
    Victor Hugo.
    I MISERABILI.
    (volume terzo).

    Parte quinta.
    GIOVANNI VALJEAN.




    INDICE A PAGINA 489.











    Libro 1.
    LA GUERRA FRA QUATTRO MURI.


    1.  CARIDDI NEL SOBBORGO SANT'ANTONIO E SCILLA  NEL  SOBBORGO  DEL
    TEMPIO.
    Le due barricate pi memorabili,  che l'osservatore delle malattie
    sociali possa ricordare,  non appartengono al  periodo  in  cui  
    collocata l'azione di questo libro.  Quelle due barricate, simboli
    tutt'e due, sotto due aspetti diversi, d'una terribile situazione,
    sbucarono da sotto terra  nella  fatale  insurrezione  del  giugno
    1848,  la  pi  grande  guerra  per  le vie che abbia mai visto la
    storia.
    Accade talvolta che anche  contro  i  princpi,  anche  contro  la
    libert, l'uguaglianza e la fratellanza, anche contro il suffragio
    universale,  anche contro il governo popolare, dal fondo delle sue
    angosce, dei suoi scoraggiamenti, delle sue privazioni,  delle sue
    febbri,  delle sue miserie,  dei suoi miasmi, delle sue ignoranze,
    delle sue tenebre,  quella grande disperata,  che   la  canaglia,
    protesti, e la plebaglia dia battaglia al popolo.
    I  pezzenti  assaltano  il  diritto  comune;  l'oclocrazia insorge
    contro la democrazia.
    Sono giornate lugubri,  perch c' sempre un  pizzico  di  diritto
    anche in quella demenza,  un pizzico di suicidio in quel duello; e
    le parole accattoni, canaglia, oclocrazia,  plebe,  che vorrebbero
    essere altrettante ingiurie,  dimostrano,  ahim!  la colpa di chi
    regna piuttosto che quella dei diseredati.
    Dal canto nostro, non pronunciamo mai queste parole senza dolore e
    senza rispetto,  poich,  quando la filosofia investiga i fatti  a
    cui  esse  corrispondono,  vi trova spesso molte grandezze accanto
    alle miserie.  Atene era un'oclocrazia;  i  pezzenti  hanno  fatto
    l'Olanda; la plebaglia salv pi d'una volta Roma, e la poveraglia
    seguiva Ges Cristo.
    Non   c'   pensatore   che  non  abbia  talvolta  contemplato  le
    magnificenze delle infime classi.  A quella  poveraglia,  a  tutta
    quella  povera  gente,  a  tutti  quei  vagabondi,  e a tutti quei
    miserabili da cui sorsero gli apostoli e i  martiri,  pensava  san
    Girolamo  quando diceva quella parola misteriosa: "Fex urbis,  lex
    orbis". Le esasperazioni della folla che soffre e sanguina, le sue
    insensate violenze contro i princpi che informano la sua vita, il
    ricorso alla forza contro il diritto, sono colpi di stato popolari
    e devono essere repressi.  L'uomo probo si sacrifica e combatte la
    folla  proprio  per amore di essa.  Ma come la trova scusabile pur
    tenendole testa!  Come la venera pur resistendole!  E' uno di quei
    rari  momenti  in  cui,  pur facendo ci che  doveroso,  si sente
    qualcosa che sconcerta e quasi  sconsiglia  di  andare  oltre;  si
    persiste, se  necessario; per la coscienza soddisfatta  triste,
    e il compimento del dovere si unisce alla stretta del cuore.
    Il giugno 1848,  affrettiamoci a dichiararlo,  fu un avvenimento a
    s,  quasi impossibile a essere classificato nella filosofia della
    storia.  Tutte  le  parole vanno messe da parte quando si parla di
    quella straordinaria sommossa,  nella  quale  si  sent  la  santa
    istanza  del  lavoro  che reclamava i suoi diritti.  La si dovette
    combattere, ed era un dovere, perch attaccava la Repubblica;  ma,
    in  fondo,  che  cosa  fu  il giugno 1848?  Una rivolta del popolo
    contro se stesso.
    Quando non si perde di vista l'argomento, non ci sono digressioni;
    sia dunque concesso di richiamare l'attenzione del  lettore  sulle
    due  barricate assolutamente uniche,  di cui abbiamo parlato e che
    caratterizzano l'insurrezione.
    Una sbarrava l'ingresso  del  sobborgo  di  Sant'Antonio,  l'altra
    difendeva  le vicinanze del sobborgo del Tempio.  Quelli che sotto
    il luminoso cielo azzurro di giugno videro sorgersi  davanti  quei
    due   terribili   capolavori   della   guerra   civile,   non   li
    dimenticheranno mai.
    La barricata Sant'Antonio era mostruosa;  era  alta  tre  piani  e
    larga  settecento piedi.  Sbarrava da un angolo all'altro la vasta
    imboccatura  del  sobborgo,   vale  a  dire  tre   vie.   Franosa,
    frastagliata,  dentellata,  seghettata,  scanalata  da una immensa
    fenditura,   rafforzata  da  contrafforti  che  erano  altrettanti
    bastioni,  con delle punte qua e l, potentemente addossata ai due
    grandi promontori di case del  sobborgo,  essa  sorgeva  come  una
    costruzione  ciclopica  in  fondo  alla  formidabile piazza che ha
    visto il 14 luglio.  Altre  diciannove  barricate  erano  disposte
    nelle vie dietro quella barricata madre,  la cui sola vista faceva
    capire che nel sobborgo l'immensa sofferenza era arrivata al punto
    estremo in cui un'angoscia sta per diventare  una  catastrofe.  Di
    che  era  fatta quella barricata?  Delle macerie di tre case a sei
    piani demolite apposta, dicevano alcuni.  Del prodigio di tutte le
    collere, dicevano gli altri. Aveva il deplorevole aspetto di tutte
    le costruzioni dell'odio: la rovina.  Si poteva chiedere: - Chi ha
    costruito questo?  - e si poteva chiedere pure: - Chi ha distrutto
    questo?   -   Era   l'improvvisazione   della   rivolta.   Guarda:
    quell'imposta, quel cancello,  quel tavolato quello stipite,  quel
    caldano rotto,  quella marmitta fessa.  Date tutto, buttate tutto!
    spingete,   rotolate,   abbattete,    smantellate,    sconvolgete,
    rovesciate  tutto.  Era  la  collaborazione  della  pietra,  della
    lastra, della trave, della sbarra di ferro, del cencio,  del vetro
    infranto,  della  sedia  spagliata,  del  torso  di cavolo,  dello
    strofinaccio, dello straccio e della maledizione. Era il grandioso
    e il meschino.  Era l'abisso parodiato dalla  confusione.  Era  la
    massa  accanto  all'atomo,  il pezzo di muro divelto e la scodella
    infranta; una minacciosa fratellanza di tutti i rottami; Sisifo vi
    aveva gettato la sua roccia,  Giobbe  il  suo  coccio.  Terribile,
    insomma.   Era   l'acropoli  degli  scalzacani.   Alcuni  carretti
    rovesciati frastagliavano la scarpata;  un carrettone immenso  era
    messo  di  traverso,  con l'asse rivolta al cielo,  e sembrava una
    ferita  su  quella  facciata   tumultuosa;   un   omnibus   issato
    allegramente  a  forza  di braccia in cima al cumulo,  come se gli
    architetti  di  quella  costruzione  selvaggia   avessero   voluto
    aggiungere il monellesco al terribile,  porgeva il timone a non si
    sapeva  quali  cavalli   dell'aria.   Quel   gigantesco   ammasso,
    quell'alluvione  della  sommossa  faceva  pensare  a un gigantesco
    sovrapporsi  di  tutte  le  rivoluzioni;  il  '93  sull'89,  il  9
    termidoro  sul  10  agosto,  il  18  brumaio  sul  21 gennaio,  il
    vendemmiale sul pratile,  il 1848 sul 1830.  Il luogo ne valeva la
    pena,  e quella barricata era degna di apparire nello stesso posto
    da cui era scomparsa la  Bastiglia.  Se  l'oceano  formasse  delle
    dighe,  le costruirebbe cos.  Su quel deforme affastellamento era
    impressa la furia dei flutti.  Quali flutti?  La folla.  Pareva di
    vedere  un tumulto pietrificato;  pareva di sentir ronzare,  al di
    sopra di quella barricata, come se avessero l il loro alveare, le
    enormi api tenebrose del progresso violento.  Era una  sterpaglia?
    un baccanale? una fortezza? Sembrava costruita a colpi d'ala dalla
    vertigine.  C'era  qualcosa  della  cloaca  in  quella ridotta,  e
    qualcosa di olimpico in quello scompiglio.  Si  vedevano  in  quel
    disordine pieno di disperazione travi di tetti,  pezzi di mansarde
    con la loro tappezzeria di carta a colori,  invetriate di finestre
    con tutti i vetri,  piantate tra le macerie in attesa del cannone,
    fumaioli  smantellati,  armadi,  tavole,  banchi,  una  confusione
    urlante,  e  quelle  mille  miserabili cose,  rifiuti dello stesso
    mendicante,  che contengono insieme qualcosa  di  furibondo  e  di
    insignificante.  Si  sarebbe  detto  che  fosse  il  cenciume d'un
    popolo, cenciume di legno, di ferro, di bronzo, di pietra e che il
    sobborgo Sant'Antonio lo avesse buttato l,  alla sua  porta,  con
    una colossale scopa, formando con la sua miseria la sua barricata.
    Massi  simili a ceppi patibolari,  catene spezzate,  cavalletti di
    legno che  parevano  forche,  ruote  orizzontali  sporgenti  dalle
    macerie,  aggiungevano  a  quell'edificio  dell'anarchia  la tetra
    immagine dei vecchi supplizi sofferti  dal  popolo.  La  barricata
    Sant'Antonio  si faceva arma di tutto;  tutto quello che la guerra
    civile pu scagliare sul capo della societ usciva  da  essa;  non
    era   un  combattimento,   ma  un  parossismo;   le  carabine  che
    difendevano quella ridotta,  e fra  esse  anche  alcuni  tromboni,
    lanciavano  cocci  di  terraglia,  ossicini e persino rotelline di
    comodini da notte: proiettili pericolosi per via del rame.  Quella
    barricata   era   forsennata;   lanciava   nel  cielo  un  clamore
    inesprimibile; in certi momenti, provocando l'esercito, si copriva
    di folla e di tempesta;  una moltitudine di  teste  infiammate  la
    coronava;  un  brulichio la riempiva;  aveva una cresta spinosa di
    fucili,  di  sciabole,  di  bastoni,  di  scuri,  di  picche,   di
    baionette;  una  grande  bandiera  rossa sbatteva al vento;  vi si
    udivano grida di comando, canzoni di battaglia,  rulli di tamburi,
    singhiozzi di donne,  e le tenebrose risate dei morti di fame. Era
    smisurata e vivente;  e da  essa,  come  dal  dorso  d'un  animale
    elettrico,  usciva  uno  scoppiettio  di  fulmini.  Il genio della
    rivoluzione copriva con la sua nube quella cima su cui  brontolava
    quella voce di popolo che somigliava alla voce di Dio;  una maest
    strana emanava da quella titanica gerla di macerie. Era un mucchio
    di lordure ed era il Sinai.
    Come  abbiamo  detto  pi  su,   essa  assaliva  in   nome   della
    Rivoluzione. Chi? la Rivoluzione. Quella barricata, ossia il caso,
    lo   smarrimento,   il  malinteso,   l'ignoto,   aveva  di  fronte
    l'assemblea costituente,  la sovranit del  popolo,  il  suffragio
    universale,  la  nazione,  la Repubblica;  era la "Carmagnola" che
    sfidava la "Marsigliese".
    Sfida insensata,  ma eroica,  poich quel vecchio  sobborgo    un
    eroe.
    Il  sobborgo e la sua ridotta si prestavano man forte: il sobborgo
    s'appoggiava alla ridotta, la ridotta si addossava al sobborgo. La
    vasta barricata si stendeva come una scogliera,  contro  la  quale
    andava  a  infrangersi la strategia dei generali d'Africa.  Le sue
    caverne,  le sue escrescenze,  le sue verruche,  le sue  gibbosit
    facevano le boccacce,  per cos dire,  e ghignavano sotto il fumo.
    La mitraglia svaniva nell'informe;  le palle  vi  si  affondavano,
    inghiottite,  inabissate;  le  palle  riuscivano  solo  a fare dei
    buchi; a che serve cannoneggiare il caos? E i reggimenti, abituati
    alle  pi  selvagge  visioni  di  guerra,  guardavano  con  occhio
    inquieto  quella  ridotta  che era come una bestia feroce,  irsuta
    come un cinghiale, enorme come una montagna.
    A un quarto di lega,  dall'angolo della via del Tempio che  sbocca
    sul  boulevard presso lo Chateau d'Eau,  se si sporgeva avidamente
    la testa fuori della punta formata  dalla  vetrina  del  magazzino
    Dallemagne,  si scorgeva lontano,  al di l del canale,  nella via
    che sale le rampe di Belleville, al punto culminante della salita,
    una muraglia strana che giungeva al secondo piano della  facciata,
    specie  di  tratto  d'unione  delle  case  di destra con quelle di
    sinistra,  come se la via avesse ripiegato da s il suo  muro  pi
    alto per chiudersi bruscamente. Quel muro era fatto di selci, e si
    ergeva diritto,  freddo, perpendicolare, livellato con la squadra,
    tirato con l'archipenzolo. Mancava il cemento,  vero, ma, come in
    certe costruzioni  romane,  la  rigidit  architettonica  non  era
    turbata. Dall'altezza se ne indovinava lo spessore. La sommit era
    matematicamente parallela alla base. A tratti sulla sua superficie
    grigia,  si  distinguevano  delle  feritoie quasi invisibili,  che
    somigliavano a fili neri;  erano separate le une  dalle  altre  da
    spazi  regolari.  La via era deserta a perdita d'occhio;  tutte le
    finestre e tutte le porte erano chiuse.  In fondo si ergeva quello
    sbarramento  che  faceva  della via un angiporto;  muro immobile e
    tranquillo; non vi si vedeva nessuno,  non vi si udiva nulla;  non
    un grido, non un rumore, non un soffio. Un sepolcro.
    L'accecante   sole   di  giugno  inondava  di  luce  quella  scena
    terribile.
    Era la barricata del sobborgo del Tempio.
    Appena giunti sul terreno e vedutala,  era impossibile,  anche  ai
    pi  audaci,  non  diventare  pensosi  davanti a quell'apparizione
    misteriosa.  Era  aggiustata,  incastrata,  levigata,  rettilinea,
    simmetrica  e funebre.  C'era la scienza e c'erano le tenebre.  Si
    sentiva che il capo di quella barricata  era  un  geometra  o  uno
    spettro. Guardandola si parlava sottovoce.
    Se qualcuno,  soldato,  ufficiale o rappresentante del popolo,  si
    arrischiava ad attraversare la via deserta,  si  udiva  un  sibilo
    acuto  e  leggero,  e  il  passante  cadeva  ferito o morto,  o se
    sfuggiva,  si vedeva penetrare  in  una  imposta  chiusa,  in  una
    connessura  di  selci,  nell'intonaco  d'un  muro una pallottola e
    qualche volta un biscaglino,  poich i difensori  della  barricata
    s'erano fatti due cannoncini con due tubi di ferro del gas, chiusi
    a  un'estremit con argilla e stoppa.  Non facevano spreco inutile
    di polvere. Quasi tutti i colpi andavano a segno. C'erano qua e l
    dei cadaveri,  e pozze di sangue sul lastricato.  Mi ricordo d'una
    farfalla  che svolazzava su e gi per la via.  L'estate non abdica
    mai.
    Nei dintorni, gli androni, erano ingombri di feriti.
    Si era sorvegliati da qualcuno che restava invisibile e si  capiva
    che tutta la strada era presa di mira.
    I soldati della colonna d'assalto,  ammassati dietro quella specie
    di schiena d'asino formata dal ponte del canale  all'ingresso  del
    sobborgo  del  Tempio,  osservavano gravi e pensosi quella lugubre
    ridotta, quella immobilit, quella impassibilit, da cui veniva la
    morte.  Alcuni strisciavano col ventre a terra fino alla curva del
    ponte, attenti a non mostrare il loro chep.
    Il   valoroso   colonnello  Monteynard  ammirava  fremendo  quella
    barricata. - "Com' costruita bene!" - diceva a un deputato.  "Non
    un ciottolo che sporga;  sembra di porcellana".  - In quel momento
    una palla gli spezz la croce sul petto e cadde.
    - Vili!  - dicevano.  - Ma si mostrino dunque!  si lascino vedere!
    non osano,  si nascondono! - La barricata del sobborgo del Tempio,
    difesa da ottanta uomini,  assalita da diecimila,  resistette  tre
    giorni. Al quarto si fece come a Zaatcha e a Costantina, si fecero
    delle brecce nelle case,  si calarono dai tetti, e la barricata fu
    presa.  Neppure uno degli ottanta vili pens  di  fuggire;  furono
    uccisi tutti,  eccetto il capo,  Barthlemy,  di cui parleremo tra
    breve.
    La barricata Sant'Antonio era  il  rombo  dei  tuoni,  quella  del
    Tempio il silenzio: c'era tra queste due ridotte la differenza che
    esiste tra il formidabile e il sinistro;  l'una sembrava una gola,
    I'altra una maschera.
    Ammesso che la gigantesca  e  tenebrosa  insurrezione  del  giugno
    fosse composta d'una collera e d'un enigma,  nella prima barricata
    si sentiva il drago e dietro la seconda la sfinge.
    Queste due fortezze erano state costruite da due  uomini  chiamati
    l'uno   Cournet,   l'altro  Barthlmy:  Cournet  aveva  fatto  la
    barricata Sant'Antonio, Barthlmy quella del Tempio, e ognuna era
    l'immagine del suo artefice.
    Cournet era di alta statura,  con  le  spalle  larghe,  la  faccia
    rubiconda,  il pugno robusto, il cuore ardimentoso, l'anima leale,
    l'occhio sincero e  terribile.  Intrepido,  energico,  irascibile,
    tempestoso;  l'uomo pi cordiale,  il pi formidabile combattente.
    La guerra, la lotta, la mischia erano la sua aria respirabile e lo
    mettevano di buon umore.  Era stato ufficiale  di  marina,  e  dal
    gesto  e  dalla  voce s'indovinava che usciva dall'oceano e veniva
    dalla tempesta; continuava la burrasca nella battaglia.  Tranne il
    genio,  c'era  in  Cournet  qualcosa  di Danton,  come,  tranne la
    divinit, c'era in Danton qualcosa di Ercole.
    Barthlmy, magro, sparuto,  pallido,  taciturno era una specie di
    monello  tragico  che,  schiaffeggiato  da una guardia di polizia,
    l'attese,  l'uccise,  e a diciassette anni fu mandato  in  galera.
    Quando ne usc, costru quella barricata.
    Pi  tardi,  cosa  fatale,  a  Londra,  proscritti  tutti  e  due,
    Barthlmy uccise Cournet.  Fu un duello  funebre.  Qualche  tempo
    dopo,  preso nell'ingranaggio d'una di quelle misteriose avventure
    in cui vi si immischia la  passione,  catastrofi  nelle  quali  la
    giustizia  francese  vede delle circostanze attenuanti e l'inglese
    vede solo la morte,  Barthlmy fu impiccato.  Il  tetro  edificio
    sociale    cos  fatto  che,  grazie  alle privazioni materiali e
    all'oscurit  morale,   quell'essere  sventurato   che   conteneva
    un'intelligenza  certamente  solida,  forse  grande,  cominci col
    bagno in Francia e fin con la forca in  Inghilterra.  Barthlmy,
    in tutte le occasioni, innalzava una sola bandiera: quella nera.

    2. CHE FARE NELL'ABISSO SE NON CHIACCHIERARE?
    Sedici  anni  valgono  qualcosa  nella silenziosa educazione della
    sommossa,  e il giugno 1848 la sapeva pi lunga del  giugno  1832.
    Per questo a paragone delle due barricate colossali che abbiamo or
    ora descritte, quella della via Chanvrerie non era che un abbozzo,
    un embrione; per, per quell'epoca, era formidabile.
    Gli insorti, sotto l'occhio di Enjolras, poich Mario non guardava
    pi  nulla,  avevano  approfittato  della notte.  La barricata era
    stata non solo riparata,  ma accresciuta,  rialzata di due  piedi.
    Alcune  spranghe  di  ferro  infisse  tra le pietre somigliavano a
    lance in resta;  ogni sorta di rottami portati da tutte  le  parti
    aumentavano   il   groviglio  esteriore.   La  ridotta  era  stata
    magistralmente rifatta come un muro di dentro e come un roveto  di
    fuori.
    Avevano  riattato  la scala di selci che permetteva di montarvi su
    come ad un muro di cittadella.
    Avevano riordinato anche l'interno della barricata,  sgombrato  la
    sala al pianterreno, trasportato l'ambulatorio in cucina, compiuto
    la  bendatura  ai  feriti,  raccolto la polvere sparsa per terra e
    sulle tavole, avevano fuso altre palle, fabbricato altre cartucce,
    ripulito tutto, spazzato i rottami, rimosso i cadaveri.
    Questi ultimi vennero ammucchiati nel vicolo  Mondtour,  che  era
    libero,  e il cui selciato rest per molto tempo insanguinato. Fra
    i morti c'erano quattro guardie nazionali.  Enjolras fece porre in
    disparte le loro divise.
    Enjolras  aveva  consigliato due ore di sonno,  e un suo consiglio
    era un ordine;  tuttavia solo tre  o  quattro  ne  approfittarono.
    Feuilly impieg quelle due ore a incidere sul muro dirimpetto alla
    bettola questa iscrizione:
    "VIVA I POPOLI!"
    Queste tre parole, incise nella pietra con un chiodo, si leggevano
    ancora nel 1848.
    Le   tre  donne  avevano  profittato  della  tregua  notturna  per
    scomparire  definitivamente;   il  che  permise  agli  insorti  di
    respirare con maggior libert.  Erano riuscite a rifugiarsi in una
    casa vicina.
    La maggior parte dei feriti potevano e volevano ancora combattere.
    Nella cucina trasformata in ambulatorio,  sopra materassi e mucchi
    di  paglia,  c'erano cinque uomini feriti gravemente,  tra cui due
    guardie municipali, che vennero medicate per prime.
    Nella sala al pianterreno rimasero solo Mabeuf sotto il suo drappo
    nero e Javert legato al palo.
    - Questa  la sala mortuaria, - disse Enjolras.
    In fondo a questa sala rischiarata appena da una candela, c'era la
    tavola col morto che,  stando  dietro  al  palo  come  una  sbarra
    orizzontale,  formava  una  grande  croce  che andava da Javert in
    piedi a Mabeuf disteso.
    Il timone dell'omnibus, bench spezzato dalla fucileria,  sporgeva
    ancora abbastanza per potervi attaccare una bandiera.
    Enjolras,  che  possedeva la qualit del capo di far sempre quello
    che  diceva,   appese  a   quell'asta   l'abito   bucherellato   e
    insanguinato del vegliardo ucciso.
    Non  era  possibile nessun pasto.  Non c'era n pane n carne.  Da
    sedici ore che  erano  l,  i  cinquanta  uomini  della  barricata
    avevano  esaurito  le scarse provvigioni della bettola.  A un dato
    momento,  ogni barricata che resiste  diventa  inevitabilmente  la
    zattera della Medusa.  Bisogn rassegnarsi alla fame.  Si era alle
    prime ore di quella giornata spartana del 6 giugno,  quando  nella
    barricata Saint-Merry, Jeanne circondata da insorti che chiedevano
    pane,  rispondeva,  a tutti i combattenti: - A che serve?  Sono le
    tre; alle quattro saremo morti.
    Non essendo pi  possibile  mangiare,  Enjolras  proib  di  bere:
    interd il vino e razion l'acquavite.
    In  cantina  avevano  trovato  una  quindicina di bottiglie piene,
    suggellate ermeticamente.  Enjolras e Combeferre le esaminarono  e
    quest'ultimo  risalendo  disse:  -  Sono  vecchi rimasugli di pap
    Hucheloup, che faceva il droghiere. - Deve essere vino schietto, -
    osserv Bossuet.  - Fortuna che Grantaire dorme: se fosse  sveglio
    dureremmo  fatica  a  salvare  queste  bottiglie.   -  Malgrado  i
    mormorii,  Enjolras mise il suo veto sulle quindici  bottiglie,  e
    perch  nessuno  le toccasse e venissero considerate come una cosa
    sacra, le fece collocare sotto la tavola su cui giaceva Mabeuf.
    Verso  le  due  del  mattino  si  contarono:   erano   ancora   in
    trentasette.
    Cominciava  a  spuntare  l'alba.  Avevano  spento  la  torcia  gi
    ricollocata nel suo alveo di pietre.  L'interno  della  barricata,
    quella specie di cortiletto sulla via, era immerso nelle tenebre e
    somigliava,  attraverso  il vago orrore crepuscolare,  al ponte di
    una nave disalberata. I combattenti che vi si muovevano sembravano
    fantasmi neri.  Al di sopra di quel terribile  nido  di  ombre  si
    abbozzavano lividamente i piani delle case mute; in alto, pallidi,
    i fumaioli. Il cielo aveva quella graziosa sfumatura indecisa, che
      forse  il bianco ed  forse l'azzurro;  gli uccelli vi volavano
    con  grida  festose;  l'alta  casa  che  formava  il  fondo  della
    barricata,  essendo  volta  a  levante,  aveva  sul tetto un lieve
    riflesso roseo. Il vento mattinale agitava al finestrino del terzo
    piano i capelli grigi sulla testa dell'ucciso.
    - Sono contento che abbiano spento la torcia - disse Courfeyrac  a
    Feuilly;  -  quella  fiamma  che  tremolava al vento mi dava noia;
    pareva che  avesse  paura.  La  luce  delle  torce  somiglia  alla
    saggezza dei vili; rischiara male perch trema.
    L'alba  risveglia  le menti come gli uccelli;  tutti discorrevano.
    Joly,  vedendo un gatto passeggiare sopra una gronda,  ne cav uno
    sfogo filosofico:
    -  Cos'  il  gatto?  - diss'egli.  - Un correttivo.  Il buon Dio,
    avendo creato il sorcio disse tra s: - Ecco che ho  commesso  una
    sciocchezza. - E cre il gatto, che  l'errata-corrige del sorcio.
    Il  sorcio,  pi  il  gatto,   la prova riveduta e corretta della
    creazione.
    Combeferre, circondato da studenti e da operai, parlava dei morti,
    di Prouvaire, di Bahorel,  di Mabeuf e anche di Le Cabuc,  e della
    severa tristezza di Enjolras:
    -  Armodio e Aristogitone,  Bruto,  Cherea,  Stephanus,  Cromwell,
    Carlotta Corday, Sand,  tutti dopo il colpo ebbero il loro momento
    d'angoscia.  Il  nostro cuore  cos fremente e la vita umana  un
    tal mistero,  che anche dopo un omicidio  civico,  anche  dopo  un
    omicidio liberatore,  se esiste, il rimorso di aver ucciso un uomo
    supera la gioia d'aver servito il genere umano.
    E un minuto dopo - sono cos i meandri dello scambio di  parole  -
    per  una  transizione  venuta  dai versi di Prouvaire,  Combeferre
    comparava  tra  loro  i  traduttori  delle  Georgiche,   Raux  con
    Cournand,  Cournand  con  Delille,  e specialmente i prodigi della
    morte di Cesare; e per questa parola, Cesare,  il discorso torn a
    Bruto.
    -  Cesare  -  diceva  Combeferre - cadde giustamente.  Cicerone fu
    severo con Cesare,  ed ebbe ragione;  la sua  severit  non    la
    diatriba.   Quando  Zoilo  insulta  Omero,  quando  Mevio  insulta
    Virgilio,  quando  Vis  insulta  Molire,   quando  Pope  insulta
    Shakespeare, quando Frron insulta Voltaire, si compie una vecchia
    legge  d'invidia e di odio,  i geni attirano l'ingiuria,  i grandi
    uomini eccitano sempre i latrati.  Ma tra Zoilo e Cicerone bisogna
    distinguere.  Cicerone   un giustiziere col pensiero,  come Bruto
    con la spada. Dal canto mio, biasimo la giustizia della spada;  ma
    l'antichit   l'ammetteva.   Cesare,   violatore   del   Rubicone,
    conferendo,  come provenienti da lui,  le dignit che  provenivano
    dal popolo,  non alzandosi quando entrava il Senato,  faceva, come
    dice Eutropio,  cose da re e quasi da  tiranno,  "regia  ac  poene
    tyrannica".  Era un grand'uomo;  tanto peggio,  o tanto meglio: la
    lezione  pi alta.  Le sue ventitr  ferite  mi  commuovono  meno
    dello  sputo  in  fronte  a  Ges  Cristo.  Cesare  pugnalato dai
    senatori,   Cristo    schiaffeggiato  dai  servi.   Dal  maggiore
    oltraggio si sente il Dio.
    Bossuet,  dominando  dall'alto  di  un mucchio di selci quelli che
    discorrevano, esclamava:
    - O Cidateneo, o Mirrino, o Probalinto, a grazie dell'Eantide! Oh!
    chi m'insegner a pronunciare i versi d'Omero  come  un  greco  di
    Laurio o di Edapteon!

    3. RAGGI E OMBRE.
    Enjolras era andato a fare una ricognizione, uscendo per il vicolo
    Mondtour e strisciando rasente le case.
    Dobbiamo dire che gli insorti erano pieni di speranza. Il modo con
    cui  avevano  respinto  l'assalto  notturno,   faceva  loro  quasi
    disprezzare anticipatamente l'assalto dell'alba: lo aspettavano  e
    ne  sorridevano,  sicuri  del  successo come della giustizia della
    loro causa.  D'altronde stava per arrivar  loro  evidentemente  un
    aiuto:  ci  contavano.  Con quella facilit di profezia trionfante
    che  uno degli elementi di forza del combattente  francese,  essi
    dividevano in tre fasi certe la giornata che stava per cominciare:
    alle  sei  del  mattino  la rivolta d'un reggimento "che era stato
    lavorato";  a mezzogiorno,  l'insurrezione  di  tutta  Parigi;  al
    tramonto, la rivoluzione.
    Si udiva la campana a stormo di Saint-Merry,  che dal giorno prima
    non aveva mai sostato un minuto;  prova che l'altra barricata,  la
    grande, quella di Jeanne, resisteva ancora.
    Tutte  queste  speranze si comunicavano da un gruppo all'altro con
    una specie di bisbiglio allegro e formidabile,  che somigliava  al
    ronzio bellicoso d'un alveare di api.
    Ricomparve   Enjolras  di  ritorno  dalla  sua  fosca  passeggiata
    d'aquila nell'oscurit esterna;  ascolt un momento  tutta  quella
    gioia  con  le  braccia  incrociate  e una mano sulla bocca;  poi,
    fresco e roseo nel biancore crescente del mattino, disse:
    - Tutta la guarnigione di Parigi vi  contro,  e un terzo di  essa
    preme  sulla vostra barricata;  di pi,  la guardia nazionale.  Ho
    riconosciuto gli sciacc del quinto  di  linea  e  i  gagliardetti
    della sesta legione. Sarete assaliti tra un'ora. Quanto al popolo,
    ieri  ha  tumultuato,  ma  questa  mattina non si muove.  Nulla da
    attendere,  nulla da sperare,  n un sobborgo  n  un  reggimento.
    Siete abbandonati.
    Queste parole caddero sul ronzio dei gruppi,  con l'effetto che fa
    su uno sciame la prima goccia del temporale.  Tutti rimasero muti.
    Ci  fu  un  momento  d'inesprimibile silenzio nel quale si sarebbe
    potuto sentir volare la morte. Fu un breve momento.
    Una voce dal fondo pi oscuro dei gruppi, grid ad Enjolras:
    - E sia.  Solleviamo  la  barricata  a  venti  piedi  d'altezza  e
    restiamoci  tutti.  Cittadini!  facciamo la protesta dei cadaveri.
    Dimostriamo  che,  se  il  popolo  abbandona  i  repubblicani,   i
    repubblicani non abbandonano il popolo.
    Simili  parole  che  liberavano  dalla  penosa  nube delle ansiet
    individuali  il  pensiero  di  tutti,   furono  accolte  con   una
    acclamazione entusiastica.
    Non  si  mai saputo il nome dell'uomo che parl in tal modo.  Era
    qualche  operaio  ignoto,  uno  sconosciuto,  un  dimenticato,  un
    passante  eroe,  il grande anonimo che si trova sempre a lato alle
    crisi umane e alle genesi sociali,  che al momento opportuno  dice
    in modo solenne la parola decisiva e svanisce nelle tenebre,  dopo
    aver per un minuto rappresentato il popolo e Dio nella luce di  un
    lampo.
    Quella risoluzione inesorabile era talmente nell'aria del 6 giugno
    1832, che quasi alla stessa ora gli insorti della barricata Saint-
    Merry  cacciavano  quel  clamore  rimasto  storico  e raccolto nel
    processo: - Facciamoci uccidere qui fino all'ultimo.
    Come si vede, le due barricate,  bench isolate,  comunicavano tra
    di loro.

    4. CINQUE Dl MENO, UNO DI PIU'.
    Quando  l'uomo  qualunque che decretava "la protesta dei cadaveri"
    ebbe parlato ed espresso la formula dell'anima comune, da tutte le
    bocche usc un grido di strana e terribile soddisfazione,  funebre
    per il significato, trionfale per l'accento:
    - Viva la morte! Restiamo qui tutti.
    - Perch tutti? - chiese Enjolras.
    - Tutti! tutti!
    Enjolras riprese:
    -  La  posizione    buona,  la  barricata   bella: trenta uomini
    bastano. Perch sacrificarne quaranta?
    Essi risposero:
    - Perch nessuno vorr andarsene.
    -  Cittadini  -  grid  Enjolras,  e  nella  sua  voce  c'era  una
    vibrazione  quasi  irritata - la Repubblica non  abbastanza ricca
    di uomini per fare inutili spese.  La gloria  uno sciupo.  Se per
    alcuni il dovere consiste nell'andarsene, questo dovere dev'essere
    compiuto come un altro.
    Enjolras,  l'uomo-principio,  aveva  sui  suoi corregionari quella
    specie di onnipotenza che si sviluppa dall'assoluto; tuttavia, per
    quanto grande fosse quell'onnipotenza, ci furono dei mormorii.
    Capo fino alla  punta  delle  unghie,  Enjolras,  vedendo  che  si
    mormorava, insist, riprendendo alteramente:
    -  Quelli  che  hanno  paura  di  trovarsi in trenta soltanto,  lo
    dicano.
    I mormorii raddoppiarono.
    - Del resto - osserv una voce in un gruppo - andarsene  facile a
    dire. La barricata  circondata.
    - Non dalla parte dei Mercati - disse Enjolras. - La via Mondtour
     libera,  e per la via dei  Predicatori  si  pu  raggiungere  il
    mercato degli Innocenti.
    -  E  l - riprese un'altra voce del gruppo - si  presi: si casca
    in qualche pattuglione di fanteria o di guardia nazionale.  Vedono
    passare  un  uomo in camiciotto e in berretto: - Da dove vieni tu?
    Saresti mai della barricata?  - Gli guardano le mani: Tu odori  di
    polvere. Fucilato.
    Enjolras  senza  rispondere tocc Combeferre alla spalla e tutti e
    due entrarono nella sala al pianterreno.
    Uscirono dopo un momento,  Enjolras portando sulle braccia distese
    le quattro divise che aveva fatto mettere in disparte,  Combeferre
    dietro con le buffetterie e gli sciacc.
    - Con questa divisa - disse Enjolras - ci si pu  mescolare  nelle
    file e sfuggire. Ecco provveduto ad ogni modo per quattro.
    E gett le uniformi sul suolo disselciato.
    Lo  stoico  uditorio  non  si  scosse.  Allora Combeferre prese la
    parola:
    - Su via,  bisogna avere un po' di piet.  Sapete di che si tratta
    qui?  Si tratta delle donne. Vediamo, ci sono s o no le mogli? ci
    sono s o no i figlioli?  ci sono s o no delle madri che  ninnano
    col piede le culle e che hanno un mucchio di bambini intorno?  Chi
    di voi non ha mai visto il seno di una nutrice alzi la  mano.  Ah!
    voi volete farvi ammazzare. Anch'io che vi parlo lo voglio, ma non
    voglio  sentirmi  intorno  dei fantasmi di donne che si torcono le
    braccia.  Morite,  sia pure,  ma non fate morire.  I suicidi  come
    quelli  che  si  compiono  qui  sono  sublimi;  ma  il  suicidio 
    ristretto,  non ammette estensione,  e appena tocca i parenti,  il
    suicidio si chiama assassinio.  Pensate alle testoline bionde e ai
    capelli bianchi. Ascoltate. Poc'anzi Enjolras,  me l'ha detto lui,
    ha  visto  sull'angolo  di  via  del  Cigno una povera finestra al
    quinto piano rischiarata da  una  candela,  e  sul  vetro  l'ombra
    vacillante d'una testa di vecchietta, che pareva avesse passato la
    notte ad aspettare.  Forse  la madre di uno di voi.  Ebbene se ne
    vada colui,  si affretti di andare a dire a sua madre:  -  Eccomi,
    mamma!  - E sia tranquillo, quello che s'ha da fare qui si far lo
    stesso.  Quando col lavoro si sostengono i propri cari;  non si ha
    pi il diritto di sacrificarsi;  sarebbe un disertare la famiglia.
    E quelli che hanno le figliole! e quelli che hanno le sorelle!  Ci
    pensate?  Voi vi fate uccidere,  eccovi morti, sta bene; e domani?
    Delle ragazze che non hanno pane,   una  cosa  terribile.  L'uomo
    mendica,  la  donna  si  vende.  Oh!  quelle vezzose creature cos
    graziose e cos tenere,  con le cuffiette infiorate,  che cantano,
    cinguettano,  riempiono  la  casa di castit,  che sono un profumo
    vivente,  che dimostrano l'esistenza degli angeli nel cielo con la
    purezza  delle  vergini  sulla  terra,   quella  Giannina,  quella
    Lisetta,  quella Mim,  quelle adorabili  e  oneste  creature  che
    formano  la  vostra  benedizione  e  il vostro orgoglio,  mio Dio,
    avranno fame!  Che volete che vi dica?  C' un  mercato  di  carne
    umana; e non certo con le vostre mani di ombre, frementi intorno a
    esse,  impedirete loro di entrarci!  Pensate alla via,  pensate al
    lastrico coperto di passanti,  pensate alle botteghe dinanzi  alle
    quali le donne scollacciate vanno su e gi nel fango. Quelle donne
    furono  pure  anch'esse.  Pensi  alle sue sorelle,  chi ne ha.  La
    miseria,  la prostituzione,  le guardie di polizia,  San  Lazzaro,
    ecco  dove  vanno  a  cadere quelle belle fanciulle cos delicate,
    quelle fragili meraviglie di pudore,  di gentilezza e di bellezza,
    pi fresche dei lilla nel mese di maggio.  Ah!  voi vi siete fatti
    uccidere! ah!  non siete pi l!  Sta bene: avete voluto sottrarre
    il  popolo  alla  monarchia  e  abbandonate  le vostre figlie alla
    polizia! Amici, badate, abbiate compassione! Non avete l'abitudine
    di pensare troppo alle donne,  alle sventurate  donne.  Vi  fidate
    perch  non  hanno  ricevuto  l'educazione  dell'uomo,  perch  si
    impedisce loro di leggere,  di pensare,  di occuparsi di politica;
    ma   impedirete   loro  di  recarsi  questa  sera  alla  morgue  a
    riconoscere i vostri cadaveri?  Vediamo,   necessario che  quelli
    che hanno famiglia siano buoni figlioli, e ci diano una stretta di
    mano, e se ne vadano, ci lascino qui soli a fare quello che c' da
    fare.  Lo  so che ci vuole coraggio per andarsene,  che  una cosa
    difficile,  ma  tanto pi meritoria.  Voi dite: - Ho  un  fucile,
    sono alla barricata;  tanto peggio,  ci resto. Si fa presto a dire
    tanto peggio.  Amici miei c' un domani;  voi non ci sarete a quel
    domani, ma le vostre famiglie ci saranno. E quanti patimenti! Ecco
    qua un piccino grazioso e sano,  che ha le guance,  come due mele,
    che ciancia, cinguetta, garrisce e ride, che sentiamo fresco sotto
    il braccio: sapete che cosa diventa quando   abbandonato?  Ne  ho
    visto  uno proprio piccino,  alto cos.  Suo padre era morto.  Una
    povera famiglia lo raccolse per carit,  ma non aveva pane per s,
    e  il  piccino  aveva  sempre  fame.  Era d'inverno.  Il bimbo non
    piangeva. S'avvicinava alla stufa, in cui non c'era mai fuoco,  il
    cui  tubo era saldato con la creta;  staccava con i suoi ditini un
    po' di quella creta e la mangiava.  Aveva  il  respiro  rauco,  il
    volto livido,  le gambe flosce,  il ventre grosso;  non diceva mai
    nulla;  se gli parlavano,  non rispondeva.  Mor.  Lo portarono  a
    morire  all'ospizio  Necker,  ove io ero interno,  e dove lo vidi.
    Ora,  se ci sono dei padri tra  voi,  dei  padri  per  cui    una
    felicit  passeggiare  la  domenica  tenendo nella loro buona mano
    robusta la manina del loro figliolo,  ciascuno di  quei  padri  si
    raffiguri  in  quel  piccino  il suo.  Quel povero piccino,  me lo
    ricordo, mi sembra di vederlo, nudo sulla tavola anatomica, con le
    costole che formavano  dei  rialzi  nella  pelle,  come  le  fosse
    nell'erba di un cimitero.  Trovarono nel suo stomaco una specie di
    fanghiglia e della cenere tra i denti. Su via, mettiamoci una mano
    sulla  coscienza  e  prendiamo  consiglio  dal  nostro  cuore.  Le
    statistiche costatano che la mortalit dei fanciulli abbandonati 
    del  cinquanta  per cento.  Si tratta delle mogli,  ripeto,  delle
    madri,  delle giovinette,  dei bimbi.  Vi si parla di voi,  forse?
    Sappiamo bene chi siete, sappiamo bene che siete tutti coraggiosi,
    per  Dio!;  sappiamo bene che avete tutti nell'anima la gioia e la
    gloria di dare la vita per la grande causa;  sappiamo bene che  vi
    sentite chiamati a morire utilmente e magnificamente, che ciascuno
    di voi ci tiene alla sua parte di trionfo.  Benissimo.  Ma voi non
    siete soli a questo mondo.  Ci sono altre creature  a  cui  dovete
    pensare; non dovete essere egoisti.
    Tutti chinarono la testa con aria cupa.
    Strane  contraddizioni  del cuore umano nelle sue ore pi sublimi!
    Combeferre, che parlava cos,  non era orfano;  si ricordava delle
    madri  degli  altri  e  dimenticava  la  propria.  Andava  a farsi
    uccidere, era "egoista".
    Mario,  digiuno,  febbricitante,  successivamente  abbandonato  da
    tutte le speranze, naufragato nel dolore, e pi cupo dei naufragi,
    saturo di emozioni violente,  sentendo venir la fine, s'era sempre
    pi sprofondato in quello stupore visionario  che  precede  sempre
    l'ora fatale volontariamente accettata.
    Un fisiologo avrebbe potuto studiare in lui i sintomi crescenti di
    quell'assopimento   febbrile   conosciuto   e  classificato  dalla
    scienza,  che sta al dolore come la volutt al piacere.  Anche  la
    disperazione ha le sue estasi. Mario era a quel punto. Assisteva a
    tutto  come  dal  di  fuori:  come abbiamo gi detto,  le cose che
    accadevano sotto i suoi occhi  gli  sembravano  lontane;  scorgeva
    l'insieme,  ma  i  particolari  gli  sfuggivano;  vedeva gli altri
    andare e venire attraverso un fiammeggiamento;  udiva le voci come
    dal fondo d'un abisso.
    Tuttavia  quella  scena  lo commosse;  c'era in essa una punta che
    penetr sino a lui e lo risvegli. Non aveva che un'idea,  morire,
    e  non voleva distrarsene;  ma nel suo funebre sonnambulismo pens
    che, pur perdendosi, non gli era vietato di salvare qualcuno.
    Prese la parola:
    - Enjolras e Combeferre hanno ragione;  niente sacrifici  inutili;
    mi  unisco  a essi,  e bisogna far presto.  Combeferre vi ha detto
    delle cose decisive: tra voi ci sono di quelli che hanno famiglia,
    che hanno madre,  sorelle,  moglie,  figli;  questi,  escano dalle
    file.
    Nessuno si mosse.
    - Gli ammogliati e i sostegni di famiglia fuori dalle file! ripet
    Mario.
    Godeva  grande  autorit:  se Enjolras era il capo della barricata
    egli ne era il salvatore.
    - Ve l'ordino - grid Enjolras.
    - Ve ne prego - disse Mario.
    Allora, agitati dalla parola di Combeferre,  scossi dall'ordine di
    Enjolras,  commossi dalla preghiera di Mario, quegli uomini eroici
    cominciarono a denunciarsi l'un  l'altro.  -  E'  vero,  disse  un
    giovanotto a un uomo maturo,  tu sei padre di famiglia, vattene. -
    Tu piuttosto,  rispose l'uomo,  che  mantieni  due  sorelle.  -  E
    scoppi  una  lotta  inaudita;  nessuno  voleva farsi mettere alla
    porta dalla morte.
    - Affrettiamoci!  - disse Courfeyrac - tra  un  quarto  d'ora  non
    saremo pi in tempo.
    -  Cittadini  - riprese Enjolras - qui siamo in repubblica e regna
    il suffragio universale.  Designate voi stessi quelli  che  devono
    allontanarsi.
    Obbedirono,   e   dopo  pochi  minuti  cinque  erano  unanimemente
    destinati e uscivano dalle file.
    - Sono cinque! - esclam Mario.
    Le divise erano soltanto quattro.
    - Ebbene - risposero i cinque -  necessario che uno resti.
    E fu allora che la generosa contesa ricominci.
    - Tu hai una moglie che ti ama. - Tu hai la tua vecchia mamma.  Tu
    non hai pi n padre n madre, che sar dei tuoi tre fratellini? -
    Tu  sei padre di cinque bambini.  - Tu hai diritto di vivere;  hai
    diciassette anni,  troppo presto.
    Quelle  grandi  barricate  rivoluzionarie  erano  appuntamenti  di
    eroismi; l'inverosimile vi diventava naturale, e quegli uomini non
    si meravigliavano gli uni degli altri.
    - Fate presto - ripet Courfeyrac.
    Dai gruppi si grid a Mario:
    - Designate voi quello che deve rimanere.
    - S - dissero i cinque - scegliete: noi vi obbediremo.
    Mario  non  credeva  gli  fosse  pi possibile un'emozione;  pure,
    all'idea di dover scegliere un uomo per la morte,  tutto il sangue
    gli  riflu  al  cuore.  Avrebbe  impallidito,  se  avesse  potuto
    impallidire ancora.
    Si avanz verso  i  cinque  che  gli  sorridevano;  ciascuno,  con
    nell'occhio  quella  gran  fiamma che si vede in fondo alla storia
    sulle Termopili, gli gridava:
    - Io! io! io!
    Mario, stupidamente, li cont; erano sempre cinque;  poi chin gli
    occhi sulle quattro divise.
    In  quell'istante una quinta divisa cadde,  come dal cielo,  sulle
    altre quattro.
    Il quinto uomo era salvo.
    Mario alz gli occhi e riconobbe il signor Fauchelevent.
    Valjean era entrato allora nella barricata.
    Fosse per informazioni prese,  fosse  istinto,  fosse  caso,  egli
    giungeva  per  il  vicolo  Mondtour:  grazie  alla  sua divisa di
    guardia nazionale, era passato facilmente.
    La vedetta posta dagli insorti nel vicolo Mondtour  non  credette
    di  dover  dare l'allarme per una sola guardia nazionale;  l'aveva
    lasciato  entrare  nella  via  pensando:  -  Probabilmente     un
    rinforzo,  o  alla peggio un prigioniero.  - Il momento era troppo
    grave, perch la sentinella potesse distrarsi dal suo dovere e dal
    suo posto d'osservazione.
    Nel momento in cui  Valjean  era  entrato  nella  ridotta  nessuno
    l'aveva  notato,  poich  tutti gli sguardi erano fissi sui cinque
    prescelti e sulle  quattro  divise.  Egli  invece  aveva  visto  e
    compreso,   e  spogliatosi  silenziosamente  dell'abito,   l'aveva
    gettato sugli altri.
    L'emozione fu indescrivibile.
    - Chi  quell'uomo? - chiese Bossuet.
    - E' un uomo che salva gli altri - rispose Combeferre.
    Mario aggiunse con voce grave:
    - Io lo conosco.
    Quella garanzia bastava a tutti.
    Enjolras si volse a Valjean:
    - Cittadino, siate il benvenuto.
    E aggiunse:
    - Saprete che stiamo per morire.
    Valjean, senza rispondere, aiut l'insorto, a cui salvava la vita,
    a indossare la sua divisa.

    5. QUALE ORIZZONTE SI VEDA DALL'ALTO DELLA BARRICATA.
    In quell'ora fatale e in quel luogo inesorabile,  la situazione di
    tutti  aveva  come risultante e come culmine la malinconia suprema
    di Enjolras.
    Egli  aveva  in  s  la  pienezza  della  rivoluzione;   pure  era
    incompleto, per quanto pu esserlo l'assoluto; somigliava troppo a
    Saint-Just  e  non  abbastanza ad Anacarsi Clotzx.  Tuttavia nella
    societ degli amici dell'A B C  la  sua  mente  aveva  finito  col
    subire  una  certa influenza delle idee di Combeferre;  da qualche
    tempo,  usciva a poco a poco dalla stretta  forma  del  dogma,  si
    lasciava  andare  alle espansioni del progresso,  ed era giunto ad
    accettare,   come   evoluzione   definitiva   e   magnifica,    la
    trasformazione  della  grande  repubblica  francese  in un'immensa
    repubblica umana.  Quanto ai mezzi immediati,  data una situazione
    violenta,  egli  li  voleva  violenti;  in questo non mutava;  era
    rimasto di quella scuola epica e formidabile che si riassume nella
    parola: Novantatr.
    Stava ritto sulla gradinata di ciottoli, con un gomito sulla bocca
    della carabina, pensoso; e trasaliva, come se su di lui passassero
    dei  soffi:  i  luoghi  in  cui  c'  la  morte  danno  di  queste
    impressioni  di  tripodi.  Dalle sue pupille,  piene dello sguardo
    interno, uscivano come delle fiamme soffocate.  A un tratto,  alz
    la  testa,  e  i  suoi capelli biondi rovesciati all'indietro come
    quelli dell'angelo sulla fosca quadriga fatta  di  stelle,  furono
    come   una   criniera  di  leone  rizzata  in  un  fiammeggiamento
    d'aureola. Disse:
    - Cittadini,  v'immaginate voi  l'avvenire?  Le  vie  delle  citt
    inondate di luce, dei rami verdi sulle soglie, le nazioni sorelle,
    gli uomini giusti, i vecchi che benedicono i fanciulli, il passato
    che ama il presente,  i pensatori in piena libert,  i credenti in
    piena uguaglianza, per religione il cielo,  Dio prete diretto,  la
    coscienza  umana  divenuta  altare,  non  pi  odi,  la fraternit
    dell'opificio e della scuola,  per pena e ricompensa la notoriet,
    a tutti il lavoro, per tutti il diritto, su tutti la pace, non pi
    sangue  versato,  non  pi  guerre,  e le madri felici!  Domare la
    materia,   il  primo  passo;  realizzare  l'ideale,  il  secondo.
    Riflettete a quel che ha gi fatto il progresso.  Anticamente,  le
    prime schiatte umane vedevano con terrore passare dinanzi ai  loro
    occhi  l'idra  che  soffiava  sulle  acque,  il drago che eruttava
    fuoco,  il grifone che era il mostro dell'aria e volava con ali di
    aquila  e  artigli  di tigre;  bestie spaventose che stavano al di
    sopra dell'uomo.  Noi abbiamo domato l'idra,  ed  essa  si  chiama
    battello a vapore; abbiamo domato il drago e si chiama locomotiva;
    siamo sul punto di domare il grifone,  gi in nostro potere, e si
    chiama  l'areostato.  Il giorno in cui quest'opera prometeica sar
    compiuta, e l'uomo avr definitivamente aggiogato alla sua volont
    la triplice Chimera antica,  l'idra,  il drago e il grifone,  egli
    sar  padrone  dell'acqua,  del  fuoco e dell'aria,  e sar per il
    resto della creazione animata quello che gli antichi di erano una
    volta per lui.  Coraggio e avanti!  Dove andiamo  noi,  cittadini?
    Andiamo verso la scienza fatta governo,  verso la forza delle cose
    divenuta la sola forza pubblica, verso la legge naturale che ha in
    se stessa la sua sanzione e la sua penalit e che si prolunga  con
    l'evidenza, verso un sorgere di verit che somiglia al sorgere del
    giorno.  Noi  andiamo  verso  l'unione  dei popoli,  verso l'unit
    dell'uomo.  Non  pi  finzioni,  non  pi  parassiti.   La  realt
    governata  dalla  verit,  ecco lo scopo.  La civilt terr le sue
    assise  al  culmine  dell'Europa,  e  pi  tardi  nel  centro  dei
    continenti,  in un gran parlamento d'intelligenza. Gi qualcosa di
    simile si  visto. Gli anfizioni tenevano due sedute all'anno, una
    a Delfo,  luogo degli di,  l'altra alle  Termopili,  luogo  degli
    eroi.
    L'Europa avr i suoi anfizioni, li avr l'intero globo; la Francia
    porta  nei  suoi  fianchi  questo avvenire sublime: sar questa la
    gestazione del secolo diciannovesimo.  Ci che fu abbozzato  dalla
    Grecia  degno d'essere compiuto dalla Francia.
    Ascoltami tu,  Feuilly, valente operaio, uomo del popolo, uomo dei
    popoli, io ti venero. S,  tu vedi chiaramente il futuro;  s,  tu
    hai  ragione.  Tu  non  avevi  n padre n madre,  Feuilly,  e hai
    adottato per madre l'umanit,  per padre il diritto.  Tu stai  per
    morire qui,  vale a dire per trionfare. Cittadini, checch avvenga
    oggi, tanto con la sconfitta,  quanto con la vittoria,  noi stiamo
    per   compiere  una  rivoluzione.   Come  gli  incendi  illuminano
    un'intera citt,  le rivoluzioni illuminano tutto il genere umano.
    E quale rivoluzione faremo?  L'ho detto,  la rivoluzione del Vero.
    Dal punto di vista politico c' un solo  principio,  la  sovranit
    dell'io  si  chiama  Libert.  Quando  due  o  parecchie di queste
    sovranit  si  associano,   comincia  lo  Stato.   Ma  in   questa
    associazione  non  c'  nessuna  abdicazione;  ciascuna  sovranit
    concede una certa quantit di se stessa  per  formare  il  diritto
    comune;  questa quantit  la stessa per tutti;  e questa identit
    di cessione fatta da ciascuno a tutti si  chiama  Eguaglianza.  Il
    diritto  comune  non    altro  che  la  protezione  di  tutti che
    s'irradia sul diritto di ciascuno; e questa protezione di tutti su
    ciascuno si chiama Fraternit.  Il punto d'intersezione  di  tutte
    queste  sovranit  che  si  aggregano  si  chiama Societ.  Questa
    intersezione essendo un'unione,  quel punto  un nodo,  donde  ci
    che si chiama vincolo sociale. Alcuni dicono contratto sociale; ma
      la  stessa  cosa,  essendo la parola contratto etimologicamente
    formata  con  l'idea  di  legame.  Intendiamoci  sull'eguaglianza,
    poich  se  la  libert    la  cima,  l'eguaglianza    la  base.
    L'eguaglianza, o cittadini, non  tutta la vegetazione allo stesso
    livello,  una societ di giganteschi fili d'erba e di querce nane,
    un  vicinato  di  gelosie che si castrano tra loro;  ma significa,
    civilmente che  tutte  le  attitudini  abbiano  lo  stesso  sfogo,
    politicamente   che   tutti   i   voti  abbiano  lo  stesso  peso,
    religiosamente che tutte le coscienze abbiano lo  stesso  diritto.
    L'eguaglianza ha un organo;  l'istruzione gratuita e obbligatoria.
    Il diritto all'alfabeto:  ecco  da  dove  bisogna  cominciare.  La
    scuola  primaria  imposta a tutti,  la secondaria offerta a tutti,
    ecco la legge.  Dalla scuola identica esce la societ eguale.  S,
    insegnamento!  Luce!  Luce!  tutto  viene  dalla  luce  e tutto vi
    ritorna.
    Cittadini,  il  secolo  diciannovesimo    grande,  ma  il  secolo
    ventesimo  sar  felice.  Allora pi niente di simile alla vecchia
    storia;  non si  dovr  pi  temere,  come  oggi,  una  conquista,
    un'invasione,  un'usurpazione,  una  rivalit  di  nazioni  a mano
    armata,  un'interruzione di civilt dipendente dal matrimonio d'un
    re,  una  nascita  nelle tirannie ereditarie,  una ripartizione di
    nazionalit decisa  da  un  congresso,  uno  smembramento  per  il
    crollare  d'una dinastia,  una lotta fra due religioni che cozzano
    come due capri delle tenebre sul ponte dell'infinito; non si dovr
    pi temere la fame, lo sfruttamento, la prostituzione per miseria,
    la miseria per disoccupazione,  e il patibolo,  e la spada,  e  le
    battaglie  e  tutti  i  brigantaggi  del  caso nella foresta degli
    avvenimenti.   Si  potrebbe  quasi  dire:  non  ci   saranno   pi
    avvenimenti.  Il  genere  umano  sar felice: compir la sua legge
    come il globo terrestre compie la sua;  si  ristabilir  l'armonia
    tra  l'anima e l'astro;  quella graviter intorno alla verit come
    questa intorno alla luce.  Amici,  l'ora in cui siamo e in cui  vi
    parlo,      fosca;   ma   sono   questi  gli  acquisti  terribili
    dell'avvenire. Una rivoluzione  un pedaggio. Oh!  il genere umano
    sar liberato,  rialzato,  e confortato! Noi glielo promettiamo su
    questa barricata.  E donde emetteremmo il  grido  d'amore  se  non
    dall'alto  del  sacrificio?  Fratelli  miei,   questo il luogo di
    congiunzione di quelli che  pensano  e  di  quelli  che  soffrono;
    questa  barricata  non    fatta  n  di  selci  n di travi n di
    ferramenta; ma di due mucchi,  uno d'idee,  l'altro di dolori.  La
    miseria  qui  s'incontra con l'ideale,  qui il giorno abbraccia la
    notte e le dice: - Io muoio con te e tu rinascerai con me.
    Dalla stretta di  tutte  le  desolazioni  scaturisce  la  fede.  I
    patimenti  portano  qui  la  loro  agonia,   e  le  idee  la  loro
    immortalit;  e questa agonia  e  questa  immortalit  stanno  per
    mescolarsi  e comporre la nostra morte.  Fratelli,  chi muore qui,
    muore nelle irradiazioni dell'avvenire;  e noi penetriamo  in  una
    tomba tutta penetrata d'aurora.
    Enjolras   s'interruppe  pi  che  non  tacesse;   le  sue  labbra
    continuarono ad agitarsi silenziosamente,  come se parlasse  a  se
    stesso,  sicch  tutti  lo guardarono attenti,  cercando di udirlo
    ancora.  Non ci furono applausi ma un lungo mormorio.  La parola 
    un  soffio  e  i  fremiti delle intelligenze somigliano ai fremiti
    delle foglie.

    6. MARIO FOSCO. JAVERT LACONICO.
    Vediamo che cosa avveniva nella mente di Mario.
    Ricordiamo il suo stato d'animo.  Come abbiamo  gi  detto,  tutto
    quanto accadeva non era per lui che visione.  Il suo apprezzamento
    era torbido: Mario,  ripetiamo,  era sotto le grandi ali tenebrose
    aperte sugli agonizzanti;  si sentiva nella tomba,  si sentiva gi
    dall'altra parte del muro,  e non vedeva pi le facce dei vivi  se
    non con gli occhi di un morto.
    Come  mai il signor Fauchelevent era l?  E perch vi era?  Che ci
    veniva  a  fare?  Mario  non  si  rivolse  tutte  queste  domande.
    D'altronde,  essendo  proprio  della nostra disperazione avvolgere
    gli altri come noi stessi,  gli pareva logico che tutti  venissero
    l a morire.
    Solo, pens a Cosetta con uno stringimento di cuore.
    Fauchelevent non gli parl, non lo guard, e non parve neppure che
    lo udisse quando Mario alz la voce per dire: - Io lo conosco.
    Quanto   a  Mario,   quel  contegno  del  signor  Fauchelevent  lo
    sollevava,  e se si  potesse  usare  una  tal  parola  per  simili
    espressioni,  diremmo che gli piaceva.  Egli si era sempre sentito
    nell'assoluta impossibilit di rivolgere la  parola  a  quell'uomo
    enigmatico,  che era per lui al tempo stesso equivoco e imponente.
    Inoltre da molto tempo  non  lo  aveva  visto,  ci  che,  per  il
    carattere  timido  e riservato di Mario,  accresceva ancora quella
    impossibilit.
    I cinque uomini designati,  che ora somigliavano  perfettamente  a
    guardie   nazionali,   uscirono  dalla  barricata  per  il  vicolo
    Mondtour. Uno di essi se ne and piangendo. Prima di allontanarsi
    baciarono quelli che restavano.  Quando i cinque uomini  rimandati
    alla  vita  furono partiti,  Enjolras pens al condannato a morte:
    entr nella sala terrena; Javert, legato al palo, meditava.
    - Hai bisogno di qualche cosa? - gli chiese Enjolras.
    Javert rispose:
    - Quando mi ucciderete?
    - Aspetta.  Abbiamo bisogno di tutte le nostre cartucce in  questo
    momento.
    - Allora datemi da bere.
    Enjolras  gli  porse  egli  stesso un bicchier d'acqua e,  siccome
    Javert era legato, lo aiut a bere.
    - Non vuoi altro? - riprese il giovane.
    - Sto male a questo palo -  rispose  Javert.  -  Non  siete  stati
    troppo  teneri  lasciandomi  qui  tutta  la  notte.  Legatemi come
    volete,  ma potete benissimo distendermi sopra  una  tavola,  come
    l'altro.
    E con un moto del capo accenn il cadavere di Mabeuf.
    Il  lettore  si  ricorder che in fondo alla sala c'era una tavola
    larga e lunga sulla quale avevano fuso le palle  e  fabbricato  le
    cartucce. Ora che tutte le cartucce erano fatte e tutta la polvere
    adoperata, quella tavola era libera.
    Per ordine d'Enjolras,  quattro insorti sciolsero Javert dal palo,
    mentre un quinto gli teneva una baionetta appuntata sul petto. Gli
    lasciarono le mani legate dietro il dorso, gli misero ai piedi una
    corda di frusta,  sottile e forte,  che gli permetteva di  muovere
    dei  passi di quindici pollici,  come ai condannati che salgono il
    patibolo,  e lo fecero camminare fino alla tavola in fondo,  sulla
    quale lo stesero, strettamente legato a mezzo il corpo.
    Per  maggiore  sicurezza  con  una corda passata intorno al collo,
    aggiunsero, al sistema di legature,  che gli rendevano impossibile
    la  fuga,  quel legame detto nelle prigioni martingala,  che parte
    dalla nuca,  si biforca sullo stomaco,  e va a raggiungere le mani
    dopo essere passato tra le gambe.
    Mentre  legavano  Javert,  un uomo,  sul limitare della porta,  lo
    esaminava con attenzione straordinaria.  L'ombra da lui proiettata
    fece  volgere  la  testa  al  prigioniero,  che  alz  gli occhi e
    riconobbe Valjean.  Non trasal  neppure:  abbass  fieramente  le
    palpebre e si limit a dire: - E' naturale.

    7. LA SITUAZIONE SI AGGRAVA.
    Il giorno cresceva rapidamente; ma non una finestra si apriva, non
    una  porta  si  socchiudeva;  era  l'aurora,  ma non il risveglio.
    L'estremit della via Chanvrerie opposta alla barricata, sgombrata
    dalle truppe, come abbiamo gi detto, pareva libera,  e si offriva
    ai  passanti  con una tranquillit sinistra.  La via San Luigi era
    muta come il viale delle sfingi a Tebe;  non un essere vivente nei
    crocicchi  imbiancati  da  un  riflesso di luce.  Non c' cosa pi
    lugubre di quel chiarore nelle vie deserte.
    Non si vedeva nulla, ma si udiva: un movimento misterioso avveniva
    a  qualche  distanza.   Evidentemente  il   momento   critico   si
    avvicinava. Come la sera precedente, le sentinelle ripiegarono, ma
    questa volta tutte.
    La  barricata era pi forte che al momento del primo assalto: dopo
    la partenza dei cinque era stata ancora rialzata.
    Per consiglio della sentinella che aveva vegliato dalla parte  dei
    Mercati,  Enjolras,  temendo  una sorpresa alle spalle,  prese una
    risoluzione grave: fece barricare il piccolo  budello  del  vicolo
    Mondtour  fino  allora  libero:  al  quale scopo disselciarono un
    altro pezzo di strada.  In quel momento la ridotta,  chiusa da tre
    lati,  dinanzi  nella via della Chanvrerie,  a sinistra la via del
    Cigno  e  della  Petite-Truanderie,   a  destra  verso  il  vicolo
    Mondtour, era veramente quasi inespugnabile;  vero che vi si era
    anche  fatalmente rinchiusi.  Aveva tre fronti,  ma non pi alcuna
    uscita. - Fortezza, ma trappola - disse Courfeyrac ridendo.
    Enjolras fece ammucchiare vicino  alla  porta  della  bettola  una
    trentina di selci "strappate in pi" diceva Bossuet.
    Ora il silenzio dalla parte donde doveva venire l'assalto era cos
    profondo,  che  Enjolras  fece  riprendere  a ciascuno il posto di
    combattimento.
    Fu distribuita a tutti una razione di acquavite.
    Nulla di pi curioso di una barricata che si prepara  a  sostenere
    un  assalto.  Ognuno  sceglie  il suo posto come a teatro;  chi si
    appoggia col fianco, chi col gomito, chi con la spalla;  alcuni si
    formano un sedile coi ciottoli, uno si allontana da uno spigolo di
    muro che gli d fastidio,  un altro si ripara dietro una sporgenza
    che lo pu proteggere.  I mancini sono preziosi: prendono i  posti
    incomodi  per  gli  altri.  Molti  si  dispongono in modo da poter
    combattere seduti: vogliono stare a proprio agio  per  uccidere  e
    comodamente  per  morire.  Nella funesta guerra del giugno 1848 un
    insorto,  terribile per la precisione del  tiro,  che  si  batteva
    dall'alto  di  una terrazza,  vi si era fatto portare una poltrona
    alla Voltaire, ma un colpo di mitraglia and a cercarvelo.
    Non appena il capo ha comandato di stare  pronti  alla  battaglia,
    cessano tutti i movimenti disordinati, non pi va e vieni dall'uno
    all'altro,  n  crocchi  n individui a parte;  tutto quello che 
    nelle mani converge e si muta  in  aspettazione  di  assalto.  Una
    barricata prima del pericolo  un caos, nel pericolo  disciplina:
    il pericolo produce l'ordine.
    Appena  Enjolras  ebbe  preso  la sua carabina a due colpi e si fu
    collocato a  una  specie  di  merlo  che  s'era  riservato,  tutti
    tacquero.  Lungo  la  muraglia  di  selci  si  ud uno scoppiettio
    confuso di piccoli rumori: caricavano i fucili.
    Del resto gli atteggiamenti erano pi fieri e  pi  fiduciosi  che
    mai;  l'eccesso  del  sacrificio  rinvigorisce:  non  avevano  pi
    speranza,  ma rimaneva  loro  la  disperazione:  la  disperazione,
    ultima arma che d talvolta la vittoria,  come disse Virgilio.  Le
    risorse supreme escono dalle estreme risoluzioni. Imbarcarsi nella
    morte  talora il mezzo per sfuggire al naufragio,  e il coperchio
    della bara diventa allora una tavola di salvezza.
    Come  la  sera  precedente,  l'attenzione di tutti era rivolta,  e
    quasi diremmo appoggiata, all'estremit della via,  ora illuminata
    e visibile.
    L'attesa non fu lunga.  Il movimento ricominci dalla parte di San
    Leo, ma non somigliava a quello del primo assalto. Uno sbattere di
    catene,  i trabalzi inquietanti di qualche  cosa  di  pesante,  un
    tinnire di bronzo saltellante sul selciato, una specie di fracasso
    solenne,   annunciarono   l'avvicinarsi   di  una  sinistra  massa
    ferrigna. Trasalirono le viscere di quelle vecchie vie tranquille,
    aperte e costruite per la feconda circolazione degli  interessi  e
    delle  idee,  e non fatte per il rotolare mostruoso delle ruote di
    guerra.  Le pupille di tutti i  combattenti  fisse  sull'estremit
    della via divennero selvagge.
    Apparve un cannone.
    Gli   artiglieri   spingevano   il  pezzo  calettato  nella  parte
    posteriore della carretta,  mentre l'avantreno era stato staccato.
    Due artiglieri sostenevano l'affusto,  quattro stavano alle ruote,
    altri seguivano col cassone. Si vedeva fumare la miccia accesa.
    - Fuoco! - grid Enjolras.
    Tutta la barricata fece fuoco,  con uno scoppio spaventoso,  e una
    valanga  di  fumo  nascose  cannone  e  cannonieri.  Dopo  qualche
    secondo, dissipatasi la nube, cannone e cannonieri ricomparvero; i
    serventi del pezzo finivano di spingerlo di fronte alla  barricata
    lentamente,  correttamente,  senza affrettarsi.  Nessuno era stato
    colpito.  Poi il capo pezzo,  pesando sulla culatta per elevare il
    tiro,  si mise a puntare il cannone con la gravit di un astronomo
    che punta un cannocchiale.
    - Bravi cannonieri! - esclam Bossuet.
    E tutta la barricata batt le mani.
    Un momento dopo,  gagliardamente portato nel mezzo  della  via,  a
    cavalcioni del rigagnolo, il pezzo era in batteria, aprendo la sua
    gola formidabile contro la barricata.
    -  Su via,  allegri!  - disse Courfeyrac.  - Ecco i mezzi brutali.
    Dopo il buffetto, il pugno.  L'esercito stende verso di noi la sua
    zampa  grossa.  La  barricata sta per essere scossa seriamente: la
    moschetteria tasta, il cannone prende.
    - E' un pezzo da otto, nuovo modello - aggiunse Combeferre.  - Per
    poco  che si oltrepassi la proporzione di dieci parti di stagno su
    cento di rame, questi cannoni sono soggetti a scoppiare: l'eccesso
    di stagno li rende troppo teneri;  e  allora  capita  che  abbiano
    delle  bolle  e delle caverne nella lumiera.  Per ovviare a questo
    pericolo e poter forzare la carica converrebbe  forse  tornare  al
    procedimento del secolo quattordicesimo, la cerchiatura, rivestire
    esteriormente  il  cannone  dalla culatta fino agli orecchioni con
    una serie di anelli d'acciaio senza saldatura.  Intanto si rimedia
    al difetto come si pu: si arriva a riconoscere dove sono i vani e
    le  caverne  nella  lumiera  a  mezzo  del gatto;  ma c' un mezzo
    migliore, la stella mobile di Gribeauval.
    - Nel secolo decimosesto,  -  osserv  Bossuet,  -  i  cannoni  si
    rigavano.
    - S,   - riprese Combeferre, - questo aumenta la forza balistica,
    ma diminuisce la precisione del tiro.  Inoltre nel  tiro  a  breve
    distanza la traiettoria non ha tutta la rigidit desiderabile,  la
    parabola si esagera, e il cammino che percorre il proiettile non 
    pi  abbastanza  rettilineo  perch  possa  colpire  gli   oggetti
    intermedi;  eppure quest'ultima  una necessit del combattimento,
    che  cresce  d'importanza  con  la  prossimit  del  nemico  e  la
    precipitazione  del  tiro.  Questo difetto di tensione nella curva
    del proiettile,  nei cannoni rigati del sedicesimo secolo derivava
    dalla debolezza della carica, la quale in quella specie di ordigni
      imposta  da  alcune  necessit balistiche,  come per esempio la
    conservazione degli affusti. Insomma quel despota che  il cannone
    non pu tutto quello che vuole;  la forza  una grossa  debolezza.
    Una  palla da cannone non percorre che seicento leghe all'ora;  la
    luce ne percorre settantamila al secondo. Tale  la superiorit di
    Cristo su Napoleone.
    - Ricaricate le armi, - disse Enjolras.
    In che modo il rivestimento della barricata si sarebbe  comportato
    al colpo di cannone?  Ci sarebbe stata una breccia?  Era questo il
    problema. Mentre gli insorti ricaricavano i fucili, gli artiglieri
    caricavano il pezzo.
    L'ansiet era profonda nella ridotta.
    Part il colpo e scoppi la detonazione.
    - Presente! - grid una voce allegra.
    E mentre  la  palla  di  cannone  si  abbatteva  sulla  barricata,
    Gavroche si slanciava dentro.
    Egli  giungeva  dalla  parte di via del Cigno,  e aveva scavalcato
    agilmente lo sbarramento accessorio  di  fronte  al  dedalo  della
    Petite-Truanderie.
    Gavroche  fece  pi  effetto  nella  barricata che non il colpo di
    cannone.
    La palla si era perduta fra l'ammasso dei rottami:  aveva  tutt'al
    pi  spezzato  una  ruota  dell'omnibus,  e  finito  di rompere il
    vecchio carretto Anceau.
    Vedendo ci l barricata si mise a ridere.
    - Continuate, - grid Bossuet agli artiglieri.

    8. GLI ARTIGLIERI SI FANNO PRENDERE SUL SERIO.
    Circondarono Gavroche.
    Ma non ebbe tempo di raccontare nulla. Mario, fremente,  lo trasse
    in disparte.
    - Che vieni a fare, qui?
    - Oh bella! - rispose il fanciullo. - E voi?
    E guard fisso Mario con la sua sfrontatezza epica; e i suoi occhi
    erano ingranditi dall'intrepida luce che contenevano.
    Mario prosegu con accento severo:
    -  Chi ti ha detto di ritornare?  Hai almeno consegnato la lettera
    al suo indirizzo?
    Gavroche non era senza qualche rimorso riguardo a quella  lettera,
    di  cui,  per  la  fretta  di  ritornare  alla  barricata,  si era
    disfatto,  pi  che  non  l'avesse  consegnata.  Era  obbligato  a
    confessare  a  se  stesso  di averla affidata un po' leggermente a
    quello sconosciuto, di cui non aveva nemmeno potuto distinguere il
    volto. E' vero che quell'uomo era a testa scoperta,  ma questo non
    bastava.  Insomma  egli  si  faceva  su  quel  punto delle piccole
    rimostranze interiori, e temeva i rimproveri di Mario;  quindi per
    cavarsi d'impaccio, adott il procedimento pi semplice: ment con
    audacia.
    -  Cittadino,  ho  consegnato la lettera al portinaio.  La signora
    dormiva. La ricever allo svegliarsi.
    Inviando quel biglietto,  Mario aveva  due  scopi,  dire  addio  a
    Cosetta  e salvare Gavroche;  ma dovette contentarsi della met di
    quanto desiderava.
    Intanto,   l'invio  della  lettera  e  la  presenza   del   signor
    Fauchelevent   nella  barricata,   questo  ravvicinamento  gli  si
    present alla mente. Mostr a Gavroche il signor Fauchelevent.
    - Conosci quell'uomo?
    - No, - rispose Gavroche.
    Come abbiamo gi ricordato,  aveva visto infatti Valjean  solo  di
    notte.
    Le  congetture torbide e traballanti sbozzate dalla mente di Mario
    svanirono.  Che cosa ne sapeva  egli  delle  opinioni  del  signor
    Fauchelevent?  Forse  era un repubblicano;  quindi la sua presenza
    era del tutto naturale in quella mischia.
    Intanto  Gavroche  era  gi  all'altro  estremo  della   barricata
    gridando: - Il mio fucile!
    Courfeyrac glielo fece restituire.
    Il  birichino avvert "i compagni",  com'egli li chiamava,  che la
    barricata era bloccata,  e che egli aveva durato non  poca  fatica
    per ritornare. Un battaglione di linea, i cui fucili a fasci erano
    nella Petite-Truanderie, guardava il lato della via del Cigno; dal
    lato   opposto,   la   guardia  municipale  occupava  la  via  del
    Predicatori: di fronte, avevano il grosso dell'esercito.
    Dopo le quali informazioni, Gavroche aggiunse:
    - Vi autorizzo a conciarli come meritano.
    Intanto Enjolras,  dietro alla sua feritoia,  con l'orecchio  teso
    spiava.
    Gli  assalitori,  senza  dubbio  poco  soddisfatti  del  colpo  di
    cannone, non l'avevano ripetuto.
    Una  compagnia  di  fanteria  di  linea  era  andata  a   occupare
    l'estremit della via,  dietro il cannone: i soldati disselciavano
    il mezzo della via e vi costruivano con le  pietre  un  muricciolo
    basso, una specie di scarpa, che non aveva pi di diciotto pollici
    di  altezza,  e  che  faceva fronte alla barricata.  Nell'angolo a
    sinistra di quella scarpa si vedeva la  testa  di  colonna  di  un
    battaglione di guardia nazionale del circondario,  ammassato nella
    via San Dionigi.
    Enjolras,  sempre di vedetta,  credette di distinguere  il  rumore
    particolare che si fa quando si ritirano dai cassoni le cartucce a
    mitraglia,  e  vide il capo-pezzo cambiare il puntamento e piegare
    leggermente a sinistra la bocca del cannone.  Quindi i  cannonieri
    si  misero  a  caricarlo,  e  il capo-pezzo,  presa egli stesso la
    miccia, l'avvicin al focone.
    - Abbassate  la  testa,  accostatevi  al  muro  e  gi  tutti,  in
    ginocchio lungo la barricata! - grid Enjolras.
    Gli  insorti,  che  avevano  lasciato  i  loro  posti di battaglia
    all'arrivo di Gavroche,  ed erano sparsi dinanzi  all'osteria,  si
    precipitarono alla rinfusa verso la barricata;  prima che l'ordine
    di  Enjolras  fosse  eseguito,   avvenne  lo  sparo  col   rantolo
    spaventoso di una scarica di mitraglia. E tale era infatti.
    Il colpo, diretto verso il vano tra la barricata e la casa vicina,
    aveva  rimbalzato  sul  muro,  e  quel terribile rimbalzo fece due
    morti e tre feriti.
    Se si continuava cos,  la  barricata  non  poteva  resistere.  La
    mitraglia penetrava.
    Ci fu un mormorio costernato.
    - Impediamo ad ogni modo il secondo colpo - disse Enjolras.
    E,  spianata la carabina, prese di mira il capo-pezzo, che in quel
    momento,  chino sulla culatta del cannone,  rettificava e  fissava
    definitivamente il tiro.
    Quel  capo-pezzo  era  un  bel sergente cannoniere,  giovanissimo,
    biondo,  col viso  dolcissimo,  con  la  fisionomia  intelligente,
    propria  di quell'arma predestinata e formidabile che,  a forza di
    perfezionarsi nell'orrore, deve finire per uccidere la guerra.
    Combeferre, in piedi vicino a Enjolras, contemplava quel giovane.
    -  Che  peccato!  -  disse.   -  Che  orribile  cosa  sono  queste
    carneficine!  Su via, quando non ci saranno pi re, non ci saranno
    pi guerre. Tu, Enjolras, prendi di mira quel sergente,  ma non lo
    guardi.  Figurati che  un grazioso giovane,  e intrepido, si vede
    che riflette; sono molto istruiti, quei giovani artiglieri;  ha un
    padre,  una madre, una famiglia, probabilmente ama, ha tutt'al pi
    venticinque anni, potrebbe essere tuo fratello.
    - Lo , - rispose Enjolras.
    - S,  -  riprese  Combeferre,  -  ed    anche  mio.  Ebbene  non
    uccidiamolo.
    - Lasciami stare. Quel che  necessario,  necessario.
    E una lacrima scorse lentamente sulla gota di marmo di Enjolras.
    Nello  stesso  tempo  tir il grilletto della carabina.  Brill un
    lampo: l'artigliere gir due volte su se  stesso  con  le  braccia
    tese in avanti e la testa alta come per aspirare l'aria, quindi si
    rovesci  di  fianco  sul pezzo e vi rimase immoto.  Si vedeva dal
    centro del dorso uscire diritto uno zampillo di sangue.  La  palla
    gli aveva attraversato il petto da parte a parte. Era morto.
    Si  dovette trasportarlo e sostituirlo con un altro;  erano alcuni
    minuti guadagnati.

    9.  USO DI QUELLA VECCHIA DESTREZZA DI BRACCONIERE E DI QUEL  TIRO
    INFALLIBILE CHE INFLUIRONO SULLA CONDANNA DEL 1796.
    Nella  barricata si incrociavano le opinioni.  Il tiro del cannone
    stava per ricominciare, e con quella mitraglia era questione di un
    quarto d'ora. Era assolutamente necessario ammortire i colpi.
    Enjolras lanci quest'ordine:
    - Bisogna mettere l un materasso.
    - Non ne abbiamo - rispose Combeferre; - ci sono sopra i feriti.
    Valjean, seduto in disparte sopra un pilastrino,  all'angolo della
    bettola,  col  fucile tra le gambe,  fino a quel momento non aveva
    preso parte a niente di quanto avveniva,  e  pareva  non  udire  i
    combattenti dire intorno a lui: - Ecco un fucile che non fa nulla.
    All'ordine di Enjolras, si alz.
    Il  lettore  ricorder  che,  all'arrivo dell'assembramento in via
    della Chanvrerie, una vecchia,  prevedendo la moschetteria,  aveva
    messo un materasso dinanzi alla propria finestra. Era una finestra
    di  granaio,  sul  tetto  d'una casa a sei piani situata un po' in
    fuori alla barricata. Il materasso,  posto di traverso e sostenuto
    di  sotto  da  due  pertiche per far asciugare la biancheria,  era
    retto in alto da due corde,  che da lontano sembravano  spaghi  ed
    erano  annodate a due chiodi infissi negli stipiti della finestra.
    Sullo sfondo del cielo,  le due corde  si  vedevano  distintamente
    come capelli.
    -  Qualcuno  pu  prestarmi  una  carabina  a due colpi?  - chiese
    Valjean.
    Enjolras, che aveva ricaricato la sua, gliela porse.
    Valjean prese di mira la finestra e tir.
    Il colpo spezzo una delle due corde che  reggevano  il  materasso,
    che rest cos appeso a un solo filo.
    Valjean  tir  il  secondo colpo;  l'altra corda and a sferzare i
    vetri della soffitta,  e il materasso,  sdrucciolando tra  le  due
    pertiche, cadde nella via.
    La barricata applaud.
    Tutte le voci gridarono:
    - Ecco un materasso.
    - Si - osserv Combeferre, - ma chi andr a prenderlo?
    Infatti  il  materasso  era caduto fuori della barricata,  tra gli
    assedianti e gli assediati.  Ora la morte del sergente  artigliere
    aveva  inasprito  la truppa;  da qualche minuto i soldati si erano
    distesi ventre a terra  dietro  il  riparo  di  ciottoli  da  loro
    costruito,  e  per  supplire  al  forzato silenzio del pezzo,  che
    taceva aspettando che fosse  riorganizzato  il  servizio,  avevano
    aperto il fuoco contro la barricata.  Gli insorti non rispondevano
    a quella moschetteria per economizzare le munizioni, e le fucilate
    andavano a rompersi contro la trincea, ma la via,  attraversata da
    tante pallottole, era terribile.
    Valjean  usc  dall'apertura,   entr  nella  via,  attravers  la
    tempesta di fucilate, and verso il materasso, lo raccolse,  se lo
    caric sul dorso e rientr nella barricata.
    Egli stesso lo assest nel vano, fissandolo contro il muro in modo
    che gli artiglieri non potessero vederlo.
    Ci fatto, stettero ad aspettare il colpo di mitraglia.
    Il quale non tard.
    Il cannone vomit con un ruggito il suo pacco di mitraglia, ma non
    ci   fu  nessun  rimbalzo:  la  mitraglia  and  a  spegnersi  sul
    materasso.   L'effetto  previsto  era  raggiunto:  i   combattenti
    rimanevano illesi.
    -  Cittadino,  -  disse  Enjolras  a  Valjean,  - la repubblica vi
    ringrazia.
    Bossuet, che ammirava e rideva, grid:
    - E' una cosa immorale che un materasso abbia tanta potenza;   il
    trionfo  di  quel  che  si  piega  su  quello che fulmina.  Ma non
    importa: gloria al materasso che annulla un cannone.

    10. AURORA.
    In quello stesso momento, Cosetta si svegliava.
    La sua camera era piccola, pulita, discreta,  con un'alta finestra
    a levante sulla corte interna della casa.
    Cosetta  non  sapeva  nulla di quanto accadeva a Parigi: il giorno
    prima si era ritirata presto in camera;  e non era presente quando
    la Toussaint aveva detto: - C' del movimento.
    Essa  aveva  dormito poche ore,  ma bene,  e aveva fatto dei dolci
    sogni,  forse anche un po'  perch  il  suo  lettuccio  era  molto
    bianco; qualcuno, che poi era Mario, le era apparso avvolto in una
    luce.  E  si  svegli  con il sole negli occhi,  ci che nel primo
    momento le fece l'impressione che il sogno continuasse.
    Il suo primo pensiero, uscendo da quel sogno,  fu ridente: Cosetta
    si  sent  tutta  rassicurata.  Come  Valjean  poche  ore innanzi,
    attraversava quella reazione dell'anima che assolutamente non vuol
    saperne della sventura.  Si mise a sperare con tutte le sue forze,
    senza  sapere  perch.  Poi fu presa da uno stringimento di cuore:
    erano gi tre giorni che non vedeva Mario.  Ma riflett  che  egli
    doveva aver ricevuto la sua lettera, che sapeva dove ritrovarla, e
    che  egli  aveva tanto spirito,  e che avrebbe trovato il mezzo di
    arrivare fino a lei.  - E questo certamente oggi,  e forse  questa
    mattina  stessa.  -  Era  giorno  chiaro,  ma,  dal  raggio  molto
    orizzontale,  pens che doveva essere molto presto e che  tuttavia
    bisognava alzarsi, per ricevere Mario.
    Sentiva  di  non  poter  vivere  senza Mario,  che per conseguenza
    questo bastava,  e che Mario  sarebbe  venuto.  Nessuna  obiezione
    ammissibile: era una cosa certa. Gi era abbastanza mostruoso aver
    sofferto tre giorni,  era una cosa orribile da parte del buon Dio.
    Ora quella crudele contrariet che veniva dall'alto era una  prova
    attraversata;  Mario stava per arrivare,  e con una buona notizia.
    La giovinezza  fatta cos: si asciuga  presto  gli  occhi,  trova
    inutile il dolore e non lo accetta.
    Del  resto  la fanciulla non riusciva a ricordare quello che Mario
    le aveva detto intorno a quell'assenza che doveva durare un giorno
    solo, e quale spiegazione le aveva dato. Tutti hanno osservato con
    quanta destrezza la moneta che lasciamo cadere per terra  corre  a
    nascondersi,  e con che arte sa rendersi irreperibile. Ci sono dei
    pensieri che ci giocano lo stesso  tiro:  si  rannicchiano  in  un
    angolo  del  cervello,  ed    finita;  sono perduti;  impossibile
    tornare a porvi su la memoria.  Cosetta si indispettiva un po' del
    piccolo  sforzo  inutile che faceva per ricordarsi,  e diceva a se
    stessa che non le stava  bene  e  che  era  assai  colpevole  aver
    dimenticato delle parole dette da Mario.
    Usc dal letto e fece le sue abluzioni dell'anima e del corpo,  la
    preghiera e la toletta.
    A tutto rigore,  si  pu  introdurre  il  lettore  in  una  camera
    nuziale, non in quella di una vergine. Il verso l'oserebbe appena;
    la prosa non deve.
    E'  l'interno  d'un  fiore  non  ancora  sbocciato,    un candore
    nell'ombra, l'intima cella d'un giglio chiuso, che non deve essere
    guardato dall'uomo finch non sia  stato  guardato  dal  sole.  La
    donna  ancora  in  boccio    sacra.  Quel  letto innocente che si
    scopre,  quell'adorabile semi-nudit che ha paura  di  se  stessa,
    quel piede che si rifugia in una pantofola,  quel seno che si vela
    dinanzi allo specchio come  se  lo  specchio  fosse  una  pupilla,
    quella camicia che si affretta a risalire e a nascondere la spalla
    per  un  mobile  che  scricchiola  o  una vettura che passa,  quei
    cordoncini allacciati,  quelle fibbie  agganciate,  quei  laccetti
    tirati,  quei  trasalimenti,  quei  piccoli brividi di freddo e di
    pudore, quei movimenti squisitamente spauriti,  quell'inquietudine
    quasi  alata  mentre  non c' nulla da temere,  le fasi successive
    dell'abbigliarsi, graziose come le nuvole dell'aurora,  sono tutte
    cose che non sta bene descrivere, e che  gi troppo indicare.
    L'occhio  dell'uomo  dev'essere  ancora  pi  religioso dinanzi al
    levarsi d'una fanciulla,  che dinanzi al levarsi d'una stella;  la
    possibilit  di  raggiungerla  deve  volgersi  in  un  aumento  di
    rispetto.  La peluria della pesca,  la  pruina  della  prugna,  il
    cristallo   radiante  della  neve,   la  calugine  sull'ala  della
    farfalla,  sono cose rozze in confronto di quella castit che  non
    sa neppure d'essere casta. La fanciulla  appena una luce di sogno
    e  non   ancora una statua.  La sua alcova  nascosta nella parte
    oscura dell'ideale, e il contatto indiscreto dello sguardo offende
    quella vaga penombra. Contemplare  profanare.
    Noi dunque non descriveremo per nulla  quel  soave  tramesto  del
    risveglio di Cosetta.
    Un  racconto  orientale  dice  che la rosa era stata creata da Dio
    bianca,  ma che avendola  Adamo  guardata  un  momento  mentre  si
    schiudeva, essa ebbe vergogna e divenne rossa. Noi siamo di quelli
    che  si sentono turbati dinanzi ai fiori e alle fanciulle,  perch
    li troviamo degni di venerazione.
    Cosetta si vest prontamente, si pettin, si acconci,  cosa molto
    semplice  a  quell'epoca,  quando  le  donne  non si gonfiavano le
    ciocche e le bende con cuscinetti e barilotti,  e non si mettevano
    le crinoline nei capelli. Quindi apr la finestra e gir gli occhi
    tutt'intorno,  sperando di scoprire un po' della via, un angolo di
    casa, qualche pezzo di lastrico,  da cui spiare l'arrivo di Mario.
    Ma  non  si  vedeva  nulla  del  di  fuori.  La  corte interna era
    circondata da muri abbastanza alti,  e si  intravedevano  soltanto
    alcuni giardini,  che a Cosetta sembrarono orribili.  Per la prima
    volta in vita sua trov dei fiori  brutti.  Prese  il  partito  di
    guardare  il  cielo,  quasi credendo che Mario potesse giungere di
    l.
    A un tratto scoppi in pianto: non per mobilit d'animo, ma perch
    il suo stato era fatto di speranze  alternate  di  scoraggiamenti.
    Sent  confusamente  un non so che di orribile;  poich infatti le
    cose passano nell'aria.  Pens che non era sicura  di  nulla,  che
    perdersi  di  vista  era  come andar perduti l'uno per l'altro;  e
    l'idea che Mario potesse tornare a lei dal cielo  le  si  affacci
    non pi sorridente, ma lugubre.
    Poi  ritorn  la  calma,  e la speranza,  e una specie di sorriso,
    inconscio ma fiducioso, in Dio.
    Tutti ancora dormivano nelle case: un  silenzio  da  cittadina  di
    provincia;  non  un'imposta  aperta,  chiuso  anche il casotto del
    portinaio.   La  Toussaint  non  era  alzata  e  Cosetta   ritenne
    naturalmente  che  suo  padre  dormisse.  Doveva  aver  sofferto e
    soffrire ancora,  poich diceva tra s che  suo  padre  era  stato
    cattivo.  Ma  faceva  assegnamento  su  Mario: era impossibile che
    quella luce si eclissasse. Si pose a pregare. Ogni tanto sentiva a
    una certa distanza delle sorde scosse,  e pensava: - E' strano che
    aprano e chiudano i portoni cos di buon mattino.  - Erano i colpi
    di cannone che battevano la barricata.
    Pochi piedi sotto la finestra di Cosetta,  nella  vecchia  cornice
    del muro tutta nera c'era un nido di rondini,  il quale con la sua
    curva sporgeva un po' dalla cornice,  sicch dall'alto  si  poteva
    vedere l'interno del piccolo paradiso. La madre era dentro, con le
    ali  aperte  a  ventaglio  sulla  sua  covata,   mentre  il  padre
    svolazzava,  partiva e ritornava,  portando nel suo becco  cibo  e
    baci.  ll giorno nascente dorava quella scena di felicit, la gran
    legge del "Moltiplicatevi" era l sorridente  e  augusta,  e  quel
    dolce mistero si schiudeva nella gloria del mattino.  Cosetta, coi
    capelli al sole e l'anima nelle chimere,  illuminata dall'amore di
    dentro  e dall'aurora di fuori,  si chin quasi macchinalmente,  e
    senza forse osare di confessare a  se  stessa  che  pensava  nello
    stesso  tempo a Mario,  si mise a guardare quegli uccelli,  quella
    famiglia,  quel maschio e quella  femmina,  quella  madre  e  quei
    piccoli,  col  profondo  turbamento  che  un  nido  suscita in una
    vergine.

    11. IL COLPO DI FUCILE CHE NON FALLA MAI E NON UCCIDE NESSUNO.
    Il  fuoco  degli  assalitori  perdurava;   la  moschetteria  e  la
    mitraglia  si  alternavano,  senza grave danno in verit.  Solo la
    parte superiore della facciata di Corinto ne soffriva: la finestra
    del  primo  piano  e  gli  abbaini  del  tetto,  crivellati  dalla
    mitraglia  e  dai  biscaglini,  si  deformavano  lentamente,  e  i
    combattenti   che   vi   si   erano   appostati   avevano   dovuto
    allontanarsene.  Del  resto,  continuare  a  lungo  il  fuoco  la
    tattica dell'assalto alla barricata,  allo scopo  di  esaurire  le
    munizioni  degli  insorti  se  commettono  l'errore di rispondere.
    Quando si vede,  dal loro fuoco rallentato,  che non hanno pi  n
    polvere  n  palle,  si  d  l'assalto.  Enjolras  non  era caduto
    nell'insidia: la barricata non rispondeva.
    A ogni fuoco del plotone,  Gavroche si gonfiava  la  gota  con  la
    lingua, segno di alto disprezzo.
    -  Va  bene,  - diceva,  - lacerate pure la tela;  ci occorrono le
    filacce.
    Courfeyrac  interpellava  la  mitraglia  intorno  ai  suoi  scarsi
    effetti e diceva al cannone:
    - Diventi prolisso, mio caro.
    Nelle  battaglie  avviene  di essere presi dalla curiosit come al
    ballo.  E' probabile che quel silenzio della ridotta cominciasse a
    inquietare  gli  assedianti  e a far loro temere qualche incidente
    inaspettato,   e  che  sentissero  il  bisogno  di  vedere  chiaro
    attraverso  quel mucchio di selci,  di sapere cosa avveniva dietro
    quel muro impassibile che riceveva i colpi  senza  ribatterli.  Il
    fatto    che  a  un tratto gli insorti videro un elmo brillare al
    sole sopra un tetto vicino;  era un pompiere appoggiato a un  alto
    fumaiolo,  che  pareva  messo  l  di  sentinella.  Il suo sguardo
    piombava a picco nella barricata.
    - Ecco un sorvegliante incomodo, - esclam Enjolras.
    Valjean aveva reso la  carabina  a  Enjolras,  ma  teneva  il  suo
    fucile.
    Senza dire una parola, prese di mira il pompiere, e un attimo dopo
    l'elmo,  colpito da una palla,  cadeva rumorosamente nella via. Il
    soldato, spaventato, si affrett a sparire.
    Il suo posto fu preso da un secondo osservatore,  questa volta  un
    ufficiale.  Valjean, che aveva ricaricato il fucile, mir il nuovo
    venuto,  e mand l'elmo dell'ufficiale a  raggiungere  quello  del
    soldato.  L'ufficiale  non  insistette e si ritir prontamente;  e
    questa volta l'avviso fu compreso: nessuno pi apparve sul  tetto,
    si rinunci a spiare la barricata.
    - Perch non avete ucciso l'uomo? - chiese Bossuet a Valjean.
    Valjean non rispose.

    12. IL DISORDINE PARTIGIANO DELL'ORDINE.
    Bossuet mormor all'orecchio di Combeferre:
    - Non ha risposto alla mia domanda.
    -  E'  un  uomo che pratica la bont a colpi di fucile,  - rispose
    Combeferre.
    Chi ha serbato qualche ricordo di quell'epoca lontana,  sa che  la
    guardia   nazionale   del   circondario  era  valorosa  contro  le
    insurrezioni,  e che  nelle  giornate  del  giugno  1832  essa  fu
    accanita  e intrepida in modo particolare.  Il pacifico bettoliere
    di Pantin, a cui la sommossa rendeva vuoto "il negozio", diventava
    un leone a vedere deserta la  sua  sala  da  ballo,  e  si  faceva
    ammazzare  per  salvare  l'ordine  rappresentato dall'osteria.  In
    quell'epoca,  borghese ed eroica insieme,  di fronte alle idee che
    avevano  i loro cavalieri,  gli interessi avevano i loro paladini.
    Il prosaicismo della persona non toglieva nulla alla  bravura  del
    gesto.  La  diminuzione dell'incasso induceva certuni a cantare la
    Marsigliese.  Si versava liricamente  il  proprio  sangue  per  il
    proprio  banco,  si  difendeva con spartano entusiasmo la bottega:
    questo immenso diminutivo della patria.
    In fondo, diciamolo, in tutto questo non c'era nulla che non fosse
    molto serio.  Erano gli elementi sociali che entravano  in  lotta,
    nella speranza che un giorno si mettessero in equilibrio.
    Un  altro segno di quel tempo era l'anarchia mista al paternalismo
    di governo (parola barbara del partito dell'ordine).  Si stava per
    l'ordine,  ma senza disciplina. Il tamburo batteva a casaccio, per
    ordine  del  tal  colonnello  della   Guardia   nazionale,   diane
    capricciose;  la  tale guardia si batteva per conto suo e di testa
    sua. Nei momenti di crisi,  nelle "giornate" si prendeva consiglio
    pi dagli istinti che dai capi.  Nell'esercito dell'ordine c'erano
    dei veri guerriglieri,  gli uni della  spada  come  Fannicot,  gli
    altri della penna come E. Fonfrde.
    La civilt, rappresentata disgraziatamente allora da un mucchio di
    interessi  pi  che da un gruppo di princpi,  era o si credeva in
    pericolo e mandava  il  grido  d'allarme;  e  ciascuno,  facendosi
    centro,  la difendeva, la soccorreva e la proteggeva di testa sua.
    Il primo venuto si attribuiva l'incarico di salvare la societ.
    Lo zelo si  spingeva  talvolta  fino  alla  strage.  Un  qualunque
    drappello   della  guardia  nazionale  si  costituiva  di  propria
    autorit in consiglio di guerra,  e in cinque secondi giudicava  e
    fucilava  un  insorto  fatto  prigioniero.  Giovanni  Prouvaire fu
    ucciso per una improvvisazione di questo genere.  Legge feroce  di
    Lynch,  che  nessun  partito  ha  il  diritto di rimproverare agli
    altri,  perch  applicata dalla repubblica in America come  dalla
    monarchia in Europa.  Questa legge di Lynch veniva aggravata dagli
    errori.  Un giovane poeta,  di nome Paolo  Amato  Garnier,  in  un
    giorno  di  sommossa,  fu  inseguito  sulla  piazza Reale,  con le
    baionette alle spalle,  e riusc a mettersi in salvo  rifugiandosi
    in  un  portone.  Gridavano:  -  "Ecco un altro sansimoniano!" - e
    volevano ucciderlo.  Egli portava  sottobraccio  un  volume  delle
    memorie di Saint-Simon, e una guardia leggendo sul libro la parola
    Saint-Simon aveva gridato: - A morte!
    Il  6 giugno 1832,  una compagnia di guardie nazionali,  comandata
    dal capitano Fannicot,  si fece scioccamente e volentieri decimare
    in via Chanvrerie.  Questo fatto,  per quanto strano, fu costatato
    dall'inchiesta  giudiziaria  che  segu  alla   insurrezione.   Il
    capitano  Fannicot,  borghese  impaziente e ardito,  una specie di
    soldato di ventura dell'ordine,  di  quelli  che  abbiamo  or  ora
    caratterizzati,  governativo fanatico e indisciplinato,  non seppe
    resistere  alla  tentazione  di  far  fuoco  prima  del  tempo   e
    all'ambizione  di espugnare la barricata da solo,  vale a dire con
    la sua compagnia.  Esasperato dalla successiva  apparizione  della
    bandiera  rossa  e  del vecchio abito che scambi per una bandiera
    nera, biasimava i generali e  capi radunati in consiglio, i quali
    ritenevano che non fosse ancora  giunto  il  momento  dell'assalto
    decisivo,  e  lasciavano,  secondo la celebre frase di uno di loro
    "che l'insurrezione si cuocesse nel suo  brodo".  Dal  canto  suo,
    egli trovava la barricata matura,  e siccome ci che  maturo deve
    cadere, tent la prova.
    Egli comandava uomini decisi come lui,  degli  "arrabbiati",  come
    disse un teste. La sua compagnia, quella stessa che aveva fucilato
    il  poeta  Prouvaire,  era  la  prima  del  battaglione  attestato
    all'angolo della strada.  Quando meno c'era  da  aspettarselo,  il
    capitano   lanci   i   suoi   uomini  contro  la  barricata;   ma
    quell'attacco,  eseguito pi con buona volont che con  strategia,
    cost caro alla compagnia Fannicot. Prima che fosse arrivata a due
    terzi  della  strada,  fu  accolta  da  una scarica generale della
    barricata.  Quattro,  tra i  pi  audaci,  che  correvano  avanti,
    vennero fulminati a bruciapelo al piede della ridotta; e cos quel
    manipolo coraggioso di guardie nazionali, uomini assai valorosi ma
    senza tenacia militare, dopo qualche esitazione, dovette ripiegare
    lasciando   quindici  cadaveri  sul  lastrico.   Quel  momento  di
    esitazione diede tempo agli insorti di ricaricare le armi,  e  una
    seconda  scarica,  molto micidiale,  colse gli assalitori prima di
    raggiungere la cantonata  che  serviva  loro  da  riparo.  Per  un
    momento  furono  presi tra due fuochi e ricevettero la scarica del
    pezzo d'artiglieria,  il quale,  non avendo ricevuto alcun ordine,
    non  aveva sospeso il fuoco.  L'intrepido e imprudente Fannicot fu
    colpito dalla mitraglia;  fu  ucciso  dal  cannone,  vale  a  dire
    dall'ordine.
    Quell'attacco, pi furioso che serio, irrit Enjolras.
    -  Imbecilli!  - disse.  - Fanno uccidere i loro uomini e ci fanno
    consumare le munizioni.
    Enjolras parlava da  quel  vero  generale  di  sommossa  che  era.
    L'insurrezione   e  la  repressione  non  lottano  ad  armi  pari.
    L'insurrezione  pi facilmente esauribile, ha solo pochi colpi da
    tirare e pochi combattenti da opporre: una giberna vuota,  un uomo
    ucciso  non  si  sostituiscono.   La  repressione  invece,  avendo
    l'esercito, non conta gli uomini, e, avendo Vincennes, non conta i
    colpi.  A ogni uomo della barricata pu opporre un  reggimento,  a
    ogni  cartuccia un arsenale.  Sono lotte di uno contro cento,  che
    finiscono sempre con la distruzione delle barricate. A meno che la
    rivoluzione,  scoppiando bruscamente,  non venga a  gettare  nella
    bilancia  la  sua  fiammeggiante  spada d'arcangelo: il che accade
    qualche volta. Allora tutti si sollevano, il selciato ribolle,  le
    ridotte popolari pullulano.  Parigi  presa da un sovrano fremito,
    si sviluppa il "quid divinum",  c' nell'aria un 10 agosto,  un 29
    luglio,  appare  una  prodigiosa  luce,  le fauci spalancate della
    forza indietreggiano,  e l'esercito,  il leone,  si  vede  davanti
    ritto e tranquillo il profeta: la Francia.

    13. BAGLIORI CHE PASSANO.
    Nel  caos  dei  sentimenti  e  delle  passioni  che  difendono una
    barricata c' un po' di tutto; c' la bravura,  la giovinezza,  il
    punto   d'onore,    l'entusiasmo,    l'ideale,   la   convinzione,
    l'accanimento   del   giocatore,   e   soprattutto   la   speranza
    intermittente.
    Uno  di  questi  momenti,  uno di questi vaghi fremiti di speranza
    attravers rapidamente la barricata della Chanvrerie,  quando meno
    se l'aspettavano.
    -  Sentite!  - esclam d'improvviso Enjolras sempre in vedetta.  -
    Pare che Parigi si risvegli.
    E' certo che nella mattinata del 6 giugno l'insurrezione ebbe  per
    un'ora o due una certa recrudescenza.  L'ostinazione della campana
    a stormo di Saint-Merry rianim qualche velleit.  Via del Pero  e
    via Gravilliers fecero un tentativo di barricata.  Davanti a Porta
    San Martino un giovane armato di  carabina  attacc  da  solo  uno
    squadrone di cavalleria.  In pieno boulevard,  allo scoperto, mise
    un ginocchio a terra, alz il fucile, fece fuoco,  uccise il capo-
    squadrone e si volse indietro dicendo: "Eccone un altro che non ci
    far  pi male".  - Fu sciabolato.  In via San Dionigi,  una donna
    tirava sulle guardie municipali, da dietro una persiana abbassata,
    di cui ogni tanto si vedevano tremare le stecche.  Un  ragazzo  di
    quattordici  anni  fu  arrestato  in via Cassonnerie con le tasche
    piene di cartucce.  Furono assaliti  vari  corpi  di  guardia.  Un
    reggimento  di  corazzieri,  alla  cui  testa marciava il generale
    Cavaignac de Baragne, all'imbocco di via Bertin Poire, fu accolto
    da una nutrita e inattesa fucileria.  In  via  Planche-Mibray,  da
    sopra  i  tetti,  scagliarono  sulla  truppa  cocci di stoviglie e
    utensili domestici: cattivo segno. Quando al maresciallo Soult, il
    vecchio luogotenente di Napoleone, riferirono questo fatto, questi
    si fece pensoso,  ricordando la frase di  Suchet  a  Saragozza:  -
    "Quando le vecchie ci rovesciano sulla testa i loro vasi da notte,
    siamo perduti!".
    Quei  sintomi  generali  che si manifestavano al momento in cui si
    credeva localizzata la  sommossa,  quell'accesso  di  collera  che
    riprendeva il sopravvento, quelle faville che volavano qua e l al
    di sopra delle profonde masse di combustibile che sono i quartieri
    di  Parigi,  tutto  questo  insieme rese inquieti i capi militari.
    Questi si affrettarono a spegnere quei  principi  di  incendio,  e
    fino  a  che  non  furono  soffocate  queste faville,  ritardarono
    l'assalto alle barricate della  Maubue,  della  Chanvrerie  e  di
    Saint-Merry,  per  aver  da  fare solo con esse e poter concludere
    tutto d'un colpo.  Alcune colonne furono  lanciate  nelle  vie  in
    agitazione, spazzando le grandi, inondando le piccole, a destra, a
    sinistra, ora lentamente e con precauzione, ora a passo di carica.
    I  soldati  sfondavano le porte delle case da cui s'era tirato,  e
    nello stesso tempo la cavalleria manovrava per disperdere i gruppi
    sui boulevard.  Quella repressione non avvenne senza quel rumore e
    senza  quel  fracasso  tumultuoso  che    proprio  dell'urto  tra
    l'esercito e il popolo.  Ed era proprio questo che Enjolras  udiva
    negli intervalli tra la fucileria e le cannonate.  Inoltre,  aveva
    visto passare in fondo alla via dei feriti sulle barelle, e diceva
    a Courfeyrac: - Quei feriti non sono opera nostra.
    La speranza dur breve tempo;  presto il barlume  si  ecliss.  In
    meno  di mezz'ora tutto svan.  Fu come un lampo senza fulmine,  e
    gli insorti sentirono ricadere sopra di loro quella immensa  cappa
    di  piombo  che l'indifferenza del popolo getta sugli ostinati che
    abbandona.
    La sommossa  generale  che  pareva  vagamente  abbozzata  era  gi
    abortita,  e  l'attenzione  del  ministro  della  guerra  come  Ia
    strategia dei generali  potevano  adesso  concentrarsi  su  tre  o
    quattro barricate rimaste in piedi.
    Il sole saliva all'orizzonte.
    Un insorto chiese a Enjolras:
    - Abbiamo fame qui. Dovremmo morire senza mangiare?
    Enjolras,  sempre  appoggiato col gomito alla sua feritoia,  senza
    perdere di vista l'estremit della strada,  fece un cenno di testa
    affermativo.

    14. ENJOLRAS INNAMORATO.
    Courfeyrac,  seduto  su un sasso accanto a Enjolras,  continuava a
    farsi beffe del  cannone,  e  ogni  qual  volta  passava  col  suo
    mostruoso  rumore  quel  cupo  nugolo  di proiettili che si chiama
    mitraglia, lui lo salutava con parole ironiche.
    - Ti spolmoni, povero vecchio bestione, mi fai pena;  il tuo  uno
    strepito inutile; non sono tuoni ma colpi di tosse.
    E intorno ridevano.
    Courfeyrac  e  Bossuet,  il cui coraggioso buon umore cresceva col
    pericolo, sostituivano, come madame Scarron, lo scherzo al cibo, e
    poich mancava il vino, mescevano a tutti la giocondit.
    - Io ammiro Enjolras,  - diceva  Bossuet.  -  La  sua  impassibile
    temerit  mi sorprende.  Egli vive solo,  e questo lo rende un po'
    triste;  si lamenta della sua  grandezza  che  lo  costringe  alla
    vedovanza. Noi altri abbiamo pi o meno delle ragazze che ci fanno
    impazzire,  vale a dire ci fanno coraggiosi. Chi  innamorato come
    una tigre il meno che possa fare  di battersi come un  leone.  E'
    un  bel modo di vendicarsi dei tiri birboni che ci fanno le nostre
    ragazze.  Orlando si fa uccidere per far  arrabbiare  Angelica.  I
    nostri  eroismi  derivano tutti dalle nostre donne.  Un uomo senza
    donna  una pistola senza  cane.  E'  la  donna  che  fa  scattare
    l'uomo.  E  intanto,  Enjolras non ha donne,  non  innamorato,  e
    tuttavia trova il modo di essere intrepido.  E'  inaudito  che  si
    possa essere freddi come il ghiaccio e arditi come il fuoco.
    Enjolras fingeva di non ascoltare;  ma se qualcuno gli fosse stato
    vicino l'avrebbe udito mormorare sottovoce: "Patria".
    Bossuet rideva ancora quando Courfeyrac esclam:
    - Qualcosa di nuovo!
    E facendo la voce d'un usciere, aggiunse:
    - Io mi chiamo Pezzo-da-otto.
    Infatti era entrato in scena  un  nuovo  personaggio,  un  secondo
    cannone.  Gli  artiglieri  fecero  rapidamente la manovra e misero
    subito quel secondo pezzo in batteria accanto al primo. Cominciava
    a delinearsi la fine.
    Pochi momenti dopo,  i due pezzi manovrati  rapidamente,  tiravano
    contro  la  ridotta,  mentre  i fuochi di fila della linea e delle
    guardie nazionali sostenevano l'artiglieria.
    A qualche distanza si udiva un altro  cannoneggiamento.  Mentre  i
    due pezzi si accanivano contro la ridotta di via Chanvrerie, altri
    due,  uno  puntato  su  via san Dionigi e l'altro su via Aubry-le-
    Boucher, crivellavano la barricata Saint-Merry.  I quattro cannoni
    si facevano eco lugubremente.
    I latrati di quei tetri mastini da guerra si rispondevano.
    I  due  cannoni  che  battevano ora la barricata di via Chanvrerie
    tiravano uno a mitraglia, l'altro a palla.
    Quello che tirava a palla era puntato un po' alto e  il  tiro  era
    calcolato  in  modo che il proiettile colpiva l'orlo estremo della
    parte superiore della barricata,  la sgretolava,  ne sbriciolava i
    ciottoli sugli insorti come scoppi di mitraglia.
    Lo  scopo  di  questo  tiro  era quello di allontanare i difensori
    dalla  cima  della  barricata  e  di  costringerli  a   rintanarsi
    nell'interno; vale a dire annunciava l'assalto.
    Una  volta cacciati i combattenti dalla cresta della barricata con
    le palle di  cannone,  e  dalle  finestre  della  bettola  con  la
    mitraglia,  le colonne destinate all'attacco potevano avventurarsi
    nella via senza essere prese di mira,  e forse anche senza  essere
    viste,   scalare  improvvisamente  la  barricata,   come  la  sera
    precedente e, chiss, prenderla di sorpresa.
    -  Dobbiamo  assolutamente  far  diminuire  il  fastidio  di  quei
    cannoni, - disse Enjolras; e grid: - Fuoco sugli artiglieri!
    Erano tutti pronti. La barricata che taceva da tanto tempo fece un
    fuoco  disperato  e  sette o otto scariche si succedettero con una
    specie di rabbia e di gioia.  La via si riemp di fumo  accecante.
    Qualche  minuto dopo,  attraverso quella nebbia striata di fiamme,
    si poterono discernere confusamente i due terzi  degli  artiglieri
    distesi  sotto  le  ruote  dei  cannoni.  Quelli  rimasti in piedi
    continuavano a servire i loro pezzi con severa tranquillit. Ma il
    fuoco era rallentato.
    - Cos va bene, - disse Bossuet a Enjolras. - Buon successo.
    - Un altro quarto d'ora di questo buon successo e non  ci  saranno
    pi di dieci cartucce nella barricata.
    A quanto pare, Gavroche ud questa frase.

    15. GAVROCHE DI FUORI.
    D'un tratto Courfeyrac vide qualcuno ai piedi della barricata,  di
    fuori, nella via, sotto le pallottole.
    Gavroche aveva preso nell'osteria un paniere per le bottiglie, era
    uscito  passando  per  il  vano  aperto,  ed  era  tranquillamente
    occupato  a vuotare nel paniere le giberne piene di cartucce delle
    guardie nazionali uccise sotto la scarpata della ridotta.
    - Che fai? - chiese Courfeyrac.
    Gavroche alz il capo:
    - Cittadino, riempio il mio paniere.
    - Ma non vedi la mitraglia?
    - Gi! Piove! E poi? - rispose Gavroche.
    - Rientra, - grid Courfeyrac.
    - Un momento, - disse il monello.
    E con un balzo, avanz nella via.
    Il lettore ricorder che la compagnia Fannicot, ritirandosi, aveva
    lasciato dietro di s una striscia di cadaveri.
    Una ventina di morti giacevano qua e l sul selciato per tutta  la
    lunghezza della strada;  una ventina di giberne per Gavroche,  una
    provvista di cartucce per la barricata.
    Il fumo nella strada faceva come una  nebbia.  Chi  ha  visto  una
    nuvola  impigliata in una gola di montagna fra due dirupi a picco,
    pu immaginarsi quel fumo  rinchiuso  e  come  addensato  tra  due
    fosche  ali  di  case alte.  Esso saliva lentamente e si rinnovava
    continuamente.  C'era quindi una  caligine  graduale  che  rendeva
    pallida  la stessa luce del giorno.  Era molto se i combattenti si
    vedevano da una parte e dall'altra della via che era molto breve.
    Quell'oscuramento,  probabilmente voluto e  predisposto  dai  capi
    dell'assalto alla barricata, fu utile a Gavroche.
    Sotto  la  protezione  di  quel  velo  di  fumo  e grazie alla sua
    piccolezza,  Gavroche pot spingersi molto avanti nella via  senza
    essere  scorto,  e  saccheggi le prime sette o otto giberne senza
    gran pericolo.
    Strisciava ventre a terra, galoppava a quattro zampe, stringeva il
    paniere  tra  i  denti,  si  contorceva,  scivolava,   ondeggiava,
    serpeggiava  da un morto all'altro,  e vuotava le giberne come una
    scimmia sguscia una noce.
    Dalla barricata, a cui era molto vicino, non ardivano gridargli di
    tornare, temendo di attirare su di lui l'attenzione degli altri.
    Sul cadavere di un caporale trov una sacca di polvere.
    - Per la sete! - disse mettendosela in tasca.
    A furia di andare avanti,  giunse al punto in cui la nebbia  della
    fucileria  diveniva  trasparente.  Cosicch  i fucilieri appostati
    dietro il rialzo dei ciottoli,  e quelli della  guardia  nazionale
    ammassati dietro la cantonata della via, a un tratto si mostrarono
    a dito qualcosa che si muoveva nel fumo.
    Mentre  Gavroche  era  intento  a sbarazzare delle sue cartucce un
    sergente disteso presso un pilastro, una palla colp il cadavere.
    - Diamine! - fece Gavroche. - Mi ammazzano i miei morti!
    Una seconda pallottola fece sprizzare faville dalle selci  accanto
    a lui; una terza gli rovesci il paniere.
    Allora si rizz in piedi, diritto, con i capelli al vento, le mani
    sui fianchi, l'occhio fisso alle guardie nazionali che tiravano, e
    si mise a cantare:
    "E colpa di Voltaire,
    se son brutti a Nanterre;
     colpa di Rousseau,
    se son sciocchi a Palaisseau".
    Poi,  raccolto  il  paniere,  ci mise dentro,  senza perderne una,
    tutte le cartucce che  ne  erano  cadute,  e  avanzando  verso  la
    fucileria,  and  a  spogliare  un'altra  vittima.  L  una quarta
    pallottola fece cilecca. E Gavroche cant:
    "Se non sono notaro
     colpa di Voltaire;
    sono un uccellino
    per colpa di Rousseau".
    Una quinta pallottola  riusc  soltanto  a  strappargli  la  terza
    strofa:
    "Ho un carattere allegro
    per colpa di Voltaire;
    ho per corredo la miseria
    per colpa di Rousseau".
    E cos continu per qualche tempo.
    Era  uno  spettacolo spaventoso e incantevole.  Gavroche,  preso a
    bersaglio,  prendeva in burla la fucileria.  Pareva divertirsi  un
    mondo.  Era il passerotto che becca il cacciatore.  A ogni scarica
    una strofetta.  Gli tiravano continuamente ma senza mai  colpirlo.
    Soldati e guardie mirandolo ridevano. Egli si stendeva a terra, si
    raddrizzava,  si  nascondeva  nel  vano d'una porta,  poi balzava,
    spariva,  ricompariva,   scappava,   ritornava,   rispondeva  alla
    mitraglia  con  un  marameo,  e frattanto raccoglieva le cartucce,
    vuotava le giberne e  riempiva  il  paniere.  Gli  insorti,  senza
    respiro  per l'ansiet,  lo seguivano con gli occhi;  la barricata
    trepidava, e lui cantava.  Non era un fanciullo,  non era un uomo,
    ma uno strano monello folletto. Pareva il nano invulnerabile della
    battaglia.  Le pallottole lo inseguivano,  ma lui era pi lesto di
    loro.  Giocava a un terribile rimpiattino con  la  morte;  e  ogni
    volta che la faccia camusa dello spettro si avvicinava, il monello
    le dava m buffetto.
    Per  una  palla meglio tirata e pi traditrice delle altre,  fin
    col colpire il fanciullo folletto;  e si vide Gavroche barcollare,
    poi abbattersi.  Tutta la barricata mand un urlo.  In quel pigmeo
    c'era qualcosa di Anteo. Toccare il lastrico per il monello  come
    toccar la terra  per  il  gigante.  Gavroche  era  caduto  ma  per
    rialzarsi.  Rest seduto per terra,  mentre una striscia di sangue
    gli rigava il volto. Alz le due braccia e,  guardando dalla parte
    donde era venuta la palla, si mise a cantare:
    "Sono caduto per terra
    per colpa di Voltaire;
    col naso nel rigagnolo
    per colpa di..."
    Non  fin.  Una  seconda  palla dello stesso tiratore lo inchiod.
    Questa volta si abbatt col volto sul selciato e non si mosse pi.
    La piccola grande anima aveva preso il volo.

    16. COME DA FRATELLO SI DIVENTA PADRE.
    In quello stesso momento  c'erano  nel  giardino  del  Lussemburgo
    perch  l'occhio  del  dramma  deve essere presente dovunque - due
    fanciulli che si tenevano per mano: uno aveva  circa  sette  anni,
    l'altro cinque.  Inzuppati dalla pioggia,  camminavano al sole dei
    viali.  Il maggiore guidava il minore.  Erano cenciosi e  pallidi.
    Avevano l'aspetto di uccelli selvatici.  Il pi piccolo diceva: Ho
    fame!
    Il pi grande, gi un po' protettore,  conduceva il fratellino con
    la mano sinistra e teneva nella destra una bacchetta.
    Erano  soli nel giardino,  che era deserto e con i cancelli chiusi
    per misura di polizia, a causa dell'insurrezione. Le truppe che vi
    avevano bivaccato ne erano uscite a causa del combattimento.
    Come si trovavano l quei due  ragazzi?  Erano  forse  fuggiti  da
    qualche corpo di guardia lasciato aperto?  erano forse scappati da
    qualche  baraccone  di  saltimbanchi  fermo  nei  dintorni,   alla
    barriera dell'Inferno,  o sulla spianata dell'Osservatorio,  o nel
    vicino crocevia  dominato  dal  frontone  su  cui  stava  scritto:
    "Invenerunt  parvulum pannis involutum"?  forse la sera precedente
    avevano eluso la sorveglianza dei guardiani e avevano  passato  la
    notte  in  quei casotti dove si leggono i giornali?  Fatto sta che
    andavano a zonzo e sembravano liberi.  Andare a  zonzo  ed  essere
    liberi significa essere sperduti.  Infatti quei due poveri piccini
    erano sperduti.
    Erano proprio quei due bambini per  i  quali  Gavroche  era  stato
    tanto in pensiero, come il lettore ricorda.
    Figli  di  Thnardier,  dati  a  nolo  alla  Magnon,  attribuiti a
    Gillenormand, e ora foglie cadute da tutti quei rami senza radici,
    e portate dal vento.
    I loro vestiti, decenti ai tempi della Magnon, perch le servivano
    di rclame di fronte a Gillenormand, erano diventati cenci.
    Quelle creature appartenevano ormai  ai  "fanciulli  abbandonati",
    che  la  polizia  raccoglie,  smarrisce  e ritrova sul lastrico di
    Parigi.
    Ci voleva il trambusto di una giornata  come  quella  perch  quei
    piccoli  miserabili  si  trovassero in quel giardino,  dal quale i
    sorveglianti li avrebbero scacciati se li avessero visti.  I bimbi
    poveri non sono ammessi nei giardini pubblici. Eppure, si dovrebbe
    riflettere che tutti i fanciulli hanno diritto ai fiori.
    Quei  due  vi  si  trovavano  grazie ai cancelli chiusi.  Erano in
    contravvenzione.  Introdottisi di soppiatto nel giardino,  c'erano
    restati.  La  chiusura dei cancelli non elimina la vigilanza,  che
    continua;  questa per si rallenta e si riposa;  e gli  ispettori,
    commossi anch'essi dalla pubblica preoccupazione e interessati pi
    all'esterno  che  all'interno,  non  badavano  al  giardino  e non
    avevano visto i due contravventori.
    Il giorno prima aveva piovuto;  e anche un po' la mattina.  Ma  di
    giugno  le  piogge non contano.  Dopo un temporale,  ci si accorge
    appena che quella bella giornata bionda  ha  pianto.  D'estate  la
    terra  si asciuga presto come la gota di un fanciullo.  Nei giorni
    del solstizio,  la luce meridiana ,  per cos  dire,  penetrante;
    invade tutto; s'attacca e si sovrappone alla terra come una specie
    di  sanguisuga.  Pare che il sole abbia sete;  un acquazzone scola
    via, e una pioggia  subito bevuta. Al mattino tutto sgocciola;  a
    mezzogiorno tutto  impolverato.
    Non  c'  nulla  di  pi  bello di un prato lavato dalla pioggia e
    asciugato dal sole;   una frescura tiepida.  I giardini e i prati
    quando  hanno  l'acqua  alle radici e il sole nei rami,  diventano
    come incensieri che fumano con tutti i loro profumi.  Tutto  ride,
    canta,  si offre.  Si prova una certa ebbrezza.  La primavera  un
    paradiso provvisorio. Il sole aiuta l'uomo a pazientare.
    Ci sono delle creature che non chiedono nulla di pi; viventi che,
    possedendo  l'azzurro  del  cielo,  dicono:  ci  basta!  pensatori
    assorti  nel  prodigio,  i  quali  attingono dall'idolatria per la
    natura l'indifferenza del bene e del male; contemplatori del cosmo
    meravigliosamente distolti dall'uomo, che non comprendono come mai
    ci si occupi della fame di questi e della sete  di  quelli,  della
    nudit  del povero nell'inverno,  della incurvatura di una piccola
    spina dorsale, del giaciglio, della soffitta, della prigione,  dei
    cenci  delle ragazze che tremano dal freddo,  quando invece si pu
    sognare  sotto  gli   alberi;   menti   pacifiche   e   terribili,
    implacabilmente soddisfatte. Cosa strana, a essi basta l'infinito.
    Essi ignorano quel gran bisogno dell'uomo,  il finito, che implica
    l'abbraccio.  Non pensano al  finito,  che  implica  quel  sublime
    lavoro  che    il  progresso.  Sfugge loro l'indefinito che nasce
    dalla combinazione umana e  divina  dell'infinito  e  del  finito.
    Purch  si  trovino  di  fronte all'immensit,  sorridono.  Mai la
    gioia, sempre l'estasi. Inabissarsi: ecco la loro vita.  La storia
    dell'umanit  per  loro non  altro che un piano frammentario.  Il
    Tutto non c';  il vero Tutto  estromesso.  A che giova occuparsi
    di quell'accessorio che  l'uomo?  Pu darsi che questi soffra; ma
    osservate Aldebaran che sorge!  Non voglio sapere se la madre  non
    ha  pi  latte  e  se  il  neonato  muore;   guardate  invece  che
    meraviglioso rosone forma un disco di abete visto al  microscopio;
    confrontatelo col pi bel merletto!  Quei pensatori si dimenticano
    di amare.  Lo zodiaco influisce su di loro al punto da impedire di
    vedere il fanciullo che piange. Dio eclissa in essi la loro anima.
    E'  una  famiglia  di spiriti che sono nello stesso tempo grandi e
    piccini.  Orazio ne faceva parte;  anche Goethe;  forse  anche  La
    Fontaine:   tutti  magnifici  egoisti  dell'infinito,   tranquilli
    spettatori del dolore,  i quali,  se il tempo  bello,  non vedono
    Nerone,  ai  quali  il  sole  nasconde  il rogo,  che starebbero a
    guardare ghigliottinare per cercarvi un effetto di luce,  che  non
    sentono  n  un  grido,  n un singhiozzo,  n un rantolo,  n una
    campana a stormo; gente, che crede che tutto va bene solo perch 
    il mese di maggio,  che si dichiara sempre contenta finch ha  sul
    capo nuvole di porpora e d'oro, ed  decisa a essere felice fino a
    che non si sia esaurito lo scintillio degli astri e il canto degli
    uccelli.
    Costoro  sono  degli splendidi tenebrosi.  Non pensano che sono da
    compiangere;  ma  lo  sono.  Chi  non  piange  non  vede.  Bisogna
    ammirarli  e compiangerli,  come si compiangerebbe chi ammirerebbe
    un essere che fosse notte e giorno insieme,  che non avesse  occhi
    ma soltanto un astro in mezzo alla fronte.
    L'indifferenza  di  questi  pensatori  ,   secondo  alcuni,   una
    filosofia superiore.  Sia  pure!  ma  in  questa  superiorit  c'
    qualcosa di malato. Si pu essere immortale e zoppo, come Vulcano;
    si  pu essere pi o meno che uomo.  L'incompleto immenso si trova
    nella natura. Chi sa se il sole non sia cieco?
    Ma allora di chi  fidarsi?  "Solem  dicere  quis  falsum  audeat"?
    Sicch  anche  certi geni,  certi uomini superiori,  certi uomini-
    astri potrebbero ingannarsi? Dunque, anche quello che  lass,  al
    culmine,  allo  zenit,  quello  che  manda  tanta luce sulla terra
    vedrebbe poco, male,  o niente affatto?  Non  disperante il caso?
    No. Dunque che cosa c' al di sopra del sole? Dio.
    Il  6  giugno 1832,  verso le undici del mattino,  il Lussemburgo,
    solitario e spopolato,  era bello.  Gli alberi e i prati mandavano
    profumi  e riflessi.  Le rame,  folli di luce meridiana,  parevano
    cercassero di abbracciarsi.  C'era  nei  sicomori  un  chiasso  di
    capinere,  i passerotti trionfavano,  i picchi si arrampicavano su
    per gli ippocastani dando beccate nei buchi  della  corteccia.  Le
    aiuole  accettavano  la  legittima regalit dei gigli.  Il pi bel
    profumo  quello che  emana  dal  candore.  Si  respirava  l'acuto
    profumo  dei  garofani.  Le vecchie cornacchie di Maria dei Medici
    amoreggiavano tra i grandi alberi.  Il sole dorava,  imporporava e
    accendeva  i tulipani,  che non sono altro che tutte le variazioni
    della fiamma diventate fiori,  e attorno ai  calici  dei  tulipani
    turbinavano  le  api,  scintille  di quei fiori-fiamme.  Tutto era
    grazia e gaiezza, anche la pioggia vicina, la quale, recidiva, non
    aveva nulla di inquietante per i mughetti e per i caprifogli,  che
    ne dovevano approfittare. Le rondini minacciavano graziosamente di
    volar troppo basso.  Chi stava l dentro respirava la felicit. La
    vita aveva un buon odore.  Tutta quella  natura  esalava  candore,
    aiuto,  assistenza,  paternit,  carezza,  aurora.  I pensieri che
    venivano dal cielo erano teneri,  come una manina di bimbo offerta
    al bacio.
    Sotto gli alberi,  le statue nude e bianche avevano vesti di ombra
    a strappi di luce; quelle dee erano tutte in cenci di sole;  erano
    avvolte di raggi da tutte le parti.  Attorno alla grande vasca, la
    terra era gi asciutta s che pareva quasi  bruciata.  Spirava  un
    venticello  capace di sollevare piccole nuvole di polvere.  Alcune
    foglie   gialle   rimaste   dall'ultimo   autunno    s'inseguivano
    allegramente come tanti monelli.
    Quell'abbondanza  di luce dava una certa sicurezza.  Vita,  linfa,
    calore, effluvi traboccavano. Si sentiva la creazione, la sorgente
    enorme;  in tutti quei venticelli impregnati di amore,  in  quello
    scambio  di riverberi e di riflessi,  in quel prodigioso dispendio
    di raggi,  in quella mescita infinita di oro fluido si sentiva  la
    prodigalit dell'inesauribile;  e dietro a quello splendore,  come
    dietro a un sipario di fiamme,  si intravedeva Dio,  il milionario
    di stelle.
    Grazie alla sabbia, non c'era una pozzanghera; grazie alla pioggia
    non c'era un granello di polvere.  I fiori si erano appena lavati,
    e tutti i velluti, tutti i rasi,  tutte le vernici,  tutti gli ori
    che  escono  dalla  terra  in forma di fiori erano irreprensibili.
    Tutta quella magnificenza era linda. Il gran silenzio della natura
    felice inondava il giardino: silenzio celeste  che  s'accorda  con
    mille musiche,  col tubare dei colombi,  col ronzio delle api, col
    palpito del vento. L'intera armonia della stagione si accordava in
    un grazioso insieme;  le  entrate  e  le  uscite  della  primavera
    avvenivano  nell'ordine voluto;  finivano i lill e cominciavano i
    gelsomini;  alcuni fiori  erano  in  ritardo,  alcuni  insetti  in
    anticipo;   l'avanguardia   delle   farfalle   rosse   di   giugno
    fraternizzava  con  la  retroguardia  delle  farfalle  bianche  di
    maggio;  i platani mettevano la corteccia nuova; la brezza scavava
    delle ondulazioni nella magnifica enormit degli ippocastani.  Era
    una  cosa splendida.  Un veterano della vicina caserma,  guardando
    attraverso il cancello diceva: Ecco la primavera sotto le  armi  e
    in gran tenuta!
    Tutta la natura si nutriva;  la creazione stava a tavola;  la gran
    tovaglia azzurra era distesa in cielo e  la  gran  tovaglia  verde
    sulla  terra;  il  sole  illuminava tutto.  Dio aveva imbandito il
    pasto universale.  Ogni essere aveva il suo cibo o il suo pastore.
    I  colombi  trovavano  la  cappuccina,  i fringuelli il miglio,  i
    cardellini la paperina, il pettirosso i vermi,  l'ape i fiori,  la
    mosca i moscerini,  e il verdone le mosche. Talvolta si mangiavano
    gli uni con gli altri,  il che costituisce  il  mistero  del  male
    misto al bene; per nessuna bestia aveva lo stomaco vuoto.
    I  due  piccoli derelitti erano giunti presso la grande vasca.  Un
    po' turbati da  tutta  quella  luce  cercavano  di  nascondersi  -
    istinto  del povero e del debole davanti alla magnificenza,  anche
    impersonale - e si mantenevano dietro la baracca dei cigni.
    Di tanto in tanto, se spirava un alito di vento,  si udivano grida
    confuse,  rumori,  una  specie  di  rantoli  tumultuosi  che erano
    fucilate,  e colpi sordi che erano cannonate.  Sopra i tetti dalla
    parte  dei  Mercati  c'era  del  fumo.  Una campana che suonava in
    lontananza pareva che chiamasse.
    I due bimbi sembravano indifferenti a quei rumori.  Ogni tanto  il
    pi piccolo ripeteva: - Ho fame!
    Quasi   contemporaneamente  ai  due  bimbi,   un'altra  coppia  si
    avvicinava allo stagno. Era un ometto di cinquant'anni che guidava
    per  mano  un  ometto  di  sei;  certamente  padre  e  figlio.  Il
    ragazzetto portava una grossa focaccia.
    A  quell'epoca,  alcune  case  limitrofe,  in  via Madame e in via
    Inferno,  possedevano una chiave del Lussemburgo,  di cui facevano
    uso   gli  inquilini  quando  i  cancelli  erano  chiusi.   Questa
    tolleranza fu in seguito  soppressa.  Quel  padre  e  quel  figlio
    uscivano certamente da una di quelle case.
    I  due  piccoli  mendicanti,  vedendo  venire  quel "signore",  si
    nascosero di pi.
    L'uomo era un borghese,  probabilmente  lo  stesso  che  Mario  un
    giorno,  attraverso la sua febbre amorosa, aveva sentito suggerire
    al figlio di "evitare gli eccessi",  presso quella  stessa  grande
    vasca.  Aveva  un  aspetto  affabile  e  altero,  e  una bocca che
    sorrideva sempre e non si chiudeva mai.  Quel  sorriso  meccanico,
    prodotto  da  una  mascella  troppo grande,  da troppo poca pelle,
    mostrava i denti anzich l'anima.
    Il fanciullo, con la sua focaccia gi addentata, pareva sazio. Era
    vestito da guardia nazionale a causa  della  sommossa,  mentre  il
    padre era in borghese per prudenza.
    Padre e figlio si erano fermati presso la vasca,  in cui stavano a
    sollazzarsi due cigni.  Quel borghese sembrava avere per  i  cigni
    una  particolare  ammirazione;  e  aveva questo di somigliante con
    loro, che camminava alla loro maniera.
    Per il momento i due cigni nuotavano ed erano superbi.  Se  i  due
    piccoli  mendicanti  avessero  ascoltato e fossero stati in et da
    comprendere,  avrebbero potuto raccogliere le parole  di  un  uomo
    grave. Il padre diceva al figlio:
    - Il saggio s'accontenta di poco.  Guarda me,  figlio mio.  Io non
    amo il fasto,  non vesto mai abiti  fregiati  d'oro  e  di  pietre
    preziose, lascio questo falso splendore alle anime malfatte.
    In  quel  momento le grida che provenivano dalla parte dei Mercati
    raddoppiarono, insieme al suono della campana e ai rumori.
    - Che cos' questo chiasso? - chiese il fanciullo.
    - Sono saturnali, - rispose il padre.
    A un tratto scorse i due  piccoli  cenciosi,  immobili  dietro  il
    casotto verde dei cigni.
    - Ecco il principio, - disse.
    E dopo una pausa aggiunse:
    - L'anarchia penetra in questo giardino.
    Frattanto  il  figlio  morse  la  focaccia,  ma  sput  il morso e
    improvvisamente scoppi a piangere;
    - Perch piangi?
    - Non ho pi fame, - disse il bambino.
    Il sorriso del padre si accentu.
    - Non  necessario aver fame per mangiare una focaccia.
    - Non mi piace;  dura.
    - Non ne vuoi pi?
    - No.
    Allora il padre, indicandogli i cigni:
    - Gettala a quei palmipedi.
    Il ragazzo esit.  Non volerne non  una bella ragione per dare la
    focaccia ad altri.
    Il padre prosegu:
    - Sii umano; abbi piet degli animali.
    La focaccia cadde molto vicino all'orlo.
    I cigni erano lontani,  nel mezzo della vasca, e non avevano visto
    n il borghese n la focaccia.  Vedendo  allora  che  la  focaccia
    poteva  andare  a fondo e commosso da quell'inutile naufragio,  il
    borghese si dette a fare  movimenti  telegrafici  per  attirare  i
    cigni.  Questi  scorsero  qualcosa che galleggiava e si diressero,
    virando di bordo,  verso la focaccia con la stupida maest che  si
    addice a bestie bianche.
    -  I  cigni  capiscono i segnali,  - disse il borghese,  felice di
    avere dello spirito.
    In quel  momento  il  lontano  tumulto  della  citt  si  accrebbe
    improvvisamente,  e  questa volta parve sinistro.  Certe folate di
    vento parlavano con maggiore chiarezza  di  altre.  Il  vento  che
    soffiava  in  quel  momento  port chiaramente dei clamori,  degli
    spari di fila e le lugubri risposte della campana a stormo  e  del
    cannone.  Tutto  questo  coincise  con una nuvola nera che nascose
    inaspettatamente il sole.
    I cigni non erano ancora arrivati alla focaccia.
    Torniamo a casa, - disse il padre. - Assaltano le Tuileries.
    Riprese la mano del figlio e continu:
    - Dalle Tuileries al Lussemburgo corre solo la distanza che separa
    la monarchia dall'istituzione dei Pari;  non    molta.  Fra  poco
    pioveranno le fucilate.
    E guardando la nuvola:
    -  E  forse  verr  anche  la pioggia;  anche il cielo si mette in
    mezzo; il ramo cadetto a casa.
    -  Vorrei  vedere  i  cigni  mangiare  la  focaccia,  -  disse  il
    fanciullo.
    - Sarebbe un'imprudenza,  - rispose il padre.  - E condusse via il
    suo piccolo  borghese,  che,  rimpiangendo  i  cigni,  continu  a
    volgere  la  testa verso la vasca,  finch un gomito del viale non
    gliela ebbe nascosta.
    Frattanto, contemporaneamente ai cigni, i due piccoli vagabondi si
    erano  avvicinati  alla  focaccia  galleggiante.  Il  pi  piccolo
    guardava la focaccia, il pi grande il borghese che se ne andava.
    Padre  e figlio entrarono nel labirinto dei viali che conduce alla
    grande scalinata del boschetto dalla parte di via Madame.
    Non appena  questi  furono  scomparsi,  il  pi  grande  si  stese
    sull'orlo  della  vasca  e  aggrappandosi  con la sinistra,  chino
    sull'acqua,  fino al punto di poterci cadere  dentro,  allung  la
    destra  con  la bacchetta verso la focaccia.  I cigni,  vedendo il
    nemico, si affrettarono,  e affrettandosi produssero un'onda utile
    al piccolo pescatore. Mentre i cigni arrivavano la bacchetta tocc
    la  focaccia.  ll  fanciullo  dette  un  colpo  lesto,  accost la
    focaccia, spavent i cigni,  la prese e si raddrizz.  La focaccia
    era bagnata,  ma essi avevano fame e sete. Il maggiore ne fece due
    parti,  una grossa e l'altra piccola,  tenne la piccola per  s  e
    dando la grossa al fratellino, disse:
    - Cacciati questo nel gozzo.

    17. MORTUUS PATER FILIUM MORITURUM EXPECTAT.
    Mario  si  era  precipitato  alla  barricata e Combeferre lo aveva
    seguito.  Ma era troppo  tardi.  Gavroche  era  morto.  Combeferre
    raccolse il paniere della cartucce, Mario raccolse Gavroche.
    Ahim!  - pensava,  - quel che il padre aveva fatto per suo padre,
    egli lo faceva per il figlio, con questa differenza che Thnardier
    aveva riportato il colonnello vivo, mentre lui riportava il figlio
    morto.
    Quando rientr nella ridotta con Gavroche tra le braccia, aveva il
    volto  inondato  di  sangue  come  il  ragazzo.   Chinandosi   per
    raccogliere Gavroche, una palla gli aveva sfiorato la testa, senza
    che lui se ne accorgesse.
    Courfeyrac si tolse la cravatta e gli bend la fronte.
    Gavroche fu deposto sulla stessa tavola di Mabeuf, e sui due corpi
    fu disteso lo scialle nero.
    Combeferre  distribu  le  cartucce  del  paniere,  e ne toccarono
    quindici ciascuno.
    Valjean  stava  sempre  allo  stesso  posto,  immobile  presso  il
    pilastrino.   Quando  Combeferre  gli  consegn  le  sue  quindici
    cartucce, lui scroll il capo.
    - Questo  proprio un eccentrico,  - disse Combeferre  a  Enjolras
    sottovoce. - Trova la scusa di non combattere su questa barricata.
    - Ma questo non gli impedisce di difenderla, - aggiunse Enjolras.
    - L'eroismo ha i suoi eccentrici, - riprese Combeferre.
    Courfeyrac che aveva udito aggiunse:
    - Per  diverso da pap Mabeuf.
    Bisogna notare che il fuoco che batteva la barricata ne disturbava
    appena l'interno. Chi non ha mai attraversato il turbine di questa
    specie di guerra, non pu formarsi un'idea degli strani momenti di
    tranquillit  che  si  uniscono  a quelle convulsioni.  Si va,  si
    viene, chiacchierando, scherzando, dondolandosi. Un tale di nostra
    conoscenza ha udito un combattente che gli diceva  in  mezzo  alla
    mitraglia: - "Qui ci troviamo come a colazione tra giovanotti".  -
    La ridotta di via Chanvrerie sembrava dunque assai calma. Tutte le
    peripezie e tutte le fasi stavano per esaurirsi. La posizione,  da
    critica  era  diventata minacciosa,  e da minacciosa probabilmente
    stava per diventare disperata.  A mano a mano  che  la  situazione
    diventava  sempre  pi  confusa,  la luce dell'eroismo imporporava
    sempre  pi  la  barricata.  Enjolras,  grave,   la  dominava  con
    l'atteggiamento  di  un giovane spartano che consacra la sua spada
    nuda al cupo genio di Epidota.
    Combeferre, con un grembiule davanti, medicava i feriti; Bossuet e
    Feuilly fabbricavano cartucce con la polvere della fiaschetta  che
    Gavroche  aveva  tolto  al  caporale ucciso,  e il primo diceva al
    secondo: - "Tra un poco  prenderemo  la  diligenza  per  un  altro
    pianeta".  -  Courfeyrac,  sulle poche selci che s'erano riservate
    vicino a Enjolras,  disponeva e allineava tutto  un  arsenale,  lo
    stocco,  il fucile, due pistole grandi e una corta, con la cura di
    una fanciulla che  mette  in  ordine  gli  arnesi  della  toletta.
    Valjean silenzioso guardava il muro di fronte.  Un operaio con una
    cordicella si fissava in testa un gran cappello di paglia di mamma
    Hucheloup,  "per paura dei  colpi  di  sole",  diceva.  I  giovani
    affiliati  alla Cougourde di Aix chiacchieravano allegramente come
    se avessero premura di parlare  il  loro  vernacolo  per  l'ultima
    volta. Joly, che aveva preso lo specchio della vecchia bettoliera,
    si  guardava la lingua.  Alcuni combattenti,  avendo trovato in un
    cassetto delle croste di pane ammuffito, le mangiavano avidamente.
    Mario era inquieto per quello che tra poco gli avrebbe  detto  suo
    padre.

    18. L'AVVOLTOIO DIVENTATO PREDA.
    Insistiamo   su  un  fenomeno  psicologico  che    proprio  delle
    barricate.  Non dobbiamo omettere nulla che riguarda il  carattere
    di questa guerra sorprendente.
    Checch  si  possa  dire  della strana tranquillit interna di cui
    abbiamo parlato,  la barricata,  per coloro che ci stanno  dentro,
    resta pur sempre una visione.
    Nella guerra civile c' qualcosa dell'apocalisse;  tutte le nebbie
    dell'ignoto si  mescolano  a  quei  fiammeggiamenti  selvaggi;  le
    rivoluzioni sono sfingi,  e chiunque ha attraversato una barricata
    crede di essere passato attraverso un sogno.
    Che cosa si provi in un luogo come quello, lo abbiamo gi indicato
    a proposito di Mario e ne vedremo le conseguenze:    qualcosa  di
    pi e di meno della vita.  Chi esce da una barricata non sa pi le
    persone che vi ha conosciuto; fu terribile,  ma lui lo ignora;  si
    trov circondato da idee che combattevano con volto umano, ebbe la
    testa nella luce dell'avvenire. C'erano dei cadaveri distesi e dei
    fantasmi  in  piedi.  Le  ore  erano  interminabili  e  sembravano
    eternit.  Vide passare delle ombre;  che cosa erano?  Vide  delle
    mani sporche di sangue.  Era un fracasso spaventevole, ma era pure
    un orribile silenzio;  c'erano delle bocche aperte che gridavano e
    altre bocche aperte che tacevano;  si stava nel fumo,  forse nelle
    tenebre.
    Crede di essere stato in un sinistro trasudamento delle profondit
    ignote;  scorge qualcosa di rosso nelle sue unghie;  ma non se  ne
    ricorda pi.
    Torniamo in via Chanvrerie.
    A  un tratto,  tra le due scariche,  si udirono lontano suonare le
    ore.
    - E' mezzogiorno, - disse Combeferre.
    I dodici colpi non erano ancora scoccati,  che Enjolras si rizz e
    dall'alto della barricata lanci questi ordini con voce tonante:
    - Portate le selci in casa e mettetele sulle finestre.  Met degli
    uomini ai fucili, l'altra met ai sassi. Non c' tempo da perdere.
    Un plotone di guastatori,  con la scure in spalla,  era apparso in
    fondo alla via in ordine di battaglia.
    Non  poteva  essere  che  la  testa  di  una  colonna!  Di  quale?
    Evidentemente di quella  d'assalto.  I  guastatori  incaricati  di
    demolire la barricata devono sempre precedere i soldati incaricati
    di dare la scalata.
    Si  era  giunti al momento che Clermont-Tonnerre nel 1822 chiamava
    "il colpo di grazia".
    L'ordine di Enjolras fu eseguito  con  la  fretta  precisa  che  
    propria  delle  navi  e  delle  barricate,  gli  unici  luoghi  di
    combattimento da cui  impossibile scappare. In meno di un minuto,
    due terzi delle selci che Enjolras aveva fatto ammucchiare davanti
    alla porta di Corinto vennero trasportate al primo  piano  e  alle
    soffitte,  e  prima  che  fosse trascorso un altro minuto,  quelle
    selci disposte magistralmente l'una sull'altra chiudevano  a  met
    la  finestra  del  piano  principale  e  degli abbaini.  Da alcuni
    interstizi  accuratamente  lasciati  da  Feuilly,   che   era   il
    principale  costruttore,  si  potevano  far  passare  le canne dei
    fucili.  L'armamento delle finestre  fu  eseguito  pi  facilmente
    perch  la mitraglia era cessata.  I due cannoni adesso tiravano a
    palla al centro  della  barricata  per  aprirvi  una  breccia  per
    l'assalto.
    Quando le selci destinate all'estrema difesa furono messe a posto,
    Enjolras  fece trasportare al piano superiore le bottiglie deposte
    sotto la tavola su cui giaceva Mabeuf.
    - Chi le berr? - chiese Bossuet.
    - Loro, - rispose Enjolras.
    Quindi barricarono la finestra del piano terreno e tennero  pronte
    le   traverse   di  ferro  che  servivano  a  sprangare  di  notte
    internamente la porta della bettola.
    La fortezza era completata;  la  barricata  era  il  bastione,  la
    bettola il torrione.
    Con le selci che restavano chiusero il vano.
    Poich  gli assedianti di una barricata sanno che i difensori sono
    sempre obbligati a economizzare le munizioni,  attendono  ai  loro
    preparativi  con una calma irritante,  si espongono al fuoco prima
    del tempo pi per trarre  in  inganno  che  per  il  desiderio  di
    affrettare l'assalto.
    I  preparativi  di  un  assalto  si  fanno sempre con una metodica
    lentezza. Dopo viene la folgore.
    Quella lentezza permise a Enjolras di rivedere e  di  perfezionare
    ogni cosa.  Dal momento che quegli uomini dovevano morire,  voleva
    che la loro morte fosse un capolavoro.
    Disse a Mario:
    - Noi siamo due capi.  Io  vado  a  dare  gli  ultimi  ordini  per
    l'interno; tu resta fuori a osservare.
    Mario  si  mise in vedetta sulla cresta della barricata.  Enjolras
    fece inchiodare la porta della cucina  che  come  ricorderemo  era
    l'infermeria. - Non deve schizzare nulla sui feriti, - disse.
    Dette  le  ultime  istruzioni  nella  sala al pianterreno con voce
    scattante  ma  perfettamente  tranquilla.   Feuilly  ascoltava   e
    rispondeva a nome di tutti.
    - Al primo piano tenete pronte le scuri per tagliare la scala.  Ne
    avete?
    - S, - rispose Feuilly.
    - Quante?
    - Due accette e una grossa scure.
    - Va bene. Noi siamo ventisei combattenti. Quanti fucili abbiamo?
    - Trentaquattro.
    - Otto di pi.  Teneteli caricati e sottomano.  Sciabole e pistole
    alle cinture. Venti uomini alla barricata. Sei agli abbaini e alla
    finestra  per  far  fuoco sugli assalitori attraverso le feritoie.
    Nessuno deve essere inutile  qui.  Tra  poco,  quando  il  tamburo
    batter la carica,  i venti di gi si precipitino sulla barricata;
    i primi arrivati prenderanno i posti migliori.
    Date queste disposizioni, si volse a Javert e disse:
    - Non mi dimentico di te.
    E posando una pistola sulla tavola, aggiunse:
    - L'ultimo che uscir di qui fracasser il cranio a questa spia.
    - Qui dentro? - chiese una voce.
    - No;  non mischiamo questo cadavere ai nostri.  Si pu scavalcare
    la  piccola  barricata  nel  vicolo  Mondtour,  alta solo quattro
    piedi. Questi  ben legato; che venga trascinato l e giustiziato.
    C'era in quel momento qualcuno pi impaziente di Enjolras  ed  era
    Javert.
    In  quel  punto  apparve  Valjean.  Era  confuso  nel numero degli
    insorti. Ne usc e chiese a Enjolras:
    - Siete voi il comandante?
    - S.
    - Poco fa mi avete ringraziato.
    - In nome della Repubblica.  La barricata fu salvata due volte: da
    Mario Pontmercy e da voi.
    - Credete che meriti una ricompensa?
    - Certo.
    - Ebbene, ne chiedo una.
    - Quale?
    - Bruciare le cervella a quell'uomo.
    Javert   alz   la  testa,   vide  Valjean  e  fece  un  movimento
    impercettibile, dicendo:
    - E' giusto.
    Enjolras, mentre ricaricava la pistola, volse gli occhi e disse:
    - Nessuno si oppone?
    Poi, rivolto a Valjean:
    - Prendetevi lo spione.
    Valjean si impossess di  Javert,  sedendosi  all'estremit  della
    tavola;  afferr la pistola,  e un lieve scricchiolo annunci che
    l'aveva caricata.
    Quasi in pari tempo si sent un suono di tromba.
    - All'armi! - grid Mario dall'alto della barricata.
    Javert si mise a ridere, con quel suo riso muto, e guardando fisso
    gli insorti, disse loro:
    - Voi non siete per niente migliori di me.
    - Fuori tutti! - comand Enjolras.
    Gli insorti si lanciarono fuori  tumultuosamente,  ma  nell'uscire
    furono  colpiti  nella  schiena,  se cos possiamo esprimerci,  da
    queste parole di Javert:
    - Arrivederci tra poco!

    19. LA VENDETTA DI VALJEAN.
    Quando Valjean si trov solo con  Javert,  sciolse  la  corda  che
    teneva legato il prigioniero alla tavola. Quindi gli fece cenno di
    alzarsi. Javert obbed con quell'indefinibile sorriso che riassume
    la supremazia dell'autorit incatenata.
    Valjean  prese  Javert  per  la martingala come si prenderebbe una
    bestia da soma per la cavezza,  e tirandoselo dietro,  usc  dalla
    bettola  lentamente,  perch l'altro avendo ancora legate le gambe
    poteva muovere soltanto dei passi molto brevi.
    Valjean  teneva  impugnata  la  pistola.  Attraversarono  cos  il
    trapezio interno della barricata. Gli insorti, attenti all'assalto
    imminente,  volgevano  loro le spalle.  Soltanto Mario,  collocato
    all'estremit sinistra dello sbarramento, li vide passare,  e quel
    gruppo  della  vittima  e  del  carnefice  si  illumin della luce
    spettrale che aveva nell'anima.
    A fatica, ma senza mai lasciarlo un istante,  Valjean fece scalare
    al prigioniero la barricata di via Mondtour.
    Quando l'ebbero scavalcata,  si trovarono soli nel vicolo. Nessuno
    li vedeva.  Il gomito delle case li nascondeva  alla  vista  degli
    insorti.
    I  cadaveri  ritirati dalla barricata formavano a qualche passo di
    distanza un orribile mucchio.
    Tra i morti si distingueva una  faccia  livida,  una  capigliatura
    disciolta,  una  mano  forata  e  un  seno di donna seminuda.  Era
    Eponina.
    Javert guard di  sbieco  quella  morta  e,  profondamente  calmo,
    disse:
    - Mi pare di conoscere quella ragazza.
    Poi si volse a Valjean.
    Questi  si mise la pistola sotto il braccio e fiss Javert con uno
    sguardo che non aveva bisogno di parole per dire: -  Javert,  sono
    io!
    Javert rispose:
    - Prenditi la rivincita.
    Valjean trasse di tasca un coltello e lo sfoder.
    - Un coltello, - disse Javert; - hai ragione,  pi adatto per te!
    Valjean  tagli  la martingala che legava il collo al prigioniero,
    poi tagli le corde che aveva ai polsi, poi, abbassandosi,  tagli
    quelle dei piedi. Rialzandosi, disse:
    - Siete libero.
    Javert  non  si  stupiva  facilmente;  tuttavia,  per quanto fosse
    sempre padrone di s,  non pot trattenere una  commozione.  Rest
    stupito e immobile.
    Valjean continuo:
    -  Non  credo  che potr uscire di qui.  Tuttavia,  se per caso ne
    uscissi, sappiate che abito in via Homme-Arm, numero sette, sotto
    il nome di Fauchelevent.
    Javert ebbe una contrazione di tigre che gli dischiuse  un  angolo
    della bocca, e mormor tra i denti:
    - Bada!
    - Andate, - disse Valjean.
    Javert riprese:
    - Hai detto Fauchelevent, via Homme-Arm, numero sette?
    - Numero sette.
    Si  abbotton l'abito,  riprese la sua rigidit militare,  fece un
    mezzo giro,  incroci le braccia puntellandosi il  mento  con  una
    mano  e  s'incammin  verso  i Mercati.  Valjean lo seguiva con lo
    sguardo. Dopo alcuni passi Javert si volt e grid a Valjean:
    - Voi mi annoiate. Uccidetemi piuttosto.
    Javert non si accorgeva di non parlare col tu a Valjean.
    - Andate, - gli rispose Valjean.
    Javert si allontan  a  passi  lenti  e  un  momento  dopo  svolt
    l'angolo di via dei Predicatori.
    Quando  il  poliziotto  scomparve,  Valjean  scaric la pistola in
    aria.
    Poi rientr nella barricata e disse:
    - E' fatto.
    Intanto ecco che cos'era accaduto.
    Pi occupato dall'esterno che dall'interno della barricata,  Mario
    fino  allora  non aveva guardato attentamente lo spione legato nel
    fondo oscuro della sala.  Quando lo  vide  alla  luce  del  giorno
    mentre  scavalcava la barricata per andare a morte,  lo riconobbe.
    Un  ricordo  improvviso  gli  attravers  la  mente.   Si  ricord
    dell'ispettore  di  via Pontoise,  delle due pistole che gli aveva
    dato e di cui  egli,  Mario,  si  era  servito  in  quella  stessa
    barricata. Non solo ricord la fisionomia ma anche il nome.
    Quel  ricordo  per era nebbioso e torbido come tutte le sue idee.
    Non fu un'affermazione ma una domanda che si rivolse, chiedendosi:
    - Non  forse quello  l'ispettore  di  polizia  che  mi  disse  di
    chiamarsi Javert?
    Era   forse  ancora  in  tempo  per  fare  qualcosa  a  favore  di
    quell'uomo?  ma  bisognava  innanzitutto  sapere  se  era  proprio
    Javert.  Interpell  Enjolras che proprio allora aveva preso posto
    all'altra estremit della barricata.
    - Enjolras?
    - Eh!
    - Come si chiama quell'uomo?
    - Quale?
    - L'agente di polizia. Sai il nome?
    - Certo, ce l'ha detto.
    - E come si chiama?
    - Javert.
    Mario si rizz.
    In quel momento si sent il colpo di pistola.
    E Valjean ricomparve dicendo:
    - E' fatto.
    Una fredda ombra attravers il cuore di Mario.

    20. I MORTI HANNO RAGIONE E I VIVI NON HANNO TORTO.
    Stava per iniziare l'agonia della barricata.
    Tutto concorreva alla tragica  maest  di  quel  supremo  momento.
    Mille  misteriosi rumori nell'aria,  il respiro delle masse armate
    in movimento nelle strade ma  che  non  si  vedevano,  il  galoppo
    intermittente    della    cavalleria,    il   pesante   trabalzare
    dell'artiglieria in marcia,  i fuochi di fila e le  cannonate  che
    s'incrociavano  nel  dedalo di Parigi,  i fumi della battaglia che
    salivano dorati dal sole al di sopra dei tetti,  le grida lontane,
    incerte  e confusamente terribili,  lampi di minaccia dappertutto,
    la campana a stormo di Saint-Merry che  ora  aveva  l'accento  del
    singhiozzo,  la  mitezza  della  stagione,  lo splendore del cielo
    pieno di sole e  di  nuvole,  la  bellezza  della  giornata  e  lo
    spaventoso silenzio delle case.
    Fin  dal giorno precedente le file di case di via Chanvrerie erano
    diventate due muraglie sinistre.  Porte chiuse,  finestre  chiuse,
    imposte chiuse.
    In quell'epoca cos diversa dall'attuale, quando arrivava l'ora in
    cui  il  popolo  voleva  farla finita con uno stato di cose durato
    troppo  a  lungo,   quando  la  collera  universale   era   sparsa
    nell'atmosfera,  quando  la  citt acconsentiva a sollevare i suoi
    ciottoli,  quando l'insurrezione  faceva  sorridere  la  borghesia
    sussurrandole  all'orecchio  la  sua  parola d'ordine,  allora gli
    abitanti,  compenetrati per cos dire della sommossa,  diventavano
    gli  ausiliari  dei  combattenti,  e  la casa fraternizzava con la
    fortezza improvvisata che a essa si appoggiava.  Quando  invece  i
    tempi   non   erano   maturi,   quando   l'insurrezione   non  era
    completamente approvata, quando la massa sconfessava il movimento,
    allora i combattenti erano perduti,  la  citt  tutt'intorno  alla
    rivolta  si  mutava  in  deserto,  le  anime s'agghiacciavano,  si
    chiudeva ogni luogo di rifugio,  e la via diventava  un  passaggio
    per aiutare l'esercito a prendere la barricata.
    Non  si pu far marciare un popolo pi presto di quello che vuole.
    Guai a chi tenta di forzargli la mano!  Il popolo  non  si  lascia
    costringere.  Allora,  abbandona  l'insurrezione a se stessa;  gli
    insorti diventano tanti appestati;  Ogni casa    una  rupe,  ogni
    porta rifiuta di aprirsi,  ogni facciata  un muro: muro che vede,
    sente e non vuole. Potrebbe socchiudersi e salvare; no,  quel muro
      un  giudice,  vi osserva e vi condanna.  Che cosa triste quelle
    case sbarrate! Sembrano morte e sono vive. La vita  come sospesa,
    ma continua; da ventiquattro ore nessuno  uscito e nessuno manca.
    Nell'interno di quella rocca vanno, dormono, si alzano,  vivono in
    famiglia,  bevono,  mangiano,  hanno paura: che cosa terribile! La
    paura scusa quella formidabile inospitalit,  e c' la circostanza
    attenuante  dello  sbigottimento.  Talvolta  la  paura  diventata
    anche passione.  Il  terrore  pu  cambiarsi  in  furia,  come  la
    prudenza  in rabbia;  donde quella espressione cos profonda: "gli
    arrabbiati moderati".  Ci sono eccessi di supremo spavento da  cui
    esce  come  da  un lugubre fumo,  la collera.  - Che cosa vogliono
    costoro? Non sono mai contenti. Compromettono gli uomini pacifici.
    Come se non ne avessimo abbastanza  delle  rivoluzioni!  Che  cosa
    sono venuti a fare?  Se la sbrighino ora!  Peggio per loro.  Hanno
    quello che si meritano.  E' una cosa che non ci riguarda.  Intanto
    la  nostra via  tutta crivellata dalle pallottole.  Un mucchio di
    mascalzoni. Soprattutto,  non aprite la porta!  - E la casa assume
    l'aspetto di una tomba. L'insorto davanti a quella porta agonizza;
    vede arrivare la mitraglia e le sciabole sguainate,  grida, sa che
    lo sentono ma non gli apriranno;  ci sono dei muri che  potrebbero
    proteggerlo, degli uomini che potrebbero salvarlo; quei muri hanno
    orecchie di carne, e quegli uomini cuori di pietra.
    Chi accusare?
    Nessuno e tutti.
    I tempi immaturi in cui viviamo.
    Sempre  a  suo  rischio  e  pericolo,  l'utopia  si  trasforma  in
    insurrezione,  la protesta filosofica  si  trasforma  in  protesta
    armata,  Minerva  si  trasforma  in Pallade.  L'utopia che diventa
    impaziente e si trasforma in sommossa sa quello che l'attende.  Il
    pi delle volte arriva troppo presto; allora si rassegna, e invece
    del  trionfo accetta stoicamente la catastrofe.  Senza lamentarsi,
    anzi discolpandoli,  essa serve coloro che la rinnegano,  e la sua
    magnanimit  consiste  nell'accettare  l'abbandono.   E'  indomita
    contro l'ostacolo, mite verso l'ingratitudine.
    D'altronde,  ingratitudine?
    S, dal punto di vista del genere umano.
    No, dal punto di vista dell'individuo.
    Il progresso  il modo d'essere dell'uomo.  La vita  generale  del
    genere umano si chiama progresso.  Il progresso cammina e percorre
    il grande viaggio umano  e  terrestre  verso  la  meta  celeste  e
    divina;  ha  le  sue  soste  durante  le quali raduna il gregge in
    ritardo;  ha le sue  fermate  in  cui  medita  davanti  a  qualche
    splendida  terra  di  Canaan  che  si  svela all'improvviso al suo
    orizzonte;  ha le  sue  notti  in  cui  dorme;  e  una  delle  pi
    angosciose  ansiet  del  pensatore  di vedere l'ombra sull'anima
    umana,  di toccare nelle tenebre il progresso  addormentato  senza
    poterlo svegliare.
    -  "Dio    forse  morto!" - diceva un giorno all'autore di questo
    libro Grard  de  Nerval,  confondendo  il  progresso  con  Dio  e
    l'interruzione del movimento con la morte dell'Ente supremo.
    Ha  torto chi dispera.  Il progresso si sveglia infallibilmente e,
    tutto  sommato,   si  potrebbe  dire  che  ha   camminato,   anche
    addormentato, perch  cresciuto. Quando lo rivediamo in piedi, lo
    troviamo  cresciuto.  Essere  sempre  tranquillo  non  dipende dal
    progresso,  come non appartiene al fiume.  Non mettete dighe,  non
    lanciatevi  dei  macigni;  l'ostacolo  fa  spumeggiare  l'acqua  e
    ribollire l'umanit.  Di l provengono i  torbidi;  ma  dopo  quei
    torbidi,  si riconosce che ha fatto del cammino.  Finch non viene
    ristabilito l'ordine, il quale non  altro che la pace universale,
    finch non regnano l'armonia e  l'unit,  il  progresso  avr  per
    tappe le rivoluzioni.
    Che  cosa    dunque  il  progresso?   L'abbiamo  detto:  la  vita
    permanente dei popoli.
    Orbene,  accade talvolta che la vita  momentanea  degli  individui
    opponga resistenza alla vita esterna dell'umanit.
    Diciamolo   senza  amarezza,   l'individuo  ha  il  suo  interesse
    distinto,  e pu senza inganno guardare  questo  suo  interesse  e
    difenderlo;  il  presente ha la sua quantit scusabile di egoismo;
    la vita temporanea ha il suo diritto  e  non    sempre  tenuta  a
    sacrificarsi  all'avvenire.  La  generazione  che attualmente  di
    passaggio sulla terra  non    obbligata  ad  abbreviarlo  per  le
    generazioni future e che sono in fondo uguali a lei. - Io esisto -
    mormora  quel  qualcuno  che  si  chiama Tutti - Io sono giovane e
    innamorato,  io sono vecchio e voglio risparmiarmi,  io sono padre
    di  famiglia,  lavoro,  faccio  buoni  affari,  ho  delle  case da
    affittare,  ho una rendita in titoli,  sono contento,  ho moglie e
    figli, e tutto questo mi piace, voglio vivere, lasciatemi in pace.
    -  Ed    da  questo che in certe ore s'abbatte un freddo profondo
    sulle magnanime avanguardie del genere umano.
    D'altronde,  bisogna convenire che l'utopia,  facendo  la  guerra,
    esce dalla sua sfera radiosa.  Essa, la verit di domani, prende a
    prestito dalla menzogna il suo procedimento,  la battaglia.  Essa,
    l'avvenire, agisce come il passato; essa, l'idea pura, diventa via
    di fatto; associa al suo eroismo una violenza, di cui  giusto che
    sia responsabile: violenza di occasione e di ripiego, contraria ai
    princpi e per la quale  fatalmente punita. L'utopia-insurrezione
    combatte  col  vecchio codice militare alla mano;  fucila le spie,
    condanna a morte i traditori,  sopprime gli esseri  viventi  e  li
    getta nelle tenebre ignote; si serve della morte: cosa grave. Pare
    che  l'utopia non abbia pi fede nella sua luce che  la sua forza
    irresistibile c incorruttibile. Colpisce con la spada;  ma nessuna
    spada    semplice;  tutte le spade hanno il doppio taglio,  e chi
    ferisce con uno, si ferisce con l'altro.
    Fatta questa riserva,  con tutta severit,  ci   impossibile  non
    ammirare,  riescano o no,  i gloriosi combattenti dell'avvenire, i
    confessori dell'utopia. Anche quando non riescono sono venerabili,
    e forse proprio nell'insuccesso acquistano una maggiore maest. La
    vittoria,  quando arriva secondo il progresso,  merita  l'applauso
    dei  popoli;  ma  una  disfatta  eroica merita la loro commozione;
    l'una  magnifica,  l'altra  sublime.  Per noi che preferiamo  il
    martirio  al  successo,  John Brown  pi grande di Washington,  e
    Pisacane  pi grande di Garibaldi.
    E' pur necessario che qualcuno stia per i vinti.
    La societ  ingiusta verso quei grandi pionieri dell'avvenire che
    falliscono.
    Si  accusano  i  rivoluzionari  di  seminare  lo  spavento.   Ogni
    barricata  sembra  un  attentato.  Si  incriminano  le  loro idee,
    credono  sospetto  il  loro  scopo,   temono  le  loro  intenzioni
    nascoste,  denunciano  la  loro  coscienza.  Rimproverano  loro di
    innalzare,  di costruire  e  ammassare  contro  il  fatto  sociale
    dominante  un  cumulo  di  miserie,  di  dolori,  di iniquit,  di
    lamenti, di disperazioni, e di strappare dai bassifondi blocchi di
    tenebre per aprirvi dei spiragli e combattere. Gridano loro: - Voi
    disselciate l'inferno!  - Ma essi potrebbero  rispondere:  Proprio
    per questo la nostra barricata  fatta di buone intenzioni.
    Certo,   preferibile la soluzione pacifica. Conveniamo che quando
    si vedono le pietre si pensa all'orso,  ed  una buona volont  di
    cui  la  societ  si allarma.  Ma dipende dalla societ salvare se
    stessa, e noi facciamo appello proprio alla sua buona volont. Non
      necessario  nessun   rimedio   violento.   Studiare   il   male
    amichevolmente,  costatarlo,  poi  guarirlo:  ecco  a  che cosa la
    invitiamo.
    Comunque, anche caduti,  soprattutto caduti,  questi uomini che su
    tutto  il  mondo,  con  l'occhio fisso alla Francia lottano per la
    grande opera con la inflessibile logica dell'ideale, sono augusti.
    Essi danno la loro vita in puro dono per il  progresso,  adempiono
    alla  volont  della  Provvidenza,  compiono  un  gesto religioso.
    Obbedendo  a  una  disposizione  divina,  discendono  nella  tomba
    all'ora  fissata,  col  medesimo  disinteresse di un attore che ha
    recitato la  sua  parte,  e  accettano  quei  combattimenti  senza
    speranza,  quella  stoica  scomparsa,  per  guidare  verso  le sue
    splendide e supreme conseguenze universali il magnifico  movimento
    umano  iniziato  in  modo irresistibile il 14 luglio 1789.  Simili
    soldati sono dei sacerdoti.  La Rivoluzione francese  un'opera di
    Dio.
    Del resto,  e bisogna aggiungere questa distinzione alle altre gi
    fatte in un precedente capitolo,  ci sono le rivoluzioni rifiutate
    che  si  chiamano  sommosse.  Quando  scoppia una insurrezione,  
    un'idea che subisce l'esame davanti al popolo. Se il popolo lascia
    cadere la pallina nera,  l'idea    bocciata  e  l'insurrezione  
    un'impresa sballata.
    Entrare in guerra a ogni invito, a ogni desiderio dell'utopia, non
      una  dote  dei  popoli.  Le  nazioni  non hanno sempre e a ogni
    momento il temperamento dei martiri e degli eroi.
    Sono positive. A priori, ripugnano l'insurrezione; prima di tutto,
    perch essa ha quasi sempre come risultato una catastrofe,  e  poi
    perch ha sempre per punto di partenza una astrazione.
    Infatti,  e  qui sta il bello,  coloro che si sacrificano lo fanno
    sempre e solo per l'ideale.  Una  insurrezione    un  entusiasmo.
    L'entusiasmo pu andare in collera,  e quindi ricorrere alle armi.
    Ma ogni insurrezione che prende di mira un governo o un regime, ha
    una meta pi alta.  Cos per esempio,  e insistiamo su  questo,  i
    capi  dell'insurrezione  del  1832,  e  in  particolare  i giovani
    entusiasti di via Chanvrerie, non combattevano precisamente contro
    Luigi Filippo;  anzi,  la  maggior  parte,  parlando  francamente,
    rendevano  giustizia  alle  qualit  di  quel  re che stava tra la
    monarchia e la repubblica, e nessuno lo odiava. Essi assalivano il
    ramo cadetto del diritto divino in  Luigi  Filippo,  come  avevano
    assalito  il  ramo  primogenito  in  Carlo  Decimo;  e  quello che
    volevano rovesciare,  rovesciando la monarchia  in  Francia,  come
    abbiamo gi spiegato,  era l'usurpazione dell'uomo sull'uomo e del
    privilegio sul diritto in tutto il mondo.  Parigi senza re ha  per
    contraccolpo il mondo senza despoti.  Essi ragionavano cos. Senza
    dubbio,  il loro scopo era lontano,  forse vago e timoroso davanti
    allo sforzo, per era grande.
    E'  cos.   E  si  sacrificano  per  queste  visioni,  che  per  i
    sacrificati sono sempre illusioni,  ma illusioni alle quali,  alla
    fine,    commista  tutta la certezza umana.  L'insorto poetizza e
    abbellisce l'insurrezione,  e si lancia in quelle  tragiche  scene
    inebriandosi di quello che sta per fare. Forse pu riuscire.
    Sono in pochi. Hanno di fronte un esercito intero. Ma difendono il
    diritto,  la legge naturale, la sovranit di ciascuno su se stesso
    che non ha abdicazione  possibile,  la  giustizia,  la  verit,  e
    all'occorrenza  moriranno come i trecento spartani.  Non pensano a
    don Chisciotte ma a Leonida.  Vanno avanti,  e una volta  avviati,
    non  indietreggiano,  si  precipitano a testa bassa,  sperando una
    vittoria inaudita, la rivoluzione completata, il progresso rimesso
    in libert,  l'ingrandimento  del  genere  umano,  la  liberazione
    universale, e, nel caso di sconfitta, le Termopili.
    Questi  combattimenti per il progresso non riescono,  e ne abbiamo
    detto il perch.  La folla  resta  allo  slancio  dei  paladini.
    Quelle  pesanti  masse  che  sono le moltitudini,  fragili a causa
    della loro stessa pesantezza,  temono le avventure.  E nell'ideale
    c' dell'avventura.
    Inoltre,  non bisogna dimenticare che ci sono gli interessi,  poco
    amici dell'ideale e del sentimento.  Talvolta lo stomaco paralizza
    il cuore.
    La bellezza e la grandezza della Francia consiste nel mettere meno
    pancia  degli  altri  popoli,  e  di  stringere  pi facilmente la
    correggia. E' la prima a svegliarsi, I'ultima ad addormentarsi. Va
    avanti e indaga.
    Questo perch  artista.
    L'ideale non  altro che il punto culminante della logica come  il
    bello    la  cima del vero.  I popoli artisti sono anche i popoli
    logici. Amare la bellezza significa amare la luce. Per questo,  la
    fiaccola dell'Europa,  vale a dire della civilt, fu portata prima
    dalla Grecia,  che la consegn all'Italia,  la quale  la  consegn
    alla   Francia.   Divini   popoli  illuminatori!   "Vitae  lampada
    tradunt!".
    Cosa meravigliosa!  La poesia di un popolo   l'elemento  del  suo
    progresso.  La  quantit di incivilimento si misura dalla quantita
    di immaginazione.  Per un popolo civilizzatore  deve  restare  un
    popolo virile.  Corinto,  s; ma Sibari no. Chi diventa effeminato
    si imbastardisce. Non bisogna essere n dilettante n virtuoso, ma
    artista.  In materia di civilt non bisogna  essere  raffinati  ma
    sublimi. A questa condizione, il modello dell'ideale viene offerto
    al genere umano.
    L'ideale  moderno  ha  il  suo tipo nell'arte e il suo mezzo nella
    scienza.  Per mezzo della scienza  si  realizzer  quella  augusta
    visione dei poeti che  il bello sociale. Si rifar l'Eden con A +
    B. Al punto in cui  giunta la civilt, la esattezza  un elemento
    necessario  dello  splendore,  e  il  sentimento  artistico  non 
    soltanto  servito  ma  completato  dall'organo   scientifico.   La
    fantasia  deve  calcolare.  L'arte  che  conquista deve avere come
    punto di appoggio  la  scienza  che  cammina.  La  solidit  della
    cavalcatura   una cosa importante.  Lo spirito moderno  il genio
    della Grecia che ha per vincolo il  genio  dell'India:  Alessandro
    sull'elefante.
    Le  razze pietrificate nel dogmatismo o demoralizzate dal guadagno
    sono inadatte a  guidare  la  civilt.  La  genuflessione  davanti
    all'idolo  o davanti allo scudo atrofizza il muscolo che cammina e
    la  volont  che  va  innanzi.   L'estasi  ieratica  o  mercantile
    diminuisce  lo  splendore  di un popolo,  abbassa il suo orizzonte
    abbassando il suo livello,  e gli toglie quella intelligenza umana
    e  divina  insieme  dello  scopo  universale  che forma le nazioni
    missionarie.  Babilonia e Cartagine non hanno un ideale.  Atene  e
    Roma  hanno  e conservano,  anche attraverso lo spessore tenebroso
    dei secoli, un'aureola di civilt.
    La Francia  della stessa razza della  Grecia  e  dell'Italia.  E'
    ateniese  per  il  bello e romana per il grande.  Inoltre,  essa 
    buona; si dona;  pi degli altri popoli  disposta all'abnegazione
    e al sacrificio.  Per, questa disposizione ora la prende e ora la
    lascia;  ed  questo il grande pericolo  per  quelli  che  corrono
    quando lei vuole soltanto camminare,  oppure camminano quando essa
    vuole fermarsi.  La Francia ha le sue ricadute di materialismo,  e
    in  certi  momenti  le  sue  idee,  che  ostruiscono quel cervello
    sublime, non hanno pi niente che ricordi la grandezza francese, e
    hanno le dimensioni del Missouri o della  Carolina  del  Sud.  Che
    farci?  La gigantessa fa parte della nana,  l'immensa Francia ha i
    suoi capricci di piccolezza. Ecco tutto. Non c' niente da dire. I
    popoli,  come gli astri,  hanno il diritto d'eclisse.  E tutto  va
    bene,  purch  ritorni  la luce e l'eclissi non degeneri in notte.
    Alba e resurrezione sono sinonimi.  La riapparizione della luce  
    identica alla persistenza dell'io.
    Costatiamo questi fatti con tranquillit. La morte sulla barricata
    o  la  tomba  nell'esilio,  per  l'abnegazione    una eventualit
    accettabile.  Il vero nome dell'abnegazione    disinteresse.  Gli
    abbandonati  si  lascino  abbandonare,  gli  esiliati  si  lascino
    esiliare,  e noi limitiamoci a supplicare i grandi  popoli  a  non
    indietreggiare quando indietreggiano. Col pretesto di tornare alla
    ragione, non bisogna andar troppo oltre nella discesa.
    La materia,  il minuto,  gli interessi,  il ventre esistono;  per
    bisogna fare in modo che il ventre non diventi la  sola  saggezza.
    La  vita momentanea ha il suo diritto,  l'ammettiamo,  ma anche la
    vita permanente ha il suo diritto.  L'essere  saliti,  ahim!  non
    impedisce di cadere. Questo si costata nella storia pi spesso che
    non  si creda.  Una nazione illustre gusta l'ideale,  poi morde il
    fango e lo trova buono;  e se le chiedono perch abbandona Socrate
    per Falstaff, risponde: - Perch mi piacciono gli uomini di Stato.
    Ancora una parola prima di continuare il nostro racconto.
    Una  battaglia  come quella che stiamo descrivendo non  altro che
    una  convulsione  per  l'ideale.   Il  progresso   impastoiato   
    malaticcio  e  ha  queste tragiche epilessie.  Questa malattia del
    progresso, la guerra civile, noi l'abbiamo dovuta incontrare sulla
    nostra strada.  E' una delle fasi fatali,  un atto  e  insieme  un
    intermezzo del nostro dramma, il cui perno  un dannato sociale, e
    il cui vero titolo : "il progresso".
    Il progresso.
    Questo  grido  che lanciamo spesso  tutto il nostro pensiero.  Al
    punto in cui siamo col nostro dramma,  l'idea  in  esso  contenuta
    deve subire ancora una prova, ed  per questo che ci sar concesso
    se non di sollevarne il velo almeno di farne trasparire la luce.
    Il  libro  che  il lettore ha sotto gli occhi in questo momento ,
    nell'insieme e nei particolari,  qualunque possano essere  le  sue
    interruzioni,  le sue eccezioni e le sue debolezze,  la marcia dal
    male al bene,  il cammino  dall'ingiustizia  alla  giustizia,  dal
    falso  al  vero,   dalla  notte  al  giorno,   dall'appetito  alla
    coscienza,  dalla putrefazione  alla  vita,  dalla  bestialit  al
    dovere,  dall'inferno al cielo,  dal nulla a Dio.  Il suo punto di
    partenza    la  materia,  quello  d'arrivo  l'anima.   L'idra  al
    principio, l'angelo alla fine.

    21. GLI EROI.
    Improvvisamente il tamburo suon la carica.
    L'attacco fu un uragano. La vigilia, nell'oscurit, gli attaccanti
    si  erano avvicinati alla barricata come una boa,  silenziosamente
    Ora, in piena luce, in una via a imbuto, la sorpresa era del tutto
    impossibile;  d'altronde,  la  forza  s'era  gi  smascherata,  il
    cannone   aveva   cominciato   il  suo  ruggito  e  l'esercito  si
    precipitava sulla barricata. Ora l'abilit consisteva nella furia.
    Una  numerosa  colonna  di  fanteria,   intervallata  da   guardie
    nazionali  e  guardie  municipali  a  piedi  e appoggiata da masse
    compatte che si sentivano senza vederle,  sbocc nella via a passo
    di carica, coi tamburi battenti, con le trombe squillanti, con gli
    zappatori  in testa,  e imperturbabile sotto i proiettili,  piomb
    sulla barricata col peso di una trave di bronzo contro un muro.
    Il muro tenne fermo.
    Gli insorti fecero un fuoco impetuoso.  La barricata assalita ebbe
    una  criniera  di  lampi.  L'assalto  fu  tanto  forsennato che la
    barricata fu per un  momento  inondata  dagli  assalitori,  ma  si
    scroll  di dosso i soldati come il leone scuote i cani e si copr
    di  assediati  come  la  scogliera  si  copre  di   schiuma,   per
    ricomparire un momento dopo dirupata, nera e formidabile.
    La colonna,  costretta a ripiegare, rest compatta nella via, allo
    scoperto,  ma terribile,  e rispose alla ridotta con una fucileria
    spaventosa. Chiunque abbia visto un fuoco d'artificio ricorda quel
    fascio  formato da un incrociarsi di fulmini che si chiama "rosa".
    Pensate questa rosa non gi  verticale  ma  orizzontale,  con  una
    pallottola,  con  un  pallino,  con un biscaglino all'estremit di
    ciascuno dei suoi getti di fuoco, e mentre sgrana la morte col suo
    grappolo di folgori. La barricata era l sotto.
    Dalle due parti c'era un'uguale decisione.  Il coraggio era  quasi
    barbaro  e  si  univa  a  un'eroica  ferocia  che  cominciava  col
    sacrificio di se stesso.  Era l'epoca in cui una guardia nazionale
    si  batteva  come  uno  zuavo.  La  truppa  voleva  farla  finita,
    l'insurrezione voleva lottare.  Quando  si  accetta  l'agonia  nel
    vigore della giovent,  l'intrepidezza diventa frenesia. Ognuno in
    quella  mischia  era  ingigantito  dall'ora  suprema.  La  via  fu
    tappezzata di cadaveri.
    La  barricata aveva a un'estremit Enjolras,  all'altra Mario.  Il
    primo che era il comandante  di  tutta  la  barricata,  si  teneva
    riparato;  tre  soldati  caddero l'uno dietro l'altro davanti alla
    sua feritoia senza essere stato scorto.  Mario  invece  combatteva
    allo  scoperto,  si  offriva  come  bersaglio sporgendo con pi di
    mezzo busto dalla cima della  ridotta.  Non  c'  un  prodigo  pi
    violento  dell'avaro  che prende il morso per i denti;  non c' un
    uomo pi terribile nell'azione  quanto  un  sognatore.  Mario  era
    tremendo  e  pensoso;  stava  nella  mischia come in un sogno;  si
    sarebbe detto che un fantasma facesse a schioppettate.
    Le cartucce degli assediati si esaurivano,  ma non i sarcasmi.  In
    quel turbine di tomba che li avvolgeva essi ridevano.
    Courfeyrac stava a testa nuda.
    - Che cosa ne hai fatto del cappello? - chiese Bossuet.
    E Courfeyrac rispose:
    - Sono riusciti a portarmelo via a cannonate.
    Oppure dicevano delle frasi sdegnose.
    -  Capite!  -  esclamava Feuilly con amarezza.  - Quegli uomini (e
    citava i nomi,  nomi noti  e  anche  celebri,  alcuni  dell'antico
    esercito)  che  avevano promesso di raggiungerci e avevano giurato
    di aiutarci, che si erano impegnati sull'onore,  che sono i nostri
    generali, ecco che ci abbandonano.
    E Combeferre si limitava a rispondere con un grave sorriso:
    -  Ci  sono  persone  che  osservano  le regole dell'onore come le
    stelle, molto da lontano.
    L'interno della barricata era talmente cosparso  di  cartucce  che
    pareva avesse nevicato.
    Gli assalitori avevano il numero,  gli insorti la posizione.  Essi
    stavano in cima a un muro e fulminavano a  bruciapelo  i  soldati,
    che inciampavano tra i morti e i feriti ed erano impastoiati nella
    scarpata  della barricata.  Quella barricata,  costruita com'era e
    meravigliosamente  rafforzata,   era  veramente  una   di   quelle
    posizioni  in  cui un pugno di uomini tiene in scacco una legione.
    Tuttavia la colonna di attacco,  sempre accresciuta  e  ingrossata
    sotto  la  pioggia delle palle,  si avvicinava inesorabilmente,  e
    ora, a poco a poco, a passo a passo,  ma con sicurezza,  stringeva
    la barricata, come la vite stringe lo strettoio.
    Gli assalti si susseguivano e l'orrore cresceva.
    Allora,  su quel cumulo di selci, in quella via Chanvrerie scoppi
    una lotta  degna  d'un  muro  di  Troia.  Quegli  uomini  sparuti,
    cenciosi,  spossati,  digiuni  da  ventiquattro  ore,  senza  aver
    dormito,  che possedevano pochi colpi da sparare e si tastavano le
    tasche  vuote di cartucce,  quasi tutti feriti,  con la testa o il
    braccio bendato da una fascia sporca e insanguinata,  che  avevano
    negli  abiti  dei  buchi da cui colava sangue,  armati soltanto di
    cattivi fucili e di vecchie sciabole inattaccate,  diventarono dei
    titani.  La barricata fu dieci volte raggiunta, assalita, scalata,
    ma mai presa.
    Per farsi un'idea  di  quella  lotta  bisognerebbe  immaginare  di
    appiccare  il  fuoco a un cumulo di coraggi terribili e di stare a
    guardare l'incendio.  Non era una  mischia  ma  l'interno  di  una
    fornace. Le bocche respiravano fiamme, i volti erano straordinari;
    la   forma   umana   vi   pareva   impossibile;    i   combattenti
    fiammeggiavano, ed era una cosa formidabile vedere andare e venire
    quel fumo rosso,  quelle salamandre della  mischia.  Rinunciamo  a
    descrivere  le  scene  successive e simultanee di quella grandiosa
    carneficina.  Soltanto l'epopea ha diritto di dedicare  dodicimila
    versi a una battaglia.
    Si  sarebbe  detto che stava l l'inferno del bramanesimo,  il pi
    terribile dei diciassette abissi,  che il Veda chiama  la  Foresta
    delle spade.
    Si  battevano  a  corpo  a corpo,  piede contro piede,  a colpi di
    pistola, a sciabolate, a pugni, da lontano, da vicino,  dall'alto,
    dal  basso,  da  tutte le parti,  dai tetti,  dalle finestre della
    bettola,  dagli  spiragli  delle  cantine,  in  cui  alcuni  erano
    sgusciati.  Uno  contro  sessanta.  La  facciata  di Corinto mezzo
    smantellata era orribile.  La finestra,  tatuata dalla  mitraglia,
    aveva  perduto  vetri  e  telai  ed  era ridotta a un buco informe
    tumultuosamente turato con le pietre.  Bossuet fu ucciso,  Feuilly
    fu  ucciso,  Courfeyrac  fu  ucciso,  Joly  fu ucciso;  Combeferre
    trapassato da due baionettate nel petto mentre rialzava un soldato
    ferito ebbe appena il tempo di guardare il cielo e spir.
    Mario,   sempre  combattendo,   era  cos  crivellato  di   ferite
    principalmente  alla  testa,  che  il  suo  volto spariva sotto il
    sangue e pareva  che  avesse  la  faccia  coperta  da  una  grossa
    pezzuola rossa.
    Soltanto  Enjolras  era  incolume.  Quando  non  aveva  pi  armi,
    allungava una mano e un insorto gli dava una lama  qualunque.  Non
    aveva  pi  che  un  mozzicone  della  quarta  spada:  una  pi di
    Francesco Primo a Melegnano.
    Nei nostri vecchi poemi eroici, Esplandiano armato con una bipenne
    di fuoco assale il gigantesco marchese  Swantibore,  il  quale  si
    difende lapidando il cavaliere con le torri che sradica.  I nostri
    antichi affreschi ci mostrano i duchi di Bretagna e di Borbone,  a
    cavallo, armati di tutto punto, con stemmi e divise di guerra, che
    si  affrontano con le mazze alla mano,  con celate,  con gambali e
    guanti di ferro,  l'uno con la gualdrappa di ermellino  e  l'altro
    con  una  gualdrappa  azzurra;  Bretagna  col suo leone tra le due
    estremit della corona,  Borbone col casco  fatto  d'un  mostruoso
    giglio  a  visiera.  Ma  per  essere  magnifico  non   necessario
    portare,  come Yvon,  il morione ducale,  n avere in  pugno  come
    Esplandiano  una fiamma viva,  n come Filete padre di Polidamante
    aver portato da Efiro una buona armatura dono del re Eufete; basta
    sacrificare la vita con convinzione e con  fedelt.  Quel  piccolo
    soldato ingenuo,  ieri contadino della Beauce o del Limosino,  che
    nel giardino del Lussemburgo,  con la  sua  durlindana  al  fianco
    circuisce le bambine;  quel giovane pallido studente,  chino sopra
    un pezzo anatomico o sopra un libro,  biondo  adolescente  che  si
    taglia la barba con le forbici;  pigliateli tutti e due, infondete
    a essi il senso del dovere,  metteteli l'uno  contro  l'altro  nel
    crocicchio  Boucherat  oppure nell'angiporto Planche-Mibray,  fate
    che l'uno combatta per la  sua  bandiera  e  l'altro  per  il  suo
    ideale,  e  tutti  e  due  credano di combattere per la patria,  e
    allora la  lotta  sar  colossale;  e  l'ombra  prodotta  da  quel
    fantaccino e da quello studente alle prese nel gran campo epico in
    cui  si  dibatte  l'umanit,  sar  uguale all'ombra proiettata da
    Megarione re della Licia piena di tigri,  che stringe tra  le  sue
    braccia l'immenso Aiace uguale agli dei.

    23. CORPO A CORPO.
    Quando  rimasero  come  capi  soltanto  Enjolras  e Mario alle due
    estremit della barricata,  il centro sostenuto per tanto tempo da
    Courfeyrac,  Joly,  Bossuet,  Feuilly  e Combeferre,  cedette.  Il
    cannone,  senza aprire una breccia praticabile,  aveva  sbrecciato
    abbastanza  largamente  a mezzaluna il centro della barricata;  in
    quel punto, la cresta del muro,  sotto le palle,  era crollata e i
    rottami,    ora    dentro   ora   fuori,    avevano   finito   con
    l'ammonticchiarsi  dai  due  lati  della  trincea  e  formare  due
    scarpate:  una  di  dentro  e l'altra di fuori.  Il pendo esterno
    offriva all'assalto un piano inclinato.
    Fu  tentato  l'ultimo  assalto,  che  riusc.  La  massa  irta  di
    baionette e lanciata a passo di carica giunse irresistibile,  e il
    denso schieramento frontale della colonna d'assalto apparve tra il
    fumo sopra la scarpata.  Questa volta era finita.  Il gruppo degli
    insorti che difendeva il centro indietreggi disordinatamente.
    Allora  in  alcuni si ridest il fosco amore della vita.  Presi di
    mira da quella foresta di fucili non vollero  pi  morire.  E'  un
    momento  quello  in  cui  l'istinto  della conservazione urla e la
    bestia riappare nell'uomo.  Erano addossati all'alta  casa  a  sei
    piani  che  formava  il fondo della barricata.  Quella casa poteva
    essere la salvezza.  Quella casa era sprangata e come  murata  dal
    basso  in  alto.  Ma  prima che la truppa fosse nell'interno della
    ridotta,  una porta aveva il tempo  di  aprirsi  e  di  chiudersi,
    bastava  la  durata  di  un  lampo,  e  la  porta  di quella casa,
    socchiusa a un tratto e richiusa subito rappresentava la vita  per
    quei disperati. Dietro quella casa c'erano le strade, la possibile
    fuga,  lo  spazio libero.  Si misero a battere contro quella porta
    con i calci  dei  fucili  e  con  i  piedi,  chiamando,  gridando,
    supplicando,  giungendo le mani.  Nessuno apr. Dal finestrino del
    terzo piano, la testa del morto li guardava.
    Ma Enjolras,  Mario e sette o otto altri  raggruppatisi  con  loro
    s'erano  lanciati  e  li  proteggevano.  Enjolras aveva gridato ai
    soldati: - Non avanzate!  - e un ufficiale che non aveva  ubbidito
    era  stato ucciso da Enjolras.  Egli stava adesso nel breve spazio
    interno alla barricata,  addossato alla casa di  Corinto,  con  la
    spada in una mano, la carabina nell'altra, tenendo aperta la porta
    della bettola, di cui sbarrava il passaggio agli assalitori. Grid
    ai  disperati:  -  C'  una  sola porta aperta,  ed  questa!  - E
    coprendoli col suo corpo,  affrontando da solo un battaglione,  se
    li  fece  passare  di  dietro.   Tutti  si  precipitarono.   Egli,
    maneggiando la carabina come se fosse un  bastone,  e  descrivendo
    quello  che  gli  schermitori  chiamano  un  mulinello,  devi  le
    baionette intorno e davanti  a  s,  ed  entr  per  ultimo  nella
    bettola. Fu un momento terribile; i soldati volevano entrare e gli
    insorti  volevano  chiudere;  e  la porta fu finalmente chiusa con
    tanta violenza che stacc, lasciandole attaccate allo stipite,  le
    cinque dita di un soldato che vi si era aggrappato.
    Mario rest fuori.  Una fucilata gli aveva spezzato una clavicola;
    si sent svenire e stava per cadere  quando,  con  gli  occhi  gi
    chiusi,  ebbe la sensazione di una mano vigorosa che lo afferrava.
    Nel momento dello svenimento ebbe appena  il  tempo  di  formulare
    questo   pensiero  unito  al  supremo  ricordo  di  Cosetta:  Sono
    prigioniero; mi fucileranno.
    Enjolras,  non vedendo Mario tra i rifugiati nella bettola ebbe la
    stessa  idea.  Ma quello era il momento in cui ognuno ha appena il
    tempo di pensare alla propria morte.  Pose la sbarra  alla  porta,
    tir i chiavistelli e chiuse a doppia mandata la serratura, mentre
    di  fuori  i  soldati con i fucili e gli zappatori con le scuri la
    battevano furiosamente.  Gli  assalitori  stavano  riuniti  contro
    quella porta. Cominciava l'assedio alla bettola.
    I  soldati  erano  pieni  di  collera.  La  morte  del sergente di
    artiglieria li aveva irritati, e inoltre, cosa pi funesta.  nelle
    ore   precedenti  all'attacco  era  corsa  voce  che  gli  insorti
    mutilavano i prigionieri e che nella bettola c'era il cadavere  di
    un   soldato   decapitato.   Questo   genere   di  dicerie  fatali
    s'accompagna ordinariamente alle guerre civili;  e fu appunto  una
    falsa voce che pi tardi caus la catastrofe di via Transnonain.
    Appena barricata la porta, Enjolras disse ai compagni:
    - Vendiamo cara la pelle!
    Poi  si  avvicin  alla tavola su cui giacevano Mabeuf e Gavroche.
    Sotto il drappo nero si vedevano le due forme ritte e rigide:  una
    grande, l'altra piccola, e i due volti si delineavano confusamente
    sotto le fredde pieghe del sudario. Una mano, la mano del vecchio,
    usciva di sotto il panno e penzolava.
    Enjolras  si chin e baci quella mano venerabile,  come il giorno
    avanti aveva baciato la fronte.  Erano gli unici baci dati in vita
    sua.
    Abbreviamo.  La barricata aveva lottato come una porta di Tebe; la
    bettola lott come una casa di Saragozza.  Simili resistenze  sono
    feroci. Si vuol morire purch si uccida. Quando Suchet dice:
    - Arrendetevi!
    Palafox risponde:
    - Dopo la guerra a cannonate, la guerra a coltello.
    Nulla  manc all'assalto della bettola Hucheloup,  n le selci che
    piovevano dalle finestre  e  dal  tetto  sugli  assedianti  e  che
    esasperavano  i  soldati  con le loro orribili ammaccature,  n le
    fucilate  dalle  cantine  e   dalle   soffitte,   n   il   furore
    dell'attacco,  n  la  rabbia della difesa,  n infine,  quando la
    porta  fu   abbattuta,   la   frenetica   follia   della   strage.
    Precipitandosi nella bettola, inciampando con i piedi nei battenti
    della  porta  sfondata,  gli  assalitori  non trovarono neppure un
    combattente.  La scala a chiocciola,  tagliata a colpi  di  scure,
    giaceva  in  mezzo  alla  sala,  dove  alcuni  feriti  finivano di
    spirare,  e tutti i viventi erano saliti al primo piano,  dove per
    il  buco  del  pavimento,  che  era  stato l'ingresso della scala,
    scoppi un fuoco terrorizzante.  Erano le ultime cartucce.  Quando
    queste  furono consumate,  quando quei formidabili agonizzanti non
    ebbero pi n polvere n palle,  ognuno prese due delle  bottiglie
    di cui abbiamo parlato,  messe in disparte da Enjolras,  e tennero
    fronte alla scalata  con  quelle  mazze  spaventosamente  fragili.
    Erano  bottiglie di acido solforico.  Noi raccontiamo come sono le
    cupe circostanze della carneficina. L'assedio, ahim!  si fa scudo
    di tutto.  Il fuoco greco non disonor Archimede, la pece bollente
    non disonor Baiardo.  Tutta la guerra   orrore,  e  non  c'  da
    scegliere.  La fucileria degli assedianti, bench impacciata e dal
    basso in alto, era micidiale. L'orlo del buco nel pavimento fu ben
    presto circondato di teste morte,  da  cui  colavano  lunghi  fili
    rossi e fumanti.  Il fracasso era inesprimibile. Il fumo rinchiuso
    e bruciante faceva quasi notte in quella battaglia.  Ci mancano le
    parole per esprimere l'orrore giunto a quel grado. In quella lotta
    diventata ormai infernale non c'erano pi uomini;  non c'erano pi
    dei  giganti  contro  colossi.  Quel  luogo  somigliava  pi  alle
    descrizioni di Milton e di Dante che a quelle di Omero, demoni che
    assalivano, spettri che resistevano. Era l'eroismo mostruoso.

    23. ORESTE DIGIUNO E PILADE UBRIACO.
    Alla fine,  montando l'uno sull'altro, aiutandosi con lo scheletro
    della scala,  arrampicandosi ai muri,  aggrappandosi al  soffitto,
    abbattendo  la  resistenza  degli ultimi difensori sull'orlo della
    botola,  una ventina di uomini tra soldati,  guardie  nazionali  e
    guardie municipali, alla rinfusa, la maggior parte sfigurati dalle
    ferite al volto ricevute in quella terribile ascensione,  accecati
    dal sangue,  furiosi,  inferociti,  irruppero nella sala del primo
    piano.  In piedi, restava soltanto Enjolras. Senza cartucce, senza
    spada,  aveva in mano soltanto la canna  della  carabina,  di  cui
    aveva  spezzato  il  calcio  sulla  testa di quelli che entravano.
    Aveva messo il bigliardo tra lui e gli assalitori, indietreggiando
    verso un angolo della stanza, e l,  con lo sguardo fiero,  con la
    testa  alta,  con  quel  mozzicone  d'arma  in  pugno,  era ancora
    abbastanza minaccioso per fare del vuoto attorno a lui.  Una  voce
    grid:
    - E' il capo!  quello che ha ucciso l'artigliere. Dal momento che
    s' messo l, ci sta bene; ci resti pure. Fuciliamolo sul posto.
    - Fucilatemi, - disse Enjolras.
    E  gettando  via  il mozzicone di carabina,  incroci le braccia e
    offr il petto.
    L'audacia di ben  morire  commuove  sempre.  Non  appena  Enjolras
    incroci  le  braccia  accettando  la  morte,  cess nella sala lo
    strepito della lotta e quel caos  si  mut  subito  in  una  calma
    sepolcrale.   Sembrava  che  la  minacciosa  maest  di  Enjolras,
    disarmato e immobile, pesasse su quel tumulto,  e che soltanto con
    l'autorit del suo sguardo tranquillo,  quel giovane,  l'unico che
    non  avesse  una   ferita,   altero,   insanguinato,   bellissimo,
    indifferente  come  un  uomo  invulnerabile,  costringesse  quella
    sinistra  turba  a  ucciderlo  con  rispetto.   La  sua  bellezza,
    accresciuta in quel momento dalla fierezza,  era uno splendore;  e
    siccome non pareva pi stanco di quel che non fosse  ferito,  dopo
    quelle tremende ventiquattr'ore trascorse,  era vermiglio e roseo.
    Forse parlava di lui quel testimonio  che  pi  tardi  davanti  al
    consiglio  di  guerra diceva: - C'era un insorto che udii chiamare
    Apollo.  - Una guardia nazionale che aveva preso di mira  Enjolras
    abbass l'arma dicendo:
    - Mi pare di fucilare un fiore!
    Dodici  uomini  si  schierarono  nell'angolo  opposto  a Enjolras.
    Prepararono silenziosamente i loro fucili.
    Un sergente grid:
    - Pronti!
    Intervenne un ufficiale.
    - Aspettate!
    E rivolgendosi a Enjolras:
    - Volete che vi bendino gli occhi?
    - No.
    - Siete voi quello che ha ucciso il sergente d'artiglieria?
    - S.
    Da qualche minuto Grantaire s'era svegliato.
    Ricordiamo che Grantaire dormiva dal giorno precedente nella  sala
    superiore della bettola,  seduto sopra una sedia e appoggiato a un
    tavolino.  Aveva realizzato in  tutta  la  sua  forza  la  vecchia
    metafora:  ubriaco  morto.  L'abominevole  intruglio di acquavite,
    birra, assenzio l'aveva immerso nel letargo.  Poich il tavolino a
    cui   stava  appoggiato  era  piccolo  e  non  poteva  servire  da
    barricata,  glielo lasciarono,  ed egli era rimasto  sempre  nella
    stessa posizione, riverso sul tavolino con la testa tra bottiglie,
    bicchieri  e  boccali,  dormendo  di quel sonno profondo dell'orso
    intorpidito e della mignatta sazia. Nulla era valso a destarlo, n
    la fucileria, n le cannonate, n la mitraglia che penetrava nella
    stanza  attraverso  la  finestra,   n  il   prodigioso   strepito
    dell'assalto.  Rispondeva  di  tanto  in  tanto  al cannone con un
    ronfo.   Pareva  che  stesse  in  attesa  di  una  palla  che  gli
    risparmiasse  la  fatica  di  svegliarsi.  Parecchi  cadaveri  gli
    giacevano attorno,  e alla prima occhiata nulla lo distingueva  da
    quei profondi dormienti della morte.
    Il  rumore  non  sveglia  un  ubriaco,  ma il silenzio s.  E' una
    stranezza che abbiamo notato spesso.  Il  crollare  di  ogni  cosa
    attorno  a  lui  accresceva  il  sonno di Grantaire;  la rovina lo
    cullava;  invece quella specie di  sosta  del  tumulto  davanti  a
    Enjolras  fu una scossa per il suo sonno pesante.  Fu per lui come
    quando una vettura al galoppo si ferma di botto  e  i  viaggiatori
    assopiti si svegliano. Grantaire si rizz di soprassalto, stese le
    braccia, si freg gli occhi, guard, sbadigli e cap.
    L'ubriachezza  quando  finisce somiglia a una tenda che si lacera.
    Si scorge tutt'insieme in una sola occhiata quello che nascondeva.
    Tutto si affaccia d'un tratto alla memoria;  e l'ubriacone che non
    sa nulla di quanto  accaduto da ventiquattro ore,  non ha neppure
    finito di schiudere le palpebre che gi  al corrente di tutto. Le
    idee gli ritornano con una improvvisa lucidit.  L'oblio  prodotto
    dall'ebbrezza,  specie  di  nebbia  che  accieca  il cervello,  si
    dissipa e cede ii campo alla chiara e netta ossessione delle  cose
    reali.
    I  soldati,  con  l'occhio fisso su Enjolras,  non s'erano neanche
    accorti di Grantaire,  relegato  com'era  in  un  angolo  e  quasi
    nascosto dietro il bigliardo.  Il sergente si accingeva a ripetere
    l'ordine: -Pronti! - quando udirono a un tratto una voce che grid
    forte accanto a essi:
    - Viva la repubblica! Ci sono anch'io!
    Grantaire s'era alzato.
    L'immenso bagliore di tutto il combattimento  al  quale  Grantaire
    non    aveva   partecipato,    apparve   nello   sguardo   lucente
    dell'ubriacone trasfigurato.
    Ripet: - Viva la repubblica! - Attravers la sala con passo fermo
    e and a  prendere  posto  davanti  ai  fucili,  ritto  accanto  a
    Enjolras, dicendo:
    - Fatene due con un colpo solo!
    E rivoltosi a Enjolras, gli chiese gentilmente:
    - Permetti?
    Enjolras  gli  strinse la mano sorridendo.  Il suo sorriso non era
    finito che i fucili spararono. Enjolras, colpito da otto fucilate,
    rest  addossato  al  muro  come  se  le  palle  ve  lo   avessero
    inchiodato.  Soltanto la testa si chin.  Grantaire, fulminato gli
    si abbatt ai piedi.
    Poco dopo,  i  soldati  sloggiarono  gli  insorti  rifugiati  alla
    sommit della casa.  Questi tiravano attraverso una grata di legno
    nel granaio. Si combatteva fin sopra i tetti. Si gettavano i corpi
    dalle  finestre,  alcuni  vivi.  Due  soldati,  che  tentavano  di
    rialzare  l'omnibus  fracassato,  furono  uccisi  da  due colpi di
    carabina tirati dagli abbaini. Un uomo in blusa era precipitato di
    lass,  con una baionetta nel ventre,  e  rantolava  a  terra.  Un
    soldato e un insorto scivolavano sul pendio del tetto: non vollero
    lasciarsi  e  caddero  tenendosi  stretti  in un abbraccio feroce.
    Uguale lotta  avveniva  in  cantina;  grida,  fucilate,  calpestio
    feroce; poi silenzio. La barricata era presa.
    I soldati cominciarono a perquisire le case attorno,  inseguendo i
    fuggitivi.

    24. PRIGIONIERO.
    Mario era prigioniero. Prigioniero di Giovanni Valjean.
    La mano che l'aveva afferrato alle spalle,  mentre cadeva perdendo
    la conoscenza, era quella di Valjean.
    Valjean  non  aveva  partecipato  al  combattimento,  ma vi si era
    esposto soltanto.  Senza di lui,  in quella suprema fase di agonia
    nessuno  avrebbe  pensato  ai  feriti;   grazie  a  lui,  presente
    dappertutto nella carneficina come  una  Provvidenza,  quelli  che
    cadevano  erano rialzati,  trasportati nella sala al pianterreno e
    medicati. Negli intervalli, riparava la barricata.  Ma le sue mani
    non fecero nulla che somigliasse a un colpo,  a un attacco o anche
    a una difesa personale.  Taceva e  soccorreva.  Del  resto,  aveva
    appena qualche graffio.  Le pallottole lo avevano sempre schivato.
    Se entrando in quel sepolcro,  il suicidio faceva parte  dei  suoi
    scopi segreti,  era fallito sotto questo aspetto. Ma dubitiamo che
    avesse pensato al  suicidio,  che    un  gesto  condannato  dalla
    religione.
    Nella  densa  caligine  del combattimento,  pareva che Valjean non
    vedesse Mario, e invece non l'aveva mai perduto di vista; e quando
    lo vide abbattuto da una fucilata, con l'agilit di una tigre, gli
    piomb sopra come a una preda e se lo port via.
    In quel momento l'assalto era cos  violentemente  concentrato  su
    Enjolras  e  sulla  porta della bettola che nessuno scorse Valjean
    attraversare il  campo  disselciato  della  barricata,  sostenendo
    sulle  braccia  Mario svenuto e sparire dietro l'angolo della casa
    di Corinto.
    Il lettore  ricorder  che  quell'angolo  formava  una  specie  di
    promontorio  sulla  strada,  riparando  dalle  pallottole  e dalla
    mitraglia, e anche dagli sguardi, pochi metri quadrati di terreno.
    Cos talvolta negli incendi una stanza non brucia,  cos nei  mari
    pi  tempestosi,  al  di  l  di  un promontorio o al di l di una
    scogliera,  c' un  cantuccio  tranquillo.  In  quella  specie  di
    ripiegamento del trapezio interno della barricata aveva agonizzato
    Eponina.
    L  Valjean si ferm,  depose Mario a terra,  si addoss al muro e
    guard attorno. La situazione era spaventevole.
    Per il momento,  forse per due o tre minuti,  quell'angolo di muro
    era  un  ricovero.  Ma  come  uscire  da quel massacro?  Ricordava
    l'angoscia in cui si era trovato otto anni prima in via  Polonceau
    e  del modo in cui era riuscito a sfuggire;  ma ci che allora era
    difficile adesso pareva impossibile.  Davanti a lui  stava  quella
    implacabile e sorda casa a sei piani,  che pareva abitata soltanto
    dal cadavere prono alla finestra;  a  destra  aveva  la  barricata
    abbastanza  bassa  che  chiudeva  via Petite-Truanderie;  sembrava
    facile scavalcare quell'ostacolo,  ma al di l della cresta  della
    barricata  si  scorgeva  una  fila di baionette.  Era la fanteria,
    appostata  al  di  l  della  barricata.   Varcare  la   barricata
    significava  andare  a cercare un fuoco di fila,  e ogni testa che
    fosse apparsa sulla cima del muro di  pietra  sarebbe  servita  di
    bersaglio  a  sessanta  fucili.  A sinistra,  dietro la cantonata,
    c'era il campo di battaglia, cio la morte.
    Che fare?
    Soltanto un uccello avrebbe potuto cavarsi di l.
    Bisognava decidersi subito,  trovare un espediente,  appigliarsi a
    un partito. A pochi passi da lui si combatteva. Per fortuna, tutti
    si accanivano contro un punto solo: la porta della bettola.  Ma se
    a un soldato  fosse  venuta  l'idea  di  aggirare  la  casa  o  di
    assalirla di fianco, tutto sarebbe finito per Valjean.
    Questi guard la casa di fronte a lui, guard la barricata vicina,
    poi  guard  a terra con la violenza del momento supremo,  come se
    volesse scavarsi un buco con gli occhi.
    A furia di guardare,  in quella sua agonia si disegn qualcosa  di
    confusamente percettibile e prese forma ai suoi piedi,  come se lo
    sguardo avesse avuto la capacit di far sorgere la cosa richiesta.
    A qualche passo da lui,  ai piedi  della  piccola  barricata  cos
    spietatamente  custodita e spiata di fuori,  sotto delle selci che
    la nascondevano in parte,  vide una grata di ferro posta a livello
    del suolo. Quella grata, formata da grosse sbarre trasversali, era
    larga  circa  due  piedi  quadrati,  la  cornice  di lastre che la
    manteneva era stata divelta,  e anche la grata era quasi  divelta.
    Attraverso  le  sbarre,  s'intravedeva  un vano buio,  qualcosa di
    simile alla gola di un camino o d'una cisterna.  Valjean  ebbe  un
    fremito.  La  sua  vecchia  scienza delle evasioni gli si present
    alla mente come un  bagliore.  Scostare  le  selci,  sollevare  la
    grata,  caricarsi  sulle  spalle Mario inerte come un corpo morto,
    calarsi con quel fardello sulle spalle,  aiutandosi con i gomiti e
    con  i  ginocchi,  in  quella  specie di pozzo fortunatamente poco
    profondo,  lasciarsi ricadere sopra la testa la pesante botola  di
    ferro,  sulla  quale  i  sassi  smossi  si  rovesciarono di nuovo,
    prendere piede su una superficie lastricata  a  tre  metri  al  di
    sotto del suolo,  fu cosa di qualche minuto appena,  eseguita come
    nel delirio, con una forza da gigante e una rapidit di aquila.
    Si trov con Mario sempre svenuto in una specie di lungo corridoio
    sotterraneo, dove c'era pace profonda, silenzio assoluto, notte.
    Prov di nuovo la stessa sensazione che aveva provato quando dalla
    via era finito nel convento;  per questa volta  non  portava  pi
    Cosetta ma Mario.
    Adesso udiva appena,  al di sopra di s, come un vago mormorio, il
    formidabile tumulto della bettola presa d'assalto.


    Libro 2.
    L'INTESTINO DEL LEVIATAN.


    1. LA TERRA IMPOVERITA DAL MARE.
    Parigi ogni anno butta nell'acqua venticinque milioni. E non  una
    metafora.  Come,  e in che modo?  Di giorno e di  notte.  Con  che
    scopo?  Nessuno.  Con quale pensiero?  senza pensarci. Perch? per
    niente. Per mezzo di quale organo? per mezzo del suo intestino.  E
    qual  questo intestino? la fogna.
    Venticinque  milioni    la pi modesta delle somme approssimative
    date dalle valutazioni speciali.
    La scienza, dopo aver proceduto lungamente a tentoni,  oggi sa che
    il  concime  pi fecondo ed efficace  il concime umano.  A nostra
    vergogna dobbiamo notare che i cinesi lo sapevano  prima  di  noi.
    Non c' contadino cinese,  dice Eckeberg, che, recandosi in citt,
    non ne riporti, alle due estremit del suo bamb, due secchi pieni
    di ci che noi chiamiamo pozzo nero.  Per mezzo del concime umano,
    la campagna in Cina  ancora giovane come ai tempi di Abramo, e il
    frumento  cinese  rende  fino  a centoventi volte.  Nessun guano 
    paragonabile per fertilit ai rifiuti della capitale.  Una  grande
    citt    il  pi  potente  stercorario.  Usare  della  citt  per
    concimare la campagna significa essere certi del risultato.  Se il
    nostro oro  fimo in compenso il nostro fimo  oro.
    Che cosa ne fanno di questo oro-concime? Lo buttano via.
    Si spediscono con grandi spese convogli di navi per raccogliere al
    polo  australe gli escrementi delle procellarie e dei pinguini,  e
    si butta a mare l'incalcolabile elemento di ricchezza  che  si  ha
    sottomano: tutto il concime umano e animale che il mondo perde, se
    fosse   restituito  alla  terra  invece  di  gettarlo  nell'acqua,
    basterebbe a nutrirlo.
    I mucchi di immondizie raccolti agli angoli delle vie,  le bigonce
    trabalzate  per  via  durante  la  notte,  le  fetide  botti della
    nettezza urbana,  i luridi  scoli  di  melma  sotterranea  che  il
    selciato vi nasconde,  sapete che cosa sono? Sono i prati fioriti,
    l'erba verde, il timo, la salvia; sono la selvaggina, il bestiame,
    il muggito dei buoi alla  sera,  il  fieno  odoroso,  il  frumento
    dorato,  il pane sulla nostra tavola, il sangue caldo nelle nostre
    vene, la salute, la gioia,  la vita.  Cos vuole quella misteriosa
    creazione  che    trasformazione sulla terra e trasfigurazione in
    cielo.
    Raccogliete quegli avanzi nel  gran  crogiuolo,  e  ne  uscir  la
    vostra abbondanza. Nutrire la terra  nutrire gli uomini.
    Voi  siete  padroni  di  perdere  tale  ricchezza  e  di ritenermi
    ridicolo; ma questo  il capolavoro della vostra ignoranza.
    Le statistiche hanno calcolato che la sola Francia,  per la  bocca
    dei  suoi  fiumi,  versa  ogni  anno all'Atlantico mezzo miliardo.
    Notate che con quei cinquecento milioni si  pagherebbe  un  quarto
    delle  spese  del  bilancio.  Ma  l'abilit  dell'uomo   tale che
    preferisce sbarazzarsene gettandoli nell'acqua. E' la sostanza del
    popolo che viene portata via, qui a goccia a goccia,  l a ondate,
    dal  miserabile  vomito  delle  nostre  fogne  nei  fiumi,  e  dal
    gigantesco vomito dei fiumi nell'oceano.  Ogni  fiotto  di  spurgo
    delle  nostre cloache ci costa mille franchi.  Per questo la terra
    diventa povera e l'acqua inquinata;  la fame esce dal solco  e  la
    malattia dal fiume.
    E' notorio, per esempio, che il Tamigi avvelena Londra.
    Quanto a Parigi, in questi ultimi anni, si  dovuta trasferire pi
    a  valle,  al  di sotto dell'ultimo ponte,  la maggior parte degli
    sbocchi delle fognature.
    Un duplice apparecchio tubolare provvisto di valvole e  di  chiuse
    di  sfogo,   aspirante  e  premente,   un  sistema  elementare  di
    fognatura,  semplice come il polmone dell'uomo,   gi in funzione
    in molti comuni d'Inghilterra;  basterebbe a condurre nella nostra
    citt l'acqua pura dei campi e a respingere nella campagna l'acqua
    grassa della citt; e questo va e vieni,  che  il pi semplice di
    tutti,  tratterrebbe  in  casa  nostra  i  cinquecento milioni che
    gettiamo fuori. Ma si pensa a ben altro.
    Il sistema attuale fa il male con l'intenzione di  fare  il  bene;
    l'intenzione  buona, il risultato  triste. Credono di purgare la
    citt e fanno intristire la popolazione. Una fogna  un malinteso.
    Quando  il  drenaggio,  con  la sua duplice funzione di restituire
    quello che prende, avr sostituito la fogna, semplice lavaggio che
    impoverisce,  allora,  combinando tutto questo con i dati  di  una
    nuova economia sociale, sar decuplicato il prodotto della terra e
    il  problema della miseria sar particolarmente attenuato.  Se poi
    vi aggiungete anche la  soppressione  dei  parassitismi,  l'avrete
    risolto completamente.
    Intanto,  la  ricchezza  pubblica se ne va a mare e la dispersione
    continua. L'Europa si rovina cos per esaurimento.
    Quanto alla Francia, abbiamo indicato la cifra. Ora, poich Parigi
    contiene una venticinquesima parte della popolazione  francese,  e
    poich  i  rifiuti  parigini  sono i pi ricchi,  ci teniamo al di
    sotto della verit calcolando a venticinque milioni la perdita  di
    Parigi  nel  mezzo  miliardo  che  la Francia butta via ogni anno.
    Questi  venticinque  milioni  impiegati  in  pubblica   assistenza
    raddoppierebbero  lo  splendore  della  capitale.  Essa  invece li
    spende in cloache, cosicch si pu dire che la grande prodigalit,
    la  festa  meravigliosa,  la  pazzia,   l'orgia,   la  dispersione
    dell'oro,  il fasto,  il lusso, la magnificenza di Parigi  la sua
    fogna.
    Cos,  nella cecit d'una cattiva economia politica si fa annegare
    e  si  lascia  andare  alla  deriva,  a  perdersi  nei gorghi,  il
    benessere di tutti. Ci dovrebbero essere delle reti di Saint-Cloud
    per la pubblica ricchezza.
    Economicamente il fatto pu riassumersi cos: Parigi  un  secchio
    senza fondo.
    Questa citt modello, questo figurino delle capitali ben fatte, di
    cui   ogni   popolo  vuole  avere  una  copia,   questa  metropoli
    dell'ideale, questa patria augusta dell'iniziativa, dell'impulso e
    dell'esperimento,  questo centro e ritrovo degli  ingegni,  questa
    citt nazione,  questo alveare dell'avvenire,  questo meraviglioso
    insieme di  Babilonia  e  di  Corinto,  dal  punto  di  vista  ora
    accennato farebbe meravigliare un contadino cinese.
    Imitate Parigi e vi rovinerete.
    Del resto, specialmente in questo sciupio insensato, Parigi non fa
    altro che imitare.
    Queste  sorprendenti  assurdit  non sono nuove.  Non si tratta di
    sciocchezze recenti.  Gli antichi  agivano  come  i  moderni.  "Le
    cloache di Roma,  dice Liebig,  assorbirono tutto il benessere del
    contadino romano".  Quando ebbe rovinato con la sua  fognatura  la
    campagna romana, Roma esaur l'Italia, e quand'ebbe messo l'Italia
    nella sua cloaca, vi vers dentro la Sicilia, poi la Sardegna, poi
    l'Africa.  La  cloaca di Roma ha inghiottito il mondo.  Offriva il
    suo gorgo alla citt e all'universo, "urbi et orbi". Citt eterna,
    cloaca insondabile.
    In queste come in altre cose,  Roma d l'esempio.  E Parigi  segue
    questo  esempio  con  tutta  la  stoltezza  propria della citt di
    spirito.
    Per i bisogni dell'operazione sulla quale gi ci  siamo  spiegati,
    Parigi ha sotto di s un'altra Parigi, una Parigi di fogne, con le
    sue vie, i suoi crocicchi, le sue piazze, i suoi angiporti, le sue
    arterie e la sua circolazione.  E' di fango,  con in meno la forma
    umana.
    Non bisogna adulare nessuno,  neppure un grande popolo;  dove  c'
    tutto,  c'  anche  l'ignominioso accanto al sublime;  e se Parigi
    contiene Atene, la citt della intelligenza, Tiro,  la citt della
    forza,  Sparta,  la  citt  della  virt,  Ninive,  la  citt  del
    prodigio, contiene pure Lutezia, la citt del fango.
    D'altronde,  il segno della potenza sta  anche  in  questo,  e  la
    titanica  sentina  di  Parigi  realizza  tra i monumenti lo strano
    ideale  rappresentato  nell'umanit   da   alcuni   uomini,   come
    Machiavelli, Bacone, Mirabeau: il grandioso obiettivo.
    Il  sottosuolo  di  Parigi,  se  l'occhio potesse attraversarne la
    superficie,  presenterebbe l'aspetto di una  colossale  madrepora.
    Una  spugna  non  ha  maggior  numero di buchi e di corridoi della
    zolla di terra di sei leghe di circonferenza, su cui posa l'antica
    citt.   Senza  tener  conto  delle  catacombe,   che  formano  il
    sotterraneo  a  parte,  senza tener conto della inestricabile rete
    della conduttura del  gas,  del  vasto  sistema  tubolare  per  la
    distribuzione  dell'acqua  potabile,  le  sole  fogne  formano  un
    prodigioso e tenebroso intreccio,  un labirinto che  ha  per  filo
    conduttore il proprio declivio.
    L in quella umida caligine appare il sorcio, che sembra il frutto
    della gestazione di Parigi.

    2. STORIA ANTICA DELLA CLOACA.
    Se  si  potesse  scoperchiare  Parigi,  la  rete sotterranea delle
    cloache vista a volo d'uccello,  presenterebbe sulle due rive  una
    specie  di grossa ramaglia innestata al fiume.  Sulla riva destra,
    la cloaca di cinta sar il tronco di quella ramaglia,  i  condotti
    secondari saranno i rami, e gli angiporti i ramoscelli.
    Questa immagine  soltanto sommaria ed  esatta soltanto in parte,
    giacch l'angolo retto, abituale in quella specie di ramificazioni
    sotterranee,  rarissimo nelle ramificazioni vegetali.
    Per  farsi  un'idea pi esatta di quella strana pianta geometrica,
    bisogna  supporre  di  vedere  un  bizzarro  alfabeto   orientale,
    disegnato su uno sfondo nero,  intricato come un cespuglio, le cui
    lettere  difformi  siano  saldate  le  une  alle  altre,   in  una
    confusione  apparente  e  come  a  caso,  ora agli angoli ora alle
    estremit.
    Le sentine e le cloache hanno una parte importante  nel  Medioevo,
    nel  Basso Impero e nell'antico Oriente.  Vi nasceva la peste e vi
    morivano i despoti;  le moltitudini guardavano con un timore quasi
    religioso quei letti di putrefazione, quelle mostruose culle della
    morte.  La  fossa  dei vermi di Benares non  meno mostruosa della
    fossa  dei  leoni  di  Babilonia.   Stando  ai  libri   rabbinici,
    Teglatphalasar  giurava  in  nome  della sentina di Ninive.  Dalla
    fogna di Munster,  Giovanni di Leyda faceva spuntare la sua  falsa
    luna;  dal pozzo nero di Kekhscheb,  il menecmo orientale Mokanna,
    il profeta velato del Khorassan,  faceva  spuntare  il  suo  falso
    sole.
    La  storia  degli  uomini si riflette in quella delle cloache.  Le
    gemonie raccontano di Roma.  La fogna di Parigi  stata  una  cosa
    formidabile;  stata sepolcro e asilo; il delitto, l'intelligenza,
    la  protesta  sociale,  la libert di coscienza,  il pensiero,  il
    furto,  tutto quello che  le  leggi  umane  perseguitano  e  hanno
    perseguitato si  nascosto in quel buco: i "maillotins" nel secolo
    decimoquarto,  i  "tirelaines" nel decimoquinto,  gli ugonotti nel
    decimosesto, gli illuminati di Marin nel decimosettimo, i briganti
    nel decimottavo.  Cento anni  or  sono  ne  usciva  una  pugnalata
    notturna,  e  vi  scivolava dentro il ladro in pericolo.  Il bosco
    aveva la caverna,  Parigi la fogna.  La pezzenteria parigina aveva
    la  cloaca come una succursale della Corte dei Miracoli,  e venuta
    la sera, rientrava,  astuta e feroce,  nella fogna Maubue come in
    un'alcova.
    Chi  lavorava quotidianamente nell'angiporto Vide-Gousset o in via
    Coupe-Gorge era naturale che  avesse  per  domicilio  notturno  la
    vicina  cloaca.  Quanti ricordi!  Fantasmi d'ogni specie affollano
    quei lunghi corridoi solitari; putridume e miasmi dappertutto; qua
    e l uno  spiraglio  da  cui  Villon  di  dentro  chiacchiera  con
    Rabelais di fuori.
    La  fogna  dell'antica Parigi  il ritrovo di tutti i rifiuti e di
    tutti i tentativi;  l'economia politica ci  vede  un  detrito,  la
    filosofia sociale un residuo.
    La cloaca  la coscienza della citt. Tutto vi converge e tutto vi
    si confronta.  In quel livido luogo,  ci sono le tenebre ma non ci
    sono segreti.  Ogni cosa ha la sua forma vera o per lo meno la sua
    forma definitiva. Il mucchio di immondizie ha questo di buono: che
    non  bugiardo. In esso si  rifugiata l'ingenuit. Ci si trova la
    maschera  di  Basilio,  ma se ne vede il cartone e i lacci,  il di
    dietro come il di fuori, ed  macchiettata da un onesto fango.  Le
    sta  accanto  il  finto naso di Scapino.  Tutte le sudicerie della
    civilt, appena fuori servizio,  cadono in quella fossa di verit,
    a cui mette capo l'immensa decadenza sociale. Sono inghiottite, ma
    messe in mostra.  Quella mescolanza  una confessione.  Qui non ci
    sono false apparenze,  non c'  nessun  intonaco;  la  sozzura  si
    denuda,  e  la  sua    una denudazione assoluta,  sbaraglio delle
    illusioni e dei miraggi,  non  altro se non quello che ,  con la
    sinistra figura di quel che finisce.  Realt e sparizione.  L, un
    coccio di bottiglia rivela l'ubriachezza,  il manico d'un  paniere
    racconta  la  familiarit,  il  torso  di  mela  che ebbe opinioni
    letterarie ritorna torso di mela,  l'effigie del soldo si  macchia
    francamente di verderame,  lo sputo di Caifa incontra il vomito di
    Falstaff,  il luigi d'oro uscito dalla bisca si urta col chiodo da
    cui pende la corda del suicida,  un feto livido rotola avviluppato
    in un indumento a pagliuzze d'oro che ha ballato il marted grasso
    all'Opera,  un tocco che ha giudicato gli uomini si avvoltola  con
    un  putridume che fu la gonnella di Ghita;   pi che fratellanza,
    familiarit.  Tutto ci  che  prima  si  imbellettava,  adesso  si
    inzacchera.  L'ultimo velo  strappato.  La cloaca  cinica.  Dice
    tutto.
    Ma,  al tempo stesso,  la cloaca ci d un insegnamento.  L'abbiamo
    detto  poco  fa,  la  storia passa per la fogna.  Le "notti di san
    Bartolomeo" vi filtrano a goccia a goccia tra le selci.  I  grandi
    assassini  pubblici,  le stragi politiche e religiose attraversano
    quel sotterraneo della civilt e  vi  spingono  i  loro  cadaveri.
    All'occhio del pensatore,  tutti gli omicidi storici sono l nella
    schifosa penombra,  inginocchiati,  con un lembo del loro  sudario
    per  grembiale,  che  lavano lugubremente l'opera loro.  C' Luigi
    Undicesimo con Tristano,  Francesco Primo con Duprat,  Carlo  Nono
    con la madre,  Richelieu con Luigi Tredicesimo,  c' Louvois,  c'
    Letellier, ci sono Hbert e Maillard; grattano le pietre e cercano
    di far scomparire le tracce dei loro misfatti.  Sotto quelle volte
    si sente la scopa di quegli spettri, vi si respira l'enorme fetore
    delle  catastrofi  sociali,  si scorgono negli angoli dei riflessi
    rossastri e vi scorre un'acqua terribile in  cui  si  sono  lavate
    delle mani insanguinate.
    L'osservatore  sociale  deve  penetrare tra quelle ombre che fanno
    parte del suo laboratorio.  La  filosofia    il  microscopio  del
    pensiero,  ogni cosa tenta di sottrarvisi ma nessuna le sfugge. E'
    inutile tergiversare.  Quale parte di s si mostra  tergiversando?
    La vergognosa. La filosofia col suo sguardo probo persegue il male
    e non gli permette di sfuggire nel nulla.  Essa riconosce chiunque
    nello sbiadire delle cose che svaniscono, nel rimpicciolirsi delle
    cose che spariscono.  Essa ricostruisce la porpora dai cenci e  la
    donna  dagli  stracci.  Con la cloaca rif la citt,  con la melma
    rif i costumi.  Dal  coccio  rif  l'anfora  oppure  l'orcio;  da
    un'impronta d'unghia su una pergamena nota la differenza che passa
    tra  un  ebreo della Judengasse e un ebreo del Ghetto.  Ritrova in
    quello che resta quello che  stato, il bene,  il male,  il falso,
    il  vero,   la  macchia  di  sangue  della  reggia  e  lo  sgorbio
    inchiostrato della caverna,  la goccia di sego  del  lupanare,  le
    prove  subite,  le  tentazioni  accettate  con  piacere,  le  orge
    vomitate,  le pieghe che hanno fatto i caratteri  nell'abbassarsi,
    la traccia della prostituzione nelle anime che ne erano capaci per
    la  loro  ignoranza,  e  sulla veste dei facchini di Roma trova la
    traccia della gomitata di  Messalina.

    3. BRUNESEAU.
    La fogna di Parigi nel medioevo era leggendaria.  Nel  cinquecento
    Enrico  Secondo tent un sondaggio che abort.  Cento anni fa,  la
    cloaca, come attesta Mercier, fu abbandonata.
    Tale era questa antica Parigi  in  preda  alle  discussioni,  alle
    indecisioni,  al  tentennamento.  Per  molto  tempo  fu  piuttosto
    stolta.  Pi tardi,  l'89 mostr come si sviluppa l'ingegno di una
    citt.  Ma  nel buon tempo antico la capitale aveva poco cervello;
    non sapeva fare le cose sue n moralmente  n  materialmente,  non
    sapeva spazzare via le sue immondizie come i suoi abusi. Tutto era
    di  ostacolo,  tutto  sollevava  una  discussione.  La folla,  per
    esempio, era ribelle a qualsiasi itinerario.
    Come nella citt non si arrivava a intendersi,  cos  nella  fogna
    non si arrivava a orientarsi.  In alto l'inintelligibile, in basso
    l'inestricabile; sotto la confusione delle lingue c'era quella dei
    sotterranei; Dedalo foderava Babele.
    Talvolta, la fogna parigina era presa dal capriccio di traboccare,
    come se quel Nilo sconosciuto fosse stato a un tratto vinto  dalla
    collera,  e avvenivano allora delle inondazioni di immondizie.  In
    certi momenti quello stomaco della citt digeriva male,  la cloaca
    rifluiva  verso  la  gola,  e  Parigi gustava nuovamente il sapore
    della melma. Queste rassomiglianze della fogna col rimorso avevano
    del buono; erano tanti avvertimenti,  quantunque male accolti.  La
    citt  si  indignava  che  il suo fango avesse tanta audacia;  non
    ammetteva  che  la  lordura  rigurgitasse.   Bisognava  scacciarla
    meglio.
    L'inondazione  del  1807    uno  dei  ricordi  vivi  dei parigini
    ottantenni.  Il fango si sparse a mo' di  croce  in  piazza  delle
    Vittorie,  dove  la statua di Luigi Quattordicesimo; entr in via
    Sant'Onorato  dalle  due  bocche  dei  Campi  Elisi,  in  via  San
    Fiorentino  dalla fogna della stessa via,  in via Pierre--Poisson
    da via Sonnerie, in via Popincourt dalla fogna di via Chemin-Vert,
    in via Roquette da quella di via Lappe; copr la cunetta dei Campi
    Elisi fino all'altezza di trentacinque centimetri;  e nella  parte
    meridionale,  dalla  cloaca  della  Senna,  che  adempiva  le  sue
    funzioni in senso inverso,  penetr nelle vie Mazarino,  Echaud e
    Marais,  dove  si  ferm  dopo averne percorso centonove metri,  a
    pochi passi dalla casa gi  abitata  da  Racine,  rispettando  del
    secolo  decimosesto  pi il poeta che il re.  Raggiunse la massima
    densit in via San Pietro, dove arriv a tre piedi al di sopra del
    canaletto di scolo,  e la massima estensione in via San Sabino ove
    si distese per la lunghezza di duecentotrentotto metri.
    Al  principio  di questo secolo,  la fogna di Parigi era ancora un
    luogo misterioso. Il fango non pu mai avere un buon nome;  ma qui
    la cattiva fama arriv fino al terrore. Parigi sapeva confusamente
    di avere sotto di s un terribile labirinto. Se ne parlava come di
    quella  mostruosa  pozzanghera  di  Tebe,  popolata da scolopendre
    lunghe quindici piedi e che avrebbe  potuto  servire  da  bagno  a
    Behemot. I grossi stivali dei fognaioli non s'avventuravano mai al
    di  l di certi punti conosciuti.  Non erano molto lontani i tempi
    in cui le bigonce della nettezza  urbana,  dall'alto  delle  quali
    Sainte-Foix  fraternizzava  col  marchese  Crqui,  si scaricavano
    direttamente nella fogna. Quanto alla pulitura delle fogne, questa
    funzione veniva rimessa agli acquazzoni,  i quali ingombravano pi
    che spazzare.  Roma lasciava ancora qualche poesia alla sua cloaca
    chiamandola  Gemonie;   Parigi   insultava   la   propria   cloaca
    chiamandola  Buco  fetido.  La  scienza  e  la superstizione erano
    d'accordo nell'averla in orrore. Il Buco fetido non ripugnava meno
    all'igiene che alla leggenda.  Il lupo mannaro era nato  sotto  la
    fetida  volta  della  fogna  Mouffetard;  i  cadaveri  dei bambini
    mostruosi erano stati gettati in quella  della  Barillerie;  Fagon
    aveva  attribuito la terribile febbre maligna del 1685 alla botola
    aperta della chiavica del Marais, che rest aperta fino al 1833 in
    via San Luigi quasi dirimpetto all'insegna del Messaggero Galante.
    La bocca di fogna in via Mortellerie era celebre per le pestilenze
    che ne uscivano; col suo cancello di ferro a punte, che pareva una
    fila di denti, sembrava, in quella via fatale,  come la gola di un
    drago  che soffiasse l'inferno sugli uomini.  La fantasia popolare
    condiva la tetra  sentina  parigina  di  non  so  quale  nauseante
    miscuglio d'infinito;  la cloaca era senza fondo,  era il baratro.
    Nemmeno alla polizia  veniva  voglia  d'esplorare  quelle  regioni
    lebbrose.   Chi   avrebbe   osato  avventurarsi  in  quell'ignoto,
    scandagliare quell'ombra,  andare alla scoperta  di  quell'abisso?
    Era  una  cosa  spaventosa.  Eppure  qualcuno ci si accinse,  e la
    cloaca trov il suo Cristoforo Colombo.
    Un giorno,  nel 1805,  in una delle rare  apparizioni  che  faceva
    l'imperatore a Parigi,  il ministro dell'interno and ad assistere
    alla  levata  del  suo  padrone.   Si  sentiva  nel  Carousel   lo
    strascicho  delle  sciabole  di  tutti  quei soldati straordinari
    della grande  repubblica  e  del  grande  impero;  alla  porta  di
    Napoleone   c'era   un   ingombro  di  uomini:  uomini  del  Reno,
    dell'Escaut, dell'Adige e del Nilo; compagni d'arme di Joubert, di
    Dasaix, di Marceau,  di Hoche,  di Klber;  granatieri di Magonza,
    genieri  di  Genova,  ussari che erano stati visti dalle Piramidi,
    artiglieri  inzaccherati  dalla  palla  di   cannone   di   Junot,
    corazzieri  che  avevano  preso  d'assalto  la flotta ancorata nel
    Zuyderzee;  alcuni avevano seguito Bonaparte sul  ponte  di  Lodi,
    altri  erano  stati  compagni  di  Murat nella trincea di Mantova,
    altri  avevano  preceduto  Lannes  nella   strada   incassata   di
    Montebello. Tutto l'esercito d'allora si trovava nel cortile delle
    Tuileries  rappresentato  da una squadra o da un plotone e montava
    la guardia al riposo di Napoleone. Era quella l'epoca splendida in
    cui la  Grande  Armata  aveva  dietro  di  s  Marengo  e  davanti
    Austerlitz.
    -  Sire,  - disse il ministro dell'interno a Napoleone,  - ieri ho
    visto l'uomo pi intrepido del vostro impero.
    - Chi  costui? - chiese Napoleone. - Che cosa ha fatto?
    - Vuol fare una cosa, sire.
    - Quale?
    - Visitare le fogne di Parigi.
    Quest'uomo esisteva e si chiamava Bruneseau.

    IV
    PARTICOLARI IGNORATI
    La visita ebbe luogo.  Fu una campagna  terribile,  una  tenebrosa
    battaglia  contro  la  peste  e l'asfissia.  Fu pure un viaggio di
    scoperte.  Un operaio  intelligente  e  allora  giovanissimo,  che
    partecip  a quella spedizione,  alcuni anni fa narrava ancora dei
    particolari curiosi, che Bruneseau credette opportuno omettere nel
    suo rapporto al prefetto di  polizia,  come  indegni  dello  stile
    amministrativo. I processi di disinfezione erano molto rudimentali
    a  quell'epoca.  Bruneseau  aveva  appena  oltrepassato  le  prime
    arterie della rete sotterranea,  quando otto operai  su  venti  si
    rifiutarono  di proseguire.  L'operazione era complicata,  giacch
    all'ispezione si accompagnava la pulitura;  bisognava espurgare  e
    insieme  misurare;  notare  le  grate  e le bocche,  descrivere le
    diramazioni,  indicare  le  correnti  nei  punti  di  separazione,
    riconoscere  le  rispettive  circoscrizioni  dei  diversi  bacini,
    esaminare le piccole fogne  innestate  alla  principale,  misurare
    l'altezza  di ciascun condotto e la larghezza,  determinare infine
    le coordinate di ogni bocca d'entrata sia dal suolo  della  cloaca
    che dal lastrico della via.  Si avanzava a fatica; spesso le scale
    affondavano in tre piedi di melma,  le lanterne  agonizzavano  nei
    miasmi,  e  di  tanto  in  tanto bisognava portar via un fognaiolo
    svenuto.  In  certi  punti  c'era  il  precipizio:  il  suolo  era
    sfondato,  il  lastrico  crollato  e  la fogna si era mutata in un
    pozzo  senza  fondo.  Non  c'era  pi  piede;  un  uomo  scomparve
    improvvisamente e si dur fatica a tirarlo in salvo.  Su consiglio
    di   Fourcroy,   si   accendevano   a   intervalli,   nei   luoghi
    sufficientemente ripuliti,  grandi gabbie piene di stoppa imbevuta
    di resina.  Qua e l le pareti erano coperte di funghi deformi che
    parevano   tanti   tumori.   Anche  la  pietra  pareva  malata  in
    quell'ambiente che toglieva il respiro.
    Nella sua esplorazione, Bruneseau procedette da monte a valle. Nel
    punto di biforcazione dei due condotti del Grand-Hurleur,  decifr
    la  data  del  1550 su una pietra sporgente che indicava il limite
    dove si  era  fermato  Filiberto  Delorme,  incaricato  da  Enrico
    Secondo di ispezionare la cloaca parigina: era il marchio impresso
    alla  fogna  dal  secolo decimosesto.  Bruneseau riconobbe la mano
    d'opera del Seicento nel condotto  Ponceau  e  in  quello  di  via
    Vecchia del Tempio,  forniti di volta tra il 1600 e il 1650,  e la
    mano d'opera del Settecento nella sezione occidentale  del  canale
    collettore,  incassata  e  fornita  di volta nel 1740.  Quelle due
    volte,  e soprattutto la meno antica,  quella del 1740,  erano pi
    lesionate  e  pi decrepite della muratura della fogna di cinta la
    quale risale al 1412: epoca in cui il ruscello d'acqua sorgiva  di
    Mnilmontant  fu  elevato alla dignit di grande cloaca di Parigi,
    promozione analoga a quella di un contadino che  diventasse  primo
    cameriere  del  re,  qualche  cosa  come  Gros-Jean trasformato in
    Lebel.
    Qua e l,  e principalmente sotto  il  Palazzo  di  giustizia,  si
    credette  di  riconoscere  delle  antiche  segrete praticate nella
    fogna stessa;  schifosi "in pace",  in uno dei quali pendeva dalla
    volta  un  anello  di  ferro.  Furono  fatte  anche altre scoperte
    strane,  tra cui lo scheletro di un orangutango scomparso nel 1800
    dal  Giardino  zoologico:  scomparsa probabilmente connessa con la
    famosa  e  incontestabile  apparizione  del  diavolo  in  via  dei
    Bernardini,  nell'ultimo  anno  del secolo decimottavo.  Il povero
    diavolo aveva finito con l'annegare nella fogna.
    Sotto il lungo condotto a volta,  che mette capo a l'Arche-Marion,
    una   gerla   da  cenciaiolo,   perfettamente  conservata,   form
    l'ammirazione  degli  intenditori.  Dappertutto  la  mota,  che  i
    fognaioli erano arrivati a maneggiare intrepidamente, abbondava di
    oggetti preziosi,  gioielli d'oro e d'argento, pietre e monete. Se
    un gigante avesse potuto passare al vaglio quella cloaca,  avrebbe
    raccolto  la ricchezza dei secoli.  Nel punto di separazione delle
    due fogne di via del Tempio e  via  Saint-Avoye  fu  raccolta  una
    strana medaglia ugonotta di rame, che recava da una parte un porco
    con un cappello cardinalizio e dall'altra un lupo con la tiara.
    La  scoperta pi sorprendente avvenne all'imboccatura della grande
    cloaca,  che una volta era stata chiusa da  un  cancello,  di  cui
    restavano soltanto i cardini. Da uno di questi cardini pendeva una
    specie  di  cencio  informe  e sudicio che ondeggiava nell'ombra e
    s'andava sfilacciando definitivamente.
    Bruneseau,  avvicinata la lanterna,  lo esamin.  Era di finissima
    tela  batista,  e in uno degli angoli meno rosi si distingueva una
    corona araldica ricamata al di  sopra  di  queste  sette  lettere:
    LAVBESP. La corona era marchesale e le sette lettere significavano
    "Laubespine".  Era  quello un pezzo del lenzuolo funebre di Marat.
    In giovent,  quando faceva parte della casa del conte d'Artois in
    qualit di medico delle scuderie,  Marat aveva avuto una relazione
    con  una  gran  dama,   di  cui  gli  era  rimasto  quel  lenzuolo
    dimenticato  o  piuttosto lasciatogli come ricordo.  Poich quello
    era l'unico lenzuolo fine ritrovato  nella  sua  casa  al  momento
    della sua morte,  ce lo avevano avvolto;  furono alcune vecchie ad
    avvolgere in quel lino che aveva conosciuto  ore  di  piacere,  il
    tragico Amico del popolo.
    Bruneseau  pass  oltre  lasciando  il  cencio  dove stava,  senza
    distruggerlo. Per disprezzo o per rispetto? Marat meritava l'uno e
    l'altro. E poi,  il destino vi era impresso abbastanza chiaramente
    per  esitare a toccarlo.  Del resto,  bisogna sempre lasciare alle
    cose del sepolcro il posto che scelgono.  Tutto sommato,  era  una
    strana reliquia; una marchesa vi aveva dormito su; Marat vi si era
    imputridito;  aveva  attraversato  il Pantheon per andare a finire
    tra i sorci della cloaca.  Quel cencio,  di cui un  tempo  Watteau
    avrebbe  disegnato allegramente tutte le pieghe,  aveva finito con
    l'essere degno dello sguardo fisso di Dante.
    La visita completa della cloaca parigina dur sette anni, dal 1805
    al 1817.  Pur  andando  avanti,  Bruneseau  indicava,  dirigeva  e
    portava a termine alcuni considerevoli lavori; nel 1808 abbass lo
    scolo del Ponceau, creando nuove vie dappertutto; nel 1809, spinse
    la  fogna  sotto  la  via  San  Dionigi  fino  alla  fontana degli
    Innocenti;  nel 1810,  la spinse sotto la via  Froidmanteau  e  la
    Salptrire,  nel 1811 sotto la via nuova dei Petits-Pres,  sotto
    le vie Mail e Echarpe, sotto la piazza reale,  e nel 1812 sotto la
    via  della  Place e sotto la Chausse d'Antin.  Nello stesso tempo
    faceva disinfettare e risanare tutta  la  rete.  Fin  dal  secondo
    anno,  Bruneseau  aveva  associato  al  lavoro  il  proprio genero
    Nargaud.
    Fu cos che all'inizio di questo secolo la vecchia societ  ripul
    il suo sottosuolo.  Ripulirono almeno questo. Volgendo uno sguardo
    retrospettivo all'antica fogna parigina,  si  vede  che  essa  era
    tortuosa,  disselciata,  rotta da lesioni e crepacci,  tagliata da
    scoscendimenti,  frastagliata da  gomiti  bizzarri,  da  salite  e
    discese  senza  senso,   puzzolente,   selvaggia,   feroce,  buia,
    spaventosa.  Ramificazioni in ogni senso,  incroci di  condutture,
    bracci  secondari,  zampe  d'oca,  stelle come trincee,  intestini
    ciechi.  angiporti,  volte salnitrate,  pozzi  infetti,  gocciolo
    dall'alto delle pareti, tenebre; nulla uguagliava in orrore quella
    vecchia cripta puzzolente, apparato digerente di Babilonia, antro,
    fossa, abisso attraversato da vie, titanica topaia in cui la mente
    crede  di  veder vagare nell'ombra quell'immensa talpa cieca che 
    il passato.
    Questa, ripetiamo, era la cloaca d'un tempo.

    5. PROGRESSO ATTUALE.
    Oggi la cloaca  pulita, fredda, diritta, corretta. Realizza quasi
    l'ideale di ci che  in  Inghilterra  si  intende  con  la  parola
    "respectable".  E'  decente  e  grigiastra;   perfetta e potrebbe
    quasi  dirsi  attillata;   somiglia  a   un   fornitore   divenuto
    consigliere  di Stato.  Vi si vede quasi chiaro,  e la melma vi si
    comporta decentemente. A prima vista si prenderebbe volentieri per
    uno di quei corridoi sotterranei,  cos comuni una  volta  e  cos
    utili  alle  fughe  dei monarchi e dei principi in quel buon tempo
    antico "quando il popolo amava i suoi re".
    La cloaca attuale  una bella cloaca.  Vi regna lo stile puro;  il
    classico alessandrino rettilineo che, scacciato dalla poesia, pare
    si  sia  rifugiato nell'architettura,  sembra mescolato a tutte le
    pietre  di  quella  lunga  volta  tenebrosa  e  biancastra.   Ogni
    scaricatoio  un'arcata; la via Rivoli fa scuola fin nella cloaca.
    Del resto,  se c' un luogo in cui la linea geometrica possa dirsi
    a posto,   senza dubbio la fossa stercoraria di una grande citt,
    dove  tutto deve essere subordinato alla via pi corta.  La cloaca
    ha preso oggi un certo aspetto ufficiale.  Gli stessi rapporti  di
    polizia,  di  cui  qualche volta  oggetto,  non le mancano pi di
    rispetto.   Le  parole  che   la   caratterizzano   nella   lingua
    amministrativa  sono  elevate e dignitose.  Quello che si chiamava
    budello si chiama galleria,  quello che si diceva  buco,  si  dice
    occhio.  Villon  non  riconoscerebbe  pi  la sua antica dimora di
    ripiego.   Quella  rete  di  sotterranei  ha  pur  sempre  la  sua
    immemorabile popolazione di roditori, pi pullulante che mai, e di
    tanto  in  tanto qualche sorcio veterano si arrischia a mettere la
    testa fuori della fogna ed  esamina  i  parigini;  ma  anche  quel
    bestiame   si   addomestica,   contento   com'  del  suo  palazzo
    sotterraneo.
    La cloaca non ha pi nulla della ferocia primitiva,  e la  pioggia
    che  una volta l'insudiciava,  ora la lava.  Per,  non fidatevene
    troppo.  I miasmi l'abitano  ancora.  E'  piuttosto  ipocrita  che
    irreprensibile.   La   prefettura  di  polizia  e  la  commissione
    sanitaria hanno un bel  da  fare.  Malgrado  tutti  i  sistemi  di
    disinfezione,  esala un certo odore sospetto, come Tartufo dopo la
    confessione.
    Tuttavia, conveniamone, siccome lo spazzamento,  tutto sommato,  
    un  omaggio  che  la  fogna rende alla civilt,  e siccome,  sotto
    questo punto di vista,  la coscienza  di  Tartufo  rappresenta  un
    progresso sulle stalle di Augia,  certo che la cloaca di Parigi 
    migliorata.
    E' pi che un progresso,  una trasmutazione. Fra l'antica cloaca e
    l'attuale c' una rivoluzione. Chi ha fatto questa rivoluzione?
    L'uomo  che  tutti  dimenticano  e  che  noi   abbiamo   nominato,
    Bruneseau.

    6. PROGRESSO FUTURO.
    Scavare  la  cloaca di Parigi non  stata una cosa da niente.  Gli
    ultimi dieci secoli vi hanno  lavorato  senza  poterla  terminare,
    come  non  hanno potuto completare la citt.  La cloaca,  infatti,
    subisce tutti i contraccolpi dell'accrescimento di Parigi.  E' una
    specie  di polpo tenebroso dai mille tentacoli che cresce di sotto
    simultaneamente alla citt di sopra.  Ogni volta che la citt apre
    una  via,  la cloaca allunga un braccio.  L'antica monarchia aveva
    costruito soltanto ventitremila e trecento metri di  fognatura;  a
    questo  punto  era  pervenuta  Parigi  il  primo gennaio 1806.  Da
    quell'epoca,  di cui riparleremo tra breve,  l'opera fu ripresa  e
    continuata  utilmente  e alacremente;  Napoleone ne ha costruito -
    queste cifre sono  curiose  -  quattromilaottocento  metri;  Luigi
    Diciottesimo      cinquemilasettecentonove;      Carlo      Decimo
    diecimilaottocentotrentasei;   Luigi  Filippo  ottantanovemila   e
    venti;  la  Repubblica  del 1848 ventitremilatrecentottantuno;  il
    regime attuale settantamilacinquecento;  in  tutto,  a  quest'ora,
    duecentoventiseimilaseicentodieci  metri,  cio  sessanta leghe di
    fogna; enorme intestino di Parigi,  oscura ramificazione sempre in
    crescenza, costruzione ignorata e immensa.
    Come  si  vede,  il dedalo sotterraneo di Parigi  oggi pi che il
    decuplo di quello che era al principio del  secolo.  E'  difficile
    immaginare quanta perseveranza e quanti sforzi ci siano voluti per
    portare  la  cloaca  al  grado  di  perfezione  relativa  in cui 
    attualmente.   Era  gi  molto  che  la  vecchia   amministrazione
    monarchica  e,  nell'ultimo decennio del Settecento,  il municipio
    rivoluzionario fossero riusciti a costruire  le  cinque  leghe  di
    fognatura  esistenti prima del 1806.  L'opera loro era intralciata
    da ostacoli di ogni genere:  gli  uni  inerenti  alla  natura  del
    suolo, gli altri derivanti dai pregiudizi stessi della popolazione
    lavoratrice  di  Parigi.  Parigi    costruita  sopra  un  terreno
    straordinariamente  ribelle   alla   zappa,   al   piccone,   allo
    scandaglio,  all'opera  dell'uomo.  Non c' cosa pi difficile che
    forare e penetrare in quella formazione geologica sulla  quale  si
    innalza  la  meravigliosa  formazione  storica  che  Parigi.  Non
    appena  il  lavoro,  sotto  una  forma  qualsiasi,  penetra  e  si
    avventura in quello strato di alluvioni, le resistenze sotterranee
    abbondano.  Sono  argille pastose,  sorgenti d'acqua,  rocce dure,
    fanghiglie  molli  e  profonde  che  la  scienza  speciale  chiama
    "mostarde". Il piccone avanza faticosamente tra sedimenti calcarei
    alternati  da  sottili  strati  di  argilla  e da strati schistosi
    incrostati  di  gusci   d'ostriche   contemporanei   agli   oceani
    preadamitici.  Talora un ruscello sfonda improvvisamente una volta
    in costruzione e inonda gli  operai;  oppure  un'ondata  di  marna
    irrompe  e  si  precipita  con la furia di una cateratta spezzando
    come vetro le pi grosse travi di sostegno. Anche di recente, alla
    Villette,  quando si  dovuto far  passare  la  fogna  collettrice
    sotto  il  canale San Martino senza interromperne la navigazione e
    senza asciugarlo,  si  aperta una crepa nel letto del  canale,  e
    l'acqua ha invaso d'un tratto il cantiere sotterraneo,  nonostante
    l'impiego delle pompe di prosciugamento: si  dovuto  far  cercare
    da un palombaro la fessura nel fondo della gran vasca,  e non ci 
    voluto poco per chiuderla. Altrove, nelle vicinanze della Senna, e
    anche in luoghi abbastanza lontani dal fiume,  come per esempio  a
    Belleville,  nella  Grande Rue e al passaggio Lunire,  si trovano
    delle sabbie mobili,  nelle quali si affonda e dove  un  uomo  pu
    sparire improvvisamente.  Aggiungete le asfissie per i miasmi,  il
    seppellimento  sotto  le  frane,   gli  scoscendimenti  repentini;
    aggiungete  il  tifo che lentamente attacca gli operai.  Ai nostri
    giorni,  dopo aver scavato la galleria di Clichy con una spalletta
    laterale per ricevere un condotto tubolare delle acque dell'Ourcq,
    lavoro  eseguito con un taglio di dieci metri di profondit;  dopo
    aver coperto a volta la Bivre,  dal boulevard dell'Ospedale  fino
    alla Senna, superando frane, aiutandosi con i puntelli orizzontali
    e con gli scavi di materie spesso putride;  dopo aver costruito la
    fognatura dalla barriera Blanche alla strada d'Aubervilliers, allo
    scopo di liberare Parigi dalle acque torrenziali di  Montmartre  e
    aprire   uno  scolo  alla  padule  fluviale  di  nove  ettari  che
    imputridiva vicino alla barriera dei Martiri,  e ci  mediante  un
    lavoro di quattro mesi,  continuato giorno e notte, a undici metri
    di profondit; dopo aver costruito sotterraneamente e senza aprire
    fosse, cosa affatto nuova,  una fogna nella via Barre-du-Bec a sei
    metri di profondit dal suolo,  il direttore Monnot  morto.  Dopo
    aver coperto di volte tremila metri di  fogne  su  tutti  i  punti
    della citt, dalla via Traversa Sant'Antonio a quella di Lourcine;
    dopo  avere  col  ramo  dell'Arbalte  liberato  dalle inondazioni
    pluviali il crocicchio Censier-Mouffetard;  dopo aver costruito la
    fogna  San Giorgio con sassi e bitume in mezzo alle sabbie mobili;
    dopo aver diretto  il  pericoloso  abbassamento  del  condotto  di
    Nostra  Signora  di  Nazaret,  l'ingegner Duleau  morto.  Non c'
    bollettino per questi atti di valore,  che  pure  sono  pi  utili
    delle carneficine bestiali dei campi di battaglia.
    Le fogne di Parigi nel 1832 erano ben lontane dallo stato attuale.
    Bruneseau  aveva  dato  la  spinta,  ma  ci  volle  il  colera per
    determinare la vasta ricostruzione che si  avuta in  seguito.  E'
    sorprendente  dire,  per  esempio,  che  una parte della cloaca di
    cinta,  detta Canal Grande,  come a Venezia,  nel 1821 imputridiva
    ancora  a  cielo aperto in via Gourdes.  Solo nel 1823 la citt di
    Parigi      ha      trovato      nel      suo      taschino      i
    duecentosessantaseimilaottanta  franchi  e sei centesimi necessari
    per coprire quella turpitudine. I tre pozzi assorbenti del Combat,
    della Cunette e  di  Saint-Mand  coi  loro  scaricatoi,  le  loro
    macchine, gli smaltitoi e le diramazioni di spurgo datano soltanto
    dal  1836.  Il ventre di Parigi  stato rinnovato e,  come abbiamo
    gi detto, pi che decuplicato da un quarto di secolo.
    Trent'anni or sono,  all'epoca dell'insurrezione del 5 e 6 giugno,
    in molti luoghi c'era ancora quasi l'antica fogna. Moltissime vie,
    oggi  leggermente  convesse,  allora  erano  concave;  si vedevano
    spesso, nel punto in declivio,  a cui mettevano capo i versanti di
    una via o di un crocicchio,  larghe inferriate quadrate,  a grosse
    sbarre,  il cui ferro luccicava,  forbito  com'era  dal  calpesto
    della folla, sdrucciolevoli e pericolose per le carrozze tanto che
    spesso i cavalli vi cadevano. La lingua ufficiale del genio civile
    chiamava  quei  punti  e  quelle  grate  col  nome  espressivo  di
    "cassis". Nel 1832 in molti luoghi,  come in via della Stella,  di
    San  Luigi,  del  Tempio,  Vecchia  del Tempio,  Nostra Signora di
    Nazaret, Folie-Mricourt, riva dei Fiori, via del Piccolo Muschio,
    di  Normandia,  del  Pont-aux-Biches,  del  Marais,  sobborgo  San
    Martino,  via Nostra Signora delle Vittorie;  sobborgo Montmartre,
    via Grange-Batelire, Campi Elisi, via Jacob e via Tour,  l'antica
    cloaca  gotica  mostrava  ancora  cinicamente le sue fauci.  Erano
    enormi bocche di sasso, talvolta circondate da pilastrini, con una
    sfrontatezza monumentale.
    Nel 1806,  Parigi aveva ancora quasi la stessa lunghezza di  fogne
    costatata  nel maggio 1663: cinquemilatrecentoventotto tese.  Dopo
    Bruneseau,     il    primo    gennaio    1832    ne     esistevano
    quarantamilatrecento  metri.  Dal  1806  al  1831  ne  erano stati
    costruiti in media ogni anno settecentocinquanta metri;  poi hanno
    costruito ogni anno otto o anche diecimila metri di galleria,  con
    muratura di piccoli materiali a calce  idraulica  e  su  fondo  di
    bitume.   A   duecento   franchi  al  metro,   le  sessanta  leghe
    dell'attuale cloaca di Parigi rappresentano quarantotto milioni.
    Oltre  al  progresso  economico  accennato  in  principio,   gravi
    problemi  di  igiene  pubblica  si  connettono  a  questo  immenso
    problema: la fognatura di Parigi.
    Parigi si trova fra  due  strati,  uno  d'acqua,  l'altro  d'aria.
    Quello   dell'acqua,   giacente   a   una  profondit  sotterranea
    abbastanza grande ma gi raggiunto con due pozzi,   formato da un
    sedimento  di  argilla  verde  situato  tra  la creta e il calcare
    giurassico,  e pu essere rappresentato da un disco di venticinque
    leghe di raggio. Una quantit di fiumi e di ruscelli ne trapelano:
    in un bicchiere d'acqua del pozzo di Grenelle si bevono insieme le
    acque della Senna,  della Marna,  dell'Yonne, dell'Oise, del Cher,
    della Vienna e della Loira.  Lo strato d'acqua   salubre,  poich
    procede  prima  dal  cielo,  poi  dalla terra;  lo strato d'aria 
    malsano perch viene dalla fogna.  Tutti i miasmi della cloaca  si
    mescolano  all'aria  della citt,  donde il suo odore cattivo.  E'
    stato scientificamente costatato che l'aria presa di  sopra  a  un
    letamaio  e  pi  pura  di  quella  presa  al  di sopra di Parigi.
    Nell'avvenire,  con l'aiuto  del  progresso,  col  perfezionamento
    delle  macchine  e  col  diffondersi  della luce,  s'impiegher lo
    strato d'acqua per purificare  quello  d'aria;  vale  a  dire  per
    lavare  la  fogna.  Ben  inteso  che  per pulitura della fogna noi
    intendiamo la restituzione del fango alla terra, rinvio del letame
    al suolo e del concime ai campi.  Per  questo  semplice  fatto  ci
    sar,   per   la  comunit  sociale,   diminuzione  di  miseria  e
    accrescimento  di  salute.   Attualmente,   le  malattie  parigine
    irradiano  a  cinquanta  leghe di distanza dal Louvre,  preso come
    mozzo di questa ruota pestilenziale.
    Si potrebbe dire che da dieci secoli la cloaca   la  malattia  di
    Parigi,    il  vizio  che  la  citt porta nel sangue.  L'istinto
    popolare non si  mai ingannato.  Il mestiere di fognaiolo era una
    volta  quasi altrettanto pericoloso e quasi altrettanto ripugnante
    quanto quello di scorticatore di bestie,  per tanto tempo connesso
    al  carnefice.  Ci  voleva  un'alta paga per indurre un muratore a
    sparire in quella fetida fossa;  la scala dei nettapozzi esitava a
    discendervi;  si  diceva proverbialmente: "chi scende nella fogna,
    entra nella fossa";  e  ogni  sorta  di  orribili  leggende,  come
    abbiamo  detto,  coprivano  di  spavento  quel gigantesco acquaio;
    formidabile sentina che conserva le tracce delle  rivoluzioni  del
    globo  come di quelle degli uomini,  e dove si trovano le vestigia
    di tutti i  cataclismi,  dalla  conchiglia  del  diluvio  sino  al
    lenzuolo di Marat.






    Libro 3.
    LA MELMA, MA L'ANIMA.


    1. LA CLOACA E LE SUE SORPRESE.
    Valjean si trovava nella fogna di Parigi.
    Somiglianza  di  Parigi col mare: come nell'oceano,  chi s'immerge
    pu sparire.
    Il passaggio era inaudito. Nel bel centro della citt, Valjean era
    uscito dalla citt; in un batter d'occhio, quanto basta per aprire
    e chiudere una botola,  era passato dalla viva  luce  all'oscurit
    completa,   dal  mezzogiorno  alla  mezzanotte,  dal  fracasso  al
    silenzio, dal turbino dei rumori alla tranquillit della tomba e,
    per una peripezia ancor pi prodigiosa di quella di via Polonceau,
    dall'estremo pericolo alla sicurezza pi assoluta.
    Repentina caduta in un sotterraneo;  scomparsa nel trabocchetto di
    Parigi;  lasciare quella via nella quale dappertutto era la morte,
    per quella specie di sepolcro in cui c'era la vita: fu uno  strano
    momento.  Rimase  alcuni  secondi  come  sbalordito,  in  ascolto,
    stupefatto. La botola della salvezza gli si era aperta a un tratto
    sotto i piedi.  La bont celeste l'aveva colto,  per cos dire,  a
    tradimento. Adorabili imboscate della Provvidenza!
    Solo che il ferito non si muoveva per nulla, e Valjean ignorava se
    portava  in  quella  fossa  un  vivo  o  un  morto.  La  sua prima
    sensazione fu l'accecamento;  di colpo,  non vide pi  nulla.  Gli
    sembr  pure  d'essere  diventato improvvisamente sordo: non udiva
    pi niente. La frenetica bufera della carneficina che si scatenava
    a pochi passi da lui, ripetiamo,  grazie allo spessore della terra
    che  lo  separava,  gli  giungeva affievolita e indistinta come un
    rumore in una profondit.  Sentiva di posare i piedi  sul  solido;
    non altro; ma questo bastava. Stese un braccio, poi l'altro, tocc
    il  muro  dai  due  lati e s'accorse che il corridoio era stretto;
    sdrucciol, e si avvide che la pietra era bagnata.  Mosse un piede
    con precauzione temendo un buco,  un pozzo, un qualche precipizio,
    e costat che il lastricato si  prolungava.  Un  odore  fetido  lo
    avvert del luogo in cui si trovava.
    Dopo  alcuni minuti non era pi cieco.  Lo spiraglio attraverso il
    quale era scivolato lasciava trapelare un po' di luce,  e  il  suo
    sguardo  si era abituato a quella cantina.  Cominci a distinguere
    qualcosa.  Il corridoio in cui si era sepolto -   la  parola  che
    meglio  esprime  la  situazione  -  era  murato dietro di lui.  Si
    trovava in una di quelle vie  cieche  che  il  linguaggio  tecnico
    chiama diramazioni. Aveva davanti un'altra specie di muro, un muro
    di tenebre. La luce dello spiraglio moriva dieci o dodici passi in
    l  dal  punto dove egli stava,  e copriva di una tinta biancastra
    pochi metri appena delle umide pareti della fogna.  Al di l c'era
    un'opacit  massiccia;  introdurvisi  pareva  una  cosa  orribile,
    entrarvi significava essere ingoiato.  Tuttavia  era  possibile  e
    necessario;  bisognava anzi affrettarsi.  Valjean pens che quella
    grata da lui scorta sotto le selci poteva essere vista  anche  dai
    soldati,  che  tutto  dipendeva  da  tale  eventualit.  Anch'essi
    potevano calarsi in quel pozzo e frugarlo.  Non c'era un minuto da
    perdere.  Riprese Mario,  che aveva posato al suolo,  se lo caric
    sulle spalle e si  mise  in  cammino,  immergendosi  risolutamente
    nell'oscurit.
    In  realt  essi  erano meno salvi di quello che credesse Valjean.
    Pericoli d'un altro genere e non meno gravi forse li  aspettavano.
    Dopo il turbine folgorante della battaglia,  la caverna dei miasmi
    e delle insidie; dopo il caos, la cloaca. Valjean era caduto da un
    cerchio dell'inferno in un altro.
    Fatti cinquanta passi, dovette fermarsi.  Si present un problema.
    Il   condotto   terminava  in  un  altro  budello  che  incontrava
    trasversalmente. Due vie si offrivano: a quale appigliarsi? Doveva
    piegare a destra o  a  sinistra?  Come  orientarsi  in  quel  nero
    labirinto?  Abbiamo  gi  fatto  osservare  che  esso  ha  un filo
    conduttore: il pendo. Seguendolo,  va verso il fiume.  Valjean lo
    cap subito.
    Pens che probabilmente si trovava nella fogna dei Mercati; che se
    piegava  a  sinistra  e seguiva il declivio,  in meno di un quarto
    d'ora giungeva a qualche sbocco sulla Senna fra il  Pont-au-Change
    e il Ponte Nuovo,  cio usciva alla luce nel punto pi popolato di
    Parigi.  Fors'anche andava a  terminare  in  qualche  chiavica  di
    crocevia.  In  questo caso,  gran stupore dei viandanti nel vedere
    due uomini  insanguinati  sbucare  di  sotterra,  ai  loro  piedi;
    accorrere  di  poliziotti;  allarme  del  vicino corpo di guardia.
    Sarebbero stati arrestati prima di venir fuori.  Conveniva  meglio
    immergersi   nel   dedalo,   affidarsi  alle  tenebre  e,   quanto
    all'uscita,  affidarsi alla Provvidenza.  Risal la china e and a
    destra.
    Quand'ebbe  svoltato  l'angolo della galleria,  il lontano barlume
    dello  spiraglio  disparve;   gli   ricadde   addosso   la   tenda
    dell'oscurit  e ridivenne cieco.  Ma non desistette dall'avanzare
    quanto pi rapidamente pot.  Le braccia di  Mario  gli  passavano
    intorno al collo,  e i piedi gli pendevano dietro.  Egli teneva le
    due braccia con una mano,  mentre con l'altra tastava il muro.  La
    gota  di  Mario  toccava  la  sua e,  insanguinata com'era,  vi si
    attaccava: sentiva scorrere su di lui e penetrare sotto  le  vesti
    un  filo  tiepido  che  proveniva dal giovane;  tuttavia un calore
    umido all'orecchio che toccava la bocca  del  ferito  indicava  la
    respirazione e per conseguenza la vita. Il corridoio nel quale ora
    camminava  era  pi  largo  del precedente,  ma vi si avanzava con
    difficolt.  Le piogge  del  giorno  prima,  non  ancora  defluite
    interamente,  formavano  in  mezzo  al  suolo  concavo  un piccolo
    torrente,  che lo poneva nella necessit di rasentare il muro  per
    non  avere  i  piedi  nell'acqua.  Procedeva  cos  in  mezzo alle
    tenebre,  a somiglianza degli  esseri  della  notte  che  vanno  a
    tentoni  nell'invisibile,   perduti  sotterraneamente  nelle  vene
    dell'ombra.
    Tuttavia,  o che qualche lontano spiraglio mandasse un po' di luce
    fluttuante  in  quella  bruma  opaca,   o  che  i  suoi  occhi  si
    abituassero all'oscurit,  a poco  a  poco  riacquist  una  vista
    alquanto  incerta,  ricominci confusamente a rendersi conto,  ora
    della parete che toccava,  ora della volta sotto cui  passava.  La
    pupilla nelle tenebre si dilata e finisce per trovarvi una qualche
    luce, come l'anima si dilata nella sventura e finisce per trovarvi
    Dio.
    Dirigersi era difficile.  Il tracciato delle fogne riproduce,  per
    cos dire,  il  tracciato  delle  vie  sovrapposte.  Nella  Parigi
    d'allora  c'erano duemiladuecento vie.  Figuratevi l sotto quella
    foresta di diramazioni tenebrose  che  si  chiama  la  cloaca.  Le
    fognature   esistenti  a  quell'epoca,   messe  di  seguito  l'una
    all'altra,  avrebbero formato una linea di undici  leghe.  Pi  su
    abbiamo  detto  che  grazie  all'operosit  speciale  degli ultimi
    trent'anni,  la rete  attuale  ha  una  lunghezza  non  minore  di
    sessanta  leghe.  Valjean  cominci con l'ingannarsi.  Credette di
    trovarsi sotto la via San Dionigi,  ed era un peccato che  non  vi
    fosse  davvero,  perch  sotto  la  via  San Dionigi c' un antico
    condotto di pietra che data da Luigi Tredicesimo e va  diritto  al
    collettore  detto  Fogna  Grande  con  un  solo gomito,  a destra,
    all'altezza  dell'antica  Corte  dei  Miracoli,  e  con  una  sola
    intersezione,  il  condotto  San Martino,  i cui quattro bracci si
    tagliano a croce.  Ma il condotto della Petite-Truanderie,  la cui
    entrata era presso l'osteria di Corinto, non ha mai comunicato col
    condotto della via San Dionigi;  mette capo alla fogna Montmartre,
    lungo la quale si era avviato Valjean.
    La fogna Montmartre era una delle pi labirintiche  della  vecchia
    rete.  Fortunatamente,  Valjean  s'era lasciato dietro il condotto
    dei Mercati,  la cui pianta geometrica somiglia a una  moltitudine
    di  alberi  di  trinchetto intrecciati;  ma aveva dinanzi pi d'un
    incontro imbarazzante e pi di un angolo di via - poich sono vere
    vie - che si presentava nell'oscurit come un punto interrogativo:
    prima,  a sinistra,  la  vasta  fogna  Platrire,  una  specie  di
    rompicapo  cinese,  che  spinge e sviluppa il suo caos di T e di Z
    sotto il palazzo della Posta e sotto la rotonda  del  Mercato  dei
    Grani fino alla Senna,  dove termina a Y;  secondo,  a destra,  il
    condotto curvo della via del quadrante con i suoi tre  denti,  che
    sono altrettanti vicoli chiusi;  terza, a sinistra, la diramazione
    del Mail, complicata quasi all'ingresso da una specie di forca,  e
    che  con  un  seguito  di  zig zag va a finire alla gran fogna del
    Louvre, spezzettata e ramificata in tutti i sensi;  finalmente,  a
    destra,  il  condotto  cieco  della  via  dei  Digiunatori,  senza
    calcolare qua e l le piccole deviazioni prima  di  giungere  alla
    cloaca  perimetrale,  la sola che potesse guidarlo verso un'uscita
    abbastanza lontana per essere sicura.
    Se Valjean avesse avuto qualche nozione di quanto stiamo  dicendo,
    soltanto tastando la parete si sarebbe accorto di non essere nella
    galleria  sotterranea della via San Dionigi.  Invece della vecchia
    pietra da taglio,  invece dell'antica architettura altera e regale
    fin nelle fogne,  col suolo e le pareti di granito e cemento,  che
    costava ottocento franchi la tesa,  avrebbe sentito sotto la  mano
    la costruzione a buon mercato di oggi,  l'espediente economico, la
    selce con letto  di  cemento  idraulico  sopra  un  fondamento  di
    bitume,  che costa duecento franchi il metro: la muratura borghese
    detta "a piccoli materiali".  Ma egli non sapeva niente  di  tutto
    questo.
    Andava  con  ansiet  ma con calma,  senza vedere n sapere nulla,
    immerso nel caso, vale a dire inghiottito nella Provvidenza.
    E' anche vero che l'orrore a mano a mano lo vinceva,  e l'ombra da
    cui  era  circondato  gli  penetrava  nell'anima.  Camminava in un
    enigma.  Il corso della cloaca  formidabile:  s'intreccia  in  un
    modo vertiginoso,  ed  una cosa lugubre trovarsi in quella Parigi
    di tenebre. Valjean era obbligato a trovare e quasi a inventare la
    strada, senza vederla.
    In  quell'ignoto,   ogni  passo  che  arrischiava  poteva   essere
    l'ultimo.  Come uscirne?  Troverebbe un'uscita, e in tempo? Quella
    colossale spugna sotterranea dagli alveoli di pietra si lascerebbe
    indovinare e attraversare?  Oppure troverebbe qualche  inaspettato
    groviglio   di   tenebre,   e   arriverebbe   all'inestricabile  e
    all'insormontabile? Sarebbero morti, Mario di emorragia,  e lui di
    fame?  Finirebbero  col  perdersi laggi tutti e due e col formare
    due scheletri in un angolo  di  quelle  tenebre?  Non  sapeva.  Si
    faceva tutte queste domande e non poteva rispondere. ll budello di
    Parigi    un  precipizio.  Come  il profeta,  egli si trovava nel
    ventre del mostro.
    A un tratto ebbe una sorpresa.  Quando meno se l'aspettava e senza
    aver  mai  cessato  di  andare in linea retta,  si accorse che non
    saliva pi e  che  l'acqua  gli  batteva  le  calcagna  invece  di
    venirgli  sulla  punta dei piedi.  La fogna ora scendeva.  Perch?
    Stava dunque per  giungere  improvvisamente  alla  Senna?  Era  un
    pericolo grave, ma quello di retrocedere era maggiore. Continu ad
    avanzare.
    Ma non andava verso la Senna.  La schiena d'asino, che fa il suolo
    di Parigi sulla riva destra,  vuota uno dei versanti nella Senna e
    l'altro nella Fogna Grande, e la cresta della schiena d'asino, che
    determina  la  divisione  delle  acque,  traccia  una  linea molto
    capricciosa.  Il punto culminante,  dove ha luogo  la  separazione
    degli  scoli,  si trova nel condotto di Saint-Avoye al di l della
    Via Michele Le Compte,  in quello del Louvre presso i boulevard  e
    in quello di Montmartre presso i Mercati.  Valjean era pervenuto a
    quel punto culminante e si dirigeva verso la cloaca di cinta;  era
    sulla buona via ma non lo sapeva.
    Ogni  qual  volta  s'imbatteva  in  un crocicchio,  ne tastava gli
    spigoli, e se trovava l'apertura che gli si offriva meno larga del
    condotto da lui seguito,  non  vi  entrava  e  proseguiva  la  sua
    strada,  giudicando  a ragione che qualunque passaggio pi stretto
    dovesse mettere capo a un condotto  cieco  e  quindi  allontanarlo
    dalla  meta,  cio dall'uscita.  Cos evit la quadruplice insidia
    tesagli nelle tenebre dai quattro dedali che abbiamo enumerato.  A
    un certo punto s'accorse d'essere fuori dalla Parigi immobilizzata
    dalla   sommossa,   dove   le   barricate   avevano  soppresso  la
    circolazione,  e di essere penetrato sotto  la  Parigi  vivente  e
    normale.  Sent  subito  sopra  la testa un rumoreggiare di tuono,
    lontano ma continuo: era il rotolo delle vetture.
    Camminava da circa mezz'ora, almeno dal calcolo che faceva,  e non
    aveva ancora pensato di riposarsi; aveva soltanto cambiato la mano
    che  sosteneva  Mario.  L'oscurit  era  pi profonda che mai,  ma
    quella profondit lo rassicurava.
    D'improvviso, si vide davanti la sua ombra,  che appariva sopra un
    debole  riflesso  rosso quasi indistinto che imporporava vagamente
    il suolo e la volta,  e che scivolava a destra e a sinistra  sulle
    viscide pareti del corridoio. Si volse stupefatto.
    Dietro  di  lui,   nella  parte  del  condotto  che  aveva  allora
    oltrepassato, a una distanza che gli parve immensa,  fiammeggiava,
    striando la densa tenebra, una specie d'astro orribile, che pareva
    lo guardasse.
    Era la fosca stella della polizia che spuntava nella fogna.
    Dietro  quella stella si agitavano confusamente otto o dieci forme
    nere, ritte, indistinte, terribili.

    2. SPIEGAZIONE.
    Nella giornata del 6 giugno,  era stata ordinata una battuta nelle
    fogne.  Si  temeva  che  i  vinti  vi  si fossero rifugiati,  e il
    prefetto di polizia,  Gisquet,  dovette frugare la Parigi  occulta
    mentre il generale Bugeaud perlustrava la Parigi pubblica: duplice
    operazione connessa, che richiese una doppia strategia della forza
    pubblica,  rappresentata  in  alto  dall'esercito e in basso dalla
    polizia.  Tre pattuglioni di agenti  e  di  fognaioli  esplorarono
    l'immondezzaio  sotterraneo  della  citt,  il  primo  sulla  riva
    destra, il secondo sulla sinistra, e il terzo nel centro.
    Gli agenti erano armati di carabine,  di  mazze,  di  spade  e  di
    pugnali.
    La  lanterna  diretta  in quel momento su Valjean era quella della
    ronda della riva destra.
    La ronda aveva allora  perlustrato  la  galleria  curva  e  i  tre
    condotti  ciechi che sono sotto la via del Quadrante.  Mentre essa
    puntava la sua lanterna sui tre  condotti  ciechi,  Valjean  aveva
    incontrato sul suo cammino l'ingresso di quella galleria,  l'aveva
    riconosciuta pi stretta della principale ed  era  passato  oltre.
    Uscendo   dalla  galleria  di  via  del  Quadrante  era  parso  ai
    poliziotti di udire un rumore di passi in direzione  della  cloaca
    di  cinta.  Erano  infatti  i passi di Valjean.  Il sergente,  che
    comandava la ronda,  aveva alzato la lanterna,  e la squadra s'era
    messa a guardare nella nebbia dal lato donde veniva il rumore.
    Fu per Valjean un minuto inesprimibile.
    Fortunatamente,  se  egli vedeva bene la lanterna,  la lanterna lo
    vedeva male; essa era la luce, egli l'ombra, ed era molto lontano,
    e confuso all'oscurit del luogo. Si strinse al muro e si ferm.
    Del resto,  non si rendeva conto di quello che succedeva dietro di
    lui:  l'insonnia,  la mancanza di nutrimento e le emozioni avevano
    fatto passare anche  lui  allo  stato  di  visionario.  Vedeva  un
    fiammeggiamento e intorno delle larve. Cos'era? Non capiva.
    Fermatosi Valjean, il rumore cess.
    Gli   uomini  della  ronda  ascoltavano  e  non  sentivano  nulla,
    guardavano e non vedevano nulla. Si consultarono.
    C'era a quel tempo,  in quel punto  della  fogna  Montmartre,  una
    specie  di  crocicchio  detto  di servizio,  pi tardi soppresso a
    causa del piccolo stagno  interno  che  vi  formava,  ingorgandosi
    durante  i  forti temporali,  il torrente dell'acqua piovana.  Gli
    uomini della ronda potevano far capannello in quel crocicchio.
    Valjean vide quelle larve formare una specie  di  circolo.  Quelle
    teste di alani si avvicinarono susurrando.
    Il risultato di quel consiglio, tenuto dai cani di guardia, fu che
    s'erano  ingannati,  che  non  c'era  stato rumore,  che non c'era
    nessuno di l,  che era inutile entrare nella fogna di cinta,  che
    sarebbe  stato  tempo  perso,  che bisognava invece affrettarsi ad
    andare verso Saint-Merry,  che se c'era qualche  cosa  da  fare  e
    qualche rivoltoso da snidare, era proprio in quel quartiere.
    Ogni tanto i partiti fanno risuonare le loro vecchie ingiurie. Nel
    1832,  il  vocabolo  "bousingot"  teneva  l'interim  fra quello di
    giacobino ormai sciupato,  e quello di demagogo allora  pochissimo
    in uso e che poi ha prestato un cos eccellente servizio.
    Il  sergente  ordin di piegare a sinistra verso il versante della
    Senna.  Se avessero avuto l'idea di dividersi in due squadre e  di
    andare  nei  due sensi,  Valjean sarebbe stato preso.  La cosa era
    appesa a un filo.  E' probabile che le istruzioni  della  polizia,
    prevedendo il caso di uno scontro con numerosi insorti, vietassero
    alla  pattuglia  di  suddividersi.  La ronda si rimise in cammino,
    lasciandosi dietro Valjean,  il quale di tutto quel movimento  non
    scorse   niente,    tranne   la   eclisse   della   lanterna   che
    improvvisamente si volse dal lato opposto.
    Per  sgravio  di  coscienza  della  polizia,  il  sergente,  prima
    d'allontanarsi,  scaric  la sua carabina dal lato che lasciavano,
    nella direzione di Valjean.  La detonazione rotol  d'eco  in  eco
    nella cripta, come borborigmo di quel titanico intestino. Un pezzo
    di calcinaccio caduto nel rigagnolo, che fece schioccare l'acqua a
    qualche passo da Valjean, lo avvert che la palla aveva colpito la
    volta sopra il suo capo.
    I  passi  risuonarono  per  qualche tempo,  misurati e lenti,  sul
    lastrico, sempre pi attutiti con l'aumentare della lontananza; il
    gruppo  delle  forme  nere  si  disperse;  un  barlume  oscill  e
    ondeggi,  formando nella volta un arco rossastro che s'indebol e
    poi  scomparve;   il  silenzio  ridivenne   profondo,   l'oscurit
    completa; la cecit e la sordit ripresero possesso delle tenebre,
    e  Valjean,  non  osando  ancora  muoversi,  rimase a lungo con le
    spalle al muro, l'orecchio teso, la pupilla dilatata, contemplando
    lo svanire di quella pattuglia di fantasmi.

    3. L'UOMO PEDINATO.
    Bisogna rendere onore alla polizia di quell'epoca; anche nelle pi
    gravi situazioni pubbliche, essa compiva imperturbabilmente il suo
    dovere.  Una sommossa non  era  ai  suoi  occhi  un  pretesto  per
    lasciare  ai  malfattori  la  briglia  sul collo,  e trascurare la
    societ, perch il governo era in pericolo.  Il servizio ordinario
    veniva adempiuto con esattezza insieme con quello straordinario, e
    non ne era turbato. Agli inizi di un incalcolabile fatto politico,
    sotto  la  pressione  di  una rivoluzione possibile,  un agente di
    polizia si metteva a pedinare un ladro senza  lasciarsi  distrarre
    dalla insurrezione e dalle barricate.
    Nel  pomeriggio  del  6  giugno,  accadeva appunto qualche cosa di
    simile in riva alla Senna,  sull'argine della sponda destra,  poco
    pi in l del ponte degli Invalidi.
    In  quel  punto  non  c'  pi argine ora;  l'aspetto dei luoghi 
    mutato.
    Due uomini,  a qualche distanza l'uno dall'altro,  pareva  che  si
    osservassero e che uno evitasse l'altro.  Quello che andava avanti
    cercava di allontanarsi,  quello che gli teneva dietro cercava  di
    avvicinarsi.
    Era  come  una partita a scacchi giocata da lontano e in silenzio.
    N l'uno n l'altro mostrava di  affrettarsi,  anzi  tutti  e  due
    camminavano lentamente,  come se ciascuno di essi temesse,  per la
    troppa fretta,  di far raddoppiare il passo al proprio avversario.
    Uno di essi sembrava un cacciatore che segua una preda, senza aver
    l'aria di farlo apposta; e la preda era astuta e stava in guardia.
    Correvano fra loro le proporzioni richieste tra la faina inseguita
    e l'alano cacciatore.  Quello che cercava di fuggire era piccolo e
    d'aspetto meschino;  quello che  cercava  di  afferrarlo,  alto  e
    robusto,  era  di  aspetto  rude e doveva anche essere rude in uno
    scontro.
    Il primo,  sentendo di essere il pi debole,  evitava l'altro,  ma
    evitandolo  diventava  profondamente  curioso.  Chi  avesse potuto
    osservarlo,  gli avrebbe letto negli occhi la cupa ostilit  della
    fuga e tutta la minaccia che c'era nel suo timore.
    L'argine  era  deserto: non un passante;  neppure un battelliere o
    uno scaricatore nelle chiatte amarrate qua e l.
    Non si potevano scorgere agevolmente quei due uomini, se non dalla
    riva opposta;  e  chi  li  avesse  esaminati  a  quella  distanza,
    nell'uomo che camminava pi innanzi avrebbe ravvisato un individuo
    irsuto,   cencioso  e  bieco,   inquieto  e  trepidante  sotto  un
    camiciotto a brandelli, e nell'altro un tipo classico e ufficiale,
    rivestito dell'abito dell'autorit abbottonato fin sotto il mento.
    Vedendoli pi da vicino,  il lettore forse riconoscerebbe quei due
    uomini.
    Qual era lo scopo dell'ultimo?
    Probabilmente  quello  di  far  indossare al primo degli abiti pi
    caldi.
    Quando un uomo vestito dallo Stato ne insegue un  altro  cencioso,
    lo  fa  allo  scopo  di  farne  un  uomo  vestito dallo Stato.  La
    questione si riduce tutta al colore: essere vestito di turchino  
    meritorio, di rosso  spiacevole.
    Era probabilmente un dispiacere e una porpora di questa specie che
    il primo desiderava schivare.
    Se  l'altro  lo  lasciava  proseguire  e  non lo afferrava ancora,
    secondo ogni apparenza lo faceva nella speranza di vederlo  andare
    a finire in qualche appuntamento significativo e in qualche gruppo
    di facile sorpresa. Questa operazione delicata costituisce ci che
    si chiama "pedinamento".
    Questa  congettura    resa  possibilissima  dal  fatto che l'uomo
    abbottonato,  scorgendo dall'argine una vettura che passava  vuota
    sulla   riva,   fece  un  cenno  al  cocchiere.   Questi  cap  e,
    riconoscendo evidentemente con chi aveva a che  fare,  si  mise  a
    seguire  i  due uomini dall'alto della ripa.  Di ci non s'accorse
    l'individuo losco e stracciato che andava avanti.
    La vettura si muoveva lungo gli alberi dei Campi Elisi;  si vedeva
    passare  al  di  sopra del parapetto il busto del cocchiere con la
    frusta in mano.
    Nelle istruzioni segrete della  polizia  ai  suoi  agenti  c'  un
    articolo   che  prescrive:  "Aver  sempre  sottomano  una  vettura
    cittadina per ogni evento".
    Pur  manovrando  ciascuno  dal  canto  suo   con   una   strategia
    irreprensibile,  quei  due  uomini si avvicinarono a una rampa che
    dalla  riva  scendeva  all'argine,  e  che  allora  permetteva  ai
    vetturini che arrivavano da Passy di andare al fiume ad abbeverare
    i  cavalli.  Pi tardi quella rampa fu soppressa per simmetria.  I
    cavalli soffrono la sete, ma l'occhio  contento.
    E' probabile che l'uomo in camiciotto volesse salire la rampa  per
    tentare  di sfuggire i Campi Elisi,  luogo ricco d'alberi ma anche
    molto vigilato dagli agenti di  polizia,  e  dove  quindi  l'altro
    avrebbe trovato facilmente dei rinforzi.
    Quel  punto della riva  molto vicino alla casa detta di Francesco
    Primo,  che il colonnello Brack nel 1824 fece trasportare da Moret
    a Parigi. L vicino c' un corpo di guardia.
    Con  grande sorpresa del poliziotto,  l'uomo braccato non prese la
    rampa dell'abbeveratoio,  ma continu ad andare avanti sull'argine
    lungo la riva.
    La sua posizione diventava visibilmente rischiosa.
    Che poteva fare, tranne che gettarsi nella Senna?
    Ormai  non  rimaneva pi nessun mezzo per risalire sulla riva;  n
    rampe n scale;  e si era proprio vicino al  punto  contrassegnato
    col gomito che fa la Senna verso il ponte di Iena,  dove l'argine,
    sempre pi ristretto,  finisce in una striscia sottile  che  va  a
    perdersi  sotto  l'acqua.  L  si  sarebbe trovato inevitabilmente
    bloccato tra il muro a picco a  destra,  il  fiume  a  sinistra  e
    davanti e l'autorit alle calcagna.
    E'  vero  che  la fine dell'argine era nascosta allo sguardo da un
    mucchio di sterro alto sei o sette  piedi,  derivante  da  non  so
    quale   demolizione;   ma   poteva   quell'individuo   sperare  di
    nascondersi utilmente dietro quel cumulo di calcinacci che bastava
    aggirare? L'espediente sarebbe stato puerile,  e certamente quello
    non  ci  pensava;  l'ingenuit  dei  ladri  non arriva fino a quel
    punto.
    Il mucchio di sterro formava sull'argine dell'acqua una specie  di
    prominenza,  che  si  prolungava  a forma di promontorio fino alla
    muraglia della riva.
    L'uomo pedinato arriv a quella collinetta, l'oltrepass e divenne
    cos invisibile al poliziotto.
    Costui,  non vedendolo,  non era neppure visto.  Ne approfitt per
    abbandonare  ogni  dissimulazione  e per camminare pi lestamente,
    sicch in pochi momenti arriv al mucchio e  lo  sorpass.  L  si
    ferm  stupefatto.  L'uomo  a  cui  dava  la caccia era scomparso.
    Eclisse totale dell'individuo in camiciotto.
    Al di l del cumulo,  la  proda  non  si  protendeva  pi  di  una
    trentina  di  passi,  poi  s'immergeva  nell'acqua,  che  veniva a
    battere contro il muro della ripa. Il fuggitivo non avrebbe potuto
    gettarsi nella Senna,  n scalare la ripa senza essere  scorto  da
    chi l'inseguiva. Che n'era successo?
    L'uomo  dall'abito abbottonato continu ad avanzare sino al limite
    dell'argine, dove rest un momento pensoso,  con i pugni frementi,
    indagando  con  l'occhio.  A  un tratto si batt la fronte.  S'era
    accorto che nel punto dove finiva la terra e  cominciava  l'acqua,
    c'era un gran cancello largo, basso, arcuato, munito d'una robusta
    toppa e sostenuto da tre cardini massicci; era una specie di porta
    praticata  in  basso  alla ripa,  che s'apriva tanto sul fiume che
    sull'argine.  Un rigagnolo nerastro passava l sotto e si  versava
    nella Senna.
    Al  di  l  delle sue grosse sbarre arrugginite si distingueva una
    specie di galleria a volta, oscura.
    Il poliziotto incroci le braccia e guard il cancello con aria di
    rimprovero.
    Poi, non bastando lo sguardo,  tent di spingerlo;  lo scosse,  ma
    quello oppose una resistenza solida. Era probabile che fosse stato
    aperto  allora  allora,  bench non si fosse udito nessun rumore -
    cosa strana trattandosi di  un  cancello  cos  arrugginito  -  ma
    certamente  era  stato richiuso;  la qual cosa indicava che l'uomo
    dinanzi al quale quella porta aveva girato,  non era munito di  un
    semplice grimaldello, ma di una chiave.
    Tale evidenza,  affacciatasi d'improvviso alla mente dell'uomo che
    tentava di scuotere il  cancello,  gli  strapp  questo  epifonema
    indignato:
    - Questa  grossa! Una chiave dell'autorit!
    Poi,  calmatosi  immediatamente,  espresse  tutto  un mondo d'idee
    interiori  con  questo  sbuffo  di  monosillabi  accentuati  quasi
    ironicamente:
     - Toh! toh! toh! toh!
    Ci  detto,  sperando  forse di veder uscire di nuovo quell'uomo o
    almeno di vederne entrare altri,  si pose  in  agguato  dietro  il
    cumulo di macerie con la rabbia paziente del cane da guardia.
    Dal canto suo,  il vetturino,  che si regolava dai suoi movimenti,
    si era soffermato al di sopra  di  lui  vicino  al  parapetto.  Il
    vetturino,  prevedendo una lunga fermata, fece passare il muso dei
    cavalli nel sacco d'avena umido in basso, cos noto ai parigini ai
    quali,  sia detto tra parentesi,  lo applicano  talvolta  anche  i
    governi. I rari passanti del ponte di Iena, prima di allontanarsi,
    volgevano la testa per guardare un attimo quei due particolari del
    paesaggio immobile: l'uomo sull'argine e la vettura sulla riva.

    4. ANCH'EGLI PORTA LA SUA CROCE.
    Valjean  aveva  ripreso il cammino e non si era pi fermato.  Quel
    cammino diventava sempre pi faticoso.  Il livello di quelle volte
      vario;  l'altezza  media  di circa cinque piedi e sei pollici,
    essendo calcolata per la statura di un uomo. Valjean era costretto
    quindi a curvarsi per  non  far  urtare  Mario  contro  la  volta:
    bisognava  ogni  momento  abbassarsi  poi  raddrizzarsi,  e tastar
    sempre il muro. L'umidit delle pietre e la viscosit del suolo ne
    facevano pessimi punti di appoggio tanto per la mano  che  per  il
    piede,  ed    per  questo  che  lui  barcollava di continuo nella
    schifosa gora della citt. I riflessi intermittenti degli spiragli
    apparivano soltanto a lunghi intervalli e cos pallidi che il sole
    sembrava un chiaro di luna;  tutto il resto  era  nebbia,  miasma,
    opacit,   tenebra  fitta.   Valjean  aveva  fame  e  sete;   sete
    soprattutto; e quello, come il mare,   un luogo pieno d'acqua che
    non  si  pu  bere.   La  sua  forza,   che,  come  sappiamo,  era
    straordinaria e nient'affatto scemata dall'et,  grazie  alla  sua
    vita casta e sobria,  cominciava tuttavia a cedere;  era stanco, e
    con l'indebolimento delle forze sentiva sempre  pi  il  peso  del
    fardello.  Mario,  forse morto, pesava come pesano i corpi inerti.
    Valjean lo sosteneva in modo  che  il  petto  fosse  libero  e  la
    respirazione potesse effettuarsi il meglio possibile.  Sentiva tra
    i piedi  la  rapida  fuga  dei  sorci,  uno  dei  quali  fu  tanto
    spaventato da morderlo.  Ogni tanto,  dai chiusini gli arrivava un
    soffio d'aria fresca che lo rianimava.
    Potevano essere circa le tre del  pomeriggio  quando  giunse  alla
    cloaca  di  cinta.   Dapprima  si  meravigli  di  quel  subitaneo
    allargamento. Si trov a un tratto in una galleria,  in cui le sue
    mani  distese non giungevano a toccare le pareti,  sotto una volta
    che la testa non toccava. La Fogna Grande infatti ha otto piedi di
    larghezza e sette d'altezza.
    Nel punto dove il condotto Montmartre raggiunge la  Fogna  Grande,
    altre  due  gallerie  sotterranee,  quella della via di Provenza e
    quella dell'Abattoir, vanno a formare un crocicchio.  Un uomo meno
    sagace,  fra quelle quattro vie, sarebbe rimasto indeciso; Valjean
    prese la pi larga,  vale  a  dire  la  fogna  di  cinta.  Ma  qui
    ritornava il problema: scendere o salire?  Pens che la situazione
    era urgente e che bisognava a ogni costo raggiungere la Senna:  in
    altri termini, scendere. Volse a sinistra.
    E fu un ottimo consiglio. Infatti sarebbe un errore credere che la
    fogna di cinta abbia due sbocchi,  uno verso Bercy,  l'altro verso
    Passy,  e che sia davvero,  come indica il suo  nome,  la  cintura
    sotterranea  di  Parigi  della  riva destra.  La Fogna Grande,  la
    quale,  come  ci    noto,  non    altro  che  l'antico  ruscello
    Mnilmontant, termina dopo un ampio giro al suo punto di partenza.
    Essa  non ha comunicazione diretta col ramo che raccoglie le acque
    di Parigi a cominciare dal rione Popincourt,  e che si getta nella
    Senna  per mezzo del condotto Amelot al di sopra dell'antica isola
    Louviers. Questo ramo,  che completa il condotto collettore,  ne 
    separato,  sotto la stessa via Mnilmontant,  da un terrapieno che
    segna il punto di separazione delle acque a monte e  a  valle.  Se
    Valjean avesse risalito la galleria,  dopo mille sforzi,  oppresso
    dalla stanchezza e senza fiato, sarebbe arrivato, nelle tenebre, a
    un muro. In tal caso, sarebbe stato perduto.
    A rigore,  tornando un po' sui suoi passi,  imboccando il condotto
    delle Figlie del Calvario, a condizione di non esitare nella zampa
    d'oca sotterranea del crocicchio Boucherat, prendendo il corridoio
    San Luigi,  poi, a sinistra, il budello San Gilles, poi volgendo a
    destra ed evitando la  galleria  San  Sebastiano,  avrebbe  potuto
    raggiungere  la  fogna  Arnelot;  e  di  l,  purch  non si fosse
    smarrito nella specie di F che sta  sotto  la  Bastiglia,  avrebbe
    potuto  raggiungere lo sbocco sulla Senna vicino all'Arsenale.  Ma
    per questo sarebbe stato necessario conoscere a fondo, in tutte le
    ramificazioni e in tutti i suoi sbocchi,  l'enorme madrepora della
    cloaca.  Ora,  ripetiamo, Valjean non sapeva proprio nulla di quel
    dedalo spaventoso in cui camminava, e se gli avessero chiesto dove
    si trovava, avrebbe risposto: nelle tenebre.
    Il suo istinto lo aiut.  Nel discendere infatti era possibile  la
    salvezza.
    Lasci  a destra i due condotti che si ramificano a forma di zampa
    sotto le  vie  Laffette  e  San  Giorgio,  e  il  lungo  corridoio
    biforcato della Chausse d'Antin
    Oltrepassato  di  poco  un affluente che era probabilmente il ramo
    della  Maddalena,  si  ferm.  Era  molto  stanco.  Uno  spiraglio
    abbastanza  largo,   forse  quello  della  via  d'Angi,  lasciava
    penetrare una luce quasi  chiara.  Depose  Mario  sulla  panchetta
    della  fogna  con  la  dolcezza di modi che avrebbe avuto verso il
    fratello ferito.  Il volto insanguinato del giovane  apparve  alla
    luce  bianca dello spiraglio come in fondo a una tomba.  Aveva gli
    occhi  chiusi,  i  capelli  aderenti  alle  tempie  come  pennelli
    disseccati nel rosso,  le mani pendenti e inerti, le membra fredde
    e un filo di sangue coagulato all'angolo delle labbra. Un grumo di
    sangue si era formato nel nodo della cravatta;  la camicia entrava
    nelle piaghe,  il bavero dell'abito sfregava le ferite sulla carne
    viva.  Valjean,  scostando le vesti con la punta delle  dita,  gli
    pos la mano sul petto: il cuore batteva ancora. Lacer la propria
    camicia,  bend  le  piaghe  alla  meglio  e arrest la perdita di
    sangue;  poi,  chinandosi in quel  chiaroscuro  su  Mario,  sempre
    svenuto   e   quasi   senza   respiro,   lo  guard  con  un  odio
    inesprimibile.
    Rimuovendo gli abiti del giovane,  trov nelle tasche due cose: il
    pane  dimenticato  il  giorno prima e il portafoglio.  Sulla prima
    pagina trov le quattro righe che gi sappiamo scritte da Mario:
    "Mi chiamo Mario Pontmercy.  Il mio cadavere va portato a casa  di
    mio nonno,  signor Gillenormand,  via delle Figlie del Calvario 6,
    al Marais".
    Valjean lesse alla luce dello spiraglio queste  quattro  righe,  e
    rest un momento assorto,  ripetendo sotto voce: "Via delle Figlie
    del Calvario, numero sei,  signor Gillenormand";  quindi ripose il
    portafoglio  nella  tasca  del ferito.  Aveva mangiato;  gli erano
    tornate le forze.  Si ricaric Mario sulle  spalle,  appoggiandone
    accuratamente la testa sulla propria spalla destra,  e si rimise a
    discendere la cloaca.
    La Grande Fogna,  che segue il pendo della valle di Mnilmontant,
    ha  circa  due  leghe di lunghezza,  ed  lastricata per una buona
    parte del suo percorso.
    Questa guida dei nomi delle vie parigine,  con cui noi illuminiamo
    per il lettore il cammino sotterraneo di Valjean, Giovanni Valjean
    non   l'aveva.   Nulla   gli   indicava  quale  zona  della  citt
    attraversasse,  n quale tragitto avesse fatto.  Solo  il  pallore
    crescente  delle  strisce  di  luce  che  ogni tanto incontrava lo
    avvertiva che il sole si ritirava dal lastrico delle vie e che  il
    giorno era vicino al tramonto; e dal rumore delle vetture sopra il
    suo  capo,  che  da continuo era diventato intermittente e poi era
    quasi cessato del tutto,  concluse che non era pi sotto la  parte
    centrale  di  Parigi  ma si avvicinava a qualche regione solitaria
    presso i boulevard esterni e le rive pi  lontane.  Dove  ci  sono
    meno  case  e  meno  vie  la  fogna  ha meno spiragli.  L'oscurit
    diventava sempre pi fitta, ma Valjean non desisteva dall'avanzare
    a tentoni nell'ombra.
    D'un tratto quell'ombra divenne terribile.

    5. LA SABBIA COME LA DONNA. UNA FINEZZA CHE E' PERFIDIA.
    Sent che entrava nell'acqua,  e non aveva pi sotto ai  piedi  il
    lastrico, ma la melma.
    Su  certe coste della Bretagna e della Scozia avviene talvolta che
    qualcuno,  un viaggiatore o un pescatore,  camminando con la bassa
    marea  sul  lido  a  qualche distanza dalla riva,  si accorga a un
    tratto che da parecchi minuti cammina con difficolt. Sotto i suoi
    piedi la sabbia diventa pece,  la suola vi si attacca;  non   pi
    sabbia,  ma glutine.  Il lido  perfettamente asciutto, ma ad ogni
    passo l'orma lasciata dal piede sul terreno  si  riempie  d'acqua.
    L'occhio  per  non si  accorto di nessun cambiamento;  l'immensa
    spiaggia   piana  e  tranquilla;  la  sabbia  ha  dappertutto  il
    medesimo  aspetto;  nulla  distingue il suolo solido da quello che
    non lo ;  e la piccola nuvola festosa degli afidi marini continua
    a  saltellare  tumultuosamente  sul  piede  del  passeggero.  Egli
    prosegue  la  sua  strada,  va  innanzi,  piega  verso  terra  per
    ravvicinarsi  alla costa.  Non  inquieto.  Inquieto perch?  Per
    prova  una  sensazione,   come  se  a  ogni  passo  i  suoi  piedi
    diventassero  pi pesanti.  D'un tratto affonda;  affonda di due o
    tre pollici. Evidentemente non  sulla buona strada.  Si ferma per
    orientarsi.  Non volendo,  si guarda i piedi.  Sono scomparsi,  la
    sabbia li copre. Li ritira,  vuol retrocedere,  si volge indietro;
    affonda  ancor  pi: la sabbia gli giunge al malleolo.  Si strappa
    fuori e si getta a sinistra.  La sabbia gli arriva a mezza  gamba;
    si getta a destra,  gli arriva ai ginocchi.  Allora riconosce, con
    indicibile terrore, che s' cacciato in una sabbia mobile,  che ha
    sotto  di  s  quello  spaventoso  elemento  dove  n  l'uomo  pu
    camminare n il pesce nuotare.  Butta via il carico se lo  ha,  si
    alleggerisce come una nave in pericolo;  ma non  pi in tempo; la
    sabbia gli oltrepassa i ginocchi.
    Chiama,  agita il cappello  o  il  fazzoletto,  ma  la  sabbia  lo
    inghiotte sempre pi.  Se il lido  deserto,  se la terra  troppo
    lontana,  se il banco di sabbia  troppo malfamato,  se non c' un
    eroe  nei  dintorni,    finito,   condannato alla sepoltura.  E'
    condannato  a  quell'orribile   sepoltura,   lunga,   infallibile,
    implacabile, che non  possibile ritardare n affrettare, che dura
    per  ore,  che non termina mai,  che lo coglie in piedi e in piena
    salute,  che lo tira per i piedi,  che a ogni sforzo che tenta,  a
    ogni grido che manda lo trascina un po' pi gi, che sembra voglia
    punirlo  della  sua  resistenza  raddoppiando  le strette,  che fa
    immergere l'uomo lentamente nella  terra,  lasciandogli  tutto  il
    tempo di contemplare l'orizzonte,  gli alberi,  le campagne verdi,
    il fumo dei villaggi nella pianura,  le vele delle navi sul  mare,
    gli   uccelli   che   volano  e  cantano,   il  sole,   il  cielo.
    L'affondamento  il sepolcro che diventa marea,  e sale dal  fondo
    della terra verso un vivente. Ogni minuto  uno spietato becchino.
    Lo sventurato tenta di sedersi,  di sdraiarsi,  di strisciare,  ma
    ogni movimento che fa,  lo seppellisce;  si rialza e  affonda;  si
    sente  ingoiare;  urla,  implora,  grida  alle  nuvole,  torce  le
    braccia, si dispera. Eccolo con la sabbia fino al ventre; poi sino
    al petto; non  pi che un busto.  Alza le mani,  manda dei gemiti
    furiosi, si aggrappa al greto, vuol afferrarsi a quella cenere, si
    puntella  sui  gomiti per strapparsi fuori da quella molle guaina,
    piange freneticamente;  e la sabbia sale.  La sabbia  giunge  alle
    spalle,  giunge al collo; ora, la faccia sola  visibile. La bocca
    grida, la sabbia la riempie: silenzio.  Gli occhi guardano ancora,
    la  sabbia  li  chiude;  notte.  Poi la fronte va scemando,  pochi
    capelli ondeggiano ancora sull'arena,  una mano esce,  bucando  la
    superficie  del  greto,  si muove,  si agita e scompare.  Orribile
    scomparsa di un uomo.
    Talvolta affonda il cavaliere col cavallo, talvolta il carrettiere
    col carro;  tutto sprofonda nel greto.  E'  il  naufragio  che  si
    compie  fuori  acqua,    la  terra  che annega l'uomo.  La terra,
    imbevuta d'acqua, diventa un'insidia; si presenta come una pianura
    e s'apre come l'onda. L'abisso ha di questi tradimenti.
    Tale funebre  avventura,  sempre  possibile  su  questa  o  quella
    spiaggia  di  mare,  trent'anni  or sono era possibile anche nella
    fogna di Parigi.
    Prima  degli  importanti  lavori   del   1833,   lo   sterquilinio
    sotterraneo di Parigi era soggetto a frane improvvise.
    L'acqua s'infiltrava in certi terreni soggiacenti, particolarmente
    friabili;  e  il  suolo  concavo,  anche se formato di pietre come
    nelle gallerie antiche,  o di calce idraulica sopra il bitume come
    nelle  moderne,  mancando  il  punto  d'appoggio,  cedeva.  In  un
    impiantito di quel genere una piega  una crepa,  e una crepa  lo
    scoscendimento.  Il  suolo crollava per una certa lunghezza.  Quel
    crepaccio, bocca d'una voragine di fango, nella lingua speciale si
    chiamava "fontis". Che cos' un fontis?  E' la sabbia mobile delle
    rive  del mare incontrata improvvisamente sotto terra;   il greto
    del Monte San Michele in una fogna. Il terreno, inzuppato,   come
    in  fusione,  e  tutte  le  sue  molecole  rimangono sospese in un
    elemento molle, che non  n terra n acqua, fino a una profondit
    talora  assai  grande.  Nulla  di  pi  pericoloso  di  un  simile
    incontro;   se   predomina  l'acqua,   la  morte    pronta,   per
    annegamento;  se  predomina  la  terra,  la  morte    lenta,  per
    affondamento.
    Vi  figurate  una  morte simile?  Se lo sprofondamento  terribile
    sulla spiaggia del mare,  che dev'essere  in  una  cloaca?  Invece
    dell'aria aperta,  della viva luce,  del pieno giorno,  del chiaro
    orizzonte,  di quei larghi rumori,  di quelle libere nubi  da  cui
    piove la vita,  di quelle barche lontane, di quella speranza sotto
    tutte le forme,  dei passanti probabili,  del  soccorso  possibile
    fino all'ultimo minuto, invece di tutto ci la sordit, la cecit,
    una  negra volta,  un interno di tomba gi pronto,  la morte nella
    fanghiglia sotto un coperchio!  la soffocazione lenta in un lurido
    immondezzaio,   una   cassa  di  pietra  in  cui  l'asfissia  apre
    l'artiglio nella melma e ti afferra alla gola, il fetore mescolato
    al rantolo,  la melma invece della  sabbia,  l'idrogeno  solforato
    invece della tempesta,  la lordura invece dell'oceano! e chiamare,
    e digrignare i denti, e contorcersi,  e dibattersi,  e agonizzare,
    con quella citt enorme che non sa nulla e che pure si ha sopra la
    testa!
    Inesprimibile  orrore  di  una  morte  simile!  Talvolta  la morte
    riscatta la sua atrocit con  una  certa  dignit  terribile.  Sul
    rogo,  in  un  naufragio,  si pu esser grandi;  nella fiamma come
    nella  schiuma  un  atteggiamento  superbo    possibile,  chi  vi
    s'inabissa  pu  trasfigurarsi.  Qui  no.  La  morte  sudicia;  
    umiliante spirare; le estreme ondeggianti visioni sono abiette.
    Fango  sinonimo di vergogna. E' una fine meschina, laida, infame.
    Morire in una botte di malvasia come Clarence,   tollerabile;  ma
    nella   fossa  dell'immondezzaio  come  d'Escoubleau    orribile.
    Dibattersi l dentro  schifoso; mentre si agonizza, si guazza nel
    fango.  Ci sono abbastanza tenebre perch quello sia  un  inferno,
    c'  fango  abbastanza perch sia solo un pantano,  e il moribondo
    non sa se sta diventando uno spettro o un rospo.
    Il sepolcro, tetro dovunque, qui diventa deforme.
    I fontis variavano di profondit, di larghezza, di densit secondo
    la qualit pi o meno cattiva del  sottosuolo.  Talvolta  la  loro
    altezza  era  di  tre  o quattro piedi,  talvolta di otto o dieci;
    qualche volta non se ne trovava il fondo.  Qui la melma era  quasi
    solida,  l  quasi liquida.  Nel fontis Lunire un uomo ci avrebbe
    messo una giornata a sparire,  mentre sarebbe  stato  ingoiato  in
    cinque minuti dal pantano Phlippeaux. La mota sostiene pi o meno
    secondo  la  maggiore o minore densit;  un fanciullo pu salvarsi
    dove si perde un uomo.  La prima legge di  salvezza    quella  di
    sbarazzarsi  d'ogni specie di carico.  Quando un fognaiolo sentiva
    il suolo cedere sotto di lui,  cominciava col gettar via la  borsa
    degli utensili, o la gerla, o il martello che portava.
    I  fontis  derivavano  da diverse cause;  la friabilit del suolo;
    qualche franamento a una profondit fuori della portata dell'uomo;
    i violenti acquazzoni d'estate,  i nembi incessanti  dell'inverno,
    le  lunghe  pioggerelle  minute.   Talvolta  il  peso  delle  case
    circostanti,  sopra un terreno marnoso o sabbioso,  comprimeva  le
    volte  delle  gallerie  e  le faceva piegare;  oppure avveniva che
    sotto quella spinta soverchiante si spezzasse  e  si  fendesse  il
    pavimento dei condotti.  Fu cos che la massa del Panthon rovin,
    un secolo fa,  una parte  dei  sotterranei  della  montagna  Santa
    Genoveffa.  Quando  una fogna sprofondava sotto la pressione delle
    case, il disordine, in alcune circostanze,  si manifestava in alto
    nella  via con una specie di spaccatura dentata fra le selci,  che
    si prolungava con  una  linea  serpentina  lungo  tutta  la  volta
    spaccata,  e allora,  essendo visibile il male,  il rimedio poteva
    essere immediato. Invece spesso accadeva che il guasto interno non
    si palesasse con nessuno sfregio di fuori; e in tal caso,  guai ai
    fognaioli!  Entrando  senza  precauzione  nel  condotto  sfondato,
    potevano  soccombere.  Gli  antichi  registri  fanno  menzione  di
    parecchi uomini ingoiati in tal modo nei fontis,  e ricordano vari
    nomi,  tra cui quello del fognaiolo che affond in  un  franamento
    sotto  la  bocca di via Carme-Prenant,  un certo Biagio Poutrain,
    fratello di Nicola  Poutrain,  che  fu  l'ultimo  affossatore  del
    cimitero detto Carnaio degli Innocenti nel 1785, epoca in cui quel
    cimitero venne soppresso.
    Ci  fu  anche  il  giovane  e grazioso visconte d'Escoubleau,  che
    abbiamo gi nominato, uno degli eroi dell'assedio di Lerida, a cui
    si dette l'assalto con calze di  seta  e  coi  violini  in  testa.
    Sorpreso una notte in casa di sua cugina,  la duchessa di Sourdis,
    anneg in una fenditura  della  fogna  Beautreilles,  nella  quale
    s'era  rifugiato per sfuggire al duca.  Quando le narrarono quella
    morte,  la signora di Sourdis si fece dare la  sua  boccetta  e  a
    forza di aspirare essenze odorose dimentic di piangere. In simili
    casi non c' amore che tenga;  la cloaca lo spegne.  Ero ricusa di
    lavare il cadavere di Leandro,  Tisbe si tura il  naso  innanzi  a
    Pirano esclamando: - oib!

    6. IL FONTIS.
    Valjean era incappato in un fontis.
    Quella  specie  di  franamento era allora frequente nel sottosuolo
    dei Campi Elisi, difficilmente trattabile con i lavori idraulici e
    refrattario a  un  trattamento  in  muratura  a  causa  della  sua
    eccessiva fluidit.  Questa fluidit  maggiore dell'inconsistenza
    delle sabbie del quartiere San Giorgio,  che si    potuta  domare
    solo per mezzo di una sassaia sopraintrisa di bitume,  e di quelle
    degli strati argillosi pregni di gas del  quartiere  dei  Martiri,
    talmente  liquide,   che  il  passaggio  sotto  la  galleria  pot
    effettuarsi solo con un tubo di ghisa.  Quando nel 1836,  sotto il
    quartiere Sant'Onorato venne demolito l'antico condotto di pietra,
    nel  quale in questo momento vediamo impegnato Valjean,  la sabbia
    mobile,  che forma il sottosuolo dai Campi Elisi fino alla  Senna,
    oppose tanta resistenza, che il lavoro di ricostruzione dur circa
    sei mesi, con grandi proteste dei frontisti, soprattutto di quelli
    con palazzi e carrozze.  I lavori,  non che difficili,  riuscirono
    pericolosi;  vero che ci furono quattro mesi e mezzo di pioggia e
    tre piene della Senna.
    Il   fontis,   in   cui   s'era   imbattuto   Valjean,    derivava
    dall'acquazzone  del  giorno  prima.  Un  cedimento  del suolo mal
    sostenuto dalla sabbia  sottostante,  aveva  prodotto  un  ingorgo
    d'acqua   piovana;   era  avvenuta  l'infiltrazione  e  quindi  lo
    sprofondamento. Il suolo,  smosso,  era affondato nella melma.  Su
    quale  estensione?  Impossibile dirlo.  Le tenebre erano pi fitte
    che in qualunque altro punto: era un buco di fango in una  caverna
    di tenebre.
    Valjean  sent  che  il  lastrico  gli  sfuggiva  sotto,  ma entr
    risolutamente nel fango;  era  acqua  alla  superficie,  limo  nel
    fondo.  Bisognava  passare  a  ogni  costo;  tornare  indietro era
    impossibile: Mario era sul punto di spirare,  e lui  estenuato;  e
    poi,  dove andare?  Avanz. Ai primi passi la fenditura parve poco
    profonda;   ma  quanto  pi  si  inoltrava,   tanto  pi  i  piedi
    s'immergevano.  Ben  presto,  la  mota  gli  giunse a mezza gamba,
    l'acqua ai ginocchi.  Camminava alzando Mario quanto pi poteva al
    di  sopra  dell'acqua.  Ora  la  melma  gli arrivava ai ginocchi e
    l'acqua alla cintura. Non poteva pi rinculare, e affondava sempre
    pi.  Quella mota,  abbastanza densa per sostenere  il  peso  d'un
    uomo,  evidentemente  non  poteva  portarne due.  Se fossero stati
    separati, Mario e Valjean avrebbero avuto probabilit di salvezza.
    Tuttavia Valjean continu ad avanzare,  sostenendo quel moribondo,
    che era forse un cadavere.
    L'acqua gli arrivava alle ascelle;  si sentiva sprofondare; a mala
    pena poteva muoversi nel fango profondo in cui stava.  La  densit
    gli era di sostegno, ma anche di ostacolo. Teneva sempre sollevato
    Mario,  e con uno spreco di forze inaudito avanzava, ma affondava;
    non aveva pi che la testa fuori  dell'acqua,  e  con  le  braccia
    teneva  alto il ferito.  Nelle antiche pitture del diluvio si vede
    una madre che sorregge cos suo figlio.
    Affond ancora  e  rovesci  il  capo  all'indietro  per  sfuggire
    all'acqua  e  respirare;  chi  l'avesse  visto  in  quell'oscurit
    avrebbe creduto di vedere una  maschera  galleggiante  nell'ombra.
    Scorgeva  confusamente  sopra  di s la testa penzolante e il viso
    livido di Mario.  Fece uno sforzo disperato e  cacci  innanzi  il
    piede,  che  and  a  urtare  contro  qualcosa di solido: un punto
    d'appoggio. Finalmente.
    Si raddrizz,  si contorse,  si abbarbic quasi con furia su  quel
    punto d'appoggio: gli fece l'effetto del primo gradino d'una scala
    risalente verso la vita.
    Quel  punto d'appoggio incontrato nella melma nel momento estremo,
    era l'inizio dell'altro versante del lastricato,  che aveva ceduto
    senza  rompersi,  e  si  era curvato sotto il peso dell'acqua come
    un'asse, tutto d'un pezzo. I lastricati ben costruiti s'inarcano e
    hanno  quella  specie  di  fermezza.  Quel  frammento  del  suolo,
    sommerso in parte,  ma solido,  era una vera rampa, e una volta su
    quella rampa, si era salvi.  Valjean risal quel piano inclinato e
    si trov dall'altro lato della fenditura.
    Uscendo  dall'acqua  inciamp  in  un  sasso e cadde in ginocchio.
    Pens che era giusto,  e vi  rimase  qualche  tempo,  con  l'anima
    inabissata in chi sa quali parole rivolte a Dio.
    Si raddrizz tremante,  intirizzito,  insudiciato,  curvo sotto il
    peso del moribondo che trasportava, tutto gocciolante di melma, ma
    con l'anima piena d'una strana luce.

    7. QUALCHE VOLTA SI NAUFRAGA DOVE SI CREDE DI SBARCARE.
    Si rimise di nuovo in cammino.
    Del resto,  se non aveva lasciato la vita nel fontis  sembrava  ci
    avesse lasciato la forza. Quel supremo sforzo l'aveva esaurito. La
    sua  stanchezza  era  tale  che,  ogni  tre  o quattro passi,  era
    costretto a riprendere fiato e ad appoggiarsi al muro.  Una  volta
    dovette  sedersi  sulla  panchetta  per  cambiare  la posizione di
    Mario, e credette di doverci restare per sempre.
    Ma se il suo vigore era  spento,  non  cos  la  sua  energia.  Si
    rialz.
    Cammin  disperatamente,  quasi  in  fretta;  fece un centinaio di
    passi  senza  alzar  la  testa  e   quasi   senza   respirare,   e
    improvvisamente urt contro il muro.  Era giunto a un gomito della
    fogna,  e arrivando alla svolta a capo chino,  aveva incontrato la
    parete.  Lev gli occhi,  e all'estremit del sotterraneo, laggi,
    davanti a lui, lontano, assai lontano, vide una luce. Questa volta
    non era la luce terribile,  ma la luce buona e bianca,  quella del
    giorno.
    Vedeva lo sbocco.
    Un'anima   dannata   che,   di   mezzo  alla  fornace,   scorgesse
    improvvisamente l'uscita della geenna, proverebbe quello che prov
    Valjean.  Essa volerebbe disperatamente,  coi mozziconi delle  ali
    bruciate,  verso  la  porta  radiosa.  Valjean  non  sent  pi la
    stanchezza,  non sent pi  il  peso  di  Mario,  ritrov  i  suoi
    garretti d'acciaio e corse pi che camminare. A mano a mano che si
    avvicinava,  l'uscita si delineava pi distintamente.  Era un arco
    centinato, meno alto della volta che si abbassava gradatamente,  e
    meno   largo   della   galleria   che  andava  restringendosi  con
    l'abbassarsi della volta.  Il condotto finiva come l'interno di un
    imbuto;  restringimento  vizioso,  imitato  dagli  sportelli delle
    carceri, logico in una prigione,  illogico in una fogna,  e che fu
    pi tardi corretto.
    Valjean giunse allo sbocco.  E l si ferm.  Era proprio l'uscita,
    ma non si poteva uscire.
    L'arco era  chiuso  da  un  robusto  cancello,  che  secondo  ogni
    apparenza  girava di rado sui cardini arrugginiti,  ed era saldato
    allo stipite di pietra da una grossa  serratura,  tanto  rossastra
    per  la ruggine che sembrava un enorme mattone.  Si vedeva il buco
    della chiave e la robusta stanghetta immersa  profondamente  nella
    bocchetta  di  ferro: la serratura,  evidentemente chiusa a doppio
    giro,  era una di quelle da bastia che l'antica  Parigi  prodigava
    volentieri.
    Al di l del cancello l'aria libera,  il fiume,  la luce, l'argine
    molto stretto ma  sufficiente  per  camminare,  le  rive  deserte,
    Parigi, questa voragine in cui  cos facile nascondersi, il vasto
    orizzonte,  la libert. Si distingueva a destra, a valle, il ponte
    di Iena, e alla sinistra, a monte, quello degli Invalidi. Il luogo
    sarebbe stato propizio per attendere la notte e poi  fuggire.  Era
    uno  dei  punti pi solitari di Parigi: la proda che sta di fronte
    al Gros-Caillou.  Le mosche entravano  e  uscivano  attraverso  le
    sbarre del cancello.
    Erano circa le otto e mezzo di sera: il giorno declinava.
    Valjean depose Mario lungo il muro sulla parte asciutta del suolo;
    poi  si  avvicin  al  cancello e strinse i pugni sulle sbarre: la
    scossa fu frenetica,  ma l'effetto fu nullo;  il cancello  non  si
    mosse.  Afferr  le  sbarre l'una dopo l'altra,  sperando di poter
    strappare la meno solida e  farsene  una  leva  per  sollevare  il
    cancello  o  rompere  la  serratura;  ma nessuna sbarra cedette: i
    denti d'una tigre non stanno pi saldi  nei  loro  alveoli.  Senza
    leva,  era  inutile  qualsiasi sforzo: l'ostacolo era invincibile.
    Nessun mezzo per aprire.
    Doveva dunque finire l?  Che fare?  A  che  partito  appigliarsi?
    Retrocedere, ricominciare lo spaventoso tragitto gi compiuto? non
    ne sentiva la forza.  Del resto, come attraversare di nuovo quella
    fenditura, dalla quale s'era tratto fuori per miracolo? E al di l
    della fenditura non c'era quella  ronda  di  polizia,  a  cui  non
    sfuggirebbe certamente la seconda volta?  E poi,  dove andare? Che
    direzione prendere?  Seguire la china non significava  raggiungere
    lo scopo. Pur arrivando a un altro sbocco, lo troverebbe chiuso da
    una  lastra o da un cancello,  poich tutte le uscite erano chiuse
    in quel modo.  Il caso aveva aperto l'inferriata per la quale  era
    entrato,  per  tutte  le  altre  bocche della fogna erano chiuse.
    Aveva ottenuto soltanto di fuggire in una  prigione.  Era  finita.
    Quanto aveva fatto sino allora diventava inutile. Dio non voleva.
    Erano  incappati  l'uno  e l'altro nella cupa e immensa tela della
    morte,  e Valjean sentiva il ragno spaventoso correre su quei fili
    neri che fremevano nelle tenebre.
    Volse le spalle al cancello,  si butt sul lastrico, pi atterrato
    che seduto,  accanto a Mario sempre immobile,  e  pieg  la  testa
    sulle   ginocchia.    Nessuna   uscita.    Era   l'ultima   goccia
    dell'angoscia.
    A chi pensava, in quel profondo abbattimento? Non a se stesso. Non
    a Mario. Pensava a Cosetta.

    8. LA FALDA DELL'ABITO LACERATA.
    Mentre stava cos prostrato,  una mano gli si pos sulla spalla  e
    una voce gli disse, parlando sommesso:
    - Dividiamo.
    Qualcuno  in quell'ombra?  Non c' nulla che somigli al sogno come
    la disperazione: Valjean credette  di  sognare.  Non  aveva  udito
    nessun passo. Era mai possibile? Alz gli occhi.
    Un uomo gli stava dinanzi.
    Era  vestito  d'un camiciotto,  aveva i piedi nudi e portava nella
    mano sinistra le  scarpe,  che  evidentemente  si  era  tolte  per
    giungere sino a Valjean senza far sentire i suoi passi.
    Valjean   non  esit  un  momento:  per  quanto  fosse  imprevisto
    l'incontro, quell'individuo gli era noto. Era Thnardier.
    Bench risvegliato,  per cos dire,  di soprassalto,  uso  com'era
    agli  allarmi  e  agguerrito  ai  colpi inattesi che bisogna parar
    presto,  Valjean riprese presto la sua presenza  di  spirito.  Del
    resto  la  situazione  non  poteva  peggiorare;  un certo grado di
    angustia non  pi suscettibile d'aumento,  e lo stesso Thnardier
    non  poteva aggiungere maggiori tenebre a quella notte.  Ci fu una
    battuta d'aspetto.
    Alzando la mano destra all'altezza della fronte,  Thnardier se ne
    fece  paralume,  quindi  aggrott  le  sopracciglia strizzando gli
    occhi,  con  una  leggera  contrazione  delle  labbra,  gesto  che
    caratterizza  la  sagace  attenzione  di  un  uomo  che  cerca  di
    riconoscere un altro. Non ci riusc. Valjean,  come abbiamo detto,
    volgeva  le  spalle  alla  luce,  e d'altronde era cos sfigurato,
    infangato e  insanguinato,  che  in  pieno  giorno  sarebbe  stato
    irriconoscibile.  Invece,  illuminato  di  fronte  dalla  luce del
    cancello, luce di cantina,  livida ma precisa nella sua lividezza,
    Thnardier,  come  dice l'energica metafora volgare,  salt subito
    agli occhi di Valjean.  Quella disparit di situazione bastava  ad
    assicurare  a quest'ultimo qualche vantaggio nel misterioso duello
    che stava per impegnarsi tra le due situazioni e i due uomini.
    Valjean si accorse subito  che  l'altro  non  lo  riconosceva.  Si
    esaminarono  un  momento  in  quella  penombra  come  se volessero
    misurarsi. Thnardier fu il primo a rompere il silenzio:
    - Come farai per uscire?
    Valjean non rispose.
    L'altro continu:
    - E' impossibile scassinare la serratura;  eppure  necessario che
    tu te ne vada da qui.
    - E' vero, - disse Valjean.
    - Ebbene, dividiamo.
    - Che intendi dire?
    - Tu hai ammazzato l'uomo, sta bene. Io ho la chiave.
    E mostrava col dito Mario; quindi prosegu:
    - Non ti conosco ma voglio aiutarti. Devi essere un amico.
    Valjean   cominci   a  capire:  Thnardier  lo  prendeva  per  un
    assassino.
    Costui riprese:
    - Ascolta,  amico: tu non hai ucciso quest'uomo senza guardare  in
    tasca; dammi la met e io apro la porta.
    E   tirando  una  grossa  chiave  di  sotto  al  camiciotto  tutto
    stracciato, soggiunse:
    - Vuoi vedere come  fatta la chiave della libert? Eccola.
    Valjean "rimase stupito",  la frase  del  vecchio  Corneille,  al
    punto  di  dubitare  della  realt  di  quello che vedeva.  Era la
    Provvidenza che gli appariva con un orribile ceffo, il buon angelo
    che sbucava dalla terra sotto le forme di Thnardier.
    Costui, cacciatosi la mano in una larga tasca sotto il camiciotto,
    ne tir fuori una corda e la porse a Valjean.
    - Prendi, - disse; - in aggiunta ti do anche la corda.
    - Che devo farne della corda?
    - Hai bisogno anche d'una pietra,  ma la troverai  fuori.  C'  un
    mucchio di rottami.
    - Che devo farne della pietra?
    - Imbecille, se vuoi gettare il cadavere nel fiume, hai bisogno di
    una pietra e di una corda, se no gallegger sull'acqua.
    Valjean  prese  la  corda.  Abbiamo  tutti  di queste accettazioni
    macchinali.
    Thnardier fece scricchiolare le dita come all'arrivo  di  un'idea
    improvvisa.
    -  Appunto,  amico,  come  hai  fatto a tirarti fuori laggi dalla
    fenditura? Io non ho osato arrischiarmi. Oib! che puzza!
    E dopo una pausa, aggiunse:
    - Ti faccio delle domande,  ma hai ragione di non rispondermi.  E'
    un   tirocinio   per   il   maledetto  quarto  d'ora  del  giudice
    d'istruzione;  e poi col non parlare affatto non corri il  rischio
    di parlare troppo forte.  Ma  lo stesso; se non vedo il tuo volto
    e non conosco il tuo nome,  avresti torto di credere  che  io  non
    sappia chi sei e cosa vuoi.  E' cosa nota.  Hai portato un pochino
    questo signore,  e ora vorresti  ficcarlo  in  qualche  luogo;  ti
    occorre  il  fiume,  il  gran  nascondiglio delle castronerie.  Io
    voglio cavarti d'impaccio.  Mi piace venire in  aiuto  a  un  buon
    ragazzo imbarazzato.
    Bench  approvasse  il silenzio di Valjean,  si vedeva chiaramente
    che cercava di farlo parlare. Lo spinse per una spalla tentando di
    esaminarlo di profilo, ed esclam,  senza per mai alterare il suo
    tono di voce:
    -  A  proposito della fenditura,  sei una magnifica bestia: perch
    non ci hai gettato l'individuo?
    Valjean continu a tacere.
    Thnardier tir su sino al pomo d'Adamo il cencio che  gli  faceva
    da  cravatta,  gesto  che  completa  l'aria  importante di un uomo
    serio; quindi riprese:
    - In effetti,  hai forse agito  saggiamente.  Gli  operai  domani,
    venendo  a  tappare  il  buco,  avrebbero  senza dubbio trovato il
    cittadino dimenticato laggi, e si sarebbe potuto,  a poco a poco,
    filo per filo,  rinvenire la traccia, giungere fino a te. Qualcuno
     passato nella fogna.  Chi?  di dove    uscito?    stato  visto
    uscire? La polizia  molto ingegnosa, e la fogna  traditrice e vi
    denuncia.  Simile  scoperta   una rarit,  e attira l'attenzione;
    poche persone si servono della fogna per le loro faccende,  mentre
    il  fiume   di tutti.  Il fiume  la vera fossa.  Dopo un mese ti
    ripescano l'uomo nelle reti di Saint-Cloud;  ebbene,  che  importa
    questo?    una carogna!  Chi ha ucciso quell'uomo?  Parigi.  E la
    giustizia non investiga! Hai fatto bene.
    Pi Thnardier era loquace,  pi Valjean era muto,  Thnardier  lo
    scosse di nuovo per la spalla:
    - Concludiamo dunque l'affare. Dividiamo. Hai visto la mia chiave,
    mostrami il tuo denaro.
    Thnardier  era  torvo,  selvaggio,  losco,  un  po'  minaccioso e
    tuttavia amichevole.
    C'era questo di strano, che i suoi modi non erano naturali, pareva
    non  stare  a  suo  agio,  e  bench  non  affettasse  nessun'aria
    misteriosa, parlava sottovoce; ogni tanto si metteva il dito sulla
    bocca  e  mormorava:  zitto!  Era difficile indovinare perch: non
    c'era nessuno,  tranne che loro.  Valjean pens che altri  banditi
    erano forse nascosti in qualche cantuccio, e che Thnardier non ci
    teneva a dividere con loro.
    Thnardier riprese:
    - Finiamola. Quanto aveva il cadavere nelle sue tasche?
    Valjean si frug in tasca.
    Ricorderemo  che  era  sua  abitudine  portar  sempre  del  denaro
    addosso: l'oscura vita di espedienti a cui era  condannato  gliene
    faceva  una  legge.   Tuttavia  questa  volta  veniva  colto  alla
    sprovvista. Indossando,  la sera precedente,  la divisa di guardia
    nazionale,  cos lugubremente assorto come era,  aveva dimenticato
    di prendere  il  portafoglio.  Non  aveva  che  poche  monete  nel
    taschino del panciotto.  Lo rovesci,  tutto inzuppato di fango, e
    schier sulla panchetta rasente  al  suolo  un  luigi  d'oro,  due
    monete da cinque franchi e cinque o sei soldoni.
    Thnardier  sporse il labbro interiore e torse il collo in un modo
    espressivo, dicendo:
    - L'hai ammazzato a buon mercato.
    E si mise a palpare, con perfetta familiarit,  le tasche di Mario
    e quelle di Valjean,  il quale, soprattutto preoccupato di volgere
    le spalle alla luce,  lo lasciava fare.  Mentre maneggiava l'abito
    dei giovane, Thnardier, con una destrezza da prestigiatore, trov
    modo  di strappare,  senza che Valjean se ne accorgesse,  un lembo
    che nascose sotto il camiciotto,  pensando forse che quel pezzo di
    panno  gli  poteva servire pi tardi a riconoscere l'assassinato e
    l'assassino. Del resto, non trov altro che i trenta franchi.
    - E' vero, - diss'egli, - non possedete che questi.
    E dimenticando la sua parola: "dividiamo",  prese tutto.  Esit un
    momento  dinanzi  ai  soldoni;  ma  dopo aver riflettuto li prese,
    borbottando:
    - on importa! Si ammazzano le persone a troppo buon mercato.
    Ci fatto, tir di nuovo la chiave di sotto al camiciotto.
    - E ora, amico, te ne devi andare. Qui  come alla fiera,  si paga
    uscendo. Hai pagato, vattene.
    E si mise a ridere.
    Nel  porgere il soccorso di quella chiave a quello sconosciuto,  e
    nel far passare da quella  porta  un  altro  in  vece  sua,  aveva
    l'intenzione pura e disinteressata di salvare un assassino? Ci sia
    permesso dubitarne.
    Thnardier  aiut  Valjean a ricaricarsi Mario sulle spalle,  poi,
    sulla punta dei  piedi  nudi,  and  al  cancello,  facendo  segno
    all'altro di seguirlo, guard fuori ponendosi un dito sulla bocca,
    e rimase qualche momento quasi in sospeso. Fatta l'ispezione, mise
    la  chiave nella toppa;  la stanghetta scivol e il cancello gir,
    senza che si udisse n stridere, n scricchiolare. Tutto si svolse
    con calma. Evidentemente quel cancello e i suoi cardini,  unti con
    cura,  si  aprivano pi spesso che non si sarebbe creduto.  Quella
    calma era sinistra;  vi si sentivano le andate e i ritorni furtivi
    di  uomini notturni,  e i passi di lupo del delitto.  La fogna era
    evidentemente complice di qualche banda misteriosa: quel  cancello
    taciturno era un manutengolo.
    Thnardier  lo  apr  tanto da dare appena il passo a Valjean,  lo
    richiuse,  girando due volte la chiave nella toppa,  e si  immerse
    nell'oscurit  senza  fare  pi  rumore  d'un  soffio;  pareva che
    camminasse con le zampe vellutate della tigre.  Un  momento  dopo,
    quella schifosa provvidenza era rientrata nell'invisibile. Valjean
    si trov fuori.

    9. MARIO SEMBRA MORTO A QUALCUNO CHE SE NE INTENDE.
    Lasci  scivolare  Mario  sull'argine.  Erano  all'aria aperta!  I
    miasmi,  l'oscurit,  l'orrore,  erano dietro di lui.  Si  sentiva
    inondato   dall'aria   salubre,   pura,   vivificante,   gioconda,
    liberamente respirabile.  Dappertutto  silenzio,  ma  il  silenzio
    piacevole del tramonto nel limpido azzurro. Era gi il crepuscolo,
    veniva  la notte,  la grande liberatrice,  l'amica di tutti quelli
    che abbisognano di un mantello d'ombra per uscire da  un'angoscia.
    Da  ogni parte il cielo si offriva come un'enorme calma.  Il fiume
    gli lambiva i piedi col rumore di un bacio.  Si udivano gli  aerei
    colloqui dei nidi che si davano la buona sera negli olmi dei Campi
    Elisi.  Alcune  stelle,  che  punteggiavano leggermente il pallido
    azzurro,  visibili solo agli occhi meditabondi,  accendevano nella
    immensit  piccoli impercettibili splendori.  La sera spiegava sul
    capo di Valjean tutte le dolcezze dell'infinito.
    Era l'ora indecisa e bella che non dice n s, n no. Era gi buio
    abbastanza per perdersi di vista a qualche distanza,  e abbastanza
    giorno per poter essere riconosciuti da vicino.
    Egli   rest   per   qualche  attimo  irresistibilmente  vinto  da
    quell'augusta e carezzevole serenit. Ci sono momenti di oblo nei
    quali la sofferenza rinuncia a far soffrire  il  miserabile;  ogni
    cosa si eclissa nella mente; la pace avvolge il sognatore come una
    notte; e sotto i riverberi del crepuscolo, ad imitazione del cielo
    che s'illumina,  l'anima pare una stella.  Valjean non pot fare a
    meno di  contemplare  quella  vasta  ombra  chiara  sopra  di  s;
    pensoso,  prendeva nel maestoso silenzio del cielo eterno un bagno
    d'estasi e di preghiera. Poi, premurosamente, come se gli tornasse
    il senso del dovere,  si chin  su  Mario,  e  attingendo  un  po'
    d'acqua nel cavo della mano,  gli spruzz leggermente alcune gocce
    sul volto. Le palpebre del giovane non si sollevarono; tuttavia la
    sua bocca socchiusa respirava.
    Valjean stava per immergere di nuovo la  mano  nel  fiume,  quando
    prov  a  un  tratto un certo imbarazzo,  come quando si ha dietro
    qualcuno che non si vede.  Abbiamo  gi  indicato  altrove  questa
    impressione, che tutti conoscono. Si volse.
    Come poco prima, qualcuno infatti era dietro di lui.
    Un  uomo  d'alta  statura,  avvolto in un ampio soprabito,  con le
    braccia incrociate,  con nella mano destra un randello di  cui  si
    scorgeva  il pomo di piombo,  se ne stava in piedi a qualche passo
    da Valjean chino su Mario.
    Anche l'oscurit contribuiva a farlo sembrare  un'apparizione.  Un
    sempliciotto  ne  avrebbe  avuto paura a causa del crepuscolo,  un
    uomo riflessivo a causa del randello.
    Valjean riconobbe Javert.
    Il lettore  ha  senza  dubbio  indovinato  che  il  pedinatore  di
    Thnardier  non  era  altri  che  Javert,  il  quale,  dopo la sua
    insperata uscita dalla barricata,  era andato alla  prefettura  di
    polizia, aveva fatto una relazione verbale al prefetto in persona,
    in  una  breve  udienza,  e  aveva  preso  immediatamente  il  suo
    servizio,  che abbracciava - come sappiamo dalla  nota  trovatagli
    addosso  -  un certa sorveglianza sull'argine della riva destra ai
    Campi Elisi,  il quale da qualche  tempo  richiamava  l'attenzione
    della polizia.  Veduto Thnardier,  l'aveva seguito. Il resto ci 
    noto.
    Si comprende pure che quel cancello aperto con tanta compiacenza a
    Valjean,  era un'astuzia di Thnardier.  Col fiuto che non inganna
    mai l'uomo inseguito, Thnardier sentiva che Javert era sempre l:
    bisognava dunque gettare un osso a quel segugio. Un assassino, che
    fortuna!   Era  la  parte  pi  prelibata,  che  non  bisogna  mai
    rifiutare. Thnardier, mandando Valjean in sua vece dava una preda
    alla polizia,  l'allontanava  dalla  propria  traccia,  si  faceva
    dimenticare  per un'avventura maggiore,  ricompensava Javert della
    sua attesa - cosa sempre lusinghiera per  una  spia  -  guadagnava
    trenta franchi, e contava di fuggire con l'aiuto di quel tranello.
    Valjean era passato da uno scoglio all'altro.
    Quei due incontri successivi, quel cadere da Thnardier in Javert,
    era un colpo rude.
    Il poliziotto non riconobbe Valjean che,  come abbiamo detto,  non
    assomigliava pi a se stesso.  Egli non disciolse le  braccia,  ma
    assicurandosi  il  randello  nel pugno con un moto impercettibile,
    disse con voce breve e calma:
    - Chi siete?
    - Io.
    - Voi, chi?
    - Giovanni Valjean.
    Javert si mise il randello tra i denti, pieg i garretti,  inclin
    il busto,  pose le sue mani potenti sulle spalle di Valjean che si
    trovarono serrate come tra due morse, l'esamin e lo riconobbe.  I
    loro  volti  quasi  si  toccavano;  lo  sguardo del poliziotto era
    terribile.
    Valjean rimase inerte sotto la stretta di Javert,  come  un  leone
    che consentisse all'artiglio di una lince.
    - Ispettore Javert,  - diss'egli,  - mi avete preso. Del resto, da
    stamattina mi considero come vostro prigioniero; non vi ho dato il
    mio indirizzo per  tentare  poi  di  sfuggirvi.  Prendetemi:  per
    accordatemi una cosa.
    Pareva  che  Javert  non  l'udisse.  Teneva  la  pupilla  fissa su
    Valjean,  e il suo mento corrugato spingeva  le  labbra  verso  il
    naso, segno di una meditazione selvaggia. Finalmente lo lasci, si
    raddrizz  di colpo,  riprese nel pugno il randello e mormor come
    in sogno, pi che pronunciare, questa domanda:
    - Cosa fate qui? e chi  quest'uomo?
    Continuava a non dargli pi del tu.
    Valjean rispose,  e il tono della sua voce pareva  che  svegliasse
    Javert.
    -  Appunto di lui volevo parlarvi.  Disponete di me come vi piace,
    ma aiutatemi prima a riportarlo a casa sua; non vi chiedo altro.
    Il volto di Javert si contrasse,  come gli avveniva ogni qualvolta
    la gente mostrava di supporlo capace di una concessione: pure, non
    disse di no.
    Si  curv  di  nuovo,  trasse  di  tasca un fazzoletto che immerse
    nell'acqua, e lav il volto insanguinato di Mario.
    - Quest'uomo era nella  barricata,  -  disse  sotto  voce  e  come
    parlando a se stesso. - E' quello che chiamavano Mario.
    Spione di qualit,  aveva tutto osservato, tutto ascoltato, inteso
    e raccolto,  bench credesse di dover morire;  aveva spiato  anche
    nell'agonia,  aveva  preso delle note affacciato sul primo gradino
    della tomba.
    Prese la mano di Mario, cercando il polso.
    - E' un ferito, - disse Valjean.
    - E' un morto, - disse Javert.
    Valjean rispose:
    - No, non ancora.
    - L'avete dunque portato dalla barricata  fin  qui?  -  chiese  il
    poliziotto.
    La  sua preoccupazione doveva essere profonda se non insistette su
    quell'inquietante salvataggio attraverso la  cloaca,  e  non  not
    neppure il silenzio di Valjean dopo la sua domanda.
    Questi  che,  dal  canto  suo,  sembrava  avere  un solo pensiero,
    riprese:
    - Abita al Marais,  via Figlie del Calvario,  presso suo  nonno...
    Non ricordo pi il nome.
    E   rovistando   nell'abito   del  ferito,   ne  trasse  fuori  il
    portafoglio,  lo apr alla pagina scritta da Mario e  lo  porse  a
    Javert.
    C'era  ancora  nell'aria  abbastanza  luce per leggere,  e inoltre
    Javert aveva nell'occhio la  fosforescenza  felina  degli  uccelli
    notturni. Decifr le poche linee scritte da Mario e borbott:
    - Gillenormand, via delle Figlie del Calvario, numero sei.
    Quindi grid: - Cocchiere!
    Il  lettore  ricorder  che una vettura era sempre a disposizione,
    per ogni eventualit.
    Il poliziotto si tenne il portafoglio di Mario.
    Un momento dopo, la vettura,  scesa dalla rampa dell'abbeveratoio,
    era sull'argine. Mario era collocato sul sedile in fondo, e Javert
    sedeva vicino a Valjean su quello opposto.
    Chiusa la portiera, la vettura si allontan rapidamente, risalendo
    la riva in direzione della Bastiglia.
    Lasciarono la Senna e penetrarono nelle vie.  Il cocchiere, sagoma
    oscura sulla sua cassetta,  sferzava  i  magri  ronzini.  Silenzio
    glaciale nella vettura. Mario, immobile, col dorso appoggiato a un
    angolo  del  fondo,   la  testa  cadente  sul  petto,  le  braccia
    penzoloni, le gambe irrigidite, pareva non attendere altro che una
    bara. Valjean sembrava fatto di ombra, Javert di pietra;  e dentro
    quella tenebrosa vettura,  il cui interno,  ogni volta che passava
    presso un lampione appariva  lividamente  illuminato  come  da  un
    lampo  intermittente,   il  caso  riuniva  e  pareva  confrontasse
    lugubremente le tre immobilit tragiche, il cadavere,  lo spettro,
    e la statua.

    10. RITORNO DEL FIGLIOL PRODIGO DALLA SUA VITA.
    A  ogni trabalzo della vettura sul selciato,  cadeva una goccia di
    sangue dai capelli di Mario.
    Era gi notte buia quando la vettura giunse al  numero  sei  della
    via Figlie del Calvario.
    Javert  discese  per  primo,  verific  con  un'occhiata il numero
    scritto sul portone e,  sollevando il pesante martello  di  ferro,
    istoriato,  all'antica  moda,  d'un  capro  e  d'un  satiro che si
    affrontavano, picchi un colpo forte.  Il battente fu socchiuso ed
    egli lo spinse. Il portinaio, semiaddormentato, si mostr a mezzo,
    sbadigliando, con una candela in mano.
    Nella  casa  dormivano  tutti.  Al  Marais  si coricano per tempo,
    soprattutto nei giorni di sommossa.  Quel buon vecchio  quartiere,
    spaventato dalla rivoluzione,  si rifugia nel sonno,  come fanno i
    fanciulli, che quando sentono avvicinarsi la bufera, nascondono in
    fretta la testa sotto le coltri.
    Frattanto Valjean  e  il  cocchiere  trassero  fuori  Mario  dalla
    vettura, Valjean sostenendolo per le ascelle e il cocchiere per le
    gambe.
    Pur  reggendo  Mario  in quel modo,  Valjean fece passare una mano
    sotto gli abiti, che erano largamente stracciati, tast il petto e
    si assicur che il cuore batteva ancora.  Batteva anzi un po' meno
    debolmente, come se il movimento della carrozza avesse determinato
    una certa ripresa della vita.
    Javert  interrog il portinaio col tono che si addice all'autorit
    di fronte al portinaio d'un fazioso.
    - C' qui uno che si chiama Gillenormand?
    - S, signore. Che desiderate da lui?
    - Gli si riporta suo figlio.
    - Suo figlio? - disse il portinaio attonito.
    - E' morto!
    Valjean che, cencioso e sudicio, veniva dietro a Javert,  e che il
    portinaio  guardava con un certo orrore,  gli fece cenno di no col
    capo.
    - E' andato alla barricata, ed eccolo qua.
    - Alla barricata! - esclam il portinaio.
    - S' fatto ammazzare. Andate a svegliare il padre.
    Il portinaio non si muoveva.
    - Andate dunque!  -  riprese Javert.
    E aggiunse:
    - Domani qui avrete un funerale.
    Per Javert,  gli incidenti abituali della  pubblica  strada  erano
    classificati categoricamente - il che costituisce gi il principio
    della  previdenza  e della vigilanza - e ogni eventualit aveva il
    suo compartimento;  i fatti possibili erano in certo qual modo  in
    tanti cassetti,  donde uscivano,  secondo l'occasione, in quantit
    variabili. Nella via c'era il tumulto, la sommossa,  il carnevale,
    il funerale.
    Il   portinaio  si  content  di  svegliare  Basco,   che  svegli
    Nicoletta,  che svegli la zia Gillenormand.  Quanto al  nonno  lo
    lasciarono  dormire,  pensando  che  avrebbe saputo la cosa sempre
    troppo presto.
    Trasportarono Mario al  primo  piano,  senza  che  nessuno  se  ne
    accorgesse  nelle  altre parti della casa,  e lo deposero sopra un
    vecchio canap nell'anticamera del signor Gillenormand;  e  mentre
    Basco  andava  a  cercare  un medico e Nicoletta apriva gli armadi
    della biancheria, Valjean sent Javert toccargli la spalla. Cap e
    ridiscese, sentendo dietro il passo di Javert che lo seguiva.
    Il portinaio li guard partire come li aveva visti  arrivare,  con
    una sonnolenza sbigottita.
    Risalirono  sulla  vettura;  anche il cocchiere risal sul proprio
    sedile.
    - Ispettore Javert, - disse Valjean, - concedetemi un'altra cosa.
    - Quale? - chiese rudemente Javert.
    - Lasciatemi ritornare a casa  un  momento.  Dopo,  farete  di  me
    quello che vorrete.
    Javert rimase qualche minuto in silenzio,  col mento rientrato nel
    bavero del soprabito, poi abbass il vetro davanti.
    - Cocchiere. - disse. - via Homme-Arm, numero sette.

    11. UNA SCOSSA NELL'ASSOLUTO.
    Non aprirono bocca per tutto  il  tragitto.  Che  voleva  Valjean?
    Compiere  quello  che  aveva cominciato: avvertire Cosetta,  dirle
    dov'era  Mario,  darle  forse  qualche  altra  indicazione  utile,
    lasciarle,  se poteva,  alcune supreme disposizioni. Quanto a lui,
    quanto a quello che lo riguardava personalmente,  era finita;  era
    arrestato  da  Javert  e  non  resisteva.   Un  altro,  in  quella
    situazione, avrebbe forse pensato alla corda datagli da Thnardier
    e alle sbarre della prima cella in  cui  sarebbe  entrato;  ma  da
    quando aveva conosciuto il Vescovo,  ripetiamolo, c'era in Valjean
    di fronte a qualsiasi  attentato,  anche  contro  se  stesso,  una
    profonda esitazione religiosa.
    Il  suicidio,  questa misteriosa via di fatto contro l'ignoto,  la
    quale pu contenere in una certa misura la morte  dell'anima,  gli
    riusciva impossibile.
    La  vettura  si  ferm  all'ingresso della via Homme-Arm,  troppo
    stretta per  dare  accesso  alle  carrozze,  e  Valjean  e  Javert
    discesero.
    Il cocchiere fece umilmente osservare al "signor ispettore" che il
    velluto  di  Utrecht  della  sua vettura era tutto insudiciato dal
    sangue dell'assassinato e  dal  fango  dell'assassino.  Cos  egli
    aveva capito la cosa. Aggiunse che gli era dovuta una indennit, e
    nello  stesso  tempo,  traendo di tasca il suo libretto,  preg il
    signor ispettore di avere  la  bont  di  scrivere  sopra  il  suo
    libretto un attestato di reso servizio.
    Javert respinse il libretto presentatogli dal cocchiere e disse:
    - Quanto ti devo, comprese la tua attesa e la corsa?
    -  Sono sette ore e un quarto,  - rispose l'altro,  - e il velluto
    era nuovo. Ottanta franchi, signor ispettore.
    Il poliziotto cacci di  tasca  quattro  napoleoni  e  conged  la
    vettura.
    Valjean ritenne che fosse intenzione di Javert condurlo a piedi al
    posto  dei  Blancs-Manteaux  o a quello degli Archivi,  situati l
    vicino.
    Entrarono nella via,  che era,  come al  solito,  deserta.  Javert
    seguiva Valjean.  Arrivati al numero 7, questi buss e la porta si
    apr.
    - Sta bene, - disse Javert. - Salite.
    E aggiunse con un'espressione strana e come se facesse uno  sforzo
    per parlare in quel modo:
    - Vi aspetto qui.
    Valjean  lo  guard:  quel  modo  di  agire era poco conforme alle
    abitudini del poliziotto.  Tuttavia,  deciso com'era  a  lasciarsi
    arrestare  e finirla,  Valjean non poteva meravigliarsi troppo che
    Javert gli accordasse ora  una  specie  di  sdegnosa  fiducia,  la
    fiducia  del  gatto che concede al sorcio una libert lunga quanto
    la sua zampa. Spinse la porta,  entr in casa,  grid: - Sono io -
    al portinaio,  che stava a letto e aveva tirato le tendine, e sal
    la scala.
    Giunto al primo piano, si ferm un momento.  Tutte le vie dolorose
    hanno  le  loro  stazioni.  La finestra del pianerottolo,  larga e
    bassa,  era  aperta.   Come  in  molte  case  antiche,   la  scala
    s'affacciava  sulla  via  e  riceveva  di l,  un po' di luce.  Il
    lampione di fuori collocato proprio di fronte, dava un po' di luce
    agli scalini, il che costituiva una economia di illuminazione.
    Fosse per respirare, fosse macchinalmente,  Valjean sporse il capo
    dalla finestra,  chinandosi a guardare nella via,  che era corta e
    quindi illuminata dal lampione da un  estremo  all'altro.  Valjean
    rest enormemente stupito: non c'era pi nessuno.
    Javert se n'era andato.

    12. IL NONNO.
    Basco  e  il  portinaio  avevano  trasportato  nel  salotto Mario,
    disteso immobile sul canap su cui era stato adagiato  all'arrivo.
    Il  medico  mandato a chiamare era accorso,  e la zia Gillenormand
    s'era alzata.
    Questa andava e veniva, spaventata, giungendo le mani, e capace di
    dire soltanto: - Possibile, mio Dio!  - E talvolta aggiungeva:- Si
    macchier  tutto di sangue!  - Passato il primo orrore,  una certa
    filosofia della situazione si fece strada nella sua  mente,  e  si
    tradusse  in  questa  esclamazione:  - Doveva finire cos!  Non si
    spinse  fino  al  "l'avevo  detto  io!"  che    d'uso  in  simili
    occasioni.
    Per  ordine del medico,  una branda fu allestita vicino al canap.
    Il medico esamin Mario,  e  dopo  aver  costatato  che  il  polso
    persisteva,  che  il  ferito  non  aveva  al  petto  nessuna piaga
    profonda,  che il sangue agli angoli della bocca  proveniva  dalle
    fosse nasali,  lo fece mettere disteso sul letto, senza guanciale,
    con la testa al livello del corpo, anzi un po' pi bassa, il torso
    nudo per agevolare la  respirazione.  La  signorina  Gillenormand,
    vedendo che spogliavano Mario,  si ritir nella propria camera per
    recitare il rosario.
    Il torso non aveva nessuna lesione interna;  una palla,  ammortita
    dal portafoglio,  aveva deviato e girato tutt'intorno alle costole
    con una lacerazione orribile,  ma non  profonda,  e  quindi  senza
    pericolo;  la  lunga marcia sotterranea aveva finito di lussare la
    clavicola spezzata, e in quel punto c'era qualche disordine serio;
    le braccia erano tagliuzzate;  nessuna ferita sfigurava il  volto;
    ma  la  testa era quasi coperta di tagli.  Che ne sarebbe stato di
    quelle  ferite  al  capo?  Si  fermavano  al  cuoio  capelluto,  o
    intaccavano il cranio?  Non si poteva dirlo ancora. Era un sintomo
    grave che avessero cagionato lo svenimento;  e non sempre da  tali
    svenimenti  si  rinviene.  Inoltre,  l'emorragia lo aveva sfinito.
    Dalla cintola in gi, il corpo era stato coperto dalla barricata.
    Basco e Nicoletta laceravano dei  pannolini  per  formarne  bende.
    Nicoletta le cuciva.  Basco le arrotolava. In mancanza di filacce,
    il medico aveva provvisoriamente arrestato il sangue delle  ferite
    con batuffoli d'ovatta.  Tre candele ardevano accanto al letto, su
    una tavola,  dove era schierata la batteria dei ferri  chirurgici.
    Il medico lav il volto e i capelli di Mario con acqua fredda.  Un
    secchio pieno d'acqua in un momento divenne rosso.  Il  portinaio,
    con la candela in mano, faceva lume.
    Il  medico pareva tristemente pensoso.  Ogni tanto faceva un cenno
    di  testa  negativo,   come  se  rispondesse  a  qualche   quesito
    propostosi mentalmente. Sono un cattivo segno per il malato questi
    misteriosi colloqui del medico con se stesso.
    Mentre  asciugava  il  volto  del ferito e toccava leggermente col
    dito le palpebre sempre chiuse,  una porta si apr in  fondo  alla
    sala e apparve una lunga figura pallida.
    Era il nonno.
    Da  due  giorni,  la  sommossa  aveva  molto  agitato,  sdegnato e
    preoccupato il signor Gillenormand.  Non aveva potuto  dormire  la
    notte  precedente,  e aveva avuto la febbre per tutta la giornata.
    La sera, si era coricato molto presto,  raccomandando di sprangare
    tutto nella casa, e per la stanchezza si era assopito.
    Ma i vecchi hanno il sonno fragile; la sua camera era attigua alla
    sala,  e  malgrado  tutte le precauzioni usate,  il rumore l'aveva
    svegliato.  Sorpreso dalla fessura luminosa che  vedeva  alla  sua
    porta, era disceso dal letto ed era venuto a tentoni.
    Stava l sulla soglia,  stupito, con una mano sulla maniglia della
    porta socchiusa,  con la testa un po' china innanzi e  oscillante,
    col  corpo  avvolto  in una veste da camera bianca diritta e senza
    pieghe come un sudario;  pareva un  fantasma  che  guarda  in  una
    tomba.
    Vide  il letto,  e sul materasso quel giovane sanguinante,  bianco
    d'un candore di cera,  con gli occhi chiusi,  la bocca aperta,  le
    labbra  livide,  nudo  sino  alla cintura,  coperto dappertutto di
    piaghe vermiglie, immobile, chiaramente illuminato.
    Il nonno ebbe dalla testa ai piedi tutto il  brivido  che  possono
    provare  le  membra  ossificate;  i  suoi  occhi,  con  la  cornea
    ingiallita dalla tarda et,  si velarono di una specie di  rifesso
    vitreo;  tutta  la  faccia  assunse  in un momento tutte le terree
    angolosit di un teschio;  le braccia caddero penzoloni come se si
    fosse spezzata una molla; lo stupore si manifest col disgiungersi
    delle  dita delle sue vecchie mani tutte tremanti,  i ginocchi gli
    si piegarono innanzi,  lasciando vedere dall'apertura della  veste
    da camera le povere gambe nude irte di peli bianchi; mormor:
    - Mario!
    - Signore,  - disse Basco,  - hanno portato poco fa il signore. E'
    andato alla barricata e...
    - E' morto!  - esclam  il  vecchio  con  voce  terribile.  -  Ah,
    brigante!
    Allora  una  specie  di  trasfigurazione sepolcrale raddrizz quel
    centenario, diritto come un giovanotto.
    - Signore,  - disse,  - voi siete il medico.  Cominciate col dirmi
    una cosa. E' morto, non  vero?
    Il medico, al colmo dell'ansiet, non rispose.
    Il  signor  Gillenormand  si torse le mani con uno scoppio di risa
    spaventevole.
    - E' morto!  morto! s' fatto ammazzare sulla barricata! per odio
    verso di me!  Ah!  bevitore di sangue!  E in questo modo  ritorna!
    Miseria della mia vita,  morto!
    And a una finestra,  la spalanc,  quasi si sentisse soffocare, e
    ritto di fronte all'oscurit,  si mise a parlare  con  le  tenebre
    della via:
    - Ferito,  sciabolato,  sgozzato, sterminato, tagliuzzato, fatto a
    brani! Capite,  il briccone!  Lo sapeva bene che l'aspettavo,  che
    gli avevo fatto preparare la camera,  che avevo messo al capezzale
    del mio letto il suo ritratto di quand'era piccino! Lo sapeva bene
    che gli bastava ritornare,  che da anni lo  invocavo,  che  me  ne
    stavo  la  sera  in  un  angolo  del  focolare  con  le mani sulle
    ginocchia,  senza sapere che fare,  e  che  mi  ero  rimbecillito!
    Questo lo sapevi bene, che ti bastava tornare e dire: - Sono io, -
    e che saresti stato il padrone della casa,  e io t'avrei obbedito;
    che avresti fatto quello che volevi del tuo vecchio  imbecille  di
    nonno! Lo sapevi, e hai detto: - No,  un legittimista, non andr!
    -  E  sei  andato  alla  barricata  e  ti  sei  fatto uccidere per
    cattiveria! per vendicarti di quello che ti avevo detto a riguardo
    del signor duca di Berry! Ecco dov' l'infamia!  Coricatevi dunque
    e dormite tranquillamente! E' morto! Ecco il mio risveglio.
    Il medico,  che cominciava a essere inquieto, si stacc un momento
    da Mario e accostatosi al signor  Gillenormand  lo  prese  per  il
    braccio.  Il  nonno  si  volse,  lo  guard con occhi che parevano
    ingranditi e sanguinosi, e gli disse con calma:
    - Signore, vi ringrazio. Sono tranquillo,  sono un uomo,  ho visto
    la  morte  di  Luigi  Sedicesimo,  so  sopportare gli avvenimenti.
    Quello che  terribile,   pensare che sono i vostri  giornali  la
    causa  di tutto il male.  Voi avrete gli scribacchini,  i parolai,
    gli  avvocati,  gli  oratori,  le  tribune,  le  discussioni,   il
    progresso,  i lumi,  i diritti sull'uomo, la libert di stampa, ed
    ecco come vi riporteranno a casa i figlioli! Ah, Mario,  una cosa
    abominevole!  Ucciso!  Morto prima di me!  In una  barricata!  Ah,
    bandito! Dottore, voi abitate nel quartiere, credo. Oh! vi conosco
    bene,  vedo  dalla finestra passare il vostro calessino.  Vi dir:
    avreste torto di credere che io sia  in  collera;  non  si  va  in
    collera  contro  un morto;  sarebbe stupido.  E' un ragazzo che ho
    allevato;  ero gi vecchio,  quand'egli era ancora  piccino  cos.
    Giocava   alle  Tuileries  con  la  sua  piccola  pala  e  la  sua
    seggiolina,   e  perch  gli  ispettori  del   giardino   non   lo
    sgridassero,  io  chiudevo  man  mano col bastone i buchi che egli
    faceva in terra con la pala. Un giorno ha gridato: - Abbasso Luigi
    Diciottesimo! - ed  andato via. Non  stata colpa mia.  Era tutto
    roseo  e  biondo.  Sua  madre    morta.  Avete notato che tutti i
    bambini sono biondi? Da che deriva?  E' figlio d'un brigante della
    Loira, ma i figli sono innocenti dei delitti dei loro genitori. Me
    lo ricordo quando era alto cos;  non riusciva a pronunciare la d.
    Parlava in un modo cos dolce e confuso che pareva un uccello.  Mi
    ricordo  che  una volta,  davanti all'Ercole Farnese,  si form un
    capannello per ammirare, tanto era bello, il ragazzino!  Aveva una
    testolina  come  se  ne  vedono nelle pitture.  Gli facevo la voce
    grossa, gli mettevo paura col bastone,  ma egli sapeva bene che lo
    facevo  per ridere.  Quando alla mattina entrava nella mia camera,
    io brontolavo,  ma mi faceva l'effetto del sole.  Non  ci  si  pu
    difendere  da  questi mocciosi;  vi pigliano,  vi tengono,  non vi
    lasciano pi.  La verit  che era un amore di bambino come non ce
    n' pi.  E ora,  cosa ne pensate dei vostri Lafayette, dei vostri
    Beniamino Constant,  dei vostri Tirecuir de Corcelles,  che me  lo
    ammazzano? La cosa non pu finire cos.
    Si accost a Mario sempre livido e immobile,  presso cui il medico
    era tornato, e ricominci a torcersi le braccia. Le labbra bianche
    del  vecchio  si  agitavano  quasi  macchinalmente,  e  lasciavano
    passare,  come soffi in un rantolo,  delle parole quasi indistinte
    che si udivano appena:  -  Ah!  senza  cuore!  Ah!  clubista!  Ah!
    scellerato!  Ah!  settembrista! - Rimproveri a voce sommessa di un
    agonizzante a un cadavere.
    A poco a poco,  siccome  pur sempre necessario  che  le  eruzioni
    interne si facciano strada,  la concatenazione delle parole torn,
    ma il vecchio pareva che non avesse pi la forza di  pronunciarle;
    la sua voce era cos sorda e spenta che sembrava venisse dal fondo
    di un abisso.
    - Per me  lo stesso,  sto per morire anch'io.  E dire che non c'
    in tutta Parigi una briccona che non sarebbe  stata  fortunata  di
    formare  la felicit di questo miserabile!  Un furfante che invece
    di divertirsi e di godersi la vita,   andato a battersi e a farsi
    mitragliare  come  un  bruto!  E  per chi poi?  Per la repubblica!
    Invece di andare  a  ballare  alla  Chaumire,  com'  dovere  dei
    giovani.  Vale proprio la pena di avere vent'anni.  La repubblica,
    bella balorda minchioneria! Povere madri,  mettete dunque al mondo
    dei bei giovanotti! Suvvia,  morto; ci saranno due funerali nella
    casa.  Dunque  ti  sei  fatto  conciare in questo modo per i begli
    occhi del generale Lamarque!  Che ti aveva fatto  di  bello,  quel
    generale Lamarque? Uno sciabolatore! Un cialtrone! Farsi ammazzare
    per  un  morto!  Ma  non  una cosa da diventar pazzi?  Capite!  A
    vent'anni! E senza volgere la testa per guardare se lasciava nulla
    dietro di s!  Ed ecco ora i poveri  vecchi  condannati  a  morire
    soli. Crepa dunque nel tuo cantuccio, gufo! Ebbene, tutto sommato,
    tanto meglio,  quello che speravo, questo mi uccider senz'altro.
    Sono troppo vecchio,  ho cento anni, ho centomila anni, e da molto
    tempo ho il diritto di essere morto. Con un colpo simile,  fatta.
    E' dunque finita, che fortuna! Perch gli fate fiutare l'ammoniaca
    e tutto quel mucchio  di  droghe?  Voi  ci  rimettete  la  fatica,
    imbecille di un medico!  Andate l,   morto, proprio morto. Io me
    ne intendo,  io,  che sono un morto.  Non ha fatto la cosa a met.
    S,  quest'epoca  infame, infame, infame; ecco cosa penso di voi,
    delle vostre idee,  dei vostri sistemi,  dei vostri  padroni,  dei
    vostri oracoli,  dei vostri dottori,  dei vostri cattivi arnesi di
    scrittori,   dei  vostri  bricconi  di  filosofi  e  di  tutte  le
    rivoluzioni  che  da  sessant'anni in qua spaventano gli stormi di
    corvi  delle  Tuileries!  E  giacch  tu  sei  stato  senza  piet
    facendoti  uccidere  cos,  neppure  io  mi  affligger per la tua
    morte, capisci, assassino!
    In quel momento Mario  apr  lentamente  le  palpebre,  e  il  suo
    sguardo,  ancora  velato  dallo  stupore  letargico,  si ferm sul
    signor Gillenormand.
    - Mario! - grid il vecchio.  - Mario,  mio piccolo Mario!  Figlio
    mio!  figlio mio diletto!  Tu apri gli occhi, mi guardi, sei vivo,
    grazie!
    E cadde svenuto.










    Libro 4.
    JAVERT SVIATO.


    Javert si era allontanato a passi lenti da via Homme-Arm.
    Per la prima volta in vita sua,  camminava a capo chino,  e  anche
    per la prima volta teneva le mani dietro il dorso.
    Dei  due  atteggiamenti  di  Napoleone,  Javert fino a quel giorno
    aveva adottato soltanto quello che esprime la risolutezza, cio le
    braccia conserte sul petto;  ma quello che  esprime  l'incertezza,
    cio le mani dietro il dorso,  gli era ignoto. Ora, un cambiamento
    era avvenuto;  tutta la sua persona,  lenta e cupa,  era piena  di
    ansiet.
    S'incammin   per   le  vie  silenziose.   Nondimeno  seguiva  una
    direzione.  Si avvi per la  strada  pi  breve  verso  la  Senna,
    raggiunse la riva degli Olmi,  la percorse,  oltrepass la Grve e
    si ferm all'angolo del ponte Notre-Dame,  a qualche distanza  dal
    corpo di guardia della piazza Chatelet.  Tra il ponte Notre-Dame e
    il Pont-au-Change da una parte,  e tra la riva della Mgisserie  e
    quella  dei  Fiori  dall'altra,  la Senna forma una specie di lago
    quadrato attraversato da una corrente.
    Questo tratto di fiume  molto temuto dai barcaioli a causa  della
    corrente  pericolosissima,  in  quell'epoca  rinserrata e irritata
    dalle palafitte del mulino del ponte, oggi demolito.  I due ponti,
    cos vicino l'uno all'altro, aumentano il pericolo, perch l'acqua
    si  precipita  sotto  gli  archi,  vi forma dei larghi e terribili
    gorghi, vi si accumula e accavalla,  e il flutto forza i pilastri,
    come  se  volesse strapparli con grosse corde liquide.  Gli uomini
    che cadono l dentro non ricompaiono pi;  i migliori nuotatori vi
    rimangono annegati.
    Javert  appoggi  i  gomiti  al parapetto e il mento alle mani,  e
    stette a riflettere,  mentre le dita s'increspavano macchinalmente
    tra i suoi baffi ritti.
    Era   avvenuta   nel  fondo  della  sua  anima  una  novit,   una
    rivoluzione,  una  catastrofe.  Aveva  materia  per  un  esame  di
    coscienza.
    Soffriva  orribilmente.  Da  alcune  ore  aveva  cessato di essere
    semplice;  era diventato torbido;  il suo cervello,  cos  limpido
    nella sua cecit,  aveva perduto la sua trasparenza,  il cristallo
    si era appannato. Sentiva nella coscienza un dovere di sdoppiarsi,
    e non poteva nasconderlo a se stesso. Quando aveva incontrato cos
    inaspettatamente Valjean sull'argine del fiume, c'era stato in lui
    qualcosa del lupo che riafferra la preda e del cane che ritrova il
    padrone.
    Vedeva davanti a s due strade ugualmente diritte;  ma  ne  vedeva
    due,  e  questo  lo  atterriva  perch  in  vita  sua aveva sempre
    conosciuto una sola linea retta.  E  quelle  due  vie,  straziante
    angoscia, erano contrarie: una di quelle due linee rette escludeva
    l'altra. Quale delle due era la vera?
    La sua situazione era inesprimibile.
    Essere  debitore  della  vita  a  un malfattore,  accettare un tal
    debito e rimborsarlo;  trovarsi,  a proprio  dispetto,  sul  piede
    dell'uguaglianza  con  un  criminale e pagargli un servigio con un
    altro servigio;  lasciarsi dire "vattene",  e dirgli a  sua  volta
    "sei libero"; sacrificare per motivi personali il dovere, che  un
    obbligo generale, e sentire anche in quei motivi personali qualche
    cosa  di  generale  e  forse di superiore;  tradire la societ per
    restare fedele alla propria coscienza. Era atterrito dal fatto che
    tutte queste assurdit si realizzavano e andavano  ad  accumularsi
    sul suo capo.
    Una  cosa  lo aveva stupito: Valjean gli aveva salvato la vita;  e
    una cosa lo aveva pietrificato: lui, Javert, aveva salvato la vita
    a Valjean.
    A che punto era? Si cercava, e non si ritrovava pi.
    Che fare adesso? Consegnare Valjean era un male,  lasciarlo libero
    era  un male: nel primo caso,  l'uomo dell'autorit cadeva pi gi
    dell'uomo del penitenziario; nel secondo caso, un galeotto montava
    pi su della legge e vi poneva  sopra  il  piede;  nei  due  casi,
    disonore per lui,  Javert. Qualunque partito a cui si appigliasse,
    conteneva una caduta.  Il  destino  ha  certe  estremit  a  picco
    sull'impossibile,  al  di  l  delle  quali  la  vita  diventa  un
    precipizio. Javert si trovava a una di quelle estremit.
    Una delle sue angosce era costituita dal fatto che era costretto a
    pensare;  c'era obbligato dalla violenza stessa  di  tutte  quelle
    emozioni  contraddittorie.  Pensare:  cosa  inusitata  per  lui  e
    stranamente dolorosa.
    Nel  pensiero  c'  sempre  una  certa  quantit   di   ribellione
    interiore, che egli si irritava di costatare in s.
    Pensare  su  un  qualunque argomento estraneo alla stretta cerchia
    delle sue funzioni,  sarebbe stato in ogni caso per lui  una  cosa
    inutile e una fatica;  ma pensare sulla giornata trascorsa era una
    tortura.
    Nondimeno, dopo simili emozioni, era pur necessario guardare nella
    propria coscienza e render conto di s a se stesso.
    Quello che aveva  fatto  lo  faceva  rabbrividire.  Aveva  trovato
    opportuno  decidere  la  liberazione  di  un uomo,  contro tutti i
    regolamenti di polizia,  contro tutta l'organizzazione  sociale  e
    giudiziaria,  contro  l'intero codice;  la cosa gli era convenuta;
    aveva sostituito le sue parcelle agli affari pubblici: non era una
    cosa  inqualificabile?   Ogni  volta  che  si  metteva  di  fronte
    all'azione senza nome da lui commessa,  tremava da capo a piedi. E
    che doveva risolvere?  Gli rimaneva una sola risorsa: ritornare in
    fretta in via Homme-Arm,  e far tradurre in prigione Valjean. Era
    chiaro che proprio questo bisognava fare. E non poteva.
    Da questo lato, qualche cosa gli sbarrava la strada.
    Qualche cosa. Quale? C' forse al mondo qualche altra cosa oltre i
    tribunali, le sentenze esecutive, la polizia e la autorit? Javert
    era sconvolto.
    Un galeotto sacro! Un forzato su cui la giustizia non deve mettere
    la mano! E questo a causa di Javert!
    Non  era  orribile  che  Javert  e  Valjean,   l'uomo  fatto   per
    incrudelire  e l'uomo fatto per subire,  che questi due uomini,  i
    quali erano, l'uno e l'altro,  cosa della legge,  fossero arrivati
    al punto da mettersi tutti e due al di sopra della legge?
    Come!  Accadrebbero  enormit  simili e nessuno ne sarebbe punito!
    Valjean, pi forte dell'intero ordine sociale,  rimarrebbe libero,
    ed egli, Javert, continuerebbe a mangiare il pane del governo!
    La sua meditazione a poco a poco diventava terribile.
    Avrebbe  potuto  muoversi  anche  qualche  rimprovero  a proposito
    dell'insorto riportato in via  Figlie  del  Calvario;  ma  non  ci
    pensava;  la  colpa  minore si smarriva in quella pi grande.  Del
    resto quel giovane era evidentemente un uomo morto, e, legalmente,
    la morte estingue il provvedimento penale.

    Il peso che aveva sull'anima era Valjean.
    Valjean lo sconcertava.  Tutti gli assiomi che erano stati i punti
    d'appoggio  della sua vita intera crollavano dinanzi a quell'uomo.
    La generosit di Valjean verso di lui, Javert, lo opprimeva. Altri
    infatti,  che egli ricordava e che  aveva  una  volta  considerati
    menzogne  o  pazzie,  ora  gli tornavano alla memoria come realt:
    dietro Valjean riappariva il signor Madeleine;  e le due  immagini
    si   sovrapponevano  in  modo  da  formarne  una  sola,   che  era
    venerabile.   Sentiva  che  qualcosa  di  orribile  gli  penetrava
    nell'anima:  l'ammirazione  per  un  forzato.  E' possibile mai il
    rispetto per un galeotto?  Ne fremeva,  ma non poteva sottrarvisi.
    Per  quanto  si dibattesse,  era ridotto a confessare davanti alla
    sua coscienza la  sublimit  di  quel  miserabile.  E  questo  era
    odioso.
    Un  malfattore  benefico,  un  forzato compassionevole,  affabile,
    caritatevole, clemente, che ricambia il male col bene,  l'odio col
    perdono,  che  preferisce la piet alla vendetta e perde se stesso
    anzich  il  nemico,   che  salva  chi  l'ha  rovinato,   che  sta
    inginocchiato  sul culmine della virt,  pi vicino all'angelo che
    all'uomo: Javert era costretto a confessare a se stesso che un tal
    mostro esisteva.

    La cosa non poteva durare cos.
    Certo - e dobbiamo insistere su questo punto -  egli  non  si  era
    arreso  senza resistenza a quel mostro,  a quell'angelo infame,  a
    quell'eroe schifoso,  di cui era quasi altrettanto  indignato  che
    stupefatto.  Venti volte, mentre era da solo a solo con Valjean in
    quella vettura, la tigre legale aveva ruggito in lui;  venti volte
    era  stato  tentato  di scagliarsi su Valjean,  di afferrarlo,  di
    divorarlo,  vale a dire di arrestarlo.  Che c'era infatti  di  pi
    naturale del gridare al primo corpo di guardia dinanzi al quale si
    passava: - Ecco un galeotto in rottura di bando!  - del chiamare i
    gendarmi e dir loro: - Quest'uomo  per voi! - e poi allontanarsi,
    lasciar l quel dannato,  ignorare il resto e non immischiarsi pi
    di nulla? Quell'individuo  per sempre prigioniero della legge che
    ne far quello che vorr.  Cosa c'era di pi giusto?  Javert aveva
    pensato  a  tutto  questo;  aveva  voluto  passar  oltre,   agire,
    arrestare l'uomo,  e allora,  come ora,  non aveva potuto;  e ogni
    qualvolta aveva alzato convulsamente la mano verso  il  bavero  di
    Valjean, gli era ricaduta come sotto un peso enorme, e aveva udito
    in fondo alla coscienza una voce, una voce strana che gli gridava:
    -  Sta  bene:  caccia  in  prigione il tuo salvatore,  e poi fatti
    portare la catinella di Ponzio Pilato e lavati le mani.
    Poi la sua riflessione ricadeva su lui stesso, e accanto a Valjean
    ingrandito vedeva se stesso degradato.
    Un forzato era il suo benefattore!
    Ma perch aveva permesso a quell'uomo di  salvargli  la  vita?  In
    quella barricata aveva il diritto d'essere ucciso.  Avrebbe dovuto
    usare di quel diritto, chiamare gli insorti in suo soccorso contro
    Valjean e farsi fucilare per forza; sarebbe stato meglio.

    La sua suprema  angoscia  era  la  scomparsa  della  certezza.  Si
    sentiva  sradicato;  il  codice  non era pi che un mozzicone;  si
    trovava davanti a scrupoli di una specie ignota;  avveniva in  lui
    una  rivelazione sentimentale del tutto distinta dall'affermazione
    legale, sino allora sua unica misura. Non gli bastava pi rimanere
    nell'antica onest;  un intero ordine di fatti inattesi sorgeva  e
    lo  soggiogava;  tutto  un mondo nuovo appariva alla sua anima: il
    beneficio accettato e restituito, l'abnegazione,  la misericordia,
    l'indulgenza,  le  violenze  usate  dalla  piet all'austerit,  i
    riguardi  personali,   non  pi  condanne  definitive,   non   pi
    dannazione, la possibilit di una lacrima nell'occhio della legge,
    una  certa  giustizia  secondo  Dio  che va in senso inverso della
    giustizia secondo gli uomini.  Scorgeva nelle tenebre la terribile
    aurora di un sole morale ignoto,  e ne era atterrito e abbagliato.
    Era un gufo costretto ad avere gli sguardi dell'aquila.
    Pensava che era dunque vero,  che  c'erano  delle  eccezioni,  che
    l'autorit  poteva  essere  sconcertata,  che la regola poteva non
    valere davanti a un fatto,  che non tutto  andava  inquadrato  nel
    testo  del  codice,  che  l'imprevisto si faceva obbedire,  che la
    virt di un galeotto poteva tendere  un'insidia  a  quella  di  un
    funzionario, che il mostruoso poteva essere divino, che il destino
    aveva  di  tali  imboscate,  e  pensava  con disperazione che egli
    stesso non era rimasto immune da una sorpresa.
    Era costretto ad ammettere che la bont esiste,  che quel galeotto
    era stato buono; che lui stesso, cosa incredibile, si era mostrato
    buono. Dunque si depravava.
    Si riconosceva vile, e faceva orrore a se stesso.
    L'ideale, per Javert, non era di essere umano, grande, sublime, ma
    di genere irreprensibile.
    Ora egli aveva commesso una mancanza.
    Come  era  arrivato a quel punto?  Come era avvenuto?  Non avrebbe
    saputo dirlo a se stesso.  Si pigliava la  testa  nelle  mani,  e,
    checch facesse, non giungeva a spiegarselo.
    Senza dubbio, aveva sempre avuto l'intenzione di rimettere Valjean
    alla legge, della quale Valjean era il prigioniero, e lui, Javert,
    lo  schiavo.  Mentre  lo teneva,  non aveva neppure per un momento
    confessato a se stesso di avere l'idea di lasciarlo andare;  a sua
    insaputa, la mano gli si era aperta e lo aveva lasciato sfuggire.

    Novit  enigmatiche  di  ogni  specie  si aprivano davanti ai suoi
    occhi.  Si formulava delle domande e si  dava  delle  risposte;  e
    queste  risposte  lo  spaventavano.  Chiedeva  a se stesso: - Quel
    galeotto,  quel disperato,  contro il quale ho  proceduto  fino  a
    perseguitarlo, e che mi ha tenuto sotto il suo piede, e che poteva
    vendicarsi  -  e  doveva  farlo  per  il  suo rancore e per la sua
    sicurezza a un tempo - salvandomi la vita che cosa  ha  fatto?  Il
    suo dovere?  No,  qualcosa di pi.  E io,  facendogli grazia a mia
    volta,  che ho fatto?  il mio dovere?  No;  qualcosa di  pi.  C'
    dunque qualche cosa pi del dovere?  E qui egli sbigottiva. La sua
    bilancia si spostava;  uno dei piatti cadeva nell'abisso,  l'altro
    se  ne andava nel cielo;  ed egli si sentiva atterrito non meno da
    quello balzato in alto che da quello disceso in basso.  Bench non
    fosse  in  nessun  modo  quello  che  si  dice un volterriano o un
    filosofo o un incredulo,  e fosse anzi  istintivamente  rispettoso
    verso  la Chiesa,  tuttavia la considerava soltanto come una parte
    augusta dell'insieme sociale;  l'ordine era il  suo  dogma  e  gli
    bastava.  Da che era diventato uomo e funzionario,  riponeva quasi
    tutta la sua religione nella polizia,  giacch era,  e  adoperiamo
    qui  le  parole  senza la minima ironia e nel loro significato pi
    serio,  era,  l'abbiamo gi detto,  una spia come  si  pu  essere
    prete.  Egli aveva un superiore, Gisquet, e fino a quel giorno non
    aveva mai pensato a quell'altro superiore, Dio.
    Questo nuovo capo, Dio, egli lo sentiva inaspettatamente, e ne era
    turbato.
    Era disorientato da questa presenza inattesa. Non sapeva che farne
    di quell'altro superiore,  egli che non ignorava che il dipendente
      obbligato  a  piegarsi  sempre,  e  non  deve n disobbedire n
    biasimare n discutere, e sapeva che, di fronte a un superiore che
    lo stupisce troppo,  l'inferiore  non  ha  altra  risorsa  che  le
    dimissioni.
    Ma come si fa a presentare le proprie dimissioni a Dio?
    Comunque fosse,  ritornava sempre allo stesso punto,  al fatto per
    lui dominante: aveva  commesso  una  terribile  infrazione.  Aveva
    chiuso gli occhi sopra un condannato recidivo in rottura di bando;
    aveva lasciato libero un galeotto; aveva rubato alla legge un uomo
    che  le apparteneva.  Aveva fatto questo,  lui?  Non capiva pi se
    stesso, non era pi sicuro della propria identit.  Gli sfuggivano
    anche  i  motivi  della  sua  azione,  e  gliene  restava soltanto
    l'angoscia. Fino a quel momento aveva vissuto di quella fede cieca
    che genera la probit tenebrosa,  ora questa fede lo  abbandonava,
    questa  probit  gli  veniva  a mancare.  Tutto quello a cui aveva
    creduto svaniva,  e altre verit che egli non  voleva  riconoscere
    l'ossessionavano.  Da quel momento bisognava essere un altro uomo.
    Provava gli strani dolori di una coscienza a un tratto operata  di
    cataratta.  Vedeva  quello  che  gli ripugnava vedere.  Si sentiva
    svuotato,  inutile,  scardinato dalla vita anteriore,  destituito,
    disciolto.  L'autorit  in  lui  era morta;  ed egli non aveva pi
    ragione d'esistere.

    Sentirsi commosso: terribile situazione!
    Essere di granito e dubitare! Essere la statua del castigo fusa di
    un sol pezzo nello stampo della legge, e accorgersi all'improvviso
    di avere sotto la mammella di bronzo qualche cosa di assurdo e  di
    disobbediente che somiglia quasi a un cuore!  Arrivare al punto di
    rendere bene per bene,  dopo essersi ripetuto fino a  quel  giorno
    che  quel  bene era il male!  Essere il cane da guardia e lambire,
    essere il ghiaccio e sciogliersi,  essere la tenaglia e  diventare
    una mano! Sentire a un tratto di avere delle dita che si aprono e,
    cosa spaventosa! rilasciare la preda! L'uomo-proiettile che non sa
    pi la strada, e indietreggia!
    Essere obbligato a confessare che l'infallibile non  infallibile,
    che  ci  pu  essere  errore nella legge,  che quando il codice ha
    parlato non  detto tutto,  che la societ  non    perfetta,  che
    l'autorit   pu   vacillare,    che      possibile   una   crepa
    nell'immutabile,  che i giudici sono  uomini,  che  la  legge  pu
    ingannarsi e i tribunali possono sbagliare! vedere una incrinatura
    nell'immenso cristallo azzurro del cielo!

    Quello  che  accadeva  in  Javert  era il Fampoux di una coscienza
    rettilinea,  la deviazione di un'anima,  il crollo di una  probit
    lanciata  irresistibilmente  in  linea retta e che va a cozzare in
    Dio. Certo,  era una cosa strana che il fuochista dell'ordine,  il
    macchinista dell'autorit montato sul cieco cavallo di ferro della
    via  rigida  potesse essere disarcionato da una folgorazione!  che
    tutto quello che  incommutabile,  preciso,  geometrico,  passivo,
    perfetto potesse cedere! che ci fosse una strada di Damasco per la
    locomotiva.
    Dio  che  grida  nell'intimo  dell'uomo e ne dilania la coscienza;
    divieto  alla  scintilla  di  spegnersi;   ordine  al  raggio   di
    ricordarsi del Sole;  ingiunzione all'anima di riconoscere il vero
    assoluto posto a  confronto  con  l'assoluto  fittizio;  l'umanit
    imperdibile;  il  cuore  umano  inammissibile,  il  cuore,  questo
    splendido fenomeno,  il pi bello  forse  dei  prodigi  interiori,
    Javert lo capiva? lo penetrava? se ne rendeva conto? Evidentemente
    no.  Ma sotto la pressione di quell'incomprensibile che non poteva
    contestare, sentiva spaccarglisi il cranio.
    Egli era pi la vittima di quel prodigio che il  beneficiario.  Lo
    subiva,  esasperato,  e  in tutto questo non vedeva che un'immensa
    difficolt di vivere: gli sembrava che da quel momento in  poi  la
    sua  respirazione sarebbe stata imbarazzata per sempre.  Avere sul
    capo l'ignoto: a questo no, non era abituato.
    Fino allora tutto quello che stava sopra di lui era al suo sguardo
    una superficie netta, semplice, limpida;  nulla di ignoto in essa,
    nulla  di  oscuro;  nulla  che  non  fosse  definito,  coordinato,
    concatenato,  preciso,  esatto,  circoscritto,  limitato,  chiuso;
    tutto  era  previsto;  l'autorit  era  una  cosa  piana;  nessuno
    scoscendimento in essa, nessun capogiro davanti a lei.  Javert non
    aveva visto l'ignoto se non in basso. L'irregolare, l'inaspettato,
    il disordinato aprirsi del caos, la possibilit di sdrucciolare in
    un abisso,  tutto questo era proprio delle regioni inferiori,  dei
    ribelli, dei malvagi, dei miserabili. Ora si rovesciava tutto,  ed
    era  repentinamente atterrito dalla incredibile apparizione di una
    voragine in alto.  Come!  era smantellato da  cima  a  fondo!  era
    sconcertato,  assolutamente!  Di  che  fidarsi?  Quello di cui era
    convinto, sprofondava!
    Ecco!  Un miserabile magnanimo poteva  trovare  il  difetto  nella
    corazza  della societ!  Un onesto servitore della legge poteva di
    colpo vedersi preso tra due delitti, quello di lasciar sfuggire un
    uomo e quello d'arrestarlo!  Non tutto era  certo  nella  consegna
    data  dallo  Stato  al  funzionario!  Potevano  esserci dei vicoli
    ciechi nel dovere! E tutto questo era una realt!  era vero che un
    vecchio galeotto,  curvo sotto la condanna,  poteva raddrizzarsi e
    finire con l'aver ragione? Era credibile?  C'erano dunque dei casi
    in  cui la legge doveva ritirarsi dinanzi al delitto trasfigurato,
    balbettando delle scuse!
    S, era cos! e Javert lo vedeva! e Javert lo toccava con mano!  e
    non solo non poteva negarlo, ma ne conveniva. Erano realt. Era un
    abominio che i fatti reali potessero giungere a tanta deformit.
    Se  i  fatti  facessero il loro dovere,  si limiterebbero a essere
    testimonianze della legge: i fatti,  Dio che li manda. L'anarchia
    dunque stava ora per scendere di lass?
    Dunque - e nell'angoscia crescente,  nell'illusione  ottica  della
    costernazione,  quella che avrebbe potuto restringere o correggere
    la sua impressione svaniva, e la societ, l'umanit, l'universo si
    riassumevano ormai agli  occhi  suoi  in  un  profilo  semplice  e
    ributtante  -  dunque,  la penalit,  la cosa giudicata,  la forza
    dovuta alla legislazione,  le sentenze  delle  corti  sovrane,  la
    magistratura,  il  governo,  la  prevenzione e la repressione,  la
    saggezza  ufficiale,   la  infallibilit  legale,   il   principio
    d'autorit, tutti i dogmi sui quali  basata la sicurezza politica
    e  civile,  la  sovranit,  la giustizia,  la logica che emana dal
    codice,  l'assoluto  sociale,   la  verit  pubblica,   tutto  ci
    diventava macerie,  ammasso,  caos; lui stesso, Javert, la vedetta
    dell'ordine,  l'incorruttibilit al  servizio  della  polizia,  il
    mastino provvidenziale della societ,  era vinto e abbattuto; e su
    tutta questa rovina un uomo ritto col berretto verde  sul  capo  e
    l'aureola  intorno  alla  fronte;  ecco a quale sconvolgimento era
    giunto, ecco la spaventosa visione che aveva nell'anima.
    Che fosse almeno sopportabile. No!
    Stato violento quant'altro  mai.  Non  c'erano  che  due  modi  di
    uscirne:  l'uno,  di recarsi risolutamente da Valjean e restituire
    alla cella l'uomo del penitenziario; l'altro...

    Javert lasci il parapetto,  a a testa alta e con passo  fermo  si
    diresse verso il corpo di guardia indicato da una lanterna,  in un
    angolo della piazza Chatelet.
    Arrivato l,  vide attraverso i vetri una guardia  di  polizia  ed
    entr. I poliziotti si riconoscono fra loro, gi solo dal modo con
    cui  spingono l'uscio di un corpo di guardia.  Javert disse il suo
    nome all'agente,  gli mostr la sua tessera e sedette  davanti  al
    tavolo su cui bruciava una candela.  Sulla tavola c'era una penna,
    un calamaio di piombo,  della carta  per  gli  eventuali  processi
    verbali e per le relazioni delle ronde notturne.
    Quel  tavolo,  sempre  completato  dalla  sua sedia impagliata,  
    un'istituzione;  si trova in tutti  i  posti  di  polizia,  ornato
    invariabilmente  d'un piattello di bosso pieno di segatura e d'una
    scatoletta d'ostie;  esso forma il  piano  inferiore  dello  stile
    ufficiale. Di l comincia la letteratura dello Stato.
    Javert  prese la penna e un foglio e si mise a scrivere.  Ecco che
    cosa scrisse:

    "ALCUNE OSSERVAZIONI PER UN BUON SERVIZIO.

    Primo: prego il signor prefetto di dare un'occhiata.

    Secondo: i detenuti che tornano dall'interrogatorio si tolgono  le
    scarpe  e  rimangono a piedi nudi sul pavimento mentre li frugano.
    Parecchi,  quando  rientrano  in  prigione,   tossiscono;   questo
    comporta delle spese d'infermeria.

    Terzo:  il pedinamento  buono,  col cambio degli agenti di tratto
    in tratto;  ma nelle occasioni importanti   conveniente  che  due
    agenti almeno non si perdano mai di vista, perch se per una causa
    qualsiasi  uno  dei  due  viene  meno al suo servizio,  l'altro lo
    sorveglia e lo supplisce.

    Quarto: non si comprende  perch  il  regolamento  speciale  della
    prigione delle Madelonnettes proibisca al prigioniero di avere una
    sedia, anche pagandola.

    Quinto:  alle  Madelonnettes ci sono due sole sbarre al finestrino
    della  cantina;  questo  permette  alla  vivandiera  di  lasciarsi
    toccare la mano dai detenuti.

    Sesto:  i detenuti chiamati abbaiatori,  perch chiamano gli altri
    prigionieri al parlatorio,  si fanno pagare due soldi dal chiamato
    per pronunciarne chiaramente il nome. E' un furto.

    Settimo: nel laboratorio dei tessitori, si trattengono dieci soldi
    al  detenuto per ogni filo spezzato;   un abuso dell'imprenditore
    perch la tela non  perci meno buona.

    Ottavo:  un inconveniente che chi va  a  visitare  i  prigionieri
    alla Force,  debba attraversare il cortile dei ragazzi per recarsi
    al parlatorio di Santa Maria Egiziaca.

    Nono:  indubitabile che tutti i giorni  si  sentono  nel  cortile
    della  prefettura  dei gendarmi raccontare gli interrogatori fatti
    dai magistrati agli indiziati.  Un gendarme,  che dovrebbe  essere
    una  persona  sacra,  e  che  ripete  quello  che  ha  sentito nel
    gabinetto del giudice istruttore,  un disordine grave.

    Decimo: la signora Henry  una donna onesta e  la  sua  cantina  
    decentissima;  ma  sta  male  che  una donna tenga la chiave dello
    sportello della  camera  di  deposito.  Non    cosa  degna  della
    "Conciergerie" d'una grande citt".

    Javert scrisse queste righe con la sua calligrafia pi calma e pi
    corretta,  senza  omettere  una  virgola,  e facendo scricchiolare
    fortemente la  penna  sulla  carta.  Sotto  l'ultima  riga  firm:
    "Javert - Ispettore di prima classe".
    "Dal  posto in piazza Chatelet,  7 giugno 1832,  l'una del mattino
    circa".
    Asciug  l'inchiostro  fresco  sulla  carta,  la  pieg  come  una
    lettera,    la    suggell,    scrisse   di   fuori:   "Nota   per
    l'amministrazione",  e lasciandola sul tavolo usc  dal  corpo  di
    guardia. La porta a vetri e grata si chiuse dietro di lui.
    Riattravers diagonalmente la piazza Chatelet,  raggiunse di nuovo
    la riva e ritorn con una precisione meccanica allo  stesso  posto
    lasciato  un  quarto  d'ora prima;  appoggi i gomiti e riprese il
    medesimo atteggiamento,  sulla stessa pietra del parapetto: pareva
    che non si fosse mosso.
    L'oscurit  era  completa.  Era  l'ora  sepolcrale  che  segna  la
    mezzanotte.  Uno strato di nubi celava le stelle.  Il cielo era un
    blocco nero e sinistro.  Le case non avevano un solo lume; nessuno
    passava;  quanto si scorgeva delle vie e delle rive  era  deserto;
    Notre-Dame   e  le  torri  del  Palazzo  di  Giustizia  sembravano
    lineamenti della notte.  Un lampione gettava la sua luce rossastra
    sulla  spalletta della riva,  e le sagome dei ponti si deformavano
    l'una dietro l'altra nella bruma.  La pioggia aveva ingrossato  il
    fiume.
    Si  ricorder  che  il luogo dov'era appoggiato Javert era situato
    precisamente al di sopra della rapida  della  Senna,  a  picco  su
    quella  terribile  spirale di vortici che si annodano e si snodano
    di continuo come una vite senza fine.
    Egli chin la testa e guard.  Tutto era nero;  non si distingueva
    nulla;  si udiva un rumore di schiuma,  ma non si vedeva il fiume.
    Ogni  tanto,   in  quella  profondit  vertiginosa,   appariva   e
    serpeggiava confusamente un barlume, poich l'acqua ha la facolt,
    nella  notte pi buia,  di prendere la luce non si sa da dove e di
    mutarla in serpente.  Poi il barlume  spariva  e  tutto  ritornava
    indistinto.  Pareva che l si spalancasse l'immensit, e che al di
    sotto ci fosse non l'acqua ma una voragine.  Il muro a picco della
    riva,  confuso, avvolto nella nebbia, sfuggente all'occhio, pareva
    uno scoscendimento dell'infinito.
    Non si vedeva nulla,  ma si sentiva la freddezza ostile dell'acqua
    e l'odore scipito delle pietre bagnate. Un soffio selvaggio saliva
    da quell'abisso.  La piena del fiume, intravista pi che vista, il
    tragico mormoro delle onde,  la lugubre vastit degli  archi  del
    ponte,  l'immagine  di  una  caduta  in  quel  cupo  vuoto,  tutta
    quell'ombra era piena di orrore.
    Javert rest immobile alcuni minuti,  guardando quell'apertura  di
    tenebre,  considerando l'invisibile con una fissit che somigliava
    all'attenzione.  L'acqua rumoreggiava.  D'un tratto,  si tolse  di
    testa il cappello e lo pos sul parapetto della riva; e un momento
    dopo,  una figura alta e nera,  che da lontano qualche passante in
    ritardo avrebbe potuto prendere per un fantasma, apparve ritta sul
    parapetto. Si curv sulla Senna,  poi si raddrizz e cadde diritta
    nelle tenebre.
    Ci fu un tonfo sordo.
    Soltanto  la  tenebra seppe il segreto delle convulsioni di quella
    forma oscura scomparsa sotto l'acqua.

















    Libro 5.
    IL NIPOTE E IL NONNO.


    1. SI RIVEDE L'ALBERO CON LA FASCIATURA DI ZINCO.
    Qualche tempo dopo gli ultimi avvenimenti da  noi  raccontati,  il
    signor Boulatruelle prov una viva emozione.
    Il  signor  Boulatruelle  era  quello  stradino di Montfermeil gi
    intravisto nelle parti tenebrose di questo libro.
    Il lettore forse ricorder che costui si occupava di cose  torbide
    e  svariate.  Spaccava le pietre e alleggeriva qualche viaggiatore
    sulla strada  maestra.  Terrazziere  e  ladro,  aveva  un  ideale:
    credeva  ai  tesori nascosti nel bosco di Montfermeil.  Sperava di
    trovare un giorno o l'altro dei denari sepolti al piede di qualche
    albero;  nell'attesa,  li  cercava  volentieri  nelle  tasche  dei
    viandanti.
    Tuttavia,  per il momento,  era prudente.  L'aveva scampata bella.
    Sappiamo che era stato sorpreso nella stamberga Jondrette con  gli
    altri banditi; ma, utilit d'un vizio, la sua qualit di ubriacone
    l'aveva salvato.  Non s'era mai potuto stabilire se si trovasse l
    come ladro  o  come  derubato.  E  un'ordinanza  di  non  luogo  a
    procedere,  fondata sul suo stato di ubriachezza, ben costatato la
    sera dell'agguato, lo aveva messo in libert. Aveva ripreso la via
    dei boschi. Era ritornato alla sua strada da Gagny a Lagny a fare,
    sotto la sorveglianza  dell'amministrazione,  delle  ghiaiate  per
    conto  dello  Stato,  con  una  cera  umile,  molto pensoso,  meno
    appassionato al furto che lo aveva quasi perduto,  e  rivolto  con
    maggior tenerezza al vino che lo aveva salvato.
    Quanto  alla  viva emozione provata poco tempo dopo il suo ritorno
    sotto l'erboso tetto della sua capanna di stradino, eccola qui.
    Una mattina Boulatruelle,  recandosi come al solito al  lavoro,  e
    fors'anche  all'agguato,  un  po'  prima dello spuntar del giorno,
    scorse tra gli alberi un uomo di cui non vide altro che il  dorso,
    ma  la  cui corporatura,  da quello che gli parve a distanza e nel
    crepuscolo, non gli era del tutto sconosciuta.  Sebbene ubriacone,
    Boulatruelle  aveva  una  memoria precisa e lucida: arma difensiva
    indispensabile a chiunque sia un po' in lotta con l'ordine legale.
    - Dove diavolo ho visto qualche cosa di  simile  a  quell'uomo?  -
    chiese a se stesso.
    Ma  non  pot  rispondere  altro,  se non che colui assomigliava a
    qualcuno di cui serbava confusamente la traccia nella mente.
    Del resto,  indipendentemente dall'identit che  non  riusciva  ad
    afferrare,  Boulatruelle  fece  dei  riaccostamenti e dei calcoli.
    Quell'uomo non era del paese,  vi arrivava allora,  e certamente a
    piedi,  perch  nessuna  vettura  pubblica passava a quell'ora per
    Montfermeil. Aveva camminato tutta la notte. Donde veniva?  Non da
    lontano,   poich  non  aveva  n  sacco  n  involto.  Da  Parigi
    certamente. E perch si trovava nel bosco?  Perch ci si trovava a
    quell'ora? Che ci veniva a fare?
    Boulatruelle pens al tesoro. A forza di scavare nella memoria, si
    ricord  confusamente  di aver provato,  parecchi anni prima,  una
    preoccupazione simile,  a proposito di  un  uomo  che  gli  faceva
    l'impressione di poter essere quello stesso.
    Cos meditando,  e sotto il peso della meditazione,  aveva chinato
    la testa, cosa naturale ma poco abile. Quando la rialz, non c'era
    pi nulla: l'uomo era scomparso nella foresta e nel crepuscolo.
    - Corpo del demonio!  - diss'egli.  - Lo  ritrover.  Scoprir  la
    parrocchia di quel parrocchiano.  Quel bighellone mattutino ha uno
    scopo,  e io lo sapr.  Non ci devono essere segreti nel mio bosco
    senza che c'entri anch'io.
    Prese la zappa ben affilata, borbottando:
    - Ecco di che frugare nella terra e in un uomo.
    E  rifacendo  alla  meglio  l'itinerario  che  doveva aver seguito
    quell'individuo,  come s'attacca un filo a un altro filo,  si mise
    in cammino attraverso il bosco ceduo.
    Quand'ebbe  percorso  un  centinaio  di  passi,   il  giorno,  che
    cominciava a spuntare,  l'aiut.  Le orme impresse qua e l  sulla
    sabbia, le erbe calpestate, alcune eriche schiacciate, dei giovani
    rami  piegati nella sterpaglia,  che si raddrizzavano con graziosa
    lentezza  come  le  braccia  d'una  bella  donna  che  si  stirano
    svegliandosi,  gli  indicavano in certo modo una traccia.  Egli la
    segu, poi la perdette.  Il tempo passava.  Si addentr di pi nel
    bosco e giunse a una specie di altura. Un cacciatore mattutino che
    passava  lontano fischiettando il motivo di Guillery,  gli sugger
    l'idea d'arrampicarsi sopra un albero. Bench vecchio,  era agile.
    L accanto c'era un gran faggio degno di Titiro e di Boulatruelle.
    Ci sal su, pi alto che pot.
    L'idea  era  buona.  Esplorando  la solitudine dalla parte dove il
    bosco  pi intricato e selvaggio, scorse d'un tratto l'uomo.
    Ma l'aveva appena scorto che lo perse di vista.
    L'uomo entr o piuttosto sgusci in una radura abbastanza  lontana
    e  mascherata  da  grandi  alberi,  ma  che Boulatruelle conosceva
    benissimo per avervi notato,  presso un  gran  mucchio  di  pietre
    molari,  un  castagno  malato,  medicato  con  una fascia di zinco
    inchiodata sulla corteccia. Era la radura che chiamavano una volta
    fondo Blaru.  Il mucchio di pietre,  destinato a chi sa quale uso,
    che  vi  si vedeva or sono trent'anni,  certo c' ancora.  Non c'
    niente che uguagli la longevit  d'un  mucchio  di  sassi,  tranne
    quella d'una palizzata di tavole. Sono l provvisoriamente; ottima
    ragione per durare!
    Con la rapidit della gioia, Boulatruelle si lasci cadere pi che
    non scendere dall'albero. Il covo era scoperto; si trattava ora di
    cogliere la bestia. Il famoso tesoro sognato probabilmente era l.
    Non  era  una  faccenda  da  poco arrivare a quella radura.  Per i
    sentieri battuti,  che hanno mille zig-zag secanti,  ci voleva  un
    buon quarto d'ora;  in linea retta,  attraverso la macchia, che da
    quel  lato  era  straordinariamente   folta,   molto   spinosa   e
    aggressiva, occorreva pi di mezz'ora. Ma questo Boulatruelle ebbe
    il  torto  di  non  capirlo.  Egli  prest  fede alla linea retta,
    illusione ottica rispettabile,  ma che  rovina  molti  uomini.  La
    macchia, per quanto irta, gli parve la via buona.
    - Prendiamo la via Rivoli dei lupi - disse.
    Boulatruelle,  abituato ad andare di traverso, commise l'errore di
    andare diritto.
    Ebbe da fare con gli agrifogli,  con le ortiche,  coi biancospini,
    con le rose selvatiche, coi cardi, con rovi molto irascibili, e ne
    fu molto graffiato.
    Nel fondo del burrone trov dell'acqua che dovette attraversare.
    Finalmente, dopo quaranta minuti, arriv alla radura Blaru sudato,
    bagnato, ansante, scorticato e furioso.
    Non ci trov nessuno.
    Corse  al  mucchio di pietre;  era al suo posto,  nessuno lo aveva
    portato via.
    Quanto all'uomo, s'era dileguato nella foresta. Era fuggito. Dove?
    da che parte? in quale macchia? Impossibile indovinarlo.
    E, cosa straziante, dietro al mucchio di sassi, davanti all'albero
    dalla piastra di zinco,  c'era della terra smossa di  fresco,  una
    zappa abbandonata o dimenticata e un buco.
    Quel buco era vuoto.
    - Ladro! - grid Boulatruelle, mostrando i pugni all'orizzonte.

    2.  MARIO  USCITO  DALLA  GUERRA  CIVILE,  SI  PREPARA ALLA GUERRA
    DOMESTICA.
    Mario rimase a lungo fra la morte e la vita.  Per alcune settimane
    ebbe  la  febbre  accompagnata  da  delirio e da sintomi cerebrali
    abbastanza gravi,  cagionati dalle commozioni  delle  ferite  alla
    testa piuttosto che dalle ferite stesse.
    Per  notti  intere  ripet  il  nome  di  Cosetta,  con la lugubre
    loquacit della febbre  e  la  cupa  ostinazione  dell'agonia.  La
    larghezza  di  alcune  lesioni fu un pericolo serio,  poich sotto
    certe influenze atmosferiche la suppurazione delle  piaghe  larghe
    pu sempre essere riassorbita e uccidere di conseguenza il malato;
    ad  ogni  variazione  di  tempo,  al  minimo temporale,  il medico
    diventava inquieto.  - E  soprattutto  che  il  ferito  non  provi
    nessuna  emozione  -  ripeteva.  Le medicazioni erano complicate e
    difficili,  giacch non si era ancora scoperto il modo di  fissare
    le  bende  con  lo  sparadrappo.  Nicoletta  consum in filacce un
    lenzuolo "grande come un soffitto", diceva lei. Non senza fatiche,
    le lozioni clorurate e il nitrato d'argento vinsero  la  cancrena.
    Finch  ci  fu  pericolo,  il  signor  Gillenormand disperato,  al
    capezzale del nipote, fu come Mario: n morto n vivo.
    Un signore coi capelli bianchi e molto ben vestito,  tali erano  i
    connotati riferiti dal portinaio,  andava ogni giorno e talora due
    volte al giorno a chiedere notizie del  ferito,  e  a  portare  un
    grosso involto di filacce per le medicazioni.
    Finalmente il 7 settembre,  tre lunghi mesi di sofferenza, dopo la
    dolorosa notte in cui Mario era stato portato  moribondo  in  casa
    del  nonno,  il  medico  lo  dichiar fuori pericolo.  Cominci la
    convalescenza: tuttavia Mario dovette restare ancora  pi  di  due
    mesi  disteso sopra una poltrona a sdraio,  a causa della frattura
    della clavicola.  C' sempre in simili casi un'ultima  ferita  che
    non vuol chiudersi e che prolunga le medicazioni,  con grande noia
    del malato.
    Del resto,  quella lunga malattia e quella lunga convalescenza  lo
    salvarono  da  un  processo.  In Francia non c' collera,  nemmeno
    pubblica,  che non si estingua in sei  mesi.  Le  sommosse,  nello
    stato  in  cui si trova la societ,  sono talmente colpa di tutti,
    che sono seguite da un bisogno di chiudere gli occhi.
    Si aggiunga che l'inqualificabile ordinanza Gisquet,  che imponeva
    ai  medici  di  denunciare  i  feriti,  aveva indignato l'opinione
    pubblica, e non questa soltanto, ma il re per primo; e fu cos che
    i feriti si trovarono coperti e protetti da tale indignazione.  Ad
    eccezione  di  quelli  che  erano  caduti prigionieri in flagrante
    combattimento,   i  Consigli  di  guerra  non  osarono  inquietare
    nessuno. Mario dunque fu lasciato tranquillo.
    Il signor Gillenormand prov dapprima tutte le angosce,  poi tutte
    le estasi.  Si dur molta fatica a impedirgli di passar  le  notti
    accanto al malato,  accanto al letto del quale fece portare la sua
    grande poltrona.  Pretese che sua figlia adoperasse la  pi  bella
    biancheria  della casa per farne filacce e bende,  ma la signorina
    Gillenormand, da persona saggia e attempata, trov modo di salvare
    la bella biancheria,  pur lasciando credere al  padre  di  avergli
    obbedito.  Il  vecchio non permise che gli spiegassero che per far
    filacce la tela grossa  preferibile alla batista e la tela  usata
    alla  nuova.  Egli  assisteva  a tutte le fasciature,  dalle quali
    invece sua figlia si assentava pudicamente; e quando si tagliavano
    con le forbici le carni morte, egli gridava ahi! ahi! Nulla di pi
    commovente che vederlo porgere al ferito una pozione col suo lieve
    tremito senile. Assediava il medico di domande,  e non s'accorgeva
    di ripetere sempre le stesse.
    Il  giorno  in  cui  il  medico  gli  annunci che Mario era fuori
    pericolo,  il  vecchio  prov  un  delirio.  Dette  tre  luigi  di
    gratifica  al  portinaio.  E la sera,  entrato in camera ball una
    gavotta,  facendo le castagnette col pollice e l'indice,  e  cant
    questa canzone:
    "Gianna  nata a Fougre
    vero nido d'una pastora.
    Io adoro la sua veste
    briccona.
    Amore, tu vivi in lei;
    perch nella sua pupilla
    tu metti il tuo turcasso,
    furbacchione!
    Io la canto e l'amo,
    pi della stessa Diana,
    Gianna e il suo solido seno
    bretone".
    Poi si mise in ginocchio sopra una sedia, e Basco che lo osservava
    dalla porta socchiusa, credette che pregasse.
    Fino a quel giorno non aveva mai creduto in Dio.
    A  ogni  nuova  fase  del miglioramento,  che si andava sempre pi
    delineando,  il nonno usciva fuori di  s;  faceva  macchinalmente
    molti gesti di allegrezza, saliva e scendeva le scale senza sapere
    il perch.  Una vicina,  graziosa del resto,  fu molto stupita una
    mattina di  ricevere  un  gran  mazzo  di  fiori;  era  il  signor
    Gillenormand  che  glielo  mandava.  Il marito fece una scenata di
    gelosia.   Il  vecchio  tentava  di  prendersi   Nicoletta   sulle
    ginocchia,  chiamava  Mario  "signor  barone"  e  gridava "Viva la
    repubblica".
    Ogni momento chiedeva al  medico:  -  E'  vero  che  non  c'  pi
    pericolo?  -  Guardava  Mario con occhi amorosi,  lo covava mentre
    mangiava. Non si riconosceva pi, non contava pi nulla, Mario era
    il padrone della casa;  c'era della abdicazione nella  sua  gioia;
    egli era il nipote di suo nipote.
    In quella sua allegrezza,  era il pi venerando dei fanciulli. Per
    paura di stancare o d'importunare il convalescente,  gli si poneva
    di  dietro  per  sorridergli.   Era  contento,   gioioso,  rapito,
    grazioso,  ringiovanito;  i suoi capelli  aggiungevano  una  dolce
    maest  alla  gaia  luce che gli risplendeva nel volto.  Quando la
    grazia s'associa alle rughe diventa adorabile;  c' non  so  quale
    aurora in una vecchiezza gioconda.
    Mario dal canto suo,  mentre si lasciava medicare e curare,  aveva
    un'idea fissa: Cosetta.
    Da quando la febbre e il  delirio  l'avevano  lasciato,  egli  non
    pronunciava pi quel nome,  e si sarebbe potuto credere che non ci
    pensasse pi. Taceva, appunto perch la sua anima era con lei.
    Non sapeva che ne fosse stato di Cosetta: tutta la faccenda di via
    Chanvrerie era come una nube nella sua memoria;  delle ombre quasi
    indistinte  ondeggiavano  nella  sua  mente,   Eponina,  Gavroche,
    Mabeuf, i Thnardier, tutti i suoi amici lugubremente frammisti al
    fumo della barricata;  lo strano passaggio del signor Fauchelevent
    in  quella  sanguinosa  avventura  gli  faceva  l'impressione d'un
    enigma in una tempesta;  non comprendeva nemmeno in qual  modo  si
    trovasse in vita;  non sapeva come e da chi fosse stato salvato, e
    nessuno lo sapeva intorno a lui;  n avevano potuto dirgli  altro,
    se  non  che  una  notte  era  stato portato in una vettura in via
    Figlie del Calvario; passato, presente, avvenire, era in lui tutta
    una nebbia d'una idea confusa,  ma in quella nebbia c'era un punto
    immobile,  un  profilo  netto  e preciso,  qualche cosa che era di
    granito,  una risoluzione,  una volont: ritrovare Cosetta.  Aveva
    deciso nel suo cuore di non accettare l'una senza l'altra,  ed era
    incrollabilmente deciso a esigere da chiunque volesse costringerlo
    a vivere, da suo nonno, dal destino, dall'inferno, la restituzione
    del suo Eden sparito.
    Non si nascondeva gli ostacoli.
    Notiamo qui una circostanza:  egli  non  era  lusingato  n  molto
    commosso  per tutte le premure e le tenerezze del nonno.  In primo
    luogo, non le conosceva tutte; e poi,  nelle sue fantasticherie di
    malato,  ancora  febbricitante  forse,  diffidava  di tutte quelle
    carezze come di cosa strana  e  nuova,  che  avesse  lo  scopo  di
    domarlo.  Quindi,  rimaneva freddo; e il povero sorriso senile del
    nonno era speso  inutilmente.  Mario  pensava  che  tutto  sarebbe
    andato  bene fino a che avesse taciuto e lasciato fare;  ma quando
    si fosse trattato di Cosetta, avrebbe trovato un altro viso,  e il
    vero  atteggiamento del vecchio si sarebbe smascherato.  Allora la
    faccenda sarebbe diventata aspra; recrudescenza delle questioni di
    famiglia,  confronti di posizione,  tutti i sarcasmi  e  tutte  le
    obiezioni insieme,  Fauchelevent,  Coupelevent,  la ricchezza,  la
    povert, la miseria,  la pietra al collo,  l'avvenire.  Resistenza
    violenta;  in conclusione,  il rifiuto. Mario si irrigidiva gi in
    anticipo.
    E poi,  a mano a mano che ripigliava le forze,  le antiche  accuse
    risorgevano,  le  vecchie  ulcere della sua memoria si riaprivano,
    ripensava al passato,  vedeva il colonnello  Pontmercy  interporsi
    ancora  fra  lui  e il signor Gillenormand e diceva tra s che non
    poteva sperare  nessuna  sincera  bont  da  chi  era  stato  cos
    ingiusto e duro con suo padre.  E con la salute, gli ritornava una
    certa  asprezza  contro  suo  nonno.   Il  vecchio   ne   soffriva
    dolcemente.
    Il  signor  Gillenormand,  senza  per altro manifestare mai nulla,
    notava che Mario,  da quando era stato riportato in casa  e  aveva
    ripreso  i sensi,  neppure una volta lo aveva chiamato padre.  Non
    gli diceva signore,   vero: ma trovava modo di non dire n  l'uno
    n l'altro, con una sua certa maniera di girar le frasi.
    Evidentemente, una crisi s'avvicinava.
    Come  avviene  quasi sempre in simili casi,  Mario,  per saggiare,
    tent qualche scaramuccia  prima  della  battaglia;  quel  che  si
    chiama tastare il terreno.  Una mattina accadde,  a proposito d'un
    giornale cadutogli sotto mano, che il signor Gillenormand parlasse
    con  leggerezza  della  Convenzione,   e  lanciasse  un  epifonema
    monarchico su Danton,  Saint-Just e Robespierre.  - Gli uomini del
    '93 erano giganti - osserv Mario severamente. Il vecchio tacque e
    non fiat pi per tutto il resto della giornata.
    Mario,  che aveva sempre  presente  nella  memoria  l'inflessibile
    nonno  dei  suoi  primi  anni,  vide in quel silenzio una profonda
    concentrazione di collera,  ne presag una lotta,  e aument nelle
    ultime trincee della sua mente i preparativi della battaglia.
    Decise  che in caso di rifiuto si sarebbe strappato le fasciature,
    spostato la clavicola,  avrebbe messo al nudo  e  al  vivo  quante
    piaghe  gli rimanevano,  e respinto ogni cibo.  Le ferite erano le
    sue munizioni. Ottenere Cosetta o morire.
    Aspett il momento favorevole con la pazienza sorniona dei malati.
    E il momento venne.

    3. MARIO ALL'ASSALTO.
    Un giorno, mentre sua figlia metteva in ordine le fiale e le tazze
    sul marmo del cassettone,  il signor  Gillenormand  era  chino  su
    Mario e gli diceva col suo accento pi tenero:
    -  Vedi,  mio  piccolo  Mario,  se  io fossi in te mangerei adesso
    piuttosto carne che  pesce;  una  sogliola  fritta    ottima  per
    cominciare la convalescenza,  ma per mettere in piedi un malato ci
    vuole una buona costoletta.
    Mario,  a  cui  erano  tornate  quasi  interamente  le  forze,  le
    raccolse,  si  rizz  a  sedere,  appoggi  i  pugni contratti sul
    lenzuolo, guard in faccia il nonno,  assunse un aspetto terribile
    e disse:
    - Questo mi induce a dirvi una una cosa.
    - Quale?
    - Che voglio ammogliarmi.
    - Previsto! - rispose il nonno; e scoppi a ridere.
    - Come, previsto?
    - S, previsto. L'avrai la tua piccina.
    Mario,  stupefatto  e oppresso da quella sorpresa,  fu preso da un
    tremito in tutto il corpo.
    Il signor Gillenormand continu:
    - S,  l'avrai la tua bella figlioletta graziosa.  Essa viene ogni
    giorno,  sotto  le sembianze d'un vecchio signore,  a chiedere tue
    notizie. Da quando sei stato ferito, passa il tempo a piangere e a
    far filacce.  Mi sono informato;  abita in via Homme-Arm,  numero
    sette.  Ah, ci siamo! La vuoi eh? Ebbene, l'avrai. Eccoti preso al
    laccio.  Tu avevi ordito il tuo piccolo complotto,  avevi  pensato
    fra  te:  "Glielo  voglio  intimare bruscamente a questo nonno,  a
    questa mummia della reggenza e del direttorio,  a  questo  vecchio
    galante, a questo Dorante diventato Geronte; le ha avute anche lui
    le  sue  leggerezze  e  i  suoi amoretti,  le sue donnine e le sue
    Cosette;  anche lui ha strisciato attorno alle gonnelle,  ha avuto
    le ali,  ha mangiato il pane della primavera, e bisogner pure che
    se ne ricordi. Staremo a vedere. Battaglia". Ah!  tu pigli il toro
    per  le  corna!  Sta  bene.  Io  ti  offro  una costoletta,  tu mi
    rispondi: "A proposito,  vog'io ammogliarmi".  Questa s che  una
    transizione!  Ah!  tu avevi calcolato di farmi brontolare!  Tu non
    sapevi che sono un vecchio debole. Che ne dici? Tutto questo ti fa
    arrabbiare. Non ti aspettavi di trovare tuo nonno pi gonzo di te;
    ci rimetti il discorso che mi  volevi  fare,  signor  avvocato,  e
    questo ti d noia.  Ebbene,  tanto peggio,  arrovellati. Io faccio
    quello che vuoi e questo ti rompe le gambe, imbecille! Ascolta. Ho
    assunto le mie informazioni;  sono sornione anch'io,  sai!  Lei  
    vezzosa,  saggia;  la storia del lanciere non  vera;  ha fatto un
    monte di filacce;  un gioiello e ti adora...  Se morivi,  saremmo
    stati in tre;  la sua bara avrebbe accompagnato la mia. Mi era ben
    passato per la testa,  appena sei stato meglio,  di  schiaffartela
    qui   al  capezzale,   ma  solo  nei  romanzi  s'introducono  cos
    senz'altro le ragazze vicino al letto dei leggiadri feriti che  le
    interessano;  sono  cose  che non si fanno.  Che avrebbe detto tua
    zia?  Tu eri nudo i tre quarti del tempo,  ragazzo mio.  Domanda a
    Nicoletta,  che non t'ha mai lasciato un minuto,  se era possibile
    che una donna ti restasse vicino.  E  poi  che  avrebbe  detto  il
    medico?  Una  bella  ragazza non guarisce la febbre.  Infine,  sta
    bene, non parliamone pi;  detto, fatto, concluso.  Prendila.  E'
    questa la mia ferocia. Capisci? ho visto che non mi volevi bene, e
    allora  ho  detto:  Che  devo fare perch questo animale mi voglia
    bene?  E allora ho detto: -  Toh!  ho  sottomano  la  mia  piccola
    Cosetta,  ora gliela do, e bisogner pure che mi ami un poco, o mi
    dica perch non vuole.  Ah!  tu credevi  che  il  vecchio  dovesse
    tempestare, far la voce grossa, gridare di no, e alzare il bastone
    contro tutta questa aurora. Niente affatto.
    Cosetta?  sia; amore? sia; non domando di meglio. Signore, abbiate
    la compiacenza di ammogliarvi. Sii felice, figlio mio diletto!
    Ci detto, il vecchio scoppi in singhiozzi.
    E presa la testa di Mario,  se la  strinse  fra  le  braccia,  sul
    vecchio  petto,  e piansero tutti e due.  E' una delle forme della
    felicit suprema.
    - Padre mio! - esclam Mario.
    - Ah! dunque mi vuoi bene! - disse il vecchio.
    Successe un momento  ineffabile;  si  sentivano  soffocare  e  non
    potevano parlare.
    Finalmente il nonno balbett:
    - Su via! eccolo sulla buona strada. Mi ha chiamato padre.
    Mario, liberata la testa dalle braccia del nonno, disse piano:
    - Ma, padre mio, adesso che sto bene, mi pare che potrei vederla.
    - Previsto anche questo. La vedrai domani.
    - Padre mio!
    - Cos'?
    - E perch non oggi?
    - Ebbene, oggi; vada per oggi. M'hai chiamato tre volte tuo padre,
    una  cosa  vale  l'altra.  Vado a occuparmene.  Te la condurranno.
    Previsto,  ti dico.  Fu gi messo  in  versi.  E'  la  conclusione
    dell'elegia  del  "Giovane  malato"  di Andrea Chnier,  di Andrea
    Chnier che fu sgozzato dagli sceller... dai giganti del '93.
    Il signor Gillenormand credette di scorgere una leggera ruga sulla
    fronte del giovane,  il quale invece,  a  dire  il  vero,  non  lo
    ascoltava, rapito com'era in estasi, e pensava molto pi a Cosetta
    che   al   '93.   Il  vecchio,   tremante  d'aver  ricordato  cos
    inopportunamente Andrea Chnier, riprese precipitosamente:
    -  Sgozzato  non    la  parola.  Fatto  sta  che  i  grandi  geni
    rivoluzionari, i quali non erano cattivi, questo  incontestabile,
    ed  erano tanti eroi,  altro che!  trovarono che Andrea Chnier li
    infastidiva un poco,  e lo fecero ghigliott...  vale  a  dire  che
    nell'interesse  della  salute pubblica quei grandi uomini il sette
    termidoro pregarono Andrea Chnier che si degnasse di andare...
    Stretto alla gola dalla propria frase,  il signor Gillenormand non
    pot  continuare,  e  non  potendo  n  terminarla n ritrattarla,
    mentre sua figlia rassettava il  guanciale  dietro  di  Mario,  il
    vecchio sconvolto da tante emozioni, si slanci fuori dalla stanza
    da  letto  con  tutta la sveltezza concessagli dall'et,  respinse
    dietro di s la porta, e rosso, soffocato,  schiumante di collera,
    con  gli  occhi fuori dalla testa,  si trov a faccia a faccia con
    l'onesto Basco,  che stava  in  anticamera  lucidando  le  scarpe.
    L'afferr per il bavero e gli grid in viso con furore:
    -  Per  le centomila incudini del diavolo,  quei briganti lo hanno
    assassinato!
    - Chi, signore?
    - Andrea Chnier!
    - S, signore  -  rispose Basco spaventato.

    4.  LA SIGNORINA GILLENORMAND FINISCE COL TROVARE NORMALE  CHE  IL
    SIGNOR FAUCHELEVENT ENTRASSE CON QUALCHE COSA SOTTO IL BRACCIO.
    Cosetta  e  Mario si rividero.  Rinunciamo a dire che cosa fu quel
    colloquio. Ci sono cose che non si deve tentar di descrivere;  fra
    di esse c' il Sole.
    Tutta la famiglia,  compresi Basco e Nicoletta,  era riunita nella
    camera di Mario nel momento in cui entr Cosetta.
    Quando apparve sulla soglia, sembrava avvolta in un nimbo.
    Il nonno, che proprio in quel momento stava per soffiarsi il naso,
    rest sospeso, col naso nel fazzoletto, e, guardando la fanciulla,
    esclam:
    - Adorabile!
    Poi si soffi rumorosamente.
    Cosetta era inebriata, rapita, spaventata, estasiata. Era sgomenta
    quanto si pu  esserlo  per  troppa  felicit.  Balbettava,  tutta
    pallida,  tutta rossa, voleva lanciarsi nelle braccia di Mario, ma
    non osava, vergognosa d'amare davanti a tante persone. Siamo senza
    piet con gli amanti infelici;  restiamo l,  proprio  quando  pi
    vorrebbero essere soli,  quando non hanno assolutamente bisogno di
    nessuno.
    Con Cosetta - e dietro di lei - era entrato un  uomo  coi  capelli
    bianchi,  grave  e  pur  sorridente,  ma  d'un  sorriso  incerto e
    straziante. Era "il signor Fauchelevent", era Valjean.
    Era molto ben vestito,  come aveva detto il  portinaio,  tutto  di
    nero e a nuovo, e in cravatta bianca.
    Il  portinaio  era lontano le mille miglia dal riconoscere in quel
    borghese corretto, in quel probabile notaio,  l'orribile portatore
    di cadaveri, che lacero, inzaccherato, schifoso, stravolto, con la
    faccia  coperta  di sangue e di fango,  si era presentato alla sua
    porta nella notte del 7 giugno,  sostenendo per le  ascelle  Mario
    svenuto.  Tuttavia  il suo fiuto di portinaio era buono,  e quando
    vide giungere  il  signor  Fauchelevent  con  Cosetta,  non  seppe
    astenersi dal confidare a sua moglie questa idea:
    - Non so perch, ma mi pare di avere gi visto quel volto.
    Fauchelevent,  nella stanza di Mario,  rimaneva quasi in disparte,
    presso l'uscio.  Aveva sotto braccio un involto assai simile a  un
    volume  in  ottavo,  avvolto  in  un foglio di carta verdastra che
    sembrava ammuffita.
    - Porta sempre dei libri sotto il braccio quel signore?  -  chiese
    sottovoce  a  Nicoletta  la  signorina  Gillenormand,  a  cui  non
    piacevano i libri.
    - Ebbene - rispose con lo stesso tono il signor  Gillenormand  che
    l'aveva  udita  -  un dotto.  E perci?  E' colpa sua?  Il signor
    Boulard,  che ho conosciuto,  neppure lui andava in giro senza  un
    libro, e ne aveva sempre uno cos stretto al cuore.
    - Signor Tranchelevent...
    Pap  Gillenormand  non lo fece apposta,  ma la sbadataggine per i
    nomi propri era in lui una maniera aristocratica.
    - Signor Tranchelevent, ho l'onore di chiedervi per mio nipote, il
    signor barone Mario Pontmercy, la mano della signorina.
    Il "Signor Tranchelevent" s'inchin.
    - E' fatto - disse il nonno.
    E volgendosi  a  Mario  e  Cosetta,  con  le  braccia  distese,  e
    benedicendoli, grid:
    - Vi permetto di adorarvi.
    Non  se  lo  fecero  dire  due  volte.  Tanto meglio!  Cominci il
    cinguettio. Parlavano sommesso.  Mario puntellato col gomito sulla
    poltrona a sdraio, Cosetta in piedi vicino a lui.
    - Ah mio Dio - mormorava Cosetta - vi rivedo!  Sei tu!  siete voi!
    Andare a battervi in quel modo!  Ma perch?  E' una cosa orribile!
    Per quattro mesi, sono stata come una morta. Che cattiveria essere
    stato a quella battaglia!  Vi perdono,  ma non lo farete pi. Poco
    fa,  quando sono venuti a dirci di venire,  ho creduto  ancora  di
    morire,  ma  per  la gioia.  Ero cos triste!  Non mi sono neppure
    preoccupata di vestirmi: devo essere brutta  da  far  paura.  Cosa
    diranno  i  vostri  parenti,  vedendomi  con  una  gorgiera  tutta
    gualcita?  Ma parlate dunque!  Mi  lasciate  discorrere  da  sola.
    Stiamo  sempre  in via Homme-Arm.  Pare che la ferita alla spalla
    fosse spaventosa; m'hanno detto che vi si poteva cacciar dentro la
    mano. E poi, pare che vi abbiano tagliato le carni con le forbici;
     una cosa orribile!  Ho pianto tanto che non  ho  pi  occhi.  E'
    strano  che  si possa soffrire cos.  Vostro nonno ha l'aria molto
    buona. Non state cos scomodo, non vi appoggiate sul gomito; state
    attento,  vi farete male.  Oh,  come sono  contenta!  Sono  dunque
    finite le avventure!  Sembro stordita; volevo dirvi tante cose, ma
    non ricordo pi nulla.  Mi amate sempre?  Abitiamo in  via  Homme-
    Arm.  Non  c'  giardino.  In  tutto questo tempo ho sempre fatto
    filacce; guardate,  colpa vostra, signorino,  ho un po' incallito
    le dita.
    - Angelo! - diceva Mario.
    Angelo    la sola parola che non si possa sciupare,  nessun altro
    vocabolo  resisterebbe  allo  spietato  abuso  che  ne  fanno  gli
    innamorati.
    Poi,  essendoci  delle  persone  presenti,  s'interruppero  e  non
    aprirono pi bocca,  accontentandosi di  toccarsi  leggermente  la
    mano.
    Il  signor  Gillenormand  si volse a tutte le persone che erano in
    quella stanza e grid:
    - Parlate dunque ad alta voce,  voi altri,  fate  rumore,  tra  le
    quinte.  Su animo,  un po' di strepito, che diavolo! perch questi
    ragazzi possano chiacchierare a loro piacere.
    E accostatosi a Mario e a Cosetta, aggiunse sottovoce:
    - Datevi del tu, non abbiate soggezione.
    La zia Gillenormand assisteva stupita a quella irruzione  di  luce
    nella  sua  vecchia  casa.  Ma  quello  stupore non aveva nulla di
    aggressivo: non era  niente  affatto  l'occhiata  scandalizzata  e
    invidiosa  d'una  civetta  a una coppia di colombi,  ma lo sguardo
    inebetito d'una povera innocente  di  cinquantasett'anni;  era  la
    vita mancata che guardava quel trionfo, l'amore.
    -  Signorina  Gillenormand - le disse suo padre - te l'avevo detto
    io che ti sarebbe accaduto cos.
    E dopo un momento di silenzio aggiunse:
    - Guarda la felicit degli altri.
    Quindi volgendosi a Cosetta:
    - Com' graziosa!  com' graziosa!  E' un Greuze.  L'avrai  dunque
    tutta per te solo,  ragazzaccio! Ah, briccone, la scampi bella con
    me!  Sei fortunato:  se  avessi  quindici  anni  di  meno,  ce  la
    disputeremmo   in  duello.   Ecco  che  sono  innamorato  di  voi,
    signorina! E' naturale. E' il vostro diritto. Ah,  che belle,  che
    allegre  nozze che faremo!  La nostra parrocchia  San Dionigi del
    Santo Sacramento, ma otterr una dispensa perch vi sposiate a San
    Paolo.  La chiesa  pi bella,  pi civettuola: fu  edificata  dai
    gesuiti  dirimpetto  alla  fontana  del  cardinale di Birague.  Il
    capolavoro architettonico dei gesuiti si trova a Namur;  si chiama
    San Lupo.  Dovreste andare a vederlo quando sarete sposati: val la
    pena d'un viaggio,  signorina;  io sono completamente della vostra
    opinione,  voglio  che  le  fanciulle si maritino;  sono fatte per
    questo.  C' una certa santa Caterina che vorrei sempre  vedere  a
    capo  scoperto.  Rimanere nubili  una cosa bella,  ma fredda.  La
    Bibbia dice:  Moltiplicatevi.  Per  salvare  il  popolo  ci  vuole
    Giovanna  d'Arco,  ma  per  fare il popolo ci vuole mamma Gigogne.
    Dunque sposatevi, ragazze. Io non capisco davvero a quale scopo si
    debba restare zitelle.  So  benissimo  che  in  chiesa  hanno  una
    cappella separata,  e che vanno a finire nella confraternita della
    Vergine; ma, perbacco! un bel marito, un bravo ragazzo,  e dopo un
    anno  un  bel  bamboccio  biondo che poppa gagliardamente,  che ha
    delle buone pieghe di ciccia sulle cosce e che vi annaspa sul seno
    con le sue rosee manine ridendo come l'aurora;  tutto questo  vale
    pi che tenere un cero a vespro e cantare "Turris Eburnea"!
    Il  nonno fece una piroetta sulle sue calcagna di novanta anni,  e
    riprese a parlare come se avesse ricaricato la molla.
    - "Dunque, frenando il tuo vagar fantasioso,
    E' proprio vero, Alcippo, tra poco sarai sposo".
    - A proposito.
    - Che cosa, padre mio?
    - Non avevi un amico intimo?
    - S, Courfeyrac.
    - Cosa ne  stato?
    - E' morto.
    - Cos va bene.
    Sedette vicino a essi,  fece  sedere  Cosetta,  e  prese  le  loro
    quattro mani nelle sue vecchie mani rugose:
    - E' deliziosa,  questa piccola. E' un capolavoro, questa Cosetta!
    E' una ragazzina ed    gi  una  gran  dama.  Sar  soltanto  una
    baronessa;  peccato,   nata marchesa!  E che ciglia!  Figli miei,
    ficcatevi bene nella zucca che voi siete nel vero. Amatevi, fino a
    diventarne stupidi.  L'amore  la  stoltezza  degli  uomini  e  lo
    spirito  di Dio.  Adoratevi!  Solo che - soggiunse turbandosi d'un
    tratto - per disgrazia, ora che ci penso, pi della met di quanto
    possiedo   collocata  a  vitalizio.  Finch  vivr  io,  le  cose
    cammineranno  abbastanza  bene,  ma  dopo  la  mia morte,  fra una
    ventina d'anni, miei poveri figlioli, non avrete pi un soldo.  Le
    vostre belle mani bianche,  signora baronessa,  faranno al diavolo
    l'onore di tirarlo per la coda.
    A questo punto si ud una voce grave e tranquilla che diceva:
    -  La  signorina  Eufrasia  Fauchelevent   possiede   seicentomila
    franchi.
    Era la voce di Valjean.
    Non  aveva  ancora  proferito  una  parola,  e  pareva che nessuno
    sapesse che egli era l.  Se ne stava in piedi e immobile dietro a
    tutte quelle persone felici.
    - Chi  questa signorina Eufrasia? - chiese il nonno sorpreso.
    - Sono io - rispose Cosetta.
    - Seicentomila franchi! - riprese il signor Gillenormand.
    - Meno forse quattordici o quindicimila franchi - osserv Valjean.
    E  pos sulla tavola l'involto che la zia Gillenormand aveva preso
    per un libro.
    Valjean apr lui stesso l'involto;  era un fascio di biglietti  di
    banca.  Furono sfogliati e contati;  c'erano cinquecento biglietti
    da mille franchi e  centosessantotto  da  cinquecento;  in  totale
    cinquecentottantaquattromila franchi.
    - Ecco un buon libro - disse il signor Gillenormand.
    - Cinquecentottantaquattromila franchi - mormor la zia.
    - Questo accomoda molte cose,  non  vero,  signorina Gillenormand
    maggiore - riprese il nonno.  - Quel diavolo di Mario   andato  a
    snidare nell'albero dei sogni una ragazza milionaria! Fidatevi ora
    degli  amoretti  dei  giovanotti!  Gli  studenti che trovano delle
    studentesse con seicentomila franchi!  Cherubino che lavora meglio
    di Rothschild.
    -  Cinquecentottantaquattromila  franchi  -  ripeteva sottovoce la
    signorina Gillenormand.  -  Cinquecentottantaquattromila  franchi!
    Tant' dire seicentomila, diamine!
    Mario  e Cosetta frattanto si guardavano,  e appena s'accorsero di
    quell'incidente.

    5.  DEPOSITATE IL VOSTRO DENARO IN CERTE  FORESTE,  PIUTTOSTO  CHE
    PRESSO CERTI NOTAI.
    Il   lettore  ha  certamente  capito,   senza  bisogno  di  lunghe
    spiegazioni,  che dopo il processo Champmathieu e grazie alla  sua
    prima  evasione  di  pochi  giorni,  Valjean aveva potuto andare a
    Parigi e ritirare in tempo dalla banca Laffitte la  somma  da  lui
    guadagnata a Montreuil-sur-mer sotto il nome di Madeleine;  e che,
    temendo d'essere ripreso,  come infatti avvenne poco  tempo  dopo,
    aveva  nascosto  e  sepolto quella somma nel bosco di Montfermeil,
    nel  luogo  detto  il  fondo  Blaru.   La  somma,   che   era   di
    seicentotrentamila  franchi  tutti  in biglietti di banca,  faceva
    poco volume e stava in una scatola.  Senonch,  per preservare  la
    scatola dall'umidit, l'aveva rinchiusa in un cofanetto di quercia
    pieno di trucioli di castagno,  nel quale aveva messo pure l'altro
    suo tesoro, i candelieri del vescovo,  che,  come sappiamo,  aveva
    portato via scappando da Montreuil-sur-mer. L'uomo, visto la prima
    volta una sera da Boulatruelle,  era Valjean. Pi tardi, ogni qual
    volta gli occorreva danaro,  egli andava a prenderne nella  radura
    Blaru;  donde le sue assenze gi accennate. In un nascondiglio tra
    le sterpaglie, noto a lui solo, teneva una zappa. Vedendo Mario in
    convalescenza,  sentendo avvicinarsi il momento in cui quel denaro
    poteva essere utile, era andato a prenderlo; ed era ancora lui che
    Boulatruelle aveva visto nel bosco, questa volta per di mattina e
    non di sera. Boulatruelle eredit la zappa.
    La  somma  precisa  era  di  cinquecentottantaquattromila franchi.
    Valjean prelev per s cinquecento franchi,  pensando: - Pi tardi
    vedremo.
    La  differenza fra la somma attuale e i seicentotrentamila franchi
    ritirati dalla banca Laffitte  rappresentava  la  spesa  di  dieci
    anni,  dal 1823 al 1833.  Pei cinque anni di soggiorno in convento
    erano bastati solo cinquemila franchi.
    Valjean  mise  i  due  candelieri  d'argento  sul  caminetto,  ove
    brillarono con grande ammirazione della Toussaint.
    D'altra  parte  Valjean  sapeva d'essere stato liberato da Javert,
    avendo udito narrare e poi letto nel Moniteur che un ispettore  di
    polizia  Javert  era stato rinvenuto annegato sotto un battello da
    lavandaia tra il Pont-au-Change  e  il  Ponte  Nuovo,  e  che  uno
    scritto  lasciato da quell'uomo,  irreprensibile del resto e molto
    stimato  dai  suoi  superiori,   faceva  credere  a   un   accesso
    d'alienazione mentale e a un suicidio.
    -  Infatti - pens Valjean - per avermi lasciato libero quando gi
    mi teneva, doveva proprio essere pazzo.

    6. I DUE VECCHI FANNO DI TUTTO PERCHE' COSETTA SIA FELICE.
    Tutto fu disposto per il matrimonio. Il medico consultato dichiar
    che poteva celebrarsi in febbraio.  Si  era  allora  in  dicembre.
    Trascorsero alcune incantevoli settimane di felicit perfetta.
    Il  meno  felice  non  era il nonno,  il quale rimaneva dei quarti
    d'ora a contemplarsi Cosetta.
    - Oh che meravigliosa fanciulla!  - esclamava.  - E che fisionomia
    dolce e buona! Non c' da far paragoni,  la pi graziosa figliola
    che  abbia  mai  visto  in  vita  mia.  Pi tardi avr delle virt
    profumate di violetta.  E' una vera grazia!  Non si pu non vivere
    nobilmente  con  una creatura simile.  Mario,  figlio mio,  tu sei
    barone, sei ricco, non fare l'avvocato, te ne supplico.
    Cosetta e Mario  erano  passati  repentinamente  dal  sepolcro  al
    paradiso;   la  transizione  era  avvenuta  senza  cautele,  e  ne
    sarebbero rimasti storditi se non ne fossero gi stati abbagliati.
    - Ci capisci qualcosa in tutto questo? - chiedeva Mario a Cosetta.
    - No - rispondeva Cosetta - ma  mi  sembra  che  il  buon  Dio  ci
    guardi.
    Valjean  fece  tutto,  appian tutto,  concili tutto,  rese tutto
    facile.   Egli  affrettava  la  felicit   della   fanciulla   con
    altrettanta premura e altrettanta gioia quanto Cosetta stessa.
    Essendo  stato sindaco,  seppe risolvere un problema delicato,  di
    cui egli solo conosceva il segreto: lo stato  civile  di  Cosetta.
    Confessarne  apertamente  l'origine,  chi  sa?  poteva impedire il
    matrimonio.  Egli cav la fanciulla da  tutte  le  difficolt.  Le
    diede  una  famiglia di persone morte,  mezzo sicuro per evitare i
    reclami.  Cosetta la superstite di una famiglia estinta.  Non  era
    figlia  sua,  ma  d'un altro Fauchelevent.  Due fratelli di questo
    nome erano stati giardinieri nel  convento  del  Petit-Picpus.  Si
    and  al  convento,  ove abbondarono le migliori informazioni e le
    pi rispettabili testimonianze. Le buone religiose,  poco adatte e
    poco  inclini  a  investigare  su  questioni  di paternit,  e non
    supponendo malizia,  non avevano mai saputo esattamente  di  quale
    dei  due  Fauchelevent  Cosetta fosse figlia.  Dissero quel che si
    volle da esse, e lo dissero con zelo.  Fu steso un atto notarile e
    Cosetta   davanti   alla   legge  divenne  la  signorina  Eufrasia
    Fauchelevent, dichiarata orfana di padre e di madre.  Valjean fece
    in modo da essere designato,  sotto il nome di Fauchelevent,  come
    tutore di Cosetta, col signor Gillenormand come protutore.
    Quanto ai cinquecentottantaquattromila franchi, dichiar che erano
    un legato fatto  a  Cosetta  da  persona  che  desiderava  restare
    sconosciuta.     Il     legato     ammontava    in    origine    a
    cinquecentonovantaquattromila franchi,  ma diecimila  erano  stati
    spesi per l'educazione della signorina Eufrasia, di cui cinquemila
    pagati  allo stesso convento.  Quel legato,  depositato in mano di
    terza persona,  doveva essere rimesso alla fanciulla quando  fosse
    maggiorenne o all'epoca del suo matrimonio. Tutto questo era molto
    plausibile,  come si vede,  soprattutto con l'appoggio di pi d'un
    mezzo milione. C'erano,   vero,  qua e l alcune cose strane,  ma
    non  le  videro,  giacch  uno  degli  interessati aveva gli occhi
    bendati dall'amore, gli altri dai seicentomila franchi.
    Cosetta seppe cos di non essere figlia del buon  vecchio  da  lei
    per tanto tempo chiamato padre.  Egli era soltanto un parente;  il
    suo vero padre era un altro Fauchelevent.  In tutt'altro  momento,
    questo  fatto l'avrebbe rattristata;  ma nel momento ineffabile in
    cui si trovava,  fu appena una nuvola,  un'ombra;  ed era tanta la
    sua  gioia  che  la nube dur poco.  Essa aveva Mario.  Il giovane
    arrivava e il vecchio scompariva. La vita  fatta cos.
    Inoltre,  da molti anni Cosetta era  abituata  a  vedersi  intorno
    degli enigmi; chiunque abbia avuto un'infanzia misteriosa  sempre
    disposto a certe rinunce.
    Tuttavia continu a chiamare Valjean "padre".
    Cosetta era entusiasta di pap Gillenormand, il quale, a dir vero,
    la colmava di madrigali e di doni. Mentre Valjean le costruiva una
    posizione  normale  nella societ e uno stato civile ineccepibile,
    il signor Gillenormand attendeva al  regalo  nuziale.  Niente  gli
    piaceva  tanto quanto mostrarsi magnifico.  Le regal una veste di
    merletti Binche che aveva ereditato dalla sua nonna, dicendole:
    - Queste mode rinascono;  le anticaglie fanno furore;  le  giovani
    della mia vecchiaia si vestono come le vecchie della mia infanzia.
    Svaligiava  i suoi rispettabili e panciuti canterani laccati,  che
    non erano stati aperti da anni.  - Scrutiamo i segreti  di  queste
    nobili  dame;  vediamo  che cosa hanno nel pancione - diceva.  - E
    violava rumorosamente i cassetti zeppi degli ornamenti di tutte le
    sue mogli,  di tutte le sue amanti e di  tutte  le  sue  antenate.
    Stoffe di Pechino,  damaschi,  lampazzi,  moerri dipinti, abiti di
    gros marezzati di Tours, fazzoletti ricamati in oro lavabile delle
    Indie,  delfine senza rovescio ancora in pezza,  punti di Genova e
    d'Alenon,  parures  in  oreficeria  antica,  bomboniere di avorio
    ornate di  microscopiche  battaglie,  guarnizioni,  nastri;  tutto
    donava  prodigalmente  a  Cosetta.  E Cosetta meravigliata,  pazza
    d'amore per Mario e  riboccante  di  riconoscenza  per  il  signor
    Gillenormand, sognava una felicit senza fine vestita di raso e di
    velluto.  Il  suo  cesto con i doni nuziali le pareva sostenuto da
    serafini, e l'anima s'involava nell'azzurro sulle ali dei merletti
    di Malines.
    L'ebbrezza degli innamorati non era uguagliata,  l'abbiamo  detto,
    se non dall'estasi del nonno.  Nella via delle Figlie del Calvario
    c'era una specie di fanfara.
    Ogni mattina,  nuova offerta di cose rare  del  nonno  a  Cosetta,
    intorno  alla  quale si mettevano splendidamente in mostra tutti i
    possibili falpal.
    Un giorno Mario, che volentieri intercalava i discorsi seri con la
    sua felicit,  disse a proposito di non so  quale  incidente:  Gli
    uomini della rivoluzione sono cos grandi,  che hanno il prestigio
    dei secoli, come Catone e come Focione,  e ciascuno di loro sembra
    una memoria antica.
    -  Moerro  antico!  -  esclam il vecchio.  - Grazie,  Mario,  era
    appunto l'idea che cercavo.
    E il giorno appresso una magnifica veste di moerro antico color t
    fu aggiunto al corredo di Cosetta.
    Da tutti quegli ornamenti il vecchio  deduceva  delle  massime  di
    saggezza.
    -  L'amore  va  bene,  ma  ci  vuole  anche questo.  La felicit 
    soltanto il necessario; ci vuole anche l'inutile; bisogna condirla
    enormemente di superfluo. Un palazzo e il suo cuore;  il suo cuore
    e  il Louvre;  il suo cuore e i gran giochi d'acqua di Versailles.
    Datemi la mia pastorella e  fate  che  sia  duchessa.  Conducetemi
    Fillide coronata di fiordalisi e aggiungetele centomila franchi di
    rendita.  Spalancatemi  una  scena  bucolica,  a perdita di vista,
    sotto un colonnato di marmo e io accetto la bucolica  e  anche  la
    fantasmagoria  di  marmo  e oro.  La felicit asciutta somiglia al
    pane  asciutto;  si  mangia,  ma  non  si  pranza.  Io  voglio  il
    superfluo,  l'inutile, lo stravagante, l'eccessivo, quello che non
    serve a nulla.  Mi ricordo  di  aver  visto  nella  cattedrale  di
    Strasburgo  un  orologio  alto  come  una  casa  a tre piani,  che
    indicava l'ora, che aveva la compiacenza d'indicare l'ora,  ma che
    non  pareva  fatto  per  questo;   dopo  aver  suonato  mezzod  o
    mezzanotte, mezzod l'ora del sole, mezzanotte l'ora dell'amore, o
    qualsiasi altra cosa che vi piaccia,  vi dava la luna e le stelle,
    la  terra  e il mare,  gli uccelli e i pesci,  Febo e Febea,  e un
    mucchio di cose che uscivano dalla nicchia, e i dodici apostoli, e
    l'imperatore  Carlo  Quinto,   ed  Eponina   e   Sabino,   e   per
    soprammercato  un  mucchio  di  pupazzi  dorati  che  suonavano la
    tromba.   Senza  contare  i  deliziosi  scampanii  che  diffondeva
    nell'aria  ogni  tanto  senza ragione.  Vale altrettanto un brutto
    quadrante nudo nudo che indica soltanto le  ore?  Io  sto  per  il
    grande  orologio  di  Strasburgo  e  lo preferisco al cuculo della
    Selva Nera.
    Il signor Gillenormand divagava  specialmente  a  proposito  delle
    nozze, e tutte le specchiere del settecento passavano alla rinfusa
    nei suoi ditirambi.
    -  Voi  altri ignorate l'arte delle feste - esclamava.  - Oggi non
    sapete  organizzare  un  giorno  di  gioia.   Il   vostro   secolo
    diciannovesimo   fiacco;  manca di eccessi;  ignora il ricco,  il
    nobile.  E' troppo terra-terra.  ll vostro terzo Stato  insipido,
    incolore, inodore e informe. Il sogno delle vostre borghesi quando
    si accasano,  come dicono,   un bel salottino decorato di fresco,
    tutto in palissandro e calic.  Largo,  largo!  il signor  Pitocco
    sposa la signorina Lesina. Sontuosit e splendore! Hanno attaccato
    un  luigi  d'oro  a una torcia!  Ecco l'epoca attuale.  Domando di
    fuggirmene tra i Sarmati.  Ah!  io predissi che tutto era  perduto
    fino dal 1787, il giorno in cui vidi il duca di Rohan, principe di
    Lon,  duca  di  Chabot,  duca  di Mombazon,  marchese di Soubise,
    visconte di Thouars,  pari di Francia,  andare a Longchamps in  un
    calessino!  La cosa ha dato i suoi frutti.  In questo secolo fanno
    gli affari,  giocano  alla  Borsa,  guadagnano  quattrini  e  sono
    spilorci.  Curano  e  inverniciano la superficie,  sono attillati,
    lavati,  insaponati,  raschiati,  rasati,   pettinati,   lucidati,
    lisciati,   strofinati,   spazzolati,   nettati   al   di   fuori,
    irreprensibili,  levigati come ciottoli,  discreti,  assettati,  e
    nello stesso tempo - virt della mia bella!  - hanno in fondo alla
    coscienza dei letamai  e  delle  cloache  da  far  inorridire  una
    vaccaia  che  si  pulisca  il  naso  con  le  dita!  Io affibbio a
    quest'epoca la seguente  divisa:  "decenza  sudicia".  Mario,  non
    andare in collera,  permettimi di parlare,  vedi che non dico male
    del popolo;  ma lascia che mi sfoghi  contro  la  borghesia.  Sono
    borghese anch'io.  Chi ama molto castiga molto.  E con ci ti dico
    chiaro e tondo che la gente si sposa,  s,  ma non sanno sposarsi.
    E'  vero,   io  rimpiango  la  gentilezza  delle  antiche  usanze.
    Rimpiango tutto;  l'eleganza,  i modi  cavallereschi,  le  maniere
    cortesi  e graziose,  il lusso rallegratore che ognuno dimostrava,
    la musica che faceva parte delle nozze  -  sinfonia  per  le  alte
    classi,  strepito  di  tamburi  per  le  basse - le danze,  i visi
    giocondi a mensa,  i madrigali lambiccati,  le canzoni,  i  fuochi
    d'artificio,  le  franche  risate,  il  diavolo  con  tutte le sue
    diavolerie,  e grandi nodi di nastri.  Rimpiango  la  giarrettiera
    della  sposa.  Perch  si fa la guerra di Troia?  Diamine!  per la
    giarrettiera di Elena. Perch si battono? perch il divino Diomede
    fracassa sul capo di Merione il grand'elmo di bronzo  dalle  dieci
    punte?  perch  Achille  ed  Ettore  si  picchiano a gran colpi di
    picca?  No!  Ma perch Elena s' lasciata prendere la giarrettiera
    da  Paride.  Con  la  giarrettiera  di  Cosetta  Omero comporrebbe
    l'Iliade;  introdurrebbe nel suo poema un vecchio ciarlone come me
    e lo chiamerebbe Nestore.  Amici miei,  in altri tempi,  in quegli
    amabili altri tempi si sposavano sapientemente;  si faceva un buon
    contratto  e  poi  una buona gozzoviglia;  appena uscito il notaio
    entrava il cuoco.  Ma sicuro!  perch  lo  stomaco    una  bestia
    piacevole,  che  reclama quanto le  dovuto,  e vuole anch'essa le
    sue nozze.  Si cenava bene,  e a tavola si aveva una bella  vicina
    senza  colletto,  che nascondeva il seno con moderazione.  Oh,  le
    belle  bocche  ridenti!  e  come  si  stava  allegri  allora!   la
    giovinezza era un mazzo di fiori; ogni giovinotto si incoronava di
    un  ramo  di  lilla o una ciocca di rose;  anche i guerrieri erano
    pastori,  e il capitano dei  dragoni  trovava  modo  di  chiamarsi
    Floriano.  Ci tenevano a essere belli; si coprivano di ricami e di
    porpora. Un borghese sembrava un fiore, il marchese una gemma. Non
    si usavano le ghette, non si usavano gli stivali.  Erano azzimati,
    lustri,  marezzati,  biondeggianti, agili, leggiadri, galanti, ci
    che non impediva di portare la spada  al  fianco.  Il  colibr  ha
    becco  e  unghie.  Era  l'epoca  delle "Indie galanti".  Uno degli
    aspetti del secolo era la delicatezza, l'altro la magnificenza, e,
    per la virt d'un cavolo!  si divertivano.  Oggi invece sono tutti
    seri. Il borghese  avaro, la borghesia  schizzinosa. Il vostro 
    un  secolo  sfortunato.  Caccerebbe  via  le  grazie perch troppo
    scollacciate. Ahim!  nascondono la bellezza come una cosa brutta.
    Dalla rivoluzione,  tutti portano calzoni, anche le ballerine; una
    saltimbanca deve essere grave;  le vostre danze sono  dottrinarie.
    Bisogna   mostrarsi  maestosi.   Sarebbero  irritatissimi  se  non
    potessero  nascondere  il  mento  nella  cravatta.  L'ideale  d'un
    galoppino  di vent'anni che prenda moglie  di somigliare a Royer-
    Collard.  E sapete cosa otterrete con  codesta  maest?  Diventate
    piccini. Abbiate in mente che la gioia non  soltanto gioconda, ma
     grande.  Amoreggiate dunque allegramente, che diavolo! quando vi
    sposate;  sposatevi dunque con la  febbre  e  lo  stordimento,  lo
    strepito e il tramestio della felicit! Gravi in chiesa, sia pure;
    ma  appena  finita la messa,  perdinci!  si dovrebbe circondare la
    sposa d'un vortice fantastico. Uno sposalizio deve essere regale e
    chimerico,  deve far passeggiare la cerimonia dalla cattedrale  di
    Reims alla pagoda di Chanteloup.  Io odio le nozze miserabili. Per
    Bacco Bacchissimo!  siate nell'olimpo,  almeno quel giorno:  siate
    tanti dei. Potrebbero essere dei silfi, delle divinit del gioco e
    del riso,  degli argiraspidi, e invece sono tanti gaglioffi! Amici
    miei,  ogni novello sposo  dev'essere  un  principe  Aldobrandini.
    Profittate  di  questo  minuto  unico  nella  vita  per  lanciarvi
    nell'empireo  coi  cigni  e  con  le  aquile,   salvo  a  ricadere
    l'indomani  nella  borghesia  dei  ranocchi.  Non  economizzate la
    gioia, non accorciate i suoi splendori,  non lesinate il giorno in
    cui  dovete scintillare.  Lo sposalizio non  il regime domestico.
    Oh!  se facessi a mio capriccio,  riuscirebbe una cosa galante: si
    sentirebbero  i  violini  tra  gli alberi.  Ecco il mio programma:
    azzurro e denaro.  Introdurrei nella festa  le  divinit  agresti,
    convocherei le driadi e le nereidi. Le nozze d'Anfitrite, una nube
    rosea,  delle ninfe bene pettinate e nude, un accademico che offre
    delle quartine alla Dea, un carro trascinato da mostri marini.
    "Tritone trottava davanti, e cavava dalla sua conchiglia dei suoni
    cos incantevoli che rapivano chiunque".
    Ecco un programma di festa,  un programma veramente  magnifico,  o
    che io non me ne intendo pi, corpo d'un cestino!
    Mentre il nonno,  in piena effusione lirica,  ascoltava se stesso,
    Cosetta e Mario s'inebriavano guardandosi liberamente.
    La zia Gillenormand considerava  tutte  queste  cose  con  la  sua
    placidit  imperturbabile.  Negli  ultimi  cinque  o sei mesi essa
    aveva provato una certa quantit d'emozioni: il ritorno di  Mario,
    Mario  riportato sanguinante,  Mario proveniente da una barricata,
    Mario morto, poi vivo,  Mario riconciliato,  poi fidanzato,  Mario
    che  sposava una fanciulla povera,  poi sposava una milionaria.  I
    seicentomila franchi avevano  costituito  l'ultima  sua  sorpresa.
    Dopo  di che aveva ripreso la sua indifferenza di bambina di prima
    comunione. Si recava regolarmente in chiesa,  sgranava il rosario,
    leggeva il suo eucologio,  biascicava delle Ave in un angolo della
    casa,  mentre nell'altro si sussurravano degli  "I  love  you",  e
    vedeva Mario e Cosetta come due ombre. L'ombra era lei.
    C' un certo stato d'ascetismo inerte in cui l'anima neutralizzata
    dal   torpore,   estranea   a   quella   che   potrebbe  chiamarsi
    l'occupazione di vivere,  non percepisce,  tranne i terremoti e le
    catastrofi,  nessuna impressione umana, n piacevole n disgustosa
    .
    - La tua devozione - diceva il signor Gillenormand a sua  figlia,-
    corrisponde  a  un'infreddatura  di  cervello;  tu non senti nulla
    della vita, n i cattivi odori, n i buoni.
    Del resto i seicentomila franchi avevano posto fine alle titubanze
    della vecchia  zitella.  Suo  padre  aveva  preso  l'abitudine  di
    calcolarla  cos  poco,  che  non  l'aveva  nemmeno consultata sul
    consenso al matrimonio di Mario. Aveva agito con la foga consueta,
    preoccupato,   despota  divenuto  schiavo,   da  una  sola   idea:
    contentare  il  nipote.  Quanto  alla zia,  egli non s'era neppure
    sognato che esistesse e potesse avere un'opinione;  ci  che,  per
    quanto  pecora  fosse,  l'aveva  urtata.  Un  po'  urtata in fondo
    all'anima, ma esteriormente impassibile, aveva detto fra s: - Mio
    padre  risolve  la  questione  del  matrimonio  senza  di  me;  io
    risolver  quella  dell'eredit  senza di lui.  - Essa infatti era
    ricca e il padre no. S'era dunque riservata di decidere da sola su
    questo.  Ed  probabile che se il matrimonio fosse  stato  povero,
    l'avrebbe lasciato tale.  - Tanto peggio per il mio signor nipote!
    Sposa una pezzente, e resti un pezzente.  - Ma il mezzo milione di
    Cosetta le piacque, e mut le disposizioni dell'animo suo riguardo
    a  quella  coppia  d'innamorati.   Seicentomila  franchi  meritano
    considerazione, ed era evidente che lei non poteva fare altrimenti
    che lasciare la sua ricchezza a quei due giovani,  dal momento che
    non ne avevano pi bisogno.
    Fu stabilito che gli sposi avrebbero abitato in casa del nonno, il
    quale  volle  assolutamente cedere loro la propria camera,  la pi
    bella della casa.
    - Questo mi far ringiovanire -  dichiar.  -  E'  un  mio  antico
    progetto;  ho  sempre avuto l'intenzione di far le nozze nella mia
    camera.
    Quindi l'adorn d'una quantit di antichi  ninnoli  galanti,  fece
    rinnovare  il  soffitto  e  la  fece  tappezzare  con  una  stoffa
    straordinaria di Utrecht: fondo rasato a bottoni d'oro  con  fiori
    di velluto.
    -  Le cortine del letto della duchessa d'Anville alla Roche-Guyon-
    diceva egli - erano di questa stoffa.  - E mise sul caminetto  una
    figurina di Sassonia che si copriva il ventre nudo col manicotto.
    La  biblioteca del signor Gillenormand divenne lo studio legale di
    Mario, poich,  come gi sappiamo,  il consiglio dell'ordine degli
    avvocati prescriveva uno studio.

    7. SOGNO E FELICITA'.
    I  due  innamorati  si  vedevano  ogni giorno.  Cosetta veniva col
    signor Fauchelevent.  -  Che  mondo  alla  rovescia  -  diceva  la
    signorina Gillenormand - adesso le fidanzate vengono a domicilio a
    farsi corteggiare. - Ma la convalescenza di Mario aveva introdotto
    l'abitudine,  e  le  poltrone  della via Figlie del Calvario,  pi
    comode per i colloqui intimi che non le sedie impagliate della via
    Homme-Arm,  l'avevano radicata.  Mario e Fauchelevent si vedevano
    ma  non  si  parlavano.  Pareva  che cos si fosse convenuto.  Una
    signorina ha bisogno di un'accompagnatrice,  e senza  Fauchelevent
    Cosetta  non  poteva venire.  Per Mario dunque Fauchelevent era la
    condizione "sine qua non" di Cosetta.  Mettendo  sul  tappeto,  in
    modo generico e senza precisare, le questioni politiche, dal punto
    di  vista  del  miglioramento  generale,  essi  arrivavano a dirsi
    qualche cosa di pi del s e  no.  Una  volta  anzi,  a  proposito
    dell'istruzione,   che   Mario  voleva  gratuita  e  obbligatoria,
    moltiplicata sotto tutte le forme, prodigata a tutti come l'aria e
    la  luce,  in  una  parola,  respirabile  dal  popolo  intero,  si
    trovarono  all'unisono  e  quasi conversarono.  In quell'occasione
    Mario not che il signor Fauchelevent parlava bene,  e  anche  con
    una  certa elevatezza di linguaggio;  per,  gli mancava un non so
    che: aveva qualcosa di meno di un uomo di  mondo,  e  qualcosa  di
    pi.
    Nel  suo  interno,  nel fondo del suo pensiero,  Mario faceva ogni
    sorta di mute domande a quel signore Fauchelevent, che si mostrava
    con lui soltanto benevolo e freddo.  Provava  talvolta  dei  dubbi
    sulle  proprie rimembranze;  c'era nella sua memoria un vuoto,  un
    punto nero, un abisso scavato da quattro mesi d'agonia,  nel quale
    molte  cose  s'erano  perdute.  Arrivava  al punto di chiedersi se
    avesse realmente visto Fauchelevent,  un uomo cos  serio  e  cos
    calmo, nella barricata.
    Non  era questo il solo stupore che le apparizioni e le sparizioni
    del passato gli avessero lasciato nell'animo. Non  da credere che
    egli fosse libero da tutte quelle ossessioni della memoria che  ci
    forzano,    anche   felici,    anche   soddisfatti,   a   guardare
    melanconicamente indietro.  La mente che non si rivolge verso  gli
    orizzonti  svaniti  non  contiene  n pensiero n amore.  In certi
    momenti Mario, col viso nelle mani, vedeva il passato tumultuoso e
    incerto attraversargli il crepuscolo del cervello.  Vedeva  cadere
    Mabeuf,  udiva Gavroche cantare sotto la mitraglia,  sentiva sotto
    le labbra il freddo della fronte d'Eponina; Enjolras,  Courfeyrac,
    Prouvaire,  Combeferre, Bossuet, Grantaire, tutti i suoi amici gli
    si rizzavano dinanzi,  poi svanivano.  Tutti quegli  esseri  cari,
    dolorosi, valenti, graziosi o tragici, erano dunque sogni? o erano
    realmente  esistiti?  La  sommossa  gli  aveva tutto travolto.  Le
    grandi febbri hanno grandi sogni. Egli s'interrogava,  si tastava,
    era   preso  dalla  vertigine  di  tutte  quelle  realt  svanite.
    Dov'erano essi? era proprio vero che tutto fosse morto? Una caduta
    nelle tenebre aveva ingoiato tutto, eccetto lui.  Gli sembrava che
    tutto  fosse  scomparso come dietro un sipario di teatro.  Ci sono
    infatti delle tende che calano cos nella vita. Dio passa all'atto
    seguente.
    Ed egli pure, era veramente lo stesso uomo? Egli,  il povero,  era
    ricco;   egli,   l'abbandonato,   aveva  una  famiglia;  egli,  il
    disperato,  sposava Cosetta.  Gli pareva d'aver  attraversato  una
    tomba nella quale era entrato nero e ne era uscito bianco,  mentre
    gli altri vi erano rimasti. In certi momenti, tutte le persone del
    passato,  ritornate e presenti,  formavano circolo intorno a lui e
    lo   rendevano  cupo.   Allora  pensava  a  Cosetta  e  subito  si
    rasserenava.  Ma ci voleva solo  quella  felicit  per  cancellare
    quella catastrofe.
    Fauchelevent  aveva  preso posto fra questi esseri svaniti.  Mario
    esitava a credere che il Fauchelevent della barricata fosse quello
    stesso in carne  e  ossa,  cos  gravemente  seduto  accanto  alla
    fanciulla.  Il primo era probabilmente uno di quegli incubi recati
    e portati via dalle sue ore  di  delirio.  Del  resto,  la  stessa
    diversit   dei   loro  caratteri  rendeva  impossibile  qualunque
    interrogazione da  parte  di  Mario;  non  gliene  sarebbe  venuta
    neppure  l'idea.  E'  una  circostanza  caratteristica  alla quale
    abbiamo gi accennato.
    E' meno raro che non si creda il caso di due uomini che  hanno  un
    segreto comune,  e che,  per una specie di tacito accordo,  non si
    scambiano una parola su  quell'argomento.  Una  sola  volta  Mario
    tent   la   prova.   Fece  entrare  nella  conversazione  la  via
    Chanvrerie, quindi, volgendosi a Fauchelevent, gli disse:
    - Conoscete quella via?
    - Quale?
    - La via Chanvrerie?
    - Non ho nessuna idea del nome di quella via - rispose  il  signor
    Fauchelevent col tono pi naturale del mondo.
    La  risposta,  che  riguardava  il  nome  della via anzich la via
    stessa,  parve a Mario pi concludente  di  quanto  non  fosse  in
    realt.
    - Certamente - pens - ho sognato,  ho avuto un'allucinazione. Era
    qualcuno che gli somigliava, ma il signor Fauchelevent non c'era.

    8. DUE UOMINI CHE NON SI POSSONO RITROVARE.
    Per quanto vivo,  l'incantamento non cancell dalla mente di Mario
    altre preoccupazioni.
    Mentre  attendeva  l'epoca  fissata per le nozze,  che si andavano
    preparando,  egli fece fare alcune scrupolose e difficili indagini
    sul passato.
    Aveva  un  debito  di gratitudine da pi parti;  ne doveva per suo
    padre e per s.  C'era Thnardier;  c'era lo sconosciuto che aveva
    portato  lui,  Mario,  in  casa di Gillenormand.  Egli ci teneva a
    ritrovare questi due uomini.  Non  intendeva  ammogliarsi,  essere
    felice  e  dimenticarli,   temendo  che  quei  debiti  sacri,  non
    soddisfatti, gettassero un'ombra sulla sua esistenza, la quale ora
    gli si offriva cos luminosa.  Gli  pareva  impossibile  lasciarsi
    dietro  tutto  quel  passato  di  sofferenza,  e,  prima d'entrare
    allegramente nell'avvenire,  voleva  aver  saldato  il  conto  col
    passato.
    Che Thnardier fosse uno scellerato,  questo non menomava in nulla
    il  fatto  di  aver  salvato  la  vita  al  colonnello  Pontmercy.
    Thnardier era un bandito per tutti, meno per lui.
    Ignorando  la  vera scena di battaglia a Waterloo,  Mario ignorava
    che suo padre si trovava  di  fronte  a  Thnardier  nella  strana
    situazione   di   dovergli   la   vita,   senza   dovergli  alcuna
    riconoscenza.
    Nessuno degli agenti impiegati  da  Mario  giunse  a  scoprire  la
    traccia  di  Thnardier.   Da  quel  lato  la  scomparsa  sembrava
    completa.   La  Thnardier   era   morta   in   prigione   durante
    l'istruttoria del processo;  Thnardier e la figlia Azelma,  i due
    soli che restassero di quel deplorevole gruppo,  si erano  immersi
    di  nuovo nell'ombra.  Il gorgo dell'Ignoto sociale s'era richiuso
    silenziosamente su quegli esseri,  e non si  vedeva  neppure  alla
    superficie  quel  fremito,  quel  tremolio,  quegli oscuri circoli
    concentrici i quali annunciano che qualche cosa  caduta  in  quel
    punto e che si pu gettarvi lo scandaglio.
    Morta  la Thnardier,  Boulatruelle messo fuori causa,  Claquesous
    sparito,  i principali accusati evasi  di  prigione,  il  processo
    dell'agguato  nella topaia Gorbeau era quasi sfumato.  La faccenda
    era rimasta abbastanza  oscura.  Il  banco  degli  accusati  aveva
    dovuto  contentarsi di due subalterni,  Panchaud detto Printanier,
    detto Bigrenaille,  e Demi-Liard  soprannominato  Deux  Milliards,
    condannato a dieci anni di galera.  Contro i loro complici evasi e
    contumaci era stata pronunciata la pena dei lavori forzati a vita,
    e contro Thnardier,  capo e organizzatore  del  delitto  e  anche
    contumace,  quella  di  morte.  Tale condanna era la sola cosa che
    rimanesse di quell'uomo,  e gettava una luce sinistra su quel nome
    sepolto, come una candela sopra un feretro.
    Del resto, sospingendo Thnardier nei pi profondi nascondigli per
    il timore di essere ripreso, quella condanna accresceva le tenebre
    fitte che coprivano quell'uomo.
    Quanto  all'altro,  all'uomo  ignoto  che aveva salvato Mario,  le
    ricerche dettero dapprima qualche frutto,  poi si fermarono  a  un
    tratto.  Si  riusc  a  rintracciare  la vettura che la sera del 6
    giugno aveva trasportato Mario nella via Figlie del  Calvario.  Il
    cocchiere dichiar che quel giorno egli era rimasto a disposizione
    d'un  agente di polizia,  dalle tre pomeridiane fino a notte sulla
    riva dei Campi Elisi al di sopra dello sbocco della Grande  Fogna;
    che  verso  le  nove  di  sera,  il  cancello  della  fogna che d
    sull'argine del fiume  si  era  aperto;  ne  era  uscito  un  uomo
    portandone  sulle  spalle  un altro che sembrava morto;  l'agente,
    rimasto in osservazione su quel punto,  aveva arrestato il vivo  e
    sequestrato il morto;  per ordine dell'agente, il cocchiere, aveva
    ricevuto "tutta quella gente" nella sua vettura;  si  erano  prima
    recati in via Figlie del Calvario,  dove avevano deposto il morto;
    quel  morto  era  il  signor  Mario,  e  lui,  il  cocchiere,   lo
    riconosceva benissimo bench "questa volta" fosse vivo, dopo erano
    risaliti  nella  sua  vettura ed egli aveva sferzato i cavalli;  a
    qualche passo dalla porta degli Archivi lo avevano fatto  fermare,
    e  l  nella  via  l'avevano  pagato  e  lasciato;  l'agente aveva
    condotto via l'altro uomo;  non sapeva nulla di  pi,  inoltre  la
    notte era molto buia.
    Mario,  come abbiamo detto,  non si ricordava di nulla,  ricordava
    soltanto di essere stato afferrato per di dietro  nella  barricata
    da una mano robusta nel momento in cui cadeva rovescio;  poi tutto
    era svanito e non  aveva  ripreso  i  sensi  se  non  in  casa  di
    Gillenormand.
    Si perdeva in congetture.
    Non poteva dubitare della propria identit.
    Eppure,  come  era avvenuto che,  caduto in via Chanvrerie,  fosse
    stato raccolto da un agente di polizia,  sull'argine  della  Senna
    vicino  al  ponte  degli  Invalidi?  qualcuno  l'aveva portato dal
    quartiere dei Mercati sino ai Campi Elisi.  E come?  attraverso la
    cloaca. Abnegazione inaudita!
    Qualcuno? Chi?
    Era l'uomo che Mario cercava.
    Di quest'uomo,  che era il suo salvatore,  nulla, nessuna traccia,
    neppure il minimo indizio.
    Quantunque obbligato a una grande riserva,  Mario  spinse  le  sue
    ricerche  fino  alla prefettura di polizia;  ma l le informazioni
    non approdarono a nulla.  La polizia ne sapeva meno del vetturino;
    non  si  sapeva  di nessun arresto operato il 6 giugno al cancello
    della Grande Fogna;  non era pervenuto nessun rapporto  intorno  a
    quel fatto,  che dalla prefettura era considerato come una favola.
    Se ne attribuiva l'invenzione al cocchiere,  giacch  i  cocchieri
    per  avere  una  mancia sono capaci di tutto,  anche di inventare.
    Eppure il fatto era certo e Mario non ne poteva  dubitare  a  meno
    che  non  mettesse  in  dubbio,  come  abbiamo  detto,  la propria
    identit.
    Tutto era inesplicabile in quello strano enigma.
    Che ne era successo di quell'uomo,  dell'uomo  misterioso  che  il
    cocchiere  aveva  visto  uscire  dal  cancello  della Grande Fogna
    portando sulle spalle Mario svenuto,  e che l'agente di polizia in
    agguato  aveva  arrestato in flagrante delitto di salvataggio d'un
    insorto?   e  che  ne  era  stato   dell'agente   stesso?   perch
    quell'agente  aveva taciuto?  l'uomo era forse riuscito a fuggire?
    aveva corrotto l'agente?  perch quell'uomo si era eclissato  agli
    occhi  di  Mario  che  gli  doveva tutto?  Il disinteresse non era
    minore dell'abnegazione. Perch quell'uomo non ricompariva?  Forse
    egli era superiore a ogni ricompensa,  ma nessuno  superiore alla
    gratitudine. Era morto? e chi era? che viso aveva?  Nessuno sapeva
    dirglielo.  Il  cocchiere  rispondeva:  "la notte era molto buia";
    Basco e Nicoletta,  sbalorditi,  avevano badato soltanto  al  loro
    giovane  padrone tutto sanguinante;  il portinaio,  la cui candela
    aveva illuminato il tragico arrivo  di  Mario,  era  il  solo  che
    avesse  notato  quell'uomo,  ed  ecco  i  connotati  che  ne dava:
    "Quell'uomo era spaventevole".
    Nella speranza di ricavarne qualcosa per le  sue  indagini,  Mario
    fece  conservare  i  vestiti intrisi di sangue,  che aveva indosso
    quando l'avevano portato in  casa  del  nonno.  Nell'esaminare  il
    soprabito  s'accorse  che  una  delle  falde  era lacerata in modo
    strano: ne mancava un pezzo.
    Una sera Mario parlava,  davanti a Cosetta e a Valjean,  di  tutta
    quella strana avventura, delle innumerevoli informazioni assunte e
    dell'inutilit  dei  suoi  sforzi.  Il  viso  freddo  del  "signor
    Fauchelevent" lo impazientiva: con una vivacit che aveva quasi le
    vibrazioni della collera, esclam:
    - S,  quell'uomo,  chiunque sia,  fu sublime.  Sapete cosa  fece,
    signore?  Intervenne come l'arcangelo. Dovette scagliarsi in mezzo
    alla battaglia, nascondermi, aprire la fogna, trascinarmi in essa,
    e portarmi attraverso di essa!  Dovette percorrere pi di una lega
    e mezzo tra orribili gallerie sotterranee, curvato, piegato, nelle
    tenebre,  nella cloaca;  pi di una lega e mezzo,  signore, con un
    cadavere sulle spalle! E a che scopo? Con l'unico scopo di salvare
    quel cadavere. E quel cadavere sono io.  Egli pens: qui c' forse
    ancora  un  barlume  di  vita,  e  io  voglio  arrischiare  la mia
    esistenza per questa miserabile scintilla. E la sua esistenza l'ha
    arrischiata non una volta, ma venti. Ogni passo era un pericolo; e
    lo prova il fatto che uscendo dalla fogna  fu  arrestato.  Sapete,
    signore,  che quell'uomo ha fatto tutto ci?  E non poteva sperare
    nessuna ricompensa. Cos'ero io? un insorto. Cos'ero? un vinto. Oh!
    se i seicentomila franchi di Cosetta fossero miei...
    - Sono vostri - interruppe Valjean.
    - Ebbene - riprese Mario - io li darei per ritrovare quell'uomo.
    Valjean tacque.

















    Libro 6.
    NOTTE BIANCA.


    1. IL 16 FEBBRAIO 1833.
    La notte dal 16 al 17 febbraio fu una notte benedetta;  al  di  l
    del  suo  velo d'ombra il cielo si apr sopra di lei.  Fu la notte
    delle nozze di Mario e Cosetta.
    La giornata era stata bellissima.
    Non  era  stata  la  festa  azzurra   sognata   dal   nonno,   una
    fantasmagoria con una confusione di cherubini e di cupdi sopra la
    testa  degli  sposi,  un  matrimonio degno di figurare nei disegni
    d'una tappezzeria; ma era riuscita commovente e gioconda.
    La moda delle nozze nel 1833 non era quella  di  oggi.  Allora  la
    Francia  non  aveva  ancora  preso  a prestito dall'Inghilterra la
    delicatezza suprema di rapire la propria  sposa,  di  fuggire  via
    uscendo   dalla  chiesa,   di  nascondere  vergognosi  la  propria
    felicit,  e di amalgamare un contegno  da  bancarottiere  con  le
    estasi del Cantico dei Cantici.  Non si era ancora compreso quanta
    castit,  quanta squisitezza e decenza c'era nel far trabalzare il
    proprio  paradiso in una carrozza postale,  intercalare al proprio
    mistero le schioccate di frusta,  prendere per  letto  nuziale  un
    letto  d'albergo,  e  lasciarsi  indietro,  in un'alcova volgare a
    tanta notte,  il pi sacro ricordo della vita,  misto e confuso ai
    convegni dei postiglioni con le fantesche d'albergo.
    In  questa  seconda  met  del  secolo  diciannovesimo  in  cui ci
    troviamo,  il sindaco e la sua sciarpa,  il  sacerdote  e  la  sua
    pianeta, la legge e Dio non bastano pi; a completarli ci vuole il
    postiglione di Longjumeau, l'abito turchino con risvolti rossi e i
    bottoni  a campanello,  la piastra sull'avambraccio,  i calzoni di
    pelle verde, le bestemmie ai cavalli normanni dalla coda annodata,
    i  galloni  finti,   il  cappello  incerato,   i  grossi   capelli
    impolverati,  l'enorme frusta e i robusti stivali.  La Francia non
    spinge ancora la sua eleganza, come la nobilt inglese, fino a far
    piovere  sulla  carrozza  postale  degli  sposi  una  grandine  di
    pantofole  scalcagnate  e  di  vecchie  ciabatte,  in  memoria  di
    Churchill, chiamato pi tardi Marlborough o Malbrouck, il quale il
    giorno in cui spos fu assalito dalla collera di una zia  che  gli
    port fortuna. Le ciabatte e le pantofole non sono ancora comprese
    nelle  nostre  cerimonie  nuziali;  ma  pazientate un poco,  e col
    diffondersi del buon gusto ci si arriver.
    Nel 1833, - sembra siano trascorsi da allora cento anni - , non si
    facevano le nozze a gran trotto.
    In  quell'epoca  credevano  tuttavia,   cosa  bizzarra,   che   lo
    sposalizio  fosse  una  festa  intima e sociale,  che un banchetto
    patriarcale non guastasse una solennit domestica,  che la  gioia,
    anche eccessiva purch onesta,  non facesse male alla felicit,  e
    che infine fosse cosa venerabile e buona che la  fusione  dei  due
    destini da cui deve scaturire una famiglia cominciasse nella casa,
    e che l'accordo coniugale avesse a testimonio la camera nuziale. E
    commettevano l'impudicizia di sposarsi in casa propria!
    Le nozze si fecero dunque,  seguendo quella moda ora decaduta,  in
    casa Gillenormand.
    Per  quanto  naturale  e  ordinaria  sia   questa   faccenda   del
    matrimonio, le pubblicazioni, gli atti contrattuali, il municipio,
    la chiesa riservano sempre qualche complicazione;  cosicch non si
    fu pronti prima del 16 febbraio.
    Ora,  notiamo questa circostanza per pura soddisfazione di  essere
    esatti,  avvenne che il 16 febbraio fosse il marted grasso, donde
    esitazioni  e   scrupoli   specialmente   da   parte   della   zia
    Gillenormand.
    -  Marted  grasso!  -  esclam il nonno.  - Tanto meglio.  C' un
    proverbio: "Le nozze di marted grasso non avranno figli ingrati".
    Passiamo oltre! Vada per il 16! Vuoi forse ritardare tu, Mario?
    - No di certo! - rispose l'innamorato.
    - Sposiamoci dunque! - concluse il vecchio.
    Il matrimonio fu quindi celebrato  il  16,  malgrado  la  pubblica
    festa. Pioveva quel giorno; ma c' sempre in cielo, a disposizione
    dell'allegria,  un  piccolo  angolo azzurro,  che gli amanti sanno
    scorgere anche se il resto della creazione sta sotto un ombrello.
    Il giorno prima, Valjean aveva consegnato a Mario, in presenza del
    signor  Gillenormand,   i  cinquecentottantaquattromila   franchi.
    Poich  il  matrimonio  avveniva in base al regime della comunione
    dei beni, il contratto era stato semplice.
    La Toussaint,  diventava ormai inutile  a  Valjean,  fu  presa  da
    Cosetta e promossa al grado di cameriera.
    Quanto  a  Valjean,  c'era  in  casa Gillenormand una bella camera
    ammobiliata espressamente per lui,  e Cosetta gli  disse  in  modo
    cos irresistibile: "Pap, ve ne prego", che fin col fargli quasi
    promettere di andarla a occupare.
    Alcuni  giorni prima di quello fissato per le nozze,  era accaduto
    un incidente a Valjean: s'era un po' schiacciato il pollice  della
    mano destra. Non era una cosa grave, ed egli non aveva permesso ad
    alcuno  di occuparsene,  n di medicargli la ferita n di vederla,
    neppure a Cosetta;  fu per costretto ad avvolgere la mano  in  un
    fazzoletto  e  a portare il braccio al collo;  e ci gli imped di
    firmare.  Lo  suppl  Gillenormand  in  qualit  di  protutore  di
    Cosetta.
    Non  condurremo il lettore n al municipio n alla chiesa.  Non si
    seguono gli innamorati fin l, e abbiamo l'abitudine di volgere le
    spalle al dramma,  appena lo sposo s' messo il mazzolino di fiori
    all'occhiello.  Ci  limiteremo  a notare un incidente,  d'altronde
    inavvertito dal corteo,  che capit nel tragitto dalla via  Figlie
    del Calvario alla chiesa di San Paolo.
    Stavano in quei giorni riattando il lastricato dell'estremit nord
    di via San Luigi,  la quale era sbarrata all'altezza della via del
    Parco Reale; era quindi impossibile alle carrozze dello sposalizio
    andare direttamente a San Paolo; bisognava cambiare itinerario,  e
    il pi semplice era di girare per il boulevard. Uno degli invitati
    fece  osservare  che  era  marted  grasso  e che ci sarebbe stato
    ingombro di carrozze. - Perch?  - domand il signor Gillenormand.
    - A causa delle maschere.  - Magnifico!  disse il nonno. - Andiamo
    allora di l. Questi giovani si sposano,  stanno per entrare nella
    parte  seria  della  vita;  il  vedere  un  po'  di  mascherata li
    preparer meglio.
    Presero per il boulevard.  La prima berlina  portava  Cosetta,  la
    signorina  Gillenormand  e Valjean;  Mario,  ancora separato dalla
    sposa, secondo l'uso,  veniva nella seconda.  All'uscire dalla via
    Figlie  del  Calvario,  il  corteo  nuziale  s'accod  alla  lunga
    processione  di  vetture  che  formano  una  eterna  catena  dalla
    Maddalena alla Bastiglia e dalla Bastiglia alla Maddalena.
    Sul  boulevard c'era una folla di maschere;  pioveva a intervalli,
    ma Pagliaccio, Pantalone e Zanni erano ostinati.  Nel buonumore di
    quell'inverno  del  1833,  Parigi s'era travestita da Venezia.  Di
    quei marted grassi oggi non se  ne  vedono  pi.  Tutto  ci  che
    esiste  attualmente    un eterno carnevale,  e perci non c' pi
    carnevale.
    I viali laterali rigurgitavano di passanti  e  le  finestre  erano
    piene di curiosi.  Le terrazze che coronano i peristili dei teatri
    erano zeppe di spettatori.  Oltre  le  maschere,  essi  guardavano
    quella sfilata, caratteristica nel marted grasso come Longchamps,
    di  veicoli  d'ogni sorta,  che procedevano in ordine,  l'uno dopo
    l'altro secondo i regolamenti di polizia e  come  incassati  nelle
    rotaie.  Quanti si trovano in quei veicoli sono nello stesso tempo
    spettatori e spettacolo.  Le guardie di  polizia  contenevano  sui
    lati   del   boulevard  le  due  interminabili  file  parallele  e
    procedenti  in  senso  contrario,  e  sorvegliavano  perch  nulla
    intralciasse  la  duplice  corrente  dei  due  ruscelli di vetture
    scorrenti l'uno a valle, l'altro a monte,  l'uno verso la Chausse
    d'Antin,  l'altro  verso  il  sobborgo  Sant'Antonio.  Le carrozze
    stemmate dei Pari di Francia  e  degli  ambasciatori  tenevano  il
    mezzo del corso andando e venendo liberamente, e alcune mascherate
    splendide  e  festose,  in  particolare  quella  del  Bue  Grasso,
    godevano  lo  stesso  privilegio.   In  quella  gaiezza  parigina,
    l'Inghilterra faceva schioccare la sua frusta: la carrozza postale
    di   lord  Seymour  passava  rumorosamente,   accompagnata  da  un
    nomignolo triviale.
    Nella  duplice  fila,   lungo  la  quale  galoppavano  le  guardie
    municipali  simili  a  cani  da  pastore,  parecchi  cup privati,
    ingombri di prozie e di nonni,  mettevano in mostra alle  portiere
    freschi  gruppi  di  fanciulli mascherati,  pierrot di sette anni,
    pierrot di sei,  vezzose creaturine che sentivano  di  partecipare
    alla pubblica allegrezza,  e,  compenetrate dalla dignit del loro
    travestimento, avevano una gravit da funzionari.
    Ogni  tanto  sopravveniva  un  inciampo  alla  circolazione  delle
    carrozze  e l'una e l'altra fila laterale s'arrestavano sino a che
    non fosse sciolto l'ingorgo. La fermata di un solo veicolo bastava
    a paralizzare tutta la catena. Poi si rimettevano in cammino.
    Le carrozze  del  corteo  nuziale  si  trovavano  nella  fila  che
    procedeva  verso  la  Bastiglia e costeggiavano il lato destro del
    boulevard. All'altezza di via Pont-aux-Choux ci fu una fermata,  e
    quasi  contemporaneamente si ferm pure l'altra fila rivolta verso
    la Maddalena.  In quel punto dell'altra fila c'era una vettura  di
    maschere.
    Queste  vetture,  o  per  dir meglio queste carrettate di maschere
    sono ben conosciute dai parigini,  i quali se le vedessero mancare
    a  un  marted grasso o a una mezza quaresima,  si metterebbero in
    sospetto e direbbero: "C' sotto qualche  cosa.  Probabilmente  si
    sta  per cambiare il Ministero".  Un'accozzaglia di Cassandre,  di
    Arlecchini e di Colombine trabalzava al  di  sopra  dei  passanti;
    tutti  i  grotteschi  possibili,  dal  trucco al selvaggio;  degli
    ercoli che sostenevano  delle  marchese;  delle  pescivendole  che
    farebbero  turare  le  orecchie a Rabelais come le menadi facevano
    abbassare gli occhi ad Aristofane;  parrucche  di  stoppa;  maglie
    rosse;  cappelli da bellimbusto;  occhiali da buffone; tricorni di
    Janot con una farfalla;  grida lanciate  ai  pedoni;  pugni  sulle
    anche;  pose ardite;  spalle nude;  volti mascherati;  impudicizie
    sfrenate; un caos di sfrontatezze guidato da un cocchiere coronato
    di fiori: ecco cos'era quella festa.
    La Grecia aveva bisogno del carro di Tespi,  la Francia ha bisogno
    della vettura di Vad.
    Tutto pu essere parodiato, anche la parodia. ll saturnale, questa
    caricatura della bellezza antica,  va sempre pi crescendo, quando
     il marted  grasso.  E  il  baccanale,  una  volta  coronato  di
    pampini,  inondato di sole,  che mostrava dei seni di marmo in una
    seminudit divina, oggi,  rammollito sotto i cenci umidi del nord,
    finisce col chiamarsi mascherata.
    La tradizione delle scarrozzate di maschere risale ai vecchi tempi
    della monarchia.  Nei conti di Luigi Undicesimo figura la somma di
    "venti soldi tornesi",  accordata al balivo del palazzo  "per  tre
    carri di mascherate nei crocicchi". Ai tempi nostri, questi mucchi
    di  persone  rumorose  si  fanno  trasportare  da  qualche vecchia
    carrozza di cui ingombrano  l'imperiale,  oppure  schiacciano  col
    loro  gruppo  tumultuoso qualche land dell'amministrazione di cui
    rovesciano i mantici. Salgono in venti in una vettura a sei posti,
    si cacciano sulla cassetta del  cocchiere,  sugli  sportelli,  sul
    mantice, sul timone; se ne vedono persino a cavalcione dei fanali.
    Sono  in  piedi,  seduti,  sdraiati,  accovacciati,  con  le gambe
    penzoloni;  le donne stanno sulle ginocchia  degli  uomini;  e  da
    lontano  si  vede la loro forsennata piramide sul formicolio delle
    teste.  Queste carrozze formano montagne d'allegria in mezzo  alla
    folla,  e da esse derivano Coll,  Panard, Piron, ricchi di gergo.
    Di l si sputa sul popolo il catechismo dei trivi. Quella vettura,
    resa smisurata dal carico,  ha un'aria di conquista;  il frastuono
    la precede e la confusione la segue.  Vociferano, cantano, urlano,
    strepitano,  si  sbellicano  dalle  risa;  l'allegria  rugge,   il
    sarcasmo  scintilla,  la  giovialit si dispiega come una porpora;
    due rozze trascinano  la  farsa  divenuta  apoteosi:    il  carro
    trionfale del Riso.
    Riso  troppo  cinico  per  essere  sincero.  E'  infatti  un  riso
    sospetto; ha una missione;   incaricato di dimostrare ai parigini
    l'esistenza del carnevale.
    Quelle  mascherate  triviali,  in  cui  si  avvertono non so quali
    tenebre,  rendono pensoso il filosofo.  L dentro c' la mano  del
    governo;   evidente che c' un'affinit misteriosa fra gli uomini
    pubblici e le donne pubbliche.
    Che  le  turpitudini  sommate  tra  loro   producano   un   totale
    d'allegria;  che  sovrapponendo l'ignominia all'obbrobrio si possa
    allettare il popolo;  che lo spionaggio messo  a  cariatide  della
    prostituzione  diverta  la  turba  affrontandola;  che  alla folla
    piaccia veder passare  sulle  quattro  ruote  d'una  vettura  quel
    mostruoso  mucchio  vivente,  quel cencioso orpello,  miscuglio di
    lordure e di luce, abbaiante e cantante;  che si battano le mani a
    quella gloria composta di tutte le vergogne;  che non ci sia festa
    per la moltitudine senza che la polizia conduca a spasso, in mezzo
    a essa,  quella specie di idre  della  gioia  dalle  venti  teste,
    certamente  una triste cosa.  Ma che farci?  Quelle carrettate di
    fango adorne di nastri e di fiori sono insultate e amnistiate  dal
    riso  pubblico.  La  risata di tutti  complice della degradazione
    universale.   Certe  feste  malsane  disgregano  il  popolo  e  lo
    trasformano  in  plebe;  e  alla plebe come ai tiranni occorrono i
    buffoni. Il re ha Roquelaure, il volgo ha Pagliaccio.  Parigi  la
    grande  citt  folle,  quando  non   la grande citt sublime.  Il
    carnevale fa parte della politica.  Parigi,  dobbiamo confessarlo,
    accetta  volentieri  il  comico  anche  dall'infanzia;  e  ai suoi
    padroni - quando ne ha -  chiede  una  cosa  sola,  che  le  venga
    imbellettato il fango. Roma aveva gli stessi gusti, e amava Nerone
    perch era un titanico istrione.
    Come abbiamo detto, volle il caso che uno di quei deformi grappoli
    di  donne e di uomini mascherati,  trascinato da un ampio calesse,
    si fermasse sulla sinistra del boulevard, mentre il corteo nuziale
    si fermava sulla destra.  Da un lato all'altro del  boulevard,  le
    maschere della vettura scorsero la carrozza della sposa.
    - Toh! uno sposalizio, - disse una maschera.
    -  Uno sposalizio finto - riprese un'altra.  - Il vero lo facciamo
    noi.
    Ma trovandosi troppo lontano per interpellare il corteo, e temendo
    il richiamo delle guardie,  le  due  maschere  volsero  gli  occhi
    altrove.
    Un momento dopo tutta la carrozzata delle maschere ebbe un gran da
    fare, perch la folla si mise a urlare, solita carezza della folla
    alle  maschere.  I  due  che  avevano  parlato dovettero unirsi ai
    compagni per far  fronte  a  tutti,  e  non  furono  soverchie  le
    munizioni  del  repertorio  dei Mercati per rispondere alle enormi
    insolenze del popolo.  Ne deriv tra le maschere e la  moltitudine
    uno spaventoso scambio di metafore.
    Frattanto  altre  due maschere della stessa vettura,  uno spagnolo
    dal naso smisurato con un'aria vecchiotta e due enormi baffi neri,
    e  una  pescivendola,  magra,  giovanissima,  con  la  mascherina,
    avevano  notato  anch'essi il corteo nuziale,  e mentre i compagni
    scambiavano insulti con i passanti parlavano tra loro sottovoce.
    Il loro dialogo a quattr'occhi era coperto dal tumulto,  in cui si
    perdeva.  Gli  spruzzi di pioggia avevano bagnato la vettura tutta
    aperta; il vento di febbraio non  caldo, e perci la pescivendola
    scollacciata,  pur rispondendo allo spagnolo,  tremava,  rideva  e
    tossiva.
    Ecco il dialogo:
    - Di' su, dunque.
    - Cosa, babbino?
    - Vedi quel vecchio?
    - Quale?
    - L nella prima carrozza dello sposalizio, dalla parte nostra.
    -  Quello  che  porta il braccio appeso al collo con un fazzoletto
    nero?
    - S.
    - Ebbene?
    - Sono sicuro di conoscerlo.  Mi dovrebbero tagliare la  testa  se
    non conosco quel parigino!
    - Oggi s che Parigi  veramente Parigi!
    - Puoi vedere la sposa chinandoti un poco?
    - No.
    - E lo sposo?
    - Non c' posto in questa carrozza.
    - Eh via!
    - A meno che non sia l'altro vecchio.
    - Cerca, chinandoti bene, di vedere la sposa.
    - Non posso.
    - A ogni modo, quel vecchio che ha qualcosa alla zampa sono sicuro
    di conoscerlo.
    - E cosa ti serve conoscerlo?
    - Non si sa mai. Alle volte.
    - Me ne infischio dei vecchi, io.
    - Lo conosco.
    - Conoscilo pure quanto ti piace.
    - Come diavolo fa a trovarsi alle nozze?
    - E noi, non ci siamo?
    - Di dove viene, quel corteo?
    - Che ne so io?
    - Ascolta.
    - Cosa c'?
    - Dovresti fare una cosa.
    - Quale?
    - Scendere dalla nostra carrozza e pedinare quella comitiva.
    - Per fare che?
    - Per sapere dove vanno e chi sono.  Affrettati a scendere,  corri
    fatina mia, tu che sei giovane.
    - Ma io non posso lasciare la vettura.
    - Perch?
    -  Perch sono pagata per stare qui.
    - Ah diavolo!
    -  Devo  alla  prefettura  di   polizia   l'intera   giornata   di
    pescivendola.
    - E' vero.
    -  Se  m'allontano  dalla  carrozza,  il mio ispettore che mi vede
    m'arresta; lo sai bene.
    - S, lo so.
    - Per oggi sono pagata dal governo.
    - Non importa, quel vecchio mi secca.
    - I vecchi ti seccano; eppure non sei una ragazza, tu.
    - Lui sta nella prima carrozza.
    - Ebbene?
    - In quella della sposa.
    - E cos?
    - Dunque  il padre.
    - Cosa me ne importa?
    - Ti dico che  il padre.
    - Non c' quello solo, di padri.
    - Ascolta.
    - Cosa?
    - Io non posso uscire che mascherato.  Qui mi trovo nascosto,  non
    sanno  chi  sono.  Ma  domani  non  ci  saranno pi maschere:  il
    mercoled delle ceneri;  rischio  di  essere  preso.  Bisogna  che
    rientri nel mio buco. Tu invece sei libera.
    - Non troppo.
    - Sempre pi di me.
    - Ebbene, e poi?
    - Devi cercare di sapere dove va quel corteo nuziale.
    - Dove va?
    - S.
    - Lo so.
    - Dove va?
    - Al Cadran-Bleu.
    - Prima di tutto non  da quella parte.
    - Ebbene!  alla Rape.  O altrove.  Un corteo nuziale  libero. Le
    nozze sono libere.
    - Non si tratta di questo. Ti dico,   necessario che tu mi faccia
    sapere cos' quello sposalizio a cui prende parte quel vecchio,  e
    dove stanno di casa gli sposi.
    - Stai fresco!  Questa s che  curiosa.  Come se fosse  una  cosa
    facile ritrovare,  otto giorni dopo,  uno sposalizio che  passato
    per le vie di Parigi il marted grasso.  Una spilla in un fienile!
    Ma  possibile?
    - Non importa, bisogna tentare. Capisci, Azelma?
    Le due file ripresero,  ai due lati del boulevard, il loro cammino
    in senso inverso,  e la vettura delle maschere perse di  vista  la
    carrozza della sposa.

    2. VALJEAN CONTINUA A PORTARE IL BRACCIO AL COLLO.
    Chi  pu realizzare il proprio sogno?  Ci devono essere per questo
    delle elezioni in cielo.  Noi  tutti,  a  nostra  insaputa,  siamo
    candidati, e gli angeli votano. Cosetta e Mario sono stati eletti.
    Tanto  in  municipio  quanto  in  chiesa,  Cosetta  fu splendida e
    commovente.  L'aveva  abbigliata  la  Toussaint,  con  l'aiuto  di
    Nicoletta.
    Portava,  su una gonna di taffet bianco, la sua veste di merletto
    di Binche,  un velo di pizzo inglese,  una collana di perle fine e
    una corona di fiori d'arancio; tutto era bianco, e in mezzo a quel
    candore lei era radiosa. Era un candore squisito che si diffondeva
    e  si  trasfigurava  in  luce;  pareva  una  vergine che si stesse
    mutando in dea.
    I bei capelli di Mario erano lucidi e profumati; ma sotto le folte
    ciocche s'intravedevano qua e l delle linee pallide, che erano le
    cicatrici della barricata.
    Il nonno,  superbo,  a testa alta,  riunendo pi che mai nella sua
    toletta e nelle sue maniere tutte le eleganze dei tempi di Barras,
    conduceva la sposa,  tenendo le veci di Valjean, il quale, a causa
    del braccio al collo, non poteva darle una mano.
    Valjean, vestito di nero, seguiva sorridendo.
    - Signor Fauchelevent - gli  disse  il  nonno  -  ecco  una  bella
    giornata.  Io  voto per la fine delle afflizioni e dei dispiaceri.
    Bisogna che d'ora in poi non  ci  sia  pi  tristezza,  in  nessun
    luogo.  Perbacco!  io decreto la gioia. Il male non ha pi diritto
    di esistere. In verit,  vergognoso, per l'azzurro del cielo, che
    ci siano degli uomini infelici.  Il male per non viene dall'uomo,
    che  in fondo  buono;  tutte le miserie hanno per capoluogo e per
    governo centrale l'inferno,  altrimenti  detto  le  Tuileries  del
    diavolo.   Bene,   ecco   che   adesso  mi  sfuggono  delle  frasi
    demagogiche.  Dal canto mio non ho  pi  opinioni  politiche;  che
    tutti  gli  uomini  siano  ricchi,  ossia allegri,  ecco di che mi
    contento.
    Quando,  compiute le cerimonie,  pronunciati tutti i s  possibili
    dinanzi  al  sindaco  e dinanzi al prete,  firmato il registro del
    municipio e quello della sacrestia,  scambiati  gli  anelli,  dopo
    essere  stati in ginocchio,  l'uno accanto all'altra sotto il velo
    nuziale di moerro bianco,  in mezzo al fumo dell'incenso,  quando,
    tenendosi per mano, ammirati e invidiati da tutti, Mario in nero e
    lei  in  bianco,  preceduti  dallo  svizzero  con  le  spalline di
    colonnello che batteva l'alabarda sul pavimento,  fra due  ali  di
    curiosi  meravigliati,  giunsero  sotto  la  porta  maggiore della
    chiesa aperta a due battenti,  e mentre era sul punto di  risalire
    in  carrozza  e  tutto  era  finito,  Cosetta  non poteva crederci
    ancora. Guardava Mario,  la folla,  il cielo,  e pareva temesse di
    svegliarsi.  La  sua aria stupita e inquieta le aggiungeva qualche
    cosa di incantevole.  Al ritorno,  salirono  insieme  nella  prima
    carrozza,  l'uno accanto all'altra,  mentre Gillenormand e Valjean
    sedettero dirimpetto.  La zia,  indietreggiando di  un  posto,  si
    trovava nella seconda.
    -  Figlioli  miei  -  disse  il nonno - eccovi diventati il signor
    barone e la signora baronessa con trentamila franchi di  rendita.-
    E  Cosetta  chinandosi  verso Mario,  gli accarezz l'orecchio con
    questo angelico sussurro: - E' dunque vero;  io mi  chiamo  Mario,
    sono la signora Te.
    Queste due creature erano raggianti. Erano nel minuto irrevocabile
    e irreperibile, nell'abbagliante punto di intersezione di tutta la
    giovinezza e di tutta la gioia.  Realizzavano il verso di Giovanni
    Prouvaire: tra tutti e due  non  formavano  quarant'anni.  Era  il
    matrimonio  sublimato;  quei  due ragazzi erano due gigli.  Non si
    guardavano,  si  contemplavano;  Cosetta  scorgeva  Mario  in  una
    gloria,  Mario scorgeva Cosetta sopra un altare. E su quell'altare
    e in quella gloria, unendosi le due apoteosi, nel fondo, non si sa
    come,  dietro una nube per  Cosetta,  in  un  fiammeggiamento  per
    Mario,  c'era  la cosa reale e ideale,  il ritrovo del bacio e del
    sogno, il guanciale di nozze.
    Tutti i tormenti patiti erano restituiti in ebbrezza; pareva che i
    dolori,  le insonnie,  le lacrime,  le angosce,  gli spaventi,  le
    disperazioni,  divenuti  carezze  e  raggi,  rendessero ancora pi
    incantevole  l'ora  incantevole  che  si  avvicinava;   e  che  le
    tristezze  fossero  divenute  tante  ancelle che attendessero alla
    toletta della gioia.  Che ottima cosa aver  sofferto!  La  passata
    sventura  formava  un'aureola  alla  presente  felicit;  la lunga
    agonia del loro amore metteva capo a un'ascensione.
    C'era in quelle due anime il medesimo incanto,  con una  sfumatura
    di  volutt  in  Mario,   di  pudore  in  Cosetta.  Si  ripetevano
    sottovoce: "Andremo  a  rivedere  il  nostro  giardinetto  di  via
    Plumet"; le pieghe dell'abito della sposa posavano sul giovane.
    Una  simile  giornata    un'ineffabile  miscela  di  sogno  e  di
    certezza. Si possiede e si suppone: si ha ancora del tempo davanti
    per indovinare. E' un'indicibile emozione,  quel giorno,  essere a
    mezzogiorno  e pensare a mezzanotte.  Le delizie di quei due cuori
    traboccavano sulla folla e ispiravano l'allegrezza nei passanti.
    La gente si fermava sulla via Sant'Antonio, dinanzi alla chiesa di
    San Paolo,  per vedere attraverso i vetri della carrozza tremolare
    i fiori d'arancio sulla testa di Cosetta.
    Poi tornarono in via Figlie del Calvario,  a casa loro.  Mario, al
    fianco di Cosetta, sal, trionfante e radioso, quella scala su cui
    l'avevano trasportato morente. I poveri,  raggruppati davanti alla
    porta, dividendosi il contenuto delle loro borse, li benedicevano.
    Fiori  da per tutto;  la casa non era meno profumata della chiesa;
    dopo l'incenso le rose.  Sembrava  loro  d'udire  delle  voci  che
    cantassero  sull'infinito;  avevano  Dio  nel  cuore;  il  destino
    appariva loro come un cielo stellato e vedevano sopra  di  s  una
    luce di sole nascente.  A un tratto l'orologio suon. Mario guard
    il  bel  braccio  nudo  di  Cosetta  e  le  rosee   bellezze   che
    trasparivano vagamente attraverso i pizzi del corpetto; e Cosetta,
    vedendo lo sguardo di Mario, arross sino al bianco degli occhi.
    Erano   stati   invitati   molti   vecchi   amici  della  famiglia
    Gillenormand,  i quali circondavano  premurosamente  la  sposa,  e
    facevano a gara nel chiamarla signora baronessa.
    L'ufficiale  Teodulo  Gillenormand,  ora  capitano,  era venuto da
    Chartres,  dove  si  trovava  di  guarnigione,  per  assistere  al
    matrimonio del cugino Pontmercy. Cosetta non lo riconobbe.
    Egli dal canto suo,  avvezzo com'era a piacere alle donne,  non si
    ricord di Cosetta pi che di qualsiasi altra.
    - Come ebbi ragione di  non  prestar  fede  a  quella  storia  del
    lanciere! - disse tra s il vecchio Gillenormand.
    Cosetta  non  era  mai  stata  pi  tenera  con Valjean.  Essa era
    all'unisono col nonno;  mentre questi esprimeva la  sua  gioia  in
    aforismi  e  sentenze,  lei  esalava  l'amore  e  la bont come un
    profumo. La felicit vuole tutti felici.
    Per parlare con Valjean,  ritrovava le inflessioni di  voce  della
    sua fanciullezza; lo carezzava col sorriso.
    Nella sala da pranzo avevano preparato il banchetto.
    Un'illuminazione  a  giorno  il condimento necessario di una gran
    gioia.  La nebbia e l'oscurit  non  sono  accettate  dalla  gente
    felice,  la  quale  non acconsente a esser nera;  la notte s,  le
    tenebre no. Se non c' il sole,  necessario crearne uno.
    La sala da pranzo era una fornace di cose giulive. Nel centro,  al
    di sopra della tavola bianca e splendida, un lampadario di Venezia
    a lamine piatte,  con ogni sorta d'uccelli d'ogni colore, bianchi,
    violacei, rossi, verdi, appollaiati in mezzo alle candele; intorno
    al lampadario le candele e lungo le pareti dei  doppieri  a  sfera
    con  tre  o  cinque  bracci;   specchi,  cristalli,  vetri,  vasi,
    porcellane,  maioliche,  terraglie,  ori,  argenterie,  ogni  cosa
    brillava  e  si rallegrava.  Gli intervalli fra i candelabri erano
    riempiti da mazzi di fiori; cos che dove non c'era una luce c'era
    un fiore.
    In anticamera,  tre violini e un flauto suonavano in  sordina  dei
    quartetti di Haydn.
    Valjean s'era seduto su una sedia nel salotto, accanto alla porta,
    il  cui  battente  si  ripiegava  su  di  lui  in  modo  quasi  da
    nasconderlo.  Pochi minuti prima di  mettersi  a  tavola,  Cosetta
    and,  come per capriccio, a fargli una gran riverenza spiegando a
    due  mani  la  sua  toletta  di   sposa,   e   con   uno   sguardo
    affettuosamente malizioso gli chiese:
    - Pap, siete contento?
    - S, - disse Valjean - sono contento.
    - Ebbene, ridete allora.
    E Valjean si mise a ridere.
    Pochi  minuti  dopo,  Basco annunci che il pranzo era servito.  I
    convitati,  preceduti  da  Gillenormand  che  dava  il  braccio  a
    Cosetta, entrarono nella sala da pranzo e si sparsero intorno alla
    mensa nell'ordine stabilito.
    Due seggioloni a braccioli,  collocati a destra e a sinistra della
    sposa,  erano destinati,  l'uno al signor Gillenormand e l'altro a
    Valjean. Il primo fu occupato, l'altro rimase vuoto.
    Cercarono  con  l'occhio il "signor Fauchelevent".  Non c'era.  Il
    signor Gillenormand interpell Basco:
    - Sai dov' andato il Fauchelevent?
    - Signore - rispose il servo -  appunto,  il  signor  Fauchelevent
    m'ha  detto  d'avvertire il signore che soffriva un po' per la sua
    mano malata,  e non avrebbe potuto pranzare col signor barone e la
    signora  baronessa.  Egli  prega  di  volerlo  scusare  e dice che
    ritorner domattina. E' uscito un momento fa.
    Quella poltrona vuota raffredd un momento  la  gioia  del  pranzo
    nuziale.  Ma  se  il  signor  Fauchelevent era assente,  il signor
    Gillenormand era presente e splendeva per due. Egli afferm che il
    signor  Fauchelevent  faceva  bene  a  coricarsi  per  tempo,   se
    soffriva,  ma  si trattava solo d'una "bua".  Quella dichiarazione
    bast.  D'altronde cos'era un punto oscuro in quell'inondazione di
    gioia?  Cosetta  e  Mario erano in uno di quei momenti egoistici e
    benedetti,  in cui non si ha altra facolt che quella di percepire
    la  felicit.  E  poi,  il  signor  Gillenormand  ebbe  un'idea: -
    Perbacco! giacch quella poltrona  vuota, occupala tu, Mario. Tua
    zia te lo permetter,  bench abbia il diritto di tenerti  vicino.
    Quel posto  per te,  una cosa legale e gentile. Fortunato vicino
    a Fortunata.  - Applauso di tutta la tavola. Mario prese accanto a
    Cosetta il posto di Valjean;  e le cose cos  si  accomodarono  in
    modo che Cosetta,  dapprima triste per l'assenza di Valjean,  fin
    con l'esserne contenta.  Dal momento che era Mario  il  sostituto,
    Cosetta  non  avrebbe  rimpianto neppure Dio.  Pos il suo piedino
    calzato di raso bianco sul piede di Mario.
    Occupato il seggiolone,  il signor Fauchelevent venne dimenticato;
    non si avvert pi nessuna mancanza.  Cinque minuti dopo, tutta la
    tavola rideva da un capo all'altro con la vivacit dell'oblio.
    Al dessert,  il signor Gillenormand in piedi,  con un bicchiere di
    sciampagna in mano,  pieno solo a met perch il tremolio dei suoi
    novantadue anni non lo  facesse  traboccare,  brind  alla  salute
    degli sposi.
    -  Non  sfuggirete  a  due sermoni - disse.  - Avete avuto stamane
    quello del parroco, avrete stasera quello del nonno.  Ascoltatemi;
    vi dar un consiglio: adoratevi.  Io non faccio tante chiacchiere,
    vado dritto allo scopo: siate felici.  Non ci sono nella creazione
    altri  savi  che  le  tortorelle.  I  filosofi dicono: moderate le
    vostre gioie;  io dico: rallentate le briglie alle  vostre  gioie;
    siate infiammati come tanti diavoli,  siate furibondi.  I filosofi
    vaneggiano;  vorrei far loro rientrare  la  filosofia  nel  gozzo.
    Forse che possono esserci troppi profumi,  troppi boccioli di rose
    appena schiusi, troppi usignoli che cantano,  troppe foglie verdi,
    troppa aurora nella vita?   possibile amarsi troppo?   possibile
    piacere troppo l'uno all'altro? Bada Estella,  sei troppo vezzosa.
    Bada Nemorino,  sei troppo bello! Oh che bella scempiaggine! Forse
    non  lecito affascinarsi,  vezzeggiarsi,  ammaliarsi troppo  l'un
    l'altro?  Forse  che  non  si  pu  essere troppo vivente,  troppo
    felice? Moderate le vostre gioie. Stai fresco! Abbasso i filosofi.
    La saggezza sta nell'allegria. Giubilate, giubiliamo. Siamo felici
    perch siamo buoni,  oppure siamo buoni perch  siamo  felici?  Il
    Sancy  si  chiama  cos  perch  appartenne ad Harlay de Sancy,  o
    perch pesa centosei carati?  Io non lo so;  la  vita  abbonda  di
    simili problemi;  l'importante  di avere il Sancy, e la felicit.
    Siamo felici senza cavillare; obbediamo ciecamente al sole.  Cos'
    il sole?  E' l'amore;  e chi dice amore,  dice donna.  Ah!  Ah! la
    donna, ecco una vera onnipotenza!  Chiedetelo a questo demagogo di
    Mario se non  schiavo di questa piccola tiranna di Cosetta. E col
    suo libero consenso,  il vile!  La donna!  Non c' Robespierre che
    tenga,  la donna regna.  Oramai non sono pi realista  se  non  di
    questa regalit. Cos' Adamo? E' il regno di Eva. Non c'  '89 per
    Eva.  C'era  lo  scettro  reale sormontato da un giglio,  c'era lo
    scettro imperiale sormontato da un globo, quello di Carlomagno che
    era di ferro,  quello di Luigi il  Grande  che  era  d'oro;  e  la
    rivoluzione  li ha torti fra il pollice e l'indice,  come festuche
    di paglia da due centesimi;   finita,  sono rotti,  sono a terra,
    non  ci sono pi scettri.  Ma fatemi un po' una rivoluzione contro
    quella piccola pezzuola ricamata,  profumata di patchouli!  Vorrei
    vedervi all'opera; provatevi. Perch  solida? perch  un cencio.
    Ah,  voi altri siete il secolo diciannovesimo?  Ebbene,  e perci?
    Noi eravamo il decimottavo,  noi!  Ed eravamo gonzi al pari di voi
    altri.  Non immaginatevi d'aver mutato gran che dell'universo solo
    perch la dissenteria ora la chiamate "cholera-morbus",  e  perch
    la furlana la chiamate con un nome straniero.  In fondo,  sar pur
    necessario amare le donne.  Vi  sfido  a  uscire  di  qui.  Queste
    diavolesse sono i nostri angeli.  S,  l'amore, la donna, il bacio
    formano un circolo,  da cui vi sfido a uscire,  e  nel  quale  dal
    canto  mio  vorrei  poter  rientrare.  Chi di voi ha visto sorgere
    nell'infinito,  mentre tutto era calmo intorno a lei,  guardando i
    flutti  come  una donna,  la stella di Venere,  la grande maliarda
    dell'abisso,  la Celimene  dell'oceano?  L'oceano,  ecco  un  rude
    Alceste;  eppure, ha un bel brontolare. Venere appare ed egli deve
    pur sorridere;  il  bruto  si  sottomette.  E  siamo  tutti  cos.
    Collera,  procella, fulmini, schiuma fino al soffitto; ma se entra
    in scena una donna, se spunta una stella,  in ginocchio!  Sei mesi
    or sono, Mario si batteva, oggi si sposa. Cos va bene. S, Mario,
    s,  Cosetta, avete ragione; vivete arditamente l'uno per l'altro,
    fatevi delle carezze,  fateci crepare di rabbia per non poter fare
    altrettanto,  idolatratevi.  Raccogliete  con  i vostri due becchi
    tutte le festuche di felicit sparse sulla terra, e formatevene un
    nido per la  vita.  Perbacco!  amare  ed  essere  amato,  che  bel
    miracolo  quando  si    giovani!  Non  state  a credere di averlo
    inventato voi. Io pure fantasticai, sognai, sospirai; io pure ebbi
    il chiaro di luna nell'anima.  L'amore e una fanciulla  che  conta
    seimila anni, e ha diritto a una lunga barba bianca. Matusalemme 
    un  monello  di  fronte  a Cupido.  Da sessanta secoli l'uomo e la
    donna si tolgono d'impaccio solo con l'amarsi.  Il diavolo,  che 
    astuto,  si mise a odiare l'uomo, e l'uomo che  ancor pi astuto,
    si mise ad amare la donna,  e cos ha fatto a se stesso  pi  bene
    del  male  che  gli  ha  fatto il diavolo.  Tale astuzia risale al
    paradiso terrestre.  Amici miei,  l'invenzione    vecchia,  ma  
    ancora nuovissima.  Profittatene.  Siate Dafni e Cloe,  aspettando
    l'ora d'essere Filemone e Bauci.  Quando vi trovate insieme,  fate
    in  modo  che  non vi manchi nulla.  Cosetta sia il sole di Mario,
    Mario sia l'universo di Cosetta.  Il sorriso di vostro marito  sia
    per voi,  Cosetta,  il bel tempo; e le lacrime di tua moglie siano
    per te, Mario, la pioggia;  e non piova mai nella vostra famiglia.
    Vi  toccato un buon numero alla lotteria, l'amore nel sacramento;
    avete  vinto  il primo premio;  custoditelo bene;  mettetelo sotto
    chiave,  non lo sciupate,  adoratevi,  e infischiatevi del  resto.
    Credete a quanto vi dico;   tutto buon senso, e il buon senso non
    pu mentire. Siate l'uno per l'altro come una religione.  Ciascuno
    ha il suo modo d'adorare Iddio;  ma poffare!  il migliore  quello
    d'amare la propria moglie. Io t'amo! ecco il mio catechismo; tutti
    quelli che amano sono  ortodossi.  La  bestemmia  d'Enrico  Quarto
    mette la santit tra la gozzoviglia e l'ubriachezza.  La religione
    di questa bestemmia non  la mia.  S'  dimenticata  la  donna;  e
    questo  mi  sorprende  da parte di Enrico Quarto.  Amici,  viva la
    donna! Io sono vecchio, a quanto dicono, ma  strano come mi senta
    di lena d'essere giovane.  Vorrei andare ad ascoltare le  zampogne
    nei  boschi.  Lo  spettacolo  di  questi figlioli,  che riescono a
    essere belli e contenti,  m'inebria.  Mi sposerei  senz'altro,  se
    qualcuno  mi  volesse.  E'  impossibile  supporre che Dio ci abbia
    creati per altro che per questo:  idolatrare,  tubare,  azzimarsi,
    fare  il  colombo,  fare il galletto,  sbaciucchiarsi l'innamorata
    dalla mattina alla sera, specchiarsi nella propria sposina, essere
    fiero, essere trionfante, pavoneggiarsi; ecco lo scopo della vita.
    Ecco, e non ve ne dispiaccia, ecco come pensavamo noi altri quando
    eravamo giovani. Ah!  per mille bombe!  quante belle donne c'erano
    allora,  e  leggiadre,  sensibili!  Anch'io feci le mie conquiste!
    Dunque amatevi. Se non dovessimo amarci,  davvero non comprenderei
    a  cosa  gioverebbe  il  possedere  la primavera,  e dal canto mio
    pregherei il buon Dio di rinchiudere tutte le belle  cose  che  ci
    porge,  di ritogliercele e di rimettere nella sua scatola i fiori,
    gli  uccelli  e  le  belle  fanciulle.  Figli  miei,  ricevete  la
    benedizione di un vecchio galantuomo.
    La  serata trascorse animata,  allegra,  affettuosa.  Il buonumore
    predominante del nonno diede l'intonazione alla festa,  e tutti si
    regolarono  su  quella  cordialit quasi centenaria.  Ballarono un
    poco, risero molto;  fu insomma un bello sposalizio alla buona,  a
    cui  avrebbero  potuto  invitare quel buon nonno che  il Passato:
    questi,  del  resto,  era  gi  presente  nella  persona  di  pap
    Gillenormand.
    Ci fu tumulto, poi silenzio.
    Gli sposi disparvero.
    Poco dopo mezzanotte la casa Gillenormand divenne un tempio.
    Qui  ci  fermiamo.  Sul  limitare delle notti nuziali sta ritto un
    angelo sorridente, col dito sulla bocca.
    L'anima entra in contemplazione dinanzi a quel santuario in cui si
    celebra l'amore.
    Al di sopra di quelle case  l'atmosfera  dev'essere  irradiata  di
    luce; la gioia in esse contenuta deve sfuggire in raggi attraverso
    le  pietre dei muri e rigare vagamente le tenebre.  E' impossibile
    che quella festa  sacra  e  fatale  non  irradi  nell'infinito  un
    celeste splendore. L'amore  il sublime crogiolo in cui s'effettua
    la  fusione  dell'uomo  con la donna,  e da cui esce l'essere uno,
    l'essere triplice,  l'essere  finale,  la  trinit  umana.  Quella
    nascita  di  due  anime in una dev'essere un'emozione per l'ombra.
    L'amante  un sacerdote; la vergine estasiata si sgomenta. Qualche
    cosa di quella gioia sale a Dio. L dove c' vero matrimonio, vale
    a dire dove c' amore,  entra l'ideale.  Un letto nuziale  traccia
    fra le tenebre un angolo d'aurora.  Se alla pupilla di carne fosse
    dato di scorgere  le  temute  e  incantevoli  visioni  della  vita
    superiore,  probabilmente  vedremmo  le parvenze della notte,  gli
    ignoti aligeri,  gli azzurri passanti  dell'invisibile,  chinarsi,
    folla  di  visi oscuri,  intorno alla casa luminosa,  soddisfatti,
    benedicenti,  additandosi gli uni agli  altri  la  vergine  sposa,
    dolcemente sbigottiti,  col riflesso della felicit umana sul loro
    volto divino.  Se in quell'ora suprema gli sposi,  ebbri di gioia,
    stessero  a  origliare,  udrebbero  nella  loro  camera un confuso
    fruscio d'ali.
    La felicit perfetta implica la  solidariet  degli  angeli.  Quel
    piccolo  angolo  buio  ha per soffitto tutto il cielo.  Quando due
    bocche, consacrate dall'amore, si avvicinano,  impossibile che al
    di  sopra  di  quell'ineffabile  bacio  non   corra   un   brivido
    nell'immenso mistero delle stelle.
    Tali felicit sono le vere; non c' gioia al di fuori di esse.
    L'amore, ecco l'unica estasi: tutto il resto piange.
    Amare o avere amato,  questo basta.  Dopo, non chiedete pi nulla;
    non c' altra perla da trovare nelle pieghe tenebrose della  vita.
    L'amore  un coronamento.

    3. L'INSEPARABILE.
    Che ne era di Valjean?
    Subito dopo aver riso per il gentile comando di Cosetta,  e mentre
    nessuno badava a lui,  egli  s'era  alzato,  non  visto,  e  aveva
    raggiunto  l'anticamera.  Era  la  stessa  sala in cui,  otto mesi
    prima,  era entrato sudicio di fango,  di  sangue  e  di  polvere,
    riportando il nipote all'avo.  Il vecchio tavolato lungo le pareti
    era inghirlandato di foglie e di fiori;  i musicanti erano  seduti
    sul  canap  dove avevano deposto Mario.  Basco in abito nero,  in
    calzoni al ginocchio,  calze bianche,  guanti  bianchi,  disponeva
    delle  corone di rose intorno a ciascuno dei piatti destinati alla
    mensa. Valjean,  additandogli il braccio appeso al collo,  l'aveva
    incaricato di spiegare la sua assenza ed era uscito.
    Le finestre della sala da pranzo davano sulla via.  Valjean stette
    alcuni minuti ritto, immobile nell'oscurit, sotto quelle finestre
    risplendenti.  Ascoltava.  Il rumore del banchetto giungeva fino a
    lui;  udiva la parola alta e magistrale del nonno;  i violini,  il
    tintinnio dei piatti e dei bicchieri,  gli scoppi di  risa,  e  in
    mezzo  a  quel  gaio  rumore distingueva la dolce voce gioconda di
    Cosetta.
    Lasci la via Figlie del  Calvario  e  s'incammin  verso  la  via
    Homme-Arm.
    Per  tornare a casa,  and per via San Luigi,  via Culture-Sainte-
    Catherine e Blancs-Manteaux.  La strada era un po' pi  lunga,  ma
    era  quella  che da tre mesi,  per evitare gli ingombri e il fango
    della via Vecchia  del  Tempio,  usava  seguire  ogni  giorno  con
    Cosetta, per andare dalla via Homme-Arm a quella delle Figlie del
    Calvario.
    Il  cammino  battuto  da  Cosetta  escludeva  per  lui  ogni altro
    itinerario.
    Entr in casa, accese la candela, e sal le scale.  L'appartamento
    era  vuoto,  non essendovi pi nemmeno la Toussaint.  Il suo passo
    faceva nelle stanze pi rumore del solito.  Tutti gli armadi erano
    aperti. Entr nella camera di Cosetta; non c'erano pi lenzuola al
    letto,  e  il  guanciale  senza  federe  era  posato  sulle coltri
    piegate,  a pie' dei materassi con le fodere scoperte,  sui  quali
    non doveva pi coricarsi nessuno.
    Tutti i piccoli oggetti femminili a cui Cosetta era affezionata li
    avevano  portati  via:  non  rimanevano  che  i mobili grossi e le
    quattro pareti. Anche il letto della Toussaint era sguarnito;  uno
    solo era rifatto e pareva attendesse qualcuno: il suo.
    Guard le pareti, chiuse alcuni sportelli di armadi, e and avanti
    e indietro da una stanza all'altra.
    Poi si ritrov nella sua camera, e pos la candela su una tavola.
    Aveva liberato il braccio dal fazzoletto,  e si serviva della mano
    destra come se non ne soffrisse.
    S'accost al letto,  e i  suoi  occhi  si  fermarono,  fu  caso  o
    intenzione?  sull'inseparabile  di  cui  Cosetta era stata gelosa,
    sulla piccola valigia che non lo abbandonava mai,  e che,  al  suo
    arrivo nella via Homme-Arm il 4 giugno,  aveva collocato sopra un
    tavolino accanto al capezzale.  Mosse verso il  tavolino  con  una
    certa premura, si tolse di tasca una chiave e apr la valigia.
    Ne  trasse  fuori lentamente delle vesti con le quali,  dieci anni
    prima,  Cosetta aveva lasciato Montfermeil: la  vesticciola  nera,
    poi  il  fazzoletto  nero  per il collo,  poi le robuste scarpe da
    ragazzo che Cosetta avrebbe quasi  potuto  calzare  ancora,  tanto
    aveva il piede piccino;  poi la fascetta di fustagno assai spessa,
    poi la sottanella a maglia,  poi il grembialino con  le  saccocce,
    poi  le  calze  di lana,  che conservavano tuttavia l'impronta dei
    graziosi contorni di due piccole gambe, e che non erano pi lunghe
    della mano di Valjean.  Tutto in nero.  Era stato  lui  che  aveva
    portato quei vestiti per Cosetta a Montfermeil.  A mano a mano che
    li toglieva  dalla  valigia,  li  poneva  sul  letto.  E  pensava:
    ricordava.  Era  d'inverno,  un dicembre freddissimo;  lei tremava
    mezza nuda nei  suoi  stracci,  coi  poveri  piedini  rossi  negli
    zoccoli;  ed egli le aveva fatto lasciare quegli stracci per farle
    indossare quel vestito di lutto.  La  madre  doveva  essere  stata
    contenta  nella  sua  tomba,  vedendola  portare  il  suo  lutto e
    soprattutto vedendo che era  vestita  e  stava  calda.  Pensava  a
    quella  foresta  di  Montfermeil che avevano attraversato insieme,
    Cosetta e lui;  pensava al tempo che  faceva,  agli  alberi  senza
    foglie,  al  bosco  senza  uccelli,  al  cielo senza sole;  ma non
    importa,  era un tempo delizioso.  Alline sul  letto  le  piccole
    spoglie,  la pezzuola accanto alla gonnella,  le calze vicino alle
    scarpe, la fascetta accanto alla veste, e guard tutto l'insieme.
    Lei era alta appena cos,  portava fra le braccia  la  sua  grande
    bambola,  aveva  il  luigi  d'oro nella taschina del grembiule,  e
    rideva,  e camminavano tutti e due tenendosi  per  mano,  ed  essa
    aveva lui solo al mondo.
    Allora  la  sua  veneranda  testa  canuta cadde sul letto,  il suo
    vecchio cuore stoico si spezz, il suo volto si sprofond per cos
    dire fra le vesti di Cosetta,  e se qualcuno fosse passato per  la
    scala, avrebbe udito dei singhiozzi spaventosi.

    4. "IMMORTALE JECUR".
    L'antica  formidabile  lotta,  di  cui abbiamo gi visto parecchie
    fasi, ricominci.
    Giacobbe lott una notte con l'angelo. Ohim!  quante volte invece
    abbiamo  visto Valjean,  lottare a corpo a corpo nelle tenebre con
    la sua coscienza, lottare disperatamente!
    Lotta inaudita! In certi momenti, e il piede che scivola; in certi
    altri,   il terreno che manca.  Quante volte,  quella  coscienza,
    forsennata per il bene,  non lo aveva stretto e abbattuto!  Quante
    volte la verit,  inesorabile,  gli aveva messo il  ginocchio  sul
    petto!  Quante  volte,  atterrato  dalla  luce,  le  aveva chiesto
    grazie!  Quante volte quella luce implacabile,  accesa in lui e su
    lui  dal  Vescovo,   lo  aveva  abbagliato  violentemente,  mentre
    desiderava  essere  cieco!   Quante  volte  s'era   rialzato   nel
    combattimento,  afferrandosi alla roccia, abbassandosi al sofisma,
    trascinandosi nella  polvere,  ora  rovesciando  sotto  di  s  la
    coscienza,  ora rovesciato da lei! Quante volte, dopo un equivoco,
    dopo un'argomentazione ingannatrice e speciosa dell'egoismo, aveva
    udito la coscienza sdegnata  gridargli  all'orecchio:  miserabile!
    Quante   volte   il   suo  pensiero  refrattario  aveva  rantolato
    convulsamente sotto  l'evidenza  del  dovere!  Resistenza  a  Dio.
    Funebri  sudori.  Quante  scorticature nella sua misera esistenza!
    Quante volte s'era  rialzato,  sanguinante,  ammaccato,  spezzato,
    illuminato,   con   la   disperazione  nel  cuore  e  la  serenit
    nell'anima, vinto, ma sentendosi vincitore! E dopo averlo slogato,
    attanagliato e rotto,  la  sua  coscienza,  ritta  sopra  di  lui,
    terribile, luminosa, tranquilla, gli diceva: - Ora, va' in pace!
    Ma, uscendo da una lotta cos cupa, ohim, che lugubre pace!
    Tuttavia,  Valjean sent che ingaggiava quella notte la sua ultima
    battaglia. Gli si presentava un quesito straziante.
    Le predestinazioni non sono tutte diritte,  non si svolgono in  un
    viale   rettilineo   dinanzi  al  predestinato,   ma  hanno  degli
    angiporti, dei vicoli ciechi,  delle svolte oscure,  dei crocicchi
    allarmanti  che offrono parecchie strade.  In quel momento Valjean
    faceva sosta nel pi pericoloso di quei crocicchi.
    Era giunto al  supremo  incrocio  del  bene  e  del  male.  Questa
    tenebrosa  intersezione  gli  stava sotto gli occhi.  Anche questa
    volta, come gli era gi accaduto in altre dolorose peripezie,  gli
    si  aprivano  due  vie: una attraente,  l'altra spaventosa.  Quale
    scegliere?
    Quella che lo atterriva gli era sconsigliata dal  misterioso  dito
    indicatore  che  scorgiamo  ogni  qual volta fissiamo nostri occhi
    nell'ombra.
    Ancora una volta Valjean doveva scegliere fra il porto tremendo  e
    l'insidia sorridente.
    Il quesito che gli si presentava era questo:
    Come si sarebbe comportato in presenza della felicit di Cosetta e
    di Mario? Quella felicit voluta da lui, era stata formata da lui;
    se   l'era   immersa   egli   stesso   nelle   viscere,   e  ormai
    nell'esaminarla poteva provare la soddisfazione di un armaiolo che
    riconosca la sua marca di fabbrica su un coltello,  strappandoselo
    fumante dal petto.
    Cosetta aveva Mario,  Mario possedeva Cosetta; essi avevano tutto,
    fin la ricchezza: ed era opera sua.
    Ma ora che quella felicit esisteva,  che  era  l,  che  cosa  ne
    avrebbe fatto lui,  Valjean? Doveva imporsi a essa, trattarla come
    cosa di sua pertinenza?  Senza dubbio,  Cosetta apparteneva  a  un
    altro; ma doveva egli riservarsi tutto quello che poteva, rimanere
    quella  specie  di  padre,  veduto  appena ma rispettato,  che era
    stato?  Doveva introdursi tranquillamente nella casa degli  sposi,
    aggiungere, senza fiatare, il suo passato a quell'avvenire? Doveva
    presentarsi  l  come  chi  ne abbia diritto,  e andarsi a sedere,
    velato,  a quel luminoso focolare?  Doveva stringere,  sorridendo,
    nelle  sue  tragiche  mani,  quelle  mani  innocenti?  Posare  sui
    pacifici alari del salotto  Gillenormand  i  suoi  piedi,  che  si
    trascinavano dietro l'ombra infamante della legge? Far partecipare
    ai suoi rischi Cosetta e Mario? Addensare l'oscurit sulla propria
    fronte,  e  la  nube sulle loro?  Associare la sua catastrofe alle
    loro due felicit? Continuare a tacere? In una parola, doveva egli
    essere, accanto a quelle due creature felici, il sinistro muto del
    destino?
    Bisogna essere abituati alla fatalit e ai suoi scontri per  osare
    alzare  gli  occhi  quando  certe questioni ci appaiono nella loro
    orribile nudit.  Dietro a quel severo punto interrogativo c'  il
    bene o il male. Che fare? domanda la sfinge.
    Quell'abitudine alla lotta, Valjean la possedeva.
    Egli guard fisso la sfinge.
    Esamin sotto tutti gli aspetti lo spietato problema.
    Cosetta,  quell'incantevole  esistenza,  era  la  zattera  di quel
    naufragio. Che fare? aggrapparvisi o abbandonarla?
    Se vi si attaccava,  usciva dal disastro,  risaliva verso il sole,
    si  lasciava  sgocciolare l'acqua amara dagli abiti e dai capelli,
    era salvo, viveva.
    La lasciava andare?
    Allora, l'abisso.
    Cos si consigliava dolorosamente col  proprio  pensiero;  o,  per
    meglio  dire,  combatteva,  e si precipitava furiosamente entro di
    s, ora contro la sua volont, ora contro la sua convinzione.
    Fu una fortuna per Valjean aver potuto piangere, cosa che forse lo
    illumin.  Tuttavia  il  principio  fu  aspro:  una  tempesta  pi
    violenta  di  quella che altra volta l'aveva spinto verso Arras si
    scaten in lui. Il passato tornava di fronte al presente;  ed egli
    paragonava,  e  singhiozzava.  Una volta aperta la cateratta delle
    lacrime, il disperato si contorse.
    Si sentiva fermato.
    Ahim!  nel pugilato a oltranza fra l'egoismo e il dovere,  quando
    indietreggiamo  passo  passo  davanti al nostro immutabile ideale,
    sconvolti,  irritati,  esasperati di dover cedere,  disputando  il
    terreno,  sperando una possibile fuga,  cercando un'uscita,  quale
    brusca e sinistra resistenza  il muro che sta dietro di noi!
    Sentire l'ombra sacra che fa ostacolo!
    L'invisibile inesorabile, che ossessione!
    Con la coscienza  dunque  non  si  finisce  mai.  Deciditi  Bruto,
    deciditi Catone; essa  senza fine, perch  Dio. Si getta in quel
    pozzo  il  lavoro  di  tutta la vita,  vi si getta la fortuna,  la
    ricchezza,  il successo conseguito,  vi si getta la libert  e  la
    patria,  vi si getta il benessere,  il riposo,  la gioia.  Ancora!
    ancora! ancora! Vuotate il vaso, rovesciate l'urna! Bisogna finire
    col gettarvi il proprio cuore.
    Fra le nebbie dei vecchi inferni c' in qualche  angolo  un  pozzo
    fatto cos.
    Non  siamo  perdonabili  se alla fine non ci prestiamo?  Forse che
    l'inesauribile pu avere un diritto?  Forse che  le  catene  senza
    fine  non sono superiori alla forza umana?  Chi potrebbe biasimare
    Sisifo e Valjean se dicono: basta?  L'obbedienza della  materia  
    limitata  dall'attrito.  Non  ci  sar un limite per la obbedienza
    dell'anima?  Se  impossibile il moto perpetuo,  si pu esigere la
    perpetua abnegazione?
    Il primo passo  nulla: difficile  l'ultimo.  Cos'era il processo
    Champmathieu in confronto del matrimonio di Cosetta  e  delle  sue
    conseguenze?  Cos'era il ritorno nella galera di fronte al ritorno
    nel nulla?
    O primo gradino della discesa, come sei scuro!  O secondo gradino,
    come sei nero! Come non torcere il viso questa volta?
    Il martirio  una sublimazione,  ma una sublimazione corrosiva;  
    una tortura che santifica.  Si pu consentirvi alla prima ora;  si
    va  a sedersi sul trono di ferro rovente,  si posa sulla fronte la
    corona di ferro rovente,  si accetta il globo  di  ferro  rovente,
    s'impugna  lo  scettro  di  ferro  rovente;  ma  rimane  ancora da
    indossare il manto di fiamme;  e non  c'  un  minuto  in  cui  la
    miserabile carne si rivolta, in cui si rinuncia al supplizio?
    Finalmente Valjean entr nella calma della prostrazione.
    Medit,  ponder, esamin le alternative della misteriosa bilancia
    di luce e di ombra.
    Imporre la sua galera a quei due splendidi ragazzi,  o inabissarsi
    da  s  irrevocabilmente.  Da  una parte il sacrificio di Cosetta,
    dall'altra il suo.
    A quale soluzione si ferm? Quale determinazione prese?  Quale fu,
    nel  suo  interno,  la  sua risposta definitiva all'incorruttibile
    interrogatorio della fatalit? Quale porta decise di aprire?  Qual
    lato  della sua esistenza stabil di chiudere e murare?  Fra tutti
    gli insondabili dirupi  che  lo  circondavano,  quale  fu  la  sua
    scelta?  Quale estremo accett?  A quale di quei precipizi fece un
    cenno col capo?
    La sua vertiginosa fantasticheria dur tutta la notte.
    Rimase l fino a giorno, nella solitudine,  piegato in due su quel
    letto,  abbattuto e forse, ahim! schiacciato sotto l'enormit del
    destino,  coi pugni contratti,  con le braccia distese  ad  angolo
    retto, come un crocifisso schiodato e buttato con la faccia contro
    la terra.
    Rest  cos  per  dodici  ore,  le  dodici  ore  d'una lunga notte
    d'inverno,   intirizzito,   senza  rialzare  la  testa   e   senza
    pronunciare una parola.  Era immobile come un cadavere,  mentre il
    suo pensiero si prostrava per terra o spiccava il  volo  verso  il
    cielo, ora simile all'idra, ora simile all'aquila. A vederlo cos,
    immobile, pareva morto; ma ad un tratto trasaliva convulsamente, e
    la sua bocca,  incollata alle vesti di Cosetta, le baciava; allora
    si vedeva che era vivo.
    Si vedeva? Ma da chi, se Valjean era solo e non c'era l nessuno?
    Da Colui che  nelle tenebre.



    Libro 7.
    L'ULTIMO SORSO DEL CALICE.


    1. IL SETTIMO CERCHIO E L'OTTAVO CIELO.
    L'indomani del giorno delle nozze    solitario.  Si  rispetta  il
    raccoglimento dei felici.  E anche un po' il loro sonno attardato.
    Il frastuono delle visite e delle felicitazioni comincia solo  pi
    tardi.  La  mattina  del  17  febbraio - un po' dopo mezzogiorno -
    Basco, con lo strofinaccio e il piumino sotto il braccio, occupato
    a "fare l'anticamera",  ud bussare leggermente  alla  porta.  Non
    avevano  suonato,  era una discrezione in un giorno simile.  Basco
    apr,  e vedendo il signor Fauchelevent,  l'introdusse nel salotto
    ancora  ingombro e in disordine,  che pareva il campo di battaglia
    delle allegrie del giorno prima.
    - Si capisce, signore - osserv Basco - ci siamo svegliati tardi.
    - Il vostro padrone  alzato? - disse Valjean.
    - Come va il braccio del signore? - rispose il servo.
    - Meglio. Il vostro padrone  alzato?
    - Quale? il vecchio o il nuovo?
    - Il signor Pontmercy.
    - Il signor barone? - fece Basco raddrizzandosi.
    Si  barone soprattutto  per  i  propri  domestici.  Ne  riverbera
    qualche  cosa  anche  su  loro;  ricevono  quello  che un filosofo
    potrebbe chiamare le  zacchere  del  titolo,  ed    cosa  che  li
    lusinga.  Mario,  sia detto di volo,  repubblicano militante, e lo
    aveva dimostrato, adesso era barone suo malgrado. Era avvenuta una
    piccola rivoluzione in famiglia intorno a quel titolo;  adesso era
    il  signor  Gillenormand che ci teneva e Mario che ne era seccato.
    Ma il colonnello Pontmercy aveva scritto: "Mio figlio  porter  il
    mio  titolo",  ed  egli  obbediva.  E  poi  Cosetta,  nella  quale
    incominciava  a  far  capolino  la  donna,  era  contentissima  di
    chiamarsi baronessa.
    - Il signor barone?  - ripet Basco. - Vado a vedere. Gli dir che
    il signor Fauchelevent  qui.
    - No, non gli dite che sono io.  Ditegli che c' uno che chiede di
    parlargli in particolare, ma non gli dite il nome.
    - Ah! - esclam Basco.
    - Voglio fargli una sorpresa.
    -  Ah!  -  replic il servo,  dando a se stesso questo secondo ah!
    come spiegazione del primo.
    E usc.
    Valjean rimase solo.
    Il salotto,  come abbiamo detto,  era tutto in  disordine:  pareva
    che,  tendendo  l'orecchio,  vi si potesse ancora udire il confuso
    rumore della festa. Sul pavimento c'era ogni sorta di fiori caduti
    dalle  ghirlande  e  dalle  acconciature  femminili.  Le  candele,
    consumate fino in fondo,  aggiungevano ai cristalli del lampadario
    stalattiti di cera.
    Neppure un mobile a posto.  Negli angoli,  tre o quattro poltrone,
    ravvicinate  in circolo l'una all'altra,  pareva continuassero una
    conversazione.  L'insieme era ridente: c' ancora una certa grazia
    in una festa finita.  E' stata una cosa felice. In quelle sedie in
    disordine, tra quei fiori che appassiscono, sotto quei lumi spenti
    si pensa alla gioia. Il sole succeduto all'illuminazione penetrava
    allegramente nel salotto.
    Passarono alcuni minuti,  durante i quali Valjean  rest  immobile
    dove  l'aveva lasciato Basco.  Era molto pallido,  gli occhi erano
    incavati,  e tanto affondati sotto le orbite dalla  insonnia,  che
    quasi vi sparivano; il suo abito nero aveva le pieghe calcate d'un
    vestito che ha passato la notte sulla persona, i gomiti imbiancati
    dalla   calugine   che  lascia  sul  panno  lo  sfregamento  della
    biancheria.  Egli guardava ai suoi piedi la finestra disegnata dal
    sole sul pavimento.
    Udendo un rumore alla porta, alz gli occhi.
    Mario entr, con la testa alta, la bocca ridente, un non so che di
    luminoso  nel  volto,  la  fronte  aperta  e  l'occhio trionfante.
    Nemmeno lui aveva dormito.
    - Siete voi, pap! - esclam vedendo Valjean.  - E quell'imbecille
    di  Basco  che  aveva  l'aria misteriosa!  Ma voi venite troppo di
    buon'ora: non sono ancora le dodici e mezzo; Cosetta dorme.
    La  parola  "Pap",   detta  da  Mario  al   signor   Fauchelevent
    significava "felicit suprema".  Era sempre esistito fra loro come
    ci  noto,  un dirupo,  una freddezza,  un  riserbo,  un  ghiaccio
    insomma da rompere o da sciogliere,  ma il giovane sposo era a tal
    punto d'entusiasmo,  che il dirupo si abbassava,  il  ghiaccio  si
    scioglieva,  e  il  signor  Fauchelevent  era  per  lui,  come per
    Cosetta, un padre.
    Continu; e le parole traboccavano da lui,  come sempre avviene in
    quei divini parossismi della gioia:
    -  Come  sono  contento  di  vedervi!  Se sapeste come sentimmo la
    vostra mancanza, ieri! Buon giorno, pap.  Come va la vostra mano?
    Meglio, vero?
    E,  soddisfatto  della  buona  risposta  che  s'era  dato  da  s,
    prosegu:
    - Abbiamo molto parlato di voi, tutti e due. Cosetta vi ama tanto!
    Non dimenticate che avete qui la vostra camera.  Non vogliamo  pi
    saperne  di  via  Homme-Arm;  per  niente.  Come  avete  fatto  a
    scegliere una via come quella, ammalata, brontolona,  brutta,  con
    una  sbarra  all'estremit,  dove  si  sente  freddo  e non si pu
    entrare?  Verrete ad alloggiare qui,  e  oggi  stesso,  altrimenti
    avrete da fare con Cosetta,  la quale intende menarci tutti per la
    punta del naso, vi prevengo. La vostra camera l'avete gi vista; 
    proprio vicino alla  nostra  e  d  sul  giardino.  Abbiamo  fatto
    accomodare  la toppa,  il letto  preparato,  tutto  pronto,  non
    avete da far altro che venire.  Cosetta vi ha fatto  collocare  al
    letto  una  vecchia e grande poltrona di velluto di Utrecht,  alla
    quale  ha  detto:  Stendigli  le  braccia!  Nel  folto  di  acacie
    dirimpetto  alla  vostra  finestra,  viene  tutte  le primavere un
    usignolo; lo udrete tra due mesi;  avrete il suo nido a sinistra e
    il  nostro  a destra;  di notte udrete il suo canto,  di giorno il
    cinguettio di Cosetta. La vostra camera  volta proprio a mezzod.
    Cosetta porr in ordine i vostri libri,  il viaggio  del  capitano
    Cook,  quello di Vancouver,  e tutte le cose vostre. C', mi pare,
    una valigetta che vi sta molto a cuore; ebbene, le ho preparato un
    cantuccio d'onore.  Avete fatto la conquista  di  mio  nonno;  gli
    andate a genio. Vivremo tutti insieme. Conoscete il "whist"? Se lo
    sapeste giocare, colmereste mio nonno di gioia. Accompagnerete voi
    Cosetta  a  passeggio  quando  io  dovr recarmi al tribunale;  le
    darete il braccio come una volta,  al Lussemburgo,  vi  ricordate?
    Noi siamo assolutamente decisi di essere felicissimi, e voi, pap,
    prenderete  parte  alla  nostra felicit,  capite?  Appunto,  fate
    colazione con noi oggi, vero?
    - Signore - rispose Valjean - debbo dirvi una cosa. Io sono un ex-
    forzato.
    Il limite dei suoni acuti  percettibili  pu  essere  oltrepassato
    tanto  dalla  mente  quanto dall'orecchio.  Le parole "sono un ex-
    forzato",  uscendo dalla bocca del signor Fauchelevent ed entrando
    nell'orecchio  di  Mario,  andavano  al  di  l del possibile.  Il
    giovane non intese: gli parve che gli fosse  stato  detto  qualche
    cosa, ma che cosa non seppe, e rimase a bocca aperta.
    Si  accorse  allora  che  l'uomo che gli parlava era spaventevole.
    Preso dal suo entusiasmo,  fino a quel momento  non  aveva  notato
    quel pallore terribile.
    Valjean  snod  il  fazzoletto  nero  che gli sosteneva il braccio
    destro, svolse la benda avvolta intorno alla mano,  mise a nudo il
    pollice e lo mostr a Mario:
    - Non ho nulla alla mano - disse.
    Il giovane guard il dito.
    - Non ho avuto mai nulla - riprese Valjean.
    Non c'era infatti nessuna traccia di ferita.
    Valjean prosegu:
    -  Conveniva  che io fossi estraneo al vostro matrimonio e ne sono
    rimasto estraneo pi che ho potuto.  Finsi questa ferita  per  non
    commettere un falso,  per non introdurre un vizio di nullit negli
    atti matrimoniali, per potermi dispensare dalla firma.
    Mario balbett:
    - Che vuol dire tutto questo?
    - Questo vuol dire - rispose Valjean - che io fui in galera.
    - Voi mi fate impazzire - esclam Mario spaventato.
    - Signor Pontmercy - disse Valjean - sono stato diciannove anni in
    galera: per furto; poi mi hanno condannato a vita: per furto; come
    recidivo. In questo momento, sono m latitante.
    Mario aveva un bel rinculare  dinanzi  alla  realt,  ricusare  il
    fatto,  resistere all'evidenza; bisognava arrendervisi. Cominci a
    comprendere, e come sempre avviene in simili casi,  esager.  Ebbe
    il brivido di un terribile lampo interiore;  un'idea,  che lo fece
    fremere, gli attravers la mente; intravide nell'avvenire,  per se
    stesso, un destino mostruoso.
    -  Dite  tutto!  dite  tutto!  -  grid.  -  Voi siete il padre di
    Cosetta!
    E fece due passi indietro con un moto d'indicibile orrore.
    Valjean rialz la testa con tale maestoso atteggiamento, che parve
    ingrandisse sino al soffitto.
    - Signore,  dovete credermi,  e quantunque il giuramento fatto  da
    noi altri non sia accolto dai tribunali...
    Tacque  un  momento,  poi,  con  una  specie di autorit sovrana e
    sepolcrale,   articolando  lentamente  e  accentuando  le  sillabe
    aggiunse:
    - ...  Voi mi crederete.  Il padre di Cosetta, io! giuro dinanzi a
    Dio,  no.  Signor barone di Pontmercy,  io sono  un  contadino  di
    Faverolles,  mi  guadagnavo  la  vita  potando gli alberi.  Non mi
    chiamo Fauchelevent, ma Giovanni Valjean. Non ho nessuna parentela
    con Cosetta. Rassicuratevi.
    Mario balbett:
    - Chi mi prova?...
    - Io, poich lo dico.
    Mario  guard  quell'uomo.  Era  lugubre  e  tranquillo.   Nessuna
    menzogna  poteva  uscire  da  una  tale calma.  Chi  ghiacciato 
    sincero, e in quella freddezza di tomba si sentiva la verit.
    - Vi credo - disse il giovane.
    Valjean chin la testa quasi per prenderne atto, poi continu:
    - Che sono io  per  Cosetta?  Un  passante.  Dieci  anni  or  sono
    ignoravo  persino  che esistesse.  Le voglio bene,   vero.  Ci si
    affeziona a una fanciulla che si  conosciuta piccina,  quando  si
    era gi vecchio.  I vecchi si sentono nonni per tutti i bimbi.  Mi
    sembra che possiate supporre in me qualche cosa che somiglia a  un
    cuore.  Lei era orfana, senza padre n madre, aveva bisogno di me,
    ed ecco perch mi misi ad amarla.  Sono cos deboli  i  fanciulli,
    che il primo che capita, anche un uomo come me, pu essere il loro
    protettore.  Ecco  il  dovere  che ho compiuto verso Cosetta.  Non
    credo che cos poca  cosa  possa  veramente  chiamarsi  una  buona
    azione; ma se  tale, supponete che io l'abbia compiuta e prendete
    nota di questa circostanza attenuante.  Oggi, Cosetta abbandona la
    mia esistenza; le nostre due strade si separano,  d'ora innanzi io
    non  posso pi nulla per lei.  Lei  la signora Pontmercy;  la sua
    provvidenza  mutata e Cosetta guadagna nel cambio.  Tutto per  il
    meglio.  Quanto ai seicentomila franchi,  non me ne parlate, ma io
    prevengo il vostro pensiero: essi costituiscono  un  deposito.  In
    che  modo  quel  deposito  era  nelle  mie mani?  Che importa?  Lo
    restituisco e nessuno pu chiedermi  nulla  di  pi.  Completo  la
    restituzione col dirvi il mio vero nome. Anche questo mi riguarda:
    ci tengo, io, che sappiate chi sono.
    E fiss Mario in volto.
    Tutto  quanto  Mario  provava  era tormentoso e incoerente.  Certe
    ventate   del   destino   producono   nell'anima   nostra   simili
    ondulazioni.
    Tutti abbiamo provato quegli istanti di turbamento, nei quali ogni
    cosa in noi si disperde; allora diciamo le prime parole venute, le
    quali  non  sempre sono precisamente quelle che bisognerebbe dire.
    Ci sono subitanee rivelazioni che non si possono sopportare  e  ci
    ubriacano   come   un   vino  funesto.   Dalla  nuova  situazione,
    intravista,  Mario era sbalordito al punto di parlare a quell'uomo
    quasi come sdegnato di quella confessione.
    -  Ma  infine  -  esclam  -  perch mi dite tutto questo?  Chi vi
    costringe?  Potevate conservare il vostro segreto.  Non  siete  n
    denunciato  n  inseguito n ricercato.  Ci dev'essere una ragione
    per farmi cos allegramente una simile rivelazione. Finite dunque:
    c' dell'altro. A quale scopo mi fate questa confessione? Per qual
    motivo?
    - Per quale motivo?  - rispose Valjean con voce cos bassa e sorda
    che  pareva  parlasse  a  se  stesso pi che a Mario.  - Per quale
    motivo, infatti, questo forzato viene a dirvi: Io sono un forzato?
    Ebbene, s, il motivo  strano! E' per onest.  La mia disgrazia 
    un filo che ho qui nel cuore e che mi tiene legato.  E questi fili
    sono  solidi  soprattutto  quando  si    vecchi:  tutta  la  vita
    all'intorno  si  sfascia,  ma  essi  resistono.  Se  avessi potuto
    strapparmi questo filo, romperlo,  sciogliere il nodo o tagliarlo,
    e andarmene assai lontano, mi sarei salvato. Bastava che partissi;
    nella via del Bouloy non mancano le diligenze;  voi siete felici e
    io me ne vado.  Ho tentato di romperlo questo filo,  ho tirato con
    tutte  le  forze,  ma  ha  tenuto  fermo,  non  s' rotto;  dovrei
    strapparmi insieme il cuore.  Allora ho detto:  Non  posso  vivere
    altrove,  devo  rimanere.  Ebbene,  s,  avete  ragione,  sono  un
    imbecille: perch non restare semplicemente?  Voi mi  offrite  una
    camera qui nella casa, la signora Pontmercy mi vuole molto bene, e
    dice   alla  poltrona:  stendigli  le  braccia;   vostro  nonno  
    contentissimo di avermi con s, gli vado a genio;  abiteremo tutti
    insieme;  prenderemo  i  pasti  in  comune,  io  dar il braccio a
    Cosetta...  alla  signora  Pontmercy,  scusate,    l'abitudine...
    avremo un solo tetto,  una sola mensa, un solo focolare, lo stesso
    angolo da caminetto d'inverno, la stessa passeggiata d'estate;  ma
    questa  gioia,   felicit,   tutto. Noi vivremo in famiglia. In
    famiglia!
    A questa parola Valjean divenne torvo. Incroci le braccia, guard
    il pavimento ai suoi piedi come se volesse scavarvi un  abisso,  e
    d'un tratto la sua voce si fece sonora:
    - Io,  famiglia! no. Io non appartengo a nessuna famiglia, n alla
    vostra n a quella di tutti gli uomini. Nelle case dove si vive in
    dimestichezza io sono di troppo.  Ci sono le famiglie,  ma non per
    me.  Io sono lo sventurato,  l'escluso. Ebbi un padre e una madre?
    quasi ne dubito.  Il giorno in cui ho  maritato  quella  fanciulla
    tutto    finito:  ho  visto che era felice con l'uomo amato,  che
    c'era in questa casa un buon vecchio, un nido di due angeli, tutte
    le gioie, tutto il bene, e ho detto a me stesso: Non entrare,  tu.
    Potevo  mentire,    vero,  ingannarvi  tutti,  rimanere il signor
    Fauchelevent. Finch  stato per lei,  ho potuto mentire;  ma ora,
    non devo.  Bastava tacere,  vero, e tutto sarebbe continuato. Voi
    mi chiedete che cosa mi costringa a parlare? una cosa curiosa,  la
    mia  coscienza.  Eppure,  tacere  era  assai facile: ho passato la
    notte a cercar di persuaderne me stesso.  Voi mi chiedete  la  mia
    confessione,  e  quel che vi ho detto  tanto straordinario che ne
    avete il diritto.  Ebbene s,  ho consumato la notte a dare  a  me
    stesso  delle  ragioni,  e me ne sono date alcune molto buone,  ho
    fatto quanto ho potuto, siatene certo.  Ma ci sono due cose in cui
    non  sono  riuscito: n a spezzare il filo che mi tiene attaccato,
    ribattuto e suggellato qui col cuore n a far tacere qualcuno  che
    mi parla sommessamente quando sono solo. Ecco perch sono venuto a
    confessarvi  tutto stamane.  Tutto,  o quasi tutto.  Ci sono delle
    cose inutili a dirsi che riguardano me solo,  e che  quindi  tengo
    per me;  l'essenziale lo sapete.  Ho dunque preso il mio mistero e
    ve l'ho portato; ho sventrato il mio segreto sotto i vostri occhi.
    Non era una risoluzione ovvia da prendere,  e  mi  sono  dibattuto
    tutta la notte.  Ah! credete forse che non abbia detto a me stesso
    che questo non era pi il  caso  del  processo  Champmathieu,  che
    occultando  il mio vero nome non danneggiavo nessuno,  che il nome
    di Fauchelevent mi era stato dato dallo  stesso  Fauchelevent  per
    riconoscenza d'un servigio resogli, che potevo benissimo serbarlo,
    che  sarei stato felice nella camera da voi offertami,  che non vi
    avrei dato  nessun  fastidio,  che  me  ne  sarei  stato  nel  mio
    cantuccio,  e che mentre voi avreste avuto Cosetta, io avrei avuto
    l'idea di trovarmi nella stessa sua casa?  Ciascuno avrebbe goduto
    la  sua  proporzionata  felicit.  Continuando  a essere il signor
    Fauchelevent, tutto s'accomodava; tutto, s,  fuorch l'anima mia.
    Ci  sarebbe  stata la gioia sparsa su tutta la mia persona,  ma il
    fondo dell'anima  mia  sarebbe  rimasto  nero.  Non  basta  essere
    felici,  occorre essere contenti.  Dunque, sarei rimasto il signor
    Fauchelevent, avrei nascosto il mio vero volto; dunque,  di fronte
    alla vostra espansione avrei avuto un enigma, in mezzo alla vostra
    piena  luce  mi  sarei avvolto di tenebre;  dunque,  senza gridare
    "bada" con la massima semplicit,  mi  sarei  seduto  alla  vostra
    mensa  col  pensiero  che  se  aveste  saputo  chi sono mi avreste
    scacciato, mi sarei lasciato servire da domestici che, se avessero
    saputo, avrebbero esclamato: Che orrore! Dunque,  vi avrei toccato
    col mio gomito che siete in diritto di respingere,  avrei truffato
    la vostra stretta di mano!  Nella vostra casa avrebbero diviso  la
    riverenza  tra  i  capelli  bianchi venerabili e i capelli bianchi
    infamati;  e nelle vostre ore pi intime,  quando tutti i cuori si
    sarebbero creduti aperti fino in fondo,  trovandoci tutt'e quattro
    insieme,  vostro nonno voi due e io,  ci sarebbe stato fra noi  un
    ignoto.   Sarei  stato  fianco  a  fianco  con  voi  nella  vostra
    esistenza, con la sola preoccupazione di non spostare il coperchio
    del mio terribile pozzo! Cos io, un morto, mi sarei imposto a voi
    che siete vivi. E lei, l'avrei condannata a essermi legata a vita.
    Voi, Cosetta e io, saremmo stati tre teste nel berretto verde! Non
    vi sentite rabbrividire?  Ora sono soltanto il pi oppresso  degli
    uomini;  allora  sarei  stato il pi mostruoso.  E questo delitto,
    l'avrei commesso ogni giorno! E questa menzogna,  l'avrei ripetuta
    ogni  giorno  e questa maschera di tenebre l'avrei tenuta sul viso
    ogni giorno! E ogni giorno vi avrei dato la vostra parte della mia
    infamia! Ogni giorno! a voi,  i miei cari,  a voi i miei figli,  a
    voi,  i miei innocenti!  Tacere  nulla? Serbare il silenzio  una
    cosa semplice? No, non  semplice. C' un silenzio che mentisce. E
    la mia menzogna, la mia frode, la mia indegnit, la mia vilt,  il
    mio  tradimento,  il  mio  delitto,  io li avrei bevuti a goccia a
    goccia,  li  avrei  vomitati  e  poi  ribevuti;   avrei  finito  a
    mezzanotte  e  ricominciato  a  mezzogiorno,  e  il mio buongiorno
    avrebbe mentito,  e il mio buonasera avrebbe mentito,  e ci  avrei
    dormito  sopra,  e l'avrei mangiato col pane,  e avrei guardato in
    faccia Cosetta,  e  avrei  risposto  al  sorriso  dell'angelo  col
    sorriso  del  dannato,  e  sarei stato un abominevole istrione!  E
    perch? Per essere felice! Felice io! Ho forse il diritto d'essere
    felice? Io sono fuori della vita, signore.
    Valjean si ferm. Mario ascoltava. Simili concatenamenti di idee e
    di angosce non si possono interrompere.  Valjean abbass di  nuovo
    la voce, che non era pi sorda, ma sinistra.
    -  Voi  chiedete  perch  parlo?  Io che non sono n denunciato n
    inseguito n  ricercato,  dite  voi.  S!  sono  denunciato!  sono
    inseguito!  sono ricercato! Da chi? Da me! sono io che sbarro a me
    stesso il passaggio, e mi trascino, e mi sospingo, e mi arresto, e
    mi condanno, e quand'uno  afferrato da se stesso,  ben tenuto.
    E afferrandosi l'abito col pugno e tirandolo verso Mario:
    - Guardate questo pugno - prosegu.  -  Non  vi  pare  che  sappia
    tenere questo bavero in modo da non lasciarselo sfuggire?  Ebbene,
    la coscienza  un altro  pugno!  E  per  vivere  felice,  signore,
    bisogna  non  comprendere  il dovere;  appena  compreso,  diventa
    implacabile.  Sembra che vi punisca d'averlo  capito;  ma  no,  vi
    ricompensa  invece,  perch  vi  mette in un inferno dove si sente
    d'avere accanto Iddio.  Appena ci siamo lacerate  le  viscere,  ci
    sentiamo in pace con noi stessi.
    E con accento straziante aggiunse:
    - Signor Pontmercy,  una cosa che non ha senso, eppure io sono un
    uomo  onesto.  Ed  col degradarmi ai vostri occhi che mi elevo ai
    miei.  Questo mi  gi accaduto una volta,  ma era meno  doloroso;
    non era nulla.  S, un uomo onesto. Non lo sarei, se per mia colpa
    aveste continuato a stimarmi;  ora che mi  disprezzate,  lo  sono.
    Pesa  su  di  me questa fatalit: che non potendo mai avere alcuna
    considerazione se  non  rubata,  questa  considerazione  m'opprime
    interiormente,   e  perch  io  possa  rispettare  me  stesso,   
    necessario che gli altri mi disprezzino. Allora mi rialzo. Sono un
    galeotto che obbedisce alla sua coscienza.  So bene che non   una
    cosa  verosimile;  ma che posso farci io?   cos.  Ho preso degli
    impegni con me stesso e li mantengo.  Avvengono certi incontri che
    ci  legano,  dei  casi  fortuiti che ci trascinano ad assumere dei
    doveri.  Vedete,  signor Pontmercy,  mi sono accadute  certe  cose
    nella vita!...
    Fece una nuova pausa,  quindi ingoiando con fatica la saliva, come
    se le sue parole sapessero di amaro, riprese:
    - Quando sopra di noi pesa un tale orrore,  non abbiamo il diritto
    di  renderne  partecipi gli altri a loro insaputa,  non abbiamo il
    diritto di comunicar loro la nostra peste,  di farli  sdrucciolare
    nel  nostro  precipizio senza che se ne avvedano,  di buttar su di
    loro la nostra casacca rossa,  e d'intralciare segretamente con la
    nostra miseria la felicit altrui.  Avvicinarsi ai sani e toccarli
    di nascosto con la propria ulcera invisibile  una cosa  orribile.
    Fauchelevent ha un bel prestarmi il suo nome; io non ho il diritto
    di  servirmene.  Egli  ha  potuto  darmelo,  ma  io  non ho potuto
    prendermelo. Un nome  un io. Vedete, signore,  ho un po' pensato,
    un  po'  letto,  bench  sia un contadino,  e mi rendo conto delle
    cose.  Vedete  che  mi  spiego  convenientemente.  Mi  sono  fatto
    un'educazione  da  me  stesso.  Ebbene  s,  sottrarre  un  nome e
    ripararvisi sotto  una  cosa  disonesta.  Si  possono  rubare  le
    lettere  dell'alfabeto  come  una borsa o un orologio.  Essere una
    firma falsa in carne e ossa, una chiave falsa vivente,  entrare in
    casa di gente onesta scassinando la serratura, non guardar mai pi
    francamente ma sempre di sottecchi, essere infame dentro di me no!
    no!  no!  no! E' meglio soffrire, sanguinare, piangere, strapparsi
    la pelle dalle carni con le unghie,  passare le notti  a  torcersi
    tra le angosce,  rodersi il ventre e il cuore. Ecco perch vengo a
    raccontarvi tutto questo, allegramente, come voi dite.
    Respir penosamente, quindi lanci quest'ultima frase:
    - Una volta,  per vivere,  rubai un pane;  oggi,  per vivere,  non
    voglio rubare un nome.
    - Per vivere! - interruppe Mario. - Ma non avete bisogno di questo
    nome per vivere!
    -  Oh!  me  ne intendo io!  - rispose Valjean alzando e abbassando
    lentamente la testa pi volte di seguito.
    Successe una pausa.  Tacevano tutti e due,  ciascuno inabissato in
    un  gorgo  di pensieri.  Mario si era seduto vicino a una tavola e
    appoggiava  l'angolo  della  bocca  a  un  dito  piegato.  Valjean
    passeggiava  su  e  gi.  Si ferm davanti a uno specchio e rimase
    immobile;  poi,  come se rispondesse a un ragionamento  interiore,
    disse guardando quello specchio nel quale non si mirava:
    - Adesso mi sento sollevato.
    Torn a camminare e and all'altro capo del salotto.  Nel voltarsi
    s'accorse che Mario lo guardava camminare. Allora,  con un accento
    inesprimibile, gli disse:
    -  Trascino un po' la gamba.  Ora capite perch.  - Quindi fin di
    volgersi verso Mario:
    - Ed ora,  signore,  fate questa supposizione:  Io  non  ho  detto
    nulla,  sono rimasto il signor Fauchelevent, ho preso il mio posto
    in casa vostra, faccio parte della famiglia, occupo la mia stanza,
    vengo la mattina a far colazione in  pantofole,  la  sera  andiamo
    tutt'e  tre  al  teatro,  io  accompagno la signora Pontmercy alle
    Tuileries e alla piazza Reale, viviamo insieme,  voi mi credete un
    vostro eguale;  ed ecco che un bel giorno mentre ci troviamo uniti
    e discorriamo e ridiamo,  udite d'un tratto una  voce  gridare  il
    nome  di  Giovanni  Valjean,  e vedete una mano terribile,  quella
    della   polizia,    balzare   fuori   dall'ombra   e    strapparmi
    improvvisamente la maschera!
    Tacque  di  nuovo;  Mario  s'era  alzato  con un brivido.  Valjean
    riprese:
    - Che ne dite?
    Il silenzio di Mario era una risposta.
    L'altro continu:
    - Vedete bene che ho avuto ragione a non  tacere.  Su  via,  siate
    felice!  siate  al  settimo cielo!  siate l'angelo d'un angelo!  e
    siate nel sole! e contentatevi, e non vi preoccupate di sapere che
    cosa faccia un povero dannato per squarciarsi il petto e  fare  il
    proprio dovere. Avete davanti a voi un miserabile.
    Mario  attravers lentamente il salotto,  e avvicinatosi a Valjean
    gli tese la mano.
    Ma dovette egli stesso andare a prendere quella mano  che  non  si
    presentava,  e  gli parve di stringere una mano di marmo.  Valjean
    lasci fare.
    - Mio nonno ha molti amici -  disse Mario - e vi far ottenere  la
    grazia.
    - E' inutile - rispose Valjean.  - Mi credono morto e ci basta. I
    defunti  non  sono  sottoposti  a  sorveglianza,  si  suppone  che
    imputridiscano  tranquillamente.  La  morte    lo  stesso  che la
    grazia.
    E liberando la mano tenuta dal giovane, aggiunse con una specie di
    dignit inesorabile:
    - D'altronde, fare il mio dovere: ecco l'amico a cui ricorro; e ho
    bisogno di una sola grazia, quella della mia coscienza.
    In quel momento,  all'altra estremit del  salotto,  la  porta  fu
    socchiusa adagino e apparve la testa di Cosetta, coi capelli in un
    incantevole  disordine  e le palpebre ancora gonfie di sonno.  Col
    movimento d'un uccello che spinge la testa fuori  dal  nido,  essa
    guard prima suo marito,  poi Valjean,  e grid loro, ridendo, con
    un sorriso che parve sbocciar da una rosa:
    - Scommetto che parlate di politica.  Che  goffaggine!  Invece  di
    tenermi compagnia!
    Valjean trasal.
    - Cosetta!...  - balbett Mario, e non disse altro. Sembravano due
    colpevoli.
    Cosetta,  raggiante,  continuava a  volgere  lo  sguardo  dall'uno
    all'altro; e nei suoi occhi c'erano luci di paradiso.
    -  Vi colgo in delitto flagrante - disse.  - Ho sentito attraverso
    l'uscio il mio  pap  Fauchelevent  che  diceva:  la  coscienza...
    l'adempimento  del  dovere...  E'  politica,  questa;  e io non ne
    voglio. Non si parla di politica subito, all'indomani delle nozze;
    non  giusto.
    -  T'inganni,  Cosetta  -  rispose  Mario.  -  Parliamo  d'affari,
    parliamo   del  collocamento  migliore  per  i  tuoi  seicentomila
    franchi...
    - Poco importa - interruppe la donna. - Vengo anch'io. Mi volete?
    E spingendo risolutamente la porta entr nel salotto.  Era avvolta
    in  un vasto accappatoio bianco a mille pieghe e a grandi maniche,
    che partendo dal collo le ricadeva fino ai piedi.  Nei cieli d'oro
    dei  vecchi  dipinti  gotici  si  vedono simili graziosi sacchi da
    porvi dentro un angelo.
    Essa si mir dalla testa ai  piedi  in  un  grande  specchio,  poi
    esclam con un'esplosione d'estasi ineffabile:
    - C'era una volta un re e una regina. Oh come sono contenta!
    Ci detto, fece la riverenza a Mario e a Valjean, e prosegu:
    - Ecco,  io mi metter in una poltrona accanto a voi. Tra mezz'ora
    si fa colazione: voi direte tutto quello che volete,  so bene  che
    gli uomini devono parlare; me ne star tranquilla.
    Mario le prese il braccio e le disse amorosamente:
    - Stiamo parlando d'affari.
    - A proposito - rispose Cosetta - aprendo la mia finestra ho visto
    arrivare  nel  giardino  una quantit di cinciallegre,  che paiono
    maschere.  Oggi  il  mercoled  delle  ceneri,  ma  non  per  gli
    uccelli.
    -  Ti  ripeto  che  parliamo d'affari;  va',  mia piccola Cosetta,
    lasciaci soli un momento. Parliamo di cifre; t'annoieresti.
    - Ti sei messo stamattina una  deliziosa  cravatta,  Mario;  siete
    molto civettuolo, mio signore. No, non m'annoier.
    - T'assicuro che t'annoierai.
    - No, perch siete voi; non capir, ma star ad ascoltarvi. Quando
    si  odono  le  voci  amate non c' bisogno di capire le parole che
    dicono. Non desidero altro che stare con voi. Rimango, via!
    - Tu sei la mia adorata Cosetta! ma  impossibile.
    - Impossibile!
    - S.
    - Va bene - riprese Cosetta.  - Vi avrei dato  delle  notizie,  vi
    avrei  detto che il nonno dorme ancora,  che vostra zia  andata a
    messa,  che il camino della camera del mio  pap  Fauchelevent  fa
    fumo,  che  Nicoletta  ha fatto chiamare uno spazzacamino,  che la
    Toussaint e Nicoletta hanno gi litigato, e che Nicoletta si burla
    della balbuzie della Toussaint. Ebbene, non saprete nulla. Ah!  E'
    impossibile?  Anch'io  a  mia  volta dir  impossibile,  vedrete,
    signore.  E allora chi sar preso al  laccio?  Te  ne  prego,  mio
    piccolo Mario, lasciami stare qui con voi due.
    - Ti giuro che  necessario che restiamo soli.
    - Ebbene, sono forse qualcuno io?
    Cosetta si volse verso Valjean che non diceva una parola:
    - Prima di tutto,  pap,  voglio che veniate a darmi un bacio. Che
    cosa fate l silenzioso, invece di prendere le mie difese?  Chi mi
    ha  dato  un  padre  cos?  Non  vedete  che sono infelicissima in
    famiglia? Mio marito mi batte. Animo dunque, abbracciatemi subito.
    Valjean s'avvicin. Cosetta si volse verso Mario:
    - A voi invece faccio le boccacce.
    E porse la fronte a Valjean.
    Questi le s'accost d'un altro passo. Ma Cosetta rincul.
    - Siete pallido, pap. Forse che il braccio vi fa male?
    - E' guarito - rispose.
    - Avete dormito male?
    - No.
    - Siete triste?
    - No.
    - Datemi un bacio.  Se vi sentite bene,  se avete ben dormito,  se
    siete contento, non vi sgrider.
    E gli porse nuovamente la fronte.
    Valjean  depose  un  bacio  su quella fronte,  su cui splendeva un
    riflesso del cielo.
    - Sorridete.
    Egli obbed: fu il sorriso d'uno spettro.
    - Ora difendetemi da mio marito.
    - Cosetta... - esclam Mario.
    - Andate in collera! pap. Ditegli che  necessario che io rimanga
    qui, che si pu benissimo parlare davanti a me.  Mi credete dunque
    molto  sciocca!  Dunque  assai stupefacente quello che dite!  Gli
    affari,  collocare dei denari presso una  banca,  gran  cosa!  Gli
    uomini fanno i misteriosi per un nulla. Voglio restare. Sono molto
    bella stamane; guardami, Mario.
    E  con  un  adorabile  moto  delle  spalle  e  non so qual broncio
    squisito,  essa guard il marito.  Fra quelle due creature  scocc
    come un lampo. Poco importava che ci fosse qualcuno presente.
    - T'amo - disse Mario.
    - T'adoro - rispose Cosetta.
    E caddero irresistibilmente nelle braccia l'uno dell'altra.
    - Ora - riprese Cosetta,  rassettandosi una piega dell'accappatoio
    con una smorfietta di trionfo - io rimango.
    - Questo no - ripet  Mario  in  tono  supplichevole.  -  Dobbiamo
    terminare qualche cosa.
    - Ancora no?
    Il giovane prese un tono severo:
    - T'assicuro, Cosetta, che  impossibile.
    - Ah! fate il vostro vocione d'uomo, signore. Va bene. Me ne vado.
    Voi,  pap,  non m'avete sostenuta.  Signor marito,  signor padre,
    siete due tiranni, vado a dirlo al nonno. Se credete che torner e
    che vi star a pregare, v'ingannate. Sono fiera. Adesso sar io ad
    aspettarvi. Vedrete che vi annoierete senza di me. Me ne vado,  va
    benissimo.
    E usc.
    Due  secondi dopo l'uscio si riapr,  il suo fresco viso vermiglio
    pass di nuovo tra i due battenti, ed essa grid loro:
    - Sono molto in collera.
    La porta si richiuse e si rifecero le tenebre.
    Fu come un raggio di  sole  fuorviato  che,  senza  immaginarselo,
    aveva attraversato d'improvviso la notte.
    Mario s'assicur che l'uscio fosse ben chiuso.
    - Povera Cosetta! - mormor. - Quando verr a sapere...
    A queste parole Valjean trem in tutte le membra, e fiss su Mario
    l'occhio smarrito.
    - Cosetta! Ah! s,  vero, voi le direte tutto;  giusto. E io non
    ci avevo pensato! Abbiamo talvolta la forza di sopportare una cosa
    e non un'altra.  Signore,  ve ne scongiuro, ve ne supplico, datemi
    la vostra parola pi sacra che non glielo direte.  Non basta forse
    che  lo  sappiate  voi?  Ho  potuto  dirlo io stesso senza esserci
    costretto;  l'avrei  detto  a  tutti,  all'universo  intero,   non
    m'importava.  Ma lei..., lei non capisce queste cose, e ne sarebbe
    spaventata.  Un forzato,  come!  Sarebbe necessario spiegarglielo,
    dirle: E' un uomo che  stato in galera.  Un giorno,  vide passare
    la catena... Ah mio Dio!
    Si abbatt su una poltrona e si nascose il volto fra le mani.  Non
    si  sentiva,  ma dalle scosse delle spalle si vedeva che piangeva.
    Lacrime silenziose, lacrime terribili.
    I singhiozzi soffocano.  Preso  da  un  impeto  convulso,  dovette
    rovesciarsi indietro sulla spalliera come per respirare, lasciando
    pendere  le  braccia  e  mostrando  a  Mario la faccia inondata di
    lacrime;  e Mario l'ud bisbigliare con  voce  cos  sommessa  che
    sembrava  provenire  da  un abisso senza fondo: - Oh!  come vorrei
    morire!
    - State tranquillo, - disse il giovane;  - terr il vostro segreto
    per me solo.
    E  meno  commosso  di  quanto  forse  avrebbe  dovuto esserlo,  ma
    costretto da un'ora a familiarizzarsi con una spaventosa sorpresa,
    vedendo a grado a grado sotto i suoi occhi un galeotto sovrapporsi
    al signor Fauchelevent,  vinto a poco a  poco  da  quella  lugubre
    realt   e  condotto  dalla  china  naturale  della  situazione  a
    costatare l'intervallo che si era formato tra  quell'uomo  e  lui,
    aggiunse:
    -  E'  impossibile  che non vi dica una parola intorno al deposito
    che m'avete cos fedelmente e cos onestamente rimesso. E' un atto
    di probit, ed  giusto che vi sia dovuta una ricompensa.  Fissate
    voi  stesso  la  somma  che vi sar sborsata;  n dovete temere di
    fissarla troppo alta.
    - Vi ringrazio, signore - rispose Valjean con dolcezza.
    Rimase pensoso un  momento,  passando  macchinalmente  l'estremit
    dell'indice sull'unghia del pollice, quindi riprese:
    - Tutto  quasi finito. Mi resta un'ultima cosa.
    - Quale?
    Valjean  ebbe come una suprema esitazione,  poi senza voce,  quasi
    senza respiro, balbett pi che non dicesse:
    - E ora che sapete,  credete,  signore,  voi che siete il padrone,
    che io non debba pi vedere Cosetta?
    - Credo che sarebbe meglio - rispose Mario con freddezza.
    - Non la vedr pi - mormor Valjean.
    E si diresse verso la porta.
    Mise  la  mano  sulla maniglia,  che cedette subito,  socchiuse la
    porta,  l'apr abbastanza per passare,  rest un secondo immobile,
    poi la richiuse ancora e si volse verso Mario.
    Non  era pi pallido,  ma era livido;  non aveva pi lacrime negli
    occhi,  ma una specie di tragica  fiamma;  e  la  sua  voce  aveva
    ripreso una strana calma.
    -  Ascoltatemi,  signore,  -  disse - se lo permetterete,  verr a
    vederla.  Vi assicuro che lo  desidero  ardentemente.  Se  non  ci
    avessi tenuto a vedere Cosetta,  non vi avrei fatto la confessione
    che vi ho fatta, sarei partito;  ma volendo rimanere dov' Cosetta
    e continuare a vederla,  ho dovuto dirvi tutto. Voi seguite il mio
    ragionamento,  non  vero?   una cosa facile a  capirsi.  Vedete,
    sono  pi  di nove anni che l'ho con me.  Abbiamo abitato prima in
    quella topaia del boulevard,  poi  nel  convento,  poi  presso  il
    Lussemburgo,  dove  l'avete vista la prima volta.  Vi ricordate il
    suo cappello di felpa azzurro? Siamo stati poi nel quartiere degli
    Invalidi, dove c'era un cancello e un giardino, in via Plumet.  Io
    abitavo  dalla  parte  interna,  da  dove udivo il suo pianoforte.
    Eccovi la mia vita.  Non ci lasciavamo mai.  La cosa  durata nove
    anni  e alcuni mesi;  io ero come un padre per lei,  e essa la mia
    figliola. Non so se mi capite, signor Pontmercy; ma andarmene ora,
    non vederla pi,  non parlarle pi,  non avere pi nulla,  sarebbe
    difficile.  Se  non  ci vedete niente di male,  verr ogni tanto a
    trovare Cosetta. Non verrei spesso,  non resterei a lungo.  Direte
    di  ricevermi  nel  salottino  di gi.  Entrerei volentieri per la
    porta di dietro,  destinata alla servit,  ma  questo  stupirebbe,
    forse;  sar meglio, credo, entrare dalla porta di tutti. Davvero,
    signore,  vorrei vedere ancora un po' Cosetta: di rado,  quando vi
    aggrada.  Mettetevi  al mio posto: non ho pi nessuno al mondo.  E
    poi,  bisogna badare che se non venissi pi,  la cosa farebbe  una
    brutta impressione, parrebbe molto strana. Quello che posso fare 
    di venire la sera, quando comincia a farsi buio.
    - Verrete tutte le sere - disse Mario - e Cosetta vi aspetter.
    - Voi siete buono, signore - rispose Valjean.
    Mario  salut  Valjean.  La  felicit accompagn fino all'uscio la
    disperazione, e quei due uomini si separarono.

    2. LE OSCURITA' CHE PUO' CONTENERE UNA RIVELAZIONE.
    Mario era sconvolto.
    Ora inclinava in quella  specie  di  antipatia  che  aveva  sempre
    provato  per  l'uomo  accanto  al  quale vedeva Cosetta.  C'era in
    quell'individuo un non so  che  di  enigmatico  di  cui  l'istinto
    l'avvertiva, e quell'enigma era la pi schifosa delle vergogne: la
    galera. Fauchelevent era il forzato Valjean.
    Trovare  a  un tratto un simile segreto in mezzo alla sua felicit
    somigliava a una scoperta d'uno scorpione in un nido di tortore.
    La felicit di Mario e Cosetta  era  dunque  condannata  a  quella
    vicinanza?  Era  un  fatto compiuto?  L'accettazione di quell'uomo
    faceva parte del matrimonio? Non rimaneva pi nulla da fare? Aveva
    egli sposato anche il galeotto?
    Si ha un bell'essere coronato  di  luce  e  di  gioia,  si  ha  un
    bell'assaporare la grande ora purpurea della vita, l'amore felice:
    simili  scosse  costringerebbero a fremere anche l'arcangelo nella
    sua estasi, anche il semidio nella sua gloria.
    Come sempre avviene nei cambiamenti improvvisi,  Mario si chiedeva
    se non avesse qualche rimprovero da farsi.
    Aveva  mancato  di  giudizio?  Aveva  mancato di prudenza?  Si era
    volontariamente stordito?  Un po',  forse.  S'era lanciato,  senza
    bastante  precauzione,  in  quell'avventura d'amore che era finita
    nel suo matrimonio con Cosetta?  Costatava -  cos con una  serie
    di successive costatazioni di noi stessi su noi stessi,  la vita a
    poco a poco ci emenda - costatava il lato chimerico  e  visionario
    del proprio carattere, specie di nube interiore, caratteristica di
    molti  individui e che nei parossismi della passione e del dolore,
    col mutar temperatura dell'anima,  si dilata e invade  interamente
    l'uomo in modo da formarne una coscienza inzuppata di nebbia.  Pi
    d'una volta abbiamo accennato  a  questo  elemento  caratteristico
    della personalit di Mario. Si ricordava che nell'ebbrezza del suo
    amore,  in  via  Plumet,  durante  quelle  sei  o  sette settimane
    estatiche,  non aveva nemmeno parlato a  Cosetta  di  quel  dramma
    enigmatico  della  topaia Gorbeau,  dove la vittima aveva avuto un
    cos strano atteggiamento di silenzio durante la  lotta,  che  poi
    era  fuggita.  Com'era stato possibile che non ne avesse parlato a
    Cosetta?   Eppure  si  trattava  di  una  cosa  tanto  recente   e
    spaventosa.  Come  mai non le aveva neppure nominato i Thnardier,
    neanche il giorno in cui aveva incontrato  Eponina?  Durava  quasi
    fatica a spiegarsi il suo silenzio d'allora.  Per lo comprendeva;
    rammentava  il  suo  sbalordimento,  l'ebbrezza  che  provava  per
    Cosetta,  l'amore  che  assorbiva ogni cosa,  quel sollevarsi l'un
    l'altro nell'ideale, e fors'anche, come la quantit impercettibile
    di ragione mista a quello stato violento e incantevole dell'anima,
    un vago e sordo  istinto  di  nascondere  e  di  cancellare  nella
    memoria  quella  terribile  avventura  di  cui temeva il contatto,
    nella quale non voleva recitare alcuna parte,  a cui si sottraeva,
    in  cui  non  poteva  essere  narratore  o testimonio senza essere
    accusatore.  D'altronde,  quelle poche settimane  erano  state  un
    lampo:  non  avevano avuto il tempo di far nulla,  fuorch amarsi.
    Infine,   tutto  calcolato,   tutto  rigirato,   tutto  esaminato,
    quand'anche avesse narrato a Cosetta l'insidia Gorbeau,  quando le
    avesse nominato i  Thnardier,  quand'anche  avesse  scoperto  che
    Valjean  era un galeotto,  questo avrebbe cambiato lui,  Mario,  e
    lei, Cosetta? Avrebbe egli indietreggiato? L'avrebbe meno adorata?
    Avrebbe fatto a meno di sposarla?  No.  Ci sarebbe stato nulla  di
    mutato  in  quanto  si  era  fatto?  No.  Nulla  dunque  aveva  da
    rimpiangere, nulla da rimproverarsi.  Tutto per il meglio.  C' un
    Dio per quegli ubriaconi che si chiamano innamorati.  Cieco, Mario
    aveva battuto la via che avrebbe scelto se ci avesse visto chiaro.
    L'amore gli  aveva  bendato  gli  occhi,  per  condurlo  dove?  Al
    paradiso.
    Ma a quel paradiso veniva ora ad aggiungersi un confine infernale.
    L'antica antipatia di Mario per quell'uomo,  per quel Fauchelevent
    divenuto ormai Valjean, era mista d'orrore.
    Tuttavia in quell'orrore,  diciamolo,  c'era una qualche  piet  e
    anche un po' di sorpresa.
    Quel  ladro,  un ladro recidivo,  aveva restituito un deposito.  E
    quale? Seicentomila franchi!  Ed era solo a conoscerne il segreto!
    Poteva tenere tutto e aveva tutto restituito.
    Inoltre  aveva  rivelato  da  s  la propria situazione.  Nulla lo
    costringeva. Se si sapeva chi era, si sapeva per mezzo suo.  C'era
    in  quella  confessione  pi  che l'accettazione dell'umiliazione,
    l'accettazione del pericolo. Per un condannato, una maschera non 
    una maschera,   un rifugio;  ed  egli  aveva  rinunciato  a  quel
    rifugio;  un  falso  nome  la sicurezza,  ed egli aveva rigettato
    quel falso nome. Poteva, lui, galeotto,  nascondersi per sempre in
    una famiglia onorata, e aveva resistito a quella tentazione. E per
    qual  motivo?  per  scrupolo  di coscienza;  l'aveva spiegato egli
    stesso con l'irresistibile accento della  verit.  Chiunque  fosse
    insomma quel Valjean,  era incontestabilmente una coscienza che si
    ridestava; c'era in lui non so quale misteriosa riabilitazione gi
    cominciata;  e,  secondo ogni apparenza,  gi da  molto  tempo  lo
    scrupolo  era  padrone  di  quell'uomo.  Simili  scrupoli  per  la
    giustizia e per il bene non sono propri delle nature  volgari.  Un
    ridestarsi di coscienza  grandezza d'animo.
    Valjean  era  sincero.   Tale  sincerit,   visibile,   palpabile,
    irrefragabile,   resa  evidente  dallo  stesso  dolore   che   gli
    cagionava,  rendeva  inutile  le  indagini e dava autorit a tutto
    quanto diceva quell'uomo.  Qui,  per Mario,  una strana inversione
    delle  situazioni.  Che  cosa ispirava il signor Fauchelevent?  la
    diffidenza. Che cosa emanava Giovanni Valjean? la fiducia.
    Nel  misterioso  bilancio  di  quel  Valjean,   fatto   da   Mario
    cogitabondo,  egli  costatava  l'attivo,  costatava il passivo,  e
    cercava di giungere a un risultato: ma era  come  in  una  bufera.
    Sforzandosi  di  formarsi  un  concetto  chiaro  di quell'uomo,  e
    inseguendo,  per cos dire,  Valjean in fondo alla sua  mente,  lo
    perdeva di vista, e lo ritrovava circondato da una nebbia fatale.
    L'onesta restituzione del deposito,  la probit della confessione,
    sta  bene;  era  come  uno  squarcio  nella  nube;   poi  la  nube
    ridiventava nera.
    Per  quanto  fossero  confusi  i  ricordi  di  Mario,  pure gliene
    ritornava qualche traccia.
    Cos'era in definitiva l'avventura del tugurio  Jondrette?  Perch,
    all'arrivo  della  polizia,  invece di querelarsi,  quell'uomo era
    fuggito?   Qui  trovava  la  risposta;   perch  era  un  galeotto
    latitante.
    Altro  quesito:  Perch  quell'uomo  era  venuto  nella barricata?
    Adesso,  Mario rivedeva distintamente quel ricordo,  riapparso  in
    quella  sua  emozione,   come  l'inchiostro  simpatico  al  fuoco.
    Quell'uomo era nella  barricata,  ma  senza  combattere.  Che  era
    venuto a fare?  Di fronte a questa domanda, uno spettro si rizzava
    e  rispondeva,  Javert.  Mario  ricordava  perfettamente  in  quel
    momento  la  funebre visione di Valjean che trascinava fuori della
    barricata  Javert  legato,  e  sentiva  ancora  venire  di  dietro
    l'angolo   del  vicolo  Mondtour  l'orribile  colpo  di  pistola.
    Verosimilmente c'era odio tra quella spia e quel  galeotto;  l'uno
    impacciava  l'altro;  e  Valjean  era  andato  alla  barricata per
    vendicarsi.  Vi era giunto tardi,  quando gi sapeva probabilmente
    che  Javert  vi  era  trattenuto prigioniero.  La vendetta crsa 
    penetrata in certi bassifondi e vi fa legge; essa  tanto semplice
    che non stupisce neppure le anime gi mezzo rivolte verso il bene;
    e  quei  cuori  sono  cos  fatti  che  un  colpevole  avviato  al
    pentimento  pu benissimo per scrupolo trattenersi dal furto e non
    dalla vendetta.  Valjean aveva  ucciso  Javert;  almeno,  la  cosa
    pareva evidente.
    Ultimo quesito infine,  a cui per non trovava risposta,  e che lo
    teneva afferrato come una morsa.  Come mai l'esistenza di  Valjean
    era  stata  cos a lungo vicino a quella di Cosetta?  Cos'era quel
    cupo gioco della Provvidenza che aveva messo  quella  fanciulla  a
    contatto  con  quell'uomo?  Ci  sono  dunque  delle  catene  a due
    forgiate lass,  e Dio  si  diletta  ad  accoppiare  l'angelo  col
    dmone? Il delitto e l'innocenza possono dunque essere compagni di
    camerata nella misteriosa galera delle miserie?  In quella sfilata
    di condannati che si chiama  il  destino  umano,  possono  passare
    l'una   vicino  all'altra  due  fronti:  l'una  ingenua,   l'altra
    terribile,  l'una bagnata dai sublimi candori  dell'alba,  l'altra
    per sempre rabbrividente al bagliore d'un eterno lampo?  Chi aveva
    potuto determinare quell'inesplicabile unione? In che maniera,  in
    seguito a quale prodigio era stata possibile una comunanza di vita
    tra  quella  celeste  piccina  e  quel vecchio dannato?  Chi aveva
    potuto legare l'agnello al lupo, e,  cosa pi incomprensibile,  il
    lupo all'agnello?
    Infatti il lupo amava l'agnello,  la creatura selvaggia adorava la
    creatura debole,  e per nove anni l'angelo aveva  trovato  il  suo
    punto  d'appoggio  nel  mostro.   L'infanzia  e  l'adolescenza  di
    Cosetta, il suo sviluppo,  il suo virgineo progresso verso la luce
    e la vita erano stati protetti da quell'affetto deforme.
    E  qui,  i  quesiti  si sfogliavano,  per cos dire,  in una serie
    innumerevole di enigmi,  gli abissi si spalancavano in fondo  agli
    abissi,  e  Mario  non  poteva  pi  chinarsi  verso Valjean senza
    vertigine Cos'era dunque quell'uomo-precipizio?
    Gli antichi simboli genesiaci sono  eterni.  Nella  societ  umana
    cos com',  fino al giorno in cui una maggior luce la muter,  ci
    sono sempre due  uomini,  l'uno  superiore,  l'altro  sotterraneo;
    quello conforme al bene  Abele,  quello conforme al male  Caino.
    Cos'era quel Caino affettuoso? Cos'era quel bandito religiosamente
    assorto nell'adorazione d'una vergine,  che aveva vegliato su lei,
    l'aveva allevata,  custodita,  resa pregevole, circondandola, egli
    impuro,  di purezza?  Cos'era quella  cloaca  che  aveva  venerato
    quell'innocenza  al  punto  da  non  comunicarle  alcuna  macchia?
    Cos'era quel Valjean che forniva l'educazione a  Cosetta?  Cos'era
    quella  figura  tenebrosa  che aveva l'unica cura di preservare da
    ogni ombra e da ogni nube il sorgere d'un  astro?  Era  quello  il
    segreto di Valjean; ed era pure il segreto di Dio.
    Di fronte a questo duplice segreto, Mario indietreggiava. L'uno in
    certo qual modo lo rassicurava dell'altro. In quell'avventura, Dio
    era visibile quanto Valjean. Dio ha i suoi strumenti, fa uso degli
    utensili  che  vuole,  e  non    responsabile  dinanzi  all'uomo.
    Sappiamo noi quale sia  il  suo  metodo?  Era  incontestabile  che
    Valjean  aveva  lavorato  attorno  a  Cosetta,  aveva  cooperato a
    formare quell'anima. Ebbene,  cos?  L'artefice era orribile,  ma
    il  lavoro  mirabile.  Dio,  che  produce i suoi miracoli come gli
    piace,  aveva  costruito  quella  incantevole  Cosetta  usando  di
    Valjean:  gli era piaciuto scegliersi quello strano collaboratore.
    Che conto possiamo domandargli?  E' forse la prima  volta  che  il
    letame aiuta la primavera a produrre la rosa?
    Mario  si dava tali risposte,  dichiarando tra s che erano buone.
    Su nessuno dei punti da noi ora indicati aveva osato insistere con
    Valjean,  senza per altro confessare a se medesimo di  non  osare.
    Adorava  Cosetta,  la  possedeva e la trovava splendidamente pura;
    ci gli bastava. Di quali schiarimenti aveva bisogno?  Cosetta era
    una  luce,  e la luce ha forse bisogno di essere illuminata?  Egli
    aveva gi tutto; che poteva desiderare?  Il tutto forse non basta?
    Gli  affari  personali di Valjean non lo riguardavano.  Chinandosi
    sull'ombra fatale di quell'uomo,  egli si aggrappava alla  solenne
    dichiarazione del miserabile: Io non sono nulla per Cosetta. Dieci
    anni fa non sapevo che lei esistesse.
    Valjean era un passante.  Lo aveva detto lui stesso.  Ebbene, egli
    passava. Chiunque fosse, la sua parte era terminata.  Ad adempiere
    le funzioni di Provvidenza vicino a Cosetta c'era lui ora,  Mario.
    Essa  era  venuta  a  rintracciare  nell'azzurro  il  suo  simile,
    l'amante,  lo  sposo,  il  maschio celeste;  involandosi,  alata e
    trasfigurata,  essa si lasciava dietro sulla terra la sua vuota  e
    orribile crisalide, Valjean.
    In qualunque ordine d'idee si aggirasse, Mario tornava sempre a un
    certo  orrore  per  Valjean.  Orrore sacro,  poich,  come abbiamo
    accennato,  egli sentiva  in  quell'uomo  un  "quid  divinum".  Ma
    checch  facesse  e  qualunque attenuante cercasse,  doveva sempre
    ricadere su questo punto,  che era un galeotto,  vale  a  dire  un
    essere  che  non trova posto nemmeno nella scala sociale,  essendo
    pi gi dell'ultimo gradino.  Dopo l'ultimo degli uomini viene  il
    forzato,  il  quale,  per  cos  esprimerci,  non  pi per i vivi
    nemmeno il prossimo.  La societ l'ha privato di  tutta  la  parte
    d'umanit  che si pu togliere a un uomo.  Quantunque democratico,
    nelle  questioni  penali   Mario   credeva   ancora   al   sistema
    inesorabile,  e  aveva  tutte le idee della legge su coloro che la
    legge colpisce. Egli non aveva, diciamolo pure,  raggiunto tutti i
    progressi;  non  era  ancora  pervenuto a distinguere tra quanto 
    scritto dall'uomo e quanto  scritto da Dio,  tra la  legge  e  il
    diritto;  non  aveva  esaminato  e pesato la facolt che l'uomo si
    arroga  di  disporre  dell'irrevocabile  e  dell'irreparabile;  la
    parola  "vendetta"  non  lo  rivoltava.  Gli sembrava naturale che
    certe violazioni della  legge  scritta  fossero  seguite  da  pene
    eterne,  e accettava, come un portato della civilt, la dannazione
    sociale. Era ancora a quel punto,  salvo ad andare infallibilmente
    avanti  pi  tardi,  poich  il suo carattere era buono e in fondo
    tutto fatto di progresso latente.
    In mezzo a tale ordine d'idee,  Valjean  gli  appariva  deforme  e
    ripugnante.  Era il reprobo, il forzato: questa parola era per lui
    come la tromba del giudizio;  e  dopo  aver  considerato  a  lungo
    Valjean,  il  suo  ultimo  gesto  era quello di volgere altrove il
    capo. "Vade retro".
    Bisogna riconoscere che Mario - pur interrogando Valjean al  punto
    che  questi gli aveva detto: "voi volete la mia confessione" - non
    gli aveva mosso due o tre  domande  decisive;  e  questo  non  gi
    perch  non  gli  si  fossero affacciate alla mente,  ma perch ne
    aveva avuto paura. La stamberga Jondrette?  La barricata?  Javert?
    Chi sa fin dove sarebbero giunte le rivelazioni?
    Valjean non sembrava un uomo da indietreggiare.
    Chi  sa  se,  dopo  averlo  spinto,  Mario  non avrebbe desiderato
    trattenerlo?
    Non  accaduto a tutti,  in certe circostanze supreme,  dopo  aver
    fatto  una  domanda,  di  turarci  le  orecchie  per  non udire la
    risposta?  Soprattutto quando si ama,  accade di commettere simili
    vilt.  Non    prudente  interrogare  a oltranza nelle situazioni
    sinistre,  soprattutto quando il lato indissolubile  della  nostra
    esistenza  vi  fatalmente implicato.  Dalle spiegazioni disperate
    di Valjean poteva balzar fuori qualche luce spaventosa,  e chi  sa
    se  questa non sarebbe rimbalzata anche su Cosetta?  Chi sa se non
    sarebbe rimasta una specie d'infernale bagliore  sulla  fronte  di
    quell'angelo?
    La zacchera di un fulmine  pur sempre fulmine.  La fatalit ha di
    queste solidariet,  nelle quali la stessa innocenza s'infosca  di
    delitto  per  la  legge  dei  riflessi coloranti.  I visi pi puri
    possono serbare pur sempre il riflesso d'una orribile vicinanza. A
    torto o a ragione, Mario aveva avuto paura.  Ne sapeva gi troppo.
    Cercava  di  stordirsi  anzich  rischiararsi,  e  tutto smarrito,
    portava via con s Cosetta fra le braccia chiudendo gli  occhi  su
    Valjean.
    Quell'uomo  era tenebra,  tenebra vivente e terribile.  Come osare
    indagarne il fondo? Interrogare l'ombra  una cosa spaventosa. Chi
    sa quale sar la risposta?  L'alba potrebbe rimanerne oscurata per
    sempre.
    In  tale  stato  d'animo,  il  pensiero  che colui da quel momento
    avrebbe avuto un rapporto qualsiasi con Cosetta, era per Mario una
    straziante perplessit.  Ora si rimproverava  quasi  di  non  aver
    mosso  quelle  domande  formidabili,   innanzi  alle  quali  aveva
    indietreggiato,  e da cui sarebbe potuta scaturire  una  decisione
    implacabile  e  definitiva.  Gli  sembrava  d'essere  stato troppo
    buono,  troppo dolce,  diciamo la parola,  troppo  debole,  e  che
    quella debolezza l'avesse trascinato a una concessione imprudente.
    S'era  lasciato  commuovere.  Aveva  avuto  torto.  Avrebbe dovuto
    puramente e semplicemente respingere Valjean. Costui rappresentava
    la parte del fuoco: egli avrebbe  dovuto  farlo  e  sbarazzare  di
    quell'uomo  la  sua  casa.  Era  irritato  con  se stesso e con la
    rapidit  di  quel  vortice  d'emozioni  che  l'aveva   assordato,
    accecato e trascinato. Era insomma scontento di s.
    E   ora   come   fare?   Le  visite  di  Valjean  gli  ripugnavano
    profondamente.  Perch quell'uomo in casa sua?  Che  ci  veniva  a
    fare?   E  qui  si  stordiva,  non  voleva  indagare,  non  voleva
    approfondire,  non voleva scrutare in se stesso.  Aveva  promesso,
    s'era  lasciato  indurre  a  promettere.   Valjean  aveva  la  sua
    promessa.  Ebbene,  anche  con  un  forzato,  soprattutto  con  un
    forzato, si deve mantenere la parola. Tuttavia il suo primo dovere
    riguardava Cosetta.  Infine una ripugnanza, che dominava tutto, lo
    sconvolgeva.
    Mario agitava nella mente tutte queste idee alla rinfusa, passando
    dall'una  all'altra,  sconvolto  da  tutte.  Di  qui  un  profondo
    turbamento,  che  non  gli riusc facile nascondere a Cosetta.  Ma
    l'amore  un talento, e Mario ci riusc.
    Del resto,  senza scopo apparente,  fece delle domande a  Cosetta,
    che  era  candida  come  la colomba e non sospettava di nulla;  le
    parl dell'infanzia e della  giovinezza  di  lei,  e  si  convinse
    sempre pi che quel galeotto era stato per Cosetta tutto quanto un
    uomo pu essere di buono, di paterno e di rispettabile. Quello che
    Mario  aveva  intravisto  e  supposto  era  reale: quella sinistra
    ortica aveva amato e protetto quel giglio.







    Libro 8.
    DECRESCENZA CREPUSCOLARE.


    1. LA STANZA A PIANTERRENO.
    L'indomani,  sull'imbrunire,  Valjean buss  alla  porta  di  casa
    Gillenormand.  Lo  accolse  Basco,  che  si  trov  nel cortile al
    momento opportuno,  come se  avesse  ricevuto  qualche  ordine  in
    proposito.  Avviene  talvolta  di dire a un servo: - State attento
    che verr il signor tale.
    Senza aspettare che Valjean gli si avvicinasse,  Basco gli rivolse
    la parola:
    -  Il  signor  barone  m'ha  incaricato di domandare al signore se
    desidera andare di sopra o restare a basso.
    - Resto a basso - rispose Valjean.
    Il servo,  del resto perfettamente rispettoso,  apr l'uscio della
    sala al pianterreno, dicendo: - Vado ad avvertire la signora.
    La stanza in cui entr Valjean era un pianterreno a volta e umido,
    che  all'occorrenza serviva di cantina;  dava sulla via,  aveva il
    pavimento di mattoni rossi, ed era male illuminato da una finestra
    con le sbarre di ferro.
    Non era una stanza di quelle  troppo  molestate  dalla  scopa:  la
    polvere  vi  si  ammucchiava tranquillamente;  la persecuzione dei
    ragni non vi era organizzata e  una  bella  ragnatela,  largamente
    distesa,  nerissima e ornata di mosche morte,  disegnava una ruota
    sopra un vetro della finestra.  Piccola e bassa di  soffitto,  era
    occupata da un mucchio di bottiglie vuote buttate in un angolo; le
    pareti  erano  rivestite di un intonaco d'ocra gialla scrostato in
    molti punti;  nel fondo,  c'era un caminetto di legno  dipinto  in
    nero,  con la mensola stretta,  nel quale ardeva il fuoco; ci che
    indicava come  si  fosse  fatto  assegnamento  sulla  risposta  di
    Valjean: "Resto a basso".
    Due  poltrone  erano collocate ai due angoli del caminetto,  e tra
    esse era steso, come tappeto,  un vecchio scendiletto che mostrava
    pi corda che lana.
    La  stanza era illuminata dal fuoco del caminetto e dalla luce del
    crepuscolo che filtrava attraverso la finestra.
    Valjean era stanco; da parecchi giorni non mangiava n dormiva. Si
    lasci cadere su una poltrona.
    Basco ritorn,  pose sul camino una candela accesa  e  si  ritir,
    senza  che  Valjean,  con la testa china e il mento sul petto,  si
    accorgesse n di lui n del lume.
    A un tratto si rizz come di soprassalto.  Cosetta gli era dietro.
    Non l'aveva vista, ma l'aveva sentita entrare
    Si volse,  la guard.  Era adorabilmente bella: per, ci che egli
    guardava,  con quello sguardo profondo,  non era la  bellezza,  ma
    l'anima.
    - Benissimo!  bella idea!  - esclam Cosetta. - Sapevo che eravate
    strano, pap,  ma questa non me la sarei aspettata mai pi.  Mario
    m'ha detto che siete voi a volere che io vi riceva qui.
    - S, sono io.
    - Prevedevo la risposta.  Preparatevi ora: vi prevengo che sto per
    farvi una scena. Cominciamo dal principio; pap, baciatemi.
    E gli porse la guancia.
    Valjean rimase immobile.
    - Vedo che non vi muovete: contegno da colpevole.  Ma non importa,
    vi  perdono.  Ges  Cristo  ha  detto:  "Porgete l'altra guancia".
    Eccola.
    E gli present l'altra guancia.
    Valjean non si mosse;  pareva che i suoi piedi fossero  inchiodati
    al suolo.
    - La faccenda si fa seria - disse Cosetta.  - Che vi ho fatto?  Mi
    dichiaro imbronciata.  Ora dovete  meritarvi  la  riconciliazione.
    Pranzerete con noi.
    - Ho gi pranzato.
    -  Non    vero.  Vi  far sgridare dal nonno;  i nonni sono fatti
    apposta per correggere i genitori.  Su  via,  salite  con  me  nel
    salotto. Subito.
    - Impossibile.
    Qui  Cosetta  perse  terreno:  smise  di  comandare  e  pass alle
    domande.
    Ma perch?  E scegliete per vedermi la  pi  brutta  stanza  della
    casa! E' orribile qui.
    - Tu sai... - Valjean si corresse:
    - Voi sapete, signora, che ho le mie idee, le mie ubbie.
    Cosetta batt le piccole mani l'una contro l'altra.
    - Signora!... voi sapete!... ecco altre novit! Che vuol dire?
    Valjean  le  rivolse  quel  sorriso  straziante al quale ricorreva
    talvolta.
    - Avete voluto essere signora, e lo siete.
    - Ma non per voi, pap.
    - Non chiamatemi pi pap.
    - Come?
    - Chiamatemi signor Giovanni o, se volete, Giovanni.
    - Non siete  pi  il  mio  pap?  Non  sono  pi  Cosetta?  signor
    Giovanni?  Cosa vuol dire tutto ci?  Ma sono rivoluzioni, queste!
    che  successo dunque?  guardatemi un momento  in  faccia.  E  non
    volete  abitare con noi!  E non ne volete sapere della mia camera!
    Che vi ho fatto? C' dunque qualche cosa?
    - Nulla.
    - Ma, e allora?
    - Tutto va come al solito.
    - Perch cambiate nome?
    - L'avete ben cambiato, voi!
    Sorrise di nuovo e aggiunse con lo stesso sorriso:
    - Poich voi vi chiamate signora Pontmercy, io posso ben chiamarmi
    signor Giovanni.
    - Non ci capisco niente. Tutto  idiota. Domander a mio marito il
    permesso che diventiate  il  signor  Giovanni,  e  spero  che  non
    consentir.  Voi mi affliggete molto. Potete avere delle ubbie, ma
    non dovete per questo affliggere la vostra piccola Cosetta. Non va
    bene. Non avete il diritto d'essere cattivo, voi che siete buono.
    Egli non rispose.
    Lei gli afferr con impeto  le  mani,  e  alzandole  con  un  moto
    irresistibile  fino  al  proprio  volto,  se le strinse,  gesto di
    profonda tenerezza, sul collo e sul mento.
    - Oh! - disse, - siate buono!
    E prosegu:
    - Ecco ci che io  chiamo  essere  buono:  mostrarsi  compiacente,
    venire  ad  abitare  qui  dove  ci  sono degli uccelli come in via
    Plumet,  vivere con noi,  lasciare quel buco  di  via  Homme-Arm;
    riprendere le nostre belle passeggiatine, non darci delle sciarade
    da indovinare,  essere come tutti, pranzare con noi, far colazione
    con noi, essere mio padre.
    E gli lasci libere le mani.
    - Ora non avete pi bisogno di padre, avete un marito.
    Cosetta and in collera:
    - Non ho pi bisogno di padre!  A sentir queste cose che non hanno
    senso, davvero non si sa che rispondere!
    -  Se  fosse  qui  la  Toussaint -  riprese Valjean come uno che 
    ridotto a invocare l'autorit altrui  e  si  attacca  a  tutte  le
    ramaglie - sarebbe la prima a convenire che ho sempre avuto le mie
    abitudini particolari. Non c' niente di nuovo. Ho sempre amato il
    mio cantuccio oscuro.
    -  Ma  qui  fa  freddo  e  non  ci  si  vede  chiaro.  E' una cosa
    abominevole il volersi far chiamare signor  Giovanni.  Non  voglio
    che mi diate del voi.
    -  Poc'anzi venendo qui - riprese Valjean - ho visto nella bottega
    d'un ebanista, in via San Luigi, un mobile che, se fossi una bella
    donna, vorrei avere per me. E' una bella toletta di forma moderna,
    di quello che chiamate, credo, legno rosa,  tutta intarsiata,  con
    uno specchio abbastanza grande. Ha pure i cassetti. E' graziosa.
    - Uh! brutto orso! - rispose Cosetta.
    E  con una gentilezza squisita,  stringendo i denti e staccando le
    labbra,  soffi contro Valjean: era una  grazia  che  imitava  una
    gatta.
    - Sono furiosa - riprese. - Da ieri mi fate tutti arrabbiare, e io
    mi  arrovello.  Non  capisco:  voi  non mi difendete contro Mario,
    Mario non mi sostiene contro di voi; sono sola.  Preparo una bella
    camera;  se avessi potuto metterci il buon Dio, ce lo avrei messo;
    ed ecco che mi lasciano la  camera  vuota:  il  mio  inquilino  fa
    bancarotta.  Ordino a Nicoletta un buon pranzetto: - Signora,  non
    vogliono il vostro pranzo.  - E il mio pap Fauchelevent  pretende
    che io lo chiami Giovanni, e che lo riceva in una vecchia e brutta
    cantina  ammuffita dove le pareti hanno la barba,  e per cristalli
    ci sono le bottiglie vuote e per tendine le ragnatele!  Voi  siete
    strano ne convengo,   la vostra specialit,  ma si deve concedere
    un  po'  di  tregua  agli  sposi  novelli.   Non  avreste   dovuto
    ricominciare  cos  presto a essere strano.  Ve ne andate a vivere
    tutto contento nella vostra orribile via Homme-Arm.  Io invece ci
    sono stata tanto disperata!  Che avete contro di me? Mi fate molta
    pena. Vergogna!
    E diventando d'un tratto seria, guard fisso Valjean e aggiunse:
    - Vi dispiace dunque che io sia felice?
    Talvolta l'ingenuit,  a sua insaputa,  colpisce  molto  addentro.
    Questa  domanda,  semplice per Cosetta,  era profonda per Valjean.
    Essa aveva voluto soltanto graffiare e invece lacerava.
    Valjean impallid, rimase un istante senza rispondere; poi, con un
    tono inesprimibile e parlando a se stesso, mormor:
    - La tua felicit era  lo  scopo  della  mia  vita.  Ora  Dio  pu
    firmarmi  il biglietto d'uscita.  Tu sei felice,  Cosetta;  il mio
    compito  finito.
    - Ah! m'avete detto tu! - esclam Cosetta.
    E gli salt al collo.
    Valjean, fuori di s,  se la strinse al petto tutto smarrito.  Gli
    parve quasi di riprendersela.
    - Grazie, pap! - gli disse Cosetta.
    Il  trasporto  minacciava di diventare straziante per Valjean,  il
    quale staccatosi dolcemente dalle braccia  di  Cosetta,  prese  il
    cappello.
    - Ebbene? - chiese lei.
    Egli rispose:
    - Vi lascio, signora, siete attesa
    E dal limitare della stanza aggiunse:
    -  Vi  ho  dato  del  tu.  Dite  a vostro marito che questo non mi
    accadr pi. Perdonatemi.
    E usc, lasciando Cosetta attonita per quell'enigmatico addio.

    2. ALTRI PASSI INDIETRO.
    Il giorno seguente, Valjean torn alla stessa ora.
    Cosetta non gli fece domande,  non si stup pi,  non protest  di
    sentir freddo, non parl pi del salotto; evit tanto di dire pap
    quanto signor Giovanni, si lasci dare del voi, si lasci chiamare
    signora.  Senonch c'era in lei una certa diminuzione di gioia;  e
    sarebbe stata triste, se la tristezza le fosse stata possibile.
    E' probabile che avesse avuto con Mario uno di quei  colloqui,  in
    cui  l'uomo  amato  dice  quello  che  vuole,  non  spiega nulla e
    accontenta la donna amata.  La curiosit degli innamorati  non  si
    spinge mai molto lontano dal loro amore.
    La  stanza  al  pianterreno  aveva fatto un po' di toletta!  Basco
    aveva portato via le bottiglie e Nicoletta le ragnatele.
    Tutti i giorni che seguirono  Valjean  ritorn  alla  stessa  ora.
    Torn  ogni  giorno,  non avendo la forza di prendere le parole di
    Mario se non alla lettera. Dal canto suo,  Mario si regol in modo
    da essere sempre assente nelle ore in cui veniva Valjean.  La casa
    si abitu al nuovo contegno di Fauchelevent,  e  la  Toussaint  vi
    contribu ripetendo: - ll signore  sempre stato cos.  - Il nonno
    diede questa sentenza: - E' un originale,  - e se  ne  accontent.
    D'altronde  a  novant'anni non ci sono pi nuovi legami possibili;
    tutto  sovrapposizione, e un nuovo venuto  un fastidio.  Non c'
    pi  posto: le abitudini sono ormai radicate;  e pap Gillenormand
    non chiese nulla di meglio che essere dispensato  da  quel  signor
    Fauchelevent  o  Tranchelevent,  aggiungendo:  -  Non c' cosa pi
    comune  di  siffatti  originali,  che  commettono  ogni  sorta  di
    bizzarrie.  Quanto ai motivi, zero. Il marchese di Canaples faceva
    di  peggio;  compr  un  palazzo  per  abitarne  il  solaio.  Sono
    fantasie.
    Nessuno  sospett  il  tragico  che  c'era sotto.  Chi,  del resto
    avrebbe potuto sospettare una cosa simile?  Ci  sono  dei  curiosi
    pantani  nell'India: l'acqua sembra straordinaria,  inesplicabile,
    fremente mentre non c'  vento,  agitata  mentre  dovrebbe  essere
    calma:  si  vedono alla superficie quei subbollimenti senza causa,
    ma non l'idra che striscia sul fondo.
    Molti uomini hanno un mostro segreto,  un  male  che  nutrono,  un
    drago  che li rode,  una disperazione che abita la loro notte.  Un
    uomo siffatto rassomiglia agli altri,  si muove come gli altri;  e
    nessuno  sa  che c' in lui un tremendo dolore parassita dai mille
    denti,  che vive in quel miserabile e lo uccide;  nessuno  sa  che
    quell'uomo  una voragine,  stagnante,  ma profonda. Ogni tanto si
    nota alla sua superficie un turbamento del quale  non  si  capisce
    niente. Una ruga misteriosa si forma, poi svanisce, poi ricompare;
    una  bolla  d'aria sale e scoppia.  Poca cosa,  ma terribile:  la
    respirazione del mostro ignoto.
    Certe  abitudini  strane,   arrivare  quando  gli  altri  partono,
    nascondersi  quando  gli altri si mettono in vista,  conservare in
    ogni occasione quello che potrebbe chiamarsi il mantello color del
    muro,  cercare il viale solitario,  preferire la via deserta,  non
    prendere  parte  alla conversazione,  evitare le folle e le feste,
    sembrare agiato e vivere meschinamente, avere,  pur essendo ricco,
    la  chiave  di  casa in tasca e la candela del portinaio,  entrare
    dalla porta di servizio, salire per la scala segreta: tutte queste
    stranezze   insignificanti,   rughe,   bolle   d'aria,   striature
    momentanee alla superficie, derivano spesso da un fondo terribile.
    Passarono  cos  parecchie  settimane.  A poco a poco un'esistenza
    nuova s'impadron di Cosetta.  Le relazioni sorte dal  matrimonio,
    le visite,  le cure della casa e quegli importanti affari che sono
    i piaceri.  I suoi piaceri non erano costosi: consistevano in  uno
    solo: stare con Mario.  Uscire con lui,  rimanere con lui, ecco la
    grande occupazione della sua vita.  Era per essi una gioia  sempre
    nuova andar fuori a braccetto,  alla luce del sole, nella pubblica
    via, senza celarsi, in presenza di tutti,  loro due soli.  Cosetta
    prov  una  contrariet: la Toussaint non pot andar d'accordo con
    Nicoletta,  essendo  riuscito  impossibile  l'amalgama  delle  due
    vecchie  zitelle,  e se ne and.  Il nonno stava bene;  Mario ogni
    tanto difendeva qualche causa,  e la  zia  Gillenormand  conduceva
    pacificamente  presso la nuova coppia quell'esistenza laterale che
    le bastava.
    Valjean veniva tutti i giorni.
    Il tu sparito, il voi, il signora, il signor Giovanni lo rendevano
    diverso per Cosetta;  e la cura che egli metteva a staccarla da s
    otteneva   effetto.   Lei  era  sempre  pi  gaia  e  sempre  meno
    affettuosa;  eppure gli voleva sempre molto bene,  ed egli  se  ne
    accorgeva.  Un  giorno  gli  disse  a un tratto: - Voi eravate mio
    padre e non siete pi mio padre,  eravate mio zio e non siete  pi
    mio zio,  eravate il signor Fauchelevent e ora siete Giovanni. Chi
    siete dunque?  Tutto questo non mi va.  Se non vi conoscessi  cos
    buono, avrei paura di voi.
    Egli continu ad abitare in via Homme-Arm, giacch non riusciva a
    decidersi ad allontanarsi dal quartiere in cui dimorava Cosetta.
    Nei  primi tempi si tratteneva con lei soltanto alcuni minuti e se
    ne andava.
    Poi, a poco a poco, prese l'abitudine di far le visite meno brevi.
    Sembrava che approfittasse dell'autorizzazione delle giornate  che
    si allungavano; giungeva pi presto e ripartiva pi tardi.
    - Un giorno a Cosetta capit di chiamarlo pap.  Un lampo di gioia
    rischiar il volto cupo di Valjean, il quale tuttavia la riprese:
    - Dite Giovanni.
    - Ah!   vero,  - essa rispose con uno scoppio di risa,  -  signor
    Giovanni.
    - Cos va bene - disse egli,  e si volt perch lei non lo vedesse
    asciugarsi gli occhi.

    3. SI RICORDANO DEL GIARDINO DI VIA PLUMET.
    Fu  l'ultima  volta.   Dopo  l'ultimo  barlume,   fu  l'estinzione
    completa. Non pi familiarit, non pi il buongiorno con un bacio,
    non  pi  quella  parola  cos  profondamente  dolce: pap!  A sua
    richiesta e con la sua complicit,  era successivamente  scacciato
    da tutte le sue felicit; e sentiva quell'angoscia d'avere perduto
    Cosetta,  prima, tutta intera, in un sol giorno, poi di riperderla
    lentamente, ma inesorabilmente, di giorno in giorno.
    L'occhio finisce con l'abituarsi alla luce dei sotterranei.  Tutto
    sommato,  vedere  ogni giorno Cosetta gli bastava.  La sua vita si
    concentrava esclusivamente in quell'ora;  si sedeva accanto a lei,
    la  guardava  in  silenzio,  oppure si parlava dei tempi addietro,
    dell'infanzia, del convento, delle sue piccole amiche d'allora.
    Un pomeriggio - era una delle prime giornate d'aprile, gi calda e
    ancora fresca,  il momento della gran gioia del sole,  i  giardini
    dominati  dalle finestre di Mario e Cosetta avevano l'emozione del
    risveglio,  i biancospini cominciavano a spuntare,  la gioielleria
    delle  viole  era  in mostra sui vecchi muri,  le rosee corolle si
    schiudevano fra le commessure delle pietre, nell'erba si vedeva un
    grazioso sbocciar di margherite e di ranuncoli gialli, le farfalle
    bianche del nuovo anno facevano la loro apparizione,  e il  vento,
    questo  menestrello delle nozze eterne,  tentava fra gli alberi le
    prime note di quella gran sinfonia aurorale, che gli antichi poeti
    chiamavano la  stagione  nuova  -  un  pomeriggio  Mario  disse  a
    Cosetta:
    -  Abbiamo  detto che saremmo andati a rivedere il nostro giardino
    di via Plumet. Andiamoci. Non dobbiamo essere ingrati. - E presero
    il volo come due rondini verso la primavera.  Quel giardino di via
    Plumet  rappresentava per essi quasi l'alba;  s'erano gi lasciato
    indietro nella vita qualcosa che era come la  primavera  del  loro
    amore.  La casa di via Plumet, data a pigione, apparteneva tutta a
    Cosetta.  Andarono in quel giardino e  in  quella  casa  e  ci  si
    ritrovarono,  ci si dimenticarono. Quando la sera, all'ora solita,
    Valjean si present in via Figlie del Calvario, Basco gli disse: -
    La signora  uscita col signore e non   ancora  tornata.  -  Egli
    sedette  in  silenzio  e  aspett un'ora;  ma Cosetta non rientr.
    Allora egli chin la testa e se ne and.
    Cosetta  era  tanto  inebriata  della  sua  passeggiata  al  "loro
    giardino",  cos  giuliva  d'aver  "vissuto  un  giorno intero del
    passato" che l'indomani  non  parl  d'altro,  e  non  si  accorse
    neppure di non aver visto Valjean.
    - In che modo vi siete recati laggi? - le chiese.
    - A piedi.
    - E come siete tornati?
    - Con una vettura pubblica.
    Da  qualche tempo,  Valjean notava la vita ristretta che conduceva
    la giovane coppia,  e ne era preoccupato.  L'economia di Mario era
    severa,  e  tale  espressione  per  Valjean  aveva  il significato
    assoluto. Egli arrischi una domanda.
    - Perch non tenete una carrozza vostra?  Un grazioso cup non  vi
    costerebbe che cinquecento franchi al mese, e voi siete ricchi.
    - Non so - rispose Cosetta.
    -  E  cos  pure per la Toussaint - egli riprese.  - Da quando s'e
    licenziata, non l'avete ancora sostituita. Perch?
    - Nicoletta basta.
    - Ma vi occorrerebbe una cameriera.
    - Non ho Mario?
    - Dovreste formare una casa  vostra,  con  domestici  vostri,  una
    carrozza,  il  palchetto a teatro.  Non c' niente di troppo bello
    per voi.  Perch non approfittate  della  vostra  ricchezza?  Essa
    accrescerebbe la vostra felicit.
    Cosetta non rispose.
    Le  visite  di Valjean non s'accorciavano;  anzi.  Quando il cuore
    scivola, non ci si ferma sul pendio.
    Se Valjean voleva prolungare la visita e far dimenticare l'ora, si
    metteva a tessere l'elogio di Mario:  lo  trovava  bello,  nobile,
    coraggioso,  spiritoso,  eloquente,  buono.  Cosetta  rincarava la
    dose, egli tornava da capo, e non finivano pi.  Mario era un tema
    inesauribile;  interi  volumi  si  contenevano  in  quelle  cinque
    lettere. Cos gli riusciva di restare a lungo.  Era cos dolce per
    lui  vedere  Cosetta  e dimenticare tutto,  accanto a lei!  Era la
    medicina della sua ferita.  Accadde parecchie volte che Basco and
    a  dire  a  due  riprese:  -  Il  signor  Gillenormand  mi manda a
    ricordare alla signora baronessa che il pranzo  servito.
    In quei giorni Valjean tornava a casa molto pensieroso.
    C'era del vero dunque nella similitudine della crisalide che s'era
    presentata  alla  mente  di  Mario?   Era  veramente  Valjean  una
    crisalide che si ostinava ad andare a visitare la sua farfalla?
    Un  giorno si trattenne ancor pi del solito.  L'indomani not che
    non c'era fuoco nel caminetto.
    - Guarda,  non c' fuoco - pens.  E  dette  a  se  stesso  questa
    spiegazione: - E' naturale; siamo in aprile, e non fa pi freddo.
    - Mio Dio, come fa freddo qui! - esclam Cosetta entrando.
    - Ma no - rispose Valjean.
    - Siete stato voi che avete detto a Basco di non accendere?
    - S. A momenti siamo in maggio.
    -  Ma  si accende fino a giugno.  In questa cantina poi,  ci vuole
    tutto l'anno.
    - Ho creduto che fosse inutile.
    - Un'idea delle vostre! - essa riprese.
    L'indomani il fuoco era acceso; ma le due poltrone erano collocate
    all'altra estremit della stanza, presso la porta.
    - Cosa significa questo? - pens Valjean.
    Prese le poltrone e le rimise al solito posto, accanto al camino.
    Tuttavia  quel  fuoco  riacceso  l'incoraggi,   e  protrasse   il
    colloquio  anche  pi del solito.  Mentre si alzava per andarsene,
    Cosetta gli disse:
    - Mio marito mi ha detto una cosa curiosa ieri.
    - Quale?
    - Mi disse: - Cosetta,  noi abbiamo trentamila franchi di rendita;
    ventisette tuoi e tre che mi ha assegnato il nonno.  Io risposi: -
    Cos sono trenta.  - Egli riprese: - Avresti il coraggio di vivere
    coi soli tremila?  - Io risposi: - S, anche con nulla, purch sia
    con te. - E a mia volta gli chiesi: Perch mi dici questo?  - Cos
    per sapere - mi rispose.
    Valjean  non  trov  una parola da dire.  Probabilmente Cosetta si
    aspettava da lui qualche spiegazione; ma egli l'ascolt in un cupo
    silenzio.  Ritorn in via Homme-Arm,  ma era  cos  profondamente
    assorto,  che sbagli uscio e invece di entrare in casa sua, entr
    in quella vicina.  Solo dopo  aver  salito  due  piani  si  avvide
    dell'errore e ridiscese.
    La  sua  mente era piena di congetture.  Evidentemente Mario aveva
    dei dubbi sull'origine dei seicentomila  franchi,  temeva  qualche
    sorgente  impura,  fors'anche,  chi  sa?  aveva  scoperto che quel
    denaro proveniva da lui,  ed esitava,  e gli  ripugnava  accettare
    come sua quella ricchezza sospetta, preferendo rimanere povero con
    Cosetta, anzich essere ricco d'una ricchezza equivoca.
    Inoltre, Valjean cominciava a sentirsi messo alla porta.
    Il  giorno  seguente,  entrando  nella stanza al pianterreno prov
    quasi una scossa;  le poltrone erano scomparse e non c'era neppure
    una sedia.
    - Come!  - esclam Cosetta che sopraggiungeva, - le poltrone? Dove
    sono le poltrone?
    - Non ci sono pi - rispose Valjean.
    - Questa  grossa!
    Egli balbett:
    - Sono stalo io che ho detto a Basco di portarle via.
    - E il motivo?
    - Non mi trattengo che pochi minuti oggi.
    - Restare per poco non  una ragione per stare in piedi.
    - Credo che Basco avesse bisogno delle poltrone per il salotto.
    - Perch?
    - Certo, stasera avrete gente.
    - Non abbiamo nessuno.
    Valjean non seppe aggiungere altro. Cosetta alz le spalle.
    - Far togliere le poltrone!  L'altro giorno  faceste  spegnere  il
    fuoco. Come siete bizzarro!
    - Addio - mormor Valjean.
    Non disse: - Addio,  Cosetta. - Ma non ebbe il coraggio di dire: -
    Addio signora.
    Usc abbattuto.
    Questa volta aveva compreso.
    L'indomani non venne. Cosetta lo not soltanto la sera.
    - Guarda! - disse - il signor Giovanni non  venuto oggi.
    Prov una profonda stretta al cuore;  ma la sent  appena,  subito
    distratta da un bacio di Mario.
    Il giorno dopo, non venne.
    Cosetta  non  ci  bad:  pass  la serata e dorm la notte come al
    solito,  e ci pens solo svegliandosi.  Era  tanto  felice!  Mand
    subito  Nicoletta dal signor Giovanni per sapere se era malato,  e
    perch non era venuto la sera prima.  Nicoletta rifer la risposta
    del signor Giovanni: non era malato,  ma occupato;  sarebbe venuto
    presto, pi presto che poteva;  del resto,  doveva fare un piccolo
    viaggio;  la  signora doveva ricordarsi che egli aveva l'abitudine
    di fare dei viaggi di quando in quando.  Non doveva avere  nessuna
    inquietudine e non si doveva preoccupare per lui.
    Nicoletta,  entrando  dal  signor Giovanni,  gli aveva ripetuto le
    precise parole della sua padrona: la signora  mandava  a  chiedere
    "perch il signor Giovanni non era venuto il giorno prima".
    - Sono due giorni che non vengo, - egli not con dolcezza.
    Ma l'osservazione sfugg a Nicoletta, che non la rifer a Cosetta.

    4. ATTRAZIONE ED ESTINZIONE.
    Durante  gli ultimi mesi della primavera e i primi dell'estate del
    1833 i rari passanti del Marais, i bottegai,  gli oziosi che erano
    sulla  soglia notavano un vecchio,  vestito passabilmente di nero,
    che ogni giorno, verso la stessa ora, sull'imbrunire, usciva dalla
    via Homme-Arm dal lato della via  Sainte-Croix-de-la-Bretonnerie,
    oltrepassava  la via Blancs-Manteaux,  raggiungeva la via Culture-
    Sainte-Catherine,  arrivava  a  quella  dell'Echarpe,   voltava  a
    sinistra ed entrava nella via San Luigi.
    L,  camminava a passi lenti, con la testa in avanti, senza vedere
    nulla, senza sentire nulla, con lo sguardo immutabilmente fisso su
    un punto sempre identico,  che a  lui  pareva  stellato:  l'angolo
    della via Figlie del Calvario.
    Pi  s'avvicinava  a  quell'angolo  di  via,  pi il suo occhio si
    rischiarava;  una gioia simile a un'aurora interna gli  illuminava
    le  pupille;  il suo aspetto diventava affascinato e commosso;  le
    sue labbra avevano dei movimenti strani, quasi parlasse a qualcuno
    che non vedeva; sorrideva vagamente e andava avanti pi lentamente
    che poteva. Sembrava che, pur desiderando d'arrivare, avesse paura
    del momento in cui  si  sarebbe  trovato  l  vicino.  Quando  non
    rimaneva  pi  che  qualche  casa  fra  lui  e la via che sembrava
    attirarlo,  rallentava tanto il passo che in certi momenti  pareva
    non  camminasse neppure.  Il vacillare del capo e la fissit dello
    sguardo facevano pensare all'ago che cerca il polo.  Ma per quanto
    si  impegnasse  a  ritardare l'arrivo,  doveva pur arrivare;  egli
    raggiungeva la via  Figlie  del  Calvario,  e  allora  si  fermava
    tremando,  sporgeva la testa con una certa cupa timidezza oltre la
    cantonata dell'ultima casa,  e guardava nella  via;  in  quel  suo
    tragico   sguardo  c'era  qualcosa  che  somigliava  al  barbaglio
    dell'impossibile e al riverbero  d'un  paradiso  chiuso.  Poi  una
    lacrima  formatasi  a  poco  a  poco  nell'angolo  delle palpebre,
    divenuta abbastanza grossa per  cadere,  scivolava  sulla  gota  e
    qualche volta si fermava alla bocca,  sicch il vecchio ne sentiva
    l'amaro  sapore.   Rimaneva  cos  alcuni  minuti  come  se  fosse
    diventato  una  statua di pietra;  poi se ne tornava per la stessa
    via, con lo stesso passo,  e mentre si allontanava,  lo sguardo si
    spegneva.
    A  poco  a  poco,  quel vecchio smise di spingersi fino all'angolo
    della via Figlie del Calvario,  fermandosi a met strada nella via
    San  Luigi,  ora un po' pi innanzi,  ora un po' pi indietro.  Un
    giorno si ferm all'angolo della  via  Culture-Sainte-Catherine  e
    guard  da  lontano  quella  delle  Figlie  del Calvario;  quindi,
    scuotendo silenziosamente il capo da destra a  sinistra,  come  se
    negasse a se stesso qualcosa, torn indietro.
    Ben  presto  non  raggiunse pi nemmeno la via San Luigi: arrivava
    fino alla via Pave,  dimenava la testa e se ne tornava;  poi  non
    and  pi in l della via dei Trois-Pavillons;  poi non oltrepass
    pi quella dei Blancs-Manteaux.  Sembrava il pendolo d'un orologio
    non  ricaricato,  che  accorcia  man  mano  le sue oscillazioni in
    attesa di fermarsi.
    Ogni giorno usciva di casa alla stessa ora e cominciava lo  stesso
    tragitto,  ma  non  lo  compiva pi,  e,  forse senza avvedersene,
    l'abbreviava sempre un poco.  Il suo volto esprimeva questa  unica
    idea: A che pro? La pupilla era spenta; pi nessun lampo; anche la
    lacrima  era  essiccata e non si raccoglieva pi nell'angolo delle
    palpebre; il suo occhio pensoso era asciutto.  La testa era sempre
    in  avanti,  il mento talvolta s'agitava,  le pieghe del suo magro
    collo facevano pena.  Qualche volta,  quando il tempo era cattivo,
    portava  sotto il braccio un ombrello che non apriva.  Le donnette
    del quartiere dicevano: - E' uno scemo.
    E i ragazzi lo seguivano ridendo.











    Libro 9.
    OMBRA SUPREMA, SUPREMA AURORA.


    1. PIETA' PER GLI INFELICI, MA INDULGENZA PER I FELICI.
    E' una cosa terribile, essere felice! Come ci si accontenta!  Come
    ci  pare che basti!  E come in possesso del falso scopo della vita
    che  la felicit, si dimentica il vero scopo che  il dovere!
    Tuttavia, avremmo torto ad accusare Mario.
    Abbiamo gi spiegato che Mario,  prima  del  suo  matrimonio,  non
    aveva rivolto domande al signor Fauchelevent e, dopo, aveva temuto
    di rivolgerne a Valjean.  Aveva rimpianto la promessa sfuggitagli,
    e molte volte s'era ripetuto che aveva avuto torto nel fare quella
    concessione  alla  disperazione.  S'era  limitato  ad  allontanare
    Valjean  a  poco  a  poco  dalla  sua  casa e a cancellarlo il pi
    possibile dalla mente di Cosetta.  Si era in certo modo  frapposto
    sempre tra Cosetta e Valjean,  sicuro che cos lei, non vedendolo,
    non ci avrebbe pensato. Pi che una cancellazione, era un'eclisse.
    Mario agiva come riteneva necessario e giusto.
    Per allontanare Valjean senza durezza ma senza debolezza,  credeva
    di avere dei motivi seri che abbiamo gi visto e altri che vedremo
    in  seguito.  Il caso gli aveva fatto incontrare,  in una causa da
    lui patrocinata,  un antico commesso  della  banca  Laffitte,  dal
    quale   aveva   avuto,    senza   chiederle,   alcune   misteriose
    informazioni, che in verit non aveva potuto approfondire, sia per
    rispetto a quel segreto che aveva promesso di custodire,  sia  per
    riguardo alla situazione pericolosa di Valjean.  Credeva allora di
    avere un grave  dovere  da  compiere:  restituire  i  seicentomila
    franchi  a  qualcuno  di  cui andava in traccia con quanto maggior
    riserbo poteva. Frattanto si asteneva dal toccare quel denaro.
    Quanto a Cosetta, non era a conoscenza di alcuno di quei segreti.
    Da Mario a lei veniva un magnetismo  onnipotente,  che  le  faceva
    fare  per  istinto  e  quasi  automaticamente  tutto  ci che egli
    desiderava. Essa sentiva, nei riguardi del "signor Giovanni",  una
    volont del marito,  e vi si uniformava. Senza che egli le dicesse
    nulla in proposito,  subiva la  pressione  vaga  ma  chiara  delle
    tacite  intenzioni  di lui e obbediva ciecamente.  L'obbedienza in
    questo caso consisteva solo nel  non  ricordarsi  di  quanto  egli
    dimenticava;  n aveva bisogno di alcuno sforzo per questo.  Senza
    neppure sapere il perch,  e non c' motivo di accusarla,  la  sua
    anima era tanto immedesimata con quella del marito,  che quanto si
    copriva d'ombra nella mente di Mario, si oscurava nella sua.
    Non  andiamo  per  in  fretta.   Per  quanto  concerne   Valjean,
    quell'oblio  e  quella  cancellazione erano soltanto superficiali:
    essa era pi stordita che dimentica. In fondo,  amava molto l'uomo
    che  per tanto tempo aveva chiamato suo padre,  ma amava ancor pi
    suo marito. Questo aveva un po' falsato la bilancia del suo cuore,
    pendente da un sol lato.
    Qualche volta Cosetta parlava di  Valjean  e  si  stupiva.  Allora
    Mario la calmava: - E' assente,  credo.  Non disse che partiva per
    un viaggio?  - E' vero -  lei  pensava;  -  aveva  l'abitudine  di
    sparire  cos,  ma  non  tanto  a  lungo.  - Mand due o tre volte
    Nicoletta in via Homme-Arm a informarsi  se  il  signor  Giovanni
    fosse tornato dal suo viaggio; ma Valjean fece rispondere di no.
    Cosetta  non  chiese  di  pi.  Una  sola  cosa  al  mondo  le era
    necessaria: Mario.
    Diciamo pure che dal  canto  loro  Mario  e  Cosetta  erano  stati
    assenti: erano andati a Vernon,  dove Mario aveva condotto Cosetta
    alla tomba di suo padre.
    A poco a poco,  Mario aveva sottratto Cosetta  a  Valjean,  e  lei
    aveva lasciato fare.
    Del  resto,  quella  che  in  certi  casi con eccessiva durezza si
    chiama l'ingratitudine dei figli,  non   sempre  una  cosa  tanto
    riprovevole quanto si crede.  E' l'ingratitudine della natura,  la
    quale, l'abbiamo detto altrove,  "guarda davanti a s".  La natura
    divide  gli  esseri  viventi  in  quelli che arrivano e quelli che
    partono,  questi rivolti verso l'ombra,  gli altri verso la  luce.
    Quindi un distacco,  che dal lato dei vecchi  fatale, e da quello
    dei giovani  involontario. Questo distacco, dapprima insensibile,
    poi s'accresce lentamente, come ogni separazione di rami,  i quali
    senza staccarsi dal tronco se ne allontanano. Non  colpa loro; la
    giovinezza  va  dov'  la  gioia,  verso le feste,  gli splendori,
    l'amore;  la vecchiaia va verso la fine;  non si perdono di vista,
    ma   non   sono   pi  stretti  insieme.   I  giovani  sentono  il
    raffreddamento della  vita,  i  vecchi  quello  della  tomba.  Non
    accusiamo quei poveri figlioli.

    2. ULTIME PALPITAZIONI DELLA LAMPADA SENZA OLIO.
    Un  giorno  Valjean  scese  le  scale,  fece  tre passi nella via,
    sedette su un pilastrino,  quello stesso su cui Gavroche lo  aveva
    trovato  pensieroso  la  notte dal 5 al 6 giugno;  vi si trattenne
    alcuni minuti,  poi risal.  Fu l'ultima oscillazione del pendolo.
    L'indomani  non  usc  di  casa;  il  terzo giorno non si alz dal
    letto.
    La portinaia, che gli preparava il magro pasto, un po' di cavoli o
    di patate con un po' di lardo,  dopo aver guardato nella  scodella
    di cretaglia, esclam:
    - Ma voi non avete mangiato, poveretto!
    - Ma s - rispose Valjean.
    - La scodella  ancora piena.
    - Osservate la brocca dell'acqua;  vuota.
    - Questo dimostra che avete bevuto, ma non che avete mangiato.
    - Ebbene, - replic Valjean - se ho avuto fame soltanto di acqua?
    - Questa si chiama sete e quando nello stesso tempo non si mangia,
    si chiama febbre.
    - -Manger domani.
    -  O il giorno della Trinit!  E perch non oggi?  Ma si pu dire:
    manger domani?  Lasciare l il mio piatto senza toccarlo!  La mia
    zuppetta che era tanto buona!
    Valjean  prese  la mano della vecchia,  e le disse con la sua voce
    affabile:
    - Vi prometto di mangiarla.
    - Non sono contenta di voi - rispose la portinaia.
    Egli non vedeva nessuna creatura umana fuorch  quella  donna.  Ci
    sono  a  Parigi delle vie in cui nessuno passa e delle case in cui
    nessuno entra;  ed egli era appunto in una  di  quelle  vie  e  di
    quelle case.
    Quando  usciva ancora,  aveva comprato da un calderaio,  per pochi
    soldi, un piccolo crocifisso di rame, che aveva appeso a un chiodo
    in  faccia  al  letto.  E'  sempre  bene  avere  sott'occhio  quel
    patibolo.
    Pass  una  settimana  senza  che  Valjean  facesse un passo nella
    stanza;  era sempre coricato.  La portinaia diceva a  suo  marito:
    Quel buon uomo di sopra non si alza pi,  non andr molto lontano.
    Certo,  ha dei dispiaceri.  Nessuno mi toglie  di  testa  che  sua
    figlia sia mal maritata.
    Il portinaio rispose con l'accento della sovranit maritale:
    - Se  ricco,  chiami un medico. Se non  ricco, ne faccia a meno.
    Se non viene il medico, morir.
    - E se viene?
    - Morir - rispose il marito.
    La donna si mise a grattare con un  vecchio  coltello  l'erba  che
    spuntava  in  quello  che  chiamava  il  suo  selciato,  e  mentre
    strappava l'erba borbottava:
    - E' un peccato; un vecchio cos pulito! E' bianco come un pollo.
    E vedendo un medico del rione che passava in fondo  alla  via,  lo
    preg di andare di sopra.
    -  E' al secondo piano - gli disse.  - Entrate senz'altro: siccome
    il vecchio non si muove da letto, la chiave  sempre nella toppa.
    Il medico vide Valjean e gli parl.
    Quando ridiscese, la portinaia lo interrog:
    - Ebbene; signor dottore?
    - Il vostro ammalato sta molto male.
    - Cos'ha?
    - Tutto e nulla. A quanto pare,  quell'uomo ha perduto una persona
    cara; e di questo, si muore.
    - Che vi ha detto?
    - M'ha detto che sta bene.
    - Ritornerete, signor dottore?
    -  S - rispose il medico.  - Ma sarebbe necessario che ritornasse
    qualcun altro.

    3. A CHI SOLLEVO' IL CARRO Dl FAUCHELEVENT PESA UNA PENNA.
    Una sera Valjean dur fatica sollevarsi sul gomito;  si  prese  la
    mano e non trov il polso; aveva il respiro corto e intermittente;
    riconobbe  di  essere  pi  debole  che  mai,  e allora,  sotto la
    pressione di una preoccupazione suprema, fece uno sforzo, si rizz
    a sedere e si vest, indossando i suoi vecchi abiti da operaio. Da
    quando non usciva pi, li aveva ripigliati e li preferiva. Dovette
    sostare parecchie volte, vestendosi; per infilare le maniche della
    giacchetta, il sudore gli scorreva dalla fronte.
    Da quando era solo,  aveva trasportato il  letto  nell'anticamera,
    per occupare meno che poteva quell'appartamento deserto.
    Apr la valigia e ne trasse fuori il corredo di Cosetta.
    E lo spieg sul letto.
    I candelieri del vescovo erano al loro posto sul camino.  Tolse da
    un cassetto due candele di cera e le  mise  nei  candelieri;  poi,
    bench fosse giorno d'estate,  le accese.  Si vedono cos talvolta
    dei ceri accesi in pieno giorno nelle camere in cui c' un morto.
    Ogni passo che faceva  per  recarsi  da  un  mobile  all'altro  lo
    estenuava  e  lo  costringeva  a  sedersi.  Non  era  la  consueta
    stanchezza che consuma la forza per rinnovarla,  ma  l'avanzo  dei
    movimenti possibili,  la vita esausta, consumata a goccia a goccia
    in sforzi accascianti che non saranno pi rinnovati.
    Una delle sedie su cui si lasci cadere  era  posta  davanti  allo
    specchio,  cos fatale per lui e cos provvidenziale per Mario. Si
    vide nello specchio e non si  riconobbe;  dimostrava  ottant'anni.
    Prima  del  matrimonio  di  Mario,  gliene  avrebbero  dati appena
    cinquanta.  Quell'anno aveva contato per trenta.  Quella che aveva
    sulla fronte non era pi la ruga dell'et,  ma il segno misterioso
    della morte;  vi si sentiva  il  solco  dell'unghia  spietata.  Le
    guance  erano  cascanti,  la  pelle del viso aveva quel colore che
    farebbe credere che ci sia gi della terra sopra; gli angoli della
    bocca s'abbassavano  come  in  quelle  maschere  che  gli  antichi
    scolpivano sulle tombe;  guardava il vuoto con aria di rimprovero;
    si sarebbe detto uno di quei grandi esseri tragici  che  hanno  da
    lagnarsi di qualcuno.
    Si trovava in quello stato che  l'ultima fase della prostrazione,
    in cui il dolore non si sente pi;  , per cos dire, coagulato; e
    sull'anima c' quasi un grumo di disperazione.
    Era sopraggiunta la notte.  Egli trascin faticosamente una tavola
    e la vecchia poltrona presso il caminetto, e sulla tavola pose una
    penna, un calamaio e della carta.
    Ci fatto, svenne: quando riprese i sensi ebbe sete, e non potendo
    sollevare la brocca, la chin verso le labbra e bevve un sorso.
    Poi  si volse verso il letto e,  sempre seduto,  poich non poteva
    pi stare in piedi,  guard la vesticciola nera e tutti quei  cari
    oggetti.
    Tali contemplazioni durano ore che sembrano minuti. D'un tratto fu
    colto  da un brivido,  sent che il freddo veniva;  pos il gomito
    sulla tavola rischiarata dai candelieri del  vescovo  e  prese  la
    penna.
    Siccome  la  penna  e  l'inchiostro da molto tempo non erano stati
    adoperati,  la  punta  della  penna  era  incurvata,  l'inchiostro
    disseccato:  dovette  alzarsi e mettere qualche goccia d'acqua nel
    calamaio, ci che non pot fare senza fermarsi e sedersi due o tre
    volte.  Fu obbligato a scrivere col dorso della penna.  Ogni tanto
    si asciugava la fronte.
    La sua mano tremava: scrisse lentamente queste poche righe:
    "Cosetta,  ti  benedico.  Voglio  spiegarti.  Tuo  marito ha avuto
    ragione di farmi  capire  che  dovevo  allontanarmi;  c'  qualche
    errore,    vero,  in  quello che ha creduto,  ma insomma ha avuto
    ragione. Egli  un uomo eccellente. Amalo sempre, molto, quando io
    sar  morto.  Signor  Pontmercy,  amate  sempre  la  mia  figliola
    adorata.  Cosetta,  troverete  questo  foglio;  ecco che ti voglio
    dire,  vedrai le cifre,  se ho la forza di  ricordarmele.  Ascolta
    bene,  quel  denaro   proprio tuo.  Ecco tutto il fatto.  Il jais
    bianco viene dalla Norvegia,  il jais  nero  dall'Inghilterra,  le
    conterie nere vengono dalla Germania.  Il jais  pi leggero,  pi
    prezioso, pi caro.  Le imitazioni si possono fare in Francia come
    in Germania;  occorre una piccola incudine di due pollici quadrati
    e una lampada a spirito per rammollire  la  pasta.  La  pasta  una
    volta  si  faceva  con  la  resina e il nerofumo e costava quattro
    franchi la libbra.  Io pensai di farla  con  la  gommalacca  e  la
    trementina;  cos  non  costa pi che un franco e mezzo ed  molto
    migliore.  I fermagli si fanno con un vetro violetto che s'incolla
    con  quella  pasta  sopra una piccola ossatura di ferro.  Il vetro
    dev'essere violetto per i gioielli di acciaio e  nero  per  quelli
    d'oro.  La  Spagna  ne compra in grande quantit.  E' il paese del
    jais..."
    Qui s'interruppe,  la penna gli cadde dalle dita,  fu preso da uno
    di  quei  singhiozzi  disperati  che  erompevano  ogni tanto dalla
    profondit del suo essere.  Il poveretto si prese la testa fra  le
    mani e pens.
    -  Oh!  - esclam dentro di s (grida lamentose udite solo da Dio)
    tutto  finito.  Non la vedr pi.  E' stato  un  sorriso  passato
    sopra di me.  Entrer nella notte senza nemmeno rivederla.  Oh! un
    minuto,  un istante,  udire la sua voce,  toccare  la  sua  veste,
    guardarla,  lei,  l'angelo!  e  poi  morire!  Morire  non  nulla;
    orribile morire senza vederla.  Essa mi sorriderebbe,  mi  direbbe
    una  parola.  Forse  che  questo  farebbe male a qualcuno?  No,  
    finita, mai pi. Eccomi solo. Mio Dio! mio Dio! non la vedr pi!
    In quel momento bussarono alla porta.

    4. BOTTIGLIA D'INCHIOSTRO CHE RIESCE SOLO A IMBIANCARE.
    Quello stesso giorno,  o per dir meglio quella sera stessa,  Mario
    s'era  appena  alzato da tavola e ritirato nel suo studio,  perch
    aveva un  processo  da  studiare,  quando  Basco  gli  rimise  una
    lettera, dicendo:
    - La persona che l'ha scritta aspetta in anticamera.
    Cosetta  aveva  preso  il  braccio  del nonno e faceva un giro nel
    giardino.
    Una lettera pu,  come un uomo,  avere un cattivo  aspetto;  carta
    grossa,  mal piegata. Certe missive spiacciono al solo vederle. La
    lettera portata da Basco era di quel genere.
    Mario la prese.  Puzzava di tabacco.  Non c' nulla che  desti  un
    ricordo  quanto un odore.  Egli riconobbe quel tabacco.  Guard la
    soprascritta: "Al signor barone  Pommerci.  In  suo  palazzo".  Il
    tabacco  riconosciuto  gli  fece  riconoscere  la  scrittura.   Si
    potrebbe dire che lo stupore ha dei lampi,  Mario fu illuminato da
    uno di quei lampi.
    Quel  misterioso  ausilio  della  memoria  che    l'odorato  fece
    rivivere in lui un mondo intero. Era proprio la carta,  il modo di
    piegare,  la tinta pallida dell'inchiostro, la nota scrittura; era
    soprattutto lo stesso tabacco.  Gli  riappariva  la  stamberga  di
    Jondrette.
    In  tal guisa - strano capriccio del caso!  - una delle due tracce
    tanto ricercate,  quella per cui recentemente aveva  ancora  fatto
    tanti  sforzi  e  che  credeva  per  sempre  smarrita,   veniva  a
    offrirglisi da se stessa.
    Apr avidamente la lettera e lesse:
    "Signor barone,
    Se l'Esser Supremo me  n'avesse  dato  il  talento,  avrei  potuto
    essere  il  barone Thnard,  membro dell'istituto (accademia delle
    sciense), ma non lo sono. Io porto soltanto lo stesso nome di lui,
    fortunato se tale ricordo mi raccomanda alla ecellensa  di  vostra
    bont.  Il beneficio di cui m'onorerete sar reciproco. Io sono in
    possesso d'un segreto riguardante un individuo. Quest'individuo vi
    riguarda.  Io tengo il segreto a vostra  disposizione  desiderando
    avere l'onore d'eservi utile. Vi dar il mezo semplice di scaciare
    dalla  vostra  onorevole  famiglia  quest'individuo  che  non vi 
    dirito,  la  signora  baronessa  esendo  di  nobile  nascita.   Il
    santuario  della  virt  non potrebbe coabitare pi lungamente col
    delitto senza abdicare.
    Aspeto nell'anticamera gli ordini del signor barone. Con rispeto
    Thnard".
    Firma non falsa, ma soltanto un po' abbreviata.
    Del resto il frasario e l'ortografia completavano la  rivelazione;
    il   certificato  d'origine  era  completo,   il  dubbio  non  era
    possibile.
    L'emozione di Mario fu profonda. Dopo il moto di sorpresa, ne ebbe
    uno di contentezza.  Se ora gli riuscisse di trovare l'altro  uomo
    che cercava,  quello a cui doveva la vita,  non gli rimarrebbe pi
    nulla a desiderare.
    Apr un cassetto della scrivania,  ne trasse alcuni  biglietti  di
    banca,  se li mise in tasca, richiuse e suon il campanello. Basco
    socchiuse l'uscio.
    - Fate entrare - disse Mario.
    Il servo annunci:
    - Il signor Thnard.
    Nuova  sorpresa  per  Mario.   Il  vecchio  che  entr   gli   era
    perfettamente  ignoto:  aveva  il  naso  grosso,  il  mento  nella
    cravatta,  gli  occhiali  verdi  e  i  capelli  grigi  lisciati  e
    appiattiti sulla fronte rasente le sopracciglia,  come la parrucca
    dei cocchieri inglesi dell'alta societ: vestiva di nero da capo a
    piedi,  d'un nero molto ragnato ma pulito;  un mazzo di  ciondoli,
    che  usciva  dal  taschino  del  panciotto,   faceva  supporre  un
    orologio; teneva in mano un vecchio cappello;  camminava curvo,  e
    la  curvatura  della  schiena era accresciuta dalla profondit del
    saluto.
    Quello  che  a  prima  vista  colpiva  era   l'abito   di   questo
    personaggio: troppo ampio, bench abbottonato con cura, non pareva
    fatto sulla sua misura. E qui  necessaria una breve digressione.
    Viveva  a  quell'epoca  a  Parigi,  in  un buio bugigattolo di via
    Beautreillis,  vicino  all'arsenale,   un  ebreo  ingegnoso,   che
    esercitava  la  professione  di  trasformare  un  briccone  in  un
    galantuomo.  Non per  troppo  tempo  per,  poich  sarebbe  stato
    fastidioso per il briccone. Il cambiamento si operava a vista, per
    un  giorno  o  due,  a  trenta  soldi  al  giorno,  per mezzo d'un
    vestiario il pi possibile somigliante all'onest di  tutti.  Quel
    noleggiatore si chiamava "il Trasformatore";  i borsaioli parigini
    gli avevano dato questo nome e non si sapeva che ne avesse  altri.
    Disponeva  d'un  assortimento  assai  ricco.  Gli  stracci con cui
    camuffava le persone erano press'a poco  plausibili.  Aveva  delle
    specialit  e delle categorie,  e da ogni chiodo del suo magazzino
    pendeva, usata e logora,  una condizione sociale,  qui l'abito del
    magistrato, l quello del parroco, pi in l quello del banchiere,
    in  un  angolo la divisa del militare in congedo,  altrove l'abito
    del  letterato,   altrove  ancora  quello  dell'uomo   di   Stato.
    Quell'individuo    era    il   vestiarista   dell'immenso   dramma
    rappresentato dalla ribalderia parigina. Il suo bugigattolo era la
    quinta da cui usciva il furto e in cui rientrava  lo  scrocco.  Un
    ribaldo  vi  giungeva tutto cencioso,  pagava i suoi trenta soldi,
    sceglieva l'abito che gli conveniva secondo la  parte  che  voleva
    rappresentare  quel  giorno  e  quando  ridiscendeva le scale,  il
    ribaldo  era  un  personaggio.   L'indomani  gli   stracci   erano
    fedelmente restituiti,  e il Trasformatore, che affidava ogni cosa
    ai ladri,  non era mai derubato.  Quegli  abiti  per  avevano  un
    inconveniente:  "non andavano",  non erano fatti per quelli che li
    portavano,  erano troppo stretti  per  l'uno,  troppo  larghi  per
    l'altro,  e  non  stavano  bene a nessuno.  Tutti i malandrini che
    sorpassavano la statura media, in pi e in meno,  non si trovavano
    bene nei vestiti del Trasformatore. Non bisognava essere n troppo
    magro  n troppo grasso.  Il Trasformatore aveva previsto solo gli
    uomini ordinari, e aveva scelto la misura tipica della persona del
    primo gaglioffo venuto, il quale non  mai n grasso n magro,  n
    grande n piccolo. Perci certi adattamenti a volte difficili, nei
    quali  quel  praticone  del Trasformatore se la cavava come meglio
    poteva. Tanto peggio per le eccezioni! L'abito dell'uomo di Stato,
    per esempio,  nero da capo a piedi e quindi  conveniente,  sarebbe
    stato  troppo  ampio  per  Pitt e troppo stretto per Castelcicala.
    Copiamo  dal   catalogo   del   Trasformatore   com'era   indicato
    l'abbigliamento  dell'uomo  di Stato: "Un abito di panno nero,  un
    paio di pantaloni di cuoio di lana nera,  un  panciotto  di  seta,
    scarpe e biancheria". In margine c'era: "Ex-ambasciatore", con una
    nota che pure trascriviamo: "In una scatola separata, una parrucca
    ben  pettinata,  un  paio  di  occhiali verdi,  dei ciondoli e due
    piccoli cannelli di penna, lunghi un pollice,  avvolti di cotone".
    Tutto  ci  spettava  all'uomo  di  Stato ex-ambasciatore.  Questo
    vestiario era, per cos dire, estenuato; le costure cominciavano a
    sbiancare, in uno dei gomiti si schiudeva una specie di occhiello;
    inoltre l'abito mancava di un bottone, ma era un particolare senza
    importanza poich la mano dell'uomo di Stato,  dovendo star sempre
    nell'abito  e sul cuore,  aveva l'incarico di nascondere l'assenza
    del bottone.
    Se Mario avesse avuto una certa familiarit con le  organizzazioni
    segrete  di  Parigi,   avrebbe  riconosciuto  subito,  addosso  al
    visitatore introdotto da Basco, l'abito dell'uomo di Stato preso a
    prestito nel magazzino del Trasformatore.
    Il disappunto di Mario al veder entrare un uomo diverso da  quello
    che  aspettava,  si trasform in malagrazia verso il nuovo venuto.
    Lo squadr da capo a piedi,  mentre il  personaggio  si  inchinava
    smisuratamente, e gli chiese seccamente:
    - Cosa volete?
    L'uomo   rispose  con  un  amabile  ghigno,   di  cui  il  sorriso
    carezzevole d'un coccodrillo ci darebbe una qualche idea:
    - Mi sembra impossibile di non aver avuto l'onore di conoscere  il
    signor barone in societ. Mi pare anzi di averlo incontrato alcuni
    anni  or  sono,  particolarmente in casa della signora principessa
    Bagration, e nelle sale di Sua Signoria il visconte Dambray,  Pari
    di Francia.
    E'  sempre  una  buona  tattica  di  marioleria  avere  l'aria  di
    riconoscere una persona che non si  mai conosciuta.
    Mario  stava  attento  al  discorso  di  quell'uomo  e  ne  spiava
    l'accento  e  il  gesto;  ma  il  suo disappunto crebbe udendo una
    pronuncia nasale, del tutto diversa dal tono aspro e secco di voce
    che si aspettava. Era completamente sorpreso.
    - Non conosco - diss'egli - n la signora Bagration n  il  signor
    Dambray;  in  vita  mia non ho mai posto piede in casa dell'una n
    dell'altro.
    La risposta era burbera, ma il personaggio, grazioso a ogni costo,
    insistette:
    - Allora sar stato in casa di Chateaubriand  che  avr  visto  il
    signore!   Conosco  bene  Chateaubriand,  che    affabilissimo  e
    talvolta  mi  dice:  -  Thnard,  amico  mio...  non  berreste  un
    bicchiere con me?
    La fronte di Mario diventava sempre pi severa:
    -   Non   ho   avuto  mai  l'onore  d'esser  ricevuto  dal  signor
    Chateaubriand. Insomma, che cosa volete?
    L'uomo, di fronte alla voce pi dura, salut pi profondamente.
    - Signor barone, degnatevi di ascoltarmi. In America,  in un paese
    dalle parti di Panama,  c' un villaggio chiamato la Joya.  Questo
    villaggio  composto d'una sola casa,  una grande casa quadrata  a
    tre  piani,  costruita  in  mattoni  cotti al sole;  ogni lato del
    quadrato  lungo cinquecento piedi,  ogni piano  dodici piedi pi
    indietro  del  piano  inferiore  in  modo  da  lasciare davanti un
    terrazzo che  gira  tutt'intorno  al  caseggiato;  nel  centro  un
    cortile  interno  in cui sono le provviste e le munizioni;  niente
    finestre,  ma feritoie;  niente porte,  ma delle scale a mano  per
    salire  dal  suolo  al primo terrazzo e dal primo al secondo e dal
    secondo al terzo,  e scale a mano per calarsi nel cortile interno;
    niente usci alle stanze,  ma botole;  nessuna scala di pietra,  ma
    tutte a mano; la sera si chiudono le botole,  si ritirano le scale
    e si puntano i tromboni e le carabine alle feritoie; non c' mezzo
    d'entrare;  casa  di  giorno,  cittadella  di  notte,  e ottocento
    abitanti: ecco cos' quel villaggio.  E perch tante  precauzioni?
    Perch  un paese pericoloso, pieno d'antropofagi. E allora perch
    ci vanno? Perch  un paese meraviglioso; ci si trova l'oro.
    -  Che  cosa  volete  concludere?  -  interruppe  Mario,  che  dal
    disappunto passava all'impazienza.
    - Questo,  signor barone.  Io sono un ex-diplomatico stanco  degli
    affari.  La vecchia civilt mi ha spaurito; ora voglio provare coi
    selvaggi.
    - E poi?
    - Signor barone,  l'egoismo  la legge  del  mondo.  La  contadina
    proletaria  che  lavora  alla  giornata  si  volta quando passa la
    diligenza,  la contadina proprietaria che lavora il suo campo  non
    si volta mai.  Il cane del povero abbaia dietro il ricco,  il cane
    del ricco dietro il povero.  Ciascuno per  s.  L'interesse    lo
    scopo dell'uomo, l'oro  la sua calamita.
    - E poi? concludete.
    -  Vorrei  andare a stabilirmi a Joya.  Siamo in tre,  io,  la mia
    consorte e la mia signorina, una figliola molto bella.  Il viaggio
     lungo e costoso, e ho bisogno di un po' di denaro.
    - Ma questo a me che importa? - chiese Mario.
    Lo  sconosciuto  allung il collo fuori dalla cravatta,  movimento
    proprio dell'avvoltoio, e raddoppiando il sorriso rispose:
    - Il signor barone non ha letto la mia lettera?
    La cosa era quasi vera.  Mario non aveva badato al contenuto della
    missiva; aveva guardato la scrittura pi che leggere la lettera, e
    se  ne  ricordava  appena.  Adesso  la  sua  attenzione  era stata
    ridestata dall'espressione: "la  mia  consorte  e  la  signorina".
    Teneva  fisso  sullo  sconosciuto  uno sguardo penetrante,  che un
    giudice inquirente avrebbe potuto invidiare;  quasi lo spiava.  Si
    limit a rispondere:
    - Precisate.
    L'individuo  infil  le  mani nei taschini del panciotto,  alz la
    testa senza raddrizzare la spina dorsale,  e si pose a sua volta a
    scrutare Mario attraverso le lenti verdi dei suoi occhiali.
    - Va bene, signor barone: preciso. Ho un segreto da vendervi.
    - Un segreto!
    - Un segreto.
    - Che mi riguarda?
    - Un poco.
    - Qual  questo segreto?
    Mentre lo ascoltava, Mario esaminava sempre meglio quell'uomo.
    -  Comincio  gratis  -  disse lo sconosciuto.  - Vedrete se riesco
    interessante.
    - Parlate.
    - Signor barone, voi avete in casa vostra un ladro assassino.
    Mario trasal.
    - In casa mia? No! - diss'egli.
    Lo sconosciuto,  imperturbabile,  pul il cappello  col  gomito  e
    prosegu:
    - Assassino e ladro.  Notate,  signor barone,  che io non parlo di
    fatti antichi, arretrati,  caduchi,  che possano essere cancellati
    dalla prescrizione in faccia alla legge e dal pentimento dinanzi a
    Dio.  Parlo di fatti recenti, attuali, di fatti ancora ignoti alla
    giustizia.  Continuo.  Quest'uomo  si    insinuato  nella  vostra
    confidenza, e quasi nella vostra famiglia, sotto un nome falso. Vi
    dir il suo nome vero e ve lo dir per nulla.
    - Ascolto.
    - Si chiama Giovanni Valjean.
    - Lo so.
    - Ora vi dir, anche per niente, che cos' quest'uomo.
    - Dite.
    - E' un ex-galeotto.
    - Lo so.
    - Lo sapete da che ho avuto l'onore di dirvelo.
    - No, lo sapevo prima.
    Il contegno freddo di Mario, la sua doppia risposta "lo s", il suo
    laconismo  refrattario  al dialogo,  provocarono una sorda collera
    nello sconosciuto, che scocc,  di sfuggita,  su Mario uno sguardo
    furioso, subito spento. Ma per quanto rapido fosse, quello sguardo
    era  di quelli che visti una volta si riconoscono,  e non sfugg a
    Mario.  Certi fiammeggiamenti non  possono  venire  che  da  certe
    anime: la pupilla,  spiraglio del pensiero,  se ne accende,  e gli
    occhiali non  nascondono  nulla:  provatevi  a  mettere  un  vetro
    all'inferno!
    Lo sconosciuto riprese, sorridendo:
    -  Non  mi  permetto  di smentire il signor barone.  In ogni caso,
    vedete che sono bene  informato.  Quello  che  ora  mi  rimane  da
    confidarvi  noto a me solo, e riguarda la ricchezza della signora
    baronessa.  E' un segreto straordinario ed  da vendere. L'offro a
    voi per primo, a buon mercato: ventimila franchi.
    - Conosco questo segreto come conosco gli altri - rispose Mario.
    L'individuo sent il bisogno di abbassare un po' il prezzo.
    - Signor barone, datemi diecimila franchi e parlo.
    - Vi ripeto che non avete nulla da dirmi.  So  gi  quanto  volete
    dirmi.
    Ci fu nell'occhio dell'individuo un nuovo lampo; quindi esclam:
    - Eppure devo mangiare anche oggi. E' un segreto straordinario, vi
    ripeto. Signor barone, parler. Parlo; datemi venti franchi.
    Mario lo guard fisso.
    -  So gi il vostro segreto straordinario,  come sapevo il nome di
    Giovanni Valjean, come so il vostro.
    - Il mio nome?
    - S.
    - Non   una  cosa  difficile,  signor  barone.  Ebbi  l'onore  di
    scriverlo e di dirvelo: Thnard. - Dier.
    - Eh?
    - Thnardier.
    - Chi?
    Nel pericolo il porcospino s'arruffa,  lo scarafaggio fa il morto,
    la vecchia guardia si stringe in quadrato;  quell'uomo si  mise  a
    ridere.
    Quindi  con  un buffetto si tolse via un granello di polvere dalla
    manica dell'abito.
    Mario prosegu:
    - Voi siete anche l'operaio  Jondrette,  il  comico  Fabantou,  il
    poeta Genflot, lo spagnolo don Alvarez e la donna Balizard.
    - La donna cosa?
    - E avete tenuto una bettola a Montfermeil.
    - Una bettola! Mai.
    - E io vi dico che siete Thnardier.
    - Lo nego.
    - E che siete un birbante. Prendete.
    E  Mario,  tolto  di tasca un biglietto di banca,  glielo butt in
    faccia.
    - Grazie! perdono! cinquecento franchi! signor barone!
    E l'uomo,  sconvolto,  salutando e raccogliendo il  biglietto,  si
    mise a esaminarlo.
    - Cinquecento franchi! - riprese, sbalordito; e balbett sottovoce
    - Un bigliettone serio!
    Poi esclam bruscamente:
    - Ebbene, sia! Mettiamoci in libert.
    E  con  prestezza  di  una  scimmia,  buttando indietro i capelli,
    strappandosi gli occhiali, ritirando dal naso e facendo scomparire
    i due cannelli di penne di cui si  detto pi su,  e che del resto
    si  sono  gi  visti in altra pagina di questo libro,  si tolse la
    maschera come un altro si toglierebbe il cappello.
    Il suo sguardo s'accese; la fronte ineguale,  qua e l con fossi e
    bernoccoli   e  orribilmente  corrugata  in  alto,   apparve  allo
    scoperto;  il naso ridivenne acuto come un becco,  e ricomparve il
    profilo feroce e astuto dell'uomo di rapina.
    -  Il  signor  barone   infallibile - diss'egli con voce chiara e
    niente affatto nasale. - Io sono Thnardier.
    E raddrizz il dorso incurvato.  Thnardier,  poich veramente era
    lui, provava una strana sorpresa e si sarebbe turbato se gli fosse
    stato possibile. Era venuto per stupire e se ne stupiva prima lui.
    Quella umiliazione gli veniva pagata cinquecento franchi e,  tutto
    considerato, l'accettava; ma non era per ci meno sbalordito.
    Egli vedeva per la prima volta quel barone Pontmercy  e,  malgrado
    il  suo  travestimento,  quel barone Pontmercy lo riconosceva e lo
    riconosceva a fondo;  e non solo quel barone conosceva Thnardier,
    ma sembrava che conoscesse bene anche Valjean. Cos'era dunque quel
    giovanotto  quasi  imberbe,  cos  glaciale  e cos generoso,  che
    sapeva i nomi delle persone,  tutti i loro nomi,  apriva  loro  la
    borsa,  maltrattava  i birbanti come un giudice,  e li pagava come
    chi si lascia abbindolare?
    Il lettore ricorder che Thnardier,  bench fosse stato vicino di
    Mario,  non lo aveva mai visto, cosa frequente a Parigi; aveva una
    volta udito le figlie parlare d'un  giovanotto  molto  povero,  di
    nome  Mario,  che  abitava nella stessa casa,  e gli aveva scritto
    senza   conoscerlo   la   lettera   che   sappiamo;    ma   nessun
    riavvicinamento  era possibile nella sua mente tra quel Mario e il
    signor barone Pontmercy.
    Quanto al nome di Pontmercy, ricordiamo che sul campo di battaglia
    di Waterloo egli ne aveva udito solo le due ultime sillabe, per le
    quali aveva sempre nutrito il  legittimo  sdegno  che  si  deve  a
    quello che  soltanto un ringraziamento.
    Del  resto,  per  mezzo  di sua figlia Azelma,  da lui messa sulle
    tracce degli sposi del 16 febbraio, e per mezzo delle sue indagini
    personali, era arrivato a sapere molte cose, e dal fondo delle sue
    tenebre era riuscito ad afferrare pi d'un filo  misterioso.  Egli
    aveva scoperto,  a furia di ricerche,  o almeno indovinato per via
    d'induzione,  chi era l'uomo da lui  incontrato  un  certo  giorno
    nella  Fogna Grande;  e dall'uomo aveva potuto facilmente risalire
    al nome. Sapeva che la signora baronessa Pontmercy era Cosetta; ma
    da questo lato si riprometteva d'esser discreto.  Chi era Cosetta?
    Neppure lui lo sapeva precisamente. Certo, intravedeva una nascita
    illegittima, e la storia di Fantina gli era sembrata sempre un po'
    sospetta;  ma  a che serviva parlare?  A farsi pagare il silenzio?
    Egli teneva o credeva di tenere qualcosa di meglio da  vendere.  E
    c'erano  tutte  le  probabilit che l'andare a fare,  senza prove,
    questa rivelazione al barone Pontmercy: -  "Vostra  moglie    una
    bastarda",  -  riuscisse  solo  ad  attirare lo stivale del marito
    verso la groppa del rivelatore.
    Nel pensiero di Thnardier,  il suo colloquio con  Mario  non  era
    ancora cominciato.  Aveva dovuto indietreggiare, modificare la sua
    strategia, abbandonare la sua posizione, mutare fronte, ma non era
    compromesso ancora nulla d'essenziale, e aveva cinquecento franchi
    in tasca.  Inoltre,  aveva qualcosa di  decisivo  da  dire,  e  si
    sentiva   forte  anche  contro  quel  barone  Pontmercy  cos  ben
    informato e cos ben  armato.  Per  gli  uomini  della  specie  di
    Thnardier  ogni dialogo  un duello.  E qual era la sua posizione
    in quello che stava per impegnarsi?  Non sapeva con  chi  parlava,
    non sapeva di chi parlava. Fece rapidamente questa interna rivista
    delle sue forze, e dopo aver detto: "Sono Thnardier", - aspett.
    Mario era rimasto pensoso.  Finalmente trovava Thnardier!  l'uomo
    che aveva tanto desiderato rintracciare era l: poteva dunque  far
    onore alla raccomandazione del colonnello Pontmercy.  Era umiliato
    che quell'eroe dovesse qualcosa a un  simile  bandito,  e  che  la
    cambiale,  tratta  dal  fondo  del  sepolcro  di suo padre,  fosse
    rimasta fino a quel giorno protestata. Gli pareva pure che,  nella
    situazione  complessa  in  cui si trovava la sua mente di fronte a
    Thnardier,  fosse  il  caso  di  vendicare  il  colonnello  dalla
    sventura d'essere stato salvato da quel furfante.  Comunque fosse,
    egli era contento;  poteva dunque finalmente liberare dall'indegno
    creditore  l'ombra  del  colonnello,  e  gli sembrava d'essere sul
    punto di togliere la memoria del padre dalla prigione per debiti.
    Accanto a tale dovere, ce n'era un altro, quello cio di far luce,
    se possibile, sull'origine della ricchezza di Cosetta.  Pareva che
    gli  si  offrisse  l'occasione;  Thnardier sapeva forse qualcosa;
    poteva quindi essere utile vedere il fondo di quell'uomo. Cominci
    da questo.
    Thnardier aveva fatto sparire  il  "bigliettone  serio"  nel  suo
    taschino, e guardava Mario con una dolcezza quasi affettuosa.
    Mario ruppe il silenzio.
    - Thnardier,  vi ho detto il vostro nome.  Ora volete che vi dica
    anche il vostro segreto,  quello che venivate a svelarmi?  Ho pure
    le  mie  informazioni,  io,  e  ora  vedrete che ne so pi di voi.
    Valjean,  come avete detto,   un assassino e un ladro;  un ladro,
    perch  ha  rubato  a  un  ricco  industriale di cui ha causato la
    rovina,  il signor Madeleine;  un assassino perch ha  assassinato
    l'agente di polizia Javert.
    - Non capisco, signor barone - fece Thnardier.
    -  Ora  vi  far  capire.  Ascoltate.  Verso  il  1822 c'era in un
    circondario del Passo di Calais un uomo che  aveva  avuto  qualche
    contrasto  con  la giustizia,  e che,  sotto il nome di Madeleine,
    s'era rialzato e riabilitato,  e anzi era diventato un giusto,  in
    tutta  la forza del termine.  Con un'industria,  la fabbrica delle
    conterie nere,  form la fortuna d'una intera citt.  Quanto  alla
    sua  fortuna  personale,  egli  l'aveva  creata  pure,  ma in modo
    secondario e per cos dire accidentalmente.  Era  il  padre  e  il
    sostegno dei poveri,  fondava ospedali,  apriva scuole, visitava i
    malati, dotava le giovanette,  sostentava le vedove,  adottava gli
    orfani,  era  quasi  il  tutore  del  paese.  Aveva  rifiutato  le
    decorazioni e l'avevano nominato sindaco. Un forzato liberato, che
    sapeva  il  segreto  d'una  condanna  subita  in  altro  tempo  da
    quell'uomo,   lo   denunci,   lo   fece  arrestare,   e  profitt
    dell'arresto per venire a Parigi e  farsi  rimettere  dalla  banca
    Laffitte  -  ho saputo il fatto dal cassiere stesso - mediante una
    firma falsa,  una  somma  d'oltre  mezzo  milione  appartenente  a
    Madeleine.  Quel  forzato  che  ha  derubato  Madeleine  Valjean.
    Quanto all'altro fatto,  non avete nemmeno in  questo  caso  delle
    novit  da  comunicarmi.  Valjean ha ucciso l'agente Javert,  l'ha
    ucciso con una pistolettata. Ero presente io stesso che vi parlo.
    Thnardier lanci a Mario lo sguardo d'un uomo sconfitto che torna
    ad afferrare la vittoria  e  riacquista  in  un  minuto  tutto  il
    terreno perduto.  Ma ricomparve subito il sorriso;  l'inferiore di
    fronte  al  superiore  deve  avere  il  trionfo   carezzevole,   e
    Thnardier si limit a dire:
    - Signor barone, noi sbagliamo strada.
    E  sottoline  la  frase  facendo fare al suo mazzo di ciondoli un
    mulinello espressivo.
    - Come!  - riprese Mario.  - Mi contestate tutto questo?  Ma  sono
    fatti.
    -  Sono chimere.  La fiducia della quale il signor barone mi onora
    mi fa un dovere  di  dirglielo.  Innanzi  tutto  la  verit  e  la
    giustizia   -   non   mi   piace  di  veder  accusare  le  persone
    ingiustamente. Signor barone,  Valjean non ha derubato Madeleine e
    non ha ucciso Javert.
    - Questa  grossa! E come mai?
    - Per due motivi.
    - Quali? Parlate.
    -  Eccovi  il primo;  non ha derubato Madeleine,  per il fatto che
    Valjean, proprio lui, era Madeleine.
    - Che mi andate contando?
    - Ed ecco il secondo: egli  non  ha  assassinato  Javert,  giacch
    colui che ha ucciso Javert  stato Javert.
    - Cosa intendete dire?
    - Che quello di Javert  stato un suicidio.
    - Le prove! le prove! - grid Mario fuori di s.
    Thnardier riprese la frase come una volta si scandivano i versi:
    -  L'a-gen-te  di po-li-zia Ja-vert fu tro-va-to an-ne-ga-to sotto
    un bat-tel-lo del Pont-au-Change.
    - Ma le prove dunque!
    Thnardier cav dalla tasca laterale  una  larga  busta  di  carta
    grigia,   che   pareva  contenesse  dei  fogli  piegati  di  varie
    dimensioni.
    - Ho i miei documenti - diss'egli con calma.
    E aggiunse:
    - Signor barone,  nel vostro interesse ho voluto conoscere a fondo
    il  mio  Valjean,  e vi dico che Valjean e Madeleine sono una sola
    persona,  vi dico che Javert non  ha  avuto  altro  assassino  che
    Javert,  e  quando  parlo  vuol  dire  che ho le prove.  Non prove
    manoscritte, la scrittura  sospetta,  la scrittura  compiacente;
    ma prove stampate.
    Mentre  parlava,  toglieva  dalla  busta  due  numeri  di giornali
    ingialliti, sciupati e ben saturi di tabacco, uno dei quali, tutto
    gualcito nelle piegature, sembrava molto pi vecchio dell'altro.
    - Due fatti,  due prove - fece Thnardier;  e porse a Mario i  due
    giornali aperti. Quei giornali, il lettore gi li conosce. Uno, il
    pi  antico,  un  numero  del  "Drapeau blanc" del 25 luglio 1823,
    stabiliva  l'identit  di  Madeleine  con  Valjean.  L'altro,   un
    "Moniteur" del 15 giugno 1832,  costatava il suicidio di Javert, e
    aggiungeva che,  da un rapporto verbale fatto dallo stesso  Javert
    al prefetto, risultava che egli, fatto prigioniero nella barricata
    della  via  Chanvrerie,  doveva  la  vita  alla  magnanimit di un
    insorto,  il quale,  tenendolo sotto la  sua  pistola,  invece  di
    bruciargli le cervella, aveva tirato in aria.
    Mario  lesse.  C'era evidenza,  data sicura,  prova irrefragabile,
    poich quei due giornali non  erano  stati  stampati  apposta  per
    appoggiare  le asserzioni di Thnardier;  inoltre la nota inserita
    nel "Moniteur" era comunicata ufficialmente  dalla  prefettura  di
    polizia.   Non  era  possibile  il  dubbio.  Le  informazioni  del
    commesso-cassiere erano  false,  e  lui  pure  si  era  ingannato.
    Valjean, ingrandito a un tratto, balzava fuori dalla nebbia. Mario
    non pot trattenere un grido di gioia:
    -  Ma  allora  quell'infelice  era un uomo ammirabile!  Tutto quel
    denaro era veramente suo!  egli  Madeleine,  la provvidenza  d'un
    paese intero!   Valjean il salvatore di Javert!  e un eroe!   un
    santo!
    - Non  un santo e non  un eroe  -  disse  Thnardier.  -  E'  un
    assassino, un ladro.
    E  aggiunse  col  tono  dell'uomo  che comincia a sentirsi qualche
    autorit: - Calmiamoci.
    Ladro,  assassino: queste parole che Mario credeva scomparse e che
    ritornavano, caddero su di lui come una doccia ghiacciata.
    - Ancora! - diss'egli.
    - Sempre!  - fece Thnardier. - Valjean non ha derubato Madeleine,
    ma  un ladro; non ha ucciso Javert, ma  un assassino.
    - Volete forse parlare - riprese Mario - di quel miserevole  furto
    di  quarant'anni  fa,  espiato,  come  risulta  dai  vostri stessi
    giornali,  con un'intera vita di pentimento,  d'abnegazione  e  di
    virt?
    - Dico assassinio e furto, signor barone, e ripeto che vi parlo di
    fatti recenti.  Ci che debbo rivelarvi  assolutamente ignoto,  
    roba inedita e forse vi troverete la sorgente della ricchezza cos
    abilmente  offerta  da  Valjean  alla  signora   baronessa.   Dico
    abilmente,  perch  introdursi  con  tale  donazione  in  una casa
    onorata, partecipare alle sue agiatezze,  e,  con lo stesso colpo,
    nascondere il delitto, godere il furto, sotterrare il proprio nome
    e  crearsi  una  famiglia,  tutto  questo  non manca certamente di
    accortezza.
    - Potrei interrompervi a  questo  punto  -  osserv  Mario.  -  Ma
    proseguite.
    -  Signor  barone,  vi  dir  tutto,  lasciando la ricompensa alla
    vostra generosit.  Questo segreto  vale  un  tesoro.  Mi  direte:
    Perch  non  ti  sei rivolto allo stesso Valjean?  - per un motivo
    semplicissimo: so che egli s' spogliato di tutto,  e spogliato in
    vostro favore,  combinazione che io trovo ingegnosa; non ha quindi
    pi un soldo,  mi mostrerebbe le sue mani vuote;  e siccome io  ho
    bisogno  di  un  po'  di  denaro  per  il viaggio alla Joya,  cos
    preferisco voi, che avete tutto,  a lui che non ha nulla.  Ma sono
    un po' stanco, permettetemi di prendere una sedia.
    Mario sedette e gli fece cenno di imitarlo.
    Thnardier  si  accomod  su  una  sedia imbottita,  riprese i due
    giornali,  li ripose nella busta,  e  battendo  con  l'unghia  sul
    "Drapeau  blanc",  mormor: "Questo m' costato fatica ad averlo".
    Ci  fatto,   incroci  le  braccia  e   s'appoggi   col   dorso,
    atteggiamento proprio della persona sicura di quello che dice; poi
    entr in materia, gravemente e accentuando le parole:
    -  Signor barone,  circa un anno fa,  il 6 giugno 1832,  il giorno
    della sommossa,  un uomo si trovava nella Fogna Grande di  Parigi,
    dal  lato  dove la cloaca va a raggiungere la Senna,  tra il Ponte
    degli Invalidi e quello di Iena.
    Mario avvicin bruscamente la sua sedia a quella di Thnardier, il
    quale, notato il movimento,  prosegu con la lentezza d'un oratore
    che  domina  l'interlocutore  e  che  sente palpitare l'avversario
    sotto le sue parole.
    - Quell'uomo costretto  a  nascondersi,  per  motivi,  del  resto,
    estranei  alla politica,  aveva scelto per domicilio la fogna,  di
    cui possedeva una chiave. Era,  lo ripeto,  il 6 giugno;  potevano
    essere  le otto di sera,  quando l'uomo ud un rumore nella fogna.
    Assai sorpreso, si rannicchi e stette a spiare.  Era un rumore di
    passi.  Qualcuno  nell'ombra  camminava  e veniva dalla sua parte.
    Cosa strana!  C'era  nella  cloaca  un  altro  uomo.  ll  cancello
    d'uscita  della  fogna non era lontano,  e quel po' di luce che ne
    veniva permise di riconoscere il nuovo arrivato e  di  vedere  che
    quell'uomo  portava  qualcosa  sulle  spalle.  Camminava curvo,  e
    l'uomo che camminava cos era un ex-galeotto, e quello che portava
    sul dorso un cadavere. Flagrante delitto di assassinio,  se mai ce
    ne  fu uno.  Quanto al furto,  va da s: non si uccide un uomo per
    nulla. Quel forzato andava a gettare il cadavere nel fiume.  E' da
    notare che, prima di arrivare al cancello di uscita, quel forzato,
    che veniva da un punto lontano della cloaca, aveva necessariamente
    incontrato  un  avvallamento spaventoso,  nel quale avrebbe potuto
    lasciare il cadavere; ma l'indomani i fognaioli, lavorando dov'era
    l'avvallamento,  avrebbero ritrovato il corpo dell'assassinato;  e
    questo   non   conveniva   all'assassino.   Egli  aveva  preferito
    attraversare l'avvallamento col suo  carico,  e  deve  aver  fatto
    degli sforzi terribili;   impossibile arrischiare di pi la vita;
    anzi non capisco come abbia potuto uscirne vivo.
    La sedia di Mario si avvicin di nuovo,  e Thnardier ne  profitt
    per respirare a lungo; quindi prosegu:
    -  Signor  barone,  una  fogna  non  il campo di Marte.  Ci manca
    tutto,  anche lo spazio.  Quando si trovano l dentro,  due uomini
    devono incontrarsi;  ed  appunto quel che accadde.  L'inquilino e
    il passante furono costretti  a  darsi  il  buongiorno,  bench  a
    malincuore.  Il passante disse all'inquilino: - Vedi bene che cosa
    ho sulle spalle, ho bisogno d'uscire; tu hai la chiave, dammela. -
    Quel forzato era un uomo d'una forza terribile: non c'era mezzo di
    rifiutare.  Tuttavia  quello  che  aveva  la  chiave  traccheggi,
    soltanto per guadagnar tempo; esamin il morto, ma non pot vedere
    nulla,  tranne che era giovane, ben messo, d'apparenza signorile e
    tutto sfigurato dal  sangue.  Mentre  discorreva,  trov  modo  di
    lacerare  e di strappare,  senza che l'assassino se ne accorgesse,
    un pezzetto dalla falda  dell'abito  dell'assassinato;  corpo  del
    reato;  capirete;  mezzo  per  ritrovare  la  traccia e provare il
    delitto del delinquente.  Egli dunque si mise in tasca il corpo di
    reato;  dopo  di che apr il cancello,  fece uscire l'uomo col suo
    peso sul dorso,  richiuse subito e s'allontan,  poco curandosi di
    trovarsi immischiato al seguito dell'avventura,  e soprattutto non
    volendo essere presente  quando  l'assassino  avrebbe  gettato  la
    vittima nel fiume.  Ora comprendete tutto. Chi portava il cadavere
    era Valjean,  quello che teneva  la  chiave  vi  parla  in  questo
    momento, e il brandello d'abito...
    Thnardier comp la frase cavando di tasca e tenendo,  all'altezza
    degli occhi, tra i due pollici e i due indici un pezzetto di panno
    nero strappato, tutto coperto di macchie scure.
    Mario s'era alzato, pallido, respirando appena, con l'occhio fisso
    su quel frammento di stoffa,  e,  senza  pronunciare  una  parola,
    senza  lasciare  quel  cencio  con lo sguardo,  rinculava verso il
    muro,  cercando con la mano destra dietro di s,  a tastoni  sulla
    parete,  una  chiave  che  era nella serratura d'un armadio a muro
    presso il caminetto.  Trov la chiave,  apr l'armadio,  vi cacci
    dentro  il  braccio senza che i suoi occhi smarriti si staccassero
    dallo straccetto che Thnardier teneva spiegato.
    Costui frattanto continuava:
    - Signor  barone,  ho  seri  motivi  di  credere  che  il  giovane
    assassinato fosse un ricco straniero, che aveva addosso una grossa
    somma, attirato da Valjean in qualche tranello...
    - Il giovane ero io,  ed ecco l'abito! - grid Mario, gettando sul
    pavimento un vecchio abito nero tutto insanguinato.
    Poi,  strappando il pezzo di stoffa dalle mani di  Thnardier,  si
    accosci  e  avvicin  alla  falda lacerata il pezzo strappato: la
    laceratura si  adattava  perfettamente,  e  il  cencio  completava
    1'abito.
    Thnardier rest di sasso; pens soltanto: - Sono finito.
    Mario si rizz fremente, disperato, raggiante.
    Si   frug  in  tasca  e  mosse  furiosamente  contro  Thnardier,
    presentandogli e quasi appoggiandogli sul viso il pugno  pieno  di
    biglietti di banca da cinquecento e da mille franchi.
    - Voi siete un infame!  Siete un mentitore,  un calunniatore,  uno
    scellerato! Siete venuto per accusare quell'uomo e invece lo avete
    giustificato,  avete tentato di perderlo e siete riuscito soltanto
    a glorificarlo.  Voi siete un ladro! voi siete un assassino! Vi ho
    visto  io,  Thnardier  Jondrette,  in  quel  covo  del  boulevard
    dell'Ospedale. Ne so sul conto vostro quanto basta per mandarvi in
    galera  e anche pi lontano,  se volessi.  Prendete,  eccovi mille
    franchi, sacripante che siete!
    E gli gett un biglietto di mille franchi.
    - Ah!  Jondrette Thnardier,  vile ribaldo!  Questo  vi  serva  di
    lezione,   rigattiere   di   segreti,   trafficante   di  misteri,
    investigatore di tenebre; miserabile!  Prendete questi cinquecento
    franchi e uscite di qui! Waterloo vi protegge.
    - Waterloo! - borbott Thnardier intascando i cinquecento franchi
    insieme con i mille.
    -  S,   assassino!   Voi  avete  laggi  salvato  la  vita  a  un
    colonnello..
    - A un generale - disse Thnardier rialzando la testa.
    - A un colonnello!  - riprese Mario con impeto.  -  Non  darei  un
    centesimo  per  un  generale.  E  venivate  qui a perpetrare delle
    infamie!  Vi dico che avete commesso  tutti  i  delitti.  Partite!
    sparite!  Siate  soltanto  felice,    tutto  quanto desidero.  Ah
    mostro!  Eccovi altri tremila franchi,  prendeteli.  Voi partirete
    per  l'America  domani  stesso  con  vostra figlia,  poich vostra
    moglie  morta,  abominevole mentitore.  Mi occuper della  vostra
    partenza, ribaldo, e all'ultimo momento vi dar ventimila franchi.
    Andate a farvi impiccare altrove!
    -  Signor  barone  - rispose Thnardier,  salutando fino a terra -
    riconoscenza eterna.
    E usc senza comprendere  nulla,  stupefatto  e  rapito  per  quel
    gradito  schiacciamento sotto sacchi di scudi,  per quella folgore
    che scoppiava sul suo capo in biglietti di banca.
    Era fulminato, ma anche contento,  e gli sarebbe assai dispiaciuto
    di avere un parafulmine contro simili saette.
    Finiamola  dunque  con costui.  Due giorni dopo gli avvenimenti da
    noi narrati egli partiva,  per interessamento di Mario,  sotto  un
    falso  nome,  alla  volta  dell'America,  con  la  figlia  Azelma,
    provvisto di un assegno di ventimila franchi da  incassare  a  New
    York.  La  miseria morale di Thnardier,  questo borghese mancato,
    era irrimediabile;  egli fu in America quello  che  era  stato  in
    Europa.  Il  contatto  di  un uomo malvagio basta talvolta per far
    imputridire una buona  azione  e  per  farne  scaturire  una  cosa
    cattiva. Col denaro di Mario, Thnardier si dedic alla tratta dei
    negri.
    Non  appena  Thnardier  fu  uscito,  Mario corse in giardino dove
    Cosetta passeggiava ancora.
    - Cosetta!  Cosetta!  - grid.  - Vieni,  vieni  subito.  Andiamo!
    Basco,  una vettura!  Cosetta, vieni. Ah mio Dio! E' stato lui che
    mi ha salvato la vita. Non perdiamo un minuto! Metti lo scialle.
    Cosetta lo credette impazzito e ubbid.
    Egli non poteva respirare,  si  metteva  la  mano  sul  cuore  per
    comprimerne i battiti; andava su e gi a lunghi passi, abbracciava
    Cosetta dicendole - Ah Cosetta! io sono uno sciagurato!
    Era  fuori di s.  Cominciava a intravedere in quel Valjean non so
    quale alta e triste  figura:  gli  appariva  una  virt  inaudita,
    augusta  e  tenera,  umile  nella  sua  immensit;  il galeotto si
    trasfigurava in Cristo.  Si sentiva abbagliato da  quel  prodigio.
    Non sapeva bene quello che vedeva; ma era qualche cosa di grande.
    Un momento dopo, la vettura era alla porta.
    Mario vi fece salire Cosetta e vi salt dentro dicendo:
    - Cocchiere, via Homme-Arm, numero 7.
    - Ah!  che piacere!  esclam Cosetta.  - Via Homme-Arm! Non osavo
    pi parlartene. Andiamo a trovare il signor Giovanni.
    - Tuo padre, Cosetta! tuo padre pi che mai! Ora indovino, sai. Tu
    mi dicesti di non aver ricevuto la lettera che t'avevo mandato per
    mezzo di Gavroche; dovette cadere nelle sue mani, Cosetta, ed egli
    venne alla barricata per salvarmi.  E siccome essere un  angelo  
    una  necessit per lui,  cos intanto ne salv degli altri,  salv
    Javert.  Mi trasse da quel precipizio per darmi  a  te,  mi  port
    sulle  spalle in quella orribile fogna.  Ah!  io sono un mostruoso
    ingrato.  Dopo essere stato la tua provvidenza,  egli fu  pure  la
    mia.  Figurati  che  c'era  un  tremendo avvallamento da affogarvi
    cento volte,  affogare nel fango,  Cosetta!  ed egli me l'ha fatto
    attraversare! Io ero svenuto, non vedevo niente, non udivo niente,
    non  potevo  sapere  nulla della mia stessa avventura.  Noi adesso
    andiamo a prenderlo,  a condurlo con noi,  voglia o non voglia,  e
    non  ci lascer mai pi.  Purch sia in casa!  Purch lo troviamo!
    Passer il resto della mia vita a venerarlo. S, deve essere cos,
    sai, Cosetta? A lui Gavroche avr consegnato la mia lettera. Tutto
    si spiega. Capisci?
    Cosetta non capiva una parola.
    - Hai ragione - diss'ella.
    Frattanto la vettura correva.

    5. LA LUCE DIETRO LE TENEBRE.
    Udendo bussare all'uscio, Valjean si volse.
    - Avanti - disse debolmente.
    La porta si apr. Cosetta e Mario apparvero.
    Cosetta si precipit nella stanza.
    Mario rest sulla soglia, appoggiato allo stipite.
    - Cosetta!  - disse Valjean,  e si raddrizz sulla  sedia  con  le
    braccia  aperte  e  tremanti,  selvaggio,  livido,  sinistro e con
    un'immensa gioia negli occhi.
    Cosetta,  soffocata dall'emozione,  si lasci cadere sul petto  di
    Valjean.
    - Pap! - disse.
    Egli, sconvolto, balbettava:
    - Cosetta!  lei! voi, signora! sei tu! Ah mio Dio! - E stretto tra
    le braccia di Cosetta, esclam:
    - Sei tu! tu qui! Dunque mi perdoni!
    Mario,  abbassando  le  palpebre  per  impedire  alle  lacrime  di
    scorrere,  fece  un  passo  e  mormor tra le labbra convulsamente
    contratte per trattenere i singhiozzi:
    - Padre mio!
    - E voi,  voi pure mi perdonate!  - disse Valjean.  Mario non pot
    trovare una parola, e Valjean soggiunse: - Grazie.
    Cosetta  si strapp lo scialle e il cappello e si gett sul letto,
    dicendo:
    - Mi danno fastidio.
    E sedutasi sulle ginocchia del vecchio, con un adorabile gesto gli
    allontan i capelli canuti e lo baci in fronte.
    Valjean, tutto smarrito, lasciava fare.
    E Cosetta, che capiva appena qualche cosa in confuso,  raddoppiava
    le carezze, come se volesse pagare il debito di Mario.
    Valjean balbettava:
    - Come si diventa sciocchi! Credevo di non vederla pi. Figuratevi
    signor Pontmercy, che quando siete entrati, io dicevo tra me: - E'
    finita.  Ecco  la  sua  vesticciola;  io sono un povero miserabile
    uomo, non vedr pi Cosetta;  dicevo questo nel momento stesso che
    voi salivate le scale.  Ero un idiota, no? Ecco come si pu essere
    idioti! Si fanno i conti senza il buon Dio.  E il buon Dio dice: -
    Tu credi che ti abbandoneranno,  scioccone!  No,  no,  le cose non
    andranno cos.  Su via,  c' l un povero vecchio che  ha  bisogno
    d'un  angelo.  -  E  l'angelo  viene,  ed  ecco  che rivedo la mia
    Cosetta, la mia piccola Cosetta! Ah! ero molto infelice!
    Stette un po' senza poter parlare, quindi riprese:
    - Avevo veramente bisogno di vedere un pochino ogni tanto Cosetta.
    Qualunque cane vuole un osso da rosicchiare. Per sentivo bene che
    ero di troppo. Cercavo di persuadermene: Essi non hanno bisogno di
    te, resta dunque nel tuo cantuccio, non si ha il diritto di essere
    eterni. Ah! Dio benedetto la rivedo! Sai, Cosetta,  che tuo marito
     molto bello?  Ah! hai un bel colletto ricamato; cos va bene; mi
    piace questo disegno. Te l'ha scelto tuo marito, vero?  E poi devi
    avere degli scialli di cascemir. Signor Pontmercy, permettetemi di
    darle del tu. Non sar per molto tempo.
    E Cosetta a sua volta:
    -  Che  cattiveria,  lasciarci in questo modo!  Dove siete andato?
    Perch siete stato lontano cos a lungo? Una volta i vostri viaggi
    non duravano pi di tre o quattro giorni. Ho mandato Nicoletta, ma
    le rispondevano sempre:  assente. Quando siete tornato?  E perch
    non ce l'avete fatto sapere?  Sapete che siete molto cambiato? Oh!
    che brutto pap!   stato ammalato e  noi  non  l'abbiamo  saputo!
    Guarda, Mario, toccagli la mano: senti com' fredda.
    - Siete qui dunque!  Signor Pontmercy,  voi mi perdonate! - ripet
    Valjean.
    A quella parola ripetuta da Valjean,  tutto quello che gonfiava il
    cuore di Mario trov un'uscita. Egli disse con impeto:
    - Cosetta,  capisci!  Siamo a questo!  mi chiede perdono. E sai tu
    che cosa mi ha fatto?  mi ha salvato la vita.  Anzi ha  fatto  pi
    ancora; ti ha data a me. E dopo avermi salvato, e dopo averti data
    a me,  Cosetta,  sai che ha fatto di se stesso?  Si  sacrificato.
    Ecco l'uomo.  E a me  l'ingrato,  a  me  il  dimentico,  a  me  lo
    spietato, a me il colpevole, dice: Grazie! Cosetta, sarebbe troppo
    poco  passare  tutta  la  vita  ai  piedi  di  quest'uomo!  Quella
    barricata, quella fogna,  quella fornace,  quella cloaca,  egli ha
    tutto  attraversato  per  me,  per te Cosetta;  egli mi ha portato
    attraverso tutte le morti, allontanandole da me e accettandole per
    se stesso.  Egli ha tutti i coraggi,  tutte le  virt,  tutti  gli
    eroismi, tutte le santit. Cosetta, quest'uomo  l'angelo!
    - Zitto!  zitto!  - disse sotto voce Valjean.  - Perch dire tutte
    queste cose?
    - Ma voi - esclam Mario con una collera in cui c'era  venerazione
    - perch non m'avete detto? E' anche colpa vostra. Salvate la vita
    alle  persone e glielo nascondete!  E fate di pi: col pretesto di
    smascherarvi, vi calunniate. E' una cosa orribile!
    - Ho detto la verit - rispose Valjean.
    - No - riprese Mario - la verit  tutta  la  verit,  e  voi  non
    l'avete  detta  tutta.  Voi eravate Madeleine;  perch non l'avete
    detto? Avete salvato Javert; perch non l'avete detto?  Io vi devo
    la vita; perch non l'avete detto?
    -  Perch  pensavo  come voi,  perch trovavo che avevate ragione,
    perch era necessario che io m'allontanassi.  Se aveste saputo  la
    faccenda  della  fogna,  mi avreste fatto restare con voi;  dovevo
    dunque tacere. Se avessi parlato, avrei imbarazzato ogni cosa.
    - Imbarazzato che cosa?  imbarazzato chi?  - ribatt Mario.  -  Ma
    credete forse di dover restare qui? Noi vi conduciamo via. Ah, mio
    Dio!  quando penso che tutto questo l'ho saputo solo per caso!  Vi
    portiamo via,  voi fate parte di noi stessi,  siete suo padre e il
    mio.  Non rimarrete un solo giorno di pi in questa orribile casa.
    Non state a credere di trovarvi qui domani.
    - Domani - rispose Valjean - non sar pi qui, ma non sar nemmeno
    con voi.
    -  Cosa  volete  dire?  -  riprese  il  giovane.  -  Ah!  no,  non
    permettiamo  pi  nessun  viaggio.   Non  ci  lascerete  pi.   Ci
    appartenete e non vi lasceremo pi fuggire.
    - Questa volta facciamo sul serio - aggiunse  Cosetta.  -  Abbiamo
    una vettura gi. Vi rapisco. User la forza se occorre.
    E ridendo fece il gesto di sollevare il vecchio fra le braccia.
    -  C'  sempre  la  vostra  camera  in casa nostra - prosegu.  Se
    sapeste com' bello, adesso,  il giardino!  Le azalee fioriscono a
    meraviglia.  I  viali sono coperti con sabbia di fiume,  in cui ci
    sono delle piccole conchiglie violacee.  Mangerete le mie fragole,
    sono  io  che  le  innaffio.  E  non  c' pi n signora n signor
    Giovanni,  siamo in repubblica e ci  diamo  tutti  del  tu,  vero,
    Mario?  Il programma  mutato. Se sapeste, pap, ho un dispiacere;
    c'era un pettirosso che aveva fatto il suo nido  in  un  buco  del
    muro,  e  un brutto gattaccio me l'ha mangiato.  ll mio povero bel
    pettirosso che metteva fuori la testolina dalla sua finestra e  mi
    guardava!  Ne  ho  pianto.  Avrei  ammazzato il gatto!  Ma ora non
    piange pi nessuno; ridiamo tutti, siamo tutti felici! Verrete con
    noi.  Come sar contento il nonno!  Avrete  la  vostra  aiuola  in
    giardino  e  la  coltiverete  voi,  e vedremo se le vostre fragole
    saranno buone come le  mie.  E  poi,  io  far  tutto  quello  che
    vorrete, e poi, voi mi obbedirete appuntino.
    Valjean  l'udiva senza intenderla;  ascoltava la musica della voce
    pi che il senso delle parole, mentre nell'occhio gli si addensava
    una di quelle grosse lacrime che sono le fosche perle  dell'anima.
    Mormor:
    - La prova che Dio  buono, eccola.
    - Babbo mio! - disse Cosetta.
    Valjean continu.
    -  E'  vero  che  sarebbe una delizia vivere insieme.  Ci sono gli
    alberi pieni  di  uccelli.  Io  passeggerei  con  Cosetta.  Vivere
    insieme,  darsi il buongiorno, chiamarsi nel giardino,  una dolce
    cosa. Ci si vede fin dal mattino.  Coltiveremmo ciascuno la nostra
    aiuola.  Lei  mi  farebbe  mangiare  le  sue fragole,  io le farei
    cogliere le mie rose. Sarebbe incantevole. Solo che..
    S'interruppe, poi disse dolcemente:
    - Peccato!
    La lacrima non cadde, rientr, e Valjean vi sostitu un sorriso.
    Cosetta prese le mani del vecchio fra le sue.
    - Mio Dio! - disse. - Le vostre mani sono ancora pi gelide. Siete
    forse malato? Soffrite?
    - Io no - rispose egli. - Sto benissimo. Solo che...
    E s'interruppe.
    - Solo che cosa?
    - Sto per morire.
    Cosetta e Mario rabbrividirono.
    - Morire! - esclam Mario.
    - S, ma non  nulla - disse Valjean.
    Sospir, sorrise e riprese:
    - Cosetta, tu mi parlavi, continua,  parla ancora;  il tuo piccolo
    pettirosso  morto dunque, parla, che io oda la tua voce!
    Mario, pietrificato, guardava il vecchio.
    Cosetta mand un grido straziante:
    - Pap,  pap mio! voi vivrete; dovete vivere. Voglio che viviate,
    capite!
    Valjean alz la testa verso di lei con venerazione.
    - Oh, s, vietami di morire. Chi sa? obbedir, forse. Quando siete
    entrati stavo per morire.  La vostra presenza mi ha fermato,  mi 
    parso di rinascere.
    -  Voi  siete pieno di forza e di vita - esclam Mario.  - Credete
    forse che si muore cos?  Avete avuto delle afflizioni,  ma non ne
    avrete  pi.  Sono io che vi chiedo perdono,  e in ginocchio pure!
    Voi vivrete con noi, vivrete a lungo. Siamo qui noi due, che d'ora
    in poi avremo un pensiero unico: la vostra felicit!
    - Lo vedete?  - riprese Cosetta tutta in lacrime.  - Mario vi dice
    che non morirete.
    Valjean continuava a sorridere.
    - Quand'anche mi ripigliaste,  signor Pontmercy, questo farebbe in
    modo che io non fossi quello che sono? No. Dio ha pensato come voi
    e me,  e non muta parere;   utile che me ne vada.  La morte   un
    buon  accomodamento,  Dio  sa  meglio di noi quello che fa.  Siate
    felici! il signor Pontmercy possieda Cosetta! la giovent sposi il
    mattino!  i lill e gli usignoli vi circondino,  figli miei,  e la
    vostra  vita  sia  una  bella  aiuola battuta dal sole!  tutti gli
    incanti del cielo vi riempiano l'anima,  e che io,  oramai non pi
    buono a nulla,  muoia;  certamente tutto questo sta bene.  Su via,
    siamo ragionevoli; ora nulla  pi possibile,  sento proprio che 
    finita!  Un'ora fa ho avuto un deliquio; e poi, stanotte ho bevuto
    tutta quella brocca d'acqua.  Come  buono,  tuo marito,  Cosetta!
    stai meglio con lui che con me.
    S'ud un rumore alla porta; entrava il medico.
    -  Buongiorno  e  addio,  dottore  - disse Valjean.  - Ecco i miei
    poveri figlioli.
    Mario s'avvicin al medico; gli rivolse questa sola parola:
    - Signore...?  - ma nel modo di  pronunciarla  c'era  una  domanda
    completa.
    Il medico rispose alla domanda con un'occhiata espressiva.
    -  Se  le  cose  dispiacciono  -  disse  Valjean - non  un motivo
    d'essere ingiusti verso Dio.
    Ci fu un momento di silenzio. Tutti i petti erano oppressi.
    Valjean si volse verso Cosetta,  e si mise a contemplarla come  se
    volesse  prenderne  l'immagine  per  tutta l'eternit.  Nell'ombra
    profonda in  cui  era  gi  disceso  gli  era  tuttavia  possibile
    l'estasi  guardando  Cosetta.  Il  riflesso  di  quel  dolce  viso
    illuminava la sua pallida faccia.  Il sepolcro pu  avere  i  suoi
    bagliori.
    ll medico gli tocc il polso.
    - Ah! di voi aveva bisogno! - mormor, guardando Cosetta e Mario.
    E  chinandosi  all'orecchio  di  Mario,  aggiunse  con  voce molto
    sommessa: - Troppo tardi!
    Quasi senza cessare di guardar Cosetta,  Valjean fiss serenamente
    Mario  e  il medico,  e dalla sua bocca si sentirono uscire queste
    parole appena articolate:
    - Morire  nulla; non vivere  orribile.
    D'un tratto si alz.  Questi ritorni di  forza  talvolta  sono  un
    segno  dell'agonia.  Egli  and  con  passo fermo verso la parete,
    scostando Mario e il  medico  che  volevano  aiutarlo,  stacc  il
    piccolo crocifisso di rame che vi era appeso,  torn a sedersi con
    tutta la libert  dei  movimenti  dell'uomo  sano,  e  posando  il
    crocifisso sulla tavola, disse con voce alta:
    - Ecco il gran martire.
    Poi  il petto gli si accasci,  la testa gli vacill come se fosse
    presa dall'ebbrezza della tomba,  e le mani posate  sui  ginocchi,
    cominciarono  a  graffiare  con le unghie la stoffa dei pantaloni.
    Cosetta gli sosteneva le spalle,  e  singhiozzava,  e  cercava  di
    parlargli,  senza riuscirvi. Tra le parole, miste a quella lugubre
    saliva che accompagna le lacrime,  si  distinguevano  delle  frasi
    come questa:
    -  Pap  non ci abbandonate.  Possibile che vi ritroviamo solo per
    perdervi?
    Si potrebbe dire che l'agonia serpeggia; va, viene, s'avanza verso
    il sepolcro,  retrocede verso la vita;  morendo,  si  va  quasi  a
    tentoni.
    Dopo  quella mezza sincope,  Valjean si riprese,  scosse la fronte
    come per farne cadere le  tenebre,  e  ritorn  quasi  interamente
    lucido. Prese un lembo della manica di Cosetta e la baci.
    - Rinviene, dottore, rinviene! - esclam Mario.
    - Voi siete buoni tutti e due - disse Valjean.
    -  Ora  vi dir che cosa mi ha fatto pena.  Quello che mi ha fatto
    pena,  signor Pontmercy,   stato che non avete voluto toccare  il
    denaro.  Esso  appartiene proprio a vostra moglie.  Ora vi spiego,
    figli miei,  e anche per questo sono contento di vedervi.  Il jais
    nero viene dall'Inghilterra,  il jais bianco viene dalla Norvegia.
    Tutto ci  scritto su  quel  foglio  l,  che  leggerete.  Per  i
    braccialetti inventai di sostituire ai cerchietti di latta saldati
    i  cerchietti di latta accostati;  riescono pi belli,  migliori e
    meno cari.  Capirete quanto denaro si pu  guadagnare.  Dunque  la
    ricchezza  di  Cosetta    proprio  sua.  Vi d questi particolari
    perch abbiate l'animo tranquillo.
    La portinaia era salita  e  guardava  dalla  porta  socchiusa.  Il
    medico la conged,  ma non pot impedire che quella donna zelante,
    prima d'allontanarsi, gridasse al moribondo:
    - Volete un prete?
    - Ne ho gi uno - rispose Valjean.
    E parve accennasse col dito un punto al di sopra della sua  testa,
    dove si sarebbe detto che vedesse qualcuno.
    E' probabile infatti che il Vescovo assistesse a quell'agonia.
    Cosetta  gli  insinu  leggermente  un  guanciale  dietro le reni.
    Valjean riprese:
    - Signor Pontmercy, non abbiate nessun timore, ve ne scongiuro.  I
    seicentomila  franchi  sono di Cosetta.  La mia vita sarebbe stata
    inutile se voi non li godeste! Eravamo riusciti a fabbricare molto
    bene  quelle  conterie,  e  potevamo  gareggiare  con  quelli  che
    chiamano  i  gioielli  di  Berlino.   Per  esempio,   si  pu  far
    concorrenza al  vetro  nero  di  Germania:  dodici  dozzine,  cio
    milleduecento grani ben tagliati, costano solo tre franchi.
    Quando  una persona cara sta per morire,  noi la guardiamo con uno
    sguardo che si aggrappa a lei  e  vorrebbe  trattenerla.  Mario  e
    Cosetta,  tenendosi  per  mano,  muti  per l'angoscia,  disperati,
    tremanti, stavano in piedi davanti a Valjean, non sapendo che cosa
    dire alla morte.
    Di minuto in minuto, Valjean declinava, s'indeboliva, s'avvicinava
    sempre pi all'orizzonte  oscuro.  Il  suo  respiro  era  divenuto
    intermittente,  interrotto  dal  rantolo.  Faceva  gran  fatica  a
    muovere l'avambraccio; i piedi avevano perduto ogni movimento;  e,
    mentre  la  debolezza  delle  membra  e  l'accasciamento del corpo
    crescevano,  tutta la maest dell'anima saliva e si spiegava sulla
    sua  fronte.  Gi nella sua pupilla era visibile la luce del mondo
    ignoto.
    Il suo volto impallidiva e nello stesso tempo  sorrideva.  Non  si
    vedeva pi la vita: ma ben altro.  Il respiro scemava,  lo sguardo
    s'ingrandiva.  Era un cadavere al quale cominciavano a spuntare le
    ali.
    Fece segno a Cosetta,  poi a Mario d'accostarsi: era evidentemente
    l'ultimo minuto dell'ultima ora, ed egli si mise a parlar loro con
    voce cos fioca,  che pareva venisse di lontano;  si sarebbe detto
    che ci fosse gi una muraglia tra essi e lui.
    - Avvicinatevi,  avvicinatevi tutti e due.  Io vi amo molto. Oh! 
    dolce morire cos!  Tu pure m'ami,  Cosetta mia;  io lo sapevo che
    conservavi  sempre  l'affetto  per il tuo vecchio amico.  Come sei
    stata gentile a mettermi questo guanciale  dietro  le  spalle!  Mi
    piangerai un poco,  vero?  Ma non troppo.  Non voglio che tu abbia
    troppe afflizioni.  E'  necessario  che  vi  divertiate  un  poco,
    figlioli  miei.  Ho  dimenticato  di  dirvi che sui fermagli senza
    ardiglione guadagnavo anche pi che  su  tutto  il  resto;  dodici
    dozzine  venivano  a  costare  dieci  franchi  e  si  vendevano  a
    sessanta.  Era  davvero  un  buon  commercio.  Non  dovete  dunque
    stupirvi  dei  seicentomila franchi,  signor Pontmercy.  E' denaro
    onesto; potete essere ricchi con tutta tranquillit. Dovrete avere
    una carrozza, ogni tanto un palco a teatro, delle graziose tolette
    da ballo per la mia Cosetta,  e poi dare  dei  buoni  pranzi  agli
    amici, essere molto felici.
    Poco  fa  scrivevo a Cosetta;  essa trover la mia lettera.  A lei
    lascio i due candelieri che sono sul camino.  Sono  d'argento;  ma
    per me sono d'oro, sono di diamante; mutano in ceri le candele che
    vi  si pongono.  Non so se colui che me li ha dati sia contento di
    me lass. Ho fatto quanto ho potuto.
    Figlioli miei,  non dimenticate che  io  sono  povero;  mi  farete
    seppellire  in un cantuccio qualunque sotto una pietra che indichi
    il posto. E' questa la mia volont.  Nessun nome sulla pietra.  Se
    Cosetta  vorr venire qualche volta,  mi far piacere,  e voi pure
    signor Pontmercy.
    A voi devo confessare che non vi ho sempre amato,  e ve ne  chiedo
    perdono;  ora  Cosetta  e voi formate per me una sola persona.  Vi
    sono tanto riconoscente,  perch so che farete felice Cosetta.  Se
    sapeste,  signor Pontmercy, le sue belle guance rosee formavano la
    mia gioia, e quando la vedevo un po' pallida ero triste.
    Nel cassettone c' un biglietto di cinquecento franchi;  non  l'ho
    toccato;  per i poveri.
    Cosetta,  vedi  l  sul  letto  la tua vesticciola?  La riconosci?
    Eppure sono trascorsi solo dieci anni! Come passa il tempo!  Siamo
    stati molto felici. Ora  finita. Figlioli miei, non piangete, non
    vado lontano, e di l vi vedr. Baster che guardiate lass quando
    si fa notte e mi vedrete sorridere.
    Cosetta,  ti  ricordi  di Montfermeil?  Eri sola nel bosco e avevi
    molta paura.  Ti  ricordi  quando  presi  il  manico  del  secchio
    d'acqua? Fu quella la prima volta che toccai la tua povera manina.
    Era tanto fredda!  Ah!  avevate le mani rosse allora, signorina, e
    ora le avete cos candide.  E la grande bambola?  ti  ricordi?  La
    chiamavi  Caterina!  Ti  rammaricavi  di  non  averla  portata  in
    convento! Quante volte m'hai fatto ridere,  buon angelo mio!  Dopo
    la  pioggia,  mettevi  come  barche  dei  fuscelli  di  paglia nei
    rigagnoli e li guardavi andare. Un giorno,  ti diedi una racchetta
    di vimini e un volante con piume gialle, azzurre e verdi. Tu l'hai
    dimenticato,  tu!  Eri  cos  birichina  da piccola!  Giocavi;  ti
    mettevi delle ciliege alle orecchie.  Sono cose  del  passato.  Le
    foreste attraversate con la mia bambina,  gli alberi sotto i quali
    passeggiammo insieme, i monasteri in cui ci nascondemmo, i giochi,
    il bel riso della fanciullezza,  sono ombra.  E io che credevo che
    tutto ci mi appartenesse;  ecco la mia stoltezza. Quei Thnardier
    erano cattivi, ma bisogna perdonarli. Cosetta,  venuto il momento
    di dirti il nome di tua madre.  Essa si chiamava Fantina.  Ricorda
    questo  nome:  Fantina.  Mettiti  in  ginocchio ogni qual volta lo
    pronuncerai. Ha patito molto;  e ti ha molto amata.  Essa ha avuto
    in sventura tutto quanto tu hai di felicit.  Sono queste le parti
    che fa Dio.  Egli  lass,  ci vede tutti,  e sa quello che fa  in
    mezzo alle sue grandi stelle.
    Amatevi molto,  sempre;  non c' altro al mondo: amarsi. Penserete
    talvolta al povero vecchio che muore qui.
    Cosetta mia, non  colpa mia, sai, se in tutto questo tempo non ti
    ho vista;  questo mi spezzava il  cuore.  Venivo  fin  sull'angolo
    della  tua via;  dovevo fare un'impressione curiosa alla gente che
    mi vedeva passare.  Ero come pazzo;  una volta sono  uscito  senza
    cappello.  Figlioli miei,  comincio a non vedere pi chiaro; avevo
    ancora qualche cosa da dire, ma non importa.  Pensate un po' a me.
    Voi siete creature benedette.  Non so cos'abbia,  vedo della luce.
    Avvicinatevi di pi.  Datemi le vostre care teste dilette;  che vi
    metta sopra le mani!
    Cosetta  e Mario caddero in ginocchio,  smarriti,  soffocati dalle
    lacrime,  ciascuno su una  delle  mani  di  Valjean.  Quelle  mani
    auguste non si muovevano pi.
    Egli  era rovesciato indietro,  e il suo bianco volto,  illuminato
    dai candelieri,  guardava il cielo;  lasciava che Cosetta e  Mario
    coprissero di baci le sue mani: era morto.
    La  notte  era  senza  stelle  e  di  un  buio  profondo.   Certo,
    nell'ombra,  qualche  angelo  immenso  stava  ritto,  con  le  ali
    spiegate, ad attenderne l'anima.

    6. L'ERBA NASCONDE E LA PIOGGIA CANCELLA.
    Nel cimitero di Pre-Lachaise,  vicino alla fossa comune,  lontano
    dal quartiere elegante di quella citt dei  sepolcri,  lontano  da
    tutte  quelle  tombe  dalle  forme  fantasiose  che  ostentano  al
    cospetto dell'eternit le orride mode della morte,  in  un  angolo
    deserto,  rasente  un  vecchio muro,  sotto una grossa pietra alla
    quale si abbarbicano dei vilucchi, tra la gramigna e il musco, c'
    una tomba.  Questa tomba  non    esente  pi  delle  altre  dalle
    ingiurie del tempo, dalla muffa, dal lichene e dagli escrementi di
    uccelli. L'acqua la inverdisce, l'aria l'annerisce. Non  vicina a
    nessun  sentiero,  e  i  visitatori  non amano spingersi da quella
    parte perch l'erba  alta e bagna subito i piedi.  Quando splende
    un  po'  di  sole,  ci  vanno le lucertole.  Tutt'intorno,  c' un
    fruscio di avena  selvatica.  A  primavera  le  capinere  vanno  a
    cantare sull'albero.
    Quella  tomba    nuda.  Chi tagli quella pietra si cur solo del
    necessario e non si preoccup d'altro che di  fare  quella  pietra
    abbastanza lunga e abbastanza larga per coprire un uomo.
    Non vi si legge alcun nome.
    Solo,  e  sono  gi  molti  anni,  una mano vi ha scritto a matita
    questi versi resi a poco a poco illeggibili dalla pioggia e  dalla
    polvere, e probabilmente a quest'ora cancellati:
    "Dorme. Bench fu ben strana la sorte
    egli viveva. E lo tocc la morte
    quando l'angelo suo non ci fu pi.
    E una cosa assai naturale essa fu
    come la notte che succede al giorno".






    INDICE.

    Parte Quinta.
    GIOVANNI VALJEAN.

    Libro 1: La guerra fra i quattro muri: pagina 2.
    Libro 2: L'intestino del Leviatan: pagina 145.
    Libro 3: La melma, ma l'anima: pagina 177.
    Libro 4: Javert sviato: pagina 248.
    Libro 5: Il nipote e il nonno: pagina 270.
    Libro 6: Notte bianca: pagina 323.
    Libro 7: L'ultimo sorso del calice: pagina 365.
    Libro 8: Decrescenza crepuscolare: pagina 407.
    Libro 9: Ombra suprema, suprema aurora: pagina 430.

