
    Victor Hugo.
    I MISERABILI.
    (secondo volume)





    INDICE A PAGINA 960.













    Parte Terza.
    MARIO.


    Libro 1.
    PARIGI STUDIATA IN GAVROCHE.


    1. PARVULUS.
    Parigi ha un fanciullo e la foresta ha un  uccello;  l'uccello  si
    chiama passerotto, e il fanciullo si chiama monello.
    Accoppiate  queste  due  idee  che contengono l'una la fornace pi
    ardente e l'altra l'aurora,  fate scoccare queste  due  scintille,
    Parigi e l'infanzia, e ne viene fuori un piccolo essere che Plauto
    chiamerebbe "Homunculus".
    Questa piccola creatura  allegra.  Non mangia tutti i giorni e va
    ogni sera allo spettacolo, se vuole.  Non possiede n camicia,  n
    scarpe,  n casa;  proprio come le mosche del buon Dio.  Conta dai
    sette ai tredici anni,  vive in piccole brigate,  batte le strade,
    dorme a cielo aperto,  porta vecchi pantaloni di suo padre che gli
    calano fino ai talloni, un vecchio cappello di qualche altro padre
    che gli cade sulle orecchie,  una sola bretella di stoffa  gialla;
    corre,  sorveglia,  mendica,  perde tempo, fuma, bestemmia come un
    turco,  frequenta l'osteria,  conosce i  ladri,  da  del  tu  alle
    prostitute,  parla in gergo, canta canzoni oscene, ma non nasconde
    niente di cattivo nel  cuore.  Questo  perch  nell'anima  ha  una
    perla,  l'innocenza,  e  le perle non si sciolgono nel fango.  Dio
    vuole che l'uomo sia innocente finch resta fanciullo.
    Se  si  chiedesse  all'enorme  citt:  -  Chi    costui?  -  essa
    risponderebbe: - E' mio figlio.

    2. ALCUNI SUOI SEGNI PARTICOLARI.
    Il monello di Parigi  il nano della gigantessa.
    Non esageriamo; questo cherubino delle chiaviche talvolta possiede
    una  camicia,  ma  allora  ne ha una sola;  talvolta ha un paio di
    scarpe, ma sono senza suole;  talvolta ha un tetto e lo ama perch
    c' la mamma,  ma preferisce la pubblica strada perch ci trova la
    libert.  Ha i suoi giochi,  le sue malizie contro i borghesi,  le
    sue  metafore,  come  questa:  essere  morto  si dice "mangiare il
    radicchio alla radice";  ha i  suoi  mestieri,  come  cercare  una
    vettura pubblica, abbassare il predellino della carrozza, disporre
    dei  pedaggi  tra un marciapiede e l'altro quando piove - e questo
    per loro si chiama fare i "ponti delle arti" -  ripetere  ad  alta
    voce  i  discorsi  pronunciati  dall'autorit  a favore del popolo
    francese; grattare gli interstizi tra le pietre del lastricato; ha
    una sua moneta che si  compone  di  tutti  i  pezzettini  di  rame
    lavorato  che  si trovano per la strada,  e questa curiosa moneta,
    chiamata "loques",  ha un corso  invariabile  e  ben  regolato  in
    quella piccola bohme fanciullesca.
    Infine  ha  anche la sua fauna,  che studia accuratamente in tutti
    gli angoli: il ragno comune,  il ragno  campagnolo,  la  testa  di
    morto,  il "diavolo" che  un insetto nero che insidia torcendo la
    coda armata di due artigli.  Ha il suo mostro favoloso  che  porta
    delle  scaglie  sul ventre e non  una lucertola,  che porta delle
    pustole sul dorso e non  un rospo,  che abita nelle  buche  delle
    vecchie  calcare  e  nelle  cisterne  asciutte,  nero,  vellutato,
    vischioso, strisciante,  ora lento,  ora rapido,  che non grida ma
    guarda, e che  cos terribile che nessuno l'ha mai visto; ed egli
    chiama  questo mostro "il sordo".  Cercare dei sordi tra i sassi 
    un  enorme  divertimento.   Un  altro  divertimento  consiste  nel
    sollevare  bruscamente  un sasso per trovarvi un millepiedi.  Ogni
    quartiere di Parigi  celebre per le scoperte che  vi  si  possono
    fare.  Nel  quartiere  delle  Orsoline  ci sono le forfecchie,  al
    Pantheon ci sono i millepiedi e nel Campo di Marte i girini.
    Il monello ha i suoi motti di spirito come Talleyrand;  non  meno
    cinico,  ma    pi  onesto.  E'  dotato  di  una  sua  giovialit
    imprevista, e sbalordisce il bottegaio con le sue folli risate. La
    sua gamma va dalla commedia alla farsa.
    Passa un funerale.  Tra quelli che accompagnano il morto,  c'  un
    medico.
    -  Toh!  -  esclama il monello.  - Da quando in qua i medici vanno
    essi stessi a consegnare il loro lavoro?
    Un altro monello si  trova  tra  la  folla.  Un  uomo  grave,  con
    occhiali e ciondoli, si volge indignato esclamando:
    - Mascalzone! come ti prendi libert con mia moglie?
    - Io, signore? frugatemi addosso - risponde il monello.

    3. E' PIACEVOLE.
    Di  sera,  grazie  ai  pochi soldi che riesce sempre a procurarsi,
    l'"homunculus", entra in un teatro. Varcando la magica soglia,  si
    trasfigura; da monello diventa birichino. I teatri sono una specie
    di navi rovesciate,  con la stiva in alto.  Ed  proprio in questa
    stiva che i birichini si ammucchiano.  Il birichino sta al monello
    come la falena sta alla larva: lo stesso individuo che ha preso il
    volo e si libra nell'aria.  Basta che sia l,  con la sua felicit
    raggiante,  con la sua potenza di entusiasmo e di gioia,  col  suo
    battimani  che  rassomiglia  a  un  battito d'ali,  e quella stiva
    stretta, fetida, buia, malsana,  schifosa,  abominevole diventa un
    paradiso.
    Date  a  una creatura l'inutile e toglietele il necessario,  e voi
    avrete il monello.
    Il monello non  privo di intuito letterario;  per,  e lo diciamo
    con rincrescimento,  la sua tendenza non ha gusto classico. Egli 
    per  natura  poco  accademico.  Cos,  per  dare  un  esempio,  la
    popolarit  della  signorina  Mars  in  quel  pubblico  di ragazzi
    chiassosi era  condita  da  una  punta  d'ironia.  Il  monello  la
    chiamava signorina "Mosca".
    Il monello schiamazza, canzona, schernisce, battaglia, porta cenci
    come  un  bambino  e  rappezzi  come  un  filosofo,   pesca  nelle
    chiaviche,   va  a  caccia  nelle  cloache,   estrae  la   gaiezza
    dall'immondezzaio,  sferza  col  suo  brio  la gente ai crocicchi,
    deride e morde,  fischia e canta,  acclama e d la  baia,  tempera
    l'alleluia  col  laralallal,  salmodia  tutti  i  ritmi  dal  "De
    profundis" alle canzonette,  trova  senza  cercare,  sa  quel  che
    ignora,  spartano fino al furto, pazzo fino alla saggezza, lirico
    fino  alla sozzura,  si accoccolerebbe sull'Olimpo;  si ravvoltola
    nel letamaio e ne esce coperto di stelle.  Il monello di Parigi  
    Rabelais in piccolo.
    Non    contento  dei  suoi  calzoni  se non hanno il taschino per
    l'orologio.
    Si meraviglia poco, si spaventa di meno, canzona le superstizioni,
    sgonfia le esagerazioni,  deride i misteri,  subsanna ai fantasmi,
    spoetizza    i    trampoli,    introduce   la   caricatura   anche
    nell'ingrandimento epico.  Non che sia  prosaico,  tutt'altro;  ma
    alla  visione  solenne  sostituisce  la  farsa fantasmagorica.  Se
    Adamastor gli apparisse, il monello gli direbbe: - Toh! l'orco!

    4. PUO' ESSERE UTILE.
    Parigi comincia col babbeo e finisce col monello:  due  specialit
    che non appartengono a nessuna altra citt; l'accettazione passiva
    che si contenta di guardare e l'iniziativa inesauribile; Prudhomme
    e Fouillou.  Parigi soltanto possiede questi tipi nella sua storia
    naturale. Tutta la monarchia  nel babbeo;  tutta l'anarchia  nel
    monello.
    Questo  pallido  figlio dei sobborghi parigini vive e si sviluppa,
    si forma e si "sforma" nella sofferenza,  testimone pensoso  delle
    realt sociali e delle cose umane. Lo si crede spensierato, ma non
    lo  .  Osserva,  pronto a ridere ma anche pronto a qualcos'altro.
    Chiunque voi siate e anche  se  vi  chiamate  Pregiudizio,  Abuso,
    Ignominia,   Oppressione,   Iniquit,   Dispotismo,   Ingiustizia,
    Fanatismo, Tirannide, guardatevi dal monello attonito.
    Il piccolo diventer grande.
    Di quale argilla  fatto?  di un fango qualunque.  Una  manata  di
    melma e un soffio,  ecco Adamo.  Basta che un Dio passi.  Un Dio 
    sempre passato su un monello. La fortuna lavora per questo piccolo
    essere.  Con questa parola fortuna noi intendiamo un po' il  caso.
    Quel  pigmeo  impastato  a  caso  nella  terra comune,  ignorante,
    volgare, analfabeta, attonito, triviale, sar un ionio o un beota?
    Aspettate, "currit rota", lo spirito di Parigi,  questo demone che
    crea  i figli del caso e gli uomini del destino,  al contrario del
    vasaio latino, trasforma una brocca in un'anfora.

    5. I SUOI LIMITI.
    Il monello ama la citt,  ma ama pure  la  solitudine,  perch  ha
    qualcosa del filosofo.  "Urbis amator" come Fusco,  "ruris amator"
    come Flacco.
    Vagare pensando,  vale a dire gironzolare senza far niente,    un
    buon  impiego del tempo per i filosofi,  particolarmente in quella
    specie di campagna un po' bastarda, piuttosto brutta ma bizzarra e
    composta di due diversi elementi,  che circonda certe grandi citt
    e  specialmente Parigi.  Osservare il suburbio  come osservare un
    anfibio.  Fine degli alberi e inizio delle case,  fine dell'erba e
    inizio del selciato, fine dei solchi e inizio delle botteghe, fine
    delle carraie e inizio delle passioni,  fine del mormorio divino e
    inizio del  rumore  umano;  perci,  un  interesse  straordinario;
    perci,  in  quei  luoghi  poco  attraenti e battezzati tristi dai
    passanti, le passeggiate apparentemente senza scopo del sognatore.
    Chi scrive ha girato per molto tempo nella periferia di Parigi,  e
    questa    per lui una sorgente di profondi ricordi.  L'attiravano
    quei prati rasi, quei sentieri sassosi, quella creta,  quell'aspra
    monotonia dei terreni incolti e dei maggesi,  certe primizie degli
    ortolani scorte d'un tratto in un fondo, quel misto di selvatico e
    di borghese,  quei vasti  angoli  deserti  dove  i  tamburi  delle
    guarnigioni  tengono la loro scuola rumorosa e fanno una specie di
    balbettio della battaglia,  quelle tebaidi di giorno che diventano
    covi  di  notte,  il  mulino  sgangherato  che  gira  al vento,  i
    macchinari delle cave,  le bettole  all'angolo  dei  cimiteri,  il
    misterioso  incanto  dei  grandi  muri  malinconici  che  tagliano
    immensi terreni incolti inondati dal sole e pieni di farfalle.
    Quasi nessuno conosce quei luoghi singolari come la  Glacire,  la
    Cunette,  lo  schifoso  muro  di  Grenelle  picchiettato di palle,
    Montparnasse,  la Fosse-aux-Loups,  gli Aubiers sull'argine  della
    Marna,  Montsouris, la Tombe-Issoire, la Pierre-Plate di Chatillon
    dove si trova una vecchia cava esaurita che serve soltanto  a  far
    spuntare  i  funghi  ed   chiusa a fior di terra da una botola di
    tavole fradice.  La campagna di Roma  una  cosa,  i  dintorni  di
    Parigi sono un'altra; vedere soltanto campi, case e alberi in quel
    che ci offre un orizzonte significa restare alla superficie; tutti
    gli  aspetti  delle  cose sono pensieri di Dio.  Il luogo dove una
    pianura si congiunge a una citt  sempre impregnato di una  certa
    insinuante malinconia. La natura e l'umanit vi parlano insieme, e
    vi appaiono le originalit locali.
    Chiunque  abbia  girato  come  noi in quelle solitudini attigue ai
    nostri sobborghi,  che potrebbero chiamarsi il  limbo  di  Parigi,
    avr  intravisto qua e l,  nel luogo pi deserto,  quando meno se
    l'aspettava,  dietro una magra siepe o dietro uno spigolo di  muro
    lugubre,  dei ragazzi in gruppo tumultuoso,  lividi, inzaccherati,
    polverosi,   cenciosi,   furiosi,   che  giocano   a   rimbalzello
    inghirlandati  di  fiordalisi.  Sono  tutti piccoli scappati dalle
    famiglie  povere.   Il  bastione  esterno    il   loro   ambiente
    respirabile;  il suburbio  loro propriet,  e ci stanno a giocare
    eternamente,  e ci cantano  ingenuamente  il  loro  repertorio  di
    canzoni oscene. Stanno l, o per meglio dire vivono l, lontani da
    ogni sguardo, alla dolce luce di maggio o di giugno, inginocchiati
    attorno  a  un  buco praticato nel terreno,  spingendo col pollice
    delle palline, disputandosi dei centesimi, irresponsabili, liberi,
    felici;  e  appena  vi  scorgono,   vi  ricordano  che  esercitano
    un'industria  e  che  devono  guadagnarsi  il pane,  e corrono per
    vendervi una vecchia calza di lana piena  di  scarabei  oppure  un
    mazzetto  di  lill.  L'incontro  di quegli strani fanciulli  una
    cosa incantevole e triste insieme nei dintorni di Parigi.
    Talvolta,  in quelle frotte di ragazzi ci sono anche delle bambine
    -  sono  le  sorelle?   -  quasi  adolescenti,   magre,  febbrili,
    abbronzate dal sole, il viso lentigginoso,  con spighe di segala e
    rosolacci  nei  capelli,  allegre,  selvatiche,  coi  piedi  nudi.
    Talvolta siedono in mezzo al grano a mangiar ciliege e la sera  si
    sentono ridere.  Quei gruppi illuminati dalla gran luce del giorno
    oppure intravisti nei crepuscoli interessano a lungo il pensatore,
    e queste tristi visioni si frammischiano al suo pensiero.
    Parigi centro,  il suburbio circonferenza: questa  tutta la terra
    per quei ragazzi. Non si avventurano mai oltre. Non possono uscire
    dall'atmosfera   parigina   come   i   pesci  non  possono  uscire
    dall'acqua. Per loro, a due leghe,  non c' pi nulla.  L finisce
    l'universo.

    6. UN PO' DI STORIA.
    Nell'epoca,  quasi contemporanea,  a cui si riferisce la storia di
    questo libro,  non si vedeva come oggi una  guardia  municipale  a
    ogni  angolo  di  strada  (beneficio  che  non    il  momento  di
    discutere),  e  i  ragazzi  vagabondi  abbondavano  a  Parigi.  Le
    statistiche danno una media di duecentosessanta fanciulli raccolti
    ogni  anno  dalle pattuglie di polizia nei terreni incolti,  nelle
    case in costruzione e sotto gli archi dei ponti. Uno di quei nidi,
    rimasto famoso,  produsse "le rondinelle del ponte d'Arcole".  Del
    resto,  questo    il pi disastroso dei sintomi sociali;  tutti i
    delitti dell'uomo hanno origine dal vagabondaggio dei ragazzi.
    Bisogna per  fare  un'eccezione  per  Parigi,  eccezione  giusta,
    nonostante  le  cose  che abbiamo ricordato.  Mentre in ogni altra
    grande citt un fanciullo vagabondo    un  uomo  perduto,  mentre
    quasi  dovunque  un  fanciullo  abbandonato a se stesso  in certo
    modo destinato a una specie di immersione fatale nei vizi pubblici
    che distruggono  in  lui  l'onest  e  la  coscienza,  il  monello
    parigino,   per   quanto   frusto  e  intaccato  alla  superficie,
    all'interno  ancora intatto.  E' magnifico costatare  -  sfolgora
    del   resto  nella  splendida  probit  delle  nostre  rivoluzioni
    popolari - che una certa incorruttibilit risulta dall'idea che  
    nell'aria  di Parigi,  come dal sale che  nell'acqua dell'oceano.
    Respirare l'aria di Parigi preserva l'anima.
    Quel che diciamo non toglie nulla a quella stretta  al  cuore  che
    proviamo  ogni qualvolta incontriamo uno di quei fanciulli intorno
    ai quali pare di vedere ondeggiare i fili della famiglia disfatta.
    Nell'attuale civilt,  ancora tanto incompleta,  non    una  cosa
    troppo anormale questo dissolversi delle famiglie, che si svuotano
    nell'ombra  senza sapere che ne sar dei loro figli e che lasciano
    cadere le loro viscere sulla pubblica via.  Di qui,  tanti  oscuri
    destini.  E  questo    quel  che  si  chiama  "essere gettati sul
    lastrico di Parigi" - dal momento che questa cosa triste  ha  dato
    origine a una locuzione.
    Notiamo  di sfuggita che la vecchia monarchia non scoraggiava tale
    abbandono di fanciulli.  Un po' d'Egitto e di Boemia  nelle  basse
    sfere faceva comodo a quelle alte ed era utile ai potenti.  L'odio
    contro l'istruzione dei figli del popolo era diventato  un  dogma;
    la  parola  d'ordine  era:  A  che  giova  una "mezza istruzione"?
    Orbene,  il fanciullo vagabondo    il  corollario  del  fanciullo
    ignorante.
    Per,  talvolta  la monarchia aveva bisogno dei fanciulli e allora
    rastrellava le strade.
    Sotto Luigi Quattordicesimo, per non risalire pi indietro,  il re
    voleva giustamente creare una flotta. L'idea era buona; ma vediamo
    il mezzo.  Non  possibile una flotta se accanto alla nave a vela,
    che  in balia dei venti, non c' la nave che va dove vuole, sia a
    remi che a motore.  Le galere erano allora per la marina quel  che
    sono  oggi  i  rimorchiatori.  Era  dunque  necessario avere delle
    galere.  Ma  la  galera  non  si  muove  senza  galeotti;   dunque
    occorrevano i galeotti. Per averne, Colbert faceva condannare alla
    galera  quanta  pi gente poteva,  dagli intendenti di provincia e
    dai parlamenti;  e  la  magistratura  vi  si  prestava  con  molta
    compiacenza. Se un uomo teneva il cappello in testa mentre passava
    una  processione,  lo  mandavano  in  galera  perch  mostrava  un
    atteggiamento ugonotto;  se trovavano un fanciullo per strada,  di
    quindici anni e senza casa,  lo mandavano alle galere. Gran regno!
    gran secolo!
    Sotto Luigi Quindicesimo,  i fanciulli  sparivano  da  Parigi;  la
    polizia  li acciuffava,  e non si sapeva per quale uso misterioso.
    La gente faceva mostruose congetture sui bagni  purpurei  del  re.
    Barbier parlava ingenuamente di queste cose. Talvolta accadeva che
    gli  ufficiali  di  polizia,  non  trovando fanciulli abbandonati,
    afferravano  quelli  che  avevano  i  genitori.   Allora  i  padri
    disperati   saltavano   addosso   agli  ufficiali.   In  tal  caso
    interveniva il parlamento e faceva impiccare, chi?  gli ufficiali?
    no, i padri.

    7. IL MONELLO AVREBBE IL SUO POSTO TRA LE CASTE INDIANE.
    La  monelleria  parigina  forma quasi una casta a s.  Si potrebbe
    dire che non ci appartiene chi vuole.
    La parola "gamin" (monello) fu stampata la prima volta e pass dal
    linguaggio popolare a quello letterario  nel  1834;  fece  la  sua
    prima  apparizione  in un opuscolo intitolato "Claudio Gueux".  Lo
    scandalo fu enorme, ma la parola  passata.
    Molteplici sono gli  elementi  che  determinano  l'importanza  dei
    monelli  tra  loro.  Abbiamo conosciuto e praticato un monello che
    era molto rispettato e ammirato perch aveva visto cadere un  uomo
    dall'alto delle torri di Notre-Dame;  un altro perch era riuscito
    a  entrare  in  un   cortile   interno,   dove   avevano   deposto
    momentaneamente le statue della cupola degli Invalidi,  e a rubare
    un po' di piombo; un terzo perch aveva visto una diligenza che si
    rovesciava;  un altro finalmente perch "conosceva" un soldato che
    aveva quasi crepato un occhio a un borghese.
    Questo  spiega  l'esclamazione  d'un  monello  parigino,  che  un
    profondo epifonema di cui il volgo ride  senza  capirlo:  -  "Dio!
    quanto sono sfortunato!  non ho visto ancora cadere qualcuno da un
    quinto piano!".
    Certo,  un bel motto, contadinesco questo: - Pap,  vostra moglie
     morta della sua malattia. Perch non avete chiamato il medico? -
    Che volete,  signore,  noialtri poveretti MORIAMO DA NOI STESSI. -
    Ma se tutta l'indifferenza beffarda  del  contadino    in  questa
    frase,   tutta   l'anarchia  libera  pensatrice  del  monello  dei
    sobborghi  certamente  in  quest'altra.  Un  condannato  a  morte
    ascolta  il suo confessore,  sulla carretta.  Un monello di Parigi
    protesta: - Parla col suo prete! che cappone!
    Una certa audacia in materia religiosa d importanza  al  monello.
    E' importante essere uno "spirito forte".
    L'assistere  alle  esecuzioni  capitali  costituisce  per  essi un
    dovere. L'un l'altro,  ridendo,  si indicano la ghigliottina,  che
    chiamano  con  ogni  specie  di  nomignoli:  -  Fine  della zuppa,
    Brontolona, - la Mamma in cielo, - l'ultimo boccone, eccetera. Per
    non perdere nulla dello spettacolo, scalano i muri,  si issano sui
    balconi,  salgono  sugli  alberi,  si  appendono  ai cancelli,  si
    aggrappano ai camini.  Il monello nasce aggiustatetti  come  nasce
    marinaio.  Un tetto non gli fa pi paura di un albero maestro. Non
    c' festa che valga quella della piazza di Grve. Sanson e l'abate
    Monts  sono  nomi  veramente  popolari.  Schiamazzano  dietro  il
    condannato per incoraggiarlo;  e talvolta lo ammirano.  Lacenaire,
    quando   era   monello,    vedendo   l'orribile   Dautun    morire
    coraggiosamente,  disse questa frase che contiene un avvenire: "Ne
    ero geloso!".  I monelli  non  conoscono  Voltaire,  ma  conoscono
    Papavoine.  Uniscono nella stessa leggenda i condannati politici e
    gli   assassini.   Si   ricordano   per   tradizione   dell'ultimo
    abbigliamento  di  ognuno;  sanno che Tolleron portava un berretto
    duro da  fuochista,  Avril  un  berretto  di  lontra,  Loutrel  un
    berretto duro,  sanno che il vecchio Delaporte era calvo e a testa
    scoperta,  che Castaing era roseo e assai bello,  che Bories aveva
    una  barbetta  romantica,  che  Jean  Martin  aveva  conservato le
    bretelle,  che  Lecouff  e  sua  madre  litigavano  tra  loro.  -
    Smettetela di litigare per il paniere!  disse un monello. Un altro
    monello,  troppo piccolo tra la folla per vedere passare Debacker,
    scorge  un  lampione  e  vi  si arrampica.  Un gendarme l accanto
    aggrotta le ciglia. Lasciatemi salire, signor gendarme,  - dice il
    monello.  E  per commuovere l'autorit,  aggiunge: - Non cadr!  -
    M'importa poco se cadi! risponde il gendarme.
    Nel clan dei monelli conta molto un  accidente  memorabile.  Si  
    tenuti   nella   massima   considerazione  se  capita  di  ferirsi
    profondamente "fino all'osso".
    Il pugno non  un mediocre elemento di rispetto.  Una cosa che  il
    monello  dice pi volentieri  questa: - "Sono fortissimo,  sai!".
    Essere  mancino    una  cosa  invidiabile;   essere  strabico   
    apprezzabile.

    8. UNA FACEZIA DELL'ULTIMO RE.
    D'estate,  il monello si trasforma in rana.  Al tramonto del sole,
    quando comincia a cadere la sera,  presso i ponti di Austerlitz  e
    di  Iena,  dall'alto  delle  zattere dei carboni e dei battelli da
    lavandaie,  si precipita a testa in gi nella Senna con  tutte  le
    possibili  infrazioni  alle  leggi  del  pudore  e  della polizia.
    Intanto le guardie vigilano,  e ne risulta  una  situazione  assai
    drammatica,  che  ha  dato luogo a un grido fraterno e memorabile.
    Questo grido fu celebre verso il 1830 ed  un avviso strategico da
    monello a monello,  scandito come un verso omerico,  con  un  tono
    musicale  quasi  inesprimibile  come  la  melopea  eleusiaca delle
    Panatenee, e in cui si ritrova l'antico Evo.  Eccolo: Oh,  Titi,
    ohee!  c'  lo sbirro,  prenditi i cenci e vattene!  passa per la
    fogna!".
    Talvolta questo  moscerino,  come  si  qualifica  lui  stesso,  sa
    leggere;  talvolta sa anche scrivere, ma sa sempre impiastricciare
    qualcosa.  Per non so quale  mutuo  insegnamento,  egli  riesce  a
    procurarsi  tutti  i mezzi che possono essere di pubblica utilit.
    Dal  1815  al  1830  imitava  il  tacchino;   dal  1830  al   1848
    scarabocchiava  una  pera  sui  muri.  Una  sera  d'estate,  Luigi
    Filippo, mentre rientrava a piedi, scorse un monello, non pi alto
    di un granello di pepe che sudava e si rizzava per  tracciare  col
    carbone una gigantesca pera sopra uno dei pilastri del cancello di
    Neuilly;  il  re,  con  quella  bonomia che gli derivava da Enrico
    Quarto, aiut il monello, fin la pera e dette un luigi al monello
    dicendogli: - "Anche qui sopra c' la pera!".  Il monello  ama  il
    chiasso,  gli piace un certo clima violento.  Esecra i curati,  ma
    per quanto grande sia il suo  volterianesimo,  se  gli  capita  di
    dover  fare il chierichetto lo fa,  e serve decentemente la messa.
    Ci sono due cose di cui  il Tantalo e che desidera  sempre  senza
    ottenerle mai: rovesciare il governo e farsi ricucire i calzoni.
    Il  monello  perfetto  conosce  tutte  le  guardie  di Parigi e sa
    sempre, se ne incontra qualcuna, applicare il nome alla figura. Li
    enumera sulla punta delle dita, studia i loro costumi,  conosce di
    ognuno le note speciali.  Legge nell'anima del poliziotto. Vi dir
    senza esitare: - Il  tale    "traditore";  quell'altro    "assai
    cattivo";  quell'altro    "grande";  quell'altro   "ridicolo" (e
    tutte  queste  parole  hanno  sulla  sua  bocca   un   significato
    particolare);  questo  qui  crede  che  il  Ponte  Nuovo sia suo e
    "impedisce alla gente" di passeggiare sul  parapetto;  quell'altro
    ha la mania di "tirar le orecchie" eccetera eccetera.

    9. LA VECCHIA ANIMA DELLA GALLIA.
    C'era qualcosa di questi monelli in Poquelin,  figlio dei Mercati,
    e in Beaumarchais.  La monelleria  una  sfumatura  dello  spirito
    gallico.  Mista  al buon senso,  gli d forza come fa l'alcool col
    vino; talvolta invece  un difetto. Omero si ripete, sia pure;  si
    potrebbe dire che Voltaire monelleggia.  Camillo Desmoulins veniva
    dal suburbio; Championnet, che derideva i miracoli, era uscito dal
    lastrico di Parigi e,  da piccolo,  aveva orinato sotto l'atrio di
    san Giovanni di Beauvais e di santo Stefano del Monte.
    Il monello di Parigi  rispettoso,  ironico e insolente; ha brutti
    denti perch si nutre male, e il suo stomaco soffre; ha per begli
    occhi perch  spiritoso.  Davanti a Jahv,  salterebbe su un  sol
    piede  i  gradini  del  paradiso.   E'  forte  a  dar  calci.   E'
    suscettibile di qualsiasi sviluppo.  Gioca  nel  rigagnolo  ma  si
    rialza  se  si  tratta di una sommossa.  E' sfrontato davanti alla
    mitraglia;  era un ragazzaccio e diventa un eroe;  come il piccolo
    tebano, scuote la pelle di leone; il tamburino Bara era un monello
    di  Parigi;  grida: Avanti!  come il cavallo della Scrittura dice:
    Va'! - e in un attimo il marmocchio diventa un gigante.
    Questo figlio del fango  anche il figlio dell'ideale. Provatevi a
    misurare l'apertura delle ali che va da Molire a Bara.
    Insomma, il monello  una creatura che si diverte perch infelice.

    10. ECCE PARIGI, ECCE HOMO.
    Riassumendo,  il monello di  Parigi  ai  nostri  giorni,  come  il
    greculo di Roma,  il popolo fanciullo che ha sulla fronte la ruga
    del vecchio mondo.
    Il  monello    per  la  nazione  una  grazia e una malattia.  Una
    malattia che si deve guarire. Come? Con l'istruzione.
    L'istruzione risana. L'istruzione illumina.
    Tutte le generose irradiazioni sociali provengono  dalla  scienza,
    dalle  lettere,   dalle  arti,  dall'insegnamento.  Formate  degli
    uomini,  formate degli uomini!  Illuminateli e  vi  riscalderanno.
    Presto  o  tardi  la  bella  questione dell'istruzione popolare si
    presenter con l'irresistibile autorit della verit  assoluta;  e
    allora  i  governanti  dovranno  scegliere: i ragazzi francesi o i
    monelli parigini; le fiamme nella luce oppure i fuochi fatui nelle
    tenebre.
    Il monello esprime Parigi, e Parigi esprime il mondo.
    Perch Parigi  un tutto, una somma.  Parigi  la volta del genere
    umano.  Tutta  questa meravigliosa citt  una sintesi dei costumi
    passati e dei presenti.  Chi vede Parigi crede di vedere il  fondo
    di  tutta  la  storia,  con  lembi  di cielo e costellazioni negli
    interstizi. Parigi possiede un Campidoglio, il palazzo municipale,
    un Partenone, Notre-Dame;  un Aventino,  il sobborgo sant'Antonio;
    un Asinarium, la Sorbona; un Pantheon, una via Sacra, il boulevard
    degli Italiani,  una Torre dei venti,  la pubblica opinione,  e al
    posto delle Gemonie  ha  il  ridicolo.  Tutto  quello  che  esiste
    altrove  si  ritrova anche a Parigi.  La pescivendola di Dumarsais
    pu replicare all'erbivendola di  Euripide,  il  discobolo  Veiano
    rivive nel funambolo Furioso,  il milite Terapontigono prenderebbe
    a braccetto il granatiere Vedeboncoeur,  il  rigattiere  Damasippo
    sarebbe  felice  di  trovarsi  tra  i  venditori di cianfrusaglie,
    Vincennes  imprigionerebbe  Socrate  come  l'Agora  rinchiuderebbe
    Diderot,  Grimod  de  la  Reynire  ha  scoperto  la bistecca come
    Curtillo invent il riccio arrostito, eccetera eccetera.
    Che cosa non ha Parigi?  Il catino di Trofonio non contiene  nulla
    che  non  si  trovi  nel  tino  di  Mesmer;  Ergofila risuscita in
    Cagliostro;  il cimitero di san  Medardo  ha  dei  miracoli  buoni
    quanto quelli della moschea di Damasco.
    Parigi ha un Esopo, Mayeux, e una Canidia, la signorina Lenormand.
    Si  spaventa,  come  Delfo,  davanti alle sfolgoranti realt della
    visione;  fa muovere i tavolini come Dodonia i tripodi;  mette una
    donnina sul trono come Roma ci metteva le cortigiane, eccetera.
    A  parte  questo,  Parigi   come un buon figliolo.  Accetta tutto
    regalmente;  non fa la schifiltosa nei riguardi di Venere;  la sua
    Callipigia   ottentotta;  purch rida,  perdona;  la bruttezza la
    rallegra ma la deformit la fa ridere,  e  il  vizio  la  distrae.
    Siate un originale e potrete essere un furfante...
    Parigi    sinonimo  di  cosmo.  Parigi    Atene,  Roma,  Sibari,
    Gerusalemme. Tutte le civilt e tutte le barbarie pi pure vi sono
    sintetizzate. Se non avesse una ghigliottina se ne dorrebbe.
    Un po' di piazza Grve  buono.  Che  cosa  sarebbe  quella  festa
    eterna   senza  un  simile  condimento?   Le  nostre  leggi  hanno
    saggiamente provveduto e,  grazie ad  esse,  la  mannaia  cala  su
    questo marted grasso.

    11. BEFFARE, REGNARE.
    Parigi non ha limite. Nessuna citt ha dominato cos come lei, che
    deride  quelli  che  soggioga.  "Piacervi,  o ateniesi!" esclamava
    Alessandro. Parigi fa pi che la legge, fa la moda;  fa pi che la
    moda,  fa  l'abitudine.  Pu essere stupida,  se vuole;  e qualche
    volta si permette questo lusso;  ma allora il mondo  stupido  con
    lei.  Poi Parigi si risveglia,  si stropiccia gli occhi,  esclama:
    Che stupida!  e scoppia a ridere sotto il naso del  genere  umano.
    Che  meravigliosa  citt!  E'  strano  che  si  trovino  in  buona
    compagnia il grandioso e il burlesco,  che tutta quella maest non
    sia  disturbata  da  tutta  quella parodia,  e che la stessa bocca
    possa soffiare oggi nella tromba del giudizio universale e  domani
    in uno zufolo campestre.  Parigi ha una giovialit sovrana. La sua
    allegrezza  una folgore e il suo  scherzo  uno  scettro.  Il  suo
    uragano  esce talvolta da una smorfia;  le sue esplosioni,  le sue
    giornate epiche, i suoi capolavori, i suoi prodigi,  le sue epopee
    vanno fino in capo al mondo,  come pure i suoi spropositi.  Il suo
    riso  una bocca di vulcano che inonda  tutta  la  terra.  I  suoi
    lazzi sono faville. Impone ai popoli le sue caricature come i suoi
    ideali;  i pi alti monumenti della civilt umana accettano le sue
    ironie e prestano la loro eternit  alle  sue  ragazzate.  Essa  
    superba;  ha  un  prodigioso  14  luglio  che libera il mondo;  fa
    prestare il giuramento del Gioco della Palla a tutte  le  nazioni;
    la  sua  notte  del  4  agosto  dissolve  in tre ore mille anni di
    feudalesimo;  la sua  logica  diventa  il  muscolo  della  volont
    unanime;  si  moltiplica sotto tutte le forme del sublime;  inonda
    della  sua  luce  Washington,  Bolivar,  Botzaris,  Manin,  Lopez,
    Garibaldi; si trova dovunque spunta l'avvenire: nel 1779 a Boston,
    nel 1820 a Leon,  nel 1848 a Pest, nel 1860 a Palermo; sussurra la
    parola  d'ordine  "Libert"   all'orecchio   degli   abolizionisti
    americani   convenuti   sul   traghetto   di  Harper's  Ferry,   e
    all'orecchio dei patrioti  di  Ancona  radunati  nell'ombra  degli
    Archi, davanti all'albergo Gozzi, in riva al mare...
    Questa  Parigi.  I fumi dei suoi tetti sono le idee del mondo. E'
    un mucchio di fango e di pietre, se volete,  ma soprattutto,   un
    essere morale. E' pi che grande, immensa. Perch? perch osa.
    Osare: ecco il prezzo del progresso.
    Tutte  le  sublimi conquiste sono pi o meno premio all'ardimento.
    Perch  esista  la  Rivoluzione  non  basta  che  Montesquieu   la
    presenti, che Diderot la predichi, che Beaumarchais l'annunci, che
    Condorcet  la  calcoli,  che  Arouet  la prepari,  che Rousseau la
    premediti;  necessario che Danton osi affrontarla.
    Il grido "Audacia!"  un  "fiat  lux!".  Perch  il  genere  umano
    progredisca    necessario  che  alla sommit ci siano delle forti
    lezioni di coraggio.  Gli atti temerari sbalordiscono la storia  e
    sono una delle grandi luci dell'uomo.  Anche l'aurora osa,  quando
    si leva. Tentare, sfidare, persistere, perseverare,  essere fedele
    a  se  stesso,  affrontare  a  viso aperto il destino,  stupire la
    catastrofe con la poca paura che ci fa,  ora affrontare la potenza
    ingiusta  ora  insultare la vittoria ubriaca,  tener saldo,  tener
    testa: ecco l'esempio di cui hanno bisogno i popoli,  ecco la luce
    che  li elettrizza.  Lo stesso formidabile lampo va dalla fiaccola
    di Prometeo alla pipa di Cambronne.

    12. L'AVVENIRE LATENTE NEL POPOLO.
    Il popolo  parigino,  anche  quando  diventa  uomo,  resta  sempre
    monello;  descrivere  il  fanciullo   lo stesso che descrivere la
    citt;  e perci noi abbiamo studiato quest'aquila nel suo  audace
    aquilotto.
    La  razza parigina si rivela soprattutto nei sobborghi;  l c' il
    puro sangue;  l c' la vera fisionomia;  l il  popolo  lavora  e
    soffre,  e la sofferenza e il lavoro sono i due aspetti dell'uomo.
    L vivono innumerevoli esseri ignoti,  da cui germogliano  i  tipi
    pi strani,  dallo scaricatore al segatore.  "Fex urbis",  esclama
    Cicerone: plebe,  folla,  popolaccio.  Si fa presto a dire  simili
    parole.  Sia pure!  ma che importa?  che fa se vanno a piedi nudi?
    Non sanno leggere;  peggio per  loro!  Vorreste  abbandonarli  per
    questo?  far  della  loro  sventura  una maledizione?  Ia luce non
    potrebbe penetrare in quelle  masse?  Torniamo  al  nostro  grido:
    Luce!   luce!  Chi  sa  se  quei  corpi  opachi  non  diventeranno
    trasparenti!  le rivoluzioni non sono forse delle trasfigurazioni?
    Filosofi,  andate,  insegnate,  illuminate,  accendete, pensate ad
    alta voce,  parlate forte,  correte  allegramente  al  gran  sole,
    fraternizzate  con  le  pubbliche  piazze,   annunciate  la  buona
    novella,  insegnate l'alfabeto,  proclamate i diritti,  cantate la
    Marsigliese,  diffondete  l'entusiasmo,  strappate rami verdi alle
    querce. Fate dell'idea un turbine. Sappiamo servirci di quel vasto
    braciere di principi e di virt,  che  in  certe  ore  scoppietta,
    sfavilla  e  freme.  Quei  piedi nudi,  quelle braccia nude;  quei
    cenci, quell'ignoranza,  quelle abiezioni,  quelle tenebre possono
    essere impiegate per la conquista dell'ideale. Guardate nel popolo
    e  scorgerete  la  verit.  Quella  vile  sabbia  che  calpestate,
    gettatela nella fornace,  fatela fondere e diventer uno splendido
    cristallo col quale Galileo e Newton scopriranno le stelle.

    13. IL PICCOLO GAVROCHE.
    Circa  otto  o  nove  anni  prima  degli  avvenimenti  che abbiamo
    raccontato nella seconda parte di questa storia, sul boulevard del
    Tempio oppure nei dintorni di Chteau-d'Eau si notava  un  ragazzo
    di   undici  o  dodici  anni,   il  quale  avrebbe  incarnato  con
    sufficiente   esattezza   il   tipo    del    monello    abbozzato
    precedentemente, se al riso proprio della sua et non avesse unito
    un  cuore  assolutamente  triste  e vuoto.  Quel ragazzo indossava
    bens un paio di pantaloni da uomo,  ma non erano di suo padre,  e
    aveva  una  camicetta  donnesca  che  non apparteneva a sua madre.
    Persone estranee l'avevano vestito di  cenci  per  carit.  Eppure
    aveva  un padre e una madre;  ma suo padre non pensava a lui e sua
    madre non lo amava. Era uno di quei ragazzi che meritano pi piet
    di tutti quelli che, pur avendo padre e madre, sono tuttavia degli
    orfanelli.
    Il ragazzo non si sentiva mai tanto bene come quando  stava  nella
    strada. Il selciato gli era meno duro del cuore di sua madre.
    I suoi genitori l'avevano gettato sulla strada con una pedata.  Ed
    egli aveva  preso  subito  il  volo.  Era  un  ragazzo  chiassoso,
    pallido, svelto, sveglio, beffardo, dall'aria vivace e malaticcia.
    Andava, veniva, cantava, giocava, frugava nei rigagnoli, rubava un
    poco ma allegramente come i gatti e i passeri, rideva quando lo si
    chiamava   galoppino,   e  andava  in  collera  se  lo  chiamavano
    mascalzone. Non aveva n casa, n pane, n fuoco, n amore; ma era
    allegro perch libero.
    Quando questi poveri esseri  diventano  uomini,  quasi  sempre  il
    rullo  dell'ordine  sociale li incontra e li schiaccia;  ma finch
    restano fanciulli sfuggono perch piccini,  e il  minimo  buco  li
    salva.
    Eppure, per quanto abbandonato, quel ragazzo poteva dire talvolta,
    ogni  due  o  tre mesi: - Toh,  vado a trovare la mamma!  E allora
    abbandonava il  boulevard,  il  Circo  e  la  Porta  Saint-Martin,
    scendeva verso il fiume, passava i ponti, raggiungeva i sobborghi,
    arrivava alla Salptrire e si fermava.  Dove? Precisamente a quel
    doppio numero 50-52 che il lettore gi sa, alla topaia Gorbeau.
    A quell'epoca la catapecchia 50-52,  abitualmente deserta e sempre
    col  cartello  "Affittasi",  era,  cosa  rara,  abitata  da  molti
    individui che del resto, come sempre accade a Parigi,  non avevano
    alcun   rapporto   tra  loro.   Appartenevano  tutti  alla  classe
    indigente, che comincia dall'ultimo piccolo borghese in strettezze
    e si prolunga di miseria in miseria nei bassifondi  della  societ
    fino  a  quei  due  esseri  ai  quali vanno a finire tutte le cose
    materiali della civilt: lo spazzino e il stracciarolo.
    La "principale inquilina" ai tempi di Giovanni Valjean  era  morta
    ed era stata sostituita da un'altra simile.  Non so quale filosofo
    ha detto che le vecchie non mancano mai.
    Questa nuova vecchia si chiamava  Burgon  e  non  aveva  altro  di
    notevole  nella  sua  vita  che una dinastia di tre pappagalli che
    avevano regnato sul suo cuore.
    I pi miserabili tra gli inquilini di quella topaia erano  quattro
    componenti  di  una  famiglia:  padre,  madre,  e  due  figlie gi
    abbastanza grandi, tutti e quattro in una sola stamberga.
    A prima vista, quella famiglia non offriva nulla di particolare al
    di fuori della sua estrema miseria. Il padre,  prendendo a pigione
    la casa,  aveva detto di chiamarsi Jondrette, e appena messo piede
    in quella casa aveva detto alla donna  che,  come  la  precedente,
    faceva  da  portinaia  e spazzava le scale: - Buona donna,  se per
    caso qualcuno chiedesse di un polacco,  di un italiano o anche  di
    uno spagnolo, sono io.
    Questa  era  la  famiglia  dell'allegro  monello.  Egli arrivava e
    trovava la povert, la miseria,  e,  ci che  pi triste,  nessun
    sorriso;  il freddo nel focolare e nei cuori.  Quando entrava, gli
    chiedevano: - Da dove vieni?  - Rispondeva: - Dalla strada!  - Sua
    madre gli chiedeva: - Che vieni a fare qui?
    Questo  ragazzo  viveva  senza affetti come certe pallide erbe che
    nascono nelle cantine.  Non ne soffriva e non se la  prendeva  con
    nessuno perch non sapeva che cosa dovessero essere un padre o una
    madre. D'altronde la madre amava le sue sorelle.
    Abbiamo  dimenticato  di  dire  che  quel  piccolo  ragazzo veniva
    chiamato Gavroche.  Perch  si  chiamava  Gavroche?  Probabilmente
    perch suo padre si chiamava Jondrette.
    Spezzare  il  filo  pare  che  sia  l'istinto  di  certe  famiglie
    miserabili.  La casa occupata dai Jondrette era l'ultima in  fondo
    al  corridoio.  Quella  accanto  era occupata da un giovane che si
    chiamava Mario.
    Diciamo adesso chi era Mario.










    Libro 2.
    IL GRAN BORGHESE.


    1. NOVANT'ANNI E TRENTADUE DENTI.
    In via Boucherat,  in via Normandia e in  via  Saintonge  ci  sono
    ancora dei vecchi che ricordano un buon uomo chiamato Gillenormand
    e ne parlano con piacere. Questo buon uomo era vecchio quando essi
    erano  giovani.  Per  quelli  che guardano quel vago formicolo di
    ombre che si  chiama  il  passato,  quella  figura  non    ancora
    scomparsa  completamente dal labirinto delle vie vicine al Tempio,
    alle quali,  sotto Luigi Quattordicesimo,  furono dati i  nomi  di
    tutte le province francesi,  cos come ai giorni nostri sono stati
    dati i nomi di tutte le capitali europee alle vie del nuovo  rione
    Tivoli: segno,  inutile dirlo, di progresso.
    Gillenormand,  ancora  vivo  nel  1831,  era  uno di quegli uomini
    divenuti curiosi a vedersi solo perch hanno  vissuto  a  lungo  e
    sembrano strani perch una volta rassomigliavano a tutti e ora non
    somigliano  pi a nessuno.  Era un vecchio speciale e veramente un
    uomo d'altri tempi,  il vero borghese completo e un po' altero del
    settecento,  che  portava  la sua buona e vecchia origine borghese
    con lo stesso sussiego  con  cui  i  marchesi  portavano  il  loro
    marchesato.  Aveva oltrepassato i novant'anni,  camminava diritto,
    parlava a voce alta, vedeva bene, beveva forte, mangiava,  dormiva
    e  russava.  Aveva  tutti  i  suoi  trentadue  denti.  Metteva gli
    occhiali soltanto per leggere. Era un tipo galante,  ma diceva che
    da  una  decina  d'anni aveva completamente rinunciato alle donne.
    Diceva di non poter pi piacere; e aggiungeva non gi: Sono troppo
    vecchio!  ma:  Sono  troppo  povero!   Diceva:  Se  non  mi  fossi
    rovinato...!  Infatti  aveva  una  rendita  di  soli  quindicimila
    franchi.  Il suo sogno  era  un'eredit  e  centomila  franchi  di
    rendita per mantenere delle megere.  Come si vede, non apparteneva
    a quella razza malaticcia di ottuagenari che, come Voltaire,  sono
    stati  dei  moribondi  per  tutta la loro vita.  La sua non era la
    longevit del vaso incrinato, anzi egli era stato sempre sano.  Di
    carattere superficiale, impetuoso, facile all'ira, s'infuriava per
    un  nonnulla  e  delle  volte  a torto.  Quando lo contraddicevano
    alzava il bastone e percuoteva,  come si usava  nel  gran  secolo.
    Aveva  una  figlia di oltre cinquant'anni,  nubile,  che picchiava
    quando era in collera e che avrebbe volentieri staffilato; ai suoi
    occhi la figlia aveva sempre  otto  anni.  Schiaffeggiava  i  suoi
    servi,  dicendo: Carogna! Una delle sue bestemmie era questa: "Per
    la pantofolaccia di tutte le pantofolacce!".  Aveva dei momenti di
    calma  singolari:  si  faceva  radere  ogni  giorno da un barbiere
    pazzo,  che a causa della moglie  che  era  bella  e  civetta,  lo
    detestava perch geloso di lui. Gillenormand ammirava in ogni cosa
    il  proprio  discernimento e si dichiarava molto sagace.  Ecco uno
    dei suoi motti: "Ho un certo intuito; sono capace di dire,  se una
    pulce  mi  morde,  da  quale  donna essa proviene".  Le parole che
    diceva pi frequentemente erano: "uomo sensibile" e "natura". Per
    a quest'ultima parola non dava  il  gran  significato  che  le  ha
    attribuito la nostra epoca,  ma la faceva entrare a modo suo nelle
    piccole satire di salotto. Perch la civilt abbia un po' di tutto
    - diceva - la natura  le  d  persino  dei  campioni  di  barbarie
    divertente.  L'Europa  possiede  in  formato  piccolo dei campioni
    dell'Asia e dell'Africa.  Il gatto   una  tigre  da  salotto,  la
    lucertola  un coccodrillo tascabile. Le ballerine dell'Opera sono
    selvagge  bianche  che non mangiano gli uomini ma li sgranocchiano
    oppure,  come maghe,  li mutano  in  ostriche  e  li  ingoiano.  I
    cannibali lasciano le ossa,  ed esse lasciano i gusci. Questi sono
    i  nostri  costumi;   noi  non  divoriamo  ma   rosicchiamo,   non
    sterminiamo ma graffiamo.

    2. A TALE PADRONE TALE CASA.
    Abitava al Marais,  in via Figlie della carit,  numero 6,  in una
    casa di  sua  propriet.  Questa  casa    stata  demolita  e  poi
    riedificata,  e probabilmente ha cambiato numero nelle rivoluzioni
    delle numerazioni che subiscono le strade  parigine.  Occupava  un
    vecchio  e  vasto  appartamento al primo piano,  tra la strada e i
    giardini,  con le pareti coperte fino al soffitto da grandi arazzi
    di Gobelins e di Beauvais raffiguranti scene pastorali.  I disegni
    del soffitto e  dei  riquadri  erano  ripetuti  in  piccolo  sulle
    poltrone.  Il  suo  letto  era  circondato  da  un vasto paravento
    laccato;  alle finestre  pendevano  ampie  e  lunghe  tendine  che
    formavano  grandi  pieghe  assai  magnifiche.  Il giardino situato
    immediatamente sotto le  finestre  si  congiungeva  alla  finestra
    d'angolo mediante una scalinata da dodici a quindici gradini,  per
    i quali il vecchio scendeva e saliva  con  sveltezza.  Oltre  alla
    biblioteca  attigua  alla  camera da letto,  aveva un salottino al
    quale teneva molto,  assai civettuolo e rivestito d'una bellissima
    tappezzeria, tutta a gigli e fiori, lavorata sulle galere di Luigi
    Quattordicesimo,  su  ordinazione  di  Vivonne  per la sua amante.
    Gillenormand l'aveva ereditata da una severissima prozia  materna,
    morta centenaria.  Aveva avuto due mogli.  Le sue maniere erano un
    "quid medium" tra quelle del  cortigiano,  che  lui  non  era  mai
    stato,  e  quelle del magistrato,  che avrebbe potuto essere.  Era
    allegro e sapeva essere lepido  quando  voleva.  In  giovent  era
    stato  uno di quegli uomini che sono sempre ingannati dalla moglie
    e mai dall'amante, perch sono in pari tempo i pi noiosi mariti e
    i pi piacevoli amanti.  S'intendeva di pittura e aveva in  camera
    un  meraviglioso  ritratto d'ignoto,  fatto da Jordaens,  eseguito
    magistralmente,  insieme a una miriade di cianfrusaglie messe cos
    alla rinfusa e come per caso.  L'abbigliamento di Gillenormand non
    apparteneva n al tempo di Luigi Quindicesimo n a quello di Luigi
    Sedicesimo;  era il costume degli uomini  del  Direttorio,  perch
    sino  a quell'epoca s'era creduto giovane e aveva seguito la moda.
    Il suo abito era di stoffa leggera di lana, con larghe mostre,  le
    falde  a  coda  di  rondine  e grossi bottoni di acciaio;  portava
    calzoni corti e scarpe con  fibbie.  Teneva  sempre  le  mani  nei
    taschini  del  panciotto  e  diceva con gravit: - "La rivoluzione
    francese  un ammasso di mascalzoni".

    3. LUCA SPIRITO.
    A sedici anni,  una sera all'Opera,  aveva avuto l'onore di essere
    preso di mira da due bellezze allora gi mature e celebri, cantate
    da  Voltaire: la Camargo e la Sall.  Preso tra due fuochi,  aveva
    fatto una eroica ritirata verso una piccola  ballerina,  sedicenne
    come  lui,  la  Nahenry,  sconosciuta  come un gatto e di cui egli
    s'era innamorato.  Abbondava di ricordi.  Diceva: - Come era bella
    la Guimard-Guimardini-Guimardinella, quando la vidi l'ultima volta
    a Longchamp!  - Nella adolescenza aveva portato una veste di Nain-
    Londrin,  della quale parlava volentieri e con  trasporto.  -  Ero
    vestito, diceva, come un turco del Levante levantino. - La signora
    Boufflers  avendolo  visto a caso quando aveva vent'anni,  l'aveva
    qualificato "un pazzo graziosissimo".  Si scandalizzava di tutti i
    nomi  che  figuravano  nella  politica o al governo,  e li trovava
    bassi e plebei;  si sbellicava dal ridere leggendo i giornali  che
    chiamava "gazzette" o "fogli d'informazione".
    Chiamava  tutte le cose col loro nome,  anche se indecente,  e non
    aveva  scrupoli  neppure  davanti   alle   donne;   diceva   delle
    trivialit, delle oscenit e delle porcherie con aria tranquilla e
    quasi  candida  che  talvolta  riusciva  elegante.  Era  questa la
    maniera confidenziale del suo  secolo.  Sar  bene  osservare  che
    l'epoca  della  perifrasi  in  versi    stata anche l'epoca delle
    trivialit in prosa.
    Suo padrino aveva predetto che sarebbe stato un genio e gli  aveva
    affibbiato questi due nomi significativi: Luca Spirito.

    4. ASPIRANTE CENTENARIO.
    Nell'infanzia aveva avuto vari premi nel collegio di Moulins,  sua
    citt natale,  ed era stato incoronato dal duca di Nivernois,  che
    lui chiamava il duca di Nevers.  N la Convenzione, n la morte di
    Luigi Sedicesimo, n Napoleone,  n il ritorno dei Borboni avevano
    potuto  cancellare il ricordo di quella incoronazione.  Per lui il
    "duca di Nevers" era il grande personaggio del secolo. Che amabile
    gran signore - diceva - e che bella figura faceva col  suo  grande
    cordone azzurro!
    Agli  occhi  di  Gillenormand,  Caterina  Seconda aveva espiato il
    delitto della spartizione della Polonia  comprando  da  Bestuchef,
    per  tremila  rubli,  il  segreto  dell'elisir  d'oro.  Su  questo
    argomento si accalorava: - L'elisir d oro,  la tintura  gialla  di
    Bestuchef,  le  gocce  del  generale Lamotte al prezzo di un luigi
    ogni ampollina di mezza oncia,  erano nel secolo  diciottesimo  il
    gran  rimedio  contro  le  catastrofi  amorose,  la panacea contro
    Venere. - Se uno gli avesse detto che l'elisir d'oro non era altro
    che percloruro di ferro,  l'avrebbe fatto esasperare e uscire  dai
    gangheri.  Adorava  i  Borboni  e  aveva  in  orrore l'89;  non si
    stancava mai di raccontare che si era salvato sotto il  Terrore  e
    come  aveva  avuto  molta  allegria  e molto spirito per non farsi
    tagliare la testa.  Se a  un  giovane  veniva  la  voglia  di  far
    l'elogio  della repubblica in sua presenza,  diventava livido e si
    irritava fino a svenire. Talvolta,  alludendo ai suoi novant'anni,
    diceva: - "Spero di non vedere due novantatr".
    Altre volte diceva di voler vivere fino a cento anni.

    5. BASCO E NICOLETTA.
    Aveva   certe  sue  teorie.   Eccone  una:  "Quando  un  uomo  ama
    appassionatamente le  donne  e  ha  una  moglie  brutta,  burbera,
    legittima,  piena  di  pretese,  appollaiata  sul codice e gelosa,
    l'unico modo di trarsi d'impaccio e di stare in pace consiste  nel
    mollare la borsa alla moglie.  Questa abdicazione lo rende libero.
    Allora la moglie si occupa  e  si  appassiona  al  denaro,  se  ne
    insudicia le mani,  chiama mezzadri e addestra fittavoli;  convoca
    avvocati,  presiede atti notarili,  arringa i legulei,  visita gli
    azzeccagarbugli,  segue i processi,  stipula i contratti, si sente
    sovrana, vende, compra,  regola,  ordina,  promette e compromette,
    lega  e scioglie,  cede,  concede e recede,  riordina,  disordina,
    tesaurizza e  prodiga;  fa  delle  sciocchezze:  Suprema  felicit
    personale che la consola.  E mentre il marito la trascura, essa ha
    la soddisfazione di rovinarlo".
    Questa teoria Gillenormand l'aveva applicata a se  stesso  ed  era
    diventata  la  sua storia.  La seconda moglie aveva amministrato i
    suoi beni in modo che,  quando un bel giorno lui si trov  vedovo,
    gli  restava  appena  di che vivere,  giacch la maggior parte dei
    suoi capitali erano stati mutati in vitalizio: aveva  quindicimila
    franchi  di  rendita,  di  cui  tre  quarti sarebbero spariti alla
    morte.  Lui non se n'era preoccupato perch non gli  importava  di
    lasciare  un'eredit.  D'altronde  aveva  visto  che  i  patrimoni
    subivano  delle  disavventure,  diventavano,  per  esempio,  "beni
    nazionali"; aveva assistito alle diverse incarnazioni dei prestiti
    e aveva poca fiducia nel debito pubblico. Abbiamo gi detto che la
    casa  di  via  Figlie  della  carit  gli  apparteneva.  Aveva due
    domestici,  un uomo e una donna.  Quando in casa entrava un  servo
    nuovo,  Gillenormand lo ribattezzava. Agli uomini imponeva il nome
    della  loro  provincia  nativa,  come  Nimois,  Picard,  Poitevin.
    L'ultimo cameriere era un cinquantacinquenne,  grosso, rattrappito
    e asmatico,  incapace di correre per venti passi,  ma  poich  era
    nato a Baiona lo chiamava Basco.  Quanto alle domestiche, tutte si
    chiamavano Nicoletta (anche la Magnon di cui parleremo tra  poco).
    Un   giorno   si  present  una  magnifica  cuoca  molto  emerita,
    appartenente a un'inclita prosapia di portinai.
    - Quanto volete di salario al mese? - le chiese Gillenormand.
    - Trenta franchi.
    - Come vi chiamate?
    - Olimpia.
    - Ne avrai cinquanta e ti chiamerai Nicoletta.

    6. LA MAGNON E I SUOI DUE BAMBINI.
    Il dolore in Gillenormand si trasformava in collera;  era  furioso
    di  essere  disperato.  Aveva  tutti  i pregiudizi e si permetteva
    tutte le licenze. Una cosa che, come abbiamo detto, traspariva dal
    suo profilo esteriore e formava la sua soddisfazione  interna  era
    l'ambizione  di  essere  elegante  e di godere per questo una fama
    assicurata che lui chiamava una "fama regale".  Questa fama regale
    gli  attirava  talvolta  delle  fortune  singolari.  Un giorno gli
    portarono in un cesto di vimini,  lungo come  un  paniere  per  le
    ostriche,  un neonato bene avvolto nelle fasce, strillante come un
    demonio e di cui una serva scacciata sei mesi prima gli attribuiva
    la paternit. Egli aveva allora ottantaquattro anni compiuti. Gran
    rumore e indignazione nel vicinato.  - A chi vorrebbe darla a bere
    quella  sfacciata?  -  dicevano.  -  Che  audacia!  Che  terribile
    calunnia!  - Gillenormand invece  non  si  incoller.  Esamin  il
    maschietto  con  l'amabile sorriso di chi si sente lusingato dalla
    calunnia e disse tra s: - Ebbene!  cosa c'?  cosa c' stato?  Vi
    lasciate  sbalordire  come  tanti ignoranti!  Il duca d'Angoulme,
    bastardo di Carlo Nono,  si ammogli a ottantacinque anni con  una
    pettegola   di   quindici;   queste   cose  non  hanno  niente  di
    straordinario. E la Bibbia! Nonostante tutto questo,  dichiaro che
    il signorino non mi appartiene.  Per abbiatene cura;  non  colpa
    sua.  - Il procedimento era bonario;  la donna,  che  si  chiamava
    Magnon,  l'anno  seguente  gli  fece  un  secondo  invio: un altro
    maschio. Questa volta Gillenormand capitol. Restitu alla madre i
    due marmocchi obbligandosi a pagare ottanta franchi al mese per il
    loro  mantenimento  a  condizione   che   la   detta   madre   non
    ricominciasse.  Inoltre  aggiunse: - Voglio che la madre li tratti
    bene;  andr a vederli ogni tanto.  - E lo fece  realmente.  Aveva
    avuto  un  fratello prete che era stato per trentatr anni rettore
    dell'accademia di Poitiers ed era morto a settantanove anni.  Egli
    diceva: - "L'ho perduto giovane!".
    Gillenormand  non  lesinava  mai  l'elemosina  e dava volentieri e
    nobilmente. Era benevolo, brusco,  caritatevole,  e se fosse stato
    ricco  avrebbe  avuto  un  debole  per la magnificenza: voleva che
    tutte le cose che lo riguardavano fossero fatte  con  grandiosit,
    anche le bricconate. Una volta che, per un'eredit, fu derubato da
    un  uomo  d'affari  in  modo  troppo lampante e triviale,  esclam
    solennemente: - E' un modo indecente  di  agire!  Ho  vergogna  di
    questa   maniera  di  rubacchiare.   Nel  nostro  secolo  tutto  
    degenerato, anche i ladri!  Perbacco,  non  cos che si ruba a un
    uomo della mia razza! "Silvae sint consule dignae!".
    Abbiamo  detto che aveva avuto due mogli;  dalla prima aveva avuto
    una figlia rimasta nubile,  e dalla seconda un'altra figlia  morta
    trentenne e che aveva sposato per amore, per caso o per chiss, un
    soldato   che  aveva  servito  nell'esercito  della  Repubblica  e
    dell'Impero,  aveva avuto la croce  ad  Austerlitz  ed  era  stato
    promosso  colonnello a Waterloo.  "E' la vergogna della famiglia",
    diceva il vecchio borghese.  Fiutava molto  tabacco  e  aveva  una
    grazia speciale nel gualcire col rovescio della mano la gala della
    camicia. Credeva pochissimo in Dio.

    7. NON RICEVEVA NESSUNO IN CASA TRANNE LA SERA.
    Questi  era Luca Spirito Gillenormand,  il quale non aveva perduto
    ancora i capelli  piuttosto  grigi  che  bianchi,  ed  era  sempre
    pettinato a "orecchie di cane". Insomma, era un uomo venerando.
    Somigliava al secolo diciottesimo: frivolo e grande.
    Nei  primi  anni  della  Restaurazione,   ancor  giovane  -  aveva
    settantaquattro anni nel 1814 - abitava nel quartiere San Germano,
    in via Servandoni,  vicino a San Sulpizio,  e si ritir al  Marais
    soltanto  dopo  gli  ottant'anni  suonati,   quando  abbandon  la
    societ.
    Lasciando  la  societ,  s'era  murato  nelle  sue  abitudini.  La
    principale  e per la quale era irremovibile,  consisteva nel tener
    la porta assolutamente chiusa durante il giorno e di non  ricevere
    mai nessuno prima di sera.  Pranzava alle cinque,  e poi apriva la
    porta.  Era l'usanza dei suoi tempi e non voleva cambiarla.  -  Il
    giorno  canaglia,  diceva,  e merita soltanto le porte chiuse; le
    persone rispettabili accendono il loro  spirito  quando  lo  zenit
    accende le stelle.  - E si barricava dentro per chiunque, anche se
    fosse stato il re. Vecchia eleganza del tempo suo!

    8. DUE NON FANNO IL PAIO.
    Delle due figlie di Gillenormand abbiamo  parlato  or  ora.  Erano
    nate con dieci anni di intervallo, s'erano assomigliate pochissimo
    in giovent, e tanto per il carattere che per il volto erano state
    sorelle il meno possibile. La minore era un'anima gentile, portata
    a  tutto  ci che  luce,  fiori,  versi e musica,  sperduta negli
    spazi  gloriosi,  entusiasta,  aerea,   idealmente  fidanzata  fin
    dall'infanzia a una eroica figura indeterminata. Anche la maggiore
    aveva la sua chimera: sognava un fornitore,  un grosso appaltatore
    molto ricco,  un marito splendidamente  ignorante,  un  milionario
    oppure  un prefetto;  nella sua mente turbinavano i ricevimenti in
    prefettura,  l'usciere  in  anticamera,  i  balli  ufficiali,   le
    arringhe   nel   municipio,    il   sentirsi   chiamare   "signora
    prefettessa".  In  questo  modo  le  due  sorelle,   quando  erano
    fanciulle,  si  smarrivano  ognuna nel proprio sogno;  tutte e due
    avevano le ali: l'una come un angelo, l'altra come un'oca.
    Almeno su questa terra,  nessuna ambizione si realizza pienamente;
    nessun  paradiso diventa terrestre nel tempo in cui siamo.  La pi
    giovane aveva sposato l'uomo dei suoi  sogni,  ma  era  morta;  la
    maggiore non si era maritata.
    Al  momento  in  cui  fa  il  suo  ingresso  nella  nostra storia,
    quest'ultima era una vecchia virt,  una modestia  incombustibile,
    uno  dei  nasi  pi  appuntiti e una delle menti pi ottuse che si
    possano immaginare.  Particolare caratteristico:  nessuno,  al  di
    fuori  dei  suoi  parenti  stretti,  conosceva  il  suo  nome.  La
    chiamavano la signorina Gillenormand.
    Quanto ad affettazione avrebbe potuto dare parecchi  punti  a  una
    miss.  Era  d'un  pudore  spinto  all'eccesso.  Aveva  un orribile
    ricordo nella sua vita: un giorno  un  uomo  aveva  visto  la  sua
    giarrettiera.
    L'et  aveva  accresciuto  questo spietato pudore: il suo colletto
    non era mai abbastanza alto n abbastanza opaco;  moltiplicava  le
    spille  dove  nessuno  si  sognava di guardare.  La caratteristica
    dell'eccessivo riserbo consiste nel mettere pi sentinelle di quel
    che non richiede la fortezza minacciata.
    Eppure,   nonostante  questi  vecchi   inspiegabili   misteri   di
    innocenza,  lei si lasciava volentieri baciare da un ufficiale dei
    lancieri, suo pronipote, che si chiamava Teodulo.
    A dispetto di questo lanciere favorito,  l'etichetta: il  riserbo,
    sotto la quale l'abbiamo classificata, le conveniva assolutamente.
    Era per cos dire un'anima crepuscolare. L'eccessivo riserbo  una
    mezza virt e un mezzo vizio.
    Al  riserbo  eccessivo aggiungeva il bigottismo,  che  una fodera
    adatta. Era iscritta alla confraternita della Vergine,  metteva il
    velo  bianco  in  certe  feste,  biascicava orazioni speciali e si
    tratteneva per ore intere davanti  a  un  altare  barocco  in  una
    cappella  chiusa a tutti gli altri fedeli,  e l lasciava involare
    la sua anima tra piccole nuvole di marmo e attraverso grandi raggi
    di legno dorato.
    Aveva un'amica di cappella, vecchia nubile come lei,  la signorina
    Vaubois,  completamente  ebete,  al  cui  confronto  la  signorina
    Gillenormand aveva il piacere  di  essere  un'aquila.  All'infuori
    degli "Agnus Dei" e delle "Ave Maria",  la Vaubois non aveva altre
    cognizioni che quelle dei diversi modi di preparare i pasticcetti.
    Era perfetta nel suo genere; era l'ermellino della stupidit senza
    una macchia d'intelligenza.
    Dobbiamo dichiarare che  la  signorina  Gillenormand  invecchiando
    aveva   piuttosto  guadagnato  che  perduto:  cosa  frequente  nei
    caratteri passivi.  Non era stata mai cattiva: il che  una  bont
    relativa;  e  poi,  gli  anni  smussano  gli  angoli  e  il  tempo
    addolcisce molte cose.  Era  triste  di  una  buia  tristezza  che
    neanche lei riusciva a spiegarsi. In tutta la sua persona c'era lo
    stupore di un'esistenza finita senza essere cominciata.
    Lei  governava la casa paterna.  Gillenormand teneva la figlia con
    s come Monsignor Benvenuto teneva la sorella.  Famiglie siffatte,
    formate  da  un vecchio e da una zitellona,  non sono rare e hanno
    sempre l'aspetto commovente di due  debolezze  che  si  appoggiano
    l'una all'altra.
    Inoltre,  in  quella casa,  fra quella zitellona e quel vegliardo,
    c'era un fanciullo,  un ragazzo sempre tremante e muto  davanti  a
    Gillenormand,  il  quale  gli  parlava  con tono severo e talvolta
    alzando  il  bastone:   -   "Qua,   malcreato!   cattivo   arnese,
    avvicinatevi!  Rispondete, mariuolo! Lasciatevi vedere, briccone!"
    eccetera eccetera.
    Eppure l'idolatrava.
    Era figlio di sua figlia. Lo ritroveremo pi avanti.







    Libro 3.
    IL NONNO E IL NIPOTE.

    1. UN ANTICO SALOTTO.
    Quando  Gillenormand  abitava  in  via   Servandoni,   frequentava
    parecchi  salotti  molto  raffinati  e nobili,  nei quali,  bench
    borghese,  era accolto e festeggiato perch aveva due volte  dello
    spirito:  prima  di  tutto quello che aveva veramente e poi quello
    che gli altri gli attribuivano.  Non andava in nessun luogo se non
    vi  predominava.  Ci sono persone che vogliono a ogni costo essere
    influenti  e  interessare,  e  dove  non  possono  essere  oracoli
    diventano buffoni.  Gillenormand non era di questa specie;  il suo
    dominio nei salotti realisti non toglieva nulla  al  rispetto  che
    doveva  a  se  stesso.  Era  dovunque  un  oracolo  e gli accadeva
    talvolta di tenere testa a De Bonald e persino a Bengy-Puy-Valle.
    Verso il 1817,  passava sempre due pomeriggi alla settimana in una
    casa  vicina,   in  via  Frou,  dalla  baronessa  T.,  egregia  e
    rispettabile dama,  il cui marito,  sotto  Luigi  Sedicesimo,  era
    stato ambasciatore di Francia a Berlino. Il barone T., che da vivo
    si   dedicava   appassionatamente   alle  estasi  e  alle  visioni
    magnetiche,  era morto rovinato durante  l'emigrazione,  lasciando
    come unico patrimonio alcune memorie assai curiose in dieci volumi
    manoscritti, rilegati in marocchino rosso e taglio dorato, intorno
    a Mesmer e al suo tino.  La vedova per dignit si era astenuta dal
    pubblicare quelle memorie,  e si manteneva con una piccola rendita
    salvata non si sa come. Viveva lontana dalla corte - societ molto
    mista,  come  lei  diceva  - in un nobile isolamento,  dignitoso e
    povero. Alcuni amici si riunivano due volte alla settimana intorno
    al suo caminetto vedovile,  formando un salotto legittimista puro.
    Prendevano il t e, a seconda del vento che spirava verso l'elegia
    o verso il ditirambo, emettevano dei gemiti o delle grida d'orrore
    sul  secolo,  sulla  Costituzione,  sui bonapartisti,  sul cordone
    azzurro prostituito fino ai borghesi,  sul giacobinismo  di  Luigi
    Diciottesimo,  e  s'intrattenevano  sottovoce  sulle  speranze che
    faceva concepire "Monsieur", divenuto poi Carlo Decimo.
    Vi si accoglievano volentieri le canzoni triviali in cui Napoleone
    era chiamato Nicola.  Alcune duchesse,  le pi delicate e  le  pi
    graziose,  si  estasiavano  per  strofette  come questa rivolta ai
    "federati":
    "Ricaccia nei calzoni
    il lembo appeso della camicia.
    Perch non si dica che i patrioti
    hanno innalzato bandiera bianca".
    Si dilettavano di bisticci, che credevano terribili, con innocenti
    giochi di parole che supponevano  velenosi,  con  quartine  e  con
    distici,  come questo sul ministero Desolles,  governo moderato di
    cui facevano parte Decazes e Deserre.
    "Per rafforzare il trono scosso alla base
    bisogna cambiare suolo, terra e casa".
    In quel circolo si parodiava la  Rivoluzione.  Avevano  una  certa
    velleit  di  usare le stesse parole in senso contrario.  Cos per
    esempio cantavano il loro piccolo "a ira":
    "Ah! a ira! a ira! a ira!
    i bonapartisti alla lanterna".
    Le canzoni sono come la ghigliottina;  tagliano  indifferentemente
    oggi  una  testa  e  domani  un'altra;  si  tratta soltanto di una
    piccola variante.
    Come certi campanili,  il salotto della  baronessa  T.  aveva  due
    galli: uno era Gillenormand e l'altro il conte Lamothe-Valois, del
    quale  si  diceva  sottovoce  con  una  specie  di considerazione:
    "Sapete  il Lamothe dell'affare della collana!".  Anche i partiti
    hanno delle singolari amnistie.
    Aggiungiamo  che  nella  borghesia  le posizioni onorevoli vengono
    degradate da relazioni troppo facili;  bisogna stare attenti a chi
    viene ammesso.  Come c' dispersione di calore vicino a quelle che
    hanno freddo,  cos c' diminuzione di considerazione  a  contatto
    delle persone disprezzate. L'alta societ antica invece si metteva
    al  di  sopra  di questa legge,  come di tutte le altre.  Marigny,
    fratello  della  Pompadour,  aveva  libero  accesso  in  casa  del
    principe di Soubise...
    La  considerazione  di  cui godeva Gillenormand era di buona lega.
    Faceva legge perch faceva legge; nonostante la sua leggerezza,  e
    senza  togliere  nulla  alla  sua  giocondit,  aveva  un suo modo
    imponente,  dignitoso,  cortese e borghesemente altero,  a cui  si
    aggiungeva  la  tarda  et.  Non  ci si accosta ai cent'anni senza
    effetto,  e gli anni finiscono col formare intorno a una testa  un
    arruffio venerabile.
    Aveva  poi  di  quelle  frasi  che sono proprio la scintilla della
    vecchia  roccia.  Cos,  quando  il  re  di  Prussia,   dopo  aver
    ristabilito  sul  trono  Luigi Diciottesimo,  and a fargli visita
    sotto il nome di conte Ruppin,  fu  ricevuto  dal  discendente  di
    Luigi Quattordicesimo un po' come marchese di Brandeburgo e con la
    pi delicata impertinenza. Gillenormand approv: - "Tutti i re che
    non sono re di Francia sono re di provincia".
    A un "Te Deum" per l'anniversario del ritorno dei Borboni, vedendo
    passare Talleyrand, disse: - "Ecco sua eccellenza il Male!".
    Di  solito  Gillenormand era accompagnato dalla figlia,  che aveva
    allora quarant'anni compiuti e ne dimostrava cinquanta,  e  da  un
    bel ragazzino di sette anni,  bianco, roseo, fresco, con gli occhi
    contenti e fidenti,  il quale ogni  volta  che  appariva  in  quel
    salotto sentiva tutte le voci ronzargli d'intorno:
    - Com' carino! Che peccato! povero ragazzo!
    Era  il  ragazzo  a  cui abbiamo accennato poco fa.  Lo chiamavano
    povero ragazzo, perch suo padre era "un brigante della Loira".
    Questo brigante della Loira era il genero di Gillenormand,  a  cui
    gi  abbiamo  accennato,  e  che  Gillenormand qualificava come la
    "vergogna della sua famiglia".

    2. UNO DEGLI SPETTRI ROSSI DI QUEL TEMPO.
    A quel tempo chi fosse capitato nel  paesino  di  Vernon  e  fosse
    andato  a  passeggiare  sul  suo  bel ponte monumentale,  al quale
    speriamo che non  succeda  presto  un  orribile  ponte  di  ferro,
    guardando  dal  parapetto  avrebbe  potuto  vedere  un  uomo d'una
    cinquantina d'anni, con un berretto di cuoio, un paio di pantaloni
    e una giubba di panno grigio alla quale  era  cucito  qualcosa  di
    giallo che era stato un tempo un nastro rosso;  portava zoccoli di
    legno,  era abbronzato dal sole,  il volto quasi nero e i  capelli
    quasi  bianchi;  una  larga  cicatrice  dalla fronte alla guancia,
    curvo,  arcuato,  invecchiato anzi tempo.  Quest'uomo si  aggirava
    quasi  ogni giorno con la vanga o con la ronca in mano,  in uno di
    quei recinti che stanno presso il ponte e che costeggiano la  riva
    sinistra  della  Senna  con  un fila di terrazze: graziosi recinti
    fioriti, che se fossero molto pi grandi si direbbero giardini, e,
    se molto pi piccoli, mazzi di fiori. Tutti quei recinti mettono a
    capo da una parte al fiume e dall'altra  a  una  casa.  L'uomo  in
    giubba  e  zoccoli  abitava  verso il 1817 nel pi piccolo di quei
    recinti e  nella  pi  modesta  di  quelle  case.  Viveva  solo  e
    solitario,  nel silenzio e nella povert, con una donna n giovane
    n vecchia, n bella n brutta, n contadina n cittadina,  che lo
    serviva.  Il  quadrato  di terra che egli chiamava il suo giardino
    era famoso nella citt per la bellezza  dei  suoi  fiori  che  lui
    coltivava e che formavano la sua occupazione
    A  furia  di  lavoro,  di  perseveranza,  d'attenzione e di secchi
    d'acqua, era riuscito a creare, dopo il Creatore, certe variet di
    tulipani e di dalie che parevano  dimenticate  dalla  natura.  Era
    ingegnoso. D'estate, all'alba, stava tra le sue aiuole, tagliando,
    sarchiando,  innaffiando,  camminando  in  mezzo ai suoi fiori con
    un'aria di bont, dolce e triste,  talvolta pensoso e immobile per
    ore  intere  ad  ascoltare il canto d'un uccello su un albero,  il
    cinguetto di un bambino in una  casa,  oppure  teneva  gli  occhi
    fissi  alla  punta  di un filo d'erba con su una goccia di rugiada
    che il sole faceva risplendere come  rubino.  La  sua  tavola  era
    molto  magra;  beveva  pi  latte  che  vino.  Cedeva davanti a un
    marmocchio e si lasciava sgridare dalla serva. Era tanto timido da
    sembrare selvatico;  raramente usciva di casa  e  non  vedeva  mai
    nessuno  fuorch i poveri che bussavano alla sua porta e quel buon
    vecchio, l'abate Mabeuf, suo curato.  Tuttavia se qualche abitante
    o  qualche forestiero,  curioso di vedere i suoi tulipani e le sue
    rose,  suonava alla sua casetta,  egli apriva la porta sorridendo.
    Era il "brigante della Loira".
    Chi avesse letto le memorie militari,  le biografie, il "Moniteur"
    e i bollettini della Grande Armata,  sarebbe stato colpito  da  un
    nome  che  vi  si incontrava spesso;  quello di Giorgio Pontmercy.
    Giovanissimo,  questo Pontmercy  era  soldato  nel  reggimento  di
    Saintonge,   che   allo   scoppio  della  rivoluzione  fece  parte
    dell'esercito   del   Reno.   Infatti   gli   antichi   reggimenti
    conservarono  i  loro  nomi anche dopo la caduta della monarchia e
    furono riuniti in brigate soltanto nel 1794.  Pontmercy combatt a
    Spira, a Worms, a Neustadt, a Turkheim, ad Alzey e a Magonza, dove
    fu uno dei duecento che formarono la retroguardia di Houchard.  Fu
    uno dei  dodici  che  resistettero  dietro  l'antico  bastione  di
    Andernach  all'intero corpo del principe d'Assia e non ripiegarono
    sul grosso dell'esercito se non quando il cannone  nemico  allarg
    la  breccia.  Era  sotto  Kebler a Marchiennes e alla battaglia di
    Mont-Palissel,  dove ebbe il braccio spezzato da una granata.  Poi
    pass  in Italia,  e fu uno dei trenta granatieri che difesero con
    Joubert il col di Tenda;  Joubert fu nominato aiutante generale  e
    Pontmercy  sottotenente.  Era  a  fianco di Berthier in mezzo alla
    mitraglia in quella giornata di Lodi che fece  dire  a  Napoleone:
    "Berthier artigliere,  cavaliere e granatiere". A Novi vide cadere
    il suo antico generale Joubert  nel  momento  in  cui  alzando  la
    sciabola  gridava  avanti.  Imbarcato  con la sua compagnia per le
    operazioni di guerra, su una scialuppa armata che andava da Genova
    a non so quale porticciolo della costa,  si  trov  circondato  da
    sette o otto navi inglesi. Il comandante genovese voleva buttare a
    mare i cannoni,  nascondere i soldati sotto il ponte e passare per
    una nave mercantile. Pontmercy fece innalzare il tricolore e pass
    ardimentosamente sotto i cannoni delle fregate britanniche.  Venti
    leghe pi avanti,  crescendo d'audacia,  con la scialuppa assal e
    cattur un grosso trasporto inglese, che recava truppe in Sicilia,
    cos carico di uomini e di cavalli da  esserne  pieno  fino  nelle
    corsie.  Nel  1805  apparteneva  alla divisione Malher,  che tolse
    Gunzbourg all'arciduca Ferdinando.  A Wettingen  raccolse  tra  le
    braccia sotto la tempesta di palle il colonnello Maupetit,  ferito
    mortalmente alla testa del Nono dragoni. Ad Austerlitz si distinse
    nella meravigliosa marcia a scaglioni fatta sotto il fuoco nemico,
    e quando la cavalleria della guardia imperiale russa schiacci  un
    battaglione del Quarto di linea, egli fu tra quelli che presero la
    rivincita travolgendo la guardia. L'imperatore gli diede la croce.
    Vide  far prigionieri successivamente Wurmser a Mantova,  Melas ad
    Alessandria,  Mack a Ulma.  Fece  parte  dell'Ottavo  corpo  della
    Grande Armata,  comandato da Morthier che si impadron di Amburgo.
    Quindi pass nel Cinquantacinquesimo di  linea  che  era  l'antico
    reggimento  delle  Fiandre,  e  si trov a Eylau nel cimitero dove
    l'eroismo del capitano  Luigi  Hugo,  zio  dell'autore  di  questo
    libro,  solo  con la sua compagnia di ottantatr uomini,  sostenne
    per due ore l'attacco dell'esercito nemico.
    Pontmercy fu uno dei tre che uscirono vivi da quel cimitero.  Fu a
    Friedland;  poi vide Mosca,  la Beresina, Lutzen, Bautzen, Dresda,
    Waschau, Lipsia, Montmirail, Chateau-Thierry Craon,  le rive della
    Marna,  quelle  dell'Aisne e la formidabile posizione di Laon.  Ad
    Arnay-le-Duc, mentre era capitano, sciabol dieci cosacchi e salv
    non il suo generale ma il suo caporale; e in quell'occasione rest
    cosi coperto di ferite che dal solo braccio  sinistro  gli  furono
    estratte  ventisette  schegge  di  osso.  Otto  giorni prima della
    capitolazione di Parigi aveva quello  che  nell'antico  regime  si
    diceva  la  doppia  mano,  vale  a  dire  un'uguale  attitudine  a
    manovrare come soldato la sciabola e il fucile,  e come  ufficiale
    uno squadrone o un battaglione.  Da tale attitudine,  perfezionata
    dall'educazione militare,  sono nate certe armi speciali come  per
    esempio  i  dragoni che sono in pari tempo cavalieri e fantaccini.
    Accompagn Napoleone nell'isola d'Elba.  A Waterloo comandava  uno
    squadrone  di corazzieri nella brigata Dubois,  e fu lui che prese
    la bandiera al battaglione  di  Lunebourg,  e,  tutto  coperto  di
    sangue  per  una  sciabolata alla faccia,  and a deporla ai piedi
    dell'imperatore, che contento gli grid: - "Sei colonnello, barone
    e ufficiale della Legion d'onore".
    Pontmercy rispose: - "Sire, vi ringrazio per la mia vedova".
    Un'ora dopo cadeva nel burrone di Ohain.
    E ora chi era questo Giorgio Pontmercy?  Era  lo  stesso  brigante
    della Loira.
    Abbiamo  gi  visto  qualche  episodio  della sua storia.  Dopo la
    battaglia di Waterloo,  tratto fuori  dalla  strada  affossata  di
    Ohain nel modo che il lettore ricorder,  aveva potuto raggiungere
    l'esercito e,  d'ambulanza in ambulanza,  si era  trascinato  fino
    agli accampamenti della Loira.
    La  Restaurazione  lo  aveva pensionato a mezza paga,  poi l'aveva
    mandato sotto sorveglianza a Vernon. Il re,  considerando come non
    avvenuto  tutto quello che era stato fatto durante i Cento giorni,
    non gli aveva riconosciuto n la qualit di ufficiale della Legion
    d'onore,  n il grado di colonnello,  n il titolo di barone.  Dal
    canto  suo,   egli  non  lasciava  passare  occasione  di  firmare
    "colonnello  barone  Pontmercy".   Aveva  un  solo  vecchio  abito
    turchino  ma non usciva mai di casa senza attaccarvi la rosetta di
    ufficiale della Legion d'onore.  Il procuratore del re lo  avvert
    che  la  giustizia  avrebbe  proceduto contro di lui per "abuso di
    decorazioni".  Quando gli fu portata  la  notizia,  con  un  amaro
    sorriso  rispose: - Non so se sono io a non capire pi il francese
    o se siete voi a non parlare pi il francese;  il fatto  che  non
    capisco. - Poi usc per otto giorno di seguito con la sua rosetta,
    ma  non  osarono  disturbarlo.  Due  o tre volte il ministro della
    guerra e il distretto militare gli scrissero con questo indirizzo:
    "Al signor comandante Pontmercy",  ma  egli  respinse  le  lettere
    senza aprirle.  Nella stessa epoca Napoleone a sant'Elena trattava
    in egual modo i dispacci diretti da sir Hudson Lowe  al  "generale
    Bonaparte".  Pontmercy, ci si permetta l'espressione, aveva finito
    con l'avere in bocca la stessa saliva del suo imperatore.
    Anche a Roma ci furono dei soldati cartaginesi prigionieri che  si
    rifiutarono  di  salutare Flaminio e che avevano un po' dell'anima
    di Annibale.
    Un giorno, incontrando il procuratore del re in una via di Vernon,
    gli si accost e gli chiese: - Signor procuratore  del  re,  mi  
    permesso portare la mia cicatrice?
    Non aveva risorse, tranne la meschina mezza paga di caposquadrone.
    Aveva  preso  a  pigione  a  Vernon  la pi piccola casa che aveva
    trovato e ci viveva solo.  Sotto l'impero,  tra due guerre,  aveva
    avuto  il tempo per sposare la signorina Gillenormand.  Il vecchio
    borghese,  dapprima indignato,  aveva finito con l'accondiscendere
    sospirando  e  dicendo:  -  "Ci sono costrette anche le pi grandi
    famiglie".
    La  signora  Pontmercy,   donna  ammirabile  sotto  ogni  aspetto,
    beneducata e rara,  degna del marito, era morta nel 1815 lasciando
    un figlio,  il quale avrebbe formato la gioia del colonnello nella
    sua solitudine, se il nonno non lo avesse reclamato imperiosamente
    dichiarando   che,   se  non  gli  veniva  affidato,   lo  avrebbe
    diseredato.  Il padre aveva ceduto nell'interesse del bambino,  e,
    non potendo avere il figlio con s, si era messo ad amare i fiori.
    D'altronde, aveva rinunciato a tutto, e si occupava soltanto delle
    cose  innocenti  che  faceva  e delle grandi cose che aveva fatto.
    Passava il tempo a coltivare garofanetti e a ricordare Austerlitz.
    Gillenormand non aveva nessuna relazione col genero,  il quale era
    ai suoi occhi "un bandito",  mentre egli per il colonnello era "un
    imbecille"; Il vecchio non parlava mai del colonnello,  eccettuati
    i  casi  in cui voleva accennare burlescamente alla sua "baronia".
    Per una espressa convenzione,  Pontmercy non doveva mai incontrare
    suo  figlio  sotto  pena di vederlo scacciato e diseredato.  Per i
    Gillenormand,  Pontmercy era un lebbroso,  e volevano  educare  il
    bambino  a loro modo.  Forse il colonnello ebbe torto ad accettare
    quelle  condizioni,   ma  le  sub  credendo  di  far  bene  e  di
    sacrificare soltanto se stesso. L'eredit del nonno era poca cosa,
    ma  quella della signorina Gillenormand era considerevole.  Questa
    zia era molto ricca da parte  materna,  e  l'unico  erede  era  il
    figlio di sua sorella.
    Il  fanciullo  che si chiamava Mario,  sapeva soltanto di avere un
    padre,  e nulla pi,  perch nessuno gliene parlava  mai.  Per  i
    bisbigli, le mezze parole e l'ammiccare degli occhi nel salotto in
    cui era condotto dal nonno,  avevano a poco a poco fatto un po' di
    luce nella mente del fanciullo,  il quale aveva finito col  capire
    qualcosa.  E  siccome  per  una specie di infiltrazione e di lenta
    penetrazione assorbiva le idee e le opinioni  che  formavano,  per
    cos dire,  la sua atmosfera, giunse a poco a poco a pensare a suo
    padre con un senso di vergogna e con una stretta al cuore.
    Mentre il figlio cresceva cos,  il colonnello scappava ogni due o
    tre  mesi,  andava  furtivamente  a  Parigi  come  un  sorvegliato
    speciale, e si appostava nella chiesa di San Sulpizio, nell'ora in
    cui la signorina Gillenormand conduceva Mario alla  messa.  E  l,
    tremando  per la paura che la zia si voltasse,  nascosto dietro un
    pilastro, immobile, senza osare respirare, guardava suo figlio. Il
    veterano aveva paura della vecchia zitella.
    Di qui era nata la sua relazione con  l'abate  Mabeuf,  curato  di
    Vernon.  Questo  degno  sacerdote era fratello d'un fabbriciere di
    san Sulpizio,  il quale parecchie volte aveva notato quell'uomo in
    contemplazione di quel fanciullo e la cicatrice sulla guancia e la
    grossa   lacrima   che   gli   spuntava  sull'occhio.   Quell'uomo
    dall'aspetto cos virile e  che  piangeva  come  una  donna  aveva
    colpito  il  fabbriciere.  Quella  figura  gli  era  restata nella
    memoria.  Un giorno,  recatosi a Vernon a visitare  suo  fratello,
    incontr  sul  ponte  il  colonnello  Pontmercy e riconobbe in lui
    l'uomo di san Sulpizio. Il fabbriciere ne parl col curato e tutti
    e due con un pretesto andarono a trovarlo.  Seguirono ancora altre
    visite,  e il colonnello dapprima molto reticente fin con l'aprir
    l'animo alla confidenza. Il curato e il fabbriciere conobbero cos
    tutta la storia e  come  Pontmercy  sacrificava  la  sua  felicit
    all'avvenire del figliolo.  Da allora,  il curato prese ad amare e
    venerare il colonnello,  che  fece  altrettanto  col  curato.  Del
    resto,  non  ci  sono  persone  pi  capaci di capirsi e di amarsi
    facilmente quanto un vecchio prete e un  vecchio  soldato,  purch
    siano  sinceri  e  buoni  tutti e due.  In fondo  lo stesso uomo:
    l'uno s'  dedicato  alla  patria  terrena,  l'altro  alla  patria
    celeste. Non c' altra differenza.
    Due  volte all'anno,  il primo gennaio e il giorno di san Giorgio,
    Mario scriveva al padre una letterina  doverosa  dettatagli  dalla
    zia  e  che  pareva copiata da un formulario.  Questo soltanto era
    tollerato da Gillenormand.  E  il  padre  rispondeva  con  lettere
    affettuosissime  che  il  nonno  cacciava  in  tasca senza neppure
    leggere.

    3. REQUIESCANT.
    Tutto quello che Mario conosceva del mondo era  il  salotto  della
    signora  T.;  era  l'unica  apertura  attraverso  la  quale poteva
    guardare nella vita: apertura molto  fosca,  abbaino  da  cui  gli
    veniva pi freddo che caldo, pi tenebre che luce. Quel fanciullo,
    che  era  entrato tutto gioioso e luminoso in quello strano mondo,
    in breve divenne triste e,  contrariamente all'et,  divenne anche
    grave.  Circondato  da tutte quelle persone imponenti e singolari,
    si guardava attorno con serio  stupore  che  tutto  concorreva  ad
    accrescere  in  lui.  Nel salotto della signora T.  c'erano alcune
    dame vecchie e venerande,  che si chiamavano Matan,  No,  Levi  e
    Cambis, le cui vecchie fisionomie e i biblici nomi si confondevano
    nella  mente  del  fanciullo  con  l'Antico  Testamento  che  egli
    imparava a memoria;  e quando stavano tutte sedute  attorno  a  un
    fuoco  morente,  appena  illuminate da una lampada velata di verde
    con i loro profili severi,  i capelli grigi o  bianchi,  i  lunghi
    abiti  di  un'altra  epoca  e che si distinguevano soltanto per le
    loro tinte lugubri,  mentre lasciavano cadere a lunghi  intervalli
    delle  parole  maestose e aspre,  il piccolo Mario le guardava con
    occhi stupiti,  credendo d'avere davanti non donne ma patriarchi e
    maghi, non creature reali ma fantasmi.
    A questi fantasmi si univano parecchi preti e alcuni gentiluomini:
    il marchese di Sassenay,  segretario particolare della duchessa di
    Berry;  il visconte di Valory,  che pubblicava delle odi  monorime
    col nome di Charles-Antoine,  il conte d'Amendre,  un buon uomo, e
    il  cavaliere  di  Port-de-Guy,  calvo  e  piuttosto  invecchiato,
    pilastro  della biblioteca del Louvre.  Quanto ai preti,  c'erano:
    l'abate Halma,  quello stesso a cui  il  suo  collaboratore  nella
    "Foudre",  Larose diceva: - "Via,  chi  che non ha cinquant'anni?
    qualche sbarbatello forse?";  -l'abate Leourneur,  predicatore del
    re,  l'abate  Frayssinous  che  non  era  ancora  conte,  vescovo,
    ministro e pari e che portava una vecchia sottana a cui  mancavano
    dei  bottoni,  e l'abate Keravenant,  curato di Saint-Germain-des-
    Prs;  inoltre il  nunzio  apostolico  che  era  allora  monsignor
    Macchi,  arcivescovo di Nisibi, poi cardinale, notevole per il suo
    lungo naso cogitabondo,  e un altro  monsignore  che  era  l'abate
    Palmieri,  prelato domestico;  e finalmente c'erano due cardinali:
    Luzerne  e  Clermont-Tonnerre.   Il  cardinale  Luzerne  era   uno
    scrittore  e  pochi  anni  dopo  doveva aver l'onore di pubblicare
    alcuni  articoli  nel   "Conservateur"   accanto   a   quelli   di
    Chateaubriand.  Clermont-Tonnerre  era  arcivescovo  di  Tolosa  e
    andava spesso in villeggiatura a Parigi presso il nipote  che  era
    stato ministro della marina e della guerra. Era un gaio vecchietto
    che  lasciava  vedere le calze rosse tirando su la sottana e aveva
    la   specialit   di   odiare   l'Enciclopedia   e   di    giocare
    appassionatamente al bigliardo...
    Era  questa  l'essenza  e  la  quintessenza  della societ alta di
    Parigi.  Qui  le  celebrit  anche  se  legittimiste  subivano  la
    quarantena  perch  nella fama c' sempre qualcosa d'anarchico;  e
    Chateaubriand,  entrando in  quel  salotto,  vi  avrebbe  prodotto
    l'effetto  del  padre  Duchesne.   Tuttavia  alcuni  simpatizzanti
    entravano per una certa tolleranza  in  quel  mondo  ortodosso.  I
    salotti nobili di oggi non somigliano a quelli d'allora. L'attuale
    quartiere  di san Germano puzza d'eresia,  e adesso i legittimisti
    sono molto demagoghi, sia detto a loro lode.
    La societ che frequentava il salotto della  signora  T.  era  una
    societ superiore, e quindi il gusto era squisito e sdegnoso sotto
    una certa vernice di cortesia; le abitudini implicavano ogni sorta
    di  involontarie  raffinatezze  che  rivelavano  l'antico  regime,
    sepolto ma ancora vivo. Alcune di quelle abitudini, soprattutto di
    linguaggio,  sembravano bizzarre,  e un  osservatore  superficiale
    avrebbe preso per provincialesco quel che era antiquato. Una donna
    si chiamava "signora generalessa",  non era del tutto inusitata la
    "signora colonnella".  La graziosa signora Leon,  forse in ricordo
    delle   duchesse   di   Longueville  e  di  Chevreuse,   preferiva
    quell'appellativo al suo titolo di principessa.  Anche la marchesa
    di Crquy s'era chiamata la "signora colonnella".
    Fu  questo piccolo gruppo aristocratico che invent alle Tuileries
    l'astuzia, parlando ai re nell'intimit,  di dir sempre "il re" in
    terza  persona  e  giammai  Vostra  Maest,  dal  momento che tale
    qualifica era stata insozzata dall'usurpatore.
    L si giudicavano uomini e fatti e si derideva il secolo:  il  che
    dispensava dal capirlo. Nel loro stato euforico, si aiutavano l'un
    l'altro comunicandosi la quantit di luce che avevano, Matusalemme
    informava Epimenide; il sordo teneva al corrente il cieco...
    Tutto  questo  era armonioso;  non c'era nulla di troppo vivo;  la
    parola era appena un soffio,  e il giornale d'accordo col  salotto
    sembrava un papiro. C'erano dei giovani, ma erano un po' morti. In
    anticamera le livree erano vecchiotte. Quei personaggi fuori tempo
    venivano  serviti  da  domestici dello stesso genere.  Tutto aveva
    l'aria di aver vissuto a lungo e di ostinarsi contro la tomba.  Le
    parole Conservare,  Conservazione, Conservatore formavano presso a
    poco tutto il loro dizionario.  "Essere in buon  odore":  ecco  il
    problema.  C'erano  infatti  degli  aromi  nelle  opinioni di quel
    venerabile gruppo,  e le loro idee odoravano di  lavanda.  Era  un
    mondo   mummificato;   i  padroni  erano  imbalsamati  e  i  servi
    impagliati.
    Una degna marchesa,  vecchia emigrata e rovinata,  pur avendo  una
    sola domestica, continuava a dire: "La mia servit!".
    Che cosa facevano nel salotto della signora T.?  Erano "ultra". Le
    parole "essere ultra" non hanno pi senso,  bench la cosa non sia
    forse sparita. Spieghiamole.
    Essere "ultra" significa andare al di l;  significa combattere lo
    scettro in nome del trono, la mitra in nome dell'altare; malmenare
    ci che si sostiene; tirar calci nel proprio traino; cavillare col
    rogo sul grado di cottura degli eretici; rimproverare all'idolo la
    scarsa idolatria;  insultare per eccesso di rispetto;  trovare che
    il  papa  non    abbastanza  papista,  che il re non  abbastanza
    monarchico e che la notte non  abbastanza buia;  dichiararsi  nel
    nome  della bianchezza scontenti dell'alabastro,  della neve,  del
    giglio e del cigno; parteggiare fino al punto da diventare nemici;
    essere tanto favorevoli da riuscire contrari.
    Lo spirito ultra caratterizza specialmente  la  prima  fase  della
    Restaurazione.
    Non  c'  nella  storia  nulla  che  somigli  a  quel quarto d'ora
    cominciato nel 1814 e conclusosi verso il  1820,  quando  and  al
    potere Villle, il praticone della destra. Quei sei anni furono un
    momento  straordinario,  ma  anche  rumoroso  e triste,  ridente e
    fosco,  illuminato dalla luce dell'aurora e coperto dalle  tenebre
    delle  grandi  catastrofi  che  stavano ancora all'orizzonte e che
    sprofondavano lentamente nel passato.  In mezzo a  quella  luce  e
    quell'ombra  ci  fu  un  piccolo  mondo  nuovo e vecchio,  buffo e
    triste,  giovanile e senile,  che si stropicciava gli occhi perch
    niente  somiglia  tanto al risveglio quanto il ritorno;  un gruppo
    che guardava la Francia con malumore e che la Francia guardava con
    ironia; le vie piene di buoni vecchi marchesi come tanti gufi,  di
    uomini  rimpatriati  che  parevano  spettri,  di  bravi  e  nobili
    gentiluomini che  erano  contenti  di  essere  in  Francia,  e  ne
    piangevano pure,  felici di rivedere la Francia e disperati di non
    ritrovare  la  loro  monarchia;  la  nobilt  delle  crociate  che
    disprezzava  la nobilt dell'Impero,  vale a dire la nobilt della
    spada;  le razze storiche  che  avevano  perduto  il  senso  della
    storia,  i  figli  dei  commilitoni di Carlomagno che sdegnavano i
    commilitoni di Napoleone.  Le spade,  come abbiamo gi  detto,  si
    insultavano  a vicenda;  quella di Fontenoy era ridicola e corrosa
    dalla ruggine;  quella di Marengo era odiosa e nulla pi  che  una
    sciabola.  Il passato remoto misconosceva l'ieri. Non si aveva pi
    il senso n del grande n del  ridicolo,  e  ci  fu  qualcuno  che
    chiam Bonaparte Scapin.  Quel mondo non esiste pi, non ne rimane
    nulla.  Quando a caso  ne  caviamo  fuori  qualche  personaggio  e
    tentiamo  di  farlo  rivivere  col  pensiero,  ci  pare  un  mondo
    antidiluviano.  Il fatto  che  stato inghiottito esso pure da un
    diluvio;    sparito sotto due rivoluzioni.  Che flutti,  le idee!
    ricoprono presto tutto quello che devono distruggere e seppellire!
    e come formano rapidamente dei vuoti spaventosi!
    Tale era l'aspetto dei  salotti  di  quei  tempi  lontani  in  cui
    Martainville aveva pi spirito di Voltaire.
    Quei  salotti  avevano  una  letteratura  e  una politica propria;
    credevano in  Five,  e  Agier  vi  dettava  legge;  commentavano
    Colnet,  il pubblicista rivenditore di libri vecchi sul lungosenna
    Malaquais.  Napoleone era pi che mai l'Orco  della  Corsica.  Pi
    tardi,   l'introduzione   nella   storia  del  marchese  Bonaparte
    luogotenente generale degli eserciti del re,  fu  una  concessione
    allo spirito del secolo.
    Quei salotti non restarono a lungo puri. Fin dal 1818 cominciarono
    a  spuntarvi  dei dottrinari,  variet inquietante,  il cui metodo
    consisteva nell'essere realisti e nello scusarsene, mostrandosi un
    po' vergognosi di quello di cui gli ultra  andavano  superbi.  Era
    gente  di  spirito,  sapevano  tacere,  il loro dogma politico era
    convenientemente  borioso;  dovevano  quindi  riuscire.  Facevano,
    utilmente  del resto,  grande abuso di cravatte bianche e di abiti
    abbottonati.  Il torto,  o la disgrazia del partito dottrinario  
    stato   di   creare   la   giovent   vecchia.   Prendevano  degli
    atteggiamenti  da  sapienti,  sognavano  di  innestare  un  potere
    temporale  sul  principio  assoluto  ed eccessivo,  al liberalismo
    demolitore  opponevano,   talvolta  con  rara   intelligenza,   un
    liberalismo  conservatore.  Dicevano:  "Il  legittimismo  ha  reso
    parecchi  servizi:  ci  ha  dato  la  tradizione,  il  culto,   la
    religione,   il  rispetto;    fedele,  coraggioso,  cavalleresco,
    affezionato,  devoto,  e viene a unire,  bench a  malincuore,  le
    grandezze  secolari  della  monarchia con le nuove grandezze della
    nazione. Ha il torto di non comprendere la rivoluzione,  l'impero,
    la gloria,  la libert,  le idee nuove,  le nuove generazioni,  il
    secolo. Ma questo suo torto verso di noi non l'abbiamo forse anche
    noi verso il passato?  La rivoluzione di cui siamo gli eredi  deve
    avere  l'intelligenza  di  tutto.  Combattere  il  realismo    il
    controsenso del liberalismo.  Che orrore!  e che  accecamento!  La
    Francia  rivoluzionaria  manca  di  rispetto alla Francia storica,
    vale a dire a sua madre,  vale a dire  a  se  stessa.  Dopo  il  5
    settembre  la  nobilt  della  monarchia   trattata come dopo l'8
    agosto si trattava la nobilt  dell'impero.  Furono  ingiusti  con
    l'aquila,  noi  siamo  stati ingiusti col giglio.  Si vuole sempre
    proscrivere qualche cosa! E' veramente utile sminuire lo splendore
    della corona di Luigi Quattordicesimo  e  dello  scudo  di  Enrico
    Quarto?  Ci  facciamo  beffe  di  Vaublanc che cancellava la N dal
    ponte di Iena.  Ma in fondo che cosa faceva?  Quello che anche noi
    facciamo.  Bouvines  ci  appartiene  quanto Marengo;  i gigli sono
    nostri come le N; sono il nostro patrimonio.  Che giova menomarlo?
    Non  bisogna  rinnegare  la patria n del passato n del presente.
    Perch non accettare tutta la storia?  Perch non amare  tutta  la
    Francia?".
    In   questo  modo  i  dottrinari  criticavano  e  proteggevano  il
    legittimismo, il quale era scontento di essere criticato e furioso
    di essere protetto.
    Gli ultra contrassegnavano la  prima  epoca  della  monarchia;  le
    societ  segrete  caratterizzarono  la  seconda,  alla  foga tenne
    dietro l'abilit. E qui terminiamo il nostro schizzo.

    Nel corso di  questo  racconto  l'autore,  avendo  incontrato  sul
    proprio cammino questo curioso periodo di storia contemporanea, ha
    dovuto  darci  un'occhiata  e tracciare degli strani lineamenti di
    quella societ oggi sconosciuta. Ma lo ha fatto rapidamente, senza
    nessun pensiero di amarezza e di derisione: ricordi  affettuosi  e
    rispettosi, perch riguardano sua madre, lo legano a quel passato.
    Del  resto  bisogna  confessare  che  anche quella piccola societ
    aveva la  sua  grandezza.  Possiamo  sorriderne  ma  non  possiamo
    disprezzarla n odiarla: era la Francia di una volta.
    Mario Pontmercy, come tutti i ragazzi, fece degli studi qualunque.
    Appena  uscito dalle mani della signorina Gillenormand,  suo nonno
    lo  affid  a  un  degno  professore  della  pi  pura  osservanza
    classica,  e  cos  quella  giovane  anima  in boccio pass da una
    pinzocchera a un pedante. Fece i suoi anni di collegio,  poi entr
    nella  scuola  di diritto.  Era legittimista,  fanatico e austero;
    amava poco il nonno la cui allegria e il cui cinismo lo  urtavano,
    e pensava al padre con tristezza.
    Era  un  giovane  ardente  e  freddo,   nobile,  generoso,  fiero,
    religioso, esaltato,  dignitoso fino alla durezza,  puro fino alla
    scontrosit.

    4. FINE DEL BRIGANTE.
    Mario termin gli studi classici quando Gillenormand si ritir dal
    mondo.  Il  vecchio,  dato  un addio al quartiere san Germano e al
    salotto della signora T.,  and a stabilirsi al Marais nella  casa
    di via delle Figlie del Calvario.  Aveva come domestici,  oltre al
    portinaio,  quella  cameriera  Nicoletta  che  era  successa  alla
    Magnon,  e  quel  Basco  ansimante e asmatico,  di cui abbiamo gi
    parlato.
    Nel 1827 Mario,  che aveva appena  compiuto  i  diciassette  anni,
    tornando  a  casa  una  sera  vide che il nonno teneva in mano una
    lettera.
    - Mario, domani partirai per Vernon - disse il nonno.
    - Perch?
    - Per vedere tuo padre.
    Il giovane trasal;  aveva pensato a tutto,  fuorch a suo  padre.
    Non c'era niente di pi inatteso per lui,  di pi sorprendente,  e
    diciamolo pure, di pi spiacevole.  Era l'allontanamento costretto
    al riavvicinamento; non era un dispiacere ma una seccatura.
    Oltre ai motivi di antipatia politica,  Mario era convinto che suo
    padre,  lo sciabolatore,  come lo chiamava Gillenormand  nei  suoi
    giorni  buoni,  non  lo  amasse;  era  evidente,  perch  lo aveva
    abbandonato in mano altrui. E non sentendosi amato,  non amava;  e
    pensava che non c'era niente di pi semplice.
    La  sua  sorpresa fu tanta che non pens neppure di interrogare il
    nonno, che riprese:
    - Pare che sia ammalato, ti vuol vedere.
    E dopo una pausa aggiunse:
    - Andrai domattina.  Al largo delle Fontane  ci  deve  essere  una
    vettura  che  parte  alle  sei  e  arriva di sera.  Prendi quella.
    Bisogna far presto.
    Poi spiegazz la lettera e se la  mise  in  tasca.  Mario  avrebbe
    potuto  partire  la sera stessa e trovarsi da suo padre l'indomani
    mattina, giacch una diligenza di via Bouloi faceva in quell'epoca
    servizio per Rouen la notte e passava per Vernon.  Ma n Mario  n
    Gillenormand pensarono di informarsi.
    L'indomani,   al   tramonto,   Mario   arriv  a  Vernon,   mentre
    cominciavano ad accendersi i lampioni.  Chiese al  primo  passante
    dove   fosse   l'abitazione   del   signor   Pontmercy,    giacch
    spiritualmente d'accordo con  la  Restaurazione,  non  riconosceva
    neppure lui il padre come barone e come colonnello.
    Gli indicarono la casa.  Buss,  e venne ad aprirgli una donna con
    una lucerna in mano.
    - Il signor Pontmercy? - chiese Mario.
    La donna rest immobile.
    - Abita qui?
    La donna accenn di s col capo.
    - Posso parlargli?
    Lei fece segno di no.
    - Ma io sono suo figlio, e mi aspetta.
    - Non vi aspetta pi - rispose la donna.
    Allora Mario si accorse che lei piangeva.
    Gli accenn col dito l'uscio di una sala al piano terreno, ed egli
    entr.
    In quella stanza,  rischiarata da una candela  posta  sul  camino,
    trov tre uomini, uno in piedi, un altro in ginocchio e il terzo a
    terra con la sola camicia, disteso sul pavimento. Quest'ultimo era
    il  colonnello.  Gli  altri  due  erano  un  medico e un prete che
    pregava.
    Il colonnello tre giorni prima era stato  colpito  da  una  febbre
    cerebrale.  Al  principio  della  malattia,  preso  da  un  triste
    presentimento,  aveva scritto a Gillenormand per domandare di  suo
    figlio.  La  malattia  aveva  sempre  peggiorato.  La  sera stessa
    dell'arrivo di Mario a Vernon il  colonnello,  in  un  accesso  di
    delirio,  malgrado  gli sforzi della domestica,  si era alzato dal
    letto gridando: - Mio figlio non viene!  gli vado  incontro.  Poi,
    uscito  dalla stanza,  era caduto a terra nell'anticamera,  ed era
    spirato.
    Erano stati chiamati il medico e il curato;  ma  medico  e  curato
    erano giunti troppo tardi; e anche il figlio.
    Alla  fioca  luce  della  candela si distingueva sulla guancia del
    colonnello,  pallido  e  disteso,  una  grossa  lacrima  cadutagli
    dall'occhio  spento.  L'occhio  era spento,  ma la lacrima non era
    ancora asciugata, ed era stata causata dal ritardo del figlio.
    Mario stette a considerare quell'uomo che vedeva per  la  prima  e
    per l'ultima volta, il volto venerando e maschio, gli occhi aperti
    ma senza sguardo, i capelli bianchi, le membra robuste sulle quali
    si  scorgevano qua e l delle linee brune che erano tanti colpi di
    sciabola,  e delle piccole stelle rosse che erano tanti  buchi  di
    pallottole.   Consider  quel  gigantesco  sfregio  che  imprimeva
    l'eroismo su quel volto in cui Dio aveva impresso la bont;  pens
    che quell'uomo era suo padre e che era morto, e rimase freddo.
    La  tristezza  che  provava  era  quella  che  avrebbe sentito per
    qualsiasi altro uomo che avesse avuto davanti morto.
    Il dolore,  un dolore  pungente,  regnava  in  quella  stanza.  La
    domestica  si  lamentava  in  un  angolo,   il  curato  pregava  e
    singhiozzava, il medico si asciugava gli occhi;  anche il cadavere
    piangeva.
    Il medico, il prete e la donna guardavano Mario attraverso la loro
    afflizione, senza dire una parola. Era lui l'estraneo. Troppo poco
    commosso, si sent vergognoso e imbarazzato dal suo atteggiamento;
    teneva  il  cappello  in  mano  e lo lasci cadere a terra per far
    credere che il dolore gli toglieva la forza di tenerlo.
    Nello stesso tempo provava una specie di rimorso e disprezzava  se
    stesso per il suo comportamento. Ma era colpa sua se non amava pi
    suo padre?
    Il  colonnello  non  lasci  nulla,  e la vendita dei mobili bast
    appena a pagare il funerale.  La domestica trov un pezzo di carta
    che consegn a Mario. C'era scritto, di pugno del colonnello:
    "Per  mio  figlio.  L'imperatore  mi  fece  barone  sul  campo  di
    battaglia di Waterloo. Poich la Restaurazione mi contrasta questo
    titolo che acquistai col mio sangue,  mio figlio lo assumer e  lo
    porter. E' inutile aggiungere che ne sar degno".
    A tergo il colonnello aveva aggiunto:
    "Nella  battaglia  di  Waterloo  un sergente mi salv la vita.  Si
    chiama Thnardier,  e mi fu detto che in questi ultimi tempi aveva
    una  piccola  locanda  in  un villaggio nei dintorni di Parigi,  a
    Chelles o a Montfermeil.  Se mio figlio lo  incontra,  gli  faccia
    tutto il bene possibile".
    Mario prese quella carta e la conserv, non per devozione al padre
    ma  per  quel  vago  rispetto  della  morte  e  che   sempre cos
    imperioso nel cuore dell'uomo.
    Del colonnello non rimase nulla.  Gillenormand fece vendere  a  un
    rigattiere  la  spada  e  l'uniforme;  i  vicini saccheggiarono il
    giardino rubando i rari fiori,  e le altre piante divennero rovi e
    sterpi, oppure seccarono.
    Mario  si  trattenne a Vernon solo quarantott'ore.  Subito dopo il
    funerale, torn a Parigi al suo corso di diritto senza pi pensare
    al padre,  come se non  fosse  mai  esistito.  In  due  giorni  il
    colonnello fu sepolto e in tre giorni fu dimenticato.
    Mario portava il lutto al cappello. Questo  tutto.

    5. COME SIA UTILE ANDARE A MESSA PER DIVENTARE RIVOLUZIONARIO.
    Mario  aveva conservato le abitudini religiose dell'infanzia.  Una
    domenica and a sentir messa a san Sulpizio, nella stessa cappella
    della Madonna dove lo conduceva la zia quand'era  piccolo.  Poich
    quel  giorno  era  distratto  e  pensoso  pi  del solito,  and a
    prendere  posto  dietro  un  pilastro,  e  si  inginocchi,  senza
    accorgersene,  su una sedia coperta di velluto,  sul cui schienale
    era inciso questo nome: "Mabeuf fabbriciere".  La messa era appena
    cominciata quando si present un vecchio che disse a Mario:
    - Signore, questo  il mio posto.
    Mario  si  fece  da  parte premurosamente,  e il vecchio occup la
    sedia.
    Terminata la messa,  il vecchio si accost di nuovo a  Mario,  che
    era rimasto pensoso a qualche passo, e gli disse:
    -  Signore,  vi  chiedo  scusa se poco fa vi ho disturbato e se di
    nuovo vi disturbo;  ma poich mi  avete  certamente  giudicato  un
    importuno,  bene che mi spieghi.
    - E' inutile, signore - rispose Mario.
    - Ma no - rispose il vecchio.  - Non voglio che abbiate un cattivo
    concetto di me. Vedete,  io ci tengo a quel posto;  mi pare che di
    l si ascolti meglio la messa.  Perch? Ve lo dico subito. In quel
    posto ho visto venire per molti anni, regolarmente, ogni due o tre
    mesi, un povero padre,  il quale non aveva altra occasione e altro
    modo  di  vedere  suo  figlio,  impeditone  per  certi  accordi di
    famiglia.  Veniva all'ora in cui sapeva che conducevano suo figlio
    a  messa.  Il  piccolo  non  sospettava neppure di avere un padre.
    L'uomo se ne stava nascosto  dietro  il  pilastro  perch  non  lo
    vedessero,  guardava  fisso  suo  figlio  e  piangeva.  L'infelice
    adorava suo figlio. Allora questo angolo fu come santificato, e io
    presi l'abitudine di venirvi ad ascoltare la messa;  lo preferisco
    alla panca vicino all'altare,  nella quale avrei diritto di sedere
    come fabbriciere.  Ho pure conosciuto un poro quel povero signore.
    Aveva un suocero,  una vecchia zia ricca, dei parenti, non so bene
    quali, che minacciavano di diseredare il figlio se lui, suo padre,
    lo vedesse.  Ed egli si era sacrificato perch suo figlio fosse un
    giorno ricco e felice. Lo tenevano lontano per opinioni politiche;
    certo,  io  approvo le opinioni politiche,  ma ci sono persone che
    non conoscono limiti. Mio Dio!  solo perch uno  stato a Waterloo
      un  mostro,  e non c' ragione di separare un padre dal proprio
    figlio.  Era un colonnello di  Bonaparte.  Credo  che  sia  morto.
    Abitava  a  Vernon,  dove    parroco mio fratello,  e si chiamava
    Pontmarie o Montpercy. Aveva davvero un bel colpo di sciabola.
    - Pontmercy? - chiese Mario impallidendo.
    - Appunto, Pontmercy. L'avete forse conosciuto?
    - Signore - rispose Mario - era mio padre.
    Il vecchio fabbriciere congiunse le mani esclamando:
    - Ah, siete voi il piccolo! S,  vero, ora siete un uomo. Ebbene,
    povero figliolo, potete vantarvi di avere avuto un padre che vi ha
    veramente adorato.
    Mario offr  il  braccio  al  vecchio  e  lo  ricondusse  a  casa.
    L'indomani disse a Gillenormand:
    -   Ho   combinato   una  partita  di  caccia  con  alcuni  amici.
    Permettetemi di assentarmi per tre giorni.
    - Quattro - rispose il nonno. - Va pure,  divertiti.  E strizzando
    l'occhio disse sottovoce alla figlia: - Qualche amoretto!

    6. CHE COSA VUOL DIRE INCONTRARE UN FABBRICIERE.
    Vedremo pi avanti dove and Mario.
    Fu  assente  per  tre  giorni;  poi  torn  a  Parigi,  and  alla
    biblioteca della scuola di diritto  e  chiese  la  collezione  del
    "Moniteur".
    Lesse  il  "Moniteur",  lesse  tutte  le storie della Repubblica e
    dell'Impero, il "Memoriale di sant'Elena", tutte le memorie, tutti
    i bollettini,  tutti i giornali e i  proclami;  divor  tutto.  La
    prima volta che incontr il nome di suo padre nei bollettini della
    Grande Armata,  ne ebbe la febbre per un'intera settimana.  And a
    visitare i generali sotto i quali il padre aveva militato,  e  tra
    essi il conte H... And a ritrovare il fabbriciere Mabeuf, che gli
    descrisse la vita del colonnello a Vernon,  il suo ritiro,  i suoi
    fiori,  la sua solitudine.  Mario arriv a  conoscere  interamente
    quell'uomo  raro,  sublime e mite,  quella specie di leone agnello
    che era stato suo padre.
    Intanto,  occupato in questi studi che  gli  prendevano  tutto  il
    tempo e tutti i pensieri,  non vedeva quasi pi i Gillenormand. Si
    faceva vedere all'ora dei pasti;  poi scompariva  subito.  La  zia
    borbottava,  il  nonno sorrideva: - E' l'et degli amori!  Qualche
    volta il vecchio aggiungeva: -  Perbacco!  credevo  che  fosse  un
    capriccio e invece si tratta, a quanto pare, di una vera passione.
    Era infatti una passione. Mario s'era messo ad adorare suo padre.
    Nello  stesso  tempo,  avveniva  nelle  sue idee uno straordinario
    mutamento. Le fasi di tale mutamento furono numerose e successive;
    e siccome questa  anche la storia  di  molti  del  nostro  tempo,
    crediamo utile seguire queste fasi e accennarle tutte.
    La  storia  su  cui aveva messo gli occhi lo spaventava.  Il primo
    effetto fu come un abbagliamento.
    Fino a quel giorno la Repubblica e l'Impero erano  state  per  lui
    delle  parole  mostruose;  la  repubblica  una  ghigliottina nella
    penombra,  l'impero una sciabola nella notte.  Ora  che  ci  aveva
    guardato dentro,  dove si aspettava di trovare soltanto un caos di
    tenebre,  con una specie di inaudita sorpresa mista a timore  e  a
    gioia, vedeva scintillare degli astri, Mirabeau, Vergniaud, Saint-
    Just,  Robespierre, Camillo Desmoulins, Danton, e sorgere un sole,
    Napoleone. Non sapeva pi dove si trovava. Indietreggiava accecato
    dalla luce.  Ma a poco a poco,  passato lo stupore,  si  abitu  a
    quegli splendori,  consider le azioni senza turbamento, esamin i
    personaggi senza terrore;  la Rivoluzione  e  l'Impero  si  misero
    luminosamente  in  prospettiva  davanti al suo sguardo visionario;
    vide  ciascuno  di  quei  gruppi  di  avvenimenti  e   di   uomini
    riassumersi in due fatti enormi: la Repubblica nella sovranit del
    diritto  civile  restituito  alle masse,  l'Impero nella sovranit
    dell'idea  francese  imposta  all'Europa;   vide  scaturire  dalla
    Rivoluzione  la  grande  figura del popolo,  dall'Impero la grande
    figura della Francia; e dichiar,  nella sua coscienza,  che tutto
    questo era stato un bene.
    Non   crediamo   necessario  indicare  ora  le  cose  che  il  suo
    abbagliamento trascurava in quel primo giudizio  molto  sintetico.
    Costatiamo  soltanto  lo  stato  di  una  mente  in evoluzione.  I
    progressi non si fanno tutti in una tappa  sola.  Chiarito  questo
    una  volta  per sempre,  sia per quanto riguarda le cose dette che
    per quelle che seguiranno, proseguiamo.
    Si accorse che fino a quel momento non aveva capito il  suo  paese
    come non aveva capito suo padre.  Non aveva conosciuto n l'uno n
    l'altro. Era stata una specie di cecit volontaria. Adesso vedeva;
    e da un lato ammirava, dall'altro adorava.
    Era pieno di rimpianti e di rimorsi  e  pensava  che  ormai  tutto
    quello che aveva nell'anima poteva dirlo soltanto a una tomba.  Se
    avesse avuto ancora suo padre!  se Dio nella  sua  misericordia  e
    nella sua bont, avesse permesso che quel padre fosse ancora vivo,
    come  sarebbe accorso,  come si sarebbe precipitato,  come avrebbe
    gridato: - Padre mio,  eccomi,  sono io!  ho lo stesso tuo  cuore!
    sono  tuo  figlio!  -  Come  gli  avrebbe  baciato il capo canuto,
    inondato di lacrime i capelli,  ammirato la cicatrice,  stretto le
    mani adorate, adorato gli abiti, baciato i piedi! Perch suo padre
    era  morto  cos  presto,   prima  della  vecchiaia,  prima  della
    giustizia,  prima dell'amore del figlio?  Mario aveva un  continuo
    singhiozzo nel cuore, che diceva ogni momento: ahim! Nel medesimo
    tempo diventava pi serio,  pi grave, pi sicuro della sua fede e
    del suo pensiero.  A ogni istante bagliori di  verit  venivano  a
    completare  la  sua  ragione.  C'era  in  lui  come  una  crescita
    interiore,  sentiva una specie di  sviluppo  naturale  causato  da
    queste due cose: suo padre e la patria.
    Tutto  gli  si  apriva  come  quando  si  possiede una chiave;  si
    spiegava quello che aveva odiato,  comprendeva  quello  che  aveva
    aborrito;  vedeva  chiaramente  il senso provvidenziale,  divino e
    umano insieme,  delle grandi cose  che  gli  avevano  insegnato  a
    maledire. Quando pensava alle sue precedenti opinioni, si sdegnava
    e sorrideva.
    Dalla  riabilitazione  del  padre  era  passato  naturalmente alla
    riabilitazione di Napoleone.
    Questa per, dobbiamo notarlo, non avvenne senza fatica.
    Fin dall'infanzia l'avevano imbevuto dei  pregiudizi  del  partito
    del 1814 su Bonaparte.  Ma tutti i pregiudizi,  gli interessi, gli
    istinti della Restaurazione tendevano a sfigurare Napoleone.  Essa
    lo  esecrava  pi  di  Robespierre,  e  aveva sfruttato con troppa
    abilit  la  stanchezza  della  nazione  e  l'odio  delle   madri.
    Bonaparte  era  diventato  una  specie  di mostro favoloso;  e per
    dipingerlo alla fantasia del popolo,  che rassomiglia a quella dei
    fanciulli,  il  partito  del  1814 faceva apparire successivamente
    tutte le maschere spaventose,  da  quella  che    terribile,  pur
    restando  grandiosa  fino  a quella che  terribile,  pur restando
    grottesca, da Tiberio al baubau.  Cos parlando di Bonaparte,  era
    lecito singhiozzare e scoppiare dalle risa,  purch l'odio tenesse
    bordone.  Queste erano le sole  idee  che  Mario  aveva  avuto  su
    quell'uomo  e  che  si  erano  combinate  con  la  tenacia del suo
    carattere; c'era in lui un piccolo testardo che odiava Napoleone.
    Leggendo la storia,  studiandola soprattutto nei documenti e nelle
    fonti  primitive,  il  velo che nascondeva Napoleone agli occhi di
    Mario a poco a poco si lacer.  Intravide qualcosa di  immenso,  e
    sospett  di  essersi ingannato fino allora su Bonaparte,  come su
    tutto il resto.  Ogni giorno vedeva meglio,  e si  mise  a  salire
    lentamente,  dapprima a malincuore,  poi inebriato e come attratto
    da un fascino irresistibile, prima i gradini tenebrosi, poi quelli
    rischiarati  da  una  luce  incerta,   infine  quelli  luminosi  e
    splendidi dell'entusiasmo.
    Una notte,  solo nella sua cameretta sotto il tetto, al lume della
    candela, leggeva,  con i gomiti appoggiati alla tavola vicino alla
    finestra.  Dallo  spazio  arrivavano  a  lui  tutti  i  sogni e si
    fondevano con i suoi pensieri.  Che spettacolo la notte!  Si odono
    rumori sordi che non si sa dove vengano,  si vede scintillare come
    un fuoco Giove che  milleduecento volte pi grande  della  terra,
    il  firmamento  nero,  le  stelle  che  brillano:  uno  spettacolo
    formidabile.
    Leggeva i bollettini della Grande Armata,  quelle strofe  omeriche
    scritte  sul  campo di battaglia;  vi trovava il nome di suo padre
    ogni tanto e  quello  di  Napoleone  sempre;  tutta  la  grandezza
    dell'impero  gli  stava  davanti;  sentiva  una  marea gonfiarsi e
    sollevarsi in lui;  talora gli pareva che suo padre  gli  passasse
    accanto come un altro;  credeva di udire i tamburi, il cannone, le
    trombe,  il passo misurato dei battaglioni,  il  galoppo  sordo  e
    lontano  della  cavalleria;  di tanto in tanto levava gli occhi al
    cielo  e  vedeva  le  colossali  costellazioni   splendere   nelle
    profondit del firmamento,  poi li chinava di nuovo sul libro e vi
    scorgeva altre cose colossali che ci  si  agitavano  confusamente.
    Sentiva  un'oppressione  al  cuore;  era  fuori  di s,  tremante,
    anelante;  a un tratto,  senza neppure rendersi conto di quel  che
    accadeva  nell'animo  suo  e  a chi obbedisse,  si rizz in piedi,
    stese le braccia fuori della finestra,  guard fisso  l'ombra,  il
    silenzio, l'infinito tenebroso, l'immensit eterna e grid: - Viva
    l'imperatore!
    Da  quel  momento,   la  lotta  cess.   L'  Orco  della  Corsica,
    l'usurpatore, il tiranno, il mostro, l'istrione, l'avvelenatore di
    Giaffa,  il tigre,  Bonaparte,  tutto svan cedendo il posto nella
    sua  mente  a  un  incerto  e  luminoso  alone in cui a un'altezza
    inaccessibile splendeva il pallido fantasma  marmoreo  di  Cesare.
    L'imperatore  che  per  suo  padre  era  stato  soltanto l'adorato
    capitano che si ammira e per il quale si sacrifica la vita, fu per
    lui qualcosa di pi: fu il costruttore  predestinato  della  razza
    francese   che   succedeva   alla   razza   romana   nel   dominio
    dell'universo;  fu il prodigioso architetto di un gran crollo,  il
    continuatore  di Carlomagno,  di Luigi Quattordicesimo,  di Enrico
    Quarto, di Richelieu,  del Comitato di salute pubblica,  che aveva
    senza dubbio le sue macchie,  le sue colpe e anche il suo delitto,
    vale a dire che  era  un  uomo,  per  era  augusto  nelle  colpe,
    splendido   nelle   macchie,   potente  nel  delitto.   Fu  l'uomo
    predestinato che aveva costretto tutte  le  nazioni  a  dire:  "La
    grande  nazione";  meglio ancora,  fu la stessa incarnazione della
    Francia,  la quale  conquistava  l'Europa  con  la  spada  da  lui
    impugnata  e  il  mondo con la luce da lui diffusa.  Mario vide in
    Bonaparte lo  scettro  abbagliante  che  si  erger  sempre  sulla
    frontiera e difender l'avvenire.  Despota,  ma dittatore; despota
    che risultava da una  repubblica  e  riassumeva  una  rivoluzione.
    Napoleone divenne per lui l'uomo-popolo come Ges  l'uomo-Dio.
    Egli  era  inebriato  della  sua  conversione e al pari di tutti i
    neofiti si precipitava nell'adesione e andava oltre.  Era  il  suo
    carattere:  messo su una china gli era quasi impossibile fermarsi.
    Il fanatismo per la spada lo  vinceva  unendosi  nella  sua  mente
    all'entusiasmo per l'idea.  Non s'accorgeva che insieme al genio e
    confusa con esso ammirava la  forza,  vale  a  dire  che  nei  due
    scompartimenti  della  sua  idolatria  collocava  da  una parte il
    divino e  dall'altra  la  forza  bruta.  Sotto  parecchi  aspetti,
    cominciava  a ingannarsi in un altro modo,  ammettendo tutto.  C'
    una maniera di andare incontro all'errore andando verso la verit.
    Aveva una specie di buona fede passionale che accettava  tutto  in
    blocco.  Nella  nuova  strada su cui s'era messo,  nel giudicare i
    torti  dell'antico  regime,   come  nel  misurare  la  gloria   di
    Napoleone, trascurava le circostanze attenuanti.
    Checch  ne  fosse,  aveva compiuto un passo prodigioso;  dove una
    volta aveva visto la caduta della monarchia,  vedeva ora l'avvento
    della  Francia.  Il  suo  orientamento  era mutato: quello che era
    stato ponente adesso era levante; ma era stato lui a voltarsi.
    Tutte queste rivoluzioni si compivano in  lui  senza  che  la  sua
    famiglia se ne accorgesse.
    Quando  in  quel  misterioso  lavorio perse completamente l'antica
    scorza di borbonico e di ultra,  quando  si  spogli  della  veste
    d'aristocratico,   di  giacobino,   di  legittimista,   quando  fu
    completamente rivoluzionario,  profondamente democratico  e  quasi
    repubblicano,  and  da  un  incisore  sulla  riva degli Orefici e
    ordin biglietti da visita col nome: "Barone Mario Pontmercy".
    Era questa una conseguenza logica del mutamento avvenuto  in  lui:
    mutamento nel quale tutto gravitava attorno a suo padre. Per, non
    conoscendo  nessuno e non potendo quindi seminare i suoi biglietti
    da visita presso i portinai, se li mise in tasca.
    Inoltre,  a mano a mano che si accostava a  suo  padre,  alla  sua
    memoria  e  alle  cose  per  le  quali  egli  aveva combattuto per
    venticinque anni, si allontanava dal nonno. Abbiamo gi notato che
    da molto tempo l'umore di Gillenormand non  gli  piaceva:  tra  il
    giovane  grave  e il vecchio frivolo c'erano gi delle dissonanze.
    La giocondit  di  Geronte  urta  ed  esaspera  la  malinconie  di
    Werther. Finch avevano avuto in comune le opinioni politiche e le
    idee,  si  erano  incontrati su quel terreno come su un ponte,  ma
    quando il ponte croll, ci fu l'abisso tra loro..  Inoltre,  Mario
    sentiva  dei  moti  di  ribellione  inesprimibile pensando che era
    stato Gillenormand a strapparlo, per stupidi motivi e senza piet,
    al colonnello,  privando cos il padre del figlio e il figlio  del
    padre.
    A forza d'amare il padre, Mario arriv a odiare il nonno.
    Del resto,  ripetiamo, nulla trapelava al di fuori. Per Mario era
    sempre pi freddo, laconico durante i pasti,  e raramente stava in
    casa.  Se la zia lo rimproverava per questo,  rispondeva con molta
    dolcezza,  adducendo come pretesto  gli  studi,  le  lezioni,  gli
    esami,  le conferenze,  eccetera.  Il nonno non abbandonava la sua
    diagnosi infallibile:
    - E' innamorato! Me ne intendo.
    Ogni tanto Mario faceva qualche assenza.
    - Dove va? - domandava la zia.
    In  uno  di  quei  viaggi  sempre   molto   brevi   per   ubbidire
    all'indicazione lasciatagli da suo padre, era andato a Montfermeil
    a cercare l'antico sergente di Waterloo, il locandiere Thnardier.
    Ma costui era fallito, aveva chiuso la locanda e non si sapeva che
    ne fosse stato. Mario stette quattro giorni fuori casa.
    - Si  sviato, certamente! - disse il nonno.
    E  notarono  che sul petto,  sotto la camicia,  portava un oggetto
    appeso al collo con un nastro nero.

    7. QUALCHE GONNELLA.
    Abbiamo parlato di un lanciere.  Era un pronipote di  Gillenormand
    da parte materna,  il quale menava la vita di guarnigione, lontano
    dalla famiglia e dal focolare domestico.  Il sottotenente  Teodulo
    Gillenormand  riuniva  in  s  tutte  le doti richieste per essere
    quello  che  si  dice  un  bell'ufficiale.   Aveva  "una  vita  da
    signorina",  un  modo  superbo  di portare la sciabola,  e i baffi
    arricciati. Andava molto di rado a Parigi, tanto di rado che Mario
    non l'aveva mai visto, e i due cugini si conoscevano solo di nome.
    Teodulo era,  come abbiamo  gi  detto,  il  beniamino  della  zia
    Gillenormand,  la qualche lo prediligeva perch non lo vedeva mai.
    Il non vedere la  gente  permette  di  attribuire  loro  tutte  le
    perfezioni.
    Una  mattina,  la signorina Gillenormand era tornata in camera sua
    commossa, tanto quanto glielo permetteva la sua placidezza.  Mario
    aveva  chiesto  di  nuovo  al nonno il permesso di fare un piccolo
    viaggio, aggiungendo che contava di partire la sera stessa.  - Va'
    -  aveva  risposto  il  nonno  e spingendo le sopracciglia in alto
    verso la fronte aveva aggiunto: -  E'  recidivo  a  dormire  fuori
    casa! - La signorina era salita in camera sua molto incuriosita e,
    facendo le scale,  aveva lanciato questa esclamazione: - Strano; -
    e ancora questa interrogazione:- Ma dove va adesso?  -  Immaginava
    qualche  avventura  amorosa  pi o meno illecita,  una donna nella
    penombra,   un  appuntamento,   un  mistero,   e  non  le  sarebbe
    dispiaciuto   di  ficcarci  il  naso.   Il  fiuto  di  un  mistero
    rassomiglia alla primizia di  uno  scandalo,  e  non    cosa  che
    dispiace  alle  anime  sante.  Negli  scompartimenti segreti della
    bigotteria c' un po' di curiosit per lo scandalo.
    Essa era dunque in preda a un confuso desiderio  di  scoprire  una
    storiella.
    Per  distrarsi  da questa curiosit che la teneva agitata oltre il
    solito, si era rifugiata nei suoi lavori,  si era messa a lavorare
    uno  di  quei  ricami  dell'Impero  e  della  Restaurazione in cui
    appaiono  molte  ruote  di   birocci.   Lavoro   noioso,   burbera
    lavoratrice.  Era da parecchie ore seduta, quando l'uscio si apr.
    Alz il naso; il sottotenente Teodulo le stava davanti e faceva il
    saluto militare.  Lei lanci un grido di  gioia.  Per  quanto  una
    donna sia vecchia,  scrupolosa, bigotta, zia, ha sempre piacere di
    vedere entrare nella sua camera un lanciere.
    - Tu qui, Teodulo! - esclam. - Sono di passaggio,
    - Ma baciami, allora.
    - Ecco - rispose Teodulo. - E la baci.
    La zia and allo scrigno e lo apr:
    - Ti fermi almeno per tutta la settimana?
    - No, Zia, riparto stasera.
    - E' impossibile.
    - Eppure  cos.
    - Fermati, caro Teodulo, te ne prego.
    - Il cuore dice di s ma la consegna mi dice  di  no.  La  cosa  
    semplice.  Cambio guarnigione. Ero a Melun e mi mandano a Gaillon.
    Per andare alla nuova guarnigione bisogna passare per Parigi e  ho
    pensato di venire a trovare la zia.
    -  Questo    per il tuo disturbo - disse e gli mise in mano dieci
    luigi.
    - Volete dire per il mio piacere, zia.
    Teodulo la baci di nuovo,  e lei prov  il  piacere  di  sentirsi
    vellicare il collo dalle mostrine della divisa.
    - Fai il viaggio a cavallo col reggimento? - domand.
    - No, Zia. Ho chiesto un permesso speciale per vedervi. Il cavallo
    me  lo  porta l'attendente,  e io vado in diligenza.  A proposito,
    devo domandarvi una cosa.
    - Cio?
    - Mio cugino Mario Pontmercy viaggia anche lui?
    - Come fai a saperlo? - chiese la zia con la pi viva curiosit.
    - Appena arrivato,  sono corso alla  diligenza  per  prenotare  un
    posto all'interno.
    - Ebbene?
    -   Un   viaggiatore   era   gi   andato  a  prenotare  un  posto
    sull'imperiale, e ho visto il nome sul registro.
    - Ed era?
    - Mario Pontmercy.
    - Che cattivo soggetto!  - esclam la zia.  - Tuo cugino non   un
    ragazzo  ordinato  come  te.  E  dire  che  passer  la  notte  in
    diligenza!
    - Come me.
    - Ma tu lo fai per dovere, lui invece per disordine.
    - Perbacco! - esclam Teodulo.
    E  qui  ci  fu  un  avvenimento  straordinario  per  la  signorina
    Gillenormand: ebbe cio un'idea. Se fosse stata un uomo si sarebbe
    picchiato la fronte. E cos apostrof Teodulo:
    - Lo sai che tuo cugino non ti conosce?
    - Lo so;  l'ho visto,  ma lui non s' mai degnato di accorgersi di
    me.
    - Dunque viaggerete insieme?
    - S, lui sull'imperiale, io dentro.
    - Dove va quella diligenza?
    - Ad Andelys.
    - E Mario va l?
    - A meno che non si fermi per via,  come faccio io  che  scendo  a
    Vernon  per  prendere  la  vettura che va a Gaillon.  Non so nulla
    dell'itinerario di Mario.
    - Mario! che brutto nome!  che idea chiamarlo Mario!  Tu almeno ti
    chiami Teodulo.
    - Preferirei chiamarmi Alfredo - disse l'ufficiale.
    - Sta a sentire, Teodulo.
    - Sento, zia.
    - Sta attento.
    - Sto attento.
    - Ci sei?
    - S.
    - Ebbene, Mario fa delle assenze.
    - Ebbene!
    - Viaggia.
    - Oh, oh!
    - Dorme fuori casa.
    - Ah, ah!
    - Vorremmo sapere che cosa c' sotto.
    Teodulo rispose con la calma dell'uomo esperto:
    - Qualche gonnella.
    E  con  quel  sorriso  superficiale  che  manifesta  la  certezza,
    aggiunse:
    - Una ragazza.
    - E' evidente - aggiunse la zia, cui parve udire parlare il signor
    Gillenormand e sent la sua convinzione sorgere da  quella  parola
    "ragazza"  sottolineata  quasi  allo  stesso modo dal prozio e dal
    pronipote. Poi riprese:
    - Fammi un piacere.  Segui un po' Mario.  Ti sar facile.  Non  ti
    conosce. E giacch c' una ragazza, cerca di vederla. Ci scriverai
    poi la storiella che divertir molto il nonno.
    Teodulo non aveva un gusto eccessivo per queste cose, ma era molto
    commosso  per  i  dieci  luigi e gli pareva di poter continuare ad
    averne accettando la commissione; perci disse: Come volete,  zia.
    - E aggiunse tra s: - Eccomi diventato una balia.
    La signorina Gillenormand lo abbracci. - Tu, Teodulo, non faresti
    simili scappatelle.  Obbedisci alla disciplina,  sei schiavo della
    consegna, sei un uomo scrupoloso e osservante dei propri doveri, e
    non abbandoneresti la famiglia per andare a trovare una donnetta.
    Il lanciere fece la smorfia soddisfatta di Cartouche lodato per la
    sua probit.
    Venuta la sera,  Mario sal sulla diligenza senza  sospettare  che
    aveva  un  sorvegliante.  Ma  la  prima cosa che questi fece fu di
    addormentarsi d'un sonno profondo e coscienzioso.  Russ tutta  la
    notte.
    Sul  far  del  giorno il conduttore della diligenza grid: Vernon!
    fermata di Vernon!  I  viaggiatori  per  Vernon!  Il  sottotenente
    Teodulo si svegli.
    - Bene! scendo qui - disse mezzo addormentato.
    Poi, a mano a mano che gli si schiariva la memoria pens alla zia,
    ai  dieci  luigi  e  alla relazione che aveva promesso di scrivere
    sulle gesta di Mario. E si mise a ridere.
    - Forse non  nemmeno pi in vettura - disse mentre si abbottonava
    la giubba. - Ha potuto fermarsi a Poissy o a Triel; se non  sceso
    a Meulan,  ha potuto scendere a Nantes,  a meno  che  non  si  sia
    fermato  a  Rolleboise  o  non abbia proseguito fino a Pacy,  dove
    aveva la possibilit di voltare a sinistra per Evreux o  a  destra
    per  Laroche-Gyon.  Provati a corrergli dietro,  zia!  Che diavolo
    scriver a quella buona vecchia?
    In  quel  momento  un  paio  di  pantaloni  neri  che   scendevano
    dall'imperiale apparvero davanti al vetro della diligenza.
    - Che sia Mario? - pens l'ufficiale.
    Era proprio Mario.
    Accanto  alla  diligenza,  tra  i  cavalli  e  i postiglioni,  una
    contadinella offriva fiori ai viaggiatori, dicendo: - Infiorate le
    vostre dame.
    Mario le si avvicin e compr i pi bei fiori del suo cesto.
    - In verit - pens Teodulo saltando gi dalla vettura -  la  cosa
    comincia  a  interessarmi.  A chi diamine va a portare quei fiori?
    Deve essere una  donna  enormemente  graziosa  per  meritare  quel
    magnifico mazzo. Voglio vederla.
    E  si  mise a seguire Mario,  non pi per incarico altrui,  ma per
    propria curiosit,  come quei cani che vanno a  caccia  per  conto
    proprio.
    Mario  non badava a Teodulo.  Scesero dalla diligenza alcune donne
    eleganti,  ma lui non le guard.  Pareva  che  non  vedesse  nulla
    attorno.
    - Com' innamorato! - pens l'ufficiale.
    E vedendo il cugino dirigersi verso la chiesa, pens:
    - Bene,  la chiesa! al solito! Gli appuntamenti conditi con un po'
    di messa sono i  migliori.  Non  c'  nulla  di  pi  squisito  di
    un'occhiata che passa di sopra al buon Dio.
    Arrivato  alla  chiesa,  Mario  non  ci entr,  ma girando intorno
    all'abside, spar dietro l'angolo d'uno dei contrafforti.
    - L'appuntamento  fuori - pens Teodulo. - Vediamo la donnetta.
    E avanz sulla punta dei piedi verso l'angolo, dietro il quale era
    scomparso Mario.
    Ma si ferm stupefatto.  Mario,  con la  fronte  nelle  mani,  era
    inginocchiato  sull'erba  presso  una  fossa,  sulla  quale  aveva
    sparpagliato i suoi  fiori.  All'estremit  del  tumulo,  dove  un
    piccolo  rialzo  indicava  la testa,  c'era una croce di legno con
    questo nome in lettere  bianche:  "Colonnello  Barone  Pontmercy".
    Mario singhiozzava.
    La donnetta era la tomba.

    8. MARMO CONTRO GRANITO.
    Mario  si  era  recato  l,  la prima volta che s'era assentato da
    Parigi;  e l ritornava tutte le volte  che  Gillenormand  diceva:
    Dorme fuori.
    Il   sottotenente   Teodulo   rest   del  tutto  sconcertato  per
    quell'inatteso  incontro  d'una  tomba;   prov   una   sensazione
    piacevole  e  strana,  che  era  incapace  di  analizzare e che si
    componeva del rispetto per una tomba  misto  al  rispetto  per  un
    colonnello.  Indietreggi, lasciando Mario solo nel cimitero, e in
    quella sua mossa ci fu  un  senso  di  disciplina.  La  morte  gli
    apparve  con  grosse  spalline,  e  lui  le  fece  quasi il saluto
    militare.  Non sapendo  che  scrivere  alla  zia,  decise  di  non
    scrivere nulla; e probabilmente la scoperta di Teodulo sugli amori
    di  Mario  non  avrebbe  prodotto nessuna conseguenza se,  per una
    misteriosa combinazione del caso,  la scena di Vernon  non  avesse
    avuto quasi immediatamente una specie di contraccolpo a Parigi.
    Mario  torn  da Vernon al terzo giorno di primo mattino;  and in
    casa di suo nonno e stanco per le due notti passate in  diligenza,
    sentendo  il  bisogno di recuperare il sonno perduto con un'ora di
    nuoto,  sal rapidamente in camera sua,  si tolse il soprabito  da
    viaggio  e  il  cordoncino  nero  che  portava al collo e and nel
    bagno.
    Gillenormand che s'era alzato di buon'ora come tutti i vecchi  che
    stanno  bene,  udendo rientrare il nipote si affrett a salire pi
    presto che pot con le sue vecchie gambe la scala  della  soffitta
    dove abitava Mario, per abbracciarlo e abbracciandolo fargli delle
    domande e sapere da dove veniva.
    Ma  il  giovane aveva impiegato minor tempo a venir gi che non il
    nonno a salire,  cosicch  quando  questi  entr  nella  soffitta,
    l'altro non c'era pi.
    Il  letto  non  era  disfatto,  e  sul  letto  erano buttati senza
    diffidenza il soprabito e il cordoncino nero.
    - Meglio cos - disse Gillenormand.
    E un momento dopo entr nel salotto dove stava seduta la signorina
    intenta a ricamare la sue ruote di biroccio.
    L'ingresso fu trionfale.
    Il vecchio teneva con una mano il soprabito il nastro, gridando:
    - Vittoria! adesso possiamo penetrare nel mistero;  adesso sapremo
    quale  gatta  ci  cova,  toccheremo  con mano il libertinaggio del
    nostro sornione. Eccomi in possesso del romanzo. Ho il ritratto.
    Infatti il cordoncino sosteneva  un  piccolo  astuccio  di  zinco,
    molto simile a un medaglione.
    Il  vecchio  prese  l'astuccio e lo guard per qualche tempo senza
    aprirlo, con quell'aria di volutt, di rapimento e di collera d'un
    povero diavolo affamato che si  vede  passare  sotto  il  naso  un
    magnifico pranzo che non  per lui.
    -  Evidentemente  questo   un ritratto;  me ne intendo.  Si porta
    teneramente  sul  cuore.   Come  sono  stupidi.   Probabilmente  
    un'abominevole  sgualdrina  che  mette  i  brividi  a  vederla.  I
    giovanotti moderni sono di cattivo gusto.
    - Vediamo, pap - disse la zitellona.
    L'astuccio si apriva spingendo una molla; ma vi trovarono soltanto
    un pezzo di carta accuratamente piegato.
    - So di che si tratta - disse Gillenormand scoppiando a ridere. E'
    una letterina amorosa.
    - Leggiamola -  disse la zia; e inforc gli occhiali. Spiegarono e
    lessero il biglietto:
    "Per  mio  figlio:  L'imperatore  mi  fece  barone  sul  campo  di
    battaglia di Waterloo. Poich la Restaurazione mi contrasta questo
    titolo che conquistai col mio sangue,  mio figlio lo assumer e lo
    porter. E' inutile aggiungere che ne sar degno".
    Non sapremmo dire che cosa provarono il  padre  e  la  figlia.  Si
    sentirono agghiacciati come dal respiro di un teschio. Non dissero
    una  parola;  soltanto  il  signor Gillenormand osserv sottovoce,
    quasi parlando tra s:
    - E' la scrittura di quello sciabolatore.
    La zia esamin il biglietto, lo gir da tutte le parti e lo ripose
    nell'astuccio.
    Nello stesso tempo da una tasca del soprabito cadde  un  involtino
    oblungo  di  carta  azzurra.  Erano i cento biglietti da visita di
    Mario.  La signorina li raccolse e ne present uno  al  padre  che
    lesse: "Barone Mario Pontmercy".
    Il   vecchio  suon.   Venne  Nicoletta.   Gillenormand  prese  il
    cordoncino,  l'astuccio e il soprabito e gett tutto per terra  in
    mezzo al salotto, dicendo:
    - Portate via quella roba!
    Trascorse una lunga ora nel pi profondo silenzio.  Padre e figlia
    si erano seduti,  volgendosi le spalle,  e pensavano probabilmente
    le stesse cose. Dopo un'ora la zia disse:
    - Grazioso!
    Qualche  istante  dopo,  apparve  Mario,  che rientrava.  Prima di
    varcare la soglia del salotto, scorse il nonno che aveva in mano i
    suoi biglietti da visita e che, vedendolo,  esclam con quella sua
    aria  di  superiorit  borghese  e  beffarda che aveva qualcosa di
    opprimente:
    -   Toh!   toh!   toh!   toh!   adesso   sei   diventato   barone!
    Congratulazioni! Che vuol dire questo?
    Mario arross leggermente e rispose:
    - Vuol dire che sono figlio di mio padre.
    Gillenormand smise di ridere e disse duramente:
    - Tuo padre sono io.
    -  Mio padre - riprese Mario con gli occhi bassi e il volto severo
    - era  un  uomo  umile  ed  eroico,  che  serv  gloriosamente  la
    repubblica  e  la  Francia,  che    stato grande nella pi grande
    storia che gli uomini abbiano mai creato,  che   vissuto  per  un
    quarto di secolo tra i bivacchi, di giorno sotto la mitraglia e di
    notte nella neve, nel fango, sotto la pioggia, che ha strappato al
    nemico due bandiere,  ha ricevuto venti ferite,  morto nell'oblio
    e nell'abbandono e ha avuto un solo torto,  quello di amare troppo
    due ingrati, la patria e me!
    Era troppo per Gillenormand, il quale alla parola repubblica s'era
    alzato,  o  per dir meglio raddrizzato.  Ogni frase pronunciata da
    Mario aveva prodotto sul volto del vecchio legittimista  l'effetto
    del  soffio di un mantice sopra un tizzone ardente.  Da cupo s'era
    fatto  rosso,   da  rosso,   paonazzo,   da   paonazzo,   paonazzo
    fiammeggiante.
    -  Mario  -  esclam  - ragazzo abominevole!  Non so chi fosse tuo
    padre, non voglio saperlo;  non ne so niente e non voglio saperlo!
    Per  so  soltanto  che  tra  quella  gente  non ci sono altro che
    miserabili.  So soltanto  che  erano  tutti  pezzenti,  assassini,
    berretti rossi,  ladri!  tutti,  dico.  Non conosco nessuno!  dico
    tutti! capisci?  Vedi,  tu sei barone come la mia ciabatta.  Erano
    tutti  banditi  che hanno servito Robespierre,  tutti briganti che
    hanno  servito  Bonaparte,  tutti  traditori  che  hanno  tradito,
    tradito,  tradito  il  loro  legittimo re!  tutti vigliacchi che a
    Waterloo sono scappati davanti ai prussiani e agli inglesi. Questo
     quello che so. Se tra loro si trovava anche vostro padre, non lo
    so; me ne dispiace; tanto peggio per lui, servo vostro!
    Ora Mario era il tizzone e Gillenormand  il  mantice.  Il  giovane
    fremeva  in tutte le membra,  non sapeva che fare,  aveva la testa
    bollente.  Era il prete che vede spargere al vento  tutte  le  sue
    ostie,  il  fachiro  che  vede  un passante sputare sul suo idolo.
    Quelle cose non potevano essere state dette impunemente davanti  a
    lui.  Ma che fare?  Vedeva suo padre calpestato, ma da chi? da suo
    nonno.  Come  vendicare  l'uno  senza  oltraggiare  l'altro?   Era
    impossibile  insultare  il  nonno  e impossibile non vendicare suo
    padre.  Da una parte una tomba  sacra  e  dall'altra  dei  capelli
    bianchi.  Per  qualche  momento rimase come stordito e vacillante,
    con tutto quel turbinio nella mente; poi alz gli occhi, fiss suo
    nonno e con voce tonante grid:
    - Abbasso i Borboni e quel maialone di Luigi Diciottesimo.
    Luigi Diciottesimo era morto da quattro anni e poco gli importava.
    Il vecchio,  da scarlatto che era  divenne  pi  bianco  dei  suoi
    capelli.  Si volse verso un busto del duca di Berry, che stava sul
    caminetto,  e lo salut profondamente con  strana  solennit.  Poi
    and  due  volte,  lentamente  e  in silenzio,  dal caminetto alla
    finestra e dalla finestra al  caminetto,  attraversando  tutto  il
    salotto  e  facendo  scricchiolare il pavimento come se camminasse
    una statua.  Alla seconda volta si inchin  verso  la  figlia  che
    assisteva al conflitto attonita come una vecchia pecora e le disse
    sorridendo d'un sorriso quasi calmo:
    -  Un  barone  come  il  signore e un borghese come me non possono
    restare sotto lo stesso tetto.
    E drizzandosi di colpo, livido, tremante, terribile, con la fronte
    allargata dallo  spaventoso  splendore  della  collera,  stese  il
    braccio verso Mario e gli disse:
    - Vattene!
    Mario lasci la casa.
    L'indomani Gillenormand disse alla figlia:
    -  Ogni  sei  mesi  manderete  duemila  franchi a quel bevitore di
    sangue, e non me ne parlerete mai pi.
    E restandogli un immenso furore da dispensare e  non  sapendo  che
    farne, continu a dire "voi" alla figlia per pi di tre mesi.
    Dal canto suo,  Mario era uscito indignato,  e una circostanza che
    non possiamo tacere accrebbe la sua esasperazione. Non mancano mai
    questi  piccoli  incidenti  a  complicare  i   drammi   familiari;
    aumentano  le  accuse,  bench  in  fondo  non siano accresciuti i
    torti. Nel riportare precipitosamente, per ordine del nonno, tutta
    quella  roba  di  Mario  nella   sua   camera,   Nicoletta   senza
    accorgersene aveva lasciato cadere probabilmente sulla scala della
    soffitta che era buia, l'astuccio di zigrino nero che conteneva il
    biglietto  scritto  dal colonnello.  Questo biglietto e l'astuccio
    non  si  poterono  pi  ritrovare.   Mario  rest   convinto   che
    Gillenormand  aveva  buttato sul fuoco il testamento di suo padre.
    Sapeva a memoria le poche righe scritte dal colonnello,  e  perci
    nulla era perduto. Ma quella carta, quella scrittura, quella sacra
    reliquia erano tutto il suo cuore. Che ne avevano fatto?
    Mario  era  partito senza dire dove andava,  con trenta franchi in
    tasca,  l'orologio e un po' di biancheria in un sacco da  viaggio.
    Era salito su una vettura pubblica,  che aveva noleggiato a ore, e
    s'era diretto a caso verso il quartiere latino.
    Che sar di Mario?
    Libro 4.
    GLI AMICI DELL'A B C.


    1. UN GRUPPO CHE PER POCO NON E' DIVENTATO STORICO.
    In quell'epoca, apparentemente indifferente,  correva confusamente
    un  certo fremito rivoluzionario.  C'erano per aria delle correnti
    venute su dalle viscere dell'89 e del '92. I giovani,  ci si passi
    l'espressione,  stavano facendo la muta.  Si trasformavano,  quasi
    senza saperlo,  per il movimento stesso del  tempo.  L'indice  che
    cammina sul quadrante cammina anche nelle anime.  Ognuno faceva il
    passo che doveva fare.  I legittimisti diventavano liberali,  e  i
    liberali democratici.
    Era  una  marea  crescente,  complicata  da mille riflessi i quali
    hanno  la  propriet  di  produrre  delle  mescolanze;   donde  la
    combinazione     di    idee    singolarissime;     si    adoravano
    contemporaneamente Napoleone e la libert.  Noi qui facciamo della
    storia.  Erano  le  illusioni  di  quell'epoca.  Anche le opinioni
    attraversavano delle fasi,  e la curiosa variet del  legittimismo
    volterriano  ebbe  un  contrappeso non meno strano nel liberalismo
    bonapartista.
    Altri gruppi di  menti  pi  serie  scandagliavano  il  principio,
    investigavano  il  diritto,   si  appassionavano  per  l'assoluto,
    intravedevano  infinite  realizzazioni.  L'assoluto,  per  la  sua
    stessa  rigidit,  spinge  gli  spiriti  verso  l'azzurro  e li fa
    fluttuare nell'illimitato. Niente come il dogma genera il sogno, e
    niente come il sogno genera l'avvenire. Oggi utopia,  carne e ossa
    domani.
    Le  opinioni  avanzate  avevano  un doppio fondo.  Un principio di
    mistero minacciava "l'ordine stabilito",  il quale a sua volta era
    sospettoso  e  sornione.  Segno  massimamente  rivoluzionario.  Le
    intenzioni  nascoste  del  potere  incontrano,   nel  processo  di
    escavazione,  le  intenzioni  nascoste  del popolo.  L'incubazione
    delle insurrezioni controbilancia le premeditazioni dei  colpi  di
    stato.
    Allora  non  c'erano ancora in Francia organizzazioni segrete come
    il "tugendbund" tedesco e la carboneria italiana; ma solo qua e l
    delle oscure camarille che mettevano rami.  Ad  Aix  cominciava  a
    formarsi  la  Cougourde,  e  a Parigi,  tra altre affiliazioni del
    genere, c'era la societ degli Amici dell'A B C.
    Chi erano gli Amici dell'A B C?  Una societ che aveva  per  scopo
    apparente  l'educazione dei ragazzi e in realt l'elevazione degli
    uomini.
    Si dichiaravano amici dell'A B C.  L'abicc era il popolo  che  si
    voleva elevare.
    Gli  amici  dell'A  B  C  erano pochi.  Si trattava di una societ
    segreta ancora in embrione, quasi diremmo una combriccola se dalle
    combriccole potessero uscire gli eroi.  Si riunivano a  Parigi  in
    due  luoghi: presso i Mercati,  in una bettola chiamata "Corinto",
    di cui parleremo pi avanti,  e presso il Pantheon in un caff  di
    piazza san Michele,  detto "Caff Musain", oggi demolito. ll primo
    di questi luoghi di convegno era  attiguo  agli  opifici,  l'altro
    alle scuole.
    I  conciliaboli abituali si tenevano in una sala interna del caff
    Musain,  la quale  era  abbastanza  lontana  dal  caff,  con  cui
    comunicava  attraverso un lungo corridoio,  e aveva due finestre e
    un'uscita  con  scala  segreta  nel  vicolo  Grs.   L  fumavano,
    giocavano,  ridevano, parlavano ad alta voce di un po' di tutto, e
    sottovoce di qualche altra cosa.  Sulla parete era inchiodata  una
    carta  geografica  della  Francia  sotto  la  Repubblica - indizio
    bastante a destare il fiuto di un poliziotto.
    La maggioranza degli Amici dell'A  B  C  erano  studenti,  che  se
    l'intendevano  cordialmente  con  gli  operai.  Ecco  i  nomi  dei
    principali che appartengono in certo modo alla  storia:  Enjolras,
    Combeferre,  Giovanni  Prouvaire,  Feuilly,  Courfeyrac,  Bahorel,
    Bossuet detto Laigle, Joly e Grantaire.
    Questi giovani formavano tra loro una specie di  famiglia.  Tutti,
    meno Bossuet, erano del meridione.
    Era  un  gruppo notevole,  sparito poi nelle profondit invisibili
    che sono dietro di noi.  Al punto in cui siamo giunti  nel  nostro
    dramma,  non    forse  inutile  gettare  un po' di luce su questi
    giovani,  prima che il lettore li veda sprofondare  nell'ombra  di
    una tragica avventura.
    Enjolras,  che  abbiamo nominato per primo,  e vedremo poi perch,
    era figlio unico e ricco. Era un bel giovane,  capace di diventare
    terribile.  Era  angelicamente  bello,  un Antinoo selvaggio.  Dal
    pensoso riflesso dello sguardo,  si sarebbe detto che avesse  gi,
    in   qualche   precedente  esistenza,   attraversato  l'apocalisse
    rivoluzionaria.  Ne conservava la tradizione come  un  testimonio;
    conosceva tutti i particolari del grande avvenimento. C'era in lui
    una  natura  sacerdotale  e guerriera,  strana in un giovane.  Era
    ufficiale e militante, soldato della democrazia dal punto di vista
    immediato,   e  sacerdote  dell'ideale,   da  un  punto  di  vista
    superiore. Aveva la pupilla profonda, le palpebre un po' rosse, il
    labbro inferiore un po' turgido e facilmente sprezzante, la fronte
    alta. Molta fronte in un volto  come molto cielo in un orizzonte.
    Come  certi  giovani del principio di questo secolo,  e della fine
    dell'altro,  che sono diventati famosi troppo  presto,  aveva  una
    giovinezza  eccessiva,  fresca  come  nelle fanciulle,  bench con
    certe ore di pallore. Gi uomo,  pareva ancora un ragazzo.  I suoi
    ventidue  anni  parevano diciassette.  Era serio e pareva ignorare
    che sulla terra c' un  essere  chiamato  donna.  Aveva  una  sola
    passione:  il  diritto;  un  solo pensiero: rovesciare l'ostacolo.
    Sull'Aventino sarebbe stato un Gracco; nella Convenzione un Saint-
    Just. A mala pena vedeva le rose, ignorava la primavera, non udiva
    il  canto  degli  usignoli.   Era  severo  nella  gioia.   Chinava
    castamente   gli   occhi  davanti  a  tutto  quello  che  non  era
    repubblica.  Era il marmoreo amante della Libert.  La sua  parola
    era  aspramente  ispirata e aveva un fremito di inno.  Aveva delle
    aperture  d'ali  insospettate.  Guai  all'amoretto  che  si  fosse
    arrischiato con lui! Se qualche donnina di piazza Cambrai o di via
    Saint-Jean-de-Beauvais,   vedendo   quel   volto   da  collegiale,
    quell'aria da paggio,  le sue lunghe ciglia bionde,  quegli  occhi
    azzurri, quella capigliatura al vento, quelle guance rosee, quelle
    labbra  fresche,  quei  denti splendidi,  avesse avuto appetito di
    tutta quell'aurora e fosse andata a provare  la  sua  bellezza  su
    Enjolras,  uno  sguardo  sorprendente  e  formidabile  le  avrebbe
    mostrato  bruscamente  l'abisso  e  le  avrebbe  insegnato  a  non
    confondere  il  galante  cherubino  di  Beaumarchais col terribile
    cherubino di Ezechiele.
    Accanto a Enjolras, che rappresentava la logica della rivoluzione,
    c'era Combeferre che ne rappresentava la filosofia.  Fra la logica
    e  la  filosofia  della rivoluzione c' questa differenza,  che la
    prima pu sboccare nella guerra mentre la  seconda  pu  terminare
    nella  pace.  Combeferre completava Enjolras;  era meno alto e pi
    tarchiato.  Voleva che si facessero entrare nelle menti i principi
    sviluppati  in  concetti  generali;  soleva dire: rivoluzione,  ma
    civilt, e intorno alla montagna a picco apriva il vasto orizzonte
    azzurro.  In tutte le opinioni di  Combeferre  c'era  qualcosa  di
    accessibile  e  di praticabile.  Con Combeferre la rivoluzione era
    pi respirabile che con Enjolras; Enjolras ne esprimeva il diritto
    divino, Combeferre il diritto naturale.  Il primo si riattaccava a
    Robespierre,  il  secondo  aveva  punti di contatto con Condorcet.
    Combeferre viveva pi di Enjolras la vita di tutti.  Se  a  questi
    due  giovani  fosse  stato  concesso di arrivare fino alla storia,
    l'uno sarebbe stato il giusto e l'altro il savio; il primo era pi
    virile,  il secondo pi umano.  "Homo" e "Vir": questa infatti era
    la  sfumatura  della  loro  differenza.  Combeferre  era mite come
    Enjolras  era  severo,  per  naturale  candore;  amava  la  parola
    cittadino,  ma preferiva la parola uomo,  avrebbe volentieri detto
    "hombre"  come  gli  spagnoli.   Leggeva  tutto,   frequentava  le
    biblioteche,  i  teatri  e i corsi pubblici,  imparava da Arago la
    polarizzazione della luce,  si appassionava per una lezione in cui
    Geoffroy-Saint-Hilaire  aveva  spiegato  la  doppia funzione della
    carotide esterna e della carotide interna che danno vita l'una  al
    volto e l'altra al cervello;  si teneva al corrente, seguiva passo
    passo la scienza, confrontava Saint-Simon con Fourier, decifrava i
    geroglifici,  spezzava i  sassi  che  trovava  per  discorrere  di
    geologia,  disegnava a memoria una farfalla,  segnalava gli errori
    di lingua nel Vocabolario  dell'Accademia,  non  affermava  nulla,
    nemmeno  i  miracoli,   non  negava  nulla,  nemmeno  i  fantasmi.
    Dichiarava che l'avvenire  nelle mani del maestro di scuola, e si
    occupava di problemi di  educazione.  Voleva  che  la  societ  si
    adoperasse  senza  tregua  a  elevare  il  livello intellettuale e
    morale,  a sminuzzare la scienza,  a mettere  in  circolazione  le
    idee,  a  sviluppare la mente dei giovani;  e temeva che l'attuale
    povert dei metodi,  la miseria del  punto  di  vista  letterario,
    limitato  a  due  o  tre  secoli  detti  classici,  il  dogmatismo
    tirannico della pedanteria ufficiale,  i pregiudizi scolastici non
    finissero  col  ridurre  i nostri collegi a vivai d'ostriche.  Era
    dotto,  purista,  esatto,  politecnico,  sgobbone,  e nello stesso
    tempo  pensoso  "fino  alla  chimera"  come  dicevano  gli  amici.
    Enjolras era un capo,  Combeferre una  guida.  Si  sarebbe  voluto
    combattere  col  primo,   camminare  con  l'altro.   Non  gi  che
    Combeferre fosse incapace di  combattere.  Egli  non  ricusava  di
    affrontare  l'ostacolo,  di assalirlo e di prenderlo di petto;  ma
    preferiva mettere a poco a poco il genere umano  d'accordo  con  i
    suoi   destini,   mediante   l'insegnamento  degli  assiomi  e  la
    promulgazione   delle   leggi   positive;   propendeva   pi   per
    l'illuminazione che per l'incendio.  E' innegabile che un incendio
    pu produrre un'aurora, ma perch non attendere il levar del sole?
    Un  vulcano  rischiara,   ma  l'alba  rischiara   ancora   meglio.
    Combeferre  preferiva  forse  il candore del bello al fiammeggiare
    del sublime. Una luce offuscata dal fumo,  un progresso acquistato
    a  prezzo  di  violenze non soddisfacevano abbastanza la sua mente
    seria e affettuosa.  Il precipitare di un  popolo  a  picco  nella
    verit, un 93 lo spaventava. Ma le acque stagnanti lo spaventavano
    di  pi,  perch  si sentiva la putrefazione e la morte;  insomma,
    preferiva la schiuma  al  miasma,  il  torrente  alla  cloaca,  la
    cascata del Niagara al lago di Montfaucon.  Non voleva n soste n
    fretta.  Mentre i suoi tumultuosi amici adoravano e invocavano  le
    splendide   avventure  rivoluzionarie,   innamorati  com'erano  di
    assoluto,  Combeferre propendeva a lasciar agire il progresso,  il
    buon progresso,  freddo forse, ma puro, metodico ma irresistibile,
    flemmatico ma imperturbabile.  Si sarebbe inginocchiato  giungendo
    le  mani  perch  l'avvenire  arrivasse  con tutto il suo candore,
    perch nulla turbasse l'immensa evoluzione virtuosa dei popoli,  e
    ripeteva sempre: "Il bene deve essere innocente".  Infatti,  se la
    grandezza rivoluzionaria consiste nel fissare l'abbagliante ideale
    e volarvi dentro, attraverso le folgori,  con sangue e fuoco negli
    artigli,  la  bellezza  del  progresso  consiste nell'essere senza
    macchia.  Tra Washington che rappresenta il progresso e Danton che
    rappresenta la rivoluzione, c' la stessa differenza che passa tra
    l'angelo con le ali di cigno e l'angelo con le ali d'aquila.
    Giovanni   Prouvaire   era   una  sfumatura  ancor  pi  dolce  di
    Combeferre. Prouvaire era innamorato,  coltivava un vaso di fiori,
    suonava il flauto, scriveva versi, amava il popolo, compiangeva la
    donna,  piangeva sul fanciullo,  confondeva Dio e l'avvenire nella
    stessa fiducia e biasimava la rivoluzione  francese  perch  aveva
    fatto  cadere una testa regale,  quella di Andrea Chnier.  La sua
    voce, abitualmente delicata, diventava improvvisamente virile. Era
    letterato  fino   all'erudizione,   e   quasi   orientalista.   Ma
    soprattutto  era buono,  e nella poesia preferiva l'immenso,  cosa
    semplicissima per chi sa quanto la bont confini con la grandezza.
    Conosceva l'italiano,  il latino,  il greco e l'ebraico,  e se  ne
    valeva  soltanto  per  leggere  quattro  poeti: Dante,  Giovenale,
    Eschilo e Isaia.  Tra i francesi  preferiva  Corneille  a  Racine,
    Agrippa  d'Aubign  a  Corneille.  Vagava  volentieri  per i prati
    fioriti  e  s'occupava  delle  nuvole  quasi  tanto  quanto  degli
    avvenimenti.  La  sua  mente aveva due tendenze: una verso l'uomo,
    l'altra verso Dio;  studiava  e  contemplava.  Durante  il  giorno
    approfondiva  tutti  i  problemi  sociali,  e  la sera ammirava le
    stelle,  creature enormi.  Era ricco e figlio unico come Enjolras.
    Parlava  dolcemente,   chinava  la  testa,  abbassava  gli  occhi,
    sorrideva  imbarazzato,  aveva  modi  impacciati,   arrossiva  per
    niente, era timidissimo. Per era intrepido.
    Feuilly faceva ventagli, era orfano di padre e madre, e guadagnava
    a  stento tre franchi al giorno.  Aveva un solo pensiero: liberare
    il mondo. Aveva anche un'altra occupazione: istruirsi;  e chiamava
    questo un liberare se stesso. Da solo aveva imparato a leggere e a
    scrivere. Tutto quello che sapeva lo aveva imparato da solo. Aveva
    un  cuore  generoso  e  provava una immensit di affetti.  Orfano,
    aveva adottato i popoli; senza madre, aveva meditato sulla patria;
    non voleva che ci fosse sulla terra un uomo senza patria.  Con  la
    profonda  divinazione  del  popolano,  covava in s quella che ora
    chiamano "l'idea di nazionalit",  e aveva imparato la storia  per
    indignarsi  coscientemente.  In  quel giovane cenacolo di utopisti
    che  si  interessavano   particolarmente   della   Francia,   egli
    rappresentava  l'estero:  la  sua  specialit erano la Grecia,  la
    Polonia,   l'Ungheria,   la  Rumenia,   l'Italia,   e  pronunciava
    continuamente  questi  nomi,  a  proposito e a sproposito,  con la
    tenacia del diritto. La Turchia su Creta e la Tessaglia, la Russia
    su Varsavia, l'Austria su Venezia,  questi stupri lo esasperavano;
    ma soprattutto lo esasperava la grande via di fatto del 1772.  Non
    c' eloquenza pi sovrana della verit nell'indignazione  ed  egli
    era eloquente a quel modo.  Era inesauribile su quella data infame
    del  1772,   su  quel  nobile  e  vittorioso  popolo  soppresso  a
    tradimento,  su  quel delitto in tre,  su quel mostruoso tranello,
    prototipo e  prodromo  di  tutte  le  spaventose  soppressioni  di
    libert  che  hanno colpito parecchie nobili nazioni e cancellato,
    per cos dire,  il loro  atto  di  nascita.  Tutti  gli  attentati
    sociali  contemporanei  derivano  dalla spartizione della Polonia,
    che  il teorema,  di cui tutti i misfatti politici attuali sono i
    corollari. Non c' despota, non c' traditore, da circa un secolo,
    che  non  abbia  preso  di  mira,   omologato,   contrassegnato  e
    paragrafato, "ne varietur", la spartizione della Polonia. Tale era
    il testo che Feuilly aveva per mano.  Quel  povero  operaio  s'era
    eretto  a  tutore della giustizia,  che lo ricompensava rendendolo
    grande.  Infatti nel diritto c' qualcosa di eterno.  Varsavia non
    pu diventare russa,  come Venezia non pu diventare austriaca.  I
    re sprecano fatica e onore;  presto o tardi,  la  patria  sommersa
    torna  a galla e ricompare,  la Grecia ridiventa Grecia e l'Italia
    ridiventa Italia. La protesta del diritto contro il fatto persiste
    sempre.  Il furto di un popolo non    mai  prescritto,  e  quelle
    gigantesche truffe non hanno avvenire. Non si toglie il nome a una
    nazione come se fosse una cifra di fazzoletto.
    Il padre di Courfeyrac si chiamava De Courfeyrac.  Una delle false
    idee  della  borghesia  sotto  la  Restaurazione,   in  fatto   di
    aristocrazia e di nobilt, era di credere alla particella "de" che
    non  ha nessun significato.  Ma i borghesi del tempo della Minerva
    credevano cos alto questo povero "de" che si credettero in dovere
    di abdicarlo. De Courfeyrac non aveva voluto restare indietro e si
    chiam senz'altro Courfeyrac.
    Per quanto riguarda Courfeyrac potremmo fermarci a questo cenno, e
    quanto al resto potremmo dire: vedi Tholomys.
    Infatti egli possedeva quel brio di  giovinezza  che  si  potrebbe
    chiamare  la  bellezza  giovanile  dell'animo.  Pi  tardi essa si
    spegne come la gentilezza del gattino, e tutta quella grazia mette
    capo, su due piedi, al borghese, e su quattro, al gattone.
    Questo genere di  spirito,  le  generazioni  che  passano  per  le
    scuole,  le  leve  successive  della giovinezza se lo trasmettono,
    "quasi cursores",  sempre lo stesso;  cosicch chi avesse  sentito
    Courfeyrac nei 1828 avrebbe creduto di sentire Tholomys nel 1817.
    Se  non  che Courfeyrac era un ottimo giovane e sotto le apparenti
    somiglianze della vivacit esteriore,  c'era una grande differenza
    tra lui e Tholomys. L'uomo latente che esisteva in essi era molto
    diverso   nel   primo   e  nel  secondo:  in  Tholomys  c'era  un
    procuratore, in Courfeyrac un paladino.
    Enjolras era il capo,  Combeferre la guida,  Courfeyrac il centro.
    Gli  altri  due  mandavano pi luce,  lui maggior calore.  Infatti
    aveva  tutte  le  qualit  di   un   centro:   la   franchezza   e
    l'irradiazione.
    Bahorel aveva figurato nel sanguinoso tumulto del giugno 1822,  in
    occasione del funerale del giovane Lallemand.
    Era di buon umore e di modi  sgarbati,  coraggioso,  con  le  mani
    bucate,  generoso,  chiacchierone  e talvolta eloquente,  ardito e
    talvolta sfrontato;  era la miglior  pasta  d'uomo  che  si  possa
    desiderare;  aveva  dei panciotti temerari e delle idee scarlatte;
    era cos chiassoso che amava  le  risse,  e  pi  delle  risse  la
    sommossa,  e  pi  della sommossa la rivoluzione,  sempre pronto a
    infrangere un vetro, a disselciare una via, a demolire un governo.
    Studente da undici anni,  fiutava il diritto ma non  lo  studiava.
    Senza  far  nulla  si mangiava una pensione di tremila franchi,  e
    aveva i genitori contadini,  ai quali aveva  saputo  inculcare  il
    rispetto del loro figliolo.
    - Sono contadini e non borghesi; perci sono intelligenti diceva.
    Uomo  capriccioso,  Bahorel frequentava parecchi caff.  Gli altri
    avevano delle abitudini; lui no.  Andava a zonzo.  Errare  umano,
    vagare  parigino.  In fondo, mente acuta, e pensatore pi di quel
    che appariva.
    Serviva di legame tra gli Amici dell'A B C e altri  gruppi  ancora
    informi ma che dovevano delinearsi tra poco.
    In mezzo a quel conclave di giovani c'era una testa calva.
    Il marchese d'Avaray,  creato duca da Luigi Diciottesimo perch lo
    aveva aiutato a salire in una vettura pubblica il  giorno  in  cui
    and in esilio,  raccontava che nel 1814,  mentre il re sbarcava a
    Calais di ritorno in Francia, un uomo gli present una supplica.
    - Che volete? - chiese il re
    - Maest, un ufficio postale.
    - Come vi chiamate?
    - L'Aigle.
    Il re aggrott le  ciglia,  ma  avendo  guardato  la  firma  della
    supplica,  e visto il nome scritto cos: "Lesgle",  si rasseren e
    cominci a sorridere.
    - Sire - riprese il supplicante - il mio antenato fu un servo  che
    attendeva ai cani da caccia e fu perci soprannominato Lesgueules.
    Da  quel soprannome deriva il mio cognome,  che  Lesgueules,  per
    contrazione Lesgle, e per corruzione l'Aigle.
    Queste parole fecero sorridere di pi il re,  il quale  pi  tardi
    concesse a quell'uomo l'ufficio postale di Meaux,  non sappiamo se
    apposta o per distrazione.
    Il membro calvo del gruppo era figlio di quel Lesgle  o  Lgle,  e
    firmava  Lgle (di Meaux).  I suoi compagni,  per abbreviazione lo
    chiamavano Bossuet.
    Bossuet era un giovane allegro ma sfortunato.  Non riusciva mai  a
    nulla.  In  compenso rideva sempre.  A venticinque anni era calvo.
    Suo padre aveva acquistato una casa e un campo,  ma il figlio fece
    presto a perdere casa e campo in una cattiva speculazione. Non gli
    era  rimasto  nulla.  Aveva  cultura  e  ingegno ma non riusciva a
    nulla. Tutto gli veniva meno, tutto l'ingannava;  tutto quello che
    costruiva gli crollava addosso.  Se spaccava la legna, si tagliava
    un dito; se si innamorava scopriva presto di avere anche un amico.
    Ogni momento gli capitava un guaio.  E di questo se ne  rallegrava
    dicendo:  "Abito una casa dalle tegole che cadono".  Poco stupito,
    perch per lui ogni accidente era previsto,  accettava serenamente
    la mala fortuna e sorrideva delle punzecchiature del destino, come
    chi sa stare al gioco. Era povero, ma era ricchissimo di allegria,
    e  se arrivava presto all'ultimo soldo non arrivava mai all'ultimo
    scoppio di risa. Quando era visitato da una sventura,  la salutava
    come  una  vecchia  conoscenza,  scherzava  con  le  catastrofi  e
    trattava amichevolmente la fatalit tanto  da  chiamarla  col  suo
    nomignolo: Buon giorno, disdetta!
    Le persecuzioni del destino l'avevano reso ingegnoso; era pieno di
    risorse.  Non aveva denaro, ma quando voleva, trovava modo di fare
    "delle spese sfrenate".
    Bossuet s'incamminava lentamente verso la professione di avvocato,
    seguendo i corsi di diritto alla maniera di Bahorel.  Non aveva un
    proprio domicilio; alloggiava ora in casa di uno ora in casa di un
    altro,  ma pi spesso da Joly,  che era uno studente di medicina e
    aveva due anni meno di lui.
    Joly era un giovane malato immaginario,  che studiando medicina ci
    aveva  guadagnato a essere pi malato che medico.  A ventitr anni
    si credeva un convalescente e passava la giornata a  guardarsi  la
    lingua  allo specchio.  Sosteneva che l'uomo pu essere calamitato
    come l'ago,  e in camera sua aveva il letto col capo a mezzod e i
    piedi  a settentrione perch la circolazione del sangue durante la
    notte non venisse contrariata dalla gran  corrente  magnetica  del
    mondo.  Quando  c'era  un temporale si tastava il polso.  In fondo
    per era il pi allegro di tutti.  Tutte quelle sue  incoerenze  -
    giovane, maniaco, malaticcio, giocondo - si armonizzavano in lui e
    ne  risultava  un  individuo  eccentrico  e  piacevole  che i suoi
    compagni, prodighi di consonanti alate, chiamavano Jolllly.
    - Potresti volar via con quattro ali - gli diceva Prouvaire.
    Joly aveva l'abitudine di tastarsi il naso col pomo  del  bastone:
    indizio di una mente sagace.
    Tutti questi giovani,  cos diversi tra loro, dei quali abbiamo il
    dovere di parlare seriamente,  avevano una  religione  comune:  il
    Progresso.
    Erano  tutti  figli  diretti  della Rivoluzione francese;  e i pi
    leggeri diventavano solenni pronunciando questa  data  dell'89.  I
    loro padri secondo la carne erano stati realisti,  dottrinali. Non
    importa.  La confusione che precedette la  loro  giovent  non  li
    riguardava.  Nelle loro vene scorreva il sangue puro dei princpi.
    Discendevano tutti, senza alcuna sfumatura intermedia, dal diritto
    incorruttibile e dal dovere assoluto.
    Affiliati e iniziati abbozzavano clandestinamente l'ideale.
    Tra tutti quei cuori appassionati e quegli spiriti convinti  c'era
    uno   scettico.   Come   si   trovava   in   mezzo  a  loro?   Per
    sovrapposizione.  Si chiamava Grantaire e firmava abitualmente con
    la R maiuscola.  Si guardava bene dal credere in qualche cosa. Del
    resto,  era uno degli studenti che avevano imparato di pi durante
    i  loro studi a Parigi;  sapeva che il miglior caff si trovava al
    Caff Lemblin,  e il miglior  bigliardo  al  Caff  Voltaire,  che
    all'Ermitage  sul  boulevard del Maine si trovavano buone cialde e
    belle ragazze,  i migliori polli alla  bettola  di  mamma  Saguet,
    eccellenti  "matelotes" alla birreria Cunette,  e un certo vinello
    bianco alla barriera Combat.  D'ogni cosa sapeva il  posto  buono.
    Inoltre,  conosceva il gioco della ciabatta,  alcuni balli, ed era
    abile nella scherma col bastone. Per di pi, era un gran bevitore.
    Era enormemente brutto.  La pi bella cucitrice  di  scarpette  di
    quella epoca,  Irma Boissy,  aveva detto: Grantaire  impossibile!
    Ma  la  fatuit  di  Grantaire  non   si   sconcertava.   Guardava
    teneramente  tutte  le  donne  con  l'aria  di  dire  di tutte: Se
    volessi!  e cercava di  far  credere  ai  compagni  che  tutte  lo
    desideravano.
    Le  parole:  diritto  del  popolo,  diritti  dell'uomo,  contratto
    sociale, rivoluzione francese,  repubblica,  democrazia,  umanit,
    civilt,  religione,  progresso  non significavano quasi nulla per
    Grantaire che  ne  rideva.  Lo  scetticismo,  questa  carie  secca
    dell'intelligenza,  non  gli  aveva  lasciato una sola idea intera
    nella mente.  Viveva con ironia,  e il suo assioma era questo: C'
    una  sola  certezza,  il  mio bicchiere pieno.  Scherniva tutte le
    abnegazioni, in qualsiasi partito, quello del fratello come quello
    del  padre.  Bel  guadagno  a  essere  morti!  esclamava.   E  del
    Crocifisso  diceva: Ecco un patibolo che  riuscito!  Buontempone,
    giocatore,  libertino,   spesso  ubriaco,   dava  a  quei  giovani
    sognatori   il   dispiacere  di  canterellare  continuamente:  "Mi
    piacciono le ragazze e il buon vino",  sul motivo di "Viva  Enrico
    Quarto".
    Per  questo  scettico  aveva  un  fanatismo.  Non  si trattava di
    un'idea o di un dogma, di un'arte o di una scienza, ma di un uomo:
    Enjolras. Grantaire amava,  venerava e adorava Enjolras.  A chi si
    attaccava  quell'anarchico dubbioso,  in quella falange di spiriti
    assoluti? Al pi assoluto.  E come lo soggiogava Enjolras?  con le
    idee? no; col carattere. E' un fenomeno questo che si nota spesso:
    uno  scettico  che  si  attacca a un credente  una cosa naturale,
    come la legge dei colori complementari.  Quello che  ci  manca  ci
    attira.  Nessuno  ama  la  luce pi del cieco.  Il nano invidia il
    tamburo maggiore.  Perch mai il rospo tiene sempre gli  occhi  al
    cielo?  per  veder volare l'uccello.  Grantaire,  che era roso dal
    dubbio, amava vedere in Enjolras la fede librata sulle ali.  Aveva
    bisogno  di  lui.   Senza  accorgersene  e  senza  pensarci,   era
    affascinato da quella natura casta, pura, diritta, dura e candida.
    Ammirava istintivamente il suo contrario.  Le  sue  idee  fragili,
    pieghevoli,  slegate,  inferme e deformi si attaccavano a Enjolras
    come a una spina dorsale; il suo rachitismo morale si appoggiava a
    quella fermezza.  Accanto a  Enjolras,  Grantaire  ridiventava  un
    uomo.  Del  resto,  egli era composto di due elementi in apparenza
    incompatibili: era ironico e cordiale,  indifferente e  capace  di
    amare.  L'anima  sua  faceva a meno di credere ma il suo cuore non
    poteva fare a meno dell'amicizia,  profonda contraddizione  perch
    ogni affetto  una convinzione. Questo era il suo carattere. Certi
    uomini  sono  cos  fatti che paiono il rovescio di un altro: sono
    Polluce, Patroclo,  Niso,  Efestione,  Pecmeia.  Non vivono se non
    sono  addossati  a  un altro;  il loro nome ha un seguito e non si
    scrive senza la  congiunzione  "e";  hanno  un'esistenza  che  non
    appartiene  a  loro,  ma  l'altro lato di un destino non proprio.
    Grantaire era uno di questi uomini; era il rovescio di Enjolras.
    Si potrebbe quasi dire che le affinit  cominciano  dalle  lettere
    dell'alfabeto.  Nella  serie  O  e  P  sono  inseparabili;  potete
    pronunziare O e P, oppure Oreste e Pilade.
    Grantaire, vero satellite di Enjolras, frequentava quel circolo di
    giovani,  viveva con  loro,  si  trovava  bene  soltanto  in  loro
    compagnia,  e li seguiva dappertutto.  Era una gioia per lui veder
    andare e venire quelle figure attraverso i fumi del vino.  Ed  era
    tollerato per il suo buonumore.
    Enjolras,   credente,   disprezzava   quello   scettico;   sobrio,
    disprezzava  quell'ubriacone,  gli  accordava  appena  un  po'  di
    sdegnosa  piet.  Grantaire  era  un Pilade non accetto;  trattato
    sempre aspramente da Enjolras,  respinto  duramente,  rigettato  e
    sempre di ritorno, diceva del giovane: che bel marmo!

    2. ORAZIONE FUNEBRE DI BLONDEAU, RECITATA DA BOSSUET.
    In   un  certo  pomeriggio  che  aveva,   come  vedremo,   qualche
    coincidenza con i fatti raccontati prima, Laigle di Meaux,  ovvero
    Bossuet,  stava  piacevolmente  addossato allo stipite della porta
    del Caff Musain.  Pareva una cariatide in vacanza:  ma  sosteneva
    soltanto  le  sue  fantasticherie.  Guardava  piazza  san Michele.
    Addossarsi  un modo di coricarsi in piedi  che  non  dispiace  ai
    sognatori.  Bossuet  rifletteva  senza  malinconia  a  una piccola
    disavventura capitatagli due giorni prima alla scuola di  diritto,
    che modificava i suoi progetti per l'avvenire,  progetti del resto
    abbastanza confusi.
    Lo stare a sognare non impedisce a una vettura di  passare,  e  al
    sognatore di notarla. Bossuet, i cui occhi erravano come sperduti,
    vide,  attraverso  quel sonnambulismo,  un veicolo a due ruote che
    passava per la piazza al passo e quasi indeciso.  Che cosa voleva,
    perch  andava  al  passo?  Bossuet  osserv:  dentro,  accanto al
    cocchiere c'era un giovane che aveva davanti un sacco  da  viaggio
    abbastanza  grosso.  Il  sacco  mostrava  ai  passanti questo nome
    scritto a grosse lettere nere su una carta  cucita  sulla  stoffa:
    "Mario Pontmercy".
    Quel nome fece mutare atteggiamento a Bossuet,  che si raddrizz e
    lanci questa apostrofe al giovane del veicolo:
    - Signor Mario Pontmercy!
    La  carrozza  si  ferm.   E  il  giovane  che  pareva  anche  lui
    profondamente pensoso, alz gli occhi:
    - Eh? - disse.
    - Siete il signor Mario Pontmercy?
    - Per l'appunto.
    - Vi cercavo - disse Bossuet.
    -  Perch mai?  - chiese Mario.  Infatti era lui che usciva allora
    dalla casa del nonno e  vedeva  per  la  prima  volta  quel  volto
    sconosciuto. - Io non vi conosco.
    - Neanche io - rispose Bossuet.
    Mario credette di aver incontrato un burlone,  a uno scherzo sulla
    pubblica via,  e non  essendo  di  buon  umore  in  quel  momento,
    aggrott la fronte. Ma Bossuet prosegu imperturbabile:
    - L'altro ieri non eravate a scuola.
    - E' possibile.
    - E' certo.
    - Siete studente? - chiese Mario.
    - S,  come voi. L'altro ieri entrai a caso nella scuola. Talvolta
    mi  vengono  questi  ghiribizzi.   Il  professore  stava   facendo
    l'appello.  Sapete  che  certi appelli sono abbastanza ridicoli in
    questi  momenti.  Al  terzo  appello,  se  non  rispondete,  siete
    cacciato fuori. Sessanta franchi al vento.
    Mario cominciava a prestare attenzione, mentre l'altro continuava:
    -  Era  Blondeau  che  faceva l'appello.  Voi certamente conoscete
    Blondeau,  che ha il naso appuntito e  malizioso  e  subodora  con
    piacere  gli assenti.  Cominci a bella posta dalla lettera P.  Io
    non lo stavo a sentire perch non ero interessato all'appello. Non
    c'era male; nessuna radiazione;  erano tutti presenti,  e Blondeau
    se ne rattristava.  Dicevo tra me: Blondeau amor mio, oggi nessuna
    condanna.  A un certo  punto  Blondeau  chiama:  Mario  Pontmercy;
    nessuno  risponde.  Blondeau,  pieno  di  speranza,  ripete: Mario
    Pontmercy,  e prende la penna.  Signore,  io ho un  cuore.  Pensai
    rapidamente  tra me e me: Stanno per radiare dalla scuola un bravo
    ragazzo.  Attenzione!  si tratta di un buon  compagno  che  non  
    esatto.  Certamente  non   buon alunno;  non  uno sgobbone,  uno
    studente che studia,  un pedante sbarbatello forte in scienze,  in
    lettere,  in  teologia  e  sapienza,  una  mente zotica con un po'
    d'aria.  Invece  un onorevole perdigiorno che se ne va  a  zonzo,
    che se ne va in villeggiatura,  che coltiva le donnine,  corteggia
    le  belle  e  forse  in  questo  momento  sta  dalla  mia   donna.
    Salviamolo;  morte  a  Blondeau!  In quel momento,  il professore,
    bagnata la  penna  nell'inchiostro,  volse  sull'uditorio  la  sua
    pupilla  fulva  e  ripet per la terza volta: Mario Pontmercy!  Io
    risposi: Presente! Ed ecco come non foste cancellato.
    - Signore... - disse Mario.
    - E invece fui cancellato io - aggiunse Bossuet.
    - Non capisco - osserv Mario.
    - E' semplice, no?  Mi trovavo vicino alla cattedra per rispondere
    e  vicino alla porta per andarmene.  Blondeau,  che deve essere il
    naso  maligno  di  cui  parla  Boileau,   mi  guard  fisso;   poi
    d'improvviso salt alla lettera L,  che  la mia. Io sono di Meaux
    e mi chiamo Lesgle.
    - L'Aigle! - interruppe Mario. - Che bel nome!
    - Blondeau arriv  a  questo  bel  nome  e  grid:  -  Laigle.  Io
    rispondo: - Presente!  - Allora il professore,  guardandomi con la
    dolcezza di una tigre sorride e  dice:  -Se  siete  Pontmercy  non
    potete essere Laigle. Detto questo, mi cancella.
    - Ne sono mortificato...
    -   Prima  di  tutto  -  interruppe  Bossuet  -  chiedo  di  poter
    imbalsamare  Blondeau  in  alcune  frasi  di  sentito  elogio.  Lo
    suppongo  morto.  Non  ci  sarebbe  da  mutare  gran  che alla sua
    magrezza, al suo pallore, alla sua freddezza,  alla sua rigidit e
    al  suo  odore.  Io  dico: "Erudimini qui iudicatis terram!".  Qui
    giace Blondeau,  Blondeau il Naso,  Blondeau Nasica,  il bue della
    disciplina,  l'angelo  dell'appello,  che  fu  diritto,  quadrato,
    esatto,  rigido,  onesto e schifoso.  Dio lo cancell come lui  ha
    cancellato me.
    Mario riprese:
    - Sono desolato...
    - Giovanotto - disse Bossuet - vi serva di lezione.  Da oggi siate
    esatto.
    - Vi chiedo scusa.
    - Non esponetevi pi a far cancellare il nome del prossimo.
    - Ne sono dispiaciuto...
    Bossuet scoppi a ridere.
    - Io invece ne sono contentissimo. Stavo per diventare avvocato, e
    questa radiazione mi ha salvato. Rinuncio ai trionfi del foro, non
    difender la vedova e non  attaccher  l'orfano.  Niente  toga,  e
    niente  tirocinio.  Se  ho ottenuto la mia radiazione,  lo debbo a
    voi, signor Pontmercy.  Intendo quindi farvi una solenne visita di
    ringraziamento. Dove abitate?
    - In questa vettura - disse Mario.
    -  Segno di opulenza - replic Bossuet calmo.  - Me ne congratulo.
    Avete un alloggio di novemila franchi.
    In  quel  momento  Courfeyrac  usciva  dal  caff.  Mario  sorrise
    tristemente.
    -  Sono  in  questo alloggio da due ore e voglio uscirne ma non so
    dove andare.
    - Venite con me - disse Courfeyrac.
    - Avrei diritto alla precedenza, ma non ho casa - disse Bossuet.
    - Taci Bossuet - riprese Courfeyrac.
    - Bossuet? Ma mi pareva che vi chiamaste Laigle, osserv Mario.
    - Di Meaux, per metafora Bossuet.
    Courfeyrac sal sulla carrozza dicendo:
    - Cocchiere, a porta san Giacomo.
    E  quella  sera  stessa,   Mario  era  istallato  in  una   camera
    dell'albergo di Porta san Giacomo, accanto a quella di Courfeyrac.

    3. GLI STUPORI DI MARIO.
    In pochi giorni Mario divenne l'amico di Courfeyrac. La giovinezza
       la   stagione   delle   pronte   saldature   e   delle  rapide
    cicatrizzazioni.  Vicino a Courfeyrac egli respirava  liberamente,
    cosa nuova per lui.  Courfeyrac non gli fece domande, non ci pens
    neppure.  A quell'et il volto esprime subito tutto e la parola  
    inutile.  Ci sono dei giovani di cui si potrebbe dire che hanno la
    fisionomia ciarliera; basta guardarli per giudicarli.
    Tuttavia,  una mattina Courfeyrac gli  fece  a  bruciapelo  questa
    domanda:
    - A proposito, avete un'opinione politica?
    - Oh bella! - rispose Mario quasi offeso.
    - Cosa siete?
    - Democratico-bonapartista.
    - Tinta grigio-topo rinforzata - osserv Courfeyrac.
    L'indomani,  Courfeyrac introdusse Mario nel Caff Musain. Poi gli
    disse all'orecchio,  sorridendo: - Devo procurarvi il  diritto  di
    ingresso nella rivoluzione.  - L'introdusse nella sala degli Amici
    dell'A B C,  e lo present ai compagni,  dicendo sottovoce  questa
    parola che Mario non comprese: E' un allievo.
    Mario  era cascato in un vespaio di giovani d'ingegno.  Del resto,
    bench silenzioso e grave,  non era  il  meno  alato  n  il  meno
    armato.
    Vissuto fino a quel momento solo,  e incline com'era al monologo e
    alla  solitudine  per  abitudine  e   per   gusto,   fu   alquanto
    impressionato  da  quel  nugolo  di  giovani attorno a lui.  Tutte
    quelle diverse iniziative lo eccitavano e lo  attraevano  insieme.
    Il  tumultuoso  andirivieni  di  quegli  ingegni  liberi e operosi
    faceva turbinare la sua mente;  a volte ne era cos turbato che le
    sue idee se ne andavano tanto lontano da lui che aveva da stentare
    a ritrovarle.  Sentiva parlare di filosofia,  di lettere, di arti,
    di storia, di religione in un modo inaspettato;  intravedeva degli
    strani aspetti e poich non se li metteva di prospettiva,  non era
    sicuro di non vedere il caos.  Abbandonando le opinioni del  nonno
    per  quelle  del  padre,  aveva  creduto  di  farsi  una  opinione
    definitiva;  ma ora cominciava a dubitarne e ne  era  inquieto  n
    osava confessarlo a se stesso.  L'angolo sotto cui vedeva tutte le
    cose cominciava a  spostarsi  di  nuovo.  Una  certa  oscillazione
    agitava  tutti  gli orizzonti del suo cervello.  Strana commozione
    interiore. Quasi ne soffriva.
    Pareva che per quei giovani non esistesse nulla di "sacro".  Udiva
    su ogni argomento dei discorsi singolari,  imbarazzanti per la sua
    mente ancora timida.
    Se lo sguardo cadeva su un avviso teatrale che annunciava  qualche
    tragedia  del  vecchio repertorio detto classico,  sentiva Bahorel
    esclamare: - Abbasso la tragedia, cara ai borghesi! - e Combeferre
    rispondergli:
    - Hai torto,  Bahorel!  Se la borghesia ama la  tragedia,  bisogna
    lasciarla  tranquilla su questo punto.  La tragedia in parrucca ha
    la sua ragion d'essere,  e io non sono di quelli che  in  nome  di
    Eschilo  le  contendono  il  diritto all'esistenza.  Ci sono degli
    abbozzi in natura;  nella creazione ci sono delle parodie belle  e
    fatte: un becco che non  becco, delle ali che non sono ali, delle
    pinne  che  non sono pinne,  delle zampe che non sono zampe,  e un
    grido di dolore che  ti  fa  venire  la  voglia  di  ridere:  ecco
    l'anitra.  Ora  se l'anitra pu esistere accanto all'uccello,  non
    vedo perch la tragedia classica non  possa  vivere  accanto  alla
    tragedia antica.
    Oppure se per caso Mario, passava per via Giangiacomo Rousseau tra
    Enjolras e Courfeyrac, quest'ultimo gli prendeva il braccio:
    - Badate,  questa  la via Pltrire,  oggi chiamata via Rousseau,
    perch una sessantina d'anni fa ci abitava una famiglia originale.
    Erano Giangiacomo e Teresa.  Di tanto in  tanto  nasceva  qui  una
    piccola creatura che Teresa metteva al mondo e Giangiacomo metteva
    poi nell'ospizio dei trovatelli.
    Ma Enjolras strapazzava Courfeyrac:
    - Sta zitto davanti a Rousseau. Io l'ammiro. Ha rinnegato i propri
    figli, va bene; ma ha adottato il popolo.
    Nessuno  di  quei  giovani  profferiva  mai  la parola imperatore.
    Soltanto Prouvaire diceva  talvolta  Napoleone;  tutti  gli  altri
    dicevano Bonaparte, e Enjolras pronunciava Buonaparte.
    Mario provava un confuso stupore. "Inititim sapientiae".

    4. LA SALA INTERNA DEL CAFFE' MUSAIN.
    Una delle conversazioni di quei giovani alle quali Mario assisteva
    e  in  cui  talvolta  interveniva,  fu  una vera scossa per la sua
    mente.
    Accadde nella sala interna del Caff  Musain.  Quella  sera  erano
    presenti   quasi  tutti  gli  Amici  dell'A  B  C.   Il  lume  era
    solennemente acceso.  Si parlava di tutto,  senza calore  e  senza
    rumore.  A  eccezione di Enjolras e di Mario che tacevano,  ognuno
    arringava un po'  a  caso.  Le  conversazioni  tra  compagni  sono
    talvolta   tranquillamente   tumultuose.   Era   un  gioco  e  una
    confusione,  come una conversazione.  Si lanciavano  l'uno  contro
    l'altro  e  afferravano  a  volo  i  motti di spirito,  e facevano
    conversazione da un punto all'altro della sala.
    Non era ammessa nessuna donna, tranne Luisetta, la sguattera,  che
    l'attraversava per andare in cucina.
    Grantaire,  completamente  ubriaco,  assordava l'angolo dove aveva
    preso posto, e ragionava e sragionava, gridando a squarciagola:
    - Ho sete.  Mortali,  faccio  un  sogno:  che  la  gran  botte  di
    Eidelherg  abbia un attacco di epilessia e io sia una delle dodici
    sanguisughe che le applicheranno. Vorrei bere.  Voglio dimenticare
    la vita,  che  una schifosa invenzione di non so chi; dura poco e
    non vale niente.  C' chi s'affanna per  vivere.  La  vita    uno
    scenario  con poche scene.  La felicit  una vecchia intelaiatura
    dipinta da un lato solo. L'Ecclesiaste dice: Tutto  vanit! Io la
    penso come quel buon uomo che forse non  mai esistito. Zero,  non
    volendo  camminare  tutto  nudo,  si  vest  di vanit.  O vanit!
    mascheramento di ogni cosa con  nomi  pomposi!  una  cucina    un
    laboratorio,  un  saltimbanco    un  ginnasta,  un ballerino  un
    professore,  un cazzottatore    un  pugile,  uno  speziale    un
    chimico,   un  parrucchiere    un  artista,   un  muratore    un
    architetto,  uno scarafaggio  uno pterigobranco.  La vanit ha il
    suo  diritto  e  il suo rovescio: il lato diritto  stupido,   il
    negro con i cocci di vetro; il rovescio sciocco,  il filosofo con
    i suoi cenci.  Piango su uno e rido dell'altro.  Ci che  chiamano
    onori e dignit,  e anche l'onore e la dignit,  generalmente sono
    di princisbecco.  Il re gioca con l'orologio umano: Caligola  cre
    console  un  cavallo,  e Carlo Secondo cre cavaliere una fetta di
    manzo...  E' un peccato che io sia ignorante,  perch potrei  fare
    tante citazioni,  ma non ne so nulla. Invece ho avuto sempre dello
    spirito,  e quando ero allievo di Gros,  invece di impiastricciare
    dei  quadretti,  me  ne  andavo  a rubare le mele.  Questo per me.
    Quanto a voi poi,  valete altrettanto.  Io me ne  infischio  delle
    vostre perfezioni, delle vostre eccellenze e delle vostre qualit.
    Ogni  qualit  va  a  finire  in  un  difetto:  l'economo  vicino
    all'avaro,  il generoso confina col  prodigo,  il  coraggioso  col
    bravaccio;  chi dice molto pio dice un po' bigotto.  Ci sono tanti
    vizi nella virt,  quanti buchi ha il  mantello  di  Diogene.  Chi
    ammirate,  l'ucciso o l'uccisore?  Cesare o Bruto? Generalmente si
    parteggia per l'uccisore.  Viva Bruto che ha ammazzato!  E' questa
    la  virt;  virt,  sia  pure,  ma  anche  pazzia...  Scendiamo ai
    particolari.  Volete che mi metta ad ammirare i popoli?  Ma  quale
    popolo?   Forse   la   Grecia?   Gli   ateniesi,   quei   parigini
    dell'antichit, uccisero Focione e adulavano bassamente i tiranni.
    Chi devo ammirare? L'Inghilterra? La Francia? E perch la Francia?
    forse a causa di Parigi? Gi vi ho detto la mia opinione su Atene.
    E perch l'Inghilterra?  forse per Londra?  Ma io odio  Cartagine.
    Inoltre  Londra,  la  metropoli  del  lusso,   il capoluogo della
    miseria.  Dunque,  abbasso l'Inghilterra!...  Gi,  mi direte  che
    l'Europa val sempre meglio dell'Asia. Convengo che l'Asia  buffa;
    ma  non  capisco  come  possiate ridere del gran Lama,  voi popoli
    dell'Occidente, che avete mescolato alle vostre mode e alle vostre
    eleganze tutte le lordure  complicate  di  maest,  dalla  camicia
    sudicia  della  regina  Isabella  fino  alla seggetta del Delfino.
    Signori,  vi faccio un palmo di naso.  A Bruxelles si consuma  pi
    birra,  a Londra pi vino, a Stoccolma pi acquavite, a Madrid pi
    cioccolata, ad Amsterdam pi ginepro,  a Costantinopoli pi caff,
    a  Parigi  pi  assenzio,  ecco  tutte le cognizioni utili.  Tutto
    sommato,  la vince Parigi.  A Parigi anche gli spazzini  sono  dei
    sibariti.  A Diogene sarebbe piaciuto essere stracciarolo a piazza
    Maubert pi che filosofo al Pireo...
    Cos Grantaire,  pi che ubriaco,  si espandeva in  parole  in  un
    angolo  della  sala  interna  del  Caff  Musain,  acchiappando la
    sguattera che passava.
    Bossuet,  stendendo la mano verso di  lui,  tent  di  metterlo  a
    tacere; ma l'altro riprese con maggiore energia:
    -  Aquila di Meaux,  abbassa le zampe.  Non mi fai impressione col
    tuo gesto da Ippocrate che rifiuta le cianfrusaglie di  Artaserse.
    Ti dispenso dal calmarmi.  D'altronde, io sono triste. Cosa volete
    che vi dica? L'uomo  malvagio,  deforme;  la farfalla  riuscita
    bene, ma l'uomo no; questo animale non  riuscito...
    - Silenzio,  Grantaire - riprese Bossuet che discuteva un punto di
    diritto col suo gruppo con cui era  impegnato  a  parlare  con  un
    certo gergo curialesco, di cui ecco la fine:
    - ...  E quanto a me, bench io sia appena un legale e tutt'al pi
    un procuratore dilettante,  sostengo che stando alla  consuetudine
    di Normandia,  ogni anno a san Michele, un Equivalente deve essere
    pagato a vantaggio del signore,  salvo il diritto  del  terzo,  da
    tutti  e  da  ciascuno,  tanto  dai  proprietari  che dagli aventi
    diritto all'eredit,  e ci per le enfiteusi,  locazioni,  allodi,
    contratti feudali e demaniali, ipoteche...
    - Echi, querule ninfe - canticchi Grantaire.
    Proprio vicino a Grantaire, su una tavola silenziosa, un foglio di
    carta,  un  calamaio  e  una  penna tra due bicchierini di liquore
    annunciavano che  si  stava  abbozzando  un  "vaudeville".  Quella
    grossa faccenda si trattava a voce sommessa, e le due teste che ci
    lavoravano attorno si toccavano:
    -  Cominciamo  col  trovare  i nomi;  quando si hanno i nomi si fa
    presto a trovare l'argomento.
    - Hai ragione. Detta e io scrivo.
    - Dorimon?
    - Possidente?
    - Si capisce.
    - Sua figlia Celestina.
    - E poi?
    - Il colonnello Sainval.
    - E' un nome troppo comune. Preferirei Valsin.
    Accanto ai due commediografi in erba,  c'era un altro  gruppo  che
    approfittava del frastuono per parlare sottovoce e discuteva di un
    duello. Un vecchio di trent'anni dava dei consigli a un giovane di
    diciotto anni e gli spiegava con quale avversario aveva da fare:
    - Diamine! state attento!  una buona lama. Il suo gioco  liscio;
    slancio   nell'assalto,   senza   finte  inutili,   polso  franco,
    traccheggio, rapidit fulminea, precisione nelle parate, esattezza
    matematica nelle risposte, ed  mancino.
    Nell'angolo opposto a Grantaire,  Joly e Bahorel parlavano d'amore
    e giocavano a domino.
    - Tu sei fortunato; hai una ragazza che ride sempre - diceva Joly.
    - Ti sbagli - rispondeva Bahorel. - Lei ha torto di ridere, perch
    cos  incoraggia  a  ingannarla.  A  vederla  allegra non si hanno
    rimorsi;  invece a  vederla  triste  ce  ne  faremmo  un  caso  di
    coscienza..
    -  Ingrato!  E'  cos  piacevole  una ragazza che ride!  E poi non
    litigate mai!
    - Questo dipende dal trattato che  abbiamo  fatto.  Stringendo  la
    nostra piccola santa alleanza, abbiamo fissato ciascuno la propria
    frontiera che non oltrepassiamo mai. Da ci deriva ]a nostra pace.
    - La pace  la digestione della felicit.
    - E tu, Joly, a che punto sei col tuo broncio con la signorina...?
    - Mi tiene sempre il broncio con una crudele pazienza.
    - Eppure, sei un innamorato commovente per la tua magrezza.
    - Ahim!
    - Al tuo posto, la pianterei.
    - E' facile dirlo.
    - E a farlo. Non si chiama Musichetta?
    -  S.  Ah,  mio  povero Bahorel,   una ragazza magnifica,  molto
    letterata, con certi piedini,  certe manine,  veste di buon gusto,
    bianca, grassottella, e occhi di zingara.
    - Allora,  caro mio,  bisogna piacerle,  bisogna essere elegante e
    far bella figura.  Comprati un bel  paio  di  pantaloni  nuovi  di
    cuoio; danno un bell'aspetto.
    - A che pro? - grid Grantaire.
    Il  terzo  angolo  era  in preda a una discussione poetica,  nella
    quale  la  mitologia  pagana  si  accapigliava  con  la  mitologia
    cristiana.  Si  trattava  dell'Olimpo  di  cui  Giovanni Prouvaire
    prendeva le difese,  anche per romanticismo.  Prouvaire era timido
    soltanto quando era calmo;  ma appena eccitato, si infiammava, una
    specie di gaiezza accentuava l'entusiasmo, ed era ridente e lirico
    insieme.
    - Noi insultiamo gli dei - diceva - i quali forse non sono  periti
    per  sempre.  Giove  non  mi pare un morto.  Dite che gli dei sono
    fantasie; ebbene, anche dopo che quelle fantasie sono svanite, noi
    ritroviamo nella natura quale attualmente  tutti  i  grandi  miti
    dell'antichit  pagana.   La  tal  montagna  dal  profilo  di  una
    cittadella  ancora  per  me  la  pettinatura  di  Cibele;  non  
    dimostrato  che Pan non venga di notte a soffiare nei tronchi cavi
    dei salici,  chiudendo a volta a volta i fori con le  dita;  e  ho
    sempre ritenuto che Io c'entrasse in qualche modo nella cascata di
    Pissavache.
    Nell'ultimo  angolo si parlava di politica e si malmenava la Carta
    costituzionale.  Combeferre la difendeva fiaccamente e  Courfeyrac
    la  batteva in breccia.  Sul tavolo c'era un malcapitato esemplare
    della  Carta-Touquet.   Courfeyrac  l'aveva  preso  e   l'agitava,
    frammettendo ai suoi argomenti il fruscio di quel foglio di carta.
    -  Innanzitutto,   non  voglio  re;   non  foss'altro  per  motivi
    economici;  un re  un parassita,  non ci sono re gratuiti.  I  re
    sono costosi...  In secondo luogo,  e non dispiaccia a Combeferre,
    una Costituzione largita  un cattivo espediente di incivilimento.
    Salvare la  transizione,  addolcire  il  passaggio,  ammorzare  la
    scossa,  far  passare  insensibilmente  la nazione dalla monarchia
    alla democrazia,  con la pratica  delle  finzioni  costituzionali,
    sono pessimi argomenti.  No,  non si deve mai illuminare il popolo
    con una falsa luce. Nella vostra Cartina costituzionale i principi
    intristiscono e diventano pallidi. Niente imbastardimento;  niente
    compromessi;  niente concessioni da re a popolo. Accanto alla mano
    che d c' sempre un artiglio che toglie.  Io rifiuto  decisamente
    la vostra Carta, che  una maschera per nascondere la menzogna. Un
    popolo  che l'accetta,  abdica.  Il diritto non  diritto se non 
    integro. No, niente Carta!
    Era d'inverno, e nel focolare ardevano due tizzoni. Courfeyrac non
    seppe resistere alla tentazione, e spiegazzata la povera Carta tra
    le mani la gett nel  fuoco.  Il  foglio  s'accese,  e  Courfeyrac
    guard   filosoficamente   bruciare   il   capolavoro   di   Luigi
    Diciottesimo, contentandosi di dire:
    - La carta  metamorfosizzata in fiamma.
    I sarcasmi, gli scherzi, i bisticci,  il buono e il cattivo gusto,
    le  buone  e  le  cattive  ragioni,  tutti i lazzi del dialogo che
    salivano e s incrociavano su tutti i punti della  sala,  formavano
    sopra tutte quelle teste una specie di festoso bombardamento.

    5. L'ORIZZONTE SI ALLARGA.
    Le giovani intelligenze che cozzano tra loro hanno questo di bello
    che  non si pu mai prevedere la scintilla n indovinare il lampo.
    Che cosa ne uscir fuori tra poco?  Non si sa.  La risata ha  come
    punto  di partenza la commozione,  e la seriet va a braccetto col
    buffonesco.  Gli impulsi dipendono dal  primo  moto.  Il  brio  di
    ciascuno      sovrano.   Un   lazzo  basta  ad  aprire  la  porta
    all'inaspettato. Sono conversazioni con brusche svolte,  in cui la
    prospettiva cambia improvvisamente e di cui  macchinista il caso.
    Un pensiero severo,  bizzarramente scaturito da uno scoppiettio di
    parole,   attravers  d'improvviso  la   battaglia   dei   frizzi,
    combattuta confusamente da Grantaire,  Bahorel, Prouvaire, Bossuet
    Combeferre e Courfeyrac.
    Come mai una frase sopraggiunge nel dialogo?  e come    che  essa
    richiama da s l'attenzione degli uditori?  Nessuno, ripetiamo, lo
    sa.   In  mezzo  al  frastuono,   Bossuet  termin  a  un   tratto
    un'apostrofe qualsiasi a Combeferre con questa data:
    - 18 giugno 1815, Waterloo.
    A questo nome,  Mario che stava appoggiato col gomito su un tavolo
    con un bicchier d'acqua davanti,  tolse il pugno di sotto al mento
    e fiss l'uditorio.
    - Perdio!  - esclam Courfeyrac ("Perdinci",  a quell'epoca andava
    cadendo in disuso);  - questo numero 18  estraneo e mi  colpisce.
    E'  il  numero  fatale  di  Bonaparte.  Metteteci  Luigi davanti e
    Brumaio dietro,  e avrete tutto il destino dell'uomo,  con  questo
    particolare espressivo che il principio  incalzato dalla fine.
    Enjolras,  muto  fino  allora,  ruppe  il  silenzio  e  rivolse  a
    Courfeyrac queste parole:
    - Vuoi dire il delitto dell'espiazione.
    La parola  "delitto"  oltrepassava  la  misura  che  Mario  poteva
    accettare.  Egli era stato gi colpito dall'inaspettata evocazione
    di Waterloo.
    Si alz,  cammin  lentamente  verso  la  carta  geografica  della
    Francia,  appesa  al muro,  e nella quale,  in basso,  si scorgeva
    un'isola, pos il dito su quell'isola e disse:
    - La Corsica  una piccola isola che  ha  fatto  molto  grande  la
    Francia.
    Fu come un vento di aria gelida.  Tutti s'interruppero. Si sentiva
    che qualcosa stava per cominciare.
    Bahorel per ribattere a Bossuet stava assumendo una posa  teatrale
    alla quale ci teneva molto; ma ci rinunci per ascoltare.
    Enjolras  il  cui occhio azzurro non era fisso in nessuno e pareva
    guardare nel vuoto, rispose senza volgere gli occhi a Mario:
    - La Francia non ha bisogno di nessuna Corsica per essere  grande;
     grande perch  la Francia. "Quia nominor leo".
    Mario non ebbe nessuna velleit di indietreggiare;  si volse verso
    Enjolras,  e la sua voce scoppi in una vibrazione  che  proveniva
    dal fremito delle sue viscere:
    -   Dio  mi  guardi  dal  menomare  la  Francia.   Ma  non  la  si
    impicciolisce unendola a Napoleone.  Ors,  parliamo: io  sono  un
    nuovo  venuto  tra voi ma vi confesso che mi stupite.  A che punto
    siamo?  chi siamo?  chi  siete?  chi  sono  io?  Spieghiamoci  nei
    riguardi  dell'imperatore.  Vi sento dire Buonaparte,  accentuando
    l'u come i legittimisti;  per vi prevengo che mio nonno fa meglio
    ancora;  dice Buonapart.  Vi credevo giovani. Dove mettete dunque
    il vostro entusiasmo?  e che cosa ne fate?  chi  ammirate  se  non
    ammirate l'imperatore? e che vi occorre di pi? se non vi soddisfa
    quel  grand'uomo,  quali  grandi uomini vi soddisfano?  Egli aveva
    tutto;  era completo;  aveva nel cervello la misura delle  facolt
    umane. Formava codici come Giustiniano, dettava leggi come Cesare,
    la  sua  conversazione  aveva  il  lampo  di  Pascal e il colpo di
    fulmine di  Tacito,  faceva  la  storia  e  la  scriveva,  i  suoi
    bollettini  sono  epici,  combinava  il  calcolo  di  Newton  alla
    metafora di Maometto;  lasciava dietro di  s  in  Oriente  parole
    grandi  come  le  Piramidi;  a  Tilsitt  insegnava  la maest agli
    imperatori; nell'accademia delle scienze rispondeva a Laplace, nel
    Consiglio di stato teneva fronte  a  Merlin,  dava  un'anima  alla
    geometria  degli uni e ai cavilli degli altri;  era giurista con i
    giuristi e astronomo con gli astronomi; come Cromwell che spegneva
    una candela ogni due,  egli andava al Temple a  mercanteggiare  un
    fiocco  di  tenda;  vedeva tutto,  sapeva tutto,  e questo non gli
    impediva di ridere d'un riso bonario davanti alla  culla  del  suo
    bambino.  Poi  d'improvviso l'Europa atterrita porgeva l'orecchio;
    gli eserciti si mettevano in marcia, le artiglierie rotolavano,  i
    pontoni  s'allineavano sui fiumi,  nembi di cavalleria cavalcavano
    nella tempesta, grida, trombe,  vacillar di troni dappertutto.  Le
    frontiere  dei  regni oscillavano sulla carta,  si udiva il rumore
    d'una spada sovrumana che usciva dalla  guaina;  e  lo  si  vedeva
    ergersi  diritto all'orizzonte,  con una fiaccola fiammeggiante in
    mano,  e uno splendore negli occhi;  spiegava le sue due  ali,  la
    grande armata e la vecchia guardia, e allora era l'arcangelo della
    guerra.
    Tutti  tacevano.  Enjolras aveva chinato la testa.  Il silenzio fa
    sempre l'effetto del consenso o della confessione di trovarsi alle
    strette;  e Mario,  quasi senza  riprendere  fiato,  continu  con
    maggiore entusiasmo:
    - Siamo giusti,  amici. Essere l'impero di un tale imperatore, che
    splendido destino per un popolo, quando questo popolo  la Francia
    e aggiunge il suo genio al genio di quest'uomo!  Apparire appena e
    regnare, camminare e trionfare, avere per tappa tutte le capitali,
    prendere  i propri granatieri e farne dei re,  decretare le cadute
    delle dinastie,  trasformare  l'Europa  a  passo  di  carica,  far
    sentire,  quando  minacciate,  che  mettete la mano sul pomo della
    spada di  Dio,  avere  le  virt  di  Annibale,  di  Cesare  e  di
    Carlomagno  insieme,  essere  il  popolo  di uno che mette in ogni
    vostra alba l'annuncio di una battaglia vinta,  avere per  sveglia
    il cannone degli Invalidi,  gettare in abissi di luce delle parole
    prodigiose  che  fiammeggeranno  per  sempre,   Marengo,   Arcole,
    Austerlitz,  Iena,  Wagram! far apparire a ogni istante allo zenit
    dei secoli costellazioni di vittorie,  dare l'impero francese come
    riscontro  all'impero romano,  essere la grande nazione e produrre
    la Grande Armata, far volare su tutta la terra le sue legioni come
    la montagna manda le sue aquile da ogni parte, vincere,  dominare,
    fulminare, essere in Europa una specie di popolo dorato a forza di
    gloria,  suonare  attraverso  la  storia  la  fanfara  dei titani,
    conquistare due volte il mondo,  cio conquistarlo e  abbagliarlo:
    ecco il sublime. E che cosa c' di pi grande?
    - Essere libero - disse Combeferre.
    Mario  abbass  la  testa.  Quella  parola semplice e fredda aveva
    attraversato come una lama d'acciaio la sua effusione epica, e lui
    la sent perdersi dentro di s. Quando alz gli occhi,  Combeferre
    non  era  pi  l.  Probabilmente  soddisfatto  della sua risposta
    all'apoteosi,  egli era  uscito,  e  tutti,  tranne  Enjolras,  lo
    avevano seguito. La sala si era vuotata. Enjolras rimasto solo con
    Mario, lo guardava gravemente. Intanto Mario, dopo aver raccozzato
    un po' le idee,  non si riteneva battuto; c'era in lui un resto di
    ribollimento che stava certo per spiegarsi  in  sillogismi  contro
    Enjolras,  quando  a  un  tratto  si ud qualcuno che per la scala
    andandosene cantava. Era Combeferre. Ecco che cosa cantava:
    "Se Cesare mi avesse dato
    la gloria e la guerra,
    e per questo dovessi abbandonare
    l'amore di mia madre;
    direi al gran Cesare:
    - Riprendi il tuo scettro e il tuo carro:
    preferisco mia madre,
    s, preferisco mia madre!"
    L'accento  commosso  e  selvaggio  con  cui  Combeferre   cantava,
    imprimeva alla strofa quasi una strana grandezza. Mario, pensoso e
    con gli occhi in alto, ripet quasi meccanicamente: - Mia Madre!
    In quel momento sent sulla spalla la mano di Enjolras:
    - Cittadino, mia madre  la repubblica - disse Enjolras.

    6. RES ANGUSTA.
    Quella  serata  scosse profondamente Mario e gli lasci una triste
    oscurit nell'anima.  Prov forse quello che prova  la  terra  nel
    momento  in cui la squarciano per deporvi il chicco di grano;  non
    sente che la ferita;  il fremito del germe e la gioia  del  frutto
    verranno pi tardi.
    Mario  divenne  cupo.  S'era  appena formata una fede e doveva gi
    rifiutarla?  Si disse di no.  Dichiar che non voleva dubitare,  e
    cominci a dubitare senza saperlo. Trovarsi tra due religioni, una
    da  cui  non  si   ancora usciti e l'altra in cui non si  ancora
    entrati  una posizione intollerabile; questi crepuscoli piacciono
    soltanto alle anime-pipistrelli.  Mario era una pupilla  schietta,
    aveva  bisogno  della  vera  luce,  e i chiaroscuri del dubbio gli
    facevano male. Qualunque fosse il suo desiderio di restare dov'era
    e di far punto,  era invincibilmente costretto  a  proseguire,  ad
    avanzare,  a esaminare, a pensare, a procedere. Dove sarebbe stato
    condotto?  dopo aver fatto tanti passi che lo avevano avvicinato a
    suo padre,  temeva ora di fare dei passi che lo allontanassero. Il
    suo  malessere  era  accresciuto  da  tutte  le  riflessioni   che
    sorgevano  in lui,  e intorno gli si apriva una voragine.  Non era
    d'accordo n con gli amici n  col  nonno;  temerario  per  l'uno,
    arretrato  per  gli altri.  Riconobbe che era doppiamente isolato,
    sia dal lato della vecchiaia che  da  quello  della  giovent.  Si
    astenne dal frequentare il Caff Musain.
    Nel turbamento in cui si trovava la sua coscienza,  non rifletteva
    nemmeno a certi lati seri dell'esistenza. Ma la realt della vita,
    che non si lascia dimenticare, and improvvisamente a urtarlo.  Il
    padrone dell'albergo entr una mattina in camera sua e gli disse:
    - Il signor Courfeyrac ha garantito per voi.
    - S.
    - Ma avrei bisogno di denaro.
    - Pregate Courfeyrac di venire da me.
    Quando  venne  Courfeyrac,  l'albergatore li lasci.  Allora Mario
    raccont ci che fino a quel momento non aveva pensato di  dirgli,
    e cio che egli era quasi solo al mondo e senza parenti.
    - Che ne sar di voi? - chiese Courfeyrac.
    - Non lo so.
    - Che farete?
    - Non lo so.
    - Avete denaro?
    - Quindici franchi.
    - Volete che ve ne presti?
    - Mai.
    - Avete abiti?
    - Eccoli.
    - Avete gioielli?
    - Un orologio.
    - D'argento?
    - D'oro; eccolo.
    -  Conosco  un  rigattiere  che comprer il soprabito e un paio di
    pantaloni.
    - Bene.
    - Rimarrete con un  solo  paio  di  pantaloni,  un  panciotto,  un
    cappello e un abito.
    - E le scarpe.
    - Come! Non andrete a piedi nudi? Che opulenza!
    - Mi baster.
    - Conosco un orologiaio che comprer il vostro orologio.
    - No, non va bene. Cosa farete dopo?
    - Tutto quello che  necessario, almeno finch  onesto.
    - Conoscete l'inglese?
    - No.
    - Conoscete il tedesco?
    - No.
    - Tanto peggio.
    - Perch?
    -  Perch  un  libraio  mio  amico  sta  compilando  una specie di
    enciclopedia,  per la quale avreste potuto tradurre degli articoli
    dall'inglese e dal tedesco. E' un lavoro mal pagato, ma si vive.
    - Imparer l'inglese e il tedesco.
    - S, ma intanto?
    - Intanto manger gli abiti e l'orologio.
    Fecero  chiamare  il  rigattiere  che  compr  gli abiti per venti
    franchi;  poi andarono  dall'orologiaio  che  pag  quarantacinque
    franchi per l'orologio.
    - Non c' male - disse Mario a Courfeyrac tornando all'albergo.Con
    i quindici franchi che avevo fanno ottanta.
    - E il conto dell'albergo?
    - Gi, dimenticavo.
    L'albergatore  present  il conto,  che si dovette pagare subito e
    che ammontava a settanta franchi.
    - Mi restano dieci franchi - disse Mario.
    - Diamine - disse Courfeyrac - mangerete cinque franchi  imparando
    l'inglese e cinque imparando il tedesco. Questo si chiama ingoiare
    una lingua molto alla svelta o uno scudo molto lentamente.
    Frattanto  la zia Gillenormand,  abbastanza buona nei casi tristi,
    aveva finito con lo scovare l'alloggio di Mario.  E  una  mattina,
    tornato dalla scuola, Mario trov una lettera della zia e seicento
    franchi oro, in una scatola sigillata.
    Egli rimand alla zia i trenta luigi,  con una lettera nella quale
    dichiarava di avere i mezzi per vivere e di  poter  provvedere  ai
    propri bisogni. In quel momento gli restavano tre franchi.
    La  zia  non  comunic  al  nonno  quel  rifiuto temendo alla fine
    d'esasperarlo. D'altronde,  non aveva detto: - Non mi si parli pi
    di quel bevitore di sangue?
    Mario  abbandon  l'albergo  di  Porta  san  Giacomo,  non volendo
    contrarre debiti.

    Libro 5.
    ECCELLENZA DELLA SVENTURA.


    1. MARIO NEL BISOGNO.
    La vita per Mario divenne dura.  Mangiarsi gli abiti e  l'orologio
    non era niente;  dovette mangiarsi quella cosa inesprimibile che i
    francesi  chiamano  la  "vacca  arrabbiata":  cosa  orribile   che
    comprende i giorni senza pane, le notti senza sonno, le sere senza
    lume,   il  focolare  senza  fuoco,  le  settimane  senza  lavoro,
    l'avvenire senza speranza, l'abito strappato ai gomiti, il vecchio
    cappello che fa ridere le ragazze,  la porta che si  trova  chiusa
    per  non  aver  pagato la pigione,  l'insolenza del portiere e del
    bettoliere,  gli scherni dei vicini,  le umiliazioni,  la  dignit
    calpestata, il lavoro qualsiasi accettato, i disgusti, l'amarezza,
    l'abbattimento.
    Mario  impar  come  si fa a ingoiare tutto questo e come talvolta
    siano le sole cose che si abbiano da  ingoiare.  Nell'epoca  della
    vita  in  cui  l'uomo  ha  bisogno  di  orgoglio perch ha bisogno
    d'amore,  egli si sent deriso  perch  mal  vestito,  e  ridicolo
    perch  povero.  Nell'et  in cui la giovinezza vi gonfia il cuore
    d'una imperiale fierezza,  egli abbass pi  d'una  volta  i  suoi
    occhi  sulle sue scarpe rotte,  e conobbe le ingiuste vergogne e i
    pungenti rossori della miseria. Prova meravigliosa e terribile, da
    cui i deboli escono infami,  i forti sublimi;  crogiuolo in cui il
    destino getta un uomo ogni qualvolta vuole formare un mascalzone o
    un semidio.
    Si  compiono  infatti molte grandi azioni in quelle piccole lotte.
    Ci sono delle bravure ostinate e ignote che si difendono  palmo  a
    palmo  nelle  tenebre contro la fatale invasione delle necessit e
    delle turpitudini;  nobili e misteriosi trionfi che nessuno  vede,
    che nessuna rinomanza compensa,  nessuna fanfara saluta.  La vita,
    la sventura, l'isolamento,  l'abbandono,  la povert sono campi di
    battaglia  che  contano  i  loro  eroi: oscuri eroi,  talvolta pi
    grandi degli eroi illustri.
    I caratteri fermi e rari si formano cos; la miseria, quasi sempre
    matrigna,  qualche volta diventa madre;  la privazione  genera  la
    forza  d'animo  e  di  mente;  il bisogno nutre la fierezza,  e la
    sventura  un buon latte per gli animi grandi.
    Nella vita di Mario ci fu un momento  in  cui  scopava  da  s  il
    pianerottolo,   comprava   un   soldo   di   formaggio  presso  la
    fruttivendola,  aspettava l'imbrunire per entrare da un panettiere
    a  comprare un pane e se lo portava di nascosto nella sua soffitta
    come  se  lo  avesse  rubato.  Qualche  volta  si  vedeva  entrare
    furtivamente  nella  macelleria  all'angolo,  in  mezzo  a  cuoche
    beffarde che lo urtavano col gomito, un giovane timido e rumoroso,
    che entrando si toglieva  il  cappello  dalla  fronte  bagnata  di
    sudore, faceva un profondo inchino alla padrona stupita e un altro
    saluto al garzone,  domandava una costoletta di montone che pagava
    sei o sette soldi,  l'avvolgeva in un pezzo di carta,  la  metteva
    sotto braccio fra due libri e se ne andava.  Era Mario, che viveva
    tre giorni con quella costoletta che cucinava da s.
    Il primo giorno mangiava la carne, il secondo giorno il grasso, il
    terzo giorno rosicchiava l'osso.
    Parecchie  volte  la  zia  Gillenormand  ripet  il  tentativo  di
    mandargli il denaro; ma egli lo rifiut costantemente, dicendo che
    non ne aveva bisogno.
    Portava ancora il lutto per suo padre,  quando era avvenuto in lui
    il mutamento che abbiamo raccontato;  da  allora,  non  aveva  pi
    abbandonato  il vestito nero;  per fu il vestito ad abbandonarlo.
    Venne il giorno in cui i calzoni andavano ancora,  ma l'abito  non
    andava pi. Che fare? Courfeyrac, al quale aveva reso qualche buon
    servizio,  gli diede un abito smesso.  Mario lo fece rivoltare per
    trenta soldi da un portinaio e cos ebbe un abito  nuovo.  Ma  era
    verde,  e  perci  egli  si mise a uscire di casa soltanto dopo il
    tramonto,  che faceva nero  l'abito.  Volendo  portare  sempre  il
    lutto, si vestiva del buio della notte.
    In  mezzo  a  tutte  queste traversie prese la laurea di avvocato.
    Faceva credere  di  abitare  la  camera  di  Courfeyrac,  che  era
    decente,  e  dove  un  certo  numero di libri legali,  sostenuti e
    completati da  volumi  di  romanzi,  rappresentavano  la  libreria
    prescritta  dai  regolamenti.  Presso  Courfeyrac  si  faceva pure
    indirizzare le lettere.
    Appena divenne avvocato, Mario ne inform il nonno con una lettera
    fredda ma piena di sottomissione e rispetto. Gillenormand prese la
    lettera tremando,  la lesse,  la fece in quattro pezzi e la  butt
    nel  cestino.  Due  o  tre giorni dopo,  la signorina Gillenormand
    sent che suo padre,  solo nella propria camera,  parlava ad  alta
    voce come gli accadeva quando era agitato. Tese l'orecchio e sent
    che  diceva:  -  Se tu non fossi un imbecille,  sapresti che non 
    possibile essere nello stesso tempo barone e avvocato.

    2. MARIO POVERO.
    Succede della  miseria  come  di  ogni  altra  cosa.  Finisce  col
    diventar  possibile,  con  l'assumere  una  forma e col mettersi a
    posto.  Si vegeta,  vale a dire ci si sviluppa in  un  certo  modo
    stentato ma sufficiente per vivere.  Ecco come s'era aggiustata la
    vita di Mario.
    Era uscito dalle maggiori strettezze; il sentiero gli si allargava
    davanti.  A furia di fatiche,  di coraggio,  di perseveranza e  di
    volont  era  arrivato  a ricavare dal suo lavoro circa settecento
    franchi all'anno. Aveva imparato il tedesco e l'inglese e,  grazie
    a Courfeyrac che l'aveva messo in relazione col suo amico libraio,
    occupava  il  posto di "buono a tutto" nella letteratura-libreria.
    Redigeva  dei  manifesti,   traduceva  giornali,   annotava  delle
    edizioni,  compilava  delle  biografie,  eccetera.  Ricavato netto
    all'anno,  in media: settecento franchi.  Con questi campava.  Non
    male. Come? Ecco.
    Mario  occupava  nella  topaia Gorbeau,  col fitto annuo di trenta
    franchi,  un bugigattolo senza camino,  qualificato per gabinetto,
    dove  i  mobili  erano  ristretti all'indispensabile.  Per questi
    mobili erano  suoi.  Dava  tre  franchi  al  mese  a  una  vecchia
    inquilina  che  gli  scopava  il  bugigattolo  e  gli portava ogni
    mattina un po' d'acqua calda, un uovo fresco e un pezzo di pane da
    un soldo. Col pane e con l'uovo faceva colazione, che gli veniva a
    costare da due a quattro soldi a seconda che le uova andavano care
    o a buon mercato.  Alle sei di sera andava in via  san  Giacomo  a
    cenare  da  Rousseau,  di  fronte a Basset,  il mercante di stampe
    all'angolo di via Mathurins.  Non mangiava minestra;  prendeva una
    porzione di carne da sei soldi,  una mezza porzione di verdura per
    tre soldi, e tre soldi di frutta. Con altri tre soldi aveva pane a
    volont.  Quanto al vino,  non ne beveva.  Pagando al  banco  dove
    sedeva  solennemente  la  signora  Rousseau,  a quell'epoca ancora
    grassa e fresca, dava un soldo di mancia al cameriere, riceveva un
    sorriso dalla padrona e se ne andava. Per sedici soldi aveva avuto
    un pranzo e un sorriso.
    La trattoria Rousseau,  dove si vuotavano tante poche bottiglie  e
    tante  caraffe,  era  un sedativo pi che un ristoratore.  Ora non
    esiste pi.  Il padrone aveva un bel  soprannome,  lo  chiamavano:
    Rousseau l'acquatico.
    Cos con quattro soldi a colazione e sedici a pranzo, il vitto gli
    costava un franco al giorno,  ossia trecentosessantacinque franchi
    all'anno. Aggiungete i trenta franchi di pigione, i trentasei alla
    vecchia,  e qualche altra spesuccia,  e per  quattrocentocinquanta
    franchi Mario era nutrito,  alloggiato e servito. Il vestiario gli
    costava cento franchi,  la biancheria cinquanta,  il bucato  e  la
    stiratura    cinquanta;    il    totale    non    oltrepassava   i
    seicentocinquanta franchi.  Gli restavano cinquanta  franchi.  Era
    ricco,  e  all'occasione  prestava  dieci  franchi  a un amico.  A
    Courfeyrac aveva potuto prestarne una volta  sessanta.  Quanto  al
    riscaldamento, non avendo camino lo aveva "semplificato".
    Mario  aveva  sempre due vestiti completi: uno usato,  per tutti i
    giorni, l'altro nuovo per le occasioni: tutti e due neri Aveva tre
    sole camice,  una addosso,  l'altra nel  canterano,  la  terza  al
    bucato;  e le rinnovava man mano che si consumavano; per erano di
    solito sempre  lacere,  cosicch  doveva  portare  l'abito  sempre
    abbottonato fino al mento.
    Per  arrivare  a quella florida situazione,  a Mario erano occorsi
    degli anni;  anni duri,  difficili,  durante i quali non  era  mai
    venuto meno a se stesso.  Aveva subito tutte le privazioni,  aveva
    fatto tutto tranne i debiti.  Poteva dire di non aver  dovuto  mai
    chiedere un soldo a qualcuno.  Per lui, un debito era il principio
    della schiavit.  Pensava che un creditore  peggio di un padrone:
    infatti il padrone possiede soltanto la vostra persona,  mentre il
    creditore possiede la vostra dignit e  pu  avvilirla.  Piuttosto
    che  prendere  a  prestito  non mangiava,  e molte volte era stato
    digiuno. Intuendo che tutte le estremit si toccano e che,  se non
    ci  si  bada,  l'abbassamento pu portare facilmente alla bassezza
    d'animo,  vegliava  gelosamente  sulla  propria  fierezza.   Certe
    formule  e certi atti che in uno stato diverso gli sarebbero parsi
    una deferenza, ora gli sembravano una servilit,  e si irrigidiva.
    Non arrischiava nulla, perch non voleva mettersi in condizione di
    far  marcia indietro.  Aveva una specie di rossore severo,  ed era
    timido fino all'asprezza.
    In tutte le sue esperienze  si  sentiva  incoraggiato  e  talvolta
    anche  trasportato  da  una  forza  misteriosa  che  aveva dentro.
    L'anima aiuta il corpo e in certi momenti lo  solleva;    l'unico
    uccello che sostenga la propria gabbia.
    Accanto  al  nome  del Padre,  nel suo cuore stava inciso un altro
    nome, quello di Thnardier.  Nel suo carattere entusiasta e grave,
    Mario  circondava  d'una specie di aureola l'uomo a cui credeva di
    dover la vita del padre, l'intrepido sergente che aveva salvato il
    colonnello in mezzo alle cannonate e alla fucileria  di  Waterloo.
    Non  separava  mai  il  ricordo  di  quell'uomo  da suo padre;  li
    associava nella venerazione.  Era una specie di culto a due gradi:
    l'altare   maggiore  per  il  colonnello  e  il  pi  piccolo  per
    Thnardier.   E  ci  che  raddoppiava  la  tenerezza  della   sua
    riconoscenza era il pensiero della sfortuna nella quale Thnardier
    era caduto.  Aveva appreso a Montfermeil la rovina e il fallimento
    del disgraziato bettoliere,  pi tardi aveva fatto sforzi inauditi
    per  rintracciarlo  e  arrivare fino a lui nel tenebroso abisso di
    miseria nel quale era scomparso.  Aveva percorso tutta la regione,
    era andato a Chelles,  a Bondy,  a Gournay, a Nogent, a Lagny; per
    tre armi si era accanito in quelle esplorazioni, spendendo il poco
    denaro che gli restava. Ma nessuno aveva potuto dargli notizie dei
    Thnardier.   Lo  credevano  fuggito  all'estero.   Anche  i  suoi
    creditori  l'avevano ricercato non meno di Mario e con altrettanto
    accanimento,  senza venirne a capo.  Mario si faceva una colpa  di
    non riuscire nelle sue ricerche e quasi si sdegnava con se stesso.
    Era quello l'unico debito che il colonnello gli aveva lasciato,  e
    lui riteneva doveroso pagarlo. -Come! - pensava - quando mio padre
    giaceva moribondo sul campo di battaglia,  ha potuto ritrovarlo in
    mezzo  alla  mitraglia  e  portarlo in salvo sulle proprie spalle!
    Eppure non gli  doveva  nulla.  E  io  invece  che  tanto  devo  a
    Thnardier,  non dovrei raggiungerlo nella tenebra in cui agonizza
    e ricondurlo da morte a vita?  Oh,  lo trover!  -  Per  ritrovare
    Thnardier avrebbe dato un braccio,  e per toglierlo dalla miseria
    avrebbe offerto tutto il suo sangue. Trovare Thnardier, rendergli
    un qualche servizio,  dirgli: - Voi non mi  conoscete,  ma  io  vi
    conosco!  Sono qui a vostra disposizione!  era questo il suo sogno
    pi dolce e pi lusinghiero.

    3. MARIO INGRANDITO.
    A quell'epoca Mario aveva  vent'anni.  Ne  erano  passati  tre  da
    quando  aveva  abbandonato  suo  nonno.  Da una parte e dall'altra
    erano  restati  sulle   stesse   posizioni,   senza   tentare   un
    riavvicinamento,  senza  cercare di rivedersi.  D'altronde,  a che
    cosa serviva rivedersi? Per urtarsi?  Chi dei due l'avrebbe vinta?
    Mario era il vaso di bronzo, ma il nonno era la pentola di ferro.
    Per Mario, e dobbiamo dirlo, s'era ingannato sul cuore del nonno.
    Aveva  creduto che Gillenormand non lo avesse mai amato,  che quel
    vecchio di poche  parole,  burbero,  ridente,  bestemmiatore,  che
    gridava,  tempestava e alzava il bastone, nutrisse per lui tutt'al
    pi quell'affetto superficiale e severo dei Geronti  da  commedia.
    Ma si sbagliava.  Ci sono dei padri che non amano i figli,  ma non
    c' un nonno che  non  adori  un  nipote.  In  fondo  Gillenormand
    idolatrava  Mario,  lo  idolatrava  a modo suo,  con strapazzate e
    anche con busse. Ma sparito quel ragazzo, sent nel cuore un vuoto
    nero.  Pretese che non gliene parlassero,  ma rimpiangeva d'essere
    stato  ubbidito  cos  bene.   Nei  primi  tempi  sper  che  quel
    bonapartista, quel giacobino, quel terrorista sarebbe tornato;  ma
    passarono  le  settimane,  i  mesi,  gli  anni  e,  con grande sua
    disperazione il bevitore di sangue non ricomparve.  -  Eppure  non
    potevo  fare  altrimenti;  dovevo scacciarlo - diceva il nonno tra
    s; e si chiedeva: Sarei capace di rifarlo ancora?  - L per l il
    suo  orgoglio  rispondeva  di  s,  ma la testa senile tentennando
    silenziosamente rispondeva tristemente di no.  Aveva le sue ore di
    abbattimento.   Gli   mancava   Mario.   I  vecchi  hanno  bisogno
    dell'affetto come del sole; anch'esso  calore.  Per quanto la sua
    tempra fosse robusta, l'assenza del nipote aveva cambiato qualcosa
    in lui. Per nulla al mondo avrebbe voluto fare un passo verso quel
    "piccolo mariuolo", ma ne soffriva; non chiedeva mai di lui, ma ci
    pensava sempre. Viveva al Marais sempre pi ritirato; era violento
    e  allegro  come  prima,  ma  la  sua giocondit aveva una durezza
    convulsa come se contenesse collera  e  dolore.  Le  sue  violenze
    finivano  sempre  in  una  specie  di  tenero e cupo abbattimento.
    Talvolta diceva: - Se tornasse, che magnifico schiaffo gli darei!
    La zia invece pensava troppo poco per amare molto.  Per lei  Mario
    non era pi che una specie di fantasma nero e vago, e aveva finito
    con l'occuparsene meno del gatto o del pappagallo.
    Il  segreto tormento di Gillenormand era accresciuto dal fatto che
    lo teneva tutto per s,  senza lasciarne trapelare nulla.  Il  suo
    dolore era come quelle fornaci inventate di recente,  che bruciano
    anche il proprio fumo. Talvolta accadeva che qualche seccatore gli
    parlasse di Mario e gli chiedesse: - Che fa,  dov' vostro nipote?
    -  e allora il vecchio borghese,  con un sospiro se era di cattivo
    umore,  e dandosi un buffetto alla  manica  dell'abito  se  voleva
    apparire   allegro,   rispondeva:   -   ll   barone  Pontmercy  fa
    l'azzeccagarbugli non so dove.
    Mentre il vecchio rimpiangeva,  Mario era  contento  di  s.  Come
    accade  a  chi  ha  il  cuore  buono,  la sventura gli aveva tolto
    l'amarezza.  Pensava al nonno con dolcezza,  ma ci aveva tenuto  a
    non  accettare  pi nulla dall'uomo che "aveva agito cos male con
    suo padre".  Era questa la traduzione  mitigata  della  sua  prima
    indignazione.  Inoltre  era contento d'aver sofferto e di soffrire
    ancora per suo padre. Era contento della durezza della sua vita, e
    gli piaceva.  Diceva con una certa gioia che quello era "quanto di
    meno potesse fare",  che era un'espiazione, che altrimenti sarebbe
    stato punito pi tardi e pi severamente, per l'empia indifferenza
    verso suo padre,  che non sarebbe stato giusto  che  a  suo  padre
    fosse toccata la sofferenza e a lui niente.  Cos'erano, del resto,
    le sue fatiche e le sue privazioni a paragone  della  vita  eroica
    del colonnello?  In fondo,  il modo di accostarsi a suo padre e di
    rassomigliargli era quello di mostrarsi coraggioso nell'indigenza,
    come il padre era stato prode contro il nemico e che il colonnello
    voleva dire certamente questo con  le  parole:  "ne  sar  degno";
    parole  che  Mario continuava a portare,  non sul petto giacch lo
    scritto era scomparso, ma nel cuore.
    Inoltre, il giorno in cui fu scacciato dal nonno,  egli era ancora
    un ragazzo;  ora invece era un uomo,  e lo capiva.  La miseria gli
    aveva giovato.  La povert nella giovinezza quando riesce a  bene,
    produce  il  magnifico  risultato  di indirizzare tutta la volont
    verso lo sforzo e tutta l'anima verso  l'aspirazione.  La  povert
    mette subito a nudo la vita materiale e la mostra schifosa;  donde
    gli inesprimibili slanci verso la vita ideale. ll giovane ricco ha
    cento distrazioni brillanti e volgari,  le corse  di  cavalli,  la
    caccia,  i  cani,  il tabacco,  il gioco,  i banchetti e il resto:
    occupazioni tutte che appartengono alle basse tendenze dell'uomo a
    spese di quelle pi alte e delicate dell'anima.  Il giovane povero
    si affatica per vivere per avere il suo pezzo di pane;  lo mangia;
    e quando lo ha mangiato,  non gli resta altro che la  meditazione.
    Egli va agli spettacoli gratuiti offerti da Dio,  guarda il cielo,
    lo spazio,  le stelle,  i fiori,  i fanciulli,  l'umanit  in  cui
    soffre e la creazione in cui risplende.  Contempla tanto l'umanit
    che vede l'anima quanto la creazione che vede  Dio.  Medita  e  si
    sente  grande;   medita  ancora  e  si  sente  pieno  di  affetto;
    dall'egoismo dell'uomo che soffre passa alla compassione dell'uomo
    che medita,  e in lui si schiude  un  mirabile  sentimento  che  
    l'oblio  di  s  e la piet per tutti.  Pensando agli innumerevoli
    piaceri che la natura offre e prodiga alle anime aperte, egli,  il
    milionario   dell'intelligenza,   finisce   col   compiangere   il
    milionario del denaro. L'odio sparisce dal suo cuore a mano a mano
    che la luce penetra nella sua mente. Del resto,   forse infelice?
    No.  La  miseria  di  un  giovane non  mai miserabile.  Qualsiasi
    giovane, per quanto povero,  con la sua salute,  con la sua forza,
    col  passo  vivace,  con gli occhi lucenti,  il sangue caldo nelle
    vene, i capelli neri, le guance fresche, le labbra rosee,  i denti
    bianchi  e l'alito puro,  far invidia a un vecchio imperatore.  E
    poi ogni mattina si rimette a guadagnarsi il suo pane, e mentre le
    mani guadagnano il pane,  la sua spina dorsale guadagna in dignit
    e  il cervello guadagna in idee.  Terminato il lavoro,  torna alle
    ineffabili estasi,  alle contemplazioni,  alle gioie;  vive  nelle
    afflizioni, nelle difficolt, sul lastrico, tra le spine, talvolta
    anche  in  mezzo  al  fango;  per il suo capo sta nella luce.  E'
    fermo, sereno, affabile, placido, attento, serio, contento di poco
    e benevolo;  benedice Dio di avergli concesso quelle due ricchezze
    che  mancano  a  tanti  ricchi:  il  lavoro  che rende liberi e il
    pensiero che rende dignitosi.
    Questo appunto era accaduto in Mario.  Anzi,  a  dir  vero,  s'era
    troppo  piegato  verso  la  contemplazione.  Dal giorno in cui era
    arrivato a guadagnarsi da vivere quasi sicuramente, si era fermato
    l,  perch gli pareva bello essere povero e togliere  un  po'  di
    tempo  al  lavoro  per  concederlo  alla contemplazione.  Talvolta
    passava intere giornate a fantasticare, immerso e sprofondato come
    un  visionario  nelle  mute  volutt  dell'estasi  e  della   luce
    interiore.  Il  problema  della  sua  esistenza era stato posto in
    questi termini: lavorare il meno possibile  nel  lavoro  materiale
    per  lavorare  il  pi possibile nel lavoro spirituale,  dare cio
    alcune ore alla vita  reale  e  gettare  il  resto  nell'infinito.
    Credendo  di  non  mancar  di  nulla,  non  si  accorgeva  che  la
    contemplazione cos intensa finisce coll'essere  una  delle  forme
    della  pigrizia  e  che limitandosi a superare le prime difficolt
    della vita finiva col riposarsi troppo presto.
    Era evidente che per un carattere energico e generoso come il suo,
    quello non poteva essere che uno stato transitorio, e che al primo
    urto contro le inevitabili complicazioni  del  destino,  Mario  si
    sarebbe svegliato.
    Frattanto,  bench fosse avvocato e checch ne pensasse suo nonno,
    non difendeva  cause  n  ne  cercava.  La  meditazione  lo  aveva
    allontanato dalle cause. Per lui era una cosa noiosa frequentare i
    procuratori,  recarsi  in  tribunale,  cercare  le cause.  E a che
    scopo?   Non  vedeva  nessuna  ragione  per  mutare  il  mezzo  di
    guadagnarsi  il  pane.  Quella  libreria  oscura  aveva finito col
    procurargli un'occupazione assicurata, un lavoro poco faticoso che
    gli bastava.
    Uno dei librai per i quali lavorava,  Magimel,  credo,  gli  aveva
    offerto di prenderlo in casa sua,  di dargli un buon alloggio,  un
    lavoro  regolare  e  uno  stipendio  di  millecinquecento  franchi
    all'anno. Avere una casa comoda e millecinquecento franchi! Certo;
    ma rinunciare alla propria libert, diventare uno stipendiato, una
    specie di letterato-commesso! Secondo lui, accettando migliorava e
    peggiorava  nello  stesso  tempo  la sua situazione: guadagnava in
    benessere e perdeva  in  dignit;  mutava  una  sventura  bella  e
    completa  in  una  strettezza brutta e ridicola;  qualcosa come un
    cieco che diventasse guercio. Rifiut.
    Viveva solitario.  Per mantenersi estraneo a tutto e anche  perch
    si  era  troppo  inselvatichito,  non  era  entrato  subito  e con
    decisione nel gruppo presieduto da Enjolras.  Erano rimasti  buoni
    amici, pronti all'occasione ad aiutarsi, ma nulla pi. Mario aveva
    due  amici:  un  giovane,   Courfeyrac,   e  un  vecchio,  Mabeuf;
    propendeva per il vecchio,  perch gli era  innanzitutto  debitore
    della  rivoluzione  avvenuta  in  lui,  e gli era debitore di aver
    conosciuto e amato suo padre.
    Certo, il fabbriciere era stato decisivo.
    Non gi che Mabeuf in quella circostanza fosse stato  qualcosa  di
    pi  dell'agente  calmo  e  impassibile  della Provvidenza.  Aveva
    illuminato Mario per caso, senza saperlo,  come la candela portata
    da qualcuno; era stata la candela e non gi qualcuno.
    Quanto  alla  rivoluzione politica interiore di Mario,  Mabeuf era
    assolutamente incapace di comprenderla, di volerla e di dirigerla.
    Poich ci imbatteremo ancora in Mabeuf,  non sar inutile dire qui
    poche parole.

    4. MABEUF.
    Quando Mabeuf diceva a Mario: "Certo,  anch'io approvo le opinioni
    politiche",  esprimeva il vero stato della  sua  mente.  Tutte  le
    opinioni  politiche  gli erano indifferenti,  e le approvava tutte
    senza distinzione purch lo lasciassero tranquillo,  cos  come  i
    Greci  chiamavano  le  Furie  "le  belle,  le  buone,  le gentili"
    Eumenidi.  L'opinione politica  di  Mabeuf  consisteva  nell'amare
    appassionatamente  le  piante  e  pi ancora i libri.  Come tutti,
    anche lui possedeva la sua terminazione in "ista",  senza la quale
    nessuno  a  quel  tempo  avrebbe  potuto  vivere;  ma  non  era n
    legittimista,  n bonapartista,  n carlista,  n orleanista,  era
    soltanto "librovecchista".
    Non  capiva  come  gli uomini potessero passare il tempo a odiarsi
    per  delle  inezie  come  la  costituzione,   la  democrazia,   il
    legittimismo,  la monarchia,  la repubblica,  eccetera,  mentre al
    mondo ci sono tante specie  di  muschi,  di  erbe,  di  alberi  da
    osservare,  e  mucchi  di  libri  da  sfogliare.  Si guardava bene
    dall'essere inutile.  Il possedere dei libri non gli  impediva  di
    leggere,   l'essere   botanico   non   gli  impediva  di  fare  il
    giardiniere. Quando aveva conosciuto Pontmercy, c'era stata tra il
    colonnello e lui questa simpatia: egli faceva per  i  frutti  quel
    che  il  colonnello  faceva  per  i  fiori.  Mabeuf era riuscito a
    ottenere delle pere da vivaio altrettanto saporose quanto le  pere
    di san Germano. A quanto pare, da una delle combinazioni  nata la
    susina mirabella di ottobre che oggi  famosa e non meno profumata
    di  quella  d'estate.  Andava  a  messa  pi  per dolcezza che per
    devozione e anche perch,  amando  le  sembianze  degli  uomini  e
    odiando  i  loro  rumori,  soltanto  in  chiesa  li poteva trovare
    raccolti e silenziosi.  Sentendo che era pur necessario servire  a
    qualche cosa,  aveva scelto la carriera di fabbriciere. Del resto,
    non era mai riuscito  ad  amare  una  donna  quanto  un  bulbo  di
    tulipano, n un uomo quanto un elzevir. Aveva gi passato di molto
    i sessant'anni quando un giorno un tale gli chiese:
    - Non vi siete mai ammogliato?
    - L'ho dimenticato - rispose.
    Se  talvolta  gli  accadeva - e a chi non accade?  - di dire: - se
    fossi ricco! - non lo diceva perch vedeva una bella ragazza, come
    Gillenormand, ma perch vedeva un volume raro. Viveva solo con una
    vecchia governante.  Era un po' gottoso,  e quando dormiva le  sue
    vecchie  dita  anchilosate  si  puntellavano  tra  le  pieghe  del
    lenzuolo.  Aveva scritto  e  pubblicato  "Flora  dei  dintorni  di
    Cauteretz",  con tavole colorate: opera abbastanza stimata, di cui
    possedeva delle copie e che vendeva lui stesso. Due o tre volte al
    giorno venivano a  bussare  per  questo  alla  sua  porta  in  via
    Mzires.  Da  questa vendita ricavava un duemila franchi all'anno
    che costituivano quasi tutta la sua ricchezza. Sebbene povero, con
    la pazienza, con le privazioni e col tempo,  aveva avuto l'abilit
    di  formarsi una preziosa collezione d'oggetti rari d'ogni specie.
    Non usciva mai di casa senza un  libro  sottobraccio  e  rientrava
    quasi  sempre  con  due.  L'unica decorazione delle quattro stanze
    situate a pian terreno, che con un giardinetto costituivano il suo
    alloggio,  erano degli erbari in  cornice  e  delle  incisioni  di
    vecchi  maestri.  La  vista  di  una  sciabola  o  di un fucile lo
    spaventava;  in vita sua non si era mai accostato  a  un  cannone,
    nemmeno  a quelli degli Invalidi.  Aveva uno stomaco discreto,  un
    fratello parroco,  i capelli completamente bianchi,  non pi denti
    n  in  bocca  n  nella  mente,  un  tremito  in  tutto il corpo,
    l'accento piccardo,  il  riso  infantile,  lo  spavento  facile  e
    l'aspetto  di  un  vecchio montone.  Inoltre non aveva amicizie n
    altre conoscenze tra i vivi, ad eccezione di un vecchio libraio di
    Porta San Giacomo di nome Royol.  Il suo sogno era di  acclimatare
    l'indaco in Francia.
    Anche la sua governante era una variet dell'innocenza.  La povera
    vecchia era vergine,  e Sultano,  il gatto degno di  miagolare  il
    "Miserere"   dell'Allegri   nella   Cappella  Sistina,   le  aveva
    conquistato il cuore e bastava alla quantit di  passione  di  cui
    era  capace.  I  suoi sogni non si erano mai spinti fino all'uomo;
    non aveva mai oltrepassato il gatto,  e aveva i  baffi  come  lui.
    Tutta  la  sua  gloria consisteva nelle cuffie sempre bianche.  La
    domenica dopo messa passava il tempo a contare la  biancheria  nel
    baule  e  a mettere in mostra sul letto pezze di stoffa per vesti,
    che comprava e che non faceva mai cucire. Sapeva leggere, e Mabeuf
    l'aveva soprannominata "mamma Plutarco".
    Mabeuf aveva preso Mario in simpatia,  perch giovane  e  affabile
    com'era, ravvivava la sua vecchiaia senza allarmarne la timidezza.
    La  giovent mista all'affabilit produce sui vecchi l'effetto del
    sole senza vento. Quando era sazio di gloria militare,  di polvere
    da  sparo,  di  marce  e  contromarce  e  di  tutte  le prodigiose
    battaglie nelle quali  suo  padre  aveva  dato  e  ricevuto  tante
    formidabili  sciabolate,  Mario andava a trovare Mabeuf,  e Mabeuf
    gli parlava dell'eroe dal punto di vista dei fiori.
    Verso  il  1830,  suo  fratello  parroco  mor,   e  quasi  subito
    l'orizzonte  di  Mabeuf  si  oscur,  come  quando sopraggiunge la
    notte.  Il fallimento di un notaio gli fece perdere una  somma  di
    diecimila franchi, vale a dire il suo e l'eredit del fratello. La
    rivoluzione di luglio produsse una crisi nel commercio librario, e
    il  primo  libro  che  non  si  smercia  in  tempi difficili  una
    "Flora";  la vendita di "Flora dei dintorni di Cauteretz" cess di
    colpo.  Passavano  intere settimane senza un compratore.  Talvolta
    Mabeuf trasaliva udendo suonare il campanello,  ma mamma  Plutarco
    gli diceva malinconicamente:
    - Signore,  il portatore d'acqua.
    In  breve,  un giorno Mabeuf abbandon via Mzires,  si dimise da
    fabbriciere,  rinunci a san Sulpizio,  vendette una parte non dei
    libri  ma  delle  stampe,  alle  quali  ci teneva meno,  e and ad
    abitare in una casetta  del  boulevard  Montparnasse,  dove  rest
    soltanto  un  trimestre,  per  due  motivi: primo,  perch costava
    trecento franchi,  e lui non poteva destinarne pi di duecento per
    la  pigione;  secondo,  perch,  trovandosi vicino al tiro a segno
    Fatou,  sentiva tutti i giorni i colpi di pistola,  che erano  per
    lui insopportabili.
    Prese  la sua "Flora",  le sue tavole riprodotte,  gli erbari,  le
    raccolte e i libri e and a stabilirsi vicino alla Salptrire, in
    una specie di  capanna  del  villaggio  di  Austerlitz,  dove  per
    centocinquanta  franchi  all'anno  aveva  tre camere e un giardino
    cinto da una siepe e con un pozzo.  Approfitt di quello  sgombero
    per  vendere  quasi  tutti  i  suoi  mobili.  Il  giorno che prese
    possesso del nuovo alloggio  fu  molto  allegro,  e  attacc  egli
    stesso  i  chiodi per appendere gli erbari e le stampe;  nel resto
    della giornata zapp il giardino e quando venne la  sera,  vedendo
    che mamma Plutareo era triste e pensierosa,  le batt sulla spalla
    dicendole con un sorriso:
    - Via! abbiamo l'indaco!
    Due soli visitatori,  il libraio di Porta  san  Giacomo  e  Mario,
    erano  ammessi nella casetta di Austerlitz: nome chiassoso che gli
    era abbastanza gradito, a dir la verit.
    Del resto,  come abbiamo accennato,  i cervelli assorti in un'idea
    saggia  o  folle,  oppure,  come  spesso  accade,  in  tutte e due
    insieme,  sono difficilmente accessibili alle cose  della  vita  e
    considerano  quasi di lontano il loro stesso destino.  Da siffatte
    concentrazioni proviene  una  passivit  che  se  fosse  ragionata
    somiglierebbe alla filosofia;  declinano, discendono, scorrono, si
    abbattono anche,  senza accorgersene.  E' vero che finiscono quasi
    sempre  col  risvegliarsi,  ma    troppo tardi.  Intanto sembrano
    neutrali nella partita impegnata tra la loro felicit  e  la  loro
    sfortuna,  e  guardano  con  indifferenza il gioco in cui sono una
    posta.
    In mezzo a queste tenebre che gli si addensavano attorno  e  nelle
    quali  si  spegnevano  a  una a una tutte le sue speranze,  Mabeuf
    s'era conservato un po' puerilmente,  ma profondamente sereno.  Le
    sue   abitudini  mentali  somigliavano  alle  oscillazioni  di  un
    pendolo. Una volta caricato dall'illusione,  continuava a muoversi
    lungamente,  anche  dopo che l'illusione era svanita.  Un orologio
    non si ferma appena uno ha perduto la chiave della corda.
    Aveva dei divertimenti innocenti, poco costosi e inaspettati.  Gli
    provenivano da un nonnulla.  Una mattina mamma Plutarco leggeva un
    romanzo in un angolo della camera,  e leggeva a voce alta,  perch
    diceva  che  cos  capiva  meglio.  Leggere  ad  alta  voce    un
    confermare a se stesso la propria  lettura.  Ci  sono  alcuni  che
    quando leggono ad alta voce pare che diano una parola d'onore.
    Mamma  Plutarco  leggeva appunto con questa energia il romanzo che
    teneva tra le mani, e Mabeuf sentiva senza capire.
    Essa giunse alla seguente frase,  a proposito di un ufficiale  dei
    dragoni   e  della  sua  bella:  "...La  bella  s'imbronci  e  il
    dragone...". E qui s'interruppe per pulire gli occhiali.
    - Budda e il dragone - riprese sottovoce Mabeuf.  -  S,    vero,
    c'era un dragone che dal fondo della caverna lanciava fiamme dalla
    bocca  e  incendiava  il  cielo.  Parecchie stelle erano gi state
    incendiate da quel mostro,  che  aveva  anche  gli  artigli  della
    tigre,  quando  Budda  entr  nell'antro  del  dragone  e riusc a
    convertirlo. E' un bel libro che leggete mamma Plutarco, a non c'
    una leggenda pi bella.
    E Mabeuf s'immerse in un sogno delizioso.

    5. LA POVERTA' BUONA VICINA DELLA MISERIA.
    Mario aveva simpatia per quel candido  vecchietto  che  lentamente
    veniva  afferrato dall'indigenza e che a poco a poco se ne stupiva
    ma  senza  affliggersene.  Mario  incontrava  Courfeyrac,  cercava
    Mabeuf, per assai di rado, una o due volte al mese, al massimo.
    Mario  amava  fare  da solo delle lunghe passeggiate sui boulevard
    esterni o al Campo di Marte  o  nei  viali  meno  frequentati  del
    Lussemburgo.  Talvolta passava una mezza giornata a contemplare un
    orto, le insalate, le galline sul letamaio o il cavallo che girava
    la ruota  del  pozzo.  I  passanti  lo  guardavano  con  sorpresa,
    qualcuno  trovava  che  aveva  un  vestito  sospetto  e una faccia
    sinistra.  Ma lui non era che un giovane povero che sognava  senza
    scopo.
    Proprio  in una di queste passeggiate scopr la topaia Gorbeau,  e
    tentato dall'isolamento e dal buon mercato, vi prese alloggio.  L
    era conosciuto soltanto col nome di Mario.
    Alcuni  dei  vecchi  generali  o  compagni  di  suo padre,  quando
    conobbero Mario,  lo  invitarono  a  visitarli;  e  Mario  non  si
    rifiut,  perch  erano  altrettante  occasioni  di parlare di suo
    padre.  Perci andava ogni tanto dal  conte  Pajol,  dal  generale
    Bellavesne,  dal generale Fririon,  agli Invalidi. Si suonava e si
    ballava. Quelle sere Mario metteva il vestito nuovo; ma non andava
    a quelle serate e a quei balli se non quando gelava da spaccar  le
    pietre,  perch  non  poteva  permettersi il lusso di prendere una
    carrozza e intanto voleva arrivarci  con  le  scarpe  lucide  come
    specchi.
    Diceva talvolta, ma senza amarezza:
    -  Gli  uomini  sono fatti in modo che voi potete,  in un salotto,
    essere infangato ovunque fuorch  nelle  scarpe.  Per  accogliervi
    bene,  pretendono  forse una coscienza irreprensibile?  No,  ma le
    scarpe pulite.
    Tutte le passioni,  meno quelle  del  cuore,  si  dissipano  nella
    meditazione.  Le  passioni  politiche  di Mario erano svanite.  La
    rivoluzione del 1830, soddisfacendolo e calmandolo,  aveva portato
    pur  essa  il suo contributo.  Era rimasto lo stesso,  ma senza le
    collere; conservava le stesse opinioni, ma pi mitigate.  A parlar
    con maggior esattezza, non aveva pi opinioni ma simpatie. A quale
    partito apparteneva? a quello dell'umanit. Nell'umanit sceglieva
    la Francia, nella Francia il popolo, nel popolo la donna; a questa
    soprattutto  si  volgeva la sua piet.  Ora preferiva un'idea a un
    fatto, un poeta a un eroe,  e ammirava pi un libro come quello di
    Giobbe  che  un avvenimento come Marengo.  E poi,  quando dopo una
    giornata di meditazione,  ritornando  la  sera  per  i  boulevard,
    scorgeva  attraverso  i  rami degli alberi lo spazio infinito,  le
    luci senza nome, l'abisso, l'ombra, il mistero,  allora gli pareva
    assai piccino quello che  soltanto umano.
    Credeva di essere arrivato, e forse lo era, alla verit della vita
    e della filosofia umana,  e aveva finito col non contemplare altro
    che il cielo,  l'unica cosa che la verit possa vedere  dal  fondo
    del suo pozzo.
    Ci  non  gli  impediva di moltiplicare i progetti per l'avvenire.
    Chi avesse  potuto  guardare  nell'intimo  di  Mario,  mentre  era
    immerso  in  quelle meditazioni,  sarebbe rimasto abbagliato dalla
    purezza della sua anima. Se infatti fosse concesso ai nostri occhi
    di carne di vedere nella coscienza  altrui,  si  giudicherebbe  un
    uomo pi dalle vaghe meditazioni che dai pensieri precisi,  perch
    in questi interviene la volont,  in  quelle  no.  La  meditazione
    spontanea,  anche nel gigantesco e nell'ideale,  assume e conserva
    la forma del nostro spirito; e nulla scaturisce pi direttamente e
    pi sinceramente dal fondo stesso della  nostra  anima  quanto  le
    smisurate  e  irriflessive  aspirazioni  verso  gli  splendori del
    destino. In tali aspirazioni si pu ritrovare il vero carattere di
    ogni  uomo  pi  che  nelle  loro  idee  composte,   ragionate   e
    coordinate.  Le nostre chimere sono quelle che ci rassomigliano di
    pi.  Ognuno sogna l'impossibile e  l'ignoto  secondo  la  propria
    natura.
    Verso la met di quell'anno 1831, la vecchia che serviva Mario gli
    raccont  che  stavano  per  scacciar  di  casa i suoi vicini,  la
    miserabile famiglia Jondrette.  Mario,  che  passava  fuori  quasi
    tutte le giornate, sapeva appena di avere dei vicini.
    - Perch li cacciano? - chiese.
    - Perch non pagano la pigione e sono in debito di due rate.
    - Quanto devono?
    - Venti franchi.
    Mario aveva trenta franchi di riserva in un cassetto.
    - Prendete! - disse. - Ecco venticinque franchi. Pagate per quella
    povera  gente,  date loro cinque franchi e non dite che sono stato
    io.

    6. IL SOSTITUTO.
    Il caso volle che il reggimento a cui apparteneva il  sottotenente
    Teodulo  venisse  di  guarnigione a Parigi.  Fu l'occasione di una
    seconda idea per la zia Gillenormand. La prima volta aveva pensato
    di  far  sorvegliare  Mario  da  Teodulo;  ora  complott  di  far
    succedere Teodulo a Mario.
    Ad ogni modo, nel caso che il nonno sentisse il vago bisogno di un
    giovane  volto nella casa,  giacch questi raggi d'aurora riescono
    talvolta dolci alle rovine,  era un  buon  espediente  trovare  un
    altro Mario.  "Via,  pens,  un semplice errata-corrige, come nei
    libri; invece di leggere Mario, leggi Teodulo".
    Una mattina che il vecchio se ne stava leggendo qualcosa  come  la
    "Quotidienne",  sua  figlia entr e gli disse con dolcissima voce,
    giacch si trattava del suo beniamino:
    - Pap, stamane verr Teodulo a presentarvi omaggi.
    - Chi  questo Teodulo?
    - Il vostro pronipote.
    - Ah! - esclam il vecchio.
    Poi continu a leggere senza pensare pi al  pronipote,  il  quale
    non era che un Teodulo qualunque,  e non tard a mettersi molto di
    malumore,  cosa che gli accadeva quasi sempre quando  leggeva.  Il
    "foglio"  che teneva nelle mani,  bench legittimista,  annunciava
    per l'indomani,  senza nessun  commento  ameno,  uno  dei  piccoli
    avvenimenti quotidiani della Parigi di allora: "Gli studenti delle
    scuole  di  diritto  e di medicina dovevano riunirsi a mezzogiorno
    sulla piazza del Pantheon,  per deliberare".  Si trattava  di  una
    delle   questioni  del  momento:  dell'artiglieria  della  Guardia
    nazionale e di un conflitto tra il  ministro  della  guerra  e  la
    "milizia  cittadina"  per  i  cannoni  schierati  nel  cortile del
    Louvre;  gli studenti dovevano "deliberare" su  questo  argomento.
    Non ci voleva niente di pi per fare imbestialire Gillenormand.
    Pens  a  Mario,  che  era  studente,  e che probabilmente sarebbe
    andato con gli altri "a deliberare a  mezzogiorno  in  piazza  del
    Pantheon".
    Mentre  era  immerso  in  cos penosa meditazione,  entr Teodulo,
    introdotto silenziosamente dalla zia,  vestito in borghese.  Abile
    accortezza.  Il  lanciere  aveva  fatto  questo ragionamento: - Il
    vecchio drudo non ha messo tutto a vitalizio;  vale dunque la pena
    di mascherarsi di tanto in tanto da borghese.
    La signorina Gillenormand disse ad alta voce a suo padre:
    - Teodulo, il vostro pronipote.
    E sottovoce al nipote:
    - Di' sempre di s.
    E si ritir.
    Il sottotenente, poco avvezzo a cos venerabili incontri, balbett
    con un po' di timidezza:
    - Buon giorno zio; - e fece un saluto misto, composto dell'abbozzo
    involontario  e  macchinale  del  saluto militare e della fine del
    saluto borghese.
    - Ah, siete voi, va bene, sedete!
    Ci detto, dimentic completamente il lanciere.
    Teodulo sedette, e Gillenormand si alz.  Si mise a passeggiare in
    lungo e in largo,  con le mani in tasca,  parlando ad alta voce, e
    tormentando con le sue vecchie dita i due orologi  che  aveva  nei
    taschini.
    -  Un  branco  di  mocciosi convocati in piazza del Pantheon.  Dei
    galoppini che ieri erano a  balia!  A  schiacciarne  il  naso,  ne
    schizzerebbe  il latte!  e devono deliberare domani a mezzogiorno!
    Dove siamo?  dove siamo?  E' evidente che andiamo verso  l'abisso.
    Ecco   dove  ci  hanno  condotto  gli  scamiciati.   L'artiglieria
    cittadina! E con chi si troveranno l? Vedete un po' dove ci porta
    il giacobinismo.  Scommetterei un milione contro niente che non ci
    saranno altri che sorvegliati speciali e forzati messi in libert.
    I repubblicani e i galeotti non fanno che un naso e un moccichino.
    Carnot  diceva:  -  Dove  vuoi  che  vada,  traditore?  - E Fouch
    rispondeva: -  Dove  vuoi  imbecille!  -  Ecco  che  cosa  sono  i
    repubblicani.
    - E' giusto  -  disse Teodulo.
    Gillenormand gir un po' la testa, scorse Teodulo e prosegu:
    -  Quando  penso  che  quel  mariuolo ha avuto la scelleratezza di
    farsi carbonaro.  Perch hai abbandonato la mia  casa?  per  farti
    repubblicano.  Pssst! Prima di tutto, il popolo non ne vuol sapere
    della tua repubblica,  non la vuole perch ha buon senso,  sa bene
    che di re ce ne sono stati e ce ne sar sempre, e sa che il popolo
    alla  fine  non    altro  che  popolo,  e  se  ne  ride della tua
    repubblica,  capisci,  cretino!  Se non  orribile quel capriccio!
    Andarsi  a  innamorare  del padre Duchne,  fare l'occhiolino alla
    ghigliottina,  cantare le romanze e le serenate sotto  il  balcone
    del 93  una cosa da sputarci sopra a quei giovinastri, tanto sono
    asini.  E  sono  tutti  uguali,  non  se  ne salva nessuno.  Basta
    respirare l'aria che circola nelle strade per diventare insensati.
    Il secolo decimonono  veleno;  il primo ragazzaccio venuto lascia
    spuntare  la sua barba da becco,  si crede un mariuolo davvero,  e
    abbandona i vecchi parenti.  Questo  repubblicano,    romantico.
    Cos'  questo  romanticismo?  Fatemi il favore di dirmi che cos'.
    Tutte le pazzie sono  possibili.  Un  anno  fa  andavano  tutti  a
    sentire l'"Ernani".  Mi domando: l'"Ernani",  cio delle antitesi,
    delle abominazioni che non sono scritte neppure in francese! E poi
    ci sono i cannoni nel cortile del Louvre!  Ecco che  cosa  sono  i
    brigantaggi dei nostri tempi.
    - Avete. ragione, zio - disse Teodulo.
    E l'altro riprese:
    - I cannoni nel cortile del museo!  per far che?  Dimmi,  cannone,
    che cosa vuoi? Volete forse bombardare l'Apollo del Belvedere? Che
    cosa c'entrano le artiglierie con la Venere dei Medici? Oh, questi
    giovani di oggi,  tutti malviventi!  E  che  buona  lana  il  loro
    Beniamino Constant!  E quelli che non sono scellerati sono babbei.
    Fanno tutto il possibile per essere brutti,  vestono  male,  hanno
    paura  delle donne,  si aggirano attorno a una gonnella con l'aria
    da mendicanti che fa scoppiare  dalle  risa  le  servette;  parola
    d'onore, si direbbero i poveri vergognosi dell'amore. Sono deformi
    e  si  completano  con l'essere stupidi!  Portano abiti che paiono
    sacchi,   panciotti  da  palafrenieri,   camice  di  tela  grossa,
    pantaloni  rozzi,   scarpe  di  cuoio  grossolano,  e  al  vestito
    corrispondono i modi.  Il loro gergo potrebbe servire a  risuolare
    le loro ciabatte. E tutta questa inetta marmaglia pretenderebbe di
    avere  delle  opinioni  politiche.   Dovrebbe  essere  severamente
    proibito  avere  un'opinione  politica.  Fabbricano  dei  sistemi,
    ricostituiscono la societ, demoliscono la monarchia, sbattono per
    terra tutte le leggi,  mettono il granaio al posto delle cantine e
    il mio portinaio al posto del re,  sconvolgono  da  cima  a  fondo
    l'Europa,  riedificano il mondo;  e ritengono una fortuna guardare
    furtivamente le gambe delle lavandaie quando  risalgono  sui  loro
    carri.  Ah,  Mario!  briccone!  andare a vociferare sulla pubblica
    piazza! discutere, deliberare, prendere delle misure!  Le chiamano
    misure,   giusti  dei!  Il  disordine  s'impicciolisce  e  diventa
    sciocco.  Ho visto il caos ma adesso vedo fango.  Gli scolari  che
    deliberano   sulla   guardia  nazionale!   I  selvaggi  che  vanno
    completamente nudi,  con la testa pettinata a guisa di racchetta e
    con  una  mazza tra le mani sono meno bruti di questi studentelli.
    Sono dei marmocchi da quattro  soldi  e  fanno  i  saputelli  e  i
    comandanti!  deliberano  e  ragionano!  Siamo alla fine del mondo!
    Evidentemente  la fine di questo miserabile globo.  Ci mancava un
    rutto finale,  ed  la Francia a emetterlo.  Deliberate, mariuoli!
    Queste cose accadranno finch andranno a leggere i giornali  sotto
    i portici dell'Odeon;  ci rimettono un soldo,  l'intelligenza,  il
    buon senso,  il cuore l'anima e la  mente!  Quando  escono  di  l
    abbandonano  su due piedi la loro famiglia.  Tutti i giornali sono
    infetti! Tutti,  anche il "Drapeau blanc"!  In fondo,  Matainville
    era un giacobino.  Ah,  giusto cielo! potrai vantarti d'aver fatto
    disperare tuo nonno!
    - E' evidente - disse Teodulo.
    E approfittando del momento in cui Gillenormand riprendeva  fiato,
    il lanciere aggiunse magistralmente:
    -  Non  ci  dovrebbero  essere  altri  giornali  al  di  fuori del
    "Moniteur", n altri libri al di fuori dell'"Annuario Militare".
    Gillenormand prosegu:
    - E' come il loro Sieys!  un regicida che finisce  col  diventare
    senatore!  perch finiscono sempre cos.  Si riempiono la bocca di
    "tu" e di "cittadino",  per arrivare a farsi dire:  signor  conte!
    Signor  conte,  grosso  come  un  braccio,  ai  rivoluzionari.  Il
    filosofo Sieys!  Posso  vantarmi  di  non  aver  mai  stimato  la
    filosofia   di  tutti  questi  filosofi  pi  degli  occhiali  del
    mascherone di Tivoli.  Un  giorno  ho  visto  passare  sulla  riva
    Malaquais  i  senatori con i mantelli di velluto violaceo seminati
    di api, e i cappelli alla Enrico Quarto. Erano schifosi!  Parevano
    scimmie.  Cittadini,  io vi dichiaro che il vostro progresso  una
    follia,  la vostra umanit  un sogno,  la vostra  rivoluzione  un
    delitto,  la vostra repubblica un mostro,  e che la vostra giovane
    Francia verginella esce da  un  bordello;  e  lo  sostengo  contro
    tutti,  chiunque  voi siate,  pubblicisti,  economisti,  avvocati,
    anche se siete pi profondi conoscitori in fatto  di  libert,  di
    eguaglianza e di fratellanza che della mannaia della ghigliottina.
    - Perbacco! - esclam Teodulo. - Questo  perfettamente vero.
    Gillenormand  interruppe  un  gesto  che aveva avviato,  si volse,
    guard fisso negli occhi il lanciere Teodulo e gli disse:
    - Siete un imbecille!





    Libro 6.
    LA CONGIUNZIONE DI DUE STELLE.


    1. COME SI FORMANO I SOPRANNOMI Dl FAMIGLIA.
    Mario a quell'epoca era un bel giovane di  media  statura,  con  i
    capelli folti e nerissimi,  la fronte spaziosa e intelligente,  le
    narici larghe e passionali, l'aspetto sincero e calmo, e un non so
    che di altero, di pensoso e d'innocente su tutto il volto.  Il suo
    profilo,  di cui tutte le linee erano arrotondate senza cessare di
    essere decise,  avevano quella dolcezza germanica che   penetrata
    nella  fisionomia  francese  attraverso  l'Alsazia e la Lorena,  e
    quell'assenza completa di angoli,  che  rendeva  i  sicambri  cos
    riconoscibili tra i romani, e che distingue la razza leonina dalla
    razza  aquilina.  Era  in  quella stagione della vita che la mente
    degli  uomini  pensanti  si  compone  in  parti  quasi  uguali  di
    profondit e di ingenuit.  Data una grave situazione,  egli aveva
    tutto quanto occorre per essere stupido.  Con un giro di chiave di
    pi,  poteva  diventare  sublime.  I  suoi  modi  erano riservati,
    freddi, cortesi, poco comunicativi;  ma,  avendo una bocca bella e
    labbra vermiglie e denti bianchissimi,  correggeva col suo sorriso
    la severit  del  suo  volto.  Certe  volte,  c'era  un  singolare
    contrasto tra quella fronte casta e quel sorriso voluttuoso. Aveva
    l'occhio piccolo e lo sguardo grande.
    Al  tempo  della  sua  maggiore miseria,  notava che le ragazze si
    voltavano quando passava,  e lui scappava via a nascondersi con la
    morte  nell'anima,  perch  credeva  che lo guardassero per il suo
    vestito logoro e ne ridessero.  La verit  che lo guardavano  per
    la sua grazia e lo rivedevano nei loro sogni.
    Questo  tacito  malinteso tra lui e le belle passanti l'aveva reso
    selvatico.  Non s'innamor mai di nessuna  per  il  fatto  che  le
    fuggiva  tutte,   e  visse  cos  sempre,   scioccamente,   diceva
    Courfeyrac.
    Courfeyrac gli diceva pure:
    - Non aspirare a essere venerabile (infatti si  davano  del  "tu";
    scivolare  subito nel tu  una tendenza delle amicizie giovanili).
    Caro mio, stammi a sentire, non leggere tanti libri; guarda un po'
    di pi le ragazze.  Le briccone hanno del  buono,  sai,  Mario.  A
    furia di scappar via e di arrossire, diventerai selvatico.
    Qualche altra volta diceva:
    - Buon giorno, signor abate!
    Quando  Courfeyrac  gli aveva tenuto un discorso di questo genere,
    Mario per otto giorni evitava pi  che  mai  le  donne  giovani  e
    vecchie, e per di pi anche l'amico.
    Tuttavia  c'erano  nell'immensa  creazione due donne che Mario non
    fuggiva e dalle quali non si guardava. Veramente l'avrebbe stupito
    chi gli avesse detto che erano donne.  Una era la vecchia  barbuta
    che  gli  scopava  la camera e che faceva dire a Courfeyrac: Mario
    non porta la barba perch la porta la sua serva.  L'altra era  una
    specie  di  ragazzetta  che egli vedeva spesso ma che non guardava
    mai.
    Da  pi  di  un  anno,  Mario  notava  in  un  viale  deserto  del
    Lussemburgo, quello che costeggia il parapetto del Vivaio, un uomo
    e  una  ragazza  giovanissima,  quasi  sempre  seduti accanto allo
    stesso sedile,  all'estremit solitaria del viale,  dalla parte di
    via  Ovest.  Ogni  volta  che  quel  caso  che  s'immischia  nelle
    passeggiate delle persone il cui sguardo  rivolto al  di  dentro,
    conduceva  Mario in quel viale - il che gli accadeva ogni giorno -
    vi  ritrovava  sempre  quella  coppia.  L'uomo  poteva  avere  una
    sessantina d'anni;  sembrava triste e serio, e aveva quell'aspetto
    robusto e stanco che  proprio dei militari  ritirati.  Se  avesse
    avuto  una  decorazione,   Mario  avrebbe  detto:  E'  un  vecchio
    ufficiale. Aveva un volto mite ma era inaccostabile, e non fermava
    mai  lo  sguardo  nello  sguardo  di  nessuno.  Portava  pantaloni
    turchini,  un  soprabito dello stesso colore e un cappello a larga
    tesa,  una cravatta nera e una camicia da  quacquero,  cio  d'una
    bianchezza abbagliante,  ma di tela grossa.  Un giorno una sartina
    passandogli accanto disse: E' un vedovo molto  pulito.  -  I  suoi
    capelli erano bianchissimi.
    Quando  la giovinetta che l'accompagnava and per la prima volta a
    sedersi con lui sulla panchina che pareva fosse stata adottata  da
    loro, dimostrava tredici o quattordici anni, era magra al punto da
    essere  quasi  brutta,   goffa,  insignificante,  per  prometteva
    d'avere dei begli occhi,  che teneva sempre alzati con una  specie
    di   spiacevole   sicurezza.   Vestiva   alla   maniera  antica  e
    fanciullesca delle educande;  un vestito mal tagliato  di  merinos
    nero. Sembravano padre e figlia.
    Mario  esamin  per  due  o  tre  giorni  quel vecchio che non era
    vecchio, e quella fanciulla che non era ancora una giovinetta; poi
    non ci bad pi. Questi,  dal canto loro,  parevano non accorgersi
    di lui e discorrevano tra loro con aria tranquilla e indifferente.
    La  fanciulla  cinguettava sempre allegramente,  mentre il vecchio
    parlava poco e ogni tanto fissava su di lei i suoi occhi pieni  di
    un ineffabile affetto paterno.
    Mario  aveva preso l'abitudine di passeggiare in quel viale,  e l
    li incontrava sempre.
    Accadeva cos.
    Egli arrivava pi volentieri dall'estremit del viale  opposta  al
    sedile,  percorreva  il viale in tutta la sua lunghezza,  passando
    davanti a loro,  poi  ritornava  fino  all'estremit  da  cui  era
    partito,  e  ricominciava.  Faceva  cinque  o  sei volte quel va e
    vieni,  cinque o sei volte la  settimana,  senza  riuscire  mai  a
    scambiare  un  saluto  con  quelli seduti.  L'uomo e la fanciulla,
    bench  sembrava  o  forse  perch  sembrava  che  evitassero  gli
    sguardi,  avevano  naturalmente  incuriosito  alcuni  studenti che
    passeggiavano ogni tanto lungo il Vivaio:  gli  studiosi  dopo  le
    lezioni,  e gli altri dopo la partita a bigliardo.  Courfeyrac che
    era tra questi ultimi,  anche lui li aveva osservati  per  qualche
    tempo ma poi,  trovando che la fanciulla era brutta, ben presto se
    n'era allontanato.  Se non che fuggendo aveva lanciato la  freccia
    del  parto:  un  soprannome.  Colpito  soltanto  dall'abito  della
    fanciulla e dai capelli bianchi del vecchio aveva  chiamato  l'una
    la  "signorina  Noir"  e  l'altro  il  "signor Leblanc";  e poich
    nessuno li conosceva, quel soprannome rest in luogo del nome. Gli
    studenti solevano dire:
    - Ah, il signor Leblanc sta sulla panchina!
    Anche Mario aveva trovato comodo chiamare Leblanc lo sconosciuto.
    Anche noi faremo come loro e diremo signor Leblanc per rendere pi
    spedito il racconto.
    Mario li vide cos quasi ogni giorno, alla stessa ora,  durante il
    primo  anno;  l'uomo  gli  piaceva,  ma  la  fanciulla  gli pareva
    piuttosto buffa.

    2. LUX FACTA EST.
    Nel secondo anno,  e propriamente al punto in  cui  siamo  con  la
    nostra storia,  Mario interruppe, senza sapere perch, l'abitudine
    presa di andare al Lussemburgo  e  stette  quasi  sei  mesi  senza
    mettere  piede  nel  solito  viale.  Ci  ritorn finalmente in una
    splendida mattinata d'estate,  allegro come lo si  quando    bel
    tempo.  Gli  pareva di avere nel cuore tutti i canti degli uccelli
    che ascoltava e tutti i lembi d'azzurro che vedeva  attraverso  le
    foglie degli alberi.
    Cammin  diritto  verso il suo viale,  e appena fu all'imboccatura
    scorse la nota coppia sulla stessa panchina.  Per  avvicinandosi,
    vide  bens  lo  stesso  uomo  ma  la giovinetta non gli pareva la
    stessa.  La giovane che vedeva adesso era una gran bella  creatura
    con tutte le pi avvenenti grazie della donna combinate con le pi
    ingenue  grazie  della fanciulla: momento puro e fugace della vita
    che si pu esprimere soltanto  con  queste  due  parole:  quindici
    anni.  Aveva splendidi capelli castani sfumati di biondo oro,  una
    fronte che pareva di marmo, due guance che parevano fatte di rosa,
    un colorito pallido, una candidezza commossa,  una bocca deliziosa
    da cui usciva il sorriso come la luce e la parola come una musica,
    una  testa  che  Raffaello avrebbe dato a Maria,  appoggiata su un
    collo che Giovanni Goujon avrebbe dato a Venere;  e  perch  nulla
    mancasse  a  quell'incantevole  figura,  il  naso non era bello ma
    grazioso, n diritto, n curvo, n italiano, n greco; era il naso
    parigino,  vale a dire qualche cosa  di  spiritoso,  di  fine,  di
    irregolare  e  di  puro  che  fa disperare il pittore e incanta il
    poeta.
    Quando le pass vicino, Mario non pot vederle gli occhi che erano
    costantemente chini;  vide soltanto le lunghe ciglia castane piene
    d'ombra e di pudore.
    Ci  non  impediva  alla  bella  fanciulla di sorridere ascoltando
    l'uomo dai capelli bianchi che le parlava,  e non c'era  nulla  di
    pi attraente di quel fresco sorriso con gli occhi bassi.
    Nel primo momento,  Mario suppose che fosse un'altra figlia, certo
    una sorella della precedente.  Ma quando la invariabile  abitudine
    della  passeggiata  lo  ricondusse  presso  la  panchina  e l'ebbe
    esaminata attentamente,  riconobbe che era la stessa.  In sei mesi
    la  ragazzina  era  diventata  una giovanetta: ecco tutto.  E.  un
    fenomeno  frequente;  c'  un  momento  in  cui  le  fanciulle  si
    schiudono in un batter d'occhio e diventano rose di colpo. Ieri le
    lasciammo bambine, oggi le ritroviamo inquietanti.
    Questa fanciulla non era soltanto cresciuta ma idealizzata. Come a
    certi  alberi  bastano tre giorni di aprile per coprirsi di fiori,
    cos sei  mesi  le  erano  stati  sufficienti  per  rivestirsi  di
    bellezza. Era venuto il suo aprile.
    Talvolta   si  vedono  persone  povere  e  meschine  che  pare  si
    risveglino,  che passano d'improvviso dalla  indigenza  al  fasto,
    fanno spese di ogni specie, e diventano improvvisamente splendide,
    prodighe e magnifiche.  Ci avviene perch hanno intascato la loro
    rendita;  il giorno prima c'era stata  una  scadenza.  Ebbene,  la
    fanciulla aveva riscosso anche lei il suo semestre.
    E poi,  non era pi la collegiale col cappello di feltro, la veste
    di merinos,  le scarpe da scolaretta e le mani rosse:  ma  con  la
    bellezza  era venuto anche il buon gusto;  era ben messa,  con una
    certa eleganza semplice e ricca,  senza affettazione.  Portava una
    veste  di  damasco  nero,  una mantellina della stessa stoffa e un
    cappello di crespo bianco.  I guanti bianchi mostravano la finezza
    della    mano   che   scherzava   col   manico   d'avorio   cinese
    dell'ombrellino,  e lo stivaletto di seta disegnava la  piccolezza
    del suo piede.  Passandole accanto, si avvertiva un profumo fresco
    e penetrante.
    L'uomo invece era sempre uguale.
    La seconda volta che Mario le arriv vicino, la giovinetta alz le
    palpebre lasciando vedere  due  occhi  di  un  azzurro  ceruleo  e
    profondo,  ma  in  quell'azzurro  velato  non c'era che lo sguardo
    della bambina.  Guard  Mario  con  indifferenza  come  se  avesse
    guardato  un  bambino in corsa sotto gli alberi o il vaso marmoreo
    che  proiettava  l'ombra  sulla  panchina.  Dal  canto  suo  Mario
    continu la passeggiata pensando a tutt'altro.
    Pass  ancora quattro o cinque volte presso la panchina dove stava
    seduta la fanciulla,  ma senza nemmeno volgere gli occhi verso  di
    lei.
    Nei giorni seguenti, torn come al solito al Lussemburgo e come al
    solito vi trov "il padre e la figlia"; ma non ci fece attenzione;
    non pens a quella fanciulla quando la vide bella pi di quanto ci
    aveva  pensato  quando  era brutta.  Passava sempre vicinissimo al
    luogo dove stava seduta perch quella era la sua abitudine.

    3. EFFETTI DELLA PRIMAVERA.
    Un giorno, l'aria era tiepida,  il Lussemburgo pieno di ombra e di
    sole,  il  cielo  limpido come se gli angeli lo avessero lavato la
    mattina, i passerotti cinguettavano tra i castagni,  e Mario,  con
    l'anima  interamente  aperta  alla  natura,  non  pensava a nulla,
    viveva e respirava.  Passando accanto alla panchina,  la fanciulla
    alz lo sguardo su di lui e i loro occhi si incontrarono.
    Che  cosa  c'era  nello sguardo di quella fanciulla?  Mario non lo
    avrebbe potuto dire. Non c'era nulla e c'era tutto.  Fu uno strano
    lampo.
    Lei abbass gli occhi, e lui continu il suo cammino.
    Quel  che  aveva visto non era proprio l'occhio ingenuo e semplice
    di un fanciullo ma un abisso misterioso che si era aperto e chiuso
    d'un tratto. C' un giorno in cui ogni fanciulla guarda cos. Guai
    allora a chi le sta davanti.
    Quel primo sguardo di un'anima che non conosce ancora se stessa  
    come l'alba nel cielo. E' il risveglio di qualcosa di radioso e di
    ignoto. Non c' nulla che possa esprimere il pericoloso incanto di
    quella  luce  inattesa  che  a un tratto illumina vagamente quelle
    adorabili tenebre e che si compone di tutta l'innocenza presente e
    di tutta la passione avvenire. E' una specie di tenerezza indecisa
    che  si  rivela  a  caso  e  aspetta.   E'   una   trappola   tesa
    dall'innocenza  a  sua  insaputa  nella quale prende i cuori senza
    volerlo. E' una vergine che guarda come una donna.
    E' raro che non  nasca  un  sogno  profondo  laddove  cade  quello
    sguardo.  Tutte  le  purezze  e tutti gli ardori si concentrano in
    quel raggio celeste e fatale,  che possiede,  pi  delle  occhiate
    maliziose  delle  donnine,  il  magico  potere di far schiudere in
    fondo a un'anima  quell'oscuro  fiore,  carico  di  profumi  e  di
    veleni, che si chiama amore.
    Quella sera,  rientrando nel suo bugigattolo,  Mario guard il suo
    vestito  e  per  la  prima  volta   si   accorse   di   commettere
    un'indecenza,   una   sconvenienza  e  una  stupidaggine  inaudita
    recandosi al Lussemburgo col vestito  "di  ogni  giorno",  vale  a
    dire,  con  un  cappello  rotto  vicino al cordoncino,  con grosse
    scarpe da  carrettiere,  con  i  pantaloni  neri  ma  sbiaditi  ai
    ginocchi, e la giacca nera lisa ai gomiti.

    4. INIZIO DI UNA GRANDE MALATTIA.
    L'indomani,  alla  solita ora,  Mario adocchi nell'armadio il suo
    abito nuovo,  i pantaloni nuovi,  il  cappello  nuovo,  le  scarpe
    nuove;  si  rivest  di  questa armatura completa,  mise i guanti,
    lusso prodigioso, e se ne and al Lussemburgo.
    Strada facendo incontr ma finse  di  non  vedere  Courfeyrac,  il
    quale, tornato a casa, disse agli amici:
    -  Ho  incontrato  poco  fa  il  cappello nuovo e l'abito nuovo di
    Mario,  con dentro lo stesso Mario.  Certamente andava a sostenere
    un esame. Aveva un'aria stupida.
    Giunto al Lussemburgo,  Mario fece il giro della vasca e si mise a
    guardare i cigni;  poi rest a lungo in contemplazione  davanti  a
    una statua che aveva la testa annerita dalla muffa ed era mancante
    di   un'anca.   Presso   la  vasca  c'era  un  borghese  di  circa
    quarant'anni e panciuto,  che teneva per mano un bambino di cinque
    anni e gli diceva:
    -  Evita gli eccessi,  figliolo,  sta sempre a debita distanza dal
    despotismo e dall'anarchia.
    Mario stette ad ascoltare quel borghese, poi fece di nuovo il giro
    della  vasca,   e  finalmente  si  diresse  verso  il  suo  viale,
    lentamente,  come  se  ci  andasse a malincuore.  Pareva che fosse
    costretto e impedito nello stesso tempo di andarci;  ma non se  ne
    rendeva conto, e credeva di agire come gli altri giorni.
    Sboccando  nel  viale,  vide  alla  estremit opposta,  sulla loro
    panchina,  il signor Leblanc e  la  figlia.  Allora  si  abbotton
    l'abito  fino  al  mento,  lo  stir  sul busto perch non facesse
    pieghe,  esamin con una certa compiacenza i lucidi  riflessi  dei
    pantaloni  e  and  verso  la  panchina.  Nella sua andatura c'era
    qualcosa  del  passo  di  carica  e  certamente  una  velleit  di
    conquista;  andava verso la panchina come Annibale marciava contro
    Roma.
    Del resto,  tutti quei  suoi  movimenti  erano  macchinali  e  non
    avevano  affatto  interrotto le ordinarie preoccupazioni della sua
    mente e dei suoi lavori.  In quel momento pensava che il  "Manuale
    del  baccelliere"  era  un  libro  stupido  redatto  certamente da
    cretini  d'una  specie  rara  perch  vi  si   analizzavano   come
    capolavori  dell'ingegno  umano  tre tragedie di Racine e una sola
    commedia di Molire.  Sentiva un  fischio  acuto  nelle  orecchie.
    Mentre   si  avvicinava  alla  panchina,   si  stirava  le  pieghe
    dell'abito, fissava gli occhi sulla fanciulla e gli pareva che lei
    riempisse d'un vago splendore azzurro tutta l'estremit del viale.
    A mano a mano che si avvicinava, rallentava sempre pi il passo, e
    quando giunse a qualche distanza dalla panchina,  molto  prima  di
    raggiungere  la  fine  del viale,  si ferm e senza sapere come si
    volse e torn indietro.  A mala pena la fanciulla pot vederlo  di
    lontano  col  suo bell'aspetto e con gli abiti nuovi.  Tuttavia si
    teneva ben diritto nel caso che qualcuno lo guardasse di dietro.
    Raggiunse la parte opposta,  torn,  e questa volta si avvicin un
    po'  di pi alla panchina.  Giunse alla distanza di tre intervalli
    di alberi;  ma a questo punto sent un'impossibilit a proseguire,
    ed  esit.  Gli  era  parso  di  vedere  il volto della giovanetta
    piegarsi verso di lui. Tuttavia fece uno sforzo virile e violento,
    dom l'esitazione e  continu  a  camminare.  Pochi  secondi  dopo
    passava davanti alla panchina,  diritto e rigido,  rosso fino alle
    orecchie,  senza avere il coraggio di volgere  uno  sguardo  n  a
    destra n a sinistra, con la mano nella bottoniera come un uomo di
    Stato.  Passando  sotto  "il  cannone  della  fortezza"  prov  un
    orribile batticuore.  Lei aveva il  suo  abito  di  damasco  e  il
    cappellino di velo del giorno prima.  Ud una voce ineffabile, che
    doveva essere la sua,  chiacchierare  tranquillamente.  Era  assai
    graziosa; egli la sentiva bench non tentasse di vederla. - Eppure
    non  potrebbe fare a meno di avere considerazione per me - pensava
    - se sapesse che sono il vero autore della dissertazione su  Mareo
    Obregon  de  la  Ronda,  che il signor Francesco di Neufchteau ha
    messo come sua davanti all'edizione del "Gil Blas".
    Oltrepass la panchina,  arriv all'estremit del  viale  che  era
    molto  vicina,  poi  torn  indietro e pass di nuovo davanti alla
    bella fanciulla,  ma questa volta era pallidissimo.  Del resto era
    molto  spiacevole  tutto  quello  che provava.  Si allontan dalla
    panchina e dalla giovanetta  e,  bench  le  volgesse  le  spalle,
    immaginava di essere guardato; e per questo inciampava.
    Non tent di accostarsi alla panchina,  si ferm verso la met del
    viale e contrariamente all'abitudine si sedette volgendo gli occhi
    qua e l,  pensando che alla fine era difficile che le persone  di
    cui  ammirava  il  cappello  bianco  e  l'abito  nero  rimanessero
    assolutamente insensibili ai suoi pantaloni lucidi e al suo  abito
    nuovo.
    Dopo  un  quarto  d'ora  si  alz,  come  se  volesse riprendere a
    camminare verso quella panchina circondata da un'aureola; tuttavia
    rest in piedi e immobile.  Per la prima volta dopo quindici  mesi
    pens che quel signore, che veniva tutti i giorni a sedersi l con
    sua  figlia,  l'aveva  dovuto notare e aveva trovato probabilmente
    strana la sua assiduit.
    Per la prima volta cap che  era  un'irriverenza  indicare  quello
    sconosciuto  col  nome di signor Leblanc,  fosse pure col pensiero
    soltanto.
    Rest immobile per alcuni minuti,  con la testa china,  tracciando
    dei disegni sulla sabbia con un bastoncino che aveva nelle mani.
    Poi si volse improvvisamente dal lato opposto alla panchina, verso
    Leblanc e sua figlia, e ritorn a casa.
    Quel giorno si dimentic di andare a pranzo.  Se ne accorse quando
    erano gi le otto di sera, e poich era troppo tardi per andare in
    via san Giacomo,  disse: - Puh,  guarda!  - e mangi un  pezzo  di
    pane.
    Si coric soltanto dopo aver spazzolato gli abiti e averli piegati
    con cura.

    5. PARECCHI FULMINI SU MAMMA BOUGON.
    L'indomani,  mamma  Bougon  -  cos Courfeyrac chiamava la vecchia
    portinaia-principale-inquilina-domestica della topaia Gorbeau,  la
    quale  in  realt  si  chiamava  Burgon,  ma  quell'iconoclasta di
    Courfeyrac non rispettava nulla - mamma Bougon  not  con  stupore
    che Mario usciva ancora di casa con gli abiti nuovi.
    Egli  ritorn  al  Lussemburgo  ma non oltrepass la panchina alla
    met del viale;  vi si sedette come il giorno avanti guardando  da
    lontano  il cappellino bianco,  l'abito nero e soprattutto l'alone
    azzurro.  Non si mosse di l e non torn  a  casa  se  non  quando
    chiusero le porte del giardino. Ma non vide partire Leblanc con la
    figlia,  e  ne  concluse  che  erano  usciti  dal  giardino per il
    cancello di via Ovest. Quando qualche settimana dopo ci pens, non
    riusc a ricordarsi dove aveva pranzato quel giorno.
    L'indomani,  ed era il terzo giorno,  mamma Bougon rest di  nuovo
    stupita vedendo Mario uscire con l'abito nuovo.
    - Tre giorni di seguito! - esclam.
    Tent  di seguirlo,  ma il giovane camminava svelto e con un passo
    lungo; era una ippopotama che voleva inseguire un cammello. In due
    minuti lo perse di vista, e torn a casa trafelata,  soffocata per
    tre quarti dall'asma e furibonda.
    -  Non  c'  buon  senso - borbott - a mettere l'abito nuovo ogni
    giorno e far correre le persone a questo modo.
    Mario era andato al Lussemburgo.
    La fanciulla era al suo posto col signor Leblanc. Egli si avvicin
    pi che pot,  con un libro in mano fingendo  di  leggere,  ma  si
    tenne  ancora  a molta distanza;  poi torn a sedersi sulla solita
    panchina,  dove rest quattro ore  a  contemplare  i  passeri  che
    saltellavano per il viale e che gli pareva si prendessero gioco di
    lui.
    Pass cos una quindicina di giorni,  durante i quali Mario andava
    al Lussemburgo non pi a passeggiare  ma  a  sedersi  sempre  allo
    stesso  posto  senza  sapere  perch.  Una volta arrivato,  non si
    muoveva. E indossava ancora, ogni mattina, l'abito nuovo.
    Lei era di una bellezza meravigliosa.  L'unico appunto che  le  si
    poteva  fare  era  il  contrasto  tra  lo sguardo malinconico e il
    sorriso giulivo che dava al suo volto un  certo  smarrimento.  Per
    questo, in certi momenti quella dolce fisionomia diventava strana,
    senza cessare di essere bella.

    6. PRIGIONIERO.
    In  uno  degli  ultimi  giorni  della seconda settimana,  Mario si
    trovava come al solito seduto sulla panchina,  tenendo in mano  un
    libro  aperto  di  cui  da  due  ore non aveva voltato una pagina,
    quando trasal per un  avvenimento  inatteso  alla  estremit  del
    viale.  Leblanc  e  sua figlia si erano alzati: la fanciulla aveva
    preso il braccio del padre e tutti e due si dirigevano  lentamente
    verso  la  met del viale dove si trovava Mario.  Questi chiuse il
    libro, poi lo riapr, e si sforz di leggere.  Tremava.  L'aureola
    muoveva diritta verso di lui.
    -  Oh,  mio  Dio  -  pens  -  non  far  in  tempo  a prendere un
    atteggiamento!
    Frattanto l'uomo dai capelli bianchi e la giovane si avvicinavano;
    gli pareva che la cosa durasse un secolo.  - Che vengono a fare da
    questa parte?  - si chiedeva.  - Come,  sta per passare di qui!  I
    suoi piedi cammineranno su questa sabbia,  in questo viale,  a due
    passi da me!  - Era sconvolto,  avrebbe voluto essere molto bello,
    avrebbe voluto  avere  una  decorazione.  Sentiva  avvicinarsi  il
    rumore  lieve  e  misurato del loro passo e immaginava che Leblanc
    gli volgesse degli sguardi irritati. Vuole forse parlarmi? - pens
    chinando la testa; poi la rialz.  Gli stavano proprio vicini.  La
    fanciulla  pass  e passando lo guard;  lo guard fisso,  con una
    dolcezza pensosa che fece fremere Mario da capo a piedi. Gli parve
    che lei lo rimproverasse per  essere  rimasto  tanto  tempo  senza
    avvicinarsi  e  gli  dicesse:  -  Sono  io  che vengo.  - Mario fu
    abbagliato da quelle pupille cariche di raggi di abissi.
    Si sentiva bollire il cervello. Lei era venuta da lui,  che gioia!
    E poi, come lo aveva guardato! Gli pareva pi bella che mai; bella
    di una bellezza femminile e angelica, di una bellezza completa che
    avrebbe  fatto cantare Petrarca e inginocchiare Dante.  Gli pareva
    di nuotare nel pieno azzurro del firmamento,  e in pari tempo  era
    orribilmente contrariato perch aveva le scarpe impolverate.
    Credeva di essere sicuro che lei gli aveva guardato le scarpe.
    La  segu  con  gli  occhi  finch  non  scomparve.  Poi si mise a
    camminare nel Lussemburgo come un pazzo,  ed  probabile che  ogni
    tanto  ridesse  da  solo  e parlasse ad alta voce.  Si mostr cos
    estatico davanti alle balie  che  ognuna  di  queste  lo  credette
    innamorato.
    Usc  dal  giardino  sperando  di incontrarla nelle vie.  Sotto il
    porticato dell'Odeon incontr Courfeyrac e gli disse:
    - Vieni a pranzare con me.
    Andarono da Rousseau e spesero sei franchi.  Mario mangi come  un
    orco e diede sei soldi di mancia al cameriere.  Alla frutta, disse
    a Courfeyrac:
    - Hai letto il giornale?  che bel discorso ha pronunciato Audry de
    Puyraveau!
    Era pazzamente innamorato.
    Dopo pranzo disse a Courfeyrac:
    - T'invito a teatro. Pago io!
    Andarono  a  Porta  san  Martino  a sentire Federico nell'"Albergo
    degli Adrets", e Mario si divert enormemente.
    Nello  stesso  tempo  sent  raddoppiarsi  la  sua  selvatichezza.
    Uscendo  dal  teatro si rifiut di guardare la giarrettiera di una
    modista che scavalcava un rigagnolo,  e Courfeyrac gli fece  quasi
    orrore quando disse:
    - Metterei volentieri quella donna nella mia collezione!
    Invitato  da  Courfeyrac  a  colazione  per  l'indomani  al  Caff
    Voltaire, ci and e mangi anche pi del giorno prima. Era pensoso
    e molto allegro;  pareva  che  cercasse  tutte  le  occasioni  per
    ridere.   Abbracci   teneramente   un   provinciale  che  gli  fu
    presentato.  Attorno alla tavola si era formato un piccolo circolo
    di  studenti,  i  quali parlavano delle sciocchezze,  pagate dallo
    Stato,  che si spacciano dalla  cattedra  della  Sorbona.  Poi  la
    conversazione cadde sugli errori e le lacune dei dizionari e delle
    prosodie Quicherat. Mario interruppe la discussione per dire:
    - Eppure  bello avere una decorazione!
    - Questa  curiosa - disse Courfeyrac a Prouvaire sottovoce.
    - No,  seria - disse Prouvaire.
    Infatti  era  una  cosa  seria,  giacch  Mario si trovava in quei
    momenti violenti e incantevoli che sono  l'inizio  di  una  grande
    passione.
    E tutto questo era l'effetto di uno sguardo.
    Quando la mina  carica, quando la miccia  pronta, non c' niente
    di pi semplice. Un'occhiata  una scintilla.
    Ormai  era deciso.  Mario amava una donna.  Il suo destino entrava
    nell'ignoto.
    Lo sguardo delle donne somiglia a certi ingranaggi  apparentemente
    tranquilli  ma  formidabili.  Passiamo accanto a loro ogni giorno,
    tranquillamente e impunemente, senza sospettare di nulla,  anzi si
    finisce col dimenticare che stiano l.  Si va, si viene, si pensa,
    si parla, si ride, ed ecco a un tratto si  afferrati.  E' finita;
    l'ingranaggio vi tiene, lo sguardo vi ha stregato. Vi ha stregato,
    non  importa  n dove n come,  per una parte qualunque del vostro
    pensiero vagante,  per una vostra distrazione.  Siete perduto;  ci
    passerete   tutt'intero.    Una   catena   di   forze   misteriose
    s'impadronisce  di  voi;   invano  vi  dibattete,     impossibile
    qualsiasi  soccorso umano.  Cadrete di ingranaggio in ingranaggio,
    di angoscia in angoscia,  di tortura in tortura,  voi,  il  vostro
    ingegno,  i beni,  l'avvenire, la vostra anima. E a seconda che vi
    trovate in potere di una creatura malvagia o di un  nobile  cuore,
    non  uscirete da quella macchina spaventosa se non sfigurato dalla
    vergogna oppure trasfigurato.

    7. LE AVVENTURE DELLA LETTERA U.
    L'isolamento, il distacco da tutto,  la fierezza,  l'indipendenza,
    l'amore  per  la natura,  la mancanza di un'attivit giornaliera e
    materiale,  la vita appartata,  le lotte segrete per  la  castit,
    l'estasi   benevola   davanti   a  tutta  la  creazione,   avevano
    predisposto Mario a quel possesso che si chiama  la  passione.  Il
    suo culto per il padre a poco a poco era diventato una religione e
    come ogni religione si era ritirato in fondo all'anima.  Ci voleva
    qualcosa in primo piano. Sopraggiunse l'amore.
    Pass un  mese,  durante  il  quale  Mario  and  ogni  giorno  al
    Lussemburgo.  Arrivata  l'ora,  niente  lo tratteneva.  Courfeyrac
    diceva: - E' di servizio.
    Mario viveva nell'estasi. La fanciulla infatti lo guardava.
    Aveva finito col farsi animo e avvicinarsi alla panchina, per non
    passava pi davanti,  obbedendo alla legge di timidit e a  quella
    di   prudenza   degli  innamorati.   Stimava  utile  non  attirare
    l'attenzione del padre. Combinava le sue fermate dietro gli alberi
    e  dietro   i   piedistalli   delle   statue   con   un   profondo
    machiavellismo,  in modo da lasciarsi vedere il meno possibile dal
    vecchio signore e  il  pi  possibile  dalla  fanciulla.  Talvolta
    restava  per  ore intere all'ombra di un Leonida,  di uno Spartaco
    qualunque,  con un libro in mano,  oltre il quale  i  suoi  occhi,
    sollevandosi dolcemente, andavano a cercare la bella fanciulla, la
    quale,  dal  canto  suo,  con  lieve  sorriso  gli mostrava il suo
    profilo.  Pur parlando con la massima naturalezza  e  tranquillit
    con  l'uomo  dai  capelli  bianchi,  lei  fermava  su  Mario tutto
    l'incanto di un occhio virgineo  e  appassionato.  Arte  antica  e
    immemorabile che Eva gi conosceva fin dal primo giorno del mondo,
    e  che  ogni donna sa fin dal primo giorno della sua vita!  Con la
    bocca rispondeva a uno e con lo sguardo replicava all'altro.
    Bisogna credere per che Leblanc finisse per accorgersi di qualche
    cosa, perch molte volte al sopraggiungere di Mario si alzava e si
    metteva a passeggiare.  Aveva lasciato il  solito  posto  e  aveva
    scelto,  all'estremit  opposta del viale,  la panchina accanto al
    Gladiatore,  come per vedere se il giovane li avrebbe  seguiti;  e
    Mario, che non aveva capito, commise lo sbaglio. Allora "il padre"
    cominci  a  diventare  non  pi  puntuale e a non condurre pi la
    "figlia" ogni giorno. Talvolta arrivava anche solo, e allora Mario
    non si tratteneva. Altro errore.
    Mario non badava a tutti quei sintomi.  Dalla fase della timidezza
    era  passato,  con  un progresso naturale e inevitabile,  a quella
    dell'accecamento.  Il suo amore cresceva tanto da sognare tutte le
    notti. Gli era inoltre capitata una fortuna insperata, che fu olio
    sul  fuoco  e  gli accrebbe le tenebre sugli occhi.  Una sera,  al
    crepuscolo,  aveva trovato,  sulla panchina appena abbandonata  da
    Leblanc e dalla figlia,  un fazzoletto semplice e senza ricami, ma
    bianco,  fine,  e che gli parve mandare profumi  indicibili.  Quel
    fazzoletto era cifrato con lettere U. F. Mario non sapeva nulla di
    quella  bella  fanciulla,  n  della famiglia,  n il nome,  n la
    dimora.  Quelle due lettere erano la prima cosa che sapeva di lei,
    adorabili  iniziali sulle quali cominci subito a costruire i suoi
    castelli.  Evidentemente la U indicava il  nome  di  battesimo.  -
    Ughetta,  pens.  -  Che  nome delicato!  Baci il fazzoletto,  lo
    aspir, se lo pose sul cuore,  sulla carne nuda durante il giorno,
    e sulle labbra la notte per addormentarsi.
    - Ci sento tutta l'anima sua! - esclamava.
    Quel  fazzoletto apparteneva al vecchio signore,  il quale l'aveva
    semplicemente lasciato cadere di tasca.
    Nei giorni seguenti a quella preziosa scoperta, Mario non and pi
    al Lussemburgo se non baciando il  fazzoletto  e  posandoselo  sul
    cuore. La bella fanciulla non ci capiva niente e glielo dimostrava
    con segni impercettibili.
    - Che pudore! - pensava Mario.

    8. ANCHE GLI INVALIDI POSSONO ESSERE FELICI.
    Poich  abbiamo  scritto  la parola "pudore" e non nascondiamo mai
    nulla,  dobbiamo dire tuttavia che una volta,  nelle  sue  estasi,
    Mario  ebbe  dalla sua "Ughetta" un serio motivo di lagnanza.  Era
    uno di quei giorni in cui  lei  induceva  Leblanc  a  lasciare  la
    panchina   e  a  fare  due  passi.   Spirava  una  leggera  brezza
    primaverile che muoveva le cime dei platani.  Il padre e la figlia
    passarono a braccetto davanti alla panchina di Mario,  che si alz
    dietro di loro e si mise a seguirli con lo sguardo, come accade in
    quello stato d'animo esaltato.
    D'un tratto un refolo di vento pi scherzoso degli altri  e  forse
    incaricato  di  servire  la  primavera,  s'innalz dal Vivaio,  si
    abbatt sul viale,  avvolse la fanciulla in un soffio rapace degno
    delle  ninfe di Virgilio e dei fauni di Teocrito,  e le sollev la
    veste, veste pi sacra di quella di Iside,  quasi fino all'altezza
    della giarrettiera. Apparve una gamba di una forma squisita. Mario
    la vide e ne fu esasperato e furioso.
    La giovanetta abbass rapidamente la veste con un atto divinamente
    spaurito.  Ma egli ne rimase indignato.  - E'  vero che si trovava
    solo nel viale, ma avrebbe potuto esserci qualcuno.  E se ci fosse
    stato  qualcuno?  E'  concepibile una cosa simile?  Ci che lei ha
    fatto  orribile!  - Ahim,  la povera fanciulla non  aveva  fatto
    nulla e il vento era l'unico colpevole.  Ma Mario,  in cui fremeva
    confusamente il Bartolo che sta in fondo  a  ogni  Cherubino,  era
    deciso a essere scontento ed era geloso della propria ombra.  Cos
    infatti si desta e si impone nel cuore  umano  l'acre  e  bizzarra
    gelosia  della  carne,   anche  senza  ragione.   D'altronde,  pur
    prescindendo da questa gelosia,  la vista di quella gamba graziosa
    non aveva avuto per lui niente di gradevole,  e la calza bianca di
    una donna qualunque gli avrebbe fatto maggior piacere.
    Quando la sua  "Ughetta",  dopo  aver  raggiunto  l'estremit  del
    viale,  torn  indietro  col  signor  Leblanc e pass davanti alla
    panchina su cui Mario si era di nuovo seduto, questi le lanci uno
    sguardo burbero e feroce. La fanciulla fece quel piccolo movimento
    indietro accompagnato da un alzar delle palpebre, che significa: -
    Ebbene, che c'?
    Questo fu "il loro primo litigio".
    Mario aveva appena finito di farle quella scenata con  gli  occhi,
    quando qualcuno attravers il viale.  Era un invalido tutto curvo,
    rugoso, bianco,  in uniforme Luigi Quindicesimo,  con sul petto la
    piccola  piastra  ovale  di  panno  rosso con le spade incrociate,
    croce di san Luigi,  e aveva pure  una  manica  senza  il  braccio
    dentro, un mento d'argento e una gamba di legno. Mario credette di
    notare  che  quell'uomo  aveva  un'aria esteriormente soddisfatta,
    anzi,  gli  parve  che  il  vecchio  cinico,   passandogli  vicino
    zoppicando, gli rivolgesse una strizzatina d'occhio molto fraterna
    e  molto  allegra,  come  se  un  caso  qualunque  li avesse messi
    d'accordo  e  avesse  fatto  assaporare  in  comune  una   fortuna
    inattesa.  Che  cosa aveva da essere cos contento quell'avanzo di
    Marte?   Che  cos'era  accaduto  tra  quella  gamba  di  legno   e
    quell'altra gamba? Mario arriv al parossismo della gelosia. Forse
    era presente, e ha visto! - disse tra s.
    E si sent la voglia di uccidere l'invalido.
    Col tempo tutte le punte si smussano, e la collera contro Ughetta,
    per quanto giusta e legittima, pass. Mario fin col perdonare, ma
    gli ci volle un grande sforzo. Le tenne il broncio per tre giorni.
    Frattanto,  con  tutto  questo,  la passione cresceva e toccava la
    follia.

    9. ECLISSE.
    Abbiamo visto come Mario avesse scoperto o creduto di scoprire che
    lei si chiamava Ughetta.
    L'appetito viene amando.  Era gi molto  per  lui  sapere  che  si
    chiamava Ughetta;  ma era poco; e in tre o quattro settimane Mario
    aveva divorato quella felicit e ne voleva  un'altra:  volle  cio
    sapere dove abitava.
    Aveva  commesso  un  primo  sbaglio  cadendo  nel  tranello  della
    panchina  del  Gladiatore,  e  un  secondo  nel  non  fermarsi  al
    Lussemburgo  quando il vecchio era solo.  Ora ne commise un terzo,
    immenso: and dietro a Ughetta.
    Lei abitava in via Ovest, nel punto meno frequentato,  in una casa
    nuova a tre piani, di modesta apparenza.
    Da  quel  momento,  alla  felicit  di  vederla  al Lussemburgo si
    accompagn l'altra di seguirla fino a casa.
    La sua fame cresceva.  Sapeva come si chiamava,  almeno il nome di
    battesimo, il nome grazioso, il vero nome della donna; sapeva dove
    abitava. Volle sapere anche chi era.
    Una  sera,  dopo  di  averli  seguiti  fino  a casa e averli visti
    sparire nel portone,  entr anche lui e chiese coraggiosamente  al
    portinaio:
    - E' il signore del primo piano quello che  rientrato adesso?
    - No - disse il portinaio. - E' quello del terzo.
    Aveva  fatto  un  altro  passo.  La  riuscita  incoraggi  Mario a
    proseguire. Domand:
    - Verso la strada?
    - Diamine! - esclam il portinaio. - La casa  tutta sulla strada.
    - E qual  la condizione di quel signore?
    - E' un possidente, una persona molto buona,  che fa del bene agli
    infelici quantunque non sia ricco.
    - E come si chiama?
    -  Il  signore fa forse la spia?  - chiese il portinaio alzando la
    testa.
    Mario se ne and mortificato,  ma contentissimo.  Aveva guadagnato
    terreno.  - Bene - pens tra s - so che si chiama Ughetta,  che 
    figlia di un possidente e che abita al terzo piano in via Ovest.
    L'indomani Leblanc e sua figlia fecero una  breve  apparizione  al
    Lussemburgo. Se ne andarono che era ancora giorno chiaro. Mario li
    segu fino a via Ovest,  secondo il solito.  Giunti alla porta, il
    signor Leblanc fece passare davanti la figlia,  e prima di varcare
    la soglia si ferm e si volse a guardare fisso Mario.
    Il  giorno  dopo  non  comparvero  nel  giardino e Mario li attese
    inutilmente per tutto il giorno.
    Sopraggiunta la notte,  si rec in via Ovest  e,  vedendo  che  le
    finestre  del terzo piano erano illuminate,  si mise a passeggiare
    sotto quelle finestre finch non si spense la luce.
    Il giorno seguente, nessuno al Lussemburgo.  Mario attese tutto il
    giorno,  quindi  riprese  la  sua  passeggiata  notturna  sotto le
    finestre.  Arrivava cos alle  dieci  di  sera  e  il  suo  pranzo
    diventava quello che poteva diventare.
    La febbre nutre il malato, e l'amore l'innamorato.
    Trascorsero cos otto giorni,  durante i quali il signor Leblanc e
    sua figlia non  comparvero  al  Lussemburgo.  Mario  faceva  delle
    tristi supposizioni,  ma non osava tener d'occhio la porta durante
    il giorno e si accontentava di andare a contemplare  di  notte  la
    luce  rossastra dei vetri dinanzi ai quali vedeva talvolta passare
    delle ombre che gli davano il batticuore.
    All'ottavo giorno,  quando giunse sotto  le  finestre,  non  c'era
    nessuna luce.  - Guarda!  - disse tra s - non hanno ancora acceso
    il lume; eppure  notte. Saranno forse fuori casa?  - Aspett fino
    alle dieci, fino a mezzanotte, fino all'una del mattino, ma nessun
    lume brill alle finestre del terzo piano e nessuno entr in casa.
    Ed egli se ne and molto triste.
    L'indomani  -  giacch  non viveva pi che di domani in domani,  e
    l'oggi per cos dire non esisteva pi per  lui  -  l'indomani  non
    trovando nessuno al Lussemburgo, si diresse verso la casa. Nessuna
    luce alle finestre, persiane chiuse, buio al terzo piano.
    Mario picchi alla porta, entr e chiese al portinaio:
    - Il signore del terzo piano?
    - Ha sgomberato.
    - Da quanto tempo?
    - Da ieri.
    - E dove abita ora?
    - Non lo so.
    - Non ha lasciato il nuovo indirizzo?
    - No.
    E il portinaio alzando la testa riconobbe Mario:
    - Toh! siete voi. Dunque fate proprio quel bel mestiere?
    Libro 7.
    PATRON-MINETTE.


    1. LE MINIERE E I MINATORI.
    Anche  le  societ  umane hanno quello che nei teatri si chiama il
    "sottoscena". Il suolo sociale  minato da ogni parte,  ora per il
    bene ora per il male.  Questi lavori si sovrappongono.  Ci sono le
    miniere inferiori e le miniere superiori,  c' un alto e basso  in
    quel tenebroso sottosuolo,  che talvolta crolla sotto la civilt e
    che    calpestato  dalla  nostra  indifferenza  e  dalla   nostra
    noncuranza.  L'Enciclopedia,  nel  secolo  scorso,  fu una miniera
    quasi  a  cielo  scoperto.  Le  tenebre,   tetre  incubatrici  del
    cristianesimo   primitivo,   aspettavano   solo  un'occasione  per
    esplodere sotto i Cesari e  inondare  di  luce  il  genere  umano.
    Infatti nelle tenebre sacre c' una luce nascosta.  I vulcani sono
    pieni di un'ombra capace di fiammeggiare, e ogni lava comincia con
    l'essere tenebra.  Le catacombe,  nelle quali si celebr la  prima
    messa,  non  erano solo le cantine di Roma,  ma il sotterraneo del
    mondo.
    Al  di  sotto  dell'edificio  sociale,   meraviglioso  e  meschino
    insieme,  ci  sono  escavazioni  d'ogni  specie.  C'  la  miniera
    religiosa,  la miniera filosofica,  la politica,  l'economica e la
    rivoluzionaria.  Chi scava con le idee,  chi con le cifre, chi con
    la collera,  e si richiamano e  si  rispondono  da  una  catacomba
    all'altra.  Le  utopie camminano sotto terra in quei cunicoli e si
    ramificano  in  ogni  direzione.   Alle  volte  si  incontrano   e
    fraternizzano.  Giangiacomo  presta il suo piccone a Diogene,  che
    gli presta la sua lanterna. Talvolta invece si combattono; Calvino
    prende Socino per i capelli.  Ma nulla  arresta  o  interrompe  la
    tensione  di  tutte  quelle  energie  verso  lo scopo,   la vasta
    simultanea attivit,  che va e  viene,  sale,  scende  risale  per
    quelle   oscurit,   immenso   brulicame  ignorato  che  trasforma
    lentamente il disopra per mezzo del disotto,  e  il  i  fuori  per
    mezzo  del  di  dentro.  La  societ ha appena qualche sospetto di
    quelle escavazioni che le lasciano intatta la  superficie,  ma  le
    cambiano  i  visceri.  Quanti  sono  gli  strati  di  sotterranei,
    altrettanti  sono  i  diversi   lavori,   altrettante   le   varie
    escavazioni.  E  che  cosa scaturisce da quelle ricerche profonde?
    L'avvenire.
    Pi si va gi, e pi i lavoratori sono misteriosi. Fino a un certo
    grado,  che il filosofo sociale sa discernere,  il lavoro  utile;
    al  di  l  di  quel grado,   dubbio e ibrido;  pi gi,  diventa
    orribile.  A una certa profondit,  le escavazioni  non  sono  pi
    penetrabili   dallo   spirito   dell'incivilimento,    il   limite
    respirabile  sorpassato; comincia a essere possibile un inizio di
    mostri.
    La scala discendente  strana. Ogni gradino corrisponde a un piano
    sul quale la filosofia pu prendere piede e dove si  incontra  uno
    di quegli operai talvolta divini, talvolta deformi. Sotto Giovanni
    Hus  c' Lutero,  sotto Lutero Cartesio,  sotto Cartesio Voltaire,
    sotto Voltaire Condorcet,  sotto Condorcet c' Robespierre,  sotto
    Robespierre Marat,  sotto Marat Babeuf;  e l'elenco continua.  Pi
    gi,   in  modo  confuso,   sul  limite  che  divide  l'indistinto
    dall'invisibile,  si  scorgono  altri  uomini oscuri che forse non
    esistono ancora.  Quelli di ieri sono spettri,  quelli  di  domani
    larve, e l'occhio della mente li distingue confusamente. Il lavoro
    embrionale dell'avvenire  una delle visioni del filosofo.
    Un mondo nel limbo allo stato di embrione, che profilo inaudito!
    Saint-Simon,  Owen,  Fourier ci sono anch'essi,  ma in escavazioni
    laterali.
    Certo,  bench una divina invisibile catena  leghi  gli  uni  agli
    altri  a  loro insaputa tutti questi sotterranei pionieri,  che si
    credono quasi sempre isolati mentre non lo  sono,  i  loro  lavori
    sono  assai diversi e la luce degli uni contrasta con lo splendore
    degli altri. Gli uni sono paradisiaci, gli altri tragici.  Eppure,
    per quanto sia grande il loro contrasto,  tutti questi operai, dal
    pi elevato al pi notturno, dal pi saggio al pi pazzo, hanno un
    punto di contatto: il disinteresse. Marat dimentica se stesso come
    Ges.  Essi lasciano in disparte la loro persona,  non guardano  a
    loro,  vedono  tutt'altro  che  il loro io;  hanno uno sguardo,  e
    quello sguardo cerca l'assoluto.  Il primo ha tutto il cielo negli
    occhi,  l'altro,  per quanto enigmatico,  ha ancora negli occhi il
    pallido chiarore dell'infinito.  Venerate sempre,  checch faccia,
    chiunque abbia questo segno: una stella per pupilla.
    La pupilla oscura  l'altro segno. Da essa comincia il male.
    Davanti  a chi non ha lo sguardo,  riflettete e tremate.  L'ordine
    sociale ha i suoi minatori neri.
    C' un punto in cui la profondit  seppellimento,  in cui la luce
    si spegne.
    Al  disotto di tutte le miniere cui abbiamo accennato,  al disotto
    di tutte quelle gallerie,  al disotto di tutto il  sistema  venoso
    sotterraneo del progresso e dell'utopia, pi addentro nella terra,
    pi  gi  di Marat,  pi gi di Babeuf,  pi gi,  molto pi gi e
    senza nessuna  relazione  con  i  piani  superiori,  c'  l'ultimo
    cunicolo, un luogo formidabile, quello che noi abbiamo chiamato il
    sottoscena.  E' la fossa delle tenebre, il sotterraneo dei ciechi.
    "Inferi".
    Questo luogo comunica con gli abissi.

    2. IL BASSOFONDO.
    L il disinteresse svanisce.  Il demone si  abbozza  confusamente,
    ognuno  per  s.  L'io senza occhi urla,  cerca,  brancica,  rode.
    L'Ugolino sociale si trova in quel gorgo.
    Le sagome selvagge che si aggirano in quella fossa,  quasi  belve,
    quasi fantasmi,  non si occupano del progresso universale,  di cui
    ignorano il nome  e  l'idea,  e  non  si  curano  dell'appagamento
    individuale. Sono quasi incoscienti, e c' dentro di loro un nulla
    spaventoso.  Hanno due madri,  entrambe matrigne: l'ignoranza e la
    miseria.  Hanno per guida il bisogno  e  per  tutte  le  forme  di
    piacere l'appetito.  Sono brutalmente voraci,  vale a dire feroci,
    non come il tiranno ma come la tigre.  Quelle  larve  passano  dal
    patimento al delitto: fatale filiazione, procreazione vertiginosa,
    logica delle tenebre.  Ci che striscia nel sottosuolo sociale non
     pi l'aspirazione repressa  verso  l'assoluto;  ma  la  protesta
    della materia.  L'uomo vi si trasforma in drago; la fame e la sete
    sono il punto di partenza,  e quello di arrivo  Satana.  Da  quel
    sotterraneo esce Lacenaire.
    Nel  libro  quarto  abbiamo visto uno scompartimento della miniera
    superiore,  della grande escavazione  politica,  rivoluzionaria  e
    filosofica.  Abbiamo  anche  detto  che  l  tutto   nobile puro,
    dignitoso,  onesto: certo,  possono ingannarsi e si ingannano,  ma
    l'errore  implica  tanto eroismo che diventa venerabile.  Tutto il
    lavoro che si compie in quello strato si chiama Progresso.
    Adesso  il momento di vedere altre profondit: quelle repellenti.
    Insistiamo  nel  dire  che  fino  a  quando  non  sar   dissipata
    l'ignoranza, sotto la societ ci sar sempre la grande caverna del
    male.
    Questa  caverna  si  trova  al  di sotto di tutte le altre ed  la
    nemica di tutte,  le odia  senza  eccezione.  Questa  caverna  non
    conosce filosofi, non sa che cosa  la scrittura e la sua caligine
    nera non ha alcun rapporto con l'inchiostro.  Le dita della notte,
    che si contraggono sotto quella volta asfissiante,  non hanno  mai
    sfogliato un libro o aperto un giornale.  Per Cartouche,  Babeuf 
    uno sfruttatore.  Per Schinderhannes  Marat    un  aristocratico.
    Questa  caverna  tende  a  far sprofondare tutto.  Tutto,  anche i
    sotterranei superiori che essa esecra.  Nel  suo  orrido  agitarsi
    essa  non  mina  soltanto  l'ordine  sociale  attuale  ma anche la
    filosofia,  la scienza,  il diritto,  il  progresso,  il  pensiero
    umano,  la civilt, la rivoluzione. Si chiama semplicemente furto,
    prostituzione, omicidio, assassinio;  tenebra e vuole il caos.
    Tutte le altre caverne, quelle di sopra,  non hanno che uno scopo:
    sopprimerla. A questo tendono con tutti i loro organi riuniti, con
    il    miglioramento   della   realt,    con   la   contemplazione
    dell'assoluto, la filosofia e il progresso. Distruggete la caverna
    Ignoranza e distruggerete la talpa Delitto.
    Condensiamo in poche parole una parte di quello che abbiamo detto.
    L'unico pericolo sociale  l'ombra. Umanit  identit.  Tutti gli
    uomini sono fatti della stessa creta.  Nessuna differenza quaggi,
    almeno nella predestinazione.  La stessa ombra  prima,  la  stessa
    carne  durante  la  vita,  la stessa cenere dopo.  Ma l'ignoranza,
    mescolata alla pasta umana, l'annerisce,  e questo nero incurabile
    invade l'interno dell'uomo e l diventa il Male.

    3. BABET, GUEULEMER, CLAQUESOUS E MONTPARNASSE.
    Un   quartetto  di  banditi,   Claquesous,   Gueulemer,   Babet  e
    Montparnasse,  governava il sottosuolo di Parigi tra il 1830 e  il
    1835.
    Gueulemer  era  un  Ercole  declassato.  Aveva  per antro la fogna
    dell'Arche-Marion.  Era alto sei piedi,  aveva un petto  marmoreo,
    dei bicipiti di bronzo,  un respiro da cavernicolo,  il torso d'un
    colosso,  un cranio d'uccello.  Si sarebbe detto l'Ercole  Farnese
    con  i  pantaloni  di  fustagno  e la giacca di velluto di cotone.
    Gueulemer, con quella sua figura scultorea,  avrebbe potuto domare
    i mostri;  ma aveva trovato che era pi facile essere uno di loro.
    Fronte bassa,  tempie larghe,  meno di quarant'anni e gi il volto
    rugoso,  capelli  ruvidi  e  corti,  la barba da cinghiale: questo
    l'uomo. I suoi muscoli chiedevano lavoro,  ma la sua stupidit non
    voleva  saperne.  Era forza grossolana e pigra;  era assassino per
    indolenza.  Lo credevano creolo.  Probabilmente aveva  partecipato
    all'assassinio  del  maresciallo Brune,  perch nel 1815 faceva il
    facchino ad Avignone. Dopo d'allora, era diventato bandito.
    La diafanit di Babet contrastava  con  la  ciccia  di  Gueulemer.
    Babet  era  magro  e  sapiente;  trasparente ma impenetrabile,  si
    vedeva la luce attraverso le sue ossa,  ma nulla attraverso la sua
    pupilla.  Si diceva chimico.  Aveva fatto il buffone con Bobche e
    il pagliaccio con Bobino.  Aveva anche recitato operette a  Saint-
    Michel.  Era  un  uomo  con  degli  scopi,  abile  parlatore,  che
    sottolineava  i  suoi  sorrisi  e  virgolava  i  suoi  gesti.   Si
    industriava  a  vendere  sui marciapiedi busti di gesso e ritratti
    del "capo dello Stato". Inoltre, cavava i denti.  Aveva mostrato i
    fenomeni   sulle  fiere,   aveva  posseduto  una  baracca  con  un
    trombettiere  e  con  una  scritta  che  diceva:  Babet,  artista,
    dentista, membro delle accademie, fa esperimenti fisici su metalli
    e  metalloidi,  cava  i  denti,  estirpa  le radici rotte dei suoi
    confratelli.  Prezzo: un dente,  un franco e cinquanta  centesimi;
    due  denti,  due  franchi;  tre  denti,  due  franchi e cinquanta.
    Approfittate  dell'occasione!  (Quell'approfittate  dell'occasione
    voleva  dire:  fatevene  strappare  pi  che  potete).  Era  stato
    ammogliato e aveva avuto figli;  ma non sapeva dove fossero andati
    a  finire  moglie  e  figli.  Li  aveva  perduti  come si perde il
    fazzoletto.  Altra eccezione nel mondo oscuro a  cui  apparteneva:
    Babet leggeva i giornali.  Un giorno, quando aveva la sua famiglia
    nel carrozzone ambulante,  avendo letto  sul  "Messager"  che  una
    donna  aveva  partorito  un  bambino  col  muso di vitello,  Babet
    esclam: quella s che  una fortuna!  mia moglie non  avrebbe  il
    coraggio di farmi un figlio come quello!
    Poi   aveva   abbandonato   tutto   per   "intraprendere"  Parigi:
    espressione sua.
    Chi era Claquesous?  Era la notte.  Per uscire  aspettava  che  il
    cielo  fosse  sporco  di  nero.  La  sera usciva da un buco in cui
    rientrava prima  dell'alba.  Dove  stava  quel  buco?  Nessuno  lo
    sapeva.  Quando  parlava  con  i  suoi  complici,  voltava loro le
    spalle, anche nella pi fitta oscurit. Si chiama Claquesous?  No.
    Diceva:  mi  chiamo  Niente-Affatto.  Se si accendeva una candela,
    ecco che metteva la maschera.  Era ventriloquo.  Claquesous    un
    notturno  a  due  voci  -  diceva  Babet.  Claquesous era incerto,
    errante, terribile. Non si era sicuri che avesse un nome,  giacch
    Claquesous era soltanto un nomignolo. Non si era sicuri che avesse
    una voce,  perch il suo ventre parlava pi che la sua bocca.  Non
    si era sicuri che avesse un volto perch si era  vista  sempre  la
    sua  maschera.  Spariva  come  un'ombra e le sue apparizioni erano
    altrettanto uscite di sotto terra.
    Montparnasse era un essere lugubre. Era un ragazzo!  aveva meno di
    vent'anni; un viso grazioso, due labbra che parevano ciliegie, bei
    capelli neri,  e la luce della primavera negli occhi; eppure aveva
    gi tutti i vizi e aspirava a tutti i delitti.  La digestione  del
    male  gli dava l'appetito del peggio.  Era il monello con tendenza
    al mariuolo,  e  il  mariuolo  diventava  furfante.  Era  gentile,
    effeminato, grazioso, robusto, molle e feroce. Portava il cappello
    con  la tesa alzata a sinistra per dar posto al ciuffo di capelli,
    secondo lo stile del 1829. Viveva di rapine.  Il suo soprabito era
    del miglior taglio,  ma spelato. Montparnasse era un figurino, che
    lasciava trapelare la miseria e che commetteva degli assassini. La
    causa di tutti i delitti di  quell'adolescente  era  la  mania  di
    vestir bene.  La prima ragazza che gli disse: sei bello! gett nel
    suo cuore la macchia delle  tenebre  e  trasform  quell'Abele  in
    Caino.  Sapendosi grazioso,  aveva voluto essere elegante. Orbene,
    la prima eleganza  l'ozio,  e l'ozio del  povero    il  delitto.
    Pochi  vagabondi  erano temuti come Montparnasse.  A diciotto anni
    gli pesavano  sulle  spalle  gi  diciotto  cadaveri.  Pi  di  un
    passante  con  le  braccia  distese  giaceva  nell'ombra  di  quel
    miserabile,  con la faccia in una  pozza  di  sangue.  Incipriato,
    profumato,  impomatato,  la  vita stretta,  le anche da donna,  il
    busto di un ufficiale prussiano,  il mormorio  delle  ragazze  del
    boulevard,  la  cravatta  annodata con eleganza,  un manganello in
    tasca e un fiore all'occhiello: ecco il bellimbusto del sepolcro.

    4. COMPOSIZIONE DELLA BANDA.
    Quei  quattro  banditi  formavano  una  specie  di   Proteo,   che
    serpeggiava  attraverso  la polizia e si sforzava di sfuggire agli
    sguardi  indiscreti  di  Vidocq,  "sotto  diversa  forma,  albero,
    fiamma,   fontana",   prestandosi   a   vicenda  nomi  e  trucchi,
    nascondendosi nella propria ombra,  diventando  gli  uni  per  gli
    altri covi e asili segreti, disfacendo le loro personalit come al
    ballo in maschera si leva un finto naso,  talvolta semplificandosi
    in modo da diventare uno solo,  talaltra moltiplicandosi tanto che
    lo stesso Coco-Lacour li prendeva per una folla.
    Questi  quattro uomini non erano quattro uomini,  ma una specie di
    ladro misterioso a  quattro  teste,  che  lavorava  in  grande  su
    Parigi.  Era un mostruoso polipo del male che abitava nella cripta
    della societ.
    Grazie alle loro ramificazioni e alla sottoposta rete  delle  loro
    relazioni,  essi  tenevano  l'impresa  generale  dei  tranelli del
    dipartimento della Senna. Compivano sul passante il colpo di Stato
    dal basso. Gli inventori di simili idee,  gli uomini dall'immagine
    tenebrosa,  si  rivolgevano a loro per l'esecuzione.  Fornivano ai
    quattro furfanti il canovaccio ed essi si incaricavano della messa
    im scena. Erano sempre pronti a fornire un personale proporzionato
    e  conveniente  a  tutti  gli  attentati  abbastanza  lucrosi  che
    abbisognavano  di  un aiuto.  Quando un delitto andava in cerca di
    braccia,  essi gli noleggiavano dei complici,  perch tenevano una
    compagnia  di  attori  delle  tenebre  a disposizione per tutte le
    tragedie delle caverne.
    Di  solito  si  riunivano  sul  far  della  notte,  ora  del  loro
    risveglio,  nelle  steppe  che  stanno presso la Salptrire.  Qui
    tenevano le loro riunioni e regolavano l'impiego delle dodici  ore
    nere che avevano a disposizione.
    "Patron-Minette", questo era il nome che nell'ambiente sotterraneo
    si  dava  all'associazione  di  quei  quattro uomini.  Nel vecchio
    linguaggio  popolare  che  va  sempre  pi  scomparendo,  "Patron-
    Minette"  significa il mattino,  come tra cane e lupo significa la
    sera.   Probabilmente  questo  appellativo   di   "Patron-Minette"
    derivava  dall'ora in cui finiva il loro lavoro,  giacch l'alba 
    l'ora in cui svaniscono i fantasmi e i banditi si  separano.  Quei
    quattro uomini erano conosciuti con questo nome.
    Quando  il  presidente  delle  assise,  visitando  Lacenaire nella
    prigione, l'interrog per un delitto che lui negava,  gli chiese:-
    E chi l'ha commesso? - Lacenaire diede questa risposta, enigmatica
    per  il  magistrato ma chiara per la polizia: - Sar stato Patron-
    Minette.
    Talvolta si indovina una commedia dall'elenco dei  personaggi;  si
    pu allo stesso modo apprezzare una banda dall'elenco dei banditi.
    E poich questi nomi tornano a galla nelle memorie speciali,  ecco
    a  quali  appellativi  speciali   corrispondevano   i   principali
    affiliati di Patron-Minette:
    Panchaud, detto Printanier, detto Bigrenaille.
    Brujon  (c'era una dinastia Brujon di cui non rinunciamo a dare un
    cenno).
    Boulatruelle, lo stradino che gi conosciamo.
    Laveuve.
    Finistre.
    Omero Hogu, negro.
    Mardisoir.
    Dpche.
    Fauntleroy, detto Bouquetire.
    Glorieux, galeotto liberato.
    Barrecarrosse, detto signor Dupont.
    Lesplanade du Sud.
    Poussagrive.
    Carmagnolet.
    Kruideniers, detto Bizzarro.
    Mangedentelle.
    Lespied en l'air.
    Demiliard, detto Deux-milliards.
    Eccetera.
    Ne tralasciamo altri,  e non dei peggiori.  Questi nomi hanno  una
    fisionomia.  Non denotano soltanto individui,  ma specie. Ciascuno
    risponde a una variet dei deformi  funghi  del  sottosuolo  della
    civilt.
    Questi  individui,  poco  prodighi  del  loro volto,  non erano di
    quelli che si vedono passeggiare per le vie.  Stanchi per le  dure
    notti  che  passavano,  il giorno se ne andavano a dormire ora nei
    forni ora nelle cave abbandonate di Montmartre e di  Montrouge,  e
    qualche volta anche nelle fogne. Si rintanavano.
    Che  ne    stato di questi uomini?  Esistono sempre,  sono sempre
    esistiti.   Ne  parla   anche   Orazio:   "Ambubaiarum   collegia,
    pharmacopolae,  mendici,  mimae";  e finch la societ sar quella
    che , essi saranno quelli che sono.  Sotto la buia volta dei loro
    sotterranei  rinascono  sempre  e  ricompaiono come spettri sempre
    identici;  solo che non portano pi gli stessi nomi e  non  vivono
    pi nella stessa pelle.
    Estirpati gli individui, la trib sussiste.
    E  hanno  sempre le stesse doti.  Dal paltoniere al vagabondo,  la
    razza si conserva pura.  Essi indovinano le  borse  nelle  tasche,
    fiutano  gli  orologi  nei  panciotti;  per essi l'oro e l'argento
    hanno un odore.  Ci sono dei borghesi ingenui,  di cui si potrebbe
    dire  che  hanno  la  fisionomia  del  derubabile.  Ebbene  questi
    borghesi  sono  pazientemente  seguiti  da  quegli  individui.  Al
    passaggio di un provinciale o di uno straniero hanno degli scatti,
    come i ragni.
    Quando  si  incontrano  o  s'intravedono verso la mezzanotte su un
    boulevard deserto,  sono spaventosi.  Non paiono uomini  ma  forme
    fatte di nebbia vivente.  Si direbbe che formano un corpo solo con
    le tenebre,  che non sono distinti da esse,  che non  hanno  altra
    anima  che  l'ombra,  e che si sono disgiunti dalla notte soltanto
    momentaneamente  per  vivere  pochi  minuti   di   una   mostruosa
    esistenza.
    Che  cosa  ci  vuole  per far svanire queste larve?  Luce,  luce a
    torrenti.   Nessuna  nottola  resiste  all'alba.   Illuminate   il
    sottosuolo della societ!


    Libro 8.
    IL CATTIVO POVERO.


    1.  MARIO, CERCANDO UNA FANCIULLA COL CAPPELLINO, INCONTRA UN UOMO
    COL BERRETTO.
    Pass l'estate, poi l'autunno, e venne l'inverno.  N Leblanc,  n
    la  fanciulla  avevano  rimesso  piede  al Lussemburgo e Mario non
    aveva che un solo pensiero: rivedere quel dolce e adorabile  viso.
    Cercava sempre, cercava dappertutto; ma non trovava nulla. Non era
    pi  il  sognatore entusiasta,  l'uomo risoluto,  ardente e fermo,
    l'ardito  provocatore  del  destino,  il  cervello  che  costruiva
    avvenire  su  avvenire,  la  giovane  mente ingombra di piani,  di
    progetti, di fierezze, d'idee e di volont;  era un cane sperduto.
    Cadde  in nera tristezza.  Tutto era finito per lui: il lavoro gli
    ripugnava, il passeggio lo stancava,  la solitudine gli dava noia;
    l'immensa natura una volta cos ricca di forme,  di luci, di voci,
    di consigli, di prospettive, di orizzonti, d'insegnamenti,  adesso
    gli  stava  vuota  dinanzi:  gli  pareva  che tutto fosse sparito.
    Pensava sempre,  perch  non  poteva  fare  diversamente,  ma  non
    prendeva  pi  piacere  alle  sue  idee.  A  tutto quanto esse gli
    proponevano sommessamente, senza tregua, egli rispondeva nel buio:
    a quale scopo?
    Si faceva cento rimproveri. Perch l'ho seguita? Ero cos contento
    di vederla!  Lei mi guardava: non era gi abbastanza?  Il suo viso
    diceva di amarmi: e non era forse tutto?  Che volevo di pi?  Dopo
    di questo non  c'  altro.  Sono  stato  assurdo.  E'  colpa  mia,
    eccetera  eccetera.  Courfeyrac,  al  quale  Mario,  come  era sua
    abitudine,  non confidava nulla,  ma che indovinava  un  po'  ogni
    cosa,  perch  era  quello il suo carattere,  aveva cominciato col
    felicitarlo perch s'era  innamorato,  mentre  d'altronde  ne  era
    stupefatto;  ma  poi  vedendo  l'amico caduto in tanta malinconia,
    aveva finito col dirgli: - Mi accorgo che sei stato  semplicemente
    un animale. Su via, vieni alla Chaumire!
    Un giorno, confidando in un bel sole di settembre, Mario si lasci
    condurre  da  Courfeyrac,  Bossuet e Grantaire al ballo li Sceaux,
    sperando, che sogno!  di ritrovarla forse l.  Evidentemente,  non
    incontr quella che amava.  - Eppure  qui che si trovano tutte le
    donne perdute!  - borbottava Grantaire.  Mario lasci gli amici al
    ballo e se ne torn a piedi,  solo, stanco, febbricitante, con gli
    occhi torvi e tristi nella notte,  stordito dal frastuono e  dalla
    polvere  delle  allegre  vetture  piene  di cantanti che tornavano
    dalla festa e gli passavano accanto, scoraggiato, respirando,  per
    dare aria al cervello l'acre profumo dei noci lungo la strada.
    Riprese  a vivere sempre pi solo,  smarrito,  oppresso,  in preda
    alla sua interna angoscia,  aggirandosi nel dolore  come  il  lupo
    nella  trappola,  cercando  ovunque  la donna assente,  istupidito
    dall'amore.
    Un altro giorno fece un  incontro  che  gli  produsse  un  effetto
    singolare.  Nei  vicoli  adiacenti  al  boulevard  degli  Invalidi
    s'imbatt in un uomo vestito come un operaio,  con un  berretto  a
    lunga  visiera  da  cui  sfuggivano delle ciocche di capelli assai
    bianchi.  Colpito dalla bellezza di quei  capelli  bianchi,  Mario
    squadr quell'uomo,  che camminava a passi lenti e come assorto in
    una dolorosa meditazione. Cosa strana! gli parve di riconoscere il
    signor Leblanc. Erano gli stessi capelli,  lo stesso profilo,  per
    quanto il berretto lo lasciava vedere,  la stessa andatura, ma pi
    triste.  Ma perch quel vestito da operaio?  Che voleva dire?  Che
    significava quel travestimento?  Mario ne fu molto stupito. Quando
    rinvenne dalla sorpresa,  il suo  primo  pensiero  fu  di  seguire
    quell'uomo: chi sa se finalmente non aveva la traccia che cercava?
    In  ogni  modo,  occorreva  rivedere  l'uomo  da vicino e spiegare
    l'enigma.  Ma l'idea  gli  venne  troppo  tardi;  l'uomo  era  gi
    scomparso.  Forse aveva preso qualche vicolo laterale, e Mario non
    pot ritrovarlo.  Quell'incontro lo preoccup per  alcuni  giorni,
    poi  svan.  -  Alla fine - pens - si tratta probabilmente di una
    rassomiglianza.

    2. UNA SCOPERTA.
    Mario aveva continuato ad  abitare  nella  topaia  Gorbeau,  nella
    quale non badava a nessuno.
    A dire il vero, a quell'epoca, in quella casa c'erano soltanto lui
    e  quei Jondrette di cui aveva una volta pagato la pigione,  senza
    aver mai del resto parlato n col padre n con la madre n con  le
    figlie.  Gli  altri  inquilini  avevano  sloggiato  o erano morti,
    oppure erano stati espulsi per mancato pagamento.
    Un giorno di quell'inverno,  il sole fece capolino nel pomeriggio;
    ma  era il due febbraio,  quel vecchio giorno della Candelora,  il
    cui sole traditore,  precursore di un freddo di sei settimane,  ha
    ispirato  a  Matteo Laensberg questi due versi rimasti giustamente
    classici:
    "Se fa nuvolo o sereno
    l'orso torna alla sua tana".
    Mario usc dalla topaia quando gi cominciava  ad  annottare.  Era
    l'ora  d'andare  a  pranzo;  infatti  aveva pur dovuto riprendere,
    ahim!  l'abitudine  del  desinare.  O  debolezze  delle  passioni
    ideali!
    Oltrepass  la  soglia  della porta,  che mamma Bougon spazzava in
    quel momento pronunciando questo memorabile monologo:
    - Cosa c' adesso a buon mercato? tutto  caro. Soltanto la fatica
    dei poveretti  a buon mercato;  non  vale  nulla  la  fatica  dei
    poveretti!
    Mario risaliva, a passi lenti, il boulevard verso la barriera, per
    giungere in via San Giacomo. Camminava pensoso e a capo chino.
    D'improvviso,  nella nebbia, si sent urtare nel gomito. Si volse,
    e vide due ragazze cenciose,  una alta e sottile,  l'altra un  po'
    meno grande,  che passavano rapidamente, ansanti, spaventate, come
    se fuggissero. Andavano in senso contrario al suo,  e non avendolo
    veduto  nel  passargli  accanto,  l'avevano urtato.  Alla luce del
    crepuscolo  Mario  pot  distinguere  i  volti  lividi,  le  teste
    scapigliate, i capelli al vento, le cuffiette sporche, le gonnelle
    lacere e i piedi nudi.  Parlavano correndo, e la pi grande diceva
    a voce bassa:
    - Sono venuti i "cognes" e poco  mancato che non mi  pizzicassero
    l, alla rotonda.
    L'altra  rispose:  -  Li  ho  visti,  e  ho galoppato,  galoppato,
    galoppato!
    Attraverso quel sinistro gergo, Mario cap che per poco i gendarmi
    o le guardie di polizia non avevano acchiappato  le  due  ragazze,
    che erano fuggite.
    Si  immersero  tra  gli  alberi del boulevard formando per qualche
    momento nell'oscurit una specie di biancore  confuso  che  subito
    svan.
    Mario  s'era  fermato  un  momento.  Stava per proseguire,  quando
    scorse per terra, ai suoi piedi, un piccolo involto grigiastro. Si
    chin  a  raccoglierlo:  era  una  specie  di  busta  che   pareva
    contenesse  delle  carte.  -  Buono!  -  disse  tra s - l'avranno
    lasciato cadere quelle disgraziate!
    Torn indietro,  chiam,  ma non le trov pi:  pens  allora  che
    fossero gi lontane;  si mise il pacchetto in tasca e se ne and a
    pranzo.
    Strada facendo,  in uno dei viali della via  Mouffetard  vide  una
    bara  di  bimbo  coperta  d'un  panno nero,  posata su tre sedie e
    rischiarata da una candela;  e  gli  tornarono  in  mente  le  due
    ragazze del crepuscolo.
    -  Povere  madri!  -  pens.  -  C' qualcosa di peggio del vedere
    morire i figli, ed  vederli vivere malamente.
    Poi quelle ombre,  che distraevano la sua tristezza,  gli uscirono
    di mente,  e ricadde nelle consuete preoccupazioni, rimettendosi a
    pensare ai suoi sei mesi di amore e di felicit, all'aria aperta e
    in piena luce, sotto i begli alberi del Lussemburgo.
    - Com' diventata buia la mia vita!  - pensava.  - Anche adesso mi
    appaiono  le  fanciulle;  se non che prima erano angeli,  ora sono
    streghe.

    3. QUADRIFRONS.
    La sera, spogliandosi per andare a letto,  si trov sotto le mani,
    nella tasca dell'abito, l'involto che aveva raccolto sul boulevard
    e  che aveva dimenticato.  Pens che conveniva aprirlo,  perch il
    pacchetto  conteneva  forse  l'indirizzo  di  quelle  ragazze,  se
    realmente  apparteneva  a  loro  e,  in ogni modo,  le indicazioni
    necessarie per restituirlo a chi lo aveva perduto.
    Apr la busta.
    Non era suggellata e conteneva quattro lettere ugualmente aperte.
    C'erano gli indirizzi.
    Tutte e quattro mandavano un'orribile puzza di tabacco.
    La prima lettera era diretta: "Alla signora marchesa di Grucheray,
    piazza dirimpetto alla Camera dei  deputati,  numero...  ".  Mario
    pens  che  probabilmente  vi  avrebbe  trovato le indicazioni che
    cercava,  e che d'altronde la lettera,  non essendo chiusa,  la si
    poteva leggere senza inconvenienti.
    Era concepita cos:
    "Signora marchesa,
    La  virt  della  clemensa  e  della piet  quella che unisce pi
    strettamente la societ.  Aprite il vostro sentimento cristiano  e
    date  uno  sguardo  di  compassione  a questo sfortunato spagnuolo
    vittima del lealismo e  dell'attaccamento  alla  causa  sacra  del
    legittimismo, che egli a pagato col suo sangue, consacrando i suoi
    beni per difendere questa causa,  e oggi si trova nella pi grande
    miseria.
    Egli non dubita che la vostra onorabile persona gli  accorder  un
    soccorso  per  conservare  un'esistenza estremamente penosa per un
    militare d'educazione e d'onore,  pieno  di  ferite.  Calcola  sin
    d'ora  sull'umanit che vi anima,  e sull'interesse che la signora
    marchesa nutre per una nazione cos sfortunata.  La loro preghiera
    non  sar  in  vano,  e  la  loro  riconoscenza  conserver il suo
    grazioso ricordo.
    I miei sentimenti rispettosi,  con i quali  ho  l'onore  d'essere,
    Signora,
    DON ALVAREZ
    capitano  spagnuolo  di  cavalleria,   legittimista  rifugiato  in
    Francia che si trova in viaggio per la sua patria e gli mancano  i
    mezzi per continuare il suo viaggio".
    Alla  firma  non  era  aggiunto  nessun indirizzo.  Mario sper di
    trovarlo nella seconda lettera, che portava per soprascritta:
    "Alla signora contessa di Montvernet, via Cassette, numero 9".
    Ecco che cosa vi lesse:
    "Signora contessa,
    E' una sfortunata madre di famiglia di sei figli di  cui  l'ultimo
    ha  soltanto  otto  mesi.  Io  ammalata  dopo il mio ultimo parto,
    abbandonata da mio marito da cinque mesi, non ho alcuna risorsa al
    mondo nella pi orribile indigenza.
    Nella speransa della signora contessa,  essa ha l'onore di essere,
    signora, con un profondo rispetto,
    BALIZARD".
    Mario  pass  alla  terza  lettera,  che  era una supplica come le
    precedenti, e diceva:
    "Signor Pabourgeot, elettore, negoziante di berretti all'ingrosso,
    via San Dionigi, sull'angolo della via ai Fers.
    Mi permetto di mandarvi questa lettera per pregarvi di  accordarmi
    il  favore  prezioso  delle  vostre simpatie e d'interessarvi a un
    uomo di letere che a  presentato  un  drama  al  Teatro  Francese.
    L'argomento    storico,  e l'azione accade nell'Alvernia ai tempi
    dell'impero; lo stile ne  naturale,  credo,  laconico e pu avere
    qualche merito.
    Vi sono in quattro punti delle strofette da cantare. Il comico, il
    serio  e  l'imprevisto  si uniscono alla variet dei caratteri e a
    una tinta di romanticismo sparsa legermente in  tutto  l'intreccio
    che camina misteriosamente,  e va, con peripezie impressionanti, a
    svilupparsi fra parechi colpi di scena strepitosi.
    Il mio scopo principale  di  sodisfare  il  desiderio  che  anima
    progressivamente  l'uomo  del nostro secolo,  vale a dire la moda,
    questa capricciosa e bizzarra banderuola che cambia quasi  a  ogni
    nuovo vento.
    Malgrado  queste  qualit  ho  motivo  di  temere  che la gelosia,
    l'egoismo degli autori privilegiati ottenga la mia escluscione dal
    teatro,  giacch non ignoro di quali  amarezze  sono  abeverati  i
    nuovi scrittori.
    Signor Pabourgeot,  la vostra giusta fama di protettore illuminato
    dei letterati m'incoraggia a mandarvi mia figlia,  che vi  esporr
    la  nostra  posizione  indigente,  mancando  di pane e di fuoco in
    questa  stagione  d'inverno.   Dirvi  che  vi  prego   d'accettare
    l'omaggio  che  desidero farvi del mio drama e di tutti quelli che
    far,   un provarvi quanto ambisco l'onore di ripararmi sotto  la
    vostra  egida,  e  d'ornare i miei scritti col vostro nome.  Se vi
    degnate onorarmi della pi modesta offerta,  m'occuper  subito  a
    comporre  una  poesia  per pagarvi il mio tributo di riconoscenza.
    Questa poesia che cercher di rendere perfetta per quanto mi  sar
    possibile vi sar spedita prima d'essere inserita in principio del
    drama e recitata sulla scena.
    Al Signore
    e alla Signora Pabourgeot
    I miei pi rispettosi omaggi.
    GENFLOT, letterato.
    P. S. Non fossero che quaranta soldi.
    Perdonatemi  se mando mia figlia e non mi presento in persona,  ma
    dei  tristi  motivi  di  toleta  non  mi  permettono,   ahim   di
    uscire...".
    Mario  apr  finalmente  la  quarta  lettera,  che  portava questo
    indirizzo: "Al  signore  benefico  della  chiesa  di  San  Giacomo
    d'Altopasso", e conteneva le linee seguenti:
    "Uomo benefico,
    Se  vi  degnate  accompagnare  mia  figlia,  vedrete  una calamit
    miserabile, e vi mostrer i miei certificati.
    All'aspetto di  questi  scritti  la  vostra  anima  generosa  sar
    commossa da un sentimento di sensibile benevolensa,  perch i veri
    filosofi provano sempre delle vive emosioni.
    Convenite,  uomo  compassionevole,  che  bisogna  provare  la  pi
    crudele  ristrettessa,  e che  cosa assai dolorosa,  per ottenere
    qualche sollievo,  il farlo attestare dall'autorit  come  se  non
    fossimo  liberi  di  sofrire  e  di morire d'inedia aspettando chi
    soccorra la nostra miseria. I destini sono molto fatale per taluno
    e troppo prodigo o troppo protettore per altri.
    Aspetto la vostra presenza o la vostra offerta,  se vi degniate di
    farla,  e  vi  prego  di voler gradire i rispettosi sentimenti coi
    quali m'onoro d'essere,
    uomo veramente magnanimo,  vostro  umilissimo  ed  obbedientissimo
    servitore
    P. FABANTOU, artista dramatico".
    Dopo la lettura di queste quattro lettere,  Mario ne sapeva quanto
    prima.  Innanzi  tutto  nessuno  dei  firmatari  dava  il  proprio
    indirizzo. Poi pareva che provenissero da quattro diverse persone,
    don Alvarez,  la Balizard, il poeta Genflot e l'artista drammatico
    Fabantou;  ma avevano questo di strano che  erano  scritte  tutt'e
    quattro con la stessa scrittura.
    Che  si  poteva  dedurne,  se  non  che provenivano dalla medesima
    persona?
    Inoltre,  cosa che rendeva pi  verosimile  la  congettura,  erano
    scritte  tutt'e  quattro  sulla  stessa  cartaccia  ingiallita dal
    tempo,  mandavano tutte lo stesso odore di tabacco,  e,  bench si
    fosse evidentemente cercato di variare lo stile, gli stessi errori
    di ortografia vi si ripetevano con una tranquilla precisione, e il
    letterato Genflot non ne andava pi immune del capitano spagnolo.
    Era  fatica  inutile sforzarsi di sciogliere quel piccolo mistero;
    se non fossero state carte trovate a caso,  c'era da credere a una
    mistificazione,  e  Mario  era troppo triste per prendere in buona
    parte uno scherzo del caso e prestarsi al gioco che pareva volesse
    fare con lui il lastrico della via.  Gli pareva di  fare  a  mosca
    cieca con quelle quattro lettere che si beffavano di lui.
    Nulla d'altronde dimostrava che quelle lettere appartenessero alle
    giovinette  incontrate sul boulevard: in definitiva erano cartacce
    senza valore.
    Le rimise nella busta, le gett in un angolo e si coric.
    Verso le sette del mattino, levatosi e fatta colazione,  stava per
    porsi al lavoro, quando ud bussare leggermente all'uscio.
    Non  possedendo  nulla,  non  chiudeva mai a chiave tranne qualche
    volta e molto di rado,  che aveva un lavoro  urgente.  Del  resto,
    anche quando usciva lasciava sempre la chiave nella toppa.
    - Vi deruberanno - gli diceva mamma Bougon.
    - Di che cosa? - rispondeva Mario.
    Fatto  sta  che  una volta gli rubarono un vecchio paio di scarpe,
    con grande giubilo della Bougon.
    Bussarono una seconda volta; leggermente come la prima.
    - Entrate!  -  disse Mario.
    L'uscio si apr.
    - Che volete, mamma Bougon? - riprese Mario senza alzare gli occhi
    dai libri e dai manoscritti che teneva sulla tavola. Una voce, che
    non era quella di mamma Bougon, rispose:
    - Perdonate, signore...
    Era una voce  sorda,  fessa,  strozzata,  stridula,  una  voce  da
    vecchio, arrochita dall'acquavite e dai liquori forti.
    Mario si volse con preoccupazione e vide una ragazza.

    4. UNA ROSA NELLA MISERIA.
    Una  ragazza  assai  giovane  stava  ritta tra la porta socchiusa.
    L'abbaino,  dal quale  veniva  la  luce,  era  proprio  di  fronte
    all'uscio,  e illuminava quella figura d'una luce livida.  Era una
    creatura sparuta, macilenta, scarna, con nulla pi della camicia e
    della gonnella su una nudit rabbrividente e gelida.  Per  cintura
    uno  spago,  e  un  altro  per  i capelli;  due scapole aguzze che
    uscivano  dalla  camicia,  un  pallore  biondo  e  linfatico,   le
    clavicole  terree,  le mani rosse,  la bocca semiaperta e sformata
    dai denti mancanti,  l'occhio smorto,  ardito e  basso,  le  forme
    d'una  fanciulla  non  ben  sviluppata  e lo sguardo d'una vecchia
    corrotta; cinquant'anni uniti ai quindici; una di quelle creature,
    che sono in pari tempo deboli e orribili, che fanno fremere se non
    fanno piangere.
    Mario s'era alzato e guardava alquanto  stupito  quella  creatura,
    simile alle ombre che attraversano i sogni.  Quello che pi faceva
    impressione,  era il fatto che la fanciulla non  pareva  nata  per
    esser  brutta;  anzi  nell'infanzia doveva essere stata bella.  La
    grazia  dell'et  lottava  ancora  contro  la  schifosa  vecchiaia
    anticipata  dalla  scostumatezza  e  dalla miseria,  e un resto di
    bellezza andava morendo su quel  viso  di  sedici  anni,  come  il
    pallido  sole  che  si  spegne  sotto  orride  nubi all'alba d'una
    giornata invernale.
    Quel volto non era completamente ignoto a Mario,  gli sembrava  di
    averlo gi visto altrove.
    - Che volete, signorina? - chiese.
    La fanciulla rispose con la sua voce da galeotto ubriaco:
    - Ho una lettera per voi, signor Mario.
    Lo chiamava per nome. Dunque non c'era dubbio che cercasse di lui;
    ma chi era quella ragazza, e come faceva a conoscere il suo nome?
    Entr senza aspettare il permesso.  Entr risoluta, guardando, con
    una specie di sicurezza che faceva male al cuore tutta la camera e
    il letto disfatto. Aveva i piedi nudi,  alcuni larghi strappi alla
    gonnella  lasciavano  vedere le lunghe gambe e le magre ginocchia.
    Tremava dal freddo.
    Teneva  in  mano  una  lettera  che  consegn  a   Mario.   Questi
    nell'aprirla  not  che  l'ostia,  larga  ed  enorme,  era  ancora
    bagnata;  il messaggio dunque non poteva venire di molto  lontano.
    Lesse:
    "Mio amabile vicino, giovinotto!
    Ho  saputo  della  vostra  bont  per me e che avete pagato la mia
    pigione sei mesi fa.  Vi benedico,  giovinotto.  La maggiore delle
    mie figlie vi dir che siamo senza un pezzo di pane da due giorni,
    quattro persone,  e la mia consorte amalata.  Se non m'inganno nel
    mio pensiero credo dover sperare  che  il  vostro  cuore  generoso
    s'umanizer  a  questa esposizione,  e vi soggiocher il desiderio
    d'essermi propizio degnandovi prodigarmi  un  leggiero  beneficio.
    Sono  cola  distinta  considerazione  che  si  deve ai benefattori
    delI'umanit,
    JONDRETTE.
    P. S. Caro signor Mario, mia figlia aspetter i vostri ordini".
    Questa lettera,  in mezzo alla confusa avventura  che  preoccupava
    Mario  dalla  sera  precedente,  fu una candela in un sotterraneo.
    Tutto si illumin d'un tratto.
    La  lettera  proveniva  dalla  stessa  persona.   Era  la   stessa
    scrittura,  uguali lo stile, l'ortografia, la carta e il fetore di
    tabacco.
    Erano cinque lettere, cinque storie, cinque nomi, cinque firme,  e
    un solo firmatario.  Il capitano spagnolo don Alvarez,  l'infelice
    mamma Balizard,  il poeta drammatico Genflot e il  vecchio  comico
    Fabantou  si  chiamavano  tutti  e  quattro  Jondrette,   se  pure
    Jondrette stesso si chiamava Jondrette.
    Bench Mario abitasse nella topaia da molto  tempo,  aveva  avuto,
    l'abbiamo   gi  detto,   rarissime  occasioni  di  vedere,   anzi
    d'intravedere quel suo infimo vicinato. Aveva la mente altrove,  e
    dove    la  mente   lo sguardo.  Aveva dovuto,  pi d'una volta,
    incontrare i Jondrette nel corridoio o per la scala;  ma erano per
    lui  come  ombre  fugaci,  alle  quali  aveva prestato cos scarsa
    attenzione,  che la sera avanti aveva urtato sul boulevard le  due
    ragazze Jondrette senza riconoscerle;  evidentemente erano loro, e
    a stento quella entrata nella sua camera aveva svegliato  in  lui,
    attraverso  il  disgusto e la piet,  un confuso ricordo di averla
    incontrata altrove.
    Ora vedeva tutto chiaramente;  capiva che il suo vicino Jondrette,
    nella sua miseria, s'era dato all'industria di sfruttare la carit
    delle  persone  benefiche;  che  si  procurava degli indirizzi,  e
    scriveva,  con finti  nomi,  a  persone  che  supponeva  ricche  e
    pietose, delle lettere che faceva recapitare dalle proprie figlie,
    a  loro rischio e pericolo.  Infatti quel padre era arrivato a tal
    punto da esporre le proprie figliole;  giocava col destino,  e  le
    metteva  nel gioco.  Giudicando dalla loro fuga del giorno avanti,
    dal loro respiro affannoso,  dal loro terrore e  dalle  parole  in
    gergo  che  aveva  udito,  Mario  comprendeva che,  probabilmente,
    quelle sventurate esercitavano chi sa quali altri mestieri,  e che
    da  tutto  questo,  in  mezzo alla societ umana cos com' fatta,
    erano venute fuori due  miserabili  creature,  che  non  erano  n
    bambine  n giovinette n donne,  ma una specie di mostri impuri e
    innocenti, fungati dalla miseria.
    Tristi creature senza nome, senza et,  senza sesso,  per le quali
    non    pi  possibile  n  il  bene n il male,  e che all'uscire
    dall'infanzia non hanno pi nulla al mondo, n libert,  n virt,
    n responsabilit.  Anime sbocciate ieri ma oggi appassite, simili
    ai fiori che cadono nelle vie e che tutte le pillacchere sciupano,
    in attesa che una ruota li schiacci.
    Intanto, mentre Mario fissava sulla giovinetta uno sguardo stupito
    e addolorato,  questa passeggiava su e gi per  la  stanzetta  con
    un'audacia  da  spettro,  e  si  dimenava senza preoccuparsi della
    propria nudit: ogni tanto,  la  camicia  slacciata  e  lacera  le
    ricadeva fin quasi alla cintura.
    Muoveva  le  sedie,  spostava  gli  oggetti  da  toletta posti sul
    canterano, toccava gli abiti di Mario e frugava negli angoli.
    - Toh! - disse. - Avete uno specchio!
    Canterellava, come se fosse sola, pezzi di vaudevilles, ritornelli
    giocosi,  che la sua voce gutturale e rauca  rendeva  lugubri.  Da
    quell'arditezza trapelava un non so che di sforzato,  d'inquieto e
    di umiliato. La sfrontatezza  una vergogna.
    Non c'era niente di pi triste che vederla dimenarsi  e  per  cos
    dire  svolazzare  nella  camera,  coi moti d'un uccello spaventato
    dalla luce o che abbia un'ala ferita.  Si  sentiva  che  in  altre
    condizioni di educazione e di destino, il piglio disinvolto e gaio
    di  quella fanciulla avrebbe potuto essere qualche cosa di dolce e
    di grazioso.  Tra gli animali,  la creatura nata  per  essere  una
    colomba non si cambia mai in una strige: tra gli uomini questo non
    accade.
    Mario, immerso nei suoi pensieri, la lasciava fare.
    Essa si avvicin alla tavola.
    - Ah! - disse - dei libri!
    Un  lampo  le  balen  nell'occhio  vitreo;  poi,  con un tono che
    esprimeva la contentezza di potere anche lei vantarsi  di  qualche
    cosa,  contentezza  a  cui  nessuna  creatura umana  insensibile,
    riprese:
    - Anch'io so leggere.
    Prese  il  libro  aperto   sulla   tavola   e   lesse   abbastanza
    correttamente:
    "...  Il  generale  Baudlun  ebbe  ordine  di  assalire coi cinque
    battaglioni della sua brigata il castello d'Hougomont,  che sta in
    mezzo alla pianura di Waterloo...".
    - Ah Waterloo!  So cos'. Una volta c' stata una battaglia; c'era
    mio padre.  Mio padre ha prestato  servizio  nell'esercito.  Siamo
    grandi bonapartisti, noi, sapete! Waterloo fu contro gli inglesi.
    Pos il libro e, presa una penna, esclam:
    - E so anche scrivere!
    Intinse la penna nell'inchiostro, e volgendosi a Mario:
    - Volete vedere? Ecco, scriver una frase cos, per prova. E senza
    dargli  il  tempo  di  rispondere,  scrisse  su un foglio di carta
    bianca che stava in mezzo alla tavola:
    "Ci sono i cognes".
    Poi, gettando la penna:
    - Non ci sono  errori  di  ortografia,  osservate.  Abbiamo  avuto
    un'educazione,  mia  sorella  e io,  e non siamo state sempre come
    adesso. Non eravamo nate per...
    Qui s'interruppe, fiss la sua pupilla spenta su Mario,  e scoppi
    a  ridere  dicendo,  con un accento che conteneva tutte le angosce
    soffocate da tutti i cinismi: -Mah!
    E si mise a canterellare su un allegro motivo queste parole:
    "Pap, ho fame,
    niente da mangiare.
    Mamma, ho freddo,
    niente vestiti.
    Trema, Loletta!
    Piangi, Giacomino!"
    Appena terminata la strofa, chiese:
    - Non andate mai a teatro, signor Mario? Io s. Ho un fratello pi
    piccolo che  amico degli artisti e delle volte mi d i biglietti.
    Per, non mi piacciono i banchi della galleria: ci si sta stretti,
    ci si sta male; e delle volte c' gente grossolana,  e anche gente
    che puzza.
    Quindi guard Mario con un'aria strana, dicendogli:
    - Sapete, signor Mario, che siete un bel giovane?
    E venne a tutti e due lo stesso pensiero, che fece sorridere l'una
    e arrossire l'altro.
    - Voi non vi curate di me,  ma io,  signor Mario,  vi conosco.  Vi
    incontro qui sulla scala,  e  poi  vi  vedo  entrare  da  un  tale
    chiamato  pap  Mabeuf,  che sta dalla parte d'Austerlitz,  quelle
    volte che vado a spasso di  l.  Vi  stanno  benissimo  i  capelli
    arruffati.
    La  sua  voce  cercava di essere dolce,  ma riusciva solo a essere
    molto bassa.  Buona parte delle parole si smarrivano nel passaggio
    dalla laringe alle labbra,  come in un clavicembalo a cui manchino
    delle corde.
    Mario indietreggi piano piano.
    - Signorina - disse con la sua fredda gravit. - Ho un involto che
    credo vi appartenga: permettetemi di restituirvelo.  - E le  porse
    la busta che conteneva le quattro lettere.
    Essa batt le mani, esclamando:
    - L'abbiamo cercata da per tutto.
    Quindi afferrata la busta, l'apr dicendo:
    - Perbacco!  l'abbiamo tanto cercata, mia sorella ed io! E l'avete
    trovata voi! Sul boulevard, vero? E' stato sul boulevard? Certo, 
    caduta quando ci siamo messe a correre.  Fu quella bambocciona  di
    mia sorella a commettere la sciocchezza.  Arrivate a casa,  non la
    trovammo pi, e, siccome non volevamo pigliare botte,  perch sono
    inutili,  del  tutto inutili,  assolutamente inutili,  dicemmo che
    avevamo recapitato le  lettere  alle  persone,  e  che  queste  ci
    avevano risposto "nix"!  Eccole qua,  le povere lettere! E da cosa
    vi siete accorto che erano mie?  Ah!  gi,  la scrittura!  Eravate
    dunque voi che urtammo,  passando ieri sera!  Non ci si vedeva. Io
    chiesi a mia sorella: E' forse un signore? e lei mi rispose: Credo
    di s.
    Frattanto aveva aperto la supplica diretta: "al  signore  benefico
    della chiesa di San Giacomo d'Altopasso".
    -  Ah!  -  disse  -  quella diretta al vecchio che va alla messa.
    Appunto,   questa l'ora.  Corro a  portargliela,  forse  ci  dar
    qualcosa per far colazione.
    Poi si mise a ridere, aggiungendo:
    -  Sapete  cosa  avviene  se oggi facciamo colazione?  Avviene che
    avremo la colazione di ieri l'altro, il pranzo di ieri l'altro, la
    colazione  di  ieri,  il  pranzo  di  ieri,  tutti  in  una  volta
    stamattina. Toh! perbacco! e se non siete contenti, crepate cani!
    Queste  parole  fecero ricordare a Mario quello che la disgraziata
    era andata a cercare da lui.
    Frug nel taschino e non trov niente.
    La fanciulla continuava e sembrava parlare  senza  aver  coscienza
    della presenza di Mario:
    - Talvolta,  la sera,  me ne vado e non torno a casa. Nell'inverno
    passato, prima d'abitare qui,  dimoravo sotto le arcate dei ponti:
    ci  stringevamo  l'una  all'altra per non gelare.  Mia sorella pi
    piccola  piangeva.   Com'  triste  l'acqua!   Quando  pensavo  ad
    annegarmi,  dicevo: No,  troppo fredda. Me ne vado da sola quando
    voglio,  e delle volte  dormo  nei  fossati.  Quando  cammino  sul
    boulevard, sapete, di notte, vedo gli alberi che paiono forche, le
    case nere nere,  grosse come le torri di Notre-Dame, mi pare che i
    muri bianchi siano i fiumi e dico tra me: Ecco l'acqua!  Le stelle
    mi  sembrano  fanali  illuminati,  si  direbbe che fumino e che il
    vento le spenga;  rimango sbalordita,  come se avessi dei  cavalli
    che  mi  soffino  nell'orecchio,  e quantunque sia notte,  mi pare
    d'udire il suono degli organini, lo stridio dei filatoi,  e che so
    io.  Mi  sembra  che  mi  scagliano dei sassi,  fuggo senza sapere
    perch, e tutto gira, tutto gira.  E' una cosa curiosa,  quando si
    ha lo stomaco vuoto.
    E lo guard con aria smarrita.
    Dopo  un  lungo  ricercare  e  rovistare  nelle tasche,  Mario era
    riuscito a mettere insieme cinque franchi e sedici soldi,  che  in
    quel momento formavano tutta la sua ricchezza.
    -  Ecco assicurato il mio pranzo d'oggi - pens tra s.  - Poi per
    domani provvederemo.  - E rintascati i sedici  soldi,  diede  alla
    fanciulla i cinque franchi.
    Lei prese il denaro, dicendo:
    - Bene! C' il sole!
    E  come  se il sole avesse avuto la propriet di provocare nel suo
    cervello una valanga di gergo furbesco, prosegui:
    - Cinque franchi!  che bello!  un monarca!   una cosa  magnifica!
    siete  un  buon  ragazzo!  Vi d tutto il mio cuore!  Bravo,  viva
    l'allegria! Due giorni di cuccagna! E la carne!  e il companatico!
    si manger gagliardamente! e che bella allegria!
    Si rialz la camicia sulle spalle,  fece prima un saluto profondo,
    poi un cenno familiare con la mano,  e s'incammin verso la  porta
    dicendo:
    - Buon giorno, signore. Fa lo stesso. Vado dal mio vecchio.
    Nel passare,  vide sul canterano una crosta di pane disseccata che
    ammuffiva nella polvere; l'afferr e l'addent.
    - E' buono!  duro! mi rompe i denti!

    5. LO SPIONCINO DELLA PROVVIDENZA.
    Da cinque anni,  Mario viveva  nella  povert,  nelle  privazioni,
    spesso  anche nell'angustia;  ma not che non aveva mai conosciuto
    la vera miseria.
    La vera miseria,  l'aveva vista un momento prima: era quella larva
    passata  sotto  i  suoi  occhi.  Chi  ha visto soltanto la miseria
    dell'uomo non ha visto nulla;  bisogna vedere quella della  donna;
    chi  ha  visto  solo  la  miseria  della donna non ha visto nulla;
    bisogna vedere quella del fanciullo.
    Quando l'uomo  arrivato agli estremi,  arriva in pari tempo  alle
    ultime  risorse.  Guai  allora  agli  esseri  senza  difesa che lo
    circondano! Il lavoro, il salario, il pane, il coraggio e la buona
    volont, tutto gli viene meno insieme. La luce del giorno pare che
    si spenga di fuori,  e la luce morale  si  spegne  di  dentro;  in
    quelle  ombre,  l'uomo  incontra  la  debolezza  della donna e del
    fanciullo e le piega violentemente all'ignominia.
    Allora tutti gli orrori diventano  possibili.  La  disperazione  
    circondata da fragili siepi,  al di l delle quali stanno il vizio
    e il delitto. La salute, la giovent, l'onore, le sante e selvagge
    delicatezze della carne ancor  fresca,  il  cuore,  la  verginit,
    quell'epidermide  dell'anima  che    il pudore sono sinistramente
    maneggiati da quel brancolamento in cerca di risorse, che incontra
    l'obbrobrio  e  vi  si  adatta.  Padri,  madri,  figli,  fratelli,
    sorelle,   uomini,   donne,  fanciulle  si  riuniscono,  quasi  si
    aggregano,  come  una  formazione  minerale,  in  quella  nebbiosa
    promiscuit  di  sessi,   di  parentele,   di  et,   d'infamie  e
    d'innocenze. Si aggomitolano,  addossati gli uni agli altri in una
    specie di destino-catapecchia, e si guardano tra loro malinconici.
    Sventurati!  Come  sono  pallidi!  come  sentono freddo!  Pare che
    vivano in un pianeta assai pi lontano del nostro dal sole.
    Quella ragazza fu per Mario come una messaggera delle tenebre. Gli
    rivel tutto un aspetto orribile della notte.
    Il giovane quasi si rimprover le preoccupazioni  di  sogno  e  di
    passione,  che  gli avevano impedito fino a quel giorno di gettare
    uno sguardo sui suoi vicini.  L'aver pagato la  loro  pigione  era
    stato  un  atto  macchinale,  che chiunque altro avrebbe compiuto,
    mentre lui avrebbe dovuto fare di meglio. E che?  Un semplice muro
    lo   divideva   da  quelle  creature  abbandonate,   che  vivevano
    brancolando nella notte,  separate dagli altri  viventi;  egli  le
    rasentava,  era  quasi l'ultimo anello della catena umana che esse
    toccavano,  le sentiva vivere o piuttosto rantolare al suo fianco,
    e non ci badava!  Ogni giorno,  momento per momento, attraverso la
    parete,  le sentiva muovere,  andare,  venire,  parlare,  e non le
    ascoltava!  in  quelle  parole c'erano dei gemiti,  ed egli non li
    udiva neppure!  Il suo pensiero era altrove,  dietro ai  sogni,  a
    splendori impossibili,  ad amori aerei, a follie; e intanto quelle
    creature umane, suoi fratelli in Cristo, suoi fratelli nel popolo,
    gli  agonizzavano  accanto!   agonizzavano  invano!   Anzi,   egli
    contribuiva  ad  aggravare  la  loro sventura;  perch se avessero
    avuto un altro vicino,  un vicino meno chimerico e pi  sollecito,
    un uomo ordinario e caritatevole,  evidentemente la loro indigenza
    sarebbe stata osservata,  i loro  segnali  di  pericolo  sarebbero
    stati scorti,  e forse gi da lungo tempo sarebbero stati raccolti
    e salvati! Certo, gli parevano molto depravati, corrotti, avviliti
    e persino odiosi;  ma ben  pochi  sono  quelli  che  cadono  senza
    degradarsi;  e d'altronde c' un punto in cui gli sventurati e gli
    infami si mescolano e si confondono in  una  sola  parola,  parola
    fatale:  i  miserabili.  Di  chi  la colpa?  E poi,  la carit non
    dev'essere tanto pi grande quanto pi profonda  la caduta?
    Mentre si faceva questo sermone,  perch c'erano dei casi  in  cui
    Mario,  come tutti i cuori veramente onesti, era il pedagogo di se
    stesso  e  si  faceva  pi  rimproveri  che  non  meritasse,  egli
    esaminava  il  muro che lo divideva dai Jondrette,  come se avesse
    potuto  far  passare  il  suo  sguardo  pieno  di   commiserazione
    attraverso   quella   parete   e   mandarlo  a  riscaldare  quegli
    sciagurati. La parete era formata da un sottile strato di gesso su
    assicelle  e  correnti,   che,   come  abbiamo   detto,   lasciava
    distinguere  perfettamente  le  parole  e  le  voci.  Ci voleva un
    sognatore come Mario per non essersene ancora accorto.
    Niente carta incollata al muro, n dalla parte dei Jondrette n da
    quella di Mario;  se ne vedeva a nudo la rozza costruzione.  Senza
    quasi  averne  coscienza,  il  giovane  esaminava  quel  tramezzo.
    Talvolta fantasticando si esamina,  si osserva e si scruta come si
    farebbe  pensando.  A  un  tratto  si  alz: aveva notato in alto,
    presso  il  soffitto,   un  foro  triangolare  risultante  da  tre
    assicelle  che lasciavano un vuoto tra loro.  Il gesso che avrebbe
    dovuto otturare quel vuoto era caduto e,  salendo  sul  canterano,
    attraverso quell'apertura,  si poteva guardare nella stamberga dei
    Jondrette.  La commiserazione ha e deve avere  la  sua  curiosit:
    quel  buco  era  una  specie  di  spioncino.  E'  lecito spiare la
    sventura per soccorrerla.
    - Vediamo che gente sono - pens Mario - e a che punto si trovano!
    Sal sul cassettone, avvicin l'occhio alla fessura e guard.

    6. L'UOMO BELVA NEL COVO.
    Le citt, come le foreste, hanno i loro antri,  in cui si nasconde
    quanto hanno di peggio e di pi temibile.  Se non che,  gli esseri
    che in tal modo si nascondono nelle citt sono feroci,  immondi  e
    piccoli,  vale a dire brutti,  mentre quelli che si nascondono nei
    boschi sono feroci, selvaggi e grandi, vale a dire belli. Covo per
    covo, quelli delle belve sono da preferirsi a quelli degli uomini.
    Le caverne valgono pi delle stamberghe.
    Quella che Mario vedeva era una stamberga.
    Mario era povero e la sua camera era meschina,  per come  la  sua
    povert  era dignitosa,  cos la sua topaia era pulita.  Invece la
    stamberga,  in cui in quel momento affondava il suo  sguardo,  era
    abietta,  sporca,  fetida,  infetta, tenebrosa, sordida. Gli unici
    mobili erano una sedia di  paglia,  una  tavola  sconnessa,  pochi
    vecchi  cocci,  e  nei due angoli due giacigli indescrivibili;  la
    luce vi penetrava  soltanto  da  un  abbaino  con  quattro  vetri,
    coperti di ragnatele.  Ci penetrava tanta luce quanta basta a fare
    apparire come uno spettro il volto d'un uomo. Le pareti avevano un
    aspetto lebbroso,  ed erano coperte di rappezzi  e  di  cicatrici,
    come  un  viso  sfigurato  da un'orribile malattia.  Ne gocciolava
    un'umidit  cisposa,   e  si  distinguevano  dei  disegni   osceni
    tratteggiati rozzamente col carbone.
    La camera di Mario aveva un pavimento di mattoni rovinati, l'altra
    invece non aveva n ammattonato n tavolato, e si camminava su uno
    strato  di  calce  diventato  nero  per  il  calpestio.  Sul suolo
    ineguale, dove la polvere s'era quasi incrostata,  e che aveva una
    sola    verginit,    quella   della   scopa,    si   aggruppavano
    capricciosamente delle costellazioni di vecchie paia di scarpe, di
    ciabatte e di orribili cenci.  Per  quella  camera  possedeva  un
    camino;  motivo  per  cui  l'appigionavano  per  quaranta  franchi
    all'anno.  E in quel focolare c'era un po' di tutto: un  fornello,
    una marmitta, delle assi in pezzi, degli stracci appesi ai chiodi,
    una gabbia per uccelli, della cenere, e anche un po' di fuoco; due
    tizzoni vi fumavano tristemente.
    La  vastit  di  quella  stamberga ne accresceva l'orrore: c'erano
    sporgenze, spigoli, buchi neri, seni e promontori;  ne risultavano
    orribili   cantucci   insondabili,   nei  quali  pareva  dovessero
    rannicchiarsi dei ragni  grossi  come  un  pugno,  dei  millepiedi
    larghi  come  un  piede  e  fors'anche chi sa che mostruosi esseri
    umani.
    Uno dei giacigli era presso la porta,  l'altro presso la finestra:
    tutti e due arrivavano con un'estremit fino al camino,  di fronte
    a Mario.
    In un angolo vicino al foro da cui Mario guardava,  pendeva  dalla
    parete, in una cornice di legno nero, un'incisione colorata, sotto
    la quale era scritto in grosse lettere: "Il sogno".  Rappresentava
    una  donna  che  dormiva  con  un  fanciullo  addormentato   sulle
    ginocchia,  un'aquila in una nube,  con nel becco una corona, e la
    donna allontanava la  corona  dal  capo  del  fanciullo  ma  senza
    svegliarsi.  In fondo Napoleone, in una raggiera, stava appoggiato
    a una colonna di  color  turchino  carico  col  capitello  giallo,
    ornata di questa iscrizione:
    Maringo
    Austerlitz
    Iena
    Wagramme
    Elot.
    Sotto  la  cornice  una  specie  di  pannello oblungo di legno era
    posato a terra e inclinato verso il muro; pareva un quadro voltato
    in  dentro,   probabilmente   un'intelaiatura   scarabocchiata   o
    un'impannata  staccata  dal  muro  e  dimenticata  l in attesa di
    essere riattaccata.
    Accanto alla tavola,  sulla quale  Mario  scorgeva  una  penna  un
    calamaio e della carta,  era seduto un uomo di circa sessant'anni,
    piccolo,  magro,  livido,  torvo,  la  faccia  astuta,  crudele  e
    inquieta; uno schifoso briccone.
    Lavater,  se  avesse  esaminato  quel  volto,  vi  avrebbe trovato
    frammischiati l'avvoltoio e il leguleio,  l'uccello  di  rapina  e
    l'uomo  azzeccagarbugli  che  s'imbruttivano  e  si completavano a
    vicenda: il leguleio che rende ignobile l'uccello rapace, e questo
    che rende orribile il leguleio.
    Quell'uomo aveva una lunga barba grigia,  e indossava una  camicia
    da  donna,  che lasciava vedere il petto villoso e le braccia irte
    di peli grigi;  sotto la camicia,  si notava un  paio  di  calzoni
    pieni di patacche e le scarpe da cui uscivano le dita dei piedi.
    Teneva  la  pipa  in  bocca  e  fumava;  non  c'era pi pane nella
    stamberga, ma c'era tabacco.
    Scriveva,  probabilmente qualche lettera  come  quella  che  Mario
    aveva letto.
    Sopra  un  angolo  della  tavola  stava un vecchio libro rossastro
    scompaginato, che,  dal formato,  l'antico dodicesimo in uso nelle
    sale  di  lettura,  faceva  capire  che si trattava di un romanzo.
    Sulla copertina si leggeva  in  grosse  maiuscole  questo  titolo:
    "Dio, il re, l'onore e le dame, di Ducray Duminil, 1814".
    Mentre  scriveva,  l'uomo  parlava  ad alta voce,  sicch Mario ne
    udiva le parole:
    - Non c' uguaglianza nemmeno dopo morte! Guardate un po' il Pre-
    Lachaise!  I grandi,  i ricchi stanno in  alto,  nel  viale  delle
    acacie  che    lastricato,  e  ci si pu accedere in carrozza;  i
    miseri,  i poveri,  gli sfortunati,  eh s!  li cacciano in basso,
    dove il fango arriva alle ginocchia, nelle buche, nell'umidit. Li
    buttano  l  perch facciano pi presto a imputridire!  Non si pu
    andarli a visitare, senza sprofondare nella melma.
    Qui  si  arrest,   batt  il  pugno  sulla  tavola  e  soggiunse,
    digrignando i denti:
    - Ah! mi mangerei il mondo!
    Una  donna  molto  grossa,   che  poteva  avere  indifferentemente
    quarant'anni o cento,  stava accoccolata  accanto  al  camino  sui
    calcagni nudi.
    Anche  lei era vestita soltanto d'una camicia e di una gonnella di
    tela rappezzata  con  vecchio  panno,  nascosta  per  met  da  un
    grembiale  di  grossa  tela.  Bench  piegata e raggomitolata,  si
    vedeva che era di statura molto alta,  una specie di gigantessa in
    confronto al marito. Aveva orribili capelli rossicci e brizzolati,
    che  rimuoveva  di  tanto  in tanto con le sue enormi mani sporche
    dalle unghie piatte.
    Vicino,  posato a terra,  aperto,  c'era un  volume  del  medesimo
    formato dell'altro e probabilmente dello stesso romanzo.
    Sopra  uno  dei  giacigli,  Mario intravedeva seduta una specie di
    ragazzetta lunga e pallida, quasi nuda, e coi piedi penzoloni, che
    non dava segno n d'ascoltare, n di vedere, n di vivere.
    Era certo la sorella minore di  quella  venuta  da  lui.  Mostrava
    undici  o dodici anni,  ma esaminandola attentamente si capiva che
    ne aveva non meno di quindici.  Era la ragazza che la  sera  prima
    sul boulevard diceva: - Ho galoppato, galoppato, galoppato!
    Apparteneva  a  quella  natura  stentata,  che  rimane  a lungo in
    ritardo,   e  poi  si  sviluppa  rapidamente   e   all'improvviso.
    L'indigenza  produce  queste tristi piante umane: creature che non
    hanno n infanzia n adolescenza,  che a quindici anni ne mostrano
    dodici,  e  a  sedici  pare che ne abbiano venti,  oggi ragazzine,
    domani donne.  Si direbbe che percorrono la vita a  lunghi  passi,
    per  farla  pi  presto.  In  quel momento,  quella creatura aveva
    l'aspetto di una bambina.
    Nella stamberga non si notava alcun lavoro, non un telaio,  non un
    filatoio, non un arnese qualunque; in un angolo pochi ferri vecchi
    di dubbio aspetto. C'era quella cupa pigrizia che tien dietro alla
    disperazione e precede l'agonia.
    Mario rest qualche tempo a considerare quel lugubre interno,  pi
    spaventoso di quello d'una tomba,  perch vi  si  sentiva  muovere
    l'anima umana e palpitare la vita.
    La  stamberga,  la  cantina,  il  sotterraneo  dove  certi  poveri
    strisciano nella parte pi bassa dell'edificio sociale,  non  sono
    precisamente  il sepolcro,  ma ne sono l'anticamera;  e al pari di
    certi ricchi che sfoggiano le maggiori magnificenze nell'atrio del
    loro palazzo, pare che la morte, la quale  l accanto, esponga in
    quella anticamera le sue pi grandi miserie.
    L'uomo taceva,  la donna non  parlava,  la  fanciulla  pareva  non
    respirasse; si sentiva soltanto il raspar della penna sulla carta.
    L'uomo borbott, senza smettere di scrivere: - Canaglia, canaglia,
    sono tutti canaglie!
    Questa  variante all'epifonema di Salomone strapp un sospiro alla
    donna.
    - Piccolo mio, calmati - disse. - Non farti cattivo sangue,  caro.
    Sei troppo buono, marito mio, a scrivere a tutta quella gente!
    Nella  miseria,  i  corpi  si  stringono gli uni agli altri,  come
    quando  fa  freddo,  ma  i  cuori  si  allontanano.   Stando  alle
    apparenze, quella donna aveva dovuto amare quell'uomo con tutta la
    capacit  d'amare  che era in lei;  ma probabilmente l'amore s'era
    spento fra i rimproveri quotidiani e  reciproci  della  spaventosa
    privazione  che  pesava  su tutti.  Dell'affetto per il marito non
    rimanevano in lei che le ceneri.  Tuttavia,  come spesso  avviene,
    gli  appellativi  smorfiosi  erano  sopravvissuti,  e  lei diceva:
    "Piccolo mio, caro, marito mio", eccetera, con la bocca, mentre il
    cuore taceva.
    L'uomo s'era rimesso a scrivere.

    7. STRATEGIA E TATTICA.
    Mario,  col cuore oppresso,  stava per scendere da  quella  specie
    d'osservatorio  improvvisato,  quando  un  rumore  richiam la sua
    attenzione e lo fece rimanere al suo posto.
    La porta della stamberga si apr  con  violenza  e  apparve  sulla
    soglia la figlia maggiore.
    Portava  ai  piedi  due  scarpacce  da  uomo  imbrattate di fango,
    schizzato fin sulle  rosse  caviglie;  era  coperta  d'un  vecchio
    scialle  a  brandelli  che Mario non le aveva visto un'ora prima e
    che lei probabilmente aveva deposto  fuori  l'uscio  per  ispirare
    maggior piet,  per poi riprenderlo all'uscita. Entr, richiuse la
    porta, si ferm per riprendere fiato, perch tutta affannata,  poi
    grid con un'espressione di trionfo e di gioia:
    - Viene!
    Il  padre  volse  gli occhi,  la madre volse la testa,  la sorella
    minore invece non si mosse.
    - Chi? - chiese il padre.
    - Il signore.
    - Il filantropo?
    - S.
    - Della chiesa di San Giacomo?
    - S.
    - Quel vecchio?
    - S.
    - E viene?
    - Mi segue.
    - Ne sei sicura?
    - Altro che!
    - Viene, davvero?
    - Viene in vettura.
    - In vettura? Ma  un Rotschild!
    Il padre si alz.
    - Come fai a esserne sicura? Se viene in carrozza, come hai potuto
    giungere prima di lui?  Gli hai dato l'indirizzo esatto?  gli  hai
    detto che  l'ultima porta a destra in fondo al corridoio?  Purch
    non si sbagli!  L'hai dunque trovato in chiesa?  ha letto  la  mia
    lettera? cosa t'ha detto?
    - Ih,  ih,  ih!  - rispose la figlia. - Come galoppi, vecchio mio!
    Ecco: sono entrata in chiesa;  l'ho trovato al suo  solito  posto,
    gli  ho  fatto  la riverenza e gli ho consegnato la lettera.  Egli
    l'ha letta e mi ha chiesto: Dove  abitate,  figliola  mia?  Io  ho
    detto: Signore,  vi condurr io. No, ha risposto, datemi il vostro
    indirizzo; mia figlia ha delle spese da fare; prender una vettura
    e arriver a casa vostra nello stesso tempo  che  ci  sarete  voi.
    Allora  gli  ho dato l'indirizzo.  Quando gli ho detto qual era la
    casa, mi  parso sorpreso ed esitante, poi ha detto: Fa lo stesso,
    verro!  Terminata la messa,  l'ho visto uscire di  chiesa  con  la
    figlia  e  salire tutt'e due in vettura.  Gli ho detto chiaramente
    che era l'ultimo uscio, a destra, in fondo al corridoio.
    - E chi ti dice che verr?
    - Ho visto la vettura che arrivava dalla via  del  Petit-Banquier;
    per questo mi sono messa a correre.
    - Come fai a sapere che  la stessa vettura?
    - Oh bella! ne avevo notato il numero: il 440.
    - Bene, sei una ragazza intelligente.
    La  figlia  guard arditamente il padre,  e mostrandogli le scarpe
    che portava ai piedi:
    - Una ragazza intelligente,   possibile;  per vi  dico  che  non
    metter pi queste scarpe,  e che non voglio pi saperne, prima di
    tutto per la salute,  e poi per  la  pulizia.  Non  c'  cosa  pi
    irritante delle suole inzuppate che fanno zi, zi, zi, per tutta la
    via. Preferisco andare a piedi nudi.
    -  Hai  ragione!  -  rispose  il padre con un tono di dolcezza che
    contrastava con l'asprezza della figlia.  - Ma  stato perch  non
    t'avrebbero lasciato entrare in chiesa, dove anche i poveri devono
    avere  le  scarpe.  Non  si va a piedi nudi in casa del buon Dio -
    aggiunse  amaramente.   Poi,   ritornando   all'oggetto   che   lo
    preoccupava: - Dunque sei sicura, ma proprio sicura che viene?
    - L'ho quasi alle calcagna - rispose la fanciulla.
    L'uomo si rizz in piedi, col volto, per cos dire, illuminato.
    - Moglie!   - esclam.. - Hai sentito? Viene il filantropo. Spegni
    il fuoco.
    La donna attonita non si mosse.
    Allora,  egli,  con l'abilit d'un saltimbanco,  afferr un  orcio
    slabbrato che stava sul camino e gett l'acqua sui tizzoni.
    Poi volgendosi alla figlia minore:
    - Tu, spaglia la sedia!
    La fanciulla non capiva.
    Egli afferr la sedia,  e con un colpo di tacco, facendovi passare
    la gamba dentro, ne fece una sedia spagliata.
    Mentre ritirava la gamba, chiese alla fanciulla:
    - Fa freddo?
    - Freddissimo, nevica.
    Il padre allora,  volgendosi alla figlia minore che era sul  letto
    vicino alla finestra, le grid con voce tonante:
    - Presto! gi dal letto, fannullona! Stai sempre l a far niente!
    Rompi un vetro!
    La fanciulla salt gi dal letto, tremando.
    - Rompi un vetro! - ripet.
    Ma l'altra rimaneva perplessa.
    - Capisci? - ripet il padre. -Ti dico di rompere un vetro!
    La  fanciulla,  con una specie di obbedienza terrorizzata si rizz
    sulla punta dei piedi e dette un pugno in un vetro, che si ruppe e
    cadde con grande fracasso.
    - Bene! - disse il padre.
    Era serio e aspro,  e percorreva rapidamente con gli  occhi  tutti
    gli angoli della stamberga.
    Pareva  un  generale che fa gli ultimi preparativi,  al momento di
    attaccare battaglia.
    La madre, che non aveva ancora detto una parola,  si alz e chiese
    con  voce  lenta  e  sorda,  cui  le parole pareva uscissero quasi
    congelate:
    - Che vuoi fare, caro?
    - Mettiti a letto - rispose l'uomo.
    Il suo tono non ammetteva replica:  la  donna  obbed,  buttandosi
    pesantemente su uno dei giacigli.
    Frattanto si sentiva singhiozzare in un angolo.
    - Cosa c'? - grid il padre.
    La figlia minore, senza uscire dall'ombra in cui era rannicchiata,
    mostr la mano insanguinata.
    Rompendo il vetro,  s'era ferita e se ne stava presso il giaciglio
    della madre piangendo in silenzio.
    Allora la madre si alz gridando:
    - Lo vedi,  le sciocchezze che  fai!  per  rompere  il  vetro  s'
    tagliata la mano.
    - Tanto meglio! - rispose. - Lo prevedevo.
    - Come, tanto meglio? - ripet la donna.
    - Silenzio!  - replic il padre.  - Sopprimo la libert di parola.
    Poi, lacerata la camicia della donna che indossava, ne strapp una
    striscia  di  tela  con  cui  avvolse  frettolosamente   la   mano
    insanguinata della fanciulla.
    Quindi volgendo l'occhio soddisfatto alla camicia stracciata:
    - E anche la camicia - disse. - Tutto questo fa buon effetto.
    Un  vento gelido fischiava attraverso il vetro rotto e invadeva la
    stanza;  la nebbia di fuori vi entrava e  vi  si  diffondeva  come
    un'ovatta biancastra confusamente sfioccata da dita invisibili.
    Dal vetro rotto si vedeva cadere la neve.  Il freddo,  promesso il
    giorno prima dal sole della  candelora,  era  infatti  venuto.  Il
    padre  gir  uno  sguardo  intorno  per  assicurarsi  di  non aver
    dimenticato nulla.  Prese una paletta e  butt  della  cenere  sui
    tizzoni bagnati, in modo da nasconderli completamente.
    Poi, rialzandosi ed appoggiandosi al camino:
    - Ora - disse - possiamo ricevere il filantropo.

    8. UN RAGGIO NEL COVO.
    La figlia maggiore si avvicin e pos la mano su quella del padre:
    - Tocca, come sono fredda! - disse.
    - Mah! - rispose il padre. - Ho molto pi freddo io.
    La madre grid impetuosa:
    - Hai sempre tutto pi degli altri tu! Anche il male.
    -  A  cuccia!  - disse l'uomo.  E le volse un'occhiata che la fece
    tacere.
    Successe un momento di silenzio.  La figlia maggiore ripuliva  dal
    fango,  con  aria  incurante,  l'orlo  dello  scialle.  La  minore
    continuava a singhiozzare; la madre le aveva preso la testa fra le
    mani e la copriva di baci, dicendole sotto voce:
    - Ti prego,  tesoro,  non sar nulla,  non  piangere:  se  no  fai
    arrabbiare tuo padre.
    - No!  - grid costui.  - Anzi, piangi, piangi pure!  cosa che fa
    bene.
    Poi, rivolgendosi di nuovo alla maggiore:
    - Ah!  ma insomma,  non viene!  e se non venisse?  avrei spento il
    fuoco,  sfondato  la  seggiola,  lacerato la camicia e spezzato il
    vetro per niente!
    - E ferita la piccina - mormor la madre.
    - Sapete - riprese il padre - che fa  un  freddo  cane  in  questa
    stamberga del diavolo?  E se quello non venisse!  Ecco, vedete, si
    fa aspettare;  e intanto dice tra  s:  Ebbene,  mi  aspetteranno!
    stanno l per questo! Come odio e come strozzerei con piacere, con
    gioia,  con entusiasmo,  e con soddisfazione questi ricchi!  tutti
    questi ricchi!  questi pretesi uomini caritatevoli,  che  fanno  i
    devoti,  che vanno a messa,  che se la fanno con la pretaglia, col
    chiericume,  e si  credono  superiori  a  noi,  e  poi  vengono  a
    umiliarci,  a portarci del pane e delle vesti,  che sono stracci e
    non valgono quattro soldi! Non  questo che voglio io,  masnada di
    canaglie, ma il denaro! Ah! denaro, mai! perch dicono che andremo
    a berlo,  che siamo ubriaconi e fannulloni! Ed essi? che cosa sono
    essi?  che sono stati a tempo loro?  Tanti ladri;  se  no  non  si
    sarebbero arricchiti.  Oh!  bisognerebbe prendere la societ per i
    quattro  angoli  della  tovaglia  e  buttar  tutto  per  aria.  Si
    fracasserebbe tutto,  pu darsi, ma almeno rimarremmo tutti a mani
    vuote,  e sarebbe gi un bel guadagno!  Ma  cosa  fa  dunque  quel
    grugno  del  tuo  signore  benefico?  Verr?  Forse  l'animale  ha
    dimenticato l'indirizzo! Scommetto che quel vecchio bestione...
    In quel momento s'ud battere un leggero colpo  all'uscio:  l'uomo
    vi  si  precipit  e  l'apr,  esclamando,  tra  profondi saluti e
    adorabili sorrisi:
    -  Entrate,   signore!   degnatevi  d'entrare,   mio  rispettabile
    benefattore, con la vostra graziosa signorina.
    Un  uomo  maturo  e  una  giovinetta  apparvero sulla soglia della
    stamberga.
    Mario era sempre al suo posto.  La commozione,  che prov in  quel
    momento sfugge al linguaggio umano. Era lei.
    Chiunque abbia amato,  conosce tutti gli splendidi significati che
    si contengono nelle tre lettere di questa parola: lei.
    Era proprio lei.
    Mario la distingueva appena, attraverso il velo luminoso che s'era
    a un tratto diffuso sui suoi occhi.
    Era quella la dolce creatura assente,  l'astro che  per  sei  mesi
    aveva brillato ai suoi sguardi, era quella pupilla, quella fronte,
    quella   bocca,   quel  bel  viso  che  aveva  fatto  le  tenebre,
    scomparendo. La visione eclissata riappariva!
    Riappariva in quell'ombra,  in quella stamberga,  in quel  tugurio
    deforme, in quell'orrore!
    Mario  fremeva smarrito.  Come!  era lei!  I battiti del cuore gli
    offuscavano la vista;  sentiva  scoppiare  le  lacrime.  Come!  la
    rivedeva finalmente dopo averla tanto a lungo cercata!  Gli pareva
    d'aver perduto l'anima sua e di ritrovarla in quell'istante.
    Era sempre la stessa,  ma un po' pallida:  il  viso  delicato  era
    raccolto  in un cappellino di velluto violaceo e la sua personcina
    era nascosta da un mantello di raso nero.  Dalla  lunga  veste  si
    vedevano spuntare gli stivaletti di seta.  Era sempre accompagnata
    dal signor Leblanc.
    Mosse pochi passi nella camera e depose sulla  tavola  un  involto
    abbastanza grosso.  La maggiore delle Jondrette, ritiratasi dietro
    l'uscio, guardava con occhio torvo quel cappello di velluto,  quel
    mantello di seta e quel volto grazioso e felice.

    9. JONDRETTE STA QUASI PER PIANGERE.
    La  stamberga  era  tanto  buia  che  a chi veniva di fuori pareva
    d'entrare in una cantina. Per questo,  i nuovi arrivati avanzarono
    con  qualche esitazione,  intravedendo appena delle forme confuse,
    mentre erano perfettamente visti e squadrati  dagli  abitanti  del
    luogo, abituati a quel crepuscolo.
    Il  signor  Leblanc si avvicin col suo sguardo buono e triste,  e
    disse a Jondrette:
    - Signore, in quell'involto troverete degli indumenti nuovi, delle
    calze e delle coperte di lana.
    - Il nostro angelico benefattore  ci  colma  di  bont  -  rispose
    Jondrette, chinandosi fino a terra. Poi, accostandosi all'orecchio
    della  figlia  maggiore,  mentre i due visitatori esaminavano quel
    deplorevole tugurio, aggiunse rapidamente sotto voce:
    - Eh! che ti dicevo? Cenci, e niente denaro. Sono tutti uguali!  A
    proposito,  come  era  firmata la lettera diretta a questo vecchio
    gaglioffo?
    - Fabantou - rispose la figlia.
    - Ah, l'artista drammatico!
    E Jondrette fece bene a pensarci,  perch in quello stesso momento
    il  signor  Leblanc  si volgeva verso di lui e gli diceva come chi
    cerchi il nome:
    - Vedo che siete proprio da compiangere, signor...
    - Fabantou - rispose in fretta Jondrette.
    - Signor Fabantou, s,  vero mi ricordo.
    -  Artista  drammatico,   signore,   e  che  ha  avuto  non  pochi
    successi...
    E  qui  Jondrette  credette  giunto  il  momento d'accaparrarsi il
    "filantropo"  con  un  suono  di  voce  che  aveva  l'enfasi   del
    ciarlatano  da fiera e l'umilt del mendicante di strada maestra:-
    Allievo di Talma!  signore!  io sono allievo di  Talma!  In  altri
    tempi,  la  fortuna  mi  ha sorriso.  Ohim!  ora  la volta della
    sventura. Guardate, benefattore,  n pane n fuoco.  Le mie povere
    piccine non hanno fuoco! L'unica sedia  sfondata! Un vetro rotto!
    con questo tempaccio! E la mia consorte a letto malata!
    - Povera donna! - disse il signor Leblanc.
    - Mia figlia ferita! - aggiunse Jondrette.
    La  fanciulla,  distratta  dall'arrivo  di quegli estranei,  se ne
    stava contemplando la "signorina" e aveva smesso di piangere.
    - Piangi, su! strilla,  su!  - le disse sottovoce Jondrette.  E in
    pari tempo le pizzic la mano malata: tutto questo con la maestria
    di un giocoliere.
    La figlia gett alte grida.
    L'adorabile  giovinetta,  che  Mario  in  cuor suo chiamava la sua
    "Ughetta", le si avvicin premurosamente:
    - Povera cara! - disse.
    - Osservate,  mia bella signorina - prosegu Jondrette -  come  la
    sua  mano    insanguinata!  E'  stato un accidente capitato mente
    lavorava in un filatoio a macchina,  per guadagnare sei  soldi  al
    giorno. Sar forse necessario amputarle il braccio!
    - Davvero! - esclam il vecchio signore allarmato.
    La  ragazzetta,  prendendo  sul  serio  quelle  parole  si  mise a
    singhiozzare con pi forza.
    - Ahim! s, mio benefattore - rispose il padre.
    Da qualche momento Jondrette osservava  "il  filantropo",  immoto,
    bizzarro:  pur  continuando  a  parlare,   sembrava  lo  scrutasse
    attentamente, come se cercasse di raccogliere i suoi ricordi. A un
    tratto,  profittando del momento in cui i visitatori interrogavano
    premurosamente la piccina intorno alla sua ferita,  s'accost alla
    moglie,  che giaceva sul letto come oppressa e  istupidita,  e  le
    disse premurosamente e sottovoce:
    - Guarda quell'uomo!
    Poi,   volgendosi  verso  il  signor  Leblanc,   continu  le  sue
    lamentazioni:
    - Vedete,  signore,  non ho altro vestito che una camicia  di  mia
    moglie,  lacera per giunta;  e questo nel cuore dell'inverno.  Non
    posso uscire di casa per mancanza d'abiti. Se avessi appena di che
    ricoprirmi, andrei a visitare la signorina Mars,  che mi conosce e
    mi vuol bene. Non abita sempre nella via Tour-des-Dames? Sappiate,
    signore,   che  abbiamo  recitato  insieme  in  provincia,   e  ho
    partecipato ai suoi allori. Celimene verrebbe in mio aiuto; Elmira
    farebbe l'elemosina a Belisario. Ma no,  niente,  nemmeno un soldo
    in  tasca!  Mia  moglie  malata e neanche un soldo!  Ma mia moglie
    soffre d'asma a causa dell'et,  e  poi  ci  s'  messo  anche  il
    sistema  nervoso.  Avrebbe  bisogno  di  aiuto;  anche  mia figlia
    soffre!  Ma il medico,  il farmacista,  come pagarli?  nemmeno  un
    centesimo!  Mi  inginocchierei  dinanzi a una moneta da due soldi,
    signore!  Ecco a che sono ridotte  le  arti!  e  sapete,  graziosa
    signorina,   e  voi  mio  generoso  protettore,  sapete,  voi  che
    respirate la virt e la bont,  voi che profumate la chiesa,  dove
    la  mia  povera figlia vi vede tutti i giorni quando va a recitare
    le sue preghiere!...  Poich,  signore,  io educo  le  mie  figlie
    religiosamente,  e  non ho voluto che si dessero al teatro.  Se le
    vedo tentennare anche per un momento le bricconcelle! Non scherzo!
    Faccio loro dei predicozzi sull'onore, sulla morale,  sulla virt!
    domandate!  Devono camminare diritto!  hanno un padre! non sono di
    quelle sciagurate che cominciano col non aver famiglia e finiscono
    con lo sposare il pubblico;  non sono  la  signorina  Nessuno  che
    diventa la signora Tutti.  Perdinci!  niente di tutto questo nella
    famiglia Fabantou!  Io intendo educarle virtuosamente,  che  siano
    oneste,  che siano gentili e credano in Dio,  perbacco!  - Ebbene,
    signore, mio degno signore,  sapete cosa accadr domani?  Domani 
    il quattro febbraio, il giorno fatale, l'ultimo giorno accordatomi
    dal padrone di casa;  e se stasera non pago,  domani la mia figlia
    maggiore, io, mia moglie,  bench febbricitante,  e la mia piccina
    con  la  sua  ferita,  saremo  cacciati via di qui,  buttati sulla
    pubblica via,  sul lastrico,  senza un asilo,  sotto  la  pioggia,
    sotto la neve! Ecco, signore, io sono in debito di quattro rate di
    pigione, un'intera annata, che  quanto dire sessanta franchi!
    Jondrette   mentiva.   Quattro  scadenze  assommavano  soltanto  a
    quaranta franchi;  e non poteva doverne quattro,  perch non erano
    sei  mesi che Mario ne aveva pagate due.  Il signor Leblanc cacci
    cinque franchi e li pos sulla tavola.
    Jondrette ebbe  tempo  di  borbottare  all'orecchio  della  figlia
    maggiore:
    - Brigante!  che vuole che ne faccia dei suoi cinque franchi?  Non
    bastano nemmeno a pagare la sedia e il vetro! Fate delle spese per
    costoro!
    Frattanto il signor Leblanc s'era tolto un  gran  cappotto  bruno,
    che  portava  al  di sopra dell'abito turchino,  e l'aveva buttato
    sulla spalliera della sedia.
    - Signor Fabantou - disse - mi rimangono in  tasca  questi  cinque
    franchi; ma ora conduco a casa mia figlia e ritorner questa sera.
    Non  questa sera che dovete pagare?...
    Un'espressione  singolare  illumin  il  volto  di  Jondrette  che
    rispose:
    - S, mio rispettabile signore,  alle otto devo essere dal padrone
    di casa.
    - Ebbene, sar qui alle sei e vi porter i sessanta franchi.
    - Ah!  mio benefattore!  - esclam Jondrette inebriato. E aggiunse
    sottovoce:
    - Guardalo bene, moglie!
    Il signor Leblanc aveva ripreso il braccio della bella fanciulla e
    si volgeva verso l'uscio, replicando:
    - A rivederci stasera, amici!
    - Alle sei? - fece Jondrette.
    - Alle sei in punto.
    In quel momento la maggiore delle figlie Jondrette si accorse  del
    cappotto rimasto sulla sedia.
    - Signore - disse - dimenticate il cappotto.
    Jondrette  gett alla figlia un'occhiata fulminante,  accompagnata
    da una formidabile scrollata di spalle.
    Ma il signor Leblanc si volse e rispose con un sorriso:
    - Non lo dimentico, lo lascio.
    -  O  mio  protettore!   -  esclam  Jondrette.   -  Mio   augusto
    benefattore,  non  posso trattenere le lacrime!  permettete che vi
    accompagni sino alla carrozza.
    - Se uscite - osserv il signor Leblanc -  mettete  quel  cappotto
    perch fa davvero molto freddo.
    Jondrette  non  se  lo  fece  ripetere  la seconda volta e indoss
    premurosamente il cappotto bruno.
    Uscirono tutti e tre e Jondrette precedeva i due visitatori.

    10. TARIFFE DELLE VETTURE PUBBLICHE: DUE FRANCHI ALL'ORA.
    Mario non aveva perduto nulla di tutta quella scena;  ma in realt
    non  aveva  visto  nulla.  I  suoi occhi erano rimasti fissi sulla
    fanciulla;  il suo cuore l'aveva,  per cos dire,  presa e avvolta
    tutta  quanta fin dal primo passo di lei nella stamberga.  Durante
    tutto il tempo che lei era rimasta l,  egli aveva vissuto  quella
    vita  estatica  che  sospende  le percezioni materiali e concentra
    l'anima in un punto solo.
    Contemplava,  non una fanciulla,  ma uno splendore,  che aveva  un
    mantello  di  raso  e  un cappello di velluto.  Se la stella Sirio
    fosse penetrata in quella camera non lo avrebbe abbagliato di pi.
    Mentre la giovane apriva l'involto,  spiegava gli indumenti  e  le
    coperte,  interrogava  con bont la donna ammalata e con tenerezza
    la piccina ferita,  egli spiava tutti i movimenti di lei,  cercava
    di  ascoltarne le parole;  conosceva i suoi occhi,  la fronte,  la
    bellezza,  la persona,  il portamento,  ma non conosceva il  suono
    della  sua  voce.  Aveva  creduto  di coglierne qualche parola una
    volta al Lussemburgo, ma non ne era assolutamente sicuro.  Avrebbe
    dato  dieci  anni  di  vita  per  udirla,   per  poter  conservare
    nell'anima un po' di quella musica.  Ma  tutto  si  perdeva  nelle
    ostentazioni lamentose e negli squilli di tromba di Jondrette;  il
    che frammischiava una vera collera all'estasi di Mario.
    Egli la covava con  gli  occhi.  Non  poteva  convincersi  che  si
    trattasse  veramente della sua divina creatura,  che lui vedeva in
    mezzo a quegli esseri immondi,  in  quel  mostruoso  tugurio.  Gli
    pareva di scorgere un colibr fra i rospi.
    Quando  lei  usc,  non  ebbe  che  un  pensiero:  andarle dietro,
    seguirne i passi,  non lasciarla fino a che non avesse saputo dove
    abitava,   non   riperderla   dopo   averla  cos  miracolosamente
    ritrovata.
    Salt dal cassettone e prese il cappello.  Mentre metteva la  mano
    sulla serratura per uscire,  un pensiero lo arrest.  Il corridoio
    era lungo,  la scala erta,  Jondrette ciarliero;  quindi il signor
    Leblanc  non  era  risalito  ancora  in  vettura;  se,  volgendosi
    indietro nel corridoio, o sulla scala o sulla soglia avesse scorto
    lui,  Mario,  in quella casa,  certamente  si  sarebbe  allarmato,
    avrebbe  trovato il modo di sfuggirgli ancora;  e ancora una volta
    sarebbe finita per lui. Che fare? Aspettare un poco?  Ma frattanto
    la  carrozza  poteva  partire.  Rimase  perplesso:  poi  alla fine
    rischi e usc.
    Nel corridoio non c'era nessuno.  Corse verso le scale.  Non c'era
    nessuno.  Discese in fretta,  e arriv sul boulevard, in tempo per
    vedere una carrozza svoltare l'angolo della via Petit-Banquier,  e
    rientrare in Parigi.
    Si  lanci  in quella direzione.  Giunto all'angolo del boulevard,
    rivide  la  carrozza  che  s'allontanava   rapidamente   per   via
    Mouffetard.  Era  gi  molto  lontana,  e  non  c'era un mezzo per
    raggiungerla.   Che  fare?   Correrle   dietro?   impossibile;   e
    d'altronde, dalla vettura avrebbero notato certamente un individuo
    che correva inseguendola, e il padre l'avrebbe riconosciuto.
    In  quel momento,  caso inaudito e meraviglioso,  Mario scorse una
    vettura che passava vuota sul boulevard.  Non c'era che un partito
    da  prendere: montare su quella vettura e seguire l'altra;  era un
    mezzo sicuro, efficace e senza pericolo.
    Fece segno al cocchiere di fermare, e gli grid:
    - Vi prendo ad ora!
    Mario era senza cravatta;  aveva il vecchio  abito  da  lavoro  al
    quale mancavano parecchi bottoni, e la camicia lacera in una delle
    pieghe sul petto.  Il cocchiere si ferm,  strizz l'occhio e tese
    verso Mario la mano sinistra fregando dolcemente il pollice contro
    l'indice.
    - Cos'? - chiese Mario.
    - Pagamento anticipato - disse il cocchiere.
    Mario, ricordandosi che aveva in tasca solo sedici soldi, domand:
    - Quanto?
    - Due franchi..
    - Pagher al ritorno.
    Il cocchiere per tutta risposta si mise a zufolare  l'aria  di  La
    Palisse e sferz il cavallo.
    Mario   guard  smarrito  la  vettura  che  si  allontanava.   Per
    ventiquattro  soldi  perdeva  la  gioia,  la  felicit,   l'amore!
    Ripiombava nelle tenebre!  Aveva visto e ridiventava cieco.  Pens
    amaramente e,  bisogna pur confessarlo,  con profondo rimpianto ai
    cinque  franchi dati la mattina a quella miserabile fanciulla.  Se
    avesse avuto quei cinque  franchi,  si  sarebbe  salvato,  avrebbe
    potuto rinascere, uscire dall'angoscia tenebrosa, dall'isolamento,
    dalla noia,  dalla tristezza;  avrebbe riannodato il filo nero del
    suo destino a quel bel filo d'oro che aveva oscillato  dinanzi  ai
    suoi  occhi  e si era spezzato una seconda volta!  Rientr in casa
    disperato. Avrebbe potuto ricordarsi che Leblanc aveva promesso di
    tornare la sera e che non aveva da  fare  altro  se  non  disporsi
    meglio  per  seguirlo;  ma  nel  suo incantamento non aveva capito
    nulla.
    Al momento di salire, scorse dall'altro lato del boulevard, presso
    il muro deserto della via Barrire-des-Gobelins, Jondrette avvolto
    nel cappotto del "filantropo",  che  parlava  con  uno  di  quegli
    uomini  dalla  fisionomia  sospetta,   detti  "i  vagabondi  della
    periferia";   individui  dall'aspetto  equivoco,   dai   monologhi
    sospetti,  che pare nutrano sempre cattivi pensieri, e che dormono
    abitualmente di giorno; il che fa supporre che lavorino di notte.
    Quei due uomini,  che parlavano immobili sotto la neve  cadente  a
    turbinio,   formavano   un   gruppo  che  avrebbe  certo  attirato
    l'attenzione di una guardia di polizia, ma che Mario not appena.
    Tuttavia, per quanto fosse dolorosamente preoccupato, non pot non
    pensare  che  quel  vagabondo  di  periferia,   con  cui   parlava
    Jondrette, somigliava a un certo Panchaud, detto Printanier, detto
    Bigrenaille,  che  Courfeyrac  una  volta gli aveva mostrato e che
    passava nel quartiere per un vagabondo notturno assai pericoloso.
    Nel libro precedente abbiamo gi conosciuto il nome di quest'uomo.
    Questo Panchaud,  detto Printanier,  detto Bigrenaille,   apparso
    pi tardi in parecchi processi criminali, e in seguito  diventato
    un  delinquente famoso;  ma allora non era che un celebre ribaldo:
    oggi,  viene ricordato come una  tradizione  tra  i  banditi  e  i
    vagabondi.  Verso  la fine dell'ultimo regno faceva scuola.  E sul
    cader della notte,  nell'ora in cui si  formano  i  crocchi  e  si
    discorre  sottovoce,  se ne parlava alla "Force",  nella fossa dei
    leoni.
    In quella prigione,  e precisamente dove sotto il cammino di ronda
    passava  lo scolo delle latrine che serv nel 1843 all'incredibile
    fuga in pieno giorno di trenta detenuti,  si  poteva  leggere  sul
    muro  di  cinta,  sopra la pietra di quelle latrine,  il suo nome,
    Panchaud,  da lui audacemente inciso in uno dei suoi tentativi  di
    evasione. Nel 1832 era tenuto d'occhio dalla polizia, ma non aveva
    ancora seriamente esordito.

    11. LA MISERIA AL SERVIZIO DEL DOLORE.
    Mario  sal  lentamente  la  scala.  Al momento di rientrare nella
    propria  stanzetta  si  accorse  che  dietro,  nel  corridoio,  la
    maggiore  delle  Jondrette lo seguiva.  La vista di quella ragazza
    gli fu odiosa;  lei aveva i suoi  cinque  franchi,  ed  era  ormai
    troppo tardi ridomandarglieli;  la vettura,  del resto,  era ormai
    molto lontana. Comunque,  non glieli avrebbe restituiti.  Quanto a
    interrogarla  sull'indirizzo  delle  persone  venute  poco  prima,
    evidentemente essa l'ignorava,  poich la lettera firmata Fabantou
    era  diretta  "al  Signor  benefico  della  chiesa  di San Giacomo
    d'Altopasso".
    Mario entr nella propria camera e spinse la porta dietro  di  s.
    Questa per non si chiuse; volgendosi, vide che una mano la teneva
    socchiusa.
    - Cosa c'? - chiese. - Chi ?
    Era la giovane Jondrette.
    -  Siete  voi?  -  riprese Mario quasi con durezza.  - Sempre voi!
    Dunque, che cosa volete?
    L'altra pareva pensierosa e non rispondeva.
    Non aveva pi il piglio risoluto della mattina.  Non era  entrata.
    Restava   nell'ombra   del  corridoio,   dove  Mario  la  scorgeva
    attraverso l'uscio socchiuso.
    - Insomma rispondete! - riprese Mario. - Che cosa volete da me?
    La fanciulla alz gli occhi tetri,  nei quali pareva si accendesse
    una debole luce, e gli disse:
    - Signor Mario, mi sembrate triste. Che avete?
    - Io? - rispose Mario.
    - S, voi.
    - Ma non ho niente!
    - S.
    - Ma no.
    - Vi dico di s.
    - Lasciatemi tranquillo!
    Mario spinse di nuovo la porta, ma l'altra continu a trattenerla.
    -    Sentite - disse lei.  - Avete torto.  Bench non siate ricco,
    siete stato buono questa mattina;  siatelo anche adesso.  Mi avete
    dato da mangiare,  ditemi ora che avete.  Voi soffrite, si vede, e
    io non vorrei che soffriste.  Cosa bisogna fare per questo?  Posso
    servirvi in qualche cosa?  Valetevi di me.  Non vi chiedo i vostri
    segreti,  non avete bisogno di dirmi  niente,  per  posso  essere
    utile.  Posso aiutare voi,  come aiuto mio padre.  Se si tratta di
    recapitare delle lettere, di andare nelle case,  chiedere di porta
    in porta,  trovare un indirizzo,  seguire qualcuno,  posso esservi
    utile. Ebbene,  potete dirmi cosa avete,  e andr io a parlare con
    le  persone;  qualche volta basta che uno parli perch si sappiano
    le cose, e allora tutto si accomoda. Servitevi di me.
    Un'idea attravers la mente di Mario.  A  quale  ramo  non  ci  si
    attacca quando sentiamo di cadere?
    S'avvicin alla Jondrette:
    - Ascolta... - le disse.
    Essa lo interruppe con un lampo di gioia negli occhi.
    - Oh, s, datemi del tu! mi fa piacere.
    -  Ebbene  -  riprese - tu hai condotto qui quel vecchio signore e
    sua figlia...
    - S.
    - Sai il loro indirizzo?
    - No.
    - Trovamelo.
    L'occhio della Jondrette,  che da tetro s'era  fatto  allegro,  da
    allegro si fece tetro.
    - E' questo che volete? - chiese.
    - S.
    - Li conoscete forse?
    - No.
    - Vale a dire - riprese con premura - che non la conoscete, ma che
    volete conoscerla.
    -  Quel  "  li"  tramutato  in  "la",  aveva  un  non  so  che  di
    significativo e amaro.
    - Insomma, puoi? - domand Mario.
    - Trovarvi l'indirizzo della bella signorina?
    Anche nelle parole  "bella  signorina"  c'era  una  sfumatura  che
    dispiacque a Mario, il quale replic:
    -  Insomma,   l'indirizzo  del  padre  e  della  figlia:  il  loro
    indirizzo, capisci?
    Essa lo guard fisso.
    - Che mi darete?
    - Tutto ci che vorrai.
    - Tutto ci che vorr?
    - S.
    - Avrete l'indirizzo.
    Chin la testa;  poi con un moto repentino,  tir la porta che  si
    richiuse.
    Mario rest solo.
    Si  lasci cadere sopra una sedia,  col capo e i gomiti appoggiati
    al letto, immerso in pensieri che non poteva ordinare,  e quasi in
    preda   a   un  capogiro.   Quanto  era  accaduto  dalla  mattina,
    l'apparizione dell'angelo,  la sua scomparsa,  ci che quest'altra
    creatura   gli  aveva  detto  or  ora,   un  barlume  di  speranza
    galleggiante  in  una  immensa  disperazione;  tutte  queste  idee
    turbinavano confusamente nel suo cervello.
    D'improvviso fu strappato violentemente ai suoi sogni.
    Ud  la  voce alta e aspra di Jondrette pronunciare queste parole,
    che avevano per lui il pi strano interesse:
    - Ti dico che ne sono sicuro e che l'ho riconosciuto!
    Di chi  parlava  Jondrette?  Aveva  riconosciuto  chi?  il  signor
    Leblanc?  il padre della sua "Ughetta"?  come!  Jondrette forse lo
    conosceva!  Mario otteneva,  in quel modo  brusco  e  inaspettato,
    tutte  le  informazioni,  senza le quali la vita gli sembrava cos
    oscura?  Avrebbe saputo finalmente chi era quella che  amava?  chi
    era quella fanciulla?  chi era suo padre?  La densa tenebra che li
    copriva era forse in procinto d'illuminarsi? Stava per squarciarsi
    il velo? O Dio!
    Salt pi che non salisse sul canterano e  riprese  il  suo  posto
    allo spioncino della parete.
    Rivide l'interno del tugurio Jondrette.

    12. USO DELLA MONETA DA CINQUE FRANCHI DEL SIGNOR LEBLANC.
    Niente era mutato nell'aspetto della famiglia;  per la madre e le
    figlie avevano aperto l'involto e  s'erano  messe  le  calze  e  i
    corpetti di lana. Sui due letti erano distese due coperte nuove.
    Senza dubbio,  Jondrette era appena rientrato, poich aveva ancora
    il  respiro  affannoso.   La  figlia  maggiore  medicava  la  mano
    all'altra,  tutte  e  due sedute per terra,  presso il camino;  la
    madre era come abbattuta sul giaciglio vicino al camino, col volto
    stupefatto.  Jondrette andava su e  gi  a  grandi  passi  per  la
    stamberga, con due occhi straordinari.
    La  moglie,  che  pareva  timida  e  stupita  davanti  al  marito,
    s'arrischi a dirgli:
    - Come, davvero! ne sei sicuro?
    - Sicurissimo!  sono  otto  anni,  ma  lo  riconosco!  Oh!  se  lo
    riconosco!  l'ho riconosciuto subito! E che! non ti  saltato agli
    occhi anche a te?
    - No.
    - Eppure t'ho detto: fa attenzione! E' la sua corporatura,  il suo
    volto,  appena  un  po'  pi  vecchio.  Certe  persone non so come
    facciano a non invecchiare mai;   lo stesso  suono  di  voce.  E'
    vestito meglio,  ecco tutto.  Ah!  vecchio misterioso del diavolo,
    finalmente ti tengo, sai!
    S'interruppe e disse alle figlie:
    - Voi altre,  andatevene!...  E' strano come non ti  abbia  subito
    colpito.
    Le fanciulle si alzarono per obbedire. La madre balbett:
    - Con la mano malata?
    - L'aria le far bene - rispose Jondrette. - Andatevene.
    Evidentemente quell'uomo era di quelli a cui non si replica.
    Le  fanciulle  uscirono.  Mentre  oltrepassavano la porta il padre
    trattenne  la  maggiore  col  braccio  e  le  disse  con  un  tono
    particolare:
    - Vi troverete qui tutt'e due alle cinque precise; avr bisogno di
    voi!
    Mario raddoppi l'attenzione.
    Rimasto  solo  con  la  moglie,  Jondrette si rimise a passeggiare
    nella camera e ne fece due o tre volte il giro  in  silenzio;  poi
    pass  qualche  minuto a far rientrare nella cintura dei pantaloni
    la camicia da donna che portava. A un tratto si volse alla moglie,
    incroci le braccia ed esclam:
    - E vuoi che ti dica una cosa? La signorina...
    - Ebbene, cosa? - rispose la moglie - la signorina?
    Mario non poteva dubitarne,  si parlava proprio di lei.  Stette ad
    ascoltare con accesa ansiet, con tutta la vita nelle orecchie.
    Ma  Jondrette  si  chin  e parl alla moglie sommessamente;  poi,
    rialzatosi, termin ad alta voce:
    - E' lei!
    - Quella? - chiese la moglie.
    - Quella! - rispose il marito.
    Nessuna frase potrebbe rendere ci che c'era  nel  "quella"  della
    donna.  C'era la sorpresa,  la rabbia,  l'odio, la collera miste e
    combinate  in  una  intonazione  mostruosa.  Erano  bastate  poche
    parole,  il nome,  certamente,  mormorato dal marito all'orecchio,
    perch la donnaccia assopita si risvegliasse,  e da ripugnante che
    era divenisse terribile.
    -  E'  impossibile!  -  esclam.  - Quando penso che le mie figlie
    vanno a piedi nudi e non hanno un vestito da indossare!  come!  un
    mantello di raso,  un cappello di velluto, gli stivaletti eleganti
    e tutto il resto!  Forse pi di duecento franchi di vestiario!  Si
    direbbe che  una dama!  Ah! no, t'inganni! Prima di tutto l'altra
    era orribile e questa invece non  brutta,  davvero non   brutta!
    non pu essere lei!
    - E io ti dico che  lei. Vedrai.
    A  questa  asserzione  cos  assoluta,  la Jondrette lev la larga
    faccia  rossigna  guardando   il   soffitto   con   un'espressione
    mostruosa.
    In  quel  momento  parve a Mario ancor pi formidabile del marito.
    Era una scrofa con lo sguardo d'una tigre.
    - Come! - riprese.  - L'odiosa bella signorina che guardava le mie
    figliole con aria di piet,  sarebbe quella pezzente!  Oh!  Vorrei
    creparle la pancia a zoccolate.  Salt gi dal letto e  stette  un
    momento in piedi,  scapigliata,  con le narici frementi,  la bocca
    socchiusa,  i pugni stretti e  buttati  indietro;  poi  si  lasci
    ricadere  sul  giaciglio.  L'uomo  continuava  ad  andare avanti e
    indietro senza badarle.
    Dopo  alcuni  momenti  di  silenzio  s'avvicin  alla  moglie   e,
    fermatosi dinanzi a lei con le braccia incrociate come prima:
    - E vuoi che ti dica un'altra cosa?
    - Cosa? - chiese lei.
    L'altro riprese con voce breve e sommessa:
    - La mia fortuna  fatta.
    La  donna  lo  guard  con  quello sguardo che significa: Forse la
    persona che mi parla diventa pazza?
    Egli prosegu:
    - Per mille fulmini!   gi un pezzo che sono  parrocchiano  della
    parrocchia  dei  muori  -  di - fame - se - hai - fuoco - muori di
    freddo - se - hai - pane.  Ne ho avuta abbastanza di  miseria!  la
    mia parte e quella degli altri!  Non scherzo pi, non la trovo pi
    una cosa comica.  Basta coi bisticci per Dio!  Niente  pi  farse,
    Padre Eterno!  Voglio mangiare secondo la fame,  e bere secondo la
    sete!  Voglio gozzovigliare,  dormire,  non far nulla.  Voglio che
    tocchi  a  me  ora,  toh!  Prima  di crepare voglio essere un poco
    milionario!
    Fece il giro della tana, quindi soggiunse.
    - Come gli altri.
    - Che vuoi dire? - chiese la moglie.
    Egli scroll il capo,  strizz l'occhio e alz  la  voce  come  un
    ciarlatano che sta per fare una perorazione.
    - Che voglio dire? ascolta:
    -  Silenzio!  - borbott la Jondrette.  - Non parlare forte;  sono
    cose che non si devono udire.
    - Eh via!  da chi?  dal vicino?  l'ho visto poc'anzi che usciva di
    casa. D'altronde, ci sente quel bestione? E poi ti ripeto che l'ho
    visto andarsene.
    Tuttavia Jondrette,  per una specie d'istinto, moder la voce, non
    tanto per che a Mario  potessero  sfuggire  le  sue  parole.  Una
    circostanza  favorevole  gli permetteva di non perdere una sillaba
    del dialogo: la molta neve caduta attutiva il rumore delle vetture
    sul boulevard. Ecco quello che ud:
    - Ascoltami bene. L'ho colto, il creso! La cosa  fatta!  finita!
    Ho gi combinato tutto. Ho visto certe persone.  Egli verr questa
    sera, alle sei, a portarmi i sessanta franchi, canaglia! Hai visto
    come  gli  ho  spifferato  la storiella dei sessanta franchi,  del
    padrone di casa e del quattro febbraio?  E dire che non   nemmeno
    un'epoca di scadenza!  Come  stupido!  Dunque verr alle sei!  E'
    l'ora in cui il vicino va a desinare,  e mamma Burgon  va  per  le
    case  a lavare le stoviglie.  Non rimane nessuno in tutta la casa.
    Il vicino non rientra mai prima  delle  undici,  e  d'altronde  le
    ragazze faranno la guardia. Tu ci aiuterai. Lo sacrificheremo.
    - E se non si sacrifica?
    Jondrette fece un gesto sinistro e rispose:
    - Lo sacrificheremo.
    E scoppi a ridere.
    Era  la  prima  volta che Mario lo vedeva ridere: aveva una faccia
    fresca e calma, che faceva rabbrividire.
    Jondrette apr un armadio a muro vicino al camino e  ne  prese  un
    vecchio berretto che si mise sul capo,  dopo averlo spazzolato con
    la manica.
    - Ora,  - disse - esco,  perch devo vedere ancora  qualcuno.  Dei
    buoni,  sai! vedrai come andr bene la cosa! Mi tratterr fuori il
    meno possibile. E' un bel colpo. Bada alla casa!
    E cacciatisi i pugni nelle tasche dei pantaloni, rimase un momento
    pensoso, poi esclam:
    - Sai che  stata una fortuna che non mi abbia riconosciuto? Se mi
    avesse riconosciuto anche lui,  non sarebbe tornato e  ci  sarebbe
    sfuggito!   stata la barba a salvarmi, la mia barbetta romantica!
    la mia bella barbetta romantica!
    E si mise di nuovo a ridere.
    Si avvicin alla finestra.  La neve continuava a cadere rigando il
    grigiore del cielo.
    - Che tempo da lupi! - esclam.
    Poi infilando il soprabito:
    -  Questo  arnese   troppo largo - soggiunse - ma ad ogni modo il
    vecchio briccone ha fatto diabolicamente bene a lasciarmelo! Senza
    di esso non avrei potuto andar fuori  casa,  e  il  colpo  sarebbe
    sfumato. Da che dipendono le cose, talvolta!
    E usc, tirandosi il berretto sugli occhi.
    Aveva  appena  avuto  il  tempo  di  muovere alcuni passi,  quando
    l'uscio si riapr,  e nell'apertura apparve ancora il suo  profilo
    feroce e intelligente.
    -  Dimenticavo  -  disse.  - Preparerai un braciere di carboni.  E
    gett  nel  grembiule  della  moglie  lo  scudo  lasciatogli   dal
    "filantropo".
    - Un braciere di carbone?  -  chiese la donna.
    - S.
    - Quante staia?
    - Due abbondanti.
    - Costeranno un franco e mezzo. Col resto comprer da mangiare.
    - No, diavolo!
    - Perch?
    - Non spendermi tutti i cinque franchi!
    - Perch?
    - Perch dovr preparare anch'io qualche cosa.
    - Che cosa? Quanto ti bisogner?
    - C' un chincagliere qui vicino?
    - In via Mouffetard.
    - Ah! s, sull'angolo della via, mi ricordo.
    - Dimmi dunque quanto ti occorrer per quello che devi comprare.
    - Da due franchi e mezzo a tre.
    - Non ci rester molto per comprare da mangiare.
    - Oggi non si tratta di mangiare; c' da fare di meglio.
    - Basta cos, gioia.
    Jondrette  richiuse  la porta,  e Mario questa volta pot udire il
    suo passo allontanarsi nel corridoio  e  scendere  rapidamente  la
    scala.
    In quel momento suonava l'una a San Medardo.

    13.  SOLUS  CUM  SOLO  IN LOCO REMOTO NON COGITABUNTUR ORARE PATER
    NOSTER.
    Per quanto sognatore, Mario era un carattere fermo ed energico. Le
    abitudini  di  solitario  raccoglimento,  sviluppando  in  lui  la
    simpatia  e la commiserazione,  avevano forse diminuito la facolt
    d'irritarsi,  ma senza intaccare  quella  d'indignarsi:  aveva  la
    benevolenza d'un bramino e la severit d'un giudice; sentiva piet
    per il rospo,  ma schiacciava la vipera. Ora, il suo sguardo s'era
    cacciato in un covo di vipere,  aveva sotto gli occhi un  nido  di
    mostri.
    - Bisogna schiacciare questi miserabili - disse tra s.
    Non   aveva  rischiarato  nessuno  degli  enigmi  che  sperava  di
    sciogliere;  anzi erano diventati forse  pi  fitti;  della  bella
    fanciulla  del  Lussemburgo  e  dell'uomo  chiamato Leblanc sapeva
    soltanto che Jondrette li  riconosceva.  Attraverso  le  tenebrose
    parole  ascoltate,  una sola cosa comprendeva chiaramente,  e cio
    che si preparava un tranello,  un tranello oscuro,  ma  terribile;
    che   quelle  persone  correvano  un  grave  pericolo,   forse  la
    fanciulla,  certamente il  padre;  bisognava  salvarli,  occorreva
    sventare  le  orribili  macchinazioni dei Jondrette e strappare la
    tela di quei ragni.  Osserv un momento la  Jondrette,  che  aveva
    tirato da un angolo un vecchio fornello di lamiera, e rovistava in
    certe  ferramenta.  Scese  dal canterano pi leggermente che pot,
    avendo cura di non fare rumore.
    In mezzo al terrore di quello che si preparava e all'orrore di cui
    l'avevano  riempito  i  Jondrette,  provava  una  certa  gioia  al
    pensiero che forse avrebbe potuto rendere un servizio a quella che
    amava.
    Ma  come fare?  avvertire le persone minacciate?  E dove trovarle?
    Non sapeva il loro indirizzo: erano apparse  un  momento  ai  suoi
    occhi,  poi  si  erano  immerse  di  nuovo  nell'immenso dedalo di
    Parigi. Aspettare il signor Leblanc alla porta,  alle sei di sera,
    al  suo arrivo,  e prevenirlo del tranello?  ma Jondrette e i suoi
    complici lo avrebbe visto,  il luogo era deserto,  essi  sarebbero
    stati  i  pi forti e avrebbero trovato il mezzo o di impadronirsi
    di lui o di  allontanarlo,  e  l'uomo  che  Mario  voleva  salvare
    sarebbe perduto. Era gi trascorsa un'ora; l'appuntamento era alle
    sei.  Mario  aveva  ancora  cinque  ore.  Non rimaneva che un solo
    mezzo. Indoss l'abito migliore, si mise al collo un fazzoletto di
    seta, prese il cappello,  e usc senza far rumore,  come se avesse
    camminato sull'erba a piedi nudi.
    La Jondrette continuava a frugare nei suoi ferrivecchi.
    Appena fuori casa, raggiunse la via Petit-Banquier.
    Camminava  lentamente,  preoccupato com'era,  e la neve attutiva i
    suoi passi quando,  verso la met di quella via,  presso  un  muro
    molto  basso  che  in certi punti si poteva scavalcare e di l dal
    quale c'era un terreno incolto,  ud a un tratto della  gente  che
    parlava.
    Volse il capo;  la via era deserta,  non si vedeva nessuno; si era
    di pieno giorno, e tuttavia udiva distintamente le voci.
    Gli venne in mente  di  guardare  oltre  il  muro  che  rasentava.
    C'erano  infatti  due uomini che seduti nella neve,  con le spalle
    appoggiate al muro, parlavano sottovoce. Non li conosceva: uno era
    barbuto e in tuta, l'altro capelluto e cencioso.
    Il barbuto aveva un berretto alla greca,  l'altro la testa nuda  e
    un  po'  di  neve  sui capelli.  Sporgendo la testa,  Mario poteva
    ascoltare.
    Il capelluto, dando una gomitata all'altro, diceva:
    - Con Patron-Minette, il colpo non pu mancare.
    - Credi?- chiese il barbuto.
    E l'altro replic:
    - Ci sar un bottino di  cinquecento  palle  per  ciascuno,  e  il
    peggio che possa capitare: cinque, sei, dieci anni al pi.
    L'altro  rispose  con  qualche  esitazione  e grattandosi sotto il
    berretto greco:
    - Questo  positivo. E non c' niente da fare se ti capita.
    - Ti ripeto che il colpo non pu mancare - riprese il  capelluto.-
    Terremo pronta la carrettella di pap Chose.
    Poi  si  misero  a  parlare d'un melodramma che avevano sentito la
    sera prima alla Gait.
    Mario prosegu la sua strada.  Gli pareva che le parole oscure  di
    quegli  uomini  nascosti  in  modo  cos strano dietro quel muro e
    accoccolati nella neve,  dovessero avere qualche rapporto con  gli
    abominevoli   progetti   di   Jondrette.   Doveva   essere  quello
    "l'affare".
    Si diresse verso il quartiere San Marcello e nella  prima  bottega
    in cui s'imbatt chiese dove fosse il commissariato di polizia.
    Gli fu indicato il numero 14 di via Pontoise.
    Passando davanti alla bottega di un panettiere,  compr un pane di
    due soldi e lo mangi, prevedendo che non avrebbe pranzato.
    Strada facendo,  ringrazi la Provvidenza,  pensando che,  se  non
    avesse  dato  la  mattina i cinque franchi alla ragazza Jondrette,
    avrebbe inseguito la carrozza del signor Leblanc e di  conseguenza
    avrebbe ignorato ogni cosa;  il tranello dei Jondrette non avrebbe
    trovato ostacoli. Il signor Leblanc era in pericolo,  e certamente
    sua figlia con lui.

    14. UN AGENTE DI POLIZIA DA' DUE PISTOLE A UN AVVOCATO.
    Arrivato  al  numero 14 della via Pontoise,  sal al primo piano e
    chiese del commissario di polizia.
    - Il commissario non c' - rispose  un  usciere.  -  Per  c'  un
    ispettore in vece sua. Volete parlare con lui? Avete premura?
    - S - rispose Mario.
    L'usciere  l'introdusse nel gabinetto del commissario.  Un uomo di
    alta statura,  in piedi dietro una grata,  appoggiato alla  stufa,
    teneva sollevate a due mani le falde del pastrano. Aveva la faccia
    larga,  le labbra sottili e strette, folti baffi grigiastri da far
    paura, e uno sguardo da rovesciarvi le tasche: uno sguardo che pi
    che penetrare rovistava.
    La fisionomia di quell'uomo era poco meno feroce e meno  terribile
    di  quella  di Jondrette: talvolta un mastino non fa meno paura di
    un lupo.
    - Che volete? - domand a Mario, senza aggiungere signore.
    - Il signor commissario di polizia.
    - E' assente: ne faccio io le veci.
    - Vengo per una cosa molto segreta.
    - Allora parlate.
    - E' molto urgente.
    - Allora parlate subito.
    Quell'uomo,  calmo e brusco,  era nello stesso tempo  terribile  e
    rassicurante; ispirava timore e fiducia.
    Mario gli narr l'avventura. - Una persona, che conosceva soltanto
    di  vista,  doveva  essere attirata la sera stessa in un tranello,
    poich  lui,  Mario  Pontmercy,  avvocato,  abitava  nella  camera
    accanto  al  rifugio dei banditi,  aveva inteso tutto il complotto
    attraverso il tramezzo;  lo scellerato  che  aveva  concertato  la
    trama   era  un  tale  Jondrette;   avrebbe  avuto  dei  complici,
    probabilmente dei vagabondi della  periferia,  tra  cui  un  certo
    Panchaud,  detto  Printanier,  detto  Bigrenaille;  le  figlie  di
    Jondrette avrebbero fatto la guardia;  non c'era alcun  mezzo  per
    avvisare  la persona minacciata,  dal momento che non se ne sapeva
    neppure il nome;  infine tutto doveva avvenire alle sei  di  sera,
    nel  punto  pi  deserto  del  boulevard  dell'Ospedale nella casa
    numero 50-52.
    All'udire  questo  numero,  l'ispettore  alz  la  testa  e  disse
    freddamente:
    - Dunque, nella camera in fondo al corridoio?
    - Per l'appunto - rispose Mario. E aggiunse:
    - Conoscete forse la casa?
    L'ispettore  rest  un  momento  in silenzio,  poi riscaldandosi i
    calcagni allo sportello della stufa, rispose.
    - Pare.
    E continu fra i denti,  parlando con la propria cravatta pi  che
    con Mario:
    - In questa faccenda ci dev'essere Patron-Minette.
    Questa parola colp il giovane.
    - Patron-Minette - disse. - Infatti, ho sentito pronunciare questa
    parola.
    E  raccont all'ispettore il dialogo tra l'uomo capelluto e l'uomo
    barbuto,  seduti sulla neve,  dietro  il  muro  della  via  Petit-
    Banquier.
    L'ispettore borbott:
    -  Il  capelluto dev'essere Brujon e il barbuto Demi-Liard,  detto
    Deux-Milliards.
    Chin di nuovo gli occhi e si mise a pensare.
    - Quanto a pap Chose,  credo di capire.  Toh!  ho bruciato il mio
    pastrano. Mettono sempre troppo fuoco in queste maledette stufe.
    Il numero 50-52: antica propriet Gorbeau.
    Poi guard Mario:
    - Avete visto soltanto il barbuto e il capelluto?
    - E Panchaud.
    -  Non  avete  visto  gironzolare  da  quelle  parti una specie di
    moscardino del diavolo?
    - No.
    -  Neppure  uno   grande,   grosso,   grossolano,   che   somiglia
    all'elefante dello zoo?
    - No.
    - N un tipo astuto che pare una vecchia volpe?
    - No.
    -  Quanto  al  quarto,  nessuno lo vede,  nemmeno i suoi aiutanti,
    commessi e agenti. Mi sorprende che non lo abbiate visto.
    - No. Ma cosa sono tutti questi individui? - chiese Mario.
    L'ispettore rispose:
    - Del resto, non  la loro ora.
    Ricadde nel suo silenzio, poi riprese:
    - Numero 50-52: conosco la stamberga.  E' impossibile  nasconderci
    nell'interno senza che gli artisti se ne accorgano. E allora se la
    caverebbero  rimandando  la commedia.  Sono tanto modesti,  che il
    pubblico li imbarazza. Non cos,  no: io voglio sentirli cantare e
    farli ballare.
    Terminato questo monologo, si volse a Mario e lo guard fisso:
    - Avete paura?
    - Di che? - chiese Mario.
    - Di quegli uomini?
    -  Come  di  voi!  -  rispose  aspramente Mario,  che cominciava a
    rendersi conto che il poliziotto  non  lo  aveva  ancora  chiamato
    signore.
    L'ispettore  guard  Mario  con pi insistenza,  e riprese con una
    specie di solennit sentenziosa:
    - Voi parlate come un uomo coraggioso e onesto. Il coraggio non ha
    paura del delitto, e l'onest non teme l'autorit.
    Mario l'interruppe:
    - Va bene, ma che contate di fare?
    L'altro si limit a rispondergli:
    - Gli inquilini di quella casa hanno tutti una chiave della  porta
    per poter rientrare di notte; ne avete una voi pure?
    - S - rispose Mario.
    - L'avete con voi?
    - S.
    - Datemela - disse l'ispettore.
    Mario cav la chiave di tasca e gliela porse, aggiungendo:
    - Date retta a me, venite con dei rinforzi.
    L'ispettore   lanci  al  giovane  l'occhiata  di  Voltaire  a  un
    accademico di provincia che gli avesse proposto una rima;  poi con
    un  sol  movimento si ficc le due mani enormi nelle due smisurate
    tasche del pastrano, ne trasse due pistole d'acciaio,  due pistole
    corte, e le offr a Mario, dicendogli con tono imperioso:
    -  Prendete.  Tornate a casa,  e nascondetevi nella vostra camera.
    Fate in modo che vi credano fuori. Sono cariche. Ognuna due palle.
    Mettetevi a osservare attraverso il buco.  di cui m'avete parlato.
    Gli  individui  verranno.  Per  un po' lasciateli fare.  Quando vi
    parr giunto  il  momento  di  fermarli,  sparerete  un  colpo  di
    pistola. Non troppo presto per. Il resto riguarda me. Un colpo di
    pistola in aria,  contro il soffitto,  non conta dove. Soprattutto
    non troppo presto.  Aspettate che sia cominciata  l'azione.  Siete
    avvocato, e sapete cosa significa.
    Mario  prese  le  pistole  e  se  le  mise  nelle  tasche laterali
    dell'abito.
    - Cos si vedono  e  danno  nell'occhio  -  prosegu  l'ispettore.
    Mettetevele piuttosto nei taschini del panciotto.
    Mario se le mise nei taschini.
    - E ora - prosegu l'ispettore - non c' pi un minuto da perdere.
    Che ora ? Le due e mezzo. E' per le sette, vero?
    - Per le sei - rispose Mario.
    -  Ho  tempo  -  aggiunse l'altro;  - ma appena quanto basta.  Non
    dimenticate nulla di  quanto  vi  ho  detto.  Panf,  un  colpo  di
    pistola.
    - State tranquillo - rispose Mario.
    E  mentre  metteva  la mano sulla maniglia della porta per uscire,
    l'ispettore gli grid:
    - A proposito, se avete bisogno di me in questo frattempo,  venite
    o mandate. Chiedete dell'ispettore Javert.

    15. JONDRETTE FA LE SUE SPESE.
    Pochi  momenti dopo,  e cio verso le tre,  Courfeyrac passava per
    caso in via Mouffetard insieme a Bossuet. La neve cadeva pi fitta
    che mai e Bossuet stava dicendo al compagno:
    - Vedendo cadere tutti questi fiocchi di neve,  si direbbe che  ci
    sia in cielo una peste di farfalle bianche.
    A  un  tratto  scorse Mario che risaliva la via in direzione della
    barriera e aveva un aspetto singolare.
    - Toh, Mario! - disse.
    - L'ho visto - rispose Courfeyrac - ma non bisogna parlargli.
    - Perch?
    - E' occupato.
    - A che fare?
    - Non vedi la cera che ha?
    - Che cera?
    - Ha l'aria di uno che segua qualcuno.
    - E' vero - disse Bossuet.
    - Guarda che occhi caccia fuori! - riprese Courfeyrac.
    - Ma che diavolo segue?
    -  Qualche  comparsa,   sgualdrinella,   cuffietta-infiorata.   E'
    innamorato.
    -  Ma il fatto  - osserv Bossuet - che non vedo n comparse,  n
    sgualdrinelle,  n cuffiette infiorate nella via;  non c' neppure
    una donna.
    Courfeyrac guard ed esclam:
    - Segue un uomo!
    Infatti, a una ventina di passi davanti a Mario, camminava un uomo
    col  capo  coperto  da  un  berretto e di cui,  bench volgesse le
    spalle, si distingueva la barba grigia.  Era vestito d'un cappotto
    nuovo troppo grande per lui,  e d'uno schifoso paio di pantaloni a
    brandelli, anneriti dal fango.
    Bossuet scoppi in una risata.
    - Chi sar mai quell'uomo?
    - Quello?  - riprese Courfeyrac.  - E' un poeta.  I poeti  portano
    volentieri  un paio di pantaloni da venditori di pelli di coniglio
    e un soprabito da Pari di Francia.
    - Vediamo dove va Mario - propose Bossuet - e dove va  quell'uomo;
    seguiamoli; che te ne pare?
    - Bossuet!  - esclam Courfeyrac.  - Aquila di Meaux, voi siete un
    bruto prodigioso: seguire un uomo che segue un uomo!
    E tornarono indietro.
    Mario infatti aveva visto passare Jondrette per via  Mouffetard  e
    lo spiava.
    Jondrette camminava dritto,  senza sospettare che un occhio gi lo
    stesse vigilando.  Abbandon  via  Mouffetard,  e  Mario  lo  vide
    entrare in una delle pi orribili baracche di via Gracieuse; vi si
    trattenne circa un quarto d'ora;  poi torn in via Mouffetard,  si
    ferm da un chincagliere che  stava,  a  quell'epoca,  sull'angolo
    della via Pietro Lombardo, e quando, pochi minuti dopo, usc dalla
    bottega,  Mario gli vide in mano un grosso scalpello col manico di
    legno bianco,  che poi nascose sotto l'abito.  All'altezza di  via
    Petit-Gentilly,  pieg  a  sinistra e raggiunse rapidamente la via
    Petit-Banquier. Il giorno tramontava, la neve, cessata un momento,
    aveva ricominciato: Mario si appost.  all'angolo  di  via  Petit-
    Banquier, che era deserta come al solito, e non segu Jondrette. E
    fu un bene,  perch,  giunto al muro basso,  dietro il quale Mario
    aveva sentito parlare il capelluto  e  il  barbuto,  Jondrette  si
    volt  per  assicurarsi che nessuno lo seguisse e lo vedesse;  poi
    scavalc il muro e spar.
    Il terreno incolto, circondato da quel muricciolo,  comunicava col
    cortile  interno d'un ex-noleggiatore di carrozze di cattiva fama,
    gi fallito,  che aveva ancora  alcuni  vecchi  calessi  sotto  la
    tettoia.
    Mario  pens che era prudente profittare dell'assenza di Jondrette
    per rientrare, tanto pi che annottava.  Mamma Burgon,  uscendo la
    sera per recarsi in qualche famiglia a lavare le stoviglie,  usava
    chiudere la porta della casa,  che  all'imbrunire  restava  sempre
    chiusa.  Ora  Mario  avendo  dato  la  sua chiave all'ispettore di
    polizia, si trovava nella necessit di affrettarsi.
    La  sera  era  gi  venuta,  era  gi  quasi  notte,  e  in  tutto
    l'orizzonte  e  nell'immensit,  l'unico punto illuminato dal sole
    era la luna,  che spuntava rossastra dietro la bassa cupola  della
    Salptrire.
    Mario  raggiunse in fretta il numero 50-52,  e trov ancora aperta
    la porta.  Sal la scala in punta di  piedi  e  scivol  lungo  il
    corridoio fino alla propria camera. Il lettore si ricorder che in
    quel  corridoio  si aprivano sui due lati tante stanzacce,  allora
    tutte da affittare e vuote.  Mamma Burgon lasciava  di  solito  le
    porte aperte. Passando davanti a una di quelle porte parve a Mario
    di vedere nella stanza disabitata quattro teste d'uomini immobili,
    rischiarate  confusamente  dal  barlume  dell'abbaino.  Non  volle
    curiosare,  per non essere  visto.  Riusc  a  entrare  nella  sua
    carriera,  senza essere scorto e senza far rumore.  Era tempo.  Un
    momento dopo,  sent mamma Burgon andarsene e chiudersi dietro  la
    porta della casa.

    16. UNA CANZONE SU UN'ARIA INGLESE DI MODA NEL 1832.
    Mario  si  sedette  sul letto.  Potevano essere le cinque e mezza;
    mezz'ora appena lo separava  da  quanto  stava  per  accadere.  Si
    sentiva  pulsare le arterie,  come si ode nel buio il battito d'un
    orologio.  Rifletteva a quel doppio cammino che avveniva  in  quel
    momento  nelle  tenebre: il delitto che avanzava da una parte e la
    giustizia che veniva dall'altra.  Non aveva paura,  ma non  poteva
    pensare,  senza  un  certo  brivido,  alle  cose  che  stavano per
    succedere.  Come a tutti quelli che sono colpiti a un tratto da un
    fatto sorprendente,  tutta quella giornata gli pareva un sogno, e,
    per non credersi in preda a un incubo,  aveva bisogno  di  sentire
    nei taschini il freddo delle due pistole di acciaio.
    Aveva  cessato  di  nevicare:  la  luna,  sempre  pi  chiara,  si
    districava dalla nebbia,  e  il  suo  chiarore,  unito  al  bianco
    riflesso   della   neve  caduta,   dava  alla  camera  un  aspetto
    crepuscolare.
    Il tugurio dei Jondrette era illuminato.  Mario vedeva il buco del
    tramezzo  brillare  di  un  chiarore  rossastro,  che gli sembrava
    sanguigno.
    Evidentemente quella luce non poteva provenire da una candela. Del
    resto,  nessun rumore dai Jondrette,  nessuno si muoveva,  nessuno
    parlava, neppure un soffio; il silenzio era glaciale e profondo; e
    senza quella luce c'era da credere a un sepolcro.
    Mario  si  lev  piano piano le scarpe e le spinse sotto il letto.
    Trascorsero alcuni minuti.  Sent girare sui cardini la  porta  di
    strada;  un  passo  rapido  e  pesante sal la scala e percorse il
    corridoio;  il nottolino della stamberga si sollev rumorosamente.
    Era Jondrette che rientrava.
    Subito  si  alzarono  parecchie voci.  Tutta la famiglia era nella
    stamberga.  Per nell'assenza del padrone taceva,  come i lupicini
    nell'assenza del lupo.
    - Sono io - disse.
    - Buona sera, paparino! - strillarono le figlie.
    - Ebbene? - chiese la madre.
    - Tutto liscio come l'olio - rispose Jondrette;  - ma ho un freddo
    cane ai piedi. Brava! ti sei vestita, hai fatto bene:  necessario
    infatti ispirare fiducia.
    - Sono pronta per uscire.
    - Non dimenticherai niente di quanto t'ho detto? farai bene tutto?
    - Sta tranquillo.
    - E' perch... - osserv Jondrette. - Ma non termin la frase.
    Mario  sent  che  deponeva  sulla  tavola   una   cosa   pesante,
    probabilmente lo scalpello comprato.
    - Oh! - riprese Jondrette - qui si  mangiato, a quanto pare.
    -  S  - rispose la madre - ho avuto tre grosse patate e un po' di
    sale, e ho profittato del fuoco per farle cuocere.
    - Bene! - riprese Jondrette. - Domani vi condurr a pranzo con me.
    Ci sar un'anitra e il resto.  Pranzerete come tanti Carlo Decimo.
    Tutto va a gonfie vele.
    Poi aggiunse abbassando la voce:
    - La trappola  apparecchiata, e i gatti sono l.
    Abbass ancora di pi la voce e disse:
    - Metti questo nel fuoco.
    Mario  sent  un  crepito  di  carboni smossi da una paletta o da
    altro utensile di ferro, mentre Jondrette continuava:
    - Hai unto i cardini dell'uscio perch non facciano rumore?
    - S, - rispose la madre.
    - Che ora ?
    - Fra poco le sei; la mezza  gi suonata a San Medardo.
    - Diavolo!  - disse Jondrette.  - E' tempo che le piccine vadano a
    far la guardia. Venite qua, voi altre, ascoltate.
    Ci fu un bisbigliare sommesso.
    Quindi la voce di Jondrette si lev di nuovo:
    - La Burgon  uscita?
    - S, - rispose la moglie.
    - Sei sicura che non ci sia nessuno nella camera del vicino?
    - Non  rientrato tutto il giorno, e sai bene che a quest'ora va a
    desinare.
    - Ne sei sicura?
    - Sicurissima.
    - Non importa - riprese Jondrette. - E' bene andare a vedere nella
    sua stanza. Prendi la candela, figliola, e va.
    Mario  discese dal canterano,  e strisci silenziosamente sotto il
    letto.
    S'era appena  rannicchiato  che  scorse  una  luce  attraverso  le
    fessure della porta.
    - Pap - grid una voce -  uscito.
    Riconobbe la voce della figlia maggiore.
     -  Sei entrata? - chiese il padre.
    -  No - rispose la fanciulla - ma giacch c' la chiave all'uscio,
    vuol dire che  uscito.
    Il padre grid:
    - Entra lo stesso.
    La porta si apr,  e  Mario  vide  entrare  la  pi  grande  delle
    Jondrette con un lume in mano.  Era vestita come la mattina, ma in
    quella luce era pi orribile.
    Mario  ebbe  un  inesprimibile  momento  di   ansiet,   vedendola
    camminare  diritta  verso  il  letto;  se non che accanto al letto
    pendeva dalla parete uno specchio, ed era quella la mta dei passi
    di lei.  Si alz in punta dei piedi e si rimir.  Frattanto  nella
    camera vicina si udiva un tintinnio di ferri smossi.
    Lei  si  lisci  i capelli col palmo della mano e fece dei sorrisi
    allo specchio, cantarellando con la sua voce fessa e sepolcrale:
    "Il nostro amore  durato sette giorni appena
    Come son rapidi i momenti di felicit!
    Adorarsi otto giorni, non valeva la pena!
    Il tempo degli amori dovrebbe durar sempre!
    Dovrebbe durar sempre! dovrebbe durar sempre!".
    Intanto Mario tremava:  gli  pareva  impossibile  che  quella  non
    udisse il suo respiro.
    Poi  la  fanciulla  si diresse verso la finestra,  e guard fuori,
    parlando ad alta voce con quella sua aria sbarazzina:
     - Com' brutta Parigi quando indossa la camicia bianca!
    Torn allo specchio e fece di nuovo quelle smorfie, contemplandosi
    successivamente di fronte e di tre quarti.
    - Ebbene - grid il padre - cosa fai?
    - Guardo sotto il letto e sotto i mobili,  rispose  continuando  a
    lisciarsi i capelli. Non c' nessuno.
    - Stupida!  - url il padre.  - Torna subito! non abbiamo tempo da
    perdere.
    - Vengo!  - rispose.  - Non c'  mai  tempo  nella  loro  baracca.
    Canticchi:
    "Per correre alla gloria voi mi lasciate,
    Ma dovunque il triste cuore vi seguir".
    Dette  un'altra occhiata allo specchio e usc,  chiudendosi dietro
    la porta.
    Un momento dopo,  Mario ud il fruscio dei piedi  nudi  delle  due
    ragazze nel corridoio, e la voce di Jondrette che gridava loro:
    -  State  attente,   una  dalla  parte  della  barriera,   l'altra
    all'angolo della via Petit-Banquier! Non perdete d'occhio la porta
    di casa, e appena vedete qualcosa, venite subito in quattro salti!
    Avete la chiave per rientrare.
    La figlia maggiore borbott:
    - Far la sentinella a piedi nudi nella neve!
    - Domani avrete degli stivaletti di seta color scarabeo!  -  disse
    il padre.
    Discesero  la  scala,  e  un momento dopo il rumore della porta di
    strada, che si richiudeva, annunci che erano uscite.
    Erano rimasti in casa soltanto Mario  e  i  coniugi  Jondrette,  e
    probabilmente   anche   gli  esseri  misteriosi  che  Mario  aveva
    intravisto nel  crepuscolo,  attraverso  l'uscio  della  stamberga
    disabitata.

    17. USO DEI CINQUE FRANCHI DI MARIO
    Mario  credette  venuto  il  momento  di  riprendere  il suo posto
    d'osservazione,  e in un batter d'occhio,  con l'agilit dell'et,
    si trov presso il buco della parete.
    Guard.
    L'interno  dell'abitazione  dei  Jondrette  presentava  un aspetto
    singolare, e Mario si spieg la strana luce che aveva notato.  Una
    candela bruciava su un candeliere verde ramato,  ma a dire il vero
    la casa non era illuminata da essa;  era  invece  rischiarata  dal
    riverbero di un braciere abbastanza grande, collocato nel focolare
    e  pieno  di  carboni  accesi:  il braciere preparato alla mattina
    dalla Jondrette.  Il carbone era ardente e il  braciere  diventato
    rosso;  una  fiamma azzurrognola oscillava e aiutava a distinguere
    la forma dello scalpello,  comprato da  Jondrette  in  via  Pietro
    Lombardo,  che si arroventava affondato nella brace.  In un angolo
    vicino alla porta si  vedevano  due  mucchi,  uno  di  ferramenti,
    l'altro  di  corde,  che  parevano preparati appositamente.  Tutto
    questo,  a chi non avesse saputo nulla  di  quanto  si  preparava,
    avrebbe fatto tentennare la mente tra un'idea molto sinistra e una
    molto semplice.  La stamberga,  cos illuminata,  pareva piuttosto
    una fucina che  un  antro  dell'inferno,  ma  Jondrette,  in  quel
    chiarore, aveva piuttosto l'aspetto di un demone che d'un fabbro.
    Il  calore  del  braciere  era  tale  che la candela,  posta sulla
    tavola, fondeva da quel lato e si consumava di sbieco. Una vecchia
    lanterna cieca di rame,  degna  di  Diogene  diventato  Cartouche,
    stava sul camino.
    Il  braciere,  posto  sul focolare,  vicino ai tizzoni semispenti,
    mandava il suo fumo su per la canna  del  camino  e  non  spandeva
    nessun odore.
    La  luna,  attraverso  i  vetri  della  finestra,  mandava  il suo
    chiarore nella stamberga  rossastra  e  ardente,  il  che  per  la
    poetica mente di Mario,  fantasioso anche nel momento dell'azione,
    era come un pensiero celeste misto ai deformi sogni della terra.
    Uno spiffero, penetrando dal vetro rotto,  contribuiva a dissipare
    l'odore del carbone e a dissimulare la presenza del braciere.
    Il  covo Jondrette,  se il lettore rammenta quel che abbiamo detto
    della topaia  Gorbeau,  era  meravigliosamente  adatto  a  far  da
    scenario  a  un'azione  violenta  e  fosca  e  da ricettacolo a un
    delitto.  Era la stanza pi remota della casa pi isolata del  pi
    deserto boulevard di Parigi.  Se l'agguato non fosse esistito,  l
    dentro l'avrebbero inventato.
    Tutta la  profondit  della  casa  e  un  gran  numero  di  camere
    disabitate  separavano  quella  tana  dal boulevard,  la cui unica
    finestra dava su terreni incolti, cinti da muri e palizzate.
    Jondrette aveva  acceso  la  pipa  e  fumava  seduto  sulla  sedia
    sfondata, mentre sua moglie gli parlava sottovoce.
    Se Mario fosse stato Courfeyrac,  vale a dire uno di quegli uomini
    che ridono in  qualsiasi  circostanza  della  vita,  senza  dubbio
    sarebbe  scoppiato  a  ridere  quando  il  suo sguardo cadde sulla
    Jondrette.  Aveva un cappello nero  ornato  di  piume,  abbastanza
    rassomigliante  ai  cappelli  degli  araldi nella consacrazione di
    Carlo Decimo,  un immenso scialle scozzese sulla veste di tela,  e
    le scarpe da uomo,  rifiutate da sua figlia la mattina. Era questa
    la toletta che aveva strappato  a  suo  marito  l'esclamazione:  -
    "Brava!  ti sei vestita, hai fatto bene:  necessario che tu possa
    ispirare fiducia!".
    Quanto a Jondrette,  non s'era tolto il cappotto  nuovo  e  troppo
    largo per lui, regalatogli da Leblanc, e continuava a offrire quel
    contrasto tra il cappotto e i pantaloni, che costituiva agli occhi
    di Courfeyrac l'ideale del poeta.
    A un tratto, Jondrette disse:
    -  A  proposito,  ora che ci penso;  con questo tempaccio verr in
    carrozza.  Accendi la lanterna,  prendila,  discendi  e  sta  gi,
    dietro  la porta di strada.  Appena sentirai fermarsi la carrozza,
    aprigli subito,  e fagli lume sulla scala e nel corridoio,  mentre
    salir;  mentre poi entrer qui,  tu scenderai in fretta, pagherai
    il cocchiere e lo licenzierai.
    - E i denari? - chiese la moglie.
    Jondrette frug nella tasca dei pantaloni,  e le diede una  moneta
    di cinque franchi.
    - Cos' questo? - esclam.
    Egli  rispose  con  dignit:  la patacca che ci ha dato stamane il
    vicino.
    E aggiunse:
    - Sai? ci abbisognano due sedie!
    - Perch?
    - Per sedersi.
    Mario sent un brivido per  le  reni,  udendo  la  Jondrette  fare
    tranquillamente questa proposta:
    - Diamine! vado a pigliarti quelle del vicino.
    E con un rapido moto,  aperta la porta della propria camera,  usc
    nel corridoio.
    A Mario non rimaneva pi il  tempo  necessario  per  scendere  dal
    canterano, arrivare fino al letto e nascondervisi.
    - Prendi la candela, sugger il marito.
    - No - disse lei - mi darebbe fastidio; c' il chiaro di luna.
    Mario  sent  la  mano  pesante  della Jondrette cercare a tentoni
    nell'oscurit la chiave del suo uscio. La porta si apr.  Rest al
    suo posto inchiodato dall'apprensione e dallo stupore.
    Entr la donna.
    L'abbaino  lasciava  passare un raggio di luna tra due grandi zone
    d'ombra,  una delle quali copriva interamente  il  muro  al  quale
    Mario era addossato, in modo che egli vi spariva dentro.
    La Jondrette alz gli occhi,  non vide Mario,  prese le due sedie,
    le  sole  che  egli  possedesse,   e   usc   lasciando   sbattere
    rumorosamente la porta, dietro di s.
    Rientr nella tana.
    - Ecco le due sedie.
    - Ed ecco la lanterna - rispose il marito. - Va gi subito.
    Essa si affrett a obbedire, e Jondrette rimase solo.
    Colloc le due sedie ai due lati della tavola,  volt lo scalpello
    nel braciere,  mise davanti al camino  un  vecchio  paravento  per
    nascondere il braciere, poi and nell'angolo dov'era il mucchio di
    corde  e si abbass come per esaminare qualche cosa.  Allora Mario
    s'accorse che quanto gli  era  sembrato  un  mucchio  informe  era
    invece una scala di corda molto ben fatta,  con i pioli di legno e
    due ganci per appenderla.
    Quella scala e  alcuni  grossi  utensili,  vere  mazze  di  ferro,
    frammisti  alle ferramenta ammonticchiate dietro la porta,  non si
    trovavano la mattina nel covo  dei  Jondrette  e  vi  erano  stati
    portati nel pomeriggio durante l'assenza di Mario.
    - Sono utensili da fabbro - pens.
    Ma  se  fosse  stato  un  po'  pi  esperto di quelle cose avrebbe
    riconosciuto,  in quelli che prendeva per arnesi di fabbro,  certi
    strumenti che possono tagliare e trinciare.
    Il  camino  e  la  tavola  con  le  due sedie si trovavano proprio
    dirimpetto a  Mario.  Nascosto  il  braciere,  la  stanzaccia  era
    illuminata  dalla  candela;  il  minimo oggetto sulla tavola o sul
    camino faceva una grande ombra.  Un orcio slabbrato mascherava una
    mezza parete. Regnava nella camera un'indicibile calma, ripugnante
    e minacciosa. Ci si sentiva l'attesa di qualcosa di spaventevole.
    Jondrette  aveva  lasciato spegnersi la pipa,  indizio d'una grave
    preoccupazione,  e s'era di nuovo seduto.  La candela  metteva  in
    rilievo le angolosit selvagge e fiere del suo volto.  Di tanto in
    tanto aggrottava le ciglia e apriva bruscamente la destra, come se
    rispondesse agli ultimi consigli d'un cupo  monologo  interno.  In
    una   delle  tenebrose  risposte  che  dava  a  se  stesso,   tir
    frettolosamente il cassetto della tavola,  prese un lungo coltello
    da cucina che vi stava nascosto e ne saggi il taglio sull'unghia:
    quindi  ripos il coltello e richiuse il cassetto.  Dal canto suo,
    Mario afferr la pistola che aveva nel taschino di destra, la tir
    fuori e la mise a punto.
    Lo scatto fece un  piccolo  rumore  distinto  e  secco.  Jondrette
    trasal e, alzandosi a mezzo sulla sedia, grid:
    - Chi ?
    Mario trattenne il fiato;  l'altro ascolt un momento, poi si mise
    a ridere dicendo:
    - Che bestia! E' il tramezzo che scricchiola.
    Mario tenne la pistola in mano.

    18. LE DUE SEDIE DI MARIO L'UNA DI FRONTE ALL'ALTRA.
    A un tratto il lontano e malinconico suono d'una campana scosse  i
    vetri. Suonavano le sei a San Medardo.
    Jondrette accompagn ogni colpo con un moto del capo;  scoccato il
    sesto, smoccol la candela con le dita.  Poi si mise a passeggiare
    per  la  stanza,  tese  l'orecchio verso il corridoio,  passeggi,
    ascolt di nuovo: - Purch venga! - borbott.
    E torn alla sedia.
    S'era  appena  seduto  che  l'uscio  s'apr.   L'aveva  aperto  la
    Jondrette, che, restando nel corridoio, faceva un'orribile smorfia
    di  contentezza,  illuminata di sotto in su da uno dei buchi della
    lanterna cieca.
    - Entrate, signore! - diss'ella.
    -  Entrate,  mio  benefattore!   -  ripet  Jondrette,   alzandosi
    precipitosamente.
    Apparve  il  signor  Leblanc.  Aveva  un'aria  di seriet,  che lo
    rendeva singolarmente venerabile. Depose sul tavolo quattro luigi.
    - Signor Fabantou,  ecco per la pigione e per le prime  necessit;
    in seguito vedremo.
    -  Dio ve li renda,  mio generoso benefattore!  - disse Jondrette;
    quindi, avvicinatosi rapidamente alla moglie:
    - Rimanda la vettura!
    Questa se la svign mentre il marito  si  prodigava  in  saluti  e
    offriva una sedia al signor Leblanc.
    Un   momento  dopo  rientr  e  disse  sottovoce  all'orecchio  di
    Jondrette:
    - E' fatto.
    La neve che non aveva smesso di cadere  dalla  mattina  era  tanto
    spessa,  che  la  vettura non si ud allontanare,  come non si era
    sentita arrivare.
    Frattanto il signor Leblanc s'era seduto,  mentre Jondrette  aveva
    preso possesso dell'altra sedia di fronte.
    Ora,  per  formarsi  un'idea  della scena che sta per seguire,  il
    lettore  si  figuri  la  notte  diaccia,   le   solitudini   della
    Salptrire  coperte  di  neve  e  bianche  al chiaro di luna come
    immensi lenzuoli,  il chiarore dei fanali che arrossavano qua e l
    quei  tragici  boulevard,  i  lunghi  filari  d'olmi neri,  nessun
    passante forse a un quarto di lega in giro,  la topaia Gorbeau nel
    suo pi alto grado di silenzio, d'orrore e di tenebre, e in quella
    catapecchia,  in  mezzo  a  quelle  solitudini,  in mezzo a quella
    oscurit,  la vasta stamberga dei  Jondrette  rischiarata  da  una
    candela,  con  due  uomini seduti a una tavola,  il signor Leblanc
    tranquillo,  Jondrette sorridente e spaventoso,  la Jondrette,  la
    lupa,  in un angolo, e dietro il tramezzo Mario, invisibile, ritto
    in piedi,  che non perdeva n una  parola  n  un  movimento,  con
    l'occhio vigile e la pistola in mano.
    Mario  provava  soltanto un'emozione di orrore,  ma nessuna paura.
    Stringeva il calcio  della  pistola,  e  si  sentiva  rassicurato.
    Fermer quel miserabile quando vorr! - pensava.
    Sentiva  la  polizia  appostata  in  qualche  luogo  in attesa del
    segnale convenuto e pronta a intervenire.
    Inoltre sperava che da quel violento scontro fra  Jondrette  e  il
    signor  Leblanc  potesse  scaturire un po' di luce su tutto quello
    che gli interessava sapere.

    19. PREOCCUPARSI DEGLI ANGOLI BUI.
    Appena seduto,  il signor Leblanc volse  lo  sguardo  ai  giacigli
    vuoti:
    - Come sta la povera piccina ferita? - domand.
     -    Male!  -  rispose  Jondrette  con  un  sorriso  straziato  e
    riconoscente  insieme.  -  Malissimo,  rispettabile  signore.  Sua
    sorella maggiore l'ha condotta alla Bourbe per farla medicare;  ma
    le vedrete; a momenti saranno di ritorno.
    - Mi pare che la signora Fabantou  si  senta  meglio,  riprese  il
    signor  Leblanc,  gettando  un'occhiata sul bizzarro abbigliamento
    della Jondrette,  la quale,  in piedi,  fra lui e la porta come se
    gi  pensasse a custodirne l'uscita,  lo esaminava con una posa di
    minaccia e quasi di battaglia.
    - E' quasi  moribonda  -  rispose  Jondrette.  -  Ma  che  volete,
    signore,  ha  tanto coraggio quella donna!  Non  una donna,  e un
    bue.
    La moglie,  commossa dal complimento,  esclam con la grazia di un
    mostro lusingato:
    - Sei sempre troppo buono con me, caro Jondrette!
    - Jondrette!  - osserv il signor Leblanc.  - Credevo vi chiamaste
    Fabantou.
    - Fabantou soprannominato Jondrette! - rispose precipitosamente il
    marito. - E' il soprannome da artista.
    E mostrando alla moglie un'alzata di spalle che il signor  Leblanc
    non   vide,   prosegu  con  un'inflessione  di  voce  enfatica  e
    carezzevole:
    - Ah! il fatto  che siamo vissuti sempre d'accordo, questa povera
    cara ed io.  Che ci rimarrebbe,  se  non  avessimo  almeno  questo
    conforto?  Siamo  cos sfortunati,  rispettabile signore!  Abbiamo
    buone braccia,  ma niente lavoro!  Abbiamo  coraggio,  ma  nessuna
    occupazione!  Non  so  come il governo disponga le cose: ma parola
    d'onore, signore, io non sono un giacobino,  signore,  non sono un
    esaltato, non voglio male al governo, ma se fossi il ministero, vi
    d la pi sacra parola, le cose andrebbero diversamente. Ecco, per
    esempio.  Ho  voluto far imparare il mestiere del cartonaggio alle
    mie figliole. Mi direte: Come, un mestiere!  S,  un mestiere!  un
    semplice mestiere! un mezzo qualsiasi per guadagnarsi il pane! Che
    caduta,  mio  benefattore!  che  degradazione,  quando  si  stati
    quello che eravamo!  Ahim non ci  rimane  pi  nulla  dei  giorni
    prosperi!  Nulla  fuorch  una  cosa  sola,  un  quadro  che  mi 
    oltremodo caro,  e di cui  tuttavia  mi  priverei  perch  bisogna
    vivere! Gi, bisogna vivere!
    Mentre Jondrette parlava con un tal quale apparente disordine, che
    non diminuiva in nulla l'espressione riflessiva e sagace della sua
    fisionomia,  Mario  alzando  gli occhi scorse in fondo alla camera
    una persona che non aveva ancora visto.  Era entrato un uomo,  con
    tanta  leggerezza  che non s'era udito l'uscio girare sui cardini.
    Portava un panciotto di maglia color  violaceo,  vecchio,  logoro,
    stracciato,  larghi  pantaloni  di  cotone  e  pantofole ai piedi,
    niente camicia, il collo nudo, le braccia nude e tatuate, il volto
    impiastricciato di nero. S'era seduto in silenzio e con le braccia
    incrociate sul letto pi vicino,  e,  siccome  stava  dietro  alla
    Jondrette, non si poteva distinguerlo bene.
    Quella specie d'istinto magnetico che  proprio dell'occhio,  fece
    s che Leblanc si voltasse quasi nello stesso tempo di Mario.  Non
    pot  reprimere  un  moto  di  sorpresa,  che non sfugg neppure a
    Jondrette,  il quale,  abbottonandosi  con  aria  di  compiacenza,
    esclam:
    - Ah!  capisco! Guardate il vostro cappotto, vero? mi va bene, s,
    mi va proprio bene!
    - Chi  quell'uomo? - chiese Leblanc.
    - Quello? - rispose Jondrette. - E' un vicino; non ci badate.
    Il vicino aveva un aspetto strano.  Nel quartiere di San  Marcello
    abbondano  le  fabbriche  di prodotti chimici,  e gli operai delle
    officine hanno spesso il  viso  sporco  di  fuliggine.  Il  signor
    Leblanc,  dalla  cui  persona  traspariva  una  fiducia  candida e
    intrepida, riprese:
    - Perdonate, dicevate dunque, signor Fabantou?
    - Vi dicevo,  signore  e  caro  protettore  -  rispose  Jondrette,
    appoggiando  i  gomiti  sulla  tavola,  e  contemplando  il signor
    Leblanc con gli occhi fissi e teneri,  molto simili a  quelli  del
    serpente boa - vi dicevo che ho un quadro da vendere.
    Ci fu un leggero rumore alla porta: un altro uomo era entrato e si
    era seduto sul letto,  dietro la Jondrette. Aveva come il primo le
    braccia nude e una maschera inchiostrata o di sego.
    Bench questi fosse letteralmente scivolato nella camera, non pot
    fare in modo che il signor Leblanc non se ne accorgesse.
    - Non ci badate - disse Jondrette. - Sono persone di casa.  Dicevo
    che mi rimane un quadro,  un quadro prezioso...  Eccolo,  signore,
    osservatelo.
    Si alz, si avvicin alla parete, a pie' della quale era posato il
    pannello  di  cui  abbiamo  parlato,  e  lo  rivolt,  lasciandolo
    appoggiato al muro.
    Era  infatti  qualche  cosa  che somigliava a un quadro,  e che la
    candela illuminava o quasi.  Mario non poteva  distinguere  nulla,
    poich  Jondrette  stava tra il quadro e lui;  intravedeva solo un
    grossolano scarabocchio,  e una specie di  personaggio  principale
    colorato  con  la  crudezza chiassosa dei quadri per fiera e delle
    pitture per paravento.
    - Che cos' questo? - chiese il signor Leblanc.
    Jondrette esclam:
    -  Un  dipinto  classico,   un  quadro  di  gran  valore,   ottimo
    benefattore!  Io  ci  tengo  alle  mie  figlie!  Mi richiama certi
    ricordi!  Ma ve l'ho detto e non mi disdico: sono cos  sfortunato
    che me ne disfarei...
    Fosse  per  caso,   fosse  un  principio  d'inquietudine,   mentre
    esaminava il quadro lo sguardo del  signor  Leblanc  si  volse  di
    nuovo verso il fondo della stanza.
    Ci si trovavano ora quattro uomini,  tre seduti sul letto,  uno in
    piedi vicino allo stipite della porta,  tutti e quattro  immobili,
    con  le  braccia  nude  e  il volto mascherato.  Uno di quelli che
    stavano seduti sul letto s'era appoggiato al muro,  con gli  occhi
    chiusi,  e  pareva  dormisse: era un vecchio,  e i capelli bianchi
    sulla  faccia  nera  erano  orribili.  Gli  altri  due  sembravano
    giovani:  uno  era  barbuto,  l'altro capelluto.  Nessuno aveva le
    scarpe: chi non portava le calze era a piedi nudi.
    Jondrette,  notando che l'occhio del signor Leblanc si fermava  su
    quegli uomini, disse:
    -  Sono amici,  sono vicini,  impiastricciati cos perch lavorano
    nel carbone; sono fumisti. Non badateci, mio benefattore, comprate
    invece il mio quadro.  Abbiate piet della mia miseria;  non ve lo
    vender caro. Quanto lo stimate?
    - Ma - disse Leblanc fissando Jondrette e come uno che si metta in
    guardia  -  questa  un'insegna d'osteria,  e pu benissimo valere
    tre franchi.
    Jondrette rispose con dolcezza:
    - Avete con voi il portafogli? Mi contenterei di mille scudi.
    Il signor Leblanc si rizz in piedi,  si addoss al muro,  e  gir
    rapidamente  lo  sguardo  nella camera.  Aveva a sinistra dal lato
    della finestra,  Jondrette;  a destra,  dal lato della  porta,  la
    donna e i quattro uomini, i quali non si muovevano e pareva non lo
    vedessero  neppure.  Jondrette  s'era  rimesso  a parlare con tono
    piagnucoloso,  con  gli  occhi  cos  smarriti  e  un  tono  tanto
    lamentevole,  che il signor Leblanc poteva credere d'avere davanti
    soltanto un uomo impazzito per la miseria.
    - Se non comprate  il  quadro,  caro  benefattore,  rimango  senza
    risorse,  e non mi resta che buttarmi nel fiume.  Quando penso che
    ho voluto far imparare alle mie figlie il cartonaggio semifino, il
    cartonaggio per le scatole  delle  strenne!  Ebbene,  Occorre  una
    tavola  che  sia  ferma perch i bicchierini non vadano per terra;
    occorre un fornello  fatto  appositamente,  un  recipiente  a  tre
    scompartimenti  per  i  diversi  gradi  di forza che deve avere la
    colla,  secondo che viene adoperata per il legno,  per la carta  o
    per le stoffe;  un trincetto per tagliare il cartone;  una matrice
    per adattarlo,  un martello  per  inchiodare,  le  tenaglie  e  il
    diavolo  che  so  io!  e tutto ci per guadagnare quattro soldi al
    giorno!  e bisogna lavorare quattordici ore!  e ogni scatola passa
    tredici volte per le mani dell'operaia!  e bagnare la carta! e non
    macchiar nulla!  e tenere la colla calda!  il  diavolo,  vi  dico!
    quattro soldi al giorno! come si pu campare cos?
    Mentre  parlava,  Jondrette  non  guardava  il  signor Leblanc che
    invece l'osservava.  L'occhio del  signor  Leblanc  era  fisso  su
    Jondrette  e  quello di Jondrette sull'uscio,  mentre l'attenzione
    ansiosa di Mario andava dall'uno all'altro.  Pareva che il  signor
    Leblanc  si  chiedesse:  E' un idiota?  Jondrette ripet due o tre
    volte con tutte le varie intonazioni  tra  lo  strascicante  e  il
    supplichevole:  -  Non  mi rimane che buttarmi nel fiume!  L'altro
    giorno discesi tre gradini  per  questo,  dalla  parte  del  ponte
    d'Austerlitz!
    D'improvviso, la sua pupilla spenta si accese d'un fiammeggiamento
    spaventoso;  fece un passo verso il signor Leblanc e gli grid con
    voce tonante:
    - Tutto questo non c'entra per nulla! Mi riconoscete?

    20. L'AGGUATO.
    La porta della stamberga s'era aperta improvvisamente,  e lasciava
    vedere  tre  uomini  in  camiciotto  di  tela turchina,  col volto
    coperto da maschere nere.  Il primo era magro e  teneva  un  lungo
    bastone ferrato;  il secondo,  una specie di colosso,  stringeva a
    met del manico, col nodo in gi,  un maglio per ammazzare i buoi;
    il  terzo,  un uomo dalle spalle tarchiate,  meno magro del primo,
    meno massiccio del secondo, aveva in pugno un'enorme chiave rubata
    a qualche porta di prigione. Pare che Jondrette aspettasse appunto
    l'arrivo di quegli uomini.  Un rapido dialogo s'impegn tra lui  e
    il magro dal bastone ferrato.
    - E' pronto tutto? - chiese Jondrette.
    - S - rispose l'uomo.
    - Dov' Montparnasse?
    - Il primo amoroso s' fermato gi a ciarlare con tua figlia.
    - Quale?
    - La maggiore.
    - C' una vettura gi?
    - S.
    - La carretta  pronta?
    - Pronta.
    - Con due buoni cavalli?
    - Eccellenti.
    - Sta aspettando dove ho detto io?
    - S.
    - Bene - disse Jondrette.
    Il signor Leblanc era pallidissimo. Esaminava ogni cosa nella tana
    come chi comprende dov' caduto,  e la sua testa,  volgendosi,  di
    volta in volta,  verso tutti i  figuri  che  lo  circondavano,  si
    muoveva  sul collo con una lentezza attenta e stupita;  ma nel suo
    aspetto non c'era nulla che somigliasse alla paura.  Della  tavola
    s'era fatto una trincea improvvisata. E quell'uomo, che un momento
    prima  aveva  solo  l'aria d'un buon vecchio,  era diventato ad un
    tratto una specie di atleta,  e appoggiava sulla  spalliera  della
    sedia il pugno robusto con un gesto formidabile e sorprendente.
    Quel  vecchio,  cos  risoluto  e intrepido di fronte al pericolo,
    pareva uno di quei caratteri che sono un tempo coraggiosi e buoni,
    agevolmente e semplicemente. Il padre della donna che amiamo non 
    mai un estraneo per noi,  e Mario si sent  orgoglioso  di  quello
    sconosciuto.
    I tre uomini dalle braccia nude,  dei quali Jondrette aveva detto:
    sono fumisti, avevano preso,  nel mucchio dei ferrivecchi,  uno un
    paio di grandi cesoie da fabbro,  l'altro una leva di bilancia, il
    terzo un martello, e s'erano messi di traverso nella porta,  senza
    pronunciare una parola.  Il vecchio rest sul letto,  ma non aveva
    aperto gli occhi, e la donna gli stava seduta accanto.
    Mario pens che  tra  pochi  secondi  sarebbe  giunto  il  momento
    d'intervenire,  e  alz  la  mano  destra  verso  la volta,  nella
    direzione del corridoio, pronto a sparare il colpo di pistola.
    Terminato il dialogo con l'uomo dal randello,  Jondrette si  volse
    di   nuovo   al   signor   Leblanc   e   ripet  la  sua  domanda,
    accompagnandola con quel suo riso sommesso, contratto e terribile:
    - Dunque non mi riconoscete?
    Leblanc lo guard in faccia e rispose:
    - No.
    Allora Jondrette and fino alla tavola,  si chin al disopra della
    candela,  incrociando  le  braccia,  avvicinando  la  sua mascella
    angolosa e feroce al viso calmo  di  Leblanc,  avanzando  pi  che
    poteva  senza  che  l'altro  rinculasse,  e in quell'attitudine di
    bestia feroce che sta per morire grid:
    - Non mi chiamo Fabantou,  non  mi  chiamo  Jondrette,  mi  chiamo
    Thnardier!  sono  il  locandiere  di  Montfermeil!  capite  bene?
    Thnardier! Ora, mi riconoscete?
    Un impercettibile rossore pass sulla fronte di Leblanc  che  per
    rispose  senza  che la voce gli tremasse,  n si elevasse,  con la
    placidit ordinaria:
    - Non pi di prima.
    Mario non  ud  questa  risposta.  Chi  l'avesse  scorto  in  quel
    momento,  in quelle tenebre, l'avrebbe visto stravolto, sbalordito
    e fulminato.  Quando ud Jondrette dire: "Mi  chiamo  Thnardier",
    trem  in  tutta la persona e si appoggi al muro come se sentisse
    il freddo d'una lama attraversargli il cuore.  Poi il suo  braccio
    destro,  pronto  a  lasciar partire il colpo d'avviso,  si abbass
    lentamente,  e nel momento che  Jondrette  ripet:  "Capite  bene?
    Thnardier!",   poco   manc   che  le  sue  dita  irrigidite  non
    lasciassero  cadere  la  pistola.   Jondrette  svelando  che   era
    Thnardier,  non  aveva  fatto  impressione  a  Leblanc,  ma aveva
    sconvolto Mario,  perch Mario conosceva  quel  nome,  che  pareva
    ignoto al vecchio. Sappiamo che cos'era quel nome per lui. L'aveva
    portato sul cuore,  scritto nel testamento paterno!  lo portava in
    fondo  al  cervello,  in  fondo  alla  memoria,  in  quella  sacra
    raccomandazione:  - "Un certo Thnardier mi salv la vita;  se mio
    figlio lo incontra, gli faccia tutto il bene che pu".  Il lettore
    ricorder  che  quel  nome era una delle religioni dell'anima sua:
    nel suo culto,  lo univa a quello del padre.  Dunque,  era  quello
    Thnardier,  il  locandiere di Montfermeil che egli aveva invano e
    cos a lungo cercato?  Lo trovava finalmente,  ma come lo trovava!
    Il  salvatore  di  suo  padre  era un bandito;  l'uomo a cui Mario
    bramava sacrificarsi,  era un mostro!  il salvatore del colonnello
    Pontmercy  stava  commettendo  un  attentato,  di  cui  ancora non
    discerneva chiaramente la portata,  ma che sembrava un assassinio!
    e su chi, gran Dio! Quale fatalit! che amaro scherzo della sorte!
    Suo padre dal fondo della tomba gli ordinava di fare tutto il bene
    possibile  a  Thnardier;  da  quattro  anni Mario non aveva altro
    pensiero se non di soddisfare il debito paterno;  e nel momento in
    cui  stava per abbandonare alla giustizia un brigante in flagrante
    delitto, il destino gli gridava:  Thnardier!  Stava per ripagare
    a  quell'uomo  la  vita di suo padre,  salvato sul campo eroico di
    Waterloo sotto una grandine di mitraglia,  e gliela  ripagava  col
    patibolo!  Aveva promesso a se stesso che,  ritrovando Thnardier,
    non l'avrebbe avvicinato se non gettandoglisi ai piedi;  e ora  lo
    ritrovava,  ma per consegnarlo al carnefice! Suo padre gli diceva:
    Soccorri Thnardier!  ed egli rispondeva a quella voce  adorata  e
    santa,  schiacciando  Thnardier.  Offrire al padre nella tomba lo
    spettacolo di quell'uomo,  che  l'aveva  strappato  alla  morte  a
    rischio  della vita,  giustiziato in piazza San Giacomo a causa di
    suo figlio,  di  quel  Mario  a  cui  aveva  lasciato  in  eredit
    quell'uomo! Quale derisione aver portato per tanto tempo sul cuore
    le  ultime  volont paterne scritte di suo pugno,  per poi fare in
    modo cos atroce tutto il contrario! Ma d'altra parte, assistere a
    quell'agguato e non  impedirlo!  come!  condannare  la  vittima  e
    risparmiare  l'assassino!  si  poteva  essere  obbligati a nessuna
    riconoscenza verso un simile miserabile?  Quel  colpo  inaspettato
    aveva  per cos dire trapassato da parte a parte tutte le sue idee
    di quattro anni. Egli fremeva: tutto dipendeva da lui; egli teneva
    nelle proprie  mani  a  loro  insaputa  tutti  quegli  esseri  che
    s'agitavano l sotto i suoi occhi.
    Se  tirava  il  colpo  di  pistola  Leblanc era salvo e Thnardier
    perduto;  se non lo tirava,  Leblanc era sacrificato  e,  chi  sa?
    Thnardier fuggiva.  Far precipitare uno o lasciar cadere l'altro;
    rimorsi da un lato e dall'altro. Che fare? che scegliere?  mancare
    ai  ricordi  pi  imperiosi,  a tanti solenni impegni presi con se
    stesso, al dovere pi santo,  al testamento pi venerato!  tradire
    il testamento paterno o lasciar compiere un delitto? Gli pareva di
    udire  da  un  lato  "la sua Ughetta" supplicarlo per il padre,  e
    dall'altra il colonnello  raccomandargli  Thnardier.  Si  sentiva
    impazzire.  Le  ginocchia  gli  si  piegavano  sotto,  e non aveva
    nemmeno il tempo di deliberare, tanto la scena che aveva sotto gli
    occhi precipitava furiosamente.  Era come un  turbine,  che  aveva
    creduto di padroneggiare,  e che invece lo trascinava.  Poco manc
    non svenisse.
    Frattanto  Thnardier,   d'ora  innanzi  non  lo  chiameremo   pi
    altrimenti,  passeggiava su e gi davanti alla tavola, preso quasi
    da uno smarrimento e da un senso di frenetico trionfo. Afferr con
    forza la candela e la pose sul camino con tanta violenza, che poco
    manc non si spegnesse e il sego schizz sulla parete.
    Poi si volse a Leblanc con un viso terribile e grid:
    - Cotto! affumicato! fritto, arrostito!
    E si rimise a passeggiare, continuando a esplodere:
    - Ah! vi ritrovo finalmente, signor filantropo!  signor milionario
    dall'abito  ragnato!  signor  donatore  di  bambole!  Ah,  non  mi
    riconoscete,  vecchio barbagianni!  No,  non siete voi quello  che
    venne  otto anni fa nella mia locanda di Montfermeil,  la notte di
    Natale 1823!  non siete voi che avete condotto via dalla mia  casa
    la figlia di Fantina,  l'Allodola! non siete voi che portavate una
    palandrana gialla! no! e un involto pieno di stracci,  come questa
    mattina!  Di'  dunque,  moglie!  ha  la mania,  a quanto pare,  di
    portare per le case degli involti pieni  di  calze  di  lana!  Ah!
    vecchio   caritatevole!   Siete   forse   un  berrettaio,   signor
    milionario?  e date ai poveri i rifiuti della bottega,  sant'uomo!
    Che saltimbanco!  Ah, voi non mi riconoscete? Ebbene, vi riconosco
    io!  vi ho riconosciuto subito,  appena avete ficcato il naso  qua
    dentro. Adesso vi accorgerete finalmente che non sono tutte rose a
    voler  andare cos per le case degli altri,  col pretesto che sono
    locande,  con abiti miserabili,  con l'apparenza  d'un  povero  da
    mettergli  un  soldo  in  mano,  e  ingannare le persone,  fare il
    generoso,  togliere loro un mezzo di guadagno,  e  minacciare  nei
    boschi;  non  si  saldano  i conti regalando pi tardi,  quando le
    persone sono rovinate,  un cappotto  troppo  largo  e  due  brutte
    coperte d'ospedale! Vecchio miserabile, ladro di fanciulli!
    Si ferm,  e per un momento parve parlare tra s. Si sarebbe detto
    che  il  suo  furore  cadesse,  come  fa  il  Rodano,  in  qualche
    precipizio; poi, come terminando ad alta voce delle cose dette tra
    s, batt il pugno sulla tavola, e grid:
    - Con quella sua aria bonacciona!
    E apostrofando Leblanc:
    - Per Dio! Un tempo vi siete preso gioco di me! Voi siete la causa
    di  tutte  le  mie disgrazie!  Vi siete preso per millecinquecento
    franchi una fanciulla che custodivo,  che senza dubbio apparteneva
    a  gente  ricca,  che m'aveva gi procurato molto denaro,  e dalla
    quale dovevo ricavare da vivere per tutta la vita!  Una  fanciulla
    che   m'avrebbe   indennizzato  di  tutto  quanto  ho  perduto  in
    quell'abominevole bettola,  dove si faceva baldoria e dove mangiai
    come un imbecille tutto il mio gruzzolo!  Vorrei che tutto il vino
    che si  bevuto in casa mia diventasse tanto veleno per quelli che
    l'hanno inghiottito!  Ma non importa!  Dite dunque,  avete  dovuto
    credermi  un  gonzo,  quando  ve  ne  siete andato con l'Allodola!
    Laggi,  nel bosco,  avevate il vostro randello;  eravate  il  pi
    forte! Ma oggi ho la rivincita; sono capitate a me le carte buone!
    Siete fritto,  mio caro.  Mi vien da ridere!  Davvero, mi viene da
    ridere,  a pensare com' caduto nella trappola!  Gli ho detto  che
    ero attore, che mi chiamavo Fabantou, che ho recitato con la Mars,
    con la Muche, che il mio proprietario voleva essere pagato domani,
    4 febbraio, e non s' nemmeno ricordato che le pigioni scadono l'8
    gennaio  e  non il 4 febbraio!  Assurdo cretino!  E questi quattro
    miserabili denari che m'hai portato!  Canaglia!  Non ha neppure il
    coraggio di arrivare ai cento franchi! E come se le sorbiva le mie
    fanfaluche!  Io  mi ci divertivo e dicevo tra me: Gaglioffo!  t'ho
    colto,  sai!  stamane ti lecco le zampe,  ma stasera ti manger il
    cuore!
    Thnardier  tacque:  era ansante e il suo piccolo e stretto torace
    si  gonfiava  come  un  mantice  di  fucina.   Aveva  negli  occhi
    l'ignobile  gioia del debole,  del crudele,  del vile che pu alla
    fine calpestare quello che ha temuto e  insultare  quello  che  ha
    adulato;  aveva la gioia del nano che mette il tallone sul capo di
    Golia;  la gioia d'uno sciacallo che comincia ad azzannare un toro
    malato,  abbastanza  morto  per  difendersi,  abbastanza  vivo per
    soffrire ancora.
    Leblanc lo lasci dire;  ma quando vide  che  s'interrompeva,  gli
    disse:
    -  Non  so di che intendiate parlare.  Voi v'ingannate: io sono un
    uomo molto povero e tutt'altro che milionario. Non vi conosco: voi
    mi prendete per un altro.
    - Ah! rantol Thnardier,  che bella altalena!  Ci tenete a questo
    scherzo!  Voi  battete  la  campagna,  vecchio  mio.  Ah!  non  vi
    ricordate? Non vedete chi sono!
    - Scusate,  signore - rispose Leblanc con  un  tono  gentile,  che
    aveva  qualche  cosa  di  strano  e di potente - vedo che siete un
    bandito.
    Chi non ha notato  che  gli  esseri  pi  odiosi  hanno  una  loro
    suscettibilit? i mostri sono permalosi. Alla parola "bandito", la
    Thnardier salt gi dal letto, e il marito afferr una sedia come
    se volesse spezzarla tra le mani.  - Non ti muovere tu! grid alla
    moglie: e volgendosi a Leblanc:
    - Bandito!  S,  lo so che ci chiamate cos,  signori  ricchi!  E'
    vero,  sono fallito,  mi nascondo,  non ho pane,  non ho un soldo,
    sono un bandito! Sono tre giorni che non mangio,  sono un bandito!
    Ah!  voi avete i piedi caldi,  calzate scarpe eleganti, vi coprite
    con cappotti imbottiti come tanti arcivescovi,  abitate  al  primo
    piano,  nelle  case  col portinaio,  mangiate i tartufi,  mangiate
    asparagi  primiticci  nel  mese  di  gennaio,   mangiate  piselli,
    gozzovigliate,  e quando volete sapere se fa freddo,  guardate nel
    giornale quanto segna il termometro dell'ingegner  Chevalier!  Noi
    invece  siamo noi stessi i nostri termometri!  Non abbiamo bisogno
    d'andare   a   vedere   sulla   riva,   all'angolo   della   Torre
    dell'orologio,  quanti  gradi  di  freddo ci sono;  ma sentiamo il
    sangue coagularsi nelle vene e il gelo che ci arriva al  cuore,  e
    diciamo: Non c' Dio! E voi venite nelle nostre caverne, s, nelle
    nostre  caverne,  a  chiamarci banditi!  Ma noi vi mangeremo!  ma,
    poverini, noi vi divoreremo! Signor milionario, sappiatelo; io ero
    un uomo a posto, sono stato elettore,  sono un borghese io,  e voi
    forse non lo siete, voi!
    Fece  un  passo  verso  gli  uomini vicini alla porta,  e aggiunse
    fremendo:
    - Quando penso che osa venirmi a parlare come a un ciabattino!
    Poi, rivolgendosi a Leblanc con una recrudescenza di frenesia:
    - E sappiate,  signor filantropo,  che non sono un losco  io!  Non
    sono  un  uomo  di  cui  non  si conosce il nome e che porta via i
    fanciulli dalle case!  Io sono  un  vecchio  soldato  francese,  e
    dovrei  essere  decorato!  Sono stato a Waterloo,  io!  ho salvato
    nella battaglia un generale, il conte di non so che cosa! Mi disse
    il suo nome,  ma quella diavola di voce era cos debole che non lo
    sentii: non sentii altro che "merc".  Avrei preferito il suo nome
    al suo ringraziamento: m'avrebbe aiutato a trovarlo. Questo quadro
    che vedete,  e che fu dipinto da David a  Bruxelles,  sapete  cosa
    rappresenta?  Rappresenta  me.  David  ha  voluto immortalare quel
    fatto d'arme.  Ho il generale sul dorso,  e lo porto in  salvo  in
    mezzo  alla mitraglia.  Questa  storia!  Neppure lui ha fatto mai
    niente per me,  quel generale: non valeva pi degli altri!  Ma gli
    ho salvato la vita a rischio della mia;  per questo,  ho le tasche
    piene di certificati.  Io sono un veterano di Waterloo,  corpo  di
    mille  bombe!  E  ora che ho avuto la bont di dirvi tutto questo,
    finiamola. Ho bisogno di denaro, bisogno urgente di denaro, enorme
    bisogno di denaro, oppure faccio uno sterminio, perbacco!
    Mario aveva ripreso a  dominare  un  po'  la  propria  angoscia  e
    ascoltava. L'ultima possibilit di dubbio era svanita: era proprio
    il  Thnardier  del  testamento.   Rabbrivid  a  quel  rimprovero
    d'ingratitudine lanciato contro suo padre e  che  egli  fatalmente
    stava   per   giustificare.   Le  sue  perplessit  raddoppiarono.
    D'altronde, nelle parole di Thnardier,  nell'accento,  nel gesto,
    nello   sguardo   da  cui  uscivano  fiamme  a  ogni  parola,   in
    quell'esplosione d'un carattere perverso che si manifestava  tutto
    intero,  in  quel  miscuglio  di  millanteria  e  d'abiezione,  di
    orgoglio e di meschinit, di rabbia e d'insulsaggine, in quel caos
    di fondate lagnanze e di sentimenti falsi,  in quell'impudenza del
    malvagio  che  assapora  la  volutt  della  violenza,  in  quella
    sfrontata nudit d'un'anima bruta,  in  quella  conflagrazione  di
    tutte le sofferenze combinate con tutti gli odi, c'era qualcosa di
    orribile come il male e pungente come la verit.
    Gi il lettore ha indovinato che il dipinto classico, il quadro di
    David,  proposto  al signor Leblanc per l'acquisto,  non era altro
    che l'antica insegna della sua bettola, dipinta, come sappiamo, da
    lui stesso e unico avanzo del naufragio di Montfermeil.
    Ora che la persona di Thnardier  non  intercettava  pi  l'angolo
    originale di Mario,  questi poteva ammirare il quadro, e in quello
    scarabocchio riconosceva realmente una battaglia,  uno  sfondo  di
    fumo  e un uomo che ne portava un altro.  Era il gruppo formato da
    Thnardier e da Pontmercy, dal sergente salvatore e dal colonnello
    salvato. Il giovane era come stordito: quel quadro faceva in certo
    modo rivivere suo padre;  non era pi l'insegna della  locanda  di
    Montfermeil,  ma una risurrezione,  una tomba che si schiudeva, un
    fantasma che si rizzava.  Sentiva il sangue pulsargli alle tempie,
    aveva nelle orecchie il cannone di Waterloo; l'immagine sanguinosa
    del  padre  dipinta  confusamente  su  quel  sinistro  pannello lo
    spaventava,  e gli pareva che quella figura informe  lo  guardasse
    fissamente.
    Quando  Thnardier  ebbe  ripreso fiato,  fiss Leblanc con le sue
    pupille sanguigne e gli chiese con voce bassa e scattante:
    - Cos'hai da dire prima che ti si faccia a pezzettini?
    Leblanc taceva. In mezzo a quel silenzio una voce rauca lanci dal
    corridoio questo lugubre sarcasmo:
    - Se c' da spaccar la legna, sono qua io.
    Era l'uomo col maglio che scherzava.
    Nello stesso tempo una enorme faccia irsuta e terrea  si  affacci
    alla porta con un riso orribile, che non mostrava denti ma zanne.
    Era la faccia dell'uomo col maglio.
    -  Perch  ti  sei  levato  la  maschera?  -  gli grid Thnardier
    infuriato.
    - Cos per ridere - rispose l'uomo.
    Da alcuni istanti pareva che Leblanc seguisse e sorvegliasse tutti
    i movimenti di Thnardier,  il quale,  accecato e  stordito  dalla
    propria rabbia,  andava su e gi per la stamberga sicuro di sapere
    la porta custodita,  di  tenere  fra  le  mani,  armato,  un  uomo
    disarmato, e di essere in nove contro uno, supposto che sua moglie
    valesse un uomo.  Nella sua apostrofe all'uomo col maglio, volgeva
    le spalle al Leblanc.
    Questi colse il momento,  e respingendo col piede la sedia  e  col
    pugno la tavola, con un balzo, con un'agilit prodigiosa prima che
    Thnardier avesse avuto il tempo di voltarsi,  and alla finestra.
    Aprirla, salire sul davanzale, scavalcarlo,  fu un attimo;  ed era
    gi  mezzo  fuori,  quando  sei  robuste  mani lo afferrarono e lo
    ricondussero energicamente nella tana. Erano i tre fumisti che gli
    si erano scagliati  addosso:  nello  stesso  tempo  la  Thnardier
    l'aveva afferrato per i capelli.
    Al rumore,  gli altri banditi accorsero dal corridoio,  e anche il
    vecchio che giaceva sul letto e pareva ubriaco,  s'alz e si mosse
    barcollando, con in mano un martello da stradino.
    Uno dei "fumisti", nel quale al lume della candela che gli batteva
    sul volto, bench tutto impiastricciato, Mario riconobbe Panchaud,
    detto Printanier,  detto Bigrenaille, alz sul capo di Leblanc una
    sbarra di ferro con due palle di piombo alle due estremit.
    Mario  non  pot  resistere  a  quello  spettacolo.  -  Padre  mio
    perdonami!  - pens,  e col dito cerc il grilletto della pistola.
    Stava per tirare il colpo, quando la voce di Thnardier grid:
    - Non gli fate male!
    Il  disperato  tentativo  della  vittima,   lungi  dall'esasperare
    Thnardier, lo aveva calmato. C'erano due uomini in lui, il feroce
    e l'astuto. Sino a quell'istante, nell'eccesso del trionfo dinanzi
    alla  preda  abbattuta  che non fiatava,  aveva predominato l'uomo
    feroce;  ma quando vide la vittima  dibattersi  e  voler  lottare,
    l'uomo astuto riapparve e prese il sopravvento.
    -  Non gli fate male!  - ripet.  - E senza immaginarlo,  il primo
    risultato delle sue parole fu  di  fermare  la  pistola  pronta  a
    sparare,  e di paralizzare Mario,  che non vide pi l'urgenza.  Di
    fronte a  quella  nuova  fase  Mario  not  che  non  c'era  alcun
    inconveniente  ad  aspettare  ancora;  forse poteva sopraggiungere
    qualche  circostanza  a  liberarlo  dall'orribile  alternativa  di
    lasciar  perire il padre di Ughetta oppure di perdere il salvatore
    del colonnello.
    S'era impegnata una lotta erculea.  Con un pugno  in  pieno  petto
    Leblanc aveva disteso il vecchio in mezzo alla camera, poi con due
    manrovesci aveva atterrato altri due assalitori, e li teneva tutti
    e  due sotto ciascun ginocchio;  quei miserabili rantolavano sotto
    quella pressione come sotto una mola  di  granito;  ma  gli  altri
    quattro  avevano afferrato il formidabile vecchio per le braccia e
    per la nuca, e lo tenevano accosciato sui due "fumisti" abbattuti.
    Cos,  dominando gli uni  e  dominato  dagli  altri,  schiacciando
    quelli  sotto e oppresso da quelli di sopra,  reagendo invano agli
    sforzi di quelli che gli si ammucchiavano addosso, Leblanc spariva
    sotto l'orribile gruppo dei banditi,  come un cinghiale  sotto  un
    mucchio urlante di alani e di levrieri.
    Riuscirono  a  rovesciarlo  sul letto pi vicino alla finestra e a
    mantenervelo. La Thnardier lo teneva ancora per i capelli.
    - Tu - le disse il marito - non t'immischiare.  Ti  straccerai  lo
    scialle.
    La donna obbed, come la lupa obbedisce al lupo, con un brontolio.
    - Voi altri - riprese Thnardier - frugatelo.
    Pareva  che  il prigioniero avesse rinunciato alla resistenza.  Lo
    frugarono;  ma aveva addosso soltanto una borsa di pelle  con  sei
    franchi,  e  il  fazzoletto.  Thnardier  si mise il fazzoletto in
    tasca.
    - Come! non ha portafogli? - domand.
    - N orologio - rispose uno dei "fumisti".
    - Non importa! - mormor con voce di ventriloquo l'uomo mascherato
    che teneva la grossa chiave. - E' un vecchio gagliardo!
    Thnardier and nell'angolo della porta e prese un fascio di corde
    che gett loro.
    - Legatelo ai piedi del letto - disse.  Poi,  vedendo il  vecchio,
    che  era  rimasto  disteso  attraverso  la stanza dopo il pugno di
    Leblanc, e non si muoveva, domand
    - E' forse morto Boulatruelle?
    - No, rispose Bigrenaille;  ubriaco.
    - Buttatelo in un angolo - riprese Thnardier.
    Due dei "fumisti" spinsero coi piedi l'ubriaco presso  il  mucchio
    di ferramenta.
    -  Babet,  perch  ne  hai  condotti  tanti?  -  chiese Thnardier
    sottovoce all'uomo col bastone ferrato. - Era inutile.
    - Cosa vuoi?  - rispose l'altro.  - Hanno voluto venire tutti.  La
    stagione  cattiva, non si fanno affari.
    Il giaciglio, sul quale avevano rovesciato il prigioniero, era una
    specie  di  letto d'ospedale sostenuto da quattro tavolacce appena
    squadrate.  Leblanc  lasciava  fare,  e  i  briganti  lo  legarono
    solidamente,  ritto e coi piedi a terra, al cavalletto pi lontano
    dalla finestra e pi vicino al focolare.
    Quando fu stretto l'ultimo nodo, Thnardier prese una sedia e and
    a sedersi quasi dirimpetto a Leblanc. Non era pi quello di prima;
    in pochi istanti la sua  fisionomia  era  passata  dalla  violenza
    sfrenata  alla  dolcezza  tranquilla  e  astuta.  Mario stentava a
    riconoscere, in quel sorriso misurato da burocrate, la bocca quasi
    bestiale che schiumava un momento prima;  considerava con  stupore
    quella  metamorfosi fantastica e allarmante,  e provava quello che
    si proverebbe vedendo una tigre mutarsi in un avvocato.
    - Signore... - disse Thnardier.
    E scostando col gesto i briganti che tenevano ancora  le  mani  su
    Leblanc:
    - Allontanatevi un poco e lasciatemi discorrere col signore.
    Tutti si ritirarono verso l'uscio. Egli riprese:
    -  Signore,  avete  fatto  male  a saltare dalla finestra: avreste
    potuto  rompervi  una  gamba.  Ora,  se  permettete,  discorreremo
    tranquillamente. E prima di tutto devo comunicarvi un'osservazione
    che ho fatto, ed  che non avete ancora cacciato il minimo grido.
    Thnardier  aveva  ragione,  quella  circostanza era vera,  bench
    fosse  sfuggita  a  Mario  nel  suo  turbamento.   Leblanc   aveva
    pronunciato  poche  parole appena,  senza alzare la voce;  e anche
    durante la lotta coi  sei  banditi  vicino  alla  finestra,  aveva
    conservato il pi profondo e strano silenzio. Thnardier prosegu.
    -  Mio  Dio!   se  anche  aveste  gridato,   non  l'avrei  trovato
    sconveniente.  In casi simili si grida anche all'assassino,  e dal
    canto mio non l'avrei preso in mala parte. E' naturalissimo che si
    faccia  un  po'  di chiasso quando ci si trova con persone che non
    c'ispirano fiducia.  Se  anche  l'aveste  fatto,  non  vi  avremmo
    disturbato,  non  vi avremmo neppure messo il bavaglio;  e vi dico
    subito il perch. Perch questa camera  molto sorda: non ha altro
    pregio,   una vera cantina.  Se ci scoppiasse una bomba,  al  pi
    vicino  corpo  di  guardia  farebbe  l'effetto  del  russare  d'un
    ubriaco.  Qui il cannone farebbe bum e il tuono buf:  un alloggio
    comodo. In conclusione per, non avete gridato;  meglio; faccio i
    miei complimenti, e vi dir che cosa ne concludo: quando si grida,
    caro signore,  chi  che viene?  Ia polizia. E dopo la polizia? la
    giustizia. Ebbene! se non avete gridato,  vuol dire che desiderate
    quanto  noi di non veder arrivare la polizia e la giustizia;  vuol
    dire,  e da  molto  tempo  ne  dubitavo,  che  avete  interesse  a
    nascondere  qualche  cosa.  Dal  canto  nostro,  abbiamo lo stesso
    interesse; dunque possiamo intenderci.
    Mentre parlava cos,  pareva che Thnardier,  con lo sguardo fisso
    su Leblanc cercasse di affondare gli occhi fin nella coscienza del
    suo  prigioniero.  Del  resto,  il  suo  linguaggio,  improntato a
    un'insolenza moderata e maligna,  era riservato e quasi ricercato,
    e  in  quel  miserabile  che  poco  prima  era niente altro che un
    brigante, si sentiva ora "l'uomo che studi per esser prete".
    Il  silenzio  del  prigioniero,  quella  precauzione  spinta  fino
    all'oblio  d'ogni  cura  della  propria  vita,  quella  resistenza
    opposta al primo istinto della natura che  di cacciare un  grido,
    tutto  questo,  dobbiamo  dirlo,  era  fastidioso  per  Mario e lo
    stupiva penosamente.
    Quell'osservazione cos fondata di Thnardier rendeva  ancora  pi
    buio  per  Mario il folto mistero,  sotto cui si nascondeva quella
    figura grave e strana, a cui Courfeyrac aveva dato il nomignolo di
    "signor Leblanc". Ma cos com'era legato alle corde, circondato da
    carnefici,  gi mezzo immerso,  per cos dire,  in una  fossa  che
    sprofondava  sotto  di  lui gradatamente,  dinanzi alla calma come
    dinanzi al furore di Thnardier, quell'uomo restava impassibile; e
    Mario  non  poteva  non  ammirare  quel  volto  cos  superbamente
    malinconico in simile frangente.
    Evidentemente  era un'anima inaccessibile allo spavento e ignorava
    che cosa  fosse  lo  scoraggiamento,  uno  di  quegli  uomini  che
    dominano lo stupore delle situazioni disperate. Per quanto estrema
    fosse la crisi e inevitabile la catastrofe, non c'era in lui nulla
    dell'agonia  del  naufrago  che  spalanca sotto i flutti gli occhi
    stravolti.
    Thnardier si alz senza affettazione e,  accostatosi  al  camino,
    smosse  il  paravento  che  appoggi al vicino giaciglio scoprendo
    cos il braciere acceso, nel quale il prigioniero poteva vedere lo
    scalpello arroventato e picchiettato qua e l  da  piccole  stelle
    scarlatte. Poi torn a sedersi presso Leblanc.
    - Continuo - disse. - Possiamo intenderci; accomodiamo la faccenda
    con le buone.  Ho avuto torto,  poco fa,  a lasciarmi trasportare,
    non so dove avessi il capo,  sono andato troppo  oltre,  ho  detto
    delle stravaganze.  Per esempio, perch siete milionario, ho detto
    che pretendevo denaro,  molto  denaro,  una  quantit  immensa  di
    denaro.  Ci  non sarebbe ragionevole.  Mio Dio,  per quanto siate
    ricco, avrete voi pure i vostri guai; chi non ne ha?  Non pretendo
    di  rovinarvi;  non  sono  uno strozzino;  non sono di quelli che,
    quando hanno il vantaggio della posizione, ne approfittano fino al
    ridicolo.  Guardate,  ci rimetto del  mio  e  faccio  io  pure  un
    sacrificio. Mi servono solo duecentomila franchi.
    Leblanc non disse una parola e l'altro prosegu:
    -  Vedete bene che metto non poca acqua nel mio vino.  Non conosco
    l'ammontare del vostro patrimonio, ma so che non badate al denaro,
    e un uomo  benefico  come  voi  pu  benissimo  dare  duecentomila
    franchi  a  uno  sfortunato padre di famiglia.  Senza dubbio siete
    ragionevole,  e non vi sarete immaginato che io mi sia  affaticato
    come  ho  fatto oggi,  che abbia organizzato la faccenda di questa
    sera,  la quale per confessione di questi signori  un lavoro  ben
    fatto,  per  finire  col chiedervi di che andare a bere del vino e
    mangiare un pezzo di vitello da  Desnoyers.  L'impresa  vale  bene
    duecentomila  franchi.  Una  volta  sborsata  questa sommetta,  vi
    garantisco che tutto sar  finito  e  che  non  avrete  da  temere
    neppure un buffetto.  Mi direte che non avete addosso duecentomila
    franchi.  Oh!  non sono mica esagerato,  non  pretendo  tanto;  vi
    chiedo  una  cosa  sola.  Abbiate  la  bont di scrivere quanto vi
    detter.
    Qui Thnardier s'interruppe,  poi aggiunse accentuando le parole e
    volgendo un sorriso verso il braciere:
    - Non credo che non sapete scrivere: vi prevengo.
    Un grande inquisitore avrebbe potuto invidiare quel sorriso.
    Thnardier  spinse  la  tavola vicino al signor Leblanc e prese il
    calamaio,  la penna e un foglio di carta nel cassetto  che  lasci
    socchiuso  e in cui luccicava la lunga lama del coltello.  Pose il
    foglio di carta davanti al prigioniero, dicendogli:
    - Scrivete.
    Questi finalmente parl:
    - Come volete che scriva? Sono legato.
    - E' vero, scusate - fece Thnardier.  - Avete proprio ragione.  E
    volgendosi a Bigrenaille:
    - Slegate il braccio destro del signore.
    Panchaud,  detto  Printanier,  detto  Bigrenaille esegu l'ordine.
    Quando il prigioniero ebbe la mano libera,  Thnardier intinse  la
    penna nel calamaio e gliela present:
    -  Notate  bene,  signore,  che  siete in nostro potere,  a nostra
    discrezione,  assolutamente  a  nostra  discrezione,  che  nessuna
    potenza  umana  pu  togliervi  di  qui,  e  che saremmo veramente
    desolati se fossimo costretti a spiacevoli misure.  Non conosco n
    il  vostro  nome,  n  il  vostro  domicilio;  ma  vi prevengo che
    rimarrete legato qui fino al ritorno della persona  incaricata  di
    consegnare  la  lettera  che  scriverete.   Ora,  compiacetevi  di
    scrivere.
    - Che cosa? - chiese il prigioniero.
    - Detto io.
    Leblanc prese la penna.
    Thnardier cominci a dettare: "Figlia mia..."
    Il prigioniero trasal e alz gli occhi su Thnardier.
    - Mettete "mia cara figlia" disse costui. Leblanc obbed e l'altro
    continu: "Vieni immediatamente...".
    - Le date del tu, vero?
    - A chi? - domand il prigioniero.
    - Diamine! - riprese Thnardier. - Alla piccina, all'Allodola.
    L'altro rispose senza la minima emozione apparente:
    - Non so che vogliate dire.
    - Scrivete lo stesso - disse Thnardier;  -  e  torn  a  dettare:
    "Vieni immediatamente.  Ho assolutamente bisogno di te. La persona
    che ti consegner questo biglietto  incaricata di condurti presso
    di me. Ti aspetto. Vieni con fiducia".
    Leblanc scrisse ogni cosa. L'altro riprese:
    - Ah!  cancellate "vieni con fiducia";  potrebbe  far  nascere  il
    dubbio che la cosa non sia pulita e che si possa diffidare.
    Leblanc cancell le tre parole.
    -  Ora  -  prosegu Thnardier - sottoscrivete,  firmate.  Come vi
    chiamate?
    - Per chi  questa lettera?
    - Lo sapete bene - rispose Thnardier - per la  piccina;  ve  l'ho
    detto proprio adesso.
    Evidentemente  Thnardier  evitava di nominare la fanciulla di cui
    si trattava; diceva "l'Allodola",  "la piccina",  ma non proferiva
    il  nome.  Precauzione  d'uomo  astuto,  che  conserva  il proprio
    segreto dinanzi ai complici.  Dire il nome,  era un dare  loro  in
    mano  "tutto  l'affare",  era  dire  pi  di  quanto conveniva che
    sapessero.
    Riprese:
    - Firmate. Qual  il vostro nome?
    - Urbano Fabre - rispose il prigioniero.
    Con la rapidit di un gatto,  Thnardier  si  cacci  la  mano  in
    tasca,  e  tratto fuori il fazzoletto trovato indosso a Leblanc ne
    cerc la cifra e l'avvicin alla candela.
    - U. F. Va bene, Urbano Fabre. Ebbene, firmate U. F.
    Il prigioniero firm.
    - Siccome per piegare una lettera ci vogliono tutt'e due le  mani,
    datela a me che la piegher io.
    Ci fatto, riprese:
    -  Ponete  l'indirizzo: Signorina Fabre e il vostro indirizzo.  So
    che non abitate molto lontano  di  qui,  nelle  vicinanze  di  San
    Giacomo d'Altopasso,  perch andate in quella chiesa ogni giorno a
    sentire la messa;  ma non so in quale  via.  Vedo  che  capite  le
    vostra  situazione.  Come non avete mentito per il nome,  cos non
    mentirete neppure per l'indirizzo. Scrivetelo voi stesso.
    Il prigioniero rimase un momento pensoso,  poi prese  la  penna  e
    scrisse:
    -  "Signorina  Fabre,  presso  il  signor  Urbano  Fabre,  via San
    Domenico numero 17".
    Thnardier afferr la lettera con una specie di convulso febbrile.
    - Moglie - grid.
    La Thnardier accorse.
    - Ecco la lettera. Sai quello che devi fare.  Gi c' una vettura:
    va subito, e torna subito. E, volgendosi all'uomo col maglio:
    - Giacch ti sei levata la maschera,  accompagna la signora;  sali
    dietro alla vettura. Sai dove hai lasciato la carretta?
    - S - rispose l'altro. E, deponendo in un angolo il maglio, segu
    la donna.
    Mentre se ne andavano  Thnardier  sporse  la  testa  dalla  porta
    socchiusa e grid nel corridoio:
    -  Bada  soprattutto di non perdere la lettera!  Ricordati che hai
    addosso duecentomila franchi.
    La voce rauca della moglie rispose:
    - Sta tranquillo, me la sono messa in seno.
    Non era trascorso un minuto,  quando si ud lo schioccare  di  una
    frusta che and scemando fino a svanire rapidamente.
    -  Bene!  -  borbott  Thnardier.  - Vanno abbastanza svelti.  Se
    continuano con quel  trotto,  fra  tre  quarti  d'ora  saranno  di
    ritorno.
    Avvicin una sedia al camino e si sedette incrociando le braccia e
    presentando le scarpe fangose al braciere.
    - Sento freddo ai piedi - disse.
    Non  rimanevano  pi  nella  tana,  insieme  con  Thnardier  e il
    prigioniero, se non cinque banditi. Questi, attraverso la maschera
    o il nero che copriva loro la faccia e ne faceva,  a scelta  della
    paura,  dei carbonai,  dei negri o dei demoni, avevano un contegno
    tetro e sonnolento,  in cui si sentiva che eseguivano  un  delitto
    come un mestiere,  tranquillamente,  senza collera n piet, quasi
    con noia.  Erano ammucchiati in un angolo come bestie e  tacevano:
    Thnardier si scaldava i piedi;  il prigioniero era ricaduto nella
    sua taciturnit;  una cupa calma era succeduta al feroce  strepito
    che poco prima riempiva la stamberga.
    La candela, sulla quale s'era formato un grosso fungo, rischiarava
    appena il vasto locale;  la brace si era appannata, e tutte quelle
    teste mostruose disegnavano  ombre  deformi  sulle  pareti  e  sul
    soffitto.
    Non  si  udiva altro rumore che la quieta respirazione del vecchio
    ubriaco che dormiva.
    Mario aspettava,  in un'ansiet che tutto serviva  ad  accrescere.
    L'enigma  era pi che mai impenetrabile.  Chi era la "piccina" che
    Thnardier chiamava anche l'Allodola?  Era forse la sua "Ughetta"?
    Il  prigioniero  non aveva mostrato nessuna commozione a quel nome
    di Allodola, e aveva risposto con la pi grande naturalezza: - Non
    so cosa vogliate dire.  - D'altra parte  le  due  iniziali  U.  F.
    significavano Urbano Fabre, e Ughetta non si chiamava pi Ughetta.
    Questa era per Mario l'unica cosa chiara.  Un terribile fascino lo
    teneva inchiodato al suo posto,  donde osservava e dominava  tutta
    la scena. Era l, quasi incapace di riflettere e di muoversi, come
    annientato  da  quelle  cose  tanto  abominevoli vedute da vicino.
    Aspettava, sperava qualche incidente, qualunque fosse;  non poteva
    raccogliere le idee e non sapeva a qual partito appigliarsi.
    - In ogni caso - pensava - se l'Allodola  lei,  la vedr anch'io,
    poich la Thnardier deve condurla qui.  Allora dar la mia vita e
    il mio sangue se occorre, ma la liberer. Nulla mi fermer.
    Trascorse  cos  quasi una mezz'ora.  Thnardier pareva assorto in
    una meditazione tenebrosa,  e il prigioniero non fiatava.  Per da
    qualche tempo, a Mario sembrava di udire, a intervalli, un piccolo
    rumore sordo dalla parte di quest'ultimo.
    A un tratto Thnardier apostrof Leblanc:
    - Signor Fabre, ecco,  meglio che vi dica subito ogni cosa.
    Queste parole sembravano annunciare uno schiarimento. Perci Mario
    prest orecchio. Thnardier prosegu:
    -  Mia  moglie,  a momenti,  sar di ritorno;  non v'impazientite.
    Suppongo che l'Allodola sia veramente vostra figlia e quindi trovo
    naturale che la teniate con voi.  Per,  ascoltate.  Mia moglie  
    andata  a  prenderla  con  la  vostra  lettera;  e  per  questo ho
    raccomandato a mia moglie di acconciarsi,  come  avete  visto,  in
    modo che la vostra signorina la segua senza difficolt. Tutt'e due
    saranno  in vettura,  col mio compagno dietro.  In un certo posto,
    presso una barriera,   pronta una carretta con due buoni cavalli:
    conducono  l  vostra figlia.  La faranno scendere dalla vettura e
    salire sulla carretta, col mio compagno, mentre mia moglie torner
    qui a dirci: "E' fatto".  Quanto alla  vostra  signorina,  non  le
    faranno  nessun  male;  la  carretta la porter in un luogo sicuro
    dove la lasceranno in pace,  e  vi  verr  restituita  non  appena
    m'avrete  dato quella miseria di duecentomila franchi.  Se mi fate
    arrestare, il mio compagno dar un dito di lama all'Allodola, ecco
    tutto.
    Il prigioniero non profer parola;  fu Thnardier  che,  dopo  una
    pausa, riprese:
    -  Come  vedete,   una cosa semplicissima.  Non ci sar niente di
    male se non vorrete che ci sia niente di  male.  Ho  voluto  dirvi
    come stanno le cose perch sappiate regolarvi.
    E  fece  una nuova pausa.  Il prigioniero non rompeva il silenzio.
    Riprese:
    - Non  appena  mia  moglie  sar  tornata  e  mi  avr  detto  che
    l'Allodola  in viaggio, vi slegheremo e sarete libero di andare a
    dormire   a  casa  vostra.   Come  vedete,   non  avevamo  cattive
    intenzioni.
    Le immagini pi spaventose passarono davanti alla mente di  Mario.
    Come!  la  fanciulla  che  rapivano non la conducevano dov'era suo
    padre?  uno di quei mostri se la  portava  via  nelle  tenebre?  e
    dove...  E  se  era  lei?  Evidentemente era lei.  Mario sentiva i
    battiti del cuore. Che fare? Tirare il colpo di pistola?  Affidare
    alla  giustizia  tutti  quei miserabili?  Ma il terribile uomo col
    maglio sarebbe al sicuro con la fanciulla.  Mario rifletteva  alle
    parole   di   Thnardier,   di   cui   comprendeva  il  sanguinoso
    significato: "Se mi fate arrestare,  il mio compagno dar un  dito
    di lama all'Allodola".
    Ora,  era  trattenuto  non solo dal testamento del colonnello,  ma
    anche dal suo amore, dal pericolo in cui sapeva l'amata.
    Quella spaventosa situazione,  che durava gi da  pi  di  un'ora,
    mutava  aspetto  ogni  momento.  Mario ebbe la forza di passare in
    rivista tutte le  pi  strazianti  congetture,  in  cerca  di  una
    speranza   che  non  trovava  mai.   Il  tumulto  delle  sue  idee
    contrastava col silenzio funereo della stamberga.
    In mezzo a quel silenzio si ud il rumore della  porta  di  strada
    che si apriva e si richiudeva.
    Il prigioniero si scosse leggermente fra le corde.
    - Ecco mia moglie - disse Thnardier.
    Aveva  appena  profferito  queste parole,  quando la Thnardier si
    slanci nella camera, rossa,  scalmanata,  ansante,  con gli occhi
    infiammati,  e  grid,  battendosi  d'un colpo le due cosce con le
    grosse mani: - Falso indirizzo!
    Il bandito, che aveva condotto con lei,  comparve anche lui e and
    a riprendere il suo maglio.
    La donna riprese:
    - Nessuno!  In via San Domenico 17, nessun Urbano Fabre! Non sanno
    nemmeno chi sia! Si ferm quasi soffocata, poi prosegu:
    - Thnardier, questo vecchio ti ha canzonato! Vedi,  tu sei troppo
    buono,  tu!  Io  invece avrei cominciato a spaccargli il cranio in
    quattro e se avesse fatto il  cattivo  lo  avrei  arrostito  vivo!
    Avrebbe  finito col parlare,  e dire dov' la ragazza,  e dov' il
    gruzzolo!  Ecco come avrei condotta  la  cosa  io!  Hanno  ragione
    quelli  che  dicono  che  gli uomini sono pi stupidi delle donne!
    Nessuno!  Il numero 17  un portone!  Niente signor Fabre,  in via
    San Domenico! E coda fra le gambe, mancia al cocchiere, e tutto il
    resto!  Ho  parlato  col  portinaio e con la portinaia,  che  una
    bella donna robusta, ma non lo conoscono affatto!
    Mario respir: lei,  Ughetta o l'Allodola,  quella che non  sapeva
    pi come chiamare, era salva.
    Mentre  la moglie esasperata vociferava,  Thnardier si era seduto
    sulla tavola. Stette qualche momento senza pronunciare una parola,
    dondolando la gamba destra penzoloni e osservando il braciere  con
    aria selvaggia e meditabonda.
    Alla  fine  disse  al  prigioniero,  con  una  inflessione lenta e
    singolarmente feroce:
    - Un falso indirizzo? Ma cosa hai dunque sperato?
    - Guadagnar tempo!  - grid il prigioniero  con  voce  tonante.  E
    nello  stesso tempo scosse i legami.  Erano tagliati;  non era pi
    legato al letto che da una gamba sola.
    Prima che i sette uomini avessero avuto il tempo di  raccapezzarsi
    e  di  slanciarsi,  egli  si era chinato verso il focolare,  aveva
    steso la mano sul braciere, poi si era rialzato; e ora Thnardier,
    sua moglie e i banditi,  ricacciati dallo spavento in  fondo  alla
    stanzaccia,   lo  vedevano,  con  stupore,  quasi  libero,  in  un
    formidabile  atteggiamento,   alzare  al  di  sopra  del  capo  lo
    scalpello arroventato che mandava una luce sinistra.
    L'inchiesta  giudiziaria,  apertasi  in  seguito all'agguato della
    topaia Gorbeau,  costat che una moneta di due soldi,  tagliata  e
    lavorata  in  modo speciale,  fu trovata nella stamberga quando la
    polizia vi fece una perquisizione: quel doppio soldo  era  una  di
    quelle  industriose  meraviglie  che  la  pazienza  della prigione
    produce nelle tenebre  e  per  le  tenebre,  meraviglie  che  sono
    altrettanti  strumenti  di  evasione.  Quei  prodotti  orribili  e
    delicati di un'arte  prodigiosa  stanno  all'oreficeria,  come  le
    metafore  del  gergo  alla  poesia.  In  prigione  si  trovano dei
    Benvenuto Cellini,  come nella lingua si trovano  dei  Villon.  Lo
    sciagurato  che  aspira  alla  libert,   riesce,  talvolta  senza
    utensili, con una rozza lama, con un vecchio coltello, a segare un
    soldo in due lamine senza intaccare le  impronte  monetarie,  e  a
    praticare una vite sul margine del soldo in modo da far aderire di
    nuovo  le  due lamine.  Cos si avvita e si svita a volont:  una
    scatola; e in questa scatola si nasconde una molla da orologio,  e
    quella  molla  da  orologio  ben  maneggiata taglia le catene e le
    sbarre di ferro.  Si crede che quel disgraziato galeotto  possieda
    soltanto un soldo, ma no, egli possiede la libert. Nelle ripetute
    perquisizioni  della  polizia  in  quella  stanzaccia,  fu trovato
    proprio un soldone di tal genere, aperto e in due pezzi,  sotto il
    giaciglio  vicino  alla finestra.  Fu trovata pure la piccola sega
    d'acciaio   azzurro   che   poteva   nascondersi   nel    soldone.
    Probabilmente, quando i banditi lo frugarono, il prigioniero aveva
    quel soldo che riusc a nascondere in mano: e quando pi tardi gli
    lasciarono  libera  la  destra,  lo  svit  e  adoper la sega per
    tagliare le corde che lo legavano.  Questo spiegherebbe il leggero
    rumore e i moti impercettibili che Mario aveva notato.
    Non  avendo  potuto  chinarsi  per  timore di tradirsi,  non aveva
    tagliato i lacci della gamba sinistra.
    I banditi erano rinvenuti dalla prima sorpresa.
    - Sta tranquillo, disse Bigrenaille a Thnardier. E' ancora legato
    per una gamba e non fuggir;  garantisco io,  che  gli  ho  legato
    quella gamba.
    Intanto il prigioniero alz la voce:
    -  Siete  tanti  sciagurati,  ma  la  mia vita non vale la pena di
    essere tanto difesa.  Se poi credete di farmi  parlare,  di  farmi
    scrivere quello che non voglio scrivere,  di farmi dire quello che
    non voglio dire...
    Rimbocc la manica del braccio sinistro e aggiunse:
    - Guardate.
    Nello stesso tempo stese il braccio e pos  sulla  carne  nuda  lo
    scalpello  infuocato  che  teneva  con  la destra per il manico di
    legno.
    S'ud lo sfrigolo della carne bruciata,  e l'odore caratteristico
    delle camere di tortura si sparse nella stamberga.  Mario barcoll
    atterrito, e gli stessi briganti furono presi da un brivido, ma il
    viso dello strano vecchio si contrasse appena,  e mentre il  ferro
    rovente  si  immergeva  nella  piaga fumante,  impassibile e quasi
    augusto fissava su Thnardier il suo limpido sguardo  senza  odio,
    nel quale la sofferenza si mutava in una maest serena.
    Nelle  grandi  e  nobili  nature,  le ribellioni della carne e dei
    sensi in preda al dolore fisico fanno uscire l'anima  e  la  fanno
    apparire   sulla  fronte,   come  le  sedizioni  della  soldatesca
    costringono il capitano a mostrarsi.
    - Miserabili - disse.  - Non abbiate pi paura  di  quanta  io  ne
    abbia di voi.
    E  strappando  lo  scalpello  della  piaga,  lo lanci fuori dalla
    finestra  aperta.  L'orribile  utensile  infocato  disparve  nelle
    tenebre  girando  in  aria,  e and a cadere lontano e a spegnersi
    nella neve.
    Il prigioniero riprese:
    - Fate di me quello che volete.
    Era disarmato.
    - Afferratelo - disse Thnardier.
    Due dei briganti  gli  posero  la  mano  sulla  spalla,  e  l'uomo
    mascherato  dalla  voce  di  ventriloquo,  gli si colloc davanti,
    pronto a spaccargli il cranio con una mazzata al minimo movimento.
    Nello stesso tempo Mario ud sotto di s,  vicino al  tramezzo,  e
    tanto  vicino  da  non  poter vedere quelli che parlavano,  questo
    colloquio sommesso.
    - C' soltanto una cosa da fare.
    - Squartarlo!
    - Appunto.
    Erano marito e moglie che si consultavano.
    Thnardier cammin a passi lenti verso la tavola, apr il cassetto
    e prese il coltello.
    Mario  tormentava   l'impugnatura   della   pistola.   Perplessit
    inaudita!  Da  un'ora sentiva delle voci nella coscienza;  una gli
    diceva di rispettare il testamento paterno, l'altra gli gridava di
    salvare  il  prigioniero;   e  le  due  voci  continuavano   senza
    interruzione  una lotta che lo angosciavano.  Fino a quel momento,
    aveva confusamente sperato di trovare un mezzo per conciliare quei
    due doveri, ma inutilmente. Frattanto,  il pericolo era imminente,
    l'ultimo  limite dell'attesa era passato,  e,  a qualche passo dal
    prigioniero, Thnardier rifletteva col coltello in mano.
    Mario,  stravolto,  volgeva gli occhi  in  giro,  estrema  risorsa
    macchinale della disperazione.
    All'improvviso trasal.
    Un  vivo raggio lunare illuminava ai suoi piedi,  sulla tavola,  e
    pareva che glielo indicasse,  un foglio di carta,  sul quale lesse
    le  parole  scritte  in  grossi  caratteri la mattina stessa dalla
    maggiore delle figlie della Thnardier:
    - CI SONO I COGNES.
    Un'idea,  un lampo attravers la mente di Mario: era il mezzo  che
    cercava,  la  soluzione  dell'orribile  problema che lo torturava;
    risparmiare l'assassino salvando la vittima.  Si  inginocchi  sul
    cassettone,  allung  la  mano,  prese il foglio di carta,  stacc
    dolcemente un pezzetto  d'intonaco  dal  tramezzo,  avvolse  nella
    carta, e gett tutto per il buco.
    Era  tempo.  Thnardier,  vinti  gli  ultimi  timori  e gli ultimi
    scrupoli, si dirigeva verso il prigioniero.
    - E' caduto qualcosa! - grid la moglie.
    - Cosa? - chiese il marito.
    Essa si lanci e,  raccolto il calcinaccio  avvolto  nella  carta,
    glielo consegn.
    - Da che parte  entrato? - domand Thnardier.
    -  Diamine!  - rispose la moglie.  - Da dove vuoi che sia entrato?
    Dalla finestra.
    - L'ho visto passare - aggiunse Bigrenaille.
    Thnardier svolse rapidamente il foglio e l'avvicin alla candela.
    - E' la calligrafia d'Eponina, diavolo!
    Fece segno alla moglie,  che  si  avvicin  premurosamente,  e  le
    mostr il rigo scritto sul foglio; poi aggiunse con voce sorda:
    -   Presto  la  scala!   Lasciamo  il  lardo  nella  trappola,   e
    svigniamocela.
    - Senza tagliare il collo a quell'uomo? - chiese la Thnardier.
    - Non facciamo in tempo.
    - Da che parte? - chiese Bigrenaille.
    - Dalla finestra - rispose Thnardier.  - Se Eponina ha gettato il
    sasso  dalla  finestra    segno  che da questo lato la casa non 
    circondata.
    Il mascherato dalla voce di ventriloquo  pos  la  grossa  chiave,
    alz  le  braccia  in  aria e chiuse tre volte rapidamente le mani
    senza dire  una  parola.  Fu  come  il  segnale  d'allarme  in  un
    equipaggio. I briganti, che tenevano il prigioniero, lo lasciarono
    e  in  un  batter  d'occhio  la  scala  di  corda fu buttata dalla
    finestra e attaccata solidamente al parapetto  coi  due  ganci  di
    ferro.
    Il  prigioniero  non  badava  a  quanto  accadeva  intorno  a lui,
    sembrava assorto nella meditazione o nella preghiera.
    Appena fissata la scala, Thnardier chiam:
    - Vieni moglie!
    E si slanci verso la finestra.
    Ma mentre  stava  per  scavalcare  il  parapetto,  Bigrenaille  lo
    afferr ruvidamente per il bavero.
    - Niente affatto, vecchio burlone! Dopo di noi, per piacere!
    - Dopo di noi - urlarono i banditi.
    -  Siete tanti ragazzi - disse Thnardier;  - cos perdiamo tempo,
    abbiamo gli sbirri alle calcagna.
    - Ebbene - disse uno - tiriamo a sorte a chi deve passare  primo.-
    Thnardier protest.
    - Siete pazzi!  Siete un branco di gaglioffi! Perdere tempo, vero?
    Tirare a sorte,  no?  Scrivere i nomi...  metterli in un berretto,
    no?
    - Volete il mio cappello? - grid una voce dalla soglia.
    Si voltarono tutti: era Javert.
    Teneva il cappello in mano e lo porgeva sorridendo.

    21. SI DOVREBBE COMINCIARE SEMPRE CON L'ARRESTARE LE VITTIME.
    Al  cader della notte,  Javert aveva appostato gli uomini e si era
    nascosto anche lui  dietro  gli  alberi  della  via  Barrire-des-
    Gobelins, che  di fronte alla topaia Gorbeau, dall'altro lato del
    boulevard.
    Aveva cominciato con l'aprire la "trappola" per acchiappare le due
    ragazze incaricate di sorvegliare i dintorni della tana,  ma aveva
    colto soltanto Azelma,  perch Eponina non era al suo  posto,  era
    scomparsa  e  non  s'era  fatta  prendere.  Poi  si era appostato,
    aspettando,  con l'orecchio teso,  il segnale convenuto.  Il va  e
    vieni  delle vetture lo aveva molto agitato.  Alla fine,  persa la
    pazienza e sicuro che lass c'era un nido,  sicuro  di  essere  in
    buona fortuna,  avendo riconosciuto parecchi dei banditi che erano
    entrati,  si era deciso a  salire  senza  aspettare  il  colpo  di
    pistola.
    Gi sappiamo che aveva la chiave di Mario. Arriv in buon punto. I
    banditi   spaventati   si   buttarono  sulle  armi,   che  avevano
    abbandonato qua e l al momento di evadere.  In meno di un secondo
    quei  sette uomini,  terribili a vedersi,  si erano raggruppati in
    difesa,  l'uno col maglio,  l'altro con la chiave,  il  terzo  col
    bastone  ferrato,  gli  altri  con  le  cesoie,  le  tenaglie  e i
    martelli,  Thnardier col coltello.  La moglie  afferr  un'enorme
    pietra, che stava nell'angolo della finestra e serviva di sgabello
    alle figlie.
    Javert  si  ricacci  in testa il cappello e mosse due passi nella
    camera,  con le braccia incrociate,  il bastone sotto il braccio e
    la spada nel fodero.
    - Alto l!  Non passerete dalla finestra,  ma dalla porta.  E' pi
    comodo.  Voi siete in sette,  noi in quindici.  Non  pigliamoci  a
    pugni come tanti facchini. Siate gentili.
    Bigrenaille  tir fuori una pistola,  che teneva nascosta sotto il
    camiciotto, e la porse a Thnardier, dicendogli all'orecchio:
    - E' Javert: non oso tirare su quell'uomo. Sei buono tu?
    - Perdio! - rispose Thnardier.
    - Ebbene tira.
    Thnardier impugn la pistola e prese di mira Javert.
    - Non tirare, via! Non spara.
    Thnardier premette il grilletto, ma questo scatt a vuoto.
    - Te l'avevo detto! - fece Javert.
    Bigrenaille butt il bastone piombato ai piedi di Javert.
    - Tu sei l'imperatore di tutti i diavoli! Mi arrendo.
    - E voi? - chiese Javert agli altri banditi.
    Questi risposero:
    - Anche noi.
    Javert riprese con calma:
    - Bravi! Cosi va bene! L'ho detto che sareste stati savi.
    - Chiedo una sola cosa - riprese Bigrenaille: - che non mi neghino
    il tabacco quando sar in prigione.
    - Accordato - rispose Javert. - E volgendosi indietro chiam:
    - Adesso entrate.
    All'appello  di  Javert  irruppe  nella  stanza  una  squadra   di
    poliziotti con la spada sguainata e di agenti armati di mazze e di
    randelli.  I banditi vennero legati. Quella moltitudine di uomini,
    malgrado fossero rischiarati da  una  sola  candela,  riempiva  di
    ombre tragiche il tugurio.
    - Le manette a tutti! - comand Javert.
    - Provate ad avvicinarvi! - grid una voce che non era di uomo, ma
    di cui nessuno avrebbe osato dire:  una voce di donna.
    La  Thnardier  si era trincerata in un angolo della finestra,  ed
    era stata lei a cacciare quel ruggito.
    I poliziotti e gli agenti rincularono.
    Costei aveva buttato gi lo scialle conservando il  cappello;  suo
    marito,  accosciato dietro di lei,  spariva quasi sotto lo scialle
    caduto,  ed essa lo copriva col proprio  corpo,  tenendo  alta  la
    pietra  al  disopra  del  capo,  col dondolio di una gigantessa in
    procinto di scagliare una roccia.
    - Indietro! - grid.
    Tutti si ritirarono verso il corridoio,  lasciando un largo  vuoto
    in mezzo alla stanza.
    La  donna  diede  un'occhiata  ai  banditi  che  si erano lasciati
    legare, e mormor con voce rauca e gutturale:
    - Vigliacchi!
    Javert sorrise e si avanz nello spazio vuoto,  che la  Thnardier
    dominava con gli occhi:
    - Non avvicinarti! Vattene! - grid - o ti schiaccio!
    - Che granatiere!  - disse Javert.  - Via, tu hai la barba come un
    uomo, ma io ho gli artigli come una donna.
    E continu ad avanzare.
    La Thnardier,  scapigliata e  terribile,  allarg  le  gambe,  si
    inarc  indietro  e  scagli  a tutta forza la pietra in direzione
    della testa di Javert.  Ma  costui  si  chin,  e  il  proiettile,
    passandogli di sopra,  and a sbattere contro la parete di fronte,
    facendo cadere un grosso pezzo di intonaco,  e torn,  rimbalzando
    in  angolo attraverso la stanza per fortuna quasi vuota,  a morire
    sui talloni di Javert.
    Nello stesso momento Javert piombava sulla coppia Thnardier:  una
    delle  sue  larghe  mani  si  abbatt  sulla  spalla della moglie,
    l'altra sulla testa del marito.
    - Le manette! - grid.
    I poliziotti rientrarono in massa e, in pochi secondi,  eseguirono
    l'ordine.
    La  Thnardier,  affranta,  guard le sue mani incatenate e quelle
    del marito, e si lasci cadere a terra piangendo e gridando:
    - Le mie bambine!
    - Sono al coperto - rispose Javert.
    Frattanto i poliziotti,  scorgendo l'ubriaco che dormiva dietro la
    porta, lo scossero. Questi si svegli balbettando:
    - E' finito, Jondrette?
    - S - rispose Javert.
    I  sei  banditi  ammanettati erano in piedi e conservavano la loro
    apparenza di spettri: tre impiastricciati di nero, tre mascherati.
    - Tenete le maschere - disse Javert.
    E passandoli in rassegna con lo sguardo  di  un  Federico  Secondo
    alla parata di Potsdam, disse ai tre "fumisti":
    - Buongiorno,  Bigrenaille,  buongiorno,  Brujon, buongiorno, Deux
    Milliards.
    Poi, voltosi ai tre mascherati, disse all'uomo col maglio:
    - Buongiorno, Gueulemer.
    E a quello col bastone ferrato:
    - Buongiorno, Babet.
    E al ventriloquo:
    - Salute, Claquesous.
    In quel momento,  scorse il prigioniero dei banditi,  il quale  da
    quando erano entrati i poliziotti non aveva pronunciato una parola
    e se ne stava a capo chino.
    - Slegate il signore! - ordin Javert. - E nessuno esca!
    Ci detto, si sedette con aria imponente dinanzi alla tavola sulla
    quale erano rimasti la candela e il calamaio, e tratto di tasca un
    foglio di carta bollata, cominci a stendere il processo verbale.
    Scritte le prime righe,  che sono le solite formule sempre uguali,
    alz gli occhi:
    - Fate avvicinare il signore che questi tenevano legato.
    I poliziotti si guardarono intorno.
    - Ebbene! - chiese Javert. - Dov'?
    Il prigioniero dei banditi,  il signor Leblanc,  il signor  Urbano
    Fabre, il padre di Ughetta o dell'Allodola, era scomparso.
    La  porta  era custodita,  ma la finestra no.  Appena si era visto
    slegato e mentre Javert cominciava il verbale,  aveva approfittato
    della confusione,  del disordine, dell'oscurit e di un momento in
    cui nessuno badava a lui, per lanciarsi dalla finestra.
    Una guardia corse subito  all'abbaino  e  guard.  Non  si  vedeva
    nessuno.
    La scala di corda oscillava ancora.
    - Diamine!  - borbott Javert tra i denti.  - Quello doveva essere
    il migliore!

    22. IL PICCINO CHE STRILLAVA AL TOMO SECONDO.
    Il  giorno  dopo  questi  avvenimenti  nella  casa  del  boulevard
    dell'Ospedale, un ragazzo, che pareva venire dalla parte del ponte
    di  Austerlitz,  risaliva  il viale laterale di destra dirigendosi
    verso la barriera di Fontainebleau. Era notte buia. Il ragazzo era
    pallido, magro, cencioso,  con un paio di calzoni di tela nel mese
    di febbraio, e cantava a squarciagola.
    All'angolo  della  via  Petit-Banquier una vecchia,  alla luce del
    fanale, rovistava, curva, in un mucchio di immondizie.  Il ragazzo
    passando l'urt; poi rincul, esclamando:
    - Toh! E io che l'avevo presa per un enorme, un enorme cane!
    E  pronunci  la  seconda volta la parola "enorme" con un beffardo
    ingrossamento di voce,  che le  lettere  maiuscole  esprimerebbero
    abbastanza bene: un enorme, un ENORME cane!
    La vecchia si rizz furibonda:
    -  Demonio  d'un  monello!  - borbott.  - Se non mi fossi trovata
    curva, so ben io dove t'avrei preso a calci.
    Il ragazzo era gi lontano.
    - Psss! Psss! - fece. - Del resto, forse non mi sono sbagliato.
    La vecchia soffocata dalla bile,  si raddrizz e la luce rossastra
    del  fanale  illumin  completamente  la sua faccia livida,  tutta
    scavata di angoli  e  di  rughe,  con  le  zampe  di  gallina  che
    giungevano  ai lati della bocca.  Il corpo spariva nell'ombra e si
    vedeva  soltanto  la  testa,   che  sembrava  la  maschera   della
    decrepitezza  stagliata  da  una  luce  nelle tenebre.  Il ragazzo
    stette a guardarla, poi disse:
    - La signora non possiede il genere di bellezza che mi conviene.
    E prosegu il cammino riprendendo a cantare:
    "Il re Colpodizccolo
    se ne andava a caccia,
    a caccia di corvi..."
    Dopo questi tre versi  si  interruppe.  Era  arrivato  davanti  al
    numero 50-52 e, trovando la porta chiusa, si era messo a prenderla
    a pedate,  pedate rimbombanti ed eroiche,  che svelavano le scarpe
    da uomo che portava, anzich i piedi di ragazzo che possedeva.
    Intanto la vecchia incontrata all'angolo di via Petit-Banquier gli
    correva dietro vociferando e sbracciandosi.
    - Cosa c'? Cosa c'?  Signore Iddio!  Sfondano la porta!  Buttano
    gi la casa!
    Le pedate continuavano.
    La vecchia si spolmonava.
    - Cos si trattano le case, adesso!
    A un tratto si ferm: aveva riconosciuto il monello.
    - Come! E' quel satanasso!
    -  Guarda,    la  vecchia!  - disse il fanciullo.  - Buon giorno,
    megera. Vengo a trovare i miei antenati.
    La vecchia rispose con  una  smorfia;  ammirevole  improvvisazione
    dell'odio  che cava profitto dalla caducit e dalla bruttezza,  ma
    che disgraziatamente and perduta nell'oscurit.
    - Non c' nessuno, brutto animale.
    - Oh! - rispose il ragazzo. - E dov' mio padre?
    - Alla Force.
    - Guarda! E mia madre?
    - A San Lazzaro.
    - Senti! E le mie sorelle?
    - Alle Madelonnettes.
    Il fanciullo si gratt l'orecchio, guard mamma Burgon, e disse:
    - Ah!
    Poi gir sui calcagni;  e un momento  dopo  la  vecchia,  che  era
    rimasta  sulla  soglia della porta,  l'ud cantare con la sua voce
    limpida e fresca,  allontanandosi sotto i neri olmi agitati  dalla
    brezza invernale:
    "Il re Colpodizccolo
    Se ne andava a caccia,
    A caccia di corvi,
    Sopra i suoi trampoli;
    Per passar di sotto
    Gli pagavan due soldi".








    Parte Quarta.
    L'EPOPEA DI VIA SAN DIONIGI E L'IDILLIO DI VIA PLUMET.


    Libro 1.
    ALCUNE PAGINE DI STORIA.


    1. BEN TAGLIATO.
    Il  1831  e  il  1832,  i  due  anni che seguono immediatamente la
    Rivoluzione di Luglio,  formano  un  momento  storico  tra  i  pi
    singolari e interessanti. Tra quelli che li precedono e quelli che
    li  seguono,  questi  due  anni  stanno  come  montagne.  Hanno la
    grandezza rivoluzionaria.  Vi si  distinguono  dei  precipizi.  Le
    masse sociali,  le stesse assise della civilt, il gruppo compatto
    degli  interessi  sovrapposti  e  aderenti,   i  profili  secolari
    dell'antica  formazione francese,  vi appaiono e scompaiono a ogni
    istante, attraverso le tempestose nubi dei sistemi, delle passioni
    e delle teorie.
    Tali apparizioni e sparizioni sono  state  chiamate  resistenza  e
    movimento.  Di tanto in tanto vi si vede splendere la verit che 
    la luce dell'anima umana.
    Quest'epoca, degna di considerazione,   abbastanza circoscritta e
    comincia  ad  allontanarsi  abbastanza da noi perch se ne possano
    fin d'ora cogliere le linee principali.
    E' quello che vogliamo tentare qui.
    La Restaurazione fu una di quelle  fasi  intermedie,  difficili  a
    definire, in cui c' stanchezza, stordimento, mormorio, sonnolenza
    e tumulto,  e che non sono se non l'arrivo di una grande nazione a
    una tappa.  Sono epoche eccezionali e  ingannano  i  politici  che
    vogliono  sfruttarle.  Dapprima,  la  nazione  chiede  soltanto il
    riposo;  desidera una sola cosa,  la pace;  ha una sola ambizione,
    essere  piccina.   Il  che  significa  restar  tranquilla.  Grandi
    avvenimenti,  grandi rischi,  grandi avventure  e  uomini  grandi,
    grazie a Dio, ne ha visti abbastanza, e ne  stufa. Darebbe Cesare
    per Prusia e Napoleone per il re di Yvetot.  "Che buon reuccio era
    quello!". Ha camminato dallo spuntar del sole,   giunta alla sera
    di  una  lunga  e  rude  giornata;  ha  fatto  la  prima tappa con
    Mirabeau,  la seconda con Robespierre,  la  terza  con  Bonaparte.
    Tutti sono sfiniti e chiedono un letto.
    Le  abnegazioni  stanche,  gli  eroismi invecchiati,  le ambizioni
    soddisfatte,   le   ricchezze   conseguite   cercano,   reclamano,
    implorano,  sollecitano,  che  cosa?  un riposo.  L'ottengono.  Si
    impossessano della pace,  della tranquillit,  del  benessere,  ed
    eccoli  contenti.  Ma  intanto  alcuni  fatti  sorgono,  si  fanno
    conoscere  e  bussano  alla  porta.  Questi  fatti,   sorti  dalle
    rivoluzioni  e dalle guerre,  esistono,  vivono,  hanno diritto al
    loro posto nella societ,  se lo prendono;  e il pi  delle  volte
    questi  avvenimenti  sono come marescialli e furieri che preparano
    l'alloggio ai principi.
    Ecco cosa vedono allora i filosofi politici.
    Mentre gli  uomini  stanchi  chiedono  riposo,  i  fatti  compiuti
    chiedono  garanzie.  Le garanzie per i fatti equivalgono al riposo
    per gli uomini.
    Questo chiedeva l'Inghilterra  agli  Stuard  dopo  il  Protettore,
    questo chiedeva la Francia ai Borboni dopo l'impero.
    Tali garanzie sono una necessit dei tempi.  Bisogna accordarle. I
    principi le concedono,  ma chi le d realmente   la  forza  delle
    cose.  Verit  profonda e utile a sapersi,  di cui non si avvidero
    gli Stuard nel 1660,  che i Borboni non  intravidero  neppure  nel
    1814.
    La  famiglia  predestinata  che torn in Francia dopo la caduta di
    Napoleone,  ebbe la fatale semplicit di credere che  fosse  stata
    lei a concedere e potesse riprendere quanto aveva concesso, che la
    casa  Borbone  avesse  da parte sua il diritto divino e la Francia
    nulla;  e che il diritto pubblico accordato nella Costituzione  di
    Luigi  Diciottesimo  non  fosse altro che un frammento del diritto
    divino,  alienato dalla casa Borbone  e  generosamente  donato  al
    popolo  fino a quando piacesse al re di riprenderlo.  Eppure,  dal
    dispiacere che provava nel donare,  la casa Borbone avrebbe dovuto
    capire che il dono non proveniva da lei.
    Essa  fu  ostile  al  secolo  diciannovesimo;   avvers  tutte  le
    aspirazioni della nazione e, per servirci della parola volgare che
     quanto dire  popolare  e  vera,  recalcitr.  Il  popolo  se  ne
    accorse.  Credette  di possedere la forza,  perch l'impero le era
    stato tolto davanti come una quinta di teatro;  e non  si  accorse
    che anch'essa era stata portata sulla scena a quel modo.  Non vide
    che  anch'essa  era  in  quelle  mani  che  avevano  portato   via
    Napoleone.
    Credette di essere il passato e di avere quindi salde radici;
    ma  si  ingannava.  Essa  faceva  parte  del passato,  ma tutto il
    passato era la Francia. Le radici della societ francese non erano
    nei Borboni,  ma nella nazione.  Quelle oscure e vive  radici  non
    costituivano  il  diritto  di  una  famiglia,  ma  la storia di un
    popolo, ed erano dappertutto, fuorch sotto il trono.
    La dinastia borbonica era per la  Francia  il  legame  illustre  e
    sanguinoso della sua storia,  ma non l'elemento principale del suo
    destino e la base necessaria della sua politica.  Si poteva fare a
    meno dei Borboni;  se ne era fatto a meno per ventidue anni; c'era
    stata una soluzione di continuit,  ma essi non se ne accorgevano.
    E  come  avrebbero potuto accorgersene,  essi che non riuscivano a
    pensare che Luigi Diciassetesimo non regnasse  il  9  termidoro  e
    Luigi  Diciottesimo  il  giorno della battaglia di Marengo?  Dalle
    origini della storia i re non avevano mai manifestato tanta cecit
    di fronte ai fatti e alla porzione d'autorit divina che  i  fatti
    contengono  e  promulgano.  Mai  quella  pretesa di quaggi che si
    chiama diritto dei re aveva negato a  tal  punto  il  diritto  che
    proviene di lass.
    Errore  capitale,  che  trascin  quella  famiglia  a  revocare le
    garanzie  "accordate"  nel  1814,  le  sue  concessioni,  come  le
    chiamava.  Triste  cosa!  quella che essa chiamava sue concessioni
    erano nostre conquiste;  quelle che  chiamava  nostre  usurpazioni
    erano nostri diritti.
    Quando  le  parve  venuto  il  momento,  credendosi  vittoriosa di
    Bonaparte e radicata nel paese,  vale a dire  credendosi  forte  e
    profonda,   la   Restaurazione  prese  la  brusca  risoluzione  di
    arrischiare il colpo.
    Una mattina essa si sollev contro la Francia, e, alzando la voce,
    contest il diritto collettivo e quello individuale,  la sovranit
    alla nazione,  la libert al cittadino. In altri termini neg alla
    nazione quello che forma la nazione,  e al  cittadino  quello  che
    forma il cittadino.
    E'  questa  la  base  dei  famosi  decreti  noti  sotto il nome di
    Ordinanze del Luglio.
    La Restaurazione cadde.
    E cadde giustamente. Eppure,  dobbiamo confessarlo,  non era stata
    sistematicamente  ostile  a  tutte le forme del progresso.  Grandi
    cose si compirono durante il suo regime.
    Sotto  la  Restaurazione,   la  nazione  si  era   abituata   alla
    discussione nella calma,  cosa che era mancata alla Repubblica,  e
    alla grandezza nella pace,  cosa che era  mancata  all'Impero.  La
    Francia  libera  e  forte  fu uno spettacolo incoraggiante per gli
    altri  popoli  d'Europa.   Sotto  Robespierre  aveva  parlato   la
    Rivoluzione,  sotto Bonaparte il cannone; sotto Luigi Diciottesimo
    e Carlo Decimo l'intelligenza.  Cess il  vento,  si  riaccese  la
    fiaccola.  Si vide scintillare,  sulle vette serene,  la pura luce
    degl'ingegni.  Spettacolo splendido,  utile  e  affascinante.  Per
    quindici  anni  e  in  profonda  pace  si  videro  all'opera sulla
    pubblica piazza  questi  grandi  princpi,  cos  antichi  per  il
    pensatore  e cos nuovi per l'uomo di Stato: l'eguaglianza davanti
    alla legge,  la libert di coscienza,  la libert  di  parola,  la
    libert di stampa, l'accesso a tutte le cariche aperto a tutti.
    Cos  si continu fino al 1830.  I Borboni furono uno strumento di
    civilt che si spezz nelle mani della Provvidenza.
    La caduta dei Borboni fu piena di grandezza, non da parte loro, ma
    da parte della nazione.  Essi lasciarono il trono con gravit,  ma
    senza autorit; la loro discesa nelle tenebre non fu una di quelle
    solenni  sparizioni che lasciano una triste emozione nella storia;
    non fu n la calma spettrale di Carlo Primo n il  grido  d'aquila
    di Napoleone.  S'allontanarono, ecco tutto. Deposero la corona, ma
    non conservarono l'aureola; furono dignitosi, ma non augusti; e in
    un certo senso vennero meno alla maest della loro sventura. Carlo
    Decimo,  che durante il viaggio  di  Cherbourg  fece  ridurre  una
    tavola   da   rotonda   in   quadrata,   parve   preoccuparsi  pi
    dell'etichetta in pericolo che della monarchia  crollante.  Questa
    diminuzione  rattrist  i  seguaci  devoti  che amavano la propria
    persona e gli uomini seri che onoravano la propria  razza.  Quanto
    al  popolo,  fu meraviglioso.  La nazione,  assalita una mattina a
    mano armata da quella specie d'insurrezione monarchica,  si  sent
    tanto  forte  che  non  and in collera.  Si difese,  si contenne,
    rimise le  cose  a  posto,  il  governo  nella  legge,  i  Borboni
    nell'esilio,  e  poi  ahim!  si ferm.  Tolse il vecchio re Carlo
    Decimo  di  sotto  al  baldacchino   che   aveva   coperto   Luigi
    Quattordicesimo, e lo pos delicatamente a terra; tocc le persone
    reali con tristezza e con precauzione.  Non fu un uomo, non furono
    pochi uomini,  ma la Francia,  la  Francia  intera,  vittoriosa  e
    inebriata della propria vittoria, che parve ricordare e mettere in
    pratica,  al  cospetto  del  mondo  intero,  le  gravi  parole  di
    Guglielmo Du Vair dopo la giornata delle barricate:
    "E' facile a coloro che sono abituati  a  sfiorare  i  favori  dei
    grandi  e  a  saltare,  come  un  uccello di ramo in ramo,  da una
    fortuna  avversa  a  una  fiorente,  mostrarsi  arditi  contro  il
    principe nella sua avversit;  ma per me la sorte dei miei re sar
    sempre venerabile, principalmente dei re sventurati".
    I Borboni furono rispettati, ma non rimpianti;  e,  ripetiamo,  la
    loro sventura fu pi grande di loro. Scomparvero dall'orizzonte.
    La  Rivoluzione di luglio trov subito amici e avversari nel mondo
    intero: gli uni le si precipitarono incontro con entusiasmo e  con
    gioia,  gli altri invece se ne allontanarono,  ciascuno secondo la
    propria natura. I principi d'Europa, come gufi sorpresi dall'alba,
    nel primo momento chiusero gli occhi feriti  e  stupefatti,  e  li
    riaprirono  solo per minacciare.  Spavento comprensibile e collera
    scusabile.  Quella strana rivoluzione era stata appena un urto,  e
    non  aveva  fatto alla regalit vinta neppure l'onore di trattarla
    da nemica  e  di  versarne  il  sangue.  Agli  occhi  dei  governi
    dispotici,  sempre  interessati a che la libert si calunni da s,
    la Rivoluzione di luglio aveva il torto d'essere formidabile e  di
    restare  calma.  Del resto nulla fu tentato o macchinato contro di
    essa,  e i pi malcontenti,  i pi irritati,  i  pi  frementi  la
    salutarono.  Quali  che siano i nostri egoismi e i nostri rancori,
    un rispetto misterioso impongono gli avvenimenti in cui  si  sente
    la collaborazione di uno che lavora pi su dell'uomo.
    La  Rivoluzione di luglio  il trionfo del diritto sul fatto.  Una
    cosa splendida.
    Il diritto che atterra  il  fatto.  Sta  qui  lo  splendore  della
    Rivoluzione del '30,  ma anche la sua mansuetudine. Il diritto che
    trionfa non ha bisogno di essere violento.
    Il diritto, vale a dire il giusto e il vero.
    La caratteristica del diritto  di  restare  eternamente  bello  e
    puro.  Il  fatto,  anche il pi necessario in apparenza,  anche il
    meglio accetto ai contemporanei, se esiste soltanto come fatto, se
    contiene in s poco o nessun diritto,   destinato infallibilmente
    a  divenire  deforme,  immondo e fors'anche mostruoso.  Se si vuol
    costatare subito a che grado di bruttezza pu  giungere  il  fatto
    quando    visto  a distanza di secoli,  si guardi il Machiavelli.
    Machiavelli non  un cattivo genio,  n un dmone n uno scrittore
    vile  e  miserabile;  non  altro che il fatto.  E non soltanto il
    fatto  italiano,  ma  il  fatto  europeo,   il  fatto  del  secolo
    sedicesimo. Sembra orribile, e lo , di fronte all'idea morale del
    secolo diciannovesimo.
    Questa  lotta  fra  il  diritto e il fatto dura dall'origine della
    societ.  Porre fine al duello,  amalgamare  l'idea  pura  con  la
    realt  umana,  far penetrare pacificamente il diritto nel fatto e
    il fatto nel diritto:  questo il lavoro degli uomini sapienti.

    2. MAL CUCITO.
    Ma altro  il lavoro dei saggi, altro quello degli abili.
    La rivoluzione del 1830 si concluse presto.
    Appena una rivoluzione va a naufragare  sulla  costa,  gli  uomini
    abili ne saccheggiano il carico.
    Nel  nostro  secolo  gli  abili  si sono decretati la qualifica di
    uomini di Stato;  di modo che questa frase,  uomini di  Stato,  ha
    finito  col diventare in certo modo una espressione popolare.  Non
    dimentichiamo infatti che dove c' solo  abilit,  necessariamente
    c' piccolezza. Dire: gli abili,  come dire: i mediocri.
    A  credere  agli abili,  le rivoluzioni come quella di luglio sono
    arterie tagliate,  alle quali  occorre  una  pronta  legatura.  Il
    diritto,  proclamato troppo altamente,  vacilla. Perci, una volta
    affermato il diritto,  bisogna rafforzare lo Stato.  Assicurata la
    libert, occorre pensare al potere.
    A  questo  punto  i  saggi non si separano ancora dagli abili,  ma
    cominciano a diffidare.  Il potere,  sia pure;  ma prima di tutto,
    che  il potere? e in secondo luogo donde viene?
    Gli  abili pare che non odano l'obiezione mormorata,  e continuano
    la loro manovra.
    Secondo questi politici,  ingegnosi nel  mettere  la  maschera  di
    necessit  alle  finzioni  proficue,  il primo bisogno d'un popolo
    dopo una rivoluzione, quando quel popolo fa parte di un continente
    monarchico,   di procurarsi una dinastia.  In  tal  modo,  dicono
    essi,  pu  avere la pace dopo la rivoluzione,  ossia pu avere il
    tempo di medicarsi le ferite e di riattare la  casa.  La  dinastia
    nasconde le impalcature e copre l'ambulanza.
    Ora  non  sempre facile procurarsi una dinastia.  A tutto rigore,
    per fare un re basta il primo uomo di genio, o anche il primo uomo
    fortunato che capiti; nel primo caso avete Bonaparte,  nel secondo
    Iturbide.
    Ma  la prima famiglia che capiti non basta a formare una dinastia.
    Ci vuole una certa antichit di razza,  e la ruga dei  secoli  non
    s'improvvisa.
    Ponendoci,  ben  inteso  con tutte le riserve,  dal punto di vista
    degli "uomini di Stato",  quali devono essere le qualit  d'un  re
    sorto  da  una  rivoluzione?   Pu  essere  ed    utile  che  sia
    rivoluzionario,  vale a dire che abbia partecipato di persona alla
    rivoluzione,  che vi abbia posto mano, che vi si sia compromesso o
    messo in luce, che ne abbia toccato la scure o brandito la spada.
    Quali sono le qualit d'una dinastia? Dev'essere nazionale,  ossia
    rivoluzionaria da tempo, non per gli atti compiuti, ma per le idee
    accettate;  deve  esser fatta di passato ed essere storica;  esser
    fatta di avvenire ed essere simpatica.
    Tutto questo spiega perch le prime rivoluzioni si  contentano  di
    trovare  un  uomo,  Cromwell  o  Napoleone,  e  perch  le seconde
    vogliono assolutamente trovare una famiglia,  la casa di Brunswick
    o quella d'Orlans.
    Le famiglie reali somigliano ai fichi d'India, di cui ciascun ramo
    curvandosi  fino  a terra mette radici e diventa una nuova pianta.
    Ciascun ramo pu diventare una  dinastia,  a  condizione  per  di
    curvarsi fino al popolo.
    Questa  la teoria degli abili.
    Ecco  dunque  la  grande  arte:  fare in modo che un buon successo
    appaia  un  po'  come  una  catastrofe,  affinch  quelli  che  ne
    profittano  lo  temano  pure;  condire di paura il passo compiuto;
    aumentare  la  curva  della  transizione  sino  a  rallentare   il
    progresso;  scolorire  quell'aurora;  denunciare e togliere via le
    asprezze dell'entusiasmo; smussare gli angoli e tagliar le unghie;
    ovattare il  trionfo;  imbacuccare  il  diritto;  avvolgere  nella
    flanella  il popolo gigante e metterlo subito a letto;  imporre la
    dieta a quell'eccesso di salute;  mettere Ercole a  un  regime  di
    convalescente; diluire l'avvenimento nell'espediente; offrire agli
    spiriti  assetati  d'ideale  del  nettare allungato con la tisana;
    prendere delle precauzioni contro il soverchio buon esito; mettere
    alla rivoluzione un paralume.
    Il  1830  mise   in   pratica   questa   teoria,   gi   applicata
    all'Inghilterra dal 1688.
    Il  1830  una rivoluzione arrestata a met.  Mezzo progresso,  il
    quasi-diritto.  Ora la logica ignora il quasi assolutamente,  come
    il sole ignora la candela.
    Chi  che arresta le rivoluzioni a met? La borghesia. Perch?
    Perch la borghesia  l'interesse soddisfatto.
    Ieri era appetito, oggi  pienezza, domani sar saziet.
    Il  fenomeno del 1814 dopo Napoleone,  si riprodusse nel 1830 dopo
    Carlo Decimo.
    A torto si  voluto fare della borghesia una classe: la  borghesia
    non  altro che la parte del popolo accontentata. Il borghese  un
    uomo che adesso ha il tempo di sedersi. Una sedia non  una casta.
    Ma  la  fretta nel sedersi pu anche fermare il cammino del genere
    umano. Spesso  stato questo l'errore della borghesia.
    Non si diventa una classe per aver commesso un  errore.  L'egoismo
    non  una delle divisioni dell'ordine sociale.
    Del resto,  per essere giusti anche con l'egoismo,  lo stato a cui
    aspirava, dopo la rivoluzione del 1830, quella parte della nazione
    che si chiama la borghesia,  non era  il  sonno,  che  suppone  un
    momentaneo oblio accessibile ai sogni, ma era la sosta, la tappa.
    La  tappa    una  parola che ha un doppio senso singolare e quasi
    contraddittorio:  truppa  in  marcia  significa  movimento;  tappa
    invece significa riposo.
    La tappa  il ristoro delle forze;   il riposo armato e vigile; 
    il fatto compiuto che colloca le sentinelle  e  sta  all'erta;  la
    tappa suppone il combattimento di ieri e quello di domani.
    E' l'intervallo fra il 1830 e il 1848.
    Quello   che  qui  chiamiamo  combattimento  pu  anche  chiamarsi
    progresso.
    Occorreva dunque alla borghesia,  come agli uomini  di  Stato,  un
    uomo  che  esprimesse questa parola: tappa;  un individuo d'ordine
    composito, che significasse in pari tempo rivoluzione e stabilit,
    ossia,  in altre parole,  che affermasse il presente  mediante  la
    evidente compatibilit del passato con l'avvenire.
    Quest'uomo  era  "bell'e  pronto"  e  si  chiamava  Luigi  Filippo
    d'Orleans.
    I Duecentoventuno fecero Luigi Filippo  re.  Lafayette  s'incaric
    della  consacrazione.  Lo  chiam  "la  migliore  repubblica".  Il
    palazzo municipale di Parigi sostitu la cattedrale di Reims.
    Questa sostituzione d'un mezzo trono al trono intero  fu  "l'opera
    del 1830".
    Quando  gli  abili  ebbero  terminato,  apparve il difetto immenso
    della loro soluzione.  Tutto questo era stato  fatto  prescindendo
    dal  diritto  assoluto.  E il diritto assoluto grid: Io protesto!
    poi, cosa spaventosa!, rientr nell'ombra.

    3. LUIGI FILIPPO.
    Le rivoluzioni hanno il braccio terribile  e  la  mano  fortunata;
    sanno   colpire   forte  e  scegliere  bene.   Anche  quando  sono
    incomplete,  imbastardite,  mal combinate,  ridotte allo stato  di
    rivoluzioni  di  second'ordine,  come quella del 1830,  conservano
    quasi sempre  una  sufficiente  lucidit  provvidenziale  per  non
    cadere malamente.
    La   loro   eclisse   non    mai  un'abdicazione.   Tuttavia  non
    vantiamocene troppo.  Anche le rivoluzioni possono  ingannarsi,  e
    abbiamo visto dei gravi errori.
    Ritorniamo al 1830.  Il 1830, nella sua deviazione, ebbe una certa
    fortuna. Nell'assestamento che si chiam l'ordine e che segu alla
    rivoluzione interrotta,  il re valeva pi  della  regalit.  Luigi
    Filippo era un uomo raro.
    Figlio  d'un  padre  a  cui  la  storia  accorder  certamente  le
    circostanze attenuanti,  ma degno di stima  quanto  il  padre  era
    stato  degno  di biasimo,  ebbe tutte le virt private e parecchie
    delle pubbliche;  preoccupato della sua  salute,  dei  suoi  beni,
    della sua persona e dei suoi affari, conobbe il valore d'un minuto
    e  non  sempre  quello  d'un anno;  fu sobrio,  sereno,  pacifico,
    paziente,  buon uomo e buon principe;  dormiva con  la  moglie,  e
    aveva  nel  suo  palazzo  dei  servi  incaricati  di far vedere ai
    cittadini il letto coniugale: ostentazione di matrimonio  regolare
    diventata  utile dopo le antiche ostentazioni illegittime del ramo
    primogenito;  sapeva tutte le lingue d'Europa,  e,  cosa ancor pi
    rara,  tutti  i  linguaggi  di tutti gli interessi,  e li parlava;
    ammirabile rappresentante della "classe media",  la sorpassava  ed
    era sotto ogni aspetto pi grande di lei; pur apprezzando la razza
    da  cui  usciva,  aveva  l'accortezza  di  far  valere  se  stesso
    soprattutto per il suo valore intrinseco,  e molto  preciso  nella
    questione  stessa  della  sua  razza,  si dichiarava Orlans e non
    Borbone;  fu perfetto principe del sangue  finch  rimase  altezza
    serenissima,  ma  vero  borghese  appena divenne maest loquace in
    pubblico, conciso con gli intimi;  creduto avaro,  ma senza prove,
    in  realt  era  uno  di  quegli  economi  facilmente prodighi per
    capriccio o per dovere; letterato,  e poco sensibile alle lettere;
    gentiluomo,  ma  non  cavalleresco;  semplice,  calmo ed energico;
    adorato dalla famiglia e dai domestici; parlatore attraente,  uomo
    di Stato rinvenuto dalle illusioni, interiormente freddo, dominato
    dall'interesse immediato, intento sempre al governo delle cose pi
    vicine,  incapace  di  rancore  e di riconoscenza,  sciupava senza
    piet gli ingegni eletti in cose mediocri; abile nello spingere le
    maggioranze parlamentari a dar torto a quelle misteriose unanimit
    che rumoreggiano sordamente sotto i troni,  espansivo  e  talvolta
    imprudente  nelle  sue  espansioni,  ma d'una meravigliosa abilit
    nell'imprudenza;  fertile  di  espedienti,   di  fisionomie  e  di
    maschere  diverse;  si  valeva  dell'Europa  per  far  paura  alla
    Francia,   e  della  Francia  per  far  paura  all'Europa;   amava
    innegabilmente  il  suo  paese,  ma preferiva la propria famiglia;
    apprezzava la dominazione pi dell'autorit e l'autorit pi della
    dignit: tendenza funesta, nel senso che,  rivolgendo ogni cura al
    successo,   ammette  l'astuzia  e  non  ripudia  assolutamente  la
    bassezza,  ma proficua nel senso che preserva  la  politica  dagli
    urti  violenti,  lo  Stato  dalle  fratture,  e  la  societ dalle
    catastrofi;  minuzioso,   corretto,   vigile,   attento,   sagace,
    instancabile;  talvolta  si  contraddiceva  e si smentiva;  ardito
    contro l'Austria  ad  Ancona,  ostinato  contro  l'Inghilterra  in
    Spagna,   bombardava  Anversa  e  pagava  Pritchard;   cantava  la
    Marsigliese con convinzione;  inaccessibile  allo  scoraggiamento,
    alla stanchezza, al gusto del bello e dell'ideale, alla generosit
    temeraria, all'utopia, alla chimera, alla collera, alla vanit, al
    timore;  possedeva  tutte  le  forme  dell'intrepidezza personale;
    generale a Valmy,  soldato a Jemmapes;  minacciato otto  volte  di
    regicidio  ma  sempre  sorridente;   ardito  come  un  granatiere,
    coraggioso come un filosofo;  inquieto solo di  fronte  ai  rischi
    d'un  sommovimento  europeo,  e  inadatto  alle  grandi  avventure
    politiche;  sempre pronto a rischiare la vita,  mai  l'opera  sua;
    dava alla sua volont la maschera dell'influenza preferendo essere
    obbedito  come  intelligenza,  piuttosto  che  come re;  dotato di
    osservazione e non di divinazione;  poco curante delle  menti,  ma
    conoscitore degli uomini, vale a dire che aveva bisogno di vederli
    per giudicarli;  buon senso pronto e penetrante, saggezza pratica,
    parola facile,  memoria prodigiosa;  a  questa  memoria  attingeva
    costantemente  e  questo  era il suo solo punto di somiglianza con
    Cesare, Alessandro e Napoleone; conosceva i fatti,  i particolari,
    le date,  i nomi propri,  ma ignorava le tendenze,  le passioni, i
    diversi  umori  della   folla,   le   aspirazioni   interiori,   i
    sommovimenti nascosti e tenebrosi delle anime, in una parola tutto
    ci che potrebbe chiamarsi le correnti invisibili della coscienza;
    accettato   dalla  parte  superficiale  della  Francia,   ma  poco
    d'accordo con le masse,  se la cavava con  la  finezza;  governava
    troppo  e  non  regnava  abbastanza;  era  il primo ministro di se
    stesso;  eccelleva nel formare di alcune realt insignificanti  un
    ostacolo   all'immensit  delle  idee;   univa  un  certo  spirito
    burocratico   e   cavilloso   a   una   vera   facolt   creatrice
    d'incivilimento,   d'ordine   e   d'organizzazione;   fondatore  e
    procuratore d'una  dinastia;  aveva  qualcosa  di  Carlo  Magno  e
    qualcosa  dell'avvocato;   insomma,  figura  nobile  e  originale,
    principe che seppe esercitare il potere,  malgrado  l'inquietudine
    della  Francia,  e  seppe  avere  una  potenza malgrado la gelosia
    dell'Europa,  Luigi Filippo  verr  classificato  tra  gli  uomini
    eminenti  del  suo  secolo,  e  figurerebbe nella storia tra i pi
    illustri governanti, se avesse avuto un po' d'amore per la gloria,
    e se avesse posseduto il  senso  della  grandezza  come  possedeva
    quello dell'utilit.
    Luigi Filippo era stato un bell'uomo e,  invecchiando, era rimasto
    grazioso;  non sempre gradito alla nazione,  lo  era  sempre  alla
    folla:  piaceva.  Aveva  il  dono  d'essere  affascinante.  In lui
    difettava la maest: non portava la corona bench re,  e non aveva
    i capelli bianchi bench vecchio. Le sue maniere erano del vecchio
    regime  e  le  sue abitudini del nuovo;  mescolanza di nobile e di
    borghese che conveniva al 1830;  Luigi Filippo era la  transizione
    regnante;   aveva   conservato   l'antica   pronuncia  e  l'antica
    ortografia, che metteva al servizio delle opinioni moderne;  amava
    la  Polonia  e  l'Ungheria,  ma  scriveva "polonois" e pronunciava
    "hongrais".  Portava l'abito della guardia  nazionale  come  Carlo
    Decimo, e il cordone della Legion d'Onore come Napoleone.
    Andava  poco  in chiesa,  mai a caccia,  mai a teatro.  Era quindi
    inaccessibile all'influenza dei sacrestani,  dei servi da caccia e
    delle  ballerine,  e  questo  faceva  parte  della  sua popolarit
    borghese. Non aveva corte.  Usciva di casa con l'ombrello sotto il
    braccio,  e  quell'ombrello  contribu  per lungo tempo a creargli
    un'aureola.  Era un po' muratore,  un po'  giardiniere  e  un  po'
    medico;  salassava un postiglione caduto da cavallo; Luigi Filippo
    aveva sempre con s il bisturi,  come Enrico Terzo il  pugnale.  I
    legittimisti  schernivano  questo re ridicolo,  il primo che abbia
    versato sangue per guarire.
    C' una sottrazione da fare alle accuse della storia contro  Luigi
    Filippo;  ci  sono  quelle  contro la monarchia,  quelle contro il
    regno e quelle contro il re;  tre colonne che  danno  ciascuna  un
    totale diverso.  Il diritto democratico conquistato,  il progresso
    divenuto un interesse secondario,  la repressione  violenta  delle
    proteste  della piazza,  l'esecuzione militare delle insurrezioni,
    la sommossa passata per le armi, la via Transnonain, i consigli di
    guerra,  il paese reale assorbito dal  paese  legale,  il  governo
    retto  nell'interesse di trecentomila privilegiati,  sono le colpe
    della monarchia: il Belgio rifiutato,  l'Algeria troppo  duramente
    conquistata  e,  come l'India dagli Inglesi,  con pi barbarie che
    civilt,  la mancata fede ad Abdel-Kader,  Blaye,  Deutz comprato,
    Pritchard  pagato,  sono  le  colpe  del  regno;  la  politica pi
    familiare che nazionale  la colpa del re.
    Come si vede, fatte le deduzioni, il carico del re diminuisce.  Il
    suo  errore  capitale  fu  d'essere  stato  modesto  in nome della
    Francia.
    Da che proviene questo errore?
    Diciamolo.
    Luigi Filippo  stato un re troppo padre: questa  sua  incubazione
    d'una  famiglia,  da  cui si vuol fare sbocciare una dinastia,  ha
    paura di tutto e non vuol essere disturbata;  donde certe timidit
    eccessive,  fastidiose  per un popolo che conta il 14 luglio nella
    sua tradizione civile e Austerlitz in quella militare.  Del resto,
    se prescindiamo dai doveri pubblici che vanno adempiuti per primi,
    la  profonda  tenerezza  di  Luigi Filippo per la sua famiglia era
    meritata dalla famiglia. Quel gruppo domestico era ammirabile.  Le
    virt  gareggiavano  con  i talenti.  Maria di Orlans,  una delle
    figlie di Luigi Filippo,  schierava il suo nome tra  gli  artisti,
    infondendo  la  sua  anima in un marmo che chiam Giovanna d'Arco,
    come gi Carlo d'Orlans aveva messo il suo nome tra i poeti.  Due
    altri  figli  strapparono  a  Metternich questo elogio demagogico:
    "Sono giovani come non se ne vedono spesso, e principi come non se
    ne vedono mai".
    Ecco la verit intorno a Luigi Filippo,  senza nulla  dissimulare,
    ma anche senza nulla aggravare.
    Essere il "principe galit",  portare in s la contraddizione tra
    la Restaurazione e la Rivoluzione, avere quel lato inquietante del
    rivoluzionario che diventa rassicurante nel governante,  fu questa
    la  fortuna  di  Luigi  Filippo  nel 1830.  Non ci fu mai uomo pi
    completamente adatto a  un  avvenimento;  si  compenetrarono  l'un
    l'altro,  e l'incarnazione avvenne.  Luigi Filippo  il 1830 fatto
    uomo.  Inoltre,  aveva in suo favore quella grande designazione al
    trono,  che   l'esilio.  Era stato proscritto,  errante,  povero,
    aveva dovuto vivere del proprio  lavoro.  Nella  Svizzera,  questo
    titolare  dei  pi  ricchi  domini  principeschi  di Francia aveva
    venduto un vecchio cavallo per mangiare.  A Reichenau  aveva  dato
    lezioni  di  matematica,  mentre  sua  sorella Adelaide ricamava e
    cuciva. Questi ricordi legati a un re entusiasmavano la borghesia.
    Aveva demolito con le proprie mani l'ultima  gabbia  di  ferro  di
    Monte   San  Michele,   fatta  costruire  da  Luigi  Undicesimo  e
    utilizzata da Luigi Quindicesimo.  Era il compagno  di  Dumouriez,
    l'amico  di  Lafayette;  aveva fatto parte del club dei giacobini;
    Mirabeau gli aveva battuto familiarmente  la  mano  sulla  spalla;
    Danton l'aveva chiamato giovanotto.  Nel '93,  a ventiquattr'anni,
    quando era il signor Chartres,  dal fondo di  una  oscura  tribuna
    della   Convenzione,   aveva   assistito   al  processo  di  Luigi
    Sedicesimo, chiamato cos bene "quel povero tiranno".
    La  cieca  chiaroveggenza  della  Rivoluzione,   che  spezzava  la
    regalit  col  re  e  il  re  con  la  regalit senza quasi badare
    all'uomo nella selvaggia conculcazione dell'idea;  la gran  bufera
    dell'Assemblea   fatta   tribunale;   la   pubblica   collera  che
    interrogava; Capeto che non sapeva che rispondere; lo spaventoso e
    attonito vacillare di quella  testa  reale  sotto  quel  vento  di
    morte;  l'innocenza relativa di tutti in quella catastrofe,  tanto
    di quelli che condannavano quanto di  chi  era  condannato,  tutto
    questo  egli aveva visto;  aveva contemplato queste follie,  aveva
    visto i secoli comparire  alla  sbarra  della  Convenzione;  aveva
    visto   dietro   Luigi  Sedicesimo,   questo  sfortunato  passante
    responsabile,  rizzarsi nelle tenebre la formidabile accusata  che
    era  la  monarchia;  e  gli  era  rimasto nell'anima il rispettoso
    spavento di quelle immense giustizie di popolo,  impersonali quasi
    come la giustizia di Dio.
    Il  segno lasciato in lui dalla Rivoluzione era prodigioso: la sua
    memoria era come l'impronta vivente di quei  grandi  anni,  minuto
    per minuto.  Un giorno,  alla presenza di un testimone di cui ci 
    impossibile dubitare,  rettific a  memoria  tutta  la  lettera  A
    dell'elenco alfabetico dell'Assemblea costituente.
    Luigi  Filippo  fu un re di piena luce.  Durante il suo regno,  la
    stampa e la tribuna,  la coscienza e la parola furono  libere.  Le
    leggi del settembre sono chiare. Bench conoscesse il potere della
    luce nel rodere i privilegi,  lasci esposto il trono alla luce; e
    la storia terr conto di questa lealt.
    Come tutti gli uomini storici scomparsi dalla scena, Luigi Filippo
     oggi chiamato in giudizio dalla coscienza umana: il suo processo
     ancora in prima istanza.
    L'ora in cui la storia parla col suo accento venerabile  e  libero
    non    ancora suonata per lui;  non  ancora venuto il momento di
    pronunciare su questo re un giudizio definitivo. Anche l'austero e
    illustre storico Luigi Blanc ha  modificato  recentemente  il  suo
    giudizio.  Luigi Filippo fu l'eletto di quelle due cose incomplete
    che si chiamano i 221 e il 1830,  vale a dire di un semiparlamento
    e  di  una  semirivoluzione,  e  in ogni caso,  dal punto di vista
    superiore in cui deve collocarsi la filosofia,  non  potremmo  qui
    giudicarlo  come si  potuto intravedere pi su,  se non con certe
    riserve in nome del principio  democratico  assoluto;  agli  occhi
    dell'assoluto, al di fuori di questi due diritti, quello dell'uomo
    e quello del popolo,  tutto  usurpazione;  ma quello che possiamo
    dire fin da questo momento,  fatte queste riserve,    che,  tutto
    sommato e in qualunque modo lo si consideri,  Luigi Filippo, preso
    in se stesso e dal punto di vista della bont umana, rester,  per
    servirci  del  vecchio  linguaggio degli antichi storici,  uno dei
    migliori principi che sia stato su un trono.
    Che cos'ha contro di s?  Il trono.  Togliete da Luigi Filippo  il
    re,  resta l'uomo;  e l'uomo  buono:  buono qualche volta fino a
    essere ammirabile. Spesso, in mezzo alle pi gravi cure,  dopo una
    giornata  di  lotta  contro  tutta  la  diplomazia del continente,
    rientrando la sera nel proprio appartamento, sfinito, oppresso dal
    sonno,  che cosa faceva?  Prendeva un incartamento  e  passava  la
    notte a rivedere un processo criminale; perch riteneva che se era
    importante tener fronte all'Europa, strappare un uomo al carnefice
    era una faccenda pi importante.  E si ostinava contro il ministro
    di  giustizia;   disputava  a  passo  a  passo  il  terreno  della
    ghigliottina  ai  procuratori generali,  quei "chiacchieroni della
    legge",   come  li  chiamava.   Talvolta  i  processi  ammucchiati
    coprivano  la  sua  scrivania;  ed  egli  li  esaminava tutti: era
    un'angoscia  per   lui   abbandonare   quelle   miserabili   teste
    condannate.  Un  giorno  disse  allo  stesso testimone che abbiamo
    indicato poco fa: "Questa notte ne ho guadagnati sette". Durante i
    primi anni di regno la pena di  morte  fu  quasi  abolita,  e  per
    rialzare il patibolo si dovette far violenza al re.
    Essendo  scomparsa  la  Grve,  venne istituita una Grve borghese
    sotto il nome  di  Barriera  San  Giacomo:  gli  "uomini  pratici"
    sentirono  il  bisogno  di una ghigliottina quasi legittima;  e fu
    questa una delle  vittorie  che  Casimiro  Prier,  rappresentante
    delle  idee  pi  ristrette della borghesia,  riport contro Luigi
    Filippo,  che ne rappresentava le idee  pi  liberali.  Questo  re
    aveva  postillato  di  proprio  pugno  il libro di Beccaria.  Dopo
    l'attentato Fieschi fu  udito  esclamare:  "Peccato  che  non  sia
    rimasto ferito!  avrei potuto far grazia".  In un'altra occasione,
    alludendo alle resistenze che gli opponevano i ministri, scrisse a
    proposito di un condannato politico,  che  una delle pi generose
    figure del tempo nostro: "La sua grazia  accordata, non mi rimane
    pi che ottenerla". Luigi Filippo era mite come Luigi Nono e buono
    come Enrico quarto.  Ora, poich nella storia la bont  una perla
    rara,  per noi chi fu buono ha  quasi  la  precedenza  su  chi  fu
    grande.
    Poich  Luigi  Filippo fu giudicato dagli uni con severit e dagli
    altri forse con durezza,  naturale che un uomo, oggi anch'egli un
    fantasma,  che conobbe quel re,  venga a deporre per  lui  davanti
    alla  storia;   la  sua  testimonianza,  quale  che  essa  sia,  
    evidentemente e prima di tutto disinteressata; l'epitaffio dettato
    da un morto  sincero; un'ombra pu consolare un'altra ombra;  chi
    partecipa  alle stesse tenebre ha il diritto di lodare;  n c' da
    temere che si dica mai di due tombe nell'esilio: l'una ha  adulato
    l'altra.

    4. CREPE NELLE FONDAMENTA.
    Per  evitare  ogni  equivoco,  era  necessario  che  questo  libro
    parlasse esplicitamente di Luigi Filippo,  nel momento in  cui  il
    dramma  che  raccontiamo  sta  per  immergersi nel folto di quelle
    tragiche nubi, che coprirono i primordi del suo regno.
    Luigi Filippo aveva ottenuto  l'autorit  regale  senza  violenza,
    senza  un'azione  diretta  da  parte sua,  per una virata di bordo
    rivoluzionaria,  evidentemente molto distinta  dallo  scopo  reale
    della rivoluzione,  ma nella quale egli, duca d'Orlans, non aveva
    alcuna iniziativa personale. Era nato principe e si credeva eletto
    re.  Non si era dato da s  questo  mandato;  non  l'aveva  preso;
    glielo avevano offerto e l'aveva accettato, convinto, certamente a
    torto  ma  pur  sempre  convinto,  che l'offerta fosse conforme al
    diritto,  l'accettazione conforme al dovere.  Donde un possesso in
    buona fede. Ora noi diciamo con piena coscienza che, essendo Luigi
    Filippo in buona fede nel suo possesso ed essendo in buona fede la
    democrazia  nel  combatterlo,  tutto  il male derivato dalle lotte
    sociali non va a carico n del re n della democrazia.
    Un urto fra principi somiglia a un  urto  fra  elementi.  L'oceano
    difende  l'acqua,  l'uragano  difende  l'aria;  il  re  difende la
    monarchia, la democrazia difende il popolo. Il relativo,  che  la
    monarchia, resiste all'assoluto, che  la repubblica; e la societ
    sanguina  sotto  questo  conflitto;   ma  ci  che  forma  la  sua
    sofferenza di oggi sar la sua salute di domani; e,  ad ogni modo,
    non  sono  da  biasimare  quelli che lottano.  Uno dei due partiti
    evidentemente  s'inganna,   perch  il  diritto  non  si  appoggia
    contemporaneamente, come il colosso di Rodi, su due sponde, con un
    piede   nella  repubblica  e  l'altro  nella  monarchia;   esso  
    indivisibile e tutto da un lato;  ma quelli che si ingannano  sono
    sinceri:  un  cieco  non  un colpevole,  come un volontario della
    Vandea non  un brigante. Quelle terribili collisioni vanno dunque
    imputate alla sola fatalit delle cose.  Quali  che  siano  quelle
    tempeste, a esse va unita l'irresponsabilit umana.
    Completiamo questa esposizione.
    Il  governo del 1830 ebbe subito la vita dura: nato ieri,  dovette
    combattere oggi.
    Appena  insediato,  sent  subito  da  ogni  parte  degli  incerti
    movimenti di trazione sotto l'edificio di luglio appena costituito
    e ancora cos poco solido.  La resistenza nacque l'indomani; forse
    era gi nata il giorno avanti.
    L'ostilit and crescendo di mese in mese,  e da  latente  divenne
    manifesta.
    La  Rivoluzione  di luglio,  come gi dicemmo,  poco gradita ai re
    stranieri, in Francia fu interpretata in diversi modi.  Dio rivela
    al mondo le sue visibili volont per mezzo degli avvenimenti,  che
    sono un testo oscuro scritto in una lingua misteriosa.  Gli uomini
    ne   fanno   subito   delle   traduzioni:  traduzioni  affrettate,
    scorrette,  piene di errori,  di lacune e  di  controsensi:  poche
    menti comprendono il linguaggio divino. I pi sagaci, i pi calmi,
    i  pi  profondi  decifrano lentamente e quando presentano la loro
    traduzione,  il lavoro  gi fatto da molto tempo;  sulla pubblica
    piazza  ci sono gi venti traduzioni.  Da ogni traduzione nasce un
    partito,  e da ogni controsenso una  fazione;  e  ciascun  partito
    crede  di  tenere  lui  solo il testo autentico e ciascuna fazione
    crede di possedere l'interpretazione.
    Spesso il potere stesso  una fazione.
    Nelle rivoluzioni ci sono i  nuotatori  contro  corrente:  sono  i
    vecchi  partiti.  Ora,  i vecchi partiti che riconoscono l'eredit
    "per grazia di Dio" credono di  avere  il  diritto  di  rivoltarsi
    contro le rivoluzioni che nascono dal diritto di rivolta. Il che 
    un errore, perch nelle rivoluzioni il ribelle non  il popolo, ma
    il  re.  Rivoluzione  precisamente il contrario di rivolta.  Ogni
    rivoluzione  in s un atto normale,  e perci ha in s la propria
    legittimit,   la   quale      talvolta   disonorata   da   falsi
    rivoluzionari,  ma che persiste,  anche  insozzata,  e  sopravvive
    anche insanguinata.  La rivoluzione non nasce da un accidente,  ma
    dalla necessit;  un ritorno dal fittizio al reale;  perch deve
    essere.
    Ma non per questo i  vecchi  partiti  legittimisti  si  astenevano
    dall'assalire  la  rivoluzione  del 1830 con tutta la violenza che
    scaturisce  dal  falso  ragionamento.   Gli  errori  sono   ottimi
    proiettili. Essi la colpivano abilmente nel punto vulnerabile, nel
    debole della corazza,  nella sua mancanza di logica,  l'assalivano
    nella regalit; le gridavano: - Rivoluzione,  perch hai eletto un
    re? - Le fazioni sono ciechi che mirano giusto.
    I repubblicani cacciavano lo stesso grido,  che,  venendo da essi,
    era un grido logico.  Quella che era cecit nei legittimisti,  era
    chiaroveggenza nei democratici. Il 1830 aveva fatto bancarotta col
    popolo, e la democrazia indignata glielo rimproverava.
    La  monarchia  di  luglio si dibatteva tra l'attacco del passato e
    quello dell'avvenire.  Rappresentava il minuto,  alle prese da una
    parte coi secoli monarchici, dall'altra col diritto eterno.
    Inoltre,    cessando   d'essere   rivoluzionario   per   diventare
    monarchico,  il 1830 si trov nella necessit di mettersi al passo
    con  l'Europa.  La  conservazione della pace fu un sovraccarico di
    complicazioni. Un'armonia voluta a malincuore  spesso pi onerosa
    d'una guerra.  Da quel sordo  conflitto,  sempre  imbavagliato  ma
    sempre brontolante,  nacque quel rovinoso espediente della civilt
    sospetta a se stessa, che  la pace armata. La monarchia di luglio
    s'impennava,  suo malgrado,  nella muta dei gabinetti  europei,  e
    Metternich  l'avrebbe  volentieri  messa al guinzaglio.  Spinta in
    Francia dal  progresso,  essa  spingeva  in  Europa  le  monarchie
    tardigrade. Rimorchiata, a sua volta rimorchiava.
    Frattanto,   all'interno,   pauperismo,   proletariato,   salario,
    educazione,   penalit,   prostituzione,   destino  della   donna,
    ricchezza,  miseria,  produzione,  consumo,  ripartizione, cambio,
    moneta, credito, diritto del capitale,  diritto del lavoro,  tutte
    queste  questioni  si  moltiplicavano  al  di sopra della societ,
    formando uno strapiombo terribile.
    E fuori dei partiti politici propriamente detti si manifestava  un
    altro  movimento.  Al  fermento democratico rispondeva il fermento
    filosofico; gli ingegni eletti si sentivano turbati come la folla;
    in modo diverso, ma altrettanto.
    Alcuni pensatori meditavano,  mentre il  suolo,  vale  a  dire  il
    popolo,  attraversato  dalle correnti rivoluzionarie tremava sotto
    di  loro  con  non  so  quali  strane  scosse  epilettiche.   Quei
    pensatori,  gli  uni  isolati,  gli  altri  raccolti  in  societ,
    agitavano le questioni sociali,  pacificamente,  ma profondamente;
    erano dei minatori impassibili,  che spingevano tranquillamente le
    loro gallerie nelle viscere di un vulcano,  a mala pena disturbati
    dalle sorde trepidazioni e dalle fornaci intraviste.
    La  loro  calma  non  era  lo spettacolo meno bello di quell'epoca
    agitata.
    Quegli uomini lasciavano ai  partiti  politici  la  questione  dei
    diritti, e si occupavano della questione del benessere.
    Quello  che  volevano  ricavare  dalla  societ  era  il benessere
    dell'uomo.
    Essi innalzavano i problemi materiali,  i problemi di agricoltura,
    d'industria  e  di  commercio  quasi alla dignit d'una religione.
    Nella civilt, cos com' fatta,  un po' da Dio,  molto dall'uomo,
    gli  interessi si combinano,  si aggregano e si amalgamano in modo
    da formare una vera  roccia  dura,  seguendo  una  legge  dinamica
    pazientemente scrutata dagli economisti,  che sono i geologi della
    politica.
    Quei pensatori che si raggruppavano sotto  denominazioni  diverse,
    ma   che   si  possono  tutti  indicare  col  titolo  generico  di
    socialisti, tentavano di forare quella roccia e di farne scaturire
    la viva sorgente dell'umana felicit.
    I loro lavori abbracciavano tutto,  dalla questione del patibolo a
    quella  della  guerra.  Al  diritto  dell'uomo,  proclamato  dalla
    Rivoluzione francese, aggiungevano il diritto della donna e quello
    del fanciullo.
    Nessuno si stupir se,  per varie ragioni,  non trattiamo a fondo,
    dal  punto di vista teorico,  i problemi sollevati dal socialismo.
    Ci limiteremo a indicarli.
    Mettendo da parte le visioni cosmogoniche,  le fantasticherie e il
    misticismo,  tutti  i  problemi  proposti  dai  socialisti possono
    essere sintetizzati nei due principali.
    Primo problema: Produrre la ricchezza.
    Secondo problema: Ripartirla.
    Il primo contiene in s il problema del lavoro.
    Il secondo quello del salario.
    Nel primo si tratta dell'impiego delle forze.
    Nel secondo della distribuzione dei beni.
    Dal buon impiego delle forze risulta la potenza pubblica.
    Dalla  buona  distribuzione   dei   beni   risulta   la   felicit
    individuale.
    Per  buona  distribuzione  si deve intendere non una distribuzione
    uguale, ma equa; poich la prima uguaglianza  l'equit.
    Da queste due  cose  combinate,  potenza  pubblica  al  di  fuori,
    benessere individuale al di dentro, risulta la prosperit sociale,
    cio a dire l'uomo felice, il cittadino libero, la nazione grande.
    L'Inghilterra  risolve il primo di questi due problemi.  Essa crea
    magnificamente la ricchezza,  ma  la  ripartisce  male.  E  questa
    soluzione,  completa soltanto da un lato,  la conduce fatalmente a
    questi due estremi: ricchezza mostruosa, miseria mostruosa.
    Tutti i beni ad alcuni,  tutte le privazioni agli  altri,  vale  a
    dire  al  popolo;  il privilegio,  l'eccezione,  il monopolio,  la
    feudalit nascono dal lavoro stesso. Situazione falsa e pericolosa
    che appoggia la potenza pubblica sulla miseria privata,  e  fa  s
    che  la  grandezza dello Stato metta radici nelle sofferenze degli
    individui. Grandezza mal costruita, nella quale si combinano tutti
    gli elementi materiali e non entra alcun elemento morale.
    Il comunismo e la legge agraria credono di  risolvere  il  secondo
    problema;   ma   s'ingannano.   La  loro  ripartizione  uccide  la
    produzione. La divisione in parti uguali abolisce l'emulazione,  e
    di  conseguenza il lavoro.  E' una ripartizione da macellaio,  che
    uccide quello che divide.  E' dunque impossibile fermarsi a queste
    pretese soluzioni. Uccidere la ricchezza non significa ripartirla.
    Per  essere  ben  risolti,  i due problemi vogliono essere risolti
    insieme. Le due soluzioni vogliono essere combinate e formarne una
    sola.
    Se risolvete soltanto il primo dei due problemi,  avrete  Venezia,
    avrete l'Inghilterra; avrete come Venezia una potenza artificiale,
    o  come  l'Inghilterra  una  potenza  materiale: sarete il cattivo
    ricco. Perirete per un atto di violenza, come mor Venezia,  o per
    bancarotta, come cadr l'Inghilterra. E il mondo vi lascer morire
    e  cadere,  perch  lascia  cadere  e  morire  tutto quanto  solo
    egoismo,  tutto ci che non rappresenta per il  genere  umano  una
    virt o un'idea.
    Ben inteso che con le parole Venezia,  Inghilterra, non intendiamo
    parlare dei popoli, ma delle costruzioni sociali; delle oligarchie
    sovrapposte alle nazioni,  non delle nazioni  medesime,  le  quali
    hanno  sempre  il  nostro rispetto e la nostra simpatia.  Venezia,
    popolo,  rinascer;   l'Inghilterra,   aristocrazia,   cadr,   ma
    l'Inghilterra nazione  immortale. Ci detto, proseguiamo.
    Risolvete  i  due problemi,  incoraggiate il ricco e proteggete il
    povero,   sopprimete  la  miseria,   ponete  termine  all'ingiusto
    sfruttamento  del  debole  da  parte  del forte,  mettete un freno
    all'iniqua gelosia di chi  sta  in  cammino  contro  colui  che  
    arrivato, proporzionate matematicamente e fraternamente il salario
    al  lavoro,   fate  che  l'insegnamento  gratuito  e  obbligatorio
    partecipi allo sviluppo dell'infanzia e fate della scienza la base
    della virilit,  educate le intelligenze pur occupando le braccia,
    siate nello stesso tempo un popolo potente e una famiglia d'uomini
    felici,   democratizzate  la  propriet,  non  gi  abolendola  ma
    rendendola  universale,   in  modo  che  ogni   cittadino,   senza
    eccezione,  sia proprietario, cosa pi facile che non si creda; in
    poche  parole,   sappiate  produrre  la   ricchezza   e   sappiate
    ripartirla; solo cos avrete insieme la grandezza morale, e sarete
    degni di chiamarvi la Francia.
    Ecco  quello  che,  al  di fuori e al di sopra di alcune sette che
    fuorviavano,  diceva il socialismo;  ecco quello che  cercava  nei
    fatti e abbozzava nelle menti.
    Sforzi ammirabili! Sacri tentativi!
    Queste dottrine, queste teorie, l'inattesa necessit per l'uomo di
    Stato  di  tener  conto  dei  filosofi,  alcune  confuse  evidenze
    intraviste, creare una politica nuova in accordo col vecchio mondo
    senza troppo contrasto con l'ideale rivoluzionario, una situazione
    nella quale bisognava logorare  Lafayette  e  difendere  Polignac,
    l'intuizione  del  progresso  che  traspariva  nelle sommosse,  le
    camere e la piazza,  le competizioni da equilibrare intorno a  s,
    la fede nella rivoluzione, forse una certa eventuale rassegnazione
    nata  dalla vaga accettazione d'un diritto definitivo e superiore,
    la volont di rimaner fedele alla propria  razza,  lo  spirito  di
    famiglia,  il sincero rispetto del popolo, la propria onest, ecco
    tutto quello che preoccupava Luigi Filippo quasi dolorosamente,  e
    in certe ore,  per quanto forte e coraggioso,  l'opprimevano sotto
    la difficolt di essere re.
    Sentiva sotto i suoi piedi una disgregazione formidabile, che per
    non era polverizzazione,  giacch la Francia era pi  che  mai  la
    Francia.
    Oscuri  nuvoloni  coprivano  l'orizzonte.   Un'ombra  strana,  che
    proveniva dalle collere e dai sistemi, guadagnando sempre terreno,
    si stendeva sugli uomini, sulle cose, sulle idee. Tutto quanto era
    stato frettolosamente soffocato si agitava e fermentava.  Talvolta
    la  coscienza  dell'uomo  onesto  riprendeva  la sua respirazione,
    tanto malessere c'era in quell'aria,  nella  quale  i  sofismi  si
    frammischiavano   alla   verit.    Gli   spiriti   tremavano   in
    quell'ansiet sociale come le foglie all'avvicinarsi dell'uragano.
    La tensione elettrica era tale  che  in  certi  momenti  il  primo
    venuto,   un  ignoto,   faceva  luce.   Poi  ritornava  l'oscurit
    crepuscolare. Ogni tanto,  profondi e sordi brontolii potevano far
    giudicare della quantit di folgori accumulate nelle nubi.

    Erano  appena  trascorsi  venti mesi dalla Rivoluzione di luglio e
    l'anno 1832 s'era aperto con un aspetto d'imminenza e di minaccia.
    La miseria  del  popolo,  gli  operai  senza  pane,  la  tenebrosa
    scomparsa dell'ultimo principe di Cond,  Bruxelles che cacciava i
    Nassau come Parigi i Borboni,  il  Belgio  che  si  offriva  a  un
    principe francese ed era dato a un principe inglese,  l'odio russo
    di  Nicola,   due  demoni  del  mezzogiorno  alle  nostre  spalle,
    Ferdinando  nella  Spagna  e  Michele  nel  Portogallo,  il  suolo
    italiano che tremava,  Metternich che stendeva la mano su Bologna,
    la Francia che trattava rudemente l'Austria ad Ancona,  al nord un
    sinistro rumore come d'un martello  che  rinchiodasse  la  Polonia
    nella  sua bara,  in tutta Europa sguardi irritati che spiavano la
    Francia,  l'Inghilterra,  alleata sospetta,  pronta a spingere chi
    barcollasse  e  a scagliarsi addosso a chi cadesse,  i Pari che si
    riparavano dietro Beccaria per negare quattro teste alla legge,  i
    gigli raschiati dalle carrozze reali, la croce strappata da Notre-
    Dame,  Lafayette  scemato  di fama,  Laffitte rovinato,  Beniamino
    Constant  morto  nell'indigenza,  Casimiro  Prier  morto  sfinito
    dall'esercizio  del potere,  la malattia politica e la sociale che
    si manifestavano contemporaneamente nelle due capitali del  regno,
    nella  citt  del  pensiero,  e in quella del lavoro;  a Parigi la
    guerra civile, a Lione la guerra servile,  in entrambe le citt lo
    stesso bagliore di incendio; una porpora di fuoco sulla fronte del
    popolo;  il mezzogiorno fanatizzato,  l'ovest turbato, la duchessa
    di Berry nella Vandea, i complotti,  le cospirazioni,  le rivolte,
    il  colera,  aggiungevano  al  cupo rumoreggiar delle idee il cupo
    tumulto degli avvenimenti.

    5. FATTI DA CUI ESCE LA STORIA E CHE LA STORIA IGNORA.
    Verso la fine d'aprile,  la posizione s'era aggravata: il fermento
    diventava  ribollimento.  Dopo  il  1830,  erano avvenute qua e l
    parecchie piccole  sommosse  parziali,  subito  represse,  ma  che
    rinascevano;  segno d'un vasto sommovimento sotterraneo.  Qualcosa
    di terribile covava,  e gi s'intravedevano  i  lineamenti  ancora
    poco  distinti  e male illuminati d'una possibile rivoluzione.  La
    Francia  guardava  Parigi,   e   Parigi   guardava   il   sobborgo
    Sant'Antonio,   il  quale,  segretamente  riscaldato,  entrava  in
    ebollizione.
    Le bettole della via Charonne erano gravi e tempestose, per quanto
    sembri strana  l'unione  di  questi  due  epiteti  applicata  alle
    bettole.
    Qui  si  poneva  in questione n pi n meno che il governo,  e si
    discuteva  pubblicamente  "sulla  convenienza  di  battersi  o  di
    rimanere  tranquilli".  C'erano  dei retrobottega in cui si faceva
    giurare agli operai che "si sarebbero trovati nella via  al  primo
    grido  d'allarme,  a  che  si  sarebbero  battuti  senza contare i
    nemici".  Non appena preso l'impegno,  un uomo seduto a un  angolo
    dell'osteria,   "con  voce  sonora"  diceva:  -  "Ricordati!   hai
    giurato!" -Talvolta,  saliti al primo piano,  si rinchiudevano  in
    una  stanza,  e  l  avvenivano scene quasi massoniche.  Si faceva
    prestar giuramento all'iniziato "per rendergli  servigio,  come  a
    padri di famiglia". Era la formula.
    Nelle  sale  terrene  si  leggevano  degli  opuscoli "sovversivi":
    "malmenavano il governo", dice un rapporto segreto del tempo.
    Vi si udivano parole come queste: -  "Non  so  i  nomi  dei  capi.
    Noialtri  non sapremo il giorno fissato se non due ore prima".  Un
    operaio diceva: - "Siamo in trecento;  mettiamo  dieci  soldi  per
    uno,  e  avremo  centocinquanta  franchi  per  fabbricare  palle e
    polvere". -Un altro diceva: - "Non domando sei mesi e nemmeno due.
    Prima  di  quindici  giorni  ci  misureremo   col   Governo;   con
    venticinquemila  uomini  possiamo affrontarlo.  - Un terzo diceva:
    "Io  non  vado  a  letto,   perch  la  notte  la  passo   a   far
    cartucce".Ogni tanto degli uomini "in borghese, molto ben vestiti"
    vi andavano con "un fare importante",  e con l'aria "di comandare"
    davano delle strette di mano ai pi importanti e se  ne  andavano.
    Non  si  trattenevano  mai  pi  di  dieci minuti.  Si scambiavano
    sottovoce delle frasi espressive: - "Il  complotto    maturo,  la
    cosa    pronta".  - "Questo era sussurrato da tutti gli astanti",
    tanto per servirci dell'espressione di uno di essi.  L'esaltazione
    era  tale  che  un  giorno,  in  piena osteria,  avendo un operaio
    esclamato: - "Non abbiamo  armi"  -  un  compagno  rispose:  -  "I
    soldati  ne hanno";  - parodiando in tal modo,  senza saperlo,  il
    proclama  di  Bonaparte  all'esercito  d'Italia.  "Quando  avevano
    qualche cosa di pi segreto, aggiunge un altro rapporto, non se lo
    comunicavano in quei posti".
    Ma  non si capisce che cosa potessero nascondere,  dopo aver detto
    quello che dicevano.
    Talvolta le riunioni erano periodiche.  In alcune non  assistevano
    mai  pi  di  otto o dieci,  e sempre gli stessi;  in altre invece
    entrava chi voleva,  e la sala era cos  affollata  che  bisognava
    stare  in  piedi.  Gli  uni  vi partecipavano per entusiasmo e per
    passione, gli altri perch era quella la via per andare al lavoro.
    Come all'epoca della rivoluzione,  intervenivano in quelle osterie
    delle donne patriote, che davano il bacio ai nuovi proseliti.
    Avvenivano altri fatti significativi.
    Un  uomo entrava in un'osteria,  beveva e usciva dicendo: - "Oste,
    quello che  dovuto, lo pagher la rivoluzione".
    In una bettola dirimpetto alla  via  Charonne  si  eleggevano  gli
    agenti rivoluzionari; lo scrutinio si faceva nei berretti.
    Alcuni  operai  si riunivano da un maestro di scherma,  che teneva
    una sala in via Cotte.  C'era un trofeo d'armi formato da  spadoni
    di legno,  canne,  bastoni e fioretti. Un giorno tolsero i bottoni
    ai fioretti.  Un operaio diceva: - "Siamo in venticinque,  ma  non
    fanno calcolo di me,  perch mi considerano una macchina".  Quella
    macchina  stata pi tardi Qunisset.
    Le  cose  che  si  andava   premeditando,   quali   che   fossero,
    acquistavano a poco a poco una certa strana notoriet.  Una donna,
    mentre scopava dinanzi alla sua porta,  diceva  a  un'altra:-  "Da
    molto  tempo si lavora a preparar cartucce".  - Si leggevano sulla
    pubblica  via  proclami  rivolti  alle  guardie  nazionali   delle
    province;  uno  di quei proclami era firmato: "Burtot venditore di
    vino".
    Un giorno un uomo  che  aveva  la  barba  a  collare  e  l'accento
    italiano,  salito  sopra  un  pilastrino  accanto  alla porta d'un
    liquorista del mercato Lenoir,  leggeva ad alta  voce  uno  strano
    scritto,  che pareva emanasse da un potere occulto. Intorno gli si
    erano formati dei crocchi che applaudivano.  I passi che agitavano
    pi  vivamente  la folla vennero raccolti e notati.  "...Le nostre
    dottrine sono contrastate,  i nostri proclami lacerati,  i  nostri
    attacchini  spiati e messi in prigione...".  "Il disastro avvenuto
    nel mercato del cotone ha convertito  alle  nostre  idee  parecchi
    partigiani del giusto mezzo".  "...Sono questi i termini: azione o
    reazione,   rivoluzione  o  controrivoluzione;   poich  all'epoca
    nostra,  nessuno pi crede all'inerzia e  all'immobilit.  Per  il
    popolo  o  contro il popolo;  ecco la questione,  e non ce ne sono
    altre". " ... Il giorno in cui non vi converremo pi,  spezzateci;
    ma fino a quel momento aiutateci ad andare avanti". E tutto questo
    apertamente.
    Altri fatti, ancora pi audaci, apparivano sospetti al popolo, per
    la loro stessa audacia. Il 4 aprile 1832 un individuo, montato sul
    pilastrino  all'angolo  della  via  Santa  Margherita,  si  mise a
    gridare: - "Io sono seguace di  Babeuf!"  -  Ma  sotto  Babeuf  il
    popolo fiutava Gisquet.
    Fra le altre cose costui diceva:
    - Abbasso la propriet! L'opposizione della sinistra  vigliacca e
    traditrice: quando vuole aver ragione,  predica la rivoluzione;  
    democratica per non essere battuta, monarchica per non combattere.
    I repubblicani sono bestie pennute;  cittadini  operai,  diffidate
    dei repubblicani.
    - Silenzio, cittadino spia!  - grid un operaio.
    E questo grido mise fine al discorso.
    Avvenivano  degli  incidenti  misteriosi.  Verso  il tramonto,  un
    operaio incontrava presso il canale "un uomo ben  messo"  che  gli
    diceva:- Dove vai,  cittadino? - Signore - rispondeva l'operaio io
    non ho l'onore di conoscervi.  - Io  invece  ti  conosco  bene.  E
    l'uomo  aggiungeva: - Non temere,  sono l'agente del comitato.  Si
    dubita della tua sincerit.  Ricordati che se riveli qualche cosa,
    sei  tenuto  d'occhio.  -  Poi  stringeva  la  mano  all'operaio e
    s'allontanava dicendo: - Ci rivedremo presto.
    La polizia,  che stava con  l'orecchio  teso,  raccoglieva  strani
    dialoghi, non pi soltanto nelle bettole, ma anche nelle vie.
    - Fatti ricevere presto - diceva un tessitore a un ebanista.
    - Perch?
    - Perch presto ci saranno le fucilate.
    Due  passanti cenciosi si scambiavano queste parole significative,
    pregne di un'apparente "jacquerie".
    - Chi ci governa?
    - Il signor Filippo.
    - No,  la borghesia.
    S'ingannerebbe chi credesse che noi prendiamo in cattivo senso  la
    parola  "jacquerie".  I  "jacques"  erano i poveri: ora quelli che
    hanno fame hanno diritto.
    Un'altra volta, si udiva un passante dire a un altro:
    - Abbiamo un buon piano d'attacco.
    In una conversazione confidenziale fra quattro uomini accovacciati
    in un fosso  vicino  alla  barriera  del  Trono,  si  pot  capire
    soltanto questo:
    - Si far il possibile perch egli non passeggi per Parigi.
    Chi, "egli?". Oscurit minacciosa.
    "I capi principali",  come si diceva nel sobborgo,  si tenevano da
    parte.  Si  credeva  che  si  riunissero,   per  consultarsi,   in
    un'osteria verso Sant'Eustachio.  Un certo Aug, capo della Societ
    di  Mutuo  Soccorso  tra  i  sarti,  via  Mondtour,   serviva  da
    intermediario  centrale  fra  essi  e  il  sobborgo  Sant'Antonio.
    Tuttavia,  ci fu sempre molta oscurit  attorno  a  quei  capi,  e
    nessun  fatto  sicuro  pot mai infirmare la singolare fierezza di
    questa risposta data pi tardi da un accusato davanti  alla  Corte
    dei Pari:
    - Chi era il vostro capo?
    - "Non ne conoscevo, e non ne riconoscevo".
    Erano  parole,  non  altro,  trasparenti ma vaghe;  talvolta erano
    discorsi in aria, dei si dice,  dei sentito dire.  Ma altri indizi
    sopravvennero.
    Un  falegname  occupato in via Reuilly a inchiodare le assi di una
    palizzata intorno a un terreno su  cui  s'innalzava  una  casa  in
    costruzione,  trov  in quel terreno un brano di lettera lacerata,
    in cui erano ancora leggibili le seguenti righe:
    "...E' necessario che il comitato prenda delle misure per impedire
    che le altre societ vengano a far reclute nelle sezioni...".
    E in post-scriptum:
    "Abbiamo saputo che nella via del sobborgo  Poissonire  numero  5
    (bis)  c'erano da cinque a sei mila fucili presso un armaiolo,  in
    un cortile. La sezione non possiede armi".
    Ma quello che impression il falegname e gli fece mostrare la cosa
    ai vicini,  fu che pochi passi  innanzi  raccolse  un'altra  carta
    ugualmente   stracciata   e  ancora  pi  significativa,   di  cui
    riproduciamo il testo e l'impostazione per l'interesse storico  di
    questi strani documenti.

    Q. C. D. E.
    Imparate a memoria questo elenco e poi stracciatelo. Gli affiliati
    faranno altrettanto quando trasmetterete loro degli ordini. Salute
    e fratellanza.
    L.
    u  og  a1  fe

    Le  persone  che  furono  allora  a conoscenza di questa scoperta,
    conobbero solo pi tardi  il  senso  nascosto  di  quelle  quattro
    maiuscole,  che significavano quinturioni,  centurioni, decurioni,
    esploratori, e il senso delle lettere u  og  a1  fe, che erano una
    data e volevano dire 15  aprile  1832.  Sotto  ciascuna  maiuscola
    erano   scritti   dei   nomi,   seguiti   da   indicazioni   assai
    caratteristiche. Cos: Q. Bannerel,  8 fucili,  83 cartucce.  Uomo
    sicuro.  - C.  Boubire,  1 pistola,  40 cartucce.  - D. Rollet, 1
    fioretto,  1 pistola,  1 libbra  di  polvere.  -  E.  Teissier,  1
    sciabola,  1 giberna.  Esatto.  - Terreur,  8 fucili.  Coraggioso,
    eccetera.
    Finalmente lo stesso falegname trov, sempre nel medesimo recinto,
    un terzo foglio su cui era scritto a matita,  ma  molto  visibile,
    questa specie di enigmatico elenco:

    Unit. Blanchard. Alberosecco. 6.
    Barra. Soize. Sala del Conte.
    Kosciusko. Aubry il beccaio?
    J. J. R.
    Caio Gracco.
    Diritto di revisione. Dufond. Forno.
    Caduta dei Girondini. Derbac. Maubue.
    Washington. Pinson. 1 pist. 86 cart.
    Marsigliese. Sovr. del popolo. Michel. Quincampoix. Sciabola.
    Hoche.
    Marceau. Platone. Alberosecco.
    Varsavia. Tilly, Strillone del "Populaire".

    L'onesto borghese nelle cui mani cadde questa nota,  ne conobbe il
    significato.  Pare che fosse la lista completa delle  sezioni  del
    quarto circondario della Societ dei Diritti dell'Uomo, coi nomi e
    le  abitazioni  dei  capi  sezione.  Oggi  che  tutti questi fatti
    rimasti nell'ombra non sono altro che storia possiamo pubblicarli.
    Bisogna aggiungere che la fondazione  della  Societ  dei  Diritti
    dell'Uomo pare posteriore al tempo in cui questa carta fu trovata.
    Forse  era  soltanto  un  abbozzo.  Tuttavia  dopo i discorsi e le
    parole, dopo gli elenchi scritti, cominciarono a trapelare i fatti
    materiali.
    In via Popincourt,  presso  un  negozio  di  anticaglie,  venivano
    sequestrati  nel  cassetto  del  canterano  sette  fogli  di carta
    grigia,  piegati tutti ugualmente in lungo e  in  quattro;  questi
    fogli  contenevano  ventisei  quadrati  della stessa carta grigia,
    piegati in forma di cartucce, e un foglio nel quale era scritto:

    Salnitro: 12 once.
    Zolfo : 2 once.
    Carbone: 2 once e mezzo.
    Acqua: 2 once.

    Il processo verbale del sequestro costat che il cassetto  mandava
    un forte odore di polvere.
    Un muratore,  di ritorno dalla sua giornata di lavoro, dimenticava
    un piccolo involto su una  panca  vicino  al  ponte  d'Austerlitz.
    Questo involto,  portato nel corpo di guardia e aperto,  conteneva
    due  dialoghi  a  stampa   firmati   "Lahautiere",   una   canzone
    intitolata:  "Operai,  unitevi",  e  una scatola di latta piena di
    cartucce.
    Un operaio, bevendo con un compagno, gli faceva sentire come stava
    caldo;  l'altro tastava una pistola sotto  la  giacchetta.  Alcuni
    ragazzi,  giocando,  scoprirono in un fosso, sul boulevard, tra il
    Pre Lachaise e la barriera del  Trono,  nel  punto  pi  deserto,
    sotto  un mucchio di trucioli e di bucce,  un sacco contenente uno
    stampo per palle e uno per cartucce,  una scodella di legno  nella
    quale  c'erano  dei  pallini  di polvere da caccia,  e una piccola
    marmitta di ghisa,  che internamente presentava tracce evidenti di
    piombo fuso.
    Alcuni agenti di polizia,  penetrando improvvisamente, alle cinque
    del  mattino,  nella  casa  d'un  certo  Pardon,   che  pi  tardi
    appartenne  alla  sezione  Barricata-Merry  e  fu  ucciso nel moto
    insurrezionale dell'aprile 1834,  lo trovarono in piedi accanto al
    letto con alcune cartucce che stava preparando.
    Verso  l'ora  di  riposo  degli  operai,  furono  visti due uomini
    incontrarsi tra la barriera Picpus e quella di  Charenton,  in  un
    piccolo sentiero tra due muri,  presso un'osteria che ha un "gioco
    di siam" davanti alla porta.  Uno di essi trasse dal camiciotto  e
    consegn  all'altro  una  pistola;  ma  nel  momento di dargliela,
    accortosi che la traspirazione del petto aveva inumidito un po' la
    polvere, ricaric la pistola e aggiunse della polvere a quella che
    c'era gi. Poi i due uomini si separarono.
    Un certo Gallais, ucciso poi in via Beaubourg nel fatto di aprile,
    si vantava di avere in casa  settecento  cartucce  e  ventiquattro
    pietre focaie.
    Un  giorno  il  Governo  fu avvertito che nel sobborgo erano state
    distribuite  armi  e  duecentomila   cartucce.   Nella   settimana
    successiva  ne  vennero distribuite trentamila,  e,  cosa degna di
    nota,  la polizia non riusc mai a sequestrarne una.  Una  lettera
    intercettata  diceva:  "Non  lontano il giorno che in quattro ore
    ottomila patrioti saranno sotto le armi".
    Tutto  questo  fermento  era  pubblico,  si  potrebbe  quasi  dire
    pacifico.  L'imminente insurrezione preparava il suo temporale con
    calma, sotto gli occhi del Governo.  Nessuna singolarit mancava a
    quella crisi ancora sotterranea,  ma gi percettibile.  I borghesi
    parlavano  tranquillamente  con  gli  operai  di  quello  che   si
    preparava. Si chiedeva: - Come va la sommossa? col tono di: - Come
    sta vostra moglie?
    Un mercante di mobili,  in via Moreau, chiedeva: - Ebbene, quand'
    che attaccate?
    Un altro bottegaio diceva:
    - Fra  poco  si  dar  l'assalto,  lo  so.  Un  mese  fa,  eravate
    quindicimila, ora siete venticinquemila.
    E offriva il suo fucile,  mentre un suo vicino offriva una piccola
    pistola, che voleva vendere per sette franchi.
    Del resto la febbre rivoluzionaria si diffondeva.  Nessun punto di
    Parigi  n  della  Francia  ne  era immune.  Dappertutto l'arteria
    pulsava.  La rete delle Societ segrete cominciava a stendersi nel
    paese come quelle membrane che nascono da certe infiammazioni e si
    formano nel corpo umano.  Dall'associazione degli Amici del popolo
    che era pubblica e segreta in pari tempo,  nasceva la Societ  dei
    Diritti  dell'Uomo,  che  datava  cos  un  suo ordine del giorno:
    "Piovoso, anno 40 dell'era repubblicana",  che doveva sopravvivere
    anche alle sentenze di corti d'assise in cui si pronunciava il suo
    scioglimento,  e  che  non esitava a dare alle proprie sezioni dei
    nomi significativi come questi:
    Delle picche.
    Campana a stormo.
    Cannone d'allarme.
    Berretto frigio.
    21 gennaio.
    Dei pezzenti.
    Degli accattoni.
    Marcia in avanti.
    Robespierre.
    Livello.
    a ira.
    La Societ dei Diritti dell'Uomo  gener  la  Societ  di  Azione:
    erano  gli impazienti che si staccavano per correre avanti.  Altre
    associazioni tentarono  di  far  reclute  a  spese  delle  societ
    primitive, e i membri delle sezioni si lagnavano di essere vessati
    da  questi  tentativi.  Cos  la  "societ Gallica" e il "Comitato
    organizzatore dei municipi";  cos le associazioni per la "libert
    di  stampa",  per la "libert individuale",  per "l'istruzione del
    popolo",  "contro le imposte  indirette".  Poi  la  societ  degli
    Operai   egualitari,   che  si  divideva  in  tre  frazioni,   gli
    Egualitari,  i  Comunisti,   i  Riformisti;   poi  l'Armata  delle
    Bastiglie,  una specie di coorte organizzata militarmente (quattro
    uomini comandati da un caporale, dieci da un sergente, venti da un
    sottotenente, quaranta da un tenente), nella quale non c'erano mai
    pi di cinque uomini che si conoscessero tra  loro:  creazione  in
    cui  la  precauzione    combinata  con  l'audacia  e  che  sembra
    improntata dal genio di Venezia. Il comitato centrale,  che era la
    testa,  aveva  due  braccia,  la Societ d'Azione e l'Armata delle
    Bastiglie.   In  mezzo  a  tutte  queste  filiazioni  repubblicane
    s'agitava  anche  una  societ  legittimista,  i  Cavalieri  della
    fedelt, ma fu denunciata e ripudiata.
    Le societ parigine si ramificavano nelle principali citt. Lione,
    Nantes,  Lilla e Marsiglia ebbero  la  loro  Societ  dei  Diritti
    dell'Uomo, la Carboneria, gli Uomini liberi. Aix aveva una societ
    rivoluzionaria,  chiamata  la  Cougourde,  parola  che  ci    gi
    capitato di scrivere.
    A Parigi,  il sobborgo San  Marcello  non  era  meno  agitato  del
    sobborgo  Sant'Antonio,  e  le  scuole  non erano meno agitate dei
    sobborghi.  Un caff di via San Giacinto  e  l'osteria  dei  Sette
    Bigliardi  in  quella  dei  Mathurins-Saint-Jacques servivano come
    luoghi di adunata degli studenti.  La Societ degli Amici dell'A B
    C,  affiliata al Mutuo soccorso di Angers e alla Cougourde di Aix,
    si riuniva,  come abbiamo visto,  nel caff Musain.  Questi stessi
    giovani  si ritrovavano pure,  come abbiamo detto,  in una bettola
    presso la via Mondtour,  chiamata Corinto.  Queste riunioni erano
    segrete.  Altre  invece  erano  pi pubbliche,  e si pu giudicare
    della loro  arditezza  da  questo  frammento  d'un  interrogatorio
    subito in uno dei successivi processi:
    -  Dove  ebbe luogo quella riunione?  - In via Pace.  - In casa di
    chi? - In strada. - Chi ne era il capo?  - Io.  - Voi siete troppo
    giovane  per aver concepito da solo il grave disegno di rovesciare
    il Governo: da  chi  ricevevate  le  istruzioni?  -  Dal  comitato
    centrale.
    Anche  l'esercito veniva minato insieme alla popolazione,  come lo
    dimostrarono pi tardi i moti di Belfort, di Lunville e d'Epinal.
    Si  faceva  assegnamento  sul  cinquantaduesimo  reggimento,   sul
    quinto,  sull'ottavo, sul trentasettesimo e sul ventesimo leggero.
    In Borgogna e nelle citt meridionali si piantava "l'albero  della
    Libert", vale a dire un palo sormontato da un berretto rosso.
    Era   questa   la   situazione:  situazione  che  il  sobborgo  di
    Sant'Antonio,  pi che ogni altro quartiere,  come  abbiamo  detto
    all'inizio,  rendeva sensibile e accentuava. Era quello il maggior
    punto focale.
    Quel vecchio sobborgo,  popolato  come  un  formicaio,  laborioso,
    coraggioso  e  facile  alla  collera  come  un  alveare,   fremeva
    nell'attesa e nel desiderio d'una sommossa. Tutti vi si agitavano,
    senza che il lavoro fosse per questo  interrotto.  Nulla  potrebbe
    dar  l'idea  di  quel  suo aspetto vivace e cupo.  Ci sono in quel
    sobborgo miserie strazianti nascoste nelle soffitte;  ma  ci  sono
    pure  intelligenze  ardenti  e  rare.  E soprattutto,  in fatto di
    miseria  e  d'intelligenza,     pericoloso  che  gli  estremi  si
    tocchino.
    Il  sobborgo Sant'Antonio aveva anche altre cause di trepidazione;
    infatti si sente sempre il contraccolpo delle  crisi  commerciali,
    dei fallimenti,  degli scioperi, delle disoccupazioni, che seguono
    le grandi scosse politiche. In tempo di rivoluzione,  la miseria 
    insieme  causa  ed  effetto.  Il colpo che d le rimbalza addosso.
    Quella popolazione, piena di maschia virt,  enormemente carica di
    forze  latenti,  sempre pronta a ricorrere alle armi,  pronta alle
    esplosioni, irritata, profonda, minata,  pareva non aspettasse che
    la caduta d'una scintilla. Ogni volta che certe scintille appaiono
    all'orizzonte,  cacciate  dal vento degli avvenimenti,  non si pu
    far a meno di pensare al sobborgo Sant'Antonio  e  al  formidabile
    caso  che  ha  collocato alle porte di Parigi quella polveriera di
    dolori e d idee.
    Le osterie del  sobborgo  Sant'Antonio  pi  d'una  volta  da  noi
    descritte,  hanno una notoriet storica. Nei tempi torbidi, c' l
    pi ebbrezza di parole che di vino; vi circola, per cos dire, uno
    spirito profetico, un effluvio di avvenire, che infiamma i cuori e
    ingrandisce  le  anime.   Le  bettole  del  sobborgo  Sant'Antonio
    somigliano   a  quelle  taverne  del  Monte  Aventino,   costruite
    sull'antro della Sibilla e comunicanti coi sacri spiriti profondi:
    taverne le cui tavole erano quasi dei tripodi  e  dove  si  beveva
    quello che Ennio chiamava "vino sibillino".
    Il sobborgo Sant'Antonio  un serbatoio di popolo;  lo scuotimento
    rivoluzionario vi fa delle fessure,  da cui  scorre  la  sovranit
    popolare. Questa sovranit pu agire male, s'inganna come tutte le
    altre;  ma  anche  fuorviata,  resta.  Si pu dire di lei come del
    ciclope cieco, "ingens".
    Nel 93,  secondo che nell'aria spirava un'idea  buona  o  cattiva,
    secondo che era giorno di fanatismo o di entusiasmo,  dal sobborgo
    Sant'Antonio partivano ora legioni selvagge ora bande eroiche.
    Selvagge. Intendiamoci su questa parola. Quegli uomini irsuti che,
    nei giorni genesiaci del caos rivoluzionario,  cenciosi,  urlanti,
    feroci,  le mazze levate, le picche in alto, si rovesciavano sulla
    vecchia Parigi sconvolta,  che cosa  volevano?  Volevano  la  fine
    delle  oppressioni e delle tirannie,  la fine del militarismo,  il
    lavoro per l'uomo,  l'istruzione per il fanciullo,  la benevolenza
    sociale per la donna,  la libert,  l'eguaglianza, la fratellanza,
    il pane per tutti,  l'idea per tutti,  la felicit del  mondo,  il
    progresso;  e questa dolce, ottima, santa cosa che  il progresso,
    essi,  spinti agli estremi e fuori di s,  la reclamavano con voce
    terribile,  seminudi,  con  la  mazza  in pugno e il ruggito nella
    bocca. Erano selvaggi, s, ma selvaggi della civilt.
    Proclamavano il diritto con furia;  volevano far entrare il genere
    umano nel paradiso,  anche col terrore e con lo spavento. Parevano
    barbari,  ed erano salvatori;  reclamavano la luce con la maschera
    della notte.
    Di  fronte  a  questi  uomini  feroci  e  spaventosi,  ma feroci e
    spaventosi per il bene,  stanno altri uomini sorridenti,  con  gli
    abiti  ricamati  e  dorati,  adorni di nastri e di stelle,  con le
    calze di seta,  le piume  bianche,  i  guanti  gialli,  le  scarpe
    verniciate,   i  quali,  coi  gomiti  su  un  tavolo  di  velluto,
    nell'angolo di un camino di marmo, insistono dolcemente perch sia
    mantenuto e conservato  il  passato,  il  medio  evo,  il  diritto
    divino, il fanatismo, l'ignoranza, la schiavit, la pena di morte,
    la  guerra,  e  glorificano  sottovoce  e  con  piglio  cortese la
    sciabola,  il rogo e il patibolo.  Dal canto  nostro,  se  fossimo
    costretti  a  optare  tra i barbari della civilt e gli inciviliti
    della barbarie, sceglieremmo i barbari.
    Ma,  grazie a Dio,   possibile un'altra scelta.  Non  necessaria
    nessuna  caduta a picco,  n avanti n indietro.  N dispotismo n
    terrorismo. Vogliamo il progresso su un dolce pendo.
    Ci provvede Dio.  Addolcire i pendii: ecco tutta  la  politica  di
    Dio.

    6. ENJOLRAS E I SUOI LUOGOTENENTI.
    Verso quell'epoca, Enjolras, in vista dei futuri avvenimenti, fece
    una specie di censimento segreto.
    Stavano tutti in conciliabolo nel caff Musain.
    Enjolras,    frammischiando    al    discorso    alcune   metafore
    semienigmatiche ma significative, disse:
    - Occorre sapere a che punto siamo e su chi si  pu  contare.  Chi
    vuole  avere  dei combattenti deve formarli.  Bisogna avere di che
    colpire.  Questo non pu nuocere.  I  passanti  hanno  sempre  pi
    probabilit  di  buscarsi  delle  cornate  quando ci sono dei buoi
    sulla strada, che quando non ce ne sono.  Dunque,  contiamo un po'
    l'armento.  Quanti siamo? Non si tratta di rimettere questo lavoro
    al domani: i rivoluzionari devono aver sempre fretta; il progresso
    non ha tempo da perdere.  Bisogna diffidare dell'inaspettato;  non
    lasciarsi  mai  cogliere  alla sprovvista.  E' necessario rivedere
    tutte le cuciture gi fatte,  e verificare  se  tengono  fermo;  e
    questa     una  faccenda  che  va  sbrigata  completamente  oggi.
    Courfeyrac,   tu  vedrai  gli  studenti  del  politecnico:   oggi,
    mercoled,  il loro giorno d'uscita. Voi, Feuilly, vedrete quelli
    della  Glacire,  vero?  Combeferre  mi  ha  promesso di recarsi a
    Picpus, dove c' un ottimo fermento. Bahorel visiter l'Estrapade.
    Prouvaire,  i massoni s'intiepidiscono;  tu  ci  porterai  notizie
    della loggia di via Grenelle-Saint-Honor. Joly andr alla clinica
    di Dupuytren a toccare il polso agli studenti di medicina. Bossuet
    far  un piccolo giro nel palazzo di giustizia e chiacchierer coi
    praticanti avvocati. Io, invece, m'incarico della Cougourde.
    - Cos  tutto regolato - disse Courfeyrac.
    - No.
    - Che c' ancora?
    - Una cosa importantissima.
    - Quale? - chiese Combeferre.
    - La barriera del Maine - rispose Enjolras.
    Stette un momento come assorto nelle sue riflessioni, poi riprese:
    - Alla barriera del  Maine  ci  sono  marmisti,  pittori,  allievi
    scultori:      una   famiglia   entusiasta,    ma   soggetta   ai
    raffreddamenti.  Non so cos'abbiano da qualche tempo:  pensano  ad
    altro;  si spengono; passano il tempo a giocare al domino: sarebbe
    urgente andare un po' a parlare  con  loro,  e  risolutamente.  Si
    riuniscono  da  Richefeu:  vi  si trovano tra mezzogiorno e l'una.
    Bisognerebbe soffiare su quelle ceneri.  Avevo contato per  questo
    su  quel  distratto  di Mario,  che in definitiva  buono;  ma non
    viene pi.  Mi occorrerebbe dunque qualcuno per  la  barriera  del
    Maine. Non ho nessuno.
    - E io? - disse Grantaire - sto l io.
    - Tu?
    - Io.
    - Tu,  indottrinare dei repubblicani!  tu, riscaldare, in nome dei
    principi, dei cuori intiepiditi!
    - E perch no?
    - Potresti essere buono a qualche cosa tu?
    - Ne ho la vaga ambizione - rispose Grantaire.
    - Tu non credi a nulla.
    - Credo a te.
    - Grantaire, vuoi farmi un favore?
    - Tutti, anche lucidarti le scarpe.
    - Ebbene, non intrufolarti nelle nostre faccende. Smaltisci il tuo
    assenzio.
    - Enjolras, tu sei un ingrato.
    - E tu saresti uomo da recarti alla barriera del Maine! Ne saresti
    capace?
    - Sono capace di percorrere via dei Grs,  attraversare la  piazza
    San Michele,  piegare per via Monsieur-le-Prince, prendere per via
    Vaugirard,  oltrepassare i Carmelitani,  voltare per via  d'Assas,
    arrivare  in  via  Cheche-Midi,  lasciarmi  dietro il Consiglio di
    guerra,   misurare   via   Vieilles-Tuileries,   attraversare   il
    boulevard,  seguire  il vialone del Maine,  varcare la barriera ed
    entrare da Richefeu. Sono capace di questo.  Le mie scarpe ne sono
    capaci.
    - Conosci tu un po' quei compagni laggi, da Richefeu?
    - Non molto. Per ci diamo del tu.
    - E cosa dirai loro?
    - Parler di Robespierre, perbacco! di Danton, dei princpi.
    - Tu!
    -  Io.  Il fatto  che non mi si rende giustizia,  ma quando mi ci
    metto, sono terribile.  Ho letto Prudhomme,  conosco il "Contratto
    sociale",  so  a  memoria  la Costituzione dell'anno secondo.  "La
    Libert del cittadino finisce dove la libert d'un altro cittadino
    comincia".  Mi prendi forse per un bruto?  Nel mio cassetto ho  un
    vecchio assegnato.  I Diritti dell'Uomo,  la sovranit del popolo,
    perbacco! Sono anzi un po' seguace di Hbert. Posso ripetere,  per
    sei ore di seguito e con l'orologio alla mano, delle cose superbe.
    - Sii serio - disse Enjolras.
    - Sono feroce - rispose Grantaire.
    Enjolras pens qualche momento;  poi,  col gesto di chi prende una
    risoluzione, disse gravemente:
    - Grantaire, accetto di metterti alla prova.  Andrai alla barriera
    del Maine.
    Grantaire,  che  abitava  in  una  piccola locanda vicino al caff
    Musain, usc, e torn dopo cinque minuti. Era andato a mettersi un
    panciotto alla Robespierre.
    - Rosso - disse entrando e guardando fisso Enjolras.
    Poi,  con due energiche palmate,  si stir sul petto le due  punte
    scarlatte del panciotto.
    E accostandosi a Enjolras, gli disse all'orecchio:
    - Sta' tranquillo.
    Si calc il cappello risolutamente e usc.
    Un quarto d'ora dopo,  la sala interna del caff Musain era vuota:
    tutti gli Amici dell'A  B  C  erano  andati,  ciascuno  per  conto
    proprio, al lavoro. Enjolras, che s'era riservato la Cougourde, fu
    l'ultimo a uscire.
    Quelli  della  Cougourde  di Aix che erano a Parigi,  si riunivano
    allora nella pianura d'Issy,  in una delle  cave  abbandonate  che
    sono cos numerose da quella parte di Parigi.
    Mentre  andava verso quel luogo di appuntamento,  Enjolras passava
    in rivista la situazione.  La  gravit  dei  fatti  era  evidente.
    Quando i fatti, prodromi d'una specie di malattia sociale latente,
    si   muovono  pesantemente,   la  minima  complicazione  basta  ad
    arrestarli e a intralciarli.  Fenomeno da cui escono i crolli e le
    rinascenze.   Sotto  i  lembi  tenebrosi  dell'avvenire,  Enjolras
    intravedeva una splendida insurrezione, di cui forse, chi sa?  era
    vicino  il  momento.  Il  popolo che riconquistava il diritto: che
    superbo spettacolo!  La rivoluzione che  riprendeva  maestosamente
    possesso  della  Francia e diceva al mondo: Si continua!  Enjolras
    era contento.  La fornace s'infuocava.  In quel momento egli aveva
    una  striscia  di  polvere  di  amici sparsa su Parigi.  Nella sua
    mente, con l'eloquenza filosofica e penetrante di Combeferre,  con
    l'entusiasmo cosmopolita di Feuilly,  col brio di Courfeyrac,  col
    riso di Bahorel, con la malinconia di Prouvaire, con la scienza di
    Joly,  con  i  sarcasmi  di  Bossuet,   componeva  una  specie  di
    scoppiettio  elettrico,  che  si  accendeva  un  po' da per tutto,
    contemporaneamente.  Tutti all'opera;  e certamente  il  risultato
    sarebbe  stato corrispondente allo sforzo.  Tutto bene.  Questo lo
    fece pensare a Grantaire. Guarda!- pens;  - la barriera del Maine
    mi  svia  ben  poco  dalla  mia  strada.  Se  mi spingessi fino da
    Richefeu? Vediamo un po' cosa fa Grantaire, a che punto si trova.
    Suonava l'una dal campanile di Vaugirard,  quando Enjolras  arriv
    alla  bettola  di Richefeu.  Spinse la porta,  entr,  incroci le
    braccia,  lasciando ricadere l'imposta che  venne  a  urtargli  le
    spalle, e guard nella sala piena di tavole, di uomini e di fumo.
    Una  voce  risuonava  in quella nebbia,  vivacemente interrotta da
    un'altra. Era Grantaire che dialogava con un avversario.
    Stava seduto dirimpetto a un altro uomo,  a una tavola  di  marmo,
    seminata  di granelli di crusca e costellata dai pezzi del domino.
    Grantaire batteva il pugno sul marmo;  ed ecco quello  che  intese
    Enjolras:
    - Doppio-sei.
    - Un quattro.
    - Che porco! Non ne ho pi.
    - Sei morto. Un due.
    - Un sei.
    - Un tre.
    -  Un asso.
    - Tocca a me mettere.
    - Quattro punti.
    - A fatica.
    - A te.
    - Ho commesso un grande sbaglio.
    - Sette di pi.
    - Giochi abbastanza bene.
    - Quindici.
    - In totale ventidue. (Pensando). Ventidue!
    -  Tu  non  ti  aspettavi  il  doppio-sei.  Se  lo  mettevo gi in
    principio, cambiava tutto il gioco.
    - Ancora un due.
    - Un asso.
    - Un asso! Ebbene un cinque.
    - Non ne ho.
    - Sei tu che hai messo, vero?
    - S.
    - Un bianco.
    - Com' fortunato! Ah! tu hai fortuna! (lunga meditazione).
    - Un due.
    - Un asso.
    - N cinque n asso. E' seccante per te.
    - Domino.
    - Figlio d'un cane.


    Libro 2.
    EPONINA.


    1. IL CAMPO DELL'ALLODOLA.
    Mario aveva  assistito  all'inaspettata  conclusione  dell'agguato
    sulla cui traccia egli aveva messo Javert; ma appena costui lasci
    la  topaia,  portando via i prigionieri in tre vetture,  Mario dal
    canto suo scivol fuori di casa. Erano ancora le nove di sera.  Si
    rec da Courfeyrac, il quale non era pi l'imperturbabile abitante
    del quartiere latino,  ma era andato a stare in via della Vetreria
    "per ragioni politiche". Questo quartiere era uno di quelli in cui
    l'insurrezione,  a quei tempi,  pigliava posto  volentieri.  Mario
    disse a Courfeyrac: - Vengo a dormire da te. - Courfeyrac tolse un
    materasso  dal  suo  letto,  che ne aveva due,  lo stese a terra e
    disse: - Ecco.
    L'indomani, alle sette del mattino, Mario torn alla topaia,  pag
    la  rata  di  pigione  e  quant'altro doveva a mamma Bougon,  fece
    caricare su un carrettino a mano i libri, il letto, il tavolo,  il
    canterano  e  le  due sedie,  e se ne and senza lasciare il nuovo
    indirizzo.  Cosicch,  quando Javert  torn  nella  mattinata  per
    interrogare  Mario  sugli  avvenimenti della sera precedente,  non
    trov che mamma Bougon, la quale gli rispose: Sloggiato!
    Mamma Bougon rest convinta che Mario fosse un  po'  complice  dei
    ladri  arrestati la notte: - Chi l'avrebbe detto!  - esclamava con
    le portinaie  del  quartiere.  -  Un  giovanotto  che  pareva  una
    fanciulla!
    Mario  aveva avuto due motivi per quello sgombero cos improvviso.
    ll primo era l'orrore che gli ispirava  quella  casa,  dove  aveva
    visto,  cos  da  vicino  e  in  tutto  il pi ripugnante e feroce
    sviluppo,  una bruttura  sociale  forse  anche  pi  orribile  del
    cattivo  ricco:  il  cattivo  povero.  L'altro  era che non voleva
    figurare nel processo, che probabilmente ne sarebbe seguito, e non
    voleva esser costretto a deporre contro Thnardier.
    Javert pens che il giovane, di cui non ricordava il nome,  avesse
    avuto paura e fosse scappato,  o non fosse nemmeno tornato in casa
    al  momento  dell'agguato.   Fece  tuttavia  qualche  sforzo   per
    ritrovarlo, ma non ci riusc.
    Trascorse  un  mese,   poi  un  altro.  Mario  era  sempre  presso
    Courfeyrac.  Per mezzo  d'un  praticante  avvocato,  frequentatore
    abituale della sala dei passi perduti, aveva saputo che Thnardier
    era  in  prigione.  Ogni  luned,  Mario  faceva  depositare  alla
    cancelleria della Force cinque franchi per Thnardier.
    Non avendo denaro,  Mario si faceva prestare i cinque  franchi  da
    Courfeyrac.  Era la prima volta che prendeva denaro a prestito.  E
    quei  cinque  franchi  periodici  erano  un  doppio  enigma,   per
    Courfeyrac che li dava e per Thnardier che li riceveva.
    - A chi possono andare? - pensava il primo.
    - Da chi mi possono venire? - si chiedeva l'altro.
    Del  resto  Mario  era  oppresso  dal  dolore.  Tutto era di nuovo
    scomparso come in un trabocchetto. Non vedeva pi niente davanti a
    s. La sua vita era piombata in quel mistero,  in cui s'aggirava a
    tentoni.  Aveva  per  un  momento  rivisto  da  vicino,  in quella
    oscurit,  la fanciulla amata e il vecchio che pareva  suo  padre:
    queste  persone  sconosciute formavano il suo unico interesse e la
    sua sola speranza in questo mondo;  ma nel momento  in  cui  aveva
    creduto  di  afferrarle,  un soffio aveva portato via tutte quelle
    ombre.  Non una scintilla di certezza e di  verit  era  scaturita
    dall'urto pi spaventoso. Nessuna congettura possibile. Non sapeva
    nemmeno  pi  il nome che aveva creduto di sapere.  Certamente non
    era Ughetta;  e l'Allodola era un soprannome.  E che  pensare  del
    vecchio?  Si  teneva  veramente  nascosto  alla  polizia?  Gli era
    tornato  alla  mente  l'operaio  dai  capelli  bianchi  che  aveva
    incontrato  nelle  vicinanze  degli  Invalidi.  Ora  gli  sembrava
    probabile che quell'operaio e il signor Leblanc fossero la  stessa
    persona.  Dunque  si  travestiva?  Quell'uomo aveva alcuni aspetti
    eroici e altri equivoci.  Perch non aveva gridato  aiuto?  Perch
    era  fuggito?  Era  o  no  il  padre della giovinetta?  Era infine
    veramente l'uomo che Thnardier aveva creduto  di  riconoscere?  O
    Thnardier si era ingannato? Erano tutti problemi senza soluzione.
    Tutto  questo,    vero,  non  toglieva nulla all'angelico incanto
    della fanciulla del Lussemburgo. Angoscia straziante!  Mario aveva
    una  passione nel cuore e una benda sugli occhi!  Era spinto,  era
    attratto,  e  non  poteva  muoversi.  Tutto  era  svanito  fuorch
    l'amore,  di  cui  per  aveva  perduto gli istinti e le subitanee
    divinazioni. Ordinariamente la fiamma che ci arde c'illumina anche
    un poco, e ci getta qualche barlume che  utile fuori di noi. Quei
    sordi consigli della passione, Mario non li udiva pi. Non pensava
    mai: Se andassi l?  Se tentassi  questo?  Quella  che  Mario  non
    poteva pi chiamare Ughetta era evidentemente in qualche posto; ma
    Mario non sapeva da che parte bisognava cercare. Tutta la sua vita
    si  riassumeva  ormai  in queste parole: un'assoluta incertezza in
    una nebbia impenetrabile. Rivederla: a questo aspirava sempre,  ma
    non lo sperava pi.
    Per di pi,  tornava la miseria.  Sentiva presso di s,  dietro di
    s, quel soffio gelido. In tutti quei tormenti, gi da tempo aveva
    reso sporadico il suo lavoro;  e non c' niente pi pericoloso del
    lavoro discontinuo;   un'abitudine che se ne va. Abitudine facile
    a lasciarsi, difficile a riprendersi.
    Una certa quantit di fantasia  buona come un  narcotico  a  dose
    discreta.  Calma  le febbri,  talvolta forti,  dell'intelletto che
    lavora,  e fa nascere nella mente un vapore molle  e  fresco,  che
    corregge i contorni troppo aspri del pensiero puro, colma qua e l
    lacune  e  intervalli,  lega  i concetti,  smussa gli angoli delle
    idee.  Ma  il  troppo  fantasticare  affoga  e  annoia.   Guai  al
    lavoratore  della  mente che cade completamente dal pensiero nella
    fantasticheria!  Crede di poter risalire agevolmente e  pensa  che
    alla fine  la stessa cosa. Errore!
    Il pensiero  il lavoro dell'intelletto, la fantasticheria ne  la
    volutt;  sostituire  l'una  all'altro   confondere il veleno col
    nutrimento.
    Gi sappiamo che Mario aveva cominciato cos. Poi era sopravvenuta
    la passione e aveva finito di precipitarlo in chimere senza  scopo
    e   senza  fine.   Non  usciva  pi  di  casa  che  per  andare  a
    fantasticare. Procreazione oziosa, gorgo tumultuoso e stagnante. E
    a misura che il lavoro diminuiva  crescevano  i  bisogni.  E'  una
    legge.  L'uomo  fantasioso   naturalmente prodigo e cedevole;  la
    mente sbrigliata non pu controllare la sua vita.  C',  in questo
    modo di vivere, il bene commisto al male, giacch se la mollezza 
    funesta, la generosit  sana e buona. Ma l'uomo povero, generoso,
    nobile,  se non lavora,   perduto;  si inaridiscono le risorse, e
    sorgono le necessit.
    China fatale,  su cui i pi onesti e i pi forti  sono  trascinati
    come  i  pi  deboli  e  i pi viziosi,  e che mette capo a uno di
    questi due precipizi, il suicidio o il delitto.
    A forza d'uscire di casa  per  andare  a  fantasticare,  viene  un
    giorno  che  si  esce  per  andarsi  a buttare in acqua.  Il sogno
    eccessivo forma gli Escousse e i Lebras.
    Mario scendeva quella china a passi lenti,  con gli occhi fissi su
    colei che non vedeva pi.  Quest'ultima frase parr strana, eppure
     vera.  Il ricordo di un assente si  accende  nelle  tenebre  del
    cuore;  pi  scomparso e pi splende,  l'anima disperata e oscura
    vede al suo orizzonte quella  luce  come  la  stella  della  notte
    interiore.  Lei:  ecco tutto il pensiero di Mario.  Non pensava ad
    altro: sentiva confusamente che il  suo  vecchio  abito  diventava
    vergognoso  e  quello nuovo diventava vecchio,  che le camice,  il
    cappello, le scarpe si consumavano, vale a dire che la sua vita si
    consumava e diceva tra s: - Potessi  almeno  rivederla  prima  di
    morire!
    Gli restava soltanto un dolce pensiero: lei lo aveva amato, il suo
    sguardo glielo aveva detto; lei ignorava il suo nome, ma conosceva
    la  sua  anima;  forse  l  dove  stava,  anche  se  in  un  luogo
    misterioso, lo amava ancora. Chi sa se non pensava a lui, come lui
    pensava a lei? Talvolta, in certe ore inesplicabili, come ne hanno
    i cuori innamorati, pur avendo motivi di dolore, sentiva un oscuro
    sobbalzo di gioia,  e diceva a se stesso: Sono i suoi pensieri che
    arrivano a me!  - Poi aggiungeva: - Forse anche i miei pensieri le
    arrivano.
    Questa illusione,  sulla quale un momento dopo crollava  il  capo,
    bastava  tuttavia  a  gettargli  nell'anima dei raggi che talvolta
    somigliavano alla speranza.  Ogni tanto,  soprattutto in quell'ora
    della  sera  che pi rattrista i sognatori,  lasciava cadere su un
    quaderno,  nel quale non scriveva altro,  la parte pi  pura,  pi
    impersonale,  pi ideale dei sogni, di cui l'amore gli riempiva il
    cervello. E questo lo chiamava "scriverle".
    Non dobbiamo supporre che  la  sua  ragione  fosse  in  disordine:
    tutt'altro.  Aveva  perduto  la  facolt di lavorare e di muoversi
    fermamente verso uno scopo determinato,  ma aveva pi che  mai  la
    chiaroveggenza e la rettitudine. Vedeva in una luce calma e reale,
    bench  fuori  del  comune,  tutto  ci  che gli passava sotto gli
    occhi,  anche i fatti e gli uomini pi indifferenti,  e  su  tutto
    diceva la parola giusta, con una specie di scoraggiamento onesto e
    di  candido  disinteresse.  Il suo giudizio,  quasi staccato dalla
    speranza, si librava in alto, equilibrato.
    In quello stato della mente nulla gli sfuggiva, nulla l'ingannava,
    e a ogni istante scopriva il fondo della vita,  dell'umanit e del
    destino.  Fortunato  colui che,  anche nelle angosce,  ebbe da Dio
    un'anima  degna  dell'amore  e  della  sventura!   Chi  non   vide
    attraverso  la loro doppia luce le cose del mondo e il cuore degli
    uomini, non ha visto nulla di vero e non sa nulla.
    L'anima che ama e soffre  sublimata.
    Frattanto i giorni passavano, e non si presentava niente di nuovo.
    Per gli pareva che  a  ogni  momento  si  accorciasse  lo  spazio
    tenebroso, che ancora gli rimaneva da percorrere, e gi credeva di
    discernere distintamente l'orlo del precipizio senza fondo.
    - Come! - ripeteva tra s, - non potr nemmeno rivederla!
    Chi,  dopo aver risalito la via San Giacomo e lasciato da parte la
    barriera,  ha seguito per  qualche  tempo,  a  sinistra,  l'antico
    boulevard interno, raggiunge la via della Salute, poi la Glacire,
    e,  un po' prima di arrivare al fiumicello dei Gobelins, trova una
    specie di campo, che  l'unico luogo, in tutto il lungo e monotono
    giro dei boulevard di Parigi,  in cui Ruysdael sarebbe tentato  di
    sedersi.
    Quel  luogo ha un non so qual fascino: un prato verde attraversato
    da corde tese,  su cui stanno ad asciugare dei cenci,  una vecchia
    cascina  di ortolani costruita al tempo di Luigi Tredicesimo,  col
    suo gran tetto bizzarramente bucato da abbaini,  alcune  palizzate
    in  rovina,  un  rigagnolo che scorre tra i pioppi,  donne,  risa,
    voci; all'orizzonte il Pantheon, l'albero dei Sordo-Muti,  il Val-
    de Grace,  nero,  massiccio, fantastico, divertente e magnifico, e
    in fondo la severa sommit quadrata  delle  torri  di  Notre-Dame.
    Siccome vale la pena di vedere quel luogo, nessuno ci va. Soltanto
    una  carretta o un carro ogni quarto d'ora.  Accadde una volta che
    la passeggiata solitaria di Mario  lo  conducesse  su  quel  prato
    vicino a quell'acqua, e che quel giorno ci fosse su quel boulevard
    una  rarit:  un passante.  Mario,  colpito vagamente dall'incanto
    quasi selvaggio del luogo,  chiese a  quel  passante:  -  Come  si
    chiama questo luogo?
    L'altro rispose: - E' il Campo dell'Allodola.
    E aggiunse: - Qui Ulbach uccise la pastora d'Ivry.
    Ma dopo la parola Allodola, Mario non aveva udito pi nulla. Nello
    stato di sogno, ci sono congelazioni subitanee che una parola sola
    basta  a  produrre.  Tutto  il  pensiero  si  condensa bruscamente
    attorno a un'idea,  e non  pi capace di nessun'altra percezione.
    Allodola  era  il  nome  che  nella profondit della malinconia di
    Mario aveva sostituito quello di Ughetta.  - Guarda!  -  disse  in
    quella  specie  di  stupore irragionevole adatto a questo monologo
    misterioso - questo  il suo campo; qui sapr dove lei dimora.
    Era una cosa assurda, ma irresistibile.
    E ogni giorno torn al Campo dell'Allodola.

    2.   FORMAZIONE  EMBRIONALE  DEI  DELITTI  NELL'INCUBAZIONE  DELLE
    CARCERI.
    Il  trionfo  di  Javert  nella  topaia  Gorbeau  parve,  ma non fu
    completo.
    Prima di tutto,  ed era questa la principale  sua  preoccupazione,
    non  aveva  fatto  prigioniero  il prigioniero.  L'assassinato che
    fugge riesce pi sospetto  dell'assassino,  e  probabilmente  quel
    personaggio,  preziosa  cattura  per i banditi,  sarebbe stato una
    preda non meno buona per l'autorit.
    Poi, anche Montparnasse gli era sfuggito.
    Bisognava  aspettare  un'altra  occasione  per   acciuffare   quel
    "moscardino del diavolo".  Infatti Montparnasse, avendo incontrato
    Eponina che montava la sentinella sotto gli alberi dei  boulevard,
    l'aveva  condotta  via,  preferendo  esser  Nemorino con la figlia
    anzich Schinderhannes col padre.  E  gli  era  andata  bene:  era
    libero.  Quanto  a  Eponina,  Javert l'aveva fatta "ripizzicare" -
    mediocre consolazione - e l'aveva  mandata  a  raggiungere  Azelma
    alle Madelonnettes.
    Infine,  nel  tragitto  dalla  topaia Gorbeau alla Force,  uno dei
    principali arrestati, Claquesous, era sparito.  Non si sapeva come
    era stato; gli agenti e le guardie "non ci capivano niente"; s'era
    mutato in vapore,  era scivolato fra le manette, era sgusciato tra
    le  connessure  della  carrozza,   che  aveva  qualche   crepa   e
    gocciolava;   insomma  si  sapeva  soltanto  che,   arrivati  alla
    prigione, Claquesous era scomparso. C'era in quella faccenda della
    maga oppure la complicit della polizia. Claquesous s'era sciolto
    nelle tenebre come un fiocco di neve nell'acqua.  C'era stata  una
    segreta  intesa  con gli agenti?  Apparteneva quell'uomo al doppio
    enigma del disordine e dell'ordine? Era concentrico all'infrazione
    e alla repressione?  Quella sfinge aveva le  zampe  anteriori  nel
    delitto e le posteriori nell'autorit? Javert non accettava simili
    combinazioni,   e   si  sarebbe  ribellato  davanti  a  un  simile
    compromesso;  ma la sua squadra contava altri  ispettori  oltre  a
    lui,  forse  pi  di  lui  addentro,  bench suoi subordinati,  ai
    segreti della prefettura, e Claquesous era uno scellerato tale che
    poteva essere un ottimo agente. Essere in cos intimi rapporti con
    le tenebre,  una cosa eccellente per il brigantaggio e ammirabile
    per la polizia. Ci sono di questi furfanti a due tagli. Checch ne
    fosse, Claquesous perduto non si trov pi,  e Javert ne parve pi
    irritato che stupito.
    Quanto a Mario, Javert ci teneva poco a "quel balordo di avvocato,
    che  probabilmente aveva avuto paura",  e di cui aveva dimenticato
    il nome.  Del resto,  un avvocato si trova sempre.  Ma era poi  un
    avvocato?
    L'istruttoria era cominciata.
    Il  giudice  istruttore  aveva  ritenuto  opportuno non mettere in
    prigione uno della banda di Patron-Minette,  sperando che qualcuno
    cantasse.
    Quest'uomo  era  Brujon,   il  capelluto  di  via  Petit-Banquier.
    L'avevano lasciato nel cortile Carlomagno, dov'era tenuto d'occhio
    dai sorveglianti.
    Il nome di Brujon era uno dei ricordi della Force.  Nello schifoso
    cortile  detto  Fabbricato  Nuovo,  che l'amministrazione chiamava
    Cortile San Bernardo e che i ladri chiamavano Fossa dei leoni, sul
    muro coperto di scaglie e di pustole,  che a sinistra  s'innalzava
    fino  al  tetto,  accanto  a  una  porta  di ferro arrugginita che
    immetteva nell'antica cappella del  palazzo  ducale  della  Force,
    diventata  un  dormitorio  di  briganti,  dodici anni fa si vedeva
    ancora una specie di bestia incisa  grossolanamente  nella  pietra
    con un chiodo, e sotto questa firma: Brujon, 1811.
    Il Brujon del 1811 era padre di quello del 1832. Quest'ultimo, che
    abbiamo  solo  intravisto  nell'agguato  Gorbeau,  era  un giovane
    robusto,  molto abile e astuto,  con l'aria di uno sbalordito e di
    un  piagnucoloso.  Appunto  per  questa sua apparenza balorda,  il
    giudice istruttore l'aveva lasciato stare,  ritenendolo pi  utile
    nel cortile Carlomagno che non nella cella.
    I  ladri  non  interrompono il loro lavoro solo perch sono tra le
    mani della giustizia:  Non  restano  imbarazzati  per  cos  poco.
    Essere  in  prigione  per  un delitto non impedisce di iniziare un
    altro delitto.  Sono artisti che mentre hanno un quadro al  Salon,
    non  tralasciano  per  questo  di  lavorare a un'opera nuova,  nel
    proprio studio.
    Brujon pareva istupidito dalla prigione.  Restava talvolta per ore
    intere nel cortile Carlomagno, in piedi, accanto al finestrino del
    cantiniere,  contemplando  come  un idiota il sordido cartello dei
    prezzi della cantina, che cominciava con: "aglio,  62 centesimi" e
    finiva con: "sigaro,  cinque centesimi". Oppure passava il tempo a
    tremare,  a battere i denti,  dicendo che aveva  la  febbre,  e  a
    informarsi  se mai fosse vacante uno dei ventotto letti della sala
    dei febbricitanti.
    A un tratto,  nella seconda quindicina di febbraio 1832,  si seppe
    che   quell'addormentato  di  Brujon  aveva  fatto  eseguire,   da
    inservienti del carcere,  non gi a proprio nome,  ma sotto quello
    di tre suoi compagni,  tre commissioni diverse, le quali gli erano
    costate in tutto cinquanta soldi:  spesa  esorbitante  che  attir
    l'attenzione del brigadiere della prigione.
    Vennero assunte delle informazioni e, consultando la tariffa delle
    commissioni  affissa  nel parlatorio dei detenuti,  si seppe che i
    cinquanta soldi  si  dividevano  cos:  tre  commissioni;  una  al
    Pantheon,  dieci soldi, una al Val-de-Grace, quindici soldi, e una
    alla barriera di Grenelle,  venticinque soldi.  Questa era la  pi
    costosa  in tutta la tariffa.  Ora al Pantheon,  al Val-de-Grace e
    alla barriera di  Grenelle  abitavano  appunto  tre  vagabondi  di
    periferia  assai  temuti:  Kruideniers  detto Bizzarro,  Glorieux,
    galeotto liberato,  e Barrecarrosse,  sui quali  questo  incidente
    richiam l'attenzione della polizia.  Si credeva di indovinare che
    quegli uomini fossero affiliati a Patron-Minette, di cui due capi,
    Babet e Gueulemer, erano sotto chiave. Si suppose che gli invii di
    Brujon,  rimessi non gi a indirizzi di case,  ma  a  persone  che
    aspettavano  nella  strada,  contenessero  gli  avvisi per qualche
    misfatto complottato. Si avevano anche altri indizi.  Si misero le
    mani  sui  tre  vagabondi e cos si credette sventata la possibile
    macchinazione di Brujon.
    Circa una settimana dopo che erano state prese queste  misure,  un
    guardiano  di  ronda,  che ispezionava il dormitorio inferiore del
    Fabbricato  Nuovo,   una  notte  mentre   deponeva   la   castagna
    nell'apposita  cassetta  -  il metodo allora in uso per verificare
    se i custodi adempivano al proprio dovere prescriveva che ogni ora
    lasciassero cadere una castagna in  ciascuna  cassetta  inchiodata
    alle  porte  dei  dormitori;  -  un  guardiano dunque vide,  dallo
    spioncino del dormitorio,  Brujon seduto sul  letto  che  scriveva
    qualcosa al lume della lampada.  ll sorvegliante entr;  Brujon fu
    messo per un mese in segreta;  ma non si pot avere nelle mani ci
    che aveva scritto. La polizia non giunse a saperne di pi.
    E'  certo  per  che  l'indomani  un "postiglione" fu lanciato dal
    cortile Carlomagno nella Fossa dei leoni,  da sopra  l'edificio  a
    cinque piani che separava i due cortili.
    I   detenuti   chiamano   postiglione  una  pallottolina  di  pane
    artisticamente impastata,  che si manda "in Irlanda",  vale a dire
    dall'uno all'altro cortile d'una prigione,  oltrepassando i tetti.
    Etimologia: al disopra dell'Inghilterra;  da una terra  all'altra:
    "in Irlanda".  La pallottolina cade nella corte.  Chi la raccoglie
    l'apre e vi trova un biglietto indirizzato a qualche  prigioniero.
    Se  quello  che  la  trova  un detenuto,  rimette il biglietto al
    destinatario;  se invece  un guardiano o uno di quei  prigionieri
    segretamente   venduti,   che   nelle  prigioni  vengono  chiamati
    "montoni" e nei penitenziari "volpi",  il biglietto   portato  in
    cancelleria e consegnato alla polizia.
    Quella volta il postiglione giunse al suo indirizzo,  bench colui
    al  quale  era  destinato  il  messaggio  fosse  in  quel  momento
    "segregato".  Il  destinatario  era n pi n meno che Babet,  una
    delle quattro teste di Patron-Minette.
    Il postiglione conteneva una carta arrotolata, sulla quale c'erano
    queste due righe:
    - Babet. C' un colpo da fare in via Plumet. Un cancello che mette
    in un giardino.
    Era quello che Brujon aveva scritto la notte.
    A dispetto dei frugatori e delle frugatrici,  Babet riusc  a  far
    passare il biglietto,  dalla Force alla Salptrire,  a una "buona
    amica" che stava l, in prigione. Costei a sua volta lo trasmise a
    un'altra sua conoscenza,  una certa Magnon,  molto tenuta d'occhio
    dalla polizia, ma non ancora arrestata. Questa Magnon, della quale
    il  lettore ha gi incontrato il nome,  aveva coi Thnardier certi
    rapporti che saranno precisati pi tardi,  e  andando  a  visitare
    Eponina,   poteva  servire  di  ponte  fra  la  Salptrire  e  le
    Madelonnettes.
    Accadde appunto che in quel momento,  mancando in  istruttoria  le
    prove dirette contro Thnardier nei riguardi delle figlie, Eponina
    e Azelma furono messe in libert.
    Quando  Eponina usc,  la Magnon,  che l'aspettava alla porta,  le
    consegn il biglietto di Brujon a Babet, incaricandola di chiarire
    l'affare.
    Eponina si  rec  in  via  Plumet,  riconobbe  il  giardino  e  il
    cancello,  esamin la casa,  stette a spiare e a indagare, e pochi
    giorni dopo port alla Magnon,  abitante in via  Cloche-Perce,  un
    biscotto,  che  quest'ultima  trasmise  all'amante  di  Babet alla
    Salptrire.  Nel tenebroso simbolismo delle prigioni un  biscotto
    significa: "niente da fare".
    Cosicch,  meno  d'una  settimana  dopo,  essendosi Babet e Brujon
    incontrati sul cammino di ronda della Force  mentre  l'uno  andava
    "all'esame"  e l'altro ne ritornava,  Brujon chiese: - Ebbene,  la
    via P.?
    E l'altro rispose: - Biscotto.
    In tal modo abort quel feto di delitto procreato  in  carcere  da
    Brujon.
    Eppure,   come   vedremo  in  seguito,   tale  aborto  ebbe  delle
    conseguenze del tutto estranee al programma di Brujon.
    Spesso, credendo di annodare un filo, se ne lega un altro.

    3. APPARIZIONE A PAPA' MABEUF.
    Mario non  andava  pi  a  visitare  nessuno.  Talvolta  per  gli
    accadeva d'incontrare pap Mabeuf.
    Mentre  Mario  scendeva  lentamente quei lugubri gradini di quella
    che si potrebbe chiamare la scala dei sotterranei e che  porta  in
    luoghi  senza  luce  dove si sentono di sopra camminare gli uomini
    felici, Mabeuf vi discendeva anche lui.
    La  "Flora  di  Cauteretz"  non  si  vendeva  pi.  Le  esperienze
    sull'indaco non erano riuscite nel piccolo giardino di Austerlitz,
    che  era  male  esposto.  Mabeuf  ci poteva appena coltivare poche
    piante rare,  di quelle che amano l'ombra e l'umidit.  Ma non per
    questo s'era scoraggiato. Ottenuto un angolo di terra nel Giardino
    delle  Piante  per  continuarvi  "a  sue  spese"  gli  esperimenti
    sull'indaco, aveva impegnato al Monte di piet le tavole della sua
    "Flora";  aveva poi ridotto la colazione,  che molte volte era  il
    suo  unico  pasto,  a  due  uova,  lasciandone  uno  alla  vecchia
    fantesca, a cui da quindici mesi non pagava il salario. Non rideva
    pi col suo riso infantile; era diventato bisbetico;  non riceveva
    nessuno;  ed  era bene che Mario non pensasse pi a fargli visita.
    Talvolta Mabeuf,  nell'ora in cui  si  recava  al  Giardino  delle
    Piante,  incontrava il giovane sul boulevard dell'Ospedale; ma non
    si parlavano;  si facevano  un  cenno  col  capo  tristemente.  E'
    straziante  che a certi momenti la miseria sciolga l'amicizia.  Da
    amici che si era si diventa due passanti.
    Il libraio Royol era morto.  Mabeuf non conosceva altro che i suoi
    libri,  il  suo giardino e il suo indaco: le tre forme che avevano
    assunto per lui la felicit, il piacere e la speranza.
    E questo gli bastava per vivere.  Diceva tra  s:  -  Quando  avr
    ottenuto  le  mie  palle di azzurro diventer ricco;  ritirer dal
    Monte di piet le mie tavole;  con un  po'  di  ciarlatanismo,  di
    grancassa  e  di  annunci  sui  giornali  rimetter in voga la mia
    "Flora",  e comprer,  so ben io dove,  un esemplare dell'"Arte dl
    navigazione" di Pietro da Medina, con incisioni in legno, edizione
    del 1559. - Frattanto, lavorava tutto il giorno alla sua aiuola di
    indaco,  e  la  sera rientrava ad annaffiare i fiori e a leggere i
    suoi libri. A quell'epoca gli mancava poco per gli ottant'anni.
    Una sera ebbe una strana apparizione.
    Era tornato a casa che era ancora giorno.  Mamma Plutarco,  la cui
    salute  si  andava  guastando,  era malata e coricata.  Egli aveva
    pranzato con un osso,  su cui c'era ancora un po' di carne,  e con
    un  pezzo  di  pane  trovato sulla tavola di cucina.  S'era seduto
    sopra una pietra di confine rovesciata che faceva da panca nel suo
    giardino.
    Vicino a questa panchetta c'era,  alla moda dei  vecchi  frutteti,
    una  specie  di  grande  armadio  fatto di travicelli e di assi in
    pessimo stato, conigliera nella parte di sotto, ripostiglio per la
    frutta in quella di sopra.  Non c'erano pi  conigli,  ma  c'erano
    alcune mele, avanzo della provvista d'inverno.
    Mabeuf  s'era  messo  a  sfogliare e a leggere,  con l'aiuto degli
    occhiali, due libri che lo interessavano e che, cosa pi difficile
    all'et sua,  lo  preoccupavano.  La  sua  naturale  timidezza  lo
    rendeva  in un certo senso accessibile alle superstizioni.  Uno di
    quei  libri  era  il  famoso  trattato  del  presidente  Delancre,
    "Dell'incostanza dei domini",  l'altro era l'in-quarto di Mutor de
    la Rubaudire "Sui diavoli di Vauvert e i folletti della  Bivre".
    Quest'ultimo volume l'interessava,  perch il suo giardino era uno
    dei terreni anticamente frequentati dai  folletti.  Il  crepuscolo
    cominciava  a  imbiancare  le cose in alto e ad annerire quelle in
    basso.  Mentre leggeva,  pap Mabeuf,  con un'occhiata al di sopra
    del libro che teneva tra le mani,  guardava le sue piante, tra cui
    un magnifico rododendro, che era una delle sue consolazioni. Erano
    passati quattro giorni di afa,  di vento  e  di  sole,  senza  una
    goccia d'acqua;  gli steli si curvavano,  i boccioli pendevano, le
    foglie  cadevano;   avevano  bisogno   d'essere   annaffiati;   il
    rododendro era arido. Pap Mabeuf era di quegli uomini per i quali
    anche  le  piante  hanno un'anima.  Aveva lavorato tutto il giorno
    attorno all'indaco ed era sfinito;  pur tuttavia si alz,  pos  i
    libri  sul  banco e s'avvi,  curvo e con passo incerto,  verso il
    pozzo; ma afferrata la catena,  non pot neppure tirare abbastanza
    per  sganciarla.  Allora si volse,  e guard con angoscia verso il
    cielo che si colmava di stelle.
    La sera aveva quella serenit che opprime i dolori dell'uomo sotto
    non so quale lugubre ed  eterna  gioia.  La  notte  prometteva  di
    essere arida quanto il giorno.
    -  Stelle da per tutto!  - pens il vecchio.  - Non la pi piccola
    nuvola, non una goccia d'acqua!
    E la sua testa,  che si era  sollevata  un  momento,  ricadde  sul
    petto.
    Poi si rialz e volse ancora la sguardo al cielo mormorando:
    - Una goccia di rugiada! Un po' di piet!
    Tent ancora di staccare la catena dal pozzo, ma non ci riusc.
    In quel momento sent una voce che diceva:
    - Pap Mabeuf, volete che venga ad annaffiare il vostro giardino?
    Nello stesso tempo sent un rumore di bestia selvatica che passava
    nella siepe, e vide sbucare dalla sterpaglia una giovinetta grande
    e magra, che gli si par dinanzi, guardandolo arditamente. Pi che
    una   creatura   umana   aveva   l'aspetto   di   una  apparizione
    crepuscolare.
    Prima che pap Mabeuf,  il quale si smarriva  facilmente  ed  era,
    come abbiamo detto, pronto a spaventarsi, avesse potuto rispondere
    una sillaba,  quell'essere,  i cui movimenti avevano nell'oscurit
    una specie di bizzarra prontezza,  stacc la  catena,  immerse  il
    secchio,     riemp    l'annaffiatoio;     il    vecchio    vedeva
    quell'apparizione coi piedi nudi e una gonna a  brandelli  correre
    tra  le  aiuole,  spargendo  attorno  a  s  la  vita.  Il  rumore
    dell'acqua sulle foglie riempiva di gioia l'anima di Mabeuf, a cui
    pareva che il rododendro fosse felice.
    Vuotato il primo secchio, la fanciulla ne attinse un secondo,  poi
    un terzo, e annaffi tutto il giardino.
    A  vederla  camminare cos nei viali,  dove la sua sagoma appariva
    tutta nera,  agitando sulle lunghe braccia angolose lo  scialletto
    tutto lacero, aveva qualche cosa di un pipistrello.
    Quand'ebbe  finito,  il  vecchio  si  avvicin con le lacrime agli
    occhi, e le pos le mani sulla fronte.
    - Dio vi benedica!  - disse.  - Voi siete un angelo,  poich avete
    cura dei fiori.
    - No -  rispose lei - io sono il diavolo, ma per me  lo stesso.
    L'altro prosegu senza attendere n udire la risposta:
    - Peccato che io sia tanto disgraziato e tanto povero, e non possa
    far nulla per voi.
    - Potete fare qualcosa - disse lei.
    - Che cosa?
    - Dirmi dove abita il signor Mario.
    Il vecchio non cap.
    - Quale signor Mario?
    Lev lo sguardo vitreo e parve cercasse un ricordo svanito.
    - Un giovinotto che veniva qui una volta.
    Frattanto Mabeuf aveva frugato nella memoria.
    -  Ah  s!...-  esclam - so di chi volete parlare.  Aspettate!...
    Mario...  il barone Mario  Pontmercy,  diamine!  Egli  abita...  o
    meglio non abita pi... Ah, bene! non lo so.
    Mentre   parlava,   s'era  chinato  per  raddrizzare  un  ramo  di
    rododendro, e continuava:
    - Toh, ora mi ricordo. Passa spesso per il boulevard e va verso la
    Glacire.  Via Croulebarbe.  Il  Campo  dell'Allodola.  Andate  da
    quelle parti, non  difficile incontrarlo.
    Quando  si  rialz  non  c'era  pi  nessuno;   la  fanciulla  era
    scomparsa.
    Senz'altro egli ebbe un po' di paura.
    - Davvero - disse tra s - se il giardino  non  fosse  annaffiato,
    crederei a uno spirito.
    Un'ora dopo,  mentre era gi coricato, la cosa gli torn in mente,
    e addormentandosi,  in quel momento  confuso  in  cui,  simile  al
    favoloso  uccello che si cangia in pesce per attraversare il mare,
    il pensiero prende a poco a poco la  forma  di  sogno  nel  sonno,
    pensava vagamente:
    -  Il  fatto    che  la  faccenda  somiglia molto a quelle che la
    Rubaudire racconta dei folletti. Che fosse un folletto?

    4. APPARIZIONE A MARIO.
    Alcuni giorni dopo questa visita di "uno spirito" a  pap  Mabeuf,
    Mario  una  mattina - era un luned,  vale a dire il giorno in cui
    prendeva a prestito uno scudo da Courfeyrac per  Thnardier  s'era
    messo in tasca la moneta,  e prima di portarla alla prigione,  era
    andato a "passeggiare un  poco",  sperando  cos  di  lavorare  al
    ritorno.  Del resto,  era sempre la stessa vita. Appena alzato, si
    sedeva davanti a un libro e a un foglio di carta,  per buttar  gi
    qualche pagina di traduzione.  Aveva allora l'incarico di tradurre
    in  francese  una  disputa  tanto  celebre   quanto   futile,   la
    controversia  tra  Gans  e  Savigny: egli prendeva Gans,  prendeva
    Savigny,  leggeva quattro righe,  tentava di  scriverne  una,  non
    poteva,  vedeva  una  stella  tra la carta e lui,  si alzava dalla
    sedia dicendo: - Uscir un momento; riprender fiato.
    E andava al Campo dell'Allodola.
    L vedeva pi che mai la stella,  e meno che mai Savigny  e  Gans.
    Rientrava e cercava di riprendere il lavoro,  ma non ce la faceva;
    non c'era mezzo di riannodare uno solo dei fili spezzati  nel  suo
    cervello.  Allora  pensava:  -  Domani  non  uscir:  questo fatto
    m'impedisce di lavorare. - E usciva ogni giorno.
    Stava nel Campo dell'Allodola pi che nella camera di  Courfeyrac.
    Il suo vero indirizzo era questo: boulevard della Sanit,  settimo
    albero dopo via Croulebarbe.
    Quella mattina,  lasciato il  settimo  albero,  s'era  seduto  sul
    parapetto del fiumicello dei Gobelins.  Un gaio sole penetrava tra
    le foglie da poco dischiuse e tutte luminose.
    Pensava  a  LEI.  E  la  sua  meditazione,  divenendo  rimprovero,
    ricadeva su di lui;  pensava dolorosamente alla pigrizia, paralisi
    dell'anima,  che lo vinceva e a quella tenebra  che  infittiva  di
    momento  in  momento  dinanzi a lui,  fino al punto che non vedeva
    nemmeno il sole.
    Tuttavia,  attraverso quel penoso svolgersi d'idee indistinte  che
    non erano nemmeno un monologo - tanto l'azione s'indeboliva in lui
    che  non  aveva  neppure  la  forza di volersi desolare attraverso
    quella malinconica preoccupazione percepiva ancora  le  sensazioni
    esterne.  Udiva dietro, sotto di s sulle due rive del fiumicello,
    le lavandaie dei Gobelins battere  la  biancheria;  sopra  la  sua
    testa  gli uccelli cinguettavano e cantavano tra gli olmi.  Da una
    parte  il  rumore  della  libert,  della  spensieratezza  felice,
    dell'ozio  alato,  dall'altra  il  rumore  del lavoro ed erano due
    rumori festosi;  cosa che lo faceva pensare profondamente e  quasi
    riflettere.
    D'improvviso in mezzo alla sua estasi dolorosa,  ud una voce nota
    che diceva: - Toh! eccolo!
    Alz gli occhi e riconobbe la disgraziata ragazza che  era  venuta
    una mattina nella sua stanza, la maggiore delle figlie Thnardier,
    Eponina;  adesso sapeva anche il suo nome.  Cosa strana,  essa era
    impoverita e abbellita: due passi che  pareva  non  potesse  fare.
    Aveva fatto un doppio progresso, verso la luce e verso la miseria.
    Era a piedi nudi e cenciosa come il giorno in cui era entrata cos
    sfrontatamente  nella sua camera;  se non che i suoi cenci avevano
    due mesi di pi,  gli strappi erano pi larghi,  i  brandelli  pi
    sordidi.   Aveva  la  stessa  voce  rugginosa,  la  stessa  fronte
    abbronzata e  aggrinzita  dal  sole,  lo  stesso  sguardo  libero,
    smarrito  e vacillante.  In pi di prima aveva,  nella fisionomia,
    quel non so che di spavento e di piet,  che la prigione  aggiunge
    alla miseria.
    Aveva  dei fili di paglia e di fieno nei capelli,  non come Ofelia
    per essere impazzita al contatto della  follia  d'Amleto,  ma  per
    essersi coricata in qualche soppalco di scuderia.
    E  con  tutto  questo era bella.  Che astro sei tu,  o giovinezza!
    Intanto si era fermata davanti a Mario,  con un po' di  gioia  sul
    volto livido e qualche cosa che somigliava a un sorriso.
    Stette un po' come se non potesse parlare, poi disse:
    -  Vi trovo finalmente.  Pap Mabeuf aveva ragione;  era su questo
    boulevard! Quanto vi ho cercato, se sapeste! Avete saputo che sono
    stata al fresco? Quindici giorni!  Poi mi hanno rilasciata,  visto
    che  non  c'era  niente  sul  mio  conto;  d'altronde  ero  ancora
    minorenne.  Mi mancavano due mesi.  Oh quanto vi ho cercato!  Sono
    sei settimane. Dunque non abitate pi laggi?
    - No - rispose Mario.
    -  Ah!  capisco,  per  via  della  faccenda.  Sono  seccanti certi
    imbrogli, e voi avete sloggiato. Oh,  guarda!  e perch portate un
    cappello cos logoro?  Un giovinotto come voi deve avere dei begli
    abiti. Sapete, signor Mario, pap Mabeuf vi chiama il barone Mario
    di non so pi che.  Non siete un barone voi,  vero?  I baroni sono
    vecchi,  vanno al Lussemburgo,  davanti al castello,  dove c' pi
    sole,  e leggono il "Quotidienne" per un  soldo.  Una  volta  sono
    andata a portare una lettera a un barone,  che era cos: aveva pi
    di cento anni. Dite, dunque dove abitate adesso?
    Mario non rispose.
    - Ah!  - prosegu lei - avete un buco nella camicia.  Lasciate che
    la riaccomodi.
    Quindi  riprese  con  un'espressione  che  a poco a poco si faceva
    scura: - Non mi pare che siate contento di vedermi.
    Mario taceva.  Anche lei stette un  momento  in  silenzio,  quindi
    esclam:
    - Eppure se volessi, vi obbligherei ad aver l'aria contenta.
    - Che? - chiese Mario. - Che cosa intendete dire?
    - Ah! voi mi davate del tu! - riprese la fanciulla.
    - Ebbene, che intendi dire?
    Essa  si  morse  le labbra;  pareva esitare,  come in preda ad una
    lotta interna; poi alla fine parve decidersi.
    - Tanto peggio,  fa lo stesso.  Avete il viso triste,  e io voglio
    che  siate  allegro.  Basta  che mi promettiate di ridere.  Voglio
    vedervi ridere,  voglio sentirvi dire:  -  Ah,  brava,  sta  bene!
    Povero signor Mario!  Vi ricordate?  Mi prometteste di darmi tutto
    quello che volessi...
    - S! ma parla dunque!
    Lei guard Mario nel bianco degli occhi e disse: - Ho l'indirizzo!
    Mario impallid. Tutto il sangue gli riflu al cuore.
    - Quale indirizzo?
    - Quello che m'avete domandato.
    E aggiunse come facendo uno sforzo:
    - L'indirizzo... vi ricordate?
    - S - balbett Mario.
    - Della signorina!
    E pronunciata questa parola, sospir profondamente.
    Il giovane salt gi dal parapetto su cui era seduto,  e le  prese
    la mano con impeto.
    - Oh! Ebbene guidami, dimmi! chiedimi tutto ci che vuoi! Dove?
    -  Venite  con me - rispose.  - Non so bene la via e il numero;  
    dalla parte opposta di qui, ma conosco bene la casa, vi condurr.
    Ritir la mano e riprese  con  un  tono  che  avrebbe  colpito  un
    osservatore  ma  che non sfior neppure Mario nella sua ebbrezza e
    nel suo trasporto:
    - Oh! come siete contento!
    Una nube pass sulla fronte di Mario,  che afferr Eponina per  il
    braccio:
    - Giurami una cosa!
    - Giurare?  - disse lei.  - E che vuol dire? Guarda un po'! Volete
    che giuri?
    E rise.
    - Tuo padre! Eponina, promettimi,  giurami che non farai conoscere
    quest'indirizzo a tuo padre!
    Lei lo guard stupefatta.
    - Eponina! Come fate a sapere che mi chiamo Eponina?
    - Promettimi quello che ti dico.
    Ma pareva che la fanciulla non lo udisse.
    - E' grazioso, da parte vostra! Mi avete chiamata Eponina!
    Mario le afferr tutte e due le braccia.
    -  Ma rispondimi dunque,  in nome del cielo!  Sta attenta a quello
    che ti dico: giurami che non dirai a  tuo  padre  l'indirizzo  che
    conosci!
    - Mio padre? - disse lei. - Eh! s, mio padre! State tranquillo, 
    in prigione. Del resto m'occupo forse di mio padre, io?
    - Ma intanto non prometti! - esclam Mario.
    - Ma lasciatemi dunque! - disse lei scoppiando a ridere. - Come mi
    scuotete!  S,  s ve lo prometto, ve lo giuro! Che m'importa? non
    dir l'indirizzo a mio padre. Va bene cos? Siete contento?
    - E a nessun altro? - aggiunse Mario.
    - A nessun altro.
    - Ora - riprese Mario - conducimi!
    - Subito?
    - Subito.
    - Venite... Oh! come  contento! - disse la fanciulla.
    Dopo pochi passi, si ferm.
    - Mi seguite troppo da vicino,  signor  Mario.  Lasciatemi  andare
    avanti,  e seguitemi cos,  senza dare nell'occhio. Un giovane per
    bene come voi non deve farsi vedere con una donna come me.
    Nessuna lingua potrebbe esprimere  quello  che  c  era  in  quella
    parola, donna, pronunciata in quel modo da quella fanciulla.
    Fece una decina di passi e si ferm di nuovo. Mario la raggiunse e
    lei gli rivolse la parola, di lato, senza voltarsi:
    - A proposito, vi ricordate che m'avete promesso qualche cosa?
    Mario  si  frug in tasca.  Non possedeva nulla,  fuorch i cinque
    franchi destinati a Thnardier.  Li prese e li mise nella mano  di
    Eponina.
    Lei apr le dita e lasci cadere a terra la moneta;  e guardandolo
    con aria cupa:
    - Non voglio il vostro denaro - disse.












    Libro 3.
    LA CASA DI VIA PLUMET.


    1. LA CASA DEI NASCONDIGLI.
    Verso la met del secolo scorso,  un presidente del parlamento  di
    Parigi,  che aveva un'amante di nascosto,  poich in quell'epoca i
    grandi signori mettevano in mostra le loro amanti e i borghesi  le
    nascondevano,  fece  costruire  "una  casetta"  nel  quartiere San
    Germano,  nella via solitaria  Blomet,  che  si  chiama  oggi  via
    Plumet,   non   lontano   dal   luogo  che  si  diceva  allora  il
    "Combattimento degli animali".
    Quella casa si componeva di un padiglione a  un  solo  piano;  due
    sale  al  pian  terreno,  due  camere al piano superiore,  gi una
    cucina, sopra un salottino, sotto il tetto il solaio, e davanti un
    giardino di circa un iugero di superficie,  con  un  cancello  che
    dava sulla via.  Ecco quanto potevano vedere i passanti; ma dietro
    al padiglione c'era uno stretto cortile,  e in fondo al cortile un
    piccolo  fabbricato composto di due soli locali sopra una cantina:
    specie di supplemento destinato a nascondere, nel caso, un bambino
    e una nutrice. Questo alloggio comunicava, di dietro, mediante una
    porta mascherata e con serratura a segreto, con un lungo corridoio
    stretto, pavimentato, sinuoso, scoperto, fiancheggiato da due alti
    muri,  nascosto con arte prodigiosa e quasi smarrito fra le  cinte
    dei  giardini  e  degli orti,  di cui seguiva tutti gli angoli e i
    giri,  e che metteva capo  a  un'altra  porta,  anche  questa  con
    serratura  a  segreto,  che si apriva a un mezzo quarto di lega di
    l,  quasi in  un  altro  rione,  nell'estremit  deserta  di  via
    Babilonia.
    Il signor presidente entrava da quella parte; di modo che se anche
    qualcuno  l'avesse  spiato  e  seguito,  e avesse osservato che il
    signor presidente si recava  ogni  giorno  misteriosamente  in  un
    certo posto,  non avrebbe mai potuto sospettare che recarsi in via
    Babilonia volesse dire recarsi in via Blomet.  Grazie  agli  abili
    acquisti  di  terreni,  l'ingegnoso  magistrato  aveva  potuto far
    eseguire quel lavoro di viabilit segreta in casa sua,  sui propri
    possessi  e  quindi  senza controllo.  Pi tardi aveva rivenduto a
    piccoli lotti,  per giardini e orti,  il terreno che fiancheggiava
    il  corridoio,  e i proprietari di quei lotti di terreno credevano
    dalle  due  parti  di  aver  dinanzi  un  muro  divisorio,   senza
    sospettare   nemmeno  l'esistenza  di  quel  lungo  corridoio  che
    serpeggiava tra due muri,  in mezzo alle loro  aiuole  e  ai  loro
    frutteti.  Soltanto  gli  uccelli vedevano quella stranezza;  ed 
    probabile che le capinere e le  cinciallegre  del  secolo  passato
    abbiano molto chiacchierato sul conto del signor presidente.
    Il  padiglione,  costruito  in pietra secondo lo stile di Mansart,
    con le pareti intavolate  e  la  mobilia  alla  moda  di  Watteau,
    puerile di dentro, antiquato di fuori, e chiuso all'intorno da una
    triplice siepe,  aveva un non so che di discreto,  di civettuolo e
    di solenne,  come si addice a  un  capriccio  dell'amore  e  della
    magistratura.
    Quella casa e quel corridoio, ora scomparsi, quindici anni or sono
    esistevano  ancora.  Nel  93  un  calderaio  compr  la  casa  per
    demolirla;  ma non avendo potuto pagarne il prezzo,  lo  Stato  ne
    dichiar  il  fallimento,  cosicch  fu  la  casa  a  demolire  il
    calderaio. D'allora rest inabitata, e cadde lentamente in rovina,
    come ogni dimora a cui  l'uomo  non  comunica  pi  la  vita.  Era
    rimasta  arredata  dei suoi vecchi mobili e sempre da vendere o da
    appigionare,  e le dieci o dodici persone che in un anno passavano
    per  via  Plumet  ne  erano  avvertite da un cartello ingiallito e
    illeggibile, attaccato al cancello del giardino dal 1810.
    Verso la fine della Restaurazione quegli stessi passanti  poterono
    notare  che il cartello era scomparso e le imposte del primo piano
    erano aperte.  Infatti la casa era abitata,  e "le  tendine"  alle
    finestre indicavano la presenza d'una donna.
    Nell'ottobre del 1829, un uomo d'una certa et si era presentato e
    aveva  preso  a  pigione  la  casa  come si trovava - compreso ben
    inteso,  il corpo di fabbrica posteriore e il corridoio che andava
    a finire in via Babilonia - e aveva fatto rimettere le serrature a
    segreto  alle due porte di quel passaggio.  La casa,  come abbiamo
    detto,  era ancora press'a poco ammobiliata con gli antichi mobili
    del   presidente;   il   nuovo  inquilino  aveva  ordinato  alcune
    riparazioni,  aveva aggiunto qua  e  l  ci  che  mancava,  aveva
    rimesso  delle  lastre al cortile,  dei mattoni ai pavimenti,  dei
    gradini alla  scala,  delle  assi  ai  tavolati,  dei  vetri  alle
    finestre,  ed  era andato a installarvisi con una giovinetta e una
    vecchia fantesca,  senza rumore,  pi come chi scivola dentro  che
    come  chi  entra in casa propria.  I vicini non vi fecero su delle
    chiacchiere, per il fatto che non c'erano vicini.
    Quel locatario di  poca  apparenza  era  Giovanni  Valjean,  e  la
    fanciulla Cosetta. La fantesca era una zitellona di nome Toussaint
    che  Valjean  aveva  salvato  dall'ospedale  e dalla miseria e che
    s'era indotto a prender  con  s  perch  vecchia,  provinciale  e
    balbuziente.   Aveva   affittato   la   casa   sotto  il  nome  di
    Fauchelevent, possidente.  In tutto quanto abbiamo narrato pi su,
    certo il lettore ha tardato anche meno di Thnardier a riconoscere
    Valjean.
    Perch  aveva  abbandonato  il convento del Petit-Picpus?  Cos'era
    accaduto?
    Non era accaduto nulla.
    Ricorderemo che Valjean in convento era felice,  tanto felice  che
    la  sua  coscienza  fin per esserne inquieta.  Vedeva ogni giorno
    Cosetta,  sentiva la paternit nascere e  svilupparsi  sempre  pi
    dentro  di lui,  covava con l'anima quella fanciulla,  pensava che
    era sua, che nulla poteva strappargliela, che sarebbe stato sempre
    cos,  che indubbiamente essa si sarebbe fatta monaca,  giacch ne
    era  ogni  giorno  dolcemente provocata;  cos il convento sarebbe
    stato tutto l'universo per lei e per lui; l dentro lui si sarebbe
    invecchiato e lei ingrandita;  l lei si sarebbe invecchiata e lui
    sarebbe morto,  insomma,  speranza incantevole,  non era possibile
    alcuna separazione. Riflettendo a tutto questo, fin col cadere in
    qualche perplessit.  Interrog  se  stesso,  chiedendo  se  tutta
    quella  felicit  fosse  proprio sua,  se non fosse composta della
    felicit d'un altro, della felicit di quella fanciulla, che egli,
    vecchio,  confiscava e nascondeva,  se quello non fosse un  furto.
    Pens  che  quella  fanciulla  era in diritto di conoscere la vita
    prima di rinunciarci;  che toglierle preventivamente,  e in  certo
    modo   senza  consultarla,   tutte  le  gioie,   col  pretesto  di
    risparmiarle tutte le prove,  profittare della sua ignoranza e del
    suo   isolamento   per   far  germogliare  in  lei  una  vocazione
    artificiale,  significava snaturare una creatura umana e mentire a
    Dio.  E  chi  sa  se  un  giorno,  venendo a capire tutto questo e
    trovandosi  monaca  a  malincuore,   Cosetta  non  finirebbe   con
    l'odiarlo?  A  quest'ultima  idea,  quasi  egoistica e meno eroica
    delle  altre,  ma  che  gli  riusciva  insopportabile,  decise  di
    lasciare il convento.
    Lo  decise,  e  riconobbe  con  sommo  dolore  che  era un dovere.
    Obiezioni,  non ne aveva.  Cinque anni  di  soggiorno  tra  quelle
    quattro mura e di sparizione,  avevano necessariamente distrutto o
    disperso gli elementi di timore;  poteva rientrare in  mezzo  agli
    uomini tranquillamente.  Era invecchiato e tutto era cambiato. Chi
    mai avrebbe potuto pi riconoscerlo?  E poi,  nella peggiore delle
    ipotesi,  il pericolo riguardava lui solo,  e non aveva il diritto
    di condannare Cosetta al chiostro se lui era stato  condannato  al
    penitenziario.  D'altronde, cos' il pericolo di fronte al dovere?
    E infine nulla gli impediva  d'esser  prudente  e  di  usare  ogni
    cautela.  Quanto all'educazione di Cosetta,  era quasi terminata e
    completa.
    Presa la determinazione,  aspett l'occasione,  che  non  tard  a
    presentarsi. Il vecchio Fauchelevent venne a morire.
    Chiesta  udienza  alla  reverenda superiora,  Valjean le disse che
    alla morte del fratello aveva avuto una piccola eredit,  la quale
    gli permetteva ormai di vivere senza lavorare: che perci lasciava
    il servizio del convento conducendo via la figlia;  ma non trovava
    giusto che Cosetta,  non pronunciando i voti,  fosse stata educata
    gratuitamente;  supplicava quindi umilmente la reverenda Superiora
    di  accettare  come  sua  offerta  alla  comunit  una  somma   di
    cinquemila  franchi,  quale  compenso dei cinque anni passativi da
    Cosetta.
    Fu cos che Valjean usc dal monastero  dell'Adorazione  Perpetua.
    Nel  lasciare il convento,  prese egli stesso sotto il braccio,  e
    non volle affidare ad alcuno,  la piccola valigia  di  cui  teneva
    sempre in tasca la chiave e che incuriosiva tanto Cosetta a motivo
    dell'odore balsamico che esalava.
    Diciamo  subito  che  da allora in poi non si separ pi da quella
    valigia,  che teneva sempre nella propria camera.  Era la prima  e
    talvolta la sola cosa che portava via nei suoi traslochi.  Cosetta
    ne rideva, e chiamava quella valigia "l'inseparabile",  dicendo: -
    Ne sono gelosa.
    Peraltro  Valjean  non  ritorn all'aria libera senza una profonda
    ansiet.
    Scopr la casa di via Plumet,  e vi si rannicchi sotto il nome di
    Ultimo Fauchelevent, del quale ormai era in possesso.
    Nello   stesso   tempo   prese  a  pigione  in  Parigi  altri  due
    appartamenti,  allo scopo di richiamare meno attenzione su di  s,
    potendosi  allontanare  di  tanto  in tanto dal rione,  di potersi
    assentare al minimo allarme,  e di non lasciarsi pi cogliere alla
    sprovvista, come nella notte in cui era sfuggito miracolosamente a
    Javert.  Quei  due appartamenti erano due alloggi molto meschini e
    di  povera  apparenza,   in  due  quartieri  molto  lontani  l'uno
    dall'altro, uno in via Ovest, l'altro in via Homme-Arm.
    Di  tanto  in  tanto  andava  con  Cosetta a passare un mese o sei
    settimane, ora in via Ovest, ora in via Homme-Arm,  senza portare
    appresso  la  Toussaint.  Vi  si  faceva servire dai portinai e si
    faceva credere un possidente del circondario che teneva un piccolo
    alloggio  in  citt.   Quell'uomo  altamente  virtuoso  aveva  tre
    domicili a Parigi per sfuggire alla polizia.

    2. VALJEAN GUARDIA NAZIONALE.
    Di  fatto per egli abitava in via Plumet,  e vi aveva regolato la
    propria esistenza in questo modo:
    Cosetta occupava con la fantesca il padiglione;  aveva  la  grande
    camera da letto dai riquadri dipinti,  il gabinetto dagli stragali
    dorati,  il salotto del presidente adorno  di  tappezzerie  e  con
    grandi  poltrone;  poi  aveva  il  giardino.  Valjean  aveva fatto
    collocare nella camera di lei un letto  col  baldacchino  d'antico
    damasco a tre colori,  e un bel tappeto antico di Persia, comprato
    da mamma Gaucher in via  Figuier-Saint-Paul;  e  per  attutire  la
    severit  di quelle magnifiche anticaglie,  aveva aggiunto tutti i
    piccoli mobili gai  e  graziosi  delle  fanciulle:  l'tagre,  la
    libreria  coi  libri dal taglio dorato,  l'occorrente per scrivere
    con la carta assorbente, il tavolino intarsiato di madreperla,  il
    ncessaire d'argento dorato,  la toletta di porcellana giapponese.
    Intorno alle finestre del primo piano  pendevano  ampie  tende  di
    damasco  a  tre  colori  su  fondo  rosso,  simili  al  letto;  al
    pianterreno,  tendine  ricamate.  Per  tutto  l'inverno  il  piano
    abitato  da  Cosetta  era riscaldato da cima a fondo.  Egli invece
    occupava quella specie di casotto da portinaio che era in fondo al
    cortile, con un materasso sopra un letto a brandina,  un tavolo di
    legno bianco,  due sedie di paglia, una brocca di maiolica, alcuni
    libri sopra un'asse,  la sua cara valigia in un angolo,  e  niente
    fuoco.  Pranzava con Cosetta, ma c'era un pane scuro per lui sulla
    tavola. Quando entr la Toussaint,  egli le disse: - Padrona della
    casa    la  signorina.  - E voi,  signore?  - chiese la Toussaint
    stupita.  - Io sono qualche cosa di meglio del  padrone,  sono  il
    padre.
    Cosetta,  che  in  convento  era  stata istruita nel governo della
    famiglia, regolava le spese, che erano molto modeste.  Ogni giorno
    Valjean  dava  il  braccio a Cosetta e la conduceva a passeggio al
    Lussemburgo, nel viale meno frequentato,  e ogni domenica a messa,
    nella  chiesa  di  San Giacomo d'Altopasso,  perch molto lontana.
    Siccome stava in un quartiere assai  povero  e  lui  faceva  molte
    elemosine, i poverelli lo circondavano nella chiesa; questo era il
    motivo  per  cui aveva avuto la lettera di Thnardier: "Al signore
    benefico della  chiesa  di  San  Giacomo  d'Altopasso".  Conduceva
    volentieri Cosetta a visitare gli indigenti e gli ammalati. Nessun
    estraneo entrava nella casa di via Plumet.  La Toussaint faceva le
    provviste,  e Valjean andava lui stesso ad attingere l'acqua a una
    fontana vicina sul boulevard.  Il vino e la legna venivano deposti
    in una specie di seminterrato,  tappezzato di conchiglie,  accanto
    alla porta di via Babilonia,  che anticamente serviva come cantina
    al signor presidente. Infatti, ai tempi delle casette per scapolo,
    non c'erano amori senza cantina.
    Nella porta in via Babilonia c'era  una  cassetta  destinata  alle
    lettere e ai giornali; per, poich gli abitanti della casa di via
    Plumet non ricevevano n giornali n lettere,  l'utilit di quella
    cassetta,  antica mezzana di amoretti e confidenze  d'un  damerino
    togato,  era  limitata  agli  avvisi  dell'esattore e ai biglietti
    della guardia. Infatti,  il signor Fauchelevent,  possidente,  era
    iscritto nella guardia nazionale,  non avendo potuto sfuggire alla
    fitta rete del censimento del 1831.  Le informazioni  assunte  dal
    municipio in quell'anno erano risalite fino al convento del Petit-
    Picpus,  specie di nube impenetrabile e sacra, dalla quale Valjean
    era uscito venerabile agli occhi dell'autorit municipale  e,  per
    conseguenza, degno di montar la guardia.
    Tre  o  quattro  volte  all'anno,  Valjean  indossava  la divisa e
    prestava servizio,  molto volentieri del resto;  era  per  lui  un
    travestimento  lecito  che  lo  mescolava  con tutti,  lasciandolo
    isolato. Aveva compiuto i sessant'anni, et dell'esenzione legale;
    ma non ne mostrava  pi  di  cinquanta,  e  d'altronde  non  aveva
    nessuna  voglia  di  sottrarsi  al  suo  sergente maggiore,  n di
    discutere col conte di Lobau.  Non aveva stato civile,  nascondeva
    il nome,  la persona,  l'et, tutto, e come abbiamo detto, era una
    guardia nazionale di buona volont. La sua ambizione si limitava a
    sembrare un uomo qualsiasi,  che  paga  regolarmente  le  imposte.
    Quell'uomo  aveva  per  ideale  di  far  l'angelo dentro casa e il
    borghese fuori.
    Notiamo un altro particolare;  quando Valjean usciva con  Cosetta,
    si vestiva come abbiamo visto,  e aveva abbastanza l'aspetto di un
    ufficiale in ritiro; quando invece andava fuori solo,  ci che gli
    accadeva per lo pi di sera,  indossava un camiciotto e un paio di
    pantaloni da operaio e  metteva  in  testa  un  berretto  che  gli
    nascondeva  il  viso.  Era  preoccupazione,  era  umilt?  L'una e
    l'altra insieme.  Cosetta avvezza alla parte  enigmatica  del  suo
    destino,  notava  appena  le  stranezze di suo padre;  quanto alla
    Toussaint,  essa venerava Valjean e tutto quanto faceva lo trovava
    ben  fatto.  Un giorno il suo beccaio,  avendo scorto Valjean,  le
    disse: - Mi ha l'aria d'un  furbaccio.  -  Essa  rispose:-  E'  un
    santo.
    Tanto  Valjean che Cosetta e Toussaint usavano solo della porta di
    via  Babilonia,  sicch,  a  meno  di  vederli  dal  cancello  del
    giardino,  era  difficile  indovinare  che  essi dimoravano in via
    Plumet.  Il cancello era sempre chiuso,  e Valjean aveva  lasciato
    incolto il giardino perch non attirasse l'attenzione.
    In questo forse s'ingannava. III

    3. "FOLIIS AC FRONDIBUS".
    Quel  giardino  cos  abbandonato  da  mezzo  secolo  era divenuto
    straordinario  e  grazioso.  I  passanti  di  quarant'anni  fa  si
    fermavano  in  quella  via  per ammirarlo,  senza sospettare quali
    segreti nascondesse dietro la  sua  verde  e  fresca  foltezza.  A
    quell'epoca pi di un sognatore and con gli occhi e col pensiero,
    indiscretamente,   attraverso   le   sbarre  dell'antico  cancello
    sprangato, contorto, vacillante,  murato in due pilastri inverditi
    e  muscosi,  bizzarramente  coronato  d'un  frontone  di arabeschi
    indecifrabili.
    Vi si vedeva un banco di pietra in un angolo,  una  o  due  statue
    ammuffite, alcuni pergolati schiodati dal tempo, che marcivano sul
    muro;  niente  viali  e  aiuole;  gramigna da per tutto.  Venuta a
    mancare l'arte  del  giardiniere,  era  ritornata  la  natura;  vi
    abbondavano le male erbe, meravigliosa fortuna per un povero lembo
    di  terra;  e  splendida  era la festa delle viole.  Nulla in quel
    giardino contrastava il sacro slancio delle cose verso la vita;  e
    il  venerabile  sviluppo  era  l in casa sua.  Gli alberi s'erano
    chinati verso i rovi,  i rovi si erano innalzati verso gli alberi,
    la  pianta  s'era arrampicata,  il ramo s'era piegato,  quello che
    striscia sulla terra era andato a visitare quello  che  si  chiude
    nell'aria, quello che ondeggia al vento s'era chinato verso quello
    che si trascina nel musco, tronchi, rami, foglie, ciuffi, viticci,
    sarmenti,  spine s'erano mescolati, intralciati, sposati, confusi;
    in  uno  stretto  e  profondo  abbraccio,   la  vegetazione  aveva
    celebrato  e  compiuto,  in quel piccolo recinto di trecento piedi
    quadrati,  sotto lo sguardo soddisfatto  del  Creatore,  il  santo
    mistero  della  sua fratellanza,  simbolo della fratellanza umana.
    Quel  giardino  non  era  pi  un  giardino,   ma  una  sterpaglia
    colossale, vale a dire qualche cosa che era impenetrabile come una
    foresta,  popolosa come una citt,  trepidante come un nido,  cupa
    come una cattedrale,  olezzante come un mazzo di fiori,  solitaria
    come una tomba, vivente come una folla.
    In primavera quell'enorme cespuglio, libero dietro il suo cancello
    e  tra  i suoi quattro muri,  entrava in fregola nel sordo lavorio
    della germinazione universale, trasaliva al sol levante quasi come
    una bestia che aspiri gli effluvi dell'amore cosmico  e  senta  la
    linfa d'aprile montare e ribollire nelle sue vene;  e scuotendo al
    vento la sua prodigiosa capigliatura verde,  seminava sulla  terra
    umida, sulle statue fruste, sul poggiolo crollante del padiglione,
    e fin sul lastrico della via deserta i fiori a stelle,  la rugiada
    in perle, la fecondit, la bellezza, la vita, la gioia, i profumi.
    A mezzogiorno mille farfalle bianche vi si rifugiavano, ed era uno
    spettacolo divino veder turbinare a  fiocchi,  nell'ombra,  quella
    neve  vivente  dell'estate.  L  in  mezzo alle gaie tenebre della
    verzura una moltitudine di voci innocenti  favellavano  dolcemente
    all'anima,  e  quello che il cinguettio aveva dimenticato di dire,
    lo completava il ronzio.  A sera,  un vapore di sogno emanava  dal
    giardino e lo avvolgeva; un lenzuolo di bruma, una tristezza calma
    e celeste lo ricoprivano, l'odore cos inebriante dei caprifogli e
    dei  vilucchi  ne  usciva  da  ogni  lato,  simile  a un sottile e
    squisito veleno,  si udivano gli ultimi saluti dei picchi grigi  e
    delle cutrettole che s'addormentavano sotto i rami;  vi si sentiva
    la sacra intimit dell'uccello e  dell'albero,  per  la  quale  di
    giorno  le  ali  rallegrano  le  foglie,  e  di  notte  le  foglie
    proteggono le ali.
    D'inverno  la  sterpaglia  era  nera,  umida,  irta,  tremante,  e
    lasciava  scorgere un poco la casa.  Invece di fiori sui rami e di
    rugiada sui fiori, si vedevano le lunghe sbavature d'argento delle
    lumache sul freddo e denso tappeto delle foglie ingiallite.  Ma ad
    ogni  modo,  sotto  tutti  gli  aspetti  e  in  tutte le stagioni,
    primavera,  inverno,   estate,   autunno,   quel  piccolo  recinto
    respirava  la  malinconia,  la contemplazione,  la solitudine,  la
    libert, l'assenza dell'uomo, la presenza di Dio;  e pareva che il
    vecchio cancello arrugginito dicesse: questo giardino  mio.
    Bench tutt'intorno ci fosse il lastrico di Parigi e, a due passi,
    i classici e splendidi palazzi della via Varennes, e l accanto la
    cupola  degli  Invalidi,  e  non  lontano  la Camera dei deputati;
    bench le carrozze della via Borgogna e  della  via  San  Domenico
    corressero  fastosamente  nelle  vicinanze,  e gli omnibus gialli,
    bruni,  bianchi e rossi s'incrociassero nel vicino  quadrivio,  la
    via   Plumet   rimaneva   un  deserto.   La  morte  degli  antichi
    proprietari,  il passaggio  d'una  rivoluzione,  il  crollo  delle
    vecchie fortune,  l'assenza,  l'oblio, quarant'anni di abbandono e
    di  vedovanza,   erano  bastati  per  ricondurre  in  quel   luogo
    privilegiato le felci,  le cicute,  le achillee,  la digitale,  le
    alte erbe,  le lucertole,  gli scarabei,  gli insetti  inquieti  e
    rapidi;  per far sorgere dalle profondit della terra e riapparire
    fra quei quattro muri non so quale grandezza aspra e selvaggia;  e
    perch  la  natura,  la  quale  sconcerta i meschini accomodamenti
    dell'uomo e si espande sempre tutta intera  l  dove  si  espande,
    altrettanto   bene  nella  formica  che  nell'aquila,   venisse  a
    schiudersi in un misero giardinetto parigino,  come in una foresta
    vergine del Nuovo Mondo.
    Nulla    piccolo,  infatti;  chiunque    sensibile  ai  profondi
    influssi della natura lo sa. Bench nessuna soddisfazione assoluta
    sia concessa alla filosofia,  n di circoscrivere la causa  n  di
    limitare  l'effetto,  pure  il  contemplatore cade in estasi senza
    fine davanti a tutte quelle decomposizioni di  forze  che  mettono
    capo all'unit. Tutto lavora a tutto.
    L'algebra si applica alle nubi; le irradiazioni dell'astro giovano
    alla  rosa;  nessun pensatore oserebbe asserire che il profumo del
    biancospino  riesce  inutile  alle  costellazioni.   Chi  pu  mai
    calcolare il cammino d'una molecola?  Che sappiamo se la caduta di
    un grano di sabbia non determini la creazione di un mondo? Chi mai
    conosce i flussi e i riflussi reciproci dell'infinitamente  grande
    e  dell'infinitamente piccolo,  il ripercuotersi delle cause negli
    abissi  dell'essere,  le  valanghe  della  creazione?   L'acaro  
    importante;  il  piccolo  grande,  il grande  piccolo;  tutto si
    equilibra nella necessit;  visione che spaventa il pensiero.  Tra
    gli  esseri  e  le cose ci sono relazioni prodigiose,  e in questo
    inesauribile insieme,  dal  sole  all'afidio,  non  c'  disprezzo
    dall'uno  all'altro;  l'uno  ha  bisogno  dell'altro.  La luce non
    trasporta nell'azzurro i profumi terrestri senza sapere quello che
    ne fa;  la notte  distribuisce  l'essenza  stellare  tra  i  fiori
    addormentati.  Tutti  gli  uccelli  che volano hanno alla zampa il
    filo dell'infinito.
    La germinazione riguarda  tanto  lo  schiudersi  di  una  meteora,
    quanto  il colpo di becco della rondine che rompe l'uovo,  ed essa
    mette alla pari la nascita d'un verme  di  terra  e  l'avvento  di
    Socrate. Dove finisce il telescopio comincia il microscopio; quale
    dei due ha la vista pi grande? Scegliete. Una muffa  una pleiade
    di  fiori,  una  nebulosa    un  formicaio  di stelle.  La stessa
    promiscuit,  e anche pi straordinaria,  si  trova  tra  le  cose
    dell'intelligenza  e  i  fatti  della  materia.  Gli  elementi e i
    principi si mescolano, si combinano,  si sposano,  si moltiplicano
    gli  uni  per  mezzo  degli  altri,  in  modo  da guidare il mondo
    materiale e il mondo morale alla stessa  luce.  Nei  vasti  scambi
    cosmici la vita universale va e viene in quantit ignote, volgendo
    ogni cosa nell'invisibile mistero degli effluvi, tutto adoperando,
    senza perdere un sogno di nessun sonno,  qua seminando un microbo,
    l sbriciolando un astro, oscillando e serpeggiando, facendo della
    luce una forza e del pensiero un elemento,  sempre  disseminata  e
    indivisibile,  dissolvendo tutto fuorch quel punto geometrico che
     l'io, tutto riducendo all'anima atomo;  schiudendo tutto in Dio;
    intrecciando  tutte  le  attivit,  dalla pi alta alla pi bassa,
    nell'oscurit d'un meccanismo vertiginoso,  collegando il volo  di
    un insetto al moto della terra,  subordinando, chi sa?, foss'anche
    soltanto per l'identit della legge,  la rivoluzione della  cometa
    nel  firmamento  al  girare  dell'infusorio  nella goccia d'acqua.
    Macchina formata di spirito;  enorme ingranaggio,  di cui il primo
    motore  il moscerino e l'ultima ruota lo zodiaco.

    4. MUTAMENTO DI GRATA.
    Sembrava  che  quel  giardino,  creato  una volta per nascondere i
    misteri dei libertini,  si fosse trasformato e adattato a ospitare
    i  casti misteri.  Non c'erano pi n pergolati n tappeti erbosi,
    n boschetti n grotte;  ma una magnifica ombra  scapigliata,  che
    ricadeva  come  un velo da ogni parte.  Pafo era ridiventato Eden.
    Non so quale aura di pentimento aveva risanato quel ritiro,  e ora
    sembrava  una  fioraia  che offrisse i suoi fiori all'anima.  Quel
    giardino civettuolo,  una volta tanto empio,  era  ritornato  alla
    verginit  e  al  pudore.  Un  presidente e un giardiniere,  l'uno
    credendo di essere il  continuatore  di  Lamoignon  e  l'altro  di
    Lenotre,   l'avevano  allineato,   diviso,  frastagliato,  ornato,
    preparato per la galanteria;  la natura l'aveva  ripreso,  l'aveva
    riempito d'ombra e preparato per l'amore.
    Inoltre  in  quella solitudine c'era un cuore gi pronto.  L'amore
    doveva soltanto mostrarsi; c'era l un tempio composto di verzura,
    d'erba, di musco, di sospiri d'uccelli, di dolci tenebre,  di rami
    agitati,  e un'anima fatta di dolcezza,  di fede,  di candore,  di
    speranza, d'aspirazioni e d'illusioni.
    Cosetta era uscita dal convento  che  era  ancora  quasi  bambina;
    aveva  poco  pi  di quattordici anni,  ed era "nell'et ingrata";
    abbiamo gi detto che,  a parte gli occhi,  essa pareva  piuttosto
    brutta che bella;  non aveva nessun lineamento spiacevole,  ma era
    goffa, magra, timida e ardita insieme, insomma una grande bambina.
    La sua educazione era  terminata,  vale  a  dire  che  le  avevano
    insegnato la religione e anche e soprattutto la devozione;  poi la
    "storia", vale a dire quella cosa che nel monastero chiamano cos,
    la geografia, la grammatica, i participi, i re di Francia,  un po'
    di musica,  il disegno,  eccetera, oltre questo ignorava tutto, il
    che  un fascino  e  un  pericolo.  L'anima  d'una  fanciulla  non
    dev'essere lasciata al buio;  pi tardi, vi si formano dei miraggi
    troppo repentini  e  troppo  vivi,  come  in  una  camera  oscura.
    Dev'essere  illuminata  in  modo  dolce e discreto,  piuttosto col
    riflesso delle realt  che  con  la  loro  luce  diretta  e  dura;
    chiaroscuro  utile  e  graziosamente  austero che dissipa i timori
    puerili e impedisce le cadute. E solo l'istinto materno,  mirabile
    intuizione  in  cui entrano i ricordi della vergine e l'esperienza
    della donna,  sa come e di che dev'essere fatta quella mezza luce.
    Nulla  pu  supplire  quell'istinto.  Per  formare  l'anima  d'una
    fanciulla, tutte le religiose del mondo non valgono una madre.
    Cosetta non aveva avuto una madre,  ma molte  madri,  al  plurale.
    Quanto  a  Valjean,  egli aveva in s tutte le tenerezze insieme e
    tutte le sollecitudini;  ma non era che un vecchio  il  quale  non
    conosceva nulla di queste cose.
    Ora  nell'opera  dell'educazione,  nell'ardua impresa di preparare
    una donna alla vita, quanta scienza non occorre per lottare contro
    quella grande ignoranza che si chiama innocenza?
    Nulla predispone una fanciulla alle passioni come il convento  che
    distoglie  il  pensiero  dall'ignoto.  Il  cuore,  ripiegato in se
    stesso,   non  potendo  espandersi,   si  scava,   e  non  potendo
    schiudersi,  si approfondisce. Quindi le visioni, le supposizioni,
    le congetture,  i  romanzi  abbozzati,  le  avventure  sognate,  i
    castelli    fantastici,    gli   edifici   costruiti   interamente
    nell'oscurit interiore dello spirito - cupe e segrete  dimore  in
    cui  le  passioni  trovano  subito  alloggio,  appena  il cancello
    varcato permette loro l'entrata.  Il chiostro  una  compressione,
    che, per trionfare del cuore umano, deve durare tutta la vita.
    All'uscire  dal  convento,  Cosetta  non avrebbe potuto trovare un
    luogo pi dolce e pericoloso della casa  in  via  Plumet.  Era  la
    continuazione  della  solitudine  con un principio di libert;  un
    giardino  chiuso,  ma  una  natura  aspra,  ricca,   voluttuosa  e
    profumata;  gli  stessi  sogni  del  monastero,  ma  anche qualche
    giovanotto intravisto; una grata, ma sulla via.
    Tuttavia quando vi giunse  era,  ripetiamo,  ancora  una  bambina.
    Valjean  le  present  quel  giardino incolto,  dicendole: - Fanne
    tutto quello che vuoi,  e lei ci si dilettava;  rimuoveva tutti  i
    ciuffi  d'erba e tutti i sassi in cerca di "bestie";  giocava,  in
    attesa di fantasticare; amava quel giardino per gli insetti che vi
    trovava sotto i piedi in mezzo all'erba,  in attesa di amarlo  per
    le stelle che vi avrebbe scorto attraverso i rami sul suo capo.
    E poi amava suo padre, vale a dire Valjean, con tutta l'anima, con
    un'ingenua  passione  filiale,  che  le  faceva  considerare  quel
    vecchio come un compagno desiderato  e  grazioso.  Il  lettore  si
    ricorder  che Madeleine leggeva molto;  Valjean aveva continuato.
    Era quindi arrivato a parlar bene,  e possedeva la segreta dovizia
    e  l'eloquenza  di  un  intelletto  umile  e  sincero  coltivatosi
    spontaneamente. Gli era rimasta una bastante ruvidezza per condire
    la sua bont.  Era una mente rude e un  cuore  dolce.  Nelle  loro
    passeggiate   al   Lussemburgo,   egli   le  faceva  delle  lunghe
    spiegazioni su tutto, attingendo da quello che aveva letto e anche
    da quello che aveva sofferto.  E la fanciulla,  pur  ascoltandolo,
    vagava con gli occhi.
    Quell'uomo  semplice  bastava alla mente della ragazza,  come quel
    giardino selvaggio ai suoi sguardi. Quando aveva inseguito a lungo
    le farfalle,  essa arrivava ansante vicino a lui,  e diceva:-  Ah!
    come ho corso! - Ed egli la baciava sulla fronte.
    Cosetta lo adorava e gli era sempre appresso;  dov'era Valjean era
    il benessere per lei.  E poich egli non abitava n il  padiglione
    n  il  giardino,  essa  preferiva trattenersi nel cortile interno
    lastricato  anzich  nel  recinto  pieno  di  fiori,  nel  casotto
    ammobiliato  con  sedie  di paglia anzich nel gran salotto con le
    tappezzerie a cui si appoggiavano le poltrone imbottite.  Talvolta
    Valjean,  sorridendo per la gioia di vedersi importunato diceva: -
    Ma vattene dunque a casa tua! lasciami un po' solo!
    E lei gli muoveva quei graziosi  e  teneri  rimproveri  che  hanno
    tanta grazia quando vengono dalla figlia al padre.
    -  Pap,  sento molto freddo qui da voi,  perch non ci mettete un
    tappeto e una stufa?
    - Figliola cara, ci sono tante persone che valgono pi di me e non
    hanno nemmeno un tetto sotto cui riposarsi.
    - E allora perch da me c' il fuoco e tutte le comodit?
    - Perch sei una donna, una bambina.
    - Eh via! Gli uomini devono dunque patire il freddo e star male?
    - Certi uomini s.
    - Ebbene,  io verr cos spesso qui che sarete costretto  a  farvi
    accendere il fuoco.
    Gli diceva pure:
    - Pap, perch mangiate quel brutto pane?
    - Cos.
    - Ebbene, se lo mangiate voi, lo manger anch'io.
    Allora  Valjean  mangiava  il  pane  bianco,  perch  Cosetta  non
    mangiasse quello nero.
    Essa serbava soltanto un confuso ricordo della  sua  fanciullezza.
    Pregava mattina e sera per la madre, che non aveva conosciuto.
    I  Thnardier  erano  restati  nella  sua  memoria come due figure
    ributtanti allo stato di sogno.  Si ricordava d'essere andata  "un
    giorno,  di  notte" ad attingere l'acqua in un bosco,  ma riteneva
    che fosse stato  assai  lontano  da  Parigi.  Le  sembrava  d'aver
    cominciato  a  vivere in un abisso e di esserne stata tratta fuori
    da Valjean. La sua infanzia le faceva l'effetto di un luogo in cui
    non c'erano intorno a lei se non millepiedi, ragni e serpenti. Non
    avendo un'idea molto precisa di essere  la  figlia  di  Valjean  e
    questi   suo   padre,   quando   fantasticava  la  sera  prima  di
    addormentarsi, s'immaginava che l'anima di sua madre fosse passata
    in quel vecchio e cos fosse venuta a starle vicino.
    Quando Valjean era seduto,  gli appoggiava  la  gota  sui  capelli
    bianchi e vi lasciava cadere silenziosamente una lacrima pensando:
    - Forse  mia madre, quest'uomo!
    Nella  sua  profonda  ignoranza  di fanciulla educata in convento,
    essendo d'altronde la maternit assolutamente inintelligibile alla
    verginit, Cosetta, per quanto la cosa sembri strana, aveva finito
    con l'immaginare di aver avuto meno madre  possibile.  Non  sapeva
    neppure  il  nome  di quella madre;  ogni volta che le accadeva di
    chiederlo a Valjean, questi taceva,  e se lei ripeteva la domanda,
    egli  rispondeva  con un sorriso.  Avendo un giorno insistito,  il
    sorriso fin in una lacrima.
    Quel silenzio di Valjean copriva di tenebre Fantina. Era prudenza?
    era rispetto?  era timore d'abbandonare quel  nome  ai  rischi  di
    un'altra memoria che non fosse la sua?
    Finch  Cosetta  era  stata  piccina,  Valjean le aveva volentieri
    parlato della madre; quando la vide diventare una giovinetta,  gli
    riusc  impossibile;  gli  pareva di non poter pi osare.  Era per
    Cosetta?  Era per Fantina?  Provava una specie d'orrore  religioso
    all'idea  di  introdurre  quell'ombra  nella mente di Cosetta,  di
    chiamare la defunta a parte del loro destino.  Pi quell'ombra gli
    era  sacra,  pi  gli  sembrava temibile.  Pensando a Fantina,  si
    sentiva ridotto al  silenzio;  gli  sembrava  d'intravedere  nelle
    tenebre un dito posto sopra una bocca. Tutto il pudore che Fantina
    aveva avuto e che,  durante la sua vita,  era stato espulso da lei
    violentemente,  era forse tornato dopo la sua morte a  posarsi  su
    lei, a vegliare indignato sulla pace di quella morta, a custodirla
    nella  sua  tomba,  selvaggiamente?  E  Valjean  ne subiva,  a sua
    insaputa, l'influsso?  Noi che crediamo nella morte,  non oseremmo
    respingere  questa misteriosa spiegazione.  Quindi l'impossibilit
    di pronunciare, anche per Cosetta, il nome di Fantina.
    Un giorno Cosetta gli disse:
    - Pap, questa notte ho visto in sogno la mamma,  aveva due grandi
    ali. Mia madre in vita dev'essere stata una santa.
    - S, per il martirio - rispose Valjean.
    Tutto sommato, Valjean era felice.
    Quando  usciva  di casa con lui,  la fanciulla s'appoggiava al suo
    braccio con orgoglio,  con gioia,  con la speranza  nel  cuore.  A
    tutti quei segni d'una tenerezza cos esclusiva,  cos contenta di
    lui solo,  Valjean sentiva il pensiero fondersi  nella  gioia.  Il
    poveretto  trasaliva  inondato da una letizia angelica;  affermava
    con trasporto che quello stato di cose sarebbe durato per tutta la
    vita;  pensava che veramente non  aveva  sofferto  abbastanza  per
    meritare una felicit cos radiosa;  e nelle profondit dell'anima
    sua ringraziava Dio d'aver concesso,  a lui  miserabile,  d'essere
    amato in tal modo da quell'innocente creatura.

    5. LA ROSA S'ACCORGE DI ESSERE UNO STRUMENTO BELLICO.
    Un  giorno  Cosetta  si guard per caso nello specchio e disse tra
    s: - Toh!  - Le pareva quasi d'essere bella.  Fu presa perci  da
    uno  strano turbamento.  Fino a quel momento non aveva mai pensato
    al suo volto; si vedeva nello specchio,  ma non ci si guardava.  E
    poi,  spesso  le  avevano  detto che era brutta;  soltanto Valjean
    diceva dolcemente: - ma no!  ma no!  - Comunque,  Cosetta  si  era
    sempre  creduta  brutta,  ed  era  cresciuta  in quell'idea con la
    facile rassegnazione dell'infanzia.  Ora invece  d'un  tratto,  lo
    specchio le diceva come Valjean: - ma no!  Non chiuse occhio tutta
    la notte. - Se fossi bella! Come sarebbe curioso se fossi bella! -
    E ricordando alcune compagne,  la cui bellezza faceva  impressione
    nel convento, diceva:
    - Sarei per caso come la signorina tale!
    L'indomani si specchi di nuovo,  ma non per caso,  e dubit: Dove
    avevo la testa  ieri?  No,  sono  brutta.  -  Aveva  semplicemente
    dormito  male,  aveva  gli occhi assonnati,  era pallida.  Non era
    stata per lei una gran gioia,  il giorno prima  credere  alla  sua
    bellezza;  ma  fu  una gran tristezza non potervi credere.  Non si
    mir pi e per pi di  quindici  giorni  si  pettin  volgendo  le
    spalle allo specchio.
    La  sera,  dopo  pranzo,  ricamava  di solito nel salotto,  oppure
    faceva qualche lavoro di collegio,  mentre Valjean leggeva accanto
    a lei.  Una volta,  alzando gli occhi dal lavoro,  rimase sorpresa
    del modo inquieto con cui il padre la guardava.
    Un'altra volta, passando per via, le sembr che qualcuno,  che lei
    non vide, dicesse dietro di lei: - Graziosa, ma mal vestita.- Via!
    -  pens  - non si tratta di me.  Io sono ben vestita e brutta.  -
    Portava allora il cappello di felpa e la veste di merinos.
    Un giorno finalmente,  mentre  era  in  giardino,  ud  la  povera
    vecchia Toussaint che diceva: - Vi siete accorto, signore, come si
    fa graziosa la signorina?
    La fanciulla non ud la risposta di suo padre, tanto la commossero
    le parole della serva.  Scapp dal giardino, sal in camera, corse
    allo specchio,  nel quale non s'era guardata da tre mesi,  e dette
    un grido. Aveva abbagliato se stessa.
    Non  poteva  fare  a  meno  di essere del parere della Toussaint e
    dello specchio, era bella e graziosa.  Il busto s'era formato,  la
    carnagione  s'era  fatta  bianca,  i  capelli  lucidi,  e  un raro
    splendore s'era acceso nelle sue pupille azzurre.  La  convinzione
    della sua bellezza le venne tutta intera,  in un momento, come una
    gran luce che splende.  Del resto,  se ne  accorgevano  anche  gli
    altri.  La Toussaint lo aveva detto, e quel passante evidentemente
    aveva parlato di lei; non era pi possibile dubitare. Quando scese
    di nuovo in giardino,  le parve d'essere una regina;  sentiva  gli
    uccelli cantare, ed era d'inverno; vedeva il cielo dorato, il sole
    sugli alberi,  i fiori nei cespugli; era tutta smarrita, folle, in
    un'estasi inesprimibile.
    Dal canto suo, Valjean provava una profonda e indefinibile stretta
    al cuore.
    Da qualche tempo,  Valjean contemplava infatti con terrore  quella
    bellezza  che  appariva  ogni giorno pi radiosa sul dolce viso di
    Cosetta. Alba ridente per tutti, lugubre per lui.
    Cosetta era stata bella molto tempo prima di accorgersene.  Ma fin
    dal primo giorno,  quella luce inattesa che si levava lentamente e
    avvolgeva gradatamente tutta la  persona  della  fanciulla,  aveva
    ferito  la  malinconica  pupilla  di  Valjean.  Not che c'era una
    variazione in quell'esistenza felice,  tanto felice che  egli  non
    osava fiatare per timore di guastarvi qualche cosa.
    Quell'uomo  che  aveva  vissuto  tutte le angosce,  che sanguinava
    ancora per i colpi del destino,  che era stato quasi  malvagio  ed
    era diventato quasi santo, che, dopo aver trascinato la catena del
    galeotto,   trascinava   ora   la  catena  invisibile  ma  pesante
    dell'infamia indefinita,  quell'uomo che la legge non aveva ancora
    lasciato libero e che da un momento all'altro poteva esser ripreso
    e  ricondotto  dall'oscurit  della  sua  virt alla viva luce del
    pubblico obbrobrio,  quell'uomo accettava  tutto,  scusava  tutto,
    perdonava tutto, benediceva tutto, ammetteva tutto, e non chiedeva
    alla  provvidenza,  agli uomini,  alle leggi,  alla societ,  alla
    natura, al mondo che una cosa sola: l'affetto di Cosetta.
    Che Cosetta continuasse ad amarlo!  Che Dio non impedisse al cuore
    della  fanciulla  di  andare a lui e di restare con lui!  Amato da
    Cosetta,  si  sentiva  guarito,   riposato,   calmato,   contento,
    ricompensato,  premiato.  Amato  da  Cosetta,  stava  bene!  e non
    chiedeva di pi.  Se qualcuno gli  avesse  chiesto:  -  Vuoi  star
    meglio?  -  Avrebbe  risposto: - No.  - Se Dio gli avesse detto: -
    Desideri il cielo? - Avrebbe risposto: - Ci perderei.
    Tutto ci che poteva sfiorare quella situazione, sia pure soltanto
    alla superficie,  lo faceva fremere come l'inizio di qualche  cosa
    di  diverso.  Non aveva mai saputo bene che cosa fosse la bellezza
    d'una  donna;   ma  comprendeva  per  istinto  che  era  una  cosa
    terribile.
    Dal  fondo  della  sua bruttezza,  della sua vecchiaia,  della sua
    miseria, della sua riprovazione, del suo accasciamento,  osservava
    con  terrore quella bellezza che sbocciava sempre pi trionfante e
    superba accanto a lui,  sotto i suoi occhi,  sul volto  ingenuo  e
    temibile della fanciulla.
    Pensava: - Come  bella! E che ne sar di me?
    Del  resto,  stava  l la differenza tra la sua tenerezza e quella
    d'una madre: quello  che  egli  vedeva  con  angoscia,  una  madre
    l'avrebbe visto con gioia.
    I  primi  sintomi non tardarono a manifestarsi.  Fin dall'indomani
    del giorno in cui aveva detto a se stessa: - Sono veramente bella!
    - Cosetta bad alla propria  toletta,  ricordando  le  parole  del
    passante:  -  Graziosa,  ma  mal  vestita;  -  responso  d'oracolo
    passatole vicino e svanito dopo aver deposto nel suo cuore uno dei
    due germi che devono poi riempire tutta la vita  della  donna:  la
    civetteria. L'altro  l'amore.
    Con  la  fede  nella propria bellezza,  tutta l'anima femminile si
    schiuse in lei. Ebbe orrore del merinos e vergogna della felpa. Il
    padre non le aveva mai negato nulla.  In breve  tempo  apprese  la
    scienza  del  cappellino,  della  veste,  della  mantiglia,  delle
    scarpette,  dei manichini,  della stoffa che s'adatta,  del colore
    che  dona,  la  scienza  infine  che  rende la donna parigina cos
    vezzosa,  cos profonda e  cos  pericolosa.  L'epiteto  di  donna
    affascinante  stato inventato per la parigina.
    In meno d'un mese,  la piccola Cosetta fu in quella tebaide di via
    Babilonia non solo una delle pi belle  donne  di  Parigi,  che  
    qualche  cosa,  ma anche una delle meglio vestite,  che  molto di
    pi. Avrebbe voluto incontrare "il suo passante",  per sentire che
    cosa avrebbe detto,  e "per fargli un po' vedere!".  Fatto sta che
    essa  era  incantevole  sotto  ogni  aspetto,   e  distingueva   a
    meraviglia un cappello di Grard da uno di Herbaut.
    Valjean  guardava con ansia tutti quei mutamenti.  Sapeva che egli
    non  avrebbe  potuto  far  altro  che  strisciare,   tutt'al   pi
    camminare, e vedeva che a Cosetta spuntavano le ali.
    Del resto, solo ispezionando la toletta dalla fanciulla, una donna
    avrebbe  capito  che non aveva una madre.  Lei non osservava certe
    piccole convenienze,  certe convenzioni particolari.  Sua madre le
    avrebbe  detto,  per  esempio,  che una giovinetta non si veste di
    damasco.
    La prima volta che Cosetta usc con la veste  e  la  mantiglia  di
    damasco nero e il cappello di velo bianco,  accorse gaia, radiosa,
    rosea, fiera, splendida, a prendere il braccio di Valjean.
    - Pap -  gli disse - come sono cos?
    Valjean rispose con una voce che somigliava alla voce amara di  un
    invidioso:
    - Incantevole!
    Durante la passeggiata egli fu come sempre;  ma quando tornarono a
    casa le domand:
    - Non ti metterai pi la tua veste e il tuo cappello?
    Questo avvenne nella camera di Cosetta,  la quale voltandosi verso
    l'attaccapanni  del  guardaroba  ove  era  appesa la sua divisa di
    educanda:
    - Quel travestimento! - disse. - Che vuoi che ne faccia pap?  Oh!
    no, davvero, non indosser pi quegli orrori! Con quel coso l sul
    capo somiglio a mamma Agata.
    Valjean trasse un profondo sospiro.
    Da  quel  giorno  not  che  Cosetta,  la quale una volta chiedeva
    sempre di restare in casa,  dicendo: - Mi diverto pi con te  qui,
    pap, - ora chiedeva sempre di uscire. A che serve, infatti, avere
    un bel viso e una deliziosa toletta, se non si fanno vedere?
    Egli  not  pure  che Cosetta non aveva pi la stessa predilezione
    per il cortile interno;  ora stava pi volentieri  in  giardino  e
    passeggiava  con  piacere  dietro  il  cancello.  Valjean,  sempre
    selvatico,  non metteva piede in  giardino;  restava  nel  cortile
    interno, come il cane.
    Cosetta,  sapendosi bella,  perse la grazia dell'ignorarlo; grazia
    squisita,  perch la bellezza soffusa d'ingenuit  ineffabile,  e
    non  c'  cosa  pi  adorabile  di un'innocenza affascinante,  che
    cammina tenendo in mano,  senza saperlo,  la chiave d'un paradiso.
    Ma  ci che perse in grazia ingenua lo guadagn in fascino serio e
    pensoso.   Tutta  la  sua  persona  inondata  dalle  gioie   della
    giovinezza,   dell'innocenza  e  della  bellezza,  diffondeva  una
    splendida malinconia.
    Fu  in  quest'epoca  che  Mario,  dopo  sei  mesi,  la  rivide  al
    Lussemburgo.

    6. COMINCIA LA BATTAGLIA.
    Cosetta era nella sua ombra,  come Mario nella sua, tutta disposta
    ad infiammarsi.  Con la  sua  misteriosa  e  fatale  pazienza,  il
    destino  avvicinava  lentamente  quelle  due  creature  cariche  e
    languenti delle tempestose elettricit della passione,  quelle due
    anime che contenevano l'amore come due nubi contengono la folgore,
    e  che dovevano accostarsi e unirsi in uno sguardo,  come due nubi
    in un lampo.
    Si  tanto abusato dello sguardo nei romanzi  d'amore,  che  si  
    finito  con  lo screditarlo.  E' gi troppo se ora osiamo dire che
    due esseri si sono amati perch si sono guardati. Eppure  cos, 
    solo cos che si ama;  il resto non  che il resto,  e viene dopo.
    Non  c'  cosa  pi reale di quelle grandi scosse che due anime si
    danno l'una all'altra scambiando quella scintilla.
    In quella certa ora in cui Cosetta,  senza  saperlo,  ebbe  quello
    sguardo  che turb Mario,  Mario non sospett neppure che anche il
    suo sguardo aveva turbato Cosetta.  Le fece lo stesso  male  e  lo
    stesso bene.
    Gi  da  molto tempo lei lo vedeva e lo esaminava,  come vedono ed
    esaminano  le  ragazze,  guardando  altrove.  Mario  continuava  a
    trovare brutta Cosetta,  ma gi Cosetta trovava Mario bello.  Per
    come lei non badava a lui, cos lui pure non si curava di lei.
    Eppure Cosetta non poteva fare a meno di pensare che quel  giovane
    aveva bei capelli,  begli occhi,  bei denti,  un piacevole tono di
    voce quando lo sentiva parlare coi suoi  compagni;  che  camminava
    senza molto garbo,  se si vuole,  ma con una grazia tutta sua, che
    sembrava tutt'altro che un ignorante,  che tutta  la  sua  persona
    spirava nobilt, dolcezza, semplicit e fierezza, e che finalmente
    aveva l'aria di essere povero, ma aveva anche un buon aspetto.
    Nel  giorno  in  cui  i  loro  sguardi s'incontrarono e si dissero
    finalmente in un attimo quelle prime cose confuse e ineffabili che
    lo sguardo balbetta nel primo momento,  Cosetta non comprese nulla
    e rientr pensosa nella casa di via Ovest, nella quale, secondo la
    sua  abitudine,  Valjean  era  andato  a  passare  sei  settimane.
    L'indomani,  allo svegliarsi,  pens a quel  giovane  sconosciuto,
    rimasto  per  cos  lungo  tempo  freddo  e indifferente e che ora
    sembrava accorgersi di lei; e non le parve che quell'attenzione le
    riuscisse spiacevole.  Sentiva piuttosto un po' di collera  contro
    quel bel giovane sdegnoso.  Un fondo di umor bellicoso si agit in
    lei.  Le  sembr,  e  ne  provava  una  gioia  fanciullesca,   che
    finalmente si sarebbe vendicata.
    Sapendo  d'esser  bella,   comprendeva,  bench  confusamente,  di
    possedere un'arma. Le donne giocano con la propria bellezza come i
    fanciulli con un coltello; e vi feriscono.
    Il lettore ricorder le esitazioni di Mario,  i  suoi  palpiti,  i
    suoi  terrori;  ricorder  che  restava  sul  suo  sedile e non si
    avvicinava - cosa che indispettiva Cosetta.  Un giorno lei disse a
    Valjean:
    - Pap, andiamo a passeggiare un po' da quella parte.
    Vedendo  che  Mario  non  andava a lei,  lei and a lui.  Tutte le
    donne,  in simili casi,  somigliano a Maometto.  E poi,   proprio
    strano  che  il  primo sintomo di un vero amore in un giovane  la
    timidit, e in una fanciulla invece  l'arditezza. E' una cosa che
    stupisce,  eppure non c' nulla di pi semplice.  Sono i due sessi
    che  tendono  ad  avvicinarsi  e  che  prendono  l'uno  le qualit
    dell'altro.
    Quel giorno,  lo sguardo di Cosetta  fece  impazzire  Mario  e  lo
    sguardo  di  Mario  fece  tremare  la  fanciulla.  Egli se ne and
    fiducioso, lei inquieta. E da quel giorno si adorarono.
    Il primo  sintomo  che  prov  Cosetta  fu  una  vaga  e  profonda
    tristezza.  Le  parve  che  la sua anima,  da un giorno all'altro,
    fosse diventata buia,  tanto da non riconoscerla pi.  Il  candore
    dell'anima  della  fanciulla,  che    fatto  di  freddezza  e  di
    giocondit,  somiglia alla neve;  si scioglie all'amore,  che  il
    suo sole.
    Cosetta  non  sapeva  che cosa fosse l'amore,  non aveva mai udito
    pronunciare questa parola nel senso terreno.  Nei libri di  musica
    profana ammessi nel convento, "amore" era sostituito da "timore" o
    "pudore";  donde  certi  enigmi,  che esercitavano l'immaginazione
    delle grandi,  come per esempio: "Piacevole  il  timor!"  oppure:
    "E' piet, ma non pudore".
    Ma  Cosetta  era  uscita  di  collegio  ancor  troppo  giovane per
    preoccuparsi del "timore". Essa dunque non avrebbe saputo che nome
    dare a quello che ora provava.  Ma si  forse meno malati,  quando
    s'ignora  il  nome  della  malattia?  L'amore  in lei era reso pi
    appassionato dall'ignoranza.  Non sapeva se  fosse  cosa  buona  o
    cattiva,   utile  o  dannosa,   necessaria  o  mortale,  eterna  o
    passeggera, permessa o vietata. Amava. L'avrebbe fatta stupire chi
    le avesse detto: -  Come!  Non  dormite?  ma  non    lecito!  Non
    mangiate?  ma fate malissimo! Sentite oppressione e batticuore? ma
    non state bene!  Arrossite o impallidite,  quando un certo giovane
    vestito   di   nero   appare   all'estremit   d'un   certo  viale
    verdeggiante? ma  una vergogna!
    Non avrebbe capito e avrebbe risposto: - Come pu esserci colpa in
    una cosa, nella quale non posso nulla e di cui non so nulla?
    Volle il caso che l'amore che le si  present  fosse  precisamente
    quello  che  meglio  conveniva allo stato dell'anima sua.  Era una
    specie  d'adorazione  a  distanza,  una  muta  contemplazione,  la
    deificazione  di  un  ignoto:  era  l'apparizione dell'adolescenza
    all'adolescenza,  il sogno delle notti divenuto romanzo e  rimasto
    sogno,  il  fantasma  desiderato  che  si  era alla fine mutato in
    realt e fatto persona, ma che non aveva ancora n nome n macchie
    n esigenze n difetti;  in  una  parola  l'innamorato  lontano  e
    rimasto  allo  stato  ideale,  una  chimera  che aveva assunto una
    forma. Qualunque incontro pi materiale e pi prossimo avrebbe, in
    quel primo tempo,  spaventato Cosetta,  ancora  in  parte  immersa
    nella  nebbia  del convento e che aveva insieme tutte le paure dei
    bimbi e tutte le paure delle suore. Lo spirito claustrale,  di cui
    era  stata imbevuta per cinque anni evaporava ancora lentamente da
    tutta la sua persona e faceva tremare  tutto  attorno  a  lei.  In
    quello  stato  d'animo,  non  un  amante le occorreva,  neppure un
    innamorato,  ma una visione.  Essa si mise ad adorare  Mario  come
    qualche cosa d'incantevole, di luminoso e d'impossibile.
    E  siccome  l'estrema  ingenuit confina con l'estrema civetteria,
    gli sorrideva con tutta franchezza.
    Ogni giorno attendeva  con  impazienza  l'ora  della  passeggiata;
    v'incontrava  Mario;  si sentiva indicibilmente felice,  e credeva
    sinceramente d'esprimere tutto il suo pensiero dicendo a  Valjean:
    - Che delizioso giardino  il Lussemburgo!
    Mario  e Cosetta erano l'uno per l'altra avvolti nel mistero.  Non
    si parlavano, non si salutavano,  non si conoscevano.  Si vedevano
    appena  e vivevano guardandosi,  come gli astri del firmamento che
    distano tra loro milioni di leghe.
    In questo modo Cosetta diventava a poco a poco  una  donna,  e  si
    sviluppava bella e innamorata, con la coscienza della sua bellezza
    e  l'ignoranza  del  suo  amore.  E  per  di  pi rubacuori ma con
    innocenza.

    7. A TRISTEZZA, TRISTEZZA E MEZZO.
    Tutte le situazioni hanno i loro istinti.  La  vecchia  ed  eterna
    madre  natura  avvertiva  tacitamente  Valjean  della  presenza di
    Mario.  Egli trasaliva nel profondo dell'anima.  Non vedeva nulla,
    non  sapeva  nulla,  eppure  osservava con pertinace attenzione le
    tenebre da cui era avvolto,  come  se  sentisse  che  da  un  lato
    qualcosa  si  edificava  e  dall'altro  qualcosa crollava.  Mario,
    avvertito anche lui,  ed  questa la legge profonda di Dio,  della
    stessa  madre  natura,  faceva  quanto  poteva  per nascondersi al
    "padre".  Tuttavia accadeva che talvolta Valjean lo scorgesse.  Il
    contegno del giovane non era niente affatto naturale;  aveva delle
    prudenze equivoche e delle goffe temerit.  Non si avvicinava  pi
    come una volta. Si sedeva lontano e restava estatico, con un libro
    in mano nel quale fingeva di leggere.  Per chi fingeva?  Una volta
    veniva col suo abito vecchio;  adesso portava ogni giorno  l'abito
    nuovo; forse si faceva anche arricciare i capelli, aveva due occhi
    strani,   si   metteva  i  guanti;   insomma,   Valjean  detestava
    cordialmente quel giovanotto.
    Cosetta non lasciava trapelare nulla.  Senza  sapere  precisamente
    che cosa avesse, sentiva per che era qualche cosa e che bisognava
    nasconderlo.
    Tra  il gusto per la toletta da cui era stata presa la fanciulla e
    l'abitudine d'indossare abiti nuovi che  era  spuntata  in  quello
    sconosciuto,  c'era un parallelismo importuno per Valjean.  Forse,
    senza dubbio,  con  tutta  certezza,  era  un  caso,  ma  un  caso
    pericoloso.
    Egli  non  apriva  mai  bocca  con  Cosetta su quello sconosciuto.
    Tuttavia un giorno non pot  trattenersi,  e  con  quella  incerta
    disperazione  che  a  un  tratto  getta  la  sonda  nella  propria
    sventura, disse: - Ecco un giovanotto che ha un fare da pedante!
    Un  anno  prima,   fanciulletta  indifferente,   Cosetta   avrebbe
    risposto: - Ma no;  grazioso. - Dieci anni pi tardi, con l'amore
    di Mario nel cuore,  avrebbe risposto: - Pedante e insopportabile!
    Avete proprio ragione!  - Ma in quel momento della sua vita e  del
    suo  cuore,  si  limit a rispondere con una calma suprema: - Quel
    giovane?
    Come se lo vedesse allora la prima volta.
    - Quanto sono stupido! - pens Valjean.  - Lei non ci aveva ancora
    badato, e io vado a indicarglielo!
    O semplicit dei vecchi!  O profondit dei fanciulli! Per un'altra
    legge di quei freschi anni di sofferenza e di cure, di quelle vive
    lotte del primo amore contro i primi ostacoli, la fanciulla non si
    lascia mai cogliere in nessun laccio,  mentre il giovane casca  in
    tutti. Valjean aveva cominciato contro Mario una guerra sorda, che
    Mario,  con la stupidaggine sublime della sua passione e dell'et,
    non seppe indovinare. Gli tese una serie d'insidie;  cambi l'ora,
    cambi   panchina,   dimentic   il   fazzoletto,   and  solo  al
    Lussemburgo;  Mario cadde in tutte le panie a  corpo  morto,  e  a
    tutti quei punti interrogativi,  piantatigli sulla via da Valjean,
    rispose ingenuamente di s.  Cosetta intanto  rimaneva  trincerata
    nella  sua  apparente  indifferenza  e  nella  sua  imperturbabile
    tranquillit,  al punto che Valjean aveva finito col concludere: -
    Quel  balordo  innamorato pazzo di Cosetta,  ma lei non s'accorge
    neppure che lui esiste.
    Per egli provava ugualmente  una  dolorosa  trepidazione,  perch
    comprendeva  che  da un momento all'altro poteva scoccare l'ora in
    cui  la  fanciulla  si  sarebbe  innamorata.  Non  comincia  tutto
    dall'indifferenza?
    Una sola volta Cosetta commise uno sbaglio,  che lo spavent. Dopo
    essere stati tre ore seduti,  Valjean si alz  per  andare  e  lei
    disse: - Di gi!
    Egli  non  aveva  interrotto  le  passeggiate al Lussemburgo,  non
    volendo far  nulla  di  straordinario  e  temendo  soprattutto  di
    destare  l'attenzione  di  Cosetta;  ma  durante  quelle  ore cos
    deliziose per i due innamorati, mentre la fanciulla inviava il suo
    sorriso a Mario estasiato che non si accorgeva di altro e ora  non
    vedeva  pi  niente  al  mondo  tranne  un  radioso volto adorato,
    Valjean fissava su di lui due occhi sfavillanti e terribili.  Egli
    che  aveva  finito  per  non  credersi pi capace di un sentimento
    malevolo,  quando vedeva Mario temeva  di  diventare  selvaggio  e
    feroce  e  sentiva  riaprirsi quei vecchi abissi nell'anima in cui
    c'era  una  volta  tanta  collera.   Gli  sembrava  quasi  che  si
    riaprissero in lui dei crateri sconosciuti.
    Come!  era l,  quell'individuo!  e che ci veniva a fare? veniva a
    girare, a indagare, a osservare, a tentare! veniva a dire: ebbene?
    perch no?  Veniva a gironzolare intorno alla sua vita,  veniva  a
    insidiare la sua felicit, per rapirgliela e portarla via!
    E Valjean aggiungeva: - S,   cos!  Che cerca? Un'avventura! Che
    vuole? Un amoretto! E io? Io sarei stato prima il pi miserabile e
    poi il pi  infelice  degli  uomini,  avrei  passato  sessant'anni
    nell'umiliazione, avrei sofferto tutto quello che si pu soffrire,
    sarei  invecchiato  senza essere mai stato giovane,  sarei vissuto
    senza famiglia, senza parenti,  senza amici,  senza moglie,  senza
    figli, avrei lasciato del mio sangue su tutte le zolle, su tutti i
    rovi,  su  tutte le pietre di confine,  lungo tutti i muri,  sarei
    stato dolce mentre sono stati duri con me, buono mentre sono stati
    cattivi,  sarei ridiventato un uomo onesto  nonostante  tutto,  mi
    sarei  pentito  del  male che ho fatto,  ed ecco che,  nel momento
    della ricompensa,  nel momento in cui il passato   finito,  e  io
    tocco la meta e ho quello che volevo,  ed  buono,  ed  bello,  e
    l'ho pagato e  me  lo  sono  guadagnato,  ecco  che  tutto  se  ne
    andrebbe,  tutto svanirebbe,  e io dovrei perdere Cosetta,  dovrei
    perdere la mia vita,  la mia gioia,  l'anima mia,  solo  perch  
    piaciuto a un idiota di venire a gironzolare nel Lussemburgo!
    Allora  le  sue  pupille  si  riempivano  di un bagliore lugubre e
    straordinario. Non era pi un uomo che guarda un uomo;  non era un
    nemico che guarda un nemico, ma un mastino che guarda un ladro.
    Sappiamo il resto.  Mario continu a essere folle; un giorno segu
    Cosetta in via ovest; un altro giorno parl col portinaio.  Questi
    dal  canto  suo  ne  parl  a  Valjean:  - Signore,  chi sar quel
    giovanotto curioso che ha chiesto di voi?
    L'indomani Valjean volse a Mario  quell'occhiata  di  cui  l'altro
    finalmente  si  accorse.   Otto  giorni  dopo,  Valjean  sgomber,
    giurando a se stesso di non porre pi piede n al  Lussemburgo  n
    in via Ovest. Torn in via Plumet.
    Cosetta non si lagn, non disse nulla, non fece domande, non cerc
    di sapere il perch;  era gi giunta a quello stato in cui temiamo
    di essere intesi e di tradirci.
    Valjean non aveva nessuna esperienza di queste piccolezze, le sole
    graziose e le sole che egli non conoscesse;  perci  non  cap  il
    grave significato di quel silenzio della fanciulla.  Not soltanto
    che lei era diventata triste,  e  lui  divenne  cupo.  Dall'una  e
    dall'altra parte erano due inesperienze in conflitto.
    Una volta, per saggiare, domand a Cosetta:
    - Vuoi venire al Lussemburgo?
    Un raggio illumin il viso pallido di lei.
    - S - rispose.
    Andarono.  Ma erano gi trascorsi tre mesi,  e Mario non ci andava
    pi. Mario non c'era.
    L'indomani Valjean le chiese di nuovo:
    - Vuoi venire al Lussemburgo?
    Essa rispose con triste dolcezza:
    - No.
    Valjean fu urtato  da  quella  tristezza  e  straziato  da  quella
    dolcezza.
    Che  cosa  avveniva  in  quella  mente  cos  giovane  e  gi cos
    impenetrabile?   Che  cosa  vi  stava  succedendo?   Che  avveniva
    nell'anima  di  Cosetta?  Talvolta  Valjean,  invece di coricarsi,
    restava seduto presso il lettuccio con la testa  tra  le  mani,  e
    passava  la  notte  intera  a  chiedere  a  se  stesso:  - Che c'
    nell'animo di Cosetta?  -  e  a  pensare  che  cosa  essa  potesse
    pensare.
    Oh!  in quei momenti, che sguardi dolorosi volgeva nella sua mente
    al convento,  a quella casta vetta,  a quell'asilo  di  angeli,  a
    quell'inaccessibile  ghiacciaio  di  virt!  Come  contemplava con
    rapimento disperato quel giardino del  convento,  pieno  di  fiori
    ignorati  e  di  vergini recluse,  dove tutti i profumi e tutte le
    anime salgono diritti verso  il  cielo!  Come  adorava  quell'eden
    chiuso per sempre, da cui era volontariamente uscito e stoltamente
    disceso!  Come  rimpiangeva  la  propria  abnegazione e la propria
    demenza per aver  ricondotto  Cosetta  nel  mondo  -  povero  eroe
    abbattuto e vinto dal suo stesso sacrificio! Come diceva tra s: -
    Che  ho  fatto!  Di  tutto questo,  nulla trapelava a Cosetta;  n
    malumore n asprezza.  Sempre la stessa fisionomia serena e buona.
    I  modi  erano  pi teneri e pi paterni che mai.  Se qualche cosa
    poteva  far  indovinare  la  scemata  gioia,   era   l'accresciuta
    mansuetudine.
    Dal  canto suo,  Cosetta languiva.  Soffriva dell'assenza di Mario
    come avrebbe goduto  della  sua  presenza,  straordinariamente,  e
    senza sapere perch.  Quando Valjean smise di condurla alla solita
    passeggiata, un istinto di donna le mormor confusamente nel fondo
    del cuore che non bisognava mostrare di tenerci al Lussemburgo,  e
    che  se  si  fosse  mostrata indifferente,  suo padre ce l'avrebbe
    riaccompagnata. Ma trascorsero giorni,  settimane e mesi.  Valjean
    aveva accettato tacitamente il tacito consenso di Cosetta.  Lei lo
    rimpianse,  ma era troppo tardi;  e quando ritorn al Lussemburgo,
    Mario  non  c'era pi.  Mario era dunque sparito.  Era finita: che
    fare?  L'avrebbe pi ritrovato?  Sent al cuore una  stretta,  che
    nulla  riusciva a rallentare e che cresceva sempre pi.  Non seppe
    pi se era d'inverno o d'estate, se c'era il sole o la pioggia, se
    gli uccelli cantavano,  se era la stagione  delle  dalie  o  delle
    pratoline, se il Lussemburgo era pi delizioso delle Tuileries, se
    la   biancheria  che  portava  la  lavandaia  era  troppo  o  poco
    insaldata,  se la Toussaint aveva fatto bene o male "la spesa",  e
    rest  abbattuta,  assorta,  attenta  a  un solo pensiero,  con lo
    sguardo incerto e fisso, come di chi guarda nelle tenebre il punto
    buio e profondo in cui ha visto svanire un'apparizione.
    Peraltro,  neppure lei lasci scorgere nulla a Valjean,  tranne il
    suo pallore. Continu ad avere per lui il suo dolce viso.
    Ma quel pallore era pi che bastante per impensierire Valjean, che
    le chiedeva talvolta:
    - Cos'hai?
    Lei rispondeva:
    - Nulla.
    E  dopo  una  pausa,  quasi  indovinasse che anch'egli era triste,
    riprendeva:
    - E tu, pap, hai qualche cosa?
    - Io? Nulla.
    Quei due esseri che si erano amati, in modo tanto esclusivo, di un
    amore cos commovente e che erano vissuti cos a lungo  l'uno  per
    l'altro,  ora  soffrivano  l'uno accanto all'altro,  l'uno a causa
    dell'altro, ma senza mai dirselo, senza accusarsi, sorridendo.

    7. LA CATENA.
    Fra i due, il pi infelice era Valjean. La giovinezza, anche nelle
    afflizioni, ha sempre una luce tutta sua.
    In certi momenti,  Valjean soffriva tanto  da  diventare  puerile.
    Infatti    proprio del dolore far riapparire il lato fanciullesco
    dell'uomo.  Sentiva  invincibilmente  che  Cosetta  gli  sfuggiva.
    Avrebbe  voluto  lottare,  trattenerla,  entusiasmarla con qualche
    cosa di esteriore e bello.  Questi pensieri puerili e nello stesso
    tempo  senili,  gli  davano  con  la loro stessa puerilit un'idea
    abbastanza esatta dell'influenza che esercitano le uniformi  sulla
    fantasia  delle ragazze.  Una volta gli capit di veder passare un
    generale a cavallo in gran tenuta,  il conte Coutard,  governatore
    di  Parigi.  Invidi  quell'uomo  tutto  splendente,  pensando che
    sarebbe una fortuna poter indossare un  abito  cos  appariscente.
    Cosetta,  vedendolo  cos,  ne sarebbe stata abbagliata;  se fosse
    passato cos davanti al cancello delle Tuileries dando il  braccio
    a  Cosetta,  gli  avrebbero  presentato  le  armi;  questo sarebbe
    bastato  a  Cosetta  e  non  le  avrebbe  fatto  pi  guardare   i
    giovanotti.
    Una  cosa  inaspettata  venne  a  mescolarsi a quelle tristi idee.
    Nella vita ritirata che conducevano,  da quando  erano  andati  ad
    abitare  in  via  Plumet,  avevano  un'abitudine;  delle  volte si
    prendevano il piacere di andare a vedere la levata del sole: gioia
    tranquilla che conviene a quelli che entrano nella vita e a quelli
    che ne escono.
    Per chi ama  la  solitudine,  passeggiare  la  mattina  per  tempo
    equivale  a  passeggiare di notte,  con di pi la giocondit della
    natura;  le vie sono deserte,  e  gli  uccelli  cantano.  Cosetta,
    uccellino  anche  lei,  si svegliava volentieri per tempo.  Quelle
    escursioni mattiniere,  concertate il giorno  prima,  proposte  da
    lui,  accettate  da  lei,  erano  eseguite come un complotto,  con
    l'uscita  di  casa  prima  del  giorno,   ed  erano  per   Cosetta
    altrettanti  piccoli  divertimenti.  Queste innocenti eccentricit
    piacciono alla giovent.
    Gi sappiamo che Valjean era attratto dai posti meno  frequentati,
    dagli  angoli  deserti,  dai  luoghi in cui si dimentica.  C'erano
    allora,  alla periferia di Parigi,  certi  prati  meschini,  quasi
    misti all'abitato,  in cui d'estate cresceva un grano magro, e che
    d'autunno,  dopo il raccolto,  non sembravano mietuti,  ma pelati.
    Valjean  li frequentava di preferenza.  N Cosetta vi si annoiava.
    Era per lui la solitudine, per lei la libert.  L lei ridiventava
    bambina, poteva correre e quasi giocare; si levava il cappello, lo
    posava sulle ginocchia di Valjean, e coglieva fiorellini. Ammirava
    le farfalle sui fiori,  ma non dava loro la caccia.  La mitezza di
    animo e la tenerezza nascono con l'amore,  e la giovinetta che  ha
    in  s  un  ideale tremulo e fragile,  sente piet per l'ala della
    farfalla.   Talvolta  intrecciava  e  si  poneva  sul  capo  delle
    ghirlande  di rosolacci che,  accesi dal sole,  imporporati fino a
    sembrare fiammeggianti,  formavano una corona di brace  intorno  a
    quel fresco e roseo viso.
    Anche  dopo  che  la  loro esistenza si era fatta triste,  avevano
    conservato l'abitudine delle passeggiate  mattutine.  Una  mattina
    d'ottobre dunque, tentati dalla serenit perfetta dell'autunno del
    1831,  erano usciti, e si trovavano allo spuntar del giorno presso
    la barriera del  Maine.  Non  era  l'aurora,  ma  l'alba:  momento
    incantevole e selvaggio. Poche costellazioni qua e l nell'azzurro
    pallido e profondo, la terra tutta nera, il cielo tutto bianco, un
    fremito  nei  fili  d'erba,  dovunque  il  misterioso  brivido del
    crepuscolo. Un'allodola che sembrava commista alle stelle, cantava
    a un'altezza prodigiosa,  e si sarebbe detto che quell'inno  della
    piccolezza all'infinito colmasse l'immensit.  All'oriente il Val-
    de-Grace disegnava sull'orizzonte, chiaro d'un chiarore d'acciaio,
    la sua massa scura;  Venere splendente saliva dietro quella cupola
    e  dava  l'impressione di un'anima che fuggisse via da un edificio
    tenebroso.
    Tutto era  pace  e  silenzio;  nessuno  in  mezzo  alla  via;  sui
    marciapiedi  qualche  operaio,  appena  intravisto,  si  recava al
    lavoro.
    Valjean s'era seduto  nel  viale  laterale  sopra  un  mucchio  di
    legname deposto alla porta d'un cantiere. Teneva la faccia rivolta
    alla strada,  le spalle alla luce,  dimenticando il sole che stava
    per sorgere; era immerso in una di quelle profonde meditazioni, in
    cui tutta  la  mente  si  concentra,  che  imprigionano  anche  lo
    sguardo, e sono come quattro muri. Certe meditazioni si potrebbero
    chiamare  verticali;  quando  si    in fondo,  ci vuole tempo per
    risalire sulla  terra.  Valjean  era  disceso  in  una  di  queste
    meditazioni.  Pensava a Cosetta,  alla futura felicit se nulla si
    intermetteva tra loro due, a quella luce che inondava la sua vita,
    luce che era il respiro dell'anima sua.  In quel suo  fantasticare
    era  quasi felice.  Cosetta,  in piedi accanto a lui,  guardava le
    nubi che si facevano rosee. D'improvviso lei esclam:
    - Pap, si direbbe che qualche cosa viene di laggi.
    Valjean alz gli occhi.
    Cosetta aveva ragione.
    La strada che conduce alla vecchia barriera del Maine,  come tutti
    sanno,    un  prolungamento  della  via Svres,  ed  tagliata ad
    angolo retto dal boulevard interno.  All'angolo della strada e del
    boulevard, si udiva un rumore difficile a spiegare in quell'ora, e
    appariva  una  specie  d'ingombro  confuso.   Qualcosa  d'informe,
    venendo dal boulevard, entrava nella via.
    Quel qualche cosa  ingrandiva,  pareva  si  muovesse  con  ordine,
    eppure era irto e fremente; sembrava un carro, ma non se ne poteva
    distinguere il carico.  C'erano dei cavalli,  delle ruote, grida e
    scoppi di frusta.  Via via i contorni si resero  distinti,  bench
    immersi nelle tenebre.  Era un carro infatti, che aveva girato dal
    boulevard nella via e si dirigeva verso  la  barriera,  presso  la
    quale  era Valjean;  un altro della stessa forma lo segu,  poi un
    terzo, poi un quarto; sette carri sboccarono successivamente, cos
    vicini che  le  teste  dei  cavalli  toccavano  quasi  l'estremit
    posteriore  delle  vetture.  Su  quei  veicoli  si agitavano delle
    sagome, si vedeva uno scintillio nel crepuscolo come se ci fossero
    delle sciabole nude,  si sentiva  un  tintinnio  che  sembrava  di
    catene scosse.   Avanzando il convoglio, le voci ingrossavano; era
    una cosa formidabile,  come quelle che escono  dalle  caverne  dei
    sogni.
    Avvicinandosi,  tutte quelle cose assunsero una forma pi precisa,
    e   si   disegnarono   attraverso   gli   alberi,    livide   come
    un'apparizione;  la  massa  divenne  bianchiccia;  il  giorno  che
    sorgeva lentamente gettava una  pallida  luce  su  quel  brulicame
    sepolcrale e vivente insieme; le teste delle ombre divennero facce
    cadaveriche.  Ed ecco di che si trattava. Sette veicoli avanzavano
    in fila sulla strada.  I primi sei,  di una  struttura  singolare,
    somigliavano a carri da bottaio,  avevano la forma di lunghe scale
    a mano poste su due ruote e terminanti in due stanghe nel davanti.
    Ogni carro,  o per meglio dire ogni scala era  tirata  da  quattro
    cavalli  attaccati  l'uno dietro all'altro,  e tutte trasportavano
    strani grappoli d'uomini,  che la scarsa luce  lasciava  piuttosto
    indovinare  che  vedere.  Erano  ventiquattro  su ciascun veicolo,
    dodici per parte,  addossati gli uni agli altri,  con la faccia ai
    passanti, con le gambe nel vuoto; dietro le spalle avevano qualche
    cosa  che  risuonava  ed  era una catena,  e al collo qualcosa che
    riluceva ed era un collare di ferro.  Un collare per ciascuno,  ma
    una  catena sola per tutti;  di modo che quei ventiquattro uomini,
    quando avveniva loro di scendere dal carro e di  camminare,  erano
    stretti  da una solidariet inesorabile e dovevano serpeggiare sul
    suolo con la catena per vertebra, press'a poco come un millepiedi.
    Al principio e alla fine di ogni carro stavano  ritti  due  uomini
    armati di fucile, ciascuno con una estremit della catena sotto il
    piede.  I collari erano quadrati.  ll settimo carro, vasto furgone
    scoperto,  aveva quattro ruote e sei  cavalli,  e  trasportava  un
    ammasso  rumoroso  di caldaie di ferro,  di marmitte di ghisa,  di
    bracieri e di catene, e tra quell'ammasso giacevano distesi alcuni
    uomini strettamente legati,  che sembravano ammalati.  Il  furgone
    scoperto  aveva  delle  grate  tutte  malandate,  che  forse erano
    servite ad antiche torture.
    Ai due lati  dei  carri,  che  tenevano  il  mezzo  della  strada,
    procedeva  una doppia ala di guardie dall'aspetto ributtante,  con
    in testa il tricorno schiacciato come i  soldati  del  direttorio,
    sporchi,  laceri,  sordidi, con uniformi d'invalidi e pantaloni di
    beccamorti, a due colori, grigio e turchini, quasi a brandelli; le
    spalline rosse,  le tracolle gialle,  sciabole,  fucili e bastoni:
    una  specie  di  soldati predoni.  Gli sbirri parevano unire in s
    l'abiezione del mendicante e l'autorit del carnefice.  Quello che
    pareva  il  loro  capo  teneva  in mano una frusta da postiglione.
    Tutti questi  particolari,  incerti  nel  crepuscolo,  diventavano
    sempre pi distinti a mano a mano che cresceva la luce. In testa e
    in  coda del convoglio,  procedevano i gendarmi a cavallo,  gravi,
    con le sciabole sguainate.
    Era un corteo cos lungo che mentre  il  primo  carro  toccava  la
    barriera, il settimo sboccava appena dal boulevard.
    Una  folla  scaturita  non  si sa di dove e formatasi in un batter
    d'occhio,  come accade spesso a Parigi,  si accalcava ai due  lati
    della strada maestra per guardare. Nei vicoli vicini si udivano le
    grida  di  persone  che si chiamavano e gli zoccoli degli ortolani
    che accorrevano per vedere.
    Gli uomini ammucchiati sui  carri  si  lasciavano  trasportare  in
    silenzio.  Erano  tutti  lividi  per il freddo mattutino.  Avevano
    tutti i calzoni di tela e i piedi nudi  negli  zoccoli;  le  altre
    parti del vestiario, abbandonate al capriccio della miseria, erano
    luridamente disparate. Non c' niente di pi lugubre della variet
    dei cenci: feltri sfondati,  berretti incatramati, sudici berretti
    di lana,  il vestito campagnolo accanto all'abito nero  lacero  ai
    gomiti;  parecchi avevano un cappello di donna,  altri tenevano in
    testa un paniere, di alcuni si vedeva il petto villoso; attraverso
    gli strappi del vestito si distinguevano dei tatuaggi,  un  tempio
    d'amore,  un cuore infiammato, un Cupido. Si scorgevano pure degli
    erpeti e degli eritema sospetti. Due o tre tenevano a sostegno dei
    loro piedi una corda fissata  alle  traverse  del  carro,  sospesa
    sotto  di  essi  come una staffa.  Uno teneva in mano e si portava
    alla bocca qualcosa che  sembrava  una  pietra  nera,  e  che  lui
    mordeva:  era pane.  Non si vedevano che occhi secchi,  spenti,  o
    luccicanti di una luce sinistra.  La truppa di scorta bestemmiava;
    gli  incatenati non fiatavano;  ogni tanto si sentiva il rumore di
    una bastonata sulle spalle o sulla testa; taluni sbadigliavano;  i
    cenci erano terribili; i piedi penzolavano, le spalle oscillavano,
    le  teste si urtavano,  i ferri risonavano,  le pupille brillavano
    ferocemente,  le mani si contraevano o si aprivano inerti come  le
    mani di un cadavere; e dietro al convoglio una frotta di fanciulli
    si sbellicava dalle risa.
    Quella fila di carri era lugubre.  Era evidente che l'indomani,  o
    anche tra un'ora,  poteva cadere  un  acquazzone,  seguito  da  un
    secondo,  da  un  terzo,  e  che  quei laceri vestiti si sarebbero
    inzuppati;  una volta bagnati,  quegli uomini non si sarebbero pi
    asciugati;  una volta intirizziti non si sarebbero pi riscaldati;
    la pioggia avrebbe incollato sulle loro ossa i  calzoni  di  tela,
    l'acqua avrebbe riempito i loro zoccoli; le frustate non avrebbero
    potuto  impedir  loro  di  battere  i  denti;  la  catena  avrebbe
    continuato a tenerli per il collo;  i piedi avrebbero continuato a
    penzolare; ed era impossibile non fremere a vedere quelle creature
    umane  cos  legate e passive sotto le fredde brume autunnali,  ed
    esposte all'acqua, al vento, a tutte le furie dell'atmosfera, come
    alberi e come sassi.
    I colpi  di  bastone  non  risparmiavano  nemmeno  i  malati,  che
    giacevano  stretti  dalle corde e immobilizzati sul settimo carro,
    che parevano gettati l come sacchi colmi di miserie.
    D'improvviso spunt il sole;  l'immenso  raggio  dell'oriente  che
    balz  fuori  parve  appiccare  il  fuoco  a  tutte  quelle  teste
    selvagge. Le lingue si sciolsero; esplose un incendio di risa,  di
    bestemmie,  di canti. La larga striscia di luce orizzontale tagli
    tutta la fila,  illuminando  le  teste  e  i  dorsi,  e  lasciando
    nell'ombra  i  piedi  e le ruote.  I pensieri apparvero sui volti.
    Momento terribile!  Erano demoni visibili al cader della maschera,
    anime  feroci  esposte  a nudo.  Bench rischiarata,  quella turba
    rimaneva tenebrosa.  Alcuni,  allegri,  avevano tra le  labbra  un
    cannello di penna,  con cui soffiavano sulla folla e di preferenza
    sulle donne,  dei sudici insetti.  L'aurora,  con la densit delle
    ombre,  accentuava  quei  miserabili  profili.  Ognuna  di  quelle
    creature era deforme a forza di miseria.  Tutto l'insieme era cos
    mostruoso  che  si  sarebbe  detto  mutasse la luce del sole in un
    luccicar di lampo.  La  carrettata  che  apriva  il  corteo  aveva
    intonato e cantava a squarciagola,  con una giovialit truculenta,
    una filastrocca allora famosa di  Dsaugiers,  la  "Vestale";  gli
    alberi fremevano lugubremente; nei viali laterali, alcuni borghesi
    ascoltavano  con  una  beatitudine  idiota  quegli  allegri motivi
    cantati da spettri.
    Un caos di tutte  le  miserie  umane  era  quel  convoglio;  c'era
    l'angolo facciale di tutte le bestie: vecchi,  adolescenti,  crani
    nudi,  barbe grigie,  cinismi  mostruosi,  astiose  rassegnazioni,
    rictus selvaggi,  atteggiamenti insensati, ceffi nascosti sotto il
    berretto,  volti che parevano  di  fanciulle  con  i  ricci  sulle
    tempie,  fisionomie  fanciullesche  e  perci pi orribili,  facce
    sparute di scheletri a cui mancava solo la morte.  Sul primo carro
    c'era  un  negro,  il  quale,  forse,  era  stato schiavo e poteva
    paragonare le catene.  Su  tutte  quelle  fronti  era  passato  il
    terribile  livello  inferiore  della  vergogna;  a  quel  grado di
    avvilimento tutti avevano subito le  ultime  trasformazioni  nelle
    ultime  profondit;  e  l'ignoranza  mutata  in  ebetismo era pari
    all'intelligenza mutata in disperazione.  Nessuna possibile scelta
    fra quegli uomini,  che apparivano come il fior fiore della melma.
    Evidentemente l'ordinatore di quella immonda  processione  non  li
    aveva  classificati: quegli esseri erano stati legati e accoppiati
    a caso, forse con disordine alfabetico, e alla rinfusa caricati su
    quei veicoli.  Ma  gli  orrori  aggruppati  finiscono  sempre  col
    produrre  una  risultante;  ogni  addizione  di  disgraziati d un
    totale;  e da ognuna  di  quelle  lunghe  catene  usciva  un'anima
    comune,  ogni carrettata aveva la sua fisionomia.  Dopo quella che
    cantava ce n'era una che urlava,  una terza chiedeva  l'elemosina;
    ce  n'era  una  che  digrignava  i  denti,  un'altra  minacciava i
    passanti,  un'altra bestemmiava Dio,  l'ultima era  muta  come  la
    tomba. Dante avrebbe creduto di vedere i sette cerchi dell'inferno
    in cammino.
    Marcia di condannati verso i supplizi, compiuta sinistramente, non
    gi sul formidabile folgorante carro dell'Apocalisse, ma, cosa pi
    tetra, sulla carretta delle gemonie.
    Uno  dei  guardiani,  che  aveva un gancio alla punta del bastone,
    ogni tanto rimuoveva quel mucchio di lordure  umane.  Una  vecchia
    nella folla le indicava col dito a un bimbo di cinque anni,  e gli
    diceva: - "Cos imparerai, briccone!".
    Siccome i canti e le bestemmie aumentavano,  colui che  pareva  il
    capo  della  scorta fece schioccare la frusta,  e a quel segno una
    terribile scarica di bastonate sorde e cieche  cadde  sulle  sette
    carrettate  col rumore di una gragnuola.  Molti ruggirono,  con la
    bava alla bocca - il che raddoppi la gioia dei  monelli  accorsi,
    nugolo di mosche su quelle piaghe.
    L'occhio  di  Valjean  era  diventato  terribile.  Non era pi una
    pupilla;  era quel profondo  cristallo  che  in  certi  sventurati
    sostituisce lo sguardo,  che sembra incosciente della realt, e in
    cui fiammeggia il riflesso degli spaventi e delle catastrofi.  Non
    osservava  uno spettacolo,  ma subiva una visione.  Volle alzarsi,
    fuggire, fuggire,  ma non pot muovere un piede.  Talvolta le cose
    che   vediamo  ci  afferrano  e  ci  tengono.   Rest  inchiodato,
    pietrificato,  istupidito,  chiedendo a se stesso,  in mezzo a una
    confusa  inesprimibile  angoscia,   che  mai  significasse  quella
    persecuzione sepolcrale,  da  dove  uscisse  quel  pandemonio  che
    l'inseguiva.  A  un  tratto  port  la  mano alla fronte,  - gesto
    abituale in quelli ai quali la memoria torna  d'improvviso;  -  si
    ricord  che  era  quello  infatti l'itinerario,  che quel giro si
    faceva per evitare l'incontro di un corteo reale, sempre possibile
    sulla strada di Fontainebleau,  e che trentacinque anni prima egli
    era passato per quella barriera.
    Cosetta non era meno spaventata,  bench in modo diverso.  Lei non
    capiva;  si sentiva mancare il respiro;  quello che vedeva non  le
    sembrava possibile.
    Alla fine esclam:
    - Pap, che cosa c' in quelle vetture?
    Valjean rispose:
    - Sono forzati.
    - E dove vanno?
    - Alle galere.
    In  quell'istante  alle  bastonate,  moltiplicate  da  cento mani,
    diventate pi furibonde, si aggiunsero anche le frustate;  fu come
    una  rabbia di fruste e di bastoni.  I galeotti si curvavano,  una
    orribile obbedienza sorse dal  supplizio,  e  tacquero  tutti  con
    occhiate di lupi incatenati. Cosetta, che tremava tutta riprese:
    - Pap, ma sono ancora uomini quelli?
    - Qualche volta - rispose il miserabile.
    Era  infatti  la  Catena che,  partita prima di giorno da Bictre,
    prendeva la strada del Mans  per  evitare  Fontainebleau,  dov'era
    allora il re.  Quel giro faceva durare lo spaventevole viaggio tre
    o quattro giorni di pi;  ma si pu ben aggravare un supplizio per
    risparmiarne la vista alla persona del re.
    Valjean torn a casa abbattuto.  Simili incontri sono scosse, e il
    ricordo che lasciano somiglia a un crollo.
    Per, tornando con Cosetta in via Babilonia,  non not che lei gli
    facesse  altre domande su quello che avevano visto;  forse lui era
    troppo assorto nel suo abbattimento per udire le sue parole e  per
    risponderle. Alla sera per, mentre Cosetta lo lasciava per andare
    a  coricarsi,  la  sent dire sottovoce come se parlasse tra s: -
    Dio mio!  se trovassi sulla  mia  strada  uno  di  quegli  uomini,
    morirei solo a vederlo da vicino!
    Per  fortuna,  si  dette  il caso che all'indomani di quel tragico
    giorno,  in occasione di non so pi quale solennit  ufficiale,  a
    Parigi  ci  furono dei festeggiamenti,  rivista al Campo di Marte,
    gare sulla  Senna,  teatri  ai  Campi  Elisi,  fuochi  d'artificio
    all'Etoile  e  illuminazioni  da per tutto.  Facendo violenza alle
    proprie abitudini,  Valjean condusse Cosetta a quelle  feste,  per
    distrarla  dal  ricordo  del giorno prima e cancellare col ridente
    tumulto di tutta Parigi  lo  spettacolo  abominevole  che  le  era
    passato davanti.
    La   rivista,   che   coronava  la  festa,   rendeva  naturale  la
    circolazione delle uniformi; Valjean indoss la propria di guardia
    nazionale, col vago sentimento interiore dell'uomo che si rifugia.
    Del resto,  lo scopo della passeggiata parve  raggiunto.  Cosetta,
    che  si  faceva un dovere di compiacere suo padre,  e per la quale
    del resto ogni spettacolo era nuovo, accett la distrazione con la
    buona grazia facile e leggera dell'adolescenza,  e non fece troppo
    la schizzinosa per quella gioia volgare;  in tal modo Valjean pot
    credere di avere ottenuto l'intento e  di  aver  fatto  scomparire
    ogni traccia dell'orrida visione.
    Alcuni  giorni  dopo,  una mattina,  mentre c'era un bel sole e si
    trovavano  tutti  e  due  sul  poggiolo  del  giardino,   -  altra
    infrazione alle regole che Valjean si era imposto, e all'abitudine
    di  starsene  nella  propria  camera  che la tristezza aveva fatto
    prendere a Cosetta,  - Cosetta,  in accappatoio,  se ne  stava  in
    piedi,   in   quella   vestaglia   mattutina   che   avvolge  cos
    adorabilmente le fanciulle e che sembra la nuvola  sull'astro,  e,
    col  capo  nella  luce,  rosea  per  aver  ben  dormito,  guardata
    dolcemente dal vecchio  intenerito,  sfogliava  una  margheritina.
    Essa   ignorava   la   graziosa  leggenda  del  "t'amo,   un  po',
    appassionatamente", eccetera. Chi gliela avrebbe dovuta insegnare?
    Maneggiava quel fiore innocentemente,  per istinto,  ignorando che
    sfogliare una margherita vuol dire sfogliare un cuore. Se ci fosse
    una  quarta Grazia chiamata Malinconia,  e fosse sorridente,  essa
    sarebbe sembrata quella  Grazia.  Valjean  era  affascinato  dalla
    contemplazione  di  quelle  piccole  dita  su  quel  fiore,  tutto
    dimenticando nel fascino che emanava quella fanciulla.
    Un pettirosso bisbigliava nel cespuglio vicino,  e alcune  bianche
    nuvole  attraversavano  il  cielo cos allegramente che si sarebbe
    creduto fossero state messe in libert.
    Cosetta continuava  a  sfogliare  attentamente  il  fiore;  pareva
    pensasse a qualche cosa,  qualcosa di grazioso;  a un tratto volse
    la testa sulla spalla con la lentezza delicata del cigno, e chiese
    a Valjean:
    - Pap, che cosa sono le galere?

    Libro 4.
    UN AIUTO DAL BASSO PUO' ESSERE UN AIUTO DALL'ALTO.


    1. FERITA ESTERNA, GUARIGIONE INTERNA.
    Cos, lentamente, la loro vita si rabbuiava.
    Non avevano pi che una sola distrazione,  che era stata prima una
    felicit:  andare a portar del pane a chi aveva fame e delle vesti
    a chi aveva freddo.  In  quelle  visite  ai  poveri,  nelle  quali
    Cosetta  accompagnava spesso Valjean,  ritrovavano un avanzo della
    loro antica giocondit;  e talvolta,  quando la giornata era stata
    buona,  quando  c'erano  state molte miserie da soccorrere e molti
    bimbi da vestire e da riscaldare,  la sera,  Cosetta  era  un  po'
    allegra.  Fu  in  quell'epoca che avvenne la visita alla stamberga
    Jondrette.
    La mattina  successiva  a  quella  visita,  Valjean  comparve  nel
    padiglione,  calmo  come  al  solito,  ma  con una larga piaga nel
    braccio sinistro, molto infiammata; pareva una scottatura,  ma lui
    la spieg in un modo qualunque.  Quella ferita gli port la febbre
    per pi d'un mese e l'obblig a stare in casa.  Non voleva  nessun
    medico,  e  quando  Cosetta gliene parlava: - Chiama il medico dei
    cani - diceva.
    Cosetta lo medicava mattina e sera, con un volto cos divino e con
    tanta angelica contentezza di essergli utile,  che Valjean sentiva
    tornare tutta l'antica gioia e svanire ogni timore e ogni ansiet.
    Contemplava  Cosetta,  dicendo: - Oh!  che buona ferita!  che male
    fortunato!
    Vedendo il padre ammalato, Cosetta aveva disertato il padiglione e
    ripreso gusto per la casetta e il cortile interno.  Passava  quasi
    tutta  la giornata accanto a Valjean,  leggendogli i libri che gli
    piacevano,  in  generale  libri  di  viaggi.  Valjean  si  sentiva
    rinascere,  sentiva ravvivarsi di luce ineffabile la sua felicit;
    il Lussemburgo, il passeggiatore sconosciuto, il raffreddamento di
    Cosetta, tutte quelle nubi dell'anima sua si cancellavano, ed egli
    arrivava a pensare: - Era tutta una  mia  immaginazione;  sono  un
    vecchio pazzo.
    Era   tanta   la  sua  contentezza  che  l'orribile  scoperta  dei
    Thnardier, nella stamberga Jondrette, era per cos dire scivolata
    su di lui.  Era riuscito a porsi in  salvo;  la  sua  traccia  era
    perduta;   che  gli  importava  il  resto?  Ci  pensava  solo  per
    compiangere  quei  miserabili:  -  Eccoli  in  prigione  e   ormai
    impotenti a nuocere!  - pensava. - Ma che lacrimevole squallore in
    quella famiglia!
    Quanto all'orribile visione della barriera del Maine,  Cosetta non
    ne aveva pi parlato.
    In  convento  suor  Matilde  aveva  insegnato musica a Cosetta.  E
    siccome Cosetta aveva la voce di una capinera dotata di  un'anima,
    talvolta  la  sera,  nell'umile cameretta del ferito,  lei cantava
    delle canzoni malinconiche che rallegravano  Valjean.  Tornava  la
    primavera  e  il  giardino era cos bello in quella stagione,  che
    Valjean disse alla fanciulla:
    - Tu non ne profitti mai, voglio che ci vada a passeggiare.
    - Come vuoi, pap - essa rispose.
    E per obbedire al padre riprese a passeggiare nel giardino, il pi
    delle volte sola,  perch Valjean,  come  abbiamo  detto,  temendo
    forse di essere visto dal cancello, non vi si recava quasi mai. La
    ferita  di  Valjean era stata una diversione.  Quando vide che suo
    padre soffriva meno, e guariva,  e sembrava felice,  Cosetta prov
    una  gioia  che  non  not  neppure,  tanto  arriv  insensibile e
    naturale.  E poi,  si era  di  marzo;  i  giorni  si  allungavano;
    l'inverno  se ne andava;  e l'inverno si porta via sempre qualcosa
    delle nostre tristezze; e venne l'aprile, questa alba dell'estate,
    fresco come tutte le erbe,  gaio come tutte le  infanzie,  un  po'
    piagnucoloso  talvolta da quel neonato che .  La natura in aprile
    ha splendori incantevoli,  che  dal  cielo,  dalle  nuvole,  dagli
    alberi,  dai prati, dai fiori passano nel cuore dell'uomo. Cosetta
    era ancora troppo giovane per non essere  compenetrata  da  quella
    gioia d'aprile,  che tanto le somigliava.  Senza accorgersene,  il
    buio svan dall'anima sua.  La primavera rischiara le anime tristi
    come  il  sole di mezzogiorno rischiara le cantine.  Anche Cosetta
    non era pi molto triste.  Del resto,  era cos,  ma lei non se ne
    rendeva  conto.  La  mattina,  verso  le  dieci,  quando  dopo  la
    colazione era riuscita a trascinare il padre per un  quarto  d'ora
    in  giardino  e  a  farlo  passeggiare al sole presso il poggiolo,
    sostenendogli il braccio malato,  non s'accorgeva di ridere a ogni
    istante e di essere felice.
    Valjean inebriato, la vedeva tornare vermiglia e fresca.
    - Oh che buona ferita! - ripeteva sottovoce.
    Ed era grato ai Thnardier.
    Quando  fu  guarito,   riprese  le  sue  passeggiate  solitarie  e
    crepuscolari.
    E' un errore supporre che si possa  passeggiare  soli  nei  luoghi
    disabitati di Parigi senza imbattersi in qualche avventura.

    2. MAMMA PLUTARCO NON E' IMBARAZZATA A SPIEGARE UN FENOMENO.
    Una  sera  il piccolo Gavroche non aveva mangiato;  si ricord che
    non aveva neppure pranzato il giorno prima, e la cosa cominciava a
    seccarlo.  Decise quindi di tentare di cenare,  e  se  ne  and  a
    gironzolare al di l della Salptrire,  nei luoghi deserti,  dove
    appunto capitano risorse inaspettate.  Dove  non  c'  nessuno  si
    trova  sempre  qualcosa.  Giunse a un gruppo di case che gli parve
    fosse il villaggio di Austerlitz.
    In una sua precedente scorreria, aveva notato un vecchio giardino,
    abitato da un vecchio e da una vecchia,  e  in  quel  giardino  un
    discreto  albero  di mele,  e accanto all'albero un ripostiglio da
    frutta mal chiuso,  nel quale si poteva arraffare una mela.  E una
    mela  la cena;  una mela  la vita. Quella che perse Adamo poteva
    salvare Gavroche. Il giardino costeggiava,  separato da una siepe,
    un vicolo solitario,  non selciato, fiancheggiato da sterpaglie in
    attesa delle case.
    Gavroche  si  diresse  verso  il  giardino,   ritrov  il  vicolo,
    riconobbe  il melo,  costat che c'era il ripostiglio,  esamin la
    siepe;  scavalcare una siepe non  che un passo.  La  luce  andava
    declinando;  non  un  gatto  nel  vicolo;  il  momento  era buono.
    Gavroche inizi la scalata, ma ad un tratto si ferm; nel giardino
    si parlava. Guard attraverso un vano della siepe.  A due passi da
    lui,  ai  piedi  della siepe,  dall'altra parte,  precisamente nel
    punto in cui l'avrebbe  fatto  sboccare  l'impresa  che  meditava,
    c'era  un  pilastrino rovesciato a terra che formava una specie di
    sedile,  e su quel sedile era seduto il vecchio  del  giardino,  e
    dinanzi  a  lui  in  piedi  c'era la vecchia.  Questa borbottava e
    Gavroche poco discreto, ascolt:
    - Signor Mabeuf! - diceva la vecchia.
    -Mabeuf! - pens Gavroche. - Che nome buffo!
    Il vecchio interpellato non fiatava, e la vecchia ripet:
    - Signor Mabeuf!
    Il  vecchio,  senza  alzare  gli  occhi  da  terra,  si  decise  a
    rispondere.
    - Cosa c', mamma Plutarco?
    - Mamma Plutarco! - pens Gavroche. - Un altro nome buffo.
    Mamma  Plutarco  riprese  a  parlare,  e  al vecchio fu giocoforza
    accettare la conversazione.
    - Il padrone di casa non  contento.
    - Perch?
    - Gli dovete tre rate.
    - Fra tre mesi gliene dovr quattro.
    - Dice che vi mander a dormire fuori.
    - Ci andr.
    - La fruttivendola vuole esser pagata,  e non ci d  pi  fascine.
    Come farete a riscaldarvi quest'inverno? Resteremo senza legna.
    - C' il sole.
    - Il macellaio non vuol far credito, non ci d pi carne.
    - Va benissimo; io digerisco male la carne;  pesante.
    - E cosa mangeremo?
    - Pane.
    - Il fornaio vuole un acconto,  e dice che senza quattrini non c'
    pane.
    - Va bene.
    - Che cosa mangerete?
    - Abbiamo le mele della nostra pianta.
    - Ma, signore, non si pu vivere cos senza denari.
    - Non ne ho.
    La donna si allontan. Rimasto solo, il vecchio si mise a pensare.
    Dal canto suo anche Gavroche pensava.  Si faceva quasi  notte.  Il
    primo  risultato  della  meditazione  di  Gavroche  fu  che invece
    d'oltrepassare la siepe,  vi si rannicchi sotto,  profittando del
    vano   che   lasciavano   in  basso  alcuni  rami  scostati  della
    sterpaglia.
    - Toh,  un letto!  - esclam fra s,  e vi si accosci.  Era quasi
    addossato  al  sedile  di  pap  Mabeuf,   sentiva  l'ottuagenario
    respirare.
    Allora, per pranzare, procur di dormire.
    Sonno da gatto,  con un occhio  solo;  pur  assopendosi,  Gavroche
    vigilava.
    Il  chiarore  del  cielo  al crepuscolo imbiancava la terra,  e il
    vicolo formava una linea livida tra due file di cespugli oscuri. A
    un tratto, su quella striscia biancastra, apparvero due ombre, una
    davanti e l'altra, a qualche distanza, dietro.
    - Ecco due individui - borbott Gavroche.
    La prima ombra sembrava  un  vecchio  borghese  curvo  e  pensoso,
    vestito  pi  che  semplicemente,  che  camminava  adagio a motivo
    dell'et, e andava a zonzo di sera al lume delle stelle.
    La seconda era dritta,  risoluta,  snella,  e misurava il  proprio
    passo  su  quello  della  prima,  ma,  nella  volontaria  lentezza
    dell'andatura, si sentiva l'agilit e l'elasticit. Questa seconda
    figura aveva,  con un non so che di feroce e  d'allarmante,  tutto
    l'aspetto  di ci che allora si chiamava un elegante;  il cappello
    era di buona forma, l'abito nero, di buon taglio, probabilmente di
    panno fino e stretto alla vita.  La testa si ergeva con una  certa
    grazia robusta, e, sotto il cappello, s'intravedeva nel crepuscolo
    un pallido profilo di adolescente, con una rosa in bocca. Gavroche
    riconobbe subito questa seconda figura: era Montparnasse.
    Dell'altra  non  avrebbe  potuto dire nulla,  tranne che pareva un
    vecchio galantuomo.
    Il monello si pose subito in vedetta.  Evidentemente,  uno dei due
    passanti  aveva  qualche  progetto  sull'altro.  Gavroche  era ben
    collocato per vedere il seguito.  Il letto  era  diventato,  molto
    opportunamente un nascondiglio.
    Montparnasse a caccia,  a quell'ora,  in quel luogo,  era una cosa
    minacciosa;  Gavroche sentiva le sue viscere di monello muoversi a
    piet per il vecchio.
    Che fare? Intervenire? Una debolezza in aiuto di un'altra! Era una
    cosa  da ridere per Montparnasse!  Gavroche non si nascondeva che,
    per quel formidabile bandito di diciotto anni,  il  vecchio  e  il
    ragazzo erano soltanto due bocconi.
    Mentre Gavroche deliberava, l'assalto si svolse rapido e orribile:
    assalto  da  tigre  a  onagro,  da  ragno  a mosca.  D'improvviso,
    Montparnasse, gettata la rosa, balz sul vecchio, l'afferr per il
    collo,  lo  strinse,  vi  si  aggrapp;  a  stento  Gavroche  pot
    trattenere un grido.  Un momento dopo,  uno di quei due uomini era
    sotto l'altro, oppresso, rantolante,  dibattendosi.  Se non che la
    cosa non era andata precisamente come Gavroche s'attendeva: quello
    che  si  trovava a terra era Montparnasse,  e il vecchio gli stava
    sopra. Tutto questo accadeva a pochi passi da Gavroche.
    Il vecchio,  ricevuto l'urto,  era  passato  al  contrattacco,  un
    contrattacco cos terribile che in un batter d'occhio assalitore e
    assalito avevano invertito le parti.
    - Ecco un invalido magnifico! - pens Gavroche.
    E  non  pot  trattenersi  dal battere le mani.  Ma fu un applauso
    perduto, che non arriv fino ai combattenti, assorbiti e assordati
    l'uno dall'altro, mescolando gli aneliti nella lotta.
    Si fece silenzio.  Montparnasse cess di  dibattersi,  e  Gavroche
    disse tra s: - Che sia morto?
    Il vecchio non aveva profferito una parola,  n dato un grido.  Si
    rialz, e Gavroche lo sent dire a Montparnasse:
    - Alzati.
    Montparnasse  si  alz,  ma  tenuto  sempre  dal  vecchio.   Aveva
    l'atteggiamento  umiliato  e  furioso  di  un  lupo  colpito da un
    montone.
    Gavroche guardava e ascoltava,  sforzandosi di raddoppiare con  le
    orecchie l'intensit della vista; si divertiva enormemente.
    E  fu  ricompensato  della sua coscienziosa ansiet di spettatore:
    pot  afferrare  a  volo  il  seguente   dialogo,   che   prendeva
    nell'oscurit  un  certo  tono  tragico.  Era  lo  sconosciuto che
    interrogava, e Montparnasse rispondeva:
    - Quanti anni hai?
    - Diciannove.
    - Sei forte e robusto. Perch non lavori?
    - Mi annoia.
    - Qual  il tuo mestiere?
    - Fannullone.
    - Parla sul serio.  Posso fare  qualche  cosa  per  te?  Che  vuoi
    essere?
    - Ladro.
    Ci fu una pausa.  Il vecchio pareva profondamente pensoso, e se ne
    stava immobile, senza lasciare Montparnasse.
    Ogni tanto il  giovane  bandito,  vigoroso  e  svelto,  aveva  dei
    sussulti  da bestia colta al laccio,  dava una strappata,  tentava
    uno  sgambetto,  torceva  disperatamente  le  membra,  tentava  di
    fuggire. Ma il vecchio pareva non accorgersene, e gli teneva tutti
    e  due  i polsi con una sola mano,  con la suprema indifferenza di
    una forza assoluta.
    La meditazione del  vecchio  dur  qualche  tempo;  poi,  fissando
    Montparnasse, alz leggermente la voce, e l in mezzo alle tenebre
    da  cui  erano  circondati,  gli  rivolse una specie d'allocuzione
    solenne, di cui Gavroche non perse una sillaba:
    - Ragazzo mio,  tu entri per pigrizia  nella  pi  faticosa  delle
    esistenze.  Ah!  tu  ti dichiari fannullone!  Ebbene,  preparati a
    lavorare.  Hai visto mai quella formidabile macchina che si chiama
    laminatoio?  Bisogna  starci attento,   sorniona e feroce,  se ti
    piglia per una falda dell'abito, ci passerai tutto intero.  Questa
    macchina  l'ozio.  Fermati mentre sei ancora in tempo,  e mettiti
    in salvo, altrimenti  finita; tra poco sarai nell'ingranaggio,  e
    una volta afferrato, non sperare pi nulla. Al lavoro, poltrone, e
    non  pi  riposo!  La  mano  di ferro del lavoro implacabile ti ha
    ghermito. Guadagnarti da vivere, avere un'occupazione, compiere un
    dovere,  tutto questo non lo vuoi,  ti  annoi  d'essere  come  gli
    altri!  Ebbene,  sarai diverso. Il lavoro  legge; chi lo respinge
    come noia,  l'avr come supplizio.  Non vuoi  essere  un  operaio,
    sarai  uno  schiavo.  Il  lavoro  ti  lascia  da  un lato solo per
    riprenderti dall'altro; se non vuoi essere suo amico, sarai il suo
    negro.  Ah,  tu non ne vuoi sapere  dell'onesta  stanchezza  degli
    uomini!  Ebbene,  avrai  il  sudore dei dannati;  mentre gli altri
    cantano, tu rantolerai.  Vedrai da lontano,  dal basso,  gli altri
    uomini al lavoro,  e ti sembrer che riposino, e l'agricoltore, il
    mietitore,  il marinaio,  il fabbro ti appariranno  circondati  di
    luce,  come  i beati del paradiso.  Quale splendore nell'incudine!
    Che gioia guidare l'aratro e legare i covoni!  Che festa  la  nave
    libera nel vento!  E tu ozioso, zappa, trasporta, rotola, cammina!
    Tira la cavezza,  eccoti bestia da soma nell'equipaggio infernale!
    Ah!  il  tuo  scopo era di non fare nulla!  Ebbene,  non avrai una
    settimana,  un  giorno,   un'ora  senza  stanchezza;   non  potrai
    sollevare nulla senza angoscia; e ogni minuto che trascorrer far
    scricchiolare  i tuoi muscoli.  Ci che per gli altri  una piuma,
    per te sar una roccia;  le cose pi semplici diventeranno  aspre;
    la vita intorno a te diventer una cosa mostruosa. Andare, venire,
    respirare,  saranno altrettante fatiche terribili;  i tuoi polmoni
    ti peseranno pi di cento libbre.  Il muoverti da questa piuttosto
    che  da quella parte sar un problema da risolvere.  Chiunque vuol
    uscire spinge la porta;   fatto,  eccolo  fuori,  tu,  se  vorrai
    uscire,  dovrai  traforare il muro.  Per andare nella via che cosa
    fanno tutti?  Scendono le scale.  Tu  invece  dovrai  lacerare  le
    lenzuola  del  letto,  e  farne  una  corda;  poi  passerai per la
    finestra e ti sospenderai a quel filo sopra un abisso;  e lo farai
    di  notte,  nel temporale,  nella pioggia,  nella bufera;  e se la
    corda sar troppo corta,  non ti  rimarr  che  un  solo  modo  di
    scendere:  cadere.   Cadere  a  caso,  nell'abisso  da  un'altezza
    qualsiasi, e su che cosa? Su ci che  sotto, sull'ignoto.  Oppure
    ti  arrampicherai  per  la  canna  di  un  camino,  col rischio di
    bruciarti;  o striscerai in un  tubo  di  fogna,  col  rischio  di
    annegarti.  Non  ti parlo dei buchi che bisogna mascherare,  delle
    pietre che bisogna togliere e rimettere venti volte al giorno, dei
    calcinacci che bisogna nascondere nel pagliericcio.  Se s'incontra
    una  toppa,  gli altri hanno una chiave lavorata da un fabbro.  Tu
    invece,  se vuoi passare oltre,  sei condannato  a  fabbricare  un
    terribile  capolavoro:  dovrai  pigliare un soldone e tagliarlo in
    due lamine: con quali strumenti?  Li inventerai:  una cosa che ti
    riguarda.  Poi  scaverai nell'interno di quelle piastrelle ponendo
    ogni cura di non intaccarle di fuori,  e ci  praticherai  in  giro
    sull'orlo  un passo di vite,  in modo che aderiscano perfettamente
    l'una sull'altra,  come un fondo e un coperchio.  Avvitate cos le
    due parti,  non si indoviner pi niente: per i guardiani, giacch
    tu sarai vigilato, quello sar un soldone,  per te una scatola.  E
    che  ci metterai in quella scatola?  Un pezzettino d'acciaio,  una
    molla da orologio, da cui tu, facendoci i denti,  avrai tratto una
    sega.  Con  quella  sega  lunga  come  uno spillo e nascosta in un
    soldo,  dovrai tagliare la stanghetta della toppa,  il bastone del
    chiavistello,  l'arco  del lucchetto,  l'inferriata che avrai alla
    finestra,  il ceppo che ti  stringer  il  piede.  Terminato  quel
    capolavoro,  compiuto quel prodigio,  eseguiti tutti quei miracoli
    d'arte,  di destrezza,  di abilit e di  pazienza,  se  vengono  a
    scoprire  che tu ne sei l'autore,  quale compenso ne otterrai?  La
    segreta.  Ecco il tuo  avvenire.  La  pigrizia,  il  piacere,  che
    precipizi!  Non far nulla,   una lugubre risoluzione,  lo sai tu?
    E' la via che conduce all'abisso della  miseria.  Disgraziato  chi
    vuol essere parassita;  diventer un insetto schifoso.  Ah! tu hai
    un solo pensiero: bere,  mangiare e  dormire  bene!  E  tu  berrai
    acqua,  mangerai  pane  nero,  dormirai  sopra  una tavola con una
    catena ribadita ai piedi di cui sentirai di notte, il freddo sulle
    carni!  Spezzerai quei ferri e fuggirai;  bene;  e ti  trascinerai
    carponi  nella  sterpaglia  e ti nutrirai di erbe come gli animali
    dei boschi. Poi, ti ripiglieranno,  e allora vivrai per anni in un
    sotterraneo,  inchiodato  al  muro,  costretto a cercare l'orcio a
    tentoni quando vorrai bere, ad addentare un orribile pane nero che
    non mangerebbero i cani,  a pascerti di fave gi  rosicchiate  dai
    vermi;  diventerai  uno  scarafaggio in fondo a una cantina.  Abbi
    piet  di  te  stesso,  miserabile  ragazzo,  cos  giovane,   che
    succhiavi  il  latte meno di vent'anni fa,  e che certo hai ancora
    una madre!  Te ne scongiuro,  ascoltami.  Tu vuoi vestirti di  bel
    panno  nero,   calzare  delle  scarpe  verniciate,  arricciarti  i
    capelli, profumarti,  vuoi piacere alle ragazze,  essere bello;  e
    invece avrai il capo raso, una casacca rossa e un paio di zoccoli.
    Vuoi  un  anello  al dito e te lo metteranno al collo,  e per ogni
    sguardo che lancerai a una  donna,  avrai  un  colpo  di  bastone.
    Entrerai  laggi  a  vent'anni,  ne uscirai a cinquanta!  Entrerai
    giovane,  roseo,  fresco,  coi tuoi occhi  splendenti  e  i  denti
    bianchi,  con  la  tua  bella  capigliatura  di adolescente,  e ne
    uscirai affranto, curvo,  rugoso,  sdentato,  co capelli bianchi,
    orribile!   Ah!   povero  giovane,  hai  sbagliato  strada,  e  la
    fannullaggine ti consiglia male; il lavoro pi insopportabile  il
    furto.  Non  un mestiere  comodo  quello  del  furfante;    meno
    scomodo fare il galantuomo. E ora vattene, e pensa a quello che ti
    ho detto. A proposito, che volevi da me? La borsa? Eccola.
    E il vecchio,  lasciando libero Montparnasse,  gli mise in mano la
    borsa,  che l'altro soppes  un  momento;  quindi,  con  meccanica
    precauzione,  proprio  come se l'avesse rubata,  la fece scivolare
    leggermente nella tasca posteriore dell'abito.
    Ci  detto  e  fatto,   il  vecchio  volse  le  spalle  e  riprese
    tranquillamente la passeggiata.
    - Imbecille! - mormor Montparnasse.
    Chi era quell'uomo? Il lettore l'ha senza dubbio indovinato.
    Montparnasse  rest attonito a vederlo sparire nel crepuscolo.  Ma
    quella contemplazione gli riusc  fatale.  Mentre  il  vecchio  si
    allontanava, Gavroche si avvicinava.
    Con  un'occhiata  di  sbieco,  il  monello si assicur che Mabeuf,
    forse addormentato, era ancora seduto al suo banco; poi usc dalla
    siepe e si mise a strisciare nell'ombra dietro a Montparnasse.  In
    tal  modo riusc ad avvicinarsi a lui senza essere visto n udito:
    poi,   insinuata  dolcemente  la  mano  nella   tasca   posteriore
    dell'abito di fine panno nero,  prese la borsa, ritir la mano, e,
    sempre strisciando,  si allontan nelle tenebre come un  serpente.
    Montparnasse,  che  non  aveva nessun motivo di stare in guardia e
    che per la prima volta in vita sua era pensieroso,  non si  avvide
    di  nulla.  Dal canto suo Gavroche,  tornato al punto dov'era pap
    Mabeuf,  lanci la borsa di l  dalla  siepe,  e  scapp  a  gambe
    levate.
    La  borsa cadde sopra un piede di Mabeuf,  il quale,  svegliato da
    quell'urto,  si chin,  la raccolse,  non ci cap niente e l'apr.
    Aveva  due scompartimenti,  e conteneva nell'uno alcuni spiccioli,
    nell'altro sei napoleoni.
    Mabeuf, tutto sconvolto, la port alla sua governante.
    - E' caduta dal cielo! - disse mamma Plutarco.












    Libro 5.
    IN CUI LA FINE NON SOMIGLIA AL PRINCIPIO.


    1. SOLITUDINE E CASERMA.
    Il dolore di Cosetta,  cos pungente ancora dopo quattro o  cinque
    mesi prima,  era, a sua stessa insaputa, entrato in convalescenza.
    La natura, la primavera, la giovinezza, l'amore per suo padre,  la
    gaiezza  degli  uccelli  e  dei fiori,  facevano filtrare a poco a
    poco,  giorno per giorno,  a goccia a goccia,  in quell'anima cos
    vergine e cos giovane, qualcosa che somigliava alla dimenticanza.
    Il  fuoco  andava  forse  interamente  spegnendosi,  oppure  vi si
    formavano degli strati di cenere? Fatto sta che essa non avvertiva
    pi alcun punto doloroso e cocente.
    Un giorno penso d'un tratto a Mario:  -  Guarda!  -  disse-non  ci
    penso pi.
    In  quella  stessa  settimana  not,  mentre  passava  davanti  al
    cancello del giardino,  un bellissimo ufficiale dei lancieri: vita
    di  vespa,  divisa  inappuntabile,  guance di fanciulla,  sciabola
    sotto il braccio,  baffi incerottati,  chep verniciato;  inoltre,
    capelli  biondi,  occhi  azzurri  a  fior  di  testa,  viso tondo,
    vanesio, insolente e grazioso; il contrapposto di Mario. Teneva il
    sigaro in bocca.  Cosetta pens che quell'ufficiale apparteneva al
    reggimento acquartierato nella caserma di via Babilonia.
    L'indomani lo rivide passare e not l'ora.
    Da allora - era un caso? - lo vide passare ogni giorno.
    I compagni dell'ufficiale,  si accorsero che in quel giardino "mal
    tenuto",   dietro  a  quel  brutto  cancello  rococ,   c'era  una
    bellissima  creatura,  che  si trovava sempre l quando passava il
    bel tenente,  il quale poi non  ignoto al lettore e  si  chiamava
    Teodulo Gillenormand.
    -  Toh!  c'  l  una piccina che ti fa l'occhietto - gli dissero.
    Guardala dunque.
    - Ho forse il tempo - rispose il lanciere - di guardare  tutte  le
    ragazze che mi pongono gli occhi addosso?
    Proprio  in quel momento Mario scendeva gravemente verso l'agonia,
    dicendo: - Potessi almeno rivederla prima di  morire!  Se  il  suo
    desiderio si fosse realizzato, se avesse visto Cosetta guardare un
    lanciere, non avrebbe pronunciato una parola e sarebbe spirato dal
    dolore.
    Di chi la colpa? Di nessuno.
    Mario  era  uno  di  quei  caratteri che affondano nel dolore e ci
    rimangono;  invece Cosetta uno di quelli che vi si  tuffano  e  ne
    escono.
    Cosetta  del  resto  attraversava  quel  momento pericoloso - fase
    fatale della fantasia femminile abbandonata a se stessa -  in  cui
    il  cuore di una giovinetta isolata somiglia a quei viticci che si
    aggrappano,  come vuole il caso,  al capitello di una  colonna  di
    marmo o al palo di un'osteria.  Momento rapido e decisivo, critico
    per tutte le orfane,  ricche o povere,  perch  la  ricchezza  non
    preserva  da  una  cattiva  scelta.  Anche nelle pi alte sfere si
    fanno dei matrimoni disparati,  e la vera disparit  quella delle
    anime.  Come  un giovane sconosciuto,  senza nome,  senza nascita,
    senza fortuna,  vale assai di meno di un capitello  di  marmo  che
    sostiene un tempio di grandi sentimenti e di grandi idee,  cos il
    tale uomo di mondo,  soddisfatto e dovizioso,  che  ha  le  scarpe
    lucide  e  le  parole  melliflue,  visto  non  dal  di  fuori,  ma
    dall'interno,  vale a dire nella parte che  riservata alla donna,
    non    altro  che uno stupido travicello segretamente sbattuto da
    passioni violente, immonde e ubriache;  il palo di una bettola.
    Che c'era nell'anima di Cosetta? La passione calma e addormentata,
    l'amore ancora ondeggiante; qualcosa di limpido e brillante, che a
    una certa profondit diventava torbido, e pi in basso fosco. Alla
    superficie vi si rifletteva l'immagine del bell'ufficiale.  Ma gi
    nel fondo,  proprio nel fondo,  c'era un ricordo?  Forse.  Cosetta
    l'ignorava. Sopraggiunse uno strano incidente.

    2. PAURE DI COSETTA...
    Nella prima quindicina d'aprile,  Valjean fece  un  viaggio.  Come
    sappiamo,  ci  gli  avveniva  di quando in quando,  a lunghissimi
    intervalli.  Si assentava uno o due giorni,  tre al massimo.  Dove
    andava?  Nessuno lo sapeva,  nemmeno Cosetta.  Una sola volta, per
    una di quelle partenze, essa lo aveva accompagnato in vettura fino
    all'angolo di un vicoletto cieco,  sulla cui  targa  aveva  letto:
    "Angiporto della Planchette". L egli era disceso, e lei era stata
    riportata  dalla  vettura  in  via Babilonia.  Di solito,  Valjean
    faceva quei piccoli viaggi quando in casa mancava il denaro.
    Valjean era dunque assente.  - Torner  fra  tre  giorni  -  aveva
    detto.
    La sera, Cosetta, sola nel salotto, per ingannare la noia, apr il
    piano,  e  accompagnandosi,  si mise a cantare il coro d'Eurianto:
    "Cacciatori smarriti nel bosco!" che  forse  quanto  c'  di  pi
    bello nella musica. Quando ebbe finito, rimase pensosa.
    A un tratto le parve di sentire camminare in giardino.  Non poteva
    essere suo padre perch assente, non la Toussaint perch coricata.
    Erano le dieci  di  sera.  S'avvicin  alla  finestra  e  appoggi
    l'orecchio  all'imposta  chiusa.  Le  parve di udire il passo d'un
    uomo, che camminava molto adagio.
    Sal rapidamente al piano  superiore,  in  camera  sua,  apr  uno
    sportellino  praticato  nell'imposta  della  finestra  e guard in
    giardino. Era il plenilunio e vi si vedeva come di pieno giorno.
    Non c'era nessuno.
    Apr la finestra.  Il giardino era assolutamente  calmo,  e  tutto
    quanto si scorgeva della via era deserto come sempre.
    Credette  d'essersi  ingannata.  Aveva creduto di udire un rumore.
    Era un'allucinazione prodotta dal cupo e prodigioso coro di Weber,
    che spalanca davanti alla mente profondit spaventose,  che  trema
    allo  sguardo  come una vertiginosa foresta,  e in cui si sente lo
    scricchiolare  dei  rami  secchi  sotto  il  passo  inquieto   dei
    cacciatori intravisti nel crepuscolo. Non ci pens pi.
    Del resto,  Cosetta non era un carattere facile alle paure.  Aveva
    nelle vene il sangue della zingara e dell'avventuriera  che  va  a
    piedi nudi.  Come il lettore ricorda,  aveva pi dell'allodola che
    della colomba, con un fondo di selvatichezza e di coraggio.
    L'indomani, meno tardi - era appena annottato - lei passeggiava in
    giardino. In mezzo ai pensieri confusi che la occupavano, le parve
    di udire di tanto in tanto un rumore simile a  quello  della  sera
    precedente,  come  se  qualcuno camminasse nell'oscurit sotto gli
    alberi,  poco discosto da lei;  ma pens che niente somiglia a  un
    passo che cammina sull'erba, quanto l'urtarsi di due foglie che si
    spostano  da s,  e non ci fece pi caso.  D'altronde,  non vedeva
    nulla.
    Uscita dalla "sterpaglia",  le restava da attraversare un  piccolo
    tappeto  erboso per raggiungere il poggiolo,  quando la luna,  che
    spuntava in quel momento alle sue spalle,  le proiett davanti  la
    sua ombra.
    Cosetta si ferm atterrita.
    Accanto alla sua,  la luna ne disegnava,  distintamente sull'erba,
    un'altra oltremodo spaventosa e terribile, un'ombra che portava il
    cappello a cilindro.  Pareva l'ombra di un  uomo  in  piedi  sulla
    soglia del boschetto, a pochi passi dietro di lei.
    Rest  un  attimo  senza  poter  parlare n gridare n chiamare n
    muoversi n volgere il capo.  Alla  fine,  ripreso  tutto  il  suo
    coraggio, si volt risolutamente. Non c'era nessuno.
    Guard in terra; l'ombra era scomparsa.
    Rientr nel boschetto,  frug arditamente negli angoli,  and fino
    al cancello, ma non trov nulla.
    Si  sent  veramente  agghiacciata.  Era  un'altra  allucinazione?
    Diamine!  Due giorni di seguito!  Un'allucinazione, passi, ma due!
    Ci che l'allarmava di pi,  era che l'ombra non poteva essere  un
    fantasma: i fantasmi non portano cappelli a cilindro.
    L'indomani,  tornato  Valjean,  Cosetta  gli  narr  quanto le era
    sembrato  di  vedere  e  d'udire,   aspettandosi   che   egli   la
    rassicurasse  e  si  stringesse  nelle  spalle  dicendo: - Sei una
    sciocchina!
    Valjean invece divenne pensoso.
    - Non pu essere nulla - le disse.
    La lasci con un pretesto e and in giardino,  dove essa  lo  vide
    esaminare il cancello con molta attenzione.
    Durante  la  notte  Cosetta  si svegli.  Questa volta era sicura.
    Udiva distintamente camminare presso  il  poggiolo  sotto  la  sua
    finestra. Corse allo sportellino, l'apr e vide infatti un uomo in
    giardino che teneva in mano un grosso bastone.  Stava per gridare,
    quando la luna illumin il profilo di quell'uomo. Era suo padre.
    Torn a letto dicendo tra s: - Deve essere molto inquieto!
    Valjean pass nel giardino quella notte e le due notti successive.
    Cosetta lo vide dal suo sportellino.
    La terza notte,  quando la luna decrescente cominciava  a  levarsi
    pi tardi,  verso l'una del mattino,  lei ud una gran risata e la
    voce di suo padre che la chiamava:
    - Cosetta!
    Salt gi dal letto,  indoss la veste  da  camera  finestra.  Suo
    padre era gi sul praticello.
    -  Ti ho svegliata per rassicurarti - diss'egli.  - Osserva;  ecco
    qua l'ombra col cappello a cilindro, che tu hai visto.
    E  le  mostr  sull'erba  un'ombra  disegnata  dalla   luna,   che
    somigliava  infatti  abbastanza  bene  a  quella  di  un  uomo col
    cappello a cilindro,  e che proveniva invece  da  un  fumaiolo  di
    lamiera, a capitello, che s'innalzava sul tetto vicino.
    Anche Cosetta si mise a ridere, sent svanire tutte le sue lugubri
    congetture,  e  l'indomani,  facendo colazione col padre,  scherz
    allegramente sul sinistro giardino abitato dalle ombre dei tubi di
    stufa.
    Valjean si tranquillizz completamente. Quanto a Cosetta, non bad
    troppo se il fumaiolo si  trovasse  precisamente  nella  direzione
    dell'ombra  da  lei vista e se la luna fosse allo stesso punto del
    cielo. Non riflett neppure su quella stranezza d'un tubo di stufa
    che teme d'essere colto in  flagrante  delitto  e  che  si  ritira
    allorch  la  sua  ombra  attrae gli sguardi.  Infatti l'ombra era
    scomparsa quando lei si era voltata; di questo Cosetta era sicura.
    Ma si rassicur completamente; la dimostrazione le parve completa,
    e le usc di mente l'idea che qualcuno potesse passeggiare di sera
    di notte nel giardino.
    Tuttavia pochi giorni dopo sopraggiunse un nuovo incidente.

    3. ...ARRICCHITE DAI COMMENTI DELLA TOUSSAINT.
    Nel giardino,  presso il cancello,  c'era  un  sedile  di  pietra,
    difeso  dagli sguardi dei curiosi da una spalliera di carpini,  ma
    che,  a tutto rigore,  il braccio di un  passante  avrebbe  potuto
    toccare attraverso il cancello e la spalliera.
    Una  sera  di  quello stesso mese d'aprile,  Valjean era uscito di
    casa, e Cosetta, dopo il tramonto del sole,  si era seduta su quel
    banco.  Il vento faceva stormire le piante, e Cosetta era pensosa.
    Una tristezza senza motivo la  invadeva  a  poco  a  poco,  quella
    invincibile tristezza che proviene dalla sera e che forse proviene
    - chi sa! - dal mistero della tomba socchiuso a quell'ora.
    Fantina era forse in quell'ombra.
    Cosetta s'alz,  fece lentamente il giro del giardino,  camminando
    nell'erba bagnata di rugiada e pensando,  attraverso quella specie
    di sonnambulismo melanconico in cui era immersa: - A quest'ora nel
    giardino ci vorrebbero gli zoccoli; si piglia un raffreddore.
    Ritorn al sedile.
    Al  momento  di  sedersi  di nuovo,  not nel posto lasciato,  una
    pietra abbastanza grande,  che evidentemente non c'era un  momento
    prima.
    Cosetta  guard  quella  pietra,   chiedendosi  che  cosa  potesse
    significare.  A un tratto l'idea che quella pietra non era  venuta
    da  sola  sul banco,  che qualcuno l'aveva messa l sopra,  che un
    braccio era passato attraverso il cancello, la colp e le mise una
    vera paura.  Non c'era da dubitare;  la pietra era l.  Lei non la
    tocc;  fugg  senza  guardarsi dietro,  ripar in casa,  e chiuse
    subito, con sbarra e chiavistello,  le imposte della porta a vetri
    che metteva in giardino.
    Poi domand alla Toussaint:
    - Pap  tornato?
    - Non ancora, signorina.
    Valjean, uomo pensoso e passeggiatore notturno, spesso rientrava a
    notte abbastanza inoltrata.
    -  Toussaint  -  riprese  a dire Cosetta - avete cura di sprangare
    bene, la sera, almeno, le imposte verso il giardino e di passare i
    ferretti negli anelli per tenerle ferme?
    - Oh! state tranquilla, signorina.
    Cosetta sapeva benissimo che la Toussaint non  se  ne  dimenticava
    mai, tuttavia non pot trattenersi dall'aggiungere:
    - Siamo in un posto cos deserto!
    -  Oh!  quanto  a  questo  avete  ragione  -  disse  la Toussaint.
    Potrebbero assassinarci prima  d'avere  il  tempo  di  dire:  Ahi!
    Aggiunga  che il signore non dorme in casa.  Ma non abbiate paura,
    signorina,  io chiudo le finestre come tante fortezze.  Due  donne
    sole!  Io so che c' da tremare!  Pensate un po'!  Vedere di notte
    entrare degli uomini in camera,  che vi dicono:  -  Taci  -  e  si
    mettono a tagliarvi il collo!  Non  tanto per la morte; si muore,
    sta bene,  si sa che  si  deve  morire,  ma    l'abominazione  di
    sentirsi  toccare da quella gente.  E poi,  i loro coltelli devono
    tagliare tanto male. Ah, mio Dio!
    - Tacete! - esclam Cosetta. - Chiudete bene da per tutto!
    Spaventata  dal  melodramma  improvvisato   dalla   Toussaint,   e
    fors'anche   dal   ricordo   delle  apparizioni  della  precedente
    settimana, Cosetta non os nemmeno dirle: - Andate un po' a vedere
    la pietra che  hanno  messo  sul  sedile!  -  per  la  paura  che,
    riaprendo  la  porta del giardino,  entrassero "gli uomini".  Fece
    chiudere accuratamente tutti gli usci e le finestre, fece visitare
    dalla Toussaint l'intera casa, dalla cantina al solaio;  quindi si
    chiuse a chiavistello nella propria camera, guard sotto il letto,
    si coric e dorm male. Tutta la notte sogn la pietra grossa come
    una montagna piena di caverne.
    Allo  spuntar del sole - il sorgere del sole ci fa ridere di tutti
    i nostri terrori della notte,  e il riso  sempre  in  proporzione
    della   paura   patita   -   allo  spuntare  del  sole,   Cosetta,
    svegliandosi, consider il suo spavento come un incubo e disse tra
    s: - Che diamine sono andata sognando?  E'  come  dei  passi  che
    avevo creduto sentire l'altra settimana,  di notte,  nel giardino!
    Come l'ombra del tubo di stufa! Forse che divento paurosa adesso?
    Il sole rutilante dalle fessure delle imposte e che imporporava le
    cortine di damasco, la rassicur;  ogni cosa le svan dalla mente,
    anche la pietra.
    -  Non  c'erano  pietre  sul  sedile,  come non c'erano uomini col
    cappello a cilindro nel giardino;  ho sognato la  pietra  come  il
    resto.
    Si  vest,  scese in giardino,  corse al sedile,  e fu presa da un
    sudore freddo: la pietra c'era.
    Ma fu questione d'un momento.  Quello che   terrore  di  notte  
    curiosit di giorno.
    - Via! - disse. -Vediamo un po'.
    Sollev  la  pietra,  che  era  abbastanza  grossa,  e sotto trov
    qualche cosa che somigliava a una lettera.
    Era una busta di carta bianca. La prese. Non c'era n indirizzo da
    una parte n suggello dall'altra; per la busta bench aperta, non
    era vuota; vi si intravedevano delle carte dentro.
    Cosetta la frug. Non era spavento, non curiosit, ma un principio
    d'ansiet il suo.
    Trasse dalla  busta  quanto  conteneva.  Era  un  quadernetto  con
    ciascuna  pagina  numerata;  su ogni pagina erano tracciate alcune
    righe con una scrittura bella e fine.
    Cerc un nome,  e non c'era;  una firma,  e non c'era.  A chi  era
    diretto?  Probabilmente a lei, poich una mano l'aveva deposto sul
    sedile.  Da chi veniva?  Fu presa da una curiosit  irresistibile,
    tent  di  stornare  gli occhi da quelle carte che tremavano nelle
    sue mani, guard il cielo, la via,  le acacie inondate di luce,  i
    piccioni che volavano sopra un tetto vicino; poi a un tratto chin
    lo sguardo sul manoscritto, dicendo a se stessa che bisognava pure
    sapere che cosa c'era l dentro.
    Ecco quanto lesse:

    4. UN CUORE SOTTO UNA PIETRA.
    "Ridurre  l'universo  a una sola creatura,  indiare quasi una sola
    creatura, ecco l'amore.
    L'amore  il saluto degli angeli agli astri.

    Com' triste l'anima, quando  triste per amore!

    Che vuoto, l'assenza dell'essere che da solo riempie il mondo! Oh!
    come  vero che la persona amata diventa un dio!  Si potrebbe dire
    che  Dio  ne  fosse  geloso,  se  il Padre di ogni cosa non avesse
    evidentemente fatto  la  creazione  per  l'anima,  e  l'anima  per
    l'amore.

    Basta un sorriso intravisto sotto un cappellino di velo bianco col
    nastro lilla, perch l'anima entri nel palazzo dei sogni.

    Dio   dietro ogni cosa,  ma ogni cosa nasconde Dio.  Le cose sono
    oscure,  le creature sono opache.  Amare una  persona    renderla
    trasparente.

    Certi pensieri sono preghiere.  Vi sono momenti in cui,  qualunque
    sia l'atteggiamento del corpo, l'anima  in ginocchio.

    Gli innamorati quando sono separati ingannano  la  lontananza  con
    mille  cose  chimeriche,  che  pure  hanno  la  loro realt.  Sono
    impediti  di  vedersi,  non  possono  scriversi;  ma  trovano  una
    quantit  di  mezzi  misteriosi  per corrispondere.  Si inviano il
    canto degli uccelli, il profumo dei fiori,  il riso dei fanciulli,
    la luce del sole, i sospiri del vento, i raggi delle stelle, tutta
    la  creazione.  E perch no?  Tutte le opere di Dio sono fatte per
    servire l'amore.  L'amore  abbastanza potente per  incaricare  la
    natura intera dei suoi messaggi.

    O primavera, tu sei una lettera che io le scrivo.

    L'avvenire  appartiene  molto pi ai cuori che alle menti.  Amare,
    ecco la sola cosa che  possa  occupare  e  riempire  la  eternit.
    All'infinito occorre l'inesauribile.

    L'amore partecipa dell'anima stessa,  della sua stessa natura; al
    pari  di  essa,    una  scintilla  divina;  al  pari  di  essa  
    incorruttibile,  indivisibile,  imperituro.  E' un punto di fuoco,
    che sta in noi, che  immortale e infinito, che nulla pu limitare
    e  nulla  pu  spegnere.  Ne  sentiamo il bruciore fin nel midollo
    delle ossa; ne vediamo i raggi fino in fondo al cielo.

    O amore! O adorazione!  godimento di due anime che si comprendono,
    di due cuori che si uniscono,  di due sguardi che si compenetrano!
    Io vi conseguir, vero,  felicit supreme!  passeggiate in due nei
    luoghi solitari! giornate benedette e radiose! Talvolta ho pensato
    che  di  tanto  in  tanto  certe  ore si staccano dalla vita degli
    angeli e vengono quaggi ad attraversare il destino degli uomini.

    Alla felicit di quelli che si amano,  Dio nulla  pu  aggiungere,
    fuorch  dar  loro  la durata senza fine.  Dopo una vita di amore,
    un'eternit  d'amore,  ecco  infatti  un  aumento;  ma  accrescere
    d'intensit  la felicit ineffabile che l'amore dona all'anima sin
    da questa vita,  impossibile, anche a Dio.  Dio  la pienezza del
    cielo; l'amore  la pienezza dell'uomo.
    Voi guardate una stella per due motivi, perch  luminosa e perch
      impenetrabile;  ma  accanto a voi avete una luce pi dolce e un
    pi grande mistero, la donna.

    Ognuno di noi, chiunque sia,  ha il suo essere respirabile;  se ci
    manca, ci viene meno l'aria e restiamo soffocati. Allora si muore.
    E' orribile morire per mancanza d'amore;  l'asfissia dell'anima!

    Quando  l'amore ha fuso e confuso due esseri in una sacra angelica
    unit,  questi hanno trovato il segreto della vita;  non sono  pi
    che i due termini d'uno stesso destino,  le due ali di un medesimo
    spirito. Amate, volate!

    Il giorno,  in cui una donna che vi passa  davanti  vi  inonda  di
    luce, voi siete perduto, voi amate. Non vi resta altro da fare che
    pensare a lei con tale insistenza da costringerla a pensare a voi.

    Ci che l'amore comincia, Dio solo pu portare a termine.

    Il  vero  amore si dispera e si entusiasma per un guanto perduto o
    per un fazzoletto trovato,  e ha bisogno dell'eternit per la  sua
    dedizione  e  le sue speranze.  Esso si compone nello stesso tempo
    dell'infinitamente grande e dell'infinitamente piccolo.
    Se  siete  minerale,  siate  calamita;  se  siete  pianta,   siate
    sensitiva; se siete uomo, siate amore.

    Nulla  basta all'amore.  Si ha la felicit e si vuole il paradiso;
    si ha il paradiso e si vuole il cielo.

    O voi che vi amate, tutto questo  nell'amore. Sappiatelo trovare.
    L'amore ha la contemplazione come il cielo,  e in pi del cielo ha
    la volutt.

    - Viene ancora al Lussemburgo?  - No, signore. - In questa chiesa,
    viene ad ascoltar la messa? - Non ci viene pi.  - Abita sempre in
    questa casa?  - No,  ha sgomberato. E dove  andata a stare? - Non
    lo ha detto.

    Che cosa triste non saper l'indirizzo dell'anima propria!

    L'amore ha delle fanciullaggini,  le altre  passioni  hanno  delle
    meschinit.  Vergogna  alle  passioni che rendono l'uomo meschino!
    Onore a quella che lo rende fanciullo!

    E' una cosa strana questa, sapete? Io vivo nelle tenebre.  C' una
    persona che andandosene s' portata via il cielo.

    Oh!  essere distesi accanto nella stessa tomba,  con la mano nella
    mano, e ogni tanto, nelle tenebre,  carezzarci dolcemente un dito:
    questo basterebbe alla mia eternit!

    Voi che soffrite perch vi amate,  amate ancor pi. Morire d'amore
     viverne.

    Amate.  Una fosca trasfigurazione stellata  si  mescola  a  questo
    supplizio. Nell'agonia c' dell'estasi.

    O  gioia  degli  uccelli!  Hanno  il  canto  perch hanno il nido.
    L'amore  una respirazione celeste dell'aria del paradiso.

    Cuori profondi, menti sagge, accettate la vita come Dio la fa.  E'
    una  lunga  prova,  una  preparazione inintelligibile a un destino
    ignoto.  Questo destino,  il vero,  comincia per l'uomo  al  primo
    gradino nell'interno della tomba.  Allora qualche cosa gli appare,
    e  comincia  a  distinguere  il  definitivo.   I  viventi   vedono
    l'infinito;  ma il definitivo  visibile solo ai morti. Frattanto,
    amate e soffrite,  sperate e contemplate.  Ohim!  sventura a  chi
    avr  amato  non altro che corpi,  forme,  parvenze!  La morte gli
    toglier ogni cosa. Procurate di amare le anime e le ritroverete.

    Ho incontrato per via un giovane poverissimo  che  amava.  Il  suo
    cappello era vecchio,  gli abiti logori;  aveva i gomiti sdruciti;
    l'acqua passava attraverso le sue scarpe,  e le stelle  attraverso
    la sua anima.

    Che grande cosa essere amato! E che cosa ancora pi grande, amare!
    A forza di passione,  il cuore diventa eroico;  non si compone pi
    di nulla che non sia puro, non s'appoggia pi su nulla che non sia
    elevato e grande.  Un pensiero indegno non vi pu germinare,  come
    un'ortica su un ghiacciaio.  L'anima alta e serena,  inaccessibile
    alle passioni e alle emozioni volgari,  che domina le nebbie e  le
    ombre di questo mondo, le follie, le menzogne, gli odi, le vanit,
    le  miserie,  dimora  nell'azzurro del cielo e non sente pi nulla
    fuorch le scosse profonde e  sotterranee  del  destino,  come  le
    sommit dei monti sentono i terremoti.

    Se non ci fosse pi qualcuno che ama, il sole si spegnerebbe .

    5. COSETTA DOPO LA LETTERA.
    Leggendo  la  lettera,  a  poco  a poco Cosetta entrava nel sogno.
    Mentre  alzava  gli  occhi  dall'ultima  riga  della  lettera,  il
    bell'ufficiale, poich era la sua ora, pass trionfante davanti al
    cancello. Cosetta lo trov nauseante.
    Si rimise a guardare il foglio.  Era scritto,  con una calligrafia
    che a  Cosetta  parve  incantevole;  dalla  stessa  mano,  ma  con
    inchiostri diversi,  ora nerissimo, ora biancastro, come quando si
    aggiunge dell'acqua nel calamaio,  e  per  conseguenza  in  giorni
    diversi.  Era  dunque  lo  sfogo  di una mente,  fatto a sospiro a
    sospiro, irregolarmente, senz'ordine, senza scelta, senza scopo, a
    caso.  Non aveva letto mai nulla di simile.  Quel manoscritto,  in
    cui  trov  pi  luce  che  tenebre,  le  faceva  l'effetto  di un
    santuario  socchiuso.   Ciascuna  di   quelle   righe   misteriose
    risplendeva  ai  suoi  occhi  e le inondava il cuore di una strana
    luce.  L'educazione ricevuta le aveva sempre parlato dell'anima  e
    mai  dell'amore,  press'a poco come chi parlasse del tizzone e non
    della fiamma. Quel manoscritto di quindici pagine le rivelava d'un
    tratto, e con dolcezza, tutto l'amore, il dolore,  il destino,  la
    vita,  l'eternit, il principio e la fine. Era come se una mano si
    fosse aperta e le avesse gettato una manata di  raggi.  In  quelle
    righe  sentiva  un  carattere  appassionato,   ardente,  generoso,
    onesto,  una volont decisa,  un immenso  dolore  e  una  speranza
    immensa,  un cuore angosciato e un'estasi dischiusa.  Cos'era quel
    manoscritto? Una lettera.  Lettera senza indirizzo,  senza nome n
    data,  n firma, premurosa e disinteressata, un enigma composto di
    tante verit,  un messaggio d'amore degno di essere portato da  un
    angelo  e  letto da una vergine,  un appuntamento dato fuori della
    terra,  un biglietto amoroso di un fantasma  a  un'ombra.  Era  un
    assente  tranquillo  e oppresso,  che sembrava pronto a rifugiarsi
    nella tomba e che  inviava  alla  donna  assente  il  segreto  del
    destino,  la chiave della vita,  l'amore. Quelle righe erano state
    scritte col piede nel sepolcro e il dito nel cielo; erano cadute a
    una a una sulla carta e si potevano chiamare gocce d'anima.
    Ma ora da chi potevano venire quelle  pagine?  chi  poteva  averle
    scritte?
    Cosetta non esit neppure un momento. Un solo uomo. Lui!
    La  luce  si  era  rifatta  nel suo spirito.  Tutto era riapparso.
    Provava una gioia inaudita e un'angoscia profonda.  Era  lui!  lui
    che  scriveva!  lui  che era l!  lui che aveva passato il braccio
    attraverso  il  cancello!  Mentre  lei  lo  dimenticava,   lui  la
    ritrovava!  Ma lo aveva dimenticato? No, mai! Era stata una pazzia
    la sua di crederlo un  momento.  Lo  aveva  sempre  amato,  sempre
    adorato. Il fuoco si era coperto e aveva covato per qualche tempo,
    ma  lei  vedeva  bene  che cos aveva scavato pi addentro,  e ora
    splendeva di nuovo e la bruciava tutta.  Quel quadernetto era come
    una  miccia  caduta da quell'altra anima nella sua,  e lei sentiva
    che l'incendio ricominciava.  Si compenetrava di ogni  parola  del
    manoscritto:  -  Oh,  s  - diceva come riconosco tutto!  E' tutto
    quello che avevo gi letto negli occhi suoi.
    Finiva di leggerlo per la  terza  volta,  quando  il  luogotenente
    Teodulo torn a passare davanti al cancello, facendo risuonare gli
    speroni  sul  lastrico,  in  modo  che  fu costretta ad alzare gli
    occhi.  Le  parve  insipido,  sciocco,  stupido,  inutile,  fatuo,
    spiacevole,  impertinente  e  bruttissimo.  L'ufficiale ritenne di
    doverle  sorridere,  ma  lei  si  volt  vergognosa  e  indignata.
    Volentieri gli avrebbe gettato qualche cosa in testa.
    Fugg,  rientr  in casa e si rinchiuse in camera per rileggere il
    manoscritto, per impararlo a memoria e per sognare.  Quando l'ebbe
    letto ben bene, lo baci e se lo pose nel corpetto.
    Era  finita,  Cosetta  era  ricaduta  nel profondo amore serafico;
    l'abisso dell'Eden si era riaperto.
    Rimase tutta la giornata in una specie di sbalordimento. Pensava a
    stento;   le  idee  erano  nel  suo  cervello  come  una   matassa
    ingarbugliata;  non  riusciva  a  formare  nessuna  congettura,  e
    attraverso un tremore sperava,  che cosa?  delle cose  vaghe.  Non
    osava promettersi nulla,  e non voleva nulla negarsi. Le passavano
    dei pallori sul viso e  dei  fremiti  per  la  persona.  In  certi
    momenti le pareva di entrare in un mondo chimerico;  pensava: - E'
    proprio vero?  allora toccava sotto la veste  l'amato  foglio,  lo
    premeva  sul  cuore,  se lo sentiva sulla sua carne,  e se Valjean
    l'avesse vista in quell'istante,  avrebbe rabbrividito  davanti  a
    quella luminosa e ignota gioia che le traboccava dagli occhi. - Ah
    s!  - pensava. - E' proprio lui! Questo scritto viene da lui ed 
    per me!
    E diceva che per un intervento degli angeli,  per un caso  celeste
    gli era stato consegnato.
    O   trasfigurazione   dell'amore!   o  sogni!   Il  caso  celeste,
    l'intervento degli  angeli  era  stata  la  pallottolina  di  pane
    lanciata  al  di l del tetto della Force,  dalla corte Carlomagno
    alla Fossa dei Leoni, da un ladro a un altro ladro.

    6. I VECCHI SONO FATTI PER USCIRE A PROPOSITO.
    Venuta la sera,  Valjean usc di casa;  e Cosetta si abbigli.  Si
    pettin  nel  modo  che  stava  meglio,  indoss  una veste il cui
    corpetto,  avendo ricevuto un colpo di forbici  di  pi,  lasciava
    vedere dalla scollatura l'attacco del collo,  ed era quindi,  come
    dicono le ragazze,  "un po' indecente".  Non  era  niente  affatto
    indecente,  ma  la rendeva pi vezzosa.  Fece tutta quella toletta
    senza sapere perch.
    Voleva forse uscire? no.
    Aspettava qualche visita? no.
    Sull'imbrunire,  discese nel giardino,  mentre  la  Toussaint  era
    occupata nella cucina, che dava sul cortile interno.
    Si mise a camminare sotto le ramaglie,  scostandole ogni tanto con
    la mano, perch ce n'erano di molto basse.
    Giunse cos al sedile.  La  pietra  era  ancora  l.  Si  sedette,
    posando  la  dolce  mano  candida su quella pietra come se volesse
    accarezzarla e ringraziarla.
    A un tratto ebbe  quell'impressione  indefinibile  che  si  prova,
    anche  senza  vedere,  quando  si ha qualcuno in piedi alle nostre
    spalle. Volse la testa e si alz.
    Era lui.
    Era  a  testa  scoperta,   e  sembrava  pallido  e  smagrito.   Si
    distingueva  appena  il  suo  abito nero.  Il crepuscolo velava di
    pallore la sua bella fronte e di tenebre i suoi  occhi.  Sotto  un
    velo  di  incomprensibile dolcezza,  egli aveva qualche cosa della
    morte e della notte.  Il suo volto era illuminato dal chiarore del
    giorno  che muore e dal pensiero di un'anima che se ne va.  Pareva
    che non fosse ancora il fantasma e non fosse pi l'uomo.
    Il suo cappello giaceva a qualche passo nel cespuglio.
    Cosetta,  vicino a svenire,  non dette  un  grido;  indietreggiava
    lentamente,  perch si sentiva attratta.  Egli non si muoveva. Per
    un non so che d'ineffabile  e  di  triste  che  l'avvolgeva,  essa
    sentiva lo sguardo dei suoi occhi che non vedeva.
    Indietreggiando,  incontr  un  albero  e  vi  si appoggi;  senza
    quell'albero sarebbe caduta.  Allora ne ascolt  la  voce,  quella
    voce che veramente non aveva mai udito e che si elevava appena sul
    fruscio delle foglie e mormorava:
    -  Perdonatemi  se  sono qua.  Ho il cuore gonfio,  non potevo pi
    vivere cos,  e sono venuto.  Avete letto quello che misi  l,  su
    quel banco?  Mi riconoscete un poco?  Non abbiate paura di me.  E'
    gi da tempo;  vi ricordate il giorno  che  mi  guardaste?  Fu  al
    Lussemburgo;  presso  il  Gladiatore.  E il giorno che mi passaste
    davanti? Fu il 18 giugno e il 2 luglio; tra poco sar un anno.  Da
    tanto tempo non vi ho pi vista.  Chiesi di voi alla noleggiatrice
    di sedie,  e mi disse che non vi vedeva  pi.  Dimoravate  in  via
    Ovest al terzo piano verso strada,  in una casa nuova,  vedete che
    lo so. Vi seguivo. Che dovevo fare? Poi,  siete sparita.  Credetti
    una  volta  di  vedervi  passare  mentre stavo leggendo i giornali
    sotto i portici dell'Odeon;  corsi;  ma no: era una signorina  che
    portava  un cappello simile al vostro.  La notte,  vengo qui.  Non
    temete, non mi vede nessuno.  Vengo a guardare da vicino le vostre
    finestre.  Cammino leggermente affinch non mi sentiate, che forse
    ne avreste paura. L'altra sera ero dietro di voi; voi vi voltaste,
    e io fuggii. Una volta vi ho udito cantare. Ero felice.  Vi spiace
    forse  che  io vi senta cantare attraverso le imposte?  No,  vero?
    Vedete,  voi siete il mio angelo;  lasciatemi venir qui  un  poco.
    Sento  che  vado  incontro  alla morte.  Se sapeste!  vi adoro io!
    Perdonatemi!  vi parlo,  e non so cosa vi dico,  forse  vi  faccio
    dispiacere. Dite, vi faccio dispiacere?
    - O madre mia! - disse lei.
    E si pieg come se stesse per morire.
    Egli  la  raccolse  che  gi cadeva,  la prese fra le braccia e la
    strinse forte senza  aver  coscienza  di  quello  che  faceva.  La
    sosteneva,  barcollando  egli pure.  Aveva la testa stordita;  dei
    lampi gli passavano tra le ciglia;  le idee svanivano;  gli pareva
    di  compiere  un  atto religioso e di commettere una profanazione.
    Del resto non provava il  minimo  desiderio  di  quell'incantevole
    fanciulla che premeva contro il suo petto. Era pazzo d'amore.
    Lei gli prese una mano e se la pose sul cuore;  ed egli,  sentendo
    la carta che c'era, balbett:
    - Voi dunque mi amate?
    Lei rispose con una voce cos  fioca  che  era  un  soffio  appena
    percettibile:
    - Taci! lo sai!
    E nascose il volto coperto di rossore nel seno del giovane superbo
    e inebriato.
    Egli sedette sul banco,  con lei accanto.  Non avevano pi parole.
    Le stelle cominciavano a scintillare.  Come fu che le loro  labbra
    s'incontrarono?   Com'  che  l'uccello  canta,  che  la  neve  si
    scioglie, che la rosa si schiude, che maggio fiorisce,  che l'alba
    imbianca dietro gli alberi neri sulla cima delle colline?
    Un bacio, e fu tutto.
    Tutti  e  due  trasalirono  e  si  guardarono nell'ombra con occhi
    lucenti.
    Non sentivano n la notte fresca n la pietra fredda n  la  terra
    umida  n l'erba bagnata;  si guardavano e avevano il cuore gonfio
    di pensieri. Si erano presi per mano senza avvedersene.
    Lei non gli chiese da che parte fosse entrato e come  si  trovasse
    nel  giardino;  non ci pens neppure;  le pareva cos semplice che
    egli fosse l!
    Ogni tanto il ginocchio di Mario  toccava  quello  di  Cosetta,  e
    tutti e due rabbrividivano.
    Cosetta balbettava a intervalli qualche parola; le tremava l'anima
    sulle labbra, come una goccia di rugiada sopra un fiore.
    Poi,  a  poco  a  poco  si parlarono,  e l'effusione succedette al
    silenzio, che  pienezza. Sopra le loro teste, la notte era serena
    e splendida.  Quelle due creature,  pure come spiriti,  si dissero
    tutto: i loro sogni,  le loro ebbrezze,  le estasi, le chimere, le
    debolezze,  come  s'erano  adorati  da  lontano,   come  si  erano
    desiderati,   la  loro  disperazione  quando  avevano  cessato  di
    vedersi. Con un'intimit ideale,  che gi nulla poteva accrescere,
    si confidarono ci che avevano di pi segreto e di pi misterioso,
    si  raccontarono,  con  una  fede candida nelle proprie illusioni,
    tutto quello che l'amore,  la giovinezza e quel  resto  d'infanzia
    che  era  in  essi,  metteva  loro  in  mente.  Quei  due cuori si
    riversarono l'uno nell'altro,  sicch dopo un'ora era  il  giovane
    che  aveva  l'anima  della  fanciulla,  e la fanciulla l'anima del
    giovane; si compenetrarono, s'incatenarono, si abbagliarono.
    Quando ebbero finito,  quando si furono detto tutto,  Cosetta  gli
    pos la testa sulla spalla e gli domand:
    - Come vi chiamate?
    - Io mi chiamo Mario, e voi?
    - Io mi mi chiamo Cosetta.
    Libro 6.
    IL PICCOLO GAVROCHE.


    1. UNA BRUTTA BURLA DEL VENTO.
    Dopo il 1823, mentre la bettola di Montfermeil naufragava e andava
    a poco a poco sprofondando,  non gi nell'abisso d'una bancarotta,
    ma nella cloaca dei piccoli debiti,  i coniugi Thnardier  avevano
    avuto due altri figlioli,  maschi tutti e due.  Cos erano cinque:
    due femmine e tre maschi. Era troppo.
    La Thnardier riusc a sbarazzarsi degli ultimi  due,  quand'erano
    ancora in tenera et.
    Sbarazzarsi  la parola adatta. Quella donna possedeva soltanto un
    frammento  di  natura:  fenomeno peraltro di cui abbiamo pi di un
    esempio. Come la marescialla La Mothe-Houndancourt,  la Thnardier
    era  madre  solo  fino  alle  figlie  femmine:  l  finiva  la sua
    maternit.  L'odio per il genere umano cominciava dai suoi maschi.
    La  sua  malvagit verso questi ultimi era enorme,  e il suo cuore
    aveva da quel lato un lugubre dirupo. Come gi vedemmo,  detestava
    il maggiore;  esecr gli altri due. Perch? Cos. Il pi terribile
    motivo e la pi discutibile risposta: Cos.
    - Non ho bisogno di una nidiata di ragazzi - diceva.
    Spieghiamo ora in qual modo  giunsero  i  Thnardier  a  liberarsi
    degli ultimi due figli, e persino a cavarne un lucro.
    Quella Magnon, di cui abbiamo parlato alcune pagine pi su, era la
    stessa  che  era riuscita a far assegnare dal vecchio Gillenormand
    una  pensione  ai  due  suoi  bambini.   Abitava  sulla  riva  dei
    Celestini,  all'angolo  di quella vecchia via del Piccolo Muschio,
    che ha fatto quanto ha potuto per mutare  in  buon  odore  la  sua
    cattiva fama.  Tutti ricordano la grande epidemia di difterite che
    desol,  trentacinque anni or sono,  i  quartieri  della  Senna  a
    Parigi,  e  di  cui  la scienza profitt per sperimentare su larga
    scala l'efficacia delle insufflazioni di allume,  a cui si   cos
    utilmente sostituito oggi l'uso esterno della tintura di iodio. In
    quell'epidemia,  la  Magnon  perse  in  un  solo giorno,  l'uno la
    mattina,  l'altro la sera,  i suoi due figlioli,  ancora in tenera
    et.   Fu   un   gran  colpo:  quei  bambini  le  erano  preziosi,
    rappresentavano  ottanta  franchi  al  mese,   pagati  con  grande
    esattezza,  in nome del signor Gillenormand, dal suo uomo d'affari
    Barge, usciere a riposo, abitante in via Re di Sicilia.
    Morti i bambini, era svanita la rendita. La Magnon quindi cerc un
    espediente. Nella tenebrosa fabbrica del male,  di cui essa faceva
    parte,  sanno tutto, mantengono il segreto e si aiutano a vicenda.
    Occorrevano due bimbi alla Magnon. La Thnardier li aveva. L'et e
    il  sesso  corrispondevano.   Buon   ripiego   per   l'una,   buon
    collocamento per l'altra.  E cos i piccoli Thnardier divennero i
    piccoli Magnon.  La Magnon lasci la riva dei Celestini e and  ad
    abitare  in  via  Clocheperce.  A  Parigi,  l'identit che lega un
    individuo a se stesso si spezza da una via all'altra.
    Lo stato civile,  non avvertito  di  niente,  non  reclam,  e  la
    sostituzione avvenne nel modo pi semplice del mondo.  Senonch la
    Thnardier, per tale prestito di fanciulli,  pretese dieci franchi
    al mese,  che la Magnon promise e pag.  E' inutile aggiungere che
    il vecchio Gillenormand continu  la  pensione.  Egli  andava  una
    volta  ogni  sei  mesi a visitare i bambini,  ma non s'accorse del
    cambio.
    - Come vi assomigliano, signore! - gli diceva la Magnon.
    Thnardier,   per  cui  erano  facili   le   incarnazioni,   colse
    quell'occasione  per  diventare  Jondrette.  Le  sue due ragazze e
    Gavroche s'erano a mala pena accorti d'avere due fratellini.  A un
    certo  grado  di miseria,  si  vinti da una specie d'indifferenza
    spettrale e si vedono gli esseri come fossero larve.  I vostri pi
    prossimi  non  sono  spesso  altro  per  voi  se  non  vaghe forme
    dell'ombra,  appena distinte  sul  fondo  nebuloso  della  vita  e
    facilmente riconfuse con l'invisibile.
    La sera stessa del giorno che aveva consegnato i suoi due figlioli
    alla Magnon, con la volont espressa di rinunciarvi per sempre, la
    Thnardier  ebbe  o fece mostra di avere uno scrupolo,  e disse al
    marito: - Ma questo  un abbandonare i propri  figli!  Thnardier,
    magistrale e flemmatico, cauterizz lo scrupolo con queste parole:
    - Gian Giacomo Rousseau fece di meglio!  - Allora, dallo scrupolo,
    la madre pass all'inquietudine: - Ma se la polizia ci desse delle
    noie?  Di' su,  Thnardier,  quella che abbiamo fatto   una  cosa
    lecita?  - E Thnardier rispose: - Tutto  permesso. Nessuno sapr
    nulla del resto,  trattandosi di ragazzi che non hanno  un  soldo,
    nessuno ha interesse a guardare le cose da vicino.
    La Magnon era una specie di raffinata del delitto. Vestiva bene, e
    divideva  il  suo  alloggio,  arredato in una maniera affrettata e
    meschina,  con  un'esperta  ladra  inglese  francesizzata.  Questa
    inglese naturalizzata parigina,  raccomandabile per le ricchissime
    relazioni e stretta da  intimi  rapporti  con  le  medaglie  della
    biblioteca  e coi diamanti di madamigella Mars,  divenne pi tardi
    celebre nei registri giudiziari. La si chiamava Madamigella Miss.
    I due piccini passati alla  Magnon  non  ebbero  da  lagnarsi  del
    cambio.  Raccomandati  dagli  ottanta franchi,  erano trattati con
    riguardo,  come tutte le cose che si sfruttano;  non mal  vestiti,
    non  mal  nutriti,  erano trattati quasi come "signorini",  meglio
    dalla madre finta che dalla  vera.  In  loro  presenza  la  Magnon
    faceva la signora e non parlava mai in gergo.
    Trascorsero  cos  alcuni  anni.  Thnardier cominciava a presagir
    bene, e gi gli era accaduto un giorno di dire alla Magnon, venuta
    a pagargli i dieci franchi del mese:  -  Bisogner  che  il  padre
    pensi alla loro educazione.
    Ma   d'improvviso  quei  poveri  bimbi,   fino  allora  abbastanza
    protetti,  anche nella loro mala sorte,  si trovarono  bruscamente
    gettati nella vita, e costretti a iniziarla.
    Una  retata  in  massa  di  malfattori come quelli della stamberga
    Jondrette,  necessariamente  accresciuta  da  perquisizioni  e  da
    carcerazioni  ulteriori,    un  vero disastro per quella orribile
    contro-societ  occulta  che  vive  sotto   la   societ   comune;
    un'avventura  di  quel genere trascina con s ogni sorta di crolli
    in quel cupo mondo.  La  catastrofe  dei  Thnardier  produsse  la
    catastrofe della Magnon.
    Un  giorno,  poco tempo dopo che la Magnon aveva rimesso a Eponina
    il biglietto riguardante la via  Plumet,  la  polizia  faceva  una
    visita  inaspettata  in  Via  Clocheperce,  vi  arrest  la Magnon
    insieme a Madamigella Miss,  e  gli  abitanti  della  casa,  tutti
    sospetti,  furono colti nella retata. I due ragazzini, che in quel
    momento stavano giocando in un cortile  interno  non  si  avvidero
    della razzia; per, quando vollero rientrare in casa, la trovarono
    vuota  e con la porta chiusa.  Allora un ciabattino che teneva una
    baracchetta l di fronte,  li chiam e consegn loro un  pezzo  di
    carta  lasciato  dalla  "madre"  su cui c'era un indirizzo: Signor
    Barge, esattore, via Re di Sicilia, numero 8. Il ciabattino disse:
    - Andate laggi:  vicino;  la prima via a sinistra.  Domandate  a
    qualcuno con questa carta.
    I  due  bimbi  si  avviarono,  il  maggiore conducendo il minore e
    tenendo in mano il pezzo di carta che doveva guidarli.  Il bambino
    aveva freddo, e le sue piccole dita intirizzite stringevano poco e
    tenevano male la carta; cos che alla svolta della via Clocheperce
    un colpo di vento gliela strapp,  e siccome annottava, il bambino
    non pot ritrovarla.
    Si misero a girare a caso per le vie.

    2. IL PICCOLO GAVROCHE TRAE PROFITTO DA NAPOLEONE IL GRANDE.
    La primavera a Parigi  molto spesso attraversata da  certi  venti
    frizzanti e aspri,  dai quali si , non precisamente agghiacciati,
    ma gelati.  Questi venti,  che rattristano le pi belle  giornate,
    fanno proprio l'effetto di quegli spifferi d'aria fredda,  che per
    le fessure d'una finestra o d'una porta mal  chiusa  penetrano  in
    una  camera riscaldata.  Sembra che la cupa porta dell'inverno sia
    rimasta socchiusa e che il vento venga di l.  Nella primavera del
    1832,  quando scoppi in Europa la prima grande epidemia di questo
    secolo,  tali venti furono pi rigidi e pungenti che mai.  Si  era
    aperta  una porta pi gelida di quella dell'inverno,  la porta del
    sepolcro. In quei venti si sentiva il soffio del colera.
    Dal punto di vista meteorologico, quei venti freddi avevano questo
    di particolare,  che non escludevano una forte tensione elettrica;
    frequenti temporali, accompagnati da lampi e tuoni, scoppiarono in
    quel tempo.
    Una  sera,  mentre soffiava un'aspra tramontana,  tanto che pareva
    tornato gennaio e  i  borghesi  s'erano  rimessi  i  mantelli,  il
    piccolo Gavroche, sempre tremando allegramente sotto i suoi cenci,
    coperto  da uno scialle di lana da donna,  preso chi sa dove e che
    gli serviva come sciarpa,  se ne stava  ritto  e  quasi  estasiato
    davanti alla bottega d'un parrucchiere, nelle vicinanze dell'Orme-
    Saint-Gervais.  Aveva  l'aria  di  contemplare  profondamente  una
    sposina  di  cera,   scollacciata  e  col  capo  adorno  di  fiori
    d'arancio,  che girava nella vetrina,  mostrando, tra due lampade,
    il suo sorriso ai passanti; ma in realt osservava la bottega, per
    vedere se gli fosse possibile arraffare un pezzo  di  sapone,  che
    sarebbe  andato  a  rivendere  per un soldo a qualche barbiere del
    suburbio.
    Gli capitava spesso di far colazione con  uno  di  quei  pezzi  di
    sapone,  e chiamava quella specie di lavoro,  nel quale era abile,
    "far la barba ai barbieri".
    Mentre contemplava la sposina e adocchiava il  sapone,  borbottava
    tra i denti quanto segue: - Marted.  - No, non marted. Marted?-
    Forse marted. - S, marted.
    Non si  mai saputo a che cosa si riferisse questo  monologo.  Che
    se per caso si riferiva all'ultima volta che aveva pranzato, erano
    cos tre giorni, poich si era al venerd.
    Il  barbiere,  nella  sua  bottega  riscaldata da una buona stufa,
    intento a radere un cliente, dava ogni tanto un'occhiata di sbieco
    a quel nemico,  a quel monello intirizzito e sfrontato,  che aveva
    le mani in tasca, ma la mente sguainata.
    Mentre  Gavroche  stava  esaminando  la sposina,  la vetrina,  e i
    "Windsor-soap",  due  bambini  ancora  pi  piccoli  di  lui,  che
    mostravano uno sette anni, l'altro cinque, girarono timidamente la
    maniglia a becco d'anitra ed entrarono nella bottega chiedendo non
    sapremmo  che  cosa,  probabilmente  la  carit,  con  un mormorio
    lamentoso,  che somigliava a un gemito pi che  a  una  preghiera.
    Parlavano   tutti   e  due  insieme,   ma  le  loro  parole  erano
    inintelligibili,  perch il pi piccolo aveva la  voce  interrotta
    dai  singhiozzi,  e  l'altro  batteva  i  denti per il freddo.  Il
    barbiere si volse infuriato, e senza posare il rasoio, sospingendo
    il grande con la mano sinistra e  il  piccolo  col  ginocchio,  li
    cacci in strada e richiuse la porta dicendo:
    - Venire a raffreddare la gente per niente!
    I due fanciulli si rimisero in cammino piangendo.
    Intanto era arrivata una nube,  e cominciava a piovere. Il piccolo
    Gavroche corse loro dietro e li interpell:
    - Cosa avete, marmocchi?
    - Non sappiamo dove andare a dormire, - rispose il maggiore.
    - Questo  tutto? - disse Gavroche.  - Che gran cosa!  E si piange
    per questo? Che merli!
    E  assumendo  con  la sua superiorit un po' beffarda,  un accento
    d'autorit commossa e di dolce protezione:
    - Mocciosi, venite con me.
    - S, signore, - fece il maggiore.
    E i due  fanciulletti  lo  seguirono  come  avrebbero  seguito  un
    arcivescovo. Avevano finito di piangere.
    Gavroche  fece  loro  risalire la via Sant'Antonio nella direzione
    della Bastiglia.
    Mentre camminava,  lanci un'occhiata  indignata  e  retrospettiva
    alla bottega del parrucchiere.
    - E' senza cuore, quel baccal! - borbott. - E' un inglesaccio.
    Una ragazza,  vedendoli camminare tutti e tre in fila indiana, con
    Gavroche alla testa, si diede a ridere sgangheratamente. Quel riso
    mancava di rispetto al gruppo.
    - Buon giorno, signorina Omnibus, - disse Gavroche.
    Un momento dopo,  tornando con la mente al parrucchiere aggiunse:-
    Ho  sbagliato,   bestia;   non    un  baccal,     un  serpente.
    Parrucchiere,  andr a cercare un magnano e ti faro  attaccare  un
    campanello alla coda.
    Il  barbiere  l'aveva  reso aggressivo.  Scavalcando un rigagnolo,
    apostrof una portinaia barbuta,  degna di  incontrare  Faust  sul
    Brocken, la quale teneva la scopa in mano.
    - Signora, - le disse, - siete uscita col vostro cavallo?
    E in pari tempo inzaccher le scarpe verniciate di un passante.
    - Mariuolo! - grid costui infuriato.
    Gavroche alz il naso dalla sciarpa.
    - Con chi ce l'ha il signore?
    - Con te.
    -  L'ufficio    chiuso,  -  rispose  Gavroche.  -  Non ricevo pi
    reclami.
    Intanto,  mentre continuava a risalire la  via,  scorse  sotto  un
    portone  una  mendicante  di  tredici  o  quattordici anni,  tutta
    intirizzita,  con la gonnella tanto corta che mostrava i ginocchi.
    La  poverina  cominciava a essere troppo grande per vestire a quel
    modo.  Lo sviluppo fa di questi tiri;  la gonnella  diventa  corta
    proprio quando la nudit diventa indecente.
    - Povera ragazza! - esclam Gavroche. - Non ha neppure le mutande.
    Toh, prendi questo, a ogni modo.
    E  levatosi  tutta quella buona lana d'intorno al collo,  la gett
    sulle spalle scarne e livide della  mendicante,  dove  la  sciarpa
    ridivent scialle.
    La  fanciulla lo guard con aria stupita e ricevette lo scialle in
    silenzio. A un certo grado di miseria il povero,  nel suo stupore,
    non geme pi del male e non ringrazia pi del bene.
    Ci fatto:
    - Brrr!  - esclam Gavroche, tremando pi di san Martino, il quale
    almeno s'era serbato la met del suo mantello.
    A quel brrr!  la pioggia,  raddoppiando il suo  malumore,  divenne
    rabbiosa. Quei tempacci puniscono le buone azioni.
    -  Insomma  -  esclam il birichino - che vuol dire ci?  Piove di
    nuovo!   Dio  buono,   se  continua   in   questo   modo   disdico
    l'abbonamento.
    E s'avvi di nuovo.
    - A ogni modo,  - riprese volgendo un'occhiata alla mendicante che
    si raggomitolava sotto lo scialle,  - eccone una che ha una scorza
    famosa!
    E guardando il maltempo, grid:
    - Acchiappato!
    I due bimbi allungavano il passo per seguirlo.  Passando dinanzi a
    una di quelle fitte reti metalliche che indicano la bottega di  un
    fornaio,  poich si mette il pane come l'oro dietro una cancellata
    di ferro, Gavroche volgendosi chiese:
    - A proposito, marmocchi, abbiamo desinato?
    - Signore, - rispose il maggiore, - non mangiamo da stamattina.
    - Dunque non avete n padre n madre,  - riprese maestosamente  il
    monello.
    - Scusate,  signore,  abbiamo il pap e la mamma,  ma non sappiamo
    dove sono.
    - Delle volte e meglio non saperlo,  - disse Gavroche che  era  un
    pensatore.
    -  Sono  ormai  due  ore  che camminiamo,  - riprese il fanciullo.
    Abbiamo cercato se c'era qualche cosa negli angoli dei pilastrini,
    ma non abbiamo trovato nulla.
    - Lo so, - disse Gavroche. - Sono i cani che mangiano tutto.
    E riprese, dopo una pausa:
    - Dunque  abbiamo  perduto  gli  autori  dei  nostri  giorni;  non
    sappiamo  pi  che  cosa  ne  abbiamo  fatto;  questo non va bene,
    birichini. E' stupido smarrire cos delle persone d'et. Sta bene,
    ma intanto bisogna mangiare.
    Del resto,  non mosse  loro  altre  domande.  Cosa  c'era  di  pi
    naturale del trovarsi senza casa?
    Il  maggiore  dei  bimbi,  ritornato quasi interamente alla facile
    spensieratezza infantile, esclam:
    - E' curioso per!  La mamma  ci  aveva  promesso  di  condurci  a
    prendere il bosso benedetto la domenica delle palme!
    - Neurs, - rispose Gavroche.
    -  La  mamma,  -  riprese il bimbo,  -  una signora che abita con
    Madamigella Miss.
    - Tanflute, - ribatt Gavroche.
    Si era intanto fermato, e da qualche minuto tastava e frugava ogni
    sorta di cantucci che aveva nei suoi cenci.
    Finalmente rialz  la  testa  con  un  piglio  che  voleva  essere
    soltanto soddisfatto, ma che in realt era trionfante.
    - Calmiamoci, marmocchietti: ecco di che cenare tutti e tre.
    E da una delle tasche trasse fuori un soldo.
    Quindi,  senza  lasciar  tempo ai piccini di meravigliarsi,  se li
    spinse davanti tutti e due nella bottega del fornaio,  e  mise  il
    suo soldo sul banco gridando:
    - Garzone, cinque centesimi di pane.
    Il  fornaio  che  era  il  padrone in persona,  prese un pane e un
    coltello.
    -  ln tre pezzi,  garzone!  - riprese  Gavroche,  e  aggiunse  con
    dignit: - Siamo in tre.
    Ma  vedendo  che il panettiere,  dopo aver esaminato i tre,  aveva
    preso un  pane  bigio,  egli  si  cacci  un  dito  nel  naso  con
    un'aspirazione  altrettanto  imperiosa  che  se avesse tenuto alla
    estremit del pollice la presa di tabacco  del  gran  Federico,  e
    scagli in volto al fornaio questa sdegnosa apostrofe:
    - Checsecs?
    Se  mai  qualcuno  fra  i  nostri lettori francesi fosse indotto a
    supporre che l'esclamazione di Gavroche fosse una parola  russa  o
    polacca,  oppure  uno  di quei gridi selvaggi che gli "Yoways" e i
    "Botocudos" si lanciano dall'una all'altra riva di un fiume  nelle
    solitudini,  noi lo preveniamo, ch si tratta invece di una parola
    che si dice tutti i giorni in luogo della  frase:  "Qu'est-ce  que
    c'est  que  cel?".   Che  cosa    questo?   Il  panettiere  cap
    perfettamente e rispose:
    - Eh ma...  pane, un ottimo pane di seconda qualit.
    - Volete cio dire che  pane nero schifoso,  -  riprese  Gavroche
    con  voce  tranquilla  e  freddamente  sprezzante.   Pane  bianco,
    garzone! pane insaponato! ho degli invitati.
    Il fornaio non pot trattenersi dal sorridere,  e mentre  tagliava
    il pane bianco,  li esaminava con fare compassionevole che urt il
    monello.
    - Oh, garzone, cos'avete da squadrarci con la tesa?
    Messi tutti e tre l'uno sull'altro avrebbero formato una tesa.
    Quando il pane fu tagliato, il fornaio ritir il soldo, e Gavroche
    disse ai due piccini:
    - Macinate.
    Essi lo guardarono interdetti.
    Gavroche si mise a ridere:
    - Ah s!  vero. Sono cos piccoli! non sanno ancora.
    E riprese:
    - Mangiate.
    Nello stesso  tempo  porgeva  a  ciascuno  un  pezzo  di  pane.  E
    ritenendo  che  il  maggiore,  che  gli pareva pi degno della sua
    conversazione,  meritasse un incoraggiamento  speciale  e  dovesse
    essere sbarazzato di ogni esitazione e soddisfare il suo appetito,
    aggiunse dandogli la parte pi grossa:
    - Cacciati questo nel gozzo.
    C'era un pezzo pi piccolo degli altri: lo tenne per s.  I poveri
    ragazzi  affamati,  compreso  Gavroche,  si  posero  ad  addentare
    voracemente  il  loro  pane,  ingombrando  la bottega del fornaio.
    Questi, adesso che era stato pagato, li guardava con malumore.
    - Rientriamo nella via - disse Gavroche.
    E ripigliarono la direzione della Bastiglia.
    Ogni tanto, quando passavano davanti alle botteghe illuminate,  il
    pi  piccino  si fermava a guardare l'ora a un piccolo orologio di
    piombo, che portava sospeso al collo con un cordoncino.
    - E' un vero merlotto, - diceva Gavroche.
    Poi, fattosi pensieroso, borbottava tra i denti:
    - Non importa;  se avessi  dei  mocciosi,  li  custodirei  un  po'
    meglio.
    Mentre  finivano  il  pezzo  di  pane,  e arrivavano all'angolo di
    quella noiosa via Ballets,  in  fondo  alla  quale  si  scorge  lo
    sportello basso e odioso della Force:
    - Guarda, sei tu, Gavroche? - disse qualcuno.
    - Guarda, sei tu, Montparnasse? - rispose il birichino.
    Quello che aveva abbordato Gavroche era un uomo,  e quell'uomo non
    era altri che Montparnasse travestito,  con gli occhiali  azzurri,
    ma riconoscibile per Gavroche.
    -  Figlio d'un cane!  - prosegu il monello - hai una scorza color
    cataplasma di semi di lino e gli occhiali azzurri come un  medico.
    Hai dello stile, parola di Gavroche!
    - Zitto! - fece Montparnasse. - Abbassa la voce!
    E trascin vivamente Gavroche fuori dalla luce delle botteghe.
    I due piccoli li seguirono macchinalmente, tenendosi per mano.
    Quando  giunsero  sotto  l'atrio  oscuro d'un portone,  al coperto
    dagli sguardi e dalla pioggia, Montparnasse chiese:
    - Sai dove vado?
    - All'abazia del Mont--Regret, - rispose Gavroche.
    - Burlone!
    E Montparnasse riprese:
    - Vado a trovare Babet.
    - Ah! - osserv Gavroche. - Lei si chiama Babet?
    Montparnasse abbass la voce:
    - Non lei, lui.
    - Ah Babet!
    - S, Babet.
    - Io lo credevo sotto catenaccio.
    - Ha rotto il catenaccio - rispose Montparnasse.
    E narr rapidamente al monello che quella  mattina  stessa  Babet,
    trasferito alla Conciergerie, era evaso voltando a sinistra invece
    che a destra nel "corridoio dell'istruzione".
    Gavroche ammir l'abilit:
    - Che dentista! - disse.
    Montparnasse aggiunse alcuni particolari sull'evasione di Babet, e
    termin dicendo:
    - E non basta.
    Mentre  ascoltava,  il  monello s'era impossessato d'una canna che
    l'altro teneva in mano,  e avendo macchinalmente tirato  la  parte
    superiore, apparve la lama d'un pugnale.
    - Ah!  - diss'egli, ricacciando prontamente il ferro nel bastone.-
    Hai portato il tuo gendarme travestito da borghese.
    Montparnasse strizz l'occhio.
    - Diamine!  - riprese Gavroche.  - Vai dunque a  far  baruffe  coi
    "cognes"?
    -  Non si sa mai,  - rispose Montparnasse con fare noncurante.  E'
    sempre bene aver addosso uno spillo.
    Il monello insistette:
    - Cosa farai dunque, stanotte?
    Montparnasse riprese il tono grave e rispose mangiando le sillabe:
    - Qualche cosa.
    Poi cambiando discorso, a un tratto:
    - A proposito!
    - Cosa?
    - Una storia di ieri l'altro.  Figurati!  incontro un borghese che
    mi  regala  un  sermone  e la sua borsa.  Io metto in tasca tutto;
    ebbene, un minuto dopo, frugo dentro, non c'era pi niente.
    - Tranne il sermone, - fece Gavroche.
    - Ma tu dove vai adesso? - riprese Montparnasse.
    E l'altro, mostrandogli i due suoi protetti:
    - Vado a mettere a letto questi ragazzi.
    - Dove, a letto?
    - Da me.
    - Dove, da te?
    - In casa mia.
    - Hai un alloggio dunque?
    - S, ho un alloggio.
    - E dove?
    - Nell'elefante, - rispose Gavroche.
    Bench Montparnasse fosse poco accessibile allo stupore  non  pot
    trattenere un'esclamazione:
    - Nell'elefante!
    - Ebbene s, nell'elefante, - ribatt il monello. - Checsa?
    Anche  questa   un'altra parola della lingua che nessuno scrive e
    che tutti parlano.  Significa: "qu'est-ce-que  cela  a?".  Che  ci
    trovi  di  strano?  La profonda osservazione del monello ridon la
    calma e il buon senso a Montparnasse, che parve tornare a migliori
    sentimenti sull'alloggio di Gavroche.
    - Infatti - disse - hai ragione! S, l'elefante... Ci si sta bene?
    - Benissimo - rispose Gavroche - proprio  magnificamente.  Non  ci
    sono correnti d'aria come sotto i ponti.
    - Come fai ad entrarci?
    - Entro.
    - C' dunque un buco?
    -  Si capisce!  Ma non bisogna dirlo.  E' fra le gambe davanti;  i
    poliziotti non se ne sono accorti.
    - E tu t'arrampichi? S, ora capisco.
    - In un attimo, cric, crac,  fatto: non c' pi nessuno.
    Dopo una pausa, Gavroche aggiunse:
    - Per questi piccini avr una scala.
    Montparnasse si mise a ridere.
    - Dove diavolo hai preso quei mocciosi?
    L'altro rispose con naturalezza:
    - Me li ha regalati un parrucchiere.
    Intanto Montparnasse era diventato pensieroso.
    - Tu mi hai riconosciuto molto facilmente - mormor.
    Tolse di tasca due oggettini, che non erano altro che due cannelli
    di penna,  e se ne introdusse uno in ciascuna narice: gli facevano
    un naso diverso.
    -  Ti cambiano la fisionomia - disse Gavroche;  - sei meno brutto;
    dovresti portarli sempre.  Montparnasse era un bel giovane,  ma il
    monello era burlone.
    - Senza scherzi - chiese Montparnasse - come mi trovi?
    Era un altro suono di voce. In un batter d'occhi, Montparnasse era
    diventato irriconoscibile.
    - Oh! facci Pulcinella! - esclam Gavroche.
    I  due piccini,  che fino allora non avevano ascoltato una parola,
    intenti come erano a ficcarsi le dita  nel  naso,  all'udire  quel
    nome si avvicinarono e guardarono Montparnasse con un principio di
    gioia e d'ammirazione.
    Sfortunatamente Montparnasse era preoccupato.
    Pos la mano sulla spalla di Gavroche,  e gli disse accentuando le
    parole:
    - Senti quello che ti dico, ragazzo. Se fossi sulla piazza col mio
    dog, la mia daga e la mia diga, e voi mi prodigaste dieci soldoni,
    non mi rifiuterei di lavorare, ma oggi non  marted grasso.
    Questa frase bizzarra produsse sul monello un effetto  strano.  Si
    volse  lestamente,  gir  intorno  con  profonda attenzione i suoi
    piccoli occhi brillanti,  e scorse,  alcuni passi pi  in  l  una
    guardia  che  volgeva loro le spalle.  Si lasci sfuggire un: - ah
    bene!  -  che  subito  represse;   quindi  stringendo  la  mano  a
    Montparnasse gli disse:
    - Ebbene,  buona sera, me ne vado all'elefante coi miei marmocchi.
    Se per caso avessi bisogno di me una notte,  vieni a cercarmi  l.
    Non c' portinaio. Domanderai del signor Gavroche.
    - Va bene - rispose l'altro.
    E  si  separarono.  Montparnasse  si  incammin verso la Grve,  e
    Gavroche verso la Bastiglia. Il bimbo di cinque anni,  rimorchiato
    da suo fratello,  che era rimorchiato da Gavroche,  volse indietro
    parecchie   volte   la   testa   per   vedere   "Pulcinella"   che
    s'allontanava.
    La  frase enigmatica con cui Montparnasse aveva avvertito Gavroche
    della presenza  del  poliziotto,  non  conteneva  altro  talismano
    fuorch  l'assonanza  "dig" ripetuta parecchie volte sotto diverse
    forme.  Questa sigla non  pronunciata  isolatamente  ma  frammista
    abilmente alle parole d'una frase, significa: "Stiamo al'erta, non
    si  pu  parlare  liberamente".  -  C'era inoltre,  nella frase di
    Montparnasse, una bellezza letteraria che sfuggi al monello,  cio
    "il  mio  dog,  la mia daga,  la mia diga" locuzione del gergo del
    Tempio, che significa il mio cane, il mio coltello e mia moglie, e
    che era molto in uso fra gli avventurieri del gran secolo,  quando
    Molire scriveva e Callot disegnava.
    Nell'angolo  sud-est  della  piazza  della Bastiglia,  vicino alla
    darsena del canale scavato nell'unico  fossato  della  cittadella-
    prigione,   si  vedeva  ancora  vent'anni  or  sono  un  monumento
    bizzarro,  gi scomparso dalla memoria  dei  parigini  e  che  pur
    meritava di lasciarvi qualche traccia, essendo un'idea del "membro
    dell'Istituto, generale in capo dell'esercito d'Egitto".
    Diciamo  monumento,  bench non fosse pi d'un abbozzo.  Ma quello
    stesso  abbozzo  prodigioso,   cadavere   grandioso   di   un'idea
    napoleonica,  che due o tre successivi colpi di vento avevano ogni
    volta portato via e gettato pi  lontano  da  noi,  era  diventato
    storico  e  aveva  acquistato  un certo carattere definitivo,  che
    contrastava col suo aspetto  provvisorio.  Era  un  elefante  alto
    quaranta  piedi,  costruito in legno e muratura,  con sul dorso la
    sua torre somigliante a una casa, dipinto una volta in verde da un
    imbianchino  qualsiasi,  poi  dipinto  in  nero  dall'aria,  dalla
    pioggia e dal tempo.  In quell'angolo deserto e nudo della piazza,
    la larga fronte del colosso,  la proboscide,  i denti,  la  torre,
    l'enorme groppa, le quattro zampe simili a colonne disegnavano, di
    notte,  sul  cielo stellato,  un profilo sorprendente e terribile.
    Non si sapeva che cosa  volesse  significare:  pareva  un  simbolo
    della forza popolare. Era enigmatico, immenso, cupo; una specie di
    fantasma potente, visibile e ritto accanto allo spettro invisibile
    della Bastiglia.
    Pochi  stranieri  visitavano  quel  monumento,  nessun passante lo
    guardava.  Cadeva in rovina;  a ogni stagione,  si staccavano  dei
    pezzi  di  vernice  dai  suoi  fianchi,   aprendovi  delle  piaghe
    orribili. Gli "edili",  come si dice in gergo elegante,  l'avevano
    dimenticato  fin  dal  1814.  Giaceva l in quell'angolo,  triste,
    malato,  crollante,   circondato  da  una  palizzata  imputridita,
    insudiciata  ogni momento da cocchieri ubriachi;  dei crepacci gli
    solcavano il ventre,  un'assicella gli pendeva  dalla  coda  e  in
    mezzo  alle gambe gli cresceva l'erba.  E siccome il livello della
    piazza attorno, in trent'anni, si elevava con quel movimento lento
    e continuo che rialza insensibilmente il suolo delle grandi citt,
    l'elefante veniva a trovarsi in un avvallamento e  pareva  che  la
    terra  gli  si  sprofondasse  sotto.   Era  immondo,   spregevole,
    ripugnante e superbo, brutto agli occhi del borghese,  malinconico
    a  quelli del pensatore.  Aveva qualcosa della lordura che sta per
    essere spazzata e della maest che sta per essere decapitata.
    Come abbiamo detto, di notte l'aspetto mutava.  La notte  il vero
    ambiente di tutto quello che  ombra. Appena cadeva il crepuscolo,
    il   vecchio   elefante  si  trasfigurava,   assumeva  un  aspetto
    tranquillo e  formidabile  nell'immensa  serenit  delle  tenebre.
    Appartenendo al passato,  apparteneva alla notte,  e 1'oscurit si
    adattava alla sua grandezza.
    Quel monumento, rozzo, massiccio, pesante, ruvido, austero e quasi
    deforme,  ma indubbiamente maestoso e improntato a una  specie  di
    gravit  magnifica  e selvaggia,   sparito per lasciar regnare in
    pace quella specie di gigantesca stufa ornata del suo tubo, che ha
    sostituito la cupa fortezza a nove torri,  press'a  poco  come  la
    borghesia sostituisce la feudalit.  E' ben naturale che una stufa
    serva di simbolo a un'epoca, la cui potenza sta in una marmitta.
    Quest'epoca passer,  gi passa;  si comincia a comprendere che se
    pu esserci della forza in una caldaia, non pu esserci potenza se
    non  nel  cervello;  che  in  altri termini,  quelle che guidano e
    trascinano il mondo non sono le locomotive, ma le idee.  Attaccate
    le locomotive alle idee,  sta bene; ma non prendete il cavallo per
    il cavaliere.
    Comunque  sia,   per  tornare   alla   piazza   della   Bastiglia,
    l'architetto  dell'elefante era riuscito a fare col gesso qualcosa
    di grande;  l'architetto del tubo da stufa  riuscito a  fare  col
    bronzo qualche cosa di meschino.
    Quel  fumaiolo,  battezzato col nome sonoro e famoso di colonna di
    Luglio,  quel monumento mancato di una rivoluzione  abortita,  era
    ancora  avvolto nel 1832 da un'immensa impalcatura,  che per conto
    nostro rimpiangiamo,  e chiuso da un vasto recinto di  tavole  che
    finiva d'isolare l'elefante.
    Fu verso quell'angolo della piazza,  a mala pena rischiarato da un
    lampione lontano, che il monello condusse i due bambini.
    Ci si permetta  d'interromperci  e  ricordare  che  diciamo  delle
    semplici  realt,  e  che  vent'anni fa il tribunale dei minorenni
    ebbe a giudicare un  fanciullo  accusato  di  vagabondaggio  e  di
    guasti  a  un  monumento  pubblico,   perch  sorpreso  a  dormire
    nell'interno  dell'elefante  della   Bastiglia.   Ci   costatato,
    proseguiamo.
    Arrivando   presso   il  colosso,   Gavroche  cap  l'effetto  che
    l'infinitamente grande pu produrre sull'infinitamente piccolo,  e
    disse:
    - Non abbiate paura, ragazzi!
    Poi  entr  nel  recinto  dell'elefante scavalcando la palizzata e
    aiut i bambini a scavalcare.  I  due  ragazzi,  un  po'  sgomenti
    seguivano Gavroche senza parlare, affidandosi a quella provvidenza
    cenciosa,  che  aveva  dato  loro  un  tozzo di pane e promesso un
    ricovero.
    Distesa a terra lungo la palizzata c'era una  scala  a  mano,  che
    serviva  di  giorno  agli operai del vicino cantiere;  Gavroche la
    sollev con un vigore singolare e l'appoggi  a  una  delle  gambe
    anteriori dell'elefante. Verso il punto dove metteva capo la scala
    si vedeva nel ventre del colosso un buco nero.
    Il monello indic ai suoi ospiti la scala e il buco, e disse loro:
    - Salite ed entrate.
    I due fratellini si guardarono atterriti.
    - Avete paura, mocciosi! - esclam Gavroche.
    E aggiunse:
    - Adesso vedrete.
    S'avvinghi  al  piede  rugoso  dell'elefante,   e  in  un  batter
    d'occhio,  senza degnarsi di adoperare la scala,  giunse  fino  al
    buco.  Entr come una lucertola che scivola in una fessura,  vi si
    immerse,  e un momento dopo  i  due  piccini  videro  confusamente
    apparire, come una forma biancastra e livida, la sua testa pallida
    sull'orlo del buco tenebroso.
    - Su via,  dunque, salite! - grid; - vedrete come si sta bene!...
    Monta,  tu!  - aggiunse rivolgendosi al maggiore - ti stender  la
    mano.
    I due bimbi si spinsero l'un l'altro con la spalla;  il monello li
    intimidiva e rassicurava nello stesso tempo;  e poi pioveva  molto
    forte.  Il maggiore si arrischi; l'altro, vedendo che il fratello
    saliva e che egli rimaneva solo  fra  le  gambe  di  quell'immensa
    bestia, sentiva una gran voglia di piangere, ma non osava.
    Il  pi grande saliva,  barcollando,  i pioli della scala,  mentre
    Gavroche l'incoraggiava a ogni passo con esclamazioni  da  maestro
    di scherma agli scolari e da mulattiere ai muli:
    - Non aver paura!
    - Cos!
    - Continua! Metti l il piede! Qua la mano! Coraggio!
    E  quando l'ebbe a tiro,  con un moto rapido ed energico 1'afferr
    per il braccio e lo tir a s, esclamando:
    - Inghiottito!
    Il bambino aveva varcato il buco.
    - Adesso aspettami  -  disse  Gavroche.  -  Abbiate  la  bont  di
    sedervi, signore.
    E  uscendo dal buco com'era entrato,  si lasci sdrucciolare lungo
    la gamba dell'elefante con l'agilit  di  una  scimmia,  cadde  in
    piedi nell'erba,  pigli alla cintura il bimbo di cinque anni,  lo
    piant sulla scala, e si mise a salire dietro di 1ui,  gridando al
    maggiore:
    - Io lo spingo, tu lo tirerai.
    In  un  momento  il  piccino  fu  portato  su,   spinto,   tirato,
    trascinato, introdotto,  ficcato nel buco,  senza aver avuto tempo
    di raccapezzarsi.  Gavroche, entrato dopo di lui, respinse con una
    pedata la scala che cadde nell'erba,  e si mise a battere le  mani
    esclamando:
    - Eccoci! Viva il generale Lafayette!
    Passata quest'esplosione, aggiunse:
    - Ragazzi, siete in casa mia.
    Gavroche era effettivamente in casa sua.
    Oh!  inaspettata  utilit dell'inutile!  carit delle cose grandi!
    bont dei giganti! Quello smisurato monumento, che aveva contenuto
    un pensiero  dell'imperatore,  era  diventato  il  rifugio  di  un
    monello.
    Il  bimbo  era stato accettato e ospitato dal colosso.  I borghesi
    vestiti  a  festa  che  passavano   davanti   all'elefante   della
    Bastiglia, dicevano volentieri, squadrandolo, con aria sprezzante,
    coi  loro  occhi  a  fior  di testa: - A che serve quella roba?  -
    Serviva a salvare dal freddo, dalla brina,  dalla grandine,  dalla
    pioggia,  a  riparare dal vento invernale,  a preservare dal sonno
    nel fango che d la febbre,  e dal sonno  nella  neve  che  d  la
    morte, un piccolo essere senza padre n madre, senza pane n abiti
    n  asilo;  serviva  a ospitare l'innocente reietto della societ;
    serviva a diminuire la colpa pubblica; era un rifugio aperto a chi
    trovava tutte le porte chiuse,  pareva che il  vecchio  miserabile
    mastodonte,   invaso  dagli  insetti  e  dall'oblio,   coperto  di
    verruche,  di muffa e di ulceri,  cadente,  tarlato,  abbandonato,
    condannato,  colossale  mendicante che invano chiedeva l'elemosina
    di uno sguardo benevolo in mezzo al crocevia,  avesse avuto  piet
    di  quell'altro  mendicante,  del  povero  pigmeo  senza scarpe ai
    piedi,  senza soffitto sulla testa,  che si soffiava  sulle  dita,
    vestito di cenci,  nutrito di quello che si getta via.  Ecco a che
    cosa serviva l'elefante  della  Bastiglia.  L'idea  di  Napoleone,
    sdegnata  dagli  uomini,  era  stata  ripresa  da Dio.  Quello che
    sarebbe  stato  soltanto  illustre,  era  divenuto  augusto.   Per
    realizzare  il  suo  pensiero,  all'imperatore  sarebbe occorso il
    porfido, il bronzo, il ferro, l'oro,  il marmo: a Dio bastava quel
    vecchio mucchio di assi,  di travi e di gesso.  L'imperatore aveva
    avuto un'idea geniale;  in  quell'elefante  titanico,  prodigioso,
    armato, che doveva tenere alta la proboscide, portare la sua torre
    e   lanciare  tutt'intorno  delle  acque  fresche  e  vivificanti,
    Napoleone voleva raffigurare il popolo;  Dio ne  aveva  fatto  una
    cosa pi grande, vi ospitava un fanciullo.
    Il  buco  per  cui  era  entrato  Gavroche  era una breccia appena
    visibile di fuori,  nascosta com'era,  l'abbiamo detto,  sotto  il
    ventre del colosso,  e tanto stretta che solo i gatti e i bimbi vi
    potevano passare.
    - Cominciamo - disse il monello - dall'avvertire il portinaio  che
    non siamo in casa.
    E  muovendosi  nelle tenebre con la disinvoltura di chi conosce il
    proprio appartamento,  prese una tavola e chiuse il buco.  Poi  si
    mosse  di nuovo nell'oscurit,  e i bambini sentirono sfriggere lo
    zolfanello immerso nell'ampollina fosforica.  Allora non  esisteva
    ancora il fiammifero,  e lo zolfino fosforico Fumade rappresentava
    il progresso.
    Una luce improvvisa fece socchiudere i loro occhi;  Gavroche aveva
    acceso  uno  di  quei  pezzetti  di  corda  imbevuti di resina che
    chiamano sorci di cantina. Quella specie di candela,  mandando pi
    fumo   che   luce,   rendeva   confusamente   visibile   l'interno
    dell'elefante.
    I due  ospiti  di  Gavroche  si  guardarono  attorno  e  provarono
    qualcosa  di  simile  a  quello che proverebbe chi fosse rinchiuso
    nella grande botte di Heidelberg,  o meglio ancora  a  quello  che
    dovette  provare  Giona nel biblico ventre della balena.  Appariva
    loro e li avvolgeva uno scheletro gigantesco.  In alto,  una lunga
    trave  bruna,  da  cui  partivano a intervalli ossature centinate,
    rappresentava  la  colonna  vertebrale  con  le   costole,   donde
    pendevano come visceri delle stalattiti di gesso, e da una costola
    all'altra vaste ragnatele formavano dei polverosi diaframmi. Qua e
    l  si  vedevano negli angoli grosse macchie nerastre che parevano
    vive e  si  spostavano  rapidamente  con  un  movimento  brusco  e
    spaventato.
    I  calcinacci caduti dai dorsi sul ventre dell'elefante ne avevano
    colmato le concavit,  in modo che vi  si  poteva  camminare  come
    sopra un impiantito.
    Il pi piccolo dei due bimbi si strinse contro il fratello dicendo
    sottovoce:
    - Com' nero!
    Questa  parola fece scattare Gavroche.  L'aspetto pietrificato dei
    due ragazzi rendeva necessaria una scossa.
    - Cosa andate cercando?  - esclam.  - Facciamo  gli  schizzinosi?
    facciamo i disgustati?  Volete le Tuileries?  Se siete due bestie,
    ditelo.   Vi  avverto  che  non  appartengo  al  reggimento  degli
    sciocchi. Cosa siete? i figli di Rothschild?
    Uno  scossone    buono  nella paura;  serve a rassicurare.  I due
    bambini si riaccostarono a Gavroche.
    Allora questi, paternamente commosso da quella fiducia, pass "dal
    grave al dolce" e volgendosi al pi piccino:
    - Bestiolina - gli disse moderando l'ingiuria  con  una  piacevole
    sfumatura  - fuori s che  nero!  Fuori piove e qui no;  fuori fa
    freddo e qui non c' un filo di vento;  fuori c' tanta  gente,  e
    qui non c' nessuno;  fuori non c' nemmeno la luna, e qui abbiamo
    la candela, porco cane!
    I due fanciulli cominciarono a guardare  l'appartamento  con  meno
    paura; ma Gavroche non diede loro l'agio della contemplazione.
    Li  spinse  verso quello che siamo lietissimi di poter chiamare il
    fondo della camera.  L stava il suo letto.  Il letto di  Gavroche
    era  completo;  vale a dire che c'era un materasso,  una coperta e
    un'alcova con le cortine.  Il materasso era una stuoia di  paglia;
    la  coperta  era un largo scampolo di un grosso panno grigio quasi
    nuovo e molto caldo. Ed ecco che cos'era l'alcova.
    Tre pioli abbastanza lunghi,  infissi solidamente nel  calcinaccio
    del suolo,  vale a dire nel ventre dell'elefante,  due avanti, uno
    indietro, e riuniti alla sommit da una corda,  in modo da formare
    un fascio piramidale, sostenevano una rete di ferro sovrapposta ma
    cos  magistralmente  applicata  e  mantenuta per mezzo di fili di
    ferro  da  avvolgere  interamente  i  pioli.   La  rete,   fissata
    tutt'intorno al suolo da una cintura di grosse pietre,  in modo da
    non lasciar passare nulla al di sotto,  non era altro che un pezzo
    delle  reti  metalliche  con  cui  si  rivestono le uccelliere nei
    serragli.  Il letto  l  sotto  era  come  una  gabbia;  il  tutto
    somigliava  a  una  tenda  di  esquimese.  La  rete  sostituiva le
    cortine.  Gavroche spost un poco le pietre  che  mantenevano  sul
    davanti  la  rete;   i  due  lembi  della  rete,  ripiegati  l'uno
    sull'altro, si scostarono.
    - Ragazzi, a quattro zampe! - diss'egli.
    Fece entrare con precauzione gli ospiti nella gabbia,  poi  vi  si
    introdusse  lui  pure  strisciando,  riaccost  le pietre e chiuse
    ermeticamente l'apertura.
    Si sdraiarono tutti  e  tre  sulla  stuoia.  Per  quanto  piccini,
    nessuno di loro avrebbe potuto stare in piedi nell'alcova.
    - Ed ora dormite! Io spengo la candela - disse Gavroche, che aveva
    sempre la candela in mano.
    - Signore,  - gli chiese il maggiore dei fratellini,  additandogli
    la rete - cos' questo?
    - Questo - rispose gravemente Gavroche -  per i sorci... Dormite!
    Per si credette in dovere d'aggiungere qualche altra  parola  per
    l'istruzione di quelle creature in tenera et, e prosegu:
    - Sono cose del giardino zoologico, servono alle bestie feroci. Ce
    n' un magazzino pieno.  Basta salire sopra un muro,  arrampicarsi
    per una finestra e passare sotto un uscio, e se ne ha quanta se ne
    vuole.
    E mentre parlava, ravvolgeva in un lembo della coperta il piccolo,
    che mormor:
    - Oh! cos va bene!  caldo!
    Gavroche guard la coperta con occhio soddisfatto.
    - Anche questa viene dal Giardino zoologico - disse;  - l'ho tolta
    alle scimmie.
    E  mostrando  al  maggiore la stuoia su cui erano coricati,  molto
    spessa e lavorata bene, aggiunse:
    - Questa era della giraffa.
    - Le bestie avevano tutte queste cose e io le  ho  prese;  ma  non
    sono andate in collera. Ho detto loro: - sono per l'elefante.
    E dopo un altro momento di silenzio aggiunse:
    - Basta scavalcare i muri per infischiarsi del governo: ecco!
    I  due fanciulli contemplavano con un rispetto timido e stupefatto
    quella creatura intrepida e inventiva, vagabonda, isolata,  debole
    al pari di loro, che aveva qualcosa di miserabile e di onnipotente
    che a loro pareva soprannaturale, e la cui fisionomia era composta
    di  tutte le smorfie d'un vecchio saltimbanco miste al pi ingenuo
    e pi grazioso sorriso.
    - Signore - disse timidamente il pi  grande  -  dunque,  voi  non
    avete paura dei poliziotti?
    Gavroche si limit a rispondere:
    - Ragazzo, non si dice poliziotto, si dice "cognes".
    Il  minore  aveva  gli  occhi aperti,  ma non parlava.  Siccome si
    trovava a un'estremit della stuoia, mentre l'altro era nel mezzo,
    Gavroche gli rincalz la coperta,  come avrebbe  potuto  fare  una
    madre,  e  con alcuni cenci rialz la stuoia sotto la sua testa in
    modo da formargli un guanciale. Poi rivolgendosi all'altro:
    - Vero, eh! che qui si sta bene?
    - Oh! s - rispose il ragazzo guardando Gavroche con l'espressione
    di un angelo salvato.
    I due poveri piccini, tutti bagnati, cominciavano a riscaldarsi.
    - Appunto - riprese Gavroche - ma perch piangevate?
    E additando il minore al maggiore:
    - Per un moccioso come lui, va bene; ma per uno grande come te,  
    cretino; si ha l'aria di un vitello.
    -  Diamine  - rispose il fanciullo - non avevamo pi una casa dove
    andare.
    - Ragazzo!  - rispose  Gavroche  -  non  si  dice  casa,  si  dice
    "piolle".
    - E poi avevamo paura di trovarci cos soli di notte.
    - Non si dice notte, si dice "sorgue".
    - Grazie, signore - disse il fanciullo.
    -  Ascolta  -  riprese  Gavroche  - non bisogna mai pi gemere per
    nulla. Io avr cura di voi;  vedrai che ci divertiremo.  D'estate,
    andremo alla Glacire con Navet,  un mio compagno, a fare il bagno
    nella darsena,  e correremo nudi sulle zattere davanti al ponte di
    Austerlitz per fare arrabbiare le lavandaie. Gridano, s'infuriano;
    se vedessi come sono curiose! Andremo a vedere l'uomo scheletro; 
    vivo,  sta  ai  Campi  Elisi  ed    magro in un modo incredibile,
    quell'animale!  Poi vi  condurr  a  teatro,  a  sentire  Federico
    Lematre.  Posso avere i biglietti, conosco degli attori; ho anche
    recitato una volta in una commedia. Eravamo tutti piccoli cos,  e
    correvamo sotto una tela per fare il mare.  Vi far scritturare al
    mio teatro.  Andremo a vedere i selvaggi.  Non sono selvaggi veri,
    quelli!  Si  mettono le maglie color rosa che fanno delle pieghe e
    si vedono ai gomiti  i  rappezzi  di  filo  bianco.  Poi,  andremo
    all'Opera;  entreremo  con  la "claque".  La "claque" dell'Opera 
    molto bene assortita, ma non mi farei mica vedere insieme con loro
    per la strada.  Figurati che all'Opera ce n' di quelli che pagano
    venti soldi; ma sono gli imbecilli; li chiamano strofinacci. E poi
    andremo a veder ghigliottinare. Vi far conoscere il carnefice, il
    quale  abita in via del Marais;  si chiama il signor Sanson.  Alla
    sua porta  c'  una  buca  per  le  lettere.  Oh,  ci  divertiremo
    magnificamente!
    Una  goccia  di  cera,  cadutagli in quell'istante sulle dita,  lo
    richiam alla realt della vita.
     - Diamine!  - esclam - la candela si consuma.  Attenti!  Io  non
    posso   mettere   nel  bilancio  pi  di  un  soldo  al  mese  per
    l'illuminazione. Quando si va a letto si deve dormire; non abbiamo
    il tempo di leggere i romanzi di Paolo de Kock.  Aggiungi  che  la
    luce  potrebbe  passare  per  le fessure del portone d'entrata e i
    "cognes" potrebbero vedere!
    - E poi - osserv timidamente  il  pi  grandicello,  l'unico  che
    osava  parlare  con Gavroche e rispondergli - una favilla potrebbe
    cadere nella paglia, e bisogna badare a non incendiare la casa.
    - Non si dice incendiare la casa - osserv Gavroche-ma  "riflauder
    le bocard".
    Il  mal  tempo  infuriava;  attraverso il brontolio del tuono,  si
    udiva la pioggia dirotta battere sul dorso del colosso.
    - Gliel'abbiamo fatta alla pioggia!  - riprese il  monello.  -  Mi
    diverte  sentire  scorrere la caraffa gi per le gambe della casa.
    L'inverno  un bestione; consuma la mercanzia, spreca fatica,  non
    pu bagnarci e s'arrabbia, quel vecchio portatore d'acqua!
    A questa allusione al tuono,  di cui Gavroche da vero filosofo del
    secolo diciannovesimo accettava tutte le conseguenze, tenne dietro
    un gran lampo cos abbagliante che qualche poco ne  entr  per  il
    crepaccio nel ventre dell'elefante;  e quasi nello stesso tempo il
    tuono brontol furiosamente. I due piccini mandarono un grido e si
    sollevarono con tale impeto che poco manc  non  rovesciassero  la
    rete; ma Gavroche si volse verso di loro con la sua faccia ardita,
    e approfitt del tuono per scoppiare a ridere.
    -  Calma,   bambini  -  non  facciamo  crollare  l'edificio.  Alla
    buon'ora! ecco un bel tuono!  non  il brontolio del lampo.  Bravo
    il buon Dio! Porco cane! E' riuscito quasi bene come all'Ambigu.
    Ci detto, rimise a posto la rete, spinse dolcemente i bambini sul
    capezzale del letto, strinse loro i ginocchi perch si stendessero
    ben diritti ed esclam:
    - Giacch il buon Dio accende la sua candela, io posso spegnere la
    mia.  Ragazzi, giovanotti miei, bisogna dormire. Il non dormire fa
    male,  o,  come si dice nell'alta societ,  fa puzzare  il  fiato.
    Attorcigliatevi nella coperta, perch ora spengo. Ci siete?
    -  S  - mormor il maggiore.  - Mi trovo bene,  come se avessi le
    piume sotto la testa.
    - Non si dice testa - grid Gavroche - si dice "tronche".
    I due fratelli si strinsero uno accanto all'altro. Il monello fin
    di accomodarli sulla  stuoia,  tir  la  coperta  fin  sulle  loro
    orecchie,  poi  ripet  per la terza volta l'ingiunzione in lingua
    ieratica:
    - "Pioncez"! dormite!
    E spense il moccolo.
    Appena spenta la luce,  uno strano fracasso cominci ad agitare la
    rete metallica sotto la quale stavano coricati i tre ragazzi.  Era
    una  moltitudine  di  sordi  sfregamenti  che  davano   un   suono
    metallico,  come  se delle unghie e dei denti stridessero sul filo
    di ottone. E tutto questo era accompagnato da ogni specie di acuti
    stridii.
    Il ragazzo di cinque anni,  udendo quello strepito sul  suo  capo,
    agghiacciato  dallo  spavento,   spinse  col  gomito  il  fratello
    maggiore,  ma il fratello maggiore cominciava gi a dormire,  come
    gli aveva ordinato Gavroche.  Allora il piccino, non potendone pi
    dalla paura,  os interpellare Gavroche,  ma  con  voce  sommessa,
    trattenendo il respiro:
    - Signore?
    - Eh? - disse il monello che aveva appena chiuso gli occhi.
    - Cos' questo rumore?
    - Sono i sorci - rispose Gavroche.
    E pos nuovamente la testa sulla stuoia.
    Infatti  i  sorci,  che  pullulavano  a  migliaia  nella  carcassa
    dell'elefante ed erano quelle macchie nere  vive  di  cui  abbiamo
    parlato,  erano  stati tenuti a distanza dalla luce della candela:
    ma non appena quella caverna,  che era come la loro  fortezza,  fu
    restituita  alla  notte,  sentendo  quella  che il buon novelliere
    Perrault chiama "la carne fresca", si precipitarono in massa sulla
    tenda di Gavroche, si arrampicarono sino alla sommit, e si misero
    a morderne le maglie,  come se volessero bucare quella  zanzariera
    di nuovo genere.
    Intanto il piccino non si addormentava.
    - Signore? - riprese.
    - Eh! - fece Gavroche.
    - Cosa sono i sorci?
    - Sono i topi.
    Questa  risposta  rassicur  un poco il bimbo,  il quale una volta
    aveva visto dei topi bianchi e non  aveva  avuto  paura.  Tuttavia
    chiese nuovamente:
    - Signore?
    - Eh? - replic Gavroche.
    - Perch non avete un gatto?
    - Ne ho avuto uno - rispose il monello - ne ho portato uno,  ma me
    l'hanno mangiato.
    Questa seconda spiegazione disfece l'opera della prima, e il bimbo
    ricominci a tremare. Il dialogo tra lui e Gavroche riprese per la
    quarta volta.
    - Signore?
    - Eh?
    - Chi  che fu mangiato?
    - Il gatto.
    - E chi mangi il gatto?
    - I sorci.
    - I topi?
    - S, i sorci.
    Il bimbo costernato all'idea di quei sorci che mangiavano i gatti,
    prosegu:
    - Signore, e mangeranno anche noi questi topi?
    - Altro che! - rispose Gavroche.
    Il terrore del fanciullo era al colmo, ma Gavroche soggiunse:
    - Non aver paura,  non possono entrare.  E poi sono qua io!  Ecco,
    prendi la mia mano, taci e dormi!
    Gavroche diede la mano al piccolo il quale se la strinse sul petto
    e  si  sent rassicurato.  Il coraggio e la forza si comunicano in
    modo misterioso.  Tutto era  ritornato  nel  silenzio,  perch  il
    rumore  delle voci aveva spaventato e allontanato i sorci.  Questi
    per dopo pochi secondi  ebbero  un  bel  tornare  alla  carica  e
    strepitare.  I tre mocciosi,  immersi nel sonno, non sentivano pi
    niente.
    Trascorsero le ore della notte.  L'immensa piazza della  Bastiglia
    giaceva nell'ombra, un vento invernale misto alla pioggia soffiava
    a sbuffi,  le pattuglie frugavano sotto le porte,  nei viali,  nei
    recinti, negli angoli oscuri, in traccia di vagabondi, e passavano
    silenziosamente davanti all'elefante; il mostro, ritto,  immobile,
    gli occhi aperti nelle tenebre, pareva meditasse quasi soddisfatto
    della sua buona azione, e riparava dalle intemperie e dagli uomini
    i tre poveri bimbi addormentati.
    Per comprendere quanto segue, bisogna ricordarsi che a quell'epoca
    il  corpo  di  guardia  della  Bastiglia stava all'altra estremit
    della piazza,  e quello che accadeva presso l'elefante non  poteva
    n essere visto n udito dalla sentinella.
    Verso  la fine dell'ora che precede immediatamente lo spuntare del
    giorno, un uomo sbocc correndo da via Sant'Antonio, attravers la
    piazza, gir attorno al grande recinto della colonna di Luglio,  e
    scivol nella palizzata fin sotto il ventre dell'elefante.  Se una
    luce qualsiasi avesse illuminato quell'uomo,  a vederlo cos tutto
    inzuppato,  si  sarebbe pensato che aveva trascorso la notte sotto
    la pioggia. Arrivato sotto l'elefante, lanci un grido strano, che
    non appartiene a nessuna lingua umana e che soltanto un pappagallo
    potrebbe imitare; ripet due volte quel grido,  di cui la seguente
    ortografia d appunto qualche idea: - Chirichichi!
    Al  secondo  grido,  una  voce chiara,  fresca e allegra,  rispose
    dall'interno del ventre: - Va bene!
    Quasi immediatamente,  la tavola che chiudeva il buco si spost  e
    ne  usc un fanciullo,  che scivol lungo la gamba dell'elefante e
    and  a  cadere  agilmente  vicino  all  uomo.  Il  fanciullo  era
    Gavroche, l'uomo Montparnasse.
    Quel grido "chirichichi", era certamente ci che il monello aveva
    voluto dire con le parole: "Domanderai del signor Gavroche".
    All'udirlo,  s'era  svegliato  di  soprassalto,  s'era  trascinato
    carponi fuori della sua alcova, spostando un po' la rete che aveva
    subito richiusa con cura,  poi  aveva  aperto  la  botola  ed  era
    disceso.
    L'uomo  e il fanciullo si riconobbero in silenzio,  nelle tenebre;
    Montparnasse si limit a dire:
    - Abbiamo bisogno di te, vieni a darci una mano.
    Il monello non chiese altri schiarimenti.
    - Eccomi - disse.
    Tutti e due si incamminarono verso via Sant'Antonio,  da dove  era
    venuto  Montparnasse,  serpeggiando  svelti  tra  la lunga fila di
    carretti carichi di erbaggi,  che  a  quell'ora  si  avviavano  al
    mercato.
    Gli ortolani, rannicchiati sui loro veicoli in mezzo alle insalate
    e ai legumi,  sonnolenti e ravvolti nei pastrani fino agli occhi a
    causa  della  pioggia,   non  guardavano  neppure  quegli   strani
    passanti.

    3. LE PERIPEZIE DELL'EVASIONE.
    Ecco cos'era accaduto quella notte alla Force.
    Babet,  Gueulemer, Brujon e Thnardier avevano concertato tra loro
    un'evasione,  bench l'ultimo fosse in segreta.  Babet  aveva  gi
    fatto il colpo per proprio conto quella stessa mattina,  come si 
    visto dal racconto di Montparnasse a Gavroche.
    Montparnasse doveva aiutarli di fuori.
    Brujon,  che era stato per un mese in cella  di  punizione,  aveva
    avuto il tempo,  prima di tutto di intrecciarvi una corda,  poi di
    maturarvi un piano.  Una volta,  quei  luoghi  severi  in  cui  la
    disciplina  del  carcere  abbandona il condannato a se stesso,  si
    componeva di quattro muri di pietra, di una volta di pietra,  d'un
    pavimento  di  pietra,  d'un pagliericcio,  di un abbaino a grata,
    d'una porta foderata di ferro,  e si chiamavano "burelle".  Ma  la
    "burelle"  fu  ritenuta troppo orribile;  adesso questa  fatta di
    una porta di ferro, d'un abbaino a grata, di un pagliericcio, d'un
    pavimento di pietra,  d'una volta di pietra,  di quattro  muri  di
    pietra  e  si  chiama  "cella di punizione".  Verso mezzogiorno vi
    penetra un po' di luce.  L'inconveniente di  queste  segrete  che,
    come  si  vede,  non sono "burelle",  consiste nell'abbandonare ai
    propri pensieri degli uomini che invece bisognerebbe far lavorare.
    Brujon dunque aveva meditato ed era uscito dalla segreta munito di
    una corda.  Siccome lo ritenevano  molto  pericoloso  nel  cortile
    Carlomagno,  lo misero nel Fabbricato Nuovo. Qui la prima cosa che
    trov fu Gueulemer, e la seconda un chiodo; Gueulemer, vale a dire
    il delitto, un chiodo, vale a dire la libert.
    Brujon, di cui  tempo che ci formiamo un'idea completa,  sotto le
    apparenze  di  una  complessione  molto  delicata  e  un  languore
    profondamente premeditato, era un elegante furfante,  intelligente
    e ladro,  che aveva lo sguardo carezzevole e il sorriso atroce. Lo
    sguardo proveniva dalla volont, il sorriso dalla natura.  I primi
    studi nella sua arte li aveva rivolti ai tetti; e aveva fatto fare
    grandi  progressi  all'industria  dei  ladri  di  piombo,  i quali
    spogliano i tetti e strappano le grondaie col metodo detto  "della
    trippa".
    Quello  che  rendeva pi favorevole il momento per un tentativo di
    evasione, era il fatto che i conciatetti proprio allora riparavano
    una parte delle ardesie della prigione.  Il cortile  San  Bernardo
    non  era  cos  completamente isolato dal cortile Carlomagno e dal
    cortile San Luigi: c'erano lass delle impalcature e delle scale a
    mano, o in altre parole, ponti e scale verso la liberazione.
    Il Fabbricato Nuovo,  di cui non  c'era  al  mondo  nulla  di  pi
    lesionato e decrepito,  costituiva il punto debole della prigione.
    I muri erano tanto corrosi che avevano  dovuto  rivestire  con  un
    intavolato  le  volte  dei  dormitori,  perch se ne staccavano le
    pietre che  cadevano  sui  prigionieri  mentre  stavano  a  letto.
    Nonostante  quella  vetust,  commettevano l'errore di rinchiudere
    nel Fabbricato Nuovo gli indiziati pi inquietanti, di mettervi "i
    processi importanti" come si dice nel linguaggio carcerario.
    Il Fabbricato Nuovo conteneva quattro dormitori sovrapposti e  una
    soffitta  che  chiamavano  Bell'Aria.  Una  larga canna di camino,
    probabilmente appartenente a un'antica cucina dei duchi La  Force,
    partiva dal pianterreno, attraversava i quattro piani, tagliava in
    due  tutti  i  dormitori,  nei  quali  figurava  come  un pilastro
    appiattito, e andava a bucare il tetto.
    Gueulemer e Brujon erano nello stesso dormitorio; li avevano messi
    per precauzione nel piano di sotto.  Il caso aveva voluto  che  la
    spalliera dei loro letti fosse appoggiata alla canna del camino.
    Thnardier  era  invece  precisamente  sopra  di loro,  nel locale
    chiamato Bell'Aria.
    Il passante che in via Culture-Sainte-Catherine,  oltrepassata  la
    caserma   dei   pompieri,   si   ferma   davanti  al  portone  del
    penitenziario,  vede un cortile pieno di fiori  e  di  arbusti  in
    casse,  in  fondo  al  quale  sorge  una  piccola  rotonda  bianca
    rallegrata da persiane verdi: il sogno bucolico di  Gian  Giacomo.
    Non  pi  di dieci anni fa,  al di sopra di quella piccola rotonda
    s'innalzava un muro nero, enorme,  orribile,  nudo,  al quale essa
    era appoggiata: era il muro di cinta della Force.
    Quel  muro  dietro  quella rotonda pareva Milton intravisto dietro
    Berquin.
    Per quanto alto,  quel muro era sorpassato da un  tetto  pi  nero
    ancora che si scorgeva al di l, e che era il tetto del Fabbricato
    Nuovo.  Vi  si vedevano quattro abbaini muniti di sbarre: erano le
    finestre del Bell'Aria;  e un fumaiolo che bucava il tetto,  e che
    era l'estremit della canna che attraversava i dormitori.
    Il  Bell'Aria,  la sommit dell'edificio,  era una specie di vasto
    magazzino a soppalco,  con finestre  a  triplici  sbarre  e  porte
    foderate di lamiera, costellate da enormi chiodi. Entrandovi dalla
    parte nord,  si avevano a sinistra i quattro abbaini,  e a destra,
    di fronte  agli  abbaini,  quattro  gabbie,  quadrate,  abbastanza
    capaci, staccate l'una dall'altra, e separate da stretti corridoi,
    costruite  in muratura fino a una certa altezza e il resto fino al
    tetto in sbarre di ferro.
    Thnardier si trovava in una di queste gabbie dalla  notte  del  3
    febbraio.  Non  si    mai potuto scoprire in che modo e con quale
    complicit,  fosse  riuscito  a  procurarsi  e  a  nascondere  una
    bottiglia di quel vino inventato,  come si dice,  da Desrues,  che
    contiene un narcotico e che la  banda  degli  "Addormentatori"  ha
    reso famoso.
    In  molte  prigioni  ci  sono  degli  impiegati  traditori,  mezzo
    carcerieri e mezzo ladri,  che aiutano le evasioni,  rendono  alla
    polizia un servizio infedele e rubano sulle spese.
    Nella  stessa  notte,  dunque,  in  cui  il piccolo Gavroche aveva
    raccolto i due bambini erranti,  Brujon e Gueulemer,  i quali  gi
    sapevano  che Babet,  evaso la mattina stessa,  li aspettava nella
    strada con Montparnasse, si alzarono silenziosamente, e col chiodo
    trovato da Brujon si misero a forare la canna  del  camino  a  cui
    erano  appoggiati  i  loro  letti.   I  calcinacci,   cadendo  sul
    pagliericcio di Brujon,  non facevano rumore.  Le folate di  vento
    frammiste  al  brontolio  del  tuono  e  che  di  tanto  in  tanto
    scuotevano gli usci sui loro cardini,  producevano nella  prigione
    un  fracasso  orribile  e  utile.  Alcuni detenuti si svegliarono,
    finsero di riaddormentarsi e lasciarono  che  Gueulemer  e  Brujon
    facessero quel che volevano. Brujon era abile, Gueulemer vigoroso;
    prima  che  il minimo rumore giungesse all'orecchio del carceriere
    coricato nella cella a grata che metteva  nel  dormitorio,  i  due
    formidabili   banditi  avevano  gi  forato  il  muro,   si  erano
    arrampicati su per il camino,  avevano forzato la grata  di  ferro
    che chiudeva la apertura superiore ed erano sul tetto.  La pioggia
    e il vento raddoppiavano, il tetto era sdrucciolevole.
    - Che buona notte per un'evasione! - disse Brujon.
    Un abisso di sei piedi di larghezza e  ottanta  di  profondit  li
    separava  dal  muro di cinta,  e in fondo a quell'abisso si vedeva
    luccicare nelle tenebre il fucile della sentinella.  Legarono  per
    un  capo  alle  sbarre  del camino che avevano contorte,  la corda
    intrecciata da Brujon nella segreta, lanciarono l'altro capo al di
    l  del  muro   di   cinta,   varcarono   d'un   salto   l'abisso,
    s'aggrapparono alla cima del muro,  vi si posero a cavalcioni,  si
    lasciarono scivolare l'uno dopo l'altro lungo la  corda  sopra  un
    tetto  basso  annesso  al  penitenziario,  tirarono a s la corda,
    saltarono nel cortile,  l'attraversarono,  spinsero lo sportellino
    del  portinaio,  tirarono  il  cordone  che  vi  pendeva  accanto,
    aprirono il portone e si trovarono nella via.
    Non erano passati tre quarti d'ora dacch s'erano alzati  al  buio
    sui loro letti, col chiodo in mano e il progetto in testa.
    Pochi  minuti  dopo,  avevano  raggiunto  Babet e Montparnasse che
    s'aggiravano nei dintorni.
    Nel tirare la corda l'avevano rotta,  e ne era  rimasto  un  pezzo
    attaccato al fumaiolo. Del resto, non avevano subto nessun danno,
    ad eccezione della scorticatura delle mani.
    Thnardier,  quella notte,  era prevenuto, senza che si sia potuto
    sapere come, e non dormiva.  La notte era molto buia.  Verso l'una
    del  mattino,  tra la pioggia e la bufera,  vide due ombre passare
    sul tetto davanti all'abbaino posto di fronte alla sua gabbia. Una
    di esse si ferm un attimo  davanti  alla  finestra:  era  Brujon.
    Thnardier lo riconobbe e cap. Gli bastava.
    Thnardier,  segnalato  come  assassino  di professione e detenuto
    sotto l'imputazione di aggressione notturna  a  mano  armata,  era
    sorvegliato.  Una  sentinella,  che  veniva cambiata ogni due ore,
    passeggiava  col  fucile  carico  davanti  alla  sua  gabbia.   Il
    Bell'Aria era illuminato da una lucerna. Inoltre il detenuto aveva
    ai piedi due ferri del peso di cinquanta libbre. Ogni giorno, alle
    quattro  pomeridiane,  un custode accompagnato da due molossi - si
    faceva ancora cos a quell'epoca - entrava nella gabbia,  deponeva
    accanto  al  letto un pane nero di due libbre,  un orcio d'acqua e
    una scodella piena di un brodo lungo in cui nuotavano alcune fave,
    controllava le sbarre e scuoteva  le  inferriate.  Quell'uomo  coi
    suoi cani tornava due volte durante la notte.
    Thnardier  aveva  ottenuto  il  permesso  di tenere una specie di
    cavicchio di ferro, di cui si serviva per sospendere il pane a una
    fessura della parete, "per preservarlo dai topi", diceva.  Siccome
    lo sorvegliavano, non avevano trovato nessun inconveniente in quel
    cavicchio.  Pi  tardi  per  si ricordarono che uno dei guardiani
    aveva detto: - Sarebbe meglio lasciargli soltanto un cavicchio  di
    legno.
    Alle due del mattino vennero a cambiare la sentinella,  che era un
    veterano, e che fu sostituito da un coscritto.  Pochi minuti dopo,
    l'uomo con i cani fece la sua visita, e si ritir senza aver nulla
    notato,  tranne  che  il  fantaccino  era  troppo  giovane e aveva
    "l'aria di un contadino".  Due  ore  dopo,  alle  quattro,  quando
    andarono  a  sostituire  la  sentinella,  trovarono  il  coscritto
    addormentato e steso per terra come una pietra accanto alla gabbia
    di Thnardier. Questi invece era scomparso. I suoi ferri giacevano
    spezzati a terra;  il palco della gabbia e  il  tetto  sovrastante
    erano forati, e un'asse del tetto era stata strappata e certamente
    portata via, poich non si trov. Fu trovata nella cella anche una
    bottiglia  mezzo vuota,  contenente il resto del vino narcotizzato
    servito ad addormentare il soldato.  La baionetta di  quest'ultimo
    era scomparsa .
    Quando la cosa fu scoperta, ritennero Thnardier gi al sicuro. La
    verit    che  non si trovava pi nel Fabbricato Nuovo,  per era
    ancora in pericolo; la sua evasione non era compiuta.
    Giunto sul tetto della prigione, Thnardier aveva trovato il pezzo
    della corda di Brujon pendente dalla grata superiore  del  camino;
    per  quel  pezzo  era troppo corto,  sicch egli non aveva potuto
    evadere al di sopra del muro di cinta, come Brujon e Gueulemer.
    Chi dalla via dei Ballets  volta  in  quella  del  Re  di  Sicilia
    incontra quasi subito a destra una sordida incavatura;  nel secolo
    passato vi sorgeva una casa,  di cui rimane soltanto  il  muro  di
    fondo,  vero muro di catapecchia,  che s'innalza all'altezza di un
    terzo piano tra i caseggiati vicini. Quella rovina  riconoscibile
    da due grandi finestre quadrate che vi  si  vedono  ancora,  delle
    quali  la  pi vicina all'angolo di destra  sbarrata da una trave
    tarlata messa a guisa di puntello.  Attraverso quelle finestre  si
    vedeva in altri tempi l'alta e lugubre muraglia,  che era un pezzo
    del muro di cinta della Force.
    Il vuoto che la casa demolita ha lasciato sulla via  ora occupato
    per met da una palizzata di legno infradiciata  e  rinforzata  da
    cinque  pilastrini  di  pietra.  Nell'interno  della  palizzata si
    nasconde un piccolo casotto appoggiato al muro rimasto  in  piedi.
    La  palizzata ha una porta che,  alcuni anni or sono,  si chiudeva
    con un semplice saliscendi.
    Un po'  dopo  le  tre  del  mattino,  Thnardier  era  gi  giunto
    sull'alto di quella rovina.
    Come  c'era  arrivato?  Questo  non  si  riusc  mai a capire n a
    spiegare.  I lampi avevano dovuto imbarazzarlo  e  aiutarlo  nello
    stesso  tempo.  Si era giovato delle scale e delle impalcature dei
    conciatetti per raggiungere,  di tetto in  tetto,  di  recinto  in
    recinto,  di  scompartimento  in scompartimento,  i fabbricati del
    cortile Carlomagno,  poi quelli della corte San Luigi,  il muro di
    cinta,  e  di  l la casa rovinata sulla via Re di Sicilia?  Ma in
    quel tragitto c'erano delle soluzioni di continuit che  rendevano
    la  cosa  impossibile.  Aveva  posato l'asse del suo letto come un
    ponte fra il tetto del Bell'Aria e il muro di cinta,  e si era poi
    messo  a  strisciare carponi in cima al muro attorno alla prigione
    fino alla rovina?  Ma il muro di cinta  della  Force  formava  una
    linea dentellata e ineguale,  saliva e scendeva, si abbassava alla
    caserma dei  pompieri,  si  rialzava,  era  intersecato  da  altri
    edifici,  non  aveva  la stessa altezza verso la via Pave,  aveva
    dappertutto linee spezzate e angoli retti.
    E poi le sentinelle avrebbero dovuto  scorgere  la  scura  sagoma.
    Anche  in  questo  modo  la  via  percorsa  da  Thnardier  rimane
    pressoch inesplicabile;  in tutti e  due  i  casi,  la  fuga  era
    impossibile.  Thnardier,  illuminato  da quella terribile sete di
    libert che cambia i precipizi in fossi,  i cancelli di  ferro  in
    graticciate  di  vimini,  gli sciancati in atleti,  i podagrosi in
    uccelli,  la stupidit in istinto,  l'istinto in intelligenza e la
    intelligenza  in  genio,  aveva  inventato e improvvisato un terzo
    metodo? Non si  mai saputo.
    Non sempre si possono spiegare i prodigi di una evasione.
    L'uomo che evade,  ripetiamo,   un ispirato;  la misteriosa  luce
    della  fuga ha qualcosa della stella e del lampo;  lo sforzo verso
    la liberazione non  meno meraviglioso del volo verso il  sublime;
    e  si dice d'un ladro evaso: - Come ha fatto a scalare quel tetto?
    - nello stesso modo che si dice di Corneille: -  Dove  ha  trovato
    questa frase?
    Comunque, Thnardier, grondante di sudore, inzuppato di acqua, con
    gli abiti a brandelli,  le mani scorticate, i gomiti insanguinati,
    i ginocchi laceri,  era pervenuto su quello che  i  fanciulli  nel
    loro linguaggio chiamano "l'a picco" del muro della rovina,  ci si
    era sdraiato sopra e l gli erano venute meno le forze. Una caduta
    a picco dell'altezza d'un terzo piano  lo  separava  dal  selciato
    della via.
    Il  pezzo  di corda che portava con s era troppo corto.  Stava l
    aspettando,  pallido,  sfinito,  disperato  di  quello  che  aveva
    sperato prima,  ancora nascosto dal buio,  e pensava che il giorno
    stava per spuntare,  spaventato dall'idea che fra brevi istanti il
    vicino  orologio  di San Paolo avrebbe suonato le quattro,  ora in
    cui  sarebbero  venuti  a  dare  il  cambio  alla   sentinella   e
    l'avrebbero trovata addormentata sotto il tetto forato.  Alla luce
    dei lampioni guardava con stupore, a una profondit terribile,  il
    suolo bagnato e nero,  quel suolo desiderato e spaventoso, che era
    la sua morte ed era la sua libert.
    Si chiedeva se i suoi tre complici  di  fuga  erano  riusciti,  se
    l'avevano  aspettato,  se  gli  verrebbero  in aiuto,  e stava con
    l'orecchio teso.  Ma da  quando  si  trovava  lass,  nessuno  era
    passato per la via, tranne una pattuglia. Quasi tutto il passaggio
    degli ortolani di Montreuil,  di Charonne, di Vincennes e di Bercy
    avviene per via Sant'Antonio.
    Suonarono le quattro,  e Thnardier  trasal.  Pochi  minuti  dopo
    scoppi  nella  prigione  quel  tumulto  allarmato e confuso,  che
    succede a un'evasione.  Giungeva fino a lui il rumore delle  porte
    aperte  e  richiuse,  lo  stridere  dei  cancelli sui cardini,  il
    tumulto del corpo di guardia,  i rauchi richiami  dei  carcerieri,
    l'urtare  dei  calci dei fucili sull'acciottolato dei cortili.  Si
    vedevano dalle finestre a grata  i  lumi  salire  e  scendere  nei
    dormitori; una torcia a vento correva sulla sommit del Fabbricato
    Nuovo, rischiarando i pompieri, chiamati dalla vicina caserma e di
    cui  si scorgevano gli elmi sotto la pioggia girare su e gi per i
    tetti.  In pari tempo,  Thnardier,  guardando verso la Bastiglia,
    vedeva  una  tinta  bianchiccia  colorare  lugubremente  l'estremo
    orizzonte.
    Stava l,  sdraiato sotto l'acqua,  sopra uno strapiombo  di  muro
    largo  dieci  pollici,  con  un  precipizio  a destra e un altro a
    sinistra,  senza potersi muovere,  tra le vertigini di una  caduta
    possibile  e  l'orrore  di un arresto certo;  e il suo pensiero si
    muoveva alternativamente,  come il battaglio di una  campana,  tra
    queste due idee: - Morto se cado; preso se rimango.
    In mezzo a quell'angoscia scorse d'improvviso, nella strada ancora
    completamente buia,  un uomo rasentare i muri,  venire dalla parte
    di via Pave e fermarsi nella cavit, al di sopra della quale egli
    si trovava,  per cos dire sospeso.  Quell'uomo fu raggiunto da un
    altro  che  camminava con le stesse precauzioni,  poi da un terzo,
    poi da un quarto. Quando furono tutti riuniti, uno di loro alz il
    saliscendi della porta della palizzata, e tutt'e quattro entrarono
    nel  recinto  dov'era  il  casotto,   venendo  cos   a   trovarsi
    precisamente   sotto   Thnardier.   Evidentemente   quei  quattro
    individui avevano scelto quel posto  per  poter  discorrere  senza
    essere  visti n dai passanti n dalla sentinella,  che guardava a
    pochi passi lo sportello della Force.
    Qui bisogna inoltre aggiungere che la pioggia teneva la sentinella
    bloccata nella sua garitta. Thnardier,  non potendo distinguere i
    volti, porse orecchio alle loro parole con la disperata attenzione
    di un miserabile che si sente perduto.
    Gli  pass  davanti  agli  occhi  qualcosa  che  assomigliava alla
    speranza, allorch ud che parlavano in gergo.
    Il primo disse con voce sommessa ma chiara:
    - "Dcarrons". Cosa "maquillons icigo?". Andiamocene. Che facciamo
    qui?
    Il secondo rispose sempre nel suo gergo:
    - Piove in modo da spegnere il fuoco dell'inferno.  E  poi  da  un
    momento all'altro passeranno i poliziotti, e c' l un soldato che
    fa la sentinella; ci faremo arrestare "icicaille".
    Le  parole  "icigo"  e  "icicaille",  che  significano tutte e due
    "qui",  e che appartengono la prima al gergo  delle  barriere,  la
    seconda  a  quello del Tempio,  furono per Thnardier due raggi di
    luce.  All "icigo" riconobbe Brujon,  che era un  vagabondo  delle
    barriere;  allo  "icicaille" Babet,  che fra i suoi tanti mestieri
    aveva fatto anche il rigattiere al Tempio.
    Adesso soltanto nel quartiere del Tempio si parla ancora  l'antico
    gergo  del gran secolo,  e Babet era anche l'unico che lo parlasse
    con purezza.  Senza quell'"icicaille",  Thnardier  non  l'avrebbe
    riconosciuto, perch aveva artefatto la voce.
    Intanto un terzo interloquiva:
    - Non c' fretta ancora; aspettiamo un altro poco. Chi ci dice che
    non abbia bisogno di noi?
    A  questa,  che  era  lingua  e  non  gergo,  Thnardier riconobbe
    Montparnasse,   il  quale  faceva  consistere  la   sua   eleganza
    nell'intendere tutti i gerghi e non parlarne nessuno.
    Il  quarto  taceva,  ma  le  sue larghe spalle lo denunciavano,  e
    Thnardier non esit: era Gueulemer.
    Brujon replic quasi impetuosamente, ma sempre sottovoce:
    - Cosa dir mai?  Il  bettoliere  non  avr  potuto  evadere.  Non
    conosce  il  trucco,  ecco!  Strappare  la  camicia,  lacerare  le
    lenzuola  per  farne  una  corda,   fare  dei  buchi  alle  porte,
    fabbricare  delle  chiavi  false,   spezzare  le  proprie  catene,
    sospendere la corda, camuffarsi, nascondersi: per far tutto questo
    bisogna essere mariuolo!  Il  vecchio  non  avr  potuto;  non  sa
    l'arte!
    Babet  soggiunse,  sempre  in  quel  dotto  e  classico  gergo che
    parlavano Poulailler e Cartouche,  e  che  sta  al  gergo  ardito,
    nuovo, colorito e arrischiato, che usava Brujon, come la lingua di
    Racine  sta  a  quella di Andrea Chnier: - Il tuo bettoliere sar
    stato colto in fallo. Bisogna essere astuti. Lui  un apprendista.
    Si  sar  lasciato  giocare  da  un  poliziotto.  Sta  a  sentire,
    Montparnasse,  senti quel chiasso nella prigione?  Hai visto tutti
    quei lumi? Va' che  stato riacciuffato.  Ne avr ancora per venti
    anni. Io non ho paura, non sono un poltrone, lo sapete, ma non c'
    pi niente da fare;  diversamente, finiremo in trappola anche noi.
    Non preoccuparti,  vieni con noi,  andiamoci a  bere  insieme  una
    bottiglia di vino vecchio.
    -   Non   si   lasciano   gli   amici  nell'imbarazzo  -  borbott
    Montparnasse.
    -  Io  ti  dico  che    stato  riacciuffato!  -  riprese  Brujon.
    Andiamocene!
    Montparnasse non opponeva pi che una debole resistenza.  Il fatto
     che quei quattro uomini,  con la fedelt dei malfattori che  non
    s'abbandonano fra loro,  avevano girovagato tutta la notte attorno
    alla Force,  sfidando ogni  pericolo,  nella  speranza  di  vedere
    Thnardier apparire alla sommit di qualche muro. Ma la notte, che
    andava  diventando  veramente troppo bella,  con quel rovescio che
    aveva spazzato tutte le vie,  il freddo che cominciava a vincerli,
    i vestiti inzuppati,  gli abiti fradici d'acqua, le scarpe bucate,
    il rumore allarmante che era  scoppiato  nella  prigione,  le  ore
    trascorse,  le pattuglie incontrate,  la speranza che svaniva,  la
    paura che ritornava,  tutto li spingeva  a  ritirarsi.  Lo  stesso
    Montparnasse  che  era  forse  un  po'  il  genero  di Thnardier,
    cominciava  a  cedere.  Un  altro  momento  e  sarebbero  partiti.
    Thnardier  anelava su quel muro,  come i naufraghi della "Medusa"
    sulla loro zattera allorch videro la  nave  gi  apparsa  svanire
    all'orizzonte.
    Non osava chiamarli, perch un grido poteva mandare tutto a monte.
    Ebbe  un'idea,  l'ultima,  un barlume.  Si tolse di tasca il pezzo
    della corda  di  Brujon,  che  aveva  staccato  dal  fumaiolo  del
    Fabbricato Nuovo, e la gett nel recinto della palizzata.
    La corda cadde ai loro piedi.
    - Una corda! - esclam Babet.
    - La mia corda - aggiunse Brujon.
    - Il locandiere  lass! - disse Montparnasse.
    Alzarono gli occhi, e Thnardier sporse un po' il capo.
    - Presto!  - riprese Montparnasse.  - Brujon, hai l'altro pezzo di
    corda?
    - S.
    - Lega i due capi: noi gli getteremo la corda,  egli la fisser al
    muro e gli baster per discendere.
    Thnardier si arrischi a parlare:
    - Sono intirizzito.
    - Ti riscalderemo.
    - Non posso pi muovermi.
    - Ti lascerai sdrucciolare e noi ti riceveremo.
    - Ho le mani intorpidite.
    - Basta che tu possa legare la corda al muro.
    - Non posso.
    - Qualcuno di noi deve salire lass - disse Montparnasse.
    - Tre piani!  -  osserv Brujon.
    Lungo  il  muro,  fin  dove si trovava Thnardier,  serpeggiava un
    vecchio tubo in muratura,  il quale aveva servito a una stufa  che
    si accendeva una volta nel casotto. Quel tubo, gi allora guasto e
    tutto lesionato,   poi caduto,  ma se ne vedono ancora le tracce.
    Era molto stretto.
    - Si potrebbe arrampicarsi di l - disse Montparnasse.
    - Per quel tubo!  - esclam Babet.  - Un uomo mai!  Ci vorrebbe un
    ragazzo!
    - Ci vorrebbe un ragazzo - aggiunse Brujon.
    - Aspettate - riprese Montparnasse - ho quel che occorre.
    - Dove trovare un monello? - osserv Gueulemer.
    Socchiuse  adagio la porta della palizzata,  si accert che nessun
    passante attraversava la via, usc con cautela, si richiuse dietro
    la porta, e part correndo in direzione della Bastiglia.
    Trascorsero sette od otto minuti,  che a Thnardier parvero  mille
    secoli,  e durante i quali Babet,  Brujon e Gueulemer non aprirono
    bocca;  finalmente la porta  si  riapr  e  comparve  Montparnasse
    ansante  che conduceva Gavroche.  La pioggia continuava a tener la
    via completamente deserta.
    Il monello entr  nel  recinto  e  guard  tranquillamente  quelle
    figure  di  banditi.  L'acqua  gli  sgocciolava  gi  dai capelli.
    Gueulemer gli rivolse la parola:
    - Ragazzo, sei un uomo?
    Gavroche rispose alzando le spalle:
    - Un ragazzo come me  un uomo, e uomini come altri sono ragazzi.
    - Il ragazzo ha la lingua lunga! - esclam Babet.
    - Il ragazzo parigino non  fatto di  paglia  bagnata  -  aggiunse
    Brujon.
    - Di che avete bisogno? - chiese Gavroche.
    Montparnasse rispose:
    - Bisogna arrampicarsi su per quel tubo.
    - Con questa corda - disse Babet.
    - E legarci la corda - continu Brujon.
    - In cima al muro - riprese Babet.
    - Alla traversa della finestra - prosegu Brujon.
    - E poi? - chiese Gavroche.
    - Nient'altro - rispose Gueulemer.
    Il monello esamin la corda, il tubo, il muro, le finestre, e fece
    con   le   labbra  quell'inesprimibile  e  sprezzante  rumore  che
    significa: - Gran cosa!
    - C' lass uno che salverai - riprese Montparnasse.
    - Acconsenti? - chiese Brujon.
    - Che merlo!  - rispose il  fanciullo,  come  se  la  domanda  gli
    sembrasse inaudita; e si cav le scarpe.
    Gueulemer  prese  Gavroche  con una mano,  lo depose sul tetto del
    casotto,  le cui tavole imputridite piegavano sotto  il  peso  del
    ragazzo,  e gli porse la corda che Brujon aveva riannodato durante
    l'assenza di Montparnasse. Il monello s'accost al tubo, nel quale
    gli riusciva facile  introdursi  a  mezzo  d'una  larga  fenditura
    rasente  il tetto.  Mentre stava per salire,  Thnardier,  vedendo
    avvicinarsi la salvezza e la vita,  si sporse dall'orlo del  muro,
    mostrando  ai  primi albori la fronte madida di sudore,  i pomelli
    lividi,  il  naso  affilato,  la  barba  grigia  tutta  arruffata.
    Gavroche lo riconobbe.
    - Toh! - disse -  mio padre!... Oh, ma questo non vuol dire.
    E  tenendo  la  corda  coi  denti,  cominci  ad  arrampicarsi con
    maestria.
    Giunto alla sommit della rovina, si mise a cavalcioni del vecchio
    muro e leg saldamente la  corda  alla  traversa  superiore  della
    finestra.
    Un momento dopo Thnardier era nella strada.
    Appena  tocc  il  suolo e si sent fuori pericolo,  non fu pi n
    stanco n intirizzito n tremante; le cose terribili da cui usciva
    svanirono come un fumo,  tutta la sua strana e feroce intelligenza
    si ridest e si trov pronta e libera ad andare avanti. Ecco quali
    furono le prime parole di quell'uomo:
     - E ora chi dobbiamo mangiare?
    E'  inutile  spiegare il significato di questa parola orribilmente
    trasparente,   che  vuol  dire  nello   stesso   tempo   uccidere,
    assassinare  e  spogliare.  Mangiare  nel  suo  significato vero 
    divorare.
    - Raccogliamoci in un angolo - disse Brujon - concludiamo  in  tre
    parole  e separiamoci subito.  C'era un affare che pareva buono in
    via Plumet, una via deserta, una casa isolata, un vecchio cancello
    fradicio che mette in un giardino, e due donne sole.
    - Ebbene! perch no? - chiese Thnardier.
    - Fu incaricata tua figlia,  Eponina,  d'esaminare la cosa rispose
    Babet.
    -  E ha portato un biscotto alla Magnon - aggiunse Gueulemer.  Non
    c' nulla da fare.
    - Mia figlia non  sciocca - osserv Thnardier.
    - Tuttavia bisogner vedere.
    - S, s - riprese Brujon - bisogner vedere.
    Pareva intanto che nessuno di quegli uomini si accorgesse  pi  di
    Gavroche, il quale durante il colloquio s'era seduto sopra uno dei
    pilastrini di sostegno della palizzata. Aspett qualche minuto che
    suo  padre  si  volgesse  verso di lui;  poi si rimise le scarpe e
    disse:
    - E' finita? Non avete pi bisogno di me,  voialtri?  Eccovi tolti
    d'impiccio.  Ora  me  ne  vado;  devo  andare  a far alzare i miei
    mocciosi.
    E se ne and.
    I cinque uomini uscirono, l'uno dopo l'altro, dalla palizzata.
    Quando Gavroche fu scomparso dietro l'angolo  della  via  Ballets,
    Babet prese in disparte Thnardier:
    - Hai osservato quel ragazzo? - gli chiese.
    - Quale ragazzo?
    - Quello che si  arrampicato al muro e ti ha portato la corda.
    - Non troppo.
    - Ebbene, non ne sono sicuro, ma mi sembra che sia tuo figlio.
    - Toh, - rispose Thnardier, - credi?
    E se ne and.














    Libro 7.
    IL GERGO.


    1. ORIGINE.
    Pigrizia  una parola terribile. Essa genera un mondo, la "pgre";
    leggete: il furto;  e un inferno, la "pgrenne"; leggete: la fame.
    Cos la pigrizia  madre. Ha un figlio, il furto, e una figlia, la
    fame. Dove siamo noi ora? Nel gergo.
    Che cos' il gergo?  E' in pari tempo la nazione e l'idioma;   il
    furto sotto le sue due specie: popolo e lingua.
    Quando,  trentaquattro  anni  or  sono,  chi scrive questa grave e
    triste storia introdusse un ladro che parlava il gergo in un'opera
    scritta con lo stesso scopo  di  questa,  ci  fu  sbalordimento  e
    scalpore: - Che!  Come!  il gergo! Ma il gergo  orribile! Ma  il
    linguaggio delle ciurme,  dei  penitenziari,  delle  prigioni,  di
    tutto  ci  che  c'  di pi abominevole nella societ!  eccetera,
    eccetera, eccetera.
    Noi non abbiamo mai capito queste obiezioni.
    Pi tardi due  forti  romanzieri,  di  cui  l'uno    un  profondo
    analizzatore  del  cuore  umano,  l'altro  un  intrepido amico del
    popolo, Balzac ed Eugenio Sue, avendo messo in bocca ai banditi la
    loro lingua naturale,  come aveva gi fatto nel 1828  l'autore  de
    "L'Ultimo  giorno  d'un  condannato",  si  sono  elevate le stesse
    proteste.  Si  ripetuto: - Che cosa vogliono da noi gli scrittori
    con  questo  rivoltante dialetto?  Il gergo  odioso!  il gergo fa
    fremere!
    Chi lo nega? Verissimo.
    Allorch si tratta di sondare una  piaga,  un  pregiudizio  o  una
    societ,  da  quando  in  qua  un torto l'addentrarsi troppo,  lo
    spingersi sino in fondo?  Noi avevamo  sempre  creduto  che  fosse
    talvolta  un atto di coraggio,  o per lo meno un'azione semplice e
    utile,  degna  dell'attenzione  simpatica  che  merita  il  dovere
    accettato  e  compiuto.  Non tutto esplorare,  non tutto studiare,
    fermarsi a mezza via, perch? Chi si ferma  la sonda,  non chi la
    maneggia.
    Certo,  andare a cercare nei bassifondi dell'ordine sociale,  dove
    finisce il terreno e comincia la  melma,  frugare  in  quei  densi
    flutti, seguire, afferrare e gettare ancor palpitante sul lastrico
    quell'abietto  idioma,  che  messo cos alla luce sgocciola fango,
    quel vocabolario pustoloso,  di  cui  ciascuna  parola  sembra  un
    anello immondo d'un mostro prodotto dal limo e dalle tenebre,  non
     un compito n attraente n facile.  Non c' cosa pi lugubre del
    contemplare  cos  a  nudo,  alla  luce  del pensiero,  l'orribile
    brulichio del gergo. Sembra infatti un'orrenda bestia fatta per le
    tenebre,  appena  strappata  dalla  sua  cloaca.  Pare  di  vedere
    un'orrida sterpaglia vivente e irta che trasalisca,  si muova,  si
    agiti, ricerchi l'ombra, minacci e guardi. La tal parola sembra un
    artiglio,  la tal frase sembra che si muova come le branchie  d'un
    granchio.  E  tutto  questo  vive  della schifosa vitalit propria
    delle cose che si organizzano nella decomposizione.
    Ora,  da quando in qua l'orrore esclude lo studio?  Da  quando  la
    malattia scaccia il medico?  Vi figurate voi un naturalista che si
    rifiuti di studiare la vipera,  il pipistrello,  lo scorpione,  la
    scolopendra, la tarantola, e li respinga nelle tenebre esclamando:
    -  Oh  come  sono brutti!  - Un pensatore che rifuggisse dal gergo
    somiglierebbe a un chirurgo che si allontanasse da un'ulcera o  da
    una verruca.  Sarebbe come un filologo che esitasse a esaminare un
    fenomeno della lingua,  un filosofo che  esitasse  a  scrutare  un
    fatto  dell'umanit.  Infatti,  dobbiamo pur dirlo a quelli che lo
    ignorano,  il gergo  nello stesso tempo un fenomeno letterario  e
    un  prodotto  sociale.  Che cos' il gergo propriamente detto?  La
    lingua della miseria.
    A questo punto qualcuno pu fermarci;  pu generalizzare il fatto,
    il  che  molte  volte   una maniera di attenuarlo;  pu dirci che
    tutti i mestieri, tutti i gradi della gerarchia sociale e tutte le
    forme dell'intelligenza hanno il loro gergo. Il mercante che dice:
    "Montpellier disponibile,  Marsiglia bella qualit";  l'agente  di
    cambio che dice: "riporto,  premio,  fine corrente",  il giocatore
    che dice: "terzo e tutto, maggioranza di picche",  l'usciere delle
    isole  normanne che dice: "l'erede,  fermandosi al suo fondo,  non
    pu reclamare i  frutti  di  questo  fondo  durante  il  sequestro
    ereditario  degli  immobili  del testatore",  il commediografo che
    dice: "l'hanno soffiato", il comico che dice: "ho fatto forno", il
    filosofo che dice: "triplicit fenomenale", il frenologo che dice:
    "combattivit,  secretivit",  il fantaccino  che  dice:  "il  mio
    clarinetto",  il cavaliere che dice: "il mio tacchino", il maestro
    di scherma che dice: "terza, quarta,  rompete",  lo stampatore che
    dice: "tirar la branca o la volta";  tutti, stampatore, maestro di
    scherma, cavaliere, fantaccino, frenologo, comico,  commediografo,
    usciere,  giocatore, agente di cambio, mercante, parlano in gergo.
    Il pittore che dice: "il mio allievo", il notaio che dice: "il mio
    aiutante", il parrucchiere che dice: "il mio commesso", parlano in
    gergo. A tutto rigore appartengono al gergo,  tutti questi modi di
    indicare  la  destra  e  la  sinistra: per il marinaio "babordo" e
    "tribordo", per il sacrista "il lato dell'epistola" e "il lato del
    vangelo". C' il gergo delle smorfiose come quello delle preziose.
    Il palazzo di Rambouillet  confinava  un  po'  con  la  corte  dei
    Miracoli.  C' il gergo delle duchesse. Le cifre diplomatiche sono
    un gergo;  la cancelleria pontificia scrivendo 26 per  significare
    Roma,  parla in gergo.  I medici del medioevo che per dire carota,
    rafano e navone dicevano: "opononach, perfroschinum,  reptitalmus,
    dracatholicum  angelorum,  postmegorum",  parlavano in gergo.  Una
    certa  scuola  critica  di  vent'anni  fa  che  diceva:  -   Mezzo
    Shakespeare   fatto di giochi di parole e bisticci,  - parlava in
    gergo.  Il  poeta  e  l'artista  che,  con  significato  profondo,
    qualificassero  il signor di Montmorency "un borghese" se egli non
      un  intenditore  di  versi  e  di  statue,  parlano  in  gergo.
    L'accademico  classico  che  chiama  "flora"  i fiori,  "pomona" i
    frutti,  "Nettuno" il  mare,  "fiamma"  l'amore,  "attrattiva"  la
    bellezza,  "corsiero"  un  cavallo,  "rosa di Bellona" la coccarda
    bianca o tricolore,  "triangolo di Marte" un cappello a tre punte,
    l'accademico classico parla in gergo.  L'algebra,  la medicina, la
    botanica hanno il loro gergo.
    La lingua usata a  bordo,  quell'ammirabile  linguaggio  marinaro,
    cos  espressivo  e cos pittoresco,  che parlarono Giovanni Bart,
    Duquesne,  Suffren e Duperr,  che si frammischia al fischio delle
    attrezzature,  al  suono  dei  portavoce,  all'urto  delle azze di
    arrembaggio, al rullio,  al vento,  alle raffiche,  al cannone,  
    tutto un gergo splendido ed eroico,  che sta al gergo feroce della
    "pgre", come il leone allo sciacallo.
    Sta bene.  Ma checch si possa dire,  questo modo  d'intendere  la
    parola gergo  un'estensione che non tutti ammetteranno. Dal canto
    nostro,  conserviamo  a  questa  parola  la  sua vecchia accezione
    circoscritta,  precisa e determinata,  e restringeremo il gergo al
    gergo.  Il  vero  gergo,  il  gergo per eccellenza,  se queste due
    parole possono accoppiarsi, l'immemorabile gergo che era un regno,
    non  altro, ripetiamo, che il laido, inquieto, finto,  traditore,
    velenoso,  crudele,  losco, vile profondo, fatale linguaggio della
    miseria.  All'estremit di tutte le degradazioni  e  di  tutte  le
    sventure  c'  un'ultima  miseria,  che  si  rivolta e si decide a
    entrare in lotta  contro  l'insieme  dei  fatti  fortunati  e  dei
    diritti  regnanti: lotta orribile,  nella quale essa,  ora astuta,
    ora violenta, malsana e feroce insieme, attacca l'ordine sociale a
    colpi di spillo col vizio e a colpi di clava col delitto.  Per  le
    necessit  di questa lotta,  la miseria ha inventato una lingua di
    battaglia che  il gergo.
    Far sopravvivere e sostenere al  disopra  dell'oblio,  al  disopra
    dell'abisso,  sia  pure  un solo frammento di una lingua qualsiasi
    che fu parlata dall'uomo e che andrebbe perduta,  vale a dire  uno
    degli  elementi,  buoni o cattivi,  che compongono la civilt o si
    aggiungono a essa,  vuol dire estendere i  dati  dell'osservazione
    sociale,  servire la civilt stessa.  Questo servizio, Plauto l'ha
    reso, volente o nolente,  facendo parlare il fenicio a due soldati
    cartaginesi; Molire l'ha reso, mettendo il levantino e ogni sorta
    di dialetti in bocca a tanti suoi personaggi.  Qui le obiezioni si
    riaccendono: il fenicio, sta bene! il levantino,  sta bene!  anche
    il  dialetto,  passi!  sono  linguaggi  appartenuti  a nazioni o a
    province; ma il gergo?  a che cosa serve conservarlo?  a che serve
    "far galleggiare" il gergo?
    Risponderemo  con  una  sola  parola.  Se  la lingua,  che  stata
    parlata da una nazione o da una provincia,   certamente degna  di
    interesse,  c'  una  cosa  ancora  pi  degna  di attenzione e di
    studio,  la lingua parlata dalla miseria.  E'  la  lingua  che  ha
    parlato in Francia,  per esempio,  per pi di quattro secoli,  non
    una miseria soltanto,  ma  la  miseria,  tutta  la  miseria  umana
    possibile.
    E  poi,  studiare  le  deformit  e  le  malattie  sociali e farle
    conoscere per poterle guarire, non , ripetiamo,  un lavoro in cui
    sia permessa la scelta. Lo storico dei costumi e delle idee ha una
    missione   non  meno  austera  dello  storico  degli  avvenimenti.
    Quest'ultimo studia la superficie della civilt,  le lotte  fra  i
    regnanti,  le  nascite  dei  principi,  i  matrimoni  dei  re,  le
    battaglie, le assemblee, i grandi uomini pubblici,  le rivoluzioni
    esterne, tutto il difuori; l'altro storico ha l'interno, il fondo,
    il popolo che lavora,  che soffre e aspetta, la donna oppressa, il
    fanciullo agonizzante, le sorde guerre tra uomo e uomo, le ferocie
    oscure, i pregiudizi, le iniquit pattuite, i segreti contraccolpi
    della legge,  le segrete evoluzioni delle  anime,  gli  indistinti
    trasalimenti delle moltitudini, quelli che muoiono di fame, quelli
    che vanno a piedi scalzi e con le braccia nude,  i diseredati, gli
    orfani,  gli infelici e gli  infami,  tutte  le  larve  che  vanno
    errando  nelle  tenebre.  Col  cuore pieno di carit e di severit
    insieme, come un fratello e come un giudice,  gli tocca discendere
    fino  a  quelle  impenetrabili  casematte  in  cui strisciano alla
    rinfusa quelli che sanguinano e quelli che colpiscono,  quelli che
    piangono  e  quelli che maledicono,  quelli che digiunano e quelli
    che divorano, quelli che sopportano il male e quelli che lo fanno.
    Questi storici dei cuori e delle anime hanno forse  minori  doveri
    degli storici dei fatti esteriori?  Ritenete forse che l'Alighieri
    abbia meno cose  da  dire  di  Machiavelli?  Il  sottosuolo  della
    civilt,  perch pi profondo e pi tetro,  forse meno importante
    del disopra?  Si conosce bene la montagna quando non si conosce la
    caverna?
    Del resto,  diciamolo di passaggio, da qualche frase precedente si
    potrebbe inferire che tra le due classi  di  storici  ci  sia  una
    separazione  assoluta  che non esiste nella nostra mente.  Non c'
    buon storico della vita presente,  visibile,  rumorosa e  pubblica
    dei popoli,  che non sia al tempo stesso,  in una certa misura, lo
    storico della loro vita profonda e nascosta;  n pu essere  buono
    storico  dell'interno,  chi  non  sappia  essere,  quando occorra,
    storico del di fuori.  La storia dei costumi e delle idee  penetra
    in quella degli avvenimenti,  e reciprocamente; sono due ordini di
    fatti diversi che si corrispondono, che si incatenano sempre, e di
    cui spesso l'uno genera l'altro. Tutte le linee che la Provvidenza
    traccia alla superficie d'una nazione  hanno  nel  fondo  le  loro
    parallele,  oscure  ma distinte,  e tutte le convulsioni del fondo
    provocano dei sollevamenti alla superficie.  Poich la vera storia
    si immischia di tutto, anche il vero storico deve conoscere tutto.
    L'uomo non  un circolo con un solo centro,  ma un'ellisse con due
    fuochi; i fatti sono un fuoco, le idee l'altro.
    Il gergo non  altro che un abito con cui la  lingua  si  traveste
    quando ha da compiere qualche cattiva azione; essa allora si veste
    di parole-maschere e di metafore-cenci.
    In questo modo diventa orribile.
    Si stenta a riconoscerla. E' proprio la lingua francese, la grande
    lingua  umana?  Eccola pronta a entrare in scena e a rispondere al
    delitto, adatta a tutte le parti del repertorio del male. Essa non
    cammina pi,  zoppica;  zoppica e si appoggia alla  gruccia  della
    Corte  dei Miracoli,  che pu metamorfosizzarsi in mazza;  essa si
    chiama "truanderie";  tutti gli spettri,  suoi camerieri,  l'hanno
    truccata.  Ormai    adatta  a  tutte  le  parti,  resa  losca dal
    falsario, color verderame dall'avvelenatore, annerita di fuliggine
    dall'incendiario, imbellettata di rosso dall'assassino.
    Quando si ascolta,  da parte di gente per bene,  alla porta  della
    societ,  si sorprende il dialogo di quelli che sono di fuori,  si
    distinguono  le  domande  e  le  risposte;  si  percepisce,  senza
    comprenderlo,  un orribile mormorio che suona quasi come l'accento
    umano,  ma che  pi vicino all'urlo che alla parola:  il  gergo.
    Le  parole  sono  deformi  e improntate di non so quale fantastica
    bestialit. Si crederebbe di sentir parlare le idre.
    E' l'inintelligibile nel tenebroso. Stride e susurra,  completando
    il  crepuscolo con l'enigma.  La sventura  tenebrosa,  il delitto
    ancora pi tenebroso;  l'amalgama di queste due tenebre compone il
    gergo.  Oscurit  nell'atmosfera,  oscurit  negli atti,  oscurit
    nelle voci.  Spaventosa  lingua-rospo  che  va,  viene,  saltella,
    striscia,  sbava  e si agita mostruosamente in quell'immensa bruma
    grigia,  formata di pioggia,  di notte,  di  fame,  di  vizio,  di
    menzogna, d'ingiustizia, di nudit, di asfissia e d'inverno, che 
    il pieno mezzogiorno dei miserabili.
    Dobbiamo  aver  compassione  dei dannati.  Ahim!  chi sono io che
    parlo?  chi  siete  voi  che  m'ascoltate?  donde  veniamo?  Siamo
    veramente sicuri di non aver commesso nulla prima di conoscere? La
    terra ha qualche somiglianza con un carcere.  Chi sa se l'uomo non
     un pregiudicato della giustizia divina?
    Esaminate da vicino la vita,  e la vedrete fatta in modo che vi si
    sente da per tutto la punizione.
    Siete voi uno di quelli che chiamano felici?
    Ebbene,  ogni  giorno  siete  triste.  Ogni  giorno ha il suo gran
    dispiacere o la sua piccola preoccupazione.  Ieri trepidavate  per
    la salute di una persona cara,  oggi temete per la vostra,  domani
    sar una preoccupazione di denaro, domani l'altro la diatriba d'un
    calunniatore, il giorno appresso la sventura di un amico;  inoltre
    c'  la  variazione  del  tempo,  poi  qualche  cosa di rotto o di
    perduto,  poi un piacere che la  coscienza  retta  vi  rimprovera;
    un'altra  volta,  sar  l'andamento  dei  pubblici  affari.  Senza
    contare le pene di cuore. E cos di seguito.  Si dissipa una nube,
    se  ne  forma  un'altra.  C' appena un giorno su cento,  di piena
    gioia e di piena luce.  E siete del  piccolo  numero  dei  felici!
    Quanto agli altri uomini, su di essi grava la notte stagnante.
    Le menti riflessive fanno poco uso di questa locuzione: i felici e
    gli infelici. In questo mondo, che  un vestibolo di un altro, non
    ci  sono  felici.  La  vera divisione umana  questa: illuminati e
    tenebrosi.
    Diminuire il  numero  dei  tenebrosi  e  accrescere  quello  degli
    illuminati,  ecco lo scopo; ed  per ci che gridiamo: istruzione,
    scienza! Insegnando a leggere,  si accende il fuoco;  ogni sillaba
    compitata  una scintilla.
    Del resto chi dice luce, non dice necessariamente gioia. Si soffre
    anche nella luce;  l'eccesso brucia, la fiamma  nemica delle ali.
    Ardere senza cessar di volare: ecco il prodigio del genio.
    Quando conoscerete e quando amerete, soffrirete ancora.  Il giorno
    spunta  tra le lacrime.  Gli illuminati piangono,  non foss'altro,
    sui tenebrosi.

    2. RADICI.
    Il gergo e la lingua dei tenebrosi.
    Davanti a questo enigmatico  dialetto,  duttile  e  ribelle  a  un
    tempo,  il  pensiero    turbato nelle sue pi intime latebre e la
    filosofia sociale  spinta alle sue pi dolorose meditazioni.  C'
    l un castigo visibile: ogni sillaba ha un accento particolare. Le
    parole  della  lingua  volgare  vi  appaiono  come  raggrinzite  e
    indurite dal ferro rovente del  carnefice;  talune  anzi  sembrano
    ancora fumanti. Qualche frase vi fa l'effetto della spalla tatuata
    di un galeotto inaspettatamente denudata.  L'idea rifiuta quasi di
    lasciarsi esprimere da quei sostantivi pregiudicati. La metafora 
    talvolta cos sfrontata, che si sente che  stata in catene.
    Del resto,  nonostante e a  causa  di  tutto  ci,  questo  strano
    dialetto  ha  diritto  al  suo  scompartimento in quell'imparziale
    casellario in cui c' posto tanto per il centesimo  ossidato  come
    per la medaglia d'oro,  e che si chiama la letteratura.  Il gergo,
    lo si voglia o no,  ha la sua sintassi e  la  sua  poesia;    una
    lingua.  Se  dalla  deformit di certi vocaboli si comprende che 
    stata masticata da Mandrin,  dallo splendore di certe metonimie si
    sente che l'ha parlata Villon.
    Questo verso cos squisito e cos celebre:
    "Mais o sont les neiges d'antan?"
    appartiene  al  gergo.  "Antan"  - "ante annum" -  una parola del
    gergo di Thunes, che significava "l'anno passato" o per estensione
    "un tempo".  Trentacinque anni or sono,  all'epoca della  partenza
    della grande "catena" del 1827, in una delle segrete di Bictre si
    poteva  leggere  ancora  questa  massima,  incisa  nel muro con un
    chiodo da un "re" di Thunes  condannato  alle  galere:  "Les  dabs
    d'antan   trimaient  siempre  pour  la  pierre  du  Coesre";   che
    significa: "I re di una volta andavano sempre a farsi consacrare".
    Nel pensiero di quel re, la consacrazione era il bagno.
    La parola "dcarade",  che esprime la partenza al galoppo  di  una
    pesante vettura,   attribuita a Villon, ed  degna di lui; questa
    parola,  che sprizza faville dalle quattro  sillabe,  riassume  in
    un'onomatopea  magistrale tutto l'ammirabile verso di La Fontaine:
    "Sei forti cavalli tiravano un carro".
    Dal punto di vista puramente letterario, pochi studi sarebbero pi
    curiosi e pi fecondi di quello del  gergo.  E'  un'intera  lingua
    nella  lingua,  una  specie di escrescenza malaticcia,  un innesto
    malsano che ha prodotto una vegetazione,  una pianta parassita che
    ha  le  sue  radici  nel  vecchio tronco gallico e il cui fogliame
    sinistro  s'arrampica  su  tutto  il  lato  della  lingua.  Questo
    potrebbe chiamarsi il primo aspetto,  l'aspetto volgare del gergo.
    Ma per chi studia la lingua come si deve  studiare,  vale  a  dire
    come  i  geologi  studiano la terra,  il gergo ha l'aspetto di una
    vera alluvione. Secondo che si scava pi o meno a fondo,  sotto lo
    strato  del  vecchio  francese  popolare  si  trova  nel  gergo il
    provenzale, lo spagnolo, l'italiano,  il levantino,  questa lingua
    dei  porti  del  Mediterraneo,  l'inglese,  il tedesco,  la lingua
    romanza, nelle sue tre variet di lingua romanza francese, romanza
    italiana e romanza romanza, il latino,  e finalmente il basco e il
    celtico.  Formazione  profonda  e  bizzarra,  edificio sotterraneo
    costruito in comune da tutti i miserabili. Ogni razza maledetta vi
    lasci il suo sedimento,  ogni dolore lasci cadere la sua pietra,
    ogni  cuore  dette  il  suo  sassolino.  Una  moltitudine di anime
    cattive, basse o irritate,  che attraversarono la vita e svanirono
    nell'eternit,  sono  l  quasi  intere  e  in  certo  modo ancora
    visibili, sotto la forma di una mostruosa parola.
    Si vuole dello spagnolo?  L'antico gergo gotico ne   zeppo.  Ecco
    "boffette", schiaffo, che deriva da "bofeton"; "vantane", finestra
    (pi tardi "vanterne"),  che viene da "ventana";  "gat", gatto, da
    "gato"; "acite", olio, da "aceyte".  Si vuole dell'italiano?  Ecco
    "spade",  che deriva da spada; "carvel", battello, da "caravella".
    Si vuole dell'inglese?  Ecco "bichot",  vescovo,  che proviene  da
    "bishop";  "raillie",  spia,  da "rascal", "rascallion", furfante;
    "pirlche", astuccio, da "pilcher",  fodero.  Si vuole del tedesco?
    Ecco "caleur",  garzone, da "keller"; "hers", padrone, da "herzog"
    (duca).  Si  vuole  del  latino?  Ecco  "frangir",   rompere,   da
    "frangere";  "affurer",  rubare,  da "fur";  "cadne",  catena, da
    "catena". C' una parola che figura in tutte le lingue europee con
    una tal quale potenza  e  autorit  misteriosa,  ed    la  parola
    "magnus":  la  Scozia  ne  fa  il suo "mac" che denota il capo del
    clan;  Mac-Farlane,  Mac-Callummore;  il gergo ne fa "meck" e  pi
    tardi  "meg",   che  significa  Dio.  Si  vuole  del  basco?  Ecco
    "gahisto",  il  diavolo,   che  deriva  da  "gaiztoa",   malvagio;
    "sorgabon",  buona  notte,  che viene da "gabon",  buona sera.  Si
    vuole  del  celtico?  Ecco  "blavin",  moccichino,  che  viene  da
    "blavet",  acqua zampillante; "mnesse", donna (in cattivo senso),
    da "meinec", pieno di sassi;  "barant",  ruscello,  da "baranton",
    fontana;  "goffeur", magnano, da "goff", fabbro; la "gudouze", la
    morte, da "guenn-du",  bianca-nera.  Si vuole infine della storia?
    Il  gergo  chiama  gli scudi i "maltesi",  ricordo della moneta in
    corso sulle galere di Malta.
    Oltre le origini filologiche indicate,  il gergo ha  altre  radici
    ancor  pi  naturali,  che  derivano,  per cos dire,  dalla mente
    stessa dell'uomo.
    In primo luogo la  creazione  diretta  dei  vocaboli.  L  sta  il
    mistero  delle  lingue.  Descrivere con parole che hanno non si sa
    come n perch  una  figura:  ecco  il  fondo  primitivo  di  ogni
    linguaggio umano, quel che si potrebbe chiamare il suo granito.
    Il gergo sovrabbonda di parole di questo genere, parole immediate,
    create di getto non si sa dove n da chi,  senza etimologie, senza
    derivazioni;  parole solitarie,  barbare,  talvolta orribili,  che
    hanno  una  straordinaria  potenza  di espressione e che vivono: -
    carnefice, "taule"; foresta, "sabri"; paura, fuga,  "ta";  lacch,
    "larbin";   generale,   prefetto,   ministro,  "pharos";  diavolo,
    "rabouin". Nulla di pi strano di queste parole,  che nascondono e
    che manifestano.  Alcune,  come per esempio "rabouin",  sono nello
    stesso tempo grottesche e terribili e vi fanno  l'effetto  di  una
    smorfia ciclopica.
    In  secondo luogo,  la metafora.  Abbondare di figure  proprio di
    una lingua che vuol tutto dire e tutto nascondere.  La metafora  
    un  enigma,  nel quale si rifugia il ladro che complotta un colpo,
    il detenuto  che  concerta  una  evasione.  Nessun  idioma    pi
    metaforico  del  gergo:  -  "dvisser le coco",  torcere il collo;
    "tortiller", mangiare; "tre gerb",  essere giudicato;  "un rat",
    un ladro di pane;  "lansquine" per piove, vecchia e impressionante
    figura,  che porta con s per  cos  dire  la  propria  data,  che
    assomiglia alle lunghe linee oblique disegnate dalla pioggia, alle
    grosse picche inclinate dei lanzichenecchi,  e che riassume in una
    sola parola la metonimia popolare: "piovono alabarde".  A  mano  a
    mano che il gergo passa dalla prima alla seconda epoca,  le parole
    si mutano dallo stato selvaggio e primitivo al  senso  metaforico.
    ll  diavolo cessa di essere il "rabouin" per diventare il fornaio,
    quello che inforna.  E' un vocabolo pi ingegnoso ma meno  grande,
    come  Racine  dopo  Corneille,  come Euripide dopo Eschilo.  Certe
    frasi del gergo,  che partecipano delle due epoche e accoppiano il
    carattere   barbarico   a   quello   metaforico,    somigliano   a
    fantasmagorie.  "Les sorgucurs vont sollicer des gails  la  lune"
    (i  vagabondi  vanno a rubare i cavalli di notte).  La frase passa
    davanti alla mente come un gruppo di spettri;  non si sa  cosa  si
    veda.
    In terzo luogo l'espediente.  Il gergo vive sulla lingua, ne usa a
    capriccio, vi attinge a caso,  e spesso,  quando sorge il bisogno,
    si  limita  a  snaturarla  in modo sommario e grossolano.  Qualche
    volta,  con le parole usuali cos deformate,  miste con parole  di
    gergo  puro,  si compongono locuzioni pittoresche,  nelle quali si
    sente il  miscuglio  dei  due  elementi  accennati  di  sopra,  la
    creazione diretta e la metafora: "Le cab jaspine,  je marronne que
    la roulotte de Pantin  trime  dans  le  sabri";  il  cane  abbaia,
    suppongo  che  la diligenza di Parigi passi per il bosco.  "Le dab
    est sinve,  la dabuge est merloussire,  la fe  est  bative";  il
    borghese  stupido,  la borghesia  furba,  la figlia  bella.  Il
    pi delle volte il gergo, allo scopo di sviare gli ascoltatori, si
    limita ad aggiungere  indistintamente  a  tutte  le  parole  della
    lingua  una  specie  di ignobile coda,  una finale in "aille",  in
    "orgue",  in "iergue" o in "uche".  Cos per esempio:  "Vousiergue
    trouvaille bonorgue ce gigotmuche?".  Cio: "Trouvez-Dous ce gigot
    bon?".  Frase rivolta da Cartouche a un carceriere per  chiedergli
    se gli conveniva la somma offertagli per l'evasione.  La finale in
    "mar" fu introdotta solo pi recentemente.
    Il gergo  l'idioma della corruzione, e perci presto si corrompe.
    Inoltre cerca sempre di nascondersi,  e quindi  si  trasforma  non
    appena  si sente compreso.  All'opposto di ogni altra vegetazione,
    ogni raggio di luce uccide in esso tutto ci che  tocca.  Cosicch
    si  decompone  e  ricompone  continuamente  con un lavoro oscuro e
    rapido che non si arresta mai, e fa pi cammino in dieci anni, che
    non la lingua  in  dieci  secoli.  Cos  "larton"  (pane)  diventa
    "lartif";  "gail"  (cavallo) diventa "gaye";  "fertanche" (paglia)
    fertille eccetera. Il diavolo dapprima  "gahisto", poi "rabouin",
    poi boulanger (fornaio);  il prete   "ratichon",  poi  "sanglier"
    (cinghiale),  il  pugnale  "vingt-deux" (ventidue),  poi "surin",
    poi  "lingre";   gli  agenti  di  polizia  sono   "railles",   poi
    "roussins",  poi "rousses", poi "marchands de lacets" (mercanti di
    lacci), poi "coqueurs", poi "cognes"; il carnefice  "taule",  poi
    "Charlot",  poi    "tiguer",  poi  "becquillard".  Nel settecento,
    battersi si diceva "donner du tabac" (dare  tabacco),  nel  secolo
    diciannovesimo  si  dice  "se  chiquer  la  gueule" (masticarsi la
    gola);  e  fra  queste  due  estreme,  passarono  venti  locuzioni
    diverse. Il linguaggio di Cartouche sarebbe ebraico per Lacenaire.
    Tutte  le parole di questa lingua sono in perpetua fuga,  come gli
    uomini che le pronunciano.
    Tuttavia, ogni tanto, a causa della sua stessa mobilit,  l'antico
    gergo  ricompare  e  ridiventa  nuovo;  e ha i suoi capoluoghi nei
    quali si mantiene. Il quartiere del Tempio conservava il gergo del
    secolo decimosettimo; Bictre, quando era prigione,  conservava il
    gergo  di  Thunes,  e  vi si udiva la finale in "anche" dei vecchi
    thumeurs. "Boyanches-tu?" ("bois-tu?", bevi?), il "croyanche" ("il
    croit"; egli crede). Il moto perpetuo non  affatto una legge.
    Se il filosofo riesce a fermare un momento, per osservarla, questa
    lingua che svapora incessantemente,  fa  delle  dolorose  e  utili
    meditazioni.   Non  c'  studio  pi  efficace,   n  pi  fecondo
    d'insegnamenti;  non una metafora,  n un'etimologia del gergo che
    non  contenga una lezione.  Tra quella gente,  "battere" vuol dire
    "fingere"; si "batte" una malattia; l'astuzia  la loro forza.
    Per essi l'idea dell'uomo  inseparabile da quella  del  buio.  La
    notte  si  chiama  la  "sourge"  e  l'uomo  "l'orgue": l'uomo  un
    derivato della notte.
    Hanno  preso  l'abitudine   di   considerare   la   societ   come
    un'atmosfera che li uccide, come una forza fatale, e parlano della
    loro libert come altri parlerebbero della propria salute. Un uomo
    arrestato  un "malato", un condannato  un "morto".
    La  cosa pi terribile per il detenuto sepolto fra quattro muri di
    pietra  una specie di castit  glaciale:  chiama  la  segreta  il
    "castus".  In quel funebre luogo,  la vita esteriore appare sempre
    sotto l'aspetto pi ridente.  Mentre il prigioniero ha i ferri  ai
    piedi,  credete che pensi forse che coi piedi si cammina? No; egli
    pensa che coi piedi si balla; cos, se riesce a segare i ferri, la
    sua prima idea  che ora pu ballare,  e chiama quindi la sega  un
    "bastringue".  Un "nome"  un "centro", assimilazione profonda. Il
    bandito ha due teste,  una che discute le sue azioni  e  lo  guida
    durante la vita,  l'altra che gli sta sulle spalle il giorno della
    morte;  e chiama "sorbonne" quella che gli consiglia  il  delitto,
    "tronche" quella che lo espia. Quando un uomo non ha pi altro che
    cenci  sul  corpo  e  vizi  nel cuore,  quando  arrivato a quella
    duplice degradazione materiale e morale che caratterizza nei  suoi
    due significati la parola "gueux", allora  maturo per il delitto;
    somiglia  a  un  coltello  ben  affilato,  che  ha  due tagli,  lo
    squallore e la malvagit;  perci il gergo  non  dice  "gueux"  ma
    "rguis".  Cos' il bagno? Una fornace di dannazione, un inferno;
    quindi il forzato si chiama "fagot".  Infine quale  nome  danno  i
    malfattori alla prigione?  Il "collegio"; parola da cui pu uscire
    un intero sistema penitenziario.
    Il ladro ha  anche  lui  la  sua  carne  da  cannone,  la  materia
    derubabile, voi, io, chiunque passi: il "pantre" (pan, tutti).
    Volete  sapere  dove  sono  nate la maggior parte delle canzoni da
    galeotto,  quei ritornelli che il  dizionario  speciale  chiama  i
    "lirlonf"? Sentite:
    Nello  Chatelet di Parigi c'era un gran sotterraneo oblungo,  otto
    piedi sotto il livello della  Senna.  Non  aveva  n  finestre  n
    spiragli  n  alcuna  apertura  eccetto  la  porta;  gli uomini vi
    potevano entrare, l'aria no;  il soffitto era una volta di pietra,
    il  suolo  dieci  pollici di fango.  Una volta era lastricato,  ma
    sotto lo stillicidio continuo,  le lastre si erano  imputridite  e
    screpolate.  A  otto  piedi dal suolo,  correva dall'una all'altra
    estremit del sotterraneo una lunga trave massiccia,  dalla  quale
    pendevano  a intervalli delle catene lunghe tre piedi,  terminante
    ciascuna con un collare.  In quel sotterraneo si  rinchiudevano  i
    condannati  alle  galere fino al giorno della partenza per Tolone.
    Li spingevano sotto la trave,  dove ciascuno trovava  l'oscillante
    catena  che  lo  aspettava  nelle  tenebre.   Le  catene,  braccia
    pendenti, e i collari, mani aperte,  afferravano per il collo quei
    miserabili;  si ribadivano loro i ferri e si abbandonavano l.  La
    catena, troppo corta, non concedeva loro di sdraiarsi.  Rimanevano
    immobili  in  quel  sotterraneo,  in quelle tenebre,  sotto quella
    trave,   quasi  impiccati,   obbligati  a  sforzi   inauditi   per
    raggiungere  il pane e l'orcio dell'acqua,  con la volta sul capo,
    il fango fino a mezza gamba,  gli escrementi  colanti  gi  per  i
    garretti, affranti dalla stanchezza, con le anche e i ginocchi che
    si piegavano, aggrappandosi con le mani alla catena per riposarsi,
    non  potendo  dormire  se non in piedi,  risvegliati a ogni minuto
    dallo  strangolamento.  Alcuni  non  si  risvegliavano  pi.   Per
    mangiare  facevano  risalire col calcagno lungo la tibia fino alla
    mano il  pane,  che  si  gettava  loro  nel  fango.  Quanto  tempo
    restavano cos?  Un mese,  due, qualche volta sei; uno ci rest un
    anno.  Era l'anticamera delle galere,  e ci si era messi  per  una
    lepre  rubata  al  re.  E che facevano in quel sepolcro infernale?
    Quel che si pu fare in un sepolcro, agonizzare, e quel che si pu
    fare in un inferno,  cantare;  giacch quando la speranza non  c'
    pi, resta il canto. All'avvicinarsi di una galera, nelle acque di
    Malta,  si  udiva  il canto prima dei remi.  Il povero bracconiere
    Survincet  che  era  passato  per  la  prigione-sotterraneo  dello
    Chatelet,  diceva: - Erano le rime che mi sostenevano. - Inutilit
    della poesia!  A che serve la rima?  In quel sotterraneo sono nate
    quasi tutte le canzoni in gergo.  Dalla segreta del Grand-Chatelet
    di  Parigi  usc  il  malinconico  ritornello  della   galera   di
    Montgomery:  "Timaloumisaine,  timoulamison".  La maggior parte di
    quelle canzoni sono lugubri; alcune sono gaie; una  tenera:
    "Icicaille est le thatre (Qui sta il teatro)
    Du petit dardant" (del piccolo Cupido).
    Checch facciate,  non riuscirete mai ad  annientare  quell'eterno
    avanzo  del  cuore umano,  che  l'amore.  In quel mondo di azioni
    tenebrose,  si serba il segreto.  Il segreto    la  propriet  di
    tutti;  per quei miserabili l'unit che serve di base all'unione;
    rompere  il segreto vuol dire strappare a ciascun membro di quella
    comunit qualcosa di lui stesso, perci,  nell'energico linguaggio
    del gergo,  denunciare si dice: "mangiare il boccone";  come se il
    denunciatore tirasse a s un po' della sostanza  di  tutti,  e  si
    nutrisse d'un brano della carne di ciascuno.
    Che  cos'  ricevere  uno schiaffo?  La metafora volgare risponde:
    "Vedere trentasei candele".  Qui interviene il gergo  e  riprende:
    candela,  "camoufle".  Da  ci la lingua comune prende "camouflet"
    per sinonimo di schiaffo. Cos,  per una specie di filtrazione dal
    basso  all'alto,  e con l'aiuto di quell'incalcolabile traiettoria
    che  la metafora,  il gergo sale dalla caverna  all'accademia,  e
    Poulailler  che  dice:  "Accendo  la  camoufle",   fa  scrivere  a
    Voltaire: "Langleviel La Beaumelle merita cento camouflets".
    Frugando nel gergo,  si fa una scoperta a ogni passo.  Studiando e
    approfondendo quello strano idioma,  si arriva al misterioso punto
    d'intersezione della societ regolare con la societ maledetta.
    Il gergo  la parola divenuta forzato.
    Sgomenta il pensare come il  principio  pensante  dell'uomo  possa
    essere  spinto  cos  in basso,  possa esservi trascinato e legato
    dalle oscure tirannie della fatalit, ed essere incatenato in quel
    precipizio da misteriosi ceppi.
    Oh povera intelligenza dei miserabili!
    Ohim!  nessuno si muover in aiuto  dell'anima  umana  in  quelle
    tenebre?  E'  essa  destinata  ad attendere sempre lo spirito,  il
    liberatore,  l'immenso cavaliere dei pegasi e degli ippogrifi,  il
    guerriero  color  dell'aurora,  che  discende dall'empireo fra due
    ali,  lo splendido campione dell'avvenire?  Chiamer  essa  sempre
    invano  in  suo  soccorso la luminosa lancia dell'ideale?  E' essa
    condannata  a  sentire,  attraverso  la  densit  della  voragine,
    avvicinarsi  spaventosamente  il male,  a intravedere,  sempre pi
    vicino,  sotto l'acqua obbrobriosa quella testa di  drago,  quelle
    fauci  che  masticano  la bava,  e quell'ondulazione serpentina di
    artigli,  di rigonfiamenti e di anelli?  Deve  essa  rimanere  l,
    senza un barlume,  senza speranza, abbandonata all'avvicinarsi del
    terribile  mostro  da  cui  si  sente  gi  confusamente  fiutata,
    scapigliata,  rabbrividente, torcendosi le braccia, incatenata per
    sempre alla roccia delle tenebre,  tetra Andromeda candida e  nuda
    nelle tenebre?

    3. GERGO CHE PIANGE E GERGO CHE RIDE.
    Come  si vede,  l'intero gergo,  sia quello di quattrocent'anni or
    sono che quello  di  oggi,    improntato  di  quel  cupo  spirito
    simbolico,  che d a tutte le parole ora un'andatura dolente,  ora
    un'aria minacciosa.  Vi si sente l'antica selvaggia tristezza  dei
    "truands"  della  Corte  dei  Miracoli,  che giocavano a carte con
    certi mazzi speciali,  alcuni dei quali ci sono stati  conservati.
    L'otto di fiori,  per esempio, rappresentava otto enormi foglie di
    trifoglio, specie di fantastica personificazione della foresta;  a
    pie'  dell'albero  si vedeva un fuoco acceso,  sul quale tre lepri
    facevano arrostire un cacciatore e dietro,  sopra un altro  fuoco,
    una pentola fumante,  da cui sporgeva la testa d'un cane. Nulla di
    pi lugubre di simili rappresaglie dipinte su un mazzo  di  carte,
    contro  i  roghi  su cui bruciavano i contrabbandieri e la caldaia
    nella quale si facevano  bollire  i  falsi  monetari.  Le  diverse
    forme,  che  assumeva  il  pensiero nel regno del gergo,  anche la
    canzone,  anche lo scherno,  anche la minaccia,  avevano tutte  lo
    stesso  carattere  d'impotenza  e  di  scoraggiamento.   Tutte  le
    canzoni, di cui alcune melodie sono state raccolte,  erano umili e
    lamentose da far piangere. Il "pgre" si chiama il "povero pgre",
    ed    sempre  la  lepre  che  si  nasconde,  il sorcio che fugge,
    l'uccello che s'invola.  Ardisce appena reclamare e  si  limita  a
    sospirare;  uno  dei suoi gemiti  giunto sino a noi: "Non capisco
    come Dio che  il padre degli uomini, possa torturare i suoi figli
    e sentirli gridare senza essere lui stesso torturato".  Ogni  qual
    volta ha tempo di riflettere,  il miserabile si fa piccolo davanti
    alla legge e meschino in faccia alla societ, si prostra, supplica
    e invoca la piet; si capisce che sa di aver torto.
    Verso la met  del  secolo  passato  avvenne  un  cambiamento.  Le
    canzoni  dei  prigionieri,  i ritornelli dei ladri assunsero,  per
    cos dire, un aspetto insolente e gioviale.  Il lamentoso "malur"
    fu  sostituito  dal  "larifl";  in  quasi  tutte le canzoni delle
    galere,  dei bagni e delle ciurme  del  settecento  si  trova  una
    giocondit   diabolica   ed  enigmatica.   Vi  si  ascolta  questo
    ritornello stridulo e saltellante,  che si direbbe rischiarato  da
    un luccicore fosforescente, e che sembra lanciato nella foresta da
    uno spirito folletto che suoni il piffero:
    "Mirlababi, surlababo,
    Mirlibon ribon ribette.
    Surlababi, mirlababo,
    Mirlibon ribon ribo".
    Questo  si  cantava  sgozzando  un  uomo in un sotterraneo o in un
    angolo di bosco.
    Sintomo grave. Nel settecento l'antica malinconia di quelle oscure
    classi sociali si dissipa.  Si mettono a ridere,  scherniscono  il
    gran  "meg"  e  il  gran "dab".  Visto che il re di Francia era un
    Luigi Quindicesimo,  essi lo chiamano  "il  marchese  di  Pantin".
    Eccoli quasi allegri. Una specie di luce fioca si sviluppa da quei
    miserabili,  come  se  non sentissero pi il peso della coscienza.
    Quelle deplorevoli trib delle  tenebre  non  hanno  pi  soltanto
    l'audacia disperata delle azioni, ma anche quella noncurante dello
    spirito. Segno che perdono il sentimento della loro criminosit, e
    che  sentono  perfino  tra  i pensatori e i sognatori non so quali
    appoggi che  essi  stessi  ignorano.  Segno  che  il  furto  e  il
    saccheggio  cominciano  a  penetrare  anche in certe dottrine e in
    certi sofismi, cos da perdere un po' della loro bruttezza e darne
    molta ai sofismi e alle dottrine.  Segno infine,  se non  ci  sar
    nessun ostacolo, di qualche vicino e gravissimo scoppio.
    Fermiamoci   un  momento.   Chi  accusiamo  noi  qui?   Il  secolo
    decimottavo? No certamente. L'opera del settecento  sana e buona.
    Gli enciclopedisti con a capo Diderot,  i fisiocrati  con  a  capo
    Turgot,  i  filosofi con a capo Voltaire,  gli utopisti con a capo
    Rousseau,  sono quattro legioni sacre,  a cui  dobbiamo  l'immenso
    passo  compiuto  dall'umanit  verso  la  luce.  Sono  le  quattro
    avanguardie del genere umano  che  vanno  verso  i  quattro  punti
    cardinali  del  progresso,  Diderot  verso il bello,  Turgot verso
    l'utile,  Voltaire verso il vero,  Rousseau verso  il  giusto.  Ma
    accanto  e al disotto dei filosofi c'erano i sofisti,  vegetazione
    velenosa mescolata allo sviluppo salutare,  cicuta  nella  foresta
    vergine.   Mentre  il  carnefice  sullo  scalone  del  palazzo  di
    giustizia bruciava le grandi opere liberatrici del  secolo,  altri
    autori,  oggi dimenticati, pubblicavano con privilegio reale certi
    scritti  stranamente  disorganizzatori,   letti   avidamente   dai
    miserabili.   Particolarit  degna  di  nota,   alcune  di  quelle
    pubblicazioni,   protette  da  un  principe,   si  trovano   nella
    "Biblioteca   segreta".   Questi  fatti,   profondi  ma  ignorati,
    passavano inosservati.  Talvolta il pericolo di un fatto    nella
    sua stessa oscurit.  Fra tutti quegli scrittori, quello che scav
    forse allora nelle masse la galleria pi malsana,  fu Restif de la
    Bretonne.
    Quel lavoro,  comune a tutta l'Europa, fece pi guasti in Germania
    che in qualsiasi altro paese. Durante un certo periodo,  riassunto
    da  Schiller nel suo famoso dramma "I Masnadieri",  in Germania il
    furto e  il  saccheggio  si  erigevano  come  protesta  contro  la
    propriet  e  il  lavoro:  si  assimilavano  certe idee elementari
    speciose e false,  in apparenza  giuste,  assurde  in  realt;  si
    avviluppavano in quelle idee, starei per dire vi sparivano dentro,
    prendevano un nome astratto e passavano allo stato di teoria; e in
    tal  modo circolavano nelle folle laboriose,  sofferenti e oneste,
    all'insaputa stessa dei chimici imprudenti che  avevano  preparato
    la mistura, all'insaputa delle masse che l'accettavano. Ogni volta
    che  avviene un fenomeno di questo genere,   grave.  Il patimento
    genera la collera;  e mentre le classi prosperose si accecano o si
    addormentano, ci che  sempre un chiudere gli occhi, l'odio delle
    classi disgraziate accende la sua torcia a qualche mente astiosa o
    malformata  che  fantastica  in  un  angolo,  ed  essa  si mette a
    esaminare  la  societ.   L'esame  fatto  dall'odio    una   cosa
    terribile!
    Di  qui,  se  la  disgrazia dei tempi lo vuole,  quelle spaventose
    sommosse,  che una volta si dicevano  "jacqueries",  in  confronto
    alle   quali   le   agitazioni  puramente  politiche  sono  giochi
    fanciulleschi,  e che non sono pi la lotta  dell'oppresso  contro
    l'oppressore ma la rivolta del malessere contro il benessere.
    Tutto crolla allora.
    Le "jacqueries" sono terremoti di popolo.
    A  un  tale pericolo,  forse imminente in Europa sullo scorcio del
    secolo decimottavo,  venne a  tagliar  la  strada  la  Rivoluzione
    francese, questo immenso atto di probit.
    La Rivoluzione francese,  la quale non  altro che l'ideale armato
    di spada,  si rizz;  e con un moto repentino serr la  porta  del
    male e apr quella del bene.
    Essa  pose in chiaro il problema,  promulg la verit,  scacci il
    miasma, risan il secolo, coron il popolo.
    Si pu dire che essa ha creato l'uomo una seconda volta,  dandogli
    una seconda anima, il diritto.
    Il  secolo  diciannovesimo  ha  ereditato  la  sua  opera  e se ne
    avvantaggia,  e oggi la catastrofe sociale che indicavamo poc'anzi
     semplicemente impossibile. Cieco chi la denuncia! sciocco chi la
    teme! La rivoluzione  il vaccino della "jacquerie".
    Grazie  alla  Rivoluzione,  le condizioni sociali sono mutate,  le
    malattie feudali e monarchiche non sono pi nel nostro sangue, non
    c' pi medioevo nella nostra  costituzione.  Non  siamo  pi  nei
    tempi in cui spaventose agitazioni interne facevano irruzione,  in
    cui si udiva sotto i piedi un sordo rumore,  in cui appariva  alla
    superficie  della  civilt  non  so qual sollevarsi di gallerie di
    talpe,  in cui il suolo si screpolava,  si aprivano le volte delle
    caverne  e  si  vedevano d'improvviso sbucare da terra delle teste
    mostruose.
    Il senso rivoluzionario   un  senso  morale.  Il  sentimento  del
    diritto,  sviluppandosi,  sviluppa  il  sentimento del dovere.  La
    legge di tutti  la libert,  che finisce dove comincia la libert
    altrui,  secondo la mirabile definizione di Robespierre. Dal 1789,
    tutto quanto il popolo si dilata nell'individuo sublimato; non c'
    povero che,  avendo il suo diritto,  non abbia il suo  raggio;  il
    morto-di-fame  sente in s l'onest della Francia;  la dignit del
    cittadino  un'armatura interna;  chi  libero   scrupoloso;  chi
    vota  regna.  Donde,  l'incorruttibilit,  donde  l'abortire delle
    malsane cupidigie;  quindi,  gli occhi eroicamente  chini  davanti
    alle  tentazioni.  Tale   il risanamento rivoluzionario,  che nei
    giorni di liberazione,  un 14 luglio,  un 10 agosto,  non vi  pi
    plebaglia;  il  primo grido delle folle illuminate e ingrandite :
    "morte ai ladri!".  Il progresso  onesto,  l'ideale e  l'assoluto
    non  fanno  i borsaioli.  Da chi furono scortati nel '48 i furgoni
    che contenevano le ricchezze delle Tuileries?  Dai cenciaiuoli del
    sobborgo di Sant'Antonio.  Lo straccio mont la guardia al tesoro;
    la virt rese splendidi quei  cenciosi.  In  quei  furgoni,  entro
    casse  appena chiuse e talune anche semiaperte,  fra cento scrigni
    luccicanti, c'era la vecchia corona di Francia, tutta in diamanti,
    sormontata dal rubino della monarchia che valeva  trenta  milioni.
    Ed essi, a piedi nudi, custodivano quella corona.
    Dunque,  niente pi "jacquerie".  Me ne duole per i maneggioni. E'
    una vecchia paura che gi ebbe il suo ultimo effetto,  e che ormai
    in  politica  non  potrebbe pi essere adoperata.  La grande molla
    dello spettro rosso  spezzata.  Tutti lo sanno,  e lo spauracchio
    non  spaventa pi nessuno.  Gli uccelli vi prendono dimestichezza,
    gli stercorari vi si posano sopra, e i borghesi ne ridono.

    4. I DUE DOVERI: VEGLIARE E SPERARE.
    Ci posto,   dissipato  ogni  pericolo  sociale?  No  certamente.
    Niente  "jacquerie";  la societ pu star sicura da quel lato,  il
    sangue non le salir pi alla testa; ma deve preoccuparsi del modo
    in cui respira; e la tisi sociale si chiama miseria.
    Si pu morire minato quanto fulminato.
    Non ci  stancheremo  mai  di  ripeterlo;  pensare  anzitutto  alle
    moltitudini diseredate e dolorose, sollevarle, provvederle di aria
    e  di  luce,  amarle,  allargare magnificamente il loro orizzonte,
    prodigar loro l'educazione sotto tutte le forme, porgere l'esempio
    del lavoro e  non  mai  quello  dell'ozio;  scemare  il  peso  del
    fardello   individuale,   aggiungendo   alla   nazione   lo  scopo
    universale,  limitare la  povert  senza  limitare  la  ricchezza,
    creare  vasti  campi  d'attivit  pubblica e popolare,  avere come
    Briareo cento mani da porgere da ogni  lato  agli  oppressi  e  ai
    deboli,  impiegare la potenza collettiva nel gran dovere di aprire
    fabbriche per tutte le braccia,  scuole per tutte  le  attitudini,
    laboratori  per  tutte  le  intelligenze,  accrescere  il salario,
    diminuire la fatica,  equilibrare il dare e l'avere,  vale a  dire
    proporzionare  il  godimento  allo  sforzo e il soddisfacimento al
    bisogno,  in una parola,  fare in  modo  che  l'organismo  sociale
    sviluppi  pi  luce  e  pi  benessere  a  vantaggio di quelli che
    soffrono,  di  quelli  che  ignorano;  tale    il  primo  obbligo
    fraterno. Le anime simpatiche non lo dimentichino. Tale  la prima
    necessit politica. Lo sappiano i cuori egoisti.
    E  aggiungiamo  che  tutto  ci   soltanto un principio.  Il vero
    problema  questo: il lavoro non pu essere una legge senza essere
    un diritto.
    Non insistiamo; non  qui il luogo.
    Se la natura si chiama  provvidenza,  la  societ  deve  chiamarsi
    previdenza.
    Lo  sviluppo  intellettuale e morale non  meno indispensabile del
    miglioramento materiale. Il sapere  un viatico,  il pensare  una
    cosa  di  prima  necessit,  la verit nutre come il frumento,  la
    ragione,  a digiuno di scienza e di  saggezza,  dimagra.  Dobbiamo
    compiangere,  come gli stomachi, le intelligenze che non mangiano.
    Se c' una cosa pi  straziante  di  un  corpo  che  agonizza  per
    mancanza di pane, questa  l'anima che muore per fame di luce.
    Tutto il progresso tende verso la soluzione. Un giorno avverr una
    gran meraviglia;  con l'elevarsi del genere umano,  gli strati pi
    profondi usciranno naturalmente dalla zona dello squallore,  e  la
    miseria scomparir per un semplice rialzo di livello.
    Avrebbe torto chi dubitasse di questa santa soluzione.
    E'  vero  che  in  questo  momento  il  passato  molto forte e si
    riprende. Questa reviviscenza d'un cadavere  sorprendente. Eccolo
    che cammina e avanza;  sembra un  vincitore.  Arriva  con  la  sua
    legione, le superstizioni, con la sua spada, il dispotismo, con la
    sua bandiera,  l'ignoranza.  Da qualche tempo in qua ha guadagnato
    dieci battaglie. Si avvicina, minaccia, ride,  alle nostre porte.
    Dal canto nostro non disperiamo. Disputeremo il terreno su cui sta
    accampato Annibale.
    Noi che abbiamo fede, di che possiamo temere?
    Retrocedere  impossibile alle idee come ai fiumi.
    Ma quelli che non ne vogliono sapere  dell'avvenire,  ci  pensino.
    Dicendo  di  no  al  progresso,  non condannano l'avvenire,  ma se
    stessi.  Si dispongono  a  una  triste  malattia:  s'inoculano  il
    passato. C' un solo modo di evitare il domani: morire.
    Ora,  che  la  morte del corpo avvenga quanto pi tardi possibile,
    che la morte dell'anima non avvenga mai: ecco quello che vogliamo.
    S,  l'enigma dira la sua parola,  la sfinge parler,  il problema
    sar risolto.  S, il popolo abbozzato dal secolo decimottavo sar
    compiuto dal diciannovesimo.
    Idiota  chi  ne  dubita!  La  futura,  la  prossima  comparsa  del
    benessere universale  un fenomeno divinamente inevitabile.
    Immense  spinte  coordinate  regolano  i  fatti umani e in un dato
    tempo  li  conducono  tutti  allo  stato  logico,   vale  a   dire
    all'equilibrio,  vale  a  dire  all'equit.  Una forza composta di
    terra e di cielo risulta dall'umanit  e  la  governa,  ed    una
    facitrice di miracoli;  le soluzioni meravigliose non sono per lei
    pi difficili delle peripezie straordinarie. Aiutata dalla scienza
    che viene dall'uomo e dagli avvenimenti che vengono da  un  Altro,
    essa  non  si  spaventa  molto,  nel  porre i problemi,  di quelle
    contraddizioni che al volgo sembrano impossibilit.  Essa   abile
    nel  far  scaturire  sia  una  soluzione dal riavvicinamento delle
    idee, sia un ammaestramento dal ravvicinamento dei fatti;  e tutto
    possiamo  aspettarci  da  parte  di  questa misteriosa potenza del
    progresso,  che un  bel  giorno  mette  a  confronto  l'oriente  e
    l'occidente  in  fondo  a un sepolcro e fa dialogare gli imani con
    Bonaparte nell'interno della grande piramide.
    Frattanto nessuna sosta,  nessuna esitazione,  nessuna  pausa  nel
    grandioso  cammino  delle  menti  umane.  La  filosofia  sociale 
    essenzialmente la scienza della pace;  essa ha per  scopo  e  deve
    avere  per  risultato  di  disperdere  le  ire con lo studio degli
    antagonismi;  essa esamina,  scruta,  analizza,  poi ricompone;  e
    procede per via di riduzione, eliminando l'odio da ogni cosa.
    Pi  di una volta si vide una societ inabissarsi nel vento che si
    scatena sugli uomini;  la storia  piena di naufragi di  popoli  e
    d'imperi; costumi, leggi, religioni, un bel giorno l'uragano passa
    e  porta  via tutto.  Le civilt dell'India,  della Caldea,  della
    Persia,  dell'Assiria,  dell'Egitto sparirono l'una dopo  l'altra.
    Perch? Lo ignoriamo. Quali sono le cause di tali disastri? Non le
    conosciamo.  Avrebbero  quelle societ potuto salvarsi?  C' stata
    colpa da parte loro?  Si sono ostinate in qualche vizio fatale che
    le  ha  perdute?  Quanta  parte  di suicidio ci fu in quelle morti
    terribili di una nazione e di una razza?  Quesiti senza  risposta.
    L'ombra copre quelle civilt condannate.
    Certamente facevano acqua, giacch affondarono; ma non ne sappiamo
    nulla di pi; ed  con una specie di smarrimento che guardiamo, in
    fondo  a  quel  mare  che si chiama il passato,  sotto quelle onde
    colossali che sono  i  secoli,  naufragare  quelle  immense  navi,
    Babilonia,  Ninive,  Tarso, Tebe, Roma, sotto il soffio spaventoso
    che esce da tutte le bocche delle  tenebre.  Ma  tenebre  l;  qui
    luce. Ignoriamo le malattie della civilt antica, ma conosciamo le
    infermit  della nostra.  Su di essa abbiamo il diritto alla luce:
    contempliamo le sue bellezze e mettiamo a nudo le  sue  deformit.
    L dov' il male,  sondiamo,  e una volta costatata la sofferenza,
    lo studio della causa ci condurr alla scoperta  del  rimedio.  La
    nostra  civilt,  opera  di  venti  secoli,  ne  in pari tempo il
    mostro e il prodigio;  val la pena d'essere salvata,  e  lo  sar.
    Soccorrerla    gi  molto,  illuminarla  qualcosa di pi ancora.
    Tutti  gli  sforzi  della  filosofia   sociale   moderna   debbono
    convergere  verso  questo  scopo;  il  pensatore  oggi  ha un gran
    dovere: fare la diagnosi della civilt.
    Simile diagnosi incoraggia,  lo ripetiamo;  ed  con  l'insistenza
    nell'incoraggiamento  che  vogliamo terminare queste poche pagine,
    austero intermezzo d'un dramma doloroso. Sotto la moralit sociale
    si sente l'umanit imperitura.  Il globo non muore,  bench  abbia
    qua e l le sue piaghe,  che sono i crateri,  e le sue ulcere, che
    sono le solfatare,  e bench,  come un vulcano giunto  a  saziet,
    emetta la sua lava. Le malattie dei popoli non uccidono l'uomo.
    Tuttavia,  tutti  quelli  che  seguono  la  clinica sociale talora
    crollano il capo;  i pi forti,  i pi teneri,  i pi logici hanno
    delle ore di debolezza.
    L'avvenire  verr?  Ci  pare  che  si  possa muovere tale domanda,
    quando si vede tanta terribile ombra. Tetro incontro degli egoisti
    e  dei  miserabili.  Negli  egoisti:  i  pregiudizi,   le  tenebre
    dell'educazione  ricca,   la  crescente  brama  dei  piaceri,  uno
    sbalordimento di prosperit che assorda,  il timore dei  patimenti
    che  in taluni giunge sino all'avversione per quelli che soffrono,
    un  soddisfacimento  implacabile,  l'io  cos  gonfio  che  chiude
    l'anima; nei miserabili: la cupidigia, l'invidia, l'odio di vedere
    gli  altri  godere,  le  profonde  scosse della bestia umana verso
    l'appagamento, i cuori pieni di nebbia, la tristezza,  il bisogno,
    la fatalit, l'ignoranza pura e semplice.
    Bisogna  continuare  ad alzare gli occhi verso il cielo?  Il punto
    luminoso che vi si  distingue    di  quelli  che  si  estinguono?
    L'ideale    spaventoso  a  vedere,  cos perduto nella immensit,
    piccolo, isolato, impercettibile,  scintillante,  ma circondato da
    tutte  quelle  nere minacce che gli si ammassano intorno;  eppure,
    non  in pericolo pi di una stella tra le fauci delle nuvole.













    Libro 8.
    ESTASI E DESOLAZIONI.


    1. PIENA LUCE.
    Il  lettore  ha  compreso   che   Eponina,   avendo   riconosciuto
    l'inquilina  della  casa  di  via Plumet,  dove l'aveva mandata la
    Magnon,  aveva cominciato con l'allontanare i  banditi  dalla  via
    Plumet, e poi vi aveva condotto Mario; e che, dopo parecchi giorni
    di estasi davanti a quel cancello,  Mario,  trascinato dalla forza
    che spinge il ferro verso la  calamita  e  l'innamorato  verso  le
    pietre di cui  costruita la casa della donna amata,  aveva finito
    con l'introdursi nel giardino di Cosetta,  come Romeo in quello di
    Giulietta.  La  cosa  anzi  gli riusc pi facile che a Romeo,  il
    quale era costretto a  scalare  un  muro,  mentre  a  Mario  bast
    forzare  un poco una sbarra del decrepito cancello,  che vacillava
    nei cardini arrugginiti,  come  i  denti  dei  vecchi.  Mario  era
    sottile e pass agevolmente.
    Siccome non c'era mai nessuno nella via, e Mario s'introduceva nel
    giardino soltanto di notte, non correva pericolo di essere visto.
    Da  quel  momento benedetto e santo in cui un bacio fidanz quelle
    due anime, Mario ci and tutte le sere. Se,  in quel momento della
    sua vita, Cosetta si fosse innamorata di un uomo poco scrupoloso e
    libertino,  si  sarebbe  perduta,  perch  ci  sono  delle  nature
    generose che si abbandonano interamente,  e  Cosetta  era  una  di
    queste.  Cedere    una  delle  magnanimit  della  donna.  Giunto
    all'altezza dell'assoluto,  all'amore si unisce  un  non  so  qual
    celeste  accecamento  del  pudore.  Ma  a  quanti pericoli correte
    incontro,  o nobili  anime!  Spesso  voi  date  il  cuore,  e  noi
    prendiamo  il corpo.  Vi resta il cuore e voi lo guardate fremendo
    nell'ombra.  L'amore non conosce mezzi termini: o perde,  o salva.
    Tutto  il destino umano  in questo dilemma: rovina o salvezza,  e
    nessuna  fatalit  lo  imposta  pi  inesorabilmente   dell'amore.
    L'amore  la vita,  se non  la morte;   culla,  e anche bara. Lo
    stesso sentimento dice s e no nel cuore umano.  Di tutte le  cose
    fatte  da Dio,  il cuore umano  quello che emana pi luce,  e pi
    tenebre.
    Dio volle che l'amore incontrato da Cosetta fosse  uno  di  quelli
    che salvano.
    Per  tutto  il  mese  di  maggio  di  quell'anno 1832,  nel povero
    giardino selvatico, sotto quella macchia ogni giorno pi olezzante
    e pi folta, ci furono, ogni notte,  due creature formate di tutte
    le  castit  e  di  tutte  le  innocenze,  riboccanti  di tutte le
    felicit del cielo, pi vicine agli angeli che agli uomini,  pure,
    oneste,  inebriate,  raggianti,  che splendevano l'una per l'altra
    nelle tenebre.  A Cosetta pareva che Mario avesse  una  corona,  a
    Mario che Cosetta avesse un nimbo. Si toccavano, si guardavano, si
    prendevano  le  mani,  si stringevano l'uno accanto all'altra;  ma
    c'era  una  distanza  che  non  varcavano  mai.   Non  perch   la
    rispettassero, ma perch l'ignoravano. Mario sentiva una barriera:
    la purit di Cosetta,  e Cosetta sentiva un sostegno: la lealt di
    Mario. Il primo bacio era stato anche l'ultimo;  poi Mario non era
    andato  pi  in  l  dello  sfiorarle con le labbra la mano,  o lo
    scialle, o una ciocca di capelli. Cosetta era per lui un profumo e
    non una donna,  ed egli l'aspirava.  Essa non negava  nulla,  egli
    nulla domandava.
    Cosetta  era  felice,   e  Mario  era  soddisfatto.   Vivevano  in
    quell'incantevole stato che si potrebbe chiamare l'incantamento di
    un'anima per mezzo di un'anima;  era il primo ineffabile ardore di
    due verginit nell'ideale, due cigni incontratisi sulla Jungfrau.
    In  quel periodo dell'amore,  quando la volutt tace assolutamente
    sotto l'onnipotenza dell'estasi, Mario,  il puro e serafico Mario,
    sarebbe  stato  capace  di salire le scale della casa di una donna
    pubblica,  anzich sollevare la veste di Cosetta fino  all'altezza
    della  caviglia.  Una  volta,  al  chiaro  di luna,  essendosi lei
    chinata a raccogliere un oggetto da terra,  le si apr un  po'  il
    corsetto, lasciando vedere l'attaccatura del seno. Mario volse gli
    occhi altrove.
    Che  avveniva  fra quelle due creature?  Nulla.  Si adoravano.  La
    notte,  quando stavano l,  quel giardino pareva un luogo  vivo  e
    sacro.  Tutti i fiori intorno si schiudevano e mandavano a essi il
    loro profumo,  ed essi aprivano le anime loro e le spandevano  nei
    fiori.  La vegetazione molle e vigorosa trasaliva piena di linfa e
    di ebbrezza intorno a quei due innamorati,  ed essi dicevano delle
    parole  d'amore  che  facevano  fremere  le piante.  Che cos'erano
    queste parole?  Un soffio e nulla pi;  ma quel soffio  bastava  a
    turbare e commuovere tutta la natura. Magica potenza, che a fatica
    si  potrebbe  comprendere,  se  si  leggessero  in  un  libro quei
    discorsi,  destinati a essere trasportati dal vento come un fumo e
    dispersi tra le foglie.  Togliete al mormorio di due amanti quella
    melodia che nasce dall'anima e lo accompagna come una lira,  e non
    rimane  nient'altro che un'ombra che vi fa esclamare: - Come!  Non
    era che questo! - S, puerilit,  ripetizioni,  risa senza motivo,
    cose  inutili,  sciocchezze,  tutto  quanto  c'  al  mondo di pi
    sublime e di pi profondo!  Le  sole  cose  che  valgono  la  pena
    d'essere dette e ascoltate!
    L'uomo  che  non  ha  mai  udito,  che  non  ha  mai  detto queste
    sciocchezze, queste meschinit,  un imbecille e un malvagio!
    Cosetta disse a Mario:
    - Sai...
    (Intanto, attraverso quella celeste verginit, senza che all'uno e
    all'altro fosse possibile dir come,  erano arrivati  a  darsi  del
    tu).
    - Sai'? Mi chiamo Eufrasia.
    - Eufrasia? Ma no, tu ti chiami Cosetta.
    - Oh!  Cosetta  un nome molto brutto che mi hanno dato quando ero
    piccola; ma il mio vero  Eufrasia. Forse, non ti piace Eufrasia?
    - S... Ma Cosetta non  brutto.
    - Forse che ti piace di pi di Eufrasia?
    - Ma... S.
    - Allora lo preferisco anch'io.  Hai ragione,   grazioso Cosetta.
    Chiamami Cosetta.
    E il sorriso che vi aggiunse fece di quel dialogo un idillio degno
    d'un bosco posto nel cielo.
    Un'altra volta lei guardandolo fisso esclam:
    -  Signore,  voi  siete  bello  e  gentile,  avete ingegno,  siete
    tutt'altro che sciocco e molto pi dotto di me;  ma io vi sfido su
    queste parole: io t'amo!
    E Mario,  trasportato in pieno cielo,  credeva di udire una strofa
    cantata da una stella.  Oppure,  sentendolo tossire,  gli dava  un
    buffettino e diceva:
    -  Non  tossite  signore,  non  voglio che si tossisca in casa mia
    senza il mio permesso.  E' brutto  tossire  e  rendermi  inquieta.
    Voglio che stia bene, prima di tutto perch se tu non stessi bene,
    io sarei molto infelice. Cosa vuoi che faccia?
    E quelle parole erano semplicemente divine.
    Una volta Mario disse a Cosetta:
    -  Figurati,  per  qualche  tempo  ho  creduto che tu ti chiamassi
    Ughetta.
    Questo fatto li fece ridere per tutta la sera.
    Un'altra volta gli capit di esclamare:
    - Oh! un giorno,  al Lussemburgo,  mi venne la voglia di finire di
    fare a pezzi un invalido!
    Ma  si ferm di colpo e non aggiunse altro,  perch avrebbe dovuto
    parlarle della sua giarrettiera, e questo per lui era impossibile.
    C'era l dentro un elemento del tutto ignoto, la carne, innanzi al
    quale quell'immenso amore innocente arretrava con  una  specie  di
    sacro terrore.
    Mario  si figurava cos,  senz'altro,  la vita con Cosetta: andare
    ogni sera in via Plumet,  spostare la vecchia  sbarra  compiacente
    del  cancello  del  presidente,  sedersi  l'uno accanto all'altra,
    guardare attraverso gli alberi il primo  scintillio  della  notte,
    far  combaciare  la  piega  del  ginocchio  del  suo pantalone con
    l'ampia veste di Cosetta, accarezzarle l'unghia del pollice, darle
    del tu,  fiutare l'uno dopo l'altra lo stesso  fiore  per  sempre,
    indefinitamente.  Durante  quel tempo,  le nubi passavano sul loro
    capo.  Ogni soffio di vento porta via pi sogni dell'uomo che nubi
    del cielo.
    Per  quel  casto  amore,  quasi selvatico,  non era assolutamente
    privo di galanteria.  "Fare dei complimenti" a quella che si ama 
    il primo modo di farle una carezza,   una mezza audacia che fa le
    sue prove.  Il complimento  qualche cosa come il bacio attraverso
    il velo; la volutt vi pone la sua dolce punta bench si nasconda.
    Per  amar meglio,  il cuore indietreggia davanti alla volutt.  Le
    dolci parole di Mario,  tutte sature di chimere,  erano,  per cos
    dire,  azzurrate;  gli  uccelli devono udire di tali parole quando
    volano dalla parte degli angeli.  Eppure vi si mescolava la  vita,
    l'umanit,  tutto il positivismo di cui Mario era capace.  Erano i
    colloqui di nascosto,  un'effusione lirica,  il sonetto misto alla
    canzone,  le gentili iperboli del garrito degli uccelli,  tutte le
    raffinatezze dell'adorazione raccolte  in  mazzo  ed  esalanti  un
    sottile  profumo  celeste,  un  ineffabile  cinguettio  da cuore a
    cuore.
    - Oh come sei bella!  - mormorava Mario.  Io non oso guardarti,  e
    perci ti contemplo.  Tu sei una grazia.  Non so quello che provo.
    L'orlo della tua veste,  quando vedo uscirne la  punta  della  tua
    scarpetta,  mi sconvolge.  E poi,  che incantevole luce, quando il
    tuo pensiero si schiude!  Tu ragioni  stupendamente.  Talvolta  mi
    sembra  che tu sia un sogno.  Parla,  io ti ascolto,  t'ammiro.  O
    Cosetta,  che cosa strana e incantevole!  Io sono veramente pazzo.
    Voi  siete  adorabile,  signorina.  Io  studio  i  tuoi  piedi col
    microscopio e la tua anima col telescopio.
    E Cosetta rispondeva:
    - Il mio amore per te si  accresciuto in tutto il tempo trascorso
    da stamane.
    Le domande e le risposte in quei dialoghi si succedevano  a  caso,
    cadendo sempre per concordemente sull'amore.
    Cosetta era tutta semplicit,  ingenuit, trasparenza, bianchezza,
    candore, splendore. Si sarebbe potuto dire di lei che era limpida.
    Dava,  a chi la vedeva,  una sensazione di primavera e  di  giorno
    nascente; negli occhi suoi c'era la rugiada. Era una condensazione
    di luce d'aurora in una forma di donna.
    Era naturale che Mario,  adorandola,  l'ammirasse.  Ma la verit 
    che quella piccola collegiale,  di  fresco  uscita  dal  convento,
    discorreva  con  una  penetrazione  squisita  e diceva di tanto in
    tanto ogni sorta di parole vere e delicate.  Il suo cinguettio era
    una vera conversazione;  non s'ingannava su nulla e vedeva giusto.
    La donna sente e  parla  col  tenero  istinto  del  cuore,  che  
    infallibile; nessuno sa dire come una donna cose tenere e profonde
    insieme.  Dolcezza e profondit,  ecco tutta la donna;  e tutto il
    cielo.
    In tanta pienezza di felicit si sentivano a ogni  momento  venire
    lacrime agli occhi. Un insetto schiacciato, una piuma caduta da un
    nido,  un  ramo  di  biancospino spezzato li impietosiva e la loro
    estasi,  dolcemente immersa nella malinconia,  pareva non chiedere
    di  meglio  che  piangere.  Il  pi  alto  sintomo dell'amore  un
    intenerimento talora quasi insopportabile.
    E  nello  stesso  tempo  -  tutte  queste  contraddizioni  sono  i
    lampeggiamenti   dell'amore   -   ridevano  volentieri,   con  una
    incantevole  libert,  e  con  tutta  familiarit,   che  talvolta
    sembravano  due  ragazzi.  Ma,  all'insaputa dei cuori assetati di
    castit, l'indimenticabile natura  sempre presente, sempre l col
    suo scopo brutale e sublime;  e per quanto sia grande  l'innocenza
    delle  anime,  anche  nel  pi  pudico colloquio a quattr'occhi si
    sente la misteriosa e adorabile sfumatura che distingue una coppia
    d'amanti da due amici.
    Si idolatravano.
    Il permanente e l'immutabile sussistono. Ci amiamo, ci sorridiamo,
    scherziamo,  ci facciamo le moine con la punta  delle  labbra,  ci
    allacciamo le dita,  ci diamo del tu, e tutto questo non impedisce
    l'eternit.   Due  innamorati  si  nascondono  nella   sera,   nel
    crepuscolo,  nell'invisibile,  con  gli uccelli e con le rose,  si
    affascinano l'un  l'altro  nell'ombra,  mettendo  il  cuore  negli
    occhi,  mormorano,  sussurrano, e intanto un immenso ondeggiare di
    astri riempie l'infinito.

    2. LO STORDIMENTO DELLA FELICITA' COMPLETA.
    Vivevano in un mondo vago,  nello smarrimento della felicit.  Non
    si  accorgevano  neppure  del  colera  che  appunto  in  quel mese
    decimava Parigi.  Si erano scambiate quante pi confidenze avevano
    potuto,  ma non si erano spinti gran che pi in l del nome. Mario
    aveva narrato a Cosetta che era  orfano,  che  si  chiamava  Mario
    Pontmercy, che era avvocato, che viveva scrivendo qualche cosa per
    i  librai,  che  suo  padre,  colonnello,  era un eroe e che egli,
    Mario,  s'era  guastato  col  suo  ricco  nonno.  Le  aveva  anche
    accennato  d'essere  barone,  ma  questo  non  aveva fatto nessuna
    impressione a Cosetta.  Mario barone?  Lei non aveva  capito,  non
    sapeva  che  volesse dire quella parola.  Per lei Mario era Mario.
    Dal canto suo,  essa gli aveva confidato che era stata educata nel
    convento  del Petit-Picpus,  che aveva essa pure perduto la madre,
    che suo padre si chiamava Fauchelevent, che era molto buono e dava
    molto ai poveri ma che era povero anche lui e si privava di tutto,
    bench a lei non lasciasse mancar nulla.
    Cosa bizzarra in quella specie di sinfonia in cui viveva da quando
    vedeva Cosetta,  il passato anche pi recente  era  diventato  per
    Mario  cos  confuso  e  lontano,  che  quanto  essa  gli narr lo
    soddisfece interamente.  Non gli pass  nemmeno  per  il  capo  di
    parlarle dell'avventura notturna nella catapecchia dei Thnardier,
    n della ferita col ferro rovente, n dello strano contegno di suo
    padre.  Egli  aveva  momentaneamente  dimenticato  ogni cosa;  non
    sapeva la sera quello che aveva fatto la mattina,  n  dove  aveva
    fatto  colazione n con chi aveva parlato;  aveva nell'orecchio un
    canto che lo rendeva sordo a ogni altro pensiero;  viveva soltanto
    nelle ore in cui vedeva Cosetta,  e allora,  trovandosi nel cielo,
    era naturale che dimenticasse la terra.
    Portavano tutti e due languidamente  il  peso  indefinibile  delle
    volutt  immateriali.  Vivono  cos,  quei sonnambuli che sono gli
    innamorati.
    Ahim!,  chi non ha provato tutte queste cose?  perch viene l'ora
    in cui si esce da quell'azzurro? e perch, dopo, continua la vita?
    L'amore  prende  quasi  il  posto del pensiero;  esso  un ardente
    oblio di tutto il resto.  E poi chiedete una logica alle passioni!
    Non  c'  concatenamento logico assoluto nel cuore umano,  pi che
    non vi sia forma geometrica perfetta nella meccanica celeste.
    Per Cosetta e per Mario non esisteva pi  nulla  fuorch  Mario  e
    Cosetta;  l'universo  intorno a loro era sprofondato in un abisso.
    Vivevano in un minuto d'oro,  che non aveva pi nulla n avanti n
    dietro.  Era  molto  se  Mario  si  ricordava che Cosetta aveva un
    padre. Nel suo cervello c'era l'oblo prodotto dal barbaglio.
    Di che parlavano quegli innamorati?  Gi lo  vedemmo:  dei  fiori,
    delle rondini,  del sole che tramonta,  della luna che spunta,  di
    tutte le cose importanti. S'erano detto tutto,  eccetto ogni cosa;
    il tutto degli innamorati  il nulla.  Ma il padre, le cose reali,
    quel covo, quei banditi, quell'avventura, a che tutto ci?  Ed era
    proprio  certo che quell'incubo fosse esistito?  Erano in due,  si
    adoravano, non c'era altro al mondo;  tutto il resto non esisteva.
    Probabilmente quello svanire dell'inferno dietro di noi  inerente
    all'arrivo nel paradiso.  Forse che abbiamo visto i demoni?  ce ne
    sono forse?  forse  abbiamo  tremato,  abbiamo  sofferto?  Non  ne
    sappiamo pi nulla. Una nuvola color rosa copre tutto.
    Quelle due creature vivevano,  dunque,  cos,  molto in alto,  con
    tutta l'inverosimiglianza che  nella natura;  n al nadir n allo
    zenit,  fra  l'uomo  e il serafino,  al di sopra del fango,  al di
    sotto dell'etere,  nelle nuvole;  appena carne e  ossa,  anima  ed
    estasi  da capo a piedi;  gi troppo sublimati per camminare sulla
    terra, ancor troppo carichi d'umanit per scomparire nell'empireo,
    sospesi come atomi che aspettano la precipitazione;  in  apparenza
    fuori del destino;  ignari di quella via calpestata che  lo ieri,
    l'oggi,  il  domani,  attoniti,  estasiati,   oscillanti,   talora
    abbastanza  leggeri  per  la fuga nell'infinito,  quasi gi pronti
    all'eterno volo.
    Dormivano svegli in tale ondeggiamento. O splendida letargia della
    realt soverchiata dall'ideale!
    Per quanto bella fosse Cosetta,  Mario talvolta chiudeva gli occhi
    davanti  a  lei.   Chiudere  gli  occhi,    il  miglior  modo  di
    contemplare l'anima.
    Non si chiedevano l'un l'altro dove tutto ci li avrebbe condotti;
    si consideravano come arrivati. E' una strana pretesa degli uomini
    volere che l'amore conduca in qualche posto.

    3. PRINCIPIO D'OMBRA.
    Giovanni Valjean non sospettava di nulla.
    Cosetta,  un po' meno sognatrice di  Mario,  era  gaia,  e  questo
    bastava a Valjean per essere felice. I pensieri di Cosetta, le sue
    tenere  preoccupazioni,   l'immagine  di  Mario  che  le  prendeva
    l'anima, non toglievano nulla alla purezza incomparabile della sua
    bella fronte casta e sorridente.  Era nell'et in cui  la  vergine
    porta  l'amore,  come  l'angelo  porta  il giglio.  Valjean dunque
    viveva tranquillo. E poi, quando due innamorati s'intendono, tutto
    va a meraviglia, e il terzo qualsiasi che potrebbe turbare il loro
    amore  mantenuto in una completa oscurit da  poche  precauzioni,
    sempre  le  stesse  per  tutti.  Cos,  per  esempio,  mai nessuna
    obiezione di Cosetta a  Valjean.  Voleva  passeggiare?  S,  pap.
    Voleva  restare  in  casa?  Benissimo.  Voleva  passare  la serata
    accanto a  Cosetta?  Ne  era  contentissima.  E  siccome  egli  si
    ritirava  sempre  alle  dieci,  Mario entrava in giardino soltanto
    dopo quell'ora,  quando dalla via udiva Cosetta aprire la porta  a
    vetri  del  poggiolo.  E' inutile aggiungere che il giovane non si
    lasci mai vedere di giorno. Valjean non pensava nemmeno che Mario
    esistesse.  Una sola volta,  una mattina,  gli capit  di  dire  a
    Cosetta:  - Guarda,  hai le spalle tutte sporche di bianco!  - Era
    Mario che la sera precedente,  in un  trasporto,  l'aveva  stretta
    contro il muro.
    La  vecchia  Toussaint,  che  si coricava assai per tempo,  appena
    terminate le sue faccende,  pensava  solo  a  dormire  e  ignorava
    tutto, come Valjean.
    Mario  non  metteva mai piede nella casa.  Quando era con Cosetta,
    per non essere visti n uditi dalla via,  si nascondevano  in  una
    rientranza  vicino  al  poggiolo,  e l,  seduti,  si contentavano
    spesso, per sola conversazione,  di stringersi le mani venti volte
    in un minuto, guardando i rami degli alberi. In quei momenti, se a
    trenta  passi  da  loro  fosse  scoppiato  un  fulmine,  non se ne
    sarebbero accorti,  tanto i pensieri  dell'uno  si  assorbivano  e
    s'immergevano profondamente in quelli dell'altro.
    Purezze  limpide.  Ore  tutte  candide e quasi tutte eguali!  Tale
    specie d'amore  una collezione di petali di giglio e di piume  di
    colomba.
    Tra  loro  e  la  strada  si  frapponeva  tutto il giardino.  Ogni
    qualvolta entrava o usciva,  Mario rimetteva a posto accuratamente
    la sbarra del cancello,  in maniera che non vi si potesse scorgere
    nessuna manomissione.
    Di solito se ne andava verso mezzanotte e ritornava da Courfeyrac.
    E Courfeyrac diceva a Bahorel:
    - Lo crederesti?  Adesso Mario torna a casa all'una  del  mattino.
    L'altro rispondeva:
    - Che vuoi? In ogni seminarista c' sempre un petardo.
    Talvolta   Courfeyrac   incrociava   le   braccia,   prendeva   un
    atteggiamento serio, e diceva a Mario:
    - Giovanotto, voi vi sviate!
    Courfeyrac, uomo pratico,  non vedeva di buon occhio quel riflesso
    su  Mario  d'un  paradiso  invisibile;  poco  dedito alle passioni
    singolari,  se ne impazientiva,  e ogni tanto diceva  a  Mario  di
    rientrare nella realt.
    Una mattina gli fece questa ammonizione:
    -  Caro  mio,  tu in questo momento mi fai l'impressione di essere
    nella luna, regno del sogno,  provincia delle illusioni,  capitale
    Bolla di Sapone. Animo, sii buono, come si chiama?
    Ma  nulla  valeva  a  far  "parlare"  Mario.  Si  sarebbe lasciato
    strappare le unghie,  anzich una  delle  tre  sillabe  sacre  che
    componevano l'ineffabile nome di Cosetta. Il vero amore  luminoso
    come  l'aurora  e  silenzioso come la tomba.  Per Courfeyrac c'era
    solo questo di mutato in Mario, che aveva una taciturnit radiosa.
    Durante quel dolce mese di maggio Mario e Cosetta conobbero queste
    immense felicit: bisticciare e  darsi  del  voi,  unicamente  per
    darsi  meglio  del  tu  dopo;  -  parlare  a  lungo  e  coi minimi
    particolari di persone che non li  interessavano  per  nulla;  una
    prova  di  pi  che  in  quell'incantevole  opera  in musica che 
    l'amore,  il  libretto  non  conta  quasi  niente;  -  per  Mario,
    ascoltare Cosetta parlare di abiti; - per Cosetta, ascoltare Mario
    parlare  di politica;  - sentire,  ginocchio contro ginocchio,  le
    vetture passare per via Babilonia;  - fissare  lo  stesso  pianeta
    nello  spazio  o  la  stessa  lucciola nell'erba;  tacere insieme,
    dolcezza ancor pi grande del parlare; eccetera, eccetera.
    Frattanto si maturavano parecchie complicazioni.
    Una sera,  Mario andava all'appuntamento per  il  boulevard  degli
    Invalidi,  e  camminava  come  di  solito  a  capo  chino,  quando
    svoltando l'angolo di via Plumet, si sent dire:
    - Buona sera, signor Mario.
    Alz la testa e riconobbe Eponina.
    Gli fece uno strano effetto.  Dal giorno in cui  questa  lo  aveva
    condotto  in  via  Plumet,  non  l'aveva pi vista,  non aveva pi
    pensato a lei,  e l'aveva  completamente  dimenticata.  Non  aveva
    verso di lei che motivi di riconoscenza, le doveva la sua felicit
    presente, eppure si infastid di quell'incontro.
    E' un errore credere che una passione felice e pura conduca l'uomo
    a uno stato di perfezione,  essa lo conduce soltanto, come abbiamo
    costatato,  a uno stato d'oblio.  In tale stato  l'uomo  dimentica
    d'essere   cattivo,   ma   dimentica   pure  d'essere  buono.   La
    riconoscenza,   il  dovere,   i  ricordi  essenziali  e  importuni
    svaniscono.  In  ogni  altro  momento,  Mario  sarebbe stato assai
    diverso con Eponina;  ma ora,  assorbito  da  Cosetta,  non  s'era
    neppure  reso  chiaramente  conto  che  quella Eponina si chiamava
    Eponina Thnardier,  che portava un nome scritto nel testamento di
    suo  padre,  -  quel nome per il quale pochi mesi addietro avrebbe
    sopportato qualsiasi sacrificio. Noi mostriamo Mario qual era.  Il
    padre stesso svaniva un po' nella sua anima sotto lo splendore del
    suo amore.
    Rispose con qualche imbarazzo:
    - Ah! siete voi, Eponina.
    - Perch mi date del voi? Vi ho forse fatto qualche cosa?
    - No - rispose lui.
    Certo, non aveva niente contro di lei: tutt'altro.
    Ma  sentiva  di non poter fare a meno di dar del voi Eponina,  ora
    che dava del tu a Cosetta.
    E poich egli taceva, lei riprese:
    - Dite dunque...
    Poi s'arrest.  Pareva che le parole mancassero a quella  creatura
    una volta cos spensierata e cos ardita.  Tent di sorridere,  ma
    non riusc; riprese:
    - Ebbene?...
    Poi tacque di nuovo, e rest con gli occhi bassi.
    - Buona sera, signor Mario, - disse a un tratto bruscamente,  e se
    ne and.

    4. CAB IN INGLESE CORRE, IN GERGO ABBAIA.
    L'indomani,  era il 3 giugno, il 3 giugno 1832, - data che bisogna
    segnalare a causa dei gravi avvenimenti che in quell'epoca stavano
    sospesi,  come nembi,  sull'orizzonte  di  Parigi,  -  l'indomani,
    sull'annottare Mario faceva la stessa via del giorno prima con gli
    stessi pensieri estatici nel cuore,  quando scorse, tra gli alberi
    del boulevard,  Eponina che veniva verso di  lui.  Due  giorni  di
    seguito  era  troppo.  Si volt bruscamente,  lasci il boulevard,
    cambi strada e and in via Plumet per via Monsieur.
    Ne deriv che Eponina gli tenne dietro fino a via Plumet, cosa che
    non aveva mai fatto.  Fino allora si  era  contentata  di  vederlo
    passare  sul boulevard senza neppure cercare di incontrarlo;  solo
    il giorno prima aveva tentato di parlargli.
    Eponina dunque lo segu senza che egli se n'accorgesse,  e lo vide
    spostare la sbarra del cancello e scivolare nel giardino.
    - Guarda! - disse, - entra in casa.
    S'accost  al  cancello,  ne  tocc le sbarre l'una dopo l'altra e
    trov facilmente quella smossa da Mario.
    Allora mormor sottovoce, con lugubre accento:
    - Ah! questo no, Lisetta.
    Sedette sul gradino  del  cancello,  presso  la  sbarra,  come  se
    volesse  custodirla.   Era  proprio  il  punto  dove  il  cancello
    raggiungeva il muro vicino;  e c'era l un angolo scuro nel  quale
    Eponina spariva interamente.
    Rest  pi  di  un'ora senza muoversi e quasi senza respirare,  in
    preda ai suoi pensieri.
    Verso le dieci uno dei due o tre passanti  della  via  Plumet,  un
    vecchio  borghese  attardato,  che  si  affrettava  in  quel luogo
    deserto  e  malfamato,   rasentando  il  giardino,   e   giungendo
    all'angolo  formato  dal  cancello col muro,  ud una voce sorda e
    minacciosa che mormorava:
    - Non mi meraviglio pi se viene tutte le sere!
    Il passante volse gli occhi attorno,  non vide  nessuno,  non  os
    guardare  in  quel  cantuccio  oscuro,  e preso da una gran paura,
    raddoppi il passo.
    Quel passante fece bene ad  affrettarsi,  perch  qualche  momento
    dopo  sei  uomini  che  camminavano  separati e a qualche distanza
    l'uno dall'altro  rasente  i  muri,  e  che  si  sarebbero  potuti
    prendere per una pattuglia notturna, entrarono in via Plumet.
    Il primo che arriv al cancello del giardino si ferm ad aspettare
    gli altri, e un minuto dopo erano riuniti tutti e sei.
    Si misero a parlare fra loro sottovoce.
    - E' "icicaille" (qui) - disse uno di essi.
    - C' un "cab" (cane) nel giardino? - disse un altro.
    -  Non  so;  in  ogni  caso ho portato una polpetta che gli faremo
    mangiare.
    - Hai del mastice per rompere i vetri?
    - S.
    - Il cancello  vecchio  -  osserv  un  quinto  con  la  voce  di
    ventriloquo.
    - Tanto meglio - rispose quello che aveva parlato per secondo.
    Il sesto, che non aveva ancora aperto bocca, si pose a controllare
    il  cancello,  come  aveva fatto Eponina un ora prima,  afferrando
    successivamente ciascuna sbarra  e  scuotendola  con  precauzione:
    arriv  cos  a  quella  smossa da Mario.  Al momento di afferrare
    anche quella, una mano uscita improvvisamente dall'ombra gli prese
    il braccio,  mentre un'altra lo respinse per il petto,  e una voce
    rauca gli disse sommessamente:
    - C' un "cab".
    In pari tempo una giovane pallida gli si rizz davanti.
    L'uomo prov quella emozione che viene sempre dall'inatteso, ma si
    erse  in  modo  orribile.  Non  c' cosa pi terribile delle belve
    inquiete; il loro aspetto spaventato  terrificante.  Egli rincul
    balbettando:
    - Chi  questa briccona?
    - Vostra figlia.
    Era infatti Eponina che parlava a Thnardier.
    All'apparire   della  ragazza  gli  altri  cinque,   vale  a  dire
    Claquesous,  Gueulemer,  Babet,  Montparnasse e Brujon,  si  erano
    avvicinati senza rumore,  senza fretta, senza dire una parola, con
    la lentezza sinistra che  propria di quegli uomini della notte.
    Tenevano fra le  mani  alcuni  ordigni  abominevoli,  e  Gueulemer
    portava  una  di  quelle  tenaglie  curve  che  i  ladri  chiamano
    "fanchons".
    - Ebbene, cosa fai qui? Sei pazza? - grid Thnardier,  per quanto
    si  pu  gridare parlando sommesso.  - Come,  vieni a impedirci di
    lavorare?
    Eponina si mise a ridere e gli salt al collo:
    - Sono qui perch sono qui, babbuccio mio.  Forse che adesso non 
    lecito sedersi sulle pietre? Siete voi che non ci dovreste essere.
    Cosa  venite  a  fare  qui  se  un "biscotto"?  Ho gi detto alla
    Magnon che qui non c' nulla da fare. Ma abbracciami, dunque,  mio
    buon pap! Quanto tempo che non ti vedo! Sei fuori, dunque?
    Thnardier   tent   di   sbarazzarsi   delle  braccia  d'Eponina,
    borbottando:
    - Va bene, m'hai abbracciato. S, sono fuori, non sono pi dentro.
    Adesso, vattene.
    Ma Eponina non lo lasciava e raddoppiava le sue carezze.
    - Caro pap,  come hai fatto dunque?  Devi avere molto spirito per
    esserti  cavato  fuori  di l!  Raccontami.  E la mamma?  Dov' la
    mamma? Dammi notizie della mamma!
    Thnardier rispose:
    - Sta bene, non so, lasciami; ti dico d'andartene.
    - Ma io non  me  ne  voglio  andare  -  riprese  Eponina  con  una
    smorfietta di bimba viziata. - Mi mandi via, dopo quattro mesi che
    non ti vedo, quando ho avuto appena il tempo d'abbracciarti.
    E torn ad appendersi al collo del padre.
    - Ah, ma insomma,  una cosa stupida! - disse Babet.
    - Facciamo presto!  - aggiunse Gueulemer.  - Potrebbero capitare i
    poliziotti.
    La voce del ventriloquo scand questi due versi:
    "Ma non  il giorno di Capodanno
    Per vezzeggiare mamma e pap".
    Eponina si volse verso i cinque banditi.
    - Oh, guarda! E' il signor Brujon. Buona sera, signor Babet. Buona
    sera,  signor  Claquesous.   Non  mi  riconoscete  forse,   signor
    Gueulemer? Come va, Montparnasse?
    - S,  ti riconoscono! - disse Thnardier. - Ma buon giorno, buona
    sera e al largo! Lasciaci tranquilli!
    - Questa   l'ora  delle  volpi,  non  delle  galline,  -  osserv
    Montparnasse.
    - Bada a non tagliarti - esclam questi. - Ho un coltello.
    -  Mio  piccolo  Montparnasse  -  riprese  la  fanciulla  con voce
    carezzevole - bisogna aver fiducia nelle persone.  Sono la  figlia
    di mio padre.  Signor Babet,  signor Gueulemer, sono incaricata io
    di chiarire l'affare.
    E' da notare che Eponina non parlava il gergo.
    Da  quando  conosceva  Mario,  quell'orribile  linguaggio  le  era
    divenuto impossibile.
    Essa  strinse nella sua piccola mano,  ossuta e debole come quella
    di uno scheletro, le grossa dita ruvide di Gueulemer e prosegu:
    - Sapete bene che non sono una sciocca,  e di solito  mi  prestate
    fede.  Vi ho gi reso pi di un servizio.  Ebbene, ho preso le mie
    informazioni; vi esporreste inutilmente,  credetemi.  Vi giuro che
    non c' niente da fare in questa casa.
    - Ci sono due donne sole - disse Gueulemer.
    - No, hanno sgombrato.
    - Le candele per sono rimaste! - fece Babet.
    E mostr a Eponina un lume,  che brillava attraverso la cima degli
    alberi nella soffitta del casino. Era quello della Toussaint,  che
    aveva vegliato tardi per distendere della biancheria ad asciugare.
    Eponina tent un ultimo sforzo.
    - Ebbene - disse - sono persone molto povere; - una baracca in cui
    non c' un soldo.
    - Vattene al diavolo!  - esclam Thnardier. - Quando avremo messo
    sottosopra la casa,  la cantina in alto  e  il  solaio  in  basso,
    allora  ti  diremo che cosa c'era dentro,  se sono franchi,  soldi
    oppure centesimi.
    E le diede una spinta per passare oltre.
    - Mio buon amico Montparnasse - riprese Eponina - voi che siete un
    buon ragazzo, non entrate, ve ne prego!
     - Bada dunque, ti taglierai! - rispose Montparnasse.
    Thnardier riprese col suo accento decisivo:
    - Vattene, figlia, e lascia che gli uomini facciano i loro affari.
    Eponina abbandon la mano di Montparnasse,  che aveva  ripresa,  e
    disse:
    - Anche voi volete entrare in questa casa?
    - Un po', - rispose ghignando il ventriloquo.
    Allora  lei  si  addoss  al cancello,  fece fronte ai sei uomini,
    armati fino ai denti,  cui la notte dava delle facce da demoni,  e
    disse con voce ferma e bassa:
    - Ebbene, io non voglio.
    S'arrestarono stupefatti;  tuttavia il ventriloquo continu il suo
    ghigno. Lei riprese:
    - Amici!  ascoltate bene.  Bando alle ciarle e badate a quello che
    dico.  Prima  di  tutto,  se  voi  entrate in questo giardino,  se
    toccate questo cancello,  io grido,  batto alle porte,  sveglio  i
    vicini, chiamo le guardie e vi faccio arrestare tutti.
    -  E'  capace  di farlo - disse Thnardier sottovoce a Brujon e al
    ventriloquo.
    Lei scosse il capo e aggiunse:
    - Cominciando da mio padre!
    Thnardier si avvicin.
    - Non t'accostare, galantuomo! - disse lei.
    Egli rincul borbottando fra  i  denti:  -  Ma  cos'ha  mai?  -  e
    aggiunse: - Cagna!
    La ragazza scoppi a ridere in modo terribile.
    -  Come  volete,  ma non entrerete.  Io non sono figlia d'un cane,
    perch sono figlia d'un lupo.  Voi altri  siete  in  sei;  ma  che
    m'importa?  Siete uomini;  ebbene,  io sono una donna. Non mi fate
    paura,  sapete.  Vi dico che non entrerete in questa casa,  perch
    questo non mi piace.  Se vi avvicinate, abbaio. Ve l'ho gi detto,
    il cane sono io. Io me ne infischio di voi. Mi seccate; andate per
    la vostra strada.  Andate dove volete,  ma non venite qui,  ve  lo
    proibisco!  Voi altri a coltellate, io a colpi di ciabatta: per me
     lo stesso, venite avanti!
    E mosse un passo verso i banditi, con un viso terribile.
    Poi torn a ridere:
    - Perbacco;  non ho paura!  Quest'estate avr fame,  quest'inverno
    avr  freddo.  Come sono ridicoli questi imbecilli di uomini,  che
    credono di mettere paura a una sgualdrina! Paura di che? Eheee, s
    che me la  piglio!  Perch  avete  delle  stupide  ganze,  che  si
    nascondono  sotto il letto quando fate la voce grossa,  eh?  Ma io
    non ho paura di niente.
    E fissando gli occhi su Thnardier, aggiunse:
    - Nemmeno di te.
    Poi girando sui banditi  le  sue  pupille  sanguigne  di  spettro,
    prosegu:
    - Che mi fa a me,  se mi raccolgono domani in via Plumet, uccisa a
    coltellate da mio padre, o se mi trovano fra un anno nelle reti di
    Saint-Cloud o all'isola dei Cigni, in mezzo a vecchi tappi fradici
    e cani annegati?
    Dovette interrompersi, perch presa da una tosse secca; il respiro
    le usciva simile a un rantolo dal petto debole ed esile.
    Quindi riprese:
    - Non ho che da gridare, accorre gente e patatrac!  Voi siete sei,
    ma io sono tutti.
    Thnardier fece un passo verso di lei.
    - Non t'accostare! - grid lei.
    Quello si ferm e le disse con dolcezza:
    - Ebbene,  no, non m'avviciner, ma non parlare cos ad alta voce.
    Figlia mia,  vuoi dunque impedirci di lavorare?  Ma  bisogna  pure
    guadagnarci da vivere! Non vuoi dunque pi bene a tuo padre?
    - Non seccarmi - disse Eponina.
    - Eppure dobbiamo vivere, mangiare...
    - Crepate.
    Ci detto, si sedette sul gradino del cancello canticchiando:
    "Il braccio pienotto,
    La gamba tornita,
    E il tempo perduto".
    Teneva il gomito sul ginocchio e il mento nella mano,  e dondolava
    il piede con aria d'indifferenza.  La veste bucata lasciava vedere
    le  magre  clavicole.  Il fanale vicino ne illuminava il profilo e
    l'atteggiamento;  e non si poteva vedere niente di pi deciso e di
    pi sorprendente.
    I  sei  assassini,  interdetti  e  arrabbiati  di essere tenuti in
    scacco da una fanciulla,  si ritirarono nell'ombra del  fanale,  e
    tennero consiglio, con delle alzate di spalle umiliate e furiose.
    Lei intanto li guardava con aria tranquilla e feroce.
    - Essa ha qualche cosa - disse Babet - forse una ragione!  Che sia
    innamorata del cane?  Eppure  un peccato mancare  il  colpo.  Due
    donne  e  un vecchio che abitano in fondo al cortile;  e si vedono
    molte tendine alle finestre. Il vecchio dev'essere un ebreo. Credo
    che l'affare sia buono.
    - Ebbene - esclam Montparnasse  -  entrate  voialtri  e  fate  il
    colpo. Io rester qui con la ragazza, e se fiata...
    E  alla  luce  del  lampione  fece brillare il coltello che teneva
    aperto.
    Thnardier non diceva una parola e sembrava pronto a tutto  quanto
    si decidesse.
    Brujon,  che  era  quasi  tenuto  in conto di oracolo e che,  come
    sappiamo,  aveva "procurato l'affare",  non diceva  una  parola  e
    sembrava  pensieroso.  Passava  per  uno  che  non  indietreggiava
    davanti a niente, ed era noto che solo per bravata aveva un giorno
    svaligiato un corpo di guardia di  poliziotti.  Inoltre  componeva
    versi e canzoni, il che gli conferiva una grande autorit.
    Babet lo interrog:
    - E tu, Brujon, non dici nulla?
    Brujon rest ancora un momento in silenzio,  poi croll il capo in
    svariate maniere, e finalmente si decise a parlare:
    - Vi dir: stamane ho incontrato due  passeri  che  si  battevano;
    questa sera d di cozzo in una donna attaccabrighe: tutto questo 
    brutto. Andiamocene.
    E se ne andarono.
    Mentre si allontanavano, Montparnasse mormor:
    - Per, se si fosse voluto, io avrei dato il colpo.
    Babet rispose:
    - Io invece no; non batto una donna.
    All'angolo  della  via  si  fermarono  e si scambiarono,  con voce
    sorda, queste battute enigmatiche:
    - Dove andiamo a dormire questa sera?
    - Sotto Pantin.
    - Hai la chiave del cancello, Thnardier?
    - Altro che!
    Eponina, che non li perdeva di vista,  vedendo che ripigliavano la
    strada da dove erano venuti, si alz e si mise a strisciare dietro
    a  essi  rasentando  i  muri  e  le  case.  Li  segu cos fino al
    boulevard.  L si separarono e lei vide quei sei uomini immergersi
    nelle tenebre, in cui parvero dissolversi.

    5. COSE DELLA NOTTE.
    Dopo la partenza dei banditi, via Plumet riprese il suo tranquillo
    aspetto notturno.
    Quanto era accaduto in quella via non avrebbe stupito una foresta.
    Le  vecchie  selve,  i  boschi  cedui,  le brughiere,  le ramaglie
    aspramente  intrecciate  hanno  un  aspetto  cupo;  la  tremarella
    selvaggia  vi  intravede le subitanee apparizioni dell'invisibile;
    quello che  al disotto  dell'uomo  vi  distingue,  attraverso  la
    bruma,  quello che  al di l dell'uomo;  e le cose da noi viventi
    ignorate,  vi si  incontrano  nelle  tenebre.  La  natura  irta  e
    selvaggia si allarma a certi segni,  nei quali si crede di sentire
    il soprannaturale.  Le forze dell'ombra si conoscono e  hanno  tra
    loro   misteriosi   equilibri.   I  denti  e  gli  artigli  temono
    l'inafferrabile.  La  brutalit  assetata  di  sangue,   i  voraci
    appetiti  affamati  in  cerca di una preda,  gli istinti armati di
    unghie e di mascelle che non hanno altro movente e altro scopo che
    il ventre,  guardano  e  fiutano  con  inquietudine  l'impassibile
    sagoma  spettrale,  vagante sotto un sudario,  ritta nella incerta
    veste rabbrividente,  che sembra loro viva di  una  vita  morta  e
    terribile.   Quei  bruti,   che  sono  soltanto  materia,   temono
    confusamente di avere da fare con l'immensa oscurit condensata in
    un essere ignoto. Una figura nera che attraversi la strada arresta
    di  colpo  la  bestia  selvatica  Quello  che  esce  dal  cimitero
    intimidisce  e sconcerta quello che esce dalla tana;  il feroce ha
    paura del sinistro; i lupi arretrano davanti a una larva.

    6.  MARIO RIDIVENTA REALE AL PUNTO DI DARE IL PROPRIO INDIRIZZO  A
    COSETTA.
    Mentre  quella  specie di cagna col volto umano montava la guardia
    al cancello,  e i sei malfattori lasciavano il terreno,  il  cielo
    non era mai apparso pi costellato e pi bello,  n gli alberi pi
    tremuli e l'odore delle  erbe  pi  penetrante;  gli  uccelli  non
    s'erano  mai addormentati tra le fronde con un pi dolce mormorio;
    tutte le armonie della serenit universale  non  avevano  risposto
    mai  meglio  alle  interiori musiche dell'amore,  n Mario era mai
    stato pi innamorato, pi felice, pi estasiato.  Ma aveva trovato
    Cosetta malinconica. Cosetta aveva pianto, aveva gli occhi rossi.
    Era la prima nube in quel mirabile sogno.
    Mario le chiese subito:
    - Cos'hai?
    E lei rispose:
    - Ecco.
    Quindi  sedette sul banco presso il poggiolo,  e mentre egli tutto
    tremante le sedeva vicino, lei prosegu:
    - Stamani mio padre mi ha detto di tenermi pronta, perch ha degli
    affari, e forse dovremo partire.
    Mario ebbe un brivido per tutto il corpo.
    Quando si  al termine  della  vita,  morire  vuol  dire  partire;
    quando si  al principio, partire vuol dire morire.
    Da sei settimane,  Mario,  a poco a poco,  lentamente,  per gradi,
    prendeva possesso sempre  pi  di  Cosetta:  possesso  ideale,  ma
    intenso.
    Come abbiamo gi spiegato, nel primo amore si prende l'anima molto
    prima  del  corpo;  pi  tardi  si  prende  il  corpo  molto prima
    dell'anima,  e qualche volta l'anima  non  si  prende  affatto;  i
    Faublas  e  i  Prudhomme  aggiungono:  perch  non esiste;  ma per
    fortuna questo sarcasmo  una bestemmia.  Mario adunque  possedeva
    Cosetta come gli spiriti sanno possedere; ma l'avvolgeva con tutta
    l'anima   sua,   e   la   stringeva  gelosamente  con  incredibile
    convinzione. Possedeva di lei il sorriso, il respiro,  il profumo,
    il profondo lampeggiare delle pupille azzurre, la morbidezza della
    pelle quando le toccava la mano,  il grazioso neo al collo e tutti
    i pensieri. Avevano concordato tra loro di non chiudere mai occhio
    senza pensarsi a vicenda e avevano mantenuto la  parola;  cosicch
    egli  possedeva  tutti  i  sogni  di Cosetta.  Guardava sempre,  e
    talvolta sfiorava con l'alito,  i brevi  capelli  che  essa  aveva
    sulla  nuca,  e  dichiarava  che  non  c'era  neppure  uno di quei
    capelluzzi che non fosse suo.  Contemplava e adorava tutto ci che
    essa aveva indosso, il nodo del nastro, i guanti, i manichini, gli
    stivaletti,  come  cose sacre di cui egli era il padrone,  pensava
    che era il signore dei graziosi  fermagli  di  tartaruga  che  lei
    portava  nei  capelli;  e  inoltre per un sordo confuso balbettare
    della volutt che cominciava a farsi strada, pensava che non c'era
    un laccio della veste, una maglia delle calze, una piega del busto
    che non gli appartenesse.  Accanto a Cosetta,  si  sentiva  vicino
    alla sua propriet,  alla cosa sua, vicino al suo despota e al suo
    schiavo. Sembrava che avessero mescolato le anime in modo,  che se
    avessero  voluto  riprenderle,  sarebbe  loro riuscito impossibile
    riconoscerle.  - Questa  la mia.  No,   la mia.  T'assicuro  che
    t'inganni;  sono io qui.  Ci che prendi per te,  sono io. - Mario
    era qualcosa che faceva parte di Cosetta,  e Cosetta era  qualcosa
    che  faceva  parte  di Mario.  Egli la sentiva vivere in s;  aver
    Cosetta,  possedere Cosetta non erano per lui  cose  distinte  dal
    respirare.  Fu in mezzo a quella fede,  a quella ebbrezza,  a quel
    verginale  possesso  cos  straordinario  e  assoluto,   a  quella
    sovranit,  che caddero d'improvviso le parole: "dovremo partire",
    e che la voce severa della realt gli grid: - Cosetta non  tua!
    Mario si risvegli.  Come gi dicemmo,  da  sei  settimane  viveva
    fuori  della vita;  quella parola,  partire!  ve lo fece rientrare
    duramente.
    Non trov una parola da dire.  Cosetta sent solo che la sua  mano
    era fredda e gli chiese:
    - Cos'hai?
    Egli  rispose  con  voce cos sommessa che la fanciulla lo sentiva
    appena:
    - Non ho capito quello che hai detto.
    Lei riprese:
    - Stamattina mio padre  m'ha  detto  di  preparare  tutte  le  mie
    cosucce  e  di  tenermi  pronta;  mi  dar  la  sua biancheria per
    metterla in un baule;   costretto a fare un viaggio;  stiamo  per
    partire;  bisogner procurare un baule grande per me e uno piccolo
    per lui;  devo preparare tutto questo di qui a  una  settimana,  e
    forse andremo in Inghilterra.
    - Ma  una cosa mostruosa! - esclam Mario.
    Certo,  in  quel  momento  nella  mente di Mario,  nessun abuso di
    potere,  nessuna violenza,  nessuna abominazione dei pi terribili
    tiranni, nessuna azione di Busiride, di Tiberio o di Enrico Ottavo
    uguagliava   in  ferocia  quella  del  signor  Fauchelevent,   che
    conduceva sua figlia in Inghilterra,  perch chiamatovi da  alcuni
    affari.
    Chiese con voce fioca:
    - Quando partirai?
    - Non ha detto quando.
    - E quando ritornerai?
    - Non ha detto quando.
    Mario s'alz e chiese freddamente:
    - Cosetta, ci andrete?
    Lei  gli volse i suoi begli occhi pieni d'angoscia,  e rispose con
    un certo smarrimento:
    - Dove?
    - In Inghilterra. Ci andrete?
    - Perch mi dai del voi~
    - Vi domando se ci andrete.
    - Come vuoi che faccia? - disse giungendo le mani.
    - Sicch ci andrete?
    - Se mio padre ci va.
    - Sicch ci andrete.
    Cosetta prese la mano di Mario e la strinse senza rispondere.
    - Va bene - disse il giovane. - Allora io andr altrove.
    La fanciulla  sent  il  significato  di  queste  parole  pi  che
    comprenderle,  e impallid in modo che il suo volto divenne bianco
    nelle tenebre. Balbett:
    - Che vuoi dire?
    Mario la guard,  poi  alzando  lentamente  gli  occhi  al  cielo,
    rispose:
    - Nulla.
    Quando  chin  lo  sguardo,  vide  che  Cosetta gli sorrideva.  Il
    sorriso della donna amata ha una luce che si vede anche di notte.
    - Come siamo sciocchi! Mario, ho un'idea.
    - Quale?
    - Se partiamo noi,  parti anche tu!  Ti sapr dire dove!  Verrai a
    raggiungermi dove mi trover!
    Ora Mario era un uomo interamente sveglio e ricaduto nella realt,
    e perci disse:
    - Partire con voi!  Ma sei pazza?  Ci vogliono denari, e io non ne
    ho. Andare in Inghilterra? Ma devo gi, non so bene quanto, ma pi
    di dieci luigi a Courfeyrac, un amico che tu non conosci! Ma ho un
    cappello usato che non vale tre franchi,  un abito a cui mancano i
    bottoni,  la  camicia  lacera,  i  gomiti sdruciti,  le scarpe che
    lasciano passare l'acqua;  e da sei settimane non ci penso  pi  e
    non te l'ho mai detto.  Cosetta, io sono un miserabile! Tu mi vedi
    soltanto di notte e mi dai l'amore tuo; ma se mi vedessi di giorno
    non mi daresti un soldo!  Andare in  Inghilterra!  Ma  io  non  ho
    nemmeno di che pagare il passaporto!
    E  s'appoggi a un albero l vicino,  con le braccia sul capo,  la
    fronte contro  la  scorza,  senza  badare  n  al  legno  che  gli
    scorticava  la  pelle n alla febbre che gli martellava le tempie,
    immobile,   e  sul  punto  di  svenire,   come  la  statua   della
    disperazione!
    Rimase  a  lungo  cos.  In  quegli  abissi,  ci si resterebbe per
    l'eternit.  Finalmente si volse,  sentendo dietro di s un  lieve
    mormorio soffocato, dolce e triste.
    Era Cosetta che singhiozzava.
    Da pi di due ore piangeva accanto a Mario che meditava. Egli and
    a lei,  cadde in ginocchio, e prostrandosi lentamente; le prese la
    punta del piede che sporgeva dalla gonnella e lo baci.
    Lei lo lasci fare in silenzio.  Ci sono momenti in cui  la  donna
    accetta,   come   una  dea  triste  e  rassegnata,   la  religione
    dell'amore.
    - Non piangere, - diss'egli.
    Lei balbett:
    - Poich forse mi tocca di allontanarmi e tu non puoi venire!
    Egli riprese:
    - Mi ami?
    Lei gli rispose singhiozzando quella parola del paradiso,  che non
     mai cos incantevole come tra le lacrime:
    - Ti adoro!
    Il  giovane  prosegu  con  un  tono  di  voce che era una carezza
    inesprimibile:
    - Non piangere. D, fallo per me, non piangere.
    - E tu mi ami? - disse lei.
    Egli le prese la mano:
    - Cosetta,  io non ho mai dato la mia parola  d'onore  a  nessuno,
    perch  la  mia parola d'onore mi fa paura.  Sento che mio padre 
    qui accanto a me. Ebbene, io ti d la mia pi sacra parola d'onore
    che se tu te ne andrai, io morir.
    Nel tono di queste parole c'era  una  malinconia  cos  solenne  e
    tranquilla che Cosetta trem;  sent il brivido che ci d una cosa
    triste e vera.
    La commozione le tronc le lacrime.
    - Ora ascolta - diss'egli - non aspettarmi domani.
    - Perch?
    - Aspettami soltanto dopodomani.
    - Oh! ma perch?
    - Vedrai.
    - Un giorno senza vederti! Ma  impossibile.
    - Sacrifichiamo un giorno per ottenere forse tutta la vita.
    E aggiunse sottovoce per conto suo:
    - E' uno che non muta le sue abitudini e che non ha  mai  ricevuto
    nessuno, se non di sera.
    - Di chi parli? - chiese Cosetta.
    - Io? non ho detto nulla.
    - Cosa speri dunque?
    - Attendi fino a dopodomani.
    - E' proprio necessario?
    - S, Cosetta.
    Lei gli prese a due mani la testa, alzandosi sulla punta dei piedi
    per  giungere  a  lui,  e cercando di leggergli negli occhi la sua
    speranza.
    Il giovane riprese:
    - Ora che ci penso  necessario che tu conosca il  mio  indirizzo;
    pu  accadere qualche cosa,  non si sa mai.  Abito presso quel mio
    amico che si chiama Courfeyrac, in via della Vetreria, 16.
    E frugatosi in tasca,  cav fuori un temperino,  col quale  incise
    nell'intonaco del muro:
    Via della Vetreria, 16.
    Intanto Cosetta s'era rimessa a guardarlo negli occhi:
    - Dimmi la tua idea!  Mario, tu hai un'idea. Dimmela, oh! dimmela,
    perch io possa passare una buona notte!
    - La  mia  idea    questa,  che    impossibile  che  Dio  voglia
    separarci. Aspettami dopodomani.
    -  E  che  far  fino allora?  - riprese Cosetta.  - Tu sei fuori,
    cammini,  ti muovi!  Come sono fortunati  gli  uomini!  lo  invece
    rimango qui, sola! Cosa farai domani sera, dimmelo?
    - Far un tentativo.
    -  E  io  intanto  pregher  Dio  e  penser  a te perch tu possa
    riuscire. Non ti chiedo pi nulla, poich non vuoi;  tu sei il mio
    padrone.  Domani  passer la serata a cantare quel coro d'Eurianto
    che ti piace tanto, e che una volta sei venuto ad ascoltare dietro
    l'imposta. Ma dopodomani vieni per tempo; t'aspetter appena notte
    alle nove precise, ricordati. Mio Dio che brutta cosa che i giorni
    siano cos lunghi!  Ricordati,  al suono delle nove  sar  qui  in
    giardino.
    - E io pure.
    E senza esserselo detto,  spinti dal medesimo pensiero, trascinati
    dalle correnti elettriche che mettono  in  continua  comunicazione
    due  innamorati,  ebbri  tutti  e due di piacere anche nel dolore,
    caddero nelle braccia l'una dell'altro,  senza accorgersi  che  le
    loro labbra si erano unite,  mentre gli occhi, estatici e gonfi di
    lacrime, contemplavano le stelle.
    Quando Mario usc,  la via era deserta;  era  il  momento  in  cui
    Eponina seguiva i banditi fino sul boulevard.
    Mentre meditava col capo appoggiato al tronco dell'albero, un'idea
    aveva  attraversato  la  mente di Mario;  un'idea che egli stesso,
    ahim!,  giudicava  insensata  e  impossibile.   Aveva  preso  una
    decisione estrema.

    7. IL CUORE VECCHIO E IL CUORE GIOVANE MESSI A CONFRONTO.
    Pap  Gillenormand  aveva  a  quell'epoca  i  suoi  novantun  anni
    suonati,  e abitava ancora con la signorina  Gillenormand  in  via
    Figlie del Calvario numero 6, nella vecchia casa di sua propriet.
    Come il lettore ricorda, era uno di quei vegliardi all'antica, che
    aspettano diritti la morte,  cui l'et grava senza piegarli, e che
    neppure il dolore basta a curvarli.
    Tuttavia da qualche tempo sua figlia diceva: - Pap va  male.  Non
    sgridava  pi  le  domestiche,  non  batteva pi con tanto brio il
    bastone sul pianerottolo della  scala,  quando  Basco  tardava  ad
    aprirgli.  La  rivoluzione  di  luglio lo aveva esasperato per sei
    mesi appena;  e aveva visto quasi con calma sul "Moniteur"  questo
    accoppiamento di parole: Humblot-Cond Pari di Francia.  La verit
     che  il  vecchio  era  molto  abbattuto.  Non  piegava,  non  si
    arrendeva,  ci  che non era possibile alla sua natura fisica n a
    quella morale, ma si sentiva mancare internamente. Da quattro anni
    aspettava Mario a pie' fermo,  la vera parola, con la convinzione
    che quel piccolo cattivo arnese verrebbe un  giorno  o  l'altro  a
    bussare  alla  sua  porta;  adesso  invece,  in  certe ore tristi,
    giungeva a dire tra s che per poco che Mario  si  facesse  ancora
    aspettare...  Non  la  morte  gli  riusciva insopportabile,  ma il
    pensiero di non rivedere pi Mario.  Non  rivedere  Mario!  Questa
    idea  non  era  entrata,  neppure un momento nel suo cervello fino
    allora: adesso cominciava ad  affacciarglisi  e  lo  agghiacciava.
    Come  sempre accade nei sentimenti naturali e veri,  l'assenza non
    aveva fatto che accrescere  il  suo  affetto  di  nonno  verso  il
    ragazzo  ingrato  che  se n'era andato a quel modo.  Proprio nelle
    notti di dicembre, con dieci gradi sotto zero,  si pensa di pi al
    sole.  Il  signor  Gillenormand  era,  o  si credeva,  soprattutto
    incapace di fare un passo,  lui  il  nonno,  verso  il  nipote.  -
    Creperei  piuttosto  diceva.  Non  si riconosceva alcun torto;  ma
    pensava a  Mario  con  una  profonda  tenerezza,  e  con  la  muta
    disperazione di un povero vecchio che va declinando nelle tenebre.
    Cominciava  a  perdere  i  denti,   e  questo  accresceva  la  sua
    tristezza.
    Senza neppure confessarlo a se stesso,  perch  ne  sarebbe  stato
    furioso  e vergognoso,  non aveva mai amato una donna quanto amava
    Mario.
    Aveva fatto collocare nella propria camera,  dirimpetto al  letto,
    come la prima cosa che voleva vedere allo svegliarsi,  un ritratto
    dell'altra figlia,  quella che era morta,  la  signora  Pontmercy,
    ritratto  che  risaliva  a  quando  lei  aveva  diciotto anni.  Lo
    guardava sempre, e un giorno nell'esaminarlo scapp a dire:
    - Vedo che gli rassomiglia.
    - A mia sorella? - osserv la signorina Gillenormand - ma sicuro!
    Il vecchio aggiunse:
    - E anche a lui.
    Una volta che se ne stava seduto con le ginocchia  strette  e  gli
    occhi  quasi  chiusi  in  una posa di abbattimento,  sua figlia si
    arrischi a dirgli:
    - Pap, voi ce l'avete sempre tanto?...
    E s'interruppe non osando proseguire.
    - Con chi? - domand egli.
    - Con quel povero Mario.
    Il vecchio sollev la testa senile,  pos il pugno magro e  rugoso
    sul tavolo, e grid col suo accento pi irritato e pi vibrante:
    - Povero Mario,  dite? Quel signore  un mariuolo, un briccone, un
    vanesio ingrato,  senza cuore  e  senz'anima,  un  orgoglioso,  un
    malvagio!
    E  si  volse  perch  sua  figlia non vedesse la lacrima che aveva
    negli occhi.
    Tre giorni dopo ruppe il silenzio che durava da  quattro  ore  per
    dire alla figlia, a bruciapelo:
    -  Avevo avuto l'onore di pregare la signorina Gillenormand di non
    parlarmene pi.
    La zitellona rinunci a ogni tentativo,  facendo  questa  profonda
    diagnosi:  -  Mio padre non ha mai molto amato mia sorella dopo la
    sua sciocchezza; ora  chiaro che detesta Mario.
    "Dopo la sua sciocchezza" voleva dire: dopo che aveva  sposato  il
    colonnello.
    Del resto,  come si  potuto arguire, il tentativo della signorina
    Gillenormand di sostituire a Mario il suo favorito l'ufficiale dei
    lancieri,  era fallito.  Il sostituto Teodulo  non  era  riuscito.
    Gillenormand  non  aveva accettato l'equivoco;  il vuoto del cuore
    non si riempie con un tappabuchi.  Dal canto suo,  a Teodulo,  pur
    aspirando  all'eredit,  ripugnava rendersi piacevole.  Il vecchio
    annoiava il lanciere e il lanciere urtava il vecchio.  Teodulo era
    senza  dubbio  allegro,   ma  ciarliero;   frivolo,   ma  volgare;
    buontempone, ma di cattiva compagnia; aveva delle amanti,   vero,
    e ne parlava molto,  ed  anche vero che ne parlava male. Tutte le
    sue qualit avevano un difetto. Gillenormand era stufo di sentirlo
    raccontare le banali  conquiste  che  faceva  nei  dintorni  della
    caserma  in  via  Babilonia.  E poi qualche volta si presentava in
    divisa,   con  la  coccarda  tricolore,   cosa  che   lo   rendeva
    semplicemente impossibile. Pap Gillenormand aveva finito col dire
    a  sua  figlia: - Ne ho abbastanza del tuo Teodulo: ricevilo tu se
    vuoi. In tempo di pace non ho gusto per i militari. Non so se alla
    fine non preferisco gli sciabolatori a quelli  che  trascinano  la
    sciabola;  e tutto sommato,  il cozzo delle armi nella battaglia 
    meno miserabile dello strepito dei foderi  sul  lastrico.  E  poi,
    prendere  delle  pose  da  gradasso  e stringersi la vita come una
    donnetta,  portare il busto sotto la corazza,  significa  rendersi
    due  volte  ridicolo.  Un  vero  uomo sa tenersi a eguale distanza
    dalle smargiassate e dalle affettazioni. N rodomonte n damerino.
    Il tuo Teodulo tienilo per te.
    Ebbe un bel dirgli la figlia: - Tuttavia   vostro  pronipote.  Il
    fatto   che il signor Gillenormand,  il quale era nonno fino alle
    unghie, non era niente affatto prozio.
    In fondo,  siccome era un uomo di spirito  e  faceva  i  paragoni,
    Teodulo  non  era servito ad altro che a fargli rimpiangere di pi
    Mario.
    Una sera, era il 4 giugno, - e questo non gli impediva di avere un
    buon fuoco nel suo caminetto - pap Gillenormand  aveva  congedato
    la figlia,  che s'era messa a cucire nella sua camera tappezzata a
    scene pastorali,  coi piedi sugli alari,  mezzo  avvolto  dal  suo
    vasto  paravento  a  nove spicchi,  col gomito sulla tavola su cui
    ardevano due candele coperte da un paralume verde, sprofondato nel
    suo seggiolone a ricami,  e con un libro in  mano,  che  per  non
    leggeva.  Egli era vestito, secondo la sua moda, in "incroyable" e
    somigliava a un vecchio  ritratto  di  Garat:  la  qual  cosa  gli
    avrebbe fatto correre dietro nelle vie; ma sua figlia, quando egli
    usciva, lo ricopriva sempre d'un ampio mantello da vescovo che gli
    nascondeva il vestito di sotto.  In casa, tranne che per alzarsi e
    coricarsi,  non portava mai veste da camera,  perch  "fa  sembrar
    vecchio", diceva.
    Stava  pensando  a  Mario  con  affetto e con amarezza,  e come al
    solito l'amarezza predominava.  La sua tenerezza inasprita  finiva
    sempre  col ribollire e col mutarsi in sdegno.  Era anche arrivato
    al punto in cui si cerca di  prendere  il  proprio  partito  e  di
    accettare  quello  che  strazia;  stava  spiegando a se stesso che
    ormai non c'era pi motivo perch Mario dovesse ritornare,  che se
    avesse  voluto l'avrebbe gi fatto,  che bisognava rinunciarvi;  e
    tentava di abituarsi alla idea che tutto era finito,  e  che  egli
    sarebbe  morto  senza  rivedere  quel  "signore".  Ma tutta la sua
    natura si  rivoltava,  e  la  sua  vecchia  paternit  non  poteva
    acconsentirvi.  -  Come!  -  diceva,  ripetendo  il  suo  doloroso
    ritornello - non ritorner!  - La testa  calva  gli  ricadeva  sul
    petto,  e  fissava  sulle ceneri del focolare uno sguardo incerto,
    lamentoso e irritato.
    Mentre era profondamente immerso in  questa  meditazione,  il  suo
    vecchio servo, Basco, entr e chiese:
    - Il signore pu ricevere il signor Mario?
    Il vegliardo si raddrizz a sedere,  livido,  simile a un cadavere
    sollevato da  una  scossa  galvanica;  tutto  il  sangue  gli  era
    rifluito al cuore. Balbett:
    - Che signor Mario?
    -  Non lo so - rispose Basco intimidito e sconcertato dall'aspetto
    del padrone: - non l'ho visto.  E' stata Nicoletta a dirmi proprio
    ora: - C' un giovanotto, annunciate il signor Mario.
    Gillenormand balbett con voce sommessa:
    - Fatelo entrare.
    E  rimase  nello  stesso  atteggiamento,  col  capo  vacillante  e
    l'occhio fisso all'uscio. Si riapr: entr un giovane. Era Mario.
    Mario si ferm sulla soglia, come aspettando che gli si dicesse di
    entrare.
    Il suo abbigliamento quasi misero non si scorgeva  nella  oscurit
    formata  dal  paralume: si distingueva per il viso calmo e grave,
    ma stranamente triste.
    Pap Gillenormand, inebetito di stupore e di gioia,  rimase alcuni
    istanti senza distinguere nulla fuorch una luce, come quando si 
    davanti  a un'apparizione.  Era sul punto di venir meno;  scorgeva
    Mario attraverso un barbaglio. Era proprio lui, era proprio Mario.
    Finalmente! Dopo quattro anni! Lo abbracci tutto,  per cos dire,
    con  una  sola  occhiata.   Lo  trov  bello,   nobile,  distinto,
    cresciuto,  uomo  fatto,  l'atteggiamento  conveniente,  l'aspetto
    grazioso.  Ebbe  voglia di aprirgli le braccia,  di chiamarlo,  di
    precipitarsi; le sue viscere erano commosse dalla gioia, le parole
    affettuose gli gonfiavano e gli traboccavano dal petto;  alla fine
    tutta  quella tenerezza s'apr la strada e gli giunse alle labbra;
    ma, per quel contrasto che formava il fondo del suo carattere,  ne
    usc una durezza. Disse bruscamente:
    - Cosa venite a fare qui, voi?
    Mario rispose con imbarazzo:
    - Signore...
    Gillenormand  avrebbe  voluto che il giovane gli si gettasse nelle
    braccia,  e fu scontento di lui e di s.  Sent che lui era  stato
    brusco  e che l'altro era freddo.  Era per lui un'insopportabile e
    irritante ansiet quel sentirsi cos tenero e commosso di  dentro,
    e  non  potersi  manifestare al di fuori se non con asprezza.  Gli
    ritorn l'amarezza e interruppe Mario con burbero accento:
    - Allora, perch venite?
    Quell'"allora" significava: se non venite ad  abbracciarmi?  Mario
    guard il nonno a cui il pallore faceva un volto di marmo.
    - Signore...
    Il vecchio riprese con voce severa:
    - Venite a chiedermi perdono? Avete riconosciuto i vostri torti?
    Credeva  di  porlo  sulla  via  e  che  il  "fanciullo" si sarebbe
    piegato.  Mario rabbrivid: gli si  chiedeva  di  sconfessare  suo
    padre; chin gli occhi e rispose:
    - No, signore.
    -  E  allora  -  esclam  impetuosamente  il vecchio con un dolore
    pungente e pieno di collera, cosa volete da me?
    Mario giunse le mani, mosse un passo innanzi,  e con voce debole e
    tremante disse:
    - Signore, abbiate piet di me.
    Quella  parola sconvolse il signor Gillenormand;  detta pi presto
    l'avrebbe intenerito,  ma ora veniva troppo  tardi.  Il  nonno  si
    alz,  appoggiando tutte e due le mani sul bastone,  con le labbra
    bianche,  la fronte vacillante,  ma dominando con  l'alta  persona
    Mario chinato.
    -  Piet  di voi,  signore!  E' l'adolescente che domanda piet al
    vecchio di novantun anni! Voi entrate nella vita, io ne esco;  voi
    andate  a  teatro,   ai  balli,  al  caff,  al  bigliardo,  avete
    dell'ingegno, piacete alle donne, siete un bel giovane,  io invece
    in  piena  estate  sto qui a sputare sui tizzoni;  voi siete ricco
    delle sole  vere  ricchezze,  e  io  ho  tutte  le  povert  della
    vecchiaia,   l'infermit  e  l'isolamento;   voi  avete  i  vostri
    trentadue denti,  uno stomaco robusto,  l'occhio vivo,  la  forza,
    l'appetito,  la salute,  la gioia, una foresta di capelli neri, io
    invece non ho pi nemmeno i capelli bianchi;  ho perduto i  denti,
    perdo  le  gambe,  perdo  la memoria;  ci sono tre nomi di vie che
    confondo continuamente, la via Charlot, la via Chaume e la via san
    Claudio; ecco a che punto sono. Voi avete davanti tutto l'avvenire
    pieno di sole,  io comincio  a  non  veder  pi  nulla,  tanto  mi
    sprofondo  nella notte;  voi siete innamorato,  gi s'intende,  io
    invece non ho nessuno al mondo che mi ami,  e venite  a  chiedermi
    piet!  Perbacco,  questo,  Molire  l'ha dimenticato!  Se  cos,
    signori avvocati che perorate in tribunale,  faccio le mie sincere
    congratulazioni. Siete bei tipi.
    E il nonagenario riprese con voce corrucciata e grave:
    - Insomma, che volete da me?
    - Signore,  rispose Mario,  so che la mia presenza vi dispiace, ma
    vengo solo a chiedervi una cosa e poi me ne vado subito.
    - Siete uno sciocco!  - esclam il vecchio.  - E chi  vi  dice  di
    andarvene?
    Questa  era  la  traduzione  delle  parole affettuose che aveva in
    cuore: "Ma domanda dunque perdono!  Gettati fra le mie  braccia!".
    Il  signor  Gillenormand  sentiva  che  fra  pochi  istanti  Mario
    l'avrebbe lasciato,  che la sua cattiva accoglienza lo respingeva,
    che  la sua durezza lo scacciava,  pensava tutto questo,  e il suo
    dolore  aumentava;   e  siccome   il   dolore   in   lui   volgeva
    immediatamente  in  collera,  la  sua  durezza aumentava.  Avrebbe
    voluto che Mario capisse,  e vedendo che  non  capiva  montava  in
    furia. Riprese:
    -  Come!  voi  mi avete mancato di rispetto,  a me,  vostro nonno,
    avete abbandonato la mia  casa  per  andare  chi  sa  dove,  avete
    afflitto vostra zia,  siete andato,   pi comodo,  si capisce,  a
    condurre la vita dello scapolo, a fare il moscardino,  a rincasare
    a qualunque ora,  a divertirvi,  senza mai darmi segno di vita,  a
    fare dei debiti senza nemmeno dirmi di pagarli,  vi siete fatto un
    fracassone  e  schiamazzatore,  e dopo quattro anni venite in casa
    mia e non sapete dirmi altro che questo!
    Questa maniera violenta di indurre il nipote alla  tenerezza  ebbe
    come effetto il silenzio di Mario. Il vecchio incroci le braccia,
    gesto che in lui era particolarmente imperioso,  e apostrof Mario
    con amarezza:
    - Finiamola.  Avete detto che siete venuto  a  domandarmi  qualche
    cosa. Ebbene, che cosa? Cosa c'? Parlate.
    -  Signore  -  disse Mario con lo sguardo di chi sente di star per
    cadere in un  precipizio  -  vengo  a  chiedervi  il  permesso  di
    prendere moglie.
    Il signor Gillenormand suon, e Basco socchiuse la porta.
    - Chiamate mia figlia.
    Un minuto dopo,  la porta si riapr e la signorina Gillenormand vi
    si affacci senza entrare. Mario era in piedi, muto con le braccia
    pendenti,  col volto di un accusato,  il vecchio passeggiava su  e
    gi per la camera. Egli si volse verso la figlia e le disse:
    - Nulla.  E' il signor Mario,  dategli il buon giorno. Il signore
    vuole ammogliarsi, ecco tutto. Ora andatevene.
    La sua voce breve  e  rauca  annunciava  una  strana  pienezza  di
    collera. La zia guard Mario con aria smarrita, parve riconoscerlo
    appena,  non  si lasci sfuggire n un gesto n una sillaba,  e al
    soffio  del  padre  scomparve  pi  presto  che  non  una  festuca
    nell'uragano.
    Frattanto pap Gillenormand era tornato a addossarsi al caminetto.
    - Ammogliarvi!  A ventun anni!  Avete bell'e accomodato tutto! Non
    vi rimane  pi  che  un  permesso  da  domandare!  una  formalit!
    Sedetevi,  signore.  Ebbene,  da  quando  non  ho avuto l'onore di
    vedervi, voi avete avuto una rivoluzione.  I giacobini hanno avuto
    il sopravvento; dovete essere contento. Non siete repubblicano, da
    quando siete barone?  Queste cose voi le accomodate; la repubblica
    ricopre la baronia. Avete una decorazione del luglio?  Avete anche
    voi  preso  un  po'  il Louvre?  Qui vicino,  in via Sant'Antonio,
    dirimpetto alla via Nonnains-d'Hyres c'  una  palla  di  cannone
    incastrata  nel  muro,  al  terzo  piano  d'una  casa,  con questa
    iscrizione: 28 luglio 1830.
    Andate  a  vedere;  fa  un  bell'effetto.  Oh!  fanno  delle  cose
    magnifiche  i  vostri  amici!  Appunto,  non  vogliono mettere una
    fontana al posto del monumento del Duca di  Berry?  Cos,  dunque,
    volete  ammogliarvi?   Con  chi?   Si  pu,  senza  indiscrezione,
    chiedervi con chi?
    Si ferm un  momento,  e  prima  che  Mario  avesse  il  tempo  di
    rispondere, riprese con asprezza:
    -  Dunque  avete  una  posizione,  una fortuna assicurata?  Quanto
    guadagnate col vostro mestiere d'avvocato?
    - Nulla - disse Mario con  una  fermezza  e  una  decisione  quasi
    selvaggia.
    -  Nulla?  Non avete per vivere che i mille e duecento franchi che
    vi do io?
    Mario non rispose, e il vecchio prosegu:
    - Allora, capisco,  la ragazza che  ricca?
    - Come me.
    - Come? Non ha dote?
    - No.
    - Speranze?
    - Non credo.
    - Completamente nuda! E suo padre cos'?
    - Non lo so.
    - E come si chiama?
    - Signorina Fauchelevent.
    - Fauche... cosa?
    - Fauchelevent.
    - Psss! - esclam il vecchio.
    - Signore! - grid Mario.
    Gillenormand l'interruppe col  tono  d'un  uomo  che  parla  a  se
    stesso:
    - Cos,  a ventun anni, senza una posizione e con mille e duecento
    franchi all'anno,  la  signora  baronessa  di  Pontmercy  andr  a
    comprare due soldi di prezzemolo dall'erbivendola.
    -  Signore - riprese Mario con lo smarrimento dell'ultima speranza
    che svaniva - ve ne supplico, ve ne scongiuro,  in nome del cielo,
    a mani giunte, mi getto ai vostri piedi, permettetemi di sposarla.
    Il  vecchio  dette  in  uno  scoppio  di  risa  stridulo e lugubre
    attraverso il quale tossiva e parlava:
    - Ah! ah!  ah!  voi avete pensato: perdiana!  andr a far visita a
    quella  vecchia parrucca,  a quell'assurdo imbecille!  Che peccato
    che non ha i miei venticinque  anni!  Come  gli  darei  una  buona
    lezione rispettosa!  Come farei a meno di lui!  Ad ogni modo,  gli
    dir: vecchio cretino,  tu sei anche troppo fortunato  di  potermi
    vedere;  ho  voglia  d'ammogliarmi,  di  sposare  la signorina non
    importa chi, figlia del signor non importa cosa; io non ho scarpe,
    lei non ha la camicia,  la cosa procede  bene;  io  ho  voglia  di
    gettare  a  mare la mia carriera,  l'avvenire,  la giovinezza,  la
    vita,  ho voglia di sprofondare nella miseria  con  una  donna  al
    collo,  questa    la  mia  volont  e tu devi acconsentire!  E il
    vecchio fossile acconsentir e dir: Va',  ragazzo mio,  fa'  come
    vuoi,  legati  la tua pietra al collo,  sposa la tua Pousselevent,
    Coupelevent... Giammai, signore, giammai!
    - Padre mio!
    - Giammai!
    Dal tono con cui fu pronunciato quel "giammai",  Mario perse  ogni
    speranza.   Attravers  la  camera  lentamente,   a  testa  bassa,
    barcollando, pi simile a uno che muore che a uno che se ne va. Il
    signor Gillenormand lo segu con l'occhio,  e nel momento  che  la
    porta si apriva e il giovane stava per uscire,  fece quattro passi
    con la vivacit senile dei vecchi imperiosi e viziati, prese Mario
    per il bavero, lo ricondusse energicamente nella camera;  lo gett
    in una poltrona e gli disse:
    - Racconta un po', su!
    Le  parole  "padre  mio"  sfuggite a Mario avevano compiuto quella
    rivoluzione.
    Mario lo guard tutto smarrito.  Il mobile viso  del  vecchio  non
    esprimeva  pi  altro  che  una  ruvida e ineffabile bonomia,  era
    ridiventato il nonno.
    - Animo, su, parla,  narrami i tuoi amoretti,  ciarla,  di' tutto!
    Diamine! come sono stupidi i giovanotti!
    - Padre mio - replic Mario.
    Il volto del vecchio si rischiar di uno splendore indicibile.
    - S, cos va bene, chiamami tuo padre e vedrai.
    C'era ora qualcosa di cos buono,  dolce, aperto e paterno in quei
    modi bruschi,  che  Mario,  in  quel  passaggio  improvviso  dallo
    scoraggiamento  alla  speranza,  ne  fu come stordito e inebriato.
    Egli era seduto presso la tavola,  e la luce delle candele  faceva
    risaltare i suoi abiti, che il nonno esaminava con stupore.
    - Ebbene, padre mio... - riprese Mario.
    - Ma come!  - interruppe Gillenormand - dunque non hai proprio pi
    un soldo? Sei vestito che sembri un ladro.
    Rovist in un cassetto,  vi prese una borsa e la pose  sul  tavolo
    dicendo:
    - Prendi, ecco cento luigi, comprati un cappello.
    -  Padre mio - prosegu Mario - mio buon padre,  se sapeste quanto
    l'amo! Voi non potete immaginarvelo! La prima volta che la vidi fu
    al Lussemburgo,  dove lei  veniva  spesso;  da  principio  non  vi
    badavo,  poi  non so come sia successo,  me ne innamorai.  Oh come
    divenni infelice!  Finalmente adesso posso vederla tutti i giorni,
    in  casa  sua;  suo  padre  non  lo sa;  figuratevi che stanno per
    partire; ci vediamo in giardino, di sera; suo padre vuole condurla
    in Inghilterra,  e allora ho detto tra me:  andr  a  trovare  mio
    nonno  e  a  raccontargli  tutto.  Prima  di  tutto io impazzirei,
    morirei,  ne prenderei una malattia,  andrei  ad  annegarmi.  Devo
    assolutamente  sposarla  se  no divento pazzo.  Insomma,  questa 
    tutta la verit.  Credo di non aver dimenticato nulla.  Essa abita
    in via Plumet, nei dintorni degli Invalidi.
    Pap Gillenormand si era seduto radioso vicino a Mario e mentre lo
    ascoltava,  fiutava  una  larga presa di tabacco.  Alla parola via
    Plumet,  egli  interruppe  l'aspirazione  e  lasci  cadere  sulle
    ginocchia il resto del tabacco.
    - Via Plumet!  Hai detto via Plumet!... Vediamo un po'!... Non c'
    l vicino una caserma?...  Ma s,   quella.  Me ne ha parlato tuo
    cugino  Teodulo,  l'ufficiale,  il lanciere.  Una ragazzetta,  mio
    caro, una ragazzetta!... Ma s, diamine, via Plumet, quella che si
    chiamava una volta via Blomet...  Ecco che ora mi ricordo.  Ne  ho
    gi  sentito parlare di quella piccina del cancello di via Plumet.
    In un giardino.  Una Pamela.  Non sei di cattivo gusto.  Mi dicono
    che    graziosina.  A  dirla tra noi,  credo che quel baggiano di
    lanciere l'abbia un po' corteggiata,  e  non  so  fin  dove  abbia
    spinto  le  cose.  Ma queste cose non interessano.  D'altronde non
    bisogna credergli, si vanta. Mario, trovo benissimo che un giovane
    come  te  sia  innamorato;    la  tua  et.   Preferisco  saperti
    innamorato anzich giacobino;  preferisco saperti invaghito di una
    gonnella, di venti gonnelle, anzich di Robespierre. Da parte mia,
    posso assicurarti di non aver mai amato altri  sanculotti  che  le
    donne.  Le belle ragazze sono belle ragazze, che diavolo! a questo
    non c' niente da obiettare.  La piccina poi ti riceve di nascosto
    del  pap;  anche  questo   in regola.  Ne ho avute anch'io delle
    storie di questo genere,  e pi d'una.  Sai come  si  fa?  non  si
    prendono le cose con ferocia, non ci si precipita nel tragico; non
    si  conclude col matrimonio e col signor sindaco e la sua sciarpa.
    Bisogna semplicemente essere un ragazzo  di  spirito,  avere  buon
    senso.  Sdrucciolate,  mortali,  sposate.  Si  viene  a trovare il
    nonno, che in fondo  un buon uomo, e che ha sempre qualche rotolo
    di luigi d'oro in qualche vecchio cassetto,  e gli si dice: Nonno,
    ecco  di  che  si  tratta.  E il nonno risponde: E' semplicissimo:
    bisogna che la giovent si diverta e la vecchiaia si rassegni.  Io
    sono stato giovane, e anche tu sarai vecchio. Va', ragazzo mio, tu
    farai lo stesso con tuo nipote. Eccoti duemila franchi. Divertiti,
    coraggio.  Niente  di meglio!  Cos devono andare le cose.  Non si
    sposa mica, ma ci non vuol dire. Capisci?
    Mario, impietrito e impotente a profferire una parola,  fece cenno
    di no col capo.
    Il vecchio scoppi a ridere,  strizz le sue vecchie palpebre, gli
    batt sul ginocchio, lo fiss con aria misteriosa e gioviale e gli
    disse col pi affettuoso alzar di spalle:
    - Bestiolina! Fattene un'amante!
    Mario impallid. Egli non aveva capito nulla di quanto aveva detto
    il nonno. Quell'imbroglio di via Blomet, di Pamela, di caserma, di
    lanciere gli era passato davanti come una fantasmagoria: nulla  di
    tutto ci poteva riferirsi a Cosetta che era un giglio. Il vecchio
    divagava: ma quella divagazione si era cambiata con una parola che
    egli  aveva  capito e che era un'ingiuria mortale per Cosetta.  Le
    parole  "fattene  un'amante"  entrarono  nel  cuore   dell'austero
    giovane come una spada.
    Si  alz,  raccolse  il  cappello  che  era  caduto a terra,  e si
    incammin con passo fermo e deciso verso la porta. L si volse, si
    inchin profondamente davanti al nonno  e  raddrizzando  la  testa
    disse:
    - Cinque anni or sono oltraggiaste mio padre, oggi oltraggiate mia
    moglie. Non vi domando pi nulla, signore. Addio.
    Pap Gillenormand,  stupefatto,  apr la bocca,  stese le braccia,
    tent di alzarsi,  ma prima che potesse  pronunciare  una  parola,
    l'uscio era gi richiuso, e Mario scomparso.
    Il  vecchio  rimase  qualche  momento  immobile e quasi fulminato,
    senza poter parlare n respirare, come se una mano gli serrasse la
    strozza.  Finalmente balz dalla poltrona,  corse all'uscio quanto
    si pu correre a novantun anni, l'apr e grid:
    - Aiuto! aiuto!
    Accorsero  sua  figlia,  poi i servi.  Egli riprese con un rantolo
    lamentoso:
    - Corretegli dietro! acchiappatelo!  Cosa gli ho fatto?  E' pazzo!
    Va via! Ah mio Dio! ah mio Dio! questa volta non ritorner pi.
    And  alla finestra che guardava nella strada,  l'apr con le mani
    tremanti,  si sporse,  mentre Basco e Nicoletta lo mantenevano per
    di dietro, e grid:
    - Mario! Mario! Mario! Mario!
    Ma  il giovane gi non poteva pi udirlo,  perch in quello stesso
    momento svoltava l'angolo di via San Luigi.
    Il nonagenario port due o tre  volte  le  mani  alle  tempie  con
    un'espressione angosciosa,  poi rincul barcollando,  e si abbatt
    in una poltrona,  senza  respiro,  senza  voce  e  senza  lacrime,
    dimenando il capo e agitando le labbra con aria stupida, con negli
    occhi  e  nel  cuore qualcosa di cupo e di profondo che somigliava
    alla notte.


    Libro 9.
    DOVE VANNO?


    1. GIOVANNI VALJEAN.
    In quello stesso giorno, verso le quattro del pomeriggio,  Valjean
    stava seduto solo sul declivio di una delle scarpate solitarie del
    Campo  di  Marte.  Fosse  prudenza,  fosse  desiderio di meditare,
    foss'anche per effetto di uno di quegli insensibili cambiamenti di
    abitudini che si introducono a poco a poco in tutte le  esistenze,
    ora  usciva  di  casa  assai  di  rado  con Cosetta.  Aveva la sua
    giacchetta da operaio,  un paio di calzoni di tela  grigia,  e  il
    berretto  a  larga  visiera  che  gli nascondeva il volto.  Adesso
    viveva calmo e felice per parte di Cosetta,  e quello che  per  un
    certo  tempo  lo aveva turbato era svanito;  ma da una settimana o
    due erano sopravvenute delle ansiet di altra  natura.  Un  giorno
    passeggiando  sul  boulevard  aveva  scorto Thnardier.  Grazie al
    travestimento, non era stato riconosciuto; ma da allora,  lo aveva
    rivisto  parecchie  volte,  ed  era  certo  ormai  che  Thnardier
    s'aggirava nel quartiere.
    Questo era bastato per fargli prendere  una  grave  decisione.  La
    presenza di Thnardier portava con s tutti i pericoli.
    Inoltre, Parigi non era tranquilla; e i torbidi politici offrivano
    l'inconveniente,  per  chiunque avesse qualche cosa da nascondere,
    che la polizia  diventava  molto  inquieta  e  sospettosa,  e  che
    cercando  le  tracce d'un uomo come Ppin o Morey poteva benissimo
    scoprire uno come Valjean.
    Sotto tutti questi punti di vista, era preoccupato.
    Infine un fatto inesplicabile,  che lo aveva colpito e  dal  quale
    era ancora impressionato, aveva accresciuto il suo allarme. Quella
    stessa  mattina,  levatosi  per  tempo  e passeggiando in giardino
    mentre le imposte di Cosetta erano ancora chiuse,  aveva scorto  a
    un  tratto  queste  parole  incise nel muro,  probabilmente con un
    chiodo: "Via della Vetreria, 16".
    Era una cosa molto recente, le scalfitture bianche risaltavano sul
    vecchio intonaco annerito dal tempo, e un ciuffo d'ortica ai piedi
    del muro era coperto di gesso fino  e  fresco.  Probabilmente  era
    stato scritto la notte.  Che cos'era? Un indirizzo? un segnale per
    altri?  un avviso per lui?  In tutti i casi,  era evidente che  il
    giardino era stato violato,  che vi penetravano degli sconosciuti.
    Si ricord gli strani incidenti che avevano gi allarmato la casa,
    e la sua mente lavor su quel canovaccio.  Ma si guard  bene  dal
    parlare  a  Cosetta  dell'iscrizione  fatta  col  chiodo sul muro,
    temendo di spaventarla.
    Tutto  ben  considerato  e  pesato,   Valjean  aveva   deciso   di
    abbandonare  Parigi e anche la Francia,  e recarsi in Inghilterra;
    ne aveva gi prevenuto Cosetta,  e prima  di  otto  giorni  voleva
    essere gi partito.
    Stava  seduto  sulla scarpata del Campo di Marte,  ruminando nella
    mente ogni sorta  di  pensieri:  Thnardier,  la  polizia,  quelle
    parole scritte sul muro,  il viaggio e la difficolt di procurarsi
    un passaporto.
    In mezzo alle sue preoccupazioni,  da un'ombra proiettata dal sole
    si  accorse che qualcuno s'era fermato sulla cresta della scarpata
    immediatamente dietro di lui. Stava per voltarsi, quando una carta
    piegata in quattro gli cadde sulle  ginocchia  come  se  una  mano
    l'avesse  lasciata  andare  al  disopra della sua testa.  Prese la
    carta, la spieg, e vi lesse queste sole parole, scritte a lettere
    maiuscole a matita:
    "CAMBIATE CASA".
    Valjean si alz  in  fretta,  ma  sulla  scarpata  non  c'era  pi
    nessuno; si guard intorno, e scorse un individuo, pi grande d'un
    fanciullo, pi piccolo d'un uomo, vestito d'un camiciotto grigio e
    d'un paio di pantaloni di velluto di cotone grigio, che scavalcava
    il parapetto e scivolava nel fossato del Campo di Marte.
    Valjean torn subito a casa, tutto pensoso.

    2. MARIO
    Mario  era  uscito  desolato  dalla  casa del signor Gillenormand.
    C'era entrato con una speranza molto piccola,  e ne era uscito con
    una disperazione immensa.
    Del  resto,  come comprenderanno tutti quelli che hanno studiato i
    primi effetti  del  cuore  umano,  il  lanciere,  i'ufficiale,  il
    baggiano, il cugino Teodulo non aveva lasciato nessuna, neppure la
    pi  piccola  ombra nella sua mente.  Il poeta drammatico potrebbe
    apparentemente sperare delle complicazioni da  quella  rivelazione
    fatta   a   bruciapelo  dal  nonno  al  nipote;   ma  ci  che  vi
    guadagnerebbe il  dramma,  lo  perderebbe  la  verit.  Mario  era
    nell'et in cui non si crede mai al male; pi tardi viene l'et in
    cui si crede a tutto.
    I sospetti non sono altro che rughe,  e la giovent non ne ha. Ci
    che sconvolge Otello non  pu  intaccare  Candido.  Sospettare  di
    Cosetta!  Mario avrebbe commesso pi facilmente una moltitudine di
    delitti che sospettare di Cosetta.
    Si mise a girare per le vie, risorsa di quelli che soffrono, senza
    pensare a nulla di  cui  potesse  poi  ricordarsi.  Alle  due  del
    mattino  torn  a  casa di Courfeyrac,  e si butt vestito sul suo
    materasso.   Era  gi  giorno  chiaro  quando  si  addorment   di
    quell'orribile  sonno  pesante  che lascia andare e venire le idee
    nel  cervello.  Quando  si  svegli,  vide  Courfeyrac,  Enjolras,
    Feuilly  e Combeferre,  che stavano in piedi in mezzo alla stanza,
    col cappello in testa, pronti a uscire e molto affaccendati.
    Courfeyrac gli chiese:
    - Vieni alle esequie del generale Lamarque?
    Gli parve che Courfeyrac parlasse cinese.
    Usc qualche tempo dopo di loro, ponendosi in tasca le pistole che
    Javert gli aveva consegnato nell'avventura del 3  febbraio  e  che
    erano  rimaste  in  suo  possesso.  Erano ancora cariche.  Sarebbe
    difficile dire quale idea oscura gli  girasse  per  la  testa  nel
    portarle via.
    Vag  tutto il giorno senza sapere dove.  Ogni tanto veniva gi la
    pioggia,  senza che lui se ne accorgesse.  Compr da un fornaio un
    pane  da  un  soldo  per  il  suo  pranzo,  lo  mise in tasca e lo
    dimentic.  Pare che abbia preso un bagno nella Senna senza averne
    coscienza.  In certi momenti si ha una fornace dentro il cranio, e
    Mario era in uno di quei  momenti.  Non  sperava  pi  nulla,  non
    temeva  pi nulla: questo mutamento era avvenuto in lui dal giorno
    prima.  Aspettava la sera con una impazienza febbrile,  non  aveva
    pi   che   una   idea   chiara:  alle  nove  rivedrebbe  Cosetta.
    Quest'ultima gioia formava tutto il suo avvenire; dopo, l'ombra. A
    intervalli, continuando a camminare sui boulevard pi deserti, gli
    sembrava di udire in Parigi dei rumori strani; e allora metteva la
    testa fuori del sogno e diceva: - Si combatte forse?
    Sull'imbrunire, alle nove precise,  come aveva promesso a Cosetta,
    era in via Plumet.  Avvicinandosi al cancello dimentic ogni cosa.
    Erano quarantott'ore  che  non  vedeva  Cosetta  e  ora  l'avrebbe
    rivista.  Ogni altra idea si cancell;  non ebbe pi che una gioia
    inaudita e profonda.  Quei minuti in  cui  si  vivono  dei  secoli
    interi  hanno  questo di sovrano e di mirabile: che mentre passano
    riempiono interamente il cuore.
    Mario spost la sbarra del cancello e si precipit  nel  giardino.
    Cosetta  non c'era dove di solito l'aspettava.  Egli attravers il
    boschetto e and verso l'angolo vicino al poggiolo.  - Mi  aspetta
    l,  - disse. - Ma Cosetta non c'era. Alz gli occhi e vide che le
    imposte delle finestre erano chiuse. Fece il giro del giardino,  e
    il  giardino  era  deserto.  Allora  torn  verso la casa,  e reso
    insensato dall'amore, ebbro,  spaventato,  esasperato dal dolore e
    dall'inquietudine,  picchi  sulle  imposte  come  un  padrone che
    rientra a ora tarda. Picchi, picchi di nuovo, a rischio di veder
    aprire la  finestra  e  apparire  il  volto  severo  del  padre  a
    chiedergli: che cosa volete?  Questo non era nulla in confronto di
    quanto intravedeva.  Quand'ebbe bussato,  alz la  voce  e  chiam
    Cosetta.
    - Cosetta! - grid. - Cosetta! - ripet con voce imperiosa.
    Nessuno rispose.  Era finita.  Nessuno nel giardino, nessuno nella
    casa.
    Mario fiss gli occhi disperati  su  quella  casa  lugubre,  nera,
    silenziosa  e pi morta d'una tomba.  Contempl il banco di pietra
    dove aveva passato tante ore  deliziose  accanto  a  Cosetta;  poi
    sedette sui gradini del poggiolo, col cuore pieno di dolcezza e di
    risoluzione,  benedisse  il suo amore dal fondo dell'anima sua,  e
    pens che, partita Cosetta, non gli restava che morire.
    A un tratto sent una voce che pareva  venisse  dalla  via  e  che
    gridava attraverso gli alberi:
    - Signor Mario!
    Egli si rizz.
    - Eh?
    - Signor Mario, siete l?
    - S.
    -  Signor  Mario  -  riprese la voce - i vostri amici vi aspettano
    alla barricata della via Chanvrerie.
    Quella voce non gli  era  interamente  sconosciuta;  somigliava  a
    quella rugginosa e aspra di Eponina.  Accorse al cancello,  smosse
    la sbarra movibile, cacci fuori il capo, e vide qualcuno, che gli
    parve  un  giovinetto,   immergersi  di   corsa   nell'ombra   del
    crepuscolo.

    3. MABEUF.
    La  borsa  di  Valjean  torn  utile a Mabeuf,  il quale nella sua
    austerit infantile e veneranda non accett il dono  degli  astri,
    n ammise che una stella potesse spezzettarsi in monete d'oro. Non
    sapendo che quello che cadeva dal cielo veniva da Gavroche,  port
    la borsa al commissario di polizia  del  rione,  come  un  oggetto
    perduto  messo  a  disposizione del proprietario.  E cos la borsa
    and realmente perduta,  perch non serv a soccorrere  Mabeuf,  e
    nessuno, com' facile immaginare, si present a reclamarla.
    Del resto Mabeuf continuava a declinare.
    Le  esperienze  sull'indaco  non erano meglio riuscite al Giardino
    zoologico che nel giardino  di  Austerlitz.  Dall'anno  precedente
    doveva i salari alla governante; ora, come gi sappiamo, doveva la
    scadenza della pigione.  Il Monte di Piet aveva venduto le tavole
    di rame della sua "Flora",  e qualche  calderaio  ne  aveva  fatto
    delle  casseruole.  Sparite  le  tavole,  non  potendo pi nemmeno
    completare gli esemplari scompagnati  dell'opera  che  ancora  gli
    rimanevano,  aveva  ceduto  a poco prezzo e come scarti,  tavole e
    testo a un venditore di libri usati;  sicch non gli  era  rimasto
    pi  nulla del lavoro di tutta la sua vita.  Visse con quel po' di
    denaro che pot cavarne e quando vide che quella meschina  risorsa
    andava  esaurendosi,  rinunci  al  giardino  lasciandolo incolto.
    Prima,  molto prima,  aveva rinunciato alle due uova e al pezzo di
    carne  che mangiava ogni tanto.  Il suo pranzo era fatto di pane e
    patate.  Aveva poi venduto i suoi ultimi mobili,  poi tutto quanto
    aveva a doppio: lenzuola, vestiario e coperte, poi gli erbari e le
    stampe; ma gli rimanevano ancora i suoi libri pi preziosi, alcuni
    dei quali di gran rarit,  come "Le tavole storiche della Bibbia",
    edizione del 1560,  la "Concordanza delle  Bibbie"  di  Pietro  de
    Besse, "Le margherite della Margherita" di Giovanni de La Haye con
    dedica  alla  regina di Navarra,  il libro della "Carica e dignit
    dell'ambasciatore" di  sir  de  Villiers-Hotman,  un  "Florilegium
    rabbinicum" del 1644,  un "Tibullo" del 1567, con questa splendida
    iscrizione: "Venetiis,  in aedibus Manutianis",  e  finalmente  un
    "Diogene Laerzio",  stampato a Lione nel 1644, in cui si trovavano
    le famose varianti del manoscritto 411,  secolo  tredicesimo,  del
    Vaticano, e quelle dei due manoscritti di Venezia, 393 e 394, cos
    fruttuosamente  consultati da Enrico Estienne,  e tutti i passi in
    dialetto dorico che si trovano solo nel manoscritto del dodicesimo
    secolo della biblioteca di Napoli.  Mabeuf non  accendeva  mai  il
    fuoco  nella propria camera,  e andava a letto al tramonto per non
    accendere candele. Pareva che non avesse pi vicini; quando usciva
    di casa lo evitavano,  cosa di cui si accorgeva.  La miseria di un
    bambino  commuove  una  madre,  quella  di un giovane commuove una
    fanciulla, ma la miseria di un vecchio non interessa nessuno;  il
    pi gelido di tutti gli squallori.  Eppure pap Mabeuf  non  aveva
    perduto  interamente  la  sua  serenit infantile.  La sua pupilla
    acquistava qualche vivacit quando si  posava  sui  libri,  e  gli
    spuntava  un sorriso quando esaminava il "Diogene Laerzio" che era
    un esemplare unico.  L'armadio a vetri  era  il  solo  mobile  non
    assolutamente indispensabile che avesse conservato.
    Un giorno mamma Plutarco gli disse:
    - No ho pi di che comprare da mangiare.
    Ci  che  essa  chiamava  pranzo  era  un  pane e quattro o cinque
    patate.
    - Non potete comprarne a credito? - disse Mabeuf.
    - Sapete bene che non vogliono darmi nulla.
    Egli apr la libreria,  guard a lungo tutti i suoi  libri,  l'uno
    dopo l'altro,  come un padre, costretto a decimare i propri figli,
    li guarderebbe prima di fare la scelta;  poi ne prese uno,  se  lo
    mise  sotto  il  braccio e usc.  Rientr due ore dopo,  senza pi
    niente sotto il braccio, pose trenta soldi sulla tavola e disse:
    - Fate da mangiare.
    Da quel momento, mamma Plutarco vide calarsi sul candido volto del
    vecchio un velo fosco che non si lev mai pi.
    L'indomani, il giorno appresso, ogni giorno, bisogn ricominciare.
    Mabeuf usciva con un libro e rientrava con una moneta d'argento. I
    mercanti  di  libri  usati,   vedendolo   costretto   a   vendere,
    ricompravano da lui per un franco ci che egli aveva pagato venti,
    talora allo stesso libraio. Volume per volume, tutta la biblioteca
    se  ne andava.  In certi momenti diceva: Eppure ho ottant'anni!  -
    come se avesse non so quale segreta speranza di chiudere  la  vita
    prima  dei  libri.  La sua tristezza cresceva.  Tuttavia una volta
    ebbe una gioia: usc con un  Roberto  Estienne  che  vendette  per
    trentacinque  soldi sulla riva Malaquais,  e torn con un Aldo che
    aveva comprato per due franchi in via Grs.
    - Sono in debito di  cinque  soldi  -  disse  giubilando  a  mamma
    Plutarco.
    Quel giorno non desin.
    Egli faceva parte della Societ degli agricoltori.  Qui si venne a
    sapere della sua miseria, e il presidente si rec a visitarlo. Gli
    promise di parlare di  lui  al  ministro  dell'agricoltura  e  del
    commercio, e mantenne la parola.
    -  Ma come!  sicuro,  - esclam il ministro,  - lo credo bene!  Un
    vecchio scienziato, un botanico, un uomo inoffensivo! Bisogna fare
    qualcosa per lui!
    L'indomani Mabeuf ricevette un invito a pranzo dal ministro.  Egli
    tutto  tremante  dalla  gioia  mostr  la lettera d mamma Plutarco
    dicendole:
    - Siamo salvi!
    Nel giorno fissato si rec dal ministro.  Ma si accorse che la sua
    cravatta sgualcita,  il suo abito largo a falde quadre e le scarpe
    lucidate con l'uovo stupivano  gli  uscieri.  Nessuno  gli  parl,
    nemmeno  il  ministro.  Verso  le dieci di sera,  mentre aspettava
    ancora una parola,  ud la moglie del ministro,  una bella signora
    scollata  alla  quale  non  aveva  osato  avvicinarsi,  chiedere a
    qualcuno: - Chi  quel vecchio signore?  Se  ne  torn  a  casa  a
    piedi,  a  mezzanotte,  sotto  un'acqua dirotta;  aveva venduto un
    Elzevir per pagare la vettura nell'andata.
    Aveva preso l'abitudine di leggere ogni sera,  prima di coricarsi,
    alcune pagine del suo Diogene Laerzio, poich conosceva abbastanza
    il  greco  per  gustare  i particolari del testo da lui posseduto.
    Ormai non gli restava altra gioia. Trascorsero alcune settimane, e
    a un tratto mamma Plutarco  cadde  malata.  C'  qualcosa  di  pi
    triste  del non aver da comprare il pane dal fornaio,  ed  il non
    aver da comprare le medicine dal farmacista.  Una sera  il  medico
    ordin  una  medicina  molto  costosa;  inoltre l'aggravarsi della
    malattia rendeva necessaria l'assistenza di un'infermiera.  Mabeuf
    apr  la  libreria,  ma  non c'era pi nulla;  l'ultimo volume era
    sparito; non gli rimaneva che il Diogene Laerzio.
    Si pose l'esemplare unico sotto il braccio, usc,  si rec a porta
    San  Giacomo,  dal  successore di Royal,  e torn a casa con cento
    franchi.  Era il 4 giugno 1832.  Pos il mucchio degli  scudi  sul
    tavolino  da  notte  della vecchia serva e si ritir nella propria
    camera senza dire una parola.
    L'indomani,  allo spuntare del giorno,  si sedette in giardino sul
    pilastro rovesciato,  e al di l della siepe si pot vederlo tutta
    la mattinata, immobile, la fronte china e l'occhio fisso vagamente
    sulle aiuole bruciate.  Ogni tanto pioveva,  ma il vecchio  pareva
    che non se ne accorgesse.  Nel pomeriggio, dei rumori straordinari
    scoppiarono in Parigi,  che somigliavano a scariche di fucili e  a
    clamori di moltitudine.
    Pap  Mabeuf  alz  la  testa,  e  vedendo al di l della siepe un
    giardiniere che passava, gli chiese:
    - Che cos'?
    L'altro rispose,  con  la  vanga  sulle  spalle  e  l'accento  pi
    tranquillo:
    - E' una sommossa.
    - Come! Una sommossa?
    - S, si battono.
    - Eh, questo poi!... - disse il giardiniere.
    - Da che parte? - riprese Mabeuf.
    - Dalla parte dell'Arsenale.
    Il   vecchio   rientr   in   casa,   prese  il  cappello,   cerc
    macchinalmente un libro per metterselo sotto il  braccio,  non  ne
    trov e disse: - Ah!  vero! - e se ne and con aria stravolta.












    Libro 10.
    IL 5 GIUGNO 1832.


    1. L'ESTERNO DELLA QUESTIONE.
    Di  che  cosa  si  compone  la sommossa?  Di nulla e di tutto;  di
    un'elettricit che si sviluppa a poco a poco, di una fiamma che si
    accende subitaneamente,  d'una  forza  vagante,  d'un  soffio  che
    passa.  Questo  soffio  incontra  delle  menti  che  pensano,  dei
    cervelli  che  fantasticano,  delle  anime  che  soffrono,   delle
    passioni  che ardono,  delle miserie che urlano e le trasporta via
    con s.
    Dove?
    A caso.  Attraverso lo Stato,  attraverso le leggi,  attraverso la
    prosperit e l'insolenza degli altri.
    Le convinzioni irritate, gli entusiasmi inaspriti, le indignazioni
    commosse,  gli  istinti  bellicosi compressi,  i coraggi giovanili
    esaltati,  i generosi accecamenti,  la  curiosit,  il  gusto  del
    mutamento,  la  sete  dell'inaspettato,  il  sentimento  che ci fa
    leggere con piacere l'annuncio  d'un  nuovo  spettacolo  e  ci  fa
    accogliere con gioia in teatro il fischio del macchinista; gli odi
    indeterminati,  i rancori,  i disappunti, le vanit che credono di
    aver avuto un destino mancato;  le angustie,  i sogni a vuoto,  le
    ambizioni  circondate  da  salite troppo ripide;  tutti quelli che
    sperano da un crollo un'uscita;  e  finalmente,  nella  parte  pi
    bassa,  la turba,  questo fango che prende fuoco;  ecco quali sono
    gli elementi della sommossa.
    Quanto c' di pi grande e quanto c' di pi basso; gli esseri che
    vagano  intorno  a  qualunque   cosa,   aspettando   un'occasione,
    bohmiens,  gente ignota, vagabondi da trivio, quelli che la notte
    dormono in un luogo deserto senz'altro tetto che  le  fredde  nubi
    del cielo, quelli che chiedono il pane quotidiano al caso e non al
    lavoro,  gli  sconosciuti  della  miseria e del nulla,  le braccia
    nude, i piedi nudi appartengono alla sommossa.
    Chiunque  ha  nell'anima  una  segreta  rivolta  contro  un  fatto
    qualsiasi  dello  Stato,  della vita o della sorte,   sul confine
    della sommossa, e non appena la vede apparire,  comincia a fremere
    e a sentirsi sollevato dal turbine.
    La sommossa  una specie di tromba dell'atmosfera sociale,  che si
    forma d'improvviso in certe condizioni di temperatura,  e che  nei
    suoi vortici sale,  corre,  tuona,  abbatte, schiaccia, demolisce,
    schianta e trascina le nature grandi e le meschine, l'uomo forte e
    la mente debole, il tronco d'albero e il fuscello di paglia.
    Guai a chi viene trasportato da essa come a chi  viene  urtare  in
    essa! Li spezza l'uno contro l'altro.
    Esso   comunica   a  coloro  che  afferra  non  so  quale  potenza
    straordinaria.   Infonde  nel  primo   venuto   la   forza   degli
    avvenimenti;  cambia  ogni cosa in proiettile;  fa di un sasso una
    palla da cannone e di un facchino un generale.
    Se dobbiamo credere  a  certi  oracoli  della  politica  a  doppia
    faccia,  dal  punto  di  vista  del  potere  un  po' di sommossa 
    desiderabile.  Sistema: la sommossa consolida i  governi  che  non
    rovescia;   essa   mette  alla  prova  l'esercito,   concentra  la
    borghesia,  stira i muscoli alla  polizia,  e  collauda  la  forza
    dell'ossatura sociale.  E' una ginnastica,   quasi un'igiene.  Il
    potere si sente meglio dopo una  sommossa,  come  l'uomo  dopo  un
    massaggio.
    Trent'anni  or  sono la sommossa veniva considerata anche sotto un
    altro punto di vista.
    In ogni caso c' una teoria che da se stessa si proclama "il  buon
    senso"; Filinto contro Alceste; una mediazione offerta tra il vero
    e  il  falso;   spiegazione,   ammonimento,  attenuazione  un  po'
    sdegnosa, la quale,  perch mista di biasimo e di scusa,  si crede
    saggezza  e  spesso  non    altro  che pedanteria.  Da ci nacque
    un'intera scuola politica chiamata del giusto-mezzo;  tra  l'acqua
    fredda e l'acqua calda,  essa forma il partito dell'acqua tiepida.
    Questa  scuola  con  la  sua  falsa  profondit,   che      tutta
    superficiale,  analizza  gli effetti senza risalire alle cause,  e
    dall'alto d'una semi-scienza riprova le agitazioni della  pubblica
    piazza.
    A  sentire  questa  scuola "le sommosse che succedettero al grande
    avvenimento del 1830 gli tolsero una parte della sua  purezza.  La
    rivoluzione  di  luglio  era stata un bel colpo di vento popolare,
    subito seguito dal cielo azzurro. Esse fecero ricomparire il cielo
    nuvoloso; fecero degenerare in contesa quella rivoluzione dapprima
    cos importante per l'umanit.  Nella rivoluzione di luglio,  come
    in  tutti  i  progressi  per  scosse brusche,  c'erano state delle
    fratture segrete; la sommossa le rese manifeste; si pot dire: ah!
    questo  spezzato!  Dopo la rivoluzione di luglio non  si  sentiva
    che la liberazione; dopo le sommosse si sent la catastrofe.
    "Ogni  sommossa  chiude  le  botteghe,  svaluta  i fondi pubblici,
    spaventa la Borsa,  sospende il commercio,  intralcia gli  affari,
    precipita i fallimenti;  non pi denaro, i beni privati inerti, il
    pubblico credito scosso,  l'industria sconcertata,  i capitali che
    arretrano,  la mano d'opera in ribasso,  da per tutto la paura;  e
    contraccolpi in  tutte  le  citt.  Quindi  le  catastrofi.  Si  
    calcolato che il primo giorno di sommossa costa alla Francia venti
    milioni,  il secondo quaranta,  il terzo sessanta; una sommossa di
    tre giorni costa centoventi milioni; vale a dire, a considerare il
    solo  risultato  finanziario,   equivale  a  un  disastro,   a  un
    naufragio,  o  a  una  sconfitta che annientasse completamente una
    flotta di sessanta navi di linea.
    "Certo,  storicamente le sommosse  ebbero  la  loro  bellezza;  la
    sommossa  non    meno grandiosa e meno patetica della guerriglia;
    nell'una c' l'anima delle  foreste,  nell'altra  il  cuore  delle
    citt;  l'una ha Giovanni Chouan,  l'altra la donna del popolo. Le
    sommosse illuminarono di rosso,  ma splendidamente,  tutte le note
    salienti  del  carattere parigino,  la generosit,  l'abnegazione,
    l'allegria tempestosa,  gli  studenti  che  dimostrarono  come  la
    bravura  faccia  parte  dell'intelligenza,  la  guardia  nazionale
    imperterrita, i bivacchi da bottegai,  le fortezze da monelli,  il
    disprezzo  della  morte  nei  passanti.  Le  scuole  e  le legioni
    s'affrontarono.  Del  resto,  tra  i  combattenti  non  c'era  che
    differenza  di  et;    la  stessa razza,  sono gli stessi uomini
    stoici,  che a vent'anni muoiono per le loro idee,  a quaranta per
    le loro famiglie.  L'esercito,  sempre triste nelle guerre civili,
    opponeva la prudenza all'audacia.  Le sommosse,  mentre valsero  a
    manifestare  l'intrepidezza  popolare,  formarono l'educazione del
    coraggio borghese.
    "Sta bene. Ma tutto ci vale il sangue versato?
    "E allo spargimento di sangue aggiungete l'avvenire offuscato,  il
    progresso  compromesso,  l'inquietudine  nei migliori,  i liberali
    onesti che disperano,  l'assolutismo straniero giubilante  per  le
    ferite  che  fa  a se stessa la rivoluzione,  i vinti del 1830 che
    trionfano e dicono: noi l'avevamo detto! Aggiungete,  Parigi forse
    ingrandita,  ma la Francia di certo diminuita.  Aggiungete, poich
    bisogna dir tutto,  i massacri che disonorarono spesso la vittoria
    dell'ordine inferocito contro la libert impazzita.
    Tutto sommato, le sommosse sono state funeste.".
    Cos  parla  quel  press'a poco di saggezza,  di cui la borghesia,
    questo "press'a poco" di popolo, si contenta tanto volentieri.
    Dal canto  nostro,  respingiamo  la  parola  troppo  larga  e  per
    conseguenza  troppo comoda: le sommosse.  Distinguiamo tra l'uno e
    l'altro movimento di popolo.  Non ci domandiamo  se  una  sommossa
    costi quanto una battaglia.  Prima di tutto, perch una battaglia?
    E qui sorge la questione della guerra.  Forse la guerra non    un
    flagello  come  la  sommossa   una calamit?  E poi,  sono sempre
    calamit  le  sommosse?   E  quand'anche  un  14  luglio  costasse
    centoventi milioni?  Il ristabilimento di Filippo Quinto in Spagna
    cost alla  Francia  due  miliardi;  anche  a  parit  di  prezzo,
    preferiamo  il 14 luglio.  Del resto noi respingiamo queste cifre,
    che sembrano argomenti e sono soltanto parole.  Data una sommossa,
    noi  l'esaminiamo  in se stessa.  In tutta l'obiezione dottrinaria
    esposta qui sopra, non si tratta che dell'effetto, e noi cerchiamo
    la causa.
    Precisiamo.

    2. IL NOCCIOLO DELLA QUESTIONE.
    C' la sommossa e c' l'insurrezione;  sono due  collere,  di  cui
    l'una  ha torto,  l'altra ha ragione.  Negli Stati democratici,  i
    soli fondati sulla giustizia,  accade  talvolta  che  la  frazione
    usurpi; allora il tutto si solleva, e la necessaria rivendicazione
    del  diritto pu arrivare fino a imbracciare le armi.  In tutte le
    questioni che si riferiscono alla sovranit collettiva,  la guerra
    del  tutto  contro  la  frazione   insurrezione,  l'assalto della
    frazione contro il tutto  sommossa; le Tuileries vengono assalite
    giustamente o ingiustamente secondo che  contengono  il  re  o  la
    Convenzione. Lo stesso cannone puntato contro la folla ha torto il
    10 agosto e ha ragione il 14 vendemmiale.  Apparenza simile, fondo
    diverso. Gli svizzeri difendono il falso,  Bonaparte il vero.  Ci
    che   il  suffragio  universale  ha  fatto  nella  sua  libert  e
    sovranit,  non pu essere disfatto dalla piazza.  Cos nelle cose
    di puro incivilimento; l'istinto delle masse, ieri chiaroveggente,
    pu  essere  torbido  domani.  La  stessa furia  legittima contro
    Terray  e  assurda  contro   Turgot.   Fracassare   le   macchine,
    saccheggiare  i  magazzini,  rompere  i binari,  demolire i docks,
    l'urlo selvaggio delle moltitudini,  Ramus  assassinato  dai  suoi
    scolari,  Rousseau  scacciato  dalla  Svizzera a sassate,  sono la
    sommossa. Israele contro Mos,  Atene contro Focione,  Roma contro
    Scipione   sono   la  sommossa;   Parigi  contro  la  Bastiglia  
    l'insurrezione.  Quella dei soldati contro Alessandro,  quella dei
    marinai contro Cristoforo Colombo sono la stessa rivolta, un'empia
    rivolta:  perch?  Perch  Alessandro  fa per l'Asia con la spada,
    quello che Colombo fa per l'America con  la  bussola;  Alessandro,
    come Colombo, trova un mondo. Donare un mondo alla civilt importa
    tale  aumento  di  luce  che  ogni  resistenza  in  questo  caso 
    colpevole.  Talvolta ii popolo manca di fedelt a  se  stesso:  la
    folla tradisce il popolo.
    C'  cosa  pi strana,  per esempio,  di quella lunga e sanguinosa
    protesta dei contrabbandieri di sale,  legittima rivolta  cronica,
    che al momento decisivo, nel giorno della salvezza, nell'ora della
    vittoria popolare,  sposa il trono, si muta in "chouannerie", e da
    insurrezione contro si trasforma  in  sommossa  a  favore?  Foschi
    capolavori dell'ignoranza!  ll contrabbandiere di sale sfugge alla
    forca monarchica,  e con un resto di corda al collo,  inalbera  la
    coccarda  bianca.  "Morte alle tasse" partorisce un "Viva il Re!".
    Uccisori  della   San   Bartolomeo,   sgozzatori   di   settembre,
    massacratori  di Avignone,  assassini di Coligny,  assassini della
    signora di  Lamballe,  assassini  di  Brune,  micheletti,  codini,
    compagni di Jhu,  cavalieri del bracciale,  ecco la sommossa.  La
    Vandea  una grande sommossa cattolica.
    Il rumore del diritto in movimento si riconosce, e non sempre esce
    dal fremito delle masse sconvolte; ci sono delle rabbie folli,  ci
    sono  delle campane fesse;  non tutte le campane a stormo danno il
    suono del bronzo.  Il sussulto delle passioni e  dell'ignoranza  
    ben diverso dalla scossa del progresso.  Sollevatevi, sia pure, ma
    per  farvi  pi  grandi.   Mostratemi   da   che   parte   andate.
    L'insurrezione  deve  mirare  avanti;  ogni  altra  sollevazione 
    cattiva;  qualunque passo violento all'indietro    una  sommossa;
    retrocedere      una   via  di  fatto  contro  il  genere  umano.
    L'insurrezione  un accesso di furore della verit;  le selci  che
    essa solleva mandano la scintilla del diritto, le stesse selci non
    lasciano  alla  sommossa  che  il loro fango.  Danton contro Luigi
    Sedicesimo  l'insurrezione; Hbert contro Danton  la sommossa.
    Da ci deriva che se l'insurrezione in certi casi pu essere, come
    disse Lafayette,  il pi santo dei doveri,  la sommossa pu essere
    il  pi  fatale  degli  attentati.  C'  qualche  differenza anche
    nell'intensit di calore,  l'insurrezione  spesso un  vulcano  la
    sommossa  spesso un fuoco di paglia.
    Abbiamo  detto  che la rivolta  talora nel potere;  Polignac  un
    ammutinato;   Camillo  Desmoulins     un   governante.   Talvolta
    l'insurrezione  risurrezione.
    Poich  la  soluzione di tutto col suffragio universale  un fatto
    assolutamente moderno,  e tutta la storia anteriore a tale  fatto,
    da  quattro  mila  anni,    piena  del  diritto  violato  e della
    sofferenza dei popoli,  ogni epoca della storia porta  con  s  la
    protesta   che  le    possibile.   Sotto  i  Cesari  non  c'erano
    insurrezioni, ma c'era Giovenale.
    Il "facit indignatio" sostituisce i Gracchi.
    Sotto i Cesari c' l'esiliato di Assuan;  e c' pure l'uomo  degli
    "Annali".
    Non  parliamo  del  gigantesco  esiliato  di  Patmos,  che opprime
    anch'egli il mondo reale  con  una  protesta  in  nome  del  mondo
    ideale,  fa  della  visione  una  satira enorme,  e getta su Roma-
    Ninive, su Roma-Babilonia,  su Roma-Sodoma lo sfolgorante riflesso
    dell'Apocalisse.
    Giovanni sulla sua roccia,   la sfinge sul piedestallo;  e non si
    pu comprenderlo;  un ebreo e scrive ebraico, ma l'uomo che dett
    gli "Annali"  un latino, o per meglio dire un romano.
    Siccome i Neroni regnano  in  modo  tenebroso,  cos  pure  devono
    essere  dipinti.  Il  lavoro  del solo bulino riuscirebbe pallido;
    bisogna versare nell'intaglio una prosa concentrata che corroda.
    I despoti contribuiscono a produrre i pensatori.
    La  parola  incatenata    terribile:  lo  scrittore  raddoppia  e
    rinforza  lo  stile,  quando  un  padrone  impone il silenzio a un
    popolo.  Da quel silenzio scaturisce una certa misteriosa pienezza
    che  filtra e si condensa in bronzo nel pensiero.  La compressione
    nella storia produce la  concisione  nello  storico;  la  solidit
    granitica  di cos celebre prosa non  altro che un consolidamento
    prodotto dal tiranno.
    La tirannia costringe lo scrittore a restrizioni di  diametro  che
    diventano accrescimenti di forza.  Il periodo ciceroniano,  appena
    bastante contro Verre,  si  smusserebbe  contro  Caligola.  Minore
    ampiezza nella frase,  maggiore intensit nel colpo.  Tacito pensa
    col braccio contratto.
    L'onest d'un gran cuore,  concentrata in giustizia  e  in  verit
    riesce fulminante.
    Sia  detto di passaggio,  Tacito non  storicamente contrapposto a
    Cesare;  a lui sono riservati i Tiberi.  Cesare e Tacito sono  due
    fenomeni  successivi,   il  cui  incontro  sembra  misteriosamente
    evitato da colui che nella messa in scena  dei  secoli  regola  le
    entrate e le uscite. Cesare  grande, Tacito pure, e Dio risparmia
    quelle  due  grandezze,  evitando  di  farle  cozzare l'una contro
    l'altra.  Colpendo Cesare,  il giustiziere potrebbe colpire troppo
    ed essere ingiusto,  e Dio non lo vuole. Le grandi guerre d'Africa
    e di Spagna,  la distruzione dei pirati della Cilicia,  la civilt
    introdotta nelle Gallie, nella Bretagna, in Germania, tutta questa
    gloria  copre  il  Rubicone.  C'  una specie di delicatezza della
    giustizia  divina,   che  esita  a   sguinzagliare   sull'illustre
    usurpatore lo storico formidabile,  che risparmia Tacito e Cesare,
    e accorda al genio le circostanze attenuanti.
    Certo, il dispotismo rimane dispotismo,  anche sotto il despota di
    genio.  Anche sotto i tiranni illustri c' corruzione; ma la peste
    morale  pi schifosa ancora sotto i tiranni infami. In quei regni
    non c' nulla che veli la turpitudine,  e  Tacito  come  Giovenale
    schiaffeggiano pi utilmente, in presenza del genere umano, quella
    ignominia senza scusa.
    Roma  d  pi cattivo odore sotto Vitellio che sotto Silla.  Sotto
    Claudio e sotto Domiziano c'  una  differenza  di  bassezza,  che
    corrisponde alla bruttezza del tiranno. L'abiettezza degli schiavi
      un  prodotto  diretto  del  despota;  un miasma esala da quelle
    coscienze stagnanti in  cui  si  riflette  il  padrone;  i  poteri
    pubblici diventano immondi, i cuori piccini, le coscienze servili,
    le  anime  schifosi insetti:  cos sotto Caracalla,   cos sotto
    Commodo,  cos sotto Eliogabalo; mentre, sotto Cesare, dal senato
    romano non esce che l'odor di timo, proprio dei nidi d'aquila.
    Quindi  l'avvento,   in  apparenza  tardivo,   dei  Taciti  e  dei
    Giovenali;  quando   l'ora dell'evidenza,  allora appare chi deve
    dimostrarla.
    Ma Giovenale e Tacito,  come Isaia nei tempi biblici,  come  Dante
    nel medio Evo,   l'uomo; la sommossa e l'insurrezione invece sono
    la moltitudine, la quale talora ha torto, talaltra ha ragione.
    Nella  generalit  dei  casi,   la  sommossa  nasce  da  un  fatto
    materiale: l'insurrezione  sempre un fenomeno morale.  Masaniello
     la sommossa,  Spartaco l'insurrezione.  Questa  confina  con  la
    mente,  quella con lo stomaco.  Messer Stomaco s'irrita,  e, senza
    dubbio, non ha sempre torto. Nelle questioni di fame,  la sommossa
    ha  un  punto di partenza vero,  patetico e giusto;  eppure rimane
    sommossa. Perch?  Perch avendo ragione in fondo,  ha avuto torto
    nella forma;  perch feroce,  quantunque avesse per s il diritto,
    violenta  quantunque  forte,  ha  colpito  a  caso,  ha  camminato
    schiacciando,  come  l'elefante  cieco;  si    barricata dietro i
    cadaveri di vecchi,  di donne,  di fanciulli;  ha  versato,  senza
    sapere  perch,  il  sangue  degli  inoffensivi e degli innocenti.
    Nutrire il popolo  un ottimo scopo,  ma massacrarlo  un  cattivo
    mezzo.
    Tutte  le  proteste  armate,  anche le pi legittime,  anche il 10
    agosto,  anche il 14 luglio,  cominciano con lo stesso turbamento.
    Prima che il diritto si faccia strada,  c' tumulto e schiuma.  Al
    principio l'insurrezione  sommossa,  come il fiume  torrente;  e
    d'ordinario sfocia nell'oceano che si chiama rivoluzione. Talvolta
    per,  venuta  da  quelle  alte  montagne che dominano l'orizzonte
    morale, come la giustizia,  la saggezza,  la ragione e il diritto,
    formata dalla pi pura neve dell'ideale,  dopo una lunga caduta di
    roccia  in  roccia,   dopo  aver  riflesso  il  cielo  nella   sua
    trasparenza  ed  essersi  ingrossata  di  cento  affluenti nel suo
    maestoso corso trionfale,  l'insurrezione si perde a un tratto  in
    qualche scoscendimento borghese, come il Reno in una palude.
    Tutto  ci    il  passato;  l'avvenire    diverso.  Il suffragio
    universale ha questo di ammirevole, che discioglie la sommossa nel
    suo principio, e dando il voto all'insurrezione, le toglie l'arma.
    Lo svanire delle guerre,  di quella delle vie come di quella delle
    frontiere: ecco l'inevitabile progresso.  Checch ne sia oggi,  il
    domani  la pace.
    Del resto,  che cosa sia insurrezione,  che cosa sia sommossa,  in
    che  cosa  la  prima  differisca  dalla  seconda,  per il borghese
    propriamente detto non  ha  grande  interesse.  Per  lui  tutto  
    sedizione,  ribellione pura e semplice, rivolta del cane contro il
    padrone,  tentativo di mordere che bisogna punire con la catena  e
    con la cuccia,  abbaiamenti e latrati;  fino a che dalla testa del
    cane   improvvisamente   ingrossata,   si   delinea   confusamente
    nell'ombra la faccia del leone.
    Allora il borghese grida: - Viva il popolo!
    Data  questa  spiegazione,  cos'  per  la storia il movimento del
    giugno 1832? Una sommossa? Un'insurrezione?
    E' un'insurrezione.
    In questa descrizione  di  un  avvenimento  formidabile  ci  potr
    accadere talvolta di dire sommossa,  ma soltanto per qualificare i
    fatti  superficiali,  mantenendo  sempre  la  distinzione  tra  la
    superficie-sommossa e il fondo-insurrezione.
    Il  moto del 1832 ha avuto tanta grandezza nella rapida esplosione
    e nella lugubre repressione,  che anche quelli che lo  considerano
    soltanto come una sommossa non ne parlano senza rispetto. Per essi
      come un resto del 1830.  Le fantasie eccitate non si calmano in
    un  giorno;   una  rivoluzione  non   si   taglia   a   picco,   e
    necessariamente  causa  alcune ondulazioni prima di ritornare allo
    stato di calma, come una montagna nel discendere verso la pianura.
    Non ci sono Alpi senza Giura, n Pirenei senza Asturie.
    La patetica crisi della storia contemporanea,  che la memoria  dei
    parigini  chiama  l'epoca  delle  sommosse,   senza dubbio un'ora
    caratteristica tra le ore tempestose di questo secolo.
    Un'ultima parola prima di cominciare il racconto.
    I  fatti  che  andremo  narrando  appartengono  a  quella   realt
    drammatica  e  vivente,  che  lo  storico  talvolta  trascura  per
    mancanza di tempo e di spazio.  Eppure in essa,  ripetiamo,    la
    vita, il palpito, il fremito umano. I minuti particolari, crediamo
    di averlo gi detto,  sono,  per cos dire, il fogliame dei grandi
    avvenimenti e si perdono nelle lontananze  della  storia.  L'epoca
    chiamata  delle  sommosse abbonda di particolari di questo genere.
    Le istruttorie giudiziarie,  per motivi diversi  da  quelli  della
    storia,  non hanno rivelato tutto, n forse tutto investigato. Noi
    dunque  metteremo  in  luce,   tra  le  circostanze  gi  note   e
    pubblicate,  alcune cose che non si sono sapute,  alcuni fatti sui
    quali pass l'oblio degli uni e la morte degli altri.  La  maggior
    parte degli attori di quelle gigantesche scene sono scomparsi; fin
    dall'indomani tacevano; ma ci che racconteremo noi, possiamo dire
    d'averlo vissuto.  Muteremo alcuni nomi,  perch la storia narra e
    non denuncia,  ma descriveremo cose vere.  Dati i limiti del libro
    che  scriviamo,  mostreremo  un  solo  lato,  un solo episodio,  e
    sicuramente il meno noto, delle giornate del 5 e 6 giugno 1832; ma
    faremo in modo che il lettore,  sotto il cupo velo che stiamo  per
    sollevare,  possa  intravvedere  il vero aspetto di quel terribile
    avvenimento pubblico.

    3. UN SEPPELLIMENTO: OCCASIONE DI RINASCERE.
    Nella primavera del 1832,  bench da tre  mesi  il  colera  avesse
    agghiacciato  gli animi e disteso sulle loro agitazioni non so che
    tetra calma,  Parigi era gi da tempo pronta per  una  agitazione.
    Come  abbiamo  gi  detto,  la grande citt somiglia a un cannone;
    quando  carico,  basta una scintilla perch il colpo  parta.  Nel
    giugno 1832, la scintilla fu la morte del generale Lamarque.
    Lamarque era un uomo di fama e d'azione. Sotto l'Impero e sotto la
    Restaurazione, aveva successivamente avuto i due coraggi necessari
    alle  due  epoche,  quello  dei  campi di battaglia e quello della
    tribuna; era eloquente com'era stato valoroso,  e nella sua parola
    si  sentiva  una  spada.  Come  Foy,  suo predecessore,  dopo aver
    mantenuto alto il comando,  manteneva alta la libert.  Sedeva tra
    la  sinistra  e  l'estrema  sinistra,   amato  dal  popolo  perch
    accettava i rischi dell'avvenire,  amato dalla folla perch  aveva
    servito  bene  l'Imperatore.  Insieme ai conti Grard e Drouet era
    stato uno dei marescialli "in petto" di Napoleone.  I trattati del
    1815 lo indignavano come un'offesa personale; odiava Wellington di
    un  odio  preciso  che piaceva alla moltitudine;  e da diciassette
    anni,   appena  attento  agli   avvenimenti   intermedi,   serbava
    maestosamente il lutto di Waterloo.  Nella sua agonia,  all'ultima
    ora,  strinse sul petto una spada che gli  avevano  decretata  gli
    ufficiali dei Cento Giorni.  Napoleone mor pronunciando la parola
    "armata", Lamarque quella di "Patria".
    La sua morte,  prevista,  era temuta dal popolo come una perdita e
    dal  governo come un'occasione.  Quella morte fu un lutto,  e come
    tutto quanto  amaro,  il  lutto  pu  mutarsi  in  rivolta.  Come
    accadde.
    La  vigilia  e  la  mattina  del  5 giugno,  giorno fissato per le
    esequie di Lamarque,  il sobborgo Sant'Antonio,  che il  convoglio
    funebre  doveva  toccare,  prese  un  aspetto  minaccioso.  Quella
    tumultuosa rete di vie si riemp di rumori. Tutti si armavano come
    meglio potevano.  Alcuni falegnami  portavano  un  battente  della
    bottega  "per  sfondare  le  porte";  uno di essi s'era formato un
    pugnale con un  ferro  da  ciabattino,  spezzandone  il  gancio  e
    appuntendo il resto;  un altro, nell'impazienza "dell'attacco", da
    tre notti si coricava  senza  spogliarsi.  Un  falegname  di  nome
    Lombier  incontrava un compagno che gli chiedeva: - Dove vai?  Eh!
    non ho armi - E poi? - Vado in bottega a prendere il compasso. Per
    che farne? - Non so - diceva Lombier.
    Un tale Jacqueline,  commesso spedizioniere,  avvicinava qualunque
    operaio  si  trovava  a passare: - Vieni qua,  tu!  - Pagava dieci
    soldi di vino,  e poi chiedeva: -  Hai  da  lavorare,  tu?  -  No.
    Ebbene, va da Filspierre, e ci troverai lavoro.
    Da  Filspierre  si  trovavano  armi  e cartucce.  Alcuni noti capi
    "facevano la posta",  vale a dire correvano dall'uno e  dall'altro
    per adunare gente.  Da Barthlmy, vicino alla barriera del Trono,
    da Capel,  al Petit-Chapeau,  i bevitori s'avvicinavano  con  aria
    grave,  e  si  udivano  chiedersi  l'un  l'altro:  -  "Dove hai la
    pistola? - Sotto il camiciotto.  E tu?  - Sotto la camicia".  - In
    via  Traversire,  dinanzi  al  laboratorio Roland,  e nella corte
    della Maison-Brule,  dinanzi all'officina del macchinista Bernier
    c'erano  dei  gruppi  che  sussurravano.  Vi si notava come il pi
    ardente,  un certo Mavot,  operaio che non faceva  mai  pi  d'una
    settimana  in  uno  stabilimento,  licenziato  dai padroni "perch
    bisognava ogni  giorno  questionare  con  lui".  Mavot  fu  ucciso
    l'indomani,  nella  barricata  di  via Mnilmontant.  Pretot,  che
    doveva morire  egli  pure  nella  lotta,  lo  assecondava  e  alla
    domanda:  -  Qual  il tuo scopo?  - rispondeva "L'insurrezione".-
    Alcuni operai riuniti sull'angolo della via Bercy  aspettavano  un
    certo Lemarin, agente rivoluzionario nel sobborgo San Marcello. Le
    parole d'ordine venivano scambiate quasi pubblicamente.
    Il  5  giugno  dunque,  con  una  giornata  d'acqua e di sole,  il
    convoglio funebre del generale Lamarque attravers Parigi  con  la
    pompa  militare  ufficiale,  un po' accresciuta dalle precauzioni.
    Due  battaglioni  coi  tamburi  velati  e  i  fucili   rovesciati,
    diecimila  guardie  nazionali  con  le  sciabole  al fianco,  e le
    batterie dell'artiglieria della guardia  nazionale  scortavano  il
    feretro.   Alcuni  giovani  tiravano  il  carro  funebre,  seguito
    immediatamente  dagli  ufficiali  degli  invalidi,  che  portavano
    corone d'alloro. Poi veniva una moltitudine innumerevole, agitata,
    strana;  i soci degli Amici del popolo,  la facolt di diritto, la
    facolt di  medicina,  profughi  di  tutte  le  nazioni,  bandiere
    spagnole,   italiane,   tedesche,   polacche,  bandiere  tricolori
    orizzontali, tutti i vessilli possibili, ragazzi che agitavano dei
    rami verdi,  scalpellini e carpentieri che proprio allora erano in
    sciopero,  operai  tipografi  riconoscibili dai berretti di carta,
    che camminavano a due a due,  a tre a  tre,  gridando  e  agitando
    quasi  tutti il bastone e taluni anche una sciabola,  senz'ordine,
    eppure con un'anima sola, ora una turba,  ora una colonna.  Alcuni
    drappelli  si  sceglievano  i  capi;  un  uomo armato d'un paio di
    pistole, perfettamente visibili,  pareva passasse in rivista altri
    che aprivano le file davanti a lui. Sui marciapiedi dei boulevard,
    tra  i  rami degli alberi,  ai balconi,  alle finestre,  sui tetti
    formicolavano teste di uomini,  di donne,  di fanciulli,  con  gli
    occhi  pieni  d'ansiet.  Una  folla  armata  passava,  una  folla
    sbigottita guardava.
    Dal canto  suo  il  governo  osservava:  osservava,  con  la  mano
    sull'elsa  della  spada.  In Piazza Luigi Quindicesimo si potevano
    vedere  quattro  squadroni   di   carabinieri   a   cavallo,   coi
    trombettieri in testa, con le giberne piene, i fucili e le pistole
    cariche;  nel  quartiere  latino e nel giardino zoologico stava la
    guardia municipale, scaglionata lungo le vie;  al Mercato dei vini
    uno  squadrone  di  dragoni;  alla  Grve  una met del Dodicesimo
    leggero,  l'altra  met  alla  Bastiglia,   il  Sesto  dragoni  ai
    Celestini,  e il cortile del Louvre pieno di artiglierie. Le altre
    truppe erano consegnate nelle caserme,  senza contare i reggimenti
    dei dintorni di Parigi.  Il governo,  preoccupato,  teneva sospeso
    sulla moltitudine minacciosa ventiquattromila soldati nella  citt
    e trentamila nei dintorni.
    Diverse  voci  circolavano  nel  corteo.   Si  parlava  d'intrighi
    legittimisti; si parlava del duca di Reichstad,  che Dio destinava
    alla  morte  nel  momento  stesso  che  la  folla lo designava per
    l'Impero.  Un personaggio rimasto ignoto  annunciava  che  all'ora
    stabilita due capi officina,  gi guadagnati alla causa, avrebbero
    aperto al popolo le porte d'una fabbrica  d'armi.  Dominava  sulle
    fronti  scoperte  della  maggior parte degli astanti un entusiasmo
    misto ad abbattimento.  In mezzo a quella moltitudine in  preda  a
    tante  emozioni  violente  ma  nobili,  si vedevano qua e l delle
    facce  da  malfattori,   delle  bocche  ignobili   che   dicevano:
    saccheggiamo! Certi movimenti agitano il fondo dei pantani e fanno
    salire  nell'acqua  nugoli di fanghiglia.  Fenomeno a cui non sono
    estranee le polizie "ben fatte".
    Il corteo procedette con febbrile lentezza,  dalla casa del morto,
    per i boulevard,  fino alla Bastiglia.  Ogni tanto pioveva,  ma la
    pioggia non faceva impressione a quella folla.  Parecchi incidenti
    contrassegnarono  il  percorso  del  corteo.  Il  giro del feretro
    intorno alla colonna Vendme,  delle pietre  scagliate  contro  il
    duca  di  Fitz-James  affacciatosi  a  un  balcone col cappello in
    testa,  il simbolico gallo strappato da una  bandiera  popolare  e
    trascinato nel fango, una guardia di polizia ferita da un colpo di
    spada a Porta San Martino, un ufficiale del Dodicesimo Leggero che
    diceva ad alta voce: "Io sono repubblicano", il sopraggiungere del
    Politecnico  dopo  aver forzato la consegna,  le grida di "viva il
    Politecnico!  viva la Repubblica!".  Alla Bastiglia lunghe file di
    temibili  curiosi provenienti dal sobborgo Sant'Antonio si unirono
    al corteo,  e un certo terribile ribollimento cominci ad  agitare
    la folla.
    Si  ud  un  uomo  che  diceva a un altro: - Vedi quello l con la
    barbetta rossa?  E' lui che dir quando si dovr tirare.  - Sembra
    che  la  stessa  barbetta  rossa  si  sia trovata pi tardi con la
    stessa funzione in un'altra sommossa: la faccenda Qunisset.
    Il carro oltrepass la Bastiglia,  segu il canale,  attravers il
    ponticello  e giunse sulla spianata del ponte di Austerlitz,  dove
    si ferm.  In quel momento  la  folla,  vista  a  volo  d'uccello,
    avrebbe  dato  l'immagine  d'una  cometa,  la  cui testa era sulla
    spianata e la coda si sviluppava sulla riva Bourdon,  coprendo  la
    Bastiglia  e  prolungandosi  sul  boulevard  fino  alla  Porta San
    Martino.  Intorno al carro si form un  circolo;  l'immensa  turba
    tacque e Lafayette prese la parola per dare l'addio a Lamarque. Fu
    un  istante  commovente  e augusto;  tutte le teste si scoprirono,
    tutti i cuori batterono.  D'improvviso apparve in mezzo al  gruppo
    un uomo vestito di nero,  a cavallo, con una bandiera rossa, altri
    dicono con una picca sormontata da un  berretto  rosso.  Lafayette
    volse il capo altrove, Exelmans abbandon il corteo.
    Quella  bandiera rossa sollev una tempesta e vi scomparve dentro.
    Dal boulevard Bourdon fino al ponte  di  Austerlitz  uno  di  quei
    clamori  che  somigliano  a  un'ondata  agit  la moltitudine.  Si
    levarono due gridi prodigiosi: - Lamarque al  Pantheon!  Lafayette
    al palazzo municipale! - Alcuni giovani, tra le acclamazioni della
    folla,  si  misero  a trascinare Lamarque nel carro funebre per il
    ponte di Austerlitz,  e Lafayette  su  una  vettura  per  la  riva
    Morland.
    Nella  folla  che  circondava  e  acclamava Lafayette si notava un
    tedesco,  di nome Ludwig Snyder,  morto poi centenario,  che aveva
    fatto  egli pure la guerra del 1776,  e aveva combattuto a Trenton
    con Washington e a Brandywine con Lafayette.
    Frattanto, sulla riva sinistra la cavalleria municipale si muoveva
    e andava a sbarrare il ponte, mentre sulla destra i dragoni usciti
    dai Celestini si spiegavano lungo la riva  Morland.  La  parte  di
    popolo  che  trascinava Lafayette li scorse d'improvviso al gomito
    della riva,  e grid: - I dragoni - mentre  questi  avanzavano  al
    passo,  in silenzio,  con le pistole nelle fonde,  la sciabola nel
    fodero,   il  moschetto  all'arcione,   in  un  contegno  di  cupa
    aspettazione.
    A  duecento  passi  dal  ponticello sostarono.  La carrozza in cui
    stava Lafayette continu ad avanzare fino a essi,  che aprirono le
    file,  lasciandola  passare,  poi le rinchiusero.  In quel momento
    dragoni e popolo si toccavano; le donne fuggivano atterrite.
    Che accadde in quel minuto fatale?  nessuno potrebbe dirlo.  E' il
    momento  tenebroso in cui due nubi si confondono.  Gli uni narrano
    che  si  sent  una  tromba  suonare   la   carica   dalla   parte
    dell'Arsenale,  altri  che  un  ragazzo  diede  una pugnalata a un
    dragone.  Fatto sta che tre colpi d'arma da fuoco partirono  a  un
    tratto:  il  primo  uccise  il  capo squadrone Cholet,  il secondo
    uccise una vecchia  sorda  che  chiudeva  la  finestra  nella  via
    Contrescarpe,  e  il terzo bruci la spallina a un ufficiale.  Una
    donna grid: "Si comincia troppo presto".  E a un tratto  si  vide
    dal  lato opposto alla riva Morland un altro squadrone di dragoni,
    che era rimasto in caserma,  sboccare al galoppo e con le sciabole
    sguainate,   dalla  via  Bassompierre  e  dal  boulevard  Bourdon,
    spazzando tutto davanti a s.
    E' fatto;  la tempesta si scatena,  le pietre piovono,  scoppia la
    fucileria,  molti  si  precipitano  gi  dall'argine  e passano il
    piccolo braccio della Senna,  oggi colmato;  i cantieri dell'isola
    Louviers,  quella vasta cittadella gi bell'e pronta, sono irti di
    combattenti; si strappano i pioli, si sparano colpi di pistola, si
    abbozza una prima barricata, i giovani, respinti, attraversano col
    carro funebre il ponte di Austerlitz a passo di corsa  e  caricano
    la guardia municipale,  accorrono i carabinieri,  i dragoni menano
    gi colpi di sciabola, la folla si disperde in tutte le direzioni,
    un rombo di guerra vola ai quattro angoli  di  Parigi,  si  grida:
    "alle armi!",  corrono,  si urtano, fuggono, resistono. La collera
    propaga la sommossa, come il vento propaga il fuoco.

    4. I RIBOLLIMENTI D'UNA VOLTA.
    Non c' cosa pi straordinaria del primo agitarsi di una sommossa.
    Tutto scoppia,  dappertutto,  nello stesso momento.  Era previsto?
    s.  Era preparato?  no.  Donde sorge?  dal lastrico.  Donde cade?
    dalle nuvole.  Qua l'insurrezione ha il carattere di un complotto,
    l di un'improvvisazione. Il primo che capita s'impadronisce d'una
    corrente della moltitudine e la guida dove vuole.  Principio pieno
    di spavento a  cui  si  mescola  una  certa  formidabile  gaiezza.
    Dapprima non sono che clamori;  i magazzini si chiudono; le mostre
    dei mercanti spariscono; poi sono degli spari isolati; persone che
    fuggono;  calci di fucili che battono alle porte;  e si sentono le
    fantesche ridere nei cortili delle case ed esclamare: "Ci sar del
    chiasso!".
    Non era ancora passato un quarto d'ora,  ed ecco che cosa accadeva
    quasi contemporaneamente in venti punti di Parigi.
    In via Santa Croce della Bretonnerie,  una ventina  di  giovanotti
    con  barba  e capelli lunghi entravano in un'osteria e ne uscivano
    un momento dopo portando una bandiera dai tre  colori  orizzontali
    col crespo nero, e avevano alla testa tre uomini armati, uno d'una
    sciabola, l'altro d'un fucile, il terzo d'una picca.
    In via Nonnains-d'Hyres,  un borghese ben vestito,  panciuto, con
    la voce sonora, la barba nera e un paio di quei baffi irti che non
    si possono abbassare,  offriva  pubblicamente  delle  cartucce  ai
    passanti.
    In  via  Saint-Pierre-Montmartre alcuni uomini con le braccia nude
    portavano in giro una bandiera nera su  cui  si  leggevano  queste
    parole  in  lettere  bianche: "Repubblica o morte".  Nelle vie dei
    Jeuneurs,  del Cadran,  Montorgueil e Mandar apparivano dei gruppi
    con  le  bandiere  sulle  quali si distingueva in lettere d'oro la
    parola "sezione" con un numero. Una di quelle bandiere era rossa e
    azzurra con un impercettibile tramezzo bianco.
    Una fabbrica d'armi sul  boulevard  San  Martino  e  tre  botteghe
    d'armaioli,  la prima in via Beaubourg,  la seconda in via Michele
    Le Compte, la terza in via del Tempio,  venivano saccheggiate.  In
    pochi minuti le mille mani della folla afferravano e portavano via
    duecentotrenta  fucili,  quasi tutti a due canne,  sessantaquattro
    sciabole e ottantr pistole. Per armare pi gente, uno pigliava il
    fucile e un altro la baionetta.
    Dirimpetto alla riva della Grve dei giovani armati  di  moschetto
    si  installavano  in  casa di alcune donne per tirare: uno di essi
    aveva  un  vecchio  archibugio  a  ruota.  Suonavano  alla  porta,
    entravano  e  si mettevano a far cartucce.  Una di quelle donne ha
    raccontato: "Io non sapevo che cosa fossero le cartucce;    stato
    mio marito a dirmelo".
    Un  altro gruppo sfondava la porta d'una bottega d'oggetti vari in
    via Vieilles-Haudriettes e vi prendeva  degli  "yatagan"  e  delle
    armi turche.
    In  via  delle  Perle giaceva il cadavere di un muratore ucciso da
    una fucilata.
    Inoltre,  sulla riva destra,  sulla sinistra,  sui boulevard,  nel
    quartiere  Latino,  nel  quartiere  del  Mercati,  uomini ansanti,
    operai, studenti,  leggevano dei proclami,  gridavano "alle armi",
    rompevano   i  lampioni,   staccavano  i  cavalli  dalle  vetture,
    disselciavano  le  strade,   sfondavano  le  porte   delle   case,
    sradicavano gli alberi, frugavano le cantine, facevano rotolare le
    botti,  ammucchiavano selci,  lastre,  mobili,  assi e costruivano
    barricate.
    Costringevano i borghesi ad aiutarli.  Entravano  nelle  case,  si
    facevano  dare  dalle  donne  la  sciabola  e il fucile dei mariti
    assenti,  e scrivevano col gesso  sulla  porta:  "le  armi  furono
    consegnate".  Alcuni  firmavano  "col  loro  nome" la ricevuta del
    fucile e della sciabola,  dicendo: "andateli a cercare  domani  al
    municipio".  Disarmavano  per le strade le sentinelle isolate e le
    guardie nazionali che si recavano ai  loro  corpi  di  guardia,  e
    strappavano  le  spalline agli ufficiali.  In via del Cimitero San
    Nicola un ufficiale della  guardia  nazionale,  inseguito  da  una
    frotta  di  uomini  armati di bastoni e di fioretti,  si rifugi a
    stento in una casa,  dalla quale pot uscire soltanto la notte,  e
    travestito.
    Nel  quartiere  San  Giacomo  gli studenti uscivano a sciami dalle
    loro case e salivano per via San Giacinto al Caff del  Progresso,
    o  scendevano  per via dei Mathulins al caff dei Sette Bigliardi,
    dove alcuni  giovani  ritti  sui  pilastrini  dinanzi  alle  porte
    distribuivano  le  armi.  Si  saccheggiava  il  cantiere della via
    Transnonain per far barricate.  In  un  solo  punto  gli  abitanti
    opposero resistenza, sull'angolo delle vie Saint-Avoye e Simone Le
    France,  dove  distrussero  essi  stessi la barricata.  In un solo
    punto, in via del Tempio, gli insorti piegarono,  abbandonando una
    barricata   cominciata,   dopo   aver   fatto   fuoco   contro  un
    distaccamento di guardia nazionale,  e  fuggirono  per  via  delle
    Corderie.  Le  guardie  nazionali  trovarono  nella  barricata una
    bandiera rossa,  un pacco di cartucce e trecento palle di pistola;
    lacerarono la bandiera inalberandone i brandelli sulle punte delle
    baionette.
    Tutto  ci che qui raccontiamo in modo lento e successivo accadeva
    contemporaneamente in tutti i punti della citt,  in  mezzo  a  un
    vasto  tumulto,  come  una  quantit  di lampi in un solo rombo di
    tuono.
    In meno  di  un'ora,  nel  solo  quartiere  dei  Mercati,  sorsero
    ventisette  barricate.  Nel centro stava la famosa casa numero 50,
    che fu la fortezza di Jeanne e dei suoi centosei compagni,  e che,
    fiancheggiata   da  una  parte  da  una  barricata  a  San  Merry,
    dall'altra da una barricata in  via  Maubue,  dominava  tre  vie:
    quella degli Arcis, quella di San Martino e la via Aubry-leBoucher
    che  aveva  di fronte.  Due barricate a squadra si ripiegavano una
    dalla via Montorgueil sulla Grande Truanderie,  l'altra dalla  via
    Geoffroy-Langevin  su  quella  di Saint-Avoye.  E senza contare le
    barricate innumerevoli in venti  altri  quartieri  di  Parigi,  al
    Marais,  alla  Montagna Santa Genoveffa;  una in via Mnilmontant,
    dove figurava l'imposta  di  un  portone  strappata  dai  cardini;
    un'altra  vicino  al  ponticello  dell'Ospedale,  a trecento passi
    dalla prefettura di polizia,  formata con una carrozza staccata  e
    rovesciata.
    Nella  barricata  della  via  dei  Mntriers  un uomo ben vestito
    distribuiva denaro agli operai.  A quella  della  via  Grenta  si
    present un uomo a cavallo,  il quale rimise a colui che pareva il
    capo un rotolo che sembrava di denari,  dicendogli: "Ecco  di  che
    pagare  le spese,  il vino,  eccetera".  Un giovane biondo,  senza
    cravatta,  girava da una barricata all'altra portando delle parole
    d'ordine.  Un  altro che impugnava una sciabola sguainata,  con un
    berretto azzurro di poliziotto in testa,  metteva  le  sentinelle.
    Nell'interno delle barricate,  le osterie e i casotti dei portinai
    venivano mutati in corpi di guardia.  Del resto,  la  sommossa  si
    comportava  secondo  la pi sapiente tattica militare,  scegliendo
    magistralmente le vie strette, ineguali, tortuose, piene di angoli
    e di svolte, e in particolare i dintorni dei Mercati,  rete di vie
    pi  intricata  d'una  foresta.  La Societ degli Amici del Popolo
    aveva preso,  si diceva,  la direzione del movimento nel quartiere
    di  Saint-Avoye.  Frugando  un  uomo ucciso in via del Ponceau gli
    trovarono addosso la pianta di Parigi.
    Quello che realmente aveva preso la direzione della  sommossa  era
    una  specie  di  impetuosit  ignota  che dominava nell'atmosfera.
    L'insurrezione,  a un tratto,  con una  mano  aveva  costruito  le
    barricate  e con l'altra si era impadronita di quasi tutti i corpi
    di guardia della guarnigione.  Come una striscia di polvere a  cui
    si  d  fuoco,  in  meno  di  tre ore gli insorti avevano invaso e
    occupato sulla riva  destra  dell'Arsenale,  l'ufficio  municipale
    della   piazza  Reale,   tutto  il  Marais,   la  fabbrica  d'armi
    Popincourt, la Galiote, il Chateau-d'Eau,  e tutte le vie presso i
    Mercati;  sulla  riva  sinistra,  la  caserma dei Veterani,  Santa
    Pelagia,  la piazza Maubert,  la polveriera dei due Mulini e tutte
    le   barriere.   Alle   cinque  pomeridiane  erano  padroni  della
    Bastiglia,  della Lingerie,  dei Blancs-Manteaux;  e i loro  posti
    avanzati  toccavano  la  piazza delle Vittorie,  e minacciavano la
    Banca, la caserma dei Petits-Pres,  e il palazzo della Posta.  Un
    terzo di Parigi era in mano della sommossa.
    La lotta era impegnata su tutti i punti in modo gigantesco;  e dai
    disarmi,  dalle visite  a  domicilio,  dalle  botteghe  d'armaioli
    invase  con  la  forza,  era risultato che la zuffa,  cominciata a
    sassate, continuava a fucilate.
    Verso le sei di sera il passaggio del Saumon divenne un  campo  di
    battaglia.   La   sommossa   era   a  una  estremit,   la  truppa
    all'estremit opposta, e si sparavano da un cancello all'altro. Un
    osservatore,  un sognatore,  l'autore di  questo  libro,  che  era
    andato  a  vedere  il  vulcano  da vicino,  si trov preso tra due
    fuochi,  senz'altro riparo dalle pallottole che  il  rigonfiamento
    delle  mezze  colonne  che  separano le botteghe;  e rimase pi di
    mezz'ora in quella delicata situazione.
    Frattanto si suonava a raccolta, le guardie nazionali si vestivano
    e s'armavano in  fretta,  le  legioni  uscivano  dai  municipi,  i
    reggimenti  dalle  caserme.  Di  fronte al passaggio dell'Ancre un
    tamburino si prese un colpo di  pugnale;  un  altro,  in  via  del
    Cigno,  fu assalito da una trentina di giovani, che gli sfondarono
    il tamburo e gli tolsero la sciabola,  un terzo fu ucciso  in  via
    Grenier San Lazzaro.
    In  via  Michel Le Compte,  tre ufficiali caddero morti l'uno dopo
    l'altro.  Parecchie guardie  municipali  ferite  in  via  Lombardi
    tornarono indietro.
    Un  distaccamento  di  guardie  nazionali trov davanti alla Corte
    Batava una bandiera  rossa  con  questa  iscrizione:  "Rivoluzione
    repubblicana, numero 127".
    Era veramente una rivoluzione?
    L'insurrezione aveva trasformato il centro di Parigi in una specie
    di cittadella inestricabile, tortuosa, colossale.
    Era l il focolaio,  era l evidentemente il nodo della questione;
    tutto il resto,  scaramucce.  Una circostanza dimostrava che tutto
    si  sarebbe  deciso  in  quel  punto,  ed era che ancora non vi si
    battevano.
    Ad accrescere  la  spaventosa  oscurit  della  crisi,  in  alcuni
    reggimenti  i  soldati  erano  dubbiosi;   ricordavano  l'ovazione
    popolare che nel luglio  1830  aveva  accolto  la  neutralit  del
    Cinquantatreesimo  di  linea.  Due uomini intrepidi e sperimentati
    nelle grandi guerre,  il maresciallo  Lobau  e  sotto  di  lui  il
    generale Bugeaud, tenevano il comando. Enormi pattuglie formate da
    battaglioni  di linea facenti parte di compagnie intere di guardie
    nazionali e preceduti da un commissario di polizia con la sciarpa,
    andavano a perlustrare le vie insorte.  Dal canto loro gli insorti
    tenevano  delle  vedette  sugli angoli dei crocicchi,  e spedivano
    audacemente delle pattuglie fuori delle barricate. Dalle due parti
    si osservavano. Il governo, con un esercito tra le mani,  esitava;
    s'avvicinava  la  notte,  e gi si udiva la campana di Saint-Merry
    suonare a stormo.  Il ministro della guerra d'allora,  maresciallo
    Soult, che era stato ad Austerlitz, guardava quello spettacolo con
    aria triste.
    Questi vecchi marinai avvezzi alla manovra corretta, che hanno per
    sola  risorsa  la  tattica,  questa  bussola  delle battaglie,  si
    trovano disorientati davanti a quell'immensa schiuma che si chiama
    la pubblica collera. Il vento delle rivoluzioni non  manovrabile.
    Le guardie nazionali dei sobborghi  accorrevano  frettolose  e  in
    disordine.  Un  battaglione del Dodicesimo leggero veniva al passo
    di corsa da San Dionigi;  il Quattordicesimo di linea arrivava  da
    Courbevoie;  le  batterie  della  Scuola  militare  avevano  preso
    posizione al Carrousel; dei cannoni scendevano da Vincennes.
    Alle  Tuileries  si  formava  la  solitudine.  Luigi  Filippo  era
    perfettamente sereno.

    5. ORIGINALITA' DI PARIGI.
    Da  due anni,  l'abbiamo gi detto,  Parigi aveva visto pi di una
    insurrezione.  Al di fuori dei rioni  insorti,  non  c'  cosa  di
    solito  pi  stranamente  calma dell'aspetto di Parigi durante una
    sommossa.  Parigi si abitua prestissimo a tutto - non    che  una
    sommossa, - e Parigi ha tanto da fare che non si disturba per cos
    poco.  Solo  queste  citt  colossali  possono  offrire  un simile
    spettacolo;  solo questi immensi recinti possono contenere in pari
    tempo  la  guerra  civile  e  una certa bizzarra tranquillit.  Di
    solito,  quando comincia l'insurrezione,  quando sente suonare  il
    tamburo, l'allarme, il bottegaio si limita a dire:
    - Pare ci sia del trambusto in via San Martino.
    Oppure:
    - Nel sobborgo Sant'Antonio.
    E aggiunge con indifferenza:
    - In qualche posto, da quelle parti.
    Pi  tardi,  quando  sente  il  lacerante e lugubre strepito della
    fucileria il bottegaio dice:
    - Dunque la faccenda si riscalda! Toh, si riscalda!
    E un momento dopo,  se la sommossa si fa vicina  e  prende  piede,
    chiude precipitosamente la bottega e indossa in fretta l'uniforme,
    vale a dire che mette al sicuro la mercanzia e arrischia la vita.
    Fanno  a  fucilate  in  un  crocicchio,  in  un  passaggio,  in un
    angiporto;  si prendono,  si perdono e si riprendono le barricate;
    il sangue scorre, la mitraglia crivella lo facciate delle case, le
    palle uccidono le persone nelle loro stanze, i cadaveri ingombrano
    il  lastrico.  E poche vie pi in l,  si sente nei caff il cozzo
    delle palle di bigliardo.
    I curiosi chiacchierano e ridono a  due  passi  dalle  vie  invase
    dalla battaglia;  i teatri aprono le porte e recitano le operette.
    Le vetture circolano,  i cittadini  vanno  a  pranzo  fuori  casa,
    qualche volta nello stesso quartiere in cui combattono.
    Nel  1831 s'interruppero le fucilate per lasciar passare un corteo
    nuziale.
    Nell'insurrezione del 12  maggio  1839,  in  via  San  Martino  un
    vecchietto  malaticcio,   che  trascinava  un  carrettino  a  mano
    sormontato da una bandiera  tricolore,  nel  quale  c'erano  delle
    bottiglie  piene  di  un liquido qualunque,  andava e veniva dalla
    barricata  alla  truppa,   e  da   questa   a   quella,   offrendo
    imparzialmente bibite di cocco ora al governo, ora all'anarchia.
    Non c' niente di pi strano;  ed  questa la caratteristica delle
    sommosse di Parigi,  che non si  riscontra  in  nessuna  capitale.
    Occorrono  per  queste  due cose,  la grandezza di Parigi e la sua
    giocondit; ci vuole la citt di Voltaire e di Napoleone.
    Questa volta per, nella sollevazione del 5 giugno 1832, la grande
    citt avvert che c'era qualcosa forse  pi  forte  di  lei;  ebbe
    paura.    Dappertutto,   nei   quartieri   pi   lontani   e   pi
    "disinteressati", si videro in pieno giorno le porte,  le finestre
    e  le  imposte  chiuse.  I  coraggiosi  si armarono,  i paurosi si
    nascosero;  non ci fu il  passante  indifferente  e  affaccendato;
    molte  vie erano vuote come alle quattro del mattino.  Circolavano
    dei particolari allarmanti,  si diffondevano delle notizie fatali.
    - Che "essi" erano padroni della Banca;  che al chiostro di Saint-
    Merry erano in seicento trincerati e appostati nella  chiesa;  che
    le  truppe  non erano sicure;  che Armand Carrel si era recato dal
    maresciallo Clauzel e il maresciallo aveva detto:  "Abbiate  prima
    un  reggimento";  che Lafayette,  bench malato,  aveva detto: "Io
    sono con voi e vi seguir dovunque ci sar posto per  una  sedia";
    che  bisognava  stare  in  guardia perch c'erano di quelli che la
    notte avrebbero saccheggiato le case isolate nei punti deserti  di
    Parigi (e qui si riconosceva la fantasia della polizia, quell'Anna
    Radcliffe  mescolata  al governo);  che nella via Aubry-le-Boucher
    era  stata  messa  una  batteria;  che  Lobau  e  Bugeaud  stavano
    concertandosi,  e  a  mezzanotte,  o  tutt'al pi allo spuntar del
    giorno,  quattro  colonne  avrebbero  marciato  contemporaneamente
    contro il centro della sommossa, la prima venendo dalla Bastiglia,
    la seconda da Porta San Martino,  la terza dalla Grve,  la quarta
    dai Mercati;  che fors'anche le truppe avrebbero  evacuato  Parigi
    per  ritirarsi  sul  Campo  di  Marte;  che  non  si  sapeva  cosa
    accadrebbe, ma che senz'altro questa volta la faccenda era grave.
    Si preoccupavano delle esitazioni del  maresciallo  Soult.  Perch
    non  attaccava  subito?  E'  certo  che era profondamente assorto;
    pareva che il vecchio leone  fiutasse  in  quell'ombra  un  mostro
    ignoto.
    Venuta  la sera,  i teatri non aprirono;  le pattuglie circolavano
    con  un  contegno  irritato;   si  perquisivano  i  passanti,   si
    arrestavano i sospetti. Alle nove c'erano pi di novecento persone
    arrestate;  la  prefettura di polizia,  la Conciergerie e la Force
    erano  ingombre;   alla   Conciergerie   soprattutto,   il   lungo
    sotterraneo  che  dicono  la  via Parigi era cosparso di mucchi di
    paglia,  su  cui  giacevano  una  quantit  di  prigionieri,   che
    Lagrance,  l'uomo di Lione,  arringava animosamente.  Tutta quella
    paglia,  smossa da tutti quegli uomini,  faceva il  rumore  di  un
    rovescio d'acqua. Altrove i prigionieri erano coricati nei cortili
    all'aria  aperta,  gli  uni  sugli  altri.  Dappertutto  c'era una
    ansiet, un certo tremito poco abituale a Parigi.
    Nelle case si barricavano; le mogli e le madri erano inquiete; non
    si sentiva dir altro: "Ah,  mio Dio!  non   tornato!".  Si  udiva
    appena, di lontano, qualche raro rumore di vettura. Si stava sulle
    soglie delle porte ad ascoltare gli strepiti, le grida, i tumulti,
    i  rumori  sordi  e  indistinti,  quello  che  si  diceva:  "E' la
    cavalleria",  oppure: "Sono cassoni che passano  al  galoppo",  le
    trombe,  i tamburi, la moschetteria e soprattutto quella lamentosa
    campana a stormo di Saint-Merry.  Aspettavano il  primo  colpo  di
    cannone.  Degli  uomini  sbucavano  dalle  cantonate  e  sparivano
    gridando: - Rientrate  in  casa!  -  E  tutti  si  affrettavano  a
    sprangare le porte. Si diceva: - Come andr a finire? - Di momento
    in momento, col cadere della notte, pareva che Parigi si colorasse
    sempre  pi  lugubremente  del  formidabile  fiammeggiamento della
    sommossa.













    Libro 11.
    L'ATOMO FRATERNIZZA CON L'URAGANO.


    1. ALCUNI SCHIARIMENTI SULLE ORIGINI DELLA POESIA DI GAVROCHE.
    Al momento in cui l'insurrezione,  sorgendo dal cozzo del popolo e
    dei soldati davanti all'Arsenale,  determin un movimento indietro
    nella moltitudine che seguiva il carro funebre e  che  pesava  per
    cos  dire  sulla  testa  del  convoglio in tutta la lunghezza dei
    boulevard, ci fu un riflusso spaventevole. La massa si scosse,  si
    ruppero le file,  tutti corsero, si allontanarono, scapparono, gli
    uni coi gridi della battaglia,  gli altri col pallore della  fuga.
    Il  gran  fiume  che riempiva i boulevard in un batter d'occhio si
    divise e strarip a destra e a sinistra  spandendosi  in  torrenti
    per  duecento vie,  con l'impeto di una chiusa sollevata.  In quel
    momento un  ragazzo  cencioso  che  percorreva  via  Mnilmontant,
    tenendo  in  mano  una  fronda  d'avorno  colta  sulle  alture  di
    Belleville, vedendo in mostra fuori dalla bottega d'una rigattiera
    una vecchia pistola, gett la fronda sul selciato e grid:
    - Neh, mamma Cosa, prendo a prestito il vostro coso.
    E fugg con la pistola.
    Due minuti dopo un'onda di borghesi, che spaventati scappavano per
    via Amelot e via Basse,  incontrarono quel ragazzo che brandiva la
    pistola e cantava:
    "Di notte non ci si vede
    di giorno si vede bene;
    per uno scritto apocrifo
    il borghese si sbalordisce.
    Praticate la virt,
    Tutu cappello a punta".
    Era il piccolo Gavroche che andava alla guerra.
    Sul boulevard si accorse che la pistola era senza cane. Di chi era
    la strofetta che gli serviva a ritmare il passo,  e tutte le altre
    canzoni che, all'occasione,  cantava volentieri?  non lo sappiamo.
    Chi  sa?  forse  erano sue.  Gavroche del resto era al corrente di
    tutti i ritornelli popolari in voga, ai quali frammischiava il suo
    cinguettio. Spirito folletto e monello parigino, mescolava le voci
    della natura a quelle di Parigi,  combinava  il  repertorio  degli
    uccelli  con  quello  degli  studi  di  pittori.  Conosceva alcuni
    tipografi, trib contigua alla sua;  a quanto sembra era stato tre
    mesi   apprendista   tipografo,   e  un  giorno  aveva  fatto  una
    commissione  per  il  signor  Baour-Lormian,   uno  dei  quaranta.
    Gavroche era un monello letterato.
    Egli  del  resto non sospettava nemmeno che in quella brutta notte
    piovosa,  quando aveva offerto a due ragazzetti  l'ospitalit  del
    suo elefante, aveva assunto l'ufficio di Provvidenza proprio per i
    suoi fratelli.  I fratelli la sera, il padre la mattina, ecco qual
    era stata la sua notte.  Lasciando all'alba la via  Balletts,  era
    tornato in fretta all'elefante,  ne aveva tratto fuori abilmente i
    due bimbi,  aveva diviso con loro quella qualunque  colazione  che
    aveva  improvvisato,  poi  se  n'era andato,  affidandoli a quella
    buona madre, la strada, che aveva quasi allevato anche lui.  Prima
    di lasciarli aveva dato loro appuntamento per la sera nello stesso
    luogo,  e  aveva rivolto come addio questo discorso: "Io rompo una
    canna, altrimenti detto me la svigno, o,  come si dice alla corte,
    me la filo.  Marmocchi,  se non trovate pap e mamma,  tornate qui
    stasera; vi dar da cena e vi metter a dormire". I due fanciulli,
    raccolti forse  da  qualche  guardia  di  polizia  e  condotti  al
    deposito,  oppure  rubati da qualche saltimbanco,  o semplicemente
    smarriti  nell'immenso  rompicapo  cinese  parigino,   non   erano
    tornati.  I  bassifondi  dell'attuale societ sono pieni di queste
    tracce perdute. Gavroche non li aveva rivisti pi.  Dieci o dodici
    settimane erano scorse da quella notte, e pi di una volta gli era
    accaduto  di grattarsi la testa e dire: - Dove diavolo sono i miei
    due ragazzi?
    Intanto era arrivato,  con la pistola in mano,  in  via  Pont-aux-
    Choux, nella quale not che c'era una sola bottega aperta, e, cosa
    degna di attenzione,  una bottega di pasticciere. Era un'occasione
    provvidenziale per mangiare un'ultima torta  di  frutta  prima  di
    entrare nell'ignoto.  Si ferm,  si tast i fianchi,  si frug nei
    taschini,  rovesci le saccocce,  non ci trov nulla,  nemmeno  un
    soldo, e si mise a gridare: - Aiuto!
    E' dura cosa dover rinunciare all'ultimo dolce.  Non tralasci per
    questo di seguire la sua strada.
    Due minuti dopo era in via San Luigi.  Attraversando  la  via  del
    Parco Reale, sent il bisogno di vendicarsi della torta di frutta,
    e  si  procur  l'immenso  piacere di lacerare in pieno giorno gli
    avvisi teatrali.
    Un po' pi avanti,  vedendo  passare  un  gruppo  di  persone  ben
    nutrite,  che  gli  parvero  proprietari,  alz  le spalle e sput
    davanti, a caso, questo scarabocchio di bile filosofica:
    - Questi possidenti, come stanno bene!  Si gonfiano!  Guazzano nei
    buoni pranzi!  Domandate che ne fanno del denaro. Non lo sanno. Lo
    mangiano, ecco! Se lo mettono tutto nella pancia.

    2. GAVROCHE IN CAMMINO.
    Maneggiare e agitare per via una pistola senza  cane    una  tale
    pubblica  funzione  che Gavroche sent crescersi l'allegria a ogni
    passo.  Tra un frammento e l'altro della  Marsigliese  che  andava
    cantando, gridava:
    - Tutto va bene.  Soffro molto alla zampa sinistra,  mi sono rotto
    il reumatismo,  ma sono contento,  cittadini.  Stiano in guardia i
    borghesi!  Io starnuter loro delle strofette sovversive. Che cosa
    sono gli spioni?  Sono cani.  Tanto pi che vorrei averne uno alla
    mia pistola.  Vengo dal boulevard, amici; la faccenda si riscalda,
    comincia a bollire,  cuoce:    tempo  di  schiumare  la  pentola.
    Uomini,  avanti!  Un sangue impuro inondi i solchi!  Io d la vita
    per la patria;  non vedr pi la  mia  concubina;  ...finito,  s,
    finito!  Ma non importa,  viva la gioia!  Battiamoci, perdio! Sono
    stanco del dispotismo.
    In quel momento,  essendo caduto a terra il cavallo di un lanciere
    della  guardia  nazionale,  Gavroche pos la pistola sul lastrico,
    rialz l'uomo e lo aiut a  rialzare  il  cavallo,  dopo  di  che,
    raccolta la pistola, riprese il suo cammino.
    In via Thorigny c'era pace e silenzio.  Quell'apatia,  propria del
    Marais,  faceva contrasto col gran tumulto  tutt'intorno.  Quattro
    donnette  chiacchieravano  sotto  una  porta.  Se  la  Scozia ha i
    terzetti di streghe, Parigi ha i quartetti di comari;  e il "sarai
    re"  sarebbe  altrettanto  lugubremente  lanciato  a Bonaparte nel
    crocevia Baudoyer quanto a Macbeth nella landa  d'Armuyr;  sarebbe
    press'a poco lo stesso gracidare.
    Le  comari  di  via  Thorigny  si  occupavano  soltanto delle loro
    faccende; erano tre portinaie e una cenciaiuola con la sua gerla.
    Sembravano ritte tutt'e quattro ai quattro angoli della vecchiaia,
    che sono la caducit, la decrepitezza, la rovina e la tristezza.
    La cenciaiuola era  umile.  In  quel  mondo  all'aria  aperta,  la
    cenciaiuola saluta, la portinaia protegge. Ci dipende dal mucchio
    del  pilastrino,  che riesce come vogliono le portinaie,  grasso o
    magro, secondo la fantasia di chi fa il mucchio. Anche nella scopa
    ci pu essere della bont.
    Quella cenciaiuola era una gerla riconoscente,  e  sorrideva;  che
    sorriso! alle tre portinaie. Dicevano cose di questo genere:
    - Come, il vostro gatto  sempre cattivo?
    -  Mio  Dio,  sapete  bene  che i gatti sono i nemici naturali dei
    cani. Sono i cani che si lamentano.
    - E anche le persone.
    - Eppure le pulci del gatto non corrono dietro alle persone.
    - Non  per il fastidio, ma i cani sono pericolosi. Mi ricordo che
    un anno c'erano tanti cani,  che furono obbligati a scriverlo  sui
    giornali.  Fu  al  tempo  che  c'erano  alle Tuileries quei grossi
    montoni che tiravano la carrozza del re di Roma.  Vi ricordate del
    re di Roma?
    - A me piaceva molto il duca di Bordeaux.
    -  Io  ho  conosciuto  Luigi  Diciassetesimo.  Mi  piace pi Luigi
    Diciassetesimo.
    - E' la carne che  cara, signora Patagon!
    - Ah!  non me ne parlate!  La beccheria   un  orrore,  un  orrore
    orribile: non danno che giunte.
    Qui intervenne la cenciaiuola.
    -  Il  commercio  va  male,  signora.  I mucchi di spazzature sono
    detestabili. Non si butta via pi niente; mangiano tutto.
    - Ce ne sono di pi povere di voi, cara Vargouleme
    - Oh!  questo  vero - rispose la cenciaiuola con deferenza;  - io
    ho una posizione.
    Ci  fu  una pausa;  poi la cenciaiuola,  cedendo al bisogno di far
    spicco, insito nella natura umana, aggiunse:
    - La mattina, ritornando a casa, vuoto la gerla, faccio la scelta,
    e formo nella stanza vari mucchi.  Metto i cenci in un paniere,  i
    torsi in un mastello,  gli stracci di seta nell'armadio, quelli di
    lana nel cassettone,  quelli di carta nell'angolo della  finestra,
    le cose buone da mangiare nella mia scodella, i pezzi di vetro nel
    focolare, le ciabatte dietro l'uscio e gli ossi sotto il letto.
    Gavroche fermatosi dietro di loro, ascoltava.
    - Vecchie - disse - come vi viene in mente di parlare di politica?
    Fu assalito dalla scarica d'un quadruplice urlo:
    - Ecco qua un altro scellerato!
    - Cos'ha in mano? Una pistola!
    - Guardate un po questo mascalzone di monello!
    - Non sono contenti se non rovesciano il governo.
    Gavroche,   per   sola   rappresaglia,   si   limit  a  sollevare
    sdegnosamente l'estremit del naso col pollice,  aprendo tutta  la
    mano.
    La cenciaiuola grid:
    - Brutto mascalzone!
    Quella  che  rispondeva  al  nome di signora Patagon batt le mani
    l'una contro l'altra scandalizzata:
    - E' certo  che  ci  sar  qualche  disgrazia.  Il  fattorino  qui
    accanto,  quello con la barbetta,  lo vedevo passare ogni mattina,
    dando il braccio a una ragazza con la cuffietta  rosa;  oggi  l'ho
    visto passare che dava il braccio a un fucile.  La signora Bacheux
    dice che la settimana passata c' stata una rivoluzione a...  a...
    a...   dov'  perbacco!...   a  Pontoise.   E  poi,   guardate  l
    quell'orribile sporcaccione  con  la  sua  pistola!  Pare  che  ai
    Celestini  sia  tutto pieno di cannoni.  Come volete che faccia il
    governo con questi cattivi arnesi che non sanno pi cosa inventare
    per disturbare il prossimo,  quando appena si cominciava a  essere
    un  po'  tranquilli  dopo  tutte  le  disgrazie che ci sono state,
    signoriddio,  con quella povera regina che ho  visto  passare  sul
    carro  dei  condannati!  E  tutto  questo far ancora rincarare il
    tabacco.   E'  un'infamia!   E'  certo   che   verr   a   vederti
    ghigliottinare, malfattore!
    -  Soffiati il promontorio,  vecchia mia - disse Gavroche-non vedi
    che ti gocciola?
    E pass oltre.
    Quando fu in via Piave,  gli torn  in  mente  la  cenciaiuola,  e
    allora fece questo soliloquio:
    - Hai torto d'insultare i rivoluzionari, mamma Angolo-della-porta.
    Questa  pistola  fa il tuo interesse,  perch tu possa raccogliere
    nella gerla pi cose buone da mangiare.
    A un tratto sent che dietro di lui si vociava;  era la  portinaia
    Patagon che l'aveva seguito e che gli mostrava il pugno da lontano
    gridando:
    - Sei un bastardo!
    - Di questo poi - disse Gavroche - me ne infischio altamente.
    Poco  dopo,  passando davanti al palazzo Lamoignon,  lanci questo
    appello:
    - Avanti alla battaglia!
    Ma preso da un accesso di malinconia,  guard la pistola con  aria
    di rimprovero che pareva tentasse di commuoverla, dicendole:
    - Io parto, ma tu non fai partire nulla.
    Un  cane  pu distrarre da un altro.  Gavroche s'impietos vedendo
    passare un barbone molto magro.
    - Hai forse ingoiato una botte, mio povero tot?  - gli disse.  Ti
    si vedono tutti i cerchi.
    Poi si diresse verso l'Orme Saint-Gervais.

    3. GIUSTA INDIGNAZIONE D'UN PARRUCCHIERE.
    Il  degno  parrucchiere  che  aveva  scacciato  via i due piccini,
    ricoverati da Gavroche nel paterno intestino dell'elefante, era in
    quel momento nella  sua  bottega  occupato  a  radere  un  vecchio
    soldato   legionario   che   aveva  servito  sotto  l'Impero.   Si
    chiacchierava.  Naturalmente  il  parrucchiere  aveva  parlato  al
    veterano della sommossa,  poi del generale Lamarque, e da Lamarque
    il discorso era caduto sull'Imperatore. Donde una conversazione da
    barbiere a  soldato,  che  Prudhomme,  se  fosse  stato  presente,
    avrebbe  arricchito di arabeschi e intitolato: "Dialogo del rasoio
    e della sciabola".
    - Signore - diceva  il  parrucchiere  -  come  montava  a  cavallo
    l'Imperatore?
    - Male; non sapeva cadere. Perci non cadeva mai.
    - Aveva dei bei cavalli? Deve aver avuto dei bei cavalli!
    -  Il giorno che mi dette la croce,  notai il suo animale.  Era un
    corridore,  una giumenta tutta bianca.  Aveva  le  orecchie  molto
    staccate,  la  sella  profonda,  una  testa  fine  segnata con una
    stella, il collo lungo, i ginocchi fortemente articolati, le coste
    sporgenti, le spalle oblique,  la groppa potente.  Era alta un po'
    pi di quindici palmi.
    - Bel cavallo! - osserv il parrucchiere.
    - Era la bestia di Sua Maest.
    Il  parrucchiere  intu che dopo quelle parole era conveniente una
    pausa, e vi si uniform; quindi riprese:
    - L'Imperatore rimase ferito una sola volta, vero, signore?
    Il vecchio soldato rispose col tono calmo e sovrano di chi  stato
    presente:
    - Al tallone.  Fu a  Ratisbona.  Non  l'ho  mai  visto  cos  bene
    attillato come quel giorno; era pulito come un soldo.
    - E voi, signor veterano, sarete stato ferito molte volte, vero?
    -  Io?  -  disse  il  soldato  -  oh!  non molto.  Ho ricevuto due
    sciabolate sulla nuca a Marengo,  una palla nel braccio destro  ad
    Austerlitz,  un'altra  nell'anca sinistra a Jena,  a Friedland una
    baionettata,  una alla Moscova,  sette od otto colpi di lancia non
    importa  dove,  a  Lutzen  un  dito  fracassato  da  una  scheggia
    d'obice... Ah! e poi a Waterloo un biscaglino nella coscia. Questo
     tutto.
    - Che bella cosa - esclam il parrucchiere con accento  pindarico-
    morire  sul  campo  di  battaglia!  Parola d'onore,  piuttosto che
    crepare nel letto, per malattia,  lentamente,  un po' ogni giorno,
    con le droghe,  i cataplasmi,  la siringa e il medico,  preferirei
    ricevere una palla di cannone nel ventre.
    - Non siete di cattivo gusto - rispose il soldato.
    Non fin di dire che un terribile fracasso scosse la bottega, e un
    cristallo della vetrina si ruppe a raggiera.
    Il parrucchiere si fece livido.
    - Ah mio Dio! - grid - eccone una!
    - Che cosa?
    - Una palla di cannone.
    - Eccola! - rispose il soldato.
    E raccolse qualche cosa che rotolava per terra. Era un ciottolo.
    Il parrucchiere corse a guardare dal vetro rotto e  vide  Gavroche
    che  se  la  dava a gambe verso il mercato San Giovanni.  Passando
    davanti alla bottega di quel barbiere, il monello, che aveva sullo
    stomaco il fatto dei due bimbi,  non aveva potuto  resistere  alla
    tentazione  di  dargli il buon giorno,  scagliandogli un sasso nei
    vetri.
    - Vedete - url il  parrucchiere,  che  da  bianco  era  diventato
    violetto  - fanno il male per fare il male.  Che cosa gli ho fatto
    io, a quel monello?

    4. IL RAGAZZO SI STUPISCE DEL VECCHIO.
    Intanto Gavroche al mercato San Giovanni,  il cui posto di guardia
    era  gi  stato disarmato,  aveva "effettuato la sua congiunzione"
    con una schiera guidata  da  Enjolras,  Courfeyrac,  Combeferre  e
    Feuilly,  la  quale  era  press'a poco armata.  Bahorel e Giovanni
    Prouvaire li avevano incontrati e ingrossavano il gruppo. Enjolras
    aveva un fucile da caccia a due canne,  Combeferre  un  fucile  da
    guardia  nazionale  col  numero  della  legione e due pistole alla
    cintura visibili sotto l'abito sbottonato.  Prouvaire  un  vecchio
    moschetto di cavalleria,  Bahorel una carabina. Courfeyrac agitava
    uno stocco sguainato,  e Feuilly,  con una sciabola nuda in  mano,
    camminava avanti gridando: - Viva la Polonia!
    Arrivavano  dalla  riva Morland,  senza cravatte,  senza cappelli,
    scalmanati,  bagnati dalla pioggia,  con gli  occhi  lampeggianti.
    Gavroche chiese loro con calma:
    - Dove andiamo?
    - Vieni - rispose Courfeyrac.
    Dietro a Feuilly camminava o piuttosto saltava Bahorel,  che nella
    sommossa era un pesce nell'acqua.  Aveva un panciotto scarlatto  e
    di quelle parole che rompono tutto.  Il suo panciotto sconvolse un
    passante che grid tutto smarrito:
    - Ecco i rossi!
    - Il rosso,  i rossi!  - ribatt Bahorel.  -  Che  paura  sciocca,
    cittadino!  Io  invece  non  tremo  davanti a un rosolaccio,  e il
    piccolo berretto rosso non m'incute nessuno  spavento.  Credetemi,
    borghese, lasciamo la paura del rosso alle bestie cornute!
    Vide  affisso  a  una  cantonata  il  pi pacifico foglio di carta
    immaginabile,  un permesso di  mangiare  uova,  una  notificazione
    quaresimale dell'arcivescovo di Parigi alle sue pecorelle.
    Bahorel esclam:
    - Pecorelle, maniera gentile di dire montoni.
    E  strapp  l'avviso.  Quell'atto  sedusse  Gavroche,  che da quel
    momento si mise a studiare Bahorel.
    - Bahorel - osserv Enjolras, - hai torto.  Avresti dovuto lasciar
    tranquillo  quell'avviso,  col quale non abbiamo nulla a che fare.
    Tu sciupi inutilmente la tua collera; tieni in serbo la provvista.
    Non bisogna far fuoco fuori tempo, n con l'anima n col fucile.
    - Ciascuno ha la sua natura,  Enjolras - ribatt  Bahorel.  Quella
    prosa  vescovile mi irrita;  voglio mangiare uova senza che alcuno
    me lo permetta.  Tu hai la natura freddo-bruciante: io  invece  mi
    diverto.  Del resto io non mi sciupo, anzi cos prendo lo slancio,
    e se ho lacerato quell'indulto, "Hercle",   stato per mettermi in
    appetito.
    La  parola  "Hercle"  colp  Gavroche,  il  quale cercava tutte le
    occasioni per istruirsi,  e quel laceratore di affissi  godeva  la
    sua stima. Perci gli chiese:
    - Che vuol dire, "Hercle"?
    Bahorel rispose:
    - Vuol dire "corpo d'un cane" in latino.
    In  quel  momento,  Bahorel riconoscendo a una finestra un giovane
    con la barba nera,  probabilmente un amico  dell'A  B  C,  che  li
    guardava passare, gli disse:
    - Presto, cartucce: "para bellum"
    - Bell'uomo!  vero - aggiunse Gavroche, che ora capiva il latino.
    Li  seguiva  un  tumultuoso corteo di studenti,  artisti,  giovani
    affiliati alla Cougourde  di  Aix,  operai,  facchini  del  porto,
    armati di bastoni o di baionette, alcuni armati di pistole ficcate
    nella  cintura  dei  pantaloni come Combeferre.  E in quella banda
    c'era pure un vecchio, che pareva decrepito: non aveva armi,  e si
    affrettava  per  non  restare  indietro,  bench  avesse l'aspetto
    pensoso. Gavroche lo vide e chiese a Courfeyrac:
    - Checsecs? Chi ?
    - E' un vecchio.
    Era Mabeuf.

    5. IL VECCHIO.
    Vediamo cos'era accaduto.
    Quando i dragoni diedero la carica,  Enjolras e i suoi amici erano
    sul boulevard Bourdon vicino ai granai dell'abbondanza.  Enjolras,
    Courfeyrac e Combeferre furono tra quelli che erano andati in  via
    Bassomompierre  gridando  "Alle  barricate!".  In via Lesdiguires
    incontrarono un vecchio che richiam  la  loro  attenzione  perch
    camminava  traballando  come  se fosse ubriaco.  Inoltre teneva il
    cappello in mano,  bench avesse piovuto per tutta la mattinata  e
    piovesse  abbastanza  forte  anche  in  quel  momento.  Courfeyrac
    riconobbe pap Mabeuf,  che conosceva  perch  molte  volte  aveva
    accompagnato Mario fino alla sua porta; e sapendo quali fossero le
    abitudini  pacifiche  e  pi  che  timide  del vecchio fabbriciere
    bibliofilo,  rest sorpreso di vederlo l in quel tumulto,  a  due
    passi  dalle  cariche  della  cavalleria,   quasi  in  mezzo  alla
    fucileria,  a capo scoperto sotto la pioggia,  che passeggiava tra
    le  fucilate.  Gli  si  avvicin.  L'insorto di venticinque anni e
    l'ottuagenario scambiarono questo dialogo:
    - Signor Mabeuf, tornate a casa!
    - Perch?
    - Perch ci sar del chiasso.
    - Va bene.
    - Ci saranno le sciabolate, signor Mabeuf, le schioppettate.
    - Va bene.
    - Le cannonate.
    - Va bene. Dove andate voi altri?
    - Andiamo a buttar gi il Governo.
    - Va bene.
    Si mise a seguirli, e da quel momento non pronunci pi parola. Il
    suo passo divenne d'un tratto fermo;  alcuni operai gli  offrirono
    il braccio, ma egli rifiut con un cenno del capo. Camminava quasi
    in prima fila della colonna,  con i movimenti di uno che cammina e
    il volto di uno che dorme.
    - Che vecchio arrabbiato! - mormorarono gli studenti.  E circolava
    nel gruppo la voce che fosse un "antico convenzionale,  un vecchio
    regicida".
    L'assembramento aveva preso per via  della  Vetreria.  Il  piccolo
    Gavroche  andava  avanti,  con  quel  canto  a squarciagola che ne
    faceva una specie di trombettiere. Cantava:
    "Ecco che appare la luna.
    Quando andremo nella foresta?
    chiedeva Carletto a Carlotta.
    T t t
    per Chat.
    Non ho che un Dio, un re, un centesimo e una scarpa.
    Per aver bevuto di buon mattino
    la rugiada di sul timo,
    due passeri facevan baldoria.
     Zi zi zi
    per Passy.
    Non ho che un Dio, eccetera.
    E quei due poveri lupicini
    erano ubriachi fradici;
    una tigre ne rideva nel suo covo.
    Don don don
    per Meudon.
    Non ho che un Dio, eccetera.
    L'uno bestemmiava e l'altro imprecava.
    Quando andremo nella foresta?
    chiedeva Carletto a Carlotta.
    Tin tin tin
    per Pantin.
    Non ho che un Dio, eccetera".
    Si dirigevano verso San Merry.

    6. RECLUTE.
    La banda si ingrossava a ogni passo.  Verso via Ballettes s'un  a
    essi  un  uomo  d'alta  statura,  coi  capelli  grigi,  del  quale
    Courfeyrac,  Enjolras e Combeferre notarono la fisionomia rude  ed
    ardita,  ma  che nessuno di essi conosceva.  Gavroche,  occupato a
    cantare,  a zufolare,  a ronzare,  ad andare avanti,  a battere le
    imposte  delle  botteghe col calcio della pistola senza cane,  non
    bad a quell'uomo.
    In via della Vetreria passarono davanti alla porta di  Courfeyrac,
    il quale disse:
    - A proposito,  ho dimenticato la borsa e ho perso il cappello. Si
    stacc dal gruppo e sal a quattro a quattro  i  gradini  di  casa
    dove prese un cappello vecchio e la borsa. Vi prese pure una cassa
    quadrata, delle dimensioni di una grossa valigia, che era nascosta
    nella  sua  biancheria  sporca.   Mentre  scendeva  correndo,   la
    portinaia lo chiam:
    - Signor de Courfeyrac!
    - Portinaia, come vi chiamate? - rispose il giovane.
    La donna rest sbalordita.
    - Ma lo sapete bene, sono la portinaia e mi chiamo mamma Veuvain.
    - Ebbene, se voi mi chiamate ancora de Courfeyrac,  io vi chiamer
    mamma de Veuvain. Ora parlate: cosa c'? cosa volete?
    - C' qualcuno che vuol parlarvi.
    - Chi ?
    - Non lo so.
    - Dov'?
    - Nel mio casotto.
    - Vada al diavolo! - esclam Courfeyrac.
    -  Ma    qui  da  pi  di  un'ora ad aspettare il vostro ritorno;
    insistette la portinaia.
    Nello stesso tempo una specie di giovane operaio, magro,  pallido,
    piccolo,  col  viso  punteggiato  di  macchie rosse,  vestito d'un
    camiciotto lacero e di un  paio  di  pantaloni  di  velluto  dalle
    costure  rappezzate,  e  che  aveva  pi  l'aspetto di una ragazza
    travestita da uomo che di un giovanotto,  usc dalla portineria  e
    chiese  a Courfeyrac con una voce che per non aveva proprio nulla
    d'una voce di donna.
    - Il signor Mario, per piacere?
    - Non c'.
    - Torner a casa questa sera?
    - Non lo so.
    E Courfeyrac aggiunse:
    - Da parte mia non torner certamente.
    Il giovanotto lo fiss e gli chiese:
    - Perch?
    - Cos.
    - Dove andate dunque?
    - Cosa te ne importa?
    - Volete che vi porti la cassa?
    - Io vado alle barricate.
    - Volete che vi accompagni?
    - Se ne hai voglia!  - rispose Courfeyrac.  - La strada  libera e
    le pietre del selciato sono di tutti.
    S'allontan  correndo  per  raggiungere  gli  amici,  e  quando li
    ritrov,  dette la cassa da portare a uno di essi.  Solo  dopo  un
    buon quarto d'ora, s'accorse che il giovanotto li aveva seguiti.
    Un gruppo non va precisamente dove vuole. Abbiamo gi spiegato che
    lo trasporta un colpo di vento.
    Oltrepassarono Saint-Merry e si trovarono in via San Dionigi senza
    sapere come.




    Libro 12.
    CORINTO.


    1. STORIA Dl CORINTO DALLA SUA FONDAZIONE.
    I  parigini  che  oggi,  imboccando  via  Rambuteau  dal  lato dei
    Mercanti, notano sulla loro destra, di fronte a via Mondtour, una
    bottega di panieraio che ha per insegna  un  paniere  dalla  forma
    dell'imperatore Napoleone con questa iscrizione:
    "Napoleone  fatto tutto di vimini"
    non  pensano  alle orribili scene che si svolsero trent'anni fa in
    quel luogo.
    L stavano la via Chanvrerie,  che anticamente si  scriveva  anche
    Chanverrerie, e la famosa bettola Corinto.
    Ricordate  quello  che  abbiamo  detto  della  barricata alzata in
    questo luogo ed eclissata dalla barricata Saint-Merry?  Proprio su
    questa  famosa  barricata  di  via  Chanvrerie,  oggi  caduta  nel
    dimenticatoio, vogliamo fare un po' di luce.
    Per rendere pi chiaro il racconto, permetteteci di ricorrere allo
    stesso semplice mezzo gi usato per Waterloo. Chi volesse nel modo
    pi esatto raffigurarsi gli agglomerati di case che si levavano  a
    quell'epoca,  presso il ponte Santo Eustachio, all'angolo nord-est
    dei Mercati di Parigi,  dove oggi sta l'imbocco di via  Rambuteau,
    deve  immaginare una grande N che ha come punto di partenza la via
    san Dionigi e come termine i Mercati, mentre le due aste verticali
    sarebbero costituite da via Grande-Truanderie e da via  Chanvrerie
    e l'asta trasversale formata da via Petite-Truanderie.  La vecchia
    via  Mondtour  tagliava  le  tre  aste  con  tortuose  giravolte.
    L'intrico labirintico di queste quattro strade formava poi, su uno
    spazio di cento tese quadrate,  tra i Mercati e via san Dionigi da
    una parte e tra via del Cigno e via  dei  Predicatori  dall'altra,
    sette  gruppi  di  case,   bizzarramente  tagliati,  di  grandezza
    diversa,  posti di traverso e come per caso e con un breve  spazio
    tra loro, simili ai blocchi di pietra nei cantieri.
    Diciamo  breve  spazio,  e non possiamo dare un'idea pi esatta di
    quelle stradette buie,  strettissime,  angolose,  con case fino  a
    otto  piani.  Questi  fabbricati erano cos decrepiti che,  in via
    Chanvrerie e Petite-Truanderie,  le facciate  erano  sostenute  da
    travi che andavano da una casa all'altra.  La strada era stretta e
    in mezzo c'era un  largo  rigagnolo,  sicch  il  passante  doveva
    camminare  sul  selciato  sempre  bagnato,  costeggiando  botteghe
    simili a caverne,  grossi  paraurti  di  ferro  cerchiato,  mucchi
    enormi di immondizia e portoni con grossi catenacci secolari.  Via
    Rambuteau ha distrutto tutto questo.
    Il nome Mondtour esprime  a  meraviglia  le  sinuosit  di  tutte
    quelle stradette.  Un po' lontano, queste erano espresse meglio da
    via Pirouette che immetteva in via Mondtour.
    Chi si avventurava da via san Dionigi in via Chanvrerie la  vedeva
    restringersi  a  poco  a  poco  come se fosse entrato in un grosso
    imbuto allungato.  Al termine della strada,  che era molto  corta,
    avrebbe  creduto  di  trovarsi  in  un  angiporto  se a destra e a
    sinistra non  avesse  scorto  due  buie  trincee  di  dove  poteva
    scappare.  Era la strada Mondtour, la quale andava a congiungersi
    da un lato con via dei Predicatori e dall'altro con via del  Cigno
    e  con  via  Petite-Truanderie.   In  fondo  a  questa  specie  di
    angiporto, all'angolo della trincea di destra,  si notava una casa
    meno  alta delle altre che formava una specie di promontorio sulla
    strada.
    In questa casa a due piani soltanto,  c'era allegramente istallata
    da  trecento  anni  una  bettola famosa.  Questa bettola faceva un
    lieto rumore proprio laddove il vecchio Tophile ha detto:
    "L dondola l'orribile scheletro
    d'un povero amante impiccatosi".
    Il posto era buono,  e i bettolieri si  succedevano  di  padre  in
    figlio.
    Fin  dal tempo di Mathurin Rgnier quella bettola si chiamava Pot-
    aux-roses e, poich c'era la moda dei rebus,  aveva per insegna un
    palo dipinto in rosa.  Nel secolo scorso, il degno Natoir, uno dei
    pittori fantasiosi oggi disprezzati dalla scuola rigida, essendosi
    ubriacato pi volte in  quella  bettola  alla  tavola  dove  aveva
    bevuto  Rgnier,  aveva  dipinto,  in  segno  di riconoscenza,  un
    grappolo d'uva di Corinto sul palo  rosa.  Il  bettoliere  per  la
    gioia  aveva  cambiato  insegna  e aveva fatto mettere,  a lettere
    dorate al di sopra del grappolo,  questa iscrizione: "Al  grappolo
    di Corinto".  Di qui il nome di Corinto. Per gli ubriaconi non c'
    niente di pi naturale che le elissi.  L'elissi  il zig-zag della
    frase.  Corinto aveva a poco a poco detronizzato il Pot-aux-roses.
    L'ultimo bettoliere della dinastia,  pap Hucheloup,  non  sapendo
    nulla della tradizione, aveva fatto dipingere d'azzurro il palo.
    Una  sala a pianterreno con la cassa,  una sala al primo piano col
    bigliardo, una scala di legno a chiocciola,  il vino sulle tavole,
    i  muri  affumicati,  le  candele  accese in pieno giorno: ecco la
    bettola. Una scala a chiocciola terminante in una botola collegava
    il pianterreno col primo piano.  Al secondo piano c'era l'alloggio
    degli Hucheloup. Vi si saliva con una scala che aveva per ingresso
    una  porta  nascosta  nella grande sala del primo piano.  Sotto il
    tetto c'erano due mansarde,  nido delle serve.  La cucina divideva
    il retrobottega dalla sala con la cassa.
    Pap  Hucheloup era forse nato chimico;  per era diventato cuoco.
    Difatti nella sua bettola non si beveva soltanto  ma  si  mangiava
    pure.  Hucheloup  aveva  inventato  un  piatto  eccellente  che si
    mangiava soltanto da lui: carpe ripiene,  che lui chiamava "carpes
    au gras".  Questo piatto si mangiava al lume delle candele di sego
    su tavole che avevano per  tovaglie  una  tela  cerata.  La  gente
    veniva anche da lontano.  Un bel mattino,  Hucheloup aveva creduto
    opportuno avvertire i passanti della sua "specialit";  e,  con un
    pennello  intinto  nel  nero  e con una calligrafia tutta sua come
    tutta sua era  la  cucina,  aveva  improvvisato  sul  muro  questa
    notevole iscrizione:
    "CARPES HO GRAS".
    Durante un inverno, le piogge continue avevano avuto il ghiribizzo
    di  cancellare  la  S terminale della prima parola e il G iniziale
    della terza, ed era restato:
    "CARPE  HO RAS".
    Col tempo e con la pioggia,  un meschino annuncio gastronomico era
    diventato una massima profonda.
    Cosicch  accadde  che  pap Hucheloup,  senza sapere il francese,
    aveva imparato il latino,  faceva uscire la  filosofia  dalla  sua
    cucina e, con l'intenzione di eliminare la Quaresima, aveva finito
    con  l'uguagliare Orazio.  Ma la cosa pi bella era questa: quella
    iscrizione voleva dire anche: entrate nella mia bettola.
    Oggi non esiste pi nulla di tutto questo.  Il dedalo di Mondtour
    fu  sventrato  e  aperto  nel  1847,  e probabilmente adesso non 
    neppure come era. Via Chanvrerie e Corinto sono scomparsi sotto il
    selciato di via Rambuteau.
    Come abbiamo detto,  Corinto era uno dei  luoghi  di  riunione  di
    Courfeyrac  e  dei  suoi  amici.  A  scoprire  Corinto  era  stato
    Grantaire, il quale c'era entrato per il "carpe horas" e c'era poi
    ritornato per le "carpes au gras". L si beveva,  si mangiava,  si
    gridava;  si pagava poco, si pagava male, non si pagava del tutto,
    e si era sempre bene accolti. Pap Hucheloup era un brav'uomo.
    Hucheloup  brav'uomo  era  un  bettoliere  con   i   baffi:   cosa
    divertente.  Aveva sempre una faccia di cattivo umore,  pareva che
    volesse mettere in soggezione i suoi clienti,  brontolava  per  la
    gente  che  veniva da lui,  e sembrava pi disposto a ciarlare con
    loro che a servire la minestra. Tuttavia, ripetiamo, si era sempre
    benvenuti.  Questa bizzarria aveva accreditato la sua bettola e la
    gente  che  ci  andava  diceva: - Andiamo a vedere quel marrano di
    pap Hucheloup.
    Era stato un maestro di scherma. Scoppiava subito a ridire.  Aveva
    una voce grossa ed era un buon diavolo.  Aveva un fondo comico con
    un'apparenza tragica;  non gli pareva  vero  di  incutervi  paura,
    press'a  poco  come  quelle  tabacchiere che hanno la forma di una
    pistola.  Lo starnuto che tuona.  Sua moglie  era  barbuta,  assai
    brutta.
    Verso il 1830,  pap Hucheloup mor.  Con lui scomparve il segreto
    delle "carpes au gras". La sua vedova, poco consolabile,  continu
    a  tenere  aperta  la  bettola.  Ma  la  cucina degener e divenne
    esecrabile;  il  vino,  che  era  stato  sempre  cattivo,  divenne
    orribile.  Courfeyrac  e  i  suoi  amici  continuarono  tuttavia a
    frequentare Corinto, - per piet, diceva Bossuet.
    La  vedova  Hucheloup  si  sfiatava  e  diventava  mostruosa   nel
    raccontare  certi  suoi ricordi campestri;  per toglieva a questi
    tutta la loro bruttezza con la sua pronuncia. Aveva un suo modo di
    raccontare  le  cose  che   formavano   tutti   i   suoi   ricordi
    contadineschi e giovanili.
    La sala del primo piano,  dove stava il ristorante, era una stanza
    grande e lunga,  ingombra di sgabelli,  di sedie,  di banchi e  di
    tavole  e di un vecchio bigliardo tarlato.  Ci si accedeva per una
    scala a chiocciola che terminava nell'angolo  della  sala  in  una
    botola quadrata simile a un boccaporto di nave.
    Questa sala,  illuminata da una sola finestra stretta e da un lume
    sempre acceso,  aveva un aspetto di prigione.  Tutti  i  mobili  a
    quattro  piedi  si  comportavano  come se ne avessero tre.  I muri
    tinti a calce avevano come  unico  ornamento  questa  quartina  in
    onore di mamma Hucheloup:
    "Fa stupire a dieci passi, fa spavento a due.
    Nel suo naso arcigno c' una verruca;
    c' pericolo che da un momento all'altro ve la smoccoli,
    e che un bel giorno il naso le cada nella bocca".
    Cos stava scritto a carbone sul muro.
    Mamma Hucheloup andava e veniva dalla mattina alla sera, con piena
    tranquillit  davanti  a  quella  quartina  che la dipingeva.  Due
    serve, chiamate Matelote e Gibelotte, e di cui non si seppe mai il
    vero nome,  aiutavano mamma Hucheloup a mettere sulle tovaglie gli
    orciuoli  di vino e i vari brodetti che si servivano agli affamati
    nelle scodelle di coccio. Matelote, grossa,  rotonda,  rubiconda e
    brontolona, vecchia sultana favorita di pap Hucheloup, era brutta
    pi  di  un mostro mitologico,  per,  poich la serva deve essere
    sempre un po'  meno  della  padrona,  era  meno  brutta  di  mamma
    Hucheloup.   Gibelotte,  lunga,  delicata,  bianca  d'un  biancore
    linfatico, gli occhi lividi, le pupille cascanti,  sempre stanca e
    affaticata  come  se  fosse  malata  di una debolezza cronica,  si
    alzava per prima,  andava per ultima  a  dormire,  serviva  tutti,
    compresa l'altra serva, in silenzio e con dolcezza, sorridendo con
    un sorriso d'addormentata.
    Sopra la cassa c'era uno specchio.
    Prima  di entrare nella sala-ristorante,  si leggevano sulla porta
    queste parole scritte a matita da Courfeyrac:
    "Regala se puoi e mangia se osi".

    2. GIOIE PRELIMINARI.
    Bossuet,  si sa,  andava pi da Joly che  dagli  altri.  Aveva  un
    alloggio come l'uccello ha un ramo.  I due amici vivevano insieme,
    mangiavano insieme,  dormivano insieme.  Tutto  per  loro  era  in
    comune.  Il  mattino  del  5  giugno  se ne andarono a colazione a
    Corinto.  Joly,  raffreddato,  aveva una forte coriza che  Bossuet
    cominciava  a condividere.  Bossuet aveva un vestito consunto,  ma
    Joly era ben messo.
    Erano circa le nove  del  mattino  quando  spinsero  la  porta  di
    Corinto.  Salirono  al  primo piano.  Furono accolti da Matelote e
    Gibelotte.
     -  Ostriche, formaggio e prosciutto - disse Bossuet.
    Si  sedettero  a  tavola.  La  bettola  era  vuota,  c'erano  loro
    soltanto.   Gibelotte,  riconoscendo  Joly  e  Bossuet,  mise  una
    bottiglia  di  vino  sulla  tavola.  Avevano  appena  mangiato  le
    ostriche che una testa apparve dalla botola della scala e una voce
    disse:
    -  Stavo  passando.  Ho sentito dalla strada un delizioso odore di
    formaggio di Brie e sono entrato.
    Era  Grantaire,   il  quale  prese  uno  sgabello  e  si  sedette.
    Gibelotte,  vedendo  Grantaire,  mise  due bottiglie di vino sulla
    tavola. E cos furono tre.
    - Ti bevi tutte le due bottiglie? - chiese Bossuet a Grantaire.
    - Tutti capiscono e tu solo sei ingenuo - rispose  Grantaire.  Due
    bottiglie non hanno mai spaventato nessuno.
    Gli altri due avevano cominciato col mangiare,  ma Grantaire aveva
    cominciato col bere. Scomparve subito una mezza bottiglia.
    - Ci hai un buco nello stomaco? - riprese Bossuet.
    - Tu invece lo hai nel gomito - disse Grantaire.
    E vuotato il bicchiere, aggiunse:
    - O aquila delle orazioni funebri, il tuo abito  vecchio.
    - Lo spero - rispose Bossuet.  - Vuol dire che andiamo  d'accordo,
    io e il mio vestito,  che ha preso tutte le mie pieghe,  non mi d
    fastidio,  si  modellato sulle mie deformit e  mi  asseconda  in
    tutti i movimenti; so che mi tiene caldo. I vecchi abiti sono come
    i vecchi amici.
    - E' vero - esclam Joly,  entrando nel dialogo - un vecchio abito
     un vecchio amico.
    - Soprattutto - disse Grantaire - in bocca a un uomo raffreddato.
    - Grantaire - chiese Bossuet - vieni dal boulevard?
    - No.
    - Invece noi,  Joly e io,  abbiamo  visto  passare  la  testa  del
    corteo.
    - E' uno spettacolo meraviglioso - disse Joly.
    - Com' tranquilla questa strada! - esclam Bossuet. - Chi direbbe
    che  Parigi    sottosopra?  Come  si  vede  che un tempo dovevano
    esserci  dei  conventi  qui!  Ce  n'erano  d'ogni  specie,   e  vi
    formicolavano frati di ogni regola,  calzati,  scalzi,  tonsurati,
    barbuti, grigi, neri, bianchi,  francescani,  minimi,  cappuccini,
    carmelitani, agostiniani, eccetera eccetera.
    -  Non  parliamo  dei  monaci,  se  non  vogliamo  fare  scongiuri
    interruppe Grantaire. E poi continu:
    -  Ho  inghiottito  un'ostrica  marcia.   Ecco  che  mi   riprende
    l'ipocondria.  Le ostriche sono guaste, le serve sono brutte. Odio
    la razza umana.  Sono passato poco fa davanti alla grossa libreria
    pubblica  in via Richelieu.  Quel mucchio di valve di ostriche che
    si chiama una biblioteca mi  disgusta  al  solo  pensarci.  Quanta
    carta!  quanto  inchiostro!  Hanno  scritto  tutto  quello!  Quale
    furfante ha detto che l'uomo    un  bipede  implume?  Inoltre  ho
    incontrato  una  graziosa  ragazza  che  conosco,  bella  come una
    primavera, degna di chiamarsi Flora; allegra,  entusiasta,  perch
    ieri  uno  spaventoso banchiere s' degnato di innamorarsi di lei,
    la miserabile!  Ahim,  la donna  tratta  gli  innamorati  come  i
    mughetti;  la  gatta  va a caccia di topi come di uccelli.  Questa
    ragazza, fino a due mesi fa era savia in una mansarda,  faceva gli
    occhielli di cuoio ai busti, cuciva, aveva per letto una brandina,
    se  ne  stava  vicino  a un vaso di fiori ed era contenta.  Eccola
    banchiera. E' avvenuta stanotte questa trasformazione.  Stamattina
    ho  incontrato  la  vittima  tutta  contenta.  E il bello  che la
    stupida era contenta oggi come  ieri.  Il  suo  finanziamento  non
    traspariva dal suo aspetto.  Le rose hanno questo in pi o in meno
    delle donne,  che le tracce dei bruchi vi sono visibili.  Ah,  non
    c' pi morale sulla terra,  chiamo a testimone il mirto,  simbolo
    dell'amore,  il  lauro,  simbolo  della  guerra,  l'ulivo,  questo
    stupido simbolo della pace, il melo che ha fatto strozzare Adamo e
    il  fico che  il nonno delle sottane.  Quanto al diritto,  volete
    sapere che  il diritto? Brenno prende Roma e dice: "Vae victis!".
    Ecco il diritto.  Ah,  quante bestie da preda in  questo  mondo  e
    quante aquile! quante aquile! Ne rabbrividisco.
    Porse il bicchiere a Joly che glielo riemp,  poi bevve e prosegu
    senza neppure accorgersi di aver bevuto.
    - Brenno che prende Roma  un'aquila;  il banchiere che prende  la
    donnina  un'aquila.  Non c' pi pudore qui che l.  Dunque,  non
    crediamo a niente.  Non c' che una sola realt:  bere.  Qualunque
    sia  la  vostra  opinione,  bevete.  Il resto non importa.  Voi mi
    parlate del boulevard, del corteo,  eccetera.  Dunque,  stiamo per
    avere  ancora  una  rivoluzione?  Questa  indigenza  di  mezzi  mi
    meraviglia da parte del buon Dio.  Deve stare  a  ogni  momento  a
    ungere  di grasso la macchina degli avvenimenti.  Qui si incaglia,
    l non va avanti.  Il buon Dio ha sempre le mani sporche di questo
    lurido  grasso.  Al  suo posto,  sarei pi semplice,  non starei a
    ungere ogni momento la mia  macchina,  guiderei  il  genere  umano
    senza  ambagi,  sfilerei maglia per maglia senza spezzare il filo,
    non  avrei  delle  cose  gi  belle  e  preparate,  non  avrei  un
    repertorio  straordinario.   Quello  che  voi  chiamate  progresso
    cammina spinto da due motori: gli uomini e gli avvenimenti.  Per,
    di  tanto  in  tanto ci vuole l'eccezionale.  Per gli avvenimenti,
    come per gli uomini, la truppa ordinaria non basta;  anche per gli
    uomini  ci  vogliono  dei  geni,   e  per  gli  avvenimenti  delle
    rivoluzioni. I grandi accidenti sono la legge; l'ordine delle cose
    non pu farne a meno; e, a vedere le comete, si sarebbe tentati di
    credere che il cielo stesso ha bisogno di  attori  di  scena.  Nel
    momento  in cui meno ce l'aspettiamo,  Dio attacca una cometa alla
    muraglia del firmamento. Arriva una stella bizzarra,  con una coda
    enorme.  Ed  ecco  allora  la  morte  di Cesare.  Bruto gli d una
    pugnalata e Dio un  colpo  di  cometa.  Crac,  ed  ecco  un'aurora
    boreale, ecco una rivoluzione, ecco un grand'uomo; il Novantatr a
    grosse lettere,  Napoleone in vedetta,  la cometa del 1811 in alto
    sul manifesto. Ah,  il bel manifesto azzurro,  tutto costellato di
    fiamme inattese.  Bum!  bum!  spettacolo straordinario. Alzate gli
    occhi,  idioti.  Tutto s' cancellato,  sia l'astro che il dramma.
    Buon  Dio,   troppo,  ma non  ancora abbastanza.  Queste risorse
    sembrano delle  magnificenze  e  sono  delle  povert.  Amici,  la
    Provvidenza  alle strette. Che cos' una rivoluzione? Ci vuole un
    colpo  di  stato,  perch  c'  una soluzione di continuit tra il
    presente e l'avvenire,  e perch anche il buon Dio non  ha  potuto
    legare  i fili delle due estremit...  Sotto la doratura del cielo
    io intravedo un universo povero.  Ci sono delle  deficienze  nella
    creazione.  Per questo,  sono scontento.  Vedete,  il 5 giugno, 
    ancora quasi notte; da stamattina aspetto che nasca il giorno. Non
     venuto,  e scommetto che non verr.  E' un dispetto di  commesso
    mal pagato. S, tutto va male, niente va d'accordo, questo vecchio
    mondo  tutto storto,  e io mi schiero all'opposizione... Io parlo
    qui senza cattiva intenzione e per far tacere la mia  coscienza...
    Quante bestialit si commettono sulla faccia della terra!  Venendo
    qui ho visto da un rigattiere una vecchia lanterna rotta che mi ha
    suggerito questa idea.  Sarebbe  tempo  di  illuminare  il  genere
    umano.  S, eccomi ridiventato triste! Che cosa significa ingoiare
    di traverso un'ostrica e una rivoluzione!  Ridivento lugubre!  Oh,
    che mondo schifoso!
    -  A  proposito  di  rivoluzioni - disse Joly - pare che Mario sia
    decisamente innamorato.
    - Di chi? - chiese Bossuet.
    - Non lo so.
    - No?
    - Non lo so, ti dico.
    - Gli amori di Mario - esclam Grantaire. - Lo vedo di qui.  Mario
      un  acchiappanuvole,  e  avr  trovato  un  po' di fumo.  Mario
    appartiene alla razza dei poeti. Chi dice poeta dice pazzo.  Mario
    e  la  sua  Maria,  o  la  sua  Marietta,  che  razza  stupida  di
    innamorati!  Me ne rendo conto.  Sono estasi  le  sue  in  cui  si
    dimentica  di  baciare.  Casti  sulla terra e uniti nell'infinito.
    Sono due anime che hanno dei sensi,  e dormono  insieme  sopra  le
    stelle.
    Grantaire  vuotava  la  sua  seconda bottiglia quando dalla botola
    della scala venne fuori un nuovo individuo. Era un ragazzo di meno
    di dieci anni,  cencioso,  piccolino,  giallo,  il muso appuntito,
    l'occhio  vivo,  i capelli foltissimi,  inzuppato di pioggia e con
    aria contenta.
    Il ragazzo, scegliendo senza esitazione alcuna uno dei tre sebbene
    non ne conoscesse nessuno, si rivolse a Bossuet.
    - Siete voi Bossuet?
    - Beh, che vuoi tu? - chiese Bossuet.
    - Ecco.  Un biondone sul boulevard mi ha detto: Sai dove sta mamma
    Hucheloup?  lo  ho  detto:  S,  sta in via Chanvrerie.  Lui mi ha
    detto: Vacci!  Ci troverai il signor Bossuet e gli dirai da  parte
    mia: A-B-C. Si tratta di una burla, vero? Ho ricevuto dieci soldi.
    - Joly, prestami dieci soldi - disse Bossuet.
    E volgendosi a Grantaire: - Prestami dieci soldi.
    Cos Bossuet diede al ragazzo venti soldi.
    - Grazie - rispose il ragazzo.
    - Come ti chiami? - chiese Bossuet.
    - Navet, l'amico di Gavroche.
    - Resta con noi - disse Grantaire.
    - Mangia con noi - disse Bossuet.
    - Non posso - disse il ragazzo - faccio parte del corteo e sono io
    che grido abbasso Polignac.
    E facendo quasi una genuflessione, che  il pi rispettoso saluto,
    se ne and.
    Partito il ragazzo, Grantaire prese la parola.
    - Questo  il monello puro.  Ci sono molte variet di monelli.  Il
    monello portaordini si chiama saltafossi,  il monello cuciniere si
    chiama  marmittone,  il  monello  lacch  si chiama staffiere,  il
    monello marinaio si chiama mozzo,  il monello  soldato  si  chiama
    tamburino,  il monello pittore si chiama imbrattamuri,  il monello
    negoziante si chiama galoppino,  il monello cortigiano  si  chiama
    gentiluomo, il monello re si chiama delfino.
    Intanto Bossuet meditava. Disse a mezza voce:
    - A-B-C, cio: esequie di Lamarque.
    - Il biondone - osserv Grantaire -  Enjolras che vi avverte.
    - Ci andiamo? - chiese Bossuet.
    -  Forse - disse Joly.  - Ho giurato di andare nel fuoco e non gi
    nell'acqua. Non voglio prendere reumatismi.
    - Io resto - disse Grantaire.  - Preferisco un pranzo a  un  carro
    funebre.
    -  In  conclusione,  noi  restiamo  - riprese Bossuet.  - E allora
    beviamo.  Del resto,  possiamo mancare alle esequie senza  mancare
    alla sommossa.
    - Ci sono anch'io per la sommossa - disse Joly.
    Bossuet si freg le mani:
    - Ecco che si ritorna alla rivoluzione del 1830. Difatti il popolo
     malcontento.
    -  Per  me  resto  indifferente  -  disse Grantaire.  - Non esecro
    l'attuale governo,  che  una corona temperata da un  berretto  di
    cotone, uno scettro che termina a parapioggia. Infatti, pensandoci
    bene,   oggi,   dati  i  tempi  attuali,  Luigi  Filippo  potrebbe
    utilizzare la sua regalit per  due  scopi:  stendere  lo  scettro
    verso il popolo e aprire il parapioggia contro il cielo.
    La  sala  era  buia  e un denso fumo finiva di sopprimere la luce.
    Nella bettola e nella strada non c'era nessuno; erano andati tutti
    a vedere quel che accadeva.
    - E' mezzogiorno o mezzanotte? - chiese Bossuet. - Non ci si vede.
    Gibelotte, portaci una candela.
    Grantaire, malinconico, beveva.
    - Enjolras mi disprezza - mormor.  - Enjolras ha detto: - Joly  
    malato.  Grantaire   ubriaco,  e ha mandato Navet da Bossuet.  Se
    fosse venuto a prendermi,  lo  avrei  seguito.  Tanto  peggio  per
    Enjolras! non andr al suo funerale!
    Presa questa decisione,  Bossuet,  Joly e Grantaire non si mossero
    pi dalla bettola.  Verso le due del pomeriggio,  la tavola a  cui
    stavano seduti era coperta di bottiglie vuote.  Stavano accese due
    candele: una in una bugia di rame ossidato,  l'altra infilata  nel
    collo  di  un  bottiglia rotta.  Grantaire aveva trascinato Joly e
    Bossuet  a  bere  il  vino,  Bossuet  e  Joly  avevano  trascinato
    Grantaire nell'allegria.
    Quanto a Grantaire,  dopo mezzogiorno, aveva ecceduto nel vino che
     una mediocre riserva di sogni. Il vino,  per gli ubriaconi seri,
    ha  soltanto un successo di stima.  In fatto di ubriachezza c' la
    magia nera e la magia bianca;  e  il  vino    una  magia  bianca.
    Grantaire  era  un ardito bevitore di sogni.  Il tenebroso fascino
    della ebbrezza spaventosa  invece  di  allontanarlo  lo  attirava.
    Aveva  lasciato  le  bottiglie  e  s'era  attaccato  all'orciuolo.
    L'orciuolo  l'abisso. Non avendo a portata di mano n l'oppio, n
    l'hascisc e volendo  affogare  il  cervello  nel  crepuscolo,  era
    ricorso a quello spaventoso miscuglio di acquavite,  di birra e di
    assenzio  che  produce  terribili  letargie.  Queste  tre  bevande
    inebrianti,  birra,  acquavite e assenzio,  affogano l'anima. Sono
    tre tenebre,  in cui annega la celeste farfalla;  e si formano tre
    furie silenziose: l'incubo,  la notte e la morte, che volano al di
    sopra dell'anima addormentata.
    Grantaire non era ancora  arrivato  a  questa  lugubre  fase.  Era
    prodigiosamente allegro,  e Bossuet con Joly gli tenevano bordone.
    Bevevano.  Grantaire aggiungeva all'eccentrica  accentatura  delle
    parole  la  divagazione  del  gesto:  appoggiato dignitosamente il
    pugno sinistro alla guancia, e il braccio ripiegato a squadra, con
    la cravatta sciolta,  a cavalcioni di uno sgabello,  il  bicchiere
    colmo  nella  mano  destra,  diceva  alla grossa servotta Matelote
    queste solenni parole:
    - Si aprano le porte del  palazzo!  tutti  entrino  nell'Accademia
    francese  e  abbiano  il  diritto  di abbracciare mamma Hucheloup!
    Beviamo!
    E volgendosi a mamma Hucheloup aggiungeva:
    - Vecchia consacrata dall'uso, accostati e fatti contemplare!
    Joly esclamava:
    - Matelote e Gibelotte,  non date pi  da  bere  a  Grantaire.  Si
    mangia   il  denaro.   Da  stamattina  ha  speso  gi  in  inutili
    prodigalit due franchi e novantacinque centesimi.
    Grantaire riprendeva:
    - Chi ha staccato le stelle dal cielo per metterle sulla tavola  a
    guisa di candele, senza il mio permesso?
    Bossuet, bench molto ubriaco, aveva conservato la sua calma.
    S'era seduto sul davanzale della finestra aperta,  inzuppandosi le
    spalle alla pioggia e contemplando i due amici.
    D'un tratto sent dietro di lui un tumulto,  dei passi frettolosi,
    dei  gridi  di  allarme.  Si  gir  e vide in via san Dionigi,  al
    termine della via Chanvrerie,  Enjolras  che  passava  col  fucile
    spianato,  Gavroche con la sua pistola,  Feuilly con la sua spada,
    Courfeyrac con la sua daga,  Giovanni Prouvaire col suo moschetto,
    Combeferre col suo fucile, Bahorel con la sua carabina e tutta una
    folla armata e tempestosa che li seguiva.
    Via  Chanvrerie  era lontana appena un tiro di schioppo.  Bossuet,
    fattosi delle mani portavoce, grid:
    - Courfeyrac! Courfeyrac!
    Courfeyrac sent,  vide  Bossuet  e  fece  qualche  passo  in  via
    Chanvrerie  gridando:  -  Che  vuoi?  -  grido  che s'incroci con
    l'altro: - Dove vai?
    - A fare una barricata - rispose Courfeyrac.
    - Falla qui, il posto  buono! falla qui.
    - Giustissimo - disse Courfeyrac.
    E a un segno di Courfeyrac la folla tumultuante  si  precipit  in
    via Chanvrerie.

    3. SU GRANTAIRE COMINCIA A SCENDERE LA NOTTE.
    Quel luogo era infatti meravigliosamente adatto;  l'ingresso della
    strada era largo e il fondo ristretto  ad  angiporto,  Corinto  vi
    faceva  una  strozzatura,  la  via  Mondtour  era facile a essere
    sbarrata da destra e da sinistra,  nessun  attacco  era  possibile
    tranne  che  da  via  san  Dionigi,  vale  a dire di fronte e allo
    scoperto. Bossuet,  brillo com'era,  aveva avuto il colpo d'occhio
    di Annibale a digiuno.
    L'irrompere della folla aveva spaventato tutta la strada.  Tutti i
    passanti si eclissarono.  In un baleno,  da ogni parte,  botteghe,
    portoni,   finestre,  persiane,  mansarde,  imposte  di  tutte  le
    dimensioni si erano chiuse dal pianterreno al tetto.  Una  vecchia
    spaventata  aveva  fissato  un materasso davanti alla sua finestra
    per attutire gli  scoppi  della  fucileria.  Soltanto  la  bettola
    restava aperta,  e questo per una buona ragione, per il fatto cio
    che la folla l'aveva invasa.
    - Dio mio!  Dio mio!  - sospirava  mamma  Hucheloup.  Bossuet  era
    andato incontro a Courfeyrac.
    Joly, che era andato alla finestra, grid:
    - Courfeyrac, avresti dovuto prendere un ombrello; ti bagni.
    Intanto,  in  pochi  minuti,  venti  sbarre  di  ferro erano state
    divelte dalla grata della bettola,  erano state divelte dieci tese
    di  selciato;  Gavroche  e  Bahorel  avevano preso e rovesciato il
    carro di un fabbricante di calce chiamato Anceau e  avevano  messo
    sotto  pile  di  selci i tre bidoni di calce che il carro portava;
    Enjolras aveva aperto la cantina,  e tutti  i  fusti  vuoti  della
    vedova  Hucheloup  erano andati ad aggiungersi ai bidoni di calce;
    Feuilly,  con le sue dita abituate a  miniare  i  ventagli,  aveva
    rafforzato i bidoni e i fusti con enormi pile di pietre, prese non
    si  sa  dove.  Dalla facciata di una casa vicina erano stati tolti
    dei travi  e  messi  di  traverso  sui  fusti.  Quando  Bossuet  e
    Courfeyrac  tornarono,  met  della  strada  era  gi barricata ad
    altezza d'uomo. Il popolo non ha uguali nel costruire tutto quello
    che si pu costruire demolendo.
    Matelote  e  Gibelotte  s'erano  unite  al  lavoro  degli   altri.
    Gibelotte  andava  e  veniva  carica  di  rottami;  la  sua eterna
    stanchezza era  utile  alla  barricata;  portava  dei  selci  come
    portava il vino, con un'aria addormentata.
    Pass un omnibus tirato da due cavalli bianchi in fondo alla via.
    Bossuet  scavalc la barricata,  corse,  ferm il cocchiere,  fece
    scendere i viaggiatori, diede una mano "alle signore",  conged il
    conducente  e  si  port  dietro  per la briglia i due cavalli con
    l'omnibus.
    - Gli omnibus - disse - non passano davanti a Corinto: "Non  licet
    omnibus adire Corinthum".
    Un  momento dopo,  i cavalli smontati vagavano per via Mondtour e
    l'omnibus riverso su un fianco  completava  lo  sbarramento  della
    strada.
    Mamma  Hucheloup sconvolta s'era rifugiata al primo piano.  Il suo
    sguardo era vago,  e le sue grida  soffocate  non  osavano  uscire
    dalla sua gola.
    - E' la fine del mondo - mormor.
    Joly  dava un bacio a mamma Hucheloup sul collo rosso e rugoso,  e
    diceva a Grantaire:
    - Caro mio,  ho sempre considerato il collo d'una donna  come  una
    cosa infinitamente delicata.
    Grantaire  invece  era  al  colmo  della  gioia.  Aveva  afferrato
    Matelote per la vita e lanciava dalla finestra grandi risate:
    - Matelote  brutta!  - gridava.  - Matelote    la  bruttezza  in
    persona!  Matelote    una  chimera.  Ecco  il  segreto  della sua
    nascita: un bel mattino un  gotico  costruttore  di  grondaie  per
    cattedrali s'innamor di una di quelle grondaie,  la pi orribile.
    Supplic l'amore di animarla, e cos nacque Matelote!  Guardatela,
    cittadini;    una  brava  ragazza  e si batter bene.  Ogni brava
    ragazza contiene un eroe.  Quanto a mamma Hucheloup,  anch'essa  
    brava.  Guardate che mustacchi che ha! Li ha ereditati dal marito.
    Anche lei si  batter.  Da  sole  faranno  spavento  al  sobborgo.
    Compagni,  noi  rovesceremo  il  governo.  Mio  padre mi ha sempre
    detestato perch non riuscivo a capire la matematica.  Io  capisco
    soltanto l'amore e la libert. Io sono Grantaire, il buon ragazzo.
    Non ho mai avuto denaro e non mi sono mai abituato ad averlo, per
    non  mi  mai mancato;  ma se fossi stato ricco,  non ci sarebbero
    stati i poveri! L'avreste visto! Oh,  se i cuori buoni avessero le
    borse grosse! Penso a Ges Cristo con la fortuna di un Rothschild!
    Quanto bene farebbe! Matelote, abbracciami!
    - Taci, ubriaco! - disse Courfeyrac.
    Grantaire rispose:
    - Io sono uno scabino e maestro in giochi floreali.
    Enjolras che stava in piedi sulla barricata, col fucile impugnato,
    alz  la  sua  bella  faccia austera.  Egli aveva,  come sappiamo,
    qualcosa  dello  spartano  e  del  puritano.  Sarebbe  morto  alle
    Termopili con Leonida e avrebbe bruciato Drogheda con Cromwell.
    - Grantaire - grid - vattene a smaltire il tuo vino fuori di qui.
    Non  disonorare  la barricata.  Questo  il posto per l'ebbrezza e
    non gi per l'ubriachezza.
    Queste  parole  irritate  produssero  un  effetto   singolare   su
    Grantaire.  Si  sarebbe  detto  che  avesse  ricevuto un bicchiere
    d'acqua fredda in faccia.  Parve come tornato in  s.  Si  sedette
    vicino  a  una  tavola  presso  la  finestra,  guard Enjolras con
    inesprimibile dolcezza e gli disse:
    - Lo sai che credo in te!
    - Vattene.
    - Lasciami dormire qui.
    - Va' a dormire altrove  -  disse Enjolras.
    Ma Grantaire, fissandolo sempre con i suoi occhi teneri e incerti,
    rispose:
    - Lasciami dormire fino a che non muoia.
    Enjolras lo guard sdegnoso:
    - Grantaire, sei incapace di credere,  di pensare,  di volere,  di
    vivere e di morire.
    Grantaire replic con voce grave:
    - Lo vedrai.
    Sfarfugli ancora alcune parole inintelligibili,  poi la sua testa
    cadde pesantemente sulla tavola e un momento dopo dormiva.

    4. SAGGIO Dl CONSOLAZIONE SULLA VEDOVA HUCHELOUP.
    Bahorel, inebriato della barricata, gridava:
    - La strada  stata disselciata! Che bellezza!
    Courfeyrac,  pur smantellando una parte della bettola,  cercava di
    consolare la vedova bettoliera.
    -  Mamma  Hucheloup,  l'altro giorno non vi lamentavate che vi era
    stata fatta una contravvenzione perch  Gibelotte  aveva  sbattuto
    uno scendiletto dalla finestra?
    - S,  mio buon Courfeyrac.  E mi metterete nel conto anche quella
    tavola?  Pensate che per lo scendiletto e per un vaso che  caduto
    dalla mansarda, il governo mi ha fatto una multa di cento franchi.
    Che vergogna!
    - Ebbene, mamma Hucheloup, noi vi vendicheremo.
    Mamma  Hucheloup  non  capiva  bene quale beneficio avrebbe potuto
    ricevere da quella vendetta che le si faceva. Era soddisfatta alla
    maniera di quella donna araba che,  avendo ricevuto  uno  schiaffo
    del  marito,  and a lamentarsi da suo padre,  gridando vendetta e
    dicendo: - Pap,  tu devi vendicare con un affronto l'affronto che
    m'ha  fatto  mio  marito.  - Il padre allora le chiese: - Su quale
    guancia hai ricevuto lo schiaffo?  - Sulla guancia sinistra.  - Il
    padre allora diede uno schiaffo alla figlia sulla guancia destra e
    disse:  -  Eccoti accontentata.  Vai a dire a tuo marito che io ho
    schiaffeggiato sua moglie perch lui ha schiaffeggiato mia figlia.
    La pioggia era  cessata.  Erano  arrivati  altri  alla  barricata.
    Alcuni  operai  avevano  portato  sotto  i camiciotti un barile di
    polvere,  un cesto contenente bottiglie di  vetriolo,  due  o  tre
    torce  a  vento e un paniere colmo di lampioni,  "rimasuglio della
    festa del re".  La quale festa s'era  tenuta  da  poco,  il  primo
    maggio. Si diceva che quelle munizioni provenivano da uno speziale
    del sobborgo sant'Antonio chiamato Pepin.  L'unico lampione di via
    Chanvrerie, il lampione di via san Dionigi, tutti i lampioni delle
    vie d'intorno furono infranti.
    Enjolras,  Combeferre  e  Courfeyrac  dirigevano  tutto.   Ora  si
    costruivano  nel  medesimo  tempo  due  barricate,   tutte  e  due
    appoggiate a  Corinto;  erano  fatte  a  squadra:  la  pi  grande
    chiudeva  via  Chanvrerie,  l'altra  chiudeva  via Mondtour dalla
    parte di via del Cigno. Quest'ultima barricata, molto stretta, era
    costruita soltanto di  ciottoli  e  di  botti.  C'erano  l  circa
    cinquanta  operai:  una  trentina  armati  di  fucile che,  cammin
    facendo, avevano sottratto a una armeria.
    Non c'era nulla di pi bizzarro e di pi vario di  quella  truppa.
    Uno aveva un giubbetto,  una spada di cavalleria e due pistole; un
    altro era in maniche di camicia con  un  cappello  rotondo  e  una
    bisaccia piena di polvere al fianco;  un terzo era vestito a nuovo
    con fogli di carta grigia ed era armato d'una lesina di sellaio...
    C'era qualcuno  che  gridava:  "Sterminiamoli  fino  all'ultimo  e
    moriamo  sulla  punta  delle  nostre  baionette!"  ma non aveva la
    baionetta.  Molti fucili avevano il numero  della  legione,  pochi
    erano  i cappelli,  niente cravatte,  molte braccia nude,  qualche
    picca. Aggiungete a tutto questo, tutte le et, tutti i volti, dai
    giovanissimi  pallidi  agli  scaricatori  abbronzati.   Tutti   si
    affrettavano  e,  mentre si aiutavano tra loro,  discutevano sulle
    varie possibilit: - sarebbero giunti dei soccorsi  verso  le  tre
    del  mattino  - si era sicuri di un reggimento - Parigi si sarebbe
    sollevata.
    Propositi terribili ai quali si univa una certa cordiale allegria.
    Li avresti detti dei fratelli; eppure ignoravano i loro nomi.
    I grandi periodi hanno questo di bello,  che mettono  in  luce  la
    fraternit tra gente sconosciuta.
    Nella  cucina  era  stato acceso il fuoco,  e in uno stampo per le
    palle  si  fondevano  brocche,  cucchiai,   forchette,   tutta  la
    posateria della bettola.  E in mezzo a tutto questo si beveva.  Le
    capsule e i pallini scorrevano sulle tavole insieme  ai  bicchieri
    di  vino.  Nella sala del bigliardo,  mamma Hucheloup,  Matelote e
    Gibelotte,  diversamente colpite dallo spavento,  strappavano  dei
    vecchi   strofinacci   e   ne  facevano  bende;   tre  insorti  le
    assistevano, tre uomini gagliardi, capelluti, barbuti e baffuti.
    L'uomo di alta statura,  che  Courfeyrac,  Combeferre  e  Enjolras
    avevano  notato  mentre  si  univa  alla  folla  all'angolo di via
    Billettes,  lavorava alla piccola barricata e  si  rendeva  utile.
    Gavroche lavorava alla grande.  Il giovane poi che aveva raggiunto
    Courfeyrac in casa sua e gli aveva chiesto di Mario era  scomparso
    nel momento in cui veniva rovesciato l'omnibus.
    Gavroche, completamente fuori di s e radioso, s'era incaricato di
    condurla a termine.  Andava, veniva, saliva, discendeva, risaliva,
    rumoreggiava,  folleggiava.  Pareva che fosse l per  incoraggiare
    gli altri.  Aveva un movente?  Certo,  la sua miseria. Aveva delle
    ali?  S,  certo,  la sua gioia.  Gavroche era un vortice.  Lo  si
    vedeva  dovunque,  lo si sentiva dappertutto.  Aveva una specie di
    ubiquit  quasi  irritante;   non  era  possibile  farlo  fermare.
    L'enorme  barricata  se  la  sentiva  sulla  groppa.   Incitava  i
    bighelloni,  rianimava gli affaticati,  spingeva i meditabondi,  a
    questi  infondeva gioia,  agli altri dava lena,  mandava in bestia
    quegli altri,  metteva tutti in movimento,  dava un pizzico a  uno
    studente,  mordeva un operaio,  si fermava,  ripartiva, volava sul
    tumulto e sugli sforzi di  tutti,  saltava  da  questi  a  quelli,
    mormorava,  ronzava  e  incitava tutti: mosca dell'immenso cocchio
    rivoluzionario.
    Nelle sue piccole braccia  c'era  il  moto  perpetuo  e  nei  suoi
    piccoli polmoni c'era un clamore perpetuo:
    - Su!  ancora dei selci! ancora delle botti! ancora del materiale!
    Dove sono?  Un cofano di calcinacci per  otturare  quel  buco!  E'
    troppo piccola la vostra barricata,  deve ancora salire! Metteteci
    tutto, ammucchiateci tutto!  Buttate gi la casa.  Una barricata 
    il th di mamma Gibou. Prendete, ecco una porta a vetri.
    A questo punto gli operai dissero:
    - Una porta a vetri! che vuoi che ne facciamo d'una porta a vetri,
    tubercolo che non sei!
    - E voi siete dei forzati! - rispose Gavroche. - Una porta a vetri
    in  una  barricata   eccellente;  non impedisce di attaccarla,  
    vero,  per d fastidio a prenderla.  Non avete mai  rubato  delle
    mele  scavalcando  un muro che ha sulla cresta cocci di bottiglia?
    Una porta a vetri taglia i calli ai piedi della guardia nazionale,
    se vuole salire sulla barricata.  Perbacco!  il vetro  traditore.
    Si vede che non avete fantasia, compagni!
    Del  resto,  era furioso per la sua pistola senza cane.  Andava da
    uno all'altro chiedendo:
    - Un fucile! voglio un fucile! Perch non mi danno un fucile?
    - Un fucile a te! - disse Combeferre.
    - Toh! - replic Gavroche.  - Perch no?  Ne ho avuto uno nel 1830
    quando fu cacciato Carlo Decimo.
    Enjolras alz le spalle.
    - Quando ce ne saranno per gli uomini, li avranno anche i ragazzi.
    Gavroche si volse fieramente e gli rispose:
    - Se sei ucciso prima di me, prendo il tuo.
    - Monello! - disse Enjolras.
    - Sbarbatello! - disse Gavroche.
    Un elegantone smarrito che gironzolava in capo alla via si gir.
    Gavroche gli grid:
    - Giovanotto,  venite con noi.  Non fate niente per questa vecchia
    patria?
    L'elegantone scapp.

    5. I PREPARATIVI.
    Si sono ingannati quei giornali del tempo che ci hanno  detto  che
    la   barricata   di  via  Chanvrerie,   questa  costruzione  quasi
    inespugnabile, come essi la dicevano,  raggiungeva il primo piano.
    A  dir  vero,  essa non sorpassava l'altezza di sei o sette piedi.
    Era costruita in modo che i combattenti potevano a loro piacere  o
    sparire  dietro oppure dominare lo sbarramento e anche scalarne la
    cresta mediante un quadruplice ordine di scalini  fatti  di  selci
    sovrapposti,  dalla  parte  interna.  L'esterno  della  barricata,
    composto di pile di selci e di botti legate tra loro con  travi  e
    tavole  che  si  incastravano  nelle ruote della carretta Anceau e
    dell'omnibus capovolto, aveva un aspetto irto e inestricabile. Tra
    il muro delle case e l'estremit lontana dalla bettola  era  stato
    lasciato  uno  stretto  passaggio  in maniera da rendere possibile
    un'uscita.  Il timone dell'omnibus si  levava  dritto  nel  cielo,
    sostenuto  da  corde;  una  bandiera  rossa,  attaccata al timone,
    sventolava sulla barricata.
    La piccola barricata Mondtour, nascosta dietro la bettola, non si
    vedeva.  Le due barricate  riunite  formavano  una  vera  ridotta.
    Enjolras  e  Courfeyrac  non  avevano ritenuto opportuno barricare
    anche l'altro tratto di via Mondtour che attraverso  la  via  dei
    Predicatori immette sui Mercati;  indubbiamente volevano mantenere
    una possibile comunicazione col di fuori e forse temevano d'essere
    attaccati dalla pericolosa e difficile stradetta dei Predicatori.
    Se si esclude questa uscita libera,  che costituiva ci che Folard
    nel  suo  stile strategico avrebbe chiamato un budello,  e tenendo
    conto anche dello  stretto  passaggio  fatto  su  via  Chanvrerie,
    l'interno  della  barricata,  dove  la  bettola  faceva  un angolo
    sporgente,  aveva la forma di un quadrilatero irregolare chiuso da
    tutte  le  parti.  C'erano  una cinquantina di passi tra il grande
    sbarramento e le case alte  in  fondo  alla  strada,  cosicch  si
    poteva  dire  che la barricata era addossata a queste case,  tutte
    abitate ma chiuse.
    Tutto questo lavoro fu fatto senza difficolt in meno di un'ora  e
    senza  che  quel  pugno  di  arditi  vedesse  un  berretto  o  una
    baionetta.  I rari borghesi che  in  quel  momento  della  rivolta
    s'arrischiavano  in  via  san  Dionigi gettavano un'occhiata a via
    Chanvrerie, vedevano la barricata e raddoppiavano il passo.
    Terminate le due barricate,  inalberata la  bandiera,  fu  portata
    fuori  della  bettola  una  tavola.  Courfeyrac sal sulla tavola.
    Enjolras port la cassa quadrata e Courfeyrac l'apr. La cassa era
    piena di cartucce.  Quando si videro le cartucce ci fu tra  i  pi
    bravi un brivido di gioia e un momento di silenzio.  Courfeyrac le
    distribu sorridendo.  Ognuno  ricevette  trenta  cartucce.  Molti
    avevano  della polvere e si misero a farne altre con i pallini che
    venivano fusi.  Il barile di polvere si trovava su  una  tavola  a
    parte, presso la porta, e fu tenuto come riserva.
    La  diana che percorreva tutta Parigi continuava,  ma aveva finito
    col  diventare  un  rumore  monotono  a  cui  non  si  faceva  pi
    attenzione.  Questo  rumore  ora si allontanava ora si avvicinava,
    con lugubri ondulazioni.
    Furono caricati i fucili e le carabine, senza fretta,  con gravit
    solenne. Enjolras mise tre sentinelle fuori della barricata.
    Poi,  finite le barricate,  assegnati i posti,  caricati i fucili,
    poste le sentinelle, attesero soli in quelle strade paurose,  dove
    nessuno  passava,  circondate da case silenziose e come morte dove
    non c'era alcun movimento umano, avvolti dalle ombre crescenti del
    crepuscolo,  in mezzo a quella oscurit  e  a  quel  silenzio  che
    avevano  qualcosa di tragico e di terrificante,  isolati,  armati,
    decisi, tranquilli.

    6. NELL'ATTESA.
    Che fecero in quelle ore di attesa?
    Bisogna pur dirlo, poich appartiene alla storia.
    Mentre gli uomini facevano cartucce e le donne  le  bende,  mentre
    una  grande  casseruola  piena di stagno e piombo fuso,  destinato
    allo stampo delle palle, fumava sopra un braciere ardente,  mentre
    le vedette vegliavano con l'arma in pugno sulla barricata,  mentre
    Enjolras,  che nulla poteva  distrarre,  vigilava  sulle  vedette,
    Combeferre,  Courfeyrac,  Giovanni  Prouvaire,  Feuilly,  Bossuet,
    Joly,  Bahorel e alcuni altri si cercarono e si riunirono come nei
    pi  tranquilli  giorni delle loro bisbocce studentesche;  e in un
    angolo di quella bettola mutata in casamatta,  a due  passi  dalla
    ridotta  da  loro  costruita,  con  le  carabine  cariche e pronte
    appoggiate alle spalliere delle scranne,  quei bei  giovani,  cos
    vicini a un'ora suprema, si misero a recitare versi d'amore.
    Quali versi? Eccoli:

    Ricordate  la  dolce  vita,  - quando eravamo cos giovani tutti e
    due,  - quando nel cuore non avevamo  altro  desiderio  -  che  di
    vestir bene e d'essere innamorati?
    Quando  aggiungendo alla mia la vostra et,  - fra tutti e due non
    formavamo quarant'anni,  - e nella nostra umile casetta  -  tutto,
    anche l'inverno era per noi primavera?
    Bei  giorni!  Manuel  era fiero e saggio,  - Parigi sedeva a santi
    banchetti,  - Foy lanciava fulmini,  e sul vostro corpetto - c'era
    uno spillo che mi pungeva.
    Tutti  vi  ammiravano.  Quando  io,  avvocato  senza  cause,  - vi
    conducevo a pranzo al Prado,  - voi eravate tanto graziosa, che le
    rose - pareva si voltassero a guardarvi.
    E le sentivo dire: Com' bella!  -  come  odora!  che  cascata  di
    capelli! - sotto la mantiglia nasconde le ali, - e la sua graziosa
    cuffietta  appena sbocciata.
    Giravo  con  te,  stretto  al tuo braccio flessuoso.  - I passanti
    credevano che l'amore affascinato -  avesse  unito,  nella  nostra
    coppia felice, - il dolce aprile al bel maggio.
    Vivevamo nascosti,  contenti a porte chiuse,  - divorando l'amore,
    bel frutto proibito: - la mia bocca  aveva  appena  detto  qualche
    cosa - che gi il tuo cuore le aveva risposto.
    La  Sorbona  era il bucolico sito - in cui ti adoravo da mattina a
    sera.  - Cos un'anima amorosa applica - la carta  del  Tenero  al
    Paese Latino.
    O  piazza  Maubert!  o  piazza  Delfino!  -  quando nella soffitta
    fresca, - ti stiravi la calza sulla gamba fine,  - in fondo a quel
    granaio vedevo una stella.
    Ho  letto  molto  Platone  ma  non  me  ne  resta  nulla;  - tu mi
    dimostravi la bont celeste - meglio di Malebranche, di Lamennais,
    - con un fiore che mi davi.
    Io ti obbedivo e tu  mi  eri  sottomessa.  -  O  soffitta  dorata!
    allacciarti  il busto!  vederti - andare e venire fin dall'alba in
    camicia - e mirarti il giovane viso nello specchio antico.
    E chi potrebbe mai perdere il ricordo - di quei tempi  d'aurora  e
    di firmamento,  - di nastri, di fiori, di velo e di seta, - in cui
    l'amore balbetta un incantevole gergo!
    Il nostro giardino era un vaso di tulipani; - tu mettevi una gonna
    per tenda alla finestra;  - io prendevo per me la ciotola di creta
    - e davo a te la tazza giapponese.
    E  quelle  grandi  disgrazie  che  ci  facevano  ridere!  - Il tuo
    manicotto bruciato, il tuo boa perduto! - E quel caro ritratto del
    divino Shakespeare - che una sera vendemmo per cenare!
    Io mendicavo,  tu eri caritatevole;  - e io ti baciavo a  volo  le
    braccia fresche e tonde.  - Un Dante in folio ci serviva da tavola
    - per mangiare allegramente un soldo di castagne.
    La prima volta che nel mio giocondo bugigattolo - colsi  un  bacio
    sulle  tue  labbra  ardenti,  -  quando  te  ne  andasti,  rossa e
    spettinata, - restai tutto pallido e credetti in Dio!
    Ricordi le nostre innumerevoli gioie - e tutti  quegli  scialletti
    mutati  in  cenci?  - Oh!  quanti sospiri,  dei nostri cuori pieni
    d'ombra, - si sono involati nei cieli profondi!".

    L'ora,  il luogo,  quei ricordi di giovinezza,  alcune stelle  che
    cominciavano  a brillare nel cielo,  il funebre silenzio di quelle
    vie deserte,  la imminenza di quell'inesorabile avventura  che  si
    preparava,  davano  un patetico incanto a quei versi mormorati nel
    crepuscolo da Giovanni Prouvaire, che, l'abbiamo gi detto, era un
    dolce poeta.
    Frattanto avevano acceso un lampione nella  piccola  barricata,  e
    nella  grande  una di quelle torce che si vedono il marted grasso
    precedere le vetture piene di maschere che vanno  alla  Courtille.
    Quelle  torce,   come  abbiamo  visto,  provenivano  dal  sobborgo
    Sant'Antonio.
    La torcia era stata collocata in una specie di  gabbia  di  selci,
    chiusa da tre lati per ripararla dal vento, e disposta in modo che
    tutta  la  luce  cadesse  sulla  bandiera.  La  via e la barricata
    restavano immerse nell'oscurit,  e non si scorgeva altro  che  il
    vessillo   rosso  formidabilmente  illuminato  come  da  un'enorme
    lanterna cieca.
    E quella luce aggiungeva allo scarlatto della bandiera una non  so
    qual terribile porpora.

    7. L'UOMO RECLUTATO IN VIA BILLETTES.
    La notte era discesa, e non era accaduto nulla. S'udivano solo dei
    rumori  confusi,  e di tanto in tanto delle scariche di fucileria,
    ma  rade,  poco  nutrite  e  lontane.   Quella  tregua  prolungata
    dimostrava  che il governo prendeva le sue misure e raccoglieva le
    sue forze. Quei cinquanta uomini ne aspettavano sessantamila.
    Enjolras fu preso dall'impazienza che assale le anime forti  sulla
    soglia  di  avvenimenti  terribili.  And a trovare Gavroche,  che
    s'era messo a fabbricare cartucce nella sala  terrena,  alla  luce
    incerta  di  due  candele posate per precauzione sul banco a causa
    della polvere sparsa sulle tavole.  Le candele non riflettevano la
    luce nella strada;  e per di pi gli insorti avevano avuto cura di
    non accendere nessun lume ai piani superiori.
    In quel momento Gavroche era molto preoccupato,  ma non per le sue
    cartucce.
    Era  entrato  nella sala terrena l'uomo di via Billettes,  e s'era
    andato a sedere alla tavola meno illuminata.  Gli era  toccato  un
    fucile di grande modello,  che egli teneva tra le gambe.  Gavroche
    non aveva neppure visto quell'uomo,  distratto  com'era  da  cento
    cose "divertenti".
    Quando  entr,  il  monello lo segu macchinalmente con gli occhi,
    ammirando il suo fucile, poi, bruscamente,  l'uomo si sedette,  il
    monello  si  alz.  Chi  avesse  spiato  l'individuo  fino  a quel
    momento,  l'avrebbe visto osservare nella barricata e nella  banda
    degli  insorti con un'attenzione singolare;  ma da che era entrato
    nella sala si era immerso in una specie di raccoglimento e  pareva
    che  non  vedesse  pi  nulla  di  quanto accadeva.  Il monello si
    avvicin a quel  personaggio  pensieroso  e  si  mise  a  girargli
    intorno  sulla punta dei piedi,  come si cammina vicino a qualcuno
    che  si  teme  di  svegliare.  Al  tempo  stesso,  sul  suo  volto
    infantile,  cos  sfrontato e cos serio insieme,  cos sventato e
    cos profondo,  cos allegro e  cos  impressionante,  comparivano
    tutte   quelle   smorfie  che  significavano:  -  Eh  via!   -  E'
    impossibile! - Ho le traveggole! - Sogno! - Sarebbe?... - No,  non
      lui!  - Gavroche si dondolava,  stringeva i pugni nelle tasche,
    girava la testa  come  un  uccello,  consumava  in  una  smisurata
    smorfia tutta la sagacia del suo labbro inferiore. Era stupefatto,
    incerto,  incredulo, convinto, abbagliato. Aveva l'aria di un capo
    di eunuchi,  che al mercato delle schiave scoprisse una Venere  in
    mezzo  a  un  gruppo  di  oche,   e  l'aria  di  un  amatore,  che
    riconoscesse un Raffaello in un mucchio di scarabocchi.  Tutto  in
    lui era in moto,  l'istinto che fiuta e l'intelligenza che scopre.
    Era evidente che a Gavroche stava per succedere qualcosa.
    Nel colmo di quella preoccupazione lo sorprese Enjolras.
    - Tu sei piccolo - gli disse,  e non ti  vedranno.  -  Esci  dalle
    barricate, scivola lungo le case, gira un po' nelle vie, e torna a
    dirmi che cosa succede.
    Gavroche si raddrizz sui fianchi.
    - Ah!  dunque i piccoli sono buoni a qualcosa!  Che fortuna!  Vado
    subito!  Intanto fidatevi dei piccoli e diffidate dei grandi...  E
    Gavroche,   alzando  la  testa  e  abbassando  la  voce,  aggiunse
    indicando l'uomo di via Billettes:
    - Vedete quello l?
    - Ebbene?
    - E' una spia.
    - Ne sei sicuro?
    - Quindici giorni fa,  mi prese per l'orecchio e mi allontan  dal
    parapetto del Ponte Reale, dove stavo a prendere il fresco.
    Enjolras lasci precipitosamente il monello e mormor poche parole
    a  voce  bassissima  a  un  facchino del porto dei vini che era l
    accanto.   L'uomo  usc  dalla  sala  e   rientr   quasi   subito
    accompagnato  da  altri  tre.  I quattro uomini,  quattro facchini
    dalle larghe spalle,  andarono a collocarsi,  senza far nulla  che
    potesse  attirare  l'attenzione,  dietro  alla  tavola a cui stava
    seduto l'individuo  di  via  Billettes.  Evidentemente,  erano  l
    pronti a lanciarglisi addosso.
    Allora Enjolras si avvicin all'uomo e gli chiese:
    - Chi siete?
    A  questa  domanda inaspettata l'uomo trasal.  Immerse lo sguardo
    sino in fondo alla candida pupilla di Enjolras,  e parve coglierne
    il pensiero. Sorrise di un sorriso che era quanto si pu vedere di
    pi sprezzante, energico e risoluto, e rispose con altera gravit:
    - Vedo di che si tratta... Ebbene, s!
    - Siete una spia?
    - Sono un agente dell'autorit.
    - Come vi chiamate?
    - Javert.
    Enjolras fece un segno ai quattro uomini.  In un batter d'occhio e
    prima che avesse  il  tempo  di  voltarsi,  Javert  fu  afferrato,
    atterrato, legato e frugato.
    Gli trovarono addosso un tondino di carta, incollato tra due vetri
    e che portava inciso da una parte lo stemma della Francia,  con la
    leggenda: "Sorveglianza e  vigilanza",  e  dall'altra  le  parole:
    "JAVERT, ispettore di polizia, 52 anni", con la firma del prefetto
    di polizia di allora, Gisquet.
    Aveva  inoltre  l'orologio  e  la borsa,  contenente alcune monete
    d'oro;  gli lasciarono l'uno e  l'altra.  Sotto  all'orologio,  in
    fondo al taschino, gli trovarono una busta, che Enjolras apr e vi
    lesse  queste  cinque righe scritte di pugno dallo stesso prefetto
    di polizia:
    "Appena compiuta la sua missione politica, l'ispettore Javert, con
    una vigilanza speciale,  si assicurer  se  sia  vero  che  alcuni
    malfattori abbiano delle pratiche sospette, sull'argine della riva
    destra della Senna, vicino al ponte di Iena".
    Terminata  la rivista,  lo fecero alzare,  gli legarono le braccia
    dietro il dorso e lo attaccarono in mezzo  alla  sala  terrena  al
    celebre palo che aveva gi dato il suo nome alla bettola.
    Gavroche,  che  aveva  assistito  a  tutta  la scena e aveva tutto
    approvato con un crollar di testa silenzioso,  si accost a Javert
    e gli disse:
    - Il topolino ha preso il gatto.
    Tutto  era  stato  eseguito tanto rapidamente,  che era gi finito
    quando se ne avvidero fuori dell'osteria.  Javert non aveva emesso
    un grido. Vedendolo legato al palo, accorsero Courfeyrac, Bossuet,
    Joly, Combeferre e gli uomini dispersi nelle due trincee.
    Javert,  addossato al palo e cos avvolto dalle corde da non poter
    fare un movimento,  teneva la testa alta con la serenit intrepida
    dell'uomo che non ha mai mentito.
    - E' una spia, - disse Enjolras.
    E volgendosi a Javert:
    - Sarete fucilato due minuti prima che prendano la barricata.
    Il poliziotto rispose col suo tono pi imperioso:
    - Perch non subito?
    - Risparmiamo la polvere.
    - Allora finitemi con una coltellata.
    -  Spia  -  ribatt  il  bell'Enjolras,  - noi siamo giudici,  non
    assassini.
    E chiamato Gavroche:
    - Va' per le tue faccende, tu! Fa' quello che ti ho detto.
    - Vado - grid il monello.
    Ma fermandosi, al momento di uscire, riprese:
    - A proposito, mi darete il suo fucile! - E aggiunse: - vi cedo il
    suonatore, ma voglio il clarinetto per me.
    Fece il saluto militare,  e varc allegramente il passaggio  della
    grande barricata.

    8.  PARECCHI PUNTI INTERROGATIVI A PROPOSITO DI UN CERTO LE CABUC,
    CHE FORSE NON SI CHIAMAVA LE CABUC.
    La  tragica  descrizione  che  abbiamo  cominciato   non   sarebbe
    completa,  e  il  lettore  non  vedrebbe  nel loro reale ed esatto
    rilievo quei grandi momenti  di  gestazione  sociale  e  di  parto
    rivoluzionario,  in cui la convulsione si mescola allo sforzo,  se
    nello schizzo qui abbozzato tralasciassimo un particolare di epico
    e selvaggio  orrore,  verificatosi  subito  dopo  la  partenza  di
    Gavroche.
    Gli  assembramenti,  com'  noto,  sono  come  una  palla di neve;
    rotolando,  agglomerano un ammasso di uomini tumultuanti,  i quali
    non  si chiedono l'un l'altro da dove vengano.  Fra i passanti che
    si erano uniti  al  gruppo  condotto  da  Enjolras,  Combeferre  e
    Courfeyrac,  c'era  un  individuo  che  portava  un  camiciotto da
    facchino un po' logoro  alle  spalle,  gesticolava,  vociferava  e
    aveva  la  cera  d'un  ubriacone  selvaggio.  Costui,  chiamato  o
    soprannominato Le Cabuc,  per ignoto a quelli che pretendevano di
    conoscerlo,  molto ubriaco,  o fingendo di esserlo,  si era seduto
    con altri a una tavola fuori dall'osteria.  Mentre incitava a bere
    i  compagni,  quel  Le  Cabuc  pareva intento a osservare con aria
    pensosa,  la grande casa in fondo alla  barricata,  i  cui  cinque
    piani  dominavano  tutta  la  via  ed erano di fronte alla via san
    Dionigi. A un tratto esclam:
    - Sapete,  compagni!  da quella casa bisognerebbe  tirare;  quando
    saremo  lass  alle finestre,  il diavolo mi porti se qualcuno pu
    avanzare nella via!
    - S, ma la casa  chiusa, - osserv uno dei bevitori.
    - Bussiamo!
    - Non apriranno.
    - Sfondiamo la porta!
    Le Cabuc corre alla porta,  che aveva un battente molto massiccio.
    La porta non s'apre.  Batte un secondo colpo, nessuno risponde; un
    terzo, lo stesso silenzio.
    - C' qualcuno qui? - grida Le Cabuc.
    Nessun movimento.
    Allora prende un fucile e comincia a battere la porta col  calcio.
    Era una vecchia porta centinata,  bassa, stretta, solida, tutta di
    quercia,  foderata all'interno d'una lastra  di  lamiera  e  d'una
    armatura di ferro, una vera postierla. I colpi di calcio di fucile
    facevano tremare la casa, ma non scuotevano la porta.
    Gli  abitanti  s'erano probabilmente scossi,  perch finalmente si
    vide illuminare e aprire un finestrino quadrato del terzo piano, e
    affacciarsi la testa stupita e spaventata d'un vecchio coi capelli
    grigi, che era il portinaio.
    L'uomo che picchiava smise.
    - Signori, - chiese il portinaio, - che desiderate?
    - Apri! - rispose Le Cabuc.
    - Signori, non si pu.
    Le Cabuc alz il fucile e prese di mira il portinaio,  ma  siccome
    c'era molto buio, il portinaio non lo vide.
    - Vuoi aprire, s o no?
    - No, signori!
    - Dici di no?
    - Dico di no, miei buoni...
    Non  pot  finire.  Il  colpo  di fucile era partito,  e la palla,
    entrata sotto il  mento,  era  uscita  dalla  nuca,  dopo  avergli
    trapassato la vena iugulare. Il vecchio si accasci senza emettere
    un gemito.  La candela cadde e si spense,  e non si vide altro che
    una testa immobile, china sul davanzale del finestrino e un po' di
    fumo biancastro che saliva verso il tetto.
    - Fatto!  - esclam Le Cabuc,  lasciando ricadere sul lastrico  il
    calcio del fucile.
    Aveva  appena  pronunciato  questa  parola,  quando sent una mano
    sulla spalla con la forza d'un artiglio d'aquila,  e ud una  voce
    che gli diceva:
    - In ginocchio!
    L'omicida  si  volse e si vide davanti il volto bianco e freddo di
    Enjolras, che teneva in pugno una pistola.
    Era accorso allo sparo. Aveva afferrato con la sinistra il bavero,
    la giacchetta, la camicia e le bretelle di Le Cabuc.
    - In ginocchio! - ripet.
    E con un moto imperioso,  il fragile giovane  di  vent'anni  pieg
    come  un  giunco  il  facchino  tarchiato  e  robusto,  e  lo fece
    inginocchiare nel fango.  Le Cabuc tent di resistere,  ma  pareva
    artigliato da una mano sovrumana.
    Pallido,  col  collo  nudo e i capelli sparsi,  Enjolras,  col suo
    volto femmineo,  aveva in quel momento  qualche  cosa  della  Temi
    antica.  Le  narici  dilatate  e  gli  occhi  bassi  davano al suo
    implacabile  profilo  greco  quell'espressione  di  collera  e  di
    castit,  che  secondo il mondo antico,  si addice alla giustizia.
    Tutta la barricata era accorsa,  e s'erano schierati in circolo  a
    qualche distanza, comprendendo che era impossibile pronunciare una
    parola dinanzi a quello che stava per accadere.
    Le Cabuc, vinto, non tentava pi di reagire e tremava. Enjolras lo
    lasci e cacci l'orologio.
    - Raccogliti, - disse. - Prega o pensa. Hai un minuto.
    - Grazia! - mormor l'assassino; e balbett qualche bestemmia.
    Enjolras  lasci  trascorrere  il  minuto  senza  levar  gli occhi
    dall'orologio,  poi se lo mise in tasca.  Ci fatto,  prese per  i
    capelli  Le Cabuc che si raggomitolava urlando alle sue ginocchia,
    e gli mise la canna della pistola all'orecchio.  Molti  di  quegli
    uomini  intrepidi  lanciatisi  con tanta calma nella pi terribile
    avventura voltarono la testa. Si ud lo scoppio, l'assassino cadde
    bocconi sul lastrico;  Enjolras si raddrizz e volse  in  giro  lo
    sguardo imperioso e severo.
    Quindi spinse col piede il cadavere e disse:
    - Buttatelo fuori.
    Tre  uomini  sollevarono  il  corpo del miserabile,  agitato dalle
    ultime convulsioni meccaniche della vita, e lo gettarono, al di l
    della piccola barricata, nel vicolo Mondtour.
    Enjolras era rimasto pensoso.  Non  so  quali  nubi  grandiose  si
    spandessero lentamente sulla sua formidabile serenit. D'un tratto
    parl, e tutti fecero silenzio.
    - Cittadini,  - disse, - quel che ha fatto quest'uomo  spaventoso
    e quel che ho fatto io  orribile.  Egli ha ucciso  e  per  questo
    l'ho  ucciso.  L'assassinio  un delitto qui pi che altrove;  noi
    siamo sotto gli sguardi della rivoluzione, siamo i sacerdoti della
    repubblica,  siamo le ostie del dovere,  ed   necessario  che  la
    nostra  battaglia  non  possa  essere  calunniata.  Quanto  a  me,
    costretto a fare, pur aborrendolo, quel che ho fatto,  mi sono gi
    giudicato, e vedrete fra poco a che che cosa mi sono condannato.
    Quelli che ascoltavano trasalirono.
    - Noi condivideremo il tuo destino, - grid Combeferre.
    -  Sia!  -  riprese  Enjolras.  - Ancora una parola.  Giustiziando
    quest'uomo,  obbedii alla necessit;  ma la necessit  un  mostro
    del vecchio mondo;  la necessit si chiama Fatalit.  Ora la legge
    del  progresso  vuole  che  i  mostri  spariscano   davanti   alla
    fraternit.  Non    ancora  il  momento  di pronunciare la parola
    amore. Non importa, la pronuncio e la glorifico: Amore, l'avvenire
     tuo.  Morte,  io mi servo di  te,  ma  ti  odio.  Cittadini,  in
    avvenire  non  ci  saranno  pi n tenebre n fulmini n ignoranza
    feroce n sanguinoso taglione. Non ci sar Satana,  ma non ci sar
    neppure  Michele.  In  avvenire  nessuno  uccider  pi,  la terra
    risplender, il genere umano amer. Verr, cittadini, il giorno in
    cui ci sar concordia,  armonia,  luce,  gioia e  vita;  verr.  E
    appunto perch venga, noi andiamo alla morte.
    Enjolras  tacque.  Le sue labbra di vergine si chiusero;  e rimase
    qualche  tempo  ritto,  dove  aveva  versato  il  sangue,  in  una
    immobilit marmorea.  Il suo sguardo fisso faceva s che intorno a
    lui si parlasse sommesso.
    Prouvaire e Combeferre si  stringevano  la  mano  in  silenzio,  e
    appoggiati   l'uno   all'altro,   nell'angolo   della   barricata,
    contemplavano,  con una ammirazione mista a  piet,  quel  giovane
    austero, carnefice e sacerdote, fatto di luce e di roccia, come il
    cristallo.
    Diciamo  subito  che pi tardi,  dopo il fatto,  quando i cadaveri
    furono trasportati all'obitorio e frugati,  si trov indosso a  Le
    Cabuc  una tessera di agente di polizia.  L'autore di questo libro
    ha avuto tra le mani,  nel '48,  il rapporto  speciale,  fatto  su
    questa circostanza, al prefetto di polizia del 1832.
    Aggiungiamo  che,   se  bisogna  prestar  fede  a  una  tradizione
    poliziesca,   strana  ma  probabilmente  fondata,   Le  Cabuc  era
    Claquesous.  Fatto  sta  che  dopo la morte di Le Cabuc non si ud
    parlare pi di Claquesous,  il quale non  lasci  nessuna  traccia
    della sua sparizione,  come se si fosse dileguato nell'invisibile.
    La sua vita era stata tenebra; la sua fine fu notte.
    Il gruppo degli  insorti  era  ancora  sotto  l'emozione  di  quel
    tragico  processo  cos  presto  istruito  e cos presto concluso,
    quando Courfeyrac  rivide  nella  barricata  il  ragazzo,  che  la
    mattina era stato a casa sua a chiedere di Mario.
    Quel  giovane  dalla fisionomia ardita e sprezzante,  era venuto a
    raggiungere gli insorti appena era caduta la notte.













    Libro 13.
    MARIO ENTRA NELL'OMBRA.


    1. DA VIA PLUMET AL QUARTIERE SAN DIONIGI.
    La voce, che nel crepuscolo aveva chiamato Mario alla barricata di
    via Chanvrerie,  gli era parsa come la voce  del  destino.  Voleva
    morire,  e  gli  si  offriva  l'occasione;  batteva alla porta del
    sepolcro, e una mano nel buio gliene porgeva la chiave. Le lugubri
    porte che si coprono nelle tenebre davanti alla disperazione  sono
    tentatrici.  Mario  scost  la  sbarra  che  tante  volte  l'aveva
    lasciato passare, e usc dal giardino dicendo: Andiamo!
    Pazzo di dolore,  non sentendosi pi niente di fisso e  di  solido
    nel cervello,  ormai incapace di accettar nulla dalla sorte,  dopo
    quei due mesi trascorsi nell'ebbrezza della giovent e dell'amore,
    oppresso a un tempo da tutte le fantasticherie della disperazione,
    aveva un  desiderio  solo:  finirla  al  pi  presto.  Si  mise  a
    camminare rapidamente. S'accorse di essere armato delle pistole di
    Javert.
    Il  ragazzo  che  aveva  creduto di scorgere s'era dileguato nelle
    vie.
    Mario,   uscito  da  via  Plumet  per  il  boulevard,   attravers
    l'Esplanade,  il  ponte degli Invalidi,  i Campi Elisi,  la piazza
    Luigi Quindicesimo e  raggiunse  via  Rivoli.  I  magazzini  erano
    aperti;  sotto le arcate erano accesi i lumi a gas; nelle botteghe
    c'erano le donne a comprare, nel caff Laiter prendevano i gelati,
    e i pasticcini nella pasticceria  inglese.  Solo  alcune  corriere
    postali   partivano   di   galoppo  dall'albergo  dei  Principi  e
    dall'albergo Meurice.
    Per il passaggio Delorme, Mario sbocc in via Sant'Onorato. Qui le
    botteghe erano chiuse,  e i mercanti discorrevano fra loro davanti
    alle  porte  socchiuse;  i passanti circolavano;  i lampioni erano
    accesi; e fin dal primo piano le finestre erano illuminate come al
    solito. Sulla piazza del Palazzo Reale c'era la cavalleria.
    S'incammin per via Sant'Onorato. A mano a mano che si allontanava
    dal Palazzo Reale,  c'erano meno finestre illuminate;  le botteghe
    erano interamente chiuse,  nessuno discorreva sulla soglia, la via
    diventava pi buia e  nello  stesso  tempo  la  folla  pi  fitta.
    Infatti qui i passanti formavano una folla. Non si sentiva parlare
    in quella folla; si avvertiva soltanto un ronzo sordo e profondo.
    Verso  la fontana dell'Albero Secco c'erano degli "assembramenti",
    gruppi immobili e cupi,  che stavano in  mezzo  ai  passanti  come
    pietre in mezzo all'acqua corrente.
    All'ingresso di via Prouvaires la folla non procedeva pi.  Era un
    blocco   resistente,   massiccio,    solido,    compatto,    quasi
    impenetrabile,  di  gente ammassata che parlava sottovoce.  Non si
    notavano  n  abiti  neri  n  cappelli  a  staio,   ma  pastrani,
    camiciotti,   berretti,   teste   arruffate   e  terrose.   Quella
    moltitudine ondeggiava confusamente nella nebbia  notturna,  e  il
    suo  sussurro  aveva  il  tono rauco d'un fremito.  Bench nessuno
    camminasse,  si udiva un calpestio sul fango.  Al di l di  quella
    fitta folla,  in via Roule,  in via Prouvaires e nel prolungamento
    di via Sant'onorato, non c'era pi una sola finestra illuminata; e
    nel buio splendevano soltanto le file solitarie e decrescenti  dei
    fanali. A quell'epoca, i fanali somigliavano a grosse stelle rosse
    sospese  a  corde,  e gettavano sul lastrico un'ombra che aveva la
    forma di un gigantesco ragno. Quelle vie non erano deserte;  vi si
    distinguevano   dei  fucili  a  fasci,   delle  baionette  che  si
    muovevano,  bivacchi di truppe.  Nessun curioso oltrepassava  quel
    limite;  l cessava la circolazione,  finiva la folla e cominciava
    l'esercito.
    Mario era deciso con la  volont  dell'uomo  che  non  spera  pi.
    L'avevano   chiamato,   bisognava   andare.   Trov  il  mezzo  di
    attraversare la folla e il bivacco delle truppe,  di sfuggire alle
    pattuglie, d'evitare le sentinelle; e fatto un giro, giunse in via
    Bthisy  e  si  diresse  verso  i  Mercati.  All'angolo  della via
    Bourdonnais non si vedevano pi lampioni.
    Ora che aveva varcato la zona della folla,  oltrepassato il limite
    delle  truppe,  si  trovava in qualcosa di spaventoso.  Non pi un
    passante,  non pi un  soldato,  non  pi  un  lume;  nessuno;  la
    solitudine,  il  silenzio,  la notte;  provava un senso di gelido.
    Entrando in una via,  gli pareva di  entrare  in  un  sotterraneo.
    Continu ad avanzare.
    Dopo pochi passi,  qualcuno lo rasent di corsa.  Era un uomo? una
    donna?  erano parecchi?  Non avrebbe saputo dirlo.  Era passato  e
    svanito.
    Girando  e  rigirando,  giunse in una viuzza che gli parve dovesse
    essere la via Poterie, dove urt in un ostacolo. Stese le mani,  e
    sent che era un carretto rovesciato; tast col piede, e riconobbe
    delle   pozze  d'acqua,   delle  buche,   delle  pietre  sparse  e
    ammucchiate.  Era una  barricata  cominciata  e  poi  abbandonata.
    Scavalc le pietre e si trov dall'altra parte.  Camminava accosto
    alle case,  rasentando i muri.  Poco pi innanzi della  barricata,
    gli parve di intravedere qualcosa di bianchiccio; s'avvicin, e la
    cosa prese forma.  Erano due cavalli bianchi,  quelli dell'omnibus
    staccati la mattina  da  Bossuet,  che  avevano  vagato  tutto  il
    giorno,  a zonzo, per le vie e avevano finito col fermarsi in quel
    posto, con quella pazienza accasciata dei bruti, che non capiscono
    le azioni dell'uomo pi di quanto l'uomo non comprenda  le  azioni
    della Provvidenza.
    Mario si lasci dietro i cavalli,  e, mentre imboccava una via che
    gli parve quella del Contratto Sociale, un colpo di fucile, venuto
    non si sa di dove  e  che  attraversava  l'oscurit,  gli  fischi
    proprio  vicino,  e la palla buc sopra la sua testa una catinella
    di rame appesa davanti alla bottega d'un barbiere. Nel 1846 quella
    catinella bucata si vedeva ancora,  in via del Contratto  Sociale,
    all'angolo del portico del Mercato.
    Quella  fucilata era tuttavia un indizio di vita.  Da quel momento
    non incontr pi nulla.
    Tutto quell'itinerario somigliava alla discesa  di  una  gradinata
    nera.
    Non per questo, Mario desistette dal procedere.

    2. PARIGI A VOLO Dl GUFO.
    Chi avesse potuto in quel momento librarsi su Parigi con l'ala del
    pipistrello  o  della  civetta,  avrebbe  avuto sotto gli occhi un
    triste spettacolo.
    Tutto il vecchio quartiere dei Mercati, che  come una citt nella
    citt,  attraversato dalle vie San Dionigi e San Martino,  in  cui
    s'incrociano mille vicoli e dove gli insorti avevano fatto la loro
    ridotta  e  la  loro fortezza,  gli sarebbe apparso come un enorme
    buco nero nel centro di Parigi.  Lo sguardo cadeva in  un  abisso.
    Grazie  ai  lampioni  rotti  e alle finestre chiuse,  luce,  vita,
    rumore,  movimento,  l tutto cessava.  L'invisibile polizia della
    sommossa vigilava dappertutto e manteneva l'ordine, vale a dire la
    notte.  Sommergere  il  piccolo  numero  in  una  vasta  oscurit,
    moltiplicare ogni combattente con  le  possibilit  contenute  nel
    buio,  ecco  la  tattica  necessaria dell'insurrezione.  Al cadere
    della notte,  ogni finestra dietro cui s'era  accesa  una  candela
    aveva  ricevuto  una fucilata;  la luce era stata spenta e qualche
    volta l'abitante era stato  ucciso.  Perci  nessuno  si  muoveva.
    Nelle case regnava lo spavento, il lutto, lo stupore: e una specie
    di  sacro  orrore  nelle vie.  Non si scorgevano neppure le lunghe
    file di finestre e di piani,  il profilo dei fumaioli e dei tetti,
    i  vaghi  riflessi sul lastrico fangoso e bagnato.  L'occhio,  che
    avesse guardato dall'alto  quell'ammasso  d'ombre,  avrebbe  forse
    intravisto qua e l,  a intervalli,  dei chiarori indistinti,  che
    mettevano in rilievo le linee  spezzate  e  bizzarre,  profili  di
    strane  costruzioni,  qualcosa  di  simile  a  delle  luci  che si
    aggirino fra le rovine: erano le barricate.  Il resto era un  lago
    di tenebre,  nebbioso, pesante, funebre, sul quale si ergevano, le
    sagome immobili e lugubri,  della  torre  di  San  Giacomo,  della
    chiesa  di  San  Merry e di due o tre altri di quei grandi edifici
    che l'uomo fa giganti e la notte fantasmi.
    Tutto  intorno  a  quel  labirinto  deserto  e  inquietante,   nei
    quartieri  dove  la  circolazione  parigina  non  era annientata e
    splendevano rari  lampioni,  l'osservatore  aereo  avrebbe  potuto
    distinguere   lo  scintillio  metallico  delle  sciabole  e  delle
    baionette,  il sordo rotolio delle artiglierie e il  brulicar  dei
    silenziosi  battaglioni,  che ingrossavano a momenti;  formidabile
    cintura che si stringeva e si  chiudeva  lentamente  intorno  alla
    sommossa.
    Il  quartiere  investito  pareva  una  mostruosa  caverna;   tutto
    sembrava addormentato o immobile,  e tutte le vie a cui si  poteva
    accedere, come abbiamo visto, non offrivano altro che tenebre.
    Tenebra  selvaggia,  piena  d'insidie,  piena  di  cozzi  ignoti e
    formidabili,  nella quale era terrificante penetrare e  spaventoso
    fermarsi,  in  cui quelli che entravano rabbrividivano di fronte a
    quelli che li aspettavano, e quelli che aspettavano trasalivano di
    fronte a quelli che arrivavano. Combattenti invisibili, trincerati
    a ogni angolo  di  via;  imboscate  della  morte,  nascoste  nella
    densit  della  notte.  Era  finito.  L  dentro  non c'era pi da
    sperare una luce fuorch il lampo  dei  fucili;  nessun  incontro,
    fuorch  la rapida e brusca apparizione della morte.  Dove?  come?
    quando? Non si sapeva,  ma era certo e inevitabile.  In quel luogo
    destinato  alla  lotta,  stavano  per  affrontarsi  alla  cieca il
    governo e l'insurrezione,  la guardia nazionale e le  associazioni
    popolari,  la  borghesia  e la sommossa.  Per gli uni come per gli
    altri,  la stessa necessit: uscire  di  l  uccisi  o  vincitori;
    questa  l'unica  risorsa  possibile.  Situazione  cos  disperata,
    oscurit cos potente che  i  pi  timidi  sentivano  di  diventar
    coraggiosi, e i pi arditi pavidi.
    Dalle due parti,  uguale furia, accanimento, fermezza. Per gli uni
    avanzare significava morte e nessuno pensava a indietreggiare; per
    gli altri, restare significava morte, e nessuno pensava a fuggire.
    Era necessario che l'indomani tutto fosse finito,  che la vittoria
    rimanesse di qua o di l, che l'insurrezione fosse una rivoluzione
    o  un  tentativo  sconsigliato.  Lo comprendevano tanto il governo
    quanto i partiti; e l'ultimo dei cittadini lo sentiva. Perci,  un
    pensiero  angoscioso  si  univa  all'ombra  impenetrabile  di quel
    rione,  in  cui  tutto  stava  per  decidersi;   perci  l'ansiet
    raddoppiata  intorno  a quel silenzio da cui stava per nascere una
    catastrofe.  Vi si  udiva  un  solo  rumore,  straziante  come  un
    rantolo,  minaccioso  come una maledizione: la campana a stormo di
    San Merry.  Non c'era nulla di pi agghiacciante di quella campana
    sperduta e disperata, che si lamentava nelle tenebre.
    Come spesso accade,  pareva che la natura si fosse messa d'accordo
    con quanto stavano per fare gli uomini.  Nulla turbava la  funesta
    armonia  di quell'insieme.  Le stelle erano scomparse;  dense nubi
    ricoprivano col loro malinconico velo tutto l'orizzonte;  un cielo
    nero  si  stendeva  su quelle vie morte,  come un immenso lenzuolo
    sopra un'immensa bara.
    Mentre una battaglia tutta politica si preparava in quello  stesso
    luogo, che aveva gi visto tanti avvenimenti rivoluzionari; mentre
    la giovent, le societ segrete, le scuole in nome dei princpi, e
    la  classe  media  in  nome  degli  interessi  si avvicinavano per
    cozzare,  stringersi,  abbattersi;  mentre  tutti  affrettavano  e
    invocavano  l'ora suprema e decisiva della crisi;  lontano e al di
    fuori di quel quartiere fatale,  nel  pi  profondo  delle  cavit
    insondabili  di  quella vecchia Parigi miserabile,  che scompariva
    sotto gli splendori della Parigi felice  e  opulenta,  si  sentiva
    brontolare sordamente la cupa voce del popolo.
    Voce  terribile e sacra,  che si compone del ruggito della belva e
    della parola di Dio,  che atterrisce i deboli e avverte  i  saggi,
    che  viene  in  pari  tempo  dal  basso come la voce del leone,  e
    dall'alto come quella del tuono.

    3. SULL'ORLO ESTREMO.
    Mario era arrivato ai Mercati.
    L tutto era  pi  calmo,  pi  buio  e  pi  immobile  delle  vie
    adiacenti;  si  sarebbe  detto  che  la pace glaciale del sepolcro
    fosse uscita dalla terra e si fosse diffusa sotto il cielo.
    Tuttavia un chiarore rossastro disegnava su quel  fondo  nero  gli
    alti tetti delle case che chiudevano la via Chanvrerie dalla parte
    di  Sant'Eustachio.  Era il riflesso della torcia che ardeva nella
    barricata di Corinto. Mario si diresse verso quel chiarore, che lo
    guid al Mercato delle Bietole,  da  cui  intravide  l'imboccatura
    tenebrosa  della via dei Predicatori.  Vi entr.  La vedetta degli
    insorti, che vigilava all'altra estremit della via,  non lo vide.
    Mario si sentiva vicino a ci che era andato a cercare e camminava
    sulla punta dei piedi.  Arriv cos al gomito di quel breve tronco
    del vicolo Mondtour che, come sappiamo, era la sola comunicazione
    lasciata da Enjolras con l'esterno.  All'angolo  dell'ultima  casa
    sporse la testa e guard nel vicolo Mondtour.
    Un po' pi in l dell'angolo buio,  formato dal vicolo e dalla via
    Chanvrerie,  che gettava una larga fascia d'ombra nella quale  era
    anch'egli  immerso,  scorse  un po' di chiarore sul lastrico,  una
    parte dell'osteria,  pi in l una torcia oscillante in una specie
    di  muraglia  informe e degli uomini rannicchiati coi fucili sulle
    ginocchia.  Tutto questo era a dieci tese da  lui.  Era  l'interno
    della barricata.
    Le case,  che fiancheggiavano il vicolo a destra,  gli celavano il
    resto della bettola, la grande barricata e la bandiera.
    Non aveva che da fare un passo.
    Allora l'infelice si sedette su un pilastrino, incroci le braccia
    e pens a suo padre.
    Pens a quell'eroico colonnello Pontmercy,  che era stato  valente
    soldato,  che  sotto la repubblica aveva difeso le frontiere della
    Francia e sotto l'imperatore aveva raggiunto quelle dell'Asia, che
    aveva visto Genova, Madrid, Vienna, Dresda, Berlino, Mosca, che su
    tutti i campi di vittoria dell'Europa aveva sparso alcune gocce di
    quello stesso sangue che egli,  Mario,  aveva nelle vene,  che era
    incanutito prima del tempo nella disciplina e nel comando, che era
    vissuto  col cinturino affibbiato,  le spalline cadenti sul petto,
    la coccarda annerita  dalla  polvere,  la  fronte  increspata  dal
    casco,  sotto la tenda,  al campo,  al bivacco, nelle ambulanze, e
    che dopo vent'anni era tornato dalle grandi guerre con la  guancia
    sfregiata, col volto sorridente, semplice, tranquillo, ammirabile,
    puro  come  un  fanciullo,  dopo aver fatto tutto per la Francia e
    nulla contro di essa.
    Pens che era venuto anche  il  suo  giorno,  che  era  finalmente
    suonata  la  sua  ora,  che,  dopo suo padre,  anche lui stava per
    essere coraggioso,  intrepido,  ardito,  pronto ad  affrontare  il
    fuoco,  a porgere il petto alle baionette,  a versare il sangue, a
    cercare il nemico, a cercare la morte,  stava per fare la guerra e
    discendere sul campo di battaglia; ma il campo di battaglia su cui
    stava per scendere era la pubblica via,  e la guerra a cui avrebbe
    preso parte era la guerra civile!
    Vide la guerra civile  spalancata  sotto  i  suoi  occhi  come  un
    abisso, nel quale stava per cadere.
    Allora rabbrivid.
    Pens alla spada di suo padre,  venduta dall'avo a un rigattiere e
    da lui cos dolorosamente rimpianta.  Disse che quella valorosa  e
    casta  spada aveva fatto bene a sfuggirgli,  ad andarsene irritata
    nelle  tenebre;   che  si  era  sottratta  in  quel  modo   perch
    intelligente  e  presaga  dell'avvenire,  perch aveva previsto la
    sommossa,  la guerra dei rigagnoli,  la guerra  dei  ciottoli,  le
    fucilate  dagli  spiragli  delle cantine,  i colpi dati e ricevuti
    alle spalle,  perch,  venendo da Marengo e Friedland,  non voleva
    andare in via Chanvrerie,  e dopo quanto aveva compiuto col padre,
    non voleva arrivare a questo col  figlio!  Disse  tra  s  che  se
    avesse  avuto  quella spada,  se dopo averla raccolta al capezzale
    del padre morto,  avesse osato  prenderla  e  portarla  in  quello
    scontro  notturno  tra francesi,  in un crocicchio,  indubbiamente
    essa gli brucerebbe le mani e gli fiammeggerebbe dinanzi  come  la
    spada dell'angelo! Si disse fortunato di non possederla, che fosse
    scomparsa;  era  bene,  era  giusto  che l'avo fosse stato il vero
    custode della gloria di suo padre,  che era molto  meglio  che  la
    spada  del  colonnello  fosse stata messa all'incanto,  venduta al
    rigattiere,  gettata tra i ferrivecchi,  anzich adoperarla oggi a
    insanguinare il fianco della patria
    E si mise a piangere amaramente.
    Era orribile. Ma che fare? Non poteva vivere senza Cosetta. Se lei
    era  partita,  lui doveva morire.  Non le aveva dato la sua parola
    d'onore che sarebbe morto?  E se ciononostante,  lei era  partita,
    era  segno che la sua morte le faceva piacere.  E poi era evidente
    che  non  lo  amava  pi  perch  se  n'era  andata  cos,   senza
    avvertirlo, senza una parola, senza una lettera, bench conoscesse
    il  suo  indirizzo.  A  che  pro  e  perch vivere ancora?  E poi,
    arrivare fin l e indietreggiare, essersi avvicinato al pericolo e
    fuggire!  Aver lanciato uno sguardo nella barricata e svignarsela!
    Svignarsela  tutto tremante,  dicendo: - Ne sono stufo abbastanza!
    ho visto e basta;    la  guerra  civile,  e  io  me  ne  vado!  -
    Abbandonare  gli  amici  che  lo  aspettavano,  che  forse avevano
    bisogno di lui,  che erano un pugno di uomini contro un  esercito!
    Venir  meno  di colpo a tutto: all'amore,  all'amicizia,  alla sua
    parola!  Mascherare la codardia col patriottismo!  Ma  questo  era
    impossibile.  Se il fantasma di suo padre fosse l nell'ombra e lo
    vedesse rinculare,  gli sferzerebbe le reni col piatto della spada
    e gli griderebbe: - Vigliacco, vigliacco!
    In preda a questo groviglio di pensieri, chin il capo.
    A  un  tratto  lo alz.  Nella sua mente s'era fatta una specie di
    splendida luce.  C' la lucidit di idee che   caratteristica  in
    chi  si  accosta alla tomba.  Chi  vicino alla morte vede giusto.
    L'immagine dell'azione,  nella quale egli  si  sentiva  forse  sul
    punto d'entrare,  gli apparve non pi deplorevole, ma superba. Per
    non so quale lavorio interiore dell'anima,  la guerra della strada
    si trasform di botto dinanzi all'occhio della sua mente.  Tutti i
    tumultuosi  punti  interrogativi  della  sua  meditazione  gli  si
    affacciarono  di  nuovo  in massa,  ma senza pi turbarlo.  Non ne
    lasci nessuno senza risposta.
    Vediamo! perch suo padre si sarebbe indignato?  non ci sono forse
    dei casi in cui l'insurrezione assume la dignit di un dovere? che
    cosa  c'era  di  degradante per il figlio del colonnello Pontmercy
    nel combattimento che stava per impegnarsi?  Non  pi Montmirail,
    n  Champaubert;    un'altra  cosa.  Non  si  tratta  pi  di  un
    territorio sacro, ma d'una idea santa.  La patria si lamenta,  sia
    pure;  ma  l'umanit  applaude.  E  d'altronde,   poi vero che la
    patria si lamenta? La Francia sanguina,  ma la libert sorride.  E
    di  fronte  al sorriso della libert,  la Francia dimentica la sua
    ferita.  E poi,  a guardar le cose pi dall'alto,  si pu  parlare
    d'una guerra civile?
    La guerra civile?  Che significa?  C' forse una guerra straniera?
    Forse che ogni guerra tra uomini non  una guerra tra fratelli? La
    guerra  qualificata soltanto dal suo scopo,  non  c'  n  guerra
    straniera  n  guerra civile,  ma guerra giusta e guerra ingiusta.
    Fino al giorno in cui il grande concordato tra gli uomini non sar
    concluso,  la guerra,  quella almeno che  lo sforzo dell'avvenire
    che  si  affretta  contro  il  passato che si attarda,  pu essere
    necessaria. E che cosa si pu rimproverare a una simile guerra? La
    guerra non diventa vergogna,  la spada non si muta in pugnale,  se
    non  quando  assassina il diritto,  il progresso,  la ragione,  la
    civilt, la verit, allora, guerra civile o guerra straniera, essa
     iniqua e si chiama delitto.  Quando si prescinde da quella  cosa
    santa  che   la giustizia,  con quale diritto una forma di guerra
    potrebbe disprezzare un'altra?  Con  quale  diritto  la  spada  di
    Washington  rinnegherebbe  la  picca  di  Camillo Desmoulins?  Tra
    Leonida contro lo straniero e Timoleone contro il tiranno,  chi  
    il  pi  grande?  L'uno    il  difensore,  l'altro il liberatore.
    Dobbiamo vituperare ogni  ricorso  alle  armi  nell'interno  d'una
    citt,  senza  badare allo scopo?  In tal caso,  bollate d'infamia
    Bruto,  Marcello,  Arnoldo  di  Blankenheim,  Coligny.  Guerra  di
    macchie, guerra di strade? E perch no? Era la guerra d'Ambiorige,
    di Artevelde,  di Marnix,  di Pelagio. Ma Ambiorige lottava contro
    Roma,  Artevelde contro  la  Francia,  Marnix  contro  la  Spagna,
    Pelagio  contro i Mori,  tutti contro lo straniero;  la monarchia,
    l'oppressione,  il diritto divino,  questi sono lo  straniero.  Il
    dispotismo  viola  la  frontiera  morale come l'invasione viola la
    frontiera geografica.  Scacciare il tiranno o scacciare l'inglese,
    nei due casi, significa riprendere il proprio territorio. Viene il
    momento  in  cui  la  protesta  non  basta;  dopo  la  filosofia 
    necessaria l'azione,  la viva  forza  compie  ci  che  l'idea  ha
    sbozzato;  "Prometeo  incatenato" comincia,  Aristogitone finisce;
    l'Enciclopedia illumina le anime, il 14 agosto le elettrizza. Dopo
    Eschilo, Trasibulo; dopo Diderot, Danton. Le moltitudini hanno una
    tendenza ad accettare il padrone; diventano apatiche,  e una folla
    si  d  facilmente  alla  totale  obbedienza.   Bisogna  scuotere,
    spingere,  strapazzare gli uomini per il  beneficio  stesso  della
    loro liberazione, illuminare i loro occhi con la verit, scagliare
    su  di  essi fasci terribili di luce.  Bisogna che siano anch'essi
    folgorati  dalla  loro  stessa  salvezza:  quell'abbagliamento  li
    risveglia.  Perci,  la  necessit  delle campane a stormo e delle
    guerre.   E'  necessario  che  i  grandi  combattimenti   sorgano,
    illuminino  le  nazioni audacemente,  e scuotano la triste umanit
    coperta d'ombra dal diritto divino,  dalla gloria  cesarea,  dalla
    forza,  dal  fanatismo,  dal  potere  irresponsabile,  dai  poteri
    assoluti;  turba stupidamente  intenta  a  contemplare,  nel  loro
    splendore crepuscolare, questi foschi trionfi della notte. Abbasso
    il  tiranno!  Ma  come?  Di  chi  parlate?  Chiamate tiranno Luigi
    Filippo?  No;  e nemmeno Luigi Sedicesimo.  Sono stati tutti e due
    ci  che  la storia suole chiamare buoni re;  ma i princpi non si
    fanno a pezzi, la logica del vero  rettilinea, ed  proprio della
    verit non aver  compiacenze.  Nessuna  concessione  dunque:  ogni
    usurpazione   contro   l'uomo  deve  essere  repressa;   in  Luigi
    Sedicesimo c' il diritto divino,  in Luigi  Filippo  il  Borbone;
    tutti  e  due  rappresentano  in  una certa misura la confisca del
    diritto, ed  necessario combatterli per spazzar via l'usurpazione
    universale;  necessario, poich  sempre la Francia che comincia.
    Quando il tiranno cade in Francia,  cade da  per  tutto.  Insomma,
    ristabilire  la verit sociale,  restituire il trono alla libert,
    il popolo al popolo, la sovranit all'uomo, ricollocare la porpora
    sulle spalle della Francia,  restaurare  nella  loro  pienezza  la
    ragione   e  l'equit,   sopprimere  ogni  genere  di  antagonismo
    sostituendo ciascuno a se stesso,  annientare  l'ostacolo  che  la
    monarchia  oppone  all'immensa concordia universale e rimettere il
    genere umano a livello col diritto: quale causa pi giusta e,  per
    conseguenza,  quale guerra pi grande?  Queste guerre costruiscono
    la pace.  Un'enorme  fortezza  di  pregiudizi,  di  privilegi,  di
    superstizioni, di menzogne, di angherie, di abusi, di violenze, di
    iniquit,  di tenebre erge ancora sul mondo le torri dell'odio. E'
    necessario buttarle gi,  far  crollare  quella  massa  mostruosa.
    Vincere ad Austerlitz,  grande; prendere la Bastiglia,  immenso.
    Non  c' nessuno che non abbia osservato in se stesso come l'anima
    - ed  una meraviglia la sua unit congiunta alla ubiquit - abbia
    la strana disposizione  a  ragionare  quasi  freddamente  nei  pi
    violenti  eccessi;  e  spesso accade che la passione desolata e la
    profonda disperazione,  nell'agonia dei loro pi tetri  monologhi,
    svolgano  degli  argomenti  e  discutano delle tesi.  La logica si
    mescola alla convulsione,  e il filo del sillogismo ondeggia senza
    spezzarsi  nel  lugubre uragano del pensiero.  Era questo lo stato
    d'animo di Mario.
    Mentre meditava cos, oppresso ma deciso,  e pur tuttavia esitante
    e spaventato di fronte a quello che stava per fare, il suo sguardo
    errava  nell'interno  della  barricata.  Gli insorti parlavano tra
    loro sottovoce, senza muoversi, e vi si sentiva quel semi-silenzio
    che  l'ultima  fase  dell'attesa.  Al  di  sopra  di  loro,  alla
    finestrella  di  un  terzo piano,  Mario distingueva una specie di
    spettatore o testimone,  che gli pareva singolarmente attento: era
    il  portinaio  ucciso  da Le Cabuc.  Dal basso,  al riflesso della
    torcia infissa nelle pietre, quella testa si scorgeva confusamente
    e non c'era nulla di pi strano,  in quella tetra e incerta  luce,
    di quel volto livido,  immobile,  attonito,  coi capelli irti, gli
    occhi aperti e fissi,  la bocca spalancata,  chino sulla via  come
    per curiosare. Pareva che il morto contemplasse quelli che stavano
    per  morire.  Una  lunga  striscia  di sangue,  sgorgata da quella
    testa,  scendeva  dalla  finestrella,  in  filamenti  rossi,  sino
    all'altezza del primo piano, dove cessava.











    Libro 14.
    LE GRANDEZZE DELLA DISPERAZIONE.


    1. LA BANDIERA - ATTO PRIMO.
    Non  era  ancora  accaduto nulla.  Erano suonate le dieci a Saint-
    Merry.  Enjolras e Combeferre,  con la carabina in  mano,  s'erano
    seduti vicino all'apertura della grande barricata.  Non parlavano;
    ascoltavano cercando di percepire qualche rumore di  passi,  anche
    pi sordo e lontano.
    A  un tratto,  in mezzo a quella funerea quiete,  una voce chiara,
    giovane, allegra, che pareva venisse dalla via San Dionigi, s'alz
    cantando distintamente sul vecchio motivo popolare "Al  chiaro  di
    luna",  questa  poesia  che terminava con un grido simile al canto
    del gallo:
    "Mi gocciola il naso,
    Amico Bugeaud,
    Prestami i tuoi gendarmi
    Per dir loro una parola.
    Con la mantella azzurra
    E il pennacchio al cappello,
    Ecco la guardia!
    Co-cocoric!"
    Si strinsero la mano.
    - E' Gavroche! - disse Enjolras.
    - Ci avverte, - aggiunse Combeferre.
    Una corsa precipitosa turb la quiete della via deserta, e si vide
    un essere pi agile d'un  clown  arrampicarsi  su  per  l'omnibus.
    Gavroche  salt tutto ansante nella barricata,  esclamando: Il mio
    fucile! Eccoli, che vengono!
    Un brivido percorse tutta la comitiva,  e si  sent  il  movimento
    delle mani che cercavano i fucili.
    - Vuoi la mia carabina? - chiese Enjolras al monello.
    - Voglio il fucile grande, - rispose Gavroche.
    E prese quello di Javert.
    Due   sentinelle   avevano  ripiegato  ed  erano  rientrate  quasi
    contemporaneamente a Gavroche: quella in fondo alla via  e  quella
    della Petite-Truanderie. La vedetta del vicolo dei Predicatori era
    rimasta al suo posto: dunque niente di nuovo dalla parte dei ponti
    e dei Mercati.
    La via Chanvrerie,  di cui appena pochi ciottoli erano visibili al
    riflesso  della  luce  proiettata  sulla  bandiera,  offriva  agli
    insorti  l'aspetto  d'una  gran  breccia  nera confusamente aperta
    nella caligine.
    Ciascuno aveva preso il suo posto di battaglia.
    Quarantatr insorti, tra i quali Enjolras, Combeferre, Courfeyrac,
    Bossuet, Joly, Bahorel e Gavroche, stavano inginocchiati dietro la
    grande  barricata,   con  la  testa  rasente   la   cresta   dello
    sbarramento,  le  canne dei fucili e delle carabine puntate tra le
    selci come nelle feritoie,  attenti,  muti,  pronti a  far  fuoco.
    Altri sei,  comandati da Feuilly,  si erano installati, coi fucili
    puntati, alle finestre dei due piani di Corinto.
    Trascorsero  ancora  pochi  minuti,   poi  un  rumore  di   passi,
    cadenzati,  pesanti, numerosi, si ud distintamente dalla parte di
    San Leo. Quel rumore,  dapprima debole,  poi preciso,  poi grave e
    sonoro,    si   avvicinava   lentamente,   senza   tregua,   senza
    interruzione,  con una  continuit  tranquilla  e  terribile.  Non
    s'udiva  altro.  Era  nello  stesso  tempo il silenzio e il rumore
    della "statua del Commendatore";  ma quel passo di pietra aveva un
    non so che d'enorme e di molteplice,  che dava l'idea di una folla
    e d'uno spettro.  Pareva di sentir camminare la  terribile  statua
    "Legione".  Quel  passo  si avvicin,  si avvicin ancora,  poi si
    ferm.  Pareva di sentire in fondo alla via il  respiro  di  molti
    uomini.  Per  non  si vedeva nulla;  si distingueva soltanto,  in
    fondo a quella densa oscurit,  l'agitarsi  d'una  moltitudine  di
    fili  metallici,  sottili  come aghi e quasi impercettibili,  come
    quelle indescrivibili reticelle luminose che scorgiamo, al momento
    di addormentarci,  sotto le palpebre chiuse,  tra le prime  nebbie
    del sonno.  Erano le baionette e le calme dei fucili, confusamente
    illuminate dai riflessi lontani della torcia.
    Ci fu ancora una pausa,  come se  dalle  due  parti  si  fosse  in
    attesa. A un tratto, dal fondo di quella oscurit, una voce, tanto
    pi  sinistra  in quanto non si vedeva nessuno,  e che sembrava la
    voce delle tenebre, grid:
    - Chi va l?
    Nello stesso tempo si ud il rumore dei fucili che si abbassavano.
    Enjolras rispose con tono sicuro e altero:
    - Rivoluzione francese.
    - Fuoco! - disse la voce.
    Un lampo imporpor tutte le facciate della via,  come se la  bocca
    d'una fornace si fosse aperta e richiusa rapidamente.
    Una  formidabile detonazione scoppi sulla barricata.  La bandiera
    rossa cadde.  La scarica era stata violenta e cos  fitta  che  ne
    aveva  mozzato l'asta,  vale a dire la punta del timone del carro.
    Alcune  pallottole,   rimbalzando  sui  cornicioni   delle   case,
    penetrarono nella barricata e ferirono parecchi uomini.
    L'impressione  di quella prima scarica fu terrificante.  L'assalto
    era violento e tale da far meditare i  pi  arditi.  Evidentemente
    avevano di fronte almeno un intero reggimento.
    -  Compagni,   -  grid  Courfeyrac,  -  non  sprechiamo  polvere;
    aspettiamo che si inoltrino nella via.
    - E prima di tutto, - aggiunse Enjolras, - rialziamo la bandiera!
    E la raccolse ai suoi piedi, dov'era caduta.
    Fuori si udiva il rumore delle bacchette  nei  fucili;  i  soldati
    ricaricavano le armi.
    Enjolras riprese:
    -  Chi  ha  coraggio?   Chi  vuol  ripiantare  la  bandiera  sulla
    barricata?
    Nessuno rispose.  Salire sulla barricata mentre certamente  la  li
    prendevano  di  mira,  era senz'altro la morte.  Il pi coraggioso
    esita a condannarsi.  Lo stesso  Enjolras  rabbrividiva.  Tuttavia
    ripet:
    - Nessuno si presenta?

    2. LA BANDIERA - ATTO SECONDO.
    Da  quando  erano  arrivati  a  Corinto  e  avevano  cominciato  a
    costruire la barricata, non avevano pi badato a pap Mabeuf,  che
    per  non  aveva  lasciato  il  gruppo.  Era entrato a pianterreno
    nell'osteria,  s'era seduto dietro il banco,  e l s'era per  cos
    dire  sprofondato  in  se  stesso.  Pareva che non guardasse e non
    pensasse pi.  Courfeyrac e qualche altro gli si erano  avvicinati
    due  o  tre  volte  per  avvertirlo  del  pericolo  e  indurlo  ad
    allontanarsi,  senza che mostrasse di udirli.  Quando nessuno  gli
    parlava,  muoveva  le  labbra  come se rispondesse a qualcuno;  ma
    appena gli rivolgevano la parola, le labbra diventavano immobili e
    gli occhi parevano spenti.  Alcune  ore  prima  dell'attacco  alla
    barricata aveva preso una posa,  che non aveva pi abbandonato: le
    mani sulle ginocchia e la testa china  come  se  guardasse  in  un
    precipizio.  Niente  era  valso  a  distrarlo da quella posa;  non
    pareva che la sua mente fosse nella barricata.  Quando ognuno  era
    andato  a  prendere  il suo posto di combattimento,  erano rimasti
    nella sala Javert legato al  palo,  un  insorto  con  la  sciabola
    sguainata  di  guardia  a  Javert,   e  lui,  Mabeuf.  Al  momento
    dell'attacco,  allo scoppio  della  fucileria,  raggiunto  e  come
    svegliato  dalla  scossa fisica,  s'era alzato bruscamente,  aveva
    attraversato la sala,  e nel momento che Enjolras  ripet  il  suo
    appello:  -  Nessuno  si  presenta?  - si vide il vecchio apparire
    sulla soglia della bettola.
    La sua presenza produsse nei gruppi una certa sorpresa.  Una  voce
    esclam:
    - E' il votante! il convenzionale! il rappresentante del popolo!
    Probabilmente lui non udiva.
    Pass  tra gli insorti,  che si scostarono con religioso rispetto;
    and diritto verso Enjolras che arretrava impietrito,  gli strapp
    la bandiera,  e, senza che nessuno osasse trattenerlo n aiutarlo,
    quel vecchio ottantenne,  col capo dondolante,  con passo  sicuro,
    sal lentamente sui selci della barricata.  Lo spettacolo era cos
    severo  e  cos  grande  che  tutti  intorno  gridarono:  "Gi  il
    cappello".  A ogni gradino che saliva,  era una scena terribile; i
    capelli bianchi,  il  volto  decrepito,  l'ampia  fronte  calva  e
    rugosa, gli occhi incavati, la bocca attonita e chiusa, il vecchio
    braccio  che  teneva  alta la bandiera rossa uscivano dall'ombra e
    giganteggiavano nel chiarore sanguigno  della  torcia;  pareva  di
    vedere  lo  spettro del '93 uscire di sottoterra,  con la bandiera
    del terrore in mano.
    Quando fu sull'ultimo gradino,  quando quel  fantasma  tremante  e
    terribile,  ritto  sul quel mucchio di rottami di fronte a mille e
    duecento fucili invisibili,  si rizz in faccia alla morte come se
    fosse  pi forte di lei,  tutta la barricata assunse nelle tenebre
    un aspetto colossale e sovrumano.
    Ci fu un silenzio, di quelli che si fanno solo attorno ai prodigi.
    ln mezzo a quel silenzio il vegliardo agit la  bandiera  rossa  e
    grid:
    -   Viva   la  rivoluzione!   viva  la  repubblica!   fratellanza,
    eguaglianza e morte!
    Dalla barricata si ud un bisbiglio sommesso e rapido,  simile  al
    mormorio d'un prete frettoloso che recita una preghiera.
    Era  probabilmente  il  commissario  di  polizia,  che  dall'altra
    estremit della via faceva le intimazioni legali.
    Quindi la stessa  voce  vibrante  che  aveva  gridato:  -  Chi  va
    l'?grid:
    - Ritiratevi!
    Mabeuf,  livido, stravolto, colle pupille illuminate dalle lugubri
    fiamme del delirio, alz la bandiera sopra il suo capo e ripet:
    - Viva la repubblica!
    - Fuoco! - comand la voce.
    Una seconda scarica,  simile a una  mitraglia,  si  abbatt  sulla
    barricata.
    Il  vecchio  si  pieg sulle ginocchia,  poi si raddrizz,  lasci
    sfuggire la bandiera  e  cadde  riverso  sul  lastrico,  come  una
    tavola,  disteso  e  con  le braccia in croce.  Colarono rivoli di
    sangue attorno.  Il suo vecchio volto,  pallido e  triste,  pareva
    guardare il cielo.
    Una  di quelle emozioni superiori all'uomo,  che fanno dimenticare
    finanche la propria difesa,  s'impadron degli  insorti,  i  quali
    s'accostarono al cadavere con rispettoso terrore.
    - Che uomini, questi regicidi! - esclam Enjolras.
    Courfeyrac gli si chin all'orecchio:
    - Lo dico soltanto a te,  giacch non voglio scemare l'entusiasmo.
    Ma   stato  tutt'altro  che  un  regicida.  L'ho  conosciuto:  si
    chiamava  pap Mabeuf.  Non so cosa avesse oggi: ma so che era una
    buona ganascia. Guarda la sua testa.
    - Testa di idiota e cuore di bruto - rispose Enjolras.
    Quindi alzando la voce:
    - Cittadini,  ecco l'esempio che i vecchi danno  ai  giovani.  Noi
    esitavamo,  egli  venuto!  Noi rinculavamo, egli  andato avanti!
    Ecco che cosa insegnano quelli che tremano di vecchiaia  a  quelli
    che  tremano di paura!  Questo vecchio  augusto al cospetto della
    patria.  Egli ebbe una lunga vita e una morte  magnifica!  E  ora,
    nascondiamo  il  suo  cadavere:  ciascuno  di  noi  difenda questo
    vecchio morto come difenderebbe suo padre vivo,  e la sua presenza
    fra noi renda inespugnabile la barricata!
    Un cupo ed energico mormorio d'adesione segu le sue parole.
    Enjolras  si  chin,  sollev  la  testa del vecchio e lo baci in
    fronte fieramente; poi scostandogli le braccia, e maneggiando quel
    cadavere con tenera precauzione come se temesse  di  fargli  male,
    gli tolse l'abito, ne mostr a tutti i buchi insanguinati e disse:
    - Questa adesso  la nostra bandiera.

    3.  GAVROCHE  AVREBBE  FATTO  MEGLIO  AD  ACCETTARE LA CARABINA DI
    ENJOLRAS.
    Stesero  su  pap  Mabeuf  un  ampio  scialle  nero  della  vedova
    Hucheloup.  Sei uomini formarono coi fucili una barella, vi posero
    su il cadavere,  e a capo scoperto,  con una lentezza solenne,  lo
    portarono sulla grande tavola della sala terrena.
    Quegli uomini, intenti all'atto solenne e sacro che compivano, non
    pensavano pi alla situazione pericolosa in cui si trovavano.
    Quando  il  cadavere  pass  vicino  a  Javert sempre impassibile,
    Enjolras disse alla spia:
    - A te, fra poco!
    Intanto, il piccolo Gavroche, l'unico che non aveva abbandonato il
    posto ed era rimasto in  osservazione,  credeva  di  vedere  degli
    uomini  avvicinarsi  a  passi felpati alla barricata.  A un tratto
    grid:
    - All'erta!
    Courfeyrac,  Enjolras,  Prouvaire,  Combeferre,   Joly,   Bahorel,
    Bossuet,  si  lanciarono tumultuosamente fuori della bettola.  Non
    c'era tempo.  Si vedeva uno  scintillante  manipolo  di  baionette
    ondeggiare  sulla  barricata.  Alcune  guardie  municipali di alta
    statura gi penetravano,  le une scavalcando l'omnibus,  le  altre
    per l'apertura,  cacciandosi innanzi il monello,  che rinculava ma
    non fuggiva.
    Il  momento  era  critico.   Era   il   terribile   primo   minuto
    dell'inondazione,  quando  il  fiume  sale a livello dell'argine e
    l'acqua comincia a infiltrarsi  per  le  fessure  della  diga.  Un
    attimo ancora e la barricata era presa.
    Bahorel  si  lanci  sulla  prima guardia municipale che entrava e
    l'uccise a bruciapelo con un colpo di  carabina;  un'altra  uccise
    Bahorel  con  una  baionettata.   Un'altra  aveva  gi  rovesciato
    Courfeyrac che gridava: - Aiuto!  - La pi grande di tutte,  quasi
    un  colosso,  incalzava  Gavroche  puntandogli  la  baionetta.  Il
    monello afferr con le piccole braccia l'enorme fucile di  Javert,
    lo spian risolutamente contro il gigante e tir;  ma il colpo non
    esplose.  Il poliziotto non aveva caricato il fucile.  La  guardia
    municipale scoppi a ridere e alz la baionetta sul monello.
    Ma  prima  che questa toccasse Gavroche,  il fucile sfugg di mano
    all'agente,  che colpito in fronte da  una  palla,  stramazz  sul
    dorso.  Una seconda palla colp in pieno petto l'altra guardia che
    aveva assalito Courfeyrac, e la rovesci sul lastrico.
    Era Mario che entrava nella barricata.

    4. IL BARILE Dl POLVERE.
    Mario,  sempre  nascosto  alla  svolta  di  via  Mondtour,  aveva
    assistito alla prima fase del combattimento,  indeciso e fremente.
    Ma non aveva potuto  resistere  pi  a  lungo  alla  misteriosa  e
    suprema  vertigine,  che potrebbe dirsi l'appello dell'abisso.  Di
    fronte all'imminenza del pericolo,  di fronte  al  funebre  enigma
    della  morte di Mabeuf,  di fronte a Bahorel ucciso,  a Courfeyrac
    che invocava aiuto,  a quel fanciullo minacciato,  agli  amici  da
    soccorrere  o  da  vendicare,  Mario  aveva  sentito  svanire ogni
    esitazione e s'era lanciato nella mischia con due pistole in mano.
    Col primo colpo aveva salvato Gavroche, col secondo aveva liberato
    Courfeyrac.
    Agli spari,  alle grida  delle  guardie  colpite,  gli  assalitori
    avevano scalato lo sbarramento,  sulla cui cima si vedevano ora in
    gran numero e a met corpo, guardie municipali,  soldati,  guardie
    nazionali  col  fucile  spianato.  Coprivano  pi  di due terzi la
    barricata,  ma non saltavano nel recinto,  come se esitassero  per
    una  qualche insidia,  e guardavano nella barricata oscura come si
    guarderebbe in  un  antro  di  leoni.  Il  chiarore  della  torcia
    illuminava  soltanto  le  baionette,  i  berrettoni  e  le  fronti
    inquiete e irritate.
    Mario non aveva pi armi,  aveva gettato  via  le  pistole  vuote;
    scorse  il barile di polvere nella sala al pianterreno vicino alla
    porta.
    Stava volgendosi per guardare da quel lato,  quando un soldato  lo
    prese  di  mira;  ma,  mentre il soldato tirava,  una mano si pos
    sulla bocca del moschetto e la tur.  Era qualcuno  lanciatosi  in
    mezzo,  era il giovane operaio dai pantaloni di velluto.  Il colpo
    part, attravers la mano e forse anche l'operaio,  che cadde,  ma
    la  palla  non raggiunse Mario.  Tutto questo nel fumo,  piuttosto
    intravisto che visto.  Mario,  entrando nella bettola,  non  s'era
    accorto  di tutto questo;  per aveva confusamente visto il fucile
    puntato su lui e la mano che lo aveva tappato,  e aveva  udito  lo
    sparo.  Ma in momenti come quelli, le cose che vediamo vacillano e
    precipitano, e non ci fermiamo su nulla. Ci sentiamo spinti da una
    forza oscura verso un'ombra pi fitta, e tutto sembra una nube.
    Gli  insorti,  sorpresi  ma  non  spaventati,  si  erano  riuniti.
    Enjolras aveva gridato: - Aspettate,  non sparate a caso!  Infatti
    in quella prima  confusione  potevano  ferirsi  l'un  l'altro.  La
    maggior  parte  erano  saliti alla finestra del primo piano e agli
    abbaini,  da dove dominavano gli assalitori;  e i pi decisi,  con
    Enjolras,  Courfeyrac,  Prouvaire e Combeferre,  s'erano addossati
    intrepidamente alle case in fondo,  allo scoperto,  e affrontavano
    le file di soldati e di guardie che coronavano la barricata.
    Tutto ci avvenne senza precipitazione,  con quella gravit strana
    e minacciosa che precede le mischie. Dalle due parti si prendevano
    di mira, a bruciapelo; erano cos vicini che potevano parlarsi col
    solito tono di  voce.  Quando  furono  a  quel  punto  in  cui  la
    scintilla sta per scaturire, un ufficiale snud la spada dicendo:
    - Abbasso le armi!
    - Fuoco! - grid Enjolras.
    Le due detonazioni scoppiarono nello stesso tempo e tutto disparve
    nel fumo: fumo acre e soffocante,  nel quale si trascinavano,  con
    gemiti fiochi e sordi, moribondi e feriti.
    Quando  il  fumo  fu  dissipato,  si  videro  dalle  due  parti  i
    combattenti diradati, ma fermi agli stessi posti, che ricaricavano
    le armi in silenzio.
    - Via tutti, o faccio saltare la barricata!
    Tutti si volsero da dove veniva la voce.
    Mario era entrato nella sala al pianterreno, aveva preso il barile
    di polvere,  poi aveva approfittato del fumo e di quella specie di
    caligine  che  avvolgeva  la  trincea,   per  scivolare  lungo  la
    barricata  fino  a  quella  gabbia di pietre in cui era fissata la
    torcia.  Strappare la  torcia,  mettervi  il  barile  di  polvere,
    spingere  la  pila  di  selci  sotto  il  barile  e che era subito
    crollata con una terribile obbedienza,  tutto questo era costato a
    Mario  il  tempo  di  chinarsi e rialzarsi;  e ora tutti,  guardie
    nazionali,  guardie municipali,  ufficiali e soldati,  raggruppati
    all'altra estremit della trincea,  lo guardavano stupiti,  mentre
    col piede sui selci, la torcia in mano,  l'ardito volto illuminato
    da   una   fatale  risolutezza,   chinava  la  torcia  verso  quel
    formidabile groviglio,  nel quale  si  distingueva  il  barile  di
    polvere rotto, e cacciando questo grido formidabile:
    - Via tutti, o faccio saltare la barricata!
    Mario,  succeduto  all'ottuagenario  su  quella barricata,  era la
    visione  della  giovane  rivoluzione  dopo   l'apparizione   della
    vecchia.
    - Saltare la barricata! - disse un sergente, - e tu pure!
    Mario rispose:
    - Ed io pure.
    E avvicin la torcia al barile di polvere.
    Ma  non  c'era  pi  nessuno  sullo  sbarramento.  Gli assalitori,
    abbandonando morti e feriti,  rifluivano  alla  rinfusa  verso  il
    fondo della via e si perdevano di nuovo nelle tenebre.
    Fu un "si salvi chi pu".
    La barricata era libera.

    5. FINE DEI VERSI DI GIOVANNI PROUVAIRE.
    Tutti circondarono Mario. Courfeyrac gli salt al collo.
    - Eccoti qua!
    - Che fortuna! - disse Combeferre.
    - Sei arrivato a tempo! - aggiunse Bossuet
    - Senza di te ero morto, - riprese Courfeyrac.
    - Senza di te ero fritto! - esclam Gavroche.
    Mario chiese:
    - Chi  il capo?
    - Sei tu, - rispose Enjolras.
    La  fornace,  che  Mario aveva avuto tutto il giorno nel cervello,
    s'era mutata in un turbine.  E quel turbine che era  in  lui,  gli
    pareva  che  fosse  fuori di lui e lo trasportasse,  gli pareva di
    trovarsi  gi  a  un'immensa  distanza  dalla  vita.  I  suoi  due
    splendidi  mesi  di  gioia e d'amore che sfociavano a un tratto in
    quello spaventoso precipizio, Cosetta ormai perduta, Mabeuf che si
    era fatto uccidere  per  la  repubblica,  lui  stesso  capo  degli
    insorti;  tutte queste cose gli parevano un incubo mostruoso.  Era
    costretto a fare uno sforzo mentale per convincersi che quanto  lo
    circondava  era una realt.  Mario aveva ancor troppo poco vissuto
    per sapere che non c' cosa pi imminente dell'impossibile  e  che
    bisogna sempre prevedere l'imprevisto. Assisteva al proprio dramma
    come a una rappresentazione incomprensibile.
    Nella  nebbia  in  cui  era  immersa  la sua mente,  non riconobbe
    Javert, che, legato al palo,  non aveva fatto neppure un movimento
    di testa durante l'assalto della barricata,  e guardava la rivolta
    attorno a lui con la rassegnazione di un martire e la maest di un
    giudice. Mario non lo scorse neppure.
    Frattanto gli assalitori avevano smesso;  si sentivano camminare e
    brulicare in fondo alla via,  ma non vi si avventuravano, o perch
    aspettavano ordini,  o perch,  prima di precipitarsi di nuovo  su
    quella  inespugnabile ridotta,  aspettavano rinforzi.  Gli insorti
    avevano messo delle sentinelle, e alcuni, studenti di medicina, si
    erano messi a medicare  i  feriti.  Avevano  gettato  fuori  dalla
    bettola tutte le tavole,  ad eccezione di due riservate alle bende
    e alle cartucce,  e dell'altra su  cui  giaceva  pap  Mabeuf;  le
    avevano  aggiunte  alla  barricata,   sostituendole,   nella  sala
    terrena,  con i materassi dei letti della vedova Hucheloup e delle
    serve.  Su questi materassi avevano adagiato i feriti. Quanto alle
    tre povere creature che abitavano Corinto,  non si sapeva  che  ne
    fosse accaduto, alla fine le trovarono nascoste in cantina.
    Una  straziante  emozione  venne  a  rattristare  la  gioia  della
    liberazione della barricata.
    Fatto l'appello, uno degli insorti mancava. Chi?  Uno dei pi cari
    e pi valenti, Giovanni Prouvaire. Lo cercarono tra i feriti e non
    c'era;  lo cercarono tra i morti,  e non c'era.  Evidentemente era
    prigioniero.
    Combeferre disse a Enjolras:
    - Essi hanno il nostro amico,  noi il loro agente.  Ci tieni  alla
    morte di questa spia?
    - S, - rispose Enjolras; - per meno che alla vita di Prouvaire.
    Questo  dialogo si svolgeva nella sala al pianterreno,  accanto al
    palo di Javert.
    - Ebbene,  - riprese Combeferre,  - attaccher  un  fazzoletto  al
    bastone e andr come parlamentare a offrire il loro uomo in cambio
    del nostro.
    -  Ascolta,  -  disse  Enjolras,  posando  la  mano sul braccio di
    Combeferre.
    In fondo alla via si udiva un rumore di armi,  significativo.  Poi
    una voce maschia grid:
    - Viva la Francia! Viva l'avvenire!
    Riconobbero la voce di Prouvaire.
    Brill un lampo, scoppi una detonazione.
    E si rifece il silenzio.
    - L'hanno ucciso, - esclam Combeferre.
    Enjolras guard Javert e disse:
    - I tuoi amici ti hanno fucilato.

    6. L'AGONIA DELLA MORTE DOPO L'AGONIA DELLA VITA.
    Una caratteristica di questo genere di guerra  che l'assalto alle
    barricate  si fa quasi sempre di fronte;  di solito gli assalitori
    si astengono dall'aggirare le  posizioni,  sia  perch  temono  le
    imboscate,  sia  per  evitare d'impegnarsi in vie tortuose.  Tutta
    l'attenzione  degli  insorti  era  dunque  rivolta   alla   grande
    barricata,  che  era  evidentemente  il  punto  sempre minacciato,
    quello nel quale doveva  ricominciare  infallibilmente  la  lotta.
    Tuttavia  Mario  pens  alla  piccola  barricata  e  ci and.  Era
    deserta,  e guardata solo dalla fiaccola oscillante tra le pietre.
    Del  resto,  il  vicolo  Mondtour  e le diramazioni della Petite-
    Truanderie e del Cigno erano profondamente calmi.
    Terminata l'ispezione,  Mario si ritirava,  quando ud il  proprio
    nome pronunciato fiocamente tra le tenebre:
    - Signor Mario!
    Trasal,  riconoscendo  la voce che due ore prima l'aveva chiamato
    attraverso il cancello di via  Plumet.  Per  adesso  quella  voce
    sembrava poco pi che un soffio.
    Si guard intorno e non vide nessuno.
    Credette   di  essersi  ingannato,   credette  a  un'allucinazione
    aggiunta dalla sua mente alle straordinarie realt  che  cozzavano
    intorno  a lui.  Mosse un passo per uscire dallo sfondo isolato in
    cui era la barricata.
    - Signor Mario! - ripet la voce.
    Questa volta non  pot  dubitare  di  aver  inteso  distintamente;
    guard ma non vide nulla.
    - Ai vostri piedi, - disse la voce.
    Egli si chin e vide nel buio una forma che si trascinava verso di
    lui strisciando sul lastrico; era quella che gli parlava.
    La  fiaccola permetteva di distinguere un camiciotto,  i pantaloni
    laceri di velluto grossolano,  i piedi nudi e qualcosa che  pareva
    una  pozza  di  sangue.  Mario intravide una faccia pallida che si
    rizzava verso di lui e che gli disse:
    - Non mi riconoscete?
    - No.
    - Eponina.
    Egli si chin ansioso.  Era infatti  quella  disgraziata  ragazza,
    vestita da uomo.
    - Come mai siete qui? Cosa fate l?
    - Muoio,- disse lei.
    Ci  sono  parole e cose che risvegliano le anime abbattute.  Mario
    esclam, come destandosi di soprassalto:
    - Siete ferita! Aspettate, vi porter nella sala: vi medicheranno!
    E' cosa grave?  Come devo  prendervi  per  non  farvi  male?  Dove
    soffrite? Aiuto! Mio Dio! Ma cosa siete venuta a fare qui?
    E  tent di passarle il braccio sotto la vita per sollevarla.  Nel
    muoverla le tocc la mano.
    Essa mand un debole grido.
    - Vi ho fatto male? - chiese Mario.
    - Un poco.
    - Ma vi ho toccato soltanto la mano.
    Lei alz la mano verso l'occhio di Mario,  che vi scorse  un  buco
    nero.
    - Cos'avete alla mano?
    - E' bucata.
    - Bucata?
    - S.
    - Da cosa?
    - Da una palla.
    - E come mai?
    - Avete visto quel fucile che vi ha preso di mira?
    - S, e una mano che ne ha tappato la bocca.
    - Era la mia.
    Mario rabbrivid.
    - Che pazzia!  Povera figliola!  Ma tanto meglio; se  cos, non 
    nulla. Lasciate che vi porti sopra un letto.  Vi medicheranno: non
    si muore per una mano bucata.
    Essa mormor:
    - La palla ha attraversato la mano,  ma mi  uscita dal dorso.  E'
    inutile togliermi di qui. Volete che vi dica come potete medicarmi
    meglio di un chirurgo? Sedetevi qui su questa pietra, vicino a me.
    Mario obbed;  essa gli pos la testa  sulle  ginocchia  e,  senza
    guardarlo, riprese:
    - Oh! che bellezza! come si sta bene! Ecco, non soffro pi!
    Rimase  un attimo in silenzio,  poi gir la testa con uno sforzo e
    guard Mario.
    - Lo sapete,  signor Mario?  Soffrivo a vedervi  entrare  in  quel
    giardino;  ero  una  stupida,  perch  ero stata io a mostrarvi la
    casa, e poi dovevo capire che un giovane come voi...
    Qui s'interruppe,  e,  vincendo le cupe ritrosie della sua  mente,
    riprese con un sorriso straziante:
    - Mi trovate brutta, non  vero?
    E prosegu:
    -  Ormai  siete  perduto!  Ora nessuno uscir pi dalla barricata.
    Sono stata io a condurvi qui,  ecco!  E voi state per  morire:  lo
    spero bene.  Eppure, quando ho visto che vi prendevano di mira, ho
    posato la mano sulla bocca del fucile!  E' una cosa strana,  vero?
    Volevo morire prima di voi.  Quando ho ricevuto il colpo,  mi sono
    trascinata qui, e cos non mi hanno vista e non mi hanno raccolta.
    Vi aspettavo; pensavo: ma non verr?  Oh!  se sapeste,  mordevo il
    camiciotto,  soffrivo tanto!  Ora sto bene. Vi ricordate il giorno
    che entrai in camera vostra e mi mirai allo specchio,  e il giorno
    che v'incontrai sul boulevard presso le donne che lavoravano? Come
    cantavano gii uccelli! Non  passato molto tempo. Voi mi deste uno
    scudo  e  io  vi dissi: non voglio il vostro denaro.  Raccoglieste
    almeno la moneta? Voi non siete ricco. Non pensai ad avvertirvi di
    raccoglierla. C'era un bel sole,  e non faceva freddo.  Ricordate,
    signor Mario? Oh, sono felice! Siamo tutti prossimi a morire.
    Aveva  un'aria  delirante,   grave  e  straziante.  Il  camiciotto
    stracciato mostrava il petto nudo.  Parlando,  appoggiava la  mano
    bucata  sul  petto anche bucato,  dal quale usciva a intervalli un
    fiotto di sangue, come un getto di vino da un cocchiume aperto.
    Mario guardava quella disgraziata con una profonda compassione.
    - Oh! - riprese lei a un tratto, - mi ritorna, mi soffoca!
    Afferr il camiciotto  e  lo  morse.  Le  gambe  le  si  distesero
    irrigidite sul selciato.
    In  quell'istante  risuon nella barricata la voce di galletto del
    piccolo Gavroche,  il quale,  salito sopra una tavola per caricare
    il fucile, cantava allegramente la canzone allora tanto popolare:
    "Vedendo Lafayette,
     Il gendarme ripet:
    Scappiamo! scappiamo! scappiamo!".
    Eponina si sollev per ascoltare, poi mormor:
    - E' lui.
    E volgendosi a Mario:
    - Mio fratello  l; ma non deve vedermi: mi sgriderebbe.
    -  Vostro  fratello?  - chiese il giovane che pensava con profonda
    amarezza e con profondo dolore ai doveri ereditati  da  suo  padre
    verso i Thnardier. - Chi  vostro fratello?
    - Il piccolo.
    - Quello che canta?
    -  S.
    Mario si mosse.
    - Oh, non ve ne andate! - disse lei. - Non sar lunga...
    Era  quasi  seduta,  ma  la  sua  voce  era molto bassa e rotta da
    singulti.  Ogni tanto il rantolo la interrompeva.  Avvicin il suo
    volto  quanto  pi  pot a quello di Mario,  e con una espressione
    strana, aggiunse:
    - Sentite, non voglio farvi una burla. Ho qui in tasca una lettera
    per voi, fin da ieri.  M'avevano detto di imbucarla;  io invece la
    tenni per me;  non volevo che vi arrivasse.  Ma voi mi terreste il
    broncio quando ci rivedremo tra poco. Ci si rivede, vero?  ecco la
    vostra lettera.
    Afferr  convulsamente  la  mano  di Mario con la sua mano ferita.
    Pareva non sentisse pi il dolore.  Mise la mano del giovane nella
    tasca del camiciotto, e Mario tocc infatti una carta.
    - Prendetela, - disse.
    Mario prese la lettera.
    Lei fece un segno di soddisfazione e di consenso.
    - E ora, in compenso, promettetemi...
    E si ferm.
    - Cosa? - chiese Mario.
    - Promettetemi!
    - Vi prometto.
    - Promettetemi di darmi un bacio sulla fronte quando sar morta...
    Lo sentir.
    Lasci  ricadere la testa sulle ginocchia di Mario,  e le palpebre
    le si chiusero.  Mario credette che fosse morta.  Eponina  restava
    immobile;  ma  ad un tratto,  mentre Mario la credeva addormentata
    per sempre,  essa apr lentamente gli occhi nei quali appariva  la
    cupa  profondit  della  morte,  e  gli disse con un tono,  la cui
    dolcezza pareva venire da un altro mondo:
    -  E poi sentite,  signor Mario,  credo di  essere  stata  un  po'
    innamorata di voi.
    Tent ancora di sorridere e spir.

    7. GAVROCHE PROFONDO CALCOLATORE DELLE DISTANZE.
    Mario  mantenne  la  promessa.  Depose  un  bacio su quella livida
    fronte,  imperlata di un gelido sudore.  Non era una  infedelt  a
    Cosetta, ma un addio pensoso e dolce a un'anima sventurata.
    Non  senza  turbamento  aveva preso la lettera datagli da Eponina.
    Intuendo che doveva essere per lui una novit,  era impaziente  di
    leggerla.  ll cuore dell'uomo  fatto cos: la disgraziata ragazza
    aveva appena chiuso gli occhi,  che gi Mario pensava  a  spiegare
    quel  foglio.  La pos dolcemente a terra e si allontan.  Qualche
    cosa lo avvertiva che non doveva leggere quello scritto davanti  a
    quel cadavere.
    Si  avvicin  a  una candela nella sala terrena.  Era un biglietto
    piegato e suggellato con la cura elegante delle donne. L'indirizzo
    era di mano femminile e diceva:
    "Al signor Mario Pontmercy, presso il signor Courfeyrac, via della
    Vetreria, 16".
    Ruppe il suggello e lesse:
    "Mio diletto, ahim!  mio padre vuole che partiamo subito.  Questa
    sera andiamo in via Homme-Arm, numero 7, e fra otto giorni saremo
    a Londra - Cosetta - 4 giugno".
    L'innocenza  di  quell'amore  era  tale  che  Mario  non conosceva
    neppure la scrittura di Cosetta.
    Quanto era accaduto pu essere narrato in poche parole.  Era tutta
    opera  di  Eponina.  Dopo  la  sera del 3 giugno,  costei ebbe una
    duplice idea: sventare i progetti di suo padre e dei banditi sulla
    casa di via Plumet,  e separare Mario da Cosetta.  Cambi  i  suoi
    cenci  col  primo  giovane mariuolo che le capit,  il quale trov
    divertente vestirsi da donna mentre Eponina si travestiva da uomo.
    Fu lei che diede a Valjean sul Campo di Marte l'avviso espressivo:
    "Cambiate  casa".  Valjean  infatti,  appena  rientrato,  disse  a
    Cosetta: "Stasera andremo con la Toussaint in via Homme-Arm, e la
    settimana  prossima saremo a Londra".  Cosetta,  atterrita da quel
    colpo inatteso,  scrisse in fretta due righe a Mario.  Ma  in  che
    modo  far imbucare la lettera?  Non usciva mai sola,  e Toussaint,
    sorpresa da una simile commissione, avrebbe certamente mostrata la
    lettera al padrone.  Mentre si trovava in questo stato angoscioso,
    vide   attraverso  il  cancello  Eponina  vestita  da  uomo,   che
    gironzolava continuamente  intorno  al  giardino.  Cosetta  chiam
    "quel  giovane  operaio",  e  gli  consegn  cinque  franchi  e la
    lettera,   dicendo:  "Portate  subito  questa   lettera   al   suo
    indirizzo".  Eponina si mise la lettera in tasca,  e l'indomani, 5
    giugno, and a casa di Courfeyrac a chiedere di Mario,  ma non gi
    per  rimettergli  la  lettera  ma  "per vedere": cosa che tutte le
    anime gelose e amanti comprenderanno.  L aspett Mario  o  almeno
    Courfeyrac "sempre per vedere". Quando quest'ultimo le disse: "noi
    andiamo alle barricate",  un'idea le attravers la mente: gettarsi
    in quella specie di morte,  come si sarebbe gettata  in  qualsiasi
    altra,  e spingervi Mario. Segu Courfeyrac, si assicur del luogo
    in cui costruivano la barricata, e ben sicura che Mario - il quale
    non aveva ricevuto nessun avviso poich ne aveva  intercettato  la
    lettera - sarebbe andato,  al calar della notte,  all'appuntamento
    di ogni sera, and in via Plumet, attese Mario e gli fece,  a nome
    degli  amici,  quell'appello,  che  le  pareva  dovesse  bastare a
    condurlo nella barricata.  Faceva assegnamento sulla  disperazione
    di  Mario di non trovare pi Cosetta,  e non s'ingannava.  Ritorn
    anch'essa in via Chanvrerie,  e abbiamo visto che  cosa  vi  fece.
    Spir con quella gioia tragica dei cuori gelosi, che si trascinano
    nella morte l'essere amato dicendo: "nessuno lo avr!".
    Mario copr di baci la lettera di Cosetta. Dunque lei l'amava! Per
    un  istante  pens di non morire.  Poi riflett: - Lei parte,  suo
    padre la  conduce  in  Inghilterra,  e  mio  nonno  si  oppone  al
    matrimonio.  La  fatalit dunque non  mutata.  - I sognatori come
    Mario sono soggetti a questi abbattimenti estremi,  da cui nascono
    delle decisioni disperate. Il peso della vita  insopportabile; la
    morte  pi spiccia.
    Allora pens che gli rimanevano due doveri da compiere;  informare
    Cosetta della sua morte inviandole un  supremo  addio,  e  salvare
    dall'imminente   catastrofe   quel   povero  fanciullo,   fratello
    d'Eponina e figlio di Thnardier.
    Aveva addosso un portafoglio,  quello stesso che aveva  conservato
    il  quadernetto contenente tanti pensieri d'amore per Cosetta.  Ne
    strapp un foglietto e scrisse a matita queste poche righe:
    "Il nostro matrimonio era impossibile.  Domandai il consenso a mio
    nonno e me lo neg: io sono povero,  e tu pure. Corsi a casa tua e
    non ti trovai. Sai la parola che ti detti: la mantengo. Muoio.  Ti
    amo. Quando rileggerai questo scritto, l'anima mia ti sar accanto
    e ti sorrider".
    Non  avendo  nulla  per  suggellare  la lettera,  si accontent di
    piegarla in quattro e di metterci questo indirizzo:
    "Alla   signorina   Cosetta   Fauchelevent,   presso   il   signor
    Fauchelevent, via Homme-Arm, numero 7".
    Piegata  la  lettera,   rest  un  momento  pensoso,   riprese  il
    portafoglio,  lo apr e scrisse con la stessa matita  sulla  prima
    pagina queste righe:
    "Mi  chiamo Mario Pontmercy.  Il mio cadavere va portato a casa di
    mio nonno, signor Gillenormand, via Figlie del Calvario, numero 6,
    al Marais".
    Rimise il portafoglio in tasca,  quindi chiam Gavroche,  che alla
    voce di Mario accorse con la sua aria gioconda e devota.
    - Vuoi fare qualcosa per me?
    -  Tutto,  -  rispose il monello.  - Buon Dio!  Senza di voi,  ero
    fritto davvero!
    - Vedi questa lettera?
    - S.
    Prendila.   Esci  subito  dalla  barricata  (Gavroche,   inquieto,
    cominci a grattarsi l'orecchio), e domattina la rimetterai al suo
    indirizzo,  alla signorina Cosetta, presso il signor Fauchelevent,
    via Homme-Arm, numero 7.
    L'eroico fanciullo rispose:
    - S, va bene; ma nel frattempo prenderanno la barricata, e io non
    ci sar.
    - Secondo ogni probabilit la barricata non  sar  assalita  prima
    dell'alba, e non sar presa prima di mezzogiorno.
    Infatti  la  tregua  che  gli  assalitori davano alla barricata si
    prolungava.  Era una di quelle pause,  frequenti nei combattimenti
    notturni, che sono sempre seguite da un raddoppiato accanimento.
    - Ebbene,  - disse Gavroche, - se andassi domani mattina a portare
    la vostra lettera?
    - Sar troppo tardi.  La barricata  sar  probabilmente  bloccata,
    tutte le vie saranno guardate e tu non potrai uscire. Va' subito.
    Gavroche,   non   sapendo  cosa  replicare,   stava  l  indeciso,
    grattandosi tristemente l'orecchio.  A un tratto con uno  di  quei
    suoi movimenti d'uccello, prese la lettera:
    - Va bene, - disse.
    E part di corsa per il vicolo Mondtour.
    Gavroche  aveva  avuto un'idea che l'aveva determinato a muoversi,
    ma non l'aveva manifestata temendo qualche obiezione da  parte  di
    Mario.
    E l'idea era questa:
    - E' mezzanotte appena,  la via Homme-Arm non  lontana;  andr a
    portare subito la lettera e potr ritornare in tempo.









    Libro 15.
    LA VIA HOMME-ARME'.


    1. BUVARD CIARLIERO.
    Cosa sono le convulsioni d'una citt  a  paragone  delle  sommosse
    dell'anima?  L'uomo  un mistero ancora pi grande del popolo.  In
    quello stesso momento,  Valjean era  in  preda  a  una  spaventosa
    agitazione;  tutti gli abissi si erano riaperti in lui; egli pure,
    come Parigi, rabbrividiva sulla soglia d'una rivoluzione terribile
    e tenebrosa.  Erano bastate poche ore perch il suo destino  e  la
    sua coscienza repentinamente si coprissero di ombra.  Di lui, come
    di Parigi, si poteva dire: i due princpi sono di fronte. L'angelo
    bianco e l'angelo nero stanno per lottare a  corpo  a  corpo,  sul
    ponte dell'abisso. Quale dei due vi precipiter? Chi vincer?
    La   vigilia   di  quello  stesso  giorno,   5  giugno,   Valjean,
    accompagnato da Cosetta e dalla Toussaint, aveva preso alloggio in
    via Homme-Arm, dove lo attendeva una peripezia.
    Cosetta non aveva lasciato via Plumet senza  opposizione.  Per  la
    prima volta da quando vivevano l'una accanto all'altra, la volont
    della  fanciulla e quella di Valjean si mostravano distinte e,  se
    non si urtavano, almeno si contraddicevano. Ci furono obiezioni da
    una  parte,  inflessibilit  dall'altra.  Quel  brusco  consiglio:
    "Cambiate casa", dato a Valjean da un ignoto, l'aveva allarmato al
    punto da parere assoluto. Si credeva scoperto e inseguito. Cosetta
    aveva dovuto cedere.
    Tutti  e  due  arrivarono  in via Homme-Arm senza fiatare,  senza
    dirsi  una  parola,  assorto  ciascuno  nelle  sue  preoccupazioni
    personali:  Valjean  tanto  inquieto da non vedere la tristezza di
    Cosetta,  e Cosetta cos triste da non  vedere  l'inquietudine  di
    Valjean.
    Valjean condusse con s la Toussaint,  ci che non aveva mai fatto
    precedentemente.  Intravedeva che forse non sarebbe pi tornato in
    via  Plumet  e non poteva n lasciarla dietro n confidarle il suo
    segreto.  D'altronde,  la sapeva  affezionata  e  sicura.  Tra  il
    domestico  e  il padrone,  il tradimento comincia dalla curiosit.
    Ora la Toussaint,  come se fosse predestinata a diventare la serva
    di Valjean, non era curiosa. Diceva balbettando nel suo linguaggio
    di contadina di Barneville: - Io sono cos;  faccio il mio lavoro;
    il resto non  affar mio.
    In quella partenza di via Plumet, che era quasi una fuga,  Valjean
    non  port  nulla  fuorch  la  valigetta  sigillata  che  Cosetta
    chiamava la "inseparabile".  Per  dei  bauli  pieni  ci  sarebbero
    voluti i facchini,  e i facchini sono tanti testimoni.  Chiamarono
    una vettura alla porta di via Babilonia, e se ne andarono.
    A fatica la Toussaint ottenne il permesso di  mettere  insieme  un
    po' di biancheria e di vesti e alcuni oggetti di toeletta. Cosetta
    non  prese  altro  che  la  sua  carta  da  lettera  con  la carta
    assorbente.
    Per  accrescere  la  solitudine  e  l'oscurit  intorno  a  quella
    sparizione, Valjean dispose le cose in modo da abbandonare la casa
    di  via  Plumet  sull'imbrunire:  il  che diede tempo a Cosetta di
    scrivere il suo biglietto a Mario.  Arrivarono in  via  Homme-Arm
    che era notte buia.
    Andarono a letto in silenzio.
    L'abitazione  di  via  Homme-Arm era situata in un cortile,  a un
    secondo piano, e si componeva di due camere, di una sala da pranzo
    e di una cucina attigua a quest'ultima,  con un  soppalco  in  cui
    c'era una branda che tocc alla Toussaint.  La sala da pranzo, che
    faceva anche da anticamera,  separava  le  due  stanze  da  letto.
    L'appartamento era poi provvisto degli utensili necessari.
    L'uomo    cos  fatto,  che si acquieta quasi con la stessa pazza
    prontezza con cui s'inquieta. Appena Valjean fu in via Homme-Arm,
    la sua preoccupazione si dirad,  per svanire a mano  a  mano.  Ci
    sono  dei  luoghi  che  danno la calma,  agendo in certo qual modo
    meccanicamente sull'animo. Via oscura,  abitanti pacifici: Valjean
    sent  come  un  contagio  di  tranquillit in quella viuzza della
    vecchia Parigi,  cos stretta che  sbarrata alle  vetture  da  un
    palo  trasversale posato su due pioli,  muta e sorda in mezzo alla
    citt rumoreggiante, crepuscolare di pieno giorno e incapace,  per
    cos  dire,  di emozioni tra le sue due file di alte case secolari
    che se ne stanno in silenzio,  vecchie come sono.  C'  in  quella
    viuzza un oblo stagnante.  Valjean respir. In che modo avrebbero
    potuto trovarlo l dentro?
    La sua prima cura fu di porsi accanto "l'inseparabile".
    Dorm bene.  La notte porta consiglio e  si  potrebbe  aggiungere:
    porta  la  calma.  L'indomani  si  svegli quasi allegro,  e trov
    piacevole la sala da pranzo,  che era orribile,  mobiliata  di  un
    vecchio tavolo rotondo, di una credenza sormontata da uno specchio
    inclinato,  di  una  poltrona tarlata e di alcune sedie ingombrate
    dai fagotti della Toussaint. In uno di questi fagotti si vedeva da
    un'apertura la divisa di guardia nazionale di Valjean.
    Cosetta si fece portare in camera un brodo dalla Toussaint,  e non
    comparve che la sera.
    Verso le cinque,  la vecchia,  che andava avanti e indietro, molto
    affaccendata in quella piccola sistemazione,  mise sulla tavola da
    pranzo un pollo freddo,  che la fanciulla,  per deferenza verso il
    padre, acconsent a guardare.
    Ci fatto, col pretesto di un'emicrania, disse buonasera a Valjean
    e si chiuse in camera.  Questi al contrario  mangi  con  appetito
    un'ala  di  pollo;  quindi,  appoggiati  i  gomiti  sulla  tavola,
    rasserenato a poco a  poco,  rientr  in  possesso  della  propria
    sicurezza.
    Mentre faceva quel sobrio pasto,  ud vagamente,  due o tre volte,
    il balbetto della Toussaint che gli diceva: -  Signore,  c'  del
    movimento,  si battono nelle vie. - Ma, assorto in una quantit di
    idee interiori, non ci bad, o meglio non ud.
    S'alz e si mise a camminare,  sempre pi  tranquillo,  dall'uscio
    alla finestra e dalla finestra all'uscio.
    Con la calma,  gli tornava alla mente la sua unica preoccupazione:
    Cosetta. Non gi che si preoccupasse per quella emicrania, piccola
    crisi di nervi,  broncio di fanciulla,  nube momentanea che in  un
    giorno o due sarebbe scomparsa; ma pensava all'avvenire e, come al
    solito,  ci pensava con tenerezza.  Tutto considerato,  non vedeva
    che cosa impediva alla vita felice di riprendere il suo corso.  In
    certe  ore  tutto  sembra  impossibile,  in certe altre tutto pare
    facile; e Valjean era in una di quelle ore buone. Queste di solito
    vengono dopo le cattive, come il giorno dopo la notte,  per quella
    legge  di  successione  e  di contrasto che  la luce stessa della
    natura,  e che le  menti  superficiali  chiamano  antitesi.  Nella
    pacifica via dove si era rifugiato,  si sbarazzava di tutto quanto
    l'aveva agitato da qualche tempo. Appunto perch aveva visto molte
    tenebre,  cominciava a scorgere un po' di azzurro.  Aver  lasciato
    via Plumet senza complicazioni e senza incidenti;  era gi un buon
    passo. Forse era prudente espatriare, sia pure per alcuni mesi,  e
    andare a Londra;  ebbene ci andrebbe. Essere in Francia, essere in
    Inghilterra, che gli importava, se aveva accanto Cosetta?  Cosetta
    era la sua nazione; bastava alla sua felicit. L'idea poi che egli
    forse  non bastava alla felicit della fanciulla,  questa idea che
    una volta era stato il suo tormento e la sua insonnia,  non gli si
    affacciava  pi  al  pensiero.  Era  nel  collasso di tutti i suoi
    dolori passati, e in pieno ottimismo.  Avendo Cosetta vicino,  gli
    pareva sua: fenomeno ottico che tutti hanno provato.  Regolava tra
    s, con tutta facilit, la partenza per l'Inghilterra con Cosetta,
    e nella prospettiva della sua fantasticheria vedeva rinascere, non
    importa dove, la sua felicit.
    Mentre andava su e gi a passi lenti, il suo sguardo incontr a un
    tratto qualcosa di strano.
    Nello specchio inclinato  sovrapposto  alla  credenza,  scorse  di
    fronte a lui e lesse distintamente queste quattro righe:
    "Mio diletto,  ahim!  mio padre vuole che partiamo subito. Questa
    sera andiamo in via Homme-Arm, numero 7, e fra otto giorni saremo
    a Londra - Cosetta - 4 giugno".
    Valjean si ferm sconvolto.
    Appena  arrivata,   Cosetta  aveva  posato  il  blocco  di   carta
    assorbente  sulla  credenza  davanti  allo  specchio,  e nella sua
    dolorosa angoscia l'aveva dimenticato l, senza neppure accorgersi
    che lo lasciava aperto,  e aperto proprio alla pagina su cui aveva
    appoggiato,  per  asciugarle,  le  quattro  righe da lei scritte e
    consegnate al giovane operaio  in  via  Plumet.  Le  parole  erano
    rimaste impresse sulla carta assorbente.
    E lo specchio rifletteva lo scritto.
    Ne   risultava  quella  che  in  geometria  si  chiama  l'immagine
    simmetrica;  sicch la scrittura che sulla  carta  assorbente  era
    rovesciata,  nello  specchio  si  raddrizzava  e presentava il suo
    aspetto naturale; Valjean aveva sotto gli occhi la lettera scritta
    il giorno prima da Cosetta a Mario.
    La cosa era semplice e sorprendente.
    Si avvicin allo specchio,  rilesse le quattro righe,  ma  non  vi
    prest fede. Gli parevano come apparse nella luce di un lampo. Era
    un'allucinazione, una cosa impossibile, inesistente.
    A  poco  a  poco la sua percezione si fece pi precisa;  guard la
    carta di Cosetta,  e gli torn il senso  della  realt.  Prese  la
    carta  pensando:  Viene  di  l.  Esamin  febbrilmente le quattro
    linee,   ma  le  lettere  rovesciate  formavano  uno  scarabocchio
    bizzarro senza nessun significato.  Allora disse tra s: ma questo
    non significa niente,  qui non c' scritto  niente.  E  respir  a
    pieni polmoni con un sollievo inesprimibile. Chi non ha provato di
    queste stupide gioie nei momenti orribili?  L'anima non si arrende
    alla disperazione senza avere prima esaurito tutte le illusioni.
    Teneva in mano la carta e  la  contemplava,  stupidamente  felice,
    pronto quasi a ridere dell'allucinazione di cui era stato vittima;
    ma,  ad un tratto, gli occhi ricaddero sullo specchio e la visione
    gli ricomparve.  Le  quattro  linee  vi  si  disegnarono  con  una
    inesorabile  chiarezza.  Questa  volta  non  era  un  abbaglio: il
    ripetersi di una visione  una realt;  la cosa era evidente,  era
    la scrittura rovesciata nello specchio. Cap.
    Barcollando,  lasci  cadere  la  carta e si abbatt nella vecchia
    poltrona accanto alla  credenza,  con  la  testa  china,  l'occhio
    vitreo e stravolto. Si disse che la cosa era evidente, che la luce
    del mondo era per sempre eclissata,  che Cosetta aveva indirizzato
    quelle parole a  qualcuno.  Allora  sent  l'anima  sua  ritornare
    terribile,  mandare  nelle  tenebre un sordo ruggito.  Provatevi a
    togliere al leone la carne che tiene nella gabbia!
    Cosa bizzarra e triste,  Mario non aveva ricevuto  la  lettera  di
    Cosetta;  il  caso l'aveva fatta conoscere a tradimento a Valjean,
    prima che fosse consegnata a Mario.
    Fino a quel giorno,  Valjean non si era fatto  mai  vincere  dalle
    difficolt.  Aveva vissuto esperienze terribili;  nessuna violenza
    della mala sorte gli  era  stata  risparmiata;  la  ferocia  della
    sorte,  armata  di  tutte  le  pubbliche  vendette  e  di  tutti i
    disprezzi sociali,  l'aveva preso di mira e si era accanita contro
    di  lui;  ma  egli non aveva rinculato n piegato dinanzi a nulla.
    Aveva accettato, all'occasione, tutti i rischi;  aveva sacrificato
    la  sua  inviolabilit  riconquistata,  rinunciando  alla libert,
    arrischiato la vita, perduto tutto, sofferto tutto; ed era rimasto
    disinteressato e stoico al punto che in certi momenti lo si poteva
    credere fuori di s come un martire. La sua coscienza,  agguerrita
    contro  ogni  possibile  assalto  dell'avversit,  poteva sembrare
    inespugnabile  per  sempre.  Ebbene,  se  qualcuno  avesse  potuto
    scrutarla, sarebbe stato obbligato a costatare che in quel momento
    essa vacillava.
    E  ci  perch,  tra  tutti  i  dolori  subti nella lunga tortura
    inflittagli dal destino,  questo era il pi formidabile.  Mai  era
    stato   stretto   in  una  simile  tenaglia.   Sent  l'agitazione
    misteriosa di tutte le sensibilit latenti,  si sent  pungere  la
    fibra ignota.  Ahim! la prova suprema, o per meglio dire la prova
    unica,  la perdita della persona amata.
    Il povero  vecchio  Valjean  amava  Cosetta  come  un  padre;  ma,
    l'abbiamo  fatto  osservare pi su,  la vedovanza stessa della sua
    vita aveva introdotto in quella paternit tutti gli affetti:  egli
    amava  Cosetta come figlia,  come madre e come sorella;  e siccome
    non aveva mai avuto n amante n sposa,  e siccome la natura   un
    creditore  che non accetta protesti,  anche questo sentimento,  il
    pi imprevedibile fra tutti,  era frammisto agli  altri,  confuso,
    ignaro,  puro della purezza dell'accecamento,  inconscio, celeste,
    angelico,  divino;  era,  pi  che  un  sentimento,   un  istinto,
    un'attrazione  impercettibile  e invisibile ma reale;  e nella sua
    immensa tenerezza per Cosetta l'amore propriamente detto era  come
    il filone d'oro nella montagna: tenebroso e vergine.
    Ricordiamo  quello stato d'animo che abbiamo gi indicato.  Nessun
    matrimonio era fra loro possibile,  nemmeno  quello  delle  anime;
    eppure    certo  che  i  loro  destini  s'erano sposati.  Eccetto
    Cosetta, vale a dire eccetto l'infanzia, nella sua lunga esistenza
    Valjean non aveva conosciuto nulla di  quanto  si  pu  amare.  Le
    passioni  e  gli amori che si succedono non avevano formato in lui
    quella gamma di tinte verdi,  verde tenero su verde cupo,  che  si
    notano sulle foglie,  quando  passato l'inverno,  e sugli uomini,
    passata la cinquantina.  Insomma,  e su questo abbiamo  pi  volte
    insistito,  tutta quella fusione interna,  tutto quell'insieme, la
    cui risultante era una grande virt, finiva col fare di Valjean un
    padre per Cosetta.  Padre strano,  composto dell'avo,  del figlio,
    del  fratello,  e  del  marito che erano in Valjean;  padre in cui
    c'era anche qualcosa  della  madre;  padre  che  amava  Cosetta  e
    l'adorava,  e  per  il  quale  quella  fanciulla  era luce,  casa,
    famiglia, patria, paradiso.
    Perci quando vide che non c'era pi nulla da fare,  che  lei  gli
    sfuggiva,  gli scivolava di mano, si sottraeva, era come una nube,
    come l'acqua;  quando ebbe  dinanzi  agli  occhi  questa  evidenza
    schiacciante  (un  altro  occupa  il  suo  cuore,  un  altro   il
    desiderio della sua vita,  c' l'innamorato e io non sono  che  il
    padre,  io non esisto pi),  quando non pot pi dubitare,  quando
    pens: essa s'allontana da me!,  prov un dolore indicibile.  Aver
    fatto tutto quello che aveva fatto per arrivare a quel punto!  non
    essere pi nulla! Allora,  come abbiamo detto,  ebbe un fremito di
    ribellione.   Sent   sino  nelle  radici  dei  capelli  l'immenso
    risveglio dell'egoismo, e l'io url nell'abisso di quell'uomo.
    Ci sono dei  precipizi  interiori.  Una  disperante  certezza  non
    penetra  nell'uomo  senza  rimuovere  e  infrangere certi elementi
    profondi che sono talvolta l'uomo stesso.  Quando il dolore arriva
    a  questo  punto,  si ha una fuga generale di tutte le forze della
    coscienza.  Sono crisi fatali da cui pochi di noi escono uguali  a
    se stessi e fermi nel dovere.  Quando il limite della sofferenza 
    sorpassato,  la pi imperturbabile  virt  si  sconcerta.  Valjean
    riprese  la  carta  e  si convinse di nuovo;  rimase chino e quasi
    pietrificato,   con  l'occhio  fisso  su  quelle   quattro   righe
    innegabili,  e  si  form  in  lui tal buio che tutto l'interno di
    quell'anima pareva crollare.
    Esamin  quella  rivelazione  attraverso  le  esagerazioni   della
    fantasia,  con una calma apparente e spaventosa, perch  una cosa
    formidabile la calma dell'uomo giunta alla freddezza della statua.
    Misur il passo tremendo fatto dal suo destino senza che  egli  ci
    pensasse;  ricord i timori dell'estate precedente cos follemente
    dissipati; riconobbe il precipizio;  era sempre lo stesso;  se non
    che Valjean non era sull'orlo, ma nel fondo.
    Cosa  inaudita  e  straziante,  vi  era caduto senza accorgersene:
    tutta la luce della sua esistenza se n'era andata, ed egli credeva
    di scorgere ancora il sole.
    Il suo istinto non esit. Ramment certe circostanze,  certe date,
    certi rossori e certi pallori di Cosetta,  e disse: - E' lui. - La
    divinazione della disperazione  come un arco misterioso  che  non
    sbaglia  il colpo.  Fin dalla prima congettura pens a Mario;  non
    sapeva il nome,  ma trov subito l'uomo.  In fondo all'implacabile
    evocazione della memoria, scorse distintamente l'ignoto bighellone
    del  Lussemburgo,  quel  miserabile  cacciatore  d'amorazzi,  quel
    fannullone da romanzo,  quell'imbecille,  quel vile,  perch  una
    vilt  fare l'occhiolino alle fanciulle che hanno accanto il padre
    che le ama.
    Quand'ebbe costatato che in fondo a quella situazione  c'era  quel
    giovane e che tutto proveniva di l,  Valjean,  l'uomo rigenerato,
    l'uomo che aveva tanto lavorato  alla  propria  anima,  che  aveva
    fatto tanti sforzi per risolvere in amore tutta la vita,  tutta la
    miseria e tutta la sventura,  guard dentro di s e vi scorse  uno
    spettro, l'odio.
    I  grandi  dolori  si  portano  dietro  la prostrazione e il tedio
    dell'esistenza.  L'uomo,  in  cui  entrano,   sente  qualche  cosa
    staccarsi da lui.  In giovent la loro visita  lugubre, pi tardi
     sinistra. Ohim,  se quando il sangue  caldo,  quando i capelli
    sono neri, quando la testa si erge dritta sul corpo come la fiamma
    sulla fiaccola, quando il rotolo del destino ha ancora quasi tutto
    il suo spessore,  quando il cuore, pieno di un amore desiderabile,
    ha ancora dei battiti degni di essere corrisposti,  quando  si  ha
    dinanzi  il  tempo  per  riparare,  quando ci sono ancora tutte le
    donne, e tutti i sorrisi, e tutto l'avvenire, e tutto l'orizzonte,
    se quando la forza della vita  completa,  la disperazione    una
    cosa terribile,  che cosa dev'essere mai nella vecchiezza,  quando
    gli anni precipitano sempre pi squallidi,  nell'ora  crepuscolare
    in cui si cominciano a vedere le stelle della tomba?
    Mentre  Valjean  meditava,  entr la Toussaint.  Egli si alz e le
    chiese:
    - Da che parte? Lo sapete?
    La donna, stupefatta, non pot rispondergli altro se non:
    - Che cosa?
    Egli riprese:
    - Non m'avete detto poc'anzi che si battono?
    - Ah! s, signore, dalla parte di Saint-Merry.
    Ci sono movimenti macchinali che ci vengono a nostra insaputa, dal
    nostro  pensiero  pi  profondo.  Certo,  sotto  l'impulso  di  un
    movimento  di tal genere,  di cui aveva appena coscienza,  Valjean
    cinque minuti dopo si trovava nella via.
    Stava a capo scoperto, seduto sullo scalino della porta di casa, e
    pareva ascoltare.
    Era discesa la notte.

    2. IL MONELLO NEMICO DEI LAMPIONI.
    Quanto tempo pass?  Quali furono i flussi e i riflussi della  sua
    tragica  meditazione?  Si raddrizz?  Rest curvo?  Si era curvato
    tanto  da  spezzarsi?  Poteva  raddrizzarsi  ancora  e  riprendere
    solidamente  coscienza  di  s?  Probabilmente neppure lui avrebbe
    potuto dirlo.
    La via era deserta.  Alcuni borghesi  preoccupati,  che  tornavano
    frettolosamente alle loro case, lo scorsero appena. Nei momenti di
    pericolo  ognuno  pensa  a  s.  Il  lampionaio venne,  secondo il
    solito,  ad accendere il fanale posto precisamente dirimpetto alla
    porta numero 7,  poi s'allontan.  Chi avesse esaminato Valjean in
    quell'ombra non l'avrebbe creduto un  vivente.  Stava  seduto  sul
    gradino  della  porta,  immobile  come  una  gelida  larva:  nella
    disperazione c' qualcosa  di  congelato.  S'udiva  la  campana  a
    stormo mista a confusi strepiti tumultuosi.  In mezzo a tutti quei
    rintocchi della campana misti alla  sommossa,  l'orologio  di  San
    Paolo suon le undici, gravemente e senza fretta perch la campana
    a  stormo  viene  dall'uomo,  l'ora invece viene da Dio.  Il suono
    delle ore non scosse Valjean. Per, in quello stesso momento,  una
    brusca  detonazione  scoppi  dalla  parte dei Mercati,  cui tenne
    dietro una seconda pi violenta;  era probabilmente  quell'assalto
    alla  barricata  di via Chanvrerie,  che abbiamo visto respinto da
    Mario. A quella doppia scarica la cui furia pareva accresciuta dal
    silenzio della notte, Valjean trasal,  si drizz volgendosi dalla
    parte donde veniva il rumore; poi ricadde sul gradino, incroci le
    braccia,  e  la  testa  torn  lentamente  a posarglisi sul petto.
    Riprese il tenebroso colloquio con se stesso. A un tratto alz gli
    occhi,  udendo dei passi molto vicini: guard  e,  alla  luce  del
    lampione, dal lato della via che porta agli Archivi, vide un volto
    livido, giovanile e raggiante.
    Era Gavroche che arrivava in via Homme-Arm.
    Il  monello  guardava  in  aria e pareva cercare qualcosa;  vedeva
    benissimo Valjean, ma non ci badava.
    Dopo aver guardato in alto,  Gavroche guard in basso.  Si  alzava
    sulle   punte  dei  piedi  e  tastava  le  porte  e  finestre  del
    pianterreno,  tutte  chiuse  con  spranghe  e  chiavistelli.  Dopo
    essersi  accertato  che  le  facciate  di  cinque o sei case erano
    serrate a quel modo, il monello scosse le spalle e disse tra s:
    - Diamine!
    Valjean,  che un momento prima,  con quel suo stato  d'animo,  non
    avrebbe parlato e neppure risposto ad anima viva,  si sent spinto
    irresistibilmente a rivolgere la parola al ragazzo.
    - Ragazzo, - gli disse, - cos'hai?
    Ho che ho  fame,  -  rispose  francamente  Gavroche,  aggiungendo:
    Ragazzo siete voi.
    Valjean  si  frug  nel  taschino  e  ne cav una moneta da cinque
    franchi.
    Ma Gavroche,  che apparteneva alla  famiglia  delle  cutrettole  e
    passava  rapidamente  da  un  gesto  all'altro,  avendo  scorto il
    fanale, raccolse una pietra.
    - Guarda!  - disse.  - Avete ancora i fanali  qui?  Non  siete  in
    regola, amici, questo  disordine. Bisogna romperlo subito.
    Lanci  il  sasso al fanale,  il cui vetro cadde con tale strepito
    che alcuni cittadini,  che spiavano di tra le tendine  dalla  casa
    dirimpetto, gridarono: - Ecco il Novantatr!
    La  lampada  oscill  fortemente  e si spense.  La via d'un tratto
    divenne buia.
    - Cos va bene!  - esclam Gavroche.  Mettiti la cuffia da  notte,
    vecchia strada!
    E volgendosi a Valjean:
    -  Come  chiamate  quel  monumento gigantesco che sta in capo alla
    via? Gli Archivi,  vero?  Bisognerebbe buttar gi un po' di quelle
    grosse bestie di colonne e farne una graziosa barricata.
    Valjean gli si avvicin.
    - Povera creatura!  - disse sotto voce e parlando a se stesso.  Ha
    fame.
    E gli mise in mano la moneta da cinque franchi.
    Gavroche alz il naso sorpreso dalla grandezza di  quella  moneta;
    la  guardava  nell'oscurit  e fu abbagliato dalla sua bianchezza.
    Conosceva  gli  scudi  per  sentito  dire;  gli  piaceva  la  loro
    reputazione,   e  fu  contentissimo  di  vederne  uno  da  vicino:
    Contempliamo la tigre! - disse.
    L'esamin estatico;  quindi volgendosi a  Valjean,  gli  porse  la
    moneta e disse maestosamente:
    -  Borghese,  preferisco  rompere  i fanali.  Riprendete la vostra
    bestia feroce;  non mi lascio corrompere.  Essa ha cinque artigli,
    ma non riesce a graffiarmi.
    - Non hai una mamma? - chiese Valjean.
    Gavroche rispose:
    - Forse pi di voi.
    - Ebbene conserva questo denaro per lei.
    Il  monello  si  commosse.   Inoltre,  aveva  notato  che  il  suo
    interlocutore non aveva cappello, e questo gli ispirava fiducia.
    - Davvero?  - diss'egli.  - Non lo fate per impedirmi di rompere i
    fanali?
    - Rompi tutto quello che vuoi.
    - Voi siete un brav'uomo, - disse Gavroche.
    E si cacci lo scudo in tasca.
    Poi crescendo in fiducia, aggiunse:
    - Abitate in questa via?
    - S, perch?
    - Potreste indicarmi la casa numero 7?
    - Cosa vuoi farne del numero 7?
    Allora il fanciullo si ferm, temendo di aver gi detto troppo, si
    ficc   energicamente  le  dita  tra  i  capelli  e  si  limit  a
    rispondere:
    - Ah, ecco!
    Un'idea balen alla mente di Valjean.  L'angoscia talvolta  genera
    simili lucidit. Chiese al fanciullo:
    - Mi porti forse la lettera che aspetto?
    - Voi? - rispose Gavroche. - Voi non siete una donna.
    - La lettera  per la signorina Cosetta, vero?
    -  Cosetta?  -  borbott  Gavroche.  - S,  credo che si tratti di
    questo nome strambo.
    - Ebbene,  - riprese Valjean,  - sono io che  devo  rimetterle  la
    lettera. Dammela.
    - In questo caso, voi sapete che sono inviato dalla barricata?
    - Certamente, - rispose l'uomo.
    Gavroche  sprofond  la  mano  in una delle sue tasche,  e ne tir
    fuori una carta piegata in quattro.
    Poi fece il saluto militare, esclamando:
    - Rispettate il dispaccio; viene dal governo provvisorio.
    - Da' qua.
    Gavroche teneva il foglio alzato al di sopra del capo.
    - Non state a supporre che sia un biglietto amoroso.  E' diretto a
    una  donna,  ma   per il popolo.  Noialtri ci battiamo e sappiamo
    rispettare il sesso.  Non siamo persone di alta societ,  dove  ci
    sono dei damerini che mandano i biglietti galanti alle civettuole.
    - Da' qua.
    - Prendete.
    E consegn la carta a Valjean.
    - E fate presto, signor Coso, che la signorina Cosetta attende.
    Gavroche fu soddisfatto del suo bisticcio.
    Valjean riprese:
    - A Saint-Merry va portata la risposta?
    -  Cos  fareste  uno di quei pasticci volgarmente detti frittate.
    Questa lettera viene  dalla  barricata  in  via  Chanvrerie,  dove
    ritorno. Buona notte, cittadino!
    Ci  detto,  Gavroche  se ne and,  o meglio,  riprese il suo volo
    d'uccello scappato.  S'immerse di nuovo nell'oscurit come  se  vi
    facesse  un  buco,  con  la  rigida rapidit di un proiettile;  la
    viuzza Homme-Arm ridivenne silenziosa e solitaria;  in un  batter
    d'occhio  quello  strano ragazzo,  che aveva qualcosa dell'ombra e
    del sogno,  s'era sprofondato nel buio di quelle file di case nere
    e vi si era perduto come il fumo nelle tenebre;  sicch si sarebbe
    potuto credere che fosse svanito e  svaporato,  se  alcuni  minuti
    dopo  la  sua  sparizione,  una  strepitosa  rottura di vetri e lo
    splendido patatrac di un lampione che crollava  sul  selciato  non
    avessero d'improvviso svegliato di nuovo i borghesi indignati. Era
    Gavroche che passava per via Chaume.

    3. COSETTA E TOUSSAINT DORMONO.
    Valjean rientr con la lettera di Mario.
    Sal  la scala a tentoni,  contento delle tenebre come il gufo che
    tiene la preda,  apr e richiuse leggermente l'uscio,  origli  se
    mai  c'era  qualche  rumore,  costat  che  Cosetta e la Toussaint
    dormivano,  quindi immerse nell'ampollina fosforica Fumade  tre  o
    quattro fiammiferi prima di ottenere la fiamma,  tanto la mano gli
    tremava: pareva un  furto  quello  che  aveva  fatto.  Finalmente,
    accesa la candela,  pos i gomiti sulla tavola, spieg il foglio e
    lesse.
    Nelle emozioni violente, non si legge, si atterra,  per cos dire,
    il  foglio  che  si  tiene  tra  le  mani,  lo si stringe come una
    vittima, lo si sgualcisce, vi si affondano le unghie per collera o
    per  gioia;  si  corre  alla  fine,  si  salta  al  principio  con
    un'attenzione febbrile; si capisce, press'a poco, l'essenziale; si
    afferra  un  punto  e il resto scompare.  Nel biglietto di Mario a
    Cosetta, Valjean non vide che queste parole:
    "...Muoio.  Quando leggerai questo scritto la mia  anima  ti  sar
    accanto".
    Dinanzi a queste due righe,  ebbe un'intuizione orribile; rest un
    momento schiacciato dal mutamento di emozione che avveniva in lui;
    guardava il biglietto di Mario con una specie  di  folle  stupore.
    Aveva  dinanzi  agli  occhi questo splendore: la morte dell'essere
    odiato.
    Dette un orrendo grido di gioia interiore.  Tutto era  finito.  La
    catastrofe giungeva pi presto di quanto non avesse osato sperare;
    l'essere  che  ingombrava il suo destino spariva,  se ne andava da
    s, liberamente,  di sua volont.  Senza che egli,  Valjean avesse
    fatto nulla per questo, senza alcuna colpa, "quell'uomo" stava per
    morire. Forse era gi morto. Qui la sua febbre fece dei calcoli. -
    No,  non  ancora morto.  La lettera  stata evidentemente scritta
    per essere letta da Cosetta domani mattina;  dopo le due  scariche
    udite  tra  le  undici  e  la  mezzanotte non c' stato altro;  la
    barricata sar  seriamente  assalita  soltanto  allo  spuntar  del
    giorno;   ma    lo  stesso;  dal  momento  che  quell'uomo  si  
    immischiato in una guerra di questo  genere    perduto,    preso
    nell'ingranaggio.
    Valjean  si  sent  liberato.  Dunque  si  ritroverebbe  solo  con
    Cosetta; la concorrenza cessava; l'avvenire ricominciava.  Bastava
    tenersi  in  tasca quel biglietto,  e la fanciulla non avrebbe mai
    saputo della fine di "quell'uomo".
    "Basta lasciare che le cose seguano il loro corso.  Colui non  pu
    fuggire,  e se non  morto ancora,  certo che sta per morire. Che
    piacere!".
    Detto questo  tra  s,  divenne  cupo.  Poi  scese  e  svegli  il
    portinaio.
    Circa un'ora dopo, Valjean usciva in divisa di guardia nazionale e
    armato.  Il portinaio gli aveva facilmente trovato tra i vicini di
    che completare il suo equipaggiamento;  aveva un fucile  carico  e
    una giberna piena di cartucce. Si diresse dalla parte dei Mercati.

    4. GLI ECCESSI DI ZELO DI GAVROCHE.
    Frattanto   a  Gavroche  era  capitata  un'avventura.   Dopo  aver
    coscienziosamente abbattuto il lampione di via  Chaume,  entr  in
    quella  delle  Vieilles-Haudriettes  e,  non  vedendovi nemmeno un
    "gatto",  trov l'occasione opportuna per intonare una canzone con
    tutta l'energia di cui era capace.
    Il suo passo,  anzich rallentato dal canto, diventava pi svelto.
    Cominci a seminare lungo le case addormentate e atterrite  queste
    strofe incendiarie:
    "L'uccello  canta  tra i carpini,  e pretende che ieri Atala se ne
    and con un russo. - Dove vanno le belle ragazze, - lonl.
    Passerotto,  amico mio,  tu dici sciocchezze.  L'altro giorno Mila
    picchi sui vetri e mi chiam. - Dove vanno, eccetera.
    Le  bricconcelle  son  assai graziose;  il loro veleno,  che mi ha
    stregato, ubriacherebbe il signor Orfila. - Dove vanno, eccetera.
    Mi piace l'amore e le sue piccole contese: amo Agnese, amo Pamela,
    e Lisa infiammandomi si bruci. - Dove vanno, eccetera.
    Una volta,  vedendo le mantiglie di Susanna e di Zeila,  mi sentii
    l'anima impigliata nelle loro pieghe. - Dove vanno, eccetera.
    Amore,  quando,  nell'ombra in cui brilli, coroni Lola di rose, io
    mi dannerei solo per questo. - Dove vanno, eccetera.
    Giovanna,  ti fai pi bella allo specchio.  Il mio cuore un giorno
    vol. Credo che lo abbia Giovanna. - Dove vanno, eccetera.
    La sera, uscendo dal ballo, mostro Stella alle stelle e dico loro:
    Guardatela. - Dove vanno, eccetera".
    Cantando,  Gavroche  saltellava.  Il  gesto  il punto di appoggio
    della canzone. Il suo volto,  repertorio inesauribile di maschere,
    faceva  smorfie pi convulse e pi fantastiche delle boccacce d'un
    panno lacero nella furia del vento. Disgraziatamente,  siccome era
    solo  e  al buio,  quello spettacolo non era ne visto n visibile:
    ricchezze perdute.
    A un tratto si ferm dicendo:
    - Interrompiamo la romanza.
    La sua pupilla felina aveva distinto nel vano di un portone quello
    che i pittori chiamano "un insieme", vale a dire una persona e una
    cosa;  la cosa era un carrettino a mano,  la persona un alverniese
    che ci dormiva sopra.
    Le  stanghe  del  carrettino  posavano  sul  lastrico,  e la testa
    dell'uomo poggiava sul carretto.
    Con la  sua  esperienza  delle  cose  di  questo  mondo,  Gavroche
    riconobbe  un  ubriaco.  Era un facchino che aveva bevuto troppo e
    ora dormiva troppo.
    - Ecco, - pens Gavroche,  - a che cosa servono le notti d'estate;
    l'alverniese  s'addormenta sul suo carretto.  Ebbene,  pigliamo il
    carretto per la repubblica, e lasciamo l'uomo alla monarchia.
    La sua mente  era  stata  illuminata  da  questa  idea:  -  Questo
    carretto starebbe magnificamente bene sulla nostra barricata.
    L'uomo russava.
    Il monello tir piano piano il carretto per di dietro e l'uomo per
    dinanzi,  vale  a dire per i piedi,  e un minuto dopo l'alverniese
    dormiva imperturbabilmente, disteso sul selciato.
    Il carretto era libero.
    Avvezzo a far fronte all'imprevisto, Gavroche era sempre munito di
    tutto. Frug in tasca, ne trasse un pezzetto di carta e una matita
    rossa rubata a qualche falegname. Scrisse:
    "Repubblica francese".
    "Ricevuto il tuo carretto".
    E firm: "Gavroche".
    Ci fatto, pose il biglietto nel taschino del panciotto di velluto
    dell'uomo che continuava a russare,  afferr le stanghe e part in
    direzione  dei  Mercati,  spingendosi  innanzi il carretto di gran
    galoppo, con uno strepito glorioso e trionfante.
    Era un'impresa pericolosa.  Alla Stamperia Reale c'era un posto di
    guardia,  di  cui  Gavroche si era dimenticato.  Un certo fracasso
    aveva gi cominciato  a  tenere  le  guardie  in  allarme  facendo
    sollevare  le loro teste dalle brande.  Due fanali rotti l'un dopo
    l'altro,  una canzone cantata a squarciagola: tutto questo era gi
    molto per quelle vie cos placide, che desiderano addormentarsi al
    tramonto,  e  mettono cos presto lo spegnitoio sulle lucerne.  Da
    un'ora il monello faceva in quel pacifico rione il chiasso  di  un
    moscerino  in  una  bottiglia.  Il  sergente  stava ad ascoltare e
    aspettava; era prudente.
    Il rotolo forsennato del carretto colm la misura  dell'attesa  e
    determin il sergente a tentare una ricognizione.
    - Si tratta di un'intera banda, - disse tra s; - andiamo adagio.
    Evidentemente  l'Idra  dell'Anarchia  era  uscita  dalla tana e si
    aggirava nel quartiere.
    Il sergente s'avventur per le strade in punta di piedi.
    Mentre  sbucava  da  via   Vieilles-Haudriettes,   Gavroche,   che
    continuava  a  spingere il carretto,  si trov faccia a faccia con
    una divisa, un berretto, un pennacchio e un fucile.
    Per la seconda volta si ferm di colpo.
    - Toh! - diss'egli. - E' lui. Buon giorno, ordine pubblico.
    Gli stupori di Gavroche duravano poco e si liquefacevano presto.
    - Dove vai, mascalzone? - grid il sergente.
    - Cittadino,  - rispose Gavroche,  - non  vi  ho  ancora  chiamato
    borghese. Perch dunque m'insultate?
    - Dove vai, mariuolo?
    - Signore,  - riprese il monello,  - ieri forse eravate un uomo di
    spirito, ma stamattina vi hanno destituito.
    - Ti domando dove vai, briccone.
    E Gavroche rispose:
    - Voi parlate gentilmente.  Davvero non vi si  darebbe  l'et  che
    avete.  Se  vi  vendete tutti i capelli a cento franchi l'uno,  ne
    ricavereste cinquecento franchi.
    - Dove vai? dove vai? dove vai, bandito?
    - Ih,  quante parolacce!  Quando vi  daranno  a  poppare  dovranno
    asciugarvi meglio la bocca.
    Il sergente abbass la baionetta.
    - Insomma vuoi dirmi dove vai, miserabile!
    - Signor generale,  - rispose Gavroche, - vado a cercare il medico
    per mia moglie che sta per partorire.
    - Allarmi! - grid il sergente.
    Salvarsi con ci che ti  ha  perduto:  ecco  il  capolavoro  degli
    uomini forti. Gavroche misur con un'occhiata tutta la situazione.
    Il carretto lo aveva compromesso; toccava al carretto salvarlo.
    Nel  momento  in cui il sergente stava per scagliarsi sul monello,
    il carretto, diventato proiettile e lanciato a tutta forza, rotol
    su di lui furiosamente e il sergente, preso in pieno nella pancia,
    cadde rovescio nel rigagnolo, e il suo fucile esplose.
    Al grido del sergente gli  uomini  del  posto  erano  usciti  alla
    rinfusa; il colpo di fucile determin una scarica generale a caso,
    dopo la quale si ricaricarono le armi e si ricominci.
    Quella fucileria a mosca cieca dur un buon quarto d'ora, mandando
    alcuni vetri di finestre in frantumi.
    Frattanto  Gavroche,  che  s'era  dato a precipitosa fuga,  si era
    fermato cinque o sei volte  pi  in  l  e  sedeva  affannato  sul
    pilastrino alla cantonata dei Fanciulli Rossi.
    Stette ad origliare.
    Ripreso  respiro,   si  volse  dalla  parte  dove  infuriavano  le
    fucilate,  alz la mano sinistra all'altezza del naso e la  spinse
    innanzi tre volte, battendosi in pari tempo la nuca con la destra;
    gesto  sovrano,  nel  quale  la  monelleria parigina ha condensato
    l'ironia francese,  e che evidentemente  efficace se dura gi  da
    mezzo secolo.
    La sua allegria fu per turbata da una riflessione amara:
    -  S,  -  disse  tra  s,  -  io scherzo,  mi sbellico dalle risa
    m'abbandono alla gioia,  ma intanto sono fuori strada e  mi  tocca
    fare un giro. Purch arrivi in tempo alla barricata!
    Dopo di che, si rimise a correre.
    E mentre correva:
    - Ah giusto! A che punto ero?
    E  continuando  a  sprofondarsi rapidamente nelle vie,  riprese il
    canto che lentamente si spense nelle tenebre:
    "Ma ci sono ancora delle bastiglie, e io voglio mettere l'alto l,
    in quest'ordine pubblico. - Dove vanno, eccetera.
    C' qualcuno che vuol giocare a birilli?  Tutta  l'antica  societ
    croll, quando rotol la grossa palla. - Dove vanno, eccetera.
    Buon vecchio popolo,  a colpi di stampelle, rompiamo questo Louvre
    in cui si mise in mostra la monarchia coi falbal  -  Dove  vanno,
    eccetera.
    Noi  forzammo  i  cancelli;  e  quel  giorno Carlo Decimo era male
    attaccato e si scoll. - Dove vanno, eccetera".
    L'allarme del corpo  di  guardia  non  rimase  senza  effetto.  Il
    carretto  fu  conquistato e l'ubriaco fatto prigioniero.  L'uno fu
    confiscato, l'altro in seguito accusato come complice al tribunale
    militare.  Il pubblico ministero dette prova in quella circostanza
    del suo instancabile zelo per la difesa della societ.
    L'avventura  di  Gavroche,  restata nella tradizione del quartiere
    del Tempio,   uno dei pi terribili ricordi dei  vecchi  borghesi
    del  Marais,  e  porta  il  titolo:  "Assalto notturno al corpo di
    guardia della Stamperia Reale".












    INDICE.

    Parte terza.
    MARIO.
    Libro 1: Parigi studiata in Gavroche: pagina 2.
    Libro 2: Il gran borghese: pagina 31.
    Libro 3: Il nonno e il nipote: pagina 47.
    Libro 4: Gli amici dell'A B C: pagina 105.
    Libro 5: Eccellenza della sventura: pagina 153.
    Libro 6: La congiunzione di due stelle: pagina 187.
    Libro 7: Patron-Minette: pagina 217.
    Libro 8: Il cattivo povero: pagina 232.

    Parte quarta.
    L'EPOPEA DI SAN DIONIGI E L'IDILLIO DI VIA PLUMET.
    Libro  1: Alcune pagine di storia: pagina 386.
    Libro  2: Eponina: pagina 451.
    Libro  3: La casa di via Plumet: pagina 482.
    Libro  4: Un aiuto dal basso pu essere un aiuto dall'alto: pagina
    544.
    Libro  5: In cui la fine somiglia al principio: pagina 561.
    Libro  6: Il piccolo Gavroche: pagina 589.
    Libro  7: Il gergo: pagina 655.
    Libro  8: Estasi e desolazioni: pagina 694.
    Libro  9: Dove vanno?: pagina 755.
    Libro 10: Il 5 giugno 1832: pagina 769.
    Libro 11: L'atomo fraternizza con l'uranio: pagina 808.
    Libro 12: Corinto: pagina 829.
    Libro 13: Mario entra nell'ombra: pagina 880.
    Libro 14: Le grandezze della disperazione: pagina 899.
    Libro 15: La via Homme-Arm: pagina 930.

      