
    Victor Hugo.
    NOVANTATRE'.

(Romanzo pubblicato la prima volta nel 1873).

Versione letterale DI C. PIZZIGONI.

MILANO FRATELLI SIMONETTI EDITORI
Via Pantano, N. 6.
1874.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
                Fondazione Ezio Galiano 
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".

PRESENTAZIONE.
Novantatr  l'ultimo romanzo scritto da Victor Hugo, pubblicato nel 1874. L'opera tratta di un particolare momento della Rivoluzione francese: il Terrore e nello specifico le Guerre di Vandea. L'intenzione dello scrittore era di creare una trilogia di libri concernenti la Rivoluzione francese, e questo romanzo doveva rappresentare il primo volume.  diviso in tre parti, non sempre in ordine cronologico; ciascuna parte racconta una storia diversa, per dare cos ogni volta un diverso punto di vista della Rivoluzione e chiarire il ruolo fondante della Rivoluzione francese nella coscienza letteraria, politica, sociale e morale del 19esimo secolo.

L'AUTORE. (Brevissime notizie).
Victor-Marie Hugo, pi comunemente noto come Victor Hugo (Besanon, 26 febbraio 1802  Parigi, 22 maggio 1885)  stato uno scrittore, poeta, drammaturgo e politico francese, considerato il padre del Romanticismo in Francia. Scrisse opere narrative, liriche e drammatiche animate dal culto della libert e delle passioni. Il suo capolavoro  I miserabili (1862). Hugo seppe tenersi lontano dai modelli malinconici e solitari che caratterizzavano i poeti del tempo, riuscendo ad accettare le vicissitudini non sempre felici della sua vita (dei quattro figli che giunsero all'et adulta, tre morirono prima di lui, mentre la figlia Adle fin ricoverata in manicomio) per farne esperienza esistenziale e cogliere i valori e le sfumature dell'animo umano, suscitando consensi in tutta Europa.
Mor il 22 maggio 1885  e la sua salma fu esposta per una notte sotto l'Arco di Trionfo vegliata da dodici poeti e poi portata al Pantheon di Parigi, l'unico caso di sepoltura immediata, dopo la morte, al Pantheon.
La sua tomba si trova tuttora nello stesso luogo, proprio accanto a quella di altri due grandi scrittori francesi del 19esimo secolo, Alexandre Dumas ed mile Zola.
Il suo cervello  stato oggetto di studio, avendo un volume di 2000 cm cubi superiore alla media.

DICHIARAZIONE
Gli editori sono autorizzati a procedere a rigore di legge contro i riproduttori di questa opera, sia in francese, sia in italiano, e sotto qualsiasi forma venga essa offerta al pubblico, avendo ottemperato a quanto prescrive la legge 25 giugno 1865 sui diritti d'autore.
Fratelli Simonetti.
Milano, 1874  Tipografia A. Giuliani e C. Via Arco, 4.

    NOVANTATRE'.

    PARTE PRIMA.
    IN MARE.


    LIBRO PRIMO.
    IL BOSCO DELLA SAUDRAIE.

    Negli ultimi giorni di maggio del 1793,  un battaglione  parigino,  di
    quelli  condotti in Bretagna da Santerre,  esplorava il temibile bosco
    della Saudraie, in quel di Astille.  Non erano pi di trecento uomini,
    giacch  il  battaglione  era  stato  decimato  dall'aspra  guerra che
    conduceva. Era il tempo in cui, dopo le Argonne, Jemmape e Valmy,  del
    primo  battaglione  di  Parigi,   di  seicento  volontari,  rimanevano
    ventisette uomini,  del secondo trentatr e del terzo  cinquantasette.
    Tempi di epiche lotte.
    I  battaglioni  mandati  da  Parigi in Vandea erano di novecentododici
    uomini   ciascuno.   Ogni   battaglione   disponeva   di   tre   pezzi
    d'artiglieria.  Erano stati allestiti in quattro e quattr'otto.  Il 25
    aprile,  essendo ministro della  Giustizia  Gohier  e  ministro  della
    Guerra  Bouchotte,  la  sezione  del  Buon Consiglio aveva proposto di
    mandare alcuni battaglioni di volontari in  Vandea;  il  Lubin  membro
    della Comune,  aveva esteso il rapporto;  il primo maggio Santerre era
    pronto a far partire dodicimila uomini,  trenta cannoni da campagna  e
    un battaglione di artiglieri.  Tali battaglioni, messi insieme cos in
    fretta,  furono costituiti tanto  bene,  che  servono  ancor  oggi  da
    modello,  le  odierne  compagnie di fanteria di linea si costituiscono
    appunto in base all'organico di quei battaglioni,  salvo che  in  esse
    viene  modificato  il  vecchio  rapporto tra il numero degli uomini di
    truppa e quello dei sottufficiali.
    Il 28 aprile, la Comune di Parigi aveva dato ai volontari del Santerre
    questa consegna: N grazia n quartiere! Alla fine  di  maggio,  dei
    dodicimila che avevano lasciato Parigi, ne erano morti ottomila.
    Il  battaglione  impegnato  nel  bosco della Saudraie era in all'erta.
    Nessuna fretta in nessuno.  Tutti guardavano a un tempo a destra  e  a
    sinistra,  davanti e di dietro. Klber disse: Il soldato ha un occhio
    nella schiena. Era un pezzo che marciavano. Che ora poteva essere? in
    che momento si era del giorno?  Sarebbe stato difficile dirlo,  ch in
    selvaggi macchioni come quelli che percorrevano, c' sempre una specie
    di crepuscolo, n  mai chiaro in quei boschi.
    Il bosco della Saudraie era tragico. La guerra civile aveva cominciato
    a perpetrare i suoi delitti,  fin dal novembre 1792, appunto in quelle
    boscaglie.  Mousqueton,  lo zoppo feroce,  era sbucato da  quei  folti
    funesti;  la  quantit  di  omicidi che erano stati commessi l dentro
    faceva rizzare i capelli.  Non c'era luogo pi spaventevole di quello.
    I soldati vi si internavano con precauzione. Tutto era pieno di fiori;
    si  aveva  attorno una tremula muraglia di rami,  dai quali pioveva la
    deliziosa frescura del fogliame;  qualche raggio di sole  sforacchiava
    qua  e l quelle verdi tenebre,  a terra l'iride comune e quella delle
    paludi, il narciso dei prati, la giunchiglia,  fiorellino che annunzia
    il  bel tempo,  lo zafferano di primavera ricamavano e trapungevano un
    folto tappeto di vegetazione,  in cui formicolavano tutte le forme del
    muschio,  da  quella  che  pare un bruco a quella che assomiglia a una
    stella. I soldati procedevano passo passo, in silenzio, scostando pian
    piano gli arbusti. Sopra le baionette, gli uccelli cinguettavano.
    La Saudraie era uno di quei macchioni in  cui  una  volta,  nei  tempi
    tranquilli,  era stata fatta la "Houicheba",  che  la caccia notturna
    agli uccelli; ora vi si dava la caccia all'uomo.
    Il ceduo era tutto di betulle,  di faggi e di querce;  il terreno  era
    piatto; il muschio e l'erba folta attutivano il trepestio degli uomini
    in  marcia.  Nessun  sentiero,  o  sentieri  che  subito si perdevano.
    Agrifogli,  pruni selvatici,  felci,  siepi di  robinia  e  alti  rovi
    dovunque.  Impossibile  scorgere  un  uomo a dieci passi.  Di tanto in
    tanto,  trasvolava fra i rami un  airone  o  una  folaga,  indizio  di
    vicinanza d'una palude.
    Si  procedeva.  Tutti  camminavano  alla  ventura,  con  inquietudine,
    temendo di trovare quello che cercavano.
    Di tanto in tanto s'imbattevano in  tracce  di  accampamenti,  spiazzi
    bruciacchiati,  erbe calpestate,  bastoni in croce, rami insanguinati:
    l era stato cucinato il rancio,  qui era stata  celebrata  la  messa,
    col  erano stati medicati dei feriti.  Ma coloro che erano passati di
    l,  erano  scomparsi.  Dov'erano?  Molto  lontano,  forse;   o  forse
    vicinissimi, nascosti, col trombone in pugno? Il bosco pareva deserto.
    Il battaglione raddoppiava di prudenza. Solitudine, epper diffidenza.
    Non si vedeva nessuno,  ragione di pi per temere qualcuno.  Avevano a
    che fare con una foresta malfamata.
    Era probabile una imboscata.
    Trenta granatieri,  distaccati in qualit di esploratori,  e comandati
    da  un  sergente,   precedevano  a  grande  distanza  il  grosso.   Li
    accompagnava la vivandiera del  battaglione.  Le  vivandiere  andavano
    volentieri con le pattuglie di punta. Si corrono dei pericoli,  vero,
    ma  si vede qualche cosa.  La curiosit  una delle forme del coraggio
    femminile.
    A un tratto i componenti di quella esigua  pattuglia  in  avanscoperta
    ebbero il noto sussulto dei cacciatori quando raggiungono la tana. Nel
    pieno di un folto si era avvertito come un soffio; era parso di notare
    tra  le  fronde un certo qual movimento.  I soldati si scambiarono dei
    cenni.
    Nella specie di rovistamento,  di ricerca affidata  agli  esploratori,
    non  occorre  che  si  immischino  gli ufficiali: quel che deve essere
    fatto, si fa da s.
    In meno di un minuto,  il punto dove era stato avvertito il  movimento
    fu accerchiato, circoscritto in un cerchio di fucili spianati. Il buio
    centro  del  macchione  fu  preso  di  mira contemporaneamente da ogni
    parte,  e i soldati,  col dito sul  grilletto  e  l'occhio  sul  punto
    sospetto,  non attesero pi altro,  per mitragliarlo, che l'ordine del
    sergente.
    La vivandiera,  intanto,  si era arrischiata a guardare  attraverso  i
    cespugli,  e  nel  momento  in  cui  il  sergente  stava  per gridare:
    Fuoco!, ella grid:
    - Fermi!  - Poi,  rivolgendosi ai  soldati,  spieg:  -  Non  sparate,
    camerati! - e si ficc nella boscaglia.
    Tutti la seguirono.
    C'era qualcuno, infatti.
    Nel  pi  folto  della boscaglia,  sul ciglio di una di quelle piccole
    radure rotonde che lasciano nei boschi le carbonaie ardendo le  radici
    degli alberi,  in una specie di buca fatta dai rami, qualche cosa come
    un ridottino di fronde, una donna sedeva sul muschio,  tenendo al seno
    un  neonato  che  poppava e sulle ginocchia le testoline bionde di due
    bimbi addormentati.
    L'imboscata non consisteva in altro.
    - Che fate qui, voi? - grid la vivandiera.
    La donna alz la testa.
    Furiosa, la vivandiera soggiunse:
    - Siete pazza, da stare qui?
    Poi riprese, esplicativa:
    - Un momento ancora, ed eravate spacciata!
    Rivolgendosi quindi ai soldati, la vivandiera disse ancora:
    - E' una donna!
    - Lo vediamo bene, perbacco! - disse un granatiere.
    La vivandiera riprese:
    - Venire nei boschi a farsi massacrare!...  Come pu  passare  per  la
    mente di commettere simili bestialit?
    La donna,  stupefatta,  spaventata, impietrita, guardava attorno, come
    in un sogno, quei fucili,  quelle sciabole,  quelle baionette,  quelle
    facce feroci.
    I due bimbi si svegliarono e gridarono.
    - Ho fame! - disse uno.
    - Ho paura! - disse l'altro.
    Il neonato continuava a poppare.
    La vivandiera gli rivolse la parola:
    - Hai ragione tu, - gli disse.
    La madre era muta dal terrore.
    Il sergente le grid:
    - Non abbiate timore; siamo il battaglione del Berretto Rosso, noi!
    La  donna  rabbrivid dalla testa ai piedi.  Guard il sergente,  rude
    faccia di cui non si scorgevano che le sopracciglia,  i baffi,  e  due
    braci, che erano gli occhi.
    - Il battaglione dell'ex Croce Rossa,  - aggiunse la vivandiera.
    E il sergente continu:
    - Chi sei tu, signora?
    La  donna lo osservava,  atterrita.  Era magra,  giovane,  pallida,  a
    sbrendoli;  portava l'ampio cappuccio delle  contadine  bretoni  e  la
    coperta  di  lana  assicurata  al  collo con una cordicella.  Lasciava
    vedere il seno nudo con una indifferenza da  femmina.  I  suoi  piedi,
    senza scarpe n calze, sanguinavano.
    - E' una povera! - disse il sergente.
    E  la vivandiera riprese con la sua voce soldatesca e femminea,  dolce
    dopo tutto:
    - Come vi chiamate?
    In un balbettio quasi indistinto, la donna mormor:
    - Michelina Flchard.
    Frattanto  la  vivandiera  accarezzava  con  la  grossa  sua  mano  la
    testolina del poppante.
    - Che et ha questo marmocchio? - domand.
    La madre non cap. La vivandiera insistette.
    - Vi ho domandato l'et di questo qui.
    - Ah! - disse la madre. - Diciotto mesi.
    - E' grande,  - disse la vivandiera. - Non deve pi poppare. Bisogner
    divezzarlo. Minestra gli daremo.
    La madre cominciava a rassicurarsi. I due bimbi che si erano svegliati
    erano pi incuriositi che spaventati. Contemplavano le piume.
    - Oh! - disse la madre; - hanno una fame!
    Quindi soggiunse:
    - Non ne ho, di latte.
    - Daremo loro da mangiare,  - grid il sergente.  - E anche a  te.  Ma
    questo non basta. Quali sono le tue opinioni politiche?
    La donna guard il sergente e non rispose verbo.
    - Capisci la mia domanda?
    Ella balbett:
    -  Sono stata messa in convento da giovanissima;  ma mi sono maritata,
    non sono una monaca.  Le suore mi hanno insegnato a parlare  francese.
    Hanno dato fuoco al paese.  Siamo scappati cos in fretta,  che non ho
    avuto tempo di mettermi le scarpe.
    - Ti domando quali sono le tue opinioni politiche, io!
    - Non so cosa intendiate.
    Il sergente prosegu:
    - Ci sono donne che fanno la spia,  ecco tutto.  Si  devono  fucilare.
    Suvvia, parla! Non sei una zingara, tu? Qual  la tua patria?
    Ella continu a guardarlo come se non capisse. Il sergente ripet:
    - Qual  la tua patria?
    - Non lo so, - ella disse.
    - Come non sai quale sia il tuo paese?
    - Ah! il mio paese? Si che lo so.
    - E allora, qual  il tuo paese?
    La donna rispose:
    - E' la fattoria di Siscoignard, nella parrocchia di Az.
    Tocc  al  sergente  di  stupirsi,  questa  volta.  Rimase  un momento
    sovrappensiero. Poi riprese:
    - Hai detto?
    - Siscoignard.
    --Ma non  una patria, Siscoignard!
    - E' il mio paese.
    E, dopo un momento di riflessione, la donna soggiunse:
    - Capisco, signore. Voi siete francesi, io sono bretone.
    - E allora?
    - Non  lo stesso paese.
    - Ma  la stessa patria! - grid il sergente.
    La donna si limita a rispondere:
    - Sono di Siscoignard.
    - Vada per Siscoignard! - riprese il sergente.  - La tua famiglia  di
    l?
    - S.
    - Che cosa fa?
    - Sono morti tutti. Non ho pi nessuno.
    Il  sergente,  che  era  un pochino quel che si dice un bel parlatore,
    continu l'interrogatorio:
    - Tutti hanno parenti,  che diavolo!  se ne hanno o se ne hanno avuti.
    Chi sei? Parla.
    La  donna  ascolt  sbalordita  quel  o  se  ne  hanno  avuti,   che
    assomigliava pi a un grido di  bestia  selvatica  che  a  una  parola
    umana.
    La vivandiera sent il bisogno d'intervenire. Si rimise a carezzare il
    poppante e diede un buffetto sulla gota degli altri due.
    - Come si chiama la lattante? - domand.- E' bene una bambina, questa.
    La madre rispose: - Giorgina.
    - E il maggiore? Giacch  un uomo questo monello.
    - Gian Renato.
    -  E  il  minore?  Ch   un uomo anche lui,  e paffutello per giunta,
    quest'altro.
    - Alano, - disse la madre.
    - Carini,  questi piccoli,  - disse ancora la vivandiera,  - hanno gi
    l'aria di essere qualcuno.
    Frattanto, il sergente insisteva:
    - Parla, dunque, signora. Hai una casa?
    - Ne avevo una.
    - Dove?
    - Ad Az.
    - Perch non stai a casa tua?
    - Perch l'hanno bruciata.
    - Chi?
    - Non so. Una battaglia.
    - Di dove vieni?
    - Di l.
    - Dove vai?
    - Non so.
    - Al fatto! Al fatto! Chi sei?
    - Non so.
    - Non sai chi sei?
    - Siamo gente che scappiamo.
    - Di che partito sei?
    - Non lo so.
    - Sei per gli azzurri? sei per i bianchi? Con chi stai?
    - Sto coi miei figli.
    Ci fu una pausa. La vivandiera disse:
    - Non ne ho avuto di figlioli, io. Non ne ho avuto tempo.
    Il sergente ricominci:
    -  Ma i tuoi parenti?  Suvvia,  signora,  facci sapere chi sono i tuoi
    parenti. Io, per esempio, mi chiamo Radoub, sono sergente,  sono della
    via  Cherche-Midi,  mio padre e mia madre erano della stessa contrada,
    posso parlare dei miei.  Parlaci dei tuoi.  Dicci  chi  erano  i  tuoi
    genitori.
    - Erano i Flchard, ecco tutto.
    - S, i Flchard sono i Flchard come i Radoub sono i Radoub. Ma si ha
    pure  una condizione.  Che cosa erano i tuoi?  Che cosa facevano?  Che
    cosa fanno? Che cosa flechardavano i tuoi Flchard?
    - Erano contadini.  Mio padre era infermo e non poteva  lavorare,  per
    via che aveva ricevuto delle bastonate che il signore, il suo signore,
    il  nostro  signore,  gli  aveva  fatto dare;  il che era un tratto di
    bont, perch mio padre aveva preso un coniglio,  cosa per la quale si
    era  condannati  a  morte;  ma il signore lo aveva graziato,  dicendo:
    Dategli solo cento bastonate; e mio padre era rimasto storpio.
    - E poi?
    - Mio nonno era ugonotto.  Il  signor  curato  lo  fece  mandare  alle
    galere. Ero piccolissima.
    - E poi?
    - Il padre di mio marito era un contrabbandiere di sale. Il re lo fece
    impiccare.
    - E che cosa fa tuo marito?
    - In questi giorni si batteva.
    - Per chi?
    - Per il re.
    - E poi?
    - Santo Dio ! per il suo signore.
    - E poi?
    - Santo Dio! per il signor curato.
    - Corpo di mille bombe! - sagr un granatiere.
    La donna sussult dallo spavento.
    - Come vedete,  signora, siamo parigini, noi, - disse graziosamente la
    vivandiera.
    La donna congiunse le mani ed esclam:
    - O mio Dio signore Ges!
    - Niente superstizioni! - ingiunse il sergente.
    La vivandiera si sedette a  fianco  della  donna  e  si  tir  fra  le
    ginocchia il maggiore dei due bimbi,  che non si oppose.  I ragazzi si
    rassicurano come si spaventano,  cos,  senza  che  se  ne  sappia  il
    perch. Si direbbe che abbiano un avvertimento interiore.
    -  Povera la mia donna di questo paese,  - ella cominci,  - avete dei
    gran bei figliuoli, non c' che dire.  S'indovina l'et che hanno.  Il
    grande  ha quattro anni,  suo fratello ne ha tre.  Che ghiottona,  per
    esempio, questa pupattola che poppa! Ah,  mostro!  la vuoi smettere di
    mangiare tua madre in questo modo?  Suvvia, signora, non dovete temere
    di nulla. Dovreste entrare nel battaglione. Fareste come me. Mi chiamo
    la Ussara, io. Un soprannome, si sa. Ma preferisco chiamarmi la Ussara
    che signorina Bicorneau,  come mia madre.  Sono la cantiniera,  che  
    quanto  dire  quella  che  d  da  bere quando ci si mitraglia e ci si
    ammazza a vicenda. Un po' come il diavolo e l'acqua santa.  Abbiamo su
    per  gi  lo  stesso  piede;  vi dar un palo delle mie scarpe.  Ero a
    Parigi,  il 10 agosto,  io!  Ho dato da bere a Westermann.  Se ne  son
    fatti  di progressi!  Ho visto ghigliottinare Luigi Sedicesimo,  Luigi
    Capeto, come si dice. Non voleva. Ascoltatemi, diamine!  E dire che il
    13  gennaio  faceva  cuocere le castagne e rideva con la sua famiglia!
    Quando l'hanno steso di forza sopra la basculla, come la chiamano, non
    aveva pi n  marsina  n  scarpe.  Non  aveva  che  la  camicia,  una
    sottoveste  a  puntini,  i  calzoni  di  stoffa grigia e calze di seta
    grigia. Le ho viste, io, queste cose. La carrozza che lo aveva portato
    l,  era verniciata di verde.  Venite con noi,  via!  Sono tutti bravi
    ragazzi,   nel  battaglione;  sarete  la  cantiniera  numero  due.  Vi
    insegner io il mestiere.  Oh,  una cosa  semplicissima!  Bariletto  e
    gavettino  in mano,  si va nel putiferio,  in mezzo ai fuochi di fila,
    tra le cannonate,  dentro al parapiglia,  gridando: Chi vuol bere  un
    gotto,  ragazzi?.  Tutto qui.  Mesco da bere a tutti, io. Proprio. Ai
    bianchi come agli azzurri,  sebbene io sia  un'azzurra,  e  una  buona
    azzurra per giunta. Ma d da bere a tutti. Hanno tutti sete, i feriti.
    Si muore senza distinzione di opinioni. Dovrebbero stringersi la mano,
    quelli  che muoiono.  Che stramberia,  quella di battersi!  Venite con
    noi! Se rimarr ammazzata, mi sostituirete. Sembro cos,  io,  vedete?
    ma sono una buona donna e un uomo di fegato. Non temete nulla.
    Terminato che la vivandiera ebbe di parlare la donna mormora:
    -  La nostra vicina si chiamava Maria Giovanna e la nostra fantesca si
    chiamava Maria Claudia.
    Frattanto, il sergente Radoub rimproverava il granatiere:
    - Sta zitto, tu!  L'hai spaventata,  quella signora!  Non si bestemmia
    davanti alle donne.
    -  Gli    che  pur sempre un vero rompicapo per il comprendonio d'un
    galantuomo,  - ribatt il granatiere,  - vedere certi  irochesi  della
    Cina che hanno il suocero storpiato dal signore, il nonno galeotto per
    via del curato e il padre impiccato dal re,  e che si battono,  per la
    malora!  e si rivoltano e si fanno mettere a pezzi per il signore,  il
    curato e il re!
    Il sergente grid:
    - Silenzio nelle file!
    - Stiamo zitti, sergente, - riprese il granatiere, - ma ci non toglie
    che  fa  stizza  vedere  che  una  bella  donna cos si espone a farsi
    sgozzare per i begli occhi di un pretonzolo!
    - Granatiere,  - disse il sergente;  -  non  siamo  al  circolo  della
    sezione delle Picche, qui. Bando all'eloquenza!
    E si rivolse alla donna:
    - E tuo marito, signora, che fa? Che ne  stato di lui?
    - Non ne  stato pi niente, perch l'hanno ammazzato.
    - Dove?
    - Nella siepe.
    - Quando?
    - Tre giorni fa.
    - Chi?
    - Non lo so.
    - Come! non sai chi ha ammazzato tuo marito?
    - No.
    - Un azzurro, forse? o un bianco?
    - Una fucilata.
    - Tre giorni fa?
    - S.
    - Da che parte?
    - Dalla parte di Erne. Mio marito  caduto. Ecco.
    - E che hai fatto, tu, da quando  morto tuo marito?
    - Porto via i piccini.
    - E dove li porti?
    - Sempre avanti.
    - Dove dormi?
    - Per terra.
    - Che cosa mangi?
    - Nulla.
    Il  sergente ebbe quella smorfia tutta militare che fa toccare il naso
    dai baffi.
    - Nulla?
    - Voglio dire prugnole,  more dei rovi,  quando  ne  rimangono  ancora
    dell'anno passato, chicchi di mirtillo, germogli di felce.
    - Gi. E' quanto dire nulla.
    Il maggiore dei bimbi, che pareva capisse, gemette:
    - Ho fame!
    Il  sergente  si  trasse di tasca un pezzo di pagnotta e lo porse alla
    madre.  La madre ruppe il pane in due pezzi e li  diede  ai  bimbi.  I
    piccini vi piantarono avidamente i denti.
    - Non ne ha tenuto, per s, - brontol il sergente.
    - Perch non ha fame, - disse un soldato.
    - Perch  la madre, - disse il sergente.
    I bimbi smisero di masticare
    - Da bere, - disse uno dei due.
    - Da bere, - ripet l'altro.
    - Non c' nemmeno un ruscello in questo bosco del diavolo!  - disse il
    sergente.
    La vivandiera prese la tazza di rame  che  le  pendeva  dalla  cintola
    assieme  al  gavettino,  gir la chiavetta del bariletto che portava a
    tracolla,  vers alcune gocce nella tazza  e  accost  la  tazza  alle
    labbra dei bimbi.
    Il primo bevve e fece una smorfia.
    Il secondo bevve e sput.
    - Eppure,  buona, - disse la vivandiera.
    - Acquavite?  -  domand il sergente.
    - S, e della migliore. Ma son gente di campagna.
    E la donna si bevve il rimanente
    Il sergente riprese:
    - Cos, dunque, te la svigni, eh, signora?
    - Bisogna pure.
    - A rotta di collo attraverso i campi, eh?
    - Corro con tutte le mie forze, poi cammino, poi casco.
    - Povera parrocchiana! - esclam la vivandiera.
    -  Combattono,  -  balbetta  la  donna.  -  Sono  tutta  circondata da
    fucilate.  Non so che cosa abbiano tra loro.  Mi hanno  ammazzato  mio
    marito, io non ho capito altro che questo.
    Il sergente batt forte a terra il calcio del fucile, e sbott:
    - Che stupida guerra, corpo di un asino!
    La donna prosegu:
    - La notte scorsa, ci siamo coricati in una "mousse".
    - Tutt'e quattro?
    - Tutt'e quattro.
    - Coricati?
    - Coricati.
    - Allora - disse il sergente, - coricati in piedi.
    E si rivolse ai soldati:
    - Sapete,  camerati,  che cosa chiamano "mousse" questi selvaggi?  un
    alberone morto e cavo,  dove un uomo si pu infilare come dentro a  un
    fodero.  Che  cosa  volete?  Non sono obbligati a essere parigini,  vi
    pare?
    - Coricarsi nel cavo d'un albero!  - comment la vivandiera;  - e  con
    tre figliuoli!
    -  E  quando  i piccoli strillavano,  - riprese il sergente,  - doveva
    essere curiosa,  per quelli che passavano  e  non  vedevano  nulla  di
    nulla, sentire una pianta gridare: pap, mamma!.
    - Fortuna che siamo in estate, - sospir la madre.
    Ella guardava per terra,  rassegnata, con negli occhi lo sbalordimento
    delle catastrofi.
    I soldati, silenziosi, facevano cerchio intorno a quella miseria.
    Una vedova, tre orfani, la fuga, l'abbandono, la solitudine, la guerra
    rombante intorno intorno, all'orizzonte, la fame, la sete,  null'altro
    da mangiare che l'erba, nessun altro tetto all'infuori del cielo.
    Il sergente si avvicin alla donna e fiss gli occhi sulla bambina che
    poppava.  La  piccina  si stacc dal seno,  volt pian piano la testa,
    guard con le sue belle pupille azzurre la spaventosa faccia piena  di
    peli,  irsuta  e  fulva,  che  si  chinava  sopra di lei,  e si mise a
    sorridere.
    Il sergente si raddrizz.  Si vide una grossa lacrima  scorrergli  gi
    per la guancia e fermarglisi sulla punta d'un baffo, come una perla.
    Alz la voce.
    -  Camerati!  concludo,  da  tutto questo,  che il battaglione sta per
    diventare padre. D'accordo? Adottiamoli, questi tre marmocchi!
    - Viva la repubblica! - gridarono i granatieri.
    - E' detto! - conferma il sergente.
    Stese ambo le mani sopra la madre e i fanciulli.
    - Ecco, - disse, - i figli del battaglione del Berretto Rosso.
    La vivandiera si mise a saltare dalla gioia.
    - Tre teste in un berretto! - ella esclam.
    Poi scoppi in singhiozzi.  Baci perdutamente la povera vedova,  e le
    disse:
    - Che aria da birba ha gi, la piccola!
    - Viva la repubblica! - ripeterono i soldati.
    E il sergente disse alla madre:
    - Venite, cittadina!













    LIBRO SECONDO.
    LA CORVETTA CLAYMORE.

    1.
    INGHILTERRA E FRANCIA CONGIUNTE.

    Nella  primavera  del  1793,  nel momento in cui la Francia,  assalita
    contemporaneamente su  tutte  le  sue  frontiere,  aveva  la  patetica
    distrazione  della caduta dei girondini,  ecco che cosa accadeva nella
    Manica.
    Una sera,  il primo giugno,  a Jersey,  nella piccola baia deserta  di
    Bonnenuit,  circa un'ora prima del tramonto del sole,  con uno di quei
    tempi nebbiosi che tornano comodi a chi ha da fuggire,  in quanto sono
    pericolosi per navigare,  una corvetta spiegava le vele.  L'equipaggio
    di quel bastimento era francese,  ma il bastimento stesso faceva parte
    della  flottiglia  inglese posta di stazione e come di sentinella alla
    punta orientale dell'isola. Il principe di La Tour d'Auvergne, che era
    della casa di Bouillon, comandava la flottiglia inglese, e appunto per
    ordine suo, per espletare un servizio urgente e speciale,  la corvetta
    era stata distaccata.
    Quella  corvetta,  immatricolata  alla  Trinity-House  con  il nome di
    "Claymore", era, apparentemente, una corvetta da carico,  ma in realt
    una   corvetta  da  guerra.   Aveva  la  tozza  e  pacifica  struttura
    mercantile;  ma era meglio non  fidarsene.  Era  stata  costruita  con
    duplice  intento:  quello dell'astuzia e quello della forza: trarre in
    inganno, se possibile; combattere, se necessario.  Per il servizio che
    aveva da espletare quella notte,  il carico era stato sostituito,  nel
    frapponte,  da trenta  carronate  di  grosso  calibro.  Queste  trenta
    carronate, sia che si prevedesse una tempesta, sia che si volesse dare
    alla  nave  un  aspetto  bonaccione,  erano  al  coperto,  vale a dire
    fortemente ammarrate all'interno con triplici catene e con  la  volata
    appoggiata  ai  portelli  tappati  a  dovere.  Dal di fuori,  nulla si
    vedeva: le cannoniere erano dissimulate,  i portelli chiusi: era  come
    se  alla  corvetta  fosse  stata messa una specie di maschera.  Quelle
    carronate avevano le ruote di bronzo, a raggi, vecchio modello,  detto
    "modello  radiato".  Le  corvette di ordinanza i cannoni li hanno solo
    sul ponte;  questa,  fatta per la sorpresa e l'imboscata,  era a ponte
    disarmato  ed  era  stata  costruita  in  modo da poter portare,  come
    abbiamo visto pi sopra, una batteria nel frapponte. La "Claymore" era
    di garbo tozzo e massiccio,  pure era una buona camminatrice;  era  il
    pi solido scafo di tutta la marina inglese, e in combattimento valeva
    su per gi come una fregata,  sebbene non avesse per albero di mezzana
    che un alberello con una semplice randa. Il suo timone,  di forma fuor
    del  comune  e sapiente,  aveva una sagoma curva quasi unica,  che era
    costata cinquanta lire sterline nei cantieri di Southampton.
    L'equipaggio, tutto francese,  era composto di ufficiali emigrati e di
    marinai disertori.  Erano uomini accuratamente scelti: non uno che non
    fosse buon marinaio, buon soldato e buon realista. Avevano in tal modo
    il triplice fanatismo della nave, della spada e del re.
    Assieme con  l'equipaggio,  era  imbarcato  un  mezzo  battaglione  di
    fanteria di marina, che poteva, al bisogno, essere sbarcato.
    La  corvetta  "Claymore" aveva per capitano un cavaliere di San Luigi,
    il conte di Boisberthelot,  uno dei migliori ufficiali  della  vecchia
    marina  reale;  per secondo,  il cavaliere di La Vieuville,  che aveva
    comandato,  nelle guardie francesi,  la compagnia  in  cui  era  stato
    sergente Hoche, e per pilota il pi sagace padrone di barca di Jersey,
    Filippo Gacquoil.
    Che  quella  nave  avesse  da  compiere qualche cosa di straordinario,
    saltava subito all'occhio.  Vi si era,  infatti,  appena imbarcato  un
    uomo  che aveva tutta l'aria di starsi cacciando in un'avventura.  Era
    un vecchio alto, dritto e robusto, dalla faccia severa, di cui sarebbe
    difficile precisare l'et,  giacch sembrava giovane e  vecchio  a  un
    tempo,  uno  di  quegli uomini che sono pieni d'anni e pieni di forza,
    che hanno i capelli bianchi sulla fronte e  un  lampo  nello  sguardo;
    quarant'anni,  quanto  a  vigore,  e  ottanta quanto ad autorit.  Nel
    momento in cui era salito sulla corvetta,  il suo mantello da mare  si
    era  dischiuso  e  tutti avevano potuto vederlo,  sotto quel mantello,
    vestito di quelle larghe  brache,  che  son  dette  "bragon-bras",  di
    stivali  alla  cacciatora,  e  di  una casacca di pelle di capra,  che
    mostrava per diritto il cuoio con passamani di seta, e per rovescio il
    pelo irto e incolto,  costume completo  del  contadino  bretone.  Tali
    vecchie  casacche  bretoni erano a due usi: servivano tanto nei giorni
    di festa che in quelli di lavoro, ch si potevano rivoltare,  mettendo
    in  mostra  ora  il  lato villoso ora quello ricamato: pelli di bestia
    tutta la settimana, abiti di gala alla domenica.  L'abito da contadino
    indossato   da   quel   vecchio,   era,   come   per   avvalorare  una
    verosimiglianza cercata e voluta,  logoro alle ginocchia e nei gomiti,
    e pareva essere stato portato a lungo.  Il suo mantello da mare,  poi,
    di stoffa grossolana,  pareva un cencio  da  pescatore.  Quel  vecchio
    aveva in testa il cappello tondo che allora usava, alto di cocuzzolo e
    largo di tesa, che, abbassato, denota il contadino, e, rialzato da una
    parte  da un cordoncino e da una coccarda,  ha un che di militare.  Il
    vecchio  portava  quel  cappello  abbassato  alla   contadina,   senza
    cordoncino n coccarda.
    Lord  Balcarres,  governatore  dell'isola,  e  il  principe di La Tour
    d'Auvergne l'avevano personalmente accompagnato e istallato  a  bordo.
    L'agente  segreto  dei  principi,  Glambre,  ex guardia del corpo del
    signor conte d'Artois,  aveva presieduto egli stesso  all'allestimento
    della  sua  cabina,  spingendo la premura e il rispetto,  sebbene egli
    stesso gentiluomo di non ultimo  grado,  fino  a  seguire  il  vecchio
    portandone la valigia. Lasciandolo per ritornare a terra, il signor di
    Glambre  aveva rivolto a quel contadino un profondo saluto;  quanto a
    lord Balcarres,  gli aveva detto: Buona  fortuna,  generale!,  e  il
    principe  di La Tour d'Auvergne aveva soggiunto: Arrivederci,  cugino
    mio.
    Contadino  era  infatti  il  nome   col   quale   gli   appartenenti
    all'equipaggio  si  erano subito messi a designare il loro passeggero,
    nei brevi dialoghi che gli uomini di mare hanno tra  loro.  Pur  senza
    saperne  di  pi,  per  essi  capivano  che quel contadino non era un
    contadino pi di quanto la loro  corvetta  da  guerra  non  fosse  una
    corvetta da carico.
    C'era poco vento.  La "Claymore" lasci Bonnenuit,  pass davanti alla
    Boulay-Bay e fu  per  alcun  tempo  in  vista  correndo  bordate,  poi
    decrebbe nella notte che infittiva e scomparve.
    Un'ora dopo, Glambre, rientrato a casa sua a Saint-Hlier, sped, con
    l'espresso  di  Southampton,  al  signor conte d'Artois,  al quartiere
    generale del duca d'York, le righe che seguono:
    Monsignore,  la partenza ha avuto luogo or ora.  La riuscita  certa.
    Fra  otto giorni tutta la costa sar in fiamme,  da Granville a Saint-
    Malo.
    Quattro  giorni  prima,   per  mezzo  di  un  emissario  segreto,   il
    rappresentante Prieur della Marna, in missione presso l'esercito delle
    coste  di  Cherbourg  e residente per il momento,  a Granville,  aveva
    ricevuto,  vergato con la stessa scrittura del dispaccio  che  abbiamo
    riferito qui sopra, il seguente messaggio:
    Cittadino rappresentante,  il primo giugno,  all'ora della marea,  la
    corvetta da guerra "Claymore",  a batteria  mascherata,  spiegher  le
    vele  per  deporre  sulla  costa  di Francia un uomo,  di cui eccovi i
    connotati: statura alta, vecchio, capelli bianchi, vesti da contadino,
    mani da aristocratico. Domani vi mander maggiori particolari.  L'uomo
    sbarcher il 2 mattina.  Avvertite la squadra,  catturate la corvetta,
    fate ghigliottinare il vecchio.

    2.
    NOTTE SULLA NAVE E SUL PASSEGGERO.

    La corvetta, invece di puntare verso il sud e di dirigersi dalla parte
    di Santa Caterina,  aveva messo la prua a nord,  poi  aveva  virato  a
    ovest  e  si  era  risolutamente  cacciata  tra Serke Jersey,  in quel
    braccio di mare che viene chiamato il Passaggio del Disastro.  A  quei
    tempi  non  c'era  alcun  faro n sull'una n sull'altra di quelle due
    coste.
    Il sole era tramontato del tutto,  la notte era buia pi di quanto  lo
    siano,  di solito,  le notti estive.  Era una notte di luna, ma grandi
    nuvole,  da equinozio pi che da solstizio,  coprivano  il  cielo,  e,
    secondo ogni apparenza, la luna non sarebbe stata visibile che quando,
    li  l per tramontare,  avrebbe toccato l'orizzonte.  V'erano nubi che
    pendevano fin sul mare, coprendolo di nebbia.
    Tutta favorevole, quella oscurit.
    L'intenzione di  Gacquoil,  il  pilota,  era  di  lasciarsi  Jersey  a
    sinistra  e  Guernesey  a  destra  e  di  raggiungere,  con una audace
    traversata tra Hanois e Dover,  una qualunque  baia  del  litorale  di
    Saint-Malo.  Era una rotta meno breve di quella dei Minquiers,  ma pi
    sicura, in quanto la squadra francese, d'ordinario, aveva per consegna
    di fare soprattutto la ronda tra Saint-Hlier e Granville.
    Se il  vento  secondava,  se  nulla  sopravveniva,  Gacquoil  sperava,
    coprendo  la corvetta di vele,  di raggiungere la costa di Francia sul
    far del giorno.
    Tutto procedeva ottimamente;  la corvetta  aveva  appena  oltrepassato
    Gros-Nez.  Verso  le nove,  il tempo fece finta di imbronciarsi,  come
    dicono i marinai, e ci fu vento, e il mare si agit. Ma quel vento era
    buono, e quel mare era mosso senza essere violento. Comunque,  a certi
    colpi di mare, la prua della corvetta si ricopriva d'acqua.
    Il  contadino,  che  lord Balcarres aveva chiamato generale,  e al
    quale il principe di La Tour  d'Auvergne  aveva  detto  cugino  mio,
    aveva  il  piede  da marinaio e passeggiava con tranquilla gravit sul
    ponte della corvetta.  Pareva non accorgersi  nemmeno  che  era  molto
    scossa.  Di  tanto in tanto tirava fuori dalla tasca della sua casacca
    una tavoletta di cioccolata, spezzandone e masticandone un pezzo,  ch
    i  suoi  bianchi capelli non gli impedivano per nulla di avere tutti i
    suoi bravi denti.
    Non parlava con nessuno,  salvo  che,  ogni  tanto,  a  bassa  voce  e
    brevemente,  col  capitano,  che  lo  ascoltava con deferenza e pareva
    considerare quel passeggero come pi elevato in grado a bordo  di  lui
    stesso.
    La "Claymore",  abilmente pilotata, rasent, inosservata nella nebbia,
    la dirupata costa settentrionale di Jersey,  serrandosele  sotto,  per
    via  del pericoloso scoglio Pierres-de-Leeq,  che sporge nel mezzo del
    braccio di mare tra Jersey e Serk.  Gacquoil,  in  piedi  alla  barra,
    segnalava  di volta in volta la Grve de Leeq,  Gros-Nez,  Plmont,  e
    faceva scivolare la corvetta fra quelle catene di scogli,  a  tastoni,
    in  certo  qual  modo,  ma  con sicurezza,  come uno che sia di casa e
    conosca i sentieri dell'oceano.  La corvetta non aveva fanale di prua,
    per  timore  di  denunciare il suo passaggio in quei mari sorvegliati.
    Tutti si felicitavano della nebbia.  All'altezza di  Grande-Etape,  la
    nebbia era cos fitta,  che l'alto profilo del Pinnacolo si discerneva
    appena appena.  Fu udito scoccar le dieci al campanile di  Saint-Ouen:
    segno che il vento si manteneva di poppa. Tutto continuava a procedere
    ottimamente;  il  mare  diventava  sempre  pi  ondoso,  per via della
    vicinanza della Corbire.
    Poco dopo le dieci,  il conte di Boisberthelot e il  cavaliere  di  La
    Vieuville  riaccompagnarono  l'uomo dalle vesti da contadino fino alla
    sua cabina, che era l'alloggio dello stesso capitano. Quando fu l per
    entrarvi, il vecchio disse loro abbassando la voce:
    - Signori,  voi sapete che importanza abbia il segreto.  Silenzio fino
    al  momento  dell'esplosione.  Qui,  il mio nome lo conoscete soltanto
    voi.
    - Lo porteremo con noi nella tomba, - rispose Boisberthelot.
    - Quanto a me - riprese il vecchio - fossi pure  davanti  alla  morte,
    non lo direi di sicuro
    Ed entr in cabina.

    3.
    NOBILTA' E PLEBE CONGIUNTE.

    Il  comandante  e  il  secondo  risalirono  sul  ponte  e  ripresero a
    camminare  uno  di  fianco   all'altro,   chiacchierando.   Parlavano,
    evidentemente, del loro passeggero, ed ecco, a un dipresso, il dialogo
    che il vento disperdeva nelle tenebre.
    Il Boisberthelot brontol sottovoce all'orecchio di La Vieuville:
    -Vedremo, ora, se  un capo.
    La Vieuville rispose:
    - Frattanto,  un principe.
    - Quasi.
    - Gentiluomo in Francia, ma principe in Bretagna.
    - Come i La Trmouille, come i Rohan.
    - Coi quali  imparentato.
    Boisberthelot riprese:
    -  In Francia e nelle carrozze del re,  egli  marchese,  come io sono
    conte e voi siete cavaliere.
    - Le carrozze! eh! sono lontane le carrozze! - esclam La Vieuville. -
    Siamo alle carrette, per adesso.
    Ci fu un silenzio.
    Boisberthelot riprese a dire:
    - In mancanza di un principe francese, si prende un principe bretone.
    - In mancanza di tordi... Anzi,  in mancanza di una aquila,  si piglia
    un corvo...
    -  Preferirei un avvoltoio,  - disse il Boisberthelot.  E La Vieuville
    ribatt:
    - Certo! un becco e artigli.
    - Vedremo.
    - S, - riprese La Vieuville, -  ora che ci sia un capo.  Io sono del
    parere del Tintniac: un capo e della polvere!. Ecco, comandante, io
    conosco  su  per  gi tutti i capi possibili e impossibili;  quelli di
    ieri,  quelli di oggi e quelli di domani;  nessuno di essi  l'uomo di
    guerra  che  ci  occorre.  In  questa  indiavolata  Vandea  occorre un
    generale che sia al tempo stesso un procuratore: bisogna  annoiare  il
    nemico,  disputargli il mulino,  il cespuglio,  il fosso, il ciottolo;
    bisogna provocarlo,  trarre vantaggio  da  tutto,  avere  l'occhio  su
    tutto,  massacrare  molto,  dare  esempi su esempi,  non aver sonno n
    piet.  Ora come ora,  in quell'esercito di contadini  ci  sono  degli
    eroi,  ma  non un capitano.  D'Elbe  una nullit,  Lescure  malato,
    Bonchamps  fa  grazia,    buono,  stupido.  La  Rochejacquelin    un
    magnifico  sottoluogotenente,  Silz  un ufficiale di aperta campagna,
    non idoneo alla  guerra  di  espedienti;  Chathelineau    un  ingenuo
    carrettiere,  Stofflet  un  astuto  guardacaccia,  Brard  un inetto,
    Boulainvilliers   ridicolo,  Charrette  orribile.  E  non  parlo  del
    barbiere  Gastone,   giacch,  perdinci!  a  che  serve  avversare  la
    rivoluzione,  e che differenza  c'  tra  i  repubblicani  e  noi,  se
    facciamo comandare i gentiluomini dai parrucchieri?
    -  Fatto  sta che questa canaglia di rivoluzione ci si attacca anche a
    noi.
    - Una vera rogna per la Francia!
    - Rogna del terzo stato, - riprese il Boisberthelot.
    - Soltanto l'Inghilterra ce ne pu tirar fuori.
    - Ce ne tirer fuori, non dubitarne, capitano.
    - E' ben brutta, intanto.
    - Certo!  Villani dappertutto.  La monarchia,  che ha per generale  in
    capo Stofflet,  guardacaccia del signor di Maulevrier, non ha nulla da
    invidiare alla repubblica,  che ha  per  ministro  Pache,  figlio  del
    portinaio  del  duca  di  Castries.  Che riscontro in questa guerra di
    Vandea:  da  una  parte  Santerre  il  birraio,   dall'altra   Gastone
    l'apprendista parrucchiere!
    - Ho una certa stima di questo Gastone, io, mio caro La Vieuville. Non
    si   poi comportato male,  quando ha avuto il comando di Gumn.  Ha
    bellamente archibugiato trecento  azzurri,  dopo  averli  costretti  a
    scavarsi la loro propria tomba.
    - Alla buon'ora! Ma l'avrei fatto anch'io altrettanto bene che lui.
    - Senza dubbio, perbacco. Ed io non meno.
    -  Le  grandi azioni di guerra,  - riprese La Vieuville,  - richiedono
    nobilt in chi le compie. Sono cose da cavalieri, non da parrucchieri.
    - Eppure,  - ribatt il Boisberthelot,  - ci  sono,  in  questo  terzo
    stato, degli uomini stimabili. Quell'orologiaio Joly, per esempio. Era
    stato sergente nel reggimento di Fiandra, si fa capo vandeano, comanda
    una banda della costa;  ha un figlio che  repubblicano,  e, mentre il
    padre  serve  tra  i  bianchi,   il  figlio   serve   negli   azzurri.
    S'incontrano.  Battaglia.  Il  padre  fa  prigioniero  il figlio e gli
    brucia le cervella.
    - E' dei buoni, costui, - dice La Vieuville.
    - Un Bruto realista, - riprese Boisberthelot.
    - Il che non toglie  che    insopportabile  essere  comandato  da  un
    Coquereau,  un  Jean-Jean,  un  Moulins,  un  Focart,  un  Boujin,  un
    Chouppes!
    - Dall'altra parte,  mio caro cavaliere,  la collera non  meno grande
    che  dalla  nostra.  Noi  siamo pieni di borghesi,  loro sono pieni di
    nobili.  Credete  forse  che  i  sanculotti  siano  contenti  d'essere
    comandati dal conte di Canclaux, dal visconte di Miranda, dal visconte
    di  Beauharnais,  dal conte di Valenza,  dal marchese di Custine e dal
    duca di Biron?
    - Che ginepraio!
    - E dal duca di Chartres!
    - Figlio di "Egalit". A proposito, quando sar, re, costui?
    - Mai!
    - Sale al trono, vi dico. E' portato in su dai suoi delitti.
    - E ricacciato in gi dai suoi vizi, - disse Boisberthelot.
    Ci fu un altro silenzio, poi Boisberthelot riprese:
    - Eppure aveva voluto riconciliarsi. Era venuto a vedere il re.  C'ero
    io, a Versailles, quando gli hanno sputato sulla schiena.
    - Dall'alto dello scalone?
    - S.
    - Hanno fatto bene.
    - Lo chiamavamo Borbone il barbone (1).
    - E' calvo, pieno di pustole, regicida, beh!
    E La Vieuville soggiunse:
    - Ero a Ouersant con lui, io.
    - Sul "Santo Spirito"?
    - S.
    -  Se  avesse obbedito al segnale di stringere il vento che gli faceva
    l'ammiraglio d'Orvilliers, avrebbe impedito agli inglesi di passare.
    - Certo.
    - E' vero che si sia nascosto in fondo alla stiva?
    - No. Ma bisogna dirlo lo stesso.
    E La Vieuville sbott in una risata.
    Boisberthelot riprese.
    - Ce ne sono di imbecilli!  Quel Boulainvillier di  cui  parlavate  or
    ora,  per esempio,  La Vieuville.  L'ho conosciuto da vicino,  io.  In
    principio, i contadini erano armati di picche, orbene, non s'era forse
    fissato  in  mente  di  farne  dei  picchieri?  Voleva  insegnar  loro
    l'esercizio della picca per traverso e della picca bassa, con la punta
    in  avanti.  Aveva  sognato  di  trasformare  quei selvaggi in soldati
    regolari.  Pretendeva insegnar  loro  a  smussare  gli  angoli  di  un
    quadrato e a formare dei battaglioni vuoti al centro. Farfugliava loro
    la vecchia parlata militare.  Per dire un caposquadra,  diceva un "cap
    d'escadre",   che  era  l'appellativo   dei   caporali   sotto   Luigi
    Quattordicesimo. Si ostinava, con tutti quei bracconieri, a mettere in
    piedi  un  reggimento.  Aveva  compagnie  regolari,  i cui sergenti si
    schieravano in cerchio tutte le sere  per  ricevere  la  parola  e  la
    controparola  d'ordine  dal  sergente  della  prima compagnia,  che la
    bisbigliava all'orecchio del  sergente  della  seconda,  il  quale  la
    diceva  al  suo  vicino,  che la trasmetteva al successivo,  e cos di
    orecchia in orecchia, fino all'ultimo. Espulse dai ranghi un ufficiale
    che non si era alzato a testa scoperta per ricevere la parola d'ordine
    dalla  bocca  del  sergente.   Immaginatevi  come  fin  tutta  quella
    faccenda.  Quell'allocco  non  capiva  che  i contadini debbono essere
    trattati da contadini, e che non si fanno uomini di caserma con uomini
    dei boschi. S, quel Boulainvillier l'ho conosciuto, io.
    Fecero alcuni passi, ciascuno immerso nei propri pensieri.
    Poi la conversazione prosegu:
    - A proposito: si ha avuto la conferma dell'uccisione di Dampierre?
    - S, comandante.
    - Davanti a Cond?
    - Al campo di Pamars. Da una palla di cannone.
    Boisberthelot trasse un sospiro. - Il conte di Dampierre! Un altro dei
    nostri, che era con loro.
    - Buon viaggio! - disse La Vieuville.
    - E dove sono le Madame (2)?
    - A Trieste.
    - Sempre?
    - Sempre.
    E La Vieuville esclam:
    - Ah,  quella repubblica!  Quante rovine per cos poco!  E pensare che
    questa rivoluzione  scoppiata per pochi milioni di deficit!
    -   Bisogna   diffidare  dei  piccoli  punti  di  partenza!   -  disse
    Boisberthelot.
    - Va tutto male, - riprese La Vieuville.
    - S. La Rouarie  morto,  Du Dresnay  idiota e che tristi armeggioni
    sono  tutti  quei vescovi!  quei Coucy,  vescovo della Rochelle,  quel
    Beaupoil Saint-Aulaire,  vescovo di Poitiers,  quel Mercy,  vescovo di
    Luon, amante della signora di L'Eschasserie!...
    - Che si chiama Servanteau,  lo sapete, comandante? L'Eschasserie  il
    nome d'una terra.
    - E quel falso vescovo di Agra, che  curato di non so dove?
    - Di Dol. Si chiama Guillot di Folleville.  E' coraggioso,  del resto,
    si batte.
    - Dei preti,  quando occorrerebbero dei soldati!  Vescovi che non sono
    vescovi! generali che non sono generali.
    La Vieuville interruppe Boisberthelot.
    - Avete in cabina il "Monitore", comandante?
    - S.
    - Che opere si danno a Parigi, in questo momento?
    - "Adele e Paolina" e "La caverna".
    - Quanto vorrei assistervi!
    - Vi assisterete. Fra un mese saremo a Parigi.
    Boisberthelot medit un momento, e soggiunse:
    - Al pi tardi. Cos ha detto il signor Windham a milord Hood.
    - Non  vero, allora, comandante, che tutto vada cos male!
    - Tutto andrebbe  bene,  perbacco,  a  condizione  che  la  guerra  in
    Bretagna fosse condotta a dovere.
    La Vieuville scrolla la testa.
    - Sbarcheremo la fanteria di marina, comandante?
    - S,  se la costa ci  favorevole;  no,  se ci  ostile.  Talvolta la
    guerra deve sfondare gli usci,  talaltra deve sgattaiolare dentro.  La
    guerra  civile  bisogna  sempre che abbia in tasca un grimaldello.  Si
    far il possibile. Quello che conta  il capo.
    E Boisberthelot, pensoso, aggiunse:
    - Che ne pensereste del cavaliere di Dieuzie, voi, La Vieuville?
    - Del giovane?
    - S,
    - Per comandare?
    - S.
    - Che  anche  lui  un  ufficiale  da  campo  aperto  e  da  battaglia
    manovrata. La boscaglia non conosce che il contadino.
    -   Rassegnatevi,   allora,   al   generale  Stofflet  e  al  generale
    Cathelineau.
    La Vieuville pens un momento, poi disse:
    - Ci vorrebbe un principe,  un principe di Francia,  un  principe  del
    sangue. Un vero principe.
    - Perch? Chi dice principe...
    - Dice pusillanime.  Lo so, comandante; ma  per l'effetto che farebbe
    agli occhi sbalorditi degli insorti vandeani.
    - Non se la sentono di venire, i principi, mio caro cavaliere.
    - Se ne far a meno.
    Boisberthelot fece quel gesto incosciente,  che consiste nel  premersi
    la fronte con la mano, come per strizzarne una idea.
    Poi riprese:
    - E facciamone la prova, dopo tutto, di questo generale.
    - E' un gran gentiluomo.
    - Credete che baster?
    - Purch sia dei buoni, - disse La Vieuville.
    - Vale a dire feroce, - precis Boisberthelot.
    Il conte e il cavaliere si guardarono.
    - Avete detto la parola esatta,  voi, signor di Boisberthelot. Feroce!
    S,   proprio  di  questo  abbiamo  bisogno.   E'  la   guerra   senza
    misericordia,  questa,  l'ora dei sanguinari. I regicidi hanno mozzato
    la testa a Luigi  Sedicesimo,  noi  strapperemo  gambe  e  braccia  ai
    regicidi.  S,  il  generale  che  ci vuole  il generale Inesorabile.
    Nell'Angi e nell'alto Poitou,  i capi fanno i  magnanimi,  diguazzano
    nella  generosit,  e  tutto va a rovescio.  Nel Marais e nel paese di
    Retz i capi sono atroci, e l tutto procede a dovere.  Charrette tiene
    testa a Parrein solo e in quanto  feroce. Iena contro iena.
    Boisberthelot  non  ebbe  il  tempo  di rispondere a La Vieuville.  La
    Vieuville ebbe la parola bruscamente mozzata  in  bocca  da  un  grido
    disperato,   e   nel  medesimo  istante  si  ud  un  rumore  che  non
    assomigliava a nessuno dei rumori che si   soliti  sentire.  Grido  e
    rumori venivano dall'interno della nave.
    Il capitano e il luogotenente si precipitarono verso il frapponte,  ma
    non vi poterono entrare. Tutti i cannonieri ne risalivano smarriti.
    Era accaduta una cosa spaventevole.


    NOTA 1: Letteralmente, in francese,  "Bourbon le Bourbeux" (Borbone il
    Fangoso).
    NOTA 2: "Madama",  titolo riservato alle figlie del re,  del delfino e
    alla moglie del fratello del re.

    4.
    "TORMENTUM BELLI". [Tormento di guerra: N.d.T]

    Una delle carronate della batteria,  un pezzo da ventiquattro,  si era
    staccato.
    E'  il  pi terribile di tutti gli avvenimenti che possano verificarsi
    in mare, questo, forse. Nulla di pi terribile pu accadere a una nave
    da guerra al largo, in piena navigazione.
    Un cannone che spezza i suoi ormeggi diventa di punto in bianco non si
    sa che bestia sovrannaturale.  E' una macchina che si trasforma in  un
    mostro.  Quella massa corre sulle sue ruote,  ha movimenti da palla di
    biliardo, si piega col rullio, si tuffa col beccheggio, va, viene,  si
    ferma, sembra meditare, riprende la corsa, attraversa come una freccia
    la  nave  da  un capo all'altro,  compie delle giravolte,  si sottrae,
    fugge, s'impenna, urta,  sgretola,  uccide stermina.  E' un ariete che
    batte la muraglia a suo capriccio,  con l'aggravante che l'ariete  di
    ferro e la muraglia di legno. E' la massa in libert della materia, si
    direbbe che  questo  perpetuo  schiavo  si  vendichi;  sembra  che  la
    cattiveria  insita in ci che noi chiamiamo gli oggetti inerti esca ed
    esploda a un tratto;  d l'impressione d'un qualche cosa che perda  la
    pazienza  e  si  prenda  una  strana,  oscura rivincita;  nulla di pi
    inesorabile della collera dell'inanimato.  Quel forsennato  blocco  ha
    gli sbalzi della pantera,  la pesantezza dell'elefante,  l'agilit del
    sorcio, l'ostinatezza dell'ascia,  l'inatteso dell'onda,  i guizzi del
    lampo,  la sordit del sepolcro.  Pesa diecimila chili e rimbalza come
    una palla da gioco.  Compie giravolte bruscamente interrotte da angoli
    retti.  Che fare?  Come venirne a capo? Una tempesta cessa, un ciclone
    passa, un vento cade, un albero spezzato si sostituisce,  una falla si
    tura, un incendio si spegne: ma come uscirne con quell'enorme bruto di
    bronzo?  Come regolarsi con esso? Un alano, potete persuaderlo, potete
    sbalordire  un  toro,  affascinare  un  boa,   spaventare  una  tigre,
    intenerire  un leone;  ma non c' nulla da fare con questo mostro d'un
    cannone sguinzagliato.  Ucciderlo non potete,    morto.  E  al  tempo
    stesso vive. Vive d'una vita sinistra, che gli viene dall'infinito. Ha
    sotto di s un tavolato,  che lo dondola.  E' mosso dalla nave,  che 
    mossa dal mare,  che  mosso  dal  vento.  Questo  sterminatore    un
    trastullo.  E' in balia della nave,  delle onde,  dei venti: da ci la
    sua  spaventevole  vitalit.   Che  fare  a  quell'ingranaggio?   Come
    impastoiare quel mostruoso meccanismo del naufragio? Come prevedere il
    suo  andare  e  venire,  i suoi ritorni,  i suoi impuntamenti,  i suoi
    cozzi?  Ognuno dei suoi urti contro le murate pu  sfondare  la  nave.
    Come  indovinare quegli spaventevoli serpeggiamenti?  Si ha a che fare
    con un proiettile che muta opinione,  che sembra aver  delle  idee,  e
    cambia  direzione  ogni  momento.  Come  fermare  ci che  giocoforza
    evitare? L'orribile cannone si dimena, procede, indietreggia, colpisce
    a destra,  colpisce a sinistra,  sfugge,  passa,  sconcerta  l'attesa,
    frantuma l'ostacolo,  schiaccia gli uomini al pari di mosche. Tutto il
    terrore  della  situazione  sta  nella  mobilit  del  tavolato.  Come
    combattere un piano inclinato pieno di capricci?  La nave ha, per cos
    dire,  prigioniera nel ventre  la  folgore,  che  cerca  di  sfuggire:
    qualcosa di simile a un tuono che rotoli sopra un terremoto.
    In  un  baleno l'intero equipaggio fu in piedi.  La colpa era del capo
    pezzo,  che aveva trascurato di stringere a dovere la madrevite  della
    catena  di  arresto  e mal imbragato le quattro ruote della carronata:
    Quella  negligenza,   consentendo  qualche   spostamento   al   telaio
    dell'affusto,  smuoveva  i cunei d'arresto,  e aveva finito per mandar
    fuori di posto l'imbragatura.  Il canapo si era spezzato,  di modo che
    il  cannone non era pi legato all'affusto.  L'imbragatura fissa,  che
    impedisce il rinculo,  non era ancora in uso  a  quei  tempi.  Venuta,
    pertanto,  una  violenta  ondata  a  urtare  contro  il  portello,  la
    carronata mal imbrigliata aveva indietreggiato, e, spezzata la catena,
    si era messa formidabilmente a scorrazzare nel frapponte.
    Per farsi un'idea di quello strano slittamento,  ci  si  immagini  una
    goccia d'acqua che corra sopra un vetro.
    Nel  momento in cui si spezz la catena d'arresto,  i cannonieri erano
    nella batteria, quali in gruppi,  quali sparsi,  intenti a quei lavori
    di  preparazione  che  i  marinai  usano  compiere in previsione d'una
    chiamata al combattimento.  La  carronata,  lanciata  dal  beccheggio,
    s'apr  un  solco  in  quel  mucchio  d'uomini e ne schiacci di primo
    impeto quattro; ripresa, poi,  e rilanciata dal rullio,  tagli in due
    un  quinto disgraziato e and a urtare alla murata di babordo un pezzo
    della batteria, smontandolo. Da ci il grido di disperazione che s'era
    udito.  Tutti gli uomini si ammassarono  sulla  scala.  In  un  batter
    d'occhio la batteria fu deserta.
    L'enorme  pezzo era stato lasciato solo.  Era abbandonato a se stesso.
    Era padrone di s e padrone della nave. Poteva farne quel che volesse.
    Tutto  quell'equipaggio  d'uomini,   uso  a  ridere  nel  pieno  della
    battaglia, tremava. Impossibile dire lo spavento.
    Il  capitano  Boisberthelot  e il luogotenente La Vieuville,  che pure
    erano due intrepidi,  si erano fermati in cima  alla  scala,  e  muti,
    pallidi,  esitanti,  guardavano nel frapponte.  Qualcuno li scost del
    gomito e discese.
    Era il loro passeggero, il contadino,  l'uomo di cui avevano parlato
    un momento prima.
    Giunto in fondo alla scala, costui si ferm.

    5.
    "VIS ET VIR" [La forza e l'uomo: N.d.T.]

    Il cannone andava e veniva nel frapponte.  Si sarebbe detto il vivente
    carro dell'Apocalisse.  La lanterna  di  bordo,  che  dondolava  nella
    batteria,  sotto  la  ruota  di prora,  aggiungeva a quella visione un
    vertiginoso avvicendarsi d'ombra e di luce.  La forma del  cannone  si
    cancellava  nella  violenza  della  sua  corsa,  e  il  cannone stesso
    appariva ora nero nella luce, ora riverberante,  nell'oscurit,  vaghi
    chiarori.
    E  continuava  nella  demolizione  della  nave.  Gi  aveva fracassato
    quattro  altri  pezzi  e   aperto   due   spaccature   nella   murata,
    fortunatamente al di sopra della linea di immersione,  ma dalle quali,
    se fosse sopraggiunta una burrasca, l'acqua sarebbe entrata di sicuro.
    Si scagliava freneticamente sull'ossatura;  le  porche,  robustissime,
    resistevano,  in  quanto  i  legni  incurvati hanno una solidit tutta
    particolare,   ma  se  ne  sentivano  gli  scricchiolii  sotto  quella
    smisurata mazza,  che batteva, con una specie di inaudita ubiquit, da
    tutte le parti a un tempo.  Una pallottolina di piombo scossa  in  una
    bottiglia,  non  d  pi  rapide e pi insensate percosse.  Le quattro
    ruote passavano e ripassavano sugli uomini uccisi,  li tagliavano,  li
    smembravano,  li  sminuzzavano,  e  dei  cinque cadaveri avevano fatto
    venti tronconi, che rotolavano da un capo all'altro della batteria. Le
    teste morte sembravano gridare;  rivoli di  sangue  serpeggiavano  sul
    tavolato  secondo  le  oscillazioni impresse dal rullio.  Il fasciame,
    avariato in pi punti,  cominciava a sconnettersi.  Tutta la nave  era
    piena d'un mostruoso fragore.
    Il  capitano  non aveva tardato a riprendere il suo sangue freddo,  e,
    dietro suo ordine,  era stato gettato nel frapponte,  dal  boccaporto,
    quanto poteva essere atto a smorzare o a intralciare la sfrenata corsa
    del cannone;  materassi,  amache,  vele di ricambio, rotoli di gomene,
    sacchi dell'equipaggio,  nonch le balle di falsi assegnati di cui  la
    corvetta  aveva  un intero carico: infamia inglese considerata come un
    atto di buona guerra.
    Che potevano fare,  per,  quei cenci,  dal momento che nessuno  osava
    discendere  per  disporli  come sarebbe bisognato?  In pochi minuti fu
    tutto sminuzzato.
    C'era giusto quel tanto di mare mosso che occorreva perch l'accidente
    fosse completo il pi possibile.  Era  da  desiderarsi  una  tempesta;
    poteva  darsi che essa avesse a ribaltare il cannone,  del quale,  una
    volta che fosse stato con le quattro ruote all'aria, non sarebbe stato
    difficile impadronirsi.
    La  rovina,  frattanto,   andava  aumentando.   C'erano  scorticature,
    fratture,  persino agli alberi,  che,  incassati nella struttura della
    chiglia,  attraversano i ponti della nave,  fungendovi come da  grossi
    pilastri rotondi.  Sotto il convulso percuotere del cannone,  l'albero
    di mezzana si era incrinato;  lo stesso albero maestro era  incrinato.
    La  batteria  si  sgangherava.  Dieci cannoni su trenta erano fuori di
    combattimento; le brecce nei fianchi si moltiplicavano,  e la corvetta
    cominciava a imbarcare acqua.
    Il vecchio passeggero disceso nel frapponte pareva un uomo di sasso in
    fondo  alla  scaletta.  Teneva  fisso su quella devastazione un occhio
    severo.  Non faceva un movimento.  Pareva impossibile  fare  un  passo
    nella  batteria.  Ogni  movimento  della  carronata  in libert pareva
    dovesse provocare lo sfondamento della nave. Qualche momento ancora, e
    il naufragio sarebbe stato inevitabile.
    O morire o mettere fine  alla  devastazione.  Bisognava  prendere  una
    decisione, ma quale?
    Che combattente, quella carronata!
    Si trattava di immobilizzare quella spaventevole pazza.
    Si trattava di agguantare quel lampo.
    Si trattava di atterrare quel fulmine.
    Boisberthelot disse a La Vieuville:
    - Credete in Dio, voi, cavaliere?
    La Vieuville rispose:
    - S. No. Qualche volta.
    - Durante la tempesta?
    - S. E nei momenti come questo.
    - Infatti, soltanto Dio ce ne pu tirar fuori, - disse Boisberthelot.
    Tutti tacevano,  lasciando che la carronata provocasse il suo orribile
    fracasso.
    Dal di fuori,  l'ondata,  battendo la nave,  rispondeva agli urti  del
    cannone  coi  colpi  di  mare.  Si  sarebbe  detto l'alternarsi di due
    martelli.
    A un tratto, in quella specie di inaccessibile circo in cui balzava il
    cannone sfuggito,  si vide apparire un uomo con una sbarra di ferro in
    pugno.  Era  l'autore  della  catastrofe,  il  capo pezzo colpevole di
    negligenza e cagione del  disastro,  il  comandante  della  carronata.
    Avendo fatto il male,  voleva rimediarvi. Aveva impugnato con una mano
    una sbarra di manovra, con l'altra una trozza a nodo scorsoio,  ed era
    saltato, attraverso il boccaporto, nel frapponte.
    Cominci   allora,   spettacolo  titanico,   una  cosa  selvaggia:  il
    combattimento del cannone contro il  cannoniere;  la  battaglia  della
    materia e dell'intelligenza; il duello della cosa contro l'uomo.
    L'uomo  si era appostato in un angolo,  e,  sbarra in un pugno,  corda
    nell'altro,  addossato a una porca,  piantato  sopra  i  garretti  che
    parevano pilastri d'acciaio,  livido,  calmo,  tragico,  come radicato
    nell'impiantito, aspettava.
    Aspettava che il cannone gli passasse vicino.
    Il cannoniere conosceva il suo  pezzo,  e  gli  pareva  che  il  pezzo
    dovesse conoscere lui.  Vivevano insieme da tempo. Quante volte l'uomo
    aveva cacciato al  pezzo  la  mano  nella  gola!  Era  il  suo  mostro
    familiare.  Cominci a parlargli come al proprio cane.  - Vieni! - gli
    diceva. Forse gli voleva bene.
    Pareva desiderare che il pezzo andasse da lui.
    Ma andare da lui,  era andare su di lui.  E allora era  perduto.  Come
    evitare   d'essere   schiacciato?   Il  problema  era  quello.   Tutti
    guardavano,  atterriti.  Non un petto respirava liberamente,  eccezion
    fatta,  forse,  per  il  petto  del vecchio solo nel frapponte coi due
    contendenti, sinistro testimonio.
    Anche costui correva il rischio d'essere sfracellato dal pezzo,  n si
    muoveva.
    Sotto di loro, la cieca onda del mare dirigeva il combattimento.
    Nel  momento  in cui,  accettando quello spaventoso corpo a corpo,  il
    cannoniere era andato a  provocare  il  cannone,  volle  il  caso  che
    l'ondeggiamento  marino  mantenesse  per  un  istante  immobile e come
    stupefatta la carronata. - Vieni, dunque! - le diceva l'uomo,  ed essa
    pareva ascoltare.
    Subito  la  carronata balz su di lui.  L'uomo schiv il colpo.  Fu la
    lotta.  Inaudita.  La fralezza che si azzuffava con l'invulnerabilit.
    Il  bestiario  di carne che assaliva la belva di bronzo.  Da una parte
    una forza, un'anima dall'altra.
    Tutto accadeva in una penombra.  Era come l'indistinta visione  di  un
    prodigio.
    Cosa strana, un'anima! e si sarebbe detto che il cannone ne avesse una
    anche lui; ma un'anima di odio e di rabbia. Quella cecit pareva avere
    occhi.  Il  mostro aveva l'aria di spiare l'uomo.  C'era,  o almeno si
    sarebbe potuto credere che ci fosse,  dell'astuzia  in  quella  massa.
    Sceglieva  anch'essa  il  suo  momento.  Era  chiss  quale gigantesco
    insetto di ferro, che aveva, o pareva avesse, la volont di un dmone.
    A tratti, quella colossale cavalletta cozzava contro il basso soffitto
    della batteria,  poi ricadeva sulle sue quattro ruote come  una  tigre
    sulle  sue  quattro zampe,  e si rimetteva a correre addosso all'uomo.
    Flessibile,  agile,  accorto,  l'uomo si torceva come un colubro sotto
    tutti quei movimenti da folgore.  Egli evitava i cozzi,  ma i colpi ai
    quali si sottraeva ricadevano sulla nave e continuavano a demolirla.
    Alla carronata era rimasto  attaccato  un  troncone  di  catena,  che,
    chiss come,  si era impigliata nella vite del bottone di culatta. Una
    estremit di quella catena era fissata all'affusto.  L'altra,  libera,
    roteava  perdutamente  attorno  al  cannone,  di cui esagerava tutti i
    sobbalzi.  La vite la teneva come una mano chiusa,  e  quella  catena,
    aggiungendo ai colpi di ariete i colpi di scudiscio, turbinava intorno
    al cannone in modo terribile, frustino di ferro in un pugno di bronzo.
    Rendeva pi complessa la lotta, quella catena.
    Pure  l'uomo  lottava.  Di  quando  in  quando,  anzi,  era l'uomo che
    attaccava il cannone.  Strisciava lungo la murata,  con sbarra e corda
    alla mano; il cannone pareva capire, e, quasi subodorasse un tranello,
    fuggiva. Formidabile, l'uomo lo inseguiva.
    Cose simili non possono andar per le lunghe.  Parve che a un tratto il
    cannone si dicesse: Ors,  bisogna farla finita!;  e  si  ferm.  Si
    sent che si avvicinava lo scioglimento. Il cannone, in attesa, pareva
    avesse  o  aveva,   giacch  era  per  tutti  un  essere,  una  feroce
    premeditazione.   D'un  tratto,   si  precipit  sul  cannoniere.   Il
    cannoniere si fece da un lato, lo lasci passare e, ridendo gli grid:
    - Da capo!  - Il cannone,  come furibondo mand in pezzi una carronata
    di babordo; poi, riafferrato dall'invisibile fionda che lo teneva,  si
    slanci, a tribordo, sull'uomo, che gli sfugg di nuovo. Tre carronate
    si sfasciarono sotto l'urto del cannone;  allora, come acciecato, come
    non sapesse pi che si facesse,  volt le spalle all'uomo,  rotol  da
    poppa  a  prora,  sgangher  la  ruota  di  prora e and ad aprire una
    breccia in quel fasciame.  L'uomo si  era  rifugiato  ai  piedi  della
    scaletta,  a  pochi  passi dal vecchio testimonio.  Teneva in resta la
    sbarra di manovra.  Il cannone parve lo scorgesse,  e,  senza darsi la
    pena  di voltarsi,  indietreggi sull'uomo con la prontezza d'un colpo
    di scure.  L'uomo,  con le spalle  alla  murata,  era  perduto.  Tutto
    l'equipaggio manda un grido.
    Ma il vecchio passeggero,  fino allora immobile,  si era slanciato,  a
    sua volta, pi rapido di quelle selvagge rapidit. Aveva afferrato una
    balla di falsi  assegnati  e,  a  rischio  d'essere  schiacciato,  era
    riuscito  a  gettarla  tra  le  ruote della carronata.  Quel movimento
    decisivo e pericoloso non  sarebbe  stato  eseguito  con  esattezza  e
    precisione  maggiori  da  un uomo rotto a tutti gli esercizi descritti
    nel libro di Durosel sulla "Manovra del cannone di marina".
    La balla funzion come un cuneo. Un ciottolo arresta un masso, un ramo
    fa deviare una valanga.  La carronata inciamp.  Il cannoniere,  a sua
    volta,  afferrando  a  volo  quella temibile occasione,  cacci la sua
    sbarra di ferro tra i raggi d'una delle ruote posteriori.  Il  cannone
    si ferm.
    Tendeva  a inchinarsi da una parte.  Con un movimento di leva impresso
    alla sbarra,  l'uomo lo fece vacillare del tutto.  La pesante massa si
    rovesci  col  frastuono  di  una  campana  che  precipiti  e  l'uomo,
    gettandosi innanzi a corpo morto,  grondante di sudore,  pass il nodo
    scorsoio della trozza al collo di bronzo del mostro atterrato.
    Era  finita.  L'uomo  aveva vinto.  La formica aveva avuto ragione del
    mastodonte. Il pigmeo aveva fatto prigioniero il tuono.
    Soldati e marinai batterono le mani.
    Tutto l'equipaggio si precipit di sotto  con  cavi  e  catene,  e  il
    cannone fu ammarrato in un momento.
    Il cannoniere salut il passeggero.
    - Signore, - gli disse; - m'avete salvato la vita.
    Il  vecchio  aveva  ripreso  il  suo  atteggiamento  impassibile e non
    rispose.

    6.
    I DUE PIATTI DELLA BILANCIA.

    L'uomo aveva vinto;  ma si  poteva  dire  che  aveva  vinto  anche  il
    cannone.  L'immediato naufragio era scongiurato,  ma non per questo la
    corvetta era salva.  Lo sfasciamento della nave pareva  irrimediabile.
    Il  fasciame  mostrava  cinque brecce,  di cui una grandissima a prua.
    Venti carronate su trenta giacevano distrutte nel loro quadrato. Anche
    la carronata ripresa e rimessa alla catena era fuori servizio; la vite
    del bottone di  culatta  era  forzata,  e  impossibile,  pertanto,  il
    puntamento.  La batteria era ridotta a nove pezzi.  La stiva imbarcava
    acqua. Era necessario correre immediatamente alle avarie e azionare le
    pompe.
    Il frapponte,  ora  che  si  poteva  guardarlo,  era  spaventevole  da
    vedersi.  L'interno  della  gabbia  d'un  elefante infuriato,  non pu
    essere sconciato peggio.
    Per quanto grande fosse per la corvetta la  necessit  di  non  essere
    scorta,  c'era  una  necessit  ancora  pi  imperiosa: il salvataggio
    immediato.  Era stato  necessario  rischiarare  il  ponte  con  alcuni
    fanali, disposti qua e l sulla murata.
    Frattanto per tutto il tempo che era durata quella tragica diversione,
    essendo l'equipaggio tutto assorto in quell'interrogativo di vita o di
    morte,  nessuno  si  era  curato di sapere quanto accadeva fuori della
    corvetta.  La nebbia si era infittita;  il tempo era mutato;  il vento
    aveva  fatto  della  nave quanto aveva voluto;  erano fuori rotta,  in
    vista di Jersey e di Guernesey,  pi a sud  di  quanto  non  avrebbero
    dovuto  essere,  e  con un mare,  per giunta,  sbrigliato anzi che no.
    Grossi  cavalloni  venivano  a  baciare,  temibili  baci,   le  piaghe
    spalancate  della  corvetta.  Il dondolio del mare era minaccioso.  La
    brezza diventava vento.  Si  profilava  una  burrasca,  una  tempesta,
    forse. A quattro ondate di distanza, gi non si scorgeva pi nulla.
    Mentre  gli  uomini d'equipaggio riparavano alla lesta e sommariamente
    le devastazioni del frapponte,  accecavano le falle e  rimettevano  in
    batteria  i  pezzi  sfuggiti  al  disastro,  il vecchio passeggero era
    risalito sul ponte.
    Si era appoggiato all'albero maestro.  Non aveva  punto  badato  a  un
    movimento  che  si  era verificato nella corvetta.  Il cavaliere di La
    Vieuville aveva fatto disporre in ordine di battaglia,  a destra  e  a
    sinistra dell'albero maestro, i soldati di fanteria di marina, e, a un
    colpo  di  fischietto del mastro d'equipaggio,  i marinai intenti alla
    manovra si erano allineati in piedi sui pennoni.
    Il conte di Boisberthelot inoltr verso il passeggero.
    Dietro al capitano camminava un uomo smarrito, anelante, con gli abiti
    in disordine, ma con aria nondimeno soddisfatta.
    Era il cannoniere tanto opportunamente rivelatosi poco prima  domatore
    di mostri, che aveva avuto ragione della carronata.
    Il  conte  fece al vecchio vestito da contadino il saluto militare,  e
    disse:
    - Ecco l'uomo, generale.
    Il cannoniere stava  ritto,  con  gli  occhi  bassi,  nella  posizione
    regolamentare.
    Il conte di Boisberthelot riprese:
    -  Generale,  non  pensate  voi  che  in  considerazione  di  ci  che
    quest'uomo ha fatto ci sia qualche cosa  da  fare  anche  per  i  suoi
    superiori?
    - Lo penso s, - disse il vecchio.
    - Vogliate darne l'ordine, - propose Boisberthelot.
    - Tocca a voi darlo. Siete voi il capitano.
    - Ma voi siete il generale, - insistette Boisberthelot.
    Il vecchio guard il cannoniere.
    - Avvicinati, - gli disse.
    Il cannoniere fece un passo.
    Il vecchio si volt dalla parte del conte di Boisberthelot,  stacc la
    croce  di  San  Luigi  del  capitano  e  l'annod  al  camiciotto  del
    cannoniere.
    - Hurrah! - gridarono i marinai.
    I soldati di marina presentarono le armi.
    E il vecchio passeggero,  indicando col dito il cannoniere sbalordito,
    soggiunse:
    - E adesso quest'uomo sia fucilato.
    Lo stupore tenne dietro all'acclamazione.
    Allora,  in mezzo a un silenzio da tomba,  il vecchio  alz  la  voce.
    Disse:
    -  Questa nave  stata compromessa da una negligenza.  Forse in questo
    momento essa  perduta.  Essere in mare,   come essere di  fronte  al
    nemico.  Una  nave  che  compie  una  traversata   un esercito che d
    battaglia. La tempesta si nasconde, ma non manca mai.  Tutto il mare 
    una  imboscata.  Pena  di  morte  a  ogni errore commesso di fronte al
    nemico.  Di errori riparabili non ce ne sono.  Il coraggio deve essere
    ricompensato, e la negligenza deve essere punita.
    Queste parole cadevano una dopo l'altra,  lentamente,  gravemente, con
    una specie di inesorabile cadenza,  come colpi di  accetta  sopra  una
    quercia.
    E il vecchio, guardando i soldati, aggiunse:
    - Eseguite!
    L'uomo  sul  cui  camiciotto  brillava  la croce di San Luigi curv la
    testa.
    A un  cenno  del  conte  di  Boisberthelot  due  marinai  scesero  nel
    frapponte e ne tornarono su, recando l'amaca-sudario; il cappellano di
    bordo,  che,  da  quando  erano  salpati,  era  stato in preghiera nel
    quadrato ufficiali,  accompagnava i  due  marinai.  Un  sergente  fece
    uscire dalle righe dodici soldati, che dispose in due scaglioni, a sei
    a  sei;  il  cannoniere,  senza dire una parola,  si colloc tra i due
    scaglioni. Il cappellano, crocifisso in pugno, si fece avanti e gli si
    mise accanto. - Avanti! - ordin il sergente.  Il plotone si diresse a
    lenti passi verso la prora; i due marinai che portavano il sudario gli
    tenevano dietro.
    Sulla  corvetta  si  stabil  un  cupo  silenzio.  Lontano soffiava un
    uragano.
    Pochi momenti dopo una detonazione deflagr nelle tenebre,  balen uno
    sprazzo di luce,  poi tutto tacque,  e si ud il tonfo di un corpo che
    cade in acqua.
    Il vecchio passeggero,  sempre  addossato  all'albero  maestro,  aveva
    incrociato le braccia, e meditava.
    Boisberthelot,  puntando  verso  di  lui l'indice della mano sinistra,
    disse a bassa voce a La Vieuville:
    - La Vandea ha una testa!

    7.
    CHI METTE ALLA VELA METTE AL LOTTO.

    Ma che ne sarebbe stato della corvetta?
    Le nubi,  che per tutta la notte si erano  confuse  con  i  cavalloni,
    avevano  finito  con  l'abbassarsi  a  tal  punto,  che  non c'era pi
    orizzonte e tutto il mare era come sotto un mantello.  Non c'era altro
    che nebbia. Congiuntura sempre pericolosa, anche per una nave in piena
    efficienza. Alla nebbia si aggiungevano i cavalloni.
    Tempo,  non se ne era perso affatto. La corvetta era stata alleggerita
    gettando in mare tutto ci che era stato  possibile  spazzar  via  del
    disastro  causato  dalla  carronata:  i cannoni smontati,  gli affusti
    stritolati, le ossature contorte e schiodate,  le strutture di legno o
    di ferro fracassate. Erano stati aperti i portelli, e cadaveri e resti
    umani  avvolti  in grosse tele incatramate erano stati fatti scivolare
    su delle assi dentro le onde.
    Il mare cominciava ad essere insostenibile.  Non che  la  tempesta  si
    fosse  fatta  proprio  imminente;  sembrava  anzi  di  udir decrescere
    l'uragano che rumoreggiava dietro l'orizzonte e la raffica si spostava
    verso il nord;  ma i cavalloni si mantenevano altissimi,  indizio d'un
    cattivo fondo del mare.  E la corvetta,  ammalata come era,  resisteva
    poco alle scosse; le grandi ondate potevano riuscirle funeste.
    Gacquoil, al timone, era pensoso.
    Fare buon viso a cattiva sorte   un'abitudine,  per  chi  comanda  in
    mare.
    La  Vieuville,  che  era,  nei  disastri,  un  temperamento  piuttosto
    allegro, si avvicin a Gacquoil.
    - E allora,  pilota,  - disse;  - l'uragano fa fiasco.  La  voglia  di
    starnutire gli  rientrata. Ce la caveremo. Avremo vento, ecco tutto.
    Serio, Gacquoil rispose:
    - Chi ha vento, ha onde.
    N  ridente n triste: cos  il marinaio.  La risposta aveva un senso
    inquietante.  Per una nave che imbarca  acqua,  avere  onde  significa
    riempirsi in breve.  Gacquoil aveva sottolineato questo pronostico con
    un vago aggrottar di  sopracciglia.  Forse,  dopo  la  catastrofe  del
    cannone  e  del  cannoniere,  La  Vieuville  aveva avuto un po' troppo
    fretta di dir parole gioviali e leggere. Ci sono cose, che,  quando si
     al largo,  portano disgrazia.  Il mare  segreto;  non si sa mai che
    cosa abbia. Bisogna stare in guardia.
    La Vieuville sent il bisogno di ridiventare grave.
    - Dove siamo, pilota? - domand.
    Il pilota rispose:
    - Siamo dove Dio vuole.
    Un pilota  un padrone.  Si deve sempre lasciarlo fare,  e  spesso  si
    deve lasciarlo dire.  Quel tipo d'uomini,  del resto, non dice un gran
    che. La Vieuville si allontan.
    Aveva fatto una domanda al pilota; gli rispose l'orizzonte.
    Il mare si schiar di colpo.
    Le nebbie  che  radevano  le  onde  si  squarciarono;  tutto  l'oscuro
    sconvolgimento  delle  onde  si spieg a perdita di vista in una mezza
    luce crepuscolare: ed ecco che cosa si vide.
    Il cielo aveva come un coperchio di nubi; ma le nubi non toccavano pi
    il mare; a est compariva un chiarore,  che era lo spuntare del giorno;
    a ovest illividiva un altro chiarore,  che era il tramonto della luna.
    Quei due chiarori formavano all'orizzonte,  uno di  fronte  all'altro,
    due  sottili  strisce  di  luce  pallida  tra  il mare cupo e il cielo
    tenebroso.
    Su quelle due luminosit si  disegnavano,  diritte  e  immobili,  nere
    sagome.
    A ponente, contro il cielo rischiarato dalla luna, spiccavano tre alte
    rocce, ritte come celtici "menhir".
    A levante,  sul pallido orizzonte del mattino, si drizzavano otto vele
    disposte in ordine e spaziate fra loro in modo temibile.
    Le tre rocce erano uno scoglio; le otto vele erano una squadra.
    Avevano a tergo i Minquiers,  una roccia di pessima reputazione,  e di
    fronte  la squadra francese.  A ovest l'abisso,  a est la carneficina;
    erano tra un naufragio e una battaglia.
    Per far fronte allo  scoglio,  la  corvetta  disponeva  di  uno  scafo
    forato,  di una attrezzatura sgangherata, di un'alberatura scossa alla
    radice;  per fronteggiare la battaglia disponeva di un'artiglieria  di
    cui  ventun  pezzi  su trenta erano smontati,  e i migliori cannonieri
    della quale erano morti.
    L'alba trapelava appena appena;  avevano  ancora  davanti  un  po'  di
    notte.  Quella  notte  poteva  anzi  durare ancora abbastanza a lungo,
    essendo prodotta specialmente dalle nubi,  che  erano  alte,  dense  e
    profonde, e avevano il solido aspetto di una volta.
    Il  vento,  che  aveva  finito con lo spazzar via le nebbie pi basse,
    spingeva la corvetta sui Minquiers.
    Eccessivamente stanca e malconcia com'era,  la nave non obbediva quasi
    pi  al  timone;  rullava  pi  che non navigasse,  e,  schiaffeggiata
    dall'onda, non le resisteva affatto.
    I  Minquiers,   tragico  scoglio,   erano  allora  ancora  pi   aspri
    d'oggigiorno.  Parecchie  torri  di quella cittadella dell'abisso sono
    state spianate dall'incessante sbriciolamento provocato dal  mare;  la
    configurazione  degli  scogli  si  modifica;  non per nulla le onde si
    chiamano "lame" in francese; ogni marea  un colpo di sega.  Toccare i
    Minquiers, a quel tempo, significava perire.
    Quanto alla squadra, era quella di Cancale, divenuta poi celebre sotto
    il  comando  di  quel capitano Duchesne,  che Lequinio chiamava padre
    Duchne.
    La congiuntura era critica.  Senza saperlo,  la corvetta,  durante  lo
    scatenamento  della carronata,  aveva dirottato,  procedendo piuttosto
    verso Granville che  verso  Saint-Malo.  Quand'anche  le  fosse  stato
    possibile  navigare  e  spiegar  vele,  i  Minquiers  le sbarravano il
    ritorno verso Jersey e la squadra le impediva di giungere in Francia.
    Niente tempesta, del resto; ma, come aveva detto il pilota, l'onda non
    mancava.  Agitandosi su  un  fondo  irto  di  scogli  sotto  un  vento
    impetuoso, il mare era selvaggio.
    Il  mare  non  dice  mai  subito  che cosa voglia.  C' di tutto nella
    voragine, anche un po' di cavillo.  Si potrebbe quasi dire che il mare
    segua  una  procedura;  avanza  e indietreggia,  propone e si disdice,
    abbozza una burrasca  e  vi  rinuncia,  promette  l'abisso  e  non  lo
    mantiene,  minaccia  il  nord  e colpisce il sud.  La "Claymore" aveva
    avuto nebbia e temuto la tormenta tutta la notte;  ora il mare si  era
    smentito;  ma in modo feroce: aveva abbozzato la tempesta e dato corpo
    allo scoglio. Era sempre, sotto un'altra forma, il naufragio.
    Alla  rovina  sui  frangenti,   si  aggiungeva  poi  lo  sterminio  in
    combattimento. Un nemico completava l'altro.
    - Di qui il naufragio, di l la battaglia! - esclam in una coraggiosa
    risata La Vieuville; - abbiamo cinquina d'ambo i lati.

    8.
    9 = 380.

    La corvetta non era quasi pi che un relitto.
    C'era,  nel livido chiarore diffuso,  nella nerezza delle nubi,  nella
    confusa mobilit dell'orizzonte,  nel misterioso  aggrottamento  delle
    onde,  una solennit sepolcrale. Eccettuato il vento, che sibilava con
    soffio ostile,  tutto taceva.  La catastrofe usciva dalla voragine con
    maest.  Somigliava  piuttosto  a  una apparizione,  che a un attacco.
    Nulla si muoveva tra le rocce, nulla si muoveva sulle navi. Era un non
    so qual cupo silenzio.  Si aveva a che fare con alcunch di reale?  Si
    sarebbe detto un sogno trascorrente sul mare. Le leggende ne hanno, di
    tali  visioni;  la  corvetta era,  in certo qual modo,  tra lo scoglio
    dmone e la flotta fantasma.
    Il conte  di  Boisberthelot  impart  sottovoce  alcuni  ordini  a  La
    Vieuville,  che  discese  nella  batteria;  poi il capitano impugn il
    cannocchiale e and a collocarsi a poppa, a fianco del pilota.
    Tutto lo sforzo di  Gacquoil  consisteva  nel  mantenere  la  corvetta
    controvento,  ch se fosse stata presa di fianco dal vento e dal mare,
    si sarebbe inevitabilmente capovolta.
    - Dove siamo, pilota? - domand il capitano.
    - Sui Minquiers.
    - Da che banda?
    - Da quella brutta.
    - Che fondo abbiamo?
    - Roccia appuntita.
    - E' possibile imbozzarsi?
    - Morire  sempre possibile, - sentenzi il pilota.
    Il capitano punt il cannocchiale ad ovest ed esamin i Minquiers; poi
    lo punt ad est, e consider le vele in vista.
    Il pilota continu, come parlando a se stesso:
    - Sono i Minquiers.  Servono d'appoggiatoio al gabbiano comune  quando
    abbandona l'Olanda, e al gabbiano dal mantello nero.
    Il capitano, intanto, aveva contato le vele.
    C'erano  in  realt  otto  navi  correttamente disposte,  che ergevano
    sull'acqua il loro profilo di guerra.  Al centro  si  scorgeva  l'alta
    mole d'un vascello a tre ponti.
    Il capitano interrog il pilota.
    - Conoscete quelle vele?
    - Certo, - rispose Gacquoil.
    - Che roba ?
    - La squadra.
    - Di Francia.
    - Del diavolo.
    Ci fu un silenzio. Il capitano riprese:
    - E' tutta l la squadra?
    - Non tutta.
    Il  2  aprile,  infatti,  Valaz aveva annunciato alla Convenzione che
    nella Manica incrociavano dieci fregate e sei vascelli di linea.  Quel
    ricordo si riaffacci alla mente del capitano.
    - Infatti,  - convenne, - la squadra  di sedici bastimenti, e qui non
    ce ne sono che otto.
    - Il rimanente,  - disse Gacquoil,  -  si  gingilla  laggi  avanti  e
    indietro lungo tutta la costa e spia.
    Senza  smettere  di  guardare attraverso il cannocchiale,  il capitano
    mormor:
    - Un vascello a tre ponti,  due fregate di  prima  classe,  cinque  di
    seconda.
    - Ma anch'io, - brontol Gacquoil, - le ho spiate.
    -  Buoni  bastimenti,  -  disse il capitano.  - Li ho comandati un po'
    tutti, io...
    - Io, - disse il Gacquoil,  - li ho veduti da vicino,  e non li prendo
    di sicuro uno per l'altro. Ho i loro connotati nel cervello.
    Il capitano pass il cannocchiale al pilota.
    - Lo distinguete bene il bastimento d'alto bordo, voi pilota?
    - S, comandante. E' il vascello "Costa d'Oro".
    -  Che  quelli  laggi hanno sbattezzato,  - disse il capitano.  - Una
    volta si chiamava "Stati di Borgogna".  Una nave nuova.  Centoventotto
    cannoni.
    Si  tir  fuori  di  tasca  un  taccuino  e una matita,  e scrisse sul
    taccuino il numero 128.
    Poi prosegu:
    - Che vela  la prima a babordo, pilota?
    - E' la "Sperimentata".
    - Fregata di prima classe.  Cinquantadue cannoni.  Due mesi fa era  in
    armamento a Brest.
    Il capitano segn sul suo taccuino il numero 52.
    - E la seconda a babordo, che vela , pilota?
    - La "Driade".
    - Fregata di prima classe.  Quaranta cannoni da diciotto.  E' stata in
    India. Ha una bella storia militare.
    E scrisse sotto il numero 52 il numero 40. Poi, rialzando la testa:
    - A tribordo, adesso.
    - Sono tutte fregate di seconda classe, comandante. Cinque.
    - Qual  la prima, a partire dal vascello?
    - La "Risoluta".
    - Trentadue cannoni da diciotto. E la seconda?
    - La "Richemont".
    - Stessa forza. E dopo?
    - L'"Ateo" (1).
    - Nome curioso per mettersi in mare. E dopo?
    - La "Calipso".
    - "E dopo?
    - La "Corsara".
    - Cinque fregate da trentadue ciascuna.
    Il capitano scrisse, sotto ai primi numeri, 160.
    - Le riconoscete bene, voi pilota, - disse.
    - E voi,  - rispose il Gacquoil,  -  le  conoscete  bene,  comandante.
    Riconoscere  qualche cosa, conoscere  meglio.
    Il capitano teneva l'occhio fisso sul suo taccuino e addizionava tra i
    denti.
    - Centoventotto, cinquantadue, quaranta, centosessanta.
    La Vieuville risaliva in quel mentre sul ponte.
    -  Cavaliere,   -  gli  grid  il  capitano;   -  siamo  di  fronte  a
    trecentottanta cannoni.
    - Sia! - disse La Vieuville.
    - Voi tornate dall'ispezione,  La Vieuville;  quanti  cannoni  abbiamo
    assolutamente in grado di far fuoco?
    - Nove.
    - Sia! - disse a sua volta Boisberthelot.
    Riprese  il  cannocchiale  dalle  mani  del  pilota e torn a guardare
    l'orizzonte.
    Le otto navi, silenziose e nere, parevano immobili; ma ingrandivano.
    Si avvicinavano insensibilmente.
    La Vieuville fece il saluto militare.
    - Comandante,  - disse il La Vieuville,  - eccovi il mio rapporto.  Io
    diffidavo  di  questa  corvetta  "Claymore";   sempre seccante essere
    imbarcato bruscamente su una nave che non vi conosce o che non vi ama.
    Nave inglese,  traditrice per i francesi.  E quella cagna di carronata
    l'ha dimostrato. Ho compiuto la visita. Buone ancore. Non si tratta di
    ferro  fuso.  Sono  fucinate  con sbarre saldate al maglio.  Le cicale
    delle ancore sono solide.  Ottime gomene,  di facile manovra  e  della
    lunghezza regolamentare: centoventi braccia.  Munizioni in abbondanza.
    Sei cannonieri morti. Centosettantun colpi da sparare per ogni pezzo.
    - Perch non ci sono che nove pezzi, - mormor il capitano.
    Boisberthelot  punt   il   cannocchiale   all'orizzonte.   Il   lento
    appressarsi della squadra continuava.
    Le  carronate  hanno  questo  di  buono,  che  bastano  tre uomini per
    manovrarle; ma presentano un inconveniente: la loro gettata  minore e
    il loro tiro meno preciso di quello dei  cannoni.  Bisognava  pertanto
    lasciar giungere la squadra a portata delle carronate.
    Il capitano impart gli ordini a bassa voce.  Nella nave si stabil il
    silenzio.  L'ordine di prepararsi al combattimento non fu suonato,  ma
    fu eseguito ugualmente.  La corvetta era fuori di combattimento contro
    gli uomini non meno che contro i flutti.  Fu tratto,  da quel  relitto
    d'una  nave da guerra,  tutto il partito possibile.  Furono accumulati
    vicino alle trozze,  sulla passerella,  cavi e  gherlini  di  ricambio
    quanti  se ne poterono trovare,  onde potere,  al bisogno,  rafforzare
    l'alberatura.  Fu messa in ordine l'infermeria.  Amache e  sacchi  dei
    marinai furono, come voleva la moda navale di allora, addossati contro
    il parapetto; protezione che garantiva contro le pallottole di fucile,
    ma  non  contro  le  palle  da  cannone.  Furono portati i calibratoi,
    sebbene fosse un po' tardi per verificare i calibri;  ma nessuno aveva
    preveduto tutti quegli incidenti.  Ogni marinaio ricevette una giberna
    e si infil nella cintura un paio di pistole e un pugnale.  Le  brande
    furono piegate,  le artiglierie puntate, i moschetti preparati. Asce e
    uncini d'arrembaggio furono disposti a dovere. I depositi dei cartocci
    e quelli delle palle furono approntati.  La  santabarbara  fu  aperta.
    Ogni  uomo  prese  il  suo  posto.  Tutto  questo  senza  che  nessuno
    pronunciasse parola,  come nella camera d'un moribondo.  Fu  una  cosa
    rapida e lugubre.
    Poi  la  corvetta  venne  imbozzata.  Essa  aveva  sei ancore come una
    fregata.  Vennero gettate tutt'e sei:  l'ancora  di  guardia  a  prua,
    l'ancora di tonneggio a poppa, l'ancora di flusso dalla parte verso il
    largo,  l'ancora  di  corrente  dalla  parte  dei frangenti,  l'ancora
    d'afforco a tribordo, e l'ancora maestra a babordo.
    Le nove carronate rimaste vive furono piazzate tutt'e nove in batteria
    da una sola parte, quella del nemico.
    La squadra,  non meno silenziosa,  aveva anch'essa completata  la  sua
    manovra.  Gli  otto bastimenti formavano ora un semicerchio,  di cui i
    Minquiers costituivano la corda.  La "Claymore",  circoscritta in quel
    semicerchio,  e impacchettata del resto dalle sue proprie ancore,  era
    addossata allo scoglio, che  quanto dire al naufragio.
    Era come una muta intorno a un cinghiale, una muta che non latrava, ma
    mostrava i denti.
    Si sarebbe detto  che,  tanto  da  una  parte  quanto  dall'altra,  si
    aspettasse.
    I cannonieri della "Claymore" erano ai loro pezzi.
    Boisberthelot disse a La Vieuville:
    - Ci terrei a cominciare io il fuoco.
    - Piacere da civettina, - disse La Vieuville.

    NOTA  1:  "Archivi  della  marina".  Stato della flotta nel marzo 1793
    (Nota dell'autore).

    9.
    QUALCUNO SCAPPA.

    Il passeggero non aveva lasciato il ponte. Impassibile, osservava ogni
    cosa.
    Boisberthelot gli si avvicin:
    - Signore, - disse,  - i preparativi sono fatti.  Ora siamo aggrappati
    alla  nostra  tomba;  non  ce ne staccheremo.  Siamo prigionieri della
    squadra o dello scoglio.  O  arrenderci  al  nemico  o  affondare  nei
    frangenti:  non  abbiamo  altra  scelta.  Ci  resta  una via d'uscita:
    morire. Combattere  meglio che naufragare. Per me,  preferisco essere
    mitragliato  che  annegato;  in materia di morte,  preferisco il fuoco
    all'acqua. Il morire, per,   affar nostro signore,  non vostro.  Voi
    siete  l'uomo  scelto  dai  principi,  avete  una  grande  missione da
    compiere,  quella di dirigere la guerra in Vandea.  La vostra  perdita
    significherebbe  forse  la  perdita  della monarchia;  dunque,  dovete
    vivere.  L'onore,  a noialtri,  impone di rimanere qui;  a voi  impone
    invece di andarvene.  Voi, generale, abbandonerete la nave. Vi dar un
    uomo e un canotto. Raggiungere la costa con un giro non  impossibile.
    Non  ancora giorno. Le onde sono alte, il mare scuro: sfuggirete.  Si
    danno casi in cui fuggire  vincere.
    Il vecchio, agitando la testa severa, fece un grave cenno di consenso.
    Il conte di Boisberthelot alz la voce:
    - Soldati e marinai! - grid.
    Ogni  movimento  cess,  e  da  tutti  i  punti della nave le facce si
    voltarono verso il capitano.
    Egli prosegu:
    - L'uomo che  fra noi rappresenta il re.  E' stato  affidato  a  noi;
    dobbiamo  preservarlo.  Egli    necessario  al  trono di Francia;  in
    mancanza di un principe, egli sar,  tale  almeno la nostra speranza,
    il capo della Vandea. E' un grande uomo di guerra. Doveva approdare in
    Francia con noi; deve approdarvi senza di noi. Salvare la testa  come
    salvare tutto quanto.
    - S! s! si! - gridarono tutte le voci dell'equipaggio.
    Il capitano continu:
    - Sta per correre,  anche lui, seri pericoli. Non  facile raggiungere
    la costa.  Bisognerebbe che il canotto fosse  grande,  per  affrontare
    l'alto  mare,  e  bisogna  che  sia piccolo perch possa sfuggire alla
    squadra.  Si tratta di andare ad approdare in un punto qualsiasi,  che
    sia  sicuro,  e  piuttosto  dalla parte di Fougres che dalla parte di
    Coutances.  Occorre  un  marinaio  in  gamba,  buon  rematore  e  buon
    nuotatore,  che  sia  del  paese  e  che  conosca  i passi.  E' ancora
    abbastanza buio perch il canotto possa  allontanarsi  dalla  corvetta
    senza essere scorto. Eppoi, sta per esserci del fumo che lo nasconder
    del tutto. La sua piccolezza lo aiuter a cavarsela dai bassifondi. La
    donnola scappa, l dove la pantera incappa. Per noi non c' scampo, ma
    per il canotto s. Si allontaner a forza di remi, le navi nemiche non
    lo  scorgeranno;  nel  frattempo,  del  resto,  noi,  qui,  li  faremo
    divertire. E' detto?
    - S! s! s! - grid l'equipaggio.
    - Non c' un minuto da perdere,  - riprese il capitano.  - C' un uomo
    di buona volont?
    Nel buio, un marinaio usc dalle file, e disse:
    - Io!

    10.
    SCAPPA PROPRIO?

    Pochi  minuti  dopo,  uno  di  quei  piccoli  canotti  chiamati  iole,
    particolarmente adibiti al servizio dei comandanti,  si staccava dalla
    nave.  In quel canotto vi erano due uomini,  il vecchio passeggero,  a
    poppa,  e il marinaio di buona volont a prua.  La notte era  ancora
    oscurissima.  Il marinaio, in conformit alle indicazioni ricevute dal
    capitano,  remava vigorosamente in direzione dei Minquiers.  Non c'era
    alcun'altra uscita possibile, del resto.
    In  fondo al canotto erano state gettate alcune provviste: un sacco di
    biscotti, una lombata di bue affumicato e un barile d'acqua.
    Nel momento in cui la iole aveva preso il mare, La Vieuville, beffardo
    in cospetto dell'abisso,  si era chinato al di sopra  della  ruota  di
    poppa della corvetta, e, ridacchiando, aveva rivolto al canotto questo
    saluto:
    - Buono per scappare, ottimo per affogarsi.
    - Signore, - disse il pilota; - smettiamola di ridere.
    Lo  scostamento  fu  subito effettuato e in breve tra la corvetta e il
    canotto ci fu una bella distanza.  Il vento e  l'onda  secondavano  il
    rematore,  e la piccola imbarcazione fuggiva rapidamente,  ondeggiando
    nel crepuscolo e nascosta dalle grandi pieghe delle onde.
    Regnava sul mare non si sapeva qual cupa attesa.
    D'un tratto,  in quel vasto e tumultuoso silenzio dell'oceano si  alz
    una voce,  che, ingrossata dal portavoce come dalla maschera di bronzo
    dell'antica tragedia, pareva quasi sovrumana.
    Era il capitano Boisberthelot che prendeva la parola.
    - Marinai del re,  - egli  grid,  -  inchiodate  la  bandiera  bianca
    all'albero maestro. Tra poco vedremo spuntare il nostro ultimo sole.
    E un colpo di cannone part dalla corvetta.
    - Viva il re! - grid l'equipaggio.
    Si  ud  allora,  in  fondo  in  fondo  all'orizzonte,  un altro grido
    immenso, lontano, confuso e nondimeno distinto:
    - Viva la repubblica!
    E un  rombo  simile  a  quello  di  trecento  fulmini  deflagr  nelle
    profondit dell'oceano.
    La battaglia incominciava.
    Il mare si copr di fumo e di fuoco.
    I  getti  di  schiuma  sollevati  dalle  palle  che  cadevano in acqua
    picchiettarono le onde da ogni parte.
    La "Claymore" incominci a sputare colpi sulle  otto  navi;  al  tempo
    stesso,  l'intera  squadra,  raggruppata  a  mezza  luna  intorno alla
    "Claymore",  faceva fuoco  con  tutte  le  sue  batterie.  L'orizzonte
    s'incendi.  Si  sarebbe detto un vulcano sorgente dal mare.  Il vento
    torceva quella  immensa  porpora  della  battaglia,  in  cui  le  navi
    apparivano  e  scomparivano  come  spettri.  In  primo piano,  il nero
    scheletro della corvetta si disegnava su quello sfondo rosseggiante.
    In vetta all'albero maestro si distingueva la bandiera dai fiordalisi.
    I due uomini che erano nel canotto tacevano.
    Il  bassofondo  triangolare  dei  Minquiers,   specie   di   trinacria
    sottomarina,    pi  vasto  dell'intera  isola di Jersey.  Il mare lo
    copre,  e ha per punto culminante una piattaforma che neppure  le  pi
    alte  maree  riescono a sommergere e dal quale si staccano verso nord-
    est sei possenti rupi disposte in linea retta,  che fanno l'effetto di
    un grande muraglione crollato qua e l.  Lo stretto tra la piattaforma
    e i sei scogli  non  pu  essere  praticato  che  da  barche  di  poco
    pescaggio. Di l da quello stretto si trova il largo.
    Il  marinaio  che si era assunto di portare in salvo il canotto cacci
    l'imbarcazione nello stretto.  Metteva in tal modo i Minquiers tra  la
    battaglia e il canotto. Nello stretto canale govern abilmente in modo
    da  evitare  i  frangenti  sia  di  babordo che di tribordo.  Le rupi,
    adesso,  nascondevano la battaglia.  Il bagliore dell'orizzonte  e  il
    furibondo   fragore   del   cannoneggiamento   cominciavano  adesso  a
    decrescere,  per  via  della  distanza  che  andava  aumentando;   dal
    susseguirsi delle detonazioni,  per, si poteva capire che la corvetta
    teneva  duro  e  che  intendeva  consumare  fino  all'ultima  le   sue
    centosettantuno bordate.
    Il canotto non tard a trovarsi in acqua libera,  fuori dello scoglio,
    fuori della battaglia, fuori della portata dei proiettili.
    A poco a poco il profilo del mare  si  andava  facendo  meno  cupo,  i
    luccichii,  bruscamente sommersi da chiazze nere,  si allargavano,  le
    schiume complicate si frangevano in getti di  luce;  bianchi  riflessi
    ondeggiavano sulla cresta delle onde. Spunt il giorno.
    Il  canotto  era al sicuro per quanto riguardava il nemico,  ma il pi
    difficile rimaneva ancora  da  fare.  Si  era  messo  in  salvo  dalla
    mitraglia,  ma  non  dal naufragio.  Era in alto mare,  impercettibile
    guscio,  senza vela,  senz'albero,  senza bussola,  avendo  per  unica
    risorsa  il remo,  di fronte all'oceano e all'uragano,  atomo in bala
    dei colossi.
    Allora, in quella immensit,  in quella solitudine,  alzando la faccia
    illividita  dal  mattino,  l'uomo  che  era  a prua del canotto guard
    fissamente l'uomo che era a poppa, e gli disse:
    - Io sono il fratello dell'uomo che avete fatto fucilare.






    LIBRO TERZO.
    HALMALO.

    1.
    LA PAROLA E' IL VERBO.

    Il vecchio rialz la testa pian piano. L'uomo che gli parlava aveva su
    per gi trent'anni. Aveva la fronte abbronzata dal mare;  i suoi occhi
    erano strani: lo sguardo sagace del marinaio nella candida pupilla del
    contadino.  Stringeva  possentemente i remi nei pugni.  Di aspetto era
    dolce.  Gli si vedevano alla cintura un  pugnale,  due  pistole  e  un
    rosario.
    - Chi siete? - domand il vecchio.
    - Ve l'ho detto or ora.
    - E che cosa volete da me?
    L'uomo abbandon i remi, incroci le braccia e rispose:
    - Ammazzarvi.
    - Come vorrete, - disse il vecchio.
    L'uomo alz la voce:
    - Preparatevi.
    - A che cosa?
    - A morire.
    - Perch? - domand il vecchio.
    Ci fu silenzio. L'uomo parve per un attimo esterrefatto dalla domanda.
    Riprese:
    - Dico che vi voglio ammazzare.
    - E io vi chiedo il perch.
    Negli occhi del marinaio balen un lampo:
    - Perch avete ucciso mio fratello.
    Il vecchio, calmo, ribatt:
    - Ho cominciato col salvargli la vita.
    - E' vero. Prima l'avete salvato, e poi l'avete ucciso.
    - Non sono stato io a ucciderlo.
    - Chi l'ha ucciso, allora?
    - La sua colpa.
    Il  marinaio  guard  il  vecchio  a  bocca  spalancata;  poi  le  sue
    sopracciglia tornarono ad aggrottarsi in modo selvaggio.
    - Come vi chiamate? - domand il vecchio.
    - Mi chiamo Halmalo,  ma non avete nessun bisogno di conoscere il  mio
    nome per essere ucciso da me.
    In  quel momento spunt il sole.  Un raggio batt in pieno sul viso al
    marinaio e illumin vivamente quella fisionomia selvaggia.  Il vecchio
    lo osservava attentamente.
    Il  cannoneggiamento,  che non si era per nulla interrotto,  aveva ora
    interruzioni e scosse di agonia.  Sull'orizzonte gravitava  una  vasta
    nuvola di fumo.  Il canotto, che il rematore non governava pi, andava
    alla deriva.
    Il marinaio impugn con la destra una delle  pistole  che  aveva  alla
    cintura e afferr con la sinistra il rosario.
    Il vecchio si rizz in piedi.
    - Credi in Dio, tu? - gli domand.
    -  Padre nostro che  nei cieli,  - rispose il marinaio.  E si fece il
    segno della croce.
    - Hai la mamma, tu?
    - S.
    E il marinaio si fece un secondo segno di croce. Poi riprese:
    - E' detta. Vi db un minuto, monsignore.
    E arm la pistola.
    - Perch mi chiami monsignore?
    - Perch siete un signore. Si vede.
    - E tu, ce l'hai, un signore?
    - S. E uno grande. Si pu vivere senza un signore, forse?
    - Dov'?
    - Non lo so.  Ha lasciato il  paese.  Si  chiama  signor  marchese  di
    Lantenac,  visconte  di Fontenay,  principe di Bretagna;   il signore
    delle Sette Foreste. Non l'ho mai visto,  io,  il che non gl'impedisce
    d'essere un buon padrone.
    - E gli obbediresti, tu, se lo vedessi?
    - Certo.  Se non gli obbedissi, sarei un pagano, toh! si deve obbedire
    a Dio, e poi al re,  che  come Dio,  e poi al signore,  che  come il
    re.  Ma tutto questo non conta; voi avete ucciso mio fratello, bisogna
    che io uccida voi.
    Il vecchio rispose:
    - Innanzi tutto, ho ucciso tuo fratello, e ho fatto bene.
    Il marinaio contrasse il pugno sulla pistola.
    - Suvvia! - disse.
    - Sia, - disse il vecchio.
    E, tranquillo, soggiunse:
    - Dov' il prete?
    Il marinaio lo guard:
    - Il prete?
    - S, il prete. A tuo fratello ho dato un prete, io. Tu devi darne uno
    a me.
    - Non ne ho, io, - disse il marinaio.
    E continu:
    - Si hanno forse preti in alto mare?
    Le convulse detonazioni del combattimento si udivano  giungere  sempre
    pi di lontano.
    - Quelli che muoiono laggi, ce l'hanno, - disse il vecchio.
    - Questo  vero, - mormor il marinaio. - Hanno il signor cappellano.
    Il vecchio prosegu:
    - Perdi la mia anima, tu; ed  una cosa grave.
    Il marinaio abbass la testa, pensoso.
    -  E  perdendo  la  mia anima,  - riprese il vecchio,  - perdi la tua.
    Ascolta. Ascolta. Ho compassione di te io. Farai quello che vorrai. Ho
    compiuto il mio dovere io,  poco fa,  salvando la vita a tuo fratello,
    innanzi  tutto  e poi togliendogliela,  e compio il mio dovere adesso,
    cercando di salvare la tua anima. Rifletti.  E' una faccenda tua.  Odi
    le cannonate in questo momento?  Ci sono laggi uomini che lasciano la
    vita, disperati che agonizzano,  mariti che non rivedranno pi le loro
    mogli,  padri  che non rivedranno pi i loro figliuoli,  fratelli che,
    come te, non rivedranno pi il loro fratello. E per colpa di chi?  per
    colpa del tuo,  di un fratello.  Tu credi in Dio, vero? Orbene, allora
    sai  che  Dio  soffre,   in  questo  momento;   Dio  soffre  nel   suo
    cristianissimo  figlio  il re di Francia,  che  bimbo come il bambino
    Ges ed  in prigione nella torre del Tempio;  Dio  soffre  nella  sua
    chiesa di Bretagna; Dio soffre nelle sue cattedrali insultate ne' suoi
    vangeli  stracciati,  nei  suoi  oratori violati;  Dio soffre nei suoi
    preti assassinati. Che cosa venivamo a fare,  noi,  in quella nave che
    in questo momento soccombe? Venivamo a soccorrere Dio. Se tuo fratello
    fosse  stato  buon  servitore,  se  avesse  fedelmente compiuto la sua
    bisogna d'uomo savio e utile, la disgrazia della carronata non sarebbe
    accaduta,  la corvetta non  sarebbe  stata  disalberata,  non  avrebbe
    dirottato,  non sarebbe caduta in mezzo a quella flotta di perdizione,
    e a quest'ora noi sbarcheremmo in Francia,  tutti,  da  quei  valorosi
    uomini  di  guerra  e  di  mare che siamo,  sciabola in pugno,  bianca
    bandiera spiegata, numerosi, contenti, festosi,  e andremmo ad aiutare
    i coraggiosi contadini della Vandea a salvare la Francia, a salvare il
    re,  a  salvare  Dio.  Ecco  che  cosa venivamo a fare;  ecco che cosa
    faremmo. Ed  quanto io,  l'unico rimasto,  vengo a fare.  Ma tu ti ci
    opponi. In questa lotta degli empi contro i preti, in questa lotta dei
    regicidi contro il re,  in questa lotta di Satana contro Dio,  tu stai
    per Satana. Tuo fratello  stato il primo aiutante del demonio, tu sei
    il secondo. Egli ha cominciato, tu porti a termine. Sei per i regicidi
    contro il trono,  tu;  sei per gli empi contro la Chiesa.  Togli a Dio
    l'ultima sua risorsa.  Dacch io,  io che rappresento il re,  non sar
    laggi, le capanne continueranno ad ardere, le famiglie a piangere,  i
    preti  a  sanguinare,  la  Bretagna  a  soffrire,  e  il re a stare in
    prigione, e Ges Cristo a essere in angoscia. E chi avr fatto questo?
    Tu.  Va!   faccenda tua,  questa.  Io contavo su di te proprio per il
    contrario.  Mi sono sbagliato.  Ah!  si,   vero,  tu hai ragione;  ho
    ucciso tuo fratello,  io!  Tuo fratello era stato coraggioso,  io l'ho
    ricompensato;  era stato colpevole,  e l'ho punito. Era venuto meno al
    suo dovere;  io non sono venuto meno al mio.  Quello che ho fatto,  lo
    tornerei a fare.  E,  lo giuro per la grande santa Anna d'Auray che ci
    guarda: in un caso simile,  cos come ho fatto fucilare tuo  fratello,
    farei  fucilare  mio  figlio.  Tu  sei  il  padrone,  adesso.  S,  ti
    compiango. Hai mentito al tuo capitano. Tu, cristiano, sei senza fede;
    tu,  bretone,  sei senza onore;  sono stato affidato alla tua lealt e
    accettato  dal  tuo  tradimento;  offri la mia morte a coloro ai quali
    avevi promesso la mia vita. Sai tu chi perdi,  in questa faccenda?  Te
    stesso! Togli la mia vita al re e consegni la tua eternit al demonio.
    Ors  commetti  il  tuo delitto: sta bene.  Dilapidi facilmente la tua
    parte di paradiso, tu. Grazie a te,  il diavolo vincer,  grazie a te,
    le  chiese  cadranno,  grazie a te i pagani continueranno a fondere le
    campane e a farne cannoni;  gli uomini saranno mitragliati con ci che
    salvava  le anime.  In questo momento in cui parlo,  la campana che ha
    suonato il tuo battesimo  uccide  forse  tua  madre.  Ors,  aiuta  il
    demonio.  Non  ti  fermare.  S,  io  ho condannato tuo fratello,  ma,
    sappilo: sono uno strumento di Dio,  io.  Ah!  giudichi le strade  del
    Signore,  tu?  Giudicherai dunque anche il fulmine che  nel cielo? Ne
    sarai giudicato tu,  o disgraziato!  Bada a quello che stai per  fare.
    Sai  tu  anche  soltanto se sono in stato di grazia,  io?  No.  Ma non
    importa.  Fa quello che vuoi.  Sei libero di gettarmi in inferno e  di
    gettartici  tu  pure  con me.  La dannazione mia e la tua sono in mano
    tua. Il responsabile, davanti a Dio,  sarai tu.  Siamo soli,  l'uno di
    fronte all'altro,  nell'abisso.  Continua,  porta a termine, compi. Io
    sono vecchio e tu sei giovane;  io sono senza armi e  tu  sei  armato;
    uccidimi!
    Mentre il vecchio,  in piedi,  con voce pi alta del fragore del mare,
    diceva queste parole,  il fluttuare delle onde lo faceva apparire  ora
    nell'ombra  ora  nella luce.  Il marinaio si era fatto livido;  grosse
    gocce di sudore gli cadevano dalla fronte;  tremava come  una  foglia;
    tratto  tratto,  baciava  il  rosario.  Quando il vecchio ebbe finito,
    butt via la pistola e cadde in ginocchio.
    - Grazia, monsignore! perdonami!  - grid.  - Voi parlate come il buon
    Dio. Mio fratello ha avuto torto. Far di tutto per rimediare alla sua
    colpa. Disponete di me. Ordinate. Obbedir.
    - Ti faccio grazia! - sentenzi il vecchio.

    2.
    MEMORIA DI CONTADINO VALE SCIENZA DI CAPITANO.

    Le provvigioni che erano nel canotto non furono inutili.
    I due fuggiaschi, costretti a lunghi giri, impiegarono trentasei ore a
    raggiungere  la costa.  Trascorsero una notte in mare;  ma la notte fu
    bella;  con troppa luna comunque,  per gente che cercava di non  farsi
    vedere.
    Dovettero  a  tutta  prima allontanarsi dalla Francia e raggiungere il
    largo vero Jersey.
    Udirono la suprema bordata della corvetta folgorata,  cos come si ode
    l'ultimo  ruggito  del  leone che i cacciatori uccidono nella foresta.
    Poi sul mare si ridistese il silenzio.
    Quella  corvetta,   la  "Claymore",   mor  allo   stesso   modo   del
    "Vendicatore"; la gloria, per, l'ha ignorato. Contro il proprio paese
    non si  eroi, mai.
    Halmalo  era  un marinaio sorprendente;  comp miracoli di destrezza e
    d'intelligenza;   quell'itinerario  improvvisato  attraverso   scogli,
    cavalloni e agguato nemico, fu un capolavoro. Il vento era diminuito e
    il mare si era fatto favorevole.
    Halmalo  evit i Caux dei Minquiers,  doppi l'Argine dei Buoi,  vi si
    and a riparare,  allo scopo di prendere qualche ora di  riposo  nella
    minuscola  insenatura  che  vi si forma a nord durante la bassa marea;
    poi,  ridiscendendo a sud,  trov modo di passare tra Grandville e  le
    isole  Chausey  senza  essere scorto n dalla vedetta di Chausey n da
    quella di Grandville. Si cacci nella baia di San Michele,  che era un
    bell'ardimento,  per via della vicinanza di Cancale,  ancoraggio della
    squadra.
    La sera del secondo giorno,  circa un'ora prima del tramonto del sole,
    si  lasci dietro il monte San Michele e and ad approdare su un greto
    che  sempre deserto perch pericoloso: vi  si  affonda  nelle  sabbie
    mobili.
    Per fortuna, la marea era alta.
    Halmalo  spinse  l'imbarcazione  quanto  pi  avanti gli fu possibile;
    tast la sabbia,  la trov solida,  vi fece incagliare  il  canotto  e
    salt in terra.
    Dopo di lui, il vecchio scavalc il bordo ed esamin l'orizzonte.
    -  Monsignore,  - disse Halmalo;  - siamo alla foce del Cuesnon,  qui.
    Quelli che vedete,  sono Beauvoir a destra e Huisnes  a  sinistra.  Il
    campanile che ci sta davanti  Ardevon.
    Il vecchio si chin sulla barca,  ne prese un biscotto, che si mise in
    tasca, e disse ad Halmalo:
    - Prendi il resto.
    Halmalo cacci nel sacco quanto  era  rimasto  sia  di  carne  che  di
    biscotto, e si caric il sacco sulle spalle. Fatto questo, disse:
    - Debbo guidarvi o vi debbo seguire, monsignore?
    - N una cosa n l'altra.
    Halmalo guard il vecchio, stupefatto.
    Il vecchio continu:
    -  Dobbiamo  separarci,  Halmalo.  Essere  in  due  non serve a nulla.
    Bisogna essere in mille, o soli.
    S'interruppe, trasse di tasca un nodo di seta verde, alquanto simile a
    una coccarda,  al centro del quale era ricamato un giglio  d'oro.  Poi
    riprese:
    - Sai leggere?
    - No.
    - Bene! Un uomo che sa leggere  un impaccio. Hai buona memoria?
    - S.
    - Bene!  Ascolta,  Halmalo.  Adesso tu prenderai a destra e io andr a
    sinistra. Io andr dalla parte di Fougres,  tu da quella di Bazouges.
    Tienti  il sacco,  che ti d l'aria d'un contadino.  Nascondi le armi.
    Tagliati un bastone nelle siepi.  Striscia tra la segale,  che  alta.
    Scivola  dietro  i  muriccioli  di  cinta.  Scavalca  gli steccati per
    procedere attraverso i campi.  Sta  alla  larga  dai  passanti.  Evita
    strade e ponti.  Non entrare in Pontorson.  Ah! dovrai attraversare il
    Cuesnon. Come lo passerai?
    - A nuoto.
    - Bene. E poi, c' un guado. Sai dove si trova?
    - Tra Ancey e Vieux-Viel.
    - Bene. Sei proprio del paese, tu.
    - Ma vien notte. Dove si coricher monsignore?
    - A me, ci penso io. E tu, dove ti coricherai?
    - I tronchi d'albero cavi non mancano. Prima di essere marinaio,  sono
    stato contadino.
    -  Butta  via quel cappello da marinaio,  che ti tradirebbe.  Troverai
    pure un berrettone, qua o l.
    - Oh! di berrettoni se ne trovano dappertutto.  Il primo pescatore che
    incontro mi vender il suo.
    - Sta bene. Ascolta, adesso. Conosci i boschi, tu?
    - Tutti.
    - Di tutto il paese?
    - Da Noirmontier fino a Laval.
    - Conosci anche i nomi?
    - Conosco i boschi, conosco i nomi, conosco tutto, io.
    - Non dimenticherai nulla?
    - Nulla.
    - Sta bene. Attento, adesso. Quante leghe puoi fare in un giorno?
    - Dieci. Quindici. Diciotto. Venti, se occorre.
    -  Occorrer.  Non  perdere  una parola di quello che ti sto per dire.
    Andrai nel bosco di Saint-Aubin.
    - Presso Lamballe?
    - S. Sul ciglio del burrone che corre tra Saint-Rieul e Pldliac c'
    un grosso castagno. Ti fermerai l. Non vedrai nessuno.
    - Il che non toglie che ci sar qualcuno. Lo so.
    - Farai il richiamo. Sai fare il richiamo?
    Halmalo gonfi le gote,  si volt  dalla  parte  del  mare  e  si  udi
    l'"huhu" della civetta.
    Si  sarebbe  detto  che  quel  singulto venisse dalle profondit della
    notte. Era somigliante e sinistro.
    - Bene! - disse il vecchio. - Ci sei.
    Porse ad Halmalo il nodo di seta verde.
    - Questo  il mio  nodo  di  comando.  Prendilo.  Importa  che  ancora
    nessuno sappia il mio nome. Ma questo nodo basta. Il giglio vi  stato
    ricamato da Madama Reale nella prigione del Tempio.
    Halmalo  mise  un ginocchio a terra.  Ricevette con un tremito il nodo
    dal  fiordaliso,  e  vi  appress  le  labbra.  Poi,  fermandosi  come
    atterrito da quel bacio:
    - Posso? - domand.
    - S, dal momento che baci il crocefisso.
    Halmalo baci il giglio.
    - Alzati! - disse il vecchio.
    Halmalo si rialz e mise il nodo in seno.
    Il vecchio prosegu:
    - Ascolta bene quello che ti dico.  Ecco l'ordine: Insorgete.  Niente
    quartiere.  Dunque,  sul ciglio del bosco di Saint-Aubin tu farai  il
    richiamo.  Tre volte lo farai. Alla terza volta vedrai uscire da terra
    un uomo.
    - Da un buco sotto gli alberi. Lo so.
    - Quell'uomo   Planchenault,  che  qui  chiamano  Cuore  di  Re.  Gli
    mostrerai  questo  nodo.  Capir.  Andrai  poi,  per  una  strada  che
    escogiterai tu stesso, al bosco di Astill.  Ci troverai un uomo tutto
    sbilenco,  soprannominato Moschetto,  che non fa grazia a nessuno. Gli
    dirai che io gli voglio bene,  e che metta in moto le sue  parrocchie.
    Andrai  poi  nel  bosco di Cuesbon,  a una lega da Plormel.  Farai il
    richiamo della civetta;  un uomo  uscir  da  un  buco;    il  signor
    Thuault,  siniscalco di Plormel,  che ha fatto parte di quella che si
    chiama l'assemblea costituente,  ma dalla parte buona.  Gli  dirai  di
    mettere in stato di difesa il castello di Cuesbon,  che  del marchese
    di Guer, emigrato. Burroni, macchie, terreno ineguale, buona localit.
    Il signor Thuault  un uomo retto e di spirito. Andrai quindi a Saint-
    Ouen-les-Foits,  e parlerai a Giovanni Chouan,  che per me   il  vero
    capo.  Andrai poi nel bosco di Ville-Anglose,  ci vedrai Guitter,  che
    chiamano  San  Martino:  gli  dirai  di  tenere  d'occhio   un   certo
    Courmesnil,  genero del vecchio Goupil di Prfeln,  che  il caporione
    della giacobineria di Argentan.  Tieni bene in mente  ogni  cosa.  Non
    scrivo  niente  perch  non  bisogna  scrivere  niente.  La Rouarie ha
    scritto una lista, e ci ha rovinato ogni cosa. Andrai poi al bosco di
    Rougefeu,  dove  c'  Milette,   che  varca  d'un  salto  i  burroni,
    puntellandosi su una lunga pertica
    - Che si chiama "ferte".
    - Sai servirtene?
    - Non sono un bretone,  forse?  non sono un contadino? La "ferte"  la
    nostra amica; ci ingrandisce il braccio e ci allunga le gambe.
    - Il che  quanto dire che rimpicciolisce  il  nemico  e  accorcia  le
    distanze. Ottimo arnese.
    -  Una  volta,  con  la mia "ferte",  ho tenuto testa a tre gabellotti
    armati di sciabola.
    - Quando  stato?
    - Dieci anni fa.
    - Sotto il re?
    - Ma s!
    - Ti sei dunque battuto sotto il re?
    - Ma s!
    - Contro chi?
    - Parola mia, non lo so. Ero contrabbandiere di sale.
    - Sta bene.
    - Ci si diceva battersi contro le gabelle. Sono la stessa cosa che il
    re, le gabelle?
    - S. No. Ma non  necessario che tu le capisca queste cose.
    - Chiedo scusa a monsignore d'aver fatto una domanda a monsignore.
    - Continuiamo. Conosci la Tourgue?
    - Se conosco la Tourgue? Sono di l.
    - Come?
    - Certo, dal momento che sono di Parign.
    - Gi, la Tourgue non  lontana da Parign.
    - Se conosco la Tourgue! il gran castello rotondo che  il castello di
    famiglia dei miei signori!  C' una  porta  di  ferro  che  separa  la
    costruzione  nuova  dalla  costruzione  vecchia,  una  porta  che  non
    riuscirebbe a sfondarla nemmeno un cannone.  Appunto nella costruzione
    nuova  c'  il  famoso libro su san Bartolomeo,  che la gente veniva a
    vedere per curiosit. Ci sono rane,  nell'erba.  Ho giocato,  io,  con
    quelle rane,  da piccino.  E il passaggio sotterraneo! Lo conosco, io.
    Non ci sono pi che io, forse, a conoscerlo.
    - Che passaggio sotterraneo? Non so che cosa intendi dire.
    -  Serviva  una  volta,  nei  tempi  andati,  quando  la  Tourgue  era
    assediata.  Quelli  di  dentro  potevano  svignarsela per un passaggio
    sotterraneo che mette capo nel bosco.
    - Un passaggio sotterraneo di quel genere  c'  infatti  nel  castello
    della  Jupellire,  come pure al castello della Hunaudaye e alla torre
    Campon; ma alla Tourgue non c' nulla di simile.
    - Ma s che c',  monsignore.  Io non conosco i passaggi di cui  parla
    monsignore. Non conosco che quello della Tourgue, perch sono di l. E
    anzi,  non  ci  sono  che  io  a  conoscere quel passaggio.  Non se ne
    parlava.  Era proibito,  perch quel passaggio era  servito  al  tempo
    delle guerre del signor di Rohan.  Mio padre conosceva il segreto e me
    lo mostr. Conosco il segreto per entrare e il segreto per uscire.  Se
    sono  nella foresta,  posso andare nella torre,  e se sono nella torre
    posso andare nella foresta.  Senza che mi si veda.  E quando i  nemici
    entrano,  non  c'  pi nessuno.  Ecco che cosa  la Tourgue.  Oh!  la
    Conosco, io.
    Il vecchio rimase un momento in silenzio.
    - Evidentemente ti sbagli.  Se ci  fosse  un  segreto  simile,  io  lo
    conoscerei.
    - Ne sono sicuro, monsignore. C' una pietra che gira.
    - Ah,  ho capito!  Credete alle pietre che girano, voialtri contadini,
    alle pietre che cantano,  alle pietre che vanno,  di notte,  a bere al
    ruscello accanto. Tutte fandonie.
    - Ma se l'ho fatta girare io stesso, la pietra...
    - Come altri l'hanno udita cantare.  Camerata, la Tourgue  una sicura
    e forte bastiglia, facile da difendere; ma chi facesse assegnamento su
    un'uscita sotterranea per cavarsela, sarebbe un ingenuo.
    - Ma, monsignore...
    Il vecchio fece una spallucciata.
    - Non perdiamo tempo. Parliamo delle nostre faccende.
    Il tono perentorio di quelle parole mise di colpo fine  all'insistenza
    di Halmalo.
    Il vecchio riprese:
    -  Continuiamo.   Ascolta.  Da  Rougefeu  ti  recherai  nel  bosco  di
    Montchevrier,  dov' Benedicite,  che  il capo dei dodici.  E' ancora
    uno dei buoni. Recita il "benedicite" mentre fa archibugiare la gente.
    Niente smancerie, in guerra. Da Montchevrier andrai...
    Si interruppe.
    - Dimenticavo il danaro.
    Si  trasse  di  tasca  e  mise  in  mano  ad  Halmalo  una  borsa e un
    portafoglio.
    - In questo portafoglio  ci  sono  trentamila  franchi  in  assegnati,
    qualche cosa come tre lire e dieci soldi;  vero  che sono falsi, ma i
    veri non valgono mica di pi; in questa borsa, invece,  bada,  ci sono
    cento luigi in oro.  Ti d tutto quello che possiedo.  Qui, non ho pi
    bisogno di nulla,  io.  E' preferibile,  del resto,  che non si  possa
    trovare danaro su di me.  Riprendo. Da Montchevrier andrai ad Antrain,
    dove vedrai il signor di Frott;  da  Antrain  alla  Jupellire,  dove
    vedrai  il  signor  di Rochecotte;  dalla Jupellire a Noirieux,  dove
    vedrai l'abate Baudoin. Sarai capace di ricordarti ogni cosa?
    - Come il "pater".
    - Vedrai a Saint-Brice-en-Cogle il signor Dubois-Guy, a Morannes,  che
     un borgo fortificato,  il signor di Turpin,  e a Chateau-Gonthier il
    principe di Talmont.
    - Mi parler un principe, forse?
    - Dal momento che ti parlo io.
    Halmalo si tolse il cappello.
    - Tutti ti riceveranno bene  vedendo  questo  giglio  di  Madama.  Non
    dimenticare  che  devi  andare  in  localit  dove  sono montagnardi e
    patriottardi.   Dovrai   travestirti.   Sono   cos   stupidi,    quei
    repubblicani,  che con una marsina turchina, un cappello a tre punte e
    una coccarda tricolore si passa dovunque.  Non ci sono pi reggimenti,
    non ci sono pi uniformi,  i corpi non sono numerati;  ognuno si mette
    addosso lo straccio  che  vuole.  Andrai  a  Saint-Mherv.  Ci  vedrai
    Gaulier,  detto  Pierone.  Andrai  all'accampamento di Parn,  dove si
    trovano gli uomini dalle facce annerite. Mettono nei fucili la sabbia,
    costoro, e doppia carica di polvere per fare pi fracasso; fanno bene.
    Ma devi dir loro soprattutto di uccidere,  di uccidere,  di  uccidere.
    Andrai al campo della Vache-Noire,  che si trova su un'altura in mezzo
    al bosco della Charnie, poi al campo dell'Avoine,  poi al campo Verde,
    poi  a  quello  delle Formiche.  Andrai al Grand-Bordage,  detto anche
    Haut-des-Prs, abitato da una vedova, la cui figlia  stata sposata da
    Treton, detto l'Inglese. Il Grand-Bordage si trova nella parrocchia di
    Qulaines. Andrai a visitare Epineux-le-Chevreuil, Sill-le-Guillaume,
    Parannes, e tutti gli uomini che sono in tutti i boschi.  Avrai amici,
    e li manderai sul margine dell'Alto e del Basso Maine, vedrai Giovanni
    Treton  nella  parrocchia  di  Vaisges,   Senza-rimpianti  al  Bignon,
    Chambord a Bonchamps, i fratelli Corbin a Maisoncelles,  e il Piccolo-
    senza-paura  a  Saint-Jan-sur-Erve:    quello  stesso  che  si chiama
    Bourdoiseau.  Fatto tutto questo,  e data dovunque la parola  d'ordine
    Insorgete.   Niente  quartiere,  raggiungerai  il  grande  esercito,
    l'esercito cattolico e regio, dovunque si trover. Vedrai i signori di
    Elbe, di Lescure, della Rochejaquelein e quelli fra i capi che allora
    saranno ancora vivi. Mostrerai loro il mio nodo di comando.  Sanno gi
    che  cos'.  Tu  non sei che un marinaio,  ma Cathelineau non  che un
    carrettiere. Dirai loro questo, da parte mia: E' ora di combattere le
    due guerre assieme; la grande e la piccola.  La grande fa pi chiasso,
    la piccola rende di pi.  La Vandea  buona, la guerriglia alla Chouan
     peggiore;  e,  nelle guerre civili,  la peggiore  la  migliore.  La
    bont di una guerra si giudica dalla quantit di male che produce.
    Si interruppe.
    -  Ti dico tutte queste cose,  Halmalo.  Tu non capisci le parole,  ma
    capisci le cose.  Ho concepito fiducia in te  vedendoti  manovrare  il
    canotto;  non  conosci  la  geometria,  e compi,  in mare,  evoluzioni
    sorprendenti; chi sa condurre una barca pu pilotare una insurrezione;
    dal modo come hai sbrogliato la matassa sul mare,  affermo che  te  la
    caverai  egregiamente  in  tutte  le  mie incombenze.  Continuo: dirai
    dunque ai capi,  su per gi,  come potrai,  ma dirai bene  di  sicuro,
    questo  che  ti  dico: Preferisco la guerra delle foreste alla guerra
    della pianura;  non ci tengo ad allineare centomila contadini sotto la
    mitraglia dei soldati azzurri e sotto l'artiglieria del signor Carnot;
    tra un mese voglio avere cinquecentomila ammazzatori,  imboscati nelle
    macchie. L'esercito repubblicano  la mia selvaggina.  Braccheggiare 
    guerreggiare.  Sono lo stratega della macchia io.  Gi, ecco un'altra
    parola che tu non capirai.  Fa  lo  stesso;  capirai  questo:  Niente
    quartiere,  e imboscate dovunque!  Voglio fare le cose pi alla Chouan
    che  alla  vandeana.  Aggiungerai  che  gli  inglesi  sono  con  noi.
    Prendiamo la repubblica tra due fuochi. L'Europa ci aiuta. Facciamola
    finita  con  la  rivoluzione.  I re le fanno la guerra dei regni,  noi
    facciamole la guerra delle parrocchie. Ecco quello che devi dire. Hai
    capito?
    - S. Bisogna mettere a fuoco e sangue ogni cosa.
    - Cos .
    - Niente quartiere.
    - A nessuno. Proprio.
    - Andr dovunque.
    - E sta in guardia,  ch questo  un paese dove ci vuole  un  nulla  a
    essere un uomo morto.
    - La morte,  non mi interessa.  Chi muove il primo passo consuma forse
    le ultime sue scarpe.
    - Sei un coraggioso, tu.
    - E se mi chiedono il nome di monsignore?
    - Non  ancora tempo di saperlo.  Dirai che non lo conosci,  e sar la
    verit.
    - Dove rivedr monsignore?
    - Dove sar.
    - Come far a saperlo?
    -  Perch  lo sapranno tutti.  Fra otto giorni la gente parler di me,
    dar degli esempi, vendicher il re e la religione,  e tu riconoscerai
    benissimo che si parler di me.
    - Capisco.
    - Non dimenticare niente.
    - State tranquillo.
    - E adesso parti. Che Dio ti guidi. Va'!
    -  Far  tutto quello che mi avete detto.  Andr.  Parler.  Obbedir.
    Comander.
    - Bene.
    - E se riesco...
    - Ti far cavaliere di San Luigi.
    - Come mio fratello. E se non riesco, mi farete fucilare.
    - Come tuo fratello.
    - Sta bene, monsignore.
    Il  vecchio  chin  la  testa  e  parve  sprofondare  in   una   seria
    meditazione.  Quando rialz gli occhi,  era solo.  Halmalo non era pi
    che un punto nero scomparente nell'orizzonte.
    Il sole era tramontato.
    I gabbiani grigi e quelli neri rientravano: essere sul mare,   essere
    fuori.
    Si  avvertiva nello spazio quella specie d'inquietudine che precede la
    notte; le raganelle gracidavano, i beccaccini si alzavano a volo dagli
    stagni fischiando, i gabbianelli, le taccole, le ghiandaie facevano il
    loro chiasso serotino;  gli uccelli d'acqua si chiamavano,  ma  rumori
    umani  nessuno.  La solitudine era profonda.  Non una vela nella baia,
    non un contadino fra i campi. La distesa deserta a perdita di vista. I
    grandi cardi delle sabbie fremevano.  Il cielo bianco  del  crepuscolo
    gettava  sulla  spiaggia  una  gran luce livida.  Lontano,  nella cupa
    pianura, paludosi specchi d'acqua parevano lastre di stagno posate per
    terra. Dal largo, soffiava il vento.




    LIBRO QUARTO.
    TELLMARCH.

    1.
    LA SOMMITA' DELLA DUNA.

    Il vecchio aspett che Halmalo fosse scomparso,  poi si  ravvolse  ben
    bene  nel  suo  mantello da mare e si mise in cammino.  Andava a passi
    lenti, pensoso. Si dirigeva verso Huisnes, mentre Halmalo se ne andava
    verso Beauvoir.
    Dietro di lui si ergeva,  enorme triangolo nero,  con la sua tiara  da
    cattedrale  e  la sua corazza da fortezza,  con le sue grosse torri di
    levante,  l'una tonda,  l'altra quadrata,  che aiutano la  montagna  a
    sostenere il peso della chiesa e del paese,  il monte San Michele, che
    sta all'oceano come la piramide di Cheope sta al deserto.
    Le  sabbie  mobili  della  baia  del  monte   San   Michele   spostano
    insensibilmente  le  loro  dune.  C'era  a quel tempo,  tra Huisnes ed
    Ardevon,  una duna molto elevata che oggi non c'  pi.  Quella  duna,
    spianata da un colpo di equinozio, aveva la rara dote di essere antica
    e  di  portare  sulla  sua  sommit  una  pietra  miliare erettavi nel
    dodicesimo secolo,  in memoria del concilio tenuto ad Avranches contro
    gli assassini di san Tommaso di Cantorbry.  Dall'alto di quella duna,
    si scopriva tutto il paese ed era possibile orientarsi.
    Il vecchio si diresse verso quella duna e vi sal.
    Quando fu su,  si addoss alla pietra miliare,  si sedette su uno  dei
    quattro  pilastrini che ne segnano gli spigoli,  e si mise a esaminare
    quella specie di carta geografica che aveva sotto  i  piedi.  Sembrava
    cercare  una  strada  in  un  paese che gli era peraltro ben noto.  In
    quell'ampio paesaggio,  fosco per via del crepuscolo,  non c'era nulla
    di preciso all'infuori dell'orizzonte, nero sul biancore del cielo.
    Vi si scorgevano i raggruppamenti di tetti di undici borghi e paesini,
    e si distinguevano,  a parecchie leghe di distanza,  tutti i campanili
    della costa,  che sono altissimi,  affinch  possano,  all'occorrenza,
    servire da punto di riferimento a quelli che si trovano in mare.
    Dopo   qualche  momento  il  vecchio  parve  aver  trovato,   in  quel
    chiaroscuro, quello che cercava.  Il suo sguardo si ferm su un gruppo
    d'alberi,  di  muri  e  di tetti che si scorgeva s e no in mezzo alla
    spianata e ai boschi,  e che era una  fattoria.  Ebbe  il  soddisfatto
    cenno di testa d'un uomo che dice in cuor suo: E' quella!, e si mise
    a  tracciare  con  un  dito  nello  spazio  l'abbozzo di un itinerario
    attraverso le siepi e i colti.  Tratto tratto,  esaminava  un  oggetto
    informe  e  poco  distinto  che  si  agitava  al  di  sopra  del tetto
    principale della fattoria e pareva si chiedesse:  Che    mai?.  Era
    alcunch  d'incolore  e  di  confuso  per  via  dell'ora;  non era una
    banderuola metallica,  perch  ondeggiava,  n  c'era  alcuna  ragione
    perch fosse una vera e propria bandiera.
    Era  stanco;  rimaneva  volentieri  seduto  su  quel pilastrino,  e si
    lasciava andare a quella specie di vago oblio che il primo  minuto  di
    riposo d agli uomini stanchi.
    C'  un'ora  del  giorno  che  si  potrebbe chiamare l'assenza di ogni
    rumore:  l'ora serena,  l'ora della sera.  Era appunto quell'ora.  Il
    vecchio ne godeva.  Guardava.  Ascoltava.  Che cosa?  La tranquillit.
    Perfino le belve hanno il loro istante  di  malinconia.  D'un  subito,
    quella  tranquillit  fu,  non  turbata,  ma  accentuata  da  voci che
    passavano.  Erano voci di donne e di bambini.  Simili gioiosi inattesi
    rintocchi si danno,  talvolta,  nell'ombra. Non si vedeva minimamente,
    per via degli interposti cespugli,  il gruppo dal  quale  uscivano  le
    voci,  ma  quel  gruppo  camminava  ai piedi della duna e se ne andava
    dalla parte della pianura e del bosco.  Quelle voci salivano fresche e
    distinte fino al vecchio pensoso,  ed erano cos vicine,  che egli non
    ne perdeva sillaba.
    Una voce di donna diceva:
    - Spicciamoci, Flcharde. E' di qui che si va?
    - No, di l.
    E il dialogo continuava tra le due voci, una alta, l'altra timida.
    - Come chiamate quella fattoria che abitiamo adesso?
    - Herbe-en-Pail.
    - Ne siamo ancora lontani?
    - Un buon quarto d'ora.
    - Spicciamoci ad andar a mangiare la zuppa.
    - Siamo davvero in ritardo.
    - Bisognerebbe correre. Ma i vostri marmocchi sono stanchi.  Non siamo
    che  due  donne,  noi;  non possiamo portare tre bambini.  E voi,  del
    resto, ne portate gi uno, voi,  Flcharde.  Un vero piombo.  L'avrete
    svezzata questa golosaccia,  ma quanto a portarla,  la portate sempre.
    Cattiva abitudine. Fatela camminare un po', dunque. Pazienza! la zuppa
    sar fredda.
    - Oh, ma che buone scarpe mi avete dato! Si direbbero fatte per me.
    - E' sempre meglio che andare a piedi nudi.
    - Lesto, su, Gian Renato!
    - Proprio lui ci ha fatto perdere  tempo.  Deve  parlare  a  tutte  le
    contadinelle che incontra, lui: la fa da uomo.
    - Ha quasi cinque anni, diamine!
    - Di' un po',  Gian Renato; perch hai parlato a quella piccina, l in
    paese?
    Una voce infantile, da maschietto, rispose:
    - Perch la conosco.
    La donna riprese:
    - Come? la conosci?
    - S,  - rispose il bimbo;  - perch  mi  ha  regalato  delle  bestie,
    stamattina.
    - Questa  grossa! - esclam la donna; - non siamo da queste parti che
    da tre giorni, lui  grosso come un pugno, e ha gi la morosa!
    Le voci si allontanarono. Ogni rumore cess.

    2.
    "AURES HABET ET NON AUDIET". [Ha orecchi e non ode]

    Il vecchio rimaneva immobile.  Non pensava. Era tanto se fantasticava.
    Intorno a lui tutto era serenit,  assopimento,  fiducia,  solitudine.
    Era ancora giorno chiaro sopra la duna,  ma quasi notte gi sul piano,
    e assolutamente notte nei boschi. A oriente ascendeva la luna.  Alcune
    stelle picchiettavano l'azzurro pallido dello zenit.  Quell'uomo,  per
    quanto pieno di violente preoccupazioni, si inabissava nell'ineffabile
    mansuetudine dell'infinito.  Avvertiva,  entro di s,  sorgere  quella
    oscura alba,  la speranza, se il vocabolo speranza pu applicarsi alle
    aspettative della guerra civile.  Per il momento,  gli  sembrava  che,
    uscendo  da  quel mare,  stato fino a poco prima tanto inesorabile,  e
    mettendo piede a terra, ogni pericolo fosse svanito. Nessuno conosceva
    il suo nome,  egli era solo,  perduto  per  il  nemico,  senza  alcuna
    traccia dietro di s,  giacch la superficie del mare non serba nulla,
    nascosto, ignorato,  non supposto neppure.  Sentiva un non sapeva qual
    supremo acquietamento. Ancora un poco, e si sarebbe addormentato.
    Per quell'uomo in preda,  tanto interiormente quanto esteriormente,  a
    tanti tumulti,  ci che dava uno strano fascino  alla  calma  che  ora
    attraversava, era, sulla terra come in cielo, un profondo silenzio.
    Non  si  udiva  che  il vento,  che veniva dal mare;  ma il vento  un
    continuo accompagnamento,  e cessa quasi di essere  un  rumore,  tanto
    diventa una abitudine.
    A un tratto, balz in piedi.
    La sua attenzione era stata richiamata di colpo.  Osserv l'orizzonte.
    Qualche cosa infondeva al suo sguardo una fissit tutta particolare.
    Era il campanile  di  Cormeray  che  egli  guardava;  l'aveva  proprio
    davanti,  in fondo alla pianura. In quel campanile infatti avveniva un
    non so che di straordinario.
    Il suo profilo spiccava nettamente;  si  vedeva  la  torre  sormontata
    dalla  sua  piramide,  e,  tra  la  torre  e  la  piramide,  la  cella
    campanaria, quadrata,  forata,  senza schermi laterali,  e aperta agli
    sguardi da tutt'e quattro i lati, com' uso nei campanili bretoni.
    Ora,  quella  cella  campanaria  appariva  alternativamente  aperta  e
    chiusa;  a intervalli uguali,  l'alta sua finestra si disegnava  prima
    tutta bianca,  poi tutta nera; attraverso ad essa si scorgeva prima il
    cielo,  poi non si vedeva pi;  prima c'era luce,  poi la luce  veniva
    occultata;  e  l'apertura  e la chiusura si susseguivano da un secondo
    all'altro con la regolarit d'un martello sull'incudine.
    Il vecchio aveva quel campanile di Cormeray proprio davanti  a  s,  a
    circa  due leghe di distanza;  guard a destra il campanile di Baguer-
    Pican, anch'esso dritto sull'orizzonte;  la cella di quel campanile si
    apriva e si chiudeva come quella di Cormeray.
    Guard  a  sinistra  il campanile di Tanis;  la cella del campanile di
    Tanis si apriva e si chiudeva come quella di Baguer-Pican.
    Guard tutti i campanili dell'orizzonte, uno dopo l'altro,  a sinistra
    i  campanili  di  Courtils,  di  Prcey,  di  Crollon  e  della Croix-
    Avranchin; alla destra i campanili di di Raz-sur-Cuesnon, di Mordrey e
    di Pas; di fronte,  il campanile di Pontorson.  La cella di tutti quei
    campanili era alternativamente nera e bianca.
    Che voleva dire ci?
    Significava che tutte le campane erano in moto.
    Per apparire e scomparire cos,  poi, bisognava che fossero agitate in
    modo furioso.
    Che era? La campana a martello indubbiamente.
    Suonavano la campana  a  martello,  la  suonavano  freneticamente,  la
    suonavano dovunque,  da tutti i campanili,  in tutte le parrocchie, in
    tutti i paesi. E non si udiva nulla.
    Ci era dovuto alla distanza, che impediva ai suoni di giungere,  e al
    vento di mare che spirava dalla parte opposta e portava tutti i rumori
    della terra fuori dell'orizzonte.
    Tutti quei campanili forsennati che chiamavano da dovunque, e al tempo
    stesso quel silenzio: nulla poteva essere pi sinistro.
    Il vecchio guardava e ascoltava.
    Non  udiva  la  campana  a  martello;  la vedeva.  Vedere la campana a
    martello: strana sensazione.
    Con chi ce l'avevano quelle campane?
    Contro chi quella campana a martello?

    3.
    UTILITA' DEI CARATTERI GROSSI.

    Qualcuno era braccato di sicuro.
    Chi?
    Quell'uomo d'acciaio ebbe un fremito.
    Non poteva trattarsi di lui.  Nessuno poteva aver  indovinato  il  suo
    arrivo.  Impossibile  che  i  rappresentanti  in  missione fossero gi
    informati. Non aveva fatto che sbarcare.  La corvetta,  evidentemente,
    era  colata  a  picco  senza che ne sfuggisse neppure un uomo.  E poi,
    nella  stessa  corvetta,   nessuno,   eccettuato  Boisberthelot  e  La
    Vieuville, conosceva il suo nome.
    I campanili continuavano il loro concerto selvaggio. Egli li esaminava
    e li contava macchinalmente, mentre il suo fantasticare, spinto da una
    congettura all'altra, aveva la fluttuazione che d il passaggio da una
    sicurezza  profonda  a una terribile incertezza.  Eppure,  dopo tutto,
    quella campana a martello si poteva  spiegare  in  molti  modi,  e  il
    vecchio finiva per rassicurarsi, dicendosi: Alla fin fine, nessuno sa
    del mio arrivo e nessuno conosce il mio nome.
    Da  qualche momento,  di sopra e dietro di lui si andava producendo un
    lieve rumore.  Somigliava al fruscio d'una foglia d'albero agitata.  A
    tutta prima non vi fece caso;  poi, siccome il rumore persisteva, e si
    potrebbe dire insisteva, fin per voltarsi. Non era una foglia,  ma un
    foglio  di  carta.  Il  vento  stava staccando,  al di sopra della sua
    testa,  un largo manifesto appiccicato alla pietra miliare.  L'avevano
    messo  l  da poco,  giacch era ancora umido e offriva buona presa al
    vento, che si era messo a giocare con lui e a distaccarlo.
    Il vecchio aveva  scalato  la  duna  dalla  parte  opposta,  cosicch,
    arrivando, non aveva veduto il manifesto.
    Mont  sul  pilastrino sul quale era seduto e pos la mano sull'angolo
    del manifesto sollevato dal vento.  Il cielo era sereno,  i crepuscoli
    sono  lunghi,  in  giugno;  le basi della duna erano tenebrose,  ma la
    sommit era illuminata;  una parte del manifesto era stampata a grosse
    lettere,  ed  era ancora abbastanza chiaro perch si potesse leggerle.
    Lesse questo:

    REPUBBLICA FRANCESE, UNA E INDIVISIBILE

    Noi, Prieur della Marna, rappresentante del popolo in missione presso
    l'esercito delle Coste di Cherbourg, ordiniamo:
    L'ex marchese di Lantenac,  visconte di Fontenay,  sedicente principe
    di Bretagna,  furtivamente sbarcato sulla costa di Granville,   messo
    fuori della legge. La sua testa  messa a prezzo: a chi lo consegner,
    vivo o morto,  sar pagata la somma di sessantamila lire.  Tale  somma
    non sar pagata in assegnati,  ma in oro. Un battaglione dell'esercito
    delle Coste di Cherbourg sar immediatamente  mandato  incontro  e  in
    cerca dell'ex marchese di Lantenac.  I comuni sono tenuti a prestargli
    man forte.
    Dato nella casa del comune di Granville, il 2 giugno 1793.
    Firmato: Prieur della Marna.

    Sotto a quel  nome  c'era  un'altra  firma,  di  carattere  molto  pi
    piccolo,  che  non  si  poteva  leggere  per  via  della poca luce che
    rimaneva.
    Il vecchio si tir il cappello fin sugli occhi,  incroci il  mantello
    da   mare   sotto   il   mento   e  discese  rapidamente  dalla  duna.
    Evidentemente, era inutile indugiare su quell'altura rischiarata.
    C'era forse gi stato troppo  a  lungo;  la  sommit  della  duna  era
    l'unico punto del paesaggio che fosse rimasto visibile.
    Quando fu gi, nel buio, rallent il passo.
    Si  diresse,  secondo  l'itinerario  che  si  era tracciato,  verso la
    fattoria,  in quanto aveva probabilmente  le  sue  buone  ragioni  per
    ritenersi sicuro, da quella parte.
    Tutto era deserto. Era l'ora in cui non passa pi nessuno.
    Dietro  un  cespuglio,  si ferm,  si sciolse il mantello,  rivolt la
    casacca dalla parte villosa, si riannod al collo il mantello, che era
    un cencio legato con la corda, e si rimise in via.
    C'era chiaro di luna.
    Giunse all'incrocio di due strade,  dove si rizzava una vecchia  croce
    di  sasso.  Sul  piedistallo  della  croce  si distingueva un quadrato
    bianco: verosimilmente un manifesto simile a quello  che  aveva  letto
    poco prima. Il vecchio gli si avvicin.
    - Dove andate? - gli domand una voce.
    Egli si volse.
    L,  tra  le siepi,  c'era un uomo di statura non meno alta della sua,
    vecchio al pari di lui, come lui dai capelli bianchi,  ma ancora pi a
    sbrendoli di lui. Quasi il suo sosia.
    Quell'uomo si appoggiava a un lungo bastone.
    Egli riprese:
    - Dove andate, vi domando?
    -  Dove  sono,  innanzitutto?  -  domand  il  vecchio con calma quasi
    altezzosa.
    L'uomo rispose:
    - Siete nella signoria di Tanis;  io ne sono il mendicante  e  voi  ne
    siete il signore.
    - Io?
    - S, voi, signor marchese di Lantenac.

    4.
    IL PITOCCO.

    Il  signor  marchese  di  Lantenac (lo chiameremo ormai col suo nome),
    rispose gravemente:
    - Sia. Consegnatemi.
    L'uomo prosegu:
    - Siamo entrambi in casa nostra,  qui;  voi  nel  castello,  io  nella
    macchia.
    - Finiamola. Fate quel che dovete. Consegnatemi, - disse il marchese.
    L'uomo continu:
    - Andavate alla fattoria d'Herbe-en-Pail, non  vero?
    - S.
    - Non andateci.
    - Perch?
    - Perch ci sono gli azzurri.
    - Da quando?
    - Da tre giorni.
    - Hanno resistito gli abitanti della fattoria e quelli dei casolari?
    - No. Hanno aperto tutte le porte.
    - Oh! - esclam il marchese.
    L'uomo  indic  col  dito  il tetto della fattoria,  che si scorgeva a
    qualche distanza di l, al di sopra degli alberi.
    - Vedete il tetto, signor marchese?
    - S.-
    - Vedete quel che c' sopra?
    - Che sventola?
    - S.
    - E' una bandiera.
    - Tricolore, - disse l'uomo.
    Era  l'oggetto  che  gi  aveva  attirato  l'attenzione  del  marchese
    dall'alto della duna.
    - Non stanno suonando campane a martello, forse?
    - S.
    - E perch mai?
    - Per causa vostra, evidentemente.
    - Ma non si odono?
    - Lo impedisce il vento.
    L'uomo continu:
    - Avete visto il vostro manifesto?
    - S.
    - Vi cercano.
    E, gettando uno sguardo dalla parte della fattoria, soggiunse:
    - C' un mezzo battaglione, l dentro.
    - Di repubblicani?
    - Parigini.
    - Andiamoci, allora.
    E mosse un passo verso la fattoria. L'uomo lo afferr per un braccio.
    - Non andateci.
    - E dove volete che vada?
    - Venite da me.
    Il marchese guard il mendicante.
    - Ascoltate,  signor marchese;  non  bello,  da me,  ma  sicuro. Una
    capanna pi bassa d'una cantina. Per pavimento un letto di fuchi;  per
    soffitto  un  tetto di rami e di erbe.  Venite.  Alla fattoria sareste
    fucilato.  Da me dormirete.  Dovete essere  stanco;  e  domattina  gli
    azzurri si saranno rimessi in marcia.  Allora andrete dove vorrete. Il
    marchese osservava l'uomo.
    - Di che partito siete,  voi?  - gli domand.  -  Siete  repubblicano?
    Siete monarchico?
    - Sono un povero, io.
    - N monarchico n repubblicano?
    - Non credo.
    - Siete per o contro il re?
    - Non ho tempo per queste cose.
    - Che ne pensate di quanto avviene?
    - Non ho di che vivere.
    - Eppure venite in mio aiuto.
    - Ho visto che eravate fuori della legge.  Che cosa  la legge? Si pu
    dunque esserne fuori? Non capisco. E io, sono dentro la legge,  io?  o
    sono fuori della legge?  Non ne so niente.  Significa essere dentro la
    legge, morire di fame?
    - Da quando morite di fame?
    - Da che vivo.
    - E mi salvate?
    - S.
    - Perch?
    - Perch ho detto: Ecco uno ancora pi povero di me. Io ho il diritto
    di respirare; lui non ce l'ha!.
    - E' vero. E mi salvate.
    - Senza dubbio.  Eccoci fratelli,  monsignore.  Io  chiedo  pane,  voi
    chiedete vita. Siamo due mendicanti.
    - Ma lo sapete che la mia testa  messa a prezzo?
    - S.
    - Come lo sapete?
    - Ho letto il manifesto.
    - Sapete leggere ?
    - S. E anche scrivere. Perch dovrei essere un bruto?
    -  Allora,  dal  momento che sapete leggere,  e giacch avete letto il
    manifesto,  sapete che chi mi consegnasse  guadagnerebbe  sessantamila
    franchi?
    - Lo so.
    - Non in assegnati.
    - S, lo so, in oro.
    - Lo sapete che sessantamila franchi sono una fortuna?
    - S.
    - E che qualcuno che mi consegnasse farebbe la propria fortuna?
    - Sta bene, e dopo?
    - La propria fortuna!
    -  Appunto  quello che ho pensato.  Vedendovi,  mi sono detto: Quando
    penso  che   qualcuno   che   consegnasse   quell'uomo   guadagnerebbe
    sessantamila  franchi  e  farebbe la propria fortuna!  Affrettiamoci a
    nasconderlo.
    Il marchese segu il povero.
    Entrarono in un folto.  L era la tana del mendicante.  Era una specie
    di camera che una grossa vecchia quercia aveva lasciato prendere,  sul
    suo, da quell'uomo. Era scavata sotto le sue radici e coperta dai suoi
    rami. Era buia, bassa, nascosta, invisibile. C'era posto per due.
    - Ho previsto che avrei potuto avere un ospite, - disse il mendicante.
    Quella specie di alloggio sotterraneo,  meno  raro,  in  Bretagna,  di
    quanto non si creda,  si chiama,  nella lingua del paese, "carnichot";
    nome che si applica pure a certi nascondigli praticati nello  spessore
    dei muri.
    E' arredata da qualche pignatta,  da un giaciglio di paglia o di alghe
    lavate ed essiccate,  da una grossolana coperta di saia e  da  qualche
    moccolo  di  sego,  ai quali si accompagna un acciarino e alcuni gambi
    cavi di acanto, che servono per accenderli.
    I due si curvarono,  strisciarono un poco,  penetrarono nella  camera,
    che   le   grosse   radici   dell'albero   suddividevano  in  bizzarri
    scompartimenti,  e si sedettero su un mucchio  di  alghe  secche,  che
    costituivano  il  letto.  L'intervallo  tra  due  radici  per  dove si
    entrava, e che fungeva da porta, dava un po' di luce. Era sopraggiunta
    la notte,  ma lo sguardo si adatta al buio,  e si finisce  sempre  per
    trovare  un  po'  di  luce anche nell'ombra.  Un riflesso del chiarore
    lunare imbiancava vagamente l'entrata.  C'era in un angolo una  brocca
    d'acqua, una focaccia di grano saraceno e un mucchietto di castagne.
    - Ceniamo, - disse il povero.
    Si  divisero le castagne;  il marchese offr il suo pezzo di biscotto,
    addentarono la stessa pagnotta di grano saraceno e  bevvero  uno  dopo
    l'altro dalla brocca.
    Conversarono.
    Il marchese si mise a interrogare quell'uomo.
    -  Cos,  tutto quello che capita,  o niente,  sono la stessa cosa per
    voi?
    - Su per gi. Voialtri siete signori. Sono faccende vostre.
    - Ma insomma, quello che accade...
    - Accade lass.
    E il mendicante soggiunse:
    - E ci sono cose,  poi,  che accadono ancora pi in alto: il sole  che
    sorge,  la luna che cresce o che cala, e sono queste le cose di cui mi
    occupo io.
    Bevve una sorsata alla brocca, e disse:
    - Che buona acqua fresca!
    E riprese:
    - Come trovate quest'acqua, monsignore?
    - Come vi chiamate? - domand il marchese.
    - Mi chiamo Tellmarch, e mi chiamano il Pitocco.
    - Lo so. Si dice cos da queste parti.
    - Significa mendicante.  Mi chiamano anche il Vecchio.  - Prosegu:  -
    Sono quarant'anni che mi chiamano il Vecchio.
    - Quarant'anni! Ma eravate giovane, allora.
    - Giovane,  non sono mai stato. Voi, invece, signor marchese, lo siete
    sempre. Avete gambe di vent'anni, scalate la grande duna. Io,  invece,
    comincio  a  non  poter  pi  camminare;  dopo  un quarto di lega sono
    stanco. Eppure siamo della stessa et;  ma i ricchi hanno sopra di noi
    un vantaggio, quello di mangiare tutti i giorni. Mangiare, mantiene.
    Dopo un momento di silenzio, il mendicante continu:
    -  Poveri!  ricchi!  che faccenda terribile.  E' questo che produce le
    catastrofi. O almeno, cos pare a me. I poveri vogliono essere ricchi,
    i ricchi non vogliono essere poveri. Credo che, in fondo, la questione
    stia  tutta  qui.   Non  me  ne  occupo.   Gli  avvenimenti  sono  gli
    avvenimenti. Io non sto n per il creditore n per il debitore. So che
    c' un debito da pagare,  e che lo si sta pagando.  Ecco tutto.  Avrei
    preferito che non si uccidesse il re, ma mi sarebbe difficile dirne la
    ragione.  Con tutto questo,  mi si risponde: Ma una  volta,  come  vi
    impiccavano la gente agli alberi,  per una inezia!.  Toh! io, per una
    misera fucilata sparata a un capriolo del re,  ho visto  impiccare  un
    uomo che aveva moglie e sette figliuoli. C' il suo dire, tanto da una
    parte che dall'altra.
    Tacque ancora; poi soggiunse:
    -  Capite bene che io non so le cose molto esattamente.  Si viene,  si
    va, accadono delle cose. Per me, me ne sto sotto le stelle.
    Tellmarch s'interruppe ancora una volta, sovrappensiero; poi continu:
    - Sono un po' un empirico, io, un po' dottore; conosco le erbe, traggo
    vantaggio dalle piante;  i contadini mi vedono tutto attento davanti a
    nulla,  e  ci  mi  fa prendere per uno stregone.  Credono,  perch mi
    vedono sovrappensiero, che io sia sapiente.
    - Siete di qui? - domand il marchese.
    - Non ne sono mai uscito.
    - Mi conoscete?
    - Certo. L'ultima volta che vi ho visto,  stato al tempo della vostra
    ultima traversata,  due anni fa.  Siete andato di qui in  Inghilterra.
    Poco  fa,  ho  scorto un uomo sopra la duna.  Un uomo di alta statura.
    Sono rari gli uomini alti;  la Bretagna  un paese di uomini  piccoli.
    Ho guardato bene. Avevo letto il manifesto. Ho detto: Toh!, e quando
    siete disceso, c'era la luna, vi ho riconosciuto.
    - Eppure, io non vi conosco affatto.
    - Voi mi avete visto, ma non mi avete veduto.
    E Tellmarch il Pitocco soggiunse:
    - Ma io vi vedevo,  io.  Da mendicante a passante, lo sguardo non  il
    medesimo.
    - Vi ho incontrato altre volte, forse?
    - Spesso, dal momento che sono il vostro mendicante.  Io ero il povero
    della strada bianca del vostro castello.  Dandosi l'occasione mi avete
    anche fatto l'elemosina;  ma chi d non guarda;  chi riceve esamina  e
    osserva.  Chi dice mendicante, dice spia. Io, per, sebbene sia spesso
    triste, cerco di non essere una cattiva spia. Tendevo la mano; voi non
    vedevate che la mano,  e ci gettavate l'elemosina di cui avevo bisogno
    la  mattina  per non morire di fame alla sera.  Si sta ventiquattr'ore
    senza mangiare, alle volte.  Talvolta un soldo  la vita.  Io vi debbo
    la vita, ve la restituisco.
    - E' vero; voi mi salvate.
    - S, vi salvo, monsignore.
    E la voce di Tellmarch si fece seria.
    - A una condizione.
    - Quale?
    - Che non veniate qui per fare del male.
    - Vengo qui per fare del bene, - disse il marchese.
    - Dormite, - disse il mendicante.
    Si  coricarono a fianco a fianco sul letto di alghe.  Il mendicante si
    addorment di colpo. Il marchese, sebbene stanchissimo, rimase qualche
    tempo immerso nei  suoi  pensieri;  poi,  in  quell'ombra,  guard  il
    povero, e si coric. Coricarsi su quel letto, era coricarsi per terra;
    ne  approfitt  per appoggiare l'orecchio contro il suolo,  e ascolt.
    C'era sotto la terra un sordo ronzio;    risaputo  che  il  suono  si
    propaga nelle profondit del suolo; si udiva il rumore delle campane.
    La campana a martello continuava.
    Il marchese si addorment.

    5.
    FIRMATO: GAUVAIN.

    Quando si risvegli, era giorno fatto.
    Il mendicante era in piedi,  non nella tana,  perch ritti, l, non si
    poteva stare;  ma fuori,  e sulla soglia.  Si appoggiava a un bastone.
    Gli batteva in faccia il sole.
    - Monsignore,  - disse Tellmarch;  - al campanile di Tanis sono appena
    suonate le quattro. Ho udito i quattro rintocchi;  dunque,  il vento 
    cambiato,  e  abbiamo  quello  di terra.  Non odo nessun altro rumore;
    dunque lo scampanare a martello  cessato.  Tutto   tranquillo  nella
    fattoria e nel cascinale d'Herbe-en-Pail.  Gli azzurri dormono o se ne
    sono andati. Il pericolo peggiore  passato;  sar bene separarci.  E'
    l'ora in cui io me ne vado.
    Indic un punto dell'orizzonte.
    - Vado da quella parte.
    Poi indic il punto opposto:
    - Andatevene da quest'altra, voi.
    Il  mendicante  fece  al  marchese  un  grave saluto con la mano.  Poi
    soggiunse, indicando quel che rimaneva della cena:
    - Portate con voi delle castagne, se avete fame.
    Un momento dopo, era scomparso sotto gli alberi.
    Il marchese si alz e se ne and dalla parte indicatagli da Tellmarch.
    Era l'incantevole ora che la vecchia lingua  rustica  normanna  chiama
    l'annunziatrice  del giorno.  Si udivano cinguettare il cardellino e
    il passero delle siepi.  Il  marchese  segu  il  sentiero  che  aveva
    percorso  venendo  il  giorno  prima.  Usc  dal folto e si ritrov al
    crocicchio segnato dalla croce di sasso.  Il manifesto  c'era  sempre,
    bianco  e  come  giulivo al sole nascente.  Si ricord che in calce al
    manifesto c'era qualche cosa che non  aveva  potuto  leggere  la  sera
    prima  per  via  della  piccolezza delle lettere e della poca luce che
    c'era.  Il manifesto terminava infatti,  sotto la firma Prieur  della
    Marna, con queste due righe in carattere minuto:
    Constatata l'identit dell'ex marchese di Lantenac,  il medesimo sar
    immediatamente passato per le armi. Firmato: Il maggiore comandante la
    colonna di spedizione, Gauvain.
    - Gauvain! - esclam il marchese.
    Si immerse, immobile, in una profonda riflessione,  l'occhio fisso sul
    manifesto, e ripet:
    - Gauvain!
    Si  rimise  in cammino,  si volse,  guard la croce,  ritorn sui suoi
    passi e lesse ancora una volta il manifesto.
    Poi si allontan a passi lenti. Chi gli fosse stato vicino,  l'avrebbe
    udito mormorare a mezza voce: Gauvain!.
    Dal  fondo  dei tratturi incassati dov'egli si ficcava,  i tetti della
    fattoria, che si era lasciata a sinistra,  non si vedevano.  Rasentava
    un'altura  scoscesa,  tutta coperta di giunchi in fiore,  della specie
    chiamata lungaspina.  L'altura  aveva  per  sommit  una  di  quelle
    prominenze  di terra che l si chiamano "hure".  Ai piedi dell'altura,
    lo sguardo si perdeva immediatamente sotto gli alberi. Le foglie erano
    come imbevute di luce.  Tutta la natura denotava la profonda gioia del
    mattino.
    A un tratto, quel paesaggio divenne terribile. Fu come l'esplosione di
    una imboscata.  Una Dio sa quale tromba costituita da grida selvagge e
    da colpi di fucile si abbatt su quei campi e quei boschi raggianti, e
    si vide  innalzarsi,  dalla  parte  dov'era  la  fattoria,  un  grande
    fumacchio solcato da fiamme chiare, come se il cascinale e la masseria
    non  fossero  pi  che  una  bica  di paglia che ardesse.  Fu una cosa
    subitanea e lugubre,  il brusco  passaggio  dalla  calma  alla  furia,
    un'esplosione   dell'inferno   in   piena   aurora,   l'orrore   senza
    transizione. Dalle parti di Herbe-en-Pail si battevano. Il marchese si
    ferm.
    Non c' nessuno che,  in un  caso  simile,  non  l'abbia  provato:  la
    curiosit  pi forte del pericolo.  Si vuol sapere, quand'anche ci si
    dovesse lasciare la pelle.  Il marchese sal sull'altura ai cui  piedi
    correva il tratturo incassato. Di lass si poteva essere scorti, ma si
    vedeva. Fu sulla "hure" in pochi minuti. Guard.
    C'erano infatti fuoco di fucileria e incendio.  Si udivano clamori, si
    vedeva il fuoco. La fattoria era come il centro di non si sapeva quale
    catastrofe. Che era?  Veniva forse assaltata,  la fattoria d'Herbe-en-
    Pail?  Ma  da  chi?  Si  trattava  di  un  combattimento?  O  non era,
    piuttosto,  una  esecuzione  militare?  Gli  azzurri,  come  era  loro
    ordinato   da   un   decreto  rivoluzionario,   punivano  spessissimo,
    appiccandovi  il  fuoco,   le  fattorie  e  i  paesi  refrattari.   Si
    incendiavano,  per  esempio,  tutte le fattorie e tutte le cascine che
    non avevano operato le abbattute d'alberi prescritte  dalla  legge,  e
    che  non  avevano  praticato,  nei  folti,  passaggi per la cavalleria
    repubblicana.  Cos  era  particolarmente  stata  punita  da  poco  la
    parrocchia di Bourgon,  vicino a Erne.  Che anche Herbe-en-Pail fosse
    in quel frangente?  Saltava subito all'occhio che nessuno dei passaggi
    strategici  comandati  dal decreto era stato praticato nelle macchie e
    nei recinti di  Tanis  e  d'Herbe-en-Pail.  Ne  era  forse  quello  il
    castigo?  Era forse arrivato un ordine all'avanguardia che occupava la
    fattoria?  Che facesse parte d'una di  quelle  colonne  di  spedizione
    soprannominate colonne infernali, quella avanguardia?
    Una intricatissima e quanto mai selvaggia boscaglia circondava da ogni
    parte  l'altura  in  cima  alla  quale  il  marchese  si  era messo in
    osservazione.  Quella  boscaglia,  che  veniva  chiamata  la  selvetta
    d'Herbe-en-Pail,  ma che aveva le dimensioni di un bosco,  si stendeva
    fino alla fattoria, e nascondeva,  come tutte le macchie bretoni,  una
    rete di burroni, di sentieri e di tratturi incassati: labirinti in cui
    gli eserciti repubblicani si smarrivano.
    L'esecuzione,  se  si trattava di una esecuzione,  doveva essere stata
    feroce, giacch fu breve.  Come tutte le cose brutali,  fu sbrigata in
    un  lampo.  L'atrocit  delle  guerre  civili  comporta  simili azioni
    selvagge.  Mentre il marchese,  aggiungendo congettura  a  congettura,
    esitante  a scendere,  esitante a rimanere,  ascoltava e spiava,  quel
    fragore di sterminio cess,  o,  per  meglio  dire,  si  disperse.  Il
    marchese  constat  che  nel  macchione avveniva come lo sparpagliarsi
    d'un gruppo di gente furibonda ed allegra.  Si  manifest,  sotto  gli
    alberi,  uno  spaventevole  formicolio.  Dalla fattoria,  si gettavano
    nella boscaglia. C'erano tamburi che battevano la carica. Fucilate non
    se ne sparavano pi.  Pareva piuttosto una battuta;  si sarebbe  detto
    che frugassero,  che dessero la caccia,  che stanassero;  era evidente
    che cercavano qualcuno.  Il rumore era  diffuso  e  profondo;  era  un
    putiferio  di  parole  di collera e di trionfo,  un rumore composto di
    clamori. Non vi si distingueva niente. Di colpo,  nello stesso modo in
    cui  un  lineamento  si  profila dentro un fumo,  qualche cosa in quel
    tumulto divenne articolato e preciso: era un nome, un nome ripetuto da
    mille voci,  e il marchese ud nettamente questo  grido:  -  Lantenac!
    Lantenac! il marchese di Lantenac!
    Cercavano lui.

    6.
    LE PERIPEZIE DELLA GUERRA CIVILE.

    Subito,  intorno  a lui,  e da ogni parte a un tempo,  la boscaglia si
    grem di fucili,  di baionette e di sciabole;  nella penombra si rizz
    una bandiera tricolore, il grido Lantenac gli rimbomb all'orecchio,
    e  ai suoi piedi,  attraverso la sterpaglia e i rami,  apparvero facce
    violente.
    Il marchese era solo,  ritto in vetta  all'altura,  visibile  da  ogni
    punto del bosco.  Vedeva s e no quelli che gridavano il suo nome,  ma
    era veduto da tutti.  Se c'erano mille fucili nel bosco,  egli era  l
    come  un  bersaglio.  Non  distingueva in quel folto altro che pupille
    ardenti; fisse su di lui.
    Si tolse il cappello,  ne rialz la falda;  strapp da un  giunco  una
    lunga spina secca,  si trasse di tasca una coccarda bianca,  fiss con
    la spina la falda rialzata e la coccarda al cocuzzolo del cappello, e,
    ripiantandosi in testa il cappello medesimo,  la  cui  falda  rialzata
    lasciava  chiaramente scorgere la sua fronte e la sua coccarda,  disse
    ad alta voce, parlando a tutta la foresta a un tempo:
    - L'uomo che cercate  sono  io.  Io  sono  il  marchese  di  Lantenac,
    visconte  di Fontenay,  principe bretone,  luogotenente generale degli
    eserciti del re. Facciamola finita. Puntate! Fuoco!
    E, spalancando con ambo le mani il giubbone di pelle di capra,  mostr
    il petto nudo.
    Abbass gli occhi, cercando con lo sguardo i fucili puntati, e si vide
    circondato da uomini in ginocchio.
    Si  alz un grido immenso: - Viva Lantenac!  Viva monsignore!  Viva il
    generale!
    Al  tempo  stesso,  cappelli  che  volavano  per  aria,  sciabole  che
    turbinavano  allegramente,  e dovunque,  nella boscaglia,  si vedevano
    sollevarsi bastoni,  in cima ai quali si agitavano  berretti  di  lana
    scura.
    Lo circondava una banda vandeana.
    Quella banda, vedendolo, si era inginocchiata.
    Narra la leggenda che c'erano,  nelle antiche foreste turinge,  esseri
    strani,  specie di giganti,  pi e meno  che  uomini,  i  quali  erano
    considerati  dai  romani  come  orribili  animali,  dai  germani  come
    incarnazioni  divine,   e  che,   a  seconda  di  coloro   nei   quali
    s'imbattevano, correvano l'alea di essere sterminati o adorati.
    Il marchese prov qualche cosa di simile a quel che doveva provare uno
    di  quegli  esseri,  quando,  aspettandosi  di essere trattato come un
    mostro, si vedeva bruscamente trattato come un dio.
    Tutti quegli occhi pieni di temibili lampi si fissavano  sul  marchese
    con una specie di selvaggio amore.
    Quella folla era armata di fucili, di sciabole, di falci, di zappe, di
    bastoni;  tutti  avevano in testa grandi feltri o berretti scuri,  con
    bianche coccarde;  si notava su tutti una profusione di  rosari  e  di
    amuleti.  Indossavano  larghe brache aperte al ginocchio e casacche di
    pelo.  Avevano uose di cuoio,  garretti nudi,  capelli lunghi.  Taluni
    avevano un aspetto feroce, tutti l'occhio ingenuo.
    Un   uomo,   giovane  e  di  bell'aspetto,   attravers  quella  ressa
    inginocchiata e sal a gran passi  verso  il  marchese.  Era,  come  i
    contadini,  con  la  testa  coperta  da un feltro a falda rialzata e a
    coccarda bianca e vestito d'una casacca di  pelo,  ma  aveva  le  mani
    bianche  e  una fine camicia,  e portava sopra la veste una sciarpa di
    seta bianca, cui era appesa una spada dalla impugnatura indorata.
    Giunto sulla prominenza di terra,  gett via il cappello,  si tolse la
    sciarpa,  mise un ginocchio a terra, present al marchese la sciarpa e
    la spada, e disse:
    - Vi cercavamo infatti,  e vi abbiamo trovato.  Eccovi  la  spada  del
    comando.  Questi uomini sono vostri,  adesso.  Io ero loro comandante,
    salgo di grado: sono soldato  vostro.  Accettate  il  nostro  omaggio,
    monsignore. Dateci i vostri ordini, generale.
    Poi fece un cenno.  Alcuni uomini che portavano una bandiera tricolore
    uscirono dal bosco. Quegli uomini salirono fino al marchese e deposero
    la bandiera ai suoi piedi.  Era la bandiera che egli aveva poco  prima
    intravista in mezzo agli alberi.
    -  Generale,  -  disse  il giovane che gli aveva offerto la spada e la
    sciarpa;  - questa  la bandiera che  abbiamo,  poco  fa,  presa  agli
    azzurri allogati nella fattoria di Herbe-en-Pail. Io mi chiamo Gavard,
    monsignore, e fui alle dipendenze del marchese di La Rouarie.
    - Sta bene, - disse il marchese.
    E calmo e grave si cinse la sciarpa.
    Poi sfoder la spada, e agitandola nuda sopra la propria testa:
    - In piedi! - disse. - E viva il re!
    Tutti si alzarono.
    E si ud nella profondit del bosco un clamore frenetico e trionfante:
    Viva il re! Viva il nostro marchese! Viva Lantenac!.
    Il marchese si rivolse a Gavard:
    - In quanti siete, dunque?
    - Settemila.
    E mentre discendevano dall'altura,  intanto che i contadini scostavano
    gli sterpi davanti ai passi del marchese di Lantenac, Gavard prosegu:
    - Nulla di pi semplice,  monsignore.  Tutto si spiega in una  parola.
    Non  si  aspettava  che una scintilla.  Il manifesto della repubblica,
    rivelando la vostra presenza,  ha fatto insorgere il paese per il  re.
    Noi  eravamo  inoltre  stati  avvertiti  sotto  mano  dal  sindaco  di
    Granville che  dei nostri:  lo  stesso  che  salv  l'abate  Olivier.
    Questa notte si  suonato a martello.
    - Per chi?
    - Per voi.
    - Ah! - disse il marchese.
    - Ed eccoci qui, - riprese Gavard.
    - E siete in settemila?
    - Oggi.  Domani saremo quindicimila.  Tale  la leva del paese. Quando
    il signor Enrico di La Rochejaquelin part per  l'esercito  cattolico,
    fu  suonato  a  martello,  e  in  una  notte sei parrocchie,  Isernay,
    Corqueux,  gli Echaubroignes,  gli Aubiers,  Saint-Aubin e  Nueil  gli
    condussero diecimila uomini.  Non si avevano munizioni; furono trovate
    presso un muratore sessanta libbre di polvere da mina,  e il signor di
    La  Rochejaquelin    partito con quella.  Eravamo sicuri che dovevate
    trovarvi qua o l in questa foresta, e vi cercavamo.
    - E avete assaltato gli azzurri nella fattoria d'Herbe-en-Pail?
    - Il vento aveva impedito loro di udire la  campana  a  martello.  Non
    diffidavano per niente.  Quelli della cascina,  che sono patriottardi,
    li avevano ricevuti bene. Stamane, abbiamo investito la fattoria,  gli
    azzurri dormivano,  e tutto fu fatto in un momento.  Ho un cavallo. Vi
    degnate di accettarlo, generale?
    - S.
    Un contadino condusse un cavallo  bianco  bardato  alla  militare.  Il
    marchese,  senza  valersi  dell'aiuto che gli porgeva Gavard,  mont a
    cavallo.
    - Urrah!  - gridarono i contadini,  ch i gridi inglesi sono molto  in
    auge sulla costa bretone-normanna,  in perpetua relazione con le isole
    della Manica.
    Gavard fece il saluto militare e domand:
    - Quale sar il vostro quartier generale, monsignore?
    - Innanzi tutto la foresta di Fougres.
    - Una delle vostre sette foreste, marchese.
    - Occorre un prete.
    - Ne abbiamo uno.
    - Chi?
    - Il vicario della cappella Erbre.
    - Lo conosco. Ha fatto il viaggio di Jersey.
    Un prete usc dalle file, e disse:
    - Tre volte.
    Il marchese volse la testa.
    - Buongiorno, signor vicario. Fra poco avrete da fare.
    - Tanto meglio, signor marchese.
    - Avrete gente da confessare.  Quelli che vorranno.  Non si  costringe
    nessuno.
    - Signor marchese,  - disse il prete; - Gastone, a Gumne, costringe
    i repubblicani a confessarsi.
    - E' un parrucchiere,  - disse il marchese.  - Ma la morte deve essere
    libera.
    Gavard, che si era allontanato per impartire qualche ordine, ritorn.
    - Attendo i vostri ordini, generale.
    -  Innanzi tutto il ritrovo  nella foresta di Fougres.  Che tutti si
    disperdano e vi si rechino.
    - L'ordine  gi stato dato.
    - Non mi avete detto che quelli di Herbe-en-Pail avevano ricevuto bene
    gli azzurri?
    - S, generale.
    - Avete bruciato la fattoria?
    - S.
    - Avete bruciato il cascinale?
    - No.
    - Bruciatelo.
    - Gli azzurri hanno tentato di difendersi;  ma erano centocinquanta  e
    noi eravamo settemila
    - Che azzurri erano?
    - Azzurri di Santerre.
    -  Quello  che  ha ordinato ai tamburi di rullare mentre tagliavano la
    testa del re. E' un battaglione di parigini, allora?
    - Un mezzo battaglione.
    - Come si chiama?
    -  Sulla  bandiera    scritto:  Battaglione  del  Berretto   Rosso,
    generale.
    - Bestie feroci.
    - Che ne dobbiamo fare dei feriti?
    - Finiteli.
    - Che ne dobbiamo fare dei prigionieri?
    - Fucilateli.
    - Ce ne sono circa ottanta.
    - Fucilateli tutti.
    - Ci sono due donne.
    - Anche loro.
    - Ci sono tre fanciulli.
    - Portateli con voi. Si vedr poi che farne.
    E il marchese spron il cavallo.

    7.
    NIENTE  GRAZIA (PAROLA D'ORDINE DELLA COMUNE) NIENTE QUARTIERE (PAROLA
    D'ORDINE DEI PRINCIPI).

    Mentre accadeva questo dalle parti di Tanis,  il mendicante se ne  era
    andato  verso  Crollon.  Si  era  cacciato  nei borri,  sotto il vasto
    frascame che non  lascia  trapelare  rumori,  disattento  da  tutto  e
    attento  a  ogni  inezia,  come  aveva  detto  egli stesso,  piuttosto
    fantasticone che  pensieroso,  poich  chi  pensa  ha  una  mira,  chi
    fantastica non ne ha; errabondo, ciondolone, sostante a mangiare qua e
    l un germoglio di acetosa selvatica,  a bere alle sorgenti, alzando a
    tratti la testa a lontani rumori per poi  rientrare  nel  risplendente
    fascino della natura; offrendo i suoi stracci al sole, udendo forse lo
    strepito  degli  uomini,  ma prestando ascolto al canto degli uccelli.
    Era vecchio e lento. Non poteva spingersi lontano. Come aveva detto al
    marchese di Lantenac,  un quarto di lega lo stancava.  Comp un  breve
    giro dalla parte della Croix-Avranchin,  e, quando ne ritorn, era gi
    scesa la sera.
    Un po' al di l di Macey,  il sentiero che seguiva lo condusse su  una
    specie di culmine sgombro d'alberi, di dove si vede molto lontano e di
    dove si scopre tutto l'orizzonte dall'ovest fino al mare.
    Una nuvola di fumo attrasse la sua attenzione.
    Nulla di pi dolce di una nuvola di fumo, e nulla di pi spaventevole.
    Vi  sono  nuvole  di  fumo  tranquille,  e  vi  sono  nuvole  di  fumo
    scellerate. Una nuvola di fumo,  lo spessore e il colore di una nuvola
    di  fumo,  costituisce  tutta la differenza che corre tra la pace e la
    guerra,  tra la fraternit e l'odio,  tra l'ospitalit e il  sepolcro,
    tra la vita e la morte. Una nuvola di fumo che sale tra gli alberi pu
    significare quanto c' di pi delizioso al mondo,  il focolare,  o ci
    che c' di pi spaventoso, l'incendio;  e tutta la felicit come tutta
    la sventura dell'uomo, talvolta, stanno dentro a quella cosa sparsa al
    vento.
    La nuvola di fumo guardata da Tellmarch era inquietante.
    Era  nera,  con subitanei bagliori rossastri,  come se il braciere dal
    quale scaturiva avesse delle intermittenze e finisse di  spegnersi,  e
    si alzava al di sopra d'Herbe-en-Pail.
    Tellmarch  affrett il passo e si diresse verso quel fumo.  Era quanto
    mai stanco, ma voleva sapere di che si trattasse.
    Giunse alla sommit d'una costa cui erano addossati il cascinale e  la
    fattoria.
    Fattoria e cascinale erano scomparsi.
    Un mucchio di catapecchie che ardevano: Herbe-en-Pail era tutta l.
    Se  c' una cosa che stringe il cuore a vederla,  pi dell'incendio di
    un palazzo,   l'incendio di una capanna.  Una  capanna  in  fiamme  
    pietosa. La devastazione che si abbatte sulla miseria, l'avvoltoio che
    si  accanisce  contro  il  lombrico:  c' in quei fatti un non so qual
    controsenso che stringe il cuore.
    Se si presta fede alla leggenda biblica,  la creatura umana che guarda
    un  incendio  resta  mutata  in statua;  per un istante,  Tellmarch fu
    appunto questa statua. Lo spettacolo che aveva sotto gli occhi lo rese
    immobile.  Quella distruzione si compiva in silenzio.  Non un grido si
    elevava, non un sospiro umano si confondeva con quella nuvola di fumo;
    quella fornace manipolava e terminava di divorare quel villaggio senza
    che  si  udisse  altro  rumore  all'infuori  dello  scoppiettio  delle
    travature  e  del  crepitio  delle  stoppie.  A  tratti,  il  fumo  si
    squarciava, i tetti sfondati lasciavano scorgere le camere spalancate,
    il braciere mostrava tutti i suoi rubini,  e cenci scarlatti, e poveri
    vecchi mobili color porpora si rizzavano nei vani vermigli.  Tellmarch
    aveva cos il sinistro abbacinamento del disastro.
    Alcuni alberi d'un castagneto contiguo alle case avevano preso fuoco e
    vampeggiavano.
    Tellmarch  ascoltava,  cercando  di udire una voce,  una chiamata,  un
    clamore.  Nulla si muoveva,  all'infuori delle fiamme,  tutto  taceva,
    salvo l'incendio. Erano dunque fuggiti tutti quanti?
    Dov'era  tutta la gente viva e laboriosa di Herbe-en-Pail?  Che ne era
    stato di tutto quel piccolo popolo?
    Tellmarch discese la pendice.
    Aveva davanti a s un funebre enigma.  Gli si andava avvicinando senza
    fretta  con  l'occhio  fisso.  Procedeva  verso  quella  rovina con la
    lentezza di un'ombra; in quella tomba, si sentiva fantasma.
    Arriv a quella che era stata la porta della  fattoria  e  guard  nel
    cortile,  che, adesso, non aveva pi muri di sorta e si confondeva col
    villaggio che le si aggruppava intorno.
    Quel che aveva visto non era niente. Non aveva ancora scorto altro che
    il terribile; ora gli apparve l'orribile.
    In mezzo al cortile c'era un monticello nero,  vagamente modellato  da
    un  lato dalla fiamma,  dall'altro dalla luna;  quel monticello era un
    mucchio d'uomini, quegli uomini erano morti.
    Intorno a quel mucchio si allargava una grande pozzanghera che  fumava
    un poco; l'incendio si rifletteva in quella pozzanghera; ma questa non
    aveva bisogno del fuoco per esser rossa: era sangue.
    Tellmarch  si avvicin.  Si mise a esaminare,  uno dopo l'altro,  quei
    corpi giacenti: erano tutti cadaveri.
    La luna illuminava, l'incendio pure.
    Quei cadaveri erano soldati.  Tutti erano a  piedi  nudi;  erano  loro
    state  portate  via  le scarpe.  Erano state prese loro anche le armi;
    avevano ancora le loro uniformi,  che erano azzurre;  si distinguevano
    qua e l,  nell'ammonticchiamento delle membra e delle teste, cappelli
    forati,  con  coccarde  tricolori.  Erano  repubblicani.   Erano  quei
    parigini che,  ancora il giorno prima, erano l pieni di vita ed erano
    accantonati nella fattoria d'Herbe-en-Pail.  Quegli uomini erano stati
    suppliziati,  come  dava a vedere la caduta simmetrica dei loro corpi;
    erano stati fulminati sul posto, e con cura. Erano morti tutti quanti.
    Non un rantolo usciva dal mucchio.
    Tellmarch pass quella rivista di  cadaveri  senza  ometterne  neppure
    uno; tutti erano crivellati di pallottole.
    Quelli che li avevano fucilati, avendo probabilmente fretta di recarsi
    altrove, non si erano concesso il tempo di seppellirli.
    Stava  gi  per  ritirarsi,  quando  i  suoi occhi caddero su un basso
    muricciolo che era nel cortile,  e scorse quattro piedi che sporgevano
    dall'angolo di quel muro.
    Quei piedi erano calzati;  erano pi piccoli degli altri; Tellmarch si
    avvicin. Erano piedi di donna.
    Due donne giacevano a fianco a fianco dietro il  muricciolo,  fucilate
    anch'esse.
    Tellmarch  si  chin  su  di  loro.  Una di quelle donne indossava una
    specie di uniforme;  accanto a lei era un bariletto sventrato e vuoto:
    era una vivandiera. Aveva quattro pallottole nella testa. Era morta.
    Tellmarch esamin l'altra. Era una contadina. Era livida e sbalordita.
    Aveva  gli  occhi  chiusi.  Nessuna  ferita alla testa.  Le sue vesti,
    ridotte a brandelli indubbiamente dalle sue fatiche,  cadendo si erano
    dischiuse  e lasciavano scorgere un torso seminudo.  Tellmarch le apr
    del tutto e vide a una spalla la tonda ferita d'una pallottola:  aveva
    la clavicola spezzata. Guard il seno livido.
    - Madre e nutrice, - mormor.
    La tocc. Non era fredda.
    Non aveva altra ferita all'infuori della clavicola spezzata e la piaga
    alla spalla.
    Le pos la mano sul cuore e avvert un debole battito. Non era morta.
    Tellmarch si rizz in piedi, e grid con voce terribile:
    - Non c' nessuno, qui. dunque?
    - Sei tu, Pitocco? - rispose una voce, cos bassa che si udiva appena.
    Contemporaneamente,  una  testa  si  sporse  fuori  da  un buco tra le
    macerie.
    Poi un'altra faccia apparve da un'altra stamberga.
    Erano due contadini che si erano nascosti, i soli che sopravvivessero.
    La nota voce del Pitocco li  aveva  rassicurati  e  fatti  uscire  dai
    nascondigli dove si erano appiattati.
    Mossero verso Tellmarch tremando ancora a verga a verga.
    Tellmarch  aveva potuto gridare,  ma non poteva parlare.  Cos sono le
    emozioni profonde.
    Indic loro col dito la donna stesa ai suoi piedi.
    - E' ancora viva, forse? - domand uno dei contadini.
    Tellmarch annu con la testa.
    - E l'altra donna,  viva anche lei? - domand l'altro contadino.
    Tellmarch fece cenno che no.
    Il contadino che si era mostrato per primo riprese:
    - Tutti morti,  gli altri,  vero?  L'ho visto.  Ero nella mia cantina.
    Come si ringrazia Dio,  in quei momenti, di non avere famiglia! La mia
    casa bruciava.  Signore Ges!  hanno ucciso tutti.  Questa donna aveva
    dei bambini.  Tre.  Piccoli.  I bambini gridavano: Mamma!.  La madre
    gridava: Bimbi miei!.  Hanno  ucciso  la  madre  e  condotto  via  i
    bambini.  E io l'ho visto, mio Dio! mio Dio! mio Dio! Quelli che hanno
    massacrato tutti quanti se  ne  sono  andati.  Erano  contenti.  Hanno
    condotto  via i piccini e uccisa la madre.  Ma lei non  morta,  vero?
    non  morta? Di' un po',  Pitocco,  credi che la potrai salvare?  Vuoi
    che ti aiutiamo a portarla nel tuo buco?
    Tellmarch fece cenno di s.
    Il bosco confinava con la fattoria.  In breve ebbero fatto una barella
    con rami e felci.  Collocarono sulla barella la donna sempre immobile,
    e  si avviarono nella boscaglia,  i due contadini portando la barella,
    uno davanti,  l'altro di dietro,  e Tellmarch  sostenendo  il  braccio
    della donna e tastandole il polso.
    Cos camminando i due contadini ciarlavano, e, al di sopra della donna
    insanguinata  di  cui  la  luna  rischiarava  il  pallido  volto,   si
    scambiavano esclamazioni di sgomento:
    - Ammazzare tutti!
    - Bruciare ogni cosa!
    - Ah! Signore mio Iddio! Si sar gente a questo modo, adesso?
    - Chi l'ha voluto,  stato quel vecchio alto.
    - S, chi comandava era lui.
    - Non l'ho visto quando hanno fucilato. Era presente?
    - No. Era andato via. Ma non importa; tutto fu fatto per ordine suo.
    - E' stato lui a far tutto, allora.
    - Aveva detto: Ammazzate! bruciate! niente quartiere!.
    - E' un marchese.
    - S, visto che  il nostro marchese.
    - Come si chiama, dunque?
    - Il signore di Lantenac.
    Tellmarch alz gli occhi al cielo e mormor fra i denti:
    - Se lo avessi saputo!





    PARTE SECONDA.
    A PARIGI.


    LIBRO PRIMO.
    CIMOURDAIN.

    1.
    LE STRADE DI PARIGI A QUEL TEMPO.

    Si viveva in pubblico;  si  mangiava  su  tavole  apparecchiate  fuori
    dell'uscio;  le donne,  sedute sulle gradinate delle chiese,  facevano
    filacce cantando la "Marsigliese";  il parco Monceau e il  Lussemburgo
    erano piazze d'armi; a ogni crocevia c'erano armaioli che lavoravano a
    tutto  andare,  fabbricando  fucili sotto gli occhi dei passanti,  che
    battevano le mani;  sulle bocche di tutti,  non si udivano che  queste
    parole: Pazienza.  Siamo in tempo di rivoluzione!. Tutti sorridevano
    eroicamente.  Tutti andavano a teatro come ad Atene durante la  guerra
    del  Peloponneso;  sulle  cantonate  si  leggevano manifesti di questo
    tenore: "L'assedio di Thionville" -  "La  madre  di  famiglia  salvata
    dalle  fiamme"  -  "Il  circolo  degli  Spensierati"  - "Giovanna,  la
    maggiore delle papesse" - "I filosofi soldati" - "L'arte di  amare  al
    paese". I tedeschi erano alle porte; correva voce che il re di Prussia
    avesse  fatto prenotare alcuni palchi al teatro dell'Opera.  Tutto era
    spaventevole  e  nessuno  era  spaventato.   La  tenebrosa  legge  dei
    sospetti, delitto di Merlin di Douai, rendeva visibile la ghigliottina
    al di sopra di ogni testa. Un procuratore, chiamato Sran, denunciato,
    aspettava  che  andassero  ad  arrestarlo,  in  veste  da  camera e in
    pantofole,  suonando il flauto  alla  finestra.  Nessuno  pareva  aver
    tempo.  Tutti  si  affrettavano.  Non  un  cappello che non avesse una
    coccarda.  Le donne dicevano: Siamo belle sotto il  berretto  rosso.
    Parigi  sembrava tutta un sol trasloco.  I negozi dei rigattieri erano
    ingombri di corone, di mitrie,  di scettri di legno dorato e di gigli,
    spoglie  delle  case  reali.  Era  la  demolizione  della monarchia in
    marcia.  Si vedevano presso gli straccivendoli cappe  e  rocchetti  in
    vendita  a qualunque prezzo.  Ai Porcherons e da Ramponneau,  uomini
    imbaccuccati in cotte e stole, in groppa a somari bardati con pianete,
    si facevano mescere il vino dell'osteria nei cibori delle  cattedrali.
    In  via  Saint-Jacques,  selciatori a piedi nudi fermavano la carretta
    d'un facchino che vendeva scarpe,  si quotavano un  tanto  a  testa  e
    acquistavano  quindici paia di scarpe,  che mandavano alla Convenzione
    per i nostri soldati.  I busti di Franklin,  di Rousseau,  di Bruto e,
    bisogna aggiungere,  di Marat,  abbondavano; al di sotto d'uno di quei
    busti del Marat in via Cloche-Perce,  era appesa sotto vetro,  in  una
    cornice  di  legno  nero,  una requisitoria contro Molouet con fatti a
    riprova e,  in margine,  queste due righe: Questi particolari mi sono
    stati forniti dall'amante di Silvano Bailly, buon patriota, che mi usa
    qualche  bont.  -  Firmato:  Marat.  Sulla piazza del Palazzo Reale,
    l'iscrizione della fontana: "quantos  effundit  in  usus!"  [A  quanto
    grandi  utilit s'effonde!] era nascosta da due grandi tele a tempera,
    rappresentanti,  l'una  Cahier  de  Gerville  in  atto  di  denunciare
    all'Assemblea nazionale il segno di riconoscimento dei "chiffonnistes"
    di  Arles,  l'altra  Luigi Sedicesimo ricondotto da Varennes nella sua
    reale carrozza,  e sotto questa carrozza una tavola legata  con  delle
    corde,  che reggeva alle due estremit due granatieri con la baionetta
    inastata.
    Dei grandi  negozi,  pochi  erano  aperti:  mercerie  e  chincaglierie
    ambulanti  circolavano su carrelli trascinati da donne,  illuminati da
    candele che sgocciolavano il sego sulle mercanzie;  botteghe  all'aria
    aperta   erano  esercite  da  ex  monache  in  bionda  parrucca;   una
    rammendatrice,  che  aggiustava  calze  in  uno  sgabuzzino,  era  una
    contessa;  una sarta era una marchesa; la signora di Boufflers abitava
    una soffitta di dove  scorgeva  il  suo  palazzo.  Dovunque  correvano
    strilloni,  che offrivano "fogli-notizie".  Coloro che nascondevano il
    mento  nella  cravatta  si  chiamavano  scrofolosi.   Pullulavano  i
    cantatori ambulanti. La folla fischiava il Pitou, scrittore di canzoni
    monarchiche,  che  del  resto era un coraggioso,  giacch fu arrestato
    ventidue volte,  e fu tradotto davanti al tribunale rivoluzionario per
    essersi   battuto   il  fondo  delle  reni  pronunciando  il  vocabolo
    civismo.  Vedendo la propria testa  in  pericolo,  esclam:  Ma  il
    colpevole  non    la  mia testa,   proprio l'opposto!,  il che fece
    ridere i giudici e lo salv.  Quel Pitou scherniva la  moda  dei  nomi
    greci  e latini;  la sua canzone favorita si riferiva a un ciabattino,
    da lui chiamato Cujus,  e  del  quale  chiamava  Cujusdam  la  moglie.
    Dovunque si ballava la carmagnola; per, non si diceva il cavaliere e
    la  dama,  si  diceva  il cittadino e la cittadina.  Si ballava nei
    chiostri in rovina,  con lampioni  sull'altare,  con  quattro  candele
    rette da due bastoni in croce appesi alla volta,  e con le tombe sotto
    i piedi di  chi  ballava.  La  gente  indossava  marsine  azzurre,  da
    tiranno.  C'erano spille da camicia berretto della libert, fatte di
    pietruzze bianche,  turchine e rosse.  Via Richelieu si  chiamava  via
    della  Legge;  il  Faubourg  Saint-Antoine  si chiamava Faubourg della
    Gloria;  sulla piazza della Bastiglia sorgeva una statua della Natura.
    Noti  passanti  venivano  mostrati  a  dito da tutti: lo Chatelet,  il
    Didier,  il Nicolas e il Guarnier-Delaunay,  che vegliavano alla porta
    del  falegname  Duplay  (1),  Voullant  che  non  mancava un giorno di
    assistere al lavoro della ghigliottina  e  seguiva  le  carrettate  di
    condannati,   chiamando   quell'usanza   andare  alla  messa  rossa,
    Montflabert, giurato rivoluzionario e marchese, che si faceva chiamare
    Dieci  Agosto.  Si  guardavano  sfilare  gli  allievi  della  Scuola
    militare,  qualificati  dai  decreti della Convenzione aspiranti alla
    scuola di Marte, e dal popolo paggi di Robespierre.  Si leggevano i
    proclami   del   Frron,   denunciante   i  sospetti  del  delitto  di
    botteghismo.  I moscardini,  assembrati alle porte  dei  municipi,
    sbeffeggiavano  i matrimoni civili;  si ammassavano al passaggio della
    sposa  e  dello  sposo  e  dicevano:  Sposi  "municipaliter".   Agli
    Invalidi,  le  statue  dei  santi  e  dei re avevano in testa berretti
    frigi.  Si giocava a carte sui pilastrini dei crocicchi;  i  mazzi  di
    carte  erano anch'essi in piena rivoluzione: i re erano sostituiti dai
    geni,  le donne dalle libert,  i fanti dalle uguaglianze e  gli  assi
    dalle leggi. Si vangavano i pubblici giardini; alle Tuileries lavorava
    l'aratro.  A  tutto  questo  era  confuso,  specialmente  nei  partiti
    sopraffatti,  una certa qual altezzosa  saziet  di  vivere.  Un  uomo
    scriveva  a  Fouquier-Tinville:  Abbiate  la bont di liberarmi dalla
    vita. Eccovi il mio indirizzo.  Champcenetz veniva arrestato per aver
    esclamato in pieno Palazzo Reale: A quando la rivoluzione in Turchia?
    Vorrei vedere la repubblica alla Porta!.  Giornali dovunque.  Garzoni
    parrucchieri arricciavano in pubblico parrucche da  donna,  mentre  il
    padrone  leggeva  ad  alta  voce il "Monitore";  altri commentavano in
    mezzo a capannelli di gente,  con gran dovizia di gesti,  il  giornale
    "Intendiamoci",   di   Dubois-Cranc,   o   la  "Trombetta  del  padre
    Bellerose".  Si dava il caso che i barbieri fossero  al  tempo  stesso
    salumieri,  e  allora  si vedevano prosciutti e salsicciotti pendere a
    fianco d'un  manichino  dai  capelli  d'oro.  C'erano  negozianti  che
    vendevano  sulla pubblica via vini di emigrati;  uno offriva vini di
    cinquantadue tipi diversi; altri barattavano pendole foggiate a mo' di
    lira e sof del tipo alla duchessa; un parrucchiere ostentava questa
    insegna: Io rado il clero,  pettino la  nobilt,  accomodo  il  terzo
    stato.  La  gente andava a farsi fare il gioco delle carte da Martin,
    al numero 173 di via d'Angi, gi Delfina. Mancava il pane; mancava il
    carbone;  mancava il sapone;  si vedevano passare mandrie di vacche da
    latte provenienti dalle province.  Alla Valle, si vendeva l'agnello a
    quindici franchi la libbra. Un manifesto della Comune assegnava a ogni
    bocca una libbra di carne per decade.  Alla porta dei negozi si faceva
    la coda, ed  rimasta leggendaria quella che andava dalla bottega d'un
    droghiere di via Petit-Carreau fino a met della via Montorgueil. Fare
    la  coda  si  diceva  tenere la corda,  per via d'una lunga fune che
    prendevano in mano, uno dopo l'altro, quelli che si mettevano in fila.
    Le donne, in tanta miseria, erano coraggiose e dolci. Trascorrevano le
    notti ad attendere che venisse la loro volta  d'entrare  dal  fornaio.
    Gli  espedienti  riuscivano  bene,  alla  rivoluzione;  essa alleviava
    quella angoscia senza limiti con due mezzi pericolosi:  l'assegnato  e
    il calmiere;  l'assegnato era la leva, il calmiere era il fulcro. Tale
    empirismo salv la Francia. Il nemico, tanto quello di Coblenza quanto
    quello  di  Londra,  speculava  sull'assegnato.  Andavano  e  venivano
    donnine allegre,  che offrivano lavanda,  giarrettiere e catenelle,  e
    speculavano; c'erano gli speculatori del Perron di via Vivienne, dalle
    scarpe infangate,  dai capelli unti e dal berretto di pelo a  coda  di
    volpe,  e  c'erano  quelli  di  via di Valois,  stivaletti lucidi,  lo
    stuzzicadenti in bocca,  cappello peloso  in  testa,  che  le  donnine
    allegre trattavano familiarmente.  Il popolo dava loro la caccia, come
    ai ladri,  che i monarchici chiamavano cittadini attivi.  Pochissimi
    furti,  del resto. Feroce miseria e stoica probit. Gli straccioni e i
    morti di fame  passavano  davanti  alle  vetrine  dei  gioiellieri  di
    Palazzo Uguaglianza con gli occhi gravemente abbassati.  In una visita
    domiciliare operata dalla Sezione Antonio in casa di Beaumarchais, una
    donna,  in giardino,  colse un fiore: il popolo  la  schiaffeggi.  La
    legna  costava  quattrocento  franchi  d'argento  alla carrettata;  si
    vedeva gente,  per la strada,  che segava il legname del  loro  letto.
    D'inverno,  le  fontane  erano gelate;  l'acqua costava venti soldi al
    secchio;  tutti si costituivano  portatori  d'acqua.  Il  luigi  d'oro
    valeva  tremilanovecentocinquanta  franchi.  Una  corsa in carrozza da
    piazza costava cinquecento franchi.  Dopo una  giornata  di  corse  si
    udiva questo dialogo: Quanto vi debbo,  cocchiere?.  Seimila lire.
    Un'erbivendola vendeva per ventimila franchi al giorno.  Un mendicante
    diceva:
    Aiutatemi,  per carit! Mi mancano duecentotrenta lire per pagarmi le
    scarpe. All'imbocco dei ponti, si vedevano colossi scolpiti e dipinti
    da David,  che Mercier insultava  chiamandoli  enormi  pulcinella  di
    legno.  Quei  colossi  rappresentavano il Federalismo e la Coalizione
    atterrati. Nessuna debolezza in quel popolo. La severa gioia di averla
    finita con i troni.  I volontari affluivano,  offrendo i  loro  petti.
    Ogni strada dava un battaglione.  Le bandiere dei distretti andavano e
    venivano,  ciascuna  col  suo  motto.  Su  quella  del  distretto  dei
    Cappuccini  si leggeva: Nessuno ci far la barba.  Su un'altra: Non
    pi nobilt,  se non nel cuore.  Su tutti i  muri  manifesti  grandi,
    piccoli,  bianchi,  gialli,  verdi,  rossi,  stampati, manoscritti sui
    quali  si  leggeva  questo  grido:  Viva  la  Repubblica!.  I  bimbi
    balbettavano: a ira!.
    Questi bimbi erano l'immenso avvenire.
    Con l'andar del tempo,  alla citt tragica succedette la citt cinica;
    le strade di Parigi hanno avuto due aspetti  rivoluzionari  nettamente
    distinti tra di loro, prima e dopo il 9 termidoro; la Parigi di Saint-
    Just lasci il posto alla Parigi di Tallien. Sono le continue antitesi
    di Dio, queste: immediatamente dopo il Sinai apparve la Courtille (2).
    Un  accesso  di  follia pubblica,   cosa che si verifica.  Si era gi
    visto ottant'anni prima. Si esce da Luigi Quattordicesimo come si esce
    da Robespierre: con un gran bisogno di respirare.  Da ci la Reggenza,
    che apre il secolo,  e il Direttorio,  che lo conclude.  Due saturnali
    dopo due terrorismi.  La Francia  se  la  svigna  fuori  del  chiostro
    puritano  come  fuori di quello monarchico con la gioia di una nazione
    in vacanza.
    Dopo il 9 termidoro,  Parigi fu grandiosa  d'un  gaudio  fuori  luogo.
    Trabocc  una  gioia malsana.  Alla frenesia di morire tenne dietro la
    frenesia di vivere, e la grandezza si ecliss.  Si ebbe un Trimalcione
    che  si  chiam  Grimod  di  La  Reynire,  si  ebbe  l'"Almanacco dei
    Ghiottoni". Si pranz,  nei mezzanini del Palazzo Reale,  al frastuono
    delle  fanfare,  con  orchestre  di  donne  che battevano il tamburo e
    suonavano  la  trombetta;  regn,  archetto  in  pugno,  il  direttore
    d'orchestra;  si cen, da Mot, all'orientale, in mezzo a incensieri
    pieni di profumi. Il pittore Boze dipingeva le sue figliole, innocenti
    e deliziose testine di sedici anni,  da ghigliottinate,  vale a dire
    scollacciate e con le camicie rosse.  Alle violente danze nelle chiese
    in rovina tennero dietro i balli di Ruggieri, di Luquet, di Wenzel, di
    Mauduit,  della Montansier;  alle gravi cittadine che facevano filacce
    tennero  dietro le sultane,  le selvagge,  le ninfe;  ai piedi scalzi,
    coperti di sangue, di fango e di polvere, dei soldati,  tennero dietro
    i   piedi   nudi  delle  donne,   ornati  di  diamanti;   insieme  con
    l'impudicizia, fece la sua ricomparsa l'improbit; ci furono, in alto,
    i fornitori e,  in basso,  i  ladruncoli;  Parigi  fu  gremita  da  un
    formicolio di ladri,  e ciascuno dovette vegliare sul suo "luc", che 
    quanto dire sul suo portafoglio.  Uno dei passatempi,  era  quello  di
    andare  a vedere,  in piazza del Palazzo di Giustizia,  le ladre messe
    alla berlina: si era costretti a legar loro le gonne.  All'uscita  dai
    teatri,  i  monelli offrivano carrozzelle dicendo: C' posto per due,
    cittadino e cittadina.  Non si strillava pi il "Vecchio cordigliere"
    e  l'"Amico del popolo",  ma si strillava la "Lettera di Pulcinella" e
    la "Petizione dei monelli";  il marchese De Sade presiedeva la sezione
    delle Picche,  in piazza Vendme. La reazione era gioviale e feroce; i
    "Dragoni  della  Libert"  del  '92  rinascevano  sotto  il  nome   di
    "Cavalieri del Pugnale".  Sul palcoscenico,  frattanto, si concret il
    tipo di Jocrisse.  Si ebbero le  meravigliose  e,  al  di  l  delle
    meravigliose,  le  inconcepibili;  si  giur  sulla  propria  "paole
    victime" e sulla propria "paole verte";  si indietreggi da  Mirabeau
    fino  al  Bobche  (3).  Parigi va e viene in questo modo;   l'enorme
    pendolo della civilt; tocca a volta a volta l'uno e l'altro polo,  le
    Termopili  e  Gomorra.  Dopo  il  '93,  la  rivoluzione attravers una
    singolare eclissi;  il secolo parve dimenticare di portare  a  termine
    ci  che  aveva cominciato;  s'interpose una non si sapeva qual orgia,
    occup il primo piano,  ricacci nel secondo la spaventosa apocalisse,
    vel la smisurata visione e,  dopo lo spavento,  scoppi a ridere.  La
    tragedia  scomparve  nella   parodia,   e   in   fondo   all'orizzonte
    carnascialeschi vapori cancellarono vagamente Medusa.
    Ma nel '93, l'anno in cui ci troviamo, le vie di Parigi avevano ancora
    tutto  l'aspetto  grandioso  e  selvaggio degli inizi.  Avevano i loro
    oratori,  il Varlet che portava in giro una baracca montata  su  ruote
    dall'alto della quale arringava i passanti;  avevano i loro eroi,  uno
    dei quali si chiamava il capitano dei  bastoni  ferrati;  avevano  i
    loro  favoriti,  Guffroy,  autore  del  libello  "Rougiff".  Di queste
    popolarit,  ve ne erano alcune malefiche;  altre erano sane.  Una fra
    tutte era onesta e fatale: quella di Cimourdain.

    NOTA 1: Maurizio Duplay, falegname parigino, era il padrone di casa di
    Robespierre.
    NOTA 2: La Courtille: quartiere di Parigi, luogo di divertimenti.
    NOTA 3: Antoine Mardelard, detto Bobche; comico del tempo dell'Impero
    e della Restaurazione.

    2.
    CIMOURDAIN.

    Cimourdain era una coscienza pura,  ma tetra.  Aveva in s l'assoluto.
    Era stato prete, il che  grave. L'uomo pu, come il cielo,  avere una
    serenit  nera;  basta  qualche  cosa  che faccia in lui la notte.  Il
    sacerdozio aveva fatto la notte in Cimourdain. Chi  stato prete, lo 
    sempre.
    Ci che fa in noi la notte pu lasciare in noi le  stelle.  Cimourdain
    era pieno di virt e di verit, che per brillavano nelle tenebre.
    La  sua  storia  era  detta  in  breve.  Era  stato  curato di paese e
    precettore in  una  grande  famiglia,  poi  aveva  avuto  una  piccola
    eredit, e si era reso indipendente.
    Era  soprattutto  un ostinato.  Si valeva della meditazione come ci si
    vale d'una tenaglia; non si riteneva in diritto di abbandonare un'idea
    che quando ne era venuto a capo;  pensava con  accanimento.  Conosceva
    tutte le lingue d'Europa e un po' le altre; studiava continuamente, il
    che  lo  aiutava  a mantenere la sua castit;  ma non c' nulla di pi
    pericoloso d'una simile resistenza.
    Prete, egli aveva, per orgoglio,  caso o altezza d'animo,  osservato i
    suoi  voti;  ma  la sua fede non aveva potuto conservarla.  La scienza
    l'aveva  demolita.  Il  dogma,  in  lui,  era  come  svanito.  Allora,
    esaminandosi,  si era sentito come mutilato, e non potendosi spretare,
    aveva lavorato a rifarsi uomo.  Ma in modo austero.  Gli avevano tolto
    la  famiglia,  aveva  adottato  la  patria;  gli avevano rifiutato una
    donna, aveva sposato l'umanit. Tale enorme pienezza, in fondo,  non 
    che il vuoto.
    I suoi genitori,  contadini,  avevano voluto,  facendolo prete,  farlo
    uscire dal popolo; lui vi era rientrato.
    E vi era rientrato appassionatamente.  Guardava i sofferenti  con  una
    tenerezza temibile.  Da prete,  era diventato filosofo,  e da filosofo
    atleta.  Luigi Quindicesimo era ancora vivo,  che  gi  Cimourdain  si
    sentiva   confusamente  repubblicano.   Di  quale  repubblica?   Della
    repubblica di Platone,  forse,  e  forse  anche  della  repubblica  di
    Dracone.
    Gli era stato proibito di amare; egli si era messo a odiare. Odiava la
    menzogna, la monarchia, la teocrazia, la sua veste da prete; odiava il
    presente,  e  chiamava  a grandi grida l'avvenire;  lo presentiva,  lo
    intravedeva in  anticipo,  lo  indovinava  spaventevole  e  magnifico;
    concepiva,   a   scioglimento  della  compassionevole  miseria  umana,
    alcunch di simile a un vendicatore,  che sarebbe stato un liberatore.
    Adorava da lontano la catastrofe.
    Nel  1789 questa catastrofe era sopravvenuta e l'aveva trovato pronto.
    Cimourdain si era  gettato  in  quel  grande  rinnovamento  umano  con
    logica,  che    quanto  dire,  per  una  mentalit  della sua tempra,
    inesorabilmente. La logica non si intenerisce.  Aveva vissuto i grandi
    anni rivoluzionari, e aveva, a ciascuno di quei soffi, trasalito: '89,
    la caduta della Bastiglia,  la fine del supplizio dei popoli;  '90, il
    19 giugno,  la fine del feudalesimo;  '91,  Varennes,  la  fine  della
    regalit;  '92,  l'avvento della repubblica.  Aveva veduto spuntare la
    rivoluzione,  n era uomo da aver timore di quella gigantessa;  quella
    crescita  di ogni cosa l'aveva anzi vivificato;  e,  sebbene gi quasi
    vecchio - aveva cinquant'anni,  e un prete invecchia  pi  rapidamente
    d'un altro uomo - si era messo a crescere,  anche lui.  Aveva, di anno
    in anno,  guardato ingrandire gli avvenimenti,  ed era  ingrandito  al
    pari  di  essi.  Aveva  temuto,  a  tutta  prima,  che  la rivoluzione
    abortisse, la osservava; essa aveva dalla sua la ragione e il diritto;
    egli esigeva che avesse il successo, e via via che essa spaventava gli
    altri, egli si sentiva rassicurato. Voleva che quella Minerva coronata
    dalle stelle dell'avvenire, fosse anche Pallade, e avesse per scudo la
    maschera anguicrinita (1).  Voleva che il divino suo occhio potesse al
    bisogno gettare sui demoni l'infernale bagliore e rendere loro terrore
    per terrore.
    Era cos arrivato al '93.
    Il  '93    la  guerra  dell'Europa  contro la Francia e della Francia
    contro Parigi. E che cosa  la rivoluzione?  La vittoria della Francia
    sull'Europa  e  di Parigi sulla Francia.  Da ci l'immensit di quello
    spaventevole minuto, '93, pi grande di tutto il resto del secolo.
    Nulla di pi tragico  dell'Europa  che  attacca  la  Francia  e  della
    Francia  che  attacca  Parigi.  Dramma  che  ha  le proporzioni di una
    epopea.
    Il '93  un anno intenso.  L'uragano vi si scatena  in  tutta  la  sua
    collera  e  in tutta la sua grandezza.  Cimourdain vi si sentiva a suo
    agio.  Quell'ambiente forsennato,  selvaggio e splendido  si  addiceva
    all'apertura delle sue ali.  Quell'uomo aveva,  come l'aquila di mare,
    una  profonda  calma  interiore,   congiunta  al  gusto  del   rischio
    all'esterno.  Certe nature alate,  selvatiche e tranquille, sono fatte
    per i grandi venti. Oh, se esistono le anime da tempesta!
    Aveva  una  piet  tutta  particolare,   riservata   unicamente   agli
    sventurati.  Davanti  a  quella specie di sofferenza che mette orrore,
    egli si sacrificava.  Nulla gli ripugnava.  Il suo genere di bont era
    quello.  Era  orridamente,  e  divinamente,  soccorrevole.  Cercava le
    ulcere per baciarle.  Le belle azioni laide  a  vedersi  sono  le  pi
    difficili da compiere: egli le preferiva.  Un giorno, all'ospedale, un
    uomo stava per morire,  soffocato da  un  tumore  alla  gola,  ascesso
    fetido,  spaventevole, forse contagioso, che si sarebbe dovuto vuotare
    immediatamente. Cimourdain era presente;  applic la bocca sul tumore,
    succhi,  sputando  ogni  volta  che  ne  aveva piena la bocca,  vuot
    l'ascesso e salv l'uomo.  Siccome,  a quel tempo,  portava ancora  la
    veste  da  prete,  qualcuno  disse:  Se faceste la stessa cosa al re,
    sareste vescovo. Al re, non la farei, rispose Cimourdain.  L'atto e
    la risposta lo resero popolare, nei quartieri poveri di Parigi.
    Egli  faceva pertanto tutto quanto voleva di coloro che soffrono,  che
    piangono e che minacciano.  Al tempo delle  escandescenze  contro  gli
    accaparratori, escandescenze tanto fertili di equivoci, fu Cimourdain,
    che,  con  una  parola,  imped  il  saccheggio di una barca carica di
    sapone  nella  darsena  San  Nicola,   e  che  disperse  i   furibondi
    assembramenti che fermavano le carrozze alla barriera San Lazzaro.
    Fu  lui  che,  dieci  giorni  dopo  il 10 agosto,  spinse il popolo ad
    abbattere le statue dei re. Cadendo, esse uccisero. In piazza Vendme,
    una  donna,   certa   Regina   Violet,   fu   schiacciata   da   Luigi
    Quattordicesimo,  al  collo  del  quale  aveva messo una fune che essa
    tirava.  Quella statua di Luigi Quattordicesimo era stata ritta  cento
    anni;  l'avevano eretta il 12 agosto 1692;  fu rovesciata il 12 agosto
    1792.  In piazza della  Concordia,  un  certo  Guinguerlot,  per  aver
    chiamato canaglie i demolitori,  fu accoppato sul piedistallo di Luigi
    Quindicesimo.  La statua fu fatta a pezzi.  Tempo dopo  se  ne  fecero
    soldi.   Solo  il  braccio  sfugg;   il  braccio  destro,  che  Luigi
    Quindicesimo stendeva  con  gesto  da  imperatore  romano.  Fu  dietro
    domanda  di Cimourdain che il popolo offr e una deputazione rec quel
    braccio a Latude, l'uomo che era stato sotterrato per trentasette anni
    alla Bastiglia.  Chi avrebbe detto a Latude,  quando imputridiva vivo,
    con  la  gogna  al  collo  e  la catena sul ventre,  in fondo a quella
    prigione,  per ordine di quel re,  la cui statua dominava Parigi,  che
    quella prigione sarebbe caduta,  che quella statua sarebbe caduta, che
    egli sarebbe uscito dal  sepolcro,  e  che  la  monarchia  vi  sarebbe
    entrata,  che  lui,  il  prigioniero,  sarebbe  stato il possessore di
    quella mano di bronzo che aveva firmato il suo ordine d'arresto, e che
    di quel re di fango non sarebbe rimasto  altro  che  quel  braccio  di
    bronzo?
    Cimourdain  era  di  quegli  uomini  che  hanno  in  s  una  voce,  e
    l'ascoltano.  Tali uomini sembrano  distratti.  Niente  affatto:  sono
    attenti.
    Cimourdain  sapeva tutto e ignorava ogni cosa.  Sapeva tutto quanto ha
    attinenza con la scienza,  e ignorava tutto ci che si riferisce  alla
    vita. Da ci la sua rigidezza. Aveva gli occhi bendati come la Temi di
    Omero.  Possedeva la cieca certezza della freccia, che non vede che il
    segno, e ci va. Nulla di pi temibile, nelle rivoluzioni,  della linea
    retta. Cimourdain procedeva diritto davanti a s, fatale.
    Egli  credeva  che,  nelle genesi sociali,  il terreno solido fosse il
    punto estremo;  errore  proprio  agli  spiriti  che  sostituiscono  la
    ragione  con la logica.  Andava oltre la Convenzione;  andava oltre la
    Comune; era del Vescovado.
    L'associazione del Vescovado,  cos detta perch teneva le sue  sedute
    in  una sala del vecchio palazzo episcopale,  era piuttosto un viluppo
    d'uomini che una associazione. Qui assistevano, come alla Comune, quei
    silenziosi e significativi spettatori che avevano indosso,  come  dice
    il Garat,  tante pistole quante tasche.  Il Vescovado era uno strano
    guazzabuglio; guazzabuglio cosmopolita e parigino, due cose che non si
    escludono affatto,  Parigi essendo il luogo dove batte  il  cuore  dei
    popoli.  Qui  era  la  grande  incandescenza plebea.  In confronto del
    Vescovado,  la Convenzione era fredda e  la  Comune  era  tiepida.  Il
    Vescovado  era una di quelle formazioni rivoluzionarie che sono simili
    alle formazioni vulcaniche. Conteneva di tutto: ignoranza, bestialit,
    probit,  eroismo,  collera e polizia.  Brunswick (2) aveva l  dentro
    propri  agenti.  C'erano  uomini  degni di Sparta e uomini degni della
    galera.  La grande maggioranza erano forsennati e onesti.  La  Gironda
    aveva  detto,   per  bocca  di  Isnard,  presidente  momentaneo  della
    Convenzione,  una  frase  mostruosa:  State  attenti,  parigini.  Non
    rester  pietra su pietra della vostra citt,  e un giorno si cercher
    il posto dove fu Parigi.  Quella frase aveva suscitato il  Vescovado.
    Alcuni  uomini,  e,  come  abbiamo detto,  uomini di tutte le nazioni,
    avevano  sentito  la  necessit  di  stringersi  attorno   a   Parigi.
    Cimourdain vi si era aggregato.
    Quel gruppo reagiva contro chi reagiva. Era scaturito da quel pubblico
    bisogno  di  violenza  che  costituisce  il lato temibile e misterioso
    delle rivoluzioni.  Forte di questa forza,  il Vescovado si era subito
    assegnato  la  sua parte.  Nei giorni in cui Parigi si sollevava,  chi
    sparava il cannone era la Comune,  chi suonava a martello  le  campane
    era il Vescovado.
    Cimourdain credeva,  nell'implacabile sua ingenuit, che tutto ci che
    era al servizio del vero fosse  equo:  il  che  lo  rendeva  idoneo  a
    dominare i partiti estremi. I furfanti intuivano in lui l'uomo onesto,
    ed erano contenti. I delitti sono lusingati d'essere presieduti da una
    virt.  Li  imbarazza e torna loro gradito.  Palloy,  l'architetto che
    aveva sfruttato la demolizione della Bastiglia, vendendo quelle pietre
    a suo profitto,  e che,  incaricato di intonacare la  cella  di  Luigi
    Sedicesimo, aveva, per zelo, coperto il muro di sbarre, di catene e di
    gogne;  Gonchon,  l'oratore  sospetto del Faubourg Saint-Antoine,  del
    quale furono trovate, tempo dopo, le ricevute;  Fournier,  l'americano
    che,  il  17  luglio,  aveva sparato su Lafayette un colpo di pistola,
    tirato,  si diceva,  dallo stesso Lafayette;  Henriot,  che usciva  da
    Bictre  (3),  e  che era stato domestico,  saltimbanco,  ladro e spia
    prima di essere generale e di puntar  cannoni  sulla  Convenzione;  La
    Reynie,  l'ex  gran  vicario  di  Chartres,  che  aveva  sostituito il
    breviario con il "Padre Duchne",  erano tutti tenuti in  rispetto  da
    Cimourdain,  e  in  dati  momenti,  per  impedire  ai peggiori di fare
    qualche passo falso,  bastava che sentissero in guardia davanti a essi
    quel  temibile candore convinto.  Cos Saint-Just atterriva Schneider.
    Al tempo stesso,  la maggioranza del Vescovado,  composta specialmente
    da poveri e da uomini violenti, che erano buoni, credeva in Cimourdain
    e lo seguiva.  Egli aveva per vicario,  o aiutante di campo che dir si
    voglia, Danjou, quell'altro prete repubblicano che il popolo amava per
    l'alta sua statura e  aveva  battezzato  Abate  Seipiedi.  Qualora  lo
    avesse  voluto,  Cimourdain  avrebbe condotto ovunque l'intrepido capo
    che tutti chiamavano Generale la Picca,  e quell'ardimentoso  Tronchon
    detto  Gran  Nicola,  che  aveva  tentato  di  salvare  la  signora di
    Lamballe,  dandole il braccio e facendole scavalcare i cadaveri,  cosa
    che sarebbe riuscita senza la feroce facezia di Charlot, il barbiere.
    La  Comune  sorvegliava  la  Convenzione,  il Vescovado sorvegliava la
    Comune. Cimourdain, animo retto e alieno dall'intrigo,  aveva spezzato
    pi  di un filo misterioso in mano a Pache,  che Beurnonville chiamava
    l'uomo nero. Al Vescovado,  Cimourdain trattava alla pari con tutti.
    Veniva  consultato  da  Dobsent  e  da  Momoro.  Parlava in spagnolo a
    Gusman,  in italiano a Pio,  in inglese  ad  Arturo,  in  fiammingo  a
    Pereyra,  in  tedesco  all'austriaco  Proly,  bastardo  d'un principe.
    Creava l'intesa fra quelle discordanze.  Da ci una posizione oscura e
    forte. Hbert lo temeva.
    Cimourdain aveva,  in quei tempi e in quei gruppi tragici,  la potenza
    degli inesorabili.  Era un impeccabile  che  si  ritiene  infallibile.
    Nessuno mai l'aveva visto piangere. Gelida e inaccessibile virt, egli
    era lo spaventevole uomo giusto.
    Nessuna via di mezzo,  per un prete,  nella rivoluzione.  Un prete non
    poteva concedersi alla prodigiosa avventura in  atto  che  per  i  pi
    ignobili  o  i  pi  eccelsi motivi: bisognava che egli fosse infame o
    sublime.   Cimourdain  era  sublime;   ma   sublime   nell'isolamento,
    nell'inaccessibilit,  nell'inospitale  lividore;  sublime  dentro una
    cerchia di precipizi.  L'hanno,  questa sinistra  verginit,  le  alte
    montagne.
    Cimourdain  aveva  l'apparenza  d'un  uomo  comune  con  indosso panni
    qualunque, d'aspetto povero.  Giovane,  era stato tonsurato;  vecchio,
    era  calvo.  I pochi capelli che aveva erano grigi.  La sua fronte era
    ampia,  e  su  quella  fronte,  per  l'osservatore,  c'era  un  segno.
    Cimourdain aveva un modo di parlare brusco, appassionato e solenne, la
    voce breve,  l'accento perentorio,  la bocca triste e amara,  l'occhio
    chiaro e profondo, e una certa qual aria sdegnata su tutto il volto.
    Tale era Cimourdain.
    Nessuno, oggi, conosce il suo nome. Ne ha, di questi terribili ignoti,
    la storia.

    NOTA 1: Anguicrinita: di medusa.
    NOTA 2: Brunswick: comandante  degli  eserciti  coalizzati  contro  la
    Francia.
    NOTA 3: Bictre: manicomio di Parigi.

    3.
    UN CANTUCCIO NON IMMERSO NELLO STIGE.

    Era  poi  un  uomo,  un  uomo  simile?  Poteva  nutrire  un affetto il
    servitore del genere umano? Non era egli forse eccessivamente un'anima
    per essere un cuore? E poteva, quell'enorme abbraccio,  che accoglieva
    tutto  e  tutti,  riservarsi  a  qualcuno?  Poteva amare,  Cimourdain?
    Diciamolo senz'altro: s.
    Da giovane,  nella  sua  qualit  di  precettore  in  una  casa  quasi
    principesca,  aveva avuto un allievo,  figlio ed erede della casa.  Lo
    aveva amato e lo amava.  E' cos facile amare un fanciullo!  Che  cosa
    non si perdona a un bimbo?  Gli si perdona d'essere signore,  d'essere
    principe,  d'essere re.  L'innocenza dell'et fa dimenticare i delitti
    della  stirpe;  la  debolezza dell'essere fa dimenticare la tracotanza
    del ceto.  E' cos piccolo,  che gli si perdona  d'essere  grande.  Lo
    schiavo gli perdona d'essere il padrone.  Il vecchio negro idolatra il
    bimbetto bianco.  Cimourdain si era appassionatamente  affezionato  al
    suo allievo. L'infanzia ha questo di ineffabile: si possono sfogare su
    di  essa tutti gli amori.  Tutto ci che in Cimourdain poteva amare si
    era,  per cos dire,  abbattuto su quel fanciullo.  Quel dolce  essere
    innocente  era diventato una specie di preda per quel cuore condannato
    alla solitudine.  Lo amava con tutte le tenerezze  a  un  tempo,  come
    padre,  come fratello,  come amico, come creatore. Era figlio suo quel
    fanciullo. Il figlio,  non della sua carne;  ma del suo spirito.  Egli
    non era il padre, n quella era opera sua; ma era il maestro, e quello
    era  il  suo  capolavoro.  Di quel piccolo signore egli aveva fatto un
    uomo.  Chiss?  forse un grand'uomo.  Cos sono i sogni.  All'insaputa
    della  famiglia  (si  ha  forse  bisogno  di  permesso  per creare una
    intelligenza,  una  volont,  una  rettitudine?),  all'insaputa  della
    famiglia  aveva  comunicato  al  giovane visconte suo allievo tutto il
    progresso che aveva in s; gli aveva inoculato il temibile virus della
    sua virt;  aveva infuso in quelle vene  la  propria  convinzione,  la
    propria   coscienza,   il   proprio   ideale.   In  quel  cervello  di
    aristocratico aveva travasato l'anima del popolo.
    La mente allatta.  L'intelligenza  una mammella.  Tra la balia che d
    il  proprio latte e il precettore che d il proprio pensiero,  c' una
    certa analogia.  Si danno casi in cui il precettore   pi  padre  del
    padre,  cos come la balia  spesso pi madre della madre.  Cimourdain
    era legato al suo allievo da questa profonda paternit spirituale.  La
    sola vista di quel fanciullo lo inteneriva.
    Aggiungiamo, inoltre, che in quel caso sostituire il padre era facile:
    il fanciullo non ne aveva pi.  Era orfano.  Suo padre era morto,  sua
    madre era morta.  A vegliare su di lui,  non c'erano pi che una nonna
    cieca  e  un  prozio  assente.  La nonna mor.  Il prozio,  capo della
    famiglia,  uomo di spada e di grande signoria,  onusto  di  cariche  a
    corte, rifuggiva dal vecchio maniero di famiglia, viveva a Versailles,
    andava alla guerra e lasciava solo l'orfanello nel castello solitario.
    Il  precettore  era  dunque  il  "maestro"  in  tutta l'estensione del
    termine.
    Aggiungiamo pure che Cimourdain aveva veduto nascere il bimbo che  era
    diventato poi suo discepolo.  L'orfanello,  ancora piccolissimo, aveva
    avuto una grave malattia.  Cimourdain,  in  quel  pericolo  di  morte,
    l'aveva  vegliato  giorno  e  notte.  Chi  cura    il  medico,  ma  
    l'infermiere che salva, e Cimourdain aveva salvato il bambino.  Il suo
    allievo   non   soltanto   gli   aveva   dunque  dovuto  l'educazione,
    l'istruzione, la scienza; ma gli aveva anche dovuto la convalescenza e
    la salute;  il suo allievo non soltanto doveva a lui il  pensiero,  ma
    doveva a lui anche d'essere al mondo. Ora, siccome noi adoriamo quelli
    che ci debbono tutto, Cimourdain adorava quel fanciullo.
    Poi  era  sopravvenuto  il  naturale  distacco  della  vita.  Compiuta
    l'educazione,  Cimourdain aveva dovuto lasciare il fanciullo diventato
    giovanotto.  Con  che  gelida  e incosciente crudelt si compiono tali
    separazioni!  Con  quanta  tranquillit  le  famiglie  accomiatano  il
    precettore che lascia il suo pensiero in un ragazzo, e la balia che vi
    lascia  le  sue viscere!  Cimourdain,  pagato e messo alla porta,  era
    uscito dal mondo d'in alto  e  rientrato  nel  mondo  d'in  basso;  la
    serranda tra i grandi e i piccoli si era richiusa;  il giovin signore,
    ufficiale per  diritto  di  nascita,  e  creato  di  punto  in  bianco
    capitano,   era   partito  per  una  guarnigione  qualunque;   l'umile
    precettore,  gi in  cuor  suo  prete  resto,  si  era  affrettato  a
    ridiscendere  in quello scuro pianterreno della Chiesa che si chiamava
    basso clero; e aveva perduto di vista il suo allievo.
    Poi era sopravvenuta la rivoluzione,  e il ricordo di quell'essere  di
    cui aveva fatto un uomo aveva continuato a covare in lui, nascosto, ma
    non spento, dall'immensit dei pubblici avvenimenti.
    Modellare  una  statua  e infonderle la vita,   bello;  modellare una
    intelligenza e infonderle la verit,   ancora pi  bello.  Cimourdain
    era il Pigmalione di un'anima.
    Uno spirito pu avere un figlio.
    Questo allievo,  questo figliolo, questo orfano era l'unico essere che
    egli amasse sulla terra.
    Ma era vulnerabile, un siffatto uomo, sia pure in un affetto di quella
    sorta?
    E' quello che vedremo.



    LIBRO SECONDO.
    LA TAVERNA DI VIA DEL PAVONE.

    1.
    MINOSSE, EACO E RADAMANTO.

    C'era, in via del Pavone, una taverna che era detta caff.  Tale caff
    aveva  un  retrobottega,   storico,   oggigiorno.   L  s'incontravano
    talvolta,  quasi segretamente,  uomini potenti e sorvegliati al  punto
    che  esitavano a parlarsi in pubblico.  L era stato scambiato,  il 23
    ottobre 1792, un famoso bacio tra la Montagna e la Gironda.  L Garat,
    sebbene  nelle  sue  "Memorie" non ne convenga affatto,  era andato in
    traccia di notizie nella lugubre notte in cui,  messo al sicuro in via
    de  Beaume  il  Clavire,  ferm  la  sua  carrozza sul Pont-Royal per
    ascoltare la campana a martello.
    Il 28 giugno 1793 tre uomini erano riuniti attorno  a  una  tavola  in
    quel  retrobottega.  Le  loro  sedie  non  si toccavano;  erano seduti
    ciascuno a un lato della tavola,  lasciando  vuoto  il  quarto.  Erano
    circa le otto di sera;  fuori,  in istrada,  era ancora chiaro,  ma in
    quel retrobottega era gi buio,  e una lampada a becchi  multipli,  un
    lusso per quei tempi, appesa al soffitto, illuminava la tavola.
    Il primo di quei tre uomini era pallido, giovane, serio, con le labbra
    esili  e  lo  sguardo freddo.  Aveva nelle guance un tic nervoso,  che
    doveva  incomodarlo  di  sicuro  quando  sorrideva.   Era  incipriato,
    inguantato, spazzolato, abbottonato. La sua marsina azzurro chiaro non
    faceva  una  grinza.  Portava  pantaloni  di nanchino,  calze bianche,
    cravatta alta, "jabot" pieghettato,  scarpine a fibbie d'argento.  Gli
    altri due uomini erano,  uno una specie di gigante, l'altro una specie
    di nano.  L'uomo  alto,  scomposto  in  una  gran  marsina  di  stoffa
    scarlatta,  con  il  collo  nudo  in  una cravatta disciolta,  che gli
    ricadeva ancora  pi  sotto  dello  "jabot",  il  panciotto  aperto  e
    mancante  di  bottoni,  portava stivali con risvolti e aveva i capelli
    irti,  sebbene vi si indovinasse un rimasuglio  di  pettinatura  e  di
    acconciatura: quella sua capigliatura aveva un non so che di criniera.
    Aveva  la  faccia  butterata  dal  vaiolo,  una ruga di collera tra le
    sopracciglia,  la piega della bont ai lati  della  bocca,  le  labbra
    tumide,  i denti grossi,  un pugno da facchino,  l'occhio sfavillante.
    Quello piccolo era un uomo giallognolo, che,  seduto,  pareva deforme.
    Aveva la testa rovesciata all'indietro, gli occhi iniettati di sangue,
    livide  chiazze sul viso,  un fazzoletto annodato sui capelli grassi e
    lisci, niente fronte e una bocca enorme e terribile. Portava pantaloni
    con solette per i piedi, scarpe larghe,  un panciotto che aveva l'aria
    d'essere stato di raso bianco, e, sopra a quel panciotto, un giubbone,
    nelle  cui  pieghe  una  linea  dura  e diritta lasciava indovinare un
    pugnale.
    Il primo di quegli uomini si chiamava Robespierre,  il secondo Danton,
    il terzo Marat.
    Erano soli in quel retrobottega. Davanti a Danton c'erano un bicchiere
    e una bottiglia di vino coperta di polvere che ricordava il boccale di
    birra di Lutero; davanti a Marat c'era una tazzina di caff; davanti a
    Robespierre solo delle carte.
    Vicino  a  quelle  carte  si  scorgeva  uno di quei pesanti calamai di
    piombo,  rotondi e striati,  che coloro i quali sono stati scolari  al
    principio di questo secolo si ricordano di sicuro. Accanto al calamaio
    era  buttata  una  penna.  Sulle carte era posato un grosso sigillo di
    rame sul quale si leggeva  "Palloy  Fecit",  e  che  rappresentava  un
    minuscolo ed esatto modello della Bastiglia.
    In  mezzo  alla  tavola  era spiegata una carta della Francia.  Fuori,
    sulla soglia dell'uscio,  stava il cane  di  guardia  di  Marat,  quel
    Lorenzo Basse,  fattorino del numero 18 di via dei Cordeliers,  che il
    13 luglio, circa quindici giorni dopo quel 26 giugno, doveva assestare
    una sediata sulla testa d'una donna chiamata Carlotta Corday, la quale
    si trovava in quel momento a Caen,  assorta  in  certe  sue  fantasie.
    Lorenzo  Basse  era  il  portatore  di  bozze dell'"Amico del popolo".
    Quella sera,  condotto dal suo padrone al caff  di  via  del  Pavone,
    aveva  la consegna di tener chiusa la saletta dove si trovavano Marat,
    Danton e Robespierre,  e di non lasciarvi entrare nessuno,  a meno che
    non  si  trattasse di qualcuno del comitato di salute pubblica,  della
    Comune o del Vescovado.
    Robespierre non voleva  chiudere  l'uscio  in  faccia  al  Saint-Just,
    Danton  non  voleva  chiuderlo  in faccia a Pache,  e Marat non voleva
    chiuderlo in faccia a Gusman.
    La conferenza durava gi da un pezzo.  Aveva per  argomento  le  carte
    sparse  sulla tavola,  di cui Robespierre aveva dato lettura.  Le voci
    cominciavano a farsi alte.  Fra quei tre uomini brontolava qualcosa di
    simile alla collera. Da fuori si udivano, di tanto in tanto, scoppi di
    voce.  A quel tempo,  l'abitudine delle pubbliche tribune pareva avere
    statuito il diritto di ascoltare. Era il tempo in cui lo spedizioniere
    Fabrizio Paris guardava dal buco della serratura che cosa  facesse  il
    comitato  di salute pubblica.  Il che,  sia detto di sfuggita,  non fu
    inutile, giacch fu appunto quel Paris che avvert Danton la notte dal
    30  al  31  marzo  1794.  Lorenzo  Basse  aveva  incollato  l'orecchio
    all'uscio  del  retrobottega  dov'erano  Danton,  Marat e Robespierre.
    Lorenzo Basse serviva Marat, ma era del Vescovado.

    2.
    "MAGNA  TESTANTUR  VOCE  PER  UMBRAS".  [Con  grande  voce  gridano  a
    testimonianza attraverso le ombre]

    Danton  si  era  appena  alzato  e  aveva vivamente spinto indietro la
    sedia.
    - Ascoltate,  - grid.  - Non c' che una cosa che urga: la repubblica
    in  pericolo.  Non  conosco che una cosa,  io: liberare la Francia dal
    nemico. Per ottenere questo, tutti i mezzi sono buoni.  Tutti!  tutti!
    tutti!  Quando tutti i pericoli sono contro di me,  io ricorro a tutti
    gli espedienti; e quando temo ogni cosa, sfido tutto.  Il mio pensiero
      un  leone.  Niente  mezze  misure,  niente falsi pudori in tempo di
    rivoluzione. Non  una bacchettona, Nemesi.  Facciamo in modo d'essere
    spaventevoli  e utili.  Guarda forse dove mette le zampe,  l'elefante?
    Schiacciamo il nemico.
    Robespierre rispose con dolcezza:
    - E' ben quello che voglio.
    E soggiunse: - Il problema sta nel sapere dov' questo nemico.
    - All'estero, e ve l'ho cacciato io, - disse Danton.
    - All'interno, e io lo sorveglio, - disse Robespierre.
    - E io torner a cacciarlo fuori, - riprese Danton.
    - Non lo si caccia fuori, il nemico interno.
    - Che se ne fa, allora?
    - Si stermina.
    - Acconsento, - disse a sua volta Danton.
    Quindi riprese:
    - Vi dico che  all'estero, Robespierre.
    - Danton, vi dico che  all'interno.
    - Robespierre,  alla frontiera.
    - E' in Vandea, Danton.
    - Calmatevi,  - disse una terza  voce;  -    dovunque,  e  voi  siete
    perduti.
    Chi parlava, era Marat.
    Robespierre guard Marat e riprese tranquillamente:
    - Bando alle generalizzazioni. Io preciso. Ecco dei fatti.
    - Pedante! - brontol Marat.
    Robespierre  pos  le  mani  sulle  carte  spiegate  davanti  a  lui e
    continu:
    - Vi ho letto i dispacci di Prieur della Marna.  Vi ho  comunicato  le
    informazioni  fornite da quel Glambre.  Ascoltate,  Danton: la guerra
    con l'estero non  nulla;  la guerra civile   tutto.  La  guerra  con
    l'estero  una scorticatura al gomito; la guerra civile  l'ulcera che
    rode il fegato.  Da quanto vi ho letto,  risulta una cosa;  questa: la
    Vandea,  sparpagliata  fino  a  oggi  sotto  diversi  capi,   sta  per
    concentrarsi. Sta per avere un capitano unico...
    - Un brigante centrale, - mormor Danton.
    -  Si  tratta,  - prosegu Robespierre,  - dell'uomo sbarcato vicino a
    Pontorson il 2 giugno.  Avete visto chi  .  Notate  che  tale  sbarco
    coincide  con  l'arresto dei rappresentanti in missione,  Prieur della
    Costa d'Oro e Romme, a Bayeux, operato da quel distretto traditore del
    Calvados il 2 giugno, il giorno stesso.
    - E il loro trasferimento al castello di Caen, - disse Danton.
    Robespierre riprese:
    - Continuo a riassumere i dispacci.  La guerra dei boschi si organizza
    su  vasta  scala.  Contemporaneamente,  si prepara una calata inglese;
    vandeani e inglesi  come dire Bretagna con Bretagna.  I selvaggi  del
    Finistre  parlano la stessa lingua dei barbari della Cornovaglia.  Vi
    ho messo sotto gli occhi una lettera intercettata  da  Puisaye,  dov'
    detto  che ventimila giubbe rosse distribuite agli insorti ne faranno
    sollevare  centomila.   Quando  l'insurrezione  dei  contadini   sar
    completa,  la  calata  inglese non mancher di sicuro.  Ecco il piano.
    Seguitelo sulla carta.
    Robespierre punt il dito sulla carta e prosegu:
    - Gli inglesi hanno la scelta  del  punto  di  sbarco,  da  Cancale  a
    Paimpol.  Craig preferirebbe la baia di Saint-Brieuc, il Cornwallis la
    baia di Saint-Cast. Ma questi sono particolari. La riva sinistra della
    Loira  tenuta dall'esercito vandeano ribelle, e, quanto alle ventotto
    leghe allo scoperto  tra  Ancenis  e  Pontorson,  quaranta  parrocchie
    normanne  hanno  promesso  il loro concorso.  La calata si far su tre
    punti: Plrin, Iffiniac e Plneuf;  da Plrin andranno a Saint-Brieuc,
    e da Plneuf a Lamballe;  il secondo giorno sar raggiunto Dinan, dove
    sono novecento  prigionieri  inglesi,  e  contemporaneamente  verranno
    occupati  Saint-Jouan  e  Saint-Men;  sar  lasciata  l  un  po'  di
    cavalleria; il terzo giorno, due colonne si dirigeranno,  una da Jouan
    su Bde,  l'altra da Dinan su Becherel,  che  una fortezza naturale,
    dove verranno piazzate due  batterie;  il  quarto  giorno,  saranno  a
    Rennes.  Rennes  la chiave della Bretagna.  Chi tiene Rennes possiede
    tutto. Presa Rennes, cadono Chateauneuf e Saint-Malo. A Rennes ci sono
    un milione di cartucce e cinquanta pezzi d'artiglieria da campagna...
    - Che quelli arrafferebbero, - mormor Danton.
    Robespierre continu:
    - Termino. Da Rennes,  tre colonne si getteranno una su Fougres,  una
    su Vitr,  una su Redon.  Siccome i ponti sono interrotti, i nemici si
    muniranno,  l'avete gi visto esattamente,  di pontoni e di tavole,  e
    avranno  guide  per  ritrovare i punti guadabili dalla cavalleria.  Da
    Fougres si irradieranno su Avranches,  da Redon su Ancenis,  da Vitr
    su Laval. Nantes si arrender, Brest si arrender. Redon mette in loro
    mani  tutto  il  corso  della  Vilaine,  Fougres d loro la strada di
    Normandia, Vitr apre loro la strada di Parigi. Tra quindici giorni si
    avr un esercito di  briganti  di  trecentomila  uomini,  e  tutta  la
    Bretagna sar del re di Francia.
    - Che  quanto dire del re d'Inghilterra, - precis Danton.
    - No. Del re di Francia, - ribatt Robespierre.
    E soggiunse:
    - Il re di Francia  peggio. Ci vogliono quindici giorni per scacciare
    lo straniero, e milleottocento anni per sopprimere la monarchia.
    Il Danton,  che si era tornato a sedere, piant i gomiti sulla tavola,
    cacciandosi la testa fra le mani, assorto.
    - Il pericolo, voi lo vedete,  - disse Robespierre.  - Vitr apre agli
    inglesi la strada di Parigi.
    Danton sollev la fronte e lasci cadere ambo le sue manacce contratte
    sulla carta, come su un'incudine.
    -  Forse  che  Verdun  non  apriva  la  strada di Parigi ai prussiani,
    Robespierre?
    - E con questo?
    - E con questo,  si cacceranno via gli inglesi come si  sono  cacciati
    via i prussiani.
    E Danton si alz di nuovo.
    Robespierre pos la sua gelida mano sul pugno febbrile del Danton.
    - Danton, la Champagne non  per i prussiani; la Bretagna invece  per
    gli   inglesi.   Riprendere  Verdun    guerra  contro  lo  straniero;
    riprendere Vitr  guerra civile.
    E Robespierre mormor con un accento gelido e profondo:
    - Differenza seria.
    Poi riprese:
    - Tornatevi a sedere, Danton, e guardate la carta, invece di sferrarle
    dei pugni.
    Ma Danton era tutto assorto nei suoi pensieri.
    - Questa  grossa! - esclam.  - Vedere la catastrofe a ovest quando 
    a oriente.  Robespierre,  vi concedo che l'Inghilterra ci venga contro
    dall'Oceano; ma anche la Spagna si erge sui Pirenei, ma anche l'Italia
     in piedi sulle Alpi, ma anche la Germania ci viene addosso dal Reno.
    E in fondo,  c' il grande orso russo.  Robespierre,  il pericolo  un
    cerchio,  e noi ci siamo dentro. All'estero la coalizione, all'interno
    il tradimento.  A mezzogiorno Servant dischiude la porta della Francia
    al re di Spagna;  al nord Dumouriez passa al nemico.  Del resto,  egli
    aveva sempre minacciato meno l'Olanda che  Parigi.  Nerwinde  cancella
    Jemmapes e Valmy. Il filosofo Rabaut Saint-Etienne, traditore, da quel
    protestante   che  ,   corrisponde  con  il  cortigiano  Montesquiou.
    L'esercito  decimato. Non c' un battaglione, ormai, che conti pi di
    quattrocento uomini;  il prode reggimento di Due  Ponti    ridotto  a
    centocinquanta uomini;  il campo di Pamars  stato ceduto; a Givet non
    restano pi che cinquecento sacchi  di  farina;  noi  retrocediamo  su
    Landau;   Wurmser   spinge   da   presso   Klber;   Magonza  soccombe
    valorosamente, Cond vigliaccamente, allo stesso modo di Valenciennes.
    Il che non toglie che Chancel, difensore di Valenciennes, e il vecchio
    Fraud,  difensore di Cond,  siano due eroi non meno di Meunier,  che
    difendeva Magonza. Ma tutti gli altri tradiscono. Dharville tradisce a
    Aix-la-Chapelle,  Mouton  tradisce  a  Bruxelles,  Valence  tradisce a
    Brda,  Neuilly tradisce a Limbourg,  Miranda tradisce  a  Maestricht;
    Stengel,  traditore,  Lanoue,  traditore, Ligonnier, traditore, Menou,
    traditore,   Dillon,   traditore;   ripugnante  moneta  spicciola   di
    Dumouriez.  Esempi  occorrono.  Le  contromarce di Custine mi sembrano
    sospette;   sospetto  Custine  di  preferire  la  lucrosa   presa   di
    Francoforte  alla  presa  utile  di  Coblenza.  Francoforte pu pagare
    quattro milioni di contributi di  guerra,  sia  pure.  Ma  che  conta,
    questo,  di  fronte al nido degli emigrati distrutto?  Tradimento,  vi
    dico. Meunier  morto il 13 giugno. Klber  solo, adesso.  Frattanto,
    Brunswick ingrossa e viene avanti. Pianta la bandiera tedesca su tutte
    le localit francesi che occupa.  Il margravio di Brandeburgo, oggi, 
    l'arbitro d'Europa;  s'intasca le  nostre  province;  si  aggiudicher
    anche il Belgio, lo vedrete. Si direbbe che noi lavoriamo per Berlino;
    se  la  cosa  continua  e  se  non vi mettiamo riparo,  la rivoluzione
    francese si far a profitto di Potsdam; avr avuto per unico risultato
    d'ingrandire lo staterello di Federico Secondo, e noi avremo ucciso il
    re di Francia per il re di Prussia.
    E Danton, terribile, scoppi in una risata
    Il riso di Danton fece sorridere Marat.
    - Avete ciascuno il vostro pallino, voi. Voi Danton,  la Prussia;  voi
    Robespierre,  la Vandea.  Voglio precisare anch'io. Non vedete il vero
    pericolo,  voi;  eccolo: i caff e le bische.  Il caff di Choiseul  
    giacobino,  il caff Patin  monarchico, il caff del Convegno attacca
    la Guardia Nazionale,  il caff di Porta San Martino  la  difende,  il
    caff  della  Reggenza    contro  Brissot,  il  caff  Corazza  gli 
    favorevole,  il caff Procopio giura su Diderot,  il caff del  Teatro
    Francese giura su Voltaire,  alla Rotonda si stracciano gli assegnati,
    i caff Saint-Marceau sono in furore,  il  caff  Manouri  solleva  la
    questione delle farine,  al caff di Foy ciarle e sgrugnoni, al Perron
    ronzio di calabroni finanzieri. Questa  la faccenda seria.
    Danton non rideva  pi.  Marat  sorrideva  sempre.  Sorriso  di  nano,
    peggiore d'una risata di colosso.
    - Scherzate, Marat? - romb Danton.
    Marat ebbe quel convulso movimento di fianchi, allora cos celebre. Il
    suo sorriso era scomparso.
    - Ah!  vi riconosco,  cittadino Danton. Proprio voi mi avete, in piena
    Convenzione, chiamato l'individuo Marat. Ascoltate. Ascoltate. Io vi
    perdono. Attraversiamo un momento balordo. Ah! scherzo,  io.  Che uomo
    sono  io,  infatti?  Ho  denunciato Chazot,  ho denunciato Ption,  ho
    denunciato Kersaint,  ho denunciato Moreton,  ho denunciato  Dufriche-
    Valaz,  ho denunciato Ligonnier,  ho denunciato Menou,  ho denunciato
    Banneville, ho denunciato Gensonn, ho denunciato Biron, ho denunciato
    Lidon e Chambon,  ho avuto torto forse?  Io fiuto  il  tradimento  nel
    traditore  e  trovo  utile  denunciare  il  reo  prima  del reato.  Ho
    l'abitudine di dire il giorno prima quello che voialtri dite il giorno
    dopo.  Sono l'uomo che ha proposto all'assemblea un piano completo  di
    legislazione  penale.  Che  ho  fatto  fino ad ora?  Ho chiesto che si
    istruissero le sezioni allo scopo di disciplinarle  alla  rivoluzione,
    ho fatto togliere i suggelli di trentadue incartamenti, ho reclamato i
    diamanti  depositati  nelle  mani  di  Roland,  ho  dimostrato  che  i
    brissotini  avevano  consegnato  al  comitato  di  sicurezza  generale
    mandati  d'arresto  in bianco,  ho segnalato le omissioni del rapporto
    del Lindet sui delitti di Capeto,  ho votato il supplizio del  tiranno
    entro  le  ventiquattr'ore,  ho  difeso  i  battaglioni  Mauconseil  e
    Repubblicano,  ho impedita la lettura della lettera di Narbonne  e  di
    Malhouet,  ho  presentato  una mozione per i soldati feriti,  ho fatto
    sopprimere la commissione dei sei,  ho presentito  nella  faccenda  di
    Mons  il  tradimento  del Dumouriez,  ho chiesto che si prendessero in
    ostaggio centomila parenti degli emigrati, per i commissari consegnati
    al   nemico,   ho   proposto   di   dichiarare   traditore   qualunque
    rappresentante  oltrepassasse la cinta daziaria,  ho smascherato,  nei
    torbidi di Marsiglia, la fazione di Roland,  ho insistito perch fosse
    messa a prezzo la testa del figlio di Egalit, ho difeso Bouchotte, ho
    voluto  l'appello  nominale  per  scacciare Isnard dal suo seggio,  ho
    fatto dichiarare che i parigini hanno bene meritato dalla patria.  Per
    questo sono trattato da burattino da Louvet, e il Finistre chiede che
    io sia espulso,  la citt di Loudun auspica che io venga esiliato,  la
    citt d'Amiens desidera che mi venga messa la museruola, Coburgo vuole
    che mi si arresti,  e Lecointe-Puyraveau propone alla  Convenzione  di
    decretarmi  pazzo.  Cos  !  cittadino Danton,  perch mi avete fatto
    venire al vostro conciliabolo se non per conoscere il mio  parere?  Vi
    chiedevo  forse  di  parteciparvi,  io?  tutt'altro.  Non sono proprio
    portato ai colloqui segreti con controrivoluzionari tipo Robespierre e
    voi. Del resto, dovevo aspettarmelo, voi non mi avete capito;  voi non
    meglio  del  Robespierre,  e Robespierre non meglio di voi.  Non ce ne
    sono,  dunque,  qui,  d'uomini di Stato?  E' proprio necessario  farvi
    compitare la politica, dunque? mettervi i puntini sulle i? Quel che vi
    ho detto,  significa: vi sbagliate tutt'e due.  Il pericolo non  n a
    Londra, come crede Robespierre, n a Berlino,  come lo crede Danton: 
    a Parigi.  E' nella mancanza di unit,  nel diritto che ciascuno ha di
    tirare l'acqua al  suo  mulino,  a  cominciar  da  voi  due;  e  nella
    polverizzazione degli spiriti, nell'anarchia delle volont...
    - L'anarchia? - interruppe Danton. - E chi altro la fa, se non voi?
    Marat non si ferm.
    - Robespierre,  Danton, il pericolo sta in questo mucchio di caff, in
    questo ammasso di bische,  in questa moltitudine di  circoli,  circolo
    dei Neri,  circolo dei Federati,  circolo delle Signore, circolo degli
    Imparziali,  che risale al Clermont-Tonnerre e che  stato il  circolo
    monarchico  del  1790,  circolo  sociale  immaginato dal prete Claudio
    Fauchet,  circolo  dei  Berretti  di  Lana,  fondato  dal  gazzettiere
    Prudhomme,  eccetera;  senza  contare il vostro circolo dei Giacobini,
    Robespierre, e il vostro circolo dei Cordiglieri, Danton.  Il pericolo
    sta  nella carestia,  che ha indotto il facchino Blin a impiccare alla
    lanterna del Palazzo di Citt il fornaio del mercato  Palu,  Francesco
    Denis,  e  sta nella giustizia,  che ha impiccato il facchino Blin per
    aver impiccato il fornaio Denis.  Il pericolo sta nella  carta  moneta
    che  viene  deprezzata.  In  via  del  Tempio    caduto  per terra un
    assegnato di cento franchi,  e un passante,  un uomo  del  popolo,  ha
    detto:  Non  vale  la  pena  di  raccattarlo.  Gli speculatori e gli
    accaparratori,  quelli sono il pericolo!  Bella  prodezza  piantar  la
    bandiera nera sul Palazzo di Citt! Arrestate il barone di Trenck voi,
    ma  non  basta.   Torcetegli  il  collo  a  quel  vecchio  prigioniero
    intrigante.   Credete  di  cavarvela  perch   il   presidente   della
    Convenzione  pone una corona civica sulla testa di Labertche,  che ha
    ricevuto quarantun sciabolate a Jemmapes,  e al quale lo Chnier fa da
    apristrada?  Commedie e ciurmerie.  Ah!  non badate a Parigi, voi! Ah!
    cercate lontano il pericolo, voi, mentre  qui vicino!  A che vi serve
    la  vostra polizia,  Robespierre?  Giacch avete le vostre spie,  voi:
    Payan alla Comune,  Coffinhal al tribunale  rivoluzionario,  David  al
    comitato  di  sicurezza  generale,   Couthon  al  comitato  di  salute
    pubblica.  Sono bene informato,  come vedete.  Ebbene,  sappiatelo: il
    pericolo  sulle vostre teste,  il pericolo  sotto i vostri piedi, si
    cospira, si cospira,  si cospira;  i passanti per le strade si leggono
    tra  loro  i  giornali e si scambiano cenni di testa;  seimila uomini,
    sforniti della carta di civismo,  emigrati rimpatriati,  moscardini  e
    reazionari,  sono nascosti nelle cantine,  nei solai e negli anditi di
    legno del Palazzo Reale; dai fornai si fa la coda, e le massaie, sulla
    soglia degli usci, congiungono le mani e dicono: Quando l'avremo,  la
    pace?.  Avete  un bell'andarvi a rinchiudere,  per essere tra di voi,
    nella sala del consiglio esecutivo: tutto quello che dite   risaputo.
    E se ne volete la prova, Robespierre, eccovi le parole che avete detto
    ieri  sera a Saint-Just: Barbaroux comincia a mettere pancia;  ci lo
    impaccer nella fuga.  S,  il pericolo  dovunque,  e soprattutto al
    centro,  a Parigi.  Gli ex complottano, i patrioti vanno a piedi nudi,
    gli aristocratici arrestati il 9 marzo sono gi  stati  rilasciati,  i
    cavalli  di  lusso,  che  dovrebbero essere attaccati ai cannoni sulla
    frontiera,  ci inzaccherano per le strade,  il pane di quattro  libbre
    vale tre franchi e dodici soldi,  i teatri rappresentano opere sconce,
    e Robespierre far ghigliottinare Danton.
    - Sciocchezze! - disse Danton.
    Robespierre guardava attentamente la carta.
    - Un dittatore!  - grid bruscamente Marat: - ecco quel che ci  vuole.
    Voi, Robespierre, sapete che io voglio un dittatore.
    Robespierre rialz la testa.
    - Lo so, Marat: voi o io.
    - Io o voi, - disse Marat.
    Danton brontol fra i denti:
    - S, prendila, la dittatura!
    Marat  vide  l'aggrottamento  di sopracciglia di Danton.  - Suvvia,  -
    disse. - Un ultimo sforzo.  Mettiamoci d'accordo.  Lo stato di cose ne
    vale  la pena.  Non ci siamo forse gi messi d'accordo per la giornata
    del  31  maggio?   Il  problema  d'insieme    ancora  pi  grave  del
    girondinismo, che  una questione di dettaglio. In quello che dite voi
    c'  del vero;  ma il vero,  tutto il vero,  il vero vero  quello che
    dico io. A mezzogiorno, il federalismo; a ovest il realismo; a Parigi,
    il  duello  della  Convenzione  e  della   Comune;   alle   frontiere,
    l'indietreggiamento di Custine e il tradimento di Dumouriez. Che cos'
    tutto questo? Lo smembramento. Che cosa ci occorre? L'unit. L sta la
    salvezza.  Ma spicciamoci.  Bisogna che Parigi assuma il governo della
    rivoluzione.  Se perdiamo un'ora,  domani i vandeani possono essere  a
    Orlans e i prussiani a Parigi.  Questo ve lo concedo,  Danton; questo
    ve  lo  concedo,  Robespierre.  Sia.  Orbene,   la  conclusione    la
    dittatura.   Prendiamo   la  dittatura.   Noi  tre  rappresentiamo  la
    rivoluzione.  Siamo le tre teste di Cerbero noi.  Di queste tre teste,
    una parla,  e siete voi,  Robespierre,  l'altra ruggisce, e siete voi,
    Danton...
    - L'altra ancora morde, - disse Danton, - e siete voi, Marat.
    - Quanto a mordere, mordono tutt'e tre, - disse Robespierre.
    Ci fu un silenzio. Poi il dialogo, pieno di cupi sussulti, ricominci:
    - Ascoltate, Marat. Prima di sposarsi, bisogna conoscersi.  Come avete
    saputo la frase che ho detto ieri a Saint-Just?
    - Questo  affar mio, Robespierre.
    - Marat!
    - E' mio dovere chiarirmi,  affar mio informarmi.
    - Marat!
    - Mi piace sapere.
    - Marat!
    -  Robespierre,  io so quello che voi dite a Saint-Just come so quello
    che Danton dice a Lacroix;  come so quello che succede  sul  Quai  dei
    Thatins,  al  palazzo di Labriffe,  asilo in cui si danno convegno le
    ninfe dell'emigrazione;  come so  quel  che  succede  nella  casa  dei
    Thilles,  vicino a Gonesse,  che  di Valmerange,  l'ex amministratore
    delle poste,  dove si recavano un tempo Maury  e  Cazals,  dove  sono
    andati  poi  Sieys e Vergniaud,  e dove,  adesso,  si va una volta la
    settimana.
    Pronunciando quel "si", Marat guard Danton.
    Danton esclam:
    - Se avessi due quattrini di potere, sarebbe una cosa terribile.
    Marat prosegu:
    - So quello che dite voi,  Robespierre,  come so quello  che  accadeva
    nella  torre  del  Tempio,  quando  vi  tenevamo  a  ingrassare  Luigi
    Sedicesimo, e lo facevamo cos bene, che,  nel solo mese di settembre,
    il lupo, la lupa e i lupicini mi hanno fatto fuori ottantasei ceste di
    pesche.  In quel frattempo,  il popolo  affamato.  So questo, come so
    che Roland  stato nascosto in un locale che d su un cortile interno,
    in via della Harpe;  come so che seicento delle picche del  14  luglio
    erano state fabbricate da Faure,  magnano del duca d'Orlans;  come so
    quello che si fa in casa della Saint-Hilaire,  amante di Sillery;  nei
    giorni  di ballo,   lo stesso vecchio Sillery che frega con la pomice
    il pavimento del salotto giallo di via  Neuve-des-Mathurins;  Buzot  e
    Kersaint  vi  pranzavano.  Saladin  vi  ha pranzato il 27,  e con chi,
    Robespierre? Col vostro amico Lasource.
    - Ciarle, - mormor Robespierre. - Lasource non  mio amico.
    E, pensoso, soggiunse:
    - Frattanto, a Londra ci sono diciotto fabbriche di assegnati falsi.
    Marat continu con  voce  tranquilla,  che  tradiva  per  un  leggero
    tremito, il che era spaventoso:
    - Siete la fazione degli importanti,  voi.  S,  io so tutto, malgrado
    quello che Saint-Just chiama il silenzio di Stato.
    Marat accentu queste parole, guard Robespierre e prosegu:
    - So quello che si dice alla vostra tavola nei  giorni  in  cui  Lebas
    invita  David  ad  andare ad assaggiare i piattini preparati dalla sua
    fidanzata, Elisabetta Duplay, vostra futura cognata,  Robespierre.  Io
    sono l'occhio enorme del popolo,  e,  dal fondo della mia cantina,  vi
    guardo. S, io vedo; s, io odo; s,  io so.  A voi bastano le piccole
    cose.  Vi ammirate fra voi. Il Robespierre si fa contemplare dalla sua
    signora di Chalabre,  la figlia del marchese di Chalabre,  quello  che
    gioc  il  "whist"  con  Luigi Quindicesimo la sera dell'esecuzione di
    Damiens. S,  portiamo tutti alta la testa.  Saint-Just sta di casa in
    una cravatta.  Legendre  corretto, pastrano nuovo e panciotto bianco,
    col pizzo fuori,  allo scopo di  far  dimenticare  il  suo  grembiale.
    Robespierre  s'immagina  che  la storia vorr sapere che indossava una
    finanziera color oliva alla Costituente e una  marsina  azzurro  cielo
    alla  Convenzione.  Ha  le  pareti  della  camera  tappezzate dei suoi
    ritratti...
    Con voce ancora pi calma di quella di Marat, Robespierre interruppe:
    - E voi, Marat, avete il vostro in tutte le fogne.
    Continuarono cos,  su un  tono  da  conversazione,  la  cui  lentezza
    accentuava  la violenza delle botte e delle risposte,  aggiungendo una
    certa qual ironia alle minacce.
    -  Voi  Robespierre  avete  qualificato   quelli   che   vogliono   il
    rovesciamento dei troni Don Chisciotti del genere umano.
    - E voi,  Marat,  dopo il 4 agosto,  nel vostro numero 559 dell'"Amico
    del Popolo",  gi,  mi sono messo bene in mente il  numero,  perch  
    utile, avete chiesto che si restituissero ai nobili i loro titoli. Un
    duca  sempre un duca, avete detto.
    -  Voi,  Robespierre;  nella  seduta  del 7 dicembre,  avete difeso la
    moglie di Roland contro Viard.
    - Proprio  come  mio  fratello  ha  difeso  voi,  Marat  quando  foste
    attaccato ai Giacobini. Che cosa si prova con ci?... Nulla.
    -  E' noto il gabinetto delle Tuileries dove voi,  Robespierre,  avete
    detto a Garat: Sono stanco della rivoluzione.
    - E voi, Marat,   proprio qui,  in questa osteria,  che il 29 ottobre
    avete abbracciato Barbaroux.
    - Voi, Robespierre, avete detto a Buzot: Che roba  la repubblica?.
    - E voi, sempre qui, in questa osteria, avete invitato a colazione tre
    marsigliesi per tenervi compagnia, Marat.
    - Quanto a voi,  Robespierre, vi fate scortare da un bullo del mercato
    armato di bastone.
    - E voi,  Marat,  la vigilia del 10 agosto,  avete  pregato  Buzot  di
    aiutarvi a fuggire a Marsiglia, travestito da fantino.
    -  Durante  le esecuzioni di settembre,  voi vi siete tenuto nascosto,
    Robespierre.
    - E voi, Marat, vi siete fatto vedere.
    - Voi, Robespierre, avete gettato a terra il berretto rosso.
    - S,  dal momento  che  lo  portava  un  traditore.  Ci  che  fregia
    Dumouriez insudicia Robespierre.
    - Voi,  Robespierre, avete rifiutato, durante il passaggio dei soldati
    del Chateauvieux, di coprire d'un velo la testa di Luigi Sedicesimo.
    - Ho fatto di meglio che velargli la testa, io: gliel'ho mozzata.
    Danton intervenne, ma come l'olio interviene nel fuoco.
    - Robespierre, Marat, - egli disse, - calmatevi.
    A Marat non garbava essere nominato per secondo. Si volt:
    - Di che s'immischia Danton? - domand.
    Danton diede un balzo:
    - Di che m'immischio, io? Di questo.  Niente fratricidi,  niente lotte
    fra  due  uomini che servono il popolo;  basta la guerra con l'estero,
    basta la guerra civile: la guerra domestica sarebbe di troppo. Ecco di
    che mi immischio. Sono io, inoltre, che ho fatto la rivoluzione, e non
    voglio che venga disfatta. Ecco di che mi immischio.
    Senza alzare la voce, Marat rispose:
    - Impicciatevi di rendere i vostri conti.
    - I miei conti?  - grid Danton.  - Andate a chiederli ai passi  delle
    Argonne, alla Champagne liberata, al Belgio conquistato, agli eserciti
    presso  i  quali  sono gi stato quattro volte a offrire il petto alla
    mitraglia!  andate a  chiederli  alla  piazza  della  Rivoluzione,  al
    patibolo  del  21  febbraio,  al  trono atterrato,  alla ghigliottina,
    questa vedova...
    Marat interruppe Danton:
    - La ghigliottina  una vergine; ci si corica su di essa, ma non la si
    feconda.
    - Che ne sapete, voi? - ribatt Danton. - Io la feconder, io! ...
    - Vedremo, - disse Marat.
    E sorrise.
    Danton vide quel sorriso.
    - Marat,  - grid;  -  voi  siete  l'uomo  nascosto;  io  sono  l'uomo
    dell'aria aperta e della piena luce.  Odio la vita dei rettili. Essere
    scolopendra non mi garba. Voi abitate una cantina; io abito la strada.
    Voi non comunicate con nessuno;  io,  chiunque  passa  pu  vedermi  e
    parlarmi.
    - Volete salire da me, bel giovanottino? - brontol Marat.
    E  smettendo  di  sorridere,  riprese con accento imperioso: - Danton,
    rendete conto dei trentatremila scudi di argento sonante,  che  vi  ha
    pagato  Montmorin in nome del re,  col pretesto di indennizzarvi della
    vostra carica di procuratore al Castelletto.
    - Io fui del 14 luglio, - disse Danton con alterigia.
    - E la guardia mobile? e i diamanti della corona?
    - Io fui del 6 ottobre.
    - E i furti del vostro "alter ego" Lacroix nel Belgio?
    - Io fui del 20 giugno.
    - E i prestiti fatti alla Montansier?
    - Al ritorno da Varennes, io spingevo il popolo.
    - E la sala dell'Opera che fu costruita col danaro fornito da voi?
    - Ho armato le sezioni di Parigi, io.
    - E le centomila lire di fondi segreti del ministero della giustizia?
    - Ho fatto il 10 agosto, io.
    - E i due milioni di spese segrete dell'Assemblea,  di  cui  vi  siete
    intascato la quarta parte?
    - Ho fermato il nemico in marcia e sbarrato il passo ai re coalizzati.
    - Prostituto! - disse Marat.
    Danton balz in piedi, spaventevole.
    - S, - grid; - sono una sgualdrina, io; ho venduto il mio grembo, ma
    ho salvato il mondo.
    Robespierre aveva ripreso a rodersi le unghie. Non poteva n ridere n
    sorridere, lui. Il riso, lampo di Danton, e il sorriso, punzecchiatura
    di Marat, gli mancavano.
    Danton riprese:
    - Sono come l'oceano,  io; ho il mio flusso e il mio riflusso; a bassa
    marea si scorgono i miei bassifondi,  ad alta marea si vedono  le  mie
    ondate.
    - La vostra schiuma, - disse Marat.
    - La mia tempesta, - disse Danton.
    Contemporaneamente a Danton,  si era alzato anche Marat.  Esplose egli
    pure. Il colubro divenne drago di punto in bianco.
    - Ah!  - grid;  - ah!  Robespierre!  ah!  Danton!  non mi volete dare
    ascolto voi!  Ebbene, io vi dico che siete perduti. La vostra politica
    sbocca a delle impossibilit d'andare pi oltre;  non  avete  pi  via
    d'uscita,  voi;  e  fate  cose che vi chiudono innanzi tutte le porte,
    eccettuata quella della tomba.
    - E' la nostra grandezza, - disse Danton.
    E fece una spallucciata.
    Marat continu:
    - Sta in guardia,  Danton.  Anche Vergniaud ha la  bocca  larga  e  le
    labbra  tumide  e  le  sopracciglia  colleriche.   Anche  Vergniaud  
    butterato come Mirabeau e come te;  ma  ci  non  ha  impedito  il  31
    maggio.  Ah!  fai le spallucce,  tu!  Certe volte, alzare le spalle fa
    cadere la testa.  Te lo dico  io,  Danton;  il  tuo  vocione,  la  tua
    cravatta male annodata,  le tue scarpe molli,  le tue cenette,  le tue
    grandi tasche, sono cose che riguardano la Luisella.
    Luisella era il vezzeggiativo che Marat dava alla ghigliottina.
    Prosegu:
    - Quanto a te, Robespierre,  sei un moderato,  ma ci non ti servir a
    nulla.  Va,  incipriati,  pettinati,  spazzolati,  fai  lo zerbinotto,
    sfoggia pure biancherie,  sii  lezioso,  arricciato,  impomatato,  non
    andrai   per  ci  meno  a  finire  in  piazza  di  Grve.   Leggi  la
    dichiarazione di Brunswick: non sarai  trattato  meglio  del  regicida
    Damiens,  sei  l,  adesso,  teso  teso da quattro spille,  come sarai
    tirato un giorno da quattro cavalli che ti squarteranno.
    - Eco di Coblenza! - mormor il Robespierre fra i denti.
    - Non sono l'eco di nulla,  io,  Robespierre;  sono il grido di tutto.
    Ah!  siete giovani,  voi.  Che et hai tu, Danton? Trentaquattro anni.
    Che et hai tu,  Robespierre?  Trentatr  anni.  Ebbene,  io  vivo  da
    sempre; sono la vecchia sofferenza umana, io. Ho seimila anni.
    - E' vero,  - ribatt Danton;  - da seimila anni Caino si  conservato
    nell'odio come il rospo nella pietra: la pietra si rompe,  Caino salta
    fra gli uomini, ed  Marat.
    -  Danton!  -  grid  Marat.  E un livido bagliore gli lampeggi negli
    occhi.
    - Che c'? - disse Danton.
    Cos parlavano quei tre uomini formidabili. Disputa di tuoni.

    3.
    SUSSULTO DALLE FIBRE PROFONDE.

    Il dialogo ebbe una tregua.  I tre titani rientrarono per  un  momento
    ciascuno nel proprio pensiero.
    I leoni sono turbati dalle idre. Robespierre si era fatto pallidissimo
    e  Danton  rosso quanto mai.  Entrambi fremevano.  La fulva pupilla di
    Marat si era spenta; la calma, una calma imperiosa, si era ristabilita
    sulla faccia di quell'uomo temuto dai temibili.
    Danton si sentiva vinto, ma non voleva arrendersi. Riprese a dire:
    - Marat parla ad altissima voce di dittatura e di unit;  ma egli  non
    ha che un unico potere: quello di dissolvere.
    Schiudendo le esili labbra, Robespierre aggiunse:
    -  Per  parte mia,  sono del parere di Anacharsi Cloots: N Roland n
    Marat.
    - E io, - rispose Marat, - dico: N Danton n Robespierre.
    Li guard entrambi fisso fisso, e soggiunse:
    - Consentitemi di darvi un consiglio,  Danton.  Voi siete  innamorato,
    avete  intenzione di riammogliarvi;  non impicciatevi pi di politica,
    siate saggio.
    E,  facendo un passo indietro verso l'uscio per andarsene,  fece  loro
    questo sinistro saluto:
    - Addio, signori!
    Danton e Robespierre ebbero un fremito.
    In quel momento una voce si alz dal fondo della saletta, e disse:
    - Tu hai torto, Marat.
    Tutti  si  voltarono.  Mentre Marat perorava,  e senza che i tre se ne
    fossero accorti, qualcuno era entrato dall'uscio posteriore.
    - Ah! sei tu, cittadino Cimourdain, - disse Marat. - Buongiorno!
    Era Cimourdain infatti.
    - Dico che hai torto, Marat, - egli riprese.
    Marat si fece verde. Era il suo modo d'impallidire.
    Cimourdain soggiunse:
    - Tu sei  utile,  ma  Robespierre  e  Danton  sono  necessari.  Perch
    minacciarli?  Unione,  unione,  cittadini!  il popolo vuole che si sia
    uniti.
    Quell'entrata fece l'effetto d'una secchiata d'acqua fredda,  e,  come
    il  sopraggiungere  di  un estraneo nel pieno di una lite in famiglia,
    calm, se non il fondo, almeno la superficie.
    Cimourdain avanz verso la tavola.
    Danton e Robespierre  lo  conoscevano.  Spesso  avevano  notato  nelle
    pubbliche tribune della Convenzione quell'oscuro uomo potente,  che il
    popolo salutava. Robespierre, comunque, formalista, domand:
    - Come avete fatto a entrare, cittadino?
    - E' del Vescovado,  - rispose Marat con una voce in cui si  avvertiva
    una certa qual sottomissione.
    Marat sfidava la Convenzione, guidava la Comune e temeva il Vescovado.
    E' una legge, questa.
    Mirabeau  sente  agitarsi  a  una  profondit sconosciuta Robespierre;
    Robespierre sente agitarsi Marat; Marat sente agitarsi Hbert;  Hbert
    sente agitarsi Babeuf.  Finch gli strati sotterranei sono tranquilli,
    l'uomo politico pu camminare;  ma  sotto  il  rivoluzionario  c'  un
    sottosuolo,  e anche i pi arditi si fermano inquieti quando avvertono
    sotto i loro piedi la stessa agitazione che produssero sopra  le  loro
    teste.
    Saper   distinguere   l'agitazione   che   proviene   dalle   cupidige
    dall'agitazione  che  proviene  dai  princpi,   combattere  l'una   e
    assecondare  l'altra:  in  ci  sta  il  genio  e  la virt dei grandi
    rivoluzionari.
    Danton vide piegare Marat.
    - Oh! il cittadino Cimourdain non  di troppo, - disse.
    E porse la mano al Cimourdain. Poi:
    -  Perbacco!  -  disse.   -  Spieghiamo  la  situazione  al  cittadino
    Cimourdain.   Giunge   a   proposito.   Io  rappresento  la  Montagna,
    Robespierre  rappresenta  il  comitato  di  salute   pubblica,   Marat
    rappresenta  la Comune,  Cimourdain rappresenta il Vescovado.  Dar la
    prevalenza all'uno o all'altro dei nostri pareri.
    - Sia, - disse Cimourdain, grave e semplice. - Di che si tratta?
    - Della Vandea, - disse Robespierre.
    --La Vandea! - esclam Cimourdain.
    E riprese: - E' la grande minaccia, quella. Se la rivoluzione perisce,
    perir per causa della Vandea.  Una Vandea  da temere  pi  di  dieci
    Germanie. Perch viva la Francia, bisogna uccidere la Vandea.
    Queste poche parole gli cattivarono Robespierre.
    Robespierre, nondimeno, fece questa domanda:
    - Non siete un ex prete, voi?
    L'aspetto da prete non sfuggiva al Robespierre,  che riconosceva al di
    fuori quello che aveva dentro di s.
    Cimourdain rispose:
    - S, cittadino.
    - Che importa, questo? - esclam Danton.  - Quando i preti sono buoni,
    valgono  pi  degli altri.  In tempo di rivoluzione i preti si fondono
    per farne cittadini, come le campane per farne soldi e cannoni. Danjou
     prete,  Daunou  prete.  Tommaso Lindet  vescovo  di  Evreux.  Voi,
    Robespierre,  vi  sedevate  alla  Convenzione  a  gomito  a gomito con
    Massieu,  vescovo di Beauvais.  Il grande  vicario  Vaugeois  era  del
    comitato d'insurrezione del 10 agosto.  Chabot  cappuccino.  E' stato
    don Gerle a fare il giuramento del Pallamaglio;  stato l'abate Audran
    a far dichiarare  l'Assemblea  nazionale  superiore  al  re;    stato
    l'abate  Goutte  a  chiedere  alla  Legislativa  che  si  togliesse il
    baldacchino dal seggio di Luigi Sedicesimo;  stato l'abate Grgoire a
    provocare l'abolizione della regalit.
    - Appoggiato,  - sogghign Marat,  - dall'istrione  Collot  d'Herbois.
    Hanno  fatto tutto loro due soli: il prete ha rovesciato il trono,  il
    commediante ha abbattuto il re.
    - Torniamo alla Vandea, - disse Robespierre.
    - E allora, - domand Cimourdain,  - che cosa c'?  Che cosa fa questa
    Vandea?
    Robespierre rispose:
    - Fa questo: ha un capo. Sta per diventare spaventevole.
    - Chi  questo capo, cittadino Robespierre?
    - Un ex marchese di Lantenac, che si qualifica principe bretone.
    Cimourdain ebbe un gesto.
    - Lo conosco, - disse. - Sono stato cappellano in casa sua.
    Pens un momento, e riprese:
    - Prima d'essere un uomo di guerra, era un donnaiolo.
    - Come Biron, che fu Lauzun, - disse Danton.
    E Cimourdain, pensoso, aggiunse:
    - S,  un ex gaudente. Dev'essere terribile.
    - Spaventoso,  - disse Robespierre.  - Arde i paesi, finisce i feriti,
    massacra i prigionieri, fucila le donne.
    - Le donne?
    - S. Tra le altre,  ha fatto fucilare una madre di tre figlioli.  Non
    si sa che ne sia stato di questi fanciulli. Inoltre,  un condottiero.
    Di guerra, se ne intende.
    -  Gi,  -  rispose  Cimourdain.  - Fece la guerra dell'Hannover,  e i
    soldati dicevano: Richelieu di sopra, Lantenac di sotto;  ma il vero
    generale fu Lantenac. Chiedetene al vostro collega Dussaulx.
    Robespierre  rimase  un  momento  sovrappensiero,   poi,   tra  lui  e
    Cimourdain il dialogo riprese:
    - Orbene, cittadino Cimourdain, quell'uomo  in Vandea.
    - Da quando?
    - Da tre settimane.
    - Bisogna metterlo fuori della legge.
    - Gi fatto.
    - Bisogna mettere una taglia sul suo capo.
    - Gi fatto.
    - Bisogna offrire molto danaro a chi lo prender.
    - Gi fatto.
    - Non in assegnati.
    - Gi fatto.
    - In oro.
    - Gi fatto.
    - E si deve ghigliottinarlo.
    -  Sar fatto.
    - Da chi?
    - Da voi.
    - Da me?
    - Si,  sarete delegato dal comitato  di  salute  pubblica,  con  pieni
    poteri.
    - Accetto, - disse Cimourdain.
    Robespierre  era  rapido  nelle sue scelte;  qualit di uomo di Stato.
    Prese dalla cartella che aveva innanzi un foglio di  carta  bianca  in
    testa  al  quale  si  leggeva,  stampato: Repubblica Francese,  una e
    indivisibile. Comitato di salute pubblica.
    Cimourdain continu:
    - S, accetto. Terribile contro terribile. Lantenac  feroce,  lo sar
    anch'io.  Guerra a morte con quell'uomo.  Ne liberer la repubblica, a
    Dio piacendo.
    Ebbe una pausa, poi riprese :
    - Sono prete. Fa lo stesso; credo in Dio.
    - Dio  invecchiato, - disse Danton.
    - Io credo in Dio, - disse Cimourdain impassibile.
    D'un  cenno  di  testa,  Robespierre,  sinistro,  approv.  Cimourdain
    riprese:
    - Presso chi sar delegato?
    Robespierre rispose:
    -  Presso  il  comandante  della  colonna di spedizione mandata contro
    Lantenac. Vi avverto, per, che  un nobile.
    Danton esclam:
    - Altra cosa di cui me la rido. Un nobile?  E con questo?  Avviene del
    nobile quel che avviene del prete.  Se  buono,  ottimo. La nobilt 
    un pregiudizio;  ma non bisogna averlo pi in un senso che nell'altro,
    pi  contro  che  in  favore di essa.  O che Saint-Just non  forse un
    nobile,  Robespierre?  Fiorello  di  Saint-Just,  perbacco!  Anacharsi
    Cloots    barone.  Il  nostro amico Carlo Hesse,  che non manca a una
    seduta dei Cordiglieri,   principe e fratello del langravio  regnante
    di  Herse-Rothenbourg.  Montaut,  l'intimo  di  Marat,    marchese di
    Montaut.  Nel tribunale rivoluzionario c' un giurato che  frate e un
    giurato che  nobile,  Leroy,  marchese di Montflabert.  Sono entrambi
    sicuri.
    - E dimenticate,  - soggiunse Robespierre,  -  il  capo  della  giuria
    rivoluzionaria.
    - Antonelle?
    - Che  il marchese Antonelle, - disse Robespierre.
    Danton riprese:
    -  Un  nobile    Dampierre,  che  si   appena fatto ammazzare per la
    repubblica davanti a Cond, e un nobile  Beaurepaire,  che si  fatto
    saltare  le  cervella  piuttosto  che  aprire  le  porte  di Verdun ai
    prussiani.
    - Il che non impedisce,  - brontol Marat,  - che  il  giorno  in  cui
    Condorcet disse: I Gracchi erano nobili, Danton non abbia gridato al
    Condorcet:  Tutti  i nobili sono traditori,  a cominciare da Mirabeau
    per finire con te.
    La voce grave di Cimourdain si alz di tono:
    - Cittadino Danton, cittadino Robespierre,  voi forse avete ragione di
    aver  fiducia;  ma  il  popolo  diffida,  e non ha torto di diffidare.
    Quando si tratta d'un prete incaricato di sorvegliare  un  nobile,  la
    responsabilit  doppia e bisogna che il prete sia inflessibile.
    - Certo, - disse Robespierre.
    Cimourdain soggiunse:
    - E inesorabile.
    Robespierre riprese:
    -  Sta bene,  cittadino Cimourdain.  Avrete a che fare con un giovane.
    Siccome avete il doppio della sua et, avrete qualche ascendente su di
    lui. Bisogna dirigerlo ma trattarlo con riguardo.  Pare che non manchi
    di  attitudini militari;  sotto questo aspetto,  tutti i rapporti sono
    unanimi.  Fa parte di un corpo d'armata che fu staccato  dall'esercito
    del  Reno  per  essere  inviato  in  Vandea.  E' appena arrivato dalla
    frontiera dove ha meravigliato per la sua intelligenza e  per  il  suo
    coraggio.   Conduce   la  colonna  di  spedizione  in  modo  veramente
    superiore.  Tiene da quindici giorni in iscacco quel vecchio  marchese
    di  Lantenac.  Lo  incalza  e  lo risospinge davanti a s.  Finir col
    metterlo con le spalle al mare e buttarvelo dentro.  Lantenac possiede
    l'astuzia  d'un  vecchio  generale,  e  lui  ha l'audacia d'un giovane
    condottiero.  Questo giovane conta gi nemici e invidiosi.  L'aiutante
    generale Lchelle ne  geloso.
    -  Questo  Lchelle,  -  intervenne Danton,  - vuol essere generale in
    capo.  Ma non ha in suo favore che un gioco di parole:  Ci  vuole  la
    scala  [l'chelle]  per salire sulla carretta [Charette].  Frattanto,
    Charette lo batte.
    - E non vuole,  - prosegu Robespierre,  - che alcun altro all'infuori
    di  lui  batta  Lantenac.  La sventura della guerra di Vandea consiste
    appunto in queste rivalit. Eroi comandati male,  ecco che cosa sono i
    nostri soldati.  Un semplice capitano degli ussari,  Chambon, entra in
    Saumur con un trombettiere,  suonando il "a ira",  e  prende  Saumur;
    potrebbe continuare e prendere Cholet,  ma non ha ordini,  e si ferma.
    Bisogna rivedere tutti i comandi della Vandea. Si sparpagliano i corpi
    di guardia e si disperdono le forze;  un esercito  sparpagliato    un
    esercito  paralizzato,    un  masso  ridotto in polvere.  Al campo di
    Param non ci sono pi che tende.  Fra Trguier e Dinan ci sono  cento
    piccoli posti inutili,  coi quali si potrebbe costituire una divisione
    e proteggere tutto  il  litorale.  Lchelle,  appoggiato  da  Parrein,
    sguarnisce  la costa a nord col pretesto di proteggere la costa a sud,
    e apre cos la  Francia  agli  inglesi.  Mezzo  milione  di  contadini
    sollevati  e  una calata dell'Inghilterra in Francia: ecco il piano di
    Lantenac.  Il giovane comandante della colonna di spedizione punta  la
    spada  alle  reni  di  quel Lantenac e lo stringe da presso e lo batte
    senza il permesso di Lchelle.  Ora,  Lchelle  suo  superiore,  cos
    Lchelle  lo  denuncia.  I  pareri  su quel giovane sono contrastanti.
    Lchelle vuole farlo fucilare.  Prieur della Marna lo vuol  promuovere
    aiutante generale.
    - Mi pare che quel giovane abbia grandi qualit, - disse Cimourdain.
    - Ma ha un difetto.
    L'interruzione era di Marat.
    - Quale? - domand Cimourdain.
    -  La  clemenza,  -  disse  Marat;  che  prosegu:  -  E'  risoluto in
    battaglia,  e tenero  dopo.  Cade  nell'indulgenza,  perdona,  grazia,
    protegge  le  suore  e  le  monache.  salva le mogli e le figlie degli
    aristocratici, rilascia i prigionieri, mette in libert i preti.
    - Colpa grave, - sentenzi Cimourdain.
    - Delitto, - disse Marat.
    - Qualche volta, - disse Danton.
    - Spesso, - disse Robespierre.
    - Quasi sempre, - riprese Marat.
    - Sempre,  quando si ha a che fare coi nemici della  patria,  -  disse
    Cimourdain.
    Marat si volt verso di lui.
    - E che ne faresti dunque tu d'un comandante repubblicano che mettesse
    in libert un comandante realista?
    - Sarei del parere di Lchelle - lo farei fucilare.
    - O ghigliottinare, - disse Marat.
    - A scelta, - disse Cimourdain.
    Danton si mise a ridere.
    - Mi piace tanto l'una cosa che l'altra.
    - Sta pur sicuro che l'una cosa o l'altra l'avrai, - brontol Marat.
    E il suo sguardo, staccandosi da Danton, ritorn su Cimourdain.
    -  Dunque,   cittadino  Cimourdain,   se  un  comandante  repubblicano
    tentennasse, gli faresti tagliare la testa, tu?
    - Entro le ventiquattro ore.
    - Ebbene,  - riprese Marat;  - io sono  del  parere  del  Robespierre,
    bisogna  mandare  il  cittadino  Cimourdain  in qualit di commissario
    delegato del comitato di salute pubblica presso  il  comandante  della
    colonna di spedizione dell'esercito delle coste.  A proposito, come si
    chiama questo comandante?
    Robespierre rispose:
    - E' un ex, un nobile.
    E si mise a sfogliare la cartella.
    - Diamo al prete da custodire il nobile, - disse Danton.  - Io diffido
    d'un  prete  che sia solo;  diffido di un nobile che sia solo.  Quando
    sono insieme non li temo. L'uno sorveglia l'altro, e vanno bene.
    Lo sdegno caratteristico del sopracciglio di Cimourdain  si  accentu;
    ma  trovando indubbiamente che,  in fondo,  l'osservazione era giusta,
    non si volt affatto verso Danton, e alz la voce severa:
    - Se il comandante repubblicano che mi  affidato fa un  passo  falso,
    pena di morte.
    Robespierre, gli occhi sull'incartamento, disse:
    - Ecco il nome.  Cittadino Cimourdain,  il comandante sul quale avrete
    pieni poteri  un ex visconte. Si chiama Gauvain.
    Cimourdain impallid.
    - Gauvain! - esclam.
    Marat not il pallore di Cimourdain.
    - Il visconte Gauvain, - ripet Cimourdain.
    - S, - disse Robespierre.
    - Ebbene? - disse Marat, l'occhio fisso su Cimourdain.
    Vi fu un attimo di pausa. Poi Marat riprese:
    - Cittadino Cimourdain, accettate voi, alle condizioni indicate da voi
    stesso,  la missione di  commissario  delegato  presso  il  comandante
    Gauvain? E' detto?
    -  E?  detto,  -  rispose Cimourdain,  che andava facendosi sempre pi
    pallido.
    Robespierre prese la penna che  aveva  accanto,  scrisse  con  la  sua
    scrittura  lenta  e  corretta  quattro  righe  sul foglio di carta che
    recava in testa l'indicazione Comitato di salute pubblica,  firm  e
    pass il foglio e la penna a Danton;  Danton firm,  e Marat,  che non
    distoglieva gli occhi dalla faccia livida di  Cimourdain,  firm  dopo
    Danton.
    Riprendendo il foglio, Robespierre lo dat e lo restitu a Cimourdain,
    che lesse:

    ANNO SECONDO DELLA REPUBBLICA

    Sono dati pieni poteri al cittadino Cimourdain,  commissario delegato
    del  comitato  di  salute  pubblica  presso  il   cittadino   Gauvain,
    comandante la colonna di spedizione dell'esercito delle coste.
    Robespierre - Danton - Marat.
    E, sotto le firme:
    28 giugno 1793.

    Il  calendario rivoluzionario,  detto calendario civile,  non esisteva
    ancora legalmente,  a quell'epoca,  n doveva  essere  adottato  dalla
    Convenzione, su proposta di Romme, che il 5 ottobre 1793.
    Mentre Cimourdain leggeva, Marat lo fissava.
    Marat disse a mezza voce, come se parlasse a se stesso:
    - Bisogner far precisare ogni cosa con un decreto della Convenzione o
    con una ordinanza speciale del comitato di salute pubblica. C' ancora
    qualche cosa da fare.
    - Cittadino Cimourdain, - domanda Robespierre; - dove abitate?
    - Alla Corte di commercio.
    - Toh! anch'io, - disse Danton. - Siete mio vicino.
    Robespierre riprese:
    -  Non c' un momento da perdere.  Domani riceverete il vostro decreto
    di nomina in piena regola,  firmato da tutti i membri del comitato  di
    salute  pubblica.   Questa    una  conferma  dell'incarico,   che  vi
    accrediter in special  modo  presso  i  rappresentanti  in  missione,
    Philippeaux,  Prieur  della  Marna,  Lecointre,  Alquier  e gli altri.
    Sappiamo chi siete. I vostri poteri sono illimitati. Potete promuovere
    generale Gauvain o mandarlo al patibolo. Avrete il decreto domani alle
    tre. Quando partirete?
    - Alle quattro, - disse Cimourdain.
    E si separarono.
    Rincasando,  Marat avvert Simona Evrard (1) che  il  giorno  dopo  si
    sarebbe recato alla Convenzione.

    NOTA 1: Simona Evrard: amante di Marat.














    LIBRO TERZO.
    LA CONVENZIONE.

    1.
    LA CONVENZIONE

    (1)
    Ci accostiamo alla grande vetta.
    Ecco la Convenzione.
    Davanti a questa sommit lo sguardo si fissa.
    Sull'orizzonte degli uomini non  mai apparso nulla di pi alto.
    C' l'Himalaia e c' la Convenzione.
    La Convenzione  forse il punto culminante della storia.
    Essa vivente,  dacch un'assemblea vive, la gente non si rendeva conto
    di quel che fosse la Convenzione.  Ai suoi contemporanei  ne  sfuggiva
    per  l'appunto la grandezza.  Tutti erano troppo spaventati per essere
    sbalorditi. Tutto ci che  grande ha un suo sacro orrore.  Ammirare i
    mediocri e le colline  cosa facile;  ma ci che  troppo alto,  tanto
    un genio quanto una montagna, tanto un'assemblea quanto un capolavoro,
    spaventa,   se  visto  troppo  da  vicino.   Ogni  cima   sembra   una
    esagerazione.  Scalare stanca.  Si fa il fiato grosso,  sui dirupi, si
    scivola  sulle  scarpate,  ci  si  ferisce  sulle  asperit  che  sono
    altrettante   bellezze;   i  torrenti,   spumeggiando,   denunciano  i
    precipizi, le nubi nascondono le vette;  l'ascesa atterrisce quanto la
    caduta. Da ci, pi spavento che ammirazione. L'avversione per ci che
     grande, bizzarro sentimento, si prova davvero. Gli abissi si vedono,
    le eminenze no. Si scorge il mostro, il prodigio non si vede.
    Cos,  a tutta prima,  fu considerata la Convenzione. Fatta per essere
    contemplata dalle aquile, fu squadrata dai miopi.
    Oggi, in prospettiva, essa disegna, sullo sfondo del cielo, uno sfondo
    sereno e tragico, l'immenso profilo della rivoluzione francese.

    (2)
    Il 14 luglio aveva liberato.
    Il 10 agosto aveva fulminato.
    Il 21 settembre fond.
    Il 21 settembre. L'equinozio. L'equilibrio. "Libra".  La bilancia.  La
    repubblica, come fece notare Romme, fu proclamata sotto questo emblema
    dell'Uguaglianza  e  della  Giustizia.  L'annuncio  ne  fu dato da una
    costellazione.
    La Convenzione  il primo "avatar" del popolo. Fu con essa che si apr
    la grande pagina nuova e che incominci l'attuale avvenire.
    A ogni idea occorre un involucro visibile;  a ogni  principio  occorre
    una  abitazione.  Una  chiesa,    Dio fra quattro mura;  a ogni dogma
    occorre un tempio.  Quando la Convenzione fu,  ci fu un primo problema
    da risolvere: alloggiare la Convenzione.
    Fu dapprima presa la Cavallerizza,  poi le Tuileries.  Vi si rizzarono
    una impalcatura,  con fregio e grande chiaroscuro  dipinto  da  David,
    banchi simmetrici,  una tribuna quadrata,  pilastri paralleli, zoccoli
    simili a ceppi, lunghe travi rettilinee, alveoli rettangolari, dove si
    pigiava la moltitudine,  che venivano chiamati pubbliche  tribune,  un
    velario romano,  panneggiamenti greci,  e in quegli angoli a squadra e
    in quelle linee rette venne allogata  la  Convenzione.  Fu  messa,  in
    tanta geometria,  tanta tempesta.  Sulla tribuna era dipinto in grigio
    il berretto rosso. I realisti cominciarono col ridere di quel berretto
    rosso in  grigio,  di  quell'aula  posticcia,  di  quel  monumento  di
    cartone,  di quel santuario di cartapesta, di quel pantheon di fango e
    di sputi.  Come avrebbe fatto presto a scomparire!  Le  colonne  erano
    fatte con doghe di botti,  le volte erano di assicelle, i bassorilievi
    erano di stucco,  i cornicioni erano di  abete,  le  statue  erano  di
    gesso,  i  marmi  erano  dipinti,  le  pareti erano di tela: e in quel
    provvisorio la Francia costru l'eterno.
    Le  pareti  della  sala  della  Cavallerizza,  quando  la  Convenzione
    incominci a tenervi le sue sedute, erano tutte rivestite da manifesti
    che  avevano pullulato in Parigi al tempo del ritorno da Varennes.  Su
    uno si leggeva:
    Il  re   ritorna.   Bastonare   chi   l'applaudir,   impiccare   chi
    l'insulter.  Su  un  altro:  Silenzio.  Cappelli in testa.  Passer
    davanti ai suoi giudici.  Su un altro ancora: Il re ha preso di mira
    la nazione.  Ha sparato a lungo. Tocca alla nazione, adesso, sparare.
    Su un altro: La legge!  La legge!.  Tra quelle pareti la Convenzione
    giudic Luigi Sedicesimo.
    Alle Tuileries,  che dopo il 10 maggio 1793,  quando la Convenzione vi
    and a tenere le sue sedute, si chiamarono Palazzo Nazionale,  la sala
    delle   sedute   occupava   tutto   l'intervallo   tra  il  padiglione
    dell'Orologio,  chiamato Padiglione Unit,  e  il  padiglione  Marsan,
    chiamato  padiglione  Libert.  Il  padiglione  di  Flora  si chiamava
    padiglione Uguaglianza.  Alla sala delle sedute si accedeva dal grande
    scalone   di  Giovanni  Bullant.   Sotto  il  primo  piano,   occupato
    dall'assemblea, tutto il pianterreno del palazzo costituiva una specie
    di lunga sala delle guardie,  ingombra di fasci d'armi e di  letti  da
    campo   delle   truppe  di  ogni  arma  che  vegliavano  intorno  alla
    Convenzione.   L'assemblea  aveva  una  guardia  d'onore,   detta  dei
    granatieri della Convenzione.
    Un  nastro  tricolore separava il castello,  dov'era l'assemblea,  dal
    giardino, dove il popolo andava e veniva.

    (3)
    Terminiamo di dire che cos'era la sala delle sedute.  Tutto interessa,
    di quel luogo terribile.
    Entrando,  una cosa colpiva subito lo sguardo,  ed era, tra due larghe
    finestre, un'alta statua della Libert.
    Quarantadue metri di lunghezza, dieci di larghezza,  undici di altezza
    erano  le  dimensioni  di  quello che era stato il teatro del re e che
    divenne il teatro  della  rivoluzione.  L'elegante  e  magnifica  sala
    costruita  dal  Vigarani  per  i  cortigiani  spar sotto la selvaggia
    impalcatura che nel '93 dovette subire  il  peso  del  popolo.  Questa
    impalcatura,  sulla quale sorgevano le tribune, aveva, particolare che
    vale la pena di essere notato,  per unico punto d'appoggio un pilastro
    di  legno.  Questo  pilastro di legno era d'un sol pezzo e reggeva una
    campata di dieci metri.  Poche cariatidi hanno  lavorato  come  questo
    pilastro:  ha sostenuto per anni la rude spinta della rivoluzione.  Ha
    sorretto l'acclamazione,  l'entusiasmo,  l'ingiuria,  il  chiasso,  il
    tumulto,  l'immenso caos delle collere,  la sommossa.  Non ha piegato.
    Dopo la Convenzione,  ha visto  il  consiglio  degli  Anziani.  Il  18
    brumaio l'ha messo in disparte.
    Allora  Percier  sostitu  il  pilastro  di legno con delle colonne di
    marmo, che durarono meno.
    L'ideale degli architetti, talvolta,  singolare.  L'architetto di via
    Rivoli  ha  avuto  per  ideale  la traiettoria d'una palla di cannone;
    l'architetto di Carlsruhe ha avuto per ideale un ventaglio; si direbbe
    che l'ideale dell'architetto che progett la sala dove,  il 10  maggio
    1793,  and  a  tenere  le  sue  sedute  la Convenzione,  sia stato un
    gigantesco tiretto da cassettone. Era lunga, alta e liscia.  A uno dei
    lati  maggiori del parallelogramma era addossato un vasto semicerchio;
    era l'emiciclo dei banchi dei rappresentanti,  senza tavolo n leggii.
    Garan-Coulon, che scriveva molto, scriveva sul ginocchio. Di fronte ai
    banchi,  la  tribuna;  davanti alla tribuna,  il busto di Lepelletier-
    Saint-Fargeau; dietro alla tribuna, il seggio del presidente.
    La testa del busto superava un poco l'orlo della tribuna,  motivo  per
    cui venne pi tardi rimosso.
    L'emiciclo  si  componeva  di  diciannove banchi semicircolari,  posti
    l'uno  dietro  l'altro.  Segmenti  rettilinei  di  banco  prolungavano
    l'emiciclo da una parte e dall'altra.
    In  basso,  nel  ferro di cavallo ai piedi della tribuna,  stavano gli
    uscieri.
    A un lato della tribuna era appeso al muro,  in una cornice  di  legno
    nero, un cartello alto nove piedi, che portava, su due pagine separate
    da  uno scettro,  la "Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo".  All'altro
    lato c'era uno spazio vuoto, che, col tempo,  fu occupato da un quadro
    simile,  contenente  la costituzione dell'anno secondo,  le due pagine
    della quale erano separate da una spada.  Sopra la tribuna,  sopra  la
    testa  dell'oratore,  fremevano,  uscendo  da  un profondo palco a due
    scompartimenti,  gremito di popolo,  tre immense  bandiere  tricolori,
    quasi orizzontali, appoggiate a un'ara sulla quale si leggevano queste
    parole:  La  Legge.  Dietro  quell'ara si ergeva,  come a sentinella
    della libera parola,  un enorme fascio romano,  alto come una colonna.
    Colossali   statue   ritte   contro   il   muro,    fronteggiavano   i
    rappresentanti. Il presidente aveva alla sua destra Licurgo e alla sua
    sinistra Solone; sopra la Montagna c'era Platone.
    Quelle statue avevano per  piedistalli  semplici  dadi,  posti  su  un
    cornicione  a  sbalzo  che girava tutto attorno ala sala e separava il
    pubblico dall'assemblea.  Gli spettatori puntavano i  gomiti  su  quel
    cornicione.
    Il  quadro  incorniciato di nero del cartello dei "Diritti dell'Uomo",
    giungeva fino al cornicione e  interrompeva  il  disegno  del  fregio.
    Effrazione  della  linea  retta,  che  faceva  brontolare Chabot.  E'
    brutto, egli diceva a Vadier.
    Sulle teste delle statue si alternavano corone di quercia e corone  di
    lauro.
    Un verde panneggiamento,  sul quale erano dipinte in un verde pi cupo
    le stesse corone,  scendeva a grosse pieghe rigide dal cornicione  che
    correva  in  giro  in giro e tappezzava tutta la parte inferiore della
    sala occupata dall'assemblea.  Al di sopra di quel panneggiamento,  la
    muraglia  era  bianca e gelida.  In essa si aprivano,  come se fossero
    state ritagliate con lo  stampo,  senza  modanature  n  viticci,  due
    ripiani  di  pubbliche tribune di cui le inferiori erano quadrate e le
    superiori semicircolari.  Gli  archivolti,  come  esigeva  la  regola,
    poich il Vitruvio non era stato detronizzato,  erano sovrapposti agli
    architravi.  Lungo ciascuno dei lati  maggiori  della  sala  correvano
    dieci  tribune,  mentre  i lati minori reggevano due palchi smisurati:
    ventiquattro in tutto. In essi si stipava la folla.
    Gli spettatori  delle  tribune  inferiori  traboccavano  su  tutte  le
    sporgenze piatte,  si raggruppavano su tutti i rilievi architettonici.
    Una lunga sbarra di ferro, solidamente infissa ad altezza di appoggio,
    serviva da parapetto alle tribune superiori e garantiva gli spettatori
    contro la pressione della  calca  che  saliva  le  scale.  Una  volta,
    comunque,  un  uomo  fu  precipitato nell'assemblea,  e cadendo sfior
    Massieu,  vescovo di Beauvais.  Non si accopp,  e disse: Toh!  serve
    dunque a qualche cosa un vescovo!.
    La  sala  della Convenzione poteva contenere duemila persone,  e,  nei
    giorni di insurrezione, tremila.
    La Convenzione teneva due sedute, una di giorno, l'altra di sera.
    La spalliera del seggio presidenziale era tonda, a borchie dorate.  La
    sua  tavola era sorretta da quattro mostri alati a un solo piede,  che
    si  sarebbero  detti  usciti  dalle  apocalissi  per  assistere   alla
    rivoluzione.   Sembrava  che  fossero  stati  staccati  dal  carro  di
    Ezechiele perch andassero a trainare la carretta di Sanson (1).
    Sulla tavola presidenziale c'era un  grosso  campanello,  una  campana
    quasi,  un  grande  calamaio  di  rame,  e  un  "in-folio" rilegato in
    pergamena, che era il registro dei processi verbali.
    Su quella tavola hanno sgocciolato il loro sangue teste mozze  portate
    in cima a una picca.
    Si  accedeva  alla  tribuna  da  una  scalinata di nove gradini.  Quei
    gradini erano alti,  ripidi e scomodi quanto  mai.  Un  giorno  fecero
    inciampare  Gensonn,  che  li  saliva:  E'  una scala da patibolo!,
    disse. Facci il tirocinio!, gli grid Carrier.
    L dove il muro era sembrato troppo nudo,  e negli angoli della  sala,
    l'architetto  aveva  collocato  per  decorazione fasci con la scure in
    fuori.
    A destra e a sinistra della tribuna c'erano zoccoli che reggevano  due
    candelabri  di  dodici  piedi  d'altezza che portavano in cima quattro
    paia di lampade a becchi plurimi.  In ognuna delle  tribune  pubbliche
    c'era  un  candelabro  simile.  Sugli zoccoli di quei candelabri erano
    scolpiti dei cerchi che il popolo chiamava collari da ghigliottina.
    I  banchi  dell'assemblea  salivano  fin  quasi  al  cornicione  delle
    tribune;  i rappresentanti e il pubblico potevano conversare tra loro.
    Le uscite dalle tribune davano in  un  labirinto  di  corridoi,  pieni
    talvolta d'un selvaggio clamore.
    La  Convenzione  colmava  il  palazzo  e  traboccava  fin  nei palazzi
    accanto,  quello di Longueville e quello di Coigny.  Fu nel palazzo di
    Coigny  che,  dopo il 10 agosto,  a prestar fede a una lettera di lord
    Bradford, fu trasportato il regio mobilio. Per vuotare le Tuileries ci
    vollero due mesi.
    I comitati erano collocati nelle vicinanze della sala: nel  padiglione
    Uguaglianza  la  legislazione,   l'agricoltura  e  il  commercio;  nel
    padiglione Libert, la marina, le colonie, le finanze,  gli assegnati,
    la salute pubblica; nel padiglione Unit la guerra.
    Il  comitato  di sicurezza generale comunicava direttamente con quello
    di salute pubblica a mezzo di un buio  corridoio  illuminato  notte  e
    giorno  da  una  lampada,  dove andavano e venivano le spie di tutti i
    partiti. Vi si parlava sottovoce.
    La sbarra d'ingresso della Convenzione fu spostata parecchie volte. Di
    solito, era a destra del presidente.
    Alle due estremit della sala, i due tramezzi verticali che limitavano
    a destra  e  a  sinistra  gli  emicicli  concentrici  dell'anfiteatro,
    lasciavano  tra  essi  e  il  muro due corridoi angusti e profondi cui
    immettevano due cupe porte quadrate. Si entrava e si usciva da quelle.
    I rappresentanti entravano direttamente nell'aula da un uscio che dava
    sulla terrazza dei Foglianti.
    Quella sala,  di giorno  poco  illuminata  da  scialbe  finestre,  mal
    rischiarata,  al sopravvenire del crepuscolo,  da due livide fiaccole,
    aveva un non  so  che  di  notturno.  Quella  mezza  illuminazione  si
    addizionava  alle  tenebre  della  sera.  Le  sedute al bagliore delle
    lampade erano lugubri.  Non ci si vedeva.  Da una estremit  all'altra
    della sala, da destra a sinistra, s'insultavano gruppi di facce che si
    indovinavano  appena.  Si  incontravano senza riconoscersi.  Un giorno
    Laignelot, correndo alla tribuna, va a cozzare, nel corridoio,  contro
    qualcuno.  Scusa, Robespierre!, dice. Per chi mi prendi?, risponde
    una voce rauca.  Scusa, Marat!, dice Laignelot.
    In basso,  a destra e a sinistra del presidente,  c'erano due  tribune
    riservate.  Gi,  era  strano,  ma alla Convenzione c'erano spettatori
    privilegiati.   Quelle  tribune  erano  le  sole   che   avessero   un
    panneggiamento.   Quel   panneggiamento   era  sollevato,   al  centro
    dell'architrave,  da due ghiande d'oro.  Le tribune del  popolo  erano
    nude.
    Tutto quell'insieme era violento,  selvaggio, regolare. La correttezza
    nella ferocia: la rivoluzione, si potrebbe quasi dire,  tutta qui. La
    sala della Convenzione offriva il pi completo campionario di ci  che
    gli  artisti chiamarono poi l'architettura messidoro.  Era gracile e
    massiccia.  I costruttori  di  quel  tempo  prendevano  per  bello  la
    simmetria.  L'ultima  parola  del  Rinascimento  era stata detta sotto
    Luigi Quindicesimo, e si aveva avuto una reazione. Il nobile era stato
    spinto fino allo scipito, e la purezza fino alla noia. In architettura
    esiste la schifilt. Dopo le abbacinanti orge di forma e di colore del
    secolo diciottesimo, l'arte si era messa a dieta, n si permetteva pi
    che la linea  retta.  Un  simile  genere  di  progresso  sfocia  nella
    bruttezza.   L'arte,   ridotta   a   scheletro:   ecco   il  fenomeno.
    L'inconveniente delle saggezze e delle astinenze di  quella  specie  
    appunto quello: lo stile  cos sobrio, che diventa magro.
    Indipendentemente da ogni emozione politica,  e non avuto riguardo che
    all'architettura,  da quella sala si  sprigionava  un  certo  brivido.
    Tornavano   vagamente   alla   memoria   l'antico  teatro,   i  palchi
    inghirlandati,   il  soffitto  azzurro  e   porpora,   il   lampadario
    sfaccettato,  i  candelabri  dai  riflessi diamantini,  le tappezzerie
    color tortora,  la profusione di amorini e di ninfe sul sipario e  sui
    panneggiamenti,  tutto l'idillio regale e galante, dipinto, scolpito e
    dorato,  che aveva riempito del suo sorriso quel luogo  severo,  e  si
    guardavano dovunque, intorno intorno, quei duri angoli retti, freddi e
    taglienti   come   l'acciaio;   era   qualche  cosa  come  il  Boucher
    ghigliottinato dal David.

    (4)
    Chi vedeva l'assemblea non pensava pi alla sala. Chi vedeva il dramma
    non pensava pi al teatro.  Nulla di pi deforme e di pi sublime.  Un
    gran numero di eroi e un gregge di vigliacchi.  Belve su una montagna,
    rettili in un pantano.  Ivi formicolavano,  si davano  di  gomito,  si
    provocavano,   si  minacciavano,   lottavano  e  vivevano  tutti  quei
    combattenti che oggi sono fantasmi.
    Titanico elenco.
    A destra,  la Gironda,  legione di pensatori;  a sinistra la Montagna,
    schiera  d'atleti.  Da  una parte Brissot che aveva ricevuto la chiave
    della  Bastiglia;  Barbaroux,   al  quale  obbedivano  i  marsigliesi;
    Kervlgan,  che teneva in pugno il battaglione di Brest,  accasermato
    nel sobborgo  di  San  Marcello;  Gensonn,  che  aveva  stabilito  la
    supremazia dei rappresentanti sui generali; il fatale Guadet, al quale
    una  notte,  alle  Tuileries,  la  regina  aveva  mostrato  il delfino
    addormentato;  Guadet baci la fronte del fanciullo e fece  cadere  la
    testa del padre;  Salles,  chimerico denunciatore delle intimit della
    Montagna con l'Austria; Sillery,  lo zoppo della destra,  come Couthon
    era  lo  sciancato della sinistra;  Lause-Duperret,  che,  trattato da
    scellerato da un giornalista,  l'invit a pranzo,  dicendo: So  che
    "scellerato"  non  vuol dire se non l'uomo che non la pensa come noi;
    Rabaut-Saint Etienne, che aveva incominciato il suo almanacco del 1790
    con queste parole: La rivoluzione  finita;  Quinet,  uno di  quelli
    che fecero cadere Luigi Sedicesimo; il giansenista Camus, che redigeva
    la  costituzione  civile  del  clero,  credeva ai miracoli del diacono
    Pris,  e si prosternava tutte le notti davanti a un Cristo alto sette
    piedi  inchiodato  a una parete della sua camera;  Fauchet,  un prete,
    che,  con Camillo Desmoulins,  aveva fatto il 14 luglio;  Isnard,  che
    commise  il  delitto  di  dire: Parigi sar distrutta,  nello stesso
    momento in cui Brunswick diceva: Parigi sar arsa;  Giacobbe Dupont,
    il  primo  che  grid:  Io sono ateo e al quale Robespierre rispose:
    L'ateismo  aristocratico; Lanjuinais,  dura,  sagace e valida testa
    bretone;  Ducos,  l'Eurialo  di  Boyer-Fonfrde;  Rebecqui,  Pilade di
    Barbaroux;  Rebecqui si dimetteva perch non s'era ancora provveduto a
    ghigliottinare  Robespierre;  Richaud,  che  combatteva  la permanenza
    delle  sezioni;  Lasource,  che  aveva  pronunciato  questo  apoftegma
    assassino: Disgrazia alle nazioni riconoscenti!, e che, ai piedi del
    patibolo,  doveva  contraddirsi  con  queste  altere parole gettate ai
    montagnardi: Noi moriamo perch  il  popolo  dorme,  e  voi  morirete
    perch  il  popolo  si  sveglier;   Biroteau,   che  fece  decretare
    l'abolizione dell'inviolabilit,  e fu in  tal  modo,  senza  saperlo,
    causa  del  suo  male,  rizzandosi  da  s il proprio patibolo;  Carlo
    Villette,  che salvaguard la propria coscienza con  questa  protesta:
    Non intendo votare sotto i coltelli; Louvet, l'autore del "Faublas",
    che  doveva  finire  libraio al Palazzo Reale,  con Lodoska al banco;
    Mercier,  l'autore del "Quadro di Parigi",  che esclamava: Tutti i re
    hanno sentito sulla loro nuca il 21 gennaio; Marec, preoccupato dalla
    fazione degli antichi limiti;  il giornalista Carra,  che,  ai piedi
    del patibolo,  disse al carnefice:  Mi  secca  morire.  Avrei  voluto
    vedere  il seguito;  Vige,  che si proclamava granatiere del secondo
    battaglione di Mayenne-et-Loire,  e che,  minacciato  dalle  pubbliche
    tribune,  esclamava: Chiedo che al primo mormorio delle tribune ci si
    ritiri tutti,  per recarci  a  Versailles,  spada  in  mano!;  Buzot,
    riservato  alla  morte  per  fame;  Volaz,  promesso  al  suo proprio
    pugnale; Condorcet, che doveva morire a Bourg-la-Reine diventato Borgo
    Uguaglianza, denunciato dall'Orazio che aveva in tasca; Ption, il cui
    destino era d'essere adorato dalla folla nel 1792 e divorato dai  lupi
    nel 1794;  venti altri ancora,  Pontcoulant,  Marboz,  Lidon,  Saint-
    Martin, Dussaulx, traduttore di Giovenale, che aveva fatto la campagna
    dell'Hannover, Boileau, Bertrand, Lesterp-Beauvais,  Lesage,  Gomaire,
    Gardien,  Mainvieille,  Dupiantier,  Lacaze,  Antiboul e alla testa un
    Barnave, che veniva chiamato Vergniaud.
    Dall'altra parte, Antonio Luigi Leone Fiorello di Saint-Just, pallido,
    dalla fronte bassa,  dal  profilo  corretto,  dall'occhio  misterioso,
    dalla tristezza profonda, di ventitr anni; Merlino di Thionville, che
    i tedeschi chiamavano "Feuer-Teufel",  il diavolo di fuoco,  Merlino
    di Douai, il colpevole autore della legge dei sospetti; Soubrany,  che
    il  popolo  di  Parigi,  il primo pratile,  chiese per generale;  l'ex
    curato Lebon, che impugnava la sciabola con la mano che aveva cosparso
    l'acqua benedetta;  Billaud-Varennes,  che intravedeva la magistratura
    dell'avvenire: non giudici,  ma arbitri;  Fabre d'Eglantine,  che ebbe
    una graziosissima trovata,  il calendario repubblicano come Rouget  de
    Lisle ebbe una ispirazione sublime,  la "Marsigliese", tanto l'uno che
    l'altro, per, senza recidiva; Manuel,  procuratore della Comune,  che
    aveva  detto:  Un  re morto non  un uomo di meno;  Goujon,  che era
    entrato in Tripstadt,  in Newstadt e in Spira,  e aveva visto  fuggire
    l'esercito  prussiano;  Lacroix,  avvocato  mutato in generale,  fatto
    cavaliere di San  Luigi  sei  giorni  prima  del  10  agosto;  Frron-
    Thersite,  figlio  di  Frron-Zole;  Ruhll,  l'inesorabile  frugatore
    dell'armadio di ferro,  predestinato al grande suicidio  repubblicano,
    dovendosi   uccidere   lo  stesso  giorno  in  cui  sarebbe  morta  la
    repubblica; Fouch, anima di demonio,  faccia di cadavere;  Camboulas,
    l'amico del padre Duchne, che diceva a Guillotin: Tu sei del circolo
    dei Foglianti,  ma tua figlia  del circolo dei Giacobini; Jagot, che
    a quanti compiangevano la  nudit  dei  prigionieri  rispondeva:  Una
    prigione   un abito di pietra;  Javogues,  lo spaventevole esumatore
    delle tombe di San Dionigi; Osselin,  proscrittore,  che nascondeva in
    casa sua una proscritta,  la signora Charry;  Bentabolle,  che, quando
    presiedeva, faceva segno alle tribune di applaudire o di fischiare; il
    giornalista Robert, marito della signorina Kralio, la quale scriveva:
    N Robespierre n Marat vengono da me;  Robespierre ci  verr  quando
    vorr,  Marat  non ci verr mai;  Garan-Coulon,  che aveva fieramente
    chiesto,  quando la Spagna  era  intervenuta  nel  processo  di  Luigi
    Sedicesimo, che l'assemblea non si degnasse di leggere la lettera d'un
    re  a favore di un re;  Grgoire,  dapprima vescovo degno della Chiesa
    primitiva, ma che pi tardi, sotto l'Impero,  cancell il repubblicano
    Grgoire  con  il  conte Grgoire;  Amar,  che diceva: Tutta la terra
    condanna Luigi Sedicesimo. A chi dunque appellarsi contro il giudizio?
    Ai pianeti; il Rouyer,  che si era opposto,  il 21 gennaio,  a che si
    sparasse  il  cannone  del Ponte Nuovo,  dicendo: Una testa di re non
    deve fare, cadendo, pi rumore della testa d'un altro uomo;  Chnier,
    fratello  di  Andrea;  Vadier,  uno di quelli che posavano una pistola
    sulla tribuna;  Tanis,  che diceva al  Momoro:  Voglio  che  Marat  e
    Robespierre  si  abbraccino  alla  mia  tavola,  in  casa mia.  Dove
    abiti?.  A Charenton.  Altrove mi  avrebbe  stupito  (2),  diceva
    Momoro;  Legendre,  che  fu  il macellaio della rivoluzione di Francia
    come Pride era stato il  macellaio  della  rivoluzione  d'Inghilterra;
    Vieni che t'accoppo!, gridava a Lanjuinais. E questi gli rispondeva:
    Fai prima decretare che io sono un bue.
    Collot d'Herbois,  il lugubre commediante che aveva sul volto l'antica
    maschera dalle due bocche,  che dicono s e no,  approvando con  l'una
    quanto  biasimava con l'altra,  colpendo Carrier a Nantes e deificando
    Chlier a Lione, mandando Robespierre al patibolo e Marat al Pantheon;
    Gnissieux, che chiedeva la pena di morte contro chiunque avesse su di
    s la  medaglia  "Luigi  Sedicesimo  martire";  Leonardo  Bourdon,  il
    maestro  di  scuola  che  aveva offerto la propria casa al vecchio del
    monte  Giura;  Topsent,  marinaio;   Goupilleau,   avvocato;   Lorenzo
    Lecointre,  negoziante;  Duhem,  medico;  Sergent,  statuario;  David,
    pittore; Giuseppe Egalit, principe.  Altri ancora: Lecointe-Puiraveau
    che  chiedeva  che  Marat  fosse  dichiarato  per decreto in stato di
    demenza;  Robert Lindet,  l'inquietante creatore di quella piovra  la
    cui  testa  era  il  comitato  di  sicurezza generale e che copriva la
    Francia  di  ventunmila  tentacoli  chiamati  comitati  rivoluzionari;
    Leboeuf,  sul  quale Girey-Dupr,  nel suo "Natale dei falsi patrioti"
    aveva scritto questo verso:

    Leboeuf [il bue] vide Legendre e mugghi.

    Tommaso Paine,  americano,  e  clemente;  Anacharsi  Cloots,  tedesco,
    barone,  milionario, ateo, hebertista, candido; l'integro Lebas, amico
    dei Duplay;  Rovre,  uno dei rari uomini  che  sono  cattivi  per  la
    cattiveria,  ch  l'arte per l'arte esiste pi di quanto non si creda;
    Charlier,  che voleva si desse del "voi" agli aristocratici;  Tallien,
    elegiaco  e  feroce,  che  far il 9 termidoro per amore;  Cambacrs,
    procuratore, che sar principe; Carrier, procuratore,  che sar tigre;
    Laplanche,  che un giorno grid: Chiedo la priorit per il cannone di
    allarme;  Thuriot,  che voleva il voto ad alta voce dei  giurati  del
    tribunale  rivoluzionario;  Bourdon dell'Oise,  che provocava a duello
    Chambon,  denunciava Paine e veniva denunciato da Hbert;  Fayau,  che
    proponeva l'invio di un esercito incendiario in Vandea;  Tavaux, che
    il 13 aprile fu quasi un mediatore  fra  la  Gironda  e  la  Montagna;
    Vernier,  che  chiedeva  che  i  caporioni  dei girondini e quelli dei
    montagnardi andassero a servire come semplici soldati; Rewbell, che si
    chiuse in Magonza;  Bourbotte,  che ebbe il cavallo ucciso sotto di s
    alla presa di Saumur; Guimberteau, che condusse l'esercito delle Coste
    di  Cherbourg;  Jard-Panvilliers,  che condusse l'esercito delle Coste
    della Rochelle;  Lecarpentier,  che condusse la  squadra  di  Cancale;
    Roberjot,  atteso dalla trappola di Rastadt;  Prieur della Marna,  che
    portava sui campi  di  battaglia  la  sua  vecchia  controspallina  di
    comandante di squadrone;  Levasseur della Sarthe, che, con una parola,
    decideva Serrent,  comandante del battaglione di Saint-Amand,  a farsi
    ammazzare;  Reverchon,  Maure,  Bernardo  di  Saintes,  Carlo Richard,
    Lequinio, e, in vetta al gruppo un Mirabeau detto Danton.
    Fuori di questi due campi, ma tale da tenerli in rispetto entrambi, si
    ergeva un uomo: Robespierre.

    (5)
    Al di sotto si curvavano lo spavento,  che pu  essere  nobile,  e  la
    paura,  che   sempre volgare.  Sotto le passioni,  sotto gli eroismi,
    sotto le dedizioni,  sotto le collere,  stava  la  tetra  ressa  degli
    anonimi.  I bassifondi dell'assemblea si chiamavano la Pianura.  C'era
    col tutto ci che ondeggia: gli uomini che dubitano, che esitano, che
    indietreggiano,  che  temporeggiano,  che  spiano,   ciascuno  temendo
    qualcuno.  La Montagna erano gente d'elezione,  la Gironda erano gente
    d'elezione;  la Pianura era la folla.  La Pianura si riassumeva  e  si
    compendiava in Sieys.
    Sieys, uomo profondo diventato vacuo. Si era fermato al terzo stato e
    non  aveva potuto salire fino al popolo.  Si danno mentalit fatte per
    rimanere a mezza costa.  Sieys chiamava tigre Robespierre,  che a sua
    volta  lo  chiamava  talpa.  Quel metafisico aveva messo capo non alla
    saggezza,  ma alla  prudenza.  Era  cortigiano,  non  servitore  della
    rivoluzione.  Prendeva  una pala e andava,  col popolo,  a lavorare al
    Campo di Marte,  attaccato  alla  stessa  carretta  di  Alessandro  di
    Beauharnais.  Consigliava  altrui  l'energia  di  cui  non  si  valeva
    affatto.  Diceva ai girondini: Mettete il cannone dalla  vostra.  Ci
    sono pensatori che sono lottatori; quelli stavano, come Condorcet, con
    Vergniaud, o, come Camillo Desmoulins, con Danton. Ci sono i pensatori
    che vogliono vivere: costoro erano con Sieys.
    Anche  i  vini pi generosi hanno la loro feccia.  Sotto alla Pianura,
    c'era ancora il Pantano: repellente ristagno che lasciava scorgere  le
    trasparenze  dell'egoismo.  Qui  batteva  i  denti  la muta attesa dei
    tremebondi.  Nulla di pi miserevole.  Tutti gli obbrobri,  e  nessuna
    vergogna;  la  collera  latente;  la  rivolta sotto la servit.  Erano
    cinicamente atterriti,  costoro;  avevano tutte le specie di  coraggio
    della vigliaccheria; preferivano la Gironda e sceglievano la Montagna.
    Le decisioni dipendevano da loro,  ed essi pencolavano dalla parte che
    aveva la meglio; abbandonavano Luigi Sedicesimo a Vergniaud, Vergniaud
    a Danton, Danton a Robespierre, Robespierre a Tallien.  Mettevano alla
    gogna  Marat vivo e divinizzavano Marat morto.  Sostenevano tutto fino
    al giorno in cui rovesciavano tutto.  Avevano l'istinto  della  spinta
    decisiva da dare a tutto ci che traballa.  Ai loro occhi,  siccome si
    erano posti a servizio a condizione che si  fosse  solidi,  traballare
    era tradirli.  Erano il numero, erano la forza, erano la paura. Da ci
    l'audacia delle turpitudini.
    Da ci  il  31  maggio,  l'11  germinale,  il  9  termidoro;  tragedie
    impostate dai giganti, risolte dai nani.

    (6)
    A  quegli uomini pieni di passioni erano frammisti gli uomini pieni di
    sogni.  L'utopia era presente sotto tutte le sue forme: sotto la forma
    bellicosa  che  ammetteva il patibolo,  e sotto la forma innocente che
    aboliva la pena di morte: spettro dalla parte dei troni,  angelo dalla
    parte  dei  popoli.  Di  fronte alle menti che combattevano c'erano le
    menti che meditavano. Gli uni avevano in testa la guerra, gli altri la
    pace; un cervello,  Carnot,  partoriva quattordici eserciti;  un altro
    cervello,   Giovanni  Debry,   meditava  una  federazione  democratica
    universale. Fra quelle furibonde eloquenze,  fra quelle voci urlanti e
    tuonanti, c'erano fecondi silenzi. Lakanal taceva, e combinava nel suo
    pensiero l'educazione pubblica nazionale;  Lanthenas taceva,  e creava
    le scuole primarie; Revellire-Lepeaux taceva, e sognava di elevare la
    filosofia alla dignit di  religione.  Altri  si  occupavano  di  cose
    particolari,  pi piccole e pi pratiche.  Guyton-Morveaux studiava il
    risanamento  degli  ospedali;   Maire,   l'abolizione  delle   servit
    effettive;  Giovanni  Bon-Saint-Andr,  la soppressione della prigione
    per debiti e dell'arresto  personale  dei  debitori  a  richiesta  del
    creditore;   Romme,   la  proposta  di  Chappe  (3);   il  Dubo,   il
    riordinamento degli archivi; Coren-Fustier, la creazione del gabinetto
    di anatomia e del museo di storia naturale;  Guyomard,  la navigazione
    fluviale e lo sbarramento della Schelda.  L'arte aveva i suoi fanatici
    e perfino i suoi monomaniaci;  il 21 gennaio,  mentre la  testa  della
    monarchia cadeva in piazza della Rivoluzione,  Bzard,  rappresentante
    dell'Oise,  andava a vedere un quadro del Rubens trovato in un  solaio
    di via Saint-Lazare.  Artisti,  oratori,  profeti, uomini colossi come
    Danton,  uomini infantili come Cloots,  gladiatori e  filosofi,  tutti
    procedevano verso la stessa meta,  il progresso. Nulla li sconcertava.
    La grandezza della Convenzione consist nel  cercare  la  quantit  di
    realt  insita  in  ci  che gli uomini chiamano l'impossibile.  A una
    delle sue estremit,  Robespierre aveva l'occhio  fisso  sul  diritto;
    all'altra estremit, Condorcet aveva l'occhio fisso sul dovere.
    Condorcet era un sognatore,  un uomo limpido;  Robespierre era un uomo
    d'azione,  e talvolta,  nelle crisi finali delle societ  invecchiate,
    azione significa sterminio.  Le rivoluzioni hanno due versanti, salita
    e discesa, e portano, disposte su questi versanti,  tutte le stagioni,
    dal gelo ai fiori. Ogni zona di questi versanti produce gli uomini che
    si  addicono al suo clima,  da coloro che vivono nel sole a coloro che
    vivono nel fulmine.

    (7)
    La gente si mostrava a dito la svolta del corridoio di  sinistra  dove
    Robespierre  aveva  bisbigliato  all'orecchio  del  Garat,  l'amico di
    Clavire, queste minacciose parole: Clavire ha cospirato dovunque ha
    respirato.  In quel medesimo cantuccio,  comodo per appartarsi e dare
    sfogo   sottovoce  alla  propria  collera,   Fabre  d'Eglantine  aveva
    altercato con Romme e gli  aveva  rimproverato  di  sfigurare  il  suo
    calendario col cambiamento di "fervidoro" in "termidoro".  Si mostrava
    a dito anche il cantuccio dove sedevano,  a gomito a gomito,  i  sette
    rappresentanti   dell'Alta   Garonna,   che,   chiamati  per  primi  a
    pronunciare il loro verdetto su Luigi Sedicesimo, avevano risposto uno
    dopo l'altro: Mailhe: la morte.  Delmas: la morte.  Projean: la morte.
    Cals: la morte. Ayral: la morte. Julien: la morte. Desascy: la morte.
    Eterna ripercussione che emp tutta la storia, e che, da quando esiste
    l'umana  giustizia,  ha  sempre  messo l'eco del sepolcro sul muro del
    tribunale.  Si mostravano a dito,  in quella tumultuosa confusione  di
    facce,  tutti  quegli  uomini dai quali era uscito il clamore dei voti
    tragici;  Paganel,  che aveva detto: La morte.  Un re non torna utile
    che con la sua morte;  Millaud,  che aveva detto: Oggigiorno,  se la
    morte non esistesse bisognerebbe inventarla;  il vecchio Raffron  del
    Trouillet che aveva detto: La morte,  presto!;  Goupilleau che aveva
    gridato: Il patibolo, subito. La lentezza aggrava la morte;  Sieys,
    che  aveva avuto questa funerea concisione: La morte;  Thuriot,  che
    aveva respinto l'appello al popolo proposto da Bizot: Come? Assemblee
    di  primo  grado?  Come?  Quarantaquattromila  tribunali?  Sarebbe  un
    processo senza fine.  La testa di Luigi Sedicesimo avrebbe il tempo di
    incanutire, prima di cadere; Agostino-Bon Robespierre,  che,  dopo il
    fratello,  aveva esclamato: Non conosco l'umanit che sgozza i popoli
    e perdona ai despoti.  La  morte!  Chiedere  un  rinvio    sostituire
    all'appello  al  popolo  un  appello  ai  tiranni;  Foussedoire,  che
    sostituiva Bernardino di Saint-Pierre,  che aveva detto:  L'effusione
    del  sangue  umano mi fa orrore;  ma il sangue d'un re non  il sangue
    d'un uomo. La morte!; Giovanni-Bon-Saint-Andr, che aveva detto: Non
    c' popolo  libero  senza  tiranno  morto;  Lavicomterie,  che  aveva
    proclamato  questa  formula:  Fintanto  che  il  tiranno respira,  la
    libert soffoca.  La morte!;  Chateauneuf-Randon,  che aveva  gettato
    questo grido: La morte di Luigi Ultimo!;  Guyardin, che aveva emesso
    questo voto: Sia  decapitato  a  Barriera  Rovesciata  (la  Barriera
    Rovesciata era la barriera del Trono);  Tellier,  che aveva detto: Si
    fonda,  per sparare contro il nemico,  un cannone  del  calibro  della
    testa di Luigi Sedicesimo. E gli indulgenti: Gentil, che aveva detto:
    Voto la reclusione.  Fare un Carlo Primo significa fare un Cromwell;
    Bancal,  che  aveva  detto:  L'esilio!  Voglio  vedere  il  primo  re
    dell'universo  condannato  a esercitare un mestiere per guadagnarsi la
    vita; Albouys, che aveva detto: Il bando! Che questo spettro vivente
    vada errabondo attorno ai troni;  Zangiacomi,  che aveva  detto:  La
    detenzione.   Serbiamo  vivo  il  Capeto  come  uno  spaventapasseri;
    Chaillon,  che aveva detto: Viva!  Non intendo fare un morto  di  cui
    Roma  far  un santo.  Mentre tali sentenze cadevano da quelle labbra
    severe,  e,  una dopo l'altra,  si disperdevano  nella  storia,  nelle
    tribune  donne  scollacciate  e  agghindate contavano i voti,  con una
    lista in mano, e conficcavano degli spilli sotto ogni voto.
    Dove  entrata la tragedia, l'orrore e la compassione rimangono.
    Vedere la Convenzione,  in qualsiasi momento della sua supremazia,  fu
    come rivedere il giudizio dell'ultimo Capeto.  Si sarebbe detto che in
    ogni suo atto  entrasse  la  leggenda  del  21  gennaio.  La  temibile
    assemblea  era  piena  di  quei  fatali  aliti che erano passati sulla
    vecchia  fiaccola  monarchica,  che  ardeva  da  diciotto  secoli,   e
    l'avevano spenta;  il decisivo processo di tutti i re nella persona di
    un re era come un punto di  partenza  della  grande  guerra  che  essa
    faceva  al  passato;  quale che fosse la seduta della Convenzione alla
    quale si assisteva,  si vedeva proiettarvisi l'ombra del  patibolo  di
    Luigi  Sedicesimo;  gli spettatori si riferivano gli uni agli altri le
    dimissioni di Kersaint, le dimissioni di Roland,  il caso di Duchatel,
    deputato  delle Due Svres,  che si fece portare malato sul suo letto,
    e, morente, vot per la vita, il che fece ridere Marat; e si cercavano
    con gli occhi il rappresentante,  oggi dimenticato dalla storia,  che,
    dopo quella seduta di trentasette ore, caduto di stanchezza e di sonno
    sul suo banco,  e svegliato dall'usciere venuta che fu la sua volta di
    votare, dischiuse gli occhi, disse: La morte!, e si riaddorment.
    Nel momento in cui condannarono a morte Luigi Sedicesimo,  Robespierre
    aveva ancora diciotto mesi da vivere,  Danton quindici mesi, Vergniaud
    nove mesi,  Marat cinque  mesi  e  tre  settimane,  Lepelletier-Saint-
    Fargeau un giorno. Breve e terribile respiro delle bocche umane!

    (8)
    Il  popolo  aveva  sulla Convenzione una finestra aperta: le pubbliche
    tribune;  e quando la finestra non bastava,  apriva  la  porta,  e  la
    strada  entrava  nell'assemblea.  Tali  invasioni  della folla in quel
    senato sono una  delle  pi  sorprendenti  visioni  della  storia.  Di
    solito, tali irruzioni erano cordiali. Il crocicchio fraternizzava con
    la sedia curule. La cordialit di un popolo che un giorno, in tre ore,
    aveva  preso i cannoni degli Invalidi e quarantamila fucili,  era per
    pur  sempre  una  cordialit  temibile.   Ogni  momento  una   sfilata
    interrompeva  la  seduta:  era  una  deputazione  ammessa  alla barra,
    petizioni,  omaggi,   offerte.   La  picca  d'onore  del  sobborgo  di
    Sant'Antonio  entrava,  portata  da  donne.  Alcuni  inglesi offrivano
    ventimila paia di  scarpe  ai  piedi  nudi  dei  nostri  soldati.  Il
    cittadino  Arnoux,   diceva  il  "Monitore",   curato  di  Aubignan,
    comandante del  battaglione  della  Drome,  chiede  di  marciare  alle
    frontiere,  e  che  gli sia conservata la sua cura.  I delegati delle
    sezioni  arrivavano  recando  su  barelle  piatti,   patene,   calici,
    ostensori,  mucchi d'oro, d'argento e di similoro, offerte alla patria
    da quella moltitudine in cenci e  chiedevano  per  tutto  compenso  il
    permesso  di ballare la carmagnola davanti alla Convenzione.  Chenard,
    Narbonne e Vallire andavano a cantar strofe in onore della  Montagna.
    La  sezione  del  Monte  Bianco recava il busto di Lepelletier,  e una
    donna posava un berretto rosso sulla  testa  del  presidente,  che  la
    baciava;  le  cittadine della sezione del Mail,  gettavano fiori ai
    legislatori; gli allievi della patria entravano, musica in testa, a
    ringraziare la Convenzione  di  avere  preparato  la  prosperit  del
    secolo; le donne della sezione delle Guardie Francesi offrivano rose;
    le  donne  della  sezione  dei  Campi  Elisi  offrivano  una corona di
    quercia;  le donne della sezione del Tempio si presentavano alla barra
    a giurare di non congiungersi che con veri repubblicani;  la sezione
    di Molire presentava una medaglia di Franklin che veniva appesa,  per
    decreto,  alla  corona  della  statua  della  libert;  i  trovatelli,
    dichiarati figli della repubblica,  sfilavano,  con indosso l'uniforme
    nazionale;  le  ragazze  della  sezione  del  Novantadue arrivavano in
    lunghe vesti bianche,  e il giorno dopo il  "Monitore"  recava  queste
    righe: Il presidente riceve un mazzo di fiori dalle mani innocenti di
    una  giovane bellezza.  Gli oratori salutavano le folle;  talvolta le
    lusingavano;  dicevano alla  moltitudine:  Tu  sei  infallibile,  sei
    irreprensibile,  sei  sublime;  il  popolo ha un lato infantile,  gli
    piacciono  gli   zuccherini.   Talvolta   la   sommossa   attraversava
    l'assemblea,  vi entrava furibonda e ne usciva calmata, come il Rodano
    che attraversa il lago Lemano,  e che   lutolento  quando  vi  entra,
    azzurro quando ne esce.
    Talvolta  era  meno  pacifica,  e  Henriot faceva portare davanti alla
    porta delle Tuileries graticole per arroventare le palle di cannone.

    (9)
    Nel  tempo  stesso  che   sprigionava   rivoluzione,   quell'assemblea
    produceva  civilt.  Fornace  s,  ma anche fucina.  In quel tino dove
    ribolliva il terrore fermentava il progresso.  Da quel caos d'ombra  e
    da  quella  tumultuosa  fuga di nuvole uscivano immensi raggi di luce,
    paralleli alle leggi eterne. Raggi rimasti sull'orizzonte,  per sempre
    visibili nel cielo dei popoli,  che sono uno la giustizia,  l'altro la
    tolleranza, l'altro la bont,  l'altro la ragione,  l'altro la verit,
    l'altro l'amore.  La Convenzione promulgava questo grande assioma: La
    libert del cittadino finisce dove comincia la  libert  di  un  altro
    cittadino,  il  che  riassume in due righe tutta l'umana sociabilit.
    Essa dichiarava sacra l'indigenza;  dichiarava sacra  l'infermit  nel
    cieco e nel sordomuto divenuti pupilli dello Stato; sacra la maternit
    nella  ragazza  madre,  che consolava e risollevava;  sacra l'infanzia
    nell'orfano  che  faceva  adottare  dalla  patria;  sacra  l'innocenza
    nell'accusato assolto, che indennizzava. Marchiava d'infamia la tratta
    dei  negri;  aboliva  la schiavit.  Proclamava la solidariet civica.
    Decretava gratuita l'istruzione.  Organizzava  l'educazione  nazionale
    con la scuola normale a Parigi, la scuola centrale nei capoluoghi e la
    scuola  primaria  nel  comune.  Istituiva  i  conservatori  e i musei.
    Decretava l'unit del codice,  l'unit di peso e di misura,  e l'unit
    di  calcolo  grazie al sistema decimale.  Metteva le basi alla finanza
    della Francia,  facendo susseguire alla lunga bancarotta monarchica il
    credito pubblico.  Dava alla circolazione il telegrafo, alla vecchiaia
    gli  ospizi  sussidiati,   alla  malattia  gli  ospedali   purificati,
    all'insegnamento  la scuola politecnica,  alla scienza l'ufficio delle
    longitudini,  allo spirito umano l'Istituto.  Era cosmopolita al tempo
    stesso  che  nazionale.   Degli  undicimiladuecentodieci  decreti  che
    uscirono dalla Convenzione,  un terzo hanno una mira politica,  i  due
    terzi uno scopo umano. Essa dichiarava la morale universale base della
    societ  e  la  coscienza  universale  base della legge.  E tutto ci,
    servit abolita,  fraternit proclamata,  umanit protetta,  coscienza
    umana  rettificata,  legge  del  lavoro  trasformata  in  diritto e da
    oneroso diventato soccorrevole,  I  ricchezza  nazionale  consolidata,
    infanzia  istruita  e  assistita,  lettere  e scienze divulgate,  lumi
    accesi su tutte le cime, ausilio a tutte le miserie,  promulgazione di
    tutti  i  princpi,  la  Convenzione  lo  faceva  avendo nelle viscere
    quell'idra che era la Vandea,  e sulle spalle quel branco di tigri che
    erano i re.

    (10)
    Luogo  immenso.  Erano  col tutti i tipi umani,  inumani e sovrumani.
    Epico ammasso di antagonismi.  Qui Guillotin  scansava  David,  Bazire
    insultava  Chabot,  Guadet  schermiva  Saint-Just,  Vergniaud sdegnava
    Danton,  Louvet  attaccava  Robespierre,   Buzot  denunciava  Egalit,
    Chambon  marchiava d'infamia Pache,  tutti esecravano Marat.  E quanti
    nomi bisognerebbe registrare ancora! Armouville, detto Berretto Rosso,
    perch non prendeva mai parte alle sedute se non in  berretto  grigio,
    amico  del Robespierre e pure decisissimo,  dopo Luigi Sedicesimo,  a
    ghigliottinare  Robespierre  per  amore   dell'equilibrio;   Massieu,
    collega  e  anima gemella di quel buon Lamourette,  vescovo che doveva
    lasciare  il  suo  nome  a  un  bacio;   Lehardy  del  Morbihan,   che
    stigmatizzava  i  preti di Bretagna;  Barre l'uomo delle maggioranze,
    che presiedeva quando Luigi Sedicesimo si present alla sbarra,  e che
    stava  a  Pamla come il Louvet stava a Lodoska;  l'oratoriano Daunou
    che usava dire: Acquistiamo tempo;  Dubois-Cranc,  al cui  orecchio
    usava curvarsi Marat;  il marchese di Chateauneuf,  Laclos, Hrault di
    Schelles,   che   indietreggiava   davanti   all'Henriot,   gridando:
    Cannonieri,  ai  vostri pezzi!;  Julien,  che paragonava la Montagna
    alle Termopili;  Gamon,  che voleva una  tribuna  pubblica  unicamente
    riservata  alle  donne;  Laloy,  che decret gli onori della seduta al
    vescovo Gobel,  recatosi alla  Convenzione  per  deporre  la  mitra  e
    mettersi il berretto rosso;  Lecompte,  che esclamava: Si va dunque a
    gara a spretarsi?;  Feraud di cui Boissy-d'Anglas saluter la  testa,
    lasciando  alla  storia  questo  quesito da risolvere: Ha salutato la
    testa, che  quanto dire la vittima, o la picca, che  quanto dire gli
    assassini, Boissy-d'Anglas?. I due fratelli Duprat,  uno montagnardo,
    l'altro girondino, che si odiavano come i due fratelli Chnier.
    Sono  state pronunciate da quella tribuna frasi cos vertiginose,  che
    hanno talvolta,  all'insaputa di quello stesso che  le  pronuncia,  il
    fatidico  accento  delle  rivoluzioni,  e in conseguenza delle quali i
    fatti materiali sembrano assumere di punto in bianco un non so che  di
    malcontento e di appassionato, come se avessero preso in mala parte le
    cose appena udite; quel che accade sembra corrucciato da quello che si
    dice;  le catastrofi sopraggiungono, furibonde e come esasperate dalle
    parole degli uomini. Cos una voce, in montagna,  basta a staccare una
    valanga.  Una parola di troppo pu essere seguita da un crollo. Se non
    si fosse parlato, ci non sarebbe accaduto. Si direbbe, talvolta,  che
    gli avvenimenti sono irascibili.
    Appunto in tal modo,  per una parola d'oratore mal compresa,  cadde la
    testa di madama Elisabetta (4).
    Alla Convenzione l'intemperanza di linguaggio era un diritto.
    Le minacce volavano e  si  incrociavano  nella  discussione,  come  le
    faville  nell'incendio.   PETION:  Robespierre,  venite  al  fatto.  -
    ROBESPIERRE: Il fatto siete voi, Ption. Ci verr, e voi lo vedrete; -
    UNA VOCE: Morte a Marat! - MARAT: Il giorno in cui Marat morr, non ci
    sar pi Parigi,  e il giorno in cui Parigi perir,  non ci  sar  pi
    repubblica;  -  BILLAUD-VARENNES  si  alza  e dice: Noi vogliamo...  -
    BARERE  l'interrompe:  Tu  parli  come  un  re;  -  Un  altro  giorno,
    PHILIPPEAUX: Un membro ha sguainato la spada contro di me.  - AUDOUIN:
    Presidente,  richiamate  all'ordine  l'assassino.   -  IL  PRESIDENTE:
    Aspettate.  -  PANIS: Presidente,  richiamo all'ordine voi,  io.  - Si
    rideva, anche, gagliardamente.  LECOINTRE: Il curato del Chant-de-Bout
    si lamenta di Fauchet,  suo vescovo, che gli proibisce di ammogliarsi;
    - UNA VOCE: Non vedo perch Fauchet, che non difetta di amanti, voglia
    impedire agli altri d'aver moglie; UN'ALTRA VOCE: Prete, ammogliati! -
    Le  tribune   intervenivano   nella   discussione.   Davano   del   tu
    all'assemblea.  Un  giorno il rappresentante Ruamps sale alla tribuna.
    Aveva una natica molto  pi  grossa  dell'altra.  Uno  spettatore  gli
    grid:  - Voltala dalla parte della destra visto che hai una guancia
    alla David!...  - Tali erano le libert che il popolo si prendeva  con
    la Convenzione. Una volta, comunque, durante il tumulto dell'11 aprile
    1793, il presidente fece arrestare un disturbatore delle tribune.
    Un  giorno  la  seduta  ebbe  per  testimonio  il  vecchio Buonarroti.
    Robespierre prende la parola e parla per due  ore,  guardando  Danton,
    ora  fissamente,  che  era  grave,  ora obliquamente,  che era peggio.
    Fulmina a bruciapelo. Conclude con una esplosione indignata,  piena di
    parole  di  morte:  - Si sa chi sono gli intriganti,  si sa chi sono i
    corruttori e i corrotti,  si conoscono i  traditori:  sono  in  questa
    stessa  assemblea.  Ci  odono,  noi li vediamo e non togliamo loro gli
    occhi di dosso. Guardino al di sopra del loro capo e vedranno la spada
    della legge.  Guardino nella loro coscienza e vi scorgeranno  la  loro
    infamia.  Stiano in guardia. - E quando Robespierre ha finito, Danton,
    con la faccia al soffitto, gli occhi semichiusi,  un braccio penzoloni
    dallo schienale del suo seggio,  si rovescia all'indietro,  e si sente
    canticchiare:

    Roussel minore tien delle concioni
    che, quando brevi son, lunghe non sono.

    Le  imprecazioni  scoppiavano  a  botta  e  risposta:  Cospiratore!,
    Assassino!,  Scellerato!, Fazioso!, Moderato!. Si denunciavano
    a vicenda al busto di Bruto che era l  dentro.  Apostrofi,  ingiurie,
    sfide.  Sguardi furibondi da una parte all'altra.  Pugni tesi, pistole
    intravedute,   pugnali  mezzo  sguainati.   Enorme  vampeggiare  della
    tribuna.  Alcuni  parlavano come se gi fossero sotto la ghigliottina.
    Le teste ondeggiavano, spaventose e terribili. Montagnardi, girondini,
    foglianti,  moderati,  terroristi,  giacobini,  cordiglieri;  diciotto
    preti regicidi.
    Uomini! uomini! Nuvole di fumo spinte in ogni direzione!

    (11)
    Spiriti in preda al vento.
    Ma quel vento era un vento di prodigio.
    Essere  un membro della Convenzione,  era essere una onda dell'oceano.
    Ci era vero per i pi grandi.  La forza d'impulso  veniva  dall'alto.
    C'era  nella Convenzione una volont che era quella di tutti e non era
    quella di nessuno.  Quella volont era un'idea,  un'idea indomabile  e
    smisurata, che soffiava nell'ombra dall'alto del cielo. Questo, noi lo
    chiamiamo la Rivoluzione.  Quando questa idea passava, abbatteva uno e
    sollevava un altro; si portava via questo in schiuma e frangeva quello
    contro gli scogli. Quella idea sapeva dove andava,  e spingeva davanti
    a  s l'abisso.  Imputare della rivoluzione gli uomini  come imputare
    della marea le onde.
    La rivoluzione  un'azione  dell'Ignoto.  Chiamatela  azione  buona  o
    azione cattiva,  a seconda che aspirate all'avvenire o al passato,  ma
    lasciatela a colui che l'ha compiuta. Sembra essere l'opera collettiva
    dei grandi eventi e dei grandi individui commisti;  ma in realt   la
    risultante degli eventi.  Gli avvenimenti spendono, gli uomini pagano.
    Gli avvenimenti dettano,  gli uomini firmano.  Il 14 luglio   firmato
    Camillo  Desmoulins,  il 10 agosto  firmato Danton,  il 2 settembre 
    firmato Marat,  il 21 settembre  firmato Grgoire,  il 21  gennaio  
    firmato  Robespierre;   ma  Desmoulins,   Danton,   Marat,   Grgoire,
    Robespierre non sono che cancellieri.  Il redattore enorme e  sinistro
    di  queste  grandi  pagine  ha un nome: Dio,  e una maschera: Destino.
    Robespierre credeva in Dio. Certo!
    La rivoluzione  una forma del fenomeno  immanente  che  ci  preme  da
    tutte le parti e che chiamiamo Necessit.
    Davanti  a  questo misterioso groviglio di benefici e di sofferenze si
    erge il Perch? della Storia.
    Perch s.  Questa risposta di colui che non  sa  nulla    pure  la
    risposta di colui che sa tutto.
    Di  fronte a queste catastrofi climateriche che devastano e vivificano
    la civilt,  si esita a giudicare il particolare.  Biasimare o  lodare
    gli  uomini  in  considerazione  del  risultato,    un po' come se si
    lodassero o biasimassero le cifre in considerazione  del  totale.  Ci
    che deve passare passa; ci che deve alitare, alita. L'eterna serenit
    non soffre di questi aquiloni. Al di sopra delle rivoluzioni stanno la
    verit  e  la  giustizia,  come  il  cielo  stellato al di sopra delle
    tempeste.

    (12)
    Tale era quella smisurata Convenzione:  campo  trincerato  del  genere
    umano assaltato da tutte le tenebre a un tempo;  fuochi notturni di un
    esercito d'idee assediate;  immenso bivacco di spiriti su un  versante
    d'abisso.  Non  c'  nulla  in  tutta  la  storia  di  paragonabile  a
    quell'ammasso di persone,  che era a  un  tempo  senato  e  plebaglia,
    conclave  e  crocicchio,  areopago  e  pubblica  piazza,  tribunale  e
    accusato.
    La Convenzione ha sempre piegato  sotto  il  vento;  ma  questo  vento
    usciva dalla bocca del popolo ed era l'alito di Dio.
    E oggi, trascorsi ottant'anni, ogni qualvolta davanti al pensiero d'un
    uomo,  quale che sia,  storiografo o filosofo,  appare la Convenzione,
    quest'uomo sosta e medita.  Impossibile non porre attenzione a  questo
    grande passaggio d'ombre.

    NOTA 1: Sanson: boia di Parigi.
    NOTA 2: A Charenton si trovava gi il manicomio di Parigi.
    NOTA 3: Il telegrafo ottico.
    NOTA 4: Madama Elisabetta: sorella di Luigi Sedicesimo.

    2.
    MARAT TRA LE QUINTE.

    Come   aveva   annunciato   a   Simona   Evrard,   Marat  all'indomani
    dell'incontro di via del Pavone, si rec alla Convenzione.
    C'era, alla Convenzione, un marchese maratiano,  Luigi di Montaut,  lo
    stesso che, tempo dopo, offerse alla Convenzione una pendola decimale,
    sormontata dal busto del Marat.
    Nel  momento  in cui Marat entrava,  Chabot si era appena avvicinato a
    Montaut.
    - Oh, ex... - egli disse.
    Montaut alz gli occhi.
    - Perch mi chiami ex?
    - Perch lo sei.
    - Io?
    - Dal momento che eri marchese.
    - Mai!
    - Bah!
    - Mio padre era soldato, mio nonno tessitore.
    - Che diamine ci vai contando, Montaut?
    - Non mi chiamo Montaut, io.
    - Come ti chiami allora?
    - Mi chiamo Maribon.
    - In fondo, per me  lo stesso, - disse lo Chabot.
    E soggiunse tra i denti:
    - E' una gara a chi non  mai stato marchese.
    Marat si era fermato nel corridoio di sinistra e  guardava  Montaut  e
    Chabot.
    Ogni qualvolta Marat entrava, si faceva un gran parlottare. Lontano da
    lui,  per. Intorno a lui tutti tacevano. Marat non vi badava neppure.
    Disdegnava il gracidare del pantano.
    Nella  penombra  degli  scuri  banchi  inferiori,   Conp   dell'Oise,
    Prunelle,  Villars,  vescovo,  che tempo dopo fu membro dell'Accademia
    francese, Boutroue, Petit, Plaichard, Bonet, Thibaudeau,  Valdruche se
    lo mostravano a dito.
    - Toh! Marat!
    - Non  malato, allora?
    - S, dal momento che  in veste da camera.
    - In veste da camera?
    - S, perbacco.
    - Si permette tutto, quello.
    - Osa venire alla Convenzione in quell'arnese!
    -  Dal  momento  che un giorno vi  venuto coronato di lauro,  pu ben
    venirci in veste da camera !
    - Faccia di bronzo e denti di verderame.
    - Si direbbe nuova, quella veste da camera.
    - Di che  fatta?
    - Di seta di Lione.
    - Rigata.
    - Guardate un po' che rovesci.
    - Sono di pelle.
    - Di tigre.
    - No, di ermellino.
    - Falso.
    - Oh! ha le calze!
    - Strano !
    - E scarpe con la fibbia.
    - D'argento.
    - Gli zoccoli di Camboulas non gliele perdoneranno di sicuro.
    Su altri banchi si ostentava di non vedere Marat.  Parlavano  d'altro.
    Santhonax abbordava Dussaulx.
    - Sapete, Dussaulx?
    - Che cosa ?
    - L'ex conte di Brienne?
    - Che era alla "Force" con l'ex duca di Villeroy?
    - Precisamente.
    - Li ho conosciuti entrambi. E allora?
    - La loro paura era cos grande, che salutavano tutti i Berretti rossi
    di  tutti i carcerieri,  e che un giorno si rifiutarono di giocare una
    partita a picchetto perch veniva presentato loro un  mazzo  di  carte
    con re e regine.
    - E con questo?
    - Li hanno ghigliottinati ieri.
    - Tutt'e due?
    - Tutt'e due.
    - Insomma, come si erano comportati in prigione?
    - Da vili.
    - E come si sono comportati sul patibolo?
    --Da intrepidi.
    E Dussaulx esclamava:
    - Morire  pi facile che vivere.
    Barre stava leggendo un rapporto. Si trattava della Vandea. Novecento
    uomini  del  Morbihan,   muniti  di  artiglieria,  erano  partiti  per
    soccorrere Nantes.  Redon era minacciato dai contadini.  Paimboeuf era
    assalito.  Una pattuglia navale incrociava a Maindrin per impedire gli
    sbarchi. Da Ingrande fino a Maure,  tutta la riva sinistra della Loira
    era  irta  di  batterie  realiste.  Tremila contadini erano padroni di
    Pornic.  Essi gridavano Viva gli inglesi!.  Una lettera di  Santerre
    alla Convenzione, che Barre leggeva, terminava in questo modo:
    Settemila  contadini  hanno assalito Vannes.  Li abbiamo respinti,  e
    hanno lasciato nelle nostre mani quattro cannoni....
    - E quanti prigionieri?  - interruppe una voce.
    Barre  continu:  -  "Post-scriptum"  della  lettera:  Non   abbiamo
    prigionieri, perch non ne facciamo pi.
    Marat,  sempre immobile, non ascoltava: era come assorto in una severa
    preoccupazione.
    Teneva in mano e spiegazzava tra le dita una carta  sulla  quale,  chi
    l'avesse spiegata,  avrebbe potuto leggere queste righe,  di scrittura
    di Momoro; probabilmente una risposta a una domanda posta dal Marat:
    Non c' nulla da fare contro l'onnipotenza dei  commissari  delegati,
    tanto  meno  contro  i  delegati  del  comitato  di  salute  pubblica.
    Gnissieux ha avuto un bel dire,  nella seduta  del  6  maggio:  "Ogni
    commissario  pi che un re",  non ha ottenuto nulla.  Hanno potere di
    vita e di morte.  Massade ad Angers,  Trullard  a  Saint-Arnaud,  Nyon
    presso il generale Marc, Parrein all'esercito delle Sables, Millires
    all'esercito di Niort,  sono onnipossenti.  Il circolo dei giacobini 
    arrivato  al  punto  di  nominare  Parrein  generale  di  brigata.  Le
    circostanze  assolvono  tutto.  Un  delegato  del  comitato  di salute
    pubblica tiene in iscacco un generale in capo.
    Marat fin di spiegazzare il foglio,  se lo mise in tasca,  e  inoltr
    lentamente  verso  Montaut e Chabot,  che continuavano a parlare e non
    l'avevano veduto entrare.
    Chabot diceva:
    - Maribon o Montaut,  ascolta questo: vengo  adesso  dal  comitato  di
    salute pubblica.
    - E che vi si fa?
    - Danno un nobile da custodire a un prete.
    - Ah!
    - Un nobile come te...
    - Non sono nobile, io, - disse Montaut.
    - A un prete...
    - Come te.
    - Non sono prete, io, - disse Chabot.
    Entrambi sbottarono a ridere.
    - Precisa l'aneddoto, - riprese Montaut.
    - Ecco di che si tratta.  Un prete, di nome Cimourdain,  delegato con
    pieni poteri presso un  visconte  chiamato  Gauvain;  questo  visconte
    comanda la colonna di spedizione dell'esercito delle Coste. Si intende
    impedire al nobile di barare e al prete di tradire.
    -  Cosa  semplicissima,  -  rispose Montaut.  - Basta mettere la morte
    nell'avventura.
    - Sono qui io per questo, - disse Marat.
    I due alzarono la testa.
    - Buongiorno,  Marat,  - disse Chabot.  - E' raro che tu assista  alle
    nostre sedute.
    - Il dottore mi ordina i bagni, - rispose Marat.
    - Si deve diffidare dei bagni,  - riprese Chabot. - Seneca  morto nel
    bagno.
    Marat sorrise:
    - Non c' nessun Nerone, qui, Chabot.
    - Ci sei tu, - disse una rude voce.
    Era Danton, che passava e saliva al suo banco.
    Marat non si volt neppure.
    Egli abbass la testa tra le due facce di Montaut e di Chabot.
    - Ascoltate.  Sono qui per una faccenda seria.  Uno di noi tre,  oggi,
    deve proporre un progetto di decreto alla Convenzione.
    - Io no, - disse Montaut; - nessuno mi d retta. Sono marchese.
    - Me, - disse Chabot, - non mi ascolta nessuno. Sono cappuccino.
    - E anche a me, - disse Marat, - non d retta nessuno. Sono Marat.
    Ci fu tra loro un attimo di silenzio.
    Non era facile da interrogare, Marat, quando era preoccupato. Montaut,
    nondimeno, arrischi una domanda.
    - Che decreto desideri, Marat?
    -  Un  decreto  che punisca di morte un comandante militare che faccia
    evadere un ribelle prigioniero.
    Intervenne Chabot.
    - Questo decreto esiste. E' stato votato a fine aprile.
    - Allora  come se non esistesse, - disse Marat. - Dovunque,  in tutta
    la  Vandea,    una  gara  a  chi fa evadere prigionieri,  e l'asilo 
    impunito.
    - Gli , Marat, che  andato in disuso.
    - Bisogna rimetterlo in vigore, Chabot.
    - Indubbiamente.
    - E per questo parlarne alla Convenzione.
    - Non  necessaria la Convenzione, Marat.  Basta il comitato di salute
    pubblica.
    -  Lo  scopo    raggiunto,  - soggiunse Montaut,  - se il comitato di
    salute pubblica fa affiggere  il  decreto  in  tutti  i  comuni  della
    Vandea, e d due o tre buoni esempi.
    - Sugli alti papaveri, - riprese Chabot. - Sui generali.
    - Questo, infatti, baster, - brontol Marat.
    -  Marat,  -  riprese  Chabot;  - vai tu stesso a dirlo al comitato di
    salute pubblica.
    Marat lo fiss negli occhi, il che non era una cosa gradevole, neppure
    per Chabot.
    - Chabot,  - egli disse;  - il comitato di salute  pubblica    presso
    Robespierre. Non ci vado da Robespierre, io.
    - Ci andr io, - disse Montaut.
    - Bene, - disse Marat.
    Il  giorno  dopo  veniva  spiccato in tutte le direzioni un ordine del
    comitato di salute pubblica, che ingiungeva di affiggere nelle citt e
    nei paesi della Vandea e di far strettamente eseguire il  decreto  che
    comminava  la  pena  di  morte  per  ogni connivenza nelle evasioni di
    briganti e d'insorti prigionieri.
    Quel decreto non era che un primo passo.  La Convenzione doveva andare
    ancora  pi  lontano.  Alcuni  mesi  dopo,  l'11 brumaio anno secondo,
    (novembre 1793),  a proposito di Laval,  che aveva aperto le sue porte
    ai  vandeani fuggiaschi,  decret che ogni citt che avesse dato asilo
    ai ribelli sarebbe stata demolita e distrutta.
    Da parte  loro,  i  principi  d'Europa,  nel  manifesto  del  duca  di
    Brunswick,  ispirato  dagli emigrati e redatto dal marchese di Linnon,
    intendente del duca d'Orlans,  avevano dichiarato che  ogni  francese
    preso  con le armi alla mano sarebbe stato fucilato,  e che,  se fosse
    caduto un capello dalla testa del re,  Parigi sarebbe  stata  rasa  al
    suolo.
    Ferocia contro barbarie.





    PARTE TERZA.
    IN VANDEA.


    LIBRO PRIMO.
    LA VANDEA.

    1.
    LE FORESTE.

    C'erano  allora  in  Bretagna  sette foreste orribili.  La Vandea  la
    rivolta-prete.  Questa rivolta ha avuto per ausiliario la foresta.  Le
    tenebre si aiutano tra loro.
    Le  sette  Foreste  Nere  di  Bretagna erano la foresta Fougres,  che
    sbarra la strada tra Dol e Avranches;  la foresta di  Princ,  che  ha
    otto leghe di circonferenza;  la foresta di Paimpont, piena di borri e
    di corsi d'acqua, quasi inaccessibile dalla parte di Brignon,  con una
    facile  via  di ritirata su Concornet,  che era un borgo realista;  la
    foresta di Rennes,  di dove si udivano le  campane  a  martello  delle
    parrocchie repubblicane,  sempre numerose presso le citt; qui Puysaye
    perdette il Focard;  la foresta di Machecoul,  che aveva per belva  lo
    Charette; la foresta della Garnache, che apparteneva ai La Trmouille,
    ai Gauvain e ai Rohan; la foresta di Brocelandia, che era delle fate.
    C'era un gentiluomo in Bretagna,  che aveva il titolo di signore delle
    Sette Foreste. Era il visconte di Fontenay, principe bretone.
    Il principe bretone, infatti,  esisteva indipendentemente dal principe
    francese.  I Rohan erano principi bretoni. Garnier di Saintes, nel suo
    rapporto alla Convenzione,  15 nevoso anno secondo,  cos qualifica il
    principe di Talmont: Questo Capeto dei briganti,  sovrano del Maine e
    della Normandia.
    La storia delle foreste bretoni,  dal 1792 al  1800,  potrebbe  essere
    scritta  a parte,  e allora si mescolerebbe alla vasta avventura della
    Vandea come una leggenda.
    La storia ha la sua verit,  la leggenda  ha  la  propria.  La  verit
    leggendaria    di  natura  diversa  dalla  verit storica.  La verit
    leggendaria  l'invenzione avente per risultato la realt. La storia e
    la leggenda,  del resto,  hanno la stessa mira: dipingere sotto l'uomo
    del momento l'uomo eterno.
    La  Vandea  pu  essere  interamente spiegata solo a condizione che la
    leggenda completi la storia.  Occorre la storia  per  l'insieme  e  la
    leggenda per il particolare.
    Diciamo subito che la Vandea ne vale la pena. La Vandea  un prodigio.
    Questa  Guerra  degli  Ignoranti,   cos  stupida  e  cos  splendida,
    abominevole e magnifica,  ha desolato e  inorgoglito  la  Francia.  La
    Vandea  una piaga, che  una gloria.
    In certe ore la societ umana ha i suoi enigmi, enigmi che per i saggi
    si risolvono in luce e per gli ignoranti in oscurit e in barbarie. Il
    filosofo  esita ad accusare.  Egli tiene conto del turbamento prodotto
    dai problemi.  I problemi non transitano senza proiettare sotto di  s
    un'ombra, come le nuvole.
    Se si vuol capire la Vandea, ci si immagini questo antagonismo: da una
    parte  la  rivoluzione francese,  dall'altra il contadino bretone.  Si
    provi un po' a collocare di fronte a quegli incomparabili avvenimenti,
    immensa minaccia di tutti i benefici a un  tempo,  impeto  di  collera
    della  civilt,  furiosa  esasperazione  del  progresso,  smisurato  e
    inintelligibile  miglioramento,  quel  grave  e  singolare  selvaggio,
    quell'uomo  dall'occhio  chiaro  e  dai capelli lunghi,  che viveva di
    latte e di castagne,  che non si interessava di nulla che fosse al  di
    l  del suo tetto di stoppie,  della sua siepe e del suo fossato,  che
    era capace di distinguere ogni casale delle vicinanze dal suono  della
    sua  campana,  che  non  si valeva dell'acqua altro che per bere,  che
    indossava una casacca di pelle con arabeschi  di  seta,  trasandata  e
    ricamata,  che si tatuava i vestiti come i suoi antenati,  i celti, si
    erano tatuate le facce,  che rispettava il padrone nel suo  boia,  che
    parlava  una  lingua  morta,  il  che   come far abitare una tomba al
    proprio pensiero, che pungolava i buoi,  affilava la falce,  sarchiava
    il   grano  nero,   impastava  la  focaccia  di  granturco,   venerava
    innanzitutto l'aratro e poi la nonna, che credeva alla santa Vergine e
    alla Dama bianca,  devoto  tanto  all'altare  quanto  all'alta  pietra
    misteriosa  ritta  in  mezzo  alla  landa,  contadino  nella  pianura,
    pescatore sulla costa, bracconiere nella macchia,  innamorato dei suoi
    re, dei suoi signori, dei suoi preti, delle sue pulci; pensoso, spesso
    immobile   per  ore  ed  ore  sulla  grande  spiaggia  deserta,   cupo
    ascoltatore del mare.
    E ci si domandi poi se questo cieco poteva accettare quella luce.

    2.
    GLI UOMINI.

    Il contadino ha due punti d'appoggio: il campo che lo nutre e il bosco
    che lo nasconde.
    Che  cosa  fossero  le  foreste  bretoni  si  potrebbe   difficilmente
    immaginarlo:  erano  citt.  Nulla di pi sordo,  di pi muto e di pi
    selvaggio di quegli inestricabili grovigli di  spini  e  di  ramaglia.
    Quelle  vaste  boscaglie  erano  ricoveri materiati di immobilit e di
    silenzio.  Non vi era solitudine di pi morta e sepolcrale  apparenza.
    Se  si  fosse  potuto,  di  punto in bianco e d'un sol colpo fulmineo,
    radere gli alberi,  si sarebbe bruscamente  visto  in  quell'ombra  un
    formicolio di uomini.
    Pozzi rotondi e angusti, esternamente mascherati da coperture di sasso
    e  di  rame,  prima verticali e poi orizzontali,  si allargavano sotto
    terra a mo' di imbuto e mettevano in stanze tenebrose.  Appunto questo
    trov  Cambise  in  Egitto  e  Westermann  in Bretagna.  In Egitto nel
    deserto,  in Bretagna nella foresta.  Nelle cantine egizie c'erano dei
    morti,  in quelle di Bretagna c'erano dei vivi. Una delle pi selvagge
    radure del bosco di Misdon,  tutta perforata di gallerie e di celle in
    cui  andava  e veniva un popolo misterioso,  si chiamava Grande Citt.
    Un'altra radura, non meno deserta al di sopra e non meno abitata al di
    sotto, si chiamava Piazza Reale.
    Questa vita sotterranea,  in Bretagna,  risaliva a tempi immemorabili.
    In ogni tempo l'uomo si era rifugiato l dall'uomo.  Da ci le tane da
    rettili scavate sotto le radici degli alberi. La cosa datava dal tempo
    dei druidi, e alcune di quelle cripte erano antiche quanto i "dolmen".
    Larve della leggenda, mostri della storia: tutto era trascorso su quel
    buio paese: Teutato, Cesare,  Hoel,  Neomene,  Goffredo d'Inghilterra,
    Alano Guanto di Ferro,  Pietro Mauclerc, la casa francese di Blois, la
    casa inglese di Montfort, i re e i duchi,  i nuovi baroni di Bretagna,
    i  giudici di Grands Jours,  i conti di Nantes in dissidio con i conti
    di Rennes,  i vagabondi,  i malandrini,  le grandi  compagnie,  Renato
    Secondo,  visconte  di Rohan,  i governatori del re,  il buon duca di
    Chaulnes,  che impiccava i contadini sotto le finestre di  madama  di
    Svign,  i  macelli  signorili nel quindicesimo secolo,  le guerre di
    religione nei secoli sedicesimo e diciassettesimo,  i trentamila  cani
    addestrati  alla  caccia  all'uomo  nel  diciottesimo;   sotto  quello
    spaventoso  scalpicco,   il  popolo  aveva  preso  la  decisione   di
    scomparire.  I trogloditi per sfuggire i celti,  i celti per sottrarsi
    ai romani,  i bretoni per  scappare  ai  normanni,  gli  ugonotti  per
    togliersi   ai  cattolici,   i  contrabbandieri  per  svignarsela  dai
    gabellieri, si erano, gli uni dopo gli altri, rifugiati dapprima nelle
    foreste,  poi nel sottosuolo: bestiale risorsa.  A tanto,  la tirannia
    riduce  le  nazioni.  Da  duemila anni a questa parte,  il dispotismo,
    sotto tutte le sue specie, la conquista, il feudalesimo, il fanatismo,
    il  fisco  braccavano  quella  misera  Bretagna  smarrita,  specie  di
    inesorabile   battuta   che  non  cessava  sotto  una  forma  che  per
    ricominciare sotto un'altra. Gli uomini si nascondevano sottoterra.
    Lo spavento,  che  una specie di collera,  era  bell'e  pronto  negli
    animi,  e le tane erano bell'e pronte nei boschi, quando la repubblica
    francese deflagr. La Bretagna si mise in rivolta,  in quanto si trov
    oppressa  da  quello  sprigionamento di forze.  Sbaglio non raro negli
    schiavi.

    3.
    CONNIVENZA TRA UOMINI E FORESTE.

    Le tragiche foreste bretoni  ripresero  la  loro  vecchia  funzione  e
    furono  serventi e complici di quella ribellione,  come erano state di
    tutte le altre.
    Il sottosuolo di certe foreste era una specie di madrepora,  scavata e
    attraversata  in ogni senso da uno sconosciuto dedalo di cunicoli,  di
    celle e di gallerie.  Ciascuna di quelle celle cieche dava  rifugio  a
    cinque o sei uomini.  Il difficile era respirarvi. Si conoscono alcune
    straordinarie cifre che consentono di farsi un'idea di quella  potente
    organizzazione  della  grande rivolta contadina.  Nell'Ille-et-Vilain,
    nella foresta di Pertre, asilo del principe di Talmont, non si sentiva
    un alito, non si scorgeva una traccia umana,  e c'erano seimila uomini
    con  Focard;  nel  Morbihan,  nella  foresta di Meulac,  non si vedeva
    nessuno,  e c'erano ottomila uomini.  Eppure  quelle  due  foreste  di
    Pertre e di Meulac non sono affatto annoverate tra le foreste bretoni.
    Se  si  camminava  l  sopra,  era una cosa terribile.  Quei macchioni
    ipocriti, gremiti di combattenti appiattiti in una specie di labirinto
    sotterraneo,  erano come  enormi  spugne  scure,  da  dove,  sotto  la
    pressione di quel piede gigantesco che era la rivoluzione,  zampillava
    la guerra civile.
    Invisibili battaglioni erano  in  agguato.  Quegli  eserciti  ignorati
    serpeggiavano sotto gli eserciti repubblicani, scaturivano di punto in
    bianco dal suolo e vi rientravano, balzavano innumerevoli e svanivano,
    dotati  di  ubiquit  e di dispersione,  prima valanghe e poi polvere;
    colossi che avevano il  dono  di  potersi  impicciolire;  giganti  per
    combattere, nani per scomparire. Giaguari con abitudini da talpe.
    Non solo le foreste,  c'erano;  c'erano i boschi.  Come al di sotto le
    citt ci sono i paesi,  cos al di  sotto  delle  foreste  c'erano  le
    boscaglie.  Le foreste erano collegate tra loro dal dedalo,  sparso un
    po' dovunque, dei boschi. Gli antichi castelli, che erano fortezze;  i
    casali,  che erano accampamenti;  le fattorie, che erano recinti tutto
    trappole e imboscate; le masserie,  scavate intorno intorno da burroni
    e  irte  di alberi come di palizzate,  erano le maglie di quella rete,
    nella quale gli eserciti repubblicani andavano a incappare.
    La cosiddetta boscaglia era appunto tutto quell'insieme.
    C'era il bosco di Misdon, al cui centro si allargava uno stagno, e che
    apparteneva a Giovanni Chouan;  c'era il bosco di Gennes,  che era  di
    Taillefer; c'era il bosco della Huisserie, che apparteneva a Gouge-le-
    Bruaut;  il  bosco  della  Charmie,  che  apparteneva  a  Courtill il
    Bastardo,  detto Apostolo San Paolo,  comandante del campo della Vacca
    Nera;  il  bosco  di  Burgault,  che  era  di  quell'enigmatico signor
    Giacomo, riservato a una fine misteriosa nel sotterraneo di Juvardeil;
    c'era il bosco  di  Charreau  dove  il  Pimousse  e  il  Petit-Prince,
    attaccati dalla guarnigione di Chteaunef,  andavano a prendere per la
    cintola nelle  file  repubblicane  i  granatieri,  che  portavano  via
    prigionieri;  il  bosco della Heureuserie,  testimonio della rotta del
    posto di Longue-Faye;  il bosco dell'Aulne di dove si spiava la strada
    fra  Rennes  e  Laval;  il  bosco della Gravelle che un principe di Le
    Trmouille aveva guadagnato al gioco della palla;  il bosco di  Lorges
    nelle  Coste del Nord,  dove Carlo di Boishardy regn dopo Bernardo di
    Villeneuve; il bosco di Bagnard,  presso Fontenay,  dove Lescure offr
    battaglia a Chalbos,  che pur essendo uno contro cinque,  accett;  il
    bosco della Durondais,  disputato un  tempo  da  Alano  il  Grande  ed
    Hrispoux,  figlio  di  Carlo  il Calvo;  il bosco di Croqueloup,  sul
    limitare  di  quella  landa  dove  Coquerau  mozzava   la   testa   ai
    prigionieri;  il  bosco  della Croix-Bataille che assist agli omerici
    insulti di Gamba d'Argento a Morire,  e di Morire a Gamba d'Argento;
    il  bosco  della  Saudraie,   che  abbiamo  visto  perlustrare  da  un
    battaglione di parigini. E molti altri ancora.
    In parecchie di queste foreste e di questi boschi,  non  solo  c'erano
    villaggi  sotterranei  raggruppati  intorno  alla  tana  del capo,  ma
    c'erano inoltre veri e propri casali di basse capanne  nascoste  sotto
    gli alberi,  e cos numerosi,  che talvolta la foresta ne era gremita.
    Spesso li tradiva il fumo.  Due di quei casali del  bosco  di  Moisdon
    sono  rimasti  celebri:  Lorrire,  presso Ltang,  e,  dalla parte di
    Saint-Ouen-les-Toits, il gruppo di capanne chiamato la Rue-de-Bau.
    Le donne vivevano nelle  capanne  e  gli  uomini  nelle  cripte.  Essi
    utilizzavano  per  questa  guerra  le  gallerie  delle fate e i vecchi
    cunicoli celtici.  Ai fuggiaschi veniva portato il mangiare;  ma ce ne
    furono di quelli che dimenticati,  morirono di fame.  Si trattava, del
    resto, di malaccorti, che non avevano saputo riaprire i loro pozzi. Di
    solito,  il  coperchio,   fatto  di  muschio  e  di  rami,   era  cos
    artisticamente congegnato,  che, mentre era impossibile, dall'esterno,
    distinguerlo tra l'erba,  era facilissimo  da  aprire  e  da  chiudere
    dall'interno.  Quei  rifugi  erano  scavati con cura.  La terra che si
    levava dal pozzo si andava a gettarla in  qualche  vicino  stagno.  La
    parete  interna e il suolo erano giuncati di felci e di muschio.  Quei
    rifugi venivano chiamati "loges", sgabuzzini. Ci si stava bene,  salvo
    che vi si era al buio, senza fuoco, senza pane e senza aria.
    Risalire  senza  precauzioni  fra  i viventi e dissotterrarsi fuori di
    proposito era una faccenda seria. Si poteva trovarsi fra le gambe d'un
    esercito in marcia.  Boschi temibili,  trabocchetti a doppia trappola.
    Gli azzurri non osavano penetrarvi, i bianchi non osavano uscirne.

    4.
    LA LORO VITA SOTTOTERRA.

    Gli  uomini,  in  quelle  tane  da  bestie,  si annoiavano.  La notte,
    talvolta,  quale che fosse il rischio,  uscivano e andavano a  ballare
    sulla vicina landa.  Oppure pregavano per uccidere il tempo. Giovanni
    Chouan,  dice Bourdoiseau,  ci faceva recitare il rosario  tutto  il
    giorno.
    Era quasi impossibile, venuta che fosse la stagione, impedire a quelli
    del  Basso Maine di uscire per recarsi alla Festa del Covone.  C'erano
    di quelli che avevano idee tutte loro.  Dionigi detto lo  Spaccamonti,
    si travestiva da donna per recarsi a Laval a teatro; poi rientrava nel
    suo buco.
    D'improvviso,  andavano a farsi uccidere,  lasciando la segreta per la
    tomba.
    Talvolta sollevavano  il  coperchio  della  loro  fossa  e  prestavano
    orecchio se mai si combattesse lontano. Seguivano il combattimento con
    l'orecchio.  Il  fuoco  dei  repubblicani  era regolare,  il fuoco dei
    realisti era sparso, a raffiche, e ci li guidava: se i fuochi di fila
    cessavano di botto, era segno che i realisti avevano la peggio;  se la
    sparatoria a raffiche continuava e si sprofondava nell'orizzonte,  era
    segno che avevano il sopravvento.  I bianchi inseguivano  sempre,  gli
    azzurri mai, in quanto avevano il paese contro di loro.
    Quei sotterranei belligeranti erano meravigliosamente informati. Nulla
    di  pi  rapido  delle loro comunicazioni,  e nulla di pi misterioso.
    Avevano rotto tutti i  ponti,  avevano  smontato  tutte  le  carrette,
    eppure  trovavano il modo di dirsi ogni cosa e di avvertirsi di tutto.
    Da foresta a foresta,  da paese a paese,  da fattoria a  fattoria.  da
    capanna  a capanna,  da cespuglio a cespuglio erano stabiliti posti di
    emissari.
    Un contadino dall'aria ebete andava per la  strada  portando  dispacci
    nel bastone, che era scavato.
    Un ex membro della Costituente,  Botidoux, forniva loro, per andare e
    venire da un capo all'altro della  Bretagna,  passaporti  repubblicani
    nuovo  modello,  coi nomi in bianco: quel traditore ne aveva a pacchi.
    Era  impossibile   sorprenderli.   Segreti   confidati   a   pi   di
    quattrocentomila individui, sono stati religiosamente custoditi, dice
    Puysaye (1).
    Si  sarebbe  detto che quel quadrilatero chiuso a nord dalla linea che
    va dalle Sables a Thouars,  a est dalla linea  che  va  da  Thouars  a
    Saumour  e  dal  fiumicello  di  Thoue,  a  sud  dalla Loira e a ovest
    dall'Oceano,  avesse un unico sistema nervoso,  e che nessun punto  di
    quel  suolo  potesse  trasalire  senza  che si scuotesse tutto.  In un
    batter d'occhio si era informati da Noirmoutier a  Luon  e  il  campo
    della Lou sapeva quello che faceva il campo della Croix-Morineau.  Si
    sarebbe detto che c'entrassero di mezzo gli uccelli.  Hoche  scriveva,
    il  7  messidoro  dell'anno  terzo: Si sarebbe tentati di credere che
    abbiano dei telegrafi.
    Erano dei clan, come in Scozia. Ogni parrocchia aveva il suo capitano.
    Quella guerra, mio padre l'ha fatta, e ne posso dire qualche cosa.

    NOTA 1: Volume secondo, pagina 35 (Nota dell'autore).

    5. LA LORO VITA DI GUERRA.

    Molti non erano armati che di picche.  Le  buone  carabine  da  caccia
    abbondavano.  Non  ci  sono tiratori pi abili dei cacciatori di frodo
    della boscaglia e dei contrabbandieri di  Loroux.  Erano  singolari,
    spaventosi e intrepidi combattenti. Il decreto di leva di trecentomila
    uomini aveva fatto suonare a martello le campane di seicento paesi. Il
    crepitio  dell'incendio scoppi su ogni punto a un tempo.  Il Poitou e
    l'Angi esplosero nel medesimo  giorno.  Giovi  sapere  che  un  primo
    brontolio  come di tuono si era fatto udire fin dal 1792,  l'8 luglio,
    un mese prima del 10 agosto, sulla landa di Kerbader. Il precursore di
    La Rochejaquelein e di Giovanni Chouan, fu Alano Redeler, che oggi pi
    nessuno conosce. I realisti costringevano, sotto pena di morte,  tutti
    gli  uomini  validi  a  militare.  Requisivano i cavalli,  i carri,  i
    viveri.  Di punto in bianco,  Sapinaud  dispose  di  tremila  soldati,
    Cathelineau  di  diecimila,  Stoffet di ventimila,  mentre Charette fu
    padrone di Noirmontier.  Il visconte di Scpeaux fece insorgere l'Alto
    Angi;  il  cavaliere  di Dieuzi,  l'Entre-Vilaine-et-Loire;  Tristano
    l'Eremita, il Basso Maine; il barbiere Gastone,  la citt di Gumne,
    e l'abate Bernier,  tutto il resto.  Per sollevare queste moltitudini,
    bastava poco.  Si collocava nel  tabernacolo  d'un  prete  che  avesse
    prestato  giuramento,  d'un prete giurato come dicevano,  un gattone
    nero, che balzava improvvisamente fuori durante la messa. Il diavolo!
    Il diavolo!,  gridavano i contadini,  e tutta la contrada  insorgeva.
    Per  assalire  gli  azzurri  e  superare  i  fossati,  avevano le loro
    pertiche di quindici piedi di lunghezza,  la "ferte",  arma idonea sia
    al combattimento che alla fuga.  Nel pi forte della mischia, quando i
    contadini attaccavano i quadrati repubblicani,  se si imbattevano  sul
    campo  di battaglia in una croce o in una cappella,  tutti cadevano in
    ginocchio e recitavano la loro preghiera sotto la mitraglia; finito il
    rosario, i superstiti si rialzavano e si scagliavano contro il nemico.
    Che giganti,  ahim!  Caricavano il  fucile  correndo;  era  una  loro
    specialit.  Si  faceva  credere  loro  quello che si voleva.  I preti
    mostravano loro altri preti ai quali avevano fatto diventare rosso  il
    collo per mezzo d'una funicella stretta stretta, e dicevano: Sono dei
    ghigliottinati  risuscitati.   Essi  avevano  anche  i  loro  impulsi
    cavallereschi: onorarono Fesque,  un alfiere repubblicano che  si  era
    fatto  sciabolare  senza  mollare  la  sua  bandiera.   Piaceva  anche
    scherzare,   a  quei  contadini.   Chiamavano  i  preti   repubblicani
    ammogliati,  sancalotte diventati sanculotti. Cominciarono con l'avere
    paura dei cannoni;  poi si gettarono loro contro con le pertiche e  se
    ne  impadronirono.  Presero  dapprima  un  bel cannone di bronzo,  che
    battezzarono Missionario;  poi un altro,  che risaliva al tempo  delle
    guerre  cattoliche  e  sul quale erano impresse le armi di Richelieu e
    una immagine della Vergine,  e lo chiamarono  Maria  Giovanna.  Quando
    perdettero  Fontenay,  perdettero  Maria Giovanna,  attorno alla quale
    caddero, senza dare un passo addietro,  seicento contadini.  Ripresero
    quindi  Fontenay  allo  scopo  di  riprendere  Maria  Giovanna,  e  la
    ricondussero  sotto  la  bandiera  gigliata  coprendola  di  fiori   e
    facendola  baciare dalle donne che passavano.  Ma due cannoni erano un
    po' pochini.  Maria Giovanna era stata presa da Stoffet.  Cathelineau,
    geloso,  si spicc da Pin-en-Mauge,  assal Jallais,  e prese un terzo
    cannone. Forest attacc Saint-Florent e ne prese un quarto.  Due altri
    condottieri,  Chouppes  e  Saint-Pol,  fecero  di  meglio:  simularono
    cannoni con tronchi d'albero opportunamente tagliati e cannonieri  con
    fantocci,  e  con  quella  artiglieria  di  cui facevano matte risate,
    fecero dare addietro agli azzurri a Mareuil.  Fu la loro grande epoca,
    quella.  Tempo  dopo,  quando Chalbos mise in rotta La Marsonnire,  i
    contadini si lasciarono  dietro  sul  campo  di  battaglia  disonorato
    trentadue  cannoni  con lo stemma inglese.  A quel tempo l'Inghilterra
    stipendiava i principi francesi,  e si inviavano fondi a monsignore,
    scriveva  Nantiat  il 10 maggio 1794,  in quanto  stato detto a Pitt
    che  cosa lecita.  Mlinet,  in un rapporto del 31 marzo,  dice: Il
    grido dei ribelli : "Viva gli inglesi!".  I contadini si attardavano
    a saccheggiare.  Quei devoti  erano  dei  ladri.  Vizio  che  hanno  i
    selvaggi.  Puysaye, tomo secondo, pagina 187 dice: Ho parecchie volte
    preservato il borgo di Pllan dal saccheggio.  E pi in l,  a pagina
    434,  si  inibisce di entrare a Montfort: Feci un giro per evitare il
    saccheggio delle case dei giacobini.  Spogliarono Chollet;  misero  a
    sacco   Challans.   Persa   l'occasione   di  saccheggiare  Granville,
    saccheggiarono Ville-Dieu.  Chiamavano massa giacobina i  campagnoli
    che  si  erano  schierati  con gli azzurri,  e li sterminavano con pi
    accanimento degli altri.  Amavano la carneficina  come  soldati  e  il
    massacro  come  briganti.  Fucilare  i "patauds",  che  quanto dire i
    borghesi,   andava  loro  a  genio  moltissimo.   Lo  chiamavano  far
    carnevale. A Fontenay, un prete dei loro, il curato Barbotin, abbatt
    un  vecchio  a sciabolate.  A Saint-Germain-sur-Ile (1),  uno dei loro
    capi, gentiluomo, ammazz con una fucilata il procuratore del comune e
    gli  prese  l'orologio.   A  Machecoul  falciarono  i  repubblicani  a
    esecuzioni  regolari,   trenta  al  giorno,  e  la  cosa  dur  cinque
    settimane;  ogni catena di trenta si chiamava rosario.  Mettevano la
    catena  con  le spalle a un fossato e fucilavano;  i fucilati cadevano
    nel  fossato,  ancora  vivi,  talvolta;  si  seppellivano  ugualmente.
    Costumi che abbiamo riveduto.  Joubert, presidente del distretto, ebbe
    segate le mani.  Applicavano  ai  prigionieri  azzurri  certe  manette
    taglienti,  appositamente  fatte  a quello scopo.  Li scannavano sulle
    pubbliche piazze, suonando fanfare di caccia.  Charette,  che firmava:
    Fraternit;  il  Cavaliere  Charette,  e che portava in testa,  come
    Marat,  un fazzoletto annodato sul  sopracciglio,  arse  la  citt  di
    Pornic,  e gli abitanti entro le case.  Charrier,  in quel tempo,  era
    spaventevole.  Il terrore rispondeva  al  terrore.  L'insorto  bretone
    aveva press'a poco l'aspetto dell'insorto greco, breve casacca, fucile
    a bandoliera,  gambiere,  ampie brache simili a sottanelle.  Il "gars"
    somigliava al giovane ribelle tessalo.  Enrico de La Rochejaquelin,  a
    ventun  anni,  partiva  per  quella guerra con un bastone e un paio di
    pistole.  L'esercito vandeano contava centocinquantaquattro divisioni.
    Poneva assedi regolari.  Tennero bloccata Bressuire per tre giorni. Un
    venerd santo,  diecimila contadini cannoneggiarono la citt di Sables
    con  palle  arroventate.  Capit loro di distruggere in un solo giorno
    quattordici accantonamenti repubblicani,  da Montign a Courbeveilles.
    A   Thouars,   sull'alta   muraglia,   fu   udito  scambiarsi  tra  La
    Rochejaquelin e un "gars" questo superbo dialogo: Carlo!.  Eccomi.
    Dammi  le  spalle  che  ci  monti  sopra.  Fate.  Il tuo fucile.
    Prendete. E La Rochejaquelin salt nella citt, prendendo cos senza
    scale le torri che erano state assediate  da  Duguesclin.  Preferivano
    una  cartuccia  a  un  luigi d'oro.  Quando perdevano di vista il loro
    campanile,  piangevano.  Fuggire sembrava loro  una  cosa  da  niente.
    Allora  i  comandanti  gridavano: Buttate via gli zoccoli,  tenete il
    fucile!.  Quando mancavano loro le munizioni,  dicevano il rosario  e
    andavano   a   prendere   la   polvere  nei  cassoni  dell'artiglieria
    repubblicana; tempo dopo, D'Elbe ne chiedeva agli inglesi.  Quando il
    nemico  si avvicinava,  se avevano dei feriti li nascondevano in mezzo
    ai campi di grano o tra le felci vergini; poi,  finito lo scontro,  li
    andavano  a  riprendere.  Niente  uniformi.  I loro vestiti cadevano a
    brandelli.  Contadini e gentiluomini indossavano i primi  stracci  che
    capitavano loro sottomano. Ruggero Mouliniers portava un turbante e un
    "dolman" presi nel guardaroba del teatro della Flche; il cavaliere di
    Beauvilliers  portava  indosso  una  toga da procuratore e in testa un
    cappello da donna sopra a un berretto  di  lana.  Tutti  portavano  la
    sciarpa  e  la  cintura  bianca,  i  gradi  si distinguevano dai nodi.
    Stoffet ne aveva uno  rosso;  La  Rochejaquelin  ne  aveva  uno  nero;
    Wimpfen,  semigirondino,  che  del  resto  non  usc mai di Normandia,
    portava il bracciale dei rivoluzionari di Caen.  C'erano donne,  nelle
    loro  file:  la  signora  di  Lescure,  che fu pi tardi signora di La
    Rochejaquelin;  Teresa di Mollien,  amante di La Ronarie,  che  bruci
    l'elenco dei capi parrocchia;  la signora di La Rochefoucauld,  bella,
    giovane,  sciabola in pugno,  che raccoglieva i contadini ai piedi del
    torrione  del  castello  del Puy-Rousseau,  e quella Antonietta Adams,
    detta cavaliere Adams,  cos prode,  che,  presa,  fu fucilata,  ma in
    piedi,  per  rispetto.  Tempi  epici  e crudeli,  quelli!  Tutti erano
    forsennati. La signora di Lescure faceva camminare di proposito il suo
    cavallo sui repubblicani che giacevano a terra,  fuori  combattimento:
    morti, ella diceva; feriti, forse. Si dettero casi in cui gli uomini
    tradirono, le donne non tradirono mai. La signorina Fleury, del Teatro
    Francese,  pass  da La Rouaire a Marat,  ma per amore.  I condottieri
    erano spesso ignoranti non meno dei soldati. Il signor di Sapinard non
    conosceva l'ortografia;  scriveva: nous "orions"  de  notre  "caut"
    (2).  I comandanti si odiavano tra loro;  quelli del padule gridavano:
    Abbasso quelli del paese alto!. La loro cavalleria era poco numerosa
    e difficile da mettere assieme. Scrive Puysaye: C' chi, mentre mi d
    allegramente i suoi due figlioli,  subito si raggela se gli chiedo  un
    cavallo.  Le loro armi erano "ferte",  forche, falci, fucili vecchi e
    nuovi, coltelli da bracconiere,  spiedi,  randelli ferrati e chiodati.
    Taluni portavano al collo una croce fatta con due ossi da morto.  Essi
    assaltavano con alte grida,  scaturivano improvvisamente da  dovunque,
    dai boschi,  dalle colline,  dalle ceppaie, dai sentieri incassati, si
    scagliavano avanti sparpagliati  in  formazione  lunata,  ammazzavano,
    sterminavano,  fulminavano  e  scomparivano.  Quando attraversavano un
    borgo repubblicano, tagliavano l'albero della libert, lo bruciavano e
    danzavano in tondo attorno al fuoco. Compivano le loro mosse sempre di
    nottetempo.   Regola  del  vandeano:  cogliere  sempre  di   sorpresa.
    Percorrevano quindici leghe in silenzio,  senza piegare un filo d'erba
    sul loro passaggio.  Venuta la sera,  dopo aver fissato tra comandanti
    riuniti in consiglio di guerra, il luogo ove avrebbero operato la loro
    sorpresa  sui  posti  repubblicani  l'indomani  mattina,  caricavano i
    fucili, borbottavano la loro preghiera,  si toglievano gli zoccoli,  e
    filavano  in  lunghe  colonne,  attraverso  i  boschi,  a  piedi  nudi
    sull'erica e sul muschio, senza un rumore, senza una parola,  senza un
    soffio. Marcia da gatti nelle tenebre.

    NOTA 1: Puysaye, volume secondo, pagina 35 (Nota dell'autore).
    NOTA  2:  Al posto di nous aurons de notre cot: avremo dalla nostra
    parte.

    6.
    L'ANIMA DELLA TERRA PASSA NELL'UOMO.

    La Vandea insorta non pu essere valutata a  meno  di  cinquecentomila
    uomini,  donne  e  fanciulli.  Mezzo milione di combattenti  la cifra
    data da Tuffin de la Rouarie.
    I federalisti aiutavano.  La Vandea ebbe per complice la  Gironda.  La
    Lozre  mandava alla boscaglia trentamila uomini.  Otto dipartimenti
    si alleavano,  cinque in  Bretagna,  tre  in  Normandia.  Evreux,  che
    fraternizzava  con Caen,  si faceva rappresentare nella ribellione dal
    suo sindaco, Chaumont, e da un notabile, Gardembas. Il Buzot, Gorsas e
    Barbaroux a Caen,  Brissot a Moulins,  Chassan a Lione,  Rabaut Saint-
    Etienne  a Nmes,  Meillan e Duchatel in Bretagna,  erano tutte bocche
    che soffiavano sulla fornace.
    Di Vandee ce ne furono due: la grande,  che  faceva  la  guerra  delle
    foreste;  la piccola, che faceva la guerra delle macchie. La sfumatura
    che separa Charette da Giovanni Chouan  appunto  questa.  La  piccola
    Vandea  era ingenua,  la grande era corrotta: la piccola era migliore.
    Charette fu creato marchese,  luogotenente generale degli eserciti del
    re e gran croce di San Luigi,  Giovanni Chouan rimase Giovanni Chouan.
    Charette confina col bandito, Giovanni Chouan col paladino.
    Quanto  a  Bonchamps,  a  Lescure,   a  La  Rochejaquelin,   magnanimi
    condottieri,  si  ingannarono.  Il  grande  esercito  cattolico fu uno
    sforzo insensato: per forza doveva essere seguito dal disastro. E' mai
    possibile immaginarsi un uragano contadinesco che assedia Parigi,  una
    coalizione di paesini assedianti il Pantheon, una muta di litanie e di
    "oremus" abbaiante intorno alla "Marsigliese",  la calca degli zoccoli
    che si scaglia contro la legione  dei  cervelli?  Le  Mans  e  Savenay
    castigarono tale follia. Varcare la Loira era una cosa impossibile per
    la Vandea.  Essa poteva tutto, ma scavalcare quel fiume non poteva. La
    guerra civile non conquista. Varcare il Reno completa Cesare e aumenta
    Napoleone, varcare la Loira uccide La Rochejaquelin.
    La vera Vandea  la Vandea in casa sua.  Qui,  pi che  invulnerabile,
    essa   inafferrabile.  Il vandeano,  in casa sua,   contrabbandiere,
    contadino, soldato, pastore,  bracconiere,  franco tiratore,  capraio,
    campanaro, campagnolo, spia, assassino, sagrestano, bestia dei boschi.
    La Rochejaquelin non  che Achille, Giovanni Chouan  Proteo.
    La  Vandea  ha  abortito.  Altre  rivolte  sono riuscite: quella della
    Svizzera,  per esempio.  Ma tra  l'insorto  della  montagna,  come  lo
    svizzero,  e l'insorto della foresta,  come il vandeano,  corre questa
    differenza: che quasi sempre,  fatale influenza dell'ambiente,  uno si
    batte  per  un  ideale,  l'altro per dei pregiudizi.  Uno combatte per
    l'umanit,  l'altro per la solitudine;  uno vuole la libert,  l'altro
    vuole  l'isolamento;  uno  difende  il comune,  l'altro la parrocchia.
    Comune! comune!, gridavano gli eroi di Morat.  Uno ha a che fare con
    i precipizi,  l'altro con i paduli;  uno  l'uomo dei torrenti e delle
    schiume,  l'altro  l'uomo delle pozze stagnanti da dove scaturisce la
    febbre;  uno ha sopra la testa l'azzurro, l'altro una boscaglia; uno 
    su una vetta, l'altro  nell'ombra.
    Non sono uguali, l'educazione delle vette e quella dei bassifondi.
    La montagna  una cittadella,  la foresta  un'imboscata;  una  ispira
    l'audacia,  l'altra  il tranello.  L'antichit collocava gli di sulle
    cime e i satiri nelle boscaglie.  Il satiro  il selvaggio: mezzo uomo
    e  mezzo  bestia.  I  paesi  liberi  hanno Appennini,  Alpi,  Pirenei,
    l'Olimpo.  Il Parnaso  un monte.  Il Monte Bianco  era  il  colossale
    ausiliario  di  Guglielmo  Tell.  In fondo e al di sopra delle immense
    lotte delle menti contro le tenebre,  che colmano i poemi  dell'India,
    si  scorge l'Himalaia.  La Grecia,  la Spagna,  l'Italia,  la Svizzera
    hanno per volto la montagna. La Cimmeria,  Germania o Bretagna,  ha il
    bosco. La foresta  barbara.
    Molte azioni sono consigliate all'uomo dalla configurazione del suolo.
    Tale configurazione  complice pi che non si creda. Di fronte a certi
    feroci paesaggi,  si  tentati di assolvere l'uomo e di incriminare la
    creazione; si avverte una sorda provocazione della natura; talvolta, 
    nocivo alla coscienza, il deserto, e in particolar modo alla coscienza
    poco illuminata. La coscienza pu essere gigantesca, ed ecco Socrate e
    Ges; pu essere nana, ed ecco Atreo e Giuda.  La coscienza piccola fa
    presto  a  diventare  rettile;  i cespugli al crepuscolo,  i rovi,  le
    spine, i pantani sotto la ramaglia sono un fatale luogo di ritrovo per
    essa;   qui  subisce  la  misteriosa   infiltrazione   delle   cattive
    persuasioni.  Le  illusioni  ottiche,  gli  inspiegabili miraggi,  gli
    sgomenti di luogo e di ora gettano l'uomo in quella specie di terrore,
    mezzo religioso,  mezzo belluino,  che genera,  in tempi ordinari,  la
    superstizione,  e nei periodi violenti, la brutalit. Le allucinazioni
    reggono la torcia che rischiara la  strada  dell'omicidio.  C'  della
    vertigine  nel  brigante.  La prodigiosa natura ha un doppio senso che
    sbalordisce i grandi spiriti e accieca  le  anime  selvatiche.  Quando
    l'uomo  ignorante,  quando il deserto  pieno di visioni,  l'oscurit
    della solitudine si aggiunge all'oscurit della intelligenza:  da  ci
    lo  spalancarsi di abissi entro l'uomo.  Certe rupi,  certi precipizi,
    certi cedui,  certi sfondi selvaggi della sera attraverso  gli  alberi
    spingono l'uomo alle folli e feroci azioni. Quasi si potrebbe dire che
    vi sono luoghi scellerati.
    Quante  tragiche  cose  ha  visto  la  tetra  collina che si eleva tra
    Baignon e Pllan!
    I vasti orizzonti persuadono l'anima alle idee generali; gli orizzonti
    circoscritti generano le idee parziali:  il  che,  talvolta,  condanna
    grandi cuori a essere spiriti piccoli: Giovanni Chouan lo dimostra.
    Le idee generali odiate dalle idee parziali: che altro , in fondo, la
    stessa lotta del progresso?
    Paese!  Patria!  Questi  due  vocaboli  compendiano tutta la guerra in
    Vandea;  lite dell'idea locale  contro  l'idea  universale.  Contadini
    contro patrioti.

    7.
    LA VANDEA HA COMPLETATO LA BRETAGNA.

    La  Bretagna    una vecchia ribelle.  Tutte le volte che nel corso di
    duemila anni,  si era ribellata,  aveva avuto ragione;  l'ultima volta
    ebbe  torto.  Eppure,  in fondo,  contro la rivoluzione come contro la
    monarchia,   contro  i  rappresentanti  in  missione  come  contro   i
    governatori duchi o pari, contro la stampa degli assegnati come contro
    l'esazione delle gabelle,  quali che fossero i personaggi combattenti,
    Nicola Rapin, Francesco di La Noue,  il capitano Pluviant e la signora
    di La Garnache,  o Stofflet,  Coquereau e Lechandelier di Pierreville,
    sotto il signore di Rohan contro il re,  e  sotto  il  signore  di  La
    Rochejaquelin per il re,  quella che la Bretagna combatteva era sempre
    la stessa guerra: la guerra dello spirito  locale  contro  lo  spirito
    centrale.
    Quelle  antiche  provincie  erano uno stagno;  a quell'acqua dormiente
    ripugnava il correre;  il vento che soffiava  non  le  vivificava,  le
    irritava.  Finisterre:  qui finiva la Francia,  qui terminava il campo
    assegnato all'uomo e si fermava  la  marcia  delle  generazioni.  Alt!
    gridava  l'oceano alla terra,  gridava la barbarie alla civilt.  Ogni
    qualvolta il centro, Parigi, d un impulso, venga questo impulso dalla
    regalit o dalla repubblica,  sia esso nel senso del dispotismo  o  in
    quello  della  libert,     una  novit,  e  la  Bretagna  s'impunta.
    Lasciateci tranquilli.  Che si vuole da noi?  Il padule afferra la sua
    forca,  la  boscaglia  impugna  la  sua  carabina.  Qualunque nostro
    tentativo,   qualunque  nostra  iniziativa  in   legislazione   e   in
    educazione,  le  nostre  enciclopedie,  le nostre filosofie,  i nostri
    geni,  le nostre glorie vanno a incagliarsi  davanti  all'Houroux;  la
    campana  a  martello di Bazouges minaccia la rivoluzione francese,  la
    landa del Faou insorge contro le nostre tempestose piazze pubbliche, e
    la campana dell'Haut-des-Prs dichiara guerra alla Torre del Louvre.
    Terribile sordit!
    L'insurrezione vandeana  un lugubre malinteso.
    Colossale  parapiglia,   cavillo  di  titani,   smisurata  ribellione,
    destinata a non lasciare alla storia che un nome,  Vandea,  illustre e
    scuro vocabolo. Incosciente tentativo di parricidio, quella guerra era
    suicidio per degli assenti,  dedizione all'egoismo,  continua  offerta
    alla  vigliaccheria  di  un coraggio immenso;  niente calcoli,  niente
    strategia, niente tattica,  niente piani,  niente scopo,  niente capo,
    niente  responsabilit;  essa  mostrava  a  qual  punto la volont pu
    essere l'impotenza;  era cavalleresca e selvaggia,  era l'assurdit in
    fregola,   erigente  contro  la  luce  uno  schermo  di  tenebre;  era
    l'ignoranza opponente una lunga  resistenza  stupida  e  superba  alla
    verit, alla giustizia, al diritto, alla ragione, alla liberazione; fu
    lo  spavento di otto anni,  la rovina di quattordici dipartimenti,  la
    devastazione dei campi,  il calpestamento delle messi,  l'incendio dei
    paesi,  la rovina delle citt,  il saccheggio delle case,  il massacro
    delle donne e dei bambini,  la fiaccola nelle stoppie,  la  spada  nei
    cuori,  lo sgomento della civilt,  la speranza del signor Pitt;  ecco
    che cosa fu questa guerra, incosciente saggio di parricidio.
    Dimostrando, insomma,  la necessit di praticare fori in tutti i sensi
    nella vecchia ombra bretone e di trapassare quella boscaglia con tutte
    insieme le saette della luce,  la Vandea ha favorito il progresso.  Le
    catastrofi hanno una loro tetra maniera di accomodare le cose.












    LIBRO SECONDO.
    I TRE FANCIULLI.

    1. "PLUS QUAM CIVILIA BELLA". [Pi che le guerre civili]

    L'estate del 1792 era stata molto piovosa;  l'estate del 1793 fu molto
    calda.  Per via della guerra civile,  in Bretagna,  per cos dire, non
    c'erano pi strade.  Grazie alla bellezza  dell'estate,  comunque,  la
    gente  andava e veniva dovunque.  Nessuna strada migliore d'un terreno
    asciutto.
    Sul finire di un serena giornata  di  luglio,  circa  un'ora  dopo  il
    tramonto  del  sole,  un  uomo  a  cavallo,  che veniva dalla parte di
    Avranches,  si ferm davanti alla piccola  locanda  detta  la  "Croix-
    Branchard",  proprio  all'entrata di Pontorson,  la cui insegna recava
    questa scritta,  che vi si leggeva ancora qualche anno fa: Buon sidro
    in  vendita.  Era  stata  una  giornata  caldissima,  ma cominciava a
    spirare il vento.
    Quel viaggiatore era avvolto in  un  ampio  mantello  che  copriva  la
    groppa  del  cavallo.  Aveva  in  testa un largo cappello con coccarda
    tricolore,  cosa che denotava non poco coraggio in quel paese di siepi
    e  di  fucilate,  dove  una  coccarda  era un bersaglio.  Il mantello,
    allacciato al collo,  era gettato all'indietro onde lasciare libere le
    braccia,  e  sotto  si  poteva  scorgere  una  cintura tricolore e due
    impugnature di pistola che ne facevano capolino.  Di sotto alla  falda
    del mantello spuntava una sciabola appesa al fianco.
    Allo scalpicco del cavallo che si fermava,  la porta della locanda si
    apr e il locandiere apparve con una lanterna in  mano.  Era  l'ibrida
    ora in cui  ancora giorno nella strada ed  gi notte in casa.
    L'oste guard la coccarda.
    - Cittadino, - domand; - vi fermate qui?
    - No.
    - Dove andate, allora?
    - A Dol.
    - In questo caso, ritornate ad Avranches o rimanete a Pontorson.
    - Perch?
    - Perch a Dol si battono.
    - Ah! - disse il cavaliere.
    Poi soggiunse:
    - Date l'avena al mio cavallo.
    L'oste port il truogolo, vi vuot dentro un sacco d'avena, e tolse la
    briglia al cavallo, che si mise a soffiare e a mangiare.
    Il dialogo prosegu.
    - E' un cavallo requisito, cittadino?
    - No.
    - E' vostro?
    - S, l'ho comprato e pagato.
    - Da dove venite?
    - Da Parigi.
    - Non direttamente, eh?
    - No.
    -  Lo  credo  bene.  Le  strade sono interrotte.  Ma la posta funziona
    ancora.
    - Fino ad Alenon. Ho seguito la posta fin l.
    - Ah!  non ce ne sar pi di servizio postale,  tra poco,  in Francia!
    Non  ci  sono  pi  cavalli.  Un  cavallo  di trecento franchi si paga
    seicento,  e i foraggi non hanno pi  prezzo.  Sono  stato  mastro  di
    posta,  io, ed eccomi taverniere. Di milletrecento mastri di posta che
    c'erano,  duecento si sono  dimessi.  Avete  viaggiato  con  la  nuova
    tariffa, voi, cittadino?
    - Del primo maggio, s.
    -  Venti  soldi  per  tratta dentro la vettura,  dodici nel barroccio,
    cinque nel carro coperto. L'avete comprato ad Alenon questo cavallo?
    - S.
    - Avete viaggiato tutto il giorno, oggi?
    - Dall'alba.
    - E ieri?
    - E ier l'altro.
    - Capisco. Siete passato da Domfront e Mortain.
    - E Avranches.
    - Riposatevi,  date retta a me,  cittadino.  Dovete essere stanco.  Il
    vostro cavallo lo  di sicuro.
    - I cavalli hanno diritto alla stanchezza, gli uomini no.
    Lo  sguardo dell'oste si fiss di nuovo sul viaggiatore.  Era un volto
    grave, calmo e severo, incorniciato di capelli grigi.
    Il locandiere gett un'occhiata sulla strada,  deserta  a  perdita  di
    vista, e disse:
    - E viaggiate solo in questo modo?
    - Ho la mia scorta.
    - Dove?
    - La mia sciabola e le mie pistole.
    Il  locandiere  and  in  cerca  d'un  secchio  d'acqua e fece bere il
    cavallo. Mentre il cavallo beveva, poi, osservava il viaggiatore, e si
    diceva in cuor suo: Mi ha tutta l'aria d'un prete, per.
    Il cavaliere riprese:
    - Dite che a Dol si battono?
    - S. Debbono aver cominciato proprio adesso.
    - Chi si batte?
    - Un ex contro un ex.
    - Come dite?
    - Dico che un ex, che  per la repubblica, si batte contro un ex,  che
     per il re.
    - Ma non ce n' pi di re.
    - C' il piccolo. Il fatto curioso  che i due ex sono due parenti.
    Il cavaliere ascoltava attentissimo. Il locandiere prosegu:
    - Uno  giovane,  l'altro  vecchio. Pronipote contro prozio. Lo zio 
    realista, il nipote patriota. Lo zio comanda i bianchi,  il nipote gli
    azzurri.  Eh!  non  si daranno quartiere,  credetemi.  E' una guerra a
    morte.
    - A morte?
    - S,  cittadino.  Ecco,  volete vedere le cortesie che si gettano  in
    faccia?  Qui  c'  un  manifesto  che  il  vecchio  trova  modo di far
    affiggere dovunque,  su tutte le case e su tutti gli alberi,  e che ha
    fatto incollare perfino sulla mia porta.
    L'oste  avvicin  la  lanterna  a  un quadrato di carta attaccato a un
    battente, e, siccome il manifesto era scritto a caratteri grandissimi,
    il cavaliere, dall'alto del cavallo, pot leggere:
    Il marchese di Lantenac ha  l'onore  d'informare  suo  pronipote,  il
    signor visconte Gauvain, che, se il signor marchese avr la ventura di
    impadronirsi  della sua persona,  far fucilare come si deve il signor
    visconte.
    - Ed ecco la risposta, - prosegu il locandiere.
    Si volt,  e illumin con la lanterna un altro  manifesto  affisso  di
    fronte al primo, sull'altro battente. Il viaggiatore lesse:
    Gauvain avverte Lantenac che se lo prende lo far fucilare.
    - Il primo manifesto, - disse l'oste, -  stato attaccato qui ieri, il
    secondo stamane. La risposta non si  fatta attendere.
    A  mezza voce,  e come parlando a se stesso,  il viaggiatore pronunci
    queste poche parole,  che il locandiere ud,  ma non comprese un  gran
    che.
    -  S,   pi che la guerra nella patria,   la guerra nella famiglia.
    Occorre, ed  bene che ci sia. I grandi ringiovanimenti dei popoli si
    pagano cos.
    E il viaggiatore,  portandosi la mano al cappello,  l'occhio fisso sul
    secondo manifesto, lo salut.
    L'oste prosegu:
    - Sapete bene anche voi, cittadino, come va la faccenda. Nelle citt e
    nelle  grosse  borgate  siamo per la rivoluzione,  nella campagna sono
    contro.  Lo stesso che dire: nelle citt si   francesi,  nei  paesini
    sono bretoni.  E' una guerra tra borghigiani e contadini.  Ci chiamano
    "patauds",  loro;  noi li chiamiamo zoticoni.  Nobili e preti sono con
    loro.
    - Non tutti, - interruppe il cavaliere.
    - Certo,  cittadino, dal momento che abbiamo qui un visconte contro un
    marchese.
    E tra s soggiunse: E credo davvero di star parlando a un prete.
    Il cavaliere continu:
    - E chi dei due ha il sopravvento?
    --Fino ad ora, il visconte. Ma stenta.  Il vecchio  duro.  Sono della
    famiglia Gauvain,  nobili di queste parti.  Una famiglia con due rami.
    C' il ramo principale, il cui capo si chiama marchese di Lantenac,  e
    il  ramo  secondario,  il cui capo si chiama visconte Gauvain.  Adesso
    quei  due  rami  si  battono.  Tra  gli  alberi  queste  cose  non  si
    verificano,  ma  tra  gli  uomini  s.  Quel  marchese  di  Lantenac 
    onnipossente in Bretagna;  per i contadini,   un principe.  Il giorno
    del  suo  sbarco ha avuto immediatamente mille uomini ai suoi comandi;
    in una settimana si sono  sollevate  trecento  parrocchie.  Se  avesse
    potuto occupare un punto della costa,  sarebbero sbarcati gli inglesi.
    Per fortuna,  c'era laggi questo Gauvain,  suo pronipote.  Che strano
    caso!  E' il comandante repubblicano,  questo giovane, e ha rintuzzato
    suo zio proprio a dovere. Fortuna ha voluto,  poi,  che quel Lantenac,
    arrivando  e  massacrando  un gran numero di prigionieri,  abbia fatto
    fucilare due donne,  una delle quali aveva tre bimbi che  erano  stati
    adottati  da  un  battaglione  di parigini.  Questo ha fatto s che il
    battaglione  diventasse  terribile.   Si  chiama  il  battaglione  del
    Berretto  Rosso.  Non  che ne restino molti di quei parigini,  ma quei
    pochi sono baionette furibonde.  Sono stati incorporati nella  colonna
    del  comandante  Gauvain.  Nulla  resiste loro.  Vogliono vendicare le
    donne e riavere i bimbi. Non si sa di preciso che cosa ne abbia fatto,
    il vecchio, di questi piccini,  e appunto questo esaspera maggiormente
    i granatieri parigini.  Se non ci fossero di mezzo quei bimbi,  questa
    guerra, ecco, non sarebbe quello che . Il visconte  un buono e bravo
    giovane.  Ma il  vecchio    un  marchese  spaventevole.  I  contadini
    chiamano  questa  guerra la guerra di san Michele contro Belzeb.  Voi
    non ignorate, forse,  che san Michele  un santo qui del paese.  Nella
    baia, in mezzo all'acqua, c' una montagna dedicata a lui. Si dice che
    abbia fatto precipitare il diavolo e l'abbia seppellito sotto un'altra
    montagna, poco lontana di qui, che chiamano Tombelaine.
    - S,  - mormor il cavaliere;  - "Tumba Beleni", la tomba di Belenus,
    di Belus, di Bel, di Belial, di Belzeb.
    - Vedo che siete informato.
    E, tra s, l'oste si disse: Sa il latino,  un prete di sicuro.
    Poi riprese:
    - Ebbene,  cittadino,  per i contadini si tratta appunto della ripresa
    di quella guerra,  adesso.  Inutile dire che per loro san Michele  il
    generale realista e Belzeb il comandante patriota;  ma se un  diavolo
    c'  non  pu essere che Lantenac: e se c' un angelo,  non pu essere
    che Gauvain. Non prendete nulla, voi, cittadino?
    - Ho la mia borraccia e il mio pezzo di pane.  Ma non mi dite che cosa
    succede a Dol, voi.
    - Ecco.  Gauvain comanda la colonna di spedizione della costa. La mira
    di Lantenac era di far insorgere tutti,  di trovare un appoggio per la
    Bassa  Bretagna nella Bassa Normandia,  di aprire la porta a Pitt e di
    dare manforte al grande esercito  vandeano  con  ventimila  inglesi  e
    duecentomila  contadini.  Gauvain ha stroncato quel piano in quattro e
    quattr'otto.  Tiene la costa e respinge Lantenac  nell'interno  e  gli
    inglesi  in  mare.  Lantenac  era qui,  e lui lo ha sloggiato;  gli ha
    ripreso il Pont-au-Beau;  l'ha scacciato da Avranches,  l'ha scacciato
    da  Villedieu,  gli  ha impedito di giungere a Granville.  Manovra per
    risospingerlo nella foresta di Fougres e accerchiarvelo. Tutto andava
    bene. Ieri Gauvain era qui con la sua colonna.  A un tratto,  allarme.
    Il vecchio,  che  abile, ha fatto una punta, si viene a sapere che ha
    marciato su Dol.  Se prende Dol e piazza su monte  Dol  una  batteria,
    poich non gli mancano cannoni, quello  un punto della costa dove gli
    inglesi possono abbordare,  e tutto  perduto. Appunto per questo, non
    essendoci un minuto da perdere, Gauvain, che  una testa fine,  non ha
    preso consiglio che da se stesso,  non  stato a chiedere ordini e non
    ha atteso;  ha suonato il buttasella,  attaccato  i  cavalli  ai  suoi
    pezzi,  radunato i suoi uomini, sguainato la sciabola, ed ecco in qual
    modo, mentre Lantenac si getta su Dol,  Gauvain si getta sul Lantenac.
    Quelle  due  fronti bretoni si cozzeranno proprio a Dol.  Sar un urto
    coi fiocchi. Devono essere sotto, adesso.
    - Quanto tempo ci vuole per andare a Dol?
    - A un reparto con carriaggi almeno tre ore. Ma ci sono gi, adesso.
    Il viaggiatore prest ascolto e disse:
    - Mi sembra infatti di udire il cannone.
    L'oste ascolt.
    - S,  cittadino.  E anche le fucilate.  Stracciano la tela.  Dovreste
    passare la notte qui. Non c' da buscarsi niente di buono, laggi.
    - Fermarmi non posso. Devo continuare per la mia strada.
    -  E  avete  torto.  Io  non so che cosa andiate a fare laggi,  ma il
    rischio  grande,  e,  a meno che non si tratti di ci che di pi caro
    avete al mondo...
    - Si tratta proprio di questo, - rispose il cavaliere.
    - ...Di qualche cosa come un figlio...
    - Press'a poco, - disse il cavaliere.
    Il  locandiere  alz la testa e disse tra s: Eppure questo cittadino
    mi ha tutta l'aria d'un prete.  E dopo  un  momento  di  riflessione:
    Dopo tutto, per, anche un prete pu avere dei figli.
    -  Rimettete  la  briglia  al mio cavallo,  - disse il viaggiatore.  -
    Quanto vi debbo?
    E pag.
    L'oste ricolloc il truogolo e il secchio accanto  al  muro,  e  torn
    verso il viaggiatore.
    - Visto che siete deciso ad andarvene,  ascoltate il mio consiglio. E'
    evidente che andate a Saint-Malo. Or bene,  non passate da Dol.  Ce ne
    sono due,  di strade, quella che passa da Dol e quella che va lungo il
    mare. Sono tutt'e due lunghe lo stesso.  La strada lungo il mare passa
    da  Saint-Georges di Brehaigne,  Cherrueix e Hirel-leVivier.  Lasciate
    Dol a sud e Cancale a nord. L in fondo alla via cittadino,  troverete
    il crocicchio delle due strade: quella di Dol  a sinistra,  quella di
    Saint-Georges di Brehaigne  a destra. Ascoltatemi bene, se passate da
    Dol, cadete nel massacro. Non prendete a sinistra, quindi,  prendete a
    destra.
    - Grazie, - disse il viaggiatore.
    E stimol il cavallo.
    Si era fatto buio; egli si immerse nella notte.
    Il locandiere lo perse di vista.
    Quando  il  viaggiatore fu in fondo alla via,  al crocicchio delle due
    strade, udi la voce del locandiere che gli gridava di lontano:
    - Prendete a destra.
    Prese a sinistra.

    2.
    DOL.

    Dol,  citt spagnola della Francia in Bretagna,  come la qualificano i
    cartolari,  non   una citt,   una via.  Una grande via gotica tutta
    fiancheggiata a destra e a sinistra di case con pilastri,  per  niente
    allineate,  che  formano  sporgenze e rientranze nella via,  del resto
    larghissima.  Il rimanente della citt non  che una  rete  di  viuzze
    collegate  a  questa grande via diametrale e sfociantivi come ruscelli
    dentro un fiume. La citt, senza porte n mura,  aperta,  dominata dal
    monte Dol, non sarebbe in grado di sostenere un assedio; ma la via s,
    potrebbe sostenerlo.  I promontori di case,  che vi si vedevano ancora
    cinquant'anni  or  sono,   e  le  due  gallerie  o  portici   che   la
    fiancheggiano  ne  facevano un solidissimo e resistentissimo caposaldo
    in  caso  di  combattimenti.  Tante  case,  altrettante  fortezze;   e
    bisognava  conquistarle una dopo l'altra.  Il vecchio mercato era,  su
    per gi, a mezza via.
    Il locandiere della  "Croix-Branchard"  aveva  detto  la  verit;  nel
    momento  in  cui  egli  parlava,  una mischia forsennata riempiva Dol.
    Nella citt era improvvisamente scoppiato un  duello  notturno  tra  i
    bianchi  arrivati  al  mattino e gli azzurri sopraggiunti la sera.  Le
    forze  erano  ineguali:  i  bianchi   erano   seimila,   gli   azzurri
    millecinquecento;  ma in una cosa erano pari: nell'accanimento.  Degno
    di nota  il fatto che erano stati i millecinquecento ad  attaccare  i
    seimila.
    Da una parte una folla,  dall'altra una falange.  Da una parte seimila
    contadini, con cuori di Ges sulle casacche di pelle, nastri bianchi
    ai cappelli tondi,  sentenze  cristiane  sui  bracciali  e  rosari  ai
    cinturoni,  con  pi  forche  che sciabole e carabine senza baionette,
    trascinantisi  dietro  con  le  corde  i  cannoni  che  avevano,   mal
    equipaggiati,  mal disciplinati, male armati, ma frenetici. Dall'altra
    parte millecinquecento soldati,  col tricorno fregiato dalla  coccarda
    tricolore,  la  giubba  a  grandi  falde  e  a  grandi risvolti con la
    bandoliera incrociata,  la sciabola dall'impugnatura di  ottone  e  il
    fucile dalla lunga baionetta,  addestrati, allineati, docili e feroci,
    idonei all'obbedienza da quella gente capace di comandare  che  erano,
    volontari   anch'essi,   ma   volontari  della  patria,   a  brandelli
    d'altronde, e senza scarpe; per la monarchia, contadini paladini;  per
    la rivoluzione,  eroi scalzi.  Tanto una schiera che l'altra aveva per
    anima il proprio comandante: i realisti un vecchio,  i repubblicani un
    giovane. Da una parte Lantenac, dall'altra Gauvain.
    La  rivoluzione,  a  fianco  delle  giovani figure gigantesche,  quali
    Danton,  Sait-Just e Robespierre,  ha le giovani figure ideali,  quali
    Hoche e Marceau. Gauvain era una di queste figure.
    Gauvain aveva trent'anni, con un aspetto d'Ercole, l'occhio serio d'un
    profeta  e  il  riso  d'un  bambino.   Non  fumava,  non  beveva,  non
    bestemmiava.  Portava con s,  in piena guerra.  l'occorrente  per  la
    toeletta;  aveva gran cura delle unghie,  dei denti,  dei capelli, che
    aveva scuri e superbi; durante le soste, poi,  sbatteva egli stesso al
    vento la sua marsina da capitano,  sforacchiata di pallottole e bianca
    di polvere.  Sebbene si cacciasse sempre a corpo morto nelle  mischie,
    non  era  mai  stato  ferito.  La  sua  voce dolcissima aveva,  quando
    occorreva, i bruschi scoppi del comando.  Era il primo a dar l'esempio
    nel dormire per terra, sotto il vento di tramontana, sotto la pioggia,
    nelle neve,  ravvolto nel mantello, la bella testa posata su un sasso.
    Era un'anima eroica e innocente. La sciabola in pugno lo trasfigurava.
    Aveva quell'aria effeminata che  tanto formidabile nelle battaglie.
    Con questo, pensatore e filosofo, un giovane saggio; Alcibiade per chi
    lo vedeva, Socrate per chi lo udiva.
    In quella immensa improvvisazione che  la rivoluzione francese,  quel
    giovane si era di punto in bianco dimostrato un condottiero.
    La sua colonna, costituita da lui stesso, era, come la legione romana,
    una  specie  di  minuscolo  esercito  completo  in ogni sua parte.  Si
    componeva di fanteria e di cavalleria;  aveva  esploratori,  pionieri,
    zappatori, pontieri; e, come la legione romana disponeva di catapulte,
    disponeva di cannoni.  Tre pezzi ippotrainati rendevano quella colonna
    forte al tempo stesso che la lasciavano maneggevole.
    Anche Lantenac era un condottiero; peggio ancora. Era pi riflessivo e
    pi ardimentoso a un tempo. I veri vecchi eroi hanno maggior freddezza
    dei giovani perch sono lontani dall'aurora, e maggiore audacia perch
    sono vicini alla morte.  Che hanno da perdere?  tanto poco!  Da ci le
    manovre temerarie,  al tempo stesso che sapienti,  di Lantenac.  Ma in
    sostanza,  e quasi sempre,  in  quell'incaponito  corpo  a  corpo  del
    vecchio  e  del giovane,  Gauvain aveva il sopravvento.  Era,  pi che
    altro, fortuna. Tutte le buone venture, anche quella terribile,  fanno
    parte della giovent. La vittoria  un pochino ganza.
    Lantenac  era esasperato contro Gauvain;  innanzi tutto perch Gauvain
    lo batteva,  e in secondo luogo perch era suo parente.  Cosa gli  era
    saltato  in  mente  di  essere  giacobino,  a  quel  Gauvain,  a  quel
    gaglioffo,  suo  erede  per  giunta  giacch  il  marchese  non  aveva
    figlioli,  suo pronipote,  quasi suo nipote!  Ah!, diceva quel quasi
    nonno; se gli metto le mani addosso, lo ammazzo come un cane!.
    La repubblica,  del resto,  aveva ragione di darsi  pensiero  di  quel
    marchese di Lantenac. Sbarcato appena, gi faceva tremare. Il suo nome
    aveva  corso  attraverso  l'insurrezione vandeana come la fiamma lungo
    una striscia di polvere,  e Lantenac era immediatamente  diventato  il
    centro  di  tutto.  In una rivolta di quella specie,  nella quale sono
    tutti gelosi l'uno dell'altro, e in cui ciascuno ha il suo cespuglio o
    il suo anfratto,  se sopravviene qualcuno che sia  alto,  ricollega  i
    comandanti  sparpagliati,  eguali fra loro.  Quasi tutti i condottieri
    dei boschi si erano messi al seguito di Lantenac,  e,  di vicino o  di
    lontano, gli obbedivano.
    Uno  solo  lo  aveva lasciato,  il primo che gli si era messo assieme:
    Gavard.  Perch?  Perch era un uomo di fiducia.  Gavard era venuto  a
    conoscenza  di  tutti  i  segreti  e  aveva adottato tutti i piani del
    vecchio sistema di guerra civile che Lantenac veniva a soppiantare e a
    sostituire. Ora, da un uomo di fiducia non si eredita; la scarpa di La
    Rouarie non  aveva  potuto  calzare  Lantenac.  Gavard  era  andato  a
    raggiungere Bonchamp.
    Lantenac,  come uomo di guerra,  era della scuola di Federico Secondo,
    aveva in mente di combinare la  grande  con  la  piccola  guerra.  Non
    voleva  saperne  n  d'una  massa  confusa,  come il grosso esercito
    cattolico e regio,  folla destinata ad essere  schiacciata,  n  d'uno
    sparpagliamento  nelle  macchie  e  nei  cedui,  ottima per molestare,
    impotente per atterrare. La guerriglia non conclude,  o conclude male.
    Si comincia con l'attaccare una repubblica e si finisce per svaligiare
    una diligenza.  Lantenac non capiva quella guerra bretone, n tutta in
    rasa campagna come La Rochejaquelin,  n  tutta  nella  foresta,  come
    Giovanni  Chouan,  n Vandea n "Chouannerie";  voleva la vera guerra;
    valersi del contadino,  ma dandogli un appoggio  nel  soldato.  Voleva
    bande  per  la  strategia e reggimenti per la tattica.  Trovava quegli
    eserciti di  contado  subito  adunati,  subito  dispersi,  ottimi  per
    l'attacco,  l'imboscata  e  la sorpresa;  ma li sentiva troppo fluidi;
    erano,  in mano sua,  come acqua;  intendeva creare,  in quella guerra
    ondeggiante  e  diffusa,  un  punto  solido,  intendeva  aggiungere al
    selvaggio  esercito  delle  foreste  un   contingente   regolare   che
    costituisse  il perno di manovra dei contadini.  Profondo e spaventoso
    pensiero: se fosse riuscito  ad  attuarlo,  la  Vandea  sarebbe  stata
    inespugnabile.
    Ma un contingente regolare,  dove trovarlo? dove trovare soldati? dove
    trovare  reggimenti?  dove  trovare  un  esercito  bell'e  pronto?  In
    Inghilterra.  Da  ci  l'idea  fissa  del Lantenac di far sbarcare gli
    inglesi.  Appunto cos capitola la coscienza dei partiti;  la coccarda
    bianca  gli  nascondeva  l'abito  rosso.  Lantenac  non  aveva  che un
    pensiero: impadronirsi d'un punto del  litorale,  e  cederlo  a  Pitt.
    Appunto  per  questo,  vedendo Dol indifesa,  le si era gettato sopra,
    onde impadronirsi, di l, del monte Dol, e dal monte Dol della costa.
    La localit era ben scelta.  Il cannone del monte Dol avrebbe spazzato
    da  un  lato il Fresnois,  dall'altro Saint-Brelade,  avrebbe tenuto a
    distanza la squadra  di  Cancale,  e  avrebbe  resa  libera  tutta  la
    spiaggia a uno sbarco, dal Raz-sur-Couesnon a Saint-Meloir-des-Ondes.
    Perch  questo  decisivo tentativo riuscisse,  Lantenac aveva condotto
    con s poco pi di seimila uomini, quanto di pi robusto si annoverava
    nelle bande a sua disposizione,  e tutta  la  sua  artiglieria:  dieci
    colubrine da sedici,  una bastarda da otto e un pezzo reggimentale che
    lanciava  palle  da  quattro  libbre.  Intendeva  piazzare  una  forte
    batteria  sul monte Dol,  secondo il principio che mille colpi sparati
    con dieci cannoni fanno  pi  di  millecinquecento  colpi  tirati  con
    cinque cannoni.
    La  riuscita  pareva  certa.  Erano in seimila uomini.  Non avevano da
    temere,   dalla  parte  di  Avranches,   se  non  Gauvain  e  i   suoi
    millecinquecento uomini e dalla parte di Dinan che Lchelle. Lchelle,
      vero,  aveva  venticinquemila  uomini,  ma era lontano venti leghe.
    Lantenac era dunque rassicurato,  nei  confronti  di  Lchelle,  dalla
    grande  distanza  contro il grande numero,  e nei confronti di Gauvain
    dal piccolo numero contro la  piccola  distanza.  Aggiungiamo  che  il
    Lchelle  era un inetto,  e che,  tempo dopo,  fece schiacciare i suoi
    venticinquemila uomini nelle lande della  Croix-Bataille,  scacco  che
    pag con il suicidio.
    Lantenac  era  dunque  perfettamente sicuro.  La sua entrata in Dol fu
    improvvisa e dura.  Il marchese di Lantenac aveva una rude  rinomanza;
    tutti lo sapevano senza misericordia. Resistenze non ne furono nemmeno
    tentate.  Atterriti,  gli  abitanti si barricarono nelle loro case.  I
    seimila vandeani si allogarono nella citt con campagnola  confusione,
    quasi  come  in  un campo da fiera,  senza furieri di alloggio,  senza
    assegnazioni di accantonamenti, bivaccando a caso,  cucinando in pieno
    vento,  sparpagliandosi  nelle  chiese,  abbandonando  i  fucili per i
    rosari. Lantenac si rec subito,  con alcuni ufficiali di artiglieria,
    a riconoscere monte Dol,  lasciando il comando a Gouge-le-Bruant,  che
    aveva nominato luogotenente generale.
    Questo Gouge-le-Bruant ha  lasciato  una  vaga  traccia  di  s  nella
    storia.   Aveva  due  soprannomi:  Trita-azzurri  per  via  delle  sue
    carneficine di patrioti,  e l'"Imnus",  in quanto c'era in lui un non
    so che di inesprimibilmente orribile.  "Imnus" derivato da "immanis",
      un  antico  vocabolo  basso  normanno,  che  esprime  la  bruttezza
    sovrumana,  e  quasi  divina,  nello spavento,  il demone,  il satiro,
    l'orco.  Un antico manoscritto dice: d'mes daeux j' vis l'imnus: ho
    visto  l'immane  coi  miei  propri occhi.  I vecchi della boscaglia,
    oggigiorno,  non sanno pi chi sia stato Gouge-le-Bruant,  n che cosa
    significhi Trita-azzurri; ma l'"Imnus" lo conoscono, sia pure in modo
    confuso.  L'"Imnus"  entrato a far parte delle superstizioni locali.
    A Trmorel  e  a  Plumaugat,  due  localit  dove  Gouge-le-Bruant  ha
    lasciato   l'impronta   del   suo  piede  funesto,   si  parla  ancora
    dell'"Imnus". In Vandea, gli altri erano i selvaggi,  Gouge-le-Bruant
    era  il  barbaro.  Era  una  specie  di  cacicco,  tatuato  di lettere
    dell'alfabeto e di fiordalisi,  aveva sulla faccia lo schifoso e quasi
    soprannaturale  bagliore  di  un'anima  alla  quale nessun'altra anima
    umana rassomigliava. Nel combattimento,  era infernalmente coraggioso,
    atroce dopo.  Era un cuore pieno di tortuosi recessi,  portato a tutte
    le dedizioni,  incline a  tutti  i  furori.  Ragionava?  S,  ma  come
    strisciano  i  serpenti: a spirale.  Partiva dall'eroismo per giungere
    all'assassinio.  Impossibile indovinare di dove gli  venivano  le  sue
    risoluzioni,  grandiose,  talvolta,  a  furia d'essere mostruose.  Era
    capace di ogni orribile inatteso. La sua ferocia era epica.
    Da ci quel deforme soprannome: l'"Imnus".
    Il marchese di Lantenac aveva fiducia nella sua crudelt.
    Crudelt,  era giusto: l'"Imnus" vi  eccelleva.  In  strategia  e  in
    tattica, per, si distingueva meno, e forse il marchese aveva preso un
    granchio facendone un luogotenente generale.  Checch ne sia, Lantenac
    si lasci  dietro  l'"Imnus"  con  l'incarico  di  sostituirlo  e  di
    vegliare su tutto.
    Gouge-le-Bruant, pi guerriero che militare, era pi idoneo a sgozzare
    un  "clan"  che  a  tenere  una  citt.  Nondimeno,  dispose  posti di
    granguardia.
    Venuta la sera,  mentre,  dopo aver riconosciuto la  postazione  della
    progettata  batteria,  se  ne  ritornava  verso  Dol,  il  marchese di
    Lantenac ud a un tratto il cannone.  Guard.  Un rosso  fumacchio  si
    innalzava  dalla  via  principale.  C'era  stata sorpresa,  irruzione,
    assalto; si battevano dentro la citt.
    Bench non facile a stupirsi, fu stupefatto. Non si aspettava nulla di
    simile. Chi poteva essere? Non Gauvain, evidentemente.  Non si attacca
    in  uno  contro  quattro.  Era forse Lchelle?  Ma che marcia forzata,
    allora! Lchelle era improbabile; Gauvain impossibile.
    Lantenac spron il cavallo.  Strada  facendo,  incontr  abitanti  che
    fuggivano.  Li  interrog.  Erano  pazzi  di  paura.  Gridavano:  Gli
    azzurri!  gli azzurri!.  Quando giunse,  le cose non  andavano  punto
    bene.
    Ecco quanto era accaduto.

    3.
    PICCOLI ESERCITI E GRANDI BATTAGLIE.

    Arrivando  a  Dol,  i  contadini,  l'abbiamo  appena  detto,  si erano
    sparpagliati per la citt,  ciascuno facendo a suo modo,  come  capita
    quando si obbedisce da amici,  che era il modo di dire dei vandeani.
    E' un genere d'obbedienza quello, che pu fare degli eroi,  ma non dei
    soldati  di  truppa.  Avevano  messo  al  riparo  le loro artiglierie,
    assieme ai bagagli, sotto le tettoie del vecchio mercato, e,  stanchi,
    bevendo,  mangiando,  borbottando  il rosario,  si erano coricati alla
    rinfusa attraverso la via maggiore, ingombra piuttosto che presidiata.
    Caduta la notte, la maggior parte si addormentarono, la testa sui loro
    zaini,  qualcuno con la moglie al fianco,  poich spesso le  contadine
    seguivano i contadini;  in Vandea, le donne gravide fungevano da spie.
    Era una mite notte  di  luglio;  le  costellazioni  risplendevano  nel
    profondo azzurro nero del cielo. Tutto quel bivacco, che era piuttosto
    una  sosta  di  carovana  che  un  accampamento  di truppe,  si mise a
    sonnecchiare tranquillamente. A un tratto, al bagliore del crepuscolo,
    quanti  non  avevano  ancora  chiuso  gli  occhi  scorsero  tre  pezzi
    d'artiglieria piazzati all'imbocco della via maggiore.
    Era  Gauvain.  Aveva  sorpreso  la  gran guardia,  ed era nella citt;
    occupava con la sua colonna l'imbocco della via.
    Un contadino si rizz, grid: Chi va l?, e spar una fucilata.  Gli
    rispose  un  colpo  di  cannone.  Poi  crepit  un  furioso  fuoco  di
    fucileria.  Tutta la folla  assopita  si  alz  di  soprassalto.  Duro
    risveglio, addormentarsi sotto le stelle e riaprire gli occhi sotto la
    mitraglia.
    Il  primo  momento  fu  terribile.  Non  c'  nulla di pi tragico del
    formicolio d'una folla fulminata.  Tutti si buttarono sulle loro armi.
    Chi gridava,  chi correva,  molti cadevano.  I "gars",  assaliti,  non
    sapevano pi quel  che  si  facevano  e  si  tiravano  archibugiate  a
    vicenda.  Alcuni,  storditi,  uscivano dalle case,  vi rientravano, ne
    uscivano di nuovo, correvano smarriti qua e l nel tumulto.  Familiari
    che si chiamavano a vicenda. Lugubre combattimento, con di mezzo donne
    e  fanciulli.  Le  palle fischianti solcavano l'oscurit.  Il fuoco di
    fucileria crepitava da tutti i cantucci bui. Tutto era fumo e tumulto.
    Vi si aggiungeva il groviglio dei carri e delle  carrette.  I  cavalli
    scalciavano.  La gente camminava sui feriti. Si udivano urli da terra.
    Orrore di questi,  stupore di quelli.  I soldati e  gli  ufficiali  si
    cercavano.  In mezzo a tanto cupe indifferenze. Una donna allattava il
    suo neonato seduta contro un muricciolo,  al quale  era  addossato  il
    marito,  che  aveva  la  gamba fracassata e che,  mentre il sangue gli
    colava,  caricava  tranquillamente  la  carabina  e  sparava  a  caso,
    ammazzando  davanti  a s,  nel buio.  Uomini ventre a terra sparavano
    attraverso le ruote dei carri.  A  tratti,  si  innalzava  un  clamore
    folle. La grossa voce del cannone copriva tutto. Era spaventoso. Parve
    una abbattuta d'alberi.  Tutti cadevano gli uni sugli altri.  Gauvain,
    imboscato, mitragliava a colpo sicuro e perdeva pochi uomini.
    L'intrepido disordine dei contadini fin comunque col  mettersi  sulla
    difensiva.  Ripiegarono  sul mercato,  vasta ridotta buia,  foresta di
    pilastri di sasso.  L,  si ripresero;  tutto quanto aveva parvenza di
    bosco  ispirava  loro fiducia.  L'"Imnus" suppliva come sapeva meglio
    all'assenza di Lantenac. Avevano dell'artiglieria, con loro,  ma,  con
    grande  sbalordimento  di  Gauvain,  non se ne servivano affatto.  Ci
    perch gli ufficiali d'artiglieria  essendo  andati  col  marchese  in
    ricognizione  sul  monte  Dol,  i  "gars"  non sapevano che fare delle
    colubrine bastarde;  ma crivellavano di fucilate gli  azzurri  che  li
    cannoneggiavano.  I  contadini  rispondevano col fuoco di moschetteria
    alla mitraglia.  Adesso,  erano loro  a  essere  al  coperto.  Avevano
    ammucchiato l'uno sull'altro i carri, le carrette, i bagagli, tutto il
    bottame  del  vecchio  mercato,  e  improvvisata un'alta barricata con
    feritoie,  attraverso le quali passavano le  loro  carabine.  Da  quei
    fori,  il  loro  fuoco  di fucileria diventava micidiale.  N ci volle
    molto.   In  un  quarto  d'ora  il  mercato   presentava   un   fronte
    imprendibile.
    La faccenda si faceva seria per Gauvain.  Quel mercato, trasformato di
    punto in bianco in cittadella,  era l'inatteso.  L erano i  contadini
    solidi e compatti.  A Gauvain era riuscita la sorpresa ma la rotta gli
    veniva a mancare. Era smontato da cavallo. Attento,  la spada in pugno
    sotto  le  braccia  incrociate,  ritto  nel bagliore di una torcia che
    illuminava la sua batteria, egli guardava tutta quell'ombra,
    L'alta sua statura,  in quella luce,  lo rendeva visibile agli  uomini
    della barricata. Era il bersaglio di tutti, ma non vi faceva caso.
    Le  raffiche  di  pallottole  sparate  dalla  barricata si abbattevano
    intorno a Gauvain, pensoso.
    Ma aveva l'artiglieria, lui, contro tutte quelle carabine. La palla di
    cannone  finisce  sempre  per  dire  l'ultima  parola.   Chi  possiede
    l'artiglieria  ha in pugno la vittoria.  La sua batteria,  ottimamente
    servita, gli assicurava la superiorit.
    All'improvviso,  un lampo balen dal mercato pieno di tenebre;  si ud
    come  un colpo di fulmine,  e una palla di cannone giunse a forare una
    casa, proprio sopra la testa di Gauvain.
    La barricata rispondeva al cannone col cannone.
    Che accadeva?  Qualche fatto nuovo di sicuro.  L'artiglieria,  adesso,
    non era pi da una sola parte.
    Una  seconda  palla  segu  la  prima,  e  and  a cacciarsi nel muro,
    vicinissima a Gauvain. Una terza palla gli gett a terra il cappello.
    Erano palle di grosso calibro.  Quello che sparava  era  un  pezzo  da
    sedici.
    - Vi prendono di mira, comandante, - gridarono gli artiglieri.
    E spensero la torcia. Gauvain, sovrappensiero, raccolse il cappello.
    Qualcuno, infatti, prendeva di mira Gauvain; era Lantenac.
    Il  marchese  era  giunto  proprio  allora nella barricata dalla parte
    opposta.
    L'"Imnus" gli era corso incontro.
    - Monsignore, ci hanno colti alla sprovvista.
    - Chi sono?
    - Non lo so.
    - E' libera la strada di Dinan?
    - Credo.
    - Bisogna incominciare la ritirata.
    - Incomincia. Molti se la sono gi svignata.
    - Non si deve svignarsela,  bisogna ritirarsi.  Perch non  vi  valete
    dell'artiglieria?
    - S' persa la testa. E poi, gli ufficiali non c'erano.
    - Ci vado io.
    - Io,  monsignore,  ho diretto su Fougres quanti pi bagagli, donne e
    cose  inutili  ho  potuto.   Che  dobbiamo  farne  dei   tre   piccoli
    prigionieri?
    - Ah! quei bimbi?
    - S.
    - Sono nostri ostaggi. Falli condurre alla Tourgue.
    Detto questo,  il marchese si rec alla barricata.  Giunto il capo, la
    faccia delle cose  mut  di  colpo.  La  barricata  era  malfatta  per
    l'artiglieria;  non c'era posto che per due cannoni,  il marchese mise
    in batteria due pezzi  da  sedici,  per  i  quali  furono  aperte  due
    feritoie.  Mentre era curvo su uno dei cannoni a osservare la batteria
    nemica da una di quelle aperture, scorse Gauvain.
    - Lui! - esclam.
    Allora impugn egli stesso lo scovolo e il calcatoio, caric il pezzo,
    regol l'alzo e punt.
    Tre volte prese di mira Gauvain, e lo manc. Il terzo colpo non riusc
    che a togliergli il cappello.
    - Tanghero! - brontol Lantenac. - Un po' pi basso, e avevo la testa.
    Di colpo la torcia si spense,  e il marchese non ebbe pi davanti a s
    che le tenebre.
    - Sia! - egli disse.
    Poi, rivolgendosi ai contadini artiglieri, grid:
    - A mitraglia!
    Gauvain, da parte sua, non era meno serio. La situazione si aggravava.
    Si  andava  delineando una nuova fase del combattimento.  La barricata
    era giunta al punto da prenderlo a cannonate. Chi poteva sapere se non
    sarebbe passata dalla difensiva all'offensiva?  Aveva  davanti  a  s,
    defalcando i morti e i fuggiaschi,  almeno cinquemila combattenti, e a
    lui non  rimanevano  che  milleduecento  uomini  usufruibili.  Che  ne
    sarebbe  stato  dei  repubblicani  se  il nemico si accorgeva del loro
    esiguo numero?  Le parti  sarebbero  state  invertite.  Da  assalitori
    sarebbero  stati assaliti.  Se la barricata avesse tentato una sortita
    tutto sarebbe stato perduto.
    Che fare?  Non era il caso di pensar  ad  attaccare  la  barricata  di
    fronte; un colpo di viva forza era chimerico; milleduecento uomini non
    ne  disboscano  cinquemila.  Assalire  era impossibile,  attendere era
    funesto. Bisognava farla finita. Ma come?
    Gauvain era del paese,  conosceva la  citt,  sapeva  che  il  vecchio
    mercato, nel quale si erano fortificati i vandeani, era addossato a un
    dedalo di viuzze strette e tortuose.
    Si  volse  verso  il  suo  luogotenente  che  era quel valido capitano
    Guchamp diventato, tempo dopo, famoso per aver spazzato la foresta di
    Concise dove era nato Giovanni  Chouan,  e  per  avere,  sbarrando  ai
    ribelli  il passaggio dello stagno della Chaine,  impedito la presa di
    Bourgneuf.
    - Guchamp,  - gli disse.  - Vi passo il comando.  Fate tutto il fuoco
    che  potete.  Sforacchiate  la barricata a colpi di cannone.  Tenetemi
    occupati tutti quei "gars".
    - Capito, - disse il Guchamp.
    - Ammassate la colonna,  con le armi cariche,  e tenetela  pronta  per
    l'attacco.
    E aggiunse qualche parola all'orecchio del Guchamp.
    - Inteso, - disse il Guchamp.
    Gauvain riprese:
    - Tutti in piedi i nostri tamburini?
    - S.
    - Ne abbiamo nove. Tenetevene due, e datene sette a me.
    I  sette  tamburini  avanzarono  in  silenzio per schierarsi davanti a
    Gauvain.
    Allora Gauvain grid:
    - A me il battaglione del Berretto Rosso!
    Dodici uomini, tra i quali un sergente, uscirono dal grosso.
    - Chiedo tutto il battaglione, - disse Gauvain.
    - Eccolo! - rispose il sergente.
    - Dodici, siete.
    - Non siamo rimasti che in dodici.
    - Sta bene, - disse Gauvain.
    Quel sergente era il  buono  e  rustico  veterano  Radoub,  che  aveva
    adottato  in  nome  del  battaglione  i tre bimbi incontrati nel bosco
    della Saudraie.
    Come il  lettore  ricorder,  soltanto  mezzo  battaglione  era  stato
    sterminato  a Herbe-en-Pail,  e Radoub aveva avuto la buona ventura di
    non farne parte.
    Era l vicino un carro di foraggio; Gauvain lo addit al sergente.
    - Sergente,  fate fare dai vostri uomini delle trecce  di  paglia,  da
    attorcigliare intorno a fucili in modo che non si oda rumore se urtano
    tra loro.
    Pass un minuto, durante il quale l'ordine venne eseguito nel buio, in
    silenzio.
    - Fatto, - disse il sergente.
    - Soldati, toglietevi le scarpe, - riprese Gauvain.
    - Non ne abbiamo, - disse il sergente.
    Erano in tutto, compresi i sette tamburini, diciannove uomini. Gauvain
    era il ventesimo.
    Grid:
    -  In  fila  indiana.  Seguitemi.  I tamburini subito dietro a me.  Il
    battaglione dopo. Voi comanderete il battaglione, sergente.
    Si mise alla  testa  della  colonna,  e,  mentre  il  cannoneggiamento
    continuava da ambo le parti, quei venti uomini, scivolando come ombre,
    si inoltrarono nelle viuzze deserte.
    Camminarono cos qualche tempo,  svicolando rasente alle case.  Tutto,
    nella citt,  pareva morto;  i  borghigiani  si  erano  tappati  nelle
    cantine.  Non un uscio che non fosse sprangato, non un'imposta che non
    fosse chiusa. Non un filo di luce, intorno.
    La via maggiore elevava, in quel silenzio, un furibondo putiferio.  La
    battaglia  a  cannonate  continuava.  La  batteria  repubblicana  e la
    batteria realista si sputavano rabbiosamente addosso a  vicenda  tutta
    la loro mitraglia.
    Dopo venti minuti di quella marcia tortuosa, il Gauvain, che in quella
    oscurit camminava con sicurezza,  giunse allo sbocco d'una viuzza che
    metteva nella via principale: soltanto,  si era dall'altra  parte  del
    mercato.
    La  posizione  era  aggirata.  Nessun  trinceramento  da  quella parte
    (eterna imprudenza dei  costruttori  di  barricate),  il  mercato  era
    aperto,  e  nulla  impediva  di  penetrare  sotto  i porticati dove si
    trovavano alcuni carri di bagagli coi  cavalli  attaccati,  pronti  ad
    andarsene. Gauvain e i suoi diciannove uomini avevano davanti a loro i
    cinquemila vandeani; di schiena, per, non di petto.
    Gauvain  parl  a  voce  bassa  al  sergente;  la paglia attorcigliata
    attorno ai fucili fu tolta;  i dodici  granatieri  si  appostarono  in
    linea di battaglia dietro l'angolo della viuzza,  e i sette tamburini,
    bacchettte alzate, stettero in attesa.
    Le  scariche  di  artiglieria  erano  intermittenti.   A  un   tratto,
    nell'intervallo tra due detonazioni, Gauvain alz la spada e con voce,
    che, in quel silenzio, parve uno squillo di tromba, grid:
    -  Duecento  uomini  a destra,  duecento uomini a sinistra;  tutti gli
    altri sul centro!
    I dodici colpi di fucile detonarono,  e i sette tamburini suonarono la
    carica.
    E Gauvain lanci il terribile grido degli azzurri:
    - Alla baionetta! addosso!
    L'effetto fu inaudito.
    Tutta quella massa contadina si sent presa alle spalle,  e s'immagin
    d'essere assalita da quella parte da un nuovo esercito.  Nel  medesimo
    tempo,  udendo il rullo dei tamburi, la colonna che presidiava l'altro
    capo della via principale, comandata da Guchamp,  si mosse,  battendo
    anch'essa  la carica,  e si gett a passo di corsa sulla barricata.  I
    contadini si videro tra due fuochi. Il panico  un ingrandimento;  nel
    panico,  un  colpo  di  pistola  fa  il rumore di una cannonata,  ogni
    clamore  fantasma,  e l'abbaiare d'un cane sembra il  ruggito  di  un
    leone. Aggiungiamo che il contadino s'impaurisce come la paglia prende
    fuoco  e  che  una  paura  di contadino diventa disfatta con la stessa
    facilit con la quale un fuoco di  stoppie  diventa  incendio.  Fu  un
    fuggi fuggi indicibile.
    In  pochi  momenti  il  mercato  fu  vuoto.   I  "gars"  atterriti  si
    disgregarono.  Gli ufficiali non potevano pi farci nulla.  L'"Imnus"
    ammazz  inutilmente  due  o  tre fuggiaschi;  non si udiva che questo
    grido: Si salvi chi pu!,  e attraverso  le  vie  della  citt  come
    attraverso  i  fori  d'uno  staccio,  quell'esercito si disperse nella
    campagna, con la rapidit di una nube portata via dall'uragano.
    Alcuni fuggivano verso Chateauneuf, altri verso Plerguer, altri ancora
    verso Antrain.
    Il marchese di Lantenac vide quel disastro.  Inchiod di  sua  propria
    mano i cannoni,  poi si ritir,  ultimo,  lentamente e freddamente,  e
    disse: - Decisamente,  i contadini non ce la fanno.  Ci occorrono  gli
    inglesi.

    4.
    E' LA SECONDA VOLTA.

    La vittoria era completa.
    Gauvain  si volt verso gli uomini del battaglione del Berretto Rosso,
    e disse loro:
    - Siete dodici, ma ne valete mille.
    Una parola del capo, era la croce d'onore di quel tempo.
    Guchamp, lanciato da Gauvain fuori della citt,  insegu i fuggiaschi
    e ne prese parecchi.
    Le torce furono accese e la citt fu frugata.
    Quanti  non  poterono  fuggire,  si  arresero.  La  via  principale fu
    illuminata con fanali.  Era  letteralmente  seminata  di  morti  e  di
    feriti. La fine d'un combattimento ha sempre qualche strascico. Gruppi
    disperati  resistevano  ancora  qua e l.  Furono circondati,  ed essi
    deposero le armi.
    Gauvain aveva notato nella sfrenata mischia  della  disfatta  un  uomo
    intrepido,  una specie di fauno agile e robusto, che aveva protetto la
    fuga degli altri e non era affatto  fuggito.  Quel  contadino  si  era
    servito  della  sua carabina in modo magistrale,  prendendo a fucilate
    con la canna,  accoppando col calcio,  tanto che  l'aveva  fracassato.
    Adesso,  impugnava  con  una  mano  una  pistola,  e  con  l'altra una
    sciabola.  Nessuno osava avvicinarlo.  A un  tratto  Gauvain  lo  vide
    traballare e addossarsi a un pilastro della via principale.  Era stato
    ferito di sicuro;  ma impugnava  sempre  la  sciabola  e  la  pistola.
    Gauvain si ficc la spada sotto il braccio e gli si avvicin.
    - Arrenditi! - gli disse.
    L'uomo  lo  guard fissamente.  Il sangue gli scorreva sotto le vesti,
    sgorgando da una ferita che aveva ricevuto, e faceva una pozza ai suoi
    piedi.
    - Sei mio prigioniero, - riprese Gauvain.
    L'uomo rimase muto.
    - Come ti chiami?
    L'uomo disse:
    - Mi chiamo Danza-nel-buio.
    - Sei un coraggioso, - disse Gauvain.
    E gli tese la mano.
    L'uomo rispose:
    - Viva il re!
    E, raccolte quante forze gli rimanevano,  alzando ambo le braccia a un
    tempo,  spar  al  cuore  di  Gauvain una pistolettata,  calandogli un
    fendente sulla testa.
    Lo fece con una subitaneit da tigre.  Ma qualcuno fu  pi  svelto  di
    lui:  un uomo a cavallo,  giunto allora allora,  che era l da qualche
    secondo senza che nessuno se ne fosse  accorto.  Vedendo  il  vandeano
    alzare  la  sciabola  e  la  pistola,  quell'uomo  si  gett tra lui e
    Gauvain. Senza quell'uomo, Gauvain sarebbe stato spacciato. Il cavallo
    ricevette la pistolettata,  l'uomo il fendente di spada,  ed  entrambi
    caddero. Tutto questo nel tempo di emettere un grido.
    Da parte sua, anche il vandeano si era accasciato al suolo.
    La sciabolata aveva colpito l'uomo in a terra, svenuto. Il cavallo era
    morto.
    Gauvain si avvicin.
    - Chi  quest'uomo? - domand.
    Lo  osserv.  Il  sangue  della  sciabolata  inondava  il ferito e gli
    metteva una rossa maschera.  Era impossibile discernerne il viso.  Gli
    si scorgevano i capelli grigi.
    -  Quest'uomo  mi  ha  salvato  la  vita,  -  prosegu Gauvain.  - C'
    qualcuno, qui, che lo conosca?
    - Comandante,  - disse un soldato;  -  quest'uomo    entrato  proprio
    adesso  in  citt.   L'ho  visto  arrivare.  Veniva  dalla  strada  di
    Pontorson.
    Il chirurgo maggiore della colonna era accorso con la sua cassetta. Il
    ferito continuava a rimanere senza conoscenza.  Il chirurgo lo esamin
    e disse:
    - Un semplice sfregio.  Non  nulla.  Si pu ricucire. Tra otto giorni
    sar in piedi. Bella sciabolata!
    Il ferito aveva indosso un mantello, una sciarpa tricolore,  pistole e
    spada. Fu coricato su una barella. Lo svestirono. Fu recato un secchio
    d'acqua  fresca e il chirurgo lav la ferita.  Cominci a mostrarsi il
    viso. Gauvain lo guardava con profonda attenzione.
    - Ha carte con s ? - domand.
    Il chirurgo palp la tasca laterale e ne  trasse  un  portafogli,  che
    porse a Gauvain.
    Intanto il ferito, rianimato dall'acqua fredda, recuperava i sensi. Le
    sue palpebre si muovevano vagamente.
    Gauvain frugava il portafogli.  Vi trov un foglio di carta piegato in
    quattro. Lo spieg, lesse:
    Comitato di salute pubblica. Il cittadino Cimourdain....
    Gett un grido:
    - Cimourdain!
    Questo grido fece dischiudere gli occhi al ferito.
    Gauvain pareva fuori di s!
    - Cimourdain! siete voi! E' la seconda volta che mi salvate la vita.
    Cimourdain  guardava  Gauvain.   Un  lampo  di  gioia  ineffabile  gli
    illuminava il volto sanguinante.
    Gauvain cadde in ginocchio davanti al ferito, dicendo:
    - Maestro mio!
    - Tuo padre! - disse Cimourdain.

    5.
    LA GOCCIA D'ACQUA FREDDA.

    Erano molti anni che non si vedevano pi; ma i loro cuori non si erano
    mai  staccati  l'uno  dall'altro.  Si  riconobbero  come se si fossero
    separati il giorno prima.
    Un'ambulanza era stata improvvisata nel municipio di  Dol.  Cimourdain
    vi  fu  ricoverato  su  un letto in una cameretta contigua alla grande
    corsia comune dei feriti. Il chirurgo,  che aveva ricucito lo sfregio,
    mise  termine  alle  reciproche  effusioni  dei  due,  e  dichiar che
    Cimourdain doveva essere lasciato dormire. Gauvain, d'altra parte, era
    richiesto dalle mille preoccupazioni che costituiscono i  doveri  e  i
    grattacapi della vittoria. Cimourdain rimase solo; ma non dorm. Aveva
    addosso  due  febbri:  quella  della  ferita  e quella della gioia che
    provava.
    Non dorm.  Nondimeno,  non gli sembrava  d'essere  sveglio.  Era  mai
    possibile?  Il suo sogno si era avverato. Cimourdain era di quelli che
    non credono alla  buona  sorte,  eppure  l'aveva.  Ritrovava  Gauvain.
    L'aveva lasciato giovinetto e lo ritrovava uomo;  lo ritrovava grande,
    temibile,  intrepido.  Lo ritrovava trionfante,  e trionfante  per  il
    popolo.  Gauvain era, in Vandea, il sostegno della rivoluzione; ed era
    stato lui, Cimourdain, a erigere quella colonna alla repubblica.  Quel
    vittorioso  era  il  suo  discepolo.  Attraverso quel giovane aspetto,
    forse riservato al pantheon repubblicano,  egli vedeva raggiare il suo
    proprio pensiero,  di lui, Cimourdain. Il suo discepolo, il figlio del
    suo spirito, era gi da allora un eroe,  e tra non molto sarebbe stato
    una  gloria.  A  Cimourdain  sembrava di rivedere la sua propria anima
    fatta Genio.  Aveva appena visto coi suoi propri  occhi  come  Gauvain
    faceva  la  guerra.  Era  come  Chirone  che  avesse  visto combattere
    Achille.  Misterioso rapporto tra il prete e il  centauro:  il  prete,
    infatti, non  uomo che fino a mezzo corpo.
    Tutti   gli  episodi  di  quella  avventura,   frammisti  all'insonnia
    provocata dalla sua ferita,  colmavano Cimourdain  di  una  specie  di
    misteriosa ebbrezza.  Spuntava, magnifico, un giovane destino, e, cosa
    che aumentava ancor pi la profonda sua gioia, lui, Cimourdain,  aveva
    pieni poteri su quel giovane destino.  Ancora un risultato come quello
    che aveva appena visto, e Cimourdain non avrebbe avuto che da dire una
    parola perch la repubblica affidasse a  Gauvain  un  esercito.  Nulla
    abbacina quanto lo stupore di veder riuscire ogni cosa.  A quel tempo,
    ciascuno aveva il  suo  sogno  militare,  ciascuno  voleva  creare  un
    generale:  Danton  voleva  creare  tale  il  Westermann;   Marat,   il
    Rossignol;  Hbert,  il Ronsin;  Robespierre voleva destituirli tutti.
    Perch non Gauvain?,  si diceva Cimourdain; e sognava. Aveva davanti
    a s lo sconfinato;  passava da una ipotesi  all'altra;  gli  ostacoli
    svanivano  uno  dopo  l'altro;  messo  che si abbia il piede su quella
    scala, non ci si ferma pi; ascesa senza fine: si parte dall'uomo e si
    arriva alla stella.  Un grande generale non   che  un  comandante  di
    eserciti;  un  grande  condottiero   al tempo stesso un capo di idee.
    Cimourdain sognava Gauvain grande condottiero.  Gli pareva,  poich la
    fantasticheria va in fretta,  di vedere Gauvain sull'Oceano,  inteso a
    dare la caccia agli inglesi; sul Reno, a castigare i re del Nord;  sui
    Pirenei,  che faceva indietreggiare la Spagna;  sulle Alpi, che faceva
    segno a Roma di risorgere.  In  Cimourdain  c'erano  due  uomini,  uno
    tenero e uno tetro: entrambi erano contenti.  L'inesorabile essendo il
    suo ideale,  al tempo stesso che vedeva  Gauvain  superbo,  lo  vedeva
    infatti anche terribile.  Cimourdain pensava a tutto ci che si doveva
    distruggere prima di costruire,  e si diceva certo che non era ora  da
    intenerimenti quella. Gauvain sarebbe stato all'altezza, come allora
    si diceva.  Cimourdain si immaginava Gauvain che schiacciava col piede
    le tenebre,  corazzato di luce,  con un bagliore di meteora in fronte,
    spalancando le grandi ali ideali della giustizia,  della ragione e del
    progresso, con una spada in pugno. Angelo, ma sterminatore.
    Nel pieno di questa fantasticheria,  che  era  quasi  un'estasi,  ud,
    dall'uscio  dischiuso,  parlare  nella  grande  corsia dell'ambulanza,
    attigua alla sua camera.  Riconobbe la voce di Gauvain.  Quella  voce,
    malgrado gli anni di distacco, egli l'aveva sempre avuta nell'orecchio
    e la voce del fanciullo si ritrova nella voce dell'uomo.  Ascolt.  Si
    ud uno stropiccio di passi; poi qualcuno disse:
    -  Questo,   comandante,     l'uomo  che  vi  ha   sparato   addosso.
    Approfittando  del momento che nessuno lo guardava,  si era trascinato
    in una cantina. Ve l'abbiamo trovato. Eccolo qui.
    Allora Gauvain ud questo dialogo tra Gauvain e l'uomo:
    - Sei ferito?
    - Sto bene abbastanza, per essere fucilato.
    - Mettetelo a letto, quest'uomo. Medicatelo, curatelo, guaritelo.
    - Voglio morire, io.
    - Tu vivrai.  Hai tentato di uccidermi in nome del re;  io  ti  faccio
    grazia in nome della repubblica.
    Un'ombra  pass  sulla  fronte di Cimourdain.  Ebbe come una specie di
    brusco risveglio, e mormor con un certo qual sinistro accasciamento:
    - E' davvero un clemente.

    6.
    PETTO GUARITO, CUORE SANGUINANTE.

    Uno sfregio fa  presto  a  guarire;  ma  c'era  altrove  qualcuno  pi
    gravemente ferito di Cimourdain. Era la donna fucilata, che Tellmarch,
    il  mendicante,  aveva  raccolta  nella  grande  pozza di sangue della
    fattoria d'Herbe-en-Pail.
    Michelina Flchard versava  in  pericolo  pi  ancora  di  quanto  non
    l'avesse  creduto  Tellmarch.   Al  foro  che  aveva  sopra  il  seno,
    corrispondeva un foro nella spalla.  Mentre una  pallottola  le  aveva
    spezzato  la  clavicola,  un'altra  le  aveva  attraversato la spalla.
    Siccome,  per,  non era stato leso il  polmone,  essa  pot  guarire.
    Tellmarch era un filosofo, espressione contadinesca che significa un
    po' medico, un po' chirurgo, un po' stregone. Cur la ferita nella sua
    tana da bestia, sul suo giaciglio di fuchi, con quelle cose misteriose
    che si chiamano semplici, e, grazie a lui, ella visse.
    La clavicola si risald,  i fori della spalla e del petto si chiusero.
    Alcune settimane dopo la ferita era convalescente.
    Una mattina pot uscire dal nascondiglio  appoggiandosi  a  Tellmarch.
    And a sedersi sotto gli alberi, al sole. Tellmarch sapeva ben poco di
    lei:  le  ferite  al  petto esigono il silenzio,  e,  durante la quasi
    agonia che aveva preceduto la sua guarigione,  la  donna  aveva  detto
    appena  poche parole.  Quando faceva per parlare,  Tellmarch la faceva
    tacere.  Lei,  per,  aveva un pensiero fisso,  ostinato,  e Tellmarch
    notava nei suoi occhi un cupo andirivieni di pensieri pungenti. Quella
    mattina era forte,  poteva quasi camminare da sola. Curare un malato 
    quasi come esercitare su di lui una specie di paternit,  Tellmarch la
    guardava, felice. Il buon vecchio si mise a sorridere. Le parl.
    - E cos? Eccoci in piedi. Non abbiamo pi ferite.
    - Altro che al cuore, - disse lei.
    Poi soggiunse:
    - Non lo sapete proprio dove sono, allora?
    - Chi?
    - I miei figlioli.
    Quell'"allora" esprimeva tutto un mondo di pensieri; significava: Dal
    momento  che  non  me  ne parlate,  dal momento che da tanti giorni mi
    state accanto senza farmene parola,  dal momento che  mi  fate  tacere
    ogni qualvolta tento di rompere il silenzio,  dal momento che sembrate
    temere che ve ne parli,  bisogna che non abbiate da dirmene alcunch.
    Spesso,  nella  febbre,  nello  smarrimento,  nel delirio,  ella aveva
    chiamato i suoi figlioli e aveva ben visto,  giacch il delirio ne  fa
    di tali rilievi, aveva ben visto che il vecchio non le rispondeva.
    Tellmarch, infatti, non avrebbe saputo che dirle. Non  facile parlare
    a  una  madre  dei  suoi figlioli perduti.  E poi,  che ne sapeva lui?
    niente. Sapeva che una madre era stata fucilata,  che questa madre era
    stata trovata a terra da lui, che, quando l'aveva raccolta, era su per
    gi  un  cadavere,  che  quel  cadavere  aveva tre figlioli,  e che il
    marchese di Lantenac, dopo aver fatto fucilare la madre, aveva portato
    via i figlioli. L si fermavano tutte le sue informazioni.  Che ne era
    stato di quei bimbi? Erano anche soltanto ancora al mondo? Sapeva, per
    essersene  informato,  che  si  trattava  di  due  maschietti e di una
    bambina  appena  svezzata.  Nient'altro.   Si  faceva,   su  quei  tre
    sventurati,  un  mucchio  di  domande,  alle quali,  per,  non poteva
    rispondere. La gente del paese che aveva interrogato, s'era limitata a
    scuotere la testa.  Il signor di Lantenac non era un uomo  di  cui  si
    parlasse volentieri.
    Non  si  parlava  volentieri  di Lantenac,  n si parlava volentieri a
    Tellmarch.  I contadini hanno un genere di sospetti  tutti  loro.  Non
    volevano   bene  a  Tellmarch.   Tellmarch  il  Pitocco  era  un  uomo
    inquietante. Perch guardava sempre il cielo?  che cosa faceva,  a che
    pensava   nelle   lunghe   sue   ore  di  immobilit  ?   Era  strano,
    indubbiamente. In quel paese in piena guerra, in piena conflagrazione,
    in piena combustione, in cui tutti gli uomini non avevano che una cosa
    che stesse loro a cuore, la devastazione, e che un lavoro da compiere,
    la carneficina,  in cui era una gara a chi avrebbe bruciato una  casa,
    sgozzato una famiglia, massacrato un posto, saccheggiato un villaggio,
    dove  non  si  pensava  che  a  tendersi imboscate,  ad attirarsi l'un
    l'altro nelle trappole,  e a  uccidersi  a  vicenda,  quel  solitario,
    assorto nella natura, come sommerso nella immensa pace delle cose, che
    coglieva  erbe  e  piante,  non d'altro occupato che dei fiori,  degli
    uccelli e delle stelle, era evidentemente pericoloso. Era evidente che
    avesse perduto la ragione: non s'imboscava  dietro  nessun  cespuglio,
    non  sparava  fucilate a nessuno.  Ci faceva nascere intorno a lui un
    certo qual timore.
    - Quell'uomo  pazzo, - dicevano i passanti.
    Tellmarch era pi che un uomo isolato, era un uomo evitato.
    Nessuno gli rivolgeva domande, nessuno gli rispondeva.  Egli non aveva
    dunque  potuto  informarsi  quanto  avrebbe  voluto.  La guerra si era
    propagata altrove; erano andati a battersi pi lontano; il marchese di
    Lantenac era scomparso dall'orizzonte, e nello stato d'animo in cui si
    trovava Tellmarch, perch si accorgesse della guerra,  sarebbe occorso
    che questa gli mettesse il piede addosso.
    Dopo  queste  parole:  I  miei  figli,  Tellmarch  aveva  smesso  di
    sorridere,  e la madre si era assorta  nei  suoi  pensieri.  Che  cosa
    accadeva in quell'anima?  Ella era come in fondo a un abisso. Di colpo
    guard Tellmarch, e grid di nuovo, quasi con accento di collera:
    - I miei figli!
    Tellmarch abbass la testa come un colpevole.
    Pensava a quel marchese di Lantenac,  che non pensava a lui di sicuro,
    e che, probabilmente, non sapeva neppure pi che egli esistesse. Se ne
    rendeva  conto,  e  diceva  tra  s  e  s:  Un signore,  quando  in
    pericolo, vi conosce; quando ne  fuori, non vi conosce pi.
    E si domandava: Ma perch ho salvato quel signore, io, allora?.
    E si rispondeva: Perch  un uomo.
    Su questo, rimase qualche tempo meditabondo, poi riprese in cuor suo:
    Ne sono proprio sicuro?.
    E torn a dirsi quella sua amara frase: Se lo avessi saputo!.
    Tutta quell'avventura lo accasciava,  in quanto scorgeva in tutto  ci
    che aveva fatto una specie di enigma.  Meditava dolorosamente.  Dunque
    una buona azione pu essere una cattiva  azione.  Chi  salva  il  lupo
    uccide l'agnello.  Chi riaggiusta l'ala dell'avvoltoio,  responsabile
    del suo artiglio.
    Si sentiva colpevole infatti.  L'incosciente collera di  quella  madre
    aveva ragione.
    Comunque, il fatto di aver salvato quella madre lo consolava dell'aver
    salvato il marchese.
    Ma quei bimbi?
    Anche  la  madre meditava.  Quei due pensieri si davano di gomito,  e,
    senza dirselo, s'incontravano, forse, nelle tenebre del fantasticare.
    Frattanto, lo sguardo della donna, in fondo al quale era la notte,  si
    fiss di nuovo su Tellmarch.
    - Eppure, non pu mica andare avanti cos, - ella disse.
    - Ssst! - fece Tellmarch, mettendosi un dito sulla bocca.
    Lei prosegu:
    -  Avete fatto male a salvarmi,  e ce l'ho con voi.  Preferirei essere
    morta,  dal momento che sono sicura che li vedrei.  Saprei dove  sono.
    Non mi vedrebbero, ma sarei loro vicino. Deve proteggere, una morta.
    L'uomo le prese il braccio e le tast il polso.
    - Calmatevi, - le disse; - vi fate ritornare la febbre.
    Essa gli domand, quasi con durezza:
    - Quando potr andarmene?
    - Andarvene?
    - S. Camminare.
    - Mai, se non siete ragionevole. Domani se avete buon senso.
    - Che cosa intendete per avere buon senso?
    - Aver fiducia in Dio.
    - Dio! dove mi ha messo i miei figlioli?
    Era come smarrita. La sua voce si fece dolcissima.
    - Capirete bene,  - ella gli disse, - che io non voglio rimanere cos.
    Voi di figlioli non ne avete  avuti,  io  s.  E'  un  altro  paio  di
    maniche.  Una cosa,  non si pu giudicarla,  quando non si sa che cosa
    sia. Non ne avete avuti di figlioli, voi, vero?
    - No, - rispose Tellmarch.
    - Io,  invece,  non ho avuto che loro.  Sono io  forse  senza  i  miei
    figlioli?  Vorrei  mi si spiegasse perch non ho i miei figlioli,  dal
    momento che non lo capisco da me. Mio marito  stato ammazzato, me, mi
    hanno fucilata; ma fa lo stesso, non capisco.
    - Andiamo,  - disse Tellmarch;  - ecco che vi riprende la febbre.  Non
    parlate pi.
    Lei lo guard, e tacque.
    A partire da quel giorno, essa non parl pi.
    Tellmarch  fu  obbedito pi di quanto volesse.  Lei trascorreva lunghe
    ore accovacciata ai piedi del vecchio albero,  stupefatta.  Pensava  e
    taceva.  Il  silenzio porge un certo qual rifugio alle anime semplici,
    che  hanno  subto  la  sinistra  penetrazione  del   dolore.   Pareva
    rinunciare a capire.  Giunta a un certo grado, la disperazione diventa
    inintelligibile ai disperati.
    Tellmarch la osservava, sconvolto. Di fronte a quella sofferenza, quel
    vecchio aveva pensieri da donna. Ah s!, diceva in cuor suo: le sue
    labbra non parlano,  ma parlano i suoi occhi;  vedo bene  che  cos'ha,
    un'idea  fissa.  Essere stata madre,  e non esserlo pi!  essere stata
    nutrice, e non esserlo pi!  Non vi si pu rassegnare.  Pensa alla pi
    piccina che allattava,  lei, ancora poco tempo fa. Ci pensa, ci pensa,
    ci pensa.  Dev'essere cos delizioso,  infatti,  sentire una boccuccia
    rosa  che  vi  sugge  l'anima  da dentro il corpo e che si fa,  con la
    vostra vita, la propria!.
    E  taceva  anche  lui,   ben  comprendendo,   di  fronte  a  un   tale
    accasciamento,  l'impotenza della parola. Il silenzio di un'idea fissa
     terribile.  E in che modo far intender ragione all'idea fissa di una
    madre?  La maternit non ha scappatoie;  non si discute con essa.  Ci
    che rende sublime una madre,   il fatto che  una specie  di  bestia.
    L'istinto materno  divinamente animale.  La madre non  pi donna,  
    femmina.
    I bimbi non sono bimbi, ma piccoli.
    Ci fa s che nella  madre  ci  sia  qualche  cosa  d'inferiore  e  di
    superiore  al  ragionamento.  Una madre ha un fiuto.  E' in lei,  e la
    guida, l'immensa volont tenebrosa della creazione.  Accecamento pieno
    di chiaroveggenza.
    Adesso Tellmarch avrebbe voluto far parlare quella sventurata.  Non ci
    riusciva. Una volta le disse:
    - Disgraziatamente, sono vecchio, io,  e non cammino pi.  Tocco molto
    pi  presto  l'estremo  delle  mie forze che la fine della mia strada.
    Dopo un quarto d'ora,  le gambe mi si rifiutano di  proseguire,  e  mi
    debbo  fermare.  Non fosse cos,  vi potrei accompagnare.  Dopo tutto,
    per  forse  un  bene  che  io  non  possa  farlo.  Sarei  forse  pi
    pericoloso che utile per voi. Qui, sono tollerato; ma io sono sospetto
    agli azzurri come contadino, e ai contadini come stregone.
    Aspett una risposta. Lei non alz nemmeno gli occhi.
    Un'idea  fissa  sfocia nella follia o nell'eroismo.  Ma di che eroismo
    pu essere capace una povera contadina? di nessuno.  Pu essere madre,
    e  tutto   detto.  La Flchard si sprofondava ogni giorno pi nel suo
    fantasticare. Tellmarch l'osservava.
    Cerc di tenerla occupata. Le port filo, aghi,  ditale.  Lei infatti,
    con grande piacere del povero pitocco, si mise ad agucchiare. Pensava,
    ma  lavorava: indizio di salute.  Le forze le tornavano a poco a poco.
    Si aggiust la biancheria,  i panni,  le scarpe;  ma  la  sua  pupilla
    rimaneva vitrea.  Cos agucchiando,  cantava inintelligibili canzoni a
    mezza voce.  Mormorava nomi,  nomi di bimbi,  probabilmente,  non cos
    distintamente   che  Tellmarch  li  potesse  capire.   S'interrompeva,
    talvolta,  e ascoltava gli uccelli,  quasi  che  avessero  notizie  da
    riferirle.  Guardava  che  tempo  fosse.  Le  labbra  le si agitavano.
    Parlava tra s, sottovoce.  Fece un sacco e lo colm di castagne.  Una
    mattina  Tellmarch  la  vide  che se ne andava,  l'occhio fisso a caso
    sulle profondit della foresta.
    - Dove andate? - le domand.
    Lei rispose:
    - Li vado a cercare.
    L'uomo non fece nulla per trattenerla.

    7.
    LE DUE FACCE DELLA VERITA'.

    In capo ad alcune settimane piene di tutto l'andirivieni della  guerra
    civile,  non  si  parlava  d'altro,  in  quel di Fougres,  che di due
    uomini,  diametralmente  opposti  l'uno  all'altro,  e  che  nondimeno
    assolvevano  lo stesso compito,  vale a dire combattevano uno a fianco
    dell'altro la grande battaglia repubblicana.
    Il selvaggio duello vandeano continuava, ma la Vandea perdeva terreno.
    Nell'Ille-et-Vilain specialmente,  grazie al giovane comandante che  a
    Dol  aveva tanto a proposito rintuzzato l'audacia dei seimila realisti
    con l'audacia dei millecinquecento patrioti, l'insurrezione era se non
    spenta almeno ridotta e circoscritta di parecchio. A quel felice colpo
    di mano ne erano seguiti parecchi altri,  e da quei reiterati successi
    era nata una nuova situazione.
    Le  cose  avevano  cambiato faccia;  ma era sopravvenuta una singolare
    complicazione.
    Non c'era dubbio che, in tutta quella parte della Vandea, chi aveva il
    sopravvento era la repubblica, ma quale? Nel trionfo che si abbozzava,
    due repubbliche erano di fronte l'una  all'altra:  la  repubblica  del
    terrore  e  la repubblica della clemenza,  di cui l'una voleva vincere
    con il rigore, l'altra con la mitezza. Quale sarebbe prevalsa?  Quelle
    due  forme,  la  forma  conciliante  e  la  forma  implacabile,  erano
    rappresentate da due uomini,  ciascuno  dei  quali  aveva  la  propria
    influenza  e  la  propria  autorit,  l'uno  come comandante militare,
    l'altro come delegato civile. Quale di questi due uomini avrebbe avuto
    il sopravvento? Uno, il delegato, aveva temibili punti d'appoggio: era
    giunto recando la  minacciosa  consegna  della  Comune  di  Parigi  ai
    battaglioni  del  Santerre:  Niente  grazia,  niente quartiere.  Per
    sottomettere ogni cosa alla sua autorit,  egli aveva il decreto della
    Convenzione  che  comminava la pena di morte contro chiunque mettesse
    in libert e facesse evadere un caporione ribelle prigioniero,  pieni
    poteri  emanati dal comitato di salute pubblica,  e una ingiunzione di
    prestargli obbedienza, firmata: Robespierre, Danton, Marat. L'altro,
    il soldato, non aveva dalla sua che questa forza: la piet.
    Non aveva per s che il proprio braccio,  che batteva i nemici,  e  il
    proprio  cuore,  che  faceva  loro grazia.  Vincitore,  si riteneva in
    diritto di risparmiare i vinti.
    Da ci un conflitto,  ma profondo,  tra i due.  Erano  entrambi  sulle
    nubi,  ma  su  nubi  diverse,  entrambi in lotta con la ribellione,  e
    ciascuno con la sua propria folgore: la  vittoria  l'uno,  il  terrore
    l'altro.
    In  tutta  la  boscaglia  non  si  parlava  che  di loro,  e ci che
    aumentava l'ansiet degli sguardi fissati su di essi  da  ogni  parte,
    era il fatto che quei due uomini,  tanto assolutamente opposti,  erano
    al tempo stesso strettamente uniti.  Quei due  antagonisti  erano  due
    amici.  Mai  nessuna simpatia pi alta e pi profonda aveva avvicinato
    due cuori;  il feroce aveva salvato la vita al clemente,  e ne portava
    lo  sfregio  al  viso.  Quei  due  uomini  incarnavano l'uno la morte,
    l'altro la vita; uno era il principio terribile,  l'altro il principio
    pacifico: e si volevano bene.  Strano problema.  Ci si immagini Oreste
    misericordioso e Pilade inclemente. Ci si immagini Arimane fratello di
    Ormuzd.
    Aggiungiamo che quello dei due che veniva chiamato il feroce era  al
    tempo stesso il pi fraterno degli uomini; medicava i feriti, curava i
    malati,  trascorreva  i  giorni  e  le  notti  nelle ambulanze e negli
    ospedali, s'inteneriva sui fanciulli scalzi,  non aveva nulla di suo e
    dava  tutto  ai  poveri.  Quando  si  battevano,  ci andava anche lui;
    procedeva in testa alle colonne e si  cacciava  nel  pi  forte  della
    mischia,  armato,  giacch  portava  alla  cintura  una sciabola e due
    pistole,  e disarmato,  giacch nessuno mai l'aveva visto sfoderare la
    sciabola  o  mettere  mano  alle pistole.  Affrontava i colpi e non ne
    restituiva.  Si diceva che fosse stato prete.  Uno di quei due  uomini
    era Gauvain, l'altro Cimourdain.
    C'era  amicizia  tra  quei due uomini,  ma odio tra quei due princpi.
    Erano come un'anima tagliata in due parti avverse.  Gauvain,  infatti,
    aveva ricevuto una met dell'anima di Cimourdain, ma la met dolce. Si
    sarebbe  detto  che  Gauvain  avesse  avuto  il  raggio bianco,  e che
    Cimourdain si fosse tenuto per s quello che si potrebbe  chiamare  il
    raggio nero.  Da ci,  un intimo disaccordo.  N quella sorda ostilit
    poteva fare a meno di deflagrare. Una mattina il cozzo incominci.
    Cimourdain disse a Gauvain:
    - A che punto siamo?
    Gauvain rispose:
    - Lo sapete quanto me.  Ho disperso le bande di Lantenac.  Non ha  pi
    con s che pochi uomini, quello. L'ho messo con le spalle alla foresta
    di Fougres. Tra otto giorni sar accerchiato.
    - E tra quindici?
    - Sar preso.
    - E poi?
    - Avete letto il mio manifesto?
    - S. E allora?
    - Sar fucilato.
    - Di nuovo clemenza. Ghigliottinato deve essere.
    - Io, - disse Gauvain, - sono per la morte militare.
    - E io, - gli ribatt Cimourdain, - per la morte rivoluzionaria.
    Fiss in faccia Gauvain e gli disse:
    -  Perch  hai fatto mettere in libert quelle monache del convento di
    Saint-Marc-le-Blanc?
    - Non faccio la guerra alle donne, io, - rispose Gauvain.
    - Quelle donne l odiano il popolo,  e in fatto di odio una donna vale
    dieci  uomini.  Perch  ti  sei  rifiutato  di  mandare  al  tribunale
    rivoluzionario tutto quel mucchio di vecchi  preti  fanatici  presi  a
    Louvign?
    - Non faccio la guerra ai vecchi, io.
    -  Un  prete  vecchio  peggio di uno giovane.  Quando  predicata dai
    capelli bianchi,  la ribellione  pi pericolosa.  Si presta fede alle
    rughe. Niente falsa piet, Gauvain. I regicidi sono i liberatori. Abbi
    l'occhio fisso sulla torre del Tempio.
    -  La  torre del Tempio!  Ne farei uscire il delfino,  io.  Non faccio
    guerra ai fanciulli.
    L'occhio di Cimourdain si fece severo.
    - Sappi, Gauvain, che bisogna fare la guerra alla donna, quando questa
    si chiama Maria Antonietta, al vecchio,  quando si chiama Pio Settimo,
    papa, e al fanciullo, quando ha nome Luigi Capeto.
    - Non sono un uomo politico, io, maestro.
    -  Fa  di non essere un uomo pericoloso.  Perch mai,  all'assalto del
    posto di Coss,  quando il ribelle  Giovanni  Trenton,  messo  con  le
    spalle al muro,  ormai sopraffatto si  scagliato tutto solo, spada in
    pugno,  contro la tua  colonna,  tu  hai  gridato:  Aprite  le  file,
    lasciate passare?
    - Perch non ci si mette in millecinquecento per uccidere un uomo.
    -  Perch mai,  alla Cailleterie d'Astill,  quando vedesti che i tuoi
    soldati stavano per ammazzare il vandeano  Giuseppe  Bzier,  che  era
    stato  ferito e si trascinava per terra,  hai gridato: Andate avanti,
    me la vedo io!, e hai sparato una pistolettata in aria?
    - Perch non si uccide un caduto.
    - E hai avuto torto.  Oggi,  tanto l'uno che l'altro  sono  capibanda.
    Giuseppe  Bzier  si fa chiamare Mostaccio,  e Giovanni Trenton Gamba-
    d'argento.  Salvando quei due uomini,  hai procurato due  nemici  alla
    repubblica.
    -  La  mia  intenzione,  certo,   di procurarle degli amici,  non dei
    nemici.
    - Perch mai, dopo la tua vittoria di Landan,  non hai fatto fucilare
    i trecento contadini prigionieri?
    -  Perch,  siccome  il  Bonchamp  aveva  fatto  grazia ai prigionieri
    repubblicani,  volli si dicesse che la  repubblica  faceva  grazia  ai
    prigionieri realisti.
    - Ma allora, se prendi Lantenac, gli farai grazia, tu?
    - No.
    - Perch? Dal momento che hai fatto grazia ai trecento contadini...
    - I contadini sono ignoranti; Lantenac sa quel che si fa.
    - Ma Lantenac  tuo parente.
    - La grande parente  la Francia.
    - Lantenac  un vecchio.
    - Lantenac  uno straniero.  Lantenac non ha et.  Lantenac chiama gli
    inglesi.  Lantenac significa invasione.  Lantenac   il  nemico  della
    patria.  Il  duello tra lui e me non pu finire che con la sua morte o
    la mia.
    - Ricordati, Gauvain, di quanto hai detto.
    - Lo ripeto.
    Ci fu un silenzio. Si guardarono l'un l'altro.
    Poi Gauvain riprese:
    - Sar una data sanguinosa questo '93 in cui siamo!
    - Bada!  - esclam Cimourdain.  - I doveri terribili esistono davvero.
    Non accusare ci che non  accusabile.  Da quando in qua la malattia 
    colpa del medico?  Gi,  la caratteristica di  questo  anno  enorme  
    d'essere  spietato.  Perch?  perch   il grande anno rivoluzionario.
    Questo '93 in cui siamo incarna la rivoluzione.  La rivoluzione ha  un
    nemico,  il vecchio mondo,  ed  con esso spietata, al modo stesso che
    il chirurgo ha un nemico,  la cancrena,  ed  con  essa  spietato.  La
    rivoluzione  estirpa  la  regalit  con  il re,  l'aristocrazia con il
    nobile,  il dispotismo col soldato,  la superstizione  col  prete,  la
    barbarie  col giudice,  tutto ci che  tirannia,  con tutto ci che 
    tiranno, in una parola. L'operazione  spaventevole; la rivoluzione la
    pratica con mano sicura.  Quanto  alla  quantit  di  carne  sana  che
    sacrifica,  domanda  al Boerhaave che cosa ne pensi.  C' forse tumore
    che si possa asportare senza perdita di sangue?  C' forse incendio da
    spegnere  che non esiga la parte del fuoco?  Sono la condizione stessa
    della  buona  riuscita,   queste  temibili  necessit.   Un   chirurgo
    assomiglia  a  un  macellaio,  un  guaritore  pu  fare l'effetto d'un
    carnefice. La rivoluzione si dedica alla fatale sua opera. Mutila,  ma
    salva.  E che! le chiedete grazia per il bacillo, voi? esigete che sia
    clemente per ci che  velenoso?  Essa non ascolta.  Ha acciuffato  il
    passato,  e  lo  finir.  Pratica alla civilt una profonda incisione,
    dalla quale scaturir la salvezza del genere umano.  Soffrite?  non lo
    metto  in dubbio.  Quanto durer?  il tempo richiesto dall'operazione.
    Dopo,  vivrete.  La  rivoluzione  amputa  il  mondo;   da  ci  questa
    emorragia, il '93.
    - Il chirurgo  calmo,  - disse Gauvain; - gli uomini che io vedo sono
    violenti, invece.
    - La rivoluzione, - rispose Cimourdain, - richiede,  perch l'aiutino,
    operai  feroci.  Respinge  ogni  mano  che  trema.  Non  ha  fede  che
    nell'inesorabile. Danton  il terribile, Robespierre  l'inflessibile,
    Marat   l'implacabile.  Bada,  Gauvain.  Quei  nomi  sono  necessari.
    Valgono eserciti, per noi. Atterriranno l'Europa.
    - E anche l'avvenire, forse, - disse Gauvain.
    Tacque un attimo, e riprese:
    -  Voi  vi sbagliate,  d'altronde,  maestro.  Non accuso nessuno,  io.
    Secondo  me,   il  vero   punto   di   vista   della   rivoluzione   
    l'irresponsabilit.  Nessuno  innocente,  nessuno  colpevole.  Luigi
    Sedicesimo  un montone gettato fra  i  leoni.  Vuole  fuggire,  vuole
    salvarsi,  tenta di difendersi: morderebbe,  se potesse.  Ma non tutti
    possono essere leoni.  La sua velleit  gabellata per  delitto.  Quel
    montone in collera mostra i denti.  "Traditore",  dicono i leoni. E lo
    mangiano. Dopo di che, si battono tra di loro.
    - Il montone  una bestia.
    - E i leoni, che cosa sono?
    Questa risposta lasci pensoso Cimourdain. Alz la testa e disse:
    - Sono coscienze,  quei leoni.  Quei leoni sono idee.  Quei leoni sono
    princpi.
    - Fanno il terrore.
    - La rivoluzione sar la giustificazione del terrore, un giorno.
    E Gauvain riprese:
    -  Libert,  Uguaglianza,  Fraternit sono dogmi di pace e di armonia.
    Perch imprimere  loro  un  aspetto  spaventoso?  Che  cosa  vogliamo?
    Conquistare  i  popoli  alla repubblica universale.  Non facciamo loro
    paura, allora. A che l'intimidazione? I popoli non sono attratti dallo
    spauracchio meglio di quanto lo siano gli uccelli.  Per fare il  bene,
    non  si  deve  fare  il male.  Non si abbatte il trono per lasciare in
    piedi il patibolo.  Morte ai re,  e vita alle nazioni.  Abbattiamo  le
    corone,   risparmiamo  le  teste.  La  rivoluzione    concordia,  non
    spavento.  Sono servite male dagli inclementi,  le idee dolci.  Il pi
    bel  vocabolo  della  lingua umana,  per me,   amnistia.  Non intendo
    versare sangue che arrischiando il mio, io.  Io non so che combattere,
    d'altronde, e non sono che un soldato. Ma se non si pu perdonare, non
    vale  la  pena  di  vincere.  Nemici  dei  nostri  nemici  durante  la
    battaglia, siamone, dopo la vittoria, i fratelli.
    - Bada! - ripet per la terza volta Cimourdain. - Gauvain,  tu sei per
    me pi che un figlio. Bada!
    E, meditabondo, soggiunse:
    -  In  tempi  come  i nostri,  la piet pu essere una delle forme del
    tradimento.
    Udendo parlare quei due uomini, si sarebbe creduto di udire il dialogo
    della spada e della scure.

    8.
    DOLOROSA.

    Frattanto, la madre cercava i suoi piccini.
    Andava davanti a s.  Come viveva?  Impossibile dirlo.  Non lo  sapeva
    nemmeno lei. Cammin, cammin giorno e notte, notte e giorno. Mendic,
    mangi  erba,  si  coric per terra,  dorm all'aperto,  nei cespugli,
    sotto le stelle, qualche volta sotto la pioggia e sotto la tramontana.
    Vagabondava di paese in paese, di fattoria in fattoria,  informandosi.
    Si  fermava  sulle  soglie.  La sua veste era in brandelli.  C'era chi
    l'accoglieva, c'era chi la scacciava.  Quando non poteva entrare nelle
    case, andava nei boschi.
    Non  conosceva il paese.  Tutto ignorava,  eccettuato Siscoignard e la
    parrocchia di Az;  non aveva itinerario di sorta,  ritornava sui suoi
    passi,  ricominciava  una strada gi percorsa,  faceva tratti inutili.
    Seguiva ora una strada,  ora una  carreggiata,  ora  un  sentiero  nel
    ceduo.   In   quella  vita  errabonda  aveva  logorato  le  vesti  gi
    miserabili.  Aveva dapprima camminato con le  scarpe,  poi  coi  piedi
    nudi, poi coi piedi sanguinanti.
    E  andava  attraverso  la  guerra,  attraverso le fucilate senza nulla
    udire,  senza nulla vedere,  senza  nulla  evitare,  cercando  i  suoi
    figlioli.  Tutto  era  in  rivolta.  Gendarmi non ce n'erano pi.  Non
    c'erano pi sindaci,  non c'erano pi autorit.  Non poteva rivolgersi
    che ai passanti.
    E a questi parlava. Diceva:
    - Avete visto tre bimbi in qualche posto?
    I passanti alzavano la testa.
    - Due maschi e una bambina, - precisava.
    Poi proseguiva:
    - Gian Renato, Alano, Giorgina... non li avete visti?
    E diceva ancora:
    - Il maggiore ha quattro anni e mezzo, l'ultima, venti mesi.
    Quindi soggiungeva:
    - Sapete dove sono? Me li hanno portati via.
    La guardavano, ed era tutto.
    Accorgendosi che non la capivano, diceva ancora:
    - Sono miei, vedete? Ecco perch.
    La  gente  andava  per la propria strada.  Allora lei si fermava e non
    diceva pi nulla. E si lacerava il petto con le unghie.
    Un giorno, comunque, un contadino le diede retta. Il buon uomo si mise
    a riflettere.
    - Aspettate un po', - disse. - Tre bambini?
    - S.
    - Due maschietti?...
    - E una bambina.
    - Sono quelli che cercate?
    - S.
    - Ho udito parlare di un signore che aveva preso tre bimbi  e  che  li
    aveva con s.
    - Dov' quell'uomo? - grid lei - Dove sono?
    Il contadino rispose:
    - Andate alla Tourgue.
    - Li trover l i miei figlioli?
    - Pu anche darsi che s.
    - Avete detto, allora?
    - Alla Tourgue.
    - Che cos' la Tourgue?
    - Una localit.
    - Un paese? un castello? una fattoria?
    - Non ci sono mai stato, io.
    - Ed  lontano?
    - Non  vicino di sicuro.
    - Da che parte?
    - Dalla parte di Fougres.
    - Per dove si va?
    - Siete a Vantortes,  qui,  - disse il contadino;  - lascerete Erne a
    sinistra e Coxelles a destra;  passerete da Lorchamp e  attraverserete
    Leroux.
    E il contadino alz la mano verso l'occidente.
    - Sempre davanti a voi, andando dalla parte dove tramonta il sole.
    Prima ancora che il contadino avesse abbassato il braccio,  lei si era
    avviata.
    Il contadino le grid:
    - Ma state attenta. Si battono, da quelle parti.
    La donna non si volt per rispondergli; tir innanzi.

    9.
    UNA BASTIGLIA DI PROVINCIA.

    (1)
    La Tourgue.
    Il viaggiatore che,  quarant'anni or sono,  entrato nella  foresta  di
    Fougres  dalla parte di Laignelet,  ne usciva dalla parte di Parign,
    faceva,  sul  limitare  di  quella  profonda  boscaglia,  un  sinistro
    incontro.  Sboccando  dal  macchione,  gli  si  parava improvvisamente
    innanzi la Tourgue.
    Non la Tourgue viva,  ma la  Tourgue  morta.  La  Tourgue  screpolata,
    sbrecciata,  sfregiata e smantellata.  Il rudere sta all'edificio come
    il fantasma all'uomo.  Nessuna pi lugubre  visione  di  quella  della
    Tourgue.  Si  aveva sotto gli occhi un'alta torre rotonda,  tutta sola
    nell'angolo del bosco come un malfattore. Quella torre, ritta sopra un
    masso scosceso,  era di aspetto  quasi  romano,  tanto  era  solida  e
    corretta,  e tanto l'idea della potenza era,  in quel robusto insieme,
    commista all'idea della decadenza. E romana un pochino lo era, giacch
    era romanica.  Iniziata nel nono secolo,  era stata portata a  termine
    nel dodicesimo,  dopo la terza crociata.  Le imposte a cartoccio delle
    sue aperture ne denunciavano l'et. Le si andava vicino, si scalava la
    scarpata,  si scorgeva una breccia,  ci si arrischiava a entrarvi,  si
    era dentro,  era il vuoto. Qualche cosa come l'interno d'un clarinetto
    di sasso posato ritto sul suolo. Dall'alto in basso, nessun diaframma;
    n tetto,  n soffitto,  n impiantiti;  peducci di volte e di  camini
    soltanto,  feritoie per falconetti a varie altezze,  ordini di mensole
    di granito e qualche trave trasversale,  che indicava  i  vari  piani.
    Sulle  travi,  lo  sterco  degli  uccelli  notturni.  La  muraglia era
    colossale: quindici piedi di spessore alla base e dodici alla sommit.
    Crepacci, qua e l, e buchi, che erano stati usci,  attraverso i quali
    si scorgevano le scale nel tenebroso recesso del muro. Il passante che
    entrava l dentro alla sera,  udiva strepitare gli allocchi, i gufi, i
    succiacapre,  gli aironi notturni,  e si vedeva sotto ai  piedi  rovi,
    sassi,  rettili,  e,  sopra  la  testa,  attraverso  una nera apertura
    circolare, che era la sommit della torre e pareva l'imboccatura di un
    pozzo enorme, le stelle.
    Voleva la tradizione locale che ai piani superiori di quella torre  ci
    fossero  delle  porte segrete,  fatte,  come le tombe dei re di Giuda,
    d'una grossa pietra  che  girava  su  un  perno,  che  si  apriva,  si
    richiudeva  e scompariva nella muraglia: moda architettonica riportata
    dalle crociate assieme con l'ogiva. Chiuse che fossero,  quelle porte,
    era  impossibile  trovarle,  tanto  bene  si confondevano Con le altre
    pietre del muro.  Di tali porte,  se ne vede ancor oggi qualcuna nelle
    misteriose  citt dell'Antilibano,  sfuggite al terremoto delle dodici
    citt, sotto Tiberio.

    (2)
    La breccia.
    La breccia dalla quale si entrava nel rudere era un foro da mina.  Per
    un conoscitore,  familiare dell'Errard,  del Sardi e del Pagan, quella
    mina era stata saggiamente praticata.  Il fornello,  a mo' di cappello
    da  prete,  era  proporzionato  alla  potenza  del  mastio  che doveva
    squarciare. Aveva dovuto contenere almeno due quintali di polvere.  Vi
    si  perveniva  per  un camminamento serpeggiante,  che risponde meglio
    allo scopo di uno diritto. Il crollo prodotto dalla mina aveva messo a
    nudo,  nella spaccatura della pietra,  il foro della miccia,  a mo' di
    salsicciotto,  che  aveva  il  previsto diametro d'un uovo di gallina.
    L'esplosione aveva fatto alla muraglia una  ferita  profonda,  per  la
    quale  gli  assedianti  erano  potuti  entrare.   Quella  torre  aveva
    evidentemente sostenuto  in  epoche  diverse,  veri  assedi  in  piena
    regola; era crivellata di mitraglia, ma non era tutta mitraglia di una
    medesima  epoca.  Ogni  proiettile  ha  il  suo  modo  particolare  di
    contrassegnare un baluardo,  e tutti avevano lasciato a quel  torrione
    il loro sfregio,  dalle palle di sasso del quattordicesimo secolo fino
    a quelle di ferro del secolo diciottesimo.
    La breccia immetteva in quello che doveva essere stato il pianterreno.
    Di fronte alla breccia, nel muro della torre, si apriva il pertugio di
    una cripta scavata nella roccia e si prolungava nelle fondamenta della
    torre sotto la sala del pianterreno.
    Quella cripta,  riempita per tre quarti dal terriccio,  fu  sgomberata
    nel 1835 per cura del signor Augusto Prvost, antiquario di Bernay.

    (3)
    La segreta.
    Quella cripta era la segreta. Ogni mastio aveva la propria. Come molti
    sotterranei  penali delle stesse epoche,  era costituita di due piani.
    Il primo,  nel quale si entrava dal pertugio,  era una camera a volta,
    alquanto vasta allo stesso livello della sala a terreno.  Sulle pareti
    di quella camera si scorgevano due solchi paralleli e  verticali,  che
    andavano  da  un  muro  all'altro passando per la volta,  in cui erano
    profondamente impressi, e che davano l'idea di due carreggiate.  Erano
    due  carreggiate  infatti.  Quei due solchi erano stati scavati da due
    ruote.  Una volta,  ai tempi feudali,  proprio  in  quella  camera  si
    procedeva agli squartamenti,  e ci con un procedimento meno chiassoso
    di quello dei quattro cavalli.  C'erano,  l dentro,  due ruote,  cos
    forti e cos grandi,  che toccavano i muri e la volta.  Si attaccava a
    ciascuna di quelle ruote un braccio e una gamba del paziente,  poi  si
    facevano girare le due ruote in senso opposto, il che lacerava l'uomo.
    Si doveva operare un certo sforzo, naturalmente, da ci le carreggiate
    scavate nella pietra dalle ruote che la sfioravano. Oggi ancora si pu
    vedere una camera di quel genere a Vianden.
    Sotto  a  quella  camera  ce  n'era  un'altra.  Era  la vera e propria
    segreta. N vi si entrava per un uscio, ma vi si penetrava da un buco.
    Il paziente, nudo, veniva calato,  a mezzo di una fune,  passata sotto
    le ascelle,  nella camera di sotto da una botola praticata in mezzo al
    pavimento della camera superiore.  Se si ostinava  a  vivere,  gli  si
    buttava  il  cibo  da  quel buco.  Oggi ancora si vede un buco di quel
    genere a Bouillon.
    Soffiava aria,  da quel buco.  La camera inferiore,  scavata sotto  la
    sala a terreno, era piuttosto un pozzo che una camera. Andava a finire
    dov'era l'acqua,  ed era in preda a un gelido soffio. Quel soffio, che
    faceva morire il prigioniero di sotto,  faceva vivere quello di sopra.
    Rendeva  possibile respirare nella prigione.  Il prigioniero di sopra,
    gattoni sotto la volta,  non riceveva aria che da quel  buco.  Chi  vi
    entrava,  o  vi  cadeva,  non  ne  usciva pi,  del resto.  Toccava al
    prigioniero guardarsene nell'oscurit. Bastava un passo falso per fare
    del paziente di sopra un paziente di  sotto.  Era  affar  suo.  Se  ci
    teneva alla vita,  quel buco era il suo pericolo;  se si tediava, quel
    buco era la sua suprema risorsa.  Il piano superiore era  il  carcere,
    quello  inferiore  era  la  tomba:  sovrapposizione  somigliante  alla
    societ  di  allora.  I  nostri  antenati  chiamavano  ci  fondo  di
    cantina.  Scomparsa  la  cosa,  il nome,  per noi,  non ha pi senso.
    Grazie  alla  rivoluzione,   udiamo  pronunciare  quella  parola   con
    indifferenza.
    Dall'esterno  della  torre,  sopra la breccia,  che,  quaranta anni or
    sono, ne era l'unica entrata,  si scorgeva un'apertura pi larga delle
    altre feritoie, dalla quale pendeva una inferriata divelta e sfondata.

    (4)
    Il ponte-castelletto.
    A quella torre,  dal lato opposto alla breccia,  si collegava un ponte
    di sasso a  tre  arcate,  non  molto  danneggiato.  Quel  ponte  aveva
    sorretto  un corpo di fabbricato di cui restavano alcuni avanzi.  Quel
    corpo di  fabbricato,  nel  quale  erano  visibili  le  tracce  di  un
    incendio,  non  serbava  pi  che  la  travatura  annerita,  specie di
    ossatura, attraverso la quale passava la luce, e che si ergeva accanto
    alla torre come uno scheletro accanto a un fantasma.
    Oggigiorno quel rudere  totalmente demolito e non ne resta pi alcuna
    traccia. Un giorno e un contadino bastano per disfare ci che fu fatto
    in molti secoli da molti re.
    "La Tourgue", abbreviazione contadinesca, significa "Tour-Gauvain", la
    Torre dei Gauvain,  come la "Jupelle" significa "Jupellire",  e  come
    "Pinson-le-Tort",  nome  d'un  capobanda gobbo,  significa "Pinson-le-
    Tortu", Pinson lo Storto.
    La Tourgue,  che quarant'anni or sono era un rudere,  e che  adesso  
    un'ombra,  nel  1793  era  una fortezza.  Era la vecchia bastiglia dei
    Gauvain,  posta a guardia dell'entrata occidentale  della  foresta  di
    Fougres, foresta che, anch'essa,  oggigiorno un bosco appena appena.
    Quella  cittadella  era stata costruita sopra uno di quei grossi massi
    schistosi disseminati tra Mayenne e Dinan,  sparsi in tutte le macchie
    e  in  tutte  le brughiere,  come se qui i titani si fossero scagliati
    pietre in testa.
    La torre era tutta la fortezza;  sotto la torre c'era  la  roccia,  ai
    piedi  della  roccia correva uno di quei rivi che gennaio trasforma in
    torrenti, e che giugno prosciuga.
    Semplificata a quel punto, quella fortezza era, nel medio evo,  su per
    gi imprendibile,  salvo che il ponte la indeboliva.  I Gauvain gotici
    l'avevano costruita senza ponte;  vi si accedeva  per  una  di  quelle
    passerelle  oscillanti,  che  un  colpo di scure bastava ad abbattere.
    Fino a che i Gauvain furono visconti,  la fortezza piacque loro cos e
    se ne accontentarono;  ma quando furono marchesi,  e quando lasciarono
    la caverna per la corte,  gettarono tre  arcate  sul  torrente,  e  si
    resero  accessibili  dalla  parte  della  pianura,  come si erano resi
    accessibili dalla parte del re. I marchesi nel diciassettesimo secolo,
    e  le  marchese  nel  diciottesimo,  non  ci  tenevano  pi  a  essere
    imprendibili.   Invece  di  continuare  nella  tradizione  degli  avi,
    copiarono Versailles.
    Di fronte alla torre, dalla parte occidentale,  si stendeva un pianoro
    piuttosto elevato, che si andava a perdere nella pianura. Quel pianoro
    giungeva fin quasi ai piedi della torre,  e non ne era separato che da
    un profondissimo burrone,  dove era il letto del corso d'acqua,  che 
    un affluente del Cuesnion. Il ponte, collegamento tra la fortezza e il
    pianoro,  fu  costruito  su  pile piuttosto alte,  e su quelle pile si
    costru, come a Chenonceaux, un edificio stile Mansard,  pi abitabile
    che non il torrione.  Ma i costumi erano ancora molto rozzi; i signori
    conservarono l'abitudine di abitare le camere  del  mastio,  simili  a
    celle.  Quanto  alla  costruzione  sul  ponte,  che  era una specie di
    piccolo castelletto, vi si pratic un lungo corridoio,  che fungeva da
    entrata  e che venne chiamato sala delle guardie;  sopra a questa sala
    delle guardie,  che era una specie  di  mezzanino,  fu  collocata  una
    biblioteca,  e  al  di  sopra della biblioteca una soffitta.  Vi erano
    lunghe finestre a piccoli vetri di Boemia,  pilastri tra le  finestre,
    medaglioni  scolpiti  nel muro.  Tre piani in tutto,  con partigiane e
    moschetti a quello inferiore,  libri  a  quello  in  mezzo,  e  sacchi
    d'avena  a  quello  superiore.  Il  tutto era un po' selvaggio e molto
    nobile.
    La torre accanto era arcigna.
    Dominava quel civettuolo edificio di tutta  la  sua  lugubre  altezza.
    Dalla sua piattaforma si poteva folgorare il ponte.
    I due edifici,  uno rustico e l'altro rifinito a dovere, contrastavano
    tra loro pi che non armonizzassero.  I due  stili  non  andavano  per
    nulla  d'accordo.  Per  quanto possa parere che due semicerchi debbano
    essere identici,  non c' nulla di pi dissimile da un  arco  a  tutto
    sesto  romano  di  un  archivolto  classico.  Quella torre degna delle
    foreste era una strana vicina per quel ponte degno di  Versailles.  Ci
    si  immagini  Alano Barbaispida a braccetto con Luigi Quattordicesimo.
    L'insieme atterriva.  Dalle due maest commiste,  scaturiva un non  so
    che di feroce.
    Militarmente parlando,  il ponte, torniamo a dire, dava quasi la torre
    in  mano  ai  nemici.  L'abbelliva  e  la  disarmava;  guadagnando  in
    ornamento,  essa  aveva  perduto  in  forza.  Il ponte la metteva allo
    stesso livello del pianoro.  Sempre inespugnabile  dalla  parte  della
    foresta,  era  adesso vulnerabile dalla parte della pianura.  In altri
    tempi essa comandava il pianoro,  adesso era il pianoro a  comandarla.
    Un  nemico  che si fosse installato col,  non avrebbe tardato a farsi
    padrone del ponte. La biblioteca e la soffitta favorivano l'assediante
    e  avversavano  la  fortezza.   Una  biblioteca  e  una  soffitta   si
    assomigliano  in  questo,  che  tanto  i  libri  che  la  paglia  sono
    combustibili.  Per un assediante che  si  vale  dell'incendio,  ardere
    Omero  o  ardere una balla di fieno,  purch ardano,   la stessissima
    cosa.  I  francesi  lo  hanno  dimostrato  ai  tedeschi  bruciando  la
    biblioteca di Heidelberg, e i tedeschi lo hanno dimostrato ai francesi
    bruciando  la  biblioteca  di  Strasburgo.  Quel  ponte  aggiunto alla
    Tourgue era  dunque,  strategicamente  parlando,  un  errore;  ma  nel
    diciassettesimo secolo,  sotto Colbert e Louvois,  i principi Gauvain,
    al pari dei principi di Rohan o dei principi  di  La  Trmouille,  non
    pensavano  ormai  pi  di  poter  essere assediati.  I costruttori del
    ponte,   comunque,   avevano  preso  qualche   precauzione.   Avevano,
    innanzitutto,   previsto   l'incendio:   sotto  le  tre  finestre  che
    guardavano a valle,  avevano appeso,  nel  senso  della  lunghezza,  a
    uncini che,  mezzo secolo fa, si vedevano ancora, una robusta scala di
    salvataggio,  lunga quanto erano alti i primi  due  piani  del  ponte,
    altezza  che  superava quella di tre piani ordinari.  In secondo luogo
    avevano previsto l'assalto, e avevano isolato il ponte dalla torre per
    mezzo  di  una  massiccia  e  bassa  porta  di  ferro,   superiormente
    arrotondata.   Quella  porta  veniva  chiusa  con  una  grossa  chiave
    collocata in un nascondiglio conosciuto soltanto dal padrone e, chiusa
    che fosse, poteva sfidare l'ariete, nonch sfidare, quasi, le palle di
    cannone.
    Bisognava passare sul ponte per arrivare a  quella  porta,  e  varcare
    quella porta per entrare nella torre. Altra entrata non c'era.

    (5)
    La porta di ferro.
    Il secondo piano del castelletto del ponte, sopraelevato per via delle
    pile,  corrispondeva al secondo piano della torre;  la porta di ferro,
    per maggior sicurezza, era stata collocata a quella altezza.
    La porta di ferro si apriva, dal lato del ponte,  sulla biblioteca,  e
    dal  lato della torre su una gran sala a volta con pilastro nel mezzo.
    Questa sala, gi l'abbiamo detto, era il secondo piano del mastio. Era
    rotonda come la torre; lunghe feritoie, che davano sulla campagna,  la
    rischiaravano.  La  muraglia,  quanto  mai rozza,  era nuda e nulla ne
    nascondeva le pietre,  del resto molto  simmetricamente  disposte.  Si
    saliva  a  quella  sala per una scala a chiocciola praticata nel muro,
    cosa semplicissima,  quando i muri hanno quindici piedi  di  spessore.
    Nel medio evo si prendeva una citt strada per strada, una strada casa
    per casa,  una casa stanza per stanza. Si assediava una fortezza piano
    dopo piano.  Sotto questo rapporto,  la Tourgue era molto  saggiamente
    disposta,  e  aspra  e  difficile  quanto  mai.  Si saliva da un piano
    all'altro  per  una  scala  a  spirale   tutt'altro   che   facilmente
    abbordabile; le porte erano di sbieco e non raggiungevano l'altezza di
    un  uomo:  per  passarci,  bisognava  curvare  la  testa;  ora,  testa
    abbassata  testa accoppata,  e l'assediato aspettava  l'assediante  a
    ogni porta.
    Sotto  la  sala rotonda dal pilastro centrale c'erano due altri locali
    simili,  che costituivano il primo piano e il  pianterreno,  e  sopra,
    tre;  su  quelle  sei stanze sovrapposte,  la torre si chiudeva con un
    coperchio di sasso, che era la piattaforma,  alla quale si accedeva da
    un'angusta garitta.
    I  quindici  piedi  di spessore di muraglia che si erano dovuti forare
    per collocarvi la porta di ferro, che vi era infissa proprio in mezzo,
    la incastonavano in  un  lungo  archivolto,  di  modo  che  la  porta,
    quand'era chiusa,  si trovava, tanto dalla parte della torre che dalla
    parte del ponte,  sotto un portico di sei o sette piedi di profondit;
    quando poi era aperta,  i due portici si fondevano in uno, che formava
    il voltone dell'entrata.
    Sotto il portico dalla parte del ponte, si apriva,  nello spessore del
    muro,  la  bassa  porticina  d'una  scala a spirale,  che conduceva al
    corridoio del primo piano,  sotto la biblioteca: altra difficolt  per
    l'assediante.  Il  castelletto  sul ponte non offriva altro,  alla sua
    estremit prospiciente il pianoro, che un muro a picco,  e l il ponte
    s'interrompeva.   Un  ponte  levatoio,   applicato  contro  una  bassa
    pusterla,  lo metteva in  comunicazione  col  pianoro,  e  quel  ponte
    levatoio,  che,  data  l'altezza del pianoro,  si abbassava soltanto a
    piano inclinato, metteva nel lungo corridoio detto sala delle guardie.
    Padrone che fosse di quel corridoio,  l'assediante,  per giungere alla
    porta di ferro,  era costretto a impadronirsi a viva forza della scala
    a spirale che saliva al secondo piano.

    (6)
    La biblioteca.
    Quanto alla biblioteca, era una sala oblunga, avente la lunghezza e la
    larghezza  del  ponte  e  una  sola  porta:  quella  di   ferro.   Una
    controporta,   rivestita   di  panno  verde,   che  bastava  spingere,
    mascherava all'interno il voltone d'entrata  della  torre.  Le  pareti
    della  biblioteca  erano,  dall'alto  in  basso  e  dal  pavimento  al
    soffitto,  ricoperte da armadi a vetri,  ligi al buon gusto ebanistico
    del  diciassettesimo secolo.  Sei grandi finestre,  tre per ogni lato,
    una al di sopra di ciascuna arcata,  davano luce a quella  biblioteca.
    Da  quelle  finestre si poteva scorgere dall'alto del pianoro esterno,
    quanto avveniva dentro.  Tra finestra e finestra  si  rizzavano  sopra
    mensole  di  quercia scolpita sei busti di marmo: Ermolao di Bisanzio,
    Ateneo, grammatico naucratico, Casaubon, Suida, Clodoveo re di Francia
    e il suo cancelliere Ancalo,  che,  del resto,  non  era  cancelliere
    meglio di quanto Clodoveo fosse re.
    In quella biblioteca c'erano libri comunissimi. Uno  rimasto celebre.
    Era  un  vecchio  "in-quarto"  con  incisioni che portava per titolo a
    grosse lettere "San Bartolomeo",  e per sottotitolo "Evangelo  secondo
    san  Bartolomeo,  preceduto da una dissertazione di Panteno,  filosofo
    cristiano,  sulla questione di sapere se questo evangelo debba  essere
    reputato  apocrifo,  e  se  san  Bartolomeo  sia  o meno lo stesso che
    Nataniele".  Questo  libro,  considerato  come  unico  esemplare,  era
    collocato sopra un leggio nel bel mezzo della biblioteca. La gente, il
    secolo scorso, l'anda va a vedere per curiosit.

    (7)
    La soffitta.
    La soffitta, poi, la quale, come la biblioteca, aveva la forma oblunga
    del  ponte,  non era altro che il sottotetto.  Un localone ingombro di
    paglia e di fieno,  rischiarato  da  sei  abbaini.  Nessun  ornamento,
    all'infuori  di una immagine di san Barnaba,  scolpita sopra la porta,
    con sotto questo verso:

    "Barnabas sanctus, falcem jubet ire per herbam" (1).

    Una torre, dunque, alta e larga, a sei piani, forata qua e l da poche
    feritoie, e avente,  per unica entrata ed uscita,  una porta di ferro,
    che  dava  su  un ponte a castelletto,  limitato da un ponte levatoio.
    Dietro la torre, la foresta; davanti alla torre, un pianoro di eriche,
    pi alto del ponte,  pi basso della torre.  Sotto il  ponte,  tra  la
    torre  e il pianoro,  un profondo burrone,  stretto,  pieno di sterpi,
    torrente d'inverno,  ruscello di primavera,  sassoso fossato d'estate:
    ecco che cosa era la torre dei Gauvain, detta la Tourgue.

    NOTA 1: San Barnaba ordina alla falce di fendere l'erba.

    10.
    GLI OSTAGGI.

    Trascorse  luglio,  venne  agosto.  Un  soffio eroico e feroce passava
    sulla Francia.  Due spettri avevano allora allora solcato l'orizzonte:
    Marat  con un coltello nel fianco,  Carlotta Corday decapitata.  Tutto
    diventa  formidabile.   Quanto  alla  Vandea,   battuta  nella  grande
    strategia,  si rifugiava nella piccola, pi temibile, come gi abbiamo
    detto.  Quella guerra era ormai una immensa battaglia sbrindellata nei
    boschi.  Cominciavano  i rovesci del grosso esercito detto cattolico e
    regio;  un decreto trasferiva in  Vandea  l'esercito  di  Magonza;  ad
    Ancenis  erano  morti  ottomila vandeani;  gli altri erano respinti da
    Nantes,  snidati  da  Montaigu,  espulsi  da  Thouars,   scacciati  da
    Noirmoutier,  buttati  fuori  da  Chollet,  da  Mortagne  e da Saumur;
    evacuavano  Parthenay,  abbandonavano  Clisson;   cedevano  terreno  a
    Chatillon;  perdevano una bandiera a Saint-Hilaire; venivano battuti a
    Pornic, alle Sables, a Fontenay, a Dou, al Chteau-d'Eau, ai Ponti di
    C;  erano  tenuti  in  iscacco  a  Luon,   erano  in  ritirata  alla
    Chataigneraye,   in  rotta  alla  Roche-sur-Yon;  ma,  da  una  parte,
    minacciavano la Rochelle, e dall'altra, nelle acque di Guernesey,  una
    flotta inglese,  agli ordini del generale Craig, che recava, mescolati
    ai  migliori  ufficiali  della  marina  francese  parecchi  reggimenti
    inglesi,  non  aspettava  che  un segnale del marchese di Lantenac per
    sbarcare. Tale sbarco poteva ridare la vittoria alla rivolta realista.
    Del resto, Pitt era un malfattore di Stato;  il tradimento entra a far
    parte  della  politica  come  il  pugnale  entra  a  far  parte di una
    panoplia.  Pitt pugnalava la Francia e tradiva il proprio  paese:  chi
    disonora il proprio paese, infatti, lo tradisce. L'Inghilterra faceva,
    sotto di lui e per lui,  la guerra punica.  Spiava,  frodava, mentiva.
    Contrabbandiera e falsaria, nulla le ripugnava: si abbassava fino alle
    minuzie dell'odio.  Faceva accaparrare il  sego,  che  costava  cinque
    franchi  alla  libbra;  a  Lilla,  veniva  sequestrata,  addosso  a un
    inglese, una lettera di Prigent, agente di Pitt in Vandea, nella quale
    si leggevano queste righe: Vi prego di  non  risparmiare  il  denaro.
    Speriamo  che  gli  assassinii saranno perpetrati con prudenza.  Preti
    travestiti e donne sono le persone pi  idonee  a  questa  operazione.
    Mandate sessantamila lire a Rouen e cinquantamila lire a Caen. Questa
    lettera fu letta da Barre alla Convenzione il primo agosto.  A quelle
    perfidie rispondevano le crudelt di Parrein  e  poi  le  atrocit  di
    Carrier. I repubblicani di Metz e quelli del Mezzogiorno chiedevano di
    poter  marciare contro i ribelli.  Un decreto ordinava la costituzione
    di ventiquattro compagnie di pionieri per  incendiare  le  siepi  e  i
    recinti della boscaglia. Crisi inaudita. La guerra non cessava su un
    punto   che  per  ricominciare  sull'altro.   Niente  grazia!   niente
    prigionieri! era il grido di entrambe le parti. La storia era piena di
    un'ombra terribile.
    In quel mese d'agosto la Tourgue era assediata.
    Una sera,  mentre spuntavano le stelle,  nella calma di un  crepuscolo
    canicolare,  che non una foglia si agitava nella foresta,  non un filo
    d'erba fremeva nella spianata,  si fece udire,  in mezzo  al  silenzio
    della  notte  calante,  un  suono di cornetta.  Quel suono di cornetta
    veniva dall'alto della torre.  A quel suono di  cornetta,  rispose  un
    suono di tromba che veniva dal basso.
    In cima alla torre c'era un uomo armato;  in basso,  nell'ombra, c'era
    un accampamento.
    Nell'oscurit si  distingueva  confusamente  attorno  alla  torre  dei
    Gauvain  un formicolio di forme nere.  Quel formicolio era un bivacco.
    Qualche fuoco cominciava ad accendersi qua e l sotto gli alberi della
    foresta e fra le eriche del pianoro,  e forava qua e l le tenebre  di
    punti    luminosi,    come    se    la   terra   volesse   costellarsi
    contemporaneamente al cielo.  Ma quanto  sono  cupe  le  stelle  della
    guerra!  Dalla  parte  del pianoro,  il bivacco si estendeva fino alla
    pianura, e dalla parte della foresta si sprofondava nei macchioni.  La
    Tourgue era bloccata.
    L'estensione  del  bivacco  degli assedianti dava a vedere un numeroso
    contingente di truppe.
    L'accampamento stringeva la fortezza  da  presso,  e  giungeva,  dalla
    parte della torre, fino al masso roccioso, dalla parte del ponte, fino
    al burrone.
    Si ud un secondo squillo di cornetta;  gli rispose un secondo squillo
    di tromba.
    La cornetta interrogava; la tromba rispondeva.
    Quella cornetta,  era la torre che domandava all'accampamento: Vi  si
    pu parlare?, e quella tromba era il campo che rispondeva: S.
    A  quel  tempo,  i  vandeani non essendo considerati dalla Convenzione
    come belligeranti,  ed essendo,  per  decreto,  vietato  di  scambiare
    parlamentari   coi  briganti,   si  suppliva  come  si  poteva  alle
    comunicazioni che  il  diritto  delle  genti  autorizza  nella  guerra
    ordinaria e interdice nella guerra civile.  Da ci,  in quel caso, una
    certa quale intesa fra la cornetta contadina e la tromba militare.  Il
    primo  richiamo non era che un esordio,  il secondo faceva la domanda:
    Volete ascoltarci?. Se a quel secondo richiamo la tromba se ne stava
    zitta, rifiuto;  se la tromba rispondeva,  consenso.  Ci significava:
    Tregua di qualche istante.
    Poich  la  tromba  aveva risposto al secondo appello,  l'uomo che era
    sulla cima della torre parl, e si ud dir questo:
    - Uomini che mi ascoltate,  io  sono  Gouge-le-Bruant,  soprannominato
    Trita-azzurri perch ho sterminato molti dei vostri,  e soprannominato
    pure l'"Imnus" perch ne uccider ancora pi di quanti non  ne  abbia
    gi uccisi;  io ho avuto il dito mozzato da una sciabolata sulla canna
    del  mio  fucile  all'attacco  di  Granville,   e  voi   avete   fatto
    ghigliottinare,  a  Laval,  mio  padre  e  mia  madre,  e  mia sorella
    Giacomina, di diciott'anni. Ecco chi sono.
    Vi parlo in nome di  monsignore  il  marchese  Gauvain  di  Lantenac,
    visconte di Fontenay,  principe bretone,  signore delle Sette Foreste,
    mio padrone.
    Sappiate innanzi tutto che monsignore il marchese, prima di chiudersi
    in questa torre, dove lo tenete bloccato, ha distribuito la guerra tra
    sei capi suoi luogotenenti;  ha dato a Delire il paese che si  stende
    dalla strada di Brest alla strada d'Erne;  a Trton,  il paese tra la
    Roe e Laval; a Jacquet, detto Tagliaferro, il confine dell'Alto Maine;
    a Gaulier, detto Pierone, Chteau-Gontier; a Lecomte, Craon;  Fougres
    al signor Dubois-Guy; e tutta la Mayenne al signor Rochambeau; di modo
    che  nulla    finito per voi con la presa di questa fortezza,  e che,
    quand'anche monsignore il marchese morisse,  la Vandea di Dio e del re
    non morr.
    Sappiate  che  dico questo per avvertirvi.  Monsignore  qui,  al mio
    fianco.  Io sono la  bocca  per  dove  passano  le  sue  parole.  Fate
    silenzio, uomini che ci assediate. Ecco quanto importa che udiate:
    Non dimenticate che la guerra che ci fate non  affatto giusta. Siamo
    gente  che abitiamo i nostri paesi,  noi,  e combattiamo onestamente e
    siamo semplici e puri sotto la volont di Dio  come  l'erba  sotto  la
    rugiada.  E'  stata  la repubblica ad attaccarci;   venuta a turbarci
    nelle nostre campagne,  ha bruciato le nostre case e i nostri raccolti
    e mitragliato le nostre fattorie;  le nostre donne e i nostri figlioli
    sono stati costretti a fuggire scalzi nei boschi mentre ancora cantava
    la capinera d'inverno.
    Voi che siete qui e mi udite,  ci avete dato la caccia nella foresta,
    e  ci  stringete  d'assedio  in questa torre.  Avete ucciso a disperso
    quelli che si erano uniti  a  noi;  disponete  di  artiglieria;  avete
    aggiunto  alla vostra colonna le guarnigioni e i posti di Mortain,  di
    Barenton, di Teilleul, di Laudivy,  d'Evran,  di Tintniac e di Vitr,
    cosicch siete in quattromilacinquecento soldati ad attaccarci, mentre
    noi noi non siamo che in diciannove uomini a difenderci.
    I viveri e le munizioni non ci mancano.
    Siete  riusciti  a  praticare una mina e a far saltare un pezzo della
    nostra roccia e una parte del nostro muro.
    Con questo, avete aperto un foro ai piedi della torre,  e questo foro
      una  breccia  per  la quale potete entrare,  bench non sia a cielo
    scoperto e sebbene la torre, sempre forte e in piedi,  faccia volta su
    di essa.
    Adesso, state preparando l'assalto.
    E  noi,  innanzi  a  tutti monsignore il marchese,  che  principe di
    Bretagna e priore secolare dell'abazia di  Santa  Maria  di  Lantenac,
    dove  stata fondata una messa quotidiana dalla regina Giovanna, e poi
    gli  altri  difensori  della  torre,  fra i quali si contano il signor
    abate Turmeau, che in guerra si chiama Gran Cuorsaldo, il mio camerata
    Guinoiseau,  che  capitano del Campo Verde,  il mio  camerata  Canta-
    d'inverno,  che    capitano  del  campo dell'Avoine,  il mio camerata
    Cornamusa, che  capitano del campo delle Formiche,  e io,  contadino,
    che  sono  nato nel borgo di Daon,  dove scorre il ruscello Moriandre,
    abbiamo tutti una cosa da dirvi.
    Uomini che siete ai piedi di questa torre, ascoltateci.
    Abbiamo in mano nostra tre prigionieri,  che sono tre  bimbi.  Questi
    bimbi  sono  stati  adottati  da  uno  dei vostri battaglioni,  e sono
    vostri. Ci offriamo di restituirvi quei tre bimbi.
    A una condizione.
    Che ci lascerete liberamente uscire di qui dentro.
    Se rifiutate,  ascoltate bene;  voi non potete attaccare che  in  due
    modi: o dalla breccia,  dalla parte della foresta;  o dal ponte, dalla
    parte del pianoro. Il fabbricato sul ponte ha tre piani;  nel piano di
    sotto,  io, l'"Imnus", io che vi parlo, ho fatto collocare sei barili
    di catrame e cento fascine di rovi secchi;  nel  piano  superiore  c'
    della  paglia;  nel piano di mezzo ci sono libri e carte;  la porta di
    ferro che mette in comunicazione il ponte con la torre  chiusa,  e la
    chiave  la tiene indosso lo stesso monsignore;  quanto a me,  ho fatto
    sotto quella  porta  un  buco,  e  per  quel  buco  passa  una  miccia
    solforata,  una  estremit  della  quale    dentro  uno dei barili di
    catrame, e l'altra a mia portata di mano, nell'interno della torre: le
    dar fuoco quando mi parr.  Se rifiutate di lasciarci uscire,  i  tre
    bimbi  saranno collocati nel secondo piano del ponte,  tra il piano al
    quale fa capo la miccia solforata,  dove si trova  il  catrame,  e  il
    piano dove si trova la paglia; e la porta di ferro sar richiusa su di
    essi.  Se attaccate dal ponte, sarete voi stessi ad appiccare il fuoco
    al fabbricato;  se attaccate dalla breccia,  saremo noi  a  farlo.  Se
    attaccate  contemporaneamente  dalla breccia e dal ponte,  il fuoco vi
    sar appiccato da voi e da noi a un tempo:  in  ogni  caso,  quei  tre
    bimbi periranno.
    Accettate o rifiutate, adesso.
    Se accettate, usciamo.
    Se rifiutate, i bimbi muoiono.
    Ho detto.
    L'uomo che parlava dall'alto della torre tacque.
    Una voce dal basso grid:
    - Rifiutiamo.
    Questa voce era breve e severa. Un'altra voce, meno dura, ma nondimeno
    ferma, soggiunse:
    - Vi diamo ventiquattro ore per arrendervi a discrezione.
    Ci fu un silenzio; poi la stessa voce continu:
    - Domani a quest'ora, se non vi sarete arresi, vi assaliremo.
    E la prima voce riprese:
    - Niente quartiere, allora.
    A quella voce selvaggia,  rispose dall'alto della torre un'altra voce.
    Si vide sporgersi tra due merli un'alta sagoma di uomo,  nella  quale,
    al  lucore  delle stelle,  fu possibile riconoscere la temibile figura
    del marchese di Lantenac. Poi quella figura, di cui uno sguardo cadeva
    nell'ombra, e che pareva cercare qualcuno, grid:
    - Toh! sei tu, prete!
    - S, sono io, traditore! - rispose la rude voce di sotto.

    11.
    SPAVENTOSO COME L'ANTICO.

    La voce implacabile era infatti quella  di  Cimourdain;  la  voce  pi
    giovane e meno decisa era quella di Gauvain.
    Il  marchese  di  Lantenac non si era sbagliato,  riconoscendo l'abate
    Cimourdain.
    In poche settimane, Cimourdain, come gi sappiamo,  si era reso famoso
    in quel paese insanguinato dalla guerra civile.  Nessuna notoriet pi
    lugubre della sua;  si  diceva:  Marat  a  Parigi,  Chalier  a  Lione,
    Cimourdain in Vandea.  Si oltraggiava l'abate Cimourdain come un tempo
    tutti lo circondavano di rispetto: tale  l'effetto della  sottana  da
    prete  rivoltata.  Cimourdain  faceva  orrore.  I  severi  sono  degli
    sventurati.  Chi vede i loro atti li condanna,  chi scorgesse la  loro
    coscienza li assolverebbe.  Un Licurgo non chiarito a dovere sembra un
    Tiberio.  Comunque fosse,  due uomini si pareggiavano  sulla  bilancia
    dell'odio:   il   marchese  di  Lantenac  e  l'abate  Cimourdain.   La
    maledizione  dei  realisti  su  Cimourdain   faceva   da   contrappeso
    all'esecrazione  dei repubblicani per Lantenac.  Per il campo avverso,
    ciascuno di quei due uomini era un mostro;  e ci,  al  punto  che  si
    produsse  questo  fatto  singolare:  mentre  Prieur  della  Marna,   a
    Granville,  metteva  a  prezzo  la  testa  di  Lantenac,  Charette,  a
    Noirmoutier, metteva a prezzo quella di Cimourdain.
    Diciamolo pure: quei due uomini,  il marchese e il prete, erano fino a
    un certo punto uno stesso uomo.  La maschera di  bronzo  della  guerra
    civile  ha  due  profili,  uno  rivolto  al  passato,  l'altro rivolto
    all'avvenire; ma tragiche tanto l'una quanto l'altra.  Lantenac era il
    primo  di  quei  profili;  Cimourdain  era il secondo.  Solo,  l'amaro
    sogghigno di Lantenac era coperto d'ombra e di tenebre,  mentre  sulla
    fronte fatale del Cimourdain c'era un bagliore d'aurora.
    La Tourgue, assediata, godeva intanto d'una tregua.
    Abbiamo visto or ora che,  grazie all'intervento di Gauvain, era stata
    convenuta una specie di tregua di ventiquattro ore.
    L'"Imnus",  del resto,  era bene informato: grazie alle  requisizioni
    operate   da   Cimourdain,   Gauvain   aveva  adesso  ai  suoi  ordini
    quattromilacinquecento uomini,  tra guardie  nazionali  e  soldati  di
    linea,  e  con  essi  chiudeva  Lantenac  nella Tourgue.  Aveva potuto
    piazzare contro la  fortezza  dodici  pezzi  di  artiglieria,  sei  in
    batteria  trincerata,  dalla  parte  della  torre,  sul  margine della
    foresta,  e sei in batteria sopraelevata,  dalla parte del ponte,  sul
    pianoro.  Aveva potuto far brillare la mina, e ai piedi della torre la
    breccia era aperta.
    Trascorse che fossero,  pertanto,  le ventiquattro ore di  tregua,  la
    lotta    sarebbe    stata    ripresa    nelle   seguenti   condizioni:
    quattromilacinquecento uomini sparsi  sul  pianoro  e  nella  foresta;
    diciannove nella torre.
    I  nomi  di questi diciannove assediati possono essere ritrovati dalla
    storia  nei  manifesti  che  li  mettevano  fuori  legge.   Forse   li
    incontreremo noi pure.
    Per comandare a quei quattromilacinquecento uomini, che erano quasi un
    esercito,  Cimourdain avrebbe voluto che Gauvain si lasciasse nominare
    luogotenente generale.  Gauvain vi si era rifiutato,  e  aveva  detto:
    Preso che sia Lantenac, vedremo. Non ho meri tato ancora nulla, io.
    Tali  grandi  comandi  con  umili  gradi entravano d'altra parte nelle
    abitudini repubblicane.  Anni dopo,  Bonaparte fu,  al  tempo  stesso,
    maggiore di artiglieria e generale in capo dell'esercito d'Italia.
    Strano   destino,   quello   della   torre  dei  Gauvain:  un  Gauvain
    l'attaccava,  un Gauvain la difendeva.  Da ci,  un certo qual ritegno
    nell'attacco,  ma non nella difesa,  giacch il signor di Lantenac era
    di quelli che non risparmiano nulla.  Egli  aveva,  d'altronde,  quasi
    sempre  abitato  Versailles  e non aveva superstizione di sorta per la
    Tourgue, che conosceva appena. Vi si era andato a rifugiare perch non
    disponeva di alcun altro asilo,  ecco  tutto;  ma  l'avrebbe  demolita
    senza scrupolo di sorta. Gauvain era pi rispettoso.
    Il punto debole della fortezza era il ponte;  ma nella biblioteca, che
    era sul ponte,  c'erano gli archivi di famiglia.  Se l'assalto  veniva
    dato  da  quella  parte,  l'incendio  del  ponte  era inevitabile: e a
    Gauvain pareva che bruciare gli archivi fosse come  attaccare  i  suoi
    antenati. La Tourgue era il maniero di famiglia dei Gauvain. Da quella
    torre  dipendevano  tutti i loro feudi di Bretagna,  cos come tutti i
    feudi di Francia dipendevano dalla  torre  del  Louvre.  Qui  erano  i
    ricordi domestici di Gauvain; era nato, anzi, lui, in quella torre; le
    tortuose fatalit della vita lo spingevano ora ad attaccare,  da uomo,
    quella venerabile muraglia che  l'aveva  protetto  da  bimbo.  Sarebbe
    stato  empio contro quella dimora fino al punto di metterla in cenere?
    Forse la sua propria culla,  di lui,  Gauvain,  si trovava in  qualche
    cantuccio  della  soffitta  della biblioteca.  Ci sono riflessioni che
    sono emozioni. Gauvain, in presenza dell'antica dimora di famiglia, si
    sentiva commosso.  Per questo  aveva  risparmiato  il  ponte.  Si  era
    limitato a rendere impossibile,  da quella parte,  ogni sortita,  ogni
    evasione,   e  a  tenere  il  ponte  in  rispetto  con  una  batteria,
    scegliendo,  per l'attacco, il lato opposto. Da ci la mina e lo scavo
    ai piedi della torre.
    Cimourdain l'aveva lasciato fare,  ma se ne rimproverava,  giacch  la
    sua  rudezza  aggrottava  le  sopracciglia  davanti  a  quelle gotiche
    anticaglie,  n egli intendeva essere indulgente verso gli edifici pi
    di  quanto  lo fosse verso gli uomini.  Risparmiare un castello era un
    principio di clemenza. Ora, la clemenza era il lato debole di Gauvain.
    Cimourdain,  lo sappiamo,  lo sorvegliava e lo fermava su quel pendio,
    che  era,  ai  suoi  occhi,  funesto.  Eppure,  anche  lui,  n poteva
    riconoscerlo se non con una specie di collera,  anche  lui  non  aveva
    riveduto  la  Tourgue senza un intimo sussulto;  si sentiva intenerito
    davanti a quella sala cos idonea allo studio, dov'erano i primi libri
    che aveva fatto leggere a  Gauvain;  era  stato  curato  del  paesetto
    vicino,  Parign;  aveva abitato, proprio lui, Cimourdain, le soffitte
    del castelletto del ponte;  proprio in quella biblioteca usava tenersi
    fra le ginocchia il piccolo Gauvain che compitava l'alfabeto;  proprio
    tra quelle vecchie mura aveva visto il diletto suo allievo,  il figlio
    della sua anima crescere,  sia come uomo che come spirito. E stava per
    folgorarli, per arderli, adesso, quella biblioteca,  quel castelletto,
    quei  muri  pieni delle sue benedizioni per il fanciullo?  Faceva loro
    grazia, ma non senza rimorsi.
    Aveva consentito che Gauvain cominciasse  a  rompere  l'assedio  dalla
    parte opposta.  La Tourgue aveva il suo lato selvaggio, la torre, e il
    suo lato civile, la biblioteca. Cimourdain aveva permesso a Gauvain di
    non battere in breccia che il lato selvaggio.
    D'altra parte,  assalita da un Gauvain,  difesa da un Gauvain,  quella
    vecchia  dimora  ritornava,  in  piena rivoluzione francese,  alle sue
    abitudini feudali. Tutta la storia del medio evo  intessuta di guerre
    fra parenti.  Gli Eteocle e i Polinice sono  gotici  quanto  greci,  e
    Amleto fa in Elsinore quello che Oreste ha fatto in Argo.

    12.
    SI DELINEA IL SALVATAGGIO.

    L'intera  notte  trascorse,  sia  da  una  parte  che  dall'altra,  in
    preparativi.
    Non appena finito il cupo colloquio che  abbiamo  udito  poco  fa,  la
    prima cura di Gauvain fu quella di chiamare il suo luogotenente.
    Questo Guchamp,  bisogna che ne facciamo un po' la conoscenza. Era un
    uomo di secondo piano,  onesto,  intrepido,  mediocre,  migliore  come
    soldato che come comandante,  rigorosamente intelligente fino al punto
    in  cui  diventa  un  dovere  non  capire  pi,  non  mai  intenerito,
    inaccessibile  alla corruzione,  quale che fosse,  sia la venalit che
    corrompe la coscienza,  sia la compassione che corrompe la  giustizia.
    Aveva  sull'anima e sul cuore quei due paralumi che sono la disciplina
    e la consegna come i cavalli hanno i paraocchi,  e procedeva innanzi a
    s  nello spazio che gli lasciavano libero.  Il suo passo era diritto,
    ma la sua strada angusta.
    Uomo   fidato,   d'altra   parte;    rigido   nel   comando,    esatto
    nell'obbedienza.
    Gauvain rivolse vivamente la parola a Guchamp:
    - Una scala, Guchamp.
    - Non ne abbiamo, comandante.
    - Bisogna procurarsene una.
    - Per dare la scalata?
    - No. Per tentare un salvataggio.
    Guchamp riflett un momento, poi rispose:
    - Capisco. Ma occorrer molto alta per quello che volete fare.
    - Almeno tre piani.
    - S, comandante. L'altezza  questa, su per gi.
    - Si deve anzi superarla, questa altezza, perch bisogna essere sicuri
    di riuscire.
    - Indubbiamente.
    - Come mai non avete una scala?
    -  E' che voi,  comandante,  non avete ritenuto opportuno assediare la
    Tourgue dalla parte del pianoro;  da quel lato,  vi siete accontentato
    di bloccarla, poi avete disposto per l'assalto non dal ponte, ma dalla
    torre.  Non  ci  si  curati pi che della mina e si  rinunciato alla
    scalata. Per questo non abbiamo scale.
    - Fatene fare una immediatamente.
    - Non si pu improvvisarla, una scala alta tre piani.
    - Fate legare una sull'altra, per le estremit, pi scale corte.
    - Bisognerebbe averne.
    - Trovatene.
    - Non se ne troveranno.  I contadini distruggono  le  scale  dovunque,
    cos come smontano i carri e tagliano i ponti.
    - E' vero, vogliono paralizzare la repubblica.
    -  Vogliono  che noi non possiamo n trainare un carro,  n varcare un
    fiume, n scalare un muro.
    - Eppure mi occorre una scala.
    - Ci penso,  comandante.  A Javen,  presso Fougres,  c' una  grande
    carpenteria. Se ne pu avere una l.
    - Non c' un minuto da perdere.
    - Quando la volete avere, la scala?
    - Domani a quest'ora al pi tardi.
    --Mander   a   Javen   una   staffetta,   che  porter  l'ordine  di
    requisizione. L,  c' un posto di cavalleria.  Fornir la scorta.  La
    scala potr essere qui domani prima del tramonto del sole.
    - Sta bene. Ci baster, - disse Gauvain. - Fate in fretta. Andate.
    Dieci minuti dopo, Guchamp ritorn e disse a Gauvain:
    - La staffetta  partita per Javen.
    Gauvain sal sul pianoro e rimase a lungo sul ponte-castelletto, posto
    attraverso  il  burrone.  Il  frontale  del  castelletto,  senza altra
    apertura che la  bassa  porta  d'entrata  chiusa  dal  ponte  levatoio
    alzato,  fronteggiava lo scoscendimento del burrone.  Per arrivare dal
    pianoro ai piedi delle pile  del  ponte,  bisognava  discendere  lungo
    quella scoscesa, il che non era impossibile, da cespuglio a cespuglio.
    Una  volta  nel  fossato,  per,  l'assalitore sarebbe stato esposto a
    tutti i proiettili che potevano piovere  dai  tre  piani.  Gauvain  si
    convinse del tutto che,  al punto in cui si trovava l'assedio, il vero
    assalto doveva essere sferrato dalla parte della torre.
    Prese tutte  le  sue  misure  perch  nessuna  fuga  fosse  possibile:
    perfezion il rigido blocco della Tourgue;  strinse le maglie dei suoi
    battaglioni in modo che nessuno potesse passarvi attraverso.
    Gauvain e Cimourdain,  quindi,  si  suddivisero  l'investimento  della
    fortezza.  Gauvain  si  riserv  il  lato  della  foresta  e  diede  a
    Cimourdain quello del  pianoro.  Fu  convenuto  che,  mentre  Gauvain,
    secondato  da  Guchamp,  avrebbe  condotto  l'assalto  dalla trincea,
    Cimourdain,  con tutte le micce della  batteria  sopraelevata  accese,
    avrebbe tenuto d'occhio il ponte e il burrone.

    13.
    CHE COSA FA IL MARCHESE.

    Mentre   all'esterno   veniva   presa   ogni   misura  per  l'assalto,
    nell'interno veniva presa ogni misura per la resistenza.
    Non per nulla una torre viene detta una botte;  c' tra loro una  vera
    analogia:  si  d  il caso che si batta una torre con una mina come si
    batte la botte con un pinzone.  La muraglia si fora come si  fora  una
    doga. Cos appunto era accaduto alla Tourgue.
    Il  possente colpo di pinzone inferto da due o tre quintali di polvere
    aveva trapassato da una parte all'altra  il  muro  enorme.  Quel  buco
    partiva  dai  piedi  della  torre,  attraversava  la  muraglia nel suo
    massimo spessore e andava a far capo, a mo' di una informe arcata, nel
    pianterreno della fortezza.  Dall'esterno,  allo scopo di rendere quel
    foro praticabile per l'assalto,  gli assedianti lo avevano allargato e
    squadrato a cannonate.
    Il pianterreno, al quale dava adito quella breccia, era un gran locale
    circolare,  completamente nudo,  con pilastro  centrale,  reggente  la
    chiave  di  volta.  Quel  locale,  che  era  il  pi vasto di tutto il
    torrione, non misurava meno di quaranta piedi di diametro.  Ogni piano
    della  torre era costituito di una camera simile,  ma meno ampia,  con
    loggette nei  vani  delle  feritoie.  La  sala  a  terreno  non  aveva
    feritoie,  non  aveva  spiragli n finestrine: disponeva di quel tanto
    d'aria e di luce di cui pu disporre una tomba.
    La porta delle segrete,  di ferro assai pi che di  legno,  si  apriva
    appunto  in quella sala a terreno.  Un'altra porta di questa sala dava
    sopra una scala che conduceva alle camere superiori.  Tutte le  camere
    erano praticate nello spessore del muro.
    Appunto  in quella sala gli assedianti avevano possibilit di arrivare
    attraverso la breccia che avevano aperta.  Una volta  presa  la  sala,
    rimaneva loro da prendere la torre.
    Non si era mai respirato bene in quella sala bassa. Nessuno ci passava
    ventiquattro  ore  senza  rimanerne  asfissiato.  Grazie alla breccia,
    adesso ci si poteva vivere.
    Appunto per questo gli assediati non avevano richiuso la breccia.
    A che pro, del resto? Il cannone l'avrebbe riaperta.
    Infissero nel muro un reggitore di ferro, vi piantarono una torcia, ed
    ecco rischiarato il pianterreno.
    Come difendervisi, adesso?
    Murare il foro era facile,  ma inutile.  Era preferibile una  ridotta.
    Una  ridotta    un trinceramento ad angolo rientrante,  una specie di
    barricata fatta di travi,  che permette di  far  convergere  il  fuoco
    sugli assalitori,  e che, lasciando esternamente la breccia aperta, la
    tura  all'interno.  I  materiali  non  difettavano;   costruirono  una
    ridotta,  con  esili feritoie per le canne dei fucili.  L'angolo della
    ridotta si appoggiava al pilastro centrale;  le due ali  toccavano  il
    muro a destra e a sinistra.  Fatto questo,  disposero,  nei luoghi pi
    idonei delle fogate.
    Chi dirigeva tutto era il marchese: ispiratore,  ordinatore,  guida  e
    padrone, anima terribile.
    Lantenac   apparteneva   a  quella  razza  d'uomini  di  guerra,   del
    diciottesimo secolo che,  a ottantaquattro anni,  salvavano le  citt.
    Somigliava  a  quel conte d'Alberg che,  quasi centenario,  scacci da
    Riga il re di Polonia.
    - Coraggio,  amici!  - diceva il marchese;  - nei primi anni di questo
    secolo,  nel  1713,  a Bender,  Carlo Dodicesimo,  chiuso in una casa,
    tenne testa, con trecento svedesi, a ventimila turchi.
    I due piani inferiori vennero barricati, le camere furono fortificate,
    le alcove furono messe in stato di difesa,  le porte furono puntellate
    con  travi  forzatevi  contro  a  colpi  di mazzuola,  che facevano da
    contrafforte. La scala a spirale,  che metteva in comunicazione i vari
    piani  della torre,  fu per dovuta lasciar libera,  giacch bisognava
    pure potervi circolare,  e sbarrarla per gli assedianti sarebbe  stato
    lo  stesso che sbarrarla per l'assediato.  La difesa delle piazzeforti
    ha sempre un lato debole, come nel nostro caso.
    Il marchese,  instancabile,  robusto come un giovane,  dava l'esempio,
    sollevando travi e portando pietre; dava mano alla bisogna, comandava,
    aiutava,  fraternizzava,  rideva  con  quel  feroce gruppo di persone,
    mantenendosi tuttavia sempre il signore, altero, familiare,  elegante,
    spietato.
    Non si doveva ribattergli parola.  Egli diceva: Se una met di voi si
    rivoltasse, la farei fucilare dall'altra, e difenderei il posto con il
    rimanente. Sono cose, queste, che fanno adorare un comandante.

    14.
    CHE COSA FA L'"IMANUS".

    Intanto che il marchese si  occupava  della  breccia  e  della  torre,
    l'"Imnus"  si  occupava del ponte.  Fin dal principio dell'assedio la
    scala di salvataggio sospesa  trasversalmente  all'esterno,  sotto  le
    finestre  del  secondo  piano,  era  stata,  per  ordine del marchese,
    ritirata,  e collocata  dall'"Imnus"  nella  sala  della  biblioteca.
    Appunto quella scala, forse, Gauvain intendeva sostituire. Le finestre
    del mezzanino,  detto sala delle guardie, erano difese da una triplice
    armatura di sbarre di ferro infisse nella  pietra,  e  di  l  non  si
    poteva n entrare n uscire.
    Alle  finestre  della  biblioteca  non  c'erano  inferriate  ma quelle
    finestre erano altissime.
    L'"Imnus" si fece accompagnare da tre uomini al pari di lui capaci di
    tutto e a tutto risoluti.  Quegli uomini erano Hoisnard,  detto  Ramo-
    d'oro,  e  i  due  fratelli  Picca-di-legno.  Hoisnard  Ramo-d'oro era
    implacabile quanto l'"Imnus",  avendo avuto un  fratello  ucciso  dai
    repubblicani.  L'"Imnus"  prese una lanterna cieca,  apr la porta di
    ferro e visit minuziosamente i tre piani del castelletto del ponte.
    Esamin il piano superiore, che traboccava di fieno e di paglia,  e il
    piano inferiore,  nel quale fece portare alcuni vasi di ferro pieni di
    materie infiammabili quali servono appunto durante gli  assedi,  e  li
    aggiunse ai barili di catrame. Fece collocare il mucchio di fascine di
    eriche  a  contatto  con i barili di catrame,  e si assicur del buono
    stato della miccia solforata, una estremit della quale era nel ponte,
    l'altra nella torre.  Sparse sul pavimento,  sotto i barili e sotto le
    fascine  una  pozza di catrame,  nella quale immerse l'estremit della
    miccia solforata. Poi fece collocare nella sala della biblioteca,  tra
    il  pianterreno dov'era il catrame e il granaio dov'era la paglia,  le
    tre culle dove giacevano Gian Renato,  Alano e Giorgina immersi in  un
    profondo sonno.  Le culle furono trasportate con molta cautela per non
    svegliare i piccini.
    Quelle culle non erano  che  semplici  piccole  greppie  di  campagna,
    specie  di  canestri bassissimi di vimini,  che vengono posti a terra,
    cosicch il bambino pu uscire dalla culla  da  solo  e  senza  aiuto.
    Vicino  a  ogni  culla  l'"Imnus"  fece  collocare  sul pavimento una
    scodella di minestra con un cucchiaio di legno.  La scala spiccata dai
    suoi ganci era stata deposta sul pavimento, contro il muro; l'"Imnus"
    fece  disporre  le  tre culle una dopo l'altra lungo l'altra parete di
    fronte alla scala.  Pensando  poi  che  le  correnti  d'aria  potevano
    tornare  utili,  spalanc  quanto  erano  grandi le sei finestre della
    biblioteca. Era una notte d'estate, serena e tiepida.
    Mand i fratelli  Picca-di-legno  ad  aprire  le  finestre  del  piano
    inferiore e quelle del piano superiore.  Aveva notato,  sulla facciata
    orientale dell'edificio, una vecchia pianta d'edera rinsecchita, color
    bruno,  che copriva tutto un lato  del  ponte  dall'alto  in  basso  e
    incorniciava le finestre dei tre piani.  Pens che quell'edera sarebbe
    potuta tornare utile.  Gett dappertutto un'ultima occhiata;  dopo  di
    che  i  quattro  uomini  uscirono  dal castelletto e rientrarono nella
    torre. L'"Imnus" richiuse la pesante porta di ferro a doppia mandata,
    osserv attentamente la serratura enorme e terribile, ed esamin,  con
    un  soddisfatto  cenno  di testa,  la miccia solforata che passava dal
    buco da lui praticato, che era ormai l'unica comunicazione in atto tra
    la torre e il ponte.  Quella  miccia  partiva  dalla  camera  rotonda,
    passava sotto la porta di ferro,  entrava sotto il voltone, discendeva
    la scala del pianterreno del ponte, serpeggiava sui gradini a spirale,
    correva lungo l'impiantito del corridoio  del  mezzanino  e  andava  a
    mettere  capo  nella  pozza  di  catrame  sotto  al mucchio di fascine
    secche.  L'"Imnus" aveva calcolato che occorreva circa un'ora  perch
    quella  miccia,  accesa nell'interno della torre,  appiccasse il fuoco
    alla pozza di catrame sotto la biblioteca. Prese che ebbe tutte queste
    disposizioni, e fatte che ebbe tutte queste ispezioni, egli riport la
    chiave della porta di ferro al marchese di Lantenac, che se la mise in
    tasca.
    Importava in modo particolare tener d'occhio tutti i  movimenti  degli
    assedianti.  L'"Imnus"  si  and ad appostare di vedetta,  con la sua
    cornetta da bovaro alla cintola,  nella garitta della piattaforma,  in
    cima alla torre.  Mentre osservava, un occhio sulla foresta e un altro
    sul pianoro, aveva presso di s, nell'apertura della finestrella della
    garitta,  un corno da polvere,  un sacchetto di tela  pieno  di  palle
    calibrate,  e  alcuni  vecchi  giornali che lacerava via via,  facendo
    cartucce.
    Quando il  sole  spunt,  illumin  nella  foresta  otto  battaglioni,
    sciabola al fianco,  giberna sulla schiena, baionetta in canna, pronti
    all'assalto; sul pianoro una batteria con cassoni,  cartocci e scatole
    di   mitraglia;   nella  fortezza  diciannove  uomini  che  caricavano
    tromboni,  moschetti,  pistole e moschettoni;  e nelle tre  culle  tre
    bimbi addormentati.




    LIBRO TERZO.
    LA STRAGE DI SAN BARTOLOMEO.

    1.
    I bimbi si svegliarono.
    La prima fu Giorgina.
    Un risveglio di bimbi  come uno sbocciare di fiori; si direbbe che da
    quelle fresche animucce esca un profumo.
    Giorgina,  la  bimba  di  venti mesi,  la pi piccola dei tre,  che in
    maggio poppava ancora,  sollev la testolina,  si rizz a  sedere,  si
    guard i piedini e si mise a ciaramellare.
    Un  raggio  del  sole  nascente  le cadeva sulla culla;  sarebbe stato
    difficile dire chi fosse pi roseo,  se il piede di Giorgina o  quello
    dell'aurora.
    Gli  altri  due  dormivano  ancora.  Hanno  il sonno pi pesante,  gli
    uomini. Giorgina, allegra e calma, ciaramellava.
    Gian Renato era bruno,  Alano era castano,  Giorgina era bionda.  Tali
    sfumature  del  colore dei capelli,  che nell'infanzia armonizzano con
    l'et,  con  gli  anni  possono  cambiare.  Gian  Renato  aveva  tutto
    l'aspetto  d'un  piccolo Ercole;  dormiva sul ventre,  con i due pugni
    negli occhi. Alano aveva ambo le gambe fuori del lettuccio.
    Tutti e tre avevano indosso veri cenci.  I panni  che  aveva  regalato
    loro il battaglione del Berretto Rosso se ne erano andati a brindelli;
    quel  che  ne restava loro addosso non era nemmeno una camicia.  I due
    maschietti erano quasi nudi,  Giorgina era infagottata in uno straccio
    che  era  stato  una gonna e che non era pi altro che un giubbettino.
    Chi aveva cura di quei bimbi?  Nessuno  potrebbe  dirlo.  Non  avevano
    madre,  e quei selvaggi combattenti, che li trascinavano di foresta in
    foresta, davano loro la loro razione di zuppa. Ed era tutto. I piccini
    se la cavavano come potevano.  Avevano tutti per padrone e nessuno per
    padre.  Ma  i  cenci  dei bimbi sono un non so che di luminoso.  I tre
    bimbi erano incantevoli.
    La Giorgina ciaramellava.
    Quel che l'uccello canta, un bimbo lo ciaramella. E' un medesimo inno.
    Inno  indistinto,   farfugliato,   profondo.   Il  bimbo  ha  in   pi
    dell'uccello  il cupo destino umano davanti a s.  Da ci la tristezza
    degli uomini che ascoltano, commista alla gioia del piccino che canta.
    Il pi sublime cantico che si possa udire sulla terra   il  balbettio
    dell'anima umana sulle labbra dell'infanzia. Quel confuso bisbiglio di
    un pensiero che ancora non  che un istinto,  contiene non si sa quale
    incosciente appello alla giustizia eterna;  forse  una protesta fatta
    sulla  soglia  prima di inoltrare;  umile e pungente protesta.  Quella
    ignoranza sorridente all'infinito compromette tutta la  creazione  nel
    destino che sar riservato all'essere debole e disarmato. La sventura,
    se sopravverr, sar un abuso di fiducia.
    Il parlotto del bimbo  pi e meno della parola. Non son note ed  un
    canto; non sono sillabe ed  un linguaggio; quel parlotto ha avuto il
    suo  inizio  in  cielo e non avr la sua fine sulla terra;   da prima
    della nascita,  e continua;   un  proseguimento.  Quel  balbettio  si
    compone  di  quel  che  il bimbo diceva quando era angelo e di ci che
    dir quando sar uomo;  la culla ha un Ieri,  cos come la tomba ha un
    Domani;   questo  domani  e  quell'ieri  amalgamano  in  quello  scuro
    cinguettio il loro duplice ignoto. E nulla prova Dio,  l'eternit,  la
    responsabilit,  il dualismo del destino come questa ombra formidabile
    in quella rosea anima.
    Quel che Giorgina balbettava non l'attristava per nulla giacch  tutto
    il suo dolce visino era un sorriso.  La bocca le sorrideva,  gli occhi
    le sorridevano,  le fossette delle guance le sorridevano.  E da  tutto
    quel  sorriso  si sprigionava una misteriosa accettazione del mattino.
    L'anima ha fede nel raggio.  Il cielo era azzurro,  faceva caldo,  era
    bello.   La  fragile  creaturina,  senza  nulla  sapere,  senza  nulla
    conoscere,   senza  nulla  comprendere,   mollemente  sprofondata  nel
    fantasticare che non pensa,  si sentiva al sicuro in quella natura, in
    mezzo a quegli onesti alberi,  in mezzo a quella sincera  verzura,  in
    mezzo a quella campagna pura e tranquilla, fra quei sussurrii di nidi,
    di  sorgenti,  di  mosche,  di  foglie,  sopra  ai  quali  risplendeva
    l'immensa innocenza del sole.
    Dopo Giorgina, Gian Renato, il maggiore, il grande,  che aveva quattro
    anni passati,  si risvegli.  Si alz in piedi, scavalc virilmente la
    sua culla, scorse la propria scodella, e,  parendogli che in tutto ci
    non  ci  fosse proprio nulla di straordinario,  si sedette per terra e
    cominci a mangiare la zuppa.
    Il ciaramello di Giorgina non aveva risvegliato Alano;  ma al battere
    del  cucchiaio  contro  la  scodella  egli si volt di soprassalto,  e
    spalanc gli occhi.  Alano  era  quello  di  tre  anni.  Vide  la  sua
    scodella.  Non aveva che da stendere il braccio.  La prese,  e,  senza
    uscire dal letto, scodella sulle ginocchia,  cucchiaio in pugno,  fece
    come Gian Renato: si mise a mangiare.
    Giorgina  non  li  udiva  e  le  modulazioni  della  sua  voce  pareva
    accompagnassero le oscillazioni di un sogno.  I suoi occhi  spalancati
    guardavano  in alto,  ed erano divini.  Quale che sia il soffitto o la
    volta che un bambino ha sopra la testa,  quel che si riflette nei suoi
    occhi  sempre il cielo.
    Quando  Gian  Renato  ebbe finito,  rasp col cucchiaio il fondo della
    scodella, sospir, e disse con dignit:
    - Ho mangiato la mia zuppa.
    Quelle parole distolsero Giorgina dal suo fantasticare.
    - "Uppa! ... uppa!" - disse.
    E vedendo che Gian Renato aveva mangiato e che Alano  mangiava,  prese
    la scodella di zuppa che le era accanto,  e mangi, non senza portarsi
    il cucchiaio molto pi spesso alle orecchie che alla bocca.
    Di tanto in tanto, rinunciava alla civilt e mangiava con le dita.
    Alano, dopo avere, come il fratello,  raspato il fondo della scodella,
    era andato a raggiungerlo e lo rincorreva.

    2.
    A un tratto si ud dal di fuori,  in basso, dal lato della foresta, un
    suono di tromba, specie di fanfara sdegnosa e severa. A quello squillo
    di tromba rispose dall'alto della torre un suono di cornetta.
    Questa volta,  era la tromba che chiamava e la cornetta  che  dava  la
    risposta.
    Ci  fu un secondo squillo di tromba,  seguito da un secondo squillo di
    cornetta.
    Poi, dal margine della foresta, si alz una voce lontana,  ma precisa,
    che grid distintamente cos:
    - Briganti!  arrendetevi! Se al tramonto del sole non vi sarete arresi
    a discrezione, vi attaccheremo.
    Una voce, simile a un tuono, rispose dalla piattaforma della torre:
    - Attaccate!
    La voce di sotto riprese:
    - Mezz'ora prima dell'assalto,  sar tirato un  colpo  di  cannone,  a
    titolo di ultimo avvertimento.
    E la voce d'in alto ripet:
    - Attaccate.
    Quelle voci non giungevano fino ai bambini, ma la tromba e la cornetta
    si facevano udire pi alto e pi lontano.  Giorgina,  al primo squillo
    di tromba,  drizz il capo  e  cess  di  mangiare;  allo  squillo  di
    cornetta,  ripose  il cucchiaio nella scodella;  al secondo squillo di
    tromba alz  il  minuscolo  indice  della  destra  e,  abbassandolo  e
    rialzandolo via via,  marc il tempo della fanfara,  che fu prolungata
    dal secondo squillo di cornetta. Quando cornetta e tromba si tacquero,
    ella rimase pensosa,  col dito all'aria,  e mormor a  mezza  voce:  -
    "Muchica".
    Riteniamo che volesse dire musica.
    I due maggiori,  Gian Renato e Alano,  non avevano fatto attenzione n
    alla  cornetta  n  alla  tromba.  Erano  tutti  presi  da  altro.  Un
    millepiedi stava attraversando la biblioteca.
    Alano lo scorse e grid:
    - Una bestia!
    Gian Renato accorse.
    Alano riprese:
    - Punge.
    - Non fargli male, - disse Gian Renato.
    Ed entrambi si misero a guardare quel passante.
    Intanto Giorgina si era pappata tutta la zuppa.  Cerc con gli occhi i
    fratelli.  Gian Renato e Alano erano  nello  sgancio  d'una  finestra,
    rannicchiati  e seri sopra il millepiedi: le loro fronti si toccavano,
    mescolando  i  capelli;   trattenevano  il  fiato,   meravigliati,   e
    osservavano  la  bestia,  che  si  era  fermata  e non si muoveva pi,
    pochissimo contenta di tanta ammirazione.
    Vedendo i suoi fratelli in contemplazione,  Giorgina volle  sapere  di
    che  si trattasse.  Non era facile giungere fino a quei due,  ma vi si
    accinse ugualmente.  Il tragitto era irto di difficolt.  C'erano  per
    terra parecchie cose,  sgabelli rovesciati,  mucchi di cartacce, casse
    d'imballaggio schiodate e vuote,  forzieri,  monticelli d'ogni specie,
    cui bisognava girare intorno,  tutto un arcipelago di scogli: Giorgina
    vi si arrischi. Cominci con l'uscire dalla culla, primo lavoro;  poi
    si  impegn  tra  i  frangenti,  serpeggi  negli stretti,  spinse uno
    sgabello, strisci tra due cassoni,  pass sopra a un fascio di carte,
    arrampicandosi  da  una  parte e ruzzolando dall'altra,  mostrando con
    dolcezza la sua povera piccola nudit,  e giunse cos  a  ci  che  un
    marinaio  chiamerebbe il mare libero,  vale a dire una zona abbastanza
    ampia d'impiantito  non  ostruita  da  nulla,  dove  non  c'erano  pi
    pericoli.  Allora si slanci, attravers quella zona, che era tutta la
    larghezza della sala,  a quattro zampe,  con una velocit da gatto,  e
    giunse presso la finestra.  Qui c'era,  per, un temibile ostacolo: la
    grande scala appoggiata a terra  contro  la  parete  andava  a  finire
    proprio all'altezza di quella finestra, e l'estremit di essa superava
    un  poco  lo  spigolo  dello sguancio.  Tra Giorgina e i suoi fratelli
    quell'estremit di scala era come un capo da  doppiare.  La  bimba  si
    ferm  e medit.  Terminato l'intimo suo monologo,  si decise: impugn
    risolutamente con i rosei ditini uno degli scalini, che erano in senso
    verticale e non orizzontale, la scala essendo coricata su uno dei suoi
    sostegni;  tent di rizzarsi in piedi,  ma ricadde;  due volte ritent
    invano;  alla  terza  volta  vi  riusc.  Diritta,  allora,  in piedi,
    appoggiandosi via via a ciascun gradino,  si mise a camminare lungo la
    scala.  Giuntane  all'estremit,  e  venendole cos a mancare il punto
    d'appoggio,  cadde;  ma riafferrata  con  le  manine  l'estremit  del
    sostegno,  che era enorme, si raddrizz, doppi il promontorio, guard
    Gian Renato e Alano, e rise.

    3.
    Proprio in quel momento Gian Renato,  contento del risultato delle sue
    osservazioni sul millepiedi, risollevava la testa e sentenziava:
    - E' una femmina.
    Il  riso  di  Giorgina  fece  ridere Gian Renato,  e il ridere di Gian
    Renato fece ridere Alano.
    Giorgina oper il suo congiungimento coi  fratelli,  e  tutti  e  tre,
    seduti per terra, costituirono come un cenacoletto.
    Ma il millepiedi era scomparso.
    Aveva  approfittato  del  ridere  di Giorgina per cacciarsi in un buco
    dell'impiantito.
    Altri avvenimenti seguirono il millepiedi.
    Innanzi tutto passarono delle rondini.
    Probabilmente avevano i nidi sotto lo  sporto  del  tetto.  Vennero  a
    volare vicinissimo alla finestra,  un po' inquietate dalla presenza di
    quei bimbi,  descrivendo grandi cerchi nell'aria e  mettendo  fuori  i
    loro  dolci  stridi  di  primavera.  Ci  fece alzare gli occhi ai tre
    bambini, e il millepiedi fu dimenticato.
    La Giorgina punt il ditino sulle rondinelle, e grid:
    - "Lini"!
    Gian Renato la rimprover:
    - Non si dice "lini", si dice uccellini.
    - "Cillini", - disse Giorgina.
    E tutti e tre guardarono le rondini.
    Poi entr un'ape.
    Non c' nulla che assomigli a un'anima come un'ape.  Essa va di  fiore
    in  fiore  come un'anima di stella in stella,  e riporta il miele come
    l'anima riporta la luce.
    Quell'ape,  entrando,  fece un gran rumore;  ronzava  forte  e  pareva
    dicesse:  Sono  qua.  Sono  stata  a trovare le rose;  adesso vengo a
    trovare i bambini. Che accade, qui?.
    Un'ape  una massaia: brontola cantando.
    Fino a che l'ape fu l,  i tre piccini non le tolsero mai gli occhi di
    dosso.
    L'ape esplor tutta la biblioteca,  frug gli angoli, svolazz proprio
    come se fosse in casa sua e in un alveare, e vag,  alata e melodiosa,
    d'armadio in armadio, guardando attraverso i vetri i titoli dei libri,
    come se fosse stata uno spirito.
    - Va a casa sua, - disse Gian Renato.
    - E' una bestia, - disse Alano.
    - No, - ribatt Gian Renato, -  una mosca.
    - Mosca, - disse Giorgina.
    A  questo punto,  Alano,  il quale aveva intanto trovato per terra una
    funicella che aveva un nodo a una estremit,  prese tra l'indice e  il
    pollice  l'estremit opposta al nodo,  fece della funicella una specie
    di mulinello e la guard girare con profonda attenzione.
    Giorgina,  da parte sua,  ridiventata quadrupede,  e avendo ripreso il
    suo  capriccioso  andirivieni  sull'impiantito,   aveva  scoperto  una
    venerabile poltrona dalla stoffa crivellata dai vermi,  il  cui  crine
    usciva  da  molti  buchi.  Vi  si  era  fermata,  allargando i buchi e
    tirandone fuori il crine con raccoglimento.
    D'un tratto alz un dito;  il che voleva  dire:  Ascoltate!.  I  due
    fratelli voltarono la testa.
    Si  sentiva dal di fuori un lontano rumore indistinto Probabilmente il
    campo attaccante eseguiva  qualche  mossa  strategica  nella  foresta.
    S'udivano  cavalli  nitrire,   rullare  tamburi,   cassoni  sobbalzare
    correndo,  catene urtarsi  tra  loro,  squilli  militari  chiamarsi  e
    rispondersi,  confusione  di  rumori  selvaggi che,  frammischiandosi,
    davano origine a una specie di armonia; i bimbi ascoltavano deliziati.
    - E' il buon Dio, che fa cos, - annunci Gian Renato.

    4.
    Il rumore cess.
    Gian Renato era rimasto sovrappensiero.
    Come si scompongono e  si  compongono  di  nuovo,  le  idee,  in  quei
    minuscoli cervelli?  Qual  il misterioso rimescolio di quelle memorie
    ancora cos torbide e cos brevi? In quella dolce testolina pensierosa
    si produsse un non so qual miscuglio di buon  Dio,  di  preghiera,  di
    mani giunte,  di chiss quale tenero sorriso avuto una volta su di s,
    e che non aveva pi e Gian Renato bisbigli a mezza voce: Mamma.
    - Mamma, - disse Alano.
    - "Mam", - fece Giorgina.
    Poi Gian Renato si mise a saltare.
    Vedendolo, Alano salt anche lui.
    Alano riproduceva tutti i movimenti e tutti i gesti  di  Gian  Renato;
    Giorgina  meno.  I  tre  anni scimmiottano i quattro;  ma i venti mesi
    serbano tutta la loro indipendenza.
    Giorgina rimase seduta, pronunciando di tanto in tanto una parola. Non
    ne faceva di frasi,  lei.  Era una pensatrice.  Parlava per apoftegmi.
    Era monosillabica.
    Di l a qualche istante,  comunque,  fu vinta dall'esempio, e fin per
    cercar di fare come i  suoi  fratelli.  Quelle  tre  piccole  paia  di
    piedini nudi cominciarono a ballare,  a correre e a traballare,  nella
    polvere del vecchio impiantito di quercia  lucidata,  sotto  il  grave
    sguardo  dei  busti  di  marmo,  ai quali Giorgina gettava di tanto in
    tanto un'occhiata inquieta, mormorando: I "momini"!.
    Nel linguaggio di Giorgina, "momo" era tutto ci che assomigliava a un
    uomo, pur non essendone alcuno.  Gli esseri non appariscono al bambino
    che confusi ai fantasmi.
    Giorgina,  tentennando pi che camminando, seguiva i suoi fratelli, ma
    pi volentieri a quattro zampe.
    A un tratto, Gian Renato essendosi avvicinato a una finestra,  alz la
    testa,  poi  l'abbass,  e  and  a rifugiarsi dietro lo spigolo dello
    sguancio della finestra. Aveva scorto qualcuno che lo guardava. Era un
    soldato azzurro  dell'accampamento  del  pianoro,  che,  approfittando
    della tregua e forse anche un poco infrangendola, si era arrischiato a
    spingersi fin sul ciglio dello scoscendimento del burrone,  di dove si
    scorgeva l'interno della biblioteca.  Vedendo Gian Renato nascondersi,
    Alano fece altrettanto, e and ad appiattarsi a fianco di Gian Renato;
    Giorgina,  a sua volta, and a nascondersi dietro a entrambi. Rimasero
    l in silenzio, immobili, e Giorgina si pose il dito sulle labbra.  Di
    l a qualche minuto,  Gian Renato si arrischi a sporgere la testa. Il
    soldato c'era ancora.  Gian Renato ritir la testa vivamente,  e i tre
    piccini  non  osarono  pi respirare.  La cosa dur piuttosto a lungo.
    Finalmente quella paura tedi Giorgina,  ed essa fu  tanto  audace  da
    guardare  a sua volta.  Il soldato se ne era andato via.  I bambini si
    rimisero a correre e a giocare.
    Bench Alano fosse imitatore e ammiratore di Gian  Renato,  aveva  una
    specialit tutta sua: quella delle scoperte interessanti. Suo fratello
    e  sua  sorella  lo  videro  a  un  tratto  caracollare  perdutamente,
    tirandosi dietro una carrettina a quattro  ruote,  che  aveva  scovata
    chiss dove.
    Quella  carrozzina  da  bambola era col da anni e anni nella polvere,
    dimenticata,  in termini di buon vicinato con i libri  dei  geni  e  i
    busti  dei  saggi.  Era  forse  uno  dei  balocchi  coi  quali  si era
    trastullato da bimbo, Gauvain.
    Alano  aveva  fatto  della  sua  funicella  un  frustino,  che  faceva
    schioccare.  Ne andava fierissimo. Cos sono gli inventori. Quando non
    si scopre l'America,  si scopre una carrettina;  ma  sempre la stessa
    cosa.
    Ma  fu  giocoforza  fare un po' per uno.  Gian Renato volle attaccarsi
    alla carrettina, e Giorgina volle montarci sopra.
    Tent di sedervisi. Gian Renato fu il cavallo, Alano fu il cocchiere.
    Il cocchiere, per,  non conosceva il suo mestiere;  il cavallo glielo
    insegn.
    Gian Renato grid ad Alano:
    - Dici: "uhi!"
    - "Uhi!" - ripet Alano.
    La carrettina ribalt. Giorgina and ruzzoloni. Strillano, gli angeli.
    Giorgina strill.
    Poi ebbe una vaga voglia di piangere.
    - Signorina, - le disse Gian Renato; - siete troppo grande, voi.
    - "Glande!" - ripet Giorgina.
    E la grandezza la consol della caduta.
    Lo  sporto  del fregio al di sotto delle finestre era molto largo;  la
    polvere dei campi portata via dal pianoro di eriche,  aveva finito per
    accumularvisi;  le piogge,  con quella polvere,  avevano rifatto della
    terra,  il vento vi aveva portato dei semi,  cos che  un  rovo  aveva
    approfittato  di  quel  poco di terra per germogliarvi.  Quel rovo era
    della specie detta mora della volpe, biennale. Si era in agosto,  il
    rovo era coperto di more e un ramo entrava da una finestra.  Quel ramo
    pendeva fin quasi a terra.
    Dopo aver scoperto la cordicella,  dopo aver scoperto  la  carrettina,
    Alano scopr quel rovo. Gli si avvicin.
    Colse una mora e la mangi.
    - Ho fame, - disse Gian Renato.
    Giorgina, galoppando su mani e ginocchia, non tard a sopraggiungere.
    Fra tutti e tre,  saccheggiarono il ramo e fecero fuori tutte le more.
    Se ne ubriacarono e impiastricciarono,  e,  tutti vermigli  di  quella
    porpora  del  rovo,  quei tre piccoli serafini finirono per essere tre
    faunetti: cosa che avrebbe urtato Dante e deliziato  Virgilio.  Davano
    in grandi scoppi di risa.
    Di tanto in tanto, il rovo pungeva loro le dita. Nulla per nulla.
    Giorgina  tese  a Gian Renato il ditino imperlato da una gocciolina di
    sangue, e disse, mostrando il rovo:
    - Punge.
    Alano, punto anche lui, guard il rovo con diffidenza, e disse:
    - E' una bestia.
    - No, - interloqu Gian Renato; -  un bastone.
    - Un bastone, cattiva cosa, - riprese Alano.
    Giorgina ebbe anche questa volta l'uzzolo di piangere;  invece si mise
    a ridere.

    5.
    Gian Renato intanto,  forse geloso delle scoperte del fratello minore,
    aveva concepito un grande disegno.  Da qualche momento,  pur cogliendo
    more  e  pungendosi  le  dita,  i suoi occhi si voltavano di frequente
    dalla parte del leggio sostenuto da un piede unico e isolato  come  un
    monumento  in  mezzo  alla  biblioteca.  Appunto su quel leggio faceva
    bella mostra di s il celebre volume "San Bartolomeo".
    Era  davvero  un  magnifico  e  memorabile  "in-quarto".   Quel   "San
    Bartolomeo"  era  stato  pubblicato a Colonia dal famoso editore della
    "Bibbia" del 1682,  Bloeuw,  in latino Coesius.  Era stato  fatto  con
    torchi a scatole e a nervi di bue. Era stampato non su carta d'Olanda,
    ma su quella bella carta araba,  cos ammirata da Edrisi,  che  fatta
    di seta e di cotone,  e sempre bianca;  la  rilegatura  era  di  cuoio
    dorato  e  i  fermagli  erano  d'argento;  le  guardie erano di quella
    pergamena che i commercianti di Parigi giuravano  di  acquistare  alla
    sala  Saint-Mathurin  e  non  altrove.  Quel  volume  era  fitto  di
    incisioni su legno e su rame,  nonch di carte  geografiche  di  molti
    paesi. Era preceduto da una protesta degli stampatori, cartai e librai
    contro l'editto del 1635,  che gravava d'imposta i cuoi,  le bare, il
    bestiame a pi forcuto,  il pesce di mare e la carta;  e sul  "verso"
    del  frontespizio  si  leggeva una dedica indirizzata ai Gryphes,  che
    sono a Lione ci  che  gli  Elzeviri  sono  ad  Amsterdam.  Tutto  ci
    contribuiva  a  farne  un  esemplare illustre,  quasi altrettanto raro
    dell'"Apostolo" di Mosca.
    Era un bel libro.  Appunto per questo Gian Renato lo  guardava;  forse
    troppo.  Il  volume  era  spalancato  precisamente a una grande stampa
    rappresentante san Bartolomeo che  porta  la  sua  propria  pelle  sul
    braccio.  Questa stampa,  dal basso, si vedeva benissimo. Mangiate che
    furono tutte le more,  Gian Renato  la  osserv  con  uno  sguardo  di
    terribile amore;  e Giorgina, il cui occhio seguiva la direzione degli
    occhi del fratello, scorse la stampa e disse: "Magine".
    Questa parola parve decidere Gian Renato.  Allora,  con grande stupore
    di Alano, egli fece una cosa straordinaria.
    In un angolo della biblioteca c'era una grossa sedia di quercia;  Gian
    Renato fil su quella sedia,  l'afferr e tutto da solo,  la  trascin
    fino al leggio.  Poi, quando la sedia tocc il leggio, vi mont e pos
    ambo i suoi pugni sul libro.
    Raggiunta quella sommit,  egli senti il bisogno  d'essere  magnifico;
    prese  la  "magine" per l'angolo superiore e la lacer con cura;  tale
    lacerazione di san Bartolomeo si oper per traverso,  ma non fu  colpa
    di Gian Renato.  Egli lasci nel libro tutto il lato sinistro,  con un
    occhio e un po' dell'aureola del vecchio evangelista apocrifo, e offr
    a Giorgina l'altra met del santo, nonch tutta la sua pelle. Giorgina
    ricevette il santo, e disse: "Momo".
    - E io? - grid Alano.
    Succede della prima pagina lacerata come del primo sangue versato.  La
    carneficina fu decisa.
    Gian  Renato  volt il foglio;  dietro il santo c'era il commentatore,
    Pantmio. Gian Renato assegn Pantmio ad Alano.
    Giorgina,  intanto,  aveva fatto il suo grande pezzo in due pezzi  pi
    piccoli,  poi  i  due piccoli in quattro,  cosicch la storia potrebbe
    benissimo narrare che san Bartolomeo,  dopo essere stato scorticato in
    Armenia, fu squartato in Bretagna.

    6.
    Operato lo squartamento,  Giorgina tese la mano a Gian Renato e disse:
    - Ancora!
    Dopo il  santo  e  il  commentatore,  venivano,  ritratti  arcigni,  i
    glossatori.  Il  primo in ordine di tempo era Gavanto;  Gian Renato lo
    lacer e mise Gavanto in mano a Giorgina.
    Uno dopo l'altro,  i glossatori di san Bartolomeo passarono tutti  per
    quelle mani.
    Regalare   un segno di superiorit.  Gian Renato,  per s,  non serb
    nulla.  Alano  e  Giorgina  lo  contemplavano;  ci  gli  bastava.  Si
    accontent dell'ammirazione del suo pubblico.
    Inesauribile  e  magnifico,   Gian  Renato  offr  ad  Alano  Fabrizio
    Pignatelli e a Giorgina il padre Stilting; ad Alano Alfonso Tostat e a
    Giorgina "Cornelius a Lapide";  Alano ebbe Enrico Hammond,  e Giorgina
    ebbe  il  padre  Roberti,  con  l'aggiunta d'una veduta della citt di
    Douai dove nacque nel 1619.  Alano ricevette la protesta dei cartai  e
    Giorgina  ottenne  la  dedica  ai  Ghryphes.  C'erano pure delle carte
    geografiche.  Gian Renato distribu anche quelle.  Diede l'Etiopia  ad
    Alano e la Licaonia a Giorgina. Fatto questo, gett il libro a terra.
    Fu un momento spaventoso.  Alano e Giorgina videro,  con un'estasi non
    priva di spavento, Gian Renato aggrottare le sopracciglia,  irrigidire
    i  garretti,  contrarre  i  pugni,  e  spingere  fuori  del  leggio il
    massiccio "in-quarto". Tragica,  una maestosa rarit bibliografica che
    perde  contegno!  Il  pesante  volume disarcionato,  pend un momento,
    esit,  oscill,  poi  precipit,  e,  rotto,  spiegazzato,  lacerato,
    sgangherato  nella  rilegatura,  slogato  nei  fermagli,  si  appiatt
    malinconicamente sull'impiantito. Per fortuna, non cadde su di loro.
    I bimbi ne furono entusiasmati,  ma  non  schiacciati.  Non  tutte  le
    avventure dei conquistatori finiscono altrettanto bene.
    Al pari di tutte le glorie,  anche quella fin in un grande strepito e
    in una nuvola di polvere.
    Abbattuto il libro, Gian Renato smont dalla sedia.
    Ci fu un istante di silenzio e di  terrore;  la  vittoria  ha  i  suoi
    sgomenti.  I  tre  bimbi  si  presero  per mano e si tennero indietro,
    considerando il largo volume smantellato.
    Dopo  un   attimo   di   meditazione,   per,   Alano,   energicamente
    avvicinandoglisi, gli sferr un calcio.
    Fu finita.  L'appetito della distruzione esiste.  Gian Renato diede la
    sua pedata,  Giorgina diede la sua pedata: ci la fece cadere a terra,
    ma  seduta.  Ne  approfitt  per  gettarsi sopra san Bartolomeo.  Ogni
    prestigio disparve.  Gian Renato si precipit,  Alano si  scagli,  ed
    esultanti,   smarriti,  trionfanti,  spietati,  lacerando  le  stampe,
    stracciando  i  fogli,   strappando  i   segnalibro,   graffiando   la
    rilegatura, staccando il cuoio dorato, smuovendo i chiodi degli angoli
    d'argento,  rompendo  la pergamena,  facendo a pezzi il testo augusto,
    lavorando di piedi, di mani, di denti, rosei, ridenti,  feroci,  i tre
    angeli predaci si abbatterono sull'evangelista senza difesa.
    Annientarono  l'Armenia,  la  Giudea,  il  Beneventano,  dove  sono le
    reliquie del santo,  Nataniele,  che  forse lo stesso che Bartolomeo,
    papa  Gelasio,  che  dichiar  apocrifo  il vangelo di san Bartolomeo-
    Nathaniele,  tutte le immagini,  tutte  le  carte;  e  la  inesorabile
    esecuzione  del  vecchio  libro  li  occup  talmente,  che  un sorcio
    transit da quelle parti senza che essi vi facessero caso.
    Fu uno sterminio.
    Fare a pezzi la storia,  la leggenda,  la scienza,  i miracoli veri  o
    falsi,  il  latino  ecclesiastico,  le superstizioni,  i fanatismi,  i
    misteri, lacerare tutta una religione dall'alto in basso,  un'impresa
    per tre giganti, ma anche per tre bambini; le ore,  in quella bisogna,
    trascorsero,  ma  i tre bimbi ne vennero a capo.  Del "San Bartolomeo"
    non rimase pi nulla.
    Quando tutto fu finito,  quando l'ultima pagina  fu  staccata,  quando
    l'ultima stampa fu a terra,  quando del libro non rimasero pi che dei
    tronconi di  testo  e  lembi  di  immagini  dentro  uno  scheletro  di
    rilegatura,  Gian  Renato  si  rizz  in  piedi,  guard  l'impiantito
    giuncato da tutti quei fogli sparsi, e batt le mani.
    Alano fece altrettanto.
    Giorgina,  preso da terra uno di quei  fogli,  si  alz,  si  appoggi
    contro  la  finestra,  che  le  arrivava al mento,  e si mise a fare a
    pezzetti, fuori della finestra, la grande pagina.
    Vedendola,  Gian Renato e Alano si affrettarono  a  fare  altrettanto.
    Raccolsero  e  fecero  a  pezzi,  raccolsero  ancora e fecero ancora a
    pezzi,  fuori della finestra,  come Giorgina.  E a  pagina  a  pagina,
    sbriciolato da quegli accaniti ditini, quasi tutto il vecchio libro fu
    portato  via  dal  vento.  Pensosa,  Giorgina  guard quello sciame di
    foglietti bianchi disperdersi a ogni soffio d'aria e disse:
    - Farfalle!
    E il massacro si concluse con uno sparpagliamento nell'azzurro.

    7.
    Tale fu la seconda esecuzione di san Bartolomeo,  che  gi  una  prima
    volta era stato martirizzato nell'anno 49 di Ges Cristo.
    Sopravveniva,  frattanto,  la sera: il calore aumentava;  nell'aria si
    sentiva la siesta.  Gli occhi di Giorgina si  facevano  incerti,  Gian
    Renato  si avvicin alla sua culla,  ne tir fuori il pagliericcio che
    gli faceva da materasso, lo trascin fino alla finestra,  gli si stese
    sopra, e disse:
    - Corichiamoci.
    Alano pos la testa su Gian Renato, Giorgina pos la testa su Alano, e
    i tre malfattori si addormentarono.
    Dalle  finestre  spalancate  entravano tepidi aliti;  profumi di fiori
    selvatici,  rapiti ai borri e alle colline,  vagolavano commisti  agli
    aliti  della  sera;  lo  spazio  era  calmo  e  misericordioso;  tutto
    raggiava,  tutto si rasserenava,  tutto amava ogni cosa.  Il sole dava
    alla creazione quella carezza che  la luce.  Si avvertiva con tutti i
    pori l'armonia che si sprigiona dalla colossale dolcezza  delle  cose.
    C'era,  nell'infinito,  un  non  so che di materno.  La creazione  un
    prodigio in pieno sboccio,  che completa la sua enormit  con  la  sua
    bont;   pareva  di  sentire  qualcuno,  invisibile,  prendere  quelle
    misteriose  precauzioni  che  nel  temibile  conflitto  degli  esseri,
    proteggono  i deboli contro i forti.  Al tempo stesso,  era bello;  lo
    splendore pareggiava la  mansuetudine.  Il  paesaggio,  ineffabilmente
    assopito,  aveva  quello  stupendo riflesso che fanno sulle praterie e
    sui fiumi gli spostamenti dell'ombra e della luce. I fumacchi salivano
    verso le  nubi  come  fantasticherie  verso  visioni,  voli  d'uccelli
    turbinavano sopra la Tourgue;  le rondini guardavano dalle finestre, e
    parevano accostarsi per vedere se i bimbi dormissero bene.  Essi erano
    graziosamente  ammucchiati l'uno sull'altro,  immobili,  seminudi,  in
    pose da amorini. Erano adorabili e puri. Fra tutti e tre,  non avevano
    nove anni;  facevano sogni di paradiso, che si riflettevano sulle loro
    bocche in vaghi sorrisi.  Dio parlava forse  loro  all'orecchio.  Essi
    erano  coloro  che  tutte  le  lingue  umane  chiamano  i  deboli  e i
    benedetti; erano i venerabili innocenti. Tutto, intorno, taceva,  come
    se l'alito dei loro dolci petti riguardasse tutto l'universo,  e fosse
    ascoltato dall'intera creazione: le foglie non stormivano, le erbe non
    vibravano;  pareva che il vasto mondo stellato trattenesse il  respiro
    per non turbare quei tre umili angelici dormienti, e nulla era sublime
    come l'immenso rispetto della natura attorno a quella piccolezza.
    Il  sole stava per tramontare,  e quasi gi toccava l'orizzonte.  A un
    tratto,  in quella pace profonda,  balen  un  lampo  che  usc  dalla
    foresta. Gli tenne dietro un rombo selvaggio. Avevano sparato un colpo
    di  cannone.  Gli  echi  si impadronirono di quel rombo e ne fecero un
    fragore. Il rimbombo,  propagato di collina in collina,  fu mostruoso.
    Giorgina ne fu risvegliata.
    Sollev un poco la testa, alz il ditino, e disse:
    - Pum!
    Il fragore cess e tutto rientra nel silenzio. Giorgina torn a posare
    la testa su Alano, e si riaddorment.













    LIBRO QUARTO.
    LA MADRE.

    1.
    PASSA LA MORTE.

    Quella sera, la madre che gi abbiamo visto andare quasi a caso, aveva
    camminato  tutta  la  giornata.  Del  resto,  era la sua storia d'ogni
    giorno, quella: andare sempre avanti e non fermarsi mai. I brevi sonni
    di accasciamento nel primo cantuccio che le capitasse non si  potevano
    infatti  dire  riposo,  pi che non si potesse chiamare nutrimento ci
    che mangiava qua e  l,  come  becchettano  gli  uccelli.  Mangiava  e
    dormiva proprio quel tanto che le bisognava per non cadere morta.
    La  notte precedente l'aveva trascorsa in una capanna abbandonata.  Ne
    fanno di quegli abituri,  le guerre civili.  Aveva trovato in un campo
    deserto  quattro  muri,  una  porta aperta,  un po' di paglia sotto un
    rimasuglio di tetto, e si era coricata sulla paglia, sotto quel tetto,
    avvertendo attraverso la paglia correre i topi e scorgendo  attraverso
    il  tetto lo spuntare delle stelle.  Aveva dormito alcune ore,  poi si
    era risvegliata nel pieno della notte e si era incamminata  di  nuovo,
    onde fare pi strada possibile prima del grande calore diurno. Per chi
    viaggia   a   piedi  d'estate,   la  mezzanotte    pi  clemente  del
    mezzogiorno.
    Seguiva come  meglio  poteva  il  sommario  itinerario  che  le  aveva
    indicato  il  contadino  di  Vantortes;  si spingeva quanto pi le era
    possibile a ponente.  Chi le  fosse  stato  accanto,  l'avrebbe  udita
    ripetere  continuamente  a mezza voce La Tourgue.  Oltre ai nomi dei
    suoi tre bambini ella non sapeva pi altra parola che questa.
    Camminando,  pensava.  Riandava le avventure che  aveva  attraversato;
    ricordava tutto ci che aveva sofferto, tutto ci che aveva accettato:
    gli incontri,  le indegnit, le condizioni fatte, i mercati proposti e
    subti,  quando per un asilo,  quando per un  pezzo  di  pane,  quando
    semplicemente per ottenere che le insegnassero la strada. Una donna in
    miseria   pi sventurata d'un uomo in miseria,  in quanto  strumento
    di piacere. Spaventoso vagabondaggio!  Del resto,  a lei non importava
    nulla di nulla, purch ritrovasse i suoi figlioli.
    Il suo primo incontro, quel giorno, era stato un paesino sulla strada.
    L'alba era appena spuntata;  tutto,  ancora, era immerso nelle tenebre
    della notte; pure,  nella via maggiore del paesino,  qualche uscio era
    gi  dischiuso,  e  dalle  finestre sporgevano teste incuriosite.  Gli
    abitanti erano agitati come le api di  un  alveare  disturbato.  S'era
    fatto udire un frastuono di ruote e di ferraglie, ecco perch.
    Sulla  piazza,  davanti  alla  chiesa,  un  gruppo sbigottito,  con lo
    sguardo all'ins,  guardava qualche cosa che scendeva lungo la  strada
    verso il paesino dall'alto d'una collina. Era un carro a quattro ruote
    trascinato da cinque cavalli attaccati per mezzo di catene.  Sul carro
    si distingueva un ammucchiamento che pareva un gruppo di lunghe  travi
    in mezzo alle quali si scorgeva un non so che di informe; il tutto era
    nascosto da un gran copertone,  che pareva un sudario.  Dieci uomini a
    cavallo precedevano, e dieci seguivano il carro. Quegli uomini avevano
    in testa cappelli a tricorno,  e si vedeva emergere al di sopra  delle
    loro  spalle punte che parevano sciabole sguainate.  Tutto quel corteo
    inoltrava lentamente profilandosi nero nero sull'orizzonte.  Il  carro
    pareva  nero,  i  cavalli  parevano  neri,  i cavalieri parevano neri.
    Dietro di essi illividiva il mattino.
    Quell'apparecchio entr nel paesino e si diresse verso la piazza.
    Durante la discesa del carro s'era fatto un po' giorno,  e  fu  quindi
    possibile  vedere  distintamente  quel corteo che pareva una marcia di
    spettri, visto che nessuno fiatava.
    I cavalieri erano gendarmi. Avevano le sciabole sguainate, infatti. Il
    copertone era nero.
    La miseranda madre errabonda entr da  parte  sua  nel  paesino  e  si
    avvicin  al  capannello dei contadini proprio nel momento in cui quel
    carro e quei gendarmi giungevano sulla piazza. Nel capannello la gente
    si bisbigliava domande e risposte.
    - Che diamine ?
    - La ghigliottina che passa.
    - Di dove viene?
    - Da Fougres.
    - Dove va?
    - Non so. Si dice che vada a un castello dalla parte di Parign.
    - A Parign!
    - Vada dove vuole, purch non si fermi qui.
    Quel grande carro,  col suo carico velato da una  specie  di  sudario,
    quei cavalli,  quei gendarmi, lo strepito delle catene, il silenzio di
    quegli uomini, l'ora crepuscolare, era un insieme davvero spettrale.
    Quel gruppo attravers la piazza e usc dal paesino; il paesino era in
    una bassura, tra una salita e una discesa. Di l a un quarto d'ora,  i
    contadini,  rimasti l come impietriti,  videro ricomparire la lugubre
    processione in cima alla collina a occidente.  Le carreggiate facevano
    sobbalzare  le grosse ruote,  le catene con le quali erano attaccati i
    cavalli strepitavano  al  vento  mattutino,  le  sciabole  brillavano.
    Sorgeva il sole. La strada faceva una svolta, tutto scomparve.
    In quello stesso momento,  Giorgina,  nella sala della biblioteca,  si
    risvegliava accanto ai suoi fratelli  ancora  addormentati,  e  diceva
    buongiorno ai suoi piedini.

    2.
    PARLA LA MORTE.

    La  madre  aveva  guardato passare quella cosa scura,  ma non aveva n
    capito n cercato di capire. Aveva un'altra visione, lei, davanti agli
    occhi: i suoi figlioli perduti nelle tenebre.
    Usc pure lei dal paesino, poco dopo che vi fu sfilato il corteo, e ne
    segu  la  medesima  strada,  a  qualche  distanza  dalla  squadra  di
    retroguardia dei gendarmi.  D'un tratto, le torn alla mente la parola
    ghigliottina;
    ghigliottina,  pens.  Quella selvaggia d'una Michelina Flchard non
    sapeva che cosa fosse; ma l'istinto avverte, ed ella ebbe, senza poter
    dire perch,  un fremito.  Le parve orribile camminare dietro a quella
    cosa,  e prese a sinistra,  lasci la strada e si inoltr sotto  certi
    alberi, che erano la foresta di Fougres.
    Vagabondato  che  ebbe  qualche  tempo,  scorse  un campanile e alcuni
    tetti. Era un paesino sul margine del bosco. Vi and. Aveva fame.
    Quel paesino era uno di quelli in cui i repubblicani avevano stabilito
    dei posti militari.
    Inoltr fino alla piazza del municipio.
    Anche in quel paesino  c'erano  subbuglio  ed  ansiet.  La  gente  si
    pigiava  davanti  a un terrazzino di pochi gradini,  che era l'entrata
    del municipio.  Su quel terrazzino,  si scorgeva un uomo,  scortato da
    soldati,  che teneva in mano un grande manifesto spiegato.  Quell'uomo
    aveva  alla  sua  destra  un  tamburino,   e  alla  sua  sinistra   un
    affissatore, che portava un secchiello di colla e un pennello.
    Sul  balcone  soprastante  alla  porta,  stava ritto il sindaco con la
    sciarpa tricolore sull'abito di contadino.
    L'uomo dal manifesto era un pubblico banditore.
    Aveva la bandoliera da viaggio alla quale era appesa  una  borsa:  ci
    stava a indicare che andava da paese a paese, e che aveva qualche cosa
    da bandire in tutta la contrada.
    Nel momento in cui Michelina Flchard si avvicin,  l'uomo,  che aveva
    spiegato proprio allora il manifesto,  cominci la lettura.  Disse con
    voce altisonante:
    - Repubblica francese, una e indivisibile.
    Il tamburo rull.  La ressa ebbe una specie di oscillazione. Alcuni si
    tolsero i berretti;  altri si calcarono in testa i cappelli.  In  quel
    tempo  e  in  quella  contrada,  si  poteva  quasi  riconoscere di che
    opinione fosse la gente dal copricapo che portava.  I  cappelli  erano
    realisti,  i  berretti  erano repubblicani.  Il confuso bruso di voci
    cess, si prest orecchio. Il banditore lesse:
    - ...In virt degli ordini impartiti e dei poteri a noi delegati  dal
    comitato di salute pubblica....
    Ci fu un altro rullo di tamburo. Il banditore prosegu:
    -  ...  e in esecuzione del decreto della Convenzione nazionale,  che
    mette fuori legge i ribelli presi con le armi alle mani, e che commina
    la pena capitale a chiunque dar loro asilo o li far evadere....
    Un contadino domand a bassa voce al suo vicino:
    - E che cosa  mai la pena capitale?
    Il vicino gli rispose: - Non lo so.
    Il banditore agit il manifesto:
    - ...Visto l'articolo 17 della legge  del  30  aprile  che  d  pieni
    poteri ai delegati e ai subdelegati contro i ribelli:
    Sono messi fuori legge....
    Fece una pausa e riprese:
    --   ...gli   individui   designati  coi  nomi  e  i  soprannomi  che
    seguono....
    Tutta la gente prest orecchio.
    La voce del banditore divenne tonante. Disse:
    - ...Lantenac, brigante.
    - E' monsignore, - mormor un contadino.
    E si ud bisbigliare tra la folla: - E' monsignore!.
    Il banditore riprese:
    - ...Lantenac, ex marchese, brigante. L'"Imnus", brigante....
    Due contadini si guardarono con la coda dell'occhio:
    - E' Gouge-le-Bruant.
    - S,  Trita-azzurri.
    Il banditore continuava a leggere l'elenco:
    - Gran Cuorsaldo, brigante....
    La folla mormor:
    - E' un prete.
    - S, il signor abate Turmeau.
    - S,  curato in qualche posto, dalla parte del bosco della Cappella.
    - E' brigante, - disse uno con in testa il berretto.
    Il banditore lesse:
    -  ...  Boisnouveau,  brigante...   I  due  fratelli  Picca-di-legno,
    briganti... Houzard, brigante....
    - E' il signor di Quelen, - disse un contadino.
    - Panier, brigante....
    - E' il signor Sepher.
    - ...Piazza-pulita, brigante....
    - E' il signor Jamois.
    Il  banditore  proseguiva  la  sua  lettura  senza  occuparsi  di quei
    commenti.
    -- ...Guinoiseau, brigante... Chatenay, detto Robi, brigante....
    Un contadino sussurr:
    - Guinoiseau  lo stesso che il biondo; lo Chatenay  di Saint-Ouen.
    - ...Hoisnard, brigante, - riprese il banditore.
    E si ud dire tra la folla:
    - E' di Ruill.
    - S,  Ramo-d'oro.
    - Ha avuto il fratello ammazzato all'attacco di Pontorson.
    - S, Hoisnard-Malomire.
    - Un bel giovanotto di diciannove anni.
    - Attenzione,  - disse il banditore.  - Ecco la fine  della  lista:  -
    ...Bellavigna,   brigante...   Cornamusa,  brigante...  Sciabolatore,
    brigante... Amoruccio, brigante....
    Un giovanotto diede di gomito a una ragazza. La ragazza sorrise.
    Il banditore continu:
    - Canta-d'inverno, brigante... il Gatto, brigante....
    Un contadino disse:
    - E' Moulard.
    - ... Tabouze, brigante....
    Un contadino disse:
    - E' Gauffre.
    - Sono due i Gauffre. - disse una donna.
    - Tutt'e due buoni, brontol un "gars".
    Il banditore scosse il manifesto e il tamburo  diede  il  segnale  del
    bando.
    Poi il banditore riprese la sua lettura:
    - ...  I soprannominati,  dovunque vengano presi, e constatata che se
    ne sia l'identit, saranno immediatamente messi a morte.
    Ci fu un po' di agitazione.
    Il banditore prosegu:
    - ...  Chiunque dar loro asilo o prester mano alla  loro  evasione,
    sar   tradotto  davanti  alla  corte  marziale,   e  messo  a  morte.
    Firmato....
    Il silenzio divenne profondo.
    -  ...Firmato:  il  delegato  del  comitato   di   salute   pubblica,
    Cimourdain.
    - Un prete, - disse un contadino.
    - L'ex-curato di Parign, - disse un altro.
    Un borghese soggiunse:
    - Turmeau e Cimourdain. Un prete bianco e un prete azzurro.
    - Neri entrambi, - disse un altro borghese.
    Il sindaco, che era sul balcone, sollev il cappello e grid:
    - Viva la repubblica!
    Un rullo di tamburo annunci che il banditore non aveva finito.  Egli,
    infatti, fece un cenno con la mano.
    - Attenzione,  - disse.  - Ecco le quattro ultime righe del  manifesto
    del  governo.  Sono firmate dal comandante della colonna di spedizione
    delle Coste del Nord, che  il comandante Gauvain.
    - Ascoltate! - dissero le voci della folla.
    E il banditore lesse:
    - Sotto pena di morte....
    Tutti zittirono.
    - ... E' fatto divieto in esecuzione dell'ordine qui sopra, di recare
    aiuto e soccorso ai  diciannove  ribelli  summentovati,  che  sono  in
    questo momento investiti e accerchiati nella Tourgue.
    - Come? - disse una voce.
    Era una voce di donna. La voce della madre.

    3.
    PARLOTTIO DEI CONTADINI.

    Michelina Flchard era in mezzo alla folla. Non aveva ascoltato nulla;
    ma  ci che non si ascolta,  si ode.  E lei aveva udito quella parola,
    Tourgue. Sollev la testa.
    - Come?  - ripet. - La Tourgue?
    La guardarono.  Aveva  l'aria  smarrita.  Era  cenciosa.  Alcune  voci
    mormorarono: - Si direbbe una brigantessa.
    Una contadina, che portava focacce di grano saraceno in un paniere, le
    si avvicin e le disse a bassa voce:
    - Tacete!
    Michelina  Flchard  osserv quella donna con stupore.  Ricominciava a
    non capire pi. Quel nome,  la Tourgue,  era trascorso come un lampo e
    ora  le  tenebre  si  riaddensavano.  O  che  non  aveva il diritto di
    informarsi, lei? Che avevano da guardarla a quel modo?
    Frattanto il tamburo  aveva  rullato  un'ultima  volta;  l'affissatore
    aveva  incollato il manifesto;  il sindaco era rientrato in municipio;
    il banditore s'era avviato verso qualche altra localit, e la ressa si
    disperdeva.
    Un capannello di gente era rimasto  davanti  al  manifesto.  Michelina
    Flchard si avvicin a quel gruppo.
    Si commentavano i nomi delle persone messe fuori legge.
    C'erano  contadini  e c'erano borghesi,  che  quanto dire che c'erano
    dei bianchi e c'erano degli azzurri.
    Un contadino diceva:
    - Non importa.  Non li hanno mica in mano tutti.  Diciannove non  sono
    che  diciannove.  Non  hanno  in  mano  il  Priou,  non  hanno in mano
    Beniamino Moulins,  non hanno in mano il Goupil,  della parrocchia  di
    Andouill.
    - N Lorieul, di Monjean, - disse un altro.
    E altri ancora aggiunsero:
    - N il Brice-Denys.
    - N Francesco Dudouet.
    - Gi, quello di Laval.
    - N Huet, di Launey-Villiers.
    - N Grgis.
    - N Pilon.
    - N il Filleul.
    - N Mniceut.
    --N Guharre.
    --N i tre fratelli Logerais.
    --N il signor Lechandelier di Pierreville.
    -  Imbecilli!  -  disse  un austero vecchio dai capelli bianchi.  - Se
    hanno Lantenac, hanno tutti quanti.
    - Ancora non ce l'hanno, - mormor un giovane.
    Il vecchio precis:
    - Preso Lantenac,  presa l'anima. Morto Lantenac, la Vandea  uccisa.
    - Che cos', dunque, questo Lantenac? - domand un borghese.
    Un altro borghese rispose:
    - E' un ex.
    E un altro riprese:
    - E' uno di quelli che fucilano le donne.
    Michelina Flchard ud, e disse:
    - E' vero.
    Si voltarono verso di lei.
    Ed ella soggiunse:
    - Dal momento che sono stata fucilata anch'io.
    La frase era  piuttosto  singolare.  La  donna  fece  l'effetto  d'una
    vivente che affermi di essere morta.  Tutti si misero a esaminarla, un
    po' di sbieco.
    Era inquietante a vedersi, infatti.  Trasaliva per ogni nonnulla;  era
    sgomenta;  rabbrividiva  di  frequente;  dava  a  vedere una selvaggia
    ansiet,  ed era cosi atterrita,  che  atterriva.  Nella  disperazione
    della  donna  c'  un  non  so che di debole,  che  terribile.  Si ha
    l'impressione di vedere un essere sospeso all'estremit del destino. I
    contadini,  per,  non prendono le cose tanto per il sottile.  Uno  di
    essi brontol: - Potrebbe anche essere una spia, questa qui.
    - Ma tacete, una buona volta, e andatevene, - le disse a bassa voce la
    buona donna che gi le aveva parlato prima.
    Michelina Flchard rispose:
    - Non faccio nulla di male, io. Cerco i miei figlioli.
    La  buona  donna  guard quelli che guardavano Michelina Flchard,  si
    tocc la fronte col dito, ammiccando dell'occhio, e disse:
    - E' una innocente.
    Poi la prese in disparte, e le diede una focaccia di saraceno.
    Michelina Flchard, senza ringraziare, addent avidamente la focaccia.
    - S,  - convennero i contadini;  - mangia  come  una  bestia,    una
    innocente.
    E  quanto  rimaneva dell'assembramento si disperse.  Uno dopo l'altro,
    tutti se ne andarono.
    Quando Michelina Flchard ebbe mangiato, disse alla contadina.
    - Ecco fatto! Ma adesso che ho mangiato, dov' la Tourgue ?
    - Ah! ci siamo di nuovo, - esclam la contadina.
    - Bisogna che ci vada,  io,  alla Tourgue.  Insegnatemi la strada  per
    andarci.
    - Mai!  - disse la contadina - Per farvi ammazzare, eh? Del resto, non
    lo so nemmeno. Ma voi, siete dunque proprio pazza ? Ascoltate,  povera
    donna; sembrate molto stanca. Volete venire a riposarvi in casa mia?
    - Non mi riposo, io, - disse la madre.
    - Ha i piedi tutti scorticati ! - mormor la contadina.
    Michelina Flchard riprese:
    -  Ma  se vi dico che mi hanno rubato i miei figlioli!  Una bimbetta e
    due maschietti. Vengo dalla tana che  nella foresta. Potete domandare
    chi sono a Tellmarch il Pitocco.  E poi all'uomo che incontrai laggi,
    tra  i campi.  E' stato il Pitocco a farmi guarire.  Pareva che avessi
    qualche cosa di rotto.  Sono cose che mi sono successe davvero  quelle
    che vi dico. Il sergente Radoub c' ancora. Si pu parlargli. Dir lui
    come  stanno  le  cose,  giacch   stato lui che ci ha incontrati nel
    bosco.  Tre vi dico.  Tre figliuoli.  Il primo,  anzi,  si chiama Gian
    Renato.  Posso  darvi  le prove di tutto.  L'altro si chiama Alano,  e
    l'altra ancora Giorgina.  Mio marito  morto.  L'hanno ammazzato.  Era
    fattore a Siscoignard.  Mi sembrate una buona donna,  voi. Insegnatemi
    la strada. Non sono una pazza, io;  sono una mamma.  Ho perduto i miei
    figlioli.  Li  cerco.  Ecco  tutto.  Non  so da dove vengo di preciso.
    Questa notte ho dormito sulla paglia in una capanna. La Tourgue,   l
    che vado.  Non sono una ladra.  Vedete bene che dico la verit. I miei
    figlioli,  la gente dovrebbe aiutarmi a ritrovarli.  Non sono di  qui,
    io. Sono stata fucilata, ma non so dove.
    La contadina scosse la testa, e disse:
    - Sentite,  quella donna. In tempo di rivoluzione, non si debbono dire
    cose che  non  sia  facile  capire.  Sono  cose  che  vi  possono  far
    arrestare.
    -  Ma  la  Tourgue!  -  grid la madre.  - Signora,  per amore di Ges
    bambino e della  santa  buona  Vergine  del  paradiso!  ve  ne  prego,
    signora,  ve  ne supplico,  ve ne scongiuro: ditemi da che parte si va
    per andare alla Tourgue.
    La contadina si stizz per davvero:
    - Non lo so! e se anche lo sapessi, non lo direi. Sono brutti paraggi,
    quelli, e non ci si va.
    - Eppure io ci vado.
    E riprese ad andare.
    La contadina la guard allontanarsi, e brontol:
    - Ma bisogner pure che mangi.
    Rincorse Michelina Flchard e le mise una focaccia di grano  nero  fra
    le mani.
    - Prendete, per cenare.
    Michelina Flchard prese il pane di grano saraceno,  non disse parola,
    non volt la testa, e continu ad andare.
    Usc dal paesino.  Raggiungeva le ultime  case,  quando  incontr  tre
    bimbi a sbrendoli e a piedi nudi,  che passavano.  Si avvicin loro, e
    disse:
    - Sono due bimbe e un maschietto, questi.
    Poi,  accorgendosi che quei tre guardavano la sua focaccia,  la  diede
    loro.
    I bimbi presero il pane ed ebbero paura.
    Lei si cacci nella foresta.

    4.
    UNO SBAGLIO.

    Nel frattempo, quello stesso giorno, prima che spuntasse l'alba, nella
    indistinta oscurit della foresta, lungo il tronco di strada che va da
    Javen a Lcousse, ecco che cosa era accaduto.
    Tutte  le strade della boscaglia sono incassate.  Quella da Javen a
    Parign,  che passa per Lcousse,   pi  incassata  d'ogni  altra.  E
    tortuosa,  per giunta. E' pi un fossato che una strada. Questa strada
    viene da Vitr e ha avuto l'onore di  sballottare  la  carrozza  della
    signora  di  Svign.  E'  come murata,  a destra e a sinistra,  dalle
    siepi. Per una imboscata, non c' un posto pi adatto.
    Quella mattina, un'ora prima che Michelina Flchard, su un altro punto
    della foresta,  arrivasse in quel primo paesetto dove aveva  avuto  la
    sepolcrale  apparizione  del  carro scortato da gendarmi,  c'era,  nei
    macchioni che la strada di Javen attraversa all'uscita del ponte  sul
    Couesnon,  una confusione di uomini invisibili. La ramaglia nascondeva
    ogni cosa.  Quegli uomini erano contadini,  tutti vestiti col "grigo",
    casacca di pelo che i re di Bretagna portavano nel sesto e i contadini
    nel  diciottesimo secolo.  Erano tutti armati,  chi di fucili,  chi di
    scuri. Quelli che avevano le scuri, avevano allora allora terminato di
    preparare in una radura una specie di rogo,  fatto di fascine secche e
    di  piccoli  ceppi,  al  quale non mancava se non d'avere appiccato il
    fuoco.  Quelli armati di fucili erano ammassati a destra e a  sinistra
    della  strada,  in  atteggiamento di attesa.  Chi avesse potuto vedere
    attraverso il fogliame avrebbe scorto dovunque  indici  appoggiati  ai
    grilletti  e  canne  di  carabina  puntate  nei  pertugi  fatti  dalle
    biforcazioni dei rami.  Tutti stavano all'erta.  I fucili convergevano
    sulla strada che le prime luci del giorno imbiancavano.
    In quel crepuscolo, s'udivano dialoghi a bassa voce.
    - Ne sei proprio sicuro?
    - Diamine! si dice.
    - Sta per passare?
    - Dicono che sia nel paese.
    - Non ne deve uscire.
    - Bisogna bruciarla.
    - Siamo qui in tre villaggi, venuti per questo.
    - S, ma la scorta?
    - La scorta, la ammazzeremo.
    - Ma passer proprio da questa strada?
    - Cos si dice.
    - Viene da Vitr, allora?
    - E perch no?
    - Ma se dicevano che veniva da Fougres.
    - Venga da Vitr o da Fougres,  sempre dal diavolo che viene.
    - Gi.
    - E ci deve tornare.
    - Certo.
    - Sarebbe dunque avviata a Parign?
    - Sembra.
    - Non ci andr.
    - No.
    - No, no, no!
    - Attenzione!
    Diventava infatti utile stare zitti perch incominciava a schiarire.
    D'un tratto, gli uomini imboscati trattennero il respiro. Si udiva uno
    strepito  di  ruote  e  di  cavalli.  Guardarono  attraverso  i rami e
    distinsero confusamente, nella strada incassata,  un lungo carro,  una
    scorta a cavallo, qualche cosa sopra il carro. Venivano verso di loro.
    - Eccola! - disse quello che pareva essere il capo.
    - Si, - convenne uno degli uomini appostati; - con la scorta.
    - Quanti uomini di scorta?
    - Dodici.
    - Si diceva che fossero venti.
    - Dodici o venti, ammazziamoli tutti.
    - Aspettiamo che siano davvero a portata.
    Poco  dopo il carro e la scorta,  sbucando da una svolta della strada,
    apparvero bene in vista.
    - Viva il re! - grid il capo dei contadini.
    Cento fucilate detonarono nel medesimo istante.
    Quando il fumo di dissip,  neanche la scorta  non  c'era  pi.  Sette
    cavalieri erano caduti,  cinque erano fuggiti.  I contadini corsero al
    carro.
    - Toh! - esclam il capo. - Non  la ghigliottina. E' una scala.
    Il carro, infatti, non aveva altro carico che una lunga scala.
    I due cavalli erano stramazzati a terra,  feriti.  Il carrettiere  era
    stato ucciso; ma non di proposito
    -  Non importa,  - disse il capo.  - Una scala con tanto di scorta,  
    sospetta.  Andavano verso Parign.  Doveva servire alla scalata  della
    Tourgue di sicuro.
    - Bruciamola, la scala! - gridarono i contadini.
    E la bruciarono.
    Quanto al funereo carro che essi aspettavano, seguiva un'altra strada,
    ed era gi due leghe pi oltre, nel paesino dove Michelina Flchard la
    vide passare allo spuntare del sole.

    5.
    "VOX IN DESERTO".

    Lasciando  i tre bimbi ai quali aveva dato il proprio pane,  Michelina
    Flchard si era avviata a caso attraverso il bosco.
    Giacch non volevano insegnarle  la  strada,  bisognava  pure  che  la
    trovasse da sola. Di tanto in tanto, si sedeva; poi tornava a rizzarsi
    in  piedi;  poi  si  sedeva  di  nuovo.  Aveva  addosso quella lugubre
    stanchezza che si sente dapprima nei muscoli e  che  passa  poi  nelle
    ossa,   stanchezza  da  schiavi.  Era  schiava  infatti,  lei.  Doveva
    ritrovarli. Ogni minuto trascorso poteva essere la fine, per loro. Chi
    ha un dovere simile, non ha pi alcun diritto,  riprendere fiato gli 
    inibito.  Ma era molto stanca. A un tale grado di sfinimento, un passo
    di pi  un problema. Si potr farlo? Ella camminava dal mattino,  non
    aveva  pi  incontrato nessun abitato,  nemmeno case isolate.  Imbocc
    prima il sentiero che ci voleva,  poi ne  imbocc  un  altro  che  non
    andava bene,  e fin per smarrirsi in mezzo ai rami,  tutti simili tra
    loro. Si avvicinava alla meta?  Stava,  o no,  per giungere al termine
    della sua passione? Era nella via dolorosa e sentiva tutta la gravezza
    dell'ultima  stazione.  Sarebbe  forse  cascata  sulla  strada,  e  l
    spirata? A un certo punto,  le parve impossibile procedere ancora;  il
    sole declinava,  la foresta era tenebrosa, i sentieri erano cancellati
    dall'erba, e non seppe pi che ne sarebbe stato di lei.  Non aveva pi
    che Dio. Si mise a chiamare; nessuno rispose.
    Si guard attorno.  Scorse tra la ramaglia un passaggio. Si diresse da
    quella parte, e bruscamente si trov fuori del bosco.
    Aveva davanti a s una valleggia stretta come una  trincea,  in  fondo
    alla  quale  scorreva  tra  i sassi un chiaro filo d'acqua.  Allora si
    accorse   d'avere   una   sete   ardente.    Raggiunse    quell'acqua,
    s'inginocchi, e bevve.
    Approfitt  di  quel  trovarsi  cos  in  ginocchio  per  fare  la sua
    preghiera.
    Poi si risollev, e cerc di orientarsi.
    Scavalc il ruscello.
    Di l dalla valleggia, si stendeva a perdita di vista un vasto pianoro
    rivestito da macchie nane,  che,  a partire dal ruscello,  salivano  a
    piano   inclinato   e  colmavano  l'orizzonte.   La  foresta  era  una
    solitudine; quella spianata era un deserto. Nella foresta, dietro ogni
    macchione si poteva incontrare qualcuno;  sulla spianata per quanto si
    guardasse lontano,  non si vedeva nulla.  Pochi uccelli,  che parevano
    fuggire, volavano fra le eriche.
    Allora,  di fronte a quell'immenso abbandono,  sentendo  flettersi  le
    ginocchia,  e  divenuta  come insensata,  la madre sperduta gett alla
    solitudine questo strano grido: - C' qualcuno, qui?
    E attese la risposta.
    Fu risposto.
    Deflagr una voce sorda e profonda;  veniva dal fondo  dell'orizzonte;
    si ripercosse di eco in eco.  Parve un rombo di tuono,  a meno che non
    fosse una cannonata.  Pareva che quella voce rispondesse alla  domanda
    della madre e dicesse: Si.
    Poi fu di nuovo silenzio.
    La madre si raddrizz,  rianimata.  Qualcuno c'era. Le pareva, adesso,
    di avere a chi parlare. Aveva bevuto e pregato; le forze le tornavano.
    Si mise a scalare la spianata verso  la  parte  di  dove  aveva  udito
    l'enorme voce lontana.
    A  un  tratto,  vide  scaturire  dall'estremo orizzonte un'alta torre.
    Quella torre era tutta sola in quel selvaggio paesaggio. L'imporporava
    un raggio di sole calante.  Ne era a pi  di  una  lega  di  distanza.
    Dietro  a  quella  torre  si  perdeva  nella nebbia una grande verzura
    diffusa, che era la foresta di Fougres.
    Quella torre le pareva che fosse sullo stesso punto dell'orizzonte  da
    cui era venuto quel brontolio che le era parso una chiamata. Era stata
    quella torre a fare quel rumore?
    Michelina Flchard era giunta in cima al pendio; non aveva pi davanti
    a s che la pianura.
    Cammin verso la torre.

    6.
    SITUAZIONE.
    Era giunto il momento stabilito.
    L'inesorabile teneva lo spietato.
    Cimourdain aveva in mano Lantenac.
    Il  vecchio  realista ribelle era preso nella sua tana;  evidentemente
    non poteva pi sfuggire,  e Cimourdain intendeva che il marchese fosse
    decapitato sul posto,  sulle sue terre,  nella sua casa, in certo qual
    modo,  affinch la dimora feudale vedesse cadere  la  testa  dell'uomo
    feudale e l'esempio fosse memorabile.
    Appunto  per  questo  aveva  mandato  a  chiedere  la  ghigliottina  a
    Fougres. L'abbiamo vista per strada.
    Uccidere Lantenac significava uccidere la Vandea;  uccidere la  Vandea
    significava  salvare  la  Francia.  Cimourdain non aveva esitazioni di
    sorta. Nella ferocia del dovere, quell'uomo si trovava a suo agio.
    Il marchese pareva perduto;  da quel lato Cimourdain  era  tranquillo;
    ma,  per  un  altro  verso,  era  inquieto.  La  lotta  sarebbe  stata
    spaventosa di certo. Ne avrebbe avuta la direzione Gauvain,  che forse
    avrebbe  anche voluto parteciparvi.  La stoffa del soldato non mancava
    in quel giovane comandante, che era benissimo uomo da gettarsi in quel
    pugilato. E se vi rimanesse ucciso? Lui! Gauvain! suo figlio!  l'unico
    affetto che egli avesse sulla terra!  Fino a quel momento, Gauvain era
    sempre stato fortunato;  ma la fortuna si stanca.  Cimourdain tremava.
    C'era questo di strano,  nel suo destino,  che egli si trovava tra due
    Gauvain, uno di cui voleva la morte, l'altro di cui voleva la vita.
    La cannonata che aveva svegliato Giorgina nella sua culla  e  chiamato
    la  madre  dal  fondo  delle solitudini,  non aveva fatto solo quello.
    Fosse caso, fosse intenzione del puntatore, la palla, che pure non era
    che una palla d'avvertimento,  aveva colpito,  spezzato,  asportato  a
    mezzo  l'armatura  di  sbarre  di  ferro  che mascherava e chiudeva la
    grande feritoia del primo piano della torre. Gli assediati non avevano
    avuto il tempo di rimediare a quell'avaria.
    Gli assediati si erano vantati.  Di munizioni ne  avevano  pochissime.
    Torniamo  a  dire  che  la  loro  situazione era ancora pi critica di
    quanto  supponessero  gli  assedianti.   Se  avessero  avuto   polvere
    abbastanza,  avrebbero fatto saltare la Tourgue, se stessi e il nemico
    insieme,  dentro che fosse.  Tale era il loro sogno.  Ma tutte le loro
    riserve  erano esaurite.  Era tanto se avevano da sparare trenta colpi
    ciascuno. Avevano molti fucili, molti tromboni,  molte pistole e poche
    cartucce.  Per poter fare un fuoco continuo, avevano caricato tutte le
    armi di cui disponevano;  ma quanto tempo sarebbe durato  quel  fuoco?
    Bisognava  alimentarlo  e  farne  economia  a  un tempo.  Qui stava la
    difficolt.  Fortunatamente (sinistra fortuna!) la lotta sarebbe stata
    soprattutto da uomo a uomo,  e all'arma bianca: sciabola e pugnale. Si
    sarebbero presi per il collo pi che a fucilate.  Si sarebbero battuti
    a colpi di scure: la loro speranza era quella.
    L'interno della torre pareva inespugnabile.  Nella sala a terreno,  in
    cui metteva la breccia,  c'era la ridotta,  la barricata costruita  da
    Lantenac con tanta perizia, che ostruiva l'entrata. Dietro la ridotta,
    c'era una lunga tavola coperta d'armi cariche,  tromboni,  carabine, e
    di moschettoni e di sciabole,  e di scuri,  e di pugnali.  Non  avendo
    potuto utilizzare,  per far saltare la torre, la cripta che serviva da
    segreta,   il  marchese  aveva  fatto  chiudere  la  porta   di   quel
    sotterraneo. Sopra la sala a terreno c'era la camera rotonda del primo
    piano  alla  quale  si  arrivava soltanto per mezzo d'una strettissima
    scala a chiocciola; quella camera,  arredata,  come la sala a terreno,
    da una tavola coperta d'armi bell'e pronte,  sulle quali non c'era che
    da mettere le mani,  era rischiarata dalla grande feritoia di cui  una
    palla aveva allora allora sfondato l'inferriata; al di sopra di questa
    camera,  la  scala a chiocciola saliva alla camera rotonda del secondo
    piano,  dov'era la porta di  ferro  che  dava  sul  ponte-castelletto.
    Quella  camera  del  secondo  piano si chiamava indistintamente camera
    della porta di ferro o camera  degli  specchi,  per  via  di  numerosi
    specchietti  appesi  senz'altro  sulla  pietra  nuda  a  vecchi chiodi
    arrugginiti: bizzarra raffinatezza non priva di qualcosa di selvaggio.
    Siccome le camere superiori  non  potevano  essere  utilmente  difese,
    quella   camera   degli  specchi  era  ci  che  Manesson-Mallet,   il
    legislatore delle piazzeforti, chiama l'ultimo posto, dove capitolano
    gli assediati.  Gi abbiamo detto che per costoro si trattava  quindi
    di non lasciar giungere gli assedianti fin lass.
    Quella  camera  rotonda  del  secondo  piano  era  illuminata  da  due
    feritoie; comunque, vi ardeva una torcia. Questa torcia, infissa in un
    torciere di ferro simile a quello della  sala  a  terreno,  era  stata
    accesa   dall'"Imnus",   che   le  aveva  collocato  proprio  accanto
    l'estremit della miccia solforata. Orribili sollecitudini.
    In fondo alla sala a terreno,  su un lungo  palchetto,  c'era  di  che
    cibarsi,  come  in  una  caverna omerica.  Grandi piatti di riso,  una
    specie di polenta di grano saraceno, spezzatini di vitello,  ciambelle
    di  farina  e  di frutta cotta,  vasi di sidro.  Beveva e mangiava chi
    voleva.
    La cannonata li mise tutti in allarmi.  Non avevano pi che mezz'ora a
    loro disposizione.
    L'"Imnus",  dall'alto  della  torre,  sorvegliava l'avvicinarsi degli
    assedianti. Lantenac aveva ordinato di non sparare e di lasciar che si
    facessero sotto. Aveva detto:
    - Sono quattromilacinquecento.  Uccidere all'esterno    inutile.  Non
    uccidete che dentro. Dentro, si ristabilisce l'uguaglianza.
    E, ridendo, aveva soggiunto: - Uguaglianza, Fraternit.
    Era  stato  convenuto  che,  quando il nemico avesse cominciato il suo
    movimento, l'"Imnus" ne avrebbe dato l'avvertimento con la cornetta.
    In silenzio,  appostati dietro la ridotta o sui gradini  delle  scale,
    tutti aspettavano, con una mano sul moschetto e l'altra sul rosario.
    La situazione si precisava; era qual era.
    Per gli assalitori, una breccia da scalare, una barricata da sfondare,
    tre  sale  sovrapposte da prendere a viva forza una dopo l'altra,  due
    scale a spirale da conquistare gradino per gradino, sotto un nugolo di
    mitraglia; per gli assediati, morire.

    7.
    PRELIMINARI.

    Da parte sua, Gauvain predisponeva l'attacco.  Impartiva le sue ultime
    istruzioni  a  Cimourdain,  che,  come  gi  sappiamo,  doveva,  senza
    prendere parte all'azione, sorvegliare il pianoro,  e a Guchamp,  che
    doveva  restare  in  osservazione  col  grosso dell'esercito nel campo
    della foresta.  Era inteso,  che,  n le  batterie  in  trincea  della
    foresta,  n  la  batteria sopraelevata del pianoro avrebbero sparato,
    salvo il caso di una sortita o di un tentativo  di  fuga.  Gauvain  si
    riservava  il comando della colonna d'assalto.  Appunto questo turbava
    Cimourdain.
    Il sole era appena tramontato.
    Una torre in aperta campagna sembra  una  nave  in  pieno  mare.  Deve
    essere  assalita allo stesso modo.  Un abbordaggio pi che un assalto,
    deve  essere.  Niente  artiglieria.  Nulla  d'inutile.   A  che  serve
    cannoneggiare muri di quindici piedi di spessore? Un foro nei fianchi,
    un  certo  numero di uomini che lo forzino,  un certo numero di uomini
    che lo sbarrino, e scuri, coltelli, pistole, pugni, denti. L'avventura
     tutta qui.
    Gauvain sentiva che  non  c'era  altro  modo  per  impadronirsi  della
    Tourgue.  Nulla  di pi micidiale d'un assalto in cui gli avversari si
    guardano nel bianco degli occhi.  Egli conosceva il  temibile  interno
    della torre. C'era stato da bimbo.
    Meditava profondamente.
    Frattanto,  a  pochi  passi  da  lui,  Guchamp,  il suo luogotenente,
    cannocchiale alla mano,  esaminava l'orizzonte dalla parte di Parign.
    A un tratto esclam:
    - Oh, finalmente!
    Questa esclamazione distolse Gauvain dai suoi pensieri.
    - Che c', Guchamp?
    - Arriva la scala, comandante.
    - La scala di salvataggio?
    - S.
    - Come! non l'avevamo ancora?
    - No, comandante. Ed ero in agitazione. La staffetta che avevo mandato
    a Javen era tornata.
    - Lo so.
    -  Aveva  detto  di  aver trovato nella carpenteria di Javen la scala
    dalle dimensioni volute, di averla requisita, di aver fatto mettere la
    scala su  una  carretta,  di  aver  richiesto  una  scorta  di  dodici
    cavalieri e di avere visto mettersi in via per Parign la carretta, la
    scorta e la scala. Dopo di che era ritornato a spron battuto.
    - E ci aveva fatto quel rapporto, aggiungendo che la carretta trainata
    com'era  da  buoni cavalli ed essendo partita verso le due del mattino
    sarebbe stata qui prima del tramonto del sole.  Tutto questo lo so.  E
    allora?
    - E allora,  comandante,  il sole si  coricato or ora,  e la carretta
    che porta la scala non  ancora arrivata.
    - Possibile? Eppure dobbiamo attaccare.  E' gi l'ora.  Se tardassimo,
    gli assediati crederebbero che ci tiriamo indietro.
    - Possiamo attaccare, comandante.
    - Ma  indispensabile la scala di salvataggio.
    - Indubbiamente.
    - Ma non l'abbiamo.
    - L'abbiamo.
    - Come?
    -  Appunto  per  questo ho detto: Oh,  finalmente!.  La carretta non
    arrivava; ho preso il cannocchiale e ho osservato la strada da Parign
    alla Tourgue, e sono contento di dirvi, comandante,  che la carretta 
    qui, con la sua scorta, discende una costa. Potete vederla voi stesso.
    Gauvain prese il cannocchiale e guard.
    -  Gi!  Eccola!  Non    pi  chiaro abbastanza per distinguere tutto
    quanto; ma si vede la scorta;  proprio la scala. La scorta, per,  mi
    sembra pi numerosa di quanto dicevate, Guchamp.
    - Anche a me.
    - Sono a circa un quarto di lega.
    - La scala di salvataggio sar qui fra un quarto d'ora, comandante.
    - Si pu attaccare.
    Era  una carretta infatti,  quella che stava per arrivare,  ma non era
    quella che essi credevano.
    Gauvain, volgendosi, si vide innanzi il sergente Radoub, diritto,  con
    gli occhi bassi, nell'atteggiamento del saluto militare.
    - Che c', sergente Radoub?
    -  Cittadino  comandante,  noialtri,  gli  uomini  del battaglione del
    Berretto Rosso, abbiamo da chiedervi una grazia.
    - Quale?
    - Di farci uccidere.
    - Ah! - disse Gauvain.
    - Volete avere questa bont?
    - Ma... secondo, - disse Gauvain.
    - Ecco di che si tratta, comandante.  Dopo la faccenda di Dol,  voi ci
    risparmiate. Siamo ancora in dodici.
    - E con questo?
    - La cosa ci umilia.
    - Siete la riserva, voi.
    - Preferiamo essere l'avanguardia.
    - Ma io ho bisogno di voi per decidere l'esito alla fine di un'azione.
    Vi riserbo.
    - Troppo.
    - Fa lo stesso. Siete della colonna. Marciate.
    - Dietro. Parigi ha il diritto di marciare avanti.
    - Ci penser, sergente Radoub.
    - Pensateci oggi stesso,  comandante. L'occasione  pronta. Si sta per
    dare o per ricevere un brutto sgambetto.  Sar una faccenda seria.  La
    Tourgue  scotter  le dita di quelli che la toccheranno.  Chiediamo il
    favore di farne parte.
    Il sergente s'interruppe,  si attorcigli i baffi,  e riprese con aria
    alterata:
    -  E  poi,  vedete,  comandante,  in  quella  torre  ci  sono i nostri
    marmocchi.  Ci sono i nostri  figlioli,  l  dentro,  i  figlioli  del
    battaglione, i nostri tre bambini. Quella lurida faccia di scimunito a
    cavallo,  il soprannominato Trita-azzurri, il soprannominato "Imnus",
    quel Gouge-le-Bruant, Bouge-le-Brouant,  quel Fouge-le-Truand,  quella
    maledizione d'un uomo del diavolo minaccia i nostri figlioli. I nostri
    figlioli,  i nostri frugoli,  comandante! Quand'anche si mettessero di
    mezzo tutti i terremoti,  non intendiamo che  capiti  loro  disgrazia.
    Capite,  comandante?  Non  lo vogliamo.  Poco fa,  ho approfittato del
    fatto che non ci si batteva e sono salito sul pianoro e li ho guardati
    da una finestra.  S,  sono davvero l dentro;  si possono vedere  dal
    ciglio del burrone,  e io li ho visti,  e ho fatto loro paura,  poveri
    amori. Comandante,  se cade anche un solo capello dalle loro testoline
    di  cherubini,  io,  sergente  Radoub,  vi giuro per quanto c' di pi
    sacro,  che me la prendo con la carcassa del  Padre  Eterno.  Ed  ecco
    quello  che  dice  il  battaglione:  vogliamo  che  i  marmocchi siano
    salvati, o rimanere ammazzati tutti quanti.  Siamo nel nostro diritto,
    ventre d'un cannone!  S,  ammazzati tutti quanti.  E adesso, salute e
    rispetto.
    Gauvain porse la mano al Radoub e disse:
    - Siete dei prodi, voialtri. Farete parte della colonna d'assalto.  Vi
    divido  in  due.  Metto  sei  di  voi all'avanguardia,  perch si vada
    avanti, e ne metto sei alla retroguardia, perch non si dia addietro.
    - E li comando sempre io i dodici?
    - Certo.
    - Grazie, allora, comandante. Sono dell'avanguardia io.
    Radoub torn a fare il saluto militare e rientr nelle file.
    Gauvain  trasse  l'orologio,  disse  qualche  parola  all'orecchio  di
    Guchamp, e la colonna d'assalto si cominci a formare.

    8.
    IL VERBO E IL RUGGITO.

    Intanto  Cimourdain,  che  non aveva ancora raggiunto il suo posto sul
    pianoro, e che era a fianco di Gauvain, si avvicin a un trombettiere.
    - Chiama la cornetta, - gli disse.
    La tromba squill, la cornetta rispose.
    Furono scambiati un altro squillo di tromba  e  un  altro  squillo  di
    cornetta.
    - Che c'? - domand Gauvain a Guchamp.
    - Che cosa vuole Cimourdain ?
    Cimourdain  era  inoltrato verso la torre,  sventolando in una mano un
    fazzoletto bianco.
    Alz la voce.
    - Uomini che siete nella torre, - disse. - Mi conoscete?
    Una voce, la voce dell'"Imnus", ribatt dall'alto della torre.
    - S.
    Le due voci, allora, si parlarono e si risposero; si ud questo:
    - Io sono l'inviato della repubblica.
    - Sei l'ex curato di Parign.
    - Sono il delegato del comitato di salute pubblica.
    - Sei un prete.
    - Sono il rappresentante della legge.
    - Sei un rinnegato.
    - Sono il commissario della rivoluzione.
    - Sei un apostata.
    - Sono Cimourdain.
    - Sei un demonio.
    - Mi conoscete?
    - Ti esecriamo.
    - Sareste contenti di avermi in vostro potere?
    - Siamo in diciotto,  qui,  che daremmo volentieri la nostra testa per
    avere la tua.
    - Ebbene, vengo a mettermi nelle vostre mani.
    Si  ud  dall'alto della torre un selvaggio scoppio di risa,  e questo
    grido:
    - Vieni!
    Nel campo, c'era un profondo silenzio di attesa. Cimourdain riprese:
    - A una condizione.
    - Quale?
    - Ascoltate.
    - Parla.
    - Mi odiate?
    - S.
    - Io, invece, vi voglio bene. Sono vostro fratello.
    La voce dall'alto della torre rispose:
    - S, Caino.
    Con una singolare inflessione di voce,  che era a  un  tempo  forte  e
    dolce, Cimourdain riprese:
    - Insultate,  ma ascoltate.  Vengo qui da parlamentare. S, siete miei
    fratelli. Siete poveri uomini fuorviati. Sono vostro amico,  io.  Sono
    la  luce  e  parlo  all'ignoranza.  La  luce contiene sempre un po' di
    fraternit.  Non abbiamo tutti la stessa patria,  del  resto?  Orbene,
    ascoltatemi.  Saprete  pi  in l,  o lo sapranno i vostri figli,  o i
    figli dei vostri figli,  che tutto ci che si fa in questo momento  si
    fa  in  adempimento delle leggi di lass,  e che nella rivoluzione c'
    Dio. Aspettando il momento in cui tutte le coscienze, anche le vostre,
    capiranno, e in cui tutti i fanatismi,  anche i nostri,  dilegueranno,
    aspettando  che questa grande luce sia fatta,  non ci sar nessuno che
    avr piet delle vostre tenebre?  Io vengo a  voi,  vi  offro  la  mia
    testa.  Faccio ancora di pi: vi porgo la mano. Vi chiedo la grazia di
    perdermi per salvarvi. Detengo pieni poteri, e posso ci che dico.  E'
    un istante supremo,  questo. Io faccio un ultimo sforzo. S, colui che
    vi parla  un cittadino,  e s,  in questo cittadino c' un prete.  Il
    cittadino vi combatte, ma il prete vi supplica. Ascoltatemi. Molti tra
    voi  hanno  moglie e figlioli.  Assumo la difesa dei vostri figlioli e
    delle vostre mogli.  Ne  assumo  la  difesa  contro  di  voi.  O  miei
    fratelli...
    - Su, predica! - ridacchi l'"Imnus".
    Cimourdain continu:
    - Non lasciate che scocchi l'ora esecrabile,  fratelli miei. Ci stiamo
    per sgozzare a vicenda, qui. Molti tra noi che siamo qui davanti a voi
    non vedremo il sole di domani;  s,  molti tra noi periranno,  e  voi,
    tutti voi,  state per morire. Fate grazia a voi stessi. Perch versare
    tutto questo sangue,  quando  inutile?  Perch uccidere tanti  uomini
    quando due bastano?
    - Due?  - disse l'"Imnus".
    - S. Due.
    - Chi?
    - Lantenac e io.
    E Cimourdain alz la voce:
    -  Ci sono due uomini di troppo.  Lantenac per noi,  io per voi.  Ecco
    quanto vi propongo,  e tutti avrete salva la vita: dateci  Lantenac  e
    prendete me.  Lantenac sar ghigliottinato; di me farete quello che vi
    piacer.
    - Prete,  - url l'"Imnus";  - se ti  avessimo  in  nostre  mani,  ti
    bruceremmo a fuoco lento.
    - Acconsento, - disse Cimourdain.
    E riprese:
    - Voi, condannati che siete in questa torre, potete tutti, tra un'ora,
    essere vivi e liberi. Vi reco la salvezza. Accettate?
    L'"Imnus" esplose:
    - Non solo sei scellerato,  sei anche pazzo. Oh, ma insomma, perch ci
    vieni a disturbare ? Chi  che ti prega di venirci a parlare?  Cedervi
    monsignore, noi! Che cosa vuoi?
    - La sua testa. E vi offro...
    - La tua pelle, ch ti scorticheremmo come un cane, curato Cimourdain.
    Ebbene, no! la tua pelle non vale la sua testa. Vattene!
    - Sar una faccenda terribile, badate. Per l'ultima volta, riflettete.
    Mentre venivano pronunciate queste cupe parole, che si sentivano tanto
    dentro  la torre che fuori,  calava la notte.  Il marchese di Lantenac
    taceva e  lasciava  fare.  Ne  hanno  di  questi  sinistri  egoismi  i
    condottieri. E' uno dei diritti della responsabilit.
    L'"Imnus" gett la sua voce al di l di Cimourdain, e grid:
    - Uomini che ci attaccate. Le nostre proposte noi ve le abbiamo dette;
    cos  sono  e  non  abbiamo  da  modificarle  in  nulla.  Accettatele,
    altrimenti, disgrazia! Acconsentite? Vi restituiremo i tre bambini che
    sono l dentro,  e voi darete libert di uscire e salva la vita a  noi
    tutti.
    - A tutti, s, - rispose Cimourdain; - salvo ad uno.
    - A chi?
    - A Lantenac.
    - Monsignore! Consegnare monsignore! Mai!
    - Ci occorre Lantenac.
    - Mai.
    - Non possiamo trattare che a questa condizione.
    - Allora incominciate.
    Si rifece il silenzio.
    L'"Imnus",  dopo  aver dato con la sua cornetta il segnale convenuto,
    ridiscese.  Il marchese sfoder la spada.  I diciannove  assediati  si
    raggrupparono in silenzio nella sala a terreno,  dietro la ridotta,  e
    si misero in ginocchio.  Udivano  il  passo  cadenzato  della  colonna
    d'assalto  che  inoltrava  verso la torre nell'oscurit.  Il rumore si
    avvicinava. A un tratto lo sentirono vicinissimo, proprio all'apertura
    della breccia.  Tutti allora,  inginocchiati,  puntarono attraverso le
    tacche  della ridotta i loro fucili e i loro tromboni,  e uno di essi,
    Grande Cuorsaldo,  che era il prete Turmeau,  si alz,  e,  una  spada
    denudata nella mano destra,  un crocifisso nella mano sinistra,  disse
    con voce grave:
    - In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo!
    Tutti fecero fuoco come un sol uomo, e la zuffa s'impegn.

    9.
    TITANI CONTRO GIGANTI.

    Fu una cosa veramente spaventevole.
    Quel corpo a corpo super tutto quanto si era  potuto  immaginare  che
    sarebbe stato.
    Per  trovare  qualche cosa di simile,  bisognerebbe risalire ai grandi
    duelli di  Eschilo  o  alle  antiche  carneficine  feudali,  a  quegli
    attacchi  all'arma  corta  che  sono  durati fino al diciassettesimo
    secolo. quando si entrava nelle piazzeforti dalle falsebrache; assalti
    tragici,  nei quali,  dice il  vecchio  sergente  della  provincia  di
    Alentejo,  avendo  le  mine  fatto  il  loro effetto,  gli assedianti
    avanzeranno portando tavole rivestite di lastre di  latta,  armati  di
    scudetti rotondi e di ripari mobili,  forniti come si deve di granate,
    facendo abbandonare le trincee o le ridotte  ai  difensori,  e  se  ne
    impadroniranno, incalzando vigorosamente gli assediati.
    Il  punto  d'attacco  era  orribile.  Era  una di quelle brecce che si
    chiamano in gergo del mestiere brecce  sotto  volta,  che    quanto
    dire,  e il lettore se ne ricorder, perch gi ne abbiamo parlato, un
    crepaccio che attraversava il muro da una parte all'altra,  e non  una
    frattura  svasata  e  scoperta.  L'effetto  della  mina era stato cos
    violento,  che la torre era stata spaccata dall'esplosione fino a  pi
    di  quaranta  piedi  al  di  sopra  del  fornello;  ma non era che una
    spaccatura,  e l'apertura praticabile che serviva da  breccia  e  dava
    adito  alla sala a terreno somigliava a un colpo di lancia,  che fora,
    piuttosto che a un colpo di scure, che intacca.
    Era una puntura nel fianco della torre; una lunga frattura penetrante;
    qualche cosa come un pozzo coricato a terra, un corridoio sbisciolante
    e saliente come un budello attraverso a una muraglia di quindici piedi
    di spessore;  non si saprebbe dire che informe  cilindro  ingombro  di
    ostacoli,  di tranelli,  di esplosioni, nel quale la fronte urtava nei
    blocchi di granito, i piedi nei rottami e gli occhi nelle tenebre.
    Gli assalitori  avevano  innanzi  quell'andito  nero,  imboccatura  di
    voragine, che aveva per mascelle, di sopra e di sotto, tutte le pietre
    della  muraglia  fracassata;  le  fauci  di un pescecane non hanno pi
    denti  di  quanti  ne  avesse  quella  formidabile  lacerazione.   Era
    giocoforza entrare in quel foro, e uscirne.
    Dentro,  tempestava la mitraglia; fuori, si rizzava la ridotta. Fuori,
    che  quanto dire nella bassa sala a pian terreno.
    Solo gli scontri degli zappatori  nelle  gallerie  coperte  quando  la
    contromina  viene  a  distruggere la mina;  solo i massacri a colpi di
    scure nei frapponti dei vascelli all'abbordaggio durante le  battaglie
    navali,  hanno  una  tale  ferocia.  Battersi  in  fondo a una fossa 
    l'estremo grado dell'orrore.  E' spaventoso uccidersi l'un l'altro con
    un  soffitto sopra la testa.  Nel momento in cui la prima ondata degli
    assedianti entr,  tutta la ridotta si copr di lampi,  e  fu  qualche
    cosa come un fulmine che scoppiasse sotto terra. Il tuono che assaliva
    ribatt al tuono in agguato.  Le detonazioni si incrociarono.  Si lev
    il grido di Gauvain: Addosso!.  Poi il grido  del  Lantenac:  Fermi
    contro  il  nemico!.  Poi  il  grido  dell'"Imnus": A me quelli del
    Maine!. Si udirono quindi dei tintinnii, sciabole contro sciabole, e,
    una dietro l'altra,  spaventose scariche,  un vero macello.  La torcia
    infissa  nel  muro  rischiarava  in  modo  vago tutto quello spavento.
    Impossibile distinguere alcunch,  i combattenti erano immersi  in  un
    tenebrore rossastro;  chi entrava l dentro,  diventava subito sordo e
    cieco,  sordo per lo strepito,  cieco per il fumo.  Gli  uomini  posti
    fuori combattimento giacevano tra i rottami;  gli altri camminavano su
    cadaveri, calpestavano piaghe,  frantumavano membra infrante,  di dove
    uscivano urli; i morenti mordevano loro i piedi. Di tanto in tanto, si
    stabilivano silenzi pi orrendi del frastuono. Erano una colluttazione
    generale;  si udivano gli spaventosi aliti delle bocche, poi digrignar
    di denti, rantoli, imprecazioni,  e il tuono ricominciava.  Un rivo di
    sangue  usciva  dalla  torre  per la breccia e si spandeva nell'ombra.
    Quella tetra pozza fumava, l fuori, tra l'erba.
    Si sarebbe detto che fosse la stessa torre a perdere  sangue,  che  la
    gigantessa fosse ferita.
    Cosa  sorprendente,  tutto  quel  parapiglia  non  faceva quasi nessun
    rumore all'esterno. La notte era quanto mai buia, e, sia nella pianura
    che nella foresta,  c'era attorno alla fortezza investita una  non  so
    qual funebre pace. Dentro, era l'inferno; fuori, era il sepolcro. Quel
    cozzo   d'uomini   sterminantisi  nelle  tenebre,   quei  crepitii  di
    moschetti,  quei clamori,  quegli urli di rabbia,  tutto quel  tumulto
    spirava  sotto  la  massa  dei muri e delle volte;  al fragore mancava
    l'aria, e alla carneficina si aggiungeva il soffocamento.  Fuori della
    torre  tutto  quel  fracasso si avvertiva appena.  In quel frattempo i
    bimbi dormivano.
    L'accanimento aumentava. La ridotta teneva duro.  Non c' nulla di pi
    malagevole   da  forzare  che  quel  genere  di  barricate  ad  angolo
    rientrante.  Se gli assediati avevano contro il numero,  avevano dalla
    loro  la  posizione.   La  colonna  d'assalto  perdeva  molti  uomini.
    Allineata e allungata fuori,  ai piedi della torre,  essa si  cacciava
    pian  piano  nell'apertura  della breccia,  e si raccorciava,  come un
    serpente che entri nella sua tana.
    Gauvain,  che aveva imprudenze da giovane condottiero,  era nella sala
    bassa,  l dove pi ferveva la mischia, con tutta la mitraglia attorno
    a s.  Aggiungiamo che aveva la fiducia dell'uomo che non  mai  stato
    ferito.
    Mentre   si   voltava  per  impartire  un  ordine,   un  barbaglio  di
    moschetteria illumin, vicinissima a lui, una faccia.
    - Cimourdain!  - esclam il giovane.  - Che cosa  venite  a  fare  qua
    dentro?
    Era Cimourdain infatti; e rispose:
    - Vengo per starti vicino.
    - Ma vi farete uccidere!
    - E tu, allora, che altro fai?
    - Ma qui, io sono necessario; voi no.
    - Dal momento che ci sei tu, ci debbo essere anch'io.
    - No, maestro.
    - S, figlio mio!
    E Cimourdain rimase presso Gauvain.
    I morti si ammucchiavano sul lastrico della sala bassa.
    Sebbene  la  ridotta  non  fosse  ancora  forzata,  il  numero  doveva
    evidentemente finire per vincere. Gli assalitori erano allo scoperto e
    gli assaliti al riparo;  per ogni assediato che cadeva cadevano  dieci
    assalitori;   ma   gli  assedianti  si  rinnovavano.   Gli  assedianti
    aumentavano e gli assediati diminuivano.
    I diciannove assediati erano tutti dietro la ridotta, in quanto l era
    l'attacco. Avevano morti e feriti.  A dire molto,  erano in quindici a
    combattere ancora.  Uno dei pi selvaggi,  Canta-d'inverno,  era stato
    spaventosamente mutilato.  Era un  bretone  tozzo  e  ricciuto,  della
    specie  piccola  e  vivace.  Aveva  un  occhio  sfondato e la mascella
    fracassata.  Poteva ancora camminare.  Si trascin,  su per la scala a
    spirale, nella camera del primo piano, sperando di potere col pregare
    e morire.
    Si era addossato al muro, presso la feritoia, per cercare di respirare
    un poco.
    Di  sotto,  il  massacro  davanti  alla  ridotta  si faceva sempre pi
    orribile. Nell'intervallo tra due scariche, Cimourdain alz la voce:
    - Assediati! - grid. - Perch far scorrere sangue ancora pi a lungo?
    Siete presi.  Arrendetevi.  Pensate che  siamo  quattromilacinquecento
    contro diciannove, cio in pi di duecento contro uno. Arrendetevi.
    -  Finiamola  con  queste  melensaggini,  -  rispose  il  marchese  di
    Lantenac.
    E venti pallottole risposero a Cimourdain.
    La ridotta non saliva fino alla volta;  ci permetteva agli  assediati
    di  sparare dal di sopra di essa;  ma permetteva anche agli assedianti
    di scalarla.
    - All'assalto della ridotta! - grid Gauvain.  - C' qualcuno di buona
    volont per dare la scalata alla ridotta ?
    - Io! - disse il sergente Radoub.

    10.
    RADOUB.

    A  questo  punto  gli  assalitori  ebbero di che stupirsi.  Radoub era
    entrato  nell'apertura  della  breccia  alla   testa   della   colonna
    d'assalto,  sesto  dei  suoi;  e  di  quei  sei uomini del battaglione
    parigino gi quattro erano  caduti.  Lanciato  che  ebbe  quel  grido:
    Io!,  fu visto non avanzare,  ma indietreggiare, e abbassato, curvo,
    quasi strisciando tra le gambe dei combattenti,  raggiungere di  nuovo
    l'apertura  della  breccia  e  uscire.  Era una fuga?  Fuggire un uomo
    simile? Che voleva dire ci?
    Giunto fuori della breccia,  Radoub,  ancora acciecato  dal  fumo,  si
    stropicci gli occhi come per toglierne l'orrore e il buio, e, al lume
    delle stelle,  guard la muraglia della torre.  Poi fece quel segno di
    testa soddisfatto che vuol dire: Non mi ero sbagliato.
    Radoub aveva notato che la profonda crepa dell'esplosione  della  mina
    si  spingeva,  al  di  sopra  della breccia fino a quella feritoia del
    primo piano della quale una palla di cannone aveva sfondato e contorto
    l'inferriata.   L'intreccio  delle  sbarre  spezzate   pendeva   mezzo
    strappato, e un uomo poteva passare.
    Un uomo poteva passare; ma poteva salire, un uomo? Lungo la crepa, s,
    a condizione d'essere un gatto.
    Radoub  era tale.  Era della specie che Pindaro chiama agili atleti.
    Si pu essere vecchio soldato e uomo giovane;  Radoub,  che era  stato
    delle Guardie francesi, non aveva quarant'anni. Era un Ercole svelto.
    Pos a terra il moschetto, si lev le buffetterie, si tolse cappotto e
    sottoveste, serbando solo le due pistole, che infil nella cintura dei
    pantaloni, e la sciabola, che si mise fra i denti. L'impugnatura delle
    due pistole gli spuntava fuori della cintura.
    Alleggerito  in tal modo d'ogni superfluit,  e seguito con gli occhi,
    nell'oscurit, da quanti,  della colonna di assalto,  non erano ancora
    entrati  nella  breccia,  si  mise a scalare le pietre della crepa del
    muro,  come i gradini di una scala.  Essere senza  scarpe,  gli  torn
    utile; nulla di meglio, per arrampicarsi, del piede nudo. Inartigliava
    i  pollici dei piedi nei buchi delle pietre.  Si sollevava coi pugni e
    si aggrappava con le ginocchia.  La salita era aspra.  Era un po' come
    ascendere lungo i denti di una sega. Per fortuna, egli pensava, non
    c'   nessuno  nella  camera  del  primo  piano,   altrimenti  non  mi
    lascerebbero scalare il muro cos, di sicuro.
    Non aveva meno di quaranta piedi da scalare a quel modo.  Via via  che
    saliva, un po' disturbato dal calcio sporgente delle pistole, la crepa
    del  muro  si  restringeva,   e  l'ascensione  si  faceva  sempre  pi
    difficile.  Il rischio di cadere aumentava nella stessa  misura  della
    profondit del precipizio.
    Finalmente   giunse  all'orlo  della  feritoia.   Scost  l'inferriata
    contorta e divelta. Poteva passare benissimo.  Con uno sforzo potente,
    si sollev, appoggi il ginocchio sullo sporto della feritoia, afferr
    con una mano un troncone di sbarra a destra, con l'altra un troncone a
    sinistra,  e  si  iss  fino  a  met  corpo davanti all'apertura,  la
    sciabola tra i denti, sospeso per i due pugni sull'abisso.
    Non aveva che da fare un lungo passo per saltare nella sala del  primo
    piano.
    Ma nel vano della feritoia apparve un viso.
    Radoub,  di punto in bianco,  scorse davanti a s, nell'ombra, qualche
    cosa di spaventevole: un occhio sfondato, una mascella fracassata, una
    maschera sanguinolenta.
    Quella maschera, la quale non aveva che una pupilla, lo guardava.
    Quella maschera aveva due mani. Quelle due mani sbucarono dall'ombra e
    si protesero verso Radoub.  Una,  con un  solo  gesto,  gli  prese  le
    pistole dalla cintola, l'altra gli tolse la sciabola di tra i denti.
    Radoub  era disarmato.  Il ginocchio gli scivolava sul piano inclinato
    dello  sporto  e  i  pugni  spasmodicamente  annodati   sui   tronconi
    dell'inferriata  bastavano  a  stento a sostenerlo.  Aveva dietro a s
    quaranta piedi di precipizio.
    Quella maschera e quelle mani erano Canta-d'inverno.
    Canta-d'inverno, soffocato dal fumo che saliva dal basso, era riuscito
    a entrare nel vano  della  feritoia.  L'aria  esterna  lo  aveva  col
    rianimato;  il fresco notturno gli aveva coagulato il sangue,  ed egli
    aveva ripreso un po'  di  forza.  A  un  tratto  aveva  visto  sorgere
    all'esterno, davanti all'apertura, il busto di Radoub. Allora, siccome
    Radoub, le mani contratte sulle sbarre, non aveva da scegliere che tra
    il  lasciarsi  cadere  e  il  lasciarsi  disarmare,   Canta-d'inverno,
    spaventevole e tranquillo, gli aveva levato le pistole dalla cintura e
    la sciabola di tra i denti.
    Fra il disarmato e il ferito si impegn allora un inaudito duello.
    Evidentemente,  la meglio l'avrebbe avuta il  moribondo,  giacch  una
    pallottola   sarebbe  bastata  a  precipitare  Radoub  nella  voragine
    spalancata sotto i suoi piedi.
    Fortunatamente per Radoub, Canta-d'inverno,  avendo ambo le pistole in
    una  sola  mano,  non pot servirsene,  e fu costretto a valersi della
    sciabola.  Tir una puntata alla spalla del Radoub;  quella sciabolata
    fer Radoub, ma lo salv.
    Senza  armi,  ma  in  possesso di tutta la sua forza,  Radoub non fece
    nessun caso della ferita,  la quale,  del resto,  non aveva  intaccato
    l'osso;  fece un balzo in avanti,  abbandon le sbarre, e salt dentro
    l'apertura.
    L,  si trov faccia a faccia con Canta-d'inverno,  che aveva  gettato
    dietro di s la sciabola e teneva alte le pistole, una per pugno.
    Canta-d'inverno,  ritto sulle ginocchia,  prese di mira Radoub quasi a
    bruciapelo;   ma  il  braccio  indebolito  gli  tremava  e  non  spar
    immediatamente.
    Radoub approfitt di quell'istante di respiro per dare in una risata.
    -  Di'  un po',  - grid,  - bruttone!  Credi forse di farmi paura con
    questa tua bocca da bue squartato? Caspita, come ti hanno sconciato il
    grugno!
    Canta-d'inverno continuava a prenderlo di mira. Radoub prosegu:
    - Non faccio per dire,  ma hai avuto il mostaccio spettinato a  dovere
    dalla mitraglia! Povero ragazzo, Bellona ti ha fracassato i connotati.
    Andiamo, su, sputa la tua povera pistolettata, mio caro.
    Il  colpo  part,  e pass cos vicino alla testa del Radoub,  che gli
    port via mezzo orecchio.  Canta-d'inverno alz l'altro braccio armato
    della seconda pistola,  ma Radoub non gli lasci il tempo di prenderlo
    di mira.
    - Un orecchio di meno mi basta!   - grid.  - Tu  mi  hai  ferito  due
    volte. A me la bella.
    E  si lanci su Canta-d'inverno,  gli fece alzare il braccio per aria,
    fece partire il colpo, che and a finire chi sa dove,  poi gli afferr
    e contorse la mascella fratturata.
    Canta-d'inverno mand un ruggito, e svenne.
    Radoub lo scavalc, lasciandolo nel vano della feritoia.
    - Adesso che ti ho fatto conoscere il mio ultimatum, - disse, - non ti
    muovere pi.  Resta l,  brutto verme. Capirai che non voglio, proprio
    adesso, prendermi il gusto di massacrarti.  Striscia a tuo piacere sul
    pavimento,  concittadino delle mie ciabatte.  Muori, sar sempre tanto
    di fatto per un'altra volta.  Fra poco saprai che il tuo curato non ti
    diceva che scempiaggini. Vattene nel grande mistero, paesano.
    E salt nella sala del primo piano.
    - Non ci si vede per nulla, - brontol.
    Canta-d'inverno si agitava convulsamente e urlava nell'agonia.  Radoub
    si volse...
    - Silenzio! fammi il piacere di tacere,  cittadino senza saperlo.  Non
    mi occupo pi di te. Disdegno di finirti. Lasciami in pace.
    E,  inquieto,  si cacci i pugni nei capelli, sempre osservando Canta-
    d'inverno.
    - E adesso, che cosa far? Sta bene tutto, ma eccomi disarmato.  Avevo
    due colpi da sparare, e tu me li hai sciupati, animale! E tutto questo
    fumo per giunta, che mi fa un male da cane agli occhi.
    Poi, incontrando con la mano l'orecchio spezzato:
    - Ahi! - disse.
    E riprese:
    -  Bel  guadagno  hai  avuto  a  confiscarmi  un orecchio.  Alla fine,
    preferisco avere di meno un orecchio che qualcos'altro;  non  che  un
    ornamento.  Mi hai anche graffiato una spalla, ma non  niente. Spira,
    paesano, io ti perdono.
    Ascolt.  Il fragore nella sala bassa era tremendo.  Il  combattimento
    era pi forsennato che mai.
    -  Va  bene,  laggi.  Fa  lo  stesso.  Gridano Viva il re e crepano
    nobilmente.
    I suoi piedi urtarono la sciabola a  terra.  La  raccatt  e  disse  a
    Canta-d'inverno, che non si agitava pi, e che forse era morto:
    -  Vedi,  uomo  dei  boschi?  Per quello che volevo fare la sciabola o
    niente  la stessa cosa.  La riprendo per amicizia.  Quelle che mi  ci
    volevano erano le pistole.  Che il diavolo ti porti,  selvaggio! E che
    cosa far, adesso? Non servo a nulla, qui.
    Inoltr nella sala cercando di vedere e di  orientarsi.  A  un  tratto
    nella penombra, dietro il pilastro centrale scorse una lunga tavola, e
    su  quella  tavola qualche cosa che vagamente brillava.  Tast.  Erano
    tromboni,  pistole,  carabine,  una fila d'armi da fuoco  disposte  in
    ordine,   che   altro  non  aspettavano  se  non  delle  mani  che  le
    impugnassero.   Era  la  riserva  di  combattimento  preparata   dagli
    assediati per la seconda fase dell'assalto. Tutto un arsenale.
    - Una tavola imbandita! - esclam Radoub.
    E le si gett sopra, abbagliato.
    Allora divenne formidabile.
    La  porta della scala che comunicava con i piani superiori e inferiori
    era visibile, spalancata, a fianco della tavola carica d'armi.  Radoub
    lasci cadere la sciabola,  impugn,  una per mano,  due pistole a due
    colpi, e le scaric tutte in una volta, a caso, sotto la porta,  nella
    spirale  della  scala;  poi  afferr  un  moschetto e lo scaric,  poi
    impugn un trombone rigurgitante di pallini e lo scaric anch'esso. Il
    trombone,   vomitando  quindici  pallottole,   parve  una  scarica  di
    mitraglia.  Allora Radoub,  riprendendo fiato,  grid con voce tonante
    gi nella scala:
    - Viva Parigi!
    E impadronendosi d'un secondo trombone pi grosso del primo,  lo punt
    sotto la volta tortuosa della scala a chiocciola, e attese.
    Lo   scompiglio  nella  sala  a  terreno  fu  indescrivibile.   Simili
    sbalordimenti improvvisi disgregano la resistenza.
    Due delle pallottole della triplice scarica di Radoub avevano colpito:
    una aveva ucciso il  maggiore  dei  fratelli  Picca-di-legno,  l'altra
    aveva ucciso Houzard, che era il signor Qulen.
    - Sono di sopra! - grid il marchese.
    Quel  grido  provoc  l'abbandono  della  ridotta.  Fu come uno stormo
    d'uccelli che si disperdesse.  Fu una gara a precipitarsi  su  per  la
    scala. Il marchese incoraggiava quella fuga.
    - Fate presto,  - diceva. - Il coraggio sta nel fuggire. Saliamo tutti
    al secondo piano! Di lass, ricominceremo.
    Fu l'ultimo ad abbandonare la ridotta.
    Quella prodezza lo salv.
    Radoub,  imboscato al primo piano della scala,  il dito sul  grilletto
    del  trombone,   spiava  quella  ritirata  precipitosa.  I  primi  che
    apparvero alla svolta della spirale ricevettero la  scarica  in  piena
    faccia,  e caddero fulminati. Se il marchese fosse stato tra loro, era
    morto. Prima che Radoub avesse il tempo di brandire un'altra arma, gli
    altri passarono;  il marchese in coda a tutti,  e pi lentamente degli
    altri.  Credevano  che  la  camera  del  primo  piano  fosse  piena di
    assedianti,  si guardarono bene dal fermarsi e raggiunsero la sala del
    secondo piano,  quella degli specchi. Qui c'era la porta di ferro, qui
    la miccia solforata: l si doveva capitolare o morire.
    Gauvain,  non meno sorpreso degli assediati stessi  dalle  detonazioni
    della scala,  n in grado di spiegarsi l'aiuto che gli sopraggiungeva,
    ne aveva approfittato senza cercar di capire;  era saltato,  lui  e  i
    suoi,  per disopra la ridotta,  e aveva incalzato gli assediati, spada
    alle reni, fino al primo piano.
    L si imbatt in Radoub.
    Questi cominci col fargli il saluto regolamentare, e disse:
    - Un momento,  comandante.  Sono  stato  io  a  far  questo.  Mi  sono
    ricordato  di  Dol.  Ho  fatto  come  voi.  Ho preso il nemico tra due
    fuochi.
    - Buon allievo, - disse Gauvain sorridendo.
    Quando si sta per un certo tempo al  buio,  gli  occhi  finiscono  per
    abituarsi  all'ombra  come  quelli degli uccelli notturni.  Gauvain si
    accorse che Radoub era tutto sanguinante.
    - Ma tu sei ferito, camerata! - gli disse.
    - Non fateci caso,  comandante.  Che  mai,  un orecchio di pi  o  di
    meno?  Ho  ricevuto  anche  una  spuntonata  di  sciabola,  ma  me  ne
    infischio. Quando si rompe un vetro, ci si taglia sempre un po'. Non 
    solo mio, il sangue, del resto.
    Si fece una specie di sosta nella sala del primo piano, conquistata da
    Radoub.  Fu  portata  una  lanterna.   Cimourdain  raggiunse  Gauvain.
    Discussero il da farsi.  C'era da meditarci,  infatti.  Gli assedianti
    non conoscevano il segreto degli assediati;  ne ignoravano la  penuria
    di munizioni,  non sapevano che i difensori della piazza erano a corto
    di polvere;  il secondo piano era l'ultimo posto  di  resistenza;  gli
    assedianti potevano credere che la scala fosse minata.
    Una  cosa  sola era certa: il nemico non poteva scappare.  Chi non era
    morto, era l dentro come sotto chiave. Lantenac era in trappola.
    Con tale certezza,  potevano concedersi un po' di tempo nella  ricerca
    del  migliore  scioglimento  possibile.  Di  morti  se  ne avevano gi
    abbastanza.   Bisognava  cercar  di  non  perdere  troppi  uomini   in
    quell'ultimo assalto.
    Il   rischio   di   questo   supremo  assalto  sarebbe  stato  grande.
    Probabilmente ci sarebbe stata  da  subire  una  prima  scarica  molto
    aspra.
    Il   combattimento  era  interrotto.   Gli  assedianti,   padroni  del
    pianterreno e del primo piano, aspettavano,  per continuare,  l'ordine
    del  comandante.  Gauvain  e  Cimourdain  tenevano  consiglio.  Radoub
    assisteva in silenzio alle loro deliberazioni.
    Arrischi ancora un timido saluto militare.
    - Comandante?
    - Che c', Radoub?
    - Ho diritto a una piccola ricompensa, io?
    - Certo! Chiedi quello che vuoi.
    - Chiedo di salire per primo.
    Non era possibile rifiutarglielo,  e del resto l'avrebbe  fatto  anche
    senza permesso.

    11.
    I DISPERATI.

    Mentre  al  primo piano si deliberava,  al secondo si barricavano.  Il
    successo  un furore;  la disfatta  una rabbia.  I due piani  stavano
    per  urtarsi in modo inaudito.  Raggiungere la vittoria  un'ebbrezza.
    Di sotto,  c'era la speranza,  che sarebbe la pi grande  delle  forze
    umane se non esistesse la disperazione.
    La disperazione era al piano di sopra.
    Una disperazione calma fredda, sinistra.
    Giungendo in quella sala,  ultimo loro rifugio, al di l del quale non
    c'era pi nulla per loro,  prima cura degli assediati fu di barricarne
    l'entrata.   Chiudere  la  porta  era  inutile,  importava  assai  pi
    ingombrare la scala.  In casi simili,  un ostacolo attraverso il quale
    si pu vedere e combattere vale meglio di una porta chiusa.
    La  torcia  infissa  nella torciera del muro dall'"Imnus" vicino alla
    miccia solforata li illuminava.
    C'era in quella camera del secondo  piano,  una  di  quelle  grosse  e
    pesanti  cassapanche  di quercia nelle quali si custodivano le vesti e
    la biancheria prima dell'invenzione dei mobili coi cassetti.
    Trascinarono quella cassapanca e la rizzarono in piedi sotto la  porta
    della  scala.  Vi si incastrava solidamente e ostruiva l'entrata.  Non
    lasciava  libero,  in  alto,  presso  la  volta,  se  non  uno  spazio
    ristretto, ottimo per ammazzare gli assalitori a uno a uno: sempre che
    vi si arrischiassero, s'intende, e questo era dubbio.
    Quell'ostruzione  dell'entrata  consentiva loro un momento di respiro.
    Si contarono.
    I diciannove non erano pi che sette, compreso l'"Imnus".  Eccettuati
    l'"Imnus" e il marchese, tutti erano feriti.
    I  cinque,  che erano feriti,  ma vitalissimi,  giacch nel calore del
    combattimento ogni ferita che non  sia  mortale  vi  lascia  andare  e
    venire,  erano Chatenay,  detto Robi Guinoiseau,  Hoisnard Ramo-d'oro,
    Amoruccio e Gran Cuorsaldo. Tutti gli altri erano morti.
    Non c'erano pi  munizioni.  Le  giberne  erano  vuote.  Contarono  le
    cartucce.  Quanti  colpi restavano loro da tirare,  fra tutti e sette?
    Quattro.
    Erano giunti a quel momento in cui non resta da far altro che  cadere.
    Erano sul ciglio del precipizio spalancato e terribile. Essere su quel
    ciglio pi di cos era difficile.
    L'assalto,  intanto,  era  ripreso.  Tanto  pi  sicuro quanto pi era
    lento.  Si udivano gli  assedianti  esplorare  la  scala  gradino  per
    gradino, battendo coi calci dei fucili.
    Nessuna possibilit di fuggire.  Dalla biblioteca? C'erano sul pianoro
    sei cannoni puntati, micce accese. Dalle camere superiori?  A che pro?
    Mettevano  sulla  piattaforma,  da  dove  non  si poteva far altro che
    gettarsi gi.
    I  sette   sopravviventi   di   quella   banda   epica   si   vedevano
    inesorabilmente  rinchiusi e intrappolati dalla spessa muraglia che li
    proteggeva e che li consegnava al nemico.  Ancora non erano presi,  ma
    erano gi prigionieri.
    Il marchese alz la voce:
    - Tutto  finito, amici.
    E dopo un silenzio aggiunse:
    - Gran Cuorsaldo ridiventi l'abate Turmeau.
    Tutti  si  inginocchiarono,  rosario  alla mano.  I colpi di calcio di
    fucile degli assalitori si avvicinavano.
    Gran Cuorsaldo,  tutto sanguinante per una pallottola  che  gli  aveva
    sfiorato  il  cranio  e lacerato il cuoio capelluto,  alz con la mano
    destra il crocefisso. Il marchese, che in fondo era uno scettico, mise
    un ginocchio a terra.
    - Ciascuno,  - disse Cuorsaldo,  - confessi le sue colpe ad alta voce.
    Parlate, monsignore.
    Il marchese rispose:
    - Ho ucciso.
    - Ho ucciso, - disse Hoisnard.
    - Ho ucciso, - disse Guinoiseau.
    - Ho ucciso, - disse Amoruccio.
    - Ho ucciso, - disse Chatenay.
    - Ho ucciso, - disse l'"Imnus".
    E Gran Cuorsaldo riprese:
    -  In nome della santissima Trinit,  vi assolvo.  Che le vostre anime
    vadano in pace.
    - Cos sia, - risposero tutte le voci.
    Il marchese si rialz.
    - E adesso moriamo, - disse.
    - E uccidiamo, - disse l'"Imnus".
    I calci dei fucili cominciavano a scuotere la cassapanca che  sbarrava
    la porta.
    - Pensate a Dio,  - disse il prete.  - La terra,  per voi,  non esiste
    pi.
    - S, - convenne il marchese; - siamo nella tomba.
    Tutti curvarono la  fronte  e  si  batterono  il  petto.  Soltanto  il
    marchese  e  il prete stavano in piedi.  Tutti gli occhi erano fissi a
    terra: il prete pregava, i contadini pregavano,  il marchese meditava.
    La cassapanca, battuta come da tanti martelli, risuonava lugubremente.
    In quella, una voce viva e forte, facendosi bruscamente sentire dietro
    di loro, grid:
    - Ve lo avevo pur detto, monsignore!
    Tutte le teste si voltarono, stupefatte.
    Nella parete si era aperto un buco.
    Una pietra,  perfettamente combaciante con le altre, ma non cementata,
    con un perno sopra e un perno sotto,  era girata su se stessa come  un
    piccolo argano,  e girando aveva aperto la muraglia. La pietra essendo
    girata intorno al suo  asse,  l'apertura  era  doppia  e  offriva  due
    passaggi,  uno a destra,  l'altro a sinistra,  angusti, ma sufficienti
    per consentire il passaggio a un  uomo.  Al  di  l  di  quella  porta
    inattesa, si scorgevano i primi gradini di una scala a chiocciola. Una
    faccia d'uomo appariva all'apertura.
    Il marchese riconobbe Halmalo.

    12.
    SALVATORE.

    - Sei tu, Halmalo?
    - Io, monsignore. Vedete bene che le pietre girevoli esistono davvero,
    e che da qui dentro si pu uscire. Arrivo in tempo, ma fate in fretta.
    Fra dieci minuti sarete in piena foresta.
    - Dio  grande! - disse il prete.
    - Andatevene, monsignore! - gridarono tutte le voci.
    - Andatevene prima voi tutti, - disse il marchese.
    - Voi per primo, monsignore, - disse l'abate Turmeau.
    - Io per ultimo.
    E il marchese riprese con voce severa:
    -  Nessuna gara di generosit.  Non abbiamo tempo di essere magnanimi.
    Voi siete feriti.  Vi  ordino  di  vivere  e  di  fuggire.  Presto!  e
    approfittate di questa uscita. Grazie, Halmalo.
    - Dovremo dunque separarci, signor marchese? - disse l'abate Turmeau.
    - Da basso s, senza dubbio. Non si scappa mai che a uno a uno.
    - Ci d un punto di convegno, monsignore?
    - S. Una radura nella foresta. La Pierre Gauvain. Conoscete il posto?
    - Lo conosciamo tutti.
    - Ci sar domani. A mezzogiorno. Tutti quelli che possono camminare si
    trovino laggi.
    - Ci saremo.
    - E ricominceremo la guerra, - disse il marchese.
    Intanto Halmalo, premendo sulla pietra girevole, si era allora accorto
    che non si muoveva pi. L'apertura non si poteva pi richiudere.
    La pietra,  infatti, dopo una lunga dissuetudine, era come anchilosata
    nella  sua  cerniera.  Impossibile,  ormai,  imprimerle  un  movimento
    qualsiasi.
    -  Monsignore,  -  riprese  Halmalo;  --  io  speravo di richiudere il
    passaggio, e che gli azzurri, entrando qua dentro,  non trovassero pi
    nessuno,  e non ci capissero nulla e vi credessero andati in fumo.  Ma
    la pietra non lo vuole.  Il nemico vedr l'uscita aperta  e  ci  potr
    inseguire.  Non perdiamo un minuto,  almeno.  Presto, tutti gi per la
    scala.
    L'"Imnus" pos la mano sulla spalla di Halmalo.
    - Camerata, quanto tempo ci vuole per uscire da questo passaggio e per
    essere al sicuro nella foresta?
    - Non c' nessuno ferito gravemente? - domand Halmalo.
    Tutti risposero: - Nessuno.
    - In tal caso, basta un quarto d'ora.
    - Cos, - riprese l'"Imnus",  - se il nemico non entrasse qui che tra
    un quarto d'ora?...
    - Potrebbe inseguirci, ma non ci raggiungerebbe.
    -  Ma  quelli  saranno  qua dentro fra cinque minuti,  - interruppe il
    marchese.  - Quella vecchia cassapanca  non  li  ostacoler  a  lungo.
    Basteranno  pochi  colpi col calcio dei fucili per venirne a capo.  Un
    quarto d'ora! chi li fermer per un quarto d'ora?
    - Io! - disse l'"Imnus".
    - Tu, Gouge-le-Bruant?
    - Io,  monsignore.  Ascoltate.  Siete in cinque  feriti  su  sei.  Io,
    invece, non ho neppure una scalfittura.
    - Nemmeno io, - disse il marchese.
    -  Voi siete il capo,  monsignore.  Io sono il soldato.  Un conto  il
    capo e un altro conto  il soldato.
    - Lo so. Ciascuno di noi ha un suo proprio dovere.
    - No, monsignore,  voi e io abbiamo entrambi lo stesso dovere;  quello
    di salvare voi.
    L'"Imnus" si volt ai suoi compagni.
    - Camerati, tutto sta nel tenere in iscacco il nemico e nel ritardarne
    il  pi  possibile l'inseguimento.  Ascoltate.  Io sono in possesso di
    tutta la mia forza,  non ho perso una goccia di  sangue.  Siccome  non
    sono  ferito,  resister pi a lungo di ogni altro.  Andatevene,  voi.
    Lasciatemi le vostre armi.  Ne far buon uso.  Mi assumo di fermare il
    nemico per una buona mezz'ora. Quante pistole cariche ci sono?
    -  Quattro.
    - Mettetele l, per terra.
    Fu fatto ci che egli voleva.
    - Sta bene. Rimango. Troveranno con chi scambiare quattro chiacchiere.
    Presto, adesso, andatevene.
    Le  situazioni precipitose escludono ogni convenevole.  Fu tanto se si
    scambiarono una stretta di mano.
    - A fra poco, - gli disse il marchese.
    - No, monsignore. Spero di no. Non a fra poco giacch morir.
    Tutti si cacciarono,  uno dopo l'altro,  gi per l'angusta scala,  per
    primi i feriti.  Mentre quelli scendevano, il marchese prese la matita
    del suo taccuino e scrisse alcune parole sulla pietra che  non  poteva
    pi girare e lasciava aperto il passaggio.
    - Venite, monsignore, - disse Halmalo. - Non mancate che voi.
    E Halmalo cominci a discendere.
    Il marchese lo segu.
    L'"Imnus" rimase solo.

    13.
    CARNEFICE.

    Le  quattro  pistole  cariche  erano  state  posate  sulle  pietre del
    pavimento,   giacch  quella  sala  non  aveva  impiantito  di  legno.
    L'"Imnus" ne prese due, una per mano.
    Avanz  di  sbieco verso l'entrata della scala,  ostruita e mascherata
    dalla cassapanca.
    Evidentemente, gli assalitori temevano qualche sorpresa, una di quelle
    esplosioni finali che costituiscono la catastrofe del vincitore in una
    con quella del vinto.  L'ultimo assalto si svolgeva lento  e  prudente
    quanto  il  primo era stato impetuoso.  Non avevano potuto,  forse non
    avevano voluto,  sfondare  violentemente  la  cassapanca.  Ne  avevano
    demolito  il  fondo  a  furia di percuoterlo col calcio dei fucili,  e
    forato il coperchio a colpi di baionetta. Ora cercavano,  attraverso a
    quei buchi,  di guardare nella sala,  prima di arrischiarsi a mettervi
    piede.
    Il bagliore delle lanterne con le quali rischiaravano la scala passava
    attraverso quei buchi.
    L'"Imnus" scorse a uno di  quei  buchi  una  di  quelle  pupille  che
    guardavano.  Applic  di  scatto a quel buco la canna di una pistola e
    premette il grilletto. Il colpo parti e l'"Imnus", esultante,  ud un
    grido  orribile.  La pallottola aveva spaccato l'occhio e attraversato
    la testa.  Il soldato che guardava era caduto all'indietro gi per  la
    scala.
    Gli  assalitori  avevano praticato nella parte inferiore del coperchio
    due  aperture  alquanto  larghe,   qualche  cosa  come  due  feritoie.
    L'"Imnus" approfitt di una di esse, vi pass il braccio e spar cos
    a  caso  nel mucchio degli assalitori il suo secondo colpo di pistola.
    La pallottola,  probabilmente,  rimbalz,  giacch  si  udirono  varie
    grida,  come  se  ne  fossero  rimasti  uccisi  o  feriti almeno tre o
    quattro;  si ud nella scala un  gran  tumulto,  come  di  uomini  che
    abbandonano il posto e retrocedono.
    L'"Imnus"  gett  via  le due pistole scaricate e prese le altre due.
    Poi, con quelle in pugno, guard dai buchi della cassapanca.
    Constat il primo effetto prodotto.
    Tutto tempo guadagnato, pens.
    In quella, scorse un uomo che saliva i gradini della scala strisciando
    col ventre a terra. Contemporaneamente, pi in gi, dietro il pilastro
    centrale della spirale,  apparve una testa.  L'"Imnus" prese di  mira
    quella testa,  e spar. Ci fu un grido, il soldato cadde, e l'"Imnus"
    fece passare dalla sinistra nella destra l'ultima pistola  carica  che
    gli rimaneva.
    In quello stesso momento avvert un atroce dolore, e fu lui a gettare,
    a sua volta,  un urlo.  Una sciabola gli frugava le viscere. Un pugno,
    il pugno dell'uomo  che  strisciava  su  per  la  scala,  era  passato
    attraverso la seconda feritoia della parte inferiore della cassapanca,
    e quel pugno aveva immerso una sciabola nel ventre dell'"Imnus".
    La ferita era spaventosa. Il ventre era squarciato in due.
    Non cadde, l'"Imnus". Digrign i denti, e disse:
    - Sta bene!
    Poi,  traballando  e  strisciando,  indietreggi  fino alla torcia che
    ardeva accanto alla porta di ferro;  pos la pistola a terra e impugn
    la  torcia.  Sostenendo,  infine,  con  la mano sinistra i suoi propri
    intestini che gli cadevano fuori,  abbass con la destra la  torcia  e
    appicc il fuoco alla miccia solforata.
    Il fuoco prese,  la miccia fiammeggi. L'"Imnus" moll la torcia, che
    continu ad ardere sul pavimento,  riafferr la pistola,  e,  caduto a
    terra,  ma  sollevandosi ancora,  attizz la miccia col poco fiato che
    ancora gli restava.
    La fiamma corse,  pass sotto la porta di ferro e raggiunse il  ponte-
    castelletto.
    Allora,  vedendo il buon esito del suo esecrando proposito,  forse pi
    soddisfatto del suo delitto che della sua prodezza, quell'uomo che era
    stato un eroe, che non era ormai pi che un assassino, e che stava per
    morire, sorrise.
    - Si ricorderanno di me,  - mormor.  - Vendico sui  loro  piccini  il
    piccino di noi tutti, il re, che  al Tempio.

    14.
    EVADE ANCHE L'"IMANUS".

    In   quel  medesimo  istante  si  produsse  un  grande  fracasso.   La
    cassapanca, violentemente investita, si sfond, e diede passo libero a
    un uomo, che si slanci nella sala sciabola in mano.
    - Sono io,  Radoub.  Chi ce l'ha con  me?  Aspettare,  mi  annoia.  Mi
    arrischio.  Tanto,  ne ho sventrato uno proprio adesso. Ora vi attacco
    tutti. Mi seguano o non mi seguano, eccomi qua. In quanti siete?
    Era Radoub infatti, ed era solo.  Dopo il massacro fatto dall'"Imnus"
    nella  scala,  Gauvain,  temendo qualche fogata nascosta,  aveva fatto
    ripiegare i suoi uomini e si consigliava con Cimourdain.
    Sciabola alla mano,  ritto sulla soglia,  Radoub ripet in quel  buio,
    dove  la  torcia  quasi  spenta  gettava  appena  un bagliore,  la sua
    domanda:
    - Sono uno solo. Quanti siete voi?
    Non udendo nulla, avanz. Uno di quegli sprazzi di luce che mandano di
    tanto in tanto i fuochi agonizzanti,  e  che  si  potrebbero  chiamare
    singhiozzi di luce, scatur dalla torcia e illumin tutta la sala.
    Radoub  scorse  cos uno degli specchietti appesi alle pareti,  gli si
    avvicin, si guard la faccia insanguinata e l'orecchio penzolante,  e
    disse:
    - Che sconcia demolizione!
    Poi si volt, stupefatto di vedere la sala vuota.
    - Non c' nessuno! - esclam. - Zero effettivo.
    Scorse la pietra che aveva girato, l'apertura e la scala.
    - Ah, capisco! Se la sono svignata! Su, su tutti, camerati, venite! se
    ne sono andati.  Sono filati via,  hanno tagliato la corda, se la sono
    squagliata. Questa brocca di una vecchia torre era fessa. Come si fa a
    venire a capo di qualche cosa con Pitt e col Coburgo, se si mettono di
    mezzo scherzi di questo genere?  E' venuto in loro aiuto il  buon  Dio
    del diavolo! Non c' pi nessuno!
    Deton una pistolettata.  Una pallottola gli sfior il gomito,  e and
    ad appiattirsi contro la parete.
    - Ma s!  qualcuno c'!  Chi  ha  avuto  la  bont  di  usarmi  questa
    cortesia?
    - Io, - disse una voce.
    Radoub  protese la testa e distinse nel chiaroscuro qualche cosa,  che
    era l'"Imnus".
    - Ah! - grid. - Uno lo tengo.  Gli altri sono scappati,  ma tu non te
    la svignerai, no.
    - Credi? - rispose l'"Imnus".
    Radoub fece un passo e si ferm.
    - Oh! uomo che sei per terra, chi sei?
    -  Sono colui che  per terra e che se la ride di quelli che stanno in
    piedi.
    - Che hai nella destra?
    - Una pistola.
    - E nella sinistra?
    - Le mie budella.
    - Ti faccio prigioniero.
    - Provaci!
    E l'"Imnus",  curvandosi sulla miccia ardente,  e  soffiandovi  sopra
    l'ultimo suo alito, spir.
    Pochi  momenti  dopo,  Gauvain,  Cimourdain  e tutti erano nella sala.
    Tutti videro l'apertura.  Si frug in ogni  angolo,  fu  esplorata  la
    scala,  che andava a finire a una apertura sul burrone.  L'evasione fu
    constatata. Scossero l'"Imnus", era morto. Gauvain,  con una lanterna
    alla mano, esamin la pietra che aveva dato via libera agli assediati.
    Ne aveva udito parlare,  di quella pietra girevole, ma anche lui aveva
    sempre ritenuto una favola quella leggenda. Cos osservando la pietra,
    scorse qualche cosa scritta a matita; accost la lanterna e lesse:
    Arrivederci, signor visconte. Lantenac.
    Guchamp aveva raggiunto  Gauvain.  L'inseguimento  era  evidentemente
    inutile,  poich  la  fuga  era consumata in pieno;  gli evasi avevano
    dalla  loro  il  paese,  la  macchia,  il  fossato,   la  boscaglia,
    l'abitante;  indubbiamente  erano gi lontani;  nessuna possibilit di
    ritrovarli,   e  l'intera  foresta  di   Fougres   era   un   immenso
    nascondiglio. Che fare? Non c'era che da ricominciare da capo. Gauvain
    e Guchamp si scambiavano il loro disappunto e le loro congetture.
    Cimourdain ascoltava, serio, senza dire una parola.
    - A proposito, Guchamp, - disse Gauvain. - E la scala?
    - Non  arrivata, comandante.
    - Eppure abbiamo visto giungere una carretta scortata da gendarmi.
    Guchamp rispose.
    - Non portava la scala.
    - E che cosa portava, allora?
    - La ghigliottina, - disse Cimourdain.

    15.
    NON METTERE MAI NELLA MEDESIMA TASCA UN OROLOGIO E UNA CHIAVE.

    Il marchese di Lantenac non era lontano quanto gli altri credevano.
    Non  per  questo,  per,  era  meno  perfettamente  al  sicuro e fuori
    portata.
    Aveva seguito Halmalo.
    La scala per dove Halmalo e  lui  erano  discesi,  dietro  agli  altri
    fuggiaschi,  andava a sboccare vicinissimo al burrone e agli archi del
    ponte con un angusto corridoio a volta.  Quel corridoio si  apriva  su
    una  profonda  spaccatura naturale del suolo,  che dava adito,  da una
    parte  al  burrone,  e  dall'altra  alla  foresta.   Tale  spaccatura,
    assolutamente   defilata   agli   sguardi,    serpeggiava   sotto   un
    impenetrabile groviglio di vegetazione.  Riprendere  l  un  uomo  era
    impossibile. Giunto che fosse in quella spaccatura, un evaso non aveva
    pi che da operare una fuga da rettile,  ed era introvabile. L'entrata
    del corridoio segreto della scala era talmente ostruita dai rovi,  che
    i  costruttori  del  passaggio  sotterraneo avevano ritenuto superfluo
    chiuderlo in altro modo.
    Il marchese, adesso, non aveva pi che da andarsene. Nessun bisogno di
    provvedersi un travestimento.  Da quando era giunto in  Bretagna,  non
    aveva mai lasciato il suo costume da contadino, persuaso d'essere, con
    quello, tanto maggiormente gran signore.
    Si era limitato a togliersi la spada, di cui aveva sfibbiato e buttato
    via il cinturone.
    Quando   Halmalo   e   il  marchese  sboccarono  dal  corridoio  nella
    spaccatura,  gli  altri  cinque,   Guinoiseau,   Hoisnard  Ramo-d'oro,
    Amoruccio, Chatenay e l'abate Turmeau non c'erano gi pi.
    - Non hanno atteso molto a prendere il volo, - disse Halmalo.
    - Fai come loro, - disse il marchese.
    - Vuole che io la lasci, monsignore?
    - Certo.  Te l'ho gi detto.  Non si evade bene che da soli.  Dove uno
    passa,  due  non  passano.  Insieme,  richiameranno  l'attenzione.  Tu
    faresti prendere me, ed io farei prendere te.
    - Conosce il paese, monsignore?
    - S.
    - Mantiene il luogo di convegno alla Pierre Gauvain, monsignore?
    - Domani. A mezzogiorno.
    - Ci sar. Ci saremo tutti.
    Halmalo si interruppe.
    -  Ah,  monsignore!  quando  penso  che siamo stati in alto mare,  che
    eravamo soli,  che io  volevo  ammazzarvi,  che  voi  eravate  il  mio
    padrone, che potevate dirmelo e non me lo diceste! Che uomo siete voi!
    Il marchese disse ancora:
    - L'Inghilterra.  Non ci sono altre risorse.  Bisogna che fra quindici
    giorni gli inglesi siano in Francia.
    - Avrei un bel po' di conti da rendere a monsignore.  Ho  eseguito  le
    sue commissioni.
    - Di tutto questo parleremo domani.
    - A domani, monsignore.
    - A proposito, hai fame?
    -  Forse,  monsignore.  Avevo  tanta  fretta  di arrivare,  che non so
    neppure se abbia mangiato, oggi.
    Il marchese si trasse di tasca una tavoletta di cioccolata,  la spezz
    in due, ne diede una met ad Halmalo, e si mise a mangiare l'altra.
    -  Monsignore,  - disse Halmalo,  - alla vostra destra c' il burrone;
    alla vostra sinistra la foresta.
    - Sta bene. Lasciami. Vai dalla tua parte.
    Halmalo obbed. Si sprofond nel buio. Si ud uno strepito di cespugli
    smossi,  poi  pi  nulla.   Trascorsi  alcuni  secondi  sarebbe  stato
    impossibile  ritrovarne  la  traccia.  Quella terra della boscaglia,
    irta  e  inestricabile,   era  l'ausiliaria  del  fuggiasco.   Non  si
    scompariva,  si svaniva. Appunto questa facilit di rapide dispersioni
    faceva esitare i  nostri  eserciti  davanti  a  quella  Vandea  sempre
    indietreggiante, e davanti ai suoi combattenti tanto formidabili nelle
    loro fughe.
    Il marchese rimase immobile.  Era uno di quegli uomini che si sforzano
    di non provar nulla;  ma non pot sottrarsi all'emozione di  respirare
    l'aria  libera,  dopo aver respirato tanto sangue e tanta carneficina.
    Anche per un uomo come Lantenac,  sentirsi  completamente  salvo  dopo
    essere  stato  completamente perduto;  prendere possesso dell'assoluta
    sicurezza dopo aver visto cos da vicino la tomba;  uscire dalla morte
    e  rientrare  nella  vita,  era  una  scossa;  e sebbene ne avesse gi
    provato di simili,  non pot impedire che la sua imperturbabile  anima
    si  sentisse  per  un  momento  come  vacillare.  Confess a se stesso
    d'essere contento.  Comunque,  quel moto che assomigliava  quasi  alla
    gioia, egli lo domin immediatamente.
    Si  trasse  di  tasca l'orologio e fece scattare la suoneria.  Che ora
    era?
    Con suo grande stupore,  seppe che erano  soltanto  le  dieci.  Appena
    subito una di quelle peripezie della vita umana,  in cui tutto  stato
    a repentaglio, si  sempre stupefatti che minuti cos pregni non siano
    pi lunghi degli altri. La cannonata di avvertimento era stata sparata
    un po' prima del tramonto del sole,  e la Tourgue era stata  investita
    dalla  colonna  di assalto una mezz'ora dopo,  tra le sette e le otto,
    sull'annottare. Quel colossale combattimento,  pertanto,  incominciato
    alle  otto,  era  finito  alle  dieci.  Tutta quella epopea era durata
    centoventi minuti.  Si d il caso che alle catastrofi  si  mescoli  la
    fulmineit del lampo. Gli avvenimenti hanno scorci che sorprendono.
    A   ripensarci,   sarebbe  piuttosto  dovuto  essere  il  contrario  a
    sbalordire.  Una resistenza di due ore da  parte  di  un  numero  cos
    esiguo contro un numero cos grande era straordinaria, e certo non era
    stata  breve,  n  era  finita  troppo  presto,  quella  battaglia  di
    diciannove contro quattromila.
    Ma era tempo di andarsene. Halmalo doveva essere lontano e il marchese
    non ritenne necessario dilungarsi oltre  col.  Si  rimise  l'orologio
    nella  sottoveste,  ma  non  nella  medesima  tasca  di prima;  si era
    accorto,  togliendolo,  che vi stava a contatto con  la  chiave  della
    porta  di  ferro  restituitagli dall'"Imnus",  e aveva pensato che il
    vetro si sarebbe potuto spezzare, contro quella chiave. Poi si dispose
    a raggiungere anch'egli la foresta.
    Gi stava per avviarsi a destra, quando gli parve di avvertire un vago
    chiarore che penetrava fino a lui.
    Si volt, e,  attraverso gli sterpi nettamente stagliati su uno sfondo
    rosso e diventati subito visibili nei loro minimi particolari, scorse,
    gi  nel  burrone,  un  grande  bagliore.  Gi s'era avviato da quella
    parte, ma subito si ravvide, trovando inutile esporsi a quel chiarore,
    da dovunque provenisse.  Non era affar suo,  dopo  tutto.  Riprese  la
    direzione  che  gli aveva mostrato Halmalo e mosse qualche passo verso
    la foresta.
    A un tratto, mentre era profondamente immerso e nascosto sotto i rovi,
    ud sopra la testa un grido orribile.  Quel  grido  pareva  provenisse
    proprio dal ciglio del pianoro sopra il burrone.  Il marchese alz gli
    occhi e si ferm.
    LIBRO QUINTO.
    "IN DAEMONE DEUS" [Dio  nel diavolo]

    1.
    TROVATI, MA PERDUTI.

    Nel  momento  in  cui  Michelina  Flchard  aveva  scorto   la   torre
    imporporata dal sole calante, ne era lontana pi di una lega. Lei, che
    poteva  a  stento  muovere  un  passo,  non  aveva minimamente esitato
    davanti a quella lega da percorrere. Le donne sono deboli, ma le madri
    sono forti. Aveva proceduto.
    Il sole era tramontato, erano sopravvenuti il crepuscolo e poi il buio
    profondo. Sempre camminando, ella aveva udito scoccare da lontano,  da
    un  campanile  che  non  si  scorgeva,  le  otto,  e poi le nove.  Era
    probabilmente quello di Parign, quel campanile. Di tanto in tanto, si
    fermava per prestare orecchio a certi colpi  sordi,  che  forse  erano
    vaghi rumori notturni.
    Procedeva  sempre  diritto  davanti a s,  schiantando giunchi e canne
    aguzze coi piedi sanguinanti.  La guidava un debole lucore che emanava
    dal  lontano torrione e che,  mentre lo faceva risaltare,  gli metteva
    attorno nell'ombra, come una vaga aureola.  Quando i colpi si facevano
    pi distinti, quella luce diventava pi viva; poi si spegneva.
    Il  vasto  pianoro dove camminava Michelina Flchard non era rivestito
    che da erba e da erica;  n una casa n un albero  attorno;  ascendeva
    insensibilmente,  e, a perdita di vista, appoggiava la lunga sua linea
    diritta e dura sul cupo orizzonte stellato.  Ci che  sorresse  quella
    madre in quell'ascesa, fu il fatto che aveva sempre la torre sotto gli
    occhi.
    La vedeva ingrandire a poco a poco.
    Le detonazioni soffocate e i pallidi bagliori che uscivano dalla torre
    avevano,   come   abbiamo   gi   detto,   delle   intermittenze.   Si
    interrompevano,  poi riprendevano,  proponendo un pungente enigma alla
    misera madre angustiata.
    D'un  tratto  cessarono.  Tutto  si  spense,  rumore e luce.  Ci fu un
    momento di perfetto silenzio;  fu come  l'estendersi  di  una  lugubre
    pace.
    Proprio  in  quell'istante  Michelina  Flchard raggiungeva l'orlo del
    pianoro.
    Scorse ai suoi piedi un burrone,  il cui fondo si perdeva in un livido
    tenebrore notturno;  a poca distanza,  sulla sommit del pianoro,  una
    confusione di ruote,  di scarpate e di feritoie,  che era una batteria
    di cannoni; e davanti a s, confusamente illuminato dalle micce accese
    della batteria,  un edificio enorme,  che pareva costruito con tenebre
    pi nere di tutte le altre tenebre che lo circondavano.
    Quell'edificio  si  componeva  di  un  ponte,   le   cui   arcate   si
    sprofondavano  nel burrone,  e di una specie di castello,  che sorgeva
    sul ponte.  Castello e ponte si appoggiavano a un che di rotondo e  di
    buio,  che era la torre verso la quale quella madre era venuta a piedi
    cos di lontano.
    Agli abbaini della torre si scorgeva un andare e venire  di  lumi,  e,
    dal  rumore  che ne usciva,  si indovinava che era gremita d'una folla
    d'uomini,   dei  quali  si  scorgevano  alcuni   profili   fin   sulla
    piattaforma.
    Presso la batteria,  c'era un accampamento,  di cui Michelina Flchard
    distingueva le sentinelle;  nel buio,  per,  e in mezzo  ai  cespugli
    com'era, essa non ne era stata scorta.
    Era giunta sul ciglio del pianoro,  cos vicino al ponte, che quasi le
    pareva di poterlo toccare con mano.  Ne era separata dalla  profondit
    del burrone. Nel buio, distingueva i tre piani del castello del ponte.
    Rimase   per  un  tempo  imprecisato  (ch  le  misure  del  tempo  si
    cancellavano nel suo spirito),  assorta e unita davanti a quell'abisso
    spalancato  e  a quella costruzione tenebrosa.  Che cos'era?  Che cosa
    accadeva l dentro? Era forse la Tourgue? Aveva la vertigine di chiss
    quale attesa,  simile all'arrivo e alla partenza.  Si chiedeva  perch
    fosse col.
    Guardava e ascoltava.
    A un tratto, non vide pi nulla.
    Un velo di fumo si era interposto tra lei e ci che guardava.  Un acre
    bruciore le fece chiudere gli occhi.  Aveva appena chiuso le palpebre,
    che le si imporporarono e divennero luminose. Le riapr.
    Non pi la notte aveva davanti a s,  ma il giorno. Una funesta specie
    di giorno, per;  il giorno che scaturisce dal fuoco.  Aveva sotto gli
    occhi un principio d'incendio.
    Da nero che era,  il fumo si era fatto scarlatto; gli rugghiava dentro
    una gran fiamma,  che  compariva  e  scompariva  con  quelle  selvagge
    convulsioni che sono proprie dei lampi e dei serpenti.
    Quella  fiamma  usciva  come una lingua da qualche cosa che pareva una
    bocca spalancata ed era una finestra piena di fuoco.  Quella finestra,
    ingraticciata  di  sbarre di ferro gi arroventate,  era una di quelle
    del piano  inferiore  del  castello  costruito  sul  ponte.  Di  tutto
    l'edificio non si scorgeva che quella finestra. Il fumo copriva tutto,
    anche  il pianoro,  e non si scorgeva che il ciglio del burrone,  nero
    sulla fiamma vermiglia.
    Michelina Flchard guardava sbalordita. Il fumo  nuvola,  la nuvola 
    sogno;  non  sapeva  pi  che  cosa vedesse.  Doveva fuggire ?  Doveva
    rimanere? Si sentiva quasi fuori della realt.
    Pass un soffio  di  vento  e  squarci  la  cortina  di  fumo.  Nello
    squarcio,  la tragica bastiglia,  improvvisamente smascherata, si rese
    tutta  quanta  visibile,  mastio,  ponte,   castelletto,   splendente,
    orribile, con la magnifica indoratura dell'incendio, che si rifletteva
    su  di  essa  dall'alto in basso.  Nella sinistra nitidezza del fuoco,
    Michelina Flchard pot cos vedere tutto quanto.
    Il piano inferiore del castello costruito sul ponte ardeva.
    Sopra di esso, si distinguevano gli altri due piani ancora intatti, ma
    come portati da un paniere di  fiamme.  Dall'orlo  del  pianoro,  dove
    stava  Michelina Flchard,  si scorgeva vagamente l'interno attraverso
    il fuoco e il fumo interposti. Tutte le finestre erano spalancate.
    Dalle finestre del secondo piano,  che  erano  grandissime,  Michelina
    Flchard  scorgeva,  lungo le pareti,  armadi che le parevano zeppi di
    libri,  e,  davanti a  una  finestra,  a  terra,  nella  penombra,  un
    gruppetto  confuso,  qualche  cosa  che  aveva  l'aspetto indistinto e
    ammucchiato di un nido o di una covata,  e che le faceva,  di tanto in
    tanto, l'effetto che si muovesse.
    La madre guardava.
    Che cos'era quel mucchietto d'ombra?
    In  certi  momenti le pareva che fossero forme viventi.  Ella aveva la
    febbre;  non aveva pi mangiato nulla  dal  mattino;  aveva  camminato
    senza  soste;  era  estenuata;  sentiva  di  essere  in  una specie di
    allucinazione, della quale, istintivamente, diffidava. Eppure,  i suoi
    occhi,  sempre  pi  fissi,  non  potevano  staccarsi  da quello scuro
    mucchio di oggetti qualsiasi, inanimati, probabilmente, apparentemente
    inerti,  che giacevano l sul pavimento  di  legno  di  quella  stanza
    soprastante all'incendio.
    A un tratto il fuoco,  quasi avesse una volont, allung dal basso una
    delle sue lingue verso la grande pianta  d'edera  morta,  che  copriva
    appunto la facciata che Michelina Flchard guardava.  Si sarebbe detto
    che la fiamma avesse scoperto proprio allora quel  groviglio  di  rami
    secchi;  una  scintilla  se ne impadron avidamente e si mise a salire
    lungo i rami con la spaventosa agilit delle tracce di polvere.  In un
    batter  d'occhio la fiamma raggiunse il secondo piano.  Allora,  da in
    alto, essa illumin l'interno del primo.  Una viva luce mise subito in
    rilievo tre piccoli esseri addormentati.
    Era un gruppo incantevole; braccia e gambe mescolate, palpebre chiuse,
    testoline bionde sorridenti.
    La madre riconobbe i suoi figlioli. Gett un grido spaventoso.
    Un tale grido d'inesprimibile angoscia non  dato che alle madri.  Non
    c' nulla di pi selvaggio n di pi commovente.  Quando lo getta  una
    donna, si crede di udire una lupa; quando lo emette una lupa, si crede
    di udire una donna.
    Quel  grido  di  Michelina  Flchard fu un urlo.  Dice Omero che Ecuba
    abbaia.
    Ed era stato quello il grido udito dal marchese di Lantenac.
    Abbiamo visto che, udendolo, si era fermato.
    Il marchese si trovava tra lo sbocco del passaggio per dove  lo  aveva
    fatto  fuggire  Halmalo  e  il  burrone.  Attraverso gli sterpi che si
    intersecavano sopra la sua testa,  egli vide il ponte  in  fiamme,  la
    Tourgue  rossa  per  il riverbero,  e scostando due rami sopra di lui,
    scorse dall'altra parte, sul ciglio del pianoro, proprio dirimpetto al
    castello in fiamme  e  nella  piena  luce  dell'incendio,  una  figura
    smarrita e compassionevole, una donna china sul burrone.
    Era la donna da cui era venuto quel grido.
    Quella  figura  non  era pi Michelina Flchard,  era la Grgone.  Gli
    sventurati sono formidabili.  Quella contadina si era trasfigurata  in
    eumenide.    Quella   campagnola   qualunque,    volgare,   ignorante,
    incosciente,  aveva di punto in bianco assunto le  epiche  proporzioni
    della  disperazione.  I  grandi dolori sono una gigantesca dilatazione
    dell'anima;  quella madre era  la  maternit.  Tutto  quanto  riassume
    l'umanit  sovrumano.  Quella donna si ergeva l,  sul ciglio di quel
    burrone,  davanti a quel braciere,  davanti a quel delitto,  come  una
    potenza sepolcrale. Aveva l'urlo della bestia e il gesto d'una dea. La
    sua  faccia,  da dove uscivano imprecazioni,  sembrava una maschera di
    fiamma. Nulla  sovrano come il lampo degli occhi inondati di lacrime.
    Il suo sguardo fulminava l'incendio.
    Il marchese ascoltava.  Ci che quella donna diceva cadeva  sulla  sua
    testa.  Egli  udiva  un  non  so  che di inarticolato e di straziante;
    singhiozzi pi che parole.
    - Ah, mio Dio! i miei figlioli! sono i miei figlioli! Aiuto! al fuoco!
    al fuoco! al fuoco! al fuoco! Ma siete dei banditi, dunque! Ma non c'
    proprio nessuno l dentro?  Ma  bruceranno,  i  miei  figlioli!  Ma  
    orribile!  Giorgina!  i  miei  figlioli!  Alano!  Gian Renato!  Ma che
    significa questo? S, chi ha messo l dentro i miei figlioli? Dormono!
    Sono pazza, io! E' una cosa impossibile! Aiuto!
    Frattanto,  nella Tourgue e sul pianoro c'era una  grande  agitazione.
    Tutto  il  campo  accorreva attorno al fuoco scoppiato proprio allora.
    Gli assedianti dopo aver avuto a che fare con  la  mitraglia,  avevano
    ora  a  che  fare  con  l'incendio.   Gauvain,   Cimourdain,  Guchamp
    impartivano ordini. Che fare?  Non avevano che qualche secchio d'acqua
    da  attingere  nel  magro  ruscello  del  burrone.  L'angoscia  andava
    crescendo. Tutto l'orlo del pianoro era coperto di visi sgomenti,  che
    guardavano.
    Quel che si vedeva era spaventoso.
    Si guardava, e non si poteva farci nulla.
    La  fiamma,  su per l'edera che aveva preso fuoco,  aveva raggiunto il
    piano superiore. Lass aveva trovato la soffitta colma di paglia, e vi
    si era precipitata.  Adesso,  tutta  la  soffitta  ardeva.  La  fiamma
    ballava. Che cosa lugubre, la gioia della fiamma! Si sarebbe detto che
    un  soffio  scellerato  attirasse  quel rogo.  Si sarebbe detto che lo
    spaventevole "Imnus"  tutto  intero  fosse  l,  mutato  in  faville,
    vivente  della vita omicida del fuoco,  e che quell'anima mostruosa si
    fosse fatta incendio.  Il piano della biblioteca non era ancora  stato
    raggiunto;  l'altezza  del  suo  soffitto  e lo spessore dei suoi muri
    ritardavano il momento in cui avrebbe  preso  fuoco;  ma  quel  fatale
    minuto  si  avvicinava.  Era  lambito  dall'incendio del primo piano e
    accarezzato da quello del terzo.  Lo spaventoso bacio della  morte  lo
    sfiorava. Di sotto, una cantina di lava; di sopra, una volta di brace.
    Si  fosse aperto un foro nel pavimento,  sarebbe stato il crollo nella
    cenere rossa;  si fosse aperto un foro nel soffitto,  sarebbe stato il
    seppellimento nei carboni ardenti.  Gian Renato,  Alano e Giorgina non
    si erano ancora risvegliati.  Dormivano del sonno semplice e  profondo
    dell'infanzia.  Attraverso le ondate di fiamma e di fumo che a volta a
    volta coprivano e scoprivano le finestre,  potevano essere  scorti  in
    quella grotta di fuoco, in fondo a un bagliore di meteora, tranquilli,
    graziosi, immobili, come tre bambini Ges fiduciosi addormentati in un
    inferno.  Un  tigre  avrebbe  pianto  scorgendo  quelle rose in quella
    fornace, quelle culle in quella tomba.
    La madre, intanto, si torceva le braccia.
    - Al fuoco! grido al fuoco,  io!  Ma sono dunque tutti sordi,  che non
    viene nessuno? mi bruciano i miei figlioli. Venite, dunque, uomini che
    siete  laggi!  Sono  giorni  e  giorni  che cammino,  ed ecco come li
    ritrovo! Al fuoco!  aiuto!  Angeli!  e dire che sono angeli!  Che cosa
    hanno fatto quegli innocenti? me, mi hanno fucilata, loro li bruciano!
    Chi  che fa queste cose? Aiuto! salvate i miei bambini! non mi udite,
    forse?  una cagna,  si avrebbe piet di una cagna!  I miei figlioli! i
    miei figlioli! dormono! Ah!  Giorgina!  vedo da qui la sua pancettina,
    di quell'amore!  Gian Renato!  Alano! si chiamano cos. Lo vedete pure
    che sono la loro mamma.  E' una cosa abominevole quello che accade  di
    questi  tempi.  Ho camminato notte e giorno,  io.  Stamane,  anzi,  ho
    parlato con una donna.  Aiuto!  aiuto!  al fuoco!  Sono tutti  mostri,
    dunque!  un orrore! Il maggiore non ha cinque anni, la piccina non ne
    ha due.  Vedo le loro gambette nude.  Dormono,  Vergine santissima! la
    mano del cielo  me  li  restituisce  e  la  mano  dell'inferno  me  li
    riprende.  E  dire  che  ho camminato tanto!  I miei figlioli,  che ho
    nutrito col mio latte! e dire che mi credevo disgraziata perch non li
    trovavo! Abbiate piet di me.  Voglio i miei figlioli;  mi occorrono i
    miei  figlioli!  Eppure  sono  proprio  l dentro,  in mezzo al fuoco!
    Guardate questi miei poveri piedi come sono insanguinati! Aiuto! Non 
    possibile che ci siano sulla terra  degli  uomini  e  che  si  lascino
    morire cos quei piccini!  Aiuto! All'assassino! Cose simili non se ne
    vedono. Ah,  briganti!  che cos' quella casa spaventosa?  Me li hanno
    rubati  per  uccidermeli!  Per  la  miseria  di Cristo!  voglio i miei
    figlioli,  io!  Oh!  non so quel che farei,  se  no.  Non  voglio  che
    muoiano!  Aiuto! aiuto! aiuto! Oh, se dovessero morire cos, ucciderei
    Dio!
    Mentre si elevava quella terribile supplica materna, sul pianoro e nel
    burrone si udivano delle voci:
    - Una scala!
    - Non ce ne sono di scale!
    - Acqua!
    - Non ce n' di acqua!
    - Lass, nella torre, al secondo piano, c' una porta.
    - E' di ferro.
    - Sfondatela.
    - Non si pu.
    E la madre raddoppiava i suoi appelli disperati:
    - Al fuoco! Aiuto! Ma spicciatevi, dunque! Se no,  uccidetemi!  I miei
    figlioli!  i miei figlioli!  Ah,  che fuoco orribile! Toglieteli di l
    dentro, o buttateci me.
    Negli intervalli di quei clamori si sentiva lo scoppiettio  tranquillo
    dell'incendio.
    Il  marchese si palpeggi la tasca,  vi tocc la chiave della porta di
    ferro.  Allora,  curvandosi sotto la volta per  la  quale  era  evaso,
    rientr nel passaggio dal quale era appena uscito.

    2.
    DALLA PORTA DI PIETRA ALLA PORTA DI FERRO.

    Tutto  un  esercito  smarrito  attorno  a  un salvataggio impossibile;
    quattromila uomini che non potevano recare aiuto a tre  bambini.  Cos
    stavano le cose.
    Scale  non  ce  n'erano  infatti.  La  scala mandata da Javen non era
    arrivata.  Il braciere si allargava  come  un  cratere  che  si  apra.
    Tentare  di  spegnerlo  col  filo  d'acqua del burrone quasi secco era
    derisorio.  Sarebbe stato come gettare  un  bicchiere  d'acqua  su  un
    vulcano.
    Cimourdain,  Guchamp  e Radoub erano calati nel burrone;  Gauvain era
    risalito nella sala del secondo piano della Tourgue,  dove si  trovava
    la  pietra  girevole,  l'uscita  segreta  e  la  porta  di ferro della
    biblioteca.   L  era  stata  posta   la   miccia   solforata   accesa
    dall'"Imnus", di l era partito l'incendio.
    Gauvain  aveva  condotto  con  s  venti  zappatori.  Non  c'era altro
    tentativo da compiere che quello di sfondare la porta  di  ferro.  Era
    spaventosamente ben chiusa.
    Si cominci a colpi di scure. Le scuri andarono a pezzi. Uno zappatore
    disse:
    - L'acciaio  vetro contro un ferro simile.
    La porta,  infatti, era di ferro battuto e costituita di doppie lastre
    bullonate, avente ciascuna tre pollici di spessore.
    Si ricorse a sbarre di ferro e si tent di far leva sotto la porta. Le
    sbarre si spezzarono.
    - Come fiammiferi, - disse uno zappatore.
    Tetro, Gauvain mormor:
    -  Soltanto  una  cannonata  riuscirebbe  a  sfondare  questa   porta.
    Bisognerebbe poter portare quass un pezzo.
    - E ancora... - disse lo zappatore.
    Ci  fu un attimo di scoraggiamento.  Tutte quelle braccia impotenti si
    fermarono. Muti, vinti,  costernati,  quegli uomini tenevano gli occhi
    fissi  sull'orribile  porta  incrollabile.  Di sotto a essa passava un
    rosso riflesso. Dietro, l'incendio ingigantiva.
    Lo spaventoso cadavere dell'"Imnus" era l, sinistro, vittorioso.
    Ancora pochi minuti, forse, e tutto sarebbe crollato.
    Che fare? Non c'era pi alcuna speranza.
    Gauvain,  esasperato,  l'occhio fisso sulla pietra girevole del muro e
    sull'uscita aperta, che aveva dato adito all'evasione, esclam:
    - Eppure il marchese di Lantenac se ne  andato proprio di qua.
    - E di qua ritorna! - disse una voce.
    E  una  testa  canuta  si  profil  nel  riquadro di sasso dell'uscita
    segreta.
    Era il marchese.
    Erano anni e anni che Gauvain  non  lo  vedeva  pi  da  cos  vicino.
    Indietreggi.
    Tutti gli altri,  presenti a quella scena, rimasero nell'attitudine in
    cui si trovavano, pietrificati.
    Il marchese teneva in mano  una  grossa  chiave.  Fece  scostare,  con
    un'altera  occhiata,  certi  zappatori che gli stavano davanti,  mosse
    diritto alla porta di ferro,  si curv sotto la volta e mise la chiave
    nella serratura.  La serratura stridette, la porta si apr. Si vide un
    gorgo di fiamme. Il marchese vi entr.
    Con piede fermo, vi entr; a testa alta.
    Tutti gli tenevano gli occhi dietro, rabbrividendo.
    Il marchese non aveva fatto che pochi passi nella sala incendiata, che
    il pavimento di legno,  minato dall'incendio e scosso dai suoi  piedi,
    sprofond  dietro  di lui e spalanc tra lui e la porta un precipizio.
    Il marchese non volse neppure il capo. Prosegu. Scomparve nel fumo.
    Non si vide pi nulla.
    Aveva potuto spingersi pi avanti?  O si era aperta sotto di  lui  una
    nuova voragine di fuoco? Che non fosse riuscito ad altro che a perdere
    se  stesso?  Non era possibile affermare alcunch.  Chi guardava,  non
    aveva davanti a s che una muraglia di fumo e di fiamma. Morto o vivo,
    il marchese era al di l di quella muraglia.

    3.
    DOVE SI VEDONO RISVEGLIARSI I BIMBI CHE SI SONO VISTI RIADDORMENTARSI.

    I tre piccini, frattanto, avevano finito per riaprire gli occhi.
    L'incendio,  che nella sala della biblioteca non era  entrato  ancora,
    proiettava  sul soffitto un roseo riflesso.  Era una specie di aurora,
    quella, che i bimbi ancora non conoscevano. La guardarono. Giorgina la
    contempl.
    L'incendio spiegava tutti i suoi splendori.  L'idra nera e il  dragone
    scarlatto  apparivano  nella  deformit  del  fumo superbamente cupo e
    vermiglio.  Lunghe faville saettavano lontano,  solcando  l'ombra.  Si
    sarebbero dette le comete in lotta,  rincorrentisi a vicenda. Il fuoco
     una prodigalit.  I bracieri sono colmi di scrigni,  che spargono al
    vento.  Non per nulla il carbone  identico al diamante.  Nel muro del
    terzo piano s'erano prodotte delle crepe, attraverso le quali la brace
    versava nel burrone cascate di pietre preziose.  I mucchi di paglia  e
    di  avena  che ardevano nella soffitta cominciavano a scorrere gi per
    le finestre in cascate di polvere d'oro: i chicchi d'avena diventavano
    ametiste, i fuscelli di paglia diventavano carbonchi.
    - Bello! - esclam Giorgina.
    Si erano, tutt'e tre, messi a sedere.
    - Ah! - grid la madre. - Si svegliano!
    Gian Renato si alz. Allora si alz Alano. E allora si alz Giorgina.
    Gian Renato si stir le braccia, and verso la finestra, e disse: - Ho
    caldo.
    - "Callo", - ripet Giorgina.
    La madre li chiam:
    - Figli miei! Renato! Alano! Giorgina!
    I bimbi si guardavano attorno. Cercavano di capire. L dove gli uomini
    sono atterriti,  i bimbi  sono  curiosi.  Chi    facile  a  stupirsi,
    difficilmente  si  spaventa.  L'ignoranza ha in s una certa qual dose
    d'intrepidezza. Hanno cos poco diritto all'inferno,  i bambini,  che,
    se lo vedessero, lo ammirerebbero.
    La madre ripet:
    - Renato! Alano! Giorgina!
    Gian   Renato  volse  la  testa.   Quella  voce  lo  tolse  dalla  sua
    distrazione.  Hanno la memoria corta,  i bimbi,  ma il ricordo rapido.
    Per loro,  tutto il passato  ieri.  Gian Renato vide sua madre. Trov
    la  cosa  semplicissima,   e,   circondato  com'era  di  cose  strane,
    avvertendo un vago bisogno di sostegno, grid:
    - Mamma!
    - Mamma! - disse Alano.
    - "Mam", - disse Giorgina.
    E sporse le minuscole braccia.
    E la madre url: - Figli miei!
    Tutti e tre si accostarono alla finestra. Per fortuna, il braciere non
    era da quella parte.
    - Ho troppo caldo, - disse Gian Renato.
    E soggiunse:
    - Scotta.
    Poi cerc con gli occhi sua madre.
    - Ma vieni, dunque, mamma!
    - "Dunte, mam!" - ripet Giorgina.
    La madre,  scapigliata,  lacera, sanguinante, si era lasciata rotolare
    di  cespuglio  in  cespuglio  nel  burrone.  Qui  erano  Cimourdain  e
    Guchamp,  non  meno  impotenti,  l  sotto,  che  Gauvain in alto.  I
    soldati, esasperati d'essere inutili,  formicolavano loro attorno.  Il
    calore era insopportabile;  nessuno lo avvertiva. Tutti osservavano lo
    strapiombo del ponte,  l'altezza degli archi,  l'elevazione dei piani,
    l'inaccessibilit  delle  finestre  e  la  necessit  di  agire  senza
    indugio. Tre piani da superare, e nessun mezzo per arrivarci.  Radoub,
    ferito,  una sciabolata alla spalla,  un orecchio strappato, grondante
    di sudore e di sangue, era accorso. Vide Michelina Flchard. - Toh!  -
    disse.  - La fucilata! Siete dunque resuscitati?  - I miei figlioli! -
    disse la madre. - E' giusto, - rispose Radoub.  - Non abbiamo il tempo
    di occuparci dei resuscitati.  - E si mise a scalare il ponte. Inutile
    tentativo.  Cacci le unghie nel sasso,  si arrampic qualche momento;
    ma le pietre erano lisce,  non c'era una rottura, non un'emergenza; la
    muraglia  era  perfettamente  levigata  come  un  muro  nuovo.  Radoub
    ricadde.   L'incendio  continuava,   spaventoso.  Nel  riquadro  della
    finestra,  ormai  tutto  arroventato,  si  scorgevano  le  tre  bionde
    testoline.  Allora Radoub squadr il pugno al cielo, quasi vi cercasse
    qualcuno con lo sguardo: - Che bel modo d'agire, questo,  buon Dio!  -
    La  madre,  ginocchioni,  abbracciava  e  baciava  le  pile del ponte,
    gridando: - Grazia!
    Sordi schianti si aggiungevano al crepito del braciere. I vetri degli
    armadi della biblioteca si spaccavano e cadevano  fragorosamente.  Era
    evidente che l'ossatura dell'edificio cedeva; ma non c'era forza umana
    che  potesse  farci  alcunch.  Ancora un momento,  e tutto si sarebbe
    inabissato.  Non si attendeva pi altro che la catastrofe.  Si udivano
    le vocine ripetere: - Mamma!  Mamma! - Tutti erano al parossismo dello
    spavento.
    D'un tratto, alla finestra vicina a quella dove stavano i tre piccini,
    sullo sfondo purpureo del fiammeggiamento,  apparve un'alta figura  di
    uomo.
    Tutte le teste si alzarono.  Tutti gli occhi si fecero fissi. C'era un
    uomo, lass, c'era un uomo nella sala della biblioteca;  c'era un uomo
    nella fornace.  Quella sagoma spiccava in nero sulla vampa; ma aveva i
    capelli canuti. Tutti riconobbero il marchese di Lantenac.
    Questi scomparve; poi ricomparve.
    Lo spaventevole vecchio si mostr davanti alla  finestra,  maneggiando
    una  scala  enorme.   Era  la  scala  di  salvataggio,  deposta  nella
    biblioteca, che era andato a cercare lungo l'altra parete, e che aveva
    trascinata fino alla finestra. L'afferr per una estremit, e,  con la
    magistrale  agilit  di  un  atleta,  la  fece  scivolare  fuori della
    finestra sull'orlo del davanzale, fino a toccare il fondo del burrone.
    Radoub,  l sotto,  smarrito,  tese le mani,  ricevette la  scala,  la
    strinse fra le braccia, e grid: - Viva la repubblica!
    Il marchese rispose: - Viva il re!
    E  Radoub  brontol:  -  Puoi ben gridare quello che ti garba,  e dire
    anche sciocchezze, se vuoi: tu sei il buon Dio!
    La scala era  collocata.  Tra  la  sala  incendiata  e  la  terra  era
    stabilita  la comunicazione.  Venti uomini accorsero,  Radoub prima di
    tutti, e in un batter d'occhio si scagliarono dall'alto in basso,  con
    la schiena agli scalini, come i manovali quando hanno da trasferire in
    alto  o in basso delle pietre.  Sulla scala di legno si stabil in tal
    modo una scala di uomini.  Radoub,  in cima  alla  scala,  toccava  la
    finestra, ed era, egli solo, con la faccia rivolta all'incendio.
    Il  piccolo  esercito,   sparso  nelle  brughiere  e  sui  pendii,  si
    accalcava,  sconvolto da  tutte  quelle  emozioni,  sul  pianoro,  nel
    burrone, sulla piattaforma della torre.
    Il  marchese  scomparve,  per  riapparire subito dopo portando uno dei
    bimbi.
    Ci fu un immenso battere di mani.
    Era il primo che il marchese aveva acciuffato a caso: Alano.
    Alano grid: - Ho paura.
    Il marchese pass Alano a Radoub, che lo pass, dietro e di sotto a s
    a un soldato,  che a sua volta lo pass a un altro;  e  mentre  Alano,
    spaventatissimo  e urlante arrivava cos di braccia in braccia fino in
    fondo alla scala, il marchese, scomparso di nuovo un istante,  ritorn
    alla finestra con Gian Renato,  che ributtava e piangeva,  e che batt
    Radoub nel momento in cui il marchese lo passava al sergente.
    Il marchese rientr nella sala piena di fiamme.  Giorgina era  rimasta
    sola.  And da lei. Lei sorrise. Quell'uomo di granito avvert qualche
    cosa di umido che gli saliva agli occhi.  Domand: - Come  ti  chiami,
    tu?
    - "Orgina!" - disse lei.
    La prese in braccio;  ella sorrideva sempre,  e, nel momento in cui la
    consegnava a Radoub,  quella coscienza cos alta e cos  oscura  prov
    l'abbagliamento  dell'innocenza.  Il  vegliardo  diede  alla  bimba un
    bacio.
    - E' la frugolina! - dissero i soldati,  e anche Giorgina discese,  di
    braccia  in  braccia,  fino  a terra,  fra grida di adorazione.  Tutti
    applaudivano, battevano i piedi. I vecchi granatieri singhiozzavano, e
    lei sorrideva loro.
    La madre era ai piedi della scala,  anelante,  fuori di s,  ebbra  di
    tutto  quell'inatteso,   gettata  senza  transizione  dall'inferno  in
    paradiso.  L'eccesso di gioia fa male al cuore a suo modo.  Protese le
    braccia. Ricevette da prima Alano, poi Gian Renato, poi Giorgina, e li
    copr alla rinfusa di baci; poi scoppi a ridere, e cadde svenuta.
    Si alz un grande grido:
    - Tutti sono salvi!
    Tutti erano salvi infatti, eccezion fatta del vecchio.
    Nessuno, per, ci pensava; forse nemmeno lui.
    Rimase qualche secondo,  sovrappensiero,  al davanzale della finestra,
    quasi volesse lasciare al vortice di fuoco il tempo  di  prendere  una
    decisione. Poi, senza affrettarsi, lentamente, fieramente, scavalc il
    davanzale  della  finestra,  e,  senza  voltarsi,  diritto  in  piedi,
    voltando il dorso agli scalini, con l'incendio alle spalle e davanti a
    s il precipizio,  si mise a discendere  la  scala  in  silenzio,  con
    fantomatica maest. Coloro che erano sulla scala si precipitarono gi,
    tutti  i  presenti  trasalirono,  attorno  a  quell'uomo  che arrivava
    dall'alto,  tutti diedero indietro,  come respinti da un sacro orrore,
    quasi  fosse  una visione.  Egli,  intanto,  si sprofondava gravemente
    nell'ombra che aveva innanzi. Mentre gli altri indietreggiavano,  egli
    si  accostava loro.  Il suo marmoreo pallore non aveva una grinza,  il
    suo sguardo da spettro non aveva un barbaglio; a ogni passo che faceva
    verso quegli uomini le cui pupille sbigottite si fissavano su  di  lui
    nelle tenebre,  egli sembrava pi grande. La scala vibrava e risuonava
    sotto  il  lugubre  suo  passo:  si  sarebbe  detto  la   statua   del
    Commendatore che ridiscendesse nel sepolcro.
    Quando  il  marchese  fu  gi,  quando ebbe toccato l'ultimo gradino e
    posto il piede a terra,  una mano gli si abbatt sul bavero.  Egli  si
    volt.
    - Ti arresto! - disse Cimourdain.
    - Ti approvo! - disse Lantenac.








    LIBRO SESTO.
    IL COMBATTIMENTO HA LUOGO DOPO LA VITTORIA.

    1.
    LANTENAC PRESO.

    Il marchese era infatti ridisceso nel sepolcro.
    Fu condotto via.
    La  cripta  segreta  del  pianterreno  della Tourgue fu immediatamente
    riaperta sotto il  severo  occhio  di  Cimourdain.  Vi  fu  messa  una
    lampada,  una brocca d'acqua e una pagnotta da soldato;  vi fu gettata
    una balla di paglia, e,  meno di un quarto d'ora dopo il minuto in cui
    la mano del prete aveva afferrato il marchese,  la porta della segreta
    si richiudeva su Lantenac.
    Fatto questo, Cimourdain and a trovare Gauvain;  in quel momento alla
    lontana  chiesa  di  Parign scoccarono le undici di sera.  Cimourdain
    disse a Gauvain:
    - Ora convocher la corte marziale.  Tu non ne farai parte.  Tu sei un
    Gauvain,  e un Gauvain  Lantenac. Gli sei troppo prossimo parente per
    essergli giudice, e io biasimo Egalit di aver giudicato il Capeto. La
    corte marziale sar composta da tre giudici, un ufficiale, il capitano
    Guchamp, un sottufficiale, il sergente Radoub, e io,  che presieder.
    Non c' pi nulla che ti riguardi, in tutto questo. Ci conformeremo al
    decreto  della  Convenzione;  ci  limiteremo  a  constatare l'identit
    dell'ex marchese di Lantenac. Domani la corte marziale, dopo domani la
    ghigliottina. La Vandea  morta.
    Gauvain non ribatt parola, e Cimourdain, preoccupato di ci che aveva
    da fare di pi importante,  lo lasci.  Doveva  fissare  un  orario  e
    scegliere la localit.  Aveva, come Lequinio a Granville, come Tallien
    a Bordeaux, Challier a Lione, e Saint-Just a Strasburgo,  l'abitudine,
    ritenuta di buon esempio,  d'assistere di persona alle esecuzioni.  Il
    giudice andava a veder lavorare il boia; usanza che il Terrore del '93
    prese a prestito dai parlamenti di Francia  e  dalla  inquisizione  di
    Spagna.
    Anche Gauvain era preoccupato.
    Soffiava  sulla  foresta  un  vento  freddo.  Gauvain,  lasciando  che
    Guchamp desse gli ordini necessari, si rec nella sua tenda,  rizzata
    nel prato al margine del bosco,  ai piedi della Tourgue, e vi prese il
    mantello a cappuccio, che indoss,  avvolgendosene.  Quel mantello era
    orlato  dal  semplice  nastrino,  che,  secondo  la moda repubblicana,
    sobria di fregi, indicava il comandante in capo. Si mise a passeggiare
    avanti e indietro in quel prato insanguinato,  dove aveva avuto inizio
    l'assalto.  Era solo. L'incendio, cui pi nessuno, ormai, faceva caso,
    continuava.  Radoub era accanto ai bimbi e alla madre,  quasi  materno
    quanto  lei.  Il  castelletto  del  ponte  terminava  di  ardere;  gli
    zappatori sorvegliavano il fuoco; si scavavano fosse,  si seppellivano
    i morti, si medicavano i feriti. La ridotta era stata demolita. Camere
    e  scale  venivano sgombrate dai cadaveri.  Si pulivano i luoghi della
    carneficina.  Si spazzava via l'orribile  mucchio  d'immondezze  della
    vittoria.  I  soldati sbrigavano con militare rapidit,  quelle che si
    potrebbero chiamare le faccende di dopo la battaglia. Di tutto questo,
    Gauvain non vedeva nulla.
    Era tanto se, tratto tratto, nel mezzo della sua meditazione,  gettava
    uno sguardo al posto di guardia della breccia,  raddoppiato per ordine
    del Cimourdain.
    La scorgeva,  quella breccia,  dal cantuccio di prato dove si era come
    rifugiato,  a  circa  duecento  passi.  Vedeva  quella  nera apertura.
    L'attacco era cominciato di l,  e non erano trascorse tre ore.  Di l
    era entrato, lui, Gauvain, nella torre. Era quello il pianterreno dove
    sorgeva la ridotta;  ed era in quel pianterreno che si apriva la porta
    della segreta dove era  il  marchese.  Quel  posto  di  guardia  della
    breccia sorvegliava quella segreta.
    Al  tempo stesso che il suo sguardo scorgeva vagamente quella breccia,
    il suo orecchio udiva confusamente risuonare,  come un  bicchiere  che
    tintinna,  queste  parole:  Domani la corte marziale,  dopo domani la
    ghigliottina.
    L'incendio,  che  era  stato  isolato,   e  sul  quale  gli  zappatori
    lanciavano  tutta  l'acqua  che  avevano  potuto  procurarsi,  non  si
    spegneva senza  riluttanza  e  gettava  fiamme  intermittenti.  Tratto
    tratto   si   udivano  scrosciare  i  soffitti  e  precipitarsi  l'uno
    sull'altro i piani crollanti. Turbini di faville se ne volavano allora
    via come da una torcia agitata;  una fulminea vampata rendeva visibile
    l'estremo orizzonte,  e l'ombra della Tourgue,  subito ingigantita, si
    allungava fino alla foresta.
    Gauvain andava e veniva a lenti passi in quell'ombra  e  davanti  alla
    breccia  dell'assalto.  A  tratti,  incrociava le mani dietro la testa
    coperta dal cappuccio di guerra. Meditava.

    2.
    GAUVAIN PENSOSO.

    Imperscrutabile, quella sua meditazione.
    Si era operato un inaudito cambiamento a vista.
    Il marchese di Lantenac si era trasfigurato.
    Gauvain era stato testimone di tale trasfigurazione.
    Non aveva mai creduto che  cose  simili  potessero  risultare  da  una
    complicazione d'incidenti, quali che fossero. Non avrebbe mai, neppure
    in  sogno,   immaginato  che  potesse  accadere  alcunch  di  simile.
    L'imprevisto, quel non so che di sdegnoso che si trastulla con l'uomo,
    aveva afferrato Gauvain e lo teneva stretto.  Gauvain aveva davanti  a
    s  l'impossibile divenuto reale,  visibile,  palpabile,  inevitabile,
    inesorabile.
    Che ne pensava Gauvain?
    Non era il caso di tergiversare; bisognava concludere.
    Gli era stato posto un problema; non poteva sottrarsi con la fuga.
    Proposto da chi quel problema?
    Dagli avvenimenti.
    E non dagli avvenimenti soltanto.
    Giacch,  quando gli avvenimenti,  che sono variabili,  ci pongono  un
    problema, la giustizia, che  immutevole, ci ingiunge di risolverlo.
    Dietro  la  nube che ci proietta la sua ombra,  c' la stella,  che ci
    manda la sua luce.
    Noi non possiamo sottrarci alla luce meglio che all'ombra.
    Gauvain subiva un interrogatorio.
    Compariva davanti a qualcuno.
    Davanti a qualcuno di temibile.
    La sua coscienza.
    Egli sentiva vacillare in s ogni cosa.  Le risoluzioni pi salde,  le
    promesse  pi fermamente fatte,  le decisioni pi irrevocabili,  tutto
    traballava nel profondo della sua volont.
    Ce ne sono di terremoti d'anima.
    Pi meditava su quanto aveva appena veduto, pi si sentiva sconvolto.
    Gauvain, repubblicano, credeva d'essere, ed era, nell'assoluto. Si era
    proprio allora rivelato un assoluto superiore.
    Ai di sopra dell'assoluto rivoluzionario, c' l'assoluto umano.
    Ci che accadeva non poteva essere eluso. Il fatto era grave;  Gauvain
    faceva  parte  di  questo  fatto,  ne era parte integrante;  non se ne
    poteva sottrarre;  e sebbene Cimourdain gli avesse detto: Ci non  ti
    riguarda  pi,  egli  sentiva  in s qualche cosa di simile a ci che
    prova un albero nel momento in cui viene strappato dalla sua radice.
    Ogni uomo ha una base.  Una scossa a questa base causa  un  turbamento
    profondo. Gauvain avvertiva questo turbamento.
    Si  stringeva  la  testa  fra  le  mani,  come per farne zampillare la
    verit.  Precisare una situazione simile non era facile.  Nulla di pi
    malagevole  del  semplificare  il  complesso.  Egli aveva davanti a s
    terribili cifre,  di cui bisognava  fare  il  totale.  Che  vertigine,
    addizionare  il  destino!  Egli tentava di farlo;  cercava di rendersi
    conto;  si sforzava di raccozzare le  sue  idee,  di  disciplinare  le
    resistenze che avvertiva in s, e di ricapitolare i fatti.
    Li esponeva a se stesso.
    A  chi non  mai capitato di farsi un rapporto e d'interrogarsi in una
    circostanza suprema, sull'itinerario da seguire, sia per procedere che
    per indietreggiare?
    Gauvain aveva assistito a un prodigio.
    Contemporaneamente al combattimento terrestre,  aveva avuto  luogo  un
    combattimento celeste.
    Il combattimento del bene contro il male.
    Un cuore spaventoso era stato vinto.
    Dato  l'uomo  con  tutto  ci  che   in lui di cattivo,  la violenza,
    l'errore, l'accecamento, la malsana caparbiet, l'orgoglio, l'egoismo,
    Gauvain aveva veduto un miracolo.
    La vittoria dell'umanit sull'uomo.
    L'umanit aveva vinto l'inumano.
    E con quale mezzo?  in che  modo?  Come  aveva  atterrato  un  colosso
    materiato di collera e di odio?  di quali armi si era valsa?  di quali
    macchine da guerra? La culla.
    Su Gauvain era passato un barbaglio. In piena guerra sociale, in piena
    conflagrazione di tutte le inimicizie e  di  tutte  le  vendette,  nel
    momento  pi  oscuro  e pi furibondo del tumulto,  nell'ora in cui il
    delitto dava tutta la sua fiamma e l'odio tutte  le  sue  tenebre,  in
    quel punto della lotta in cui ogni cosa diventa proiettile,  in cui la
    mischia  tanto funesta,  che non si sa pi dove sia il  giusto,  dove
    sia l'onesto,  dove sia il vero,  bruscamente, l'Ignoto, il misterioso
    avvisatore delle anime aveva fatto risplendere, al di sopra delle luci
    e delle ombre umane, la grande luce eterna.
    Al di sopra del cupo duello tra il falso  e  il  relativo,  gi  negli
    abissi, era apparsa di colpo la faccia della verit.
    Era prontamente intervenuta la forza dei deboli.
    Si erano visti trionfare tre poveri esserini appena nati, incoscienti,
    orfani,  abbandonati,  soli, balbettanti, sorridenti, aventi contro di
    s  la  guerra  civile,  il  taglione,   la  spaventosa  logica  delle
    rappresaglie, l'assassinio, la carneficina, il fratridicio, la rabbia,
    il  rancore,  tutte le grgoni,  insomma.  Si era veduto l'aborto e la
    sconfitta d'un infame incendio,  incaricato di commettere un  delitto.
    Si erano viste sconcertate e mandate a vuoto le feroci premeditazioni.
    Si   erano  visti  l'antica  ferocia  feudale,   il  vecchio  disdegno
    inesorabile,  la pretesa esperienza delle necessit della  guerra,  la
    ragion  di  Stato,  tutti  gli  arroganti  partiti  presi della feroce
    vecchiezza svanire davanti all'azzurro sguardo di coloro che non hanno
    ancora vissuto.  Nulla di pi semplice,  giacch  chi  non  ha  ancora
    vissuto  non ha compiuto il male,   la giustizia,   la verit,   il
    candore; e gli immensi angeli del cielo son bimbi.
    Utile spettacolo;  consiglio;  lezione.  I frenetici combattenti della
    guerra senza piet avevano improvvisamente visto ergersi,  di fronte a
    tutti i  misfatti,  a  tutti  gli  attentati,  a  tutti  i  fanatismi,
    all'assassinio,  alla  vendetta  che  accende i roghi,  alla morte che
    sopraggiunge con una torcia in mano,  al di sopra della enorme lezione
    dei delitti, l'onnipotente innocenza.
    E l'innocenza aveva vinto.
    E  si poteva dire: No,  la guerra civile non esiste,  la barbarie non
    esiste,  l'odio non esiste,  il delitto non  esiste,  le  tenebre  non
    esistono;   per   disperdere   tali  spettri,   basta  questa  aurora:
    l'infanzia.
    Mai,  in nessun combattimento,  Satana era stato pi visibile;  e  Dio
    neppure.
    Quel combattimento aveva avuto per arena una coscienza.
    La coscienza di Lantenac.
    E  adesso ricominciava,  forse ancora pi accanito e pi decisivo,  in
    un'altra coscienza.
    La coscienza di Gauvain.
    Che campo di battaglia  mai l'uomo!
    Tutti noi siamo alla merc di quegli di,  di  quei  mostri,  di  quei
    giganti che sono i nostri pensieri.
    Spesso, questi terribili belligeranti calpestano la nostra anima.
    Gauvain meditava.
    Il  marchese di Lantenac,  accerchiato,  bloccato,  condannato,  posto
    fuori legge,  stretto da presso come la belva nel circo come il chiodo
    nella  tenaglia,  chiuso  nella  sua  tana  diventata la sua prigione,
    stretto da ogni parte da  una  muraglia  di  ferro  e  di  fuoco,  era
    riuscito  a  evadere.  Aveva  compiuto  il  miracolo di scappare.  Era
    riuscito in quel capolavoro,  il pi difficile di tutti in una  guerra
    simile: la fuga. Aveva ripreso possesso della foresta per tornarvisi a
    trincerare, del paese per combattervi, dell'ombra per scomparirvi. Era
    ridivenuto il terribile randagio,  il sinistro errabondo,  il capitano
    degli invisibili,  il capo degli uomini sotterranei,  il  padrone  dei
    boschi. Gauvain aveva la vittoria, ma Lantenac aveva la libert. Aveva
    ormai  la  sicurezza  Lantenac,   l'illimitata  corsa  davanti  a  s,
    l'inesauribile scelta  dei  rifugi.  Era  inafferrabile,  introvabile,
    inaccessibile. Il leone era stato preso in trappola, e ne era uscito.
    Orbene; quell'uomo vi era rientrato.
    Il marchese di Lantenac aveva volontariamente,  spontaneamente, di sua
    piena elezione, lasciato la foresta, l'ombra, la sicurezza, la libert
    per rientrare nel pi spaventoso pericolo,  intrepidamente;  una prima
    volta,  Gauvain l'aveva veduto precipitarsi nell'incendio a rischio di
    inabissarvisi,  una seconda  volta  discendere  quella  scala  che  lo
    restituiva ai suoi nemici,  e che, scala di salvataggio per gli altri,
    era per lui scala di perdizione.
    E perch l'aveva fatto?
    Per salvare tre bimbi.
    E che ne avrebbe fatto, adesso, di quell'uomo?
    L'avrebbero ghigliottinato.
    Cos quell'uomo;  per tre bimbi,  suoi?  no;  della sua famiglia?  no;
    della  sua  casta?  no;  per  tre  piccoli  poveri,  i  primi  venuti,
    trovatelli, ignoti, straccioni,  a piedi nudi,  quel gentiluomo,  quel
    principe, quel vecchio, fuggito, libero, vincitore, giacch l'evasione
      un  trionfo,  aveva  tutto  arrischiato,  tutto compromesso,  tutto
    rimesso in discussione, e alteramente,  al tempo stesso che restituiva
    i bambini,  aveva recato la propria testa e questa testa,  fino a quel
    momento terribile, adesso augusta, egli l'aveva offerta.
    E che si stava per fare?
    Accettarla.
    Il marchese di Lantenac aveva avuto la scelta tra la vita altrui e  la
    propria; in quella superba opzione, aveva scelto la propria morte.
    E si stava per concedergliela.
    Si stava per ucciderlo.
    Che guiderdone all'eroismo!
    Che rimpicciolimento per la repubblica!
    Mentre l'uomo dei pregiudizi e delle servit, prontamente trasformato,
    rientrava   nell'umanit,   loro,   gli  uomini  della  liberazione  e
    dell'affrancamento,  sarebbero  rimasti  nella  guerra  civile,  nella
    pratica del sangue, nel fratridicio.
    E' l'alta legge divina di perdono,  di abnegazione,  di redenzione, di
    sacrificio sarebbe esistita per i combattenti dell'errore e non per  i
    soldati della verit!
    Come!  non fare a gara di magnanimit!  rassegnarsi a quella sconfitta
    d'essere il pi  debole  essendo  il  pi  forte,  d'essere  l'omicida
    essendo  il  vincitore,  e  di  far dire che ci sono dalla parte della
    monarchia quelli che salvano i bambini, e dalla parte della repubblica
    quelli che ammazzano i vecchi!
    Si sarebbe visto quel grande soldato, quel potente ottuagenario,  quel
    combattente disarmato, rubato pi che preso, acciuffato in piena buona
    azione,  ammanettato col suo permesso,  con la fronte ancora imperlata
    del sudore d'una grandiosa dedizione,  salire i gradini  del  patibolo
    come si salgono i gradini di una apoteosi! E si sarebbe messo sotto la
    mannaia quella testa,  attorno alla quale avrebbero alitato, supplici,
    le tre animucce degli angioletti salvati! e, davanti a quel sacrificio
    infamante per i carnefici, si sarebbe visto il sorriso sulla faccia di
    quell'uomo, e sulla faccia della repubblica il rossore!
    E tutto questo si  sarebbe  compiuto  in  presenza  di  lui,  Gauvain,
    comandante!
    E,  in condizioni di poterlo impedire, egli se ne sarebbe astenuto! Si
    sarebbe accontentato  di  quell'altero  allontanamento:  Ci  non  ti
    riguarda  pi,   n  si  sarebbe  detto,  che,  in  un  caso  simile,
    abdicazione  complicit?  E non si sarebbe accorto che  in  un'azione
    enorme  come  quella,  tra  colui  che fa e colui che lascia fare,  il
    peggiore  colui che lascia fare, in quanto  il pi vile!
    Ma non l'aveva promessa, quella morte? Lui, Gauvain,  l'uomo clemente,
    non   aveva  forse  dichiarato  che  Lantenac  faceva  eccezione  alla
    clemenza, e che avrebbe consegnato Lantenac a Cimourdain?
    Era in debito,  lui,  di quella testa.  Orbene la pagava,  e tutto era
    fatto.
    Ma si trattava proprio della stessa testa?
    Fino  a  quel  momento  Gauvain  non  aveva  veduto in Lantenac che il
    barbarico combattente,  il fanatico della regalit e del  feudalesimo,
    il  massacratore  di prigionieri,  l'assassino scatenato dalla guerra,
    l'uomo sanguinario. Quell'uomo, egli non lo temeva.  Quel proscrittore
    egli  lo  avrebbe  proscritto.  Quell'implacabile  lo  avrebbe trovato
    implacabile.  Nulla  di  pi  semplice;  la  strada  era  tracciata  e
    lugubremente  facile  da seguire;  tutto era previsto: si uccider chi
    uccide;  si era nella linea retta dell'orrore.  Inopinatamente  quella
    linea  retta  si  era  spezzata;  una  svolta  imprevista  rivelava un
    orizzonte nuovo;  si verificava una metamorfosi.  Entrava in scena  un
    Lantenac inatteso. Dal mostro si sprigionava l'eroe, pi ancora che un
    eroe,  un uomo.  Pi ancora che un'anima,  un cuore. Gauvain non aveva
    pi davanti a s un uccisore,  ma  un  salvatore.  Gauvain  era  stato
    atterrato  da  un torrente di luce celeste.  Lantenac lo aveva colpito
    con un fulmine di bont.
    E Lantenac trasfigurato non avrebbe trasfigurato Gauvain! Come! quello
    sprazzo di luce non avrebbe  avuto  il  suo  equivalente!  L'uomo  del
    passato sarebbe andato avanti, e l'uomo dell'avvenire indietro! L'uomo
    delle  barbarie e delle superstizioni avrebbe improvvisamente messo le
    ali, e avrebbe volato, e avrebbe guardato strisciare sotto di s,  nel
    fango e nelle tenebre,  l'uomo dell'ideale!  Gauvain sarebbe rimasto a
    ventre in  gi  nella  vecchia  carreggiata  feroce,  mentre  Lantenac
    sarebbe asceso nel sublime a correre le avventure!
    Ancora una cosa.
    E la famiglia?
    Il sangue che stava per versare, (poich lasciarlo versare  lo stesso
    che versarlo),  non era forse il suo proprio sangue,  di lui, Gauvain?
    Suo nonno era morto,  ma il suo prozio viveva;  e quel prozio  era  il
    marchese di Lantenac. Forse che il fratello che era nella tomba non si
    sarebbe  rizzato  per  impedire all'altro di entrarvi?  E non ordinava
    egli forse al nipote di rispettare  ormai  quella  corona  di  capelli
    bianchi,  sorella della sua propria aureola?  Non c'era forse l,  tra
    Gauvain e Lantenac, lo sguardo sdegnato di uno spettro?
    Aveva forse per scopo di snaturare l'uomo,  la rivoluzione?  Era forse
    stata  fatta  per  spezzare  la  famiglia,  per  soffocare  l'umanit?
    Tutt'altro! L'89 era sorto per affermare quelle supreme realt,  e non
    per  negarle.  Rovesciare  le  bastiglie significa liberare l'umanit;
    abolire il feudalesimo significa fondare la famiglia.  E  dal  momento
    che l'autore  il punto di partenza dell'autorit,  e che l'autorit 
    insita nell'autore, non c' altra autorit che la paternit. Da ci la
    legittimit dell'ape regina,  che crea il suo popolo,  e che,  essendo
    madre,   regina;  da ci l'assurdit del re-uomo, che, non essendo il
    padre,  non pu essere il padrone;  da ci la soppressione del re,  la
    repubblica.  Che  cos'  tutto  questo?  La  famiglia,  l'umanit,  la
    rivoluzione. La rivoluzione  l'avvento del popolo;  e,  in fondo,  il
    Popolo  l'Uomo.
    Si  trattava  adesso  di  sapere  se,  dal  momento  che  Lantenac era
    rientrato nell'umanit, lui, Gauvain, doveva rientrare nella famiglia.
    Si trattava di sapere se lo zio e il  nipote  si  sarebbero  raggiunti
    nella  luce  suprema,   o  se,  a  un  progresso  dello  zio,  avrebbe
    corrisposto un indietreggiamento del nipote.
    La questione,  in quel  patetico  dibattito  di  Gauvain  con  la  sua
    coscienza,  pareva  porsi  in  tali  termini,  e  la  soluzione pareva
    scaturire da se stessa: salvare Lantenac.
    S. Ma la Francia?
    A questo punto,  il vertiginoso problema mutava  faccia  di  punto  in
    bianco.
    Come!  La  Francia era agli estremi!  La Francia era tradita,  aperta,
    smantellata!  non aveva pi fossato,  poich la  Germania  varcava  il
    Reno;  non  aveva  pi  mura,  poich l'Italia scavalcava le Alpi e la
    Spagna i Pirenei. Le rimaneva il grande abisso, l'Oceano.  Aveva dalla
    sua  la voragine.  Poteva addossarvisi,  e,  gigantesca,  appoggiata a
    tutto il mare,  combattere tutta la  terra.  Situazione,  dopo  tutto,
    inespugnabile.  Ebbene,  no,  tale situazione stava per farle difetto,
    giacch  quell'Oceano  non  era  pi  suo.   C'era  l'Inghilterra   in
    quell'Oceano.  L'Inghilterra,  vero, non sapeva come passare. Orbene,
    un uomo stava per gettarle il ponte,  un uomo stava  per  tenderle  la
    mano,  un uomo stava per dire a Pitt, a Craig, a Cornwallis, a Dundas,
    ai pirati: Venite!. Un uomo stava per gridare: Inghilterra,  prendi
    la Francia!. E quest'uomo era il marchese di Lantenac.
    Quest'uomo lo avevano preso. Dopo tre mesi di caccia, di inseguimento,
    di  accanimento,  finalmente  se  ne erano impadroniti.  La mano della
    rivoluzione si era proprio allora abbattuta sul  maledetto;  il  pugno
    annodato  del  '93 aveva afferrato per il bavero l'assassino realista;
    grazie a uno di quegli effetti della misteriosa premeditazione che  si
    occupa dal cielo delle cose umane,  quel parricida attendeva adesso il
    suo castigo nella sua propria segreta di famiglia.  L'uomo feudale era
    nella  muda feudale;  le pietre del suo castello si ergevano contro di
    lui e si chiudevano sopra di lui, e colui che voleva consegnare il suo
    paese  al  nemico  era  consegnato  dalla  sua  stessa  casa  ai  suoi
    avversari.  Che  fosse  stato  lo  stesso Dio a far tutto questo,  era
    evidente.  L'ora della giustizia era scoccata;  la  rivoluzione  aveva
    fatto   prigioniero   quel  nemico  pubblico;   egli  non  poteva  pi
    combattere, non poteva pi lottare, non poteva pi nuocere.  In quella
    Vandea,  dove c'erano tante braccia,  l'unico cervello era lui; finito
    lui,  la guerra  civile  era  finita.  Era  preso:  tragico  e  felice
    scioglimento.   Dopo  tanti  massacri  e  tante  carneficine,   eccolo
    immobilizzato, l'uomo che aveva ucciso; toccava a lui morire, adesso.
    E si sarebbe trovato qualcuno per salvarlo?
    Cimourdain, che  quanto dire il '93, teneva in pugno Lantenac,  che 
    quanto dire la monarchia,  e si sarebbe trovato qualcuno per strappare
    quella preda da quel pugno di  bronzo?  Lantenac,  l'uomo  in  cui  si
    concentrava  tutto quel fascio di flagelli,  che si dicono il passato,
    il marchese di Lantenac era nella tomba,  la pesante porta  eterna  si
    era  richiusa su di lui,  e sarebbe venuto qualcuno,  dal di fuori,  a
    tirarne indietro il chiavistello?  Quel malfattore sociale era  morto,
    con  lui  erano  morte  la  rivolta,  la  lotta fratricida,  la guerra
    bestiale, e qualcuno lo avrebbe resuscitato?
    Oh! come avrebbe riso quella testa di morto!
    Come  quello  spettro  avrebbe  detto:   Sta   bene,   eccomi   vivo,
    imbecilli!.
    Come  si  sarebbe  rimesso  alla  sua  opera orrenda!  come si sarebbe
    rituffato,  implacabile e gaudioso,  nella voragine dell'odio e  della
    guerra,  Lantenac!  come  si sarebbe tornato a vedere,  fin dal giorno
    dopo,  case arse,  prigionieri  massacrati,  feriti  soppressi,  donne
    fucilate!
    E  non  se  la  esagerava  forse  un  pochino,  dopo  tutto,  Gauvain,
    quell'azione che lo affascinava?
    Tre bambini erano perduti; Lantenac li aveva salvati.
    Ma chi li aveva perduti?
    Non era forse stato Lantenac?
    Chi aveva collocato quelle culle in quell'incendio?
    Non era forse stato l'"Imnus"?
    Ma chi era l'"Imnus"?
    Il luogotenente del marchese.
    Il responsabile  sempre chi comanda.
    L'incendiario e l'assassino era dunque Lantenac.
    Che cosa aveva compiuto di tanto ammirevole, dunque?
    Non aveva persistito. Null'altro.
    Dopo aver architettato il delitto ne era indietreggiato.  Aveva  fatto
    orrore a se stesso. Il grido della madre aveva risvegliato in lui quel
    fondo  di  vecchia  piet  umana,   specie  di  sedimento  della  vita
    universale, che si ritrova in tutte le anime,  anche nelle pi fatali.
    A  quel grido,  egli era ritornato sui suoi passi.  Dalla notte in cui
    stava sprofondando, era retrocesso verso la luce. Dopo aver perpetrato
    il delitto,  lo aveva disfatto.  Tutto il suo merito stava in  questo:
    non essere stato un mostro fino in fondo.
    E per cos poco,  restituirgli tutto! rendergli lo spazio, i campi, le
    pianure,  l'aria,  la luce!  rendergli le foreste,  di cui si  sarebbe
    servito  per  il banditismo;  rendergli la libert,  di cui si sarebbe
    valso  in  favore  della  servit;  rendergli  la  vita,  che  avrebbe
    impiegato per la morte.
    Quanto  a  cercare  d'intendersi  con  lui,  quanto  a  voler venire a
    trattative con quell'anima altera,  quanto a proporgli  la  libert  a
    certe condizioni,  quanto a chiedergli se avrebbe consentito, per aver
    salva la vita,  ad astenersi per l'avvenire da ogni ostilit e da ogni
    rivolta,  che errore sarebbe stato!  Gli si sarebbe innanzi tutto dato
    un vantaggio enorme;  poi si sarebbe andati a dar di cozzo  contro  un
    disdegno  da  non  dirsi;  e infine Lantenac avrebbe schiaffeggiato la
    domanda con  la  risposta,  dicendo:  Tenete  le  vergogne  per  voi.
    Uccidetemi!.
    Nulla da fare,  infatti,  con un tal uomo, se non ucciderlo o metterlo
    in libert.  Era un uomo fatto a picco,  sempre pronto a involarsi o a
    sacrificarsi, aquila e precipizio di se stesso. Anima strana.
    Ucciderlo? che ansiet! Liberarlo? che responsabilit!
    Salvo che fosse Lantenac,  tutto sarebbe stato da ricominciare, con la
    Vandea,  come con l'idra fin tanto che non le viene mozzata la  testa.
    In  un batter d'occhio,  e con una corsa da meteora,  tutta la fiamma,
    spenta dalla scomparsa di quell'uomo,  si sarebbe  riaccesa.  Lantenac
    non  si  sarebbe  riposato  finch  non  avesse messo in atto il piano
    esecrando di porre, come il coperchio di una tomba, la monarchia sulla
    repubblica e l'Inghilterra sulla  Francia.  Salvare  Lantenac  era  lo
    stesso  che  sacrificare la Francia;  la vita di Lantenac era la morte
    d'una folla d'esseri innocenti, uomini,  donne,  bambini,  riafferrati
    dalla  guerra  civile;  era lo sbarco degli inglesi,  l'indietreggiare
    della rivoluzione,  le citt saccheggiate,  il  popolo  straziato,  la
    Bretagna insanguinata, la preda restituita all'artiglio. E Gauvain, in
    mezzo  a tutti quegli incerti bagliori,  a tutti quei barbagli di luce
    contraddittori, vedeva vagamente abbozzarsi nella sua fantasticheria e
    porglisi innanzi questo problema: la messa in libert della tigre.
    Poi la faccenda riappariva sotto il suo primitivo aspetto.  La  pietra
    di  Sisifo,  che altro non  che il contrasto dell'uomo con se stesso,
    ricadeva: era proprio una tigre Lantenac?
    Tigre era stato,  forse;  ma lo era tuttavia?  Gauvain  subiva  quelle
    vertiginose  spirali  della mente sempre ritornante su se stessa,  che
    rendono  il  pensiero  simile  a  un  clubro.  Decisamente,  era  mai
    possibile,  anche dopo esame, negare il sacrificio di Lantenac, la sua
    stoica abnegazione,  il  superbo  suo  disinteresse?  Come!  attestare
    l'umanit  in  presenza  di  tutte  le  fauci  spalancate della guerra
    civile!  come!  apportare la verit superiore in  mezzo  al  conflitto
    delle verit inferiori!  come! provare che al di sopra della regalit,
    al di sopra delle rivoluzioni,  al di sopra delle  questioni  terrene,
    c' l'immenso intenerimento dell'anima umana,  la protezione dovuta ai
    deboli dai forti,  la salvezza dovuta a quelli  che  sono  perduti  da
    quelli  che  sono al sicuro,  la paternit dovuta a tutti i bambini da
    tutti i vecchi!  Provare queste cose magnifiche,  e  provarle  facendo
    dono della propria testa!  Come!  essere un generale e rinunciare alla
    strategia, alla battaglia, alla rivincita!  come!  essere un realista,
    prendere  una  bilancia,  mettere  su un piatto il re di Francia,  una
    monarchia di  quindici  secoli,  le  vecchie  leggi  da  ripristinare,
    l'antica  societ  da  restaurare,  e  mettere  sull'altro tre piccoli
    contadinelli qualunque,  e trovare il re,  il trono,  lo scettro  e  i
    quindici  secoli  di  monarchia leggeri,  in confronto al peso dei tre
    innocenti! come!  tutto questo non sarebbe nulla!  come!  colui che ha
    fatto ci dovrebbe rimanere tigre ed essere trattato da bestia feroce!
    No!  no! no! non era un mostro l'uomo che aveva illuminato del fulgore
    di un'azione divina il precipizio delle guerre civili! Il portatore di
    spada si era trasformato in portatore di luce.  L'infernale Satana era
    ridiventato  il celeste Lucifero.  Lantenac si era riscattato da tutte
    le sue barbarie con un atto di sacrificio; perdendosi materialmente si
    era salvato moralmente; si era rifatto innocente; aveva firmato la sua
    propria grazia.  O non esiste,  forse,  il diritto di perdonare  a  se
    stesso? Era venerabile, ormai.
    Lantenac era stato straordinario. Adesso toccava a Gauvain.
    Gauvain era incaricato di ribattergli.
    La  lotta  delle  buone passioni e delle passioni cattive produceva in
    quel momento sul mondo il caos.  Lantenac,  dominando  quel  caos,  ne
    aveva sprigionato l'umanit.  Toccava a Gauvain,  adesso, sprigionarne
    la famiglia.
    Che stava per fare?
    Avrebbe forse ingannato la fiducia di Dio?
    No. E balbettava a se stesso: Salviamo Lantenac.
    Sta bene, dunque. Va, fai il gioco degli inglesi.  Diserta,  passa al
    nemico. Salva Lantenac e tradisci la Francia.
    E rabbrividiva.
    La tua soluzione non  una soluzione, o sognatore!. Gauvain scorgeva
    nell'ombra il sinistro sorriso della sfinge.
    Quella situazione era una specie di temibile crocicchio, dove andavano
    a sfociare e a confrontarsi le verit contrastanti,  e dove fissamente
    si squadravano le tre supreme idee dell'uomo: l'umanit,  la famiglia,
    la patria.
    Ognuna di quelle voci prendeva a suo turno la parola, e ciascuna a sua
    volta  diceva  il  vero.  Come scegliere?  Ciascuna a sua volta pareva
    trovasse il punto di congiunzione della saggezza e della giustizia,  e
    diceva:  Fai  cos.  Era  quello  che  bisognava fare?  S.  No.  Il
    ragionamento diceva una cosa; il sentimento ne diceva un'altra.  I due
    consigli  erano  contrari.  Il  ragionamento non  che la ragione;  il
    sentimento  spesso la coscienza. Il primo viene dall'uomo, il secondo
    da pi in alto.
    Appunto per questo  il  sentimento  ha  minore  luminosit  e  maggior
    potenza.
    Eppure, quanta forza nella severa ragione!
    Gauvain esitava.
    Perplessit feroce.
    Davanti a Gauvain si spalancavano due abissi.  Perdere il marchese,  o
    salvarlo? Bisognava precipitarsi nell'uno o nell'altro.
    Quale di quelle due voragini era il dovere?

    3.
    IL CAPPUCCIO DEL CAPO.

    Si aveva a che fare, infatti, col dovere.
    Quel dovere si  ergeva  sinistro  davanti  a  Cimourdain,  formidabile
    davanti a Gauvain.
    Semplice  davanti  all'uno;   molteplice,  diverso,  tortuoso  davanti
    all'altro.
    Mezzanotte suon, poi il tocco.
    Senza  accorgersene,   Gauvain  si  era   insensibilmente   avvicinato
    all'entrata della breccia.
    L'incendio non gettava pi che un diffuso riverbero, e si spegneva.
    Il  pianoro,  dall'altro  lato della torre,  ne riceveva il riflesso e
    diventava di tanto in tanto visibile,  per poi  eclissarsi  quando  il
    fumo   copriva  il  fuoco.   Quel  bagliore,   ravvisato  a  sbalzi  e
    intrammezzato  da  subitanee  oscurit,   rendeva  sproporzionati  gli
    oggetti e dava alle sentinelle del campo l'aspetto di larve.  Gauvain,
    attraverso la sua meditazione,  osservava vagamente il dissiparsi  del
    fumo  per  opera delle vampe e il dissiparsi delle vampe per opera del
    fumo. Quel reiterato comparire e scomparire della luce davanti ai suoi
    occhi aveva una non so quale analogia  con  il  reiterato  apparire  e
    scomparire della verit nella sua mente.
    A un tratto,  fra due turbini di fumo,  una favilla saettata fuori dal
    braciere morente illumin vivamente la  sommit  del  pianoro  e  fece
    spiccare  la  vermiglia sagoma di una carretta.  Gauvain guard quella
    carretta.  Era circondata da gente a cavallo con cappelli da gendarmi.
    Gli  parve fosse la carretta che il cannocchiale di Guchamp gli aveva
    fatto vedere all'orizzonte qualche ora prima,  nel momento in  cui  il
    sole tramontava. Sulla carretta c'erano uomini, che parevano intenti a
    scaricarla. Ci che stavano tirando gi dalla carretta pareva di molto
    peso,  e dava di tanto in tanto un rumore di ferraglia.  Sarebbe stato
    difficile dire di che si trattasse;  si  sarebbe  detto  legname.  Due
    uomini smontarono e deposero a terra una cassa che, a giudicarne dalla
    forma,  doveva contenere un oggetto triangolare. La favilla si spense,
    tutto  rientr  nelle  tenebre;  Gauvain,  l'occhio  immobile,  rimase
    pensoso davanti a ci che vi era l, in quel buio.
    Si  erano  accese delle lanterne;  c'era gente che andava e veniva sul
    pianoro,  ma le forme che si muovevano  erano  confuse,  e  d'altronde
    Gauvain, dal basso e all'altro ciglio del burrone, non poteva scorgere
    se non ci che era proprio sull'orlo del pianoro.
    Si  udivano  delle  voci,  ma  non si riusciva a percepirne le parole.
    Risuonavano qua e l colpi dati sul legno.  Si udiva pure non so quale
    stridore  metallico,  simile  a  quello  di  una  falce  che  si  stia
    affilando.
    Scoccarono le due.
    Lento lento,  e come uno che farebbe volentieri due passi avanti e tre
    indietro,  Gauvain si diresse verso la breccia. Al suo avvicinarsi, la
    sentinella,  riconoscendo nella penombra il mantello  e  il  cappuccio
    gallonato del comandante,  present le armi.  Gauvain entr nella sala
    del pianterreno,  trasformata in corpo di guardia.  Una  lanterna  era
    appesa  alla  volta.  Illuminava  appena  appena quanto era necessario
    perch si potesse attraversare la sala senza camminare sugli uomini di
    guardia, stesi a terra sulla paglia, e in gran parte addormentati.
    Erano coricati  l  dove  qualche  ora  prima  si  erano  battuti.  La
    mitraglia,  sparsa sotto di essi in grani di ferro e di piombo,  e mal
    spazzata via,  dava loro un po' di incomodo,  ma erano stanchi,  e  si
    riposavano.  Quella  sala  era  stata  il luogo terribile;  l avevano
    attaccato, l avevano ruggito,  urlato,  digrignato i denti,  colpito,
    ucciso, esalato l'ultimo respiro; molti dei loro erano caduti morti su
    quel pavimento in cui essi, ora, si coricavano assopiti. La paglia che
    serviva al loro sonno, beveva il sangue dei loro camerati. Adesso, era
    finita,  il  sangue era stagnato,  le sciabole erano forbite,  i morti
    erano morti;  essi dormivano tranquilli.  Cos   la  guerra.  E  poi,
    domani, tutti dormiranno allo stesso modo.
    Scorgendo  entrare  Gauvain,  alcuni  di  quegli  uomini  assopiti  si
    alzarono;  tra gli  altri,  l'ufficiale  che  comandava  il  posto  di
    guardia. Gauvain gli indic la porta della segreta.
    - Apritemi, - gli disse.
    I catenacci furono tirati, la porta si apr.
    Gauvain entr nella segreta.
    La porta si richiuse alle sue spalle.

    LIBRO SETTIMO.
    FEUDALESIMO E RIVOLUZIONE.

    1.
    L'ANTENATO.

    Una  lampada era posata sul pavimento di pietra della cripta,  accanto
    allo spiraglio quadrato della segreta.
    Sullo stesso pavimento si scorgevano pure la brocca piena d'acqua,  la
    pagnotta  e  la balla di paglia.  La cripta era scavata nel sasso e il
    prigioniero che avesse avuto il ghiribizzo di appiccare il fuoco  alla
    paglia  avrebbe sprecato la sua fatica.  Nessun rischio d'incendio per
    la prigione, certezza di asfissia per il prigioniero.
    Nel momento in cui la porta gir sui  cardini  il  marchese  camminava
    avanti e indietro nella sua cella: andirivieni macchinale,  proprio di
    tutte le belve messe in gabbia.
    Al rumore che fece la porta, prima aprendosi e poi richiudendosi, egli
    alz la testa,  e la lampada che era a terra tra Gauvain e il marchese
    illumin quei due uomini in pieno viso.
    Si guardarono e tale era quello sguardo, che li immobilizz entrambi.
    Il marchese scoppi a ridere, ed esclam:
    - Buongiorno,  signore!  Ne sono passati di anni senza che abbia avuto
    la fortuna di incontrarvi.  Mi usate la cortesia di venirmi a trovare.
    Ve  ne  ringrazio.  Non  chiedo di meglio che di chiacchierare un po'.
    Cominciavo  ad  annoiarmi.   Prdono  il  tempo,   i   vostri   amici.
    Constatazioni  d'identit,  corti marziali!  che lungaggini!  Io me la
    sbrigherei pi in fretta. Qui, sono in casa mia.  Vogliate entrare.  E
    cos,  che  ne dite di quanto accade?  Cose originali,  non vi sembra?
    C'era una volta un re e una regina, il re era il re;  la regina era la
    Francia.  Si    tagliata  la  testa  al  re  e  maritata  la regina a
    Robespierre;  questo signore e questa signora hanno avuto una  figlia,
    che  si  chiama  la  ghigliottina,  e  con  la  quale  sembra che far
    conoscenza domani all'alba.  Ne sar felicissimo.  Come di vedere voi.
    E' per questo che venite ?  Siete cresciuto di grado,  forse?  Sareste
    voi il boia?  Se si tratta di una semplice visita d'amicizia,  ne sono
    commosso.  Voi,  signor visconte, non sapete forse pi che cosa sia un
    gentiluomo. Orbene, eccone uno: sono io.  Guardate,  guardate.  E' una
    cosa  curiosa:  crede  in  Dio,  crede  alla  tradizione,  crede  alla
    famiglia, crede all'esempio di suo padre, alla lealt, al dovere verso
    il suo principe,  al rispetto delle vecchie leggi,  alla  virt,  alla
    giustizia;  e  vi  farebbe  fucilare con piacere.  Abbiate la bont di
    sedervi, prego. Sul pavimento,  vero,  poich non ci sono poltrone in
    questo  salotto;  ma chi vive nel fango pu sedersi per terra.  Non lo
    dico per offendervi,  giacch ci che  noi  chiamiamo  fango,  voi  lo
    chiamate  la  nazione.   Non  esigete  certo  che  io  gridi  Libert,
    Uguaglianza,  Fraternit,  eh?  E' una vecchia stanza della mia  casa,
    questa:  un  tempo i signori ci mettevano i villani;  ora i villani ci
    mettono i signori.  Queste inezie si chiamano una rivoluzione.  Sembra
    che  entro  trentasei  ore mi taglieranno il collo.  Non ci vedo alcun
    inconveniente. Oh!  ma se fossero stati cortesi,  mi avrebbero mandato
    la mia tabacchiera,  che  lass nella camera degli specchi,  dove voi
    avete giocato da bambino e dove vi ho  fatto  ballonzolare  sulle  mie
    ginocchia. Vi insegner una cosa, signore: voi vi chiamate Gauvain, e,
    cosa strana,  avete del sangue nobile nelle vene;  perbacco, lo stesso
    mio sangue, e questo sangue,  che fa di me un uomo d'onore,  fa di voi
    un  gran  pitocco.  Cos  stanno  le  cose.  Mi direte che non  colpa
    vostra. Nemmeno mia. Perbacco, si  malfattori senza saperlo.  Dipende
    dall'aria  che  si  respira:  in  tempi  come  i  nostri,   non  si  
    responsabili di ci che si fa; la rivoluzione  birbante con tutti,  e
    tutti  i  vostri  grandi  delinquenti  sono dei grandi innocenti.  Che
    asini, a cominciare da voi. Permettete che vi ammiri. S, io ammiro un
    giovanotto come voi,  che,  uomo di  alta  estrazione,  con  un'ottima
    sistemazione nello Stato, con un gran sangue da spandere per le grandi
    cause, visconte di questa torre Gauvain, principe di Bretagna, tale da
    poter  essere  duca  per diritto e pari di Francia per eredit,  che 
    press'a poco tutto quanto pu  desiderare  quaggi  un  uomo  di  buon
    senso,  si diverte,  essendo quello che , a essere ci che siete voi,
    cosicch fa ai suoi nemici l'effetto di uno scellerato e ai suoi amici
    l'effetto di un imbecille.  A proposito,  fate i miei  complimenti  al
    signor abate Cimourdain.
    Il  marchese  parlava con piena disinvoltura,  tranquillamente,  senza
    nulla  sottolineare,   con  voce  amichevole,   con  occhio  chiaro  e
    tranquillo,  le mani nei taschini.  Si interruppe,  respir a lungo, e
    riprese:
    - Non vi nascondo che ho fatto tutto ci che ho potuto per  uccidervi.
    Cos come mi vedete,  ho per tre volte, io stesso, in persona, puntato
    un cannone su di voi.  Maniere piuttosto scortesi,  lo  riconosco;  ma
    sarebbe un basarsi su una pessima massima immaginarsi che in guerra il
    nemico cerchi di esserci cortese.  Giacch noi siamo in guerra, signor
    nipote mio. Tutto  a fuoco e a sangue. Non  vero,  forse,  che hanno
    ucciso il re? Che bel secolo!
    Fece ancora una pausa, e poi riprese:
    -  Quando  si  pensa  che nulla di tutto questo sarebbe accaduto se si
    fosse impiccato Voltaire e messo in galera Rousseau! Ah! che flagello,
    gli  intellettuali!  Ma  insomma,   che  cosa  rimproverate  a  questa
    monarchia?  L'abate Pucelle,   vero, veniva rimandato alla sua abazia
    di Corbigny, lasciandogli la scelta della vettura e tutto il tempo che
    desiderava per fare la strada; quanto al vostro signor Titon,  che era
    stato,  se  non vi dispiace,  un gran bordelliere,  e che andava dalle
    sgualdrine prima di recarsi ai  miracoli  del  diacono  Paris,  veniva
    trasferito dal castello di Vincennes a quello di Ham in Piccardia, che
    ,  ne  convengo,  un posto assai brutto.  Tali sono le accuse;  me ne
    ricordo; ho urlato anch'io, ai miei tempi. Ero bestia quanto voi.
    Il marchese si tast in saccoccia, come se vi cercasse la tabacchiera,
    e continu:
    - Ma non altrettanto cattivo. Si diceva cos per dire.  C'era anche la
    rivolta  delle  investigazioni  e dei ricorsi;  e poi sono venuti quei
    messeri,  i filosofi,  si sono bruciati gli scritti invece di bruciare
    gli  autori,  ci si sono messe di mezzo le cabale della corte,  e sono
    venuti tutti questi  sciocchi,  il  Turgot,  Quesnay,  Malesherbes,  i
    fisiocratici  eccetera,  ed  cominciato il pasticcio.  Tutto  venuto
    dagli  scribacchini  e  dai  versaioli.  L'enciclopedia!  il  Diderot!
    d'Alembert!  Ah!  che brutti mascalzoni. Un uomo ben nato come quel re
    di Prussia, darci cos di capo! Io!  oh,  io avrei soppresso tutti gli
    imbrattacarte.  Oh  noi  s  che  eravamo  giustizieri.  Si pu ancora
    vedere,  qui,  il solco delle ruote di squartamento.  Non  scherzavamo
    noi.  No, no, niente scribacchini. Fino a che ci saranno degli Arouet,
    ci  saranno  dei  Marat.   Fino  a  quando  ci  saranno  dei   pedanti
    scribacchiatori,  ci  saranno  dei  furfanti  che assassinano;  fino a
    quando ci sar inchiostro, ci saranno macchie,  fino a quando la zampa
    dell'uomo  terr  la penna d'oca le sciocchezze frivole genereranno le
    sciocchezze atroci. I libri originano i delitti. Il vocabolo chimera
    ha due sensi: significa sogno e significa mostro. Come ci si appaga di
    fanfaluche!  Che  ci  andate  cantando  coi  vostri  diritti?  Diritti
    dell'uomo!  diritti del popolo!  E' cosa abbastanza vuota,  abbastanza
    stupida, abbastanza cervellotica, abbastanza priva di senso. Quando io
    dico: Havoise,  sorella di Conan Secondo,  port in dote la contea  di
    Bretagna a Hol, conte di Nantes e di Cornovaglia, che lasci il trono
    ad Alano Fergant, zio di Berta, che spos Alano il Nero, signore della
    Roccia sull'Yon,  e ne ebbe Conan il Piccolo,  aio di Guy o Gauvain di
    Thouars nostro antenato, dico una cosa chiara, ed ecco un diritto.  Ma
    i vostri gaglioffi, i vostri furfanti, i vostri pezzenti che cos' che
    chiamano diritto?  Il deicidio e il regicidio.  Che orrore! Cialtroni!
    Me ne spiace per voi,  signore;  ma siete proprio di quel fiero sangue
    bretone: voi e io, abbiamo per avo Gauvain di Thouars; abbiamo per avo
    anche  quel  grande duca di Montbazon che fu pari di Francia e onorato
    col collare degli ordini, che attacc il sobborgo di Tours e fu ferito
    nel fatto di Arques, e che mor grande cacciatore di Francia nella sua
    casa di Couzires in Turenna,  a ottantasei anni di et.  Potrei anche
    parlarvi  del duca di Laudunois,  figlio di madama della Garnache,  di
    Claudio di Lorena, duca di Chevreuse, e di Enrico di Lenoncourt,  e di
    Francesco  di Laval-Boisdauphin.  Ma a che pro?  Il signore ha l'onore
    d'essere un idiota e ci tiene a essere  simile  al  mio  palafreniere.
    Sappiate  questo,  ero gi un vecchio,  io,  che voi eravate ancora un
    marmocchio. Vi ho pulito il naso,  o moccioso,  e ve lo pulir ancora.
    Crescendo,  avete trovato il modo di impicciolirvi. Da quando ci siamo
    veduti per l'ultima volta,  ognuno di noi  andato dalla sua parte: io
    da quella dell'onest, voi dal lato opposto. Oh! io non so come finir
    questa  faccenda,  ma i vostri signori amici sono dei miserabili della
    pi bell'acqua. Ah, s, tutto  bello, son d'accordo, i progressi sono
    straordinari;   stata soppressa,  nell'esercito,  la pena della mezza
    pinta  d'acqua che si infliggeva per tre giorni consecutivi al soldato
    ubriaco;  si ha il calmiere,  la Convenzione,  il  vescovo  Gobel,  il
    signor Chaumette e il signor Hbert,  e si stermina in blocco tutto il
    passato, dalla Bastiglia fino all'almanacco.  Si sostituiscono i santi
    con i legumi.  Sia pure,  signori cittadini, siate i padroni, regnate,
    fate i vostri comodi,  procuratevene  di  nuovi  senza  soggezione  di
    sorta.  Tutto  ci  non  impedir  minimamente che la religione sia la
    religione,  n che la regalit colmi di s millecinquecento anni della
    nostra  storia,   n  che  la  vecchia  signoria  francese,  anche  se
    decapitata, sia pi alta di voi.  Quanto ai vostri cavilli sul diritto
    storico  delle  stirpi  regali,  noi  ce ne facciamo una spallucciata.
    Chilperico,  in fondo,  non era che un frate chiamato  Daniele;  e  fu
    Rainfroy  a inventare Chilperico per infastidire Carlo Martello.  Sono
    cose che sappiamo altrettanto bene di voi.  Non di ci si  tratta.  La
    faccenda  questa: essere un grande reame;  essere la vecchia Francia;
    essere quel paese tanto magnificamente ordinato, dove si stima innanzi
    tutto la sacra persona dei monarchi, signori assoluti dello Stato, poi
    i principi,  poi gli ufficiali della corona,  per l'esercito e per  la
    marina,  per l'artiglieria, per la direzione e la sovrintendenza delle
    finanze.  C' poi la giustizia sovrana e  quella  subalterna,  seguita
    dall'amministrazione delle gabelle e delle imposte generali,  e infine
    la polizia del reame,  nei suoi tre ordini.  Quella s era  una  bella
    cosa, e nobilmente ordinata; voi l'avete distrutta. Avete distrutto le
    province,  da quei compassionevoli ignoranti che siete,  senza nemmeno
    sospettare che cosa fossero quelle province.  L'indole della Francia 
    composta dell'indole stessa del continente, e ciascuna delle provincie
    di  Francia rappresentava una virt dell'Europa: in Piccardia c'era la
    franchezza della Germania, in Champagne la generosit della Svezia, in
    Borgogna l'industriosit dell'Olanda,  in Linguadoca l'attivit  della
    Polonia, in Guascogna la gravit della Spagna, in Provenza la saggezza
    dell'Italia,  in Normandia la sottigliezza della Grecia, nel Delfinato
    la fedelt della Svizzera.  Non sapevate nulla di tutto  questo,  voi.
    Avete spezzato,  infranto, fracassato, demolito, siete tranquillamente
    stati delle bestie brute.  Ah!  non  volete  pi  avere  nobili,  voi!
    Orbene,  non  ne  avrete  pi.  Prendetene  il  lutto.  Non avrete pi
    paladini, non avrete pi eroi. Addio alle antiche grandezze! Trovatemi
    un d'Ayas,  nei nostri giorni.  Avete tutti quanti paura della  vostra
    pelle, voi. Non ne avrete pi di cavalieri di Fontenoy, che salutavano
    prima  di uccidere;  non ne avrete pi di combattenti in calze di seta
    dell'assedio di Lerida;  non ne avrete pi di  quelle  aspre  giornate
    militari,  in cui i pennacchi passavano come meteore;  siete un popolo
    finito;  subirete la violazione  dell'invasione;  se  Alarico  Secondo
    ritornasse,  non  si troverebbe pi di fronte Clodoveo;  se ritornasse
    Abdrame, non si troverebbe pi di fronte Carlo Martello; se i sassoni
    ritornano, non troveranno pi di fronte a loro Pipino;  non avrete pi
    Agnadello,   Rocroy,   Leus,   Staffarde,  Nerwinde,  Steinkerque,  la
    Marsaille,  Rancoux,  Lawfeld,  Mahon;  non avrete  pi  Marignan  con
    Francesco Primo;  non avrete pi Bouvines con Filippo Augusto, in atto
    di far prigioniero,  con una mano Renaud,  conte di  Boulogne,  e  con
    l'altra  Ferrando,  conte di Fiandra.  Avrete Azicourt,  ma non avrete
    pi,  per farvisi uccidere,  avvolto nella sua bandiera,  il  sire  di
    Bacqueville,  il grande portaorifiamma! Su! su! fate! Siate gli uomini
    nuovi. Diventate piccoli!
    Il marchese ebbe un attimo di silenzio, e riprese:
    - Ma lasciateci grandi! Uccidete i re,  uccidete i nobili,  uccidete i
    preti,  abbattete, rovinate, massacrate, calpestate ogni cosa, mettete
    sotto il tallone dei vostri stivali le antiche massime,  conculcate il
    trono,  opprimete  l'altare,  schiacciate  Dio e ballategli sopra.  E'
    affar vostro. Siete dei traditori e dei vili,  incapaci di dedizione e
    di  sacrificio.   Ho  detto.  Fatemi  ghigliottinare,  adesso,  signor
    visconte. Ho l'onore di essere il vostro umilissimo servo.
    E soggiunse:
    - Ah!  vi ho detto le verit che avevo da dirvi!  Che  importa  a  me?
    Tanto, sono morto.
    E  Gauvain  si  avvicin  al  marchese,  si  sciolse  il  mantello  da
    comandante,  glielo gett sulle spalle,  gliene abbass  il  cappuccio
    sugli occhi. Erano entrambi della medesima statura.
    - Ebbene, che diamine fai? - disse il marchese.
    Gauvain alz la voce e grid:
    - Apritemi, luogotenente.
    La porta si apr.
    Gauvain grid:
    - Badate a richiudere la porta alle mie spalle.
    E spinse fuori il marchese stupefatto.
    La  sala  bassa,  trasformata  in  corpo  di guardia,  aveva,  come si
    ricorder,  per unico lume una lanterna di corno che lasciava scorgere
    le  cose  appena  appena,  e  diffondeva  pi ombra che luce.  In quel
    confuso bagliore,  quelli fra i soldati di guardia che  non  dormivano
    videro camminare in mezzo a essi,  dirigendosi verso l'uscita, un uomo
    di alta statura,  col mantello e il cappuccio gallonato del comandante
    in capo. Fecero il saluto militare, e l'uomo pass.
    Il marchese, lentamente, attravers il corpo di guardia, attravers la
    breccia, non senza urtarvi pi d'una volta la testa, e usc.
    La sentinella, credendo di vedere Gauvain, gli present le armi.
    Quando  fu  fuori,  posato  che  ebbe  i piedi sull'erba dei campi,  a
    duecento passi dalla foresta, e con davanti a s lo spazio,  la notte,
    la  libert,  la  vita,  si ferm e rimase un momento immobile come un
    uomo che ha lasciato fare, che ha ceduto alla sorpresa, e che,  avendo
    approfittato di una porta aperta, cerchi di capacitarsi se abbia agito
    male o bene,  esiti prima di spingersi pi lontano, e dia ascolto a un
    ultimo pensiero. Dopo alcuni momenti di profonda meditazione,  alz la
    destra, fece schioccare il medio contro il pollice, e disse: - In fede
    mia!
    E se ne and.
    La porta della segreta s'era richiusa. Dentro c'era Gauvain.

    2.
    LA CORTE MARZIALE.

    Nelle corti marziali di allora,  tutto era press'a poco discrezionale.
    Dumas,  all'Assemblea  legislativa,  aveva  schizzato  un  abbozzo  di
    legislazione  militare,  rimaneggiato  pi tardi da Tabot al consiglio
    dei Cinquecento; ma il codice definitivo dei consigli di guerra non fu
    redatto che sotto l'impero.  Appunto dall'impero  data,  per  esempio,
    l'obbligo  imposto  ai tribunali militari di non raccogliere i voti se
    non cominciando dal meno elevato in grado.  Questa legge,  durante  la
    rivoluzione, non esisteva.
    Nel  1793,  il  presidente  d'un tribunale militare costituiva da solo
    quasi tutto il tribunale;  sceglieva i membri,  classificava  l'ordine
    dei gradi,  regolava le modalit del voto;  era giudice e padrone a un
    tempo.
    Cimourdain aveva fissato,  per pretorio della corte  marziale,  quella
    stessa  sala  del  pianterreno  dove  era  stata la ridotta e dove era
    adesso il corpo di guardia.  Ci teneva ad  abbreviare  ogni  cosa,  il
    percorso  dalla  prigione  al tribunale e il tragitto dal tribunale al
    patibolo.
    A mezzogiorno,  in conformit degli ordini da lui impartiti,  la corte
    era insediata,  col seguente apparato: tre sedie di paglia, una tavola
    di abete, due candele accese, uno sgabello davanti alla tavola.
    Le sedie erano per i giudici e lo sgabello per l'accusato. Ai due capi
    della tavola c'erano  altri  due  sgabelli,  uno  per  il  commissario
    auditore,  che era un furiere,  l'altro per il cancelliere, che era un
    caporale.
    Sulla tavola c'era una stecca di cera rossa,  il sigillo di rame della
    repubblica, due cartelle, quinterni di carta bianca, e due manifesti a
    stampa,  spiegati  quanto  erano grandi,  che contenevano uno la messa
    fuori legge, l'altro il decreto della Convenzione.
    La sedia di mezzo era addossata a un fascio di bandiere tricolori;  in
    quei  tempi  di  rude  semplicit,  si  faceva  presto  a compiere una
    decorazione,  e bastava poco tempo per mutare un corpo di  guardia  in
    corte di giustizia.
    La sedia di mezzo,  destinata al presidente,  era di fronte alla porta
    della segreta.
    Per pubblico, i soldati.
    Due gendarmi fiancheggiavano lo sgabello dell'accusato.
    Cimourdain era seduto  sulla  sedia  di  mezzo,  con  alla  destra  il
    capitano Guchamp,  primo giudice, e alla sinistra il sergente Radoub,
    secondo giudice.
    Aveva in testa il cappello col  pennacchio  tricolore,  al  fianco  la
    spada,  alla cintura le due pistole.  La cicatrice,  color rosso vivo,
    aumentava la ferocia del suo aspetto.
    Radoub aveva finito per farsi medicare.  Aveva  avvolto  attorno  alla
    testa  un fazzoletto sul quale,  pian piano,  si andava allargando una
    chiazza di sangue.
    A mezzogiorno l'udienza non era ancora aperta;  una staffetta,  di cui
    si  udiva,  all'esterno,  scalpitare  il cavallo,  era ritta presso la
    tavola del tribunale. Cimourdain scriveva. E scriveva questo:
    Cittadini membri del comitato di salute pubblica.
    Lantenac  preso. Domani sar giustiziato.
    Dat e  firm,  pieg  e  sigill  il  dispaccio,  che  consegn  alla
    staffetta, la quale part.
    Ci fatto, Cimourdain disse ad alta voce:
    - Aprite la cella.
    I due gendarmi tirarono indietro i catenacci, aprirono la segreta e vi
    entrarono.
    Cimourdain  alz  la testa,  incroci le braccia,  guard la porta,  e
    disse:
    - Conducete il prigioniero!
    Un uomo apparve tra i due  gendarmi,  sotto  il  voltone  della  porta
    spalancata.
    Era Gauvain.
    Cimourdain ebbe un sussulto.
    - Gauvain! - esclam.
    E riprese:
    - Chiedo il prigioniero.
    - Sono io, - disse Gauvain.
    - Tu?
    - Io!
    - E Lantenac?
    - E' libero.
    - Libero!
    - S.
    - Evaso?
    - Evaso.
    Cimourdain balbett con un tremito:
    -  Questo castello,  infatti,   suo,  ne conosce tutte le uscite,  la
    segreta comunica forse con qualche passaggio,  avrei dovuto  pensarci,
    avr trovato il modo di svignarsela, non avr avuto bisogno dell'aiuto
    di nessuno.
    - E' stato aiutato, - disse Gauvain.
    - A evadere?
    - A evadere.
    - Chi l'ha aiutato?
    - Io.
    - Tu?
    - Io.
    - Tu sogni.
    - Sono entrato nella cella;  vi ero solo con il prigioniero;  mi tolsi
    il mantello e lo misi indosso a lui,  gli ho calato il cappuccio sulla
    faccia;  uscito al mio posto, e io sono rimasto al suo. Eccomi.
    - Tu non hai fatto quello che dici.
    - L'ho fatto s.
    - Impossibile.
    - Cos .
    - Conducetemi Lantenac!
    -  Non    pi  qui.  I  soldati,  vedendogli  indosso il mantello del
    comandante,  l'hanno preso per me e l'hanno    lasciato  passare.  Era
    ancora notte.
    -Tu sei pazzo.
    - Dico la verit.
    Ci fu un silenzio. Cimourdain balbett:
    - In tal caso, tu meriti...
    - La morte! - disse Gauvain.
    Cimourdain era pallido come una testa mozza. Se ne stava immobile come
    un uomo sul quale fosse caduta la folgore.  Pareva non respirasse pi.
    Una grossa goccia di sudore gli imperl la fronte.  Fece di tutto  per
    rendere ferma la voce, e disse:
    - Gendarmi, fate sedere l'accusato.
    Gauvain si accomod sullo sgabello.
    Cimourdain riprese:
    - Gendarmi, sguainate le sciabole!
    Tale  era  la  formula d'uso,  quando l'accusato era sotto la minaccia
    d'una sentenza capitale.
    I gendarmi sguainarono le sciabole.
    La voce di Cimourdain aveva ripreso il suo solito accento.
    - Accusato, - disse; - alzatevi.
    Non dava pi del tu a Gauvain.

    3.
    I VOTI.

    Gauvain si alz.
    - Come vi chiamate? - domand Cimourdain.
    Gauvain rispose:
    - Gauvain.
    Cimourdain continu l'interrogatorio.
    - Chi siete?
    - Sono il comandante in capo della colonna di spedizione  delle  Coste
    del Nord.
    - Siete parente o affine dell'uomo evaso?
    - Ne sono pronipote.
    - Conoscete il decreto della Convenzione?
    - Ne vedo il manifesto sulla vostra tavola.
    - Che avete da dire su questo decreto?
    - Che l'ho controfirmato,  che ne ho ordinato l'esecuzione, e che sono
    stato io a far stampare questo manifesto, in calce al quale c' il mio
    nome.
    - Sceglietevi un difensore.
    - Mi difender da me.
    - Avete la parola.
    Cimourdain era ritornato impassibile.  Soltanto,  la sua impassibilit
    somigliava  meno  alla  calma  di un uomo che alla tranquillit di una
    rupe.
    Gauvain rimase un momento silenzioso e come raccolto.
    Cimourdain riprese:
    - Che avete da dire in vostra difesa?
    Gauvain alz lentamente la testa, non guard nessuno, e rispose:
    - Questo: una cosa mi ha  impedito  di  vederne  un'altra.  Una  buona
    azione,   vista  da  troppo  vicino,   mi  ha  nascosto  cento  azioni
    delittuose;  da una parte un vecchio,  dall'altra dei bimbi,  si  sono
    interposti tra me e il dovere. Ho dimenticato i villaggi incendiati, i
    campi  devastati,  i  prigionieri massacrati,  i feriti soppressi,  le
    donne   fucilate;   ho   dimenticato   la   Francia   data   in   mano
    all'Inghilterra:  ho  messo in libert l'assassino della patria.  Sono
    colpevole.  Cos parlando,  sembra che io parli contro di  me.  E'  un
    errore.  Parlo in mio favore. Quando il colpevole riconosce la propria
    colpa,  salva l'unica cosa  che  valga  la  pena  di  essere  salvata,
    l'onore.
    -  Tutto  qui  quello  che  avete da dire in vostra difesa?  - riprese
    Cimourdain.
    - Aggiungo,  che,  essendo il comandante in capo,  ero tenuto  a  dare
    l'esempio; e che voi, essendo giudici, dovete darlo.
    - Che esempio chiedete?
    - La mia morte.
    - La trovate giusta?
    - E' necessaria.
    - Sedetevi.
    Il  furiere,  commissario auditore,  si alz e diede lettura,  innanzi
    tutto,  del decreto che metteva fuori legge l'ex marchese di Lantenac;
    in  secondo  luogo,  del  decreto della Convenzione comminante la pena
    capitale   contro   chiunque   favorisse   l'evasione   d'un   ribelle
    prigioniero. Termina con le poche righe stampate in fondo al manifesto
    del  decreto,  intimanti  il  divieto  di recare aiuto e soccorso al
    suddetto ribelle, sotto pena di morte.
    e firmato:  Il  comandante  in  capo  della  colonna  di  spedizione.
    Gauvain.
    Fatte queste letture, il commissario auditore torn a sedersi.
    Cimourdain incroci le braccia, e disse:
    - Accusato,  state attento.  Pubblico,  ascoltate,  guardate e tacete.
    Avete davanti a voi la legge. Si proceder alla votazione. La sentenza
    sar resa a semplice maggioranza.  Ogni giudice esporr,  a turno,  il
    suo  parere  ad  alta  voce,  in  presenza  dell'accusato,  poich  la
    giustizia non ha nulla da nascondere.
    Cimourdain continu:
    - La parola al primo giudice. Parlate, capitano Guchamp.
    Il capitano Guchamp pareva non vedesse n Cimourdain n  Gauvain.  Le
    palpebre  abbassate  gli  nascondevano  gli occhi immobili,  fissi sul
    manifesto  del  decreto,   che  contemplavano  quel  decreto  come  si
    contemplerebbe un abisso. Disse:
    - La legge  formale.  Un giudice  pi e meno di un uomo.  E' meno di
    un uomo, giacch non ha cuore;  pi di un uomo, giacch ha il gladio.
    Nell'anno 414 di Roma Manlio fece morire suo figlio per il delitto  di
    aver vinto senza suo ordine. La disciplina violata esigeva espiazione.
    Qui   stata la legge ad essere violata,  e la legge  ancora pi alta
    della disciplina.  In conseguenza d'un impulso di piet,  la patria  
    rimessa in pericolo.  La piet pu avere le proporzioni di un delitto.
    Il comandante Gauvain ha fatto evadere il ribelle Lantenac.  Gauvain 
    colpevole.   Voto  la  morte.   -  Cancelliere,   scrivete!  -  ordin
    Cimourdain.
    Il cancelliere scrisse: Capitano Guchamp: la morte.
    Gauvain alz la voce:
    - Guchamp, - disse, - avete votato bene, e ve ne ringrazio.
    Cimourdain riprese:
    - La parola al secondo giudice. Parlate, sergente Radoub.
    Radoub si alz, si volt verso Gauvain,  e fece all'accusato il saluto
    militare. Poi esclam:
    - Se  cos che stanno le cose,  allora ghigliottinate me.  Perch io,
    nome d'un nome,  vi d qui la mia parola d'onore pi  sacrosanta,  che
    vorrei  aver prima fatto quello che ha fatto il vecchio,  e poi quello
    che ha fatto il mio comandante.  Quando ho veduto  quell'individuo  di
    ottant'anni  gettarsi  nel  fuoco  per  strapparne i tre mocciosi,  ho
    detto: Galantuomo, tu sei un brav'uomo!, e quando poi vengo a sapere
    che  stato il mio comandante a  salvare  quel  vecchio  dalla  vostra
    bestia d'una ghigliottina, corpo di mille bombe, io dico: Comandante,
    voi  dovreste  essere  il  mio  generale,  e  siete un vero uomo e io,
    fulmini!  vi darei la croce di San Luigi,  se ci fossero ancora  delle
    croci,  se  ci  fossero  ancora  dei  santi e se ci fossero ancora dei
    Luigi! .. O che si sta per diventare degli imbecilli, adesso? Se  per
    cose di questo genere che si sono vinte la battaglia di  Jemmapes,  la
    battaglia  di  Valmy,  la  battaglia  di  Fleurus  e  la  battaglia di
    Wattignies, allora bisogna dirlo. Come! Ecco qui il comandante Gauvain
    che da quattro mesi porta in giro questi asini di realisti a rullo  di
    tamburo,  e  salva  la  repubblica  a  sciabolate,  e  che ha fatto la
    faccenda di Dol dove ce ne voleva d'intelligenza,  corpo di  Bacco;  e
    quando avete un uomo simile,  fate in modo di non averlo pi; e invece
    di farlo generale volete tagliargli il collo! dico che c' da buttarsi
    a testa in gi da sopra il parapetto del Ponte Nuovo; e che anche voi,
    cittadino Gauvain,  mio comandante,  vi direi che poco fa avete  detto
    delle  grandi  stupidaggini.  Il  vecchio  ha  fatto  bene a salvare i
    bambini,  voi  avete  fatto  bene  a  salvare  il  vecchio,  e  se  si
    ghigliottina  la  gente  perch  hanno  compiuto  delle  buone azioni,
    allora,  vattene a tutti i diavoli,  io non so proprio pi di  che  si
    tratti.  Non c' pi nessuna ragione di fermarsi. Ma non c' niente di
    vero - no?  - in tutto questo?  Mi d dei pizzicotti  per  assicurarmi
    d'essere  sveglio.  Non  capisco.  Allora  il  vecchio  doveva lasciar
    bruciare vivi i marmocchi,  allora il mio  comandante  doveva  lasciar
    tagliare  la  testa  al  vecchio.   Guardate,  ghigliottinate  me.  Lo
    preferisco. Ammettiamo una cosa, che i tre marmocchi fossero morti; il
    battaglione del Berretto Rosso sarebbe  stato  disonorato.  Questo  si
    voleva?  Mangiamoci  gli uni con gli altri,  allora.  Me ne intendo di
    politica quanto voialtri,  ero del circolo della sezione delle Picche,
    io.  Caspita! ci stiamo abbrutendo, alla fine. Riassumo il mio modo di
    vedere.  A me,  le cose che hanno l'inconveniente di far s che non si
    sappia pi a che punto si sia, non mi vanno proprio a fagiolo. Per che
    diavolo  ci  facciamo  ammazzare,   noi?  Perch  uccidano  il  nostro
    comandante?  Niente affatto,  Lisetta!  Ne ho  bisogno,  io,  del  mio
    comandante;  oggi  gli voglio ancora pi bene che ieri.  Mandarlo alla
    ghigliottina! ma voi mi fate ridere! Proprio cos,  proprio cos,  non
    ne vogliamo sapere.  Ho ascoltato.  Si dir tutto quello che si vorr.
    Innanzi tutto, non  possibile.
    E Radoub torn a sedersi.  La ferita gli si era riaperta.  Un filo  di
    sangue,  che  gli usciva dalla benda,  gli colava lungo il collo,  dal
    punto dove era stato il suo orecchio.
    Cimourdain si rivolse a Radoub.
    - Votate perch l'accusato sia assolto, allora?
    - Voto, - disse Radoub, - perch sia fatto generale.
    - Vi domando se votate perch sia prosciolto.
    - Voto perch sia fatto primo cittadino della repubblica.
    - Sergente Radoub, votate perch il comandante Gauvain sia prosciolto,
    o no?
    - Voto perch si tagli a me la testa al suo posto.
    - Assoluzione, - disse Cimourdain. - Cancelliere, scrivete.
    Il cancelliere scrisse: Sergente Radoub: assoluzione.
    Poi il cancelliere disse:
    - Un voto per la morte. Un voto per l'assoluzione. Parit.
    Toccava a Cimourdain di votare.
    Si alz. Si tolse il cappello e lo depose sulla tavola. Non era pi n
    livido n pallido. La sua faccia era color terra.
    Se tutti i presenti fossero stati distesi in un sepolcro  il  silenzio
    non sarebbe stato pi profondo.
    Con voce grave, lenta e ferma, Cimourdain disse:
    -  Accusato  Gauvain,   il  dibattimento    chiuso.   In  nome  della
    repubblica,  la corte marziale,  con la maggioranza di due voti contro
    uno...
    Si interruppe.  Ci fu come un attimo di arresto.  Esitava davanti alla
    morte,  Cimourdain?  o esitava davanti alla vita?  Tutti i petti erano
    ansanti. Cimourdain continu:
    - ...siete condannato alla pena di morte.
    Il  suo  viso  esprimeva  la  tortura  del  sinistro  trionfo.  Quando
    Giacobbe,  nelle tenebre,  si fece  benedire  dall'angelo,  che  aveva
    atterrato, doveva avere quello spaventevole sorriso.
    Non fu che un lampo,  e pass. Cimourdain ridivenne di marmo, si torn
    a sedere, si rimise il cappello in testa, e aggiunse:
    - Gauvain, sarete giustiziato domani allo spuntare del sole.
    Gauvain si alz, salut e disse:
    - Ringrazio la corte.
    - Conducete via il condannato, - disse Cimourdain.
    Cimourdain fece un cenno. La porta della segreta si riapr, Gauvain vi
    rientr, la segreta si richiuse. I due gendarmi rimasero di fazione ai
    due lati della porta, sciabole sguainate.
    Radoub fu portato via. Era caduto privo di sensi .

    4.
    DOPO IL CIMOURDAIN GIUDICE, IL CIMOURDAIN ARBITRO.

    Un accampamento  un vespaio, specialmente in tempo di rivoluzione. Il
    civico pungiglione, che  in ogni soldato, esce volentieri e presto, e
    non esita affatto a pungere il  comandante,  dopo  aver  scacciato  il
    nemico.  La  valorosa  gente che aveva preso la Tourgue ebbe ronzii di
    svariata natura. Innanzitutto contro il comandante Gauvain, saputo che
    si ebbe dell'evasione del Lantenac.  Quando fu  visto  Gauvain  uscire
    dalla  segreta dove si credeva di aver sotto chiave Lantenac,  fu come
    una commozione elettrica;  in meno di un minuto tutta la colonna ne fu
    informata.  Nel  piccolo  esercito  fu tutto un mormorare.  E il primo
    mormoramento fu: - Sono in procinto di giudicare Gauvain.  Ma    solo
    per la forma.  Andate a fidarvi degli ex nobili e degli ex preti!  Per
    adesso abbiamo visto un visconte salvare un marchese; fra poco vedremo
    un prete assolvere un nobile!  - Quando si  seppe  della  condanna  di
    Gauvain,  ci fu un secondo mormoramento:  - Questa  grossa! Il nostro
    comandante, il nostro valoroso comandante, un eroe! E' un visconte,  e
    con questo?  tanto maggiore il suo merito d'essere repubblicano!  Lui,
    il  liberatore  di  Pontorson,  di  Villadieu,  di  Pont-au-Beau!   il
    vincitore  di  Dol  e della Tourgue!  quello grazie al quale noi siamo
    invincibili! quello che  la spada della repubblica in Vandea!  I'uomo
    che  da  cinque  mesi  tiene  testa  agli sciuani e rimedia a tutte le
    sciocchezze di Lchelle e degli altri! quel Cimourdain osa condannarlo
    a morte!  perch?  perch ha salvato un vecchio che aveva salvato  tre
    bambini! un prete uccidere un soldato!
    Cosi  brontolava il campo vittorioso e malcontento.  Una sorda collera
    circondava Cimourdain.  Quattromila uomini contro uno solo: si direbbe
    una  forza,  e  non  lo  .  Quei  quattromila uomini erano una folla,
    Cimourdain era una volont.  Si sapeva che Cimourdain  era  facile  ad
    aggrottare  le  sopracciglia;  non occorreva di pi per tenere a freno
    l'esercito.  Erano tempi severi: bastava  che  dietro  a  un  uomo  si
    ergesse  l'ombra  del comitato di salute pubblica per rendere temibile
    quell'uomo e per trasformare  ogni  imprecazione  in  bisbiglio,  ogni
    bisbiglio  in  silenzio.  Tanto  prima  che  dopo  quelle mormorazioni
    Cimourdain rimaneva l'arbitro del destino di Gauvain, come del destino
    di tutti quanti.  Si sapeva che non c'era nulla da  chiedergli  e  che
    egli non avrebbe obbedito che alla sua coscienza, voce sovrumana udita
    da lui solo. Tutto dipendeva da lui. Soltanto lui poteva disfare, come
    delegato  civile,  ci  che  egli  stesso  aveva  fatto  come  giudice
    marziale. Egli solo poteva far grazia. Aveva pieni poteri. Poteva, con
    un cenno,  mettere Gauvain in libert;  era il padrone  della  vita  e
    della  morte;  comandava  alla  ghigliottina.  Era,  in  quel  tragico
    istante, l'uomo supremo.
    Non c'era che da attendere.
    Scese la notte.

    5.
    LA CELLA.

    L'aula di giustizia era ridiventata corpo di  guardia.  Il  posto  era
    raddoppiato  come  la notte precedente,  due sentinelle custodivano la
    porta della cella chiusa.
    Verso mezzanotte,  un uomo,  che reggeva una lanterna,  attravers  il
    corpo di guardia, si fece riconoscere, e si fece aprire la cella.
    Era Cimourdain.
    Entr. Dietro di lui la porta rimase semiaperta.
    La cella era tenebrosa e silente.  Cimourdain mosse un passo in quella
    oscurit, pos la lanterna a terra,  e si ferm.  Si udiva nel buio il
    respiro  uguale d'un uomo addormentato.  Cimourdain ascolt,  pensoso,
    quel tranquillo rumore.
    Gauvain era in fondo alla cella, sulla balla di paglia. Il respiro che
    si udiva era il suo. Dormiva profondamente.
    Cimourdain avanz facendo il minor rumore  possibile.  Si  avvicin  a
    Gauvain e prese a osservarlo.  Una madre che guardasse il suo lattante
    addormentato non avrebbe uno sguardo pi tenero e pi ineffabile.  Era
    forse  pi  forte  dello  stesso Cimourdain,  quello sguardo;  egli si
    premette, come fanno talvolta i bambini,  ambo i pugni sugli occhi,  e
    rimase un momento immobile.  Poi si inginocchi, sollev pian piano la
    mano di Gauvain, e vi premette sopra le labbra.
    Gauvain ebbe un movimento. Apr gli occhi con l'incerto stupore di chi
     svegliato di soprassalto.  La  lanterna  rischiarava  debolmente  la
    cantina. Egli riconobbe Cimourdain.
    - Ah! - disse; - siete voi, maestro!
    E soggiunse:
    - Sognavo che la morte mi baciava la mano.
    Cimourdain ebbe quella scossa che ci d, talvolta, la brusca invasione
    di  un'ondata  di  pensieri;  tale  ondata,  a  volte    cos  alta e
    tempestosa,  che sembra stia per  spegnere  l'anima.  Nulla  usc  dal
    profondo cuore di Cimourdain. Non pot dire che:
    - Gauvain!
    Si guardarono l'un l'altro. Cimourdain con occhi pieni di quelle vampe
    che bruciano le lacrime; Gauvain con il suo pi dolce sorriso.
    Gauvain si sollev sul gomito, e disse:
    -  Questo  sfregio che vi scorgo in faccia,   la sciabolata che avete
    buscato al mio posto.  Ancora ieri eravate al  mio  fianco  in  quella
    mischia,  per causa mia. Se la provvidenza non vi avesse posto accanto
    alla mia culla, dove sarei, io, oggi? Nelle tenebre.  Se ho la nozione
    del dovere, mi viene da voi. Io ero nato fasciato, poich i pregiudizi
    sono fasciature. Quelle fasce, voi me le avete tolte, avete rimesso in
    libert la mia crescita, e avete rifatto, di colui che gi non era pi
    che una mummia,  un fanciullo. Avete messo una coscienza nel probabile
    aborto. Senza di voi, io sarei cresciuto meschino. Io esisto in grazia
    vostra.  Non ero che un signore;  avete fatto di me un cittadino.  Non
    ero  che un cittadino,  avete fatto di me un cervello.  Mi avete fatto
    idoneo,  come uomo,  alla vita terrestre,  e,  come anima,  alla  vita
    celeste.  Mi  avete  dato,  per entrare nella realt umana,  la chiave
    della verit,  e per andarne al di l,  la chiave della  luce.  Ve  ne
    ringrazio, maestro. Siete stato voi a crearmi.
    Cimourdain si sedette sulla paglia, a fianco di Gauvain, e disse:
    - Vengo a cenare con te.
    Gauvain spezz il pane nero e glielo present.  Cimourdain ne prese un
    pezzo; poi Gauvain gli porse la brocca d'acqua.
    - Bevi per il primo, - disse Cimourdain.
    Gauvain bevve e pass la brocca a Cimourdain, che bevve dopo.  Gauvain
    non aveva bevuto che una sorsata, Cimourdain bevve a garganella.
    In quella cena,  Gauvain mangiava, Cimourdain beveva. Indizio di calma
    nell'uno e di febbre nell'altro.
    C'era in quella cella un non  so  che  terribile  serenit.  Quei  due
    uomini conversavano. Gauvain diceva:
    -  Grandi  cose  si delineano.  Quello che fa la rivoluzione in questo
    momento  misterioso.  Dietro l'opera visibile c' l'opera invisibile.
    L'una  nasconde  l'altra.   L'opera  visibile    selvaggia,   l'opera
    invisibile  sublime.  In questo momento distinguo  tutto  con  grande
    chiarezza.  E' strano e bello. Fu giocoforza valersi dei materiali del
    passato.  Da ci questo straordinario '93.  Sotto una  impalcatura  di
    barbarie, si va costruendo un tempio di civilt.
    -  S,  -  rispose  Cimourdain.  -  Da questo provvisorio scaturir il
    definitivo.  Il definitivo,  che  quanto dire il diritto e il  dovere
    paralleli, l'imposta proporzionale e progressiva, il servizio militare
    obbligatorio,  il livellamento,  nessuna deviazione, e, al di sopra di
    tutti e di tutto,  quella linea retta che  la  legge.  La  repubblica
    dell'assoluto.
    - Io preferisco, - disse Gauvain, - la repubblica dell'ideale.
    S'interruppe, poi continu:
    - E dove,  maestro, collocate, in tutto quello che avete detto or ora,
    la dedizione,  il sacrificio,  l'abnegazione,  il magnanimo  intreccio
    delle  benevolenze,  l'amore?  Mettere  tutto in equilibrio  una gran
    bella cosa;  mettere tutto in armonia  ancora meglio.  La  cetra  sta
    sopra  alla  bilancia.  La  vostra  repubblica  dosa,  misura e regola
    l'uomo;  la mia lo innalza in pieno azzurro.  E' la stessa  differenza
    che esiste tra un teorema e un'aquila.
    - Ti perdi nelle nuvole, tu.
    - E voi nei calcoli.
    - C' del sogno nell'armonia.
    - Ce n' anche nell'algebra.
    - Vorrei l'uomo fatto da Euclide.
    - E io, - disse Gauvain, - lo preferirei fatto da Omero.
    Il severo sorriso di Cimourdain si ferm su Gauvain, come per tenere a
    freno quell'anima.
    - Poesia. Diffida dei poeti.
    -  S,  lo  conosco  questo detto.  Diffida degli zefiri,  diffida dei
    raggi,  diffida  dei  profumi,   diffida  dei  fiori,   diffida  delle
    costellazioni.
    - Nulla di tutto questo d da mangiare.
    - Che ne sapete voi? Anche l'idea  un nutrimento. Pensare  mangiare.
    - Niente astrazioni. La repubblica  due e due fanno quattro. Dato che
    io abbia a ciascuno quanto gli spetta...
    - Vi rimane da dare a ciascuno ci che non gli spetta.
    - Che intendi con questo?
    -  Intendo l'immensa concessione reciproca che ciascuno deve a tutti e
    che tutti debbono a ciascuno, e che  tutta la vita sociale.
    - Non c' nulla, all'infuori dello stretto diritto.
    - C' tutto, invece.
    - Io non vedo che la giustizia.
    - Guardo pi in alto, io.
    - E che c', dunque, al di sopra della giustizia?
    - L'equit.
    Tratto tratto, facevano delle pause, come se passassero dei lampi.
    Cimourdain riprese:
    - Ti sfido a precisare.
    - Sia.  Voi volete il  servizio  militare  obbligatorio.  Contro  chi?
    contro altri uomini.  Io,  invece, di servizio militare non ne voglio.
    Voglio la pace, io.  Voi volete che i poveri siano aiutati,  io voglio
    che sia soppressa la miseria.  Voi volete l'imposta proporzionale.  Io
    di imposte non ne voglio affatto.  Voglio la spesa comune ridotta alla
    sua pi semplice espressione e pagata dal plus-valore sociale.
    - Che intendi con questo?
    - Questo. Sopprimete innanzitutto il parassitismo; il parassitismo del
    prete,  il  parassitismo  del  giudice,  il  parassitismo del soldato.
    Cavate poi un profitto dalle vostre ricchezze;  voi gettate il concime
    nelle  fogne,  gettatelo  nel solco.  I tre quarti del suolo nazionale
    sono incolti;  bonificate la Francia,  sopprimete i  pascoli  inutili;
    dividete le terre comunali.  Che ogni uomo abbia un pezzo di terra,  e
    che ogni pezzo di terra abbia  un  uomo.  Centuplicate  la  produzione
    sociale.  La Francia,  in questo momento, non d ai suoi contadini che
    quattro giorni di  carne  all'anno;  coltivata  a  dovere,  nutrirebbe
    trecento  milioni  d'uomini,  tutta  l'Europa.  Utilizzate  la natura,
    immensa ausiliaria disprezzata.  Fate lavorare per voi ogni soffio  di
    vento,  ogni cascata d'acqua, ogni effluvio magnetico. Il globo ha una
    rete di vene sotterranee,  dentro questa  rete  c'  una  circolazione
    prodigiosa di acqua,  di olio,  di fuoco;  bucate le vene del globo, e
    fatene zampillare quell'acqua per le vostre fontane, quell'olio per le
    vostre lampade,  quel fuoco  per  i  vostri  focolari.  Riflettete  al
    movimento  delle  onde,  al  flusso e riflusso,  all'andirivieni delle
    maree. Che cos' l'oceano? una enorme forza perduta. Come  stupida la
    terra, a non valersi dell'oceano!
    - Eccoti in pieno sogno.
    - Che  quanto dire in piena realt.
    Gauvain riprese:
    - E della donna, che cosa ne fate?
    Cimourdain rispose:
    - Quello che . La serva dell'uomo.
    - S, a una condizione.
    - Quale?
    - Che l'uomo sia il servitore della donna.
    - Ci credi tu? - esclam Cimourdain. - L'uomo servitore! Mai. L'uomo 
    padrone. Non ammetto che una regalit, quella del focolare. L'uomo, in
    casa sua,  re.
    - S, a una condizione.
    - Quale?
    - Che la donna vi sar regina.
    - Sarebbe come dire che tu vuoi per l'uomo e per la donna...
    - L'uguaglianza.
    - L'uguaglianza! ci pensi? sono due esseri diversi.
    - Ho detto l'uguaglianza, non l'identit.
    Ci fu un'altra pausa;  una specie di tregua tra quei due cervelli  che
    si scambiavano lampi. La ruppe Cimourdain.
    - E il figlio, a chi lo dai, tu?
    -  Dapprima  al  padre  che lo genera,  poi alla madre che lo mette al
    mondo,  poi al maestro che lo educa,  poi alla citt che lo virilizza,
    poi  alla patria,  che  la madre suprema,  poi all'umanit,  che  la
    grande avola.
    - Non parli di Dio, tu.
    - Ciascuno di questi gradi,  padre,  madre,  maestro,  citt,  patria,
    umanit non  che uno scalino della scala che sale a Dio.
    Cimourdain se ne stava zitto; Gauvain prosegu:
    -  Giunti che si sia in cima alla scala,  si  arrivati a Dio.  Dio si
    spalanca. Non c' che da entrare.
    Cimourdain ebbe il gesto d'un uomo che ne richiama un altro.
    - Torna sulla terra, Gauvain. Intendiamo attuare il possibile, noi.
    - Cominciate col non renderlo impossibile.
    - Il possibile si attua sempre.
    - Non sempre. Se si maltratta l'utopia, la si uccide. Non c' nulla di
    meno difeso dell'uovo.
    - Eppure,  l'utopia,   indispensabile acciuffarla,  imporle il  giogo
    della  realt,  e  inquadrarla  nel  fatto.  L'idea  astratta  si deve
    trasformare in idea concreta. Ci che perde in bellezza, lo riguadagna
    in utilit. E' pi piccola, ma migliore.  Bisogna che il diritto entri
    nella legge; e quando il diritto si  fatto legge,  assoluto. Appunto
    questo io chiamo il possibile.
    - Il possibile  pi di questo.
    - Ah! Rieccoti nel sogno.
    -  Il  possibile    un misterioso uccello sempre alitante al di sopra
    degli uomini.
    - Bisogna afferrarlo.
    - Vivo.
    Gauvain continu:
    - Ecco il mio pensiero: sempre avanti. Se Dio avesse voluto che l'uomo
    indietreggiasse,   gli  avrebbe  messo  un  occhio  dietro  la  testa.
    Guardiamo  sempre  dalla  parte  dell'aurora,   dello  sboccio,  della
    nascita.  Quello che cade incoraggia quello che sale.  Lo schianto del
    vecchio  albero  un richiamo per l'albero nuovo.  Ogni secolo compir
    la propria opera,  civica oggigiorno,  umana domani.  Oggi la faccenda
    del  diritto,  domani quella del salario.  Salario e diritto sono,  in
    fondo, un vocabolo solo.  L'uomo non vive per non essere pagato.  Dio,
    dando la vita,  contrae un debito;  il diritto  il salario innato; il
    salario,  il diritto di acquisto.
    Gauvain  parlava  con  il  raccoglimento  d'un   profeta.   Cimourdain
    ascoltava.  Le parti erano invertite;  pareva che fosse il discepolo a
    essere il maestro, adesso.
    Cimourdain mormor:
    - Vai lesto, tu.
    - E' che ho un po' di fretta, forse, - disse Gauvain sorridendo.
    E riprese:
    - Ecco qual  la differenza fra le nostre utopie, maestro.  Voi volete
    la  caserma  obbligatoria,  io  voglio  la scuola.  Voi sognate l'uomo
    soldato,  io sogno l'uomo cittadino.  Voi lo volete terribile,  io  lo
    voglio pensoso. Voi fondate una repubblica di spade, io fondo...
    Si interruppe:
    - Io fonderei una repubblica di cervelli.
    Cimourdain guard il pavimento della cella, e disse:
    - Che cosa vuoi, frattanto?
    - Quello che c'.
    - Assolvi dunque il momento presente, tu?
    - S.
    - Perch?
    - Perch  una tempesta. Una tempesta sa sempre quello che fa. Per una
    quercia fulminata,  quante foreste risanate! La civilt era affetta di
    peste,  questo grande  vento  ne  l'ha  liberata.  Forse  non  sceglie
    abbastanza;  ma pu fare diversamente?  E' incaricato di una cos dura
    scopata!  Davanti all'orrore  del  miasmo,  comprendo  il  furore  del
    soffio.
    E Gauvain continu:
    - E che importa,  del resto,  a me, la tempesta, se ho la bussola? che
    importano, a me, gli avvenimenti se ho la mia coscienza?
    Poi soggiunse con voce bassa, che  anche la voce solenne:
    - C' qualcuno cui bisogna sempre lasciar fare.
    - Chi? - domand Cimourdain.
    Gauvain alz il dito al di sopra del proprio  capo.  Cimourdain  segu
    con lo sguardo la direzione di quel dito, e, attraverso la volta della
    cella, gli parve di scorgere il cielo stellato.
    Tacquero di nuovo.
    Cimourdain riprese:
    - Societ pi grande della natura.  Non  pi il possibile, ti ripeto;
     il sogno.
    - E' la meta. A che pro la societ, altrimenti? Rimanete nella natura.
    Siate selvaggi.  Tahiti  un paradiso.  Solo,  in quel paradiso non si
    pensa.  Sarebbe  ancora  preferibile  un  inferno  intelligente  a  un
    paradiso stupido. Ma no, niente inferno.  Siamo la societ umana.  Pi
    grande della natura.  S.  Se non aggiungete nulla alla natura, perch
    uscire dalla  natura?  Accontentatevi  del  lavoro,  allora,  come  la
    formica,  e del miele,  come l'ape.  Rimanete la bestia operosa invece
    d'essere  l'intelligenza  regina.  Se  aggiungete  qualche  cosa  alla
    natura,  sarete  necessariamente  pi  grande  di  essa;  aggiungere 
    aumentare;  aumentare  ingrandire.  La societ  la natura sublimata.
    Voglio  tutto  quello  che manca agli alveari,  tutto ci che manca ai
    formicai,  i monumenti,  le arti,  la poesia gli eroi,  i geni.  Non 
    legge dell'uomo portare eterni fardelli.  No,  no,  no, non pi paria,
    non pi schiavi, non pi forzati, non pi dannati! Voglio che ciascuno
    degli attributi dell'uomo sia un simbolo di civilt e  un  modello  di
    progresso; voglio la libert per la mente, l'uguaglianza per il cuore,
    la fraternit per l'anima.  No,  niente pi gioghi! L'uomo  fatto per
    spalancare ali,  non per trascinare  catene.  Non  pi  uomo  rettile.
    Voglio  la  trasfigurazione della larva in lepidottero.  Voglio che il
    verme si trasformi in un vivo fiore, e prenda il volo. Voglio...
    Si ferm. L'occhio gli sfolgorava.
    Le labbra gli si agitavano. Smise di parlare.
    La porta era rimasta aperta. Qualcosa dei rumori esterni entrava nella
    cella.  Si udivano vaghi accenti di  tromba;  era  la  sveglia,  molto
    probabilmente.  Poi  si  udirono  calci  di fucile battuti a terra: il
    cambio delle sentinelle.  Poi,  molto vicino alla torre,  da quanto si
    poteva  opinare nell'oscurit,  un non so che simile a un rimuovere di
    assi e di travi, con rumori sordi e intermittenti,  che parevano colpi
    di martello.
    Cimourdain, pallido, ascoltava. Gauvain non udiva nulla.
    La sua fantasticheria si faceva sempre pi profonda.  Si sarebbe detto
    che non respirasse pi,  tanto era attento a ci che scorgeva sotto la
    visionaria  volta del suo cervello.  Dolci sussulti lo scuotevano,  di
    tanto  in  tanto.   Il  bagliore  d'aurora  che  aveva  nella  pupilla
    ingrandiva.
    Pass cos un certo tempo. Cimourdain gli domand:
    - A che pensi?
    - All'avvenire, - disse Gauvain.
    E  ricadde  nella  sua  meditazione.  Cimourdain  si alz dal letto di
    paglia sul quale erano seduti entrambi.  Gauvain non  se  ne  accorse.
    Cimourdain, covando con gli occhi il giovane meditabondo, indietreggi
    pian piano fino alla porta e usc. La cella si richiuse.

    6.
    E INTANTO SORGE IL SOLE.

    Il giorno non tard a spuntare all'orizzonte.
    Contemporaneamente al giorno,  comparve sul pianoro della Tourgue,  al
    di sopra  della  foresta  di  Fougres,  una  cosa  strana,  immobile,
    sorprendente, che gli uccelli del cielo non conoscevano.
    Era  stata  messa  l durante la notte.  Era sorta,  pi che non fosse
    stata costruita.  Vista di lontano,  spiccava sull'orizzonte come  una
    sagoma  costituita di linee rette e dure,  con l'aspetto d'una lettera
    ebraica o di uno di  quei  geroglifici  d'Egitto  che  facevano  parte
    dell'alfabeto dell'antico enigma.
    A   tutta   prima,   l'idea  che  quella  cosa  svegliava  era  l'idea
    dell'inutile. Era l tra le eriche fiorite.  Ci si domandava a che mai
    potesse servire. Poi ci si sentiva presi da un brivido. Era una specie
    di palco,  avente per piedi quattro pilastri.  A una estremit di quel
    palco,  due alte travi,  in piedi e diritte,  collegate in cima da una
    traversa,  sollevavano  e  tenevano  sospeso un triangolo che spiccava
    nero sull'orizzonte del mattino.  All'altra estremit del palco  c'era
    una  scala.  Tra  le  due  travi,  in  basso,  sotto il triangolo,  si
    distingueva una specie di telaio di legno,  costituito di due  sezioni
    mobili, che, combaciando l'una con l'altra, presentavano all'occhio un
    foro  circolare,  su per gi delle dimensioni del collo d'un uomo.  La
    sezione superiore del telaio scorreva in una scanalatura,  cos che si
    poteva  alzare  e  abbassare.  Per  il  momento,  i due semicerchi che
    congiungendosi formavano il collare,  erano scostati.  Ai piedi  delle
    due  travi  reggenti  il  triangolo  si scorgeva una tavola,  girevole
    intorno a una cerniera,  che aveva l'aspetto d'una basculla.  A fianco
    di  quella  tavola,  c'era  un  lungo  paniere,  e  tra  le  due travi
    antistanti, all'estremit del palco, un paniere quadrato.  Era dipinto
    in rosso. Tutto era di legno, salvo il triangolo, che era di ferro. Si
    capiva che tutto quell'arnese era stato costruito da uomini, tanto era
    brutto,  meschino e piccolo; e avrebbe meritato d'essere stato portato
    l da geni, tanto era formidabile.
    Quella informe costruzione era la ghigliottina.
    Di fronte,  a pochi passi,  nel burrone,  c'era un  altro  mostro,  la
    Tourgue.  Un  mostro  di  pietra  che  faceva riscontro a un mostro di
    legno. Diciamolo, suvvia,  quando l'uomo ha posto mano al legno e alla
    pietra,  il  legno  e  la  pietra  non sono pi n legno n pietra,  e
    prendono qualcosa dell'uomo.  Un edificio  un dogma;  una macchina  
    un'idea.
    La  Tourgue  era  la  fatale risultante del passato che si chiamava la
    Bastiglia a Parigi, la Torre di Londra in Inghilterra, lo Spielberg in
    Germania,  l'Escuriale  in  Spagna,   il  Cremlino  a  Mosca,   Castel
    Sant'Angelo a Roma.
    Nella Tourgue erano condensati millecinquecento anni, il medio evo, il
    vassallaggio, la gleba, il feudalismo; nella ghigliottina, un anno, il
    '93:  e  quei  dodici  mesi  facevano  da  contrappeso a quei quindici
    secoli.
    La Tourgue era la monarchia; la ghigliottina era la rivoluzione.
    Tragico confronto.
    Da  una  parte  il  debito;   dall'altra  la  scadenza.   Da  un  lato
    l'inestricabile  complicazione  gotica,   il  servo,  il  signore,  lo
    schiavo,  il  padrone,  la  plebe,   la  nobilt  il  codice  multiplo
    ramificato  in  usanze,   il  giudice  e  il  prete  coalizzati,   gli
    innumerevoli  legami,  il  fisco,   le  gabelle,   la  manomorta,   le
    capitolazioni,   le  eccezioni,   le  prerogative,   i  pregiudizi,  i
    fanatismi, il regio privilegio di bancarotta, lo scettro, il trono, il
    beneplacito, il diritto divino;  dall'altra quella semplice cosa che 
    la mannaia.
    Da un lato il nodo; dall'altro l'ascia.
    La  Tourgue era stata per gran tempo sola in quel deserto.  Era l coi
    suoi piombatoi da dove erano colati a rivi l'olio  bollente,  la  pece
    ardente e il piombo fuso,  con le sue segrete pavimentate di ossa, con
    la sua camera di squartamento,  con la  enorme  tragedia  di  cui  era
    piena.  Aveva dominato con la sua funesta sagoma quella foresta: aveva
    avuto in quell'ombra quindici secoli di  selvaggia  tranquillit;  era
    stata  in  quella  contrada  l'unica potenza,  l'unico freno e l'unico
    spauracchio; aveva regnato; era stata, senza concorrenti,  la barbarie
    e  a  un tratto si vedeva rizzare innanzi,  e contro di essa,  qualche
    cosa,  pi che qualche cosa,  qualcuno altrettanto orribile di lei: la
    ghigliottina.
    La pietra sembra avere talvolta strani occhi.  Una statua osserva, una
    torre guata,  una facciata d'edificio  contempla.  La  Tourgue  pareva
    esaminare la ghigliottina.
    Pareva che si interrogasse.
    Che era ci?
    Si sarebbe detto che quella cosa fosse sbucata dalla terra.
    E ne era sbucata infatti.
    Il  sinistro albero era germinato nella terra fatale.  Da quella terra
    irrorata da tanti sudori, da tante lacrime, da tanto sangue, da quella
    terra dove  erano  state  scavate  tante  fosse,  tante  tombe,  tante
    caverne,  tanti  trabocchetti,  da quella terra dove erano imputridite
    tutte le specie di morti provocate da tutte le specie di tirannie,  da
    quella  terra  sovrapposta  a  tanti abissi,  dove erano stati sepolti
    tanti delitti,  spaventosa  semente,  da  quella  terra  profonda  era
    uscita, nel giorno stabilito, quella sconosciuta, quella vendicatrice,
    quella  feroce  macchina  portagladio  e il '93 aveva detto al vecchio
    mondo: - Eccomi!
    E la ghigliottina aveva il diritto di  dire  al  mastio:  -  Sono  tua
    figlia.
    E  il  mastio  si sentiva al tempo stesso ucciso da essa,  poich tali
    cose fatali vivono d'una oscura esistenza.
    La Tourgue,  davanti  alla  temibile  apparizione,  aveva  un  che  di
    spaventato.  Si sarebbe detto che avesse paura.  La mostruosa massa di
    granito era maestosa e infame;  quella tavola col  suo  triangolo  era
    peggiore. L'onnipotente decaduta aveva orrore della nuova onnipotente.
    La storia criminale osservava la storia giustiziera. La violenza d'una
    volta si paragonava alla violenza attuale; l'antica fortezza, l'antica
    prigione, l'antica signoria, dove avevano urlato i pazienti smembrati,
    la  costruzione  di  guerra  e  d'omicidio,  fuori  servizio  e  fuori
    combattimento, violata, smantellata, scoronata,  mucchio di pietre che
    valeva quanto un mucchio di cenere,  orrenda, magnifica e morta, tutta
    piena della vertigine  dei  secoli  spaventosi,  guardava  passare  la
    terribile  ora  vivente.  L'Ieri fremeva davanti all'Oggi,  la vecchia
    ferocia constatava e subiva il nuovo spavento; ci che non era pi che
    il nulla, spalancava occhi d'ombra davanti a ci che era il terrore, e
    il fantasma guardava lo spettro.
    La natura  spietata; essa non acconsente a ritirare i suoi fiori,  le
    sue musiche, i suoi profumi e i suoi raggi davanti all'umano abominio.
    Opprime  l'uomo con il contrasto tra la bellezza divina e la bruttezza
    sociale.  Non gli fa grazia n di un'ala di farfalla,  n di un  canto
    d'uccello.  Bisogna che in pieno omicidio, in piena vendetta, in piena
    barbarie,  subisca lo sguardo delle cose sacre.  Non si pu  sottrarre
    all'immenso  rimprovero  della  dolcezza  universale e all'implacabile
    serenit dell'azzurro.  Bisogna che la deformit delle leggi umane  si
    mostri  tutta  nuda in mezzo allo splendore eterno.  L'uomo schianta e
    stritola, l'uomo sterilizza, l'uomo uccide;  l'estate rimane l'estate,
    il giglio rimane il giglio, l'astro rimane l'astro.
    Il  fresco cielo del giorno nascente non era mai stato pi incantevole
    di quel mattino.  Un tiepido vento  agitava  le  eriche.  Una  leggera
    caligine  strisciava  mollemente  tra i rami.  La foresta di Fougres,
    tutta compenetrata dell'alito che si sprigiona dalle sorgenti,  fumava
    nell'alba  come un grande portaprofumi pieno d'incenso.  L'azzurro del
    firmamento,  la bianchezza delle nubi,  la  chiara  trasparenza  delle
    acque,  la  verzura,  quella misteriosa gamma che va dal berillio allo
    smeraldo,  i gruppi d'alberi fraterni,  le  distese  erbose,  i  piani
    profondi,  tutto  aveva  quella  purit che  l'eterno consiglio della
    natura all'uomo.  Nel bel mezzo di tutto ci si spiegava la spaventosa
    impudicizia  umana.  Nel  bel  mezzo  di  tutto  ci  facevano la loro
    comparsa la fortezza e il patibolo,  la guerra e il supplizio,  le due
    figure  dell'et sanguinaria e del minuto sanguinoso: la civetta della
    notte del passato e il pipistrello del  crepuscolo  dell'avvenire.  Al
    cospetto della creazione fiorita, profumata, innamorata e incantevole,
    lo  splendido cielo inondava d'aurora la Tourgue e la ghigliottina,  e
    pareva dire agli uomini: Guardate quello che faccio io e  quello  che
    fate voi.
    Tali sono i formidabili usi che il sole fa della propria luce.
    Quello spettacolo aveva degli spettatori.
    I   quattromila  uomini  del  piccolo  esercito  di  spedizione  erano
    schierati in ordine di battaglia sul pianoro.
    Essi circondavano da tre lati la ghigliottina,  in modo  da  tracciare
    intorno a essa, in piano geometrico, la figura di una "E"; la batteria
    collocata  al  centro  della  linea  maggiore,  costituiva  il filetto
    interno della "E".  La macchina rossa era come racchiusa in  quei  tre
    fronti di battaglia,  specie di muraglione di soldati, piegato dai due
    lati fino agli orli dello scoscendimento del pianoro.  Il quarto lato,
    quello  aperto,  era  costituito  dal  burrone  stesso,  e guardava la
    Tourgue.
    Quella disposizione delle truppe formava uno spiazzo rettangolare,  in
    mezzo  al quale sorgeva il patibolo.  Via via che il giorno inoltrava,
    l'ombra portata della ghigliottina, sull'erba, si scorciava.
    Gli artiglieri erano ai loro pezzi, micce accese.
    Un tenue fumo azzurro saliva dal burrone;  era l'incendio  del  ponte,
    che finiva di spegnersi.
    Quel fumo soffondeva,  senza volerlo,  la Tourgue,  l'alta piattaforma
    della quale dominava tutto l'orizzonte.  Tra quella piattaforma  e  la
    ghigliottina   non  c'era  che  l'intervallo  del  burrone.   Dall'una
    all'altra, si poteva parlare.
    Su quella piattaforma erano state trasportate la tavola del  tribunale
    e la sedia ombreggiata dal fascio di bandiere tricolori.  Il giorno si
    alzava dietro la Tourgue,  e faceva spiccare in nero  la  massa  della
    fortezza,  e,  in  cima ad essa,  sulla sedia del tribunale e sotto il
    fascio di bandiere,  la figura d'un  uomo  seduto,  immobile,  con  le
    braccia incrociate.
    Quell'uomo  era Cimourdain.  Indossava,  come il giorno prima,  il suo
    costume di delegato  civile,  cappello  dal  pennacchio  tricolore  in
    testa, sciabola al fianco e pistole alla cintola.
    Taceva.  Tutti  tacevano.  I soldati erano a pied'arm,  e tenevano gli
    occhi bassi.  Si davano di gomito,  ma  non  si  parlavano.  Pensavano
    confusamente a quella guerra, ai tanti combattimenti, alle scariche di
    fucileria  da  dietro  le  siepi tanto coraggiosamente affrontate,  ai
    nugoli di contadini furibondi  cacciati  via  dal  loro  soffio,  alle
    cittadelle prese,  alle battaglie guadagnate,  alle vittorie, e adesso
    pareva loro che tutta quella gloria  tornasse  a  loro  vergogna.  Una
    tetra  attesa  stringeva  tutti  i  petti.   Sulla  piattaforma  della
    ghigliottina si vedeva il boia che andava e veniva. Il chiarore ognora
    crescente del mattino colmava maestosamente il cielo.
    A un tratto si ud quel velato rumore che fanno i tamburi  coperti  di
    crespo.  Quel  funebre  rullo si avvicin;  le file si aprirono,  e un
    corteo entr nel quadrilatero, dirigendosi verso il patibolo.
    Davanti a tutti i tamburi abbrunati,  poi una compagnia di granatieri,
    con  le  armi  rivolte  a  terra,  poi  un plotone di gendarmi a spade
    sguainate, poi il condannato: Gauvain.
    Gauvain camminava libero.  Non aveva corde n ai piedi n  alle  mani.
    Indossava la piccola uniforme. Aveva la spada al fianco.
    Lo seguiva un altro plotone di gendarmi.
    Gauvain  aveva  ancora  sul  viso  quella  gioia  pensosa  che l'aveva
    illuminato nel  momento  in  cui  aveva  detto  a  Cimourdain:  Penso
    all'avvenire!.  Nulla di ineffabile e di sublime come quel perdurante
    sorriso.
    Giungendo sul triste spiazzo,  il suo primo sguardo fu per la  sommit
    della torre. La ghigliottina la disdegnava.
    Sapeva  che  Cimourdain  si  sarebbe fatto un dovere di assistere alla
    esecuzione. Lo cerc con gli occhi sulla piattaforma. Ve lo trov.
    Cimourdain era livido e gelido.  Chi gli era vicino,  non ne avvertiva
    il respiro.
    Quando scorse Gauvain, non ebbe un sussulto.
    Gauvain, frattanto, avanzava verso il patibolo.
    Camminando,  guardava Cimourdain,  che guardava lui.  Si sarebbe detto
    che Cimourdain si appoggiasse su quello sguardo.
    Gauvain giunse  ai  piedi  del  patibolo.  Vi  sal.  L'ufficiale  che
    comandava  i granatieri ve lo segu.  Gauvain si sciolse la spada e la
    consegn all'ufficiale; si tolse la cravatta e la consegn al boia.
    Pareva una visione.  Non era mai sembrato cos  bello.  La  sua  bruna
    capigliatura ondeggiava al vento. Non si tagliavano i capelli, allora.
    Il  candore del suo collo faceva pensare a una donna,  e il suo occhio
    eroico e sovrano faceva pensare a  un  arcangelo.  Era  sul  patibolo,
    pensoso.  Anche quella  una vetta.  Gauvain vi stava ritto, superbo e
    tranquillo.   Il  sole,   avvolgendolo,   lo  circonfondeva  come   di
    un'aureola.
    Era  nondimeno  indispensabile  legare  il  paziente.  Il  boia gli si
    avvicin, con una corda in mano.
    In quel momento,  quando  videro  il  loro  giovane  condottiero  cos
    decisamente spinto sotto il coltello,  i soldati non resistettero pi.
    Il cuore di quegli uomini di guerra esplose.  Si ud una cosa  enorme:
    il singhiozzo di un esercito.  Si alz un clamore: Grazia!  grazia!.
    Alcuni caddero in ginocchio;  altri gettavano i  fucili,  alzavano  le
    braccia  verso  la  piattaforma,  dov'era  Cimourdain.  Un granatiere,
    mostrando la  ghigliottina,  grid:  Si  accettano  sostituzioni  per
    quella  roba li?  Eccomi!.  Tutti ripetevano freneticamente: Grazia!
    grazia!.  Avessero udito dei leoni,  ne sarebbero  stati  commossi  o
    spaventati, giacch le lacrime dei soldati sono terribili.
    Il boia si ferm, non sapendo pi che fare.
    Allora una voce,  breve e cavernosa,  e che pure tutti udirono,  tanto
    era sinistra, grid dall'alto della torre:
    - Forza alla legge!
    Fu  riconosciuto  l'accento  inesorabile.  Aveva  parlato  Cimourdain.
    L'esercito ebbe un fremito.
    Il boia non esit pi. Si avvicin, tendendo la corda.
    - Aspettate, - disse Gauvain.
    Si volt verso Cimourdain, gli fece, con la mano destra ancora libera,
    un gesto d'addio, poi si lasci legare.
    Legato che fu, disse al boia:
    - Scusate. Ancora un momento.
    E grid:
    - Viva la repubblica!
    Fu  coricato  sulla  tavola  a  bilico.  La  bella  e  fiera  testa fu
    attenagliata nell'infame collare.  Il boia  gli  alz  piano  piano  i
    capelli,  poi  premette  la  molla.  Il triangolo si stacc e scivol,
    lento dapprima, poi rapidamente. Si ud un colpo orrendo...
    Nel medesimo istante se ne ud un altro.  Al colpo di mannaia  rispose
    un colpo di pistola.  Cimourdain aveva afferrato una delle pistole che
    teneva alla cintola, e nel momento in cui la testa di Gauvain rotolava
    nel paniere,  si trapass il cuore con una palla: uno sgorgo di sangue
    gli usc dalla bocca. Cadde morto.
    E  quelle  due  anime,  tragiche sorelle,  spiccarono assieme il volo,
    l'ombra dell'una confusa alla luce dell'altra.

    FINE.

    
    INDICE.

    PARTE PRIMA - IN MARE.

    LIBRO PRIMO - IL BOSCO DELLA SAUDRAIE: pagina 7.

    LIBRO SECONDO - LA CORVETTA "CLAYMORE": pagina 28.
    1. Inghilterra e Francia congiunte.
    2. Notte sulla nave e sul passeggero.
    3. Nobilt e plebe congiunte.
    4. "Tormentum belli".
    5. "Vis et vir".
    6. I due piatti della bilancia.
    7. Chi mette alle vele mette al lotto.
    8. 9 = 380.
    9. Qualcuno scappa.
    10. Scappa proprio?

    LIBRO TERZO - HALMALO: pagina 84.
    1. La parola  il verbo.
    2. Memoria di contadino vale scienza di capitano.

    LIBRO QUARTO - TELLMARCH: pagina 107.
    1. La sommit della duna.
    2. "Aures habet et non audiet".
    3. Utilit dei caratteri grossi.
    4. Il Pitocco.
    5. Firmato: Gauvain.
    6. Le peripezie della guerra civile.
    7.  Niente grazia (parola  d'onore  della  Comune).  Niente  quartiere
    (parola d'onore dei prncipi).

    PARTE SECONDA - A PARIGI.

    LIBRO PRIMO - CIMOURDAIN: pagina 150.
    1. Le strade di Parigi a quel tempo.
    2. Cimourdain.
    3. Un cantuccio non immerso nello Stige.

    LIBRO SECONDO - LA TAVERNA DI VIA DEL PAVONE: pagina 175.
    1. Minosse, Eaco e Radamanto.
    2. "Magna testantur voce per umbras".
    3. Sussulto dalle fibre profonde.

    LIBRO TERZO - LA CONVENZIONE: pagina 216.
    1. La Convenzione.
    2. Marat tra le quinte.

    PARTE TERZA - IN VANDEA.

    LIBRO PRIMO - LA VANDEA: pagina 263.
    1. Le foreste.
    2. Gli uomini.
    3. Connivenza tra uomini e foreste.
    4. La loro vita sotterranea.
    5. La loro vita di guerra.
    6. L'anima della terra passa nell'uomo.
    7. La Vandea ha completato la Bretagna.

    LIBRO SECONDO - I TRE FANCIULLI: pagina 290.
    1. "Plus quam civilia bella".
    2. Dol.
    3. Piccoli eserciti e grandi battaglie.
    4. E' la seconda volta.
    5. La goccia d'acqua fredda.
    6. Petto guarito, cuore sanguinante.
    7. Le due facce della verit.
    8. Dolorosa.
    9. Una Bastiglia di provincia.
    10. Gli ostaggi.
    11. Spaventoso come l'antico.
    12. Si delinea il salvataggio.
    13. Che cosa fa il marchese.
    14. Che cosa fa l'"Imnus".

    LIBRO TERZO - LA STRAGE DI SAN BARTOLOMEO: pagina 391.

    LIBRO QUARTO - LA MADRE: pagina 415.
    1. Passa la morte.
    2. Parla la morte.
    3. Parlotto di contadini.
    4. Uno sbaglio.
    5. "Vox in deserto".
    6. Situazione.
    7. Preliminari.
    8. Il verbo e il ruggito.
    9. Titani contro giganti.
    10. Radoub.
    11. I disperati.
    12. Salvatore.
    13. Carnefice.
    14. Evade anche l'"Imnus".
    15. Non mettere mai nella medesima tasca un orologio e una chiave.

    LIBRO QUINTO - IN DAEMONE DEUS: pagina 492.
    I. Trovati, ma perduti.
    2. Dalla porta di pietra alla porta di ferro.
    3.   Dove   si   vedono   risvegliarsi   i  bimbi  che  si  son  visti
    riaddormentarsi.

    LIBRO SESTO - IL COMBATTIMENTO HA LUOGO DOPO LA VITTORIA: pagina 514.
    1. Lantenac preso.
    2. Gauvain pensoso.
    3. Il cappuccio del capo.

    LIBRO SETTIMO - FEUDALESIMO E RIVOLUZIONE: pagina 540.
    1. L'antenato.
    2. La corte marziale.
    3. I voti.
    4. Dopo il Cimourdain giudice, il Cimourdain arbitro.
    5. La cella.
    6. E intanto sorge il sole.







