Jean-Claude Kerbourt

CHI HA ARMATO LA MANO DI RAVAILLAC?

Venerd 14 maggio 1610: i Parigini sono in festa. Ieri la regina Maria de'
Medici  stata incoronata a Saint-Denis e dopodomani, domenica 16 maggio, far
la sua entrata solenne nella capitale. Le strade, sempre brulicanti di folla,
sono oggi particolarmente animate da gente che va, che viene, che si ferma a
commentare l'avvenimento. Gli ingorghi delle carrozze sono frequenti in queste
strade strette, rese ancor meno agevoli dalla bancarelle addossate ai muri delle
case. Siamo in via della Ferronnerie, un vero budello, alle quattro del
pomeriggio. Due carretti, uno carico di fieno, l'altro di una tonnellata di
vino, si sono scontrati. Appare una carrozza: il cocchiere grida: Fate largo!
Un servitore scende per tentare di liberare la strada:  una fatica quotidiana
in questa Parigi sempre piena di traffico.
Improvvisamente un giovanottone rosso di capelli balza sull'asse della ruota
posteriore della carrozza con un coltello in mano. Tutto si svolge con la
velocit del fulmine. Poi si sente un grido: Ah! Sono ferito.
Lo stupore  indescrivibile. In un attimo la notizia, portata di bocca in bocca,
invade Parigi. Il re, Enrico IV  stato ucciso.
Nel 1610 Enrico IV ha cinquantasette anni. Per la sua epoca,  un vecchione, in
realt la sua costituzione  particolarmente robusta. Egli ha la foga di un
adolescente, che lo fa correre di alcova in alcova. Non si  forse innamorato
della giovanissima Charlotte de Montmorency? Lui, sempre cos sporco e
puzzolente, si  messo a lavarsi e a impomatarsi. Arriva persino a cambiarsi
frequentemente d'abito e a tagliarsi la barba ormai quasi tutta grigia. (Il re
diceva della sua barba: Se  grigia  perch il vento dei miei avversari ci ha
soffiato sopra).
L'audacia di re Enrico nella vita privata  pari a quella nella vita pubblica.
Infatti si prepara alla guerra. Da pi di un anno aspetta di giocare una carta
decisiva: l'indipendenza della Francia nei confronti degli Absburgo. La Francia,
in quel periodo,  come presa in una morsa tra gli Asburgo di Spagna e quelli
d'Austria. Lo scopo della diplomazia francese  di aprire la morsa e, se
necessario, distruggerla.
Ma gli Absburgo sono cattolici, e molti, in Francia, dubitano ancora della
sincerit di re Enrico in materia. Un uomo che esclama con disinvoltura: Parigi
val bene una messa! non  che un eretico mascherato.
(Secondo alcuni storici questa frase non sarebbe mai stata pronunciata da Enrico
IV; essa tuttavia riassume bene il pensiero del re di Navarra in quel periodo.)
La conseguenza  che riesce difficile a Enrico IV essere un re cattolico e, al
tempo stesso, dichiarare guerra alle potenze che pretendono di essere i
difensori della Chiesa di Roma. E' una posizione ambigua che si ripeter sotto
altre forme, ma che molti Francesi si rifiuteranno sempre di seguire.
Tanto peggio! Secondo Sully, Enrico IV ha concepito un grande disegno. Avrebbe
preparato un attacco generale contro Vienna e contro Madrid per liberare
l'Europa dalla loro interessata protezione. Anche Agrippa d'Aubign avrebbe
ricevuto le confidenze del re a questo proposito. Enrico IV avrebbe progettato
di liberare tutti i paesi sudditi della Spagna, di conquistare al suo fianco il
duca di Savoia e i Veneziani, di regalare Napoli al papa, i Paesi Bassi a
Maurizio di Nassau, l'Impero al duca di Baviera, di inviare la flotta della
Francia, dell'Olanda e dell'Inghilterra alla conquista dell'India.
E' un programma immenso e, senza dubbio, troppo ambizioso. Ma forse il grande
disegno  solo un'utopia immaginata dagli ugonotti Sully e d'Aubign, delusi
dalla politica relativamente saggia attuata dal re fino al 1609.
In effetti fino al 1609 re Enrico ha respinto ogni avventura. Ma nel 1610
avviene un totale capovolgimento. Di fronte alla morsa che minaccia ogni momento
di chiudersi, Enrico decide di agire. La Casa d'Austria rivendica l'eredit del
duca di Clves e di Juliers, morto senza lasciare eredi diretti. Ma la Francia
non pu accettare senza reagire che gli Absburgo di Vienna si installino sulla
riva destra del Reno, minacciando la propria sicurezza e quella delle Province
Unite, cui  legata da un trattato. Enrico IV decide di dichiarare la guerra:
I'inizio della campagna  fissato per il 17 maggio. Il 14 viene assassinato.
All'atto stesso dell'assassinio di Enrico IV, una psicosi collettiva si
impadronisce dei Francesi. Le guerre di religione sono un ricordo recente e gli
spiriti sono tesi, inquieti. Enrico IV, in realt,  un libero pensatore: egli
non aderisce fino in fondo n al protestantesimo n al cattolicesimo. Di
conseguenza, per gli uni e per gli altri  un traditore, un rinnegato. Per lo
stesso motivo, Enrico IV, nella politica estera e nella politica interna, deve
far fronte all'assalto dei due branchi: quello dei protestanti, perch aveva
abiurato la fede riformata, quello dei cattolici, perch continua a proteggere
gli ugonotti all'interno e perch insiste nel voler fare la guerra contro le
potenze cattoliche, all'estero.
Nella primavera del 1610, prendendo bruscamente le difese degli eredi del ducato
di Clves e di Juliers contro l'Austria cattolica, Enrico IV d fuoco alle
polveri: le condizioni psicologiche del suo assassinio sono pronte, manca
soltanto la scintilla. Il clima forse non spiega tutto in questa faccenda che
rimane, ancor oggi, singolarmente misteriosa. Enrico IV sarebbe stato vittima di
un vasto complotto in cui erano implicati in particolare il duca d'Epernon
Henriette d'Entragues, una delle sue pi celebri amanti, e persino sua moglie,
Maria de' Medici, che in quel periodo era influenzata dai Concini, una coppia di
avventurieri italiani senza scrupoli.
Qual  la verit? Fu un complotto? Epernon avrebbe armato la mano di Ravaillac?
E' possibile. Ma forse Ravaillac era un individuo isolato, influenzato dal clima
di odio che andava aumentando in certi ambienti cattolici.
Per riassumere, l'affare dell'assassinio di Enrico IV  il prodotto di ci che
oggi chiameremmo una campagna di propaganda o il risultato di un' oscura
macchinazione? Cosa c' di vero nelle due ipotesi? Perch, un pomeriggio del
maggio 1610, Ravaillac ha alzato il coltello su re Enrico?
Per prima cosa constatiamo che Ravaillac non era il solo a voler uccidere Enrico
IV, nel 1610. Si pu dire, senza timore di sbagliarsi, che nel cuore di molti
Francesi c'era un Ravaillac in agguato.
Il re non era realmente amato dal suo popolo, come si sostiene oggi prendendo
per buona una favola, raccontata ad arte nel periodo della Restaurazione, per
favorire la causa dei Borboni. Secondo alcuni, egli era una figura popolare: la
sua franchezza nel parlare, la sua naturale cordialit e persino la sua vigorosa
sensualit erano tali che coloro che gli erano vicini non potevano fare a meno
di amarlo. Si trattava soprattutto dei suoi vecchi compagni del regno di Navarra
e anche di certi ambienti parigini; non era raro, infatti, vedere il re
passeggiare per la capitale, senza preoccuparsi minimamente dell'etichetta. Si
racconta che a coloro che gli facevano notare la semplicit, o meglio la
trasandatezza, del suo abbigliamento egli rispondesse: E'vero, sono tutto grigio
di fuori, ma tutto d'oro dentro!
Tuttavia, per la maggior parte dei Francesi, data la scarsit dei mezzi di
informazione, il re era uno sconosciuto. Troppi ostacoli si frapponevano tra il
popolo e il sovrano:  interessante notare, a questo proposito, che Ravaillac
era un provinciale.
Si insegnava al popolo ad odiare il re e Enrico IV lo sapeva. Esteriormente
appariva semplice, allegro, scherzoso, mentre molto spesso era triste dentro. E'
esattamente il contrario, insomma, di come si presentava a coloro che ne
criticavano l'abbigliamento. Come si vedr, Enrico IV aveva oscuri
presentimenti: sapeva che sarebbe stato ucciso.
Re Enrico, in realt, era un personaggio tormentato, inquieto. Il suo spirito,
il suo modo di affrontare le cose con la filosofia di Montaigne o la
spregiudicatezza di Rabelais erano solo una maschera, un modo di difendersi, di
proteggere il suo isolamento interiore. Certo si trattava di un gaudente, di un
epicureo, ma questo atteggiamento era solo un modo per meglio sopportare la
vita. Suo figlio, Luigi XIII, erediter il carattere inquieto del padre: in
fondo Luigi XIII sar un Enrico IV senza atteggiamenti sensuali.
Enrico IV aveva una personalit complessa. Sarebbe necessario fare un'analisi
approfondita di questo monarca, che, proprio per l'ambiguit della sua natura,
era riuscito a placare, poi a unire, i Francesi fino ad allora divisi in due
fazioni ostili. Ma vediamo, prima di tutto, chi era sua madre Jeanne d'Albret.
Era una donna forte, dotata di un'indomabile energia. Principessa di Navarra,
viene sposata a forza, da Francesco I, al duca di Clves e Juliers. Due anni
dopo divorzia, perch il matrimonio non era stato consumato. Sposa allora
Antonio di Borbone, duca di Vendome, un uomo, diceva Caterina de'Medici,
leggero, violento e sensuale.
Antonio  cugino del re e passa il suo tempo a fare guerre. Jeanne d'Albret, che
il vecchio storico del Barn Favyn chiama amazzone coraggiosa, lo segue su tutti
i campi di battaglia. Quando rimane incinta del futuro Enrico IV essa si trova
con l'esercito di suo marito in Piccardia.
Enrico nasce il 13 dicembre 1553 a Pau. Ronsard celebra l'avvenimento in un
poema premonitore: Mio Principe, illustre sangue della casa borbonica, Destinato
dal cielo a portare la corona, Che cinse la fronte del tuo grande San Luigi...
Fin dalla pi tenera infanzia il piccolo principe  molto robusto, tanto che
bisogner cambiargli ben otto nutrici. Fino a sette anni viene allevato come un
contadino, nutrito con pane nero, minestra, formaggio e aglio. A piedi nudi e
con gli abiti strappati, accompagna i figli dei pastori sulle montagne del
Barn. Re Enrico conserver sempre una viva passione per la natura, cosa molta
rara a quell'epoca.
Enrico, dunque,  un ragazzo fatto per l'aria aperta, per l'attivit, per le
avventure, un ragazzo che conosceva la vita della povera gente, la vita dei
contadini. Il re user sempre un linguaggio semplice e conciso, simile a quello
di coloro che lo hanno allevato. Questa qualit  essenziale per un uomo di
Stato che, con la sua sola parola, calda, secca, insinuante, affascinante o
imperiosa, deve essere in grado di volgere a suo vantaggio una situazione.
Ma su questa personalit forte si inserisce un'altra personalit, caratterizzata
soprattutto da un'infanzia difficile e da una educazione singolarmente caotica.
A partire dal 1559 Jeanne d'Albret e suo marito non vanno pi d'accordo, per
motivi soprattutto religiosi. Antonio di Borbone, dapprima protestante, si era
poi convertito al cattolicesimo, mentre sua moglie rimaneva fermamente fedele
alla nuova fede. La situazione  cos tesa che nel 1562 Jeanne d'Albret lascia
il marito: Enrico rimane alla corte di Navarra.
Enrico quindi riceve un'educazione protestante, poi una educazione cattolica...
che ben presto ridiventer protestante. Antonio muore nel 1563, in seguito alle
ferite riportate durante l'assedio di Rouen, difesa dall'ugonotto Montgomery,
quello stesso che provoc la morte di Enrico II. Jeanne ritorna a corte e
rapidamente riprende in mano la situazione. Arriver a proibire ai suoi sudditi,
pena la morte, di celebrare il Corpus Domini.
La regina Caterina de' Medici, fedele alla tradizione della monarchia francese,
vuole rimanere al di sopra delle parti. Si affeziona ben presto al giovane
Enrico che ha nove anni, e gli conferisce la carica di governatore di Guyenne,
gi detenuta da suo padre. Poco dopo chiama il giovane principe a corte... dove,
naturalmente riceve un'educazione cattolica.
E' un periodo breve: Jeanne d'Albret fugge da corte portando con s il figlio.
Ritornato a Pau, Enrico  di nuovo protestante. Qualche anno dopo, in et di
portare le armi e di comandare, diverr uno dei principali leaders  dei
riformati, insieme col cugino Cond. Il 18 agosto 1572 sposa la figlia di
Caterina de' Medici, Margherita di Valois (chiamata la regina Margot). Jeanne
d'Albret era morta e Enrico si sentiva solo.
La notte del 24 agosto vede la sanguinosa rivolta di San Bartolomeo. Rileggiamo
d'Aubign: L'aria risuonava dei lamenti dei moribondi; corpi straziati cadevano
dalle finestre; le porte della citt erano ostruite dai cadaveri o dai feriti;
per le strade, corpi mutilati venivano trascinati in fiumi di sangue. Era
impossibile contare i morti, uomini, donne, bambini.
Dopo questa febbre di sanguinosa violenza, re Carlo IX si sforza di calmare gli
animi. Prega Enrico di Navarra di abiurare: un mese dopo il futuro Enrico IV 
cattolico. Ma, meno di un anno dopo questa nuova conversione, fugge in compagnia
del duca di Alencon, fratello del re. La regina Margot scrive: E' partito senza
dirmi addio; un bel giorno se n' andato, seguendo l'esempio di Monsignore, il
fratello del re. I due principi non vanno lontano: nell'aprile del 1574 vengono
fatti prigionieri e rilasciati quasi subito, a patto di non provocare pi
torbidi e di rimanere a corte.
Alla fine di maggio dello stesso anno Carlo IX muore, a soli ventiquattro anni.
Le sue ultime parole sono rivolte a un'umile contadina ugonotta che gli 
vicina: Nutrice, nutrice, quanto sangue intorno a me. E' forse lo stesso che io
ho sparso? Poi chiede che il re di Navarra venga immediatamente al suo
capezzale, perch ha constatato che tra tutti coloro che lo circondavano era
l'unico vero uomo.
Poco dopo, Enrico d'Anjou, lascia il trono polacco per cingere la corona di
Francia. L'atteggiamento di Enrico di Navarra sembra ora calmo e sottomesso. In
quella corte di velluti e di seta, l'amore sembra la sua sola preoccupazione.
Ma, nel 1575, prende di nuovo la fuga e, ancora una volta, abiura la fede
cattolica.
Per gli abitanti del Barn, scrive Sully in Le economie reali, comincia un
brillante periodo di scaramucce in Guascogna. Infatti, in quel momento, i veri
nemici del re non sono i protestanti, ma gli appartenenti alla Lega (i cattolici
intransigenti), fondata da Enrico di Guisa, detto lo Sfregiato. Il 16 agosto
1588 gli Stati generali si riuniscono a Blois. I Guisa vi appaiono come i veri
padroni della Francia. Il 23 dicembre Enrico III, esasperato, fa uccidere lo
Sfregiato.
La posizione di Enrico di Navarra  nazionale, come sempre lo sar nel futuro.
Nei primi mesi del 1589, riesce a raccogliere, grazie alle sue alleanze, una
forza capace di sconfiggere la Lega. I due Enrichi si incontrano nel parco del
castello di Plessis-les-Tours. Il colloquio  fraterno. Entrambi comprendono che
non  il caso di scagliarsi l'uno contro l'altro, ma che  pi opportuno
lavorare insieme per ricostruire l'unit della Francia, che la Lega, con l'aiuto
della Spagna, tentava di rompere. Il 18 maggio Enrico  a Blois, dove lascia
libero sfogo alla sua gioia per essersi preso una rivincita sul destino:
Vi scrivo da Blois, dove cinque mesi fa mi hanno condannato come eretico e
indegno di succedere alla Corona, mentre oggi ne sono il principale sostegno.
Il 21 scrive: Se il re user l'accortezza necessaria, come spero, ben presto
vedremo i campanili di Notre-Dame di Parigi.
Le sue speranze si realizzeranno. Mayenne, il capo della Lega, batte in
ritirata. L'esercito del re di Navarra e quello del re di Francia si uniscono e
conquistano successivamente Pithiviers, Etampes, Pontoise, I'Isle-Adam, Creil.
Il 30 luglio assediano Parigi, difesa da una guarnigione spagnola.
Ma, vedere i campanili di Notre-Dame e arrivare sino al suo sagrato sono due
cose diverse. Il 1 agosto re Enrico III viene gravemente ferito da un monaco
fanatico, Jacques Clment, che vuole vendicare l'assassinio di Enrico di Guisa
lo Sfregiato. Il re di Navarra accorre al capezzale del moribondo che gli dice
con un fil di voce: Fratello mio, vedete come i nostri nemici mi hanno trattato;
state attento che non facciano altrettanto con voi. Poi, con voce pi forte,
aggiunge, rivolto verso i signori che affollavano la camera: Vi prego come amici
e vi ordino come re di riconoscere, dopo la mia morte, mio fratello qui presente
e di essergli fedeli e affezionati come lo siete stati nei miei confronti.
La mattina del 2 agosto Enrico III muore. Enrico di Navarra si rivolge a Rosny
(il futuro Sully): Come vi sembra la situazione? Credo che dovremo assistere a
grandi rivolgimenti causati dai dissidi religiosi.
Di fatto per cinque anni Enrico si deve impegnare a conquistare il suo regno.
Sbaraglia le truppe di Mayenne a Arques, poi a Ivry. Seguite il mio pennacchio
bianco! grida ai suoi soldati laceri, ma decisi a conquistare Parigi ad ogni
costo. Davanti alla capitale li aspettano nuove difficolt: i Parigini, esaltati
dai monaci della Lega, non vogliono saperne di un re ugonotto.
In conclusione, per ottenere un passaporto per Parigi bisogna essere cattolici.
Ma questo non  un ostacolo per Enrico IV! Il 23 luglio 1593 scrive alla sua
amica Gabrielle d'Estres: Domenica far il gran salto. E' in questa occasione
che si dice abbia pronunciato la famosa frase: Parigi val bene una messa!
I trentamila borghesi armati di Parigi sembrano decisi a mettere le loro forze
al servizio del re e a combattere la Lega. Il disorientamento in cui versano gli
ultras aumenta quando, il 27 febbraio 1594, Enrico si fa consacrare a Chartres.
Un mese dopo, il 22 marzo, il re, con in testa il cappello dal pennacchio bianco
di Ivry, entra nella capitale. Questa volta egli percorre le strade di Parigi
fino a Notre-Dame circondato da una gran folla, ci dice un cronista, che arriva
persino a toccarlo: alcuni gridano Viva il re, altri inscenano manifestazioni di
gioia.
Ma Enrico IV  sovrano di un paese che da trent'anni  scosso dai disordini e
dalla guerra civile. Arrivato al Louvre, si lascia cadere su un divano: La
Francia ed io abbiamo bisogno di riprendere fiato.
Riprendere fiato significa fare in modo che cattolici e protestanti siano prima
di tutto Francesi. Il famoso editto, firmato il 13 aprile 1598 a Nantes,
consacra questa volont di riconciliare i nemici di ieri. Tuttavia i buoni
cattolici sono furiosi. Papa Clemente VIII dichiara seccamente al rappresentante
del re di Francia: Mi avete messo in croce, sono profondamente addolorato.
Scrivetelo a Sua Maest da parte mia.
In questa situazione, si pu pensare che Ravaillac, il visionario, fosse stato
profondamente influenzato dalle prediche dei gesuiti, che non usavano certo le
mezze misure quando si trattava di stigmatizzare il riavvicinamento del re ai
suoi vecchi amici ugonotti.
Il 25 maggio il segretario di Stato, Lomnie, apostrofa duramente padre Cotton,
il confessore di Enrico IV: Siete stato voi e la vostra societ dei gesuiti che
avete ucciso il re!
Pierre de L'Estoile scrive: ...altri dicevano in tutta franchezza che era
necessario eliminare dalla societ certi predicatori che avevano affermato e
scritto che era lodevole uccidere un tiranno. Questa falsa dottrina era stata la
causa degli attentati contro Enrico III e contro il nostro buon Re.
Queste accuse non sono infondate. Jean Chastel, infatti, che aveva gi tentato
di uccidere il re nel 1594, era stato educato dai gesuiti. Interrogato e
torturato, Chastel aveva dichiarato di aver studiato dai gesuiti e che uno di
essi, padre Guret, gli aveva assicurato che le sue pene in purgatorio sarebbero
state infinitamente minori se avesse ucciso il re.
Le perquisizioni fatte nei collegi dei gesuiti avevano permesso di scoprire
parecchi anagrammi contro il re e alcuni testi il cui tema principale verteva
sulla legittimit di uccidere i tiranni. Del resto, si sapeva gi che i maestri
del collegio di Clermont proibivano ai loro allievi di pregare Dio per il re.
Poco tempo dopo l'assassinio, comincia a circolare un opuscolo di una singolare
violenza, intitolato: Protesta ai Signori della Corte e del Parlamento per il
regicidio commesso nella persona del Re Enrico il grande, nel quale si accusa la
Compagnia di Ges di aver preparato coscientemente l'assassinio.
Secondo l'autore, anonimo, Ravaillac sarebbe stato solo uno strumento in mano ai
gesuiti e ai loro discepoli, responsabili anche della  cospirazione di Londra
contro Giacomo I d'Inghilterra, avvenuta nel 1605, e dell'assassinio di Enrico
III. Citando i fatti, l'anonimo scrive: Ravaillac ha riconosciuto che gli ultimi
discorsi dell'Avvento e di Quaresima lo avevano spinto a compiere il suo gesto
insano. E di chi potevano essere quelle prediche se non dei gesuiti che
riempiono i nostri pulpiti di sedizione?... Pare anche che Ravaillac avesse
confidato a padre d'Aubigny che  doveva fare un gran colpo e che gli avesse
persino mostrato il coltello.
Infine l'anonimo denuncia due libri particolarmente sovversivi, scritti dai
gesuiti. Quello di padre Emmanuel de Sa, che, nel suo Istituzione dei
confessori, dichiara che  lecito uccidere il proprio re, e quello di padre Jean
Mariana, che nell' Institutione Regis sostiene che si pu attentare alla vita
del proprio principe, dopo essersi consigliati con persone sagge e istruite.
Mariana approva il gesto di Jacques Clment contro Enrico III e dichiara a
chiare lettere che se un tiranno non si ravvede, non bisogna esitare ad
ucciderlo come un nemico pubblico.
Questi libri erano vere e proprie polveriere, ed erano diffusi ovunque: i fedeli
assorbivano le idee in essi contenute nel corso delle prediche o nel segreto del
confessionale. Non erano forse scritti da servitori di Dio? Non bisogna dunque
meravigliarsi se il carattere debole di Ravaillac ne  rimasto profondamente
sconvolto.
Un clima di odio e di passioni aleggiava dunque sulla Francia. Ma l'odio e le
passioni diventano temibili quando hanno un supporto logico. E' precisamente il
nostro caso: i teologi che sostenevano la legittimit del tirannicidio fondavano
la loro tesi sul seguente sillogismo; Premessa maggiore:  permesso uccidere un
tiranno. Premessa minore: Enrico IV  un tiranno. Conclusione:  permesso
uccidere Enrico IV. In altri termini si trattava di dimostrare che Enrico IV era
un tiranno per avere il diritto, e il dovere, di ucciderlo.
Secondo i teorici della tirannia, dall'antichit fino al XVI secolo, e
particolarmente secondo san Tommaso d'Aquino, esistono due tipi di tiranni: i
tiranni usurpatori e i tiranni politici. Enrico IV, per molti dei suoi
contemporanei, aveva il privilegio di essere contemporaneamente l'uno e l'altro.
Enrico IV era un usurpatore? I suoi diritti alla successione reale sono avvolti
nella pi grande ambiguit. La legge fondamentale del regno di Francia affermava
che la corona passava di maschio in maschio per ordine di primogenitura. Le
femmine erano escluse dalla successione: si trattava della famosa legge salica.
Carlo VIII, Luigi XII, Francesco I erano tutti cugini dei re precedenti per via
maschile. Ma Enrico III lascia solo delle figlie e, in ogni caso, sceglie Enrico
di Navarra come suo successore.
Enrico discende dal sesto figlio di San Luigi, Robert de Clermont, che, dopo il
matrimonio, aveva assunto il titolo di signore di Borbone. Discendere da San
Luigi  gi far parte degli eletti. Sfortunatamente Enrico di Navarra era cugino
di Enrico III solo al ventiduesimo grado.
Da questa constatazione genealogica all'accusa di usurpazione c' solo un passo,
che molti si affrettarono a fare, tanto pi tranquillamente in quanto anche i
Guisa potevano avanzare gli stessi diritti di successione di Enrico IV. Infatti
la famiglia di Lorena discendeva da Carlomagno. I Borboni discendevano da Ugo
Capeto e Ugo Capeto era un usurpatore. Egli era stato eletto e proclamato re a
Noyon il 1 giugno 987, scavalcando il legittimo pretendente Carlo di Lorena,
zio dell'ultimo carolingio, Luigi V.
Inoltre Enrico IV, agli occhi di gran parte dell'opinione pubblica, era un
tiranno politico. Il re  rimasto fondamentalmente eretico e le sue conversioni
sono state frutto di opportunit politica: non ha pi volte abiurato? E' stato
cattolico, poi protestante, poi di nuovo cattolico, poi protestante, poi di
nuovo cattolico, poi ancora protestante e infine cattolico. Date le premesse,
non avrebbe potuto ridiventare l'eretico che  sempre stato? Sua madre, Jeanne
d'Albret, ha coltivato in lui il germe dell'eresia: una malattia da cui non ci
si pu liberare facilmente. Tra l'altro egli  rimasto fedele alle sue alleanze
con gli eretici stranieri. Distribuisce cariche e onorificenze agli ugonotti:
Sully, Bouillon, Du Plessis-Mornay, autore dei Vindiciae contra tyrannos, Sancy,
sono tutti calvinisti. E' il diavolo in persona che si  installato nel cuore
della Francia!
Per colmo di sfrontatezza, il re permette a sua sorella, Caterina di Borbone,
rimasta protestante, di celebrare il culto calvinista al Louvre, due volte la
settimana. Risultato: nel 1597 dei manifesti intitolati: I dieci comandamenti
del re, vengono affissi nelle strade adiacenti il Louvre. Ecco ci che i
Parigini possono leggervi: Tu non sarai pi eretico, n di fatto, n di
sentimento. Il tuo esempio convertir a poco a poco tua sorella. Tu sarai tutti
i ministri e gli ugonotti...
Nel 1598 l'Editto di Nantes provoca un'esplosione di rabbia. Giovan Battista di
Parigi (fratello di Nicolas Brulard che sar cancelliere di Francia nel 1607)
organizza pubbliche suppliche per ottenere che i Signori del parlamento di
Parigi non registrino l'Editto. Egli guida delle processioni del Santissimo
Sacramento, partendo da Saint-tienne-du-Mont, passando per Saint-Sverin e
giungendo a Saint-Germain-l'Auxerrois. Queste processioni sono delle vere e
proprie manifestazioni popolari, che finiranno per essere vietate, essendo pi
dei tumulti, che delle cerimonie religiose.
Nel gennaio 1599 l'Editto di Nantes viene inviato al parlamento di Parigi per
essere registrato. Il 7 febbraio il Primo presidente, Achille de Harlay, alla
testa di una delegazione di oppositori, presenta al re le sue proteste. La
maggioranza del parlamento, dice, non pu dare la sua approvazione ad un testo
che, in particolare, dichiara che i protestanti possono accedere a tutte le
dignit, gli uffici e le cariche pubbliche.
Enrico IV, che sa abilmente alternare una franca bonariet a un tono imperioso,
si fa minaccioso: vuole essere obbedito.
E sar obbedito, ma in quali condizioni! I commissari reali che percorrono le
province per controllare l'attuazione dell'Editto incontrano folle minacciose e
ostili: ovunque rischiano di scoppiare tumulti. La Lega, che il re era riuscito
a distruggere, si risveglia a poco a poco. Alcuni cattolici intransigenti
arrivano persino a profanare un cimitero protestante a Orlans; in Piccardia, un
tempio viene raso al suolo da un principe del sangue, il conte di Saint-Pol.
Ma pi che contro la semplice applicazione dell'Editto, i buoni cattolici
protestano contro l'interpretazione del re che tende ad allargare i diritti dei
protestanti. Gli eretici, a Parigi, vendono liberamente i loro libri, nonostante
ci sia loro vietato dal testo del 1598. Nel 1601 essi aprono dei templi a
Grigny, poi ad Ablon, vicino a Parigi. E' intollerabile.
Ma, secondo i protestanti, i templi sono ancora troppo lontani dalla capitale:
essi devono battezzare i bambini, assistere i vecchi. Questa volta il Consiglio
del re  irremovibile: L'Editto non pu essere cambiato in nulla. Nel 1607,
tuttavia, Sully strappa al re il permesso di costruire un tempio a Charenton. La
reazione  immediata: come, si dice, il re osa permettere agli eretici di
installarsi alle porte stesse di Parigi, mentre l'Editto di Nantes vieta che si
possano costruire templi nel circondario della citt? dice Charenton.
Bene, risponde il re, si ma  a quattro leghe!
Ma il vescovo di Parigi non vuol sentire ragioni: non si scherza con la
religione! Il giorno stesso dell'apertura del tempio di Charenton il popolo
lancia pietre e assale il corteo di fedeli. Gli stessi episodi si ripetono tutte
le domeniche. Il re finisce per innervosirsi. Invia delle forze di polizia sul
luogo: nessuno verr preso, ma gli animi cominceranno a calmarsi.
Il fanatismo popolare era continuamente alimentato dall'esempio offerto dai
grandi. Nel giugno 1606 si assiste a una scena sbalorditiva. Le monache
cappuccine vengono guidate da Madame de Merceur e dalla principessa di Guisa
attraverso Parigi, dalla Roquette a piazza Vendome, a piedi nudi e con una
corona di spine in capo. Lo spettacolo di cinque o sei donne, votate ad una vita
durissima e a una morte precoce, commenta Michelet nella sua Storia di Francia,
faceva dire agli esaltati: a quale punto di orrore sono arrivati i pubblici
poteri per permettere una simile espiazione? Perch si lascia sussistere cos a
lungo la maledizione tra noi? Cos la piet si trasformava in collera e lacrime
di rabbia chiedevano vendetta al Cielo...
Durante la quaresima del 1610 i sacerdoti tuonavano dal pulpito. Gli eretici
erano accusati di voler fare una notte di San Bartolomeo a rovescio, di voler
fare un massacro generale dei buoni cattolici. Il capo, l'ispiratore di questo
complotto contro la Chiesa, e quindi contro Dio,  il re! E non pu essere che
il re, poich continua a dare un'interpretazione abusiva dell'Editto di Nantes e
continua a circondarsi di eretici. Bisogna uccidere il re, bisogna uccidere
questo tiranno.
Le angustie religiose si accompagnano a un disagio sociale. Sully aveva
riorganizzato le finanze, ma al prezzo di un forte aumento delle imposte. Il
popolo  scontento: lo Stato, la corte, il re, la regina devono ridurre le
spese!
In effetti Enrico non conosce limiti per quel che riguarda le spese.
Bassompierre racconta nelle sue Memorie che arrivava a perdere al gioco
centinaia di migliaia di lire. Inoltre il re aveva la costante preoccupazione
del mantenimento delle sue amanti: un vero e proprio harem, cui non solo faceva
dono della sua persona, ma anche dei suoi scudi. Nei conti della corte si
trovano particolari piccanti, di questo tipo: Quindicimila scudi per la Neri,
questa bella figliola.
La casa reale contava un personale di millecinquecentodiciassette persone. Per
Maria de' Medici, coperta di gioielli dalla testa ai piedi, il denaro non aveva
alcun peso: la sua prodigalit era incredibile. Nel 1609 le spese della casa
superano il mezzo milione di lire. I suoi debiti ammontavano a tre volte tanto!
Il popolo sa tutto ci e sopporta con ancor maggiore rabbia la sua dura miseria.
Aumentare le imposte  una caratteristica di tutti i governi, ma, come scrive
Pierre de L'Estoile nel suo Diario: Erano tutti scontenti soprattutto i poveri
mercanti, che le eccessive imposte rovinavano completamente. I pi agiati e
coloro che avevano un po' di risparmi dicevano che, visto che il re non dava
loro nulla, che almeno non pretendesse nulla da loro... Il maresciallo d'Ornano
parl al re del malcontento popolare contro gli editti e le nuove tasse... Gli
disse che godeva di una pessima fama presso il popolo... che non era amato dalla
popolazione, la quale si lamentava delle tasse che ogni giorno aumentavano, pi
intollerabili ancora di quelle che il defunto re aveva imposto durante le sue
grandi guerre.
In effetti Enrico IV e Sully avevano dato il via a grandi riforme economiche
cosa di cui il popolo non era molto cosciente. Il cadavere della Francia, come
sosterr Etienne Pasquier, resuscit nelle campagne grazie al protezionismo
agrario di Sully e agli incentivi alla produzione e al ripopolamento rurale.
Enrico IV cre una industria nazionale fortemente protetta. Rese stabile la
moneta e represse l'usura per incentivare gli investimenti.
Ma grande  il malcontento anche tra i borghesi. Nel XVI secolo la maggior parte
delle funzioni statali era diventata degli uffici, cio delle dignit sociali
accompagnate da funzioni pubbliche. C'era tutta una gerarchia negli uffici e i
pi importanti erano conferiti ai nobili. Nel 1604 Enrico IV istituisce per gli
uffici un diritto annuale, la paoletta, che gli permette di controllare tutte le
nomine e di eliminare tutti coloro che non paiono buoni servitori del regno.
Questa legge indisponeva sia la borghesia che la nobilt. Il diritto annuale,
infatti, sottraeva gli uffici all'influenza dei principi e dei notabili i quali
erano abituati a compensare i favori che venivano fatti loro con la
distribuzione di queste cariche. Poco tempo prima di morire, Enrico IV aveva
l'abitudine di dire: Sono molto contento che non si possa pi dire dei
dententori di cariche pubbliche: ecco il presidente del tale, il luogotenente
del tal altro, il consigliere di quest'altro!
Sarebbe stato forse molto meno soddisfatto se avesse avuto coscienza che la
paoletta costituiva un vero e proprio barile di polvere sotto i suoi piedi. I
cattolici intransigenti continuavano a ripetere che la venalit delle cariche
era un'indecenza e una delle caratteristiche principali della tirannia.
In conclusione, tutte le classi sociali consideravano Enrico IV un tiranno. Ai
motivi di malcontento gi esposti bisogna aggiungere il profondo disagio
politico e ideologico prodotto da una politica estera di cui abbiamo gi
indicato le linee generali. La maggior parte dell'opinione pubblica non ne
condivideva i fini, poich non comprendeva come un uomo di Stato possa, al tempo
stesso, essere lungimirante e giusto.
Ci che stupisce di pi nella diplomazia di re Enrico,  il suo carattere
moderno. Per tradizione l'unit della fede  la base dell'unit nazionale. Ma
nell'Editto di Nantes  giuridicamente sancito che il regno  cattolico e
protestante, cosa assolutamente senza precedenti per quell'epoca. Di fatto lo
Stato diventava laico, poich la fedelt dei sudditi, la loro coscienza di
appartenere a una stessa nazione, non dipendeva pi da una comunanza di fede
religiosa con il re.
A riprova di ci, abbiamo gi detto come Enrico IV impaziente di liberarsi degli
Absburgo di Vienna e di Madrid, che tendevano a utilizzare tutte le forze della
Chiesa di Roma a vantaggio del loro imperialismo, non ebbe nessuno scrupolo a
concludere alleanze eretiche con le Province Unite e i principi tedeschi.
In tutte le sue iniziative, all'interno come all'estero, Enrico IV si trovava
sempre in una posizione ambigua. Questa ambiguit si riveler in modo
particolare in quella questione che, nel 1606, oppose il re d'Inghilterra,
Giacomo I, al papa Paolo V.
Il 5 novembre 1606 era stato scoperto un complotto che mirava a detronizzare il
re d'Inghilterra. Gli autori del complotto, chiamato cospirazione delle polveri,
erano dei gentiluomini cattolici che consideravano Giacomo I un usurpatore, in
virt di uno scritto di Clemente VIII che ordinava di porre sul trono
d'Inghilterra solo un re assolutamente cattolico. Il risultato fu che, I'anno
seguente, Giacomo I impone ai cattolici un giuramento speciale di fedelt e di
obbedienza alla corona, pena la prigione a vita e la confisca dei beni.
Paolo V risponde con un appello ai cattolici inglesi: Se prestate un simile
giuramento profanate la fede cattolica e compromettete la salvezza delle vostre
anime. Giacomo I contrattacca e pubblica, anonima, la motivazione della sua
azione, che invia all'ambasciatore di Francia, La Boderie, insistendo perch sia
largamente diffusa dall'altra parte della Manica.
Enrico IV  indeciso sul da farsi. Egli non ha perso la speranza di fare di
Giacomo I un alleato contro gli Absburgo: il re cristianissimo intende
promuovere una lega franco-britannica, destinata a por fine alle ambizioni
espansionistiche di Vienna e di Madrid. In ogni caso, prendere apertamente le
parti di Giacomo I significa non solo farsi nemico il papa, ma mettersi contro i
cattolici francesi, gi notevolmente scossi dall'Editto di Nantes.
Enrico IV prende una via di mezzo. Chiede a Giacomo I di abrogare la legge
eccezionale contro i cattolici e al papa di non pubblicare la risposta al libro
di Giacomo I. N l'uno n l'altro seguono i suoi consigli. Enrico IV fa allora
mettere al bando sia il libro del re d'Inghilterra, sia la risposta del papa,
senza tuttavia rinunciare al suo ruolo di mediatore. Comunica a Roma a nome del
re d'Inghilterra, che Giacomo I  pronto a riconoscere il papa come primo
vescovo e capo della Chiesa, se il papa rinuncia al suo potere di deporre i re.
Paolo V risponde il 18 agosto 1609: se il papa rispondesse positivamente alla
richiesta del re d'Inghilterra, sarebbe lui stesso un eretico.
In altri termini, per i buoni cattolici ci vuol dire che il papa considera il
re di Francia come un amico degli eretici, nonostante le sue attestazioni di
fede cattolica.
Sei mesi dopo scoppia l'affare di Clves e di Juliers. Questa volta la Francia 
direttamente minacciata alle frontiere. Bisogna decidere in fretta e colpire
duramente. Un esercito di duecentomila uomini, dodicimila cavalli e trecento
cannoni arriva in Champagne nell'aprile 1610. E' l'esercito pi forte che si sia
mai visto dopo le Crociate. La rabbia dei buoni cattolici  al colmo. Cos il re
non esita a dichiarare guerra ai pi ardenti difensori della fede! E'
intollerabile! Bisogna fermare questa infamia!
L'inizio della campagna  fissato per il 17 maggio. Ma il 14 non  l'uomo dal
pennacchio bianco che viene trasportato tra le acclamazioni della folla,  un re
coperto di sangue caduto tra la costernazione e lo stupore. Resta da scoprire se
tutti questi fattori, religiosi, economici e diplomatici, hanno avuto
un'influenza reale sulla mente esaltata di Ravaillac.
Per questo, disponiamo di un testo fondamentale: gli interrogatori
dell'assassino. Troviamo, ad esempio, I'episodio di padre d'Aubigny, che abbiamo
gi citato. Padre d'Aubigny, un gesuita, ha ricevuto Ravaillac. Quest'ultimo gli
avrebbe confidato il suo progetto di uccidere il re. Gli avrebbe anche mostrato
il suo coltello, sul quale c'era inciso un cuore e una croce, dicendogli che il
re era un eretico perch non faceva la guerra agli ugonotti.
Interrogato dal giudice, padre d'Aubigny non nega di aver incontrato Ravaillac,
ma dice di aver subito capito con chi aveva a che fare: un pazzo i cui progetti
non erano ben chiari. Lo aveva subito congedato, consigliandogli di dire il
rosario, di pregare Dio e di mangiare buone zuppe. Ravaillac invece afferma che
padre d'Aubigny gli avrebbe consigliato di rivolgersi a qualche persona
importante per parlare al re. Il gesuita, facendo un po' come il topo che si 
ritirato dal mondo, di La Fontaine, aggiunge con noncuranza: Noi siamo religiosi
e non sappiamo cos' il mondo; non ci mescoliamo e non riusciamo a capire i suoi
intrighi.
Il Primo presidente di Harlay replica: Io trovo invece che voi ne sappiate pi
che a sufficienza e che anzi vi mescoliate un po' troppo negli intrighi del
mondo.
Il confronto tra Ravaillac e padre d'Aubigny non porta alcun dato positivo. Il
gesuita dice a Ravaillac che egli era stato molto cattivo e che dopo aver
compiuto un atto cos malvagio non aveva il diritto di accusare nessuno
falsamente. Ravaillac gli tiene testa e porta tutta una serie di prove. Chiede
al gesuita se si ricorda che, nel corso del loro ultimo colloquio, gli ha
regalato un soldo. Ma come, grida padre d'Aubigny, come avrei potuto darti del
denaro, dal momento che un gesuita non ne possiede mai?
Subito dopo il delitto, Ravaillac non era stato condotto in prigione, ma
all'albergo di Retz, vicino al luogo dell'attentato, per paura che il popolo,
furente, non si scagliasse su di lui squartandolo e facendolo a pezzi.
Ravaillac rimane due giorni nell'albergo di Retz, due giorni durante i quali
sono venuti ad interrogarlo i pi importanti personaggi, come se temessero che
l'assassino potesse parlare con qualcun altro al di fuori di loro. I pi
inquieti e preoccupati sembra siano i gesuiti. Per la verit essi non hanno la
coscienza tranquilla: si rendono conto di quanto le loro prediche, i loro
libelli, i loro libri abbiano potuto influire su degli spiriti deboli.
Un religioso d a Ravaillac questo sbalorditivo consiglio: Figlio mio,
soprattutto non accusate la gente importante.
Quali sono i tuoi complici? chiede un altro.
State attenti, risponde l'assassino, perch potrei dire che siete voi!
Spaventato da questa risposta, padre Cotton si reca a parlare con il criminale.
Qualche istante dopo l'attentato il confessore del re aveva chiesto: Chi  il
malvagio che ha ucciso un cos buon principe, un re cos santo, cos grande? E'
stato un ugonotto?
No, gli era stato risposto,  stato un cattolico romano.
Ah! che pena! aveva allora esclamato padre Cotton, facendosi pi volte il segno
della croce. Che pena!
Portato alla presenza di Ravaillac, gli grida: Mai un cattolico romano avrebbe
potuto concepire un simile gesto! Poi, con una voce dolce e minacciosa al tempo
stesso, dice con noncuranza: Amico mio, state attento a non accusare degli
innocenti!
Il 15 maggio inizia la fase giudiziaria del processo a Ravaillac. Se ne occupa
il presidente Jeannin in persona, insieme al Signor de Lomnie, segretario di
Stato, a un consigliere di Stato, a due arcivescovi e a qualche vescovo.
Si fanno pressioni sull'assassino perch dica se ha avuto dei complici.
Ravaillac ripete instancabilmente ci che ha gi detto: Ho agito da solo... E'
Dio che ha suggerito il mio gesto. Era necessario uccidere il re perch era un
tiranno e un falso cattolico. Precisa poi: Non sono stato istigato da nessuno,
ma solo dalle prediche che mi hanno fatto capire le ragioni per cui era
necessario uccidere il re.
Ravaillac ammette di aver fatto un grande errore, ma spera che Dio gli perdoner
e che Nostro Signore onnipotente far in modo che non gli succeda nulla.
Gli si obietta che  impossibile perdonarlo proprio in virt del quinto
comandamento che dice: Tu non ucciderai. Ma Ravaillac  convinto di aver
commesso il delitto per salvare la Chiesa. Quando gli si chiede di precisare il
suo pensiero in proposito, risponde che era nel suo pieno diritto perch il re
non aveva voluto, pur avendone il potere, ricondurre la religione cosiddetta
riformata alla Chiesa cattolica, apostolica, romana. E poi aveva sentito dire
che re Enrico voleva fare la guerra al papa e trasferire la Santa Sede a Parigi.
Ravaillac dice ancora che egli aveva concepito il suo progetto quando il re non
aveva voluto far giustizia degli ugonotti, quando questi avevano ucciso tutti i
cattolici nel giorno dell'ultimo Natale (1609). Molti di questi ultimi sono
ancora in prigione a Parigi e non viene loro resa giustizia, come ha sentito
dire da parecchie persone.
In altre parole, Ravaillac  convinto della nefandezza dell'Editto di Nantes,
del dovere del re di convincere i protestanti al cattolicesimo e del fatto che
gli eretici vogliono prendersi una sanguinosa rivincita nel corso di una notte
di San Bartolomeo a rovescio.
Conclusione: i cattolici sono in condizione di legittima difesa: Ravaillac, a
questo proposito, non fa che il suo dovere. D'altra parte, Ravaillac  convinto
che il re voglia far guerra al papa e privarlo dei suoi Stati. Poich il papa 
il simbolo vivente di Dio sulla terra, in qualit di vicario di Ges Cristo,
questa guerra sarebbe un enorme peccato, un insulto a Dio, una bestemmia senza
pari. Uccidere il re, significa essere soldato di Dio, significa proteggere il
diritto di Dio.
Ravaillac ricorda poi che i soldati dicevano che se il re voleva fare la guerra
contro il Santo Padre, essi lo avrebbero aiutato e sarebbero morti per questo.
Questa era stata un'altra ragione che lo aveva indotto a uccidere il re, perch
fare la guerra contro il papa significava farla contro Dio, perch il papa  Dio
e Dio  il papa...
Ravaillac precisa che, trovandosi un giorno nella sua citt natale, ad
Angouleme, aveva sentito dire in casa di un certo Belliard che l'ambasciatore
del papa aveva avvertito il re che, se avesse lanciato i suoi soldati contro
Roma, il Santo Padre lo avrebbe scomunicato. Il re avrebbe risposto che il papa
doveva il suo trono solo al suo predecessore e che, in caso di scomunica, egli
lo avrebbe deposto. Dopo aver ascoltato questa conversazione, aggiunge
l'assassino, si era deciso ad uccidere il re, pensando che bisognava anteporre
la gloria di Dio a ogni altra cosa.
Leggendo il testo dell'interrogatorio dell'assassino, ci si rende perfettamente
conto dell'effetto che poteva avere la propaganda cattolica su uno spirito
fanatico come quello di Ravaillac. Alcuni storici, e tra i pi importanti, come
Michelet, avanzano un'altra tesi: Ravaillac sarebbe stato l'uomo di paglia di un
certo numero di cospiratori.
Enrico IV  stato vittima di passioni religiose o di passioni politiche? Senza
dubbio di tutte e due contemporaneamente, anche perch, in quell'epoca, era
molto difficile distinguere le une dalle altre.
Resta da scoprire chi teneva le fila di questa complessa macchinazione che
doveva concludersi, il 14 maggio 1610, in un bel pomeriggio di primavera, in uno
dei pi celebri assassinii politici della storia.
In questo caso, per, anche gli storici pi competenti possono solo formulare
delle ipotesi. Comunque sia queste ipotesi sono interessanti. E forse
corrispondono a quella verit che gli attori del dramma e i testimoni della
storia hanno portato con s nella tomba, per proteggere se stessi o per non
turbare l'ordine pubblico.
Attentati contro il re ce n'erano stati anche troppi: per Enrico IV era una
vecchia abitudine, a tal punto che non si preoccupava per nulla dei tentativi di
omicidio che regolarmente venivano perpetrati contro la sua persona. Alzava le
spalle e rideva. Quando gli si rimproverava la sua noncuranza, diceva: Sono
nelle mani di Dio e ci che egli protegge  ben protetto. Un anno dopo la sua
ascesa al trono, il re diceva sovente: Ogni giorno rischio di essere vittima di
nuovi attentati. Da quando sono re non sento parlare d'altro.
Solo una volta ha rischiato di morire, invece perse solo un dente. Fu quando
Jean Chastel attent alla sua vita. Da Chastel a Ravaillac la lista dei suoi
attentatori  lunga. Ce ne sono di strani. Pidefort, ad esempio, che per
uccidere il re aveva inventato una balestra cos piccola che poteva stare
nascosta nel cavo di una mano. Oppure la vivandiera di Saint-Denis che contava
di sbarazzarsi del re versando sul suo letto una certa acqua che, una volta
evaporata, gli avrebbe provocato una malattia mortale. O ancora Roqueville, un
gentiluomo normanno, che fu giustiziato il 3 maggio 1608, per aver attentato
alla persona del re usando il ben noto sortilegio che consiste nell'infilzare
aghi in un pupazzo di cera come fossero pugnali. Anche la storia di Jacques des
Isles  singolare.
Siamo nel 1605: Enrico IV e il suo seguito passano sul Ponte Nuovo, il pi
grande d'Europa, di cui il re va orgoglioso. Quando Enrico IV passeggia 
circondato solo da qualche gentiluomo, che spesso perde di vista il re tra la
folla parigina. Lo ritrova, a volte, qualche istante dopo mentre  fermo a
discutere, gesticolando animatamente, con qualche uomo o donna del popolo.
Jacques des Isles non trova dunque nessuna difficolt ad afferrare Enrico per il
mantello e ad attirarlo a s brandendo il coltello: Rendetemi il mio regno!
Rendetemi il mio regno! grida Jaeques des Isles prima di colpire.
Ma il miserabile non ha ancora finito di parlare che un servitore lo afferra e
lo avrebbe ucciso sul posto se il re non l'avesse fermato dicendo: Mettetelo in
prigione senza fargli del male!
Allora Jaeques des Isles esclama, ridendo, con gli occhi foschi: Almeno vi ho
fatto una bella paura! Rinchiuso a Fort-l'veque, Jaeques des Isles, in un folle
delirio, ripeteva: Io discendo da Faramondo, sono il re di tutta la terra.
Enrico di Borbone  un usurpatore. Dagli all'usurpatore!
Gi a quell'epoca si era constatato che tutti gli assassini mancati erano pazzi.
Ancor oggi non c' alcun dubbio che quegli omicidi erano dei fanatici isolati,
per la maggior parte colpiti da follia di tipo mistico.
Perch allora ci sono ancora tanti interrogativi su Ravaillac? Come mai egli 
riuscito l dove gli altri hanno fallito? Come si vedr la data dell'assassinio,
questa volta, non  per nulla casuale. Inoltre esistono degli indizi che
sembrano confermare la tesi della cospirazione in modo sconvolgente.
Le cospirazioni contro Enrico IV erano state numerose come gli assassini
mancati. E' tuttavia importante, per il proseguimento della nostra storia,
sapere che i due soli complotti di una certa portata erano stati concepiti uno
dal maresciallo de Biron, nel 1601, l'altro dagli Entragues, la famiglia di
Henriette, l'amante del re, nel 1604.
Biron era pieno di cariche. Il re gli aveva conferito il ruolo di ammiraglio,
maresciallo, generale in capo, duca e pari, governatore di Borgogna. Un giorno
il re gli aveva salvato la vita. Questa, naturalmente, non era una ragione per
cospirare contro di lui, al contrario. Ma Biron era terribilmente ambizioso, i
suoi titoli lo avevano esaltato: ne voleva ancor di pi. E cos divenne il capo
di una crociata contro il re.
Questa crociata aveva due moventi principali: da una parte il malcontento dei
grandi signori feudali, ansiosi di ritrovare quell'indipendenza che Enrico IV
aveva loro tolto a poco a poco. Il re non voleva forse che essi, a
giustificazione dei loro privilegi, si mettessero al servizio della popolazione
e dello Stato? Dall'altra gli intrighi stranieri, soprattutto spagnoli, per
favorire l'anarchia in una Francia che stava ritrovando tutta la sua potenza, in
una guerra dichiarata contro la Savoia.
Il piano della cospirazione era stato stabilito in collaborazione con la Spagna
e la Savoia. In primo luogo bisognava togliere di mezzo il re: sarebbe stato
ucciso con un archibugio da Biron in persona. Forse era stato proposto anche il
nome del conte d'Alvernia, di cui per non ci si fidava: egli infatti era
fratello dell'amante preferita del re, la bella e capricciosa Henriette
d'Entragues.
La regina, Maria de' Medici, stava per avere un figlio, Luigi: sarebbe stato
necessario uccidere anche lui, cos si sarebbe fatto piazza pulita. I principi
del sangue non avevano alcun diritto alla corona e i cospiratori avrebbero avuto
via libera. Nell'immaginazione dei congiurati, tutto doveva svolgersi molto
rapidamente: il duca di Savoia si sarebbe impadronito del Delfinato, del Lionese
e della Provenza. Il re di Spagna della Linguadoca, della Guyenne e della
Bretagna. Biron riservava per s la Borgogna e la Franca-Contea. Inoltre egli
avrebbe potuto sposare o una sorella del re di Spagna o la terza figlia del duca
di Savoia. Gli altri congiurati, meno importanti, avrebbero avuto le briciole.
Forse il conte d'Alvernia avrebbe avuto la parte migliore: egli sarebbe
diventato lo zio del nuovo re. Infatti si voleva mettere sul trono il figlio che
Henriette d'Entragues aveva avuto dal re. Poich il bimbo era appena nato, si
trattava di trovare una soluzione legale. L'importante, comunque, era
impadronirsi del potere.
Questo piano non teneva per conto di un elemento essenziale: la reazione dei
Francesi di fronte allo smembramento del loro paese e al ritorno all'anarchia.
Una smisurata ambizione accecava Biron e i suoi complici. Ma uno di essi, un
certo La Fin Le Noele, rivel un giorno al re l'intero piano della congiura.
Enrico IV era rimasto esterrefatto: I'uomo che aveva coraggiosamente combattuto
al suo fianco, l'uomo che egli aveva ricompensato in mille modi, I'uomo cui
aveva salvato la vita era il capo di un complotto! Peggio ancora, era proprio il
suo amico in persona che avrebbe dovuto ucciderlo.
Enrico IV, che si arrabbia moltissimo in caso di incidenti di poco conto, sa
mantenersi perfettamente calmo quando si tratta di avvenimenti gravi. La sua
cordialit era il riflesso di una bont profonda, ma spesso si trasformava in
una maschera, cio nello strumento di una politica freddamente calcolata.
Amico mio, scrive subito il re a Biron, venitemi a trovare: devo parlarvi di
qualcosa che riguarda me, il vostro onore e il nostro comune interesse. Addio.
Con affetto.
Biron  sgomento: viene avvertito che il re  al corrente di tutto. Tanto
peggio: egli  deciso a negare, succeda quel che deve succedere! Il re gli aveva
anche scritto che non credeva a una parola di quello che si diceva contro di
lui, che avrebbe ristabilito la verit sulle false accuse rivoltegli, che egli
lo amava e lo avrebbe amato sempre.
Biron, seccato, si mette in viaggio per Fontainebleau, dove arriva il 13 luglio.
Il mattino stesso il re, passeggiando nel parco del castello, diceva: Non
verr... Ma ecco Biron. Il re gli va incontro.
Avete fatto bene a venire, gli dice, stavo venendovi a cercare.
Poi gli prende la mano e gli fa ammirare la bella facciata del castello.
Improvvisamente nel mezzo della conversazione, il re lascia cadere una frase:
Non avete davvero nulla da dirmi?
Io? esclama Biron. Io vengo soltanto per conoscere i miei accusatori e punirli.
Il re rimane in silenzio: il re ama realmente Biron e non si decide a metterlo
di fronte alle sue responsabilit. Lo trascina in un piccolo giardino chiuso e
lo assilla di domande. Biron, testardo, continua a negare. Si batte il petto,
riaffermando la sua lealt, la sua innocenza e la sua amicizia.
Andiamo a mangiare, dice il re bruscamente. Durante il pasto parlano di tutto,
della caccia, della conduzione del castello: neanche una parola sul complotto.
Come di consueto, Enrico mangia di buon appetito. Appena terminato il pranzo,
torna all'assalto; Biron nega ancora, nega sempre.
Il re perde ogni speranza. Si chiude allora con Sully e la regina in una stanza.
Secondo La Force, nel corso di una discussione dai toni accesissimi, Sully
avrebbe chiesto la condanna a morte di Biron.
Amico mio, risponde Enrico, il maresciallo  un uomo sfortunato;  un caso
particolare e io ho intenzione di perdonarlo, di dimenticare tutto ci che 
successo e di continuare a favorirlo. Mi fa pena e il mio cuore non riesce a far
del male a un uomo coraggioso, che  stato per lungo tempo un amico fedele. Ma
la mia preoccupazione pi grande  che, una volta perdonato, egli non perdoni
affatto n me, n i miei figli, n il mio Stato...
Dopo un po', il re e Biron si incontrano di nuovo. Giocano a biliardo. Enrico
spera sempre che il suo vecchio compagno parli spontaneamente. Se confessasse,
il suo delitto sarebbe gi a met perdonato!
E' passata la mezzanotte: alle nuove, pressanti domande del re, Biron rimane
zitto.
So tutto, dice Enrico sillabando le parole, parla, te ne prego come amico.
Il maresciallo mantiene il suo silenzio ostinato. Allora bruscamente il re si
reca nel suo studio. Dopo qualche secondo socchiude la porta e, con la voce
rotta dall'emozione, dice in fretta: Addio, barone de Biron!
Nell'anticamera, il capitano delle guardie, Vitry, sbarra il passo al
maresciallo, che si appresta a lasciare il castello.
La vostra spada, dice Vitry, seccamente. Stai scherzando! risponde, stupito,
Biron. No, signore,  un ordine del re! Biron comincia a vacillare. Grida con
voce atona: Come? Dovrei consegnare la mia spada? Questa spada che  sempre
stata al servizio del re? Vitry  irremovibile: Biron viene condotto via. Il 15
giugno viene rinchiuso alla Bastiglia, con il  conte d'Alvernia. Un mese dopo,
condannato a morte dal parlamento, sar decapitato.
Quando, in ginocchio, Biron ascolta la sentenza in cui si ordina che la condanna
venga eseguita in piazza de Grve, esclama: In piazza de Grve! Ecco una bella
ricompensa per tutto ci che ho fatto al servizio del re: mi si vuole uccidere
vergognosamente di fronte a tutti!
Al che il Cancelliere risponde: Signore, il re vi ha accordato la grazia di non
farvi morire in pubblico: I'esecuzione avverr alla Bastiglia.
E' la sola grazia che mi fa? grida Biron. Ah, ingrato, senza piet, senza
misericordia! Perch non mi perdona, dal momento che ha fatto grazia a molti
altri che l'hanno offeso molto pi di me!
Infine Biron fa il nome del duce d'pernon, aggiungendo: Quante volte egli l'ha
tradito!
Ecco il racconto della morte di Biron, scritto da Pierre de L'Estoile: Non
appena arriv vicino al patibolo, dalle persone che assistevano allo spettacolo,
circa settanta, si lev un mormorio. Biron esclam: Cosa fanno tutti quei
bricconi, pezzenti? Chi li ha fatti venire? Cosa dicono?
In realt erano tutte persone oneste. Poi sal al patibolo seguito dai medici
Magan e Garnier e da un servitore del re, che si era occupato di lui in
prigione. Venne da ultimo il carnefice, che stava per afferrare Biron, quando
questi gli disse di togliersi davanti e di guardarsi bene dal toccarlo con
qualcos'altro che non fosse la spada. Poi si tolse la giacca e la porse al
servitore.
Il boia gli diede un fazzoletto bianco, perch si bendasse; ma egli prese il
suo, che per era troppo corto, per cui accett quello del carnefice. Si era
appena bendato e messo in ginocchio, quando improvvisamente si alz, si tolse il
fazzoletto e grid: Nessuno ha misericordia di me? E di nuovo si rivolse al
carnefice dicendogli di non toccarlo, di non farlo disperare, se non voleva
essere strangolato. La maggior parte di coloro che erano presenti, vedendo
quell'uomo parlare cos, avrebbero voluto essere lontani. Dopo un po' si rimise
in ginocchio e si bend, per alzarsi subito dopo dicendo di voler vedere ancora
per l'ultima volta il cielo, poich non l'avrebbe visto mai pi, perch per lui
non c'era perdono. Per la terza volta si inginocchi e si bend e stava per
alzarsi ancora, quando il boia sferr il colpo, proprio mentre gli diceva che
non lo avrebbe giustiziato finch non avesse recitato il In manus.
Se il carnefice non avesse usato quello stratagemma, quell'uomo miserabile e
irresoluto si sarebbe di nuovo alzato. Infatti egli ebbe due dita tagliate,
poich stava alzando la mano per togliersi per la terza volta il fazzoletto. La
testa cadde a terra, da dove fu raccolta e messa in un lenzuolo bianco insieme
col corpo e sepolta, la sera stessa, a Saint-Paul. Sul luogo si possono leggere
i seguenti versi: Biron amava tanto i gendarmi, Che quando il suo collo fu
spezzato, Egli don il suo corpo a Saint-Paul, Protettore delle armi.
Questa fu la fine di Charles de Gontaut, signore di Biron, maresciallo di
Francia, duca e pari.
Il nome di pernon ritorner spesso nel corso di questa storia. Era realmente
implicato nella congiura di Biron?
Il conte d'Alvernia lo era invece sicuramente, anzi era il principale complice
del maresciallo. Fu condannato a una pena molto leggera. Fratello di Henriette
d'Entragues, egli benefici della clemenza particolare di un principe che spesso
anteponeva i suoi sentimenti alla ragione. Condannato formalmente, usc dalla
Bastiglia due mesi dopo il processo e fu rimesso in libert, dopo essere stato
paternamente consigliato.
Molti, che avevano pianto la morte del prestigioso maresciallo, trovarono quella
clemenza del tutto scandalosa. L'episodio fu denunciato in parecchi libelli e
poesie, come questa:
O gran Dio, che ingiustizia! Due prigionieri hanno meritato la stessa pena.
Quello che ha sempre combattuto, Per perch si teme il suo valore, L'altro 
vissuto, per amore del Dio.
Anche un altro uomo la cui complicit con il maresciallo era indubbia, fu
risparmiato. Quest'uomo, il duca di Bouillon, era il pi rapace dei feudatari e
dunque il pi pericoloso.
Ma Enrico IV contava molto sull'esemplarit della condanna. L'esempio di una
giusta condanna, scriveva, serve moltissimo a risvegliare nei sudditi francesi
il rispetto e la lealt che sempre hanno avuto nei confronti dei loro re e che
il protrarsi delle guerre civili aveva assopito.
Il re era troppo ottimista. La condanna e l'esecuzione del maresciallo di Biron
non avevano scoraggiato per nulla i cospiratori. Nel 1604 viene ordito un nuovo
complotto, in cui  ancora implicato il conte d'Alvernia.
Per cogliere precisamente la sostanza di questa nuova congiura, bisogna rifarsi
alla tumultuosa vita privata di Enrico IV. Egli passava da una donna all'altra,
non essendo, come egli stesso ammetteva, il pi freddo degli uomini in questo
campo. Se le sue scappatelle sono incalcolabili, le sue amanti ufficiali si
succedono a ritmo continuo. La prova tangibile  che in nove anni, Enrico
diventa padre undici volte. La regina gli d, infatti, sei figli e le sue amanti
cinque. Per la verit, se egli ha ingannato molte donne,  spesso stato ripagato
con la stessa moneta.
Nella maggior parte dei casi, le amiche del re non avevano alcuna influenza
sulla sua vita pubblica. Ma quando alla bellezza univano anche l'intelligenza,
potevano servire da collegamento con le ambizioni dei nemici del re.
Abbiamo gi parlato della sua prima moglie, Margherita di Valois, la regina
Margot, che collezionava uomini con la stessa spregiudicatezza con cui suo
marito collezionava le donne. Un giorno, alla presenza di tutta la corte, suo
fratello Enrico III le aveva enumerato tutti gli uomini cui si era data: Louis
du Guast, Bussy d'Amboise, La Mole, il visconte di Turenne ecc.
Enrico IV era assolutamente soddisfatto della situazione, che costituiva un
alibi per le proprie scappatelle. Gabrielle d'Estres fu la prima donna che fece
realmente girare la testa a re Enrico. Aveva sedici anni quando pernon, amante
di sua sorella Diane, la propose al suo signore Enrico III. Le trattative furono
rapidamente concluse: la madre la vendette per seimila scudi. Francois de
Montigny, incaricato di versare la somma, ne pag quattromila e si tenne il
resto per s.
Ma Enrico III si stancava presto dei piaceri dell'amore, soprattutto quando era
una donna a procurarglieli. Gabrielle allora, sempre tra le cure attente e
interessate di sua madre, si diede a ricchi finanzieri e potenti gentiluomini:
Samet, Longuerville, Bellegarde ecc.
Verso la fine del 1590 Bellegarde present la sua amante a Enrico IV, che se ne
innamor immediatamente. La bella Gabrielle questa volta resistette, poich
amava veramente Bellegarde. Costui, tuttavia, da buon cortigiano, non volle
mettere a repentaglio i favori del re per conservare quelli della sua amante; la
convinse a cedere, libero di dividerla, di tanto in tanto, con il suo sovrano.
Nel 1592, per regolarizzare la posizione di Gabrielle a Corte, Enrico la fece
sposare a un gentiluomo in rovina, Nicolas Damerval, signore di Liancourt, che
era, come scrive Sully, un uomo che sopportava docilmente le corna. In questo
caso, le corna avevano poca importanza: due mesi dopo il re fece annullare il
matrimonio. Gabrielle gli aveva dato un figlio e il re desiderava legittimarlo.
Per rendere legale l'operazione, era necessario che il matrimonio della madre
fosse nullo.
Quando Enrico entr a Parigi, nel 1594, Gabrielle, racconta Pierre L'Estoile,
procedeva davanti a lui, in una portantina scoperta, talmente costellata di
perle e pietre preziose che offuscava la luce delle fiaccole. Viene festeggiata
come una regina; re Enrico infatti aveva intenzione, a quell'epoca, di separarsi
dalla regina Margot, per sposarla. Quattro anni dopo, Pierre de L'Estoile fa
notare che aveva il diritto di dire a voce alta che solo Dio o la morte del re
avrebbero potuto impedire che diventasse regina.
In fatto di morte, l'ora del re non era ancora suonata. Quella di Gabrielle,
invece, era molto vicina. Nel 1599 la bella favorita viene uccisa da un male
sconosciuto. Era incinta di quattro mesi.
Alcuni affermano che Gabrielle fu vittima di un avvelenamento. In effetti si
sarebbe potuto sospettare di Sully, che voleva a tutti i costi far sposare al re
la nipote del duca di Toscana, Maria de' Medici. Egli avrebbe detto a sua
moglie: Figlia mia, la situazione precipita, il re  in cattive mani.
Del resto si potrebbe sospettare anche del duca di Toscana, cui il canonico
Bonciano scriveva: Se non ci fosse la duchessa, si potrebbe concludere il
matrimonio di vostra nipote entro quattro mesi. L'amore del re per la sua dama
si fa ogni giorno pi smisurato: se Dio non provvede, diventer un male
incurabile. Altri sospettano dello stesso Enrico IV, che si sarebbe pentito di
aver promesso alla sua amante di sposarla.
Proseguivano intanto i colloqui di Sully con il granduca di Toscana per far
sposare al re la nipote del duca, Maria de' Medici.
Enrico non se ne preoccupa: tre mesi dopo la morte di Gabrielle, nonostante il
suo profondo dolore, ospita nel suo letto un'altra bella figliola. Anch'essa era
stata venduta per una somma ingente. Il suo nome era Henriette ed era figlia del
duca e della duchessa di Entragues, che non era altri che la famosa Marie
Touchet, amante di Carlo IX. Gli Entragues speravano che la figlia diventasse
non tanto una delle numerose amanti del re, ma addirittura la regina di Francia.
Enrico, folle d'amore, si lasci abbindolare dagli Entragues. Arriv persino a
firmare un contratto scritto, nel quale giurava, in fede di re, di sposare
Henriette se fosse rimasta incinta entro sei mesi e se gli avesse dato un
figlio!
Ecco un estratto del testo: Noi, Enrico IV, per grazia di Dio, re di Francia e
di Navarra, promettiamo e giuriamo davanti a Dio, in fede e parola di re, al
signor Francois de Balzac d'Entragues, cavaliere del nostro ordine, di prendere
per compagna la signorina Elenriette Catherine de Balzac, sua figlia, e, in caso
che, entro sei mesi dalla data della presente, essa rimanga incinta e ci dia un
figlio, di prenderla immediatamente come legittima sposa. Celebreremo il
matrimonio pubblicamente e di fronte a Nostra Santa Madre Chiesa, secondo le
solennit del caso. Ad avvalorare la seguente promessa, giuriamo di ratificarla
e rinnovarla con la nostra firma dopo che avremo ottenuto dal nostro santo padre
il papa lo scioglimento del matrimonio tra Noi e Margherita di Francia e il
permesso di risposarci quando ci sembrer opportuno. A testimonianza di ci, noi
abbiamo scritto e firmato la presente al Bois de Malesherbes, oggi 1 ottobre
1599.
Naturalmente Henriette svolse ammirevolmente il suo compito e rimase incinta
entro il tempo stabilito. Ma, con gran delusione della sua famiglia, partor un
bambino morto.
Intanto il papa aveva annullato il matrimonio di Enrico IV e della regina Margot
e i colloqui con la corte di Firenze erano giunti a buon fine. Il 26 aprile 1600
Maria de' Medici  ufficialmente concessa a Enrico. Nel dicembre dello stesso
anno diventa sua moglie. Il re non apprezz la principessa fiorentina: la
trovava apatica, sciocca, grossolana e inesperta. Dal giorno seguente le nozze,
ricomincia a frequentare Henriette, che non ha ancora detto l'ultima parola.
Un'atmosfera di tensione si crea tra la regina e la favorita. Henriette dice di
Maria che  una grossa banchiera. Quest'ultima replica, con quell'accento
italiano che non perder mai: Questa marchesa  una puttana.
La Medici non si ferma qui: spesso insulta con rabbia anche il re.
Disgraziata, le dice un giorno Sully, non sapete dunque che Sua Maest potrebbe
farvi decapitare? Non ha che da lasciare la sua puttana! risponde aggressiva.
La guerra fredda tra Maria e Henriette si trasforma in aperta ostilit quando
entrambe mettono al mondo un figlio, quasi contemporaneamente. Il futuro Luigi
XIII nasce il 27 settembre 1601. Qualche settimana pi tardi, Henriette d alla
luce un bambino che si chiamer Enrico.
La Fiorentina ha un figlio, afferma la favorita, ma io ho il delfino. Sono
pronta a mostrarlo all'Europa intera. Un giorno la regina manda a chiamare Sully
e si lamenta, tra i singhiozzi, del comportamento di Henriette che, spinta dalla
famiglia, non ha rinunciato a farsi sposare. Non riesco pi a sopportare, dice
la Fiorentina piangendo, che essa parli di me in modo cos irriverente, n che
quella donnaccia osi paragonare i miei figli con i suoi!
Henriette rifiuta di mandare suo figlio a Saint-Germain dove il re alleva tutti
i suoi figli, il delfino Luigi come gli altri. Non voglio, dice, che stia
insieme a tutti quei bastardi.
Il 22 novembre 1602 la regina d alla luce una figlia, che chiama Elisabetta. Il
21 gennaio 1603 Henriette, sempre in ritardo, diventa anch'essa madre di una
bambina: Gabriella Angelica.
Un anno dopo scoppia il complotto degli Entragues. Un giorno la Corte apprende
una notizia sorprendente: un servitore del re, un certo Lhoste, incaricato di
registrare i dispacci,  accusato di aver rivelato segreti militari e politici
all'ambasciatore di Spagna. I poliziotti vogliono arrestarlo, ma Lhoste riesce a
fuggire e si annega nella Marna. Il conte d'Alvernia, fratello di Henriette,
lascia Parigi e si rifugia nelle sue terre. Scoppia lo scandalo. Ancora una
volta il conte sfida il re, organizzando un nuovo complotto.
La bella marchesa  direttamente implicata nell'affare. Essa  di nuovo incinta,
ma non  affatto certo che il padre fosse veramente Enrico IV: quasi certamente
tradiva il re. La paternit del piccolo  attribuita, tra gli altri, a
Bassompierre e al duca di Guisa. Henriette, ora che ha il suo delfino non vuole
avere altri figli. Tre salassi, uno al braccio, due ai piedi, e altre pratiche
provocano l'aborto. Enrico  perfettamente cosciente che la sua amante sta
tramando qualcosa di losco. Tutti i giorni, scriveva Sully il re aveva
l'impressione che essa fosse implicata in prima persona in tutte le trame e le
minacce che venivano ordite contro la sua persona e lo Stato.
In effetti, quattro persone avevano progettato di uccidere il re. Si trattava,
con l'appoggio della Spagna e di gran parte della nobilt, di far riconoscere
Henriette come legittima sposa del re. Il piano era il seguente: la marchesa
avrebbe dovuto recarsi in Spagna con i suoi figli, dove Filippo III le avrebbe
concesso una rendita di cinquantamila lire e delle piazzeforti.
Contemporaneamente il re e il delfino sarebbero stati uccisi. Henriette sarebbe
quindi ritornata a Parigi con il figlio Enrico di Verneuil, che sarebbe stato
proclamato re.
Quando il piano viene rivelato ad Enrico IV, il re cade in un profondo
sconforto. Egli non ama Henriette, ma le  molto affezionato. Fa arrestare
Entragues. Nel corso delle perquisizioni fatte al castello del conte a
Marcoussis, vengono trovate tre lettere del re di Spagna, che forniscono le
prove del complotto. Si scopre anche la famosa promessa matrimoniale del re,
accuratamente conservata e, come dice il verbale del processo, chiusa in una
piccola bottiglia di vetro a sua volta inserita in una pi grande, il tutto ben
pressato con del cotone.
Questo scritto compromettente  subito consegnato al re, che, distruggendolo,
tira un sospiro di sollievo. Qualche giorno pi tardi, il conte d'Alvernia viene
arrestato, mentre il re si limita a far sorvegliare a vista Henriette nel suo
palazzo di Saint-Germain.
Non voglio pi vedere quella donna, dice Enrico, con grande gioia di Maria de'
Medici. Ma il re non riesce a vivere senza concrete consolazioni. Si sceglie
quindi una graziosa bionda, il cui farsetto lasciava intravvedere le spalle ben
modellate e il petto. Si chiamava Jacqueline du Bueil. Anch'essa si vendette.
Tallemant des Raux ci dice che Enrico IV, che andava continuamente alla ricerca
di belle figliole, sebbene fosse veeehio, era pi scapestrato di quando era
giovane. Egli "compr" Jaequeline per trentamila scudi.
Ma questa nuova amica, che il re ben presto fece contessa di Moret, non era
riuscita a far dimenticare al sovrano la capricciosa Henriette. Ci apparve
chiaro quando, alla fine del 1604, si svolse il processo degli Entragues.
Nel corso del processo, Entragues e Alvernia si rovinarono completamente, mentre
la marchesa si difese strenuamente. Tenne testa ai giudici, proclamando con
alterigia di essere la vera moglie del re, la vera madre del delfino. Pierre de
L'Estoile scrive a questo proposito: Essa non temeva la morte, anzi la
desiderava. Ma, diceva, se il re l'avesse condannata, tutti avrebbero detto che
aveva fatto morire sua moglie, la vera regina.
Essa tuttavia chiedeva solo tre cose a Sua Maest: la grazia per suo padre, una
corda per suo fratello e giustizia per se stessa. Infatti, durante il processo,
il conte d'Alvernia  aveva gettato tutta la responsabilit del complotto su sua
sorella.
Il processo si concluse: il conte d'Entragues e il conte d'Alvernia furono
entrambi condannati a morte; Henriette avrebbe dovuto essere rinchiusa in un
convento e l finire i suoi giorni. Enrico IV, affascinato e ammaliato dalla sua
amante, commut immediatamente tutte le pene. Entragues rest solo due mesi alla
Bastiglia, il conte d'Alvernia dodici anni. Henriette fu semplicemente
prosciolta. Leggiamo il commento, pi o meno attendibile, di Pierre de L'Estoile
a questo proposito: I membri del Consiglio riuniti decisero per la pena di
morte. Ma Sua Maest, buono e clemente come sempre, non era d'accordo e, dopo
aver sospeso il giudizio per qualche tempo, per farli riflettere, risparmi la
vita a Entragues e al conte d'Alvernia. La marchesa fu semplicemente prosciolta
(essa non si abbass mai a chiedere la grazia al re, che in fondo era tutto ci
che voleva da lei). A questo proposito si diceva che l'amore aveva trionfato
sulla morte.
Ancora una volta il re aveva ceduto alle grazie della bella Henriette... che
ritroveremo implicata in un terzo complotto, un complotto riuscito.
Apriamo dunque il libro nero della eventuale congiura che, il 14 maggio 1610,
doveva concludersi con l'assassinio di re Enrico.
Naturalmente mancano le prove decisive, anche perch  pi facile veder chiaro
in un complotto mancato che in un complotto riuscito. Quelli che perdono non
possono pi difendersi, quelli che vincono sono sufficientemente potenti per
togliere di mezzo tutti i testimoni diretti o indiretti. Solo due persone si
sono costituite come testimoni a carico di un certo numero di personaggi che
avrebbero cospirato contro il re e dunque armato la mano di Ravaillac.
Si tratta di Jacqueline d'Escoman, che era al servizio di Henriette d'Entragues
e di un certo La Garde, soldato di ventura, che aveva prestato servizio un po'
ovunque, ma soprattutto fra le truppe di Biron. Gli accusati non sono persone
qualsiasi, come si pu giudicare dai seguenti dati: Il duca d'Epernon sarebbe
stato l'anima del complotto. Intorno a lui, altri personaggi avrebbero tirato,
nell'ombra, le fila della congiura che doveva concludersi con la scomparsa del
re: i testimoni sospettano seriamente di Henriette d'Entragues e di... Maria de'
Medici, letteralmente stregata da altri due membri della congiura, Concino
Concini e sua moglie, Leonora Galigai.
Dopo l'assassinio del re, pernon si comporta da padrone. La regina gli offre un
appartamento al Louvre, dove gli sono comunicati tutti i dispacci politici. In
realt, il duca, che conserva tutta la sua avidit, scomparir ben presto.
Anche Henriette, dopo aver vissuto qualche tempo a corte, si ritirer nella sua
casa di Verneuil dove morir, dimenticata da tutti, nel 1633, all'et di
cinquantanove anni.
La grande trionfatrice  Maria de' Medici che, come reggente, detiene tutti i
poteri e pu da una parte attuare quella politica di riavvicinamento alla
Spagna, che ha sempre sognato, dall'altra arricchire i suoi amici fiorentini, i
Concini. Ma  stata veramente lei a far assassinare suo marito?
Prima di addentrarci nelle accuse lanciate da Jacqueline d'Escoman e dal
capitano La Garde,  opportuno cercare di rivivere l'ambiente nel quale agivano
i sospettati: pernon, Henriette, Maria de' Medici e i Concini, ai quali bisogna
aggiungere l'amante di pernon: Charlotte du Tillet.
pernon  il tipico signore del Rinascimento, un uccello da preda. Abile,
profittatore, egli cerca di cogliere tutte le occasioni, buone o cattive che
siano, per soddisfare i suoi interessi o i suoi capricci. Secondo Brantome, ci
sono parecchie persone che pensano che egli sia fatato o che abbia qualche
demone o spirito familiare che lo guida.
Questo nobile bellimbusto, che ama le gozzoviglie,  il piccolo favorito di
Enrico III. E' tutto dire. Accumula oro, dignit, cariche, rendendo qualche
servizio alla patria. Combatte contro i Guisa con una certa efficacia, ma viene
sconfitto da Enrico di Guisa. pernon si ritira allora ad Angouleme (anche
Ravaillac era originario di Angoulme. I due uomini si erano forse incontrati in
quel periodo). Solo dopo l'assassinio dello Sfregiato, a Blois ritorna a corte.
Nonostante l'esilio, non ha perso la superbia.
Quando Enrico III muore, comincia ad odiare Enrico di Navarra suo successore: si
rifiuta di servire un principe eretico. Fa un rapido voltafaccia e, proprio lui
che aveva difeso la Corona contro la Lega, prende contatti con la Spagna; per un
attimo pensa persino di vendere le sue piazzeforti a Madrid! In fondo, pensa che
Enrico IV non sar in grado di conservare a lungo il potere. Rendendosi presto
conto dell'errore, cambia di nuovo atteggiamento e diventa, in apparenza, un
docile cortigiano.
Enrico IV non  sciocco: sa che il piccolo favorito non ha cancellato il
disprezzo che nutre per lui. Secondo Epernon, Enrico IV  solo un avventuriero,
un nobile dell'ultima ora, indegno di succedere al suo signore, Enrico III.
Cos il re e il duca continueranno fino alla fine a guardarsi di traverso e,
sotto l'apparenza del rispetto o della benevolenza, nasconderanno la loro vera
natura di avversari, se non proprio di nemici.
Henriette, alla quale, come abbiamo visto, il re ha concesso tutta la sua
clemenza, non rimarr a lungo nel ritiro di Verneuil. Due anni dopo il complotto
ideato dalla sua famiglia, il re ricomincia a inviarle parole d'amore. Un giorno
le scrive: Una lepre mi ha portato fino alle rocce davanti a Maleherbe, dove ho
provato tanti piaceri in passato,  dolce ricordarli, quanto ti ho desiderata,
tra le mie braccia, non appena ti ho pensata!
La bella Henriette da principio fa la vezzosa, poi accetta di nuovo i favori del
re, che le invia questa lettera, in cui si riconosce lo spirito di Montaigne e
di Rabelais: Piccola mia, sto prendendomi cura per essere pi forte, come voi
volete. E' la mia pi grande preoccupazione, perch io penso solo a piacervi e a
rafforzare il vostro amore, che  tutta la mia felicit... E' molto bello qui,
ma lontano da voi mi annoio e non sono capace di resistere. Trovate un modo
perch io vi veda da sola e riuscir a trasformare le foglie d'autunno in
germogli di primavera. Buongiorno, mia amata, vi bacio un milione di volte.
La marchesa di Verneuil nutre sempre la speranza di vedere suo figlio Enrico
salire sul trono di Francia. Essa chiede al re di accordare almeno un favore a
questo bastardo privilegiato. Enrico IV d al piccolo Verneuil, che ha sei anni,
il vescovato di Metz.
Il figlio della marchese diventa cos vescovo di una piazzaforte, di cui 
governatore pernon. Da quel momento tra l'antico cortigiano e la sempre
compiacente favorita si stringono pi saldi legami. Ancora pi inquietante  la
pace che viene fatta tra l'amante e la moglie del re, in altre parole tra la
marchesa puttana e la grossa banchiera. pernon e Concini sono i fautori di
questa inattesa riconciliazione. Forse bisogna vedere in ci anche l'intervento
di Madrid, che voleva evitare che i migliori difensori del partito spagnolo
fossero in disaccordo tra loro per motivi personali.
Comunque sia, a partire da questo momento, i rapporti tra la marchesa e il re
cominciarono ad essere decisamente meno affettuosi. Lo si pu vedere bene in
questa lettera di Enrico: Leggo volentieri le vostre belle parole, quando sono
seguite dai fatti, ma quando esse tendono solo a coprire le vostre mancanze, le
considero ingannatrici. Quel mattino, ho trovato delle preghiere in spagnolo in
mano a nostro figlio: mi ha detto che siete stata voi a regalargliele. Non
voglio che sappia che esiste una Spagna; quanto a voi, vi siete trovata cos
male che dovreste desiderare di dimenticarla al pi presto. Non mi avete mai
tanto deluso come oggi; ma credo che a voi non importi nulla...
A partire dal 1609 sembra che la due donne, l'amante e la moglie legittima,
abbiano voluto unire il loro risentimento nei confronti del re. In realt il
sovrano, innamoratosi follemente della piccola Charlotte de Montmorency, che non
aveva ancora quindici anni, si beffava di entrambe. Correva voce, tra l'altro,
che volesse divorziare.
Maria de' Medici  una donna sfortunata, completamente priva dell'affetto di suo
marito. Fin da piccola, quando girellava annoiata nelle vaste e oscure sale di
palazzo Pitti, aveva sognato di sposare un re! Una religiosa visionaria di Siena
aveva affermato di averla vista in sogno con in capo la pi bella corona del
mondo. Nel dicembre 1600 il re aveva raggiunto Maria a Lione. Il matrimonio
aveva avuto luogo il 5 ottobre a Firenze, per procura. Non appena aveva visto la
Fiorentina le aveva detto abbracciandola: Dovrete prestarmi met del vostro
letto, perch non ho portato con me il mio. Il mattino dopo il suo viso era
scuro. Mi hanno ingannato, non  affatto bella, aveva brontolato.
Maria era molto a disagio per il forte odore di caprone che emanava il re.
Tallement des Raux ci informa che egli puzzava talmente che la regina non
riusciva a sopportarlo. Il cronista precisa: Quando Maria de' Medici dorm per
la prima volta con lui, fu completamente impregnata del suo odore, bench si
fosse abbondantemente cosparsa di profumo del suo paese.
Ma gli odori hanno poca importanza, dal momento che non incidono sul corso della
storia. Era invece importantissimo mettere al mondo in fretta un delfino. Il
granduca Ferdinando de' Medici, zio di Maria, aveva congedato la nipote con
questa raccomandazione: Prima di ogni altra cosa, fate un figlio.
Qualche settimana dopo Maria rimane incinta. Il re ormai non poteva pi
ripudiarla con la stessa facilit con cui si era separato dalla prima moglie, la
regina Margot. Tuttavia i rimproveri che Enrico IV faceva a sua moglie non erano
tutti senza fondamento. Maria aveva portato con s un numero notevole di
cortigiani sbraitanti che avevano ricostituito una piccola corte di Firenze nel
cuore stesso del vecchio Louvre. Tra questi Fiorentini, una coppia soprattutto
si faceva notare: i Concini. Lui proveniva da una nobile famiglia decaduta.
Croupier al Bardo, era stato in prigione per truffa. Suo zio, consigliere del
duca Ferdinando, lo aveva mandato in Francia per liberarsene. A Parigi Concini
avrebbe potuto terminare i suoi giorni in qualche bisca o in fondo a una cella.
Ma la sua ambizione non aveva limiti: a coloro che gli chiedevano cosa andasse a
cercare al di l delle Alpi, rispondeva: La fortuna o la morte!
Egli trov l'una e l'altra. La fortuna: l'antico croupier seppe puntare sul
numero giusto. La morte: mor assassinato nel 1617 per ordine del giovane Luigi
XIII, stanco delle sue pretese e convinto che non fosse del tutto estraneo alla
morte di suo padre. Puntare sul numero giusto aveva dapprima significato sedurre
la sorellastra di Maria de' Medici: Leonora Dori, diventata nobile sotto il nome
di Galigai. Maria era completamente ammaliata da Leonora (e pi tardi sembra
fosse anche influenzata da Concini, che sarebbe diventato il suo amante).
Leonora, secondo le testimonianze dei contemporanei, era notevolmente brutta.
Era dotata per di una acuta intelligenza e sapeva abilmente manovrare la grossa
banchiera. Per mezzo della Galigai, con cui si era unito in matrimonio, malgrado
l'opposizione di Enrico IV, Concini influenzava Maria. Il bell'italiano sarebbe
stato un agente della Spagna. E sarebbe stato in contatto con Filippo III per
mezzo dell'ambasciata del granduca di Toscana a Madrid. Le sue lettere, scrive
Michelet nella sua Storia di Francia, arrivavano a Madrid passando da Firenze.
Enrico IV aveva qualche sospetto? Certe sue reazioni contro Concini lo lasciano
capire. Comunque sia, egli era molto irritato nel vedere sua moglie cedere a
tutte le richieste della coppia italiana. A pi riprese, egli aveva tentato di
rispedire in Italia la Galigai e suo marito. Ogni volta Maria, con violente
scenate, ma il re non poteva permettersi da una parte di rompere l'alleanza di
Enrico IV con i protestanti dei Paesi Bassi e, dall'altra, di perorare la causa
del doppio matrimonio.
Alla corte di Francia fu inviato un nuovo ambasciatore. La Corte non aveva occhi
che per questo ambasciatore dal portamento altero, che indossava uno di quegli
enormi collari increspati, che solo in Spagna si sapevano pieghettare con tanta
arte. Maria de' Medici, che lo colmava di gentilezze, arriver persino a
scoprire un legame di parentela con lui. L'atteggiamento di Enrico nei confronti
dello Spagnolo era di tutt'altro tipo. Il re, mio sovrano, aveva detto un giorno
don Pedro a Enrico IV, ha sempre ragionevolmente cercato la vostra amicizia. Se
perseverate nel vostro atteggiamento ostile, rischiate di esasperarlo a tal
punto da decidere di dichiararvi la guerra apertamente!
A queste parole, il vincitore d'Ivry aveva alzato le spalle e aveva detto: Far
pi in fretta io a mettermi in sella che lui a mettere un solo piede sulla
staffa!
Il Castigliano cambi tattica. Abbandonata l'arroganza, si mostr dolce e
comprensivo. Un giorno, incontrando nel Louvre un servitore che portava la spada
del re, prese l'arma, la guard, la baci e grid: Me felice per aver tenuto in
mano la spada del re pi valoroso del mondo! Finalmente don Pedro part
dignitosamente come era arrivato, ma balordo come prima. Enrico IV aveva segnato
un punto a suo vantaggio nella guerra fredda franco-spagnola. Allora, a Madrid
come nel partito spagnolo, si cominci a mormorare che solo la morte avrebbe
potuto sconfiggere quell'uomo pi furbo del diavolo.
Non bastava desiderare la morte del re: bisognava assicurare la continuit della
monarchia. La congiura degli Entragues, che mirava a far salire al trono il
figlio di Henriette, era stata un fallimento, per cui bisognava assicurare
l'avvenire di Maria de' Medici. Le due donne, riconciliatesi, erano
perfettamente d'accordo.
Saint-Simon scrive: alcuni affermano che Maria de Medici, gelosissima e spinta
da cattivi consiglieri abbia fatto alleanza con questa crudele donnaccia:
entrambe peroravano la causa spagnola ed erano dominate da tutto ci ~che era
legato alla Spagna. Enrico IV f la vittima di questa alleanza.
C'era una soluzione per assicurare il futuro potere di Maria ed era quella di
consacrarla regina. A questo punto, le scenate tra i sovrani si susseguirono: la
regina esigeva la consacrazione e il re la rifiutava. Senza dubbio il re era
cosciente che la regina aveva concepito questo progetto insieme con altre
persone. Un giorno, esasperato dai pianti e dalle crisi di nervi della
Fiorentina, lascia il Louvre e va a installarsi all'Arsenale, presso il suo
amico Sully. Egli confida al ministro il suo grande amore per la piccola
Charlotte de Montmorency (vedremo in seguito quali ne saranno le conseguenze).
Confesser anche, cosa strana per un uomo del suo carattere, di essere stanco di
vivere. Non riesce pi a dormire, in ogni persona che gli  vicina vede un
nemico. Ma perch dunque la regina vuole farsi consacrare a tutti i costi? La
faccenda assume dimensioni straordinarie: ha addirittura fatto venire da Siena
la nonna Pasitea, che riafferma l'urgenza della consacrazione.
Ma anche la regina ha paura. I Concini insinuano che il re, nonostante la
nascita del delfino Luigi, ha intenzione di divorziare e di sposare la sua
Charlotte. Forse, per liberarsi di lei, pensa di ricorrere a mezzi pi
sbrigativi del divorzio. Maria, terrorizzata, rifiuta di toccare le carni che
Enrico abitualmente le invia quando va a caccia, e chiede che i pasti le siano
preparati sotto il suo diretto controllo.
In realt il timore che il re nutre per la sua vita  superiore all'intenzione
di uccidere sua moglie. Un giorno confida a Sully: Perdio! Non riuscir ad
uscire vivo da questa citt. Mi uccideranno: non hanno altra alternativa che la
mia morte. Ah, maledetta consacrazione, sarai la causa della mia morte!
Dalla confessione dello stesso Ravaillac risulta che egli non aveva intenzione
di uccidere il re prima che fosse avvenuta l'incoronazione. Ma chi gli aveva
chiesto di attendere il 14 maggio per attentare alla vita del re? Chi?
Concini? Non appena apprende la notizia dell'assassinio, costui sale di corsa le
scale che portano all'appartamento di Maria de' Medici, apre la porta senza
bussare e dice ansimando: E' morto! Subito dopo l'ex croupier del Bardo
diventer uno dei primi personaggi del regno, accumulando titoli e cariche.
pernon? Questi era nella carrozza reale, ed era riuscito a deviare il secondo
colpo di coltello. Perch non anche il terzo? D'altra parte aveva impedito che
il popolo linciasse Ravaillac seduta stante. Forse per evitare i sospetti?
(Questi due particolari fanno parte della tesi di Philippe Erlanger in La strana
morte di Enrico IV; ma, secondo alcuni altri commentatori, Ravaillac avrebbe
inferto solo due colpi di coltello. Il secondo colpo avrebbe reciso l'aorta.
Comunque sia, morto Enrico IV, egli afferma tutta la sua autorit. Riunisce le
truppe di stanza a Parigi e le disloca nei punti strategici della capitale. Si
reca poi al parlamento da lui stesso convocato d'urgenza. Di fronte alle camere
riunite, con gli abiti in disordine e la spada al fianco, il duca si rivolge ai
magistrati: Questa spada  ancora nella guaina, ma se la regina non verr
proclamata reggente prima che la riunione sia sciolta, sar costretto ad usarla.
Questa  dunque la posizione dei principali accusati. Passiamo ora ai testimoni
a carico, il capitano La Garde e Jacqueline d'Escoman.
Il capitano e signore de La Garde era un uomo di carattere. Aveva militato nel
reggimento delle guardie, poi nell'esercito reale in Provenza, sotto il duca di
Guisa in Savoia, sotto il maresciallo di Lesdiguires, poi sotto il maresciallo
di Biron, di cui conosciamo la sorte. La Garde divenne in seguito mercenario.
Combatt successivamente per Venezia e per l'imperatore contro i Turchi e i
Barbari. In breve, era un soldato di fortuna, un avventuriero, ma generosissimo
e dall'indomito coraggio.
Un giorno La Garde si presenta al Louvre, proveniente dall'Italia. E' latore di
una lettera di raccomandazione del signore di Brves, ambasciatore del re presso
la Santa Sede. Villeroy riceve il capitano. Nel leggere la lettera
dell'ambasciatore, il suo viso muta improvvisamente espressione: La Garde ha
delle rivelazioni clamorose da fare. Il re deve essere immediatamente avvertito.
Enrico IV riceve La Garde a Fontainebleau.
Questi dialoghi sono tratti dalle memorie, pubblicate da La Garde nel 1619. Il
capitano racconta al sovrano come, di guerra in guerra, si  portati a fare gli
incontri pi inconsueti. Il re, che ha sempre avuto un debole per gli
spadaccini, sorride. Gli si potrebbe anche annunciare la sua morte prossima che
non si scomporrebbe. Il pericolo aguzza i suoi sensi, rende il suo spirito pi
vivo. La Garde continua. Al ritorno dalla guerra contro i Turchi si era fermato
a Napoli. In questa citt, dove i cospiratori sono numerosi come i mendicanti,
si erano rifugiati i componenti della Lega, implicati nel complotto di Biron,
che erano riusciti a sfuggire alla giustizia del re. La Garde conosceva bene i
compagni di Biron. Fa caldo a Napoli e si beve molto; di bicchiere in bicchiere
il capitano riesce a risalire fino a un tale chiamato Hbert, ex segretario del
maresciallo. Hbert lo mette in contatto con Mathieu de La Bruyre, appartenente
alla Lega, Louis d'Aix, gi governatore di Marsiglia e un certo numero di altri
esiliati. Questi impenitenti cospiratori sanno apprezzare uomini come La Garde,
che i colpi di archibugio e di cannone riescono appena a smuovere. Un giorno
combinano un incontro con un gesuita, padre Alagon, zio del duca di Lerme e
favorito del re di Spagna, Filippo III.
Alagon chiede a La Garde: Avete conosciuto il maresciallo di Biron?
Certo. risponde il capitano che, stando al gioco, aggiunge che  veramente
deplorevole che sia stato ucciso.
Molto bene, dice Alagon. Molto bene. Dio vi ha mandato per servire il mondo
cristiano. Poi il gesuita aggiunge che lo avrebbe reso il pi felice degli
uomini, nel regno del pi potente re della terra, se avesse acconsentito a
prestarsi per qualche piccolo servizio.
Che genere di servizio? chiede La Garde attento.
Ebbene, risponde il gesuita, poich non ignorate il malcontento suscitato tra i
cattolici dalla politica del re di Francia e quanto questo principe sia
disprezzato, potremmo chiedervi, ad esempio, di ucciderlo. Se vorrete accettare
di servirci in questa impresa, cosa che vi sarebbe facile, io far di voi uno
dei gentiluomini pi ricchi della corte del re di Spagna, dove riceverete tutti
gli onori che desiderate.
La Garde esita, fingendo di soppesare il pro e il contro. Il gesuita gliene
racconta delle belle! La cosa non  cos semplice come dice! Allora padre Alagon
mormora con noncuranza: Vi daremo cinquantamila scudi. Questa somma favolosa non
impressiona il capitano. Veramente  una faccenda che richiede riflessione.
Non essendo riusciti a catturare La Garde con il denaro, si tenta di guadagnarlo
alla causa con la seduzione. Viene portato da una festa all'altra, da un
banchetto all'altro; tutto ci che chiede lo ottiene immediatamente: da una
buona bottiglia a una graziosa fanciulla. Durante un pranzo in casa di Hbert
accade un fatto di importanza capitale per il nostro racconto. Mentre i
cospiratori stanno mangiando, compare un giovanotto robusto, vestito di rosso.
Lo sconosciuto si siede a tavola. Gli si chiede come vadano le cose e quello
risponde che, a rischio della sua stessa vita,  deciso a riconquistare la
Francia al cattolicesimo e a uccidere il re.
Chi  quest'uomo? chiede La Garde. Si chiama Ravaillac, gli viene risposto. E'
un uomo del duca di pernon. E' venuto per portare delle lettere al vicer di
Napoli. (Napoli, si ricorda, era possedimento spagnolo).
Il giorno dopo, uno degli esiliati, La Bruyre, conduce La Garde da padre
Alagon, che gli riparla dell'attentato. Cosa ve ne fate di me, obietta il
capitano, dal momento che avete gi quell'uomo che ho visto ieri a pranzo?
E' meglio essere in due, replica il gesuita. Sarebbe facile uccidere il re
durante una battuta di caccia. Voi dovreste colpire il cavallo e l'uomo che
avete visto, a piedi. Bene, butta l La Garde. Ma vi chiedo di poterci
riflettere ancora.
In realt il capitano  sconvolto da tutto ci che ha udito e visto. Si reca
dall'ambasciatore de Brves, lo informa di ci che sta accadendo e poi parte per
la Francia. Durante il viaggio riceve una lettera da Napoli, in cui gli si
chiede di nuovo di uccidere il re.
Enrico IV ascolta il capitano. Centinaia, migliaia di volte ha sentito parlare
di complotti contro di lui; non passa giorno che qualcuno non lo metta in
guardia. Tutto sembra indicare prossima la sua morte. Gli astri, gli indovini,
le carte, il colore del cielo, le inondazioni...
Se avesse dovuto ascoltare tutte le voci, sarebbe diventato pazzo. Sarebbe stato
molto meglio non essere re. La Garde insiste. Dice che l'uomo vestito di rosso
gli sembrava pericoloso, che gli amici di Biron non avevano perso la speranza di
una rivincita, che c'erano uomini in Francia, tra i quali senza dubbio pernon,
che avrebbero potuto un giorno uccidere il re.
Allora Enrico IV dice semplicemente: Amico mio, tranquillizzati; conserva con
cura la tua lettera, ne avr bisogno. Quanto agli Spagnoli, assester loro colpi
tali che non saranno pi in grado di nuocere.
Il re poi ordina al capitano di non separarsi mai dalla lettera ricevuta, di non
parlare con nessuno e di lasciare la Francia per precauzione.
La Garde oltrepass la frontiera solo nel 1614, dopo aver partecipato a numerose
guerre m diversi paesi d'Europa. Sulla strada del ritorno fu vittima di
un'imboscata e da tutti considerato morto. Ma non era facile uccidere un uomo
della sua tempra: egli sopravvisse alle ferite e raggiunse Parigi. Il fatto di
aver incontrato Ravaillac a Napoli era inverosimile, mentre la lettera dei
congiurati, che aveva ancora con s, era particolarmente pericolosa. Era
necessario neutralizzare questo importuno. Cos, nel 1615, viene nominato
controllore generale delle birre.
Ma improvvisamente La Garde viene arrestato e portato alla Bastiglia. Vi rimane
nove mesi senza essere interrogato, poi viene trasferito alla Conciergerie. Un
decreto del 12 agosto 1616 ordina una perizia sulla famosa lettera. Ma la cosa
viene rapidamente messa a tacere, anche se il giovane Luigi XIII aveva promesso
che sarebbero state fatte nuove ricerche sulla morte del re, suo padre.
Ma l'adolescente non ha ancora nessun potere:  Maria che governa realmente e,
al tempo stesso,  tra i sospettati. Ci non sarebbe avvenuto se non avesse
ascoltato troppo i suoi cattivi consiglieri, Leonora Galigai e suo marito
Concini, divenuto in seguito maresciallo d'Ancre.
Nel 1619 La Garde, sempre in prigione, continuava a chiedere, dal fondo della
sua cella, di essere liberato o processato. Ma la sua richiesta rest sempre
senza risposta.
L'altro testimone a carico, Jacqueline d'Escoman, ebbe la stessa sorte.
Jacqueline d'Escoman era una povera ragazza che, abbandonata dal marito, un
soldato delle guardie, era stata costretta a prostituirsi per vivere e mantenere
il suo bambino, nonostante fosse, come scrive un cronista, un po' zoppa e un po'
gobba. Entrata al servizio di Henriette d'Entragues, riusc a diventare la
confidente della marchesa. Non era affatto stupida e aveva molto savoir faire.
Era, come si diceva a quell'epoca, una dariolette. (Dariolette era in un romanzo
cavalleresco la fanciulla che portava le lettere d'amore.)
Tuttavia Jacqueline non fungeva soltanto da postino per gli appuntamenti
galanti, ma anche per le manovre politiche. Fu cos che venne a scoprire che
Concino e pernon intrattenevano rapporti epistolari con la favorita. E ancora
che Thomas Robert, prevosto di Pithiviers, esiliato al periodo della congiura
del 1604, viveva nascosto a Parigi e faceva da tramite per l'invio di messaggi
in Spagna. Jacqueline d'Escoman era dunque apparentemente al corrente di
parecchie cose. Com' noto, non vi sono segreti per i domestici, e, in questo
caso, si trattava di una domestica privilegiata. Nel 1608 essa fu testimone di
una scena, che nel libro nero del complotto, ha notevole e decisiva importanza.
Siamo in dicembre. Padre Gonthier, dal pulpito di Saint-Jean-en-Grve, pronuncia
prediche di fuoco. Henriette  una delle sue pi assidue parrocchiane. Ogni
giorno si reca ad ascoltare gli anatemi che egli lancia contro i protestanti,
canaglie e vermi, e contro il re, fariseo e infedele...
Naturalmente spetta a Jacqueline d'Escoman il compito di accompagnarla. Un
giorno la domestica vede la marchesa dirigersi decisamente verso un banco dove 
seduto il duca di pernon. Si siede vicino a lui e gli mormora qualche parola
all'orecchio. La conversazione, sempre a bassa voce, durer per tutta la
cerimonia religiosa.
Mentre padre Gonthier evoca l'Apocalisse, Jacqueline, inginocchiata dietro la
coppia, riesce a cogliere, qua e l, qualche brano di conversazione. In ogni
caso, come affermer in seguito, la conclusione era chiarissima: la marchesa e
il duca avevano intenzione di uccidere il re.
Qualche giorno dopo la d'Escoman avrebbe incontrato Ravaillac, ma questa
versione di Jacqueline  molto dubbia. Probabilmente la domestica di Henriette
non ha mai visto l'assassino del re.
La marchesa di Verneuil, dir la domestica in un foglio da lei inviato al
palazzo dopo la morte del re, mi invi un uomo di pessimo aspetto chiamato
Ravaillac, proveniente da Marcoussis, con un biglietto: Signora d'Escoman, vi
mando questo uomo accompagnato da Etienne, cameriere di mio padre; vi raccomando
di averne cura. Accolsi Ravaillac senza cercare di sapere chi fosse, gli diedi
da mangiare e lo mandai a dormire in citt, presso un tale chiamato Larivire,
amico della mia padrona. Un giorno, mentre stava mangiando, gli chiesi come mai
la marchesa si interessasse tanto a lui; mi rispose che era in relazione al
fatto che egli si occupava degli affari del duca di pernon. Gli chiesi
spiegazioni circa un processo, mi allontanai un attimo, ma al mio ritorno era
scomparso. Sorpresa da tutte queste stranezze, mi sforzai di entrare nelle
grazie dei complici per saperne di pi.
A partire da questo momento Jacqueline d'Escoman non riesce pi a mantenere un
segreto cos scottante. Deve confidarsi con qualcuno. Si reca cos dalla
signorina di Gournay, figlia spirituale di Montaigne, che, immediatamente,
attraverso il conte di Schomberg, informa Sully.
La prima reazione di Sully  cauta, se non addirittura scettica. Si contano a
decine i visionari che preannunciano la morte del re e denunciano i colpevoli.
Il ministro ha altro cui pensare e non pu certo occuparsi di queste nuove
favole che vagheggiano complotti. Ma, dopo aver riflettuto, comincia a prestare
una certa attenzione a questa accusa, poich sembrava sostenuta anche dalla
signorina di Gournay. Considera tuttavia difficile parlarne al re, che  di
nuovo innamorato di Henriette, la quale a sua volta avrebbe sicuramente preso le
difese di pernon.
La cosa, dice Sully, era troppo seria per non prenderla in considerazione o per
farla passare sotto silenzio. D'altra parte, rivelandola a Sua Maest, c'era il
pericolo di farsi nemici tutti coloro su cui cadevano le accuse. Ci accordammo
perch Schomberg parlasse al re con la pi grande circospezione possibile; se
Sua Maest avesse chiesto il nome dei complici egli avrebbe dovuto indicare le
due donne che erano maggiormente in grado di informarlo su ci.
Le accuse della Escoman verranno riportate al re in modo noncurante, come se si
trattasse di cose senza importanza. Enrico IV, come al solito, alza le spalle.
E' cosciente che Henriette  offesa per non essere stata condotta all'altare; sa
bene, poi, che pernon, che non ha dimenticato Enrico III,  terribilmente
geloso della sua autorit. Ma da qui a meditare di ucciderlo... ce ne corre!
Indubbiamente Henriette  gi stata implicata in una congiura, ma non si  forse
pentita? E poi  cos desiderabile!
Con un cenno Enrico tronca le voci del complotto, che, per ora, non fanno altro
che aggiungersi alle altre mille tutte uguali. Ma Jacqueline d'Escoman non si d
per vinta, e fa di tutto per informare padre Cotton. Quando si reca alla sede
dei gesuiti in via Saint-Antoine, il confessore del re  assente.
Un religioso la accoglie freddamente: Padre Cotton rientrer molto tardi e deve
partire di primo mattino per Fontainebleau.
Jacqueline d'Escoman insiste. E' una questione gravissima, afferma, ne va della
vita del re.
Allora il gesuita: Mio Dio, cosa devo fare... Andate in pace e pregate Dio.
Ma, padre mio, se il re viene ucciso? Pare che a questo punto il gesuita abbia
esclamato: Il re  ben sorvegliato, non vi impicciate.
Jacqueline si arrabbia. Se non farete sapere ci che vi ho detto a padre Cotton
andr` a Fontainebleau e vi accuser davanti a Sua Maest di aver desiderato la
sua morte. Bene, bene, dice il gesuita con tono improvvisamente addolcito. Vi
prometto di fare la commissione.
Il giorno dopo, come per caso, la Escoman riceve un messaggio dalla balia,
presso la quale teneva suo figlio, in cui viene invitata a pagare o a
riprendersi il bambino. Non aveva un soldo. Henriette, che aveva sentore delle
accuse di cui era oggetto, non la pagava pi. Prese allora una terribile
decisione: ando a prendere suo figlio e lo abbandono sul Pont Neuf. Arrestata,
venne condotta all' Cateal-Dicu, poi, infine alla Concierie.
Con incredibile caparbiet essa riusc a far pervenire, dal carcere, al
farmacista della regina un messaggio in cui si narravano i pericoli che
minacciavano la vita del re e le responsabilit del duca di Epernon e di
Henriette d'Entragues, marchesa di Verneuil.
Dopo I'assassinio, liberata dal convento in cui era stata confinata, Jacqueline
d'Escoman ritorna alla carica. La morte del re aveva dimostrato quanto fosse nel
giusto quando tentava di informarlo della sua prossima fine. E' furiosa per non
essere stata ascoltata, piange di rabbia, ma medita di vendicarsi. Senza esitare
si reca dalla regina Margot. Io conosco le dice quelli che hanno fatto uccidere
il re. Ripete le accuse alla prima moglie di Enrico IV, che ascolta
esterrefatta. Sono tre i principali membri del complotto: il duca di pernon, la
marchesa di Verneuil e Charlotte du Tillet che, bench quasi sessantenne, 
ancora l'amante preferita di pernon.
Ritornate domani, dice la regina Margot. Ho bisogno di riflettere. Il giorno
dopo, Jacqueline d'Escoman ripete la sua storia. Questa volta la regina Margot
non  sola. pernon  nascosto dietro una tenda con il presidente Jeannin.
Ravaillac andava spesso a trovare la signorina du Tillet. La marchesa di
Verneuil sperava, in seguito ad un sollevamento popolare, di sposare il duca di
Guisa e di diventare reggente. Suo figlio, il duca di Verneuil, sarebbe
finalmente diventato re. Il duca di pernon sarebbe stato nominato
conestabile...
A queste parole il duca non riesce a trattenersi. Si avventa sulla Escoman,
questa figlia del popolo che la marchesa di Verneuil ha tolto dal fango e che ha
commesso l'ignobile crimine di abbandonare il suo bambino, nonostante tutte le
gentilezze che le erano state fatte! Il duca infuria, minaccia, ingiuria...
Interviene poi il presidente Jeannin. Perch accusate in questo modo la gente
onesta? chiede.
Per obbedire alla mia coscienza, risponde fieramente la d'Escoman.
Il giorno stesso viene di nuovo condotta alla Conciergerie. Ma continua
instancabilmente a chiedere di essere ascoltata. Si decide allora di metterla a
confronto con la signorina du Tillet. Di fronte alla du Tillet che la insulta,
Jacqueline non cambia una virgola alle sue accuse.
Ella parla appropriatamente e con molto buon senso, scrive Pierre de l'Estoile.
E' risoluta, decisa e implacabile, non modifica per nulla le sue risposte e le
sue accuse. Le prove che adduce sono talmente inconfutabili da lasciare i
giudici sbalorditi.
Il 30 gennaio il Primo presidente de Harlay convoca di nuovo la marchesa di
Verneuil. L'interrogatorio dura cinque ore. Il giorno seguente, narra L'Estoile,
la regina reggente invi al presidente un gentiluomo a pregarlo di riferirle le
sue impressioni sul processo. Dite alla regina, rispose quell'uomo onesto, che
Dio mi ha concesso di vivere in questo secolo per vedere e udire cose
meravigliose, cos grandi e strane che non le avrei mai ritenute possibili.
E a un nostro amico che affermava che la signorina d'Escoman lanciava accuse a
destra e a manca senza alcuna prova egli rispose: Ce ne sono anche troppe di
prove... magari ne avessimo di meno.
Chiaramente si cercava di mettere tutto a tacere. De Harlay, disfatto, si dimise
dalla sua carica e fu sostituito da un amico dei gesuiti, emissario della
regina. Nonostante tutto, gli interrogatori proseguirono, ma nel pi totale
segreto. L'ambasciatore di Venezia, Foscarini, sarebbe riuscito a penetrare in
questo segreto. Le sue rivelazioni sono angoscianti.
La signorina du Tillet, scrive l'ambasciatore al suo governo, ha confessato di
conoscere l'assassino del re, al quale ha pi volte fornito i mezzi di
sussistenza. I giudici hanno considerato molto importante questo punto. Il
parlamento  risoluto ad andare fino in fondo e a scoprire l'origine di tanta
perversit, ma molti sono convinti che gli ispiratori di questo complotto non si
lasceranno scoprire tanto facilmente... Il morale della d'Escoman  altissimo e
nessuno osa pi sostenere che ella sia pazza.
Tuttavia Jacqueline d'Escoman commette un errore: aveva affermato infatti che
Ravaillac aveva spezzato il suo coltello contro il pavimento in mattoni della
camera della signorina du Tillet. In realt la casa della signorina du Tillet
aveva solo pavimenti in legno...
Dopo quattro mesi il parlamento emette il suo giudizio. Secondo la legge, chi
testimoniava il falso doveva essere condannato al patibolo: la d'Escoman fu
invece condannata alla prigione a vita. Fu cacciata in una sordida cella, il cui
soffitto era cos basso che poteva a mala pena reggersi in piedi. Ma Jacqueline
era una donna dai nervi di acciaio. Diceva la verit? O era la follia a darle
quella forza sovrumana? Comunque sia, ella trov ancora la forza di volont di
scrivere una Vera testimonianza sulla morte di Enrico IV.
La sparizione dalla scena politica di Concini e della reggente non valsero a
discolparla, nonostante il desiderio del giovane re Luigi XIII di far luce
sull'assassinio di suo padre. I personaggi implicati erano troppo potenti. Ma
soprattutto il giovane re non voleva coprire di fango una madre da cui non era
mai stato amato, ma che egli aveva adorato.
Ci si limit a trasferire la d'Escoman dalla Conciergerie al convento delle
Ragazze pentite, dove fu quasi murata in una specie di nicchia, affinch non
potesse comunicare con nessuno.
Il commento di Pierre de L'Estoile  breve e incisivo: Chi si erge contro i
potenti per il bene pubblico riceve soltanto colpi di bastone.
pernon, Maria de' Medici, Henriette d'Entragues, la Galigai, Concini, Charlotte
du Tillet... chi sapr mai quale ruolo hanno giocato nel supposto complotto di
cui Ravaillac sarebbe stato solo lo strumento? Ma c' stato veramente un
complotto? Non  possibile che l'assassino non abbia fatto altro che anticipare
un attentato che avrebbe dovuto aver luogo solo pi tardi?
In fondo il gesto di Ravaillac andava bene a molti e questo  forse il motivo
per cui pernon ha impedito il linciaggio immediato del miserabile, subito dopo
l'attentato.
Il duca, sapendo che Ravaillac era all'oscuro di tutto e che anche sotto le pi
atroci torture non avrebbe potuto rivelare nulla, anzi avrebbe incolpato i
gesuiti, aveva pensato di salvargli la vita. Naturalmente anche questa  solo
un'ipotesi. Il presidente de Harlay non diceva una cosa da nulla quando
affermava che c'erano troppe prove e non troppo poche.
Queste prove non sono giunte fino a noi. Secondo Philippe Erlanger, esse
sarebbero state distrutte da mani abili e anonime, desiderose di non lasciare
alcuna traccia della cospirazione. Abbiamo soltanto degli indizi, anche se sono
indizi sconvolgenti.
I sospetti erano, se non degli agenti, almeno degli amici della Spagna. E'
indubitabile del resto che re Enrico era stato tradito a pi riprese da costoro.
Furiosi per la ferma intenzione del re di non cedere sulla questione spagnola, i
sospettati avevano preso contatti con un certo numero di amici di Biron (e ci
spiega le dichiarazioni di La Garde) o con uomini come Ravaillac, chiaramente
influenzati dagli anatemi continuamente lanciati dai gesuiti contro il tiranno,
I'eretico, I'usurpatore Enrico IV. Erano necessarie solo lievi pressioni su uno
di essi per spingerlo all'azione. E non era neppure necessario pagarlo.
In apparenza Ravaillac aveva calcolato il colpo, uccidendo il re dopo la
consacrazione di Maria de' Medici. Forse aveva ricevuto un ordine. Ma da chi?
Da pernon? In effetti i due uomini si sarebbero incontrati. Il duca non era
governatore di Angouleme? Dalla signorina du Tillet? Perch no? Secondo
l'ambasciatore di Venezia, ella avrebbe confessato di aver mantenuto
Ravaillac...
Ma ci sono altri fatti curiosi: perch Ravaillac ha affermato che qualcuno lo
aveva persuaso che il popolo era impaziente di veder morire il re? Chi  questo
qualcuno? Perch, dopo l'assassinio, pernon ha fatto portare Ravaillac nella
sua casa invece di condurlo direttamente in prigione?
Da dove venivano le voci di un prossimo omicidio che si erano moltiplicate nei
giorni immediatamente precedenti il 14 maggio? Erano l'effetto di una psicosi
collettiva? O erano invece il risultato di una fuga di notizie dalla cerchia dei
congiurati? Si potr mai rispondere con certezza a tutte queste domande?
In definitiva il dramma ha avuto due protagonisti: Enrico IV e Ravaillac, il re
e l'assassino. Entrambi sono morti: Enrico IV assassinato, Ravaillac
giustiziato. Questa  l'unica cosa certa. Conviene dunque dedicare a questi due
personaggi la fine della nostra storia.
Chi era Ravaillac? Obbediva a pernon?... o a Dio? Come furono gli ultimi
istanti di Enrico IV? Tutto fa pensare che egli sapesse che stava per essere
vittima di un attentato. Perch non ha detto nulla? Perch non era certo di
conoscere i veri colpevoli? Perch stava per cominciare una guerra e ogni altro
pensiero passava in second'ordine? Perch aveva una fede cieca nella sua buona
stella, nonostante fosse gi un po' preoccupato? O forse perch era stanco degli
uomini, come a volte confidava a Sully? Chi lo sapr mai?
Osserviamo ora una delle stampe che ci mostrano Jean-Francois Ravaillac,
robusto, piegato ad arco sulle gambe, mentre brandisce con orgoglio il suo
coltello, come uno scettro. Tutto il suo atteggiamento rivela la sua protervia.
Ravaillac  sicuro di se stesso. Dio gli ha comandato di uccidere il re e lui 
un soldato di Dio. Il grande cappello, in cui sono infisse una piuma e una spiga
di grano, nasconde una parte della fronte. I suoi occhi sono penetranti, con
quella strana fissit, quella strana immobilit, sintomo di ossessionante
follia, a volte sopita, ma sempre rinascente. Il sorriso  sardonico,
sarcastico, un po' demoniaco. Ravaillac sar sempre fiero di aver commesso il
delitto. E lo dir apertamente: Se dovessi rifarlo, lo rifarei. Nessun rimorso
lo attanaglia, anzi una gioia profonda pervade il suo volto, la gioia di chi ha
compiuto il suo dovere, di chi si  meritato la grazia divina. Il naso  forte,
deciso. Stranamente in quel viso si nota una strana somiglianza con il re
stesso. La profonda sensibilit interiore del re, nascosta sotto la maschera
mortuaria,  qui alterata dai tratti della follia.
L'ironia  divenuta sarcasmo; I'umorismo, crudelt, la volont, idea fissa. Ma,
entrambi uomini sensuali, hanno la bocca avida, indice di tormento. Ravaillac
non  mai stato felice. Di miseria in miseria ha cercato la sua strada, con
sofferenza, con caparbia, fino alla morte. Solo la religione  riuscita a dargli
quell'equilibrio interiore a lungo cercato. Vi si  allora dedicato
completamente, senza compromessi. In altre condizioni Ravaillac sarebbe potuto
diventare un santo, un eroe. Il destino ne far un assassino. Uno dei pi
celebri assassini della storia, uno di quelli con cui ancor oggi si fa paura ai
bambini.
La sua fine  miserabile, come miserabile  stata la sua nascita. Suo padre era
un brutale ubriacone. Come si sa, era cancelliere e fu uno dei principali autori
dell'attentato contro il duca di pernon, governatore della citt. Ad Angouleme
il duca dovette sostenere l'assalto dei leghisti, che pensavano che egli volesse
dare la citt agli ugonotti. Bloccato nel suo castello, riusc a salvarsi solo
grazie all'intervento delle truppe del re di Navarra. Cos Epernon, come Biron,
devono la vita a Enrico IV.
Naturalmente, dopo questo episodio, il cancelliere perde il posto. Ed  la
miseria. Jean-Francois Ravaillac ha dieci anni. Il futuro Enrico IV gli viene
presentato come una specie di demone che ha portato la sua famiglia alla rovina.
Il seme dell'odio  gettato, non tarder a fiorire, soprattutto sotto gli
stimoli della... fame.
In questo caso, anche l'umiliazione gioc un ruolo non indifferente.
Jean-Francois, a undici anni,  cameriere. Lui, cos fiero, abituato a vivere in
una famiglia relativamente agiata,  costretto a curvare la schiena. E ci per
colpa del re di Navarra, di questo ugonotto che ha cambiato cinque o sei volte
religione, allo stesso modo in cui ci si cambia la camicia, per colpa di un uomo
contro il quale sacerdoti e monaci si scagliano reclamando giustizia.
Chi esclamano i religiosi dall'alto del loro pulpito chi sar cos coraggioso,
cos generoso da liberare la Francia da questo tiranno?
A diciotto anni Ravaillac approda a Parigi. Ha fatto pratica presso un
procuratore e spera di poter condurre qualche processo. Abita un po'
dappertutto, soprattutto nel perimetro del quartiere latino, in via de la Harpe,
ai Quattro Topi. Una strana storia  nata in questo alloggio, la cui insegna
rappresenta una specie di omaggio ai topi che, in quell'epoca, invece di vivere
sotto terra, invadevano le vie tortuose a gruppi compatti. Ravaillac ha
raccontato questa storia durante il suo processo. Il suo spirito, pronto a
prestar fede alla verit delle allucinazioni, ne  stato profondamente
influenzato.
Ravaillac si era sistemato nel granaio. Una notte un certo Dubois, che abitava
sotto di lui, si mette a gridare: Credo in Deum! Ravaillac, amico mio, scendi!
Ravaillac si alza spaventato. Di nuovo il grido rimbomba nel caseggiato.
Ravaillac  paralizzato dal terrore. L'urlo si ode per la terza volta.  Credo in
Deum! Ravaillac, amico mio, scendi!
Questa volta Ravaillac non riesce a trattenersi. Sta per balzare fuori, quando
l'albergatrice e sua cugina, svegliatesi, lo trattengono. Le due donne sono
spaventate. Al mattino Dubois racconta di aver visto un enorme cane nero
penetrare nella sua stanza e posare sul letto le due zampe anteriori. Ravaillac
consiglia al suo compagno di comunicarsi e di ascoltare la santa messa per
neutralizzare l'influenza di quel cane che pu essere solo un'incarnazione del
demonio. Per tutta la vita Jean-Francois vedr un grande cane nero rizzarsi
davanti a lui. Egli allora, come dichiar ai giudici, si aggrapp alla
contemplazione dei segreti della eterna Provvidenza, da cui spesso traeva
rivelazioni, sia nel sonno che da sveglio. Le visioni erano accompagnate da
emicranie, da febbri, da crisi nervose che non riusciva a vincere. Un giorno il
curato di Saint-Andr d'Angouleme gli diede un rimedio sovrano: un piccolo cuore
ritagliato nel cotone e contenente un pezzo della vera croce. Ravaillac non
lasci quella reliquia fino a che i giudici, che l'avevano aperta davanti a lui,
non gli dimostrarono che era vuota.
Ma il tempo delle grandi delusioni non  ancora arrivato. Ravaillac crede d'aver
ricevuto il sigillo divino. Sempre pi spesso ha delle crisi di mistica follia,
tanto che decide di farsi monaco dell'ordine dei Foglianti. Quest'ordine,
fondato da San Bernardo, era particolarmente rigoroso. I monaci portavano il
cilicio, camminavano a piedi nudi, mangiavano in ginocchio, dormivano vestiti e
si nutrivano solo di erba cotta nell'acqua e di pane d'orzo. Ravaillac si fa
dunque frate, ma, dopo cinque o sei mesi, viene invitato a lasciare il
monastero. Egli attribuiva alle sue allucinazioni significati sempre pi
inquietanti. Il padre superiore, congedandolo, gli spiega che  uno spirito sano
non ha visioni.
Ravaillac si sente rifiutato dappertutto e comincia a ribellarsi contro quella
societ che lo respinge, che lo umilia, mentre sente, in modo sempre pi
pressante, il richiamo di Dio. Dodici anni dopo, quando davanti ai giudici
ricorder questa vicenda, Ravaillac pianger.
Poich i Foglianti non ne vogliono sapere di lui, andr dai gesuiti. Ma  una
nuova sconfitta. Un religioso gli comunica che  vietato accogliere nella loro
casa coloro che erano stati di un'altra religione, cio di un altro ordine
religioso.
Ravaillac  esasperato, disarmato; la sua amarezza  senza fine. Cerca un
lavoro, ma tutte le porte si chiudono davanti a lui. Decide allora, con la morte
nell'anima, di tornare ad Angouleme. Sua madre lo accoglie con gioia:  un
raggio di luce in questa povera vita. Ravaillac rispetta profondamente sua madre
che ormai vive sola. Ravaillac si mette ad insegnare a ottanta scolari il
catechismo. Ma non viene pagato. Si riempie di debiti, che non riesce a
rimborsare: viene messo in prigione. Qui, dove in qualche modo ritrova l'ordine
monastico, ha di nuovo delle visioni. Rivede il grande cane nero. Un giorno,
riattizzando il fuoco nel focolare della cella, afferra un pezzo di brace e si
mette a soffiare. Alla luce del fuoco egli vede ai lati del suo volto delle
ostie e un ostensorio della stessa grandezza di quello usato dai sacerdoti
durante la celebrazione della messa.
Quando esce di prigione  sempre pi convinto di essere stato designato da Dio
per eseguire i suoi ordini in terra. E' sufficiente leggere gli innumerevoli
libelli ispirati agli scritti di padre Mariana per sapere che Dio condanna il
preteso re di Francia, il tiranno, l'usurpatore, il profanatore di cose sacre,
l'eretico! Disse David: Io mi alzer di buon mattino per cacciare dalla Citt di
Dio tutti gli ingiusti.
Per due o tre anni Ravaillac rimugina senza posa i suoi pensieri. Nel sonno e da
sveglio, immagina il modo in cui pu compiere la missione affidatagli. A trentun
anni, Jean-Francois decide di ritornare a Parigi. Vuole parlare con il re e
convincerlo a fare la guerra ai riformati. Si mette in cammino, portando
religiosamente attaccato alla pelle il cuore che, come egli crede, racchiude un
pezzo della vera croce.
Nella capitale, Ravaillac compie lunghe passeggiate che alimentano le sue
meditazioni. Ma non si sente ancora pronto a compiere quell'atto di giustizia
che forse lo liberer da tutte le sue angosce. Ritorna cos ad Angouleme senza
aver tentato di avvicinare il re. Secondo alcuni fu in questo periodo che
Ravaillac f ricevuto dalla signorina de Tillet in presenza di Jaoqueline
d'Escoman.
In dicembre lo spirito di Ravaillac  di nuovo in ebollizione. Voci insistenti
dicono che, nella notte di Natale, il re vuole far massacrare tutti i  buoni
cattolici per vendicarsi della notte di San Bartolomeo.
Una delle circostanze che mi ha indotto in tentazione, dir nel corso del
processo, fu il rifiuto del re di punire gli ugonotti quando uccisero tutti i
cattolici il Natale scorso.
Ecco dunque di nuovo Ravaillac sulla strada di Parigi. E' a piedi, come la prima
volta. Il viaggio dura circa due settimane: partito il 6 o il 7 gennaio, arriva
nella capitale verso la fine di gennaio.
Questa volta la sua decisione c pi ferma che mai. Si aggira nei dintorni del
Louvre, ma gli arcieri gli impediscono di entrare. Egli insiste. Il prevosto
della Casa interviene: Il re  malato, dice. Non pu ricevervi.
Ravaillac non si scoraggia. Altre due volte tenta di entrare al Louvre. Al terzo
tentativo un uomo di ronda lo conduce dal tenente delle guardie, de Castelnau.
Quest'ultimo pensa che quell'uomo potrebbe avere delle cose gravi da dire al re
e la perquisizione del suo abito verde, di stile fiammingo, non ha rivelato
nulla di sospetto.
Castelnau ha ancora qualche esitazione. Va quindi a cercare il suo capitano,
signor de la Force, per mostrargli quel tipo strano dai capelli di un rosso
fiammeggiante e che insiste tanto per incontrare il re.
La Force esamina l'importuno. Ravaillac gli d l'impressione di essere un
cattolico tutto d'un pezzo e, poich viene da Angouleme, il capitano lo
interroga. Conoscete il duca di pernon?
S. risponde Ravaillac, che aggiunge: E' un cattolico tutto d'un pezzo.
La Force sorprende negli occhi del rosso un bagliore inquietante. Si reca
comunque dal re. Enrico IV vuole ricevere un uomo che viene apposta da Angouleme
per fargli delle rivelazioni della massima importanza?
Bah! risponde il re. Si tratta senza dubbio di un visionario. Lo si perquisisca
ancora e, se non gli si trova nulla addosso, lo si cacci via e lo si diffidi,
pena le percosse, dall'avvicinarsi al Louvre e alla mia persona.
La Force dice al re che quell'uomo gli sembrava pericoloso e che sarebbe stato
senza dubbio pi saggio assicurarlo alla giustizia. Enrico IV alza le spalle.
Non si possono arrestare tutti i pazzi. La Force ritorna nella sala delle
guardie, opera una seconda perquisizione, che d di nuovo esito negativo, e
ordina a Ravaillac di non rimettere pi piede al Louvre.
Le guardie non avevano fatto una perquisizione molto accurata, perch Ravaillac
confesser che in quei giorni portava un piccolo coltello e che per impedire che
lo scoprissero, lo aveva posto lungo la gamba, mentre l'impugnatura era nascosta
dal reggicalze.
Deluso, l'uomo di Angouleme ricomincia a bussare a tutte le porte: dai
Foglianti, dal suo conterraneo padre Marie-Madeleine, dal curato di
Saint-Sverin, che aveva conosciuto quando abitava in via de la Harpe. Si
rivolge infine ai giacobini, cui chiede se un confessore  tenuto a denunciare
un peccatore che, durante la confessione, gli abbia confidato la tentazione di
uccidere il re. I religiosi, sbalorditi da una simile domanda, lo mandano da
padre d'Aubigny, cui mostra il coltello. Ma il padre si limita a consigliargli
di dire il rosario, di mangiare buone zuppe e di ritornare al suo paese.
Ravaillac non segue quel saggio consiglio: non vuole arrendersi. Si reca allora
dalla signora d'Angouleme, dal cardinale du Perron, dal vecchio scudiero Du
Terrail e persino dalla regina Margot... Ovunque il suo comportamento e le sue
parole creano un senso di disagio. Ovunque viene cacciato, a volte molto
bruscamente.
Du Terrail, ad esempio, gli dice chiaramente: Per poter parlare con il re
bisogna essere nobili ed onesti.
Per quest'uomo tormentato dalla sorte, gli affronti ricevuti sono altrettante
insopportabili umiliazioni. Forse Enrico IV, che sapeva cos bene parlare al suo
popolo, avrebbe potuto trovare le parole adatte per calmare quell'anima
tormentata e spazzar via di un sol colpo quei fantasmi di morte che la mancanza
di contatti umani aveva pericolosamente accentuato.
Forse, dichiarer Ravaillac con una nota di tristezza nella voce, se avessi
parlato con il re la mia tentazione sarebbe scemata a poco a poco.
Per giorni e giorni Ravaillac vagabonda senza meta per Parigi. Come avvicinare
il re? Come riuscire a dirgli anche soltanto qualche parola? Viene respinto in
continuazione:  forse un appestato?
Un giorno il destino viene in suo aiuto. La carrozza reale passa a qualche metro
da lui, vicino al cimitero dei Saints-Innocents.
Sire, grida Ravaillac, sire! In nome di Nostro Signore Ges Cristo e della santa
vergine Maria, permettetemi di parlarvi!
Viene seccamente respinto col manico di una frusta. Dopo aver mendicato per un
po' sulla strada di Saint-Denis, Ravaillac riprende la strada per Angouleme, con
nel cuore un'infinita tristezza e una profonda amarezza. Ormai  soltanto un
cane randagio.
Giunto nella sua citt, si reca presso i frati francescani e confida a Gilles
d'Osre, I'anziano guardiano del convento di Parigi, le sue visioni e le sue
meditazioni. Secondo lui, il Signore ricondurr ben presto gli eretici in seno
alla religione cattolica, apostolica e romana.
Qualche tempo dopo, nella prima domenica di quaresima, ritorna dai frati
francescani e, nel segreto del confessionale, si accusa di aver commesso un
omicidio intenzionale.
Il padre confessore, senza chiedere altri dettagli, gli d l'assoluzione.
Nel corso del processo, Ravaillac rifiuter di dire il nome di quel francescano
cos poco curioso, rispettoso delle regole della confessione o soddisfatto, nel
suo intimo, di aver trovato qualcuno disposto ad uccidere il re.
Il giorno di Pasqua, 1l aprile, Ravaillac riprende la strada di Parigi. Ha
passato la quaresima in meditazione e in preghiera, sempre pi convinto di
essere lo strumento della giustizia divina. Il giorno prima della sua partenza,
egli ha pranzato da un certo Belliard, suo parente, col quale ha un'accesa
discussione.
Il re sta per fare la guerra ai cattolici! E' un'infamia! Poco tempo prima il
nunzio del papa aveva dichiarato al re che sarebbe stato scomunicato se avesse
persistito nel suo proposito. E sapete che cosa ha risposto questo tiranno,
questo usurpatore all'uomo di fiducia del Santo Padre? Ha dichiarato che i suoi
predecessori avevano messo il papa sul trono e lui l'avrebbe spodestato se
avesse osato scomunicarlo.
Il re ha intenzione di deporre il papa! Questa frase risuona come un gong nella
testa di Ravaillac, fa vibrare i suoi nervi malati. Questa volta non c' pi un
minuto da perdere. Andr a uccidere il re:  Dio che lo vuole. A testimonianza
di questa risoluzione, che provoca in lui uno stato di intensa esaltazione,
Ravaillac prende un pezzo di carta e vi traccia questi due versi:
Non permettere che si offenda Dio in tua presenza. In nome di Dio, bisogna
andare fino in fondo.
La notte, Ravaillac non riesce a dormire. Si gira e si rigira sul suo
pagliericcio. Si chiede se il giorno dopo, il giorno di Pasqua, ha diritto a
ricevere la santa comunione. Se confessa la sua intenzione di uccidere il re, il
confessore gli dar, questa volta, l'assoluzione? Non tenter piuttosto di
dissuaderlo? No, nessuno pu impedirgli di attuare gli ordini di Dio. Ma egli ha
bisogno dell'ostia santa! Che fare?
Quando il mattino dopo le campane suonano a distesa, Ravaillac, con i nervi
tesi, si reca alla chiesa di Saint-Paul, la parrocchia dove  stato battezzato.
Non  solo, lo accompagna sua madre, cos pia, cos santa, cos abbandonata e
sola come lui. E' il momento della comunione. La vecchia madre si dirige verso
l'altare e si inginocchia. Ravaillac la segue, ma si ferma qualche passo
indietro. Congiunge le mani, abbassa la testa, mentre la madre riceve l'ostia.
Quando, durante il processo, Ravaillac ricorda questa scena, viene preso da viva
emozione:  Pensavo che la comunione che mia madre stava facendo il giorno di
Pasqua fosse sufficiente per lei e per me, racconta singhiozzando.
Qualche minuto dopo, il nostro giustiziere  in cammino. Gli altri viaggi li
aveva compiuti in due settimane: questa volta sono sufficienti otto giorni.
Partito l'11, domenica di Pasqua, arriva a Parigi il 19 e si ferma all'albergo
dei Trois Croissants, in via Saint-Jacques. Si trasferisce poi all'albergo dei
Trois Pigeons, in via Saint-Honor.
Ai Trois Croissants incontra un frate francescano, anch'egli proveniente da
Angouleme, chiamato Le Febvre. Anche a lui pone la domanda gi posta ad altri:
E' un peccato da confessare la tentazione di uccidere un re?
Il padre sta per rispondere, ma l'arrivo di un altro religioso non gliene lascia
il tempo. Ravaillac si trascina da un albergo all'altro, da una casa da gioco
all'altra. Porta sempre con s un lungo coltello. Dappertutto non si fa altro
che parlare della guerra che il re si appresta a fare per aiutare gli ugonotti
tedeschi.
E' un nuovo segno del cielo! Dio intende servirsi di lui per uccidere l'eretico
che ha l'impudenza di scatenare il suo esercito contro i buoni cattolici. La
lama del suo coltello  mal fissata nel manico, che egli si affretta a
sostituire con uno di corno di cervo.
A partire da questo momento Ravaillac non riesce pi a frenarsi. L'idea fissa
che lo rode  diventata tutt'uno con il suo spirito, con la sua carne: sarebbe
un supplizio sopportarla pi a lungo. Bisogna liberarsene!
Ma Ravaillac aspetta. Forse perch gli  stato ordinato di attendere la
consacrazione della regina? O forse perch gli ritorna alla mente il quinto
comandamento di Dio che vieta di uccidere il prossimo?
Sono i primi giorni di maggio. A Parigi l'aria diventa sempre pi leggera, il
cielo pi limpido; Ravaillac esita. Gironzola intorno al Louvre, dieci, cento
volte. Improvvisamente viene colpito da una sorta di stanchezza. Non  meglio
dimenticare tutto ci e tornare tranquillamente ad Angouleme, dove la sua povera
madre, che ha tanto bisogno di lui, lo attende con ansia?
Ravaillac torna indietro un'altra volta. Cammina nella pianura di Beauce e si
inebria dei profumi della campagna. Ringrazia Dio per averlo liberato da una
missione cos impegnativa per un uomo come lui, umile, miserabile. Il piacere di
vivere rinasce un poco in lui...
Ma l'acciaio del suo maledetto coltello preme contro la pelle. Lo guarda a
lungo, passandolo da una mano all'altra. Forse  stato il diavolo a fargli
trovare quell'arma. Non bisogna quindi uccidere il re, ma il diavolo e i suoi
malefici! Bisogna spezzare il coltello! Ravaillac prende la lama e, con tutta la
sua forza, ne manda in frantumi la punta.
Le prime case di tampes sono in vista. Ravaillac continua la strada col cuore
pi leggero. Ma, improvvisamente, si drizza davanti a lui, in un luogo deserto,
radiosa nonostante la notte, una apparizione. Vede il Cristo, con la pelle
straziata dalla flagellazione, la fronte martoriata dalla corona di spine,
sanguinante, esposto al ludibrio, ai clamori agli insulti, alle grida di morte
della folla. Il re  in mezzo ad essa! Anch'egli insulta, sbeffeggia il Cristo,
bestemmia contro Dio!
No, questo non avviene per caso. Ges Cristo, nel suo martirio, si rivolge a
lui. Per quale follia, per quale errore ha potuto pensare per un attimo che il
coltello gli fosse stato inviato dal diavolo! Per fortuna egli non l'aveva
ancora gettato via!...
Bisognava porre rimedio, e subito, all'errore compiuto! Ravaillac rif la punta
del coltello su una pietra. Ma non  sufficiente. E' un sacrilegio aver dubitato
della volont del Signore! Bisogna offrire a Dio il sacrificio del re.
Ravaillac riprende la strada per Parigi... Questa volta segue la sua vittima,
pronto a colpire. Un giorno, durante la messa, lo intravvede. L'arrivo del duca
di Vendome gli impedisce di agire. Un altro giorno trova il re nel corridoio
buio che collega le due torri con il cortile del Louvre.
Il re  circondato da troppe persone: il colpo non sarebbe andato a segno, come
successe con Jean Chastel. E' un'attesa febbrile, ma determinata, condotta nelle
sale d'aspetto del palazzo. Infine, il 14 maggio, verso le quattro del
pomeriggio, ecco la carrozza reale! Ravaillac afferra il coltello; corre dietro
il veicolo lungo la via Saint-Honor. Sar un altro fallimento? No! La carrozza
del re viene bloccata in via della Ferronnerie. Con un salto  sull'asse della
ruota: sferra un primo colpo, poi, con tutta la sua forza, un secondo.
Tutto sembra girare intorno a Ravaillac. Rimane l, come inebetito, con in mano
il lungo coltello coperto di sangue. Come in un incubo, sente una voce imperiosa
che minaccia chiunque voglia ucciderlo. Avrebbero potuto farlo: che gli
importava della vita ora che aveva portato a termine la missione divina, ora che
il tiranno era morto? La vita o la morte non avevano nessuna importanza.
Nulla ha importanza: n le catene n i giudici n i gesuiti che gli chiedono di
non accusare nessuno. Ma accusare chi?... Bisognerebbe accusare Dio stesso!...
Afferma, e ripete pi volte, che nessuno mai l'ha consigliato o convinto. Perch
ha commesso quel crimine? Perch ha creduto che il re volesse fare la guerra
contro il papa. E' tutto. Non  sufficiente?
Cosa possono capire questi giudici, che vogliono sapere la ragione di tutto?
Come se Dio dovesse dare giustificazioni...
Due settimane dopo l'attentato si  al punto di partenza. La faccenda si fa
lunga, esasperante, bisogna finirla!
Il 27, in ginocchio, Ravaillac ascolta la sentenza che lo condanna a terribili
pene. Ascolta i particolari del supplizio che gli ha riservato la giustizia
degli uomini. Gli si stringeranno le gambe nei famosi stivaletti fino a
spezzargli le ossa. Poi, in piazza de Grve, gli si brucer la mano destra,
quella che ha commesso il crimine. Dopo di che le parti pi sensibili del suo
corpo verranno strette con delle tenaglie e nelle piaghe verr versato
lentamente e abbondantemente del piombo fuso, dell'olio e della pece bollente.
Sar infine squartato vivo, legando braccia e gambe a quattro vigorosi cavalli.
Nella bettola, una sinistra stanza della Conciergerie, ecco in azione gli
stivaletti. Si tratta di una sorta di tavolette entro le quali si rinchiudono le
gambe, che vengono strette con delle corde. Dopo di ci si conficcano
all'altezza delle ginocchia e delle caviglie dei cunei.
Il martello picchia sui cunei e ad ogni colpo i giudici pongono a Ravaillac
questa domanda che, a poco a poco, diventa un ritornello: Chi dunque ti ha
spinto a compiere il delitto? Chi? Chi? Chi?  Nessuno, risponde Ravaillac tra un
urlo e l'altro. In nome della fede che ho in Dio, non so altro. Non fatemi
dubitare della mia anima!
Al terzo cuneo che gli viene conficcato nelle carni, sviene. Gli si getta
addosso dell'acqua, gli si fa bere un po' di vino. Ravaillac  forte:  la
vittima ideale da torturare per poi far rinvenire. Viene portato fino alla
Sainte-Chapelle. Qui viene legato ad un pilastro. Arrivano poco dopo due dottori
della Sorbona, Gamache e Filsac, che gli pongono la stessa domanda: Chi ti ha
indotto a questo delitto, chi sono i tuoi complici? Confessa dunque! Anche la
risposta  la stessa: Ravaillac ha agito da solo, non ha nessun complice.
Sono le due del pomeriggio. Alle tre viene condotto al supplizio. Nel programma
delle torture gli stivaletti costituiscono solo un assaggio, un antipasto.
Gli altri prigionieri lo insultano quando passa: se non fosse intervenuta la
guardia lo avrebbero strangolato. Gli arcieri ricevono l'ordine di impedire che,
fuori dalla prigione, il popolo massacri il condannato. Ravaillac invece  certo
di essere osannato. Non ha forse commesso il delitto per liberare il popolo da
un tiranno?
Lo accoglie una folla urlante, minacciosa, che gli lancia imprecazioni e
bestemmie. E' I'ultima delusione di Ravaillac. Cos non  servito a nulla
uccidere il re! A nulla! Respinto e rifiutato dagli uomini e dalla societ,
Ravaillac si prepara a morire solo come ha vissuto. E' questo un dolore morale,
molto pi lancinante e acuto della pi infame tortura fisica. Ravaillac vede un
abisso aprirsi davanti a s. Vacilla sulle ginocchia martoriate dagli
stivaletti. Stralunato e sconvolto, viene spinto, trascinato su di un carretto
adibito al trasporto della mota, che lo condurr in piazza de Grve.
A morte! gridano mille voci durante il percorso. A morte! Perfido! Parricida!
Traditore! Assassino!
Viene fatto scendere davanti al portico di Notre-Dame. In ginocchio, con una
torcia in mano, ascolta per la seconda volta i particolari delle terribili
torture cui verr sottoposto. Viene costretto a baciare la cima della torcia in
segno di pentimento. Poi ricomincia il cammino verso il supplizio. Per un attimo
si ha l'impressione che la folla rompa la barriera protettiva delle guardie e
che si getti, con uno slancio possente, sulla terribile figura che si staglia in
mezzo al carretto per dilaniarla, polverizzarla, come farebbe una bestia
mostruosa.
Quando Ravaillac scende dal carretto per salire al patibolo, scosso da brividi
di odio, va in delirio. Vuole godere fino in fondo il supplizio che sta per
cominciare. Il disgraziato viene accuratamente legato; poi il boia afferra la
sua mano destra, quella che ha sferrato il colpo, nella quale viene messo di
nuovo il coltello. La spalma di zolfo e le d fuoco. Una scintilla si posa sulla
barba fulva del condannato. Per questo motivo il boia prese in seguito
l'abitudine di radere i condannati.
Egli cerca di toglierla con la mano sinistra, ma rapidamente il fuoco si estende
per tutto il corpo. La folla avida ha la sua prima soddisfazione: un nauseabondo
odore di carne bruciata si diffonde nell'aria insieme ad urla disumane.
E' poi la volta delle tenaglie, arroventate in precedenza su ampi braceri. Il
boia comincia a lavorarsi il petto, le braccia, le cosce e le gambe con una cura
minuziosa. Si accanisce sulle parti pi delicate. Versa poi sulle piaghe
apertesi piombo fuso, olio e pece. Il corpo di Ravaillac si contorce nella
cenere. Risuonano urla terribili, intervallate da invocazioni: Ges Maria! Ges
Maria! Questa parte dello spettacolo dura un'ora, per lasciare distillare la sua
anima goccia a goccia.
Ravaillac ha ancora la forza di chiedere l'assoluzione. Il sacerdote si sottrae
al suo compito. Ravaillac  in stato di peccato mortale; non pu ricevere
l'assoluzione se non dice il nome dei suoi complici.
Datemela, grida il disgraziato, in modo che valga se dico il vero. N voi n
nessun'altro pu rifiutarmi ci.
Va bene, risponde il sacerdote, ma nel caso voi mentiate la vostra anima andr
dritta all'inferno e tra tutti i diavoli.
L'accetto e la ricevo a questa condizione, dice Ravaillac.
I dottori recitano qualche preghiera. Le loro voci sono coperte dal clamore
della folla che non permette che si invochi il nome di Dio in favore di
quell'infame regicida.
Mentre avanzano i quattro cavalli, il cancelliere del tribunale chiede ancora a
Ravaillac, ridotto ormai ad uno spettro sanguinolento, se prima di morire non
sente il bisogno di togliersi un peso dalla coscienza rivelando il nome di
coloro che lo hanno spinto all'omicidio. La colpa  solo mia. La colpa  solo
mia! geme il poveraccio.
Il suo corpo viene poi gettato su un graticcio e le quattro membra legate a
quattro cavalli che, scalpitando sotto la frusta, tirano, tirano, tirano... ma
l'uomo  particolarmente robusto: dopo mezz'ora la carcassa di Ravaillac 
ancora intera. Uno dei cavalli  sfinito; un gentiluomo offre la sua cavalcatura
che, al primo colpo, riesce a strappare una coscia al malcapitato.
Il busto viene sballottato, gira su se stesso, va a fracassarsi contro i pioli
che sostengono il graticcio. Tutto ci dura un'ora tra le urla disumane del
torturato e le grida di bestia soddisfatta della folla.
Infine la morte viene a interrompere le sofferenze di Ravaillac: il boia si
appresta a scannare ci che resta di quel misero corpo con un coltello da
macellaio, ma viene fermato. I servi, superato lo sbarramento delle guardie,
colpiscono il busto con centinaia di colpi di spada. Ad un tratto si vede una
donna mordere con rabbia quella carne sanguinolenta, dopo avervi affondato le
unghie.
Ravaillac  ridotto in mille pezzi. La regina madre vede sotto le sue finestre,
degli Svizzeri che cuociono ai ferri un pezzo di cadavere prima di cibarsene
ghiottamente. Alcuni contadini si portano via alcuni brani di interiora per
arrostirsele tranquillamente nella loro fattoria nei pressi di Parigi.
Nelle mani del boia rimane soltanto la camicia, ultima spoglia che egli getta
nel rogo per cancellare ogni traccia del condannato.
Il 27 maggio 1610 non rimane dunque pi nulla di Ravaillac, neppure la camicia.
Ma la nostra storia non pu terminare con pagine cos tragiche. Si tratta ora di
narrare gli ultimi istanti della vita di un uomo sorprendentemente vitale,
imbevuto di romanticismo e di fredda razionalit al tempo stesso, vicino al suo
popolo, che egli amava (l'amore profondo che ho per i miei sudditi mi ha reso
tutte le cose facili e onorevoli, soleva dire Enrico IV) ma attentissimo agli
interessi dello Stato, fino a rendersi momentaneamente impopolare.
Durante l'ultimo anno della sua vita il re aveva dato la pi straordinaria
dimostrazione della sua prodigiosa vitalit, sia nella vita politica che nella
vita privata. Si preparava ad infrangere in modo definitivo la stretta degli
Absburgo lanciando il suo esercito contro l'imperatore d'Austria, il tutto senza
rinunciare alla sua sensualit e al suo sbrigliato sentimentalismo. Dal maggio
1609 al maggio 1610 Enrico IV si batte su tutti i fronti contro il partito
spagnolo all'interno, contro Madrid e Vienna all'estero, ma anche contro la
sorte avversa che, per la prima volta, lo colpisce nei suoi sentimenti
personali. Molti commentatori hanno esagerato la portata dell'ultima avventura
galante di Enrico IV, sminuendo l'importanza delle sue ambizioni politiche. Si
potrebbe pensare che essi siano caduti in quella stessa trappola che il re ha
teso ai suoi nemici.
Enrico IV sbandierava continuamente ai quattro venti la disgrazia di essere un
vecchio principe innamorato di una ragazza. Riusc persino a far credere che si
preparava alla guerra proprio in nome di quella ninfetta. In realt sembra ormai
pi che certo che quella guerra, che avrebbe sconvolto tutto lo scacchiere
europeo e che in caso di vittoria avrebbe assicurato alla Francia un lungo
periodo di tranquillit, aveva per Enrico IV un'importanza decisiva. Per tutta
la vita il re aveva preparato e meditato questo grande rovesciamento dei
rapporti di forza. E' facile immaginare quello che sarebbe diventata l'Europa se
Ravaillac non avesse interrotto quella gigantesca impresa che, senza dubbio,
avrebbe fatto trionfare la tolleranza. Profondamente influenzato dai dissidi tra
suo padre e sua madre, sconvolto dalla notte di San Bartolomeo e dall'assassinio
di Enrico III, continuamente in contrasto con i membri stessi della propria
famiglia, Enrico IV voleva veramente far piazza pulita: voleva cio dimostrare
che lo Stato pu e deve essere laico, se vuole essere profondamente liberale.
Logica conseguenza di questa posizione  il suo atteggiamento nei confronti del
papa che egli venera come successore di San Pietro e capo della croce, ma che
considera un uomo qualunque quando vuole occuparsi degli affari temporali.
Nonostante ci, agli occhi dell'opinione pubblica del tempo, il re di Francia 
pi un animo sentimentale che un temperamento realista, un vero monello in
confronto ai seri e tristi monarchi che regnano nei paesi vicini. Il fatto  che
re Enrico ha sempre saputo servirsi dei suoi errori sia per il proprio piacere
sia per assopire la vigilanza dei suoi nemici. Infatti, chi potrebbe diffidare
di un uomo di cinquantasette anni che si comporta come un collegiale? Solo
quando gli ambienti diplomatici vengono a conoscenza della consistenza dei
preparativi militari del re di Francia, i rapporti si guastano e gli avvenimenti
precipitano. Se c' stata una cospirazione ad opera degli stranieri,
indubbiamente  stata organizzata in questo momento. Il vecchio impero di Carlo
Quinto non avrebbe potuto resistere a un esercito che contava pi di
duecentocinquantamila uomini. Era necessario sbarazzarsi del capo, decapitare
urgentemente questo mostro che stava per abbattersi su tutti i paesi d'Europa.
In questo momento l'umore di Enrico IV  bruscamente cambiato. Il re,
solitamente cos dotato di facondia, di senso dell'umorismo, di allegria,
diviene improvvisamente triste; ovunque continua a ripetere che sta per morire.
Astrologi, indovini, visionari di ogni tipo, predicono la sua scomparsa e
l'annunciano come prossima. Enrico IV non ha mai creduto alla magia, che era
invece pratica comune nello spirito del tempo. Sully, che  ben lungi
dall'essere un burlone, ce lo mostra, nelle sue memorie, come un uomo
scoraggiato, inquieto e persino spaventato. Alcuni spiegano questo cambiamento
d'umore con una vita sentimentale travagliata, dimenticando come il re aveva
saputo cancellare di colpo la congiura della bella Henriette. Se il motivo della
sua tristezza fosse stato un amore difficile, la crisi avrebbe dovuto
sopravvenire in quel momento e non pi tardi.
In realt l'ansia di Enrico IV nel 1610, ansia che diventa una vera e propria
nevrosi,  dovuta alla consapevolezza di essere preso di mira dai suoi nemici.
La crisi sentimentale non c'entra per nulla. E non  affatto contraddittorio con
questa tesi il suo sforzo di moltiplicare le avventure galanti. Ma ben presto
molti hanno finito per capire che Enrico IV, da perfetto uomo di guerra, non
aveva fatto altro che costruire un paravento, facendosi passare per un tipo
desideroso soltanto di andare a letto con qualche giovinetta, mentre in realt 
sempre all'erta e pronto a colpire. Da quel momento in poi il re sa di essere in
pericolo. Quando si afferma che la consacrazione della regina sar la causa
della sua morte, lo si dice a buon diritto. La consacrazione fa parte del
dispositivo dell'avversario. Alcune riflessioni fatte in quel momento dal
sovrano, noto per il suo disprezzo per la morte, dimostrano che la polizia lo
aveva avvertito che, questa volta si trattava di un affare serio e che si
tentava, con tutti i mezzi, di sbarazzarsi di lui.
La notte che precede l'assassinio, il re non riesce a chiudere occhio. Proprio
mentre egli sta giocando una partita decisiva per l'avvenire della Francia, dei
Francesi, manovrati dallo straniero, sono pronti ad eliminarlo. In questa prova
di forza, la vittoria andr al pi svelto.
Veniamo ai fatti. Nel gennaio 1609 la regina Maria de' Medici per le feste di
Carnevale fa rappresentare un balletto danzato dalle pi belle ragazze della
corte. Tra di esse c' Charlotte de Montmorency, la figlia del vecchio
conestabile, che tutti trovano di una bellezza affascinante.
Sua madre, Louise Budos, si era venduta al diavolo per poter sposare il
conestabile e avere dei figli belli. Louise Bildor era morta strangolata. Si
diceva che il diavolo fosse responsabile del delitto. Si diceva che un mago
venuto dall'ltalia aveva fatto da intermediario.
Ma, in ogni caso, non c'era nessuna pi bella e pi vivace, di quella ragazza,
dice Tallemant des Rau. Du Radier aggiunge: I suoi occhi, pieni di tenerezza,
affascinavano anche i pi indifferenti. Nel viso dai tratti fini e volitivi di
suo figlio, il Grand Conde, si ritrover il riflesso della bellezza di sua
madre.
Un giorno il re, che da qualche tempo non usciva mai dal suo ufficio, attraversa
la galleria del Louvre, dove alcune ragazze stanno intrecciando delle danze. Per
una volta egli sembra insensibile al fascino femminile. E' l'epoca in cui sta
mettendo a punto il dispositivo militare: ha altro per la testa. Ma Bellegarde,
il suo grande scudiero, lo sottrae alle sue meditazioni: Guardate come  bella
la signorina di Montmorency!
Meccanicamente il re alza gli occhi, incontra quelli di Charlotte e resta per un
lungo momento senza fiato. E' il colpo di fulmine. Tallemant des Rauci racconta
cos la scena: Le dame erano vestite da ninfe: alzavano un giavellotto come se
avessero voluto lanciarlo. La signorina di Montmorency si trovava di fronte al
re quando alz la sua freccia e pareva che volesse colpirlo. Il re disse in
seguito che ella fece quel gesto con tanta grazia che effettivamente il suo
cuore ne fu ferito e gli sembr di svenire.
Charlotte  fidanzata con il bel Francois de Bassompierre, che non tiene molto
alla cosa. Il re chiede al fidanzato di non pensare pi alla sua bella:  la
prima parte dell'operazione. La seconda parte consiste nel maritare la ragazza
per scoraggiare tutti coloro che erano attirati da quella bellezza diabolica.
Naturalmente bisognava farla sposare preferibilmente ad un impotente. Il re
aveva gi maritato a degli impotenti Gabrielle d'Estre e Jaecqueline.
La scelta cade sul giovane principe di Cond, che  villano, astuto e impotente.
Oltre tutto costui ci tiene a far sapere che ama pi la caccia che le donne.
Sar dunque un marito ideale.
Il principe di Cond, nato del 1588, era nipote del re. Si narra per che sua
madre, Charlotte de Bastel, che passava tranquillamente da un letto all'altro,
I'avesse avuto da un paggio, durante un'assenza del marito. Altri mormoravano
che il padre fosse lo stesso Enrico IV. In effetti il re aveva insabbiato tutte
le inchieste contro di lei e aveva fatto bruciare tutti i documenti
compromettenti.
Al re  permesso tutto: comincia la caccia a questa bellissima preda. Enrico,
folle d'amore, comincia a curarsi della sua persona, cosa che non aveva mai
fatto prima. Si taglia la barba, il suo guardaroba si arricchisce di abiti di
seta e di biancheria di tela d'Olanda. Si notava, dice Agrippa d'Aubign, un
totale cambiamento in quella sua vecchiaia riscaldata dalle fiamme di un amore
violento. Se ne va in giro addobbato come un damerino, aggiunge Tallemant,
circondato da un alone di profumo e con le maniche di seta cinese.
L'anziano sovrano, che di colpo non sente pi i reumatismi e dimentica di non
avere pi nulla di un principe affascinante, fa di tutto per conquistare la
dolce fanciulla e moltiplica le stravaganze. Un giorno, volendo avere il
ritratto della sua bella, lo fa dipingere di nascosto. Appena terminata, l'opera
viene cosparsa di burro fresco per arrotolarla senza danni e per portarla il pi
in fretta possibile al re. Un'altra volta chiede alla sua amata di mostrarsi
spettinata al suo balcone con due torce per parte. Mio Dio, quanto  matto!
esclama lei tutta confusa.
A corte non si risparmiano i commenti. Le ultime follie del re passano di bocca
in bocca. Naturalmente i pettegolezzi fanno parte del gioco, ma, contro ogni
aspettativa, finiscono per irritare Cond.
Un giorno egli va a trovare il re e gli chiede il permesso di ritirarsi nella
sua provincia. Enrico IV rifiuta seccamente.
Allora Cond replica: Siete solo un tiranno!
A queste parole Enrico IV, che conosce fin troppo bene la campagna che si sta
conducendo contro di lui, scatta e pronuncia queste parole crudeli: Ho fatto un
solo atto di tirannia nella mia vita ed  stato quando vi ho fatto riconoscere
per ci che non siete. Quando vorrete, vi mostrer vostro padre a Parigi.
Cond abbassa la testa, ma non ha ancora detto la sua ultima parola. Qualche
giorno dopo, prende sua moglie e la conduce nel suo castello a Valery, vicino a
Sens. A questa notizia il re cade in uno stato di prostrazione. Sono di questo
periodo i famosi versi di Malherbe che raccontano la disperazione del re. Il
poeta fu per questo accusato da Chenier di aver prostituito il suo genio facendo
l'intermediario. Questi versi, fatti su ordinazione, noiosissimi, cominciano
cos: Questa meraviglia dei cieli; Tanto cara ai miei occhi; Sar per sempre
lontana da me; Ed il mio impaziente amore, Testimoniato da tante lacrime,
Non varr a farla ritornare.
Il poeta si inganna: Charlotte ritorna. Nel luglio del 1609 Cond e sua moglie
sono costretti a ritornare a Parigi per assistere al matrimonio del duca di
Vendome, figlio naturale del re, con Francoise de Lorraine. Al termine dei
festeggiamenti, Cond riparte con Charlotte, questa volta per Muret, vicino a
Soissons.
Il re  di nuovo disperato. E di nuovo d sfogo alle azioni pi eccentriche. Un
giorno si mette una barba finta e se ne va a passeggiare nel bosco di Muret. Ma
non riesce a vedere la donna amata. Chiede allora a de Traigny, signore della
regione, di invitare a pranzo Cond e sua moglie. Per tutto il tempo del
ricevimento egli pu cos ammirare la sua Charlotte... nascosto dietro una
tenda. Ma c' di pi. Invitata a una partita di caccia da de Traigny, essa
scorge dei cani condotti da cacciatori in livrea reale.
Di chi  questo equipaggio? chiede.
Del capitano della caccia reale, che sta cacciando il cervo con qualche amico,
le risponde un cacciatore.
Gli occhi della principessa si posano su uno di essi, un tipo veramente strano.
Con una benda sull'occhio sinistro, egli continua a fissarla con il destro. Che
vuole dunque? Improvvisamente Charlotte riconosce il re in persona. Ma qual  il
motivo di quel ridicolo travestimento? Enrico sta preparando un rapimento?
Nessuno deve accorgersi del suo turbamento e quindi ordina: Rientriamo al
castello.
Qualche tempo dopo da un balcone della sua bella casa essa scorge alla finestra
del padiglione dei servitori Enrico IV che, sempre con la benda sull'occhio, le
manda baci e si d colpi sul cuore per mostrarle fino a che punto l'ha ferito.
Avvertito di tutte queste scene, Cond non riesce pi a trattenersi. 11 29
novembre lascia la Francia con sua moglie e si rifugia in Belgio. Il sovrano
riceve la notizia mentre  al tavolo da gioco. Pallidissimo, butta indietro la
sedia, dice a Bassompierre: Curati del mio denaro, e se ne va come un fulmine.
Non ho mai visto, ha detto Bassompierre, un uomo cos abbattuto e cos fuori di
s.
Enrico tiene immediatamente un consiglio di guerra. La sua posizione non lascia
adito a dubbi: Far la guerra alla Spagna se  necessario, ma ritrover la
principessa di Cond! (Il Belgio era rotto il dominio spagnolo).
Questa volta la questione  politica. Se il re dovesse morire, Cond, in quanto
principe del sangue, diverrebbe un possibile delfino. In ogni modo, un principe
del sangue dispone di numerosi vassalli pronti a seguirlo in una eventuale
ribellione. Avendo Cond dalla loro parte, gli Spagnoli possono determinare in
Francia un clima da guerra civile. Il re,  d'altra parte incoraggiato dalle
lettere di Charlotte, tenta fino all'ultimo di strappare a Cond la bellissima
moglie.
Nel 1607, nel corso di tentativo di far arrestare il principe (l'arciduca
Alberto dei Paesi Bassi gli ricorda che i diritti di ospitalit sono sacri),
egli decide di far rapire la principessa. Ma Cond viene avvisato in tempo, ad
opera, sembra, di Maria de' Medici.
La consacrazione della regina offre un'occasione al re di tentare una nuova
operazione: Intercedete presso l'arciduca perch dia il permesso alla signora di
Cond di lasciare il Belgio, scrive un giorno a Maria de' Medici.
Ma, poich la regina continua ad essere intrattabile, aggiunge con un entusiasmo
da adolescente: Ella abbellir la corona. Maria esplode: Mi prendete per una
ruffiana?
Alla morte del re, Charlotte pianse un pochino, ma dimentic ben presto quel
pazzo di Enrico IV. Ella ebbe un figlio che un giorno sar il vincitore di
Roeroi e che verr chiamato il Grand Cond.
Enrico IV ha un altro pretesto per la guerra: il 2 maggio  morto il duca di
Clves e di Juliers senza eredi diretti e gli Absburgo non devono impadronirsi
del ducato: la guerra  inevitabile.  L'inizio della guerra  fissato per il 17
maggio, dopo l'incoronazione della regina. Ma il 14 non si parla pi n d'amore
n di guerra: re Enrico viene assassinato.
Nessun assassinio politico  stato pi presagito, profetizzato, annunciato di
quello di Enrico IV. E' una vera e propria orgia di oracoli di tutti i tipi. I
segni premonitori dell'attentato erano innumerevoli. Anche il re aveva avuto dei
presentimenti. Il re non  ancora morto, quando strani messaggi annunciano gi
il suo passaggio a miglior vita.
In un albergo nei dintorni di Bruxelles un cavaliere afferma che il re non
avrebbe pi nuociuto perch era morto o stava per morire... Nella capitale dei
Paesi Bassi spagnoli si dicevano preghiere per uno che era andato a fare un
viaggio importante per il bene della cristianit. A Aix-la-Chapelle un capitano
italiano dichiara che se Enrico IV non  ancora morto non tarder molto a morire
come un cane.
In una grande fiera tedesca, si vendevano dei libri di astrologia che
annunciavano la morte del re nel cinquantasettesimo anno di et, cio nel 1610.
Per la verit questi stessi libri affermavano anche che Enrico IV non avrebbe
lasciato figli legittimi, mentre Maria de' Medici quasi ogni anno metteva al
mondo un bambino o una bambina.
Nel 1609 un dottore in teologia, in un libro dedicato al re di Spagna Filippo
III, annunciava la morte del re per l'anno seguente. A Montargis un priore aveva
trovato a pi riprese degli scritti che indicavano che il re sarebbe morto
presto di morte violenta. Lo stesso Nostradamus aveva previsto la morte del re.
In una sua famosa quartina si parlava di un lionells fuggitivo che doveva
stroncare i giorni del leone.
Ruggieri, che era gi stato al servizio di Caterina de' Medici, era l'astrologo
di Maria. Un giorno Ruggieri aveva previsto per quanti anni i vari re avrebbero
regnato sulla Francia. Le loro immagini apparivano in uno specchio magico e
compivano tanti giri quanti sarebbero stati gli anni di regno. Francesco II: un
giro e mezzo; Carlo IX: quattordici; Enrico III: quindici; Enrico IV: ventuno.
Nel 1610 erano precisamente ventun anni che Enrico era re di Francia.
Pi sconvolgente ancora  la scena che si svolge una sera del 1610 in casa di
Sebastiano Zamet, un ricco mercante di origine italiana, presso il quale Enrico
IV a volte si recava per soddisfare la sua passione per il gioco.
Quella sera uno degli ospiti di Zamet, un certo Thomassin, un astrologo barbuto
e vestito di una lunga tonaca come i medici, fece delle previsioni sbalorditive.
Enrico IV gli chiese di leggere nel suo avvenire. E Thomassin, calmissimo, gli
aveva risposto: State attento, sire, al quattordici di maggio, perch in quel
giorno, alle quattro del pomeriggio, un grande principe, che in giovent fu
prigioniero, perir sotto il pugnale di un assassino.
Il re sapeva, anche senza le predizioni degli indovini, che presto sarebbe stato
ucciso? Si direbbe di s, se si analizzano i giorni precedenti la sua morte.
Egli continu a rimuginare tra s e s pensieri ossessionanti, che sovente
confida a Sully. Come abbiamo gi visto, un giorno gli disse quante
preoccupazioni destava in lui la consacrazione della regina, che alla fine aveva
concesso. Ma, poich Sully non voleva credere che la consacrazione della regina
potesse avere come conseguenza la morte del re, Enrico IV gli aveva risposto:
Non voglio nascondervi nulla: mi  stato detto che morir nel corso della prima
grande celebrazione che far e che morir in una carrozza...
(All'ingresso di don Pedro in Parigi, il re, che portava in carrozza la regina,
si ricord all'improvviso che gli era stato predetto che sarebbe stato ucciso in
una carrozza. Proprio in quel momento la vettura ebbe sobbalzo ed il re si gett
cos bruscamente addosso alla regina  da restare graffiato dai diamanti che ella
portava nei capelli.)
Un'altra volta egli chiede alla regina se fosse possibile fissare la cerimonia
per il marted, per poter partire in fretta per la guerra. La regina tace, egli
insiste e alla fine riceve questa risposta: Vorrei poterla fissare anche domani,
ma mi si dice che ci non  possibile fino a gioved. Allora Enrico IV mormora
quasi tra s: Amica mia, se la cerimonia non avverr gioved, dopo venerd, non
mi vedrete pi. Dovrete anche assistere alla mia entrata... (L'entrata solenne
in Parigi, che doveva avvenire la domenica.)
No, dice il re, venerd vi dir addio...
Un mattino, mentre tornava dalle Tuileries, il re vede il ramo di un albero che
sorgeva in mezzo al cortile cadere al suolo senza che spirasse il minimo alito
di vento. Bassompierre ne  turbato, poi dice: E' un cattivo presagio. Vorrei
che ci non fosse avvenuto. Dio salvi il re, che  l'albero migliore del Louvre!
Il 13 maggio, infine, avviene la consacrazione della regina, immortalata da
Rubens. Quando la regina torna nel suo appartamento, Enrico IV non pu fare a
meno di farle uno scherzo: si mette ad una finestra e la innaffia con un
bicchiere d'acqua. Sar la sua ultima burla. Ne era cosciente? Subito dopo, di
nuovo assalito dall'ansia che lo tormentava, mostrando suo figlio a coloro che
lo circondavano, pronuncia queste commoventi parole: Signori, ecco il vostro re!
Cosa ancor pi strana, in tutte le vie di Parigi si mormora: E' arrivato
l'assassino del re...  arrivato l'assassino del re.
La notte tra il 13 e il 14 il re non riesce a dormire. Il 14  la sola giornata
durante la quale pu essere ucciso. Il 15, il 16 e il 17 il re deve partecipare
a parecchie cerimonie (tra cui il solenne ingresso in Parigi) ma sar circondato
da moltissimi cortigiani e guardie; in seguito sar troppo tardi, perch dopo,
com' noto, deve partire per la guerra. Quando al mattino si alza, con gli occhi
pesti, il re dice che va tutto male. Diventa ancora pi intrattabile quando suo
figlio Vendome lo avverte che quel giorno l'oroscopo non  affatto favorevole e
che quindi deve avere molta cura di se stesso. Chi vi ha detto una cosa simile?
Il medico La Brosse. Il re alza le spalle e risponde con noncuranza: E' un
vecchio pazzo e voi siete un giovane credulone!
Dopo aver ricevuto l'ambasciatore di Francia a Madrid e Villeroy, il re va ad
ascoltare la messa. Al suo ritorno, incontra Bassompierre e il duca di Guisa,
cui aveva perdonato e al quale aveva permesso di ritornare in Francia. Il figlio
dello Sfregiato dice ad Enrico IV che non poteva fare altrimenti che mettersi al
servizio di un cos grande re, di un re cos degno di essere amato.
Il sovrano lo interrompe, brusco: Nessuno di voi mi conosce, bene ma uno di
questi giorni io morir e quando mi avrete perduto avrete piena coscienza di
quale sia stato il mio valore e di come io sia diverso da tutti gli altri
uomini.
Mio Dio, sire, esclama Bassompierre, non smetterete mai di angosciarci dicendoci
che morirete presto? Non dovete dire ci; voi vivrete, con l'aiuto di Dio,
ancora lunghi e felici anni. La vostra felicit non  pari a nessuna; siete nel
fiore degli anni e in perfetta salute. Avete il regno pi fiorente e pi
tranquillo del mondo; siete amato e adorato dai vostri sudditi; avete beni,
denaro, belle case e non vi mancano le belle donne e dei bei bambini che stanno
crescendo. Che cosa volete desiderare di pi? E il re risponde semplicemente con
un sospiro: Amico mio, dovr lasciare tutto ci.
Di ritorno al Louvre, Enrico, che sembra sconvolto, manda a chiamare Sully. Il
ministro  malato, non pu muoversi. Il sovrano capisce allora fino a che punto
egli sia un uomo solo. Ma deve ritrovare la sua arguzia e il suo senso
dell'umorismo, perbacco!
Si reca dalla regina e comincia a dire mille cose folli e a fare mille buffonate
con la duchessa di Guisa e la moglie del maresciallo de La Chatre che si
trovavano con lei. Ma, come dir un testimone, il suo spirito non si accordava
per nulla con le sue parole.
Va, viene, gironzola, aspetta. Si ferma nel suo ufficio con La Force, gli detta
una lettera poi, portandosi una mano alla testa, esclama: Mio Dio, c' qualcosa
qui dentro che mi sconvolge.
La Force gli consiglia di sdraiarsi. Ma il re  troppo agitato per potersi
riposare. Subito dopo trova nella sua camera un biglietto sigillato: Sire, non
uscite questa sera!
Enrico pensa che il biglietto sia di Vendome, ma reputa, nel suo caso, che la
soluzione migliore sia quella di uscire a prendere aria. Ordina quindi che gli
venga preparata la carrozza. Verso le tre e mezzo Enrico IV invia Vitry,
capitano delle guardie, al palazzo del parlamento, dove si stavano facendo i
preparativi per accogliere la regina.
Vostra Maest sa bene, dice Vitry, che io non posso essere contemporaneamente in
due luoghi diversi. Quando vi vedo a caccia o nel vostro giardino, spesso quasi
solo, non sono tranquillo e temo per la vostra persona in questa grande citt
piena di stranieri e di sconosciuti.
Sono pi di cinquant'anni che bado a me stesso senza bisogno di nessun capitano
delle guardie: sapr farlo ancora, risponde il re.
Bench abbia ritrovato la fiducia in se stesso, il re non si decide ad uscire.
Per due o tre volte, va dalla regina, esce, torna di nuovo... Amica mia, sono
incerto se uscire o no. dice il re a Maria de' Medici. Alle quattro si decide ed
esce. Abbraccia sua moglie una, due volte. Vado e torno. Sar di nuovo qui entro
un'ora.
Il re  ogni giorno pi innamorato della regina! esclama la moglie del
maresciallo de La Chatre ridendo. Sire, state attento a non ingannarla!
Praslien, il comandante in seconda delle guardie, Io attende vicino alla
carrozza. Il re lo congeda. Non voglio n voi n le vostre guardie. Andatevene
per i fatti vostri! gli dice sgarbatamente. Poi guarda il cielo: il tempo 
magnifico. Si toglie il mantello e fa alzare il soffietto di cuoio della
carrozza. Se il re avesse indossato il mantello, forse i colpi non sarebbero
stati letali. Se il soffietto fosse stato abbassato l'attentato sarebbe stato
impossibile.
Al suo seguito ci sono pernon, che si siede alla sua destra, Lavardin,
Roquelaure, Montbazon, La Force, Mirebeau e Liancourt.
Che giorno  oggi? chiede il re improvvisamente.
Il tredici  risponde un gentiluomo.
No, il quattordici. corregge Epernon.
S,  vero, avete ragione. dice il re che, dopo un istante, mormora: Tra il
tredici e il quattordici...
Gli  improvvisamente tornato alla mente Thomassin, con la sua lunga tonaca, e
quella frase da lui pronunciata in tono dottorale: State attento, sire, al
quattordici di maggio... Ma no,  troppo stupido! Al diavolo Thomassin! Andiamo!
dice il re al cocchiere.
All'altezza dell'albergo de Longueville, il cocchiere chiede dove deve andare
precisamente.
Verso la Croix du Trahoir e il cimitero des Innocents!
Questa mancanza di precisione  almeno curiosa. Il re agisce come se volesse
sfuggire a qualcuno che lo insegue. Secondo alcuni la sua intenzione sarebbe
stata quella di recarsi da Sully all'Arsenale. Secondo altri preoccupati di
conservare al re fino all'ultimo la sua fama di dongiovanni, egli avrebbe avuto
intenzione di recarsi dalla signorina Pandet: una splendida rossa che avrebbe
voluto dare come amante a Vendme che cominciava a mostrare deplorevoli gusti
italiani.
Via de la Ferronnerie collega via Saint-Honor a via Saint-Denis. E' un budello
reso ancor pi stretto e impraticabile dai negozi e dalle bancarelle addossate
al muro del cimitero. Le carrozze lo percorrono a loro rischio e pericolo.
Il cocchiere tiene i cavalli al piccolo trotto e il re pu cos scorgere il
governatore di Parigi, Signore di Montigny, da tutti considerato un uccello del
malaugurio. Il re stava per l'appunto abbracciando Montigny quando, vent'anni
prima, Jean Chastel aveva alzato il suo pugnale contro di lui. Ma poco importa!
Il dado  tratto! Con tono gioviale il re grida: I nostri omaggi, Montigny!...
La carrozza avanza lentamente nello stretto budello. Ma improvvisamente si
ferma. Due carrette, una carica di fieno, l'altra di una tonnellata di vino
sbarrano la strada. Secondo alcuni queste carrette sarebbero state poste in
mezzo alla strada intenzionalmente. Alcuni servitori scendono prontamente dalla
carrozza per aiutare a sgombrare la strada.
Altri si erano gi allontanati per raggiungere a piedi, attraverso il cimitero,
l'altro lato della strada. Un altro ancora si  attardato per accomodarsi le
calze. La carrozza non  pi protetta.
Il re non se ne preoccupa e circonda con le braccia le spalle dei suoi compagni.
Poi legge una lettera a pernon. Le operazioni di sgombero continuano e la
carrozza riesce ad avanzare di qualche metro. Arriva all'altezza di una bottega
che porta l'insegna: Al cuore reale, trafitto da una freccia. Bruscamente la
pesante vettura si mette a pencolare da un lato. Il re viene sbattuto contro la
portiera. Ravaillac  la, con un piede sulla ruota e l'altro sul parafango. Alza
il pugnale...
Ah! sono ferito..., grida Enrico alzando le braccia. L'assassino  rapido come
il fulmine. Colpisce di nuovo. Questa volta il colpo  cos violento che la lama
penetra nel petto fino al manico.
Non  nulla, non  nulla, mormora il re...
Ripete queste parole in un soffio, poi un fiotto di sangue gli zampilla dalla
bocca. Ed egli non sente pi il duca de La Force che grida: Sire, ricordatevi di
Dio!
Tutto succede con incredibile velocit. L'assassino rimane immobile con il
coltello sanguinante in mano. Istintivamente la folla cerca di assalirlo, di
strozzarlo di lapidarlo. pernon sguaina la spada: Non uccidetelo! urla. Non
uccidetelo! Ne va della vostra vita!
Enrico IV viene condotto al Louvre nella carrozza. Il re  solo ferito! grida La
Force alla folla che comincia a piangere e a chiedere vendetta. Il cancelliere
Sillery informa ufficialmente la regina. Maria, dopo un attimo di silenzio,
comincia ad urlare, facendo risuonare il palazzo con le sue grida: Il re 
morto! Il re  morto!
Sillery, freddamente, la interrompe: Vostra Maest mi deve scusare: in Francia i
re non muoiono mai. E, mostrando il delfino: Ecco il re vivo, signora.
Luigi XIII alza sulla madre i suoi occhi pensosi e inquieti.
Forse sa gi che per tutta la vita dovr chiedersi come  realmente morto suo
padre e, ignorando la verit, dovr forse sorridere ai suoi assassini...
Dopo la morte del re, la Francia fu scossa da una vera e propria ondata di
disperazione e di costernazione. Anche se, come si  visto, Enrico IV, da vivo,
non era molto amato. Pierre de L'Estoile ci descrive Parigi: I negozi sono
chiusi; grandi e piccoli, giovani e vecchi, tutti piangono e si lamentano. Le
donne e le ragazze si strappano i capelli.
Nelle campagne le scene di desolazione si moltiplicano.
Era pietoso vedere, dice Mathieu, in tutte le province francesi, i poveri
abitanti dei villaggi ammassarsi sulle grandi vie di comunicazione, sbalorditi,
torvi, con le braccia incrociate per chiedere notizie ai passanti. Quando
ricevevano conferma della disastrosa notizia, i gruppi si scioglievano, come
pecore senza pastore, e tutti piangevano, gridavano, urlavano come animali
feriti attraverso i campi.
Il re, imbalsamato, sar sepolto a Saint-Denis.
Nel 1793 i rivoluzionari profaneranno la tomba, facendo a pezzi il corpo, -molto
ben conservato, prima di bruciarlo. La profanazione appare di una singolare
inutilit, se si pensa allo spirito liberale di Enrico IV.
Secondo il desiderio del re, il suo cuore sar conservato nel collegio dei
gesuiti di La Flche. I vecchi compagni del sovrano andranno a dare a questo
cuore, che aveva cos profondamente vissuto, I'ultimo bacio d'addio.
Era considerato ineguagliabile segno di gloria, riferisce L'Estoile, avere i
baffi sporchi di sangue per aver baciato il cuore del re.

FINE.
























