostrata impotente a salvare i salarii dalle oscillazioni del mercato, a garentire donne e fanciulli dagli orarii vessatorii delle fabbriche, o a trovare un solo dei suoi acuti ripieghi per risolvere il problema della disoccupazione. La sola limitazione parziale delle ore di lavoro ha dato materia ed occasione ad una lotta gigante. Piccoli e grossi borghesi, agrarii ed industriali, avvocati dei poveri e difensori della ricchezza accumulata, monarchici e democratici, socialisti e reazionarii si sono affannati a trarre in qua e in l l'azione dei poteri pubblici, e a sfruttare le contingenze della politica e l'intrigo parlamentare per trovare garenzie e difese a determinati interessi, o nella interpretazione di un diritto esistente, o nella creazione di un nuovo diritto. Buona parte di esso fu pi volte rifatta; e si videro le pi strane oscillazioni, dall'umanitarismo che difende anche i poveri, e per fino gli animali, alla proclamazione della legge stataria. Al diritto fu levata la maschera; e n' rimasto profanizzato.
Ed ecco subentrato il sentimento dell'esperienza, e da questa  derivata una enunciazione tanto precisa per quanto modesta: ogni diritto fu ed  la difesa, o consuetudinaria, o autoritaria, o giudiziaria, di un determinato interesse; e di qui alla riduzione all'economia non c  che un passo.
Se la concezione materialistica  venuta da ultimo a suggellare coteste tendenze in una veduta esplicita e sistematica, gli  perch la sua orientazione  stata determinata dall'angolo visuale del proletariato. Questo  il prodotto necessario, ed  ad un tempo la condizione indispensabile di una societ, nella quale tutte le persone in astratto sono eguali in diritto, ma le condizioni materiali dello sviluppo e della libert degli individui sono disuguali. I proletarii sono le forze, per l'esercizio delle quali i mezzi di produzione accumulati si riproducono, e si rifanno in nuova ricchezza: ma essi stessi non vivono, se non reggimentandosi intorno al capitale, e dall'oggi al dimani passano nella condizione di disoccupati, di poveri e di emigranti. Essi sono l'esercito del lavoro sociale, ma i loro capi sono i loro padroni. Essi sono la negazione del giusto, nel regno del diritto; ossia sono l'irrazionale, nel preteso dominio della ragione.
Dunque la storia non fu il processo per giungere all'impero della ragione del diritto; ma non fu fino ad ora se non la serie delle mutazioni nelle forme della soggezione e della servit. Dunque la storia consiste tutta nella lotta degl'interessi, e il diritto non  se non l'espressione autoritaria di quelli che han trionfato. Con tali enunciazioni non si giunge certo a spiegare ogni singolo diritto, che sia apparso nella storia, per via della immediata visione del rispettivo interesse. Le cose storiche sono assai complicate; ma queste enunciazioni generali bastano ad indicare lo stile e il metodo della ricerca, che si  oramai sostituita alla ideologia giuridica.


IX.


Qui vengono in buon punto alcune formule riassuntive.
Date le condizioni di sviluppo del lavoro, e dei suoi appropriati congrui istrumenti, la struttura economica della societ, ossia la forma della produzione dei mezzi immediati della vita, determina sopra un terreno artificiale, in primo luogo e per diretto, tutta la rimanente attivit pratice dei consociati, e il variare di tale attivit nel processo che chiamiamo storia, e cio: - la formazione, l'attrito, le lotte e la erosione delle classi; - lo svolgimento corrispettivo dei rapporti regolativi, cos del diritto, come della morale; - e le ragioni e i modi di subordinazione e di soggezione, degli uomini verso gli uomini, col rispondente esercizio del dominio e dell'autorit, ci, insomma, in cui da ultimo si origina e consiste lo stato: e determina in secondo luogo l'indirizzo, e in buona parte, e per indiretto, gli obietti della fantasia e del pensiero, nella produzione dell'arte, della religione e della scienza.
I prodotti di primo e di secondo grado, per gli interessi che creano, per gli abiti che ingenerano, per le persone che coordinano, specificandone l'animo e le inclinazioni, tendono a fissarsi e ad isolarsi come per s stanti; e di qui nasce la veduta empirica, secondo la quale diversi fattori indipendenti, con propria efficacia e con proprio ritmo di movimento, concorrerebbero a formare il processo storico, e le rispettive configurazioni sociali che successivamente ne resultano. Fattori - se mai cotesta parola deve usarsi - veri e propri e positivi della storia, dalla sparizione del comunismo primitivo in qua, e fino ad ora, furono e sono le classi sociali, in quanto consistono in differenziazioni d'interessi, che si esplicano in determinati modi e forme di opposizione (- da cui di genera l'attrito, il moto, il processo e il progresso -).
Le variazioni della sottostante struttura (economica) della societ, che a prima vista ci si manifestano intuitivamente nell'agitarsi delle passioni, si svolgono consapevolmente nelle lotte contro un diritto o per il diritto, e si avverano nello scuotimento e nella rovina di un determinato ordinamento politico, hanno, in realt, la loro adeguata espressione solo nell'alternarsi delle relazioni esistenti fra le diverse classi sociali. E queste relazioni mutano per l'alterarsi dei rapporti, che precedentemente correano, tra la produttivit del lavoro e le condizioni (giuridico-politiche) di coordinamento tra i cooperanti della produzione.
E, in fin delle fini, tali rapporti tra la produttivit del lavoro e la coordinazione dei cooperanti si alterano per il mutare degli istrumenti (- nel senso lato della parola -) occorrenti alla produzione. Il processo ed il progresso della tecnica, come sono l'indice, cos sono la condizione di ogni altro processo e progresso.
La societ  per noi un dato, che noi non possiamo risolvere, oltre a quella maniera di analisi, che si fa riducendo le forme complesse alle pi semplici, le moderne alle pi antiche: il che  rimanere, per, sempre nel fatto di una societ che esiste. La storia non  se non la storia della societ; - ossia  la storia del variare della cooperazione umana, dall'orda primitiva allo stato moderno, dalla lotta immediata contro la natura, con pochi ed elementarissimi istrumenti, fino alla struttura economica presente, che culmina nella polarit tra lavoro accumulato (capitale) e lavoro vivo (i proletarii). Risolvere il complesso sociale in semplici individui, e ricomporlo poi con escogitati atti di elezione e di volont; - costruire, insomma, la societ coi ragionamenti, significa sconoscere la natura obiettiva e l'immanenza del processo storico.
Le rivoluzioni, nel senso pi esteso della parola, e poi in quello specifico di rovina di un ordinamento politico, segnano le vere e proprie date delle epoche storiche. Guardare di lontano, nei loro elementi, nella loro preparazione e nei loro effetti a lunga scadenza, esse possono parere come i momenti di una evoluzione costante, a minimi di variazione: ma considerate per se stesse sono definite e precise catastrofi; e solo come tali catastrofi hanno carattere di accadimento storico.


X.

Per fino, dunque, la morale, e l'arte, e la religione e la scienza sarebbero prodotti delle condizioni economiche? - anzi esponenti delle categorie di queste condizioni medesime? - ovverosia efflussi, ornamenti, irradiazioni e miraggi dei materiali interessi?
Enunciati di cotesto genere, o a un dipresso, e cos crudi e nudi, corrono gi da un pezzo per le bocche di molti, e tornano di comodo ausilio agli avversarii del materialismo, cui giova di usarne come di opportuno spauracchio. I pigri, che son poi moltissimi anche fra i cos detti intellettuali, si accomodano ben volentieri alla grossolana accettazione di tali pronunciati; come chi ripari con la mente in novello asilo dell'ignoranza. Che bella festa e che bella allegria dev'esser mai cotesta per tutti gl'indolenti; di avere, cio, una buona volta compendiato in breve giro di pochissime proposizioni tutto lo scibile, per poi dischiudere tutti i segreti della vita con una sola ed unica chiave! Tutti i problemi dell'etica, dell'estetica, della filologia, della critica storica, e della filosofia ridotti ad un problema solo, senza tanti rompicapo! E su cotesto andare gli sciatti semplicioni potrebbero ridurre tutta la storia all'aritmetica commerciale; e da ultimo una nuova interpretazione autentica di Dante potrebbe darci la Divina Commedia illustrata coi conti delle pezze di panno, che gli astuti mercanti fiorentini vendeano con tanto profitto loro!
La verit  questa, che, cio, gli enunciati che implicano problemi, si convertono assai facilmente in volgari paradossi nelle teste di coloro, che non siano assuefatti a vincere le difficolt del pensare con l'uso metodico dei mezzi congrui. Ora dei precisi termini di tali problemi toccher qui in genere, ma in modo quasi aforistico: perch, veramente, io non intendo di descriver fondo all'universo, in questo breve saggio, che non ha poi da essere una enciclopedia.
La morale innanzi tutto.
Non dico dei sistemi e dei catechismi, o religiosi, o filosofici. Gli uni e gli altri stettero e stanno al di sopra del corso ordinario e profano delle cose umane, nella pi parte dei casi, come le utopie stanno al di sopra delle cose. N dico di quelle analisi formali dei rapporti etici, che son venute tanto raffinandosi dai Sofisti ad Herbart. Ci  scienza, e non  vita. Ed  scienza formale, come la logica, la geometria e la grammatica. L'ultimo acuto ritrovatore e definitore di tali rapporti etici, che  appunto Herbart, sapea bene che le idee, ossia i punti di vista formali del giudizio morale, sono per s impotenti. E per ci egli ripose nelle circostanzialit della vita, e nella formazione pedagogica del carattere, la realt dell'etica. Parrebbe Owen, se non fosse stato un codino.
Dico, invece, di quella morale, che esiste prosaicamente, e in modo empirico ed ovvio, nelle inclinazioni, negli abiti, nelle consuetudini, nei consigli, nei giudizii e nelle valutazioni degli uomini di tutti i giorni. Dico di quella morale, che come suggestione, come spinta e come remora, si forma in vario grado di sviluppo, e con maggiore o con minore evidenza, ma a frammenti, in tutti e singoli gli uomini; per il fatto stesso che convivendo essi, ed occupando ciascuno una posizione determinata nell'ambito della convivenza, riflettono naturalmente e necessariamente su le opere proprie e su le opere altrui, e concepiscono aspettazioni ed apprezzamenti, e primissimi elementi di massime generali.
Questo  il factum; e ci che pi importa , che questo factum ci si presenta vario e molteplice nelle diverse condizioni della vita, e variabile attraverso alla storia. Questo factum  il dato della ricerca. I fatti non sono n veri, n falsi, come gi sapeva Aristotele. I sistemi, invece, siano essi teologici o razionalistici, possono essere veri o falsi; come quelli che si argomentano di intendere, di spiegare e di completare il fatto, riconducendolo ad altro, o integrandolo con altro.
Alcuni punti di teoria pregiudiziale sono oramai messi in sodo, per rispetto alla interpretazione di questo factum.
Il volere non vuole se stesso, da se stesso; come era parso agl'inventori di quel libero arbitrio, che rivelava solo l'impotenza di una analisi psicologica, non giunta per anche a maturit. Le volizioni, in quanto fatto consapevole, sono espressione particolare del meccanismo psichico; sono resultato, alla prima, dei bisogni, e poi di tutto ci che gi gi li precede, fino alla elementarissima motilit organica.
La morale non pone n genera se stessa. Non ist, cio, a fondamento universale dei varii e variabili rapporti etici quell'ente spirituale, che fu detto la coscienza morale, una ed unica per tutti gli uomini. Questo ente astratto fu eliminato dalla critica, come tutti gli altri enti simili, ossia come tutte le cos dette facolt dell'anima. Che spiegazione dei fatti era mai quella, in vero, che supponea la generalizzazione del fatto stesso, come mezzo per ispiegarlo; quando, p. e. si ragionava cos: le sensazioni, le percezioni, le intuizioni a un certo punto si trovano fantasticate, ossia alterate, dunque la fantasia le ha trasmutate? A tale genere di escogitazioni appartiene la cos detta coscienza morale, che fu assunta a presupposto delle condizionate valutazioni etiche. La coscienza morale, che realmente esiste,  un fatto empirico;  un indice, ossia un riassunto, della relativa formazione etica di ciascun individuo. Se scienza qui ci ha da essere, essa non pu spiegare le relazioni etiche per via della coscienza, ma deve appunto intendere come tale coscienza si vada formando.
Se i voleri derivano, e se la morale resulta dalle condizioni della vita, l'etica, nel suo insieme, non  che una formazione; ossia il suo problema si risolve in quello della pedagogica.
C' una pedagogica, direi individualistica e soggettiva, la quale, supposte le condizioni generiche della perfettibilit umana, costruisce delle regole astratte, per mezzo delle quali gli uomini, che sono in via di formazione, sarebbero condotti ad essere forti, coraggiosi, veritieri, giusti, benevoli, e cos via per tutta la distesa delle virt cardinali e secondarie. Ma pu essa, la pedagogica soggettiva, costruire da s il terreno sociale sul quale tutte coteste belle cose avrebbero a realizzarsi? Se lo costruisce, essa disegna semplicemente un'utopia.
Perch davvero il genere umano, nel rigido corso del suo divenire, non ebbe mai tempo e modo di andare a scuola da Platone o da Owen, da Pestalozzi o da Herbart. Anzi ha fatto come gli  stato forza di fare. Gli uomini, che presi in astratto son tutti educabili e perfettibili, si son perfezionati ed educati sempre quel tanto, e nella misura che essi potevano, date le condizioni di vita in cui  stato loro necessit di svolgersi. Se mai, questo  appunto il caso in cui la parola ambiente non  metafora, e l'uso del termine accomodazione non  di traslato. La morale effettiva ci si presenta sempre come qualcosa di condizionato e di limitato, che la fantasia ha cercato poi di superare, o escogitando le utopie, o creando un soprannaturale pedagogo, o una miracolosa redenzione.
Perch lo schiavo avrebbe dovuto avere lui gli intendimenti, e le passioni, e i sentimenti del suo temuto signore? Come farebbe il contadino a liberarsi dalle invincibili superstizioni, cui lo condannano la immediata dipendenza dalla natura, la mediata dipendenza dall'ignorato meccanismo sociale, e la fiducia cieca nel prete, che gli tien luogo di mago e di fattucchiero? Per quali vie mai il proletario moderno delle grandi citt industriali, esposto com' di continuo alle variabili vicende della miseria e della soggezione, potrebbe raggiungere l'ordinato e monotono tenore di vita, che fu proprio dei membri delle corporazioni artigiane, la cui esistenza pareva come inquadrata in un provvidenziale disegno? Da quali elementi intuitivi di esperienza quel mercante di maiali di Chicago, che regala all'Europa tanti prodotti a buon prezzo, dovrebbe ritrarre le condizioni di serenit e di elevazione spirituale, che conferivano all'ateniese le doti dell'uomo bello-e-buono, e al civis romanus la dignit dell'eroismo? Quale potenza di docili persuasive cristiane strapper dall'animo dei proletarii moderni le ragioni naturali dell'odio contro gl'indeterminati o determinati oppressori loro? Perch, a volere che giustizia ci sia e si faccia, occorre loro di appellarsi alla violenza; e perch l'amore del prossimo, come legge universale, paia loro plausibile, devono essi immaginare una vita assai difforme dalla presente, che fa dell'odio una necessit, come di debito da scontare. In questa societ delle differenziazioni, l'odio, l'orgoglio, la ipocrisia, la menzogna, la vilt, l'ingiustizia, e tutto il catechismo dei vizi cardinali e loro accessorii, fanno da triste riscontro, e anzi da satira, alla morale eguale per tutti.
Dunque l'etica si risolve a un certo punto nello studio storico delle condizioni soggettive ed oggettive del come la morale si sviluppi, o trovi impedimento a svilupparsi. In ci solo, ossia entro questi termini, ha valore l'enunciato, che la morale  corrispettiva alle situazioni sociali, e ossia, in ultima analisi, alle condizioni economiche. A qualche cretino soltanto pu esser passato per il capo di dire, che la morale individua di ciascun uomo sia rigorosamente proporzionale alla sua individua situazione economica. Ci  non solo empiricamente falso, ma  intrinsecamente irrazionale. Data la elasticit del meccanismo psichico, non  possibile mai di ridurre lo sviluppo dei singoli individui esclusivamente al tipo della classe o dello stato sociale. Qui si tratta dei fenomeni di massa; di quei fenomeni che formano, o dovrebbero formare, l'oggetto della statistica morale: disciplina cotesta che  rimasta fin ad ora incompleta, perch ha assunto ad oggetto delle sue combinazioni i gruppi che essa stessa crea, sommando i numeri dei casi (p. e. adulterii, furti, omicidii), e non quei gruppi che come classi, condizioni e situazioni realmente, ossia socialmente, esistono.
Raccomandare agli uomini la morale, supponendone o ignorandone le condizioni, ecco quale fu fin ad ora la mira ed il genere di argomentazione di tutti i catechisti. Riconoscere che queste condizioni son date dal circostanziato ambiente sociale, ecco ci che i comunisti contrappongono all'utopia ed alla ipocrisia dei predicatori di morale. E in quanto vedono nella morale, non un privilegio di predestinati, n un dono della natura, ma una resultante della esperienza e della educazione, essi riconoscono la perfettibilit umana per ragioni ed argomenti che, sono, dir, pi morali ed ideali di quelli che furono di solito e spensieratamente accampati dagli ideologisti.


In altri termini, l'uomo sviluppa, ossia produce se stesso, non come ente genericamente fornito di certi attributi, che si ripetano o si svolgano secondo un ritmo razionale; ma produce e sviluppa se stesso, come causa ed effetto, come autore e conseguenza ad un tempo, di determinate condizioni, nelle quali si generano anche determinate corretni di idee, di opinioni, di credenze, di fantasia, di aspettazioni, di massime. Di qui nascono le ideologie di ogni maniera, come anche le generalizzazioni della morale in catechismi, in canoni e sistemi. Non  quindi da meravigliare se coteste ideologie, un avolta che sian nate, vengano poi coltivate a parte per forza di astrazione: tanto che da ultimo paiono come distaccate dal terreno di vita in cui son sorte, e quasi stessero al di sopra degli uomini, a guisa di imperativi e di modelli. Preti e addottrinati di ogni maniera provvidero per secoli a questo lavoro di astrazione, e a mantenere le illusioni che ne risultano. Ora che furon ritrovate le fonti positive di tutte le ideologie nel meccanismo della vita stessa, si tratta di spiegare realisticamente il loro modo di generarsi. E come ci vale di tutte le ideologie, cos vale in particolare di quelle che consistono nel proiettare fuori dei loro termini naturali e diretti le valutazioni etiche, per farne, o delle anticipazioni di divini comandi, o dei presupposti di universali suggestioni dclla coscienza.
Ci costituisce l'obietto di speciali problemi storici. Non sempre si trova il bandolo, che lega certe ideazioni etiche a determinate condizioni pratiche. La concreta psicologia sociale dei tempi passati ci riesce spesso impenetrabile. Spesso le cose pi ovvie ci riescono inintelligibili; p. e., gli animali ritenuti per immondi, o la origine della repugnanza al matrimonio tra persone in lontani gradi di parentela. Un procedere cauto ci porta a conchiudere, che di molti particolari rimarranno sempre ascosi i motivi. Ignoranza, superstizione, singolari illusioni, simbolismi, ecco, con tante altre, le cause di quell'inconsapevole che si trova spesso nei costumi, che per noi costituisce ora l'insaputo e il non conoscibile.
La causa precipua di tutte le difficolt sta appunto nella tardiva apparizione di ci che chiamiamo ragione; cosicch le tracce dei motivi prossimi delle ideazioni sono andate perdute, o rimasero involute nelle ideazioni stesse.

Corre assai pi spiccio il ragionamento su la scienza.
Di questa fu scritta per gran tempo la storia in modo ingenuo. Dato ed ammesso che le singole scienze avessero il loro compendio nei manuali e nelle enciclopedie, pareva bastasse di ritrovare cronologicamente l'apparizione dei singoli enunciati, risolvendo l'insieme del riassunto sistematico negli elementi di cui esso s' andato successivamente componendo. Il presupposto generale era altrettanto semplice: - in fondo a questa cronologia c' la ragione che si svolge e progredisce.
Codesto metodo, se metodo pu chiamarsi, recava in s questo piccolo inconveniente: che, cio, lasciava tutto al pi intendere come da scienza che gi esista derivi altra scienza a fil di ragione, ma non lasciava punto intravvedere, per quali condizioni di fatto gli uomini fossero spinti a trovare la prima volta la scienza; ossia a ridurre in una determinata e nuova forma la meditata esperienza. Si trattava, insomma, di ritrovare, perch storia effettiva della scienza ci sia, la origine del bisogno scientifico; il che poi lega in via genetica questo agli altri bisogni, nella continuit del processo sociale.
I grandi progressi della tecnica moderna, nella quale veramente consiste la sostanza intellettuale dell'epoca borghese, han fatto tra gli altri miracoli anche questo, di rivelarci per la prima volta la origine pratica del tentativo scientifico. (O tu indimenticabile Accademia fiorentina, che pigliasti nome dal cimento, quando l'Italia era al crepuscolo di sua passata grandezza, e la societ moderna era all'aurora della nuova epoca della industria.) E oramai noi siamo in grado di ritrovare il filo conduttore di ci che per astrazione si chiama spirito scientifico: n alcuno si maraviglia pi, che tutto nelle scoverte scientifiche sia proceduto come nei primissimi tempi, quando la rozzissima elementare geometria degli egizii ebbe origine dal bisogno di misurare i campi esposti all'annua inondazione del Nilo, e la periodicit di tali inondazioni sugger, ivi stesso nell'Egitto e nella Babilonide, di ritrovare i rudimenti dei giri astronomici.
E'certamente vero s, che a scienza avviata, e in parte maturata, come gi accadde nel periodo ellenistico, il lavoro di astrazione, di deduzione e di combinazione si continua nella cerchia degli addottrinati in modi, che apparentemente obliterano la coscienza delle cause sociali del primo prodursi della scienza stessa. Ma se noi guardiamo a grandi tratti le epoche dello sviluppo della scienza, e confrontiamo i periodi che gl'ideologi chiamerebbero di progresso e di regresso della intelligenza, ci si palesa la ragione sociale degl'impulsi, ora crescenti ed ora decrescenti, per rispetto all'attivit scientifica. Che bisogno avea la societ feudale dell'Occidente di Europa, di quelle scienze antiche, che i bizantini serbavano almeno materialmente, mentre gli arabi nei loro vari dominii, o liberi agricoltori, o industriosi artigiani, o operosi commercianti, eran portati a crescere di tanto? E che  la Rinascenza, se non il ricongiungimento dell'iniziale moto della borghesia con la tradizione del sapere antico, ridiventato usabile, e quindi capace di dichiarazione? Che cosa  tutto l'accelerato moto del sapere scientifico, dal secolo decimosettimo in qua, se non la serie degli atti compiuti dall'intelletto scaltrito dall'esperienza, per assicurare al lavoro umano, nelle forme di una raffinata tecnica, il dominio su le condizioni e forze naturali? Di qui la guerra all'oscurantismo, alla superstizione, alla chiesa, alla religione; di qui il naturalismo, l'ateismo, il materialismo, di qui l'inaugurato dominio della ragione. L'epoca borghese  l'epoca delle menti dispiegate (Vico). E'bene di ricordare, che quel governo del Direttorio, che fu il prototipo ed il compendio di tutta la corruzione liberalesca, fu il primo che introdusse nella Universit e nell'Accademia formalmente e solennemente la scienza della libera ricerca: e c'entr Lamarck! Questa scienza, che l'epoca borghese per le sue stesse condizioni ha cos fomentato e fatto crescere gigante,  il solo retaggio dei secoli passati, che il comunismo accetti e faccia suo senza riserve.
N metterebbe conto qui di fermarsi a dichiarare la pretesa antitesi fra scienza e filosofia. Fatta eccezione di quei modi di filosofare, che si confondono con la mistica o con la teologia, filosofia non vuol dire mai scienza o dottrina a parte di cose proprie e particolari, ma  semplicemente un grado, una forma, uno stadio del pensiero, per rispetto alle cose stesse che entrano nel campo della esperienza. La filosofia , per ci, o anticipazione generica di problemi, che la scienza deve ancora elaborare specificatamente, o  riassunto ed elaborazione concettuale dei resultati cui le scienze siano gi giunte. Di quelli, che, tanto per non parere antiquati, parlano di filosofia scientifica, - se non si vuol tenere, in un certo conto la punta umoristica di cotesta espressione, che respinge ogni forma di teologia e di mero tradizionalismo, - bisogna dire che sarebbero dei fatui, se credessero di rappresentare una scuola od una tendenza a parte.
Dicevo qui poco innanzi, nell'enunciar delle formule, che la struttura economica determina in secondo luogo l'indirizzo, e in buona parte e per indiretto gli obietti della fantasia e del pensiero, nella produzione dell'arte, della religione e della scienza. A dire altrimenti di cos, ed oltre di cos, sarebbe come mettersi volontariamente su la via dell'assurdo.
Innanzitutto con tale enunciato si combatte il fantastico assunto ideologico, che arte, religione e scienza siano svolgimenti subiettivi e svolgimenti storici di un preteso spirito artistico, religioso, o scientifico, il quale s'andrebbe manifestando successivamente per un proprio ritmo di evoluzione, qua e l sussidiato o impedito dalle condizioni materiali. Con tale enunciato si vuole affermare, inoltre, la necessaria connessione, per la quale ogni fatto dell'arte e della religione  l'esponente sentimentale, fantastico, e ossia derivato, di determinate condizioni sociali. Se dico in secondo luogo, gli  per distinguere questi prodotti dai fatti di ordinamento giuridico-politico, che sono vera e propria obiettivazione dei rapporti economici. E se dico in buona parte e per indiretto degli obietti di tali attivit, gli  per indicare due cose: e cio, che nella produzione artistica e religiosa la mediazione dalle condizioni ai prodotti  assai complicata, e poi che gli uomini, pur vivendo in societ, non cessano per ci solo di vivere anche nella natura, e di ricevere da questa occasione e materia alla curiosit ed al fantasticare.
Al postutto tutto ci si riduce ad una enunciazione pi generale: l'uomo non percorre pi storie in uno e medesimo tempo; ma tutte le pretese varie storie (arte, religione, etc.) ne fanno una sola. E ci non pu vedersi perspicuamente se non nei momenti caratteristici e significativi della produzione di cose nuove, ossia nei periodi che dir rivoluzionarii. Pi tardi, l'acquiescenza nelle cose prodotte, e la ripetizione tradizionale di un determinato tipo, obliterano il senso delle origini.
Si provi alcuno a distrarre l'ideologia delle favole, che stanno in fondo ai poemi omerici, da quel momento dell'evoluzione storica, in cui spunta l'aurora della civilt ariana nel bacino del Mediterraneo; da quella fase, cio, della barbarie superiore, nella quale nasce, cos in Grecia come altrove, l'epos genuino. Faccia conto altri di immaginare, che il cristianesimo nascesse e si sviluppasse altrove che nella cerchia del cosmopolitismo romano, e altrimenti che non per opera di quei proletarii, di quegli schiavi, di quei derelitti, di quei disperati, ai quali occorreva la redenzione, l'apocalissi, e la promessa del regno di Dio. Trovi chi voglia il modo di fingere, che nel bel mezzo della Rinascenza spuntasse fuori la romantica, che appena s'accenna nel decadente Torquato Tasso; o faccia di attribuire a Richardson o a Diderot il romanzo di Balzac, nel quale apparisce, come in contemporaneo della prima generazione del socialismo e della sociologia, la psicologia delle classi. Lass, in dietro in dietro, alle prime origini delle ideazioni mitiche, ci  chiaro che Zeus non assunse i caratteri di padre degli uomini e degli dei, se non quando la patria potest era gi stabilita, e cominciava l'inizio di quella serie di processi, che mettono capo nello stato. Zeus cess cos di essere ci che era stato prima, cio il semplice divo (ossia lucente), o il tonante. Ed ecco quaggi ad un punto opposto della evoluzione storica, gran numero di pensatori del secolo scorso riducono a un solo dio astratto, che  semplice reggitore del mondo, tutta la variopinta immagine dell'ignoto e del trascendente, che s'era esplicata in tanto lusso di creazioni mitologiche, cristiane o pagane. L'uomo si sentiva pi a casa sua nella natura, per via dell'esperimento, e si sentiva pi atto a penetrare l'ingranaggio della societ, di cui possedeva in parte la scienza. Il miracoloso gli si assottigliava nella mente, tanto che il materialismo e il criticismo han potuto di poi eliminare cotesto povero residuo di trascendenza, senza metter mano alla guerra contro gli dei.
C' s una storia delle idee ma questa non consiste nel circolo vizioso delle idee che spieghino se stesse. Si tratta di risalire dalle cose all'ideato. Questo  un problema: anzi in ci  una moltitudine di problemi, tante son varie, molteplici, multiformi ed intricate le proiezioni che gli uomini han fatto di s e delle loro condizioni economico-sociali, e quindi delle loro speranze e dei loro timori, delle loro aspettazioni e dei loro disinganni, nelle ideazioni artistiche e religiose. La linea di metodo  trovata, ma la esecuzione particolare non  facile. Soprattutto bisogna guardarsi dalla tentazione scolastica di dedurre i prodotti dell'attivit storica, che si esplica nell'arte e nella religione.  sperabile che i filosofi alla Krug, che deduceva dialetticamente la penna con la quale scriveva, sian rimasti in perpetuo sepolti nelle note della Logica di Hegel, ove s'accenna a tale bizzarria.

Alcune difficolt vogliono essere qui precisate.
In ogni tentativo di riduzione dei prodotti secondarii (p. e. arte e religione) alle condizioni sociali, che in quelli vengono ad essere idealizzate, ci occorre di formarci un lungo abito circa la psicologia sociale specificata, nella quale la trasformazione si avvera. In ci consiste la ragion d'essere di quell'insieme di relazioni, che con altre forme di dicitura vengono p. e. designate, come mondo egiziano, coscienza greca, spirito della Rinascenza, idee dominanti, psicologia dei popoli, della societ o delle classi. Quando cotesti rapporti si sono costituiti, e gli uomini si sono assuefatti a certe ideazioni, e a certi modi di credenza o di fantasia, le ideologie trasmesse per tradizione tendono a cristallizzarsi. E per ci appariscono come una forza che resista al nuovo; e come questa resistenza si manifesta nella parola, nello scritto, nella intolleranza, nella polemica, nella persecuzione, cos la lotta fra le nuove e le vecchie condizioni sociali assume la forma di una contesa per le idee.
In secondo luogo, attraverso ai secoli della storia propriamente detta, cos per la eredit della selvatica preistoria, come per le condizioni di soggezione e quindi di inferiorit, nella quale la pi parte degli uomini furono e sono tenuti, si  prodotta una acquiescenza nel tradizionale, per cui le vecchie tendenze si perpetuano come ostinate sopravvivenze.
In terzo luogo, come gi dissi, gli uomini, vivendo socialmente, non cessano di vivere anche nella natura. A questa non sono certo legati come gli animali, perch vivono sopra un terreno artificiale. Ognuno del resto capisce, che la casa non  la grotta, l'agricoltura non  il pascolo naturale, e la farmacia non  l'esorcismo. Ma la natura  sempre il sottosuolo immediato del terreno artificiale, ed  l'ambito che tutti ci recinge. La tecnica ha messo fra noi animali sociali e la natura i modificatori, i deviatori, gli allontanatori degl'influssi naturali; ma non ha perci distrutta la efficacia di essi, e noi anzi di continuo la sentiamo. E come noi nasciamo naturalmente maschi e femmine, moriamo quasi sempre nostro malgrado, e siamo dominati dall'istinto della generazione, cos noi portiamo anche nel temperamento condizioni specifiche, che l'educazione nel lato senso della parola, ossia l'accomodazione sociale, pu modificare s, entro certi limiti, ma non pu mai distruggere. Queste condizioni di temperamento ripetute in pi esemplari, e derivatesi in pi esemplari attraverso i secoli, costituiscono ci che si chiama carattere etnico. Per tutte coteste ragioni, la nostra dipendenza dalla natura, per quanto diminuita dai tempi della preistoria in qua, si continua nel nostro vivere sociale; come in questo si continua anche l'alimento che dallo spettacolo della natura stessa viene alla curiosit ed alla fantasia. Ora cotesti effetti della natura, coi sentimenti immediati o mediati che ne resultano, per quanto avvertiti, da che c' storia, solo attraverso l'angolo visuale che ci  offerto dalle condizioni della societ, non mancano mai di riflettersi nei prodotti dell'arte e della religione; la qual cosa complica le difficolt della interpretazione realistica e piena dell'una e dell'altra.


XI.


Usando di questa dottrina, come di nuovo principio di ricerca, come di preciso mezzo di orientazione, e come di determinato angolo visuale, si potr poi, da ultimo, riuscire ad un rifacimento narrativo ed espositivo della storia?
Alla domanda generica non si pu a meno di dare, in genere, una risposta affermantiva. Perch, in effetti, se si d il caso, che il comunista critico, ossia il sociologo del materialismo economico, o come ora volgarmente dicesi, il marxista, abbia la necessaria preparazione critica, e l'abito della trattazione storica, e poi le doti di esposizione che occorrono alla narrazione ordinata ed efficace, non c' ragione per affermare, che egli non possa scrivere la storia, come fino ad ora la scrissero i seguaci di ogni altra scuola politica.
Ecco l l'esempio di Marx in persona, nel quale  un argomento di fatto, che non ammette replica. Lui, che fu il primo e principale ritrovatore dei concetti decisivi di questa dottrina, la ridusse ben presto in istrumento di orientazione politica, da pubblicista insuperato, durante il periodo rivoluzionario del 1848-50. E poi la plasm con la massima precisione, in quel saggio che s'intitola del: Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte, del quale ora pu dirsi, a tanta distanza di anni, e dopo tante pubblicazioni, che fatta eccezione di qualche minuto particolare e di qualche errata previsione, non ci sarebbe modo di arrecarvi, n correzioni, n complementi notevoli. N star qui a ripetere, a guisa di chi faccia una bibliografia, l'elenco dei varii scritti attinenti all'applicazione della dottrina, o del Marx stesso o dell'Engels - il quale ultimo, dalla Guerra dei contadini (1890) fino allo scritto postumo su le Origini della presente unit di Germania, ne ha lasciato tanti saggi, - o degli immediati continuatori loro, e dei volgarizzatori del socialismo scientifico. Per fino nella stampa socialistica si trovano, di tanto in tanto, dei preziosi saggi di spiegazione delle vicende politiche attuali, nei quali, appunto per effetto del materialismo storico, tu riconosci una chiaroveggenza e perspicuit, che invano cercheresti negli scrittori e nei polemisti, che non hanno ancora squarciati i veli fantastici e gl'involucri ideologici della storia.
Non  il caso, in somma, di assumersi la difesa di una tesi astratta, come userebbe un causidico. Gli , per fermo, evidente, che come tutte le storie, che furono fino ad ora scritte, c' sempre in fondo, se non proprio nelle esplicite intenzioni degli scrittori, di certo nell'animo loro, una tendenza, un principio, una veduta generale della vita; cos questa dottrina, che ha messo definitivamente ordine alla considerazione obiettiva della struttura sociale, debba da ultimo dirigere con precisione la ricerca storica, e debba metter capo in una narrazione piena, trasparente ed integrale.
I sussidi certamente non mancano.
L'Economia, che, come oramai tutti vedono, nacque e si svolse come la scienza della produzione borghese, dopo essersi imbaldanzita nella illusione di rappresentare le leggi assolute di ogni forma di produzione, per la dura lezione delle cose entr poi, a un certo punto, come tutti sanno, in un periodo di autocritica. Come da questa autocritica per un verso  nato il comunismo critico, cos per un altro verso, per opera, cio, dei pi tiepidi, e savii e discreti della tradizione accademica,  nata la scuola storica dei fenomeni economici. Per fatto e merito di cotesta scuola, e per effetto della applicazione dei metodi descrittivi e comparativi, oramai siamo in possesso di un vastissimo materiale di cognizioni circa le varie forme storiche della economia, dai fatti pi complessi e specificati per differenze essenziali di tipo, fino alla particolareggiata azienda di un monastero, o di una corporazione artigiana medievale. Lo stesso  accaduto della Statistica, la quale, mettendo in uso molti mezzi di combinazione delle fonti, riesce oramai a portar luce, con sufficiente approssimazione, sul movimento della popolazione nei secoli passati.
Cotesti studii non si fanno, certo, nell'interesse della nostra dottrina, anzi il pi delle volte con animo ostile al socialismo; del che non si avvedono quegli asineschi leggitori di carta stampata, i quali cos spesso confondono la storia economica, l'economia storica, ed il materialismo storico. Ma cotesti studii, oltre che per il materiale difatti che raccolgono e dichiarano, son notevoli in quanto documentano il progresso, che va tuttod facendo la storia interna, la quale, poco per volta, si sostituisce a quella storia esterna, che per secoli fu in modo esclusivo trattata da letterati e da artisti.
Buona parte di cotesti materiali raccolti va di continuo soggetta a nuova correzione; come accade, del resto, in ogni campo di cognizioni empiriche, le quali di continuo oscillano tra il creduto certo, il semplice probabile, e ci che deve essere pi tardi, o integrato, o eliminato. N le illazioni e le combinazioni degli storici della economia, o di quelli che narrano la storia in genere sul filo conduttore dei fenomeni economici, son sempre tanto plausibili e concludenti, che non si senta il bisogno di dire: qui conviene ricominciar da capo. Ma ci che sta indubitabile  il fatto, che presentemente tutta la storiografia tende a diventare una scienza, o, meglio, una disciplina sociale; e quando questo moto, per ora incerto e multiforme, verr a compimento, gli sforzi degli eruditi e dei ricercatori metteranno capo inevitabilmente nella accettazione del materialismo economico. Per tale incidenza di sforzi e di lavori scientifici, che partono da cos diversi punti, la concezione materialistica di tutta la storia finir per penetrare le menti, come una definitiva conquista del pensiero; il che toglier, in fine, ai fautori e agli avversarii la tentazione di parlarne, pro e contro, come usa delle tesi di partito.
Oltre ai sussidii diretti, qui innanzi accennati, la nostra dottrina ne ha di molti altri indiretti; come ha anche degli istruttivi riscontri in molte delle discipline, nelle quali, per la maggiore semplicit dei rapporti, fu pi agevole l'applicazione del metodo genetico. Il caso tipico  nella glottologia, e in modo specialissimo in quella che ha per oggetto le lingue ariane.
Dalla evidenza e perspicuit di processo, di analisi e di ricostruzione che  propria di tali discipline, e specie della glottologia, gli  certo, fino ad ora, assai remota l'applicazione del materialismo storico. Sarebbe per ci un vano tentativo quello di provarsi, fin da ora, a scrivere una sinossi della storia universale, che avesse a svolgere tutte le varie forme della produzione, per poi inferirne tutto il resto dell'attivit umana, in modo particolare e circostanziale. Allo stato presente degli studii, chi tentasse cotesto compendio di nuova Kulturgeschichte non farebbe se non di ritradurre in fraseologia economica i punti di orientazione generale, che in altri libri, p. e. nell'Hellwald, son di fraseologia, darwiniana.
Ci corre molto dalla accettazione di un principio, alla applicazione completa e particolareggiata di esso a tutta una vasta provincia difatti, o ad un grande intreccio di fenomeni.
Per ci l'applicazione della nostra dottrina deve tenersi, per ora, nella esposizione e trattazione di determinate parti della storia. Chiarissime sopra tutte le altre sono le formazioni moderne, alla intelligenza delle quali concorrono, con pari evidenza, cos gli sviluppi economici della borghesia, come la dichiarata conoscenza dei vani impedimenti che essa ebbe a superare nei diversi paesi, e quindi lo svolgersi delle varie rivoluzioni, intesa cotesta parola nel pi lato senso. Riesce di quasi eguale chiarezza, agli occhi nostri, la preistoria prossima della borghesia in sul declinare del Medioevo; dove non sarebbe difficile di trovare, p. e. nell'individuato sviluppo della citt di Firenze, una serie documentata di svolgimenti nei quali il movimento economico e statistico trova completo riscontro nei rapporti politici, e sufficiente illustrazione nello sviluppo contemporaneo della intelligenza, gi ridotta in prosa, e spoglia in buona parte di illusioni ideologiche. N sarebbe fuori d'ogni probabilit il ridurre, fin da ora, sotto il determinato e preciso angolo visuale del materialismo tutta la storia romana antica. In questa, e specie nel periodo primitivo, fanno difetto le fonti dirette, le quali per converso son tanto abbondanti in Grecia, dalla tradizione popolare e dall'epos, e dall'autentica iscrizione giuridica, fino alla trattazione prammatica delle connessioni storico-sociali. Ma in Roma, invece, le lotte pei diritti politici recano in s quasi sempre le ragioni economiche su cui poggiano; dal che poi procede, che il deperire di determinate classi, e il formarsi di nuove classi, e il moto della conquista, e il cambiar delle leggi e delle forme dell'apparato politico, tornino tanto evidenti. Cotesta storia romana  dura e prosaica; n si veste mai di quei complementi ideologici che furon proprii della vita greca. La prosa rigida della conquista, della studiata colonizzazione, delle istituzioni e delle forme di diritto, escogitate e trovate per risolvere determinati attriti e contrasti, fa della storia romana una catena di accadimenti, che si seguono con singolare e cruda evidenza.
Perch il problema vero  questo: che, cio, non si tratta gi di sostituire la sociologia alla storia, come se questa fosse stata una apparenza, che celi dietro di s una realt riposta; ma anzi si tratta di intendere integralmente la storia, in tutte le sue intuitive manifestazioni, e d'intenderla per mezzo della sociologia economica. Non si tratta gi di separare l'accidente dalla sostanza, la parvenza dalla realt, il fenomeno dal nocciolo intrinseco, o come altro si direbbe dai seguaci di qualunque altro scolasticismo; ma, anzi, di spiegare l'intreccio ed il complesso, per l'appunto in quanto  intreccio e complesso. Non si tratta di scovrire e di determinare il terreno sociale solamente, per poi farvi apparir su gli uomini, come tante marionette, i cui fili siano tenuti e mossi, dalla provvidenza non pi, ma anzi dalle categorie economiche. Queste categorie sono esse stesse divenute e divengono, come tutto il resto; - perch gli uomini mutano quanto alla capacit e all'arte di vincere, aggiogare, trasformare ed usare le condizioni naturali; - perch gli uomini cambiano animo ed attitudini per la reazione degli istrumenti loro sopra di loro stessi; - perch gli uomini mutano nei loro rispettivi rapporti di conviventi, e perci di dipendenti in vario modo gli uni dagli altri. Si tratta, insomma, della storia, e non dello scheletro suo. Si tratta del racconto e non dell'astrazione; si tratta di esporre e di tratteggiare l'insieme, e non gi di risolverlo e di analizzarlo soltanto; si tratta, a dirla in una parola, ora come prima e come sempre, di un'arte.
Pu darsi il caso, che il sociologo, il quale segua i principii del materialismo economico, si proponga di circoscriversi alla sola analisi, poniamo ad esempio, di quello che eran le classi al momento che la Rivoluzione Francese scoppi, per giungere poi alle classi, che dalla Rivoluzione resultano e ad essa sopravvivono. In questo caso i titoli, e le indicazioni e le classificazioni della materia da analizzare sono precisi, p. e. la citt e la campagna, l'artigiano e l'operaio, i nobili e i servi, la terra che si libera dagli oneri feudali e i piccoli proprietarii che si formano, il commercio clic si emancipa da tante restrizioni, il danaro che si accumula, l'industria che prospera, e cos via. N c' nulla da obiettare su la scelta di un tale metodo; il quale, come quello che segue la traccia embriogenetica,  indispensabile alla preparazione della ricerca storica secondo l'indirizzo della nuova dottrina (2).
Ma noi sappiamo che la embriogenia non basta a darci notizia della vita animale, la quale non  di schemi, ma  di esseri vivi e viventi, che lottano, e per lottare esercitano forze, istinti e passioni. E cos, , mutatis mutandis, anche degli uomini, in quanto vivono storicamente.
Quei determinati uomini, mossi da certi interessi, spinti da certe passioni, premuti da certe circostanze, con tali disegni, con tali propositi, che operano con tale aspettazione, per tale illusione propria o per tale inganno altrui, che martiri di s o degli altri vengono in aspra collisione, e si elidono a vicenda: - ecco la storia effettuale della Rivoluzione Francese. Perch, se  vero che ogni storia non  se non l'esplicazione di determinate condizioni economiche, gli  altrettanto vero, che essa non si svolge se non in determinate forme di attivit umana; - che questa sia passionata o riflessa, fortunata o senza successo, ciecamente istintiva o deliberatamente eroica.
Comprendere l'intreccio ed il complesso nella sua intima connessione e nelle sue manifestazioni esteriori; discendere dalla superficie al fondo, e poi rifare la superficie dal fondo; risolvere le passioni e i disegni nei moventi loro, dai pi prossimi ai pi remoti, e poi ricondurre i dati delle passioni, dei disegni e dei moventi loro ai pi remoti elementi di una determinata situazione economica: ecco l'arte difficile, che deve esemplificare la concezione materialistica.


E perch non giova di imitare lo scolastico, che in riva al mare insegnava a nuotare con la definizione del nuoto, prego il lettore di aspettare, che io esemplifichi in altri saggi il mio pensiero, col recare una qualche effettiva narrazione storica; rifacendo, cio, per iscritto una parte di ci che gi da un pezzo vo facendo, a voce, insegnando.
Per cotal via rimangono chiarite alcune questioni secondarie e derivate.
Qual  p. e. il significato della biografia dei cos detti uomini grandi?
Si  visto a dare negli ultimi tempi a tale proposito delle risposte, che, in un senso o nell'altro, son di carattere estremo. Da una parte sono i sociologi ad oltranza, dall'altra gl'individualisti, che, alla maniera di Carlyle, mettono a capo della storia gli eroi. Secondo gli uni basta provare quali fossero le ragioni p. e. del Cesarismo, e di Cesare non importa punto. Secondo gli altri non c' ragioni obiettive di classi e di interessi sociali che bastino a spiegar nulla: sono i grandi spiriti che dnno impulso a tutto il moto storico; e la storia ha, per cos dire, i suoi signori e monarchi. Gli empiristi del racconto si cavano d'impaccio in modo semplice, col mettere, cio, assieme come vien viene, uomini e cose, le necessit di fatto e gl'influssi subiettivi.
Il materialismo storico supera le vedute antitetiche dei sociologisti e degli individualisti, e al tempo stesso elimina l'ecletticismo dei narratori empirici.
Innanzi tutto il factum.
Che quel determinato Cesare, che fu Napoleone, nascesse l'anno tale, facesse la tal carriera, e si trovasse fortunatamente in buon punto il 18 Brumaio; - tutto ci  affatto accidentale rispetto al corso generale delle cose, che spingeva la nuova classe, padrona del campo, a salvare dalla rivoluzione ci che a lei pareva necessario di salvare, al qual bisogno occorreva la creazione di un governo burocratico-militare. L'uomo, o gli uomini adatti bisognava pur trovarli. Ma, che quello che avvenne effettivamente avvenisse nei modi che sappiamo, ci dipese dal fatto che fu Napoleone appunto a dar opera all'impresa, e non un povero Monk, o un ridicolo Boulanger. E da questo punto in poi l'accidente cessa di essere accidente; appunto perch  quella determinata persona che d l'impronta e la fisionomia agli avvenimenti, nel modo, e per il modo come si svolsero.
Ora il fatto stesso che la storia tutta poggia su le antitesi, su i contrasti, su le lotte, su le guerre, spiega l'influenza decisiva di determinati uomini in determinate occasioni. Cotesti uomini non sono, n un accidente trascurabile del meccanismo sociale, n dei miracolosi creatori di ci che la societ, senza di loro, non avrebbe fatto in nessun modo. Gli  l'intreccio stesso delle condizioni antitetiche, il quale fa che determinati individui, o geniali, o eroici, o fortunati, o malvagi, sian chiamati in momenti critici a dire la parola decisiva. Mentre gl'interessi particolari dei singoli gruppi sociali sono in uno stato tale di tensione, che tutte le parti contendenti a vicenda si paralizzano, a muovere l'ingranaggio politico occorre l'individuale coscienza d una determinata persona.
Le antitesi sociali, le quali fanno di ogni convivenza umana un organamento instabile, dnno alla storia, specie quando sia vista ed esaminata rapidamente e a grandi tratti, il carattere del dramma.
Questo dramma si ripete nei rapporti da comunit a comunit, da nazione a nazione, da stato a stato, perch le interne disuguaglianze, concorrendo con le differenziazioni esterne, han prodotto e producono tutto il moto delle guerre, delle conquiste, dei trattati, delle colonizzazioni e cos via. In questo dramma apparvero sempre come condottieri della societ gli uomini che si chiamano eminenti, o grandi, e dalla presenza loro l'empirismo ha argomentato, che essi fossero i principali autori della storia stessa. Ricondurre la spiegazione del loro apparire alle cause generali e alle condizioni comuni della struttura sociale,  cosa che perfettamente armonizza coi dati della nostra dottrina; ma provarsi ad eliminarli, come volentieri farebbero certi affettati oggettivisti del sociologismo, gli  una vera fatuit.

E in conclusione, il seguace del materialismo storico, che si metta ad esporre e a raccontare, non deve far ci schematizzando.
La storia  sempre determinata, configurata, infitamente accidentata e variopinta. Essa ha combinatoria e prospettiva.
Non basta di avere eliminato preventivamcnte il presupposto dei fattori; perch chi narra si trova di continuo a fronte di cose, che paiono disparate, indipendenti, e per s stanti. Cogliere l'insieme come insieme, e scorgervi i rapporti continuativi di serrati accadimenti, ecco la difficolt.
La somma degli accadimenti strettamente consecutivi e serrati,  tutta la storia; il che  quanto dire tutto quello che noi sappiamo dell'esser nostro in quanto siamo esseri sociali, e non pi semplicemente animali.


XII.


Nel successivo insieme, e nella continuativa necessit di tutti gli accadimenti storici, non , dunque, domandano alcuni, nessun senso, n alcuna significazione? Cotesta interrogazione, o che parta essa dal campo degli idealisti, o ci arrivi dalle bocche dei pi cauti critici, certamente, e in tutti i casi, come s'impone all'attenzione nostra, cos esige una adeguata risposta.
In fatti, se si pon mente alle premesse, o intuitive, o intellettuali, dalle quali deriva la concezione del progresso, come di quella idea che contenga ed abbracci la totalit del processo umano, si vede che cotali presupposti poggian tutti sul bisogno mentale, che  in noi, di attribuire alla serie, o alle serie degli accadimenti, un certo senso ed una certa significazione. Il concetto di progresso, per chi lo esamini bene addentro nella sua natura specifica, implica sempre dei giudizi di valutazione; e, per ci, non  chi possa confonderlo con la nozione nuda e cruda del semplice sviluppo, il quale non include punto quell'incremento di pregio, per cui noi di una cosa diciamo che essa progredisca.


Dissi gi qui innanzi, e, mi pare, con sufficiente estensione, come il progresso non istia a guisa di imperativo o di comando sul succedersi naturale ed immediato delle umane generazioni. Ci  tanto intuitivo, per quanto  intuitiva la coesistenza attuale di popoli, nazioni e stati, che trovansi, in uno e medesimo tempo, in diverso stadio di sviluppo; per quanto  innegabile la presente condizione di relativa e di rispettiva superiorit ed inferiorit di popolo a popolo; e per quanto , da ultimo, accertato il regresso parziale e relativo avveratosi pi volte nella storia, come ne stette per secoli a documento l'Italia. Anzi, se c' mai prova stringente, del come il progresso non sia da intendere nel senso di una legge immediata, e, dir cos per rincalzare, di una legge fisica o fatale, gli  appunto questa, che lo sviluppo sociale, per le stesse ragioni di processo che gli sono immanenti, mise spesso capo nel regresso. Gli  d'altra parte chiaro ed accertato, che cos la facolt del progredire, come la possibilit di far regresso, non costituiscono, alla prima, n immediato privilegio, n ingenito difetto di razza; n sono dirette emanazioni delle condizioni geografiche. Perch non solo i primitivi centri di civilt furon molteplici, e non solo cotali centri si spostarono nel corso dei secoli, ma sta anche il fatto, che i mezzi, i trovati, i resultati e gl'impulsi di una determinata civilt, che siasi gi svolta, sono, entro certi limiti, comunicabili a tutti gli uomini in indefinito. Ossia, a farla breve, progresso e regresso sono inerenti alle condizioni ed al ritmo dello sviluppo sociale in genere.

Ora, dunque, la fede nella universalit del	progresso, che apparve con tanto impeto nel secolo decimottavo, ha in questo primo addentellato positivo; che, cio, gli uomini, quando non trovino impedimenti nelle condizioni esterne, e non ne trovino in quelle che derivano dalla loro propria opera nell'ambito sociale, sono tutti capaci di progredire.
E poi in fondo alla supposta, o immaginata, o creduta unit della storia, per la quale il processo delle varie societ formerebbe come una sola serie di progresso, sta un altro fatto, che ha offerto motivo ed occasione a tante fantasticherie ideologiche. Se non tutti i popoli son progrediti egualmente, e anzi alcuni, o si arrestarono, o corsero la via del regresso, se il processo di sviluppo sociale non ebbe sempre, in ogni luogo ed in ogni tempo, il medesimo ritmo e la medesima intensit, gli  pur nondimeno sicuro il fatto, che, nel passaggio dell'azione decisiva da popolo a popolo nel corso della storia, i prodotti utili, gi acquisiti da quelli che decadevano, passarono a quelli che divenivano e salivano. La qual cosa non vale tanto dei prodotti, dir cos, del sentimento e della fantasia, che pur si serbano e perpetuano nella tradizione letteraria, quanto vale dei resultati del pensiero, e soprattutto della scoverta e della produzione dei mezzi tecnici, che, ove siano acquisiti, per diretto si comunicano e trasmettono.
Occorre forse di rammentare, che la scrittura non fu mai pi perduta, per quanto i popoli che ne furono i rinvenitori sparissero dalla storica continuit? Occorre forse di ricordare, che noi rechiamo tuttod nelle nostre tasche, su i nostri orologi, il quadrante babilonese, e che noi usiamo l'algebra, che fu introdotta da quegli arabi, la cui attivit storica si  poi dispersa come la sabbia del deserto? Non vale di molteplicare incidentalmente e indefinitamente gli esempii, perch basta di aver sott'occhi la tecnologia, e la storia delle scoverte nel lato senso della parola, nella quale  evidente la trasmissione quasi continuativa dei mezzi istrumentali del lavoro e della produzione.
E, al postutto, le smossi provvisorie che diconsi storie universali, per quanto rivelino sempre, cos nell'intento come nella esecuzione, qualcosa di forzato e di artificiale, non sarebbero state mai nemmen tentate, se le vicende umane non offrissero all'empirismo dei narratori un qualche filo, sia pur sottile, di continuit.
Ecco l l'Italia del secolo decimosesto, che evidentemente decade; ma, mentre decade, trasmette alla rimanente Europa le sue armi intellettuali. N esse sole rimangono in retaggio alla civilt che continua; ma anche il mercato mondiale si stabilisce su i fondamenti di quelle scoverte geografiche, e di quei trovati nautici, che furono opera dei mercanti, e dei viaggiatori e marinari d'Italia. N solo i modi del far la guerra, e i raffinamenti dell'astuzia politica passaron fuori dell'Italia (della qual cosa soltanto si occupano di solito i letterati); ma anche l'arte del far danaro in tutta la evidenza di una elaborata disciplina commerciale; e, via via, i rudimenti della scienza, su i quali  fondata la tecnica moderna, e innanzi tutto la metodica irrigazione dei campi, e le leggi generali dell'idraulica. Tutto ci  tanto precisamente vero, che ad un amatore di tesi congetturali potrebbe saltar in capo di proporsi questo quesito: cosa sarebbe stato dell'Italia, in questa moderna epoca borghese, se, avverandosi il progetto del Senato veneto (1504) di far qualcosa che avrebbe rassomigliato negli effetti al taglio dell'istmo di Suez, la marina italiana si fosse trovata a contendere direttamente coi portoghesi nell'Oceano Indiano, in quel momento appunto, in cui il trasferimento dell'azione storica dal Mediterraneo all'Oceano preparava la decadenza nostra? Ma basta di tale fantasia!

Una certa continuit storica, nel senso empirico e circostanziato della trasmissione e del successivo incremento dei mezzi della civilt,  un fatto, dunque, incontrastabile. E sebbene questo fatto escluda ogni idea di preconcetto disegno, di finalit intenzionale o latente, di prestabilita armonia, e tutte quelle altre fantasticherie su le quali si  tanto speculato, non per ci solo esclude l'idea del progresso, che noi possiamo usare come di valutazione del corso del divenire umano. Gli  indubbio s, che il progresso non abbraccia materialmente il succedersi delle generazioni, e che la sua nozione non implica nulla di categorico, tanto che le societ han fatto anche regresso, ma ci non toglie che cotesta idea possa servirci come di filo conduttore e di stregua, per dare significazione al processo storico. Di tali cautele critiche, cos nell'uso dei concetti specifici, come nei modo di loro applicazione, non intendono nulla quei poveri evoluzionisti ad oltranza, che sono scienziati senza la grammatica e senza il galateo della scienza, ossia senza la logica.
Come ho detto pi volte, le idee non cascano dal cielo, e anche quelle che in dati momenti vengon fuori da determinate situazioni, con impeto di fede e con veste metafisica, recano sempre in s l'indizio di corrispondere a un ordine di fatti, di cui si tenti o si cerchi la spiegazione. L'idea del progresso, come di unificatore della storia, apparve con violenza e si fece gigante nel secolo decimottavo, ossia nel periodo eroico della vita politica ed intellettuale della borghesia rivoluzionaria. Come questa ha generato, nell'ordine delle opere, il periodo pi intensivo di storia che mai si conosca, cos ha prodotto in pari tempo la sua propria ideologia, nella nozione del progresso. Questa ideologia nella sua sostanza, e per il momento, vuol dire, che il capitalismo  la sola forma di produzione che sia capace di estendersi a tutta la terra, e di ridurre tutto il genere umano in condizioni che da per tutto si rassomiglino. Se la tecnica moderna pu portarsi da per ogni dove, se tutto l'uman genere apparisce come un solo campo di concorrenza, e tutta la terra come un solo mercato, che maraviglia c' se la ideologia, che coteste condizioni di fatto intellettualmente riflette,  venuta nell'affermazione, che la presente unit storica, sia stata preparata da tutto ci che la precede? Traducete questo concetto di pretesa preparazione in quello affatto naturale di verificabili successive condizioni ed eccovi aperta la via per la quale si giunge dalla ideologia del progresso al materialismo storico: e si giunge anche all'affermazione di Marx, che questa forma della produzione borghese  l'ultima forma antagonistica del processo della societ.
I miracoli dell'epoca borghese, nella unificazione del processo sociale, non hanno riscontro nel passato. Ecco l tutto il Nuovo Mondo, e poi l'Australia, e l'Africa meridionale e la Nuova Zelanda! E son tutti come noi! E poi il contraccolpo nell'Estremo Oriente per la imitazione, e nell'Africa per la conquista! Innanzi a tale universalit e a tale cosmopolitismo, l'acquisizione dei celti e degl'iberi alla civilt romana, e quella dei germani e degli slavi al ciclo della civilt romano-bizantino-cristiana, rimpiccioliscono. Cotesta unificazione sempre crescente si riflette ogni giorno pi nel meccanismo politico dell'Europa; il quale meccanismo, perch fondato su la conquista economica delle altre parti del mondo, oscilla oramai per gl'influssi e riflussi, che vengono dalle pi remote regioni. In questo complicatissimo intreccio di azioni e di reazioni, la guerra fra Giappone e Cina, che fu guerreggiata coi mezzi, o imitati, o a dirittura presi in prestito dalla tecnica europea, lascia le sue tracce, n leggiere n di breve durata, nei rapporti diplomatici dell'Europa, e ne lascia dei pi vivi nella borsa, che  la fedele interprete della coscienza dei nostri tempi. Questa Europa, maestra a tutto il resto del mondo, ha visto di recente oscillare i rapporti della politica degli stati di cui consta, per una rivolta nel Transvaal, e per un insuccesso delle armi italiane in Abissinia, proprio di questi ultimi giorni (3).
I secoli che han preparato e portato alla forma sua attuale il dominio economico della produzione borghese, hanno anche sviluppata la tendenza ad unificare la storia sotto una veduta generale; e per cotal modo rimane spiegata e giustificata la ideologia del progresso, che informa tanti libri di filosofia della storia e di Kulturgeschichte. La unit di forma sociale, ossia la unit di forma capitalistica nella produzione, cui la borghesia tende da secoli, s' venuta a riflettere nel concetto della unit della storia, in forme tanto suggestive quante non ne potea mai dare al pensiero l'angusto cosmopolitismo dell'impero romano, n quello unilaterale della chiesa cattolica.


Ma cotesta unificazione della vita sociale, per opera della forma capitalistica borghese, si svilupp la prima volta, e continua ora a svolgersi, non secondo regole, e piani, e preconcetti disegni; ma, anzi, per via di attriti e di lotte, che nell'insieme formano un colossale intrigo di antitesi. Guerra al di fuori, e guerra al di dentro. Lotta incessante fra le nazioni, e lotta incessante fra i componenti le singole nazioni. Ed  tanto complicato l'intreccio delle opere e delle azioni di tanti emuli, concorrenti e contendenti, che la coordinazione degli eventi sfugge assai spesso all'attenzione, per esser cosa poco facile il coglierne l'intimo nesso. La gara che ora  tra gli uomini, le lotte che ora, con varii metodi, si svolgono tra le nazioni e nelle nazioni, son valse a farci intendere meglio, per entro a quali difficolt si  mossa la storia del passato. E se l'ideologia borghese, riflettendo la tendenza all'unificazione capitalistica, ha proclamato il progresso dell'uman genere, il materialismo storico, invertendo, e senza proclamazioni, ha scoverto, che nelle antitesi fu fino ad ora la causa e il movente d'ogni accadimento storico.
E perci il moto della storia, preso in generale, ci si rivela come oscillante; - o meglio, per usare una immagine pi propria, ci pare si svolga sopra di una linea spezzata, che cambia spesso di direzione, e di nuovo si spezza, e in alcuni momenti gli  come rientrante, e alcune volte si distende, dilungandosi di molto dal punto iniziale: - un vero zig-zag.
Data la complicazione interna di ciascuna societ, e dato l'incontro di pi societ sul campo della concorrenza (dalle ingenue forme della razzia, della rapina e della pirateria, fino ai raffinati metodi dell'elegante giuoco di borsa!), gli  naturale, che ogni resultato storico, quando sia misurato alla sola stregua dell'aspettazione individuale, apparisca assai spesso come un caso, e considerato poi teoricamente torni alla mente pi inestricabile delle contingenze meteoriche.
Per ci non  una semplice frase il detto della ironia che siede sovrana su la storia; perch, difatti, se nessun Dio di Epicuro ride di lass sopra le cose umane, quaggi le cose umane intessono da se stesse una divina commedia.


Cesser mai cotesta ironia delle umane sorti? Sar, ossia, mai possibile una tal forma di convivenza, che dia luogo allo sviluppo cooperativo ed integrale di tutte le attitudini, in guisa che il processo ulteriore della storia divenga vera ed effettiva evoluzione? Sar possibile, se cos piace agli amatori delle arrotondate frasi, la umanizzazione di tutti gli uomini? Eliminate, nel comunismo della produzione, le antitesi, che sono ora causa ed effetto delle differenziazioni economiche, tutte le energie umane non acquisterebbero un grado altissimo di efficacia e di intensit negli effetti cooperativi, e al tempo stesso non si svolgerebbero esse con la massima libert d'individuazione, in ogni singola persona?
Nelle risposte affermative a tali domande  la somma di ci, che il comunismo critico dice, ossia, predice dell'avvenire. E non dice e predice, come per discutere di una astratta possibilit, o come chi di capo suo voglia mettere in essere uno stato di cose, che speri o vagheggi. Ma dice e predice come chi enuncia ci che  inevitabile accada, per la immanente necessit della storia, vista e studiata oramai nel fondo della sua sostruzione economica.

Ce n'est que dans un ordre de choses, o il n'y aura plus de classes et d'antagonisme de classes, que les volutions sociales cesseront d'tre des rvolutions politiques (4).
Alla vecchia societ borghese, con le sue classi e coi suoi antagonismi di classe, subentra una associazione, nella quale il libero sviluppo di ciascuno  la condizione del libero sviluppo di tutti (5).
I rapporti borghesi della produzione sono l'ultima forma antagonistica del processo sociale della produzione - antagonistica non nel senso dell'antagonismo individuale, anzi di un antagonismo che sorge dalle condizioni sociali della vita degl'individui; - ma le forze produttive, che si sviluppano nel seno della societ borghese, mettono gi in essere le condizioni materiali per la risoluzione di tale antagonismo. Con tale formazione di societ cessa, per ci, la preistoria del genere umano (6).
Con la presa di possesso dei mezzi di produzione da parte della societ, rimane esclusa la produzione delle merci, e con essa rimane esclusa la signoria del prodotto sul produttore. All'anarchia dominante nella produzione sociale subentrer la cosciente organizzazione a disegno. La lotta per l'esistenza individuale cesser. Solo per cotal modo l'uomo si distaccher, in un certo senso, dal mondo animale, in modo definitivo, e passer dalle condizioni di esistenza animale in quelle di esistenza umana. Tutto l'ambito delle condizioni della vita, che fino ad ora ha dominato gli uomini, passer sotto il comando e sotto la revisione degli uomini stessi; che diverranno, cos, per la prima volta effettivi signori della natura, perch saranno signori della propria consociazione. Le leggi della loro propria attivit sociale, che stavano loro di contro come leggi estranee che li dominassero, saranno applicate e padroneggiate dagli uomini stessi, con piena cognizione di causa. La stessa consociazione, che stava di fronte agli uomini, come imposta dalla natura e dalla storia, diverr la libera e propria opera loro. Le forze estranee ed obiettive, che finora dominavano la storia, passano sotto la vigilanza degli uomini. Solo da tal punto in poi gli uomini faranno con piena coscienza la loro propria storia; solo da tal punto in poi le cause sociali, che essi metteranno in moto, potranno raggiungere, in gran parte, e in ragione sempre crescente, i voluti effetti. Questo  il salto del genere umano dal regno della necessit in quello della libert. Compiere cotesta azione liberatrice del mondo, ecco la missione storica del proletariato moderno (7).

Se Marx ed Engels fossero stati mai facitori di frasi, se la mente loro non fosse stata resa cauta, fino allo scrupolo, dall'uso e dall'applicazione cotidiana e minuta dei mezzi scientifici, se il contatto assiduo con tanti cospiratori e visionarii non li avesse resi aborrenti da ogni utopia, fino alla pedanteria dell'opposto, tali enunciati potrebbero esser tenuti in conto di geniali paradossi, che sfuggano all'esame della critica. Ma quegli enunciati sono come la chiusa, anzi sono l'effettiva conclusione, della dottrina del materialismo storico. Resultano a filo diritto dalla critica dell'economia e dalla dialettica storica.
In tali enunciati, del resto sviluppabili, come avr occasione di mostrare in altro luogo, si riassume tutta la previsione dell'avvenire, che non sia, n voglia essere, romanzo, o utopia. E in questi enunciati stessi  una adeguata e conclusiva risposta alla domanda con la quale comincia questo capitolo: se, cio, nelle serie degli accadimenti storici ci sia da ultimo ed effettivamente senso e significazione.
E qui faccio punto; parendomi, che, per una dilucidazione preliminare, ce ne sia oramai abbastanza.

Roma, 10 marzo 1896



Appendice

A proposito della crisi del marxismo.

Mi riferisco qui ad un libro, n breve, n di comoda lettura, di Th. G. Masaryk, professore della Universit czeca di Praga, venuto in luce proprio di questi ultimi giorni. Quanto sia voluminoso pu vedersi a pi di pagina (8), dove n' dato per esteso il titolo. Non mi propongo per di scriverne la recensione pura e semplice. E se mai paresse, che l'esprimere la propria opinione a proposito d'un libro importi che di quello si faccia la recensione, dir che questa qui assumer necessariamente le proporzioni e l'andatura di un quasi-articolo.
Il nome mio e il titolo a capo della pagina potrebbero indurre nel sospetto, che io intenda di mettermi come in una polemica di partito. Il lettore stia d'animo tranquillo. Non confonder le pagine della "Rivista italiana di sociologia" con le colonne del giornale politico cotidiano (9).
Dir solo, en passant, come il caso assai curioso del grande affanno, che la stampa politica italiana, sia essa giornaliera o altrimenti periodica, s' dato per mesi e mesi nel proclamare la morte del socialismo, usando la etichetta della crisi del marxismo,  parso a me un nuovo documento di quel vizio organicamente nazionale, che pu oramai definirsi qual diritto all'ignoranza. A nessuno di cotesti egregi becchini del socialismo, che, tanto per far folla intorno alla crisi, andavano mettendo assieme a casaccio i nomi incompatibili fra loro di cos varii scrittori,  venuto in mente di proporsi queste semplici e oneste domande: - la critica sorta in altri paesi intorno al marxismo pu essa mai riguardare direttamente l'Italia? - ebbe mai, o ha, cotesta dottrina alcuna solida base e sicura diffusione nel nostro paese? - e, al postutto, il partito socialistico italiano ha tanta forza gi, e tale estensione su le masse e tra le masse, ed ha in se stesso tale sviluppo e tale complessit di condizioni e di attinenze politiche, da rivelare quei caratteri precisi e spiccati di stabile e duratura organizzazione proletaria, data la quale il discutere a fondo della dottrina gli  discuter di cose e non di parole? - e, per andare pi al fondo, c' chi possa dire, che in questo paese nostro sia stata gi percorsa tutta la via crucis delle trasformazioni economiche, a capo delle quali s' avverato altrove ci che dicesi sistema capitalistico, del quale il marxismo, alla sua volta,  poi il contraccolpo critico?
Chi si fosse proposte coteste domande, e altre simili, sarebbe venuto nella onesta conclusione, che non ci pu essere la crisi di ci...che non esiste ancora.
Pu darsi, anzi si d di certo, che tutti cotesti necrologisti del socialismo ignorassero come la frase di crisi del marxismo fosse stata coniata e messa in circolazione per l'appunto dal professore Masaryk, al quale (lui ignaro tuttora, come accade spesso agli stranieri, delle cose d'Italia)  capitata l'insigne sorte di portare nel nostro paese un nuovo ed inatteso contributo alla fortuna delle parole. Ma gli  proprio cos. La espressione di crisi del marxismo fu inventata da Masaryk nei numeri 177-79 della "Zeit" di Vienna, del febbraio del 1898, e quegli articoli suoi furon poi raccolti in opuscolo (10), con la data del 10 marzo: - e, si badi bene, non perch l'autore di tale scoperta letteraria avesse in animo di dichiarare la morte del socialismo, ma solo perch gli parve di constatare (mi si passi la parola di gergo giornalistico) la crisi per entro al marxismo; - ed egli difatti conchiudeva cos: "Io vorrei ammonire i nemici del socialismo, di non farsi delle vane speranze in pro dei loro partiti per questa crisi del marxismo, la quale potr dare anzi gran forza al socialismo, quando i suoi capi vorranno criticarne liberamente i fondamenti e superarne i difetti. Come tutti gli altri partiti di riforma sociale, il socialismo ha la sua fonte viva nelle manifeste imperfezioni del presente ordinamento sociale, e nella sua ingiustizia ed immoralit, e soprattutto nella miseria materiale, morale ed intellettuale della gran massa presso tutti i popoli" (11). In quelle 24 pagine, che erano invero troppo poco per la gravit dell'assunto, i dati della crisi - per quanto s'attiene alla Sozialdemokratie tedesca e con qualche piccolo riferimento alla letteratura francese ed inglese - venian riassunti, enumerati, caratterizzati, cos un po'in furia e fretta, nei seguenti capi... Ma che giova di tenersi pi all'opuscolo del 10 marzo 1898, se nel libro alla data del 27 marzo 1899 le 24 pagine d'allora son diventate 600, dico 600, il che  viceversa troppo assai - direbbe un napoletano - e per la entit di ci che vi si va esponendo, e per la pazienza media dei lettori?


Il prof. Masaryk  un positivista: parola qui in Italia d'uso soverchiamente estensivo ed elastico, ma che per lui professante filosofia vuol dire, e sia pure con parecchie modificazioni, trovarsi su la linea che va da Comte a Spencer... o a Masaryk stesso. Non sarei in grado di tributargli tutta l'ammirazione della quale sar, forse, degno; perch lui ha l'abitudine per me incomoda di scrivere in lingua czeca. Non ne conoscevo fino ad ora se non la Logica concreta nella traduzione tedesca. N vorrei soverchiamente sottilizzare sul tenore tassativo delle sue espressioni, perch questo libro  stato tradotto dal signor Kalandra in un tedesco alquanto cancelleresco. L'opera nel tutt'insieme, come dice l'autore stesso nella prefazione, non  da considerare sotto l'aspetto della composizione e dello stile. E'un parto onninamente ultraccademico, con la ovvia partitura in introduzione e sezioni, e queste, che son cinque e son seguite dal riassunto, recano la suddivisione in capitoli, con la sottofigura dell'A, B, C e cos via, fin gi gi alla risuddivisione del tutto in 162 paragrafi, con varia bibliografia in ordine sparso e in ordine concentrato, con un indice-sommario veramente mirabile, che fa pensare a tante cose cui il libro poi non risponde, e con l'inevitabile registro. Sono, insomma, appunti di lezioni illustrative e dichiarative, di tono posato e anzi tenue, redatte a schema da enciclopedia, e non tutte identificabili alla stessa data. Infatti, mentre il libro, composto originariamente in lingua czeca, e preannunziato nell'opuscoletto dell'altro anno, che pu tenerne le veci per chi non voglia leggere le 600 pagine, s'andava stampando nella traduzione tedesca, nel frattempo  apparso l'oramai famoso libro del Bernstein (cfr. nota I a p. 590), e con questo l'autore ha sentito il bisogno di accomodare le sue partite in altro posto (12).
L'atteggiamento del Masaryk  veramente sui generis. Lui non  socialista, lui conosce estesamente la letteratura del socialismo, lui non  avversario professionale del socialismo, lui lo giudica dall'alto, in nome della scienza. Fu deputato al Reichsrath della Cisleitania, ma sebbene nazionalista e progressista, che io sappia, non si confuse mai coi giovani czechi. Ora mi pare si tenga in disparte dalla politica. Pubblica una rivista, che  un quissimile della nostra "Nuova Antologia", ed  dotto di mestiere, cio gran leggitore e riferitore accurato di ci che legge, fino al minimo della pi minuta minutaglia. E questo  il primo e principale difetto del libro suo; nel quale si discorre di molte ed infinite cose, ma alla realt, al fatto, al vivo non si arriva mai. L'autore ha come intercettata la vista dalla carta stampata, e dalle ombre degli scrittori tra i quali s'aggira con pari ossequio per tutti, come chi abbia l'occhio privo di virt prospettica.

Non  forse il principale dovere di chi si metta per la via di discutere dei fondamenti del marxismo di essere in grado di rispondere, ma dal vivo, a questa domanda: credete voi o non credete alla possibilit di una trasformazione della societ dei paesi pi civili, per la quale cesserebbero le cause e gli effetti delle presenti lotte di classe? Di fronte a tale problema generale gli  davvero d'importanza secondaria il modo della transizione a quello stato futuro, desiderato o previsto; perch quel modo sfugge al nostro arbitrio, e certo non dipende dalle nostre definizioni. Per rispetto a cotesta tesi generale gli  cosa, non dir indifferente, ma certo di valore assai subordinato, il sapere, qual parte del pensiero e delle opinioni, (molti confondono maledettamente quello e queste!) di Marx e dei suoi prossimi seguaci ed interpreti collimi o non collimi con le presenti e con le future condizioni del movimento proletario: perch non occorre di essere seguaci sfegatati del materialismo storico per intendere, come le dottrine valgono in quanto dottrine, cio in quanto sono una luce intellettuale portata sopra un ordine di fatti, ma che in quanto sono dottrine non son causa di nulla. Ma il signor Masaryk , invece, un dottrinario, cio un credente nella virt delle idee, cio un accademico, per il quale tutto consiste nella lotta per la concezione generale del mondo (Weltanschauung); e non c' da maravigliarsi che egli respinga con sovrano disprezzo (passim) l'espressione istinto delle masse Questa critica, che poggia tutta su la presunzione di un giudizio sovranamente imparziale delle lotte pratiche della vita in nome della scienza, e che ignora la rassegnazione del pensiero al corso naturale della storia,  e rimane intrinsecamente caduca, perch s'aggira intorno al marxismo, senza afferrarne mai il nerbo, che  la concezione generale dello sviluppo storico sotto l'angolo visuale della rivoluzione proletaria.
Indugiandomi a definire l'atteggiamento in genere del Masaryk, mi pare di ripagarlo di cortesia italiana dell'ignoranza nella quale egli trovasi per rispetto ai miei scritti in argomento. Se mai li leggesse, s'avvedrebbe, forse, come, senza scendere alle minuzie della polemica a tu per tu con la stampa corrente del partito, senza proclamarsi scovritori od autori della crisi del marxismo, si possa esser seguaci anche all'ora presente del materialismo storico, dopo fatta la debita parte alla nuova esperienza storico-sociale, e con la conveniente revisione dei concetti, che abbiano subito o subiscano correzione dal corso naturale del pensiero. Le dottrine, che sono in atto di svolgersi e di progredire, non ammettono la trattazione erudita e filologica, come usa per le sorpassate forme del pensiero, e per ci che ci fu trasmesso dalla tradizione, ed ha nome di antico. Ma i temperamenti intellettuali degli uomini sono assai difformi tra loro! Alcuni - e son pochi - presentano al pubblico il resultato del proprio lavoro, e non credono di dovervi aggiungere la storia intima delle loro letture, fino alla fotografia della penna della quale si servono. Sono altri - e questo  il maggior numero - i quali sentono vivo il bisogno di dare alle stampe tutto il frutto delle loro letture. Son meticolosi custodi dei loro quaderni, perch nessuna parte di loro fatiche vada perduta, n pei presenti, n pei futuri. Il professore Masaryk - che stempera in 600 pagine una tesi di occasione, ed  questa: che giudizio possa farsi ora del marxismo, atteso il fatto che se ne discute anche per entro al partito; - il professore Masaryk, che ha tanto letto, non pu a meno di considerare il marxismo stesso secondo le sacramentali rubriche della filosofia, della religione, dell'etica, della politica, e cos via all'infinito: e, caso curioso, proprio lui, che ha tanto ossequio per la burocrazia universitaria e per il casellario dei feticci della scienza, finisce poi da ultimo per dichiarare, essere il marxismo un sistema sincretico! (passim in tutto il libro, ed esplicitamente a p. 587). Era parso a me, che quella dottrina fosse proprio precisamente il contrario, e un che, anzi, di tanto intimamente unitario, da mirare, non solo a vincere la opposizione dottrinale tra scienza e filosofia, ma anche quella pi ovvia tra pratica e teoria. Ma il signor Masaryk  fatto cos com', e seguiamolo pure nelle sue rubriche.
Lascia ben volentieri ad altri di occuparsi del socialismo in quanto  tendenza (a uso A. Menger) alle riforme giuridiche; dichiara di non immischiarsi direttamente nelle questioni della Economia (nella qual disciplina invero pare a me che zoppichi da ambo le gambe), e ci tiene a mettere soprattutto in evidenza la filosofia di Marx, la quale esiste, tuttoch non sia espressa in opere di tassativa composizione ad hoc; e studia in tutte le 600 pagine la crisi in quanto essa  strettamente "scientifica e filosofica" (p. 5). Non chiedete, dunque, all'autore, n un esame concreto delle condizioni attuali del mondo economico fatto dal vivo, n un consiglio pratico e largo di politica sociale. Se il movimento della proletarizzazione continui o no, se la teoria del valore sia o no esatta, queste e le altre questioni affini, per quanto della massima importanza, non interessano lui filosofo (p. 4). Il resultato pratico  solo questo, di consigliare ai socialisti (p. 591) di tenersi al programma dell'Engels del 1895, cio dire alla tattica parlamentare; il che veramente essi vanno facendo da per tutto nel mondo, e, secondo il debole avviso mio, per la semplice ragione, che non potrebbero fare altrimenti senza addimostrarsi, o pazzi, o stolidi. Se non che il Masaryk rincalza il consiglio con questo monito, che si debba anche abbandonare l'ideologia marxista! A buon conto, non  il corso naturale delle vicende politiche dell'Europa civile che abbia indotto i socialisti a cambiare di tattica (n l'autore saprebbe dirci quanto tempo questa nuova durer, o potr durare), ma son le idee che cambiano e devono cambiare. Tutto si compendia nella lotta per la Weltanschauung (cfr. segnatamente pp. 586-92), il che  naturale in uno scrittore, che ci tien tanto al sacramentale concetto della classificazione delle scienze (p. 4), e al posto sovraeminente della filosofia.
Il Philister, nella subspecie professorale, ci si rivela qui tutto intero nella sua propria natura. Conoscere estesamente la letteratura del socialismo, e di questo ignorare l'intimo, il senso, l'animo! Dato questo animo - s'intende da s - l'orientazione scientifica cambia del tutto, anzi cambia il posto della scienza nella economia dei nostri interessi. Ma a ci il Masaryk non giunge mai, perch dovrebbe, per arrivarci, valicare i confini delle definizioni. Il suo libro, perci, per quanto ricco di coscienziose informazioni, ed alieno dal disprezzo professionale del socialismo si riduce, nell'intento e negli effetti, ad un enorme piato del positivismo contro il marxismo! Due osservazioni mi occorrono qui. La mia affermazione suoner strana a molti in Italia, dove  in uso di significare con la parola positivismo tutto ed ogni cosa. Inoltre, come ho pi volte scritto, che quella intuizione della vita e del mondo, la quale si compendia nel nome di materialismo storico, non  giunta a perfezione negli scritti di Marx e di Engels, e dei loro prossimi seguaci, cos ora qui pi recisamente affermo, che la continuazione di quella dottrina procede ancor lenta, e forse proceder allo stesso modo per un buon pezzo.
Ma i libri come questo del Masaryk non giovano a nulla. Ecco qua un coacervo di obiezioni in nome del positivismo s, ma non in nome della revisione diretta ed autentica dei problemi della scienza storica, e non in nome delle questioni politiche attuali. La cos detta crisi non diventa, n il subietto di un esame da pubblicista, n l'obietto di uno studio da sociologo, ma  come uno spazio vuoto o una pausa, in cui l'autore vada a deporre, o a recitare, le sue filosofiche proteste.

Uno studio, n vano n privo d'interesse,  dedicato alla formazione prima del pensiero di Marx (pp. 17-89). Ma il facit  da ultimo assai meschino. "Nella costante mutazione dell'ordinamento sociale venne Marx da ultimo a trovare la ragione storica del comunismo, come quello che s'imponga da s. - Secondo Marx la filosofia  la copia naturalistica del processo del mondo. - Il comunismo  dato dalla storia stessa. - Il materialismo di Marx  un materialismo storico". - Proposizioni come queste, le quali riproducono a un di presso il pensiero fondamentale dello scrittore che si ha per mani, dovrebbero indurre, pare a me, il critico a rifarsi su i fondamenti di tali concezioni, per rovesciarli, se mai, con una critica ab imis. Ebbene, che fa il signor Masaryk? Pochi righi dopo scrive: "La sua filosofia e quella di Engels hanno il carattere dell'eccleticisino". - E poi ci regala, alla lettera D del capo II, una insalata russa delle opinioni in contraddittorio di Bax, K. Schmidt, Stern, Bernstein, Plekanoff, Mehring, in quanto han discusso se tale filosofia, diciamo cos marxistica, sia conciliabile o no col ritorno a Kant, a Spinoza, o a che altro siasi; e non gli sovviene del poeta, che assistette alla fondazione della Universit di Praga, per esclamare con lui:

Povera e nuda vai filosofia!

Alquanto sconnessa  la trattazione che l'autore dedica al materialismo storico (pp 92-168), indugiandosi in prima sul divario delle definizioni, per venire infine ad una critica tutta fondata su la vecchia nenia della dottrina dei fattori, pi o meno dissimulata in una fraseologia sociologica e psicologica alquanto dubbia ed incerta. In conclusione all'autore repugna il pensiero di una concezione obiettivamente unitaria della storia; e gli capita spesso di confondere la spiegazione del complesso storico mediante il variare innanzi tutto della struttura economica, con la spiegazione illico et immediate del fatto storico determinato per via delle rispettive ed individuate condizioni economiche. Non deve quindi recar meraviglia di vedere come Marx venga considerato quale una specie di Comte alterato in peggio, che diventa poi un inconsapevole seguace di Schopenhauer nell'accettare il primato della volont, dottrina che contraddice per alla sacramentale tricotomia psicologica d'intelletto, sentimento e volere. Pu darsi che quel povero Marx ignorasse, come l'uomo sia fornito, oltre che dell'intelletto, anche d'un fegato (sic!), il che  tanto pi sorprendente, in quanto che lui era assai fegatoso (sic!) per le quali buone ragioni pu essere accaduto non s'avvedesse, che il soppravvalore  un concetto principalmente etico (sic!). Al professore di Universit, che tratta la sua materia come il suo mestiere, pu venir facilmente la tentazione di far passate un determinato autore sotto lo scrutinio di tutte quelle altre dottrine che lui critico abbia l'abitudine di studiare e di maneggiare. E allora, per una strana illusione da erudito, accade che i termini di confronto, che sono nell'abito subiettivo del critico, divengano surrettiziamente come dei termini di effettiva derivazione. Cos stava accadendo al Masaryk; quando ecco che lui, nel bel mezzo delle sue tentate comparazioni, si contraddice, e sentenzia (p. 166): "Nel fatto Marx viene a formulare ci che, come suol dirsi, si trovava nell'aria, e perci io non ho dato gran peso ai singoli influssi su la sua formazione intellettuale". Ergo - direi io - ricominciate da capo, e anzi invertite. Nell'autore, che trattate, s' avverata appunto questa inversione, che dalla critica dell'economia e dal dato delle lotte di classe egli risal ad una nuova concezione storica (e non per modificare, s'intenda bene, ci che tecnicamente dicesi disciplina della ricerca storica), e per quella via poi ad una nuova orientazione su i problemi generali della conoscenza. Ma voi forzate le cose, ma voi le alterate del tutto, mettendovi per una via che non  quella percorsa dall'obietto del vostro esame. Ma si capisce, voi filosofo professionale scendete dall'alto delle definizioni al particolare del materialismo storico; e, con tutto il dovuto ossequio alla metodologia, giungete alla teoria delle lotte di classe (pp. 168-234) come si arriva a un corollario.
Anche qui la fedelt della esposizione materiale rende pi sensibile la incapacit alla comprensione intima e viva. Qua e l alcune utili osservazioni su la imprecisione dei termini borghesia, proletariato e simili, e poi delle altre di maggior valore su la irriducibilit di tutta la societ presente alle due famose classi, data la sua pi varia e complessa articolazione. A riscontro di tutto ci, ecco una singolare inettitudine ad afferrare un concetto cos semplice; che, cio, dato l'intreccio della vita sociale, gl'intenti individuali possono esser tutti errati: la qual cosa induce l'A. a dire, che nel marxismo la coscienza individuale si risolve in puro illusionismo (!). Gli repugna di credere, che le leggi economiche seguano un processo naturale; - ebbene, si provi a cambiarne la successione storica per atti di arbitrio. Rivendicata la spontaneit (ma quale?) delle forze che danno impulso alla storia, e l'aristocrazia dello spirito filosofico, e detto come il determinismo marxistico sia una e sola cosa col fatalismo, l'A. si confessa cos: "Io spiego il mondo e la storia teisticamente" (p. 234). Deo gratias!

Al pezzo forte ci siamo finalmente, cio alla esposizione del mondo capitalistico (pp. 235-313), e alla critica del comunismo e del processo della civilt (pp. 313-86). Questo  dei socialisti il punto essenziale, e su tale terreno soltanto  dato di combatterli. Ma l'A. era disceso dalle alture, e cos sia. Non saprei negargli - tanto per cominciare dalle conclusioni - una discreta parte di ragione, l dove parla di soverchio primitivismo e semplicismo, specie per rispetto al tentativo dell'Engels nel rifare in breve i punti principali della storia della civilt. Il divenire dello stato, ossia della societ ordinata a classi, con le ragioni del dominio e dell'autorit, supposta la propriet privata e supposta la famiglia monogamica, ebbe modi varii di sviluppo nella storia specializzata e concreta, e non c' facilismo che tenga, nel provarsi a rendere plausibili gli schemi troppo semplici. Pu darsi che dei socialisti correnti al comodo argomentare vedan troppo semplificato l'intreccio della storia, riducendo questa in breve volume; il che li induce a semplificar del pari con soverchio arbitrio l'intreccio della societ presente. N certo giova di richiamarsi di continuo alla negazione della negazione, che non  istrumento di ricerca, ma  solo formula riassuntiva, valida, se mai, post factum. Certo che il comunismo, ossia il pi o meno lontano approdo della societ presente verso una nuova forma della produzione, non sar un parto mentale della dialettica subiettiva. E perci credo - son cortese di armi agli avversarii - non esserci che un solo modo di combattere seriamente il socialismo, ed  quello di provarsi a dimostrare come il sistema capitalistico abbia in s - per ora almeno - tale indefinita forza di adattabilit, che tutti i movimenti proletarii si riducano in fondo a meteoriche agitazioni, senza mai formare un processo ascensivo, che importi da ultimo, con la eliminazione del salariato, anche quella di ogni dominio di classe. In cotesto intento critico-dimostrativo si riassume, per es., la forza della scuola del Brentano e i suoi seguaci. Ma questo non pare sia pane pei denti del signor Masaryk, il quale rivela tutta la sua inettitudine ad afferrare il nesso economico della materia che ha per le mani, proprio nel capitolo che dedica alla critica del sopravvalore (pp. 250-313).
Attraverso ad una rassegna bibliografica intorno alla vexata quaestio del divario fondamentale che correrebbe tra il I e il III volume del Capitale, l'A. viene a rigettare come inesatta la dottrina del valore-lavoro, e poi gi gi ad affermare, come Marx non potesse partire dal concetto della utilit, perch il suo obiettivismo estremo lo rendeva alieno dalla considerazione psicologica (!). Dichiara poi la sua opinione sul posto che l'economia dovrebbe occupare nel sistema delle scienze, data la dipendenza sua dai presupposti di una sociologia generale. Rigettato il concetto della economia in quanto scienza storica, riaccampa la pretesa di una scienza della economia, che, senza confondersi con l'etica, abbracci tutto l'uomo, e non soltanto l'uomo lavorante. Sofistica su la impossibilit di trovare una misura del lavoro, in quanto questo, alla sua volta, debba misurare il valore; e considera il sopravvalore come una escogitazione tratta dalla ipotesi costruttiva delle due classi in lotta fra loro. Per via di molti ripieghi scrive l'apologia del capitalista, in quanto  intraprenditore, cio lavoratore e direttore; e, mentre si scaglia contro la classe parassitaria e contro il commercio ingannatore, postula un'etica la quale insegni a ciascuno la parte del suo dovere. Si compiace, da ultimo, che Marx abbia scoverta l'importanza sociale dei lavoratori minuti; sebbene sia caduto in quel discreto numero di spropositi, che il nostro autore va notando; come a dire, per es., la riduzione del lavoro complicato al lavoro semplice, e soprattutto la strana opinione di credere alle lotte di classe, mentre non c' che lotta tra gli individui.

Ma se  cosa cos facile il ridurre in polvere il materialismo storico, ma se le lotte di classe in quanto principio di dinamica storica non sono che la erronea generalizzazione di fatti male intesi, ma se l'aspettazione del comunismo  affatto utopistica, ma se le dottrine del Capitale sono di cosi patente erroneit, ma se tutti i fondamenti sono oramai distrutti, perch l'A. s'affanna poi a scrivere altre duecento pagine sul diritto, su l'etica, su la religione e cos via, ossia su quei sistemi che chiama ideologici? A me sarebbe bastato, p. e., ci che  detto a pagine 509-19, in una specie di pausa interposta alla rete fitta dei paragrafi, come per venire ad una certa maniera di giudizio finale, al quale poi, per difetto di stile, manca pur troppo la concentrazione del pensiero nella concisione degli enunciati. In questo tentato riassunto  come raccolta la caratteristica del marxismo, la qual cosa d maggior risalto alla tesi dell'autore. - Marx (questo  il succo della caratteristica), segna l'estremo limite della reazione contro il subiettivismo, in quanto che per lui la natura  il prius e la coscienza non  che resultato, dunque obiettivismo positivo assoluto; per lui la storia  l'antecedente e l'individuo  il conseguente, dunque negazione assoluta dell'individualismo. La questione della conoscenza  puramente pratica. Tra natura dell'uomo e storia umana c' perfetta equazione. Non c' altra fonte di conoscenza dell'uomo, da quella in fuori che ci offre la storia. L'uomo  tutto in ci che l'uomo fa. Di qui il fondamento economico di tutto il resto. Di qui il lavoro come filo conduttore della storia. Di qui la persuasione, che le varie forme sociali non siano, se non le forme varie della organizzazione del lavoro. Di qui la veduta del socialismo non pi come di semplice aspirazione o aspettazione. Di qui il concetto del comunismo, non come di semplice sistema di rapporti economici, ma come di una innovazione di tutta la coscienza, oltre i limiti di tutte le presenti illusioni, e nell'assetto dell'umanesimo positivo. - Ma cotesto estremo obiettivismo s'infrange ora nel ritorno a Kant, ossia nel criticismo. Marx fu incompleto. Non seppe superare Hegel, non trov l'espressione adeguata delle sue tendenze, ricadde nella romantica di Rousseau, invano si prov a districarsi da Ricardo e da Smith, dei quali tent la critica, e rimase autore di un sistema incompleto. C' in lui come una tragica filosofica. Fece servire a nuovi ideali le idee gi vecchie, non seppe trovare altre molle al rivoluzionarismo, se non negl'impulsi all'edonismo, e per ci rimase aristocratico ed assolutista nella sua passione rivoluzionaria.
Cotesti tratti, che sarebbero pennellate per chi disponesse della facolt dello stile, questi tratti i quali possono farci avvertiti del come corra attraverso tutta la storia una continua gran tragedia del lavoro (13), lasciano impassibile il nostro autore nella sua accademica pedanteria. Lui non contrappone concezione a concezione nel rapido sguardo di una nuova interpretazione dei destini umani, ma obietta solo in nome "della missione del nostro tempo a ritrovare una nuova sintesi delle scienze" (p. 513). - E qui di nuovo Hume e Kant, e la domanda: che  la verit? E poi si discorre della nuova neoetica, che deve discendere scientificamente alla critica della societ. La nuova filosofia deve risolvere il problema della religione, che Marx credette d'aver superato, facendo di quella una forma illusionale. Il pessimismo  la nota dominante del nostro tempo.
Schopenhauer s'avvicin in parte al vero, nel fare della volont la radice del mondo. Gli fece da pendant Marx con la dottrina unilaterale del lavoro. Il marxismo ebbe il torto di rimanere negativo. "Il Capitale non  se non la trascrizione economica del Mefistofele del Faust" (sic! a p. 516 - e chi non mi crede vada a riscontrare!) Da ultimo sappiamo - se io ho ben capito - che nel ritorno a Kant, e nel declinare dello spirito rivoluzionario verso il parlamentarismo, consiste l'essenziale della crisi; ossia, l'inizio dell'epoca Masaryk nella storia del mondo.
Dunque Kant e il parlamento! Ma quale Kant? Quello della privatissima vita privata del signor Philister di Knigsberg? - o quell'altro autore rivoluzionario di scritti sovversivi, che parve ad Heine un altro degli eroi della grande rivoluzione? E quale parlamento di ordinaria e

consuetudinaria fattura  chiamato a trasformare la storia? Diremo allora Kant e la Convenzione: - ma questa succedette alla rivoluzione, cio allo sgretolamento di tutto un sistema sociale, alla rovina di tutto un ordinamento politico, allo scatenamento di tutte le passioni di classe... e basta. Il signor Masaryk, come professionista di sociologia accademica, ha il diritto di ignorare quella storia viva, agitata, impulsiva, passionata che piace a quegli altri mortali, i quali hanno il senso simpatetico della realt umana; e pu perci comodamente adagiarsi nella persuasione che il periodo delle rivoluzioni  oramai sorpassato per sempre, e che siamo definitivamente entrati in quello delle lente evoluzioni, anzi nell'idillio della quieta e rassegnata ragione.
E torniamo pure al suo casellario.

La scorsa su la dottrina dello stato e del diritto (pp. 387-426)  rivolta principalmente a combattere la veduta secondo la quale quello e questo sono come delle formazioni secondarie e derivate per rispetto alla societ in genere. Lo stato esiste dalle origini della evoluzione, ed esister sempre per ragioni che l'intelletto e la morale approvano (p. 405); e poi l'uomo "per naturale disposizione sua non solo comanda volentieri, ma si lascia anche comandare, e volentieri obbedisce". Le disuguaglianze naturali legittimano la gerarchia (p. 406). E sta bene! Ma dato ci, perch affannarsi poi a dimostrare, che il diritto non  derivabile dalle condizioni economiche; a che pro spendere del tempo a combattere le dottrine egalitarie dell'Engels, e perch appellarsi alla solenne autorit del Bernstein (p. 409), che avrebbe rimesso in onore lo stato (figurarsi, proprio in un articolo della "Nene Zeit"!), come quella tal cosa che i socialisti non voglion pi abolire, ma soltanto e semplicemente riformare? Ma gli  tanto facile di trovarsi d'accordo col volgare senso comune, il quale non si rifiuta di ammettere, precisamente come fa il nostro signor Masaryk, che vi sono disuguaglianze giuste e di quelle ingiuste (sic!). Magari ci desse lui la misura giusta!
Passo sopra al capitolo intitolato nazionalit ed internazionalit (pp. 426-65) - dove l'A., oltre a mostrarsi indignato per la slavofobia di Marx, fa delle utili osservazioni su quegl'impedimenti all'internazionalismo, i quali nascono spontanei dallo spirito nazionale - per fermarmi un poco su gl'insigni paradossi che pronuncia a proposito della religione (pp. 455-81). Qui ci si rivela qual vero decadente. Cattolicesimo e protestantesimo sono ancora fatti arcivivi, e decisivi inoltre sulle sorti del mondo! Anzi noi tutti siamo, o l'una cosa, o l'altra. Anzi tutta la filosofia moderna  protestante, e non c' filosofia cattolica se non per nefas (e il vostro Comte?). In Marx c' un elemento cattolico, non solo per aver egli adottato il socialismo francese, il quale  cattolico e repugna alla coscienza protestante, ma perch fu autoritario, nemico della individualit, internazionalista e seguace dell'obiettivismo assoluto (p. 476). Come la Rivoluzione Francese fu in gran parte un movimento religioso, cos un che di religioso  implicito a tutto il socialismo contemporaneo. Qua e l s'accenna all'idea, che protestantesimo e cattolicesimo in un certo modo reciprocamente si completino; - e pu darsi che l'A. pensi che si prepari ora nel socialismo la religione dell'avvenire, attesoch "la fede sia il pi alto obiettivismo dell'uomo normale, e perci ipso facto sociale; - ma l'obiettivismo di Marx  troppo bilioso" (p. 480).
Se la religione  perenne, se lo stato  immortale, se il diritto  naturale, figurarsi poi se l'etica (pp. 482-500) non debba essere supereterna. L'A. rivendica alla coscienza morale il carattere del dato indiscutibile ed immediato. Non mi soffermo a dichiarare come qualmente non occorra di essere n materialisti della storia, n materialisti semplici, per relegare tra le fiabe cotesta opinione infantile; e faccio perci grazia all'A. delle citazioni degli articoli di riviste, nei quali i Bernstein, gli Schmidt e simili socialisti avrebbero rivendicate le ragioni dell'etica contro l'amoralismo di Marx (p 497). Taccio del socialismo per rispetto all'arte (pp. 500-8).

Per tutte coteste ragioni, leggendo ci che l'A. scrive nella quinta sezione (pp. 520-85) intorno alla politica pratica del socialismo, trattandone in due capi, intitolati l'uno rivoluzione e riforma, e l'altro marxismo e parlamentarismo, ci si trova in presenza di un artefatto dottrinale della pi bella specie verbalistica. Che il socialismo siasi venuto sviluppando, in questi ultimi cinquanta anni, dalla setta al partito,  cosa abbastanza nota. Che il comunismo imperativo e categorico di una volta, sia divenuto la democrazia sociale, gli  altrettanto risaputo. Che i partiti socialistici spieghino presentemente un'azione pratica varia e circostanziata, come gli  un fatto storico, gli  anche da parte loro come un fare la storia. Che in tutte coteste cose si commettano degli errori, e ci siano delle pratiche incertezze, gli  un fatto umanamente inevitabile: ma gli  anche vero, che, per intenderle coteste cose, bisogna pur viverci dentro, e con occhio e con senso da storico osserva	tore. E che fa il signor Masaryk? Ma lui non vede che categoremi; - ed ecco come il passaggio  tutto dal rivoluzionarismo sistematico alla negazione della possibilit di qualsiasi rivoluzione, dal romanticismo all'esperienza, dall'aristocrazia rivoluzionaria all'etica democratica, dall'imperativo categorico all'empirismo, dall'obiettivismo puro all'autocriticit, dal Titanismo al non so che cosa, ma si sa solo che "Faust-Marx diventa elettore" (p. 562). Fortunati voi elettori socialistici che completate Goethe! - E poi ecco qui uno specioso metodo: assumere la persona di Marx (del quale non so perch l'A. dica d'ignorare la biografia! p. 517) come indefinitamente prolungata attraverso tutti gli atti e tutte le manifestazioni dei partiti e della stampa socialistica, e metter poi a carico del marxismo del signor Carlo Marx, come fossero i ravvedimenti e pentimenti suoi proprii, le parole e gli atti di tutti gli altri. Ma pare che la Nemesi sia giunta - perch quel benedetto Marx volle essere troppo diverse cose ad un tempo stesso, e cio filosofo tedesco e rivoluzionario latino, protestante e cattolico, - e la vendetta del protestantesimo  poi venuta (p. 566), cosicch gli  qui il definitivo motto della crisi, gli  qui il senso schietto del nuovo 9 Termidoro di Massimiliano Carlo Robespierre Marx.
Non varrebbe la pena di seguire l'A. l dove va racimolando in tutta la stampa socialistica, e negli atti dei partiti, le prove della dissoluzione del marxismo per opera dei marxisti, che sarebbero come un Marx prolungato. La tesi  che il socialismo diventa costituzionale. Per la tesi tutto  buono, anche l'invocare la testimonianza di E. Ferri, il quale avrebbe detto, non so veramente dove, che la repubblica  un privato interesse dei partiti borghesi. Dunque niente repubblica! E la speranza dell'A.  questa, "che, perdendo il socialismo i caratteri acuti dell'ateismo, del materialismo e del rivoluzionarismo, si venga in fin delle fini ad un verace democratismo, il quale acquisti le proporzioni di una universale concezione della vita e del mondo. La politica di cos fatto democratismo sarebbe la vera politica della vita e del mondo, una politica sub specie aeternitatis" (p. 585). Ed io, per parte mia, confesso di non capirci nulla.


Ho seguito, con insolita premura e pazienza - stante che il genere delle mie occupazioni mi tolga il modo di leggere un solo libro tutto d'un fiato - le 600 pagine del signor Masaryk. Ne ebbi una viva curiosit al primo annunzio. S'era tanto parlato e sparlato di crisi del marxismo da cos gran numero di persone di media ed infima, e, quasi sempre, incongrua coltura, che mi parve ci dovesse esser molto da apprendere dall'opus magnum dell'autore della nuova parola d'ordine della scienza sociale. La delusione che n'ho provata resulta da ci che son venuto fin qui notando.
Certo che il signor Masaryk non ha niente che vedere con le varie specie di professionale ignoranza e di audace gherminelleria, le quali han fatto fiorire, in poco d'ora, tanti critici definitivi del socialismo in questo nostro felice paese, ove vegetano tante sorti di anarchismo morale ed intellettuale. Non c' di comune tra l'autore di cui mi occupo e cotesta cos detta crisi del marxismo in Italia, niente altro dall'etichetta in fuori, e cotesta etichetta  giunta
da noi certamente per via della stampa francese.
L'onesto e modesto intento del Masaryk fu soltanto quello di recitare l'elogio funebre del marxismo, proprio in nome di un'altra filosofia. La materia da criticare l'ha raccolta in note di paziente e minuta elaborazione; e in nome di che e a quale intento la critica sia stata poi da lui condotta, apparisce chiaro da tutto il contesto, e perfino dal tono dimesso ed equanime. La questione sociale  un dato - il socialismo  anch 'esso un dato - socialismo e marxismo oramai fanno uno (l'autore ripete ci pi volte, e mi pare che sbagli di grosso), ma la questione sociale deve avere soluzioni diverse da quelle aspettate dal socialismo-marxismo; dunque ritocchiamo, rifacciamo, sconvolgiamo la Weltanschauung, che sta a base del marxismo, e giacch gli stessi marxisti, o quasi, ne ridiscutono, entriamo da arbitri nella crisi.
Ci che il Masaryk, proprio lui, veramente voglia in pratica, lo sapremo forse meglio un'altra volta; ed io confesso, che, per parte mia, non mi struggo dal desiderio di saperlo. Ma questa lettura mi ha fatto ripensare a tutto un secolo di storia delle idee.	
Il positivismo, dalle sue origini  stato sempre alle calcagna e socialismo. Ideologicamente le due cose nacquero, quasi a un tempo, nella mente indistintamente geniale di Saint-Simon. Furono come il complemento, per antitesi, dei principi della Rivoluzione. La opposizione fra i due termini si venne svolgendo nella variopinta discendenza saint-simoniana; e a un certo punto il Comte divenne il rappresentante della reazione (aristocratica, direbbe il Masaryk), che dispensa agli uomini, nel quadro fisso del sistema, il posto e la destinazione, in nome della scienza classificativa ed onnisciente. A misura che il socialismo  diventato la coscienza della lotta di classe per entro all'orbita della produzione capitalistica, e a misura che la sociologia, pi volte mal tentata, s' venuta consolidando nel materialismo storico, il positivismo, da erede infedele dello spirito rivoluzionario s' chiuso nell'orgoglio della sovraeminente classificazione delle scienze, che disprezza il concetto materialistico della scienza stessa, come di cosa mutabilmente consona al variare delle condizioni pratiche, ossia del lavoro. Masaryk  un uomo troppo modesto per rimettere in iscena il papato scientifico del Comte, ma  abbastanza professore per credere ancora alla Weltanschauung, come a un qualcosa di sovrastante alla questione sociale degli umili lavoratori. Giratela e voltatela quanto e come volete, c' nel professore un che sempre del prete, che crea l'iddio che poi adora, sia esso il feticcio, o l'ostia consacrata.
E ora possiamo dire d'aver capito.


Avrei la tentazione di citare qui alcuni luoghi dei miei scritti, dai quali resulterebbe chiaro in che stia il divario tra la critica e la crisi. Ma al punto dove son giunto mi pare che basti.
Come la politica non pu essere se non la interpretazione pratica e fattiva di un dato momento storico, oggi appunto il socialismo ha innanzi a s - parlo cos per le generali, e senza tener conto delle differenze che corrono fra i diversi paesi - questo problema veramente intricato e difficile: che esso, cio, mentre deve rifuggire dal perdersi nei vani tentativi di una romantica riproduzione del rivoluzionarismo tradizionale (ossia, direbbe Masaryk, deve rifuggire dalla ideologia!), deve anche guardarsi nello stesso tempo da quei modi di adattamento e di acquiescenza, che, per le vie delle transazioni, lo farebbero come sparire nell'elastico meccanismo del mondo borghese. Gli  il desiderio, la aspettazione, la speranza di tale acquiescenza da parte del socialismo, che hanno indotto di recente tanti e tanti portavoce dell'ordine sociale presente a dare una straordinaria importanza alle ovvie polemiche letterarie del partito, e cosi gran peso al modesto libro del Bernstcin, che fu elevato di botto agli onori di un sintomo storico14. In questo fatto  la caratteristica e la condanna, ad un tempo, cos di quel libro, come di tante altre manifestazioni affini: ma il signor Masaryk in tutto ci non c'entra nulla. Il Masaryk, da professore in esercizio, ha fatto della filologia attraverso alla carta stampata.


Roma, 18 giugno 1899

NOTE

(1) Cotesto studio genetico fu l'argomento e l'oggetto principale del mio primo saggio: In memoria del Manifesto dei comunisti, il quale  appunto il preambolo indispensabile per la intelligenza di tutto il resto.
(2) Alludo qui al pregevole scritto di K. Kautsky, Die Klassengegenstze von 1789.
(3) E'bene che io ricordi che la prima edizione di questo libro reca la data del 10 marzo 1896.
(4) Marx, Misre de la Philosophie, Paris 1847, p. 178.
(5) Id., Manifest der Kommunistichen Partei, London 1848, p. 16.
(6) Id., Zur Kritik der politischen Oekonomie, Berlin 1859, p. VI della prefazione
(7) Engels, E. D(hring's Umw(lzung der Wissenschaft, Stuttgart 1894, pp. 305-6.
(8) Die philosophischen und sociologischen Grundlagen des Marxismus - Studien zur sozialen Frage, von Th G. Masaryk, Professor an der b(hmischen Universit(t Prag, Wien, C. Konegen, pp. XV e 600, in-8 gr.
(9) Questa polemica apparve nel fasc. III dell'anno III (1899).
(10) Die wissenschaftliche und philosophische Krise innerhalb des gegenw(rtigen Marxismus, Wien 1898, pp. 24.
(11) Ivi, a p.24. - La medesima dichiarazione  ora ampiamente ripetuta nella chiusa del libro, e specie alle pp. 591-92. Un'altra piccola nota alla fortuna delle parole! La crisi per entro  diventata la crise du Marxisme nella traduzione francese di quell'opuscolo, fatta da Bugiel, Paris 1898 (estratto dalla "Revue internationale de sociologie", fasc. del luglio).
(12) Ossia nei numeri 239 e 240 del 20 aprile e 6 maggio 1899 della "Zeit" di Vienna. E cos avea anche fatto nell'ottobre dell'anno scorso, a proposito del messaggio del Bernstein al Congresso di Stuttgart.
(13) Mi permetto qui di rimandare al mio Discorrendo, etc., lettera nona.
(14) A proposito del libro del Bernstein cfr. il mio articolo nel "Mouvement Socialiste", fascicolo del maggio 1899.
