






    Traduzioni telematiche a cura di
    Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo
    (Casa di reclusione - Opera)



    Victor Hugo.
    L'ULTIMO GIORNO DI UN CONDANNATO.







    INTRODUZIONE.

    Victor Hugo nacque il 26 febbraio 1802 a Besanon. Suo padre, Leopold-
    Sigisberg Hugo, generale dell'esercito napoleonico,  segu in Italia e
    in Spagna Giuseppe Bonaparte,  e i figli e la moglie, Sofia Trebuchet,
    gli furono accanto nei suoi spostamenti.  La Restaurazione pose fine a
    questo vagabondare.
    Dal  1815 al 1818,  Victor visse a Parigi nel convitto Cordier dove il
    padre avrebbe voluto preparasse gli esami per essere ammesso all'Ecole
    Polytechnique.   Egli  usc  invece  dall'Istituto  ben  convinto   di
    dedicarsi  alla  letteratura e nel 1819 fond con il fratello Abel "Le
    Conservateur Littraire". Nel 1822 i suoi primi scritti di intonazione
    monarchica e cattolica "Odes et poesies diverses",  gli fruttarono dal
    re  Luigi Diciottesimo una pensione di 1000 franchi che fu accresciuta
    nel 1823 per la pubblicazione di "Han d'Island".  Lo stesso anno spos
    Adele Foucher. Da questo matrimonio nacquero cinque figli.
    Sono  di  questi  anni  i  suoi primi contatti con i circoli romantici
    parigini,  primo fra tutti quello di Jacques  Nodier  alla  Biblioteca
    dell'Arsenal,   del 1827 il "Cromwell", il dramma la cui prefazione 
    considerata giustamente il manifesto delle  nuove  teorie  romantiche.
    Delle  tre  unit  aristoteliche egli mantiene la sola unit di azione
    che considera unica condizione  necessaria  per  un'opera  drammatica,
    proclama  la  necessit  di  riportare  l'arte  alla verit,  parla di
    imitazione della natura,  di introduzione della storia nel dramma,  di
    verso espressivo, vario, pieghevole.

    Nel 1830,  poich il "Cromwell" era un dramma di troppo vasta mole per
    essere rappresentato,  sulla base delle teorie  esposte,  port  sulle
    scene  l'"Hernani".   Fu  la  battaglia  decisiva  e  Victor  Hugo  fu
    riconosciuto  capo  della  nuova  scuola  romantica.  Gli  scritti  si
    susseguirono  allora  numerosi:  opere  drammatiche  ("Marion Delorme"
    1831;  "Le Roi s'amuse" 1832;  "Lucrece Borgia",  "Maria Tudor",  "Ruy
    Blas",  1838;  un  romanzo ("Ntre Dame de Paris"),  4 volumi di versi
    ("Les feuilles d'automne" 1831;  "Le chats du Crepuscule"  1835;  "Les
    Voix  Interieures" 1837;  "Les Rayon et les ombres" 1840),  e nel 1841
    divenne membro dell'Accademia Francese.
    Due avvenimenti interruppero nel 1843 per un decennio la sua  attivit
    letteraria:  la  morte  di  sua  figlia  Lopoldine e l'insuccesso del
    dramma "Les Burgraves", che determin la sua rinuncia al teatro.

    Nel 1845 venne nominato da Luigi Filippo Pari  di  Francia,  nel  1848
    deputato  all'Assemblea  Costituente,   dove  fu  uno  dei  pi  fieri
    avversari del presidente Luigi Bonaparte.  Ma il colpo  di  stato  del
    1851  segn  per lui l'inizio dell'esilio,  di quell'esilio che doveva
    durare fino al 4 settembre 1870.  Furono  letterariamente  anni  molto
    fecondi:  nel  1853  pubblic  "Les  chatiments",  aspra satira contro
    Napoleone,  nel 1856 "Les contemplations",  nel 1859  la  prima  serie
    della  "Lgende  des Siecles" (il seguito uscir nel 1877 e nel 1883),
    nel 1862 "I Miserabili".
    Rientr a Parigi dopo il crollo del Secondo Impero,  entr nel  Senato
    nel 1876 e mor il 22 maggio 1884.  Le sue esequie furono un'apoteosi;
    la sua salma fu lasciata per una notte sotto  l'Arco  di  Trionfo  dei
    Campi Elisi e vegliata da dodici poeti.













    Bictre.


    1) Condannato a morte!
    Sono cinque settimane che io vivo con questo pensiero: sempre solo con
    esso,  sempre  agghiacciato dalla sua presenza,  sempre curvo sotto il
    suo peso!
    Un tempo, poich mi sembra siano passati anni e non settimane,  io ero
    un uomo come tutti gli altri: ogni giorno, ogni ora, ogni minuto aveva
    le  sue  fantasie: e il mio spirito,  giovane e ricco,  si divertiva a
    snodarmele davanti l'una dopo l'altra  senza  alcun  ordine  o  regola
    ricamando  di  arabeschi  infiniti  il  tessuto di questa misera vita.
    Erano ragazze, splendide cappe d'arcivescovo, vinte battaglie e teatri
    illuminati e sonori;  e ragazze ancora  e  solitarie  passeggiate,  di
    notte,  sotto le larghe braccia dei castagni... Era sempre festa nella
    mia immaginazione: potevo  sempre  pensare  a  quel  che  volevo,  ero
    libero!
    Ora, invece, sono carcerato.
    Il  mio  corpo   in catene in una cella e l'anima  prigioniera d'una
    idea: un'orribile,  atroce,  implacabile  idea:  non  ho  pi  che  un
    pensiero,  che una convinzione,  che una certezza: condannato a morte!
    Qualsiasi cosa io faccia questo pensiero infernale  sempre l, solo e
    geloso ai miei fianchi come uno spettro di piombo che mi  toglie  ogni
    distrazione,  con  gli  occhi  sempre fissi nei miei,  sempre pronto a
    scuotermi con le sue mani di ghiaccio  non  appena  voglia  girare  la
    testa od abbassare le palpebre. Si insinua in tutte le maniere l dove
    cerca  di  fuggirlo  il  mio  spirito,  si  mischia  come  un orribile
    ritornello a tutte le parole che mi rivolgono,  mi assedia quando sono
    sveglio,  spia il mio sonno agitato e infine come un orribile coltello
    mi appare nei sogni.  Allora mi sveglio di colpo,  e balzando a sedere
    spaventato  da  tale  visione  esclamo:  Ah,  non era che un sogno!.
    Ebbene,  prima ancora che i miei occhi pesanti abbian  potuto  aprirsi
    abbastanza   per   contemplare   questo  spaventoso  pensiero  scritto
    nell'orribile  realt  che  mi  circonda,  sul  viscido  e  trasudante
    pavimento  della  cella,  nel  pallido lume della lucerna,  nella tela
    grossolana dei vestiti,  sulla tetra figura del soldato di guardia  la
    cui  giberna luccica al di l dello spioncino,  mi sembra che una voce
    mi abbia mormorato all'orecchio: Condannato a morte!.


    2) Fu una bella mattina d'agosto.

    Erano tre giorni che il mio processo era iniziato: tre giorni  che  il
    mio  nome  e  il  mio  delitto  richiamavano ogni mattino un nugolo di
    spettatori che venivano a calare sui banchi delle udienze  come  corvi
    intorno  a  un cadavere,  tre giorni che tutta quella fantasmagoria di
    giudici, di testimoni, di avvocati, di procuratori del re mi passava e
    ripassava davanti,  alle volte grottesca e alle  volte  spaventosa,  e
    sempre  ad  ogni  modo  cupa e terribile.  Durante le due prime notti,
    piene di inquietudini e di  terrori,  non  avevo  potuto  dormire;  la
    terza,  alla  fine,  dormii di noia e fatica.  A mezzanotte,  infatti,
    lasciati i giurati riuniti per deliberare,  mi avevano riportato sulla
    paglia   della   prigione   e   immediatamente   ero  piombato  in  un
    profondissimo sonno d'oblio: dopo molti e molti giorni erano quelle le
    prime ore di riposo.
    Quando mi vennero a svegliare ero ancora nel pi profondo  del  sonno.
    Questa  volta  non  bastarono  davvero  n  i passi pesanti e le suole
    chiodate del secondino n il tintinnio del suo mazzo di chiavi  n  il
    rauco  cigolo del catenaccio: per farmi uscire dal letargo in cui ero
    caduto ci volle la sua voce rude al mio orecchio e la sua mano pesante
    sul mio braccio: Alzatevi, su!.
    Mi alzai intontito e mi misi a sedere sul letto.
    In quel momento,  dalla stretta ed alta finestra della celia vidi  sul
    soffitto del corridoio vicino, solo cielo che mi fu dato intravvedere,
    quel  riflesso  dorato in cui degli occhi abituati alle tenebre di una
    prigione sanno cos bene riconoscere il sole.
    Io amo il sole.
    E' una bella giornata,  dissi al secondino.  Egli rest  un  momento
    senza rispondermi,  come se non sapesse se valesse la pena di spendere
    una parola; poi con qualche sforzo mormor bruscamente: Pu darsi.
    Restai immobile, coi sensi non ancora ben svegli, la bocca sorridente,
    l'occhio fisso su quel dolce riverbero che chiazzava il soffitto.
    Ecco una bella giornata ripetei.
    S, mi rispose quello, bisogna andare.
    Queste poche parole,  come l'ostacolo che interrompe il  volo  di  'un
    insetto,  mi  rigettarono  violentemente nella realt: improvvisamente
    rividi, come nel chiarore di un lampo, la cupa sala del tribunale,  il
    tavolo a ferro di cavallo dei giudici, i tre ordini di testimoni dalle
    facce un poco ebeti,  i due gendarmi ai capi del mio banco, l'agitarsi
    delle toghe nere,  il formicolare delle teste della folla,  in  fondo,
    nell'ombra,  e  il loro arrestarsi su di me,  lo sguardo fisso di quei
    dodici giurati che avevano vegliato mentre io dormivo...
    Mi alzai: mi battevano i denti e mi tremavano  le  mani;  e  al  primo
    passo che feci traballai come un facchino troppo carico.
    Tuttavia seguii il carceriere.
    I  due  gendarmi mi aspettavano sulla soglia della cella: rimessemi le
    manette ne chiusero con cura la piccola complicata serratura mentre io
    li lasciavo fare.
    Nell'attraversare un  cortile  interno  l'aria  viva  del  mattino  mi
    rianim.  Alzai  la  testa: il cielo era azzurro,  e i raggi del sole,
    rotti dai lunghi camini,  disegnavano delle grandi zone di luce  sulla
    cima dei tristi ed alti muri della prigione: era bello davvero.
    Salimmo per una scala a chiocciola;  percorremmo un corridoio,  poi un
    altro, poi ancora un terzo;  alla fine si apr una piccola porta e una
    aria  calda  e piena di brusio mi invest in viso: era il soffio della
    folla nella sala del processo.
    Entrai.
    Alla mia vista ci fu un rumore di armi  e  di  voci  e  si  spostarono
    rumorosamente  le  panche.  Le  ringhiere di legno scricchiolarono;  e
    mentre attraversavo la lunga sala tra due file di  pubblico  a  stento
    trattenuto dai soldati, mi sembr di essere come il centro al quale si
    attaccassero  i fili che facevano muovere tutte quelle facce curiose e
    protese. Proprio in quel momento mi accorsi di essere senza ferri;  ma
    non riuscii pi a ricordarmi n dove n quando me li avessero tolti.
    Poi  si fece un grande silenzio: ero giunto al mio posto.  Nel momento
    in cui il tumulto cess tra la folla, cess anche nelle mie idee: e di
    colpo compresi chiaramente ci che non avevo  fatto  che  intravvedere
    confusamente  fino  ad  allora:  che  il momento decisivo,  cio,  era
    arrivato, e che io ero l per ascoltare la mia sentenza.
    Non so come,  ma quest'idea non mi fece  terrore.  Le  finestre  erano
    aperte,  e  l'aria  e  il brusio della citt arrivavano liberamente da
    fuori;  la sala era chiara come per un giorno di nozze e  gli  allegri
    raggi del sole tracciavano qua e l la figura luminosa delle finestre,
    ora  allungata  sul  pavimento,   ora  stesa  sui  tavoli,  ora  rotta
    nell'angolo del muro.  I giudici,  in fondo alla sala,  avevano l'aria
    soddisfatta:  per la gioia,  probabilmente,  di aver quasi finito.  Il
    viso del presidente,  dolcemente rischiarato dal riflesso di un vetro,
    aveva qualcosa di calmo e di buono;  e un giovane assessore, gualcendo
    il collarino,  discorreva quasi allegramente con una graziosa  signora
    in cappellino rosa che se ne stava dietro di lui.
    Solo i giurati sembravano pallidi e abbattuti: ma era,  come sembrava,
    per la fatica di  aver  vegliato  tutta  la  notte:  qualcuno  infatti
    sbadigliava,  e  niente  faceva  sospettare  in  loro degli uomini che
    stessero per pronunciare una sentenza di morte: nell'aspetto  di  quei
    buoni borghesi io non leggevo che una gran voglia di dormire.
    Di  fronte  a  me  una  finestra era completamente spalancata: sentivo
    ridere delle fioraie sulla strada;  e sul davanzale,  un piccolo fiore
    giallo  tutto  pieno  di sole giocava con il vento in una crepa.  Come
    avrebbe mai potuto nascere un'idea sinistra in mezzo a immagini  tanto
    piacevoli?
    Inondato  di  aria  e di sole non mi fu possibile pensare ad altro che
    alla libert: la  speranza  mi  brillava  nel  cuore  come  il  giorno
    all'intorno e,  tranquillo, aspettavo la sentenza come si aspettano la
    liberazione e la vita.
    Nel frattempo,  atteso gi da un poco,  era giunto  il  mio  avvocato.
    Preso alfine il suo posto si pieg verso di me con un sorriso.
    - Io spero  - mi disse.
    - Non  vero?!  - risposi allegro e sorridendo anch'io.
    -  S    -  riprese   - non so ancora niente della loro motivazione ma
    certo hanno dovuto escludere la premeditazione;  e allora non saranno,
    di sicuro, che i lavori forzati.
    - Ma cosa dite mai?!  - replicai indignato  - piuttosto cento volte la
    morte!
    S, la morte!
    E  del  resto,  mi  ripeteva  una voce da dentro,  cosa rischio a dire
    questo? Si  mai pronunciata sentenza di morte se non a mezzanotte, al
    lume delle torce,  in una sala tetra  e  nera  durante  una  fredda  e
    piovosa  notte d'inverno?  Nel mese di agosto,  alle otto del mattino,
    con una  cos  bella  giornata  e  questi  buoni  giurati,  suvvia,  
    impossibile!  E  i  miei  occhi tornavano a fissarsi sul piccolo fiore
    giallo che tremava al sole.
    D'improvviso il presidente,  che  non  aspettava  che  l'avvocato,  mi
    invit  ad  alzarmi.  I  soldati  presentarono  le armi e come per una
    scossa elettrica tutta l'assemblea fu in piedi nello  stesso  istante.
    Una figura scialba e insignificante sistemata in un tavolo al di sotto
    del tribunale (il segretario, io penso) prese allora la parola e lesse
    il  verdetto che i giurati avevano pronunciato durante la mia assenza.
    Un sudore freddo usc da  ogni  parte  del  mio  corpo  e  mi  dovetti
    appoggiare al muro per non cadere.
    -  Avvocato    -  chiese  il  presidente    -  avete  qualcosa da dire
    sull'applicazione della pena?
    Io, avrei avuto tutto da dire, io; ma non mi venne niente, e la lingua
    mi rimase incollata al palato.
    Si alz allora il mio difensore.
    Capii che cercava di attenuare la dichiarazione della giuria e di  far
    sostituire  alla  pena richiesta quell'altra che io ero cos indignato
    di vedergli sperare.
    Bisogna che l'indignazione fosse ben forte per farsi strada attraverso
    le mille emozioni che si contendevano la mia attenzione: volli infatti
    ripetere ad alta voce quel che gli avevo gi  detto:  -  Piuttosto  la
    morte!    -  ma mi manc il fiato;  e non potei far altro che fermarlo
    bruscamente per il braccio gridando con forza convulsa: - No!    -  Il
    procuratore  generale  ribatt  all'avvocato,  e  io  lo  ascoltai con
    soddisfazione insensata; e poi i giudici uscirono, poi rientrarono,  e
    il presidente mi lesse la sentenza.
    -  Condannato  a morte,  disse la folla;  e mentre mi portavano fuori,
    tutta quella gente si rovesci sui miei passi con  il  fragore  di  un
    edificio che crolla.
    Camminavo   ebbro   e   intontito:  dentro  di  me  era  avvenuta  una
    rivoluzione: fino alla condanna a  morte  mi  ero  sentito  respirare,
    palpitare,  vivere in mezzo a tutti gli altri,  ora invece distinguevo
    chiaramente come un abisso tra me e il mondo.  Niente mi appariva  pi
    sotto  lo  stesso aspetto di prima.  Quelle ampie e luminose finestre,
    quel bel sole,  quel cielo sereno,  quel  fiore  grazioso,  tutto  era
    pallido e bianco come un sudario;  e quegli uomini, quelle donne, quei
    bambini che si accalcavano al mio passaggio mi sembravano fantasmi.
    In fondo alla scala mi  aspettava  una  nera  e  sudicia  vettura.  Al
    momento  di  salirvi guardai per caso nella piazza:  - Un condannato a
    morte!  - gridavano i passanti correndo verso la vettura; e attraverso
    la nube, che mi sembrava essersi frapposta tra me e le cose,  distinsi
    due  ragazze  che mi seguivano con gli occhi avidi:  - Bene,  disse la
    pi giovane battendo le mani, sar tra sei settimane.


    3) Condannato a morte!
    Ebbene,  perch no?  Gli "uomini",  mi ricordo di aver letto in non so
    pi  che  libro  dove non c'era che quello di buono,  "gli uomini sono
    tutti dei condannati a morte con delle dilazioni indefinite".  Che c'
    dunque di cos cambiato nella mia situazione?
    Dal  momento in cui  stata pronunciata la mia condanna quanta gente 
    morta che si preparava a una lunga vita!  Quanti mi  hanno  preceduto,
    che,  giovani,  liberi e sani contavano di andare a vedere rotolare la
    mia testa,  il tale giorno,  in place  de  Grve!  Quanti  forse  mi
    precederanno  di  quelli  che  ora camminano e respirano all'aperto ed
    entrano ed escono quando vogliono!
    E poi, che cosa ha mai,  dunque,  di cos desiderabile la vita per me?
    La  giornata  piena  di  tristezza  e il pane nero della prigione,  la
    razione di brodaglia sorbita  nella  tinozza  dei  galeotti,  l'essere
    strapazzato,  io,  che  ho  avuto  una educazione raffinata,  l'essere
    svillaneggiato da secondini e guardia-ciurma,  non vedere essere umano
    che mi creda degno di una parola, trasalire senza posa per quel che ho
    fatto, e quel che mi faranno: ecco qua, pi o meno, i soli beni che il
    boia mi possa ormai togliere.
    Ah! ma non importa:  orribile ugualmente!


    4) La vettura nera mi trasport qui, in questa odiosa Bictre.
    Visto  da  lontano  l'edificio  ha  qualcosa  di  maestoso:  si stende
    all'orizzonte, davanti a una collina, e, da distante,  conserva ancora
    un po' del suo antico splendore,  un'aria da castello reale. Ma a mano
    a  mano  che  ci  si  avvicina  al  palazzo  diventa  sempre  pi  una
    catapecchia:  i muri in rovina feriscono la vista,  e un non so che di
    squallido e laido ne deturpa tanto la facciata regale che  si  direbbe
    che i muri siano rosi come da una lebbra; niente pi imposte n vetri,
    ma  robuste  inferriate  a cui si aggrappa qualche pallida e macilenta
    figura di un galeotto o di un pazzo. E' la vita vista da vicino.


    5) Appena arrivato,  delle mani di ferro si impadronirono  di  me.  Si
    moltiplicarono  le precauzioni: niente coltello e niente forchetta per
    mangiare;  e la camicia di forza,  una specie di sacco di  telacanapa,
    imprigion le mie braccia: si rispondeva infatti della mia vita. Avevo
    ricorso  in  cassazione  e  si poteva avere sulle spalle questa noiosa
    faccenda per  sei  o  sette  settimane:  l'importante  era  dunque  di
    conservarmi sano e salvo per la place de Grve.
    I  primi  giorni  mi  trattarono  con  una  dolcezza  che  mi riusciva
    terribile: gli sguardi di un  carceriere,  si  voglia  o  no,  puzzano
    sempre  di  cadavere.   Per  fortuna,   per,  dopo  solo  poco  tempo
    l'abitudine riprese il sopravvento,  e  mi  confusero  con  gli  altri
    prigionieri in una comune brutalit senza pi usarmi quelle insolite e
    cos diverse cortesie che continuamente rimettevano il boia davanti ai
    miei  occhi.  N questo,  del resto,  fu il solo miglioramento: la mia
    giovinezza,  la mia docilit,  le cure del cappellano della prigione e
    soprattutto  qualche  parola in latino rivolta al carceriere senza che
    quello  ne  abbia  mai  capito  niente,  mi  aprirono  ben  presto  la
    passeggiata  con  gli altri detenuti una volta alla settimana e fecero
    sparire la camicia  in  cui  ero  immobilizzato.  Infine,  dopo  molte
    esitazioni,  mi diedero persino della carta da scrivere, l'inchiostro,
    una penna e una lucerna.
    E ancora, tutte le domeniche, dopo la Messa,  mi si lascia nel cortile
    durante la ricreazione, dove, per forza, discorro con i detenuti. Sono
    buona gente, poveretti.
    Mi  raccontano  le  loro carovane: cose da far rabbrividire,  se non
    sapessi che si vantano;  e mi insegnano a parlare in gergo,  a batter
    l'incudine,  come  dicono.  E'  tutta una lingua fiorita sulla lingua
    normale,  come una specie di nauseante escrescenza,  come un  bubbone.
    Qualche  volta per c' in essa anche un'energia singolare,  un che di
    orribilmente pittoresco: c' del vino  sul  solco  (del  sangue  sul
    cammino),  essi dicono, oppure sposare la vedova (essere impiccato),
    come se la corda della forca fosse vedova di tutti gli  impiccati.  La
    testa  di  un  ladro,  poi,  ha  due nomi: la Sorbona quando medita,
    studia ed elabora il colpo;  il ceppo quando il  boia  la  taglia.
    Altre volte si tratta di spirito di farsa: un fazzoletto di vimini 
    il paniere del cenciaiolo,  la bugiarda  la lingua; ma soprattutto,
    sempre,  in ogni momento sono parole bizzarre,  misteriose,  sordide e
    laide,  nate chiss dove: il taule (il boia),  la cone (la morte),
    il cartello (la piazza delle esecuzioni): un linguaggio da rospi che
    ti avvolge come una ragnatela.  Quando si sente parlare questa lingua,
    si  ha l'impressione di qualcosa di sporco e di lurido,  di un mucchio
    di stracci che si vorrebbe togliere di mezzo al pi presto possibile.
    Ma almeno questi uomini mi compiangono. E sono i soli. I carcerieri, i
    secondini, i guardiani discorrono e ridono; e parlano di me, davanti a
    me, come di una cosa.


    6) Mi son detto: dal momento che ho la possibilit di scrivere, perch
    non farlo?  Gi!  ma che scrivere,  poi?  Chiuso tra quattro  mura  di
    pietra nude e fredde,  senza libert di movimento, senza orizzonte per
    i miei occhi,  tutto il giorno  occupato,  per  unica  distrazione,  a
    seguire macchinalmente il lentissimo corso del riquadro biancastro che
    lo  spioncino  della porta disegna sul viscido muro di fronte,  sempre
    solo  con  un'unica  idea,  con  l'idea  del  delitto  e  della  pena,
    dell'assassinio  e  della morte,  potrei forse avere qualcosa da dire,
    io,  che non ho pi niente da fare in questo mondo?  E che troverei in
    questo cervello inaridito e vuoto che valga la pena di essere scritto?
    E perch no,  poi?  Se tutto, intorno a me,  monotono e senza colore,
    non ho forse, dentro, una tempesta,  una lotta,  una tragedia?  Questa
    idea  fissa  che mi possiede non mi si presenta forse ad ogni ora,  in
    ogni istante,  sotto un nuovo aspetto,  sempre pi odiosa e spietata a
    mano a mano che si avvicina il mio ultimo istante?  Perch mai tenter
    di dire a me stesso tutto ci che io provo di  violento  e  di  strano
    nella disperata situazione in cui sono?  Certo la materia  abbondante
    e, per breve che sia ormai la mia vita, ci sar bene con le angosce, i
    terrori e le torture che ancora la devono certo riempire, di che usare
    questa penna e svuotare questo calamaio!  Del resto il solo mezzo  per
    soffrire meno  proprio osservare le proprie angosce; e il dipingerle,
    dunque,  in  qualche  modo  mi distrarr.  E poi,  quello che scriver
    potrebbe anche non essere inutile,  forse.  Questo  diario  delle  mie
    sofferenze,  redatto  ora  per ora,  minuto per minuto,  supplizio per
    supplizio, se avr la forza di condurlo fino al momento in cui mi sar
    fisicamente impossibile continuare,  questa storia,  necessariamente
    interrotta ma il pi possibilmente completa delle mie sensazioni,  non
    potr forse contenere un grande e profondo insegnamento?
    Non ci sar dunque in  questo  processo  verbale  di  un  pensiero  in
    agonia,  in questa progressione sempre crescente di dolori,  in questa
    specie di autopsia intellettuale di un condannato a morte,  pi di una
    lezione  per  coloro  che  tranquillamente  condannano?  Forse  questa
    lettura render loro la mano meno facile quando si tratter di gettare
    qualche altra volta una testa che pensa,  la  testa  di  un  uomo,  su
    quella  che  loro chiamano la bilancia della giustizia?  Possibile che
    non abbiano mai pensato,  i disgraziati,  alla  lenta  successione  di
    torture  che nasconde la formula spiccia di una condanna a morte?  Non
    si siano mai fermati a riflettere, anche solo per un istante,  intorno
    all'idea  acutamente  dolorosa  che  nella testa che loro tagliano c'
    un'intelligenza:  un'intelligenza  che  aveva  contato   sulla   vita,
    un'anima che non si  affatto preparata a morire ? No. Loro non vedono
    in  tutto  questo che la caduta a piombo di un coltello a mezza luna e
    pensano di certo che il condannato non ha niente davanti a s,  niente
    dietro di s.
    Questi   fogli   li   disinganneranno:  pubblicati  forse  un  giorno,
    fermeranno  infine  la  loro  attenzione  per  qualche  istante  sulle
    sofferenze  dello  spirito:  poich  infatti  sono queste che loro non
    sospettano,  n immaginano affatto.  Loro godono,  trionfanti di poter
    uccidere senza quasi far male; come se proprio di questo si trattasse!
    Cos' mai, infatti, il dolore fisico paragonato a quello morale?
    Oh,  l'orrore e la piet delle leggi fatte in un simile modo! Ma verr
    il giorno in cui...  e forse queste memorie,  ultime confidenti di  un
    miserabile, vi avranno contribuito.
    A  meno  che,  dopo la mia morte,  il vento non giochi nel cortile con
    questi pezzi di carta imbrattati di fango o che essi abbiano a marcire
    sotto la pioggia incollati sui vetri rotti di qualche finestra  di  un
    carceriere.


    7) Che quello che qui scrivo possa un giorno essere utile ad altri,  o
    possa fermare il  giudice  sul  punto  di  giudicare,  o  salvare  dei
    disgraziati,  innocenti  o  colpevoli,  dall'agonia alla quale io sono
    condannato, in fondo, che mi interessa?
    Quando la mia testa sar stata tagliata che m'importa, suvvia, che non
    se ne taglino altre?  Posso io dunque aver pensato  davvero  a  simili
    follie?  Abbattere  il  patibolo dopo esservi salito!  Bel guadagno ne
    ricaverei!
    Ah, il sole, la primavera, i prati pieni di fiori,  gli uccelli che si
    svegliano al mattino, le nuvole, gli alberi, la natura, la libert, la
    vita,  tutto questo non  pi per me! Ah, sono io che mi devo salvare,
    sono io!
    E' mai possibile che ci non si possa,  che io  debba  morire  domani,
    oggi stesso magari, che le cose stiano proprio ineluttabilmente cos?
    Mio Dio che terribile idea; da spaccarsi la testa contro il muro della
    prigione.


    8) Vediamo, dunque, cosa mi resta.
    Tre giorni di dilazione dopo la condanna per il ricorso in cassazione.
    Otto giorni d'oblio negli uffici della corte d'Assise, dopo di che, le
    pratiche, come essi dicono, sono inviate al ministro.
    Quindici  giorni  di  attesa presso il ministro che non sa nemmeno che
    esistono, ma che tuttavia si suppone le trasmetta, dopo attento esame,
    alla Corte di cassazione.
    L,   classificazione,   numerazione,    registrazione;    poich   la
    ghigliottina   affollata,  si sa,  ed ognuno deve passare quando  il
    suo turno.
    Quindici  giorni  per  vigilare  che  non  abbia  un  trattamento   di
    privilegio!
    Infine  la  corte  si  riunisce,  in  genere al gioved: rigetta venti
    ricorsi in massa e rinvia il tutto al ministro;  questi la  rinvia  al
    procuratore generale,  il procuratore generale al boia. Tre giorni. La
    mattina del quarto,  il sostituto del procuratore  generale  si  dice,
    mettendosi la cravatta:
    - Bisogna pure che questo affare finisca!...
    Allora  se  il  vice cancelliere non ha qualche pranzo da amici che lo
    tenga impegnato, l'ordine di esecuzione  abbozzato, redatto, messo in
    bella copia e spedito;  e l'indomani mattina all'alba nella place  de
    Grve  si  sente  martellare  un  carpentiere e agli incroci urlare a
    piena voce i banditori arrochiti. In tutto sei settimane: la ragazzina
    aveva ragione. Ora, ecco sono almeno cinque settimane,  forse sei (non
    ho il coraggio di contare) che mi trovo in quest'orribile posto,  e mi
    sembra che tre giorni fa fosse gioved.


    9) Devo fare testamento.
    Ma a che pro?  Io sono condannato  alle  spese:  e  tutto  quello  che
    possiedo  baster appena appena: la ghigliottina  infatti molto cara,
    a quel che sembra.
    Lascio dunque una madre, una moglie e una figlia.
    Una bimbetta di tre anni,  dolce,  rosea e delicata,  con  due  grandi
    occhi neri e dei lunghi capelli castani: quando la vidi l'ultima volta
    aveva due anni e un mese.
    E cos, dopo la mia morte, tre donne senza figlio, senza marito, senza
    padre: tre orfane di specie diversa, tre vedove per colpa della legge.
    Ammetto  benissimo  che  io  sia  stato  giustamente punito: ma queste
    innocenti che hanno mai fatto? Perch mai vengono disonorate e mandate
    tranquillamente in rovina?  Perch vuole cos la giustizia?  Del resto
    non     per  la  mia  povera  vecchia  mamma  che  mi  preoccupo:  ha
    settantaquattro anni e certo  morir  di  crepacuore.  O  se  riuscir
    ancora a vivere un po',  purch abbia fino alla fine un poco di cenere
    calda dentro il suo scaldino, non dir mai niente.
    N pi mi preoccupa mia moglie che,  malaticcia e debole com'  sempre
    stata, sicuramente anche lei morr.
    A  meno  che  non  impazzisca.  Si  dice che questo faccia vivere;  ma
    l'intelligenza, almeno,  non soffre: dorme;  e in fin dei conti  come
    se fosse morta.
    Ma  mia  figlia,  la  mia  bimba,  la mia povera piccola Maria,  che a
    quest'ora ride e gioca e canta e non pensa a niente,  lei,   lei che
    mi fa male.


    10) Ecco dunque qui la mia cella.
    Otto piedi quadrati.  Quattro muri di pietra viva che si appoggiano ad
    angolo retto su un pavimento sopraelevato di un  gradino  rispetto  al
    corridoio esterno.
    A  destra della porta,  entrando,  una specie di nicchia che forma una
    parodia di alcova.  Ci si butta una bracciata di paglia e si pensa che
    il  prigioniero  possa  dormirvi e riposare,  vestito com',  estate e
    inverno, di un paio di calzoni di tela e di una casacca di traliccio.
    Sopra la testa, al posto del cielo,  una nera volta ogiva,   cos che
    si chiama, da cui le ragnatele pendono come se fossero stracci.
    Per  il resto n finestra n spiragli: solo una porta tutta coperta di
    ferro, al centro della quale,  c' una piccolissima apertura difesa da
    una inferriata che il carceriere, di notte, pu chiudere.
    Di fuori un corridoio piuttosto lungo, rischiarato e aerato da strette
    feritoie   ricavate   nell'alto   del   muro   e   diviso  come  tanti
    scompartimenti comunicanti tra loro per  mezzo  di  bassissime  porte:
    ognuno di questi scompartimenti serve,  per cos dire, da anticamera a
    una cella come la mia.  E' in queste celle che si  mettono  i  forzati
    condannati  alla  segregazione per indisciplina,  ma le tre prime sono
    riservate ai condannati a morte poich essendo pi vicine al corpo  di
    guardia, sono pi comode per i secondini.
    Queste  celle  sono  tutto  quello  che  resta dell'antico castello di
    Bictre,   costruito  nel  quindicesimo  secolo   dal   cardinale   di
    Winchester,  lo stesso che fece bruciare Giovanna d'Arco.  Cos almeno
    ho sentito dire da alcuni curiosi che sono venuti a vedermi  l'altro
    giorno nella mia tana,  e che mi guardavano da lontano come una bestia
    da serraglio. Il secondino ci ha guadagnato cento soldi.
    Mi dimenticavo di dire, poi, che alla porta c' una sentinella,  notte
    e  giorno,  e  che i miei occhi non possono alzarsi verso lo spioncino
    senza incontrare i suoi sempre fissi, sbarrati su di me. E l'aria e la
    luce del giorno si  possono  appena  immaginare  in  questa  botte  di
    pietra.

    11)  Poich  il giorno ancora non appare,  che fare della notte?  Mi 
    venuta un'idea: mi sono alzato ed ho portato in giro  la  mia  lampada
    sui quattro muri della cella: sono tutti coperti di frasi, di disegni,
    di  figure  bizzarre,  di  nomi che si accavallano l'uno sull'altro: a
    carbone, a matita, col gesso, lettere nere,  bianche,  grigie,  spesso
    profonde  incisioni  nel  sasso,  e qua e l,  a volte,  dei caratteri
    rossastri che si direbbero scritti col sangue. Certo se non avessi ben
    altro cui pensare sarebbe interessante davvero questo strano libro che
    si sfoglia ai miei occhi,  pagina per pagina,  su  ogni  pietra  della
    prigione.  Mi  piacerebbe  ricomporre  in un tutto questi frammenti di
    pensiero sparsi sulla muraglia,  e ritrovare un uomo sotto ogni nome e
    ridonare  senso  e  vita  a queste iscrizioni mutilate e smembrate,  a
    queste parole troncate,  corpi senza testa,  come quelli che le  hanno
    scritte.   Sopra  il  mio  letto  ci  sono  due  cuori  fiammeggianti,
    trapassati da una freccia,  e sotto: Amore per  tutta  la  vita.  Il
    disgraziato, per la verit, non prendeva un impegno troppo lungo.
    Di  fianco  una  specie di cappello a tre punte con una piccola figura
    disegnata sotto grossolanamente e le parole: Viva l'imperatore!.
    Ancora due cuori fiammeggianti e  questa  iscrizione,  strana  in  una
    prigione: Io amo e adoro Mathieu Dauvin. Jacques.
    Sul muro di fronte si legge questo nome: Papavoine; e il P maiuscolo
     tutto arabescato e abbellito con cura.
    Il ritornello di una canzone oscena.
    Un  cappello  frigio inciso profondamente nella pietra e queste parole
    sotto: Bories - La Repubblica: era  uno  dei  quattro  sottufficiali
    della  Rochelle.  Povero  giovane!  Quanto  sono  odiose le cosiddette
    necessit politiche!  Per una idea,  per un sogno,  per un'astrazione,
    questa  orribile  realt  che  si  chiama  ghigliottina!  Ed io che mi
    lamento,  io,  miserabile,  che ho commesso un vero  delitto,  che  ho
    versato del sangue!
    Ma  non continuer nella mia ricerca: ecco che ho visto,  disegnato in
    bianco,  nell'angolo di un muro un'immagine spaventosa,  la figura del
    palco che, a quest'ora, pu darsi si rizzi proprio per me.
    Per poco la lampada non mi  caduta di mano.


    12)  Sono  corso  precipitosamente a sedermi sulla paglia con la testa
    tra le ginocchia.  Poi,  svanita poco per volta la mia paura di bimbo,
    mi ha ripreso una strana curiosit di continuare la lettura del muro.
    Vicino  al  nome  di  Papavoine  ho strappato un'enorme ragnatela tesa
    nell'angolo  e  sono  apparsi  quattro  o  cinque  nomi  perfettamente
    leggibili  insieme ad alcuni altri di cui non resta che una lievissima
    traccia: Dautun, 1815. Poulain, 1818.  Jean Martin,  1821.  Castaing,
    1823..
    Ho  letto  questi  nomi  e  mi  sono  venuti in mente lugubri ricordi:
    Dautun,  quello che aveva tagliato a pezzi il fratello e che di  notte
    andava in giro per Parigi gettando la testa in una fontana e il tronco
    in una fogna;  Poulain,  quello che aveva assassinato sua moglie; Jean
    Martin,  colui che spar un colpo di pistola a  suo  padre  mentre  il
    povero  vecchio  stava aprendo una finestra;  Castaing,  il medico che
    aveva avvelenato l'amico e che,  curandolo durante  l'ultima  malattia
    che gli aveva procurato, invece di medicine gli somministrava di nuovo
    veleno;  e Papavoine,  l'orribile pazzo che uccideva i bambini a colpi
    di coltello in testa!
    Ecco,  mi dicevo,  e un brivido di febbre mi correva per  la  schiena,
    ecco gli ospiti che mi hanno preceduto in questa cella.  E' qua, sullo
    stesso pavimento su cui sono io,  che quei sanguinari assassini  hanno
    pensato  i  loro ultimi pensieri;   intorno a questi muri,  in questo
    stretto quadrato che si sono aggirati come belve inferocite.
    E come si sono succeduti a brevi intervalli: si direbbe quasi  che  la
    cella  non  si  vuoti  mai ed abbian lasciato il posto caldo.  A me lo
    hanno lasciato.  E anch'io andr a raggiungerli al cimitero di Clamart
    dove l'erba cresce cos bene!
    Io  non sono n visionario n superstizioso;  ed  anche probabile che
    queste idee mi dessero un po' di febbre; ad ogni modo,  il fatto  che
    mentre  ero  preso  da queste immaginazioni tutt'a un tratto mi sembr
    che questi terribili nomi fossero scritti con il fuoco  sul  nero  del
    muro;  un  tintinnio sempre pi precipitoso mi risuon nelle orecchie,
    un bagliore rosso mi riemp gli occhi...  e mi sembr che la  prigione
    fosse  piena di uomini,  strani uomini che portavano la loro testa con
    la sinistra, e la portavano per la bocca poich non aveva capelli.
    Tutti, tranne il parricida, mi mostravano il pugno.
    Con orrore chiusi gli occhi;  e tutta la scena allora mi parve  ancora
    pi chiara.
    Sogno, visione o realt, sarei impazzito se una brusca impressione non
    mi avesse risvegliato in tempo.  Stavo quasi per cadere riverso quando
    sentii strisciare sui miei piedi nudi un ventre  freddo  e  dei  piedi
    vellutati: era il ragno che avevo disturbato e che fuggiva.
    Questo mi ha risvegliato dall'incubo.
    Gli spaventosi spettri!  Ma no,  era una nebbia, una immaginazione del
    mio cervello vuoto ed esaltato;  chimere alla Macbeth!  I  morti  sono
    morti; questi sopra tutto.
    Essi  son  ben incatenati nella tomba,  e quella non  una prigione da
    cui si possa evadere!
    Ma come pu allora essere che io abbia  avuto  cos  tanta  paura?  La
    porta del sepolcro non si apre dal di dentro!


    13) Alcuni giorni fa ho visto una cosa disgustosa.  Era appena giorno,
    e la prigione era piena di rumori.  Si sentivano aprire e chiudere  le
    pesanti  porte,   stridere  i  chiavistelli  e  le  catene  di  ferro,
    tintinnare i mazzi di chiavi appesi  alla  cintura  dei  secondini,  e
    tremare le scale dall'alto in basso sotto il peso di passi precipitosi
    e voci che si chiamavano da un capo all'altro dei lunghi corridoi.
    I miei vicini di cella,  i forzati in segregazione,  erano pi allegri
    del solito. Tutta Bictre pareva ridere, cantare, correre, danzare.
    Io,  solo muto in tutto quel fracasso,  solo immobile in quel tumulto,
    attento e stupito, ascoltavo.
    Pass  un  secondino.  Mi  azzardai  a  chiamarlo e a chiedergli se in
    prigione era festa.
    - In un certo senso, s!  - mi rispose.   - E' oggi,  infatti,  che si
    ferrano  i  forzati  che  devono  partire per Tolone: se volete vedere
    avrete da divertirvi.
    Per la verit uno spettacolo,  per odioso  che  fosse,  era  una  vera
    fortuna per un recluso solitario: e accettai il divertimento.
    Prese  le  solite  precauzioni per assicurarsi di me,  il guardiano mi
    port in un'altra piccolissima cella completamente  vuota  e  con  una
    finestra  chiusa  da  sbarre: ma una vera finestra,  ad ogni modo,  ad
    altezza d'uomo,  e attraverso cui,  realmente,  si  poteva  vedere  il
    cielo.
    -  Ecco   - mi disse  - da qui vedrete e sentirete e sarete solo nella
    vostra stanza come il re nel suo palco.
    Poi usc e chiuse su di me serrature, catenacci e chiavistelli.

    La finestra dava su di un ampio cortile ai lati del  quale  si  alzava
    come  una  muraglia  un  grande  edificio  a sei piani in pietra viva.
    Niente di pi squallido,  di pi nudo,  di pi miserabile che la vista
    di quella quadruplice facciata forata da una moltitudine di inferriate
    alle  quali  si tenevano incollati dal basso in alto una folla di visi
    pallidi e magri, schiacciati gli uni sopra gli altri come le pietre di
    un muro e tutti incorniciati, per cos dire, nei riquadri delle sbarre
    di ferro.  Erano i prigionieri,  gli spettatori  della  cerimonia  che
    aspettavano  di  diventare attori a loro volta,  e sembravano anime in
    pena agli spiragli del purgatorio che danno sull'inferno.
    Tutti guardavano in silenzio il cortile ancora  vuoto  e  aspettavano;
    qua e l,  tra le figure pallide e dolenti brillavano degli occhi vivi
    e pungenti, come di fuoco.
    Il quadrato delle prigioni che formano il cortile non si chiude su  se
    stesso:  uno dei quattro bracci dell'edificio,  infatti,   interrotto
    nel centro e non si riattacca al successivo che  tramite  un  cancello
    che  si  apre  su  di  un secondo cortile pi piccolo del primo e come
    quello recintato da muri nerastri. Tutt'intorno al cortile principale,
    addossati al muro, corrono dei sedili di pietra e nel mezzo si innalza
    un palo di ferro ricurvo destinato a sostenere una lanterna.
    Suon mezzogiorno.  Un grande portone nascosto da  una  rientranza  si
    apr  di colpo,  e con un sordo rumore di ferraglie entr pesantemente
    un carretto scortato da alcuni soldati sporchi ed unti,  in divisa blu
    con spalline rosse e bandoliere gialle: la ciurma e le catene.
    Nello  stesso  istante  come se quel rumore avesse risvegliato tutti i
    rumori della prigione,  gli spettatori delle finestre,  fino ad allora
    silenziosi ed immobili, scoppiarono in grida di gioia, in canzoni e in
    minacce  miste  a  scrosci di risa strazianti.  Su ogni viso c'era una
    smorfia: i pugni protesi fuori dalle sbarre,  tutti  urlanti  a  piena
    voce, tutti con gli occhi iniettati di sangue. Sembravano demoni.
    Gli  aguzzini,  tra  i  quali  si potevano distinguere,  per i vestiti
    borghesi e la loro paura,  alcuni curiosi venuti da Parigi,  si misero
    intanto  tranquillamente  al loro lavoro: uno di essi sal sul carro e
    cominci a lanciare ai compagni le catene,  i collari da viaggio  e  i
    pacchi  di  pantaloni  di  tela;  poi  si  divisero  tra loro le varie
    incombenze;  gli uni andarono a stendere in un angolo del  cortile  le
    lunghe  catene  che  chiamavano  nel loro gergo gli spaghi;  gli altri
    spiegarono sull'acciottolato i taffetas,  le camicie  e  i  pantaloni,
    mentre i pi abili andavano esaminando a uno a uno, sotto l'occhio del
    loro capitano,  un vecchio basso e atticciato,  i collari di ferro che
    provavano infine facendoli tintinnare  sui  sassi.  Il  tutto  tra  le
    acclamazioni  ironiche  dei prigionieri,  la cui voce non era dominata
    che dalle risate sguaiate dei forzati per i quali  si  facevano  tutti
    quei  preparativi  e  che si vedevano,  in fondo,  alle finestre della
    vecchia prigione che d sul cortile pi piccolo.
    Quando infine si termin,  un signore  tutto  ricamato  d'argento  che
    chiamavano  signor  ispettore  diede  un  ordine  al  direttore  della
    prigione;  e un attimo dopo due o tre  porte  basse  vomitarono  quasi
    contemporaneamente,  in  un  turbine  impetuoso,  un  nugolo di uomini
    laidi, urlanti e cenciosi: i forzati.
    A quella vista,  raddoppiamento di gioia alle finestre.  E  alcuni  di
    loro,  i  grandi  nomi  del  bagno,  furono  addirittura  salutati  da
    acclamazioni e applausi che loro ricevevano con una  specie  di  fiera
    modestia.
    La  maggior parte dei forzati aveva una specie di cappelli intrecciati
    dalle loro stesse mani con la paglia della cella,  sempre in una forma
    strana,  affinch,  nei  paesi  dove  si sarebbe passati,  il cappello
    facesse notare la testa: e quelli erano  ancor  pi  applauditi.  Uno,
    soprattutto,  suscit  particolari  manifestazioni  di  entusiasmo: un
    giovanotto di diciassette anni con  un  viso  di  ragazza  che  usciva
    allora  dalla cella dove era stato segregato per otto giorni;  del suo
    materasso di paglia si era fatto un vestito che lo copriva dalla testa
    ai piedi ed entr nel cortile  facendo  la  ruota  su  se  stesso  con
    l'agilit di un serpente.  Era un saltimbanco condannato per furto,  e
    al suo apparire ci fu uno scoppio di applausi e di grida di gioia.  La
    societ  aveva  un  bell'essere l,  rappresentata dalle guardie e dai
    curiosi spaventati:  il  delitto  le  sghignazzava  in  faccia,  e  di
    quell'orribile castigo ne faceva una festa di famiglia.
    Intanto,  a mano a mano che i forzati arrivavano, venivano spinti, tra
    due file di guardia-ciurma,  nel cortiletto con la cancellata  per  la
    visita  medica.  Era  l che tutti quanti facevano un ultimo disperato
    tentativo per evitare il viaggio allegando qualche misera  scusa:  gli
    occhi  malati,  la  gamba  sozza,  la mano mutilata o che altro so io;
    quasi sempre,  per erano trovati buoni per il  bagno  ed  allora,  in
    pochi  momenti,  si  rassegnavano tranquillamente,  dimenticando in un
    minuto la pretesa infermit di tutta la vita.
    Dopo un po' il cancello del piccolo cortile si apr, un guardiano fece
    l'appello in ordine alfabetico  e  tutti  i  forzati  ad  uno  ad  uno
    uscirono  e  si  andarono  a mettere in piedi in un angolo del cortile
    vicino ad un compagno assegnato dal caso della lettera iniziale: cos,
    di colpo,  ognuno si vide realmente ridotto da  solo  con  se  stesso,
    ognuno  con  la  propria  catena  per  s,  fianco  a  fianco  con uno
    sconosciuto; poich, se per caso qualcuno aveva un amico, la catena lo
    separava.
    Quando ne furono usciti una  trentina  il  cancello  fu  rinchiuso  di
    nuovo;  un  guardiano  li alline con il suo bastone,  gett davanti a
    ognuno una camicia e dei pantaloni di tela grossolana,  fece un segno,
    e tutti cominciarono a svestirsi.
    Proprio  in  quel  momento  un nuovo accidente inatteso venne a mutare
    l'umiliazione in tortura. Fino ad allora, infatti,  il tempo era stato
    abbastanza buono,  e il vento d'ottobre bench raffreddasse l'aria, di
    tanto in tanto apriva qua  e  l  nelle  brume  grigiastre  del  cielo
    qualche  spiraglio,  da cui cadeva un raggio di sole.  Ma non appena i
    forzati si furono spogliati dei loro cenci,  nel  momento  in  cui  si
    offrivano  nudi  e in piedi alla vista sospettosa dei secondini e agli
    sguardi dei curiosi che giravano loro intorno per esaminare le spalle,
    il cielo si oscur,  e sulle loro teste scoperte,  sulle povere membra
    nude,  sui loro miseri stracci sparsi sull'acciottolato, improvviso, a
    torrenti, scrosci un freddo acquazzone autunnale.
    In un  batter  d'occhio,  mentre  i  curiosi  di  Parigi  correvano  a
    ripararsi  sotto le tettoie delle porte,  lo spiazzo fu vuoto di tutti
    coloro che non erano guardiani e galeotti.
    Intanto la pioggia cadeva a fiotti e non si vedevano pi, nel cortile,
    che i forzati nudi e grondanti sul selciato sommerso. Un cupo silenzio
    era seguito alle loro rumorose bravate: tremavano e battevano i denti,
    le loro gambe magre e i ginocchi si urtavano  insieme;  e  faceva  una
    tale  pena  veder  mettere sulle loro membra illividite quelle camicie
    inzuppate, quelle vesti,  quei pantaloni gocciolanti di pioggia ch la
    nudit sarebbe sembrata addirittura migliore.
    Uno  solo,  un  vecchio,  aveva  conservata  qualche allegria e andava
    gridando,  mentre si asciugava con la camicia bagnata,  che quello non
    era nel programma. Poi cominci a ridere mostrando i pugni.
    Quand'ebbero  indossati gli abiti da viaggio,  li portarono in squadre
    di venti o trenta nell'altro  angolo  dello  spiazzo  dove  c'erano  i
    cordoni allungati per terra.
    Sono,  questi  cordoni,  delle  lunghe  e  robuste  catene  interrotte
    trasversalmente ogni due piedi da un'altra catena pi corta  alle  cui
    estremit  attaccato un collare quadrato che si apre per mezzo di una
    cerniera applicata ad uno degli angoli e che, per tutto il viaggio, si
    chiude  nell'angolo opposto con un bullone di ferro ribadito sul collo
    del galeotto. Quando sono stesi sembrano delle grandi lische di pesce.
    I   secondini   fecero   dunque   sedere   i   forzati   nel    fango,
    sull'acciottolato bagnato,  e si misero a provare loro i collari;  poi
    due fabbri della ciurma, armati di piccoli incudini,  con grandi colpi
    di mazza glieli ribatterono a freddo.  E' un momento terribile, in cui
    anche i pi arditi impallidiscono: ogni colpo  di  martello,  infatti,
    vibrato  sull'incudine  appoggiata  alle loro schiene fa rimbalzare il
    mento e un minimo  movimento  all'indietro  farebbe  loro  saltare  il
    cranio come un guscio di noce.

    Dopo quest'operazione diventarono taciturni; non si sentiva pi che il
    tintinnare delle catene e,  ogni tanto,  un grido e il colpo sordo del
    bastone del guardia-ciurma sulle membra dei  recalcitranti;  qualcuno,
    allora,  piangeva,  ma i vecchi tremavano e si mordevano le labbra. Io
    li guardavo e avevo terrore di tutti quei profili sinistri nelle  loro
    cornici di ferro.
    E  cos,  pensavo,  dopo la visita del medico la visita dei secondini;
    dopo la visita dei  secondini,  la  ferratura.  Tre  atti  per  questo
    spettacolo orribile...
    A  un  tratto  riapparve  un  raggio  di  sole:  e sembr che il fuoco
    entrasse  in  tutti   quei   cervelli.   I   forzati   si   rialzarono
    immediatamente  come in un moto convulso;  i cinque cordoni si presero
    per mano e in un momento formarono un gran  cerchio  intorno  al  palo
    della lanterna. Cantavano una canzone del bagno, una romanza in gergo,
    su  di  un'aria  ora  triste  e  ora allegra e furiosa;  ogni tanto si
    sentivano delle grida acute e degli scoppi di risa stridule e  ansanti
    mischiarsi a misteriose parole; poi delle acclamazioni furibonde; e le
    catene  che  si  urtavano  fra loro in cadenza facevano da orchestra a
    quel canto pi rauco del loro rumore.
    A un certo punto portarono in mezzo allo spiazzo  una  grande  tinozza
    dove  galleggiavano non so che erbe in una specie di liquido sudicio e
    fumante e i guardia-ciurma,  rotta la danza dei  forzati  a  colpi  di
    bastone, ve li portarono e li fecero mangiare.

    Terminato,  e  gettato  per terra i resti della broda e del pane nero,
    ricominciarono a ballare e cantare: il giorno  della  ferratura  e  la
    notte seguente, infatti,  loro concessa questa libert.
    Io,  intanto,  me ne stavo a guardare questo strano spettacolo con una
    curiosit  cos  avida,   cos  ansiosa  ed  attenta,   che   mi   ero
    completamente  dimenticato  di  me  stesso,  e  una  profonda piet mi
    commoveva fin nelle pi intime fibre  e  piangevo  quando  li  sentivo
    ridere in quella maniera.
    All'improvviso,  attraverso la fantasticheria in cui ero caduto,  vidi
    il girotondo urlante fermarsi di colpo e  ammutolire;  poi  tutti  gli
    occhi si girarono verso la finestra dov'ero io.   - Il condannato!  il
    condannato!  - gridarono tutti mostrandomi a dito;  e le esplosioni di
    gioia raddoppiarono ancora.
    Restai agghiacciato.
    Io non so in che modo mi avessero mai conosciuto.
    - Buongiorno!  Buona sera!  mi gridavano sghignazzando atrocemente,  e
    uno dei pi giovani,  faccia livida e tirata,  condannato  a  vita  ai
    lavori  forzati  mi  guard  con aria d'invidia dicendo:  - Fortunato!
    Sar "tosato"! Addio camerata!
    Io non so dire quello che provai! Effettivamente ero loro camerata, la
    Grve  sorella di Tolone; anzi, ero addirittura pi in basso di loro,
    ed erano essi che mi facevano onore. Fremevo.
    Ma gi,  loro camerata!  E di l a qualche giorno avrei  anche  potuto
    essere, io, uno spettacolo per loro.
    Ero  rimasto  alla  finestra immobile,  rattrappito,  paralizzato;  ma
    quando vidi quei cinque cordoni avanzare e rotolare verso  di  me  con
    delle parole di un'infernale cordialit;  quando, sentii il tumultuoso
    fracasso delle loro catene, dei loro clamori,  dei loro passi ai piedi
    del  muro,  mi  sembr che quel nugolo di demoni stesse per scalare la
    mia miserabile cella e,  tirato fuori un gran grido,  mi lanciai sulla
    porta  con  tutta la violenza di cui ero capace.  Ma non c'era modo di
    fuggire: i catenacci erano tirati dal di fuori.  Picchiai e gridai con
    rabbia.  Poi  mi  sembr di sentire ancora pi da vicino le spaventose
    voci dei forzati. Credetti di vedere gi le loro teste odiose apparire
    ai bordi della finestra,  gettai un altro  grido  d'angoscia  e  caddi
    svenuto


    14)  Quando  rinvenni era notte.  Ero disteso su di un giaciglio e una
    lanterna che vacillava al soffitto mi fece intravedere altri  giacigli
    allineati  ai  due  lati  del  mio.  Capii  che  mi avevano portato in
    infermeria.
    Rimasi sveglio per qualche minuto,  ma senza pensieri e senza ricordi,
    immerso nella gioia di essere in un letto.  In altri tempi, quel letto
    d'ospedale e di prigione mi avrebbe  certamente  fatto  indietreggiare
    per  il  disgusto  e  la piet,  ma ora non ero pi lo stesso uomo: le
    lenzuola erano ruvide e grigie,  vero, la coperta leggera e bucata; e
    attraverso il materasso si sentiva il pagliericcio; ma che importa! le
    mie membra potevano sgranchirsi  come  volevano  tra  quelle  lenzuola
    grigie; sotto quella coperta, per leggera che fosse, sentivo sparire a
    poco  a  poco  quell'orribile  freddo  dentro al midollo delle ossa al
    quale mi ero abituato! E mi riaddormentai.
    Era appena l'alba quando mi svegli un gran  fracasso  che  veniva  da
    fuori;  il  mio letto era vicino alla finestra e mi alzai a sedere per
    vedere che cosa fosse.
    La finestra dava sul cortile pi  grande  di  Bictre;  era  pieno  di
    gente.  Due file di veterani,  a fatica, tenevano sgombro nel mezzo un
    passaggio che lo attraversava da un capo  all'altro.  Tra  queste  due
    siepi  di  soldati  marciavano  lentamente,  sobbalzando a ogni sasso,
    cinque lunghi carri carichi d'uomini: erano i forzati che partivano.
    I carri erano scoperti,  e ogni cordone ne  occupava  uno.  I  forzati
    erano seduti ai due lati, addossati gli uni agli altri, separati dalla
    catena   comune   che   si   snodava   nel  senso  della  lunghezza  e
    sull'estremit della quale, in piedi,  con il fucile spianato,  teneva
    il piede una guardia.  Si sentivano tintinnare i loro ferri e, ad ogni
    scossa della vettura,  si vedevano sobbalzare le teste  e  ballare  le
    gambe penzoloni.
    Una  pioggia  fine e penetrante rendeva freddissima l'aria e incollava
    loro sulle ginocchia i pantaloni di tela da grigi diventati  neri.  Le
    loro lunghe barbe,  i corti capelli,  gocciolavano;  i loro visi erano
    lividi;  li si vedeva rabbrividire e i loro denti battevano dall'ira e
    dal freddo.  Per il resto,  non un movimento era possibile.  Una volta
    attaccati a quella catena non si  pi  che  una  particella  di  quel
    tutto  odioso  che  si  chiama il cordone e che si muove come un unico
    uomo. L'intelligenza deve abdicare, il collare del bagno la condanna a
    morte; e l'animale stesso non deve pi avere bisogni o desideri che ad
    ore fisse.
    Cos,  immobili,  la maggior parte mezzi nudi,  teste scoperte e piedi
    penzoloni,  essi  cominciavano  il loro viaggio di venticinque giorni,
    vestiti con gli stessi vestiti sia per il sole a piombo di luglio, sia
    per le fredde piogge di novembre come se si volesse  incaricare  anche
    il cielo di fare la sua parte di boia.
    Tra  la  folla  ed  i carri,  intanto,  si era intavolato non so quale
    orribile  dialogo:  ingiurie  da  una   parte,   bravate   dall'altra,
    imprecazioni da tutt'e due; ma, a un segnale del capitano vidi piovere
    a caso nei carri colpi di bastone sulle spalle o sulle teste,  e tutto
    ritorn subito in  quella  specie  di  calma  esteriore  che  chiamano
    "ordine".  Ma  gli  occhi  erano  pieni  di vendetta e i pugni di quei
    miserabili si stringevano sulle ginocchia.
    I cinque carri,  scortati da gendarmi a cavallo e da guardie  a  piedi
    sparirono infine sotto l'alto portone a volta di Bictre seguiti da un
    sesto  nel  quale traballavano alla rinfusa le pentole,  le gavette di
    rame e le catene di ricambio.
    Qualche guardia-ciurma che si era attardata in cantina usc  di  corsa
    per  raggiungere  la  sua squadra.  La folla si allontan.  E tutto lo
    spettacolo svan come una fantasmagoria.  Si sent diminuire a poco  a
    poco nell'aria il sordo rumore delle ruote e degli zoccoli dei cavalli
    sulla via acciottolata di Fontainebleau,  gli schiocchi di frusta,  il
    tintinnio delle catene e le urla della gente che augurava disgrazie al
    viaggio dei galeotti; poi pi niente.
    E quello per loro non era che l'inizio!
    Cosa mi diceva dunque l'avvocato? L'ergastolo! Ah, ma s, piuttosto il
    palco che il bagno,  piuttosto il nulla che l'inferno,  piuttosto dare
    la  mia  testa  al coltello di Guillottin che al collare della ciurma!
    L'ergastolo, mio Dio!

    15) Sfortunatamente non ero malato.  Il  giorno  dopo  dovetti  uscire
    dall'infermeria e mi ringhiott la cella. Non ammalato! Effettivamente
    sono  giovane,  sano e forte.  Il sangue circola liberamente nelle mie
    vene,  tutte le mie membra obbediscono ad  ogni  mio  capriccio,  sono
    robusto  di  corpo e di spirito,  fatto per una lunga vita: s,  tutto
    questo  vero; e tuttavia ho una malattia mortale,  una malattia fatta
    dalle mani degli uomini.

    Da  quando  sono  uscito dall'infermeria mi ha preso un'idea pungente,
    una idea da rendermi folle, che avrei forse potuto fuggire se qualcuno
    mi avesse un  po'  favorito.  Quei  medici,  quelle  suore  di  carit
    sembravano avere interesse per me: morire cos giovane e di una simile
    morte!  Si  sarebbe  detto  che mi compiangessero tanto si affollavano
    intorno al  mio  letto.  Bah!  curiosit!  E  poi,  questa  gente  che
    guarisce,  ti guarisce s da una febbre,  ma non certo da una sentenza
    di morte.
    E sarebbe loro tuttavia cos facile!  Una porta aperta!  Che cosa  mai
    costerebbe loro?
    Mah! Pi nessuna speranza, ormai! Il mio ricorso sar respinto, poich
    tutto    in  regola: i testimoni hanno ben testimoniato,  i difensori
    hanno ben difeso, i giudici hanno ben giudicato. Io non ci sono pi, a
    meno che... No, pazzie!  Pi nessuna speranza!  Il ricorso  una corda
    che  vi  tiene  sospesi sopra l'abisso e che si sente scricchiolare ad
    ogni  momento  finch  si  spezza.   E'  come  se  il  coltello  della
    ghigliottina impiegasse sei settimane a cadere.
    E se io avessi la grazia? Avere la grazia! E da chi? e perch? e come?
    E'  impossibile  che mi si faccia la grazia.  I precedenti come dicono
    loro.
    Non mi restano pi che tre passi da fare: Bictre, la Conciergerie, la
    Grve.


    16) Durante le poche ore passate all'infermeria mi ero  seduto  vicino
    ad una finestra,  al sole finalmente riapparso,  o meglio,  a prendere
    del sole tutto quello che mi lasciavano le sbarre dell'inferriata.
    Me ne stavo l,  con la testa pensante tra le mani che la reggevano  a
    stento,  i  gomiti  sulle  ginocchia  e i piedi sui pioli della sedia,
    poich lo scoramento mi fa incurvare e ripiegare su me stesso come  se
    non avessi pi ossa nelle membra n muscoli nella carne.
    L'odore  di  chiuso  della  prigione  mi soffocava pi che mai e,  con
    ancora nelle orecchie tutto quel fracasso delle catene  dei  galeotti,
    sentivo una grande stanchezza. Mi sembrava che il buon Dio avrebbe ben
    dovuto  aver  piet  di  me  ed  inviarmi  almeno un piccolo uccello a
    cantare un po' con me, l in faccia sul bordo del tetto.
    Non so se sia stato il buon Dio che  mi  ha  esaudito,  ma,  quasi  in
    quello stesso istante,  sentii levarsi sotto la finestra una voce: non
    quella di un uccello,  ma molto  di  meglio:  la  voce  pura,  fresca,
    vellutata  di  una fanciulla di quindici anni.  Alzai la testa come di
    soprassalto ascoltando avidamente la canzone che cantava.  Era un'aria
    lenta e malinconica, una specie di nenia triste e lamentosa. Ecco:

    In via del Maglio  stato
    Che sono stato preso
    Ahim,
    Da tre brutti sbirri,
    Ahim poveretto,

    Non so dire quanto fu amaro il mio disappunto. La voce continu:

    Che mi hanno morsicato,
    Poveretto me.
    Che mi hanno morsicato,
    Ahim.
    M'hanno messe le manette,
    Ahim poveretto,
    e il Ruffiano  arrivato,
    Poveretto me.
    Nella strada trovo un ladro
    Ahim poveretto.
    C'era un ladro del quartiere
    Poveretto me.
    Era un ladro del quartiere.
    Ahim.
    - Vai a dire alla mia donna
    Ahim poveretto,
    Che m'hanno messo sotto chiave
    Poveretto me.
    La mia donna tutta in rabbia
    Ahim poveretto
    M'ha gridato:
    Cos'hai dunque combinato?
    Poveretto me.
    Cos'hai dunque combinato?
    Ahim.
    - Ho cavato sangue a un uomo
    Ahim poveretto,
    E i denari gli ho pigliato,
    Poveretto me.
    I denari e l'orologio
    Ahim poveretto.
    E le fibbie delle scarpe.
    Poveretto me.
    La mia donna va a Versailles
    Ahim poveretto.
    Ed ai piedi del Gran Re,
    Poveretto me.
    Una supplica depone
    Ahim poveretto
    Perch'io sia liberato.
    Poveretto me.
    Perch'io sia liberato,
    Ahim.
    Ah! se infine uscir fuori,
    Ahim poveretto,
    Far bella la mia donna,
    Poveretto me.
    Le far portare dei nastri
    Ahim poveretto
    E scarpine tutte d'oro,
    Ahim.
    Ma il Gran Re che monta in bestia,
    Disse: - Pel berretto mio,
    Poveretto me.
    Gli far ballare un ballo
    Ahim poveretto
    Senza ch'abbia a toccar terra
    Poveretto me.

    Non  ne  sentii  e  non avrei potuto sentirne di pi.  Il senso a met
    compreso e a met nascosto di quell'orribile lamento, quella lotta del
    bandito con le guardie,  quel quadro che incontra e che manda alla sua
    donna  quello  spaventoso  messaggio:  "ho  cavato  sangue a un uomo e
    m'hanno messo sotto chiave";  quella donna che corre a Versailles  con
    una  supplica,  e quel "Gran Re" che s'indigna e minaccia il colpevole
    di fargli fare un "ballo senza ch'abbia a toccar  terra...";  e  tutto
    questo  cantato  sull'aria  pi dolce e dalla pi dolce voce che abbia
    mai ascoltato l'orecchio di un uomo!...
    Sono rimasto ferito, agghiacciato,  disfatto.  Era una cosa ripugnante
    che  tutte  quelle mostruose parole uscissero da una cos fresca bocca
    di rosa: era come la bava di una lumaca su di un fiore.
    Io non saprei dire quello che provavo: ero ferito e accarezzato  nello
    stesso tempo: il gergo della caverna e della galera, questo linguaggio
    insanguinato  e grottesco,  questo lurido dialetto unito a una voce di
    fanciulla,  grazioso passaggio dalla voce di bimba alla voce di donna!
    Tutte quelle sporche e deformi parole, cantate e ritmate, armoniose!
    Ah! che cosa infame  la prigione! c' un veleno che rovina ogni cosa:
    tutto  diventa laido,  perfino la canzone di una fanciulla di quindici
    anni! Vi potete trovare un uccello, ha il fango sulle ali, vi cogliete
    un fiore grazioso, l'aspirate: puzza.


    17) Oh! se evadessi, come correrei per i campi!
    No, non bisognerebbe correre: attira l'attenzione e mette sospetto. Al
    contrario, camminare lentamente,  a testa alta,  cantando.  Cercare di
    avere qualche pastrano bleu a righe rosse che andrebbe cos bene,  dal
    momento che tutti gli ortolani dei dintorni  lo  portano  cos.  Dalle
    parti di Arcueil conosco una forra vicino a uno stagno dove, quand'ero
    in  collegio,  andavo  con  i  miei compagni a pescare le rane tutti i
    gioved.  E' l che mi potrei nascondere fino a sera.  Scesa la notte,
    riprenderei  la  mia  corsa.  Andrei a Vincennes.  No,  il fiume me lo
    impedirebbe.  Andrei ad Arpajon.  Sarebbe stato meglio prendere  dalla
    parte  di  Saint-Germain,  ed  andare  a  Le Havre,  ed imbarcarmi per
    l'Inghilterra. Non importa! Arrivo a Longjumeau. Passa un gendarme; mi
    chiede la carta d'identit... sono perduto!
    Ah! disgraziato sognatore,  rompi dunque prima di tutto il muro spesso
    tre piedi che ti imprigiona! La morte! La morte!

    Quando io penso che,  ancora bambinello,  sono venuto qui a Bictre, a
    vederne i profondissimi pozzi ed i folli.


    18) Mentre scrivevo queste cose la lucerna  andata impallidendo, si 
    fatto giorno, e l'orologio della chiesa ha suonato le sei.

    Che cosa vuol dire tutto questo?  Il secondino di  guardia    entrato
    nella mia cella,  si  tolto il cappello, mi ha salutato, si  scusato
    di disturbarmi,  e mi ha chiesto,  addolcendo come  meglio  poteva  la
    voce, cosa desiderassi mangiare...
    Un brivido mi  corso lungo la schiena: che sia per quest'oggi?


    19) E' per quest'oggi.
    Il direttore della prigione in persona  appena venuto a farmi visita.
    Mi ha chiesto in cosa mi potesse essere utile, ha espresso la speranza
    che io non abbia avuto a lamentarmi di lui o dei suoi inferiori,  si 
    informato con interesse della mia salute e di come avessi  passato  la
    notte; e lasciandomi, mi ha chiamato, "signore"!
    E' per quest'oggi!


    20) Non crede,  questo carceriere,  che io abbia a lamentarmi di lui e
    dei suoi secondini. E ha ragione. Avrei torto, infatti,  a lamentarmi;
    loro  hanno  fatto  il  loro  mestiere:  mi  hanno  ben  custodito;  e
    all'arrivo e alla partenza sono stati gentili;  non devo dunque essere
    contento?
    Questo  buon  carceriere,  con  il suo sorriso benigno,  le sue parole
    carezzevoli, il suo occhio che lusinga e che spia, con le sue grosse e
    larghe mani,   la prigione incarnata,   Bictre fatto uomo.  Tutto 
    prigione intorno a me: ritrovo la prigione sotto tutte le forme, sotto
    forma  umana come sotto forma di sbarre e catenacci.  Questo muro  la
    prigione in pietra;  questa porta    la  prigione  in  legno;  questi
    secondini sono la prigione in carne ed ossa!  La prigione  una specie
    di essere orribile,  completo,  indivisibile,  mezzo edificio e  mezzo
    uomo.  E  io  sono  sua  preda:  essa  mi cova e mi nasconde nelle sue
    pieghe, mi rinserra tra i suoi muri di granito,  mi incatena dietro le
    sue  serrature  di  ferro  e  mi  sorveglia  con  gli  occhi  dei suoi
    secondini.

    Ah! miserabile! Che cosa sto per diventare?  Che cosa vogliono fare di
    me?


    21) Sono calmo,  finalmente.  Tutto  finito,  completamente finito; e
    sono uscito dall'orribile ansia in cui mi aveva gettato la visita  del
    direttore: poich, lo confesso, speravo ancora. Ora, grazie a Dio, non
    spero pi.

    Ecco come sono andate le cose.

    Nel  momento  in cui suonavano le sei e mezzo  - no,  le sette meno un
    quarto  - la porta della cella si  aperta di nuovo;  ed  entrato  un
    vecchio  con  la  testa  tutta bianca,  vestito con un lungo soprabito
    scuro.
    Era un prete; non per il cappellano della prigione.
    Egli si  seduto di fronte a me con un sorriso benevolo; poi ha scosso
    la testa e alzato gli occhi al cielo, cio, alla volta della cella. Io
    capii.
    - Figlio mio  - mi disse  - siete preparato?
    - Preparato, no  - risposi  - ma sono pronto.
    Poi mi si confuse la vista,  un sudore freddo  mi  usc  da  tutte  le
    membra,  mi sentii gonfiare le tempie; le orecchie si riempirono di un
    ronzio confuso.
    Intanto che vacillavo sulla  sedia  come  assopito,  il  buon  vecchio
    parlava.  Almeno,  cos mi  parso, e mi sembra anche di ricordarmi di
    aver visto muoversi le sue labbra, agitarsi le sue mani e, ogni tanto,
    brillare i suoi occhi.
    All'improvviso la porta si  aperta una seconda volta strappandoci  di
    colpo con il rumore dei chiavistelli,  me al mio stupore,  lui ai suoi
    discorsi,  e una specie di signore in  abito  nero,  accompagnato  dal
    direttore  della prigione,  si  presentato salutandomi profondamente.
    Aveva,  sul viso,  qualcosa della tristezza ufficiale degli  impiegati
    delle pompe funebri e teneva nelle mani un rotolo di carta.
    -  Signore,  mi  disse  con un sorriso di cortesia,  io sono l'usciere
    della corte reale di Parigi.  Ho l'onore di recarvi  un  messaggio  da
    parte del signor procuratore generale.
    La prima scossa era passata;  e mi aveva ripreso tutta la mia presenza
    di spirito.
    -  E'  il  signor   procuratore   generale   che   ha   chiesto   cos
    insistentemente  la mia testa,  gli risposi,   dunque un grande onore
    che lui ora mi scriva! Spero, ad ogni modo, che la mia morte gli abbia
    a fare molto piacere,  poich davvero mi sarebbe duro pensare che  lui
    l'abbia chiesta con tanto ardore mentre, in fondo, gli  indifferente.
    Gli ho detto cos, e poi ho ripreso con voce ferma:
    - Ors, signore, leggete!
    Egli  allora si  messo a leggermi un lungo testo,  cantando alla fine
    di ogni riga ed esitando a met di ogni parola; era il rigetto del mio
    ricorso.
    - La sentenza sar eseguita quest'oggi in  place  de  Grve    -  ha
    aggiunto  quando  ha  finito,  senza  alzare gli occhi dalla sua carta
    piena di timbri.   - Partiremo alle  sette  e  mezzo  precise  per  la
    Conciergerie. Mio caro signore, avrete l'estrema bont di seguirmi?

    Da qualche minuto io non lo ascoltavo pi. Il direttore parlava con il
    prete;  lui aveva l'occhio fisso alla sua carta;  guardai la porta che
    era rimasta socchiusa...   -  Ah!  Miserabili!  quattro  gendarmi  nel
    corridoio!
    L'usciere ha ripetuto la sua domanda, guardandomi questa volta.
    - Quando vorrete, gli ho risposto. A vostra disposizione!
    Egli mi ha salutato dicendomi:
    - Avr l'onore di venirvi a cercare tra una mezz'ora.
    Allora mi hanno lasciato solo.
    Un  mezzo  per fuggire,  mio Dio!  un mezzo qualsiasi!  Bisogna che io
    evada!  Bisogna!  Immediatamente.  Dalle porte,  dalle  finestre,  dal
    tetto!  Quand'anche  dovessi lasciare dei brandelli di carne attaccati
    alle travi.
    Maledizione!  Ci vorrebbero dei mesi per forare questo muro con  degli
    arnesi adatti, e io non ho n un chiodo n un'ora.



















    Dalla Conciergerie.

    22) Eccomi dunque "trasferito", come dice il processo verbale.
    Ma il viaggio vale la pena di essere raccontato.
    Suonavano  le  sette e mezzo quando l'usciere si  presentato di nuovo
    sulla soglia della mia cella.   - Signore,  mi ha detto,  vi  aspetto.
    Ahim! non era solo. Mi sono alzato e ho fatto un passo: mi  sembrato
    che non ne avrei potuto fare un altro,  tanto avevo la testa pesante e
    deboli le gambe.  Tuttavia mi sono rimesso  e  ho  continuato  con  un
    portamento abbastanza sicuro.  Prima di uscire dalla stanza le ho dato
    un ultimo sguardo.  L'amavo la mia cella.  Poi l'ho lasciata  vuota  e
    aperta; e questo le dava un aspetto assai singolare.
    Del  resto  non  lo  sar  per lungo tempo: per questa sera si aspetta
    qualcuno,  dicevano i secondini,  un condannato che la corte  d'Assise
    sta preparando a quest'ora.
    All'angolo del corridoio ci ha raggiunto il cappellano.
    All'uscita  della prigione il direttore mi ha preso affettuosamente le
    mani e ha rinforzato la mia scorta di altre quattro  guardie.  Davanti
    alla  porta  dell'infermeria  un  vecchio  moribondo mi ha gridato:  -
    Arrivederci!
    Poi siamo arrivati in cortile.  Ho respirato a  pieni  polmoni  l'aria
    fresca,  ma  per  poco: una vettura con i cavalli gi pronti aspettava
    nel primo cortile; la stessa vettura che mi aveva portato;  una specie
    di  lungo  "cabriolet"  diviso in due da una grata trasversale di cos
    fitti fili di ferro da sembrare fatta a maglia.  Le  due  parti  hanno
    ciascuna  una  porta,  una davanti,  l'altra di dietro.  Il tutto cos
    sudicio, cos nero, cos polveroso che il carro funebre dei morti,  al
    confronto,  una carrozza di gala.
    Prima  di  seppellirmi  in quella tomba a due ruote ho lanciato uno di
    quegli sguardi disperati davanti ai quali sembra che debbano  crollare
    anche i muri.  Il cortile,  una specie di piccola piazza alberata, era
    ancora pi pieno di gente che per i forzati. Gi, la folla!
    Come il  giorno  della  partenza  dei  "cordoni"  cadeva  una  pioggia
    autunnale,  una  pioggia  fine  e gelida che cade ancora adesso mentre
    scrivo, che cadr certamente tutto il giorno, che durer pi di me.
    Le strade erano impraticabili, il cortile pieno d'acqua e di fango,  e
    vedendo quella folla in tutta quella poltiglia ne ebbi un po' piacere.
    Siamo saliti: l'usciere e un gendarme nello scompartimento davanti; il
    prete, io e un gendarme di dietro; altri quattro gendarmi intorno alla
    vettura. Cos, senza il cocchiere, otto uomini per uno solo.
    Mentre  salivo,  una  vecchia con gli occhi grigi diceva:  - Questo mi
    piace ancora di pi della catena.   - Capii:  uno spettacolo  che  si
    abbraccia  pi  facilmente con un solo colpo d'occhio,  non c' che un
    uomo,  e su quest'unico uomo tanta miseria quanta su tutti  i  forzati
    messi  insieme;    meno  diluito;   un liquore concentrato e ben pi
    gustoso.
    Uno  spettacolo  cos  bello  e  cos  comodo!  Niente  che  distragga
    l'attenzione.

    La vettura si  mossa. Passando sotto la volta del portone ha fatto un
    sordo rumore,  poi  uscita nel viale, e i pesanti battenti di Bictre
    si sono chiusi  dietro  di  essa.  Io  mi  sentivo  trasportare  quasi
    stordito,  come  un  uomo  caduto  in  letargo  che non pu gridare n
    muoversi e che si sente sotterrare; e vagamente, lontano,  al di l di
    una  nebbia,  ascoltavo  i  sonagli  attaccati  ai  cavalli tinnire in
    maniera cadenzata come se singhiozzassero,  sferragliare le ruote  sul
    selciato  o  suonare  la  tromba cambiando via,  il galoppo sonoro dei
    gendarmi  intorno  al  carriaggio,   gli  schiocchi  di   frusta   del
    postiglione.  E mi sembrava tutto ci,  come un vento impetuoso che mi
    rapisse.  Attraverso la grata di uno spioncino aperto davanti a me,  i
    miei occhi si erano fissati meccanicamente sull'iscrizione disegnata a
    grandi  lettere sul portone di Bictre: Ricovero di Vecchiaia.  Toh,
    mi dicevo, sembra ci sia della gente che invecchia dentro l. E,  come
    si fa nel dormiveglia,  rigiravo in tutti i sensi quell'idea nella mia
    mente intorpidita dal dolore. All'improvviso, il carriaggio,  passando
    dal  viale  nella  strada  provinciale,  ha  cambiato  la  visuale del
    finestrino.  Le torri  di  Ntre-Dame  sono  venute  a  inquadrarvisi,
    azzurrine  e mezzo nascoste nella nebbia di Parigi.  Subito  cambiato
    anche il punto di vista della mia mente.  Ero diventato  una  macchina
    come  la vettura;  all'idea di Bictre  seguita l'idea di Ntre-Dame.
    Quelli che saranno sulla torre dove c' la bandiera vedranno bene,  mi
    sono detto sorridendo scioccamente.
    Credo  sia  stato  proprio  in  quel momento che il prete ha ripreso a
    parlarmi.  Io  l'ho  lasciato  dire  pazientemente:  avevo  gi  nelle
    orecchie il rumore delle ruote,  lo scalpito dei cavalli, lo schiocco
    del postiglione; non era che un rumore di pi.
    Ascoltavo in silenzio quel fluire di parole monotone che assopivano  i
    miei  pensieri  come  il  mormorio  di  una fontana e che mi passavano
    davanti,  sempre diverse e sempre  le  stesse,  come  gli  olmi  della
    strada, quando la voce breve e sgraziata dell'usciere seduto davanti 
    venuta a scuotermi improvvisamente.
    - Ebbene!  signor abate  - diceva con un tono quasi allegro  niente di
    nuovo?
    Era verso il prete che egli si rivolgeva dicendo cos.  Il cappellano,
    che  mi guardava senza interruzione e che era assordato dalla carrozza
    non ha risposto.
    - Accidenti  - ha risposto l'usciere alzando la voce per farsi sentire
    al di sopra del rumore delle ruote   -  maledetta  vettura!  Maledetta
    davvero!
    Poi ha continuato:  - Senza dubbio,  sono le scosse;  non ci si sente.
    Che cosa dunque volevo dire?  Ditemi,  per piacere,  cosa volevo dire,
    signor abate? Ah! sapete la grande notizia di Parigi, quest'oggi?
    Sono trasalito come se parlasse di me.
    -  No    -  ha detto il prete,  che finalmente aveva sentito  - non ho
    avuto il tempo di leggere i giornali, questa mattina.  La vedr questa
    sera.  Quando  sono occupato tutto il giorno come oggi,  raccomando al
    portinaio di conservarmi i giornali, e li leggo quando torno.
    - Bah!  - ha ripreso l'usciere  -  impossibile che non la conosciate.
    La notizia di Parigi! La notizia di questa mattina!
    Allora ho preso la parola:  - Credo di saperla io.
    L'usciere m'ha guardato.
    - Voi! veramente!? E in tal caso, che ne dite ?
    - Siete curioso!  - gli ho detto.
    - Perch,  signore?   - ha replicato l'usciere.   - Ognuno ha  la  sua
    opinione  politica,  e  io  vi  stimo  troppo  per credere che voi non
    abbiate la vostra. Per quello che mi riguarda,  io sono senz'altro del
    parere  di  ristabilire  la guardia nazionale;  ero sergente della mia
    compagnia e, vi assicuro era una cosa molto piacevole.
    L'ho interrotto.
    - Io non credevo che si trattasse di questo.
    - E di che cosa dunque? Voi dicevate di sapere la notizia...
    - Ma io parlavo di un'altra, di cui pure si occupa oggi Parigi.
    L'imbecille non ha compreso; la sua curiosit si  risvegliata.
    - Un'altra notizia?  Dove diavolo avete potuto sentire delle notizie ?
    E quale, di grazia, caro signore? Voi sapete di cosa si tratti, signor
    abate?  Siete  pi  al  corrente  di  me?  Di grazia,  raccontatemi la
    faccenda.  Di cosa si tratta?  Vedete,  a me piacciono le notizie;  le
    racconto al signor presidente e lui si diverte.
    E  mille  altre  storie;  si  girava alternativamente verso il prete e
    verso di me e io non rispondevo che alzando le spalle.
    - Ebbene!  - mi ha detto alla fine  - a cosa dunque pensate?
    - Penso, gli ho risposto, che questa sera non penser pi.
    - Ah!  questo!  - ha replicato  - andiamo, siete troppo triste!
    Il signor Castaing discorreva piacevolmente.
    E poi dopo un silenzio:
    - Io ho condotto il signor Papavoine: aveva il suo berretto di  lontra
    e  fumava  il  suo  sigaro.  Quanto ai giovanotti de la Rochelle,  non
    parlavano che tra di loro. Ma parlavano.
    Ha fatto ancora una pausa ed ha continuato.
    - Dei pazzi!  degli entusiasti;  avevano l'aria di  disprezzare  tutti
    quanti.  Ma  per  quel  che  vi riguarda,  veramente,  vi trovo troppo
    preoccupato, giovanotto.
    - Giovanotto!   - gli ho detto  - sono pi vecchio  io  di  voi;  ogni
    quarto d'ora che passa mi invecchia di un anno.
    Lui si  girato,  mi ha guardato qualche minuto con inebetito stupore,
    poi si  messo a sghignazzare sconciamente.
    - Andiamo, voi volete ridere, pi vecchio di me!  Potrei essere vostro
    nonno!
    - Non voglio ridere affatto  - gli ho risposto gravemente.
    Lui allora ha aperto la tabacchiera.
    - Prendete,  caro signore, non offendetevi, una presa di tabacco e non
    serbatemi rancore.
    - Non abbiate paura: non avr molto tempo per essere  in  collera  con
    voi.
    In  quel  momento  la tabacchiera che mi tendeva era vicino alla grata
    che ci separava;  un sobbalzo  della  vettura  ve  l'ha  fatta  urtare
    violentemente,  ed essa  caduta,  completamente aperta, sui piedi del
    gendarme.
    - Maledetta grata!  - ha esclamato l'usciere.
    Poi si  girato verso di me.
    - Ebbene! non sono sfortunato? Ecco che ho perduto tutto il tabacco!
    - Eh! Io perdo pi di voi  - gli ho risposto sorridendo.
    Egli ha cercato di raccogliere il tabacco, borbottando tra i denti:
    - Pi di me!  Si fa presto a dirlo.  Niente tabacco fino a Parigi!  E'
    terribile.
    Il cappellano,  allora,  gli ha detto qualche parola per consolarlo, e
    io non so se fossi preoccupato,  ma certo mi  sembrato che  fosse  il
    seguito dell'esortazione di cui io avevo avuto il principio.  A poco a
    poco la conversazione si  intavolata tra il prete e l'usciere;  li ho
    lasciati  parlare  per  conto loro e mi sono messo a pensare per conto
    mio.
    Nell'avvicinarmi alle porte ero sempre preoccupato,  senza dubbio,  ma
    mi  parso che Parigi risuonasse pi rumorosa del solito.
    La  vettura  si    fermata  un  attimo  davanti al dazio e gli agenti
    l'hanno ispezionata. Se si fosse trattato di un montone o di un bue da
    portare al macello si sarebbe dovuto dare loro una borsa d'argento; ma
    una testa d'uomo non paga balzelli. E siamo passati.

    Superato il viale,  la carrozza si  infilata al gran trotto in quelle
    vecchie  vie  tortuose  del  quartiere  Saint-Marceau e del centro che
    serpeggiano e si tagliano tra loro come le  infinite  gallerie  di  un
    formicaio;  sul  selciato di quelle vie strette il rotolo  diventato
    cos rapido e fragoroso che non sentivo  pi  niente  dei  rumori  che
    venivano dal di fuori.  Quando gettavo gli occhi attraverso la piccola
    inferriata,  mi sembrava che la folla dei  passanti  si  fermasse  per
    guardare la vettura e che dei branchi di ragazzi le corressero dietro;
    e mi  sembrato anche di vedere ogni tanto,  qua e l agli incroci, un
    uomo o una vecchia cenciosi, a volte tutti e due insieme,  con in mano
    un  mazzo  di  fogli stampati che i passanti si disputavano aprendo la
    bocca come per un grande urlo.
    Suonavano le otto e mezzo  all'orologio  del  Tribunale  quando  siamo
    arrivati  nel  cortile  della "Conciergerie".  La vista di quel grande
    scalone, di quelle guardie sinistre mi ha agghiacciato.
    Quando la vettura si  fermata ho creduto che  stessero  per  fermarsi
    anche i battiti del mio cuore.
    Ho  raccolto  le  mie forze;  la porta si  aperta con la rapidit del
    lampo,   sono  saltato  gi  dalla  prigione  semovente  e   mi   sono
    frettolosamente  infilato sotto la volta tra due file di soldati.  Sul
    passaggio si era gi formata una folla.


    23) Finch ho  camminato  per  i  corridoi  pubblici  del  Palazzo  di
    Giustizia  mi  sono  quasi  sentito  libero e a mio agio;  ma ogni mia
    risolutezza mi ha lasciato quando mi hanno aperto davanti delle  basse
    porte,  delle scale segrete, dei passaggi interni, dei lunghi corridoi
    sordi e senz'aria dove non entrano che quelli che condannano o  quelli
    che sono condannati.
    L'usciere mi accompagnava sempre;  il prete, invece, mi aveva lasciato
    per tornare di l a due ore.
    Alla fine mi hanno portato nello studio del direttore,  nelle cui mani
    l'usciere mi ha consegnato. Un cambio di guardia.
    Il  direttore  l'ha  pregato  di  aspettare  un istante dicendogli che
    doveva consegnargli della selvaggina perch la portasse a Bictre  col
    ritorno del carriaggio. Senza dubbio il condannato di oggi, quello che
    deve  dormire  questa  sera  sul mucchio di paglia che io non ho avuto
    tempo di usare.
    - Molto bene  - ha detto l'usciere al direttore  - aspetto  senz'altro
    un momento,  cos faremo i due processi verbali contemporaneamente; la
    cosa si mette bene.
    Mentre si aspettava,  mi hanno messo in un  piccolo  locale  vicino  a
    quello del direttore. L, ben chiuso, sono stato lasciato solo.
    Non  so  a che cosa pensassi,  n da quanto tempo fossi l,  quando un
    improvviso  e  violento  scoppio  di  risa  mi  ha  scosso   dal   mio
    fantasticare.  Ho alzato gli occhi trasalendo.  Non ero pi solo nella
    cella: c'era un uomo con me,  un uomo di una  cinquantina  d'anni,  di
    media statura; rugoso, curvo e quasi tutto grigio; atticciato, con uno
    sguardo  torbido negli occhi grigi e un riso amaro sul volto;  sporco,
    sbrindellato, mezzo nudo, disgustoso al solo vederlo.
    Sembrava che la porta si fosse aperta, lo avesse vomitato,  e si fosse
    rinchiusa senza che io mi fossi accorto di niente.
    Se la morte potesse venire cos!
    Ci  siamo guardati fissamente per qualche secondo,  l'uomo ed io;  lui
    prolungando il suo riso che sembrava un rantolo; io mezzo meravigliato
    e mezzo atterrito.
    Alla fine gli ho chiesto:
    - Chi siete?
    - Amena domanda!  - egli ha risposto.  - Un "friauche".
    - Un "friauche"! che significa ci?
    Questa questione ha raddoppiata la sua allegria.
    - Ci vuol dire  - grid in mezzo a uno scoppio di risa  - che tra sei
    settimane il taule giocher al paniere con la mia  Sorbona  come
    far tra sei ore col tuo ceppo. Ah! Ah! sembra che tu capisca, ora!
    Effettivamente ero pallido,  e i capelli mi si rizzavano in testa. Era
    l'altro condannato, il condannato del giorno, quello che aspettavano a
    Bictre, il mio erede.
    Egli ha continuato:
    - Che vuoi? Eccoti la mia storia.
    Io sono figlio di un brav'uomo ed  una gran disgrazia che  un  giorno
    Charlot (1) si sia preso la briga di mettergli la cravatta. Era quando
    regnava ancora la forca,  per grazia di Dio.  A sei anni non avevo pi
    n padre n madre;  d'estate facevo la ruota nella polvere,  ai  bordi
    della  strada,  per  la qual cosa mi buttavano un soldo dalle portiere
    della corriera postale;  d'inverno,  invece,  andavo a piedi nudi  nel
    fango soffiandomi sulle dita tutte rosse; e attraverso i calzoni mi si
    vedevano  le natiche.  A nove anni,  ho cominciato a servirmi dei miei
    cucchiai (2) e, ogni tanto, vuotavo una tasca o rubavo un mantello;  a
    dieci  anni  ero  un  borsaiolo.  Poi  ho  fatto  delle conoscenze;  a
    diciassette anni ero un ladro e svaligiavo una bottega  o  facevo  una
    trottola (3) falsa.  Mi presero.  Avevo l'et, e mi mandarono a remare
    nella piccola Marina (4).  Il bagno,  si sa,   duro: dormire su di un
    tavolaccio, bere solo acqua chiara, mangiare del pane nero, trascinare
    una  stupida  palla  di  ferro  che  non serve a niente;  dei colpi di
    bastone e dei colpi di sole.  Con un simile trattamento in poco  tempo
    si    belli  e  tosati,  e  io  che  avevo  bei capelli castani!  Non
    importa... ho fatto il mio tempo.  Quindici anni,  passano anche loro.
    Avevo  trentadue  anni.  Un  bel mattino mi diedero un foglio di via e
    sessantasei franchi che mi ero guadagnato nei miei  quindici  anni  di
    galera,  lavorando  sedici  ore al giorno,  trenta giorni per mese,  e
    dodici per anno. Niente di irreparabile;  volevo essere un uomo onesto
    con i miei sessantasei franchi,  ed avevo sentimenti pi belli sotto i
    miei stracci di quanti ve ne siano sotto una veste d'abate.
    Ma che i demoni abbiano la carta d'identit! Essa era gialla,  e c'era
    scritto sopra: "forzato liberato". Bisognava mostrarla ovunque andassi
    e  presentarla  ogni  otto  giorni  al  sindaco  del villaggio dove mi
    avevano costretto ad abitare.
    La bella raccomandazione! Un galeotto! Facevo paura, e si mettevano in
    salvo i bambinetti, e si sprangavano le porte. Nessuno voleva darmi da
    lavorare.  Cos mangiai i miei sessantasei franchi;  poi bisognava pur
    vivere,  mi si chiusero le porte.  Offrii la mia giornata per quindici
    soldi, per dieci soldi, per cinque soldi. Niente. Che fare?  Un giorno
    avevo  fame.  Diedi una gomitata al carretto del panettiere;  presi un
    pane e il panettiere prese me; non mangiai il pane ed ebbi l'ergastolo
    a vita, con tre lettere di fuoco sulle spalle. Te le faccio vedere, se
    vuoi.
    Eccomi dunque,  "di ritorno recidivo".  Mi riportarono  a  Tolone;  ma
    questa  volta con i berretti verdi.  Dovevo evadere.  Per questo,  non
    avevo che da bucare tre muri e segare due catene;  e non avevo che  un
    chiodo.  Evasi.  Spararono  il cannone d'allarme;  perch,  noi altri,
    siamo i principi e i re,  vestiti in divisa,  e si  spara  il  cannone
    quando ce ne andiamo. Ad ogni modo la loro polvere non serv proprio a
    niente. Questa volta niente carta gialla ma niente denaro, anche. Dopo
    un  po'  trovai  dei  vecchi  compagni  che avevano scontato la pena o
    tagliato la corda.  Il loro capo mi propose di essere dei loro facendo
    l'assassino  sulle  grandi strade.  Accettai e mi misi ad uccidere per
    vivere.  Alle volte  era  una  diligenza,  altre  volte  una  corriera
    postale,  altre  ancora un mercante di buoi a cavallo.  Si prendeva il
    denaro,  si lasciava andare  libera  la  bestia  o  la  vettura  e  si
    seppelliva  l'uomo  sotto un albero badando bene che non spuntassero i
    piedi;  e poi si ballava sulla fossa perch  la  terra  non  apparisse
    mossa di fresco.  E sono diventato vecchio cos, vivendo alla macchia,
    dormendo all'aperto,  inseguito da  un  bosco  all'altro,  ma  libero,
    almeno,  e padrone di me stesso. Tutto per ha un termine, e una bella
    notte i "mercanti di lacci" (5) ci hanno preso per il colletto. I miei
    compagni si sono salvati; ma io, il pi vecchio, sono rimasto sotto le
    grinfie di quei gatti con il cappello gallonato. Mi hanno portato qui.
    Avevo gi fatto i gradini della  scala  tranne  uno.  Aver  rubato  un
    fazzoletto  o ucciso un uomo,  per me era ormai la stessa cosa;  c'era
    ancora da applicarmi una recidiva.  Non c'era altro  che  passare  dal
    boia.   Il   mio  processo    stato  molto  breve.   Parola  d'onore,
    incominciavo a diventare vecchio e a non essere pi  buono  a  niente.
    Mio  padre  ha  "sposato la vedova" (6),  io mi ritiro nell'abbazia di
    Monte dei Lamenti (7). Ecco tutto, amico mio.
    Ero rimasto attonito ad ascoltarlo.  Lui si  messo di nuovo a  ridere
    pi  fragorosamente  ancora  di  prima ed ha voluto prendermi la mano.
    Sono indietreggiato con orrore.
    - Oh! l'amico!   - mi ha detto  - non hai l'aria coraggiosa!  cerca di
    non fare il vigliacco davanti alla carlina (8).  Vedi,  c' da passare
    un brutto momento sulla piazza,  ma    cos  presto  passato!  Vorrei
    essere  l  io per farti vedere il capitombolo.  Per mille dei!  Quasi
    quasi ho voglia di non ricorrere,  se mi tagliano oggi stesso con  te.
    Lo stesso prete ci servir tutti e due; per me non ha importanza anche
    prendere i tuoi avanzi. Vedi che sono un bravo ragazzo. Heh! Dimmi, lo
    vuoi? da amico!
    Ed ha fatto ancora un passo per venirmi vicino.
    - Signore  - gli ho detto respingendolo  - vi ringrazio.
    Nuovi scoppi di risa alla mia risposta.
    - Ah! ah! Signore:  un marchese! Un marchese!
    L'ho interrotto:
    - Senti amico,  ho bisogno di raccogliermi un po';  lasciami stare.  -
    La gravit delle mie parole lo ha reso pensieroso di colpo: ha  scosso
    la testa grigia e quasi calva e poi,  grattandosi il petto villoso che
    appariva nudo sotto la camicia aperta, ha mormorato tra i denti:
    - Gi, capisco; effettivamente il prete aiuta!
    Poi, dopo qualche istante di silenzio:
    - Guardate  - mi ha detto quasi timidamente  - voi siete un marchese e
     una gran bella cosa;  ma avete  una  magnifica  giacca  che  non  vi
    servir pi a gran che!  Il palco se la prender.  Datela a me, che la
    vender per comperare del tabacco.
    Mi sono tolto la giacca e gliel'ho data: si  messo a battere le  mani
    con gioia infantile.  Poi,  vedendo che ero in camicia e che battevo i
    denti:
    - Voi avete freddo, signore, mettetevi questo;  piove,  e vi bagnerete
    tutto; e poi, bisogna stare decorosamente sulla carretta.
    Cos  dicendo  si  tolto il maglione di lana grigia e me l'ha dato in
    mano.  Io lo lasciavo fare;  stavo appoggiato al  muro  e  non  saprei
    nemmeno  dire  che  razza d'impressione mi facesse quell'uomo.  Si era
    messo ad esaminare la giacca che gli avevo regalato e ad ogni  momento
    mandava un grido di gioia.
    -  Le  tasche  sono  completamente nuove!  Il colletto non  usato per
    niente! Ne ricaver almeno quindici franchi. Che fortuna!  Tabacco per
    tutt'e sei le settimane!
    Si  riaperta la porta. Venivano a cercarci entrambi: me, per portarmi
    nella camera dove i condannati aspettano il momento; lui, per portarlo
    a  Bictre.  Ridendo  si    messo  in  mezzo  al picchetto che doveva
    portarlo via, e diceva ai gendarmi:
    - Ah!  badate!  Non vi sbagliate!  Il signore e  io  abbiamo  cambiato
    giacca,  ma  non prendetemi al suo posto.  Diavolo!  non mi piacerebbe
    proprio, specie ora che ho modo di avere del tabacco!


    24) Questo vecchio scellerato!  Mi ha preso la giacca (poich  io  non
    gliel'ho  certo  regalata)  e  mi ha lasciato questo straccio,  il suo
    maglione infame. Chiss che aria avr preso! Non gli ho certo lasciato
    prendere la mia giacca per indifferenza o bont; no, ma perch era pi
    forte di me.  Se gliela avessi rifiutata mi avrebbe  picchiato  con  i
    suoi grossi pugni.
    Ma s,  bont! Ero pieno dei peggiori sentimenti. Avrei voluto poterlo
    strozzare con le mie mani,  vecchio ladro!  Poterlo  pestare  sotto  i
    piedi!  Mi sento il cuore pieno di collera e rabbia.  Credo che mi sia
    scoppiata la vescichetta della bile.
    La morte rende perversi.


    25) Mi hanno portato in una piccola cella  dove  non  ci  sono  che  i
    quattro muri e, non c' bisogno di dirlo, molte sbarre alle finestre e
    molti chiavistelli alla porta.

    Ho chiesto un tavolo,  una sedia e l'occorrente per scrivere. Mi hanno
    portato ogni cosa.  Ho chiesto un letto.  Il secondino mi ha  guardato
    con  uno  sguardo stupito che sembrava dire: E per fare che?  Tuttavia
    hanno sistemato una branda in un angolo;  ma,  nello stesso  tempo  un
    gendarme  venuto ad installarsi in quella che essi chiamavano "la mia
    stanza".
    Hanno forse paura che mi strangoli con il materasso?
    26) Sono le dieci.
    O mia piccola bambina!  Ancora sei ore e sar morto!  Sar qualcosa di
    immondo che si trasciner su di un freddo tavolo anatomico,  una testa
    che taglieranno da una parte, un tronco che sezioneranno dall'altra; e
    poi,  di  tutto  quello che rester,  riempiranno una bara e ogni cosa
    finir a Clamart (9).
    Ecco cosa stanno per fare di tuo padre questi uomini di cui nessuno mi
    odia,  che tutti piangono e che tutti potrebbero salvare.  Essi stanno
    per uccidermi.  Capisci questa cosa, Maria? Uccidermi a sangue freddo,
    con una cerimonia, per il bene pubblico! Ah, gran Dio!
    Povera piccola! Tuo padre che ti amava tanto, tuo padre che baciava il
    tuo piccolo collo bianco e profumato,  che continuamente ti passava le
    mani  sui riccioli come su di una seta,  che stringeva il tuo visuccio
    tondo tra le mani,  che ti faceva saltare sulle ginocchia  e  la  sera
    univa le tue piccole mani per pregare Dio!
    Chi ti far tutto questo, ora? Chi ti amer? Tutti i bambini della tua
    et avranno un pap tranne te.  Come farai, figlia mia, a dimenticarti
    di capodanno,  delle strenne,  dei bei regali,  dei dolci e dei  baci?
    Come farai, povera orfana, a dimenticare di bere e di mangiare?
    Oh!  se quei giurati l'avessero vista,  almeno,  la mia piccola Maria!
    Avrebbero capito che non bisogna uccidere il pap di una bimba di  tre
    anni.
    E quando sar grande, se pure ci riesce, che cosa diventer? Suo padre
    sar  uno dei ricordi del popolo di Parigi.  Arrossir di me e del mio
    nome;  sar disprezzata,  respinta,  abietta per colpa mia,  di me che
    l'amo  con  tutta  la tenerezza del cuore.  O mia piccola Maria amata!
    Davvero tu avrai vergogna ed orrore di me ? Miserabile, che delitto ho
    commesso e che delitto faccio commettere alla societ!  Oh!  davvero 
    sicuro che io morir prima della fine del giorno? Davvero si tratta di
    me?
    Questo vociare confuso che sento di fuori, questa moltitudine di gente
    allegra  che  s'affretta  gi  per  le  strade,  quei  gendarmi che si
    preparano nelle caserme, quel prete vestito di nero,  quell'uomo dalle
    mani rosse,  sono per me! Sono io che vado a morire! Io, lo stesso che
     qua,  che vive,  che si muove,  che respira,  che  seduto a  questo
    tavolo,  il  quale  assomiglia a qualsiasi altro tavolo e potrebbe ben
    anche essere altrove; io, infine,  questo io che tocco e che sento,  e
    il cui vestito fa questa piega!


    27)  Se  almeno  sapessi com' fatta quella cosa,  e in che maniera si
    muore l sotto! Ma  orribile, io non lo so.
    Il nome stesso della cosa  spaventoso,  e non  capisco  proprio  come
    l'abbia potuto scrivere e pronunciare fino ad ora.
    La  combinazione  di quelle dodici lettere,  il loro aspetto,  la loro
    fisionomia    ben  fatta  per  suggerire  un'idea  spaventosa,  e  il
    maledetto  medico  che  ha  inventato  la  cosa  aveva davvero un nome
    predestinato.
    L'immagine  che  ci  attacco,   a  quell'odiosa  parola,     vaga   e
    indeterminata,  e tanto pi sinistra,  perci.  Ogni sillaba  come un
    pezzo della macchina,  e io ne costruisco e demolisco  senza  posa  la
    mostruosa intelaiatura dentro la mente. Io non oso fare una domanda su
    tale  argomento,  ma   orribile non sapere cos',  n come si prende.
    Sembra ci sia una specie di piano inclinato  e  che  vi  stendano  sul
    ventre... Ah! i miei capelli diventeranno bianchi prima che mi cada la
    testa!


    28) Una volta, per, l'ho intravvista. Un giorno passavo per la piazza
    di Grve,  in carrozza, verso le undici del mattino. All'improvviso la
    vettura si ferm.
    C'era folla nella piazza.  Misi la testa allo sportello.  La plebaglia
    ingombrava  l'ampio spazio e il Lungo Senna e donne,  uomini e ragazzi
    erano in piedi sul parapetto.  Al di sopra delle teste si  vedeva  una
    specie di palco di legno rosso che tre uomini stavano drizzando.
    Un  condannato  doveva  essere  giustiziato  proprio  quel giorno e si
    impiantava la Macchina.
    Io girai la testa prima ancora di aver visto. A fianco della carrozza,
    c'era una donna che diceva a un bambino:
    - Guarda!  la lama non scivola bene: stanno spalmando  la  scanalatura
    con la cera di una candela.
    E' l probabilmente, che loro sono ora. Le undici sono appena suonate:
    certamente spalmano la scanalatura.
    Ah! questa volta, disgraziato, non potr girare la testa.


    29) Oh, la grazia! la grazia! pu darsi che me la facciano, la grazia.
    Il re,  non  mica in collera,  con me. Che si cerchi il mio avvocato!
    Presto, l'avvocato! Ma s, preferisco i lavori forzati. Cinque anni di
    galera; diciamolo pure: vent'anni,  o per sempre,  con il ferro rosso,
    anche. Ma la grazia della vita.
    Un forzato, infine, cammina ancora, va e viene, vede il sole.


    30) Il prete  tornato.
    Ha  i  capelli  bianchi,  l'aria  molto  dolce e una figura che incute
    rispetto: effettivamente  un  uomo  eccellente  e  amorevole.  Questa
    mattina   l'ho  visto  vuotare  il  suo  portafoglio  nelle  mani  dei
    prigionieri. Ma come mai,  dunque,  la sua voce non mi commuove?  Come
    mai  egli  non  mi  ha  ancora  detto  niente  che  mi abbia preso per
    l'intelligenza e per il cuore?  Questa mattina ero  fuori  di  me;  ho
    appena sentito quello che mi ha detto.  Tuttavia le sue parole mi sono
    sembrate inutili, e sono rimasto indifferente: esse sono scivolate via
    come questa fredda pioggia su questo gelido vetro.
    Tuttavia quando poco fa  ritornato la sua vista mi ha fatto bene. Tra
    tutti questi uomini ,  per me,  l'unico che sia ancora uomo.  E mi ha
    preso una sete ardente di buone e consolanti parole.
    Ci siamo seduti, lui sulla sedia, io sul letto. Mi ha detto:
    - Figlio mio...  - mi si  aperto il cuore.
    Poi ha continuato:
    - Figlio mio, credete in Dio?
    - S, padre mio  - gli ho risposto.
    - Credete nella Santa Chiesa Cattolica Apostolica e Romana?
    - Ben volentieri  - gli ho detto.
    - Figlio mio  - ha ripreso  - voi avete l'aria di dubitare.
    Allora  si    messo  a  parlare.  Ha parlato a lungo;  ha detto molte
    parole;  poi,  quando ha creduto di aver finito,  si  alzato e mi 'ha
    guardato   per   la  prima  volta  dopo  l'inizio  del  suo  discorso,
    chiedendomi:  - E allora?
    Vi assicuro che lo avevo ascoltato con avidit,  all'inizio,  poi  con
    attenzione, poi con ossequio.
    Mi sono alzato anch'io.
    - Reverendo  - gli ho detto  - mi lasci solo, la prego.
    Lui m'ha chiesto:
    - Quando dovr ritornare?
    - Glielo far sapere.
    Allora    uscito,   senza  collera,  ma  scuotendo  la  testa:  forse
    mormorando una preghiera. Forse pensava che io ero un empio.
    No, per quanto in basso che io sia caduto non sono un empio,  e Dio mi
     testimonio che io credo in lui.  Ma cosa mi ha detto questo vecchio?
    Niente di sentito, niente di commosso, niente di sofferto,  niente che
    venisse  dal  suo  cuore al mio,  niente che fosse suo per me.  E poi,
    aveva l'aria di recitare una lezione  gi  recitata  venti  volte,  di
    ripassare un tema un po' dimenticato a furia di essere saputo.
    E come avrebbe potuto essere altrimenti?  Questo prete  il cappellano
    titolare della prigione, il suo compito  di consolare ed esortare,  e
    di questo egli vive.  I forzati, i condannati sono l'oggetto della sua
    eloquenza: li confessa e li assiste perch questo  il suo lavoro.  E'
    invecchiato portando a morire gli uomini.  Da molto tempo  abituato a
    quello che fa rabbrividire gli altri; i suoi capelli ormai bianchi non
    si rizzano pi;  il bagno e il palco sono cosa di tutti i  giorni  per
    lui.  E'  disincantato.  Probabilmente  ha  il  suo libriccino: questa
    pagina gli ergastolani,  quest'altra pagina i condannati a  morte.  La
    vigilia  lo  si  avverte  che ci sar qualcuno da consolare l'indomani
    alla tale  ora:  egli  chiede  di  che  cosa  si  tratta:  galeotto  o
    condannato  a morte?  Rilegge la pagina adatta e poi viene.  In questo
    modo succede che quelli che vanno a Tolone e quelli  che  vanno  a  la
    Grve  sono  un luogo comune per lui,  e che lui  un luogo comune per
    loro.
    Oh!  che mi si vada dunque a cercare,  al  posto  di  quello,  qualche
    giovane  coadiutore,  qualche  vecchio  curato,  a  caso,  nella prima
    parrocchia che capita;  che lo si prenda dal suo cantuccio  vicino  al
    fuoco  mentre  legge  il  breviario e non si aspetta niente,  e gli si
    dica:  - C' un uomo che sta per essere ucciso,  e bisogna  che  siate
    voi  a  consolarlo.  Bisogna che voi siate l quando gli legheranno le
    mani e gli taglieranno i capelli,  che voi saliate sulla sua  carretta
    con  il  vostro  crocifisso  per  nascondergli  il  boia,   che  siate
    sballottato con lui dal selciato fino a la  Grve;  che  attraversiate
    con  lui  l'orribile  folla assetata di sangue,  che lo abbracciate ai
    piedi del palco,  e restiate l fino a che la testa sia da una parte e
    il corpo dall'altra.
    Allora, che me lo portino, tutto palpitante, tutto rabbrividente dalla
    testa  ai  piedi;  che  io  mi  getti  tra  le  sue braccia,  alle sue
    ginocchia; e lui pianger, e noi piangeremo, e lui sar commosso ed io
    sar consolato, il mio cuore si scioglier nel suo,  e lui prender la
    mia anima ed io il suo Dio.
    Ma questo buon vecchio,  cos' per me? Cosa sono per lui? Un individuo
    della specie sfortunata,  un'ombra come lui ne ha ormai  viste  tante,
    un'unit da aggiungere alla cifra delle esecuzioni.
    Forse pu anche essere che abbia avuto torto a respingerlo cos!  lui
    che  buono e io che sono malvagio.  Ahim! non  colpa mia. E' il mio
    alito di condannato che guasta e ammorba ogni cosa.
    Mi hanno appena portato la colazione: hanno  creduto  che  ne  dovessi
    avere bisogno;  una cosa delicata e fine: un pollo novello, mi sembra,
    e altro ancora. Ebbene! Ho cercato di mangiare;  ma alla prima boccata
    mi  caduta ogni cosa di bocca tanto mi  parsa fetida e amara.


    31)  Poco  fa   entrato un signore con un cappello in testa che mi ha
    appena guardato,  poi ha aperto un metro e si  messo a  misurare  dal
    basso  in alto le pietre del muro parlando a voce alta,  ora per dire:
    - E' cos  - e ora: Non  cos.
    Ho chiesto al gendarme  chi  fosse.  Sembra  che  sia  una  specie  di
    geometra addetto alla prigione.
    Alla fine si  svegliata la sua curiosit sul mio conto;  ha scambiato
    qualche parola con il carceriere che lo accompagnava,  poi ha  fissato
    per  un  momento  gli  occhi  su  di  me,  ha scosso la testa con aria
    indifferente e si  rimesso a parlare a voce alta e a prendere misure.
    Finito il suo lavoro mi si  avvicinato  dicendomi  con  la  sua  voce
    squillante:
    -  Caro amico mio,  tra sei mesi questa prigione sar molto pi bella.
    - E il suo tono sembrava  aggiungere:    -  Peccato  che  voi  non  ne
    godrete.  - E quasi sorrideva.
    Il  mio  gendarme,  vecchio  soldato incallito,  si  incaricato della
    risposta.
    - Signore  - gli ha detto  - non si grida in questo modo nella  camera
    di un morto.
    L'architetto  se  n' andato.  E io ero l come una delle tante pietre
    che misurava.


    32) E poi mi  capitata una faccenda ridicola.
    Sono venuti a prendere il mio buon vecchio gendarme al quale,  ingrato
    egoista che sono, non ho nemmeno stretto la mano. Un altro gli ha dato
    il cambio: un uomo con la fronte bassa e due occhi da bue.
    Io,  del  resto,  non avevo fatto nessuna attenzione alla cosa: seduto
    davanti  al  tavolo,  giravo  la  schiena  alla  porta  e  cercavo  di
    rinfrescarmi  un  po'  la  fronte  con  la  mano  mentre i pensieri mi
    agitavano la mente.
    Un colpo leggero, battutomi sulla spalla, mi ha fatto girare la testa.
    Era il nuovo gendarme, con cui ero solo.
    Ed ecco come ha cominciato a parlarmi:
    - Criminale, avete del buon cuore?
    - No!  - gli ho detto.
    La bruschezza della mia  risposta  sembr  sconcertarlo.  Tuttavia  ha
    ripreso esitando:
    - Non si  cattivi per il piacere di esserlo.
    - Perch no?   - gli ho replicato.  - Se non avete che questo da dirmi
    lasciatemi in pace.
    - Scusate,  signor criminale  - ha risposto  -  due  parole  soltanto.
    Ecco.  Se  voi  poteste  fare  la  fortuna  di  un pover'uomo e non vi
    costasse niente, non la fareste?
    Ho alzato le spalle.
    - Siete diventato matto?  Scegliete un bel vaso per bervi la felicit!
    Io fare la fortuna di qualcuno!
    Egli  ha  abbassato  la  voce e ha preso un'aria misteriosa che non si
    addiceva affatto alla sua figura idiota.
    - S, criminale,  proprio felicit,  proprio fortuna.  Tutto questo mi
    potr  venire da voi.  Ecco qua come.  Io sono un povero gendarme,  il
    servizio  pesante, la paga leggera;  il cavallo  a mio carico,  ed 
    la  mia rovina.  Ora,  io per controbilanciare gioco al lotto: bisogna
    ben industriarsi in qualche modo. Fino ad ora, per guadagnare,  non mi
    sono  mancati che i numeri buoni;  ne cerco dappertutto di sicuri,  ma
    casco sempre solo vicino.  Punto sul 76 ed  esce  il  77.  Ho  un  bel
    curarli, non escono mai...
    Ancora un po' di pazienza,  vi prego, e ho finito. Ora, ecco una bella
    occasione per me. Sembra, scusate, criminale, che voi moriate oggi. E'
    certo che i morti che si fanno perire come voi vedono i numeri  prima.
    Promettetemi, dunque, di venire domani sera, a voi cosa costa? a darmi
    tre numeri, tre numeri buoni. Eh? Io non ho paura degli spiriti, state
    tranquillo.  Ecco  il mio indirizzo: Caserma Popincourt,  scala A,  in
    fondo al corridoio.  Mi riconoscerete  bene,  no?  Venite  pure  anche
    stasera se per voi  pi comodo.
    Non  mi sarei degnato di rispondere,  a quell'imbecille,  se una folle
    speranza  non  mi  avesse  attraversata  la  mente.   Nella  posizione
    disperata in cui sono si crede, in certi momenti, di poter rompere una
    catena con un capello.
    - Ascolta  - gli ho detto,  facendo la commedia come pu farla uno che
    sta per morire  - effettivamente io posso renderti pi ricco  del  re,
    farti  guadagnare  milioni  e milioni;  a una condizione,  per.  Egli
    apriva gli occhi imbambolati.
    - Quale? quale? Tutto quel che volete, mio criminale.
    - Al posto di tre numeri te ne prometto quattro. Cambia i tuoi vestiti
    con i miei.
    - Se non  che questo!   - ha esclamato slacciandosi i  primi  bottoni
    dell'uniforme.
    Io mi ero alzato dalla sedia e osservavo tutti i suoi movimenti con il
    cuore  in tumulto.  Vedevo gi aprirsi le porte davanti alla divisa di
    gendarme, e la piazza,  e la strada,  e il Palazzo di Giustizia dietro
    di me!
    Ma egli si  girato con aria indecisa.
    - Ah! ma non sar mica per uscire di qui?
    Ho  capito  che  era  tutto  perduto.  Tuttavia  ho  fatto  un  ultimo
    tentativo, inutile e insensato
    - S,  cos  - gli ho detto  - ma la tua fortuna  fatta...
    Mi ha interrotto:
    - Ah no! Ma gi! e i miei numeri!?  Perch siano buoni bisogna che voi
    siate morto.
    Mi sono seduto di nuovo,  muto e pi disperato,  per tutta la speranza
    che avevo avuto.


    33) Ho chiuso gli occhi e ho cercato di dimenticare  il  presente  nel
    passato.  Mentre  penso,  i  ricordi  della  mia  infanzia e della mia
    giovinezza mi ritornano a uno a uno, dolci, calmi, ridenti, come delle
    isole di fiori su questo gorgo di  pensieri  neri  e  confusi  che  mi
    tempestano in testa.
    Mi rivedo bambino, scolaro fresco e pieno di risa, mentre gioco, corro
    e  rido con i miei fratelli nel grande viale alberato di quel giardino
    selvaggio dove sono  passati  i  miei  primi  anni,  vecchio  chiostro
    monacale che domina la fosca cima della Val-de-Grce.  E poi,  quattro
    anni pi tardi,  eccomi ancora l,  sempre ragazzo,  ma gi  sognatore
    appassionato.
    Nel  giardino  solitaria c' una giovinetta: la piccola spagnola,  dai
    grandi occhi e i folti capelli, dalla pelle bruna e dorata,  le labbra
    rosse e le guance rosse, l'andalusa quattordicenne, Pepa.
    Le  nostre mamme ci hanno detto di andare a correre insieme: noi siamo
    venuti a passeggiare. Ci  stato detto di giocare,  e noi discorriamo,
    ragazzi della medesima et, ma non uguali. Ancora un anno fa, tuttavia
    correvamo  e  litigavamo insieme.  Io contendevo a Pepita la pi bella
    mela del frutteto o la picchiavo per un nido di uccelli, lei piangeva;
    io dicevo: Ti sta bene! e tutt'e due andavamo a piangere insieme dalle
    nostre mamme che a voce alta ci davano torto e di nascosto ragione.

    Ora lei  si  appoggia  al  mio  braccio,  e  io  sono  tutto  fiero  e
    silenzioso;  camminiamo  lentamente,  parlando  sottovoce.  Lei lascia
    cadere il fazzoletto; io glielo raccolgo. Le nostre mani,  toccandosi,
    tremano.
    Lei  mi  parla  dei  piccoli  uccelli,  della stella che si vede l in
    basso,  del tramonto vermiglio dietro alle piante o delle  sue  amiche
    d'albergo,  del suo vestito e dei suoi nastri. Diciamo cose innocenti;
    e tutti e due arrossiamo.  La bimbetta si   fatta  signorina.  Quella
    sera  - era una sera d'estate  - eravamo sotto i castagni, in fondo al
    giardino.  Dopo  uno  di  quei lunghi silenzi che riempivano le nostre
    passeggiate,  lei lasci di colpo il mio braccio e mi disse: Corriamo!
    La  vedo  ancora,  tutta  in  nero  per il lutto di sua nonna.  Le era
    passata per la testa una idea di bimba, Pepa era tornata Pepita,  e mi
    aveva  detto: Corriamo!  Si mise a corrermi avanti,  con la sua figura
    sottile;  io la  inseguii,  lei  fuggiva;  e  l'aria  della  corsa  le
    sollevava a tratti la pellegrina nera sulle spalle.
    La raggiunsi vicino alla fontana in rovina.
    -  Sedetevi  qui    - mi disse.   - E' ancora giorno chiaro,  leggiamo
    qualcosa. Avete un libro?
    Avevo con me il secondo volume dei viaggi di Spallanzani. Aprii a caso
    e mi avvicinai a lei: lei  appoggi  la  sua  spalla  alla  mia  e  ci
    mettemmo  a leggere sottovoce,  ognuno dalla propria parte,  la stessa
    pagina.  Prima di girare  il  foglio,  lei  era  sempre  obbligata  ad
    aspettare. La mia mente andava pi adagio della sua.
    - Avete finito?   - mi diceva;  e avevo appena iniziato. Restammo cos
    l'una accanto all'altro, seduti a leggere, a guardarci negli occhi!
    - Oh !  mamma,  mamma  - disse lei rientrando - sapessi quanto abbiamo
    corso!

    Io rimasi in silenzio.
    - Non dici niente  - mi disse la mamma hai l'aria di essere triste.
    E avevo il paradiso nel cuore.
    E' una sera, quella, che ricorder per tutta la vita.
    Tutta la vita!


    34) Sono appena suonate le ore; non so quali, poich non sento bene il
    martello dell'orologio. Mi pare, infatti, di avere nelle orecchie come
    il rumore di un organo: sono i miei ultimi pensieri che mormorano.
    In  questo momento supremo in cui mi raccolgo nei miei ricordi ritrovo
    in essi con orrore il mio delitto;  e vorrei pentirmi ancora  di  pi.
    Avevo pi rimorsi,  infatti,  prima della condanna; poi, non mi sembra
    ci sia pi stato posto che per i pensieri di morte.  Pur  tuttavia  io
    vorrei ben maggiormente pentirmi.
    Quand'ho  pensato  un  minuto a quello che  successo nella mia vita e
    ritorno  al  colpo  d'ascia  che  deve  terminarla   tra   breve,   io
    rabbrividisco  tutto  come  per  una  nuovissima  cosa.  La  mia bella
    infanzia!  la  mia  bella  giovinezza!  Stoffa  dorata  dall'estremit
    insanguinata!  Tra il passato e il presente c' un fiume di sangue, il
    sangue mio e dell'altro.  Se un giorno si legger la mia storia,  dopo
    tanti  anni  innocenti  e  felici,  non  si vorr credere a quest'anno
    esecrabile,  che si apre con un delitto e si chiude con un  supplizio:
    sar troppo mostruosamente strano.  Eppure,  non ero un perverso!  Oh,
    morire tra poche ore e pensare che un anno fa,  nello  stesso  giorno,
    ero libero e innocente,  che facevo le mie passeggiate d'autunno,  che
    vagavo sotto gli alberi con i piedi affondati tra le foglie!


    35) In questo stesso momento ci sono, vicinissimi a me, in queste case
    che fanno cerchio intorno al Palazzo e alla Grve e in  tutta  Parigi,
    degli  uomini  che  vanno e vengono,  discorrono e ridono,  leggono il
    giornale,  pensano ai loro affari;  dei mercanti  che  vendono;  delle
    ragazze  che preparano i loro vestiti da ballo per questa sera;  delle
    madri che giocano con i loro bambini!


    36) Mi ricordo che un giorno,  quando ero bambino,  andai a vedere  il
    campanone  di  Ntre-Dame.  Ero  gi stordito per aver salito l'oscura
    scala a chiocciola,  per aver percorso la debole loggia che unisce  le
    due  torri,  per  aver  avuto Parigi sotto i piedi,  quando entrai nel
    castello di pietra e di legno dove  pende  il  campanone  con  il  suo
    battaglio, che peser un migliaio di libbre.
    Avanzavo tremando sulle tavole sconnesse,  guardando da lontano questa
    campana cos famosa tra i ragazzi e il popolo di Parigi e notando, non
    senza paura,  che i tetti  coperti  di  ardesia  che  circondavano  il
    campanile  con i loro piani inclinati erano al livello dei miei piedi.
    Ogni tanto tra gli interstizi vedevo, come a volo d'uccello, la piazza
    di Parvis-Ntre-Dame ed i passanti come formiche.
    All'improvviso l'enorme campana suon,  una vibrazione profonda scosse
    l'aria  e  fece  oscillare  la grossa torre,  il tavolo sobbalz sulle
    travi.
    Per poco il rumore non mi fece cadere; vacillai,  come stessi perdendo
    l'equilibrio  e  fossi  sul  punto  di  scivolare  sui ripidi tettucci
    d'ardesia e, per il terrore, mi gettai sulle assi stringendole strette
    con le braccia: senza voce e senza fiato, con quel terribile scampano
    nelle orecchie e  quel  precipizio  sotto  gli  occhi,  quella  piazza
    lontana dove si incrociavano tanti passanti tranquilli e invidiati.
    Ebbene!  mi sembra di essere ancora sulla torre del campanone.  E' una
    specie di stordimento e di vertigine: c' come un rombo di campana che
    scuote la cavit della mia testa,  e intorno a me non vedo pi  quella
    vita  piana  e  tranquilla  che ho abbandonata e dove gli altri uomini
    camminano ancora,  se non da lontano e attraverso  i  crepacci  di  un
    abisso.


    37) Il palazzo municipale  un edificio sinistro.
    Con  il  suo tetto acuto e ripido,  la sua guglia bizzarra e il grande
    orologio bianco,  le sue mille finestre,  le sue scale  consumate  dai
    passi,  e i due archi a destra e sinistra,   l,  insieme a La Grve:
    fosco,  lugubre,  la facciata tutta corrosa dalla vecchiezza;    cos
    nero, che  nero anche il sole.
    I  giorni  dell'esecuzione  esso  vomita  gendarmi da tutte le porte e
    fissa il condannato da tutte le sue finestre.
    E la sera,  l'orologio,  che ha segnato l'ora,  rimane luminoso  sulla
    tenebrosa facciata.


    38) E' l'una e un quarto.

    Ecco  cosa  provo  in  questo  momento:  un violento mal di testa.  La
    schiena fredda, la fronte in fiamme. Ogni volta che mi alzo o mi piego
    mi sembra che ci sia un liquido che ondeggia nella mia testa e che  mi
    fa battere il cervello contro le pareti del cranio.
    Ho dei trasalimenti improvvisi e,  ogni tanto,  la penna mi cade dalle
    mani come per una scossa elettrica.
    Gli occhi mi bruciano come se fossi nel fumo.
    E ho male alle giunture.
    Ancora due ore e quarantacinque minuti e sar guarito.


    39) Loro mi dicono che non  niente, che non si soffre, che  una fine
    dolce, che la morte in questo modo  completamente semplificata.
    Eh!  Cos' dunque quest'agonia di sei settimane e  questo  rantolo  di
    tutto un giorno? Cosa sono le angosce di questa giornata irreparabile,
    che  scorre  cos  lentamente  e cos veloce?  Che cos' allora questa
    scala di torture che termina sul palco?
    Forse che non sono  uguali  le  convulsioni,  sia  che  il  sangue  si
    esaurisca goccia a goccia, sia che l'intelligenza si spenga pensiero a
    pensiero?

    E  poi:  non si soffre;  ne sono ben sicuri?  Chi l'ha detto loro?  Si
    racconta che mai una testa tagliata si sia  sollevata  sanguinante  al
    bordo del cesto e abbia gridato al popolo: Non fa per niente male?
    Ci sono dei morti alla loro maniera che sono venuti a ringraziarli e a
    dir loro:  - E' un bella invenzione;  tenetevela cara; il meccanismo 
    ottimo?...
    Forse Robespierre? Forse Luigi Sedicesimo?... No,  niente!  meno di un
    minuto,  meno di un secondo,  e la cosa  fatta. Non si sono mai messi
    soltanto con il pensiero, al posto di quello che  l,  nel momento in
    cui  il  pesante  coltello  che  cade  morde la carne,  rompe i nervi,
    stritola le  vertebre?...  Macch!  un  mezzo  secondo!  Il  dolore  
    sparito... orrore!


    40)  E' strano come io pensi continuamente al re.  Ho un bel fare,  un
    bel scuotere la testa,  nell'orecchio ho una cosa che sempre mi  dice:
    - In questa stessa citt,  a questa stessa ora,  e non lontano da qui,
    in un altro palazzo,  c' un uomo  unico  come  te,  con  questa  sola
    differenza  che  lui   tanto in alto quanto tu in basso.  La sua vita
    intera,  minuto per minuto,  non  che gloria,  grandezza,  delizie ed
    ebbrezza.  Tutto,  intorno a lui,   amore,  rispetto, venerazione. Le
    voci pi alte parlandogli diventano sommesse, e le fronti pi fiere si
    inchinano.  Egli non ha che seta ed oro sotto gli occhi.  A quest'ora,
    tiene  qualche  consiglio dei ministri dove tutti sono del suo parere;
    oppure pensa alla caccia di domani,  al ballo di questa  sera,  sicuro
    che la festa arriver all'ora fissata,  e lasciando agli altri la cura
    dei suoi piaceri.  Ebbene!  quest'uomo  di carne e ossa  come  te!  E
    perch  immediatamente  crollasse  l'orribile  palco,  perch tutto ti
    fosse reso, vita, libert, fortuna, famiglia, basterebbe che scrivesse
    con questa penna le sette parole del suo nome in fondo a un  pezzo  di
    carta,  o  che  semplicemente,  la  sua  carrozza  incontrasse  la tua
    carretta! E luii  buono, e non chiederebbe forse niente di meglio,  e
    non sa niente!


    41)  Ebbene,   dunque!   Abbiamo  coraggio  con  la  morte,  prendiamo
    quest'orribile idea a due mani e guardiamola  in  faccia.  Chiediamole
    cosa sia, cerchiamo di sapere cosa vuole da noi, giriamola da tutte le
    parti, scrutiamo l'enigma: guardiamo, ors, nella tomba.
    Mi  sembra che,  quando i miei occhi saranno chiusi,  vedr una grande
    luce e degli abissi di luce in cui il mio spirito rotoler senza fine.
    Mi sembra che il cielo sar luminoso per  se  stesso,  che  le  stelle
    diventeranno  delle macchie oscure e che,  al posto di essere come per
    gli occhi dei vivi, delle pagliuzze d'oro su un velluto nero, sembrano
    dei punti neri su un velluto d'oro.
    Oppure,  me disgraziato,  non ci  sar  che  uno  spaventevole  gorgo,
    profondo,  le cui pareti saranno tappezzate di tenebre e dove io cadr
    continuamente, circondato da larve sbucanti dall'ombra.
    Oppure,  svegliandomi dopo  il  colpo  mi  trover  forse  su  qualche
    superficie umida e liscia,  mentre striscio nell'oscurit girandomi su
    me stesso come una testa che rotola.  E ci  sar  un  gran  vento  che
    spinger, e altre teste che rotoleranno, mi sbatteranno qua e l. E ci
    saranno  mari  e ruscelli di un liquido tiepido e sconosciuto;  e sar
    tutto nero.
    Quando i miei occhi,  nella  loro  rotazione,  saranno  rivolti  verso
    l'alto,  non  vedranno  che  un  cielo  oscuro  che grava su di loro e
    lontano lontano,  in fondo,  dei grandi archi di fumo pi  neri  delle
    tenebre.  E  nella  notte  volteggeranno delle piccole fiammelle rosse
    che,  avvicinandosi,  diventeranno uccelli di fuoco.  E sar cos  per
    tutta l'eternit.
    E  pu  anche  darsi  che in certe nere notti di inverno i morti della
    Grve si riuniscano sulla piazza che  loro.  Sar una folla pallida e
    insanguinata,  e  io non vi mancher.  Non ci sar luna e si parler a
    voce  bassa.  Il  palazzo  municipale  sar  l,  con  la  sua  faccia
    butterata, il suo tetto frastagliato e il suo orologio che  stato per
    noi  senza  piet.  Sulla piazza ci sar una ghigliottina dell'inferno
    dove un demonio uccider un boia:  alle  quattro  del  mattino.  E,  a
    nostra volta, faremo folla intorno.
    E'  probabile  che  sar cos.  Ma se quei morti ritornano,  sotto che
    forma ritornano? Cosa conservano del loro corpo incompleto o mutilato?
    Che cosa scelgono, essi? E' il tronco o la testa che  spettro?
    Ohim!  Cosa fa mai la morte alla nostra anima?  Che natura le lascia?
    Che cosa le toglie e le dona?  Dove la manda?  Qualche volta le presta
    degli occhi di carne per guardare sulla terra, e piangere?
    Ah! un prete! un prete che sappia tutte queste cose!  Voglio un prete,
    e un crocifisso da baciare. Un prete, mio Dio!


    42) L'ho pregato di lasciarmi dormire, e mi sono gettato sul letto.
    In  realt,  avevo  un  fiotto  di  sangue nella testa che mi ha fatto
    dormire. Il mio ultimo sonno di questa specie.
    Ho fatto un sogno.
    Ho sognato che era notte e che ero nel mio studio con due o tre  amici
    non so pi quali.
    Mia moglie era a letto nella camera accanto e dormiva con la bambina.
    Parlavamo  sottovoce,  i  miei  amici  e io,  e quello che dicevamo ci
    atterriva.
    All'improvviso mi  sembr  di  sentire  un  rumore  in  qualche  parte
    dell'appartamento: un rumore debole, strano, indeterminato.
    I  miei  amici  avevano  sentito  come  me.  Ascoltammo:  era come una
    serratura che si  apriva  sordamente,  come  un  chiavistello  che  si
    facesse scorrere a poco a poco.
    C'era qualcosa che ci agghiacciava: avevamo paura.  Pensammo potessero
    essere dei ladri che si erano introdotti  in  casa  a  quell'ora  cos
    tarda di notte.
    Decidemmo di andare a vedere;  mi alzai e presi la bugia. Gli amici mi
    seguivano a uno a uno.
    Attraversammo la vicina camera da letto.  Mia moglie  dormiva  con  la
    bambina.
    Arrivammo  nel  salone.  Niente.  I ritratti erano immobili nelle loro
    cornici d'oro sulla tappezzeria rossa.  Mi sembr  che  la  porta  del
    salone alla sala da pranzo non fosse a posto come sempre.
    Entrammo  nella sala da pranzo;  ne facemmo il giro.  Io camminavo per
    primo: la porta sulla scala  era  chiusa  bene;  le  finestre,  anche.
    Arrivati  vicino  alla  stufa,  vidi  che  l'armadio  era  aperto e il
    battente tirato verso l'angolo del muro come per nasconderlo.
    Questo mi sorprese.  Pensammo ci fosse  qualcuno  nascosto  dietro  la
    porta e feci per chiudere: resistette. Stupefatto, tirai pi forte, ed
    essa,  bruscamente,  cedette  scoprendoci una vecchietta,  con le mani
    penzoloni, gli occhi chiusi, immobile,  in piedi incollata nell'angolo
    del muro.
    C'era  qualcosa  di  orribile,  in  tutto  questo,  e a pensarci mi si
    rizzarono ancora i capelli.
    - Cosa fate qui?  - chiesi alla vecchia.
    Lei non rispose.
    Le domandai:  - Chi siete?
    Non rispose, non si mosse e rimase ad occhi chiusi.
    Gli amici, allora, mi dissero:
    - E' certamente la complice di quelli che  sono  entrati  con  cattive
    intenzioni.  Sentendoci  venire  sono  scappati;  lei  non avr potuto
    fuggire e si  nascosta qui.
    L'ho interrogata di nuovo:  rimasta senza  voce,  senza  vita,  senza
    sguardo.
    Uno di noi le ha dato uno spintone:  caduta.
    E'  caduta  tutta  d'un pezzo,  come un pezzo di legno,  come una cosa
    morta.
    L'abbiamo mossa con  il  piede,  poi  due  di  noi  l'hanno  alzata  e
    appoggiata  di  nuovo  al muro;  non ha dato nessun segno di vita.  Le
    abbiamo gridato nell'orecchio:  rimasta muta come se fosse sorda.
    Cominciavamo a perdere la pazienza;  e nel nostro terrore c'era  ormai
    anche la collera.
    Uno mi ha detto:  - Mettetele la bugia sotto il mento.
    Le  ho  accostato  la  fiamma.  Allora ha aperto un occhio a met,  un
    occhio vuoto, fosco, spaventoso e senza sguardo.
    Ho tolto la fiamma e le ho detto:
    - Ah! finalmente! risponderai, vecchia strega? Chi sei?
    L'occhio si  chiuso come da solo.
    - Ah!  ma  troppo  - hanno detto gli  altri.    -  Ancora  la  bugia!
    ancora! bisogner bene che parli.
    Ho rimesso il lume sotto il mento della vecchia.
    Allora, lei ha aperto lentamente i due occhi, ci ha guardati tutti uno
    dopo  l'altro,  poi,  chinandosi bruscamente,  con un gelido soffio ha
    spento la bugia.  Nel medesimo  istante,  nelle  tenebre,  ho  sentito
    penetrare tre denti acutissimi nella mia mano.
    Mi sono svegliato, tremante e bagnato di sudore freddo.
    Il  buon  cappellano  era  seduto ai piedi del letto,  e leggeva delle
    preghiere.
    - Ho dormito molto tempo?  - gli ho chiesto.
    - Figlio mio  - mi ha risposto   -  avete  dormito  un'ora.  Vi  hanno
    portato vostra figlia.  E' nella camera vicina che vi aspetta;  non ho
    voluto che vi svegliassero.
    - Ah!  - ho gridato  - mia figlia, portatemi mia figlia!


    43) E' fresca,  rosea, ha dei grandi occhi, oh, com' bella! Le hanno
    poi messo un vestitino che le va cos bene!
    L'ho sollevata tra le mie braccia,  l'ho fatta sedere sulle ginocchia,
    l'ho baciata sui capelli.  Intanto, lei, mi guardava con aria stupita:
    carezzata, abbracciata, divorata da baci,  lasciava fare,  ma gettando
    ogni tanto uno sguardo inquieto alla balia che piangeva in un angolo.
    -  Maria!    -  le  ho  detto  - mia piccola Maria!   - e l'ho stretta
    violentemente al petto gonfio di pianto.  Lei ha lanciato  un  piccolo
    grido.
    - Oh, signore, mi fate male  - mi ha detto.
    Signore?  E'  ormai un anno che non mi vede,  povera bambina,  e mi ha
    dimenticato, viso,  voce e accento;  e poi,  chi mai mi riconoscerebbe
    con  questa  barba,  questi abiti e questo pallore?  E che?  sarei gi
    dunque scomparso da questa memoria, la sola in cui avrei voluto vivere
    ancora?!  Non sono gi dunque pi padre?  Condannato a non sentire pi
    questa  parola,  questa parola della lingua dei bimbi,  cos dolce che
    non pu restare in quella degli uomini: pap!
    Sentirla una volta da questa bocca,  una volta sola ecco tutto  quello
    che  avrei  chiesto  in  cambio  di  quarant'anni  di  vita  che mi si
    prendono.
    - Ascolta,  Maria  - le ho detto stringendo le sue piccole mani  nelle
    mie  - davvero non mi conosci?
    Lei mi ha guardato con i suoi begli occhi,  e ha risposto:  - Oh,  no,
    per davvero!
    - Guarda bene  - le ho ripetuto.  - Ma come tu non sai chi sia?
    - S  - ha detto.  - Un signore.
    Ah!  non amare ardentemente che un unico essere al mondo,  amarlo  con
    tutto  il  proprio  amore,  e  averlo  davanti a s,  che vi vede e vi
    guarda,  vi parla e risponde,  e non vi riconosce!  Non desiderate  di
    esser consolato che da lui,  mentre lui solo,  non sappia che ne avete
    bisogno perch andate a morire!
    - Maria  - ho ripreso  - tu hai un pap?
    - S, signore  - ha detto la bimba.
    - Oh, e dov' allora?
    Lei ha alzato i suoi grandi occhi stupiti.
    - Ah! voi dunque non lo sapete? E' morto.
    Poi ha strillato; per poco, infatti, non l'avevo lasciata cadere.
    - Morto!  - dicevo.  - Maria! ma sai che cosa vuol dire, morto?
    - S,  signore  - ha risposto.   - Vuol dire che  nella terra  e  nel
    cielo.
    E  ha  continuato  da  sola:  - Io prego il buon Dio per lui mattino e
    sera sulle ginocchia della mamma.
    L'ho baciata sulla fronte.
    - Maria, dimmi la tua preghiera.
    - Non posso,  signore.  Una preghiera non  si  pu  dirla  durante  il
    giorno. Venite a casa mia stasera e ve la dir.
    Era abbastanza. E l'ho interrotta:  - Maria, io, sono il tuo pap.
    - Ah!  - mi ha detto.
    Ho aggiunto:  - Vuoi che sia io il tuo pap? La bimba s' girata.
    - No, mio pap era molto pi bello.
    L'ho  coperta di baci e di lacrime.  Lei ha cercato di liberarsi dalle
    mie braccia, gridando:  - Mi fate male con la vostra barba.
    Allora,  me la sono rimessa sulle ginocchia covandola con gli occhi  e
    ho preso a interrogarla.
    - Maria, sai leggere?
    -  S  - ha risposto.   - So leggere benissimo.  Me lo ha insegnato la
    mamma.
    - Vediamo,  allora,  leggi un po'  - le ho detto indicandole un foglio
    che teneva accartocciato in una delle sue manine.
    Ha scosso la testa.
    - Eh! Non so leggere che le favole!
    - Ma su, prova lo stesso. Su, leggi.
    Lei ha spiegato il foglio e si  messa a compitare con il suo dito:  -
    "S, e, n, sen, t, e, n, senten, Sentenza..."
    Gliel'ho  strappato  di  mano.  Era  la mia sentenza di morte,  che mi
    leggeva.
    Non ci sono parole per  dire  quello  che  provavo.  La  mia  violenza
    l'aveva spaventata, quasi quasi piangeva. All'improvviso mi ha detto:
    - Restituitemi il mio foglio! E' mio, e lo voglio per giocare.
    L'ho riconsegnata alla balia.
    - Portatela via.
    E  sono  caduto  sulla  sedia,  mesto,  cupo,  e  disperato.  Ora loro
    dovrebbero venire;  non mi importa pi di niente;  l'ultima fibra  del
    mio cuore  spezzata.
    Sono buono per quello che stanno per fare.


    44)  Tutto  sommato  il  prete  buono e anche il gendarme.  Credo che
    quand'ho loro detto che mi avevano portato mia figlia abbiano  versato
    qualche lacrima.
    E' fatto. Ora bisogna che mi roda in me stesso, e che pensi fermamente
    al boia,  alla carretta, ai gendarmi, alla folla sul ponte, alla folla
    sul  viale,  alla  folla  alle  finestre,  e  a  quello  che  ci  sar
    espressamente  per  me  su quella lugubre piazza di Grve che potrebbe
    essere selciata di tutte le teste che ha visto cadere.
    Credo di avere ancora un'ora per abituarmi a tutto questo.


    45) E tutta quella gente rider,  batter le mani,  applaudir.  E tra
    quegli  uomini  liberi e conosciuti ai poliziotti che corrono pieni di
    gioia a un'esecuzione, in quella marea di teste che coprir la piazza,
    ci sar pi di una testa predestinata, che, presto o tardi, seguir la
    mia nel cesto rosso.  Pi d'uno che viene per me  verr  per  s.  Per
    questi  esseri fatali c',  su un certo punto della piazza di Grve un
    luogo fatale,  un centro d'attrazione,  una trappola.  Essi vi  girano
    intorno finch non vi restano presi.


    46)  La  mia  piccola  Maria!  L'hanno riportata a giocare: osserva la
    folla dalla portiera della carrozza e  non  pensa  gi  pi  a  questo
    signore.
    Forse avr ancora il tempo per scrivere qualche pagina per lei, poich
    un giorno la possa leggere e tra quindici anni, piangere per oggi.
    S,  bisogna  che  sappia  da me la mia storia e perch il nome che le
    lascio gronda di sangue.









    LA MIA STORIA.

    47) Nota dell'editore.

    I fogli che a questi si dovrebbero riattaccare,  non  si  sono  ancora
    potuti trovare.  Forse,  come quelli che seguono sembrano indicare, il
    condannato non ha avuto il tempo di scriverli.  Quando questo pensiero
    gli  venuto era tardi.














    Da una stanza del palazzo municipale.

    48) Dal palazzo municipale!...  E cos ci sono arrivato!  L'esecrabile
    viaggio  fatto. La piazza  l, e, sotto la finestra,  c' l'orribile
    folla che abbaia, e mi aspetta, e ride.
    Ho avuto un bel rodermi,  un bel rabbrividire,  il cuore mi  mancato.
    Quando ho visto al di sopra delle teste quei due bracci rossi  con  il
    loro triangolo nero in cima, rizzati tra le due lanterne della piazza,
    il  cuore  mi    mancato;  e  ho  chiesto  di  poter  fare  un'ultima
    dichiarazione.  Mi hanno messo qui e sono  andati  a  cercare  qualche
    procuratore del re. Io aspetto:  tutto tempo guadagnato.
    Ecco dunque:
    Suonavano  le  tre  quando  sono venuti ad avvertirmi che era ora.  Ho
    tremato: come se da sei ore,  da sei settimane,  da  sei  mesi  avessi
    sempre  pensato  a tutt'altra cosa.  Mi ha fatto l'effetto di qualcosa
    d'improvviso e inatteso.
    Mi hanno fatto attraversare i loro corridoi e discendere le loro scale
    e mi 'hanno spinto al di l di due battenti a pian terreno in una sala
    sudicia e angusta,  e a malapena rischiarata da un giorno di pioggia e
    di  nebbia.  Nel mezzo c'era una sedia: mi hanno detto di sedermi e io
    mi sono seduto.
    Vicino alla porta e lungo i muri c'era in piedi qualche persona  oltre
    al prete e ai gendarmi; e c'erano anche tre altri uomini.
    Il  primo,  il  pi  grande  e vecchio,  grasso e con la faccia rossa,
    portava la redingote e un tricorno sformato. Era lui.
    Era il boia,  il servitore della ghigliottina.  Gli altri erano i suoi
    servitori, per lui.
    Appena seduto,  gli altri due mi si sono avvicinati,  da dietro,  come
    gatti;  poi,  all'improvviso ho sentito un freddo d'acciaio  nei  miei
    capelli e le forbici hanno cominciato a stridermi nelle orecchie.
    I capelli,  tagliati come veniva, cadevano a ciocche sulle mie spalle,
    e l'uomo dal tricorno li spazzava via dolcemente  con  la  sua  grossa
    mano.
    Intorno si parlava a bassa voce.
    C'era  un  gran  rumore,   fuori:  come  un  fremito  che  ondeggiasse
    nell'aria. All'inizio ho creduto che fosse il fiume;  ma,  dopo alcuni
    scoppi di risa ho capito che era la folla.
    Un  giovanotto  che scriveva a matita su un notes vicino alla finestra
    ha domandato a uno dei carcerieri come si chiamava quello che si stava
    facendo.
    - La toilette del condannato  - ha risposto quello.
    Ho capito che domani, sul giornale, ci sar anche quello.
    Improvvisamente uno dei servitori mi ha tolto il maglione e l'altro mi
    ha afferrato le mani penzoloni, me le ha rigirate dietro la schiena ed
    ho sentito i nodi di una corda girare lentamente intorno ai miei pugni
    vicini. Contemporaneamente, l'altro mi scioglieva la cravatta.
    La camicia di batista,  solo lembo che mi restava di  quello  che  ero
    stato  altre  volte,  l'ha fatto esitare un momento;  poi si  messo a
    tagliarne via il collo.
    A questa orribile precauzione,  alla sensazione  dell'acciaio  che  mi
    sfiorava  il  collo  mi  sono  tremate  le  braccia,  mi sono lasciato
    scappare un lamento soffocato. La mano dell'esecutore  trasalita.
    - Signore  - mi ha detto  - scusate! Vi ho forse fatto male?
    Questi boia sono degli uomini molto gentili.
    La folla, di fuori, urlava pi forte.
    L'omaccione dalla faccia bitorzoluta mi ha  offerto  da  respirare  un
    fazzoletto imbevuto di aceto.
    - Grazie  - gli ho detto con la voce pi alta che potevo  -  inutile,
    sto benissimo.
    Allora uno di loro si  abbassato e mi ha legato i piedi con una corda
    fine  e  lenta che mi permetteva di muovere dei piccoli passi e che ha
    poi attaccata a quella delle mani.
    Poi l'omaccione mi ha gettato sulla schiena la  veste  e  me  ne  sono
    annodate le maniche sotto il mento. Quello che c'era da fare era stato
    fatto
    Allora il prete si  avvicinato con il suo crocifisso.
    - Andiamo, figlio mio  - mi ha detto.
    I boia mi hanno preso sotto le ascelle,  mi sono alzato, ho camminato.
    I miei passi erano molli  e  ondeggianti  come  se  avessi  avuto  due
    ginocchia per gamba.
    In  quel momento la porta esterna si  aperta,  spalancata: un clamore
    furioso e l'aria fredda e la luce bianca hanno fatto irruzione fino  a
    me nell'ombra.
    Dal  fondo  della  cella,  bruscamente,  ho  visto contemporaneamente,
    attraverso la pioggia,  le mille teste urlanti della gente ammucchiata
    e che si urtava sulla scalinata del Palazzo;  a destra, a pianterreno,
    una schiera di gendarmi a cavallo  dei  cui  la  porta  bassa  non  mi
    lasciava vedere che gli zoccoli e il petto; di fronte, un drappello di
    soldati  in tenuta da campagna;  a sinistra la parte posteriore di una
    carretta alla quale era appoggiata  una  scala.  Orribile  quadro  ben
    incorniciato nella porta di una prigione.
    Era  per  quel momento temuto che io avevo conservato il mio coraggio:
    ho fatto tre passi e sono comparso sulla soglia.
    - Eccolo!  Eccolo!   - ha gridato la folla.   -  Esce!  Finalmente!  E
    quelli che mi erano vicino battevano le mani.  Per quanto si ami un re
    gli si farebbe meno festa.
    Era una carretta delle solite, con un cavallo tisico, e un carrettiere
    con una veste bleu a disegni rossi  come  quella  degli  ortolani  dei
    dintorni di Bictre.
    L'omaccione con il cappello a tricorno  salito per primo.
    - Buongiorno,  signor Sansone!  - gridavano alcuni ragazzi arrampicati
    a delle inferriate.
    Un servitore l'ha seguito.
    - Bravo Mard!  - hanno gridato di nuovo i ragazzi.
    Entrambi si sono seduti sul sedile davanti.
    Ora toccava a me: sono salito con un portamento abbastanza sicuro.
    - Va bene, per!  - ha gridato una donna vicino ai gendarmi!
    Quell'atroce elogio mi ha dato coraggio.  Intanto il prete  venuto  a
    mettermisi  vicino.  Mi  avevano  fatto  prendere  posto sul sedile di
    dietro, con la schiena rivolta al cavallo, e questa estrema attenzione
    mi ha fatto fremere.
    Ci mettono dell'umanit, l dentro!
    Ho voluto guardarmi in giro: gendarmi davanti e gendarmi dietro; e poi
    folla, folla, folla: un mare di teste infinito su tutta la piazza.
    Un picchetto di gendarmeria a cavallo mi  aspettava  al  cancello  del
    Palazzo  Municipale.  L'ufficiale  ha dato un ordine: la carretta e il
    suo seguito si sono mossi  come  spinti  in  avanti  dall'urlo  della
    folla.  Abbiamo passato il cancello. Nel momento in cui la carretta si
     diretta verso il Ponte del Cambio, la piazza  scoppiata in un grido
    dai tetti alla strada e i ponti  e  i  viali  hanno  risposto  facendo
    tremare  la  terra.  E' l che il picchetto che aspettava si  riunito
    alla scorta.
    - Gi i cappelli!  gi i cappelli!   - gridavano mille  voci  insieme.
    Come per il re.
    Allora ho riso orribilmente anch'io e ho detto:  - Loro i cappelli, io
    la testa.
    Si andava al passo.
    Era giorno di mercato; il viale dei fiori profumava tutto e i mercanti
    lasciavano i loro cestini per venirmi a vedere.
    Di  fronte,  un  po'  oltre  la  torre quadrata che forma l'angolo del
    Palazzo di giustizia, ci sono delle osterie,  e tutte le loro finestre
    erano  piene  di spettatori felici dei loro bei posti,  soprattutto di
    donne: per gli osti doveva essere un'ottima giornata.
    Si affittavano tavole,  sedie,  palchi,  carretti,  ogni cosa;  e  dei
    mercanti  di  sangue  umano gridavano a squarciagola:  - Chi vuole dei
    posti?
    Allora mi ha preso una terribile collera contro quella folla  e  mi  
    venuto voglia di gridare: Chi vuole il mio?
    Intanto la carretta avanzava: a ogni passo che faceva,  la folla le si
    rovesciava dietro e la  vedevo,  con  gli  occhi  sbarrati,  andare  a
    fermarsi di nuovo pi lontano su un altro punto del mio passaggio.
    Entrando  sul  Ponte del Cambio ho gettato per caso gli occhi alla mia
    destra: lo sguardo mi si  fermato sull'altro viale, al di sopra delle
    case,  su una torre nera,  isolata,  piena di sculture,  in cima  alla
    quale  scorgevo due mostri di pietra seduti di profilo.  Non so perch
    ho chiesto al prete che torre fosse.
    - Saint-Jacques-la-Boucherie  - ha risposto il boia.
    Non so come accadesse: nella nebbia,  e malgrado  la  pioggia  fine  e
    insistente che rigava l'aria come una rete di fili di ragno, niente di
    quello che mi passava vicino mi  potuto sfuggire;  e ogni particolare
    mi portava la sua tortura.
    Verso la met di questo Ponte del Cambio,  cos largo e cos  ingombro
    che ci camminavano a malapena,  l'orrore mi ha preso violentemente;  e
    ho avuto terrore di venir meno. Estrema vanit.
    Allora mi sono chiuso in me stesso per essere cieco e per essere sordo
    a ogni cosa,  tranne che al prete del quale sentivo appena  le  parole
    interrotte dai rumori.
    Ho preso il crocifisso e l'ho baciato.
    -  Abbiate  piet  di  me    - ho detto  - o mio Dio!   - E ho cercato
    d'inabissarmi in questo pensiero.
    Ma ogni scossa della dura carretta mi riscuoteva.
    Poi,  all'improvviso ho sentito  un  gran  freddo:  la  pioggia  aveva
    attraversato  i  miei  vestiti,  e  mi  bagnava  la  pelle della testa
    attraverso i corti capelli tagliati.
    - Tremate di freddo, figlio mio?  - mi ha chiesto il prete.
    - S  - ho risposto.
    Ahim! non solo di freddo.
    In fondo al ponte,  delle donne,  mi hanno compianto  di  essere  cos
    giovane.
    Avevamo preso il viale fatale.  Cominciavo a non vedere e a non capire
    pi niente: tutte quelle voci, tutte quelle teste alle finestre,  alle
    porte,  alle  inferriate  delle  botteghe,  ai  bracci delle lanterne;
    quegli spettatori avidi e  crudeli;  quella  folla  in  cui  tutti  mi
    conoscevano e dove io non conoscevo nessuno;  quella strada lastricata
    e murata di visi umani...  Era vuoto,  stupido,  insensato: il peso di
    tanti   sguardi   puntati   su  di  voi    qualcosa  di  terribile  e
    d'insopportabile.
    Vacillavo sul sedile inebetito.
    Nel tumulto che mi fasciava non distinguevo  pi  le  grida  di  piet
    dalle grida di gioia,  le risa dai pianti,  le voci dai rumori: era un
    unico immenso rombo che mi risuonava in testa.
    I miei occhi leggevano meccanicamente le insegne delle botteghe.
    A un certo punto mi prese la strana curiosit di girare la testa e  di
    guardare    verso    cosa    avanzassi:    era    un'ultima    bravata
    dell'intelligenza,  ma  il  corpo  non  volle,  e  la  nuca  mi  rest
    paralizzata e come gi morta.
    Intravvidi solo,  a sinistra,  al di l del fiume,  la torre di Ntre-
    Dame,  che,  vista di l,  nasconde l'altra.  Era quella dove  c'  la
    bandiera. C'era molta gente, e che doveva veder bene.
    E la carretta andava, andava, e le botteghe passavano, e le insegne si
    succedevano,  scritte,  dipinte,  dorate,  e  il  popolaccio  rideva e
    pestava i piedi nel fango e io mi lasciavo andare,  come ai loro sogni
    quelli che dormono.

    All'improvviso  la  serie  di  botteghe che occupava i miei occhi si 
    troncata all'angolo di una piazza: la voce della folla  diventata pi
    vasta,  pi acuta,  pi gioiosa  ancora,  la  carretta  si    fermata
    bruscamente  e  per  poco  non  mi  ha  fatto cadere con la faccia sul
    pianale.  Il prete mi ha sostenuto.   - Coraggio!    -  ha  mormorato.
    Allora  hanno portato una scala dietro la carretta;  lui mi ha dato il
    braccio e sono sceso;  poi ho fatto un passo,  poi mi sono girato  per
    farne  un  altro  e  non ho potuto: fra i due lampioni del viale avevo
    visto un'orribile cosa.
    Oh! era la realt!
    Mi sono fermato come se vacillassi gi sotto il colpo.
    - Ho da fare un'ultima dichiarazione  - ho gridato debolmente.
    Mi hanno fatto salire qui.
    Ho chiesto che mi lasciassero scrivere le  ultime  volont;  mi  hanno
    slegato  le mani,  ma la corda  qui,  sempre pronta,  e il resto  di
    sotto.


    49) E' arrivato una specie di giudice o commissario o  magistrato  che
    sia.  Gli  ho  chiesto  la  grazia a mani giunte e trascinandomi sulle
    ginocchia; e lui mi ha risposto,  con un sorriso fatale,  se era tutto
    l quello che avevo da dirgli.
    - La grazia!  la grazia!  - ho ripetuto  - o, per piet, ancora cinque
    minuti!
    Chiss? Potrebbe anche arrivare! E' cos orribile alla mia et, morire
    in questo modo!  Di grazie che arrivano all'ultimo momento se ne  sono
    viste spesso. E a chi si far la grazia, signore, se non a me?
    Quell'esecrabile  boia!  Si    avvicinato  al  giudice per dirgli che
    l'esecuzione  andava  fatta  a  una  certa  ora,  che  questa  ora  si
    avvicinava,  che lui era il responsabile, e che, del resto, pioveva, e
    quella faccenda rischiava di arrugginirsi.
    - Per piet! un momento per attendere la mia grazia!  o io mi difendo!
    io mordo!
    Il giudice e il boia sono usciti. Sono solo. Solo con due gendarmi. Oh
    quel maledetto popolaccio con le sue grida di iena!  Chiss se non gli
    scapper? Se non sar salvato? e la grazia!...  impossibile che non mi
    si faccia la grazia!...
    Ah! i miserabili! Mi sembra che salgano le scale...
    LE QUATTRO.


    NOTE.

    (1) Il boia che lo aveva impiccato.
    (2) Le mani.
    (3) Una chiave falsa per penetrare nelle botteghe.
    (4) Le galere.
    (5) Gli sbirri.
    (6) E' stato impiccato.
    (7) La ghigliottina.
    (8) Il palco su cui  issata la ghigliottina.
    (9) Il cimitero.

