JEAN CLAUDE KERBOURCH.

UN ITALIANO ALLA CORTE DI MARIA DE' MEDICI.

Introduzione.

Per ordine del Re, signori, per ordine del Re!
E' la mattina del 24 aprile 1617 e sono appena stati sparati cinque colpi d'arma
da fuoco nei pressi del palazzo del Louvre. Un uomo  caduto, colpito
mortalmente. Si tratta di uno dei personaggi pi potenti del regno; precisamente
il favorito di Maria de' Medici: Concino Concini, detto marscial d'Acre.
E' stato ucciso per ordine di Luigi XIII. Quest'assassinio segna il debutto
sulla scena politica del giovane re sedicenne. Si pu dire, infatti, che la
reggenza di Maria de' Medici finisca nel momento in cui il suo consigliere cade
colpito a morte. Ma, come  riuscito un uomo come Concini, venuto in Francia a
cercare la fortuna o la morte, a divenire il rivale del re? L'artefice della sua
incredibile carriera fu indubbiamente sua moglie, la Galigai. Per quanto
riguarda il suo assassinio, si pu parlare a buon diritto di un colpo di Stato
condotto dal re.
Bernard Michal.

UN ITALIANO ALLA CORTE DI MARIA DE' MEDICI.

Quel mattino del 24 aprile del 1617 una pioggia fine e tenace cade su Parigi. Da
due giorni il cielo  completamente grigio. Uno strato spesso di fango ricopre
le strade. Ci, per, non impedisce ai Parigini di andare e di venire per la
citt, che risuona di mille rumori: oziosi che vagano senza meta, venditori di
profumi, astrologi ambulanti, tosatori di cani, venditori di uccelli. C'erano
anche i cavadenti, che si erano piazzati sui marciapiedi e gridavano ai quattro
venti per offrire i loro servigi.
Siamo nei pressi del palazzo del Louvre. Anche qui c' una folla indaffarata e
rumorosa. A un certo punto passa, fra la curiosit generale, un gran signore
seguito da una scorta numerosa e lussuosamente vestita. Ma ecco che
improvvisamente echeggiano cinque colpi d'arma da fuoco. Il gran signore cade,
colpito a morte. Immediatamente la gente si lancia contro lo sparatore, ma
costui si affretta a spiegare: Per ordine del Re, signori, per ordine del Re!
Di bocca in bocca si diffonde subito per tutta la citt la notizia che la
vittima, il cui corpo giace ora nel fango,  l'uomo pi potente del regno:
Concino Concini, il favorito della reggente Maria de' Medici. Si viene pure a
sapere che  stato il giovane Re Luigi XIII a ordinare l'uccisione di Concini e
la cosa provoca generalmente un sentimento di sorpresa, ma anche di gioia.
Questo assassinio  in realt un vero e proprio colpo di Stato, che segna la
fine di una reggenza e l'inizio di un regno.
Concini era italiano, come del resto anche Maria de' Medici. E' in Italia,
perci, che bisogna andare a rintracciare il bandolo della matassa di
un'avventura che aveva portato un ruffiano di bassa lega come Concini a una tale
potenza da farlo divenire il rivale di un Re.
Trasferiamoci, dunque, alla corte di Firenze, dove regna il granduca di Toscana,
Ferdinando de' Medici. E' un luogo di intrighi e di complotti, che si succedono
uno dopo l'altro, senza che si sappia bene chi li promuova e nemmeno chi ne
tragga profitto. C' persino chi accusa lo stesso granduca di essere
responsabile della morte del suo predecessore e fratello Francesco 1 de'
Medici.
Strano personaggio, del resto, questo granduca Francesco. Geloso delle sue
prerogative, superbo, passionale, crudele e favolosamente ricco, aveva consumato
a tal punto la moglie, Giovanna d'Austria, con le sue scenate e la sua
esuberanza sessuale (Giovanna ebbe sette figli), che essa ne mor.
Il granduca allora spos una delle sue amanti, la bella Bianca Capello, e se ne
and a vivere con lei lontano da Firenze, trovandovi la felicit, ma anche la
morte. Infatti i due scomparvero lo stesso giorno in circostanze rimaste
misteriose.
Quando incomincia la nostra storia  dunque Ferdinando de' Medici a ricoprire la
carica di granduca. In un modo o nell'altro Ferdinando si  occupato
dell'educazione dei sette figli del fratello e ormai gli  rimasta sul gobbo
solo la principessa Maria, che ha ventisette anni e non si decide a sposare.
Eppure, solo Dio sa quanto si annoi la principessa in quelle stanze severe di
palazzo Pitti!
Per fortuna ha una compagna di giochi! Si tratta di Leonora Dori, una bambina un
po' strana, vivace e allegra, ma al tempo stesso molto nervosa e soggetta a
crisi di depressione improvvise, che fanno da contrappeso all'abituale eccessiva
esuberanza. Leonora ha umili origini: suo padre era un falegname e fabbricava
soprattutto casse da morto. Anzi, data questa sua attivit, faceva anche il
becchino. Sua madre, per, che era una robusta lavandaia, era stata scelta per
allattare la principessa Maria appena nata; il che le procurava una serie di
piccoli privilegi.
Un giorno del 1584, Maria, che aveva allora 11 anni, si ammala. Passato il
momento pi acuto della malattia, la convalescenza si trascina penosamente,
senza che la principessa si decida a guarire del tutto. Se gi prima era una
bambina malinconica e apatica, ora  divenuta addirittura pessimista e
piagnucolosa. Passa le sue giornate vagando da una camera all'altra di palazzo
Pitti e rifiutando sistematicamente ogni giocattolo che le viene offerto. I
medici cominciano a temere per la sua vita. Fu allora che qualcuno pens di
portarle la sua sorella di latte, Leonora, che aveva 8 anni. Ed era proprio di
un giocattolo come questo che aveva bisogno la principessa Maria: una bambina
maliziosa come Leonora, che era sempre pronta, come i personaggi della commedia
dell'arte, a contorcersi, a fare le smorfie pi strane, a raccontare storielle
e, soprattutto, a ridere per qualsiasi motivo e in qualsiasi momento.
Sino a quel momento Maria non aveva mai avuto nessuna amica della sua et,
destino, del resto, comune a molte principesse. Leonora la distrae e, col
passare del tempo, diviene naturalmente la sua confidente. Le due ragazze sono
inseparabili.
Spesso si divertono a fare progetti e sogni sui loro futuri matrimoni. N l'una
n l'altra sono veramente belle. Se Maria  troppo grassa e flaccida, Leonora,
al contrario,  troppo secca e angolosa. Siccome, d'altra parte, a quell'epoca
erano di moda piuttosto le donne un po' in carne, la confidente piaceva ancor
meno della sua padrona. A 27 anni Maria  ancora fresca come una rosa: non a
caso i suoi lineamenti ispireranno Rubens.
Leonora, invece, ha una pelle giallastra che  indice di una cattiva salute. In
effetti, soffre spesso di forti mal di testa e lamenta ogni tanto un peso che le
schiaccia lo stomaco e le provoca la nausea.
Maria, comunque, che erediter prima o poi cifre favolose, riceve non poche
proposte di matrimonio. Suo zio, il granduca Ferdinando, le presenta
continuamente dei giovani nobiluomini attratti dall'immensa fortuna dei Medici.
Ogni volta che questo capita, Maria si confida con Leonora e le due giovani
discutono a lungo sui pro e sui contro dei diversi pretendenti. La principessa
ripete sempre, ad ogni modo, che non accetter mai di separarsi da colei che, un
giorno del 1584, l'aveva strappata alla solitudine a alla noia. Il futuro marito
della principessa, chiunque esso sia, dovr perci accettare in casa la presenza
della figlia del falegname e della lavandaia.
Anche se dovesse essere un re? chiede preoccupata Leonora.
Anche se dovesse essere un re, risponde Maria cui sembra di non poter vivere
senza l'amica.
Ma Leonora non ha fatto questa domanda a caso. Il fatto  che essa sogna per la
principessa il pi fantastico dei matrimoni. Non  forse vero che una religiosa
visionaria di Siena le ha detto di aver visto in sogno la principessa Maria con
in testa la pi bella corona del mondo?
Leonora, perci, ha sempre convinto la principessa a respingere tutti i
pretendenti che le si erano offerti. Avendo una fiducia cieca in tutto ci che
dicono gli innumerevoli maghi, indovini e stregoni che pullulano nell'Europa
dell'epoca, la giovane amica della principessa aspetta sempre qualcosa di
meglio. Tale, anzi,  la sua certezza in merito al verificarsi delle previsioni
della religiosa di Siena, che decide di procurarsi ad ogni buon conto un titolo
nobiliare.
Partendo dal principio, che aveva imparato nella sua breve esperienza di corte,
che tutto si acquista, compresa una nascita illustre, Leonora si rivolge a un
nobile spiantato, tale Guido Galigai, un cui antenato era stato fatto cavaliere
da Carlo Magno nel 796, e lo convince ad adottarla in cambio di una forte cifra.
Ecco come la plebea Leonora Dori divenne la nobildonna Leonora Galigai. La
figlia del falegname, e becchino a tempo perso, acquist cos d'un colpo stemmi
e ritratti di antenati illustri. Leonora Galigai  ormai pronta per seguire
Maria nella corte di un re...
Dovremmo, dunque, concludere che gli indovini hanno ragione? Comunque sia, resta
il fatto che un giorno del 1599 Maria entra ansimante dall'emozione nella camera
di Leonora e le comunica che sono in corso trattative in vista di un suo
matrimonio col pi potente sovrano europeo: Enrico IV, re di Francia.
Leonora non sta in s dalla gioia e, battendo le mani dalla soddisfazione,
esclama: La salsa vale l'arrosto!
Ma non tutto  ancora definito. Le trattative saranno lunghe e difficili. Non 
la corte di Toscana, naturalmente, a porre dei problemi (il granduca Ferdinando
 fin troppo contento di sbarazzarsi dell'ingombrante nipote), bens Enrico IV
che era allora completamente invischiato in una complessa rete di amori e di
amanti.
Innanzitutto il re di Francia  gi sposato con la sorella di Carlo IX,
Margherita di Valois che, sia detto per inciso,  altrettanto volubile quanto il
marito. Ognuno dei due chiude un occhio sulle avventure amorose dell'altro. Ma
la regina non ha avuto bambini e la dinastia dei Borboni rischia di estinguersi.
Perci Enrico IV ha chiesto al papa l'annullamento del suo matrimonio, che gli
sar concesso negli ultimi giorni di dicembre del 1599.
Inoltre il re era allora intimamente legato alla bellissima Gabrielle d'Estres,
cui aveva promesso il matrimonio e la corona, tanto che sulla facciata della
grande galleria del Louvre, allora in costruzione, gli scultori avevano gi
scolpito una H (di Henri) e una G intrecciate.
D'altronde, Enrico aveva voluto che Alessandro, uno dei figli da lui avuti da
Gabrielle, fosse battezzato con il cerimoniale riservato ai delfini di Francia.
Tutto ormai era pronto per il matrimonio fra Gabrielle e Enrico, quando la
fidanzata muore improvvisamente in seguito a una malattia rimasta sconosciuta.
Un delitto? Non manca chi, ricordando la misteriosa scomparsa del granduca
Francesco, sospetta che nella morte improvvisa di Gabrielle ci sia lo zampino
del granduca Ferdinando de' Medici che, secondo costoro, non  tipo da farsi
impressionare da un avvelenamento e che, d'altra parte, vuol sistemare ad ogni
costo la principessa Maria.
Comunque sia, la strada  ormai sgombra per un nuovo matrimonio. Sully riprende
contatto con la corte di Toscana.
Non sono ancora passati tre mesi dalla morte di Gabrielle d'Estres, che il re
Enrico IV  gi nel letto di un'altra donna, tanto intrigante quanto bella, di
nome Henriette de Balzac d'Entragues, marchesa di Verneuil, la cui madre (era
evidentemente una tradizione di famiglia) era stata l'amante di Carlo IX.
In realt i d'Entragues mirano a fare della figlia (che si dice abbiano venduta
al re per circa 300.000 franchi) una regina di Francia. Enrico lascia fare e,
anzi, accetta persino di firmare un impegno scritto in base al quale giura,
parola di re, di sposare Henriette se entro sei mesi rimarr incinta e dar alla
luce un figlio!
Questo documento esiste tuttora; eccone un pezzo: Noi, Enrico IV, per grazia di
Dio re di Francia e di Navarra, promettiamo e giuriamo davanti a Dio, impegnando
il nostro onore di re, a messer Francois de Balzac d'Entragues, nostro
cavaliere, che, dando egli a noi per compagna la signorina Henriette Catherine
de Balzac, sua figlia, se essa rimarr incinta entro sei mesi a cominciare da
oggi e dar poi regolarmente alla luce un figlio, noi allora la prenderemo
immediatamente come legittima sposa, celebrando il matrimonio pubblicamente di
fronte alla santa madre Chiesa, secondo le cerimonie richieste e abituali in
questi casi.
Naturalmente, Henriette svolge mirabilmente la sua missione e rimane incinta nei
termini prescritti. Ma, con gran delusione della sua famiglia e con gran gioia
invece del duca Ferdinando de' Medici, d alla luce un bambino morto.
Le trattative con la corte di Firenze riprendono allora pi seriamente che mai,
e questa volta Sully spera proprio di condurre in porto l'altare. Per lui,
infatti, la diplomazia  pi importante della vita privata di chicchessia, fosse
pure quella di un re.
Enrico IV ha appena dato una lezione al duca di Savoia, che da troppo tempo
cercava di impadronirsi delle sue province del Sud-Est. Il re di Francia, con
una rapida quanto fortunata campagna, si era cos assicurato le province di
Bresse e Bugey, nonch la regione di Gex. Ma la Francia ha rinunciato al
marchesato di Saluzzo, volendo cos dimostrare la propria intenzione di non
andare oltre. In altre parole Enrico IV ha voluto dimostrare di non avere
nessuna intenzione di invadere l'Italia. Ma era necessario, comunque rafforzare
ulteriormente la posizione francese in Europa. Ora, Maria de' Medici era
imparentata, per parte di madre, con la Casa d'Austria e, per altra via, col
papa Clemente VIII, che si mostrava molto diffidente nei confronti dell'ex
ugonotto Enrico IV.
Inoltre, sul piano della politica interna, un matrimonio con una cattolica era
proprio quello che ci voleva per neutralizzare la propaganda dei leghisti, cio
degli oltranzisti del cattolicesimo militante, che proprio allora cominciavano
di nuovo ad agitarsi.
A partire dalla primavera del 1600, le trattative cominciano a concretarsi. Il
25 aprile, Maria  ufficialmente promessa a Enrico che, in data 11 luglio, le
scrive: Come voi vi preoccupate della Nostra salute, cos mi preoccupo io della
vostra e vi raccomando di conservarla, in modo che al vostro arrivo si possa
fare insieme un bel bambino che faccia ridere i nostri amici e piangere i nostri
nemici.
Il 5 ottobre, il Grande Scudiero Roger de Bellegarde, appositamente inviato a
Firenze, sposa Maria de' Medici per procura e, il 23 dello stesso mese, Maria si
imbarca a Livorno per Marsiglia.
Fra queste due date, Leonora Galigai non ha perso tempo. Maria si far
accompagnare da un seguito numeroso ed  l'amica della regina a fare la cernita
degli aspiranti, badando naturalmente a preferire i suoi amici. Inoltre, Leonora
 la sola che sappia pettinare, vestire e agghindare la giovane sposa. Si
preoccupa persino di far imparare a Maria i balli francesi: nessuno meglio di
lei si rende conto che dal successo della principessa dipende il suo stesso
successo. Perci, non trascura il minimo particolare perch la sua padrona lasci
Firenze col massimo di frecce nel suo arco. Leonora conosce di fama il carattere
di re Enrico e gli intrighi delle sue amanti: Maria deve batterle sul loro
stesso terreno, riuscendo a essere bella e attraente come loro.
Finalmente arriva il giorno della partenza. Il seguito di Maria 
impressionante: duemila persone, fra cui nobili, diplomatici, domestici ma anche
attori, musicisti, indovini, astrologi, tutti con le loro mogli e coi loro
figli.
In mezzo a quella folla rumorosa e pittoresca di accompagnatori, c' anche un
cavaliere dal bell'aspetto, che nessuno nota all'inizio, ma il cui nome sar
presto su tutte le bocche, perch a portarlo  un uomo di mondo: Concino
Concini.
A trentun anni, Concini  gi un uomo vissuto. Giovanissimo aveva lasciato le
aule dell'Universit di Pisa per quelle delle sale da gioco. Lo avevano visto
persino recitare a teatro parti da donna, imitando in particolare Isabella
Andreini, una famosissima attrice della commedia dell'arte, tanto che in certi
ambienti lo chiamavano Isabelle.
A diciotto anni aveva gi dilapidato tutte le sue sostanze, che pure erano
considerevoli, dato che proveniva da una famiglia ricca e potente. Suo padre era
stato Primo ministro del Granduca Cosimo de' Medici e suo zio Vinta, nel periodo
di cui parliamo,  segretario di Stato di Ferdinando de' Medici.
Ridotto in miseria, Isabelle, si  guadagnato la vita con piccole truffe,
ricatti e persino col favoreggiamento della prostituzione. Ma il suo lavoro
preferito  quello di croupier nelle case da gioco, che gli procura qualche
amicizia altolocata, ma anche, un bel giorno la prigione per malversazioni e
abuso di fiducia. Una cronaca dell'epoca dice che la prima cosa che i genitori
proibivano di fare ai loro figli era di frequentare Concini.
Un giorno d'ottobre del 1600, suo zio Vinta lo convoca nel palazzo ducale. Il
segretario di Stato lo minaccia: non pu sopportare pi a lungo che suo nipote
infanghi l'onore della famiglia. Deve sparire. Proprio in questo momento si
presenta una grande occasione: il duca Ferdinando, per quanto la cosa lo
preoccupi, gli permette di far parte del seguito di Maria, che parte il 23.
Concini coglie la palla al balzo. Ha bisogno di cambiar aria e spera di trovare
altre oche da spennare a Parigi. A un amico che gli chiede che cosa vada a
cercare in Francia, Concini risponde senza batter ciglio: La fortuna o la morte!
Eccolo, dunque, avanzare pensieroso sul suo cavallo in mezzo al corteo che
accompagna Maria a Parigi. Ha un bel portamento e si  comprato una spada nuova
fiammante. Il viaggio  interminabile: la regina entrer a Aix solo il 17
novembre e ad Avignone il 20. Il re dovrebbe raggiungerla a Lione il 9 dicembre.
Concini ha dunque tutto il tempo necessario per ambientarsi e tramare. Ha capito
subito che per guadagnarsi i favori della regina,  molto importante farsi amica
Leonora Galigai. Gli hanno anche detto che la cosa non dovrebbe essere
particolarmente difficile dato che la Galigai  brutta e nessuno le ha ancora
fatto la corte. Leonora si sente sola. Maria le ha promesso che la terr sempre
con s, ma la figlia del falegname teme la concorrenza delle dame di Francia:
riuscir mai a farsi nominare dama di compagnia?
Concini, dunque, non fatica molto a far colpo su Leonora. La favorita di Maria
de' Medici si sente lusingata dall'interesse dimostrato nei suoi confronti da un
bell'uomo come lui, con un paio di baffi arroganti e due occhi infuocati che
affascinano.
Ciononostante Leonora si tiene sulle sue, perch Maria le ha detto che Concini 
un uomo volubile, un giocatore dissoluto e pieno di malattie veneree.
Allora Concini si decide a giocare il tutto per tutto. Il 20,  passato ormai un
mese da quando il corteo ha lasciato Firenze, l'ex croupier finge di ammalarsi
ad Avignone. Leonora corre al suo capezzale e non pu pi nascondere la sua
passione. Anzi,  talmente sicura di s e dei propri sentimenti, che riesce a
convincere Maria che il suo amante non merita assolutamente la cattiva
reputazione che lo circonda e che deve sposarlo il pi presto possibile.
Immediatamente Leonora copre d'oro il primo uomo che, finalmente, ha messo gli
occhi su di lei. Concini lascia cos il suo cavallo e il 3 dicembre entra a
Lione, col fastoso corteo, su una carrozza scortata da alcuni lacch in livrea
regale, mentre suonano le trombe ed echeggiano le acclamazioni della folla.
Sei giorni dopo, il 9, la regina sta ancora finendo di mangiare, quando
improvvisamente le viene annunciato l'arrivo del re. Maria lascia
precipitosamente la tavola e si ritira nei suoi appartamenti. Pochi istanti dopo
per, la regina si vede entrare in camera un uomo piccolo, con gli stivali ai
piedi e coperto di polvere, che, senza nessun' altra formalit, la prende fra le
braccia, la bacia tre o quattro volte e l'invita subito a provare il letto
coniugale. Bench sia stata allevata con una morale cattolica rigidissima, Maria
lascia fare, ricordandosi il consiglio datole dal Granduca Ferdinando
(preoccupato soprattutto di non vedersi tornare indietro la nipote):
Soprattutto, siate incinta!
L'indomani, Enrico, che di solito  un tipo allegro e focoso, si sveglia
rabbuiato. A un certo punto si lascia persino sfuggire un'esclamazione: Mi hanno
imbrogliato, non  affatto bella. Quanto a Maria, sembra che abbia sofferto non
poco per la puzza che suo marito emanava generosamente...
Il re, comunque, accetta pazientemente la situazione sino al 17, giorno del
matrimonio. Ma, gi il 18, Enrico abbandona la moglie a Lione e il 20 corre a
raggiungere Henriette d'Entragues, che non  ancora del tutto fuori gioco.
Non appena la regina arriva a Parigi, scoppia infatti la guerra tra la moglie e
l'amante del re.
La d'Entragues appioppa a Maria de' Medici il titolo sprezzante di grossa
banchiera. La regina replica ripetendo con un accento italiano che non perder
mai: Cette marquise est une poutane.
La questione si complica quando si viene a sapere che sia Henriette che Maria
sono incinte. La famiglia d'Entragues non ha affatto dimenticato le promesse del
re. Maria  disperata e si sente sola, tanto pi che non pu rivolgersi nemmeno
a Leonora, che ha i suoi motivi per essere furibonda. La Galigai infatti, come
temeva, non  stata nominata dama di compagnia e, soprattutto, si sente
ostacolata nel desiderio di sposare il suo Concini.
Enrico IV infatti diffida di un uomo sul cui conto ha avuto pessime informazioni
e, d'altra parte, non vede di buon occhio questa vera e propria invasione
fiorentina nel suo palazzo del Louvre. Fa dunque chiamare Leonora e le dice
chiaro e tondo che non dar il suo consenso al matrimonio, se non alla
condizione che la coppia parta subito dopo per l'Italia. La Galigai non si
aspettava un atteggiamento cos duro da parte del sovrano, che di solito si
dimostrava piuttosto bonario e comprensivo.
Ma Leonora Galigai non  certo tipo da arrendersi. Si mette, dunque, subito al
lavoro, servendosi della sua arma preferita: l'intrigo. La mossa essenziale le
sembra subito essere quella di conquistare alla sua causa la favorita del re.
Cos, un bel giorno, Henriette ha la sorpresa di ricevere la visita di Leonora.
La Galigai cerca di insinuare nella d'Entragues l'idea che il suo amante, cio
il re, non  eterno e che  suo interesse pensare al domani. Le ricorda che ci
sono gi stati molti complotti contro la persona di Enrico IV. Un domani Maria
potrebbe divenire reggente e, in quel momento, sarebbe meglio non trovarsi nelle
file dei nemici della regina.
Henriette alza le spalle, ma in realt le parole di Leonora la fanno riflettere.
L'indomani, poi,  la volta di Concini a coglierla di sorpresa con la richiesta
di un appuntamento. L'incontro fra l'amante di Leonora Galigai e l'amante del
re, a quanto si dice, fu qualcosa di molto pi impegnativo di una semplice
conversazione. Comunque sia, resta il fatto che i risultati di tutti questi
intrighi non si fecero attendere: qualche giorno dopo, il re, cui l'eccessivo
amore per le donne aveva sempre indotto a fare delle stupidaggini, fa le sue
scuse a Concini, dichiarando pubblicamente, e con un tono fra il serio e il
faceto, di averlo mal giudicato. Anzi, per farsi perdonare, lo nomina primo
maggiordomo della regina. Quanto alla Galigai, finalmente, diviene dama di
compagnia. Ora, naturalmente, il progettato matrimonio pu aver luogo.
Il 12 luglio 1601, sei mesi dopo l'arrivo della regina e del suo seguito a
Parigi, Concini sposa dunque la Galigai, portandole una fortuna di 20.000 scudi,
offerti dal re. Ormai, i due avventurieri sono saldamente in sella e Leonora pu
sperare in un radioso avvenire per il marito.
Il 27 settembre 1601 la regina d alla luce il delfino, il futuro Luigi XIII.
Ma, poco tempo dopo, anche Henriette d alla luce un bambino, che  decisa a far
salire sul trono. La d'Entragues pretende di essere la vera regina, la vera
madre del delfino e, nonostante gli Intrighi dei Concini, che cercano per il
momento di tenere il piede in due scarpe, lancia apertamente e ai quattro venti
le peggiori ingiurie nei confronti di Maria de' Medici.
Un giorno la regina manda a chiamare Sully e si lamenta piangendo degli intrighi
di Henriette: Non ho pi il coraggio, gli dice, di sopportare che quella puttana
continui a mancarmi di rispetto e a parlare dei miei figli mettendoli sullo
stesso piano dei suoi.
Il re cerca di calmare le due donne, ma invano, a quanto sembra: fra lui e la
moglie scoppiano delle scenate spesso violente. Sully, ma anche Concini, cercano
di fare da pacieri. L'Italiano tuttavia perder presto l'amicizia interessata
del re.
Enrico IV, infatti, guarda con sempre maggior diffidenza e ostilit i due
avventurieri. Leonora gli fa paura:  brutta,  sempre malata e, per sovrappi
ama circondarsi di indovini, di maghi e di astrologi, che eccitano la sua indole
superstiziosa e il suo amore per le stranezze. Quanto all'ex croupier, bench se
ne serva talvolta per procurarsi un'avventura passeggera con un'amante di
second'ordine, Enrico arriva poco a poco a detestarlo. I due sono, si pu dire,
l'uno l'opposto dell'altro. Concini  un bellimbusto arrogante e pieno di s,
pi abile che veramente intelligente, mentre il sovrano, i cui occhi sprizzano
astuzia e bonariet, ama ostentare, nei gesti come nelle parole, uno stile
popolaresco, fatto di allegra schiettezza e di rudezza paterna.
Concini, dunque, non  ammesso a quell'epoca alla cerimonia del risveglio del re
e tanto meno  invitato alle partite di caccia. Per ora, l'avventuriero
fiorentino  solo un personaggio di secondo piano, a cui molti, irritati dalla
sua meschinit, non nascondono che cosa pensino di lui.
Un giorno, ad esempio, Concini incrocia nella galleria del Palazzo i magistrati
del Parlamento, con in testa il presidente Sguier. Ebbene, costui passando, gli
strappa di testa il cappello e lo butta per terra.
In seguito a questo affronto, qualche giorno dopo, fingendo di ignorare che era
vietato entrare armati all'interno del Parlamento, Concini entra nella sala
delle udienze col cappello in testa, gli stivali e gli speroni ai piedi e la
spada al fianco. Ma subito gli inservienti gli si gettano addosso, gli strappano
il cappello e lo colpiscono ripetutamente.
Come se ci non bastasse e per colmo di umiliazione, il re, cui si era rivolto
per protestare contro i magistrati, gli risponde in modo ironico: State attento,
perch le loro penne sono pi affilate della vostra spada!
In questo periodo, l'avventuriero fiorentino e sua moglie sembrano soprattutto
interessati ad accrescere i propri beni. E, su questo piano, indubbiamente le
cose si mettono bene per loro. Infatti, quasi tutto il denaro di cui pu
disporre la regina passa alla sua amata confidente e al marito.
La coppia acquista allora un magnifico palazzo in rue de Tournon. Il valore del
mobilio, secondo le Avfemoires di Bassompierre, si aggira intorno ai duemila
scudi e l'argenteria  cos abbondante che impressiona persino il re.
Sire, gli aveva detto Concini in quell'occasione,  tutta opera della
benevolenza di Vostra Maest, dato che io sono nato povero.
Enrico rimane interdetto e si rabbuia in volto: dovr rimproverare di nuovo la
moglie e un'ennesima scenata si profila all'orizzonte. Intanto, per, di fronte
a Concini, si limita ad alzare le spalle e a congedarsi.
Non molto tempo dopo quest'episodio, Concini acquista La Fert-Vidame,
un'immensa tenuta dal valore di due o trecentomila scudi. I nobili di corte
gridano alio scandalo, ma il re non interviene per timore di dover sopportare
nuove scenate da parte della moglie.
Concini per mira ancora pi in alto e si direbbe che si diverta a sfidare
l'orgoglio dell'aristocrazia francese. Un giorno fa organizzare una competizione
di courses de bagues, (gioco che consiste nell'infilzare con una spada o una
lancia degli archi sospesi stando su un cavallo lanciato al galoppo) non
all'Arsenale, dove avvenivano di solito, ma nella pista di rue Saint-Antoine,
dove si svolgevano i grandi tornei di una volta.
La regina assiste alio spettacolo. Concini gareggia coi nobili di corte. Il
pubblico non pu fare a meno di applaudire la sua forza, la sua abilit, la sua
eleganza nel montare a cavallo. Morale: il fiorentino conquista il premio che la
regina, visibilmente contenta ed emozionata, gli consegna personalmente.
Questa volta gli aristocratici sono furibondi e si rivolgono al re per ottenere
il permesso di uccidere quel bellimbusto che ha voluto chiaramente metterli in
ridicolo. Il re riesce infine a calmarli con un sorriso ironico: E' solo un
gioco, dice.
Tuttavia Enrico si rende perfettamente conto che la regina  sempre pi
infatuata per il suo compatriota fiorentino. Che non ne sia innamorata?
Il re si pone questa domanda, ma se la tiene per s. La legge che vige nei
rapporti coniugali della coppia reale  quella del compromesso: Maria chiude gli
occhi sugli amori del re, a condizione che Enrico le lasci il suo bell'italiano.
Ben presto un altro episodio verr a dimostrare al sovrano che  impossibile
sbarazzarsi di quell'importuno avventuriero senza compromettere gravemente un
fragile equilibrio coniugale.
Un giorno arriva a Parigi un sopravvissuto del Rinascimento, guerriero, artista,
poeta, astrologo, un tipo allegro, amante del vino e delle baldorie, che era
figlio naturale del Granduca Cosimo de' Medici e, dunque, zio naturale della
regina. Il suo nome  Giovanni de' Medici e Enrico IV pensa subito che un
parente come lui, che gode di un notevole prestigio in Italia e che disprezza
profondamente gli avventurieri del genere di Concini, sia la persona adatta a
influire favorevolmente sulla regina e a sostituirsi ai cattivi consiglieri.
Don Giovanni, come cominciano subito a chiamarlo negli ambienti di corte, si
mette subito al lavoro in questo senso. Egli spiega a Maria che sbaglia a
scegliersi amicizie cos meschine, che i Concini son solo due ruffiani, due
intriganti senza scrupoli e che a lungo andare possono anche divenire
pericolosi.
Maria confida questi discorsi a Leonora che, naturalmente, informa il marito.
L'ex croupier monta su tutte le furie e invita senza mezzi termini don Giovanni
a impicciarsi degli affari suoi. Ma quest'ultimo non si fa impressionare e gli
replica prontamente definendolo un vile lacch, che non vale nemmeno la pena di
uccidere, per non doversi sporcare il pugnale.
Per qualche giorno Concini vive nel terrore. Don Giovanni, infatti, ha fama di
essere un ottimo spadaccino. Ma l'avventuriero  sicuro dentro di s che
Leonora, che sa come prendere la regina, finir per accomodare tutto. Cos
succede infatti: Maria scrive alla corte di Firenze per chiedere il richiamo
dello scocciatore. Per l'ennesima volta Enrico IV, che pure ammirava molto
Giovanni de' Medici, capitola di fronte alia moglie.
Arrivati a questo punto della storia, e sapendo la fine tragica del regno di
Enrico IV, ci si potrebbe porre la domanda: Concini era semplicemente un piccolo
intrigante di secondo piano o un vero cospiratore? Fu implicato in qualche modo
negli innumerevoli complotti orditi contro Enrico IV, o rimase sempre ai margini
delle cospirazioni, mirando pi al suo successo personale che al potere
politico?
Comunque sia,  certo che Enrico IV arriv ad avere paura di Concini. Quell'uomo
mi minaccia, aveva detto un giorno il sovrano a Sully. Sento che si prepara
qualche disgrazia... Vedrete, mi uccideranno.
Nelle Memorie di Sully, c' questo passo significativo: Enrico mi fece un lungo
elenco dei difetti della regina, ripetendomi sostanzialmente quello che pi
volte mi aveva detto sul gusto che Maria de' Medici provava nel contrariarlo e
nel farlo arrabbiare... Non risparmi parole nel descrivermi come la regina
avesse sempre dimostrato poca gratitudine, tanto per le attenzioni nei suoi
confronti, che, in particolare, per la costante preoccupazione di esaudire tutte
le sue richieste di denaro, per quanto sapesse benissimo che quel denaro sarebbe
finito regolarmente nelle tasche di Leonora, di Concini e di altri cattivi
consiglieri della stessa risma... Chi avesse ascoltato il modo in cui il sovrano
si scagli contro Concini e sua moglie, definendoli strumenti nelle mani della
Spagna e spie del duca di Firenze, non avrebbe voluto certo trovarsi al posto
dei due Italiani. Ma, a questo punto, Enrico IV rivolse il suo malumore contro
se stesso, rimproverandosi di non aver voluto seguire il consiglio che mi ero
permesso di dargli, quando la regina stava per arrivare in Francia, di non
permettere a tutta quella banda di Italiani di passare le Alpi insieme con lei.
Pi avanti si legge quest'altra frase detta da Enrico IV al suo ministro: Farete
capire alla regina, affinch sappia come comportarsi, e se vuole che continui ad
accontentarla in tutti i suoi desideri, che la cosa che mi riesce pi
insopportabile  il modo in cui si lascia dominare da Concini e dalla Galigai,
tanto che quei due le fanno fare tutto quello che vogliono... Questi due
avventurieri si sentono cos sicuri per questa protezione della regina, che
hanno avuto persino il coraggio di fare delle minacce contro la mia persona per
costringermi a non toccare i loro protetti.
Ecco dunque i Concini accusati per bocca del re di essere strumenti in mano alla
Spagna, e di aver fatto delle minacce nei confronti del re.
Sul primo punto Michelet, che  dell'opinione che l'assassinio di Enrico IV da
parte di Ravaillac sia stato il frutto di un vasto complotto, scrive fra
l'altro: Leonora, che era una donna accorta e modesta, mirava chiaramente solo
al denaro. Ma Concini, che era un egocentrico e un megalomane, non poteva fare a
meno di seguire l'ondata filo spagnola che investiva allora la corte parigina.
Il Granduca di Firenze, che in fondo rimaneva il suo padrone, si dichiarava di
nuovo filo spagnolo. Maria de' Medici non pensava ad altro che ai due matrimoni
spagnoli, che del resto corrispondevano perfettamente alle intenzioni di
Villeroy. Il doppio matrimonio celebrato dopo la morte di Enrico IV  quello del
delfino (futuro Luigi XIII) con l'Infanta di Spagna Anna d'Austria e
dell'Infante di Spagna Filippo con Elisabetta sorella di Luigi XIII.
Michelet arriva al punto di riportare particolari abbastanza precisi a questo
proposito, come questo: Un uomo di Villeroy, addetto ai dispacci di Stato, ne
inviava copia a Madrid; Concini comunicava attraverso una via un po' pi
tortuosa, attraverso l'ambasciatore del Granduca presso Filippo III: le sue
lettere dovevano cos passare per Firenze prima di essere recapitate a Madrid.
Michelet conclude con queste parole: Il re in questo modo era letteralmente
accerchiato dalla Spagna, aveva la Spagna in casa sua. Nell'aprile del 1605
Enrico IV scopr l'attivit dell'addetto ai dispacci di Stato, che Villeroy fece
in modo di lasciar fuggire e che fu poi trovato morto in riva a un fiume, non
annegato ma strangolato.
Tutto sembra chiaro. Tuttavia la complicit di Concini nei complotti orditi
contro Enrico IV non  mai stata seriamente provata. Non  neppure certo che
Ravaillac sia stato lo strumento pi o meno cosciente di coloro che
complottavano da tempo contro il re.
La Francia, come me, ha bisogno di riprender fiato, aveva detto il re
all'indomani del suo ingresso a Parigi nel 1598. In effetti le guerre di
religione avevano prostrato la Francia. Le cicatrici delle lotte fra cattolici e
protestanti erano ancora aperte e ognuno si rendeva conto che la pi piccola
scintilla sarebbe bastata a far divampare di nuovo l'incendio. In questo
contesto, la posizione del re di Francia era veramente delicata.
Ugonotto, figlio di Jeanne d'Albert, una protestante convinta, Enrico aveva
rinnegato la sua fede originaria. Ci per non impediva ai cattolici di
continuare a diffidare di lui, in quanto il sovrano era tollerante e la
tolleranza non  mai piaciuta ai settari. L'editto di Nantes, da lui promulgato
nel 1598, era un atto rivoluzionario. In un mondo diviso in due grandi correnti
ideologiche violentemente antagoniste l'una all'altra, quell'editto stabiliva
per la Francia un equilibrio difficile ma necessario.
Se Sully era protestante, il confessore del re, padre Coton, era un gesuita. Tra
l'altro Enrico IV, sempre nell'intento di pacificare gli animi, aveva emanato
nel 1603 l'editto di Rouen, col quale riapriva la Francia ai gesuiti. Ma quasi
contemporaneamente, per non inimicarsi l'altra parte, aveva nominato il giovane
Enrico di Rohan, genero di Sully, governatore del Poitou.
Tutto sarebbe andato per il meglio se ciascuno dei due campi avversi non avesse
avuto ramificazioni all'estero. Su questo piano, poi, non c' dubbio che i
cattolici erano pi forti, dato che essi si appoggiavano alla potente Casa degli
Absburgo, che sedeva sui troni di Spagna e d'Austria e che stringeva quindi la
Francia in una morsa, in senso tutt'altro che metaforico.
In questa situazione, Enrico IV era condannato a muoversi sempre sul filo del
rasoio. Il re, infatti, non poteva liberarsi dalla soffocante morsa degli
Absburgo e fare una politica nazionale, senza attirarsi subito addosso le
critiche e i sospetti dei cattolici. Insomma: o la Francia accettava di
stabilire una collaborazione subordinata con la Spagna o l'Austria, divenendone
oggettivamente vassalla, oppure sceglieva la difesa dei principi protestanti
tedeschi per fare da contrappeso al risorto impero di Carlo V, salvaguardando
cos la propria indipendenza. Scegliendo il secondo termine di questa
alternativa, Enrico IV non prendeva una posizione ideologica, ma faceva
semplicemente una politica di indipendenza nazionale per la Francia.
Guardando le cose da questo punto di vista  possibile che la Spagna abbia
infiltrato un certo numero di suoi agenti in Francia, nell'intento di guadagnare
alla sua causa una parte della corte.
In particolare i d'Entragues erano degli strumenti facilmente manovrabili da
Filippo II di Spagna. La loro figlia, Henriette, marchesa di Verneuil, era
rimasta profondamente umiliata dal fatto che il re non avesse mantenuto la
promessa di sposarla. Sperava di divenire la regina di Francia e aveva dovuto
infine accontentarsi di essere solo una delle tante amanti del re. In questa
prospettiva, naturalmente con tutti i retroscena politici del caso, bisogna
considerare la cospirazione che fu attivamente tramata nel 1604 con l'obiettivo
di uccidere Enrico IV per strada un giorno in cui doveva recarsi a casa dei
d'Entragues.
Quattro persone avevano contribuito a mettere a punto questa cospirazione:
Henriette, suo padre, suo fratello (il duca d'Auvergne) e l'ambasciatore di
Spagna. Dopo aver eliminato Enrico IV, i cospiratori avrebbero spedito a Filippo
II la promessa di matrimonio fatta a suo tempo da Enrico a Henriette. Il re di
Spagna avrebbe allora dichiarato di riconoscere il figlio di Henriette come
legittimo successore al trono di Francia e si sarebbe impegnato ad assicurargli
la corona.
Purtroppo per i cospiratori, il complotto fu sventato. Il conte d'Entragues fu
arrestato e, durante una perquisizione compiuta nel suo castello di Marcoussis,
gli uomini di Enrico IV trovarono tre lettere del re di Spagna. Del resto il
conte non cerc nemmeno di negare. Il 1 febbraio del 1605 il Parlamento
condannava alla decapitazione il conte d'Entragues e il conte d'Auvergne,
Henriette invece doveva essere rinchiusa in un convento sino alla fine dei suoi
giorni.
Solo qualche anno prima, per un delitto analogo, Enrico IV non aveva esitato a
mandare a morte il suo amico Biron. Questa volta, per, si dimostr pi
indulgente, forse perch c'era di mezzo Henriette... Commut infatti tutte le
pene: il conte d'Entragues fu confinato nelle sue terre, suo figlio fu rinchiuso
alla Bastiglia e Henriette ricevette l'ordine di ritirarsi per sempre nel
castello di Verneuil.
Ma solo sei mesi dopo c' un colpo di scena: il sovrano, fedele forse agli
antichi amori, fa annullare la sentenza contro Henriette, dichiarando che solo
suo padre e suo fratello erano veramente responsabili. Questa riconciliazione,
scrive Sully, divenne la causa, o almeno il pretesto, dei pi violenti litigi e
delle pi astiose scenate che mai ci siano state fra il re e la regina.
Ma il complotto d'Entragues fu seguito da un'altra cospirazione? Non 
impossibile. Anzi, proprio questa, come abbiamo visto,  la tesi del Michelet.
Da parte sua, Philippe Erlanger, che basa le sue affermazioni sui rapporti
inviati dal nunzio Ubaldini al cardinale Borghese, sostiene che Ravaillac era
solo uno strumento nelle mani di Henriette d'Entragues, di Mademoiselle du
Tillet (un'amica di Henriette) e del duca d'Epernon, che era stato un favorito
di Enrico IV e aveva firmato gi nel 1595 un trattato con la Spagna.
Michelet esprime qualche sospetto anche nei confronti del ministro degli Esteri,
Villeroy, che, essendo un cattolico convinto, era effettivamente favorevole a un
riavvicinamento della Francia e della Spagna e, in particolare, al doppio
matrimonio.
Ma la cosa pi sconvolgente, sempre se si vuol prender per buona la
ricostruzione dei fatti riportata da Michelet,  che la stessa Maria de' Medici
sarebbe stata compromessa nella faccenda. Ma dire che la regina era compromessa,
come possiamo ben immaginare, equivale a dire che Concini, il quale a sua volta
scriveva regolarmente lunghe relazioni all'ambasciatore del Granduca in Spagna,
aveva anche lui le mani in pasta.
Comunque sia, una molteplicit di eventi avrebbero infine spinto i cospiratori
ad agire. Ma questa storia, che si sarebbe conclusa con un dramma, comincia
invece con una storia d'amore. Il 16 gennaio del 1609 Enrico assiste a un
balletto, cui partecipano le pi belle donne di corte. Fra queste c' anche
Charlotte de Montmorency, figlia di un alto comandante militare. Il re, che a
cinquantasei anni  arzillo come un ragazzino alle prime armi, se ne innamora
subito perdutamente. Il re, scrive la principessa di Conti, vedendo Mademoiselle
de Montmorency ballare con una freccia in mano, nella parte di una ninfa di
Diana, si sent trapassare il cuore cos profondamente, che quella ferita
amorosa non si rimargin mai pi.
Charlotte non ha che quindici anni. Ma che importa! Enrico  troppo innamorato
per lasciarsela scappare. La ragazza  gi fidanzata con Bassompierre? Non sar
certo una piccolezza come questa a fermare il re di Francia, che convince
facilmente Bassompierre a lasciare cadere i suoi progetti su Charlotte e decide
di far sposare la giovane col principe di Cond, che  piccolo, brutto e quasi
sempre ubriaco, ma che ha la gran dote di preferire mille volte la caccia alle
donne.
Un'eccellente soluzione, pensa il re soddisfatto. Ma, ahim, egli non tarder a
rendersi conto di aver fatto i conti senza l'oste. Cond non accetta la parte di
marito compiacente e porta la moglie prima in Piccardia e poi a Bruxelles, che
allora era sotto la dominazione spagnola. Enrico  disperato e furibondo. Quanto
a Charlotte, che nonostante la giovane et  gi piena di ambizioni, anche lei
scalpita d'impazienza. Ripercorrendo la strada degli intrighi e delle speranze
di Gabrielle d'Estre e di Henriette d'Entragues, Charlotte infatti arriva al
punto di confessare apertamente le sue speranze di salire sul trono di Francia.
I Concini considerano la cosa come un pericolo reale. Senza Maria de' Medici i
due non sarebbero pi niente. Essi fanno dunque presente alla regina che il papa
potrebbe benissimo annullare il suo matrimonio. Altrimenti, insinuano, esistono
anche altri metodi pi sbrigativi e discreti per toglierla dalla scena. Maria si
spaventa al punto di essere ossessionata dal pensiero che suo marito potrebbe
avvelenarla. Cos si rifiuta di toccare le carni e la cacciagione che Enrico 
solito mandarle in regalo. La sua diffidenza arriva a un tal punto, che decide
di farsi servire i pasti in camera.
Ormai fra i due sovrani di Francia esiste un odio aperto. Enrico IV, esasperato,
se ne va dal Louvre e va a vivere all'Arsenale, dal suo amico e ministro Sully.
Un giorno, tuttavia, dichiara a Maria di essere disposto ad abbandonare tutte le
sue amanti e a ritornare da lei, purch accetti di cacciare i Concini. Maria
respinge, per, l'offerta: non pu fare a meno della Galigai e dell'avventuriero
fiorentino.
Nella primavera del 1610 scoppia l'affare di Clves e di Juliers. Il duca di
Clves  morto senza lasciare eredi diretti, e la Casa d'Austria rivendica per
s questa eredit. Ma la Francia non pu accettare senza reagire che gli
Absburgo di Vienna si installino sulla riva sinistra del Reno, da dove possono
minacciare continuamente la sicurezza non solo della Francia stessa, ma anche
dei Paesi Bassi. Enrico IV decide dunque di fare la guerra e fissa l'inizio
della campagna per il 15 maggio.
A questa notizia un'ondata di psicosi collettiva sembra sollevarsi
improvvisamente in Francia. Rispuntano le accuse al re di voler combattere il
papa per proteggere gli eretici. Finalmente, si dice, si sta smascherando: non
ha mai smesso di essere un calvinista!
Voci insistenti di una prossima morte del re percorrono tutto il paese. Ci sono
addirittura dei preti che si sentono domandare in confessione se il regicidio
non  divenuto un dovere. Nelle campagne si vendono apertamente almanacchi su
cui  scritto che Dio non permetter che il re porti il regno alla rovina: egli
morir prima di poter portare a termine il suo tradimento.
Nella sua cappella, a Montargis, un priore trova pi volte dei cartelli sui
quali  scritto che il re morir presto di morte violenta. Un dottore in
teologia, in un libro dedicato a Filippo III di Spagna, d ulteriori particolari
su questa morte: il re sar ucciso nel 1610.
Persino Nostradamus ha predetto la morte del re. In una delle sue famose
quartine si parla infatti di un lioncello fuggitivo che deve porre termine ai
giorni del leone. Al Louvre ci si ruba di mano la quartina.
Queste voci arrivano naturalmente anche alle orecchie di Enrico IV. Ma il
sovrano non le prende molto sul serio e, talvolta, persino ne ride.
Altre volte per, Enrico si sorprende stranamente preoccupato e meditabondo.
Pensa, allora, che non pu morire prima di aver portato a termine quella che
Sully chiama la grande missione: unire tutta l'Europa intorno all'ideale della
tolleranza. Quando gli capitano questi momenti il sovrano si sente inquieto. Non
riuscendo a darsi pace, si confida con Sully e gli confessa, un giorno, di esser
stanco di vivere. I suoi rapporti con la regina sono sempre peggiori. Maria de'
Medici vuole ora farsi consacrare prima dell'inizio della campagna contro
l'Austria. La sua insistenza su questo punto  tenace e passa dalle parole
altere e imperiose alle sfuriate, senza trascurare, quando necessario, i
singhiozzi e i gemiti: ha imparato egregiamente dalla Galigai. Leonora non
smette di ripeterle che una regina non  veramente tale finch non  stata
consacrata. Per convincerla definitivamente, la moglie di Concini fa addirittura
venire da Siena suor Pasitea, la religiosa visionaria di cui entrambe hanno una
cieca fiducia e che ripete a sua volta che  urgente consacrare la regina.
Enrico IV  indeciso. Un giorno, egli confida a Sully: Dio mio! Morir in questa
citt e non ne uscir mai pi! Mi uccideranno, dato che mi rendo perfettamente
conto che non resta loro altra strada se non quella che passa attraverso la mia
morte. Ah! maledetta consacrazione, sarai la causa della mia morte!
Il ministro allora si impressiona e chiede al sovrano perch mai l'incoronazione
della regina dovrebbe implicare la morte del re.
Per non nascondervi niente, spiega Enrico IV, vi dir che mi  stato riferito
che verr ucciso in occasione della prima cerimonia pubblica a cui parteciper
e, precisamente, in carrozza...
Mi sembra che non mi abbiate mai detto niente di tutto questo, risponde Sully.
Perci diverse volte sono rimasto stupito vedendovi agitato in una carrozza. Mi
sembrava impossibile che voi poteste temere un viaggio in carrozza, dopo avervi
visto tante volte intrepido in mezzo alle cannonate, ai colpi di moschetto o al
roteare minaccioso delle spade e delle lance. Ma dato che avete questa
preoccupazione, se fossi al vostro posto, partirei domani stesso, lascerei che
l'incoronazione si svolgesse senza di voi o rimanderei la cerimonia a un'altra
volta, e non metterei pi piede a Parigi, e tanto meno in una carrozza, per un
po' di tempo. Anzi, se siete d'accordo, dar immediatamente disposizioni per
interrompere i lavori e ritirare gli operai sia a Notre-Dame che a Saint-Denis.
Certo che sono d'accordo, si lascia scappare il re, ma cosa dir mia moglie che
da un po' di tempo non pensa ad altro che a questa cerimonia?
Che dica quello che vuole, ribatte allora Sully. Non posso credere che, quando
sapr del pericolo che correreste, continuer ugualmente ad insistere.
Ma Sully si sbagliava: sobillata dai Concini, la regina s'impunta. Essa
dichiara, come riferisce Pierre de l'Estoile, che questa consacrazione 
necessaria nel modo pi assoluto per procurarle maggiore autorit e popolarit.
Enrico finisce per cedere come sempre. Viene fissato un calendario: la cerimonia
dell'incoronazione si svolger a Saint-Denis il 13 maggio. Il 16, Maria entrer
solennemente a Parigi e il 19 il sovrano partir per la guerra.
Il 13, come previsto, Maria  consacrata e incoronata, ma il 14 il re 
assassinato.
Concini  implicato nel regicidio? Non  escluso. Non sono stati forse i due
italiani a convincere la regina a farsi consacrare prima della partenza del re?
Ora,  evidente che, alla luce dell'assassinio del giorno dopo l'incoronazione
del 13, acquista in un certo senso ii significato di una attribuzione ufficiale
della reggenza. Ma i principali sospetti si concentrano sul duca di Epernon, un
nobile ambizioso che dopo la scomparsa di Enrico III aveva perso la posizione di
assoluta preminenza che occupava prima.
Ravaillac veniva da Angouleme e Epernon era governatore proprio di questa citt.
Sembra che i due abbiano avuto dei contatti. L'assassino, che era gi venuto due
o tre volte a Parigi con l'intenzione di uccidere il re, ha confessato
spontaneamente che non voleva colpire il sovrano prima della consacrazione di
Maria de' Medici. Qualcuno gli aveva chiesto di aspettare il 14 maggio per
agire?
Ci sono poi le sensazionali rivelazioni di Jacqueline d'Escoman, che era al
servizio di Henriette d'Entragues. Costei sostiene di aver ascoltato di nascosto
una conversazione sulla morte del re fra la marchesa e Epernon. Imprigionata per
queste sue dichiarazioni, Jacqueline le ribadisce appena liberata, denunciando
pubblicamente Henriette d'Entragues, Epernon e Mademoiselle du Tillet come
colpevoli dell'assassinio del re. Lo scandalo viene prontamente soffocato,
rinchiudendo la d'Escoman in un convento.
Comunque, non  nostra intenzione metterci ora a investigare sull'uccisione di
Enrico IV che, a pi di tre secoli di distanza, continua a essere alquanto
oscura.
Una cosa sola  certa: che i due uomini cui pi poteva servire la morte del re
erano Concini e Epernon, legati entrambi alla Spagna. Del resto le loro reazioni
dopo l'attentato sono estremamente significative. Il corpo del re, che Ravaillac
ha colpito tre volte col suo pugnale il pomeriggio del 14 maggio, approfittando
di una sosta della carrozza reale a causa di un ingorgo, viene trasportato
subito al Louvre. Improvvisamente, il volto della citt cambi completamente,
scrive nel suo diario Pierre d'Estoile. I negozi chiudevano, la gente gridava,
piangeva e si lamentava. Tutti, nobili e popolani, giovani e vecchi, erano
disperati.
Vedendo la carrozza reale rientrare a briglia sciolta al Louvre, Concini capisce
subito cosa  accaduto. Sale allora di corsa le scale che portano negli
appartamenti della regina, apre la porta senza bussare e, senza nemmeno
riprender fiato, annuncia alla sovrana: E' stato ammazzato.
Epernon, invece, era nella carrozza reale e si  dato da fare per impedire che
Ravaillac fosse linciato. Poi, si mette a comportarsi da padrone:  lui che
mobilita le truppe di stanza a Parigi e le schiera nei punti pi importanti
della capitale. Infine si reca al Louvre per partecipare alla seduta del
Parlamento, che era stato convocato d'urgenza. Appena entrato, coi vestiti in
disordine, ma con la spada al fianco, il duca si rivolge ai magistrati con tono
imperioso: Questa spada  ancora nel suo fodero, ma se la regina non sar stata
proclamata reggente prima della fine di questa seduta, prevedo che dovr
sguainarla.
Cos, gi l'indomani, il piccolo Luigi XIII, che ha appena nove anni, viene di
fronte al parlamento a dare ufficialmente il suo consenso alla reggenza, che i
magistrati hanno di fatto gi istituito fin dalla sera prima. Il giovanissimo
sovrano dichiara di incaricare la madre di allevarlo e anche di provvedere al
governo del regno.
Tuttavia le cose vanno per le lunghe. Dopo le infinite formalit d'uso, il
discorso pronunciato dall'avvocato generale Luc Servin non finisce pi.
Improvvisamente si ode una voce imperiosa e irritata: E' ora di far scendere la
regina.
Tutti gli sguardi convergono su colui che ha avuto il coraggio di interrompere
un parlamentare, e di fronte a loro si presenta, in piedi e con un sorriso
beffardo sulle labbra, la figura del bellimbusto fiorentino Concino Concini.
Dopo un attimo di stupore, il primo presidente Harlay, esclama: Non avete il
diritto di parlare qua, signore.
Il duca d'Epernon non apre bocca. Non c' voluto molto per capire tutto: il
favorito della regina  Concini, non lui. Il trionfo di Maria de'Medici  perci
anche il trionfo del marito della Galigai.
Due giorni prima Sully, cui era stata appena annunciata la morte del re, aveva
detto: Mio Dio, abbi piet di noi, perch la Francia sta per cadere in brutte
mani.
Eliminato Enrico IV, i Concini sono padroni del campo e non tardano a
dimostrarlo. All'orgoglioso e severo Sully che si umilia sino a chieder loro
alleanza e amicizia, Leonora Galigai risponde brutalmente: Noi non abbiamo
bisogno dell'aiuto e dei favori di nessuno per ottenere beni e onori, dato che
Sua Maest ci protegge per i buoni servigi che Le abbiamo reso. Se Sully
desidera qualcosa, sar lui ad avere bisogno di noi e non noi di lui... Tutti
coloro da cui dipendevamo, d'ora in poi dovranno dipendere da noi.
Per ottenere beni e onori, certamente la Galigai e suo marito non hanno bisogno
di nessuno. Ma per governare? Maria de' Medici, che  diventata sempre pi
grassa, non pensa ad altro che ai gioielli, agli anelli e alle pietre preziose,
di cui si ricopre dalla testa ai piedi, e alle feste che ama organizzare. Enrico
IV si lamentava spesso che la regina si disinteressasse completamente dello
Stato. Italiana di nascita, i Francesi non le piacciono molto. Del resto essa 
incapace di interessarsi a una causa nazionale, qualunque essa sia.
Le sottigliezze della politica d'equilibrio condotta da Enrico IV sono passate
in realt al di sopra della sua testa. Cos, se la regina  favorevole
all'alleanza con la Spagna, lo  non solo perch Epernon, Concini e gli altri le
hanno detto che era meglio cos, ma anche perch allearsi alla Spagna le sembra
la soluzione pi semplice.
Analogamente, Maria mantiene ai loro posti i ministri di Enrico IV, cui sar
dato il nomignolo di Barbons, cio Villeroy, Sillery, Jeanin, e persino Sully
(che sar destituito solo nel 1611) per paura di crearsi delle complicazioni
troppo grosse per le sue capacit di azione politica. Ma i vecchi ministri,
rimasti senza la loro aquila reale, senza cio la guida del volitivo Enrico IV,
riusciranno ormai solo a portare avanti in qualche modo l'amministrazione degli
affari correnti e a evitare il peggio in un paese la cui atmosfera politica 
cambiata improvvisamente e radicalmente, come un guanto rivoltato...
Ma in realt, pi che a un guanto, la Francia in quel momento faceva pensare a
un bocconcino prelibato, cui da diverse parti si guardava con appetito:
innanzitutto i signori feudali che, ben conoscendo l'incapacit politica della
Reggente, dichiarano senza mezzi termini che il ruolo della monarchia  ormai
finito e che comincia ora quello dei Grandi di Francia. La loro parola d'ordine
: Il re  minorenne, diventiamo maggiorenni. I governatori delle varie province
si dichiarano padroni assoluti dei territori su cui si esercita la loro
autorit. Tutta l'opera di unificazione realizzata da Enrico IV rischia di andar
distrutta d'un sol colpo: la Francia si trasformer, dunque, in una
confederazione di staterelli, come scrive Fontenay-Mareuil nelle sue Memorie?
Di questi Grandi fanno parte sia alcuni principi di sangue blu, come Cond,
Soissons, Conti, Longueville; sia i figli bastardi del re, come Vendome (figlio
di Enrico IV e di Gabrielle d'Estres); sia alcuni signori di origine straniera,
come i Guisa, i Buglione, i Nevers; sia, infine, i membri di qualcuna delle pi
potenti dinastie provinciali, come i Rohan della Bretagna.
Costoro riuniscono intorno ai loro stendardi bande di cavalieri armati che
presidiano le campagne e, talvolta, vengono a sfilare sotto le finestre del re,
quasi per dimostrare a tutti, dal pi nobile al pi insignificante dei Francesi,
che solo loro, e nessun altro, sono i padroni della Francia.
Per fortuna, fra questi Grandi non c' nessuna mente politica: Conti non ha una
intelligenza molto brillante, Nevers  solo un fanatico che non pensa che a
partire per la Crociata. L'orizzonte di Vendome non spazia molto pi in l della
Bretagna e lo stesso si pu dire di Longueville, per quanto riguarda la
Piccardia.
Il capo del partito dei Grandi  il principe di Cond, il marito della bella
Charlotte. Ma anche lui non  n intelligente, n molto al corrente dei problemi
politici del paese. In realt, questi Grandi sono dei signori feudali diventati
ormai anacronistici in una Francia che feudale non  pi. Sarebbe bastato che ci
fosse a fronteggiarli un uomo di Stato degno di questo nome, perch tutti quei
nobili pomposi rientrassero nei ranghi. Ma a Parigi c' solo una regina fiacca,
un re di nove anni, che viene tenuto a ragion veduta nell'ombra, e un favorito
capace e desideroso pi di riempirsi le tasche che non di condurre una politica
coerente.
Maria non ha nessuno cui appoggiarsi e si spaventa. Cerca di far appello ai
sentimenti di fedelt che sino alla morte di Enrico IV avevano in qualche modo
animato i Grandi. Ricorda loro l'amore e la devozione che avevano saputo
dimostrare in passato al loro re. Ma nessuno le d retta.
Come un calabrone che continua a sbattere ostinatamente quanto stupidamente la
testa contro i vetri, la Reggente mendica consigli, senza riuscire mai a trovare
una via d'uscita. Concini, non riuscendo a prevedere da che parte girer il
vento, vorrebbe assumere il ruolo di arbitro tra le parti rivali, ma riesce solo
a imbrogliare ulteriormente le carte.
Allora, la regina decide improvvisamente di comprare i Grandi. Le sembra la
soluzione pi semplice e Maria la eriger a metodo di governo. Non per nulla i
Medici sono una famiglia di grandi mercanti! Coerente con le sue origini, la
Reggente  convinta che tutto si possa comprare, purch si sia disposti a
pagare.
Prende, dunque, a piene mani dal tesoro di Stato, che Sully aveva costituito con
tanta costanza e bravura: Guisa riceve centomila scudi; Cond una rendita di
duecentomila lire. Al conte di Soissons spetta il governo della Normandia...
Ognuno ottiene la sua parte della torta.
Naturalmente anche Concini ha la sua parte in questa distribuzione generale.
Quattro mesi dopo la morte del re, il favorito della Reggente ottiene la carica
di primo gentiluomo della Camera, con uno stipendio di sessantamila scudi.
Inoltre viene messo a sua disposizione un credito di duecentomila lire, col
quale egli acquista la carica di luogotenente generale delle citt di Pronne,
Roye e Montdidier. Ma non  tutto: la Reggente gli regala anche trecentomila
lire per comprare una propriet in Piccardia, alla quale  legato il titolo di
marchese d'Ancre.
Da questo momento in poi le libert, che Concini si prende apertamente, non
hanno pi limiti. In tutta Parigi, dai saloni eleganti sin nelle bische pi
equivoche, gira addirittura la voce che sia diventato l'amante della regina. Del
resto Concini fa di tutto per accreditare questa voce. Un giorno viene visto
uscire dalla camera di Maria tutto in disordine, con la giacca ancora mezza
sbottonata.
Qualche giorno dopo il conte del Lude non nasconde a Maria il suo pensiero in
merito. L'occasione gli viene data dalla richiesta, fatta dalla regina a una
dama del seguito, di procurarle un velo. Il conte allora mormora tagliente:
Quando una nave  all'ancora, non ha bisogno di vele.
Concini assiste ai consigli segreti della regina, cui partecipano anche, il
particolare  importante, il nunzio apostolico e l'ambasciatore di Spagna.
Sully, lasciato da parte, scrive nelle sue Mmoire, non senza una certa
amarezza: La regina faceva partecipare ai suoi consigli segreti, che si
svolgevano nelle ore pi incredibili, solo Concini e sua moglie, il nunzio
apostolico, I'ambasciatore di Spagna, il cancelliere e il cavaliere di Sillery,
il duca d'Epernon, Villeroy, Jeannin e Arnaud, il quale ultimo, come del resto
Jeannin, anche se si diceva dalla mia parte, era in realt tutto dalla parte di
Concini.
La decisione di realizzare i matrimoni spagnoli, convince definitivamente Sully
ad andarsene. Il vecchio ministro ha guardato con disgusto quel branco di cani
avidi e insaziabili che sono i Grandi, fare man bassa spudoratamente del tesoro
nazionale. E' vero che, vedendo la fine che stavano facendo i milioni da lui
pazientemente accumulati nelle casse pubbliche, anche Sully ha avuto la
debolezza di farsi attribuire 300.000 lire come compenso per i grandi ed
esemplari servigi da lui resi al defunto sovrano. Ma, ad ogni modo, assicuratosi
cos l'avvenire, Sully capisce di non aver pi ormai nessun motivo per restare,
nemmeno quello economico. Il vecchio consigliere e amico di Enrico IV,  stanco
di tutti quegli intrighi che non  pi in grado di impedire, di tutte quelle
ambizioni che non pu pi frenare, di tutto quel fango che rischia di
inghiottire da un momento all'altro il regno di Francia. Ahim! com' lontano il
tempo in cui Enrico IV poteva dire, con tutto il peso della sua autorit: La
Francia, come me, ha bisogno di riprender fiato. Oggi, la Francia  in mano a un
branco di signori feudali e d'avventurieri senza scrupolo.
La stella di Concini continua a salire. Il 1 aprile 1612 si svolge in place
Royale una festa grandiosa per celebrare il fidanzamento del giovane Luigi XIII
con Anna d'Austria. L'italiano vi partecipa accanto ai Grandi.
Bisogna pensare, per, che il marito della Galigai non sia mai contento. Nel
1613 un decreto della Reggente lo nomina marchal d'Ancre. Questa incredibile
promozione non manca di provocare qualche protesta. Innanzitutto, infatti, il
primo titolo di maresciallo disponibile era stato promesso al governatore del
re, Souvr: una somma di sessantamila scudi basta a convincerlo ad aver
pazienza...
Ma soprattutto, nessuno poteva ottenere il titolo di maresciallo senza
dimostrare la sua origine nobile e senza aver compiuto qualche gesto eroico.
Ora, Concini non possedeva che titoli di second'ordine e non era mai stato
nient'altro che un cavaliere d'operetta. Ma che importa! Niente sembra
impossibile al bell'italiano ed eccolo maresciallo di Francia, piaccia o non
piaccia ai nobili di corte. Il marito della Galigai non permetter pi a nessuno
di trattarlo come se fosse un facchino.
Quando qualcuno gli fa presente che farebbe bene comunque a non voler andare
troppo in l su questa via, data l'impopolarit e persino l'odio di cui 
divenuto oggetto da parte di molti, il fiorentino risponde sprezzante: Voglio
vedere sino dove la fortuna sostiene un uomo!
In realt, il favorito della regina  gi arrivato molto in alto e farebbe
veramente bene ad accontentarsi. Dovunque vada,  sempre accompagnato da un
seguito di domestici, paggi, scudieri e da quaranta uomini armati. Come a tutti
i marescialli, gli si deve il titolo di Eccellenza, cosa che egli non manca
naturalmente di ricordare a tutti.
L'avventuriero fiorentino  al culmine della sua potenza. Se, dietro le spalle,
molti mormorano contro le sue malefatte, in pubblico tutti si inchinano
rispettosi convinti che la Reggente sia completamente sotto la sua influenza.
Ma Concini sa bene che le cose non stanno proprio cos. Egli si  accorto che
Maria spesso reprime a stento dei moti di stizza nei suoi confronti. Talvolta,
quando la regina lo guarda, il fiorentino si sente aprire il terreno sotto i
piedi. Molte volte tutta quell'arroganza e tutta quella sicurezza di s non sono
che atteggiamenti esteriori coi quali cerca di ingannare innanzitutto se stesso.
L'artefice reale della vertiginosa ascesa del bell'Italiano  Leonora, che  la
sola vera padrona del cuore della regina. E' lei che detta a Maria la sua
volont. E' lei che con una sola parola riesce a ottenere tutto: denaro,
prebende, onori. Ora, Leonora ha giurato a se stessa di fare la fortuna di
quell'uomo che, in un lontano giorno d'autunno di tredici anni fa, le aveva
fatto provare per la prima volta la dolcezza degli sguardi interessati e delle
paroline tenere di un rappresentante dell'altro sesso. E la Galigai che ha
l'ostinazione tipica delle donne, rimaste troppo a lungo frustrate nei loro
desideri,  decisa fino in fondo a mantenere quel giuramento.
Ma Leonora, che gi a Firenze era sempre stata un po' deboluccia, soffre con
sempre maggior frequenza di febbri ricorrenti, di asma e di svenimenti. Non esce
nemmeno pi dal suo palazzo di rue de Tournon. Quando la malattia le d un po'
di tregua, la figlia del fiorentino, divenuta favorita della regina di Francia,
si mette a contare avidamente il suo oro, i suoi anelli e le sue pietre
preziose, simboli della sua fantastica ascesa.
Si mette allora a sognare, accompagnandosi col suo strumento preferito: la
chitarra. Ogni gioiello rappresenta una vittoria sul destino, che l'aveva fatta
nascere in un'umile famiglia fiorentina, da un falegname e da una lavandaia,
disprezzati da tutti. Se per di pi fosse stata bella! Non  forse vero che per
una ragazza la bellezza  pi importante ancora della nascita? Ma Leonora,
purtroppo per lei,  brutta e nessun uomo, prima di Concini, si era interessato
a lei. Eppure, quel giorno, quando il futuro marito l'aveva guardata per la
prima volta, aveva subito intuito che si trattava di un avventuriero. Anzi, in
un primo momento, aveva quasi provato una certa rabbia, nei confronti di quel
cavaliere impertinente che pensava di riuscire a infinocchiare una donna come
lei. Ma, ahim, a certi istinti anche le donne rudi e solitarie come la Galigai
non sanno resistere e perci quei brutti pensieri erano spariti subito dalla sua
mente, per far posto alla preoccupazione di farsi bella e desiderabile agli
occhi di Concini. La passione la prese cos violentemente, da farle dimenticare
per un momento il brutto male che gi allora, ad intervalli regolari, la
possedeva come un demone.
Ma forse era veramente il demonio a possederla...! Almeno cos dicevano tutti e
quasi quasi il dubbio potrebbe venire anche a noi, pensando al fatto che nessun
medico riusc mai a scoprire di che male si trattasse e a guarirla. In effetti i
migliori medici dell'epoca si sono succeduti al suo capezzale: Francesi,
Italiani e persino un Ebreo. Quest'ultimo fatto diede modo alle male lingue
invidiose di spargere la voce che la Galigai fosse addirittura una strega. Ma,
povera Leonora, che colpa ne aveva lei se solo quel medico ebreo, un certo
Montalto, era riuscito a calmare il suo male per qualche settimana? Che colpa ne
aveva se gli Ebrei erano mal visti perch considerati responsabili
dell'uccisione di Cristo? Che colpa ne aveva se le avevano consigliato, per far
fronte a quel peso che le premeva sul ventre e poi saliva alla gola
soffocandola, di bere del latte di donna direttamente dal seno di una nutrice,
di mangiare solo creste di gallo e rognoni di montone?
E poi, non si era rivolta solo a Ebrei. Anche dei monaci agostiniani erano
venuti a visitarla e le avevano dato scapolari e talismani benedetti. C'era
forse qualcuno che voleva rimproverarle anche questo? Era forse la sola ad
affidarsi a questi metodi religiosi?
Quanto al marito, era forse colpa sua se faceva l'arrogante a destra e a
sinistra? Lei, da parte sua, si sarebbe accontentata volentieri dell'oro, delle
terre e delle prebende. Non era certo lei, Leonora Galigai, il tipo di donna che
ci tiene al bel mondo, alle feste, ai ricevimenti, agli onori pubblici e a tutto
questo genere di cose che ubriacavano il marito. Come avrebbe voluto che quel
pazzo di Concini si comportasse come Zamet! Zamet, per chi non lo sapesse, era
un fiorentino dell'epoca che aveva accumulato una ingente fortuna con le sue
terme, che riservavano all'ospite danaroso ogni sorta di piaceri spirituali o
pi banalmente materiali. Persino Enrico IV le aveva frequentate! Ebbene, Zamet
si godeva in pace i suoi soldi e aveva solo amici. Il suo Concini, invece, che
era appena riuscita a far nominare maresciallo, sembrava che avesse solo nemici.
Non sarebbe stato meglio lasciare tutti questi intrighi e ritornare in Italia? A
che pro possedere tutti quei gioielli e tutto quell'oro, se quel ben di dio
portava con s tanto odio, tanta invidia e un giorno forse anche la morte?
Se la Galigai si sente talvolta cos stanca e arrendevole da essere pronta a
partire per Firenze, ben diverso  l'atteggiamento dei Grandi, decisi ad avere
soddisfazione con le buone o con le cattive. Nel mese di gennaio del 1614, essi
abbandonano la Corte e si riuniscono a Mzires, da dove Cond lancia un
manifesto, al quale spera aderiranno tutti i malcontenti. Il clero, sostiene il
manifesto, vede colpite le sue prerogative, escluso com' dalle ambasciate e dai
consigli reali. La nobilt  rovinata, cacciata dalle cariche giudiziarie e
finanziarie. Tutto ci deve cambiare. Quanto al popolo,  schiacciato dalle
imposte che vanno a riempire le tasche reali. (La nobilt si sollevava contro il
fiscalismo reale e i suoi agenti perch i contadini, oberati dalle tasse reali,
non potevano pi pagare le rendite, i diritti, e l'affitto ai feudatari.)
Conclusione: bisogna riunire gli Stati Generali. Altrimenti, scoppier la guerra
civile...
Per far capire a chi di dovere che quest'appello alla rivolta contro la
monarchia non  destinato a restare lettera morta, Cond e i suoi alleati
raccolgono truppe, mentre Vendome va ad attizzare la rivolta in Bretagna.
Di fronte a queste nere avvisaglie, la regina si affretta ad armare un esercito.
Ma, in realt, nessuno vuole dare battaglia. Villeroy scongiura Maria di
scegliere la strada del compromesso: Altezza, le scrive, bisogna far la pace ad
ogni costo, perch la guerra porterebbe inevitabilmente con s sconvolgimenti e
disordini inimmaginabili!
Far la pace, per una discendente della casata dei Medici, significa distribuire
del denaro. Ne resta ancora un po'; le distribuzioni del 1610 non avevano
prosciugato del tutto il Tesoro. Il trattato di Sainte-Menehould (15 maggio
1614) accorda dunque ai signori ribelli tutto ci che avevano chiesto: cariche,
governi provinciali e, soprattutto, molto denaro.
Ma i Grandi non possono abbandonare tutto d'un colpo le rivendicazioni di
carattere politico generale che erano loro servite per mobilitare i tre stati.
Essi perci esigono e ottengono la riunione degli Stati Generali.
Cond, Vendome e i loro amici sanno bene il fatto loro: nel 1588 i precedenti
Stati Generali per poco non avevano rovesciato i Valois e messo al loro posto i
Guisa.
I Grandi pensano che la situazione sia loro favorevole: il popolo preferir
senz'altro dei principi francesi a gente come i Medici, i Concini e tutti quegli
Italiani che fanno il gioco della Spagna.
Quando, il 26 ottobre 1614, gli Stati Generali si aprono a Parigi, i Grandi sono
sicuri della vittoria. Ma dovranno presto disilludersi. Il vecchio cancelliere
Sillery, che  un abilissimo manovriero, si mette infatti a seminar zizzania tra
la nobilt e il terzo stato. Ora, solo l'unit fra queste due forze avrebbe
potuto minacciare seriamente il Trono.
Il terzo stato non  affatto rappresentativo del popolo: i suoi delegati sono
infatti quasi tutti funzionari della magistratura o delle finanze che, grazie
alle laute prebende legate alle loro cariche, vivono, se non nell'opulenza,
almeno in una certa agiatezza borghese.
La nobilt impoverita guarda con invidia e gelosia questi funzionari del re.
Essa chiede che le cariche pubbliche non siano pi retribuite. Il terzo stato
risponde che  d'accordo di rinunciare alla venalit delle cariche, a condizione
che anche le prebende ricevute dalla nobilt siano abolite.
Con grande soddisfazione di Sillery gli animi si riscaldano. Savaron, presidente
del bailliage dell'Auvergne, descrive la miseria del popolo che, nell'Auvergne e
nella Guyenne,  ridotto a mangiare l'erba come le bestie. Poi, rivolgendosi al
re, esclama: Questa pratica delle prebende  arrivata a un tal punto che ci sono
dei regni potenti che non hanno un reddito paragonabile a quello che voi
distribuite ad alcuni sudditi per comprare la loro fedelt... Se questa somma
fosse adoperata per sollevare le sofferenze del popolo, ci sarebbe veramente di
che ringraziare la vostra regale munificenza!
Si intromette a questo punto nella disputa il clero, nella persona di un giovane
prelato ventinovenne, ancora poco conosciuto. E' un tipo dallo sguardo
tagliente, dai gesti spigliati e il cui viso allungato  sottolineato da un
pizzo imperioso. Con una voce metallica, volutamente uniforme, egli parla in
favore della concordia tra i due ordini e conclude facendo un vibrante elogio
della Reggente Maria de' Medici. Il nome del giovane si diffonde subito: si
chiama Armand du Plessis de Richelieu, vescovo di Luncon.
Ma ecco che scoppiano altre dispute. La borghesia  gallicana, il clero, per la
maggior parte,  ultramontano. In altre parole, i primi sostengono che
l'autorit del sovrano derivi solo da Dio e non da Dio e dal papa, come
pretendono i secondi. Conseguentemente, il 15 dicembre 1614, il terzo stato
vota, come preambolo dei suoi Cahier, un testo di rottura: Chiediamo al re di
stabilire... che, essendo egli sovrano nel suo Stato per volere di Dio, e di Dio
solo, non c' alcuna potenza su questa terra, vuoi spirituale che temporale, che
abbia il minimo diritto sul suo regno e che possa quindi togliere il potere ai
nostri sacri sovrani.
Il clero, che  deciso a difendere coi denti le proprie prerogative e ad
ottenerne delle altre, protesta indignato. Il suo pi eminente rappresentante,
il cardinale du Perron, dichiara che i rappresentanti del clero si farebbero
piuttosto ammazzare, ma non accetterebbero mai una proposizione come quella
presentata dal terzo stato.
Cosa dicono in merito i Grandi? Fra di loro ci sono degli antipapisti
dichiarati, come lo stesso Cond, ad esempio, che  gallicano. Ma, purtroppo per
lui e per i suoi piani, Cond non  un manovriero abbastanza esperto da capire
che era il momento di far fronte comune col terzo stato e rilanciare la rivolta.
La disputa fra il clero e la borghesia  sottoposta al re che, su pressione
della Reggente e dei suoi consiglieri (legati al nunzio apostolico e ai
gesuiti), ordina al terzo stato di togliere dai suoi Cahier l'articolo
contestato.
Quindi Luigi XIII, cui i consiglieri della Reggente avevano fatto capire che era
ora di por termine a quelle vane dispute, fissa per il 23 febbraio 1615 l'ultima
seduta degli Stati Generali.
A questa riunione plenaria, ogni stato deve esporre il suo punto di vista
definitivo per bocca di un suo rappresentante. In seguito a un discreto
consiglio della Reggente, il clero sceglie Richelieu come proprio portavoce.
Il vescovo di Luncon pronuncia un discorso abilissimo, badando a non offendere
nessuno. Fa propria, a nome del clero, la richiesta di porre un freno agli abusi
delle prebende distribuite ai nobili, ma presentandola in modo da disinnescarne
il carattere esplosivo. Richelieu non condanna la liberalit dei monarchi. Al
contrario, la difende, ma a condizione che sia ordinata e distribuita con
misura, in modo da rispettare la proporzione fra ci che viene dato e ci che si
pu legittimamente dare.
Al tempo stesso, egli condanna la venalit di certe cariche, che impedisce alla
nobilt, tanto povera di denaro, quanto ricca di coraggio, di accedere a
posizioni che potrebbe invece legittimamente rivendicare.
Ma l'idea centrale del discorso di Richelieu  quella della preminenza
dell'ordine ecclesiastico nello Stato. Il Consiglio del Regno deve comprendere
un gran numero di membri eminenti della Chiesa, sostiene sostanzialmente. In
effetti la condizione degli ecclesiastici li rende particolarmente adatti a
dirigere gli affari pubblici, in quanto sviluppa in loro la capacit di
direzione, la probit e la prudenza, che sono qualit indispensabili per servire
degnamente lo Stato... Non hanno eredi a cui lasciare ricchezze e, perci,
devono pensare solo alla propria anima. Non possono accumulare denaro su questa
terra e, perci, loro unica preoccupazione diviene quella di conquistarsi una
ricompensa spirituale in paradiso, servendo fedelmente quaggi la loro patria e
il loro re.
Il giovane prelato conclude con un panegirico di Maria de' Medici, di cui
dichiara persino di approvare la politica estera: La Spagna e la Francia, dice
infatti Richelieu, non hanno nulla da temere se marceranno insieme, perch
nessun male pu venir loro da altri che non da se stesse. Questa presa di
posizione  agli antipodi della politica che Richelieu condurr quando avr in
mano il potere.
Rivolgendosi al re, lo scongiura poi, umilmente ma ardentemente, di lasciare il
potere alla madre. Infine, chiede alla Reggente di proseguire per la strada
intrapresa, perch sulla via dell'Onore e della Gloria restare fermi equivale ad
arretrare e fallire.
Si chiude cos l'Assemblea degli Stati Generali. Bisogner attendere altri
centosettantacinque anni, sino cio alla vigilia della Rivoluzione, prima che
sia nuovamente convocata. La borghesia sar allora abbastanza forte per
rovesciare la monarchia e imporre pi direttamente il suo potere.
Tutti si aspettavano che Cond, che era stato fra coloro che con pi durezza
avevano reclamato la convocazione degli Stati Generali, assumesse un
atteggiamento battagliero e intransigente. Esporr chiaramente tutte le mie
lamentele, aveva detto il capo del partito dei Grandi prima dell'inizio del
dibattito. Invece se ne rimase zitto per tutta la durata delle discussioni,
forse perch non era abituato a combattere con le armi della sottigliezza
oratoria e della manovra di corridoio.
Quanto a Concini, partecip a qualche seduta, ma si guard bene dall'aprir
bocca.
Si dimostrava cos che i due personaggi che tanto si agitavano per mettersi in
primo piano, si reggevano su basi occasionali e ben poco profonde: il potere di
Cond si fondava sulla sua spada, quello di Concini sull'influenza di Leonora
sulla Reggente. Le forze reali erano ben altre: il clero, come aveva detto
giustamente Richelieu, che era depositario della cultura, e la borghesia in
ascesa, che possedeva l'unica vera ricchezza: quella cio che si guadagna e non
quella che si riceve in eredit.
Ma, proprio perch non ha che la sua spada per prevalere, Cond decide di
servirsene! Riunisce in fretta e furia i suoi sostenitori, si arrocca con queste
forze sui contrafforti di Couay e lancia un nuovo manifesto, diretto questa
volta apertamente contro la Reggente e i suoi protetti italiani nell'agosto
1615. Gi nel maggio il Parlamento aveva appoggiato le posizioni di Cond,
chiedendo che le cariche di governatore e, in genere, gli impieghi pubblici
fossero riservati per legge a persone nate in Francia, e denunciando le sette
infami che si sono infiltrate nella Corte.
Questa nuova ribellione dei Grandi cade in un momento veramente inopportuno: la
famiglia reale deve partire da un momento all'altro per la Spagna, da dove
porter a Bordeaux l'Infanta di Spagna, Anna d'Austria, che sposer Luigi XIII.
La cerimonia  prevista per la fine dell'estate.
Maria de' Medici non vuole assolutamente rimandare un progetto come quello del
matrimonio spagnolo, cui teneva tanto gi prima della morte di Enrico IV.
Perci, questa volta,  decisa a stroncare la rivolta sul nascere. Dopo aver
fatto arrestare il presidente Le Jay, capo dell'opposizione nel Parlamento, la
Reggente arruola due eserciti, uno destinato a proteggere il viaggio del re,
l'altro a ridurre i principi alla ragione.
Al tempo stesso, Maria vuole approfittare della situazione per offrire al
marchal d'Ancre l'occasione di distinguersi, per far tacere una volta per tutte
le critiche incessanti che si levano da pi parti contro il marito di Leonora.
Offre perci a Concini il comando delle truppe scelte che scorteranno la
famiglia reale in Spagna, oppure dell'esercito mandato contro Cond. Ma il
fiorentino rifiuta entrambe le alternative.
In realt  intervenuta Leonora, che teme un'eventuale vittoria del Cond, a
consigliare al marito di trovare un rifugio vicino alla frontiera. Il marchal
d'Ancre accampa dunque, di fronte alla regina, la scusa di voler occupare alcune
citt della Piccardia dove, sostiene, c' il rischio che scoppino disordini,
data la presenza delle truppe del Cond nelle regioni vicine.
Ma le forze ribelli sono deboli e non riescono ad impedire il matrimonio di
Luigi XIII con Anna d'Austria, Infanta di Spagna, che ha luogo a Bordeaux il 29
novembre 1615. Cond, abbandonato dalla maggior parte delle sue truppe  ben
presto costretto a sollecitare il perdono della Corona. Iniziano allora a Loudun
quelle trattative tra le due parti che, dopo varie peripezie, si concludono
finalmente il 3 maggio 1616.
Come le altre volte, Cond ottiene tutto quello che vuole: cinque piazze di
sicurezza, il Berry in cambio della Guyenne, un milione e mezzo di lire, e
soprattutto la direzione del Consiglio del re. Inoltre, sei milioni di lire
vengono spartite tra i suoi sostenitori.
A questo punto la collera della regina si volge contro i vecchi ministri di
Enrico IV, i Barbons, che hanno scontentato tutti con la loro debolezza. Maria
de' Medici li mette semplicemente alla porta.
Essi vengono sostituiti con uomini scelti accuratamente da Leonora: Mangot
riceve gli Affari esteri, Barbin le finanze. Senza dubbio si tratta di scelte
ponderate; i due nuovi ministri godono la fama di essere degli uomini capaci.
Soprattutto Barbin, che  venuto dal nulla e il cui successo  frutto solo del
suo lavoro della sua onest e della sua abilit. Ha saputo ingraziarsi la
Galigai, prestandole qualche piccolo favore, senza per, come riconoscono anche
i suoi avversari, commettere mai la minima disonest. D'altronde, Barbin ha
un'altra qualit, cui i contemporanei sono sicuramente sensibili:  un amico di
Richelieu.
Cond e i suoi sostenitori hanno attaccato pubblicamente Concini. Il Parlamento
poi, che non ha mai visto di buon occhio il comportamento dell'italiano,  il
centro continuo delle cospirazioni contro di lui. L'arresto del presidente Le
Jay non ha per nulla cambiato questo stato di cose. Quanto al popolo di Parigi,
si direbbe che non aspetti se non un'occasione per sollevarsi e cacciare il
favorito straniero.
A dimostrazione di ci, proprio mentre sono in corso le interminabili trattative
di Loudun, accade a Parigi un incidente particolarmente significativo dell'odio
che la gente del popolo cova nei confronti del marito di Leonora.
Nelle vicinanze del ponte di Saint-Michel, in rue de la Harpe, abita un
calzolaio di nome Picard, che  solito ricevere nel suo negozio ogni sorta di
malcontenti. Un po' come avverr pi tardi in certi caff, si crea nel negozio
dell'artigiano un vero e proprio piccolo centro popolare e libertario. Picard,
del resto,  il tipico agitatore: dotato di una grande facilit di parola e di
una lingua tagliente,  sempre pronto a scagliarsi contro i potenti e ama
soprattutto prendersela contro quel maresciallo da operetta che la regina si 
portata dietro dall'Italia. Picard in un certo senso  l'antenato di quei
rivoluzionari che pi di un secolo e mezzo dopo saliranno sulle barricate.
Picard, oltre a essere un calzolaio e un agitatore politico a tempo perso, 
anche sergente della milizia borghese che ha ricevuto l'incarico di assicurare
la sorveglianza alle porte di Parigi durante l'assenza del re. Un decreto di
polizia precisa a questo proposito che nessuno deve essere lasciato uscire dalla
citt se non  munito di un salvacondotto.
Ora, il sabato di Pasqua del 1616, Picard  di servizio alla porta Buci, che si
trova all'estremit della rue Saint-Andr-des-Arcs, quando si presenta una
carrozza scortata da gente armata. Il cocchiere grida: Fate largo.
Non si passa, risponde la sentinella, se non avete il salvacondotto.
Allora, qualcuno grida dall'interno della carrozza: Fatevi da parte, sono il
maresciallo d'Ancre.
L'uomo di guardia si avvicina: Avete il salvacondotto?
Concini rimane letteralmente esterrefatto: lui, che si permette di entrare nella
stanza della regina senza nemmeno battere alla porta, non pu dunque lasciare
Parigi senza un salvacondotto!? Dopo aver a stento represso un gesto di collera,
l'Italiano ordina deciso al cocchiere: Avanti!
All'armi! grida la sentinella. All'armi!
Il sergente Picard accorre subito, dapprima divertito, ma pronto ben presto a
passare alle minacce. Rivolto all'Italiano, dice seccamente: I decreti di
polizia sono validi per tutti, compreso il maresciallo d'Ancre.
Concini monta su tutte le furie, minaccia, urla e strepita.
Ma Picard non perde il sangue freddo: l'occasione  troppo bella perch il
calzolaio se la lasci scappare. Fa dunque schierare dodici uomini di traverso
alla strada e poi, puntando addirittura la sua arma contro la carrozza, grida
deciso: Senza salvacondotto non si passa.
A questo punto Concini, la cui ira ormai sconfina con la pazzia, manda uno dei
suoi uomini dall'ufficiale superiore di guardia e quest'ultimo,
preoccupatissimo, bofonchia qualche scusa e ordina che la carrozza sia lasciata
passare.
Picard, da parte sua, canta vittoria. Non c' osteria, taverna o bottega in cui
si trovi a passare in quei giorni che non divenga teatro del suo racconto. Ben
presto tutta Parigi  al corrente della sua avventura e Picard diviene un eroe.
Un nobile francese, nato in un clima pi benigno, scriver Richelieu, non
avrebbe certamente dato seguito all'incidente. Ma il maresciallo d'Ancre non pu
lasciarsi prendere in giro da un calzolaio.
Qualche settimana dopo, due domestici e uno scudiero dell'Italiano seguono
Picard sino alla periferia di Parigi. Improvvisamente, a un segno dello
scudiero, i due domestici si buttano sul calzolaio e lo bastonano selvaggiamente
sino a lasciarlo privo di sensi sulla strada.
Ma Picard non  tipo da accettare passivamente una cosa del genere. Si appella a
procuratori, commissari, giudici e persino direttamente al Cond. Viene aperta
un'inchiesta. Lo scudiero per  introvabile. La giustizia riesce comunque a
scovare i due domestici che, dopo un giudizio sommario, vengono impiccati
proprio di fronte alla bottega della loro vittima. I due non meritavano certo un
castigo cos duro, ma tutti i parigini compresero che cos facendo i giudici
avevano voluto colpire indirettamente Concini.
Questa esecuzione apre le porte alla collera popolare, che comincia a esprimersi
apertamente, perch ormai ognuno si sente protetto. Ogni sera, una piccola folla
si raccoglie sotto le finestre del palazzo di Concini e le ingiurie pi volgari
si levano: A morte Concini! Buttiamo nella Senna quel figlio di puttana! Al rogo
la strega!
Concini  sconvolto: se la Reggente permette a quella plebaglia di insultarlo a
quel modo, vuol dire che non lo protegge pi. Tanto peggio! Si difender da
solo. Su suo ordine la citt si riempie di forche, piantate ad ogni angolo di
strada.
Ma al di l di questa facciata di forza, quando  solo, il fiorentino lascia
affiorare tutta la sua vigliaccheria di nobiluomo di provincia fallito. Un
giorno, confida a Bassompierre: Mi sento perduto e senza via di scampo.
Se non fosse che mi sento legato da un debito di riconoscenza verso mia moglie,
la lascerei e scapperei in un posto dove i Grandi e il popolo di Francia non mi
potrebbero raggiungere.
In effetti la vita dei due Italiani  divenuta infernale. Ormai non vivono
nemmeno pi insieme e quando si incontrano scoppiano immancabilmente scenate
violente. Arrivano talvolta al punto di picchiarsi. Il fatto  che entrambi si
sentono schiacciati dalle loro stesse ambizioni. Almeno potessero scappare, ora
che si rendono conto di aver smosso forze pi grandi di loro!
Si rivolgono dunque a Barbin e gli confidano di essere disperati e di volere
ritirarsi a Caen e da l, via mare, scappare in Italia. Nient'altro vorremmo di
pi, aggiungono, che essere gi, volendo Iddio, su una barca in mezzo al mare
sulla strada di Firenze!
Barbin si limita a contraddirli solo quel tanto che richiede la forma. Non 
certo lui a trattenerli. Certo, senza di loro, egli non sarebbe ministro di
Francia; ma a questo punto prevale in lui la paura che l'impopolarit dei suoi
benefattori lo trascini a picco assieme a loro. Alla fine viene deciso che i due
si rifugeranno in Normandia. Ma, al momento della partenza, la Galigai  colpita
dal suo solito male che ormai le provoca ripetute crisi in uno stesso giorno.
Viene subito ricondotta nel suo palazzo e successivamente si rifiuter di
lasciare la regina: Maria, che continua ad essere molto legata all'amica, 
intervenuta a rassicurarla.
Ma, ciononostante, le cose vanno sempre peggio. Cond  ritornato a Parigi pi
forte che mai. Avendo ottenuto a Loudun la direzione del Consiglio del re, egli
sfrutta a fondo i vantaggi connessi a questa carica. Ormai sicuro di se stesso,
dirige le sedute con grande abilit e con la sua autorit eclissa lo stesso
maresciallo d'Ancre. Fa persino correre la voce che dopo tutto Luigi XIII  solo
un bastardo, in quanto  tutt'altro che dimostrato che il divorzio fra Enrico IV
e la regina Margot sia valido. In queste condizioni, dice e, anzi, scrive
persino il Cond, non resta altro da fare che sbalzare il re dal trono e
mettersi al suo posto.
Concini avrebbe potuto cercare di sbarazzarsi del Cond, mostrando cos la sua
intenzione di rimanere padrone del campo. Ma la forza e l'energia che egli ama
tanto ostentare sono solo apparenti. Senza Leonora il maresciallo d'Ancre non 
molto di pi che un ragazzo viziato e pieno di soldi. Ma purtroppo per
l'Italiano, proprio adesso che ne avrebbe pi bisogno, Leonora  stanca,
terribilmente stanca. D'altra parte anche Maria de' Medici sta passando un
brutto periodo. Circola addirittura la voce che si appresti a lasciare la
reggenza; il panico comincia a regnare al Louvre.
A questo punto Barbin decide, dopo uno scambio di opinioni con Richelieu, di
mettersi alla testa delle operazioni e di agire di sorpresa prima che gli
avvenimenti precipitino. Fa dunque chiamare il marchese di Thmines. Costui 
prima di ogni altra cosa un militare abituato a non discutere gli ordini.
Eppure, quando il ministro gli dice che cosa dovr fare, anche il marchese di
Thmines ha un momento di incertezza.
Alla fine per Barbin lo convince: arresti il Cond, e avr il bastone di
maresciallo. In pi ricever centomila scudi e il suo primogenito verr nominato
capitano della guardia reale.
Il colpo  particolarmente delicato. Arrestare Cond pu anche significare
scatenare la guerra civile in Francia. Chi pu prevedere le reazioni dei Grandi?
Di nascosto e nottetempo vengono introdotte casse d'armi al Louvre e tutto il
denaro disponibile viene sistemato in modo da essere facilmente trasportabile.
Viene anche preparata una via di ripiego in direzione di Nantes per ogni
eventualit. Bassompierre, colonnello degli Svizzeri, riceve l'ordine di mettere
il suo reggimento in stato di allarme.
Quando tutto  pronto, si decide di passare all'azione. E' 10 il settembre 1616,
ore dieci del mattino. Cond, accompagnato dal suo seguito, sta entrando nella
sala del Consiglio. Improvvisamente vede presentarglisi davanti Thmines, che
gli rivolge lentamente queste parole: Eccellenza, il re, informato del fatto che
voi prestate orecchio a cattivi consiglieri che vi istigano ad agire contro di
lui e che taluni cercano di farvi compiere atti pregiudizievoli allo Stato e
alla vostra stessa persona, mi ha ordinato di arrestarvi per assicurare la
vostra incolumit.
Dopo un attimo di smarrimento, Cond si riprende e guarda negli occhi Thmines
con l'aria di chi si trovi di fronte ad uno scherzo di cattivo gusto.
La sera prima, quando qualcuno lo aveva prevenuto sul pericolo che correva di
essere arrestato da un momento all'altro, aveva dimostrato un'assoluta
incredulit e aveva detto: Non oseranno mai; sarebbe un colpo troppo pericoloso.
Ma Thmines resta impassibile. Non  certo un uomo come lui che pu farsi
prendere dai sentimentalismi. Ripete dunque con voce pi dura: Sono incaricato
di arrestarvi.
Cond a questo punto  completamente disfatto. Trova appena la forza di
chiedere: Io? Proprio me dovete arrestare?
Questo  l'ordine del re, replica freddamente Thmines.
Cond cerca intorno qualche fido disposto a impegnare la sua spada per
difenderlo. Ma trova solo sguardi sfuggenti e teste che si abbassano. E' solo.
Possibile che non ci sia nessuno qua dentro che abbia il coraggio di difendermi?
Poi mormora ancora prima di essere condotto via: Ahim,  la fine!
Pochi attimi dopo, il palazzo di Cond risuona di voci. Se il principe non ha un
carattere molto forte, sua madre ne ha per tutti e due. Si mette a correre per
le strade di Parigi gridando: All'armi! Ma nessuno la ascolta. Nessuno ama
veramente il principe di Cond. Nessuno? Ma s, qualcuno c'. Ecco il calzolaio
Picard che accorre ad arringare la folla: Distruggiamo il palazzo del
maresciallo d'Ancre.
Concini non c'. Temendo i disordini che l'arresto del Cond avrebbe
probabilmente scatenato, I'Italiano si  rifugiato in Piccardia con la scusa di
ispezionare le truppe di stanza nella regione.
La folla saccheggia a piene mani. Non si salva nulla: n mobili, n arazzi, n
oggetti preziosi. Si smontano persino i rivestimenti in legno e le serrature.
Nemmeno le siepi dei giardini vengono risparmiate.
Per la strada Madame de Cond applaude al saccheggio. Che peccato, pensa, che
Concini non ci sia: l'avrebbe strangolato volentieri con le proprie mani!
Ma la fame vien mangiando e cos i saccheggiatori si ricordano improvvisamente
che vicino al palazzo dei Concini c' il palazzo di Raphael Corbelli, uomo di
fiducia di Concini: Tutti al palazzo Corbelli!
Quando arrivano i soldati, stranamente in ritardo, restano ormai solo le rovine
del sontuoso arredamento dei due palazzi. In mezzo al bottino, poi, i popolani
trovano dei pezzi destinati a far ridere tutta la citt: a casa di Concini, ad
esempio, qualcuno ha avuto lo stupore e la soddisfazione di trovare alcuni
vestiti della Reggente.
Ma questa fu l'unica reazione all'arresto di Cond. Nei giorni seguenti uno dopo
l'altro tutti i Grandi fecero atto di sottomissione. D'altra parte anche l'unica
reazione di Picard aveva sbagliato il bersaglio dei veri responsabili.
Se Picard avesse conosciuto i meccanismi segreti della vita politica dei tempi,
se la sarebbe probabilmente presa con Barbin. Anzi, avrebbe fatto ancora meglio
se avesse diretto le sue truppe contro Armand du Plessis de Richelieu, quel
prelato lucido e al tempo stesso energico che, da quando aveva pronunciato un
discorso alla seduta degli Stati Generali, era sulla bocca di tutti.
Fin dal 1610, il vescovo di Luncon, Monsignor Armand du Plessis de Richelieu,
aveva fiutato un'occasione favorevole per realizzare le sue ambizioni. Non c'
periodo pi favorevole alle imprese di chi  assetato di potere che i periodi di
interregno. Pochi giorni dopo la morte di Enrico IV, Richelieu pensa dunque di
scrivere una lettera a Maria de' Medici. Nel suo scritto egli abbonda in
adulazioni e in elogi smaccati. N si accontenta di offrire i suoi servigi. Con
un cinismo (o ingenuit?) incredibile vuole addirittura imporli. Tuttavia,
questa lettera non arriver mai nelle mani della Reggente, perche Henri de
Richelieu, fratello di Armand, che era stato incaricato della consegna, se la
terr per s, convinto che fosse preferibile evitare un errore cos grossolano.
Allora Richelieu va a Parigi, frequenta il Louvre, osserva i Grandi e si rende
ben presto conto che il punto debole di Maria  la Galigai. Insomma, fa lo
stesso calcolo che Concini aveva fatto quindici anni prima, durante il viaggio
al seguito della regina, da Firenze a Parigi.
Richelieu cerca innanzitutto di attirare su di s l'attenzione del maresciallo
d'Ancre. Gli scrive a questo scopo una lettera dietro l'altra. In una di esse,
si pu leggere: Io che ho sempre onorato coloro cui ho promesso i miei servigi,
vi scrivo questa lettera per assicurarvi ancora una volta della mia fedelt...
Vi supplico solo di credere che le mie promesse saranno seguite dai fatti e che,
fintanto che mi onorerete della vostra benevolenza, io sapr servirvi sempre
degnamente.
Poi chiede un'udienza a Leonora. Nessuno sa bene che cosa sia successo durante
l'incontro fra il giovane prelato e colei che il popolo accusava di stregoneria.
Alcuni sostengono che la Galigai fu sedotta, nel senso pi forte del termine, e
che il giovane prelato non manc di approfittare della situazione.
Comunque sia, il risultato non si fece attendere: come abbiamo visto Maria
impose discretamente al clero di scegliere Richelieu come proprio portavoce
ufficiale durante le sedute degli Stati Generali del 1614. Nel 1615, poi, la
Reggente lo nomina Gran Cappellano di Corte. Si direbbe che si ripeta lo stesso
processo che port al successo Concini. La cornice entro cui si attua il
successo di Richelieu  in effetti identica a quella in cui si era attuato
quello di Concini, ma questa volta non si tratta di un avventuriero assetato di
denaro e di prestigio, ma di un uomo politico sicuro del proprio genio e che
intende mettere le sue forze al servizio della Francia.
Cos gli stessi sospetti che accompagnarono l'ascesa di Concini si appuntano ora
sul prelato. C' chi dice, che se egli non  ormai l'amante della regina, almeno
che Maria non  del tutto insensibile al suo fascino. Un fatto comunque  certo:
la Reggente consult un indovino per sapere se Richelieu disponesse per caso di
qualche misterioso influsso per farsi amare.
Ma tutte queste sono chiacchiere e Richelieu non le tiene in gran conto. Egli 
convinto di aver puntato sulla carta giusta. In effetti, in un primo tempo tutto
sembra riuscirgli secondo i piani:  lui, ad esempio, che nell'estate del 1616 
incaricato di prendere contatto con Cond per cercare una conciliazione del
principe con la Reggente. Richelieu port a termine cos bene la sua missione
(Cond ritorn a Parigi) che, il 25 novembre 1616, quando il Guardasigilli Du
Vair fu destituito per le sue eccessive simpatie per i Grandi (e Mangot fu
chiamato a sostituirlo), fu nominato segretario di Stato agli Affari esteri e
alla Guerra.
Cos, dunque, Richelieu si  piazzato in una posizione preminente del governo.
Ma la soddisfazione di guidare la politica estera della Francia durer poco.
La carta buona, quella su cui conveniva puntare allora, non era n Concini, n
la Galigai e nemmeno Maria de' Medici. La carta vincente era il Re, era Luigi
XIII.
Luigi XIII, di cui nessuno teneva gran conto a quell'epoca, considerandolo del
tutto insignificante, era in realt un personaggio affascinante, come tutti
coloro che hanno una doppia natura, un carattere fatto di mille sfaccettature e
una sensibilit ricca di infinite sfumature, che fanno pensare a quei mobili a
doppio fondo e pieni di cassetti i cui segreti non hanno mai fine.
In effetti Luigi XIII aveva un temperamento esuberante, ma represso da
un'educazione dura e opprimente.
Da piccolo il futuro sovrano  un bambino allegro e vivace; forse fin troppo
suscettibile. Dimostra subito una volont intransigente e una sensibilit a fior
di pelle: il minimo sgarbo lo ferisce, la minima contrariet lo sconvolge e
rimane impressa per sempre nella sua memoria.
Da bambino, dunque, Luigi era vispo e petulante. Ma, dall'et di nove anni in
poi, diviene taciturno e si ripiega su se stesso. E' avaro di parole e quando ne
pronuncia qualcuna, pi che parlare, di solito balbetta. La morte violenta del
padre ha provocato in lui un trauma che fatica a superare e che  causa di
continui affanni. Ma forse ci che ancor pi lo fa soffrire  l'indifferenza
della madre nei suoi confronti.
Enrico IV non voleva che i suoi figli lo chiamassero Maest. Preferiva che lo
chiamassero semplicemente pap. Amava giocare con loro, senza distinguere fra
quelli legittimi e quelli illegittimi. Si divertiva a portarli sulle spalle e
anche a lanciarli in aria, come fece un giorno con Luigi, che per poco non mor
dallo spavento. Ma il giovane Luigi XIII, anche se ammira e ama suo padre,
sopporta malvolentieri quella promiscuit tra fratelli e fratellastri. Il suo
comportamento  ben presto quello di chi sa di essere il delfino, il futuro re
di Francia.
Si dice che un giorno il futuro re, parlando del fratellastro Vendome, figlio di
Gabrielle d'Estres, si sia espresso in questi termini: Non  il mio fratellino.
Lui non  uscito dal ventre della mamma.
Mamma. Questa parola si sentiva spesso sulle labbra del giovane Luigi. Preferiva
la madre al padre. Enrico IV si divertiva spesso a stuzzicarlo, mentre Luigi era
troppo suscettibile per non sentirsi a disagio di fronte a certi scherzi.
Per esempio un giorno Luigi si era infuriato perch il re gli aveva strappato il
cappello e se lo era messo in testa, un'altra volta perch Enrico IV gli aveva
preso il tamburo, un'altra ancora si era offeso a morte perch il padre, per
spronarlo a saltare un fossato, gli aveva dato della lumaca.
Cos Luigi preferisce sempre pi la madre. Ma la regina non contraccambia per
nulla questo affetto e resta fredda e distante come un blocco di marmo. In sette
anni Maria non lo ha abbracciato mai. In realt preferisce di gran lunga il
figlio minore Gaston, perch, dice,  meno cupo e apatico. Luigi soffre in
silenzio per questa preferenza della madre verso il fratello, geloso com' verso
chiunque si avvicini lei.
Impara molto precocemente tutti i misteri dei rapporti fra uomini e donne. In
effetti, ha ricevuto un'educazione molto libertina. Quel satiro di suo padre gli
insegnava persino a correre dietro alle cameriere e ad alzare loro le sottane.
Il ragazzino rimarr profondamente segnato da questi giochi erotici precoci e
per molto tempo prover un senso di timore di fronte all'atto sessuale. Questa
specie di impotenza, d'altra parte, provocher un'ulteriore acutizzazione della
sua sensibilit naturale.
In queste condizioni, quel Concini che gira continuamente attorno alla madre e
che, dopo il terribile pomeriggio del 14 maggio 1610, sembra aver preso il posto
del padre scomparso, gli risulter sempre pi odioso. Ogni volta che il
bellimbusto fiorentino fa la sua comparsa, Luigi reprime a stento il suo
disgusto, si gira dall'altra parte e si rifugia nell'ombra, nella solitudine.
Una reazione di analoga gelosia il re l'avr in seguito anche verso il giovane
prelato, cui tutto sembra riuscire, e che Maria de' Medici prender a
proteggere. Richelieu,  questo come avrete capito il nome del prelato, si
mostra del tutto indifferente nei confronti dell'adolescente, che sembra
interessarsi solo di dolci e di caccia.
Ma se  grave, a sedici anni, essere trascurati da un uomo che si spreca in
inchini e adulazioni nei confronti di un furfante arricchito come Concini, 
ancora pi grave essere presi in giro, insultati e disprezzati apertamente dallo
stesso Concini.
Odio e tristezza si contendono il cuore del giovane sovrano per questa
situazione. L'odio poi si trasforma facilmente in collera repressa, in sorda
rivolta quando qualcuno mormora all'orecchio dell'adolescente che  probabile
che quel Concini non sia del tutto estraneo all'assassinio del padre.
C' chi ha voluto paragonare Luigi XIII ad Amleto. In effetti, c' qualcosa di
amletico in questo re sempre inquieto, sempre timoroso di mettere un piede in
fallo, che ha dei sospetti sul comportamento della madre e che constata con
infinita amarezza che il suo regno  in mano a una coppia di ruffiani, a due
avventurieri cinici, insolenti e incapaci.
In effetti, come Amleto fa il pazzo per ingannare gli altri e attendere che
giunga la sua ora, Luigi XIII fa il bambino. Lo confesser lui stesso anni dopo,
per rispondere a chi si meravigliava della sua passivit di allora. Facevo il
bambino, spiegher con aria d'intesa.
Per il momento, Luigi XIII non conta pi le insolenze e gli affronti che gli
vengono da Concini e, seppure in minor misura, dalla Galigai. Essendo dama di
compagnia della regina, quando non sta nel suo ricco palazzo di rue de Tournon,
Leonora abita al Louvre, proprio sotto all'appartamento di Maria de' Medici. Un
giorno, Luigi sta giocando alla guerra e Leonora gli manda a dire di non fare
troppo baccano perch ha mal di testa. Ma questa volta il bambino si rivolta e
risponde: Se la sua stanza  rumorosa, Parigi  grande abbastanza perch se ne
trovi un'altra!
Ma, a scusante di Leonora, c' il fatto che era veramente malata e sembra che
questo affronto sia stato l'unico che il re dovette subire dalla strega. Del
resto, Maria de' Medici non rispetta certo pi della sua protetta la dignit del
re. Una volta, ad esempio, Luigi pesta senza volere la zampa di un cane nella
camera della madre. L'animale gli morde la gamba sino a farla sanguinare. La
regina, invece di preoccuparsi per la ferita del figlio, si mette a imprecare
contro di lui, gratificandolo del titolo di stupido, di inetto, che non sa
nemmeno dove mette i piedi. Si direbbe che le stia molto pi a cuore il cane.
Tuttavia Luigi non ce l'ha tanto con la madre e nemmeno con la Galigai, la cui
unica colpa, ai suoi occhi,  quella di essere la moglie di quel farabutto di
Concini, che sembra divertirsi ad insultarlo in pubblico, chiamandolo bambinone.
Talvolta l'avventuriero fiorentino  arrivato a mormorare fra i denti,
riferendosi al re: Meriterebbe la frusta.
I fedelissimi di Concini, che sono un ammasso di cortigiani che eccellono solo
nell'arte dell'adulare, spingono la villania del maresciallo a tal punto, che
vien da chiedersi se la volgarit non sconfini qui nella stupidit. Ad esempio,
il giorno di carnevale, quando Concini si fa versare da bere, si leva un grido:
Il re beve!
Gli episodi di questo tipo sono infiniti. Non c' giorno che Luigi XIII non
riceva il suo affronto. Un giorno in cui era entrato nella sala dove si teneva
la riunione del Consiglio, la regina lo aveva preso per un braccio e, sotto lo
sguardo divertito del maresciallo d'Ancre, lo aveva fatto uscire dicendogli di 
andare a giocare da un'altra parte.
Un'altra volta Concini, mentre giocava al biliardo, si era messo il cappello di
fronte al re (delitto di lesa maest secondo l'etichetta) e, come se non
bastasse, aveva aggiunto con un sorriso beffardo: Sire, Vostra Maest mi
permetter certamente di tenermi il cappello, non  vero?
Quella volta Luigi XIII era rimasto un attimo incerto. Aveva guardato a lungo
negli occhi il bellimbusto, ma alla fine aveva deciso ancora una volta di fare
il bambino. Perci aveva balbettato con voce angelica: Certo, tenetevi il
cappello.
Un giorno Luigi cammina per una galleria del Louvre seguito da tre sole persone.
Concini arriva, circondato da una folla di gentiluomini che gli parlano con
rispetto e gli danno dell'Eccellenza. L'avventuriero ignora completamente la
presenza del re, che freme di fronte a quest'ennesimo oltraggio, ma ancora una
volta tace. Ad un certo punto per il fiorentino si rende conto del pericolo che
corre continuando a trattare in questo modo Luigi XIII. Infatti, egli si 
accorto che la regina si stacca sempre pi da lui e non lo protegge pi come una
volta. Non sarebbe saggio, pensa, rivolgersi verso Luigi? Disgraziatamente per
lui, l'apertura che fa al sovrano  talmente maldestra, che ottiene l'effetto
opposto e viene considerata dal sovrano come un affronto ulteriore.
Era successo che Luigi, che non riceveva praticamente niente dalla madre per i
suoi bisogni personali, aveva chiesto che gli fossero assegnati mille scudi.
Eppure Maria de' Medici era la regina di Francia che spendeva di pi per
gioielli e vestiti. La grossa banchiera, come la chiamava Henriette d'Entragues,
respinge la domanda. Allora Concini, accompagnato dalla sua solita scorta di
adulatori, si presenta al re, cui dichiara di essere dispiaciuto per il fatto
che la regina non gli abbia dato il denaro richiesto e di essere pronto a
trovare una soluzione. Che Sua Maest si rivolgesse a Concini e Concini sarebbe
stato felice di aprirgli la propria borsa.
Luigi XIII respinge orgogliosamente la proposta, indignato al pensiero che un
avventuriero potesse offrire a lui, re di Francia, del denaro sottratto alle
casse dello Stato.
Il giorno in cui Concini ricever 175.000 scudi come risarcimento dei danni
subiti durante il saccheggio del suo palazzo di rue de Tournon, il re si lascer
scappare questa frase: Si dice sempre che non ci sono soldi in cassa quando
voglio prendere trenta franchi, ma quando  il maresciallo a chiederli si
trovano facilmente 175.000 scudi.
Cos, giorno dopo giorno, un rancore tenace si insinua nel cuore del giovane
sovrano, mentre l'amore che nutriva per la madre si trasforma in odio. La sua
solitudine diviene insopportabile. A chi confidare i propri pensieri? Chi
l'aiuter?
Perch non potrebbe essere la primogenita di Filippo III di Spagna, dona Ana, la
giovanissima principessa con cui  sposato dal 25 novembre 1615? Anna d'Austria
ha solo quindici anni, ma  una giovane dolce e intelligente.
Ma Luigi non  riuscito a stabilire alcun rapporto di intimit con Anna. Suo
padre, con la sua spregiudicatezza, insegnandogli prematuramente cose che
dovrebbe essere l'istinto a dettare spontaneamente, ha fatto del figlio un
ragazzo che non ama troppo le donne, quando addirittura non le disprezza.
La prima notte che il ragazzo ha passato con la giovanissima sposa non ha potuto
risolvere niente a questo proposito. Luigi e Anna hanno dovuto consumare il loro
matrimonio sotto lo sguardo attento di due nutrici, cui la regina madre aveva
ordinato di lasciare insieme il re e la regina un'ora e mezza o due ore al
massimo.
Non  dunque alla giovane regina, ben presto lasciata da parte, che Luigi
confider i suoi tormenti, ma a un gentiluomo pi vecchio di lui: d'Albert de
Luynes, un personaggio che sotto una apparenza dolce e remissiva, nasconde un'
ambizione calcolata e un' intelligenza astuta.
Ognuno si guadagna i galloni di favorito come pu. Concini, che sa di essere
bello colpisce le donne nel loro punto debole: la sensualit e il
sentimentalismo superficiale. Richelieu, bench vescovo, non esita a seguire la
stessa via, ma vi aggiunge il dono della fermezza di carattere, in un momento in
cui la regina madre e la sua confidente cominciano a essere prese dal panico.
Richelieu  l'uomo forte su cui si appoggiano volentieri le due povere donne.
De Luynes avrebbe potuto offrire al re delle amanti, come aveva fatto Concini
con pi o meno fortuna nei confronti di Enrico IV. Ma, come abbiamo visto, Luigi
XIII non ama le donne. De Luynes offr allora se stesso ai piaceri del sovrano,
come sostengono molti?
Gli amori segreti di Luigi XIII con de Luynes in un primo tempo, e poi con
altri, sono stati materia di molti pettegolezzi dal XVII secolo sino ai nostri
giorni, ma non esistono prove sicure in merito.
Comunque sia, Luigi XIII amava (almeno sentimentalmente) quell'uomo che
l'ascoltava rispettosamente, mentre gli altri cortigiani non sapevano
rivolgergli che sgarbi e insolenze. Si appoggi a lui come un debole arboscello
si appoggia al suo sostegno.
E' ugualmente certo che de Luynes seppe rendersi a tal punto indispensabile che
il giovane re ne parlava ad alta voce in sogno. Capitava che non riuscisse ad
addormentarsi se il suo favorito non era l a tenergli la mano. Cos de Luynes
prese l'abitudine di venire ogni sera al capezzale di Luigi XIII, per
chiacchierare con lui per un'ora o due. Queste discussioni duravano talvolta
sino a molto tardi.
Ma non  con questi mezzi sentimentali che de Luynes giunse a conquistarsi il
cuore di Luigi XIII. Le sue armi pi efficaci furono le conoscenze tecniche che
aveva in materia di caccia.
De Luynes era un nobile di secondo piano. Suo padre, che aveva militato
nell'esercito di Enrico IV, possedeva in Provenza la tenuta di Luines, vicino a
Aix, un vigneto a Brantes e infine l'isoletta di Cadenet, in mezzo al Rodano.
Alla sua morte questi possedimenti furono spartiti fra i tre figli, che vi
trovarono, se non la fortuna, almeno un nome. Il primogenito, cos, prese il
nome di Luynes (la y dava un'aria pi nobile); gli altri due di Brantes e di
Cadenet.
De Luynes era il pi ambizioso. A poco a poco, cominci a firmare le sue lettere
con il nome di d'Albert de Luynes, per darsi pi importanza, e raggiunse Parigi,
fonte talvolta di tutte le miserie, ma anche spesso delle pi incredibili
ascese. Approfittando del fatto che suo padre aveva un tempo reso dei servigi
alla corona, d'Albert si sent autorizzato a presentarsi al Louvre.
Dato che era un bell'uomo, elegante e raffinato, non ci mise molto a farsi
notare dalla regina. Ma il giovane non teneva affatto a immischiarsi nella
camarilla degli italiani. Le sue origini di gentiluomo di campagna gli fecero
immediatamente fiutare i rischi che avrebbe potuto correre se avesse accettato
di gravitare nell'orbita di un uomo cos futile e tanto odiato come Concini.
Preferiva di gran lunga l'atteggiamento riservato e dimesso del giovane sovrano,
di cui nessuno parlava mai, ma che un giorno forse si sarebbe messo lui a
parlare. Inoltre, a quanto si diceva, Luigi era appassionato di caccia e la
caccia, per d'Albert, non aveva segreti.
Il vecchio maresciallo di Souvr, che aveva conosciuto il padre di Luynes, ne
parl a Luigi XIII. Questi non esit un minuto a chiamare presso di s un uomo
con cui, finalmente, avrebbe potuto discutere della sua occupazione preferita:
la caccia. Cos, a partire dal 1611, de Luynes si occup personalmente degli
uccelli del re, detti uccelli reali.
A poco a poco, tuttavia, e bench il re sia stato a lungo considerato del tutto
inoffensivo, la regina madre e Concini cominceranno a chiedersi se i modi fin
troppo cortesi di de Luynes non nascondessero l'abilit di un temibile
manovriero. Che cosa hanno da dirsi di cos importante il re e il suo nuovo
amico, per rimanere in colloquio talvolta sino al mattino? Parlano veramente
solo di falconi e di caccia?
Un giorno Concini coglie negli occhi del re un lampo d'odio e si fa prendere dal
panico. La notte seguente non riesce a dormire. Dopo tutto Luigi XIII ha ormai
sedici anni e non  pi un ragazzino che chiunque pu offendere ed umiliare
impunemente. E' vero che ha l'aria di essere sempre addormentato. Ma, allora, da
dove viene quella espressione improvvisamente arrogante, da dove quello sguardo
duro e quasi minaccioso? E' de Luynes, non c' dubbio,  de Luynes che si
nasconde dietro a quella minaccia tanto pi pericolosa perch muta. E' dunque de
Luynes che bisogna ricondurre alla ragione.
L'indomani, il maresciallo d'Ancre va a trovare d'Albert e gli dice: Alberti,
Alberti, amico mio, il re mi ha guardato con occhi furiosi. Me ne risponderete
voi, Alberti, me ne risponderete voi!
L'italiano si aspettava che il favorito del rechinasse la testa, si diffondesse
in scuse, implorasse perdono. Ma de Luynes si limita ad alzare le spalle e ad
andarsene. Per lui, Concini  gi condannato. Ormai  lui, l'esperto di uccelli,
che  padrone del gioco. Le battute insolenti dell'ex Isabella non hanno pi
nessun valore.
La Corte non tarda ad accorgersi del disprezzo con cui de Luynes tratta Concini.
Se si permette di dimostrare cos clamorosamente e pubblicamente i suoi
sentimenti nei confronti del fiorentino, si dicono i cortigiani, vuol dire che
sa il fatto suo. In effetti, sembra che il vento stia cambiando. Lo stesso
Richelieu comincia a preoccuparsi. Diventa urgente sapere che cosa quel nobile
di campagna abbia in testa. La regina, dal canto suo, ha gi cercato
naturalmente di conquistarsi il favorito del re con denaro e prebende. Gli ha
affidato il governo del castello d'Amboise, chiedendo in cambio che d'Albert le
riferisca esattamente tutto ci che pensa Sua Maest il re. Ma l'affare era
fallito. Se la regina ha paura di suo figlio, ha pensato de Luynes, significa
che ho avuto ragione a puntare sul re e non su di lei.
Nella cerchia dei fedelissimi della regina sono in molti a pensare che bisogna
tentare il colpo decisivo prima che sia troppo tardi. Richelieu immagina uno
stratagemma. La regina andr a trovare il figlio e gli dir che  stanca e che,
dato che il re  ormai maggiorenne e sposato, non c' alcun motivo perch non
prenda su di s la responsabilit del regno.
Richelieu spera che il re reagisca alla proposta rivelando ci che pensa
veramente nei confronti di Concini e del governo. In questo caso, approfittando
del fatto che Luigi  stato colpito recentemente da convulsioni nervose, si
potr facilmente deporlo, adducendo una seria malattia nervosa e mettendo al suo
posto il figlio preferito di Maria, Gastone duca d'Angi.
Maria fa ci che gli  stato consigliato e per dare maggiore credibilit al suo
discorso, dichiara di aver gi iniziato trattative in Italia per l'acquisto del
principato di La Mirandola, dove avrebbe intenzione di ritirarsi.
Dopo un attimo di riflessione, il re respinge l'offerta. Non permetter mai,
dice, che sua madre abbandoni il potere. Il suo governo  troppo saggio: come
potrebbe lui assumere la direzione degli affari pubblici? Per finire, aggiunge
che nessuno parla della regina se non in termini che si addicono alla sua
dignit. Quanto a Concini, il sovrano si guarda bene dal parlarne.
La regina se ne va rassicurata e convinta che tutti coloro che si sono messi in
testa mille storie sulle ambizioni segrete di de Luynes non hanno capito niente.
Tutto in realt va per il meglio: il re preferisce gli uccelli al potere.
Richelieu, dal canto suo,  profondamente sconcertato dalla reazione di Luigi
XIII. Se il sovrano ha evitato ancora una volta di esprimere il suo pensiero,
ci significa o che  veramente un po' scemo, o che ha una capacit di
dissimulare i suoi sentimenti del tutto fuori dal comune. Questa volta il
prelato riflette a lungo sulla personalit del re, cui sino a quel momento non
aveva badato molto. Cos a poco a poco si rende conto del proprio errore e
improvvisamente decide di cambiare campo:  urgente uscire dal ginepraio in cui
si era cacciato.
Non sono certo i voltafaccia a porre dei problemi a un uomo di cui Paolo V ha
detto che sarebbe diventato un gran furbo. Richelieu fa finta di essere stanco e
chiede alla regina l'autorizzazione ad abbandonare il governo. Ha bisogno di
riposo, dice, e di pace. Vorrebbe ritirarsi in qualche vescovado sperduto dove,
liberato dalle preoccupazioni dello Stato, potersi dedicare pienamente alla
meditazione e alla salvezza delle anime che gli sarebbero state affidate.
Queste parole piovono sulla regina come una doccia fredda. Cosa  capitato al
suo Richelieu? Di chi non  soddisfatto? Ce l'ha forse con lei, o con Barbin, o
con Concini?
La risposta del prelato non si fa attendere. Richelieu ha intuito che una
determinazione incrollabile anima de Luynes e la cosa lo spaventa. Cos, senza
mezzi termini, denuncia di fronte alla regina sbalordita le colpe e
l'impopolarit del maresciallo d'Ancre.
Maria de' Medici si riprende per subito. Dice al prelato di comprendere
perfettamente le critiche formulate dal segretario di Stato agli Affari esteri e
aggiunge di essere sostanzialmente d'accordo con lui. In conclusione, gli chiede
otto giorni di tempo per riflettere prima di accettare le sue dimissioni.
Ma otto giorni per Richelieu sono gi troppi. Il suo
istinto gli dice che bisogna fare in fretta. Perci, come se niente fosse e come
se non avesse mai giurato fedelt a Concini, incarica suo cognato, Du Pont du
Courlay, di prendere contatto con de Luynes e di assicurarlo della propria
collaborazione.
In effetti il tempo stringe. Il re ha deciso di gettare la maschera e di farla
finita al pi presto.
Gioved 20 aprile 1617, Luigi XIII presiede uno strano tribunale. Siamo al
Louvre, nella stanza di de Luynes. Non ci sono dubbi sulla colpevolezza
dell'accusato: il maresciallo d'Ancre. La necessit di punire severamente il
colpevole  parimenti fuori discussione. Ci di cui si discute oggi  quale sar
la pena e chi si incaricher di eseguirla.
In verit si tratta di una ben strana riunione! Sono parecchie settimane che si
svolgono assemblee del genere, ora alle Tuileries, ora nel piccolo deposito
degli attrezzi che si trova all'estremit dei giardini, ora nella camera di de
Luynes o dei suoi fratelli. Ma questa volta non si pu pi tergiversare, bisogna
agire e subito.
Tuttavia il re esita ancora. Guarda a uno a uno i volti degli uomini che lo
circondano e un fremito gli corre per la schiena. De Luynes, cercando dei
complici ha trovato pi che altro degli uomini d'azione, disposti a tutto. Tutto
l! In fondo non si tratta di andare a trovare il maresciallo d'Ancre e di
chiedergli gentilmente di andarsene. Non  roba da diplomatici questa, ma da
gente senza scrupoli e pronta al peggio.
Il pi pericoloso sembra essere Guichard Dageant che si  offerto
spontaneamente all'attenzione di de Luynes. Ricopre un importante incarico nel
ministero delle finanze e gode della fiducia del ministro Claude Barbin. Durante
il giorno si sforza di fugare i sospetti di Concini e degli amici della regina,
ripetendo loro che il re  solo un gran bambinone e che de Luynes  buono
tutt'al pi per andare a caccia col falcone. Ma quando sopraggiunge la sera, lo
stesso uomo corre a fare il suo rapporto al favorito del re, ripetendo
fedelmente tutto ci che si dice o si mormora nella cerchia della regina.
Accanto a Dageant, c' il signore di Marsillac, che a suo tempo Cond aveva
fatto bastonare per prevaricazione, e un altro strano personaggio: padre
Saint-Hilaire, un ex cappuccino che, dopo essere vissuto pi di venti anni in
mezzo a ogni sorta di vizio, ha gettato la tonaca alle ortiche e ripreso il suo
nome laico di Travail.
De Luynes aveva promesso al cappuccino l'arcivescovado di Bourges. Ma, dopo
l'uccisione di Concini, Travail dichiar che bisognava sbarazzarsi anche della
regina madre, abbandonandola al furore popolare. Ci non rientrava affatto nei
piani del favorito del re, che lo fece arrestare, processare e condannare a
morte.
Sono ugualmente presenti Tronson, un mezzano molto conosciuto, e un vecchio
domestico di Brantes (il fratello di de Luynes) che si chiama Deplan. Infine,
l'assemblea  completata dal secondo fratello del favorito, Cadenet.
Questa riunione plenaria  decisiva. Si sono gi prospettate diverse soluzioni
oltre a quella di eliminare fisicamente il maresciallo d'Ancre. Per esempio
fuggire da Parigi e raggiungere il castello d'Amboise, di cui de Luynes 
governatore: di l si sarebbero chiamati a raccolta tutti gli elementi sani del
regno. Tre anni prima, in effetti, era stato sufficiente che il giovane monarca
si presentasse in Bretagna, perch l'agitazione fomentata in quella regione dal
suo fratellastro Vendome si placasse. Luigi XIII si ricorda benissimo
l'entusiasmo dimostrato al suo passaggio dalla popolazione e in particolare dai
contadini, che applaudivano e si inginocchiavano come se egli fosse stato un
semi-dio.
Ma la soluzione di una fuga ad Amboise  ben presto abbandonata. Una mossa del
genere avrebbe rischiato di scatenare una nuova e ancor pi sanguinosa guerra
civile. Si ritorna cos sempre allo stesso punto: bisogna sbarazzarsi di
Concini, vuoi procedendo al suo arresto come si  fatto con Cond, vuoi
uccidendolo.
E' Dageant che parla per primo della necessit di assassinare il maresciallo.
Ma il re tergiversa, preferendo la soluzione dell'arresto.
Credetemi, Sire, bisogna ucciderlo. insiste Dageant.
Luigi XIII fa qualche passo, scuote la testa e dice: No.
Bene, replica Dageant. Ma in questo caso non ci si pu permettere di fallire.
Se tutto non funziona perfettamente come previsto, bisogner fuggire. E in che
disordine sprofonderebbe allora il vostro regno! Ci avete pensato?
Luigi XIII non risponde e si limita a sedersi pensieroso.
Chi tace acconsente, si dicono i congiurati. Ormai Concini pu considerarsi un
uomo morto. Ma chi si incaricher dell'operazione? Di chi fidarsi in una corte
che pullula di creature del maresciallo d'Ancre? Qualcuno fa il nome di
Montpouillon, figlio del maresciallo di La Force, che odia Concini e che ha gi
espresso il desiderio di ucciderlo. Ma de Luynes respinge questa candidatura. La
posta in gioco  troppo grossa perch ci si affidi a un dilettante. E'
necessario un uomo del mestiere, abituato a colpi del genere e sufficientemente
ambizioso per fare un rapido calcolo dei vantaggi che la cosa potrebbe
procurargli.
Perch non Vitry? esclama uno dei congiurati. De Luynes accetta. Vitry  un
eccellente candidato.
Trentaseienne, dai modi volgari, brutale e violento nel parlare come nell'agire,
Vitry  un soldataccio tutto d'un pezzo. E' succeduto a suo padre come capitano
delle guardie del corpo del re. Uccidere un uomo  per lui una semplice
formalit. Del resto Vitry detesta Concini, che un giorno lo ha definito un
cattivo soggetto. Tuttavia Vitry si fa pregare. Un amico di de Lyunes du
Buisson, responsabile degli uccelli del re, fa da mediatore.
E' pericoloso, dice Vitry, siete sicuro che il re dar l'ordine di uccidere il
maresciallo d'Ancre?
Si,  sicuro. risponde du Buisson e aggiunge: In compenso della vostra fedelt
sarete nominato duca e maresciallo di Francia.
Era proprio questa la risposta che Vitry aspettava. Qualche minuto pi tardi
egli  gi davanti ai congiurati. Chiede ordini precisi e, rivolto al re, dice:
Sire, se egli si difende, che cosa vuole Sua Maest che io faccia?
Il re tace. De Luynes fa un gesto, come se volesse parlare, ma subito si
trattiene. Vitry comincia a spazientirsi Allors Dageant dichiara con voce
ferma: Il re vuole che lo si uccida.
Vitry guarda negli occhi il re, che abbassa la testa e tace. Il silenzio diviene
insopportabile.
Allora Vitry esclama: Sire, eseguir i vostri ordini!
Tutte le testimonianze dei contemporanei concordano su questo punto. Se il re
non diede esplicitamente l'ordine di uccidere Concini, almeno consider questa
possibilit senza scomporsi e si impegn facilmente a proteggere con la sua
autorit i suoi amici. Saint-Simon  di parere contrario. Ma bisogna dire che
egli aveva una vera e propria venerazione per la memoria di Luigi XIII, che era
il benefattore della sua famiglia. E' lecito perci sospettare della sua
imparzialit. Egli scrive: Per quanto riguarda l'esecuzione, il re si preoccup
pi di ogni altra cosa del fatto che fosse conservata la vita a quel perfido
Italiano, tanto che mand ancora all'ultimo momento delle raccomandazioni in
questo senso agli esecutori e fu profondamente addolorato quando non ebbe pi
dubbi sul fatto che i suoi ordini erano stati trasgrediti.
La data dell'esecuzione  fissata per domenica 23 aprile e siamo gi a gioved
20. Venerd 21, nel pomeriggio, il cognato di Richelieu, Du Pont du Courlay, si
presenta alle Tuileries e chiede di essere ricevuto a tu per tu da de Luynes. I
due passeggiano da soli per il giardino. Du Pont spiega a de Luynes di essere
stato inviato da Richelieu. Dice che il vescovo di Luncon pensa che Concini stia
conducendo la Francia alla rovina e assicura al re la sua assoluta fedelt.
Inoltre, se Sua Maest vuol conoscere dettagliatamente tutto ci, compresi i pi
segreti affari di Stato, di cui egli  o verr a conoscenza, sar un onore per
lui poterlo servire.
Sapendo bene di che cosa  capace il prelato, de Luynes informa Luigi XIII della
proposta di Richelieu. Gli fa presente che con un simile alleato forse non 
nemmeno pi necessario uccidere Concini per neutralizzarlo. Ma il re diffida del
vescovo di Luncon, che non l'ha mai degnato di uno sguardo cortese e che sino ad
ora  sempre stato uno degli uomini di Concini.
Cadenet, da parte sua, fa notare che ormai  troppo tardi per fermarsi. Vitry e
gli altri uomini che quest'ultimo ha reclutato sono ormai al corrente. Prima o
poi il complotto verr scoperto. Non c' dunque pi tempo da perdere.
Domenica 23 aprile tutto  pronto. Luigi XIII fa colazione alle otto. Di solito
Concini arriva al Louvre verso le dieci. Il piano dei congiurati prevede che al
suo arrivo gli venga detto che il re lo attende nella sala delle armi. E'
stabilito che l'esecuzione avverr l.
Ma questa volta Concini non arriva alla solita ora. Il re comincia ad
innervosirsi. Per calmarsi si mette a giocare al biliardo. Fissa con uno strano
sguardo le palle d'avorio muoversi sul tappeto verde, sforzandosi di pensare
solo al gioco. Ormai  mezzogiorno e Concini non arriva. Il re si agita, esce
dal Louvre e va a messa nella cappella del petit Bourbon, che si trova proprio
in faccia al palazzo. La messa  appena finita quando du Buisson, che era
appostato nei pressi della casa di Concini, arriva trafelato: Il maresciallo 
uscito, riferisce. Sta andando dalla Reggente.
Il re non vuole che si arresti Concini nell'appartamento della madre e manda
perci un messaggero col compito di convocare Concini nella sala delle armi. Ma
il maresciallo  rimasto solo un attimo nella stanza di Maria de' Medici ed 
subito ridisceso da una scala, mentre il messaggero del re saliva da un'altra.
De Luynes comincia a perdere le staffe. Se le cose stanno cos, dice, bisogna
usare la maniera forte e attaccare il palazzo di Concini. Ma Vitry  pi freddo.
Propone di rimandare l'esecuzione al giorno dopo. D'altra parte, aggiunge,
siccome  aleatorio pensare di poter condurre il maresciallo nella sala delle
armi, bisogna tendere una trappola alla vittima. Aspetter, dice il capitano
delle guardie reali, che il maresciallo arrivi sul ponte Dormant del Louvre, fra
le porte Bourbon e Philippe Auguste. L, dopo aver fatto chiudere queste due
porte, lo intrappoler. Luigi XIII acconsente.
Quella sera Richelieu, che era gi a letto, riceve una lettera in cui gli si
comunica che il maresciallo d'Ancre sar assassinato l'indomani, 24 aprile 1617.
Il prelato mette tranquillamente il prezioso messaggio sotto il cuscino e si
addormenta.
Luned, 24 aprile 1617. Piove a dirotto da molte ore. Uno strato spesso e molle
di fango, scuro e qua e l giallastro, ricopre Parigi. Gli schizzi di quel fango
lurido sono pericolosi. Qualcuno dice che lascino macchie incancellabili.
Comunque sia, impastato com' di escrementi animali, di sterco di cavallo, di
terra e di immondizie varie, questo fango che i parigini chiamano la mostarda, 
pestilenziale e diffonde ovunque un odore nauseabondo e tenace.
Vitry  appostato nel cortile del Louvre. Ha dato appuntamento in quel punto a
una ventina di compari che arrivano uno alla volta, portando sotto il mantello
spade e pistole. Tutto  pronto.
Il re si  alzato molto presto. Fa sapere ai suoi domestici che vuole andare a
caccia e che preparino perci i suoi cavalli. Anche questo fa parte del piano
dei congiurati: il re deve poter fuggire in caso di fallimento dell'attentato.
Naturalmente, la partenza per la caccia viene rimandata di ora in ora: prima
Luigi XIII non pu partire perch a colloquio con il giovane Beautru; poi si
mette con grande cura a raschiare una pergamena per renderla pi sottile. Infine
arriva de Luynes, col quale il re si mette a giocare a biliardo. I due decidono
di mandare a dire alla regina, Anna d'Austria, di non preoccuparsi se sentir
del rumore...
Proprio in quel momento Concini sta finendo di fare la toletta: si incipria e si
imbelletta, si colora con una punta di rosa le guance e con una sfumatura di blu
le palpebre. Non vive pi nel suo palazzo di rue de Tournon: non riuscendo pi a
sopportare le grida isteriche della moglie che, certe volte, spaventano tutto il
quartiere, si  sistemato in una casa lussuosa vicinissima al Louvre, da dove
pu raggiungere direttamente gli appartamenti della regina attraverso un ponte
che i parigini non tarderanno a chiamare il ponte d'Amore.
Un cameriere viene a chiedere come il signor maresciallo desidera vestirsi.
Concini sceglie un giubbotto nero trapunto d'oro, un paio di calzoni scuri ed
una giacca chiusa con nastri di velluto e di pizzo di Milano. Poi, dopo aver
gettato una sguardo alla finestra e alla pioggia che cade sulla citt, aggiunge:
Dammi anche le soprascarpe.
Non ha ancora congedato il domestico che irrompe improvvisamente nella stanza
Leonora, ancor pi disfatta del solito.
In un pamphlet dell'epoca si legge questa descrizione di stile surrealista della
Galigai: Capelli di medusa, biondi come l'ambra, una fronte liscia come la
pietra pomice, occhi verdi come il fuoco, un naso d'elefante, denti ad uncino,
piede da gambero, corpo sottile come quello di un bufalo, bocca piccola come la
porta di un forno.
Concini le chiede con tono acido cos' venuta a fare da lui a quell'ora del
mattino. Non ha tempo da perdere, lui, ad ascoltare il piagnucolio continuo
della moglie ammalata. Deve andare subito dalla regina. A queste parole Leonora
scoppia:  venuta a sapere che suo marito vuol farla passare per pazza e farla
rinchiudere nel castello di Caen per poter sposare tranquillamente una figlia
illegittima di Enrico IV. O forse, gli chiede amaramente Leonora, spera che la
moglie stia per morire? Magari medita addirittura di farla uccidere? Ma che cosa
vuole di pi? La gloria? Ce l'ha gi. Il denaro? Ne ha finch ne vuole. Allora
che cosa? Bisogna fuggire. Le  venuto un brutto presentimento. Bisogna lasciare
al pi presto questa Corte dove tutti sembrano tramare in segreto e parlar male
dei Concini. Bisogna andarsene da questa maledetta Parigi, dove ormai nemmeno
pi la minaccia delle forche riesce a tenere a bada l'odio del popolo. Bisogna
andarsene dalla Francia e ritornare in Italia! Bisogna farlo assolutamente!
Concini alza le spalle e chiede freddamente al suo domestico di passargli il
cappello e il mazzo di fiori che  solito portare ogni giorno alla regina madre.
Era questa una cerimonia tradizionale quando la reggenza era tenuta da una
donna. Siccome per il re era ormai maggiorenne, Maria de' Medici non era pi la
reggente. Ma Concini, ben sapendo che la regina era molto sensibile a questo
genere di riguardi, non voleva perdere questa occasione per mettersi in luce.
Allora Leonora non si trattiene pi: che vada al diavolo quel Concini che ha
avuto la disgrazia di amare e di sposare! Che vada al diavolo lui e tutta la sua
sicumera, che nasconde in realt, nessuno meglio di lei, che lo ha tratto dal
niente, lo sa, una incapacit disarmante!
Il maresciallo fa finta di non sentire: La mia spada, dice al domestico. Poi,
col savoir faire del cortigiano modello, aggiunge: Scusatemi, mia cara,
riprenderemo questa conversazione un'altra volta. Adesso devo andare al
Louvre...
Vitry dispone i suoi uomini: Voi, Sarroque, La Condamine, Taraud, vi apposterete
di fronte alla casa del maresciallo. Non appena uscir, mi avviserete. Voialtri,
Perrey, Guichaumont, mettetevi sotto il portico. Voi, La Chesnaye, Corneillan,
Boyer rimanete alla prima porta. Colombires e Du Buisson, si apposteranno
vicino alla seconda. Voi, Persant, qua, voi, Morsains, l. Voi, Cauvigny
avvicinerete il maresciallo e gli consegnerete questa lettera che certamente lo
interesser: parla di agitazioni protestanti nella citt di Caen. Ditegli che 
cosa importante. Cercate di far s che la legga immediatamente. Servir a
rallentare il suo cammino.
Poi Vitry, accompagnato dal fratello du Hallier e da una quindicina di uomini
raggiunge il posto di guardia degli svizzeri e si siede su una cassapanca. Di l
il suo sguardo pu arrivare in linea retta sino all'imbocco del ponte Dormant.
Ogni minuto che passa sembra un'eternit. Vitry trattiene a stento il suo
nervosismo.
I suoi stivali battono ritmicamente sulla cassapanca. Siccome non ha una vista
molto buona, ha paura di non riconoscere a tempo Concini. Ora, tutto deve
svolgersi in pochi secondi. E'stato proprio lui a ricordarlo poco fa ai suoi
uomini.
Suonano le dieci. Gli uomini appostati davanti alla casa del maresciallo
arrivano di corsa. Concini  uscito! Concini  uscito!
Naturalmente il maresciallo non  solo. Lo accompagnano una quarantina di
persone: cortigiani, paggi, guardie del corpo. Tutta questa gente si presenta
proprio in quel momento davanti alla porta Bourbon.
Il vecchio Louvre era pi una piazzaforte che un palazzo. Lo fiancheggiavano due
enormi torri di guardia. Per entrare bisognava passare attraverso una grande
porta, detta porta Bourbon, fiancheggiata a sua volta da altre due piccole
torri. Questa entrata era difesa da un ponte levatoio completato da un ponte
fisso di pietra.
Il maresciallo ha in una mano la lettera che Cauvigny gli ha appena consegnato e
nell'altra i fiori destinati alla regina. La pesante porta si apre, ma si
richiude subito dopo. Solo Concini e una parte del suo seguito sono entrati.
L'Italiano, assorto nella lettura di una lettera, che spera gli permetter di
distinguersi in Normandia, non si accorge di nulla. N del rumore provocato dai
catenacci che le guardie si sono affrettate a chiudere su ordine di Corneillan,
n delle esclamazioni che si levano da fuori.
Concini continua a leggere la sua lettera. Non appena sale sul ponte Dormant,
Vitry e i suoi lasciano il posto di guardia degli svizzeri. Ma c' un
contrattempo: qualcuno del seguito del maresciallo lo trattiene, chiacchierando
e parlando del pi e del meno... Vitry si fa avanti, ma... il maresciallo  gi
passato. Fuori di s, si mette a gridare: Dove  andato a finire?
Giunge allora in suo aiuto du Hallier: Eccolo!
Dove? ripete Vitry ansimando.
Di fronte a voi. esclama Guichaumont.
E Colombires, indicando col dito Concini, ripete: Proprio di fronte a voi, a
due passi.
A questo punto Concini alza la testa. Il suo sguardo si incrocia con quello di
Vitry e il maresciallo si ferma interdetto. Che cosa vuole da lui quell'uomo?
In nome del re, vi dichiaro in arresto! dice Vitry ad alta voce.
A me?
Concini in quel momento di suprema emozione si esprime proprio cos, in
italiano. Tra l'altro rimane incerto se con quel: A me! volesse solo essere
certo che Vitry si fosse rivolto proprio a lui, oppure se fosse una richiesta di
aiuto.
S, proprio voi.
Concini indietreggia e accenna un gesto. Voleva forse sguainare la spada?
Comunque proprio in quel momento si sentono cinque colpi di arma da fuoco. Il
maresciallo si accascia. La sua testa rimane sfigurata dai colpi e il suo corpo
rimane piegato in due, sostenuto dalla balaustra del ponte. In quella posizione
sembra che il maresciallo possa ancora trovare la forza di rialzarsi. Vitry
allora con una pedata rovescia il cadavere nel fango. Sarroque gli infila la
spada nel fianco, Taraud gli pianta la sua nel collo. Ognuno vuole avere la sua
parte nel massacro. Concini  morto troppo in fretta.
Gli uomini del seguito del maresciallo sono rimasti impietriti. Qualcuno accenna
a metter mano alla spada, ma Vitry lo blocca con une frase decisa: Per ordine
del re, signori, per ordine del re.
Segue una macabra gara intorno al cadavere insanguinato e sporco di fango per
strappare un trofeo di caccia. Guichaumont dice: Sono stato io a ucciderlo, ho
mirato giusto fra gli occhi. No, sono stato io, replica du Hallier. Comunque
sia, ognuno si prende una parte del bottino. Du Buisson strappa da un dito del
maresciallo un enorme diamante, Sarroque prende la spada, Boyer la sciarpa, un
altro strappa il mantello di velluto nero ricamato. Altri, frugando nelle
tasche, trovano denaro e lettere di credito: si dice che questi ultimi si siano
impadroniti cos di una somma enorme, almeno due milioni di franchi.
Nel frattempo Luigi XIII preso dal nervosismo ha abbandonato la partita di
bigliardo ed  risalito in camera. Improvvisamente sente un gran rumore: cos'
successo? Il colpo  fallito? Tanto peggio, si difender. Senza esitare ordina a
un suo domestico: Portami la mia grossa Vitry. (si trattava di una carabina
offerta al re da Vitry).
Il re prende in una mano la spada e nell'altra la carabina, e in questo modo
attraversa l'anticamera e raggiunge la sala che d sulla scala. Ma proprio in
quel momento giunge il colonnello d'Ornano: Sire,  fatta.
Luigi XIII rimane interdetto. Non osa crederci.
Si, Sire, proprio cos, ripete d'Ornano. Ora siete veramente re, perch il
maresciallo d'Ancre non esiste pi.
Poi, preso da un momento di entusiasmo, Ornano prende il re fra le braccia e,
spalancata la finestra, lo mostra alla folla osannante. Luigi XIII riesce solo a
gridare, fra il riso e il pianto: Mille grazie! Mille grazie a voi! Ora sono
veramente re!
Infine, rivolto a coloro che continuano ad affluire per rendergli omaggio,
aggiunge: Voglio che si vadano a cercare i vecchi servitori di mio padre e i
vecchi consiglieri del Consiglio di Stato. E' col loro aiuto che voglio
governare d'ora in poi!
Proprio in quel momento, incuriosita da tutto quel baccano, Caterina, una delle
damigelle italiane della regina madre, getta uno sguardo nel cortile. Vede la
folla, i gentiluomini che accorrono, i soldati, e grida: Ma che cosa sta
succedendo?
E' Vitry in persona che alza la testa e risponde: Il maresciallo d'Ancre  stato
ucciso.
Mio Dio! Ma da chi?
Da me, per ordine del re!
Caterina si precipita da Maria, che si  appena alzata. La notizia colpisce la
regina come un fulmine a ciel sereno. La Reggente fissa la sua damigella con gli
occhi sbarrati e la bocca aperta. Poi, si lascia sfuggire questa frase: Ho
regnato per sette anni. Ormai non mi resta che sperare una corona in cielo.
Dette queste parole, fa il gesto di camminare, ma non ci riesce. La sue dame di
compagnia si mettono a urlare. Allora la regina cade in ginocchio, ma per
rialzarsi immediatamente e mettersi a correre avanti e indietro per le sue
stanze come una pazza, picchiando sui muri e sui mobili, levando le braccia al
cielo, strappandosi i capelli e ripetendo: Poveretta me! Poveretta me!
Infine si siede sul letto. Le lacrime, che le colano sul viso mescolandosi allo
strato di belletto spesso come il gesso con cui usa impiastricciarsi, danno al
suo volto l'aspetto di una maschera tragica da clown. Fremiti nervosi la
scuotono in continuazione. Poi sembra placarsi, ma la respirazione diviene
affannosa.
Un domestico di Leonora, di nome La Place, le chiede a questo punto nel modo pi
dolce possibile come deve avvertire la Galigai. Forse, aggiunge, Sua Maest
vorr andare personalmente a consolare la sua pi cara amica?...
Ma non ha nemmeno il tempo di finire la frase. La regina si lascia sfuggire un
grido soffocato e, con una voce sovreccitata, esclama: Ho ben altro a cui
pensare. Se avete paura di raccontarle la notizia, cantategliela! E aggiunge,
con un sorriso beffardo e ironico: Ditele semplicemente: E' stato ammazzato!
Sono le stesse parole che Concini aveva detto alla regina per annunciarle la
morte di Enrico IV.
La Place, pi morto che vivo, si precipita al palazzo della sua padrona. Ma,
cosa incredibile, apprendendo la notizia della morte dell'uomo che aveva tanto
amato, la Galigai non versa una sola lacrima. L'unico segno esteriore di
emozione  una fissit impressionante nel suo sguardo e in tutto il corpo.
Leonora era preparata alla tragedia: ne aveva avuto il presentimento. Lentamente
si volge verso La Place. I suoi occhi sono vitrei la pelle lucida e bianca, come
quella di una statua di cera. Poi, come un automa, ordina: Andate da Sua Maest.
Ditele di venirmi a trovare. Cercheremo di consolarci insieme.
Questa richiesta cade male. Per ben tre volte la regina ha mandato il suo primo
scudiero, Bressieux, dal re per supplicarlo di riceverla. Tutte e tre le volte
Bressieux si  scontrato con un rifiuto.
Sono troppo impegnato ora, ha risposto il re. Sar per un' altra volta.
La regina si sente persa. Si  buttata sul letto. Il suo corpo massiccio 
percorso da fremiti nervosi. La Place fa la sua ambasciata. Maria non lo
ascolta. Il domestico la ripete. Allora la regina si fa forza e risponde
rabbiosa: Ho ben altro per la testa! urla. Non voglio pi saperne n di Concini
n della Galigai. Li avevo avvertiti da tempo di sloggiare e di tornare in
Italia!
La Place torna dalla padrona per riferire il risultato della sua ambasciata. La
trova nello stesso stato in cui l'aveva lasciata: una statua di cera. Leonora 
sola, terribilmente sola. Ma si riprende. Non c' tempo da perdere. Un rumore di
passi pesanti giunge dalla scala. In gran fretta apre cassetti, cassepanche,
scrigni, ecc. e ne prende tutto l'oro ed i gioielli e i diamanti che fa in tempo
ad afferrare. Poi solleva il materasso, infila sotto tutto questo tesoro,
sistema di nuovo il letto e vi si butta sopra.
Proprio in quel momento le guardie battono alla porta. Aprite, in nome del re!
La Galigai si rialza, si mette in fretta una veste da camera, apre il lucchetto
e si rimette subito a letto.
In nome del re, abbiamo l'ordine di perquisire e requisire tutti gli oggetti di
valore, a cominciare dal denaro e dai gioielli; dice l'ufficiale che comanda le
guardie. Leonora rimane tremebonda nel suo letto. E' malata dice, la morte
l'attende; la lascino dunque finalmente in pace.
Ma le guardie forzano i mobili, vuotano i cassetti, frugano negli armadi, nei
bauli e nelle cassepanche. Gli oggetti di valore si ammassano sul pavimento, ma
del tesoro non c' traccia. Dopo un po' I'ufficiale fissa la sua attenzione sul
letto e improvvisamente ordina con tono secco: Alzatevi!
Come osate? balbetta la Galigai.
L'ufficiale fa un segno ai suoi uomini. Le guardie prendono di peso Leonora, che
cerca di resistere. A guardare quelle braccia e quelle gambe esili che si
dibattono, verrebbe di pensare a un ragno preso in trappola. E rimane cos, in
piedi, fuori di s, aggrappata rabbiosamente alla colonna del baldacchino
sputando insulti a destra e a sinistra, mentre l'ufficiale e le guardie frugano
sotto il materasso...
Pi o meno alla stessa ora l'unico figlio di Concini e della Galigai, il giovane
conte di La Penna (i Concini avevano anche una figlia, la cui morte aveva
addolorato profondamente il maresciallo) si vede arrivare nella casa dove
abitava insieme al padre, di fronte al Louvre, un drappello di soldati. Questi
gli annunciano brutalmente la morte del maresciallo, gli strappano il cappello,
lo costringono a rivoltarsi le tasche, saccheggiano la casa e se ne vanno
ridendo. Il ragazzo rimane inebetito e singhiozzante. L'indomani un gentiluomo
pietoso lo trover nell'angolo di una stanza, raggomitolato come un gatto
bastonato. Lo porter a casa sua e lo affider poi alla giovane regina Anna
d'Austria, che si ricorda in quell'occasione di aver gi visto il figlio del
maresciallo d'Ancre recitare, nella parte ora di un angelo ora di un amorino,
nei balletti della regina madre.
Cos, quella sera stessa, nonostante i pianti del ragazzo, Anna lo far ballare
per sollazzo suo e delle sue dame...
Mentre Maria si sente crollare il terreno sotto i piedi e mentre Leonora,
spogliata di tutta la sua fortuna, prende la strada della prigione, suona l'ora
del trionfo per un altro bambino, per un bambino re.
Ora sono veramente re! aveva esclamato. Ha richiamato i vecchi ministri di
Enrico IV, Villeroy, Jeannine, Du Vair, Sillery. Abbraccia Villeroy e gli dice:
Vecchio mio, ora sono re, non abbandonarmi.
I Barbons divengono nuovamente ministri. Mangot deve lasciare la sua carica,
Barbin  addirittura arrestato. Sar tenuto prigioniero nella sua casa, prima di
essere rinchiuso nel forte l'Evuquc, poi alla Bastiglia, in attesa del processo
che lo condanner all'esilio a vita.
Richelieu  alla Sorbonne presso un suo amico, quando gli giunge la notizia.
Senza esitare raggiunge in fretta il Louvre e si mischia alla gran folla di
cortigiani che vanno e vengono, commentando l'accaduto e facendo piani per il
futuro. Riesce a stento a farsi largo. Finalmente riesce a raggiungere la grande
galleria e a scorgere il giovane re, in piedi su un bigliardo, pazzo di gioia.
Luigi XIII esclama: Ho fatto quello che dovevo fare!
Alla delegazione del Parlamento, dichiara: Servitemi fedelmente, sar un buon
re.
E' a questo punto che scorge Richelieu che  impalato come una I al fondo della
galleria. Il prelato  immobile come un faro nella tempesta. Questa sua
rigidezza ha qualcosa di pauroso. Ma il re non si fa impressionare: Allora,
Luncon! Eccomi libero dalla vostra tirannia!
Richelieu apre la bocca per parlare, ma il re non gliene lascia il tempo.
Andatevene! Toglietevi di mezzo!
De Luynes allora interviene. Mormora qualche parola all'orecchio del re,
ricordandogli l'ambasciata di Du Pont du Courlay. Poi, si china verso Richelieu
e gli dice sottovoce che non  pi segretario di Stato, ma che potr rimanere
nel Consiglio. Aggiunge inoltre che  meglio che per il momento non si faccia
vedere troppo in giro.
Richelieu si incammina allora con passo sicuro verso il Consiglio, ma si trova
di fronte Villeroy, che gli sbarra la strada e gli chiede in che qualit si
presenta.
Richelieu non insiste. Senza dire parola, ma con la stessa sicurezza con cui 
arrivato, se ne va. Si ritira in silenzio, come scriver lui stesso pi tardi
nelle sue Memorie.
L'indomani sera il vescovo di Luncon sta andando in visita dal nunzio
apostolico, quando la sua carrozza viene bloccata da una folla urlante e
minacciosa. Il cocchiere agita la frusta, lancia ingiurie e strepita contro i
popolani. Richelieu, per, gli fa segno di fermarsi e con assoluta freddezza
chiede che cosa vogliono da lui. Bisogna gridare: Viva il re!
Il vescovo obbedisce: Viva il re! Viva il re!
La carrozza  liberata, ma Richelieu fa in tempo a vedere, prima di superare il
ponte Neuf, una massa informe, fatta di fango e di sangue, una massa orribile
che la gente trascina, torce, colpisce. E' il cadavere del maresciallo d'Ancre,
cui il popolo di Parigi, assetato di vendetta, celebra un atroce e barbaro
funerale.
La mattina del 24 aprile il corpo sanguinante di Concini era stato sistemato in
un posto di guardia. Vi era rimasto fino a sera. Verso le nove un uomo del nuovo
maresciallo, duca di Vitry si era presentato alla chiesa di Saint-Germain
l'Auxerrois e aveva fatto presente al prete che bisognava seppellire subito
Concini. Il religioso aveva protestato: A quest'ora  impossibile trovare un
becchino. E' un ordine del re! aveva replicato l'uomo di Vitry e aveva aggiunto:
Un nemico del re non ha bisogno di becchini n di preghiere!
A mezzanotte il cadavere, avvolto in un vecchio lenzuolo sporco legato alle due
estremit con delle corde, era stato gettato in una fossa scavata in gran fretta
sotto l'organo. Il prete avrebbe voluto intonare un De profundis, ma i presenti
gli avevano chiuso la bocca.
L'indomani mattina, 25 aprile, la notizia si diffonde per tutta la parrocchia.
La gente si indigna: se non si liberer al pi presto la chiesa di Saint-Germain
l'Auxerrois da quella presenza infame, la maledizione divina la colpir
certamente! Gli animi si scaldano. Si formano dei gruppi di scalmanati: via
Concini, via l'inviato del demonio, ancor pi temibile da morto che da vivo!
Una folla urlante riempie ben presto la chiesa. Concini alla Senna! gridano
cento voci. Un becchino indica la fossa in cui il cadavere sanguinante  stato
gettato la sera prima. La folla si precipita. Alcuni sputano furiosamente sulla
lastra di pietra che ricopre il corpo. Altri cercano di sollevarla con le
unghie. Un uomo particolarmente robusto riesce finalmente a sollevare la lastra
e, vittoria! appaiono i piedi del cadavere.
Un gruppo di scalmanati si mette a tirare Concini. Il corpo, per, vien su a
stento perch l'apertura  stretta. Esci dunque coglione! grida uno di loro. Ma
invano. Allora qualcuno va a prendere le corde delle campane, che vengono legate
alle gambe del cadavere. Tutti aiutano a tirare. Questa volta l'operazione
riesce. Tutto l'involucro sanguinante che contiene i resti dell'avventuriero
fiorentino viene strappato dalla fossa e diviene preda di una folla ormai fuori
di s.
Intervengono degli ufficiali che cercano di ristabilire l'ordine, ma sono
sopraffatti. Accorre persino il comandante degli arcieri, ma la gente lo
minaccia di sotterrarlo vivo se osa fare ancora un sol passo.
La folla esce alla fine dalla chiesa, trascinandosi dietro il cadavere come un
trofeo. Il ponte Neuf  l vicino e il macabro corteo lo raggiunge. In quel
punto si leva una delle forche che Concini aveva fatto mettere un po' ovunque
per le strade di Parigi. Un domestico che sembra sia stato al servizio del
maresciallo, vi appende il cadavere per i piedi. Il popolo si getta sulle
spoglie e si mette a squartarlo a colpi di ascia, di coltello e di spada. Gli
uni gli strappano gli occhi, gli altri gli tagliano il naso o le orecchie. Un
energumeno gli toglie gli organi sessuali e con una risata sadica li mette in
una gabbia per uccelli. Sono poi le braccia a saltare e, infine, uno scalmanato
gli taglia lentamente la testa.
A un certo punto un uomo vestito elegantemente apre il ventre del cadavere con
un coltello, infila la mano nello squarcio, la ritira tutta insanguinata e
ricoperta di brandelli di carne e, con calma e metodo, si mette a leccarla, un
dito dopo l'altro con aria estasiata.
Improvvisamente sorge un grido: Bruciamo il coglione, l'anticristo. L'inviato di
Satana deve finire arrostito! Resta un mistero come in un attimo si sia riusciti
a preparare un rogo. Comunque sia vi si getta ci che resta del cadavere. Ma la
carne, ricoperta di fango, fa fatica a bruciare. Allora un omaccione vestito
d'un giubbotto rosso apre con un coltello ci che resta del petto di Concini,
tira fuori il cuore, lo avvicina alla fiamma... e lo mangia avidamente, a
piccoli bocconi, tra gli applausi frenetici di una folla in delirio.
Sono ormai almeno un migliaio di persone, che ridono, cantano, urlano, sputano,
bestemmiano. Ci si passa di mano in mano quella massa sanguinolenta senza forma
n nome dalla rue de Tournon fino alla Bastiglia. Infine, essendo sopraggiunta
la notte, si accende un fal in piazza de Grve. Ma non resta quasi pi nulla di
quello straccio umano. Ognuno ne ha portato via un pezzo.
Ce ne furono parecchi che si considerarono fortunati per essere riusciti a
bruciare davanti alla porta di casa una mano o un dito. Altri erano orgogliosi
di aver potuto portare qualche pezzo di carne del favorito della regina nel loro
villaggio. Ci furono molti che fecero affari vendendo rognoni di montone a due
quarti di scudo l'uno, facendoli passare per quelli del maresciallo. Anzi, ne
furono messi in circolazione tanti che, se fossero stati tutti veramente suoi,
il poveretto avrebbe dovuto averne almeno quaranta.
Una volta ucciso Concini e polverizzato il suo corpo, restava per la mente che
aveva sempre guidato i suoi passi: la Galigai. De Luynes  convinto che la morte
del maresciallo d'Ancre non sar completa fintanto che Leonora vivr. Bisogna
assolutamente eliminarla. Rinchiusa in un primo tempo in una cameretta degli
abbaini del Louvre, cinque giorni dopo Leonora  trasferita alla Bastiglia. La
spogliano di tutti gli oggetti di valore. Du Hallier  arrivato al punto di
chiederle se non nascondesse nulla sotto i vestiti e la Galigai gli ha permesso
di frugare anche l. Aveva delle mutande di tela rossa di Firenze, andr a
raccontare in giro con una risata volgare.
Il 9 maggio, Luigi XIII firma un'ordinanza reale in base alla quale il
Parlamento di Parigi  investito del caso Galigai. L'11 maggio a mezzanotte
Leonora  trasferita dalla Bastiglia alla prigione della Conciergerie del
palazzo.
Da quando  stata arrestata, non ha pi cambiato camicia. Solo dopo una ventina
di giorni madame de Persant, per piet, gliene mander due altre. La Galigai
manda inoltre a chiedere, come un gesto di carit, che qualcuno le dia un
vestito estivo in sostituzione della pelliccia che indossava al momento
dell'arresto. Comincia infatti a far caldo.
Leonora compare di fronte ai giudici Courtin e Deslandes, incaricati del suo
processo, il 22 maggio per la prima volta. Il primo  un tipo che sarebbe
disposto ad ammazzare anche suo padre e sua madre pur di far piacere a de
Luynes. Il secondo ha qualche scrupolo a condannare una donna il cui unico
delitto sembra essere stato quello di aver approfittato abbondantemente delle
debolezze della regina. Ma alla fine anche lui dovr cedere ai desideri del
favorito del re. In effetti, come si potrebbe incamerare l'enorme fortuna dei
Concini senza ottenerne la confisca per via legale? Parallelamente al processo
della Galigai, i giudici inizieranno un'azione giudiziaria contro la memoria del
maresciallo d'Ancre, nell'intento di legalizzare l'assassinio del 24 aprile. In
questo modo tutto rientrer in un quadro perfetto, pulito e definitivo.
Ma che delitto si pu rinfacciare alla Galigai, che sia abbastanza grave da
condurla al patibolo? Courtin propone: Si dedicava alla magia. Condanniamola per
stregoneria. De Luynes fa subito propria l'idea. La Galigai morir come una
strega.
Il processo si apre il 6 luglio. La fase istruttoria  durata pi di cinque
settimane. Leonora  distrutta dalle privazioni, disfatta dalle febbri. Ci non
le impedisce per di rispondere punto per punto, con una logica fredda ed
implacabile, alle domande dei giudici. Fra questi ultimi riconosce il presidente
Le Jay, che suo marito aveva contribuito a far arrestare nel 1611. Subito
esclama: Se qualcuno dei giudici ha del rancore contro mio marito, sar per
forza prevenuto contro di me!
Il primo punto sul quale i giudici l'attaccano  quello dell'assassinio di
Enrico IV. Che cosa ne sa lei? Non  forse vero che sono stati i suoi sortilegi
ad armare la mano di Ravaillac?
Leonora risponde che siccome fra lei e Maria non ci sono mai stati segreti, le
stesse accuse e gli stessi sospetti che i giudici nutrono nei suoi confronti
dovrebbero essere portati anche contro la regina madre. Un'atmosfera imbarazzata
si crea nell'aula. I giudici si chinano l'uno verso l'altro borbottando.
L'argomento  pericoloso.
Ma questa influenza che avevate sulla regina, le chiedono infine, donde viene?
Da dove traevate questo potere?
Donde traevo questo potere? risponde Leonora. Dall'influenza naturale che una
donna intelligente riesce facilmente ad avere su una donna balorda.
Il processo rischia di volgersi contro Maria de' Medici. Ma de Luynes ha chiesto
esplicitamente ai giudici che la madre del re sia tenuta al di fuori di tutta la
faccenda. Quindi, mutando bruscamente argomento, i giudici disorientano
l'accusata bersagliandola di domande sulla sua vita privata e sulle sue pretese
pratiche di stregoneria.
Le dicono con aria minacciosa: Vi siete rivolta a un medico ebreo! Avevate in
vostro possesso oroscopi del re e della regina! Avete praticato il sacrificio
del gallo! Avete utilizzato immagini di cera per gettare il malocchio sui vostri
nemici! Vi siete guardata in specchi magici! Avete chiesto a dei religiosi di
esorcizzarvi!
Leonora cerca di appigliarsi alle contraddizioni del discorso dei giudici e
risponde con fermezza, dimostrando come non ci sia niente di serio in tutte
quelle accuse. Poi esclama: Vi supplico! Lasciatemi tornare a servire la regina.
Abbiate piet di me! Ah, come sono disgraziata!
L'indomani, 7 luglio, la corte si riunisce per deliberare. Courtin avrebbe
subito chiesto la morte, mentre Deslandes avrebbe tentato di far passare la tesi
dell'esilio. Anche l'avvocato generale Le Bret avrebbe chiesto la pena di morte.
Ma, secondo Richelieu, quest'ultimo lo avrebbe fatto solo dietro promessa
esplicita di de Luynes che il re avrebbe poi graziato la Galigai.
L'8 luglio finalmente il Parlamento pronuncia la sua sentenza. Questa 
naturalmente conforme ai desideri di de Luynes, che aveva mandato il duca di
Bellegarde in visita ai giudici prima della decisione.
La sentenza dichiara i Concini colpevoli di lesa maest divina e umana. La
memoria del maresciallo  condannata in eterno. Leonora avr la testa tagliata
su un patibolo innalzato a questo scopo sulla piazza di Grve; il suo corpo e la
sua testa saranno poi bruciati. Tutti i loro beni sono confiscati a profitto del
re e la loro casa vicina al Louvre verr rasa al suolo.
Quello stesso giorno, sabato 8 luglio, alle una del pomeriggio, due arcieri
entrano nella cella di Leonora. La fiorentina  convinta che siano venuti a
liberarla e che le sar finalmente permesso di rifugiarsi in Italia, dove suo
fratello si  gi interessato per trovarle una casa.
Perci la Galigai esce dalla prigione con volto sorridente. Si meraviglia solo
del fatto che ci sia tanta gente nel cortile del palazzo di Giustizia. Ma un
primo sussulto le viene quando un ragazzone di nome Huges, secondino e domestico
del capo carceriere della Conciergerie, le strappa brutalmente i pochi anelli
che le erano rimasti alle dita. Allora, mentre la spingono attraverso la folla
verso la cappella del Palazzo, chiede affannosamente: Che cosa vogliono da me?
Che cosa mi faranno?
In mezzo alla cappella vede subito il cancelliere Voisin. La fanno mettere in
ginocchio di fronte a lui. Madame, le dice, siete stata condotta qui per
ascoltare la sentenza. Poi, come in un cattivo sogno, sente quelle parole
terribili: e la suddetta Galigai ad avere la testa tagliata sul patibolo.
A questo punto Leonora si alza e grida: No! Sono incinta! Ma i giudici fanno
chiamare dei medici e delle levatrici e la Galigai deve rinunciare ben presto a
quest'ultimo trucco. Viene quindi presa dai soldati. Dove vogliono portarmi?
Dove vogliono portarmi? mormora Leonora con voce flebile.
I preti che devono assisterla si fanno avanti. La folla cresce sempre pi. La
gente cerca di farsi largo come durante le fiere: nessuno vuol perdere lo
spettacolo! Tutti vogliono osservare la prigioniera e le si accalcano intorno
sino quasi a toccarla. Allora i giudici Courtin e Deslandes conducono la Galigai
in una specie di tribuna innalzata nella navata della cappella, da dove le donne
imprigionate ascoltavano di solito la messa. Le vengono poste nuove domande e in
quel momento supremo essa ritrova un lampo di orgoglio, rivolgendosi a Courtin:
Sapete bene che non merito la morte e che la mia condanna  dovuta solo alla
ragion di Stato. Non so davvero come possiate prendervi cos tranquillamente
sulla coscienza un simile peccato. L'ambizione vi acceca. Sapete bene che
conosco da tempo il vostro carattere malvagio. In passato quando ho potuto vi ho
sempre favorito. Ma la sete di denaro e di potere sopravanza in voi il ricordo
dei benefici ricevuti.
Non siete in condizione di ingiuriare cos la gente! replica Courtin.
Leonora risponde: Il fatto stesso di essere prossima alla morte d maggior peso
alle mie parole. Dio mi  testimone e molti uomini possono confermare ci che ho
detto.
Quindi si inginocchia di fronte all'abate Le Clerc per confessarsi e ne riceve
l'assoluzione. Il prete le d una croce. Poi, esclama ancora: Non ho meritato la
morte! Ammetto di aver accumulato del denaro, di aver avuto qualche altro
difetto:  troppo poco per essere condannati a morte. Perch non mi spedite in
Italia senza un soldo? Non m'importa che mi portiate via tutto, riuscir sempre
a guadagnarmi la vita!
Ma nessuno pi ha il tempo di ascoltarla. Sono arrivati ordini precisi: bisogna
fare in fretta. Sono circa le sette. La prigioniera viene trascinata fuori dalla
Conciergerie e braccia robuste la fanno salire su un carro. Indossa il vestito
estivo che le hanno mandato in prigione, un vestito viola foderato con una
stoffa dello stesso colore e ricoperto di ricami d'oro e d'argento.
Gli spettatori si accalcano, formando una massa compatta. Migliaia e migliaia di
occhi guardano avidamente la moritura. Quanta gente! Quanta gente! osserva
Leonora.
La folla circonda ben presto il carro. Volano allora le ingiurie: Disgraziata!
Strega! Come sei brutta! Ma Leonora conserva un viso calmo e sereno. Fu questa,
disse Richelieu, una straordinaria manifestazione della benedizione divina scesa
su di lei. All'entrata della piazza di Grve, il caos  tale che il carro non
pu avanzare. Tra la folla Leonora riconosce Jean de Fontis, un uomo di cui si
era servita in diverse faccende. Lo rassicura dicendogli che non si era lasciata
sfuggire nulla di compromettente sul suo conto.
Ma il cancelliere Voisin si  spazientito. E' pi di un quarto d'ora che il
carro della morte  fermo. Il comandante degli arcieri, coadiuvato da un
drappello di soldati a cavallo, carica brutalmente la folla, mentre si sollevano
urla, lamenti e proteste.
Ma ecco infine il patibolo. L'uomo incaricato di accendere il rogo  gi pronto.
Sono le otto. La marcia verso il supplizio  durata un'ora. Leonora dice a
Voisin: Quando vedrete il re, vi prego di dirgli che lasci a mio figlio e a mio
fratello i beni che ho avuto in Francia. Poi, chiede che qualcuno si incarichi
di saldare qualche debito che aveva col farmacista, col gioielliere e col
calzolaio...
Un uomo robusto si fa avanti. Forza! Andiamo! dice alla condannata. Chi 
quest'uomo? chiede Leonora. Le dicono che  il boia. Ah! Bene, bene! dice.
Scende dal carro da sola, respingendo le mani che vogliono aiutarla. Poi sale
lentamente sul patibolo. Il boia la fa inginocchiare, le toglie il cappellino di
velluto e tira indietro il colletto del vestito.
La folla intona il Salve regina. Leonora dice al boia: Voi, vi perdono.
Madame, io non ho niente da farmi perdonare! replica l'uomo che ha gi in mano
l'ascia.
Farete in fretta?
Certo, non abbiate timore, Madame, raccomandatevi l'anima a Dio.
Allora Leonora grida verso la folla: Ah! ringrazio Iddio. Perdono il re, la
regina e tutta questa gente che mi vuole male, nonch tutti coloro che hanno
fatto del male a mio marito. Supplico ognuno di loro di recitare per me un' Ave
Maria. Nel frattempo il boia le ha bendato gli occhi. Poi, improvvisamente,
ordina al prete: Fatele dire l'ultima preghiera. L'ascia si abbatte, la testa
cade e il corpo si affloscia.
In tutta la piazza di Grve non si sente volare una mosca, un silenzio totale,
pesante, minaccioso si diffonde. Alcune donne piangono, degli uomini si sono
messi in ginocchio. C' chi prega. In pochi istanti i sentimenti della folla nei
confronti di Leonora si sono capovolti. La piet ha preso il posto dell'odio, il
rimorso quello dell'insulto volgare.
Ma  troppo tardi. Il corpo di Leonora viene immediatamente spogliato e buttato
insieme alla testa sul rogo che, per pi di due ore, ne brucer le carni e le
ossa. Cos fin la Galigai.
Richelieu scriver nelle sue Memorie: Tutti coloro che assistettero al triste
spettacolo della sua morte, cambiarono completamente e i loro occhi si
riempirono di piet. Luigi XIII non volle trovarsi a Parigi nel giorno
dell'esecuzione. Si ritir a Saint-Germain; ma l tutti gli parlarono cos
spesso e a lungo di quell'esecuzione, che il re rimase in continua apprensione e
non riusc ad addormentarsi prima delle tre e mezza di notte. (Hroard. Journal
de Louis XIII, 8 juillet 1617).
Poco pi di due mesi prima, colei che, in un giorno di autunno del 1600, aveva
portato con s dall'Italia. Leonora e Concini, lasciava Parigi diretta a Blois.
Dopo l'esecuzione del maresciallo d'Ancre, la regina Maria de' Medici viveva
prigioniera nei suoi appartamenti, le cui uscite erano tutte sorvegliate.
Gi nella notte del 24 aprile, il ponte dell'Amore, che collegava gli
appartamenti reali alla casa di Concini, era stato demolito a colpi di scure.
Svegliata dal rumore, la regina aveva ordinato agli operai di fermarsi. Ma
costoro le avevano risposto che agivano per ordine del re. Rassegnata, Maria
aveva detto: Il re deve essere obbedito, ma  un errore temere che io scappi!
Una sera, Maria disse singhiozzando al residente fiorentino a Parigi, Bartolini:
Chi avrebbe mai detto, quando l'ho messo al mondo, che mio figlio mi avrebbe
trattato un giorno come sta facendo ora!
Ma pianti, preghiere e suppliche non ottengono nessun risultato. Il re non si fa
vivo. Secondo i dispacci degli ambasciatori veneziani, Luigi XIII non si
preoccupava molto della disperazione della madre.
Tuttavia, Richelieu, certamente grazie alla mediazione di de Luynes, affretta le
trattative tra Maria e Luigi XIII. Alla fine il re accetta che la madre vada a
risiedere a Blois, finch il suo castello di Moulins non sar stato restaurato.
La partenza  fissata per il 3 maggio alle tre. Pochi minuti prima, Luigi XIII,
seguito da suo fratello duca d'Angi e da una ventina di cortigiani, si reca
nell'anticamera degli appartamenti della regina madre. Il re  duro,
impassibile. E' gi molto se alza leggermente lo sguardo quando sua madre, con
un volto stanco e triste esce dalla sua stanza. Maria gli si avvicina e legge un
testo preparato da Richelieu. La regina dichiara di aver fatto del suo meglio
per adempiere onorevolmente alle sue funzioni di reggente e che se il successo
non  stato quello che lei stessa sperava, ci non  dovuto tanto a cattiva
volont da parte sua, quanto piuttosto al fatto che il re non aveva mai fatto
conoscere il suo pensiero. Lo ringrazia di permetterle di ritirarsi a Blois e lo
prega di ricordarsi di lei. Conclude chiedendogli di comportarsi sempre per il
futuro come un buon figlio e un buon re.
Il re risponde dicendo che la ringrazia per ci che ha fatto per il governo del
regno, ma che ha deciso di non accettare pi che sia qualcun altro a esercitare
il suo potere. Addio, madame, conclude. Amatemi e io mi comporter come un buon
figlio.
Maria de' Medici chiede: Signore, vi ho gi inviato una supplica per Barbin. Se
ci sono stati degli errori nella sua amministrazione, il colpevole non  lui. Vi
prego di farlo rimettere in libert.
Sorpreso da questa richiesta non prevista dal protocollo, il re arretra di
qualche passo, riflette qualche istante e risponde seccamente: Madame, vi ho gi
mandato a dire che vedr se potr accontentarvi a questo riguardo, come del
resto per ogni altra cosa.
La regina abbassa la testa. Cerca disperatamente di dominare l'emozione, ma lo
sforzo necessario  superiore alle sue forze. Cos, improvvisamente, scoppia in
singhiozzi, si avvicina al re e, senza toccarlo, gli d un bacio sulla bocca.
Luigi gira la faccia dall'altra parte. Anche lui  commosso, ma nasconde le sue
lacrime e raggiunge la porta. De Luynes si avvicina alla regina madre, che gli
dice: Sapete bene, Monsieur de Luynes, che vi ho sempre amato. Aiutatemi a
rimanere sempre nella grazia del re.
Il compagno di caccia del re non ha nemmeno il tempo di rispondere. Una voce
impaziente si leva dal fondo della sala: Luynes! Luynes! Luynes!
Maria de' Medici appoggia la testa contro il muro, fra due grandi finestre, e
riprende a singhiozzare. E' finita: non  pi lei ad essere padrona del gioco.
Ormai non  che una vecchia regina esiliata dal suo stesso figlio.
Le carrozze sfilano lentamente attraverso la citt. Ogni tanto si leva qualche
grido di sarcasmo, ma la maggioranza dei parigini fa ala al corteo con rispetto
e spesso con tristezza.
Nell'ultima carrozza un uomo dal viso allungato medita sulla favolosa carriera
di Concini e sul suo improvviso crollo. A corte un avventuriero  succeduto a un
altro avventuriero: de Luynes non  molto migliore del maresciallo d'Ancre.
Allora? Basta avere pazienza. Nella carrozza che lo porta verso Blois, monsignor
Armand du Plessis de Richelieu, vescovo di Lucon, comincia gi a fare i suoi
piani e ad attendere la sua ora.
Nota: Non ci fu nessuno, scriver Richelieu, che avesse anche solo un p il
senso delle cose umane, che non si lasciasse commuovere dalla pompa quasi
funebre di quel corteo. Vedere una grande principessa, che solo pochi giorni
prima governava l'intero regno, abbandonare il trono e passare, non di nascosto
o di notte, ma pubblicamente, in pieno giorno, di fronte al suo popolo, in mezzo
alla capitale, come per dare un esempio, per uscire dal suo impero,  una cosa
cos fuori dal comune che non poteva non impressionare i presenti.

FINE.
