
    traduzioni telematiche a cura di
    Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo
    (casa di reclusione - Opera)

    Victor Hugo.
    I MISERABILI.
    (primo volume)

    INDICE A PAGINA 960.













    Parte Prima.
    FANTINA.


    Libro 1.
    UN GIUSTO.


    1. MONSIGNOR MYRIEL.
    Nel 1815,  Carlo Francesco Benvenuto Myriel era Vescovo di  Digne.
    Vecchio  settantacinquenne,  occupava  la  sede di Digne dal 1806.
    Bench questo particolare non interessi  la  sostanza  del  nostro
    racconto,  non    forse  inutile,  almeno  per amor di esattezza,
    indicare qui le voci che erano corse sul suo conto al momento  del
    suo arrivo in diocesi. Quel che si dice degli uomini, vero o falso
    che  sia,  spesso  ha  nella  loro  vita,  e  soprattutto nel loro
    destino,  tanta parte quanto ne ha  quello  che  fanno.  Monsignor
    Myriel era figlio di un Consigliere del Parlamento di Aix. Nobilt
    togata.  Si diceva che suo padre, destinandolo a succedergli nella
    carica,  l'aveva sposato molto presto a 19 o 20 anni,  seguendo un
    uso  assai diffuso nelle famiglie dei parlamentari.  Carlo Myriel,
    nonostante questo matrimonio aveva fatto molto parlare di s.  Era
    ben fatto nella persona,  quantunque di piccola statura, elegante,
    grazioso, spiritoso; tutta la prima parte della sua vita era stata
    data al mondo  e  alle  galanterie.  Sopravvenne  la  Rivoluzione,
    precipitarono   gli  avvenimenti,   e  le  famiglie  parlamentari,
    decimate, cacciate, perseguitate, si dispersero. Carlo Myriel, fin
    dai primi giorni della Rivoluzione,  emigr in  Italia,  dove  sua
    moglie  mor  di malattia polmonare contratta da lungo tempo.  Non
    avevano  figli.  Che  cosa  accadde  in  seguito  nel  destino  di
    Monsignor  Myriel?  Il  crollo della vecchia societ francese,  la
    rovina della famiglia,  le  tragiche  scene  del  '93,  forse  pi
    spaventose  per  gli  emigrati  che  da  lontano  le  vedevano con
    l'ingrandimento  della  paura,  fecero  nascere  in  lui  idee  di
    rinuncia  e  di  solitudine?  Oppure in mezzo a qualcuna di quelle
    distrazioni e di quegli affetti che occupavano la  sua  esistenza,
    fu  colto  all'improvviso  da  uno  di  quei  colpi  misteriosi  e
    terribili che talvolta, ferendolo al cuore, abbattono l'uomo,  che
    pur non era stato scosso dalle catastrofi pubbliche che lo avevano
    colpito  nella sua esistenza e nella sua fortuna?  Nessuno avrebbe
    potuto  dirlo;   di  lui  si  sapeva  soltanto  che,   al  ritorno
    dall'Italia, era prete.
    Nel  1804  Monsignor  Myriel  era  curato  di Brignolles.  Era gi
    vecchio e viveva completamente ritirato.
    All'epoca dell'incoronazione,  and a  Parigi  per  non  so  quale
    faccenduola  della  sua  parrocchia.   Tra  gli  altri  personaggi
    importanti and a sollecitare per i suoi parrocchiani il cardinale
    Fesch.  Un giorno che l'imperatore era venuto a far visita  a  suo
    zio,  il  degno  curato  in  attesa  nell'anticamera  si trov sul
    passaggio di Sua Maest. Napoleone, vistosi guardato con una certa
    curiosit da quel vecchio, si volse e disse bruscamente:
    - Chi  quel buon uomo che mi guarda?
    Maest - disse Myriel - voi guardate un buon uomo e io  guardo  un
    grande uomo. Ognuno di noi ne pu approfittare.
    La  sera  stessa  l'Imperatore chiese al Cardinale il nome di quel
    curato,  e poco dopo  Myriel  rest  sorpreso  nell'apprendere  di
    essere stato nominato Vescovo di Digne.
    Che  cosa c'era di vero nelle voci che correvano sulla prima parte
    della vita di Myriel?  Nessuno lo sapeva.  Poche famiglie  avevano
    conosciuto la famiglia Myriel prima della Rivoluzione.
    Monsignor  Myriel  dovette  subire  la  sorte di chi capita per la
    prima volta in una cittadina dove ci sono molte bocche a parlare e
    pochissime teste a pensare.  Dovette subirla quantunque Vescovo  e
    perch Vescovo.  Ma i discorsi nei quali si faceva il suo nome non
    erano in fondo che dicerie; voci, frasi,  parole,  meno ancora che
    parole,  "palabres"  come  si  dice  nell'energico  linguaggio del
    Meridione.
    Checch ne fosse,  dopo nove anni di episcopato e di  residenza  a
    Digne, tutte quelle storielle che da principio formano l'argomento
    delle  conversazioni nelle piccole citt e della gente del popolo,
    erano cadute in un  oblio  profondo.  Nessuno  avrebbe  osato  pi
    parlarne, e neppure ricordarsene.
    Monsignor  Myriel era arrivato a Digne accompagnato da una vecchia
    zitella,  la signorina Battistina,  che era sua sorella e aveva 10
    anni meno di lui.
    Avevano  come  factotum una serva della stessa et della signorina
    Battistina,  chiamata mamma Magloire,  la quale,  dopo  di  essere
    stata  la  perpetua  del curato,  aveva adesso un doppio titolo di
    cameriera della signorina e domestica di Monsignore.
    La signorina Battistina era alta, pallida, esile dolce, realizzava
    l'ideale espresso nella parola "rispettabile",  perch,  a  quanto
    pare    necessario che una donna sia madre per essere venerabile.
    Non era mai stata bella.  Tutta la  sua  vita  che  era  stata  un
    seguito di opere buone,  aveva finito coi diffondere su di lei una
    specie di candore e di luce; invecchiando, aveva acquistato quella
    che si potrebbe chiamare la  bellezza  della  bont.  La  magrezza
    della   sua   giovinezza   era  diventata,   nella  sua  maturit,
    trasparenza;  e attraverso quel corpo diafano si  poteva  scorgere
    l'angelo.  Era un'anima pi che una vergine. Il suo corpo sembrava
    fatto di ombra;  e di carne ne aveva tanto quanto basta perch  ci
    sia  un  sesso;  un  poco  di  materia racchiudente uno splendore;
    grandi occhi sempre abbassati: un pretesto perch  un'anima  resti
    sulla terra.
    Mamma  Magloire  era  una vecchietta,  bianca,  grassa,  pienotta,
    affaccendata,  sempre ansante,  non solo per la  sua  attivit  ma
    anche per l'asma.
    Al  suo arrivo,  Myriel occup il palazzo episcopale con tutti gli
    onori  voluti  dai  decreti  imperiali,  che  pongono  il  Vescovo
    immediatamente  dopo  il  Maresciallo  di  campo.  Il Sindaco e il
    Presidente si recarono a fargli la prima visita, e lui a sua volta
    fece la prima visita al Generale e al Prefetto.
    Conclusa  l'installazione,   la  citt  attese  il   suo   Vescovo
    all'opera.

    2. MONSIGNOR MYRIEL DIVENTA MONSIGNOR BENVENUTO.
    Il  palazzo  episcopale di Digne era attiguo all'ospedale.  Era un
    edificio vasto e bello,  costruito all'inizio del secolo scorso da
    Monsignor Enrico Puget, dottore in teologia alla facolt di Parigi
    e  abate di Simore,  il quale era stato vescovo di Digne nel 1712.
    Il palazzo era un vero alloggio signorile.  Tutto  era  grandioso:
    l'appartamento  del  Vescovo,  i  saloni,  le  camere,  il cortile
    d'onore molto largo con  i  porticati,  secondo  la  vecchia  moda
    fiorentina,  e  i  giardini  con  magnifici alberi.  Nella sala da
    pranzo,  lunga e maestosa galleria che si trovava a pianterreno  e
    dava sui giardini,  Monsignor Enrico Puget il 29 luglio 1714 aveva
    invitato a un pranzo  di  cerimonia  Monsignor  Carlo  Brlart  de
    Genlis,  Arcivescovo  Principe  di  Embrun,  Antonio de Mesgrigny,
    cappuccino, vescovo di Grasse, Filippo de Vendme,  Gran Priore di
    Francia,  abate di Santo Onorato di Lrins,  Francesco de Beton de
    Grillon, vescovo-barone di Vence, Cesare de Sabran de Forcalquier,
    vescovo-signore  di  Glandve,  e  Giovanni  Suanen,   oratoriano,
    predicatore ordinario del Re, vescovo-signore di Senez. I ritratti
    di  questi  sette  reverendi  personaggi ornavano quella sala e la
    data memorabile del 29 luglio 1714 era incisa a lettere  d'oro  su
    una lapide di marmo bianco.
    L'ospedale era un edificio stretto e basso,  a un solo piano e con
    un giardinetto.  Tre giorni dopo il suo arrivo,  il Vescovo visit
    l'ospedale.  Terminata  la  visita preg il direttore di andare da
    lui.
    - Direttore - gli disse - quanti malati avete in questo momento?
    - Monsignore, ventisei.
    - Quanti ne ho contati io - disse il Vescovo.
    - I letti stanno troppo stretti - soggiunse il direttore.
    - L'avevo notato anch'io.
    - Le sale sono appena delle camere e difficilmente vi  si  rinnova
    l'aria.
    - Lo credo bene.
    - Inoltre quando c' un po' di sole,  il giardino  troppo piccolo
    per i convalescenti.
    - Lo dicevo anch'io.
    - Nelle epidemie non sappiamo  cosa  fare;  e  quest'anno  abbiamo
    avuto il tifo, due anni fa la miliare con talvolta cento malati.
    - E' quello che pensavo anch'io.
    -  Che  volete,  Monsignore!  -  disse  il  direttore.  -  Bisogna
    rassegnarsi.
    Questo dialogo si era svolto nella sala da pranzo del pianterreno.
    Il  Vescovo  stette  un  momento  in  silenzio,   poi   si   volse
    improvvisamente al direttore dell'ospedale.
    - Quanti letti credete che possano stare in questa sala? - disse.
    -  La  sala  da  pranzo  di  Monsignore?   -  esclam  il  rettore
    stupefatto.
    Il Vescovo esaminava la stanza e pareva che con gli occhi  facesse
    misure e calcoli.
    - Ci starebbero almeno 20 letti! - disse quasi tra s; poi alzando
    la  voce:  -  Caro  direttore,   sentite  il  mio  pensiero.   C'
    evidentemente un errore. Voi siete in ventisei dentro cinque o sei
    camerette.  Noi invece siamo in tre e abbiamo posto per  sessanta.
    C' un errore,  come vedete.  Voi avete preso il mio alloggio e io
    il vostro. Ridatemi la mia abitazione; questa  la vostra.
    L'indomani i ventisei poveri erano alloggiati nell'episcopio e  il
    Vescovo all'ospedale.
    Monsignor  Myriel  non possedeva beni,  perch la sua famiglia era
    stata rovinata  dalla  Rivoluzione.  Sua  sorella  godeva  di  una
    rendita vitalizia di 500 franchi che bastava appena alle sue spese
    personali.  Monsignor Myriel come Vescovo riceveva dallo Stato uno
    stipendio di  15000  franchi.  Il  giorno  che  venne  ad  abitare
    nell'ospedale,  Monsignor  Myriel  stabil  una volta per sempre e
    nella seguente maniera l'uso di questa somma. Trascriviamo qui una
    nota scritta di suo pugno.

    NOTA PER REGOLARE LE SPESE DI CASA.
    Per il piccolo seminario: 1.500 franchi.
    Congregazione della missione: 100 franchi.
    Per i lazzaristi di Montdidier: 100 franchi.
    Seminario delle missioni estere di Parigi: 200 franchi.
    Congregazione dello Spirito Santo: 150 franchi.
    Case religiose di Terrasanta: 100 franchi.
    Societ di carit materna: 300 franchi.
    In pi, per quella di Arles: 50 franchi.
    Opera per il miglioramento delle prigioni: 400 franchi.
    Opera per il sollievo e  la  liberazione  dei    prigionieri:  500
    franchi.
    Per  la  liberazione  dei  padri  prigionieri  per   debiti: 1.000
    franchi.
    Supplemento allo stipendio dei poveri maestri delle  scuole  della
    diocesi: 2.000 franchi.
    Granaio d'abbondanza delle Alte Alpi: 100 franchi.
    Congregazione  delle dame di Digne,  di Manosque e di Sisteron per
    l'insegnamento  gratuito alle ragazze povere: 1500 franchi.
    Per i poveri: 6000 franchi.
    Spese personali: 1.000 franchi.
    TOTALE: 15000 franchi.

    Durante il tempo che occup la sede di Digne, Monsignor Myriel non
    mut quasi nulla di queste disposizioni  che  come  abbiamo  visto
    chiamava "regolare le spese di casa".
    La  signorina Battistina accett con assoluta sottomissione queste
    disposizioni.  Per la santa  donna  Monsignore  di  Digne  era  il
    fratello  e  il  vescovo  insieme,  l'amico secondo la natura e il
    superiore secondo la Chiesa.  Lo amava e  lo  venerava  con  tutta
    semplicit.  Quando parlava,  lei si inchinava;  quando agiva,  lo
    assecondava. Soltanto la perpetua, mamma Magloire, mormor un po'.
    Come abbiamo notato,  il vescovo si  era  riservato  appena  mille
    franchi  che,  aggiunti  alla pensione della signorina Battistina,
    formavano un totale di 1500  franchi  all'anno.  Con  questi  1500
    franchi vivevano le due vecchiette e il vescovo.
    Quando  un curato di villaggio veniva a Digne,  il Vescovo trovava
    modo di tenerlo a pranzo,  grazie alla severa  economia  di  mamma
    Magloire   e   all'intelligente  amministrazione  della  signorina
    Battistina.
    Un giorno,  dopo circa tre mesi che si trovava a Digne il  Vescovo
    disse:
    - Con tutto questo, mi trovo alle strette!
    - Lo credo bene! - esclam mamma Magloire. - Monsignore non ha mai
    richiesto  l'indennit  dovutagli dal dipartimento per le spese di
    carrozza in citt e per le visite pastorali. Un tempo cos usavano
    i vescovi.
    - Gi! avete ragione, mamma Magloire - disse il Vescovo.
    E reclam.
    Dopo  qualche  tempo,   il  Consiglio   Generale,   prendendo   in
    considerazione  la sua richiesta,  approv una somma annua di 3000
    franchi sotto la voce: "assegno al Vescovo per spese di  carrozza,
    spese postali e spese di visite pastorali".
    La  cosa  mise  in  subbuglio  la  borghesia  locale,  e in quella
    occasione un senatore dell'Impero,  gi membro del  Consiglio  dei
    Cinquecento,  favorevole  al 18 brumaio e che si godeva nei pressi
    di Digne una magnifica tenuta come dotazione senatoriale,  scrisse
    al Ministro dei Culti,  Bigot De Prameneu, una letterina irritata
    e confidenziale ~a cui trascriviamo questi autentici righi:
    "Spese di carrozza?  Per far che cosa in una citt di meno di 4000
    abitanti?  Spese  postali  e  visite  pastorali?  A che pro queste
    visite?  e poi,  come viaggiare in carrozza postale  in  paese  di
    montagna?  Non ci sono strade.  Ci si va solo a cavallo.  Il ponte
    della Durance a Catheau-Arnoux pu appena servire per i  carri  da
    buoi. Questi preti sono tutti cos avidi e avari. Il nostro poi ha
    fatto il buon apostolo appena arrivato.  Adesso invece fa come gli
    altri.  Ha bisogno della carrozza e della portantina.  Ha  bisogno
    del lusso come i vescovi d'un tempo.  Oh,  tutta questa pretaglia!
    Caro conte, le cose non andranno bene,  finch l'Imperatore non ci
    avr liberati da questi pretonzoli.  Abbasso il Papa! (Con Roma mi
    pare che le cose si imbrogliano).  Quanto a me  sto  soltanto  per
    Cesare. eccetera eccetera".
    La cosa invece mise di buon umore mamma Magloire.
    -   Bene  -  disse  alla  signorina  Battistina  -  Monsignore  ha
    cominciato col pensare agli altri,  ma poi ha  dovuto  finire  col
    pensare  anche  a  s.  Ha  disposto  tutte  le  sue carit.  Ecco
    finalmente tremila franchi per noi!
    La sera stessa il Vescovo scrisse e consegn  a  sua  sorella  una
    nota redatta in questi termini:

    Spese di carrozza e di visite pastorali.
    Per il brodo ai malati dell'ospedale: 1500 franchi.
    Per la societ di carit materna di Aix: 250 franchi.
    Per la societ di carit materna di Traguignan: 250 franchi.
    Per i trovatelli: 500 franchi.
    Per gli orfanelli: 500 franchi.
    Totale: 3000 franchi.

    Questo era il bilancio di Monsignor Myriel.
    Quanto   ai   proventi  straordinari  di  Curia,   dispense  dalle
    pubblicazioni,  battesimi privati,  predicazioni,  benedizioni  di
    chiese o di cappelle,  matrimoni,  eccetera, il Vescovo li esigeva
    dai ricchi con tanta pi asprezza in quanto li dava ai poveri.
    Dopo poco tempo affluirono le offerte in danaro.  Chi  possiede  e
    chi ha bisogno battono alla porta di Monsignor Myriel: gli uni per
    cercare l'elemosina, gli altri per consegnare. In meno di un anno,
    il  Vescovo  divenne  il  tesoriere  di  tutte le beneficenze e il
    cassiere di tutte le  miserie.  Nelle  sue  mani  passavano  somme
    considerevoli.  Ma  nulla  pot indurlo a mutare qualcosa alle sue
    abitudini o  ad  aggiungere  al  suo  necessario  il  pi  piccolo
    superfluo.  Anzi  poich  c'  sempre  pi  miseria  in  basso che
    fratellanza in alto,  tutto veniva dato prima di essere  ricevuto.
    Era come l'acqua su un terreno arido. Per quanto danaro ricevesse,
    non ne aveva mai abbastanza; e allora si spogliava.
    Poich  l'uso vuole che i vescovi pongano i loro nomi di battesimo
    in testa alle ordinanze e alle lettere  pastorali,  i  poveri  del
    paese,  con una specie d'istinto affettuoso,  avevano scelto fra i
    nomi e prenomi del Vescovo,  quello che aveva un  significato  per
    loro,  e  lo  chiamavano soltanto Monsignor Benvenuto.  Noi faremo
    come   loro   e   lo   chiameremo   cos,   spesso.    Del   resto
    quell'appellativo  gli  piaceva.  - Quel nome mi piace.  Benvenuto
    corregge monsignore.
    Non pretendiamo che il ritratto che ne facciamo sia verosimile; ci
    limitiamo a dire che  rassomigliante.

    3. A BUON VESCOVO DURO EPISCOPATO.
    Il Vescovo,  sebbene avesse convertito la carrozza  in  elemosine,
    faceva  ugualmente le sue visite pastorali.  Diocesi impraticabile
    quella di Digne. Ci sono poche pianure, molte montagne, pochissime
    strade,  32  parrocchie,   41  Vicariati  e  285  succursali.   E'
    un'impresa  visitare  tutto  questo.  Il Vescovo per ci riusciva;
    andava a piedi quando si trattava di un luogo vicino, in diligenza
    nella pianura, e a dorso di mulo sulla montagna. Lo accompagnavano
    le due donne anziane.  Quando il viaggio  era  troppo  penoso  per
    loro, andava solo.
    Un giorno arriv a Senez, antica citt episcopale, a cavalcioni di
    un  asino.  La  sua borsa,  assai scarsa in quel momento,  non gli
    aveva permesso altro mezzo.  Il  sindaco  della  citt,  andato  a
    riceverlo alla porta del vescovado rest scandalizzato,  a vederlo
    scendere dall'asino. Alcuni borghesi che erano con lui ridevano.
    - Signor Sindaco -  disse  il  Vescovo  -  signori  cittadini,  mi
    accorgo  che  vi  siete  scandalizzati perch trovate che  troppo
    superbo per un povero prete servirsi della cavalcatura che fu  gi
    di Ges Cristo. Vi assicuro che l'ho fatto per necessit e non gi
    per vanit.
    Nelle visite pastorali era indulgente e affabile, e discorreva pi
    che   predicare.   Non   metteva   nessuna   virt  su  una  vetta
    inaccessibile.  Non andava mai a cercare  troppo  lontano  i  suoi
    ragionamenti  e  i  suoi esempi.  Agli abitanti di un paese citava
    l'esempio di un paese vicino.  Se mostravano una certa durezza per
    i bisognosi diceva: - Guardate quelli di Brianon.  Hanno concesso
    ai poveri, alle vedove e ai poveri,  il diritto di falciare i loro
    prati  tre giorni prima degli altri.  Ricostruiscono gratuitamente
    le loro case quando sono in rovina. Perci  un paese benedetto da
    Dio. Per cento anni non si  avuto neppure un omicidio.
    Nei villaggi troppo attaccati al guadagno e  al  raccolto  diceva:
    Guardate quelli di Embrun.  Se al tempo del raccolto un padre ha i
    figli al servizio militare e le figlie a servizio in citt  e  lui
    stesso  ammalato o impedito, il curato lo raccomanda dal pulpito;
    e  la  domenica,  dopo  la  messa,  tutta  la gente del villaggio,
    uomini, donne e bambini, vanno nel campo del povero uomo a fare il
    raccolto e gli portano in casa paglia e grano.
    Alle famiglie in discordia per  motivi  di  danaro  e  di  eredit
    diceva: - Guardate i montanari di Devolny, un paese cos selvaggio
    che  l'usignolo  vi  compare una volta ogni cinquant'anni.  Ebbene
    quando in una famiglia muore il padre,  i maschi vanno  a  cercare
    fortuna  e  lasciano  i beni alle ragazze affinch possano trovare
    marito.
    Nei paesi che avevano tendenza a litigare e i coloni si rovinavano
    con la carta bollata,  diceva: - Guardate quella buona gente della
    valle di Queyras. Sono tremila anime. Ma  una piccola repubblica.
    Non c' n giudice n uscieri;  il Sindaco fa tutto: ripartisce le
    imposte,   tassa  ognuno  in  coscienza,   arbitra  le   questioni
    gratuitamente,  divide i patrimoni senza percepire onorari, emette
    sentenze gratuitamente.  Tutti gli obbediscono perch    un  uomo
    giusto tra uomini semplici. -Nei villaggi dove non c'erano maestri
    di  scuola  citava ancora quelli di Queyras: Sapete come fanno?  -
    diceva.  - Poich un paesotto di 12 o 15 famiglie non  pu  sempre
    dar da vivere a un maestro, hanno dei maestri stipendiati da tutta
    la  valle,  i  quali percorrono i villaggi e insegnano stando otto
    giorni qui, dieci giorni l. Questi maestri vanno alle fiere, dove
    io li ho visti.  Si riconoscono dalle penne che  portano  infilate
    nel  nastro del cappello.  Quelli che insegnano soltanto a leggere
    hanno una penna,  quelli che insegnano a leggere e a fare i  conti
    ne hanno due,  quelli che insegnano a leggere, a fare i conti e il
    latino hanno tre penne.  Questi ultimi sono considerati dei grandi
    scienziati.  Ma che vergogna essere ignoranti!  fate come la gente
    di Queyras.
    Parlava cos, grave e paterno,  inventando parabole in mancanza di
    esempi,  andando  diritto  allo  scopo  con  poche  frasi  e molte
    immagini  come  era  l'eloquenza  di  Ges  Cristo,   convinto   e
    persuasivo.

    4. ALLE PAROLE CORRISPONDONO LE OPERE.
    Nella  conversazione era affabile e gaio.  Si metteva alla portata
    delle due vecchiette che vivevano con lui.  Quando rideva,  il suo
    era il riso di un ragazzo.
    Mamma Magloire lo chiamava volentieri Vostra Grandezza.  Un giorno
    si alz dalla poltrona e and a cercare un libro nella biblioteca.
    Il libro  si  trovava  in  uno  scaffale  alto.  Il  Vescovo,  era
    piccolino  e  non  ci arrivava: - "Mamma Magloire",  disse allora,
    "portatemi una sedia: la mia grandezza non arriva  fino  a  quello
    scaffale".
    Una  sua  lontana parente,  la contessa di L,  raramente lasciava
    sfuggire l'occasione di enumerare alla sua presenza quelle che lei
    chiamava "le speranze" dei suoi tre figli.  Aveva molti ascendenti
    assai vecchi e prossimi a morire e di cui i figli erano i naturali
    eredi.  Il  pi  giovane  doveva ereditare da una prozia centomila
    franchi di rendita;  il secondo  doveva  succedere  allo  zio  nel
    titolo di Duca; il maggiore doveva succedere all'avo nella dignit
    di  Pari.  Il  Vescovo  ascoltava,  di solito in silenzio,  quelle
    innocenti e perdonabili  vanterie  materne.  Una  volta  per  che
    sembrava  sognasse  pi  del  solito,  mentre  la  contessa  di L
    ripeteva i particolari di tutte  quelle  successioni  e  di  tutte
    quelle speranze,  questa si interruppe e con una certa impazienza:
    - Mio Dio, cugino, che cosa pensate?  Penso - disse il Vescovo - a
    una  frase  singolare  che  si trova,  mi pare,  in Sant'Agostino:
    "Ponete la vostra speranza in colui al quale non si succede".
    Un'altra volta, ricevendo una partecipazione di morte di un nobile
    di provincia, nella quale su tutta la pagina si enumeravano, oltre
    alle dignit del defunto,  tutte le qualifiche feudali e nobiliari
    dei suoi parenti: - Che spalle robuste ha la morte!  - esclam.  -
    Che meraviglioso carico di titoli le si fa  portare  allegramente!
    Gli  uomini  devono  avere  abbastanza  spirito per far servire la
    tomba alla loro vanit!
    Spesso usava con delicatezza l'ironia, che per aveva quasi sempre
    un significato serio.  Durante una quaresima,  un giovane  vicario
    venne  a Digne e fu molto eloquente.  L'argomento del suo discorso
    era la carit.  Invit i ricchi a  dare  ai  poveri,  per  evitare
    l'inferno, che dipinse quanto pi pot spaventoso, e guadagnare il
    paradiso,   che   descrisse  desiderabile  e  incantevole.   C'era
    nell'uditorio un ricco mercante,  ritirato dagli affari,  alquanto
    usuraio,  chiamato  Gborand,  il  quale  aveva  guadagnato  mezzo
    milione a fabbricare varie specie di stoffe comuni.  In  tutta  la
    sua  vita  Gborand  non aveva fatto mai la carit a un poveretto.
    Per dopo quella predica,  si not che tutte le domeniche dava  un
    soldo  alle  vecchie  mendicanti presso la porta della cattedrale.
    Erano in  sei  a  dividersi  quel  soldo.  Un  giorno  il  Vescovo
    vedendolo  fare  la carit disse sorridendo a sua sorella: - "Ecco
    Gborand che si compra il paradiso per un soldo".
    Quando si trattava di carit non si scoraggiava neppure davanti  a
    un rifiuto e trovava allora parole che facevano riflettere.
    Una  volta  chiedeva  l'elemosina per i poveri in un salotto della
    citt.  C'era fra gli altri il marchese de Champtercier,  vecchio,
    ricco,  avaro,  il  quale trovava modo di essere a un tempo ultra-
    realista e ultra-volterriano. Questi tipi sono esistiti.  Arrivato
    a lui,  il Vescovo gli tocc il braccio: - "Marchese, dovete darmi
    anche voi qualche cosa". - Il marchese si volse e rispose secco: -
    Monsignore, ho gi i miei poveri. "Datemeli!" disse il Vescovo.

    Un giorno, in cattedrale, tenne questo discorso:
    "Carissimi fratelli,  miei buoni amici,  ci  sono  in  Francia  un
    milione  e  trecentoventimila case di contadini che hanno soltanto
    tre aperture,  un milione e  centodiciassettemila  che  hanno  due
    aperture,     la    porta    e    una    finestra,     e    infine
    trecentoquarantaseimila capanne che hanno per apertura soltanto la
    porta.  Questo perch c' quella che  si  chiama  l'imposta  delle
    porte  e  delle  finestre.  Mettete  delle povere famiglie,  delle
    vecchie, dei bambini in quei tuguri,  e vedrete febbri e malattie!
    Ahim,  Dio  concede l'aria agli uomini,  e la legge gliela vende.
    Non accuso la legge, ma benedico Dio. Nell'Isre,  nel Var,  nelle
    Alpi Alte e Basse,  i contadini non hanno neppure delle carriole e
    trasportano i concimi a spalla.  Non  hanno  candele,  e  bruciano
    pezzi di legno resinosi e pezzi di corda imbevuti di pece.  Vivono
    cos in tutto l'Alto Delfinato.  Fanno il pane una volta ogni  sei
    mesi,  e lo fanno cuocere con lo sterco secco di vacca; d'inverno,
    per poterlo mangiare,  rompono questo pane con l'ascia e lo  fanno
    inzuppare nell'acqua per ventiquattro ore.  Fratelli miei! abbiate
    piet! Vedete come si soffre intorno a voi".

    Nato in Provenza,  si era facilmente familiarizzato  con  tutti  i
    dialetti meridionali: il che piaceva al popolo e aveva contribuito
    non  poco  ad  aprirgli tutti gli animi.  Nella capanna come sulla
    montagna si trovava come in  casa  propria.  Sapeva  dire  le  pi
    grandi  cose  nei dialetti pi volgari.  Parlando tutte le lingue,
    entrava in tutte le anime.
    Del resto trattava allo stesso modo i ricchi e i popolani.
    Non  condannava  mai  in  fretta  e  senza   tener   conto   delle
    circostanze. Diceva: "Vediamo quale strada ha percorso la colpa".
    Essendo  un  "ex-peccatore",  come  sorridendo  si qualificava lui
    stesso,   non  aveva  le  asprezze  del  rigorismo  e   professava
    chiaramente,  senza il cipiglio dei virtuosi feroci,  una dottrina
    che si potrebbe riassumere press'a poco cos:
    "L'uomo porta con s la carne,  che  il suo  fardello  e  la  sua
    tentazione insieme. La trascina e le soccombe.
    Deve  sorvegliarla,  contenerla,  reprimerla  e  non obbedirle che
    all'estremo delle forze.  In tale obbedienza ci pu  essere  anche
    peccato; ma questo peccato  veniale. E' una caduta, ma una caduta
    in ginocchio che pu tramutarsi in preghiera.
    Essere  santo   l'eccezione;  essere giusto  la regola.  Errate,
    soccombete, peccate, ma siate giusti.
    Peccare il meno  possibile    la  legge  dell'uomo.  Non  peccare
    affatto    l'ideale  dell'angelo.  Tutto  ci  che   terrestre 
    soggetto al peccato. Il peccato  una gravitazione".

    Quando vedeva che la gente alzava troppo la voce  e  si  indignava
    troppo  presto,  diceva  sorridendo: - A quanto pare,   un grosso
    peccato che tutti commettono. Le ipocrisie atterrite si affrettano
    a protestare e a mettersi al coperto.
    Era indulgente con le donne e coi poveri,  sui quali grava il peso
    della societ umana.  Diceva: - I peccati delle mogli,  dei figli,
    dei servi, dei deboli, dei poveri e degli ignoranti sono colpa dei
    mariti,  dei genitori,  dei padroni,  dei forti,  dei ricchi e dei
    dotti.
    Diceva  pure:  -  Insegnate  agli ignoranti quanto pi potete.  La
    societ ha il torto di  non  impartire  l'istruzione  gratuita;  
    responsabile  delle  tenebre  che  produce.  Se  un'anima   piena
    d'ombre,  pecca;  il colpevole non  chi fa  il  peccato,  ma  chi
    produsse l'ombra.
    Come  si  vede,  aveva  un modo strano e tutto suo di giudicare le
    cose. Ritengo che lo abbia appreso dal Vangelo.
    Un giorno,  in una conversazione,  sent parlare  di  un  processo
    penale  in  fase  istruttoria  e  che  doveva essere giudicato tra
    giorni.  Un miserabile,  per amore di una donna e del figlio avuto
    da lei, non avendo risorse, s'era messo a fabbricare moneta falsa.
    I  falsari a quell'epoca erano ancora puniti con la pena capitale.
    La donna era stata arrestata  mentre  spacciava  la  prima  moneta
    falsa.  Fu tratta in arresto;  ma le prove raccolte erano soltanto
    contro di lei.  Lei sola  poteva  accusare  l'amante  e  perderlo,
    confessando;  invece neg;  insistettero;  lei si ostin a negare.
    Allora il Procuratore del Re ebbe una idea;  invent  un'infedelt
    dell'amante   e,   con   alcuni  frammenti  di  lettere  abilmente
    raffazzonati,  riusc a persuadere la  disgraziata  di  avere  una
    rivale  e  di  essere  stata  tradita dall'uomo.  Esasperata dalla
    gelosia, la donna denunci l'amante, confess ogni cosa e ne dette
    le prove. L'uomo era perduto.  Doveva essere giudicato tra poco ad
    Aix,  insieme con la complice.  Esposto il fatto,  ognuno esaltava
    l'abilit del magistrato che,  provocando la gelosia,  aveva fatto
    scaturire  la  verit dalla collera e la giustizia dalla vendetta.
    Il Vescovo ascolt in silenzio; alla fine domand:
    - Dove giudicheranno quell'uomo e quella donna?
    - In Corte d'assise.
    - E dove sar giudicato il Procuratore del Re? - insistette.
    Accadde a Digne un fatto tragico: un uomo fu  condannato  a  morte
    per omicidio.  Era uno sciagurato,  n ignorante n istruito,  che
    aveva fatto l'imbonitore nelle fiere e il  pubblico  scrivano.  Il
    processo    interess   molto   la   citt.    Il   giorno   prima
    dell'esecuzione, il cappellano delle carceri si ammal.  Occorreva
    un  sacerdote per assistere il condannato nei momenti estremi.  Si
    chiam il curato.  Pare che questi si rifiutasse dicendo: - Non mi
    riguarda.  Non  so che farne di questo incarico e del saltimbanco;
    anch'io sono malato, e poi non  quello il mio posto.
    Riferita la cosa  al  Vescovo,  questi  disse:  -  "Il  curato  ha
    ragione;  quello  non   il suo ma il mio posto".  - And difilato
    alla prigione,  scese nella cella del saltimbanco,  lo chiam  per
    nome, gli prese la mano e gli parl. Pass tutto il giorno e tutta
    la notte accanto a lui, trascurando cibo e sonno, pregando Dio per
    l'anima  del  condannato  e  pregando  il  condannato  per l'anima
    propria.  Gli disse le migliori verit,  che sono le pi semplici.
    Gli fu padre,  fratello, amico; gli fu Vescovo solo per benedirlo;
    gli  insegn  tutto,  rassicurandolo  e  consolandolo.  Quell'uomo
    andava  a  morte  disperato;  la morte era per lui come un abisso.
    Ritto e tremante sulla soglia fatale,  arretrava  inorridito.  Non
    era  tanto  sciocco  da  restare indifferente.  Il terribile colpo
    della condanna aveva squarciato qua e l la cinta  che  ci  separa
    dal  mistero  delle cose e che noi chiamiamo vita.  Guardava fuori
    del mondo per quelle brecce fatali e non vedeva  che  tenebre;  il
    Vescovo gli fece balenare una luce.
    L'indomani  quando  vennero  a cercare l'infelice,  il Vescovo era
    ancora l.  Lo segu e  si  mostr  alla  folla,  rivestito  della
    mantelletta  paonazza  e  con la croce episcopale,  accanto a quel
    miserabile incatenato.  Sal con lui sul carro;  con lui sal  sul
    patibolo. Il condannato, cos triste e abbattuto il giorno avanti,
    era  raggiante;  si sentiva l'anima riconciliata e sperava in Dio.
    Il Vescovo lo abbracci e  mentre  la  mannaia  stava  per  cadere
    disse: - Chi  ucciso dall'uomo,  viene resuscitato da Dio.  Chi 
    cacciato dai fratelli, trova il Padre. Pregate,  credete,  entrate
    nella vita;  il Padre  l.  - Quando discese dal patibolo,  c'era
    qualcosa nel suo sguardo che fece dividere il popolo in  due  ali.
    Non si sapeva se ammirare pi il suo pallore o la sua serenit.  E
    rientrando nell'umile casa,  che scherzosamente  chiamava  il  suo
    palazzo, disse alla sorella: Vengo da un pontificale.
    Poich le cose pi sublimi sono quasi sempre le meno comprese,  in
    citt ci furono alcuni che,  commentando il contegno del  Vescovo,
    dissero  che era una "affettazione".  Ma si tratt di una semplice
    chiacchiera da salotto;  il  popolo  che  nelle  opere  sante  non
    suppone malizia, ne rimase commosso e stupito.
    La  vista della ghigliottina fu per il Vescovo un colpo.  Ci volle
    del tempo per rimettersi.
    Infatti il  patibolo,  quando  ci  sta  davanti,  ha  qualcosa  di
    ossessionante.  Si  pu  avere  una certa indifferenza per la pena
    capitale,  non pronunciarsi,  esitare,  finch non si  vista  una
    ghigliottina  con  i  propri occhi;  ma appena se ne vede una,  la
    scossa  tanto violenta che bisogna decidersi pro  o  contro.  Gli
    uni ammirano come De Maistre; gli altri esecrano come Beccaria. La
    ghigliottina     la  concretizzazione  della  legge;   si  chiama
    vendetta. Non  neutrale e non tollera che si resti neutrale.  Chi
    la  vede  rabbrividisce  del  brivido  pi  misterioso.  Tutte  le
    questioni sociali levano attorno a quella  mannaia  i  loro  punti
    interrogativi.  Il  patibolo  non  un palco n una macchina n un
    congegno inerte, fatto di legno,  ferro e corde;  pare che sia una
    specie  di  essere  dotato  di  non so quale tetra iniziativa.  Si
    direbbe che quel palco veda,  che quella macchina senta,  che quel
    congegno  comprenda  e  che quel legno,  quel ferro e quelle corde
    abbiano una volont. Nella spaventosa allucinazione, in cui la sua
    presenza immerge l'animo,  il patibolo appare terribile e complice
    di  ci che fa.  E' il complice del carnefice,  divora,  mangia la
    carne e beve il sangue.  E' una specie di  mostro  fabbricato  dal
    giudice  e  dal carpentiere,  uno spettro che sembra vivere di una
    vita spaventosa formata di tutta la morte che diede.
    Perci  l'impressione   fu   orribile   e   profonda.   L'indomani
    dell'esecuzione  e  ancora  per  molti  giorni,  il  Vescovo rest
    abbattuto.  Gli era svanita la quasi violenta serenit del funebre
    istante.  Si  sentiva  ossessionato  dal  fantasma della giustizia
    sociale.  Lui che di solito provava una gioiosa  soddisfazione  di
    tutte  le sue azioni,  pareva avesse qualcosa da rimproverarsi.  A
    momenti,   parlava  tra  s  e  mormorava  sottovoce  dei  lugubri
    monologhi.  Eccone uno udito una sera e raccolto da sua sorella: -
    "Non lo credevo cos mostruoso.  E' un male assorbirsi tanto nella
    legge divina da perdere di vista l'umana. A Dio solo appartiene la
    morte.  Con  quale  diritto  gli  uomini  osano  usare  di  quella
    incognita?".
    Col  tempo  queste  impressioni  si  attenuarono  e  probabilmente
    svanirono.  Per  si not che il Vescovo da quel giorno evitava di
    passare per il luogo dell'esecuzione.
    A qualunque ora si poteva chiamare Myriel, al capezzale dei malati
    e dei moribondi. Non ignorava che quello era il suo unico dovere e
    il suo maggiore lavoro.  Le famiglie vedove o orfane  non  avevano
    neppure  bisogno  di  chiamarlo.  Ci andava da s.  Sapeva restare
    silenzioso per lunghe ore accanto all'uomo che  aveva  perduto  la
    donna  amata  e  alla madre che aveva perduto il figliolo.  E come
    sapeva il momento di tacere,  sapeva anche quello  di  parlare.  O
    mirabile  consolatore!  Non  cercava  di  cancellare il dolore con
    l'oblio,  ma di nobilitarlo con la speranza.  Diceva: -  Badate  a
    come pensate ai morti.  Non occupatevi di ci che imputridisce, ma
    fissate bene lo sguardo e  in  fondo  al  cielo  vedrete  la  luce
    vivente del vostro diletto morto.  - Sapeva che la fede  sana,  e
    cercava di confortare e di calmare l'uomo  disperato  mostrandogli
    l'uomo  rassegnato,  di trasformare il dolore che guarda una fossa
    insegnandogli il dolore che contempla una stella.

    5. MONSIGNOR BENVENUTO FACEVA DURARE TROPPO LE SUE SOTTANE.
    La vita privata di Myriel era occupata dagli stessi pensieri della
    sua vita pubblica.  A veder da vicino la povert volontaria in cui
    viveva il Vescovo di Digne, sarebbe stato uno spettacolo solenne e
    incantevole.
    Come  tutti  i vecchi e come tutti i pensatori dormiva poco;  Per
    quel sonno era profondo. La mattina passava un'ora in meditazione;
    poi celebrava messa in cattedrale o  nell'oratorio  privato.  Dopo
    messa, faceva colazione con pane di segala bagnato nel latte delle
    sue vacche, e poi si metteva al lavoro.
    Un  Vescovo    assai  occupato.  Tutti  i giorni deve ricevere il
    segretario che  un canonico,  e  quasi  tutti  i  giorni  i  suoi
    delegati.  Deve  controllare  le  adunanze,  concedere  privilegi,
    esaminare un'intera libreria ecclesiastica;  uffici  e  catechismi
    diocesani,  libri  di  preghiere  e  simili,  scrivere  ordinanze,
    autorizzare predicazioni,  mettere  d'accordo  curati  e  sindaci,
    attendere  alla  corrispondenza ecclesiastica e amministrativa: da
    una parte lo Stato e  dall'altra  la  Santa  Sede.  Insomma  mille
    faccende.
    Il tempo che gli rimaneva libero dopo queste mille faccende e dopo
    le  funzioni e il breviario,  lo dedicava anzitutto ai poveri,  ai
    malati e agli afflitti; quel che gli sopravanzava lo impiegava nel
    lavoro.  Talvolta  zappava  nel  giardino,   tal'altra  leggeva  e
    scriveva;  e  per  queste  due  occupazioni aveva una sola parola:
    "giardinaggio". "La mente  un giardino" diceva.
    Pranzava a mezzogiorno,  e il pranzo era  uguale  alla  colazione.
    Quando  il  cielo  era  sereno,   usciva  verso  le  due  per  una
    passeggiata a piedi in campagna o in citt,  entrando  spesso  nei
    casolari.  Lo si vedeva camminare solo, immerso nei suoi pensieri,
    gli  occhi  bassi,  appoggiato  al  lungo  bastone,  col  mantello
    paonazzo  imbottito  e  ben caldo,  le calze violacee nelle grosse
    scarpe, e in testa il cappello a tre punte da cui sporgevano i tre
    fiocchi dorati, come semi di asparagi.
    Dovunque appariva era festa. Si sarebbe detto che il suo passaggio
    avesse qualcosa di caldo e di luminoso.  I fanciulli  e  i  vecchi
    accorrevano  sulla  soglia  per  il  vescovo,  come  per  il sole.
    Benediceva ed era benedetto.  A ogni bisognoso veniva indicata  la
    sua casa.
    Si  fermava  qua  e  l  a  parlare  coi  ragazzi e le fanciulle e
    sorrideva alle madri.  Finch  aveva  soldi,  visitava  i  poveri;
    quando non ne aveva, visitava i ricchi.
    Siccome  faceva  durare a lungo le sue sottane e non voleva che se
    ne  accorgessero,   usciva  per  la  citt  coperto  dal  mantello
    paonazzo: il che d'estate gli dava alquanto fastidio.  Alle otto e
    mezzo di sera,  cenava  con  la  sorella,  mentre  mamma  Magloire
    serviva a tavola. Non c'era nulla di pi frugale di quel pasto. Se
    per il Vescovo teneva a cena uno dei suoi curati,  mamma Magloire
    ne approfittava per imbandire a monsignore qualche buon  pesce  di
    lago  o qualche squisita selvaggina dei monti.  Ogni curato era un
    pretesto per un buon pasto,  e il Vescovo lasciava  fare.  Eccetto
    questi  casi,  il  suo  vitto  consisteva esclusivamente di legumi
    cotti nell'acqua e di minestra condita con olio.  Perci in  citt
    dicevano: "Quando il Vescovo non fa un banchetto da curato,  lo fa
    da trappista".
    Dopo cena,  conversava una mezz'ora con la signorina Battistina  e
    con  mamma  Magloire;  poi  si ritirava in camera e si rimetteva a
    scrivere ora su carta libera ora a margine di qualche  libro.  Era
    letterato  e alquanto dotto.  Ha lasciato cinque o sei manoscritti
    assai curiosi,  tra  cui  una  dissertazione  sul  versetto  della
    Genesi:  "In principio lo Spirito di Dio galleggiava sulle acque".
    Egli lo confronta con tre testi,  la versione araba che  dice:  "I
    venti  di  Dio  soffiavano";  Flavio  Giuseppe che dice: "Un vento
    dall'alto si precipitava sulla terra";  e finalmente la  parafrasi
    caldaica di Onkelos che dice: "Un vento che veniva da Dio soffiava
    sulla  superficie delle acque".  In un'altra dissertazione esamina
    le opere  teologiche  di  Hugo,  vescovo  di  Tolemagna,  antenato
    dell'autore di questo libro,  e trova che gli si devono attribuire
    vari opuscoli pubblicati con lo pseudonimo di Barleycourt.
    Talvolta durante la lettura,  qualunque libro avesse tra le  mani,
    cadeva  improvvisamente in profonda meditazione da cui usciva solo
    per scrivere poche righe sui bordi del libro.  Spesso queste  note
    non  hanno alcun rapporto col libro.  Abbiamo sott'occhio una nota
    scritta da lui in margine  a  un  volume  in  quarto,  intitolato:
    "Corrispondenza   di   Lord  Germain  con  i  generali  Clinton  e
    Cornwallis  e  con  gli  ammiragli   della   stazione   d'America.
    Versailles presso Poinot libraio, e Parigi presso Tissot libraio,
    Riva degli Agostini".
    Ecco la nota:
    "O tu che esisti!
    L'Ecclesiaste  ti  chiama  Onnipotente,  i  Maccabei  ti  chiamano
    Creatore,  l'Epistola agli Efesini ti chiama  Libert,  Baruch  ti
    chiama Immensit,  i Salmi ti chiamano Saggezza e Verit, Giovanni
    Luce,  il libro dei Re Signore,  L'Esodo Provvidenza,  il Levitico
    Santit,  Esdra  Giustizia,  la  Creazione  ti chiama Dio,  l'uomo
    Padre, ma Salomone ti chiama Misericordia,  e questo  il tuo nome
    pi bello".
    Verso le nove di sera, le due donne si ritiravano e salivano nelle
    loro camere al piano superiore,  lasciandolo solo al piano terreno
    fino al mattino.
    E qui  necessario dare una idea esatta della casa del Vescovo  di
    Digne.

    6. DA CHI FACEVA CUSTODIRE LA CASA.
    La casa da lui abitata si componeva, come dicemmo, del pianterreno
    e di un piano superiore: tre camere nell'uno, tre nell'altro, e al
    di  sopra  un  granaio.  Dietro  la casa,  c'era un giardino di un
    quarto di iugero.  Le due donne occupavano il piano superiore;  il
    Vescovo l'inferiore. La prima stanza che dava sulla via serviva da
    sala  da  pranzo;  la  seconda  da  camera  da letto,  la terza da
    oratorio. Non si poteva uscire dall'oratorio senza attraversare la
    camera da letto, n da questa senza passare per la sala da pranzo.
    In fondo all'oratorio c'era un'alcova chiusa, con il letto per gli
    ospiti che  il  Vescovo  offriva  ai  curati  di  campagna  quando
    venivano   a  Digne  per  i  propri  affari  o  per  quelli  della
    parrocchia.
    La farmacia dell'ospedale,  piccola costruzione aggiunta alla casa
    ed eretta sull'area del giardino,  era stata trasformata in cucina
    e in cantina.
    Inoltre in giardino c'era una stalla,  gi  cucina  dell'ospedale,
    dove  il  Vescovo  aveva  due  vacche.   Di  tutto  il  latte  che
    producevano,  ogni mattina  ne  mandava  una  met  agli  ammalati
    dell'ospedale. "Pago la mia decima", diceva.
    La  sua  camera da letto era molto grande e difficile da scaldarsi
    nella cattiva stagione.  Poich la legna a  Digne  costava  molto,
    aveva  ricavato  con  un  tramezzo un piccolo scompartimento nella
    stalla delle vacche,  e l passava  le  serate  molto  fredde.  Lo
    chiamava  il  suo salotto d'inverno.  In questo salotto d'inverno,
    come nella sala da pranzo, non c'erano altri mobili che una tavola
    quadra di un legno bianco e quattro sedie impagliate. Inoltre,  la
    sala  da  pranzo  era  adorna di una vecchia credenza color rosa a
    tempera. Con questa credenza, convenientemente coperta da tovaglie
    bianche e di scadenti merletti,  il Vescovo aveva formato l'altare
    per il suo oratorio.
    Le  sue penitenti ricche e le buone donne di Digne spesso si erano
    tassate  per  sistemare  un  bell'altare  nuovo  nell'oratorio  di
    Monsignore; e ogni volta egli aveva accettato il denaro e lo aveva
    distribuito  ai  poveri:  -  "L'altare pi bello,   l'anima di un
    infelice che, consolato, ringrazia Dio".
    Nell'oratorio c'erano due inginocchiatoi di paglia;  nella  camera
    da letto c'era un seggiolone anch'esso impagliato. Quando per caso
    riceveva la visita di sette o otto persone insieme,  il Prefetto o
    il Generale o lo Stato Maggiore del reggimento  di  guarnigione  o
    alcuni  alunni  del piccolo seminario,  bisognava andare a cercare
    nella stalla le quattro sedie del salotto d'inverno, nell'oratorio
    le due sedie inginocchiatoi e il seggiolone nella camera da letto;
    in questo  modo  si  raccoglievano  sino  a  undici  sedie  per  i
    visitatori.  A ogni nuova visita si sguarniva una stanza. Talvolta
    accadeva che i visitatori erano in dodici,  e  allora  il  Vescovo
    dissimulava  l'imbarazzo  della situazione stando in piedi davanti
    al caminetto se era  d'inverno,  oppure  proponendo  un  giro  nel
    giardino se era d'estate.
    C'era pure un'altra sedia nell'alcova, ma era mezzo spagliata e si
    sosteneva   su  tre  piedi,   cosicch  per  servirsene  bisognava
    appoggiarla al muro.  La signorina Battistina aveva  ancora  nella
    sua camera un grande seggiolone di legno, che una volta era dorato
    e rivestito di una stoffa a fiori;  per per collocarlo l avevano
    dovuto tirarlo su per la finestra,  perch era troppo  stretta  la
    scala; e perci non ci si pensava neppure.
    L'ambizione  della  signorina Battistina sarebbe stata di comprare
    un mobile da salotto in mogano,  a  collo  di  cigno,  coperto  di
    velluto giallo a rosoni,  e un canap. Ma sarebbero costati almeno
    500 franchi e,  accortasi  che  era  riuscita  a  economizzare  42
    franchi   e  50  centesimi  in  cinque  anni,   aveva  finito  col
    rinunciarci. D'altronde chi realizza il proprio ideale?
    Niente di pi semplice della camera  da  letto  del  Vescovo.  Una
    porta a vetri che dava sul giardino;  di fronte, un letto di ferro
    e tendine di rascia verde; nell'ombra del letto, dietro una tenda,
    c'erano gli arnesi da toletta  che  tradivano  ancora  le  antiche
    eleganti  abitudini  dell'uomo di mondo;  due porte: una presso il
    caminetto dava nell'oratorio,  e l'altra  vicino  alla  biblioteca
    dava nella stanza da pranzo; la biblioteca era un grande armadio a
    vetri zeppo di libri;  il caminetto,  di solito senza fuoco, aveva
    guarniture di legno dipinto a marmo;  sul focolare,  due alari  di
    ferro,  adorni  di  due  vasi a ghirlande e scanalature,  un tempo
    argentati: il che rappresentava una specie di lusso vescovile; sul
    caminetto,  nel posto dove di solito  si  mette  lo  specchio,  un
    crocifisso  di  rame  disargentato,  fissato  su  un  velluto nero
    spelato, con una cornice di legno dorato.  Presso la porta a vetri
    un  grande  tavolo  con il calamaio,  carico di carte confuse e di
    grossi volumi. Davanti al tavolo, il seggiolone di paglia. Davanti
    al letto, un inginocchiatoio preso dall'oratorio.  Ai due lati del
    letto c'erano due ritratti in cornici ovali. Le piccole iscrizioni
    dorate sul fondo neutro del quadro,  vicino alle teste, indicavano
    che i ritratti rappresentavano l'uno l'abate di  Chaliot,  vescovo
    di  San  Claudio,  l'altro  l'abate Tourteau,  Vicario generale di
    Agde,  abate di Grand-Champ,  dell'Ordine dei  Cistercensi,  nella
    diocesi  di Chartres.  Il Vescovo,  succedendo in quella camera ai
    malati dell'ospedale,  vi aveva trovato quei due ritratti e ce  li
    aveva lasciati.  Erano sacerdoti e probabilmente dei donatori: due
    motivi perch li rispettasse.  Di  questi  due  personaggi  sapeva
    soltanto  che  erano stati nominati dal re l'uno vescovo e l'altro
    vicario, nello stesso giorno 27 aprile 1785.
    Avendo  un  giorno  mamma  Magloire  distaccato   i   quadri   per
    spolverarli,  il  Vescovo aveva trovato quel particolare,  segnato
    con un inchiostro biancastro su un piccolo rettangolo di una carta
    ingiallita dal tempo e  incollata  con  quattro  ostie  dietro  il
    ritratto dell'abate di Grand-Champ.
    C'era  alla  sua finestra una vecchia tenda di lana grossolana che
    divent tanto vecchia che,  per evitare la  spesa  di  rinnovarla,
    mamma Magloire fu costretta a farci una grande cucitura nel mezzo.
    Questa  cucitura  formava  una croce.  Il Vescovo spesso lo faceva
    notare: - Come sta bene! - diceva.
    Tutte  le  stanze  del  pianterreno  e  del  primo  piano,   senza
    eccezione,  erano imbiancate a calce,  come si usa nelle caserme e
    negli ospedali.
    Per negli ultimi anni mamma Magloire  scopr,  come  vedremo  pi
    avanti,  sotto  la  carta imbiancata,  alcune pitture che ornavano
    l'appartamento  della  signorina  Battistina.   Prima  di   essere
    ospedale  quella  casa  era servita per le riunioni municipali,  e
    perci c'erano quelle decorazioni. Le camere erano pavimentate con
    mattoni rossi che venivano lavati ogni settimana, e avevano stuoie
    di paglia ai piedi del letto.  Del resto la camera occupata  dalle
    due  donne  era  un  modello di pulizia.  Era l'unico lusso che il
    Vescovo permetteva.  Egli diceva: "Questo  non  sottrae  nulla  ai
    poveri".
    Bisogna  per  ricordare che di quanto aveva posseduto in giovent
    gli erano restate sei posate d'argento e  un  mestolo,  che  mamma
    Magloire  con grande soddisfazione vedeva splendere sulla tovaglia
    grossolana di tela bianca. E siccome noi vogliamo dipingere qui il
    vescovo di Digne cos com'era,  dobbiamo aggiungere che pi di una
    volta  gli  era  capitato  di  dire:  "Difficilmente  rinuncerei a
    mangiare senza l'argenteria".
    Bisogna aggiungere  a  questa  argenteria  due  grossi  candelieri
    d'argento  massiccio,  ereditati da una prozia.  Questi candelieri
    portavano due candele di cera e abitualmente stavano sul caminetto
    del Vescovo.  Quando c'era un  invitato  a  cena,  mamma  Magloire
    accendeva le due candele e poneva i candelieri sulla tavola.
    Nella  camera  del  Vescovo,  in  capo al letto,  c'era un piccolo
    armadio a muro, nel quale mamma Magloire ogni sera riponeva le sei
    posate d'argento e il mestolo.  Dobbiamo per aggiungere  che  non
    toglieva mai la chiave.
    Il  giardino  un po' guastato dalle costruzioni abbastanza brutte,
    di cui abbiamo parlato,  si componeva di quattro viali  incrociati
    attorno a una cisterna; un altro viale girava attorno al giardino,
    rasentando  il muro bianco che lo cintava.  Questi viali formavano
    quattro quadrati segnati da bossi, in tre dei quali mamma Magloire
    coltivava i legumi,  mentre nel quarto il Vescovo  aveva  seminato
    dei  fiori.  Qua  e  l c'era qualche albero da frutta.  Una volta
    mamma Magloire,  con una specie di dolce  malizia,  gli  disse:  -
    Monsignore  voi che sfruttate tutto,  avete qui un'aiuola inutile.
    Ci andrebbero meglio le insalate che i fiori.
    - Vi sbagliate,  mamma Magloire,  - gli rispose il Vescovo,  -  Il
    bello  tanto utile quanto l'utile.
    E dopo un attimo di silenzio aggiunse: - Forse anche di pi.
    Questa  aiuola  divisa  in tre o quattro parti occupava il Vescovo
    quasi tanto quanto i libri.  Volentieri passava  un'ora  o  due  a
    potare,  a  zappettare,  a fare qua e l dei buchi per riporvi dei
    semi. Non era contrario agli insetti,  come ogni giardiniere.  Del
    resto, non aveva pretese da botanico; non cercava affatto di farsi
    giudice  tra Tournefort e il metodo naturale;  non parteggiava per
    Jussieu contro Linneo.  Non studiava le  piante;  amava  i  fiori.
    Rispettava i dotti e pi ancora gli ignoranti, e, senza venir meno
    a  questo  doppio  rispetto,  ogni sera d'estate annaffiava i suoi
    fiori con un annaffiatoio di latta dipinto di verde.
    La casa non aveva  neppure  una  porta  che  potesse  chiudersi  a
    chiave.  La  porta  della sala da pranzo che,  come abbiamo detto,
    dava sulla piazza  della  cattedrale,  una  volta  era  munita  di
    serratura  e  di catenacci come una porta di prigione.  Il Vescovo
    aveva fatto togliere tutte quelle ferramenta,  e di notte come  di
    giorno, la porta veniva chiusa soltanto con un nottolino. Chiunque
    passava,  e a qualunque ora,  doveva soltanto spingerla. Dapprima,
    le due donne erano state  molto  inquiete  per  quella  porta  mai
    chiusa,  ma  il  vescovo  di Digne aveva detto loro: - Se vi piace
    fate mettere dei catenacci alle  vostre  camere.  -  Esse  avevano
    finito  col condividere la sua fiducia o almeno col regolarsi come
    se la condividessero. Soltanto mamma Magloire,  di tanto in tanto,
    aveva qualche spavento.  Quanto al Vescovo,  possiamo conoscere il
    suo pensiero,  espresso o almeno accennato  in  queste  tre  righe
    scritte  da  lui  in margine a una Bibbia: "Ecco la differenza: la
    porta del medico non deve mai essere chiusa,  mentre la porta  del
    prete deve essere sempre aperta ".
    Su  un  altro  libro  intitolato  "Filosofia della medicina" aveva
    scritto quest'altra nota: "Non sono anch'io un medico  come  loro?
    Ho  anch'io  i  miei  malati;  prima di tutto ho i loro,  che essi
    chiamano malati;  e  poi  ho  anche  i  miei  che  io  chiamo  gli
    infelici".
    Altrove  aveva  ancora  scritto:  "Non  chiedete  il nome a chi vi
    chiede un ricovero.  Ha bisogno di asilo soprattutto colui il  cui
    nome gli  di imbarazzo".
    Accadde  che  un  degno  curato,  non  ricordo  se  era  quello di
    Couloubroux o l'altro di Pompierry,  volle un  giorno  chiedergli,
    probabilmente istigato da mamma Magloire, se era ben sicuro di non
    commettere fino a un certo punto una imprudenza,  lasciando giorno
    e notte la porta aperta a disposizione di chiunque,  e  se  infine
    non  temeva  che  accadesse  una  disgrazia  in una casa cos poco
    custodita.  Il Vescovo gli tocc la spalla  con  dolce  gravit  e
    disse:  "Nisi  Dominus  custodierit  domum,  in vanum vigilant qui
    custodiunt eam". Poi parl d'altro.
    Diceva volentieri: "C' il coraggio del prete come c' il coraggio
    del colonnello dei dragoni;  per",  aggiungeva,  "il nostro  deve
    essere tranquillo".

    7. CRAVATTE.
    Qui   trova  posto  naturalmente  un  episodio  che  non  dobbiamo
    tralasciare,  perch  di quelli che fanno veder meglio  che  uomo
    fosse il Vescovo di Digne.
    Distrutta  la  banda di Gaspare Bs che aveva infestato le gole di
    Ollioules, uno dei suoi luogotenenti,  Cravatte,  si rifugi sulla
    montagna.  Per qualche tempo si nascose con i suoi banditi,  resto
    della banda di Gaspare Bs,  nella contea di Nizza;  poi raggiunse
    il Piemonte, e tutto a un tratto ricomparve in Francia dalla parte
    di Barcelonnette.  Dapprima lo si vide a Jauziers poi a Tuiles. Si
    nascose nelle caverne del  Joug-de-l'Aigle,  e  di  l  discendeva
    verso  i  casali  e  i  villaggi,   per  i  burroni  dell'Ubaye  e
    dell'Ubayette.  Os spingersi fino a  Embrun.  Una  notte  penetr
    nella  cattedrale  e  saccheggi  la  sacrestia.   Le  sue  rapine
    desolarono il paese.  Gli fu messa la polizia  alle  calcagna,  ma
    inutilmente.  Sfuggiva sempre, e talvolta resisteva a mano armata.
    Era un furfante audace. In mezzo a tutto questo terrore, arriv il
    Vescovo che faceva la visita pastorale. A Chastelar il sindaco gli
    and incontro e lo preg di tornare indietro.  Cravatte teneva  la
    montagna  fino  all'Arche e oltre.  C'era pericolo anche ad andare
    con una scorta.  Era inutile esporre  a  pericolo  tre  o  quattro
    disgraziati gendarmi.
    - Allora, vado senza scorta,
    - Ma riflettete, Monsignore!
    -  Ci penso tanto che rifiuto assolutamente le guardie e parto tra
    un'ora.
    - Partire?
    - Partire.
    - Solo?
    - Solo.
    - Monsignore, non lo farete!
    - L,  sulla montagna,  - riprese  il  Vescovo,  -  c'  un  umile
    paesino, grande come questo, che io non ho visto da tre anni. Sono
    buoni  amici,  pastori  tranquilli e onesti.  Possiedono una capra
    sola per ogni trenta che custodiscono.  Fanno dei bei  cordoni  di
    lana a vari colori e suonano ariette di montagna su piccoli flauti
    a sei buchi.  Hanno bisogno che di tanto in tanto si parli loro di
    Dio. Cosa direbbero di un vescovo che ha paura? Che cosa direbbero
    se non ci andassi?
    - Ma, Monsignore, i briganti? se incontrate i briganti?
    - E' cos;  ora ci penso,  - disse il Vescovo.  -  Avete  ragione.
    Potrei  incontrarli.  Anche  loro  devono  aver bisogno di sentire
    parlare del buon Dio.
    - Monsignore, ma  un branco di lupi!
    - Signor sindaco,   proprio di  questo  branco  che  Ges  mi  fa
    pastore; chi conosce le vie della Provvidenza?
    - Monsignore, vi spoglieranno.
    - Non ho niente.
    - Vi uccideranno.
    -  Un  vecchio  buon  uomo  di  prete che passa biascicando le sue
    preghiere? Bah! a che pro?
    - Dio mio, e se li incontraste?
    - Chiederei loro l'elemosina per i miei poveri.
    - Monsignore,  nel nome del cielo non andateci;  non  esponete  la
    vostra vita.
    - Signor sindaco - disse il Vescovo. - Questo  tutto? Io non sono
    in  questo  mondo  per  conservare  la  mia vita ma per salvare le
    anime.
    Dovettero  lasciarlo  fare.  Part  accompagnato  soltanto  da  un
    ragazzo  che  gli  si  offr  come guida.  La sua ostinazione fece
    chiasso nel paese e dest molta apprensione. Non volle condurre n
    la sorella n mamma Magloire.  Attravers la montagna a  dorso  di
    mulo,  non  incontr  nessuno,  e  arriv  sano e salvo tra i suoi
    "buoni amici",  i pastori.  Ci rest quindici giorni,  predicando,
    amministrando,   insegnando,  ammonendo.  Il  giorno  prima  della
    partenza, decise di cantare pontificalmente un "Te Deum". Ne parl
    al curato. Ma come fare?  Non c'erano gli abiti episcopali.  A sua
    disposizione  c'era  soltanto  una meschina sacrestia di villaggio
    con delle vecchie  e  logore  pianete  di  damasco,  gallonate  in
    similoro.
    -  Non  importa  - disse il Vescovo.  - Signor curato,  annunziate
    ugualmente dal pulpito il nostro "Te Deum".  In  qualche  modo  si
    provveder.
    Si  cerc nelle chiese dei dintorni.  Tutte le ricchezze di quelle
    parrocchie  messe  insieme  non  sarebbero   bastate   a   vestire
    convenientemente un cantore della cattedrale. Mentre si stava cos
    imbarazzati, due ignoti a cavallo, che ripartirono immediatamente,
    portarono  e  deposero  nel  presbiterio  una  grande cassa per il
    Vescovo.  Aperta la cassa si vide che conteneva un piviale dorato,
    una   mitra  gemmata,   una  croce  arcivescovile,   un  magnifico
    pastorale,  tutti gli abiti pontificali rubati un mese avanti  nel
    tesoro di Notre-Dame di Embrun. Nella cassa c'era un biglietto con
    su scritte queste parole: "Cravatte a Monsignor Benvenuto".
    -  Lo  dicevo  io  che  la cosa si sarebbe aggiustata!  - disse il
    Vescovo. Poi sorridente aggiunse: - A chi si contenta di una cotta
    da curato, Dio manda una cappa d'arcivescovo.
    - Monsignore - mormor il  curato  tentennando  la  testa  con  un
    sorriso; - Dio oppure il diavolo?
    Il Vescovo fiss il curato e aggiunse con autorit: - Dio.
    Quando  torn  a  Chastelar,  lungo  la strada,  accorsero tutti a
    guardarlo per curiosit.  Ritrov  nel  presbiterio  di  Chastelar
    mamma  Magloire  e  la signorina Battistina che lo attendevano,  e
    disse a sua sorella:
    - Non avevo ragione?  Il povero prete   andato  tra  quei  poveri
    montanari  a  mani  vuote  e  ritorna  a  mani piene.  Ero partito
    soltanto con la mia fiducia in Dio e ora porto qui  il  tesoro  di
    una cattedrale.
    La  sera,  prima di coricarsi,  disse ancora: "Non dobbiamo temere
    mai i  ladri  e  gli  assassini  che  rappresentano  dei  pericoli
    esterni,   pericoli  da  poco;   temiamo  invece  noi  stessi;   i
    pregiudizi,  ecco i ladri;  i vizi,  ecco gli assassini.  I grandi
    pericoli  sono  dentro  di  noi.  Che cosa importa chi ci minaccia
    nella vita o nella borsa?  Pensiamo soltanto  a  chi  minaccia  la
    nostra anima".
    Poi rivolgendosi alla sorella: "Sorella mia, il prete non deve mai
    usare  precauzioni  nei  riguardi  del  prossimo.  Ci  che  fa il
    prossimo,  Dio lo  permette.  Limitiamoci  a  pregare  Dio  quando
    crediamo che un pericolo ci minacci.  Preghiamolo non per noi,  ma
    perch il nostro fratello non cada in peccato per nostra colpa".
    Del  resto,  gli  avvenimenti  erano  rari  nella  sua  esistenza.
    Raccontiamo quelli che sappiamo, ma ordinariamente egli passava la
    sua  vita  a fare sempre le stesse cose nella stessa ora.  Un mese
    dell'anno somigliava a un'ora della sua giornata.
    Quanto al tesoro della cattedrale di Embrun saremmo imbarazzati se
    qualcuno volesse saperne qualcosa.  Si trattava di cose bellissime
    e  assai tentatrici e assai buone a essere rubate a profitto degli
    infelici.  Rubate esse lo erano gi.  La met  dell'avventura  era
    finita.  Non restava altro da fare che mutare direzione al furto e
    farle fare un piccolo pezzo di strada verso i poveri. Per noi non
    affermiamo niente a questo riguardo. Tra le carte del Vescovo si 
    per trovata una nota abbastanza oscura,  che forse si riferisce a
    questa  faccenda  e  che    cos  concepita: "Il problema sta nel
    sapere se ci  debba  essere  restituito  alla  cattedrale  oppure
    all'ospedale".

    8. FILOSOFIA DOPO AVER BEVUTO.
    Il  senatore,  di  cui  abbiamo parlato pi addietro,  era un uomo
    astuto che s'era fatto  strada  scavalcando  sfacciatamente  tutti
    quegli  ostacoli  che  noi  chiamiamo  coscienza,   fede  giurata,
    giustizia, dovere; aveva camminato diritto verso lo scopo, e senza
    mai allontanarsi neppure una volta dalla sua carriera  e  dal  suo
    interesse. Era un ex procuratore esaltato dal successo, per niente
    cattivo,  che  faceva  quanti pi favori poteva ai suoi figli,  ai
    suoi generi,  ai suoi parenti e  anche  agli  amici,  e  sceglieva
    saggiamente della vita il lato buono, le buone occasioni, le buone
    fortune.  Il resto gli pareva abbastanza stupido.  Era spiritoso e
    letterato quanto bastava per ritenersi un  discepolo  di  Epicuro,
    mentre  era  forse soltanto un prodotto di Pigault-Lebrun.  Rideva
    volentieri e piacevolmente delle cose infinite ed eterne  e  delle
    "ubbie del buon uomo del vescovo". Ne rideva talvolta, con amabile
    autorit, anche davanti a Monsignor Myriel che l'ascoltava.
    Non  so in quale cerimonia semiufficiale,  il Conte ...  (il detto
    senatore) e Myriel si trovarono a pranzo dal Prefetto.  Alla  fine
    della  tavola,  il  senatore  un  po'  allegro ma sempre dignitoso
    esclam:
    - Perbacco,  Monsignore,  discutiamo!  Un senatore  e  un  vescovo
    difficilmente  si  guardano  senza  una strizzatina d'occhio.  Noi
    siamo due uguri.  Voglio farvi una confessione.  Ho  gi  la  mia
    filosofia.
    -  Avete  ragione - rispose il Vescovo.  - Chi si fa una filosofia
    pu riposare. Voi state su un letto di porpora, signor senatore.
    Il senatore incoraggiato riprese:
    - Mostriamoci buoni figlioli.
    - E anche buoni diavoli - disse il Vescovo.
    - Vi dico che il marchese di Argens, Pirrone, Hobbes e Naigeon non
    sono affatto dei cialtroni - riprese  il  senatore.  -  Nella  mia
    biblioteca ho tutti i miei filosofi in taglio dorato.
    - Come voi, signor conte! - interruppe il Vescovo.
    Il senatore prosegu:
    -   Io   odio  Diderot:    un  ideologo,   un  declamatore  e  un
    rivoluzionario che in fondo crede in Dio,  ed    pi  bigotto  di
    Voltaire. Voltaire s' burlato di Needham e ha avuto torto, perch
    le  anguille  di Needham provano che Dio  inutile.  Una goccia di
    aceto in una cucchiaiata di pasta di  farina  supplisce  il  "fiat
    lux".  Supponete che la goccia sia pi grossa e la cucchiaiata pi
    grande, ed ecco il mondo. L'uomo  l'anguilla. Allora a che pro il
    Padre Eterno?  Monsignore,  l'ipotesi Jahv  mi  secca.  E'  buona
    soltanto  a  produrre  uomini  magri  che  pensano  cose profonde.
    Abbasso questo gran tutto che m'inquieta!  Viva Zero che mi lascia
    tranquillo!   Tra  noi,  e  per  vuotare  il  sacco  e  anche  per
    confessarmi al mio pastore,  vi dico che ho buon senso.  Non  sono
    pazzo per il vostro Ges, che a ogni momento predica la rinuncia e
    il  sacrificio.  E'  un  consiglio  d'avaro  a  dei  pezzenti.  La
    rinuncia, perch? il sacrificio, a che scopo?  Io non vedo come un
    lupo  pu  immolarsi  per  la  felicit  di un altro lupo.  Dunque
    restiamo nella natura. Noi siamo al vertice,  abbiamo la filosofia
    superiore. A che cosa serve stare in alto se non si vede pi in l
    della  punta  del  naso  altrui?  Viviamo allegramente.  La vita 
    tutto. Che l'uomo abbia un altro avvenire altrove, lass,  laggi,
    dove volete, non ne credo neppure una parola. Ah! mi si raccomanda
    il  sacrificio  e  la  rinuncia;  devo  badare  a tutto quello che
    faccio; devo rompermi il capo tra il bene e il male, tra il giusto
    e l'ingiusto,  tra il "fas" e il "nefas".  Perch?  Perch  dovrei
    rendere conto delle mie azioni. Quando? Dopo la mia morte. Che bel
    sogno!  Quando sono morto, furbo chi mi piglier. Provatevi a fare
    afferrare un pugno di cenere dalla mano di  un'ombra.  Diciamo  la
    verit,  noi  che  siamo degli iniziati e che abbiamo sollevato il
    velo di Iside: Non c' n  bene  n  male,  ma  solo  vegetazione.
    Cerchiamo  il  reale,  scaviamo  fino  in fondo.  Andiamo a fondo,
    perbacco.  Bisogna subodorare la verit,  scavare  sotto  terra  e
    coglierla.   Allora  essa  vi  d  delle  gioie  squisite.  Allora
    diventate forti e ridete.  Le mie  basi  sono  salde,  Monsignore.
    L'immortalit  dell'anima    una  chimera.  Che  bella  promessa!
    Fidatevene. Che fortuna ebbe Adamo! Si  anime, si sar angeli, si
    avranno delle ali azzurre attaccate alle spalle. Aiutatemi;  non 
    Tertulliano che dice che i beati andranno da una stella all'altra?
    Bene.  Saremo  i  grilli delle stelle.  Inoltre vedremo Dio.  Bum!
    Sciocchezze tutti questi paradisi.  Dio   una  favola  colossale.
    Queste  cose  perbacco  non  le  direi nel "Moniteur",  ma le dico
    sottovoce tra amici.  "Inter  pocula".  Sacrificare  la  terra  al
    paradiso  significa  abbandonare  la preda per l'ombra.  Lasciarmi
    gabbare dall'infinito!  Ma non sono tanto bestia.  Io sono niente.
    Monsignore, io mi chiamo il conte Niente, senatore. Esistevo prima
    della mia nascita?  No.  Esister dopo la mia morte?  No. Che cosa
    sono allora?  Un pugno di polvere aggregata da un  organismo.  Che
    cosa  faccio sul mondo?  Ho la scelta: soffrire o godere.  Dove mi
    porter la sofferenza?  al nulla.  Ma io avr  sofferto.  Dove  mi
    porter la gioia o il piacere? al nulla. Ma io avr goduto. La mia
    scelta  fatta.  Bisogna mangiare o essere mangiato. Io mangio. E'
    meglio essere dente che erba.  Questa  la mia filosofia.  Dopo di
    che  uno  spintone  e addio;  il becchino sta l;  il Pantheon per
    noialtri  e  tutto  cade  nella  grande  fossa.   Fine.   "Finis".
    Liquidazione totale. Questo  il momento di scomparire. La morte 
    morta,  credetemi.  Io  rido  al  pensiero che ci sia qualcuno che
    abbia qualcosa da dirmi.  Invenzioni delle  balie.  L'orco  per  i
    bambini  e Jahv per gli uomini.  No,  il nostro futuro appartiene
    alla notte.  Dietro la tomba,  ci sono soltanto dei nulla  eguali.
    Voi siete stato Sardanapalo?  siete stato Vincenzo de Paoli? fa lo
    stesso. Questa  la verit. Dunque, vivete innanzitutto. Usate del
    vostro Io finch ne disponete. A dir la verit, Monsignore,  io ho
    la  mia filosofia e ho i miei filosofi.  Non mi lascio abbindolare
    dalle chiacchiere. Per ci vuole pure qualcosa per quelli che sono
    in basso, per gli straccioni, per i pezzenti, per i miserabili.  A
    costoro  si  danno  a  ingoiare  tutte  le  leggende,  le chimere,
    l'anima,  l'immortalit,  le stelle.  Masticano tutto  questo.  Lo
    mettono sul loro pane asciutto.  Chi non ha niente ha il buon Dio.
    E' il meno che si possa dar loro. Non mi oppongo,  ma tengo per me
    Naigeon. Il buon Dio  buono per il popolo.
    Il Vescovo batt le mani.
    -  Questo  si  chiama  parlare!  -  esclam.  -  Cosa eccellente e
    veramente meravigliosa questo materialismo!  Non  cosa per tutti.
    Per chi lo ha,  non  pi uno sciocco; non si lascia pi esiliare
    stupidamente come Catone,  n lapidare come Stefano,  n  bruciare
    vivo come Giovanna d'Arco. Quelli che sono riusciti a procacciarsi
    questo  meraviglioso  materialismo  hanno  la  gioia  di  sentirsi
    irresponsabili, di pensare che senza inquietudine possono divorare
    tutto: le sinecure, le dignit,  il potere bene o male acquistato,
    le   palinodie   lucrose,   gli   utili  tradimenti,   le  costose
    capitolazioni della coscienza;  e che scenderanno nella tomba dopo
    aver fatto la loro digestione.  Che piacere!  Non lo dico per voi,
    signor  senatore,  per  non  posso  non  congratularmi  con  voi.
    Voialtri  grandi  signori  avete,  come dite,  una filosofia fatta
    apposta per voi,  squisita,  raffinata,  accessibile  soltanto  ai
    ricchi,  buona per tutte le salse e che condisce meravigliosamente
    tutti i piaceri della vita.  Questa filosofia  molto  profonda  e
    viene  scavata da speciali investigatori.  Per siete generosi,  e
    non trovate nulla di male che la credenza  nel  buon  Dio  sia  la
    filosofia  del  popolo,  press'a poco come l'oca con le castagne 
    per il povero il tacchino con i tartufi.

    9. IL FRATELLO DESCRITTO DALLA SORELLA.
    Per dare un'idea della vita privata del Vescovo di Digne  e  della
    maniera  con  cui  quelle  due  sante  donne subordinavano le loro
    azioni, i loro pensieri e anche i loro istinti di donne facilmente
    impressionabili,  alle abitudini e alle  intenzioni  del  Vescovo,
    senza  che  questi  si  prendesse  neppure la briga di parlare per
    esprimerle,  non possiamo far di meglio che  trascrivere  qui  una
    lettera della signorina Battistina alla viscontessa di Boichevron,
    sua amica d'infanzia. La lettera  in nostre mani.

    "Digne, 16 dicembre 18...
    Mia  buona  signora,  non  passa  giorno senza parlare di voi.  E'
    nostra abitudine;  ma c' una  ragione  di  pi.  Figuratevi  che,
    spolverando  e lavando le volte e i muri,  mamma Magloire ha fatto
    delle scoperte.  Adesso le nostre due  camere  tappezzate  con  un
    vecchio parato imbiancato a calce, non farebbero cattiva figura in
    un castello come il vostro.  Mamma Magloire ha stracciato tutta la
    carta e ci ha trovato sotto qualcosa.  La mia stanza,  dove non ci
    sono  mobili  e di cui ci serviamo per stendere la biancheria dopo
    il bucato,  misura quindici piedi  di  altezza  e  diciotto  piedi
    quadrati di larghezza; ha un soffitto che un tempo aveva pitture e
    dorature  come  nelle  vostre stanze.  L'avevano ricoperto con una
    tela quando la casa divent un ospedale. C' poi la zoccolatura di
    legno che appartiene al  tempo  delle  nostre  nonne.  Ma  bisogna
    vedere  la  mia camera!  Mamma Magloire ha scoperto,  sotto almeno
    dieci parati incollati l'uno sull'altro, delle pitture che,  senza
    essere buone,  sono sopportabili.  C' Telemaco fatto cavaliere da
    Minerva; eppoi ancora lui nei giardini,  di cui mi sfugge il nome.
    Insomma  quelli  dove  si recavano le matrone romane per una notte
    sola. Che dirvi? Ci sono delle romane, dei romani (qui, una parola
    illeggibile),  con tutto il resto.  Mamma Magloire ha lavato tutto
    e, questa estate, riparer le piccole avarie, rivernicer tutto, e
    la  mia  camera  sar  un vero museo.  In un angolo del granaio ho
    trovato anche due mensole di legno  di  foggia  antica.  Ci  hanno
    chiesto  due  scudi  di  sei franchi per rifare le dorature,  ma 
    meglio dare questo danaro ai poveri.  Del resto sono assai brutte,
    e io preferirei un tavolo rotondo di mogano.
    Sono  sempre molto contenta.  Mio fratello  tanto buono.  Dona ai
    poveri e ai malati tutto quello che ha.  Viviamo in  mezzo  a  una
    grande miseria. Il paese  insopportabile d'inverno, e bisogna pur
    fare  qualcosa per i bisognosi.  Noi siamo pressocch provvisti di
    riscaldamento e di luce, e come vedete non stiamo troppo male.
    Mio fratello ha le sue abitudini.  Quando ne parla,  dice  che  un
    Vescovo  deve  essere cos.  Figuratevi che la porta di casa non 
    mai chiusa. Chi vuole,  pu entrare e si trova subito nella stanza
    di mio fratello.  Egli non teme nulla,  neppure di notte. Dice che
    quello  il suo coraggio.  Non  vuole  che  io  e  mamma  Magloire
    abbiamo qualche timore per lui. Si espone a tutti i pericoli e non
    vuole che mostriamo di accorgercene. Bisogna saperlo capire.
    Esce  di  casa  con  la  pioggia,  cammina sotto l'acqua,  viaggia
    d'inverno,  non ha paura della notte,  delle strade sospette e dei
    cattivi  incontri.  Lo  scorso  anno  se ne  andato da solo in un
    paese di ladri.  Non ha voluto portarci con lui ed  rimasto lass
    quindici  giorni.  Al  suo  ritorno  non aveva sofferto nulla;  lo
    credevamo morto e intanto stava benissimo.  Mi ha detto: Ecco come
    sono  stato  derubato.  Poi ha aperto una valigia piena di tutti i
    gioielli della cattedrale di Embrun che i ladri gli avevano dato.
    Quella volta, al suo ritorno, poich io ero andata a incontrarlo a
    due leghe insieme a altri amici,  non ho potuto  fare  a  meno  di
    rimproverarlo un pochino; per stetti attenta a parlargli soltanto
    quando  la  carrozza  faceva  rumore,   affinch  nessuno  potesse
    sentirci.  Nei primi tempi dicevo tra me: - E'  terribile;  nessun
    pericolo  lo  ferma.  Adesso  mi ci sono abituata.  Faccio segno a
    mamma Magloire di non contrariarlo. Egli arrischia come vuole.  Io
    porto via mamma Magloire,  rientro nella mia camera, prego per lui
    e  m'addormento.  Sono  tranquilla  perch  so  bene  che  se  gli
    accadesse una disgrazia,  sarebbe anche la mia fine.  Me ne andrei
    dal buon Dio con mio fratello e col mio Vescovo. Mamma Magloire ha
    pi  difficolt  ad  abituarsi  a  quelle  che  chiamava  le   sue
    imprudenze;  per  adesso  ci  ha  fatto  il callo.  Noi preghiamo
    insieme tutte e due;  abbiamo paura  insieme  e  ci  addormentiamo
    insieme.  Anche  se il diavolo entrasse nella casa,  lo lasceremmo
    fare.  Dopo tutto,  cosa abbiamo da temere?  C'  sempre  con  noi
    qualcuno che  il pi forte.  Il diavolo pu passare per la nostra
    casa, ma il buon Dio ci abita dentro.
    Questo mi basta. Mio fratello adesso non ha pi bisogno nemmeno di
    dire una parola. Lo capisco senza che parli, e noi ci abbandoniamo
    alla Provvidenza.
    Ecco come bisogna comportarsi con  un  uomo  che  ha  uno  spirito
    superiore.
    Ho  interrogato  mio  fratello per le informazioni che mi chiedete
    sulla famiglia di Faux.  Voi sapete che egli sa e  ricorda  tutto,
    perch    sempre  un  ottimo  realista.  Si  tratta  veramente di
    un'antichissima  famiglia  normanna  della  provincia   di   Caen.
    Cinquecento  anni fa,  ebbero un Raul de Faux e un Tommaso de Faux
    che  erano  dei  gentiluomini  e  uno  dei  quali  fu  signore  di
    Rochefort. L'ultimo era Guido Stefano Alessandro che fu maestro di
    campo e non so che cosa nei cavalleggeri di Bretagna.  Sua figlia,
    Maria Luisa, spos Adriano Carlo de Gramont, figlio del duca Luigi
    de Gramont,  Pari di Francia,  colonnello delle Guardie Francesi e
    generale d'armata. Si scrive Faux, Fauc e Faoucq.
    Cara  signora,  raccomandateci  alle  preghiere  del  vostro santo
    parente, il cardinale. Quanto alla vostra cara Silvania,  ha fatto
    bene  a  non consumare nello scrivere il poco tempo che rimane con
    voi; essa sta bene, lavora secondo i vostri desideri e soprattutto
    vi vuol bene.  Questo  mi  basta.  Sono  felicissima  che  si  sia
    ricordata  di  me  per  mezzo  vostro.  La mia salute non  troppo
    cattiva,  per ogni giorno dimagrisco di pi.  Addio.  La carta  
    finita e son costretta a lasciarvi. Mille auguri.
    Battistina.
    P.  S.  La  vostra  cognata   sempre qui con la sua famiglia.  Il
    vostro nipotino  grazioso. Sapete che ha quasi cinque anni?  Ieri
    ha visto passare un cavallo con le ginocchiere e ha chiesto: - Che
    cosa ha ai ginocchi? Il ragazzo  tanto gentile. Il suo fratellino
    trascina  per  l'appartamento  una vecchia scopa come una vettura,
    dicendo: - Hi!".

    Come si vede da questa lettera,  le due donne sapevano uniformarsi
    alla  condotta  di  vita  del  Vescovo,   con  quella  particolare
    avvedutezza della donna che capisce  l'uomo  meglio  di  quel  che
    l'uomo  stesso  non  si comprenda.  Il Vescovo di Digne con la sua
    aria dolce e candida che non  si  smentiva  mai,  faceva  talvolta
    delle  cose  grandi,  ardite  e  magnifiche senza mostrare neppure
    d'accorgersene.  Esse ne  tremavano  ma  lo  lasciavano  fare.  Se
    talvolta  mamma Magloire cercava di fare qualche osservazione,  la
    faceva prima,  ma mai n durante n dopo.  Non  lo  si  disturbava
    neppure con un cenno, durante un'azione gi incominciata. In certi
    momenti,  senza  che avesse bisogno di dirlo,  senza che ne avesse
    neppure coscienza,  tanto era perfetta  la  sua  semplicit,  esse
    sentivano  vagamente  che  agiva come Vescovo e allora diventavano
    due ombre nella casa. Lo servivano passivamente, e se per servirlo
    meglio dovevano  scomparire,  scomparivano.  Con  una  mirabile  e
    istintiva   delicatezza   sapevano   che   certe  premure  possono
    infastidire. Anche se lo credevano in pericolo, capivano, non dico
    il suo pensiero,  ma  il  suo  carattere  fino  al  punto  di  non
    preoccuparsi di lui. Lo affidavano a Dio.
    Del  resto  Battistina  diceva che la fine di suo fratello sarebbe
    stata anche la sua. Mamma Magloire non lo diceva, ma lo sapeva.

    10. IL VESCOVO DAVANTI A UNA LUCE IGNOTA.
    In un'epoca alquanto posteriore alla data  della  lettera  citata,
    egli fece una cosa che a tutta la citt parve pi rischiosa ancora
    del suo viaggio attraverso le montagne dei banditi. Nella campagna
    presso Digne c'era un uomo che viveva solitario. Questi, e diciamo
    subito  la parola grossa,  era stato membro della Convenzione.  Si
    chiamava G.
    Si parlava del convenzionale G. nel piccolo mondo di Digne con una
    specie di orrore.  Pensate un po'!  Un membro  della  Convenzione,
    come  ne  esistevano  al  tempo in cui tutti si davano del tu e si
    chiamavano: cittadini.  Quest'uomo era quasi un mostro.  Non aveva
    votato la morte del re ma quasi.  Era un quasi regicida. Era stato
    terribile.  Come mai al ritorno dei principi legittimi  quest'uomo
    non  era stato tradotto davanti a una corte marziale?  Direte: non
    lo decapitarono,  perch ci vuole clemenza.  Bene!  per  un  buon
    esilio a vita,  un esempio almeno,  eccetera eccetera. Inoltre era
    un ateo,  come tutti quei repubblicani.  Ciarle  di  oche  attorno
    all'avvoltoio.
    Ma G.  era un avvoltoio? S, a giudicarlo dalla fierezza della sua
    solitudine.  Non avendo votato la morte  del  Re,  non  era  stato
    compreso nei decreti d'esilio e aveva potuto restare in Francia.
    Abitava a tre quarti d'ora dalla citt,  lontano da ogni abitato e
    da ogni strada, in non so quale angolo sperduto di una valle molto
    selvaggia. Si diceva che aveva l una specie di dominio,  un buco,
    un riparo. Niente vicini, neppure dei passanti. Da quando stava in
    quella  valle,  era persino scomparso sotto l'erba il sentiero che
    vi conduceva. Si parlava di quel luogo come della casa del boia.
    Tuttavia il Vescovo ci  pensava  e  di  tanto  in  tanto  guardava
    l'orizzonte  l  dove  una  macchia d'alberi indicava la valle del
    vecchio repubblicano,  e diceva: - L c' un'anima che vive sola;-
    e dentro di s aggiungeva: - Devo visitarlo.
    Confessiamo  per  che  questa  idea  dapprima  naturale,  dopo un
    momento di riflessione gli parve proprio strana  e  impossibile  e
    quasi repellente,  giacch in fondo egli condivideva l'impressione
    generale, e il repubblicano gli ispirava,  senza rendersene conto,
    quel sentimento che  come la frontiera dell'odio e che si esprime
    cos bene con la parola antipatia.
    Ma  la  scabbia  dell'agnello deve fare indietreggiare il pastore?
    No. Ma che agnello!
    Il buon  Vescovo  era  perplesso.  Talvolta  andava  verso  quella
    direzione; poi retrocedeva.
    Finalmente  un giorno in citt si sparse la voce che una specie di
    giovane mandriano, che serviva il repubblicano G. nel suo tugurio,
    era venuto a cercare un medico;  il vecchio scellerato  stava  per
    morire; la paralisi avanzava; e non avrebbe passato la notte.
    - Grazie a Dio! - aggiungevano alcuni.
    Il Vescovo prese il suo bastone,  si mise sulle spalle il mantello
    a causa della sua sottana troppo consunta,  come abbiamo detto,  e
    anche  a  causa  del  vento  della  sera  che non doveva tardare a
    soffiare, e part.
    Il sole declinava ed era quasi all'orizzonte,  quando  il  Vescovo
    giunse nel luogo scomunicato.  Con un certo batticuore cap che si
    trovava presso la tana. Scavalc un fossato, attravers una siepe,
    pass la cinta,  entr in un orto abbandonato,  fece alcuni  passi
    con  molta  arditezza  e  tutto  a un tratto,  in fondo al terreno
    incolto,  dietro un'alta sterpaglia,  scopr la caverna.  Era  una
    capanna molto bassa,  meschina, piccola e pulita, con un pergolato
    lungo la facciata. Davanti alla porta,  in un vecchio seggiolone a
    rotelle,  c'era un uomo dai capelli bianchi che sorrideva al sole.
    Accanto al  vecchio,  in  piedi,  stava  un  ragazzo,  il  piccolo
    mandriano, che porgeva al vecchio una tazza di latte.
    Mentre il Vescovo li stava osservando il vecchio disse:
    - Grazie, non ho bisogno di niente. - E il suo sorriso si distolse
    dal sole per rivolgersi al ragazzo.
    Il Vescovo si fece avanti.  Al rumore dei passi,  il vecchio volse
    il capo,  e il suo volto espresse tutta la  sorpresa  che  si  pu
    avere dopo una lunga vita.
    - Da quando sono qui - disse -  la prima volta che qualcuno entra
    in casa mia. Chi siete, signore?
    Il Vescovo rispose:
    - Mi chiamo Benvenuto Myriel.
    -  Benvenuto Myriel!  L'ho sentito pronunciare questo nome.  Siete
    voi quello che il popolo chiama Monsignor Benvenuto?
    - Sono io.
    Il vecchio riprese con un mezzo sorriso: - In questo  caso,  siete
    il mio Vescovo?
    - Un po'.
    - Entrate, signore.
    Il  convenzionale  tese  la  mano  al Vescovo ma il Vescovo non la
    strinse e si limit a dire:
    - Sono contento di costatare che mi hanno ingannato.  Non mi  pare
    che siate malato.
    - Signore, sto per guarire - rispose il vecchio.
    Fece una pausa e disse:
    - Morir fra tre ore.
    Poi riprese:
    -  Sono un po' medico e so come arriva l'ultima ora.  Ieri avevo i
    piedi gelidi; oggi il freddo  arrivato ai ginocchi;  adesso sento
    che sale fino alla vita.  Quando toccher il cuore mi fermer.  Il
    sole  bello, non  vero?  Mi sono fatto portare fuori per dare un
    ultimo sguardo alle cose.  Potete parlarmi;  non mi date fastidio.
    Avete fatto bene a venire a vedere un uomo che sta per morire.  E'
    bene che quel momento abbia dei testimoni. Si hanno delle manie; e
    io  avrei  voluto arrivare fino all'alba,  ma so che ho appena tre
    ore di vita.  Tra poco annotter;  ma che mi importa?  E' semplice
    morire.  Per  fare  questo non c' bisogno del mattino.  Sta bene!
    Morir a cielo scoperto.
    Il vecchio si volse al mandriano: - Tu vai  a  coricarti.  L'altra
    notte hai vegliato, e sei stanco.
    Il giovane rientr nella capanna.
    Il vecchio lo segu con lo sguardo; poi aggiunse, come se parlasse
    a se stesso:
    -  Mentre  dormir,  io  morir.  I  due  sonni  possono  stare in
    compagnia.
    Il Vescovo non era commosso come pare che avrebbe potuto  esserlo.
    Non  credeva  di  sentire  Dio  in  quel  modo  di morire.  E poi,
    diciamolo francamente, poich le piccole contraddizioni dei grandi
    cuori vogliono essere notate come tutto il resto,  egli che sapeva
    scherzare  tanto  volentieri sulla Sua Grandezza era un po' urtato
    di non sentirsi  chiamare  Monsignore  ed  era  quasi  tentato  di
    rispondere: cittadino. Gli venne la velleit di ricorrere a quella
    burbera familiarit cos ordinaria nei medici e nei preti,  ma che
    non  era  abituale   in   lui.   Dopo   tutto   quell'uomo,   quel
    convenzionale,  quel  rappresentante  del  popolo,  era  stato  un
    potente della terra;  e forse per la prima volta in vita  sua,  il
    Vescovo fu tentato di mostrarsi severo.
    Intanto  il  repubblicano  lo  trattava con una modesta affabilit
    nella quale non era forse difficile  discernere  l'umilt  che  si
    addice a chi  tanto vicino a ritornare polvere.
    Da parte sua,  il Vescovo, bench di solito alieno dalla curiosit
    che riteneva affine all'offesa,  non poteva astenersi dal guardare
    il repubblicano con un'attenzione che, non provenendo da simpatia,
    gli avrebbe fatto rimordere la coscienza davanti a qualsiasi altro
    uomo.  Un  membro  della  convenzione  gli  faceva l'effetto di un
    fuorilegge, fuori anche dalla legge della carit.
    Calmo,  quasi eretto,  la voce sonora,  G.  era uno di quei grandi
    ottuagenari che fanno la meraviglia del fisiologo.  La rivoluzione
    ebbe molti di  questi  uomini  proporzionati  all'epoca.  In  quel
    vegliardo si sentiva l'uomo a tutta prova.  Cos vicino alla fine,
    conservava tutti i gesti della salute.  Nel suo  limpido  sguardo,
    nella voce franca,  nel vigoroso moto delle spalle, c'era qualcosa
    che  sconcertava  la  morte.   Azrael,   l'angelo  maomettano  dei
    sepolcri,  sarebbe  tornato  indietro  credendo  di aver sbagliato
    porta. Pareva morire perch voleva morire.
    C'era della libert nella sua agonia. Solo le gambe erano immobili
    e la morte lo afferrava per di l. I piedi erano inerti e ghiacci,
    mentre la testa viveva di tutto il vigore della vita e appariva in
    piena luce. In quel solenne momento G.  pareva il re della novella
    orientale,  tutto carne all'ins e tutto marmo all'ingi. C'era l
    un sasso, e il Vescovo ci si sedette. L'esordio fu "ex-abrupto".
    - Mi congratulo con voi - gli disse con  un  tono  di  rimprovero.
    Almeno non avete votato la morte del re.
    Il  repubblicano finse di non badare all'amaro sottinteso nascosto
    nella parola "almeno"; rispose,  ma il suo sorriso era sparito dal
    suo volto:
    - Non felicitatevi troppo con me,  signore.  Votai per la fine del
    tiranno.
    Era l'accento austero di fronte all'accento severo.
    - Che volete dire? - riprese il Vescovo.
    - Voglio dire che l'uomo ha un tiranno,  l'ignoranza,  e io  votai
    per  la  sua  fine.  Questo  tiranno  ha  generato  i  re che sono
    l'autorit desunta dal  falso,  mentre  la  scienza    l'autorit
    desunta  dal  vero.  L'uomo  deve  essere governato soltanto dalla
    scienza.
    - E dalla coscienza  -  aggiunse il Vescovo.
    - E' la stessa cosa.  La coscienza  la quantit di scienza innata
    che abbiamo in noi.
    Un  po' sorpreso,  Monsignor Benvenuto ascoltava questo linguaggio
    tanto nuovo per lui.
    Il repubblicano continu:
    - Quanto a Luigi Sedicesimo ho  detto  di  no.  Non  mi  credo  in
    diritto  di uccidere un uomo,  per sento il dovere di distruggere
    il  male.   Votai  la  fine  del  tiranno,   cio  la  fine  della
    prostituzione della donna,  la fine della schiavit dell'uomo,  la
    fine dell'ignoranza del fanciullo. Votai per tutto questo, votando
    per la repubblica. Votai per la fratellanza, per la concordia, per
    l'aurora.  Ho collaborato  alla  caduta  dei  pregiudizi  e  degli
    errori, perch dalle loro rovine scaturisce la luce. Abbiamo fatto
    crollare  il mondo antico,  e il mondo antico,  che era un vaso di
    miserie,  rovesciandosi sul genere umano   diventato  un'urna  di
    gioia.
    - Gioia mal combinata - disse il Vescovo.
    - Dite piuttosto gioia torbida,  e oggi,  dopo quel fatale ritorno
    del passato che  chiamiamo  il  1814,  gioia  sparita.  Ahim!  ne
    convengo;  l'opera  fu  incompleta.  Abbiamo  demolito  il vecchio
    regime nel fatto, ma non abbiamo potuto sradicarlo nelle idee. Non
    basta distruggere gli abusi;  bisogna  modificare  i  costumi.  Il
    mulino non c' pi, ma il vento soffia ancora.
    -  Avete demolito,  e demolire pu essere utile,  ma io diffido di
    una demolizione in cui si immischi la collera.
    - Il diritto ha la sua collera,  signor Vescovo,  e la collera del
    diritto   un elemento di progresso.  Non importa quel che dicono.
    La Rivoluzione francese  il passo pi potente del  genere  umano,
    dopo l'avvento di Cristo.  Incompleta,  sia pure,  ma sublime.  Ha
    sviluppato tutte le incognite sociali; ha addolcito gli animi,  li
    ha calmati,  tranquillizzati,  illuminati; ha fatto scorrere fiumi
    di civilt sulla terra;  stata un bene. La Rivoluzione francese 
    stata una sagra della civilt.
    Il Vescovo non pot trattenersi dal mormorare:
    - S? il Novantatr!
    Il repubblicano si drizz sul seggiolone con una  solennit  quasi
    funerea e grid, come pu gridare un moribondo: - Ah! ci siamo! il
    Novantatr!    me   l'aspettavo   questa   grossa   parola!    per
    millecinquecento anni si  formata una nuvola,  e finalmente  dopo
    quindici secoli si squarcia. Voi fate il processo allo scoppio del
    fulmine.
    Senza  forse  confessarselo,  il Vescovo sent che in lui qualcosa
    era colpito; per tenne fermo e rispose:
    - Il giudice parla a nome della giustizia,  il sacerdote nel  nome
    della  piet che  una giustizia pi sublime.  Il fulmine non deve
    ingannarsi.
    E  guardando  fisso  il  repubblicano,   aggiunse:   -   E   Luigi
    Diciassetesimo?
    L'altro stese la mano e afferr il braccio del Vescovo:
    -  Luigi  Diciassettesimo!  Bene.  Su chi piangete?  Sul fanciullo
    innocente? Sta bene, anch'io piango con voi! Sul fanciullo regale?
    allora vi chiedo di riflettere. Per me,  il fratello di Cartouche,
    ragazzo innocente, appeso per le ascelle in piazza de Grve fino a
    che  non morisse,  per il solo delitto di essere stato il fratello
    di Cartouche,  non fa meno piet del nipote di Luigi Quindicesimo,
    ragazzo  innocente,  martoriato  nella torre di Temple per il solo
    delitto di essere stato nipote di Luigi Quindicesimo.
    - Signore,  non mi piace questo  accostamento  di  nomi  disse  il
    Vescovo.
    - Cartouche? Luigi Quindicesimo? Per chi dei due vi lamentate?
    Segu  un  breve  silenzio.  Il Vescovo quasi si pentiva di essere
    venuto; eppure provava una vaga e strana commozione.
    Il repubblicano riprese:
    - Ah!  reverendo,  a voi non piacciono  le  crude  verit.  Cristo
    invece le amava.  Afferrava una verga e spazzava il tempio. La sua
    sferza scintillante era una rude rivelazione della verit.  Quando
    gridava:   "Sinite   parvulos",   non  faceva  distinzioni  tra  i
    fanciulli: Non si sarebbe peritato di avvicinare il primogenito di
    Barabba al primogenito di Erode. Signore, l'innocenza si corona da
    s; non sa che farne di chiamarsi "altezza". E' augusta nei cenci,
    come tra i fiordalisi.
    - E' vero - disse il Vescovo a bassa voce.
    - Insisto - continu  il  repubblicano.  -  Avete  nominato  Luigi
    Diciassettesimo.  Intendiamoci.  Piangiamo su tutti gli innocenti,
    su tutti i martiri,  su tutti  i  ragazzi,  sui  poveri  come  sui
    nobili?  Ci sto.  Ma allora, vi ripeto, bisogna risalire pi in l
    del Novantatr,  e dobbiamo cominciare a piangere pi addietro  di
    Luigi Diciassettesimo.  Pianger con voi sui figli dei re,  purch
    voi piangiate con me sui figli del popolo.
    - Piango su tutti - disse il Vescovo.
    - Benissimo - esclam G.  - E se la bilancia deve  pendere  da  un
    lato,  lo  sia  a  favore  del popolo,  che soffre di pi da molto
    tempo.
    Ci fu ancora silenzio.  Fu il  repubblicano  a  interromperlo.  Si
    sollev  sul  gomito,  strinse  un po' di guancia fra il pollice e
    l'indice come si  fa  macchinalmente  quando  si  interroga  e  si
    giudica, e interpell il Vescovo con uno sguardo pieno di tutte le
    energie dell'agonia. Fu quasi una esplosione.
    - S,  Signore,  il popolo soffre da molto tempo.  E poi, sentite,
    voi non siete venuto qui per discutere e  per  parlarmi  di  Luigi
    Diciassettesimo.  Io non vi conosco. Da quando sono in paese, sono
    vissuto rinchiuso,  solo,  senza mettere  un  piede  fuori,  senza
    vedere  alcuno  tranne  questo  ragazzo.  Il vostro nome,   vero,
    arriv confusamente  fino  a  me  e,  devo  confessarlo,  non  mal
    pronunciato;  ma  questo  non  significa niente;  gli uomini abili
    hanno tanti modi di darla a credere a quel buon credulone che  il
    popolo.  A proposito,  non  ho  sentito  il  rumore  della  vostra
    carrozza. Certamente l'avete lasciata dietro il bosco, alla svolta
    della strada.  Non vi conosco, dicevo; mi avete detto che siete il
    Vescovo, ma questo non mi dice niente sulla vostra persona morale.
    Insomma, vi ripeter la mia domanda: Chi siete?  Siete un Vescovo,
    cio  un  principe  della  chiesa,  uno  di quegli uomini pieni di
    dorature,  di stemmi,  di rendite  e  di  grosse  prebende,  -  il
    vescovado  di  Digne  ha  15000  franchi  fissi,  10000 franchi di
    incerti: in totale 25000,  - che hanno cuochi,  lacch,  la  buona
    tavola, mangiano gallinelle il venerd, si pavoneggiano con lacch
    davanti e lacch di dietro in berline di gala, hanno palazzi, e si
    fanno  portare  in  carrozza  nel nome di Ges Cristo che andava a
    piedi nudi!  Siete un prelato  e,  come  tutti  i  prelati,  avete
    rendite,  palazzi,  cavalli,  valletti,  buona  tavola  e  tutti i
    piaceri della vita; come tutti gli altri ne godete;  sta bene!  ma
    questo  dice  troppo  e  dice  poco,  e non mi illumina sul valore
    intrinseco ed essenziale della vostra personalit, non mi illumina
    su voi,  che venite  con  la  probabile  pretesa  di  portarmi  la
    saggezza. Con chi parlo dunque? Chi siete?
    Il Vescovo abbass la testa e rispose: - "Vermis sum".
    - Un verme di terra in carrozza! - borbott il repubblicano.
    Toccava  ora  al  repubblicano  essere  umano  e al vescovo essere
    sublime.
    Il Vescovo riprese con dolcezza:
    - Va bene,  signore;  per spiegatemi in che modo la mia carrozza,
    che    l a due passi dietro gli alberi,  la mia lauta mensa,  le
    gallinelle che mangio il venerd,  i miei venticinquemila  franchi
    di  rendita,  il  mio palazzo e i miei lacch provano che la piet
    non  una virt,  che la  clemenza  non    un  dovere  e  che  il
    Novantatr non  stato inesorabile.
    Il repubblicano si pass la mano sulla fronte come per allontanare
    una nuvola.
    - Prima di rispondervi - disse - vi prego di perdonarmi.  Ho avuto
    torto,  signore.  Siete in casa mia,  siete il mio  ospite,  e  ho
    quindi  il  dovere  di essere cortese.  Voi discutete le mie idee;
    devo dunque limitarmi a combattere i vostri argomenti.  Le  vostre
    ricchezze  e i vostri godimenti sono dei vantaggi che ho contro di
    voi nel dibattito,  ma  bene non servirsene.  Vi prometto di  non
    farne uso.
    - Vi ringrazio - disse il Vescovo.
    G. riprese:
    - Torniamo alla spiegazione che mi richiedevate. Dove eravamo? che
    cosa dicevate? E' stato inesorabile il Novantatr?
    - S,  inesorabile - disse il Vescovo. - Che cosa pensate di Marat
    che batteva le mani alla ghigliottina?
    - Che cosa pensate di Bossuet che cantava  il  "Te  Deum"  per  il
    massacro degli Ugonotti?
    La  risposta  era  dura  ma colpiva diritto con la rigidit di una
    lama  di  acciaio.  Il  Vescovo  trasal;  non  gli  venne  alcuna
    risposta, ma era stato urtato da quella maniera di citare Bossuet.
    Anche  i  pi  nobili  spiriti  hanno  i  loro idoli e talvolta si
    sentono vagamente  colpiti  dalla  mancanza  di  rispetto  per  la
    logica.
    Il  repubblicano  cominciava ad ansare,  l'affanno dell'agonia gli
    mozzava la voce; tuttavia aveva ancora nei suoi occhi una perfetta
    lucidit di pensiero. E continu:
    - Diciamo ancora qualche parola;  lo faccio volentieri.  Astraendo
    dalla   Rivoluzione,   che   nel   suo  complesso    una  immensa
    affermazione umana,  il Novantatr purtroppo  una obiezione.  Voi
    lo trovate inesorabile.  Ma l'intera monarchia signore?  Carrier 
    un bandito;  ma che nome date a Montrevel?  Fouquier-Tinville  un
    miserabile,  ma  che  pensate  di  Lamoignon-Baville?  Maillard  
    spaventevole;  ma Saulx-Tavannes?  Il padre Duchne   feroce,  ma
    quale epiteto dareste al padre Letellier?  Jourdan "tagliatesta" 
    un mostro,  ma sempre  meno  del  marchese  di  Louvois.  Signore,
    signore,  compiango  Maria Antonietta,  arciduchessa e regina,  ma
    compiango pure quella povera Ugonotta che nel 1685, sotto Luigi il
    Grande, mentre allattava il suo bambino, fu legata a un palo, nuda
    fino alla vita, e il bimbo le fu tenuto a distanza;  il seno le si
    gonfiava di latte e il cuore di angoscia;  il bambino,  affamato e
    pallido,  vedeva quel seno,  agonizzava,  strillava mentre il boia
    diceva alla donna, madre e nutrice: abiura! ponendola al bivio tra
    la morte del figlio e la morte della sua coscienza. Che ne dite di
    questo  supplizio  di  Tantalo  adattato  a  una  madre?  Signore,
    ricordatelo.  La Rivoluzione francese ha avuto le sue ragioni.  La
    sua  collera  sar  assolta  dall'avvenire.  Il suo risultato  un
    mondo migliore.  Dai suoi pi terribili colpi nasce  una  certezza
    per  il  genere  umano.  Concludo,  anzi mi fermo;  ho troppo buon
    gioco. Del resto, muoio.
    E volgendo lo sguardo dal Vescovo, il repubblicano complet il suo
    pensiero con queste tranquille parole:
    - S,  le brutalit del  progresso  si  chiamano  rivoluzioni;  ma
    quando sono finite,  si riconosce che il genere umano,  se  stato
    trattato male, ha per marciato.
    Il repubblicano non sospettava di avere abbattuto una dopo l'altra
    tutte le trincee interiori del Vescovo.  Ce ne restava  una  e  da
    questa  ultima  trincea,   suprema  risorsa  della  resistenza  di
    Monsignor Benvenuto,  uscirono queste  parole,  in  cui  riapparve
    quasi tutta la rudezza dell'inizio:
    -  Il  progresso  deve  credere  in Dio.  Il bene non pu avere un
    servitore empio. L'ateo  una cattiva guida del genere umano
    Il vecchio rappresentante del popolo non rispose. Ebbe un tremito.
    Guard il cielo e una lacrima spunt lentamente nel  suo  sguardo.
    Quando  la  pupilla  fu  piena,  la lacrima cadde lungo la guancia
    livida;  e,  con lo sguardo perduto nella  profondit  dei  cieli,
    quasi balbettando sottovoce e parlando a se stesso, disse:
    - O ideale! tu solo esisti!
    Il Vescovo ebbe una specie d'inesprimibile emozione.
    Dopo  una  pausa,  il  vegliardo  levando  un dito verso il cielo,
    disse: L'infinito esiste.  E' l.  Se l'infinito non avesse un io,
    l'io  sarebbe  il  suo  limite,  non  sarebbe  infinito.  In altri
    termini, non esisterebbe.  Ma esiste.  Dunque ha un io.  Questo io
    dell'infinito  Dio.
    Il  moribondo  aveva pronunciato queste ultime parole a voce alta,
    col fremito dell'estasi,  come  se  vedesse  qualcuno.  Quand'ebbe
    finito  di parlare,  i suoi occhi si chiusero.  Era esaurito dallo
    sforzo.  Era evidente che aveva vissuto in un attimo le poche  ore
    di vita che gli restavano. Quel che aveva detto lo aveva accostato
    a colui che  nella morte. Arrivava l'istante supremo.
    Il  Vescovo  cap  che il tempo stringeva e che era venuto l come
    sacerdote.   Da  un'estrema  freddezza  era  passato  gradatamente
    all'estrema commozione;  guard quegli occhi chiusi,  prese quella
    vecchia mano rugosa e gelida, e si chin sul moribondo:
    - Questa  l'ora di Dio.  Non credete che sarebbe doloroso  se  ci
    fossimo incontrati inutilmente?
    Il  repubblicano  riapr  gli  occhi.  Una  gravit,  in cui c'era
    dell'ombra, si dipinse sul suo volto.
    - Monsignore - disse con una lentezza che derivava forse pi dalla
    dignit dell'anima che dalla debolezza delle forze;  ho passato la
    mia  vita nella meditazione,  nello studio e nella contemplazione.
    Avevo sessant'anni quando la Patria  mi  chiam  e  mi  ordin  di
    occuparmi  dei suoi affari.  Obbedii.  C'erano degli abusi e li ho
    combattuti. C'erano delle tirannie e le ho distrutte;  c'erano dei
    diritti  e  dei  princpi,  e  io li proclamai e li confessai.  Il
    territorio  era  invaso,   e  io  l'ho  difeso.   La  Francia  era
    minacciata,  e  le  ho offerto il mio petto.  Non ero ricco e sono
    povero. Sono stato uno dei padroni dello Stato.  I sotterranei del
    Tesoro  erano zeppi di danaro a tal punto che bisognava puntellare
    i  muri  perch  non  crollassero  sotto  il   peso   dell'oro   e
    dell'argento. Desinavo in via dell'Albero Secco a ventidue soldi a
    testa.  Aiutai gli oppressi.  Consolai i sofferenti.  Stracciai le
    tovaglie dell'altare.  E' vero.  Ma per  curare  le  ferite  della
    Patria.  Ho sempre sostenuto il cammino dell'umanit verso la luce
    e talvolta ho resistito al progresso senza  piet.  All'occasione,
    ho  protetto i miei avversari,  voi altri.  A Peteghem in Fiandra,
    dove i re merovingi avevano la loro reggia estiva,  c'  l'abbazia
    di Santa Chiara di Beaulieu,  che ho salvata nel 1793. Ho fatto il
    mio dovere,  secondo le mie forze,  e tutto il bene che ho potuto.
    Dopo,  sono  stato cacciato,  braccato,  inseguito,  perseguitato,
    calunniato, deriso, disprezzato, maledetto, proscritto.  Da lunghi
    anni,  con  i  miei  capelli bianchi sento che molti si credono in
    diritto di disprezzarmi, e agli occhi del povero popolo ignorante,
    ho un volto da  dannato;  ma,  senza  odiare  alcuno,  io  accetto
    l'isolamento  dell'odio.  Adesso  ho  ottantasei  anni  e  sto per
    morire. Che cosa venite a chiedermi?
    - La vostra benedizione - disse il Vescovo.
    E si inginocchi.
    Quando il Vescovo rialz il capo,  il volto del  repubblicano  era
    diventato augusto. Era spirato.
    Il  Vescovo  torn  a casa,  profondamente assorto in non so quali
    pensieri.  Pass tutta la notte in preghiera.  L'indomani,  alcuni
    curiosi cercarono di parlargli del repubblicano G.; egli si limit
    a indicare il cielo.  Da quel giorno,  raddoppi la tenerezza e la
    fraternit per i piccoli e i sofferenti.
    Ogni allusione a "quel vecchio scellerato di G." lo faceva  cadere
    in una singolare preoccupazione.  Nessuno potrebbe asserire che il
    passaggio di quello spirito davanti a lui e il riflesso di  quella
    grande coscienza sulla sua non influissero in qualche modo nel suo
    accostarsi alla perfezione.
    Quella "visita pastorale" fu naturalmente un'occasione di mormorio
    nei piccoli capannelli locali:
    "Era forse il posto d'un vescovo il capezzale di un tal moribondo?
    Evidentemente non c'era da attendersi una conversione.  Tutti quei
    rivoluzionari sono incorreggibili.  Ma allora perch andarci?  Che
    cosa    stato  a  guardare?  Bisogna credere che fosse curioso di
    vedere un'anima trascinata via dal diavolo".
    Un giorno, una vecchia signora,  di quella specie impertinente che
    si  ritiene spiritosa,  gli rivolse questo frizzo: Monsignore,  la
    gente si chiede quando Vostra Grandezza avr il berretto rosso.  -
    Oh!  ecco un colore troppo violento,  - rispose il Vescovo.  - Per
    fortuna quelli che lo disprezzano in un berretto lo venerano in un
    cappello.

    11. UNA RESTRIZIONE.
    Si ingannerebbe chi da  tutto  questo  concludesse  che  Monsignor
    Benvenuto  era  "un vescovo filosofo" oppure "un curato patriota".
    Il suo incontro col repubblicano G.  - incontro  che  si  potrebbe
    quasi  chiamare  congiunzione,  - gli lasci una specie di stupore
    che lo rese ancora pi mite. Ecco tutto.
    Sebbene Monsignor Benvenuto fosse tutt'altro che  un  politico,  
    forse  opportuno  indicare  molto  brevemente  quale  fosse il suo
    atteggiamento negli avvenimenti del tempo,  supposto che Monsignor
    Benvenuto abbia mai sognato di avere un atteggiamento.
    Risaliamo dunque ad alcuni anni addietro.
    Qualche  tempo  dopo  la nomina di Myriel a Vescovo,  l'Imperatore
    l'aveva fatto barone dell'Impero insieme a  molti  altri  vescovi.
    Come  si sa,  ci fu l'arresto del Papa nella notte tra il 5 e il 6
    luglio 1809. In quell'occasione Myriel fu chiamato da Napoleone al
    sinodo dei vescovi francesi e italiani convocato a Parigi.  Questo
    sinodo  si  tenne a Notre-Dame e si riun per la prima volta il 15
    giugno 1811 sotto la presidenza del Cardinale Fesch. Myriel fu uno
    dei novantacinque vescovi che vi presero parte; ma partecip a una
    seduta e a tre o quattro  adunanze  particolari.  Vescovo  di  una
    diocesi di montagna, abituato a vivere cos vicino alla natura, in
    un  ambiente  rustico  e  spoglio,  pare  che  portasse tra quegli
    eminenti  personaggi  certe   idee   che   cambiarono   il   clima
    dell'assemblea.  Se  ne  torn  subito a Digne.  Richiesto su quel
    repentino ritorno rispose:  -  "Davo  fastidio.  L'aria  di  fuori
    arrivava loro per mezzo mio. Ad essi facevo l'effetto di una porta
    aperta".
    Un'altra  volta  disse: - "Che volete!  tutti quei monsignori sono
    dei  principi  ma  io  non  sono  altro  che  un  povero   vescovo
    contadino".
    Fatto sta che non era piaciuto. Tra le altre stranezze si dice che
    una  sera,  trovandosi  in  casa  di  uno dei suoi confratelli pi
    qualificati,  si  lasci  sfuggire  queste  parole:  -  Che  belle
    pendole!  che  bei  tappeti!  che belle livree!  Tutto questo deve
    essere molto seccante.  Oh!  non vorrei aver d'attorno queste cose
    superflue  che  mi  griderebbero incessantemente all'orecchio: C'
    gente che ha fame! c' gente che ha freddo! ci sono i poveri!
    Diciamolo di passaggio,  l'odio del  lusso  non  sarebbe  un  odio
    intelligente,  perch implicherebbe l'odio delle arti. Per tra la
    gente di chiesa, al di fuori della cerimonia,  il lusso  un torto
    e pare che riveli delle abitudini realmente poco caritatevoli.  Un
    prete ricco  un controsenso.  Il prete  deve  restare  vicino  ai
    poveri.  Ora   possibile stare a contatto continuamente,  notte e
    giorno, con tutte le miserie, con tutte le sventure,  con tutte le
    indigenze senza possedere una parte di quella santa miseria,  come
    la polvere del lavoro? Immaginate voi un uomo che stia vicino a un
    braciere senza sentire il caldo?  oppure  un  operaio  che  lavori
    continuamente  presso  una  fornace  e  non  abbia  n  un capello
    bruciato n un'unghia annerita n una  goccia  di  sudore,  n  un
    granello di polvere sul volto? La prima testimonianza della carit
    del prete, del Vescovo soprattutto,  la povert.
    Indubbiamente il Vescovo di Digne la pensava cos.
    Non  bisogna per credere che su certi punti delicati condividesse
    quelle che noi chiameremmo "le idee del  secolo".  Si  immischiava
    poco nelle questioni teologiche del tempo e taceva sulle questioni
    in  cui  sono  compromessi  la  Chiesa e lo Stato;  ma se avessero
    insistito,  pare che  l'avrebbero  trovato  pi  ultramontano  che
    gallicano.  Poich  facciamo un ritratto e non vogliamo nascondere
    nulla,  siamo costretti ad aggiungere che si mostr glaciale verso
    Napoleone in declino.  A partire dal 1813 ader o applaud a tutte
    le manifestazioni ostili. Rifiut di vederlo al suo passaggio,  di
    ritorno dall'isola d'Elba,  e non volle ordinare nella sua diocesi
    pubbliche preghiere per l'imperatore durante i Cento Giorni.
    Oltre alla sorella signorina Battistina aveva  due  fratelli:  uno
    generale  e l'altro prefetto.  Scriveva spessissimo a tutti e due.
    Per qualche tempo fu  in  broncio  col  primo  perch,  avendo  un
    comando in Provenza all'epoca dello sbarco di Cannes,  il generale
    si era messo alla testa di milleduecento uomini e aveva  inseguito
    l'imperatore   come   se   volesse   lasciarlo  fuggire.   La  sua
    corrispondenza fu  pi  affettuosa  con  l'altro  fratello,  l'ex-
    prefetto,  un  bravo  e  degno  uomo  che  viveva  a Parigi in via
    Cassette.
    Monsignor  Benvenuto  ebbe  dunque  anche  lui  la  sua   ora   di
    partigianeria,  la  sua  ora di amarezza,  la sua nuvola.  L'ombra
    delle passioni del momento pass su quel  mite  e  grande  spirito
    occupato  nelle  cose  eterne.  Certamente  un  tale  uomo avrebbe
    meritato di non avere opinioni politiche.  Non  si  fraintenda  il
    nostro  pensiero;  noi  non  confondiamo  le  cos dette "opinioni
    politiche" con la grande aspirazione al progresso,  con la sublime
    fede patriottica,  democratica e umana,  che ai nostri giorni deve
    essere  il  sostrato  di   ogni   intelligenza   generosa.   Senza
    approfondire   delle   questioni   che   soltanto   indirettamente
    riguardano il soggetto  di  questo  libro,  diciamo  semplicemente
    questo:  Sarebbe  stato  bello  che  Monsignor Benvenuto non fosse
    stato realista,  che il suo sguardo non si fosse distolto  neppure
    per  un  istante  da quella serena contemplazione in cui si vedono
    chiaramente risplendere, al di sopra dell'uraganoso sconvolgimento
    delle cose umane,  quelle tre pure luci che  sono  la  verit,  la
    giustizia  e  la  carit.  Ora,  pur  ammettendo che Dio non aveva
    creato Monsignor Benvenuto  per  una  funzione  politica,  avremmo
    compreso  e  ammirato  la  protesta  nel  nome del diritto e della
    libert,  la fiera opposizione,  la resistenza pericolosa e giusta
    all'onnipotente  Napoleone.  Ma  ci  che  ci  piace in quelli che
    salgono ci  piace  meno  in  quelli  che  cadono.  Noi  amiamo  il
    combattimento finch dura il pericolo, e, in ogni caso, soltanto i
    combattenti  della  prima  ora  hanno  il  diritto  di  essere gli
    sterminatori dell'ultima.  Chi non  stato accusatore instancabile
    durante  la  prosperit  deve  tacere  davanti  alla  rovina.   Il
    denunciatore del successo  l'unico  legittimo  giustiziere  della
    caduta.
    Dal canto nostro,  quando la Provvidenza interviene e colpisce, la
    lasciamo fare.  Il  1812  comincia  a  disarmarci.  Nel  1813,  la
    vigliacca rottura del silenzio da parte di quel corpo legislativo,
    gi  prima  taciturno  e poi reso ardito dalla catastrofe,  doveva
    muovere a sdegno, ed era un torto applaudirla.  Nel 1814,  davanti
    ai marescialli traditori, davanti a quel senato che passava da una
    vergogna all'altra, che insultava dopo aver divinizzato, davanti a
    quell'idolatria che si allontanava dall'idolo sputandogli addosso,
    era un dovere indignarsi;  nel 1815,  mentre la Francia sentiva il
    brivido del sinistro avvicinarsi dei supremi  disastri  che  erano
    gi  nell'aria,  mentre  si poteva gi distinguere Waterloo aperto
    davanti a Napoleone,  la dolorosa acclamazione dell'esercito e del
    popolo al condannato dal destino non aveva niente di ridicolo,  e,
    fatta ogni riserva sul despota,  un cuore come quello del  Vescovo
    di  Digne  non  avrebbe forse dovuto misconoscere quel che cera di
    augusto e di  commovente,  sull'orlo  dell'abisso,  nello  stretto
    abbraccio tra una grande nazione e un grande uomo.
    Fatta  questa  eccezione,  egli  era  e  fu  in  ogni cosa giusto,
    veritiero, sincero, equo, intelligente, umile e degno,  benefico e
    benevolo: il che  un altro modo di essere benefico. Era un prete,
    un  saggio  e  un  uomo.  Bisogna  dir pure che anche nei riguardi
    dell'opinione politica che gli abbiamo rimproverato  e  che  siamo
    inclini a giudicare quasi severamente, egli si mostr tollerante e
    duttile,  forse pi di quel che noi non diciamo.  Il portinaio del
    palazzo municipale era  stato  nominato  dall'imperatore.  Era  un
    vecchio   sottufficiale   della   vecchia  guardia,   decorato  di
    Austerlitz, bonapartista come l'aquila. Di tanto in tanto,  a quel
    povero  diavolo  sfuggivano  parole imprudenti che la legge allora
    qualificava come "discorsi sediziosi".
    Dopo che l'effigie dell'imperatore  era  scomparsa  dalla  Legione
    d'onore,  egli non si vestiva pi "d'ordinanza",  come diceva, per
    non  essere  costretto  a  portare  la  croce.  Lui  stesso  aveva
    devotamente  tolto  l'immagine  imperiale  dalla  croce  avuta  da
    Napoleone,  lasciandoci un vuoto che non aveva voluto colmare  con
    altra cosa. "Piuttosto morire", diceva, "che portare sul mio cuore
    i  tre  rospi".  Volentieri  e  a  voce  alta  si beffava di Luigi
    Diciottesimo.  "Se ne vada in Prussia con la sua  scozzoneria,  il
    vecchio  gottoso  dalle  uose  all'inglese!".  Contento di riunire
    nella stessa imprecazione le due cose che  detestava  di  pi:  la
    Prussia e l'Inghilterra.  Fece tanto che perse l'impiego.  Ridotto
    sul lastrico, con moglie e figli, il Vescovo lo fece chiamare,  lo
    rimprover dolcemente e lo nomin svizzero della cattedrale.
    Myriel era nella diocesi il vero pastore, l'amico di tutti.
    In  nove anni,  con le sante azioni e le dolci maniere,  Monsignor
    Benvenuto aveva  destato  nella  citt  di  Digne  una  specie  di
    venerazione  tenera  e  filiale.  Il  suo stesso atteggiamento nei
    riguardi di Napoleone era  stato  accettato  e  quasi  tacitamente
    perdonato dal popolo,  buono e debole gregge che se adorava il suo
    imperatore, amava per il suo vescovo.

    12. SOLITUDINE DI MONSIGNOR BENVENUTO.
    Attorno a un vescovo c' quasi sempre una schiera di  preti,  come
    intorno a un generale uno sciame di ufficialetti.  Sono quelli che
    l'incantevole San Francesco di Sales chiama non so dove  "i  preti
    giovanini".  Ogni  carriera ha i suoi aspiranti che fanno corteo a
    quelli gi arrivati.  Non c' una potenza senza seguito;  non  c'
    una  fortuna  senza una corte.  Quelli che vanno a caccia di posti
    s'aggirano sempre attorno alle grandezze presenti.  Ogni metropoli
    ha  il  suo  stato maggiore.  Ogni vescovo un tantino influente ha
    attorno la sua pattuglia di cherubini  seminaristi  che  fanno  la
    ronda,  mantengono l'ordine nell'episcopio e montano la guardia al
    sorriso di monsignore. Per un suddiacono essere gradito al vescovo
     come avere il  piede  nella  staffa.  E'  pur  necessario  farsi
    strada. L'apostolato non disdegna il canonicato.
    Come  altrove ci sono i berretti importanti,  cos nella chiesa ci
    sono le grosse mitre.  Si tratta di vescovi  ben  visti  in  alto,
    ricchi,  con buone rendite,  abili,  accetti in societ, che sanno
    senza dubbio pregare ma sanno anche sollecitare,  poco  scrupolosi
    di far fare anticamera a un'intera diocesi, tratti d'unione tra la
    sacrestia  e la diplomazia,  pi abati che sacerdoti,  pi prelati
    che  vescovi.  Felici  coloro  che  li  accostano!  Godendo  molto
    credito,  fanno piovere attorno,  sugli zelanti e sui favoriti, le
    grasse prebende, le parrocchie, gli arcidiaconati,  le cappellanie
    e  i canonicati,  come preludi alle dignit episcopali.  Avanzando
    nella carriera, fanno progredire anche i loro satelliti.  Tutto un
    sistema  solare    in  marcia.  I  loro raggi imporporano il loro
    seguito.  La loro  prosperit  si  sbriciola  sulle  cantonate  in
    piccole promozioni. Quanto pi grande  la diocesi del protettore,
    tanto    migliore la parrocchia per il cliente.  E poi c' sempre
    Roma. Un vescovo che sa diventare arcivescovo,  un arcivescovo che
    sa diventare cardinale, vi porta come conclavista, e allora potete
    entrare  nella  Sacra  Rota,  avere  il  pallio,  potete diventare
    cameriere,  o anche monsignore e da Eccellenza a Eminenza non  c'
    che un passo,  tra Eminenza e Santit non c' che la fumata di uno
    scrutinio. Ogni zucchetto pu sognare la tiara. Il prete ai nostri
    giorni  l'unico uomo che possa regolarmente diventare re.  E  che
    re!  il  re  supremo.  Che  vivaio  di aspirazioni  un seminario!
    Quanti chierichetti pudibondi,  quanti abatini portano sul capo il
    secchio  di  latte di Pierina!  L'ambizione facilmente si proclama
    vocazione e forse, in buona fede, chi sa? s'inganna,  beata com'!
    Monsignor Benvenuto,  umile,  povero, semplice, non contava tra le
    grosse mitre. Questo lo si vedeva dall'assenza completa di giovani
    preti attorno a  lui.  Abbiamo  visto  che  a  Parigi  "non  aveva
    incontrato".  Nessuno  sognava  di  legare  il  proprio avvenire a
    questo vegliardo solitario. Non c'era ambizione in erba che avesse
    la pazzia di verdeggiare alla sua ombra.  I suoi canonici e i suoi
    vicari  foranei erano dei vecchi alla buona,  un po' popolani come
    lui,  murati come lui in quella diocesi  che  non  dava  adito  al
    cardinalato,  e  rassomigliava  al  loro  vescovo,  ma  con questa
    differenza: essi erano finiti e lui era arrivato.  Si sapeva  cos
    bene che era impossibile far carriera vicino a Monsignor Benvenuto
    che  i  giovani  sacerdoti,  ordinati  da  lui,  appena usciti dal
    seminario si facevano raccomandare agli arcivescovi di  Aix  o  di
    Auch  e  si  allontanavano  al  pi  presto.   Questo  perch,  lo
    ripetiamo,  bisogna avere una spinta.  Un santo che  vive  con  un
    eccesso  di  abnegazione    una  vicinanza  pericolosa;  potrebbe
    comunicarvi il contagio di  una  povert  incurabile,  l'anchilosi
    delle  articolazioni  utili alla carriera e farvi fare insomma pi
    rinunce di quelle che non desideriate.  Tutti fuggono questa virt
    scabbiosa. Perci l'isolamento di Monsignor Benvenuto.
    Noi  viviamo in una societ triste.  Riuscire: ecco l'insegnamento
    che cade a goccia a goccia dalla corruzione sovrastante.
    Diciamolo di passaggio,  il successo  una cosa assai  sporca.  La
    sua falsa somiglianza col merito inganna gli uomini. Per la folla,
    la  riuscita  ha  quasi  lo  stesso aspetto della superiorit.  Il
    successo, questo sosia dell'ingegno, ha come credenzona la storia.
    Soltanto Giovenale e Tacito se ne ridono.  Ai nostri  giorni,  una
    filosofia quasi ufficiale si  fatta serva del successo,  ne porta
    la livrea e presta servizio nella sua anticamera.  Riuscire:  ecco
    la  teoria.  La  prosperit  suppone la capacit.  Se vincete alla
    lotteria, siete abile. Chi trionfa  venerato.  Il segreto sta nel
    nascere  fortunato.  Abbiate  fortuna,  e  avrete il resto.  Siate
    felici,  e sarete ritenuti grandi.  Al di fuori di  cinque  o  sei
    eccezioni   gigantesche   che   sono   il  lustro  di  un  secolo,
    l'ammirazione contemporanea  miope e  confonde  la  doratura  con
    l'oro.  Essere  il primo venuto non guasta,  purch si riesca.  Il
    volgare  un vecchio Narciso che adora se  stesso  e  applaude  il
    volgare.  Quell'enorme  facolt  per la quale si  Mos,  Eschilo,
    Dante, Michelangelo o Napoleone,  la moltitudine l'attribuisce,  a
    prima vista e per acclamazione, a chiunque raggiunge il suo scopo.
    Che  un  notaio  si trasformi in deputato;  che un falso Corneille
    scriva Tiridate, che un eunuco arrivi a possedere un harem; che un
    Prudhomme  militare  vinca  per  caso  la  battaglia  decisiva  di
    un'epoca;  che  un  farmacista  inventi  le  suole  di cartone per
    l'armata di Sambre-et-Meuse e  si  procacci  con  questo  cartone,
    spacciato per cuoio,  quattrocentomila franchi di rendita;  che un
    merciaiuolo sposi l'usura e le faccia generare  da  sette  a  otto
    milioni di cui egli  il padre e lei la madre;  che un predicatore
    diventi vescovo per la sua pronuncia nasale; che un amministratore
    di una casa signorile,  lasciando il servizio,  sia cos ricco  da
    essere nominato ministro delle finanze: ecco quello che gli uomini
    chiamano   genio,   cos  come  chiamano  bellezza  il  grugno  di
    Mousqueton e Maest il ceffo di Claudio.  Essi confondono  con  le
    costellazioni  dell'abisso  le stelle che disegnano nel pantano le
    zampe delle anitre.

    13. CHE COSA CREDEVA.
    Dal punto di vista dell'ortodossia, non ci  lecito indagare nella
    vita del Vescovo  di  Digne.  Davanti  a  un'anima  come  la  sua,
    sentiamo  solo  rispetto.  La  coscienza  del  giusto  deve essere
    creduta  sulla  parola.   D'altronde,   date  certe  nature,   noi
    ammettiamo  ogni  sviluppo  possibile  delle  bellezze della virt
    umana in una credenza diversa dalla nostra.
    Che cosa pensava di questo dogma o di quel mistero? Questi segreti
    della coscienza sono noti  soltanto  alla  tomba,  dove  le  anime
    entrano  nude.  Di  una  cosa  per  siamo  certi:  che  in lui le
    difficolt della fede non si risolvevano  mai  in  una  ipocrisia.
    Nessuna corruzione possibile nel diamante. Credeva pi che poteva.
    "Credo in Patrem",  esclamava spesso.  Del resto dalle buone opere
    traeva quel tanto di soddisfazione che basta alla coscienza e  che
    dice sottovoce: Tu sei con Dio.  Crediamo per di dover notare che
    al di fuori e,  per cos dire al di l della sua fede,  il Vescovo
    aveva un eccesso di amore.  Ed  per questo, "quia multum amavit",
    che era ritenuto vulnerabile dagli "uomini seri",  dalle  "persone
    ragionevoli",  e  dalle  "persone gravi": espressioni favorite dal
    nostro tristo mondo in cui l'egoismo  riceve  la  parola  d'ordine
    dalla  pedanteria.  Che cosa era questo eccesso di amore?  Era una
    benevolenza serena, che oltrepassava gli uomini,  come abbiamo gi
    indicato, e si estendeva fino alle cose. Viveva senza disprezzare.
    Era indulgente per la creazione di Dio.  Tutti gli uomini, anche i
    migliori,  hanno una durezza istintiva,  che tengono in serbo  per
    gli  animali.  Il  Vescovo di Digne non aveva questa durezza,  che
    pure  una caratteristica di molti preti.  Non  arrivava  fino  ai
    bramini,   ma   pareva   che   avesse   meditato   queste   parole
    dell'Ecclesiaste: "Chi sa dove  va  l'anima  degli  animali?".  La
    bruttezza  dell'aspetto,   le  deformazioni  dell'istinto  non  lo
    turbavano  e  non  l'indignavano.  Ne  restava  commosso  e  quasi
    intenerito.  Pareva che andasse a cercare, pensoso, al di l della
    vita apparente, la causa, la spiegazione o la scusa. Talora pareva
    chiedere a Dio delle trasformazioni. Esaminava senza collera e con
    l'occhio del linguista che decifra un palinsesto,  il  molto  caos
    che  c'  ancora  nella  natura.  Quando  era  immerso  in  queste
    meditazioni,  gli sfuggivano  talvolta  delle  strane  frasi.  Una
    mattina  si trovava in giardino;  si credeva solo,  ma sua sorella
    camminava dietro di lui senza essere vista; d'un tratto si ferm e
    guard qualcosa per terra;  era un  grosso  ragno,  nero,  peloso,
    orribile.  La sorella sent che diceva: Povera bestia, non  colpa
    sua.
    E come non raccontare le puerilit quasi divine della  sua  bont?
    Puerilit,  sia  pure;  per queste sublimi puerilit appartengono
    anche a San Francesco d'Assisi e a Marco Aurelio.
    Un giorno prese una storta per non schiacciare una  formica.  Cos
    viveva  quel  giusto.  Talvolta  si  addormentava nel giardino,  e
    allora era venerabile.
    Monsignor Benvenuto, stando a certe storielle sulla sua giovinezza
    e anche sulla sua maturit, era stato un tempo un uomo passionale,
    forse violento.  La sua mansuetudine universale  era  pi  che  un
    istinto  di natura il risultato di una grande convinzione filtrata
    nel suo cuore attraverso la vita e con una  lenta  successione  di
    pensieri.  Perch in un carattere,  come in una roccia, si possono
    fare  dei  fori  con  gocce  d'acqua.   Questi   scavi   rimangono
    incancellabili; queste formazioni sono indistruttibili.
    Nel 1815,  ci pare di averlo detto, toccava i settantacinque anni,
    ma non ne dimostrava pi di sessanta.  Non era grosso;  era un po'
    incline  alla  pinguedine  e,  per combatterla,  faceva volentieri
    lunghe passeggiate a piedi.  Aveva il passo fermo e le spalle poco
    curve.   Da  questo  particolare  non  pretendiamo  di  concludere
    qualcosa;  Gregorio Sedicesimo a ottant'anni era ancora diritto  e
    sorridente.  Monsignor Benvenuto aveva quello che il popolo chiama
    "una bella testa", ma cos amabile da far dimenticare la bellezza.
    Quando discorreva con quella gaiezza infantile  che  era  una  sua
    prerogativa e di cui noi abbiamo gi parlato, si stava a bell'agio
    vicino a lui e pareva che da tutta la sua persona si irradiasse la
    gioia.  La  sua  carnagione  colorita  e  fresca,  tutti  i  denti
    bianchissimi che aveva conservato e  che  il  riso  scopriva,  gli
    davano  quell'aria  aperta e cordiale che fa dire di un uomo:  un
    buon ragazzo,  e di un vecchio:  un buon  uomo.  Ricorderete  che
    aveva  fatto  questa  impressione  a  Napoleone.  Infatti a chi lo
    avvicinava o lo vedeva per la prima volta dava l'impressione di un
    buon uomo.  Per se si restava vicino a lui e per poco che  lo  si
    vedesse  pensieroso,  il buon uomo a poco a poco si trasfigurava e
    assumeva qualcosa di imponente;  la sua fronte larga,  spaziosa  e
    seria,  resa  augusta  dai  capelli bianchi,  diventava ancora pi
    augusta per la meditazione;  la maest  emanava  da  quella  bont
    senza  che  la bont cessasse di risplendere;  si provava quasi la
    commozione che avremmo se vedessimo un  angelo  sorridente  aprire
    lentamente le sue ali senza cessare di sorridere.  Il rispetto, un
    rispetto inesprimibile,  vi prendeva a poco a poco,  vi saliva  al
    cuore,  e sentivate di essere davanti a una di quelle anime forti,
    sperimentate e indulgenti,  in cui il pensiero  cos  grande  che
    non pu essere del tutto comprensibile.
    Come  abbiamo  visto,  la preghiera,  la celebrazione degli uffici
    religiosi,  le  elemosine,  la  consolazione  degli  afflitti,  la
    coltivazione di un pezzo di terreno, l'ospitalit, la rinuncia, la
    continenza,  lo studio, il lavoro occupavano ogni giorno della sua
    vita.  "Riempivano" sarebbe proprio la parola,  poich la giornata
    del vescovo era colma di buoni pensieri, di buone parole, di buone
    azioni.  Tuttavia  non  era completa se il freddo o la pioggia gli
    impedivano di andare a passare la sera,  quando le donne si  erano
    ritirate,  una o due ore nel suo giardino prima di andare a letto.
    Pareva che fosse una specie di rito per lui predisporsi  al  sonno
    con  la  meditazione  al  cospetto dei grandi spettacoli del cielo
    notturno. Talvolta, quando non dormivano,  le due donne lo udivano
    passeggiare lentamente nei viali anche nelle ore pi piccole della
    notte. Era l, solo con se stesso, raccolto, tranquillo, adorando,
    paragonando  la  serenit  del  suo cuore alla serenit dell'aria,
    commosso nelle tenebre dai visibili splendori delle  costellazioni
    e  dagli  invisibili  splendori  di  Dio,  aprendo la sua anima ai
    pensieri che vengono dall'Ignoto. In quei momenti, offrendo il suo
    cuore nell'ora in cui i fiori notturni spandono il  loro  profumo,
    acceso come una lampada nel centro della notte stellata,  estatico
    in mezzo allo splendore universale della creazione,  forse neppure
    lui  avrebbe  potuto  dire  quello  che  accadeva nel suo spirito;
    sentiva che qualcosa si staccava  da  lui  che  qualcosa  scendeva
    dentro  di lui.  Scambi misteriosi degli abissi dell'anima con gli
    abissi dell'universo.
    Pensava alla grandezza e alla presenza di Dio; allo strano mistero
    dell'eternit futura;  al mistero ancora pi strano  dell'eternit
    passata;   a  tutti  gli  infiniti  che  sotto  i  suoi  occhi  si
    approfondivano  in  tutti  i  sensi;  e  senza  cercar  di  capire
    l'incomprensibile, egli lo contemplava. Non studiava Dio, ma se ne
    entusiasmava.  Meditava su quei meravigliosi incontri di atomi che
    danno forma alla materia,  rivelano le forze ponendole in  azione,
    creano  le individualit nell'unit,  le proporzioni nello spazio,
    l'innumerevole nell'infinito e per mezzo della luce  producono  la
    bellezza.
    Questi  incontri  si annodano e si sgruppano senza posa;  donde la
    vita e la morte.
    Sedeva su una panca di legno addossata a una pergola  decrepita  e
    guardava gli astri attraverso gli stentati e rachitici profili dei
    suoi  alberi fruttiferi.  Quel quarto di iugero cos mal piantato,
    cos ingombro di costruzioni e di tettoie,  gli  era  caro  e  gli
    bastava.  Che  cosa  ci  voleva  di  pi  per questo vegliardo che
    divideva le ore libere della sua vita,  che erano cos poche,  tra
    il giardinaggio di giorno e la contemplazione di notte? Quel breve
    recinto,  che aveva il cielo per volta, non era forse bastante per
    adorare Dio nelle sue opere pi incantevoli e pi sublimi?  Non  
    forse  tutto?  e  che  pu  desiderarsi  di  pi?  Un giardino per
    passeggiare e l'immensit per riflettere.  Ai piedi ci che si pu
    coltivare  e  raccogliere,  sul  capo  ci  che  si pu studiare e
    meditare. Pochi fiori sulla terra e tutte le stelle nel cielo.

    14. CHE COSA PENSAVA.
    Un'ultima parola.
    I particolari da noi descritti potrebbero forse,  specialmente nei
    tempi  che  corrono,  indurre qualcuno ad attribuire al Vescovo di
    Digne una certa mentalit "panteistica" per usare una  frase  alla
    moda,  e  far  supporre,  sia  a  biasimo  che  a  lode,  che egli
    possedesse una di quelle filosofie personali  proprie  del  nostro
    secolo   che   sorgono   nelle   menti  solitarie  e  s'elevano  e
    ingrandiscono  fino  a  sostituire  le   religioni;   per   questo
    insistiamo  sul  fatto che di quanti conobbero Monsignor Benvenuto
    nessuno si sarebbe creduto autorizzato a pensare di  lui  qualcosa
    di  simile.  Ci  che  illuminava quell'uomo era il cuore.  La sua
    saggezza era fatta della luce che emana di l.
    Niente sistemi e molte opere. Le astruse speculazioni fanno venire
    il  capogiro;  nulla  ci  dice  che  egli  si  avventurasse  nelle
    apocalissi.  L'apostolo  pu  essere  ardito,  ma  il vescovo deve
    essere  timido.   Probabilmente  si  sarebbe  fatto  scrupolo   di
    approfondire  troppo  presto  certi  problemi riservati in qualche
    modo ai grandi e terribili ingegni.
    Nell'atrio dell'enigma c' un sacro orrore.  Le sue  fosche  porte
    sono aperte,  ma qualcosa ti avverte, o passeggero della vita, che
    non si entra.  Guai a chi vi penetra!  I geni,  nelle meravigliose
    profondit  dell'astrazione  e della speculazione pura,  posti per
    cos dire al di sopra dei dommi, propongono le loro idee a Dio. La
    loro adorazione interroga. Questa  la religione diretta, piena di
    ansiet e di responsabilit, per chi osa affrontare l'erta.
    La meditazione umana non ha limiti.  Ha i suoi rischi e  pericoli,
    analizza  e  scava  il suo proprio accecamento.  Si potrebbe quasi
    dire che,  per una specie di splendida  reazione,  ne  abbagli  la
    natura,  il  mondo  misterioso che ci circonda restituisce ci che
    riceve,  ed  probabile che  i  contemplativi  siano  contemplati.
    Checch ne sia,  sulla terra ci sono uomini - sono proprio uomini?
    - che scorgono distintamente all'estremo orizzonte  del  pensiero,
    le  altezze  dell'assoluto  e  hanno  la  terribile  visione della
    montagna infinita.
    Monsignor Benvenuto non apparteneva a questi uomini,  non  era  un
    genio. Si sarebbe spaventato davanti a quelle sublimit che fecero
    scivolare  nella  pazzia  alcuni  uomini  anche  grandissimi  come
    Swendenborg e Pascal.  Certo,  le potenti meditazioni hanno  senza
    dubbio  una loro utilit morale,  e attraverso queste ardue vie ci
    si  accosta  alla   perfezione   ideale.   Lui   invece   prendeva
    l'accorciatoia:  il Vangelo.  Non cercava di dare alla sua pianeta
    le pieghe del  mantello  di  Elia,  non  proiettava  alcun  raggio
    profetico sul tenebroso rotolio degli avvenimenti,  non cercava di
    condensare in fiamma la luce  delle  cose,  non  aveva  nulla  del
    profeta e nulla del mago. Quell'anima umile amava: ecco tutto.
    E'  probabile  che  estendesse  la preghiera fino a un'aspirazione
    sovrumana;  ma la preghiera come l'amore non  mai  troppa;  e  se
    pregare  al  di l dei testi fosse una eresia,  Santa Teresa e San
    Girolamo sarebbero eretici.
    Si chinava su chi geme e su chi  espia.  L'universo  gli  appariva
    come  un'immensa  malattia;  dovunque sentiva la febbre,  dovunque
    auscultava la sofferenza e,  senza cercare di  dominare  l'enigma,
    cercava  di  curare  la piaga.  Lo spettacolo terribile delle cose
    create  sviluppava  in  lui  la  tenerezza;   la  sua  occupazione
    consisteva  nel  trovare per s e ispirare negli altri la migliore
    maniera di compiangere e di consolare.  Ci  che  esiste  era  per
    questo buono e raro sacerdote un argomento permanente di tristezza
    consolatrice.  Ci  sono  uomini che lavorano a scavare l'oro;  lui
    lavorava a scavare la  piet.  L'universale  miseria  era  la  sua
    miniera.  Dovunque  il  dolore  era  per lui occasione di continua
    bont.  "Amatevi gli uni e gli altri";  diceva  che  per  lui  era
    bastante questo precetto,  non desiderava niente di pi, e in esso
    consisteva tutta la sua dottrina.  Un  giorno  quel  tale  che  si
    credeva "filosofo",  quel senatore che gi abbiamo nominato, disse
    al vescovo: - Ma osservate lo spettacolo del mondo tutti si  fanno
    guerra; il pi forte ha pi riuscita. Il vostro 'amatevi gli uni e
    gli  altri'    una  stupidit.  Monsignor Benvenuto rispose senza
    discutere: - "Ebbene,  se  una  stupidit,  l'anima  ci  si  deve
    rinchiudere  come  la  perla  nell'ostrica".  - Infatti egli vi si
    chiudeva,  ci  viveva  dentro,   ne  era  pienamente  soddisfatto,
    lasciando  da  parte  le meravigliose questioni che attirano e che
    spaventano,   le  insondabili   prospettive   dell'astrazione,   i
    precipizi  della  metafisica,  tutte  quelle  profondit  che  per
    l'apostolo convergono in Dio e per l'ateo nel nulla:  il  destino,
    il bene e il male, la lotta tra gli esseri, la coscienza umana, il
    pensoso  sonnambulismo  dell'animale,  la trasformazione per mezzo
    della morte,  la ricapitolazione delle esistenze che  il  sepolcro
    contiene, l'incomprensibile innesto degli amori successivi sull'io
    persistente,  l'essenza, la sostanza, il Niente e l'Ente, l'anima,
    la  natura,  la  libert,  la  necessit,   problemi  vertiginosi,
    sinistri  abissi  su  cui si chinano i giganteschi arcangeli dello
    spirito umano; abissi formidabili che Lucrezio, Man,  San Paolo e
    Dante  contemplano  con  quell'occhio  folgorante  che,   fissando
    l'infinito, pare che vi faccia sbocciare le stelle.
    Monsignor Benvenuto era semplicemente un uomo che costatava dal di
    fuori i problemi misteriosi senza  scrutarli,  senza  aggirarli  e
    senza  turbare  il  suo  spirito.  Egli  aveva nell'anima il grave
    rispetto dell'ombra.









    Libro 2.
    LA CADUTA.


    1. LA SERA DI UN GIORNO DI CAMMINO.
    Ai primi d'ottobre del 1815,  circa un'ora prima del  tramonto  un
    viandante entr nella piccola citt di Digne. I pochi abitanti che
    im  quel  momento  si trovavano alle finestre o sulla soglia delle
    case guardavano quel viandante con una specie d'inquietudine.  Era
    difficile incontrare un passante d'aspetto miserabile. Era un uomo
    di media statura, tarchiato e robusto, nel vigore dell'et. Poteva
    avere  46  o  48 anni.  Un berretto con visiera di cuoio abbassata
    nascondeva parzialmente il suo volto bruciato  dal  sole  e  dalla
    calura  e  grondante di sudore.  La camicia gialla di grossa tela,
    legata al collo da una spilletta  d'argento,  lasciava  vedere  il
    petto villoso; aveva una cravatta ritorta come una fune, pantaloni
    turchini di fustagno usati e logori,  lisi a un ginocchio,  bucati
    all'altro,  una vecchia palandrana grigia,  sulle spalle uno zaino
    rimpinzito,  bene  affibbiato  e  nuovissimo,  in  mano  un enorme
    bastone nodoso,  i piedi scalzi nelle scarpe  chiodate,  la  testa
    rasa e la barba lunga.
    Il sudore,  il calore, il viaggio a piedi, la polvere aggiungevano
    qualcosa di sordido a quell'insieme cencioso.
    I capelli erano rasi ma fitti,  perch cominciavano gi a spuntare
    e parevano tagliati non da molto tempo.
    Nessuno  lo  conosceva.  Evidentemente  era  un passante.  Da dove
    veniva? Dal meridione.  Forse dalla riviera,  perch faceva il suo
    ingresso  in  Digne  per  la stessa strada che,  sette mesi prima,
    aveva visto passare l'imperatore Napoleone che si recava da Cannes
    a Parigi.
    Quell'uomo aveva dovuto camminare tutto il giorno.  Sembrava molto
    affaticato.  Alcune  donne  del vecchio borgo,  che fa parte della
    citt bassa,  lo avevano  visto  fermarsi  sotto  gli  alberi  del
    bastione  Gassendi e bere alla fontana che si trova all'estremit.
    Doveva avere molta sete perch  i  ragazzi  che  lo  seguivano  lo
    videro  fermarsi  ancora a bere,  duecento passi pi avanti,  alla
    fontana della piazza del mercato.
    Giunto all'angolo di via Poichevert,  gir a sinistra e si diresse
    verso  il  municipio.  Entr,  e ne usc un quarto d'ora dopo.  Un
    gendarme stava seduto  sul  sedile  di  pietra  dove  il  generale
    Grouvot sal il 4 marzo per leggere alla folla spaventata di Digne
    il  proclama del Golfo Juan.  L'uomo si tolse il berretto e salut
    umilmente la guardia.
    La guardia, senza rispondere al saluto, lo guard attentamente, lo
    segu per un poco, poi entr nel municipio.
    C'era allora a Digne una bella locanda all'insegna della "Croce di
    Colbas".  Ne era proprietario un tale chiamato Giacomino  Labarre,
    uomo  rispettato  nella  citt  per  la sua parentela con un altro
    Labarre che a Grenoble aveva la locanda dei "Tre Delfini" e  aveva
    militato nelle guide. Al tempo dello sbarco dell'Imperatore, molte
    voci erano corse nel paese sulla locanda dei "Tre Delfini".
    Si  diceva  che  il generale Bertrand,  travestito da carrettiere,
    l'aveva  spesso  frequentata  nel  mese  di  gennaio  e  vi  aveva
    distribuito  croci al merito a dei soldati e manciate di napoleoni
    ai borghesi.  Il fatto  che l'Imperatore,  entrato  in  Grenoble,
    aveva rifiutato di prendere alloggio nel palazzo della prefettura,
    aveva  ringraziato  il  sindaco dicendo: "Vado da un brav'uomo mio
    conoscente",  ed era andato ai "Tre Delfini".  Questa  gloria  del
    Labarre  dei  "Tre  Delfini"  si rifletteva a venticinque leghe di
    distanza fin  sul  Labarre  della  "Croce  di  Colbas".  In  citt
    dicevano di lui: "E' il cugino di quello di Grenoble".
    L'uomo  si diresse verso quell'albergo,  che era il migliore della
    citt,  entr nella  cucina  che  s'apriva  a  pianterreno,  sulla
    strada.  Tutti  i  fornelli  erano accesi;  un gran fuoco bruciava
    allegramente nel camino.  Il locandiere,  che era anche il  cuoco,
    andava continuamente dal focolare alle casseruole, tutto intento a
    sorvegliare   un  pranzo  squisito  per  dei  carrettieri  che  si
    sentivano ridere  e  parlare  in  una  sala  vicina.  Chiunque  ha
    viaggiato  sa  che  nessuno banchetta meglio dei carrettieri.  Una
    grossa marmotta,  con pernici e galli cedroni,  girava su un lungo
    spiedo  davanti  al  fuoco.  Sui  fornelli  cuocevano  due  grossi
    carpioni del lago di Clauzet e una trota del lago di Alloz.
    Sentendo aprire la porta e vedendo entrare un nuovo  arrivato,  il
    locandiere, senza alzare gli occhi dai fornelli, disse:
    - Cosa desidera il signore?
    - Mangiare e dormire.
    - Niente di pi facile - riprese il locandiere. Poi gir la testa,
    squadr    con    un    colpo    d'occhio    il    viaggiatore   e
    aggiunse:...pagando, s'intende.
    L'uomo tir fuori dalla tasca della palandrana una grossa borsa di
    cuoio e rispose:
    - Il danaro non mi manca.
    - In questo caso sono a voi - disse il locandiere.
    L'uomo rimise la borsa in tasca,  si tolse di dosso il  sacco,  lo
    pos a terra vicino alla porta,  e tenendo il bastone in mano and
    a sedersi su uno sgabello basso  accanto  al  fuoco.  Digne    in
    montagna, e le serate di ottobre sono fredde.
    Nel suo va e vieni, il locandiere squadrava il viaggiatore.
    - Si mangia presto? - domand l'uomo.
    - A momenti - disse il locandiere.
    Mentre  il nuovo arrivato si scaldava con le spalle al camino,  il
    degno locandiere Giacomino Labarre cav dalla  tasca  una  matita,
    poi strapp un lembo d'un vecchio giornale che giaceva dimenticato
    su un tavolino presso la finestra.  Sul margine bianco scrisse una
    o due righe,  pieg senza suggellare e consegn il pezzo di  carta
    al ragazzo che gli faceva da sguattero e da lacch.
    Il  locandiere  disse una parola all'orecchio del ragazzo e questi
    part correndo verso il municipio.
    Il viaggiatore non aveva visto nulla di tutto questo.  Ancora  una
    volta domand: - Si mangia presto?
    - A momenti - disse il locandiere.
    Il ragazzo torn.  Riportava la carta. Il locandiere la spieg con
    ansia come uno che attende una risposta.  Lesse attentamente,  poi
    scosse la testa e rest un attimo pensieroso. Infine s'avvicin al
    viaggiatore, che sembrava sprofondato in pensieri poco sereni.
    - Signore - disse - non posso accogliervi.
    L'uomo  si  drizz sullo sgabello.  - Come?  Temete che non paghi?
    Volete che vi paghi prima? Ho danaro, ve l'ho detto.
    - Non  per questo.
    - Perch allora?
    - Voi avete denaro...
    - S, disse l'uomo.
    - E io non ho camere - disse il locandiere.
    L'uomo riprese tranquillamente: - Mettetemi nella stalla.
    - Non posso.
    - Perch?
    - I cavalli l'occupano tutta.
    - Ebbene - riprese l'altro - datemi un cantuccio nel  granaio.  Un
    po' di paglia. Ci penseremo dopo cena.
    - Non posso darvi da cenare.
    Questa  dichiarazione  fatta  con  un tono misurato ma fermo parve
    grave al passeggero. Si alz.
    - Ma io muoio di fame.  Ho camminato fin da stamattina e ho  fatto
    dodici leghe. Io pago. Voglio mangiare.
    - Non ho niente - disse il locandiere.
    L'uomo scoppi a ridere e si volse verso il camino e i fornelli.
    - Niente? e tutto questo?
    - Tutto questo  gi impegnato.
    - Per chi?
    - Per quei carrettieri.
    - Quanti sono?
    - Dodici.
    - Ma qui c' da mangiare per venti.
    - Hanno ordinato e pagato anticipatamente.
    L'uomo si sedette di nuovo e senza alzare la voce disse:
    - Sono in locanda, ho fame e ci resto.
    Il  locandiere  allora  gli si accost all'orecchio e con un tono,
    che lo fece trasalire, disse: - Andatevene.
    Il viaggiatore in quel momento era curvo e con  la  punta  ferrata
    del bastone accostava alcune brage nel fuoco; si volse sorpreso, e
    apr  la  bocca  per  replicare ma il locandiere lo guard fisso e
    sempre a bassa voce aggiunse:
    - Via,  abbiamo scambiato troppe parole.  Volete che  vi  dica  il
    vostro  nome?  Vi chiamate Giovanni Valjean.  Adesso volete che vi
    dica chi siete?  Vedendovi entrare sono  stato  in  dubbio,  e  ho
    mandato  a  domandare  al  municipio;  ed  ecco  quel che mi hanno
    risposto.  Sapete leggere?  e cos dicendo porse allo straniero il
    pezzo  di  carta  che era corso tra la locanda e il municipio,  il
    municipio e la locanda.  L'uomo diede uno sguardo.  Il locandiere,
    dopo un po' di silenzio, riprese
    - Sono abituato ad essere gentile con tutti; andatevene!
    L'uomo  abbass  la  testa,  raccolse lo zaino che aveva deposto a
    terra, e se ne and.
    Prese la strada provinciale.  Andava avanti a caso,  rasentando le
    case come un uomo umiliato e triste. Non si volse mai indietro. Se
    si  fosse  voltato,  avrebbe  visto  il locandiere della "Croce di
    Colbas" sulla soglia di casa,  circondato da tutti  gli  avventori
    della  locanda e da tutti i passanti,  che parlavano vivacemente e
    lo indicavano, e avrebbe indovinato, dagli sguardi di diffidenza e
    di spavento,  che di l a poco la notizia del suo  arrivo  sarebbe
    stato un avvenimento per tutta la citt.
    Non  vide  niente  di  tutto  questo.  Chi    oppresso non guarda
    indietro. Sa troppo bene che la cattiva sorte lo segue.
    Cammin cos per qualche tempo,  alla ventura,  per strade che non
    conosceva,  dimenticando  la  fatica  come accade nella tristezza.
    Tutto a un tratto senti  gli  stimoli  della  fame.  La  notte  si
    avvicinava.   Si  guard  attorno  per  vedere  se  c'era  qualche
    alloggio.  La bella locanda era chiusa per  lui.  Cercava  qualche
    bettola molto umile, qualche bugigattolo assai meschino.
    In fondo alla strada s'accese un lume;  un ramo di pino,  appeso a
    un gancio di ferro si delineava sul cielo livido  del  crepuscolo.
    And in quella direzione.
    Si trattava infatti di una osteria: l'osteria di via Chaffaut.
    Si  ferm  un  momento e guard attraverso i vetri l'interno della
    sala illuminata da una lucernetta posta su una tavola e da un gran
    fuoco nel camino.  C'erano uomini a bere.  L'oste si scaldava.  La
    fiamma  faceva  gorgogliare  una  marmitta  di  ferro  appesa alla
    catena.
    In questa bettola, che  anche una specie di locanda, si entra per
    due porte,  di cui una d sulla strada e l'altra  si  apre  su  un
    cortiletto ingombro di concime. Il viaggiatore non os entrare per
    la porta della strada. Si introdusse nel cortile, si ferm ancora,
    poi alz timidamente il nottolino e spinse la porta.
    - Chi c'? - chiese il padrone.
    - Uno che vorrebbe cenare e dormire.
    - Benissimo! qui si cena e si dorme.
    Entr.  I  bevitori  si volsero.  La lucerna lo rischiarava da una
    parte,  il fuoco dall'altra.  Mentre si sbarazzava  del  sacco,  i
    bevitori stettero a guardarlo.
    Il  bettoliere  disse:  -  Ecco,  il  fuoco!  La  cena cuoce nella
    pentola. Venite a scaldarvi, amico!
    And a sedersi vicino al focolare.  Allung  i  piedi  indolenziti
    dalla  fatica.  Un buon odore veniva dalla pignatta.  Tutto quello
    che si poteva distinguere del  suo  volto  sotto  la  visiera  del
    berretto   assunse   un   vago  aspetto  di  benessere,   misto  a
    quell'espressione  tormentosa  che   viene   dall'abitudine   alla
    sofferenza.
    Del resto aveva un profilo maschio, energico e melanconico. La sua
    fisionomia era davvero strana;  da prima sembrava umile poi finiva
    con l'apparire severa.  L'occhio brillava  sotto  le  sopracciglia
    come sotto un cespuglio.  Uno di quelli che stavano seduti attorno
    a  una  tavola,   era  un  pescivendolo  che  prima   di   entrare
    nell'osteria  di via Chaffaut aveva messo il proprio cavallo nella
    stalla di Labarre.  Caso volle che quella  stessa  mattina  avesse
    incontrato  quel viaggiatore dall'aspetto per niente rassicurante,
    mentre andava da Bras d'Asse a...  (non ricordo il nome  ma  credo
    che  sia  Escloubon).  Vedendolo,  quell'uomo che pareva gi molto
    stanco  gli  aveva  chiesto  di  prenderlo  in   groppa;   ma   il
    pescivendolo   aveva  risposto  accelerando  il  passo.   Inoltre,
    mezz'ora prima,  si era frammischiato  al  gruppo  che  circondava
    Giacomino Labarre e aveva narrato a quelli della "Croce di Colbas"
    il  brutto  incontro  della  mattina.  Dal suo posto fece un segno
    impercettibile all'oste che subito  si  avvicin;  si  scambiarono
    poche parole all'orecchio. Frattanto il viaggiatore era ripiombato
    nei suoi pensieri.  Il bettoliere ritorn verso di lui e, postagli
    bruscamente la mano sulla spalla, gli disse:
    - Vattene di qui.
    L'uomo si volt e rispose dolcemente: - Ah! Voi sapete?
    - S.
    - Mi hanno rimandato dall'altra locanda.
    - E ti cacciamo anche da questa.
    - Dove volete che vada?
    - Altrove.
    L'uomo prese il bastone e il sacco, e se ne and.
    Uscendo,  alcuni ragazzi,  che l'avevano  seguito  da  quando  era
    andato  via  dalla "Croce di Colbas" e pareva l'aspettassero,  gli
    lanciarono dei sassi. Sdegnato si volt e li minacci col bastone.
    I ragazzi si dispersero come uno stormo di uccelli.  Pass davanti
    al carcere. Dalla porta pendeva una catenella di ferro attaccata a
    una campana. Suon. Lo sportello si apri.
    -  Signor carceriere - disse levandosi rispettosamente il berretto
    - vorreste aprirmi e alloggiarmi stanotte?
    Una voce rispose:
    - La prigione non  un albergo. Fatevi arrestare e vi apriremo.
    Lo sportello si rinchiuse.
    Entr in una viuzza con molti giardini, alcuni dei quali, cinti da
    siepi, davano un tono di gaiezza. Tra quei giardini e quelle siepi
    scorse una casetta a un solo piano con  una  finestra  illuminata.
    Guard  attraverso  i vetri come aveva fatto all'osteria.  Era una
    camera grande,  imbiancata a calce,  con un letto dalla coperta di
    cotone a disegni stampati,  una culla in un angolo, poche sedie di
    legno e un fucile a due canne appeso al muro. In mezzo alla camera
    c'era la tavola apparecchiata.  Una lucerna di rame rischiarava la
    tovaglia  di  tela  grossolana,  il  boccale di stagno lucido come
    l'argento e pieno di vino, la zuppiera fumante. Vi stava seduto un
    uomo sulla quarantina dal  volto  gioviale  e  aperto  che  faceva
    saltellare  un bambino sulle ginocchia.  Accanto a lui una giovane
    donna allattava un altro bambino.  Padre  e  figlio  ridevano.  La
    madre sorrideva.
    Il  viaggiatore  rest  un  momento pensoso davanti a quella scena
    cos serena e cos  dolce.  Che  cosa  sentiva  dentro?  Lui  solo
    avrebbe  potuto  dirlo.  Probabilmente  pens che quella casa cos
    lieta gli sarebbe stata ospitale e che dove vedeva tanta  felicit
    avrebbe  trovato  forse  un  po'  di piet.  Batt leggermente sul
    vetro.
    Non lo udirono.
    Batt una seconda volta.
    Sent la donna che diceva: - Caro, mi pare che bussino.
    - No - rispose il marito.
    L'uomo batt un terzo colpo.
    Allora il marito si alz,  prese la lucerna e and  ad  aprire  la
    porta.
    Era  un  uomo di alta statura,  mezzo contadino e mezzo artigiano.
    Portava un largo grembiule di  cuoio  che  gli  saliva  fino  alla
    spalla  sinistra  e  da cui sporgevano un martello,  un fazzoletto
    rosso,  una fiaschetta di polvere,  e altre cose che stavano nella
    cintura  come in una tasca.  Teneva la testa alta come rovesciata;
    la camicia aperta e ripiegata lasciava vedere  il  collo  taurino,
    bianco e nudo.  Aveva folte sopracciglia,  enormi baffi neri,  gli
    occhi a fior di testa,  e il grugno di un molosso.  Aveva  inoltre
    quell'aspetto inesprimibile di chi sa di essere in casa sua.
    -  Perdonate,  signore - disse il viaggiatore.  - Pagando,  potrei
    avere una minestra e un angolo per dormire sotto  la  tettoia,  in
    giardino? Ditemi: potrei? pagando?
    - Chi siete? - domand il padrone.
    -  Arrivo  ora  da  Puy-Moisson - rispose l'altro;  - ho camminato
    tutto il giorno per dodici leghe. Potreste? pagando?
    - Non direi di no - rispose il contadino; - posso dare alloggio ad
    un galantuomo che paga. Ma perch non andate alla locanda?
    - Non c' posto.
    - Impossibile; non  giorno di fiera n di mercato. Siete stato da
    Labarre?
    - S.
    - Ebbene?
    Il viaggiatore rispose con imbarazzo: - Non so. Non m'ha accolto.
    - E dall'altro in via Chaffaut ci siete stato?
    L'imbarazzo del passeggero cresceva. Balbett: - Non m'ha ricevuto
    neppure lui.  -  Allora  il  volto  del  contadino  prese  un'aria
    diffidente.   Squadr  il  nuovo  arrivato  e  d'un  tratto  grid
    sorpreso: - Sareste forse?...
    Poi gli diede un'altra occhiata, indietreggi di tre passi, depose
    la lucerna sul tavolo e stacc il fucile dalla parete.
    Frattanto alle  parole  del  contadino:  "sareste  forse?..."  sua
    moglie s'era alzata,  aveva stretto tra le braccia i due bambini e
    s'era rifugiata dietro il marito,  col seno ancora  scoperto,  gli
    occhi   stravolti,   guardando   lo  sconosciuto  con  spavento  e
    mormorando sottovoce "ts-maraude" [gattomammone].
    Tutto ci si svolse in meno che non si dica.  Dopo aver  esaminato
    ancora quell'uomo come si guarda una vipera,  il padrone s'accost
    alla porta e grid: - Vattene.
    - Per carit - riprese l'altro; - almeno un bicchiere d'acqua.
    - Una fucilata - rispose il contadino.
    Poi rinchiuse la porta con violenza e tir due  grossi  catenacci.
    Un  momento  dopo venne chiusa anche la finestra e s'ud il rumore
    di una sbarra di ferro.
    Intanto continuava a farsi notte;  soffiava il gelido vento  delle
    Alpi. Alla luce del giorno morente il viaggiatore intravide in uno
    dei  giardini  ai  lati  della strada una specie di capannuccia di
    frasche.  Scavalc una barriera di legno,  entr nel giardino e si
    accost   alla   capanna  che  aveva  un'apertura  bassissima  che
    somigliava a quei casotti che  i  cantonieri  si  fanno  sull'orlo
    delle strade.  Credette infatti che si trattasse di un casotto per
    cantonieri. Soffriva per il freddo e per la fame,  alla fame ormai
    s'era  rassegnato,  ma  l  dentro  c'era  almeno da ripararsi dal
    freddo. Si distese bocconi e si trascin nella capannuccia. Faceva
    caldo;  ci trov un letto di paglia  abbastanza  buono  sul  quale
    rimase  alcuni  istanti  disteso senza poter fare alcun movimento,
    tanto era stanco.  Poi siccome il sacco che aveva sulle spalle gli
    dava  fastidio  ed  era  d'altronde  un  guanciale bello e pronto,
    cominci a sfibbiare una delle cinghie.  In quel momento si ud un
    ringhio  feroce.  Alz gli occhi e vide nell'ombra,  nell'apertura
    della capanna,  la testa di un  enorme  mastino.  Si  trovava  nel
    giaciglio di un cane. Vigoroso e forte, come era anche lui, s'arm
    del  bastone,  si fece scudo del sacco e si trasse fuori non senza
    allargare gli strappi dei suoi cenci.
    Usc fuori del giardino ma a ritroso, costretto, per tener lontano
    il cane,  a fare col bastone quella manovra  che  gli  schermidori
    chiamano "mulinello".
    Quando,  non  senza fatica,  ebbe ripassato la barriera e si trov
    nella via solo,  senza asilo,  senza riparo,  scacciato persino da
    quel letto di paglia e da quel miserabile canile, si lasci cadere
    pi  che  sedere  sopra  una  pietra,  e  pare  che un passante lo
    sentisse esclamare: Non sono nemmeno un cane!
    Si rialz poco dopo,  si rimise in cammino  e  usc  dalla  citt,
    nella  speranza  di  trovare  nei  campi qualche albero frondoso o
    qualche mucchio di paglia per mettersi al coperto.
    Cammin cos per qualche tempo sempre a  testa  bassa.  Quando  si
    sent lontano da ogni abitazione umana, alz gli occhi e si guard
    intorno.  Era  in  un  campo,  e aveva davanti una di quelle basse
    colline,  coperte  di  stoppia  tagliata,  che  dopo  il  raccolto
    somigliano  a  teste  rasate.  L'orizzonte  era  fosco;  non c'era
    soltanto  l'oscurit  della  notte;   c'erano  pure  dei  nuvoloni
    bassissimi  che parevano poggiare sulla collina e salire a coprire
    il cielo.  Non di meno,  essendo imminente il sorgere della luna e
    durando ancora un ultimo chiarore crepuscolare allo zenit, le nubi
    formavano   nel   cielo   una  specie  di  volta  bianchiccia  che
    riverberava un barlume sulla terra.
    La terra dunque era pi rischiarata  del  cielo;  il  che    d'un
    effetto  assai sinistro.  La collina,  di piccole proporzioni,  si
    disegnava come un'ombra vaga e  livida  sull'orizzonte  tenebroso.
    Tutto questo insieme era orrido,  meschino, lugubre e angusto. Nel
    campo e sulla collina non c'era nulla,  tranne un  albero  deforme
    che fremendo si torceva a pochi passi dal viaggiatore.
    Evidentemente  quell'uomo  era  lungi  dal  possedere  le delicate
    abitudini di intelletto e di cuore che ci rendono  sensibili  agli
    effetti misteriosi delle cose; pure, in quel cielo, in quel colle,
    in  quella  pianura  e  in  quell'albero  c'era  qualcosa  di cos
    profondamente desolato,  che dopo un momento di immobilit  l'uomo
    se ne torn indietro bruscamente. Ci sono momenti in cui la natura
    sembra ostile.
    Ritorn  sui  suoi passi.  Nel frattempo le porte di Digne s'erano
    chiuse.  Digne che sostenne  vari  assedi  durante  le  guerre  di
    religione,  nel  1815  aveva  ancora  le  vecchie  mura  con torri
    quadrate,  le quali furono poi demolite.  Pass per una breccia  e
    rientr  in  citt.  Erano  circa le otto di sera.  Non sapendo la
    strada, ricominci ad andare a zonzo. Giunse alla Prefettura e poi
    al seminario.  Passando per la piazza della Cattedrale minacci la
    chiesa col pugno.
    In  un angolo della piazza c'era una tipografia dove si stamparono
    per  la  prima  volta  i  proclami  dell'Imperatore  alla  guardia
    imperiale  e  all'esercito,  dettati da Napoleone stesso e portati
    dall'isola d'Elba.
    Oppresso dalla stanchezza e senza pi  speranza,  si  distese  sul
    sedile di pietra vicino alla porta della tipografia.
    Una vecchia,  che usciva di chiesa, vide nell'ombra l'uomo disteso
    e gli chiese:
    - Che fate amico?
    - Lo vedete, buona donna - rispose; - mi corico.
    La buona donna,  veramente  meritevole  di  questo  nome,  era  la
    Marchesa di R.
    - Su questo sedile? - soggiunse.
    -  Per  dodici  anni  ho  avuto  un  materasso  di legno - riprese
    l'altro; - oggi ne ho uno di pietra.
    - Siete stato soldato?
    - S, buona donna.
    - Perch non andate alla locanda?
    - Non ho denari.
    - Ahim!  ho quattro soldi soltanto nella borsa - disse la signora
    R.
    - Date pure.
    Prese i quattro soldi. La signora continu:
    -  Con  cos  poco  non  potrete  alloggiare  alla locanda.  Avete
    provato?  E' impossibile passare la notte cos.  Certamente  avete
    freddo e fame. Avrebbero potuto alloggiarvi per carit.
    - Ho bussato a tutte le porte.
    - Ebbene?
    - M'hanno cacciato da per tutto.
    La  buona  donna  prese  l'uomo  per  un  braccio  e  gli  accenn
    dall'altro lato della piazza,  una  casetta  bassa  di  fianco  al
    Vescovado.
    - Dite di aver bussato a tutte le porte? - riprese.
    - S.
    - Ma a quella ci avete bussato?
    - No.
    - Ebbene bussate.

    2. LA PRUDENZA CONSIGLIATA E' SAGGIA.
    Quella  sera  il Vescovo di Digne,  fatta la passeggiata in citt,
    s'era trattenuto fino a tardi in camera.  Si occupava di un grande
    lavoro   sui  "Doveri"  che  disgraziatamente  rimase  incompiuto.
    Raccoglieva accuratamente quanto  stato detto  dai  Padri  e  dai
    Dottori  su  questa materia.  Il libro era diviso in due parti: la
    prima sui doveri di tutti e la  seconda  sui  doveri  di  ciascuno
    secondo la categoria cui appartiene. Quelli di tutti sono i grandi
    doveri,  che San Matteo divide in quattro classi: doveri verso Dio
    (Matteo, 6), verso se stessi (Matteo, 5, versetti 29 e 30),  verso
    il prossimo (Matteo,  7, versetto 12) e verso le creature (Matteo,
    6, versetti 20, 25).  Gli altri doveri il Vescovo li aveva trovati
    indicati e prescritti altrove: per i sovrani e per i sudditi nella
    "Lettera ai Romani";  per i magistrati, per le spose, per le madri
    e per i giovani in San Pietro;  per i mariti,  per i padri,  per i
    figli  e  per  i servi nella "Lettera agli Efesini";  per i fedeli
    nella "Lettera agli Ebrei";  per  le  vergini  nella  "Lettera  ai
    Corinti".  Di  tutte  queste prescrizioni voleva fare un'armoniosa
    raccolta da offrire alle anime.
    Alle otto lavorava ancora,  scrivendo scomodamente su  quadrettini
    di  carta,  con  un  grosso volume aperto sulle ginocchia,  quando
    entr mamma Magloire a prendere l'argenteria dall'armadio  accanto
    al letto.  Poco dopo il Vescovo, intuendo che la tavola era pronta
    e che la sorella l'aspettava, chiuse il libro, s'alz dal tavolo e
    pass nella sala da pranzo.
    Era una camera oblunga,  col camino,  con una porta sulla strada e
    una finestra sul giardino.
    Infatti  mamma  Magloire terminava allora di preparare la tavola e
    chiacchierava con la signorina Battistina.
    C'era una lucerna sulla  tavola,  accanto  al  camino,  nel  quale
    bruciava un bel fuoco.
    E'  facile  raffigurarsi  le  due  donne  che  avevano  passato la
    sessantina: mamma  Magloire  era  piccina,  grassa  e  vivace;  la
    signorina Battistina era invece dolce,  esile,  debole, un po' pi
    alta del fratello con una veste di seta color pulce,  come era  di
    moda  nel  1806  quando  l'aveva  comprata a Poitiers e che durava
    ancora.  Per usare una di quelle locuzioni volgari  che  hanno  il
    merito  di  esprimere  con una sola parola un'idea che a mala pena
    potrebbe spiegarsi con una pagina,  mamma Magloire aveva l'aspetto
    di  una  contadina  mentre  la  signorina Battistina quello di una
    dama. Sui capelli portava una bianca cuffia, aveva una crocetta al
    collo - il solo gioiello femminile che si trovasse in casa,  -  un
    fazzoletto  bianchissimo  le usciva dall'abito nero di bigello con
    maniche larghe e corte, portava un grembiule di cotonina a scacchi
    rossi e verdi legato alla cintura con un nastro  verde  mentre  le
    pettorina era fissata in alto con due spilli alle due estremit, e
    finalmente  aveva  ai  piedi  grosse scarpe e calze gialle come le
    portano le marsigliesi.  La veste della signorina  Battistina  era
    cucita sui modelli del 1806: vita alta, gonna stretta, maniche con
    spalline,  patte e bottoni.  I capelli grigi erano nascosti da una
    parrucca ricciuta detta  "alla  beb".  Mamma  Magloire  aveva  un
    aspetto  intelligente,  vivace  e  buono;  per i due angoli della
    bocca inegualmente ripiegati e  il  labbro  superiore  pi  grosso
    dell'inferiore  le  davano  un  certo aspetto burbero e imperioso.
    Finch Monsignore taceva,  essa gli  parlava  apertamente  con  un
    misto  di  rispetto  e  di  libert;  ma quando parlava Monsignore
    obbediva passivamente come la signorina.
    Quest'ultima poi non parlava neppure,  e si limitava a obbedirlo e
    compiacerlo.  Anche  in  giovent  non era stata bella.  Aveva due
    occhioni azzurri un po' sporgenti e il naso  lungo  stecchito;  ma
    dal volto e da tutta la persona,  traspariva una ineffabile bont.
    Era sempre stata predestinata alla mansuetudine;  ma la  fede,  la
    carit  e  la  speranza,  tre  virt che infondono un dolce calore
    all'anima,  avevano a poco a poco elevato quella mansuetudine fino
    alla  santit.  La  natura  aveva  fatto  di  lei  un agnello,  la
    religione  un  angelo.  Povera  santa  donna!  che  dolce  ricordo
    smarrito!
    In  seguito,  la  signorina Battistina ha raccontato spesso quello
    che accadde nell'episcopio quella sera;  e molte persone ancora in
    vita  oggi  ne  ricordano i minimi particolari.  Quando il Vescovo
    entr,  mamma Magloire parlava vivacemente con la signorina su  un
    tema  che  le  era  familiare  e  a  cui  si era abituato anche il
    Vescovo: si trattava del chiavistello alla porta di ingresso.
    Pare che uscita per le provviste della cena, avesse udito ripetere
    in pi luoghi alcune dicerie. Si parlava di un vagabondo d'aspetto
    sinistro,  di un uomo sospetto,  che doveva  trovarsi  in  qualche
    angolo  della  citt,  e  probabilmente chi si fosse arrischiato a
    rincasare tardi quella sera avrebbe fatto un cattivo incontro.  Si
    aggiungeva  poi  che  la Polizia non era buona a nulla,  perch il
    Prefetto e il sindaco si vedevano di  mal'occhio  e  tentavano  di
    nuocersi  facendo  nascere qualche pasticcio;  toccava quindi alle
    persone sagge stare attente e bene in guardia;  bisognava badare a
    chiudere, a mettere i catenacci e "serrare a dovere le porte".
    Mamma Magloire accentu deliberatamente questa ultima frase. Ma il
    Vescovo,  che  veniva  dalla  camera dove aveva sentito abbastanza
    freddo,  s'era seduto presso il camino e si riscaldava pensando  a
    tutt'altro.  Perci  non  bad  alla  frase ad effetto buttata gi
    dalla donna.  Questa la ripet.  Allora,  la signorina Battistina,
    per   accontentare   Magloire   senza   dispiacere   il  fratello,
    s'arrischi timidamente ad aggiungere:
    - Sentite, fratello, cosa dice mamma Magloire?
    - Ho sentito vagamente qualcosa - rispose il Vescovo.
    Poi girando a met la sedia,  appoggiate le mani sulle ginocchia e
    voltosi  alla vecchia perpetua,  col suo volto cordiale facilmente
    giocondo che il fuoco illuminava di sotto in su, disse:
    - Vediamo; che c'? Siamo dunque in grave pericolo?
    Mamma Magloire ricominci la storia, esagerandola un pochino senza
    accorgersene. Si diceva che uno zingaro,  un pezzente,  una specie
    di accattone pericoloso si trovava in citt. Era andato a chiedere
    alloggio a Giacomino Labarre che non aveva voluto accoglierlo.  Lo
    avevano visto dalla parte del bastione Gassendi e poi  gironzolare
    per le vie sul far della notte. Un brutto ceffo.
    - Davvero? - disse il Vescovo.
    Quel  consentire  a  interrogarla  incoraggi mamma Magloire a cui
    parve intravedere che il Vescovo non era lontano  dall'allarmarsi;
    perci con aria trionfale prosegu:
    - S,  Monsignore,  proprio cos. Stanotte, accadr qualche grande
    disgrazia nella citt. Lo dicono tutti. E poi,  la Polizia  fatta
    cos male.  Vivere in un paese di montagna e non avere neanche dei
    lampioni che rischiarino le vie durante la  notte!  Quando  si  va
    fuori casa,  pare di camminare in un forno. Io dico, Monsignore, e
    la signorina dice con me...
    - Io non dico niente - interruppe la sorella.  E' ben  fatto  quel
    che fa mio fratello.
    Mamma Magloire, come se la protesta non fosse avvenuta, continu:
    -  Noi  diciamo  che  questa  casa  non    per niente sicura;  se
    Monsignore me lo permette,  corro dal fabbro  Paolino  Musebois  a
    dirgli che venga a rimettere i catenacci alla porta.  Sono pronti;
    sar questione di pochi minuti. S,  Monsignore,  vi ripeto che ci
    vogliono i catenacci almeno per questa notte,  perch non c' cosa
    pi spaventosa di una porta chiusa con un semplice  nottolino  che
    il primo passante pu aprire di fuori. Tanto pi che Monsignore ha
    l'abitudine  di  rispondere sempre di entrare;  e d'altronde,  Dio
    mio!  a notte avanzata,  non hanno  neppure  bisogno  di  chiedere
    permesso...
    In quel momento si ud alla porta un colpo molto forte.
    - Avanti - disse il Vescovo.

    3. EROISMO E OBBEDIENZA PASSIVA.
    La porta si apr.
    Si spalanc tutta quanta come se qualcuno la spingesse con energia
    e decisione.
    Un uomo entr.
    Noi  gi  lo  conosciamo:  era il viaggiatore che poc'anzi abbiamo
    visto gironzolare in cerca di un asilo. Entr,  fece un passo e si
    ferm  lasciando  la  porta aperta.  Aveva il sacco in spalla,  il
    bastone in mano e negli occhi una espressione rude, ardita, stanca
    e violenta.  La fiamma del caminetto lo illuminava;  era orribile.
    Un sinistro fantasma.  Mamma Magloire non ebbe neppure la forza di
    emettere un grido; trasal e rest a bocca aperta.
    La signorina Battistina si volt,  scorse l'uomo  che  entrava,  e
    dallo spavento si rizz a mezzo sulla sedia; poi volgendo a poco a
    poco la testa verso il camino,  si mise a osservare il fratello, e
    il suo volto ritorn alla consueta calma e  serenit.  Il  Vescovo
    fissava l'uomo con occhio tranquillo.
    Stava  per  chiedere  al  nuovo arrivato cosa desiderasse,  quando
    quest'ultimo,  appoggiate le mani sul bastone,  gir gli occhi ora
    sul  vecchio  ora  sulle  donne e,  senza aspettare che il Vescovo
    parlasse, disse:
    - Ecco,  mi  chiamo  Giovanni  Valjean  e  sono  un  galeotto.  Ho
    trascorso  diciannove  anni in galera.  Quattro giorni fa mi hanno
    liberato,  e ora vado verso Pontarlier,  mia  meta.  Sono  quattro
    giorni  che  cammino,  da  Tolone fin qui,  e oggi ho fatto dodici
    leghe a piedi.  Questa sera,  arrivando in citt,  sono entrato in
    una  locanda.  Mi  hanno  mandato  via  a causa del mio passaporto
    giallo,   che,   com'era  dovere,   avevo   mostrato   all'ufficio
    municipale.  Sono  andato  in un'altra locanda,  e mi hanno detto:
    vattene! Mi sono presentato da questo e da quello, e nessuno mi ha
    voluto.  Sono andato alla prigione e il custode non mi ha  aperto.
    Sono  entrato  in un canile e il cane mi ha morso e scacciato come
    se fosse un uomo.  Pareva che sapesse chi sono.  Me ne sono andato
    nei campi,  per coricarmi sotto la volta stellata,  ma non c'erano
    le stelle;  la pioggia era vicina e ho pensato che non c' un buon
    Dio  che  impedisca di piovere.  Alla fine sono rientrato in citt
    per ripararmi almeno nel vano di una porta.  Mi ero sdraiato su di
    un  sasso,  qua  fuori,  nella  piazza,  quando  una  buona donna,
    additandomi la vostra casa,  mi  ha  detto:  Bussa  l;  e  io  ho
    bussato.  Cosa  questa? Una locanda? Ho denaro: centonove franchi
    e settantacinque centesimi che ho guadagnato  in  galera  col  mio
    lavoro di diciannove anni.  Pagher.  Che me ne importa? il danaro
    ce l'ho!  sono stanchissimo.  Ho fatto dodici leghe a piedi  e  ho
    molta fame. Permettete che mi fermi?
    - Mamma Magloire, mettete un'altra posata! - disse il Vescovo.
    L'uomo fece tre passi e si accost al lume sulla tavola;  poi come
    se non avesse capito bene, riprese: - Badate!  non  il caso;  non
    avete sentito? sono un galeotto, un forzato e vengo dalla galera.
    Trasse di tasca e spieg un gran foglio di carta gialla: - Ecco il
    mio passaporto;   giallo, come vedete, serve a farmi cacciare via
    dovunque vada.
    Volete leggere? Io so leggere.  Ho imparato in galera,  dove c'era
    una  scuola  per chi ne aveva voglia.  Ecco che cosa hanno scritto
    sul passaporto: "Giovanni Valjean, forzato liberato,  nato a...  "
    questo non vi interessa...  "rimase 19 anni in galera,  5 anni per
    furto con scasso,  e 14 per aver tentato 4 volte di fuggire.  Uomo
    pericolosissimo".   Ecco!   Tutti   mi   hanno  respinto,   e  voi
    acconsentite ad accogliermi?  E' una locanda questa?  Volete darmi
    da mangiare e da dormire? Avete una stalla?
    -  Mamma  Magloire,  mettete  le  lenzuola  di  bucato  nel  letto
    dell'alcova - disse il Vescovo.
    Abbiamo gi spiegato di che natura fosse  l'obbedienza  delle  due
    donne. Mamma Magloire usc per eseguire gli ordini.
    - Signore,  sedetevi e riscaldatevi.  A momenti, si cena e, mentre
    mangerete, vi prepareranno il letto.
    L'uomo cap.  Il suo volto cupo  e  duro  fino  allora  prese  una
    espressione   di  stupore,   di  dubbio,   di  gioia,   e  divenne
    straordinario. Si mise a balbettare come un pazzo:
    - Davvero? Voi mi accogliete? Non mi respingete? Un galeotto! e mi
    chiamate signore e non mi  dite  vattene  cane!,  come  mi  dicono
    sempre.  Credevo che mi aveste cacciato,  e perci vi dissi subito
    chi sono.  Oh!  la brava donna che mi disse di venire  qui!  potr
    cenare,  avere un letto!  un letto con materasso e lenzuola!  come
    tutti gli altri!  Sono diciannove anni che non dormo in un  letto.
    Voi volete proprio che non me ne vada!  che brava gente! Del resto
    ho denaro e pagher bene.  Scusate,  signor  locandiere,  come  vi
    chiamate?   Pagher  tutto  quello  che  vorrete.   Voi  siete  un
    brav'uomo, siete locandiere, non  vero?
    - Sono un prete che abita qui - rispose il Vescovo.
    - Un prete!  - riprese il viaggiatore.  - Ah!  un bravo prete!  ma
    allora non mi chiedete denaro?  un parroco non  vero?  il parroco
    della grande chiesa qui vicino?  Toh!  che bestia  che  sono!  non
    avevo badato al vostro zucchetto.
    Parlando  aveva deposto in un angolo il sacco e il bastone,  aveva
    intascato il passaporto e si era seduto.  La signorina  Battistina
    lo squadrava con dolcezza. Egli continu:
    -  Siete umano,  signor curato,  e non mostrate disprezzo.  E' una
    bella cosa un bravo prete!  Non avete bisogno che vi paghi,  non 
    vero?
    -  No  -  disse  il Vescovo.  - Tenetevi il vostro denaro.  Quanto
    avete? Non m'avete parlato di centonove franchi?
    - E quindici soldi - aggiunse l'uomo.
    - Centonove franchi e quindici soldi. Quanto tempo avete impiegato
    a guadagnare questa somma?
    - Diciannove anni.
    - Diciannove anni?
    Il Vescovo trasse un profondo sospiro.  L'altro continu: - Il mio
    denaro    ancora  intatto.  In  questi  quattro  giorni  ho speso
    soltanto venticinque soldi che  guadagnai  a  Grasse,  aiutando  a
    scaricare alcuni carri.  Poich siete prete, vi dir che anche noi
    avevamo un cappellano.  E poi,  un  giorno  vidi  un  vescovo,  un
    monsignore  come  lo  chiamavano.  Era il Vescovo della Majore,  a
    Marsiglia.  E' come il curato che sta  al  di  sopra  degli  altri
    curati.  Perdonatemi,  sapete,  se mi esprimo male, ma per me sono
    cose tanto lontane! Capite bene, noialtri...!  Disse la messa a un
    altare  in  mezzo alla prigione e aveva in testa una cosa a punta,
    d'oro, che scintillava alla luce del sole.  Noi eravamo in fila su
    tre lati, e in faccia a noi c'erano i cannoni con le micce accese.
    Non potevamo udir bene. Parl, ma era troppo lontano e non potemmo
    sentire. Ecco cosa  un vescovo.
    Mentre lui discorreva, il Vescovo and a chiudere la porta rimasta
    spalancata. Intanto rientr mamma Magloire, portando la posata che
    depose sulla tavola.
    -  Mamma Magloire - disse il Vescovo - date a questo uomo il posto
    pi vicino al focolare.  - Poi volgendosi all'ospite: -  Il  vento
    notturno delle Alpi  assai fastidioso e certamente,  signore, voi
    avete freddo.
    Ogni volta che con la sua voce dolcemente grave e cordiale  diceva
    la parola "signore",  il volto del viaggiatore si illuminava. Dire
    signore a un galeotto    come  dare  un  bicchier  d'acqua  a  un
    naufrago della Medusa. L'ignominia ha sete di considerazione.
    - Questa lucerna fa poca luce - riprese il Vescovo.
    Mamma  Magloire  cap e and nella camera da letto di monsignore a
    prendere sul camino i  due  candelieri  d'argento,  che  accese  e
    depose sulla tavola.
    - Signor curato,  voi siete buono. Non mi disprezzate. Mi ricevete
    in casa, accendete per me le candele. Eppure non vi ho nascosto da
    dove vengo e sapete che sono uno sciagurato.
    Il  Vescovo  che  gli  stava  seduto  vicino  gli  tocc  la  mano
    leggermente: - Potevate non dirmi chi siete. Questa casa non  mia
    ma di Ges Cristo; e quella porta non domanda il nome a chi entra,
    ma  se  ha un dolore.  Voi soffrite,  avete fame e sete;  siate il
    benvenuto!  E non ringraziatemi,  non dite che vi ricevo  in  casa
    mia.  Nessuno  qui    in  casa sua tranne colui che ha bisogno di
    asilo.  Vi dichiaro che siete in casa vostra  pi  di  me  stesso.
    Tutto  quello che  qui  vostro.  A che serve conoscere il vostro
    nome? D'altra parte prima ancora che me lo diceste,  conoscevo gi
    un altro nome che pure vi appartiene.
    L'uomo spalanc gli occhi meravigliato.
    - Davvero? Sapevate gi come mi chiamo?
    - S - rispose il Vescovo - vi chiamate fratello mio.
    -  Sentite,  signor  curato!  -  esclam  l'altro.  -  Quando sono
    entrato,  ero morto di fame ma voi siete cos buono che non so pi
    cosa abbia. M' passata la fame.
    Il Vescovo lo guard e gli chiese:
    - Avete patito molto?
    -  Oh!  la  casacca  rossa,  la palla al piede,  un tavolaccio per
    dormire, il caldo, il freddo, il lavoro, la ciurma,  le bastonate,
    la  doppia  catena  per un nonnulla.  Insomma la segregazione e la
    catena sempre,  anche se malato.  I cani,  i cani sono  assai  pi
    fortunati! Diciannove anni! e ne ho quarantasei. E adesso anche il
    passaporto giallo.
    - S - rispose il Vescovo.  - Voi venite da un luogo di tristezza.
    Ricordatevi per che vi sar pi  gioia  in  cielo  per  il  volto
    rigato  di lacrime di un peccatore pentito che per la veste bianca
    di cento giusti.  Se siete  uscito  da  quel  luogo  doloroso  con
    pensieri  di  odio e di collera contro gli uomini,  siete degno di
    piet; ma se ne uscite con pensieri di benevolenza,  di dolcezza e
    di pace, voi valete pi di tutti noi.
    Frattanto mamma Magloire aveva servito la cena: una minestra fatta
    con  acqua,  pane,  olio  e  sale,  un  po' di lardo,  un pezzo di
    castrato, alcuni fichi, un po' di cacio fresco e un grosso pane di
    segala.  Aveva aggiunto all'ordinario trattamento una bottiglia di
    vecchio  vino di Mauves.  Il volto del Vescovo assunse a un tratto
    quella espressione di gioia che  propria dei caratteri  gioviali:
    - A tavola!  - disse sorridendo e,  come usava quando aveva a cena
    un estraneo,  fece sedere l'uomo alla  sua  destra.  La  signorina
    Battistina, tranquilla e serena, sedette alla sinistra. Il Vescovo
    recit  il "benedicite",  poi serv egli stesso la minestra,  come
    era sua abitudine. L'uomo si mise a mangiare avidamente.
    A un tratto il Vescovo disse: - Mi pare  che  manchi  qualcosa  su
    questa tavola.
    Infatti  mamma  Magloire  aveva  portato  soltanto  le  tre posate
    assolutamente necessarie,  mentre era consuetudine che  quando  il
    Vescovo aveva qualche invitato venissero schierate sulla tovaglia,
    con un ingenuo sfarzo, tutte le sei posate d'argento. Tale gentile
    parvenza  di  lusso  era  una  specie  di incantevole puerilit in
    quella casa dolce e severa che  innalzava  la  povert  fino  alla
    dignit.
    Mamma Magloire cap l'osservazione, usc senza dire una parola, e,
    un momento dopo,  le tre posate desiderate dal Vescovo splendevano
    sulla tovaglia, disposte simmetricamente davanti ai tre convitati.

    4. PARTICOLARI SULLE CASCINE DI PONTARLIER.
    Per dare un'idea di quanto accadde durante quella cena, non c' di
    meglio che trascrivere il brano di  una  lettera  della  signorina
    Battistina  alla  signora di Bois Chevron in cui il dialogo fra il
    galeotto e il Vescovo viene narrato con minuziosa ingenuit.
    "...  Quell'uomo non badava a nessuno e mangiava voracemente  come
    un affamato.  Per dopo cena, disse: - Signor curato del buon Dio,
    tutto quello che mi avete dato  gi troppo; ma a dir la verit, i
    carrettieri,  che non  hanno  permesso  che  mangiassi  con  loro,
    pranzano pi lautamente di voi.
    Sia  detto fra noi,  l'osservazione mi parve un poco sconveniente.
    Mio fratello rispose:
    - Ma lavorano pi di me.
    - No, - rispose l'altro, - hanno pi denaro. Voi siete povero,  me
    ne accorgo. Forse non siete nemmeno parroco. Siete parroco almeno?
    Ah!  se  il  buon  Dio  fosse  giusto,  voi dovreste essere almeno
    parroco.
    - Il buon Dio  pi che giusto! - rispose mio fratello.
    E un momento dopo aggiunse: - Signor Giovanni Valjean,  voi andate
    a Pontarlier?
    -  S,  e  con  itinerario  obbligato.  - Cos almeno mi parve che
    rispondesse quell'uomo. Poi continu:
    - Domattina all'alba devo mettermi in cammino. E' duro viaggiare a
    piedi. Se la notte fa freddo, di giorno fa troppo caldo.
    - Andate in un buon paese - riprese mio  fratello.  -  Durante  la
    rivoluzione, quando la mia famiglia fu rovinata, mi rifugiai nella
    Franca  Contea dove vissi qualche tempo col lavoro delle mie mani.
    Avevo buona volont  e  trovai  occupazione.  Non  si  ha  che  da
    scegliere.   Ci  sono  cartiere,   concerie,  distillerie,  grosse
    fabbriche di orologi, di acciaio, di rame e almeno venti ferriere,
    tra cui quattro, quelle di Lods, di Chatillon,  di Audincourt e di
    Beure, sono assai importanti.
    Credo  di non ingannarmi e che siano stati questi i nomi citati da
    mio fratello, il quale si interruppe per rivolgermi la parola:
    - Cara sorella, non abbiamo parenti in quella provincia?
    Io risposi:
    - Ne avevamo; e tra gli altri il signor Lucenet,  che era capitano
    delle porte a Pontarlier sotto il vecchio regime.
    -  S,  -  riprese  mio  fratello,  -  nel  '93 non si avevano pi
    parenti,  si avevano solo le braccia;  e io lavorai.  A Pontarlier
    dove  vi  recate,  signor  Valjean,  c' un'industria patriarcale,
    quella dei formaggi.
    Allora mio fratello, incoraggiando l'ospite a mangiare, gli spieg
    minuziosamente che cosa fossero le cascine  di  Pontarlier;  disse
    che  si  distinguono  in  due  specie:  le  "grosse  cascine"  che
    appartengono ai ricchi,  contano da quaranta a cinquanta vacche  e
    producono ogni estate da sette a ottomila formaggi,  e le "cascine
    associate" che appartengono ai poveri e dove i  montanari  mettono
    in  comune  le  loro  bestie  dividendo  il  prodotto.  Tengono  a
    stipendio un formaggiaio,  il quale riceve tre volte al giorno  il
    latte  dagli  associati  e  ne  segna le quantit sopra una doppia
    taglia.  Il lavoro delle cascine comincia sul finire  d'aprile,  e
    verso  la  met  di  giugno  i  formaggiai  conducono le vacche in
    montagna.
    L'uomo mangiando si rianimava,  e mio fratello gli versava il buon
    vino di Mauves che lui non beve perch,  dice,  costa troppo. Dava
    tutti i particolari  con  quel  suo  modo  gioviale  a  voi  noto,
    intercalando di tanto in tanto qualche frase gentile per me.
    Pi  volte ritorn sul discorso del buon mestiere del formaggiaio,
    come se volesse far capire a quell'uomo che  troverebbe  un  asilo
    opportuno,  senza  usare  l'asprezza di un consiglio diretto.  Una
    cosa mi colp.
    Vi ho detto chi era il nostro convitato.  Orbene,  fatta eccezione
    di  poche  parole  intorno  a  Ges  profferite  appena quello era
    entrato,  n durante la cena n per tutta la  sera,  mio  fratello
    disse una parola che potesse rivelare all'altro la sua qualit, n
    si  permise  alcuna allusione al suo passato.  Eppure sembrava una
    buona occasione per  fare  un  po'  di  predica,  far  sentire  al
    galeotto  l'autorit  vescovile  e  lasciare in lui la traccia del
    contatto.  Un altro forse,  avendo sotto mano  quello  sciagurato,
    avrebbe  ritenuto  opportuno nutrirgli l'anima insieme col corpo e
    fargli qualche rimprovero condito di morale e di consigli,  oppure
    manifestargli  un  po' di commiserazione esortandolo a comportarsi
    meglio in avvenire.  Mio fratello invece non gli  domand  neppure
    dove  fosse  nato n la sua storia.  Poich in quella storia c'era
    una colpa,  pareva che mio  fratello  evitasse  tutto  quello  che
    poteva  fargliela ricordare,  fino al punto che una volta parlando
    dei montanari di Pontarlier,  che fanno "un dolce lavoro vicino al
    cielo e che", aggiungeva, "sono felici perch innocenti", si ferm
    di  colpo  temendo  che quella parola sfuggitagli inavvertitamente
    potesse offendere in qualche modo l'altro.  A forza di rifletterci
    su,  credo  di  avere  indovinato  quali sentimenti guidassero mio
    fratello. Senza dubbio, riteneva che quell'uomo, chiamato Giovanni
    Valjean,  avesse troppo presente alla memoria la propria miseria e
    che  il meglio che si poteva fare in quel momento era di distrarlo
    e fargli credere,  anche per un solo momento,  di essere  un  uomo
    come gli altri,  trattandolo appunto come un qualsiasi uomo. Non 
    questa infatti la  carit  ben  intesa?  e  non  c'  qualcosa  di
    veramente evangelico,  mia buona signora, nella delicatezza che si
    astiene dal sermone,  dalla morale e dalle allusioni?  E quando un
    uomo  ha  un  lato doloroso,  non  forse meglio non toccarlo?  Mi
    sembra che possa essere stato  questo  l'intimo  pensiero  di  mio
    fratello.  Ad  ogni modo posso dire che se ebbe tutte queste idee,
    non le rivel neppure a me; dal principio alla fine si dimostr lo
    stesso uomo delle altre sere e cen con Giovanni  Valjean  con  lo
    stesso contegno e gli stessi modi che avrebbe avuto cenando con il
    signor Gedeone Prevost oppure col curato della parrocchia.
    Verso  la  fine,  alla  frutta,  bussarono  alla  porta: era mamma
    Gerbaud col suo piccino in braccio.  Mio fratello baci in  fronte
    il  fanciullo  e mi chiese in prestito undici soldi per darli alla
    Gerbaud.  Frattanto,  l'uomo non prestava grande  attenzione;  non
    parlava pi e sembrava stanchissimo.  Partita la buona donna,  mio
    fratello recit il ringraziamento,  poi rivolgendosi a  quell'uomo
    disse:  -  Dovete  avere  un  gran  bisogno  di riposare.  - Mamma
    Magloire  sparecchi  subito;  cap  che  dovevamo  ritirarci  per
    lasciar  dormire  quel viaggiatore.  Quindi ce ne andammo di sopra
    tutte e due.  Per,  un momento dopo,  mandai gi mamma Magloire a
    porre  sul  letto  di quell'uomo una pelle di capriolo della Selva
    Nera che si trovava in camera mia.  Le notti sono  freddissime,  e
    quella  pelliccia  tiene  caldo.  Peccato  che  sia  vecchia  e si
    spelacchi.  Mio fratello la compr  quando  stava  in  Germania  a
    Tottlingen,  presso  le  sorgenti del Danubio,  insieme al piccolo
    coltello col manico d'avorio che uso a tavola.
    Mamma Magloire torn di sopra immediatamente;  dicemmo  le  nostre
    preghiere  nella  stanza  che serve per stendere il bucato,  e poi
    rientrammo  ognuna  nella  propria  camera  senza  scambiare   una
    parola".

    5. TRANQUILLITA'.
    Augurata  la  buona notte alla sorella,  Monsignor Benvenuto prese
    dalla  tavola  uno  dei  candelieri  d'argento,  consegn  l'altro
    all'ospite e gli disse:
    - Ora, signore, vi accompagno in camera.
    Questi lo segu.
    Come  abbiamo  fatto  osservare  pi  addietro,  l'abitazione  era
    disposta in modo che per entrare nell'oratorio dove era  l'alcova,
    e  per  uscirne,  bisognava  attraversare  la  camera da letto del
    Vescovo.
    Mentre  passavano  per  questa  camera,  mamma  Magloire  chiudeva
    l'argenteria nell'armadio vicino al letto.  Era l'ultima sua cura,
    ogni sera, prima di andare a letto.
    Il Vescovo condusse l'ospite nell'alcova,  dove era  preparato  un
    letto bianco e pulito. L'uomo pos il candeliere sul tavolino.
    -  Buona  notte  -  disse il Vescovo.  - Domani mattina,  prima di
    partire, berrete una tazza di latte caldo delle nostre mucche.
    - Grazie, reverendo! - rispose l'altro.
    E  aveva  appena  pronunciato  queste  pacifiche   parole   quando
    d'improvviso  fece un movimento strano che avrebbe agghiacciato di
    terrore le due sante donne se fossero state presenti.
    Anche oggi ci  difficile spiegarci  che  cosa  pensasse  in  quel
    momento.  Voleva  dare  un  avvertimento  o  lanciare una minaccia
    oppure ubbidiva a una specie di impulso istintivo e ignoto anche a
    lui? Si volse bruscamente verso il vecchio, incroci le braccia e,
    fissandolo con uno sguardo selvaggio, esclam con voce rauca.
    - Ma insomma, mi alloggiate in casa vostra e cos vicino a voi?
    Fece una pausa e,  con un riso in cui c'era qualcosa di mostruoso,
    prosegu:
    - Avete riflettuto bene? Chi vi assicura che io non abbia commesso
    assassini?
    Il vescovo alz gli occhi verso il soffitto e rispose:
    - Questo riguarda il buon Dio.
    Poi, gravemente, muovendo le labbra come chi prega o parli tra s,
    alz  due  dita  della  mano destra e benedisse l'altro che non si
    inchin,  quindi rientr in camera sua,  senza voltarsi indietro e
    senza guardare intorno.
    Quando l'alcova era occupata, una grande tenda di rascia, stesa da
    una  estremit  all'altra dell'oratorio,  nascondeva l'altare.  Il
    Vescovo,  passando,  s'inginocchi dinanzi alla tenda e recit una
    breve preghiera.  Un momento dopo stava in giardino a passeggiare,
    pensando,  contemplando con  l'anima  assorta  nelle  grandi  cose
    misteriose che Dio di notte lascia vedere agli occhi che rimangono
    aperti.
    Quanto  al  viaggiatore,  era  davvero  tanto stanco che non aveva
    neppure approfittato delle belle lenzuola bianche. Aveva spento la
    candela soffiando col naso come fanno i galeotti, e si era buttato
    vestito sul letto, dove s'era profondamente addormentato.
    Suonava mezzanotte, quando il Vescovo rientr dal giardino.  Pochi
    minuti dopo in quella casetta dormivano tutti.

    6. GIOVANNI VALJEAN.
    Verso la met della notte Giovanni Valjean si svegli.
    Giovanni Valjean era figlio di poveri contadini della Brie.  Nella
    fanciullezza non aveva  imparato  a  leggere;  in  giovent  aveva
    esercitato il mestiere di potatore. Sua madre si chiamava Giovanna
    Mathieu,  suo  padre Giovanni Valjean o Valjean,  probabilmente un
    soprannome, una contrazione di "voil Jean" [ecco Giovanni].
    Giovanni Valjean era un carattere pensieroso senza essere  triste,
    come  nelle  nature  affettuose.  Per,  in definitiva,  almeno in
    apparenza,  era un essere abbastanza sonnolento e  insignificante.
    Ancora  giovanissimo  aveva  perduto il padre e la madre: la madre
    per una febbre di Malta mal curata, il padre,  potatore anche lui,
    per una caduta da un albero.  Gli era rimasta una sorella maggiore
    di lui,  vedova,  con sette figli tra  maschi  e  femmine.  Questa
    sorella  lo  aveva  allevato,  e  finch  ebbe  marito provvide il
    fratello minore di alloggio e vitto. Quando il marito le mor,  il
    figlio  pi  grande  aveva  appena compiuto gli otto anni,  mentre
    Giovanni Valjean aveva compiuto venticinque anni. Egli sostitu il
    padre di famiglia e sostenne a sua volta la sorella che  lo  aveva
    allevato, e lo fece con semplicit, come se adempisse a un dovere,
    anzi  con modi un po' rozzi.  La sua giovent si consumava cos in
    un lavoro rude e mal ripagato.  In paese non si sapeva  che  fosse
    mai stato fidanzato: non aveva avuto il tempo di innamorarsi.
    La sera rientrava stanco e mangiava la sua minestra senza dire una
    parola.  Mamma  Giovanna,  sua  sorella,  molte  volte  mentre lui
    mangiava, gli toglieva dalla scodella il miglior boccone, un pezzo
    di carne, una fettina di lardo o il torso di un cavolo per darlo a
    qualcuno dei figli;  e lui lasciava fare e continuava  a  mangiare
    curvo sulla tavola, con la testa quasi nella zuppa e con i capelli
    che gli cadevano intorno alla scodella nascondendogli gli occhi. A
    Faverolles  c'era una fittavola,  Maria Claudia,  che abitava poco
    lontano dal casolare dei Valjean, all'altra estremit della via. I
    ragazzi Valjean, sempre affamati, andavano talvolta,  a nome della
    madre,  a  farsi prestare da Maria Claudia un boccale di latte che
    bevevano poi dietro  a  una  siepe  o  a  una  svolta  del  viale,
    strappandosi  il  vaso  a  vicenda  e  affrettandosi  tanto che le
    ragazzine spandevano il latte sul  grembiulino  e  sul  petto.  Se
    avesse  saputo  di  questo  contrabbando,  la madre avrebbe punito
    severamente i colpevoli;  ma Giovanni Valjean,  burbero,  pagava a
    Maria  Claudia il boccale di latte,  di nascosto della sorella,  e
    cos i fanciulli evitavano il castigo.
    Nella stagione della potatura,  guadagnava ventiquattro  soldi  al
    giorno,  poi andava come mietitore, come manovale, come garzone di
    stalla, in una fattoria: s'adoperava come poteva. Anche la sorella
    lavorava da parte sua;  ma come fare con sette  bambini?  Era  una
    famiglia  sfortunata,  stretta  e soffocata dalla miseria a poco a
    poco.  Sopraggiunse un inverno molto duro.  Giovanni rimase  senza
    lavoro e la famiglia senza pane. Senza pane letteralmente; e sette
    bambini.
    Una domenica sera,  Maubert Isabeau, panettiere a Faverolles sulla
    piazza della Chiesa,  stava per  coricarsi  quando  sent  battere
    forte  alla  vetrina della bottega difesa da una rete.  Accorse in
    tempo per vedere un braccio introdotto attraverso un  foro  aperto
    con un pugno nella rete e nel vetro.  Il braccio afferr un pane e
    lo port via. Isabeau salt fuori dalla bottega,  insegu il ladro
    che fuggiva a gambe levate, e lo raggiunse. Il ladro aveva gettato
    via  il pane ma aveva il braccio ancora sanguinante.  Era Giovanni
    Valjean.
    Questo accadeva  nel  1795.  Valjean  fu  tradotto  in  tribunale,
    accusato  di  furto  con  scasso,  commesso  di  notte in una casa
    abitata.  Possedeva un fucile che maneggiava meglio  di  qualsiasi
    tiratore  ed era un po' cacciatore di frodo.  E questo fu un danno
    per lui.  C' un pregiudizio legittimo contro  questa  specie  dei
    cacciatori,  i quali al pari del contrabbandiere sono assai vicini
    ai briganti. Eppure,  diciamolo di passaggio,  c'era un abisso tra
    queste  due  razze  e  gli  orribili  assassini  delle  citt.   I
    cacciatori vivono nella foresta, i contrabbandieri sui monti e sui
    mari. Le citt producono uomini feroci perch corrotti. I monti, i
    mari formano uomini selvaggi  che  sviluppano  gli  istinti  della
    fierezza, spesso senza distruggere quelli della umanit.
    Giovanni  Valjean  fu  dichiarato colpevole.  I termini del codice
    erano chiari.  Nella nostra  civilt  ci  sono  momenti  tremendi:
    quelli  in  cui  la  giustizia  decide  un naufragio.  Che istante
    lugubre,  quando la societ si allontana e  compie  l'irreparabile
    abbandono di un essere ragionevole! Giovanni Valjean fu condannato
    a cinque anni di galera.
    Il  22  aprile  1796,  a  Parigi,  si  festeggiava  la vittoria di
    Montenotte,   conseguita  dal  generale  in   capo   dell'esercito
    d'Italia,  che  il  messaggio  del  due  floreale  anno quarto del
    Direttorio ai Cinquecento chiama Bonaparte.  E lo stesso giorno  a
    Bictre  si  formava  una  grande  catena di galeotti,  e Giovanni
    Valjean ne faceva parte. Un vecchio carceriere di quella prigione,
    che ha ora quasi novant'anni, ricorda ancora quell'infelice che fu
    incatenato nell'angolo settentrionale del  cortile,  all'estremit
    del  quarto  braccio.  Era seduto per terra come tutti gli altri e
    sembrava non capire nulla del  suo  stato;  ma  era  orribile.  E'
    probabile   che   intravedesse  tra  i  vaghi  pensieri  dell'uomo
    ignorante di tutto  qualcosa  di  eccessivo.  Mentre  a  colpi  di
    martello  gli ribadivano dietro la nuca il collare di ferro,  egli
    piangeva e le lacrime lo soffocavano e gli impedivano di  parlare;
    di  tanto in tanto gli riusciva di dire appena: Facevo il potatore
    a Faverolles.  Poi tra i singhiozzi alzava la destra e l'abbassava
    gradatamente  sette  volte come se toccasse sette diverse teste di
    diversa altezza;  e da quel gesto si capiva che l'azione  commessa
    da lui era stata fatta per vestire e nutrire sette bambini.
    Part per Lione e ci arriv dopo ventisette giorni di viaggio,  su
    un carro con la catena al collo.  A Tolone,  gli misero la casacca
    rossa.  Tutta  la sua vita disparve,  persino il nome e lui non fu
    pi Giovanni Valjean ma il numero 24601.  Che ne fu della sorella?
    Che ne fu dei sette bambini? Chi se ne occup? Che cosa diviene il
    fogliame del giovane albero segato alla base?
    Sempre  la  stessa  storia.  Quelle povere creature di Dio,  ormai
    senza appoggio,  senza guida,  senza asilo,  se ne  andarono  alla
    ventura, e, chi sa? qualcuno forse per conto proprio e affondarono
    a  poco  a  poco  in  quella  fredda  nebbia in cui si immergono i
    destini solitari: fosche tenebre,  nelle quali,  durante il triste
    cammino   del  genere  umano,   scompaiono  successivamente  tanti
    disgraziati.  Abbandonarono  il  paese.   Il  campanile  del  loro
    villaggio  nativo li dimentic;  li dimentic il sasso del confine
    del campo gi loro;  lo stesso Giovanni Valjean li dimentic  dopo
    alcuni anni di prigione. Nel suo cuore, dove c'era stata la piaga,
    rest  la  cicatrice,  e  fu  tutto.  Durante il tempo che pass a
    Tolone una volta sola ud parlare della sorella,  e fu credo verso
    la  fine  del quarto anno di prigionia.  Non so come gli giungesse
    questa informazione.  Qualcuno che li aveva  conosciuti  in  paese
    aveva  incontrato  sua  sorella  a  Parigi,  dove  dimorava in una
    meschina viuzza vicino a San Sulpizio, in via Gindre. Aveva allora
    con s ancora un figlio,  l'ultimo,  un maschio.  Dove stavano gli
    altri? Forse non lo sapeva neppure lei. Tutte le mattine andava in
    una tipografia,  in via Sabot numero 3,  dove lavorava a piegare e
    cucire fogli;  doveva trovarvisi alle sei  del  mattino  e  quindi
    d'inverno, molto prima che facesse giorno. Nella stessa casa della
    tipografia  c'era una scuola,  dove accompagnava il figlioletto di
    sette anni. Ma siccome doveva porsi al lavoro alle sei e la scuola
    si apriva soltanto alle sette,  il fanciullo  doveva  rimanere  in
    cortile  un'ora  ad aspettare l'apertura della scuola.  D'inverno,
    un'ora di notte, all'aperto!  Non le permettevano di introdurlo in
    tipografia,   perch  dicevano  che  dava  fastidio.  Gli  operai,
    passando la mattina,  vedevano seduto  sul  selciato  quel  povero
    piccino,   cascante  dal  sonno,  spesso  addormentato  nel  buio,
    rannicchiato e chino sul suo panierino. Quando pioveva, la vecchia
    portinaia ne aveva piet e lo raccoglieva nel suo bugigattolo dove
    non c'era che un lettuccio,  un piccolo filatoio e  due  sedie  di
    legno;  l il fanciullo dormiva in un angolo,  stringendo il gatto
    tra le braccia per sentire meno freddo.  Alle sette si  apriva  la
    scuola,  ed  egli  entrava.  Questo    quello  che raccontarono a
    Giovanni Valjean. Gliene parlarono un giorno, e fu un istante,  un
    lampo,  come una finestra che si aprisse improvvisa sul destino di
    quelle creature da lui amate;  poi tutto si rinchiuse e non ne ud
    pi parlare.  Non seppe pi niente di loro,  non li rivide, non li
    incontr mai,  e nemmeno noi li ritroveremo nel  corso  di  questa
    dolorosa storia.
    Alla  fine del quarto anno di prigionia,  a Giovanni Valjean tocc
    il turno di evasione.  I compagni l'aiutarono come si usa in  quel
    triste luogo. Fugg e vag libero per due giorni nei campi, se pu
    chiamarsi  libert  essere  inseguito,  volgere  la  testa  a ogni
    istante,  trasalire al minimo rumore,  aver paura  di  tutto:  del
    tetto  che  fuma,  dell'uomo che passa,  del cane che abbaia,  del
    cavallo che galoppa,  dell'ora che suona,  del giorno perch ci si
    vede,  della  notte  perch  non  ci  si vede,  della strada,  del
    sentiero, del cespuglio,  del sonno.  Alla sera del secondo giorno
    lo riacciuffarono: da trentasei ore non aveva mangiato n dormito.
    Per  quel  nuovo delitto fu condannato a tre anni di prolungamento
    di pena,  e cos furono otto.  Nel sesto anno,  il  suo  turno  di
    evasione torn di nuovo,  ed egli ne approfitt ma senza portare a
    termine  la  fuga.  Era  mancato  all'appello.  Tuon  il  cannone
    d'allarme,  e  la ronda lo trov di notte nascosto sotto la carena
    di una nave in costruzione.  Oppose resistenza  alle  guardie  che
    l'arrestarono.  Fuga  e  ribellione:  fatti  previsti  dal  codice
    speciale,  che vennero puniti con un aggravamento di cinque  anni,
    due  dei  quali con doppia catena;  e cos divennero tredici.  Nel
    decimo anno ritorn il suo turno  e  ne  approfitt  ancora  senza
    riuscirvi;  altri  tre  anni  per  questo nuovo tentativo e furono
    sedici. Finalmente nel tredicesimo anno tent un'ultima volta e si
    fece riacciuffare dopo quattro ore di assenza;  altri tre anni per
    queste quattro ore: totale,  diciannove anni.  Fu messo in libert
    nell'ottobre 1815;  vi era entrato nel 1796 per aver  spezzato  un
    vetro e rubato un pane.
    Facciamo una breve parentesi.  E' la seconda volta che l'autore di
    questo libro  nei  suoi  studi  sulla  questione  penale  e  sulle
    condanne  fatte dalla legge,  si imbatte nel furto di un pane come
    punto di partenza della  rovina  di  un'esistenza.  Claudio  Gueux
    aveva  rubato  un  pane.  Giovanni  Valjean  aveva rubato un pane.
    Secondo una statistica inglese,  a Londra quattro furti su  cinque
    hanno la fame come movente immediato.
    Giovanni  Valjean era entrato nella prigione piangendo e fremendo;
    ne usc impassibile; era entrato disperato e ne usc cupo.
    Che cosa era accaduto in quell'anima?

    7. IL PERCHE' DELLA DISPERAZIONE.
    Tentiamo di dirlo.
    E' pur necessario che la societ contempli queste  cose  perch  
    lei che le fa.
    Valjean,  come dicemmo,  era un ignorante ma non un imbecille.  Il
    lume naturale era vivido in lui.  La sventura,  che ha pure la sua
    luce,  accrebbe il poco chiarore che c'era nella sua mente.  Sotto
    il bastone e la catena,  nella  cella  e  tra  le  fatiche,  sotto
    l'ardente sole delle prigioni e sul tavolaccio che gli serviva per
    dormire,  si  ripieg  sulla propria coscienza per riflettere.  Si
    costitu al tribunale della coscienza.
    E cominci col giudicare se stesso.
    Riconobbe che non era un innocente punito ingiustamente.  Confess
    a  se  stesso  di  aver  commesso un'azione indegna e riprovevole;
    forse quel pane,  se lo avesse  chiesto,  non  gli  sarebbe  stato
    negato;  in  ogni caso,  sarebbe stato meglio attenderlo sia dalla
    piet che dal lavoro;  non  sempre un argomento  ineccepibile  il
    dire:  si pu aspettare quando si ha fame?  Prima di tutto  assai
    raro che si muoia letteralmente di fame;  inoltre,  l'uomo per sua
    sventura o fortuna,  cos fatto che pu soffrire a lungo e molto,
    moralmente  e  fisicamente,   senza  morire,  e  quindi  ci  vuole
    pazienza;  forse  sarebbe  stato  meglio  anche  per  quei  poveri
    fanciulli;  era  stata  una pazzia,  per lui disgraziato e misero,
    prendere  violentemente  per  il  colletto  tutta  la  societ   e
    figurarsi  di  uscire  dalla miseria attraverso il furto.  In ogni
    caso,  era una pessima porta per uscire dalla miseria  quella  per
    cui si entra nell'infamia. Insomma confess di aver avuto torto.
    Poi domand a se stesso:
    Egli   solo   aveva   avuto   torto   in  quella  fatale  vicenda?
    Innanzitutto, non era grave che a lui,  lavoratore,  fosse mancato
    il  lavoro,  che  a lui laborioso fosse mancato il pane?  Inoltre,
    commesso e confessato il  fallo,  la  pena  non  era  stata  forse
    eccessiva e crudele? Non c'era stato maggiore abuso da parte della
    legge  nella  pena,  che  da parte del colpevole nel delitto?  Non
    c'era eccesso di pesi in uno dei piatti della bilancia,  in quello
    cio dell'espiazione?  L'eccesso della pena cancellava il delitto?
    oppure  capovolgeva  la  situazione,  sostituiva  la  colpa  della
    repressione  a  quella  del  delinquente,  mutava  il colpevole in
    vittima,  il debitore in  creditore,  e  poneva  cos  il  diritto
    proprio  dalla  parte  di colui che l'aveva violato?  Quella pena,
    aggravata  dai  successivi  prolungamenti  per  i   tentativi   di
    evasione,  non  si  risolveva  in  una specie di attentato del pi
    forte  al  pi  debole,   in  un  delitto  della  societ   contro
    l'individuo:  delitto che si rinnovava ogni giorno e che durava da
    diciannove anni?
    Si domand se la societ umana aveva il diritto di far  pagare  ai
    suoi  membri  da  una  parte  la  sua imprevidenza irragionevole e
    dall'altra la sua spietata previdenza;  e di tenere per sempre  un
    poveretto  tra  una deficienza e un eccesso: deficienza di lavoro,
    eccesso di castigo.
    Non era eccessivo che la societ trattasse cos proprio quei  suoi
    membri che sono i meno fortunati nella ripartizione dei beni fatta
    dal caso,  e per conseguenza i pi degni di essere compresi? Posti
    e risolti questi interrogativi, giudic la societ e la condann.
    La condann al suo odio.
    La chiam responsabile del destino che subiva,  e pens che  forse
    un giorno non avrebbe esitato a chiedergliene conto. Dichiar a se
    stesso  che  non  c'era  equilibrio  tra il danno causato e quello
    ricevuto;  e giunse alla conclusione che il suo castigo se non era
    un'ingiustizia era indubbiamente una iniquit.
    La   collera  pu  essere  pazza  e  assurda,   l'ira  pu  essere
    ingiustificata,  ma ci sentiamo indignati soltanto quando  abbiamo
    un fondamento di ragione. E Giovanni Valjean era indignato.
    Inoltre,  la  societ  gli  aveva fatto soltanto del male;  di lei
    aveva visto solo quel viso arcigno che chiamano  giustizia  e  che
    essa  mostra  a  quelli  che  colpisce.  Gli  uomini avevano avuto
    contatti con lui soltanto  per  maltrattarlo;  ogni  contatto  era
    stato una ferita.  Dopo la sua infanzia, dopo sua madre e dopo sua
    sorella,  non aveva pi udito una parola amica,  n incontrato uno
    sguardo benevolo. Di sofferenza in sofferenza arriv a poco a poco
    alla  convinzione  che la vita  una guerra e che in questa guerra
    lui era il vinto.  L'odio era l'unica sua arma e perci decise  di
    affilarla in galera e di portarla fuori quando sarebbe uscito.
    A Tolone c'era una scuola per la ciurma, tenuta dai Fratelli delle
    Scuole   Cristiane,   nella  quale  si  insegnavano  le  cose  pi
    elementari a quelli che,  tra i poveri condannati,  avevano voglia
    di  imparare.  Egli  fu  nel numero degli uomini di buona volont;
    and a scuola a quarant'anni,  impar a leggere,  a scrivere  e  a
    computare;  sentiva che, fortificando l'intelligenza rafforzava il
    proprio odio.  In certi  casi,  l'istruzione  e  la  luce  possono
    servire come arma al male.
    E'  triste  dirlo: dopo aver giudicato la societ che era stata la
    sua sventura,  giudic la Provvidenza che aveva creato la societ;
    e condann anche questa.
    Cos  durante  i  diciannove  anni  di  tortura  e  di  schiavit,
    quell'anima si innalz e discese al tempo  stesso:  da  una  parte
    accolse la luce, dall'altra le tenebre.
    Giovanni  Valjean,  come  vedemmo,  non era di indole perversa,  e
    quando entr in prigione era ancora buono. Qui condann la societ
    e divenne  malvagio;  condann  la  Provvidenza,  e  comprese  che
    diventava empio.
    E' difficile non fermarsi un momento a meditare.
    La  natura  umana  pu trasformarsi completamente da cima a fondo?
    L'uomo creato  buono  da  Dio  pu  diventare  cattivo  per  opera
    dell'uomo?  Pu  l'anima essere modificata dal destino e diventare
    cattiva, se il destino  cattivo? Pu il cuore, sotto la pressione
    di una sventura sproporzionata,  deformarsi e contrarre laidezze e
    infermit  incurabili,  come la colonna vertebrale sotto una volta
    troppo bassa?  Nell'anima umana in genere e in quella di  Giovanni
    Valjean  in  particolare,  non  c'era una scintilla primitiva,  un
    elemento  divino  incorruttibile  in  questo  mondo  e   immortale
    nell'altro,  che  il  bene pu sviluppare,  attizzare,  accendere,
    infiammare,  e far risplendere radiosamente e che il male non  pu
    spegnere mai completamente?
    Domande  gravi  e  oscure,  all'ultima  delle  quali probabilmente
    qualunque fisiologo avrebbe risposto di no  senza  esitare,  se  a
    Lione,  nelle  ore  di riposo,  che per Valjean erano quelle della
    meditazione, avesse visto seduto sulla manovella di un argano, con
    le braccia incrociate e con l'estremit  della  catena  appoggiata
    alla tasca per impedirne lo strascico, quel galeotto serio, tetro,
    taciturno  e  pensieroso,  quel  paria  della legge,  che guardava
    l'uomo con collera,  quel dannato dalla  civilt  che  fissava  il
    cielo con occhio severo.
    Certo,  n  vogliamo  dissimularlo,  il  fisiologo  osservatore lo
    avrebbe giudicato un male senza rimedio;  forse avrebbe  compianto
    quel malato della legge,  ma non avrebbe nemmeno osato tentarne la
    guarigione;   avrebbe  distolto  lo  sguardo   dagli   abissi   di
    quell'anima,  e,  come  Dante  dalla  porta dell'Inferno,  avrebbe
    cancellato da quell'esistenza la parola che il dito di Dio scrisse
    sulla fronte di ogni uomo: "Speranza"!
    Questo stato della sua anima,  che abbiamo tentato di  analizzare,
    era  cos  chiaro  per un Giovanni Valjean come abbiamo cercato di
    descriverlo per i lettori?  Distingueva con sicurezza i molteplici
    componenti della sua miseria morale,  e li aveva ben percepiti via
    via che si erano  andati  formando?  Poteva  quell'uomo,  rozzo  e
    illetterato, rendersi chiaramente conto della successione di idee,
    per  cui  gradatamente  era  salito  e  disceso  fino alle lugubri
    prospettive che da  tanti  anni  sbarravano  l'orizzonte  del  suo
    intelletto?  Aveva proprio coscienza di quanto era accaduto in lui
    e di quanto vi si agitava?  Non oseremmo asserirlo,  anzi  non  lo
    crediamo.  C'era troppa ignoranza in Valjean e quindi,  anche dopo
    tante sventure, molta confusione; talvolta neanche lui sapeva quel
    che sentiva. Giovanni Valjean viveva nelle tenebre, soffriva nelle
    tenebre e nelle tenebre odiava,  potremmo dire che odiava ci  che
    aveva  davanti.  Viveva  abitualmente  in  quell'ombra,  andando a
    tastoni come un cieco o come un sonnambulo.  Di tanto in tanto gli
    veniva  improvviso,  o  dal  proprio  interno o dal di fuori,  uno
    scatto di collera,  un aumento di sofferenza,  un lampo  rapido  e
    incerto  che  gli  illuminava  l'anima  e,  ai  raggi  di una luce
    spaventosa, gli mostrava bruscamente intorno, davanti e di dietro,
    gli orribili precipizi e le cupe prospettive del suo destino.
    Svanito il lampo, tornava la notte, e allora dov'era? Lo ignorava.
    La caratteristica di queste pene, nelle quali predomina l'assoluta
    mancanza di ogni  piet  e  quindi  l'abbrutimento,  consiste  nel
    trasformare,   a   poco  a  poco  e  con  una  specie  di  stupida
    trasfigurazione, l'uomo in una bestia selvaggia,  e talvolta anche
    in  una  bestia  feroce.  I  molteplici  e  ostinati  tentativi di
    evasione di Giovanni  Valjean  basterebbero  a  dimostrare  questo
    strano  effetto  ottenuto  dalla legge sull'animo umano.  Giovanni
    Valjean avrebbe rinnovato,  ogni qualvolta se ne fosse  presentata
    l'occasione,  quei tentativi di fuga cos inutili e stolti,  senza
    riflettere un momento n  al  risultato  n  alle  esperienze  gi
    fatte.  Fuggiva  impetuosamente,  come un lupo che trova aperta la
    gabbia.  L'istinto gli gridava: salvati!  La  ragione  invece  gli
    avrebbe detto: rimani! Ma, dinanzi a una tentazione cos violenta,
    ogni ragionamento scompariva,  e restava solo l'istinto; chi agiva
    era la bestia.  Quando veniva riacciuffato,  le nuove pene che gli
    infliggevano servivano soltanto a irritarlo maggiormente.
    Non  possiamo  omettere  un  particolare;  egli   era di una forza
    fisica superiore a quella di qualsiasi  galeotto.  Al  lavoro  nel
    girare  un  argano  o  per  rallentare una gomena,  valeva quattro
    uomini; talvolta sollevava e sosteneva sulle spalle pesi enormi, e
    sostituiva  quell'ordigno  che  chiamano  martinetto.  Una  volta,
    mentre riattavano il balcone del palazzo municipale di Tolone, una
    delle bellissime cariatidi del Puget che lo sostengono,  si stacc
    e stava per cadere.  Ma Giovanni Valjean,  che  era  presente,  la
    puntell con le spalle e la sostenne finch arrivarono gli operai.
    In  lui l'agilit superava la forza.  Certi galeotti,  impenitenti
    sognatori di  fughe,  finiscono  col  fare  della  forza  e  della
    destrezza  una  vera  scienza:  la scienza dei muscoli.  Tutta una
    ginnastica  misteriosa   viene   praticata   quotidianamente   dai
    prigionieri,  da  questi  eterni  invidiosi  delle  mosche e degli
    uccelli.  Arrampicarsi lungo una verticale e trovare dei punti  di
    appoggio  dove  si  vede  appena  una sporgenza,  era un gioco per
    Valjean;  gli bastava  un  angolo  di  muro  per  spingersi  quasi
    magicamente  a  un  terzo  piano  con  la tensione del dorso e dei
    garetti, con i gomiti e i calcagni incastrati nelle asperit della
    pietra; talvolta arrivava cos fino al tetto della prigione.
    Parlava poco e non rideva mai.  Ci voleva un'emozione violenta per
    strappargli,  una  o  due  volte  all'anno,  quel  funebre riso di
    forzato che  come un' eco del riso di Satana.  A  vederlo  pareva
    intento a guardare continuamente qualcosa di terribile.
    Difatti era sempre assorto.
    Attraverso  le  stentate  percezioni di una natura incompleta e di
    un'intelligenza angustiata, avvertiva confusamente che qualcosa di
    mostruoso lo  opprimeva.  Nell'oscura  e  tetra  penombra  in  cui
    strisciava, ogni volta che volgeva la testa e tentava di alzare lo
    sguardo,  vedeva, con terrore misto a rabbia, sorgere sopra di s,
    erigersi e salire a perdita d'occhio,  con  orribili  sbalzi,  uno
    spaventoso mucchio di cose,  di leggi,  di pregiudizi, di uomini e
    di  fatti,  i  cui  contorni  gli  sfuggivano,  la  cui  massa  lo
    spaventava,  e  che non erano altro che quella prodigiosa piramide
    chiamata  civilt.  Distingueva  qua  e  l,  in  quell'informe  e
    formicolante cafarnao, ora presso di lui ora lontano, e su ripiani
    inaccessibili,  qualche  gruppo,  qualche  particolare vividamente
    illuminato: qui l'aguzzino col suo bastone, qua il gendarme con la
    spada, laggi l'arcivescovo mitrato, e alla sommit, in una specie
    di raggiera,  l'imperatore coronato e abbagliante.  Gli pareva che
    questi  lontani  splendori,  invece di dissipare la sua notte,  la
    facessero pi nera. Leggi, pregiudizi, fatti, uomini e cose, tutto
    questo  andava  e  veniva  sopra  di  lui,  secondo  il  movimento
    complicato  e  misterioso  che  Dio  imprime  alla civilt,  e gli
    camminava addosso e lo  schiacciava  con  una  certa  tranquillit
    crudele e con una inesorabile indifferenza. Anime cadute nella pi
    bassa sventura, uomini disgraziati, infelici, perduti nel profondo
    di  quei  limbi  in  cui non si guarda pi,  i reprobi della legge
    sentono gravare,  con tutto il suo  peso  sul  loro  capo,  quella
    societ  umana  cos terribile per chi sta fuori e cos spaventosa
    per chi sta sotto.
    In questa situazione Giovanni Valjean pensava. Quale poteva essere
    la natura dei suoi pensieri?
    Se il chicco di frumento sotto la mola potesse pensare, penserebbe
    certamente quel che pensava Giovanni Valjean.  Tutte quelle  cose,
    realt  piene di spettri,  fantasmagorie piene di realt,  avevano
    finito col creare in lui uno stato interiore quasi inesprimibile.
    A momenti, durante i suoi lavoro forzati,  si fermava e si metteva
    a pensare. La sua ragione, pi matura, ma pi torbida di un tempo,
    si  ribellava.  Tutto  quello  che  gli  era  accaduto  gli pareva
    impossibile.  Diceva tra s: E' un sogno.  Guardava  l'aguzzino  a
    pochi passi da lui;  l'aguzzino pareva un fantasma;  e d'un tratto
    il fantasma gli dava una bastonata.
    La natura visibile esisteva appena per lui.  Si potrebbe anzi dire
    che  per  Giovanni  Valjean  non  c'erano n il sole,  n le belle
    giornate d'estate,  n  il  cielo  radioso,  n  le  fresche  albe
    d'aprile.  Non  so quale spiraglio di luce illuminava abitualmente
    la sua anima.
    Per riassumere infine quel che   riassumibile  e  traducibile  in
    risultati  positivi,   ci  limiteremo  a  costatare  che  Giovanni
    Valjean,  l'inoffensivo  potatore  di  Faverolles,   il  terribile
    galeotto   di  Tolone,   grazie  alla  trasformazione  operata  da
    diciannove anni di prigione, era diventato capace di due specie di
    cattive  azioni:  innanzitutto,  di  una  cattiva  azione  rapida,
    irriflessiva, piena di stordimento, tutta istintiva, una specie di
    rappresaglia per il male sofferto; poi, di un'azione grave, seria,
    discussa e meditata con le idee false che pu suggerire una simile
    sventura.   Le  sue  premeditazioni  passavano  per  le  tre  fasi
    successive  che  soltanto  certi  caratteri  possono   percorrere:
    ragionamento,   volont,   ostinazione.   I  suoi  moventi  erano:
    l'indignazione abituale, l'amarezza dell'anima,  il senso profondo
    delle  iniquit  subte,  la  reazione  anche contro i buoni,  gli
    innocenti e i giusti,  se ci sono.  Il punto di partenza  come  il
    punto  di  arrivo di tutti i suoi pensieri era l'odio per la legge
    umana: quell'odio che,  se non    fermato  nel  suo  sviluppo  da
    qualche provvidenziale incidente,  diventa poi odio della societ,
    odio del genere umano,  odio della creazione,  e si traduce in  un
    vago,  incessante  e  brutale  desiderio di nuocere a un qualunque
    essere vivente.  Come si vede,  non senza ragione,  il  passaporto
    qualificava Giovanni Valjean uomo pericolosissimo.
    Di   anno   in  anno,   quell'anima  s'era  inaridita  sempre  pi
    lentamente,  ma fatalmente.  A cuore arido,  occhio arido.  Quando
    usc  di  prigione,  non  aveva  versato una lacrima da diciannove
    anni.

    8. L'ONDA E L'OMBRA.
    Un uomo in mare!
    Che importa? La nave non si ferma.  Il vento soffia,  e quel tetro
    naviglio ha una strada da fare. Va avanti.
    L'uomo scompare,  riappare, si immerge, riemerge, invoca, tende le
    braccia e non  sentito.  La nave,  scossa  dall'uragano,  attende
    alle manovre; i marinai e i passeggeri non vedono pi il naufrago;
    la sua povera testa  soltanto un punto nell'enormit delle onde.
    Egli lancia grida disperate nel profondo silenzio.  Che spettro la
    nave che se ne va!  Egli la guarda e la  riguarda  freneticamente.
    Questa si allontana,  si scolora,  si impicciolisce. Poco fa stava
    l, apparteneva all'equipaggio,  andava e veniva sul ponte insieme
    con  gli  altri,  aveva la sua parte di respiro e di sole,  era un
    vivente. Adesso, cosa  dunque accaduto? E' scivolato,  caduto, 
    finito.
    E' nell'acqua mostruosa.  Sotto i piedi ha ci che fugge e crolla.
    I   flutti   infranti   e   accresciuti  dal  vento  lo  assalgono
    orrendamente, i sussulti dell'abisso lo trascinano,  tutti i cenci
    dell'acqua si agitano attorno al suo capo, una plebaglia di flutti
    gli  sputa  in  faccia,  confusi baratri lo ingoiano a met;  ogni
    volta  che  affonda,  intravede  precipizi  tenebrosi;  spaventose
    vegetazioni  ignote  lo  afferrano,   gli  tirano  i  piedi  e  lo
    attraggono; sente di diventare abisso, di far parte della schiuma,
    sente che le onde se lo palleggiano  tra  loro;  beve  l'amarezza;
    l'oceano  vile  si  ostina  ad affondarlo,  e l'immensit si burla
    della sua agonia. Pare che tutta quell'acqua sia odio.
    Tuttavia egli lotta,  cerca di difendersi,  cerca di sostenersi fa
    sforzi,   nuota.  Lui,  povera  forza  subito  esaurita,  combatte
    l'inesauribile.
    Dov' la nave?  Laggi,  appena  visibile  nelle  pallide  tenebre
    dell'orizzonte.
    Soffiano  le raffiche;  tutte le schiume lo schiacciano.  Alza gli
    occhi e  non  vede  che  livide  nubi.  Assiste  agonizzando  alla
    sterminata  demenza del mare,  ed  suppliziato da quella demenza.
    Sente rumori stranieri all'uomo che sembrano venire dall'al di  l
    della terra e da non si sa quale luogo tremendo.
    Ci  sono  degli  uccelli  tra  le nuvole come ci sono angeli al di
    sopra delle angosce umane;  ma che  cosa  possono  fare  per  lui?
    Volano, cantano, planano, e lui intanto rantola.
    Si  sente  seppellito da questi due infiniti: l'oceano e il cielo;
    l'uno  una tomba, l'altro  un lenzuolo.
    Cade la notte.  Da parecchie ore egli nuota e le forze stanno  per
    esaurirsi.  La  nave,  quella  cosa  lontana,  dove  c'erano degli
    uomini,  scomparsa. E' solo nel formidabile vortice crepuscolare;
    affonda; si irrigidisce; si torce, e sente di sotto i vaghi mostri
    dell'invisibile. Egli chiama.
    Non c' nessun uomo. Dove  Dio?
    Chiama, chiama sempre qualcuno.
    Non c' niente all'orizzonte e niente in cielo.
    Invoca il mare, l'onda, l'alga, lo scoglio.  Sono sordi.  Supplica
    la   tempesta:   ma   l'imperturbabile   tempesta  obbedisce  solo
    all'infinito.
    Attorno a lui, l'oscurit,  la nebbia,  la solitudine,  il tumulto
    uraganoso  e  incosciente,  l'indefinito  ondeggiare  delle  acque
    selvagge. Dentro di lui,  l'orrore e la stanchezza.  Sotto di lui,
    l'abisso.
    Egli  pensa  alle  tenebrose avventure del suo cadavere nell'ombra
    senza limite.  Il freddo intenso lo  paralizza.  Le  sue  mani  si
    contraggono e si chiudono,  ma non afferrano nulla.  Venti,  nubi,
    turbini,  stelle  inutili!  Che  fare?   Il  disperato  stanco  si
    abbandona,  decide  di  morire,  si lascia andare,  lascia fare al
    destino;  ed ecco che rotola per sempre nelle  lugubri  profondit
    della voragine.
    O  implacabile cammino delle societ umane!  Perdite d'uomini e di
    anime per via!  Oceano,  nel quale cade tutto quello che la  legge
    lascia cadere! Scomparsa sinistra di ogni soccorso! Morte morale!
    Il  mare    l'inesorabile  notte  sociale in cui il codice penale
    getta i suoi condannati. Il mare  l'immensa miseria.
    L'anima trascinata in quel gorgo pu diventare un cadavere. Chi la
    risusciter?

    9. NUOVI SOPRUSI.
    Quando  giunse  l'ora  di  uscire  dalla  prigione,  quando  sent
    risuonare  all'orecchio  le  strane  parole: "sei libero"!  fu per
    Giovanni Valjean un momento indicibile e straordinario.  Un raggio
    di viva luce,  della vera luce dei viventi,  penetr improvviso in
    lui ma non tard  a  impallidire.  Valjean  era  stato  abbagliato
    dall'idea  della libert.  Aveva creduto a una nuova vita,  ma ben
    presto cap che  cosa    una  libert  garantita  dal  passaporto
    giallo.
    E  poi,  quanti  altri motivi di amarezza!  Aveva calcolato che la
    somma  guadagnata  nella  lunga  prigionia  doveva   ammontare   a
    centosettantuno   franchi.   Bisogna   per  osservare  che  aveva
    dimenticato di fare entrare nei  suoi  calcoli  il  riposo  coatto
    delle  domeniche  e  delle altre feste,  il che in diciannove anni
    portava una diminuzione di circa  ventiquattro  franchi.  Comunque
    per le varie trattenute, quella somma si trov ridotta a centonove
    franchi  e  settantacinque  centesimi che gli furono consegnati al
    momento di uscire.
    Egli non ne cap nulla e si credette leso; anzi diciamo la parola,
    derubato.
    L'indomani della sua scarcerazione vide  a  Grasse,  davanti  alla
    porta di una distilleria di zagare,  alcuni uomini che scaricavano
    balle. Si offr e, poich il lavoro urgeva, fu accettato.  Si mise
    all'opera;  era  intelligente,  robusto  e  svelto,  e fece quanto
    meglio pot. Il padrone pareva contento. Mentre lavorava pass per
    caso una guardia che l'osserv e gli chiese i  documenti.  Dovette
    esibire il passaporto giallo. Dopo di che, riprese il lavoro. Poco
    prima  aveva  chiesto  a  uno  degli  operai  quanto guadagnava al
    giorno, e gli era stato risposto: trenta soldi. Venuta la sera,  e
    dovendo   partire   l'indomani,   si  present  al  padrone  della
    distilleria e lo preg di pagarlo. Questi,  senza dire una parola,
    gli consegn venticinque soldi.  Valjean fece qualche rimostranza.
    Il padrone gli rispose: "Questo  anche troppo per  te!".  Valjean
    insistette,  ma l'altro fissandolo negli occhi,  disse: "Bada alla
    prigione!". Anche qui si credette derubato.
    La societ, lo Stato,  diminuendo la sua diaria,  l'aveva truffato
    in grande, adesso l'individuo lo truffava in piccolo.
    La  scarcerazione non  la libert.  Si esce dalla prigione ma non
    dalla condanna.
    Questo gli era accaduto a Grasse.  Abbiamo gi  visto  come  fosse
    stato accolto a Digne.

    10. L'UOMO SI SVEGLIA.
    Suonavano dunque le due del mattino all'orologio della cattedrale,
    quando Giovanni Valjean si svegli.
    Si  svegli perch il letto era troppo comodo.  Da quasi vent'anni
    non dormiva nel letto,  e,  quantunque non si fosse spogliato,  la
    sensazione era troppo nuova per non rendergli il sonno inquieto.
    Aveva  dormito pi di quattro ore.  La stanchezza gli era passata.
    Era uso a non concedere troppo tempo al riposo.
    Apr gli occhi e si guard attorno nel buio;  poi li richiuse  per
    riaddormentarsi.
    Dopo  un  giorno agitato da molte e varie sensazioni e quando si 
    preoccupati, ci si addormenta la prima volta ma non la seconda, il
    sonno viene pi facilmente che non ritorni. Questo accadde anche a
    Valjean. Non pot riprendere sonno, e cominci a pensare.
    Si trovava in uno di quei momenti in cui le idee ci si  affacciano
    confuse. Nel suo cervello c'era come un oscuro andirivieni, in cui
    passavano e s'incrociavano confusamente ricordi antichi e recenti,
    deformandosi,   ingrossandosi  smisuratamente,   per  poi  sparire
    d'improvviso come se si tuffassero in un lago fangoso  e  agitato.
    Molti  erano  i  pensieri  che affluivano nella sua mente,  ma uno
    tornava spesso  e  scacciava  tutti  gli  altri.  Questo  pensiero
    vogliamo  farlo  conoscere  subito:  era  stato  colpito dalle sei
    posate d'argento e dal mestolo, che mamma Magloire aveva collocato
    sulla tavola. Quelle posate l'ossessionavano. Erano l...  a pochi
    passi.  Attraversando la camera vicina per venire dove si trovava,
    la vecchia perpetua le stava  riponendo  in  un  armadio  a  muro,
    accanto  al  letto...,  armadio  che egli aveva notato,  a destra,
    entrando  dalla  sala  da  pranzo...   Ed  erano  massicce;   vera
    argenteria  antica...  Col  mestolo  si  potevano  ottenere almeno
    duecento  franchi,   il  doppio  di  quanto  aveva  guadagnato  in
    diciannove  anni.  Avrebbe  guadagnato  di pi,  se il governo non
    l'avesse derubato.
    La sua mente fu per un'ora intera fra tentennamenti a cui si univa
    pure un po' di lotta. Suonarono le tre,  Valjean riapr gli occhi,
    si  rizz  bruscamente  a sedere,  stese il braccio verso il sacco
    gettato nell'angolo dell'alcova, poi butt gi le gambe,  appoggi
    i piedi a terra e, quasi senza saperlo, si trov seduto sul letto.
    Per  qualche  tempo  rest  meditabondo in quella posa che avrebbe
    avuto qualcosa di sinistro per chiunque avesse visto nelle tenebre
    lui solo sveglio in una casa addormentata.  Poi si chin di colpo,
    si tolse le scarpe e le pos adagio sulla stuoia accanto al letto;
    quindi riprese l'atteggiamento meditabondo e ridivenne immobile.
    In  quella  orrida  meditazione,  le  idee  che  abbiamo accennato
    agitavano senza tregua il suo cervello, rientravano,  ne uscivano,
    vi rientravano,  ed esercitavano una specie di oppressione.  E poi
    pensava pure,  senza sapere perch e con la meccanica  ostinazione
    di  chi  fantastica,  a un galeotto di nome Brevet,  conosciuto in
    prigionia e che aveva i pantaloni sostenuti da una  sola  bretella
    di  cotone.  Il  disegno  a  scacchi di quella bretella gli veniva
    continuamente alla mente.
    Rest in quella posizione,  e forse ci sarebbe cos  restato  fino
    all'alba,  se  l'orologio  non avesse suonato il quarto o la mezza
    ora. Parve che quel colpo gli dicesse: Va!
    Si rizz in piedi, esit ancora, e si mise a origliare; nella casa
    tutto  taceva;  allora  and  diritto  e  a  passettini  verso  la
    finestra,  che si intravedeva appena. La notte non era molto buia;
    c'era una luna piena,  su cui passavano larghe nuvole  spinte  dal
    vento; il che produceva di fuori alternative d'ombre e di luci, di
    eclissi  e  di chiarori,  mentre nell'interno della casa c'era una
    specie di crepuscolo,  che era sufficiente  per  poter  camminare,
    intermittente  a  causa  delle  nubi  e  simile a quella specie di
    lividore che penetra nello spiraglio di una cantina davanti a  cui
    vanno  e  vengono  i  passanti.  Arrivato alla finestra Valjean la
    esamin.  Era senza grata,  dava sul giardino e si chiudeva con un
    nottolino, come si usava in paese.
    L'apr,  ma  la  richiuse subito perch un vento freddo e pungente
    entr  bruscamente  nella  camera.   Guard   nel   giardino   con
    quell'occhio attento che studia pi che guardare.  Il giardino era
    cinto da un muro bianco,  molto basso,  e facile a scavalcare.  In
    fondo, al di l, distinse le cime di alberi spaziati regolarmente,
    il  che indicava che il muro divideva il giardino da un viale o da
    una stradetta alberata.
    Data questa occhiata, fece il gesto di chi ha preso una decisione;
    ritorn nell'alcova,  riprese il sacco,  l'apr,  lo frug ne cav
    fuori  qualcosa  che  depose sul letto;  mise nel sacco le scarpe,
    richiuse il sacco  e  se  lo  caric  sulle  spalle;  si  pose  il
    berretto,  tir la visiera sugli occhi, cerc a tentoni il bastone
    e lo colloc nell'angolo della finestra;  poi,  riaccostandosi  al
    letto,  afferr  risolutamente  l'oggetto  che aveva deposto e che
    somigliava a una corta sbarra di ferro acuminata come uno spiedo.
    Sarebbe stato difficile  distinguere  nelle  tenebre  a  che  cosa
    poteva servire quel pezzo di ferro.  Era una leva?  Era una mazza?
    Alla luce del giorno si sarebbe visto che non era  altro  che  una
    leva da minatore.  A quel tempo la usavano talvolta i galeotti per
    estrarre dei macigni dalle colline attorno a  Tolone;  e  non  era
    quindi  raro  che  avessero  a loro disposizione degli utensili da
    minatore.  Quella  leva  era  di  ferro  massiccio,   e  terminava
    nell'estremit  inferiore  con una punta che serviva a conficcarla
    nella roccia.
    Afferr la leva con la destra e, trattenendo il respiro, smorzando
    il passo,  si diresse verso la porta della camera vicina  che  era
    quella del Vescovo.  Giuntovi,  la trov socchiusa. Il Vescovo non
    l'aveva chiusa.

    11. QUELLO CHE FA.
    Giovanni Valjean stette a  origliare.  Nessun  rumore.  Spinse  la
    porta.
    La  spinse  leggermente  col  dito,  con  la delicatezza furtiva e
    inquieta di un gatto che vuole entrare.
    La porta s'apr con  un  movimento  silenzioso  e  impercettibile.
    Aspett un momento; poi spinse di nuovo la porta con pi coraggio.
    Questa  continu  a cedere in silenzio.  L'apertura era abbastanza
    grande per poter passare; ma presso la porta c'era un tavolino che
    con lo spigolo dava fastidio e sbarrava l'ingresso.
    Giovanni   Valjean   s'accorse   della    difficolt.    Bisognava
    assolutamente  allargare  l'apertura.  Si decise e diede una terza
    spinta alla porta, pi energicamente delle altre due.  Ma,  questa
    volta,  un  cardine  un  po'  arrugginito  emise nel buio un suono
    stridulo e prolungato.
    Valjean trasal.  Il cigolio del cardine risuon nel suo  orecchio
    rimbombante e terribile come la tromba del giudizio universale.
    Nelle  fantastiche  esagerazioni del primo momento gli parve quasi
    che quel cardine si fosse animato di  una  vita  terribile  e  che
    abbaiasse come un cane per allarmare e svegliare i dormienti.
    Si  ferm,  fremente  e smarrito,  e dalla punta dei piedi ricadde
    sulle  calcagna.  Sent  le  arterie  battere  nelle  tempie  come
    martelli di fucina e gli sembr che il fiato gli uscisse dal petto
    col  rumore  del  vento  che  esce  da  una  caverna.  Gli  pareva
    impossibile che l'orribile cigolo di quel  cardine  irritato  non
    avesse  svegliato  tutta la casa come una scossa di terremoto.  La
    porta,  spinta da lui,  aveva  dato  l'allarme,  il  vegliardo  si
    sarebbe alzato,  le due donne avrebbero gridato, da tutte le parti
    sarebbero accorsi in aiuto; tra un quarto d'ora la citt sarebbe a
    rumore e le guardie in movimento.  D'un tratto,  si sent perduto;
    rimase dov'era,  pietrificato come una statua di sale,  senza fare
    un movimento.  Passarono dei minuti,  la porta si era  spalancata.
    Guard nella camera. Nessun movimento. Stette ad ascoltare. Nessun
    rumore.  Lo  stridore  del cardine arrugginito non aveva svegliato
    nessuno.
    Passato il primo pericolo,  c'era ancora  in  lui  uno  spaventoso
    tumulto.  Per  non  indietreggi.  Anche  quando  si  era creduto
    perduto, non aveva mai indietreggiato. Pens di concludere presto.
    Fece un passo, ed entr nella camera.
    Regnava in quella camera una calma perfetta.  Vi si  distinguevano
    qua e l forme confuse e vaghe che di giorno erano carte sparse su
    di un tavolo,  libri aperti, volumi ammucchiati sullo sgabello, un
    seggiolone carico di vesti, un inginocchiatoio;  tutti oggetti che
    a  quell'ora  erano angoli tenebrosi e spazi biancastri.  Giovanni
    Valjean avanz con cautela per non urtare  nei  mobili.  In  fondo
    alla  stanza,  sentiva  il respiro eguale e tranquillo del Vescovo
    addormentato.
    Si ferm di colpo.  Si trovava accanto al letto.  C'era giunto pi
    presto che non credesse.
    Talvolta la natura interpone nelle nostre azioni i suoi fenomeni e
    i  suoi  spettacoli,  con  una  specie di opportunit misteriosa e
    intelligente,  come  se  ci  invitasse  a  riflettere.   Da  quasi
    mezz'ora,  una grande nuvola copriva il cielo.  Nel momento in cui
    Giovanni Valjean si ferm di fronte al  letto,  quella  nuvola  si
    squarci come se l'avesse fatto di proposito, e un raggio di luna,
    attraversando  la finestra,  venne a illuminare improvvisamente il
    volto pallido del  Vescovo.  Dormiva  tranquillamente.  Era  quasi
    vestito nel suo letto, per le notti fredde delle Basse Alpi; aveva
    addosso una veste di lana bruna che gli copriva le braccia fino ai
    polsi.   La   testa   era  rovesciata  sul  guanciale  nella  posa
    abbandonata del sonno;  fuori del letto pendeva la sua mano ornata
    dell'anello  pastorale  e  da cui erano uscite tante opere buone e
    sante  azioni.   Tutto  il  volto  era  illuminato  da  una   vaga
    espressione  di soddisfazione,  di speranza e di beatitudine.  Pi
    che un sorriso era quasi una irradiazione.  Sulla fronte aveva  il
    riflesso inesprimibile di una luce invisibile. L'anima dei giusti,
    durante il sonno, contempla un cielo misterioso.
    Un riflesso di questo cielo splendeva sul Vescovo.
    Ed  era in pari tempo una trasparenza luminosa,  perch quel cielo
    era dentro di lui; quel cielo era la sua coscienza.
    Quando il raggio lunare si sovrappose,  per cos  dire,  a  quella
    luminosit  interiore,  il  Vescovo addormentato parve come in una
    gloria;   tuttavia  rest  dolce  e  velato  da  una  mezza   luce
    ineffabile.  La  luna nel cielo,  la natura assopita,  il giardino
    senza brezza, la casa cos calma, l'ora,  il momento,  il silenzio
    aggiungevano un non so che di solenne e di indicibile al venerando
    riposo  di  quel  saggio  e  avvolgevano  in una specie di aureola
    maestosa e serena quei capelli bianchi e quegli occhi chiusi, quel
    volto tutto speranza e tutto confidenza, quella testa di vegliardo
    e quel sonno di fanciullo.
    C'era del divino in quell'uomo cos augusto, a sua insaputa.
    Giovanni Valjean era invece nell'ombra,  con la sua leva di  ferro
    tra  le  mani,   ritto,  immobile,  impaurito  da  quel  vegliardo
    luminoso.   Non  aveva  mai  visto  alcunch  di  simile.   Quella
    confidenza lo spaventava;  nel mondo morale non c' spettacolo pi
    grande di quello di una coscienza torbida e inquieta,  giunta alle
    soglie di una cattiva azione e contemplante il sonno di un giusto.
    Quel sonno,  in quella solitudine, e con un vicino come lui, aveva
    qualcosa di sublime che lui avvertiva vagamente ma imperiosamente.
    Nessuno, neanche lui,  avrebbe potuto dire che cosa provasse.  Per
    tentare  di  capirlo bisogna pensare all'estrema violenza messa di
    fronte alla estrema dolcezza.  Neanche sul suo  volto  si  sarebbe
    potuto  distinguere nulla.  C'era una specie di stupore selvaggio.
    Lui contemplava tutto questo. Ma qual era il suo pensiero? Sarebbe
    stato  impossibile  indovinarlo.   Era  evidente  che  si  sentiva
    commosso e sconvolto; ma di che natura era quella emozione?
    Il  suo  occhio  non  si staccava dal vegliardo.  L'unica cosa che
    risultava chiara nel suo atteggiamento e nella sua fisionomia  era
    una  strana  incertezza.  Si  sarebbe  detto che esitava tra i due
    abissi: quello nel quale ci si perde e  quello  nel  quale  ci  si
    salva. Sembrava disposto a fracassare quel cranio oppure a baciare
    quella mano.
    Dopo alcuni istanti,  alz lentamente il braccio sinistro versa la
    fronte e si tolse il berretto;  poi  il  braccio  ricadde  con  la
    stessa   lentezza,   e   Giovanni   Valjean   rientr   nella  sua
    contemplazione,  col berretto nella mano  sinistra,  con  la  leva
    nella destra, con i capelli irti sulla testa selvaggia.
    Il  Vescovo  continuava  a dormire in una pace profonda sotto quel
    terribile sguardo.
    Un riflesso lunare rendeva vagamente visibile,  al  di  sopra  del
    camino, il crocifisso che pareva aprire le braccia a entrambi, con
    una benedizione per l'uno e un perdono per l'altro.
    D'un tratto Valjean rimise il berretto e senza guardare il Vescovo
    avanz rapidamente lungo il letto, diritto verso l'armadio a muro,
    che  intravedeva  vicino al capezzale.  Alz la leva di ferro come
    per forzare la serratura; c'era la chiave;  l'apr;  la prima cosa
    che  gli  si  present fu il canestro con l'argenteria;  lo prese;
    attravers  la  camera  di  corsa  senza   precauzioni   e   senza
    preoccuparsi del rumore; giunse alla porta; rientr nell'oratorio;
    apr  la  finestra;  prese il suo bastone;  scavalc il davanzale;
    mise l'argenteria nel sacco; gett il canestro nel giardino; varc
    il muro di cinta come una tigre, e fugg.

    12. IL VESCOVO LAVORA.
    L'indomani, allo spuntar del sole, Monsignor Benvenuto passeggiava
    in giardino. Mamma Magloire accorse tutta sconvolta.
    - Monsignore, Monsignore, - grid.  - Vostra Grandezza sa dov' il
    canestro con l'argenteria?
    - S - disse il Vescovo.
    - Sia lodato Dio! Non sapevo che ne fosse accaduto.
    Il  Vescovo,   che  aveva  raccolto  poco  prima  il  canestro  in
    un'aiuola, lo present a mamma Magloire.
    - Eccolo.
    - Ebbene! - disse lei. - Non c' niente dentro! E l'argenteria?
    - Ah!  - riprese il Vescovo.  - V'interessa l'argenteria?  Non  so
    dove sia.
    - Gran Dio! E' stata rubata! L'ha rubata l'uomo di ieri sera.
    In  un  batter d'occhio e con tutta l'agilit di vecchia in gamba,
    mamma Magloire corse nell'oratorio,  entr nell'alcova  e  ritorn
    dal  Vescovo.  Il  Vescovo  intanto  si  era  curvato a esaminare,
    sospirando,  una pianticella di coclearia che  il  canestro  aveva
    spezzato  cadendo  nell'aiuola.  Al  grido  di  mamma  Magloire si
    raddrizz.
    - Monsignore! Quell'uomo  partito! L'argenteria  stata rubata.
    Parlando cos,  i suoi occhi si posarono su un angolo del giardino
    dove si scorgevano le tracce di una scalata.
    La cresta del muro aveva ceduto ed era caduta.
    -  Guardate!  se  ne    andato  di  l!  E'  saltato  nel  vicolo
    Cochefilet! Ah! che vergogna! Rubarci l'argenteria!
    Il Vescovo rest un istante silenzioso, poi fattosi serio, disse a
    mamma Magloire dolcemente:
    - Prima di tutto, era nostra quell'argenteria?
    Mamma Magloire rimase interdetta. Ci fu ancora una pausa, e poi il
    Vescovo continu:
    -  Mamma  Magloire,   a   torto   e   da   troppo   tempo   tenevo
    quell'argenteria.  Essa apparteneva ai poveri. Chi era quell'uomo?
    Evidentemente un povero.
    - Ges!  - riprese mamma Magloire.  - Non lo dico per me n per la
    signorina.  Per noi  indifferente, ma per Monsignore. Adesso, con
    che manger Monsignore?
    Il Vescovo la guard con aria stupita:
    - Ma non ci sono le posate di stagno?
    Mamma Magloire alz le spalle.
    - Lo stagno ha un certo odorino!
    - Allora posate di ferro.
    Mamma Magloire fece una smorfia significativa.
    - Il ferro ha un certo sapore.
    - Ebbene - disse il Vescovo - delle posate di legno.
    Pochi momenti dopo faceva colazione a quella stessa tavola  a  cui
    Giovanni  Valjean  s'era seduto il giorno prima.  Mentre mangiava,
    Monsignor Benvenuto faceva notare scherzosamente, alla sorella che
    taceva e a mamma Magloire che borbottava  tra  i  denti,  che  per
    inzuppare  un  pezzo di pane in una tazza di latte non c' bisogno
    di un cucchiaio o di una forchetta anche di legno.
    - Che bella idea!  - diceva mamma Magloire camminando  su  e  gi.
    Accogliere  un uomo simile e metterlo a dormire l accanto!  E che
    fortuna che si sia accontentato di  rubare!  Dio  mio!  quando  ci
    penso, tremo!
    Mentre fratello e sorella stavano per alzarsi da tavola, bussarono
    alla porta.
    - Entrate - disse il Vescovo.
    La  porta  si  apr  e un gruppo strano e aggressivo apparve sulla
    soglia.  Tre uomini tenevano un quarto per il bavero: i tre  erano
    gendarmi e l'altro era Giovanni Valjean.
    Un brigadiere delle guardie,  che guidava il gruppo,  stava presso
    la porta.  Entr e and incontro al  Vescovo,  facendo  il  saluto
    militare.
    - Monsignore!... - disse.
    A  questa  parola,  Giovanni  Valjean,  che  era  tetro  e  pareva
    abbattuto, alz la testa con aria stupefatta:
    - Monsignore! - mormor. - Ma non  il curato?...
    - Silenzio! - disse un gendarme. - Monsignor Vescovo.
    Frattanto  Monsignor  Benvenuto  s'era   avvicinato   con   quanta
    sveltezza gli permetteva la sua et.
    - Ah!  eccovi - esclam, guardando Giovanni Valjean. - Sono felice
    di vedervi!  Ma come!  Vi avevo dato anche i candelieri,  che sono
    d'argento  come  il  resto  e  da  cui  potreste ricavare duecento
    franchi! Perch non li avete portati con voi insieme alle posate?
    Giovanni Valjean spalanc gli occhi e guard il venerando  Vescovo
    con una espressione che non si pu descrivere in nessuna lingua.
    -  Monsignore  -  disse il brigadiere.  - Dunque era vero quel che
    diceva costui?  L'abbiamo incontrato che se  ne  andava  come  chi
    cerca di scappare.  L'abbiamo arrestato per indagare. Aveva questa
    argenteria...
    - Non vi ha detto - interruppe il Vescovo sorridendo - che gli era
    stata donata da un vecchio prete presso il quale aveva passato  la
    notte? Capisco tutto. E voi l'avete portato qui? E' un errore.
    - Sicch, possiamo rilasciarlo? - riprese il brigadiere.
    - Certo - rispose il Vescovo.
    Le guardie lasciarono Giovanni Valjean, che indietreggi.
    -  E'  proprio  vero che mi lasciano libero?  - disse con una voce
    quasi indistinta e come se parlasse nel sonno.
    - S, ti lasciamo, non lo capisci? - disse una guardia.
    - Amico mio, - rispose il Vescovo,  - prima che ve ne andiate ecco
    i vostri candelieri. Prendeteli!
    And presso il camino, prese i due candelieri d'argento e li port
    a Giovanni Valjean. Le due donne lo guardavano fare senza fiatare,
    senza un gesto, senza uno sguardo che potesse smentire il Vescovo.
    Giovanni Valjean tremava tutto.  Prese i due candelieri,  stupito,
    come un automa.
    - Adesso - disse il Vescovo - andate in pace! A proposito,  quando
    ritornerete,  amico  mio,    inutile  passare  per  il  giardino;
    potreste sempre entrare e uscire per la porta della strada, che di
    notte e di giorno  chiusa soltanto con un nottolino.
    Poi volgendosi alle guardie:
    - Signori, potete ritirarvi.  Le guardie se ne andarono.  Giovanni
    Valjean pareva uno che sta per svenire.
    Il Vescovo gli si avvicin e disse sottovoce:
    - Non dimenticate mai che mi avete promesso di usare questo denaro
    per diventare un uomo onesto.
    Giovanni  Valjean,  che  non  ricordava di aver promesso qualcosa,
    rest  interdetto.   Il  Vescovo  aveva  calcato  le  sue  parole,
    pronunciandole; poi riprese con una certa solennit:
    - Giovanni Valjean,  fratello mio, voi non appartenete pi al male
    ma al bene.  Io compro la vostra anima;  la sottraggo ai  pensieri
    neri e allo spirito di perdizione, per donarla a Dio.

    13. GERVASINO.
    Giovanni  Valjean usc dalla citt,  come se scappasse.  Si mise a
    camminare in fretta per i campi, prendendo le vie e i sentieri che
    gli si presentavano, senza accorgersi che ogni tanto ritornava sui
    suoi passi.  Vag cos tutta la mattinata,  senza mangiare e senza
    sentir  fame.  Era  in  preda a una folla di nuovi sentimenti.  Si
    sentiva una specie di  collera,  e  non  sapeva  contro  chi.  Non
    avrebbe  potuto  dire  se  fosse  commosso  o umiliato.  A momenti
    avvertiva una  strana  tenerezza  che  combatteva  opponendole  la
    durezza  dei  suoi  ultimi  venti anni.  Questo stato lo stancava.
    Vedeva con inquietudine scuotersi nell'anima sua quella specie  di
    calma  spaventosa  che  l'ingiustizia della sua sventura gli aveva
    procurata,  e si chiedeva che cosa avrebbe potuto sostituirla.  In
    certi momenti avrebbe preferito essere in prigione con le guardie,
    e che le cose fossero andate diversamente; ne avrebbe risentito di
    meno. Bench la stagione fosse assai inoltrata, c'era ancora qua e
    l  sulle  siepi  qualche  fiore  tardivo il cui profumo,  che gli
    arrivava passando, gli richiamava i ricordi dell'infanzia.  Questi
    ricordi  gli  erano  quasi insopportabili;  da tanto tempo non gli
    erano ritornati alla memoria.
    Cos,  dei pensieri inesprimibili si accumularono nella sua  mente
    per tutta la giornata.
    Mentre  il  sole  volgeva al tramonto,  allungando l'ombra di ogni
    sassolino,  Valjean stava seduto dietro un cespuglio in una  larga
    spianata rossiccia,  interamente deserta. All'orizzonte c'erano le
    Alpi; neppure il campanile di qualche lontano villaggio.  Giovanni
    Valjean  poteva  essere a tre leghe da Digne.  Un sentiero a pochi
    passi dal cespuglio attraversava la spianata.
    Un rumore giocondo interruppe quella sua meditazione,  che avrebbe
    contribuito  non  poco  a  rendere  spaventosi  i suoi cenci a chi
    l'avesse incontrato.
    Volse il capo e vide venire per il sentiero un  piccolo  savoiardo
    di una diecina d'anni,  che cantava,  con la fionda al fianco e la
    sua cassetta sulle spalle: uno di quei dolci  e  gai  ragazzi  che
    vanno  di  paese  in  paese mostrando le ginocchia per i buchi dei
    loro pantaloni.
    Senza interrompere il canto,  il ragazzo  di  tanto  in  tanto  si
    soffermava  per  giocare  con  alcune  monete  che  aveva in mano:
    probabilmente era tutta la sua fortuna.  Tra quelle  monete  c'era
    anche un pezzo di quaranta soldi.
    Il  ragazzo  si ferm accanto al cespuglio,  senza vedere Giovanni
    Valjean,  e fece saltare il suo pugno di monete  che  fino  allora
    aveva tenuto con molta destrezza sul dorso della mano.
    Questa  volta  per il pezzo da quaranta soldi gli sfugg e rotol
    verso il cespuglio fino a Giovanni Valjean.
    Giovanni Valjean ci mise il piede sopra.
    Intanto il ragazzo aveva seguito la moneta con l'occhio, e l'aveva
    visto. Non se ne meravigli e and difilato dall'uomo.
    Era un luogo completamente solitario. Fin dove poteva spingersi lo
    sguardo,  non c'era anima viva n nella pianura n  sul  sentiero.
    Non si udivano che lievi e deboli gridi di uno stormo d'uccelli di
    passaggio,  che volavano ad una certa altezza.  Il ragazzo volgeva
    le spalle al sole,  che gli metteva dei fili d'oro nei  capelli  e
    imporporava di luce sanguigna la faccia selvaggia di Valjean.
    - Signore, la mia moneta! - disse il piccolo savoiardo, con quella
    confidenza infantile fatta d'ignoranza e d'innocenza.
    - Come ti chiami? - chiese Giovanni Valjean.
    - Gervasino - signore.
     -Vattene! - disse Valjean.
    - Signore, restituitemi la moneta! - riprese il ragazzo.
    Valjean abbass la testa e non rispose.
    - La mia moneta, signore! - riprese il ragazzo.
    Lo sguardo di Valjean rest fisso a terra.
    - La mia moneta! - grid il ragazzo. - La mia moneta d'argento.
    Valjean pareva non sentire.  Il ragazzo lo prese per il colletto e
    lo scosse.  Al tempo stesso si sforzava di  scostare  lo  scarpone
    chiodato posto sul suo tesoro.
    - Voglio la mia moneta! la mia moneta di quaranta soldi!
    Il  ragazzo  piangeva.  La testa di Valjean si lev.  Stava ancora
    seduto.  I suoi occhi erano torbidi.  Guard il  ragazzo  con  una
    specie  di meraviglia,  poi allung la mano verso il suo bastone e
    con una voce terribile continu: - Chi ?
    - Io, signore! - rispose il ragazzo. - Gervasino! Io! restituitemi
    i quaranta soldi,  per favore!  Scostate il  piede,  signore,  per
    favore!
    Poi irritato e quasi minaccioso, cos piccolino com'era:
    - Non volete alzare il piede? alzate quel piede, vi dico!
    - Ah!  sei ancora tu!  - disse Valjean, e, rizzandosi bruscamente,
    sempre col piede sulla moneta, aggiunse: - Scappa subito!
    Il ragazzo spaventato lo guard;  poi  cominci  a  tremare  dalla
    testa  ai  piedi  e,  dopo  alcuni  momenti di stupore,  si mise a
    fuggire correndo con tutte le sue forze, senza osare n girarsi n
    gettare un grido.
    Per a una certa distanza fu costretto a fermarsi per l'affanno, e
    Valjean, pur immerso nel suo fantasticare, sent che singhiozzava.
    Poco dopo, il ragazzo scomparve.
    Il sole era tramontato.
    Attorno a Valjean cadevano le ombre. Per tutto il giorno non aveva
    mangiato e probabilmente aveva la febbre.
    Da quando il ragazzo era fuggito, era rimasto in piedi e non aveva
    mutato posa; il respiro gli sollevava il petto a intervalli lunghi
    e ineguali.  Il suo sguardo,  fisso davanti,  pareva studiasse con
    profonda  attenzione  i  contorni di un vecchio coccio di maiolica
    turchina tra l'erba. D'un tratto trasal.  Aveva sentito il freddo
    della   sera.   Si   calc   il   berretto  sulla  fronte,   cerc
    macchinalmente di stringere e abbottonare la palandrana,  fece  un
    passo  e  si  abbass  per  riprendere il suo bastone.  Si accorse
    allora della  moneta  di  due  franchi,  che  la  pressione  dello
    scarpone  aveva  quasi  conficcato  in terra e che splendeva tra i
    sassi. Prov come una scossa elettrica.
    - Che cosa  questo? - disse tra i denti.
    Indietreggi di tre passi;  poi si ferm,  senza poter staccare lo
    sguardo dal punto che pochi momenti prima premeva col piede,  come
    se quella cosa lucente nel buio fosse un occhio aperto fisso su di
    lui.
    Dopo alcuni secondi, si lanci convulso sulla moneta d'argento, la
    prese e,  rialzandosi,  si mise a guardare lontano  nella  pianura
    verso tutti i punti dell'orizzonte, ritto in piedi e tremante come
    una fiera spaventata che cerca asilo.
    Non  scorse  nulla.  La  notte  cadeva.  La  pianura  era fredda e
    sconfinata.   Grandi  nebbie  violacee  salivano  nella   chiarit
    crepuscolare.
    Disse:  -  Ah!  e  si mise a camminare a passo svelto in una certa
    direzione verso dove era scomparso il ragazzo.  Dopo un  centinaio
    di passi si ferm, guard e non vide niente.
    Allora grid con tutte le sue forze: - Gervasino! Gervasino!
    Tacque  e  attese.  Nessuno  rispose.  La  campagna  era deserta e
    malinconica.  Era in una solitudine immensa.  Attorno  a  lui  non
    c'era che l'ombra, in cui il suo sguardo si perdeva, e il silenzio
    in cui la sua voce si perdeva.
    Una  gelida  brezza  spirava e infondeva alle cose circostanti una
    specie di lugubre vita.  Gli arboscelli scuotevano i loro  piccoli
    rami  magri  con  una  furia  incredibile.  Si  sarebbe  detto che
    minacciavano e inseguivano qualcuno.
    Riprese a camminare; poi si mise a correre. Di tanto in tanto,  si
    fermava  e  gridava  in  quella  solitudine,  con una voce che era
    insieme qualcosa  di  formidabile  e  di  desolato:  -  Gervasino!
    Gervasino!
    Certo,  se  il  ragazzo  l'avesse  udito  avrebbe avuto paura e si
    sarebbe guardato dal farsi vedere.  Ma il ragazzo  era  gi  molto
    lontano. Incontr un prete a cavallo; gli si avvicin e gli disse:
    - Signor curato, avete visto passare un ragazzo?
    - No - disse il prete.
    - Un tale chiamato Gervasino?
    - Non ho visto nessuno.
    Trasse  di  tasca  due  monete  da cinque franchi e le consegn al
    prete.
    - Signor curato, questo  per i vostri poveri.  Signor curato,  si
    tratta  di  un  ragazzetto  di  circa  dieci  armi  che  porta una
    marmotta,  credo,  e una ghironda.  E' uno  di  quei  savoiardi...
    sapete?
    - Non l'ho visto.
    - Gervasino? Ma non  di questi villaggi? non potreste dirmelo?
    - Amico mio, se il ragazzo  come me lo descrivete, deve trattarsi
    di un straniero. Passano per questi paesi e noi non li conosciamo.
    Valjean,  con  un moto violento,  prese altre due monete da cinque
    franchi e le diede al prete, dicendo:
    - Per i vostri poveri.
    Poi aggiunse con un certo smarrimento:
    - Signor curato, fatemi arrestare. Sono un ladro.
    Il prete spron il cavallo e fugg spaventato.
    Giovanni Valjean si rimise a correre  nella  direzione  di  prima.
    Fece in tal modo un lungo cammino guardando,  chiamando, gridando,
    senza incontrare alcuno. Due o tre volte corse nella pianura verso
    qualcosa che gli pareva una creatura distesa o rannicchiata, ma si
    trattava di cespugli o di sassi sporgenti a fior  di  terra.  Alla
    fine si ferm all'incrocio di tre sentieri.  S'era levata la luna.
    Spinse il suo sguardo lontano  e  chiam  per  l'ultima  volta:  -
    Gervasino!  Gervasino!;  ma  il  suo  grido si spense nella nebbia
    senza suscitare un'eco.  Mormor ancora: Gervasino!,  ma  con  una
    voce debole e quasi balbuziente. Fu questo il suo ultimo sforzo; a
    un tratto le gambe gli si piegarono come se una invisibile potenza
    lo  schiacciasse  con  tutto  il peso della sua cattiva coscienza;
    cadde spossato su di una pietra,  con le mani  nei  capelli  e  il
    volto sui ginocchi, e grid:
    - Sono un miserabile!
    Allora  il suo cuore scoppi,  ed egli si mise a piangere.  Era la
    prima volta che piangeva dopo diciannove anni.
    Quando Giovanni Valjean era uscito dalla casa  del  Vescovo,  come
    abbiamo visto,  era come un allucinato e non poteva rendersi conto
    di quel  che  accadeva  in  lui.  Si  irrigidiva  contro  l'azione
    angelica  e  contro  le  dolci  parole  del  vegliardo.  "Mi avete
    promesso di diventare un uomo onesto.  Compro la vostra anima e la
    sottraggo allo spirito malvagio per donarla a Dio";  queste parole
    tornavano  insistenti.   A  quella  celeste  indulgenza   opponeva
    l'orgoglio  che  sta  in  noi  come una fortezza del male.  Capiva
    indistintamente che il perdono di quel prete  era  il  pi  grande
    assalto  e  il  pi  formidabile  attacco  da  cui fosse stato mai
    scosso;  che la sua durezza sarebbe diventata definitiva se avesse
    resistito  a  quella  clemenza;  che  se  cedeva,  avrebbe  dovuto
    rinunciare a quell'odio di cui le azioni degli  altri  uomini  gli
    avevano  riempito l'anima per tanti anni e che gli faceva piacere;
    che questa volta bisognava vincere o essere vinto e che la  lotta,
    una  lotta  colossale  e  decisiva,   era  impegnata  tra  la  sua
    cattiveria e la bont di quell'uomo.
    Dinanzi a tutta quella luce era come un ubriaco.  Mentre camminava
    cos, con gli occhi stravolti, aveva forse una percezione distinta
    dell'effetto  che  avrebbe  potuto avere in lui la sua avventura a
    Digne? Sentiva tutti quei misteriosi sussurri che stimolano oppure
    infastidiscono la mente in certi  momenti  della  vita?  Una  voce
    all'orecchio  gli  diceva che aveva attraversato l'ora solenne del
    suo destino,  che non ci sarebbe stata pi via di mezzo  per  lui;
    che,  se  non  diventava  il  migliore  tra  gli  uomini,  sarebbe
    diventato il peggiore; che ormai doveva, per cos dire, salire pi
    in alto del Vescovo oppure cadere pi in basso del  galeotto;  che
    se  voleva  diventare  buono  doveva  diventare un angelo;  che se
    voleva restare cattivo doveva diventare un mostro.
    Anche qui dobbiamo porre gli stessi  interrogativi  che  ci  siamo
    fatti altrove: raccoglieva confusamente qualche ombra di tutto ci
    nel suo pensiero? Indubbiamente, la sventura educa l'intelligenza;
    per  dubitiamo  che Valjean fosse capace di discernere quello che
    qui abbiamo accennato.  Se pur queste idee giungevano  a  lui,  le
    intravedeva  pi che vederle,  e riuscivano soltanto a gettarlo in
    un turbamento insopportabile e quasi doloroso.  Uscito  da  quella
    cosa deforme e nera che si chiama la galera,  il Vescovo gli aveva
    fatto male all'anima,  come una luce troppo viva gli avrebbe fatto
    male uscendo dalle tenebre.  La vita futura, la vita possibile che
    ormai gli stava dinanzi tutta pura  e  luminosa,  lo  riempiva  di
    fremiti  e d'ansiet.  A dire il vero non sapeva dove si trovasse.
    Come un gufo che vede bruscamente il sole,  il forzato  era  stato
    abbagliato e quasi accecato dalla virt.
    Era  certo  per che non era pi lo stesso uomo,  che tutto in lui
    era mutato,  che non aveva pi il potere di far s che il  Vescovo
    non gli avesse parlato e non lo avesse commosso.
    In  questo  stato  d'animo  aveva incontrato Gervasino e gli aveva
    rubato i quaranta soldi.  Perch?  Non avrebbe  saputo  darne  una
    spiegazione. Era forse un ultimo effetto e quasi lo sforzo supremo
    dei  cattivi pensieri che aveva portato con s dalla prigione,  un
    rimasuglio d'impulso,  un risultato di quello che nella statica si
    chiama  la  "forza  acquisita".  Era  questo  e forse meno ancora.
    Diciamolo semplicemente, non era stato lui, non era stato l'uomo a
    rubare,  era stata la bestia che,  per abitudine  e  per  istinto,
    aveva  stupidamente  posto  il  piede  su  quella  moneta,  mentre
    l'intelligenza si batteva tra  tanti  assalti  nuovi  e  inauditi.
    Quando  l'intelligenza  si  risvegli e vide l'azione commessa dal
    bruto,  Valjean indietreggi  disgustato  e  lanci  un  grido  di
    spavento.
    Questo  perch  -  fenomeno  strano  e  possibile  soltanto  nella
    situazione in cui si trovava,  - rubando quella moneta al ragazzo,
    aveva commesso un'azione di cui non era pi capace.
    Checch  ne  sia,  questa  ultima cattiva azione ebbe su di lui un
    effetto decisivo; squarci bruscamente il caos che c'era nella sua
    mente e  lo  dissip,  mise  da  una  parte  le  dense  tenebre  e
    dall'altra  la  luce,  ag sulla sua anima nello stato in cui era,
    come alcuni reagenti chimici agiscono sopra un  composto  torbido,
    facendo precipitare un elemento e chiarificando l'altro.
    Da principio, prima ancora di esaminarsi e di riflettere, come chi
    si sente perduto e cerca di salvarsi, volle cercare il ragazzo per
    restituirgli il danaro;  poi, quando cap che questo era inutile e
    impossibile, si ferm disperato.  Nel momento in cui grid: - sono
    un  miserabile!  -  egli  si  era visto com'era,  ed era gi tanto
    staccato da se stesso che gli sembrava di essere  nient'altro  che
    un fantasma,  e gli pareva di avere davanti a s, in carne e ossa,
    col bastone in mano,  con la palandrana sulle  spalle,  col  sacco
    pieno di oggetti rubati,  col suo volto deciso e torvo, con i suoi
    pensieri pieni di progetti abominevoli, l'odioso galeotto Giovanni
    Valjean.
    Gi  notammo  che  l'eccesso  di  sventura  l'aveva   reso   quasi
    visionario.  Questa  fu  come una visione;  egli si vide veramente
    davanti quel Giovanni Valjean,  quella sinistra figura,  e fu  sul
    punto di chiedersi chi era quell'uomo, e ne ebbe orrore.
    Il  suo  cervello  era  in  uno  di  quei  momenti  violenti e pur
    spaventosamente calmi in cui la fantasia  cos forte che  assorbe
    la  realt.  Non si scorgono pi gli oggetti d'intorno e si vedono
    come esterne le immagini della mente.
    Si guard dunque, per cos dire,  faccia a faccia,  e nello stesso
    tempo,  attraverso  quella  allucinazione,  vide in una misteriosa
    profondit  una  specie  di  luce,  che  dapprima  gli  parve  una
    fiaccola;  poi,  fissando pi attentamente quella luce, che gli si
    presentava alla coscienza, riconobbe che aveva forma umana,  e che
    la fiaccola era il Vescovo.
    La  sua  coscienza  esamin  i  due uomini che aveva di fronte: il
    Vescovo e Valjean.  C'era voluto il primo per mettere in ombra  il
    secondo. Per uno di quei singolari effetti propri di questa specie
    di estasi,  a mano a mano che la sua meditazione si prolungava, il
    Vescovo si faceva ai suoi occhi pi grande e pi splendido, mentre
    Giovanni Valjean si rimpiccioliva e scompariva.  A un certo  punto
    fu soltanto un'ombra;  poi spar del tutto; rimase solo il Vescovo
    che riemp l'anima di quel miserabile d'uno splendore magnifico.
    Giovanni  Valjean  pianse  a  lungo;  pianse  a  calde  lacrime  a
    singhiozzi,  con  pi abbandono di una donna e con pi paura di un
    bambino.  E mentre piangeva,  si faceva luce nel suo cervello: una
    luce  straordinaria,  incantevole e terribile a un tempo.  La vita
    passata,  la prima  colpa,  la  lunga  espiazione,  l'abbrutimento
    esteriore,  la durezza dell'anima,  la scarcerazione rallegrata da
    tanti progetti di vendetta,  tutto quello  che  gli  era  accaduto
    nella  casa del Vescovo,  l'ultima azione commessa,  quel furto di
    due franchi a un ragazzo,  delitto  tanto  pi  vile  e  mostruoso
    perch  posteriore  al perdono del Vescovo: tutto questo gli torn
    alla mente e gli apparve chiaramente in una luce che non aveva mai
    visto fino allora.  Esamin la sua  vita  e  gli  parve  orribile;
    l'anima  sua,  e  gli parve spaventosa.  Tuttavia,  una dolce luce
    stava su quella vita e su  quell'anima;  gli  sembrava  di  vedere
    Satana in una luce di paradiso.
    Per quanto tempo pianse? Che fece dopo aver pianto? Dove and? Non
    si  seppe  mai.  Pare  certo  per che in quella stessa notte,  il
    vetturino che faceva servizio per Grenoble e che arrivava a  Digne
    verso le tre del mattino,  passando per via del Vescovado,  scorse
    nell'ombra,  davanti alla porta di Monsignor  Benvenuto,  un  uomo
    inginocchiato sul lastricato in atteggiamento di preghiera.
















    Libro 3.
    NELL'ANNO 1817.


    1. IL 1817.
    Il  1817    l'anno  che Luigi Diciottesimo,  con una certa regale
    disinvoltura non priva di fierezza,  chiamava il ventiduesimo  del
    suo regno.  E' l'anno in cui fu celebre Bruguire de Sorsum. Tutte
    le botteghe di parrucchiere,  sperando nella cipria e nel  ritorno
    della  pettinatura "uccello regale",  erano dipinte d'azzurro e di
    gigli.  Erano i tempi ingenui in cui il Conte  Lynch  sedeva  ogni
    domenica  nel  suo scanno di fabbriciere a Saint-Germain-des-Prs,
    vestito da Pari di Francia, col suo cordone rosso e il naso lungo,
    e con quella maest propria dell'uomo che  ha  compiuto  un'azione
    clamorosa. L'azione clamorosa compiuta dal signor Lynch consisteva
    nell'avere  il  12  marzo  1814 consegnato un po' troppo presto al
    duca di Angoulme la citt di Bordeaux, di cui era sindaco; perci
    era stato nominato Pari di  Francia.  Nel  1811,  la  moda  faceva
    soffocare i bambini dai quattro ai sei anni sotto immensi berretti
    di  marocchino  con  grandi  ali  sulle  orecchie,  somiglianti  a
    copricapi  eschimesi.   L'esercito  francese  era   vestito   come
    l'austriaco;  i  reggimenti  si  chiamavano  legioni  e invece dei
    numeri portavano  i  nomi  dei  dipartimenti.  Napoleone  stava  a
    sant'Elena,  e siccome l'Inghilterra gli negava la stoffa nuova si
    faceva rivoltare gli abiti vecchi.  Nel 1817  cantava  Pellegrini,
    danzava la Bigottini,  regnava Poiter, non esisteva ancora Odry, e
    madame Saqui succedeva a Forioso.  In  Francia  c'erano  ancora  i
    Prussiani.  Delalot  era  un  personaggio.  Il  legittimismo s'era
    affermato,  tagliando prima la mano e poi la testa a Pleignier,  a
    Carbonneau  e  a  Tolleron.   Il  principe  di  Talleyrand,   gran
    ciambellano, e l'abate Louis, designato ministro delle finanze, si
    guardavano sorridendo come due uguri: tutti e due  il  14  luglio
    1790  avevano  celebrato  la  messa  della Federazione al Campo di
    Marte, Talleyrand come vescovo e Louis come diacono. Nel 1817, nei
    viali laterali del  Campo  di  Marte  si  vedevano  abbandonati  a
    marcire nell'erba, grossi tronchi di legno dipinti di turchino che
    conservavano  ancora  tracce  di  aquile e di api dorate: erano le
    colonne  che  due  anni   prima   avevano   sostenuto   il   palco
    dell'imperatore  al  Campo di Maggio.  Erano qua e l annerite dal
    fuoco dei bivacchi austriaci attendati vicino al Gros-Caillou; due
    o tre di quelle colonne erano sparite nei fuochi di quei  bivacchi
    e avevano riscaldato le larghe mani dei "kaiserlicks". Il Campo di
    Maggio  aveva  avuto  questo di notevole: che era stato tenuto nel
    mese di giugno e nel Campo di  Marte.  Nel  1817  due  cose  erano
    popolari: il Voltaire-Touquet e le tabacchiere allo "statuto".  La
    pi recente emozione parigina era stato il delitto di Dautun,  che
    aveva  gettato  la  testa  del  proprio  fratello  nella vasca del
    Mercato dei fiori.  Al ministero della marina cominciavano a  fare
    un'inchiesta  su quella fatale fregata "Medusa" che doveva coprire
    di vergogna Chaumareiz e di gloria Gricault. Il colonnello Selves
    partiva per l'Egitto per diventare Pasci.  Il palazzo delle Terme
    in via La Harpe serviva di bottega a un bottaio. Sulla piattaforma
    della  torre  ottagona  del  palazzo  di Cluny si vedeva ancora il
    terrazzino di legno che era servito come osservatorio  a  Messier,
    astronomo  della  marina  sotto  Luigi Sedicesimo.  La duchessa di
    Durazzo leggeva a tre o quattro amici,  nel  suo  salotto  con  le
    poltrone  di  raso  celeste,   la  "Ourika"  inedita.  Nel  Louvre
    grattavano le N. Il ponte d'Austerlitz cambiava nome e si chiamava
    Ponte del Giardino del Re: doppio enigma che  mascherava  in  pari
    tempo  il  ponte  d'Austerlitz  e  lo  zoo.   Luigi  Diciottesimo,
    sottolineando Orazio con  l'unghia,  preoccupato  degli  eroi  che
    diventavano  imperatori  e  degli  zoccolai che diventano delfini,
    aveva  due   preoccupazioni:   Napoleone   e   Maturino   Bruneau.
    L'Accademia  francese  dava  per  tema  di  concorso: "La felicit
    procurata dallo studio".  Bellart  era  l'eloquenza  ufficiale,  e
    nella sua ombra germogliava quel futuro avvocato generale De Bro,
    preconizzato  ai  sarcasmi di Paolo Luigi Courier.  C'era un falso
    Chateaubriand chiamato Marchangy,  in  attesa  che  comparisse  un
    falso  Marchangy chiamato D'Arlincourt.  "Chiara d'Alba" e "Malek-
    Adel" erano capolavori;  madame Cottin  era  proclamata  il  primo
    scrittore  dell'epoca.  L'Istituto  radiava dall'elenco accademico
    Napoleone Bonaparte.  Un decreto reale erigeva Angoulme a  scuola
    di  marina,  perch essendo il duca d'Angoulme grande ammiraglio,
    era evidente che la citt di Angoulme possedesse di diritto tutte
    le qualit per essere porto di mare;  altrimenti si sarebbe  fatto
    torto al principio monarchico.
    Nel consiglio dei ministri si agitava la questione se si dovessero
    tollerare  le  vignette  rappresentanti  esercizi acrobatici,  che
    ornavano i manifesti di Franconi e richiamavano  i  monelli  della
    strada.  Par,  l'autore  di  "Agnese",  un buon uomo con un porro
    sulla faccia quadrata,  dirigeva i piccoli concerti privati  della
    marchesa  Sassenaye  in  via  Ville-l'Evque.   Tutte  le  ragazze
    cantavano lo  "Eremita  di  saint-Avelle"  su  parole  di  Edmondo
    Graud.  Il  "Nano giallo" mutava titolo e si chiamava "Specchio".
    Il caff Lemlin  parteggiava  per  l'Imperatore  contro  il  caff
    Valois  che  stava  per  i  Borboni.  Si  era appena sposato a una
    principessa di  Sicilia  il  duca  di  Berry,  sul  quale  Lauvel,
    nell'ombra,  gi  cominciava a fissare lo sguardo.  Da un anno era
    morta  madame  De  Stal.   Le  guardie  del   corpo   fischiavano
    madamigella  Mars.  I grandi giornali erano tutti piccini: piccolo
    il  formato  ma  grande  la  libert.   Il  "Constitutionnel"  era
    costituzionale.  La "Minerva" chiamava Chateaubriand Chateaubriant
    e  quel  t  faceva  ridere  i  borghesi  alle  spalle  del  grande
    scrittore. Nei giornali, i giornalisti prostituiti insultavano gli
    epurati del 1815;  David non aveva pi ingegno,  Arnault non aveva
    pi spirito,  Carnot non aveva pi probit,  Soult non aveva vinto
    una  battaglia,  e anche Napoleone non aveva pi genio.  Ognuno sa
    quanto sia raro che giungano a destinazione le lettere indirizzate
    per posta a un esiliato,  perch la polizia  si  fa  un  religioso
    dovere d'intercettarle. Il fatto non  nuovo, e gi Cartesio se ne
    lamentava in esilio. Ora, avendo David manifestato in un periodico
    belga  un  po'  di  malumore  perch non riceveva le lettere a lui
    indirizzate,  la cosa parve  ridicola  ai  giornali  realisti  che
    dileggiavano l'epurato.  Bastava dire "regicidi" oppure "votanti",
    "nemici" oppure "alleati",  "Napoleone" oppure "Bonaparte",  e due
    uomini  si  trovavano  separati  pi  che  da un abisso.  Tutte le
    persone di buon senso convenivano che l'era delle rivoluzioni  era
    chiusa   per   sempre   da   Luigi  Diciottesimo,   soprannominato
    "l'immortale  autore  dello  Statuto".   Si  scolpiva  la   parola
    "Redivivus"  sul  piedistallo  che  aspettava  la statua di Enrico
    Quarto sul terrapieno del Ponte Nuovo.  In via  Teresa  numero  4,
    Piet abbozzava il suo conciliabolo per consolidare la monarchia. I
    capi   della  destra  nelle  gravi  occasioni  dicevano:  "Bisogna
    scrivere a Bacot".  Canuel,  O'Mahony e De Chappedelaine in  certo
    modo  approvati  da  "Monsieur"  [nota] preparavano quella che pi
    tardi doveva chiamarsi "la cospirazione del bordo dell'acqua".  La
    "Epingle  noire" complottava anch'essa.  Delaverderie si abboccava
    con Trogoff.  Dominava  Decazes,  mente  fino  a  un  certo  punto
    liberale.  Chateaubriand  ogni  mattina,  in  piedi  davanti  alla
    finestra di via San  Domenico  numero  27,  in  calzoni  lunghi  e
    pantofole, i capelli grigi avvolti in un fazzoletto di Madras, con
    un'intera batteria da dentista schierata davanti, e gli occhi allo
    specchio,  si curava i denti bellissimi, mentre dettava a Pilorge,
    suo  segretario,   delle  varianti  alla  "Monarchia  secondo   la
    Costituzione".  La critica autorevole preferiva Lafon a Talma.  De
    Fletz firmava con  una  A.,  Hoffman  con  una  Z.  Carlo  Nodier
    scriveva  "Teresa  Aubert".  Il  divorzio era abolito.  I licei si
    chiamavano collegi, e i collegiali, col giglio d'oro al bavero, si
    picchiavano a proposito del Re di Roma.  La  polizia  segreta  del
    palazzo  reale  denunciava  a  Sua  Altezza Reale Madame [nota] il
    ritratto esposto dappertutto del Duca  di  Orlans,  il  quale  in
    uniforme   di   colonnello   generale   degli   Usseri  aveva  pi
    bell'aspetto che non il duca di Berry in  uniforme  di  colonnello
    generale dei Dragoni: grave inconveniente! Parigi faceva rindorare
    a  sue  spese  la  cupola  degli  Invalidi.  Gli  uomini  seri  si
    chiedevano  cosa  farebbe  De   Trinquelgue   in   questa   o   in
    quell'occasione.  Chausel de Montal,  in certe questioni,  non era
    d'accordo con Clausel de Coussergues.  De Salaberry era scontento.
    L'attore comico Picard, membro dell'Accademia nella quale l'autore
    comico  Molire non aveva potuto entrare,  faceva rappresentare "I
    due Filiberti" all'Odeon, sul cui frontone,  nonostante le lettere
    strappate, si leggeva distintamente: "Teatro dell'Imperatrice". Si
    parteggiava  pro  o  contro  Cugnet  de Montarlot.  Fabvier era un
    fazioso; Bavoux un rivoluzionario.  Il libraio Plicier pubblicava
    un'edizione   di   Voltaire   col   titolo:  "Opere  di  Voltaire,
    dell'Accademia di Francia",  e nella sua ingenuit diceva:  questo
    attira i compratori. Era opinione generale che Carlo Loyson era il
    genio  del  secolo;  l'invidia gi cominciava a morderlo: segno di
    gloria. A lui si affibbiava questo verso:
    "Anche quando vola, Loyson fa sentire che ha le zampe".
    Per il rifiuto del cardinale Fesch a  dimettersi,  la  diocesi  di
    Lione  era  amministrata  da  monsignor  De  Pins,  arcivescovo di
    Amasia. Una memoria del capitano Dufour, che poi divenne generale,
    dava il via alla questione della Valle di Dappes tra la Svizzera e
    la Francia.  Saint-Simon ignoto edificava il  suo  sogno  sublime.
    Nell'Accademia  delle  scienze  c'era  un  Fourier  celebre  che i
    posteri hanno  dimenticato,  mentre  un  Fourier  ignoto,  di  cui
    l'avvenire si ricorder, si trovava in non so quale soffitta. Lord
    Byron  cominciava  a spuntare;  una nota a una poesia di Millevoye
    l'annunciava alla  Francia  in  questi  termini:  "un  certo  lord
    Baron".  L'abate  Caron in una piccola riunione di seminaristi nel
    chiassetto Feuillantines,  elogiava un prete  sconosciuto  che  si
    chiamava  Flicit Robert e che poi  stato Lamennais.  Un oggetto
    che fumava e si muoveva nella Senna schiamazzando come un cane che
    nuota,  andava e veniva sotto le  finestre  delle  Tuileries,  dal
    Ponte  reale  al  Ponte Luigi Quindicesimo: era una macchina quasi
    buona a nulla, una specie di giocattolo,  il frutto della fantasia
    d'un inventore chimerico, un'utopia; era un battello a vapore, e i
    parigini  guardavano indifferenti quell'arnese inutile.  Il signor
    De Vaublanc, che aveva riformato l'Istituto con un colpo di Stato,
    con un'ordinanza e un'infornata,  distinto  creatore  di  parecchi
    accademici,  non poteva arrivare a esserlo anche lui. Il quartiere
    San Germano e il padiglione Marsan desideravano come  prefetto  di
    polizia  Delaveau,  per  la  sua devozione.  Nell'anfiteatro della
    scuola  di  medicina,   Dupuytren  e  Rcamier  litigavano  e   si
    minacciavano coi pugni, a proposito della divinit di Ges Cristo.
    Cuvier, con un occhio al Genesi e l'altro alla natura, si sforzava
    di compiacere la reazione bigotta mettendo d'accordo i fossili con
    i  testi  e  facendo  adulare  Mos  dai mastodonti.  Francesco di
    Neufchateau,  che aveva  un  notevole  culto  per  la  memoria  di
    Parmentier,   si   adoperava   in   mille   modi  a  far  scrivere
    "parmentiera" invece di "patata";  ma  non  ci  riusciva.  L'abate
    Grgoire,  ex vescovo,  ex membro della Convenzione,  ex senatore,
    nelle polemiche dei legittimisti era passato allo stato di "infame
    Grgoire".  La locuzione che ora abbiamo adoperata,  "passare allo
    stato  di",  veniva  denunciata  da Royer-Collard come neologismo.
    Sotto il terzo arco del Ponte di Jena si distingueva  ancora,  per
    la sua bianchezza, la pietra nuova che due anni prima aveva turato
    il  foro  praticato  da  Blucher  per  far  saltare  il ponte.  La
    giustizia chiamava alla sbarra degli imputati un uomo che  vedendo
    entrare  il conte d'Artois in Notre-Dame aveva detto ad alta voce:
    "Perbacco! rimpiango il tempo in cui si vedevano Bonaparte e Talma
    entrare a braccetto al Bal-Sauvage".  Discorso sedizioso: sei mesi
    di prigione.
    I traditori se ne andavano a testa alta;  uomini che erano passati
    al nemico  alla  vigilia  d'una  battaglia,  non  nascondevano  la
    ricompensa ricevuta e camminavano impudicamente alla luce del sole
    nel  cinismo  delle  loro ricchezze e delle dignit;  disertori di
    Ligny  e  di  Quatre-Bras,   che  nell'ostentazione   della   loro
    turpitudine  pagata,  ostentavano  la  loro  devozione monarchica,
    dimenticando ci che  in  Inghilterra  sta  scritto  sulle  pareti
    interne   delle   latrine   pubbliche:   "Per   favore,   signore,
    rassettatevi gli abiti prima di uscire!".
    Questo, alla rinfusa,  tutto quello che si ricorda del 1817,  oggi
    dimenticato.   La   storia  quasi  sempre  trascura  tutti  questi
    particolari,  n pu fare altrimenti senza perdersi nelle minuzie.
    Tuttavia  questi episodi,  a torto chiamati piccoli giacch non ci
    sono piccoli avvenimenti  nell'umanit  n  piccole  foglie  nella
    foresta  -  sono  utili.  Con la fisionomia degli anni si forma la
    figura del secolo.
    In quell'anno 1817,  quattro giovani parigini  fecero  "una  bella
    burla".

    NOTA:  "Monsieur" e "Madame": cos si designavano il fratello e la
    sorella del re.

    2. DOPPIO QUARTETTO.
    Questi parigini erano: uno di Tolosa,  il secondo di  Limoges,  il
    terzo  di Cahors e il quarto di Montauban.  Erano studenti,  e chi
    dice studente dice parigino. Studiare a Parigi vuol dire nascere a
    Parigi.
    Erano giovani  insignificanti,  come  se  ne  vedono  dappertutto:
    quattro tipi volgari,  n buoni n cattivi, n dotti n ignoranti,
    n aquile n idioti;  belli in quel seducente aprile che si chiama
    vent'anni.  Erano  quattro Oscar qualsiasi,  poich in quell'epoca
    gli Arturi non esistevano ancora.  "Bruciate  per  lui  i  profumi
    d'Arabia, Oscar avanza; vado a vederlo", diceva la romanza. Ossian
    era  ancora  in  voga  e  l'eleganza era scandinava e caledoniana.
    Soltanto pi tardi prevalse il genere inglese puro,  e Wellington,
    il  primo  degli  Arturi,  aveva  appena  vinto  la  battaglia  di
    Waterloo.
    Questi Oscar si chiamavano uno Felice Tholomys di Tolosa, l'altro
    Listolier di Cahors,  il  terzo  Fameuil  di  Limoges  e  l'ultimo
    Blacheville  di  Montauban.   Naturalmente  ognuno  aveva  la  sua
    amorosa.  Blacheville amava Favorita,  cos  chiamata  perch  era
    stata  in Inghilterra;  Listolier adorava Dalia che aveva preso da
    un fiore il suo nome  di  battaglia;  Fameuil  idolatrava  Zefina,
    abbreviazione   di   Giuseppina;   e   Tholomys   amava  Fantina,
    soprannominata la bionda per i suoi capelli d'oro.
    Favorita,  Dalia,  Zefina e Fantina  erano  quattro  graziosissime
    ragazze,  profumate e radiose, ancora un po' operaie per non avere
    interamente abbandonato l'ago, un po' sviate dai facili amori,  ma
    che serbavano ancora in volto qualcosa della serenit del lavoro e
    nell'anima  quel  fiore  di onest che nella donna sopravvive alla
    prima caduta.  Una delle quattro  era  soprannominata  la  giovane
    perch minore delle compagne; un'altra era detta vecchia, e questa
    aveva ventitr anni.  Per dir tutto, le prime tre erano pi ricche
    di esperienza,  pi spensierate,  pi esperte  nel  chiasso  della
    vita,  che  non  Fantina,  la  quale  era  appena  alla  sua prima
    illusione.
    Dalia,  Zefina e soprattutto Favorita non  avrebbero  potuto  dire
    altrettanto.   Il  loro  romanzo  appena  cominciato  contava  gi
    parecchi capitoli,  e l'amoroso che al primo capitolo si  chiamava
    Adolfo,  diventava  Alfonso  al  secondo  e  Gustavo al terzo.  La
    povert e  la  civetteria  sono  due  cattive  consigliere:  l'una
    brontola,  l'altra lusinga; e tutte e due, una di qua e l'altra di
    l, parlano all'orecchio delle belle ragazze del popolo.  Le anime
    mal custodite danno loro ascolto;  donde gli errori che commettono
    e le pietre che vengono loro scagliate.  La gente  le  opprime  di
    vergogna   paragonandole   allo  splendore  di  tutto  ci  che  
    immacolato e inaccessibile.  Ahim!  se la Jungfrau  avesse  fame?
    Favorita  era  stata  in  Inghilterra,  e  perci  Zefina  e Dalia
    l'ammiravano. Giovanissima ancora, aveva formato casa a parte. Suo
    padre era un vecchio professore di  matematica,  celibe,  brutale,
    che parlava con l'accento guascone, e, malgrado l'et avanzata, si
    recava  a  far  lezioni  in casa degli alunni.  Questo professore,
    quand'era giovane,  vedendo un giorno  la  veste  d'una  cameriera
    impigliarsi  in  una ceneriera per caminetto,  s'era innamorato di
    quell'incidente,  e  ne  era  nata  Favorita.  Questa  ogni  tanto
    incontrava  suo padre che la salutava.  Una mattina era entrata in
    casa sua una vecchia dall'aspetto di beghina e le aveva  detto:  -
    Non mi riconoscete signorina?  - No.  - Sono tua madre.  - Dopo di
    che la vecchia aveva aperto la credenza,  aveva mangiato e bevuto,
    s'era  fatto portare un suo materasso e si era installata in casa.
    Questa madre, borbottona e bigotta,  non parlava mai con Favorita;
    stava ore intere senza dire una parola; a colazione, a desinare, a
    cena,  mangiava per quattro; e scendeva a conversare in portineria
    dove diceva male della figlia.
    Il trasporto di Dalia per Listolier derivava dall'avere le  unghie
    rosee  troppo belle;  come si fa a lavorare con simili unghie?  La
    ragazza che vuole conservarsi saggia,  non deve aver  piet  delle
    proprie mani. Quanto a Zefina, aveva fatto la conquista di Fameuil
    per il suo modo birichino e grazioso di dire: "Sissignore".
    I  giovanotti erano amici,  le ragazze erano amiche.  Simili amori
    sono sempre foderati di codeste amicizie.
    Saggio e filosofo sono due cose diverse;  e la  prova    data  da
    questo:  che,  fatta  ogni  riserva  sull'irregolarit  di  quelle
    amicizie, Favorita, Zefina e Dalia erano filosofe,  Fantina invece
    era saggia.
    Saggia? chieder qualcuno. E Tholomys? Salomone risponderebbe che
    l'amore fa parte della saggezza.  Noi ci contentiamo di notare che
    l'amore di Fantina era un primo amore, un amore unico e fedele.
    Delle quattro era l'unica a cui un solo uomo desse del tu.
    Fantina era una di quelle creature che sbocciano,  per  dir  cos,
    dalla  fondiglia  del  popolo.   Uscita  dalle  pi  impenetrabili
    oscurit  dell'ombra  sociale,   portava  in  fronte  il   marchio
    dell'anonimo e dell'ignoto. Era nata a Montreuil-sur-Mer. Da quale
    famiglia? E chi potrebbe dirlo? Non si era mai saputo di suo padre
    e sua madre.  Si chiamava Fantina.  Perch Fantina? Non si era mai
    saputo che avesse altro nome.  Quando nacque,  esisteva ancora  il
    Direttorio. Non aveva nome di famiglia, perch non aveva famiglia;
    non  aveva nome di battesimo perch allora non c'erano chiese.  Si
    chiam come piacque al primo passante che l'incontr  piccolina  a
    piedi nudi per le strade.  Ricevette un nome come riceveva l'acqua
    delle nuvole sulla fronte, quando pioveva. La chiamarono Fantina e
    nessuno ne  sapeva  di  pi.  Cos  era  venuta  al  mondo  quella
    creatura.  A  dieci  anni,  Fantina abbandon la citt e si mise a
    servizio di certi fittavoli dei dintorni.  A quindici anni and  a
    Parigi  a  "cercar fortuna".  Era bella,  e si mantenne pura pi a
    lungo che pot.  Era una graziosa bionda con bei denti;  aveva per
    dote oro e perle: l'oro nei capelli e le perle in bocca.
    Lavor per vivere;  e poi per vivere am, perch anche il cuore ha
    la sua fame.
    E am Tholomys.
    Per lui era  un  amoretto,  per  lei  una  passione.  Le  vie  del
    quartiere latino,  sempre rumorose per il brulichio degli studenti
    e delle ragazze,  videro l'inizio di  quel  sogno.  Nel  labirinto
    della  collina del Pantheon,  dove s'annodano e si sciolgono tante
    avventure,  Fantina aveva sfuggito  lungamente  Tholomys,  ma  in
    maniera da incontrarlo sempre. C' un modo di evitare che somiglia
    al cercare. In breve, l'egloga ebbe luogo.
    Blacheville,  Listolier  e  Fameuil  formavano  un gruppo,  di cui
    Tholomys era il capo: la mente era lui.  Tholomys era il vecchio
    tipo dello studente anziano.  Era ricco, aveva quattromila franchi
    di rendita, che sono uno splendido scandalo sulla collina di Santa
    Genoveffa. Era un buontempone di trenta anni, rugoso e sdentato, e
    gli cominciava la canizie,  della quale  diceva  senza  tristezza:
    "cranio a trent'anni,  ginocchio a quaranta";  digeriva a fatica e
    aveva un occhio che gli lacrimava.  Ma a mano a mano  che  gli  si
    spegneva  la  giovent,   accendeva  la  sua  allegria;  ai  denti
    sostituiva i lazzi, ai capelli la gioia,  alla salute l'ironia,  e
    il suo occhio lacrimoso rideva sempre. La sua giovent costretta a
    fare i bagagli molto prima del tempo,  batteva in ritirata in buon
    ordine,  scoppiava a ridere e non vi si vedeva  altro  che  fuoco.
    Aveva  presentato  una  commedia  al  Vaudeville che gli era stata
    rifiutata;  scriveva  qua  e  l  dei  versi  qualunque.  Inoltre,
    dubitava  di  tutto  in  modo superlativo: il che  una gran forza
    agli occhi dei deboli.  Dunque egli era il capo,  perch  calvo  e
    perch ironico.
    Un giorno Tholomys tir gli altri tre in disparte,  fece un gesto
    da oracolo e disse:
    - Da circa un anno Fantina,  Dalia,  Zefina e Favorita ci chiedono
    di  far loro una sorpresa,  e noi l'abbiamo solennemente promessa.
    Esse ce ne parlano sempre,  a me in modo  particolare;  e  come  a
    Napoli  le vecchiette gridano a San Gennaro: "Faccia gialluta,  fa
    il miracolo!",  cos le nostre belle mi dicono sempre:  Tholomys,
    quando ci farai vedere la tua sorpresa? Allo stesso tempo i nostri
    genitori ci perseguitano con le lettere.  Dunque, seccature da due
    parti. Mi pare giunto il momento; parliamone.
    Dopo di che Tholomys abbass la voce  e  profer  misteriosamente
    qualcosa  di  cos  gioviale  che  dalle  quattro  bocche  scoppi
    improvvisamente un riso clamoroso ed entusiastico,  e  Blacheville
    esclam: Ben! Che magnifica idea!
    Un  caffeuccio  pieno di fumo era l accanto;  ci entrarono;  e il
    resto della loro conferenza si perse nell'ombra.
    Il risultato di quella tenebrosa riunione fu una splendida gita di
    piacere,  che ebbe luogo la domenica successiva,  a cui i  quattro
    giovani invitarono le quattro ragazze.

    3. A QUATTRO A QUATTRO.
    Oggi difficilmente possiamo immaginare cosa fosse,  quarantacinque
    anni fa,  una gita in campagna tra studenti e ragazze.  Parigi non
    ha pi gli stessi dintorni; l'aspetto di ci che potremmo chiamare
    la  vita  circumparigina    interamente cambiato in mezzo secolo;
    dove si andava in carrozza ora si va in treno; dove c'era la barca
    c' il battello a vapore,  e si parla adesso di Fcamp come allora
    di  Saint-Cloud.  La Parigi del 1862  una citt che ha la Francia
    per sobborgo.
    Le  quattro  coppie  fecero  tutte  le  follie  campestri   allora
    possibili.  S'avvicinavano  le vacanze ed era una giornata calma e
    limpida d'estate.  Il giorno  prima,  Favorita,  la  sola  tra  le
    quattro che sapesse maneggiare la penna, aveva scritto a Tholomys
    a  nome  di tutte: "Ci piacerebbe partire di buon'ora".  Perci si
    alzarono alle cinque del mattino.  Andarono a Saint-Cloud  con  la
    diligenza, stettero a guardare la cascata asciutta ed esclamarono:
    "dev'essere bella quando c' acqua".  Fecero colazione alla "Testa
    Nera", dove non c'era ancora stato Castaing;  si divertirono nella
    rotonda  del  gran  bacino;  salirono  alla  lanterna  di Diogene;
    giocarono degli amaretti alla ruletta del Ponte di Svres; colsero
    i  fiori  a  Puteaux;   comprarono  zufoli  di  legno  a  Neuilly;
    mangiarono pasticcini dappertutto, e furono perfettamente felici.
    Le ragazze facevano chiasso e cinguettavano come capinere.  Era un
    delirio.   Ogni  tanto  l'una  o  l'altra  dava  un  buffetto   ai
    giovanotti. O mattinale ebbrezza della vita! Anni deliziosi! L'ala
    delle  libellule  tremola.  Chiunque siate,  ricordate?  Avete mai
    camminato tra le sterpaglie,  scostandone i rami per preservare il
    volto grazioso che vi seguiva?  Avete mai scivolato,  ridendo, per
    un erboso pendio bagnato dalla  pioggia,  insieme  con  una  donna
    amata  che  vi  tratteneva  per  la mano,  esclamando: Ah,  le mie
    scarpette nuove! come sono ridotte!
    Notiamo subito  che  a  quell'allegra  compagnia  manc  la  lieta
    contrariet  della  pioggia,  bench  Favorita,  al  momento della
    partenza, avesse detto in tono magistrale e materno: "Ragazzi,  le
    lumache passeggiano sui sentieri: segno di pioggia".
    Tutte  e  quattro  erano  stupendamente  belle.  Un  vecchio poeta
    classico allora in voga,  un ingenuo  che  aveva  un'Eleonora,  il
    cavaliere di Labouisse,  passeggiando quel giorno sotto i castagni
    di Saint-Cloud e vedendole passare verso  le  dieci  del  mattino,
    esclam: "Ce n' una di troppo!", e pensava alle Grazie. Favorita,
    l'amica  di Blacheville,  quella che aveva ventitr anni,  correva
    innanzi con grosse sottane verdi,  saltava  i  fossi,  scavalcando
    storditamente i cespugli e dirigeva tutta quella allegria col brio
    d'una  giovane faunessa.  Zefina e Dalia,  che il caso aveva fatto
    belle,  sicch stando vicine  s'avvantaggiavano  a  vicenda  e  si
    completavano, non si separavano mai, per il desiderio di comparire
    pi  che  per l'amicizia,  e appoggiate l'una all'altra prendevano
    delle pose all'inglese. Erano venuti alla luce i primi "keapsakes"
    [nota] e cominciava a essere di moda la  malinconia  delle  donne,
    come  pi  tardi  il  byronismo per gli uomini.  I capelli del bel
    sesso cominciavano a sciogliersi  sulle  spalle.  Zefina  e  Dalia
    portavano lunghi riccioli.  Listolier e Fameuil,  impegnati in una
    lunga discussione sui loro professori,  spiegavano  a  Fantina  la
    differenza che passava tra Delvincourt e Blondeau.
    Blacheville  pareva  nato  apposta  per  portare  in  braccio,  la
    domenica, quella cagnetta di Favorita.
    Seguiva Tholomys che dirigeva il gruppo.  Era  molto  allegro  ma
    faceva sentire l'autorit,  e nella sua giovialit c'era una certa
    dittatura.  Il suo principale ornamento era un paio di pantaloni a
    gamba  d'elefante  con  sottopiedi  elastici;  aveva  in  mano una
    robusta canna d'India da duecento franchi, e, poich si permetteva
    tutto,  portava in bocca una cosa strana che si  chiamava  sigaro.
    Nulla c'era di sacro per lui; osava perfino fumare.
    E'  meraviglioso  quel  Tholomys  -  dicevano  gli  altri.  - Che
    pantaloni! che energia!
    Fantina poi era la gioia.  I suoi denti bianchissimi  erano  stati
    creati  da  Dio  per il riso.  Portava in mano pi che sul capo un
    cappellino di paglia con  lunghi  nastri  bianchi.  I  suoi  folti
    capelli  biondi,   che  tendendo  a  ondeggiare,  si  scioglievano
    facilmente e bisognava annodarli continuamente,  sembravano  fatti
    per  la  fuga  di  Galatea  sotto  i  salici.  Le sue labbra rosee
    cinguettavano  in  modo  incantevole.   Gli  angoli  della   bocca
    deliziosamente rialzati, come negli antichi mascheroni di Erigone,
    parevano incoraggiare gli audaci;  ma le sue lunghe ciglia ombrose
    si abbassavano discretamente su quel baccano della parte inferiore
    del viso come per dire: alto l!  Tutto il suo abbigliamento aveva
    un  non  so  che  di  brioso e di elegante.  Portava un vestito di
    lanetta  color  viola,   scarpette  a   coturno   i   cui   nastri
    intrecciavavno  delle  X  sulle calze bianche traforate,  e quella
    specie di spencer di mussolina,  invenzione  marsigliese,  il  cui
    nome  "canezou"      una  corruzione  di  "quinze aut" [quindici
    agosto],  espressione in uso nella Cannebire per significare  bel
    tempo, caldo e mezzogiorno.
    Splendida  di  fronte,  delicata  di profilo,  con gli occhi di un
    azzurro carico, le palpebre grosse, i piedi piccini,  i polsi e le
    caviglie ammirabili, la pelle bianchissima da cui traspariva qua e
    l   l'azzurro  serpeggiare  delle  vene,   la  guancia  fresca  e
    infantile,   il  collo  robusto  di  Giunone,   la  nuca  forte  e
    flessibile,  le  spalle  che  parevano  modellate  da Costou: ecco
    Fantina.  E sotto quelle stoffe e quei merletti  s'indovinava  una
    statua, e in quella statua un'anima.
    Fantina  era bella e non lo sapeva.  I rari sognatori,  misteriosi
    sacerdoti del bello, che silenziosamente confrontano ogni cosa con
    la perfezione,  avrebbero ravvisato  in  quella  piccola  operaia,
    sotto  la  trasparenza  della  grazia parigina,  la sacra bellezza
    degli antichi.  Quella figlia d'ignoti era di razza.  Aveva le due
    doti della bellezza: lo stile e il ritmo;  lo stile che  la forma
    dell'ideale, il ritmo che ne  il movimento.
    Abbiamo detto che Fantina era la gioia, ma era anche il pudore.
    Uno che l'avesse studiata attentamente attraverso l'ebbrezza della
    stagione,   dell'et  e  dell'amore,   avrebbe  visto  sprigionare
    un'invincibile  espressione  di ritegno e di modestia.  Era un po'
    stupita,  di quel casto stupore che    la  sfumatura  che  separa
    Psiche  da Venere.  Aveva le dita candide e affilate della vestale
    che smuove le  ceneri  del  fuoco  sacro  con  uno  spillo  d'oro.
    Quantunque  non avesse negato nulla a Tholomys,  il suo volto nel
    riposo era supremamente verginale. In certi momenti, una specie di
    seria dignit quasi austera l'invadeva d'improvviso,  ed era  cosa
    strana  e  conturbante  vedere come in lei l'allegria si spegnesse
    cos rapidamente,  e la riservatezza succedesse senza  transizione
    alcuna   all'espansione.    Quella   subitanea   gravit,   talora
    soverchiamente accentuata, somigliava all'alterezza di una dea. La
    fronte, il naso, il mento avevano quell'equilibrio di proporzioni.
    Nello spazio cos caratteristico che separa  il  naso  dal  labbro
    superiore,  aveva quella linea graziosa e quasi impercettibile che
      il  segno  misterioso  della  castit  e  che  rese  Barbarossa
    innamorato d'una Diana trovata negli scavi di Icona. L'amore  una
    colpa; ma Fantina era l'innocenza che galleggiava sulla colpa.

    4. THOLOMYES CANTA UNA CANZONE SPAGNOLA.
    Quel giorno fu una continua aurora.  La natura pareva in vacanza e
    rideva.  I prati di Saint-Cloud profumavano l'aria,  il venticello
    della  Senna  faceva tremolare le foglie;  i rami brancicavano nel
    vento; le api saccheggiavano i gelsomini,  una miriade di farfalle
    invadeva  le achillee,  i trifogli e le avene;  nell'augusto parco
    del re di Francia c'era un mucchio di vagabondi: gli uccelli.
    Le quattro coppie gioconde splendevano insieme  col  sole,  con  i
    campi,  con  i  fiori  e  con  gli  alberi.  In  quella  comunanza
    paradisiaca, parlando,  correndo,  danzando,  inseguendo farfalle,
    cogliendo  campanule,  bagnandosi  nelle  erbe  alte le calze rosa
    fresche, pazzerelle,  ma non cattive,  esse accettavano qua e l i
    baci  di  tutti;  a eccezione di Fantina che amava,  ed era sempre
    trincerata nella sua vaga resistenza di sognatrice e di selvatica.
    "Tu, le diceva Favorita, pensi sempre a qualcosa".
    Questa  la gioia.  Il passaggio delle coppie felici  un  solenne
    appello  alla vita e alla natura,  e fa scaturire da tutte le cose
    la carezza e la luce.  C'era una volta una fata che cre i prati e
    gli  alberi  apposta  per  gli  innamorati,  per  le  loro  eterne
    scappatelle nei boschetti,  che ricominciano  sempre  e  dureranno
    finch ci saranno boschetti e studenti. Per questo, la primavera 
    popolare  tra i pensatori.  Il patrizio e l'operaio,  il duca,  il
    pari,  l'uomo togato,  i cortigiani e i cittadini,  come si diceva
    una volta,  sono tutti sudditi di quella fata.  Si ride,  si va in
    cerca l'uno dell'altro;  c' nell'aria una  luce  d'apoteosi.  Che
    trasfigurazione  opera l'amore!  Uno scrivano di notaio diventa un
    dio. E i piccoli gridi, il rincorrersi sul prato, una vita stretta
    a volo,  quel  dialetto  che    una  melodia,  quell'incanto  che
    zampilla  dal  modo  di  pronunciare una sillaba,  quelle ciliegie
    strappate da bocca a bocca: tutto questo fiammeggia e passa in una
    gloria celestiale. Le belle fanciulle fanno un dolce spreco di s,
    e tutti ritengono che la cosa non debba mai finire. I filosofi,  i
    poeti,  i pittori contemplano queste estasi e non sanno che farne,
    tanto ne restano  abbagliati.  La  partenza  per  Citera!  esclama
    Watteau;  Lancret,  il  pittore  della  plebe,  contempla  i  suoi
    borghesi rapiti nell'azzurro,  Diderot stende le braccia  a  tutti
    questi amori, e Urf vi mescola i suoi druidi.
    Dopo colazione, le quattro coppie erano andate a vedere, in quello
    che allora si chiamava il quadrato del re,  una pianta arrivata di
    fresco dall'India,  di cui ora ci sfugge il nome e che attirava  a
    quel  tempo  tutta  Parigi a Saint-Cloud.  Era un alberello lungo,
    bizzarro  e  grazioso,   i  cui  innumerevoli  sottilissimi   rami
    arruffati  e  senza  foglie  erano  coperti da migliaia di rosette
    bianche,  sicch l'arbusto pareva una capigliatura  tempestata  di
    fiori. C'era sempre folla a guardare.
    Vista la pianta,  Tholomys grid: Offro degli asini!  Pattuito il
    prezzo con l'asinaio,  tornarono per Vanvres e Issy.  A Issy ci fu
    un incidente.  Il parco nazionale,  posseduto allora dal fornitore
    Bourguin,  era aperto.  Oltrepassarono il cancello,  visitarono il
    fantoccio  anacoreta nella grotta,  provarono i piccoli misteriosi
    effetti della famosa stanza  degli  specchi,  trappola  lasciva  e
    degna di un satiro diventato milionario o di un Tuccaret mutato in
    Priapo.  Si divertirono poi all'altalena attaccata ai due castagni
    resi celebri dall'abate  Bernis.  Mentre  dondolavano  l'una  dopo
    l'altra  le  loro belle - e tra le risate generali svolazzavano le
    vesti - il tolosano Tholomys,  un po'  spagnolo,  cantava  su  un
    motivo  malinconico  la  vecchia canzone "gallega",  probabilmente
    ispirata da qualche bella  fanciulla  lanciata  a  tutta  velocit
    sopra un'altalena:
    "Soy de Badajoz.
    Amor me llama.
    Toda mi alma
    es en mi ojos
     porque ensenas
    a tus piernas!"
    [Traduzione:  Sono  di  Badajoz,  l'amore mi chiama.  Tutta la mia
    anima sta nei miei occhi, perch tu mostri le tue gambe].
    Soltanto Fantina rinunci all'altalena.
    - Non mi piacciono queste smorfie - mormor Favorita con asprezza.
    Lasciati gli asini,  ci fu un altro divertimento;  traversarono la
    Senna  in  barca,  e  da  Passy  giunsero a piedi alla barriera di
    Etoile.  Sappiamo che stavano in piedi dalle cinque  del  mattino;
    che importa!  Di domenica non c' stanchezza,  diceva Favorita, di
    domenica la stanchezza fa vacanza.  Verso le tre le nostre coppie,
    stordite  dalla  contentezza,  sdrucciolarono  su  per le montagne
    russe: bizzarra costruzione  che  allora  occupava  le  alture  di
    Beaujon  e  di  cui  si  scorgeva la sagoma serpentina al di sopra
    degli alberi dei Campi Elisi.
    Ogni tanto Favorita esclamava:
    - E la sorpresa? voglio la sorpresa!
    - Pazienza! - rispondeva Tholomys.

    5. DA BOMBARDA.
    Lasciate le montagne russe,  pensarono  al  pranzo,  e  alla  fine
    l'allegra compagnia,  un po' stanca,  fin nella bettola Bombarda,
    succursale posta nei Campi Elisi dal famoso trattore Bombarda,  di
    cui  si  vedeva allora l'insegna in via Rivoli vicino al passaggio
    Delorme.
    Una camera grande ma sporca con un'alcova  e  un  letto  in  fondo
    (avevano  dovuto accontentarsi di questo per la folla che c'era di
    domenica all'osteria);  due finestre,  da cui si potevano  vedere,
    attraverso  gli  olmi,  la  riva  e  il  fiume;  un magnifico sole
    d'agosto alle finestre;  due tavole: una  trionfalmente  zeppa  di
    fiori  e  di cappelli da uomo e da donna,  l'altra occupata invece
    dalle quattro coppie sedute  intorno  a  un  festoso  ingombro  di
    vivande,  di piatti, di bicchieri e di bottiglie; boccali di birra
    misti a bottiglie di vino,  poco  ordine  sulla  mensa  e  qualche
    disordine  di  sotto.  "Facevano  sotto  la  tavola un rumore,  un
    calpestio di piedi spaventoso" dice Molire.
    Ecco a che punto si trovava, verso le quattro e mezzo pomeridiane,
    la  scampagnata  cominciata  alle  cinque  del  mattino.  Il  sole
    tramontava, e l'appetito si spegneva.
    I  Campi  Elisi,  pieni  di sole e di folla,  non erano che luce e
    polvere: i due elementi di cui si compone la gloria.  I cavalli di
    Marly, quei marmi nitrenti, si stagliavano in una nuvola d'oro; le
    carrozze  andavano  su  e gi;  un magnifico squadrone di guardie,
    preceduto dai trombettieri,  scendeva il viale  Neuilly,  e  sulla
    cupola delle Tuileries sventolava la bandiera bianca, che appariva
    rosa nel sole morente.  Piazza della Concordia, ridiventata Piazza
    Luigi Quindicesimo,  era piena di gente contenta,  molti portavano
    il giglio d'argento appeso al nastro bianco damascato che nel 1817
    non era completamente scomparso dall'occhiello. Qua e l, in mezzo
    a  crocchi  plaudenti,  gruppi di ragazze cantavano una canzonetta
    borbonica allora celebre,  destinata a fulminare i Cento Giorni  e
    che aveva per ritornello:
    "Rendeteci nostro padre di Gand,
    rendeteci nostro padre".
    Una folla di provinciali indomenicati,  talvolta col giglio come i
    borghesi,  era sparpagliata nello spiazzale maggiore e  nell'altro
    detto di Marigny;  giocavano agli anelli e correvano sui cavallini
    di  legno  della  giostra;  altri  bevevano;  alcuni,  apprendisti
    tipografi,   portavano   un   berretto   di   carta   e   ridevano
    clamorosamente.   Dovunque  allegria.   Era  un  giorno  di   pace
    incontestabile  e  di profonda sicurezza realista;  era l'epoca in
    cui un rapporto segreto e  particolare  del  prefetto  di  polizia
    Angls  sui quartieri parigini terminava cosi: "Tutto considerato,
    Sire,  non c' nulla da temere  da  costoro.  Sono  spensierati  e
    indolenti  come  gatti.  Il  popolino delle province  turbolento,
    quello di Parigi no. Sono uomini piccoli, Sire, e ce ne vorrebbero
    due insieme per formare uno dei  vostri  granatieri.  Non  c'  da
    temere da parte della plebaglia della capitale. Bisogna notare che
    la  statura   diminuita da cinquant'anni a questa parte e che ora
    il popolo dei quartieri parigini   pi  piccolo  di  prima  della
    rivoluzione. Non  pericoloso. Insomma  canaglia, ma buona".
    I  prefetti  di  polizia  non credono possibile che un gatto possa
    mutarsi in leone;  eppure questo  un fatto,  ed  il miracolo del
    popolo parigino.  D'altronde il gatto, tanto disprezzato dal conte
    di  Angls,   era  stimato  nelle  repubbliche   antiche,   e   vi
    simboleggiava la libert; sulla piazza di Corinto c'era il colosso
    bronzeo d'un gatto che serviva quasi di contrasto alla Minerva del
    Pireo.   L'ingenua   Polizia   della   Restaurazione   faceva  una
    descrizione troppo rosea del popolo parigino,  il quale non   una
    "canaglia  buona" come si crede.  Il parigino sta al francese come
    l'ateniese al greco.  Nessuno dorme meglio di lui,  nessuno pi di
    lui    apertamente  frivolo  e ozioso,  nessuno pi di lui sembra
    disposto a dimenticare; per non fidatevi troppo;  egli  adatto a
    ogni specie di indolenza,  ma quando  in gioco la gloria, diventa
    meraviglioso in ogni specie di furia.  Dategli una picca e far il
    10  agosto;  dategli  un  fucile  e avrete Austerlitz;   il punto
    d'appoggio di Napoleone e la risorsa di Danton.  Si  tratta  della
    patria?  si arruola.  Si tratta della libert?  Alza le barricate.
    Attenzione!  I suoi capelli pieni di collera sono  epici,  la  sua
    blusa ha le pieghe di una clamide. All'erta! Trasformer in forche
    caudine  la  prima via Greneta che avr sottomano.  Se suona l'ora
    del pericolo, quel popolano si innalza, quel piccino si fa grande,
    il suo sguardo  terribile,  il suo soffio diventa tempesta,  e da
    quel  debole  petto  esce  tanto vento da scomporre la linea delle
    Alpi. Grazie al popolano parigino,  la rivoluzione inalveata negli
    eserciti  conquista  l'Europa.  Il  canto    la  sua  gioia:  ma,
    proporzionate la canzone alla sua natura, e vedrete! Finch ha per
    ritornello  la  "Carmagnola"  si  accontenta  di  abbattere  Luigi
    Sedicesimo; fategli cantare la "Marsigliese" e liberer il mondo.
    Chiusa  questa  nota in margine al rapporto Angls,  torniamo alle
    nostre quattro coppie.  Come abbiamo detto,  il pranzo  stava  per
    finire.

    6. CAREZZE.
    I  discorsi  conviviali  e  i  discorsi  d'amore  non  si  possono
    raccogliere;  i discorsi d'amore sono nuvole e  quelli  conviviali
    fumo.
    Fameuil e Dalia canticchiavano;  Tholomys beveva;  Zefina rideva,
    Fantina sorrideva,  Listolier soffiava in una trombetta  di  legno
    comprata a Saint-Cloud,  Favorita guardava teneramente Blacheville
    e gli diceva:
    - Blacheville, ti adoro.
    Questa parola provoc una domanda di Blacheville:
    - Che cosa faresti Favorita, se non ti amassi pi?
    - Non dirlo neanche per ridere - esclam Favorita.  - Se tu non mi
    amassi pi ti salterei addosso, ti caccerei le unghie nel viso, ti
    graffierei, ti butterei in acqua, ti farei arrestare.
    Blacheville sorrise con la voluttuosa fatuit di chi  solleticato
    nell'amor proprio, e Favorita continu:
    - S, chiamerei le guardie! e senza ritegno, canaglia!
    Blacheville  estasiato  si rivers sulla sedia chiudendo gli occhi
    orgogliosamente.
    In mezzo a quel chiasso,  Dalia,  continuando  a  mangiare,  disse
    sottovoce a Favorita:
    - Ma l'adori per davvero il tuo Blacheville?
    -  Lo  detesto  -  rispose  Favorita  con lo stesso tono di voce e
    ripigliando la forchetta: -  E'  un  avaro.  Mi  piace  invece  il
    giovanotto che abita di fronte a me. E' un giovane molto per bene;
    lo conosci? Si vede che ha la tendenza a diventare un attore. Come
    mi piacciono gli attori!  Appena torna a casa, sua madre dice: Mio
    Dio, ho perduto la tranquillit; adesso si mette a gridare. Ma non
    vedi caro,  che mi rompi gli orecchi?  Difatti,  appena entrato in
    casa,  se ne va in certe topaie,  in certi bugigattoli bui, quanto
    pi alto pu salire,  e l si mette a cantare,  a declamare a voce
    cos  alta  che  lo  si sente da basso.  Guadagna gi un franco al
    giorno a scrivere dei  pasticci  legali  presso  un  avvocato.  E'
    figlio  di  un  ex  cantore  di  San  Giacomo di Haut-Pas.  Ah!  
    veramente un giovane a  modo!  E  mi  ama  tanto  che  un  giorno,
    vedendomi  preparare  della  pasta  per  le  frittelle,  mi disse:
    Signorina,  se faceste  dei  tortelli  con  i  vostri  guanti,  li
    mangerei.  Ci  vogliono  gli artisti per dire queste cose.  Ah,  
    proprio a modo! Ne sono pazza! Tuttavia, dico a Blacheville che lo
    adoro. Come so mentire, eh? Come so mentire!
    Qui Favorita fece una pausa, poi continu:
    - Vedi, Dalia, io sono triste. Ha piovuto tutta l'estate, il vento
    mi d ai nervi e non si calma mai; Blacheville  uno spilorcio,  e
    si  fatica  al  mercato  per  trovare  dei piselli;  non si sa che
    mangiare,  ed io ho lo "spleen" come dicono gli inglesi;  il burro
    costa caro; e poi, vedi,  un orrore, pranziamo in una camera dove
    ci sta un letto:  una cosa disgustosa.

    7. SAGGEZZA DI THOLOMYES.
    Mentre    gli    uni   cantavano,    gli   altri   chiacchieravano
    tumultuosamente e tutti in una volta,  con  un  enorme  frastuono.
    Intervenne Tholomys.
    -  Non  bisogna  parlare  a vanvera n troppo in fretta - esclam.
    Dobbiamo   meditare,   se   vogliamo   far   colpo.    La   troppa
    improvvisazione  svuota  la  mente in modo bestiale.  La birra che
    scorre non fa schiuma. Signori,  non siate frettolosi!  Mescoliamo
    la   maest   alla   gozzoviglia,   mangiamo   con  raccoglimento,
    banchettiamo  lentamente.   Non  abbiamo  fretta!   Osservate   la
    primavera;  se  troppo in anticipo,  brucia, vale a dire gela. Lo
    zelo eccessivo danneggia  i  peschi  e  gli  albicocchi;  lo  zelo
    eccessivo uccide la grazia e la gioia dei buoni pranzi.  Non siate
    zelanti,   signori.   Grimod  de  la  Reynire    del  parere  di
    Talleyrand.
    Una sorda ribellione scoppi nella brigata.
    - Tholomys lasciaci in pace - disse Blacheville.
    - Abbasso il tiranno! - esclam Fameuil.
    - Bombarda, buona tavola e baldoria - grid Listolier.
    - La domenica esiste - riprese Fameuil.
    - E noi siamo sobri - aggiunse Listolier.
    - Tholomys - disse Blacheville - guarda la mia calma!
    - Ne sei il marchese - rispose Tholomys.
    Questo  mediocre  gioco di parole fece l'effetto di un sasso in un
    pantano.  Il marchese di Mont-calm era  un  legittimista  celebre.
    Tutti i ranocchi tacquero.
    - Amici, su - grido Tholomys col tono di chi riprende il comando.
    -  Non  bisogna  accogliere con esagerato stupore questo bisticcio
    caduto dal cielo.  Tutto  ci  che  cade  in  questo  modo  non  
    necessariamente degno di entusiasmo e di rispetto.  Il bisticcio 
    lo sterco dell'ingegno che vola. Il lazzo cade non importa dove; e
    lo  spirito,   dopo  aver  deposta  una   freddura,   si   solleva
    nell'azzurro.  Una  macchia  biancastra  che  si appiattisce sulla
    roccia non impedisce al condor di volare. Lungi da me l'intenzione
    di riprovare il bisticcio.  Io l'onoro nella proporzione dei  suoi
    meriti,  e  basta.  Gli  esseri  pi  augusti,  pi  sublimi,  pi
    incantevoli  dell'umanit,   e  forse  anche  fuori  dell'umanit,
    usarono  giochi di parole.  Ges Cristo ne fece uno su San Pietro,
    Mos sopra Isacco,  Eschilo su Polinice,  Cleopatra su  Ottaviano.
    Notate  che  il  bisticcio di Cleopatra precedette la battaglia di
    Azio e che senza di esso nessuno si ricorderebbe  della  citt  di
    Toryna,  parola greca che significa mestolo. Ci posto, torno alla
    mia  esortazione.  Fratelli,   evitate  lo  zelo,   la  confusione
    babelica, l'eccesso anche nei frizzi, negli scherzi, nell'allegria
    e  nei  giochi  di parole.  Ascoltatemi,  perch ho la prudenza di
    Anfiarao e la calvizie di Cesare.  Ci vuole un limite,  anche  nei
    rebus.  "Est modus in rebus".  Ci vuole un limite anche ai pranzi.
    Signorine,  voi amate i pasticcetti,  ma non abusatene;  anche nei
    pasticcetti  ci  vuole  il  buon  senso e l'arte.  La ghiottoneria
    punisce il ghiottone.  Il buon Dio ha incaricato l'indigestione di
    insegnare  la morale agli stomachi.  E ricordatevi che ogni nostra
    passione,  anche l'amore,  ha uno stomaco che non si deve riempire
    troppo.  In  ogni  cosa  bisogna  saper scrivere a tempo la parola
    "finis"; bisogna contenersi quando  necessario; bisogna tirare il
    catenaccio  sull'appetito,  mettere  in  prigione  la  fantasia  e
    portarsi alle guardie spontaneamente.  Savio  colui che a un dato
    momento sa eseguire il proprio arresto.  Abbiate un po' di fiducia
    in me!  Dal fatto che ho studiato un po' di diritto come  provato
    dai  miei  esami;   che  ho   sostenuto   una   tesi   in   latino
    sull'applicazione  della  tortura  a  Roma  al  tempo  di  Munazio
    Demente;  che a quanto pare sto  per  diventare  dottore,  non  ne
    deriva l'assoluta necessit che io sia un imbecille. Vi raccomando
    la  moderazione  nei desideri.  Quanto  vero che mi chiamo Felice
    Tholomys, io parlo bene. Fortunato colui che al momento opportuno
    sa prendere un  partito  eroico  e  abdicare  come  Silla  o  come
    Origene!
    Favorita ascoltava attentamente.
    - Felice! - disse. - Che bella parola! Questo nome mi piace: viene
    dal latino e vuol dire Prospero.
    Tholomys prosegu:
    - Quiriti,  gentlemen,  caballeros,  amici!  Volete preservarvi da
    ogni stimolo, fare a meno del letto e beffarvi dell'amore?  Niente
    di  pi  facile!  Eccovi la ricetta: limonate,  esercizi muscolari
    eccessivi, lavoro forzato; slombatevi, trascinate dei macigni, non
    dormite, vegliate;  ingozzate bevande nitrose e decotti di ninfea,
    bevete emulsioni di papaveri e di agnocasto;  condite il tutto con
    una dieta rigorosa e sopportate la fame;  poi aggiungete dei bagni
    freddi e lozioni di sali di piombo.
    - Preferisco una donna, disse Listolier.
    -  Diffidate  della  donna!  - riprese Tholomys.  - Guai a chi si
    abbandona al cuore volubile d'una donna!  La  donna    perfida  e
    tortuosa;  odia il serpente per gelosia di mestiere. Il serpente 
    per lei come la bottega di fronte.
    - Tholomys, sei ubriaco! - grid Blacheville.
    - Perbacco! - disse Tholomys.
    - Mostrati allegro! - riprese Blacheville.
    - Accetto - rispose Tholomys.
    E riempito il bicchiere si alz:
    - Viva il vino! "Nunc te, Bacche, canam!".  Perdonatemi signorine,
    queste parole spagnole.  E la prova,  senoras,  eccovela: quale il
    popolo,  tale  il  governo...   Signore,   un  consiglio  d'amico:
    sbagliate  vicino,  se  vi  piace.  Errare    proprio dell'amore.
    L'amore non  fatto per abbrutirsi  come  una  serva  inglese  che
    abbia  il callo ai ginocchi...  Si disse che l'errare  umano,  io
    invece dico che  amoroso.  Signore,  io vi amo  tutte!...  Io  mi
    chiamo  Felice e non sono felice.  Le parole sono menzognere e non
    bisogna accettare ciecamente le indicazioni che  ci  danno...  Non
    dico  niente di Fantina;   una pensierosa,  una meditabonda,  una
    sognatrice, una sensitiva; un fantasma con le forme di una ninfa e
    il pudore di una monaca... O Fantina, sappilo, io Tholomys,  sono
    un'illusione!  Ma  la  bionda figlia delle chimere non mi ascolta.
    Del resto in lei tutto    freschezza,  soavit,  giovent,  dolce
    chiaror  mattutino.   O  Fantina,  fanciulla  degna  di  chiamarsi
    margherita o perla, voi siete una donna del pi bell'Oriente...
    Tholomys s'interruppe.
    - Prendi fiato - disse Blacheville. E nello stesso tempo secondato
    da  Listolier  e  da  Fameuil,  Blacheville  inton,   su  un'aria
    lamentosa,  una  di quelle canzoni da studio di pittori,  composta
    con  le  parole  che  vengono  a  caso,  rimate  o  no,  vuote  di
    significato  come  il  fruscio di un albero e il sibilo del vento,
    nate dal fumo delle pipe e che con esso si dissipano e svaniscono.
    Ecco la strofa con cui il gruppo rispose all'arringa di Tholomys:
    "I tacchini diedero danaro a un agente
    perch monsignor Clermont-Tonnerre
    fosse fatto papa a san Giovanni.
    Ma Clermont non pot esser fatto papa
    perch non era prete.
    Allora l'agente arrabbiato restitu il danaro".
    Non era una canzone adatta a calmare l'entusiasmo di Tholomys, il
    quale vuot il bicchiere, lo riemp e riprese:
    - Abbasso la saggezza,  e dimenticate quello  che  ho  detto.  Non
    mostriamoci  n  schifiltosi  n prudenti n moralisti.  Faccio un
    brindisi all'allegria. Mostriamoci allegri!  Completiamo il nostro
    corso   di  giurisprudenza  con  le  follie  e  con  i  banchetti.
    Indigestione e digesto.  Viva la creazione!  Il mondo  un  grosso
    diamante. Io sono felice. Gli uccelli sono meravigliosi. Che festa
    dappertutto!  Estate,  io ti saluto! O Lussemburgo! o georgiche di
    via Madame e  del  viale  dell'Osservatorio!  o  semplici  soldati
    sognatori! A me piacerebbero le pampas dell'America, se non avessi
    le arcate dell'Odeon. La mia anima vola verso le foreste vergini e
    le  savane.  Tutto  bello;  le mosche ronzano fra i raggi,  e uno
    sternuto del sole gener i colibr. Baciami, Fantina!
    Sbagli e baci Favorita.

    8. MORTE DI UN CAVALLO.
    - Si mangia meglio da Edon che da Bombarda - esclam Zefina.
    - Preferisco Bombarda a Edon - dichiar  Blacheville.  -  C'  pi
    lusso.  E'  pi  orientale.  Osservate  la sala di sotto;  ci sono
    persino gli specchi alle pareti.
    - Io preferisco il lusso nel piatto - disse Favorita.
    - Osservate  i  coltelli  -  continu  Blacheville.  -  Questi  di
    Bombarda hanno il manico d'argento,  quelli di Edon invece l'hanno
    d'osso; l'argento  pi prezioso dell'osso.
    - Eccetto per quelli  che  hanno  il  mento  d'argento  -  osserv
    Tholomys,  che in quel momento guardava la cupola degli Invalidi,
    visibile dalle finestre di Bombarda.
    - Tholomys - disse Fameuil - poco fa Listolier e io abbiamo fatto
    questione.
    - Una discussione   buona  ma  una  lite    migliore  -  rispose
    Tholomys.
    - Discutevamo di filosofia.
    - E va bene!
    - Chi preferisci: Cartesio o Spinoza?
    - Dsaugiers - disse Tholomys.
    Pronunciata questa sentenza, torn a bere e prosegu:
    - Acconsento a vivere,  non tutto  finito sulla terra,  perch si
    pu  ancora  sragionare.  Ne  ringrazio  gli  dei  immortali.   Si
    mentisce,  ma si ride,  si afferma,  ma si dubita; e l'inaspettato
    salta fuori dal sillogismo. Questo  bello!  Anche quaggi ci sono
    degli  esseri  umani  che  sanno aprire e chiudere allegramente la
    scatola  a  sorpresa  del  paradosso.   Quello  che  bevete   cos
    tranquillamente,  signore,    vino di Madera,  sappiatelo,  delle
    vigne del Couvel das Freiras che si  trova  a  trecentodiciassette
    tese   sul   livello   del   mare!    Stia   attento   chi   beve!
    Trecentodiciassette tese! E Bombarda, lo splendido trattore, vi d
    queste trecentodiciassette tese per quattro  franchi  e  cinquanta
    centesimi.
    Fameuil interruppe nuovamente:
    -  Tholomys,  le  tue opinioni fanno legge.  Qual  il tuo autore
    preferito?
    - Ber...
    - Berquin?
    - No, Berchoux,  disse Tholomys,  e continu: - Onore a Bombarda!
    Sarebbe  uguale  a  Munofide  d'Elefanta se potesse procurarmi una
    ballerina,  e a Tigellione di Cheronea  se  potesse  portarmi  una
    etera! Giacch, o signori, c'erano dei Bombarda anche nella Grecia
    e in Egitto, come ci informa Apuleio. Ahim, sempre le stesse cose
    e niente di nuovo.  "Nihil sub sole novum",  dice Salomone;  "amor
    omnibus idem" dice Virgilio...
    Lanciato com'era, Tholomys difficilmente si sarebbe arrestato, se
    in quel momento sulla via non fosse caduto un cavallo,  che  ferm
    insieme il carro e l'oratore. Era una cavalla della Beauce, magra,
    vecchia  e  tutta guidaleschi,  che tirava un carro assai pesante.
    Giunta davanti a Bombarda, la bestia, spossata e affranta, rifiut
    d'andare avanti.  Accorse la folla.  Il carrettiere,  indignato  e
    bestemmiando,  aveva appena pronunciato con convenevole energia la
    sacramentale  imprecazione:  "Porco  cane!"  confermata   da   una
    spietata frustata, quando la rozza cadde per non rialzarsi pi. Al
    chiasso dei passanti, gli allegri uditori di Tholomys si volsero,
    e  l'oratore  ne  approfitt  per  chiudere la sua allocuzione con
    questa malinconica strofa:
    "Era in questo mondo in cui carri e carrozze
    hanno ugual destino.
    Rozza  vissuta quanto vivono le rozze:
    lo spazio di un "porco-cane!".
    - Povero cavallo! - sospir Fantina.
    - Si mette a compiangere i cavalli - disse Dalia.  - Si pu essere
    pi stupidi di cos?
    In quel momento Favorita,  incrociando le braccia e rovesciando la
    testa, guard decisamente Tholomys e disse:
    - -A proposito, la sorpresa?
    - Appunto. Questo  il momento - rispose Tholomys.  - Signori,  
    suonata l'ora di fare la sorpresa a queste ragazze.
    - Signorine, aspettateci un momento.
    - La sorpresa comincia con un bacio - aggiunse Blacheville.
    - Sulla fronte - soggiunse Tholomys.
    Ognuno  depose  gravemente  un  bacio  sulla  fronte della propria
    ragazza;  quindi si diressero tutti e quattro  in  fila  verso  la
    porta, col dito in bocca.
    Favorita applaud e disse:
    - Gi comincio a divertirmi.
    - Non tardate troppo - mormor Fantina. - Vi aspettiamo.

    9. FINE GIOCONDA DELLA GIOIA.
    Le  ragazze  rimaste sole si appoggiarono a due a due ai davanzali
    delle finestre,  chiacchierando,  sporgendo la testa e parlando da
    una finestra all'altra.
    Videro uscire i giovanotti dall'osteria. Questi si volsero, fecero
    dei  segni  ridendo  e  sparirono  nella  calca polverosa che ogni
    domenica invade i Campi Elisi.
    - Tornate presto - grid Fantina.
    - Che cosa ci porteranno? - chiese Zefina.
    - Certamente qualcosa di bello - disse Dalia.
    - Io voglio che sia d'oro - aggiunse Favorita.
    Ben presto  furono  distratte  dal  viavai  lungo  il  fiume,  che
    scorgevano  tra i rami degli alberi e che le divertiva molto.  Era
    l'ora della partenza delle corriere  postali  e  delle  diligenze.
    Quasi  tutte  quelle  del  sud  e dell'ovest passavano per i Campi
    Elisi;  la maggior parte  seguiva  la  riva  uscendo  dalla  parte
    opposta  di  Passy.  Di  tanto  in  tanto  qualche grossa vettura,
    dipinta di giallo e di nero,  rumorosa,  stracarica di  bauli,  di
    sacchi  e di valigie,  zeppa di teste,  schiacciando il selciato e
    mutando tutti i ciottoli in tante pietre  focaie,  si  precipitava
    furiosa  attraverso la folla con tutte le scintille di una fucina,
    lasciando una nuvola  di  polvere.  Quel  frastuono  piaceva  alle
    ragazze, e Favorita esclamava:
    - Che strepito! Pare un mucchio di catene trascinate.
    Una  di  quelle vetture,  che non si distingueva bene tra il folto
    degli olmi, si ferm un momento e poi ripart al galoppo.  Fantina
    sorpresa disse:
    - Strano! Credevo che le diligenze non si fermassero!
    Favorita scroll le spalle:
    - Questa Fantina  sorprendente;  le sto vicino per curiosit.  Si
    meraviglia  delle  cose  pi  semplici.  Supponi  che  io  sia  un
    viaggiatore:  dico  alla  diligenza:  vado avanti a piedi,  voi mi
    raccoglierete passando lungo la riva. La diligenza passa, mi vede,
    si ferma e io salgo.  E' cosa di tutti  i  giorni.  Cara,  tu  non
    conosci la vita.
    Trascorse del tempo cos.  D'un tratto Favorita fece un movimento,
    come chi si risveglia.
    - Ma la sorpresa? - disse.
    - Appunto - aggiunse Dalia. - La famosa sorpresa?
    - E' gi tanto che sono andati via! - soggiunse Fantina.
    Mentre parlavano,  entr il cameriere che aveva servito a  tavola,
    portando qualcosa che somigliava a una lettera
    - Che c'? - chiese Favorita.
    -   E'  una  lettera  che  quei  signori  hanno  lasciato  per  le
    signorerispose il cameriere.
    - Perch non l'avete portata subito?
    - Perch quei signori hanno dato ordine  di  consegnarla  soltanto
    dopo un'ora.
    Favorita prese la lettera.
    - Toh! - esclam. - Non c' indirizzo, ma c' scritto:
    "Questa  la sorpresa".
    L'apr e lesse (Favorita sapeva leggere):
    "Care amorose!
    sappiate  che  abbiamo dei genitori.  Voi non sapete bene che cosa
    siano i genitori. Nel codice civile, puerile e onesto, si chiamano
    padri e madri.  Ora  questi  genitori  gemono,  questi  vecchi  ci
    chiamano, questi eccellenti uomini e queste ottime donne ci dicono
    figlioli  prodighi,  desiderano  il  nostro  ritorno  a  casa e ci
    offrono di uccidere per noi il vitello grosso.  E  noi  che  siamo
    virtuosi,  obbediamo.  Mentre  leggerete  questa  lettera,  cinque
    focosi cavalli ci riporteranno  ai  nostri  padri  e  alle  nostre
    mamme.  Noi  ce la svigniamo,  come dice Bossuet;  partiamo,  anzi
    siamo partiti.  Fuggiamo tra le braccia di Lafitte e sulle ali  di
    Caillard.  La diligenza di Tolosa ci salva dall'abisso, e l'abisso
    siete  voi,  amabili  fanciulle.  Rientriamo  nella  societ,  nel
    dovere,  nell'ordine,  di  gran  trotto,  a tre leghe all'ora.  E'
    interesse della  patria  che  diventiamo  come  tutti  gli  altri,
    perfetti  padri  di  famiglia,  guardie campestri e consiglieri di
    stato. Venerateci; noi ci sacrifichiamo. Piangeteci,  ma cercateci
    presto i successori.  Se questa lettera vi strappa il cuore,  fate
    altrettanto con essa. Addio.  Vi abbiamo rese felici per circa due
    amni. Non serbateci rancore.
    Firmato: Blacheville, Fameuil, Listolier, Felice Tholomys.
    P.S. - Il pranzo  stato pagato".
    Le  quattro ragazze si guardarono.  Favorita fu la prima a rompere
    il silenzio:
    - Come farsa non c' male! - esclam.
    - E' molto originale - disse Zefina.
    - Dev'essere di Blacheville questa idea - riprese  Favorita.  -  E
    questo mi fa innamorare di lui. Appena partito, eccolo amato. Cos
    va il mondo.
    - No - disse Dalia -  un'idea di Tholomys; si riconosce subito.
    -  In  questo caso - replic Favorita - morte a Blacheville e viva
    Tholomys.
    - Viva Tholomys - gridarono insieme Dalia e Zefina.
    E scoppiarono a ridere.
    Fantina rise come le  altre;  ma  un'ora  dopo,  tornata  a  casa,
    pianse.  Come  abbiamo gi detto,  era il suo primo amore;  si era
    data a Tholomys come a un marito,  e la povera ragazza  aveva  un
    figlio.



    Libro 4.
    AFFIDARE SIGNIFICA TALVOLTA ABBANDONARE.


    1. UNA MADRE CHE NE INCONTRA UN'ALTRA.
    Nei  primi  anni  del  nostro  secolo c'era a Montfermeil,  presso
    Parigi, una specie di bettola che oggi non esiste pi.  Era tenuta
    da  certi  Thnardier,  marito  e  moglie,  nel  vicolo Boulanger.
    Inchiodata al muro sopra la porta si vedeva un'insegna su cui  era
    dipinto  qualcosa  che somigliava a un uomo che porta sulle spalle
    un altro  uomo  con  grosse  spalline  dorate  da  generale  e  le
    stellette d'argento; alcune macchie rosse raffiguravano il sangue,
    il  resto  del  quadro  non  presentava che fumo,  e probabilmente
    rappresentava una battaglia.  Al di sopra si leggeva la  leggenda:
    "Al sergente di Waterloo".
    Non  c'era niente di pi comune di un carro o di una carretta alla
    porta di un'osteria. Eppure il veicolo, o meglio,  il frammento di
    veicolo  che  nel  pomeriggio  di  un  giorno primaverile del 1818
    ingombrava la via davanti all'osteria del "Sergente di  Waterloo",
    avrebbe  attirato  certamente l'attenzione di un pittore che fosse
    passato di l.
    Era la parte anteriore d'uno  di  quei  carri  in  uso  nei  paesi
    boscosi,  che  servono  a  trasportare tavole e tronchi di alberi.
    Questa met si componeva d'un asse di ferro con un perno nel quale
    si incastrava un pesante timone e che era sostenuto da  due  ruote
    smisurate.   L'insieme  era  rozzo,  grossolano,  deforme.  Pareva
    l'affusto  di  un  gigantesco  cannone.   La   carreggiata   aveva
    sovrapposto alle ruote,  ai cerchi, ai mozzi, all'asse e al timone
    uno strato di fango. Il legno scompariva sotto la melma e il ferro
    sotto la ruggine. Dall'asse pendeva una grossa catena, degna di un
    Golia galeotto,  e la catena faceva pensare non gi alle travi che
    era destinata a trasportare ma piuttosto ai mastodonti e ai mammut
    che  avrebbe  potuto  aggiogare;  puzzava  di ergastolo,  ma di un
    ergastolo ciclopico  e  sovrumano;  pareva  che  fosse  servita  a
    qualche  mostro  Omero l'avrebbe adoperata a incatenare Polifemo e
    Shakespeare Calibano.
    Perch quella met di carro si trovava sulla via?  Prima di  tutto
    per  ingombrare  la  strada e poi per finire di arrugginirsi.  Una
    quantit di istituzioni  dell'antico  ordine  sociale  si  trovano
    senza ragione alcuna sul nostro cammino.
    Il  centro  della  catena  di sotto all'asse pendeva molto basso e
    sull'ansa, come sulla corda di un'altalena,  erano sedute insieme,
    in una posa graziosa,  due bambine: una di circa due anni e mezzo,
    l'altra di diciotto mesi;  la pi  piccina  in  braccio  alla  pi
    grande.  Un panno abilmente annodato impediva loro di cadere.  Una
    madre, vedendo quella mostruosa catena, aveva esclamato: - Toh! un
    giocattolo per le mie bambine!
    Le due bambine,  vestite bene e con una certa ricercatezza,  erano
    raggianti.  Parevano  due rose in mezzo ai ferrivecchi;  gli occhi
    erano trionfanti e le fresche guance  pareva  che  ridessero.  Una
    aveva  i  capelli castani,  l'altra bruni;  i loro volti innocenti
    erano incantati. ln quei pressi c'era un cespuglio fiorito, il cui
    profumo per chi non lo sapeva pareva venire dalle bambine.  Quella
    di  diciotto  mesi  mostrava  la  graziosa pancina nuda con quella
    casta indecenza che  propria dell'infanzia. Al di sopra e attorno
    a quelle testine delicate impastate di felicit  e  immerse  nella
    luce,   il   gigantesco   carro   arrugginito,   quasi  terribile,
    accozzaglia  di  spigoli  e  di  curve  aspre,   si  arcuava  come
    l'ingresso di una caverna.  A qualche passo di distanza,  la madre
    poco  attraente  ma  simpatica,  accoccolata  sulla  soglia  della
    bettola,  dondolava  con  una lunga cordicella le due bambine e le
    covava con negli occhi un'espressione animale  e  celeste  insieme
    che    propria  della maternit.  A ogni ondulazione gli orribili
    anelli facevano uno stridio che somigliava a un grido di  collera;
    le  bambine  si  divertivano;  il  sole morente si univa alla loro
    allegria;  e non c'era nulla di pi bello di quel capriccio  della
    sorte  che  aveva  trasformato una catena per titani in un dondolo
    per cherubini.
    Mentre cullava le due bambine,  la  madre  canticchiava  con  voce
    stonata una romanza allora celebre:
    "Si deve partire! Un guerriero...".
    Il  canto e la contemplazione delle bambine le impedivano di udire
    e di vedere quello che accadeva nella strada Qualcuno per  le  si
    era  avvicinato mentre ricominciava la prima strofa della romanza.
    A un tratto sent una voce molto vicina al  suo  orecchio  che  le
    diceva:
    - Come sono belle le vostre bambine!
    ... "diceva alla bella Imogina"...
    rispose  la  madre  continuando  la  canzone;  poi si volse e vide
    dinanzi a s,  a pochi passi,  una donna con un bimbo in braccio e
    un sacco da viaggio che pareva abbastanza pesante e grande.
    Il bimbo di quest'altra donna era una delle pi vaghe creature che
    si  possono vedere.  Era una bambina di due o tre anni,  e avrebbe
    potuto  competere  con  le  altre  due  per  la   sua   civettuola
    acconciatura.  Aveva  una  cuffietta  di  tela  con  merletti e il
    giubbino ornato di nastri.  Il  gonnellino  rialzato  mostrava  la
    coscia bianca,  rotondetta e soda. Era cos rosea e prosperosa che
    invogliava a mordere le mele delle sue guance.  Degli occhi non si
    poteva  dire  altro  che  dovevano  essere  molto grandi e avevano
    magnifiche ciglia. Dormiva.
    Dormiva del sonno d'assoluta fiducia propria  della  sua  et.  Le
    braccia  della  madre  sono fatte di tenerezza,  e i bambini vi si
    addormentano profondamente.
    L'aspetto della madre era povero e triste. Vestiva come un'operaia
    che vuole ridiventare contadina.  Era giovane.  Era  anche  bella?
    forse.  Ma vestita a quel modo non lo mostrava. I capelli, con una
    bionda ciocca sfuggente,  parevano  assai  folti  ma  scomparivano
    austeramente  sotto  una  cuffia da beghina,  stretta e allacciata
    sotto il mento. Chi ha bei denti,  li mostra col riso,  ma lei non
    rideva; pareva che i suoi occhi fossero asciutti soltanto da poco.
    Era  pallida;  il  suo  aspetto  era  stanco  e  un po' malandato.
    Guardava la bambina addormentata nelle sue braccia con lo  sguardo
    particolare  della  madre  che ha allattato il proprio figlio.  Un
    largo  fazzoletto  turchino,   piegato  a  scialle,   le   copriva
    goffamente  le  spalle  e  il  busto.  Aveva  le mani affusolate e
    picchiettate di macchiette rosse,  l'indice indurito e tagliuzzato
    dall'ago,  un  mantello bruno di lana,  una veste di tela e scarpe
    grosse. Era Fantina.
    Era  Fantina.   Difficile  riconoscerla  in  quello  stato;   per
    esaminandola  attentamente,  si  scorgeva  ancora  la  sua  antica
    bellezza.   Aveva  la  guancia  destra  solcata  da  una  ruga  di
    malinconia  che  somigliava  a  un  principio  di  ironia,  La sua
    toletta,   quella  toletta  aerea  tutta  mussola  e  nastri   che
    somigliava a un amalgama di gioia,  di follia e di musica,  adorna
    di gingilli e profumata di lill,  era scomparsa come quelle belle
    gocce  di  rugiada  che  splendono  al  sole  come  diamanti e poi
    svaniscono lasciando il ramo annerito.
    Dalla "bella burla", erano passati dieci mesi.
    Che  cosa  era  accaduto  durante  quei  dieci  mesi?   E'  facile
    indovinarlo,
    Dopo l'abbandono, le ristrettezze. Fantina aveva subito perduto di
    vista Favorita,  Zefina e Dalia. Spezzato il legame da parte degli
    uomini,  s'era sciolto anche quello dalla parte delle donne;  e le
    avrebbe  stupite chi quindici giorni dopo avesse detto loro che un
    tempo erano amiche.  Fantina era rimasta sola.  Partito  il  padre
    della  sua  creatura  -  queste  rotture ahim sono irrevocabili -
    s'era trovata completamente sola,  con  in  meno  l'abitudine  del
    lavoro  e  con  in  pi  il  gusto  dei piaceri.  Trascinata dalla
    relazione con Tholomys a  disprezzare  il  piccolo  mestiere  che
    conosceva,  ne aveva trascurato gli ambienti, e questi le si erano
    chiusi. Nessuna risorsa.  Sapeva appena leggere,  ma non scrivere,
    perch  nella  sua  fanciullezza  le  avevano  appena  insegnato a
    tracciare il proprio nome;  aveva quindi  dettato  a  un  pubblico
    scrivano  una  lettera  per  Tholomys,  poi una seconda,  poi una
    terza. Ma questi non aveva risposto. Un giorno Fantina sent delle
    donnicciole che guardando la sua bambina dicevano:
    - Credete che prendano sul serio quei figli?  Alzano le  spalle  e
    non ci pensano pi.
    Allora  cap  che  Tholomys aveva alzato le spalle pensando a sua
    figlia, e che non prendeva sul serio quella innocente creatura;  e
    l'anima sua le si fece tetra nei riguardi di quell'uomo.  Ma a che
    partito votarsi?  Non sapeva pi a chi rivolgersi.  Aveva commesso
    un  fallo;  ma  sappiamo  che  il fondo della sua natura era tutto
    pudore e virt.  Capiva vagamente di essere alla vigilia di cadere
    nella miseria e di scivolare nel peggio. Aveva bisogno di coraggio
    e  ne ebbe,  e si fece forte.  Pens di ritornare al suo paese,  a
    Montreuil-sur-mer,  dove sperava che qualcuno potesse riconoscerla
    e  darle  qualche lavoro.  S,  per bisognava nascondere il fallo
    commesso;  e  qui,  intravedeva  la  possibile  necessit  di  una
    separazione  assai  pi dolorosa della prima.  Sent stringersi il
    cuore, ma si decise.  Come vedremo in appresso,  lei aveva l'aspra
    arditezza  della  vita.  Aveva gi rinunciato fermamente a tutti i
    suoi ornamenti e si era vestita di tela,  usando le sue  vesti  di
    seta, i suoi nastri, i pizzi e i gingilli per abbellire la figlia:
    unica  e  santa  vanit  che  le  restava:  Vendette quanto aveva,
    ricavandone duecento franchi,  di cui,  dopo aver  pagato  i  suoi
    debitucci,  le restavano soltanto ottanta franchi.  E cos, in una
    bella  mattina  di  primavera,  a  ventidue  anni,  lasci  Parigi
    portando la bambina sulle spalle.  Chi le avesse viste passare, ne
    avrebbe avuto compassione.  Quella donna non aveva altri al  mondo
    che  la bambina,  e quella bambina non aveva altro appoggio che la
    mamma. Fantina aveva lei stessa allattato la bambina; e per questo
    aveva il petto spossato, e tossiva un poco.
    Non avremo pi occasione di parlare di Felice Tholomys; perci ci
    limitiamo a dire che,  vent'anni dopo,  durante il regno di  Luigi
    Filippo,  era un grosso avvocato di provincia,  influente e ricco,
    elettore prudente, giurato rigoroso, e sempre amico dei piaceri.
    Dopo aver viaggiato di tanto in tanto in diligenza, per riposarsi,
    e pagando tre o quattro soldi per lega,  Fantina si trovava  verso
    mezzogiorno a Montfermeil nel vicolo Boulanger.
    Passando   davanti   alla   bettola  dei  Thnardier  era  rimasta
    abbagliata dalle due bambine cos  giulive  sulla  loro  mostruosa
    altalena e si era fermata a contemplare quella visione di gioia.
    Ci sono delle misteriose attrazioni.  Le due bambine furono una di
    queste attrazioni per quella madre.
    Le guard commossa.  La presenza degli angeli    un  annuncio  di
    paradiso;  e  Fantina credette di vedere scritto su quella bettola
    il misterioso QUI della  Provvidenza.  Quelle  due  bambine  erano
    tanto  felici!  Le guardava e ammirava tanto intenerita che mentre
    la madre riprendeva fiato tra due versi della  canzone,  non  pot
    trattenersi  dal  rivolgerle  le  parole che abbiamo gi riferite:
    Come sono belle le vostre bambine!
    Le pi feroci creature vengono disarmate dalle carezze rivolte  ai
    loro piccoli.
    La  madre alz la testa e ringrazi;  fece sedere la viandante sul
    banco accanto alla porta, mentre lei sedeva sulla soglia,  e tutte
    e due cominciarono a discorrere.
    -  Mi  chiamo  Thnardier  -  disse la madre delle due bambine - e
    questa locanda  nostra.
    Poi riprese a cantare tra i denti la sua romanza:
    "E un dovere per me cavaliere,
    e parto per la Palestina".
    La signora Thnardier era rossa,  cicciuta  e  angolosa;  il  tipo
    della donna-soldato in tutta la sua bruttezza,  e,  cosa bizzarra,
    con un'aria leziosa che le veniva dalla lettura  di  romanzi.  Era
    una  smorfiosa  marcantonia.  Questi  sono gli effetti prodotti da
    certi romanzi su una fantasia da bettoliera.  Era ancora  giovane,
    aveva  appena trent'anni.  Se invece di starsene rannicchiata,  si
    fosse trovata in piedi,  la sua alta statura e la sua  corporatura
    di  colosso  da  fiera,  avrebbe  sin  da  principio sgomentato la
    viaggiatrice,  ne avrebbe turbato la  fiducia  e  impedito  quanto
    siamo  per  raccontare.  Dal che si deduce che il destino talvolta
    dipende anche dal fatto che una persona si trovi seduta anzich in
    piedi.
    La viaggiatrice raccont la sua storia con qualche ritocco.  Disse
    di essere operaia;  il marito le era morto; a Parigi le era venuto
    meno il lavoro e andava a cercarne altrove, nel paese nativo;  era
    partita a piedi la mattina e, sentendosi stanca per la bambina che
    portava sulle spalle, era salita nella diligenza per Villemomble e
    da  Villemomble  era  arrivata  a piedi a Montfermeil;  la piccina
    aveva camminato per un po', ma s'era subito stancata,  e lei aveva
    dovuto   prenderla   in  braccio,   dove  il  suo  tesoro  si  era
    addormentato.
    Cos dicendo diede alla  bambina  un  bacio  appassionato  che  la
    svegli.  Apr  gli  occhi,  due  grandi occhi azzurri come quelli
    della madre e guard. Cosa? Niente e tutto, con lo sguardo serio e
    talvolta severo dei bambini,  che  un mistero della loro luminosa
    innocenza davanti al crepuscolo delle nostre virt. Si direbbe che
    si  sentano angeli e ci riconoscano per uomini.  Poi la bambina si
    mise a ridere e, bench la madre la trattenesse, scese a terra con
    l'irresistibile forza d'un bambino che vuol correre.  A un tratto,
    vedendo  le altre due bambine sull'altalena,  si ferm e cacci la
    lingua in segno di meraviglia.
    La Thnardier slacci le figlie,  le fece scendere dalla catena  e
    disse:
    - Scherzate tutte e tre.
    A  quell'et    facile  familiarizzare;  e  un minuto dopo le due
    Thnardier giocavano con la nuova arrivata a far buchi  in  terra,
    divertendosi immensamente.
    La  nuova  arrivata  era  molto  allegra;  la  bont della madre 
    scritta nell'allegria del figlio.  S'era armata di uno  stecchetto
    di  legno  e scavava energicamente un buco adatto a una mosca.  Il
    lavoro del becchino diventa allegro, se fatto da un bambino.
    Le due donne continuavano a conversare.
    - Come si chiama la vostra bambina?
    - Cosetta.
    Cosetta, cio Eufrasia,  che era il suo vero nome.  Ma da Eufrasia
    la  madre aveva formato Cosetta per quel dolce istinto delle madri
    e del popolo che cambia una Giuseppina in Nuccia e una Giovanna in
    Ninetta.  E' un genere di derivati che sconcerta tutta la  scienza
    degli  etimologisti.  Noi  abbiamo  conosciuto  una  nonna  che da
    Teodoro era riuscita a cavar fuori un Gnon.
    - Quanti anni ha?
    - Quasi tre.
    - Come la mia primogenita.
    Frattanto le piccine si erano raggruppate in una posa di  profonda
    ansiet  e  di beatitudine perch era sopraggiunto un fatto nuovo:
    un grosso verme era sbucato da terra,  ed esse ne avevano paura  e
    contentezza in pari tempo.
    Le  loro tre fronti radiose si toccavano s che parevano tre teste
    in una sola aureola.
    - Come fanno presto i bambini a fare  amicizia!  -  esclam  mamma
    Thnardier. - Si direbbero tre sorelle.
    Questa  parola  fu  come la scintilla attesa dall'altra madre,  la
    quale prese la Thnardier per una mano, la fiss e le disse:
    - Volete tenere la bambina con voi?
    La Thnardier fece uno di quei movimenti di sorpresa che non  sono
    n un assenso n un rifiuto.
    La madre di Cosetta continu:
    -  Io non posso portare con me la mia bambina in paese;  il lavoro
    non lo permette.  Con una figlia  difficile trovar  lavoro;  sono
    tanto ridicoli in quel paese! E' stato il buon Dio a farmi passare
    davanti  alla  vostra  locanda.  Quando ho visto le vostre bambine
    cos  belle,  cos  pulite  e  cos  contente,   ne  sono  restata
    meravigliata  e  mi  sono  detta:  -  Ecco una buona madre.  Cos,
    diventeranno tre sorelle.  E poi non  tarder  a  tornare.  Volete
    tenere la mia bambina?
    - Bisogna vedere - disse la Thnardier.
    - Pagher sei franchi al mese.
    Allora si ud dal fondo della bettola una voce d'uomo:
    - Non meno di sette franchi, e sei mesi anticipati.
    - Sei per sette quarantadue - soggiunse la Thnardier.
    - Li pagher - rispose la madre.
    - E quindici franchi per le prime spese - sugger l'uomo.
    - In tutto cinquantasette franchi - osserv la Thnardier.
    E di mezzo alle cifre canticchiava distrattamente:
    "Bisogna partire. Un guerriero"...
    -Li  pagher  - disse la madre.  - Possiedo ottanta franchi,  e mi
    resta quanto basta  per  andare  a  piedi  al  mio  paese.  Laggi
    guadagner,  e appena avr messo da parte un po' di denaro torner
    a prendere il mio tesoro.
    L'uomo riprese:
    - La bambina ha un corredo?
    - E' mio marito - disse la Thnardier.
    - Certo; ha un corredo il mio tesoruccio. Ho capito subito che era
    vostro marito. E che bel corredo! Una cosa straordinaria,  tutto a
    dozzine, e vesti di seta come una signora. E' qui nel mio sacco.
    - Dovete darcelo - replic l'uomo.
    - Diamine! sarebbe bello che lasciassi la mia bambina nuda rispose
    la madre.
    Allora apparve il volto del padrone che disse:
    - Sta bene!
    Il  contratto fu concluso.  La madre pass la notte nella locanda,
    sbors il denaro e lasci la figlia;  riallacci il sacco reso pi
    leggero  e  part  il giorno dopo col proposito di tornare presto.
    Simili  distacchi  avvengono   tranquillamente   ma   sono   tanto
    disperati.
    Una  vicina  dei  Thnardier  che  incontr quella madre mentre si
    allontanava, torn dicendo:
    - Ho visto per via una  donna  che  piangeva  tanto  da  straziare
    l'anima.
    Partita la madre di Cosetta, il marito disse alla moglie:
    -  Con  questi  quattrini  potr  pagare la cambiale da centodieci
    franchi che scade domani.  Mi mancavano appunto cinquanta franchi.
    E  sai  che  mi sarebbero capitati gli uscieri e il protesto?  Hai
    teso una buona trappola con le tue piccine.
    - Senza saperlo - aggiunse la donna.

    2. PRIMO ABBOZZO DI DUE LOSCHE FIGURE.
    Il topolino era troppo piccolo; ma il gatto  contento anche se il
    topo  magro.
    Chi erano i coniugi Thnardier?
    Diciamone qualcosa fin d'ora; completeremo il quadro pi avanti.
    Appartenevano a quella classe bastarda,  composta di persone rozze
    riuscite  a  qualcosa e di persone intelligenti decadute,  che sta
    tra la cosiddetta classe media e la classe inferiore e possiede  i
    difetti  della  seconda con quasi tutti i vizi della prima,  senza
    avere lo slancio generoso  dell'operaio  n  l'ordine  onesto  del
    borghese.
    Erano di quelle nature nane che diventano facilmente mostruose, se
    per  caso  le  riscalda qualche fuoco sinistro.  Nella donna c'era
    l'istinto del bruto e nell'uomo c'era la stoffa  d'un  miserabile:
    l'uno  e  l'altra  erano  enormemente  suscettibili  allo schifoso
    progresso nella via del male. Ci sono anime-gamberi, che rinculano
    continuamente verso le tenebre, che retrocedono invece di avanzare
    nella vita,  adoperando l'esperienza acquisita per  accrescere  la
    propria  deformit,  peggiorando sempre e impregnandosi sempre pi
    di una crescente laidezza. Cos erano quell'uomo e quella donna.
    Il marito in particolare era  imbarazzante  per  il  fisionomista.
    Basta  guardare  certi  uomini  per diffidarne;  si sente che sono
    tenebrosi.  Sono inquieti di dietro e minacciosi davanti;  c'  in
    loro un'incognita,  per cui non si pu rispondere n di quello che
    hanno fatto n di quello che faranno.  L'ombra  nello  sguardo  li
    denuncia;  basta udirne una parola,  vederne un gesto per scorgere
    foschi segreti nel loro passato e cupi misteri nel loro avvenire.
    A  sentirlo,   Thnardier  era  stato  soldato,   anzi   sergente;
    probabilmente  aveva  fatto la campagna del 1815,  dove,  a quanto
    pare,  s'era comportato abbastanza  coraggiosamente.  Vedremo  pi
    tardi  quanto  ci  fosse di vero in tutto questo.  L'insegna della
    bettola alludeva a uno dei suoi fatti d'arme;  e  l'aveva  dipinta
    lui stesso poich sapeva fare un po' di tutto, ma sempre male.
    Era l'epoca in cui l'antico romanzo classico, caduto dalla Scudry
    alla  Barthlemy-Hadot  e  dalla  Lafayette  alla Bournon-Malarme,
    accendeva le anime innamorate delle portinaie parigine e devastava
    anche un po'  i  sobborghi.  La  signora  Thnardier  aveva  tanta
    intelligenza quanta ne bastava per leggere quella specie di libri;
    se  ne nutriva e vi annegava quel tanto di cervello che aveva.  Da
    quelle letture le era venuta,  ancora giovanissima e anche un  po'
    pi  tardi,  una  specie di atteggiamento pensoso nei confronti di
    suo  marito,  briccone  emerito,  ruffiano  istruito,  ma  non  in
    grammatica, grossolano e astuto al tempo stesso, e che in fatto di
    sentimentalismo  leggeva  Pigault-Lebrun,  e,  in  "tutto  ci che
    riguarda il sesso",  come diceva nel suo  gergo,  era  triviale  e
    sboccato,  senza  rimedio.  La moglie aveva dodici o quindici anni
    meno di lui.  Pi tardi,  quando i capelli romanticamente  sciolti
    cominciarono  a  brizzolarsi,  quando  dalla  Pamela usc fuori la
    megera, la Thnardier fu un donnone malvagio,  imbevuto di stupidi
    romanzi.  Ma  quelle sciocchezze non si leggono impunemente;  e il
    risultato fu che la figlia  maggiore  ebbe  il  nome  di  Eponina,
    mentre la minore corse il pericolo di chiamarsi Gulnara, e dovette
    a  non  so  quale incontro col romanzo di Ducray-Dumenil,  se pot
    chiamarsi Azelma.
    Del resto,  sia detto  tra  parentesi,  non  tutto    ridicolo  e
    superficiale  in  quell'epoca  curiosa  alla quale alludiamo e che
    potrebbe chiamarsi  l'anarchia  dei  nomi  di  battesimo.  Accanto
    all'elemento romanzesco gi indicato c' il sintomo sociale.  Oggi
    non  raro che il garzone  bovaro  si  chiami  Arturo,  Alfredo  o
    Alfonso  e  che  il visconte,  se ci sono ancora dei visconti,  si
    chiami Pietro o Giacomo.  Questo spostamento che applica  il  nome
    "elegante"  al plebeo e il nome campagnolo all'aristocratico non 
    che   un   riflesso   dell'uguaglianza.   L'aura   nuova   penetr
    irresistibilmente  in  questa  come  in  ogni altra cosa;  e sotto
    quell'apparente  discordanza  si  nasconde  una  cosa   grande   e
    profonda: la Rivoluzione francese.

    3. L'ALLODOLA.
    Per prosperare non basta essere cattivi. La bettola andava male.
    Grazie ai cinquantasette franchi della viandante, Thnardier aveva
    potuto scansare un protesto e far onore alla propria firma.  Ma il
    mese successivo ebbe ancora bisogno di danaro, e la moglie port a
    Parigi e impegn al monte di  piet  il  corredo  di  Cosetta  per
    sessanta  franchi.  E quando questa somma fu consumata,  i coniugi
    Thnardier si abituarono a considerare la  ragazzina  come  se  la
    tenessero per carit, e a trattarla in conseguenza. Siccome questa
    non  aveva  pi  il  corredo,  la  vestirono con vecchie vestine e
    vecchie camicie delle proprie figlie, vale a dire con dei cenci, e
    la nutrirono con degli avanzi di tavola: un po' meglio  del  cane,
    un po' peggio del gatto.  Del resto,  il cane e il gatto erano gli
    abituali commensali di Cosetta,  che mangiava sotto la tavola  con
    loro e in una scodella di legno come la loro.
    La madre,  che come vedremo pi tardi s'era stabilita a Montreuil-
    sur-mer,  scriveva o meglio faceva scrivere ogni  mese  per  avere
    notizie   della   bambina;   e   i   Thnardier   le  rispondevano
    invariabilmente che Cosetta stava meravigliosamente bene.
    Trascorso il primo semestre,  la madre mand sette franchi per  il
    settimo mese e continu regolarmente i suoi invii,  mese per mese.
    Ma l'anno non era ancora terminato che  Thnardier  esclam:-  Che
    bel favore che ci fa!  Che ce ne facciamo dei suoi sette franchi?,
    - e scrisse  pretendendone  dodici.  La  madre,  convinta  che  la
    bambina  stava  bene  e  "cresceva  bene" accett e mand i dodici
    franchi.
    Ci sono nature che non possono amare da  una  parte  senza  odiare
    dall'altra.  La Thnardier amava appassionatamente le figliole, ed
     per questo che si mise a detestare l'estranea. E' triste pensare
    che anche l'amore materno possa avere degli aspetti  volgari.  Per
    quanto  piccolo fosse il posto occupato da Cosetta nella casa,  le
    pareva che anche quello fosse rubato alle sue bambine e che  quasi
    diminuisse loro l'aria che respiravano.  Quella donna,  come molte
    altre della sua razza,  sentiva il  bisogno  di  distribuire  ogni
    giorno  una dose di carezze e una dose di ingiurie.  Se non avesse
    avuto Cosetta,   certo che le sue figlie avrebbero  avuto  tutto,
    idolatrate  com'erano;  ma  l'estranea  rendeva  loro il favore di
    attirare sopra di s tutte le busse, cosicch le figlie non ebbero
    che carezze.  Cosetta non poteva  fare  un  passo  senza  che  una
    gragnuola  di  castighi  violenti  e  immeritati cadesse sulla sua
    testa.  La povera creatura mite e debole  non  doveva  comprendere
    nulla n del mondo n di Dio, sempre sgridata, punita, maltrattata
    e  percossa,  con a fianco due esseri come lei che vivevano invece
    in un raggio d'aurora.
    Siccome la Thnardier era cattiva con  Cosetta,  anche  Eponina  e
    Azelma  furono cattive.  A quell'et i bambini sono le copie delle
    madri, c' soltanto la differenza del formato che e pi piccolo.
    Trascorse un anno, e poi un secondo. Nel villaggio dicevano:
    - I Thnardier sono brava gente; non sono ricchi,  eppure allevano
    una povera bambina abbandonata.
    Credevano che Cosetta fosse stata abbandonata dalla madre.
    Frattanto Thnardier,  venuto a conoscenza, non sappiamo come, che
    probabilmente la bambina era bastarda e che la  madre  non  poteva
    confessarlo,  pretese quindici franchi al mese col pretesto che la
    "creatura" si  faceva  grande  e  "mangiava";  anzi,  minacci  di
    rimandarla,  scrivendo: - Non stia a seccarmi! se no, le sbatto la
    sua marmotta nel  bel  mezzo  dei  suoi  segreti.  Mi  occorre  un
    aumento. - E la madre pag i quindici franchi.
    D'anno  in  anno,  la  fanciulla  si  fece grande,  e anche la sua
    miseria crebbe.
    Finch Cosetta rimase piccina,  fu  la  vittima  delle  altre  due
    ragazzine;  ma  appena  cominci a svilupparsi,  vale a dire ancor
    prima dei cinque anni,  divenne una servetta  di  casa.  A  cinque
    anni,  dir qualcuno,   inverosimile. Purtroppo, ahim,  vero. I
    patimenti  sociali  cominciano  a  ogni  et.  Non  abbiamo  visto
    recentemente  il  processo  di  un  certo  Dumolard,  un orfanello
    diventato bandito,  che fin dall'et  di  cinque  anni,  dicono  i
    documenti ufficiali,  essendo solo al mondo, lavorava per vivere e
    rubava?
    Cosetta faceva le piccole  commissioni,  spazzava  le  camere,  il
    cortile  e  la  strada,  lavava le stoviglie e sollevava anche dei
    pesi.  I Thnardier si credettero autorizzati ad agire  in  questo
    modo  perch  la  madre,  sempre  a Montreuil-sur-mer,  cominci a
    pagare irregolarmente, rimanendo in ritardo di qualche mese.
    Se quella madre fosse ritornata a Montfermeil dopo  tre  anni  non
    avrebbe  pi riconosciuto la sua bambina.  Cosetta,  cos fresca e
    graziosa al suo arrivo in quella casa,  ora era magra e pallida  e
    aveva una certa inquietudine. Sorniona! dicevano i Thnardier.
    L'ingiustizia l'aveva resa stizzosa,  e la miseria brutta.  Non le
    restavano che i suoi begli occhi, che facevano pena, perch grandi
    com'erano, parevano contenere una maggiore dose di tristezza.
    E che strazio d'inverno vedere quella povera bambina sui sei anni,
    tremante nei suoi vecchi cenci di tela sdrucita,  pulire prima  di
    giorno  la  strada con un'enorme scopa tra le mani arrossate e una
    lacrima nei grandi occhi.
    In paese la chiamavano l'Allodola.  Al popolo che ama le  immagini
    era  piaciuto appioppare questo nome a quel piccolo essere non pi
    grosso di un uccello, tremante, rabbrividente e spaurito, che ogni
    mattina era il primo a destarsi nella casa e nel villaggio,  e che
    era sempre nella strada o nei campi prima ancora dell'alba.
    Per la povera allodola non cantava mai.










    Libro 5.
    LA DISCESA.


    1. STORIA DI UN PROGRESSO NELLE CONTERIE.
    Intanto  che  cosa  era accaduto di quella madre che,  stando alla
    gente di Montfermeil,  aveva abbandonato la sua bambina?  Dov'era?
    Che faceva?
    Affidata la piccola Cosetta ai Thnardier, aveva proseguito il suo
    viaggio ed era arrivata a Montreuil-sur-mer.
    Si era, come sappiamo, nel 1818.
    Fantina  aveva lasciato il paese da una decina d'anni.  Montreuil-
    sur-mer aveva cambiato aspetto. Mentre Fantina scendeva lentamente
    di miseria in miseria, la citt aveva prosperato.
    Da circa due anni era accaduto uno di quei fatti  industriali  che
    sono i grandi avvenimenti dei piccoli paesi.  Questa circostanza 
    importante   e   crediamo   opportuno   svilupparla    o    meglio
    sottolinearla.  Da  tempo  immemorabile l'imitazione delle perline
    inglesi e delle  conterie  nere  tedesche  costituiva  l'industria
    particolare di Montreuil-sur-mer; ma questa industria aveva sempre
    vegetato  per il costo della materia prima che incideva sulla mano
    d'opera. Invece,  quando Fantina torn in paese,  era accaduta una
    trasformazione  inattesa  nella  produzione degli "articoli neri".
    Verso  la  fine  del  1815,  uno  sconosciuto  che  era  venuto  a
    stabilirsi in citt,  aveva avuto l'idea di sostituire,  in quella
    fabbricazione,  la lacca alla  resina,  e  in  particolare  per  i
    braccialetti invece di fare i fermagli con pezzi di latta, saldati
    insieme  li  incastrava  gli  uni  negli  altri.   Questo  piccolo
    cambiamento aveva portato una rivoluzione. Infatti aveva diminuito
    di molto il costo della materia prima,  e  questo  aveva  permesso
    innanzitutto  di  aumentare  il  compenso della mano d'opera,  con
    vantaggio del  paese,  poi  di  migliorare  la  fabbricazione  con
    vantaggio del consumatore,  e infine di vendere a miglior mercato,
    pur triplicando gli utili, con vantaggio del produttore.  Cos una
    sola idea aveva prodotto tre effetti.
    In  meno  di  tre  anni,  l'inventore  di  questi  metodi  si  era
    arricchito, il che era un bene, e aveva anche arricchito gli altri
    attorno a lui,  il che era ancora meglio.  Egli non era del luogo;
    non si sapeva nulla della sua origine, ben poco dei suoi inizi.
    Si  diceva  che  era  venuto  dalla  citt  con pochissimo denaro;
    tutt'al pi con qualche centinaio di franchi. E da questo meschino
    capitale,  messo al servizio  di  un'idea  ingegnosa  e  fecondato
    dall'ordine e dalla buona direzione,  aveva fatto la sua fortuna e
    quella del paese.
    Al suo arrivo a Montreuil-sur-mer vestiva e si comportava come  un
    operaio.
    Pare  che  mentre,   sull'imbrunire  di  un  giorno  di  dicembre,
    quell'uomo faceva il suo ingresso nella  cittadina  di  Montreuil-
    sur-mer,  col  sacco  sulla  spalla e un bastone di pruno in mano,
    fosse scoppiato un grave incendio nel palazzo municipale e che  si
    fosse  gettato tra le fiamme salvando,  con pericolo della propria
    vita, due fanciulli figli del capitano di gendarmeria;  per questo
    motivo  non  gli  era  stato  chiesto il passaporto.  Pi tardi si
    conobbe il suo nome, e si seppe che si chiamava "pap Madeleine".

    2. MADELEINE.
    Aveva circa cinquant'anni;  era buono e aveva l'aria  preoccupata.
    Questo  quello che si poteva dire di lui.
    Grazie  ai  rapidi  progressi  dell'industria fatta rifiorire cos
    meravigliosamente,     Montreuil-sur-mer    era    diventata    un
    considerevole  centro  d'affari.  La  Spagna,  che  consuma  molto
    giaietto nero, faceva ogni anno enormi ordinazioni. La citt,  per
    il suo commercio, faceva quasi concorrenza a Londra e a Berlino. I
    guadagni di Madeleine erano cos forti che,  fin dal secondo anno,
    aveva  potuto  costruire  una  grande  fabbrica  con   due   vasti
    laboratori:  uno  per gli uomini e l'altro per le donne.  Chiunque
    aveva fame,  poteva presentarsi sicuro di trovare pane  e  lavoro.
    Pap  Madeleine agli uomini chiedeva la buona volont,  alle donne
    la purezza dei costumi. Aveva separato i laboratori per dividere i
    due sessi,  affinch donne e fanciulle potessero mantenersi sagge.
    Su  questo  punto  era  inflessibile,  ed  era  l'unico  su cui si
    mostrasse quasi intollerante.  Per la sua severit era tanto  pi
    fondata   in   quanto  che  Montreuil-sur-mer  era  una  citt  di
    guarnigione e vi abbondavano gli incentivi  alla  corruzione.  Del
    resto la sua venuta era stata un beneficio, e il suo soggiorno una
    provvidenza.  Prima di lui tutto languiva nel paese;  adesso tutti
    vivevano  la  vita  sana  del  lavoro.  Il  denaro  che  circolava
    abbondantemente dava moto a tutto e penetrava dappertutto;  non si
    conosceva la disoccupazione n la miseria;  non c'era borsa  tanto
    piccina  che  non  avesse un po' di denaro n c'era una casa tanto
    povera che non avesse un po' di felicit.
    Pap Madeleine dava lavoro a tutti,  a una sola condizione:  Siate
    un galantuomo! Siate una donna onesta!
    In  mezzo  a  tutta  questa attivit di cui egli era la causa,  il
    perno,  pap  Madeleine,  come  gi  dicemmo,  faceva  la  propria
    fortuna.  Ma,  cosa abbastanza strana in un uomo d'affari,  pareva
    che questa non  fosse  la  sua  preoccupazione  principale  e  che
    pensasse molto agli altri e poco a se stesso.  Nel 1820,  era noto
    che possedeva la somma di  seicentotrentamila  franchi  depositata
    presso  Laffitte;  ma  prima di riservarsi quei seicentotrentamila
    franchi aveva speso pi di un milione per la citt e per i poveri.
    L'ospedale era male attrezzato,  e lui  l'aveva  dotato  di  dieci
    letti  in  pi.  Montreuil-sur-mer  divisa in citt bassa e citt
    alta. Nella parte bassa,  dove lui abitava,  c'era una sola scuola
    in una meschina casupola che minacciava di crollare; egli ne aveva
    costruite due,  una per i maschi e l'altra per le femmine; inoltre
    col denaro proprio dava ai due maestri un sussidio doppio del loro
    scarso stipendio ufficiale.  A chi un giorno se  ne  meravigliava,
    rispose: - I primi due funzionari dello Stato sono la nutrice e il
    maestro  elementare.   -  Aveva  fondato  a  sue  spese  un  asilo
    infantile: istituzione allora ignota in Francia, e una cassa mutua
    per gli operai vecchi e inabili.  Attorno alla sua manifattura era
    sorto  un  nuovo  quartiere,  nel  quale le famiglie pi indigenti
    abbondavano, ed egli vi aveva impiantato una farmacia gratuita.
    Nei primi tempi,  quando inizi l'opera,  la buona gente disse: E'
    un  uomo  in gamba che vuole arricchirsi!  - Quando poi videro che
    arricchiva il paese prima d'ogni  altro,  la  stessa  buona  gente
    disse:  - E' un ambizioso!  - E la cosa pareva tanto pi probabile
    in quanto quell'uomo era religioso e  praticava  discretamente  la
    chiesa:  cosa  che allora era vista di buon occhio.  Ogni domenica
    andava regolarmente alla messa. Il deputato del luogo,  che temeva
    dei concorrenti dappertutto, si allarm per questa devozione. Egli
    che  era  stato  membro  del  corpo  legislativo durante l'impero,
    condivideva  le  opinioni  religiose  di  un   padre   oratoriano,
    conosciuto  sotto  il  nome  di Fouch duca d'Otranto,  di cui era
    stato creatura e amico.  A porte chiuse  per,  se  la  rideva  di
    Domineddio.  Ma  quando  vide  che  il ricco industriale Madeleine
    andava a messa alle sette,  intravide un possibile  competitore  e
    decise  di  fare  pi  di  lui:  prese per confessore un gesuita e
    frequent la messa cantata e i vespri.  L'ambizione in quell'epoca
    era una corsa al campanile nel senso letterale della frase.  Anche
    i poveri trassero la loro parte  di  vantaggio  dalla  sua  paura,
    perch l'onorevole deputato dot anche lui l'ospedale di due nuovi
    letti; che cos diventarono dodici.
    Intanto una mattina del 1819,  corse per la citt la voce che pap
    Madeleine,  su proposta  del  prefetto  e  in  considerazione  dei
    servizi   resi  al  paese,   sarebbe  stato  nominato  sindaco  di
    Montreuil-sur-mer.  Quelli che avevano  dichiarato  che  il  nuovo
    venuto  era  "ambizioso",   colsero  l'occasione,   che  tutti  si
    augurano, per poter esclamare: "Che cosa avevamo detto?". Tutta la
    citt fu sottosopra. La voce era fondata, e pochi giorni dopo,  la
    nomina  apparve  sul  "Moniteur".  Ma  l'indomani,  pap Madeleine
    rifiut.
    In quello stesso anno 1819,  i prodotti del nuovo processo da  lui
    inventato  figurarono  all'esposizione  industriale,  e il re,  in
    seguito al rapporto della  giuria,  nomin  l'inventore  cavaliere
    della Legion d'onore.  Nuovi cicalecci in paese.  "Gi!  Voleva la
    croce!". Ma pap Madeleine rifiut anche la croce.
    Quell'uomo era proprio un enigma;  ma la buona gente  se  la  cav
    dicendo: - Dopo tutto,  una specie di avventuriero!
    Come  abbiamo  visto,  la citt gli doveva molto e i poveri tutto.
    Era cos utile che avevano  dovuto  finire  con  l'onorarlo,  cos
    buono  che  avevano  dovuto finire con l'amarlo.  I suoi operai in
    modo  particolare  lo  adoravano,   ed  egli   sopportava   questa
    adorazione  con  una  specie  di  malinconica  gravit.  Quando si
    costat che  era  ricco,  "le  persone  della  buona  societ"  lo
    salutarono;   nella  citt  si  cominci  a  chiamarlo  il  signor
    Madeleine;  ma i suoi operai e i fanciulli seguitarono a chiamarlo
    pap  Madeleine:  ed  era  questa  parola  a  farlo pi facilmente
    sorridere.  A mano a mano che saliva,  gli inviti  crescevano;  la
    "buona  societ"  lo  reclamava.  I  piccoli salotti civettuoli di
    Montreuil-sur-mer,   che  pur  si  sarebbero  chiusi   in   faccia
    all'artigiano nei primi tempi, adesso spalancavano i loro battenti
    per l'industriale milionario.  Usarono ogni lusinga per attirarlo,
    ma egli rifiut sempre.
    Neanche questa volta la buona gente si trov imbarazzata:  "E'  un
    ignorante, con poca educazione! Non si sa nemmeno di dove sia. Non
    saprebbe  stare  in  societ.  Non    neppure  certo  che  sappia
    leggere".
    Quando l'avevano visto guadagnare denaro,  avevano  detto:  E'  un
    mercante!  Quando  l'avevano  visto  prodigare  le  sue ricchezze,
    avevano detto: E' un ambizioso!  Quando lo avevano visto rifiutare
    gli onori, avevano detto: E' un avventuriero! Quando finalmente lo
    videro rifiutare la buona societ dissero: E' un ineducato!
    Nel  1820,  cinque anni dopo il suo arrivo a Montreuil-sur-mer,  i
    servizi resi al paese erano tanti, e il voto dei cittadini fu cos
    unanime che il re lo nomin di nuovo sindaco.  Rifiut ancora;  ma
    il  prefetto  tenne duro;  tutti i notabili andarono a pregarlo di
    accettare; il popolo affollato nella via lo supplicava, e fu tanta
    l'insistenza che dovette accondiscendere.  Si not allora  che  la
    circostanza  che  parve soprattutto deciderlo fu l'apostrofe quasi
    irritata di una vecchia popolana,  la quale gli  grid  aspramente
    dalla  soglia  della  porta:  "Un buon sindaco  utile.  E' lecito
    ritirarsi quando si pu far del bene?".
    Fu questa la terza fase della sua ascensione.  Pap Madeleine  era
    diventato  il  signor  Madeleine.  Il  signor Madeleine divent il
    signor sindaco.

    3. IL DEPOSITO PRESSO LA BANCA LAFFITTE.
    Nonostante questo,  era rimasto lo stesso uomo semplice dei  primi
    giorni.  Aveva  i capelli grigi,  lo sguardo serio,  la carnagione
    abbronzata d'un operaio,  il  volto  pensieroso  di  un  filosofo.
    Portava di solito un cappello a larghe tese e una lunga palandrana
    di  grosso  panno,  abbottonata  fino  al mento.  Adempiva ai suoi
    doveri di sindaco,  ma nel resto  viveva  solitario.  Parlava  con
    poche persone; cercava sempre di sottrarsi alle cortesie; salutava
    proseguendo  il  suo  cammino;   se  la  svignava  sollecitamente;
    sorrideva per dispensarsi dal discorrere e donava per esimersi dal
    sorridere. Le donne dicevano di lui: Che bravo orso!  Godeva molto
    a passeggiare per i campi.
    Mangiava  sempre  solo  con davanti un libro aperto,  che leggeva.
    Aveva una piccola biblioteca ben scelta,  e amava i libri che sono
    amici  calmi  e  sicuri.  A  mano  a  mano  che  con  le ricchezze
    crescevano per lui  anche  le  ore  libere,  ne  approfittava  per
    coltivare  la  sua  mente.  Da quando stava a Montreuil-sur-mer si
    notava che il suo linguaggio si faceva sempre  pi  corretto,  pi
    elegante e pi dolce.
    Nelle  sue  passeggiate portava volentieri un fucile,  ma lo usava
    soltanto raramente;  per  quando  se  ne  serviva,  il  tiro  era
    infallibile e spaventava. Non uccideva mai un animale inoffensivo,
    non mirava mai agli uccelli.
    Bench   non   pi  giovane,   si  diceva  che  avesse  una  forza
    sorprendente.  Dava volentieri una mano per rialzare  un  cavallo,
    per  spingere  una ruota sprofondata nel fango o per afferrare per
    le corna un toro  infuriato.  Aveva  sempre  le  tasche  piene  di
    spiccioli quando usciva e vuote quando rientrava.  Se attraversava
    un villaggio, i monelli cenciosi gli correvano festosamente dietro
    e lo circondavano come un nugolo di moscerini.
    Era facile indovinare che in altri tempi aveva  dovuto  vivere  la
    vita dei campi, perch conosceva ogni specie di utili segreti, che
    insegnava  ai  contadini:  come  distruggere la tignola lavando il
    granaio e spargendo tra le fessure dell'impalcatura una  soluzione
    di sale comune; come distruggere i punteruoli, applicando l'orvala
    fiorita ai muri, ai tetti nelle case, dappertutto. Possedeva delle
    "ricette" per estirpare dai campi la carie, la veccia, il sedanino
    dei  campi,  la  coda  di  volpe  e  tutte  le  erbe parassite che
    soffocano il  frumento.  E  sapeva  pure  purgare  dai  sorci  una
    conigliera  col  solo  odore  di  un porcellino di barberia che vi
    introduceva.
    Un giorno vedendo alcuni contadini intenti a svellere ortiche,  si
    ferm  a esaminare il mucchio di pianticelle sradicate gi secche,
    e disse: - Sono morte,  eppure sarebbero utili se  ve  ne  sapeste
    servire.  Quando l'ortica  giovane la sua foglia  una eccellente
    verdura;  quando  invecchiata ha filamenti e fibre come la canapa
    e  il  lino,  e  la  tela di ortiche vale quanto quella di canapa.
    L'ortica triturata  buona per il pollame;  pestata  buona per  i
    buoi.  Il suo seme frammisto al foraggio rende lucido il pelo agli
    animali,  e la sua radice mescolata col sale comune produce un bel
    colore  giallo.  E'  anche un ottimo fieno che si pu falciare due
    volte all'anno. E di che cosa ha bisogno l'ortica?  Di poca terra,
    di  nessuna  cura  e di nessuna coltivazione.  Per il seme cade a
    mano a mano che matura e ne  difficile il raccolto. Con un po' di
    fastidio l'ortica riuscirebbe utile,  ma  la  trascurano,  diventa
    nociva,   e   allora  la  si  svelle.   Quanti  uomini  somigliano
    all'ortica!  - Poi dopo un  breve  silenzio,  aggiunse:  -  Amici,
    ricordatevi  che  non ci sono n erbe cattive n uomini malvagi ma
    solo pessimi coltivatori.
    I fanciulli lo amavano  anche  perch  sapeva  fare  dei  graziosi
    lavoretti con un po' di paglia e con le noci di cocco.
    Entrava sempre in chiesa quando ne vedeva la porta parata a lutto,
    e accorreva a un funerale come altri accorrono a un battesimo. Per
    la  sua  grande  bont si sentiva attratto dalla vedovanza e dalle
    sventure altrui, si univa agli amici addolorati,  alle famiglie in
    lutto,  ai preti che pregano intorno a una bara. Pareva che amasse
    prendere come  argomenti  delle  sue  meditazioni  quelle  funebri
    salmodie  piene  di  visioni  dell'altro mondo.  Con lo sguardo al
    cielo,   con  una  specie  di  aspirazione  a  tutti   i   misteri
    dell'infinito,  porgeva  l'orecchio a quelle malinconiche voci che
    cantano sulla soglia del tenebroso abisso della morte.
    Faceva un gran numero di buone  azioni  tentando  di  nasconderle,
    come  altri  nascondono  le  cattive.  Penetrava di nascosto nelle
    case,  di sera,  e ne saliva furtivamente le  scale.  Talvolta  un
    povero diavolo,  rientrando nella sua stamberga,  si accorgeva che
    durante la sua assenza la porta era stata aperta  e  talora  anche
    forzata. Il poveretto si infuriava pensando che qualche mascalzone
    era  entrato  in  casa.  Ma  appena dentro,  la prima cosa che gli
    cadeva sott'occhio era  una  moneta  d'oro  dimenticata  sopra  un
    mobile. Il malfattore capitato l era pap Madeleine.
    Era affabile e triste.  Il popolo diceva: - Ecco un uomo ricco che
    non ha l'aria superba!  Ecco un uomo felice che non ha  l'aria  di
    essere contento!
    Taluni  pretendevano  che  fosse  un  personaggio  misterioso,   e
    asserivano che nessuno entrava mai nella sua camera da  letto,  la
    quale era una vera cella da anacoreta, gremita di clessidre ornate
    d'ali,  di  tibie incrociate e di teschi di morto.  Queste cose si
    dicevano con tanta  insistenza  che  alcune  giovani,  eleganti  e
    maliziose signore di Montreuil-sur-mer un giorno andarono da lui e
    gli chiesero: - Signor sindaco, fateci vedere la vostra camera. Ci
    dicono  che sia una grotta.  - Egli sorrise e le introdusse subito
    nella "grotta". Furono punite della loro curiosit. Era una camera
    tappezzata con un parato da pochi soldi e guarnita  di  mobili  di
    mogano  abbastanza  brutti.  Non notarono altro al di fuori di due
    candelieri sul  caminetto,  di  forma  antiquata  e  che  parevano
    d'argento,  poich  avevano  il "bollo di controllo": osservazione
    caratteristica di una piccola citt.
    Tuttavia si continu a ripetere che nessuno  poteva  penetrare  in
    quella  camera  e  che era una caverna da eremita,  una cella,  un
    buco, una tomba.
    Si diceva pure che aveva depositato presso la banca Laffitte somme
    immense,   sempre   a   sua   immediata   disposizione;    sicch,
    aggiungevano,  il  signor Madeleine poteva arrivare una mattina da
    Laffitte,  firmare una ricevuta e portarsi via i suoi  due  o  tre
    milioni  in  dieci minuti.  In realt questi duce o tre milioni si
    riducevano,    come   abbiamo   visto,    a    seicentotrenta    o
    seicentoquarantamila franchi.

    4. MADELEINE IN LUTTO.
    All'inizio  del  1831 i giornali annunciarono la morte del vescovo
    di Digne,  Monsignor Myriel,  soprannominato Monsignor  Benvenuto,
    morto a ottantadue anni, in odore di santit.
    Aggiungeremo  una  circostanza  che  i  giornali tralasciarono: il
    vescovo di Digne quando mor era cieco da  parecchi  anni  ed  era
    contento della sua cecit perch gli era vicina la sorella.
    Su questa terra infatti,  dove nulla  completo,  l'essere cieco e
    amato  una delle forme pi stranamente squisite  della  felicit.
    Avere continuamente a fianco una moglie,  una figlia, una sorella,
    una persona cara che  l perch abbiamo bisogno di lei  e  perch
    essa non pu stare senza di noi; saperci indispensabile a chi ci 
    necessario;  poter  continuamente  misurare  il  suo affetto dalla
    compagnia che ci d e pensare: se mi consacra tutto il suo tempo 
    segno che possiedo tutto il suo cuore;  vedere il pensiero  invece
    del  volto;  toccare  con  mano la fedelt di una creatura,  nella
    cecit completa; percepire il fruscio di una veste come un battere
    d'ali;  udirla andare e  venire,  uscire,  rientrare,  discorrere,
    cantare  e  sapere  di  essere il centro di quei passi,  di quelle
    parole e di quel canto;  manifestare a  ogni  istante  la  propria
    forza di attrazione, sentirsi tanto pi potente quanto pi infermo
    e  diventare  nelle  tenebre  e  a  cagione  delle tenebre l'astro
    intorno al quale gravita quell'angelo: ecco una felicit  che  non
    ha  uguali.  La  suprema  felicit  della vita  la convinzione di
    essere amato: amato per se stesso,  o meglio,  malgrado se stesso.
    Ebbene il cieco ha questa convinzione.  In quella grande disgrazia
    essere servito vuol  dire  essere  accarezzato.  Forse  gli  manca
    qualcosa?  No;  non  perde  la luce chi possiede l'amore.  E quale
    amore!  un amore fatto interamente di virt.  Non c' cecit  dove
    c'  la  certezza.  L'anima  cerca a tentoni un'altra anima,  e la
    trova;  e quest'anima ritrovata e sperimentata   una  donna.  Una
    mano vi sostiene,   la sua,  una bocca sfiora la vostra fronte, 
    la sua bocca;  sentite un alito vicino,   lei.  Ottenere tutto da
    lei,  dal culto fino alla piet; non essere mai abbandonato; avere
    sempre vicino quella debolezza  che  vi  soccorre;  appoggiarvi  a
    quella  canna  incrollabile;  toccar  la Provvidenza con le vostre
    mani e poterla stringere tra le braccia come un dio palpabile, che
    gioia!  Il  cuore,   questo  oscuro  fiore  celeste,   si  schiude
    misteriosamente.  Non  dareste  quelle  tenebre per tutta la luce.
    L'anima-angelo  sempre l;  s'allontana ma per  ritornare;  sfuma
    come il sogno ma ricompare come la realt.  Si sente il calore che
    s'avvicina: eccola. La serenit, la gioia, l'estasi traboccano;  
    come  uno  splendore nella notte.  E poi le mille piccole cure,  i
    nonnulla che in quel  vuoto  diventano  cose  gigantesche!  I  pi
    ineffabili  accenti della voce femminile sono usati per cullarvi e
    suppliscono il mondo svanito.  Siete accarezzato con l'anima;  non
    vedete  nulla  ma  sentite  di  essere adorato.  E' un paradiso di
    tenebre.
    E da questo paradiso Monsignor Benvenuto era passato all'altro.
    L'annuncio della sua morte fu riportato dal giornale di Montreuil-
    sur-mer. L'indomani si vide Madeleine vestito a lutto e col crespo
    al cappello.
    Quel lutto fu notato e commentato  nella  citt.  Parve  come  uno
    spiraglio  sull'origine  di  Madeleine.  Se ne concluse che avesse
    qualche parentela col Vescovo di Digne. Porta il lutto del Vescovo
    di Digne,  dissero nei  salotti.  Questo  accrebbe  la  stima  che
    avevano  di lui e gli dette subito una certa considerazione fra la
    nobilt di Montreuil-sur-mer. Il microscopico quartiere nobile del
    luogo pens di far cessare la  quarantena  del  signor  Madeleine,
    probabile  parente  di  un  vescovo.  Madeleine  s'accorse di aver
    guadagnato terreno dal maggior numero,  di riverenze delle vecchie
    e  dai  sorrisi  delle  giovani.  Una sera,  una matrona di quella
    piccola  alta  societ,   curiosa  per   diritto   di   anzianit,
    s'arrischi a chiedergli:
    -  Il signor sindaco  cugino del defunto vescovo di Digne,  non 
    vero?
    - No, signora - disse lui.
    - Per ne portate il lutto.
    - S, perch nella mia giovent fui lacch nella sua famiglia.
    In paese notarono anche che tutte le  volte  che  passava  per  la
    citt  un  piccolo  savoiardo,  di  quelli che girano il paese per
    spazzare i camini, il sindaco lo faceva chiamare,  gli chiedeva il
    suo  nome  e  gli  dava  del  denaro.  I  piccoli  savoiardi se lo
    raccontavano l'un l'altro, ed  per questo che ne passavano molti.

    5. LAMPI INCERTI ALL'ORIZZONTE.
    Col passare del tempo, tutte le opposizioni erano cessate. Per una
    specie di legge, che subiscono coloro che salgono su, da principio
    c'erano state diffamazioni e calunnie  contro  Madeleine;  poi  ci
    furono solo maldicenze; pi tardi ci furono soltanto dei motteggi;
    infine  le  ostilit  svanirono  interamente,  il rispetto divenne
    unanime,  cordiale,  e venne il momento,  verso  il  1821,  che  a
    Montreuil-sur-mer  le  parole "signor sindaco",  erano pronunciate
    presso a poco con lo stesso  accento  che  a  Digne  nel  1815  si
    pronunciavano le parole: "Monsignor Vescovo".
    Venivano per consultarlo da dieci leghe lontano. Egli componeva le
    questioni,  impediva  le  liti,  riconciliava  i nemici: ognuno lo
    prendeva a giudice del suo buon diritto.  Pareva  che  avesse  per
    anima il libro della legge naturale. In sei o sette anni, quasi un
    contagio di venerazione invase a poco a poco tutto il paese.
    Per,  soltanto  uno,  in  tutta  la  citt  e  nel circondario si
    sottrasse assolutamente a questo contagio, e, checch facesse pap
    Madeleine,   rest  ribelle,   come  se  una  specie  di  istinto,
    incorruttibile e imperturbabile, lo tenesse sveglio e inquieto. Si
    direbbe  infatti  che  certi  uomini  possiedano  un  vero istinto
    animale, puro e integro, come ogni istinto, che crea le simpatie e
    le antipatie, che separa fatalmente una natura dall'altra, che non
    esita,  non si turba,  non tace e non  si  smentisce  mai,  chiaro
    nell'oscurit,  infallibile,  imperioso,  refrattario  a  tutti  i
    consigli dell'intelligenza e a tutti i solventi della  ragione,  e
    che   in   qualunque  modo  siano  disposti  i  destini,   avverte
    segretamente l'uomo-cane della presenza dell'uomo-gatto, e l'uomo-
    volpe della vicinanza dell'uomo-leone.
    Spesso quando Madeleine passava per una strada, calmo, affettuoso,
    tra le benedizioni di tutti, accadeva che un uomo di alta statura,
    con un soprabito grigio scuro,  armato di un grosso bastone e  col
    cappello sugli occhi,  si volgesse indietro quand'egli era passato
    e lo seguisse con lo sguardo finch non fosse sparito, incrociando
    le braccia,  tentennando lentamente il capo e alzando fino al naso
    le  due  labbra  unite  in  una  specie  di smorfia espressiva che
    potrebbe tradursi cos:
    - Ma chi  quello? Certamente l'ho visto altrove. Ad ogni modo non
    mi lascio infinocchiare.
    Questo personaggio, grave di una gravit quasi minacciosa,  era di
    quelli che preoccupano chi li guarda anche di sfuggita.
    Si chiamava Javert e apparteneva alla polizia.
    A  Montreuil-sur-mer  aveva  le  funzioni  spiacevoli  ma utili di
    ispettore. Non aveva assistito ai primi passi di Madeleine. Doveva
    il posto che occupava alla protezione di  Chabouillet,  segretario
    del  ministro  conte Angls,  allora prefetto di polizia a Parigi.
    Quando Javert giunse a Montreuil-sur-mer  la  fortuna  del  grande
    manifatturiere  era  gi  una  realt  e  pap  Madeleine  era gi
    diventato il signor Madeleine.
    Certi impiegati di polizia hanno una fisionomia speciale, resa pi
    complessa da un'aria di volgarit mista  a  un'aria  di  autorit.
    Javert  aveva  quella  specie  di  fisionomia,   con  in  meno  la
    volgarit.
    Se le anime fossero visibili, vedremmo distintamente questa strana
    cosa,  che ciascun individuo  della  specie  umana  corrisponde  a
    qualche  specie della creazione animale,  e si potrebbe toccar con
    mano questa verit appena intravista dal pensatore:  che  tutti  i
    bruti,  dall'ostrica all'aquila,  dal porco alla tigre, si trovano
    nell'uomo,  ciascuno in un dato uomo  e  talvolta  anche  parecchi
    contemporaneamente.
    Gli  animali  non  sono  che  le immagini delle nostre virt e dei
    nostri vizi vaganti sotto i  nostri  occhi,  i  fantasmi  visibili
    delle  nostre  anime.  Dio  ce  li  mostra  per  farci riflettere.
    Senonch,  poich gli animali sono soltanto ombre,  Dio non li  ha
    creati suscettibili di educazione nel senso pieno della parola;  a
    che pro?  Alle nostre  anime  invece,  che  sono  realt  e  hanno
    finalit  propria,  Dio  concesse  l'intelligenza,  vale a dire la
    possibilit dell'educazione.  L'educazione sociale ben intesa  pu
    sempre trarre da un'anima, qualunque essa sia, tutta l'utilit che
    essa contiene.
    Questo  per va detto sotto il punto di vista ristretto della vita
    terrestre apparente,  e  senza  pregiudicare  la  grave  questione
    dell'esistenza  anteriore  e ulteriore delle creature che non sono
    l'uomo.  L'io visibile non autorizza il pensatore  a  negare  l'io
    latente. Fatta questa riserva, proseguiamo.
    Ora se si ammette che in ciascun uomo c' una delle specie animali
    della  creazione,  sar  facile dire che cosa fosse l'ufficiale di
    polizia Javert.
    I contadini asturiani sono convinti che in ogni parto di lupa  c'
    un  cane,  il  quale  viene  ucciso dalla madre,  altrimenti fatto
    grande divorerebbe gli altri piccoli.
    Date un volto umano a  quel  cane  figlio  della  lupa,  e  avrete
    Javert.
    Era  nato  in  prigione  da  una cartomante che aveva il marito in
    galera. Crescendo negli anni,  cap d'essere venuto al mondo fuori
    della societ, e disper di potervi rientrare. Not che la societ
    tiene  irrimediabilmente lontane due classi di persone: quelle che
    l'attaccano e quelle che  la  preservano.  Egli  non  aveva  altra
    scelta  se  non  fra  queste  due classi;  per nello stesso tempo
    sentiva dentro di s un fondo di rigidezza,  di  regolarit  e  di
    probit,  congiunto  a un odio inesprimibile contro la razza degli
    avventurieri da cui proveniva. Entr quindi nella Polizia, ed ebbe
    fortuna. A quarant'anni era ispettore.
    In giovent aveva fatto parte dei guardaciurme del meridione.
    Prima di proseguire,  intendiamoci  bene  sull'espressione  "volto
    umano" applicata a Javert.
    Il  volto  umano  di  Javert  consisteva in un naso camuso con due
    profonde narici,  verso le quali salivano  due  enormi  baffi.  Si
    provava  un  certo malessere la prima volta che si vedevano quelle
    due foreste e quelle due caverne. Quando Javert rideva,  cosa rara
    e  terribile,  le  sue  labbra  sottili si scostavano e lasciavano
    vedere non solo i denti ma anche le gengive; e intorno al naso gli
    si formava una piega feroce, come sul grugno di una belva.  Javert
    serio  era  un  mastino;  quando rideva era una tigre.  Nel resto:
    cranio piccolo, mascelle grosse,  capelli spioventi sulla fronte e
    sulle  sopracciglia,  una  ruga  permanente tra gli occhi come una
    stella di collera,  la bocca serrata e minacciosa,  l'aspetto  del
    comando feroce.
    C'erano un quest'uomo due sentimenti semplicissimi e relativamente
    ottimi,  ma  che egli rendeva quasi cattivi a furia di esagerarli:
    il rispetto dell'autorit e l'odio alla ribellione.  Per  lui,  il
    furto,  l'assassinio,  tutti  i delitti erano altrettante forme di
    ribellione. Aveva una specie di fede cieca e profonda per chiunque
    rappresenta una funzione nello  Stato,  dal  primo  ministro  alla
    guardia  campestre,  e ostentava disprezzo,  avversione e disgusto
    verso quelli che anche una  volta  sola  avevano  oltrepassato  il
    limite  legale  del  male.   Era  intransigente  e  non  ammetteva
    eccezioni. Da un lato diceva: - Il funzionario non pu ingannarsi;
    il magistrato non ha mai torto,e dall'altro diceva: - Costoro sono
    irreparabilmente perduti; da essi non pu venire nulla di buono. -
    Condivideva  pienamente  l'opinione  di  quegli   estremisti   che
    attribuiscono  alla  legge  umana  non so quale potere di fare,  o
    meglio di costatare i dannati,  e che pongono uno Stige  in  fondo
    alla societ.  Era stoico,  serio,  austero,  tristemente pensoso,
    umile e altero come i  fanatici.  Il  suo  sguardo  era  freddo  e
    penetrante  come il succhiello.  Tutta la sua vita era compresa in
    queste due parole: vegliare e  sorvegliare.  Aveva  introdotto  la
    linea retta nella cosa pi tortuosa che esista; aveva la coscienza
    della propria utilit, la religione delle proprie mansioni, ed era
    spia  come  altri    prete.  Guai a chi gli cadeva nelle grinfie!
    Avrebbe arrestato suo padre se l'avesse visto scappare di prigione
    e avrebbe denunciato sua madre: l'avrebbe fatto con quella  specie
    di  soddisfazione interna che ci d la virt.  Aggiungete una vita
    di privazioni, l'isolamento, l'abnegazione, la castit,  senza mai
    una distrazione. Era il dovere implacabile, la polizia intesa come
    gli  spartani  intendevano  Sparta,  una sentinella spietata,  una
    onest feroce e uno spione marmoreo: Bruto in Vidocq.
    Tutta la  persona  di  Javert  esprimeva  l'uomo  che  spia  e  si
    nasconde.  La  scuola  mistica  di  Giuseppe  De  Maistre,  che in
    quell'epoca  condiva  di  alta  cosmogonia  i  giornali   chiamati
    "ultra", avrebbe detto che Javert era un simbolo. Non si vedeva la
    sua  fronte  che  spariva sotto il cappello,  non gli occhi che si
    perdevano sotto le sopracciglia,  non  il  mento  che  sprofondava
    nella  cravatta,  non  le mani che erano coperte dalle maniche,  e
    neppure il bastone che portava sotto il soprabito.  Ma al  momento
    opportuno  si  vedeva  uscire improvvisamente da tutta quell'ombra
    come da un'imboscata,  una fronte angolosa e stretta,  uno sguardo
    sinistro,  un  mento  minaccioso,  due  mani enormi e un mostruoso
    randello.
    Negli scarsi momenti d'ozio,  bench  odiasse  i  libri,  leggeva,
    sicch  non  era  completamente illetterato,  e lo mostrava in una
    certa enfasi nel parlare.
    Non aveva vizi,  l'abbiamo detto;  quando era contento di  s,  si
    regalava una presa di tabacco; era questo il suo punto di contatto
    con l'umanit.
    Si  comprender  facilmente  che  Javert  era  il terrore di tutta
    quella classe che la statistica ufficiale del Ministero di  grazia
    e  di giustizia abbraccia ogni anno sotto la rubrica: "gente senza
    fissa dimora". Se udivano pronunciare il suo nome,  fuggivano;  se
    lo  vedevano  apparire,  rimanevano  come  pietrificati.  Tale era
    quell'uomo formidabile.
    Javert era come un occhio sempre fisso su Madeleine,  occhio pieno
    di sospetti e di congetture. Madeleine alla fine se n'era accorto;
    ma  non  diede grande importanza alla cosa.  Non fece in proposito
    neppure una domanda a Javert;  non lo cercava,  non lo evitava,  e
    sopportava  quello  sguardo  incomodo  e  quasi  opprimente  senza
    mostrare  di  badarci.  Lo  trattava  come  trattava  tutti,   con
    disinvoltura e con bont.
    Da  alcune  parole  sfuggite  a Javert si capiva che aveva frugato
    segretamente,   con  quella  curiosit  della  sua  razza,   fatta
    d'istinto  e  di  volont,  tutte  le  tracce  anteriori  che pap
    Madeleine avesse  potuto  lasciare  altrove.  Pareva  che  sapesse
    qualcosa,  e  talvolta diceva con parole velate che qualcuno aveva
    assunto delle informazioni in  un  certo  paese  sopra  una  certa
    famiglia  scomparsa.  Anzi  un  giorno,  parlando tra s,  usc in
    queste parole: - Credo di tenerlo! - Poi rest tre giorni pensoso,
    senza parlare;  pareva che gli  si  fosse  spezzato  il  filo  che
    credeva di tenere.
    Del  resto,  ed    questo il correttivo necessario al significato
    troppo assoluto che potrebbero presentare  certe  parole,  in  una
    creatura  umana  non ci pu essere nulla di veramente infallibile,
    ed  proprio dell'istinto  il  poter  essere  turbato,  fuorviato,
    ingannato;     diversamente     l'istinto     sarebbe    superiore
    all'intelligenza,  e la  bestia  godrebbe  di  una  luce  migliore
    dell'uomo.
    Evidentemente   Javert  era  un  po'  sconcertato  dalla  completa
    naturalezza e dalla tranquillit di Madeleine.
    Un giorno per parve che il  suo  strano  contegno  producesse  su
    Madeleine una certa impressione. Ed ecco in quale occasione.

    6. PAPA' FAUCHELEVENT.
    Passando una mattina per una viuzza non selciata di Montreuil-sur-
    mer,  Madeleine sent del chiasso. Poco distante vide un gruppo di
    gente e si avvicin. Era un vecchio, pap Fauchelevent, rovesciato
    sotto il proprio carro. Il cavallo era caduto.
    Questo Fauchelevent era uno  dei  rari  nemici  che  aveva  ancora
    Madeleine  a quell'epoca.  Quando Madeleine era arrivato in paese,
    Fauchelevent, ex scrivano e contadino alquanto istruito,  aveva un
    piccolo  commercio  che  cominciava  ad  andar male.  Vedendo quel
    semplice operaio arricchirsi, mentre lui,  proprietario,  andava a
    rotoli, ne aveva avuto gelosia, e non si era mai lasciato sfuggire
    l'occasione  di  nuocergli.  Sopraggiunto  il  fallimento  e ormai
    vecchio, con soltanto un carro e un cavallo,  senza moglie e senza
    figli, s'era messo a fare il carrettiere per vivere.
    Il  cavallo  aveva  le  gambe spezzate e non poteva rialzarsi.  Il
    vecchio era caduto tra le ruote,  cos  male  che  il  carro,  col
    pesante carico,  gli gravava sul petto sicch l'infelice rantolava
    lamentosamente. Avevano tentato di liberarlo, ma inutilmente.  Uno
    sforzo disordinato,  un aiuto inopportuno,  una scossa fuori posto
    potevano ucciderlo;  era impossibile tirarlo fuori senza sollevare
    il  carro  dal  di  sotto.  Javert,  sopraggiunto al momento della
    disgrazia, aveva mandato a cercare un martinetto.
    Quando arriv Madeleine, tutti gli fecero largo rispettosamente.
    - Aiuto!  - gridava il vecchio.  - Chi  tanto  buono  da  salvare
    questo povero vecchio?
    Madeleine si volse agli astanti:
    - C' un martinetto?
    - Sono andati a cercarne uno - rispose un contadino.
    - E quando potremo averlo?
    -  Sono  andati al posto pi vicino,  in via Flachot,  dove c' un
    maniscalco. Ma ci vorr almeno un quarto d'ora.
    - Un quarto d'ora! - esclam Madeleine.
    Il giorno prima aveva piovuto,  il terreno era diventato  molle  e
    cedevole,  e il carro affondava nel fango,  comprimendo sempre pi
    il petto del vecchio carrettiere.  Era evidente  che  in  meno  di
    cinque minuti avrebbe avuto le costole fracassate.
    -  E'  impossibile  aspettare un quarto d'ora - disse Madeleine ai
    contadini che stavano a guardare.
    - E come fare?
    - Ma non saremo pi in tempo! Non vedete che il carro affonda?
    - Diavolo!
    - Ascoltate - rispose Madeleine;  - c' ancora  abbastanza  spazio
    sotto il carro perch un uomo si possa introdurre e sollevarlo col
    dorso.  Basta  un  mezzo  minuto  per liberare questo disgraziato.
    Animo.  C' qualcuno che abbia coraggio e  spalle  salde?  C'  un
    premio di cinque luigi d'oro.
    Nessuno del gruppo si mosse.
    - Dieci luigi - aggiunse Madeleine.
    Gli astanti abbassavano gli occhi, e uno di essi esclam:
    - Ci vorrebbe una forza indiavolata!  e poi si corre il rischio di
    rimanere schiacciato.
    - Coraggio! - riprese Madeleine. - Venti luigi!
    Lo stesso silenzio.
    - Non  la buona volont che manca! - disse una voce.
    Madeleine si volse e riconobbe Javert, del quale non s'era accorto
    arrivando.
    Javert continu:
    - Ma  la  forza.  Bisognerebbe  essere  un  uomo  formidabile  per
    sollevare sul dorso un carro come questo.
    Poi continu, guardando fisso Madeleine e calcando ogni parola:
    -  Signor  Madeleine,  ho  conosciuto  un uomo solo capace di fare
    quello che chiedete.
    Madeleine trasal.
    L'altro prosegu con un'aria indifferente, ma senza staccargli gli
    occhi di dosso:
    - Era un galeotto.
    - Ah - disse Madeleine.
    - Della prigione di Tolone.
    Madeleine impallid.
    Il carro  frattanto  continuava  ad  affondare  lentamente,  e  il
    vecchio rantolava e gridava:
    - Soffoco! Mi rompe le costole! un martinetto! fate qualcosa! Ahi!
    Madeleine si guard attorno:
    - Dunque nessuno vuole guadagnarsi venti luigi e salvare la vita a
    questo povero vecchio?
    Nessuno dei presenti si mosse, e Javert riprese:
    -  Ho  conosciuto  un  solo  uomo  che  potesse  far  le  veci del
    martinetto, ed era un galeotto.
    - Ahi! mi schiaccia! - strill il vecchio.
    Madeleine alz la testa;  incontr l'occhio di falco sempre  fisso
    su di lui;  guard i contadini immobili, e sorrise mestamente. Poi
    senza dire una parola,  si butt in ginocchio e si trov sotto  il
    carro prima che la folla avesse avuto il tempo di gridare.
    Ci fu un momento terribile di attesa e di silenzio.
    Si  vide Madeleine,  quasi bocconi sotto quel peso ingente tentare
    invano per due volte di  avvicinare  i  gomiti  ai  ginocchi.  Gli
    gridarono:
    - Pap Madeleine ritiratevi!  - Lo stesso Fauchelevent gli disse:-
    Signor Madeleine,  andatevene!  E' inutile,  devo proprio  morire!
    Lasciatemi! vi fate schiacciare anche voi.
    Madeleine non rispose.
    Gli  astanti rabbrividirono.  Le ruote continuavano a sprofondare,
    ed era quasi impossibile che Madeleine potesse ritirarsi di  sotto
    al carro.
    Improvvisamente si vide l'enorme massa scuotersi, il carro si alz
    lentamente,  le ruote uscirono a mezzo il solco, e si ud una voce
    soffocata che gridava: Presto! aiutate!
    Era Madeleine che aveva fatto un ultimo sforzo.
    Tutti si precipitarono.  L'abnegazione di uno  solo  aveva  infuso
    coraggio e forza in tutti. Il carro fu sollevato da venti braccia.
    Il vecchio Fauchelevent era salvo.
    Madeleine si alz. Era livido, bench grondante di sudore, e aveva
    gli abiti laceri e sporchi di fango. Tutti piangevano e il vecchio
    gli  baciava  le  ginocchia e lo chiamava il buon Dio.  Lui invece
    aveva sul volto  una  certa  espressione  di  sofferenza  lieta  e
    celestiale,  e  guardava  tranquillamente  Javert che continuava a
    fissarlo.

    7. FAUCHELEVENT GIARDINIERE A PARIGI.
    Nella caduta Fauchelevent s'era rotto il ginocchio. Pap Madeleine
    lo fece trasportare nell'infermeria  da  lui  aperta  per  i  suoi
    operai nel locale della fabbrica e affidata a due suore di carit.
    L'indomani, il vecchio trov sul tavolino da notte un biglietto di
    mille  franchi,  con  queste  parole  scritte  da  papa Madeleine:
    "Compro il carro e il cavallo".  Il carro era rotto e  il  cavallo
    era morto.  Fauchelevent guar ma rest col ginocchio anchilosato.
    Madeleine,  con le raccomandazioni delle suore e del  curato,  gli
    procur  un  posto  di  giardiniere  in  un  convento di monache a
    Parigi.
    Qualche tempo dopo Madeleine divent sindaco.  La prima volta  che
    lo  vide  con  la  sciarpa,  che gli dava ogni giurisdizione sulla
    citt,  Javert prov il fremito di un molosso che  fiuta  un  lupo
    sotto gli abiti del padrone. Da allora, lo evit il pi possibile.
    Quando  per  ragioni  di servizio doveva assolutamente incontrarsi
    col sindaco e non poteva  esimersene,  gli  parlava  con  profondo
    rispetto.
    La prosperit creata da pap Madeleine a Montreuil-sur-mer,  oltre
    ai segni visibili da noi indicati,  era  dimostrata  anche  da  un
    altro  fatto  che,  quantunque  non  ugualmente visibile,  non per
    questo   meno  espressivo;  anzi,  non  inganna  mai.  Quando  la
    popolazione  soffre,   quando  il  lavoro  manca  e  il  commercio
    languisce,  il contribuente non riesce a pagare le  imposte  e  lo
    Stato  spende  molto  per spese di coazione e di esazione.  Invece
    quando il lavoro abbonda e il  paese    ricco  e  felice,  allora
    l'imposta  si  paga  con  facilit  e  costa  poco allo Stato.  Si
    potrebbe dire che la miseria e  la  ricchezza  pubblica  hanno  un
    termometro  infallibile nelle spese di esazione delle imposte.  In
    sette anni,  queste spese a Montreuil-sur-mer erano  diminuite  di
    tre quarti.  Per questo,  Villle,  ministro delle finanze,  aveva
    citato a esempio quel circondario.
    Questo era lo stato del paese quando Fantina vi  ritorn.  Nessuno
    si ricordava pi di lei. Per fortuna, la fabbrica di Madeleine era
    come  un  volto  amico.  Lei  si  present e fu ammessa.  Nuova al
    mestiere,  non poteva essere molto abile,  e la  sua  giornata  di
    lavoro non era un gran che. Ma il guadagno le bastava, e lei aveva
    risolto il problema di vivere.

    8. MADAME VICTURNIEN SPENDE TRENTACINQUE FRANCHI PER LA MORALE
    Fantina  ebbe un momento di gioia quando vide che si guadagnava da
    vivere.  Che grazia di Dio,  poter vivere onestamente del  proprio
    lavoro.  Le  ritorn  per  davvero  l'amore al lavoro.  Compr uno
    specchio e mir con gioia la sua giovent,  i bei capelli e i  bei
    denti.  Dimentic  molte  cose,  non  pens pi alla sua Cosetta e
    all'avvenire. Si sent quasi felice. Prese a pigione una cameretta
    e la ammobili a credito sui guadagni  futuri:  avanzo  delle  sue
    abitudini disordinate.
    Non potendo dire d'essere sposata,  si astenne scrupolosamente dal
    parlare della bambina.
    Abbiamo visto che da principio pagava  esattamente  i  Thnardier.
    Siccome  sapeva  fare soltanto la firma,  era costretta a scrivere
    per mezzo di un pubblico scrivano.
    Scriveva spesso. Questo fu notato;  e nella fabbrica si cominci a
    dir  sottovoce  che Fantina "teneva delle corrispondenze" e "aveva
    certi modi".
    Le persone pi tenaci nello spiare le azioni altrui sono quelle  a
    cui queste interessano di meno. Perch quel signore viene soltanto
    sul far della sera?  Perch quell'altro,  al gioved,  non appende
    mai la chiave al chiodo?  Perch se ne va  sempre  per  i  vicoli?
    Perch la signora scende sempre dalla carrozza prima di arrivare a
    casa? Perch manda a comprare della carta per lettere quando ne ha
    tanta  in casa?  eccetera eccetera.  Ci sono delle persone che per
    conoscere  questi  enigmi,   che  d'altronde  sono   completamente
    indifferenti per loro,  spendono pi denaro,  sciupano pi tempo e
    penano pi che non ce ne vorrebbe per dieci buone azioni;  e fanno
    questo gratuitamente,  per divertimento,  senz'altro compenso alla
    loro curiosit che la curiosit stessa.  Sono capaci  di  pedinare
    per giorni interi un uomo o una donna, di restare a spiare per ore
    e  ore  all'angolo  d'una  via o sotto un portone,  di notte,  col
    freddo e con la pioggia,  di corrompere un facchino,  di ubriacare
    un  vetturino,  di  prezzolare  una cameriera o di accattivarsi un
    portinaio. Perch? per niente, per la smania di vedere, di sapere,
    di conoscere.  Semplice smania di chiacchiere.  E non di rado quei
    segreti  manifestati,  quei  misteri resi pubblici,  quegli enigmi
    risolti sono cause di catastrofi,  di duelli,  di  fallimenti,  di
    famiglie rovinate,  di esistenze infrante,  per la gioia di coloro
    che hanno "tutto scoperto" senza interesse  e  per  mero  istinto.
    Cosa triste!
    Certe  persone  sono cattive soltanto per il gusto di parlare.  La
    loro   conversazione,   chiacchiere   di   salotti   e   cicalecci
    d'anticamera,  somiglia  a quei camini che consumano troppa legna;
    hanno bisogno di molto combustibile,  e il loro combustibile   il
    prossimo.
    Dunque tennero d'occhio Fantina.
    Inoltre  pi  di una era gelosa dei suoi capelli biondi e dei suoi
    denti bianchi. Si not che nella fabbrica, in mezzo alle compagne,
    spesso si volgeva per asciugarsi una lacrima.  Erano i momenti  in
    cui  pensava  alla  sua  bambina e forse anche all'uomo amato.  E'
    doloroso spezzare i dolorosi legami col passato.
    Si not che scriveva almeno due volte al mese sempre  allo  stesso
    indirizzo  e  che  affrancava le lettere.  Riuscirono a procurarsi
    l'indirizzo: "Al signor Thnardier, albergatore a Montfermeil".
    All'osteria  fecero  cantare   il   pubblico   scrivano,   vecchio
    semplicione  che  non  sapeva  riempire  lo  stomaco di vino senza
    vuotare il sacco dei segreti. In breve, si seppe che Fantina aveva
    un figlio "che forse doveva essere una bambina". E si trov subito
    una megera  che  fece  il  viaggio  a  Montfermeil,  parl  con  i
    Thnardier, e al suo ritorno pot dire: - Per trentacinque franchi
    mi sono sgravata la coscienza! Ho visto la bambina!
    La  pettegola  che  fece  questo viaggio era una megera,  chiamata
    Victurnien,  custode e  portinaia  delle  virt  di  tutte.  Aveva
    cinquantasei anni,  e alla maschera della vecchiaia aveva aggiunto
    quella  della  bruttezza.   Aveva  la  voce  tremula  e  la  mente
    capricciosa.  E,  cosa meravigliosa,  era stata anche giovane.  In
    giovent,  in pieno 1793,  aveva sposato  un  frate,  fuggito  dal
    convento col berretto rosso,  passando tra i giacobini. Era secca,
    aspra, angolosa, spinosa, quasi velenosa.  Venuta la restaurazione
    s'era  fatta bigotta.  Possedeva qualche cosuccia e diceva a tutti
    di volerla lasciare in eredit a un  convento.  Fu  dunque  questa
    Victurnien  che  and a Montfermeil,  e torn dicendo: Ho visto la
    bambina!
    Tutto questo richiese del tempo.  Fantina era in fabbrica da oltre
    un  anno,  quando  una  mattina la sorvegliante del laboratorio le
    consegn cinquanta franchi a nome del sindaco  dicendole  che  non
    apparteneva  pi  alla  fabbrica,  e la invit,  sempre a nome del
    sindaco, ad abbandonare il paese.
    Fu proprio in quello stesso  mese  che  i  Thnardier,  dopo  aver
    chiesto dodici franchi invece di sette, ne pretesero quindici.
    Fantina  ne  fu atterrita.  Non poteva abbandonare la citt per il
    debito della pigione e dei mobili,  che i  cinquanta  franchi  non
    bastavano a soddisfare.  Balbett qualche parola;  supplic; ma la
    sorvegliante le intim di uscire  immediatamente  dalla  fabbrica,
    ove  del  resto  era  stata  una mediocre operaia.  Oppressa dalla
    vergogna pi che dalla disperazione,  lasci la fabbrica e torn a
    casa. Dunque, il suo fallo era noto a tutti!
    Non  ebbe  la  forza di dire una parola.  Qualcuno le consigli di
    rivolgersi al sindaco,  ma non os.  Il sindaco le dava  cinquanta
    franchi,  perch era buono e la scacciava perch era giusto; e lei
    si sottomise a tale sentenza.

    9. TRIONFO DELLA SIGNORA VICTURNIEN.
    La vedova dunque fu buona a qualcosa.  Per Madeleine  non  sapeva
    nulla di tutto questo.  La vita  piena di casi simili.  Madeleine
    aveva l'abitudine di non  entrare  quasi  mai  nel  reparto  delle
    donne. Ci aveva messo a capo una vecchia zitella presentatagli dal
    curato,  e  riponeva  tutta la sua fiducia in quella sorvegliante,
    donna rispettabile, ferma, equa,  integra,  ricca di quella carit
    che  consiste  nel  soccorrere  ma  non di quella che consiste nel
    comprendere e nel perdonare.  Madeleine s'affidava completamente a
    lei,  perch  anche  gli  uomini  migliori spesso sono costretti a
    delegare la propria autorit.  E fu per questa sua onnipotenza,  e
    convinta  di  far  bene,  che  la sorvegliante process,  giudic,
    condann Fantina, e ne esegu la sentenza.
    Quanto ai cinquanta franchi,  li aveva prelevati da una somma  che
    Madeleine  le  affidava  per  le  elemosine  e per i soccorsi alle
    operaie, e di cui lei non rendeva conto.
    Fantina si offr in citt come serva;  and da una casa all'altra,
    ma nessuno la volle.  Non aveva potuto abbandonare la citt perch
    il rigattiere che le aveva venduto i mobili (e  che  mobili!),  le
    aveva  detto:  -  Se  ve  ne  andate  vi  faccio  arrestare.- E il
    proprietario a cui  doveva  la  pigione,  le  aveva  detto:  Siete
    giovane  e  bella,  potete  pagare.  -  Fantina divise i cinquanta
    franchi tra il  padrone  di  casa  e  il  rigattiere,  restitu  a
    quest'ultimo  tre  quarti  dei  suoi mobili conservando lo stretto
    necessario, e rimase senza lavoro,  senza nulla,  col solo letto e
    con circa cento franchi di debito.
    Si  mise  a cucire grosse camicie per i soldati della guarnigione,
    guadagnando dodici soldi  al  giorno,  mentre  sua  figlia  gliene
    costava  dieci.  Fu allora che cominci a ritardare i pagamenti ai
    Thnardier.
    Una  vecchia  che  le  accendeva  la  candela  alla  sera   quando
    rientrava,  le  insegn  l'arte  di vivere nella miseria.  Dopo il
    vivere con poco,  viene il vivere con nulla.  Solo due camere:  la
    prima  oscura, la seconda  completamente buia.
    Fantina  impar  come  si  fa a meno del fuoco d'inverno,  come si
    rinuncia a un uccellino che mangia un centesimo di miglio ogni due
    giorni,  come una gonna si trasforma in coperta e come una coperta
    si trasforma in gonna, come si risparmia la candela mangiando alla
    luce della finestra dirimpetto.  E' impossibile immaginare ci che
    sanno  cavar  da  un  soldo  certe  deboli  creature,   che   sono
    invecchiate nella miseria e nell'onest. Diventa alla fine un vero
    talento;  e  Fantina  seppe  acquistare questo sublime talento,  e
    riprese un po' di coraggio.
    Verso quell'epoca,  essa diceva a una vicina: - Tutto sommato,  mi
    dico:  dormendo  soltanto  cinque ore e occupando tutto il resto a
    cucire,  riuscir sempre a guadagnarmi il pane.  E poi quando si 
    tristi, si mangia meno. Ebbene! le sofferenze, le inquietudini, un
    po'  di  pane  da una parte e un po' di dispiaceri dall'altra,  mi
    nutriranno.
    In tanta miseria sarebbe stata per lei una strana  felicit  avere
    la bambina con s.  Pens per un momento di farla venire.  Ma che!
    farle soffrire le sue privazioni!  E  poi  era  in  debito  con  i
    Thnardier; come pagarli? E il viaggio?
    La  vecchia che le aveva dato quelle che si potrebbero chiamare le
    lezioni  di  vita  indigente,   era  una  santa  donna,   di  nome
    Margherita,  veramente  devota,  caritatevole con i poveri e anche
    con i ricchi,  sapeva appena quanto basta per firmare  il  proprio
    nome e aveva fede in Dio: che  poi la scienza.
    Ci  sono  in  basso molte virt che un giorno saranno in alto.  La
    nostra vita ha un domani.
    Nei primi tempi Fantina non aveva osato mostrarsi in pubblico  per
    vergogna.  Camminando per le strade, capiva che tutti si volgevano
    a guardarla e a indicarsela;  tutti  l'osservavano  e  nessuno  la
    salutava;  il  freddo e l'astioso disprezzo dei passanti penetrava
    nel suo corpo e nella sua anima come un vento gelido.
    Nelle piccole citt,  un povera  disgraziata  pare  nuda  sotto  i
    sarcasmi  e  la  curiosit  di  tutti;  a Parigi almeno nessuno vi
    conosce,  e questa ignoranza vi  fa  da  velo.  Oh,  come  avrebbe
    desiderato tornare a Parigi! Ma era impossibile.
    Dovette   abituarsi   alla  disistima  come  s'era  abituata  alla
    indigenza.  Ci si adatt a poco a poco;  e dopo due o tre mesi non
    ebbe pi vergogna; ricominci a uscire come se nulla fosse. Che me
    n'importa! - diceva.
    Andava e veniva, a testa alta, con un amaro sorriso. Si accorse di
    diventare sfacciata.
    La  signora  Victurnien  che talvolta dalla sua finestra la vedeva
    passare,  osservando la miseria di quella creatura "messa a posto"
    da lei, se ne rallegrava. I malvagi provano dei piaceri tenebrosi.
    L'eccessivo   lavoro   prostrava  Fantina;   la  tosse  secca  che
    l'affliggeva aument.  Talvolta  diceva  alla  vicina  Margherita:
    Sentite come mi scottano le mani!
    Tuttavia,  quando  con  un  pettine  sdentato  si  pettinava i bei
    capelli cadenti come morbida seta,  aveva  ancora  un  istante  di
    felice civetteria.

    10. CONTINUA IL TRIONFO.
    Era  stata licenziata sul finire dell'inverno.  Pass l'estate,  e
    torn l'inverno. Giornate brevi, minor lavoro.  D'inverno,  niente
    calore,  niente luce, niente sole; al mattino  gi sera; nebbia e
    crepuscolo,  la finestra  grigia,  e non ci si  vede  chiaro.  Il
    cielo  uno spiraglio,  tutta la giornata  una cantina, e il sole
    somiglia a un pitocco. Stagione orribile!  L'inverno muta in sasso
    l'acqua del cielo e il cuore dell'uomo.
    I  suoi  creditori  la  perseguitavano.  Fantina guadagnava troppo
    poco.  I debiti  erano  cresciuti.  I  Thnardier  mal  pagati  le
    scrivevano  continuamente delle lettere,  che la desolavano per il
    loro contenuto, e la rovinavano con le spese postali. Un giorno le
    scrissero che la piccola Cosetta, col freddo che faceva, era quasi
    nuda,  aveva bisogno di una gonna di lana e che era indispensabile
    mandare almeno dieci franchi per comprarla. Ricevette la lettera e
    se la spiegazz tutto il giorno tra le mani. Venuta la sera, entr
    in  una  bottega  da  parrucchiere  all'angolo  della  strada e si
    sciolse i bei capelli biondi che le caddero sulle spalle.
    - Che bei capelli! - esclam il parrucchiere.
    - Quanto mi dareste?
    - Dieci franchi.
    - Tagliateli.
    Compr una gonna a maglia e la sped ai Thnardier.
    Quella gonna fece imbestialire i Thnardier,  che invece  volevano
    il  denaro;  diedero  la  gonna  a  Eponina,  e la povera Allodola
    continu a rabbrividire dal freddo.
    Fantina pens: - La mia bambina non sente pi freddo; l'ho vestita
    con i miei capelli,  - e nascondeva la testa  rapata  sotto  certe
    cuffiette rotonde con le quali era ancora graziosa.
    Nel suo cuore per avveniva un tenebroso lavoro.  Quando vide che
    non poteva pi pettinarsi,  cominci a odiare tutto quello che  la
    circondava.  A  lungo aveva condiviso l'universale venerazione per
    pap Madeleine, ma poi a furia di ripetersi che era stata cacciata
    da lui,  e che era la causa della sua sventura,  fin con l'odiare
    anche  lui pi di tutti.  E quando passava davanti alla fabbrica e
    gli operai stavano in attesa all'ingresso,  fingeva di ridere e di
    cantare.
    Una  vecchia  operaia,  vedendola  cantare  e  ridere a quel modo,
    disse: - Ecco una ragazza che finir male!
    Per dispetto e con la rabbia nel cuore,  si prese  un  amante,  il
    primo  che  capit  ma che lei non amava.  Era un miserabile,  una
    specie di suonatore ambulante, un ozioso pezzente che la picchiava
    e che poi l'abbandon, come lei l'aveva preso, per disgusto.
    Lei adorava sua figlia.  Quanto pi scivolava sulla china e  tutto
    le  si  ottenebrava  intorno,  tanto  pi  quel  dolce  angioletto
    splendeva in fondo alla sua anima.  Diceva tra s: -  Quando  sar
    ricca,  terr  con  me  la  mia  Cosetta - e rideva.  La tosse non
    l'abbandonava e sentiva il sudore nella schiena.
    Un giorno ebbe dai Thnardier una lettera cos concepita: "Cosetta
     malata d'una malattia che corre in paese e che viene chiamata la
    febbre  miliare.  Ci  vogliono  medicine  assai  costose,  che  ci
    rovinano e che noi non possiamo comprare.  Se prima di otto giorni
    non ci mandate quaranta franchi, la bambina morir".
    Fantina scoppi in una sonora risata,  dicendo  alla  sua  vecchia
    vicina: - Stanno freschi!  Quaranta franchi;  n pi n meno! Cio
    due napoleoni d'oro. E dove li vado a prendere?  Come sono stupidi
    questi contadini!
    Poi  usc  sul  pianerottolo  e  rilesse  la lettera al lume di un
    abbaino. Quindi scese e usc, correndo, saltando e ridendo sempre.
    Qualcuno incontrandola le chiese:  -  Cos'avete  per  essere  cos
    allegra?
    -  Mi  hanno  scritto  una  grossa  corbelleria  certe  persone di
    campagna. Mi chiedono quaranta franchi! Contadini! Ecco tutto!
    Attraversando la piazza,  vide molta gente attorno a una  carrozza
    di forma bizzarra e su,  ritto in piedi,  un tale vestito di rosso
    perorava.   Era  un  ciarlatano  cavadenti  girovago  che  offriva
    dentiere complete, analgesici, polveri ed elisir.
    Fantina  si  un alla folla e rise con gli altri di quell'arringa,
    in cui si mescolavano i  riboboli  per  la  canaglia  e  le  frasi
    gentili  per  le  persone  per  bene.  Il  cavadenti vide la bella
    ragazza che rideva ed esclam:
    - Che bei denti  avete,  voi,  quella  bella  giovane  che  ridete
    laggi.  Se  mi  vendete  le  vostre  due  palette,  ve le pago un
    napoleone d'oro ognuna.
    - Cosa? le mie palette?
    - Le palette - rispose il cavadenti - sono i denti davanti,  i due
    di sopra.
    - Che orrore! - esclam Fantina.
    -  Due  napoleoni!  -  borbott  una  vecchia  sdentata.  -  Com'
    fortunata!
    Fantina scapp via,  turandosi le orecchie per non sentire la voce
    rauca dell'uomo che continuava a gridarle: - Pensateci, bella mia,
    due  napoleoni  valgono qualcosa.  Se vi decidete,  venite stasera
    all'albergo "Tolda d'argento", e mi troverete.
    Fantina torn a casa furibonda.  Raccont la cosa alla  sua  buona
    vicina Margherita: - Capite?  non  un uomo abominevole?  Come mai
    si lasciano andare in giro  simili  persone?  Strapparmi  i  denti
    davanti.  Ma  diventerei  orribile!  I  capelli  ricrescono,  ma i
    denti!...  Che mostro!  Preferirei buttarmi da un quinto  piano  a
    testa  in  gi.  M'ha  detto che stasera si troverebbe alla "Tolda
    d'argento".
    - E quanto vi offriva? - chiese Margherita.
    - Due napoleoni d'oro.
    - Vale a dire quaranta franchi.
    - Gi, replic Fantina. Fanno quaranta franchi.
    E si rimise al lavoro,  tutta meditabonda.  Un quarto d'ora  dopo,
    pos la camicia che cuciva e torn sul pianerottolo a rileggere la
    lettera  dei  Thnardier.  Rientrando  chiese  a  Margherita,  che
    lavorava accanto a lei:
    - Che cos' una febbre miliare?
    - S - rispose la vecchia zitella -  una malattia.
    - E ci vogliono molte medicine?
    - Oh, delle forti medicine.
    - E come si contrae questa malattia?
    - Arriva da s.
    - E colpisce anche i bambini?
    - Principalmente i bambini.
    - E si muore?
    - Molto facilmente.
    Fantina torn ancora sul pianerottolo a  leggere  la  lettera.  La
    sera  usc,  e  fu  vista  dirigersi  verso  via  Parigi,  dove si
    trovavano gli alberghi.
    La mattina dopo, Margherita,  entrando come sempre nella camera di
    Fantina  sul  primo mattino,  giacch lavoravano insieme per usare
    una sola candela in due, trov Fantina seduta sul letto,  pallida,
    gelida.  Non  si  era  coricata;  la cuffietta le era caduta sulle
    ginocchia;  la  candela,  rimasta  accesa  tutta  la  notte,   era
    consumata.
    Colpita  da  tanto  disordine,  Margherita  si  ferm  sulla porta
    esclamando:
    - Dio mio! La candela  consumata! E' accaduta qualche disgrazia!
    Poi guard Fantina, che le volgeva la testa calva.
    In una notte era invecchiata di dieci anni.
    - Ges! - fece Margherita. - Cosa avete, Fantina?
    - Niente - rispose.  - Anzi sono contenta.  Mia figlia non  morir
    pi di quell'orribile malattia per mancanza d'aiuto.
    E  cos  dicendo,  mostr  alla  vecchia i due napoleoni d'oro che
    lucevano sul tavolo.
    - Ges! - disse Margherita. - Ma  un tesoro. E dove avete trovato
    questi luigi?
    - Li ho avuti - rispose Fantina.
    E sorrise. La candela, rischiarandole il volto, lasci scorgere il
    suo sorriso sanguigno.  Una saliva  rossastra  le  insudiciava  le
    labbra  e  nella  bocca  aveva  un  buco  nero.  I due denti erano
    strappati.
    Mand i quaranta franchi a Montfermeil.
    Ma Cosetta non era ammalata.  Si trattava soltanto  di  un'astuzia
    dei Thnardier per strapparle un po' di denaro.
    Fantina gett lo specchio dalla finestra.  Da tempo aveva lasciato
    la sua cameretta del secondo piano per rifugiarsi in una  soffitta
    chiusa  con  un semplice nottolino: una di quelle topaie in cui il
    soffitto fa angolo col pavimento e vi si urta con la testa a  ogni
    passo.  Per andare in fondo alla sua camera,  come in fondo al suo
    destino,  il povero deve curvarsi sempre pi.  Non  aveva  pi  il
    letto;  non  le  restava  che  un  cencio  che lei chiamava la sua
    coperta,  un materasso  per  terra  e  una  sedia  spagliata.  Una
    piantina di rose era abbandonata in un angolo, dove s'era seccata.
    In  un  altro  angolo  c'era  un  orciolo  per  l'acqua,  la quale
    d'inverno vi si congelava lasciando a lungo dei cerchi di ghiaccio
    che indicavano i vari livelli dell'acqua.  Come aveva  perduto  la
    vergogna,  perse anche la civetteria: estrema risorsa.  Usciva con
    la cuffia sudicia e non si acconciava pi,  sia  per  mancanza  di
    tempo che per indifferenza;  a mano a mano che le si consumavano i
    talloni tirava gi le calze dentro le scarpe,  il che si notava da
    certe pieghe perpendicolari.  Rattoppava il busto vecchio e logoro
    con  brandelli  di  calic  che  si  laceravano  al  pi   piccolo
    movimento.  I  suoi  creditori  le  facevano  "scenate"  e  non la
    lasciavano in pace;  li incontrava per via e perfino sulle  scale.
    Passava  le notti a piangere e a pensare.  Aveva gli occhi umidi e
    lucidi,  sentiva un dolore fisso alla  spalla  sinistra  verso  la
    parte   superiore   della   scapola   e   tossiva  molto.   Odiava
    profondamente pap  Madeleine  e  non  si  lamentava  mai.  Cuciva
    diciassette  ore  al  giorno.  Ma  un  appaltatore delle prigioni,
    facendo lavorare i carcerati, fece d'un tratto abbassare i prezzi,
    cos che la giornata delle libere  cucitrici  si  ridusse  a  nove
    soldi.  Diciassette  ore  di  lavoro e quarantacinque centesimi di
    guadagno al giorno!  I suoi creditori divennero pi  spietati  che
    mai.  Il rigattiere che s'era ripreso tutti i mobili,  le ripeteva
    continuamente: - Quando mi pagherete, briccona? - Ma buon Dio, che
    cosa pretendevano  da  lei?  Si  sentiva  braccata  e  in  lei  si
    sviluppava qualcosa della bestia feroce. Quasi nello stesso tempo,
    i  Thnardier  le  scrissero  che  erano  stati  troppo  buoni  ad
    attendere  e  che  volevano  subito  cento   franchi,   altrimenti
    avrebbero   messo   alla   porta   la   piccola  Cosetta,   ancora
    convalescente della grave malattia, abbandonandola al freddo della
    pubblica via e lasciando che vi crepasse,  se ne aveva  voglia.  -
    Cento  franchi  -  pens Fantina.  - Ma dove si possono guadagnare
    cinque franchi al giorno?
    - Coraggio! - disse tra s. - Vendiamo il resto.
    E la sventurata divenne una donna pubblica.

    11. CHRISTUS NOS LIBERAVIT.
    Che cos' questa storia di Fantina?  E' la societ che compra  una
    schiava.
    Da  chi  la  compra?   Dalla  miseria,  dalla  fame,  dal  freddo,
    dall'isolamento,  dalla privazione assoluta.  Contratto  doloroso:
    un'anima  per  un  tozzo di pane.  La miseria offre,  e la societ
    accetta.
    La santa legge di Ges Cristo governa la  nostra  societ  ma  non
    ancora  l'ha  compenetrata.  Si  dice che la schiavit  scomparsa
    dalla civilt europea.  E'  un  errore.  Esiste  ancora,  ma  pesa
    soltanto sulla donna e si chiama prostituzione.
    Pesa sulla donna, vale a dire sulla grazia, sulla debolezza, sulla
    bellezza,  sulla  maternit;  ed    una  delle  maggiori vergogne
    dell'uomo.
    Al punto in cui siamo arrivati in questo dramma doloroso,  Fantina
    non ha pi nulla di quello che aveva una volta. Chi la toccasse la
    sentirebbe  gelida.  Passa,  vi  subisce  e non vi conosce;   una
    figura disonorata e severa.  La vita e l'ordine sociale  le  hanno
    detto  l'ultima  parola;  tutto quello che le potr accadere  gi
    accaduto; ha sentito tutto, sopportato, provato, sofferto, perduto
    tutto, ha pianto su tutto. E' rassegnata,  di quella rassegnazione
    che  rassomiglia  all'indifferenza,  come  la morte rassomiglia al
    sonno.  Non evita  pi  nulla;  non  teme  pi  nulla.  Se  le  si
    rovesciassero  addosso  tutte  le  nuvole,  se le passasse addosso
    tutto l'oceano, che le importerebbe? E' una spugna imbevuta.
    Cos almeno crede;  ma  un errore supporre d'aver esaurito  tutte
    le risorse e d'aver toccato il fondo.
    Ahim!  che  sono  tutti  questi destini spinti cos alla rinfusa?
    Dove vanno? Perch sono fatti cos?
    Chi lo sa, conosce tutte le tenebre.
    Ed  uno solo, e si chiama Dio.

    12. GLI OZI DEL SIGNOR BAMATABOIS.
    C' in tutte le piccole citt,  e  c'era  a  Montreuil-sur-mer  in
    particolare,   una  classe  di  giovanotti  che  si  sgranocchiano
    millecinquecento franchi di rendita in  provincia  con  la  stessa
    aria  con cui i loro simili divorano a Parigi duecentomila franchi
    di  rendita  all'anno.   Sono  individui  di  una  specie  neutra:
    sciocchi,  parassiti,  fannulloni, che possiedono un po' di terra,
    un po' di melensaggine e un  po'  di  spirito.  Costoro  sarebbero
    zotici in un salotto,  ma si credono dei gentiluomini all'osteria;
    dicono: i miei prati, i miei boschi,  i miei contadini;  fischiano
    le  attrici a teatro per mostrare di aver buon gusto,  e attaccano
    brighe con gli  ufficiali  della  guarnigione  per  farsi  credere
    bellicosi; vanno a caccia, fumano, sbadigliano, bevono, puzzano di
    tabacco,  giocano al biliardo, guardano i viaggiatori che scendono
    dalla diligenza, vivono al caff e pranzano alla locanda; hanno un
    cane che rosicchia gli ossi sotto la tavola e una ganza che  porta
    i  piatti;  misurano  il  soldo;  esagerano  le mode,  ammirano la
    tragedia,   disprezzano  le   donne,   portano   scarpe   vecchie,
    scimmiottano Londra attraverso Parigi, e Parigi attraverso Pont--
    Mousson,  invecchiando inebetiscono;  non lavorano,  non servono a
    nulla e non fanno molto male.
    Felice Tholomys,  se fosse rimasto nella sua provincia senza  mai
    veder Parigi, sarebbe stato uno di costoro.
    Se fossero pi ricchi,  li chiamerebbero eleganti;  se pi poveri,
    li direbbero fannulloni.  Ma sono  soltanto  degli  oziosi  e  fra
    questi oziosi ci sono degli annoiati,  dei noiosi, dei visionari e
    anche qualche ladro.
    Un elegante di quell'epoca portava  un  gran  solino,  una  grande
    cravatta,  un  orologio  a ciondolo,  tre panciotti sovrapposti di
    diversi colori,  un soprabito color oliva a vita corta e a coda di
    rondine e con una doppia fila di bottoni d'argento, strettissimi e
    cuciti fin sulle spalle, un paio di pantaloni color oliva chiaro e
    ornati  alle costure laterali di cordoncini innumerevoli ma sempre
    dispari,  senza per oltrepassare il numero di undici.  Aggiungete
    un  paio  di  scarpe  alla  scudiera  con  i  ferri ai tacchi,  un
    cappellino  alto  con  la  tesa  stretta,   i  capelli  arruffati,
    un'enorme canna in mano,  un parlare condito di riboboli, e per di
    pi speroni e baffi.  Allora i baffi qualificavano il borghese,  e
    gli speroni i pedoni.
    L'elegante  di  provincia  portava  speroni pi lunghi e baffi pi
    feroci.
    Era il tempo delle lotte tra le repubbliche dell'America latina  e
    il re di Spagna,  tra Bolivar e Morillo. I cappelli a tesa stretta
    erano realisti e si chiamavano "morillos",  i  liberali  portavano
    invece il cappello a tesa larga, detto "bolivar".
    Otto  o  dieci mesi dopo gli avvenimenti che narrammo nelle pagine
    precedenti, ai primi di gennaio 1823, una sera che aveva nevicato,
    uno  di  quegli  eleganti,   di   quegli   sfaccendati   di   quei
    "benpensanti", poich portava un "morillo", avvolto in uno di quei
    grandi mantelli che d'inverno completavano il costume di moda,  si
    divertiva a tormentare una donna in abito da ballo, scollata e con
    fiori sul capo,  dinanzi alla porta  del  caff  degli  ufficiali.
    Quell'elegante fumava, perch cos era la moda.
    Onni volta che la donna gli passava davanti,  le lanciava, con uno
    sbuffo di fumo,  qualche parola  spiritosa  e  divertente,  come:-
    Quanto  sei  brutta!  Va'  a nasconderti!  Sei sdentata!  eccetera
    eccetera.  Questo  signore  si  chiamava  Bamatabois.   La  donna,
    malinconico  spettro  addobbato,  che  camminava avanti e indietro
    sulla  neve,  non  gli  rispondeva  e  non  lo  guardava  neppure;
    continuava  in  silenzio e con tetra regolarit la sua passeggiata
    che la riconduceva ogni cinque minuti sotto il sarcasmo,  come  il
    soldato  condannato  che torna sotto le verghe.  Lo scarso effetto
    irrit lo sfaccendato che,  approfittando del momento in  cui  lei
    gli  volgeva  le  spalle,  le  and  dietro  in  punta di piedi e,
    trattenendo il riso, si curv a raccogliere un pugno di neve,  che
    cacci d'improvviso nella schiena di lei,  sulle spalle ignude. La
    donna emise un ruggito,  si volse,  balz come una  pantera  e  si
    precipit  sull'uomo  cacciandogli le unghie nel viso,  con le pi
    orribili parole che da un corpo  di  guardia  possano  cadere  nel
    rigagnolo della vita. Quelle ingiurie vomitate con voce resa rauca
    dall'acquavite,   uscivano   schifosamente  da  una  bocca  a  cui
    mancavano due denti davanti. Era Fantina.
    Al chiasso  gli  ufficiali  uscirono  dal  caff,  i  passanti  si
    fermarono,  si  fece  un  gran  capannello allegro che fischiava e
    applaudiva intorno a quei due esseri  che  a  stento  si  potevano
    riconoscere  per un uomo e per una donna.  L'uomo si dibatteva col
    cappello per terra; la donna che percuoteva coi piedi e coi pugni,
    a testa nuda, urlante, senza denti,  senza capelli,  livida per la
    collera, orribile.
    D'improvviso  si  fece  largo tra la folla un uomo d'alta statura;
    afferr la donna per il corpetto di raso  sporco  di  fango  e  le
    disse: - Seguimi!
    La   donna   alz  la  testa.   La  sua  voce  furiosa  si  spense
    immediatamente,  i suoi occhi si fecero vitrei,  da livida che era
    divenne   pallida,   e  si  mise  a  tremare  di  terrore.   Aveva
    riconosciuto Javert.
    L'elegante, approfittando dell'incidente, se l'era svignata.

    13. ALCUNE QUESTIONI DI  ORDINE MUNICIPALE.
    Javert scost gli astanti,  ruppe il capannello  e,  trascinandosi
    dietro quella miserabile, si incammin a gran passi verso il posto
    di  polizia.  La donna lo lasciava fare macchinalmente.  N lui n
    lei dicevano una parola.  La massa degli spettatori al colmo della
    gioia,  li  seguiva  motteggiando.  La  suprema miseria,  divenuta
    occasione di oscenit!
    Arrivato all'ufficio di polizia,  che era una casa  a  pianterreno
    riscaldata  da  una stufa e custodita da un corpo di guardia,  con
    una porta a vetri e una grata che dava  sulla  via,  Javert  apr,
    entr  con  Fantina  e  richiuse subito,  con grave disappunto dei
    curiosi che si alzarono sulle punte dei  piedi  e  allungarono  il
    collo per vedere attraverso i vetri appannati.  La curiosit  una
    ghiottoneria: vedere vale quanto divorare.
    Entrando, Fantina si lasci cadere in un angolo,  immobile,  muta,
    rannicchiata come una cagna impaurita.
    Il  sergente  di  guardia  colloc  sul tavolo una candela accesa.
    Javert si sedette,  tir fuori un foglio di carta intestata  e  si
    mise a scrivere.
    Donne  come Fantina vengono completamente abbandonate dalle nostre
    leggi,  alla discrezione della polizia,  la quale ne  fa  ci  che
    vuole,  le  punisce  come  crede e confisca loro quelle due tristi
    cose che esse chiamano la loro industria e la loro libert. Javert
    era  impassibile;   dal  suo  volto  serio  non  trapelava  alcuna
    commozione.   Eppure   egli   era   gravemente   e   profondamente
    preoccupato.  Era quello uno dei momenti in cui  esercitava  senza
    controllo,  ma  con tutto lo scrupolo di una coscienza severa,  il
    suo formidabile potere discrezionale.  Sentiva che il suo sgabello
    di  commissario  di  polizia  era  un  tribunale,  che giudicava e
    condannava,  e perci chiamava a raccolta tutte le idee che poteva
    avere  nella  mente.  Pi  esaminava  l'azione  commessa da quella
    donna,  e  pi  si  sentiva  indignato.  Era  evidente  che  aveva
    assistito  a  un  delitto,  che  aveva visto sulla pubblica via la
    societ rappresentata da un proprietario,  insultata e assalita da
    una  creatura  fuori  legge.  Una  prostituta  aveva  aggredito un
    cittadino; e lui, Javert, lo aveva visto. Scriveva in silenzio!
    Quand'ebbe finito, firm, pieg la carta e la consegn al sergente
    dicendogli.  - Prendete tre uomini e  conducete  questa  donna  in
    prigione.  - Poi volgendosi a Fantina,  aggiunse: - Ne hai per sei
    mesi.
    La disgraziata trasal.
    - Sei mesi!  Sei mesi di prigione!  - esclam.  - Sei mesi in  cui
    potr  guadagnare  soltanto  sette soldi al giorno.  E che cosa ne
    sar della mia Cosetta? La mia creatura!  Ma io devo ancora pi di
    cento franchi ai Thnardier, lo sapete, signor ispettore?
    Si  trascin sull'impiantito bagnato dalle scarpe fangose di tutti
    quegli uomini,  senza alzarsi e con le mani giunte,  trascinandosi
    sulle ginocchia.
    - Signor Javert - disse - vi chiedo grazia. Vi assicuro che non ho
    avuto torto.  Se aveste visto da principio, avreste visto pure, ve
    lo giuro per il buon Dio,  che non  avevo  torto.  E'  stato  quel
    signore  che non conosco a cacciarmi la neve nella schiena.  Hanno
    forse diritto a ficcarci la neve  nella  schiena  quando  passiamo
    tranquillamente  senza far male a nessuno?  Questo mi ha irritata.
    Sono malata, vedete! E poi era gi un pezzetto che mi diceva delle
    sciocchezze: - Sei brutta! sei sdentata!  - Lo so anch'io che sono
    sdentata.  Io non rispondevo; dicevo tra me:  un signore che vuol
    divertirsi.  Ero gentile con  lui,  non  gli  dicevo  neppure  una
    parola.  Allora  mi ha messo addosso la neve.  Signor Javert,  mio
    buon ispettore!  Non c' nessuno che ha visto e che possa dirvi la
    verit?  Forse  ho avuto torto a irritarmi;  ma sapete,  nel primo
    impeto,  non  si    padroni  di  s.   Abbiamo  tutti  la  nostra
    sensibilit.  E  poi  una  cosa gelida cacciata nella schiena,  di
    sorpresa! Ho fatto male a rovinare il cappello di quel signore; ma
    perch se n' andato? gli chiederei perdono. Ah,  mio Dio!  non mi
    costerebbe  nulla  chiedergli  scusa.  Fatemi la grazia per questa
    volta,  signor Javert!  Guardate,  voi questo non  lo  sapete,  in
    prigione  si  guadagnano  soltanto  sette  soldi;  non  colpa del
    governo;  per si guadagnano soltanto sette soldi.  E pensare  che
    devo pagare cento franchi, altrimenti mi rimandano la mia bambina.
    O Dio!  non posso tenerla con me;  cos brutto quello che faccio!
    La mia Cosetta!  Che  sar  dell'angioletto  della  buona  Vergine
    santa,  nelle  mani  del lupo?  Vi dico subito: sono i Thnardier,
    bettolieri, contadini che non sentono ragioni! Vogliono quattrini.
    Non mettetemi in prigione. Vedete: si tratta di una povera bambina
    che verrebbe abbandonata  sulla  strada  nel  cuore  dell'inverno.
    Bisogna aver piet di quella creatura, signor Javert! Se fosse pi
    grande,  si  guadagnerebbe  il pane;  ma a quella et non pu.  In
    fondo,  non sono una donna cattiva,  e non  stata la vilt  o  la
    ghiottoneria a far di me quella che sono. Se bevo dell'acquavite 
    per  miseria;  non  mi  piace,  ma  mi  stordisce.  Quand'ero  pi
    fortunata bastava guardare nei miei armadi per accorgersi che  non
    ero una civettuola disordinata.  Avevo la mia biancheria, e tanta!
    Abbiate piet di me, signor Javert!
    Parlava  cos,  piegata  su  se  stessa,  scossa  dai  singhiozzi,
    accecata  dalle lacrime,  col petto scoperto,  torcendosi le mani,
    tossendo con una tosse secca e  breve,  balbettando  sommessamente
    con  voce  d'agonizzante.  ll  gran  dolore    un raggio divino e
    terribile che trasfigura i miserabili. In quel momento Fantina era
    diventata  bella.   Di  tanto  in  tanto  si  fermava  e   baciava
    teneramente  il  lembo  del  soprabito  del  poliziotto.   Avrebbe
    commosso un cuore  di  granito;  ma  un  cuore  di  legno  non  si
    commuove.
    - Coraggio!  - disse Javert.  - Ti ho ascoltata.  Hai detto tutto?
    Adesso, vattene. Hai i tuoi sei mesi, e nemmeno il Padre Eterno in
    persona potr toglierteli.
    A  queste  solenni  parole:  "nemmeno  il   Padre   Eterno   potr
    toglierteli",  Fantina  cap  che la sentenza era pronunciata e si
    accasci mormorando:
    - Piet!
    Javert volse le spalle. Le guardie l'afferrarono per le braccia.
    Da qualche minuto era entrato un uomo a cui nessuno aveva  badato;
    aveva richiuso la porta e vi si era appoggiato. Stava ad ascoltare
    le disperate preghiere di Fantina.
    Appena le guardie misero le mani addosso a quella sciagurata,  che
    non voleva alzarsi, egli fece un passo, usc dall'ombra e disse:
    - Un momento, per favore!
    Javert alz gli occhi e riconobbe Madeleine.  Si tolse il cappello
    e salut con una specie di goffo malumore.
    - Scusate, signor sindaco...
    Le parole signor sindaco fecero uno strano effetto su Fantina.  Si
    alz in piedi di colpo,  come uno spettro che sbuchi di  sotterra,
    respinse  i  soldati con le braccia,  and diritto verso Madeleine
    prima che potesse essere trattenuta e guardandolo fisso,  con aria
    smarrita, disse: - Ah, sei tu il signor sindaco!
    Poi scoppi a ridere e gli sput in faccia.
    Madeleine si asciug il viso e disse:
    - Ispettore Javert, mettete in libert questa donna.
    Javert  si sent sul punto di impazzire.  Provava in quel momento,
    l'una dopo l'altra e quasi confuse,  le pi violente emozioni  che
    avesse mai provato in vita sua.  Vedere una donna pubblica sputare
    in faccia al sindaco,  era per lui una cosa tanto  mostruosa  che,
    anche nella pi spaventevole ipotesi,  avrebbe considerato come un
    sacrilegio il supporla possibile.  D'altra parte,  in fondo al suo
    pensiero,  faceva,  in modo confuso,  un orribile accostamento tra
    ci che era quella donna e ci che poteva essere quel  sindaco,  e
    intravedeva  con  orrore  un  non so che di molto semplice in quel
    prodigioso attentato.  Ma quando vide che il sindaco si  asciugava
    tranquillamente  il  volto e l'ud dire: mettete in libert questa
    donna,  ebbe come uno stordimento;  la parola e  il  pensiero  gli
    vennero meno; il suo limite di meraviglia era stato sorpassato.
    Quelle parole avevano prodotto un effetto strano su Fantina.  Alz
    il braccio nudo e si aggrapp alla chiave  della  stufa  come  chi
    barcolla; poi guard intorno e si mise a parlare sottovoce, come a
    se stessa:
    - In libert!  mi lasciano andare. Non devo pi subire la prigione
    per sei mesi. Chi l'ha detto?  E' impossibile che l'abbiano detto;
    ho udito male. Non pu essere stato quel mostro del sindaco. Siete
    stato voi,  mio buon signor Javert, a dire di mettermi in libert?
    Oh, sentite, ora vi racconter tutto e mi lascerete andare. Questo
    mostro di sindaco,  questo briccone di sindaco,   lui la causa di
    tutto. Pensate, signor Javert, che  stato lui a cacciarmi via per
    un  branco di pettegole che chiacchieravano nella fabbrica.  Non 
    orribile licenziare una  povera  giovane  che  fa  onestamente  il
    proprio lavoro?  Dopo non ho pi guadagnato abbastanza;  e vennero
    tutte le disgrazie.  Prima  di  tutto,  i  signori  della  polizia
    dovrebbero  impedire  agli appaltatori delle prigioni di far torto
    alla povera gente.  Ve lo spiego  subito.  Voi  guadagnate  dodici
    soldi a cucire camicie; d'un tratto la paga scende a nove soldi, e
    non si pu pi vivere.  Allora... Io avevo la mia piccola Cosetta,
    e son dovuta diventare una cattiva  donna.  Adesso  capite  che  
    stato questo briccone di sindaco a farmi tutto il male. Ora poi ho
    calpestato  il  cappello  di  quel  signore davanti al caff degli
    ufficiali;  vero. Ma lui, con la neve, mi aveva rovinata tutta la
    veste.  Noi altre abbiamo soltanto una veste di seta per la  sera.
    Credete,  non ho mai fatto male a nessuno; davvero, signor Javert!
    e vedo dappertutto delle donne peggiori di me che  sono  per  pi
    fortunate.  Signor  Javert,  siete stato voi a dire di mettermi in
    libert? Informatevi, parlate col mio padrone di casa,  adesso che
    pago regolarmente la pigione, e sentirete che sono onesta. Ah, mio
    Dio,  scusate,  non volendo ho toccato la chiave della stufa, e fa
    fumo.
    Madeleine ascoltava con profonda attenzione.  Mentre  lei  parlava
    aveva  frugato  nel panciotto,  ne aveva cavato la borsa e l'aveva
    aperta;  ma trovandola vuota,  l'aveva rimessa in tasca.  Chiese a
    Fantina:
    - A quanto ammonta il vostro debito?
    - Parlo forse con te?
    Poi volgendosi ai soldati:
    - Dite,  su, voi altri, avete visto come gli ho sputato in faccia?
    Ah, vecchio scellerato, tu vieni per farmi paura,  ma non ho paura
    di  te.  Ho  paura  del signor Javert,  io;  ho paura del mio buon
    signor Javert.
    E cos dicendo si volse all'ispettore:
    - Per, signor ispettore, vedete,  bisogna essere giusti.  Capisco
    che  voi  lo  siete.  Infatti  la cosa  semplice: un uomo che per
    scherzo mette della neve nella schiena di  una  donna  lo  fa  per
    divertire  gli ufficiali che pur devono scherzare in qualche modo.
    Dopo, sopraggiunto voi, siete obbligato a ristabilire l'ordine,  e
    conducete via la donna che ha torto.  Ma poi, riflettendo, siccome
    siete buono,  date ordine di  mettermi  in  libert,  per  la  mia
    piccina,  si capisce, perch sei mesi di prigione mi impedirebbero
    di nutrirla. - Per non lo fare pi, briccona.  - Oh,  non lo far
    pi,  signor Javert; d'ora innanzi, qualunque cosa mi facciano non
    ci bader. Anche oggi, vedete,  ho gridato perch m'ha fatto male,
    perch  non ero preparata alla neve che quel signore mi ha buttato
    addosso, e anche perch, come ho detto,  non mi sento bene,  ho la
    tosse,  e  ho qui nello stomaco qualcosa che mi brucia sempre;  il
    medico mi ha detto di curarmi. Sentite,  toccate,  datemi la mano,
    non abbiate paura;  qui.
    Non   piangeva  pi;   la  sua  voce  era  diventata  carezzevole;
    appoggiava sul petto bianco e delicato la grossa e ruvida mano  di
    Javert, e lo guardava sorridendo.
    Poi  d'improvviso  riordin le sue vesti,  fece ricadere le pieghe
    della gonna che nel trascinarsi aveva fatto rialzare fin quasi  al
    ginocchio,  e s'incammin verso la porta,  dicendo a mezza voce ai
    soldati con un cenno amichevole del capo:
    - Ragazzi, il signor ispettore ha ordinato di rilasciarmi, e io me
    ne vado.
    Pose la mano sul nottolino, e stava per uscire sulla strada.
    Fino a quel momento Javert era restato  in  piedi,  immobile,  con
    l'occhio fisso a terra,  di traverso in mezzo a quella scena, come
    una statua fuori posto che attenda  chi  la  collochi  in  qualche
    luogo.
    Il rumore che fece il nottolino lo risvegli.  Rialz la testa con
    un'espressione di sovrana autorit: espressione che   sempre  pi
    spaventosa  quanto  pi  il  potere  si  trova collocato in basso:
    feroce nella belva, atroce nell'uomo da nulla.
    - Sergente - grid - non vedete che quella furfante se ne va?  Chi
    vi ha detto di lasciarla andare?
    - Io - disse Madeleine.
    Alla  voce  di  Javert,  Fantina aveva tremato e aveva lasciato il
    nottolino come un ladro colto sul fatto lascia sfuggire la  preda.
    Alla  voce  di  Madeleine  si  volse,  e  da  quel momento,  senza
    pronunciare una parola,  quasi trattenendo il respiro  guard  ora
    Madeleine ora Javert,  ora Javert ora Madeleine, a seconda che uno
    dei due parlava.
    Era  evidente  che  Javert  era,  come  suol  dirsi,  "uscito  dai
    gangheri",  se  si  permetteva  di  interpellare  a  quel  modo il
    sergente dopo l'intervento del sindaco a liberare  Fantina.  Aveva
    forse  dimenticato  la presenza del sindaco?  Aveva forse concluso
    che era impossibile che  una  "autorit"  avesse  dato  un  simile
    ordine,  e  che senza dubbio il sindaco avesse dovuto dire,  senza
    volerlo, una cosa per un'altra?  Oppure,  davanti alle enormit di
    cui  da  due  ore  era  testimone,  pensava  che  fosse necessario
    appigliarsi alle estreme decisioni,  che fosse ormai tempo che  il
    piccino   si  facesse  grande  e  lo  spione  si  trasformasse  in
    magistrato e il poliziotto diventasse giudice, e che, in quel caso
    estremo e prodigioso, in lui, Javert, si personificavano la legge,
    l'ordine, la morale, il governo e l'intera societ?
    Checch ne sia, appena Madeleine profer "io", si vide l'ispettore
    Javert,  pallido,  freddo,  con le labbra livide,  con lo  sguardo
    disperato,  e  tutto il corpo scosso da un impercettibile tremito,
    volgersi verso il sindaco e,  cosa  inaudita,  dirgli,  con  occhi
    bassi, ma con voce ferma:
    - E' impossibile, signor sindaco.
    - Come? - chiese Madeleine.
    - Questa disgraziata ha insultato un cittadino.
    -  Ispettore  Javert  -  rispose  Madeleine con tono conciliante e
    calmo;  - sentite!  Vi  conosco  per  un  uomo  onesto  e  non  ho
    difficolt  a spiegarmi con voi.  Ecco la verit.  Attraversavo la
    piazza quando voi avete condotto via questa donna;  c'erano ancora
    dei crocchi; mi sono informato, ho saputo tutto. Chi aveva torto e
    avrebbe dovuto essere tratto in arresto era il cittadino.
    -  Ma  questa  miserabile ha pure oltraggiato il sindaco - riprese
    Javert.
    - Questa  una cosa che riguarda me - disse Madeleine. Un'ingiuria
    fatta a me, appartiene a me e posso farne quel che voglio.
    - Chiedo scusa al signor  sindaco;  ma  l'ingiuria    fatta  alla
    giustizia, non a lui.
    - Ispettore Javert,  la prima giustizia  la coscienza. Ho sentito
    questa donna e so bene quello che faccio.
    - E io, signor sindaco, non capisco quello che vedo.
    - Allora accontentatevi di ubbidire.
    - Obbedisco al mio dovere,  che esige che questa donna  abbia  sei
    mesi di prigione.
    Madeleine rispose con dolcezza:
    - State a sentire; costei non ci star neppure un giorno.
    A  queste  parole  decisive,  Javert  fiss il sindaco e gli disse
    sempre con un tono profondamente rispettoso:
    - Mi dispiace di dovermi opporre al signor sindaco,  per la  prima
    volta  in  vita  mia;  ma egli si degner di permettermi di fargli
    osservare che io sono nella sfera delle mie  attribuzioni.  Se  il
    signor  sindaco vuole cos,  mi limito al fatto del cittadino.  Io
    ero l.  Questa donna si  avventata contro il signor  Bamatabois,
    che    elettore e proprietario di quella bella casa a tre piani e
    con balcone che forma l'angolo  della  piazza.  Insomma,  accadono
    certe cose a questo mondo!  Comunque, signor sindaco, si tratta di
    un fatto di polizia che riguarda me e quindi tengo agli arresti la
    detta Fantina.
    Madeleine incroci le braccia e disse con tono severo che  nessuno
    mai nella citt aveva udito
    -  Il fatto di cui parlate  un fatto di polizia municipale;  e ai
    termini degli articoli nove,  undici,  quindici e sessantasei  del
    codice di procedura penale,  io sono il giudice. Ordino che questa
    donna sia posta in libert.
    Javert tent un ultimo sforzo.
    - Ma signor sindaco...
    - A voi poi ricordo  l'ottantuno  della  legge  13  dicembre  1799
    sull'arresto arbitrario.
    - Signor sindaco, permettete...
    - Basta!
    - Per...
    -Uscite - disse Madeleine.
    Javert  ricevette  il colpo in piedi,  di fronte,  in pieno petto,
    come un soldato russo. Salut il sindaco profondamente e usc.
    Fantina si scost e lo guard stupita mentre gli passava davanti.
    Anche lei era in preda a uno strano sconvolgimento. Aveva visto la
    sua persona,  per cos dire,  disputata tra due  potenze  opposte;
    aveva  visto  lottare  sotto  i suoi occhi due uomini che tenevano
    nelle loro mani la sua libert, la sua vita,  l'anima sua,  la sua
    bambina,  e  uno di essi la traeva verso le tenebre mentre l'altro
    la riconduceva verso la  luce.  In  questa  lotta,  attraverso  lo
    spavento  che  la  ingrandiva,  quei  due  uomini  le parevano due
    giganti; uno parlava come il suo buon angelo,  l'altro invece come
    il  demonio.  L'angelo  aveva  trionfato;  e,  cosa  che la faceva
    tremare da capo a piedi,  quel liberatore era precisamente  l'uomo
    che lei odiava, quel sindaco che lei aveva creduto per tanto tempo
    l'autore  di  tutti i suoi mali;  era Madeleine!  E la salvava nel
    momento stesso in cui lo aveva insultato vergognosamente.  Si  era
    dunque  ingannata?  doveva  dunque trasformare tutta la sua anima?
    Non sapeva, e tremava. Ascoltava smarrita, guardava stravolta, e a
    ogni parola profferita da Madeleine sentiva dissipare e scomparire
    dal suo cuore le spaventose tenebre  dell'odio  e  sorgere  invece
    qualcosa di caldo e di ineffabile che era gioia, fiducia, amore.
    Uscito  Javert,  Madeleine  si volse verso di lei,  e le disse con
    voce lenta, come un uomo serio che non vuol piangere:
    - Vi ho ascoltato.  Non sapevo nulla di  quanto  avete  detto;  ma
    credo,  sento  che    la  verit.  Ignoravo  persino  che  aveste
    abbandonato la mia fabbrica.  Perch non vi siete  rivolta  a  me?
    Orbene;  pagher  i vostri debiti e far venire la vostra bambina,
    oppure  andrete  a  raggiungerla.  Vivrete  qui,  a  Parigi,  dove
    vorrete. M'incarico io della bambina e di voi; non lavorerete pi,
    se  vorrete;  vi  dar  tutto  il  denaro  di  cui  avete bisogno.
    Recuperando  la  gioia,   diventerete  nuovamente  onesta.   Anzi,
    sentite: vi dichiaro fin d'ora che se le cose avvennero come dite,
    e  non  ne dubito,  voi non avete mai cessato di essere virtuosa e
    santa. Povera donna!
    Per Fantina tutte queste cose erano davvero  straordinarie.  Avere
    Cosetta  con  lei,  uscire  da quella vita infame,  vivere libera,
    agiata, contenta, onesta,  con Cosetta!  Guard stupita l'uomo che
    le  parlava,  e pot appena dare sfogo a due o tre singhiozzi: oh,
    oh,  oh!  Le gambe le si piegarono,  cadde ginocchioni  davanti  a
    Madeleine,  e prima che questi potesse impedirglielo, gli prese la
    mano e la baci. Poi svenne.



    Libro 6.
    JAVERT.


    1. PRIMO RlPOSO.
    Madeleine fece trasportare Fantina nell'infermeria che  teneva  in
    casa  e  l'affid alle due suore che l'adagiarono su un letto.  Le
    venne una gran febbre e,  per gran parte della notte,  continu  a
    delirare, a parlare ad alta voce. Alla fine si addorment.
    L'indomani,  verso mezzogiorno,  Fantina si svegli, e sentendo un
    respiro accanto al letto,  scost leggermente la  cortina  e  vide
    Madeleine  ritto  che  fissava qualcosa al di sopra della testa di
    lei,   con  uno  sguardo  supplichevole,   ansioso  e  angosciato.
    S'accorse,  voltandosi,  che  contemplava  un crocifisso appeso al
    muro.
    Madeleine era ormai trasfigurato ai suoi occhi;  pareva avvolto in
    un alone;  era assorto nella preghiera.  Lo guard a lungo,  senza
    osare interromperlo; poi alla fine gli chiese timidamente:
    - Che fate?
    Madeleine stava l da un'ora. Attendeva che Fantina si svegliasse.
    Le prese la mano, le tast il polso e disse:
    - Come vi sentite?
    - Bene - disse lei. - Ho dormito e credo di star meglio;  non sar
    nulla.
    Ed egli rispondendo alla domanda rivoltagli da principio,  come se
    l'udisse allora, riprese:
    - Pregavo il martire di lass.
    E in cuor suo aggiunse: - Per la martire di quaggi.
    Madeleine aveva trascorso la  notte  e  la  mattinata  a  chiedere
    informazioni. Ora sapeva tutto. Conosceva la storia di Fantina nei
    suoi dolorosi particolari. Continu:
    - Avete molto sofferto,  povera madre!  Ma non lagnatevene, perch
    adesso possedete la dote degli eletti.  E'  cos  che  gli  uomini
    formano  gli  angeli.  Non    colpa loro;  non sanno fare meglio.
    Vedete,  l'inferno da cui uscite    la  prima  forma  del  cielo;
    bisogna passare di l.
    Trasse un profondo sospiro. Lei sorrise con quel sublime sorriso a
    cui  mancavano  due  denti.  In  quella  stessa notte Javert aveva
    scritto una lettera,  che la mattina imbuc all'ufficio postale di
    Montreuil-sur-mer.  Era diretta a Parigi.  "Al signor Chabouillet,
    segretario del prefetto di polizia".  Siccome la scena accaduta al
    corpo  di  guardia  s'era  divulgata,  la  direzione  dell'ufficio
    postale e  alcune  persone  che  videro  la  lettera  prima  della
    partenza  e  riconobbero  nell'indirizzo  la  scrittura di Javert,
    ritennero che mandava le sue dimissioni.
    Madeleine si affrett a scrivere  ai  Thnardier.  Fantina  doveva
    loro  centoventi  franchi.  Lui ne mand trecento,  dicendo che si
    servissero  di  quella  somma  e  conducessero  immediatamente  la
    bambina a Montreuil-sur-mer, dove sua madre malata la reclamava.
    Thnardier rest sorpreso.  - Perbacco!  - disse alla moglie.  Non
    dobbiamo lasciarci sfuggire  la  bambina.  Vedrai  che  l'allodola
    diventer  per  noi  come  una  mucca.  Adesso,  capisco.  Qualche
    merlotto ha preso una cotta per la madre.
    Rispose con un conto di cinquecento e  pi  franchi,  redatto  con
    molta astuzia,  nel quale figuravano, per pi di trecento franchi,
    due note incontestabili: una del medico e una del farmacista,  che
    avevano  assistito  e provveduto di medicinali Eponina e Azelma in
    due lunghe malattie.  Cosetta,  come dicemmo,  non era  mai  stata
    malata.  Si  tratt di una piccola sostituzione di nomi.  Sotto la
    nota, Thnardier scrisse: "Ricevuto in conto trecento franchi".
    Madeleine  ne  mand  immediatamente  altri  trecento,  scrivendo:
    Affrettatevi a condurre Cosetta.
    - Perdinci!  - disse Thnardier. - Non dobbiamo lasciarci sfuggire
    la bambina.
    Frattanto Fantina non guariva ed era  sempre  nell'infermeria.  Da
    principio, le suore avevano accolto e curato quella "creatura" con
    una  certa  ripugnanza.  Chi  ha  visto  i  bassorilievi di Reims,
    ricorda la tumidezza del labbro inferiore delle vergini sagge  che
    guardano le vergini stolte.  Questo antico disprezzo delle vestali
    per le baccanti  uno  dei  pi  profondi  istinti  della  dignit
    femminile;  e  le  suore  lo avevano provato raddoppiandolo con la
    religione.  Ma in pochi giorni Fantina le aveva  disarmate.  Aveva
    sempre  in  bocca  parole  umili e dolci,  e commuoveva per il suo
    affetto materno.  Un giorno,  le suore  la  udirono  ripetere  nel
    delirio della febbre: - Sono stata una peccatrice,  ma quando avr
    accanto mia figlia,  sar segno che Dio mi  ha  perdonato.  Quando
    vivevo  nel peccato,  non volevo tenere con me Cosetta;  non avrei
    potuto sopportare il suo sguardo attonito e mesto; eppure, per lei
    facevo il male, ed  per questo che Dio mi perdona.  Quando la mia
    Cosetta sar qui, sentir la benedizione del buon Dio. La guarder
    e la vista di quell'innocente mi far bene. Lei non sa nulla!  un
    angelo,  sapete!  buone suore; alla sua et le ali non sono ancora
    cadute.
    Madeleine andava a visitarla due volte al giorno, e ogni volta lei
    gli chiedeva:
    - Vedr presto la mia Cosetta?
    - Forse domattina - rispondeva Madeleine. - Arriver da un momento
    all'altro. Io l'aspetto.
    Il pallido volto della madre diventava raggiante.
    - Oh, diceva. Come sar felice!
    Abbiamo gi detto che non guariva;  anzi pareva che il  suo  stato
    peggiorasse  di  settimana  in  settimana.   Quel  pugno  di  neve
    soffregato sulla pelle nuda della  schiena  aveva  determinato  un
    arresto improvviso della respirazione, e la malattia che covava da
    parecchi  anni  aveva  finito  col manifestarsi violentemente.  Si
    cominciavano a seguire allora  le  buone  indicazioni  di  Laennec
    sullo studio e la cura delle malattie polmonari.  Il medico visit
    Fantina e scroll il capo.
    - Ebbene? - chiese Madeleine.
    - Non desidera vedere una sua figliola? - disse il medico.
    -  S.
    - Ebbene, fate presto a farla venire.
    Madeleine trasal.
    Fantina gli domand: - Che ha detto il medico?
    Madeleine cerc di sorridere: - Ha detto  di  far  venire  al  pi
    presto vostra figlia e che cos vi rimetterete.
    -  Ha  ragione!  -  riprese  Fantina.  -  Ma  perch  i Thnardier
    trattengono la mia Cosetta? Oh, lei verr.  Finalmente vedo vicina
    la mia felicit.
    Intanto  Thnardier non si lasciava "sfuggire di mano" la ragazza,
    adducendo mille pretesti: che Cosetta era un po' sofferente e  non
    conveniva esporla a un viaggio d'inverno;  che c'era un rimasuglio
    di debitucci dei quali andava raccogliendo le fatture, eccetera.
    - Mander qualcuno a prenderla - disse Madeleine - oppure ci andr
    io, se occorre.
    Sotto dettatura di Fantina, scrisse questa lettera che poi le fece
    firmare:
    "Signor Thnardier,  consegnerete Cosetta  al  latore.  I  piccoli
    debiti vi saranno tutti pagati.  Ho l'onore di salutarvi con tutta
    stima.
    Fantina".
    In mezzo a questi avvenimenti  sopraggiunse  un  altro  incidente.
    Abbiamo voglia di tagliare a nostro piacere il misterioso masso di
    cui si compone la vita: la vena nera del destino riappare sempre.

    2. COME JEAN POSSA DIVENTARE CHAMP.
    Una mattina Madeleine era nel suo gabinetto, intento a sbrigare in
    anticipo  alcuni  urgenti affari municipali,  nel caso che dovesse
    risolversi ad andare a Montfermeil,  quando gli fu annunciato  che
    l'ispettore di polizia Javert desiderava parlargli. All'udire quel
    nome,  Madeleine  non  pot  trattenere un'impressione sgradevole.
    Dopo quanto era accaduto nell'ufficio di polizia,  Javert lo aveva
    evitato pi di prima, e Madeleine non lo aveva pi rivisto.
    - Fate entrare - disse.
    Javert entr.
    Madeleine  era  rimasto seduto presso il camino,  con una penna in
    mano, e con l'occhio su un incartamento, che sfogliava e annotava,
    e che conteneva alcune contravvenzioni della polizia stradale. Non
    si scomod per Javert. Non poteva non pensare alla povera Fantina,
    e gli conveniva mostrarsi glaciale.
    Javert salut  rispettosamente  il  sindaco  che  gli  volgeva  le
    spalle.  Il  sindaco  non  lo guard e continu ad annotare le sue
    carte.
    L'altro fece due o tre  passi  nella  stanza,  e  si  ferm  senza
    rompere il silenzio.
    Un  fisionomista,  a  cui  il  carattere  di  Javert  fosse  stato
    familiare,  e che avesse da lungo tempo studiato quel selvaggio  a
    servizio  della  civilt,  quel  bizzarro miscuglio di romano,  di
    spartano,  di frate e di  caporale,  quella  spia  incapace  d'una
    menzogna,  quel  poliziotto  virgineo;  un fisionomista che avesse
    conosciuto la sua segreta e antica avversione  per  Madeleine,  il
    suo  recente  conflitto  con  lui  per  Fantina,  e  che lo avesse
    esaminato in quel momento, avrebbe detto fra s: Che succede?  Per
    chi  avesse  conosciuto  a  fondo quella coscienza retta,  chiara,
    sincera,  proba,  austera e feroce,  sarebbe  stato  evidente  che
    Javert  usciva  da  una  grande crisi interiore.  Javert non aveva
    nulla nell'anima che non si manifestasse  anche  sul  volto.  Come
    tutti gli uomini violenti,  era soggetto a mutazioni repentine. Il
    suo aspetto non era mai stato  pi  straordinario  e  inaspettato.
    Entrando,  s'era  inchinato  a  Madeleine  con uno sguardo che non
    conteneva n rancore,  n collera,  n diffidenza,  s'era  fermato
    dietro  la  sua  poltrona,  a  qualche  passo di distanza,  ed era
    rimasto in piedi, in una posa quasi disciplinare,  con la rozzezza
    ingenua  e  fredda  d'un  uomo che non fu mai affabile e fu sempre
    paziente.  Aspettava senza dire una parola,  senza fare un  gesto,
    Con  un'umilt sincera,  con una rassegnazione tranquilla,  calmo,
    serio,  col cappello in mano,  con  gli  occhi  bassi,  e  con  un
    contegno a mezzo fra il soldato in presenza del suo ufficiale e il
    colpevole  dinanzi  al  giudice;   aspettava  che  il  sindaco  si
    voltasse.  Tutti i sentimenti e tutti i ricordi,  che si  potevano
    supporre  in  lui,  erano  spariti.  Su quel volto impenetrabile e
    semplice  come  il  granito,   si  leggeva  soltanto   una   tetra
    malinconia. In tutta la sua persona si avvertiva l'umiliazione, la
    fermezza e, per cos dire, un abbattimento coraggioso.
    Finalmente il sindaco pos la penna e si volt a met:
    - Ebbene! che c'? Cos'avete, Javert?
    Questi  rimase un momento silenzioso come se volesse raccogliersi;
    poi alz la voce con una specie di solennit triste,  che tuttavia
    non escludeva la semplicit:
    - Signor sindaco,  stato commesso un atto riprovevole.
    - Che atto?
    -  Un  subalterno  ha mancato di rispetto a un magistrato nel modo
    pi grave.  Io vengo a portare questo fatto a  vostra  conoscenza,
    com' mio dovere.
    - E chi  questo agente? - chiese Madeleine.
    - Io - disse Javert.
    - Voi?
    - Io.
    -   E  qual    il  magistrato  che  avrebbe  motivo  di  lagnarsi
    dell'agente?
    - Voi, signor sindaco.
    Madeleine si drizz sulla poltrona,  e Javert prosegu,  con  voce
    severa e sempre con gli occhi bassi.
    -  Signor  sindaco,  vengo  a pregarvi di chiedere alle competenti
    autorit la mia destituzione.
    Madeleine,  meravigliato,  apr la bocca per parlare,  ma  l'altro
    l'interruppe.
    -  Voi  direte  che  avrei  potuto dare le mie dimissioni,  ma non
    basta. Dimettersi  cosa onorevole: io invece ho mancato,  e debbo
    essere punito. Debbo essere cacciato.
    Dopo una pausa aggiunse:
    -  Signor  sindaco,  giorni  fa foste ingiustamente severo con me;
    siatelo oggi con giustizia.
    - Ah,  e  perch?  -  esclam  Madeleine.  -  Cos'  tutto  questo
    imbroglio?  Cosa vuol dire? Dov' quest'azione colpevole che avete
    commesso contro di me? Cosa m'avete fatto? Quali torti avete a mio
    riguardo? Voi vi accusate, volete essere sostituito...
    - Scacciato!  -  disse Javert.
    - Scacciato, sia pure; sta bene. Ma io non ci capisco niente.
    - Ora mi comprenderete, signor sindaco.
    E qui Javert emise  un  profondo  sospiro;  poi  ripigli,  sempre
    freddo e triste:
    - Signor sindaco,  sei settimane or sono, dopo quanto era accaduto
    per quella donna, io ero furibondo, e vi denunciai.
    - Denunciato!
    - Al prefetto di polizia di Parigi.
    Madeleine,  che pure non rideva pi spesso di Javert,  si  mise  a
    ridere.
    - Denunciato come sindaco che usurpa i poteri della polizia?
    - Come un vecchio galeotto.
    Il sindaco allib.
    Javert, che non aveva alzato gli occhi, continu:
    -  Lo  credevo.  Da  molto  tempo lo sospettavo.  Una somiglianza,
    alcune informazioni che voi avete fatto assumere a Faverolles,  la
    vostra forza muscolare,  l'avventura del vecchio Fauchelevent,  la
    vostra destrezza nel tiro,  il modo con cui trascinate leggermente
    la  gamba,  che  so  io,  sciocchezze  insomma!  Fatto  sta che vi
    prendevo per un certo Giovanni Valjean.
    - Un certo?... Come avete detto?
    - Giovanni Valjean.  Un galeotto che avevo visto  vent'anni  fa  a
    Tolone,  quand'ero aiutante guardaciurma.  Dimesso dalla prigione,
    questo Giovanni Valjean,  a  quanto  sembra,  rub  in  casa  d'un
    vescovo;  poi  commise un altro furto a mano armata sulla pubblica
    strada a  danno  d'un  piccolo  savoiardo;  da  otto  anni  viveva
    nascosto,  non si sa come,  ed era ricercato.  M'ero immaginato...
    Insomma ho commesso quest'azione. La collera mi ci ha spinto, e vi
    ho denunciato alla prefettura.
    Madeleine,  che da qualche momento aveva  ripreso  l'incartamento,
    ripigli con tono di perfetta indifferenza:
    - E cosa vi hanno risposto?
    - Che ero pazzo.
    - Ebbene?
    - Ebbene, avevano ragione.
    - Meno male che lo riconoscete!
    -  E'  pur  necessario,  dal  momento che  stato scoperto il vero
    Giovanni Valjean.
    Madeleine si lasci sfuggire il foglio che  teneva  fra  le  mani;
    alz  il  capo,  guard  fisso  Javert,  e  disse  con  un accento
    inesprimibile: - Ah!
    L'altro prosegu:
    - Ecco come stanno le cose,  signor sindaco.  Pare che nel  paese,
    dalla  parte  di  Ailly-le-Haut-Clocher,  vivesse  una  specie  di
    briccone, chiamato pap Champmathieu.  Era poverissimo,  e nessuno
    s'occupava di lui. Nessuno arriva mai a sapere come campa siffatta
    gente.  Recentemente,  nello scorso autunno,  pap Champmathieu fu
    arrestato per un furto di mele a danno di...  Il nome non importa!
    Insomma  ci  un furto,  scalata d'un muro,  rami spezzati.  Questo
    Champmathieu fu arrestato che aveva ancora  in  mano  un  ramo  di
    mele.  Il  mariolo  fu messo in gabbia.  Fin qui,  nulla di troppo
    grave.  Ma cosa vuol dire  la  Provvidenza!  La  prigione  era  in
    cattivo  stato,  e il giudice istruttore credette opportuno di far
    trasferire  Champmathieu   ad   Arras,   dove   sta   il   carcere
    mandamentale.  In questo carcere c' un vecchio galeotto, chiamato
    Brevet, detenuto non so perch,  e che per la sua buona condotta 
    stato nominato guardiano d'una camerata.  Ebbene,  signor sindaco,
    Champmathieu era appena arrivato, che Brevet esclama: - Eh!  ma io
    lo conosco!  E' un antico forzato. Guardatemi, dunque, galantuomo!
    voi siete Giovanni  Valjean!  Chi    Giovanni  Valjean?  risponde
    Champmathieu simulando sorpresa.  Eh via!  non far l'indiano, dice
    Brevet, tu sei Giovanni Valjean; eri al bagno di Tolone, vent'anni
    or sono;  ci  stavamo  insieme.  Champmathieu  nega.  Diamine!  si
    capisce.  S'apre  un'inchiesta,  si va in fondo alla faccenda;  ed
    ecco che cosa si trova. Questo Champmathieu,  una trentina di anni
    fa,   faceva   il  potatore  in  vari  paesi  e  principalmente  a
    Faverolles.  L si perdono le sue tracce.  Molto tempo dopo lo  si
    ritrova  in  Alvernia;  poi  a  Parigi,  dove dice d'aver fatto il
    carradore e di aver avuto una  figlia  lavandaia,  il  che  non  
    provato;  poi  finalmente  in questa provincia.  Ora,  cosa faceva
    Giovanni  Valjean,   prima  d'essere  condannato  per  furto?   Il
    potatore.  Dove?  a Faverolles.  Altra circostanza: questo Valjean
    aveva come nome di  battesimo  Giovanni,  e  sua  madre  aveva  il
    cognome  di  Mathieu.  Ora,  cosa c' di pi naturale del supporre
    che, uscendo di prigione, per nascondersi,  abbia adottato il nome
    della  madre  e  si  sia  fatto chiamare Jean Mathieu?  Egli va un
    Alvernia,  dove il dialetto  locale  invece  di  "Jean"  pronuncia
    "Chan",  e cosi viene chiamato Chan Mathieu.  L'amico lascia fare,
    ed eccolo trasformato in Champmathieu. Voi mi seguite, non  vero?
    Si assumono informazioni a Faverolles;  ma la famiglia di  Valjean
    non c' pi.  In quelle classi l,  sapete,  accade spesso che una
    famiglia scompaia. Si fanno altre indagini, ma non si trova nulla.
    Quella gente,  quando non  fango,    polvere.  Di  pi,  siccome
    l'inizio  di  questa storia risale a trent'anni addietro,  non c'
    pi nessuno a Faverolles che abbia conosciuto Giovanni Valjean. Si
    assumono  informazioni  a  Tolone,   dove  ci  sono  soltanto  due
    galeotti,  oltre  Brevet,  che  hanno  visto  Valjean:  sono i due
    condannati a vita Cochepaille e Chenildieu.  Questi vengono  fatti
    uscire  di  prigione e messi a confronto col preteso Champmathieu.
    Non esitano.  Per essi,  come per Brevet,   Giovanni Valjean.  La
    stessa  et,  cinquantaquattro  anni,  la  stessa corporatura,  lo
    stesso aspetto, insomma il medesimo uomo;  lui. Proprio allora io
    mandavo la mia denuncia alla prefettura  di  Parigi.  Mi    stato
    risposto  che  ho perduto la testa e che Giovanni Valjean si trova
    ad Arras nelle mani della giustizia.  Figuratevi  se  la  cosa  mi
    abbia stupito!  Credevo di tener qui quello stesso Valjean! Scrivo
    al signor giudice istruttore.  Questi mi fa chiamare,  mi presenta
    Champmathieu...
    - Ebbene? - interruppe Madeleine.
    Javert, con un contegno sempre inalterabile e triste, rispose:
    -  Signor  sindaco,  la  verit    la  verit.  Mi  dispiace,  ma
    quell'uomo  il vero Giovanni Valjean. Anch'io l'ho riconosciuto.
    Madeleine riprese con voce sommessa:
    - Ne siete sicuro?
    L'altro si mise a ridere,  col riso  doloroso  che  sfugge  a  una
    profonda convinzione:
    - Oh, sicurissimo!
    Rimase  un  momento  pensoso,  afferrando  macchinalmente  da  una
    scatoletta di legno posta sul tavolo qualche  pizzico  di  polvere
    per asciugare l'inchiostro; poi aggiunse:
    -  Anzi,  ora  che  ho  visto  il  vero  Giovanni Valjean,  non so
    capacitarmi come abbia potuto credere diversamente.  Ve ne  chiedo
    perdono, signor sindaco.
    Nel rivolgere queste parole supplichevoli e gravi a colui che, sei
    settimane  prima,  lo  aveva  umiliato  in presenza delle guardie,
    intimandogli di uscire, Javert,  quell'uomo altero,  si mostrava a
    sua  insaputa  pieno  di semplicit e di dignit.  Madeleine,  per
    tutta risposta gli fece questa domanda improvvisa:
    - E che dice quell'uomo?
    - Eh!  signor sindaco,   un bel pasticcio il suo.  Se   Giovanni
    Valjean,    recidivo.  Scavalcare  un  muro,  spezzare  un  ramo,
    cogliere delle mele, per un ragazzo  una birichinata, per un uomo
     un delitto,  per un galeotto  un crimine.  Scalata e furto;  ci
    sono   tutti   gli   estremi.   Non  si  tratta  pi  del  giudice
    correzionale,  ma di corte d'assise;  non pi di pochi  giorni  di
    prigione,  ma della galera a vita.  E poi c' l'affare del piccolo
    savoiardo, che spero bene torner a galla. Diavolo!  ci sarebbe da
    tremare, non  vero? S, per tutti, fuorch per Valjean. Ma costui
     un sornione. E anche in questo lo conosco. Un altro, vedendo che
    la  faccenda  si  mette  male,   si  agiterebbe,   griderebbe,  si
    sentirebbe scottato,  non vorrebbe essere Giovanni  Valjean.  Egli
    invece finge di non capire, ripete sempre: "Io sono Champmathieu",
    e di l non esce. Ha l'aria attonita, fa lo scemo; il che, nel suo
    caso,  molto meglio. Oh! il briccone  astuto! Ma gi,  inutile!
    ci  sono le prove;   stato riconosciuto da quattro persone,  e il
    vecchio briccone verr condannato.  Il giudizio    deferito  alle
    Assise di Arras; e io ci vado come testimone; m'hanno citato.
    Madeleine   s'era   rimesso   al   suo   tavolo,   aveva   ripreso
    l'incartamento,   e  lo  sfogliava  tranquillamente,   leggendo  e
    scrivendo come chi  affaccendato. Si volse a Javert:
    - Basta,  Javert.  Tutto sommato, questi particolari m'interessano
    molto  poco.  Perdiamo  il  tempo,  mentre  abbiamo  molti  affari
    urgenti.  Voi,  Javert,  vi recherete immediatamente dalla vecchia
    Buseaupied, che vende le erbe laggi,  all'angolo della via Saint-
    Saulve,  e le direte che quereli il carrettiere Pietro Chesnelong.
    E' un bruto;  poco manc che non schiacciasse quella donna  e  suo
    figlio;  merita  una  punizione.  Poi  andrete  in  via Montre-de-
    Champigny,  dal signor Charcellay che si lagna perch una grondaia
    del vicino,  riversando l'acqua piovana in casa sua,  ne danneggia
    le fondamenta.  Dopo,  costaterete alcune contravvenzioni,  che mi
    vengono  denunciate,  in via Guibourg alla vedova Doris,  e in via
    Garraud-Blanc alla signora Rene Le Boss,  ed eleverete  processo
    verbale.  Ma  forse vi do troppo lavoro,  e voi dovete assentarvi,
    vero?  Non m'avete detto che dovete  recarvi  ad  Arras  per  quel
    processo fra otto o dieci giorni?...
    - Molto prima, signor sindaco.
    - Quando dunque?
    -  Credevo d'aver gi detto al signor sindaco che il giudizio deve
    aver luogo domani,  e che io parto  con  la  diligenza  di  questa
    notte.
    Madeleine fece un gesto impercettibile.
    - E quanto durer il processo?
    - Non pi di un giorno. La sentenza verr pronunciata domani notte
    al pi tardi. Ma io non aspetter nemmeno la condanna, che non pu
    mancare. Appena fatta la mia deposizione, ritorner.
    - Va bene! - rispose Madeleine.
    E conged Javert con un cenno della mano.
    Ma questi non se ne and.
    - Scusate, signor sindaco! - disse.
    - Cosa c'?
    - Signor sindaco, debbo ricordarvi una cosa.
    - Quale?
    - Che devo essere destituito.
    Madeleine si alz.
    -  Javert,  siete  un  uomo d'onore,  e vi stimo.  Ma esagerate la
    vostra  colpa.  D'altronde,  anche  questa  volta,  si  tratta  di
    un'offesa che riguarda me solo.  Javert,  voi meritate di salire e
    non di discendere, e io desidero che conserviate il vostro posto.
    Javert guard Madeleine col suo occhio limpido,  in fondo al quale
    pareva  di scorgere la sua coscienza poco illuminata,  ma rigida e
    casta, e disse con tono tranquillo:
    - Signor sindaco, non posso concedervelo.
    - E io vi ripeto -  riprese  Madeleine  -  che  la  cosa  riguarda
    soltanto me.
    Javert, senza badare a nulla, continu:
    - Quanto all'esagerare,  non esagero affatto.  Io ragiono cos. Ho
    sospettato di voi ingiustamente.  Ma questo  non    nulla;    un
    nostro diritto sospettare,  quantunque sia un abuso sospettare dei
    nostri superiori. Ma,  senza prove,  in un accesso di collera,  al
    solo scopo di vendicarmi, ho denunciato voi come un galeotto, voi,
    un uomo rispettabile,  un sindaco,  un magistrato! Questo  grave,
    molto grave.  Nella vostra persona ho oltraggiato l'autorit,  io,
    un  agente dell'autorit!  Se uno dei miei dipendenti avesse fatto
    quello che ho fatto io, l'avrei dichiarato indegno del servizio, e
    lo avrei scacciato. Dunque?... Signor sindaco,  ancora una parola.
    Nella mia vita spesso sono stato severo con gli altri; era giusto;
    facevo bene.  Ora, se non fossi severo con me stesso, tutto quanto
    ho fatto di giusto diventerebbe ingiusto. Dovrei forse risparmiare
    me pi degli altri? No. Sarei stato buono a punire gli altri e non
    gi me stesso?  Ma allora sarei un miserabile!  Allora,  avrebbero
    ragione  quelli  che dicono: che briccone Javert!  Signor sindaco,
    desidero che non mi trattiate con bont;  la vostra bont gi m'ha
    fatto fare cattivo sangue quando riguardava gli altri; per me, non
    la voglio. La bont, che consiste nel dar ragione a una sgualdrina
    contro un benestante,  all'agente di polizia contro il sindaco,  a
    chi sta in basso contro chi  sta  in  alto,  io  la  chiamo  bont
    cattiva.  Ed    con  una  siffatta bont che si manda a rotoli la
    societ.  Mio Dio!   cos facile essere buono;  il difficile  sta
    nell'essere  giusto.  Eh  via!  Se  voi  foste  stato  quello  che
    supponevo,  non sarei stato buono con voi,  no!  L'avreste  visto!
    Signor sindaco, io devo trattare me stesso come tratterei chiunque
    altro. Quando perseguitavo i malfattori, quando infierivo contro i
    furfanti,  dicevo  spesso  a me stesso: - Tu,  se zoppichi,  se ti
    colgo in fallo,  stai fresco!  - Ho zoppicato,  mi colgo in fallo,
    peggio per me!  Coraggio! mandato via, destituito, scacciato! cos
    va bene. Ho buone braccia e lavorer la terra; non importa. Signor
    sindaco,  il bene della polizia esige  un  esempio,  e  io  chiedo
    semplicemente la destituzione dell'ispettore Javert.
    Tutto  ci  era  detto  con  un  tono  umile,  fiero,  disperato e
    convinto,  che conferiva una certa  grandezza  bizzarra  a  quello
    strano onest'uomo.
    - Vedremo! - disse Madeleine.
    E gli stese la mano.
    Javert si tir indietro, dicendo in tono aspro:
    - Scusate,  signor sindaco,  ma questo non  possibile. Un sindaco
    non stringe la mano ad una spia.
    E aggiunse fra i denti:
    - S, spia. Poich ho abusato dei miei poteri,  non sono altro che
    uno spione.
    Poi salut profondamente,  e si diresse verso la porta;  ma giunto
    all'uscio, si volt, e sempre con gli occhi bassi:
    - Signor sindaco - disse - continuer il servizio finch non  sar
    destituito.
    E  usc.  Madeleine rimase pensoso,  ascoltando quel passo fermo e
    sicuro che s'allontanava lungo il corridoio.












    Libro 7.
    IL PROCESSO CHAMPMATHIEU.


    1. SUOR SIMPLICIA.
    Le cose che si  leggeranno  qui  non  furono  tutte  conosciute  a
    Montreuil-sur-mer;  ma di quel poco che ne trapel rest in questa
    citt un tale ricordo,  che sarebbe una grave  lacuna  per  questo
    libro se non le raccontassimo nei loro minimi particolari.
    Fra  questi  particolari  il lettore trover due o tre circostanze
    inverosimili, che noi conserviamo per rispetto alla verit.
    Nel pomeriggio,  dopo la visita di Javert,  Madeleine and come al
    solito a trovare Fantina.
    Prima di avvicinarla chiese di suor Simplicia.
    Le   due   suore  della  carit,   che  prestavano  le  loro  cure
    nell'infermeria,  si chiamavano: una suor Perpetua e l'altra  suor
    Simplicia.
    Suor  Perpetua  era  una  contadina qualunque,  faceva la suora di
    carit in modo grossolano,  ed era entrata nella casa di Dio  come
    si va in piazza. Era religiosa come si pu essere cuoca.
    Suor Simplicia invece era bianca d'un candore cereo. Vicino a suor
    Perpetua,  pareva  la  candela  di  cera accanto a quella di sego.
    Vincenzo de' Paoli ha dipinto in modo sublime la suora  di  carit
    nelle  seguenti meravigliose parole,  in cui egli sposa una grande
    libert a una grande servit:
    "Avranno per monastero la casa dei malati,  per cella una camera a
    pigione, per cappella la loro chiesa parrocchiale, per chiostro le
    vie   della   citt  o  le  sale  degli  ospedali,   per  clausura
    l'obbedienza, per grata il timor di Dio,  e per velo la modestia".
    Questo  ideale  era  vivente  in  suor Simplicia.  Nessuno avrebbe
    potuto dire che et avesse;  non era mai stata giovane,  e  pareva
    che non dovesse invecchiare. Era una persona - non osiamo dire una
    donna  - calma,  austera,  fredda,  di buona compagnia,  e che non
    aveva mai mentito. Era cos dolce e fragile; ma era pi solida del
    granito.  Toccava gli infermi con mani gentili,  sottili  e  pure.
    Nella sua parola c'era, per cos dire, del silenzio; diceva appena
    il  necessario,  e  aveva  un  tono  di  voce  che  sarebbe  stato
    edificante in un confessionale e incantevole in una conversazione.
    Questa persona cos delicata si compiaceva nell'abito di  bigello,
    trovando in quel ruvido contatto un continuo richiamo al cielo e a
    Dio. Insistiamo su un particolare. Il carattere distintivo di suor
    Simplicia e,  per dire cos,  l'accento della sua virt consisteva
    nel non aver mai, per interesse o per sbadataggine, detto cosa che
    non fosse la verit. Era quasi celebre nella sua congregazione per
    questa sua veracit imperturbabile. L'abate Sicard parla di lei in
    una lettera al sordo-muto Massieu. Noi tutti,  per quanto possiamo
    essere leali puri e sinceri,  abbiamo sempre sul nostro candore la
    crepa della piccola bugia innocente; lei, no. Ma esistono forse le
    piccole bugie,  le bugie innocenti?  La menzogna  l'assoluto  del
    male.  E' impossibile mentire un poco;  chi mentisce, mentisce per
    intero.  La menzogna  il volto stesso del demonio.  Satana ha due
    nomi:  Satana  e  Menzogna.  Cos  pensava lei,  e le azioni erano
    conformi al pensiero.
    Ne risultava quel  candore  che  abbiamo  detto:  candore  che  si
    irradiava  fin  sulle  labbra  e  sugli occhi.  Il suo sorriso era
    candido e candido lo sguardo.  Sul cristallo della  sua  coscienza
    non c'era n un ragnatelo,  n un granellino di polvere.  Entrando
    nella Regola di san Vincenzo de' Paoli,  aveva preso  il  nome  di
    Simplicia con un intento particolare.  Simplicia di Sicilia, com'
    noto, fu quella santa che prefer lasciarsi strappare le mammelle,
    anzich rispondere di essere nata a Segesta,  mentre  era  nata  a
    Siracusa: menzogna che l'avrebbe salvata. Questa patrona conveniva
    a quell'anima.
    Entrando in religione,  suor Simplicia aveva due difetti, di cui a
    poco a poco si  emend:  le  piacevano  le  ghiottonerie  e  amava
    ricevere lettere. Adesso leggeva soltanto un libro di preghiere in
    latino,  stampato a grossi caratteri.  Non intendeva il latino, ma
    intendeva quel libro.
    La pia giovane si era affezionata a Fantina,  probabilmente perch
    sentiva in lei la virt latente, e si era messa a curarla quasi da
    sola.
    Madeleine  chiam  in  disparte  suor  Simplicia,  e le raccomand
    Fantina con un accento singolare,  di cui la suora si ricord  pi
    tardi. Lasciata la suora si avvicin a Fantina.
    Questa  aspettava  ogni  giorno  la  visita  di  Madeleine come si
    aspetta un raggio di calore e di gioia, e diceva alle suore: Sento
    di vivere soltanto quando il sindaco  qui.
    Quel giorno,  aveva la febbre alta.  Appena  vide  Madeleine,  gli
    chiese:
    - E Cosetta?
    Questi rispose sorridendo:
    - Presto.
    Si  mostr  con  Fantina come di consueto;  solamente si trattenne
    un'ora invece di mezz'ora,  con grande soddisfazione della malata,
    e fece a tutti mille raccomandazioni perch non le mancasse nulla.
    Si  not  che  ci  fu un momento in cui il suo volto si fece molto
    triste;  ma se ne cap la causa,  quando si seppe che  il  medico,
    chinatoglisi all'orecchio, gli aveva detto: Peggiora assai!
    Poi  rientr nell'ufficio municipale.  Il messo municipale lo vide
    esaminare  con  molta  attenzione  una  carta  topografica   della
    Francia,  appesa al muro del suo gabinetto, e notare con la matita
    alcune cifre su un pezzo di carta.

    2. PERSPICACIA DI MASTRO SCAUFFLAIRE.
    Lasciato il  municipio,  si  rec  in  fondo  alla  citt,  da  un
    fiammingo,  mastro Scaufflar,  francesizzato in Scaufflaire,  che
    noleggiava cavalli e birocci.
    La via pi breve per andare da questo Scaufflaire era  una  strada
    poco  frequentata,  nella  quale  si  trovava  la  canonica  della
    parrocchia a cui apparteneva Madeleine.  Il parroco godeva fama di
    uomo  probo,  rispettabile  e capace di un buon consiglio.  Quando
    Madeleine giunse davanti alla canonica,  nella via c'era  un  solo
    passante,  il  quale  not  che il sindaco,  aveva oltrepassato la
    canonica,  si ferm,  rest immobile,  quindi torn indietro  fino
    alla porta che aveva un picchiotto di ferro. Pose vigorosamente la
    mano  sul picchiotto e lo sollev;  poi si ferm di nuovo,  rimase
    sospeso, quasi pensoso,  e dopo alcuni secondi,  invece di lasciar
    cadere  il  picchiotto con forza,  lo pos dolcemente e riprese la
    sua strada con una fretta che prima non aveva avuto.
    Madeleine trov mastro  Scaufflaire  occupato  ad  aggiustare  una
    bardatura.
    - Mastro Scaufflaire - gli chiese - avete un buon cavallo?
    -  Signor  sindaco  -  rispose  il fiammingo - i miei cavalli sono
    tutti buoni. Cosa intendete dire per un buon cavallo?
    - Intendo dire uno che possa percorrere venti leghe in un giorno.
    - Diavolo! - esclam il fiammingo. - Venti leghe!
    - Attaccato ad un biroccio?
    - S.
    - E quanto tempo potr riposare dopo la corsa?
    - Dev'essere in grado di ripartire l'indomani.
    - Per rifare la stessa strada?
    - S.
    - Diavolo! diavolo! e sono venti leghe?
    Madeleine trasse  di  tasca  il  pezzo  di  carta,  su  sui  aveva
    tracciate le cifre con la matita, e lo mostr al fiammingo. Quelle
    cifre erano 5, 6, 8 e mezzo.
    -  Osservate  -  disse  - Sono in totale diciannove leghe e mezza;
    come dire venti.
    - Signor sindaco - rispose il fiammingo - ho quel che vi  occorre:
    il mio cavallino bianco.  Dovreste averlo visto qualche volta.  E'
    una bestiola della bassa Normandia, piena di fuoco.  Da principio,
    volevano farne un cavallo da sella;  ma recalcitrava e sbatteva in
    terra chiunque.  Lo credevano vizioso,  e non sapevano che  farne.
    Allora l'ho comprato io,  e l'ho attaccato al biroccio. Era quello
    che voleva.  E' quieto come una fanciulla e corre come  il  vento.
    Ah!  per esempio,  non bisognerebbe montargli sul dorso.  Non vuol
    saperne di fare il cavallo da sella.  Ognuno ha la sua  ambizione:
    tirare s; portare no.
    - E sar buono a fare la corsa?
    -  Tutte  le venti leghe,  sempre di gran trotto e in meno di otto
    ore. Eccovi per a quali condizioni.
    - Dite pure.
    - Primo...  A mezza strada gli concederete un'ora di  riposo;  gli
    darete da mangiare,  e starete presente quando mangia per impedire
    che il garzone gli rubi la  biada;  perch  ho  notato  che  nelle
    locande  la  biada    assai pi spesso bevuta dallo stalliere che
    mangiata dai cavalli.
    -  Sorveglieremo.
    - Secondo... Il biroccio serve al signor sindaco?
    - S.
    - E il signor sindaco sa guidare?
    - S.
    - Ebbene,  il signor sindaco viagger solo e senza valigie per non
    caricare troppo il cavallo.
    - D'accordo.
    - Ma il signor sindaco,  trovandosi solo, dovr prendersi la briga
    di sorvegliare lui stesso la biada.
    - L'abbiamo gi detto.
    - Mi darete trenta franchi al giorno, compresi i giorni di riposo.
    Neppure un centesimo di meno,  e il  mantenimento  del  cavallo  a
    carico del signor sindaco.
    Madeleine tir fuori dalla borsa tre napoleoni d'oro e li mise sul
    tavolo.
    - Eccovi due giorni pagati anticipatamente.
    -  Quarto.  Per  una  corsa come questa il biroccio sarebbe troppo
    pesante e stancherebbe il  cavallo.  Bisognerebbe  che  il  signor
    sindaco si adattasse a viaggiare col mio piccolo "tilbur".
    - Accettato.
    - E' leggero, ma  scoperto.
    - Non importa.
    - Il signor sindaco ha pensato che siamo in inverno?...
    Madeleine non rispose, e il fiammingo riprese:
    - Che fa molto freddo?
    Madeleine  continu  a tacere,  e mastro Scaufflaire continu: Che
    pu piovere?
    Madeleine alz la testa e disse:
    - Farete trovare il "tilbur" e il cavallo dinanzi alla mia porta,
    domattina, alle quattro e mezzo.
    - Siamo intesi,  signor  sindaco  -  rispose  Scaufflaire;  -  poi
    graffiando con l'unghia del pollice una macchia che si trovava nel
    legno  del  tavolo,  aggiunse con quell'aria di indifferenza che i
    fiamminghi sanno cos bene accoppiare all'astuzia:
    - Appunto!  ora che ci penso,  il signor sindaco non  m'ha  ancora
    detto dove va. Dove va, dunque, il signor sindaco?
    Dal principio del dialogo non aveva mai pensato ad altro ma, senza
    saperne il perch; non aveva osato formulare la domanda.
    -  Sono  robuste  le  gambe  davanti del vostro cavallo?  - chiese
    Madeleine.
    - Oh! s,  signor sindaco.  Basta soltanto sostenerlo un po' nelle
    discese. Ce ne sono molte da qui al luogo dove vi recate?
    -  Non dimenticate di trovarvi alla mia porta alle quattro e mezzo
    precise del mattino - rispose Madeleine; e usc.
    Il fiammingo rest l "come una bestia",  come egli stesso  diceva
    qualche tempo dopo.
    Il  sindaco se n'era andato da due o tre minuti,  quando si riapr
    la porta; era il sindaco.
    Aveva sempre lo stesso aspetto impassibile e preoccupato
    - Signor Scaufflaire - disse - quanto  valgono  il  cavallo  e  il
    "tilbur" che mi noleggiate?
    -  Cio  l'uno  attaccato  all'altro,  signor sindaco - osserv il
    fiammingo con una grossa risata.
    - Ebbene?
    - Il signor sindaco vuol forse comprarli?
    - No,  ma per ogni evento ve li voglio garantire:  al  ritorno  mi
    restituirete il denaro. Quanto valutate legno e cavallo?
    - Cinquecento franchi, signor sindaco.
    - Eccoli.
    Madeleine depose sul tavolo un biglietto di banca, e usc e questa
    volta per non pi tornare.
    Mastro  Scaufflaire  si  pent  amaramente di non aver detto dieci
    mila franchi.  Del resto,  cavallo e "tilbur" insieme ne valevano
    appena trecento.
    Il fiammingo chiam sua moglie e le narr l'accaduto. Dove diavolo
    pu andare il signor sindaco? Tennero consiglio.
    - Va a Parigi - disse la moglie.  - Non credo - rispose il marito.
    Madeleine aveva dimenticato sul camino il pezzo di  carta  su  cui
    stavano segnate le cifre; il fiammingo lo prese e lo studi.
    -  Cinque,  sei,  otto  e mezzo;  dovrebbero indicare la lunghezza
    delle tappe. - E volgendosi alla moglie: - Ah!  ho trovato!  Cio?
    Da qui a Hesdin ci sono cinque leghe, sei da Hesdin a Saint-Pol, e
    otto e mezza da Saint-Pol ad Arras. Egli va ad Arras.
    Frattanto Madeleine era tornato a casa.  Al ritorno aveva preso la
    via pi lunga,  come se la porta della canonica fosse per lui  una
    tentazione e preferisse evitarla. Era salito nella sua camera e vi
    si era rinchiuso; cosa semplicissima poich si coricava volentieri
    per  tempo.  Tuttavia la portinaia,  che in pari tempo era la sola
    fantesca di Madeleine,  osserv che aveva spento il lume alle otto
    e mezzo, e lo disse al cassiere che rincasava, aggiungendo:
    -  E'  forse  ammalato  il  signor  sindaco?  Mi pareva che avesse
    un'aria un po' strana, oggi.
    Il cassiere abitava una camera  posta  precisamente  sotto  quella
    occupata  da Madeleine.  Senza badare alle parole della portinaia,
    and a coricarsi e s'addorment.  Verso  mezzanotte  si  risvegli
    d'improvviso,  parendogli nel sonno d'udire un rumore sopra il suo
    capo. Ascolt. Era un passo che andava e veniva,  come se qualcuno
    camminasse  nella  camera  superiore.   Raddoppi  d'attenzione  e
    riconobbe il passo di Madeleine. La cosa gli parve strana,  poich
    non  si  udiva  mai un rumore nella camera di Madeleine finch non
    s'alzava.  Di l a  poco,  sent  come  aprire  e  rinchiudere  un
    armadio;  poi  sent  smuovere  un  mobile,  ci fu una pausa;  poi
    ricominciarono i passi. Il cassiere si rizz a sedere,  si svegli
    completamente, guard, e attraverso i vetri della propria finestra
    vide  sul  muro  dirimpetto  il  riflesso rossastro d'una finestra
    illuminata.  Dalla direzione dei raggi non poteva  essere  che  la
    finestra  della  camera  di  Madeleine.   Il  riverbero  era  cos
    tremolante che pareva provenisse da un fuoco acceso anzich da  un
    lume.  Siccome  poi  non  vi  si  disegnava l'ombra dei riquadri a
    vetri,   era  evidente  che  la  finestra  era  spalancata;   cosa
    sorprendente,  col freddo che faceva. Il cassiere si riaddorment;
    ma dopo un'ora o due,  torn a destarsi: lo stesso passo  lento  e
    regolare andava avanti e indietro sopra la sua testa.
    Il  riflesso  luminoso  si  disegnava  ancora  sul  muro,  ma  era
    diventato pallido e uguale come se provenisse da una lucerna o  da
    una candela; e la finestra era sempre spalancata.
    Ecco cosa accadeva nella camera di Madeleine.

    3. UNA TEMPESTA SOTTO UN CRANIO.
    Il  lettore ha senza dubbio indovinato che Madeleine non era altri
    che Giovanni Valjean.
    Bench abbiamo gi guardato nel profondo di  quella  coscienza,  
    venuto  il  momento di scrutarla ancora;  ma lo facciamo non senza
    emozione e terrore. Non c' cosa che spaventi pi di questa specie
    di contemplazione.  L'occhio della mente non pu trovare in nessun
    luogo  una luce pi abbagliante e tenebre pi fonde che nell'uomo;
    non pu fissarsi su nulla che sia pi terribile, pi involuto, pi
    misterioso e pi infinito.  C' uno spettacolo pi  grandioso  del
    mare,  ed  il cielo;  c' uno spettacolo pi grandioso del cielo,
    ed  l'interno dell'anima.
    Tessere il poema della coscienza umana,  fosse pure a proposito di
    un  sol uomo,  dell'infimo tra gli uomini,  equivarrebbe a fondere
    tutte le epopee in una sola e definitiva.  La coscienza  il  caos
    delle  chimere,  delle  cupidigie  e  dei desideri,  la fucina dei
    sogni,  l'antro delle idee di cui ci vergogniamo;   il pandemonio
    dei sofismi,  il campo di battaglia delle passioni.  Penetrate, in
    certe ore,  nel volto livido d'una creatura umana  che  medita,  e
    guardate  al di l,  guardate in quella anima,  in quella tenebra.
    Sotto il silenzio esteriore,  si nascondono l dentro battaglie di
    giganti  come in Omero,  mischie di draghi e di idre,  e nugoli di
    fantasmi come in Milton,  spirali di visioni come  in  Dante.  Che
    tetra  cosa questo infinito,  che ciascun uomo porta in s,  e col
    quale misura disperatamente le  volont  del  suo  cervello  e  le
    azioni della sua vita.
    L'Alighieri  s'imbatt  un  giorno in una sinistra porta,  dinanzi
    alla quale esit.  Eccone una aperta davanti a  noi,  e  noi  pure
    titubiamo a varcarne la soglia. Tuttavia, entriamo.
    Poco  ci  rimane  da  aggiungere a quello che il lettore gi sa di
    quanto  accadde  a  Valjean  dopo  l'avventura  di  Gervasino.  Da
    quell'istante,  come vedemmo, divent un altro uomo; fu quello che
    il Vescovo aveva voluto fare di lui. Pi che una trasformazione si
    tratt di una trasfigurazione.
    Riusc a scomparire, vendette l'argenteria del vescovo, meno i due
    candelieri che volle serbare  come  ricordo,  pass  di  citt  in
    citt,  attravers  la Francia,  giunse a Montreuil-sur-mer,  dove
    ebbe  l'idea  che  gi  dicemmo,  comp  quanto  abbiamo  narrato,
    pervenne  a  rendersi  irreperibile  e inaccessibile;  e stabilito
    ormai a Montreuil-sur-mer,  contento di sentirsi la sua  coscienza
    rattristata  dal  suo  passato e la prima met della sua esistenza
    smentita dalla seconda,  visse tranquillo,  rassicurato,  pieno di
    speranza,  preoccupato  ormai  da due soli pensieri: nascondere il
    suo nome e santificare la vita; sfuggire agli uomini e ritornare a
    Dio.
    Queste due idee erano cos strettamente unite nella sua mente  che
    ne  formavano  una  sola;  erano  tutte due ugualmente esclusive e
    imperiose e dominavano le  sue  pi  piccole  azioni.  Di  solito,
    procedevano  d'accordo  nel dirigere la sua condotta: lo volgevano
    verso l'ombra; lo rendevano benigno e semplice;  gli consigliavano
    le  stesse  cose.  Per  talvolta si trovavano in conflitto;  e in
    questi casi,  come  abbiamo  gi  veduto,  l'uomo,  che  tutto  il
    territorio di Montreuil-sur-mer chiamava Madeleine,  non esitava a
    sacrificare la prima alla seconda, la sicurezza alla virt.  Cos,
    venendo meno a ogni riserva e a ogni prudenza,  aveva conservato i
    candelieri del Vescovo,  aveva portato il  lutto  per  lui,  aveva
    chiamato  e  interrogato  tutti i piccoli savoiardi che passavano,
    aveva assunto informazioni sulle famiglie di Faverolles,  e  aveva
    salvato  la vita al vecchio Fauchelevent,  malgrado le inquietanti
    insinuazioni di Javert. Pareva, l'abbiamo gi notato,  che al pari
    di tutti quelli che furono saggi,  santi e giusti, credesse che il
    suo primo dovere non fosse quello verso se stesso.
    Bisogna dire tuttavia che non s'era mai presentato un caso simile.
    Mai le due idee,  che governavano lo sventurato di cui raccontiamo
    i dolori, avevano impegnato fra loro una lotta cos seria. Egli lo
    cap  in  modo  confuso  ma  profondo,   fin  dalle  prime  parole
    profferite  da  Javert  nel  suo  gabinetto.   Quando   ud   cos
    stranamente  pronunciato  quel  nome  che  lui  aveva sepolto cos
    profondamente,  fu  colto  da  stupore  e  quasi  inebriato  della
    sinistra  bizzarria  del suo destino,  e attraverso quello stupore
    prov il brivido che precede le grandi scosse.  Si curv  come  la
    quercia    all'avvicinarsi    dell'uragano,    come   il   soldato
    all'avvicinarsi dell'assalto;  sent  arrivare  sul  suo  capo  le
    tenebre  gravide  di fulmini e di lampi.  Mentre ascoltava Javert,
    gli venne un primo pensiero di andare, di correre, di denunciarsi,
    di tirar fuori di prigione quel Champmathieu e di porvisi  in  sua
    vece; fu un'idea dolorosa e ossessionante, come un'incisione nella
    carne viva;  poi pass,  ed egli disse fra s:Vediamo!  vediamo! -
    Represse  quel  primo  slancio   generoso,   e   rincul   davanti
    all'eroismo.
    Certo,  sarebbe  stato  assai  bello  che dopo le sante parole del
    Vescovo, dopo tanti anni di pentimento e di abnegazione, nel corso
    di una penitenza meravigliosamente iniziata, quell'uomo,  anche di
    fronte  a  una  cos  terribile  peripezia,  non avesse esitato un
    istante,   avesse  camminato  con  lo  stesso  passo  verso   quel
    precipizio spalancato,  in fondo al quale c'era il cielo;  sarebbe
    stato bello,  ma non fu cos.  Noi dobbiamo narrare  le  cose  che
    accadevano  in quell'anima,  e non possiamo dire se non ci che vi
    accadde. Dapprima,  vinse l'istinto della conservazione;  raccolse
    in fretta le idee;  soffoc le emozioni, riflett al gran pericolo
    della presenza di Javert,  differ ogni decisione con la  fermezza
    dello spavento,  distolse la mente da quello che c'era da fare,  e
    riprese la calma come un gladiatore raccoglie lo scudo.
    Rest tutto il giorno in questo stato,  con  una  tempesta  al  di
    dentro  e  una  profonda tranquillit al di fuori;  prese soltanto
    quelle misure che si potrebbero chiamare "conservative".  Nel  suo
    cervello c'era confusione e lotta;  il suo turbamento era tale che
    non percepiva distintamente nessuna idea;  non avrebbe potuto  dir
    nulla  di se stesso,  se non che aveva ricevuto un gran colpo.  Si
    rec, come al solito, al letto di dolore di Fantina, e prolung la
    visita per un istinto di bont,  pensando che bisognava agire cos
    e  raccomandarla  vivamente  alle  suore nel caso che egli dovesse
    allontanarsi.  Sent vagamente che forse  converrebbe  recarsi  ad
    Arras,  e,  senza essere affatto deciso a tale viaggio,  pens che
    fuori d'ogni sospetto com'era,  non avrebbe corso nessun  pericolo
    assistendo in persona a quanto accadrebbe; e noleggi il "tilbur"
    di Scaufflaire per essere pronto a qualunque evento.
    Mangi con sufficiente appetito.
    Rientrato nella sua camera, si pose a riflettere.
    Esamin la situazione, e la trov inaudita; tanto inaudita che nel
    bel  mezzo  del  suo meditare,  per non so quale impulso d'ansiet
    quasi inesplicabile,  s'alz dalla sedia e mise  il  paletto  alla
    porta. Temeva che entrasse ancora qualche novit. Si asserragliava
    contro ogni possibilit.
    Un momento dopo, spense il lume, che lo disturbava.
    Gli pareva che qualcuno potesse vederlo. Chi?
    Ahim!  quello che avrebbe voluto chiudere fuori della porta,  era
    gi  entrato;  quello  che  avrebbe  voluto  accecare,   lo  stava
    osservando: la sua coscienza.
    La sua coscienza, cio Dio.
    Pure,  nel  primo  momento,  s'illuse;  prov  come  un  senso  di
    sicurezza  e  di  solitudine;   chiusa  la  porta,   si   credette
    inafferrabile;  spenta  la  candela,  si sent invisibile.  Allora
    prese possesso di s; pos i gomiti sul tavolo,  appoggi la testa
    fra le mani, e cominci a pensare nelle tenebre.
    - A che punto sono?  - Sogno forse? - Cosa mi fu detto? E' proprio
    vero che ho visto Javert e che m'ha parlato in quel  modo?  -  Chi
    pu essere questo Champmathieu? - Dunque mi somiglia? - Possibile?
    -  Quando  penso  che  ieri ero cos tranquillo,  cos lontano dal
    sospettare di nulla!  - Cosa facevo io dunque ieri a quest'ora?  -
    Che  importanza ha questo nuovo incidente?  - Come si svolger?  -
    Che devo fare?
    Ecco in quale tormenta si trovava.  Il suo cervello aveva  perduto
    la forza di ritenere le idee,  che scorrevano come onde mentre lui
    si comprimeva la fronte a due mani per arrestarle.
    Da quel turbino che gli sconvolgeva la volont e la ragione, e da
    cui si sforzava di cavar fuori un'evidenza e una decisione, veniva
    fuori soltanto l'angoscia.
    La testa gli bruciava. And alla finestra e la spalanc.  In cielo
    non brillava una stella. Torn a sedersi vicino al tavolo.
    Cos pass la prima ora.
    Tuttavia,   a  poco  a  poco,   vaghi  lineamenti  cominciarono  a
    disegnarsi e a fissarsi nella sua  meditazione;  pot  intravedere
    con la precisione della realt, non l'insieme della situazione, ma
    alcuni particolari.
    Riconobbe anzitutto che,  per quanto la situazione fosse difficile
    e straordinaria, egli ne era assoluto padrone.
    Ma il suo stupore divenne pi grande.
    Prescindendo dallo scopo severo e religioso che si proponevano  le
    sue azioni, tutto ci che aveva fatto fino a quel giorno era stato
    soltanto  un  buco  scavato  per seppellirvi il suo nome.  Ci che
    aveva soprattutto temuto nelle  ore  di  meditazione,  durante  le
    notti  insonni,  era  stato  l'udir  sempre pronunciare quel nome.
    Soleva ripetere a se stesso che quella sarebbe stata  la  fine  di
    tutto; che il giorno in cui quel nome riapparisse, sarebbe svanita
    intorno  a  lui  la  sua nuova esistenza,  e forse anche,  chi sa?
    dentro di lui,  la sua anima nuova.  Rabbrividiva al solo pensiero
    che fosse possibile.  Certo,  se in uno di quegli istanti una voce
    gli avesse detto che un giorno quel nome suonerebbe  all'orecchio,
    che quel nome odioso,  Giovanni Valjean, uscirebbe improvvisamente
    dalle  tenebre  per  drizzarglisi   davanti,   che   quella   luce
    formidabile,  fatta  per  dissipare  il  mistero  nel  quale s'era
    ravvolto,  brillerebbe inaspettatamente sul suo capo;  e che  quel
    nome non lo minaccerebbe,  che quella luce produrrebbe un'oscurit
    pi fitta, che quel velo squarciato accrescerebbe il mistero,  che
    quel terremoto consoliderebbe il suo edificio, che quel prodigioso
    incidente   avrebbe  resa  la  sua  esistenza  pi  chiara  e  pi
    impenetrabile,  e che messo a confronto col fantasma  di  Giovanni
    Valjean,  il  buono e degno borghese signor Madeleine ne uscirebbe
    pi onorato,  pi tranquillo e pi rispettato che mai,  -  se  una
    voce  gli  avesse  detto  tutto  questo,  egli  certamente avrebbe
    scrollato la testa e ritenuto  insensate  quelle  parole.  Ebbene!
    tutto  ci  era  gi accaduto;  quello strano ammucchiarsi di cose
    impossibili era un fatto,  e Dio aveva permesso che quelle  stolte
    supposizioni diventassero una realt!
    I  suoi  pensieri  cominciavano  a rischiararsi.  Conosceva sempre
    meglio la sua posizione.
    Gli pareva di svegliarsi da non so quale sonno  e  di  trovarsi  a
    scivolare su un pendio,  in mezzo alle tenebre,  ritto,  preso dai
    brividi, tentando invano di indietreggiare, sull'orlo estremo d'un
    precipizio.  E vedeva distintamente nelle tenebre un  ignoto,  uno
    straniero, che il destino scambiava per lui e spingeva in sua vece
    nella  voragine,  la quale,  per rinchiudersi aveva bisogno di una
    preda: o lui o l'altro.
    Bastava lasciar fare.
    La luce divenne completa,  e allora confess a se stesso: -  Nella
    galera  il  suo  posto  era  vuoto,  e,  checch egli facesse,  lo
    aspettava sempre;  che il furto perpetrato a danno di Gervasino ce
    lo  riconduceva;  che  quel  posto  vuoto  lo  avrebbe aspettato e
    attratto  fino  a  che  non  l'avesse  occupato;  e  che  ci  era
    inevitabile e fatale.  - E poi disse: - In quel momento,  aveva un
    supplente; che la sventura era capitata a un certo Champmathieu; e
    che quanto a lui,  presente ormai in  prigione  nella  persona  di
    Champmathieu,  presente  nella societ sotto il nome di Madeleine,
    non aveva pi nulla da temere, purch non impedisse agli uomini di
    sigillare sul capo di  Champmathieu  la  pietra  dell'infamia,  la
    quale,  come quella del sepolcro,  una volta caduta, non si rialza
    pi.
    Tutto questo era cos violento e  cos  strano,  che  d'un  tratto
    avvenne  in  lui  quella  specie  di turbamento indescrivibile che
    nessuno prova pi di due o tre volte nella  vita,  una  specie  di
    convulsione della coscienza,  che rimuove tutto quanto di dubbioso
    c' nel cuore,  e che    un'amalgama  d'ironia,  di  gioia  e  di
    disperazione,  e  che  potrebbe  chiamarsi  uno  scoppio  di  riso
    interiore.
    Riaccese la candela.
    - Ebbene! - disse fra s. - Di che ho paura?  Perch me ne sto qui
    a pensare?  Eccomi salvo! Tutto  finito. Avevo soltanto una porta
    socchiusa,  attraverso la quale il mio  passato  poteva  irrompere
    nella mia vita; ed ecco che questa porta viene murata, per sempre!
    Quel  Javert  che  da  tanto  tempo  m'inquieta;  quel formidabile
    istinto che pareva m'avesse  indovinato,  e  che  perdio!  m'aveva
    indovinato davvero,  e mi seguiva dappertutto; quell'orribile cane
    da caccia sempre in agguato contro di me, eccolo sviato,  occupato
    altrove,  assolutamente fuori pista! Ora che ha tra le mani il suo
    Giovanni  Valjean    soddisfatto,   mi  lascer   tranquillo,   e
    fors'anche vorr andarsene di qua. E tutto questo  avvenuto senza
    di  me,  senza  che  io abbia mosso un dito!  Ma dunque!  dov' la
    sventura  in  tutto  ci?   Perbacco!   se  qualcuno  mi  vedesse,
    crederebbe  che  mi sia accaduta una catastrofe!  Alla fin fine se
    capita una disgrazia a qualcuno,  non  colpa  mia!  E'  stata  la
    Provvidenza a fare tutto; a quanto pare, vuole cos. Ho il diritto
    di  scomporre ci che essa prepara?  Che cosa pretendo adesso?  Di
    che m'immischio?  E' cosa che non  mi  riguarda.  Come!  non  sono
    contento!  Ma di che cosa ho bisogno, dunque? La meta a cui aspiro
    da tanti anni,  il sogno delle  mie  notti,  lo  scopo  delle  mie
    preghiere,  la sicurezza,  finalmente ce l'ho!  Dio lo vuole; e io
    non posso andare contro la volont divina.  E perch Dio lo vuole?
    Perch possa continuare quello che ho cominciato, perch faccia il
    bene,  perch  riesca un giorno un grande e incoraggiante esempio,
    perch si possa dire che finalmente fu concessa un  po'  di  gioia
    alla pena che subii e alla virt a cui sono ritornato. Davvero non
    comprendo  perch  poc'anzi  non abbia osato entrare da quel bravo
    parroco, a narrargli ogni cosa come a un confessore e a chiedergli
    consigli. Evidentemente egli pure mi avrebbe parlato cos.  Dunque
      deciso;  lasciamo  che le cose seguano il loro corso,  lasciamo
    fare al buon Dio.
    Parlava cos a se stesso, nel fondo della sua coscienza,  chino su
    quello che potrebbe chiamarsi il proprio abisso. Si alz e si mise
    a passeggiare per la camera.  - Coraggio! - disse - non pensiamoci
    pi. La risoluzione  presa!
    Ma non prov nessuna gioia: anzi!
    Non si pu impedire a un'idea di ritornare alla mente, come non si
    pu impedire al mare di riavvicinarsi alla riva: per  il  marinaio
    questo  ritorno si chiama marea;  per il colpevole,  rimorso.  Dio
    muove l'anima come l'oceano.
    Pochi momenti dopo,  per quanto facesse,  dovette riprendere  quel
    tetro dialogo, nel quale lui solo parlava e ascoltava, dicendo ci
    che  avrebbe  voluto  tacere,  ascoltando  ci  che avrebbe voluto
    udire, cedendo a quella potenza misteriosa che gli diceva: Pensa!-
    come due mila anni or sono diceva a un altro condannato: Cammina!
    Prima di proseguire, e per essere pienamente compresi,  insistiamo
    su un osservazione necessaria.
    E' certo che ciascuno di noi parla con se stesso, e non c' essere
    pensante che non l'abbia costatato. Si pu anzi dire che la parola
    non      mai   un  mistero  cos  meraviglioso  come  quando  va,
    nell'interno dell'uomo, dal pensiero alla coscienza, e torna dalla
    coscienza al pensiero.  E' in  questo  senso  soltanto  che  vanno
    intese  le  parole "disse",  "esclam",  adoperate di frequente in
    questo capitolo.  Si dice,  si parla,  si esclama fra  se  stessi,
    senza  che  il  silenzio  esterno  venga  interrotto.  C' un gran
    tumulto:  tutto  parla  in  noi,  fuorch  la  bocca.   Le  realt
    dell'anima  sono  pur sempre realt,  bench non siano visibili n
    palpabili.
    Egli si chiese dunque a  che  punto  era.  S'interrog  su  quella
    "soluzione  adottata".  Confess  a se stesso che tutto quello che
    poco prima aveva edificato nella sua mente era  mostruoso,  e  che
    "lasciar  che  le  cose seguissero il loro corso,  lasciar fare al
    buon Dio", era n pi n meno che una cosa orribile.  Lasciare che
    si   compisse  quell'errore  del  destino  e  degli  uomini,   non
    impedirlo,  approvarlo col silenzio,  non far nulla,  equivaleva a
    far tutto!  Era l'ultima degradazione dell'indegnit ipocrita! era
    un delitto basso, vile, abietto, schifoso!
    Per la prima volta dopo otto anni,  lo sventurato sentiva  l'amaro
    sapore d'un pensiero cattivo e d'una cattiva azione.
    E lo sput con disgusto.
    Continu a interrogarsi.  Si chiese severamente cosa avesse inteso
    dire con le parole: "La mia  meta    raggiunta".  Dichiar  a  se
    stesso  che  la  sua  vita  aveva  infatti  una  meta:  ma  quale?
    Nascondere il proprio nome? ingannare la polizia? Ma per cos poco
    aveva fatto quanto aveva fatto?  Non aveva altra meta?  la grande,
    la vera?  Salvare non la sua persona,  ma l'anima sua, ridiventare
    onesto e buono,  essere un giusto?  Non era questa la  principale,
    l'unica meta,  ci che aveva sempre voluto, ci che il Vescovo gli
    aveva ordinato?  Chiudere la porta al suo passato?  Ma egli non la
    chiudeva,  gran  Dio!  la riapriva,  commettendo un'azione infame!
    Ridiventava un ladro, e il pi odioso dei ladri! Rubava a un altro
    la sua esistenza,  la  vita,  la  pace,  il  suo  posto  al  sole!
    Diventava un assassino! uccideva, uccideva moralmente un infelice!
    gli  infliggeva quell'orribile morte,  quella morte a cielo aperto
    che si chiama la prigione! Denunciarsi, invece, salvare quell'uomo
    colpito da un tale funesto errore,  riprendere  il  proprio  nome,
    ridiventare  per  dovere  il  galeotto Giovanni Valjean: ecco come
    poteva  compiere  la  sua  risurrezione  e  chiudere  per   sempre
    l'inferno  da  cui  usciva.  Cadervi  in  apparenza:  ecco il modo
    d'uscirne in realt!  Questo doveva fare;  se no,  non aveva fatto
    nulla!  tutta  la  sua  vita  era inutile,  tutta la sua penitenza
    perduta.  e non gli rimaneva  che  esclamare:  A  che    servito?
    Sentiva  che  il  Vescovo  era l,  che il Vescovo era pi che mai
    presente, perch morto, e lo guardava fisso;  sentiva che d'ora in
    poi  il  sindaco  Madeleine,  con tutte le sue virt,  gli sarebbe
    abominevole,  e che invece  il  galeotto  Valjean  ai  suoi  occhi
    sarebbe ammirabile e puro;  sentiva che gli uomini vedevano di lui
    la maschera, ma il Vescovo scorgeva il volto;  gli uomini vedevano
    la  vita,  il  Vescovo  la  coscienza.  Bisognava dunque andare ad
    Arras,  liberare il supposto Valjean  e  denunciare  quello  vero!
    Ahim!  era  il  pi  grave sacrificio,  la pi dolorosa vittoria,
    l'ultimo vallo da superare; ma bisognava farlo.  Doloroso destino!
    Non  sarebbe  diventato  santo  agli  occhi  di Dio,  se non fosse
    diventato infame agli occhi degli uomini.
    - Ebbene - disse  -  prendiamo  questa  risoluzione!  Facciamo  il
    nostro dovere e salviamo quell'uomo!
    E senza avvedersene, pronunci queste parole ad alta voce.
    Prese  i  suoi libri,  li verific e li mise in ordine.  Gett nel
    fuoco un fascio di cambiali di piccoli commercianti in difficolt.
    Scrisse una lettera, che suggell, e sulla cui busta qualcuno, che
    si fosse trovato nella camera  in  quel  momento,  avrebbe  potuto
    leggere: "Al signor Laffitte banchiere, via d'Artois, Parigi".
    Tolse  da un armadio un portafoglio contenente alcuni biglietti di
    banca e il passaporto di cui si era servito in quello stesso  anno
    per partecipare alle elezioni. Chi l'avesse veduto compiere questi
    diversi  atti  ai quali era unita una meditazione cos grave,  non
    avrebbe certamente supposto quello che avveniva in lui.  Solo,  di
    tanto in tanto,  le labbra si muovevano; in qualche altro momento,
    rialzava la testa e fissava lo sguardo su un punto qualsiasi della
    parete,   quasi  ci  fosse  qualcosa  che  volesse   decifrare   o
    interrogare.
    Terminata  la  lettera a Laffitte,  se la mise in tasca assieme al
    portafoglio, e riprese a camminare.
    La  sua  meditazione  non  aveva  deviato:  continuava  a   vedere
    chiaramente  il  suo  dovere  scritto a lettere luminose,  che gli
    fiammeggiavano davanti agli occhi e si spostavano insieme  al  suo
    sguardo: - "Va! d il tuo nome! denunciati!".
    Vedeva  pure,  come  se  gli  fossero  dinanzi  nude  e  con forme
    sensibili,  le sue idee che sino allora  erano  state  la  duplice
    regola  della  sua  vita;  nascondere  il  suo  nome e santificare
    l'anima sua.  Per la prima volta gli apparivano assai distinte,  e
    vedeva  la  differenza  che  le  separava.  Riconosceva che una di
    quelle idee  era  necessariamente  buona,  mentre  l'altra  poteva
    diventar  cattiva;   che  quella  era  l'abnegazione,   questa  la
    personalit; che l'una diceva il prossimo, l'altra diceva io;  che
    la prima veniva dalla luce, la seconda dalle tenebre.
    Queste idee si combattevano,  ed egli le vedeva combattere. A mano
    mano,  erano ingrandite dinanzi  all'occhio  della  sua  mente,  e
    avevano  ora  dimensioni  colossali.  Gli  pareva di veder lottare
    dentro di lui,  in quell'infinito di cui parlavamo  poco  fa,  fra
    tenebre e lampi, una dea e una gigantessa.
    Ne era spaventato; ma gli sembrava che l'idea buona prevalesse.
    Sentiva  d'essere  giunto  all'altro  momento  decisivo  della sua
    coscienza e del suo destino; che il Vescovo aveva segnato la prima
    fase della sua vita  nuova,  e  che  Champmathieu  ne  segnava  la
    seconda. Dopo la grande crisi, la grande prova.
    Frattanto  la  febbre,  un  momento calmata,  gli tornava a poco a
    poco. Mille pensieri gli attraversavano la mente,  ma continuavano
    a rafforzarlo nella sua decisione.
    Per  un  momento  aveva  pensato:  -Forse s'era troppo accalorato;
    Champmathieu non era  poi  interessante  e  alla  fin  fine  aveva
    rubato.
    Rispose:  -  Se  quell'uomo  ha  realmente  rubato alcune mele,  
    questione d'un mese di prigione. Ma tra questa e la galera c' una
    distanza enorme. E poi chi sa?  ha veramente rubato?   provato il
    furto? Il nome di Valjean l'opprime, e sembra escludere il bisogno
    delle  prove.  Non    forse  cos  che  agiscono  abitualmente  i
    procuratori del re?  Lo credono  ladro,  perch  sanno  che    un
    galeotto.
    Un altro momento,  gli venne l'idea che,  dopo essersi denunciato,
    forse lo avrebbero graziato,  in considerazione dell'eroismo della
    sua  azione,  della  sua  vita onorata di sette anni,  e di quanto
    aveva fatto per il paese.
    Ma tale supposizione svan subito; sorrise amaramente, riflettendo
    che il  furto  dei  quaranta  soldi  a  Gervasino  lo  rendeva  un
    recidivo,  che  quel  fatto sarebbe tornato certamente a galla,  e
    che,  a termine di legge,  lo avrebbe reso  passibile  dei  lavori
    forzati a vita.
    Si distolse da ogni illusione, si stacc sempre pi dalla terra, e
    cerc  altrove conforto e forza.  Disse che doveva compiere il suo
    dovere,  che forse sarebbe pi infelice eludendo anzich compiendo
    il proprio dovere; che se "lasciava fare", se restava a Montreuil-
    sur-mer, la sua considerazione, la sua buona reputazione, le buone
    azioni,  la deferenza, la venerazione, la carit, la ricchezza, la
    popolarit,  la virt resterebbero ombrate da  un  delitto.  Quale
    sapore  avrebbero  allora tutte quelle sante cose,  unite a questa
    cosa schifosa?  Invece,  se compiva il sacrificio,  al  bagno,  al
    palo,  alla gogna, al berretto verde, al lavoro senza riposo, alla
    vergogna senza piet, andrebbe unita un'idea celestiale!
    Infine si persuase che ci era necessario,  che il suo destino era
    cos  fatto,  che non era in suo potere scomporre i piani composti
    lass, che in ogni caso bisognava scegliere: o la virt di fuori e
    l'abominio di dentro, o la santit di dentro e l'infamia di fuori.
    Nell'agitare tanti lugubri pensieri il  coraggio  non  gli  veniva
    meno,  per  il cervello si stancava.  Suo malgrado,  cominciava a
    pensare ad altro, a cose indifferenti.
    Le tempie gli battevano violentemente.  Andava su e  gi,  sempre.
    Suon  la  mezzanotte,  prima  alla  parrocchia,  poi  al  palazzo
    municipale.  Cont i dodici colpi dei  due  orologi,  paragon  il
    suono  delle  due  campane;  e,  per analogia,  si ricord di aver
    visto,  pochi giorni prima,  in vendita presso un ferravecchio una
    campana usata, sulla quale era scritto questo nome: "Antonio Albin
    di Romainville".
    Sentiva  freddo:  accese  un po' di fuoco,  ma senza ricordarsi di
    chiudere la finestra.
    Frattanto era ricaduto nel  suo  stupore.  Aveva  bisogno  di  uno
    sforzo  abbastanza  grande  per ricordare a che cosa pensava prima
    che battesse mezzanotte. Finalmente ci riusc.
    - Ah s - disse - avevo deciso di denunciarmi.
    E poi, d'un tratto, il pensiero corse a Fantina.
    - Appunto! - disse. - E quella povera donna?
    E qui scoppi una nuova crisi.
    Fantina,  comparsa d'improvviso nella sua meditazione,  fu come un
    raggio  di  luce  inaspettata.  Gli  parve  che  ogni cosa intorno
    mutasse aspetto, ed esclam:
    - Oh!  Ma io finora ho considerato soltanto me  stesso,  ho  avuto
    riguardo  soltanto  alla mia convenienza!  Se mi convenga tacere o
    denunciarmi,  nascondere la persona o salvare l'anima,  essere  un
    magistrato  spregevole  e  rispettato  oppure un galeotto infame e
    venerando: io, sempre io, nient'altro che io! Ma,  mio Dio,  tutto
    questo  egoismo! Sotto forme diverse, ma pur sempre egoismo! E se
    pensassi  un  po' anche agli altri?  La prima santit consiste nel
    pensare agli altri. Vediamo un po', esaminiamo. Prescindendo dalla
    mia persona, cancellandola,  dimenticandola,  che ne sar di tutte
    queste cose?  - Se mi denuncio,  mi arrestano, lasciano in libert
    Champmathieu, mi rimettono in galera. Va bene; e poi? cosa succede
    qui?  Qui c' un paese,  una citt,  ci sono delle fabbriche,  una
    industria,  degli operai,  uomini,  donne,  vecchi, bambini, tanta
    povera gente! Tutto questo,  l'ho creato io,  lo faccio vivere io.
    Dovunque  c'  un  camino  che  fuma,  sono  stato io a mettere il
    tizzone nel fuoco  e  la  carne  nella  pentola;  io  ho  prodotto
    l'agiatezza,  la circolazione del denaro,  il credito; prima della
    mia venuta,  qui non c'era nulla;  io ho rimesso  su,  vivificato,
    animato, fecondato, stimolato, arricchito tutto il paese. Mancando
    io,  viene  a mancare l'anima: se mi allontano,  tutto muore.  - E
    quella povera donna che ha sofferto tanto,  che  ha  tanti  meriti
    nella  sua  caduta,  e per la quale,  senza volerlo,  fui causa di
    sventura!  E quella bambina,  che ho promesso a sua  madre  e  che
    volevo  andare a prendere!  Non devo forse anche qualcosa a quella
    donna, in riparazione del male che le ho fatto?  Se sparisco,  che
    avviene?  La madre muore,  e la figlia diventa quel che pu.  Ecco
    cosa accadr, se mi denuncio. Vediamo; e se non mi denunciassi?
    Dopo essersi fatta questa domanda,  si ferm: ebbe come un momento
    di esitazione e di turbamento; ma per poco, e rispose con calma:
    - Ebbene, quell'uomo va in galera,  vero; ma, diamine! ha rubato!
    Io  ho  un  bel  ripetermi  di  no;  ha  rubato!  Io rimango qui e
    continuo.  Fra dieci anni,  avr  guadagnato  dieci  milioni,  che
    sparger nel paese; non terr nulla per me; ma che importa? Quello
    che faccio,  non lo faccio per me. La prosperit di tutti continua
    a  crescere,   le  industrie  si  riprendono  e   prosperano,   le
    manifatture  e  le officine si moltiplicano,  le famiglie,  cento,
    mille famiglie,  vivono contente;  il paese si  popola;  dove  non
    c'erano che fattorie sorgono villaggi, e sorgono fattorie dove non
    c'era nulla;  la miseria scompare,  e con essa la dissolutezza, la
    prostituzione, il furto, l'omicidio,  insomma tutti i vizi e tutti
    i  delitti!  E  quella  povera madre pu allevare la sua figliola!
    Ecco un intero paese divenuto ricco e onesto!
    Eh via!  Ero pazzo,  ero insensato!  come  mai  potevo  pensare  a
    denunciarmi?  Bisogna  procedere  attentamente  e  non  affrettare
    nulla.  Come!  solo  perch  mi  piacerebbe  fare  il  grande,  il
    generoso,  -  melodramma  e  nulla  pi!  -  perch  avrei pensato
    soltanto a me,  a me solo,  per salvare da una punizione forse  un
    po' esagerata,  ma pur sempre giusta,  un tale che non so chi sia,
    evidentemente un ladro,  un briccone,  dovrei  lasciar  perire  un
    intero   paese,   lasciar  crepare  come  cani  una  povera  donna
    all'ospedale e una povera bimba  sul  lastrico?  Ma  questo    un
    abominio!  Senza neppure che la madre abbia potuto rivedere la sua
    piccina!  senza che la bimba abbia conosciuto sua madre!  E  tutto
    ci  per  quel  vecchio briccone d'un ladro di mele,  che certo ha
    meritato la galera per qualche altra  cosa,  se  non  per  questa!
    Begli   scrupoli,   che  salvano  un  colpevole  sacrificando  gli
    innocenti;  che salvano un vecchio vagabondo,  che  alla  fine  ha
    pochi  anni  di vita e che certo non si trover peggio in prigione
    che  nella  sua  stamberga,  sacrificando  un'intera  popolazione,
    donne,  madri, fanciulli! E quella povera piccina, quella Cosetta,
    che ha solo me al mondo, e che certo in questo momento  livida di
    freddo nel tugurio dei  Thnardier!  Canaglie  anche  loro!  E  io
    mancherei  al  mio  dovere verso queste povere creature!  Andrei a
    denunciarmi!  Commetterei questa sciocchezza inutile.  Poniamo  il
    caso  al  peggio.  Supponiamo  che in tutto ci ci sia una cattiva
    azione da parte mia,  e che  la  coscienza  me  la  rimproveri  un
    giorno;  ebbene, se per il vantaggio di tutti mi sobbarco a questi
    rimorsi  che  danneggiano  me  solo,   se  mi  rendo  responsabile
    d'un'azione malvagia che compromette soltanto l'anima mia,  questa
     vera abnegazione, questa  virt.
    Si alz, e riprese a camminare,  parendogli questa volta di essere
    contento!
    I diamanti si trovano solo nelle viscere della terra,  e la verit
    solo negli abissi del pensiero.  Gli sembr  d'essere  disceso  in
    questi  abissi,  e,  dopo  un  lungo  tastare  nel pi fitto delle
    tenebre,  d'aver ritrovato uno di quei  diamanti,  una  di  quelle
    verit,  e  di  tenerla  in  pugno.  A guardarla sentiva gli occhi
    abbagliati.
    - S - pens -  cos!  Ora sono nel vero: ho la  soluzione.  Devo
    pur  decidermi  a  qualche  cosa;  e  ormai  la  determinazione  
    definitiva!  Lasciamo  fare!  Ora  non  devo  pi  vacillare,   n
    retrocedere.  E'  per l'interesse di tutti,  non per il mio.  Sono
    Madeleine e rimango tale. Guai a colui che  Giovanni Valjean! Non
    sono pi io. Io non conosco quell'uomo, non so pi chi sia; se c'
    qualcuno oggi che si chiama Giovanni Valjean,  si arrangi!  Non mi
    riguarda.  E'  un  nome fatale che galleggia nelle tenebre;  se si
    ferma e si abbatte su una testa, peggio per lei!
    Si guard nel piccolo specchio sul camino, e disse:
    - Toh! come mi ha sollevato il decidermi! Ora sembro un altro.
    Mosse ancora alcuni passi, poi si ferm di scatto:
    - Coraggio - disse;  - non bisogna pi esitare dinanzi  a  nessuna
    conseguenza della decisione presa.  Ci sono ancora dei fili che mi
    legano a quel  Giovanni  Valjean:  bisogna  spezzarli!  In  questa
    stessa  camera  ci  sono degli oggetti che m'accuserebbero,  delle
    cose  mute  che  diventerebbero  altrettanti   testimoni:   devono
    senz'altro sparire.
    Si frug in tasca,  cav la borsa,  l'apr e ne trasse una piccola
    chiave.
    L'introdusse in una serratura di  cui  si  distingueva  appena  il
    buco,  nascosto  com'era  fra  le  tinte  pi cupe della carta del
    parato.  Apparve un nascondiglio,  una specie d'armadio  praticato
    fra  l'angolo  della  parete  e  la  cappa  del  camino.  In  quel
    nascondiglio  c'erano  alcuni  stracci,   un  camiciotto  di  tela
    turchina,  un  vecchio paio di pantaloni,  un vecchio zaino,  e un
    grosso bastone,  ferrato  alle  due  estremit.  Chi  aveva  visto
    Valjean  nell'ottobre  1815  mentre  attraversava  Digne,  avrebbe
    facilmente riconosciuto tutti i capi di quel miserabile vestiario.
    Li aveva conservati, come aveva conservato i candelieri d'argento,
    per ricordare sempre il suo punto di partenza. Per nascondeva gli
    oggetti provenienti dalla galera e lasciava  vedere  i  candelieri
    provenienti dal Vescovo.
    Volse  uno  sguardo  furtivo verso la porta,  quasi temendo che si
    aprisse malgrado  il  catenaccio  che  la  chiudeva;  poi  con  un
    movimento  brusco  e  con  una sola bracciata,  senza dare neppure
    un'occhiata a quelle cose che  aveva  cos  religiosamente  e  con
    tanto pericolo serbato per tanti anni,  afferr ogni cosa,  cenci,
    sacco, bastone, e butt tutto nel fuoco.
    Rinchiuse l'armadio, e, raddoppiando le precauzioni, ormai inutili
    dal momento che era vuoto,  ne nascose  la  porta  con  un  grosso
    mobile che vi spinse dinanzi.
    Un  momento  dopo,   la  camera  e  la  parete  dirimpetto  furono
    illuminate  da  un  grande  riflesso  rosso  e  oscillante.  Tutto
    bruciava:  il bastone di spino scoppiettava e mandava faville fino
    in mezzo alla camera.
    Il sacco consumandosi insieme agli orribili cenci  che  conteneva,
    aveva  lasciato  sfuggire  qualche cosa che brillava nella cenere.
    Chi si fosse chinato,  avrebbe facilmente riconosciuto una  moneta
    d'argento: il pezzo da due franchi rubato al piccolo savoiardo.
    Egli  non  badava al fuoco,  ma camminava avanti e indietro sempre
    con lo stesso passo.
    A un tratto, il suo sguardo cadde sui candelieri d'argento, che il
    riflesso faceva luccicare vagamente sul camino.
    - Guarda - pens.  - Tutto Valjean   ancora  l  dentro:  bisogna
    distruggere anche questi.
    Il  fuoco era abbastanza forte per poterli deformare prontamente e
    farne una specie di verghe irriconoscibili.
    Si chin sul focolare e ci si scald un momento,  provando un vero
    benessere. - Che buon calore! - disse.
    Rimosse le braci con uno dei candelieri.
    Un minuto ancora, e sarebbero finiti nel fuoco,
    In  quell'istante  gli  parve  sentir  gridare  una  voce  nel suo
    interno:
    - Giovanni Valjean! Giovanni Valjean!
    Gli si rizzarono i capelli e assunse l'aspetto di chi ode una cosa
    terribile:
    - S, bene, continua! - diceva la voce.  - Porta a termine l'opera
    tua! fa sparire quei candelieri, distruggi quel ricordo, dimentica
    il  Vescovo,   dimentica  tutto!  rovina  Champmathieu,  fa  pure,
    benissimo! applaudisci a te stesso! Dunque,  fatto,   deciso,  
    detto: ecco un uomo, ecco un vecchio che non sa cosa pretendono da
    lui,  che forse non ha fatto nulla,  un innocente, la cui sventura
    sta tutta nel tuo nome,  su cui il tuo nome pesa come un  delitto,
    che sar scambiato per te,  sar condannato,  finir i suoi giorni
    nell'abiezione e nell'orrore!  Bene!  E sii invece l'uomo  onesto,
    tu!   Resta   il  signor  sindaco,   resta  onorevole  e  onorato,
    arricchisci la citt,  d  il  pane  agli  indigenti,  alleva  gli
    orfani,  vivi felice,  virtuoso,  ammirato;  e mentre tu sarai qui
    nella gioia e nella luce,  ci sar un altro  che  vestir  la  tua
    casacca  rossa,  che  porter  il  tuo  nome  nell'ignominia,  che
    trasciner la tua catena in galera! S,  le cose stanno bene cos!
    Ah, miserabile!
    Il  sudore gli scorreva dalla fronte,  mentre fissava i candelieri
    con uno sguardo selvaggio.  Ma quello che parlava in lui non aveva
    finito; e la voce continu:
    - Giovanni Valjean! ci saranno intorno a te molte voci che faranno
    un  grande  strepito,  che  parleranno  ad  alta  voce  e  che  ti
    benediranno; e ce ne sar una sola che nessuno potr udire, ma che
    ti maledir nelle tenebre. Ebbene, sappilo,  infame!  tutte quelle
    benedizioni  ripiomberanno  a  terra prima di toccare il cielo,  e
    solo la maledizione giunger fino a Dio!
    Quella voce, debolissima da prima, levatasi dal pi profondo della
    sua coscienza, s'era fatta gradatamente rumorosa e formidabile,  e
    ora  egli la sentiva all'orecchio.  Gli pareva che fosse uscita da
    lui stesso e che parlasse ora fuori di lui.
    Credette di sentire  le  ultime  parole  cos  distintamente,  che
    guard in giro nella camera con una specie di terrore.
    - C' qualcuno qui? - chiese ad alta voce, tutto sconvolto.
    Poi riprese con un riso simile al riso d'un idiota:
    - Che imbecille! Non pu esserci nessuno.
    Qualcuno  c'era;  ma  questo qualcuno non  di quelli che l'occhio
    umano pu vedere.
    Pos i candelieri sul camino. E riprese quell'andirivieni monotono
    e lugubre,  che turbava  i  sogni  dell'uomo  e  lo  svegliava  di
    soprassalto.
    Quel  moto  lo  sollevava e lo stordiva nello stesso tempo.  Nelle
    gravi occasioni sembra  talvolta  che  ci  muoviamo  per  chiedere
    consiglio  a  tutto  quello  che  si pu incontrare mutando posto.
    Pochi momenti dopo, non sapeva pi dove si trovava.
    Arretrava ora,  con egual terrore,  di fronte alle due risoluzioni
    che, a volta a volta aveva preso. Le due idee che lo consigliavano
    gli  parevano  egualmente funeste.  - Che fatalit!  che caso quel
    Champmathieu scambiato per lui!  Vedersi scagliato nel  precipizio
    proprio  da  quel mezzo che a prima vista sembrava adoperato dalla
    Provvidenza per rassicurarlo!
    Ci fu un momento in cui si mise  a  considerare  l'avvenire!  Gran
    Dio!  denunciarsi,  consegnarsi!  Vide con un'immensa disperazione
    tutto ci che avrebbe dovuto abbandonare,  tutto ci  che  avrebbe
    dovuto   riprendere.   Avrebbe   dunque   dovuto   dare   addio  a
    quell'esistenza cos  buona,  cos  pura,  cos  radiosa,  a  quel
    rispetto di tutti, all'onore, alla libert! Non sarebbe andato pi
    a passeggio per campi, non avrebbe udito pi nel mese di maggio il
    canto  degli  uccelletti,  non  avrebbe  fatto  pi l'elemosina ai
    bimbi!  Non avrebbe gustato  pi  la  dolcezza  degli  sguardi  di
    riconoscenza  e  d'amore fissi su lui!  Avrebbe dovuto abbandonare
    quella casa che aveva fatto edificare,  quella camera,  quella sua
    cameretta!  In  quell'istante,  tutto gli pareva incantevole.  Non
    avrebbe letto pi i suoi libri,  non avrebbe scritto pi  su  quel
    tavolino  di legno bianco!  La sua vecchia portinaia,  la sua sola
    fantesca,  non gli avrebbe portato pi il caff  ogni  mattina!  E
    invece  di  tutto ci,  gran Dio!  la ciurma,  la gogna,  la veste
    rossa, la catena al piede, la fatica, la cella, un'asse per letto,
    tutti gli orrori gi conosciuti!  Alla sua et,  dopo essere stato
    quello  che era!  Pazienza,  se fosse ancora giovane!  Ma vecchio,
    sentirsi  dar  del  tu  da   chiunque,   essere   perquisito   dal
    guardaciurrna, ricevere la bastonata dall'aguzzino, tenere i piedi
    nudi  nelle  scarpe  ferrate!  Porgere  mattina e sera la gamba al
    martello del guardiano di ronda che controlla gli  anelli!  Subire
    la  curiosit degli stranieri,  a cui direbbero: "Quello l,   il
    famoso Giovanni Valjean che fu sindaco a  Montreuil-sur-mer!".  La
    sera, grondante di sudore, oppresso dalla stanchezza, col berretto
    verde sugli occhi, sotto la sferza del guardiano, risalire a due a
    due  la scala malsicura della prigione galleggiante!  Che miseria!
    Pu  dunque  il  destino  divenire  malvagio  come   una   persona
    intelligente, e mostruoso come il cuore umano?
    Checch facesse,  ricadeva sempre in questo orribile dilemma,  che
    stava in fondo  alla  sua  meditazione:  -  Restare  nel  paradiso
    diventando  un  demonio!   ritornare  nell'inferno  diventando  un
    angelo!
    Che fare, gran Dio, che fare?
    La bufera da cui era uscito con tanta fatica, si scaten di nuovo;
    le sue idee tornarono a offuscarsi e assunsero quel non so che  di
    attonito  e  di macchinale che  proprio della disperazione.  Quel
    nome di Romainville gli si  presentava  di  continuo  alla  mente,
    insieme  a  due  versi  d'una canzone che una volta aveva sentito.
    Pensava che Romainville  un piccolo bosco vicino a  Parigi,  dove
    gli innamorati vanno a cogliere i lill nel mese d'aprile.
    Barcollava di fuori come di dentro; camminava come un bimbo che fa
    da solo i primi passi.
    Di  tanto  in  tanto,  lottando contro la spossatezza,  faceva uno
    sforzo per riprendere la sua intelligenza,  e cercava di  proporsi
    un'ultima volta e definitivamente il problema,  sul quale era, per
    cos dire, caduto sfinito. - Devo denunciarmi?  devo tacere?Ma non
    riusciva a veder nulla distintamente. Gli aspetti confusi di tutti
    i  ragionamenti  abbozzati  nella  meditazione  vacillavano  e  si
    sfumavano l'uno dopo l'altro.  Sentiva soltanto  che  a  qualunque
    partito  s'appigliava,  necessariamente  e  senza  che  si potesse
    sfuggire,  qualche cosa sarebbe morto di lui;  che tanto a  destra
    come  a  sinistra,  entrava  in  un  sepolcro;  subiva  un'agonia,
    l'agonia della sua felicit o l'agonia della sua virt.
    Ahim!  tutte le sue incertezze l'avevano ripreso e non era andato
    pi in l di dove si trovava al principio.
    Cos  quell'anima  sventurata si dibatteva nell'angoscia.  Mille e
    ottocento anni prima di questo infelice,  l'essere  misterioso  in
    cui  si  riassumono tutte le santit e tutti i dolori dell'umanit
    aveva egli pure per lungo tempo,  mentre gli  ulivi  fremevano  al
    vento  selvaggio  dell'infinito,  allontanato lo spaventoso calice
    che gli appariva zeppo d'ombre e  traboccante  di  tenebre,  negli
    abissi pieni di stelle.

    4. FORME CHE ASSUME LA SOFFERENZA DURANTE IL SONNO.
    Erano  da  poco  suonate le tre del mattino,  e da cinque ore egli
    camminava  in  quel  modo  quasi  senza  interruzione,  quando  si
    abbandon sopra una sedia.
    Vi si addorment e fece un sogno.
    Come  la  maggior  parte dei sogni,  il suo aveva relazione con la
    situazione solo per un non so che di funesto e di  straziante;  ma
    gli fece impressione. Quell'incubo lo colp tanto che pi tardi lo
    scrisse,  e  si  trova fra le carte che lasci.  Crediamo di dover
    trascrivere qui letteralmente la sua narrazione.
    Comunque si giudichi questo sogno, se l'omettessimo,  la storia di
    quella   notte   rimarrebbe   incompleta:    la  tetra  avventura
    d'un'anima ammalata.
    Eccolo.  Sulla busta si legge questa  riga:  "Il  sogno  che  feci
    quella notte".
    "Mi trovavo im una campagna. Una vasta landa malinconica, dove non
    c'era erba. Mi pareva non fosse n giorno n notte.
    Passeggiavo   con   mio  fratello,   il  fratello  dei  miei  anni
    d'infanzia,  quel fratello al quale,  devo confessarlo,  non penso
    mai e di cui non mi ricordo quasi pi.
    Parlavamo  insieme  e  incontravamo dei passanti;  parlavamo d'una
    nostra vicina di una volta,  la quale  da  quando  era  venuta  ad
    abitare  nella  nostra  strada,  lavorava  sempre  con la finestra
    aperta; e mentre noi parlavamo, sentivamo freddo a causa di quella
    finestra aperta.
    Nella campagna non c'erano alberi.
    Vedemmo un uomo passarci vicino: era nudo, color cenere, e montava
    un cavallo color terra. L'uomo non aveva capelli: si vedeva il suo
    cranio,  e sul cranio gli si distinguevano le vene: aveva in  mano
    una bacchetta flessibile come un sarmento e pesante come il ferro.
    Quel cavaliere pass senza dirci nulla.
    Mio fratello mi disse: Prendiamo il sentiero incassato.
    C'era  un viottolo incassato in cui non si vedeva n sterpaglia n
    un filo di musco: tutto era color terra,  finanche il cielo.  Dopo
    pochi  passi,  non udii pi risposta alle mie parole: e mi accorsi
    che mio fratello non era pi con me.
    Entrai  in  un  villaggio  che  vidi.  Pensai  che  doveva  essere
    Romainville (perch Romainville?).
    La  prima  via  nella  quale  entrai  era  deserta:  entrai in una
    seconda.  Dietro l'angolo delle due vie stava un uomo ritto contro
    al muro.  Gli chiesi: - Che paese  questo?  dove sono? L'uomo non
    rispose. Vidi aperta la porta d'una casa ed entrai.
    La prima camera era vuota: entrai in una seconda.  Dietro  l'uscio
    di  questa seconda camera c'era un uomo ritto contro il muro.  Gli
    chiesi: - Di chi  questa casa?  dove sono?  - L'uomo non rispose.
    La casa aveva un giardino.
    Uscii  dalla casa ed entrai nel giardino;  era deserto.  Dietro il
    primo albero trovai un uomo ritto in piedi e  gli  chiesi:  -  Che
    giardino  questo? dove sono? - L'uomo non rispose.
    Vagai  nel villaggio e mi accorsi che era una citt.  Tutte le vie
    erano deserte, tutte le porte erano aperte.  Nessun essere vivente
    passava  per  le  vie,  si  muoveva nelle camere o passeggiava nei
    giardini; ma dietro ogni angolo di muro, dietro ogni porta, dietro
    ogni albero c'era un uomo ritto in piedi, silenzioso.  Non ne vidi
    mai pi d'uno alla volta. Quegli uomini mi guardavano passare.
    Uscii dalla citt, e incominciai a camminare nei campi.
    Dopo  qualche tempo mi voltai indietro,  e vidi una gran folla che
    mi seguiva.  Riconobbi tutti gli  uomini  che  avevo  visto  nella
    citt; avevano delle teste strane; pareva che non s'affrettassero,
    eppure  camminavano  pi  rapidamente  di  me.  I  loro  passi non
    facevano rumore.  In un momento quella folla  mi  raggiunse  e  mi
    circond. Avevano tutti il volto color terra.
    Allora  il  primo  che  avevo visto e interrogato,  entrando nella
    citt,  mi disse: - Dove andate?  non sapete che  siete  morto  da
    tempo?
    Aprii la bocca per rispondere,  e mi accorsi che non c'era nessuno
    intorno a me".
    Si risvegli intirizzito.  Un vento gelido,  com' sempre il vento
    della mattina, faceva girare sui cardini i battenti della finestra
    lasciata aperta;  il fuoco era spento; la candela quasi consumata.
    Era ancora notte profonda.
    S'alz e s'avvicin alla finestra. Non c'erano stelle in cielo.
    Dalla sua finestra si vedeva il cortile di casa e  la  strada.  Un
    rumore secco e duro, che risuon improvviso sul selciato, gli fece
    abbassare gli occhi.
    Vide sotto di s due stelle rosse,  i cui raggi si allungavano, si
    accorciavano bizzarramente nell'ombra.
    E siccome la sua mente  era  ancora  offuscata  dalla  nebbia  dei
    sogni: - Guarda! - pens - non ce n' pi in cielo ma sulla terra,
    ora.
    Frattanto  lo  sbalordimento  si  dissipava,  e  un secondo rumore
    simile al primo lo risvegli del tutto; guard e si accorse che le
    due  stelle  erano  i  fanali  d'una  vettura.   Alla   luce   che
    proiettavano  pot  distinguere  la  forma  del  veicolo;  era  un
    "tilbur" attaccato a un cavallino bianco.  E il rumore che  aveva
    sentito era quello degli zoccoli sul selciato.
    - Cos' questa vettura? - disse tra s. - E chi viene cos di buon
    mattino?
    In quel momento bussarono leggermente alla porta della sua camera.
    Rabbrivid da capo a piedi, e grid con voce terribile:
    -Chi ?
    Ud rispondere:
    - Io, signor sindaco.
    E riconobbe la voce della vecchia portinaia.
    - Ebbene - riprese - cosa volete?
    - Signor sindaco, a momenti sono le cinque.
    - Che m'importa?
    - Ma, signor sindaco,  la vettura.
    - Che vettura?
    - Il "tilbur".
    - Che "tilbur"?
    -  Ma  il  signor  sindaco  non  ha  dato  ordine  di mandargli un
    "tilbur"?
    - Io no - rispose.
    - Il cocchiere dice che viene per il signor sindaco.
    - Che cocchiere?
    - Quello di mastro Scaufflaire.
    - Scaufflaire!
    Questo nome lo fece trasalire,  come se gli fosse passato un lampo
    davanti agli occhi.
    - Ah s - riprese. - Mastro Scaufflaire!
    Se  la vecchia in quel momento l'avesse potuto vedere,  ne sarebbe
    rimasta spaventata.  Segu  un  silenzio  abbastanza  lungo.  Egli
    fissava  sbalordito  la fiamma della candela e prendeva attorno al
    moccolo della cera ardente,  che appallottolava fra le dita.  Dopo
    aver aspettato un po', la vecchia si azzard a parlare di nuovo:
    - Signor sindaco, cosa devo rispondere?
    - Dite che va bene; ora scendo.

    5. BASTONI TRA LE RUOTE.
    A quell'epoca il servizio postale fra Arras e Montreuil-sur-mer si
    faceva  ancora per mezzo di piccole vetture del tempo dell'impero.
    Erano calessi a due ruote,  imbottiti di cuoio fulvo,  sospesi  su
    balestre  a  pompa,  e che avevano soltanto due posti,  uno per il
    corriere postale,  l'altro per  il  viaggiatore.  Le  ruote  erano
    armate  di  quei  lunghi mozzi offensivi,  che tengono lontani gli
    altri legni, come se ne vedono ancora sulle strade della Germania.
    La cassa della corrispondenza,  grande e  oblunga,  era  posta  di
    dietro,  faceva  corpo  con  la  vettura,  ed era dipinta di nero,
    mentre il davanti era giallo.
    Questi veicoli,  che non somigliano a nessuno di  quelli  moderni,
    avevano un non so che di deforme e di gobbo,  e quando si vedevano
    passar  lontano  e  rotolare  su  qualche  strada   all'orizzonte,
    somigliavano a quegli insetti chiamati,  credo, termiti, che hanno
    piccola la parte anteriore del corpo e grossa la  posteriore.  Del
    resto,  andavano  molto veloci.  La corriera partiva da Arras ogni
    notte all'una,  dopo il passaggio della  diligenza  di  Parigi,  e
    arrivava a Montreuil-sur-mer poco prima delle cinque.
    Quella  notte,  la  corriera  scendeva  a Montreuil-sur-mer per la
    strada di Hesdin; a una svolta,  mentre entrava in citt,  urt un
    piccolo "tilbur" tirato da un cavallo bianco, che camminava nella
    direzione  opposta,  e  nel quale c'era una sola persona,  un uomo
    avvolto  nel  mantello.  La  ruota  del  "tilbur"  sub  un  urto
    abbastanza  forte,  e il corriere grid al viaggiatore di fermare;
    ma questi non ci bad e prosegu la strada a gran trotto.
    - Ecco un uomo che ha una fretta del diavolo! - disse il corriere.
    L'uomo che si affrettava in tal modo era quello stesso che abbiamo
    visto dibattersi fra convulsioni degne di piet.
    Dove andava? Non avrebbe potuto dirlo.  Perch si affrettava?  Non
    lo sapeva.  Andava avanti a caso.  Dove? Senza dubbio ad Arras; ma
    fors'anche altrove.  Questa idea gli si affacciava pi volte  alla
    mente, e ne trasaliva.
    S'immergeva  in  quelle tenebre come in un gorgo.  Qualche cosa lo
    spingeva,  qualche cosa lo attirava.  Che cosa  accadesse  in  lui
    nessuno  potrebbe  dirlo,  ma  tutti lo comprenderanno.  Chi non 
    penetrato almeno una volta in vita  sua  nella  tenebrosa  caverna
    dell'ignoto?
    Del  resto,  non  aveva  stabilito  ancora niente,  niente deciso,
    niente fissato,  n fatto nulla;  nessuno  degli  atti  della  sua
    coscienza  era  stato  definitivo;  egli  era pi che mai come nel
    primo momento.
    Perch andava ad Arras?
    Ripeteva a se stesso quello che  gi  s'era  detto,  quando  aveva
    noleggiato  la  vettura  di  Scaufflaire:  - che qualunque dovesse
    essere il risultato,  non c'era nessun inconveniente  a  veder  le
    cose  con  i  propri  occhi  e  giudicarle  da s;  - che anzi era
    prudente, conveniva essere al corrente di quanto sarebbe accaduto;
    - che non poteva risolvere nulla senza aver osservato e  scrutato;
    - che da lontano tutto sembra una montagna; - che in fin dei conti
    quando avesse visto quel Champmathieu, un miserabile senza dubbio,
    probabilmente  la  coscienza  non  gli  rimorderebbe  di lasciarlo
    andare in galera in  sua  vece;  -  che  veramente  troverebbe  l
    Javert,  e  i  galeotti Brevet,  Chenildieu e Cochepaille,  che lo
    avevano conosciuto,  ma che ora nessuno di  loro  lo  avrebbe  pi
    riconosciuto;  - via! che idea! Javert era lontano le mille miglia
    dal pensarci;  - che tutte le supposizioni e tutte  le  congetture
    riguardavano  quel  Champmathieu,  e non c' nulla di pi ostinato
    delle supposizioni e delle congetture;  -  che  non  c'era  dunque
    nessun pericolo; che senza dubbio era un brutto momento, ma che ne
    sarebbe uscito;  che tutto considerato,  egli aveva in mano il suo
    destino,  per quanto cattivo volesse  essere;  e  lo  dominava.  E
    s'aggrappava a questa idea.
    In  fondo,  per  dire  la verit,  avrebbe preferito non andare ad
    Arras.
    Eppure ci andava.
    E mentre pensava, sferzava il cavallo, che procedeva con quel buon
    trotto regolare e sicuro percorrendo due leghe e mezzo all'ora.
    A mano a mano che il veicolo avanzava, egli sentiva in s qualcosa
    che gli veniva meno.
    Allo spuntar del giorno era in aperta campagna,  e gi  abbastanza
    lontano da Montreuil-sur-mer. Guard l'orizzonte che s'imbiancava;
    guard,  senza  vederle,  tutte  le  fredde  immagini  di  un'alba
    invernale che gli passavano davanti agli occhi.  Il mattino  ha  i
    suoi fantasmi come la sera. Egli non li vedeva ma a sua insaputa e
    per una specie di compenetrazione quasi fisica, quelle nere sagome
    d'alberi  e  di  colline  aggiungevano un non so che di tetro e di
    sinistro allo stato violento dell'anima sua.
    Ogni qual volta passava davanti a una di quelle case isolate,  che
    costeggiano  talvolta le strade maestre,  diceva tra s: Eppure l
    dentro ci sono delle persone che dormono!
    Il trotto del cavallo,  i  sonagli  della  bardatura  e  le  ruote
    producevano insieme un rumore dolce e monotono, che diletta quando
    siamo allegri, e riesce lugubre quando siamo tristi.
    Era  giorno chiaro quando giunse a Hesdin.  Si ferm davanti a una
    locanda per lasciar riposare il cavallo e fargli dare la biada.
    Il cavallo,  come aveva detto Scaufflaire,  apparteneva  a  quella
    piccola  razza  dei  dintorni  di  Boulogne,  che ha troppa testa,
    troppa pancia e scarsa incollatura,  ma che ha il petto ampio,  la
    groppa larga,  le gambe secche e sottili e il piede sicuro;  razza
    brutta, ma robusta e sana.  L'eccellente bestia aveva fatto cinque
    leghe in due ore, e non aveva una goccia di sudore sulla groppa.
    Il viaggiatore non era nemmeno disceso dal "tilbur". Lo stalliere
    che portava la biada si chin a esaminare la ruota di sinistra.
    - Dovete andare lontano cos? - chiese costui.
    Ed egli, sempre immerso nei suoi pensieri, rispose:
    - Perch?
    - Venite da lontano? - riprese lo stalliere.
    - Da cinque leghe.
    - Ah!
    - Perch dite: Ah?
    Lo  stalliere  si  chin di nuovo,  tacque un momento con l'occhio
    fisso sulla ruota, quindi si rialz:
    - Perch qui c' una ruota che se ha fatto cinque leghe,  non far
    pi certamente un quarto di lega ancora.
    Egli salt gi dal "tilbur".
    - Cosa dite, amico?
    -  Dico  che    un  miracolo  se  avete  fatto cinque leghe senza
    rotolare voi e il  cavallo  in  qualche  fosso  lungo  la  strada.
    Osservate.
    Infatti la ruota era gravemente danneggiata. L'urto della corriera
    postale  aveva spezzato due raggi,  e il mozzo era cos guasto che
    l'incastro non teneva pi.
    - Amico - disse allo stalliere - c' un carradore da queste parti?
    - Certamente, signore.
    - Fatemi il favore d'andarlo a chiamare.
    - E' qui a due passi. Eh! mastro Bourgaillard!
    Mastro Bourgaillard, il carradore, stava sulla soglia della porta.
    And a esaminare la ruota e fece  la  smorfia  d'un  chirurgo  che
    esamini la frattura d'una gamba.
    - Potete aggiustare subito questa ruota?
    - S, signore.
    - Quando potr partire?
    - Domani.
    - Domani?
    - C' una buona giornata di lavoro. Forse il signore ha fretta?
    - S, moltissima. Ho bisogno di partire fra un'ora, al pi tardi.
    - Impossibile, signore.
    - Pagher quanto volete.
    - Impossibile.
    - Ebbene, fra due ore.
    - Per oggi  impossibile.  Bisogna rifare due raggi e un mozzo. Il
    signore non potr partire prima di domani.
    - L'affare per cui vado non  pu  aspettare  fino  a  domani.  Se,
    invece di accomodare la ruota, la sostituiste con un'altra?
    - In che modo?
    - Voi siete un carradore?
    - Certamente, signore.
    - E non avete una ruota da vendermi? Potrei ripartire subito.
    - Una ruota di ricambio?
    - S.
    -  Non  ho una ruota pronta che s'adatti al vostro "tilbur".  Due
    ruote fanno il paio, e non si combinano insieme, cos a caso.
    - E allora vendetemene un paio.
    - Signore, non tutte le ruote vanno bene a tutti i veicoli.
    - Provate.
    - E' inutile;  potrei vendervi soltanto delle ruote da carro.  Qui
    siamo in un piccolo paese.
    - Non potreste darmi un biroccio a nolo?
    Il  carradore,  che  al  primo  colpo d'occhio aveva capito che si
    trattava di un "tilbur" noleggiato, alz le spalle.
    - Gi,  le trattate bene le vetture che vi danno a nolo!  Se anche
    l'avessi non ve la darei.
    - Allora, la vendete?
    - Non ne ho.
    - Come! nemmeno una carretta? Vedete bene che non sono esigente.
    - Noi qui,  vedete, siamo in un paesello. Ho l in rimessa,  vero
    - soggiunse il carraio,  - un vecchio calesse che appartiene a  un
    borghese della citt,  che me l'ha dato in custodia, e se ne serve
    quasi mai.  Ve lo darei a nolo volentieri;  cosa mi fa a  me?;  ma
    bisognerebbe che il suo padrone non lo vedesse passare; e poi  un
    veicolo pesante e ci vorrebbero due cavalli.
    - Prender i cavalli di posta.
    - Dove va il signore?
    - Ad Arras.
    - E il signore vuole arrivare oggi?
    - Ma sicuro.
    - Prendendo dei cavalli di posta?
    - E perch no?
    - Per il signore fa lo stesso arrivare alle quattro della notte?
    - No, certamente.
    - Perch vedete,  c' un'osservazione da fare; prendendo i cavalli
    di posta... Il signore ha il passaporto?
    - S.
    - Ebbene,  se fa uso dei cavalli di posta,  il signore non sar ad
    Arras prima di domani.  Noi siamo su una via secondaria, e i posti
    di ricambio sono malserviti;  i cavalli ora si trovano nei  campi.
    Comincia la stagione dell'aratura;  c' bisogno di molte bestie da
    tiro, e si pigliano i cavalli dove si trovano,  alla posta come da
    per  tutto.  Il signore dovr aspettare almeno tre o quattro ore a
    ogni stazione; e poi si va al passo; ci sono molte salite da fare.
    - Ebbene, andr a cavallo;  distaccate il biroccio.  Mi venderanno
    almeno una sella qui in paese?
    - Senza dubbio; ma il cavallo sopporta la sella?
    - E' vero! ora mi ci fate riflettere: non la sopporta.
    - Allora...
    - Ma trover in paese un cavallo a nolo?
    - Un cavallo per andare ad Arras in una sola tirata?
    - S.
    - Ce ne vorrebbe uno,  come se ne trovano in questi paraggi. Prima
    di tutto bisognerebbe comprarlo, perch qui nessuno vi conosce. Ma
    non lo trovereste n a vendere n a nolo,  n per  cinquecento  n
    per mille franchi.
    - Come fare?
    -  Il  meglio,  per  dirvela  proprio  da galantuomo,   che io vi
    accomodi la ruota e rimandiate il viaggio a domani.
    - Domani sar troppo tardi.
    - Perbacco!
    - Non c' la corriera postale che va ad Arras? Quando passa?
    - Questa notte. Le due corriere fanno il servizio di notte,  tanto
    quella che sale, quanto quella che scende.
    - Ma diamine! Ci vuole una giornata per accomodare questa ruota?
    - E anche una buona giornata!
    - E impiegando due operai?
    - Impiegandone dieci.
    - Se si legassero i raggi con delle funi?
    -  I raggi s ma il mozzo no.  E poi anche il cerchio  in cattivo
    stato.
    - Non c' un noleggiatore di vetture in paese?
    - No.
    - Neppure un altro carradore?
    Lo stalliere e il carradore risposero insieme scrollando il capo:
    - No.
    Egli prov un'immensa gioia.
    Era evidente che la Provvidenza s'era messa in mezzo.  Era lei che
    aveva  spezzato  la  ruota  del  "tilbur"  e  lo fermava lungo la
    strada.  Non aveva voluto arrendersi  a  quella  specie  di  prima
    intimazione; aveva fatto tutti gli sforzi possibili per proseguire
    il  viaggio;  aveva  esaurito  lealmente e scrupolosamente tutti i
    mezzi; non aveva badato n alla stagione,  n alla stanchezza,  n
    alla spesa,  e non aveva nulla da rimproverarsi. Se non andava pi
    avanti, non doveva preoccuparsene! Non era colpa sua, non era cosa
    che riguardasse la sua coscienza, ma solo la Provvidenza.
    Respir.  Per la prima volta dopo la  visita  di  Javert,  respir
    liberamente,  a  pieni polmoni.  Gli parve di sfuggire al pugno di
    ferro che da venti ore gli opprimeva il cuore.
    Gli sembrava che Dio si dichiarasse ora in suo favore.
    Disse a se stesso che aveva fatto quanto poteva,  e che ormai  non
    gli rimaneva che tornarsene indietro, tranquillamente.
    Se  la  sua  conversazione col carradore fosse stata tenuta in una
    camera d'albergo,  non avrebbe avuto testimoni,  nessuno l'avrebbe
    udita,  le cose sarebbero rimaste tali e quali, ed  probabile che
    non avremmo  da  raccontare  nessuno  degli  avvenimenti  che  ora
    verremo  esponendo.  Ma  il dialogo era avvenuto in una strada,  e
    ogni  colloquio  fatto  sulla  via  produce   inevitabilmente   un
    capannello.  Ci sono sempre delle persone che non cercano nulla di
    meglio  che  fare  da  spettatori.   Mentre  egli  interrogava  il
    carradore,  alcuni  passanti  s'erano fermati;  e un ragazzo a cui
    nessuno aveva badato,  dopo  aver  prestato  orecchio  per  alcuni
    minuti, s'era allontanato correndo.
    Nel momento in cui il viaggiatore, dopo la deliberazione interiore
    che  abbiamo  accennato,  si  risolveva  a tornare indietro,  quel
    ragazzo torn accompagnato da una vecchia.
    - Signore - disse la donna - il mio ragazzo mi dice che desiderate
    noleggiare un mezzo.
    Queste semplici parole,  proferite da una vecchia  guidata  da  un
    fanciullo,  gli fecero scorrere il sudore per le reni. Credette di
    vedere la mano,  che l'aveva lasciato,  riapparire dietro  di  lui
    nell'ombra, pronta a riafferrarlo.
    Rispose:
    - S, buona donna, cerco una vettura a nolo.
    E s'affrett ad aggiungere:
    - Ma in paese non se ne trovano.
    - Ma no - disse la vecchia.
    - Dove dunque? - chiese il carradore.
    - Da me.
    Egli trasal. La mano fatale l'aveva ripreso.
    Infatti la vecchia teneva sotto una tettoia una specie di carretta
    fatta di vimini.  Il carradore e lo stalliere, desolati di vedersi
    sfuggire il viaggiatore, intervennero.
    - Era un arnese orribile - poggiava  direttamente  sull'asse  -  i
    sedili  interni  erano  sospesi a corregge di cuoio,  - ci pioveva
    dentro,  - le ruote erano arrugginite e rose dall'umidit,  -  non
    andrebbe  pi  lontano  del "tilbur",  - una vera carretta!  - Il
    signore faceva male a imbarcarsi l dentro, - eccetera, eccetera.
    Tutto ci era vero; ma quella cassapanca, quella carretta,  quella
    cosa qualunque aveva due ruote, e poteva andare ad Arras.
    Pag  quanto  gli  chiesero,  lasci  il  "tilbur" in riparazione
    presso il carradore per ritrovarlo al ritorno,  fece attaccare  il
    cavallo  bianco  al carrettino,  ci sal,  e riprese la strada che
    seguiva dal mattino.
    Al momento in cui il veicolo si pose in moto, confess a se stesso
    che poco prima aveva provato una certa  gioia,  pensando  che  non
    sarebbe  andato  dove  ora  andava.  Esamin  quella gioia con una
    specie di collera,  e la trov assurda.  Perch gioire di  tornare
    indietro?  Alla fine,  faceva quel viaggio liberamente; nessuno ve
    lo costringeva. Certo non accadrebbe cosa che egli non volesse.
    Mentre usciva da Hesdin ud una voce che gli gridava:
    - Ferma! ferma!  - Ferm con un movimento brusco,  nel quale c'era
    ancora  qualcosa  di  febbrile,  di  convulso  che somigliava alla
    speranza.
    Era il piccolo garzone della vecchia.
    - Signore - disse - sono io che vi ho procurato il carrettino.
    - Ebbene?
    - Non m'avete dato niente.
    Egli che  dava  a  tutti  e  cos  facilmente,  trov  la  pretesa
    esorbitante e quasi odiosa.
    - Ah sei tu, mariuolo? - disse. - Ebbene, non avrai niente.
    E sferzando il cavallo ripart a gran trotto.
    Aveva perso molto tempo a Hesdin e avrebbe desiderato recuperarlo.
    Il  cavallino era coraggioso e tirava per due;  ma si era nel mese
    di febbraio, aveva piovuto, e le strade erano cattive. E poi,  non
    si  trattava  pi  del "tilbur",  ma d'un carrettino duro e molto
    pesante: e per di pi, le salite erano frequenti.
    Impieg quasi quattro ore da Hesdin a Saint-Pol: quattro  ore  per
    cinque leghe.
    A  Saint-Pol si ferm alla prima locanda,  fece mettere il cavallo
    nella stalla,  e fedele alla promessa fatta a Scaufflaire,  gli si
    tenne vicino mentre mangiava. Pensava a cose tristi e confuse.
    La moglie dell'albergatore entr nella stalla.
    - Il signore non desidera far colazione?
    - Toh,  vero - disse - anzi ho buon appetito.
    E segu la donna, che aveva un viso fresco e gioviale.
    Questa  lo introdusse in una sala terrena,  dove c'erano parecchie
    tavole che avevano per tovaglia una tela cerata.
    - Fate presto - riprese - devo ripartire: ho fretta.
    Una grossa serva fiamminga gli apparecchi in fretta  una  posata.
    Guardava quella fantesca con un senso di benessere.
    - Ecco cos'avevo! - pens. - Non avevo fatto colazione.
    Lo  servirono.  Egli  afferr  avidamente  il pane,  e vi dette un
    morso; poi lo rimise lentamente sulla tavola e non lo tocc pi.
    Domand a un carrettiere che mangiava seduto a un'altra tavola:
    - Perch qui il pane  cos amaro?
    Ma il carrettiere era tedesco e non comprese.
    Ritorn nella stalla vicino al cavallo.
    Un'ora dopo lasciava Saint-Pol,  e si dirigeva verso Tinques,  che
    dista solo cinque leghe da Arras.
    Cosa  fece  durante  questo  tragitto?  A che cosa pens?  Come la
    mattina,  guardava passare gli alberi,  i tetti di  paglia,  e  il
    paesaggio,   che   varia  a  ogni  svolta  della  strada;     una
    contemplazione che talvolta basta all'anima e  la  dispensa  quasi
    dal  pensare.  Vedere  mille cose per la prima e ultima volta: non
    c' niente di pi malinconico e di pi profondo! Il viaggiare  un
    nascere e un  morire  ad  ogni  istante.  Forse  nella  parte  pi
    indeterminata  della  sua  mente  faceva  dei confronti fra quegli
    orizzonti mutevoli e l'esistenza umana.  Tutte le cose della  vita
    sono  perpetuamente  in fuga davanti a noi.  Le ombre e le luci si
    alternano; a un abbagliamento succede un'eclissi; si guarda, ci si
    affretta, si stendono le mani per afferrare quello che passa; ogni
    avvenimento  come una svolta della  via;  e  a  un  tratto  siamo
    vecchi.  Si sente come una scossa,  tutto  buio,  si discerne una
    porta tenebrosa,  il tetro cavallo della vita che ci trascinava si
    arresta;  e si vede nell'ombra qualcuno, velato e sconosciuto, che
    lo distacca.
    Cadeva il crepuscolo quando i fanciulli che uscivano dalla  scuola
    videro  quel viaggiatore entrare in Tinques.  Infatti s'era ancora
    ai giorni corti dell'anno.  A Tinques non si ferm.  Mentre usciva
    dal villaggio, uno stradino che inghiaiava la strada, alz il capo
    e disse:
    - Ecco un cavallo molto stanco.
    Infatti la povera bestia andava al passo.
    - Andate forse ad Arras? - chiese lo stradino.
    - S.
    - Se andate di questo passo non arriverete presto.
    Egli  ferm il cavallo e chiese al lavoratore: - Quanto c' ancora
    di qui ad Arras?
    - Sette buone leghe circa.
    - Ma come? La guida postale segna cinque leghe e un quarto.
    - Ah!  - riprese lo stradino.  - Non sapete che  la  strada    in
    riparazione?  A  un  quarto d'ora di qui la troverete interrotta e
    non si pu passare.
    - Davvero?
    - Prenderete a sinistra, per la strada che va a Carency; passerete
    il fiume,  e quando sarete a Camblin,  volgerete a  destra;    la
    strada che va da Mont-Saint-Eloy ad Arras.
    - Ma si fa notte e potrei smarrirmi.
    - Non siete del paese?
    - No.
    -  E  per  di  pi sono tutte strade vicinali.  Sentite,  signore,
    volete un buon consiglio? Il vostro cavallo  stanco;  ritornate a
    Tinques,  c'  una  buona  locanda.  Coricatevi: andrete domani ad
    Arras.
    - Ho bisogno di arrivarci questa sera.
    - Questo  diverso.  Allora,  andate  lo  stesso  alla  locanda  e
    prendete  un  cavallo di rinforzo.  Il garzone che accompagner il
    cavallo vi mostrer la strada.
    Segu il consiglio dello stradino, ritorn,  indietro,  e mezz'ora
    dopo ripassava dallo stesso luogo,  ma di gran trotto, con un buon
    cavallo di rinforzo. Uno stalliere, che si attribuiva il titolo di
    postiglione, stava seduto sulla stanga del carrettino.
    Frattanto egli s'accorgeva di aver perduto tempo.
    Era proprio notte.
    Si cacciarono per vie traverse.  La strada divenne spaventosa.  Il
    carrettino   balzava   da  un  solco  all'altro.   Egli  disse  al
    postiglione:
    - Sempre di trotto e avrai doppia mancia.
    In uno scossone si spezz il bilancino.
    - Signore - osserv il postiglione - il bilancino  rotto,  e  ora
    non  so  pi come attaccare il mio cavallo.  Questa strada  assai
    cattiva di notte;  se tornate a  Tinques  per  dormirci,  potremmo
    trovarci ad Arras domattina per tempo.
    Egli rispose: - Hai un pezzo di corda e un coltello?
    - S, signore.
    Tagli un ramo d'albero e ne form un bilancino.
    Fu un'altra perdita di venti minuti; ma ripartirono di galoppo.
    La   pianura  era  tenebrosa.   Nebbie  basse,   brevi  e  fosche,
    strisciavano sulle colline e se ne staccavano come se fosse  fumo.
    Fra  le nubi si vedevano dei lucori biancastri.  Un gran vento che
    soffiava dal mare faceva tutt'intorno un  rumore  come  di  mobili
    smossi.  Tutto  quanto s'intravedeva,  aveva aspetti terrificanti.
    Quante cose fremono sotto quei vasti respiri della notte!
    Il freddo gli entrava nelle ossa;  non aveva mangiato  dal  giorno
    avanti.  Ricordava  confusamente  dell'altra corsa notturna,  otto
    anni prima, nella gran pianura dei dintorni di Digne; e gli pareva
    come se fosse stata del giorno prima.
    Udendo battere un  colpo  a  un  campanile  lontano,  chiese  allo
    stalliere:
    - Che ora  suonata?
    -  Le  sette,  signore;  saremo  ad  Arras  alle  otto: ci restano
    soltanto tre leghe.
    Allora per la prima volta fece questa riflessione (e trov  strano
    che  non  gli  fosse venuta pi presto): - che forse tutta la pena
    che si dava era inutile; non conosceva neppure l'ora del processo;
    avrebbe almeno dovuto informarsene;  era  una  stravaganza  andare
    avanti  cos,  senza neppure sapere se servisse a qualche cosa.  -
    Poi abbozz nella mente alcuni calcoli: ordinariamente  le  sedute
    delle  corti  d'assise cominciavano alle nove del mattino;  - quel
    processo non doveva essere  molto  lungo;-  il  furto  delle  mele
    sarebbe  stata  una  cosa  di  poco  conto;  rimaneva  soltanto la
    questione  dell'identit;  -  quattro  o  cinque  testimoni:  poca
    materia  da  discorrere  per  gli avvocati;  e al suo arrivo tutto
    sarebbe gi finito!
    Il postiglione sferzava i cavalli. Avevano oltrepassato il fiume e
    lasciato alle spalle Mont-Saint-Eloy.
    E la notte si faceva sempre pi profonda.

    6. SUOR SIMPLICIA ALLA PROVA.
    In quello stesso momento Fantina era invasa dalla gioia.
    Aveva passato una pessima notte: una tosse spaventosa,  la  febbre
    raddoppiata: e poi aveva avuto anche dei sogni.
    La  mattina,  alla  visita  del  medico,  delirava.  Questi si era
    allarmato e aveva raccomandato di avvertirlo  non  appena  venisse
    Madeleine.
    Tutta  la giornata fu triste;  parl poco,  e fece delle pieghe al
    lenzuolo,  mormorando  sottovoce  delle  cifre,  che  forse  erano
    calcoli di distanza. I suoi occhi erano incavati e fissi: parevano
    quasi spenti,  e poi, a tratti, si riaccendevano e brillavano come
    stelle. Si direbbe che all'avvicinarsi d'una certa ora oscura,  la
    luce  del  cielo  invada gli occhi che sono abbandonati dalla luce
    della terra.
    Ogni volta che  suor  Simplicia  le  chiedeva  come  si  sentisse,
    rispondeva  invariabilmente: - Bene.  Desidererei vedere il signor
    Madeleine.
    Alcuni mesi prima,  quando aveva appena perduto  l'ultimo  pudore,
    l'ultima  vergogna  e  l'ultima  gioia,  Fantina era l'ombra di se
    stessa,  ora ne era lo spettro.  Il male fisico  aveva  completato
    l'opera del male morale.  Quella creatura di soli venticinque anni
    aveva la fronte rugosa,  le guance flosce,  il  naso  affilato,  i
    denti mancanti,  il collo spolpato,  le clavicole sporgenti, esili
    le membra,  il colorito plumbeo,  il colore terreo,  e  i  capelli
    biondi  misti  coi  grigi.  Ahi!  come  la  malattia  affretta  la
    vecchiaia!
    A mezzogiorno  il  medico  ritorn,  prescrisse  qualche  farmaco,
    chiese se il signor sindaco fosse venuto nell'infermeria e scroll
    la testa.
    Madeleine   andava  di  solito  a  visitare  la  malata  alle  tre
    pomeridiane;  ed  era  esatto,  perch  anche  l'esattezza    una
    caratteristica della bont.
    Verso le due e mezzo, Fantina cominci ad agitarsi, e domand alla
    monaca pi di dieci volte in venti minuti: - Sorella, che ora ?
    Suonarono  le  tre.  Al  terzo  colpo,  Fantina si rizz a sedere,
    mentre di solito poteva  appena  muoversi  nel  letto,  e  strinse
    insieme convulsamente le mani scarne e giallognole. La suora l'ud
    cacciare  dal  petto  uno  di  quei  profondi  sospiri,  che  pare
    sollevino un peso.  Poi Fantina si  volse  a  guardare  la  porta.
    Nessuno entr; l'uscio non s'apr.
    Rest cos un quarto d'ora, con l'occhio fisso all'uscio, immobile
    e  quasi  trattenendo  il  respiro.  La  suora non osava parlarle.
    Suonarono le tre e un quarto alla chiesa vicina,  e allora Fantina
    si abbandon rovescia sul guanciale.
    Non disse nulla, e torn da capo a far le pieghe col lenzuolo.
    Suon  la mezza,  poi l'ora,  e non venne nessuno.  Ogni volta che
    sentiva suonare l'orologio,  Fantina si  raddrizzava,  volgeva  lo
    sguardo verso l'uscio, e quindi ricadeva sul guanciale.
    Si  scorgeva  chiaramente il suo pensiero,  ma essa non profferiva
    alcun nome, non si lagnava, non accusava. Soltanto tossiva in modo
    preoccupante. Si sarebbe detto che qualche cosa di fosco calava su
    di lei.  Era livida,  aveva le labbra violacee e di tanto in tanto
    sorrideva.
    Suonarono   le   cinque.   Allora   la   suora  l'ud  che  diceva
    sommessamente e con dolcezza: - Ma poich devo  andarmene  domani,
    fa male a non venire oggi!
    Anche suor Simplicia era sorpresa del ritardo di Madeleine.
    Frattanto  Fantina guardava la volta della stanza,  e pareva voler
    ricordare qualche cosa. A un tratto si mise a cantare con una voce
    debole come un soffio.
    La monaca stette ad ascoltare. Ecco che cosa cantava Fantina:
    "Passeggiando per i sobborghi,  - compreremo tante belle  cose.  I
    fiordalisi  sono  azzurri,  le rose sono rosee,  i fiordalisi sono
    azzurri e io amo i miei amori.
    La Vergine Maria, col suo manto ricamato, m'apparve ieri presso la
    stufa,  e mi disse: - Ecco qui nascosto sotto il mio velo il bimbo
    che  un  d m'hai domandato.  - Correte in citt comprate la tela,
    comprate il ditale, comprate il filo.
    Passeggiando per i sobborghi, compreremo tante belle cose.
    Buona Vergine santa,  accanto alla stufa ho messo una culla  ricca
    di trine. Se Dio m'offrisse la pi splendida sua stella preferirei
    sempre il bambino che tu m'hai dato. - Signora, che dobbiamo farne
    di questa tela? - Fatene un corredo per il mio neonato.
    I fiordalisi sono azzurri,  la rose sono rosee,  i fiordalisi sono
    azzurri, e io amo i miei amori.
    Lavate quella tela.  - Dove?  - Nel fiume;  e,  senza sciuparla n
    macchiarla, fatene una bella vesticciuola col suo giubbettino, che
    voglio  ricamare  e  coprire  di  fiori.  -  Il bimbo non c' pi,
    signora;  che dobbiamo fare?  - Fatene un lenzuolo per portarmi  a
    seppellire.
    Passeggiando  per  i  sobborghi,  compreremo  tante belle cose.  I
    fiordalisi sono azzurri,  le rose sono rosee;  i  fiordalisi  sono
    azzurri, e io amo i miei amori".
    Era una vecchia canzone da nutrice,  con la quale addormentava una
    volta la sua piccola Cosetta,  e che non le era mai  tornata  alla
    memoria  in cinque anni,  dacch non aveva pi la sua bambina.  La
    cantava con voce cos triste e su un motivo cos dolce da  muovere
    al pianto anche una religiosa;  e la suora, usa alle cose austere,
    sent caderle una lacrima.
    L'orologio suon le sei,  ma Fantina non diede segno d'aver udito:
    pareva non badasse pi a nulla di quanto la circondava.
    Suor  Simplicia  mand  una  piccola  inserviente dalla portineria
    della fabbrica, a informarsi se il sindaco era ritornato a casa, e
    se non contava di salir presto all'infermeria.  La  ragazza  torn
    dopo pochi minuti.
    Fantina era sempre immobile, e pareva assorta nei propri pensieri.
    L'inserviente  disse sottovoce a suor Simplicia che il sindaco era
    partito la mattina stessa, prima delle sei, con quel freddo, in un
    "tilbur" tirato da un cavallo  bianco;  era  andato  solo,  senza
    nemmeno il cocchiere;  non si sapeva neppure da che parte si fosse
    avviato,  alcuni dicevano di averlo visto dirigersi  verso  Arras,
    mentre  altri  assicuravano  di  averlo  incontrato  sulla  via di
    Parigi: partendo s'era mostrato  affabile  come  sempre,  e  aveva
    avvertito la portinaia di non aspettarlo per quella notte.
    Mentre  le due donne bisbigliavano tra loro con le spalle al letto
    di Fantina,  - la suora interrogava e  la  servetta  faceva  delle
    congetture,  -  l'ammalata,  con  la  vivacit  febbrile  di certe
    malattie organiche,  che mescola i movimenti liberi  della  salute
    alla spaventosa magrezza della morte,  s'era messa ginocchioni sul
    letto  e,  con  i  pugni  contratti  attaccati  alla  spalliera  e
    cacciando la testa fuori dalle cortine, ascoltava.
    - Voi parlate del signor Madeleine! Perch parlate sottovoce? Cosa
    fa? Perch non viene?
    La  sua  voce era cos aspra e rauca,  che le due donne credettero
    udire una voce d'uomo, e si volsero sbigottite.
    - Rispondete dunque! - grid Fantina.
    La servetta balbett:
    - La portinaia m'ha detto che oggi non pu venire.
    - Figliola mia - disse la suora - state tranquilla, ricoricatevi.
    Fantina,  senza mutare atteggiamento,  riprese con voce alta e con
    accento imperioso e straziante insieme:
    - Non pu venire?  Perch?  Voi sapete perch,  ve lo sussurravate
    tra voi: voglio saperlo.
    L'inserviente  fu  pronta   a   bisbigliare   all'orecchio   della
    religiosa: - Ditele che  occupato nel consiglio municipale.
    Suor  Simplicia  sent  un  leggero  rossore  salirle al volto: la
    fantesca le suggeriva una menzogna.  D'altra parte comprendeva che
    la  verit  sarebbe  stata per l'ammalata un colpo terribile: cosa
    grave per lo stato in cui si trovava.  Ma quel rossore dur  poco;
    la suora guard Fantina col suo sguardo calmo e triste, e disse:
    - Il signor sindaco  partito.
    Fantina  si  raddrizz  e  si  sedette  sulle calcagna.  Una gioia
    inaudita s'irradi su quella fisionomia dolorosa.
    - Partito! - esclam. - E' andato a prendere Cosetta!
    Poi stese  le  mani  al  cielo,  e  tutto  il  suo  volto  divenne
    ineffabile. Le sue labbra si muovevano; pregava sommessamente.
    Terminata  la  preghiera:  -  Sorella  -  disse  -  torno subito a
    coricarmi; far quanto vorrete. Sono stata cattiva poc'anzi,  e vi
    chiedo  scusa  d'aver  parlato  cos ad alta voce;  sta molto male
    parlare a quel modo,  lo so bene,  buona suora;  ma sentite,  sono
    tanto contenta!  Dio  buono, e anche il signor Madeleine  buono;
    figuratevi che  andato a Montfermeil a prendere la mia Cosetta!
    Si ricoric,  aiut la monaca ad accomodare il guanciale,  e baci
    una  crocetta d'argento,  che portava appesa al collo e che le era
    stata data da suor Simplicia.
    - Figliola - disse la suora - adesso procurate di riposare  e  non
    parlate pi.
    Fantina strinse fra le sue mani umidicce la mano della suora,  che
    soffriva a sentirle quel sudore.
    - E' partito stamattina per Parigi.  Anzi non ha  nemmeno  bisogno
    d'andare sin l,  perch Montfermeil, venendo da Parigi, rimane un
    po' sulla sinistra.  Vi  ricordate  ieri  quando  gli  parlavo  di
    Cosetta,  come  mi  rispondeva: "presto,  presto"?  Vuol farmi una
    sorpresa,  sapete!  M'ha fatto firmare  una  lettera  per  poterla
    riprendere ai Thnardier.  Non avranno nulla da opporre,  vero?  e
    gliela  consegneranno  ora  che  sono   pagati.   L'autorit   non
    permetterebbe  che  un  fanciullo  fosse da essi trattenuto quando
    sono pagati.  Suora mia,  non mi fate segno che non devo  parlare.
    Sono tanto,  tanto contenta, mi sento benissimo, non ho pi nessun
    male,  a momenti vedr Cosetta: ho anzi  molta  fame.  Sono  quasi
    cinque  anni  che  non  la vedo.  Non potete immaginare come amo i
    bambini! E poi, lei sar tanto graziosa, vedrete! Se sapeste, ha i
    ditini rosei tanto belli! Adesso avr delle belle mani;  a un anno
    aveva  due  manine ridicole,  cos!  - Dev'essere grande,  ora: ha
    sette anni,  una signorina.  La chiamo Cosetta,  ma il suo nome 
    Eufrasia.  Stamattina guardavo la polvere che c'era l sul camino,
    e m' venuta appunto l'idea che avrei visto  presto  Cosetta.  Mio
    Dio,  che peccato stare degli anni senza vedere i propri figli! Si
    dovrebbe riflettere che la vita non    eterna!  Oh,  com'  stato
    buono  il  signor sindaco ad andare!  E' proprio vero che fa molto
    freddo? Ha preso almeno il mantello? Sar qui domani, vero? Domani
    sar  festa  per  me.  Ricordatemi,  domattina,  buona  suora,  di
    mettermi  la  cuffietta col merletto.  Montfermeil  un paese.  Ho
    fatto tutta quella strada a piedi,  una volta: e fu lunga per  me.
    Ma  le  diligenze  vanno  cos  velocemente!  Sar  qui domani con
    Cosetta. Quanto c' di qui a Montfermeil?
    La suora, che non aveva nessuna idea delle distanze,  rispose: Oh!
    credo anch'io che domani possa essere qui.
    -  Domani,  domani!  -  esclam  Fantina.  - Domani vedr Cosetta!
    Vedete,  buona suora del buon Dio,  io non sono pi  malata.  Sono
    pazza di gioia. Se mi dicessero di ballare, ballerei.
    Chi  l'avesse  vista un quarto d'ora prima,  non ci avrebbe capito
    nulla. Adesso lei era rosea, parlava con voce chiara e normale,  e
    tutto il suo volto era un sorriso.  Ogni tanto rideva,  parlando a
    se stessa sottovoce.  La  gioia  materna  somiglia  a  quella  dei
    fanciulli.
    - Ebbene - riprese la suora - ora che siete contenta, obbeditemi e
    non parlate pi.
    Fantina  pos  il  capo  sul guanciale e bisbigli sommesso: - S,
    riposati e sii prudente,  perch domani  avrai  tua  figlia.  Suor
    Simplicia ha ragione. Tutti quelli che sono qui hanno ragione.
    E  poi  senza  muoversi,  senza  pi  volgere  il capo,  si mise a
    guardare da per tutto con gli occhi spalancati e con aria giuliva,
    e non disse pi una parola.
    La suora richiuse le tendine, sperando che si assopisse.
    Fra le sette e le otto venne il  medico,  il  quale  non  sentendo
    nessun rumore,  credette che la malata dormisse, entr piano piano
    e s'avvicin al letto in punta di piedi.  Socchiuse le tendine,  e
    alla  luce  della  lampadina da notte vide i grandi occhi calmi di
    Fantina che lo guardavano.
    Lei disse: - Non la lasceranno dormire in un lettino qui accanto a
    me?
    Il medico suppose che vaneggiasse. Lei continu: - osservate,  c'
    tutto lo spazio necessario.
    Il medico tir in disparte suor Simplicia,  la quale gli spieg le
    cose: che Madeleine s'era allontanato per un giorno  o  due;  che,
    nel  dubbio,  non  si era creduto di dover disingannare l'ammalata
    che lo credeva partito  per  Montfermeil,  e  che  alla  fine  era
    possibile che essa avesse indovinato. Il medico approv.
    Quindi si riaccost al letto di Fantina, la quale riprese:
    - Perch,  vedete,  la mattina quando si risveglier potr dare il
    buon giorno a quella povera gattina, e di notte, io che non dormo,
    la sentir dormire.  Quel suo piccolo respiro cos dolce  mi  far
    bene.
    - Datemi la mano - disse il medico.
    Essa stese il braccio ed esclam ridendo:
    - Ah,  giusto;   vero,  voi non sapete che sono guarita.  Cosetta
    arriva domani.
    Il medico rest sorpreso. Stava meglio.  L'oppressione era minima,
    il  polso  aveva  ripreso  un  po'  di  forza,  una specie di vita
    sopraggiunta a un tratto rianimava quel povero essere sfinito.
    - Signor dottore - riprese - vi ha detto la suora  che  il  signor
    sindaco  andato a prendere la piccola?
    Il  medico raccomand il silenzio,  e che le si evitasse qualsiasi
    emozione dolorosa.  Prescrisse un  infuso  di  china  pura,  e  un
    calmante  nel  caso  che  nella  notte le ritornasse la febbre,  e
    partendo disse alla suora: - Sta meglio,  e se il  signor  sindaco
    ritorner domani con la fanciulla, chi sa? Accadono talvolta delle
    crisi  meravigliose,  e si sono viste delle grandi gioie arrestare
    d'improvviso le malattie!  So bene che qui  si  tratta  d'un  male
    organico  molto avanzato;  ma  un gran mistero la vita!  Forse la
    potremmo salvare.

    7. IL VIAGGIATORE ARRIVATO PRENDE LE PRECAUZIONI PER RIPARTIRE.
    Erano circa le otto di sera  quando  la  carretta,  che  lasciammo
    lungo  la  strada,  entr  nel portone dell'albergo della Posta di
    Arras. L'uomo,  che abbiamo seguito fino a questo punto,  discese,
    rispose con aria distratta alle premure del personale,  rimand il
    cavallo di rinforzo,  e condusse lui stesso  il  cavallino  bianco
    alla scuderia;  poi spinse la porta d'una sala da biliardo situata
    a pianterreno,  e vi si sedette appoggiando i gomiti sulla tavola.
    Aveva  impiegato  quattordici  ore per un viaggio che calcolava di
    compiere in sei,  e si giustificava dicendo che non era colpa sua:
    per nel suo intimo non se ne doleva.
    Entr la padrona dell'albergo.
    - Il signore dorme qui? desidera cenare?
    Egli fece cenno di no.
    - Lo stalliere dice che il cavallo del signore  molto stanco.
    Allora egli ruppe il silenzio.
    - Forse che il cavallo non potr ripartire domattina?
    - Oh, signore! Ha bisogno almeno di due giorni di riposo.
    - Non c' qui la posta dei cavalli?
    - S, signore.
    L'albergatrice  lo  condusse  a quell'ufficio.  Egli mostr il suo
    passaporto e chiese se era possibile ritornare quella notte stessa
    a Montreuil-sur-mer con la corriera postale.  Il posto  vicino  al
    corriere era appunto vuoto; egli lo fiss e pag.
    - Signore - disse l'impiegato - se volete partire,  non mancate di
    trovarvi qui all'una del mattino in punto.
    Ci fatto, usc dall'albergo e si mise a camminare per la citt.
    Non conosceva Arras,  le vie erano oscure,  ed  egli  camminava  a
    caso;  eppure,  pareva  ostinarsi  a  non voler chiedere la via ai
    passanti.  Attravers il fiumicello Crinchon,  e si  trov  in  un
    dedalo  di  strette  viuzze  nelle  quali si smarr.  Dopo qualche
    esitazione, si decise a rivolgersi a un borghese,  che passava con
    una  lanterna,  non  senza  essersi prima guardato attorno,  quasi
    temendo che qualcuno udisse la domanda che stava per fare.
    - Signore - disse - dov' per favore il palazzo di giustizia?
    - Voi non siete della citt,  signore?  - rispose il cittadino che
    era  abbastanza vecchio.  - Ebbene,  seguitemi.  Vado precisamente
    dalla parte del  palazzo  di  giustizia,  vale  a  dire  verso  la
    prefettura, perch il palazzo di giustizia ora  in riparazione, e
    i tribunali tengono le udienze nella prefettura.
    - E' l -  chiese l'altro - che si tengono le sedute?
    - Certamente,  signore.  Vedete, dove ora c' la prefettura, prima
    della rivoluzione c'era il vescovado. Monsignor de Conzi, che era
    vescovo qui nell'82,  vi fece fabbricare una gran sala,  ed    in
    questa sala che ora si tengono i dibattiti.
    Strada facendo, il cittadino gli disse:
    - Se il signore desidera assistere a un processo,   un po' tardi:
    ordinariamente le sedute terminano alle sei.
    Per, arrivando sulla gran piazza, il cittadino gli mostr quattro
    finestroni illuminati sulla facciata d'un vasto edificio oscuro, e
    disse:
    - In verit, signore,  siete fortunato,  arrivate ancora in tempo.
    Vedete  quelle quattro finestre?  La corte d'assise  l.  Ci sono
    ancora i lumi,  dunque l'udienza non   terminata.  L'affare  sar
    andato in lungo, tengono una seduta serale. Si tratta forse di una
    causa  che v'interessa?  E' un processo criminale?  Siete chiamato
    come testimone?
    Egli rispose:
    - Non vengo per nessun processo;  ho soltanto bisogno  di  parlare
    con un avvocato.
    -  Allora    un'altra  cosa  - riprese il cittadino.  - Eccovi la
    porta, signore,  dove c' la sentinella;  non vi rimane che salire
    lo scalone.
    Attenendosi  a  queste indicazioni,  pochi minuti dopo si trov in
    una sala, dove c'era molta gente;  qua e l dei gruppi,  nei quali
    c'erano degli avvocati in toga che chiacchieravano sottovoce.
    Ti  stringe  sempre  il  cuore  vedere all'ingresso delle aule dei
    tribunali quei crocchi di gente vestita  di  nero,  che  bisbiglia
    sommessamente.  E' raro che da tutte quelle parole emergano parole
    di carit e di commiserazione;  quelle che pi spesso  ne  vengono
    fuori,  sono  di condanna anticipata.  All'osservatore che passa e
    medita,  tutti quei gruppi sembrano  tanti  foschi  alveari,  dove
    delle  specie di menti ronzanti costruiscono insieme ogni sorta di
    tenebrosi edifici.
    Quella sala vasta e rischiarata da una sola lampada, era un'antica
    anticamera del vescovo e serviva come sala dei passi perduti.  Una
    porta a due battenti,  in quel momento chiusa la separava dal gran
    salone ove risiedeva la corte d'assise.
    L'oscurit era tale,  che egli non temette di rivolgersi al  primo
    avvocato in cui s'imbatt.
    - A che punto siamo, signore?
    - E' finito - disse l'avvocato.
    - Finito!
    Ripet  la  parola  con  tale  accento,  che  l'avvocato si volse:
    Scusate, signore, siete forse un parente?
    - No, non conosco nessuno qui. E c' stata condanna?
    - Sicuro. Non era possibile fare diversamente.
    - Ai lavori forzati?...
    - A vita.
    Egli riprese con voce tanto debole che si sentiva appena:
    - Dunque l'identit  stata costatata?
    - Che identit rispose l'avvocato.  Non c'era nessuna identit  da
    costatare.  Il processo era semplice. Quella donna aveva ucciso il
    proprio figlio,  l'infanticidio era  provato,  la  giuria  non  ha
    ammesso la premeditazione, ed  stata condannata a vita.
    - Dunque si trattava d'una donna? - disse.
    -  Ma  certamente,  la  giovane Limosin.  Di che intendete parlare
    dunque?
    - Di  nulla.  Ma  se    finito,  perch  mai  la  sala    ancora
    illuminata?
    - E' per l'altro processo, cominciato circa due ore fa.
    - Che processo?
    -  Oh!  anche  questo   chiaro.  E' una specie di mendicante,  un
    recidivo, un galeotto che ha rubato.  Non ricordo pi il suo nome;
    ma    uno  che  ha  una vera faccia da brigante;  solo per quella
    faccia, lo manderei in galera.
    - Signore - chiese - ci sarebbe modo d'entrare nella sala?
    - Non credo veramente: c' troppa folla. Per l'udienza  sospesa,
    molta gente  uscita, e alla ripresa, potrete tentare.
    - Da che parte si entra?
    - Da quella grande porta l.
    L'avvocato lo lasci.  In pochi istanti egli aveva  subito,  quasi
    contemporanee, quasi confuse insieme, tutte le emozioni possibili.
    Le  parole  di  quell'indifferente  gli  avevano,  volta  a volta,
    trafitto il cuore come spilli gelidi e come lame di fuoco.  Quando
    vide che nulla era finito,  respir; ma non avrebbe potuto dire se
    quello che provava fosse piacere o dolore.
    S'avvicin a  parecchi  gruppi  e  ascolt  quello  che  dicevano.
    Siccome  il  ruolo della sessione era molto carico,  il presidente
    aveva stabilito per quel giorno due  processi  brevi  e  semplici.
    Avevano  cominciato  con  l'infanticida;  e  ora  si  trattava del
    forzato, del recidivo.  Quell'uomo aveva rubato delle mele,  ma il
    furto  non  pareva abbastanza provato;  era provato invece che era
    gi stato in galera a Tolone;  e perci la cosa prendeva  per  lui
    una  cattiva piega.  Del resto l'interrogatorio dell'imputato e le
    deposizioni dei testimoni erano terminati; ma rimanevano l'arringa
    dell'avvocato e la requisitoria del pubblico ministero, per cui la
    seduta non poteva finire prima di mezzanotte.  Era  probabile  che
    quell'uomo sarebbe stato condannato; l'avvocato generale era molto
    bravo - e non mollava i suoi accusati; - era un giovane di spirito
    che faceva dei versi.
    Un  usciere  stava  ritto vicino alla porta che metteva nella sala
    delle udienze. Chiese all'usciere:
    - Signore, si riaprir presto la porta?
    - Non si riapre - disse l'usciere.
    - Come!  Non devono aprirla quando si riprende  l'udienza?  Non  
    forse sospesa?
    -  La seduta  stata ripresa - rispose l'usciere - ma la porta non
    si riapre.
    - Perch?
    - Perch la sala  piena.
    - Come! non c' pi posto?
    - Nemmeno uno. La porta  chiusa e nessuno pu entrare.
    Dopo un momento di silenzio, l'usciere soggiunse:
    - Ci sono ancora due o tre posti dietro il signor  presidente,  ma
    egli vi ammette soltanto i pubblici funzionari.
    Ci detto, l'usciere gli volse le spalle.
    Si ritir a capo chino, attravers l'anticamera e scese lentamente
    la  scala,  quasi  esitando  a ogni gradino.  Probabilmente teneva
    consiglio con  se  stesso.  Non  era  ancora  terminata  la  lotta
    violenta  impegnata  in lui dal giorno prima,  e a ogni istante si
    trovava di fronte a qualche  nuova  peripezia.  Sul  pianerottolo,
    s'appoggi con le spalle alla rampa e incroci le braccia. Poi con
    un moto repentino si sbotton l'abito,  trasse il portafoglio,  ne
    cav una matita,  lacer un foglio,  e alla luce  del  fanale,  vi
    scrisse sopra queste parole: "Madeleine, sindaco di Montreuil-sur-
    mer";  quindi  risal a gran passi la scala,  si fece largo tra la
    folla,  and diritto verso l'usciere e  gli  rimise  il  pezzo  di
    carta,  dicendogli con tono autorevole: - Portate questo al signor
    presidente.
    L'usciere prese la carta, diede un'occhiata e obbed.

    8. ENTRATA DI FAVORE.
    Senza saperlo,  il sindaco di Montreuil-sur-mer era in certo  modo
    celebre.  Da  sette anni la fama della sua virt s'era diffusa nel
    basso Boulonnais,  aveva finito col  varcare  i  confini  di  quel
    paesetto  e spargersi nei due o tre dipartimenti limitrofi.  Oltre
    al considerevole vantaggio che aveva procurato  al  capoluogo  col
    ravvivarvi l'industria delle conterie nere,  non c'era comune, fra
    i centoquarantuno che componevano il circondario di Montreuil-sur-
    mer, che non gli dovesse qualche beneficio. Anzi,  quando se n'era
    presentata  l'occasione,  aveva saputo aiutare e far prosperare le
    industrie degli altri circondari: cos aveva aiutato col credito e
    col denaro  la  fabbrica  di  merletti  a  Boulogne,  il  filatoio
    meccanico a Frevent,  e la teleria idraulica a Bourbes-sur-Canche.
    Il nome di Madeleine era pronunciato ovunque  con  venerazione,  e
    Arras  e  Douai  invidiavano  il  sindaco al fortunato paesetto di
    Montreuil-sur-mer.
    Il consigliere della corte reale di Douai che presiedeva in quella
    sessione le assise di Arras, conosceva, come tutti, quel nome cos
    generalmente e profondamente venerato.  Quando l'usciere,  aprendo
    discretamente   la  porta  di  comunicazione  tra  la  camera  del
    consiglio e la sala delle sedute,  si chin dietro la poltrona del
    presidente  e  gli consegn il pezzo di carta su cui erano scritte
    le parole che  sappiamo,  aggiungendo:  "Questo  signore  desidera
    assistere  all'udienza";  il  presidente  fece  un  vivo  gesto di
    deferenza,  scrisse poche parole a pi del foglio  e  lo  restitu
    all'usciere, dicendo: - Fate entrare.
    Lo  sventurato  di  cui raccontiamo la storia,  era rimasto vicino
    alla  porta  della  sala  allo  stesso  posto   e   nello   stesso
    atteggiamento in cui l'usciere l'aveva lasciato.  In mezzo ai suoi
    pensieri ud qualcuno che gli  diceva:  -  Signore,  volete  farmi
    l'onore  di  seguirmi?  - Era quello stesso usciere che un momento
    prima gli aveva voltato le spalle,  e che ora lo salutava  fino  a
    terra.  Nello stesso tempo gli rimise la carta. Egli la spieg, e,
    trovandosi per caso vicino alla lampada, pot leggere:
    "Il presidente della corte d'assise  presenta  i  suoi  omaggi  al
    signor Madeleine".
    Stropicci  la  carta  tra  le  mani,  come se quelle poche parole
    avessero per lui un sapore strano e amaro.
    Segu l'usciere.
    Pochi momenti dopo si trovava solo  in  una  specie  di  salottino
    rivestito di legno,  quasi severo, illuminato da due candele poste
    sopra una tavola coperta di  un  tappeto  verde.  Gli  risuonavano
    ancora  all'orecchio  le  ultime  parole dell'usciere che lo aveva
    lasciato: - Eccovi, signore, nella camera di consiglio; girando la
    maniglia  d'ottone  di  quella  porta,  vi  troverete  nella  sala
    d'udienza dietro la poltrona del signor presidente.
    Queste  parole si confondevano nella sua mente con un vago ricordo
    di corridoi stretti e di scale buie per cui era passato.
    L'usciere l'aveva lasciato solo.  Vedeva che era giunto il momento
    supremo,  e  perci  si  sforzava  di raccogliere le proprie idee,
    senza riuscirvi.  I fili del pensiero  si  spezzano  nel  cervello
    proprio   quando   si  avrebbe  pi  bisogno  di  rannodarli  alle
    strazianti realt della vita.  Si trovava precisamente  nel  luogo
    dove  i  giudici  deliberano  e  condannano.  Guardava con stupida
    tranquillit quella stanza tranquilla  e  formidabile  dove  tante
    esistenze erano state spezzate, dove fra poco doveva echeggiare il
    suo  nome,  e  che  il  suo  destino attraversava in quel momento.
    Guardava le pareti e poi se stesso;  e si stupiva di  trovarsi  in
    quella stanza.
    Non  aveva mangiato da pi di ventiquattro ore,  e aveva le membra
    rotte dagli scossoni della carretta;  ma non se ne accorgeva;  gli
    pareva di non sentire pi nulla.
    Si  avvicin  a  una  cornice nera appesa al muro,  nella quale si
    conservava sotto il vetro una vecchia lettera  autografa  di  Gian
    Nicola  Pache,   sindaco  di  Parigi  e  ministro,   che  portava,
    certamente per errore,  la data del 9 giugno anno  secondo,  nella
    quale lettera Pache comunicava al municipio la nota dei ministri e
    dei  deputati  considerati  in  arresto in casa loro.  Se qualcuno
    avesse potuto  vederlo  e  osservarlo  in  quel  momento,  avrebbe
    supposto che quella lettera gli sembrava molto curiosa, poich non
    ne distaccava gli occhi, leggendola due o tre volte. Ma la leggeva
    senza badarci e senza accorgersene: pensava a Fantina e a Cosetta.
    Sempre immerso nei suoi pensieri, si volse, e il suo sguardo cadde
    sulla  maniglia  d'ottone  della  porta  che lo separava dall'aula
    delle assise. Aveva quasi dimenticato quella porta; il suo occhio,
    calmo dapprima, vi si ferm, si fiss su quella maniglia d'ottone;
    poi divenne immobile e stravolto,  poi a poco a poco si riemp  di
    terrore.  Gocce  di  sudore  gli  uscivano  di tra i capelli e gli
    scorrevano sulle tempie.
    A un certo punto,  con un misto d'autorit e di  ribellione,  fece
    quel  gesto  indescrivibile che vuol dire e che esprime cos bene:
    Perbacco!  e chi mi obbliga?  Poi si volt  con  impeto;  si  vide
    davanti  alla porta per cui era entrato;  vi and,  riapr e usc.
    Non era pi in quella  stanza;  era  fuori  in  un  corridoio,  un
    corridoio  lungo,  stretto,  interrotto da gradini e da porticine,
    che formavano tante specie di angoli,  ed era rischiarato qua e l
    da  certe  lampade,  che  somigliavano  a  lumicini per malati;  e
    finalmente il corridoio per il quale era venuto.  Respir  e  tese
    l'orecchio;  non ud alcun rumore n avanti n dietro; e si mise a
    fuggire come se lo inseguissero.
    Quand'ebbe svoltato parecchie volte in  quel  corridoio,  si  pose
    nuovamente a origliare.  C'era sempre intorno lo stesso silenzio e
    la stessa oscurit. Era ansante e barcollava; si appoggi al muro;
    ma la pietra era fredda, e il sudore sulla sua fronte era diaccio;
    si raddrizz rabbrividendo.
    Allora, l, solo, in piedi fra quelle tenebre,  tremante di freddo
    e forse d'altro, si mise a riflettere.
    Aveva meditato tutta la notte, aveva meditato tutto il giorno; non
    sentiva altro che una voce la quale gli ripeteva dentro: ahim.
    Trascorse cos un quarto d'ora.  Alla fine chin la testa, sospir
    angosciosamente,  lasci cadere gi le braccia e  torn  indietro.
    Camminava  lentamente  e come accasciato;  pareva come se qualcuno
    l'avesse raggiunto nella sua fuga e lo costringesse a retrocedere.
    Rientr nella sala del consiglio,  e la prima cosa che vide fu  la
    maniglia dell'uscio;  quella maniglia, rotonda e di ottone lucente
    risplendeva ai suoi occhi come una spaventosa stella.
    La guardava come una pecora guarderebbe l'occhio di una tigre.
    I suoi occhi non se ne potevano staccare.
    Ogni tanto faceva un passo che lo avvicinava alla porta.
    Se avesse prestato attenzione,  avrebbe udito,  come una specie di
    mormorio confuso,  il rumore della sala vicina; ma non ascoltava e
    non sentiva nulla.  D'improvviso e senza  sapere  come,  si  trov
    presso  l'uscio;  con  un  moto  convulso afferr la maniglia e la
    porta si apr.
    Era nella sala d'udienza.

    9. IL LUOGO DOVE SI VANNO FORMANDO DELLE CONVINZIONI.
    Fece un passo,  chiuse meccanicamente l'uscio,  e rimase in piedi,
    esaminando quello che vedeva.
    Era   una  sala  abbastanza  vasta,   appena  illuminata,   talora
    rumoreggiante talora silenziosa, dove, in mezzo alla folla,  tutto
    il  meccanismo d'un processo criminale si svolgeva con una gravit
    lugubre e meschina.
    A un'estremit della  sala,  dove  lui  si  trovava,  dei  giudici
    dall'aria distratta e dalle toghe sciupate si rodevano le unghie o
    chiudevano   gli   occhi;   all'altra  estremit  una  moltitudine
    cenciosa,  degli avvocati in pose svariatissime,  dei soldati  dal
    viso  onesto  e  rigido;  le  pareti tutte macchiate,  il soffitto
    sudicio;  tavole coperte di tappeti verdi  ingialliti  dal  tempo;
    porte  annerite dal contatto delle mani;  appese ai chiodi infitti
    nella parete,  dei lumi da caff mandavano pi fumo che luce;  sui
    tavoli, delle candele su candelieri d'ottone; oscurit, sudiciume,
    tristezza:  eppure  quel  complesso  dava una sensazione austera e
    augusta, perch vi si sentiva quella gran cosa umana che si chiama
    legge, e quella gran cosa divina che si chiama giustizia.
    Nessuno in quella  folla  s'accorse  di  lui.  Tutti  gli  sguardi
    convergevano  verso  un  solo punto: un banco di legno addossato a
    una porticina nella parete a  sinistra  del  presidente.  Su  quel
    banco,  rischiarato  da  parecchie candele,  stava un uomo fra due
    gendarmi.
    Quell'uomo era l'accusato.
    Egli non lo cerc;  lo vide;  i suoi occhi corsero  l  spontanei,
    come se gi avessero saputo dov'era quel viso.
    Credette di vedere se stesso, invecchiato, non propriamente uguale
    nel  volto  ma  in tutto simile nell'atteggiamento e nell'aspetto,
    con quei capelli ritti, quella pupilla selvaggia e inquieta,  quel
    camiciotto,  cos com'era lui il giorno che entr a Digne pieno di
    odio,  nascondendo nell'anima quello schifoso tesoro  di  pensieri
    orribili  che  aveva  impiegato  diciannove anni a raccogliere sul
    suolo della prigione.
    Pens rabbrividendo: - Mio Dio! ridiventer dunque cos?
    Quell'uomo dimostrava sessant'anni almeno,  e aveva un non so  che
    di rude, di stupido e di spaurito.
    Al  rumore della porta,  si erano fatti da parte per fargli posto,
    il presidente aveva voltato la testa e,  comprendendo che il nuovo
    arrivato  doveva essere il sindaco di Montreuil-sur-mer,  lo aveva
    salutato.  L'avvocato  generale,   che  aveva  visto  Madeleine  a
    Montreuil-sur-mer, dove si era recato pi di una volta per ragioni
    d'ufficio,  lo  riconobbe  e lo salut anche lui.  Ma se ne avvide
    appena; era in preda a una specie di allucinazione; guardava.
    Dei giudici,  un cancelliere,  dei gendarmi,  una  moltitudine  di
    teste  crudelmente  curiose,  tutto questo egli lo aveva gi visto
    un'altra  volta,  ventisette  anni  prima.  Rivedeva  quelle  cose
    funeste; erano l, s'agitavano, esistevano; non era pi uno sforzo
    della memoria, un miraggio del pensiero; erano veri gendarmi, veri
    giudici  e  una  vera  moltitudine  d'uomini in carne e ossa.  Era
    finita per lui;  vedeva riapparire e rivivere attorno a lui  tutto
    quanto la realt ha di formidabile,  gli aspetti mostruosi del suo
    passato.
    Tutto gli stava spalancato davanti.
    Ne ebbe terrore,  chiuse  gli  occhi  e  grid  dal  pi  profondo
    dell'anima: - Mai!
    Per  un  gioco  tragico del destino,  che gli sconvolgeva tutte le
    idee e lo rendeva quasi folle, l'uomo che stava l era un altro se
    stesso! Quell'uomo, che si stava giudicando, era chiamato da tutti
    Giovanni Valjean.
    Aveva sotto gli occhi una specie di rappresentazione  del  momento
    pi orribile della sua vita, recitata dal suo spettro.
    C'era tutto: lo stesso apparato,  la stessa ora notturna,  e quasi
    gli stessi volti dei giudici,  delle guardie e  degli  spettatori.
    Unica  differenza:  al disopra della testa del presidente c'era un
    crocifisso che non si vedeva nei  tribunali  all'epoca  della  sua
    condanna. Quando lo avevano giudicato, Dio era assente.
    Accortosi di aver dietro una sedia, vi si lasci cadere, atterrito
    dall'idea  che lo potessero scorgere.  Appena seduto,  profitt di
    una pila  di  cartelle  che  stava  sul  banco  dei  giudici,  per
    nascondere  il  proprio volto a tutta la sala.  Cos poteva vedere
    senza  essere  veduto.  A  poco  a  poco  si  rimise,   riacquist
    pienamente  il  senso  della  realt,  e raggiunse quello stato di
    calma che permette di ascoltare.
    Tra i giurati c'era Bamatabois.
    Cerc Javert ma non lo vide, perch il banco dei testimoni gli era
    nascosto dal tavolo dei cancellieri;  e poi,  l'abbiamo detto,  la
    sala era appena illuminata.
    Nel momento che era entrato, l'avvocato difensore terminava la sua
    arringa.  Il dibattito durava da tre ore,  e l'attenzione di tutti
    era eccitata al pi alto grado.  Da tre  ore,  la  folla  guardava
    curvarsi   a  poco  a  poco,   sotto  il  peso  di  una  terribile
    verosimiglianza,   un  uomo,   uno  sconosciuto,   un   miserabile
    qualunque,    enormemente    stupido    o    enormemente   astuto.
    Quell'individuo,  come gi sappiamo,  era un vagabondo colto in un
    campo mentre portava via un ramo carico di mele mature, in un orto
    detto  "l'orto  Pierron".  Ora  chi  era quell'uomo?  Si era fatta
    un'inchiesta;  erano  stati  assunti  dei  testimoni  che  avevano
    deposto  concordemente;  e  dal  dibattito  era  emersa  la  luce.
    L'accusa diceva: - Non abbiamo dinanzi un ladro campestre; abbiamo
    tra le mani un bandito,  un  recidivo,  un  antico  galeotto,  uno
    scellerato  dei  pi  pericolosi,  un malfattore chiamato Giovanni
    Valjean, che la giustizia ricerca da lungo tempo,  e che otto anni
    or  sono,  appena  uscito dal bagno di Tolone,  commise un atto di
    brigantaggio a mano  armata  ai  danni  di  un  piccolo  savoiardo
    chiamato Gervasino; crimine preveduto dall'articolo 383 del codice
    penale,  per  il  quale  ci riserviamo di procedere ulteriormente,
    quando la sua identit sar  giudiziariamente  acquisita.  Ora  ha
    commesso un nuovo furto.  E' un caso di recidiva. Condannatelo per
    il delitto nuovo;  pi tardi  sar  processato  per  l'antico.  Di
    fronte   a   questa   accusa,   di  fronte  alla  unanimit  delle
    testimonianze, l'imputato pareva pi che altro stupito. Faceva dei
    moti e dei gesti che significavano  dei  no,  oppure  guardava  il
    soffitto;  parlava a fatica, rispondeva impacciato, ma dalla testa
    ai piedi, tutta la sua persona negava.  Pareva un idiota di fronte
    a  tutte quelle intelligenze schierate in battaglia contro di lui,
    e un estraneo in mezzo a quella societ che lo ghermiva. Eppure si
    trattava per lui dell'avvenire pi minaccioso;  la verosimiglianza
    cresceva a ogni minuto,  e tutta quella folla gi guardava con pi
    ansiet di lui stesso  la  sentenza  piena  di  calamit  che  gli
    pendeva sempre pi sul capo.  S'intravedeva, oltre il bagno, anche
    l'eventualit  della  pena  di   morte,   se   l'identit   veniva
    riconosciuta,  o se la faccenda Gervasino finiva pi tardi con una
    condanna. Chi era quell'uomo?  Donde proveniva la sua apatia?  Era
    imbecillit o astuzia? Comprendeva troppo o non comprendeva nulla?
    Questi  interrogativi dividevano le opinioni della folla,  e forse
    anche quelle della  giuria.  In  questo  processo  c'era  ci  che
    spaventa  e ci che imbarazza;  il dramma non era soltanto triste,
    ma anche tenebroso.
    Il difensore aveva perorato abbastanza bene,  con quel  linguaggio
    di  provincia  che  costitu  per  lungo tempo l'eloquenza forense
    usata una volta da tutti  gli  avvocati,  tanto  a  Parigi  che  a
    Romorantin  e  a  Montbrison,   ma  che  oggi,  essendo  diventata
    classica,  non  pi adoperata se non dagli oratori ufficiali  del
    foro,  ai  quali piace per la sua sonorit grave e la sua andatura
    maestosa;  lingua nella quale un marito  si  chiama  "sposo",  una
    moglie "consorte",  Parigi "il centro delle arti e della civilt",
    il re "il monarca",  il vescovo "un santo  pontefice",  l'avvocato
    generale   "l'eloquente   interprete   della  pubblica  vendetta",
    l'arringa "gli accenti che  udimmo  test",  il  secolo  di  Luigi
    Quattordicesimo  "il  gran  secolo",   un  teatro  "il  tempio  di
    Melpomene", la famiglia regnante "l'augusto sangue dei nostri re",
    un concerto "una solennit musicale",  il generale  comandante  il
    dipartimento  "l'illustre guerriero che eccetera",  gli alunni del
    seminario  "questi  teneri  leviti",   gli  errori  attribuiti  ai
    giornali  "l'impostura che distilla il suo veleno nelle colonne di
    quegli organi", eccetera. L'avvocato dunque aveva cominciato dalle
    spiegazioni del furto delle mele,  - cosa  ardua  a  trattarsi  in
    bello  stile;  -  ma  lo  stesso  Benigno Bossuet,  in un'orazione
    funebre,  si trov nella necessit di far allusione a una gallina,
    e se la cav pomposamente. L'avvocato aveva stabilito che il furto
    delle  mele  non  era materialmente provato;  il suo cliente,  che
    nella  sua  qualit  di  difensore  egli  persisteva  a   chiamare
    Champmathieu,  non  era stato visto da nessuno a scalare il muro o
    spezzare il ramo. Quando l'avevano arrestato era bens in possesso
    di quel ramo,  ma egli asseriva di averlo trovato per terra  e  di
    averlo raccolto.  Orbene, dove era la prova del contrario? - Senza
    dubbio quel ramo era stato spezzato e rubato in seguito a scalata,
    e poi era stato gettato via dal  ladro.  -  Ma  quale  circostanza
    provava che quel ladro era Champmathieu?  Una sola, la sua qualit
    di antico galeotto.  L'avvocato  non  negava  che  questa  qualit
    disgraziatamente sembrasse ben costatata: l'imputato aveva abitato
    a Faverolles,  vi aveva fatto il potatore; il nome di Champmathieu
    poteva ben derivare  da  Jean  Mathieu;  tutto  ci  era  vero;  e
    finalmente  quattro  testimoni riconoscevano positivamente e senza
    esitare in Champmathieu il galeotto Giovanni Valjean;  e a  questi
    indizi,  a queste testimonianze, l'avvocato non poteva opporre che
    la negativa del suo cliente,  negativa  interessata.  Ma  supposto
    pure  che costui fosse il galeotto Valjean,  era forse provato che
    era lui il ladro delle mele? Era tutt'al pi una presunzione,  mai
    una prova.  Era vero, e il difensore "nella sua buona fede" doveva
    convenirne,  che l'imputato aveva "adottato un cattivo sistema  di
    difesa"  ostinandosi a negare tutto,  il furto e la sua qualit di
    forzato.  Una confessione su  quest'ultimo  punto  certamente  gli
    avrebbe  giovato  meglio,  gli avrebbe conciliato l'indulgenza dei
    giudici, e l'avvocato gliel'aveva consigliata; ma l'accusato vi si
    era ostinatamente ricusato,  credendosi certo di salvar tutto  col
    non  ammettere  nulla.  Era  un  torto,   vero;  ma non bisognava
    considerare la sua scarsa intelligenza?  Evidentemente  quell'uomo
    era stupido.  La lunga sventura del bagno, la lunga miseria fuori,
    l'avevano abbrutito, eccetera, eccetera. Se si difendeva male, era
    forse questo un motivo per condannarlo? Quanto al fatto Gervasino,
    l'avvocato  non  doveva  occuparsene  perch  non  era  in  causa.
    Concludeva  supplicando i giurati e la corte,  qualora ritenessero
    provata l'identit di Giovanni Valjean,  di applicargli le pene di
    polizia comminate per la rottura del bando,  e non lo spaventevole
    castigo che colpisce il galeotto recidivo.
    Replic il pubblico ministero,  che fu violento  e  fiorito,  come
    sono abitualmente i rappresentanti della legge.
    Si congratul col difensore della sua "lealt", dalla quale trasse
    abilmente partito per aggravare l'imputato di tutte le concessioni
    che l'avvocato aveva fatte. Questi pareva ammettere che l'accusato
    fosse  Giovanni  Valjean,   ed  egli  ne  prendeva  atto.   Dunque
    quell'uomo era Valjean;  era una circostanza acquisita dall'accusa
    e  non  poteva  pi  contestarsi.  E qui con un'abile antonomasia,
    risalendo alle origini e alle cause della criminalit,  l'avvocato
    generale  tuon  contro la immoralit della scuola romantica,  che
    era allora al suo sorgere  sotto  il  nome  di  "scuola  satanica"
    decretatole  dai  critici della "Oriflamme" e della "Quotidienne";
    attribu,  non  senza  verosimiglianza,  all'influenza  di  quella
    perversa  letteratura  il delitto di Champmathieu,  o piuttosto di
    Giovanni Valjean.  Esaurita questa parte,  pass a occuparsi dello
    stesso Valjean. Chi era Valjean? Descrizione di Valjean; un mostro
    vomitato  eccetera.  Il modello di simili descrizioni si trova nel
    racconto di Teramene,  che non giova alla tragedia,  ma che  rende
    ogni giorno segnalati servizi all'eloquenza forense.  L'uditorio e
    i  giurati  ne   "rabbrividirono".   Terminata   la   descrizione,
    l'avvocato generale, con un impeto oratorio destinato a mandare in
    visibilio,  l'indomani  mattina,  l'entusiasmo  del giornale della
    prefettura,  riprese: - Ed  un uomo simile,  eccetera,  eccetera,
    eccetera,  vagabondo,  mendicante,  senza  mezzi  di  sussistenza,
    eccetera,  eccetera,  avvezzo per la sua vita passata alle  azioni
    criminose  e  poco  emendato  dal suo soggiorno al bagno,  come lo
    prova il delitto perpetrato su Gervasino, eccetera, eccetera; - ed
     un simile uomo  che,  colto  sulla  pubblica  via  in  flagrante
    delitto  di  furto,  a  pochi passi da un muro scavalcato,  mentre
    tiene ancora in mano l'oggetto rubato,  nega il flagrante delitto,
    il furto, la scalata, nega tutto, nega perfino il proprio nome, la
    propria identit!  Oltre alle cento altre prove sulle quali non ci
    fermeremo,  quattro testimoni lo  riconoscono:  Javert,  l'integro
    ispettore di polizia Javert, e tre antichi compagni d'ignominia, i
    forzati  Brevet,  Chenildieu  e Cochepaille.  E cosa oppone egli a
    questa sfolgorante unanimit? Nega. Che testardaggine!  Voi farete
    giustizia, signori giurati, eccetera, eccetera.
    Mentre  l'avvocato generale parlava,  l'accusato ascoltava a bocca
    aperta  con  meraviglia,   a  cui  si  frammischiava  un  po'   di
    ammirazione.  Evidentemente,  era  sorpreso  che  un  uomo potesse
    parlare a quel modo.  Ogni tanto,  nei punti pi "energici"  della
    requisitoria,  nei  momenti  in  cui l'eloquenza,  che non pu pi
    contenersi,  trabocca in un flusso di  epiteti  obbrobriosi  e  si
    scatena   come   un   uragano  sull'imputato,   questi  tentennava
    lentamente il capo da destra a sinistra e da  sinistra  a  destra,
    triste  e  silenziosa  protesta,  alla  quale  s'era  limitato fin
    dall'inizio del dibattito.  Due o tre  volte  gli  spettatori  pi
    vicini  lo  udirono  ripetere sottovoce: - Ecco cosa vuol dire non
    aver interrogato il signor Baloup!
    L'avvocato generale fece  notare  ai  giurati  quell'atteggiamento
    stupido, evidentemente calcolato, che denotava non la imbecillit,
    ma l'astuzia,  la destrezza, l'abitudine a ingannare la giustizia,
    e  che  metteva  in  chiara  luce  "la  profonda  perversit"   di
    quell'uomo. Termin facendo le sue riserve per l'affare Gervasino,
    e domandando una condanna severa.
    Per  il momento si trattava,  come sappiamo,  dei lavori forzati a
    vita.
    Il difensore si alz  e  cominci  col  complimentare  il  "signor
    avvocato  generale"  per  la sua "ammirabile parola";  poi replic
    come meglio pot;  ma la sua parola era fiacca;  evidentemente gli
    mancava il terreno sotto i piedi.

    10. IL SISTEMA DELLA NEGATIVA.
    Era l'ora di chiudere la seduta. Il presidente intim all'accusato
    di  alzarsi,  e  gli  fece la domanda di rito: - Avete qualcosa da
    aggiungere a vostra difesa?
    L'uomo, in piedi, girando tra le mani uno schifoso berretto, parve
    non aver sentito.
    Il presidente ripet la domanda.
    Questa volta l'uomo sent  e  parve  anche  comprendere.  Fece  un
    movimento come chi si risveglia, gir intorno gli occhi, guard il
    pubblico,  i gendarmi,  il suo avvocato, i giurati, la corte, pos
    il suo enorme pugno sullo steccato di legno davanti al suo  banco,
    guard  nuovamente,   e  poi  d'improvviso,   fissando  gli  occhi
    sull'avvocato generale,  cominci a parlare.  Fu come un'eruzione.
    Dal  modo  con cui gli sfuggivano di bocca le parole,  incoerenti,
    impetuose, cozzanti,  alla rinfusa,  pareva che s'affollassero per
    uscire tutte in una volta. Disse:
    - Ho da dir questo.  Ho fatto il carraio a Parigi,  e precisamente
    presso il signor Baloup. E' un mestiere duro.  A fare i carri,  si
    lavora  sempre all'aria aperta,  nei cortili,  o sotto una tettoia
    quando il padrone  buono;  mai in locali chiusi,  perch ci vuole
    molto spazio,  vedete. D'inverno si soffre tanto il freddo, che ci
    si picchia sulle braccia per prendere calore;  ma  i  padroni  non
    vogliono,  dicono  che si perde tempo.  Maneggiare il ferro quando
    c' il ghiaccio nelle vie,   terribile.  L'uomo si consuma presto
    in  questo  mestiere,  diventa vecchio mentre  ancora giovane.  A
    quarant'anni  un uomo finito. Io ne avevo cinquantatr e soffrivo
    molto. E poi sono cos cattivi gli operai! Quando un poveretto non
     pi giovane,  lo chiamano vecchio asino,  vecchia talpa!  Io non
    guadagnavo  pi di trenta soldi al giorno;  i padroni profittavano
    della mia et per pagarmi quanto meno potevano.  Inoltre avevo una
    figlia  che faceva la lavandaia al fiume;  guadagnava qualche cosa
    anche lei, e tra tutt'e due si tirava avanti.  Essa pure stentava.
    Tutto il giorno in una tinozza sino alla cintola, con l'acqua, con
    la  neve,  col vento che ti taglia la faccia.  Quando gela,  fa lo
    stesso: bisogna lavare.  Ci sono delle  famiglie  che  hanno  poca
    biancheria,  e  aspettano  il  ritorno:  se  non  si  lavasse,  si
    perderebbe la clientela.  Le tavole sono mal connesse  e  lasciano
    filtrare  l'acqua  da  tutte  le  parti: le sottane s'inzuppano di
    acqua, di sopra e di sotto, e l'umidit penetra. Ha lavato pure al
    lavatoio dei Fanciulli Rossi,  dove l'acqua arriva coi  rubinetti.
    Non  si  sta  nella  tinozza:  si  lava  sotto  il  rubinetto e si
    risciacqua dietro nella  vasca.  Siccome    chiuso,  si  ha  meno
    freddo.  Ma  c'  un  vapore  d'acqua  calda che  terribile e che
    rovina gli occhi. Tornava a casa alle sette di sera, e si coricava
    subito;  era tanto stanca.  Suo marito la batteva.  E' morta.  Non
    siamo  stati  molto  fortunati.  Era  una brava figliola,  che non
    andava a ballare,  e viveva tranquillamente.  Mi  ricordo  che  un
    marted  grasso  era gi a letto alle otto.  Ecco.  Vi ho detto la
    verit.  Informatevi pure.  Eh s!  informarsi!  che bestia  sono!
    Parigi  una voragine! Chi pu conoscere pap Champmathieu? Perci
    vi  nomino  il signor Baloup: domandate al signor Baloup.  Dopo di
    ci, non so cosa vogliate da me.
    Tacque e rimase in piedi.  Aveva  parlato  rapidamente,  con  voce
    alta, aspra, rauca, rugginosa, con una specie d'ingenuit iraconda
    e  selvaggia.  S'era  interrotto una volta,  per salutare qualcuno
    nella folla.  Quella specie di affermazioni che parevano  lanciate
    fuori a caso,  gli venivano come singhiozzi, e le sottolineava col
    gesto d'uno spaccalegna che stia fendendo  un  tronco.  Quand'ebbe
    finito,  l'uditorio scoppi a ridere.  Egli guard il pubblico,  e
    vedendo che rideva, senza capire, si mise a ridere anche lui.
    Era una spettacolo sinistro.
    Il presidente, uomo attento e benevolo, alz la voce.
    Egli ricord ai "signori giurati" che "il Baloup,  antico  maestro
    carpentiere,  presso  il quale l'imputato diceva di aver lavorato,
    era stato citato inutilmente;  era fallito,  e  non  s'era  potuto
    rintracciare".   Poi,  rivolgendosi  all'accusato,  lo  esort  ad
    ascoltare bene quanto stava per dire, e aggiunse: - Voi vi trovate
    in una posizione nella quale  necessario riflettere bene.  I  pi
    gravi  sospetti  pesano  su  di  voi,  e  possono  produrre  delle
    conseguenze estreme.  Imputato,  nel vostro interesse vi interrogo
    un'ultima  volta;  spiegatevi  chiaramente su questi due fatti: In
    primo luogo,  avete s  o  no  scavalcato  il  muro  del  giardino
    Pierron,  spezzato il ramo e rubato le mele,  vale a dire commesso
    il delitto di furto con scalata?  Secondo,  siete  s  o  no  l'ex
    galeotto Giovanni Valjean?
    L'accusato  scosse la testa con aria d'intelligenza,  come un uomo
    che ha compreso bene e che sa cosa deve rispondere. Apr la bocca,
    si volse verso il presidente e disse:
    - Prima di tutto...
    Poi guard il berretto, guard il soffitto e tacque.
    - Accusato - riprese l'avvocato generale con  voce  severa  badate
    bene.  Voi  non rispondete a nulla di ci che vi si chiede,  ma il
    vostro turbamento vi condanna:   evidente  che  non  vi  chiamate
    Champmathieu, che siete il galeotto Valjean, nascosto da principio
    sotto il nome di Mathieu,  quello di vostra madre, che siete stato
    nell'Alvernia,  che siete nato a Faverolles,  dove avete fatto  il
    potatore.  E' evidente che avete rubato,  in seguito a scalata, le
    mele nell'orto di Pierron. I signori giurati sapranno apprezzare i
    fatti.
    L'accusato,  che  aveva  finito  col  sedersi,  appena  l'avvocato
    generale ebbe terminato si rialz impetuosamente ed esclam:
    - Voi siete molto cattivo, voi! Ecco quello che volevo dire. Prima
    non mi riusciva.  Non ho rubato; sono un uomo che non mangia tutti
    i giorni. Venivo da Ailly,  camminavo nel paese dopo un acquazzone
    che  aveva resa gialla la campagna,  e gli stagni traboccavano,  e
    spuntavano tra le sabbie solo piccoli fili d'erba sull'orlo  della
    strada.  Ho trovato per terra un ramo su cui c'erano delle mele, e
    l'ho raccolto senza sapere che mi avrebbe portato dei  guai.  Sono
    tre  mesi che mi trovo in prigione e mi portano avanti e indietro.
    Dopo di ci non so cosa dire: parlano contro di me  e  mi  dicono:
    rispondete!  Il  gendarme,  che   un buon figliolo,  mi spinge il
    gomito, e mi dice sottovoce: rispondi dunque.  Io non sono buono a
    spiegarmi, io; non ho fatto studi, sono un pover'uomo. Ecco quello
    di  cui  avete  il  torto  di  non persuadervi.  Non ho rubato: ho
    raccolto per terra degli oggetti  che  ci  ho  trovato.  Voi  dite
    Giovanni Valjean, Giovanni Mathieu! Io non conosco queste persone.
    Sono  contadini.  Ho  lavorato  presso il signor Baloup,  bastione
    dell'Ospedale,  e mi chiamo Champmathieu.  Siete bravi se mi  dite
    dove sono nato: io non lo so.  Non tutti hanno una casa per venire
    al mondo;  sarebbe troppo comodo!  Credo che mio padre e mia madre
    vivessero  per  le  strade,  ma non lo so.  Quand'ero fanciullo mi
    chiamavano Piccolo,  adesso mi dicono Vecchio: eccovi i miei  nomi
    di battesimo,  e pigliatela come volete. Sono stato nell'Alvernia,
    sono stato a Faverolles: sicuro.  Ebbene?  Forse che  non  si  pu
    essere stati anche in galera?  Vi dico che non ho rubato, che sono
    pap Champmathieu, che ho lavorato presso il signor Baloup, presso
    il quale ho avuto domicilio.  Mi  annoiate  con  tutte  le  vostre
    sciocchezze! Perch dunque sono tutti cos accaniti contro di me?
    L'avvocato  generale,  che  era  rimasto  in piedi,  si rivolse al
    presidente:
    -  Signor  presidente,   di  fronte  alle  negazioni  confuse   ma
    abilissime dell'accusato, che vorrebbe farsi credere un idiota, ma
    senza  riuscirci  - lo preveniamo - noi domandiamo che,  piaccia a
    voi e alla corte,  di far comparire nuovamente in  questa  sala  i
    condannati  Brevet,  Cochepaille  e  Chenildieu  e  l'ispettore di
    polizia Javert,  per interpellarli un'ultima  volta  sull'identit
    dell'accusato col galeotto Giovanni Valjean.
    -  Faccio  osservare  al  signor  avvocato  generale  - rispose il
    presidente - che l'ispettore di polizia  Javert,  richiamato  alle
    sue  funzioni  nel  capoluogo  d'un  vicino  circondario,   appena
    terminata la sua deposizione ha abbandonato l'udienza e  anche  la
    citt,  e che noi gliene abbiamo concesso l'autorizzazione, previo
    consenso  del   signor   avvocato   generale   e   del   difensore
    dell'accusato.
    -  E' vero,  signor presidente - ripigli l'avvocato generale.  In
    assenza del signor Javert,  mi credo in  dovere  di  ricordare  ai
    signori  giurati  quanto egli disse qui poche ore fa.  Javert  un
    uomo meritatamente stimato,  che con la sua stretta  e  scrupolosa
    probit  assolve  con  onore  delle  funzioni  importanti,  bench
    secondarie. Eccovi le parole della sua deposizione:
    - "Non ho bisogno di presunzioni morali, n di prove materiali per
    smentire    l'atteggiamento    dell'accusato.     Lo     riconosco
    perfettamente.  Costui non si chiama Champmathieu,  ma  un antico
    galeotto molto cattivo e assai temuto,  di nome Giovanni  Valjean,
    che  al  termine  della  sua  pena  fu  messo  in  libert molto a
    malincuore.  Sub diciannove anni  di  lavori  forzati  per  furto
    qualificato, e tent di evadere cinque o sei volte. Oltre l'affare
    Gervasino  e  il furto Pierron,  lo sospetto colpevole anche di un
    altro furto a danno di Sua Grandezza il defunto Vescovo di  Digne.
    Lo  vedevo  spesso,  quando ero aiutante guardaciurma nel bagno di
    Tolone, e ripeto che lo riconosco perfettamente".
    Questa  dichiarazione  cos  precisa  parve  produrre   una   viva
    impressione  sul  pubblico  e  sui  giurati.  L'avvocato  generale
    termin con l'insistere perch,  in mancanza  di  Javert,  fossero
    esaminati  di  nuovo  e  solennemente interpellati i tre testimoni
    Brevet, Chenildieu e Cochepaille.
    Il presidente trasmise un ordine a un usciere,  e un momento  dopo
    si apr la porta della sala dei testimoni. L'usciere, accompagnato
    da  un  gendarme  pronto  a  prestargli  man forte,  introdusse il
    condannato Brevet.  Il pubblico era silenzioso  e  tutti  i  cuori
    palpitavano come se avessero un'anima sola.
    L'ex  galeotto Brevet portava la divisa nera e grigia in uso nelle
    carceri  centrali,  dimostrava  una  sessantina  d'anni,  e  aveva
    l'aspetto  d'un  uomo d'affari e l'aria d'un briccone: due qualit
    che talvolta si trovano unite. Nella prigione,  dove nuovi delitti
    l'avevano ricondotto,  era diventato una specie di guardiano;  era
    un uomo di cui  i  capi  dicevano:  Cerca  di  rendersi  utile.  I
    cappellani  davano  buoni  rapporti sulle sue abitudini religiose.
    Non   bisogna   dimenticare   che   questo   accadeva   sotto   la
    Restaurazione.
    -  Brevet  -    disse  il  presidente  - voi avete subto una pena
    infamante e quindi non potete prestare giuramento.
    Brevet chin gli occhi.
    - Tuttavia - riprese il presidente - quando  la  piet  divina  lo
    permette,  pu  rimanere  un  sentimento  d'onore e d'equit anche
    nell'uomo che la legge ha degradato;  a tale sentimento io  faccio
    appello in questo istante decisivo.  Se esiste ancora in voi, come
    spero,  prima di rispondermi riflettete;  considerate da una parte
    quest'uomo  che  una  vostra  parola  pu  perdere,  dall'altra la
    giustizia che  una  vostra  parola  pu  illuminare.  L'istante  
    solenne,  e  siete  sempre  in  tempo  di ritrattarvi,  se credete
    d'esservi ingannato. Imputato,  alzatevi.  Brevet,  esaminate bene
    l'imputato,  interrogate  la  memoria,  e diteci secondo il vostro
    cuore e la  vostra  coscienza,  se  persistete  a  riconoscere  in
    quell'uomo il vostro antico compagno di galera Giovanni Valjean.
    Brevet guard l'accusato, poi si volse alla corte:
    - S, signor presidente. Sono io che l'ho riconosciuto per primo e
    persisto.  Quell'uomo    Giovanni  Valjean,  entrato  nel bagno a
    Tolone nel 1796 ed uscito nel 1815.  Io fui liberato l'anno  dopo.
    Se  adesso  ha  l'aria  d'uno  stupido,  sar forse l'et che l'ha
    abbrutito; ma al bagno era un volpone. Lo riconosco decisamente.
    - Andate a sedervi - disse il presidente.  - Imputato rimanete  in
    piedi.
    Fu introdotto Chenildieu,  condannato a vita, come lo dimostravano
    la casacca rossa e il berretto verde,  e che subiva  la  pena  nel
    bagno  di Tolone,  donde l'avevano tratto fuori per quel processo.
    Era  un  omiciattolo  di  circa   cinquant'anni,   vivo,   rugoso,
    macilento,  giallo,  sfrontato, febbrile, che aveva nelle membra e
    in tutta la persona una debolezza malaticcia,  e nello sguardo una
    forza  immensa.  I suoi compagni di bagno l'avevano soprannominato
    "Je-nie-Dieu" (io nego Dio).
    Il presidente gli rivolse press'a poco  le  stesse  parole  che  a
    Brevet.  Quando  gli  ricord  che  la sua infamia gli toglieva il
    diritto di giurare,  Chenildieu alz la testa,  fissando la folla.
    Il presidente lo invit a riflettere, e gli chiese, come a Brevet,
    se persisteva nel riconoscere l'imputato.
    Chenildieu scoppi a ridere.
    - Diamine, se lo riconosco! Siamo stati attaccati cinque anni alla
    stessa catena. Tieni il broncio, amico?
    - Andate a sedere - gli disse il presidente.
    L'usciere  introdusse Cochepaille.  Quest'altro condannato a vita,
    venuto dall'ergastolo e vestito di rosso come  Chenildieu  era  un
    contadino  di  Lourdes,  un  mezzo orso dei Pirenei.  Custodiva le
    mandrie sulla montagna,  e da pastore era diventato brigante.  Era
    selvaggio  quanto  l'imputato e pareva pi stupido ancora: era uno
    di quegli esseri sfortunati che  la  natura  abbozza  come  bestie
    feroci e che la societ definisce come galeotti.
    Il  presidente  tent  di  incitarlo con alcune parole patetiche e
    gravi,  e gli chiese,  come agli altri due,  se  persisteva  senza
    esitazione  e  senza turbamento a riconoscere l'uomo che gli stava
    davanti.
    - E' Giovanni Valjean - rispose Cochepaille;  - anzi lo chiamavamo
    Giovanni il "Cric" (martinetto), tanto era forte!
    Ogni  affermazione di quei tre uomini,  evidentemente sinceri e in
    buona fede,  aveva sollevato nel pubblico un mormorio  di  cattivo
    augurio  per  l'imputato,  mormorio  che  andava  crescendo  e  si
    prolungava sempre pi ogni volta che una  nuova  dichiarazione  si
    aggiungeva alle precedenti.  L'imputato poi li aveva ascoltati con
    quel volto stupito che,  secondo l'accusa,  era il suo  principale
    mezzo  di  difesa.  Alla  prima  deposizione,  i  gendarmi che gli
    stavano vicino  l'udirono  borbottare  fra  i  denti:  -  Ma  veh!
    sentilo!  -  Dopo la seconda,  disse un po' pi alto,  e quasi con
    aria soddisfatta: - Buono! - Alla terza esclam: - Famoso!
    Il presidente l'interpell:
    - Imputato, avete sentito. Cosa potete dire?
    Egli rispose:
    - lo dico: Famoso!
    Il pubblico  scoppi  in  uno  strepito,  al  quale  pareva  quasi
    volessero  associarsi  i  giurati.  Evidentemente  quell'uomo  era
    perduto.
    - Usciere - disse il presidente - fate fare silenzio. Ora chiuder
    il dibattito.
    In quell'istante ci fu un  po'  di  movimento  proprio  vicino  al
    presidente, e si ud una voce gridare:
    - Brevet, Chenildieu, Cochepaille! - guardate da questa parte.
    Quanti  udirono  quella voce si sentirono agghiacciare,  tanto era
    lamentevole e terribile;  e tutti gli sguardi si volsero verso  il
    punto  da  cui  veniva.  Uno  degli spettatori privilegiati seduti
    dietro la corte s'era alzato,  aveva superato la piccola transenna
    che separava il tribunale dal pretorio e stava ritto in mezzo alla
    sala.   Il  presidente,  l'avvocato  generale,  Bamatabois,  venti
    persone lo riconobbero ed esclamarono contemporaneamente:
    - Il signor Madeleine!

    11. CHAMPMATHIEU SEMPRE PIU' MERAVIGLIATO.
    Infatti era lui.  La lampada posta sul tavolo del cancelliere  gli
    illuminava il volto.  Teneva in mano il cappello, il soprabito era
    abbottonato con cura, e nel suo abbigliamento non si notava nessun
    disordine.  Era molto pallido e dominato da un leggero tremito;  i
    suoi capelli, ancora grigi al suo arrivo ad Arras, erano diventati
    interamente bianchi, in un'ora che era l.
    Tutte le teste si drizzarono.  L'emozione fu indescrivibile. Ci fu
    nell'uditorio un momento di esitazione.  La voce  era  stata  cos
    straziante,  e  l'uomo  che  era  l  sembrava cos calmo,  che da
    principio non capirono nulla e si  domandavano  l'un  l'altro  chi
    avesse  gridato.  Non  potevano  persuadersi  che  quell'uomo cos
    tranquillo avesse lanciato quel terribile grido.
    Ma l'indecisione dur pochi istanti.  Prima che  il  presidente  e
    l'avvocato  generale avessero potuto dire una parola,  prima che i
    gendarmi e gli uscieri avessero potuto fare un gesto,  l'uomo  che
    tutti  in quel momento chiamavano Madeleine s'era avanzato verso i
    testimoni Cochepaille, Brevet e Chenildieu.
    - Non mi riconoscete? - chiese loro.
    Rimasero tutt'e tre sconcertati, e col capo accennarono che non lo
    conoscevano;  Cochepaille,  intimidito,  fece il saluto  militare.
    Allora Madeleine rivolgendosi ai giurati e alla corte aggiunse con
    voce calma:
    -  Signori  giurati,  fate  mettere in libert l'accusato.  Signor
    presidente, fatemi arrestare. L'uomo che cercate non  lui, ma io.
    Sono io Giovanni Valjean.
    Non s'udiva un respiro.  Alla prima  emozione  di  meraviglia  era
    seguito  un  silenzio  sepolcrale.  Si  sentiva  nella sala quella
    specie di terrore religioso che invade  la  folla  quando  avviene
    qualche cosa di grande.
    Frattanto  il  presidente,  col  volto  improntato  a simpatia e a
    tristezza,  aveva scambiato un rapido segno coll'avvocato generale
    e  poche  parole  sottovoce  coi  giudici,  quindi  si  rivolse al
    pubblico, e chiese con un tono che fu da tutti compreso:
    - C' qui presente qualche medico?
    L'avvocato  generale  prese  la   parola:   -   Signori   giurati,
    l'incidente   cos  strano  e  inaspettato  che  viene  a  turbare
    l'udienza,  ci ispira un sentimento che  non  abbiamo  bisogno  di
    esprimere.  Voi  conoscete  tutti,  almeno  per fama,  l'onorevole
    signor Madeleine, sindaco di Montreuil-sur-mer. Se fra gli astanti
    si trova un  medico,  noi  ci  uniamo  al  signor  presidente  per
    pregarlo di assistere il signor Madeleine e di ricondurlo a casa.
    Madeleine  non lasci finire l'avvocato generale,  ma l'interruppe
    con tono mansueto e autorevole insieme.  Ecco  le  parole  da  lui
    pronunciate,  eccole  letteralmente,  quali  furono scritte subito
    dopo l'udienza da uno dei testimoni della scena,  quali  risuonano
    ancora  nella  memoria di quelli che le udirono circa quarant'anni
    fa.
    - Vi ringrazio, signor avvocato generale, ma io non sono pazzo,  e
    lo vedrete subito.  Voi eravate in procinto di commettere un grave
    errore;  rilasciate quell'uomo;  io non  faccio  che  compiere  un
    dovere; sono io l'infelice condannato. Sono io il solo che ci veda
    chiaro in questa faccenda,  e vi dico la verit. Dio, che  lass,
    lo vede, e ci basta. Potete arrestarmi; sono qui. Eppure ho fatto
    quanto ho potuto: mi sono  nascosto  sotto  un  altro  nome,  sono
    diventato ricco, sono diventato sindaco, ho voluto rientrare nella
    societ  delle  persone  oneste.   Ma  pare  che  questo  non  sia
    possibile.  Ci sono inoltre delle cose che non posso narrare;  non
    star a raccontarvi la mia vita;  ma un giorno si sapr tutto.  Ho
    rubato  a  monsignor  Vescovo,    vero,   ho  rubato  al  piccolo
    Gervasino,    vero:  avete ragione di dire che Giovanni Valjean 
    uno sciagurato pericoloso.  Ma forse la colpa  non    tutta  sua.
    Ascoltate, signori giudici; un uomo caduto in basso come me non ha
    da  prendersela  con  la Provvidenza,  n ha da dare consigli alla
    societ; ma, credetemi,  l'infamia dalla quale ho tentato d'uscire
     una cosa nociva. La galera forma il galeotto. Tenetene conto, se
    vi   pare.   Prima  dell'ergastolo  io  ero  un  povero  contadino
    pochissimo intelligente,  una specie d'idiota: l'ergastolo  mi  ha
    cambiato.  Ero stupido e divenni malvagio, ero un ciocco e divenni
    un tizzone.  Pi tardi l'indulgenza e la bont mi  hanno  salvato,
    come  la  severit  mi  aveva  perduto.  Ma  scusate,  non  potete
    comprendere quel che vi dico. Troverete in casa mia, fra le ceneri
    del caminetto,  la moneta di due franchi,  che rubai sette anni or
    sono  al  piccolo  Gervasino.  Non  ho  pi  nulla  da aggiungere.
    Arrestatemi. Mio Dio!  il signor avvocato generale scuote il capo,
    voi dite che Madeleine  impazzito, e non mi prestate fede! E' una
    cosa affliggente. Allora almeno non condannate quell'uomo! Come! e
    costoro non mi riconoscono!  Vorrei che fosse qui Javert.  Egli s
    mi riconoscerebbe!
    Nulla potrebbe esprimere quanta  benevola  e  cupa  malinconia  ci
    fosse nel tono di queste parole.
    Si rivolse ai tre galeotti:
    - Io invece vi riconosco, io! Brevet, vi ricordate?...
    S'interruppe, esit un momento, poi disse:
    - Ti ricordi di quelle bretelle a maglia,  a scacchi,  che portavi
    nel bagno?
    Brevet ebbe come una scossa e l'osserv da capo a piedi  con  aria
    spaventata. Egli continu:
    -  Tu,  Chenildieu,  che ti sei dato da te stesso il soprannome di
    "Je-nie-Dieu" (io nego  Dio),  tu  hai  nella  spalla  destra  una
    profonda  cicatrice,  perch  un  giorno  ti  sei disteso sopra un
    braciere ardente,  nella speranza di cancellare le tre lettere  T.
    F. P., che tuttavia si vedono ancora. E' vero? Rispondi.
    - E' vero - disse Chenildieu.
    -   E   tu,   Cochepaille,   hai  nel  braccio  sinistro,   presso
    l'articolazione interna del gomito,  una data in  lettere  azzurre
    incisa  bruciandovi  sopra della polvere.  E' la data dello sbarco
    dell'imperatore a Cannes, "1 marzo 1815". Tira su la manica.
    Cochepaille rialz la manica,  e tutti gli  sguardi  si  chinarono
    intorno a lui sul suo braccio nudo.  Un gendarme avvicin un lume;
    la data c'era.
    Allora lo sventurato si rivolse al pubblico e ai  giudici  con  un
    sorriso,  da  cui quelli che lo videro si sentono ancora straziati
    pensandoci.  Era un sorriso di trionfo e di  disperazione.  Vedete
    bene - disse - che sono io Giovanni Valjean.
    Nella sala non c'erano pi n giudici, n accusatori, n gendarmi;
    non c'erano che occhi fissi e cuori commossi. Nessuno si ricordava
    della parte che rappresentava, l'avvocato generale dimenticava che
    stava l per accusare,  il presidente per presiedere, il difensore
    per  difendere.   Cosa  sorprendente,   non   fu   mossa   nessuna
    interrogazione,   non   intervenne   alcuna   autorit.   La  nota
    caratteristica degli spettacoli sublimi  di conquistare tutte  le
    anime,  e  trasformare  tutti  i testimoni in spettatori.  Nessuno
    forse si rendeva conto di ci che provava; nessuno, certo,  diceva
    a  se  stesso  di  veder  risplendere  una  gran  luce;  ma  tutti
    internamente si sentivano abbagliati.
    Era evidente che avevano sotto gli occhi Giovanni  Valjean.  E  lo
    spettacolo  era radioso.  L'apparire di quell'uomo era bastato per
    inondare di luce quell'avventura cos volgare pochi momenti prima.
    Senza  bisogno  di  nessuna  spiegazione,   per  una   specie   di
    rivelazione,  tutta quella folla comprese di colpo quella semplice
    e magnifica storia d'un uomo che si denunciava perch un altro non
    fosse condannato in sua vece.  Gli accessori,  le  esitazioni,  le
    piccole  resistenze  possibili,  si  smarrirono  in  quel grande e
    splendido fatto.
    Impressione  che  pass  presto,  ma  che  in  quel  momento,   fu
    irresistibile.
    -  Non  voglio  disturbare  pi oltre l'udienza - riprese Giovanni
    Valjean - e poich nessuno m'arresta,  me ne  vado:  ho  parecchie
    cose  da  fare.  Il signor avvocato generale sa chi sono,  sa dove
    vado, e mi far arrestare quando vorr.
    Si diresse verso la porta d'uscita.  Non una voce si alz,  non un
    braccio  si  mosse  per  impedirglielo.  Si  fecero  da  parte per
    lasciarlo passare. In quell'istante egli possedeva quel non so che
    di divino,  che  induce  le  moltitudini  a  indietreggiare  e  ad
    allinearsi davanti a un uomo. Travers la folla a passi lenti. Non
    si seppe mai chi aprisse la porta, ma  certo che quando vi giunse
    era spalancata. Giunto sull'uscio, si volse e disse:
    - Signor avvocato generale, resto a vostra disposizione.
    Poi rivolgendosi al pubblico:
    - Voi tutti mi trovate degno di piet, vero? Mio Dio! quando penso
    a  quello  che  sono  stato capace di fare,  mi sento invece degno
    d'invidia.   Tuttavia,   avrei  preferito  che  tutto  questo  non
    accadesse!
    Usc,  e la porta si richiuse com'era stata aperta,  poich quelli
    che fanno certe cose sovrane, sono sempre sicuri di essere serviti
    da qualcuno nella folla.
    Meno d'un'ora dopo,  il verdetto dei giurati dichiarava  innocente
    l'imputato Champmathieu;  e costui, messo subito in libert, se ne
    andava stupefatto, credendo tutti gli uomini pazzi, e senza capire
    nulla di quanto aveva visto.


    Libro 8.
    CONTRACCOLPO.


    1. IN QUALE SPECCHIO MADELEINE SI GUARDA I CAPELLI.
    Il giorno cominciava a spuntare.  Fantina aveva passato una  notte
    di  febbre  e d'insonnia,  ma ricca di immagini ridenti;  verso il
    mattino  s'addorment.  Suor  Simplicia,   che  l'aveva  vegliata,
    approfitt  di quel sonno per andare a preparare una nuova pozione
    di  china.   Si  trovava  da   pochi   istanti   nel   laboratorio
    dell'infermeria,  curva sulle droghe e sulle ampolle,  e guardando
    molto da vicino,  per via di quella bruma che il crepuscolo spande
    su tutti gli oggetti,  quando d'improvviso, alzando il capo, dette
    un  piccolo  grido.  Madeleine  le  stava  davanti.   Era  entrato
    silenziosamente.
    - Siete voi, signor sindaco! - esclam.
    Questi rispose sottovoce:
    - Come sta quella povera donna?
    -  In questo momento non c' male.  Ma purtroppo siamo stati molto
    inquieti.
    Gli spieg quant'era accaduto: Fantina era  stata  molto  male  il
    giorno  avanti;  ora  stava  meglio,  perch credeva che il signor
    sindaco fosse andato a Montfermeil a prendere sua figlia. La suora
    non os interrogarlo,  ma dal suo  contegno  si  accorse  che  non
    veniva certamente di l.
    - Va bene - diss'egli - avete fatto benissimo a non disilluderla.
    - S - rispose la suora - ma ora che vi vedr,  signor sindaco,  e
    non vedr la bambina, che cosa le diremo?
    Egli stette un momento pensoso.
    - Dio ci ispirer - disse.
    - Per non dovremmo mentire - mormor a mezza voce la suora.
    Nella camera s'era fatto giorno chiaro,  e la luce batteva diritto
    sul  volto  di  Madeleine.  Il caso volle che la suora alzasse gli
    occhi:
    - Mio Dio! - esclam - che vi  dunque accaduto, signore? I vostri
    capelli sono tutti bianchi.
    - Bianchi! - diss'egli.
    Suor Simplicia non aveva specchio; frug in una borsa chirurgica e
    ne  trasse  uno  specchietto  di  cui   si   serviva   il   medico
    dell'infermeria  per costatare se un agonizzante avesse cessato di
    respirare. Madeleine prese lo specchio, guard i suoi capelli,  ed
    esclam: - Toh!
    Pronunci  questa  parola  con  indifferenza,  come  se pensasse a
    tutt'altro.
    La suora si sent agghiacciare da un  qualche  cosa  d'ignoto  che
    intravedeva in tutto quello. Egli chiese:
    - Posso vederla?
    - Il signor sindaco non far venire la piccina?  - disse la suora,
    osando appena rischiare una domanda.
    - Senza dubbio; ma ci vogliono due o tre giorni almeno.
    - Se fino allora Fantina non vedesse il signor sindaco  -  rispose
    timidamente  la  suora  - non saprebbe che  tornato e sarebbe pi
    facile farla pazientare; all'arrivo della bimba, essa naturalmente
    crederebbe che il signor sindaco  arrivato con sua  figlia.  Cos
    non ci sarebbe bisogno di dire una bugia.
    Madeleine  parve riflettere un momento,  quindi rispose con la sua
    gravit tranquilla:
    - No, sorella, devo vederla. Forse ho fretta.
    La suora non fece caso alla parola  "forse",  che  dava  un  senso
    scuro  e  strano  alle parole del sindaco;  rispose abbassando gli
    occhi e la voce rispettosamente:
    - In questo caso, lei riposa; per il signor sindaco pu entrare.
    Egli fece qualche osservazione per una porta che chiudeva male,  e
    che  stridendo  poteva  risvegliare  l'ammalata,  poi  entr nella
    camera di Fantina,  s'accost al letto e scost  le  cortine.  Lei
    dormiva.  Il  respiro  le usciva dal petto con quel rumore tragico
    che  proprio di quella specie di malattia, e che strazia le madri
    quando  vegliano  la  notte  presso  il  figliolo   condannato   e
    addormentato.  Ma  quel respiro affannoso turbava appena una certa
    ineffabile serenit sparsa sul suo volto,  che la trasfigurava nel
    sonno.  Il  suo  pallore  era divenuto candore,  e le guance erano
    vermiglie; le lunghe ciglia bionde,  l'unica bellezza che le fosse
    rimasta  della  sua verginit e della sua giovinezza,  palpitavano
    bench abbassate.  Tutta la sua persona trepidava per non so quale
    spiegamento  di  ali  pronte a distendersi e a sollevarla e che si
    sentivano fremere ma non si  vedevano.  A  vederla  cos,  non  si
    sarebbe  mai  potuto  credere  di  esser  davanti  a un'inferma in
    condizioni quasi disperate.  Sembrava pi sul punto di  volar  via
    che di morire.
    Quando  la  mano  s'allunga  per  distaccare  un  fiore,  il  ramo
    rabbrividisce,  e sembra che sfugga e si offra insieme.  Il  corpo
    umano ha un trasalimento simile, quando arriva l'istante in cui le
    misteriose dita della morte stanno per coglierne l'anima.
    Madeleine  rest  per  qualche  tempo  immobile  accanto al letto,
    guardando ora la malata ora il crocifisso,  come faceva  due  mesi
    prima,  il  giorno  che  era  andato a visitarla la prima volta in
    quell'asilo.  Erano di nuovo l tutti e  due  nella  stessa  posa;
    l'una dormiva,  l'altro pregava;  senonch ora,  a distanza di due
    mesi, lei aveva i capelli grigi e lui li aveva bianchi.
    La suora non era entrata con lui. Egli se ne stava in piedi presso
    il letto,  col dito sulla bocca,  come se nella  camera  ci  fosse
    qualcuno a cui imporre silenzio.
    Essa  apr  gli  occhi,  lo  vide,  e disse tranquillamente con un
    sorriso:
    - E Cosetta?

    2. FANTINA FELICE.
    Non ebbe n un moto di sorpresa,  n un moto di gioia,  era  tutta
    una gioia.  Questa semplice domanda: "E Cosetta?" fu fatta con una
    fede cos profonda,  con tanta  certezza,  con  una  assenza  cos
    completa  d'ogni  inquietudine  e d'ogni dubbio che egli non trov
    una parola. Fantina continu:
    - Lo sapevo che eravate qui: dormivo, ma vi vedevo. E' molto tempo
    che vi vedo;  vi ho seguito con gli occhi tutta la notte.  Eravate
    in  una  gloria,  ed  eravate  circondato  da ogni sorta di figure
    celesti.
    Egli alz gli occhi al crocefisso. Lei riprese:
    - Ma ditemi dunque, dov' Cosetta? Perch non me l'avete messa qui
    sul letto per il momento in cui mi sarei svegliata?
    Egli rispose macchinalmente qualche cosa, che pi tardi non riusc
    mai a ricordare. Per fortuna il medico, avvertito, era arrivato, e
    venne in aiuto di Madeleine.
    - Figliola, calmatevi - disse il medico.  - La vostra piccina  di
    l.
    Gli  occhi  di  Fantina  brillarono  e  le  illuminarono il volto:
    congiunse le mani con un'espressione che conteneva quanto  di  pi
    violento e di pi dolce pu avere una preghiera.
    - Ah! - esclam. - Portatemela!
    Commovente  illusione  della madre!  Per lei Cosetta era sempre il
    bimbo che si porta.
    - Non ancora - riprese il medico;  - non in questo momento:  avete
    ancora un po' di febbre,  e la vista della piccina vi agiterebbe e
    vi farebbe male. Bisogna guarire.
    Essa lo interruppe con impeto.
    - Ma io sono guarita! vi dico che sono guarita! Che asino,  questo
    dottore! Insomma voglio vedere mia figlia, io!
    - Vedete come vi agitate? - riprese il medico. - Fino a che sarete
    cos,  non  permetter  mai  che vi conducano qui la bambina.  Non
    basta vederla, bisogna vivere per lei.  Quando sarete ragionevole,
    ve la condurr io stesso.
    La povera malata curv la testa.
    -  Signor  dottore,  vi  domando perdono,  vi domando sinceramente
    perdono. Una volta non avrei parlato come ho parlato ora; ho tanto
    sofferto che talvolta non so pi quello  che  dico.  Capisco,  voi
    temete  la commozione;  aspetter quando vorrete,  ma vi giuro che
    non m'avrebbe fatto male vedere mia figlia.  Io la  vedo,  non  la
    perdo di vista da ieri sera.  Credete, se ora me la portassero, mi
    metterei a parlare con  dolcezza;  ecco  tutto.  Non    una  cosa
    naturale  che  io  desideri  di  vedere la mia piccina,  che siete
    andati a cercare espressamente a Montfermeil? Non sono in collera;
    lo so che sto per essere felice.  Tutta la  notte  ho  visto  cose
    candide e persone che mi sorridevano. Il signor dottore mi porter
    la  mia  Cosetta  quando  vorr.  Non ho pi febbre,  giacch sono
    guarita;  sento benissimo che non ho nessun male;  ma far come se
    fossi malata,  e non mi muover per far piacere alle suore. Quando
    vedranno che sono tranquilla,  diranno: -  Bisogna  darle  la  sua
    Cosetta.
    Madeleine  s'era  seduto  su  una  sedia accanto al letto.  Lei si
    rivolse verso di lui; si sforzava visibilmente di sembrare calma e
    "molto buona",  come diceva in quell'indebolimento prodotto  dalla
    malattia,  che somiglia all'infanzia,  affinch,  scorgendola cos
    quieta, non avessero pi difficolt a condurle Cosetta. Nondimeno,
    bench  si  contenesse,  non  poteva  astenersi  dal  rivolgere  a
    Madeleine mille domande.
    - Avete fatto buon viaggio, signor sindaco? Come siete stato buono
    d'andarmela  a  prendere!  Ditemi soltanto com'.  Non ha sofferto
    lungo la strada? Ahim!  non mi riconoscer pi!  Dopo tanto tempo
    mi  avr  dimenticata,  povera  piccina!  I  fanciulli  non  hanno
    memoria;  sono come gli uccelli;  oggi vedono una cosa,  domani ne
    vedono  un'altra e non ci pensano pi.  Aveva almeno la biancheria
    pulita?   La  vestivano  decentemente,   i  Thnardier?   Come  la
    nutrivano?  Oh!  se  sapeste  quanto soffrivo a farmi tutte queste
    domande, al tempo della mia miseria! Ma ora tutto  passato;  sono
    contenta!  Come  vorrei vederla!  Signor sindaco,  l'avete trovata
    bella? Vero che  bella la mia figliola? Avete patito molto freddo
    nella diligenza,  vero?  Non si potrebbe condurmela qui anche solo
    per un momento?  La porterebbero via subito subito.  Dite! Voi che
    siete il padrone, se voleste!
    Egli le prese la mano: - Cosetta  bella - disse,  -  Cosetta  sta
    bene e la vedrete presto;  ma calmatevi. Voi parlate troppo, e poi
    mettete fuori le braccia, e questo vi fa tossire.
    Infatti,  dei colpi di tosse interrompevano Fantina quasi  a  ogni
    parola.
    Essa  non  si  lament,  temendo di aver compromesso,  con qualche
    lagnanza troppo appassionata, la fiducia che voleva ispirare; e si
    mise a parlare di cose indifferenti.
    - E' abbastanza graziosa, vero, Montfermeil?  D'estate ci si vanno
    a  fare delle gite di piacere.  E i Thnardier fanno buoni affari?
    Non  un paese di molto traffico.  E' una specie di bettola quella
    loro locanda.
    Madeleine le teneva sempre la mano e la osservava con ansiet; era
    evidente  che era venuto per dirle delle cose,  dinanzi alle quali
    la sua  mente  esitava.  Terminata  la  visita,  il  medico  s'era
    ritirato, ed era rimasta con loro soltanto suor Simplicia.
    D'improvviso,  in  mezzo  a  quel silenzio,  Fantina esclam: - La
    sento, mio Dio, la sento!
    Stese il braccio perch si tacesse intorno  a  lei,  trattenne  il
    respiro e si mise ad ascoltare estatica.
    Per uno di quei casi che capitano sempre e pare che facciano parte
    della misteriosa preparazione dei lugubri avvenimenti,  si trovava
    in quel momento gi nel  cortile  un  fanciullo  che  giocava,  il
    figlio della portinaia o d'un'operaia qualunque. La bimba, giacch
    era una bambina, andava, veniva, correva per riscaldarsi, rideva e
    cantava  ad  alta voce.  Ahim!  a che cosa non si frammischiano i
    giochi dei bambini!  Era quella la  ragazzina  che  Fantina  udiva
    cantare.
    - Ah! - riprese -  la mia Cosetta! riconosco la sua voce!
    La  bimba  se ne and com'era venuta,  la voce si spense.  Fantina
    prest orecchio ancora per qualche  tempo;  poi  il  volto  le  si
    rannuvol,  e  Madeleine  l'ud  mormorare  sommessamente: - Com'
    cattivo quel medico a non lasciarmi  vedere  mia  figlia!  Ha  una
    brutta faccia quell'uomo!
    Ma le sue idee giulive ripresero il sopravvento,  e lei continu a
    parlare fra s col capo sul guanciale: - Come saremo felici! Prima
    di tutto avremo un piccolo giardino,  il signor Madeleine me  l'ha
    promesso; e la mia piccola giocher nel giardino. Adesso conoscer
    l'alfabeto;   la  far  compitare.  Correr  sull'erba,  e  io  la
    guarder. E poi far la sua prima comunione. Appunto!  quand' che
    far la prima comunione?
    E si mise a contare con le dita.
    - ...  Uno,  due, tre, quattro..., ha sette anni. Fra cinque anni.
    Porter un velo bianco,  le calze traforate e  avr  l'aria  d'una
    donnina.  Ah,  buona suora, voi non sapete come sono sciocca: ecco
    che penso alla prima comunione di mia figlia!
    E si mise a ridere.
    Egli aveva abbandonato la mano di Fantina. Ascoltava quelle parole
    come si ascolta il soffiar del vento,  con gli occhi chini a terra
    e  la  mente  immersa  in meditazione profonda.  D'improvviso essa
    tacque;   e  questo  gli  fece  alzare  macchinalmente  la  testa.
    L'aspetto di Fantina era diventato spaventoso.
    Non  parlava  pi,  non  respirava pi;  s'era alzata a sedere sul
    letto; la magra spalla usciva dalla camicia, il volto,  un momento
    prima radioso,  era livido;  sembrava fissasse gli occhi, dilatati
    dal terrore,  su qualche cosa di formidabile,  di  fronte  a  lei,
    all'altra estremit della camera.
    - Mio Dio! - esclam.
    - Cos'avete Fantina?
    Lei  non  rispose,  non tolse lo sguardo da quel qualunque oggetto
    che le pareva di vedere,  ma gli tocc con una mano il  braccio  e
    con l'altra gli fece segno di voltarsi indietro.
    Madeleine si volse e vide Javert.

    3. JAVERT CONTENTO.
    Ecco cos'era accaduto.
    Suonavano  le  dodici e mezzo di notte quando Madeleine usc dalle
    aule delle assise di Arras.  Rientr nell'albergo appena in  tempo
    per  ripartire  con la corriera postale,  nella quale gi sappiamo
    che aveva fissato il posto.  Arriv  a  Montreuil-sur-mer  un  po'
    prima delle sei del mattino, e la sua prima cura fu di mandare per
    posta la sua lettera a Laffitte,  e poi di entrare nell'infermeria
    per vedere Fantina.
    Intanto, appena egli aveva lasciato la sala d'udienza,  l'avvocato
    generale,  rinvenuto  dalla  prima sorpresa,  pigli la parola per
    deplorare l'atto di pazzia dell'onorevole  sindaco  di  Montreuil-
    sur-mer, per dichiarare che le sue convinzioni non erano per nulla
    modificate  da quel bizzarro incidente che si sarebbe chiarito pi
    tardi,  e per chiedere intanto la  condanna  di  Champmathieu,  il
    quale  evidentemente era il vero Giovanni Valjean.  La persistenza
    dell'avvocato  generale  era  in   visibile   contraddizione   col
    sentimento di tutti,  del pubblico,  della corte e dei giurati. Il
    difensore ebbe a durar poca fatica per confutare quell'arringa,  e
    per stabilire che,  in seguito alle rivelazioni di Madeleine, vale
    a dire del vero Giovanni Valjean,  la fisionomia del processo  era
    rovesciata  da  capo  a  fondo,  e  che  i giurati avevano davanti
    soltanto  un  innocente.   L'avvocato  ne  trasse   fuori   alcuni
    epifonemi,  disgraziatamente poco nuovi,  sugli errori giudiziari,
    eccetera,  eccetera.  Il presidente nel suo riassunto  si  un  al
    difensore e i giurati in pochi minuti assolsero Champmathieu.
    Ma  all'avvocato  generale  occorreva  un Giovanni Valjean,  e non
    avendo Champmathieu, prese Madeleine.
    Immediatamente dopo la  liberazione  di  Champmathieu,  l'avvocato
    generale   si   rinchiuse  col  presidente  e  conferirono  "sulla
    necessit d'impadronirsi della persona del sindaco  di  Montreuil-
    sur-mer".  Questa  frase,  nella  quale ci sono molti "di",   del
    signor avvocato generale,  scritta tutta di suo pugno nella minuta
    della  sua  relazione  al  procuratore generale.  Passata la prima
    emozione,  il presidente fece poche obiezioni: la giustizia doveva
    seguire il suo corso.  E poi,  per dir tutto, bench il presidente
    fosse buono e intelligente,  era un realista convinto e ardente  e
    l'aveva  urtato  il  fatto  che  il  sindaco di Montreuil-sur-mer,
    parlando dello sbarco di Cannes, avesse detto "l'imperatore" e non
    "Bonaparte".
    L'ordirle d'arresto fu emesso;  l'avvocato  generale  lo  sped  a
    Montreuil-sur-mer  a  mezzo  d'un  corriere speciale,  e ne affid
    l'esecuzione all'ispettore di polizia Javert.
    Egli stava alzandosi dal letto, quando il corriere gli consegn il
    mandato d'arresto.
    Il corriere, che era anche lui della polizia, in poche parole mise
    Javert al  corrente  di  quant'era  accaduto  ad  Arras.  L'ordine
    d'arresto,  firmato  dall'avvocato  generale,  era cos concepito:
    "L'ispettore Javert arrester  il  signor  Madeleine,  sindaco  di
    Montreuil-sur-mer,   che   nell'udienza   di  quest'oggi    stato
    riconosciuto come l'antico galeotto Giovanni Valjean".
    Chi non  avesse  conosciuto  Javert  e  lo  avesse  visto  entrare
    nell'anticamera  dell'infermeria,  non avrebbe indovinato nulla di
    quello che accadeva e avrebbe supposto in lui un'aria normale. Era
    freddo,  calmo,  grave,  aveva i capelli  grigi  ben  lisci  sulle
    tempie,  e aveva salito le scale con la consueta lentezza.  Ma chi
    l'avesse conosciuto a  fondo,  esaminandolo  attentamente  avrebbe
    rabbrividito. La fibbia del suo collare di cuoio era sull'orecchio
    sinistro anzich sulla nuca; indizio di una agitazione inaudita.
    Javert  era  un carattere completo,  che non tollerava mai nessuna
    piega n al suo dovere  n  alla  sua  divisa,  metodico  con  gli
    scellerati, rigido coi bottoni del proprio abito.
    Per avere allacciato male il collare, doveva provare una di quelle
    commozioni che si potrebbero chiamare terremoti interiori.
    Era  venuto con tutta semplicit,  aveva requisito al posto vicino
    un caporale e quattro soldati,  li aveva lasciati nel  cortile,  e
    s'era fatto indicare la camera di Fantina dalla portinaia, che non
    ebbe  nessuna  diffidenza,  abituata com'era a vedere gente armata
    chiedere del signor sindaco.
    Giunto in quella camera, Javert gir la maniglia,  spinse la porta
    con la delicatezza di un'infermiera o d'una spia, ed entr.
    A  parlare pi esattamente,  non entr.  Rimase ritto tra la porta
    socchiusa,  col capello in capo,  e la  mano  sinistra  nell'abito
    abbottonato  fino  al  petto.  Nella  piega  del  gomito si poteva
    distinguere il pomo di  piombo  dell'enorme  bastone  che  spariva
    dietro di lui.
    Rimase cos circa un minuto, senza che nessuno si accorgesse della
    sua  presenza.  Poi a un tratto Fantina alz gli occhi,  lo vide e
    fece rivolgere Madeleine.
    Nel momento in cui lo sguardo di Madeleine incontr lo sguardo  di
    Javert,  questi, senza un atto, senza un gesto, senza avvicinarsi,
    divenne spaventevole.  Nessun sentimento umano riesce  a  rendersi
    terribile come la gioia.
    Era il viso del demonio che ha ritrovato il suo dannato.
    La  certezza  di tener finalmente fra le mani Giovanni Valjean gli
    fece comparire sul volto tutto ci che aveva nell'anima.  Il fondo
    rimosso sal alla superficie. L'umiliazione d'aver smarrito per un
    momento  la  traccia,  e  d'essersi fuorviato dietro Champmathieu,
    spariva sotto l'orgoglio di aver indovinato fin  da  principio,  e
    d'aver  avuto  per cos lungo tempo l'istinto giusto.  La gioia di
    Javert scoppi  nel  suo  contegno  imperioso;  la  deformit  del
    trionfo  si diffuse su quella fronte piccina.  Sulla sua fronte si
    dispiegava tutto  l'orrore  che  pu  manifestare  una  fisionomia
    soddisfatta.
    In quel minuto Javert toccava il cielo. Senza rendersene conto, ma
    con una confusa intuizione della sua necessit e del suo successo,
    Javert personificava la giustizia,  la luce e la verit nella loro
    celeste funzione di schiacciare il male.  Dietro e intorno  a  s,
    per una estensione infinita, aveva l'autorit, la ragione, la cosa
    giudicata,  la  coscienza legale,  la vendetta pubblica,  tutte le
    stelle;  egli proteggeva l'ordine,  faceva  scoppiare  la  folgore
    dalla   legge,   vendicava   la   societ,   prestava   man  forte
    all'assoluto; si ergeva in una aureola, e c'era nella sua vittoria
    un  resto  di  sfida  e  di  lotta;  ritto,  altero,  sfolgorante,
    dispiegava  in  pieno azzurro empireo la bestialit sovrumana d'un
    arcangelo feroce;  il formidabile riflesso dell'azione che compiva
    rendeva  visibile  nel suo pugno contratto il vago fiammeggiamento
    della spada sociale;  felice e indignato,  teneva sotto il proprio
    tallone  il  delitto,  il  vizio,  la  ribellione,  la perdizione,
    l'inferno;  egli  splendeva,  sterminava,  sorrideva;  e  in  quel
    mostruoso  san  Michele  c'era una grandezza incontestabile.  Quel
    Javert spaventevole non aveva niente di ignobile.
    La probit, la sincerit, il candore,  la convinzione,  l'idea del
    dovere,  sono  tutte cose che,  se s'ingannano,  possono diventare
    orribili,  ma anche  orribili  restano  grandi;  la  loro  maest,
    inerente  alla coscienza umana,  persiste anche nell'orrore;  sono
    virt affette da un vizio: l'errore. La spietata onesta gioia d'un
    fanatico in  piena  atrocit,  conserva  non  so  quale  splendore
    lugubremente  venerabile.   Senza  rendersene  conto,   nella  sua
    formidabile  gioia  Javert  era  da  compiangere  come  tutti  gli
    ignoranti  che  trionfano.  Non  c'era  niente  di cos doloroso e
    terribile come quel volto,  su cui  era  visibile  quella  che  si
    potrebbe chiamare tutta la parte cattiva della bont.

    4. L'AUTORITA' RIPRENDE I SUOI DIRITTI.
    Fantina  non  aveva  pi visto Javert dal giorno in cui il sindaco
    l'aveva strappata a quell'uomo.  Nel suo cervello  malato  non  si
    rese  conto  di  nulla;  solo,  ebbe  la  certezza  che  veniva  a
    riprenderla.  Non pot sopportare quel volto spaventoso,  si sent
    morire, si nascose la faccia tra le mani gridando angosciosamente:
    - Signor Madeleine, salvatemi!
    Giovanni  Valjean  -  d'ora  innanzi  non lo chiameremo altrimenti
    s'era alzato.  Disse a fantina con la sua voce  pi  dolce  e  pi
    calma:
    - State tranquilla; non  per voi che  venuto.
    Poi, volgendosi a Javert, soggiunse:
    - So cosa volete.
    Javert rispose:
    - Fate presto!
    Nell'inflessione  di  voce  che  accompagn queste parole ci fu un
    certo che di feroce e  di  frenetico.  Egli  non  pronunci  "fate
    presto"  distintamente,  ma  ne  form  un  solo suono che nessuna
    ortografia potrebbe rappresentare;  non era pi una parola  umana,
    ma un ruggito.
    Non ag come al solito, non entr in materia, non esib il mandato
    di  cattura.  Per lui Valjean era come un combattente misterioso e
    inafferrabile,  un lottatore  tenebroso,  che  egli  stringeva  da
    cinque  anni senza poterlo rovesciare;  e quell'arresto non era il
    principio, ma la fine. Si limit a ripetere:
    - Fate presto!
    E cos parlando non fece un passo;  ma lanci  su  Valjean  quello
    sguardo  che scagliava come un arpione e col quale soleva attirare
    violentemente i miserabili.
    Era lo sguardo che due mesi prima Fantina aveva sentito  penetrare
    fin nel midollo delle sue ossa.
    Al  grido  di  Javert essa aveva riaperto gli occhi;  ma il signor
    sindaco era l: che poteva temere?
    Javert s'avanz in mezzo alla camera e grid:
    - Insomma! ti decidi a venire?
    La sventurata si guard intorno.  Non  c'era  nessuno,  tranne  la
    suora e il sindaco.
    A  chi  poteva  essere indirizzato quel "tu" cos schietto?  A lei
    sola; e ne rabbrivid.
    Ma allora vide una cosa inaudita, tanto inaudita, che mai nulla di
    simile le era apparso nei pi foschi deliri della febbre.
    Vide la spia Javert afferrare per il bavero il sindaco,  e vide il
    sindaco curvare la testa. Le parve che il mondo crollasse.
    Infatti Javert aveva preso Valjean per il bavero.
    - Signor sindaco! - grid Fantina.
    Javert scoppi a ridere,  di quell'orribile riso che gli metteva a
    nudo i denti scalzati.
    - Non ci sono pi signori sindaci qui!
    Giovanni  Valjean  non  tent  di  allontanare  la  mano  che  gli
    stringeva il bavero; disse:
    - Javert...
    Ma questi l'interruppe:
    - Chiamami signor ispettore.
    -   Signore  -  riprese  Valjean  -  vorrei  dirvi  una  parola  a
    quattr'occhi.
    - Parla a alta voce, parla ad alta voce - rispose Javert. - Con me
    si parla a voce alta!
    Valjean continu sommessamente:
    - Ho da farvi una preghiera...
    - Ti dico di parlare ad alta voce.
    - Ma  cosa che dovete sentire voi solo...
    - Che cosa importa a me? Io non ascolto!
    Valjean si volse verso di lui,  e gli disse rapidamente e  a  voce
    bassissima:
    -  Accordatemi  tre  giorni!  Tre  giorni per andare a prendere la
    figlia di questa povera infelice!  Pagher  tutto  quello  che  ci
    vorr. E voi m'accompagnerete se cos vi piace.
    - Vuoi scherzare!  - grid Javert.  - Davvero, non ti credevo cos
    stupido!  Mi domandi tre giorni per scappare!  e dici  che    per
    andare a prendere la figlia di questa sgualdrina!  Ah!  ah! bella!
    Questa s che  bella!
    Fantina fu presa da un fremito:
    - Mia figlia!  - esclam.  - Andare a prendere mia figlia!  Dunque
    non    qui!  Suora,  rispondetemi,  dov' Cosetta?  Io voglio mia
    figlia! signor Madeleine, signor sindaco!
    Javert batt il piede.
    - Quest'altra adesso! Vuoi tacere, briccona!  Maledetto paese dove
    i  galeotti  sono  sindaci,  e  le  prostitute  sono  curate  come
    contesse!  Oh,  ma  tutto  ci  finir!   Era  proprio  tempo!   E
    abbrancando la cravatta, la camicia e il bavero di Valjean, guard
    fisso Fantina e aggiunse:
    -  Ti dico che non ci sono pi signori Madeleine,  che non ci sono
    pi signori sindaci!  C'  un  ladro,  un  brigante,  un  galeotto
    chiamato Giovanni Valjean! ed  questo, e lo tengo! Ecco cosa c'!
    Fantina si rizz con impeto,  appoggiandosi sulle braccia rigide e
    sulle mani, guard Valjean, guard Javert,  guard la suora,  apr
    la  bocca  come  per  parlare;  ma un rantolo le usc dal profondo
    della gola,  i denti sbatterono,  stese le braccia  con  angoscia,
    aprendo  convulsamente  le mani,  annaspando come chi annega;  poi
    d'un tratto si abbatt sul capezzale.  La  testa  urt  contro  la
    spalliera  e  ricadde  sul petto,  la bocca spalancata,  gli occhi
    aperti e spenti.
    Era morta.
    Valjean pos la sua mano su quella che lo  teneva  e  l'apr  come
    avrebbe aperto la mano d'un fanciullo. Poi disse a Javert:
    - Avete ucciso questa donna.
    -  Finiamola!  -  grid Javert furioso.  - Non sono qui per sentir
    ragioni.  Risparmiamo tutte queste chiacchiere;  la guardia  gi.
    Andiamo subito, o le manette!
    In un angolo della camera c'era un vecchio letto in pessimo stato,
    che  serviva  talvolta alle suore quando vegliavano.  Valjean and
    verso il letto,  in un batter d'occhio smont la  spalliera  assai
    malconcia,  cosa facile per muscoli come i suoi,  impugn come una
    mazza la spranga principale e guard Javert,  che rincul verso la
    porta.
    Valjean, con la sbarra di ferro in mano, mosse lentamente verso il
    letto di Fantina.  Appena vi giunse, si volse e disse a Javert con
    una voce che si sentiva appena:
    - Non vi consiglio di disturbarmi in questo momento.
    Questo  certo: Javert tremava.
    Ebbe l'idea di andare a chiamare  i  soldati,  ma  Valjean  poteva
    approfittare  di  quel  momento per fuggire.  Rimase dunque al suo
    posto,  impugn il randello dalla parte meno grossa,  e si addoss
    allo stipite della porta senza perdere mai d'occhio Valjean.
    Questi appoggi il gomito sulla spalliera anteriore del letto e la
    fronte  nella  mano,  e  si  mise  a  contemplare  Fantina distesa
    immobile. Rimase cos assorto,  muto,  senza pensare evidentemente
    pi  a  nessuna  cosa  di  questa  vita.  Nel  suo volto e nel suo
    atteggiamento non c'era che una inesprimibile  piet.  Dopo  pochi
    istanti  di  quella  meditazione si chin verso Fantina e le parl
    sommesso.
    Che le disse?  Che poteva dire quel reprobo a  quella  morta?  Che
    parole  furono  le  sue?  Nessuno sulla terra le ud.  La morta le
    intese? Ci sono delle illusioni commoventi, che forse sono sublimi
    realt.  E' certo per,  che suor Simplicia,  unico testimonio  di
    quanto  accadeva,  ha spesso raccontato che mentre Valjean parlava
    all'orecchio  di  Fantina,  lei  vide  distintamente  spuntare  un
    ineffabile  sorriso  su  quelle pallide labbra e in quelle pupille
    vaghe, piene dello stupore della tomba.
    Valjean prese fra le sue mani la testa di Fantina e l'accomod sul
    guanciale,  come avrebbe fatto una madre col proprio figliolo,  le
    riallacci la camicia, e fece rientrare i capelli sotto la cuffia.
    Poi, le chiuse gli occhi.
    Il   viso   di   Fantina  sembrava  in  quel  momento  stranamente
    illuminato.
    Morire  entrare nella gran luce.
    La mano di Fantina pendeva fuori del letto. Valjean si inginocchi
    davanti a quella mano, la sollev dolcemente e la baci.
    Poi si rizz, si volse a Javert, e disse:
    - Ora, sono a vostra disposizione.

    5. UNA TOMBA CONVENIENTE.
    Javert chiuse Valjean nella prigione della citt.
    L'arresto  di  Madeleine   produsse   in   Montreuil-sur-mer   una
    impressione  o  a  dir  meglio una commozione straordinaria.  E ci
    dispiace di non poter nascondere che a queste sole parole: "era un
    galeotto",  quasi tutti l'abbandonarono.  In meno di due ore tutto
    il bene fatto da lui fu dimenticato; egli fu soltanto un galeotto.
    E'  giusto  dire  per che non erano ancora noti i particolari del
    fatto di Arras.  Tutto il giorno,  in ogni angolo della citt,  si
    sentivano dialoghi come questo:
    - Non lo sapete? Era un forzato liberato! - Chi? - Il sindaco. Eh!
    il signor Madeleine? - S - Proprio? - Non si chiama Madeleine, ha
    un nome curioso,  Bjan, Bojean. - Ah, mio Dio! L'hanno arrestato.
    - Arrestato!  - L'hanno messo  qui  nella  prigione  della  citt,
    aspettano  di  tradurlo  altrove!  - E dove lo porteranno?  - Deve
    essere giudicato alle assise,  per un atto di brigantaggio che  ha
    commesso  una  volta - Ebbene!  lo pensavo.  Quell'uomo era troppo
    buono, troppo perfetto, troppo dolce. Rifiut la decorazione, dava
    dei soldi a tutti i piccoli mascalzoni che incontrava.  Ho  sempre
    sospettato che l sotto si nascondesse qualche brutta storia.
    I "salotti" specialmente largheggiarono assai in questo senso. Una
    vecchia  signora,   abbonata  al  "Drapeau  blanc",   fece  questa
    riflessione,   di  cui    quasi  impossibile  misurare  tutta  la
    profondit:
    - Non me ne dispiace. Cos impareranno i bonapartisti!
    In  questo  modo svan a Montreuil-sur-mer quel fantasma che s'era
    chiamato Madeleine.  Tre o quattro persone soltanto  in  tutta  la
    citt  restarono  fedeli  alla  sua  memoria,  tra  cui la vecchia
    portinaia che l'aveva servito.
    La sera di quello stesso giorno,  la degna donna stava  seduta  in
    portineria,  ancora tutta spaventata,  riflettendo tristemente. La
    casa era rimasta chiusa tutto il giorno,  la porta principale  era
    sbarrata,  la  via  era  deserta.  In casa c'erano soltanto le due
    suore, suor Perpetua e suor Simplicia,  che vegliavano il cadavere
    di Fantina.
    Verso  l'ora  in  cui  Madeleine  era  solito rincasare,  la buona
    portinaia si alz meccanicamente,  tolse da un cassetto la  chiave
    della camera di Madeleine e la candela di cui egli si serviva ogni
    sera  per salire le scale;  appese la chiave al chiodo da cui egli
    soleva pigliarla,  e si colloc vicino alla candela,  come  se  1o
    aspettasse;  torn  quindi a sedersi e a pensare.  La povera buona
    vecchia aveva fatto quei preparativi inconsciamente.
    Dopo poco pi di due ore, la vecchia uscendo dal suo fantasticare,
    esclam: - Guarda!  buon Ges!  e io che ho attaccata la chiave al
    chiodo!
    In  quel  momento  lo sportello di vetro della portineria si apr,
    una mano pass per l'apertura,  prese la  chiave  e  la  bugia  ed
    accese la candela alla fiamma di quella che gi bruciava.
    La portinaia alz gli occhi e rimase a bocca aperta,  con un grido
    nella strozza che riusc a trattenere.
    Conosceva quella mano,  quel braccio,  quella manica di soprabito.
    Era Madeleine.
    - Mio Dio, signor sindaco - esclam - vi credevo....
    E  s'interruppe  perch  la  fine  della  frase avrebbe mancato di
    rispetto al principio:  per  lei  Valjean  era  sempre  il  signor
    sindaco.
    Egli comp il pensiero della donna:
    -  In  prigione - disse.  - C'ero;  ma ho spezzato una sbarra alla
    finestra, mi sono lasciato cadere dall'alto di un tetto, ed eccomi
    qui.  Salgo nella mia camera.  Andatemi a chiamare suor Simplicia,
    che certamente sar presso quella povera donna.
    La vecchia obbed in tutta fretta.
    Egli  non  le fece nessuna raccomandazione;  era sicuro che quella
    donna gli avrebbe fatto la guardia meglio che non  avrebbe  potuto
    lui stesso.
    Non si  mai saputo come avesse potuto penetrare nel cortile senza
    farsi aprire il portone.  Aveva,   vero,  e portava sempre con s
    una piccola chiave, che apriva una porticina laterale,  ma avevano
    dovuto   perquisirlo   e  quindi  togliergli  la  chiave.   Questa
    circostanza non venne mai chiarita.
    Sal le scale che conducevano alla sua camera.  Arrivato,  pos la
    bugia sull'ultimo scalino,  apr,  senza far rumore, la sua porta,
    poi torn a prendere la candela e rientr.
    La precauzione era utile;  ricordiamo che la sua  finestra  poteva
    essere vista dalla via.
    Dette un'occhiata in giro,  sulla tavola,  sulla sedia,  sul letto
    che da tre giorni non  era  disfatto.  Non  rimaneva  pi  nessuna
    traccia  del disordine della penultima notte,  perch la portinaia
    aveva "rifatta la camera". Senonch,  questa aveva raccolto tra le
    ceneri  e  deposto pulitamente sul tavolo le due estremit ferrate
    del bastone e la moneta di due franchi annerita dal fuoco.
    Prese un foglio di carta e scrisse: "Ecco le  due  punte  del  mio
    bastone ferrato e la moneta di due franchi rubata a Gervasino,  di
    cui ho parlato alla corte d'assise"; e pos sul foglio la moneta e
    i due pezzi di ferro,  in modo che potessero attirare prima d'ogni
    altra  cosa  gli sguardi di chi fosse entrato nella camera.  Tolse
    quindi da un armadio una vecchia camicia, la lacer, ne fece delle
    strisce in cui avvolse i  candelieri  d'argento.  Del  resto,  non
    aveva n fretta n agitazione,  e mentre era occupato ad avvolgere
    i candelieri del Vescovo,  dava qualche morso a un pezzo  di  pane
    nero,  probabilmente il pane della prigione, che aveva portato via
    scappando.
    Questo  stato costatato dalle briciole di pane nero,  che  furono
    trovate  sul  pavimento della camera quando pi tardi la giustizia
    vi fece una perquisizione.
    S'udirono battere due colpi alla porta.
    - Avanti - diss'egli.
    Era suor Simplicia.
    Era pallida,  aveva gli occhi rossi,  e la candela che portava  le
    tremava  in  mano.   Le  violenze  del  destino  hanno  questo  di
    particolare,  che  per  quanto  perfetti  o  insensibili  possiamo
    essere, tirano fuori dal fondo delle viscere la natura umana, e la
    costringono  a riapparire di fuori.  Nelle emozioni di quel giorno
    la suora era diventata donna: aveva pianto e tremava.
    Valjean terminava allora di scrivere alcune righe  su  un  foglio,
    che  porse  alla  suora  dicendo:  - Suora,  rimetterete questo al
    signor curato.
    Siccome il foglio era aperto, questa ci dette un'occhiata.
    - Potete leggere - disse Valjean.
    La suora lesse: "Prego il signor curato di curare tutto quello che
    lascio qui.  Egli si compiacer di  prelevare  le  spese  del  mio
    processo e del funerale per la donna che  morta oggi.  Il resto 
    per i poveri".
    La suora tent di parlare, ma pot appena balbettare qualche suono
    confuso. Alla fine riusc a dire:
    - Il signor sindaco non desidera  vedere  un'ultima  volta  quella
    povera infelice?
    -  No  -  rispose  - m'inseguono;  potrebbero arrestarmi nella sua
    camera: ne sarebbe turbata.
    Finiva appena,  quando ud un gran rumore  sulle  scale.  Era  uno
    strepito di passi che salivano, e la vecchia portinaia che gridava
    con la sua voce pi alta e pi acuta:
    -  Mio  buon  signore,  vi  giuro  in  nome del buon Dio che non 
    entrato nessuno, n in tutto il giorno, n in tutta la sera, e che
    non mi sono mai allontanata dalla porta!
    Un uomo rispose:
    - Eppure in quella stanza c' un lume.
    Riconobbero la voce di Javert.
    La camera era disposta in modo  che  la  porta  aprendosi  copriva
    l'angolo delle pareti a destra. Valjean spense la sua candela e si
    gett in quell'angolo.
    Suor Simplicia cadde in ginocchio vicino alla tavola.
    La porta s'apr. Ed entr Javert.
    S'udiva  nel  corridoio il mormorare sommesso di parecchi uomini e
    le proteste della portinaia.
    La suora non alz gli occhi: pregava.
    La candela accesa sul camino mandava poca luce.
    Javert, vedendo la suora, si ferm confuso.
    Ricorderemo che il fondo del carattere di Javert, il suo elemento,
    il suo ambiente respirabile,  era la venerazione di ogni autorit.
    Egli  era  tutto  d'un  pezzo,  e  non  ammetteva  n obiezioni n
    restrizioni.  Ben inteso che per lui l'autorit ecclesiastica  era
    la prima tra tutte. Egli era religioso; superficiale e corretto su
    questo  come  su ogni altro punto.  Ai suoi occhi un sacerdote era
    una mente che non s'inganna,  una suora era una creatura  che  non
    pecca  mai.  Erano anime murate in questo mondo con un'unica porta
    che s'apriva soltanto per concedere il passo alla verit.
    Vedendo la suora, il suo primo moto fu di ritirarsi.
    Ma c'era pure un altro dovere,  che  lo  dominava  e  lo  spingeva
    imperiosamente in senso contrario.  Il suo secondo movimento fu di
    rimanere e d'arrischiare almeno una domanda.
    Aveva dinanzi quella suor Simplicia,  che non aveva mai detto  una
    menzogna in vita sua. Javert lo sapeva e la venerava in particolar
    modo per tale motivo.
    - Suora - le disse - siete sola in questa camera?
    Ci fu un attimo terribile,  durante il quale la portinaia si sent
    venir meno. La suora alz gli occhi e rispose:
    - S.
    - Sicch - riprese Javert - perdonate se  insisto,  ma    il  mio
    dovere,  non  avete  visto  questa sera una persona,  un uomo?  E'
    evaso,  lo cerchiamo;  quel tale Giovanni  Valjean  non  lo  avete
    visto?
    La suora rispose:
    - No.
    Essa  ment: ment due volte di seguito,  l'una sull'altra,  senza
    esitare, rapidamente, come chi si sacrifica.
    - Scusate - disse Javert - e si ritir salutandola profondamente.
    O santa vergine,  da molti anni voi non appartenete pi  a  questo
    mondo,  e avete raggiunto in seno alla luce le vostre sorelle,  le
    vergini, i vostri fratelli,  gli angeli.  Di quella menzogna spero
    che sia tenuto conto in paradiso!
    La  risposta  della  suora  fu  per  Javert  qualche  cosa di cos
    decisivo,  che non bad neppure alla stranezza di  quella  candela
    appena spenta, che fumava ancora sulla tavola.
    Un'ora dopo un uomo, camminando attraverso gli alberi e la nebbia,
    si allontanava rapidamente da Montreuil-sur-mer nella direzione di
    Parigi.  Quell'uomo  era Giovanni Valjean.  Sulla testimonianza di
    due o tre carrettieri che l'incontrarono, fu notato che portava un
    involto e che era vestito d'un camiciotto.  Dove aveva preso  quel
    camiciotto?   Non   si   seppe   mai.   Per  pochi  giorni  prima
    nell'infermeria della fabbrica era morto un vecchio  operaio,  non
    lasciando altro che il suo camiciotto. Forse era quello.
    Un'ultima parola intorno a Fantina.
    Noi abbiamo tutti una madre, la terra; e a questa madre Fantina fu
    restituita.
    Il  curato  credette bene,  e forse fece bene,  di riservare per i
    poveri quanto pi gli fu possibile di ci che gli  aveva  lasciato
    Valjean.  Tutto considerato,  di che si trattava alla fine?  Di un
    galeotto e di una prostituta.  Quindi semplific  quanto  pot  il
    seppellimento  di Fantina e lo ridusse a quello stretto necessario
    che si chiama la fossa comune.
    Fantina fu dunque  sepolta  nella  parte  gratuita  del  cimitero,
    quella che  di tutti e di nessuno,  dove si smarriscono i poveri.
    Per fortuna,  Dio sa dove trovare le anime.  Fantina venne deposta
    nelle tenebre,  fra tutte le altre ossa; sub la promiscuit delle
    ceneri.  Gettata nella fossa comune,  la sua tomba somigli al suo
    letto.










    Parte Seconda.
    COSETTA.

    Libro 1.
    WATERLOO.


    1. CHE COSA Sl TROVA VENENDO A NIVELLES.
    In  un bel mattino di maggio dello scorso anno (1861) un viandante
    - colui che narra questa storia - veniva da Nivelles e si dirigeva
    verso La Hulpe. Andava a piedi, seguendo una larga strada selciata
    e fiancheggiata da due filari d'alberi,  serpeggiante  su  colline
    che  sollevano  la via e la lasciano ricadere,  formando cos come
    delle onde enormi. Aveva gi oltrepassato Lillois e Bois-Seigneur-
    Isaac.  Vedeva a  occidente  il  campanile  d'ardesia  di  Braine-
    l'Alleud,  che  ha  la  forma di un vaso capovolto.  Si era appena
    lasciato dietro un bosco sopra un'altura,  e,  all'angolo  di  una
    scorciatoia,  presso una specie di forca tarlata con l'iscrizione:
    "Antica barriera numero 4",  un'osteria  sulla  cui  facciata  era
    scritto: "Ai quattro venti. Echabeau, caff privato".
    A  mezzo  quarto  di lega oltre la bettola,  giunse in fondo a una
    valletta,  in cui c' dell'acqua che  passa  sotto  un  ponticello
    della via.  La macchia d'alberi, poco densa ma verdissima, riempie
    la valletta da un lato della strada,  mentre dall'altro si  dirada
    per i prati,  e se ne va bellamente e con un certo disordine verso
    Braine-l'Alleud.
    A destra, sulla strada, c'era una locanda,  con un carro a quattro
    ruote davanti alla porta,  un gran fascio di pertiche per luppoli,
    un aratro,  un mucchio di sterpi secchi vicino a una siepe  verde,
    della  calce che fumava in una buca quadrata,  e una scala a pioli
    appoggiata a una tettoia con  pareti  di  paglia.  Una  giovanetta
    sarchiava  in  un  campo,  dove il vento faceva svolazzare un gran
    manifesto giallo, probabilmente l'avviso di uno spettacolo foraneo
    di qualche kermesse.  Dall'angolo della  locanda,  accanto  a  una
    pozza  in  cui  navigava  una  flottiglia  di anitre,  un sentiero
    sassoso s'internava fra le sterpaglie. Il viandante vi entr.
    Fatti un centinaio di passi,  dopo aver costeggiato  un  muro  del
    quattrocento   sormontato   da  un  pignone  appuntito  a  mattoni
    incrociati,   si  trov  davanti  a  una  gran  porta  di  pietra,
    centinata,  con  le  imposte  rettilinee,  nel  grave  stile Luigi
    Quattordicesimo e con due piatti medaglioni  laterali.  La  faccia
    severa  che la dominava era tagliata da un muro perpendicolare che
    toccava quasi la porta formando un brusco angolo retto.  Sul prato
    davanti  alla  porta  giacevano  tre  erpici,  attraverso  i quali
    spuntavano alla rinfusa tutti i fiori  di  maggio.  La  porta  era
    chiusa,  e  la  sua chiusura consisteva in due battenti decrepiti,
    ornati di un vecchio martello arrugginito.
    Il sole era festoso;  le piante  avevano  quel  dolce  fremito  di
    maggio,  che sembra prodotto pi dai nidi che dal vento.  Un bravo
    uccellino, probabilmente innamorato,  nascosto in un grande albero
    gorgheggiava perdutamente.
    Il  viandante  si  chin  a osservare nella pietra a sinistra,  in
    basso  allo  stipite  della  porta,  una  larga  cavit  circolare
    somigliante all'alveolo di una sfera.  In quel momento la porta si
    apr e usc una contadina,  che vide il viandante e s'accorse  che
    guardava.
    - Quello l'ha fatto una palla francese - disse.
    Quindi soggiunse:
    - E quel buco pi su, nella porta, vicino a un chiodo, lo ha fatto
    un biscaglino, che non ha trapassato il legno.
    - Come si chiama questo luogo? - chiese il viandante.
    - Hougomont - rispose la contadina.
    Il viandante si raddrizz, mosse alcuni passi e and a guardare al
    di l delle siepi.  Vide all'orizzonte, attraverso gli alberi, una
    specie di monticello,  e su di  esso  qualcosa  che,  da  lontano,
    somigliava a un leone.
    Si trovava sul campo di battaglia di Waterloo.

    2. HOUGOMONT.
    Hougomont  fu  un  luogo  funebre,  il  primo  ostacolo,  la prima
    resistenza  che  incontr  a  Waterloo  quel  grande   spaccalegna
    dell'Europa  che si chiamava Napoleone;  fu il primo nodo sotto il
    colpo di scure.
    Era un castello e ora  una fattoria. Il maniero di Hougomont, per
    l'antiquario "Hugomons", fu edificato da Hugo, signore di Somerel,
    quello  stesso  che  dot  la  sesta  cappellania  dell'abazia  di
    Villers.
    Il viandante spinse la porta, e rasentando nell'androne un vecchio
    calesse,  penetr  nel cortile.  La prima cosa che lo colp fu una
    porta del cinquecento, che simula un'arcata, giacch tutto attorno
    a essa  caduto.  L'aspetto monumentale delle  volte  nasce  dallo
    stato  di rovina.  In un muro vicino a quest'arco si apre un'altra
    porta con serrature del tempo di Enrico Quarto,  che lascia vedere
    gli alberi di un orto.  Accanto alla porta un immondezzaio,  delle
    zappe e delle pale,  alcuni carretti,  un vecchio pozzo con la sua
    sponda e la carrucola di ferro,  un puledro che salta, un tacchino
    che fa la ruota,  una cappella sormontata da un piccolo campanile,
    un  pero  in  fiore appoggiato al muro della cappella: questo  il
    cortile,  la cui conquista fu un sogno  di  Napoleone.  Forse,  se
    avesse potuto impadronirsene, quel lembo di terra gli avrebbe dato
    il  mondo.  Alcune  galline  razzolavano  nel  terreno.  Si ode un
    brontolio;   un grosso cane che mostra i denti e che  sostituisce
    gli inglesi.
    Gli  inglesi  qui  fecero  meraviglie.  Le quattro compagnie delle
    guardie di Cooke resistettero per sette ore all'accanimento di  un
    esercito.
    La pianta geometrica di Hougomont,  fabbricati e recinti compresi,
    forma una specie di rettangolo irregolare, a cui sia stato mozzato
    uno degli angoli.  In quest'angolo si trova la porta  meridionale,
    che  quel  muro  protegge  e  domina.  Hougomont  ha due porte: la
    meridionale che  quella del castello, e la settentrionale,  che 
    quella  della  fattoria.  Napoleone  sped  contro  Hougomont  suo
    fratello Girolamo;  le divisioni Guilleminot,  Foy  e  Bachelu  vi
    dettero  di  cozzo,  quasi  tutto  il corpo di Reille fu adoperato
    senza riuscire;  e i cannoni  di  Kellermann  esaurirono  le  loro
    munizioni contro quell'eroico lembo di muro. La brigata Bauduin fu
    sufficiente  a forzare la posizione dal nord,  e la brigata Soye a
    mezzogiorno pot intaccarla, ma non prenderla.
    Gli edifici rurali chiudono il cortile a sud. Un pezzo della porta
    settentrionale,  fracassata dai francesi,  pende ancora aggrappato
    al  muro:  sono  quattro tavole inchiodate su due traverse,  nelle
    quali  si   distinguono   le   tacche   dell'assalto.   La   porta
    settentrionale,  sfondata  dai francesi e alla quale si  messo un
    pezzo nuovo per sostenere quello che pende dal muro,    socchiusa
    in fondo al cortile:  una porta quadrata praticata in un muro, di
    pietra sotto e sopra a mattoni,  che chiude il cortile a nord.  E'
    un semplice portone come se ne vedono in tutte  le  fattorie,  con
    due  larghi  battenti  di rozze tavole,  che d sui prati.  Il suo
    ingresso fu contrastato furiosamente;  e per lungo tempo si videro
    sopra i suoi stipiti moltissime impronte di mani insanguinate. Qui
    fu ucciso Bauduin.
    L'uragano  della  battaglia  si  sente  ancora  in questo cortile;
    l'orrore vi   visibile;  il  disordine  della  mischia  ci  si  
    pietrificato,   vive,   muore,   sembra  di  ieri.   I  muri  sono
    agonizzanti, le pietre cadenti, le brecce urlanti;  i fori sono le
    piaghe;  gli  alberi  chini  e  frementi  pare  che si sforzino di
    fuggire.
    Questo cortile nel 1815  conteneva  molti  altri  fabbricati,  che
    vennero  poi  abbattuti,  e  che  formavano allora delle sporgenze
    degli angoli e dei gomiti di squadra.
    Gli inglesi vi si erano asserragliati;  i francesi vi  penetrarono
    ma non poterono mantenere le posizioni. Di fianco alla cappella si
    erge  rovinosa,  e  potremmo dire sventrata,  un'ala del castello,
    unico rudere che resti del castello di Hougomont.
    Il castello serv come torrione e la cappella come ridotta.  Ci fu
    una  carneficina.  I francesi presi di mira da tutte le parti,  da
    dietro i muri, dall'alto dei granai,  dal basso delle cantine,  da
    tutte  le finestre,  da tutti gli spigoli,  da tutte le connessure
    delle pietre, ammucchiarono fascine e appiccarono il fuoco ai muri
    e agli uomini. Alla mitraglia rispose l'incendio.
    Nell'ala rovinata,  attraverso le finestre  munite  di  sbarre  di
    ferro,  s'intravedono  le  camere  smantellate di un fabbricato in
    mattoni,  nelle quali le guardie inglesi stavano  in  agguato.  La
    scala  a  chiocciola,  tutta  crepe dal pianterreno fino al tetto,
    sembra l'interno di una conchiglia rotta.  Gli  inglesi  assediati
    nella  scala,  che  aveva  due  piani,  stavano  raggruppati sugli
    scalini superiori,  e avevano  abbattuto  quelli  inferiori.  Sono
    grandi lastre di pietra azzurrognola che ora giacciono ammucchiate
    fra  le  ortiche.  Una  decina  di scalini,  sul primo dei quali 
    incisa la forma di un tridente,  sono  ancora  infissi  nel  muro,
    inaccessibili,  solidi  nei  loro  alveoli:  il  resto della scala
    somiglia a una mascella sdentata.  Ci sono l accanto  due  vecchi
    alberi: uno  morto, l'altro, bench ferito al pedale, rinverdisce
    ad  aprile,  e  dal  1815  in  poi  s'  messo  a  spingere i rami
    attraverso la scala.
    Nella cappella ci fu un massacro. L'interno, ora tranquillo, ha un
    aspetto strano.  Dopo quella carneficina non vi si  pi celebrata
    la messa;  per l'altare  rimasto: un altare di legno grossolano,
    addossato a un fondo di pietra grezza. Quattro pareti imbiancate a
    calce,  una porta  dirimpetto  all'altare,  due  piccole  finestre
    centinate, sulla porta un gran crocifisso di legno, sul crocifisso
    uno  spiraglio  quadrato,  tappato  con un fascio di fieno,  in un
    angolo a  terra  una  vecchia  invetriata  tutta  rotta;  ecco  la
    cappella.  Una  statua  di  legno  che rappresenta Sant'Anna,  del
    Quattrocento,  inchiodata vicino all'altare;  una palla port via
    la  testa  al  Bambin  Ges.  I  francesi,  per poco padroni della
    cappella,  poi  sloggiati,  l'incendiarono.  Le  fiamme  avvolsero
    questa  catapecchia,  che  divenne  una fornace;  bruci la porta,
    bruci il pavimento che era di legno; ma non bruci il crocifisso.
    Il fuoco gli rose i piedi,  di cui rimangono  soltanto  i  monconi
    anneriti,  poi  si ferm.  Miracolo,  dicono quelli del paese.  Il
    Bambin Ges, decapitato, non fu fortunato come il Cristo.
    I muri sono coperti d'iscrizioni.  Vicino ai piedi del  crocifisso
    si  legge questo nome: Henquinez,  poi questi altri: "Conde de rio
    Major, Marques y Marquesa de Almagro (Habana)".
    Ci sono nomi francesi seguiti da punti  d'esclamazione,  segni  di
    collera.  Nel 1849 i muri furono nuovamente imbiancati,  perch le
    nazioni vi si insultavano a vicenda.
    Alla porta della cappella fu raccolto un cadavere  che  teneva  in
    mano una scure; era il sottotenente Legros.
    Uscendo di l, a sinistra si vede un pozzo. Nel cortile ce ne sono
    due.  Si  chiede:  perch  questo  non ha n secchio n carrucola?
    Perch non vi si attinge pi acqua. E perch non vi si attinge pi
    acqua? Perch  pieno di scheletri.
    L'ultimo che tir acqua da quel pozzo si  chiamava  Guglielmo  Van
    Kylsom,  ed  era  un contadino dimorante a Hougomont,  e faceva il
    giardiniere.  Il 18 giugno 1815 la sua famiglia fugg e si nascose
    nel bosco.
    Tutte  queste  disgraziate popolazioni disperse si rifugiarono per
    pi giorni e pi notti nella  foresta  che  circonda  l'abazia  di
    Villers,  dove  alcuni  ruderi tuttora riconoscibili,  come vecchi
    tronchi d'alberi mezzo bruciati,  indicano oggi il posto  di  quei
    vecchi bivacchi trepidanti in fondo alle macchie.
    Guglielmo   Van  Kilsom  rimase  a  Hougomont  per  "custodire  il
    castello", e si nascose in una cantina.
    Gli inglesi lo scovarono, lo strapparono dal suo nascondiglio, e a
    piattonate  costrinsero  quel  poveretto  spaventato  a  servirli.
    Avevano  sete ed egli portava loro da bere,  attingendo l'acqua da
    quel pozzo.  Molti vi bevvero l'ultimo loro sorso,  e il pozzo che
    disset tanti morti, doveva poi morire anch'esso.
    Dopo  la  battaglia  si  ebbe fretta di seppellire i cadaveri.  La
    morte ha un modo  tutto  suo  di  intorbidire  la  vittoria;  alla
    gloria,  fa seguire la peste; il tifo  un accessorio del trionfo.
    Quel pozzo era  profondo,  e  ne  fecero  un  sepolcro  gettandovi
    trecento  morti,  forse con troppa fretta.  Erano morti tutti?  La
    leggenda dice di no: pare che  la  notte  successiva  si  udissero
    uscire dal pozzo voci fioche invocanti aiuto.
    Questo  pozzo    situato  in mezzo al cortile.  Tre muriccioli di
    pietra e di mattoni,  piegati come i  telai  di  un  paravento,  e
    formanti come una torricella quadrata,  lo circondano da tre lati:
    il quarto  aperto e di l si attingeva l'acqua.  Il muro in fondo
    ha una specie di occhio di bue informe,  forse un buco d'obice. La
    torricella aveva  un  tetto,  di  cui  rimangono  solo  le  travi.
    L'armatura  di sostegno del muro a destra ha la forma d'una croce.
    Chinandosi,  l'occhio si perde in un profondo cilindro di  mattoni
    pieno  di  tenebre.  Tutto  intorno  al  pozzo,  la  base dei muri
    sparisce sotto le ortiche.
    Questo pozzo non ha  per  copertura  la  larga  lastra  di  pietra
    turchina  che  si  trova  in  tutti i pozzi del Belgio.  La pietra
    azzurra  sostituita da una traversa,  a cui s'appoggiano cinque o
    sei difformi pezzi di legno che somigliano a ossa gigantesche. Non
    c'  pi  n secchio,  n catena,  n carrucola,  ma c' ancora la
    tinozza di pietra che serviva per risciacquare.  Ora vi  si  ferma
    l'acqua  piovana,  e  ogni  tanto  un uccello delle vicine foreste
    viene a bere e vola via.
    Tra quelle rovine c' ancora una casa abitata,  la casa  colonica,
    la cui porta d sul cortile.  Vicino a una bella toppa gotica, c'
    una maniglia di ferro a forma di trifoglio  messa  di  sbieco.  Il
    tenente  annoverese  Wilda  aveva  afferrato  quella  maniglia per
    rifugiarsi nella casa,  quando uno zappatore francese con un colpo
    di scure gli tronc la mano.
    La  famiglia  che  abita la casa ha per nonno l'antico giardiniere
    Van Kylsom,  morto da lungo tempo.  Una donna coi capelli grigi vi
    dice:  -  Io  c'ero: avevo tre anni.  Mia sorella pi grande aveva
    paura e piangeva. Ci condussero nel bosco; io era in braccio a mia
    madre.  Di tanto in tanto si buttavano con l'orecchio a terra  per
    sentire. Io imitavo il cannone facendo "bum, bum".
    Una porta del cortile, a sinistra, come dicemmo, mette nell'orto.
    Anche l'orto  terribile.
    E' diviso in tre parti,  e si potrebbe quasi dire in tre atti.  La
    prima parte    un  giardino,  la  seconda  l'orto,  la  terza  un
    boschetto.  Queste  tre  parti  hanno  una cinta comune;  sul lato
    dell'ingresso ci sono i fabbricati del castello e della  fattoria,
    a  sinistra  una  siepe,  a  destra e in fondo due muri: quello di
    destra  fatto di mattoni, l'altro di sassi. Si entra dapprima nel
    giardino che  in leggero pendio,  piantato d'uva spina,  ingombro
    di  vegetazioni selvatiche,  chiuso da una monumentale muratura in
    pietra da taglio,  con balaustri a doppia ntasi.  Era un giardino
    signorile  in  quel primo stile francese che ha preceduto Lenotre;
    oggi rovine e rovi.  I pilastri  sono  sormontati  da  globi,  che
    sembrano palle di pietra.  Si contano ancora quarantatr balaustri
    ritti sui loro plinti; gli altri giacciono nell'erba.  Quasi tutti
    recano delle scalfitture di fucilate.  Un balaustro rotto  posato
    sul parapetto come una gamba spezzata.
    Fu in questo giardino, pi basso dell'orto,  che sei volteggiatori
    della Prima Compagnia, essendovi entrati e non potendo pi uscire,
    attorniati  e  stretti  come  un orso nella fossa,  accettarono la
    lotta contro due compagnie di annoveresi,  una delle quali  armata
    di  carabine.  Gli  annoveresi,  schierati  lungo  la balaustrata,
    facevano fuoco  dall'alto,  e  i  volteggiatori,  rispondendo  dal
    basso,  in  sei  contro  duecento,  intrepidi,  senz'altro  riparo
    fuorch i cespugli d'uva spina, misero un quarto d'ora a morire.
    Saliti pochi scalini, dal giardino si passa nell'orto propriamente
    detto.  Qui,  mille e cinquecento uomini caddero in meno d'un'ora.
    Il  muro  sembra pronto a ricominciare la battaglia.  Vi si vedono
    ancora le trentotto feritoie apertevi  dagli  inglesi  ad  altezze
    irregolari.  Davanti  alla  sesta  ci  sono  due  tombe inglesi di
    granito.  Le feritoie si trovano soltanto  nel  muro  meridionale,
    perch  l'attacco  principale  veniva da quel lato.  Questo muro 
    mascherato al di fuori da  una  gran  siepe  verde.  Arrivando,  i
    francesi  credettero  che  l'unico  intoppo  fosse la siepe,  e la
    varcarono; ma trovarono il muro,  cio un ostacolo e un'imboscata,
    dietro  il  muro  le  guardie  inglesi e le trentotto feritoie che
    mandavano fuoco tutte insieme,  una tempesta  di  mitraglia  e  di
    palle.  La  brigata  Soye vi si infranse contro.  Cos ebbe inizio
    Waterloo.
    Tuttavia l'orto fu preso.  In mancanza di  scale,  i  francesi  si
    arrampicarono con le mani.  Si batterono a corpo a corpo sotto gli
    alberi, e tutta quest'erba fu bagnata di sangue. Un battaglione di
    Nassau,  di settecento uomini,  rest  fulminato.  All'esterno  il
    muro,   contro   il  quale  furono  puntate  le  due  batterie  di
    Kellermann,  roso dalla mitraglia.
    Quest'orto fiorisce quanto un altro al mese di maggio.  Ha i  suoi
    ranuncoli  e  le sue pratoline,  l'erba vi cresce alta,  i cavalli
    dell'aratro vi pascolano;  delle corde di crine,  che servono  per
    spandere il bucato,  tese da un albero all'altro, fanno piegare il
    capo ai passanti;  si cammina  sul  terreno  incolto,  e  i  piedi
    affondano  nelle  buche scavate dalle talpe.  In mezzo all'erba si
    vede un tronco d'albero sradicato, abbattuto, verdeggiante;  vi si
    appoggi  il maggiore Blakman per spirare.  Sotto un grande albero
    vicino cadde il  generale  Duplat,  appartenente  a  una  famiglia
    francese emigrata dopo la revoca dell'editto di Nantes.  L vicino
    s'incurva verso terra un vecchio melo ammalato, bendato con paglia
    e creta.  Quasi tutti i meli sono cadenti per vecchiaia,  e non ce
    n'  uno  che  non  abbia  la  sua palla o il suo biscaglino.  Gli
    scheletri degli alberi morti  abbondano  in  quest'orto.  I  corvi
    volano tra i rami, ma in fondo c' un bosco pieno di violette.
    Bauduin  ucciso,   Foy  ferito,   l'incendio,   il  massacro,   la
    carneficina, un torrente di sangue inglese, di sangue tedesco e di
    sangue  francese  furiosamente  mescolati,   un  pozzo  colmo   di
    cadaveri, il reggimento di Nassau e quello di Brunswick distrutti,
    Duplat  e  Blakman  uccisi,  le  guardie  inglesi mutilate,  venti
    battaglioni francesi decimati sui quaranta del  corpo  di  Reille,
    tremila uomini nel solo casolare di Hougomont sciabolati, tagliati
    a pezzi,  scannati, fucilati, bruciati; e tutto questo perch oggi
    un contadino possa dire a  un  visitatore:  "Signore,  datemi  tre
    franchi, e se volete, vi spiegher la faccenda di Waterloo".

    3. 18 GIUGNO 1815.
    Valendoci del diritto del narratore, torniamo indietro, al 1815, e
    anche  un  po' pi in l dell'epoca m cui comincia l'azione da noi
    raccontata nella prima parte di questo libro.
    Se nella notte dal 17  al  18  giugno  1815  non  avesse  piovuto,
    l'avvenire dell'Europa sarebbe stato diverso. Poche gocce di acqua
    di  pi o di meno hanno deciso della sorte di Napoleone.  Bast un
    po' di  pioggia  alla  Provvidenza  perch  Waterloo  distruggesse
    Austerlitz;  e  una  nuvola che attravers il cielo fuori stagione
    bast a far crollare un mondo.
    La battaglia di Waterloo pot cominciare soltanto  alle  undici  e
    mezzo; il che diede a Blcher il tempo di arrivare. Perch? Perch
    la  terra  era bagnata.  Si dovette aspettare che si rassodasse un
    po' per poter usare dell'artiglieria.
    Napoleone era ufficiale d'artiglieria,  e ne soffriva.  In fondo a
    quel   prodigioso  capitano  c'era  l'uomo  che  nel  rapporto  al
    Direttorio su Aboukir diceva: "Uno dei nostri proiettili ha ucciso
    sei uomini".  Tutti i suoi piani di battaglia sono  fatti  per  il
    proiettile.  Far convergere l'artiglieria sopra un punto dato, era
    per lui la  chiave  della  vittoria.  Trattava  la  strategia  del
    generale  nemico  come  una  cittadella  e  la batteva in breccia.
    Schiacciava il lato debole con la mitraglia; annodava e snodava le
    battaglie col cannone.  Il tiro del cannone faceva parte  del  suo
    genio.  Sfondare i quadrati,  frantumare i reggimenti, spezzare le
    linee,  schiacciare e disperdere le masse,  il  problema  per  lui
    stava tutto nel battere,  battere,  e battere ancora senza posa; e
    questo lavoro lo affidava  al  cannone.  Metodo  formidabile  che,
    unito  al  genio,  rese  invincibile  per  quindici anni quel cupo
    atleta del pugilato della guerra.
    Il 18 giugno 1815 contava tanto pi  sull'artiglieria,  in  quanto
    aveva   il   vantaggio   del   numero.   Wellington  contava  solo
    centocinquantanove   bocche   da   fuoco;    egli    ne    contava
    duecentoquaranta.
    Supponete  che  il  terreno  fosse  stato asciutto e l'artiglieria
    avesse potuto muoversi,  I'azione sarebbe cominciata alle sei  del
    mattino e sarebbe stata vinta e finita alle due, tre ore prima del
    sopraggiungere dei prussiani.
    Quanti  errori sono imputabili a Napoleone nella perdita di quella
    battaglia? Il naufragio  imputabile al pilota?
    All'evidente decadenza fisica di Napoleone si aggiungeva forse  in
    quell'epoca  una  certa  fiacchezza  interna?  Vent'anni di guerra
    avevano consumato la lama come la guaina,  l'anima come il  corpo?
    Il veterano si faceva fastidiosamente sentire nel capitano? In una
    parola,  quel  genio si eclissava forse,  come hanno creduto molti
    storici?  Dava in frenesie per mascherare a se stesso  la  propria
    debolezza?   Cominciava   a   oscillare   traviato   da   pensieri
    avventurosi?  Oppure,  cosa gravissima in un  generale,  diventava
    inconscio  del  pericolo?   In  quella  classe  di  grandi  uomini
    materiali,  che si potrebbero chiamare i giganti dell'azione,  c'
    un'et  per  la miopia del genio?  La vecchiaia non intacca i geni
    dell'ideale: per Dante e per Michelangelo invecchiare   crescere;
    per  Annibale  e  per  Bonaparte  sarebbe invece diminuire?  Aveva
    Napoleone perduto il senso diretto della vittoria?  Era  giunto  a
    non vedere pi lo scoglio,  a non indovinare lo stratagemma, a non
    discernere l'orlo crollante degli abissi?  Gli veniva a mancare il
    fiuto delle catastrofi?  Egli che una volta conosceva tutte le vie
    del trionfo,  e che dall'alto del suo carro fulmineo  le  indicava
    con dito sovrano,  era preso ora da un cos sinistro sbalordimento
    da guidare nei precipizi la tumultuosa muta delle sue  legioni?  A
    quarantasei  anni era forse colpito da una suprema pazzia?  e quel
    titanico  auriga  del  destino  era  forse  nient'altro   che   un
    gigantesco rompicollo? Noi non lo crediamo.
    Per  confessione  di  tutti,  il  suo  piano  di  battaglia era un
    capolavoro.  Muovere diritto al centro della linea degli  alleati,
    fare  una breccia nel nemico,  tagliarlo in due,  spingere la met
    inglese  sopra  Hal,  la  met  prussiana  su  Tongres,   fare  di
    Wellington  e  di Blucker due tronconi,  prendere Mont-Saint-Jean,
    impadronirsi di Bruxelles, buttare il tedesco nel Reno e l'inglese
    in mare;  questo era,  per Napoleone,  lo  svolgimento  di  quella
    battaglia. Al resto avrebbe pensato dopo.
    E'  inutile  dire  che  non  pretendiamo  di scrivere la storia di
    Waterloo;  una delle scene generatrici del dramma che  raccontiamo
    si  rannoda a quella giornata;  ma la storia di essa non entra nel
    nostro tema.  D'altronde questa storia    gi  scritta,  e  assai
    magistralmente,  da  una  parte  da  Napoleone,  e  dall'altra  da
    un'intera pleiade di  storici.  Dal  canto  nostro,  lasciamo  gli
    storici  alle  prese  tra loro;  noi siamo soltanto un testimone a
    distanza,  un passante nella pianura,  un investigatore  chino  su
    quella  terra  impastata  di  carne  umana,  che  prende  forse le
    apparenze per realt; noi non abbiamo il diritto di affrontare, in
    nome della scienza,  un cumulo di fatti,  nei quali ci sono  senza
    dubbio  dei miraggi;  non abbiamo n l'esperienza militare,  n la
    competenza strategica che autorizzano un sistema; a nostro avviso,
    a Waterloo un concatenarsi di casi fortuiti domina i due capitani;
    e quando si tratta di quel misterioso accusato che   il  destino,
    giudichiamo come il popolo che  un giudice senza malizia.

    4. A.
    Chi  volesse raffigurarsi chiaramente la battaglia di Waterloo non
    ha da far altro che tracciare con la  mente  un  A  maiuscolo  sul
    terreno.  La  gamba  sinistra  dell'A  la strada di Nivelles,  la
    destra   quella  di  Genappe,  la  linea  trasversale    la  via
    incassata  da  Ohain a Braine-l'Alleud.  Il vertice dell'A  Mont-
    Saint-Jean,  dov'  Wellington;  la  punta  inferiore  sinistra  
    Hougomont, dove si trova Reille con Girolamo Bonaparte; e la punta
    inferiore destra  la Belle-Alliance,  dov' Napoleone.  Un po' al
    di sotto del punto in cui la linea trasversale dell'A  incontra  e
    taglia la gamba destra, si trova la Haie-Sainte. In mezzo a questa
    linea  trasversale    il  posto  preciso in cui fu detta l'ultima
    parola della battaglia.  L  si    collocato  il  leone,  simbolo
    involontario del supremo eroismo della guardia imperiale.
    Il  triangolo  compreso  tra il vertice dell'A,  le due gambe e la
    linea  trasversale,  forma  la  spianata  di  Mont-Saint-Jean;  la
    battaglia consistette nella contesa di quella spianata.
    Le  ali delle due armate si stendevano a destra e a sinistra delle
    due strade di Genappe e di Nivelles;  d'Erlon di fronte a  Picton,
    Reille di fronte a Hill.
    Dietro  il vertice dell'A,  dietro cio la spianata di Mont-Saint-
    Jean, sta la foresta di Soignes.
    Quanto alla pianura, figuriamoci un vasto terreno ondulato, in cui
    ogni rialzo domina  quello  che  segue,  e  tutte  le  ondulazioni
    salgono verso Mont-Saint-Jean e fanno capo alla foresta.
    Due  eserciti  nemici  su  un  campo  di  battaglia  sono come due
    gladiatori:  una lotta a corpo a corpo,  in cui ciascuno cerca di
    far cedere l'altro. Si aggrappano a tutto. Un cespuglio  un punto
    d'appoggio,  uno spigolo di muro  un sostegno; un reggimento cede
    per mancanza d'una bicocca a cui addossarsi; una depressione nella
    pianura, un'ondulazione di terreno,  un sentiero trasversale,  una
    macchia,  un  burrone,  possono fermare il tallone di quel colosso
    che si chiama un esercito,  e impedirgli  di  indietreggiare.  Chi
    abbandona  il  campo  battuto.  Quindi la necessit,  per il capo
    responsabile,  d'esaminare la pi  piccola  macchia  d'alberi,  di
    scrutare la minima accidentalit del terreno.
    I  due  generali avevano studiato attentamente la pianura di Mont-
    Saint-Jean,  chiamata ora  di  Waterloo.  Wellington,  con  sagace
    previdenza, l'aveva esaminata fin dall'anno precedente, come campo
    eventuale  d'una  grande  battaglia.  Su  quel  terreno e per tale
    duello,  Wellington  il  18  giugno  1815  aveva  il  lato  buono,
    Napoleone  il  cattivo.  L'esercito  inglese  era in alto,  quello
    francese in basso.
    E' quasi un di pi  descrivere  qui  la  figura  di  Napoleone,  a
    cavallo,   col  canocchiale  in  mano,  sull'altura  di  Rossomme,
    all'alba del 18 giugno 1815.  Prima che sia  disegnato,  tutti  lo
    hanno gi visto.  Il profilo calmo sotto il piccolo cappello della
    scuola di  Brienne,  l'uniforme  verde  col  risvolto  bianco  che
    nasconde la placca, il cappotto grigio che nasconde le spalline, i
    calzoni di pelle,  il cavallo bianco con la gualdrappa di porpora,
    adorna agli angoli di N coronate e di  aquile,  gli  stivali  alla
    scudiera sulle calze di seta,  gli speroni d'argento,  la spada di
    Marengo: questa raffigurazione dell'ultimo  imperatore  sta  negli
    occhi di tutti,  acclamata dagli uni,  severamente giudicata dagli
    altri.
    Per molto tempo questa immagine    stata  sempre  nella  luce;  e
    questo  dipendeva  da  una certa fascinosa leggenda che la maggior
    parte degli eroi creano attorno a s e che vela sempre, pi o meno
    a lungo,  la verit.  Oggi per la  storia  e  la  luce  si  vanno
    formando.
    Quella luce, che si chiama storia,  spietata; ha questo di strano
    e di divino che, per quanto sia luce e appunto perch luce, stende
    spesso  dell'ombra  dove  non si vedevano che raggi.  Dello stesso
    uomo essa forma  due  immagini  diverse,  di  cui  l'una  combatte
    l'altra  e  la  condanna,  e  le  tenebre  del despota lottano col
    fulgore   del   guerriero.    Di   qui   una   misura   pi   equa
    nell'apprezzamento   definitivo  dei  popoli.   Babilonia  violata
    sminuisce   Alessandro,    Roma   incatenata   sminuisce   Cesare,
    Gerusalemme  distrutta sminuisce Tito.  La tirannia tien dietro al
    tiranno,  ed  una sventura per un uomo lasciare dietro di s  una
    tenebra che ha la sua forma.

    5. IL "QUID OBSCURUM" DELLE BATTAGLIE.
    Tutti conoscono la prima fase di questa battaglia;  avvio confuso,
    incerto,  esitante,  minaccioso per entrambi gli eserciti,  ma per
    gli inglesi pi che per i francesi.
    Aveva  piovuto  tutta la notte;  il terreno era come sconvolto dai
    rovesci;  l'acqua s'era accumulata negli incavi della pianura come
    in  tante  tinozze.  In  certi  punti  i traini ne avevano fino al
    mozzo; i sottopancia dei cavalli sgocciolavano fango liquido; e se
    le biade e le segale rovesciate da quelle  file  di  carriaggi  in
    marcia  non avessero colmato i solchi e formato una lettiera sotto
    le ruote,  ogni movimento,  soprattutto negli  avvallamenti  dalla
    parte di Papelotte, sarebbe stato impossibile.
    La battaglia cominci tardi. Abbiamo gi detto che Napoleone aveva
    l'abitudine  di  tenere  tutta  l'artiglieria  sotto mano come una
    pistola,  prendendo di mira ora  l'uno  ora  l'altro  punto  della
    battaglia.  Aveva  voluto  aspettare  che  le  batterie  potessero
    muoversi e galoppare liberamente;  e per questo occorreva  che  il
    sole venisse ad asciugare il terreno. Ma il sole non comparve. Non
    era  pi  l'appuntamento  di  Austerlitz.  Quando venne sparato il
    primo colpo  di  cannone,  il  generale  inglese  Corville  guard
    l'orologio e vide che erano le undici e trentacinque.
    L'azione  fu  impegnata con furia dall'ala sinistra francese sopra
    Hougomont,  con pi furia forse che l'imperatore non  desiderasse.
    In  pari  tempo,  Napoleone attacc il centro lanciando la brigata
    Quiot sopra la Haie-Sainte,  e Ney spinse  l'ala  destra  francese
    contro la sinistra inglese che s'appoggiava a Papelotte.
    L'attacco  a Hougomont,  era un po' simulato.  Il piano consisteva
    nell'attirarvi Wellington e farlo propendere a sinistra; e sarebbe
    riuscito,   se  le  quattro  compagnie  di  guardie  inglesi  e  i
    coraggiosi   belgi   della   divisione   Perponcher  non  avessero
    saldamente tenuto la posizione; e Wellington, invece di ammassarvi
    le sue truppe, pot limitarsi a spedire col come rinforzo quattro
    compagnie di guardie e un battaglione di Brunswick.
    L'attacco dell'ala destra francese su Papelotte era un  attacco  a
    fondo.  Sbaragliare la sinistra degli inglesi,  tagliare la strada
    di Bruxelles,  sbarrare eventualmente il passaggio  ai  prussiani,
    impadronirsi   di   Mont-Saint-Jean,   spingere  Wellington  sopra
    Hougomont,  quindi sopra Braine-l'Alleud poi sopra Hal: niente  di
    pi chiaro.  A parte alcuni incidenti,  la mossa riusc. Papelotte
    fu presa, la Haie-Sainte conquistata.
    Circostanza  degna  di  nota;   nella  fanteria   degli   inglesi,
    specialmente  nella brigata Kempt,  c'erano molte reclute.  Questi
    soldati novizi di fronte ai nostri formidabili fantaccini,  furono
    valorosi; bench inesperti, se la cavarono intrepidamente, facendo
    soprattutto  un  eccellente  servizio  di  cacciatori.  Il soldato
    cacciatore, un po' abbandonato a se stesso,  diventa per cos dire
    il   proprio   generale.   Quelle   reclute   mostrarono   un  po'
    dell'iniziativa  e  della  furia  francese,  e  si  batterono  con
    slancio. Questo dispiacque a Wellington.
    Dopo la presa della Haie-Sainte, la battaglia fu incerta.
    In quella giornata, da mezzogiorno alle quattro, c' un intervallo
    oscuro;  il luogo della battaglia resta quasi indistinto,  diventa
    cupo come la mischia. Vi si fa buio; e in quella bruma si scorgono
    vaste fluttuazioni, un miraggio vertiginoso,  tutto l'armamentario
    di  guerra  pressoch  sconosciuto oggi,  i "colbak" a fiamma,  le
    grosse tasche penzoloni, le bandoliere incrociate,  le giberne per
    granate,  i  "dolman"  degli  ussari,  gli  stivali  rossi a mille
    pieghe,  i pesanti berretti inghirlandati di cordoni,  la fanteria
    quasi   nera   di   Brunswick   mista   alla   fanteria  scarlatta
    d'Inghilterra,  i soldati inglesi con  grossi  cuscinetti  bianchi
    rotondi  al  posto  delle spalline,  i cavalleggeri annoveresi coi
    loro caschi oblunghi di cuoio  con  strisce  d'ottone  e  criniere
    rosse,  gli scozzesi dai ginocchi nudi e dalle gonne a scacchi, le
    grandi uose bianche dei nostri  granatieri;  quadri  insomma,  non
    linee strategiche, quel che ci vuole per Salvator Rosa, non quello
    che occorre a Gribeauval.
    In  una  battaglia  c'  sempre  una certa dose di burrasca: "quid
    obscurum, quid divinum". In quelle confusioni ogni storico traccia
    un po' la  linea  che  gli  piace.  Qualunque  sia  il  piano  dei
    generali,   il   cozzo   delle   masse   armate  ha  dei  riflussi
    incalcolabili;   durante  l'azione  i  piani  dei  due   capi   si
    compenetrano e si deformano a vicenda. Un certo punto del campo di
    battaglia divora pi combattenti di un altro, come i terreni pi o
    meno  spugnosi  assorbono,  pi  o meno presto,  l'acqua che vi si
    getta;  e in quel punto si  costretti a riversare pi soldati che
    non si vorrebbe. Spese impreviste. La linea di battaglia fluttua e
    serpeggia   come   un   filo,   le   strisce  di  sangue  scorrono
    illogicamente,  le fronti degli eserciti ondeggiano,  i reggimenti
    rientrando  o sporgendo formano capi e golfi,  tutti quegli scogli
    si agitano continuamente gli uni dinanzi agli  altri;  dov'era  la
    fanteria  arriva  l'artiglieria,  dov'era l'artiglieria accorre la
    cavalleria; i battaglioni son nuvoli di fumo.  In quel punto c'era
    qualche cosa; la cercate,  sparita. I vuoti si spostano; le masse
    oscure  avanzano  e  retrocedono,  una  specie di vento sepolcrale
    spinge,  respinge,  gonfia,  disperde quelle tragiche moltitudini.
    Cos'  una  mischia?    un'oscillazione.  L'immobilit d'un piano
    matematico esprime un minuto e non una  giornata.  Per  descrivere
    una battaglia ci vogliono quegli artisti potenti che hanno il caos
    nel  pennello,  Rembrandt  vale  pi di Van Der Meulen,  il quale,
    esatto a mezzogiorno,  alle tre mentisce.  La  geometria  inganna;
    soltanto l'uragano  veritiero.  E per questo Folard ha diritto di
    contraddire Polibio.  Aggiungiamo che c' sempre un certo  momento
    in cui la battaglia degenera in combattimento, si particolarizza e
    si  frantuma  in  innumerevoli fatti episodici,  che,  per valerci
    d'una frase dello stesso Napoleone,  "appartengono alla  biografia
    dei reggimenti pi che alla storia dell'esercito".  In questo caso
    lo storico ha evidentemente il diritto  di  riassumere.  Egli  pu
    cogliere  solo  i  contorni  principali  della  lotta;  e  non c'
    narratore,  per quanto coscienzioso sia,  che possa  disegnare  in
    modo  assoluto  la  forma  di  quell'orribile  nuvola  che    una
    battaglia.
    Questa verit comune a tutti i grandi scontri armati   particolar
    modo applicabile a Waterloo.
    Tuttavia  nel  pomeriggio,  a  un  certo  punto,  la  battaglia si
    precis.

    6. LE QUATTRO POMERIDIANE.
    Verso le quattro,  la situazione dell'esercito inglese  era  molto
    grave.  Il  principe  d'Orange  comandava  il  centro,  Hill l'ala
    destra,  Picton la sinistra.  Il principe  d'Orange,  smarrito  ma
    intrepido,  gridava agli olandesi e ai belgi: "Nassau!  Brunswick!
    Non si va mai indietro!". Hill, indebolito,  veniva ad appoggiarsi
    a Wellington;  Picton era morto. Mentre gli inglesi strappavano ai
    francesi  la  bandiera  del  Centocinquesimo  di   linea,   questi
    uccidevano  agli  inglesi  il  generale Picton con una palla nella
    testa.  Per Wellington la battaglia aveva  due  punti  d'appoggio,
    Hougomont e la Haie-Sainte;  Hougomont resisteva ancora, ma era in
    fiamme;  la Haie-Sainte era perduta.  Del battaglione tedesco  che
    l'aveva difesa sopravvivevano solo quarantadue persone;  tutti gli
    ufficiali, meno cinque, erano morti o prigionieri.  Tremila uomini
    s'erano  massacrati  in  quel casolare.  Un sergente delle guardie
    inglesi,  il primo pugile d'Inghilterra,  che  dai  suoi  compagni
    d'arme  era creduto invulnerabile,  era stato ucciso da un piccolo
    tamburino francese. Barring era stato sloggiato, Alten sciabolato.
    Parecchie bandiere perdute,  tra cui una della divisione  Alten  e
    una  del  battaglione  Lunebourg  portata  da  un  principe  della
    famiglia Deux-Ponts.  Gli scozzesi grigi  non  esistevano  pi;  i
    dragoni  pesanti  di  Ponsonby  erano  tagliati  a  pezzi.  Quella
    valorosa cavalleria aveva ceduto all'urto dei lancieri  di  Bro  e
    dei  corazzieri  di  Travers;  di  mille  e  duecento  cavalli  ne
    rimanevano seicento; dei tre tenenti-colonnelli due erano a terra,
    Hamilton ferito, Mater ucciso. Ponsonby era caduto,  trapassato da
    sette  colpi  di lancia.  Gordon era morto,  March era morto.  Due
    divisioni, la quinta e la sesta, erano distrutte.
    Hougomont pericolante,  la Haie-Sainte perduta,  rimaneva un posto
    solo,   il  centro,  che  teneva  fermo.  Wellington  lo  rinforz
    chiamandovi Hill che era a Merbe-Braine, e Chass che si trovava a
    Braine-l'Alleud.
    Il centro dell'esercito inglese,  un po' concavo,  molto  denso  e
    compatto,  occupava una posizione fortissima: l'altipiano di Mont-
    Saint-Jean,  col villaggio dietro,  e dinanzi il pendio,  che  era
    allora  molto aspro.  S'appoggiava a quella robusta casa di pietra
    che  allora  era  un  bene  demaniale  e  che  si  trova   proprio
    all'intersecazione  delle  strade;  era una costruzione del secolo
    decimosesto,  tanto solida,  che le palle di cannone  rimbalzavano
    senza scalfirla.  Tutt'intorno alla spianata,  gli inglesi avevano
    qua  e  l  tagliato  le  siepi,  formato  delle  feritoie  fra  i
    biancospini e nascosto le bocche dei cannoni in mezzo ai rami,  di
    modo che le loro artiglierie erano mimetizzate sotto  le  macchie.
    Questo  lavoro  cartaginese,  incontestabilmente autorizzato dalla
    guerra che ammette l'insidia, era cos ben fatto che Naxo, spedito
    dall'imperatore alle nove del mattino per  la  ricognizione  delle
    batterie nemiche,  non si era accorto di nulla, e al ritorno aveva
    detto a Napoleone che non c'erano ostacoli al di fuori  delle  due
    barricate che chiudevano le strade di Nivelles e di Genappe. Erano
    i  giorni  in cui la messe  alta,  e un battaglione della brigata
    Kempt, il Novantacinquesimo, armato di carabine,  stava appiattato
    sull'orlo della spianata, nascosto nel frumento.
    Assicurato  e  rafforzato  in  tal  modo,  il centro dell'esercito
    anglo-olandese occupava una buona posizione.
    Il pericolo era rappresentato dalla  foresta  di  Soignes,  allora
    contigua  al  campo  di  battaglia,  e intersecata dagli stagni di
    Groenendael  e  di  Boitsfort.  Un  esercito  non  avrebbe  potuto
    indietreggiare  in  essa  senza  dissolversi;  i  reggimenti vi si
    sarebbero disgregati subito,  e l'artiglieria si  sarebbe  perduta
    nel  terreno paludoso.  Secondo l'opinione di parecchi intenditori
    che per a dir vero  contrastata da altri,  la ritirata da quella
    parte sarebbe stata uno sbaraglio.
    Wellington  rinforz il centro con una brigata di Chass sottratta
    all'ala  destra,   e  una  brigata  di  Wincke  sottratta  all'ala
    sinistra, pi la divisione Clinton. Ai suoi inglesi, ai reggimenti
    di Halkett, alla brigata Mitchell, alle guardie di Maitland, dette
    per appoggio e rinforzo la fanteria di Brunswick il contingente di
    Nassau,  gli  annoveresi  di Kielmansegge e i tedeschi di Ompteda.
    Cos ebbe sotto mano ventisei battaglioni.
    L'ala  destra,  come  dice  Charras,  ripieg  dietro  il  centro.
    Un'enorme  batteria  era  mascherata  da sacchi di terra,  dove si
    trova quello che chiamano  oggi  il  museo  di  Waterloo.  Inoltre
    Wellington  teneva  in  un avvallamento i dragoni della guardia di
    Somerset,  cio mille e quattrocento cavalli.  Era l'altra met di
    quella  cavalleria  inglese  cos meritatamente famosa.  Distrutto
    Ponsonby, rimaneva Somerset.
    La batteria,  che se fosse stata terminata sarebbe stata quasi una
    ridotta,  era  collocata  dietro il muro bassissimo d'un giardino,
    mimetizzato in fretta da sacchi di sabbia e da zolle erbose. Ma il
    lavoro non era terminato, era mancato il tempo per la palizzata.
    Wellington,  inquieto ma impassibile,  era a cavallo e rest tutto
    il  giorno  in quell'atteggiamento,  un po' pi avanti del vecchio
    mulino di Mont-Saint-Jean che esiste ancora, sotto un olmo che pi
    tardi un inglese, vandalo entusiasta, compr per 200 franchi, fece
    segare e portar via.  Wellington mostr una freddezza  eroica.  Le
    palle gli piovevano attorno.  L'aiutante di campo Gordon fu ucciso
    al suo fianco. Lord Hill,  mostrandogli una granata che scoppiava,
    gli  chiese:  - Milord,  quali sono le vostre istruzioni,  e quali
    ordini ci lasciate, nel caso che vi faceste ammazzare?  - "Di fare
    come me" - rispose Wellington.  E a Clinton disse laconicamente: -
    "Resistete fino  all'ultimo  uomo".-  Evidentemente  la  battaglia
    andava male,  e Wellington gridava ai suoi antichi compagni d'arme
    di Talavera,  di Vitoria e di Salamanca: - "Ragazzi,  c' qualcuno
    che possa pensare di cedere? Pensate alla vecchia Inghilterra!".
    Verso  le quattro la linea inglese ripieg.  Tutto a un tratto sul
    crinale  dell'altipiano  non  si  videro  che   i   cacciatori   e
    l'artiglieria;  il rimanente disparve;  i reggimenti, cacciati dai
    cannoni e dagli obici francesi,  ripiegarono dove il terreno ancor
    oggi    intersecato dal sentiero che porta alla fattoria di Mont-
    Saint-Jean; ci fu un movimento di ritirata,  la linea di battaglia
    degli   inglesi  spar;   Wellington  indietreggi.   Comincia  la
    ritirata! - grid Napoleone.

    7. NAPOLEONE DI BUON UMORE.
    Bench malato e  tormentato  a  cavallo  da  un  fastidio  locale,
    l'imperatore non era mai stato di buon umore come quel giorno. Fin
    dalla mattina,  il suo volto impenetrabile sorrideva. Il 18 giugno
    1815 quell'anima profonda,  mascherata di  marmo,  era  ciecamente
    radiosa,  e  l'uomo  che  era  stato  fosco  ad Austerlitz divenne
    allegro  a  Waterloo.  I  pi  grandi  predestinati  hanno  questi
    controsensi.  Le  nostre  gioie  sono  ombre.  Il  supremo sorriso
    appartiene a Dio.
    "Ridet Caesar,  Pompeius flebit",  dicevano i militi della legione
    Fulminante.  Pompeo  questa volta non doveva piangere;  ma  certo
    che Cesare rideva.
    Fin dalla vigilia,  a  un'ora  di  notte,  sotto  l'uragano  e  la
    pioggia,  esplorando  a  cavallo  con  Bertrand  le colline presso
    Rossomme, e contento di vedere la lunga linea dei bivacchi inglesi
    che  illuminavano  tutto  l'orizzonte  da  Frischemont  a  Braine-
    l'Alleud, gli era sembrato che il destino, col quale aveva fissato
    l'appuntamento  su quel campo di Waterloo,  fosse puntuale.  Aveva
    fermato il cavallo,  ed  era  rimasto  qualche  tempo  immobile  a
    guardare  i  lampi,  ad  ascoltare  il tuono,  e si era udito quel
    fatalista lanciare nelle tenebre queste parole misteriose:  "Siamo
    d'accordo". Napoleone s'ingannava: non erano pi d'accordo.
    Non s'era concesso un minuto di sonno;  tutti gl'istanti di quella
    notte erano stati per  lui  contrassegnati  da  una  gioia.  Aveva
    percorso tutta la linea della gran guardia,  fermandosi qua e l a
    parlare con le sentinelle.  Alle due e mezzo,  vicino al bosco  di
    Hougomont, udendo il passo d'una colonna in marcia, e credendo per
    un momento che Wellington si ritirasse,  aveva detto a Bertrand: -
    "E' la retroguardia nemica che si mette in moto  per  togliere  il
    campo.  Far prigionieri i seimila inglesi sbarcati a Ostenda".  -
    Parlava con espansione, aveva ritrovato quel brio dello sbarco del
    primo marzo quando  additava  al  gran  maresciallo  il  contadino
    entusiasta del golfo Juan, dicendo: "Ebbene, Bertrand, ecco gi un
    rinforzo!"  -  Nella  notte  dal  17  al  19  giugno  egli beffava
    Wellington. - "Quell'inglesino ha bisogno d'una lezione" - diceva.
    La pioggia raddoppiava, e mentre l'imperatore parlava, si udiva il
    rombo del tuono.
    Alle tre e mezzo del mattino,  aveva perduto un'illusione;  alcuni
    ufficiali  mandati  in  esplorazione gli avevano annunciato che il
    nemico non faceva nessun movimento.  Non c'era neppure un fuoco di
    bivacco spento;  l'esercito inglese dormiva.  Sulla terra silenzio
    profondo;  solo  il  cielo  rumoreggiava.  Alle  quattro,   alcuni
    esploratori  gli  avevano  condotto dinanzi un contadino che aveva
    fatto da guida a una brigata di cavalleria inglese,  probabilmente
    la  brigata Vivian,  che andava a prendere posizione nel villaggio
    di Ohain, all'estrema sinistra.  Alle cinque,  due disertori belgi
    gli  avevano  riferito  di  avere  abbandonato  poco prima il loro
    reggimento e che l'esercito  inglese  attendeva  la  battaglia.  -
    "Tanto   meglio",    aveva   esclamato   Napoleone,    "preferisco
    sbaragliarli anzich inseguirli".
    Al mattino,  aveva messo piede a terra nel  fango,  all'angolo  in
    declivio  della  strada  di Plancenoit,  s'era fatto portare dalla
    masseria di Rossomme una tavola da cucina,  una sedia rustica e un
    fascio  di  paglia  per tappeto,  e aveva spiegato sulla tavola la
    carta del campo  di  battaglia,  dicendo  a  Joult:  -  Che  bello
    scacchiere!
    A   seguito  delle  piogge  della  notte  i  convogli  di  viveri,
    incagliati lungo le  strade  sfondate,  la  mattina,  non  avevano
    potuto  arrivare,  e  i  soldati,  che non avevano dormito,  erano
    bagnati e digiuni;  ma questo non aveva impedito  a  Napoleone  di
    gridare  giovialmente  a  Ney:  "Abbiamo  novanta probabilit,  di
    vittoria!".  Alle otto avevano recato  la  colazione,  alla  quale
    l'imperatore aveva invitato parecchi generali.  Mentre mangiavano,
    avendo qualcuno raccontato che due  giorni  prima  Wellington  era
    intervenuto  alla  festa  da  ballo  della  duchessa di Somerset a
    Bruxelles,   Soult,   rude  uomo  di   guerra   con   una   faccia
    d'arcivescovo,  aveva  detto:  "Oggi c' il ballo!".  L'imperatore
    aveva canzonato Ney che diceva: "Wellington non sar tanto sciocco
    da aspettare vostra maest".  Era quello  il  suo  modo  di  fare.
    "Scherzava  volentieri",  dice Fleury de Chaboulon.  "Il fondo del
    suo carattere era il buonumore",  dice  Gourgaud.  "Abbondava  nei
    frizzi,  piuttosto  bizzarri  che  spiritosi",  osserva  Beniamino
    Constant. Vale la pena insistere su questi frizzi d'un gigante. Fu
    lui che diede ai suoi granatieri il soprannome di "brontoloni"; li
    pizzicava alle orecchie,  tirava loro i  baffi.  "L'imperatore  ci
    faceva sempre degli scherzi";  la frase d'uno di essi. Durante il
    misterioso viaggio dall'isola d'Elba in Francia, la nave da guerra
    francese "Zeffiro",  avendo incontrato il 27 febbraio in alto mare
    la "Incostante", su cui stava nascosto Napoleone, e avendo chiesto
    alla "Incostante" notizie di Napoleone, l'imperatore,  che in quel
    momento  aveva  ancora al cappello la coccarda bianca amaranto con
    le api, da lui adottata nell'isola d'Elba,  aveva preso ridendo il
    portavoce  e  aveva  risposto lui stesso: "L'imperatore sta bene".
    Chi scherza in questo modo  familiare con gli eventi.  Durante la
    colazione  di Waterloo,  aveva avuto parecchi di questi momenti di
    buonumore.  Finito di mangiare,  era rimasto assorto per un quarto
    d'ora;  poi aveva dettato l'ordine della battaglia a due generali,
    seduto su un mucchio di paglia con una penna in mano e  un  foglio
    di carta sulle ginocchia. Alle nove, nel momento in cui l'esercito
    francese,  scaglionato  e  messo  in  movimento su cinque colonne,
    s'era schierato, con le divisioni su due linee,  l'artiglieria fra
    le  brigate,  le  musiche  in testa che suonavano la carica,  e il
    rullar dei tamburi  e  lo  squillar  delle  trombe,  l'imperatore,
    vedendo quelle masse potenti,  vaste, allegre, quell'ondeggiare di
    elmi di sciabole e  di  baionette  all'orizzonte,  commosso  aveva
    esclamato a due riprese: Magnifico! magnifico!
    Dalle  nove alle dieci e mezzo,  cosa che pare incredibile,  tutto
    l'esercito aveva preso posizione e s'era schierato su  sei  linee,
    formando,  per ripetere l'espressione dell'imperatore,  la "figura
    di sei V".  Poco dopo la formazione del fronte  di  battaglia,  in
    mezzo  a quel profondo silenzio di inizio di temporale che precede
    le mischie,  vedendo sfilare le tre batterie da dodici  distaccate
    per  suo  ordine dai tre corpi di d'Erlon,  di Reille e di Lobau e
    destinate   a   iniziare   l'azione    battendo    Mont-Saint-Jean
    all'incrocio  delle strade di Nivelles e di Genappe,  l'imperatore
    aveva detto a Naxo, picchiandogli sulla spalla:
    - "Ecco ventiquattro belle ragazze, generale!".
    Sicuro dell'esito,  aveva incoraggiato con un sorriso,  mentre gli
    passava dinanzi, la compagnia di zappatori del primo corpo, da lui
    destinata a barricarsi nel villaggio di Mont-Saint-Jean non appena
    fosse  preso.  Tutta quella serenit era stata interrotta soltanto
    da  una  parola  d'altera  commiserazione,  quando  vedendo  sulla
    sinistra,   in   un   luogo  dove  ora  giace  una  grande  tomba,
    raggrupparsi coi suoi superbi cavalli quei  meravigliosi  scozzesi
    grigi, egli aveva detto: - "Peccato!".
    Quindi,  risalito a cavallo, s'era portato avanti Rossomme e aveva
    scelto come osservatorio uno stretto poggio erboso a destra  della
    strada  da  Genappe  a  Bruxelles,  che fu la sua seconda stazione
    durante la battaglia.  La  terza,  quella  delle  sette  di  sera,
    formidabile,  posta tra la Belle-Alliance e la Haie-Sainte, era un
    monticello abbastanza elevato  che  esiste  ancora,  e  dietro  al
    quale, in un avvallamento della pianura, era ammassata la guardia.
    Intorno  a  quel  poggio  le  palle  di  cannone  rimbalzavano sul
    ciottolato della strada,  fino a Napoleone.  Come  a  Brienne,  le
    palle  e  le granate gli fischiavano sulla testa.  Quasi nel posto
    dove erano i piedi del suo cavallo,  vennero raccolte delle  palle
    di  cannone,  delle  vecchie  lame  di  sciabole  e dei proiettili
    informi corrosi dalla ruggine. "Scabra rubigine".
    Pochi anni or sono  venne  disseppellito  un  obice  da  sessanta,
    ancora carico,  la cui miccia si era spezzata rasente la bomba. Fu
    in quest'ultimo  posto  che  l'imperatore  disse  alla  sua  guida
    Lacoste,  un contadino ostile e spaventato, legato alla sella d'un
    ussero,  che si voltava in l a ogni scarica,  tentando  ripararsi
    dietro  a  Napoleone:  -  "Imbecille,    una  vergogna!  Ti farai
    ammazzare nella schiena!".  Proprio chi  scrive  queste  linee  ha
    trovato nel friabile pendio di quel poggio, scavando nella sabbia,
    gli avanzi del collo d'una bomba,  disgregati da un'ossidazione di
    quarantasei anni,  e dei pezzi di ferro che si  rompevano  fra  le
    dita come cannucce di sambuco.
    Nessuno ignora che le ondulazioni del terreno su cui ebbe luogo lo
    scontro fra Napoleone e Wellington,  non sono pi come erano il 18
    giugno  1815.  Prendendo  da  quel  campo  funebre  la  terra  per
    erigergli un monumento, gli hanno tolto il suo naturale rilievo, e
    la   storia,   sconcertata,   non   ci  si  raccapezza  pi.   Per
    glorificarlo,  l'hanno sfigurato.  Wellington,  rivedendo Waterloo
    due  anni  dopo,  esclam:  -  "Mi  hanno  cambiato  il  campo  di
    battaglia".  L dove oggi si erge  la  grande  piramide  di  terra
    sormontata  da  un  leone,  c'era  un  crinale che dalla strada di
    Nivelles si abbassava in un pendo praticabile, ma che dalla parte
    di Genappe era quasi una scarpata,  il cui livello si pu misurare
    oggi  ancora  dall'altezza  dei  due  monticoli  delle  due grandi
    sepolture fiancheggianti la strada da Genappe a Bruxelles;  quella
    inglese  a  sinistra,  la  tedesca  a  destra.  Non  c' una tomba
    francese;  ma tutta quella  pianura    per  la  Francia  un  solo
    sepolcro.  Grazie  alle migliaia e migliaia di carrettate di terra
    adoperate per quella collinetta di centocinquanta piedi di altezza
    e d'un mezzo migliaio  di  piedi  di  circuito,  si  pu  accedere
    all'altipiano  di  Mont-Saint-Jean  per  un declivio dolce;  ma il
    giorno della battaglia era erto e scosceso,  specialmente dal lato
    della Haie-Sainte.  Questo versante era tanto ripido che i cannoni
    inglesi non vedevano sotto di s la fattoria posta in  fondo  alla
    valletta e che fu il centro della battaglia.  Il 18 giugno 1815 le
    piogge avevano fatto franare ancor pi la scarpata; alla salita si
    aggiungeva il fango,  e non soltanto  bisognava  arrampicarsi,  ma
    anche  inzaccherarsi.  Lungo  la cresta della spianata correva una
    specie di fosso,  di cui era  impossibile  indovinare  l'esistenza
    osservando da lontano.
    Cos'era quel fossato?  Braine-l'Alleud  un villaggio del Belgio e
    Ohain un altro.  Questi due villaggi,  nascosti tutti e due  nelle
    pieghe del terreno, sono congiunti da una strada di circa una lega
    e  mezzo,  che  attraversa una pianura ondulata,  e spesso entra e
    affonda fra le colline come un solco,  cosicch  in  alcuni  punti
    quella strada  come un greto.  Nel 1815, come oggi, quella strada
    tagliava la cresta della spianata di Mont-Saint-Jean  fra  le  due
    strade di Genappe e di Nivelles;  con la differenza che oggi corre
    a livello col piano, allora invece era incassata.  Le due scarpate
    che  la fiancheggiavano furono asportate per erigere il monumento.
    Questa strada,  nella maggior parte del suo  percorso,  era  ed  
    ancora una trincea,  qualche volta profonda fino a dodici piedi, i
    cui pendii troppo scoscesi  franavano  qua  e  l,  principalmente
    d'inverno   sotto  gli  acquazzoni.   Vi  accadevano  anche  delle
    disgrazie.  All'entrata di  Braine-l'Alleud  la  strada  era  cos
    stretta,  che un passante fu stritolato da un carro, come lo prova
    la croce di pietra eretta vicino al cimitero,  la  quale  reca  il
    nome del morto, "Signor Bernard Debrye mercante a Bruxelles", e la
    data della disgrazia, "febbraio 1637". Sulla spianata poi di Mont-
    Saint-Jean  era cos profonda,  che nel 1783 un contadino,  Matteo
    Nicaise,  rimase sepolto da un  franamento  della  scarpata,  come
    attestava  un'altra  croce  di  pietra,  la  cui parte superiore 
    sparita;  ma il piedestallo rovesciato  visibile anche oggid sul
    pendio  erboso  a  sinistra  della  strada fra la Haie-Sainte e la
    fattoria di Mont-Saint-Jean.
    Quella via affossata che nulla faceva presentire e che costeggiava
    la cresta di Mont-Saint-Jean,  quel fossato in cima alla scarpata,
    quel  solco  nascosto  nel  terreno,  era invisibile,  vale a dire
    terribile in un giorno di battaglia.

    8. L'IMPERATORE FA UNA DOMANDA ALLA GUIDA LACOSTE.
    Dunque, la mattina di Waterloo, Napoleone era contento.
    E aveva ragione;  il piano di battaglia  da  lui  concepito,  come
    abbiamo costatato, era meraviglioso.
    Una volta impegnata la battaglia,  le sue svariatissime peripezie,
    la resistenza  di  Hougomont,  la  resistenza  della  Haie-Sainte,
    Bauduin ucciso, Foy messo fuori combattimento, il muro inaspettato
    contro  cui  era  andata a infrangersi la brigata Soye,  la fatale
    balordaggine di Guilleminot,  che non aveva n petardi,  n barili
    di  polvere,  lo  sprofondare  delle  artiglierie  nel  fango,  le
    quindici bocche da fuoco senza scorta rovesciate  da  Uxbridge  in
    una strada affossata,  lo scarso effetto delle bombe che,  cadendo
    nelle linee inglesi,  si affossavano nel terreno  ammollito  dalle
    piogge e vi producevano soltanto dei vulcani di melma, di modo che
    la mitraglia si mutava in zacchere, la inanit della diversione di
    Pir   su  Braine-l'Alleud,   tutti  quei  quindici  squadroni  di
    cavalleria quasi annientati,  l'ala destra inglese poco molestata,
    la sinistra non abbastanza battuta, lo strano malinteso di Ney che
    ammassava,  invece di scaglionarle, le quattro divisioni del primo
    corpo esponendole  cos  alla  mitraglia  con  una  profondit  di
    ventisette  file  e  su fronti di duecento uomini,  gli spaventosi
    vuoti aperti dalle palle in quelle  masse,  le  colonne  d'assalto
    disunite, l'inattesa rivelazione della batteria posta obliquamente
    sul loro fianco,  Bougeois,  Donzelot e Durutte compromessi, Quiot
    respinto, il luogotenente Vieux, un ercole uscito dal politecnico,
    ferito mentre sfondava a colpi di scure la porta della Haie-Sainte
    sotto il fuoco della barricata inglese che sbarrava la  strada  da
    Genappe a Bruxelles,  la divisione Marcognet colta in mezzo tra la
    fanteria e la cavalleria,  fucilata a bruciapelo da  Best  e  Pack
    nascosti nel frumento,  sciabolata da Ponsonby; la sua batteria di
    sette pezzi inchiodata;  il principe di Sassonia-Weimar che prende
    e  mantiene  Frischemont  e  Smohain,  contro gli sforzi del conte
    d'Erlon;   la  bandiera   del   Centocinquesimo   e   quella   del
    Quarantacinquesimo prese dal nemico;  quell'ussero nero di Prussia
    arrestato dagli esploratori  della  colonna  volante  di  trecento
    cacciatori,  che battevano la campagna tra Wavre e Plancenoit;  le
    notizie allarmanti recate  da  quel  prigioniero;  il  ritardo  di
    Grouchy,  i  mille  e  cinquecento uomini uccisi in meno di un'ora
    nell'orto d'Hougomont,  i mille e ottocento caduti in minor  tempo
    ancora   intorno   alla   Haie-Sainte;   tutti  questi  burrascosi
    incidenti,  passando dinanzi a  Napoleone  come  le  nebbie  della
    battaglia,  avevano  appena turbato il suo sguardo,  e non avevano
    oscurato  quel  volto  imperiale  della  certezza.  Napoleone  era
    abituato  a  guardare  in  faccia  la guerra;  egli non faceva mai
    l'addizione dolorosa dei particolari;  a lui importavano  poco  le
    cifre,  purch  in  totale  sommassero  vittoria.  Che  gli  inizi
    fuorviassero,  non se ne allarmava,  poich si credeva  padrone  e
    possessore  della fine.  Sapeva aspettare,  considerando se stesso
    fuori questione,  e trattava col destino da pari  a  pari.  Pareva
    dicesse alla sorte: - Tu non oserai.
    Composto  in parti eguali di luce e d'ombra,  Napoleone si sentiva
    protetto nel bene, tollerato nel male.  Aveva,  o credeva di avere
    una  connivenza,  e  quasi  potrebbe  dirsi una complicit,  degli
    avvenimenti, equivalente all'invulnerabilit degli antichi.
    Eppure, quando nel proprio passato si trovano la Beresina,  Lipsia
    e  Fontainebleau,  pare che si potrebbe diffidare di Waterloo.  Un
    misterioso aggrottar di ciglia diventa visibile in fondo al cielo.
    Quando   Wellington   indietreggi,   Napoleone   trasal.    Vide
    d'improvviso  la  spianata di Mont-Saint-Jean sguarnirsi e sparire
    la fronte  dell'esercito  inglese,  il  quale  si  raccoglieva  ma
    s'allontanava.  L'imperatore  si alz a mezzo sulle staffe,  e gli
    pass negli occhi il lampo della vittoria.
    Wellington  sospinto  nella  foresta  di  Soignes  e  distruggerlo
    significava    che    la    Francia    abbatteva   definitivamente
    l'Inghilterra;  erano  vendicate  Crcy,  Poitiers,  Malplaquet  e
    Ramillies; l'uomo di Marengo cancellava Azincourt.
    Allora  l'imperatore,   meditando  la  terribile  peripezia,  gir
    un'ultima volta il suo cannocchiale su tutti i punti del campo  di
    battaglia.  La  sua  guardia,  dietro  di lui con l'arma al piede,
    l'osservava dal basso con una specie d'ammirazione religiosa. Egli
    pensava;  esaminava i versanti,  notava  i  declivi,  scrutava  le
    macchie  d'alberi,  i campi di biade,  i sentieri;  pareva volesse
    numerare ogni cespuglio.  Guard un po' fisso le barricate inglesi
    nelle  due strade formate da due larghe abbattute d'alberi: quella
    via di Genappe,  al di sopra della Haie-Sainte,  provvista di  due
    cannoni,  i soli di tutta l'artiglieria inglese che dominassero il
    fondo del campo di battaglia,  e quella della via Nivelles su  cui
    scintillavano  le baionette olandesi della brigata Chass.  Presso
    la barricata not la vecchia cappella di  san  Nicola  dipinta  di
    bianco,  situata  all'angolo della via traversale che va a Braine-
    l'Alleud.  Si chin a parlare sottovoce alla guida Lacoste;  e  la
    guida fece col capo un cenno negativo, probabilmente perfido.
    L'imperatore si drizz e si pose a riflettere.
    Wellington  aveva  indietreggiato: non rimaneva pi che completare
    quella ritirata con una disfatta completa.
    Volgendosi repentinamente, Napoleone sped una staffetta a briglia
    sciolta a Parigi per annunciare che la battaglia era vinta.
    Napoleone ero uno di quei geni che scagliano il fulmine.
    Aveva trovato il suo fulmine.
    Diede ordine ai corazzieri di Malhaud  di  prendere  d'assalto  la
    spianata di Mont-Saint-Jean.

    9. L'INASPETTATO.
    Erano  tremila  cinquecento,  e formavano un fronte d'un quarto di
    lega:  erano  uomini  giganteschi  su  cavalli  colossali.   Erano
    ventisei  squadroni,  e  avevano  dietro  di s per appoggiarli la
    divisione di Lefebvre-Desnouettes,  i centosei gendarmi scelti,  i
    cacciatori della guardia,  mille cento novantasette uomini,  e gli
    ottocento ottanta lancieri della guardia. Portavano il casco senza
    criniera e la corazza di ferro battuto,  con  pistole  di  arcione
    nelle  fonde  e la lunga sciabola.  La mattina tutto l'esercito li
    aveva ammirati,  quando alle nove,  mentre le trombe squillavano e
    le  musiche  suonavano  il  "Vegliamo  alla salvezza dell'impero",
    erano andati in densa colonna,  con una delle  loro  batterie  sul
    fianco  e  l'altra  nel  centro,  a  schierarsi su due file tra la
    strada di Genappe e Frischemont, e a prendere la loro posizione in
    quella potente  seconda  linea,  cos  sapientemente  composta  da
    Napoleone,  la  quale,  con i corazzieri di Kellermann all'estrema
    sinistra e all'estrema destra quelli di Milhaud,  aveva,  per cos
    dire, due ali di ferro.
    L'aiutante di campo Bernard rec loro l'ordine di Napoleone.  Ney,
    sguainata la  spada,  si  mise  alla  loro  testa,  e  gli  enormi
    squadroni si misero in moto.
    Fu uno spettacolo formidabile.
    Tutta  quella  cavalleria,  con  le  sciabole  sguainate,  con gli
    stendardi e le trombe al vento,  formata in colonne per divisioni,
    con  un  movimento uniforme e come un sol uomo,  con la precisione
    d'un ariete di bronzo che apre una breccia,  allo squillare  delle
    trombe,  discese  la  collina della Belle-Alliance,  si cal nella
    formidabile bassura dove gi tanti uomini erano  caduti,  disparve
    nel fumo, poi, uscendo da quell'ombra, ricomparve dall'altra parte
    della  valle,  sempre  compatta e serrata,  salendo a gran trotto,
    attraverso una nube di mitraglia che  gli  scoppiava  addosso,  la
    spaventosa  china  di  fango  della  spianata  di Mont-Saint-Jean.
    Salivano gravi,  minacciosi,  imperturbabili,  e negli  intervalli
    dell'artiglieria  e  della  moschetteria  si  udiva quel calpestio
    colossale. Erano due divisioni,  quindi due colonne;  la divisione
    Wathier teneva la destra, quella di Delord la sinistra. Da lontano
    parevano due sterminati serpenti d'acciaio che s'allungavano verso
    la cresta della spianata. Il loro passaggio sul campo di battaglia
    fu come un prodigio.
    Non  s'era mai pi visto nulla di simile,  da quando la cavalleria
    pesante aveva preso d'assalto la  grande  ridotta  della  Moscova;
    mancava  Murat,  ma  c'era  Ney.  Pareva che quella massa si fosse
    trasformata in un mostro e avesse un'anima  sola.  Ogni  squadrone
    ondulava  e si gonfiava come un anello del polipo.  Si scorgevano,
    attraverso un immenso fumo che si squarciava qua  e  l.  Era  una
    confusione  di  elmi,   di  grida,   di  sciabole,  uno  sgroppare
    tempestoso di cavalli tra il tuono del cannone e  la  fanfara,  un
    tumulto disciplinato e terribile, e al di sopra, le corazze simili
    alle scaglie dell'idra.
    Sembrano  racconti  d'un'altra et.  Qualche cosa di somigliante a
    questa visione appariva senza dubbio nelle antiche epopee  orfiche
    che  cantavano  gli  uomini-cavallo,  gli  antichi centauri,  quei
    titani dal  volto  umano  e  dal  petto  equino,  che  al  galoppo
    scalarono l'Olimpo, orribili, invulnerabili, sublimi; dei e bestie
    insieme.
    Per  una  bizzarra  coincidenza  numerica,   ventisei  battaglioni
    dovevano contenere l'urto di quei ventisei  squadroni.  Dietro  la
    cresta  della  spianata,  all'ombra della batteria mascherata,  la
    fanteria inglese,  disposta in tredici quadrati di due battaglioni
    ciascuno,  e su due linee,  sette quadrati nella prima,  sei nella
    seconda,  col calcio del fucile alla spalla e la mira verso quello
    che stava per arrivare,  calma,  silenziosa,  immobile, aspettava.
    Essa non vedeva i corazzieri,  e i  corazzieri  non  la  vedevano.
    Sentiva  salire  quella  marea  di  uomini,  sentiva ingrossare il
    rumore dei tremila cavalli,  il  battere  alternato  e  simmetrico
    degli  zoccoli  al gran trotto,  lo sfregamento delle corazze,  il
    tintinnio delle sciabole, e una specie di gran vento selvaggio. Ci
    fu un momento di silenzio terribile; poi,  a un tratto,  una lunga
    fila  di  braccia levate brandenti le sciabole apparve di sopra la
    cresta, e i caschi, e le trombe, e gli stendardi,  e tremila teste
    coi  baffi  grigi,  che gridavano: "viva l'imperatore!".  Tutta la
    cavalleria  irruppe  sulla  spianata,  e  fu  come  l'arrivo  d'un
    terremoto.
    D'improvviso,  cosa  tragica,  alla  sinistra degli inglesi,  alla
    nostra destra, la testa della colonna dei corazzieri s'impenn con
    un clamore tremendo. Pervenuti al culmine della cresta,  sfrenati,
    furibondi,  dati  alla loro corsa sterminatrice sui quadrati e sui
    cannoni,  i corazzieri avevano scorto fra loro e  gli  inglesi  un
    fossato, una fossa. Era la strada incassata di Ohain.
    Il momento fu spaventoso. Il burrone era l, inatteso, spalancato,
    a picco sotto i piedi dei cavalli, profondo due tese fra la doppia
    scarpata. La seconda fila vi spinse la prima, e la terza vi spinse
    la  seconda;  i  cavalli  si  rizzavano,  si rigettavano indietro,
    cadevano sulla groppa,  sdrucciolavano coi quattro piedi all'aria,
    pestando e mandando sotto sopra i cavalieri. Non c'era possibilit
    di retrocedere, tutta la colonna non era pi che un proiettile, la
    forza  acquisita per schiacciare gli inglesi schiacci i francesi;
    il burrone inesorabile non poteva superarsi se non  dopo  colmato;
    cavalli e cavalieri vi precipitarono alla rinfusa,  schiacciandosi
    gli uni gli altri, formando una carne sola in quel gorgo; e quando
    il fossato fu pieno d'uomini vivi,  il resto vi  cammin  sopra  e
    pass. Quasi un terzo della brigata Dubois rovin in quell'abisso.
    Una tradizione locale, che evidentemente esagera, dice che duemila
    cavalli  e  mille  e  cinquecento  uomini furono sepolti nella via
    incassata di Ohain: verosimilmente,  questa cifra comprende  tutti
    gli   altri  cadaveri  che  vi  furono  buttati  l'indomani  della
    battaglia.
    Notiamo di passaggio che quella brigata Dubois,  cos funestamente
    provata,  un'ora  prima,  in  una  carica a parte,  aveva preso la
    bandiera dei battaglione di Lunebourg.
    Napoleone,  prima di  ordinare  quella  carica  ai  corazzieri  di
    Milhaud,  aveva  scrutato  il terreno,  ma non aveva potuto vedere
    quella via incassata  che  non  formava  nemmeno  una  ruga  sulla
    superficie  della  spianata.  Pure,  avvertito  e messo in guardia
    dalla cappella bianca  che  ne  segna  l'angolo  sulla  strada  di
    Nivelles,   aveva   fatto,   probabilmente  nell'eventualit  d'un
    ostacolo,  una domanda  alla  guida  Lacoste,  e  la  guida  aveva
    risposto di no.  Si potrebbe quasi dire che da quel segno di testa
    d'un contadino  nata la catastrofe di Napoleone.
    Altre fatalit dovevano sorgere ancora.
    Era  possibile  che  Napoleone  vincesse  quella  battaglia?   Noi
    rispondiamo di no.  Perch? A causa di Wellington? di Blcher? No.
    A causa di Dio.
    Bonaparte vincitore a Waterloo non entrava  pi  nella  legge  del
    secolo decimonono.  Un'altra serie di fatti si maturava, nei quali
    non c'era pi  posto  per  Napoleone.  La  cattiva  volont  degli
    avvenimenti si era annunciata gi da lungo tempo.
    Era tempo che quell'uomo ingombrante cadesse.
    Il  soverchiante  suo peso nel destino umano turbava l'equilibrio.
    Egli  contava  da  solo  pi  che  il  gruppo  universale.  Questi
    pletorici  di  tutta  la  vitalit umana concentrata in una testa,
    questo accentrarsi del mondo nel cervello d'un uomo, se durassero,
    sarebbero esiziali alla  civilt.  Per  la  incorruttibile  equit
    suprema  era  venuto  il  momento  di  avvisare.  Probabilmente  i
    principi e gli elementi, da cui dipendono le gravitazioni regolari
    nell'ordine morale  come  nell'ordine  fisico,  si  lagnavano.  Il
    sangue  che fuma,  l'ingorgo dei cimiteri,  le lacrime delle madri
    sono  requisitorie  terribili.  Quando  la  terra  soffre  per  un
    sovraccarico,  ci sono misteriosi gemiti dell'ombra,  che l'abisso
    intende.
    Napoleone era stato denunciato nell'infinito,  e la sua caduta era
    decisa.
    Egli riusciva incomodo a Dio.
    Waterloo  non    una  battaglia,  ma  un  cambiamento  di  fronte
    dell'universo.

    10. LA SPIANATA DI MONT-SAINT-JEAN.
    Contemporaneamente  al  fosso  s'era  smascherata   la   batteria.
    Sessanta  cannoni  e i tredici quadrati fulminarono a bruciapelo i
    corazzieri.  L'intrepido generale Delord fece il  saluto  militare
    alla batteria nemica.
    Tutta  l'artiglieria  volante  inglese era rientrata a galoppo nei
    quadrati. I corazzieri non ebbero nemmeno un momento di sosta.  Il
    disastro   della   strada  incassata  li  aveva  decimati  ma  non
    scoraggiati;  erano di quegli uomini,  che,  diminuiti di  numero,
    ingrandiscono di cuore.
    Solo  la  colonna Wathier aveva sofferto del disastro,  la colonna
    Delord,  che Ney quasi presago dell'agguato aveva fatto piegare  a
    sinistra, era giunta intatta.
    I corazzieri si precipitarono sui quadrilateri inglesi.
    Ventre a terra,  a briglia sciolta,  con la sciabola fra i denti e
    le pistole in pugno; tale fu l'assalto.
    Nelle battaglie ci sono  dei  momenti  in  cui  l'anima  indurisce
    l'uomo fino a cambiare il soldato in statua,  e tutta quella carne
    diventa granito.  I battaglioni inglesi,  disperatamente assaliti,
    non si mossero. Allora fu una cosa spaventosa.
    Le  fronti  dei  quadrati  inglesi  furono  attaccate tutte in una
    volta.  Un turbine frenetico le avvolse.  Quella  fredda  fanteria
    rimase impassibile.  La prima fila con i ginocchi a terra riceveva
    i corazzieri sulle baionette,  la seconda li fucilava;  dietro  la
    seconda,  i  cannonieri  caricavano  i  pezzi,  poi  la fronte del
    quadrato si apriva, lasciava passare un'eruzione di mitraglia e si
    chiudeva. I corazzieri rispondevano con lo schiacciamento.  I loro
    grandi cavalli si impennavano,  saltavano al di sopra delle file e
    delle baionette,  e  piombavano,  giganteschi,  in  mezzo  a  quei
    quattro muri viventi.  Le palle dei cannoni facevano dei vuoti fra
    i corazzieri;  questi facevano delle brecce nei  quadrati.  Intere
    file d'uomini sparivano schiacciati dai cavalli, e le baionette si
    sprofondavano nel ventre di quei centauri;  donde una deformit di
    ferite che non si  vista forse in nessun altro caso.  I quadrati,
    attaccati da quella cavalleria forsennata,  si restringevano senza
    cedere. Inesauribili nella mitraglia, facevano fuoco in mezzo agli
    assalitori. L'aspetto del combattimento era mostruoso;  i quadrati
    non erano pi battaglioni,  ma crateri; i corazzieri non erano pi
    una cavalleria,  ma una tempesta;  ogni quadrato  era  un  vulcano
    assalito da un nube; la lava combatteva contro il fulmine.
    Il  quadrato  all'estrema  destra,  il  pi  esposto  perch  allo
    scoperto,  rimase pressoch distrutto fin dai primi  scontri.  Era
    formato  dal  Settantacinquesimo  reggimento  degli "hinglanders".
    Mentre si scannavano attorno a lui, il suonatore di cornamusa,  al
    centro,  seduto  su  un  tamburo  e  con  l'otre sotto il braccio,
    suonava le arie delle sue montagne,  chinando in  una  distrazione
    profonda  gli occhi malinconici pieni del riflesso delle foreste e
    dei laghi. Quegli scozzesi morivano pensando al Ben Lothian,  come
    i  greci  ricordando  Argo.  La sciabola d'un corazziere tagliando
    d'un sol colpo l'otre e il braccio che lo sosteneva  fece  cessare
    il canto e uccise il cantore.
    I   corazzieri,   relativamente  poco  numerosi,   decimati  dalla
    catastrofe  del  burrone,   avevano  a  fronte   pressoch   tutto
    l'esercito inglese; ma si moltiplicavano, e ciascun uomo ne valeva
    dieci.   Alcuni   battaglioni  annoveresi,   intanto,   cedettero.
    Wellington li vide e pens alla sua cavalleria.  Se  Napoleone  in
    quel  momento  avesse pensato alla sua fanteria,  avrebbe vinto la
    battaglia. Questa dimenticanza fu il suo grande errore fatale.
    D'improvviso, i corazzieri, da assalitori,  si sentirono assaliti:
    la cavalleria inglese correva alle loro spalle.  Davanti avevano i
    quadrati,  a tergo Somerset,  vale a dire i mille  e  quattrocento
    dragoni.  Somerset  inoltre  aveva  alla  sua  destra Dornberg coi
    cavalleggeri tedeschi, e alla sinistra Trip coi carabinieri belgi.
    I corazzieri, attaccati di fianco e di sopra, davanti e di dietro,
    dovettero far fronte da tutte le parti.  Ma  che  importava?  Essi
    erano un turbine; il loro valore divenne inesprimibile.
    Di  pi  avevano  alle  spalle la batteria che tuonava sempre.  Ci
    voleva questo perch questi uomini rimanessero feriti alle spalle.
    Nella collezione del museo di Waterloo si  trova  una  delle  loro
    corazze  forata  da  un  pezzo di mitraglia al posto della scapola
    sinistra. Contro simili francesi non ci volevano quegli inglesi.
    Non fu  pi  una  mischia,  ma  un'ombra,  una  furia,  un  impeto
    vertiginoso   d'anime   e   di   coraggi,   un  uragano  di  spade
    lampeggianti. In un istante,  i mille e quattrocento dragoni della
    guardia  furono  ridotti  a  ottocento;  Fuller,  il  loro tenente
    colonnello,  cadde morto.  Ney accorse coi lancieri e i cacciatori
    di Lefebvre-Desnouettes.  La spianata di Mont-Saint-Jean fu presa,
    tolta e ripresa di nuovo.  I corazzieri lasciavano  la  cavalleria
    nemica  per ritornare alla fanteria;  o per dir meglio,  in quella
    formidabile tregenda tutti si battevano senza mai  lasciarsi  l'un
    l'altro.  I quadrati resistevano sempre. Ci furono dodici assalti;
    Ney ebbe quattro cavalli  uccisi  sotto  di  s,  e  la  met  dei
    corazzieri rimase sulla spianata. Quella lotta dur due ore.
    L'esercito inglese ne rimase profondamente scosso.  Non c' dubbio
    che,  se non fossero stati decimati nel  loro  primo  impiego  dal
    disastro   della   strada   incassata,   i   corazzieri  avrebbero
    sbaragliato il centro e deciso la  vittoria.  Quella  meravigliosa
    cavalleria  pietrific  Clinton,  che  pure aveva visto Talavera e
    Badajoz. Wellington, vinto per tre quarti,  ammirava eroicamente e
    mormorava sottovoce: sublime!
    I  corazzieri  annientarono  sette quadrati su tredici,  presero o
    misero  a  tacere  sessanta  pezzi  d'artiglieria,  e  tolsero  ai
    reggimenti  inglesi  sei  bandiere,   che  tre  corazzieri  e  tre
    cacciatori della guardia andarono a portare all'imperatore davanti
    alla fattoria della Belle-Alliance.
    La posizione di Wellington era peggiorata. Quella strana battaglia
    somigliava a un duello fra  due  feriti  che,  pur  combattendo  e
    resistendo  sempre,  perdono tutto il sangue.  Quale dei due cadr
    per primo?
    La lotta sulla spianata continuava.
    Nessuno pu dire fin dove siano arrivati i  corazzieri.  E'  certo
    per  che  l'indomani  della  battaglia,  un  corazziere  e il suo
    cavallo furono trovati morti nella  basculla  per  la  pesa  delle
    vetture a Mont-Saint-Jean, proprio nel punto in cui s'incrociano e
    s'incontrano  le  quattro  strade di Nivelles,  di Genappe,  di La
    Hulpe e di Bruxelles.  Quel cavaliere aveva dunque attraversato le
    linee inglesi.  Uno degli uomini che rialzarono quel cadavere vive
    ancora a Mont-Saint-Jean e si chiama Dehaze;  a quell'epoca  aveva
    diciotto anni.  Wellington sentiva di cedere terreno; la crisi era
    prossima.
    I corazzieri non erano riusciti nel loro intento,  nel senso  cio
    che  il  centro  non  era  sfondato.  Occupando tutti la spianata,
    nessuno la possedeva, e tutto sommato restava per la maggior parte
    nelle mani degli inglesi.  Wellington teneva  il  villaggio  e  la
    parte  superiore della spianata;  Ney non occupava che la cresta e
    il pendio. Sembrava che le due parti avessero messo radice in quel
    funebre terreno.
    Ma l'indebolimento degli  inglesi  pareva  oramai  senza  rimedio.
    L'emorragia  del  loro  esercito  era  orribile.   Kempt,  all'ala
    sinistra,  chiedeva  rinforzi.   -  "Non  ce  ne  sono",   rispose
    Wellington,  "si faccia ammazzare". E quasi nello st'esso momento,
    singolare coincidenza che dipinge l'esaurimento dei due  eserciti,
    Ney  domandava  della fanteria a Napoleone,  il quale esclamava: -
    "Fanteria?  E  dove  vuole  che  la  pigli?   Vuol  forse  che  la
    fabbrichi?".
    Tuttavia  l'esercito  inglese  era  il pi malconcio.  Gli assalti
    furiosi di quei grandi squadroni con  le  corazze  di  ferro  e  i
    pettorali  d'acciaio  avevano  maciullato  la sua fanteria.  Pochi
    uomini intorno a una bandiera indicavano il posto d'un reggimento;
    il tal battaglione non era pi comandato che da un capitano  o  da
    un tenente;  la divisione Alten,  gi tanto maltrattata alla Haie-
    Sainte, era quasi distrutta; gli intrepidi belgi della brigata Van
    Kluze tappezzavano le segali lungo  la  strada  di  Nivelles;  non
    rimaneva  quasi  pi  nulla  di quei granatieri olandesi,  che nel
    1811,  frammisti  alle  nostre  fila  combattevano  Wellington  in
    Spagna,  e che nel 1815 uniti agli inglesi combattevano Napoleone.
    Considerevoli erano le perdite di ufficiali.  Lord Uxbridge  aveva
    il ginocchio fratturato e l'indomani fece seppellire la sua gamba.
    Se   da   parte   francese,   in   quella  battaglia  erano  fuori
    combattimento dei corazzieri, Delord,  Lheritier,  Colbert,  Dnop,
    Travers  e  Blancard,  dalla  parte  inglese  Alten  e Barne erano
    feriti,  Delancey,  Van Meeren e Ompteda erano  uccisi,  tutto  lo
    stato  maggiore di Wellington era decimato,  e l'Inghilterra aveva
    la parte  peggiore  in  quel  sanguinoso  equilibrio.  Il  Secondo
    reggimento  delle  guardie  a  piedi aveva perduto cinque tenenti-
    colonnelli,  quattro capitani e tre alfieri;  il primo battaglione
    del  Trentesimo  fanteria  aveva  perduto ventiquattro ufficiali e
    cento  dodici  soldati,   il  Settantanovesimo   montanari   aveva
    ventiquattro  ufficiali  feriti  e diciotto morti,  e quattrocento
    cinquanta soldati uccisi. Gli ussari annoveresi di Cumberland,  un
    intero  reggimento  col  proprio colonnello Hacke,  che in seguito
    venne sottoposto a processo e degradato,  aveva voltato le  spalle
    alla  battaglia,  ed  erano  in  fuga  nella  foresta  di Soignes,
    spargendo il disordine fino a Bruxelles.  I  traini,  i  carri  di
    munizioni,  i bagagli,  i furgoni carichi di feriti, vedendo che i
    francesi guadagnavano terreno e s'avvicinavano alla foresta, vi si
    precipitavano, e gli olandesi sciabolati dalla cavalleria francese
    gridavano: "Allarmi!".  Da Vert-Coucou fino a Groenendael,  su una
    lunghezza di quasi due leghe nella direzione di Bruxelles,  c'era,
    al dire di testimoni ancora viventi, un ingombro di fuggiaschi. Il
    panico fu tale che raggiunse il principe  di  Cond  a  Malines  e
    Luigi  Diciottesimo  a  Gand.  Ad  eccezione  della debole riserva
    scaglionata dietro l'autoambulanza posta nella fattoria  di  Mont-
    Saint-Jean  e delle brigate Vivian e Vandeleur che fiancheggiavano
    l'ala  sinistra,  Wellington  non  aveva  pi  cavalleria.   Molte
    batterie giacevano smontate. Questi particolari sono confessati da
    Siborne:  e  Pringle,  esagerando  il disastro,  giunge a dire che
    l'esercito anglo-olandese era ridotto a trentaquattro mila uomini.
    Il  duca  di  ferro  rimaneva  calmo,   ma  le  sue  labbra  erano
    impallidite.  Il  commissario  austriaco  Vincent e il commissario
    spagnolo  Alava,   che  assistevano  alla  battaglia  nello  stato
    maggiore  inglese,   credettero  il  duca  perduto.  Alle  cinque,
    Wellington tir fuori l'orologio,  e  fu  udito  mormorare  queste
    oscure parole: "Blcher o la notte".
    Fu  in  quel  momento che una linea lontana di baionette scintill
    sulle alture dalla parte di Frischemont.
    Ed eccoci allo scioglimento di questo gigantesco dramma.

    11. UNA CATTIVA GUIDA A NAPOLEONE E UNA BUONA GUIDA A BELOW.
    E' noto il doloroso errore di  Napoleone;  sperava  che  arrivasse
    Grouchy  e  invece  sopraggiungeva  Blcher: la morte invece della
    vita.
    Il destino ha di queste svolte; si aspetta il trono del mondo e si
    scorge Sant'Elena.
    Se il piccolo pastore che serviva di guida a  Blow,  luogotenente
    di Blcher, gli avesse consigliato di sboccare dalla foresta al di
    sopra  di  Frischemont,  piuttosto  che al di sotto di Plancenoit,
    forse la  forma  del  secolo  decimonono  sarebbe  stata  diversa.
    Napoleone  avrebbe  guadagnato  la  battaglia  di  Waterloo.   Per
    qualunque altra strada,  che non fosse stata quella al di sotto di
    Plancenoit,  l'esercito  prussiano sarebbe incappato in un burrone
    invalicabile per l'artiglieria, e Blow non sarebbe arrivato.
    Ora, se egli avesse tardato soltanto un'ora di pi,   un generale
    prussiano,  Muffling,  che  lo  dichiara,  Blcher non avrebbe pi
    trovato Wellington sul terreno: "la battaglia era perduta".
    Come si vede,  era tempo che arrivasse Blow.  Del resto era assai
    in  ritardo.  Aveva  bivaccato  a  Dion-le-Mont,  e s'era messo in
    marcia fin dall'alba.  Ma le strade erano  impraticabili,  le  sue
    divisioni  s'erano  incagliate  nel  fango,  e  le ruote dei carri
    sprofondavano nei solchi  sino  ai  mozzi.  Inoltre  aveva  dovuto
    passare la Dyle sullo stretto ponte di Wavre; e siccome i francesi
    avevano  incendiato  la  via  che conduce al ponte,  i cassoni e i
    traini dell'artiglieria,  non potendo passare tra due file di case
    in fiamme, avevano dovuto aspettare che l'incendio fosse spento. A
    mezzogiorno l'avanguardia di Blow non aveva ancora potuto toccare
    Chapelle-Saint-Lambert.
    Se l'azione fosse incominciata due ore pi presto,  sarebbe finita
    alle quattro,  e Blcher sarebbe arrivato a battaglia gi vinta da
    Napoleone.  Sono  cos  questi  immensi  casi,  proporzionati a un
    infinito che ci sfugge.
    Fin da mezzogiorno  l'imperatore,  scorgendo  per  primo  col  suo
    cannocchiale  qualche  cosa  all'estremo orizzonte che attirava la
    sua attenzione,  disse: - Vedo laggi una nube che mi  pare  siano
    truppe.  -  Poi  domand  al  duca di Dalmazia: - Soult,  che cosa
    vedete voi nella  direzione  di  Chapelle-Saint-Lambert?  -  E  il
    maresciallo, puntando il suo binocolo, rispose: - Quattro o cinque
    mila uomini,  sire: senza dubbio Grouchy. - Tuttavia quell'oggetto
    si manteneva immobile nella nebbia.  Tutti i binocoli dello  stato
    maggiore,  l'uno  dopo  l'altro,  studiarono  "la  nube" segnalata
    dall'imperatore, e ci fu chi disse: Sono colonne che fanno alt; ma
    la maggior parte ritennero che fossero alberi.  La  verit    che
    quella  nube non si muoveva.  Napoleone distacc,  in ricognizione
    verso quel punto dubbioso,  la divisione di cavalleria leggera  di
    Domon.
    Blow infatti non s'era mosso.  La sua avanguardia era debolissima
    e non poteva far nulla.  Doveva aspettare il grosso del suo  corpo
    d'armata,  e  aveva  istruzione di concentrarsi prima d'entrare in
    linea. Ma alle cinque, vedendo il pericolo di Wellington,  Blcher
    diede  l'ordine  a Blow di attaccare,  pronunciando queste famose
    parole: "Bisogna dare un po' d'aria all'esercito inglese".
    Poco dopo,  le  divisioni  Losthin,  Hiller,  Hicke  e  Ryssel  si
    spiegavano in battaglia di fronte al corpo di Lobau, la cavalleria
    del  principe  Guglielmo  di Prussia sboccava dal bosco di Parigi,
    Plancenoit era  in  fiamme,  e  le  palle  dei  cannoni  prussiani
    cominciavano  a  piovere fino tra le file della guardia di riserva
    dietro a Napoleone.

    12. LA GUARDIA.
    Il resto  noto: l'irrompere d'un  terzo  esercito,  la  battaglia
    spostata,  ottantasei  bocche  da  fuoco che tuonano d'improvviso,
    Pirch che sopraggiunge con Blow,  la cavalleria di Zieten guidata
    da  Blcher  in persona,  i francesi respinti,  Marcognet spazzato
    dall'altipiano d'Ohain, Durutte sloggiato da Papelotte, Donzelot e
    Quiot costretti a rinculare,  Lobau preso  di  fianco,  una  nuova
    battaglia che al cader della notte impegna i nostri reggimenti gi
    decimati,  tutto  l'esercito inglese che ripiglia l'offensiva e si
    spinge innanzi,  l'enorme vuoto prodotto  nelle  schiere  francesi
    dalla  mitraglia inglese e dalla mitraglia prussiana che s'aiutano
    fra loro, lo sterminio, il disastro sulla fronte,  il disastro sul
    fianco,  e  la  guardia  che  entra  in  lizza  sotto  quel crollo
    spaventoso.
    Intuendo di andare incontro alla morte,  la guardia grid: -  viva
    l'imperatore!  -  La  storia  non  ricorda  cosa pi commovente di
    questa agonia che scoppia in acclamazioni.
    Per  tutto  il  giorno  il  cielo  era   sempre   stato   coperto.
    D'improvviso,  in quel momento,  ed erano gi le otto di sera,  le
    nubi  all'orizzonte  si   squarciarono   e   lasciarono   passare,
    attraverso  gli olmi della strada di Nivelles,  il grande sinistro
    bagliore del sole al tramonto.  Ad Austerlitz  invece  lo  avevano
    visto sorgere.
    In  quella  scena  finale,  ogni  battaglione  della  guardia  era
    comandato da un generale; Friant, Michel,  Roguet,  Harlet Mallet,
    Poret de Morvan erano l. Quando gli alti copricapi dei granatieri
    della  guardia,  con  la  larga  piastra  di metallo con l'aquila,
    comparvero, simmetrici, allineati, tranquilli, fra le nebbie della
    mischia, i nemici sentirono il rispetto per la Francia;  sembr di
    vedere  venti  vittorie  entrare  sul  campo  di  battaglia con le
    bandiere spiegate, e quelli che erano vincitori, credendosi vinti,
    rincularono.  Ma Wellington grid: "In piedi,  guardie,  e  mirate
    dritto!".  Il reggimento rosso delle guardie inglesi steso a terra
    dietro le siepi si  lev,  un  nugolo  di  mitraglia  crivell  la
    bandiera  tricolore  che  sventolava  intorno  alle nostre aquile,
    tutti si  precipitarono,  e  cominci  l'estrema  carneficina.  La
    guardia  imperiale sent nell'ombra che l'esercito intorno cedeva,
    sent la vasta agitazione della rotta,  ud il "si salvi chi pu",
    sostituito al "viva l'imperatore!", e con la fuga a tergo continu
    ad avanzare, sempre fulminata, morendo sempre pi a ogni passo che
    muoveva.  Non ci furono n trepidi, n timidi; in quella truppa un
    soldato era un eroe quanto il generale; nessuno manc al suicidio.
    Ney,   disperato,   grande  di  tutta  la  grandezza  della  morte
    accettata,  nella  tormenta  si  esponeva a tutti i colpi.  Gli fu
    ucciso il quinto cavallo. Sudato, con gli occhi fiammeggianti,  la
    schiuma  alle  labbra,  l'uniforme sbottonata,  una delle spalline
    tagliata a met da una  sciabolata,  la  piastra  che  portava  la
    grand'aquila ammaccata da una palla,  insanguinato,  inzaccherato,
    magnifico,  con la spada spezzata in  mano,  gridava:-  "Venite  a
    vedere   come  un  maresciallo  di  Francia  muore  sul  campo  di
    battaglia!".  Ma fu  tutto  inutile:  non  mor.  Era  sdegnato  e
    inferocito,  e  muoveva a Drouet d'Erlon questa domanda: - "Non ti
    fai forse ammazzare, tu?". In mezzo a tutta quella artiglieria che
    schiacciava un pugno d'uomini,  gridava: "Non c' dunque nulla per
    me!  Oh!  vorrei  che tutte quelle palle inglesi mi entrassero nel
    ventre!" - Disgraziato, tu eri destinato alle palle francesi!

    13. LA CATASTROFE.
    La rotta dietro la guardia fu lugubre.
    L'esercito cedette repentinamente da tutte le parti  nello  stesso
    tempo,   da  Hougomont,   dalla  Haie-Sainte,   da  Papelotte,  da
    Plancenoit.  Il grido: Tradimento!  fu seguito dal grido: Si salvi
    chi  pu!  Un esercito che si sbanda somiglia a un disgelo.  Tutto
    piega, si screpola, scricchiola, vacilla, rotola,  cade,  si urta,
    si affretta,  si precipita; sfacelo incredibile. Ney si fa dare un
    cavallo,  salta sopra,  e senza cappello,  senza  cravatta,  senza
    spada,  si  mette  di  traverso alla strada di Bruxelles e arresta
    inglesi  e  francesi  alla  rinfusa.   Si  sforza  di   trattenere
    l'esercito, lo richiama, lo insulta, si aggrappa alla disfatta. Ma
    i  soldati  lo  sorpassano,  lo  sfuggono  gridando:  -  "Viva  il
    maresciallo Ney!".  Due reggimenti  di  Durutte  vanno  e  vengono
    spaventati  e  come  sballottati  tra le sciabole degli ulani e le
    fucilate delle brigate di Kempt, di Best, di Pack e di Rylandt. La
    peggiore delle mischie  la rotta: gli amici si uccidono tra  loro
    per  fuggire,  e  gli squadroni e i battaglioni si disperdono e si
    frantumano  gli  uni  contro  gli  altri,   enorme  schiuma  della
    battaglia. Lobau a un'estremit e Reille all'altra sono trascinati
    dalla  corrente.  Invano Napoleone forma delle muraglie con quanto
    gli rimane della guardia,  invano sacrifica in un ultimo sforzo  i
    suoi  squadroni di servizio.  Quiot indietreggia davanti a Vivian.
    Kellermann davanti a Vandeleur,  Lobau  davanti  a  Blow,  Morand
    davanti a Pirch, Domon e Subervic davanti al principe Guglielmo di
    Prussia.   Guyot,  che  ha  condotto  alla  carica  gli  squadroni
    dell'imperatore, cade sotto i piedi dei dragoni inglesi. Napoleone
    corre a galoppo lungo le file dei fuggitivi,  li arringa,  incita,
    minaccia,   supplica.   Tutte   quelle  bocche  che  alla  mattina
    gridavano: viva l'imperatore!  ora rimangono attonite;   molto se
    lo  riconoscono.  La  cavalleria prussiana,  giunta di fresco,  si
    slancia,  vola,  sciabolando,  tagliando,   tritando,   uccidendo,
    sterminando.  Le  salmerie si precipitano,  i cannoni tacciono;  i
    soldati addetti ai traini staccano  i  cassoni  e  ne  prendono  i
    cavalli per mettersi in salvo,  e i traini rovesciati con le ruote
    in aria ingombrano la strada e diventano occasioni di massacri. Ci
    si schiaccia, ci si calpesta, si cammina sui morti e sui vivi.  Le
    braccia   non   sanno  pi  quello  che  fanno.   Una  moltitudine
    vertiginosa affolla le strade, i sentieri, i ponti, le pianure, le
    colline, le valli, i boschi, tutti ingombri della fuga di quaranta
    mila uomini.  Grida,  disperazione,  sacchi e fucili  gettati  nei
    campi a grano, il passo aperto a colpi di spada; non pi compagni,
    non  pi  ufficiali,  non  pi  generali,  ma  solo  uno  spavento
    inesprimibile.  Zieten che sciabola la Francia a  suo  piacere;  i
    leoni divenuti caprioli: ecco che cosa fu quella fuga.
    A  Genappe  ci  fu  un  tentativo  di arresto,  di far fronte,  di
    riordinarsi.   Lobau  riun  trecento  uomini  e  fece   barricare
    l'entrata  del  villaggio.  Ma  alla prima scarica della mitraglia
    prussiana tutti ripresero la fuga,  e Lobau fu fatto  prigioniero.
    Ancora  oggi si vede la traccia di quella scarica di mitraglia sul
    vecchio muro d'una casupola di  mattoni  a  destra  della  strada,
    pochi passi prima d'entrare in Genappe.  I prussiani irruppero nel
    villaggio furibondi per aver trionfato con cos  poca  fatica.  La
    caccia  fu  mostruosa:  Blcher ordin lo sterminio.  Roguet aveva
    dato  quel  lugubre  esempio  di  minacciare  di  morte  qualunque
    granatiere  francese  che gli conducesse prigioniero un prussiano.
    Blcher  sorpass  Roguet.  Il  generale  della  giovane  guardia,
    Duhesme, addossato alla porta d'una locanda di Genappe, cedette la
    spada  a  un  ussaro  della  Morte,  il quale la prese e uccise il
    prigioniero.  La vittoria  termin  con  l'assassinio  dei  vinti.
    Dobbiamo  punire,  poich  siamo la storia;  il vecchio Blcher si
    disonor.  Quella ferocia port al colmo  il  disastro.  La  rotta
    disperata attravers Genappe,  attravers Quatre-Bras,  Gosselies,
    Frasnes, Charleroi, Thuin, e si ferm solo alla frontiera.  Ahim!
    chi fuggiva in tal modo? La grande armata.
    Quella vertigine,  quel terrore, quella rovinosa scomparsa del pi
    alto coraggio che abbia mai  fatto  meravigliare  la  storia,  non
    ebbero dunque un motivo? S; l'ombra d'una mano enorme si proietta
    su  Waterloo.  E'  la  giornata del destino data dalla forza che 
    superiore all'uomo.  Donde il  piegarsi  spaventato  delle  teste;
    tutte  quelle  grandi  anime  che consegnano la spada.  Quelli che
    avevano vinto l'Europa caddero rovesciati perch non  avevano  pi
    niente  da  fare  n  da dire,  perch sentivano nelle tenebre una
    presenza  terribile.  "Hoc  erat  in  fatis".   Quel  giorno,   la
    prospettiva del genere umano si cambi.  Waterloo  il cardine del
    secolo decimonono. Per l'avvento del gran secolo era necessaria la
    scomparsa del grand'uomo;  e se ne incaric  uno,  a  cui  non  si
    replica.  Cos  si  spiega  il  timor  panico  degli  eroi.  Nella
    battaglia di Waterloo ci fu pi che una nube,  ci fu una  meteora.
    Dio  passato di l.
    Al  cader  della  notte,  in  un  campo presso Genappe,  Bernard e
    Bertrand afferrarono per le falde dell'abito e trattennero un uomo
    torvo,  pensieroso,  sinistro,  il quale,  trascinato sin l dalla
    corrente dei fuggiaschi, aveva messo piede a terra, infilate sotto
    il braccio le briglie del cavallo,  e con l'occhio smarrito, se ne
    tornava solo verso Waterloo.  Era Napoleone che tentava ancora  di
    andare avanti, immenso sonnambulo di quel sogno svanito.

    14. L'ULTIMO QUADRATO.
    Alcuni quadrati della guardia, immobili nella corrente della rotta
    come  rocce  nell'acqua  che  scorre,  tennero testa fino a notte.
    Veniva la notte, veniva la morte. Aspettarono quella duplice ombra
    e,  incrollabili,  si fecero avvolgere da essa.  Ogni  reggimento,
    isolato  dagli  altri  e  senza  pi  nessun legame con l'esercito
    sbaragliato da ogni parte, moriva per proprio conto.  Per compiere
    quell'ultimo atto avevano preso posizione, gli uni sulle alture di
    Rossomme, gli altri nel piano di Mont-Saint-Jean. L, abbandonati,
    vinti,   terribili,   quei   tetri   quadrati   avevano  un'agonia
    formidabile. Ulma, Wagram, Jena, Friedland morivano con loro.
    Al crepuscolo,  verso le nove della sera,  ai piedi della spianata
    di Mont-Saint-Jean ne rimaneva uno,  il quale continuava a lottare
    in quella valle funesta,  a pi di quel pendio su cui erano saliti
    i  corazzieri,  invaso  ora  dalle  masse inglesi,  sotto i fuochi
    convergenti  dell'artiglieria   nemica   vittoriosa,   sotto   una
    terribile  tempesta  di  proiettili.  Era  comandato  da un oscuro
    ufficiale di nome Cambronne.  A ogni carica il quadrato scemava  e
    contrattaccava.   Alla   mitraglia  replicava  con  la  fucileria,
    restringendo continuamente  le  sue  quattro  ali.  Da  lontano  i
    fuggiaschi,  fermandosi  un  momento ansimanti,  ascoltavano nelle
    tenebre quel cupo rombo decrescente.
    Quando questa legione si trov  ridotta  a  un  pugno  di  uomini,
    quando la loro bandiera non fu pi che un cencio,  quando i fucili
    per mancanza di munizioni non furono pi che  bastoni,  quando  il
    mucchio  dei  cadaveri  super il numero dei viventi,  ci fu tra i
    vincitori una specie di  terrore  sacro  attorno  a  quei  sublimi
    moribondi,  e l'artiglieria inglese, riprendendo fiato, tacque. Fu
    come una breve tregua.  Quei combattenti avevano intorno  come  un
    formicolio  di  spettri,  le  sagome  degli  uomini a cavallo,  il
    profilo nero dei cannoni,  il cielo bianco,  scorto attraverso  le
    ruote  e  gli  affusti;  la  colossale testa di morto che gli eroi
    intravedono sempre fra mezzo al fumo nello sfondo della battaglia,
    avanzava su di loro e  li  guardava.  Fra  le  ombre  crepuscolari
    udirono  ricaricare  i pezzi;  le micce accese,  simili a occhi di
    tigre nella notte,  formavano un cerchio intorno alle loro  teste;
    tutte  le micce delle batterie nemiche si avvicinarono ai cannoni.
    E allora commosso,  tenendo il minuto sospeso sopra quegli uomini,
    un generale inglese,  secondo gli uni Colville,  secondo gli altri
    Maitland, grid loro: - Bravi francesi,  arrendetevi!  - Cambronne
    rispose: - Merda!

    15. CAMBRONNE.
    Il  lettore  vuol  essere  rispettato;  non gli si pu ripetere la
    parola forse pi bella che un francese abbia mai  pronunciato.  E'
    vietato deporre il sublime nella storia.
    A nostro rischio e pericolo, vogliamo violare questa proibizione.
    Dunque, fra tutti quei giganti ci fu un titano, Cambronne.
    Dire quella parola e poi morire;  c' nulla di pi grande? Infatti
    voler la  morte    morire,  e  non  fu  colpa  di  quell'uomo  se
    sopravvisse alla mitraglia.
    Chi  ha  vinto  la  battaglia  di  Waterloo  non  stato Napoleone
    sbaragliato,  non Wellington che alle quattro cedeva e alle cinque
    disperava, non Blcher che non s' battuto; l'uomo che ha vinto la
    battaglia di Waterloo  Cambronne. Fulminare con una simile parola
    la folgore che vi uccide,  vincere.
    Dare quella risposta alla catastrofe, parlar cos al destino, dare
    quella  base  al  leone  futuro,  scagliare  quella  risposta alla
    pioggia della notte,  al muro traditore di Hougomont,  alla strada
    incassata  d'Ohain,  al  ritardo di Grouchy,  al sopraggiungere di
    Blcher, essere l'ironia nel sepolcro,  fare in modo da restare in
    piedi  dopo  essere caduto,  affogare in due sillabe la coalizione
    europea,  offrire ai re  le  latrine  gi  note  dei  Cesari,  far
    dell'ultima  delle  parole  la prima frammischiandovi lo splendore
    della  Francia,   chiudere  insolentemente  Waterloo  col  marted
    grasso,   completare  Leonida  con  Rabelais,   riassumere  quella
    vittoria in una parola  suprema  che    impossibile  pronunciare,
    perdere  il terreno e guadagnare per s la storia,  far ridere del
    nemico dopo quella carneficina, ecco un risultato immenso.
    Questo insulto al fulmine raggiunge la grandezza eschilea.
    La parola di Cambronne fa l'effetto d'una frattura:  la  frattura
    interna  di  un  petto,   l'eccesso dell'agonia che esplode.  Chi
    vinse? Wellington? No, perch senza Blcher era perduto.  Blcher?
    No,  perch  se  Wellington  non  avesse  cominciato,  Blcher non
    avrebbe  potuto  finire.   Questo   Cambronne,   questo   passante
    dell'ultim'ora,  questo soldato ignoto, questa parte infinitamente
    piccola della guerra, sente che c' una menzogna,  una menzogna in
    una  catastrofe  - due cose strazianti,- e nel momento che scoppia
    dalla rabbia,  gli si offre quella derisione,  la vita!  Come  non
    sentirsi stomacare?
    Sono  l  tutti  i re dell'Europa,  i generali fortunati,  i Giovi
    tonanti; hanno centomila soldati vittoriosi,  e dietro i centomila
    un milione; hanno i loro cannoni con le gole spalancate e le micce
    accese;  hanno  sotto  il tallone la guardia imperiale e la grande
    armata,   hanno  schiacciato  Napoleone,   e  non  resta  pi  che
    Cambronne, e non c' pi che questo verme di terra per protestare.
    Ebbene,  protester.  Allora  cerca  una  parola come si cerca una
    spada;  gli sale una schiuma alla bocca,  e quella  schiuma    la
    parola.  Di  fronte  a  quella vittoria prodigiosa e mediocre,  di
    fronte a quella  vittoria  senza  vittoriosi,  quel  disperato  si
    riprende;  ne subisce l'enormit, ma ne costata la vacuit; fa pi
    che sputarvi  sopra;  oppresso  dal  numero,  dalla  forza,  dalla
    materia,  egli trova un'espressione alla sua anima,  l'escremento.
    Lo ripetiamo: dire, fare,  trovare tutto questo,  significa essere
    vincitore.
    Il  genio  dei  giorni  di  gloria in quel momento fatale entr in
    quello sconosciuto.  Cambronne trova la  parola  di  Waterloo  per
    ispirazione  del soffio dall'alto,  come Rouget de l'Isle trova la
    "Marsigliese". Un effluvio dell'uragano divino si distacca e passa
    attraverso questi uomini;  essi trasaliscono,  e  l'uno  canta  il
    canto  supremo,  l'altro lancia il terribile grido.  Quella parola
    del titanico sprezzo, Cambronne non la scaglia soltanto all'Europa
    in nome dell'impero,  che sarebbe ancor poco,  ma  la  scaglia  al
    passato in nome della Rivoluzione. Noi l'intendiamo e riconosciamo
    in Cambronne la vecchia anima dei giganti.  Ci pare sia Danton che
    parli o Kleber che ruggisca.  Alla parola  di  Cambronne  la  voce
    inglese  rispose: - Fuoco!  Le batterie lampeggiarono,  la collina
    trem,  da tutte quelle bocche di bronzo usc un ultimo spaventoso
    vomito di mitraglia. Un vasto fumo rotol vagamente imbiancato dal
    sorgere  della  luna;  e  quando  il fumo si dissip non c'era pi
    nulla.  Quel formidabile avanzo era  annientato;  la  guardia  era
    morta.  Le quattro ali della ridotta vivente giacevano a terra,  e
    appena si distingueva qua e l un movimento tra i  cadaveri.  Cos
    le  legioni francesi,  pi grandi delle romane,  spirarono a Mont-
    Saint-Jean, sulla terra bagnata di pioggia e di sangue,  nei campi
    oscuri,  nel  luogo  dove  ai  nostri  giorni Giuseppe,  che fa il
    servizio della posta di Nivelles, passa ogni mattina alle quattro,
    zufolando e sferzando allegramente il cavallo.

    16. "QUOT LIBRAS IN DUCE?".
    La battaglia di Waterloo  un enigma: essa    altrettanto  oscura
    per quelli che la vinsero, quanto per chi la perse. Per Napoleone,
     un timor panico;  Blcher non ci vede che fuoco;  Wellington non
    ne capisce nulla. Esaminate le relazioni. I bollettini confusi,  i
    commenti ingarbugliati. Gli uni balbettano, gli altri farfugliano.
    Jomini  divide  la  battaglia  di  Waterloo  in  quattro  momenti;
    Muffling  la  divide  in  tre  atti.   Charras,   dal  quale  per
    discordiamo  per  alcuni punti,   il solo che abbia colto col suo
    sguardo fiero i tratti caratteristici  di  quella  catastrofe  del
    genio  umano  in  lotta  col fato divino.  Tutti gli altri storici
    rimangono in  certo  modo  abbagliati;  e  in  quell'abbagliamento
    camminano  a tentoni.  Giornata sfolgorante infatti,  crollo della
    monarchia militare,  che con sommo stupore dei re,  ha  trascinato
    con s tutti i regni;  caduta della forza, sconfitta della guerra.
    In quell'avvenimento,  improntato a necessit sovrumana,  la parte
    degli uomini si riduce a nulla.
    Togliendo  Waterloo  a  Wellington e a Blcher,  si toglie qualche
    cosa  all'Inghilterra  o  alla   Germania?   No.   N   l'illustre
    Inghilterra,  n l'augusta Germania sono in questione nel problema
    di  Waterloo.   Grazie  al  cielo,   la  grandezza  dei  popoli  
    indipendente dalle lugubri vicende della spada. N la Germania, n
    l'Inghilterra, n la Francia stanno in una guaina. In quell'epoca,
    mentre Waterloo non era che un cozzar di spade,  la Germania al di
    sopra di Blcher aveva Goethe,  e l'Inghilterra  al  di  sopra  di
    Wellington  aveva Byron.  Un vasto sorgere d'idee  la prerogativa
    del nostro secolo,  e in quell'aurora l'Inghilterra e la  Germania
    hanno  il  loro  magnifico  splendore.  Esse  sono maestose perch
    pensano.  L'innalzamento di livello che arrecano alla civilt  un
    loro merito intrinseco,  che deriva da esse e non da un accidente.
    La loro cresciuta grandezza nel secolo decimonono non  ha  origine
    da Waterloo.  Soltanto i popoli barbari ingrossano improvvisamente
    dopo una vittoria;  la vanit passeggera dei torrenti gonfiati da
    un temporale.  I popoli civili,  soprattutto in questi tempi,  non
    s'innalzano n si abbassano per la buona o la cattiva fortuna d'un
    capitano.  Il  loro  peso  specifico  sul  genere umano risulta da
    qualcosa di pi di un combattimento. Grazie a Dio,  il loro onore,
    la loro dignit,  la loro luce, il loro genio non sono numeri, che
    gli eroi e i  conquistatori,  questi  giocatori,  possano  mettere
    nella lotteria delle battaglie.  Spesso una battaglia perduta  un
    progresso conquistato.  Meno gloria e pi libert.  Quando tace il
    tamburo,  la ragione prende la parola. Si gioca a chi perde vince.
    Parliamo dunque di Waterloo freddamente da ambo le parti. Rendiamo
    al caso ci che  del caso,  e a Dio  ci  che    di  Dio.  Cos'
    Waterloo?  una vittoria?  No;  un terno al lotto. Terno guadagnato
    dall'Europa,  pagato dalla Francia.  Non valeva la pena di mettere
    l un leone.
    Waterloo  del  resto    il  pi  strano  scontro che ci sia nella
    storia. Napoleone e Wellington non sono nemici, ma contrari.  Dio,
    che  ama  le  antitesi,  non  ha mai stabilito un pi sorprendente
    contrasto n  un  confronto  pi  straordinario.  Da  un  lato  la
    precisione,  la previdenza, la geometria, la prudenza, la ritirata
    assicurata, le riserve preparate, un pertinace sangue freddo,  una
    logica imperturbabile,  la strategia che profitta del terreno,  la
    tattica che  equilibra  i  battaglioni,  la  strage  regolata  col
    piombino,  la  guerra  regolata  con  l'orologio alla mano,  nulla
    lasciato volontariamente al caso, il vecchio coraggio classico, la
    correttezza assoluta; dall'altra l'intuizione, la divinazione,  la
    singolarit  militare,  l'istinto  sovrumano,  il  colpo  d'occhio
    fulmineo,  un non so che che guarda come l'aquila e colpisce  come
    la  folgore,  un'arte prodigiosa sotto una sprezzante impetuosit,
    tutti i misteri d'un'anima profonda la familiarit col destino, il
    fiume,  il piano,  il colle,  il bosco costretti in certo  modo  a
    obbedire,   il   despota  che  tiranneggia  perfino  il  campo  di
    battaglia,   la  fede  nella  stella  che  s'unisce  alla  scienza
    strategica  e  l'ingrandisce,  ma  l'intorbida.  Wellington era il
    Barrme della guerra,  Napoleone ne era il Michelangelo;  e quella
    volta il genio fu vinto dal calcolo.
    D'ambo le parti si aspettava qualcuno, ma fu il calcolatore esatto
    che riusc. Napoleone aspettava Grouchy, che non venne; Wellington
    aspettava Blcher, che venne.
    Wellington    la  guerra  classica  che  prende la sua rivincita.
    Bonaparte,  nei suoi primordi,  l'aveva  incontrata  in  Italia  e
    superbamente  battuta.  La  vecchia civetta era fuggita davanti al
    giovane avvoltoio.  L'antica tattica era stata non solo fulminata,
    ma  scandalizzata.  Cos'era quel Corso di ventisei anni,  che cosa
    significava quello splendido ignorante che, avendo tutto contro di
    s e nulla a favore, senza viveri, senza munizioni, senza cannoni,
    senza scarpe;  quasi senza esercito,  con un pugno  di  uomini  di
    fronte a intere masse, si precipitava contro l'Europa coalizzata e
    riportava  assurdamente  delle vittorie in condizioni impossibili?
    Da  dove  usciva  quel  forsennato  fulmineo  che,   quasi   senza
    riprendere   fiato   e   con   lo  stesso  pugno  di  combattenti,
    polverizzava uno dopo l'altro i cinque eserciti dell'imperatore di
    Germania,  rovesciando Baulieu su Alvinzi,  Wurmser  su  Beaulieu,
    Mlas  su  Wurmser,  Mack  su Mlas?  Cos'era quel novellino della
    guerra che aveva la sfrontatezza d'un astro?  La scuola accademica
    militare  lo  scomunicava fuggendo.  Da ci un implacabile rancore
    del vecchio cesarismo contro il  nuovo,  della  sciabola  corretta
    contro la spada scintillante, dello scacchiere contro il genio. Il
    18  giugno  1815 quel rancore ebbe l'ultima parola,  e sopra Lodi,
    Montebello,  Montenotte,   Mantova,   Marengo,   Arcole,   scrisse
    Waterloo.  Trionfo  della  mediocrit,  cos  gradito  al  maggior
    numero.  Il destino acconsent a quell'ironia,  e Napoleone al suo
    declino si ritrov davanti Wurmser giovane.
    Basta  infatti  incanutire  i  capelli di Wellington per ritrovare
    Wurmser.
    Waterloo  una battaglia di prim'ordine guadagnata da un  capitano
    di second'ordine.
    Ci  che  si  deve  ammirare  a  Waterloo    l'Inghilterra,   la
    fermezza,  la risolutezza inglese,  il  sangue  inglese;  ci  che
    l'Inghilterra  ebbe di superbo a Waterloo,  e non gliene spiaccia,
    fu se stessa; non il suo capitano, ma il suo esercito.
    Wellington, bizzarramente ingrato,  in una lettera a lord Bathurst
    dichiara che il suo esercito, l'esercito che combatt il 18 giugno
    1815,  era "detestabile". Che ne pensa la tetra confusione di ossa
    sepolte sotto i solchi di Waterloo?
    L'Inghilterra fu  troppo  modesta  di  fronte  a  Wellington.  Con
    l'ingrandire  tanto  il  generale  si  rimpicciolisce  la nazione.
    Wellington  un eroe come un altro. Quegli scozzesi grigi,  quegli
    "horse-guards",  quei reggimenti di Maitland e di Mitchell, quella
    fanteria di Pack e di Kempt,  quella cavalleria di  Posonby  e  di
    Somerset, quegli "highlanders" che suonavano la cornamusa sotto la
    mitraglia,  quei  battaglioni  di  Rylandt,  quelle reclute allora
    giunte che sapevano appena maneggiare  il  fucile  e  che  tennero
    testa  alle vecchie bande d'Essling e di Rivoli;  ecco che cosa fu
    grande. Wellington fu tenace, ecco il suo merito, e noi non glielo
    lesiniamo;  ma l'ultimo dei suoi fantaccini fu saldo  al  pari  di
    lui.  Il  soldato di ferro vale quanto il duca di ferro.  Quanto a
    noi,   tutta  la  nostra  glorificazione   al   soldato   inglese,
    all'esercito,  al  popolo  inglese.  Se  c'  un trofeo,   dovuto
    all'Inghilterra.   La  colonna  di  Waterloo  sarebbe  giusta   se
    sollevasse  alle  nubi la statua d'un popolo,  anzich quella d'un
    uomo.
    Ma la grande Inghilterra si irriter di quello  che  diciamo  qui.
    Dopo  il  suo  1688  e il nostro 1789,  essa ha ancora l'illusione
    feudale,  e crede nell'eredit e nella gerarchia.  Quel popolo,  a
    nessuno  secondo  in  potenza  e  in  gloria,  ha stima di s come
    nazione,  non  come  popolo;  in  quanto    popolo  si  subordina
    volentieri,  e  scambia  un lord per una testa.  Operaio si lascia
    spezzare,  soldato si lascia bastonare.  Tutti ricordano come alla
    battaglia  d'Inkermann  un  sergente,  che  a  quanto sembra aveva
    salvato l'esercito,  non pot essere menzionato  da  lord  Raglan,
    perch  la gerarchia militare inglese non permette di citare in un
    rapporto un eroe che sia al di sotto del grado d'ufficiale.
    Quello che ammiriamo soprattutto,  in uno scontro come  quello  di
    Waterloo,  la prodigiosa abilit del caso. Pioggia notturna, muro
    di Hougomont,  strada incassata d'Ohain, Grouchy sordo al cannone,
    una guida a Napoleone che l'inganna,  una guida  a  Blow  che  lo
    illumina; tutto questo cataclisma  condotto meravigliosamente.
    Bisogna  confessare  che,  in  complesso,  a  Waterloo  ci  fu pi
    massacro che battaglia.
    Di tutte le battaglie in  campo  aperto,  Waterloo    quella  che
    present  la  fronte  meno  estesa  in  proporzione del numero dei
    combattenti; Napoleone tre quarti di lega,  Wellington mezza lega;
    e  settantaduemila combattenti da ciascuna parte.  Da tale densit
    deriv la carneficina.
    Si  fatto questo calcolo e stabilita questa proporzione:  perdita
    d'uomini: ad Austerlitz: francesi,  quattordici per cento;  russi,
    trenta per cento; austriaci, quarantaquattro per cento;  a Wagram:
    francesi, tredici per cento; austriaci, quattordici; alla Moscova:
    francesi,   trentasette;   russi,   quarantaquattro;   a  Bautzen:
    francesi,  tredici per cento;  russi e prussiani,  quattordici;  a
    Waterloo:  francesi,  cinquantasei per cento;  alleati,  trentuno.
    Totale     per      Waterloo:      quarantuno      per      cento:
    centoquarantaquattromila combattenti, sessantamila morti.
    Il  campo  di Waterloo oggi ha la calma che appartiene alla terra,
    impassibile sostegno  dell'uomo,  e  somiglia  a  tutte  le  altre
    pianure.
    Per  di  notte  da  quella  pianura s'innalza una specie di bruma
    fantastica;  e se qualche viaggiatore,  passando di  l,  osserva,
    ascolta,  medita,  come Virgilio nella funesta pianura di Filippi,
    l'allucinazione della catastrofe l'assale.  Il terribile 18 giugno
    rivive;  sparisce  la  falsa  collina-monumento,  sfuma quel leone
    qualunque, e il campo di battaglia riprende la sua realt: schiere
    di fanteria ondeggiano nella pianura, galoppi furiosi attraversano
    l'orizzonte;  il sognatore spaventato vede  balenar  le  sciabole,
    scintillare  le  baionette,  fiammeggiare  le  bombe,  incrociarsi
    mostruosamente i fulmini;  sente,  come un rantolo in fondo a  una
    tomba,  il vago clamore della fantastica battaglia;  quelle ombre,
    sono i granatieri;  quel  luccichio,  sono  i  corazzieri;  quello
    scheletro  Napoleone;  quell'altro scheletro  Wellington.  Tutto
    questo non esiste pi, eppure cozza e combatte ancora; e i burroni
    si tingono di rosso, e gli alberi fremono, la furia arriva fino al
    cielo,  e nelle tenebre tutte quelle alture selvagge,  Mont-Saint-
    Jean,  Hougomont,  Frischemont,  Papelotte e Plancenoit,  appaiono
    confusamente coronate da un turbine di spettri che  si  sterminano
    tra loro.

    17.WATERLOO FU UN BENE?
    C'  una scuola liberale molto rispettabile che non odia Waterloo.
    Noi non vi apparteniamo.  Per noi,  Waterloo non    che  la  data
    stupefatta  della libert.  Che una simile aquila nasca da un tale
    uovo,   senza dubbio una cosa inaspettata.  Se  guardiamo  da  un
    punto di vista superiore la questione, Waterloo  intenzionalmente
    una vittoria controrivoluzionaria.  E' l'Europa contro la Francia,
    e Pietroburgo,  Berlino e Vienna contro  Parigi,  lo  "statu  quo"
    contro  l'iniziativa,  il 14 luglio 1789 assalito attraverso il 20
    marzo 1815,  lo sforzo delle monarchie contro l'indomabile rivolta
    francese.  Spegnere  finalmente questo vasto popolo in eruzione da
    ventisei anni,  ecco il  sogno.  Solidariet  dei  Brunswick,  dei
    Nassau,   dei  Romanoff,  degli  Hoenzollern,  degli  Asburgo  coi
    Borboni. Waterloo porta in groppa il diritto divino.  E' vero che,
    se l'impero era stato dispotico,  la realt, per naturale reazione
    di cose, doveva per forza essere liberale: ed  anche vero che con
    sommo dispiacere dei vincitori,  da Waterloo  uscito  un  sistema
    costituzionale.  E  ci  perch  la  rivoluzione  non  pu  essere
    veramente vinta;  essendo provvidenziale e  assolutamente  fatale,
    essa ricompare sempre,  prima di Waterloo in Bonaparte che abbatte
    i vecchi troni, dopo Waterloo in Luigi Diciottesimo che proclama e
    subisce la Costituzione.  Bonaparte mette un postiglione sul trono
    di  Napoli  e  un  sergente  sul  trono  di Svezia,  adoperando la
    disuguaglianza per dimostrare l'uguaglianza;  Luigi Diciottesimo a
    Saint-Ouen  firma  la dichiarazione dei diritti dell'uomo.  Volete
    comprendere cosa sia la rivoluzione? chiamatela Progresso;  volete
    sapere  che cosa  il progresso?  chiamatelo Domani.  Il Domani fa
    irresistibilmente il suo lavoro,  e lo  fa  sin  da  oggi.  Giunge
    sempre  allo  scopo,  in  modo  inaspettato.  Usa  Wellington  per
    trasformare in  oratore  Foy  che  era  un  soldato.  Foy  cade  a
    Hougomont e si rialza alla tribuna. Cos cammina il progresso. Per
    questo  operaio  non  ci  sono arnesi inutili;  egli adatta al suo
    lavoro divino,  senza sconcertarsi,  l'uomo che scavalc le Alpi e
    quel  buon  vecchio malato barcollante del padre Elyse;  si serve
    del podagroso come del  conquistatore:  del  conquistatore  al  di
    fuori,  del podagroso al di dentro.  Waterloo,  mettendo fine alla
    demolizione dei troni europei mediante la spada,  ha avuto  questo
    unico  risultato  di far proseguire il lavoro rivoluzionario da un
    altro lato. Gli sciabolatori hanno finito: ora tocca ai pensatori.
    Il secolo che Waterloo  voleva  fermare,    passato  sopra  e  ha
    continuato  la  sua  via.  Quella sinistra vittoria fu vinta dalla
    libert.
    Insomma, chi incontestabilmente trionf a Waterloo,  chi sorrideva
    dietro  Wellington,  chi  gli port tutti i bastoni di maresciallo
    dell'Europa, compreso, si dice,  quello di maresciallo di Francia,
    chi  fece  correre  allegramente  le  carrettate piene di ossa per
    innalzare la collina del leone,  chi scrisse trionfalmente su quel
    piedistallo la data: "18 giugno 1815",  chi incoraggiava Blcher a
    sciabolare i fuggenti, chi dall'alto della spianata di Mont-Saint-
    Jean si chinava  sulla  Francia  come  sopra  una  preda,  era  la
    controrivoluzione.  Fu  lei  che  proffer  la  parola  infame  di
    smembramento. Ma giunta a Parigi, vide da vicino il cratere, sent
    che quella cenere le bruciava i piedi,  e allora  mut  parere,  e
    torn al balletto della Costituzione.
    In  Waterloo  dobbiamo  vedere  soltanto  quello  che c'.  Niente
    libert intenzionale.  La controrivoluzione era  involontariamente
    liberale,  allo  stesso modo che,  per un fenomeno corrispondente,
    Napoleone era involontariamente rivoluzionario.
    Il 18 giugno 1815, Robespierre a cavallo fu disarcionato.

    18. RECRUDESCENZA DEL DIRITTO DIVINO.
    Finita la dittatura,  un intero sistema europeo  croll.  L'impero
    scomparve  in  un'ombra  simile  a  quella  in  cui spir il mondo
    romano. Si vide un precipizio,  come ai tempi dei barbari.  Se non
    che  la  barbarie  del  1815,  che  va  chiamata  col suo meschino
    soprannome di controrivoluzione, aveva il fiato corto;  ben presto
    perse  il  respiro  e  s'impunt.  L'impero  fu  pianto,  dobbiamo
    confessarlo, e pianto da occhi eroici.  Se la gloria  nella spada
    che diventa scettro, l'impero fu la personificazione della gloria.
    Aveva  diffuso  sulla  terra  tutta la luce che si pu avere dalla
    tirannia; luce tetra; diciamo anzi,  luce oscura.  Paragonata alla
    vera  luce,    tenebra:  eppure lo sparire di quella tenebra fece
    l'effetto d'un'eclisse.
    Luigi Diciottesimo rientr  a  Parigi.  Le  carole  dell'8  luglio
    oscurarono   gli  entusiasmi  del  20  marzo.   Il  Corso  divenne
    l'antitesi del Bearnese.  La bandiera della cupola delle Tuileries
    fu  bianca.  L'esilio  troneggi.  La tavola d'abete di Hartwel fu
    collocata  davanti  al  seggiolone  adorno  di  gigli   di   Luigi
    Quattordicesimo.  Si  parl di Bouvines e di Fontenoy come fossero
    di ieri, visto che Austerlitz era invecchiata. L'altare e il trono
    fraternizzarono maestosamente.  Sulla Francia e sul continente  si
    stabil  una  delle  forme  pi  contestate  della  salvezza della
    societ nel secolo decimonono. L'Europa adott la coccarda bianca.
    Trestaillon  divenne  celebre.  La  divisa  "non  pluribus  impar"
    ricomparve  sulla  facciata  della  caserma del Quai d'Orsay fra i
    raggi di pietra che rappresentano un sole.  Dove  c'era  stata  la
    guardia imperiale ci furono le livree rosse. L'arco del carosello,
    sopraccarico di vittorie mal sopportate, smarrito in mezzo a tutte
    quelle  novit,  e forse un po' vergognoso di Marengo e di Arcole,
    si tolse d'imbarazzo  con  la  statua  del  duca  d'Angoulme.  Il
    cimitero  della  Maddalena,  formidabile fossa comune del '93,  fu
    ornato di marmo e di diaspro,  perch nella sua polvere c'erano le
    ossa  di  Luigi  Sedicesimo e di Maria Antonietta.  Nel fossato di
    Vincennes,  un cippo funerario  sorse  a  ricordare  che  il  duca
    d'Enghien  mor nello stesso mese dell'incoronazione di Napoleone.
    Il Papa Pio Settimo,  che aveva fatto  quella  consacrazione  cos
    vicina a quella morte,  benedisse tranquillamente la caduta,  come
    aveva benedetto l'elevazione. Ci fu a Schoenbrun una piccola ombra
    di quattro anni,  che si ritenne sedizioso chiamare re di Roma.  E
    queste  cose  si fecero,  e quei re ripresero il loro trono,  e il
    padrone dell'Europa fu rinchiuso in una gabbia,  e l'antico regime
    divenne  il  nuovo,  e  tutta  l'ombra e tutta la luce della terra
    mutarono di posto,  perch nel pomeriggio d'un giorno d'estate  un
    pastore  disse  a un prussiano in un bosco: - passate di qui e non
    di l.
    Il 1815 fu una specie di lugubre aprile. Le vecchie realt malsane
    e velenose si coprirono di nuove parvenze. La menzogna spos l'89,
    il diritto divino si mascher con una Carta; le finzioni si fecero
    costituzionali;  i pregiudizi,  le superstizioni,  e  gli  occulti
    propositi,   con  in  cuore  l'articolo  14,  si  verniciarono  di
    liberalismo. Mutamento di pelle dei serpenti..
    Napoleone aveva in  pari  tempo  reso  l'uomo  pi  grande  e  pi
    piccolo.  Sotto quel regno della materia splendida, l'ideale aveva
    ricevuto il nome strano  di  ideologia.  Grave  imprudenza  di  un
    grand'uomo,  deridere l'avvenire.  Tuttavia i popoli, questa carne
    da cannone tanto innamorata del cannoniere,  lo cercavano con  gli
    occhi.  Dov'?  Che fa? Napoleone  morto, diceva un passante a un
    invalido di Marengo e di  Waterloo.  "Lui,  morto!"  esclam  quel
    soldato,  "si  vede  proprio  che non lo conoscete!".  La fantasia
    deificava  quell'uomo   abbattuto.   Dopo   Waterloo,   il   fondo
    dell'Europa  fu  tenebroso: rest un enorme vuoto con la scomparsa
    di Napoleone.
    I re si misero in quel vuoto.  La vecchia Europa ne approfitt per
    riformarsi.  Ci  fu  una  Santa Alleanza: Bella-AIleanza aveva gi
    detto il capo fatale di Waterloo.
    In  presenza  e  di  fronte  a  quell'antica  Europa  rifatta,  si
    sbozzarono  i lineamenti d'una nuova Francia.  L'avvenire,  deriso
    dall'imperatore,  fece il suo ingresso,  e portava sulla fronte la
    stella della libert. Gli occhi ardenti delle nuove generazioni si
    volsero  verso  di lui.  Cosa strana,  s'innamorarono nello stesso
    tempo di quell'avvenire, la Libert, e di quel passato, Napoleone.
    La disfatta aveva ingrandito il vinto: Bonaparte caduto pareva pi
    alto di Napoleone in piedi.  Quelli che avevano  trionfato  ebbero
    paura.  L'Inghilterra  lo  fece  custodire  da  Hudson Lowe,  e la
    Francia lo fece spiare da Montchenu.  Le  sue  braccia  incrociate
    divennero l'inquietudine dei troni. Alessandro lo chiamava: la mia
    insonnia.  Questo  spavento  proveniva dalla carica di rivoluzione
    che  c'era  in  lui;  e  questo  spiega  e  scusa  il  liberalismo
    bonapartista.  Quel fantasma faceva tremare il vecchio mondo,  e i
    re  regnarono  angustiati,  con  quello  scoglio  di  Sant'  Elena
    all'orizzonte.
    Mentre  Napoleone  agonizzava  a  Longwood,  i sessantamila uomini
    caduti sul campo  di  Waterloo  imputridivano  tranquillamente,  e
    qualche cosa della loro pace si diffuse nel mondo. Il congresso di
    Vienna  fece i trattati del 1815,  e l'Europa diede a tutto ci il
    nome di restaurazione.
    Ecco che cosa fu Waterloo.
    Ma  che  importa  all'infinito?  Tutta  quella  tempesta,   quella
    caligine,  quella guerra, e poi quella pace, tutta quell'ombra non
    turb un istante lo  splendore  dell'occhio  immenso,  davanti  al
    quale  un  insetto che salta sui fili d'erba uguaglia l'aquila che
    vola di campanile in campanile sino alle torri di Notre-Dame.

    19. IL CAMPO DI BATTAGLIA DURANTE LA NOTTE.
    Ritorniamo su quel fatale campo di battaglia;   una necessit  di
    questo libro.
    Il  18  giugno  1815  c'era  il  plenilunio;  la  sua  luce favor
    l'inseguimento di Blcher, denunci le tracce dei fuggitivi, dette
    quella massa disastrosa in preda all'accanimento della  cavalleria
    prussiana,  e  contribu  al  massacro.  Nelle catastrofi si hanno
    talvolta queste tragiche compiacenze della notte.
    Dopo l'ultimo colpo di cannone,  la  spianata  di  Mont-Saint-Jean
    rimase deserta.
    Gli   inglesi  occuparono  l'accampamento  dei  francesi,   poich
    coricarsi nel letto del vinto  il modo consueto di  costatare  la
    vittoria;  e  stabilirono i loro bivacchi al di l di Rossomme.  I
    prussiani,  lanciati all'inseguimento dei fuggitivi,  si  spinsero
    pi  avanti.  Wellington and nel villaggio di Waterloo a redigere
    il suo rapporto a lord Bathurst.
    Se il "sic vos non vobis" fu mai applicabile,  lo  certamente  al
    villaggio  di  Waterloo,  il quale non fece nulla e rimase a mezza
    lega dall'azione.  Mont-Saint-Jean  fu  cannoneggiato,  Hougomont,
    Papelotte e Plancenoit furono incendiati,  la Haie-Sainte fu presa
    d'assalto,  la Belle-Alliance vide abbracciarsi i  due  vincitori;
    ebbene,  tutti questi nomi sono appena noti;  e Waterloo,  che non
    ebbe parte nella battaglia, ne ottenne tutti gli onori.
    Noi non siamo di quelli che adulano la  guerra  e,  quando  se  ne
    presenta  l'occasione,  le  diciamo  le  sue verit.  La guerra ha
    bellezze spaventose che non abbiamo nascosto; ma ha pure,  bisogna
    convenirne,   alcune  bruttezze;   fra  le  quali  una  delle  pi
    sorprendenti  il pronto spogliamento dei morti dopo la  vittoria.
    L'alba che segue una battaglia sorge sempre sopra cadaveri ignudi.
    Chi  fa  questo?  Chi  insudicia  in  tal  modo il trionfo?  A chi
    appartiene quella mano schifosa che si insinua furtivamente  nelle
    tasche  della vittoria?  Chi sono questi ladri che compiono i loro
    colpi protetti dalla gloria? Alcuni filosofi, tra questi Voltaire,
    affermano che sono precisamente quelli che la  formano.  Sono  gli
    stessi,  dicono,  e non altri;  quelli che sono in piedi spogliano
    quelli che caddero, l'eroe del giorno  il vampiro della notte. Si
    ha pure il diritto,  diamine!  di spogliare il cadavere di  chi  
    stato  ucciso  da  noi.  Noi  per  non  lo  crediamo;  ci  sembra
    impossibile che la stessa mano possa cogliere l'alloro e rubare le
    scarpe a un morto.
    Di solito,  questo  certo,  dietro i vincitori vanno i ladri;  ma
    bisogna  mettere  fuori  causa  i soldati,  soprattutto quelli dei
    tempi nostri.
    Ogni esercito ha dietro di s una coda,  ed  a questa che si deve
    rivolgere  l'accusa.  Degli  esseri pipistrelli,  mezzo briganti e
    mezzo  servi,   tutte  le  specie  di  vampiri  generati  da  quel
    crepuscolo  che si chiama la guerra,  gente che porta la divisa ma
    non combatte,  dei falsi malati,  degli  sciancati  temibili,  dei
    bettolieri equivoci che trottano su piccoli carri, talvolta con la
    moglie, e rubano quel che rivendono, dei mendicanti che si offrono
    per guida agli ufficiali, dei guitti, dei predoni, gli eserciti in
    marcia  di  una  volta  -  non  parliamo  del  tempo presente - si
    tiravano dietro tutto questo.  E nessun esercito e nessuna nazione
    era  responsabile  di  quegli  esseri,  che  parlavano  italiano e
    seguivano i tedeschi,  parlavano francese e seguivano gli inglesi.
    E  fu  proprio  uno  di  questi  miserabili,  predone spagnolo che
    parlava  francese,   che  uccise  a  tradimento  il  marchese   di
    Fervacques,  ingannato dal suo accento piccardo tanto da prenderlo
    per  uno  dei  nostri,  derubandolo  poi  sullo  stesso  campo  di
    battaglia,  la  notte  successiva  alla vittoria di Cerisole.  Dal
    saccheggio nasceva  il  saccomanno.  La  detestabile  massima  del
    "vivere  a  spese del nemico" produceva questa lebbra,  che poteva
    guarirsi solo con una severa disciplina.  Ci sono riputazioni  che
    traggono  in  inganno;  non  sempre  si  sa perch certi generali,
    grandi del resto, ottennero tanta popolarit.  Turenne era adorato
    dai  suoi soldati perch tollerava il saccheggio: il male permesso
    fa parte della bont; e Turenne era tanto buono che lasci mettere
    a ferro e a fuoco il Palatinato.  Gli eserciti avevano un  seguito
    pi o meno numeroso di predoni, secondo che il capo era pi o meno
    severo.  Hoche  e  Marceaux non avevano predoni;  Wellington,  gli
    rendiamo giustizia volentieri, ne aveva pochi.
    Tuttavia,  nella notte  dal  18  al  19  giugno  i  morti  vennero
    spogliati.  Wellington  fu  rigido:  ordin di passare per le armi
    chiunque fosse colto in flagrante. Ma la rapina  tenace; e mentre
    da una parte  del  campo  di  battaglia  si  fucilavano  i  ladri,
    dall'altra si rubava.
    La luna proiettava su quella pianura una luce sinistra.
    Verso la mezzanotte un uomo gironzolava, o meglio strisciava dalla
    parte della via incassata d'Ohain. Secondo ogni apparenza, era uno
    di  quegli esseri che abbiamo caratterizzato poc'anzi,  n inglese
    n francese,  n contadino n soldato,  non un uomo ma  una  larva
    attratta dall'odore dei cadaveri,  che aveva il furto per vittoria
    e  veniva  a  svaligiare  Waterloo.   Vestiva  un  camiciotto  che
    somigliava a un cappotto,  era inquieto e audace,  andava avanti e
    si voltava indietro. Chi era quell'uomo? Probabilmente la notte ne
    sapeva sul suo conto pi del giorno.  Non aveva  sacco,  ma  delle
    vaste tasche sotto il cappotto. Ogni tanto si fermava, scrutava la
    pianura  come per vedere se nessuno lo osservasse,  poi si chinava
    rapidamente,  smuoveva a terra  qualche  cosa  di  immobile  e  di
    silenzioso;   quindi   si  rialzava  e  si  allontanava.   Il  suo
    strisciare,  il suo contegno,  il gesto rapido  e  misterioso,  lo
    rendevano  somigliante a quelle larve crepuscolari che frequentano
    le rovine, e che le antiche leggende normanne chiamano i Viatori.
    La sua sagoma somigliava all'ombra che producono certi trampolieri
    notturni nelle paludi.
    Un occhio che avesse scrutato attentamente nella  nebbia,  avrebbe
    notato,  a  qualche  distanza,  fermo  e  come  nascosto dietro la
    casupola che forma,  sulla strada maestra  di  Nivelles,  l'angolo
    della strada che da Mont-Saint-Jean conduce a Braine-l'Alleud, una
    specie  di  piccolo  furgone da vivandiere col coperchio di vimini
    incatramati,  attaccato a  una  rozza  affamata,  che  brucava  le
    ortiche  attraverso  il  morso,  e  avrebbe scorto nel furgone una
    specie di donna seduta in mezzo a casse ed involti. Forse fra quel
    furgone e quel vagabondo c'era un legame.
    Il cielo era sereno: non una nube allo zenith.  Che importa se  la
    terra   rossa?  la luna resta bianca;  tanta  l'indifferenza del
    cielo.  Nei prati,  rami d'albero,  spezzati dalla mitraglia e non
    caduti ma trattenuti dalla scorza, dondolavano dolcemente al vento
    della  notte.  Un  soffio,  quasi un respiro,  agitava i cespugli;
    c'erano nell'erba dei brividi come  di  anime  che  volassero  via
    dalla terra.
    Si  udiva confusamente in lontananza l'andirivieni delle pattuglie
    e delle ronde del campo inglese.
    Hougomont e la Haie-Sainte continuavano a bruciare, formando,  una
    e  est,  l'altra a ovest,  due grosse fiamme,  alle quali s'univa,
    come una collana di rubini,  il  cordone  di  fuoco  dei  bivacchi
    inglesi    spiegati   in   immenso   semicerchio   sulle   colline
    dell'orizzonte.
    Abbiamo gi descritto la catastrofe della strada d'Ohain. Il cuore
    si spaventa a pensare quale fu la morte di tanti valorosi.
    Se c' qualche  cosa  di  terribile,  se  esiste  una  realt  che
    oltrepassi  l'immaginazione,    questa:  vivere,  vedere il sole,
    possedere la pienezza della forza virile,  aver  la  salute  e  la
    gioia,  ridere  gagliardamente,  correre verso la gloria che si ha
    dinanzi abbagliante, sentirsi in petto un polmone che respira,  un
    cuore  che  batte,  una  volont  che ragiona,  parlare,  pensare,
    sperare, amare, avere una madre, una moglie,  dei bimbi,  avere la
    luce, e d'improvviso, nel tempo di un grido, in meno di un minuto,
    precipitare in un abisso,  cadere,  rotolare,  schiacciare, essere
    schiacciato, scorgere le spighe del frumento, i fiori,  le foglie,
    i  rami,  e  non  potersi aggrappare a nulla,  sentire la sciabola
    inutile,  avere degli uomini  di  sotto,  dei  cavalli  di  sopra,
    dibattersi  invano,  con  le  ossa  rotte  da un calcio non visto,
    sentire un tallone che ti fa schizzare fuori  gli  occhi,  mordere
    con  rabbia il ferro d'un cavallo,  soffocare,  urlare,  torcersi,
    trovarsi l sotto, e pensare: un momento fa ero un essere vivente!
    L dove aveva rantolato quel lacrimevole disastro,  ora tutto  era
    silenzio.  La strada incassata era colma di cavalli e di cavalieri
    ammonticchiati in modo  inestricabile.  Groviglio  terribile:  non
    c'erano pi scarpate; i cadaveri livellavano la via con la pianura
    e  arrivavano  all'orlo  come  uno staio di orzo ben misurato.  Un
    mucchio di morti al di sopra e un fiume di  sangue  al  di  sotto,
    ecco  cos'era  quella  via  la sera del 18 giugno 1815.  Il sangue
    scorreva fin sulla strada di Nivelles,  dove si travasava  in  una
    larga  pozza,  davanti  all'abbattuta  di  alberi  che sbarrava la
    strada in un  posto  che  mostrano  ancora  oggi.  Il  lettore  si
    ricorder  che  la catastrofe dei corazzieri era accaduta dal lato
    opposto, verso la strada di Genappe.  Lo spessore dello strato dei
    cadaveri era proporzionato alla profondit della via avvallata,  e
    perci verso il mezzo,  dove questa diventava piana,  e  dove  era
    passata la divisione Delord, lo strato dei morti era sottile.
    Il vagabondo notturno che abbiamo fatto intravedere andava da quel
    lato.  Egli frugava in quell'immensa tomba, osservava, passava una
    specie di rivista degli estinti; e camminava nel sangue.
    D'improvviso si ferm.
    Qualche passo innanzi,  nella strada incassata,  dove terminava il
    mucchio  di  cadaveri,  una mano aperta,  su cui batteva un raggio
    lunare, usciva di sotto all'ammasso degli uomini e dei cavalli.
    Quella mano aveva al dito qualche cosa  che  brillava:  un  anello
    d'oro.
    L'uomo  si  curv,  stette  un  momento rannicchiato e,  quando si
    rialz, la mano non aveva pi l'anello.
    Veramente non si rialz; rimase nell'atteggiamento d'una specie di
    bestia selvaggia spaventata,  con le spalle rivolte  ai  cadaveri,
    scrutando l'orizzonte,  in ginocchio, con tutta la parte superiore
    del corpo appoggiata ai due indici puntati a terra,  con la  testa
    sollevata al di sopra del lembo della via.  Le quattro zampe dello
    sciacallo convengono a certe azioni.
    Poi, con decisione si rizz.
    Nello  stesso  tempo  fu  preso  da  un  sussulto:  sent  che  lo
    trattenevano di dietro.
    Si  volse;  era  la  mano  aperta che s'era richiusa afferrando la
    falda del suo cappotto.
    Un uomo onesto avrebbe  avuto  paura:  quello  invece  si  mise  a
    ridere.
    -  Toh!    il  morto,  -  disse.  -  Preferisco  un fantasma a un
    gendarme.
    Frattanto la mano s'era indebolita e lo  aveva  rilasciato.  Nella
    tomba lo sforzo si esaurisce subito.
    - Insomma, - riprese il predone, -  vivo questo morto? Vediamo un
    po'.
    Si chin di nuovo, rovist nel mucchio, scost gli ostacoli, prese
    la mano,  afferr il braccio,  liber la testa,  tir il corpo,  e
    pochi momenti dopo trascinava nell'ombra della strada avvallata un
    uomo esanime,  o per  lo  meno  svenuto.  Era  un  corazziere,  un
    ufficiale,  e anche d'un grado elevato;  una grossa spallina d'oro
    usciva di sotto la corazza.  Non aveva pi il  casco,  e  un  gran
    colpo  di  sciabola  gli  sfregiava il viso,  su cui non si vedeva
    altro che sangue.  Del resto,  non pareva che avesse alcun  membro
    rotto,  e per un caso fortunato, se qui  possibile questa parola,
    i morti si erano puntellati sopra di lui,  in modo da impedire che
    rimanesse schiacciato. Gli occhi erano chiusi.
    Sulla corazza aveva la croce d'argento della legion d'onore.
    Il predone gliela strapp e la fece scomparire in una delle tasche
    che teneva sotto il cappotto.
    Poi  gli  tocc il taschino,  e sentendovi un orologio,  lo prese;
    quindi frug il panciotto, vi trov una borsa e la intasc.
    Mentre prestava questo soccorso al moribondo, l'ufficiale apr gli
    occhi e disse con fioca voce:
    - Grazie.
    I movimenti bruschi dell'uomo che  lo  maneggiava,  la  freschezza
    della notte, l'aria pi libera che respirava, lo avevano ridestato
    dal suo letargo.
    Il predone, senza rispondere, alz la testa. Si udiva un rumore di
    passi   nella   pianura,   probabilmente   qualche  pattuglia  che
    s'avvicinava.
    L'ufficiale mormor, con voce ancora agonizzante:
    - Chi ha vinto la battaglia?
    - Gli inglesi, - rispose l'altro.
    L'ufficiale riprese:
    - Cercate nelle mie tasche. Ci troverete una borsa ed un orologio;
    prendeteli.
    Gi era stato fatto.
    Finse di eseguire quello che gli chiedeva, e disse:
    - Non c' niente.
    - Mi  hanno  derubato,  -  riprese  l'ufficiale,  -  Mi  dispiace:
    sarebbero stati per voi.
    I passi della pattuglia diventavano sempre pi distinti.
    -  Ecco  che si avvicinano - osserv il vagabondo facendo un passo
    per allontanarsi.
    L'ufficiale, sollevando faticosamente il braccio, lo trattenne.
    - Voi m'avete salvato la vita. Chi siete?
    L'altro rispose in fretta e sottovoce:
    - Appartenevo come  voi  all'esercito  francese.  Devo  lasciarvi,
    perch se mi cogliessero,  sarei fucilato.  Vi ho salvato la vita:
    ora levatevi d'impaccio come potete.
    - Qual  il vostro grado?
    - Sergente.
    - Come vi chiamate?
    - Thnardier.
    - Non dimenticher mai questo nome,  - disse l'ufficiale.  - E voi
    ricordatevi del mio: mi chiamo Pontmercy.












    Libro 2.
    IL VASCELLO "ORION".


    1. IL NUMERO 24601 DIVENTA IL NUMERO 9430.
    Giovanni Valjean era stato riacciuffato.
    Il  lettore  non  ce ne vorr se sorvoleremo rapidamente su alcuni
    particolari dolorosi.  Ci limitiamo  a  trascrivere  due  cronache
    pubblicate  dai  giornali  dell'epoca,  alcuni  mesi  dopo i fatti
    sorprendenti di Montreuil-sur-mer.
    Questi articoli sono un po' sommari;  ma bisogna ricordarsi che  a
    quel tempo non esisteva la "Gazzetta dei Tribunali".
    Il primo  tolto dal "Drapeau blanc" e porta la data del 25 luglio
    1823.
    "Un  circondario del Pas-de-Calais  stato teatro d'un avvenimento
    poco comune. Un uomo che non era del luogo, chiamato Madeleine, da
    alcuni anni aveva fatto rivivere,  grazie  a  nuovi  procedimenti,
    un'antica  industria  locale,  la  fabbricazione  del jais e delle
    conterie nere, facendo la propria fortuna e,  bisogna confessarlo,
    quella  del  circondario.  In  riconoscimento  dei suoi meriti era
    stato nominato sindaco.  Ora la polizia  ha  scoperto  che  questo
    Madeleine  non  era  che  un galeotto latitante,  di nome Giovanni
    Valjean, condannato nel 1796 per furto.  Egli  stato rimandato al
    penitenziario.  Pare  che  prima  del suo arresto fosse riuscito a
    ritirare dalla banca Laffitte una somma di pi  di  mezzo  milione
    depositata,  e  che  a  quanto  si dice avrebbe guadagnato col suo
    commercio nel modo pi legittimo.  Non si    potuto  sapere  dove
    Valjean  abbia  nascosto questa somma rientrando nel penitenziario
    di Tolone".
    Il secondo articolo,  un  po'  pi  circostanziato,    tolto  dal
    "Journal de Paris" della stessa data:
    "Un  ex  galeotto  liberato,  di  nome Giovanni Valjean,  comparve
    davanti alla Corte d'assise del Varo in circostanze degne di nota.
    Questo scellerato era riuscito  a  ingannare  la  vigilanza  della
    polizia,  cambiando nome, e aveva potuto farsi nominare sindaco in
    una delle nostre piccole citt del  nord,  dove  aveva  creato  un
    commercio abbastanza considerevole. Ma finalmente fu smascherato e
    arrestato,  grazie  allo  zelo  instancabile  della regia Procura.
    Aveva per concubina una pubblica prostituta,  che mor di spavento
    vedendolo  arrestare.   Questo  miserabile,   dotato  d'una  forza
    erculea,  era riuscito a evadere;  ma tre o quattro giorni dopo la
    sua fuga,  la polizia pot acciuffarlo nuovamente a Parigi, mentre
    saliva in una delle piccole vetture che fanno  il  percorso  dalla
    capitale  al villaggio di Montfermeil (Senna e Oise).  Si dice che
    avesse profittato di quei tre o  quattro  giorni  di  libert  per
    ritirare  una  somma  considerevole  depositata  presso  una delle
    nostre principali banche,  somma che si fa' ammontare dai seicento
    ai settecento mila franchi.  Secondo l'atto d'accusa, egli avrebbe
    nascosto questo denaro in un luogo noto a lui solo, e che non si 
    riusciti a scovare. Comunque, il suddetto Giovanni Valjean  stato
    tradotto davanti alle assise del dipartimento del  Varo,  accusato
    di rapina a mano armata sulla pubblica strada, commessa, otto anni
    or sono,  a danno d'uno di quegli onesti fanciulli,  i quali, come
    disse il patriarca di Ferney in  versi  immortali,  arrivano  ogni
    anno  dalla  Savoia,  e  con mano leggera sbarazzano i lunghi tubi
    ostruiti dalla fuliggine.
    Questo bandito ha rinunciato alla  difesa.  L'abile  ed  eloquente
    pubblico   ministero  ha  provato  che  il  furto  fu  commesso  m
    complicit con altri, e Valjean formava parte d'una banda di ladri
    del Meridione.  In conseguenza,   stato  dichiarato  colpevole  e
    condannato  alla  pena di morte.  Egli ha ricusato di ricorrere in
    cassazione;  ma il  re,  nella  sua  clemenza,  si    degnato  di
    commutarne la pena nei lavori forzati a vita, e Giovanni Valjean 
    stato immediatamente spedito al penitenziario di Tolone".
    I  lettori  non  hanno dimenticato che Valjean a Montreuil sur-mer
    aveva  abitudini  religiose.   Alcuni   giornali,   tra   cui   il
    "Constitutionnel",  presentarono  quella commutazione di pena come
    un trionfo del partito clericale.
    Valjean nel penitenziario cambi numero: si chiam 9430.
    Del resto,  lo diciamo subito per  non  ritornare  pi  su  questo
    argomento,   la  prosperit  di  Montreuil-sur-mer  scomparve  con
    Madeleine; tutto quello che lui aveva preveduto nella sua notte di
    angoscia e di esitazioni si  realizz,  e  mancato  lui,  venne  a
    "mancare l'anima". Dopo la sua rovina, si fece a Montreuil-sur-mer
    quella   ripartizione  egoistica  di  tutte  le  grandi  esistenze
    tramontate,  quel fatale spezzettamento d'ogni prosperit,  che si
    verifica  nella  societ  umana  ove  passa inosservato,  e che la
    storia ha notato una volta sola,  perch  avvenne  dopo  la  morte
    d'Alessandro.  I  luogotenenti  si  coronano  re,  i  capifabbrica
    s'improvvisano industriali.  Nacquero rivalit e invidie.  I vasti
    laboratori  di  Madeleine  furono chiusi,  i fabbricati caddero in
    rovina,  gli operai si dispersero.  Gli uni cambiarono paese,  gli
    altri mestiere.  Da allora si lavor su piccola scala,  anzich in
    grande; per lucro e non per il bene pubblico. Non ci fu pi nessun
    centro;  concorrenza e accanimento dovunque.  Madeleine dominava e
    dirigeva  tutto;  caduto lui,  ognuno pens per s,  lo spirito di
    lotta successe allo spirito  di  organizzazione,  l'asprezza  alla
    cordialit,  l'odio  dell'uno  contro l'altro alla benevolenza del
    fondatore  verso  tutti;   le  fila  aggruppate  da  Madeleine  si
    confusero  e  si ruppero,  furono adulterati i metodi,  avviliti i
    prodotti, bandita la fiducia;  gli sbocchi diminuirono,  ci furono
    meno ordinazioni; i salari ribassarono, gli opifici si chiusero, e
    sopraggiunsero  i  fallimenti.  Per  i poveri non ci fu pi nulla.
    Tutto svan.
    Anche lo Stato si accorse che qualcuno ne aveva sofferto un  danno
    enorme.  Meno  di  quattro  anni  dopo  la  sentenza  della  corte
    d'assise,  che  aveva  costatato  l'identit  di  Madeleine  e  di
    Giovanni  Valjean,  le  spese per la riscossione delle tasse erano
    raddoppiate;  e Villle lo faceva osservare in parlamento nel mese
    di febbraio del 1827.

    2. NEL QUALE SI LEGGERANNO DUE VERSI CHE FORSE SONO DEL DIAVOLO.
    Prima  di  procedere,    opportuno  narrare un po' minutamente un
    fatto  strano,   che  forse  ha  qualche  coincidenza  con  alcune
    congetture del pubblico ministero.
    Nel paese di Montfermeil c' una superstizione antichissima, tanto
    pi  curiosa e preziosa,  in quanto una superstizione nei dintorni
    di Parigi  come un aloe in  Siberia.  Noi  siamo  di  quelli  che
    rispettano  tutto ci che somiglia a una pianta rara.  Ecco dunque
    qual  la superstizione di Montfermeil.  Da tempo immemorabile  si
    crede  che  il  diavolo  abbia scelto la foresta per nascondervi i
    suoi tesori.  Le donnicciole affermano che non di rado,  verso  il
    tramonto, accade d'incontrare nei luoghi pi solitari del bosco un
    uomo nero,  che sembra un carrettiere o un taglialegna, calzato di
    zoccoli e coi pantaloni e una camiciola  di  seta,  che    facile
    riconoscere  perch,  invece d'un berretto o d'un cappello,  porta
    sulla testa due immense corna;  la qual cosa rende  infatti  molto
    agevole la sua identificazione. Quest'uomo  quasi sempre occupato
    a  scavare  una  buca.  Ci  sono  tre modi di approfittare del suo
    incontro. Il primo  di avvicinarlo e di parlargli. Allora si vede
    che  semplicemente un contadino,  che sembra nero perch comincia
    il crepuscolo, che non scava nessuna buca, ma taglia l'erba per le
    sue vacche,  e che quello che si era pigliato per un paio di corna
    non  altro che un bidente da letame, che egli porta sul dorso,  e
    i cui rebbi,  grazie al crepuscolo, sembrano uscirgli dalla testa.
    Allora si torna a casa e si muore entro la settimana.  Il  secondo
    modo  consiste  nel  tenerlo  d'occhio,  nell'aspettare  che abbia
    scavato la buca, che l'abbia richiusa e si sia allontanato; poi si
    corre subito alla buca,  la si riapre e se ne toglie il tesoro che
    necessariamente  l'uomo  nero vi aveva deposto.  In questo caso si
    muore entro un mese.  Il terzo modo consiste nel non  parlare  con
    l'uomo  nero,  nel non guardarlo e nel darsela a gambe;  allora si
    muore entro l anno.
    Siccome  tutt'e  tre  i  metodi  hanno   i   loro   inconvenienti,
    generalmente  viene  adottato il secondo,  che offre almeno grande
    vantaggio,  come quello di possedere un tesoro,  sia pure solo per
    un  mese.  A  quanto si assicura dunque,  gli arditi,  che tentano
    tutti i rischi,  hanno molto  spesso  riaperto  le  buche  scavate
    dall'uomo  nero  e  tentato  di  derubare  il  diavolo.  Pare  che
    l'operazione sia mediocre,  almeno stando alla  tradizione  e,  in
    particolare, ai due versi enigmatici in latino barbaro lasciati su
    questo argomento da un monaco normanno,  un po' stregone, chiamato
    Trifone.  Questo monaco  sepolto nell'abazia di Saint-Georges  di
    Bocherville vicino a Rouen, e sulla sua tomba nascono dei rospi.
    Chi  scava  fa degli sforzi enormi,  perch di solito quelle fosse
    sono molto profonde; suda,  fruga,  lavora tutta la notte poich 
    un'operazione  che  si  fa  di notte;  bagna di sudore la camicia,
    consuma la candela,  intacca la zappa,  e quando finalmente arriva
    in  fondo alla buca,  quando mette la mano sul "tesoro",  che cosa
    trova?  che cos' il tesoro del diavolo?  Un soldo,  talvolta  uno
    scudo,  un sasso, uno scheletro, un cadavere sanguinante, talvolta
    uno spettro piegato in quattro come  un  foglio  di  carta  in  un
    portafoglio,  talvolta nulla. E' quanto sembra vogliano annunciare
    ai curiosi indiscreti i due versi di Trifone: "Fodit,  et in fossa
    thesauros condit opaca,
    As, nummos, lapides, cadaver, simulacra, nihilque".
    Pare  che  oggi  vi  si trovi pure ora una fiaschetta di polvere e
    delle palle da fucile, ora un mazzo di carte unto e bruciacchiato,
    che evidentemente   servito  al  diavolo.  Trifone  non  registra
    queste due ultime cose,  visto che viveva nel dodicesimo secolo, e
    non pare che il diavolo abbia  avuto  lo  spirito  d'inventare  la
    polvere  prima  di  Ruggero Bacone,  n le carte da gioco prima di
    Carlo Sesto.
    Del resto chi gioca con quelle carte  sicuro di perdere tutto ci
    che possiede,  e  la  polvere  che  sta  nella  fiaschetta  ha  la
    propriet di far scoppiare il fucile in faccia a chi ne fa uso.
    Ora,  poco  tempo  dopo l'epoca in cui parve al pubblico ministero
    che l'ex-galeotto Giovanni Valjean,  nei pochi  giorni  della  sua
    evasione,  avesse  gironzolato  nei  dintorni  di Montfermeil,  in
    questo villaggio fu notato che un certo Boulatruelle,  un  vecchio
    stradino,  faceva "certe pratiche" nel bosco.  Nel paese credevano
    di sapere  che  Boulatruelle  fosse  stato  in  galera;  egli  era
    sottoposto  a  speciale  sorveglianza  di  polizia  e  siccome non
    trovava lavoro in nessun luogo,  il governo io impiegava,  con una
    paga  inferiore  alla normale,  come stradino sulla scorciatoia da
    Gagny a Lagny.
    Questo Boulatruelle era un uomo guardato di mal occhio dalla gente
    del luogo,  troppo rispettoso,  troppo umile,  sempre pronto a far
    scappellate a tutti,  e tremante e sorridente davanti ai gendarmi,
    probabilmente affiliato a qualche banda,  sospettato  d'imboscarsi
    nell'ombra dei cespugli al cader della notte.  Aveva in suo favore
    una sola qualit, quella di essere un ubriacone.
    Ecco dunque cosa credevano di aver osservato.
    Da qualche tempo Boulatruelle smetteva molto  pi  presto  il  suo
    lavoro sulla strada, e se ne andava nella foresta con la zappa. Lo
    incontravano verso sera nelle radure pi solitarie,  nelle macchie
    pi selvagge, con l'aria di cercare qualcosa,  talvolta occupato a
    scavare qualche buca.  Le donnicciole che passavano, lo prendevano
    da principio per Belzeb; poi,  riconoscendo Boulatruelle,  non ne
    rimanevano  per  niente  rassicurate.  Pareva  che quegli incontri
    contrariassero di molto lo stradino,  ed era evidente che  tentava
    di nascondersi, e che in quello che faceva c'era un mistero.
    Nel  villaggio  dicevano:  -  E'  chiaro  che  il diavolo ha fatto
    qualche apparizione.  Boulatruelle l'ha visto e  cerca:  ed    un
    mariuolo  capace  di  strappare  il gruzzolo del diavolo.  - I pi
    saccenti poi aggiungevano: - Sar  Boulatruelle  che  la  far  al
    diavolo,  o  il  diavolo a Boulatruelle?  - Le vecchie si facevano
    molti segni di croce.
    Frattanto Boulatruelle smise le sue pratiche  nel  bosco,  riprese
    regolarmente il suo lavoro di stradino, e non se ne parl pi.
    Tuttavia  alcuni  erano  rimasti  curiosi  della cosa pensando che
    probabilmente si  trattava  non  gi  dei  favolosi  tesori  della
    leggenda, ma di qualche buon bottino pi serio e pi palpabile dei
    biglietti  di  banca  del  diavolo,  e  che  lo stradino ne avesse
    scoperto il segreto solo a met.  I pi "curiosi" erano il maestro
    di  scuola e il bettoliere Thnardier,  che era l'amico di tutti e
    non aveva sdegnato di far lega con Boulatruelle.  -  E'  stato  in
    galera?  - diceva. - Eh, mio Dio! non si sa mai chi c', n chi ci
    sar.
    Una sera,  il maestro di scuola sosteneva che in  altri  tempi  la
    giustizia  si sarebbe preoccupata di ci che Boulatruelle andava a
    fare nel bosco,  che lo avrebbero  costretto  a  parlare,  che  al
    bisogno gli avrebbero dato la tortura, e che certamente costui non
    avrebbe   resistito,   per   esempio,   alla   prova   dell'acqua.
    Sottoponiamolo invece a quella del vino - disse Thnardier.
    Ci si misero in quattro per  ubriacare  il  vecchio  stradino:  ma
    costui  bevve  enormemente  e  parl  poco,  combinando  con  arte
    ammirabile e in proporzioni magistrali la sete d'un crapulone  con
    la  discrezione  d'un giudice.  Tuttavia,  a forza di tornare alla
    carica,  di riaccostare e di spremere le poche parole  oscure  che
    gli  sfuggivano,  ecco  quanto  Thnardier  e il maestro di scuola
    credettero di capire:
    Boulatruelle una mattina,  recandosi sul far del giorno al lavoro,
    fu  sorpreso  di  vedere,  in  un  cantuccio  del bosco,  sotto un
    cespuglio,  una pala  e  una  zappa,  "come  per  dire  nascoste".
    Tuttavia  ritenne  che fossero probabilmente la pala e la zappa di
    pap Six-Fours,  il portatore d'acqua,  e non ci pens pi.  Ma la
    sera dello stesso giorno vide,  senza esser visto, perch nascosto
    da una grossa pianta,  abbandonare la strada e  andare  nel  folto
    della  foresta  "un  tale  che  non  era  del  paese,  e che egli,
    Boulatruelle, conosceva benissimo".  Traduzione di Thnardier: "un
    compagno di galera". Boulatruelle per si rifiut ostinatamente di
    dirne  il  nome.  "Quel  tale"  portava  un  involto che conteneva
    qualche cosa di quadrato,  una  grande  scatola  o  un  cofanetto.
    Sorpresa  di Boulatruelle;  al quale per l'idea di tener dietro a
    "quel tale" venne soltanto dopo sette o otto minuti. Ma era troppo
    tardi;  l'individuo si trovava gi nel folto del bosco,  la  notte
    era  sopraggiunta  e  non  pot  raggiungerlo.  Allora  decise  di
    sorvegliare il limite della foresta.  "Splendeva la luna".  Due  o
    tre ore dopo Boulatruelle vide uscire dal bosco ceduo l'individuo,
    il  quale  non portava pi una cassetta,  ma una pala e una zappa.
    Boulatruelle lo lasci  passare  senza  sentire  il  desiderio  di
    parlargli,  perch l'altro era tre volte pi forte di lui e armato
    di  una  zappa,   e  riconoscendolo   e   vedendosi   riconosciuto
    probabilmente  l'avrebbe  ammazzato.  Commovente  effusione di due
    vecchi compagni che si ritrovano! Ma la pala e la zappa furono per
    Boulatruelle un raggio di  luce.  And  subito  al  cespuglio  del
    mattino  e  non  trovandoci  n  zappa  n  badile,  concluse  che
    l'individuo, entrato nel bosco,  vi aveva scavato una fossa con la
    zappa,  ci  aveva messo dentro lo scrigno,  e l'aveva richiusa col
    badile. Ora la cassa era troppo piccola per contenere un cadavere;
    dunque  c'era  dentro  del  denaro.   Da  ci  le  sue   ricerche.
    Boulatruelle  aveva  esplorato,  scandagliato  e  frugato tutta la
    foresta,  scavato ovunque la terra gli era parsa smossa di fresco;
    ma invano.
    Egli  non  pot "snidare" nulla;  e nessuno a Montfermeil ci pens
    pi.  Ci furono soltanto alcune brave comari che dissero: -  State
    certi  che  lo  stradino  di  Gagny  non  ha fatto mica tutto quel
    tramestio per nulla; sicuramente  venuto il diavolo.

    3.  LA CATENA AVEVA SUBITO UN  LAVORO  PREPARATORIO  PER  ROMPERSI
    COSI' A COLPI DI MARTELLO.
    Verso  la  fine d'ottobre dello stesso anno 1823,  gli abitanti di
    Tolone videro entrare nel loro porto,  per riparare alcune  avarie
    subite  in  una  burrasca,  il  vascello "Orion",  che  stato poi
    destinato a Brest come nave-scuola,  e  che  allora  faceva  parte
    della squadra del Mediterraneo.
    Quella nave, zoppicante com'era, poich il mare l'aveva malmenata,
    richiam  l'attenzione  al suo ingresso nel porto.  Portava non so
    pi quale bandiera,  che le procur  un  saluto  regolamentare  di
    undici colpi di cannone, a cui si rispose colpo per colpo; totale,
    ventidue.  Si   fatto il calcolo che tra salve,  cortesie reali e
    militari,  scambi di rumorose  gentilezze,  segnali  di  cortesia,
    formalit  di  rade  e  di  cittadelle,  levate e tramonti di sole
    salutati ogni giorno da tutte le fortezze e da tutte  le  navi  da
    guerra,  aperture  e  chiusure di porti,  eccetera,  eccetera,  la
    societ  civile  tira  a  salve,   in   tutto   il   mondo,   ogni
    ventiquattr'ore,  centocinquantamila colpi di cannone inutili.  In
    ragione di sei franchi al colpo,  sono  novecentomila  franchi  al
    giorno, ossia trecento milioni all'anno che se ne vanno in fumo. E
    si  tratta  soltanto d'un accessorio.  Intanto i poveri muoiono di
    fame.
    L'anno 1823 era quello che la restaurazione chiam " l'epoca della
    guerra di Spagna".
    Quella guerra conteneva molti avvenimenti in  uno  solo,  e  molte
    cose  singolari.  Un  importante  affare  di  famiglia per la Casa
    Borbone;  il ramo di Francia che soccorre  quello  di  Madrid;  un
    apparente ritorno alle nostre tradizioni nazionali, che era pi un
    atto  di  servilismo e di soggezione ai governi del Nord;  il duca
    d'Angoulme,  soprannominato  dalla  stampa  liberale  "l'eroe  di
    Andujar",  che, in un atteggiamento trionfale, un po' in contrasto
    con la sua fisionomia  pacifica,  reprime  il  vecchio  terrorismo
    chimerico  dei liberali;  i "sanculotti" risuscitati sotto il nome
    di "descamisados",  con grande  spavento  delle  vecchie  dame;  i
    monarchici  che  osteggiano il progresso chiamandolo anarchia;  la
    teoria dell'89 improvvisamente interrotta dalle trincee;  un  alto
    l!  intimato dall'Europa all'idea francese che fa il suo giro del
    mondo;  a fianco del figlio di Francia,  il principe di Carignano,
    poi Carlo Alberto,  che si arruola come volontario con le spalline
    di lana rossa di granatiere,  in quella crociata dei re  contro  i
    popoli;  i  soldati  dell'impero che si rimettono in campagna,  ma
    dopo otto anni di riposo,  invecchiati,  tristi e con la  coccarda
    bianca;  la bandiera tricolore sventolata in terra straniera da un
    pugno eroico di francesi, come trent'anni prima aveva sventolato a
    Coblenza la bandiera bianca; i monaci sparsi tra i nostri soldati;
    lo spirito di libert e di novit richiamato  alla  ragione  dalle
    baionette;  i  principi domati a colpi di cannone;  la Francia che
    disfa con le armi quanto aveva fatto col suo spirito;  i  capitani
    nemici  venduti,  i  soldati  esitanti,  le fortezze assediate coi
    milioni; nessun pericolo militare,  per possibili esplosioni come
    in tutte le miniere sorprese e invase;  poco sangue versato,  poco
    onore conquistato, la vergogna per alcuni e la gloria per nessuno;
    ecco che cosa fu quella guerra, fatta da principi che discendevano
    da Luigi Quattordicesimo,  e condotta da generali che uscivano  da
    Napoleone. Essa ebbe la triste sorte di non ricordare n la grande
    guerra, n la grande politica.
    Alcuni  fatti  d'arme  furono  seri;  tra gli altri,  la presa del
    Trocadero  fu  una  bella  azione  militare;   ma  in  definitiva,
    ripetiamo,  le  trombe  di  quella  guerra  davano un suono falso,
    l'insieme era sospetto,  e la storia approva la Francia nelle  sue
    ripugnanze ad accogliere quel falso trionfo.  Apparve evidente che
    certi ufficiali spagnoli  incaricati  della  resistenza  cedettero
    assai  facilmente;  dalla  vittoria  nacque  l'idea di corruzione;
    parve che si fossero guadagnati i generali pi che le battaglie, e
    i soldati vincitori rimpatriavano umiliati.  Fu infatti una guerra
    poco  onorevole,  e  nelle  pieghe della bandiera si pot leggere:
    "Banca di Francia".
    I  soldati  della  guerra  del  1808   i   quali   avevano   fatto
    formidabilmente  crollare  Saragozza,  nel  1829  aggrottavano  le
    sopracciglia dinanzi al facile schiudersi  delle  fortezze,  e  si
    diedero   a  rimpiangere  Palafox.   E'  carattere  della  Francia
    preferire  di  aver  a  che  fare  con  Rostopchine  pi  che  con
    Ballesteros.
    Da  un  punto  di  vista  ancor  pi  grave  e  sul quale conviene
    insistere, quella guerra, che urtava lo spirito militare francese,
    indignava lo spirito democratico.  Era una campagna d'oppressione,
    nella quale la meta del soldato francese, figlio della democrazia,
    era di aggiogare un altro popolo. Orribile controsenso! La Francia
      destinata  a risvegliare l'anima dei popoli,  non a soffocarla.
    Dal 1792 in poi, tutte le rivoluzioni d'Europa sono la Rivoluzione
    francese: la libert  s'irradia  dalla  Francia.  E'  un  fenomeno
    solare, ed  cieco chi non lo vede! L'ha detto Bonaparte.
    La guerra del 1823, attentato contro la generosa nazione spagnola,
    era  dunque  al  tempo  stesso  un attentato contro la Rivoluzione
    francese.  Ed era  la  Francia  che  commetteva  questa  mostruosa
    azione;  con la violenza;  infatti,  tranne le guerre liberatrici,
    tutto quello che fanno gli eserciti, lo fanno con la violenza.  Le
    parole  "obbedienza  passiva"  lo  dimostrano.  Un  esercito  uno
    strano capolavoro di combinazioni,  in cui la forza risulta da una
    somma  enorme  di  impotenze.  Cos  si  spiega  la  guerra  fatta
    dall'umanit all'umanit, malgrado l'umanit.
    Quanto ai Borboni, la guerra del 1823 fu loro fatale. La ritennero
    un trionfo,  e non si accorsero del pericolo che si  nasconde  nel
    far  uccidere  un'idea  da  una  consegna.  Nella  loro  ingenuit
    s'ingannarono al punto da  introdurre  nella  loro  restaurazione,
    come  elemento  di  forza,  l'immensa  debolezza  che deriva da un
    crimine.  Lo spirito del tranello entr nella loro  politica.  Nel
    1823  germogli  il  1830.  La  guerra di Spagna,  nei loro piani,
    divenne un argomento a favore dei colpi di forza e delle avventure
    di diritto divino.  Poich la Francia aveva  ristabilito  "el  rey
    neto"  in  Spagna,  poteva benissimo ristabilire il re assoluto in
    casa  propria.   Caddero  nel  formidabile  errore  di   scambiare
    l'obbedienza  del  soldato  col  consenso  della  nazione.  Questa
    fiducia perde i troni.  Non bisogna mai addormentarsi n all'ombra
    d'un "manzanilla", n all'ombra di un esercito.
    Ritorniamo alla nave "Orion".
    Durante   le   operazioni  dell'esercito  comandato  dal  principe
    generalissimo, una squadra navale incrociava nel Mediterraneo.
    Abbiamo gi detto che l'"Orion" faceva parte di quella  squadra  e
    che fu ricondotto in seguito ad avarie nel porto di Tolone.
    La presenza d'una nave da guerra in un porto preoccupa e attira la
    folla.  E  questo a motivo della sua grandezza,  perch alla folla
    piace ci che  grande.
    Una nave di linea  composta di quanto c' di pi pesante e di pi
    leggero,  perch ha da fare nelle stesso tempo  con  i  tre  stati
    della materia,  il solido,  il liquido e il fluido, e deve lottare
    contro tutti e tre;  ha undici artigli di ferro per  afferrare  il
    granito  in  fondo  al mare,  e pi ali e pi antenne di qualunque
    insetto per prendere il vento fra le nubi.  Dalle bocche dei  suoi
    centoventi cannoni manda fuori il respiro come da trombe enormi, e
    risponde  con fierezza alla folgore.  L' Oceano cerca di smarrirlo
    nella spaventosa uniformit delle sue  onde;  ma  il  vascello  ha
    un'anima,  una  bussola,  che  lo consiglia e gli indica sempre il
    nord.  Nelle notti tenebrose,  i suoi fanali fanno le  veci  delle
    stelle.  Cos al vento esso oppone le gomene e la tela,  all'acqua
    il legno, alla roccia il ferro, il rame e il piombo,  all'ombra la
    luce, all'immensit un ago.
    Chi  vuol formarsi un'idea di tutte quelle gigantesche proporzioni
    che messe insieme costituiscono un vascello di linea, deve entrare
    in una delle cale coperte,  a sei piani,  dei porti di Brest o  di
    Tolone.  Le  navi  in  lavorazione sono l per cos dire sotto una
    capanna.  Quella trave  colossale    un  pennone;  quella  grossa
    colonna  di  legno  coricata  a  terra,  di cui non si scorgono le
    estremit,   l'albero maestro.  Misurandolo  dalle  radici  nella
    stiva fino alla sua cima tra le nuvole,  lungo sessanta tese, con
    tre  piedi  di  diametro  alla  base.  L'albero  maestro inglese 
    duecentodiciassette piedi al di sopra della linea d'immersione. La
    marina dei nostri padri usava le gomene,  la nostra le catene.  Il
    solo  mucchio  di  catene  d'una  nave da cento cannoni ha quattro
    piedi d'altezza, venti di larghezza, otto di profondit.  E quanto
    legname  ci vuole per costruire una nave?  Tremila metri cubi.  E'
    una foresta galleggiante.
    E tuttavia,  si  noti  bene,  qui  parliamo  soltanto  della  nave
    militare di quarant'anni or sono,  della semplice nave a vela.  Il
    vapore,  che allora era nell'infanzia,  aggiunse pi  tardi  nuovi
    miracoli  a  quel prodigio che si chiama la nave da guerra.  Oggi,
    per esempio, una nave a elica,  una macchina sorprendente,  mossa
    da  una velatura di tremila metri quadrati di superficie,  e da un
    caldaia della forza di duemila cinquecento cavalli.
    Ma senza parlare di queste meraviglie moderne,  l'antica  nave  di
    Cristoforo  Colombo  e  di  Ruyter    uno  dei  grandi capolavori
    dell'uomo.  Essa  inesauribile di  forze  quanto  l'infinito  dei
    venti,  immagazzina  il  vento  nella  sua vela,  si muove precisa
    nell'immensa distesa delle onde, galleggia e regna.
    Eppure viene il momento in cui una raffica spezza come un fuscello
    di paglia quel pennone lungo sessanta piedi; in cui il vento piega
    come un giunco quell'albero alto quattrocento piedi;  quell'ancora
    che pesa diecimila libbre si contorce nelle fauci di un'onda, come
    l'amo  d'un pescatore nella mascella di un luccio;  quei mostruosi
    cannoni mandano inutili lamentosi ruggiti,  che l'uragano disperde
    nel vuoto e nelle tenebre,  e tutta quella potenza e quella maest
    s'inabissano in una potenza e una maest superiori.
    Ogni volta che lo spiegamento  di  un'immensa  forza  si  allea  a
    un'immensa  debolezza,  l'uomo  indotto alla meditazione.  Perci
    nei porti abbondano i curiosi,  senza che ne sappiano spiegare  il
    perch,  intorno  a  quelle  meravigliose  macchine di guerra e di
    navigazione.
    Ogni giorno dunque, dalla mattina alla sera,  i moli e le banchine
    del  porto di Tolone erano coperti di oziosi e di fannulloni,  che
    avevano come unica occupazione di guardare l'"Orion".
    Questo vascello era malandato  da  molto  tempo.  Nelle  anteriori
    navigazioni,  densi strati di conchiglie si erano accumulati sulla
    sua carena,  in modo da rallentarne per met  il  cammino;  l'anno
    prima  l'avevano  tratto  a secco per raschiare quelle conchiglie;
    dopo  di  che  aveva  ripreso  il  mare.   Ma  l'operazione  aveva
    danneggiato i bulloni della carena.  All'altezza delle Baleari, la
    bordatura aveva  ceduto  e  s'era  aperta;  e  siccome  allora  il
    fasciame non si faceva di lamiera,  la nave aveva fatto acqua. Poi
    era sopraggiunto un forte colpo di  vento  che  aveva  sfondato  a
    babordo il tagliamare e un boccaporto, e danneggiato le parasartie
    di  trinchetto.  In  conseguenza  di queste avarie l'"Orion" aveva
    raggiunto Tolone.
    Era  ormeggiato  vicino  all'arsenale,   dove  lo   riparavano   e
    l'armavano.  La  chiglia  a  tribordo  non  era danneggiata;  per
    avevano schiodato qua e l alcuni fasciami, secondo l'uso, per dar
    aria alla carcassa.
    Una mattina la folla che lo contemplava assistette a un accidente.
    L'equipaggio era occupato ad ammainare le vele, quando il gabbiere
    incaricato di afferrare la bugna superiore della  grande  vela  di
    tribordo   perse  l'equilibrio.   La  folla  raccolta  sulla  riva
    dell'arsenale lanci  un  grido  vedendolo  barcollare;  la  testa
    trascin  il corpo,  l'uomo gir intorno al pennone con le braccia
    distese verso l'abisso,  afferr a volo una corda,  prima con  una
    mano poi con l'altra,  e vi rimase sospeso. Aveva di sotto il mare
    e una profondit vertiginosa;  la scossa della  sua  caduta  aveva
    impresso alla corda una violenta ondulazione d'altalena,  cosicch
    l'uomo penzolava di qua e di l in cima a  quella  corda  come  la
    pietra d'una fionda.
    Per  soccorrerlo  bisognava  esporsi  a  un  pericolo  spaventoso.
    Nessuno dei marinai,  tutti pescatori  della  costa  arruolati  di
    recente,  osava avventurarvisi.  Intanto lo sventurato gabbiere si
    stancava; non si poteva discernere l'angoscia sul suo volto, ma da
    tutte le membra traspariva lo sfinimento.  Le braccia pendevano in
    un orribile stiramento; e ogni sforzo che egli faceva per risalire
    serviva  soltanto  ad  aumentare le oscillazioni della corda.  Non
    gridava per paura di scemare le proprie forze. Tutti s'aspettavano
    che da un minuto all'altro si  lasciasse  sfuggire  di  mano  quel
    canapo,  e  ogni  tanto  tutte le teste si volgevano in l per non
    vederlo passare.  Ci sono momenti in cui un pezzo  di  corda,  una
    pertica,  un  ramo d'albero  la vita,  ed  una cosa spaventevole
    vedere un essere vivente  staccarsene  e  cadere  come  un  frutto
    maturo.
    D'improvviso  si  vide  un uomo arrampicarsi su per l'attrezzatura
    con l'agilit d'un gatto.  Il suo vestito rosso lo qualificava per
    galeotto,  e  il  berretto  verde  dimostrava che era condannato a
    vita. Quando giunse all'altezza della coffa, un colpo di vento gli
    port via il berretto,  lasciando  vedere  una  testa  interamente
    canuta; era dunque un vecchio.
    Infatti  un  galeotto,  che si trovava a bordo occupato nei lavori
    con una squadra di compagni,  fin  dal  primo  momento  era  corso
    dall'ufficiale   di   servizio,   e   in  mezzo  al  turbamento  e
    all'esitazione dell'equipaggio, mentre tutti i marinai tremavano e
    indietreggiavano, gli aveva domandato di rischiare la propria vita
    per salvare il gabbiere.  A un cenno  affermativo  dell'ufficiale,
    con  un  colpo  di  martello  aveva  spezzato  la  catena  saldata
    all'anello dei suoi piedi, aveva preso una corda e si era lanciato
    tra le sartie.  Nessuno in quel momento bad alla facilit con cui
    quella  catena  era  stata  spezzata;  se  ne ricordarono solo pi
    tardi.
    In un batter d'occhi fu sul pennone: qui si ferm pochi secondi, e
    pareva lo misurasse con lo sguardo.  Quei secondi mentre il  vento
    dondolava  il gabbiere all'estremit d'un filo sembravano secoli a
    quelli che guardavano.  Finalmente il galeotto alz gli  occhi  al
    cielo  e  fece  un  passo  innanzi.  La  folla  respir.  Fu visto
    percorrere correndo il pennone. Arrivato alla punta,  leg un capo
    della corda che aveva portato, lasciando l'altro penzolone; quindi
    si  mise  a  scendere  con  le  mani lungo quella corda;  e allora
    l'angoscia divenne inesprimibile: invece di un  uomo  sospeso  sul
    precipizio, se ne videro due.
    Si sarebbe detto un ragno che andasse a cogliere una mosca; se non
    che  in  questo  caso  il  ragno  recava  la  vita e non la morte.
    Diecimila sguardi erano fissi su quel gruppo;  non un  grido,  non
    una parola; lo stesso fremito faceva aggrottare tutte le fronti; e
    tutte   le   bocche   trattenevano   il  fiato,   quasi  temessero
    d'aggiungere il minimo soffio  al  vento  che  scuoteva  quei  due
    miserabili.
    Intanto il galeotto era riuscito a calarsi presso il marinaio.
    Non c'era da perdere tempo;  un minuto di pi,  e l'uomo, stanco e
    disperato, si sarebbe lasciato cadere nell'abisso.  Il galeotto lo
    leg solidamente con la corda,  alla quale si teneva fermo con una
    mano,  mentre lavorava con l'altra.  Finalmente fu visto  risalire
    sul  pennone e issarvi il marinaio;  ve lo sostenne per un momento
    per lasciargli riprendere un po' le forze, quindi,  presolo fra le
    braccia,  camminando sul pennone,  lo port fino al cappelletto, e
    di l nella coffa, dove lo lasci tra le mani dei suoi compagni.
    In quel momento la folla scoppi in applausi; ci furono dei vecchi
    uomini di ciurma che  piansero;  le  donne  s'abbracciavano  sulla
    banchina;  e  s'udirono tutte le voci a gridare con una commozione
    quasi furiosa: "Graziate quell'uomo!".
    Questi   frattanto   s'era   creduto   in   dovere   di   scendere
    immediatamente per raggiungere la sua squadra, e, per arrivare pi
    presto,  scivol gi per l'attrezzatura, e si mise a correre sopra
    un pennone inferiore.  Tutti gli occhi lo seguivano.  A  un  certo
    punto,  si temette per lui: sia che fosse stanco, sia che l'avesse
    preso il capogiro, parve a tutti che esitasse e barcollasse.  A un
    tratto  la  folla  dette un gran grido.  Il galeotto era caduto in
    mare.
    La caduta era pericolosa.  La  fregata  "Algesiras"  era  ancorata
    presso l'"Orion",  e il povero galeotto,  cadendo tra le due navi,
    poteva essere scivolato sotto l'una o l'altra.  Quattro marinai si
    buttarono  prontamente in una barca;  la folla li incoraggiava,  e
    l'ansiet era di nuovo in tutti i cuori.  L'uomo non era tornato a
    galla;  era  sparito  nel mare,  come se fosse caduto in una botte
    d'olio. Si tuffarono,  scandagliarono;  inutile.  Cercarono fino a
    terra, ma non trovarono nessun corpo.
    L'indomani il giornale di Tolone pubblicava queste poche righe:
    "17 novembre 1823. - Ieri un galeotto, che era addetto ai lavori a
    bordo  dell''Orion',  cadde  in mare tornando dall'aver salvato un
    marinaio,  e s'anneg.  Non si  potuto ritrovare il suo cadavere.
    Si  suppone  che  sia  rimasto impigliato sotto le palafitte della
    punta dell'arsenale. Quell'uomo era iscritto con il numero 9430, e
    si chiamava Giovanni Valjean".








    Libro 3.
    COMPIMENTO DELLA PROMESSA FATTA ALLA MORTA.


    1. LA QUESTIONE DELL'ACQUA A MONTFERMEIL.
    Montfermeil  situata tra Livry e Chelles,  sull'orlo  meridionale
    dell'altopiano  che separa l'Ourcq dalla Marna.  Attualmente  una
    borgata abbastanza grossa, adorna tutto l'anno di ville bianche e,
    la  domenica,  di  borghesi  allegri.   Nel  1823  non  c'erano  a
    Montfermeil n tante case bianche,  n tanti borghesi soddisfatti.
    Era soltanto un villaggio nei boschi.  C'erano,   vero,  qua e l
    alcuni  villini  di  campagna  del  secolo passato,  riconoscibili
    dall'aspetto signorile,  dai balconi  di  ferro  battuto  e  dalle
    lunghe   finestre   i  cui  piccoli  vetri  disegnavano  tutte  le
    gradazioni del verde sul bianco degli scuri chiusi. Ma Montfermeil
    non per questo cessava d'essere un villaggio. I mercanti di stoffe
    ritirati  dagli  affari  e  gli  amanti  della  villeggiatura  non
    l'avevano ancora scoperta.  Era un luogo pacifico e grazioso,  che
    non si trovava su una strada  importante;  vi  si  viveva  a  buon
    mercato  la vita contadinesca cos abbondante e cos facile.  Solo
    che l'acqua vi era rara a causa dell'altezza dell'altopiano.
    Bisognava andarla a  cercare  abbastanza  lontano.  La  parte  del
    villaggio  che  sta  dal  lato  di  Gagny  attingeva  l'acqua  nei
    magnifici stagni che si trovano  nel  bosco;  l'altra  parte,  che
    circonda  la chiesa e sta verso Chelles,  trovava acqua potabile a
    una piccola sorgente a mezza costa,  presso la strada di  Chelles,
    lontano un quarto d'ora da Montfermeil.
    Era perci una preoccupazione enorme per ogni famiglia provvedersi
    d'acqua. Le case pi ricche, l'aristocrazia del luogo, compresa la
    bettola  dei  Thnardier,  pagavano  un  centesimo al secchio a un
    pover'uomo addetto al trasporto dell'acqua e che guadagnava  circa
    otto soldi al giorno;  per quest'uomo lavorava soltanto fino alle
    sette  d'estate  e  alle   cinque   d'inverno;   cosicch   quando
    sopraggiungeva  la  notte  e le porte a pian terreno erano chiuse,
    chi non aveva acqua da bere doveva andarsela  a  pigliare,  oppure
    farne a meno.
    Ed  era  questo  il terrore di quella povera creatura che forse il
    lettore non ha dimenticato: la  piccola  Cosetta.  Ricordiamo  che
    Cosetta  era doppiamente utile ai Thnardier,  i quali si facevano
    pagare dalla madre e servire dalla figlia.  Cos quando  la  madre
    smise di pagare, e abbiamo letto i perch nei precedenti capitoli,
    i Thnardier tennero Cosetta,  la quale sostitu una serva. E come
    serva,  doveva andare  lei  a  prendere  l'acqua.  Per  questo  la
    bambina,  che si spaventava molto all'idea di andare alla sorgente
    di notte, stava attenta perch in casa non mancasse mai l'acqua.
    Il Natale del 1823 a Montfermeil fu pi  bello  del  consueto.  Il
    principio dell'inverno era stato mite, e non s'era ancora visto n
    gelata  n  neve.  Alcuni  giocolieri  venuti  da  Parigi  avevano
    ottenuto il permesso dal sindaco d'erigere le loro baracche  sulla
    via  principale del villaggio,  e con uguale permesso una banda di
    merciaiuoli  ambulanti  avevano  installate   le   loro   botteghe
    provvisorie  sulla  piazza  della  chiesa  e  fino  nel vicolo del
    Fornaio,  dove si trovava,  il lettore forse  se  ne  ricorda,  la
    bettola  dei  Thnardier.  Tutto  questo  riempiva le locande e le
    osterie e dava vita rumorosa e allegra a quel paese  cos  quieto.
    Dobbiamo  anche  dire,  per  essere  storici  fedeli,  che  tra le
    curiosit messe in mostra sulla piazza  c'era  un  serraglio,  nel
    quale  alcuni  antipatici  pagliacci,  venuti  non si sa da dove e
    coperti di cenci,  facevano  vedere  nel  1823  agli  abitanti  di
    Montfermeil  uno  di quegli orribili avvoltoi del Brasile,  che il
    nostro museo  reale  possiede  soltanto  dal  1845,  e  che  hanno
    l'occhio  somigliante  a una coccarda tricolore.  Questo uccello 
    chiamato  dai  naturalisti  "Caracara  Polyborus",   e  appartiene
    all'ordine  degli  apicidi e alla famiglia degli avvoltoi.  Alcuni
    vecchi soldati bonapartisti del villaggio andavano  a  vedere  con
    venerazione  quell'uccello,  del quale i ciarlatani asserivano che
    la coccarda tricolore era un fenomeno unico,  creato espressamente
    dal buon Dio per il loro serraglio.
    Proprio  la  sera  di Natale,  parecchi uomini,  tra carrettieri e
    merciaiuoli ambulanti,  stavano seduti e bevevano a una tavola  su
    cui  ardevano  quattro o cinque candele,  nella sala a pianterreno
    della bettola di Thnardier. La sala somigliava a tutte le sale di
    osteria;  tavole,  brocche  di  stagno,   bottiglie,   bevitori  e
    fumatori,  poca  luce e molto strepito.  Per la data del 1823 era
    contrassegnata dai due oggetti, allora di moda fra la classe media
    e che stavano sopra una tavola;  e cio  un  caleidoscopio  e  una
    lampada di latta marezzata.  La Thnardier sorvegliava la cena che
    cuoceva davanti a un bel focolare; il marito beveva con gli ospiti
    e parlava di politica.
    Ma oltre le conversazioni politiche,  che  avevano  per  argomento
    principale  la guerra di Spagna e il duca d'Angoulme,  si udivano
    nel chiasso delle parentesi come queste:
    - Dalle parti di Nanterre e di Suresne il vino  stato abbondante:
    chi calcolava su dieci botti ne ha avuto dodici.  L'uva al torchio
    ha dato molto mosto.  - Ma non sar stata mica molto matura?  - In
    quei paesi non bisogna mai vendemmiare ad uva  matura,  se  no  il
    vino,  appena venuta la primavera,  inacidisce.  E' dunque un vino
    leggero?  - Sono vini ancora pi leggeri di quelli che si fanno da
    queste  parti.  Bisogna  vendemmiare quando l'uva  ancora acerba.
    Eccetera...
    Oppure era un mugnaio che esclamava:
    - Siamo forse responsabili noi di quello che c' nei  sacchi?  Noi
    ci  troviamo  una  quantit  di  piccoli  semi,  che  non possiamo
    pigliarci il divertimento di mondare,  e che quindi passano  sotto
    la macina; c' la zizzania, il loglio, la nepitella, la veccia, la
    canapuccia,  la coda di topo e una quantit d'altre porcherie, per
    non parlare  dei  sassolini,  che  abbondano  in  certi  frumenti,
    specialmente in quelli bretoni.  Non ci trovo nessun gusto,  io, a
    macinare i grani bretoni, come al segatore d'assi non piace segare
    le travi che contengono chiodi.  Immaginate quanta cattiva polvere
    si ha nel prodotto.  E poi si lamentano della farina! Hanno torto:
    se la farina  cattiva non  colpa nostra.
    Nello spazio  tra  due  finestre,  un  falciatore  seduto  con  un
    proprietario,  che  contrattava  il prezzo per il taglio del prato
    nella successiva primavera, diceva:
    - Non  male che l'erba sia bagnata; si taglia meglio.  La rugiada
      utile,  signore.  Ma  non  si tratta di questo: quell'erba,  la
    vostra erba,  giovane,  difficile ancora.  E' troppo tenera,  si
    piega troppo sotto la falce. Eccetera...
    Cosetta  era  al  suo  solito  posto,  seduta sulla traversa della
    tavola di cucina presso il camino. Era coperta di cenci, coi piedi
    nudi negli zoccoli,  e alla luce del fuoco lavorava delle calze di
    lana  destinate alle piccole Thnardier.  Un gattino giocava sotto
    le sedie.  Da una camera vicina si sentivano due fresche  voci  di
    bimbe che ridevano e chiacchieravano: erano Eponina e Azelma.
    Nell'angolo  del camino,  uno staffile era appeso a un chiodo.  In
    mezzo al rumore dell'osteria,  di tanto in  tanto  si  udivano  le
    grida  d'un ragazzino dimenticato in qualche cantuccio della casa.
    Era un bambino che la Thnardier aveva messo al mondo in uno degli
    inverni precedenti - "senza sapere perch, diceva lei; effetto del
    freddo" - e che allora contava poco pi di tre anni.  La madre  lo
    aveva  allattato,  ma non l'amava.  Quando il gridare ostinato del
    marmocchio diventava troppo importuno, Thnardier le diceva: - Tuo
    figlio strilla,  va dunque a  vedere  cos'ha.  Oh!  rispondeva  la
    madre,  mi  annoia!  -  E  il  piccino  abbandonato  continuava  a
    strillare nelle tenebre.

    2. DUE RITRATTI CHE SI COMPLETANO.
    In questo libro i Thnardier finora  si  sono  visti  soltanto  di
    profilo;  tempo di girare intorno a questa coppia e di osservarla
    sotto tutti gli aspetti.
    Il marito aveva appena compiuto i cinquant'anni, la moglie toccava
    i  quaranta,  che    la  cinquantina delle donne,  cosicch c'era
    equilibrio d'et.
    Forse i lettori  hanno  conservato  qualche  ricordo  della  prima
    comparsa  di  questa  Thnardier,  alta,  bionda,  rossa,  grassa,
    carnosa, tarchiata, enorme e agile; apparteneva, come gi dicemmo,
    alla specie di quei  rozzi  colossi  femminili,  che  nelle  fiere
    s'inarcano  e  sostengono  delle  lastre  di  pietra  appese  alla
    capigliatura.  In casa lei faceva tutto,  i letti,  le camere,  il
    bucato,  la cucina,  la pioggia,  il bel tempo, il diavolo. La sua
    fantesca era Cosetta: un topolino al servizio  d'un  elefante.  Al
    suono  della  sua  voce  tutti tremavano,  i vetri,  i mobili,  le
    persone. Il suo largo volto, crivellato di macchiette rosse pareva
    un colabrodo.  Aveva anche la barba,  e somigliava perfettamente a
    un  facchino di piazza vestito da prostituta.  Bestemmiava come un
    turco e si vantava di rompere una  noce  con  un  pugno.  Senza  i
    romanzi  che  aveva  letto e che ogni tanto facevano riapparire in
    modo bizzarro la donnina  allegra  sotto  l'orca,  a  nessuno  mai
    sarebbe  passato  per la testa di chiamarla donna.  Era,  per cos
    dire, il prodotto dell'innesto d'una sgualdrina su una ciana.  Chi
    la  sentiva  parlare,  diceva:  un gendarme;  chi la vedeva bere,
    diceva:  un carrettiere; chi la vedeva trattar Cosetta, diceva: 
    un boia. Quando era in riposo, le sporgeva un dente dalla bocca.
    Thnardier era un uomo piccolo, magro, pallido, angoloso,  ossuto,
    sparuto, che pareva malato e stava benissimo. Di qui cominciava la
    sua  furberia.  Sorrideva  abitualmente  per  precauzione,  ed era
    cortese press'a poco con tutti,  anche col mendicante a cui negava
    un  centesimo.  Aveva  lo  sguardo  d'una  faina  e l'aspetto d'un
    letterato: somigliava molto ai ritratti dell'abate Delille. La sua
    galanteria consisteva nel bere coi carrettieri.  Nessuno  era  mai
    riuscito  a  ubriacarlo.   Fumava  una  grossa  pipa.  Portava  un
    camiciotto, e di sotto un vecchio abito nero.  Aveva delle pretese
    di letterato e di materialista.  Pronunciava spesso, per dar forza
    a tutto quello che diceva, i nomi di Voltaire, di Raynal, di Parny
    e,  cosa  bizzarra,   di  sant'Agostino.   Affermava  d'avere  "un
    sistema". Era per un briccone matricolato. Un "ladrosfo". Esiste
    anche  questa  variet.   Gi  sappiamo  che  pretendeva  di  aver
    militato;  raccontava con  qualche  lusso  di  particolari  che  a
    Waterloo,   essendo  sergente  in  un  Sesto  o  un  Nono  leggero
    qualunque, solo contro uno squadrone di usseri della Morte,  avevo
    coperto  col  suo  corpo  e  salvato  attraverso  la mitraglia "un
    generale gravemente  ferito".  Da  questo  proveniva  per  la  sua
    facciata  la  fiammeggiante  insegna  e,  per la sua locanda,  nel
    paese,  il  nome  di  "osteria  del  sergente  di  Waterloo".  Era
    liberale, classico e bonapartista. Aveva sottoscritto a favore del
    campo  d'Asile.  Si  diceva  nel villaggio che avesse studiato per
    essere prete.
    Noi crediamo che avesse studiato in Olanda per essere  locandiere.
    Questo  furfante  camaleontico,  era,  con  ogni  probabilit,  un
    fiammingo  di  Lilla  in  Fiandra,  francese  a  Parigi,  belga  a
    Bruxelles, comodamente a cavallo su due frontiere. La sua prodezza
    a Waterloo la conosciamo, e, come si vede, la esagerava un po'. Il
    flusso e il riflusso, il meandro, l'avventura era l'elemento della
    sua esistenza.  La coscienza lacera comporta una vita scucita;  e,
    con ogni probabilit,  nell'epoca burrascosa del 18  giugno  1815,
    Thnardier  apparteneva  a quella specie di cantinieri saccomanni,
    di cui abbiamo parlato,  che battevano la campagna,  vendendo agli
    uni,  rubando agli altri, e che si trascinavano tutta la famiglia,
    marito,  moglie  e  figli,  su  qualche  carrettella  sgangherata,
    seguendo le truppe in marcia, allo scopo d'attaccarsi all'esercito
    vittorioso. Finita la campagna, trovandosi provvisto, come diceva,
    di "quibus", era andato a metter su osteria a Montfermeil.
    Questi  "quibus",  provenienti dalle borse,  dagli orologi,  dagli
    anelli d'oro e dalle croci d'argento che aveva raccolto  al  tempo
    della  messe  nei solchi seminati di cadaveri,  non sommavano a un
    totale vistoso e  non  avevano  fatto  prosperare  gran  che  quel
    vivandiere promosso oste.
    Thnardier  aveva  nel  gesto  quel non so che di rettilineo,  che
    unito a una bestemmia ricorda la caserma,  e unito a un  segno  di
    croce  ricorda il seminario.  Era un bravo parlatore e si lasciava
    credere  dotto.  Per  il  maestro  di  scuola  aveva  notato  che
    commetteva errori di pronuncia. Faceva il conto agli avventori con
    una  certa  superiorit,  ma  occhi  esperti ci trovavano talvolta
    degli errori d'ortografia. Era sornione,  ghiottone,  scioperato e
    abile,  e non sdegnava le sue fantesche; motivo per cui sua moglie
    non ne voleva  pi.  La  gigantessa  era  gelosa;  le  pareva  che
    quell'omiciattolo  magro  e  giallo  dovesse  essere oggetto della
    cupidigia universale.
    Thnardier,  soprattutto astuto e misurato,  era  un  briccone  di
    razza  moderata.  E'  la  verit  peggiore,  perch vi s'immischia
    l'ipocrisia.
    Non che all'occasione non fosse capace di andare in collera almeno
    quanto sua moglie; ma gli accadeva di rado.  E siccome aveva in s
    una profonda fornace di odio, siccome era di quelle persone che si
    vendicano  perpetuamente,  che  accusano  tutti coloro che passano
    davanti a loro di tutto quello  che  cade  loro  addosso,  e  sono
    sempre pronti a scagliare sul primo che capita, come una legittima
    accusa,  tutte le delusioni, i fallimenti e la calamit della loro
    vita,   siccome  nei  momenti  di  collera  tutto  questo  lievito
    fermentava  in  lui  e  gli  ribolliva  nella bocca e negli occhi,
    allora era spaventevole.  Guai a chi si  trovava  esposto  a  quel
    furore!
    Oltre  a  tutte  le  altre  qualit,   Thnardier  era  attento  e
    penetrante, silenzioso e ciarliero, secondo l'occasione,  e sempre
    con  molta intelligenza.  Aveva qualcosa dello sguardo dei marinai
    abituati a strizzare gli occhi nel cannocchiale.  Era un  uomo  di
    Stato.
    Chi capitava per la prima volta nella bettola,  vedendo la moglie,
    diceva: Ecco il padrone di casa.  Errore.  Lei non era nemmeno  la
    padrona. L'unico padrone era il marito. Lei eseguiva; lui creava e
    dirigeva  ogni cosa per una specie d'influsso magnetico invisibile
    e continuo. Gli bastava una parola,  talvolta un segno,  perch la
    gigantessa ubbidisse. Il marito era per la moglie, e senza che lei
    se ne rendesse conto,  qualcosa come un essere speciale e sovrano.
    Lei aveva le virt della sua posizione; se anche avesse dissentito
    dal "signor Thnardier" su qualche particolare,  ipotesi del resto
    inammissibile, non avrebbe mai dato torto pubblicamente al marito,
    e   non   avrebbe   mai  commesso  "in  presenza  degli  estranei"
    quell'errore,  in cui cadono cos frequentemente le mogli e che in
    linguaggio  parlamentare si chiama scoprire la corona.  Quantunque
    il loro accordo avesse  per  risultato  soltanto  il  male,  nella
    sommissione  della  Thnardier c'era della contemplazione.  Quella
    carnosa e rumorosa montagna si muoveva sotto il  dito  mignolo  di
    quel  fragile  despota.  Era  il  gran  fenomeno  universale della
    materia che adora lo spirito, osservato dal lato nano e grottesco,
    giacch certe  bruttezze  hanno  la  loro  ragion  d'essere  nelle
    profondit  stesse  delle  bellezze  eterne.  C'era  in Thnardier
    qualcosa d'ignoto;  donde il suo impero assoluto su quella  donna,
    la quale in certi momenti lo vedeva come un lume acceso,  in certi
    altri lo sentiva come un artiglio.
    Quella donna era una creatura terribile,  la quale non amava che i
    suoi  figlioli  e non temeva che suo marito.  Era una madre perch
    era un mammifero.  Del resto,  la sua maternit  si  fermava  alle
    figliole; non si estendeva, come vedremo, sino ai maschi.
    Il marito poi, non aveva che un pensiero: arricchirsi.
    Non  ci riusciva.  Mancava un teatro adatto a quel grande talento.
    Thnardier a Montfermeil si rovinava,  se la rovina  possibile  a
    chi  non ha nulla.  In Svizzera o nei Pirenei quel pitocco sarebbe
    diventato milionario.  Ma il locandiere deve brucare dove la sorte
    lo lega.
    S'intende che la parola locandiere  qui usata in senso ristretto,
    e che non si estende a una classe intera.
    Proprio   in  quell'anno  1823  Thnardier  aveva  circa  mille  e
    cinquecento franchi di debiti  vergognosi,  che  lo  mettevano  in
    pensiero.
    A  parte l'ingiustizia ostinata del destino verso di lui,  era uno
    degli uomini che intendevano meglio,  con maggior profondit e nel
    senso  pi moderno,  quella che  una virt per i popoli barbari e
    una merce per i popoli  civili,  vale  a  dire  l'ospitalit.  Era
    inoltre un abilissimo cacciatore di frodo, famoso per il suo colpo
    infallibile.  Aveva un certo riso freddo e calmo, di cui conveniva
    per diffidare.
    Le sue  teorie  di  albergatore  talvolta  scaturivano  da  lui  a
    sprazzi.  Aveva  certi  aforismi professionali che inculcava nella
    mente della moglie: "Il  dovere  dell'albergatore,  le  diceva  un
    giorno  sottovoce e con foga,   di vendere al primo che capita la
    pietanza, il riposo,  la luce,  il fuoco,  le lenzuola sudice,  la
    serva, le pulci e il sorriso; di fermare i passanti, di vuotare le
    borse  piccole e alleggerire onestamente le grosse;  di accogliere
    rispettosamente le  famiglie  in  viaggio,  derubando  il  marito,
    spennacchiando  la moglie,  ripulendo il figlio;  di attribuire un
    valore alla finestra aperta,  alla finestra chiusa,  al  cantuccio
    del focolare,  alla poltrona,  alla sedia, allo sgabello, al letto
    di piume,  al materasso,  al fascio di paglia;  di  sapere  quanto
    l'immagine  consumi lo specchio,  e di tariffare anche questo,  e,
    per cinquecentomila diavoli,  di far pagare tutto al  viaggiatore,
    anche le mosche ingoiate dal suo cane!"..
    Quell'uomo e quella donna erano lo sposalizio dell'astuzia e della
    rabbia: coppia schifosa e terribile.
    Mentre  il  marito ruminava e combinava,  la moglie non pensava ai
    creditori lontani,  non si curava n del ieri  n  del  domani,  e
    viveva con trasporto l'attimo fuggente.
    Tali  erano  quei due individui.  E Cosetta,  in mezzo a loro,  ne
    subiva la doppia pressione,  come una  creatura  che  fosse  nello
    stesso  tempo  schiacciata da una mola e lacerata da una tenaglia.
    L'uomo e la donna  avevano  un  metodo  diverso.  Se  Cosetta  era
    tempestata di busse, la cosa veniva dalla moglie, e se camminava a
    piedi nudi d'inverno questo veniva dal marito.
    Cosetta  saliva,  scendeva,  lavava,  spazzava,  fregava,  puliva,
    correva, si dimenava,  ansava,  trascinava degli oggetti pesanti e
    cos piccina com'era, faceva le grosse fatiche. Nessuna piet; una
    padrona feroce, un padrone velenoso. La bettola dei Thnardier era
    come  una  rete,  nella  quale  la  ragazzina si trovava avvinta e
    tremava.  L'ideale dell'oppressione veniva  realizzato  in  quella
    sinistra familiarit. Era qualche cosa come la mosca per i ragni.
    La povera piccina taceva.
    Quando  si  trovano  cos fin dall'alba,  piccine,  nude,  fra gli
    uomini, cosa accade in queste anime che hanno appena lasciato Dio?

    3. VINO PER GLI UOMINI E ACQUA PER I CAVALLI.
    Erano arrivati quattro nuovi viaggiatori.
    Cosetta era immersa in tristi pensieri.  Infatti,  pur avendo solo
    otto anni,  aveva gi tanto patito,  che meditava con l'aria tetra
    di una vecchia.
    Aveva una palpebra livida per un pugno datole dalla Thnardier, la
    quale  ogni  tanto  diceva:  -  Com'  brutta  con  quella   pesca
    sull'occhio!
    Cosetta  dunque  pensava  che  era notte,  assai notte,  che aveva
    dovuto inaspettatamente riempire le brocche  e  le  caraffe  nelle
    camere dei nuovi ospiti, e che quindi in casa non c'era pi acqua.
    Si  rassicurava  un poco pensando che non si beveva molta acqua in
    casa Thnardier.  Non mancavano gli assetati,  ma si  trattava  di
    quella  sete  che  si  rivolge  pi volentieri al boccale che alla
    brocca.  Chi avesse domandato un bicchier d'acqua in mezzo a tutti
    quei  bicchieri  di  vino,  sarebbe  passato per un selvaggio agli
    occhi di tutti quegli uomini.  Tuttavia ci fu un momento in cui la
    bambina  trem  vedendo  la  Thnardier  alzare il coperchio d'una
    casseruola che bolliva sul fornello,  poi prendere  un  bicchiere,
    avvicinarsi  avidamente  al rubinetto e girarlo.  La bambina aveva
    alzato la testa e seguiva tutti  quei  movimenti.  Un  magro  filo
    d'acqua col dal rubinetto,  e riemp a mezzo il bicchiere. - Toh!
    - disse la locandiera,  non c' pi acqua!  Poi tacque un momento.
    La piccina tratteneva il respiro.
    -  E  via!  questa  baster  - riprese la Thnardier esaminando il
    bicchiere pieno solo a met.
    Cosetta riprese il suo lavoro,  ma per un buon quarto d'ora  sent
    il cuore balzarle come un grosso fiocco nel petto.
    Contava i minuti e avrebbe voluto essere gi all'indomani mattina.
    Ogni  tanto  uno dei bevitori guardava nella strada ed esclamava:-
    E' buio come in un forno!  - oppure: - Bisogna essere un gatto per
    andare in giro a quest'ora senza lanterna!
    E Cosetta trasaliva.
    D'improvviso   entr  uno  dei  merciaiuoli  ambulanti,   che  era
    alloggiato nella locanda, e disse con voce aspra:
    - Non hanno dato da bere al mio cavallo.
     - Ma s, certamente,  -  rispose la Thnardier.
    - E io vi dico di no, - riprese il mercante.
    Cosetta era uscita di sotto alla tavola.
    - Oh, s, signore! - disse, - il cavallo ha bevuto,  ha bevuto nel
    secchio,  nel  secchio  pieno;  e sono stata proprio io che gli ho
    portato da bere, e gli ho anche parlato.
    Non era vero: Cosetta mentiva.
    - Ecco qui una che  grossa come un pugno e dice le  bugie  grosse
    come la casa,  - esclam il mercante. - Ti dico che non ha bevuto,
    piccola briccona! Quando non ha bevuto, ha un modo di soffiare che
    io conosco bene.
    Cosetta insistette, aggiungendo con voce arrochita dall'angoscia e
    che appena s'udiva:
    - E ha bevuto molto!
    - Via!  - riprese il mercante incollerito;  - basta con le ciarle!
    si dia da bere al cavallo e la si finisca!
    Cosetta ritorn sotto la tavola.
    - Infatti,   giusto - disse la Thnardier;  - se la bestia non ha
    bevuto, deve bere.
    Poi guardandosi intorno:
    - Ebbene, dove s' cacciata quell'altra?
    Si chin e vide Cosetta rannicchiata sotto la tavola all'estremit
    opposta, quasi sotto i piedi dei bevitori.
    - Vuoi venir fuori? - grid l'ostessa.
    Cosetta usc da quella specie di buco in  cui  s'era  nascosta,  e
    l'altra riprese:
    - Signorina Cane-senza-nome, va a dar da bere a quel cavallo.
    -  Ma,  signora,  - rispose Cosetta con voce fioca,  - non c' pi
    acqua.
    Al che l'altra spalanc la porta di strada:
    - Ebbene, va a cercarne!
    Cosetta chin la testa e and a prendere  un  secchio  vuoto,  che
    giaceva nell'angolo del camino.
    Il secchio era pi grande di lei;  s che avrebbe potuto sedervisi
    dentro e starci comodamente.
    La Thnardier ritorn al suo fornello, e assaggi con un cucchiaio
    di legno quello che c'era nella casseruola, borbottando:
    - Alla fontana ce n' dell'acqua. La gran difficolt!  Avrei forse
    fatto meglio a stacciare le cipolle.
    Poi frug in un cassetto, dove c'erano dei soldi, del pepe e delle
    cipolline.
    - Prendi,  signorina Rospo, - aggiunse; - al ritorno comprerai dal
    panettiere un pane grosso. Eccoti quindici soldi.
    Cosetta aveva una saccoccia laterale al grembiule; prese la moneta
    senza dire una parola e la mise in quella saccoccia.
    Poi rimase immobile,  col secchio tra le mani,  davanti alla porta
    aperta; pareva aspettasse qualcuno in aiuto.
    - Va dunque! - grid la Thnardier.
    Cosetta usc, e la porta si richiuse.

    4. ENTRA IN SCENA UNA BAMBOLA.
    Il lettore ricorder che la fila delle baracche all'aria aperta si
    prolungava  dalla  chiesa  fino  alla  bettola dei Thnardier.  In
    attesa del passaggio dei borghesi che dovevano andare  alla  messa
    di  mezzanotte,  quelle baracche erano tutte illuminate da candele
    che ardevano in imbuti di carta,  ci che  produceva  "un  effetto
    magico",  come diceva il maestro di scuola di Montfermeil,  allora
    seduto a tavola da Thnardier. In compenso, in cielo non si vedeva
    neppure una stella.
    L'ultima di quelle baracche,  posta precisamente  dirimpetto  alla
    porta  della  bettola,  era  una  rivendita  di giocattoli,  tutta
    rilucente di canutiglie,  di conterie e  di  magnifici  lavori  in
    latta.  In prima fila sul davanti,  sopra uno sfondo di tovaglioli
    bianchi, il mercante aveva collocato un'immensa bambola alta quasi
    due piedi,  con una veste di velo rosa e  delle  spighe  d'oro  in
    testa, con i capelli veri e gli occhi di smalto. Quella meraviglia
    era  stata esposta tutto il giorno all'ammirazione dei passanti al
    di sotto dei dieci anni,  senza che si trovasse a Montfermeil  una
    madre abbastanza ricca o abbastanza prodiga per farne un dono alla
    propria  figlia.  Eponina  e  Azelma  avevano  passato delle ore a
    contemplarla,  e anche Cosetta aveva osato guardarla,  bench solo
    furtivamente.
    Per  quanto  fosse  triste  e  oppressa,  Cosetta  appena usc col
    secchio tra le mani,  non pot astenersi dall'alzare gli occhi  su
    quella sorprendente bambola, sulla signora, come essa la chiamava.
    La povera piccina si ferm incantata.  Non l'aveva ancora vista da
    vicino.  Quella bottega le pareva un palazzo;  quella bambola  non
    era una bambola,  ma un'apparizione. Erano la gioia, lo splendore,
    la ricchezza,  la felicit che si mostravano in una specie di luce
    chimerica  a  quella  sventurata  creaturina,  cos  profondamente
    immersa in una  miseria  funebre  e  fredda.  Essa  misurava,  con
    l'ingenua  e malinconica sagacia della fanciullezza,  l'abisso che
    la separava da quella bambola,  e  diceva  tra  s  che  bisognava
    essere  regina  o  almeno  principessa  per  possedere  una "cosa"
    simile.  Esaminava quella bella veste rosa,  quei bei capelli  ben
    lisciati, e pensava: Come dev'essere felice quella bambola! I suoi
    occhi  non  sapevano  staccarsi da quella fantastica bottega;  pi
    guardava,  pi ne restava abbagliata e le pareva  di  scorgere  il
    paradiso.  Dietro  la  grande  bambola  ce n'erano delle altre pi
    piccine,  che a lei sembravano fate e  geni;  e  il  mercante  che
    passeggiava  avanti  e indietro in fondo alla bottega le faceva un
    po' l'effetto del Padre Eterno.
    In quell'adorazione dimenticava tutto,  finanche la commissione di
    cui era incaricata.  D'improvviso,  la voce aspra della Thnardier
    la richiam alla  realt:  -  Come,  pettegola,  sei  ancora  qui!
    Aspetta,  che adesso vengo io!  Domando un po', cosa diavolo fa l
    ferma! Mostriciattolo, va!
    La locandiera,  gettando uno sguardo  nella  strada,  aveva  visto
    Cosetta in estasi.
    La  fanciulla  fugg  portando  il  secchio  e facendo i passi pi
    lunghi che poteva.

    5. LA PICCINA SOLA SOLA.
    Siccome l'osteria  dei  Thnardier  si  trovava  nella  parte  del
    villaggio  vicino alla chiesa,  Cosetta doveva andare ad attingere
    l'acqua alla sorgente del bosco dalla parte di Chelles.
    Non guard pi nessuna mercanzia. Finch fu nel vicolo del Fornaio
    e  nelle  vicinanze   della   chiesa,   le   botteghe   illuminate
    rischiaravano  la  via;  ma  ben  presto  scomparve  l'ultima luce
    dell'ultima baracca,  e la povera bimba si  trov  nelle  tenebre.
    Essa  vi  si  immerse.  Se  non  che,  vinta  com'era da una certa
    emozione, camminando agitava pi che poteva il manico del secchio:
    faceva cos un rumore che le teneva compagnia.
    Pi avanzava,  pi l'oscurit  si  faceva  fitta.  Non  c'era  pi
    nessuno  nelle  vie.   Incontr  una  donna,  la  quale  si  volt
    scorgendola passare,  e rimase immobile borbottando tra i  denti:-
    Dove  mai  pu  andare quella bambina?  Sar forse un piccolo lupo
    mannaro.    -    Poi,  riconoscendo  Cosetta,  disse:  -  Toh!   
    l'Allodola!
    La  piccina  attravers  cos  il  labirinto  delle vie tortuose e
    deserte che segnano la fine del villaggio  verso  Chelles.  Finch
    vide  delle  case,  o  anche  soltanto  dei muri ai due lati della
    strada,  procedette con sufficiente coraggio.  Di tanto  in  tanto
    vedeva un lume di candela tra le fessure di un'imposta;  era luce,
    era vita,  erano persone che si trovavano l dentro,  e questo  la
    rassicurava.   Tuttavia,   a   misura  che  avanzava,   rallentava
    macchinalmente il passo;  e  quand'ebbe  attraversato  lo  spigolo
    dell'ultima  casa,  Cosetta  si  ferm.  Procedere  oltre l'ultima
    bottega era stato difficile,  andar pi lontano  dell'ultima  casa
    diventava  impossibile.  Pos  il  secchio,  si cacci la mano nei
    capelli, e si mise a grattarsi lentamente la testa, gesto naturale
    dei fanciulli spaventati  e  dubbiosi.  Non  si  trattava  pi  di
    Montfermeil,  ma dei campi: aveva dinanzi la landa nera e deserta.
    Guard disperatamente  quelle  tenebre  in  cui  non  c'erano  pi
    uomini,  in cui c'erano delle bestie,  forse degli spettri. Guard
    lontano e sent  le  bestie  che  camminavano  sull'erba,  e  vide
    distintamente  i fantasmi che s'agitavano fra gli alberi.  Allora,
    fatta audace dalla paura,  riprese il secchio: - Ebbene,  le  dir
    che alla fontana non c' pi acqua!  disse;  - e rientr decisa in
    paese.
    Ma aveva appena percorso cento passi che  si  ferm  di  nuovo,  e
    torn  a  grattarsi  la  testa.  Adesso la Thnardier le appariva,
    orribile,  con la sua bocca di iena e gli occhi accesi di collera.
    La  bimba  diede  uno sguardo pietoso davanti e uno indietro.  Che
    fare?  dove andare?  Davanti l'immagine della  Thnardier,  dietro
    tutti  i  fantasmi  della  notte e dei boschi.  Fu la Thnardier a
    farla indietreggiare.  Riprese la via della sorgente e si  mise  a
    correre.  Usc dal villaggio correndo, e correndo entr nel bosco,
    senza guardare n ascoltare nulla.  Non rallent la corsa,  se non
    quando  le  venne  meno il respiro;  ma non interruppe il cammino.
    Andava avanti tutta trasognata.
    E mentre correva, le veniva da piangere.
    Il brivido notturno della foresta l'avvolgeva  completamente.  Non
    pensava  pi,  non  vedeva  pi nulla.  L'immensit della notte si
    schierava davanti a quella piccola creatura;  da una  parte  tutta
    l'ombra, dall'altra un atomo.
    Dalla  soglia  del bosco alla fontana non c'erano che sette o otto
    minuti di cammino,  per una strada che Cosetta conosceva benissimo
    per averla percorsa molte volte di giorno.  Cosa strana,  essa non
    si smarr.  Un resto d'istinto la guidava vagamente;  non  voltava
    gli  occhi  n a destra n a sinistra per timore di vedere qualche
    cosa fra i rami o fra i cespugli. Cos giunse alla sorgente.
    Era una stretta vasca naturale,  scavata dall'acqua  in  un  suolo
    argilloso,  profonda circa due piedi,  col fondo coperto da grosse
    pietre,  e circondata di muschio e di quelle grandi erbe a disegni
    in rilievo,  che chiamano gorgiere di Enrico Quarto.  Ne scaturiva
    un ruscelletto, con un piccolo mormorio tranquillo.
    Cosetta non si trattenne nemmeno il  tempo  di  riprendere  fiato.
    Bench  la  notte  fosse oscurissima,  abituata com'era a venire a
    quella fontana,  con la mano  sinistra  cerc  nelle  tenebre  una
    piccola  quercia  protesa  sulla  sorgente,  che ordinariamente le
    serviva di punto d'appoggio;  afferr un ramo,  vi si sospese,  si
    chin e immerse il secchio nell'acqua. Provava in quel momento una
    commozione cos violenta, che le sue forze ne venivano triplicate.
    Non si accorse che mentre era curva a quel modo,  la saccoccia del
    suo grembiulino si vuotava nella sorgente e la moneta da  quindici
    soldi  cadeva nell'acqua.  Cosetta non la vide,  n la ud cadere.
    Ritir il secchio quasi pieno e lo pos sull'erba.
    Ci fatto,  s'accorse che era sfinita  dalla  stanchezza.  Avrebbe
    voluto  tornare subito indietro,  ma lo sforzo fatto non le faceva
    muovere un passo,  e fu obbligata  a  sedersi.  Si  lasci  cadere
    sull'erba e vi rest rannicchiata.
    Chiuse  gli occhi,  poi li riapr,  senza sapere perch,  ma senza
    poter fare diversamente.
    L'acqua muovendosi nel secchio accanto a lei  formava  dei  cerchi
    che somigliavano a serpenti di fuoco bianco.
    Sopra  la  sua  testa il cielo era coperto di grosse nubi nere che
    parevano  falde  di  fumo.   Sembrava  che  la  tragica   maschera
    dell'ombra si chinasse confusamente su quella bimba.
    Giove tramontava nella profondit degli spazi.
    La piccina guardava con occhio smarrito quella grossa stella,  che
    non conosceva e che le faceva paura.  Infatti il  pianeta  era  in
    quel  momento  vicinissimo  all'orizzonte  e attraversava un denso
    strato di nebbia che gli  dava  un'orribile  tinta  rossastra;  la
    nebbia,  lugubremente imporporata,  ingrandiva l'astro. Si sarebbe
    detto una piaga luminosa.
    Dalla pianura spirava un vento freddo;  e il bosco era  tenebroso,
    senza  alcun  fruscio  di  foglie,  senza  alcuno  di quei vaghi e
    freschi barlumi dell'estate.  Grandi ramaglie vi si drizzavano con
    forme spaventose; dei cespugli stentati e deformi sibilavano nelle
    radure.  Le  alte erbe si torcevano sotto la brezza come bisce,  i
    pruni s'agitavano  come  grandi  braccia  armate  di  artigli  che
    cercassero di afferrare la preda.  Alcune eriche secche,  cacciate
    dal  vento,  passavano  rapidamente,   e  pareva  che  sfuggissero
    spaventate  dinanzi  a  qualche  cosa che stesse per arrivare.  Da
    tutte le parti il bosco si stendeva lugubremente.
    Le tenebre danno le vertigini.  L'uomo ha bisogno di luce,  e  chi
    s'immerge  nelle  tenebre  si  sente  stringere  il cuore.  Quando
    l'occhio vede nero,  la mente vede  torbido.  Nell'eclisse,  nella
    notte,  nell'opacit  fuligginosa  anche  i pi coraggiosi provano
    dell'ansiet.  Nessuno cammina di notte  nella  foresta  senza  un
    tremito.  Le  ombre  e  gli  alberi sono densit formidabili.  Una
    realt chimerica appare nella profondit  indistinta.  Si  vede  a
    qualche  passo  di  distanza  delinearsi  l'inconcepibile  con una
    chiarezza spettrale.  Si  vede  ondeggiare,  nello  spazio  o  nel
    proprio cervello, qualcosa di vago e di inafferrabile come i sogni
    dei   fiori  addormentati.   Si  scorgono  atteggiamenti  selvaggi
    all'orizzonte. Si aspirano gli effluvi del grande vuoto tenebroso.
    Si ha paura e voglia di guardare indietro.  Le cavit della notte,
    le  cose divenute truci,  i taciturni profili,  che si dissipano a
    mano a mano che ci  avviciniamo,  gli  scapigliamenti  confusi,  i
    cespugli  irritati,  le livide pozze,  il riflesso del lugubre nel
    funebre,  l'immensit sepolcrale del silenzio,  gli esseri  ignoti
    possibili,  certe  curve  misteriose  di  rami,  certi  spaventosi
    tronchi di alberi, dei lunghi ciuffi d'erbe frementi: contro tutto
    questo non c' difesa.  Non c' coraggio che non  trasalisca,  che
    non senta l'avvicinarsi dell'agonia.  Qualche cosa di nauseante ci
    opprime,  come se l'anima si amalgamasse  con  l'ombra:  e  questa
    penetrazione  delle  tenebre    inesprimibilmente  sinistra in un
    fanciullo.
    Le foreste sono apocalissi;  e sotto la loro  volta  mostruosa  il
    battito d'ali d'una piccola anima ha il rumore d'agonia.
    Senza  rendersi  conto  di quello che provava,  Cosetta si sentiva
    afferrare da quell'enormit nera  della  natura.  Non  la  vinceva
    soltanto  il  terrore,  ma  qualche  cosa  ancor pi terribile del
    terrore.   Rabbrividiva.   Mancano  le  espressioni  per  dire  la
    stranezza  di  quel  brivido  che  l'agghiacciava fino in fondo al
    cuore.  Gli occhi erano diventati selvaggi.  Le pareva di  sentire
    che forse non avrebbe potuto fare a meno di tornare l alla stessa
    ora l'indomani.
    Allora,  per  una specie d'istinto,  per togliersi da quello stato
    eccezionale che non comprendeva ma che la spaventava,  si  mise  a
    numerare ad alta voce uno,  due,  tre,  quattro,  fino a dieci;  e
    quand'ebbe finito ricominci.  Recuper cos  la  percezione  vera
    delle  cose che la circondavano.  Sent freddo alle mani,  bagnate
    attingendo l'acqua,  e si alz.  Le era ritornata  la  paura,  una
    paura  naturale  e  irresistibile.  Non  ebbe pi che un pensiero,
    fuggire, fuggire a gambe levate attraverso il bosco,  attraverso i
    campi,  fino  alle  case,  fino  alle finestre,  fino alle candele
    accese.  Il suo sguardo cadde sul secchio che aveva  davanti.  Era
    tale  lo  spavento  che  le  ispirava  la Thnardier,  che non os
    fuggire senza l'acqua.  Afferr il manico  a  due  mani,  ma  fece
    fatica a sollevare il secchio.
    Fece  cos  una  dozzina  di passi;  ma il secchio era pieno,  era
    pesante,  e dovette posarlo di nuovo a terra.  Respir un istante,
    poi  lo  riprese  e  torn a camminare,  questa volta un po' pi a
    lungo.  Dovette fermarsi di nuovo.  Ripos alcuni  secondi,  e  si
    mosse ancora.  Camminava chinata innanzi,  la testa bassa come una
    vecchia,  tenendo e irrigidendo le  scarne  braccia  al  peso  del
    secchio.  Il  manico di ferro finiva d'intorpidire e d'intirizzire
    le piccole mani.  Di tanto in tanto era costretta a fermarsi,  e a
    ogni fermata,  l'acqua fredda che traboccava dal secchio le cadeva
    sulle gambe nude.  Questo avveniva in fondo a un bosco,  di notte,
    d'inverno,  lontano da ogni sguardo umano; ed era una ragazzina di
    otto anni. Dio solo vedeva in quel momento quella triste scena.
    E certo,  ahim!  anche sua madre.  Perch certe cose fanno aprire
    gli occhi ai morti nella loro tomba.
    Respirava  con  una  specie  di rantolo doloroso;  i singhiozzi le
    serravano la gola, ma non osava piangere,  tant'era la paura della
    Thnardier,  anche  lontana.  Era  abituata a immaginarsela sempre
    presente.
    Intanto,  cos com'era non poteva fare molta strada,  e  procedeva
    assai  lentamente.  Per quanto si sforzasse di diminuire la durata
    delle fermate e di camminare pi a lungo  possibile  fra  l'una  e
    l'altra,  pensava  angosciosamente  che  doveva  impiegare  pi di
    un'ora per ritornare a Montfermeil,  e che la Thnardier l'avrebbe
    battuta. Quest'angoscia s'univa allo spavento di trovarsi sola nel
    bosco  di  notte.  Era  oppressa dalla stanchezza e non era uscita
    ancora dalla foresta.  Arrivata vicino a un vecchio  castagno  che
    conosceva,  fece  un'ultima  fermata  pi  lunga  delle  altre per
    riposarsi bene; poi, raccolte tutte le forze, riprese il secchio e
    si rimise in cammino coraggiosamente.  Tuttavia la povera creatura
    disperata  non pot astenersi dall'esclamare: - Ah!  mio Dio,  mio
    Dio!
    In quel momento,  sent che il secchio non pesava pi.  Una  mano,
    che  le  parve  enorme,  aveva  afferrato il manico e lo sollevava
    vigorosamente.  Alz la testa e vide una gran forma nera,  alta  e
    diritta,  che  le  camminava  accanto  nel  buio.  Era un uomo che
    l'aveva raggiunta di dietro,  senza che lei  se  ne  avvedesse,  e
    aveva  afferrato  il manico del secchio senza dire una parola.  Ci
    sono degli istinti per tutti i casi della vita.  La bimba non ebbe
    paura.

    6. NEL QUALE FORSE SI DIMOSTRA L'INTELLIGENZA DI BOULATRUELLE.
    Nel pomeriggio di quello stesso giorno di Natale del 1823, un uomo
    passeggi abbastanza a lungo nella parte pi deserta del boulevard
    dell'Ospedale.  Quell'uomo  aveva  l'aria  di  uno  che  cerchi un
    alloggio, e pareva fermarsi di preferenza alle pi modeste case di
    quella periferia rovinata del quartiere San Marcello.
    Vedremo pi avanti che quell'uomo aveva infatti preso  in  affitto
    una camera in quel rione solitario.
    Tanto  nel  vestito  come nella persona,  quell'uomo realizzava il
    tipo di ci che potrebbe chiamarsi il mendicante di buona societ,
    l'estrema  miseria  congiunta  alla  maggior   pulitezza:   unione
    abbastanza  rara,  che  ispira  ai  cuori  intelligenti un duplice
    rispetto,  quello dovuto alla povert e quello dovuto al  contegno
    dignitoso.  Portava  un  cappello  tondo  molto  vecchio  e  molto
    spazzolato,  un soprabito frusto fino alla trama di  grosso  panno
    giallo,  colore che non era troppo bizzarro a quell'epoca, un gran
    panciotto di forma secolare,  calzoni neri  diventati  bigi  sulle
    ginocchia,  calze  di  lana  nera,  e  grosse scarpe con fibbie di
    ottone.  Si sarebbe detto un antico precettore di buona  famiglia,
    tornato dall'emigrazione.  Dai capelli tutti bianchi, dalla fronte
    rugosa,  dalle labbra livide,  dal  volto  in  cui  tutto  spirava
    accasciamento  e stanchezza della vita,  c'era da dargli molto pi
    di sessant'anni; mentre dal passo fermo, bench lento,  dal vigore
    singolare  impresso  in  tutti i suoi movimenti,  gli si sarebbero
    dati appena cinquanta. Le rughe della fronte erano ben delineate e
    avrebbero prevenuto in  suo  favore  chi  l'avesse  osservato  con
    attenzione.  Le  labbra  si  contraevano in una piega strana,  che
    pareva severa ed era umile.  In fondo al suo sguardo c'era non  so
    che  lugubre  serenit.  Con  la  mano sinistra portava un piccolo
    involto annodato in un fazzoletto, e con la destra si appoggiava a
    un bastone tagliato in una siepe.  Il bastone non era brutto,  era
    stato lavorato con una certa cura, i nodi erano stati ben adattati
    e  con  la  ceralacca gli era stato fatto come un pomo di corallo;
    era un randello e sembrava una mazza da passeggio.
    Su quel boulevard ci sono pochi passanti,  specialmente d'inverno;
    ma  pareva  che  quell'uomo,  pur senza affettazione,  li evitasse
    anzich cercarli.
    A quel tempo Luigi Diciottesimo andava quasi ogni giorno a Croisy-
    le-Roi.   Era  una  delle  sue  passeggiate  preferite;   e  quasi
    invariabilmente  verso  le due si vedeva la carrozza reale col suo
    seguito passare velocemente sul boulevard dell'Ospedale.
    La cosa serviva da  orologio  alle  donnette  del  quartiere,  che
    dicevano: - Sono le due; eccolo che ritorna alle Tuileries.
    E gli uni accorrevano,  gli altri si mettevano in fila perch dove
    passa un re c' sempre chiasso.  Del  resto,  l'apparizione  e  la
    sparizione  di  Luigi Diciottesimo facevano un certo effetto nelle
    vie di Parigi; erano rapide, ma maestose.  Quel re impotente aveva
    il gusto del gran galoppo;  non potendo camminare, voleva correre;
    quello sciancato  si  sarebbe  fatto  volentieri  trasportare  dal
    lampo.  Passava  tranquillo  e  severo,  in  mezzo  alle  sciabole
    sguainate.  La sua berlina massiccia,  tutta  dorata,  con  grandi
    gigli  dipinti  sui  riquadri,  passava  rumorosamente,  lasciando
    appena il tempo di  dare  un'occhiata.  In  fondo,  nell'angolo  a
    destra,  su  cuscini  foderati di raso bianco,  si vedeva un volto
    largo,  serio e vermiglio,  una fronte da poco incipriata,  con la
    pettinatura all'"uccello reale",  un occhio fiero,  severo e fine,
    un sorriso da letterato, due grosse spalline a cordoni sventolanti
    sopra un abito borghese, il Toson d'oro, la croce di San Luigi, la
    croce della Legion d'onore,  la piastra  d'argento  dello  Spirito
    Santo,  un  gran ventre,  e un grosso cordone azzurro;  era il re.
    Fuori Parigi teneva il  cappello  a  piume  bianche  sui  ginocchi
    stretti in alti gambali all'inglese,  ma rientrando in citt se lo
    metteva in testa e salutava di rado.  Guardava  con  freddezza  il
    popolo,  che  lo  ricambiava  con  altrettanta  freddezza.  Quando
    apparve la prima  volta  nel  quartiere  San  Marcello,  tutto  il
    successo  che  ne  ottenne  fu  questa  frase d'un popolano al suo
    compagno: - Vedi quell'omaccione?  il governo.
    Il passaggio  immancabile  del  re  alla  stessa  ora  era  dunque
    l'avvenimento quotidiano del boulevard dell'Ospedale.
    Il  passante  dal  soprabito  giallo  non  era  evidentemente  del
    quartiere, e probabilmente neppure di Parigi, poich ignorava tale
    circostanza;  e quando alle due la carrozza del re,  circondata da
    uno squadrone di guardie del corpo coi galloni d'argento, svoltato
    l'angolo  della  Salptrire,  sbocc  sul  boulevard,  egli parve
    sorpreso e quasi spaventato. Non c'era che lui nel viale laterale,
    e bench si ritirasse dietro lo spigolo d'un muro di cinta, questo
    non imped al duca  d'Havr  di  scorgerlo.  Il  duca,  che,  come
    capitano  delle  guardie di servizio,  stava seduto nella carrozza
    dirimpetto al re disse a Sua Maest: - E' un uomo che ha una  cera
    abbastanza   brutta.   Anche   alcuni   agenti  di  polizia,   che
    sorvegliavano il passaggio del re, lo notarono, e uno di essi ebbe
    l'ordine di seguirlo.  Ma questi s'intern nei vicoli deserti  del
    sobborgo;  e poich il giorno cominciava a declinare,  l'agente ne
    perse le tracce,  come risulta da  un  rapporto  inviato  la  sera
    stessa  al  signor  conte Angls,  ministro di Stato e prefetto di
    polizia.
    Quando ebbe sviato il  poliziotto,  l'uomo  dal  soprabito  giallo
    raddoppi  il  passo,  non senza voltarsi indietro parecchie volte
    per accertarsi di non essere seguito.  Alle quattro e  un  quarto,
    vale a dire a notte fatta, passando davanti al teatro di Porta San
    Martino,  dove quella sera si davano "I due galeotti",  fu colpito
    dal manifesto, illuminato dalle lampade del teatro.  Bench avesse
    fretta  si  ferm  a  leggerlo.  Un  momento  dopo  era nel vicolo
    Planchette ed entrava  nel  "Piatto  di  stagno",  dov'era  allora
    l'ufficio delle vetture di Lagny.  La vettura partiva alle quattro
    e mezzo.  I cavalli erano gi attaccati,  e  i  viaggiatori,  alla
    chiamata  del  vetturino,  s'affrettavano  a  montare  per  l'alta
    scaletta di ferro del veicolo.
    L'uomo domand:
    - C' un posto?
    - Uno solo, vicino a me, a cassetta - rispose il vetturino.
    - Lo prendo.
    - Salite.
    Prima di partire per il vetturino,  avendo  dato  un'occhiata  al
    vestire dimesso e alla tenuit del bagaglio del nuovo viaggiatore,
    si fece pagare.
    - Andate sino a Lagny? - gli chiese.
    - S, - rispose l'altro.
    E pag fino a Lagny.
    Partirono.  Quand'ebbero  oltrepassato  la barriera,  il vetturino
    cerc d'attaccare discorso, ma visto che il viaggiatore rispondeva
    solo a monosillabi,  si mise a fischiettare e a bestemmiare contro
    i cavalli.
    Quindi  si  avvolse  nel  mantello  perch faceva freddo.  L'altro
    pareva che non ci badasse neppure.  Attraversarono cos Gournay  e
    Neuilly-sur-Marne.
    Verso  le  sei  giunsero  a  Chelles,  dove il vetturino si ferm,
    perch i cavalli prendessero respiro,  davanti  alla  locanda  dei
    carrettieri che occupa gli antichi edifici dell'abazia reale.
    - Scendo qui, - disse l'uomo.
    Prese l'involto e il bastone, e salt gi dalla carrozza.
    Un momento dopo era scomparso.
    Non era entrato nell'albergo.
    N  la  vettura,  quando  dopo pochi minuti ripart per Lagny,  lo
    raggiunse sulla strada maestra di Chelles.
    Il vetturino si volse ai viaggiatori dell'interno e disse:
    - Quell'uomo non  del paese perch non lo conosco.  Pare che  non
    abbia un soldo, eppure non ci tiene al danaro; paga sino a Lagny e
    si ferma a Chelles.  E' gi notte;  tutte le case sono chiuse, non
    entra nella locanda,  e non lo si  vede  pi.  Si  direbbe  che  
    sprofondato sotto terra.
    L'uomo non era per nulla sprofondato,  ma aveva percorso in fretta
    nelle tenebre la via maestra di Chelles; quindi,  prima d'arrivare
    alla  chiesa,  aveva  piegato a sinistra per la strada vicinale di
    Montfermeil,  come uno che conoscesse il  paese  e  vi  fosse  gi
    venuto.
    Segu  quel  sentiero  a  passo  svelto.  Laddove  questo sentiero
    s'immette sull'antica strada alberata che va  da  Gagny  a  Lagny,
    udendo  venir  dei  passanti,  si  nascose  precipitosamente in un
    fosso,  dove attese che i passanti  si  fossero  allontanati.  Del
    resto,  la precauzione era quasi superflua,  perch,  come abbiamo
    gi detto,  era una notte decembrina molto  buia,  e  si  vedevano
    appena due o tre stelle nel cielo.
    A  quel  crocicchio  comincia la salita della collina.  L'uomo non
    ritorn sulla strada di Montfermeil,  ma piegando  pi  a  destra,
    attraverso i campi, raggiunse rapidamente il bosco.
    Allora  rallent  il  passo,  e  si mise a osservare accuratamente
    tutti gli alberi,  procedendo a passo a passo,  come se cercasse e
    seguisse  una via misteriosa nota a lui solo.  Ci fu un momento in
    cui parve smarrirsi e si  ferm  indeciso.  Finalmente,  sempre  a
    tentoni,  arriv  ad  una  radura  dove c'era un mucchio di grosse
    pietre biancastre.  Vi si diresse  in  fretta  e  le  esamin  con
    attenzione  attraverso  la bruma notturna,  come se le passasse in
    rivista.  A qualche passo di distanza dal cumulo di sassi c'era un
    grosso albero,  coperto di quelle escrescenze che sono le verruche
    della vegetazione; ci si avvicin e pass la mano sulla scorza del
    tronco,  come se cercasse di riconoscere e  di  contare  tutte  le
    verruche.
    Dirimpetto a quell'albero,  che era un frassino, c'era un castagno
    malato per una scorzatura,  sulla quale a  mo'  di  benda  avevano
    inchiodato una fascia di zinco. Egli si alz sulla punta dei piedi
    a toccare il metallo.
    Poi  si mise per qualche tempo a calpestare leggermente il terreno
    fra gli alberi e i sassi, come per assicurarsi che non fosse stato
    smosso di fresco.
    Quindi si orient e riprese il cammino nel bosco.
    Questi era l'uomo che aveva incontrato Cosetta.
    Camminando nel bosco ceduo  in  direzione  di  Montfermeil,  aveva
    scorto quella piccola ombra che si muoveva gemendo, che deponeva a
    terra  un  fardello,  lo  riprendeva  e  si  rimetteva in cammino.
    Avvicinatosi,  aveva costatato che era una fanciulla  carica  d'un
    enorme secchio. Allora l'aveva raggiunta e aveva preso in silenzio
    il manico del secchio.

    7. COSETTA NELLE TENEBRE A FIANCO DELLO SCONOSCIUTO.
    Cosetta, l'abbiamo visto, non ebbe paura.
    L'uomo  le  rivolse  la parola,  parlandole con voce grave e quasi
    bassa:
    - E' molto pesante per voi quello che portate, piccina mia.
    Cosetta alz la testa e rispose:
    - S, signore.
    - Datelo a me - riprese l'altro - ve lo porter io.
    Cosetta lasci il secchio;  e l'uomo le si pose  accanto,  dicendo
    tra i denti:
    - E' pesante davvero. - Poi aggiunse:
    - Piccina, quanti anni hai?
    - Otto, signore.
    - E vieni da lontano con questo secchio?
    - Dalla fontana che  nel bosco.
    - E devi andare molto lontano?
    - Un buon quarto d'ora da qui.
    L'uomo rimase un momento silenzioso, poi disse a un tratto:
    - Hai la mamma?
    - Non lo so - rispose la bimba.
    E prima che l'uomo avesse tempo di riprendere la parola, aggiunse:
    -  Credo di no.  Gli altri l'hanno,  ma io non l'ho.  - E dopo una
    pausa riprese:
    - Credo di non averla avuta mai.
    L'uomo si ferm, pos il secchio a terra, si chin e,  mettendo le
    mani  sulle  spalle  della  fanciulla,  si  sforz  di  vederla  e
    distinguerne il volto nell'oscurit.
    Il visetto magro e piccino di Cosetta si  disegnava  vagamente  al
    barlume livido del cielo.
    - Come ti chiami? - le disse.
    - Cosetta.
    L'uomo  sent come una scossa elettrica.  La guard di nuovo;  poi
    tolse le mani dalle spalle della piccina,  riprese il secchio e si
    rimise in cammino.
    Dopo un momento chiese:
    - Piccina, dove abiti?
    - A Montfermeil, non so se lo conoscete.
    - E andiamo l?
    - S, signore.
    Egli tacque ancora, poi ricominci:
    -  Chi  dunque  t'ha  mandato  a  quest'ora a prendere l'acqua nel
    bosco?
    - La signora Thnardier.
    L'altro continu con un tono di voce che si  sforzava  di  rendere
    indifferente, ma in cui tuttavia c'era un tremito singolare:
    - E che cosa fa la tua signora Thnardier?
    - E' la mia padrona, - rispose la bimba. - Tiene la locanda.
    - La locanda? - disse l'uomo. - Ebbene, ci allogger questa notte.
    Accompagnami.
    - Andiamo, - rispose la ragazzetta.
    L'uomo camminava abbastanza rapidamente. Cosetta gli teneva dietro
    senza  fatica;  non  sentiva pi la stanchezza.  Di tanto in tanto
    alzava gli occhi verso di lui con una certa tranquillit e con  un
    certo  abbandono  inesprimibili.  Non  le  avevano mai insegnato a
    rivolgersi alla Provvidenza e a  pregare;  eppure  sentiva  in  s
    qualche  cosa che somigliava alla speranza,  alla gioia,  e che si
    sollevava verso il cielo.
    Dopo un po' di silenzio, l'uomo riprese:
    - La signora Thnardier non ha una serva?
    - No, signore.
    - Sei tu sola?
    - S, signore.
    E qui una nuova pausa, interrotta da Cosetta:
    - Cio, ci sono due ragazzine.
    - Che ragazzine?
    - Ponina e Zelma.
    La  bambina  semplificava  cos  i  nomi   romantici   cari   alla
    Thnardier.
    - Chi sono Ponina e Zelma?
    - Sono le signorine della signora Thnardier,  come chi dicesse le
    sue figliole.
    - E cosa fanno?
    - Oh!  - disse la fanciulla.  - Hanno delle belle  bambole,  delle
    cose  in  cui  c' dell'oro,  con tanti ornamenti,  e giocano e si
    divertono.
    - Tutto il giorno?
    - S, signore.
    - E tu?
    - Io? Io lavoro.
    - Tutto il giorno?
    La piccola alz i suoi grandi occhi in cui c'era una  lacrima  che
    non si vedeva a causa del buio, e rispose lentamente:
    - S, signore.
    E dopo un intervallo di silenzio, prosegu:
    - Qualche volta, quando ho finito il lavoro e me lo permettono, mi
    diverto anch'io.
    - E come ti diverti tu?
    - Come posso.  Mi lasciano in pace. Ma io non ho molti giocattoli.
    Ponina e Zelma non vogliono che giochi con  le  loro  bambole.  Ho
    soltanto  una  piccola sciabola di piombo,  che non  pi lunga di
    cos.
    E mostrava il suo dito mignolo.
    - E che non taglia?
    - Oh s, signore - disse la bimba;  - taglia l'insalata e le teste
    delle mosche.
    Giunsero  nel villaggio.  Cosetta guid lo straniero attraverso le
    vie.  Passarono davanti al panettiere;  ma essa non pens al  pane
    che  doveva comprare.  L'uomo aveva cessato d'interrogarla e se ne
    stava in un cupo silenzio.  Quand'ebbero oltrepassato  la  chiesa,
    vedendo tutte quelle botteghe all'aria aperta, domand a Cosetta:
    - C' dunque la fiera qui?
    - No, signore,  Natale.
    Mentre si avvicinavano alla locanda, Cosetta gli tocc timidamente
    il braccio:
    - Signore?
    - Che vuoi, bambina mia?
    - Siamo vicino a casa.
    - Ebbene?
    - Volete ora lasciarmi riprendere il secchio?
    - Perch?
    - Perch se la signora s'accorge che me l'hanno portato, mi batte.
    L'uomo  le  restitu il secchio.  Un momento dopo erano alla porta
    della bettola.

    8. INCONVENIENTI DELL'OSPlTARE UN POVERO CHE FORSE E' RICCO.
    Cosetta non pot non dare  un'occhiata  di  traverso  alla  grande
    bambola  ancora  in mostra presso il venditore di giocattoli;  poi
    buss. La porta s'apr, e apparve la Thnardier con una candela in
    mano.
    - Ah,  sei tu,  piccola pezzente!  Grazie a Dio ce n'hai messo del
    tempo! Avr giocato lungo la strada, la briccona!
    - Signora,  - disse Cosetta tutta tremante,  - ecco un signore che
    vuole alloggiare qui.
    La Thnardier trasform il  viso  arcigno  in  un'amabile  smorfia
    cambiamento  a  vista  che    proprio degli albergatori - e cerc
    avidamente con l'occhio il nuovo ospite.
    - E' il signore? - chiese.
    - S, signora, - rispose l'uomo portando la mano al cappello.
    I viaggiatori ricchi non sono cos gentili.  Quel gesto e  l'esame
    delle vesti e del bagaglio del forestiero, che la locandiera seppe
    fare  con un'occhiata,  fecero svanire la smorfia amabile e fecero
    riapparire il viso arcigno. Riprese seccamente:
    - Entrate, galantuomo.
    Il  "galantuomo"  entr.   Lei  gli  diede  un  secondo   sguardo,
    esaminando  specialmente  l'abito completamente liso e il cappello
    ur po' sformato; poi,  con uno scrollar di testa,  un arricciar di
    naso e uno strizzar d'occhi, consult il marito che, continuando a
    bere  con  i  carrettieri,   rispose  agitando  impercettibilmente
    l'indice e gonfiando le labbra. Allora la Thnardier esclam:
    - A proposito, brav'uomo, mi rincresce molto, ma non ho pi posto.
    - Mettetemi dove volete, nel fienile o nella stalla e pagher come
    se avessi una camera.
    - Due franchi.
    - Due franchi, va bene.
    - Va bene.
    - Due franchi - disse sottovoce un carrettiere  alla  Thnardier;-
    ma se si paga un franco solo.
    -  Per  lui  ce  ne vogliono due,  - rispose l'altra con lo stesso
    tono.  - Ai poveri non d alloggio a minor prezzo.
    - E' vero, -  aggiunse il marito con dolcezza,  - alloggiare gente
    simile porta danno alla casa.
    Frattanto l'uomo,  deposto sopra una panca l'involto e il bastone,
    s'era seduto davanti a una tavola, sulla quale Cosetta si affrett
    a mettere una bottiglia di vino e un bicchiere.  Il  mercante  che
    aveva  chiesto  il  secchio  d'acqua,  era  andato a portarlo egli
    stesso al cavallo,  e Cosetta,  ritornata al suo  posto  sotto  la
    tavola, aveva ripreso la calza.
    L'uomo,  bagnate appena le labbra nel bicchiere di vino, esaminava
    la bambina con una strana attenzione.
    Cosetta era brutta; forse, felice, sarebbe stata graziosa. Abbiamo
    gi abbozzato questa piccola e triste figura.  Cosetta era magra e
    pallida; aveva quasi otto anni e gliene avreste dati appena sei. I
    suoi grandi occhi,  immersi in una specie d'ombra profonda,  erano
    quasi spenti a furia di pianto;  gli angoli  della  bocca  avevano
    quella  piega dell'angoscia abituale che si osserva nei condannati
    e negli infermi senza speranza;  le mani erano coperte di  geloni,
    come aveva sospettato sua madre; e il fuoco che in quel momento la
    rischiarava,  faceva  risaltare gli zigomi e rendeva terribilmente
    evidente la sua magrezza. Siccome tremava sempre di freddo,  aveva
    preso  l'abitudine  di  stringere i ginocchi l'uno contro l'altro.
    Tutto il suo abbigliamento si riduceva a  un  cencio,  che  faceva
    piet  d'estate  e faceva orrore d'inverno.  Non aveva addosso che
    una tela a brandelli; non il minimo straccio di lana.  Qua e l si
    vedeva  la pelle,  sulla quale si distinguevano da per tutto delle
    macchie bluastre e nere,  che segnavano i punti dove la Thnardier
    l'aveva colpita. Le gambe nude erano rosse e gracili; le clavicole
    incavate   da  far  piet.   Tutta  la  persona,   il  portamento,
    l'atteggiamento,  il suono della  voce,  gli  intervalli  tra  una
    parola  e  l'altra,  lo  sguardo,  il  silenzio,  il minimo gesto,
    esprimevano e traducevano un solo pensiero: il timore.
    Il timore era diffuso su di lei,  sicch ne era,  per  cos  dire,
    coperta:  il timore le faceva tenere i gomiti stretti alle anche e
    i calcagni ritirati sotto la veste,  le faceva occupare meno posto
    possibile.  Questo  timore era diventato una sua abitudine fisica,
    le  lasciava  appena  il  respiro  necessario,   senza  variazione
    possibile  fuorch in aumento.  In fondo alla sua pupilla c'era un
    angolo attonito dove s'annidava il terrore.
    La paura era tale  che  al  suo  ritorno,  cos  bagnata  com'era,
    Cosetta  non  aveva  osato  asciugarsi  al fuoco,  e aveva ripreso
    silenziosamente il lavoro.
    L'espressione degli occhi di quella bambina di otto  anni  era  di
    solito  cos  cupa  e talvolta cos tragica,  che in certi momenti
    pareva che stesse diventando un'idiota o un demonio.
    Abbiamo  gi  detto  che  non  aveva  mai  saputo  cosa  fosse  la
    preghiera; non aveva mai posto piede in una chiesa.  - Ho forse il
    tempo io? - diceva l'ostessa.
    L'uomo dall'abito giallo non toglieva gli occhi da Cosetta.
    D'improvviso la Thnardier esclam:
    - Appunto! e il pane?
    La  piccina,  come  faceva  sempre  quando la Thnardier alzava la
    voce, usc subito di sotto la tavola.
    Si era dimenticata del pane.  Allora  ricorse  all'espediente  dei
    ragazzi sempre impauriti: mentire.
    - Signora, dal panettiere era chiuso.
    - Bisognava bussare.
    - Ho bussato, signora.
    - Ebbene?
    - Non ha aperto.
    -  Domani sapr se e vero - disse la Thnardier;  - e se hai detto
    la bugia,  ti far fare un  bel  ballo.  Intanto  restituiscimi  i
    quindici soldi.
    Cosetta  mise  la mano nel grembiulino e divent verde.  La moneta
    non c'era pi.
    - Dunque, - riprese la bettoliera, - mi hai sentita?
    La fanciulla rovesci la taschina, ma non c'era nulla.  Che ne era
    stato  di  quella  moneta?  La  disgraziata  piccina non trov una
    parola: era pietrificata.
    - Me l'hai forse perduta, la moneta di quindici soldi - ringhi la
    Thnardier - o vuoi rubarmela?
    Al tempo stesso allung  la  mano  verso  lo  staffile  appeso  al
    camino.
    Quel gesto formidabile infuse a Cosetta la forza di gridare:
    - Perdono! signora! signora! non lo far pi!
    La Thnardier stacc lo staffile.
    Frattanto  l'uomo dall'abito giallo aveva frugato nel taschino del
    suo panciotto senza che nessuno se ne avvedesse.  Del  resto,  gli
    altri  viaggiatori  bevevano  o  giocavano  a carte senza badare a
    nulla.
    Cosetta si  rannicchiava  con  angoscia  nell'angolo  del  camino,
    cercando  di  raggomitolarsi  e di nascondere le sue povere membra
    seminude. La donna alz il braccio.
    - Perdono,  signora - disse l'uomo.  -  Un  momento  fa  ho  visto
    qualche  cosa cadere dalla tasca del grembiule di quella piccina e
    rotolare per terra. Forse era la moneta.
    E nello stesso tempo si chin e parve cercasse per terra.
    - Eccola appunto - soggiunse rialzandosi.
    E porse alla Thnardier una moneta d'argento.
    - S,  questa - rispose la donna.
    Non era quella,  perch era  un  franco;  ma  essa  ci  vedeva  un
    guadagno.  Intasc  quindi  la moneta,  limitandosi a lanciare uno
    sguardo feroce alla fanciulla e a dirle: - Bada per  che  non  ti
    accada mai pi!
    Cosetta  rientr  in  quello  che  la  Thnardier  chiamava il suo
    "canile". I suoi grandi occhi,  fissi sul viaggiatore sconosciuto,
    cominciarono ad assumere un'espressione che non avevano mai avuta;
    non  era altro che un ingenuo stupore,  ma vi mescolava una specie
    di stupita fiducia.
    -  A  proposito,   volete  cenare?   -  chiese  la  Thnardier  al
    viaggiatore.
    Ma costui non rispose; pareva immerso in profondi pensieri.
    -  Chi    quest'uomo?  -  borbott  tra  i denti.  - Uno schifoso
    pitocco,  che non ha  un  soldo  per  cenare.  Mi  pagher  almeno
    l'alloggio?  E'  una bella fortuna che non abbia pensato a rubarsi
    il denaro trovato a terra.
    Frattanto, apertosi un uscio, erano entrate Eponina e Azelma.
    Erano  veramente  due  belle  bambine,   piuttosto  borghesi   che
    contadine,  molto  graziose,  l'una  con le sue trecce castane ben
    lucide,  l'altra con le sue lunghe ciocche nere  che  le  cadevano
    sulle spalle;  tutte e due vispe,  pulite, pienotte, fresche, sane
    da rallegrare lo sguardo. Portavano abiti adatti a preservarle dal
    freddo;  ma l'arte materna aveva fatto s che  lo  spessore  delle
    stoffe  non  togliesse  nulla  alla grazia dell'abbigliamento;  le
    precauzioni contro l'inverno non cancellavano la primavera. Le due
    piccole  irradiavano  luce.   Pareva  regnassero;   nel   vestito,
    nell'allegria,   nel   chiasso  che  facevano  c'era  qualcosa  di
    imperioso. Quando entrarono,  la Thnardier disse loro con un tono
    di  rimprovero  che  conteneva dell'adorazione: - Ah,  finalmente,
    siete qui voialtre!
    Poi le attir una dopo l'altra fra  le  sue  ginocchia,  lisciando
    loro i capelli,  riannodando i nastri; e le lasci andare con quel
    dolce modo di spingere che  proprio delle  madri,  esclamando:  -
    Come sono infagottate!
    Queste  andarono  a  sedersi  nell'angolo del camino.  Avevano una
    bambola che giravano e rigiravano sulle ginocchia con  ogni  sorta
    di cinguettio giocondo.  Ogni tanto Cosetta alzava gli occhi dalla
    calza e le guardava giocare con aria lugubre.
    Eponina e Azelma non la guardavano: per loro,  era come  un  cane.
    Tutte  e  tre  le ragazzine,  che non sommavano ventiquattro anni,
    rappresentavano  gi  tutta  la  societ  umana;   da  una   parte
    l'invidia, dall'altra il disprezzo.
    La bambola delle sorelle Thnardier era molto sciupata,  vecchia e
    tutta rotta,  ma non  per  questo  sembrava  meno  meravigliosa  a
    Cosetta,  che in vita sua non aveva mai posseduto una bambola, una
    vera bambola.
    A un tratto la Thnardier,  che continuava a muoversi su e gi per
    la  casa,  s'accorse che Cosetta stava distratta,  e che invece di
    lavorare badava alle bambine che giocavano.
    - Ah, ti ho colta! - grid.  - E' cos che lavori!  Adesso ti far
    lavorare io a staffilate.
    Il forestiero,  senza alzarsi, le si volse e disse, con un sorriso
    quasi timido:
    - Signora, via, lasciatela giocare!
    Da parte di qualsiasi viaggiatore che avesse cenato con  un  pezzo
    di  cosciotto e due bottiglie di vino e non avesse avuto l'aspetto
    d'un ripugnante pitocco,  un simile  desiderio  sarebbe  stato  un
    ordine. Ma che un uomo con quel cappello si permettesse d'avere un
    desiderio, che un uomo con un simile abito si permettesse di avere
    una volont, questo la Thnardier non credette di dover tollerare;
    perci rispose con asprezza.
    - Se mangia, deve anche lavorare; io non la mantengo a ufo.
    -  E  cosa  fa  dunque?  -  riprese  il forestiero con quella voce
    cortese che faceva un cos strano contrasto  col  suo  vestito  da
    mendicante e le sue spalle da facchino.
    Lei si degn di rispondere:
    -  Le  calze,  per  servirvi;  calze per le mie piccine che non ne
    hanno quasi pi, e fra poco dovranno andare a piedi nudi.
    L'uomo guard i poveri piedi rossi di Cosetta e continu:
    - Quando potr finire quel paio di calze?
    - Ne ha ancora per tre o quattro giornate buone, quella pigraccia.
    - E quanto potr valere quel paio di calze quando sar finito?
    La Thnardier gli volse un'occhiata sprezzante:
    - Almeno trenta soldi.
    - Le cedereste per cinque franchi?
    - Perdio!  - esclam con una  grossa  risata  un  carrettiere  che
    ascoltava. - Cinque franchi! Lo credo bene, diavolo!
    Thnardier credette di dover prendere la parola.
    -  S,  signore,  se  tale  il vostro desiderio,  vi cederemo per
    cinque franchi  quel  paio  di  calze.  E'  nostra  abitudine  non
    rifiutar mai niente ai viaggiatori.
    -  Bisognerebbe  pagare subito,  - disse la moglie con il suo fare
    breve e perentorio.
    - Io compro quel paio di calze -  rispose  l'uomo;  e  tirando  di
    tasca uno scudo, lo pos sulla tavola aggiungendo: - E lo pago.
    Poi volgendosi a Cosetta:
    - Ora il tuo lavoro mi appartiene: gioca, piccina.
    Il carrettiere rest commosso dalla moneta da cinque franchi,  che
    piant l il bicchiere e accorse.
    - E' proprio vero - esclam esaminandola.  - E' un vero  scudo!  E
    non  mica falso.
    Thnardier  s'avvicin  e  si  cacci silenziosamente lo scudo nel
    taschino.
    La donna non aveva niente da rispondere: si morse le labbra,  e il
    suo viso assunse un'espressione di odio.
    Intanto Cosetta, che tremava, si arrischi a domandare:
    - Signora,  proprio vero? posso giocare?
    - Gioca! - rispose la Thnardier con voce terribile.
    - Grazie, signora, - disse la bambina.
    E  mentre la bocca ringraziava la padrona,  tutta la piccola anima
    ringraziava il viaggiatore.
    Thnardier  s'era  rimesso  a  bere.   Sua   moglie   gli   chiese
    all'orecchio:
    - Chi pu essere quell'uomo vestito di giallo?
    -  Ho visto - rispose olimpicamente Thnardier - dei milionari che
    portavano abiti come quelli.
    Cosetta aveva lasciato la calza;  ma non era uscita dal suo posto,
    perch  usava sempre muoversi meno che poteva;  aveva preso da una
    scatola,  che era dietro a lei,  alcuni  vecchi  cenci  e  la  sua
    piccola sciabola di piombo.
    Eponina  e  Azelma  non  facevano  attenzione  a  quanto accadeva;
    avevano   eseguito   un'operazione   molto   importante:   s'erano
    impadronite  del gatto,  buttando a terra la bambola,  ed Eponina,
    che era la maggiore,  lo fasciava,  malgrado i suoi miagolii  e  i
    suoi  contorcimenti,  con una quantit di vesti e di cenci rossi e
    azzurri.  E mentre attendeva a  quel  grave  e  difficile  lavoro,
    diceva  alla  sorella,  con  quel dolce e adorabile linguaggio dei
    fanciulli,  la cui grazia,  simile allo splendore delle ali  delle
    farfalle, scompare quando si tenta di fissarla sulla carta:
    - Vedi,  sorellina, questa bambola  pi divertente dell'altra. Si
    muove, grida, ed  calda. Vedi, sorellina,  giocheremo con questa.
    Sar la mia bambina,  e io sar una signora; verr a farti visita,
    tu la guarderai; e a poco a poco t'accorgerai dei suoi baffi, e ne
    sarai stupita;  e poi vedrai le sue orecchie e poi vedrai  la  sua
    coda,  e ne sarai stupita.  E tu mi dirai: - Ah mio Dio! - E io ti
    dir: - S signora,   una bambina fatta cosi.- Le bambine  adesso
    sono cos.
    Azelma ascoltava Eponina con ammirazione.
    Frattanto i bevitori s'erano messi a cantare una canzone oscena, e
    ridevano  in  modo  da  far  tremare  il  soffitto;  Thnardier li
    incoraggiava e li accompagnava.
    Come tutto serve agli uccelli per fare il  nido,  cos  i  bambini
    fanno  una  bambola  con  qualsiasi cosa.  Mentre Eponina e Azelma
    fasciavano il gatto,  dal canto  suo  Cosetta  aveva  fasciato  la
    sciabola,  poi  se  l'era  coricata  fra  le  braccia,  e  cantava
    dolcemente per addormentarla.
    La bambola  uno dei pi imperiosi bisogni e  nello  stesso  tempo
    uno  dei  pi  graziosi  istinti dell'infanzia femminile.  Curare,
    vestire,  ornare,  acconciare,  svestire,  rivestire,   insegnare,
    sgridare  un  pochino,   cullare,   accarezzare,   addormentare  e
    figurarsi che una cosa sia una  persona,  in  questo    racchiuso
    tutto  l'avvenire  della  donna.  Mentre  pensa  e ciarla,  mentre
    prepara  piccoli  corredi  e  piccole  fasce,   mentre  parla   di
    vesticciole,  di  corpettini  e  di giubbetti,  la bambina diventa
    giovanetta, la giovanetta diventa signorina,  la signorina diventa
    donna: il primo figlio  la continuazione dell'ultima bambola.
    Una   bambina   senza  bambola    quasi  altrettanto  infelice  e
    addirittura impossibile quanto una donna senza figli.
    Cosetta dunque s'era formata una bambola con la sciabola.
    Da parte sua,  la Thnardier s'era avvicinata all'uomo in giallo.-
    Mio marito ha ragione,   - pensava.  - Forse  il signor Laffitte.
    Ci sono dei ricchi burloni!
    Sedette alla tavola del forestiero.
    - Signore... - disse.
    Alla parola "signore" l'uomo si volt.  Fino a quel momento  colei
    l'aveva chiamato solo brav'uomo e galantuomo.
    -  Vedete,  signore,  -  prosegu  con la sua aria melliflua,  pi
    ripugnante della sua aria feroce, - sono contenta che la fanciulla
    giochi,  non mi oppongo;  ma questo va bene per una volta,  perch
    voi  siete  generoso.  Vedete,  essa  non  ha  niente,  e deve pur
    lavorare.
    - Non  vostra dunque quella bambina? - chiese l'uomo.
    - Ah mio Dio! no,  signore.  E' una piccola mendicante che abbiamo
    raccolto  cos,  per  carit;  una  piccola  idiota che deve avere
    dell'acqua nella testa;  vedete che ha la testa  grossa.  Facciamo
    per lei quello che possiamo, giacch non siamo ricchi neppure noi.
    Scriviamo inutilmente al suo paese; sono ormai sei mesi che non ci
    rispondono pi. Bisogna supporre che sua madre sia morta.
    - Ah! - rispose l'uomo, ricadendo nella sua meditazione.
    - Non era un gran che di buono quella madre,  - aggiunse l'altra,-
    se ha abbandonato cos sua figlia.
    Durante questo dialogo,  Cosetta,  come  se  un  istinto  l'avesse
    avvertita che si parlava di lei, non perse d'occhio la Thnardier:
    udiva confusamente, e capiva qua e l qualche parola.
    Frattanto  i bevitori,  tutti per tre quarti ubriachi,  ripetevano
    con raddoppiata allegria  il  loro  immondo  ritornello.  Era  una
    birbonata  molto ardita,  nella quale erano mischiati la Vergine e
    il Bambino Ges.  La locandiera and a  prender  parte  alle  risa
    generali.  Cosetta,  sotto  la  tavola,  guardava  il fuoco che si
    riverberava nel suo occhio fisso;  s'era messa a cullare di  nuovo
    quella  specie  di  bambino  in fasce che aveva formato,  cantando
    sottovoce: - Mia madre  morta!  mia madre  morta!  mia  madre  
    morta!
    Dietro   nuove   insistenze  dell'ostessa,   l'uomo  giallo,   "il
    milionario", acconsent a cenare.
    - Che desidera il signore?
    - Un pezzo di pane e un po' di formaggio, - rispose.
    - Insomma  proprio un pitocco, - pens lei.
    Gli ubriachi continuavano a cantare la loro canzone,  e  la  bimba
    sotto la tavola cantava anch'essa la sua.
    D'improvviso Cosetta s'interruppe.  Nel voltarsi,  aveva visto che
    la bambola,  lasciata dalle piccole  Thnardier  per  prendere  il
    gatto, giaceva a terra a pochi passi dalla tavola di cucina.
    Allora  essa  lasci  cadere  a  terra la sciabola fasciata che le
    bastava soltanto a met,  e gir lentamente gli occhi intorno alla
    sala.  La  padrona  parlava sommessamente col marito e contava dei
    soldi.   Ponina  e  Zelma  giocavano  col  gatto,   i  viaggiatori
    mangiavano, bevevano o cantavano, e nessuno la guardava. Non aveva
    un  minuto  da perdere.  Usc di sotto la tavola strisciando con i
    ginocchi  e  le  mani,   si  assicur  di  nuovo  che  nessuno  la
    osservasse, poi si butt sulla bambola e la prese. Un momento dopo
    era al suo posto,  seduta,  immobile,  ma volta in modo da non far
    vedere la bambola che  teneva  tra  le  braccia.  La  felicit  di
    giocare con una bambola era per lei cos rara,  che assumeva tutta
    la violenza d'una volutt.
    Nessuno  l'aveva  vista,   tranne  lo  sconosciuto  che   mangiava
    lentamente la sua magra cena.
    Questa gioia dur circa un quarto d'ora.
    Ma per quante precauzioni usasse Cosetta,  non si accorgeva che un
    piede della bambola era scoperto,  e che il fuoco  del  camino  lo
    illuminava vivamente. Quel piede roseo illuminato, che si staccava
    dall'ombra,  colp  lo  sguardo  d'Azelma,  che disse a Eponina: -
    Guarda, sorella!
    Le due fanciulle si  fermarono  stupefatte:  Cosetta  aveva  osato
    prendere la bambola!
    Eponina s'alz senza abbandonare il gatto,  si avvicin alla madre
    e si mise a tirarle la sottana.
    - Ma lasciami dunque, - disse la madre. - Cosa vuoi?
    - Mamma, guarda! - disse la bambina.
    E accenn col dito Cosetta che,  tutta  immersa  nella  gioia  del
    possesso, non vedeva e non sentiva pi nulla.
    Il  viso  della  Thnardier assunse quell'espressione particolare,
    che risulta dal terribile mescolato ai nonnulla della vita,  e che
    fa chiamar "megere" le donne di quella specie.
    Questa volta, l'orgoglio ferito esasperava la sua collera. Cosetta
    aveva varcato i limiti, Cosetta aveva attentato alla bambola delle
    "signorine".
    Non diverso sarebbe stato il viso di una zarina,  che avesse visto
    un "mugik" provare il  gran  cordone  azzurro  del  suo  imperiale
    figliolo.
    Con la voce resa rauca dall'indignazione, grid:
    - Cosetta!
    La  bimba  trasal  come  se  la terra avesse tremato sotto i suoi
    piedi, e si volse.
    - Cosetta! - ripet la Thnardier.
    Cosetta prese la bambola e la pos  dolcemente  a  terra  con  una
    specie  d'adorazione  e  di  disperazione insieme.  Quindi,  senza
    lasciarla con gli occhi,  congiunse le mani,  e,  orribile a dirsi
    per  una bambina di quell'et,  se le torse;  poi le lacrime,  che
    nessuna delle emozioni della giornata aveva potuto strapparle,  n
    la corsa nel bosco,  n il peso del secchio d'acqua, n la perdita
    della moneta,  n la minaccia dello staffile,  e nemmeno le oscure
    parole  che  aveva udito pronunciare dalla Thnardier,  le lacrime
    scorsero.
    Essa scoppi in singhiozzi.
    Intanto il viaggiatore s'era alzato.
    - Cosa c' dunque? - chiese alla bettoliera.
    - Non vedete - rispose questa,  accennando col dito il  corpo  del
    delitto che giaceva ai piedi di Cosetta.
    - Ebbene, cosa? - riprese l'altro.
    - Quella pezzente,  - rispose la Thnardier, - ha osato toccare la
    bambola delle mie bambine!
    - Tanto chiasso per questo! - disse l'uomo. - Ebbene?  Quand'anche
    giocasse con quella bambola?
    - L'ha toccata con le sue mani sudicie!  - continu l'ostessa, con
    le sue orribili mani!
    Qui Cosetta raddoppi i singhiozzi.
    - Vuoi tacere? - grido la Thnardier.
    L'uomo and difilato alla porta, l'apr e usc.
    Appena egli fu fuori, la bettoliera profitt della sua assenza per
    allungare a Cosetta un gran calcio sotto la tavola che fece gridar
    forte la piccina.
    La porta si riapr,  l'uomo ricomparve  portando  a  due  mani  la
    bambola  meravigliosa,  di cui abbiamo parlato,  e che dal mattino
    aveva attirato l'ammirazione di tutti i marmocchi  del  villaggio.
    La pos ai piedi di Cosetta, dicendo:
    - Prendi, questa  per te.
    Bisogna   supporre  che  da  pi  di  un'ora  che  era  l  avesse
    confusamente notato, in mezzo alla sua meditazione, quella bottega
    di giocattoli,  cos  splendidamente  illuminata  con  lampioni  a
    candele,  che si scorgeva come una luminaria attraverso la vetrata
    dell'osteria.
    Cosetta alz gli occhi, vide avvicinarsi l'uomo con quella bambola
    come avrebbe visto sorgere il sole; ud quelle parole incredibili:
    " per te",  guard la bambola;  poi rincul lentamente,  e and a
    nascondersi  sotto  la tavola,  proprio in fondo,  nell'angolo del
    muro.
    Non  piangeva  pi;   non  gridava;   pareva  non  osasse  nemmeno
    respirare.
    La Thnardier,  Eponina,  Azelma,  erano tante statue;  gli stessi
    bevitori adesso tacevano;  in tutta  l'osteria  s'era  formato  un
    silenzio solenne.
    Muta e pietrificata,  la Thnardier riprendeva le sue congetture:-
    Chi  quel vecchio?  Un povero?  Un milionario?  O forse  l'uno  e
    l'altro, cio un ladro.
    Il  volto  di  Thnardier  presentava  quella  ruga espressiva che
    accentua la faccia umana ogni qual volta  l'istinto  dominante  vi
    appare in tutta la sua potenza bestiale. Osservava a volta a volta
    la  bambina  e  il viaggiatore,  e pareva fiutasse quell'uomo come
    avrebbe fiutato un sacchetto di denaro. Si avvicin alla moglie, e
    le disse sottovoce:
    -  Quella  roba  costa  almeno  trenta   franchi.   Non   facciamo
    bestialit. In ginocchio davanti a quell'uomo!
    Le nature rozze hanno questo in comune con quelle ingenue, che non
    conoscono transizioni.
    -  Ebbene,  Cosetta,  - disse la Thnardier con la voce che voleva
    essere dolce e che era tutta impastata del miele acre delle  donne
    cattive, - perch non prendi la tua bambola?
    Cosetta si arrischi a uscire dal nascondiglio.
    -  Piccina  mia,  -  continu la donna con fare carezzevole,  - il
    signore ti regala una bambola; prendila,  tua.
    La fanciulla contemplava la bambola meravigliosa con una specie di
    terrore.  Aveva ancora il volto inondato di  lacrime;  ma  i  suoi
    occhi,  come  il  cielo al crepuscolo del mattino,  cominciavano a
    riempirsi di straordinari lampi di gioia. Quel che provava in quel
    momento somigliava un po' a quanto avrebbe provato se d'improvviso
    le avessero detto: - Piccina, voi siete la regina di Francia.
    Le pareva che se avesse osato toccare quella bambola,  ne  sarebbe
    uscito  il  fulmine.  Il che fino a un certo punto era vero perch
    pensava che la Thnardier l'avrebbe sgridata e  battuta.  Tuttavia
    l'attrazione    trionf.    Fin   con   l'avvicinarsi   mormorare
    timidamente, volgendosi alla bettoliera:
    - Posso, signora?
    Non c' espressione atta a descrivere quell'aria di  disperazione,
    di spavento e di rapimento insieme.
    -  Ma  certo!  -  rispose la Thnardier -  tua;  il signore te la
    dona.
    - E' vero, signore? - riprese la bambina. - E' proprio vero? E' la
    mia dama?
    Il forestiero pareva che avesse gli occhi pieni di lacrime,  e che
    fosse  a  quel  punto di commozione in cui si evita di parlare per
    non piangere.  Fece cenno di s col capo a Cosetta e le pose nella
    piccola mano la mano della "dama".
    La  piccina  ritir  premurosamente la mano,  come se quella della
    dama le scottasse,  e si mise a  guardare  il  pavimento.  Abbiamo
    l'obbligo  di  aggiungere  che  in  quel  momento cacci fuori una
    lingua smisurata.  A un tratto si volse e  afferr  con  forza  la
    bambola.
    - La chiamer Caterina, - disse.
    Fu  un  momento  bizzarro  quello  in  cui  gli stracci di Cosetta
    incontrarono e si confusero con i nastri e  le  fresche  mussoline
    rosa della bambola.
    - Signora, - riprese la piccina, - posso metterla sopra una sedia?
    - S, piccina mia, - rispose la Thnardier.
    Toccava ora a Eponina e Azelma di guardare Cosetta con invidia.
    Questa  pos  Caterina sopra una sedia,  sedette a terra dinanzi a
    lei,  e rest immobile in atto di contemplazione,  senza dire  una
    parola.
    - Gioca dunque, Cosetta - disse il forestiero.
    - Oh, s. Gioco! - rispose la bimba.
    Quel forestiero,  quello sconosciuto che aveva l'aria d'una visita
    della Provvidenza a Cosetta,  era quanto la Thnardier  odiava  di
    pi  al  mondo  in quel momento.  Eppure doveva contenersi.  Ma le
    emozioni erano troppe, sebbene,  nel desiderio d'imitare il marito
    in  tutte  le sue azioni,  fosse abituata alla dissimulazione.  Si
    affrett a mandare a letto le sue  bambine;  poi  chiese  all'uomo
    giallo il permesso di far coricare anche Cosetta, - "la quale si 
    affaticata molto quest'oggi" aggiunse in tono materno.  Cosetta si
    ritir portandosi Caterina fra le braccia.
    Ogni tanto la Thnardier andava all'altra  estremit  della  sala,
    dove stava il marito,  "per sollevarsi un po' il cuore", diceva, e
    scambiava con lui delle frasi tanto pi  furiose,  in  quanto  non
    osava ripeterle ad alta voce.
    -  Vecchio imbecille!  Cos'ha dunque nello stomaco costui?  Venire
    qui a disturbarci!  Pretendere che quel mostriciattolo  giochi!  e
    regalarle  delle  bambole!  Regalare  delle  bambole  di  quaranta
    franchi a quella cagna,  che venderei per  quaranta  soldi!  Manca
    poco  che non le dica vostra maest,  come alla duchessa di Berry!
    Ma c' buon senso? E' dunque arrabbiato, quel vecchio misterioso?
    - E perch?  - rispondeva Thnardier.  - La cosa   semplicissima,
    dal  momento  che gli fa piacere!  Tu ti diverti a far lavorare la
    piccina,  egli invece si diverte  a  farla  giocare.  E'  nel  suo
    diritto.  Un viaggiatore,  quando paga, pu fare quello che vuole.
    Se quel vecchio  un  filantropo,  che  te  ne  importa?  E  se  
    imbecille,  non  ti  riguarda.  Di  che  t'immischi,  se ha il suo
    denaro?
    Linguaggio da padrone e logica d'albergatore,  che non ammettevano
    replica.
    Il  forestiero aveva appoggiato i gomiti sulla tavola e ripreso il
    suo atteggiamento pensoso. Tutti gli altri viaggiatori,  merciai e
    carrettieri,  s'erano  un  po'  scostati,  non  cantavano pi e lo
    guardavano  a  distanza  con  una  specie  di  rispettoso  timore.
    Quell'individuo  vestito  cos meschinamente,  che tirava di tasca
    gli scudi con tanta facilit,  e regalava  bambole  gigantesche  a
    piccole  sudicione  in  zoccoli,  era  certo  un  uomo magnifico e
    formidabile.
    Trascorsero alcune ore.  La messa di mezzanotte era terminata,  la
    campana  aveva  cessato  di  suonare,  i  bevitori  erano partiti,
    l'osteria era chiusa, la sala terrena deserta, il fuoco spento, lo
    straniero  era  sempre  allo   stesso   posto   e   nel   medesimo
    atteggiamento.   Solo   ogni   tanto  cambiava  il  gomito  a  cui
    s'appoggiava: nient'altro.  Non aveva detto una parola da che  non
    c'era pi Cosetta.
    I Thnardier soli erano rimasti nella sala,  per convenienza e per
    curiosit.  - Ha  forse  intenzione  di  passare  la  notte  cos?
    borbottava  la moglie.  - Quando suonarono le due del mattino essa
    si dichiar vinta, e disse al marito: - Io vado a letto: fa quello
    che vuoi.  - L'oste sedette a una tavola in un angolo,  accese una
    candela e si mise a leggere il "Courrier Franais".
    Pass  cos pi di un'ora.  II degno bettoliere aveva letto almeno
    tre volte il "Courrier Franais",  dalla data del giornale al nome
    dello stampatore. Il forestiero non si muoveva.
    Thnardier  s'agit,   toss,  sput,  si  soffi  il  naso,  fece
    scricchiolare la sedia; ma l'uomo non fece nessun movimento. Dorme
    forse?  - pens  l'oste.  L'uomo  non  dormiva,  ma  nulla  poteva
    svegliarlo.
    Finalmente Thnardier si tolse il berretto, si avvicin pian piano
    e s'arrischi a dire:
    - Il signore non va a riposare?
    "Non  va  a  letto" gli sarebbe parso troppo familiare e triviale.
    "Riposare" sapeva di lusso ed era rispettoso.  Le parole di questa
    specie  hanno  la  misteriosa  e  ammirabile  facolt d'ingrossare
    l'indomani mattina la cifra del conto.  Una camera dove  si  va  a
    letto  costa un franco,  una camera dove si va a riposare ne costa
    venti.
    - E' vero,  - disse il  forestiero,  -  avete  ragione.  Dov'  la
    scuderia?
    - Condurr io il signore, - fece Thnardier con un sorriso.
    Prese una candela, mentre l'uomo raccoglieva il suo pacchetto e il
    bastone,  e lo condusse in una camera al primo piano, che era d'un
    raro splendore, tutta ammobiliata in mogano,  con un letto a barca
    e le cortine di calic rosso.
    - Cos' questo? - chiese il viaggiatore.
    - E' la nostra camera nuziale,  - rispose l'oste. Ora mia moglie e
    io ne occupiamo un'altra,  e qui non si entra che  tre  o  quattro
    volte all'anno.
    - Per me la stalla era lo stesso, - disse l'altro bruscamente.
    Thnardier  finse  di  non intendere questa risposta poco gentile.
    Accese due candele nuove che  stavano  sul  camino.  Nel  focolare
    ardeva un buon fuoco.  Sul camino c'era pure, sotto una campana di
    vetro,   un  cappellino  femminile  in  fili  d'argento  e   fiori
    d'arancio.
    - E quello cos'? - riprese lo straniero.
    -  Signore  -  rispose  l'oste  -    il cappellino nuziale di mia
    moglie.
    Il  viaggiatore  guard  l'oggetto  con  uno  sguardo  che  pareva
    dicesse:  - C' stato dunque un momento in cui quel mostro era una
    vergine.
    Del  resto  Thnardier  mentiva.   Prendendo  a   pigione   quella
    catapecchia  per  farne  una bettola,  aveva trovato quella camera
    cos guarnita,  e aveva comprato i mobili e tenuto anche  i  fiori
    d'arancio,  calcolando  che  sarebbero  serviti  a  gettare su sua
    moglie un'ombra graziosa,  dalla quale sarebbe  risultata  per  la
    casa quella che gli inglesi chiamano rispettabilit.
    Quando  il  viaggiatore  si  volse,  l'oste  era scomparso.  S'era
    eclissato silenziosamente,  senza osare dare la buona  notte,  non
    volendo  trattare  con  una cordialit irrispettosa un uomo che si
    proponeva di scorticare principescamente l'indomani mattina.
    Il bettoliere si ritir  nella  propria  camera.  Sua  moglie  era
    coricata,  ma  non dormiva,  e quando ud il passo del marito,  si
    volse e gli disse:
    - Sai? Domani butto Cosetta fuori della porta.
    Thnardier rispose freddamente:
    - Come corri tu!
    Non scambiarono altre parole, e pochi momenti dopo la loro candela
    era spenta.
    Dal canto suo il viaggiatore aveva deposto in un angolo il bastone
    e l'involto,  e dopo la partenza dell'oste sedette su una poltrona
    e rimase qualche tempo pensieroso.  Poi si lev le scarpe,  spense
    una candela,  prese l'altra,  apr la porta e usc  dalla  camera,
    guardandosi  intorno  come  chi  cerca qualcosa.  Attraversando il
    corridoio,  giunse alla scala,  dove ud un piccolo  rumore  molto
    dolce,  che  pareva  il  respiro  d'un fanciullo.  Guidato da quel
    rumore,  giunse a una specie d'incavo triangolare praticato  sotto
    la  scala  o meglio formato dalla scala stessa e che non era altro
    se non un sottoscala.  L,  fra ogni specie di  vecchi  panieri  e
    vecchi cocci,  fra polvere e ragnatele, c'era un letto, se pure si
    pu chiamare letto un pagliericcio tanto bucato da lasciar  vedere
    la  paglia,  e una coperta tanto bucherellata da lasciar vedere il
    pagliericcio.   Non  aveva  lenzuola,   ed  era  posato  sul  nudo
    pavimento. In quel letto dormiva Cosetta.
    L'uomo s'accost e stette a guardarla.
    La bambina dormiva profondamente,  tutta vestita. D'inverno non si
    spogliava per sentir meno freddo.
    Si teneva stretta la bambola,  i cui occhi aperti  brillavano  nel
    buio.  Di tanto in tanto mandava un sospiro come se fosse vicina a
    svegliarsi,  e stringeva quasi convulsamente  la  bambola  tra  le
    braccia. Vicino al letto c'era un solo zoccolo.
    Una  porta  aperta  lasciava  vedere una camera abbastanza grande,
    oscura. Il forestiero vi entr. Nel fondo,  attraverso una porta a
    vetri, si vedevano due lettini gemelli, candidissimi: erano quelli
    d'Azelma  e  d'Eponina,  e  dietro a quei letti spariva a met una
    culla di vimini senza cortine,  nella quale dormiva il  maschietto
    che aveva strillato tutta la sera.
    Il  viaggiatore  suppose  che quella camera comunicasse con quella
    dei coniugi Thnardier  e  stava  per  ritirarsi,  quando  il  suo
    sguardo cadde sul camino, uno di quegli immensi camini di locanda,
    nei quali c' sempre un fuoco cos piccolo, quando c', e che sono
    cos freddi a vedere. In quello non c'era fuoco, non c'era neppure
    cenere;   tuttavia   quello  che  c'era  attir  l'attenzione  del
    viaggiatore.  Erano due scarpette di bimba,  di forma civettuola e
    di  diversa  grandezza,  che  gli  fecero  ricordare la graziosa e
    immemorabile consuetudine dei fanciulli di porre  le  loro  scarpe
    sul focolare la sera di Natale, ad aspettare nelle tenebre qualche
    splendido  dono  della  buona  fata.  Eponina e Azelma s'erano ben
    guardate dal mancarvi, e ognuna aveva posto una scarpa nel camino.
    Il viaggiatore si chin.
    La fata, cio la madre, aveva gi fatto la sua visita, e si vedeva
    brillare in ciascuna calzatura un  bella  moneta  di  dieci  soldi
    nuova di zecca.
    L'uomo si rialz e stava per allontanarsi, quando scorse in fondo,
    nell'angolo  pi  buio  del focolare,  un altro oggetto.  Guard e
    riconobbe  uno  zoccolo,   un  orribile  zoccolo  di  legno  assai
    grossolano,  mezzo  rotto  e  tutto  coperto  di  cenere e di mota
    disseccata.  Era lo zoccolo  di  Cosetta,  la  quale,  con  quella
    commovente fiducia dei fanciulli che non si scoraggiano mai, anche
    se  restano  sempre  delusi,  aveva messo anche il suo zoccolo nel
    camino.
    E' sublime  e  dolce  la  speranza  im  una  bambina  che  non  ha
    conosciuto se non la disperazione.
    Il  forestiero  si  frug  nel  panciotto,  si  chin e mise nello
    zoccolo di Cosetta un luigi d'oro.
    Quindi torn in punta di piedi in camera sua.

    9. THENARDIER ALL'OPERA.
    L'indomani mattina,  due ore almeno prima  dell'alba,  Thnardier,
    seduto a una tavola nella sala terrena dell'osteria,  con la penna
    in mano, al lume d'una candela, compilava il conto del viaggiatore
    dal soprabito giallo.
    La moglie in piedi,  mezzo china su di lui,  gli teneva dietro con
    l'occhio.  Non dicevano una parola.  C'era da un lato una profonda
    meditazione,   dall'altro  quell'ammirazione  religiosa  con   cui
    vediamo  sorgere e svilupparsi una meraviglia dello spirito umano.
    S'udiva un solo rumore  nella  casa,  quello  della  Allodola  che
    scopava la scala.
    Dopo  un  buon quarto d'ora e alcune raschiature,  l'oste produsse
    questo capolavoro:

    Conto del signore del numero 1.
    Cena  Franchi 3
    Camera Franchi 10
    Candele Franchi 5
    Fuoco Franchi 4
    Servizio Franchi 1
    Totale Franchi 23.
    Invece di servizio c'era scritto "servizzio".
    - Ventitr franchi!  - esclam la moglie con un entusiasmo misto a
    qualche esitazione.
    Come tutti i grandi artisti, Thnardier non era contento.
    - Puh! - fece.
    Era  l'accento  di  Castelreagh  quando  al  congresso  di  Vienna
    redigeva il conto che doveva pagare la Francia.
    - Thnardier, hai ragione,  ci paga il giusto,  - mormor la donna
    che  pensava  alla  bambola  data  a Cosetta in presenza delle sue
    bambine. - E' giusto, ma  troppo. Non vorr pagare.
    Il marito col suo freddo riso rispose:
    - Pagher.
    Quel   riso   era   l'espressione   suprema   della   certezza   e
    dell'autorit.  Quello che era stato detto cos doveva essere.  La
    donna non insistette.  Si mise a riordinare le tavole,  mentre  il
    marito  camminava in lungo e in largo nella sala.  Un momento dopo
    aggiunse:
    - E non ho mille e cinquecento franchi di debito io?
    E and a sedere nell'angolo del camino, meditando, coi piedi sulle
    ceneri calde.
    - Appunto! - riprese la moglie.  - Non dimenticare che oggi caccio
    via  Cosetta.  Quel  mostro mi rode il cuore,  con la sua bambola!
    Preferirei sposare Luigi Diciottesimo,  anzich tenermela in  casa
    un giorno di pi.
    Il  marito  accese la pipa,  e rispose tra uno sbuffo e l'altro di
    fumo:
    - Consegnerai il conto a quell'uomo.
    Quindi usc.
    Era appena fuori della sala che entr il viaggiatore.
    Thnardier  riapparve  immediatamente  dopo  di  lui  e  si  ferm
    sull'uscio socchiuso, visibile soltanto alla moglie.
    L'uomo giallo portava in mano il suo bastone e l'involto.
    - Gi alzato!  - disse l'albergatrice. - Il signore vuol forse gi
    lasciarci?
    E parlando, girava con aria imbarazzata il conto e vi faceva delle
    pieghe con le  unghie.  Il  suo  viso  duro  aveva  una  sfumatura
    insolita: la timidezza e lo scrupolo.
    Presentare  un  conto  simile  a  un uomo che aveva l'aspetto cos
    manifesto d'un "povero", le pareva una cosa difficile.
    Il viaggiatore, che sembrava preoccupato e distratto, rispose:
    - S, signora, me ne vado.
    -  Il  signore,  -  riprese  lei,  -  non  aveva  degli  affari  a
    Montfermeil?
    -  No,  sono  soltanto di passaggio.  - Poi soggiunse: - Quanto vi
    debbo, signora?
    Lei, senza rispondere, gli present la carta piegata.
    L'uomo  la  spieg  e  la  guard,   ma  la  sua  attenzione   era
    visibilmente rivolta altrove.
    - Signora, - riprese, - fate buoni affari qui a Montfermeil?
    - Cos, cos, signore, - rispose la Thnardier meravigliata di non
    veder nessun'altra esplosione.
    Quindi prosegu in tono elegiaco e lamentevole:
    - Ah!  signore,  i tempi sono difficili! e poi, abbiamo cos pochi
    borghesi in questi luoghi! E' tutta gente da nulla, vedete. Se non
    ci capitasse  di  tempo  in  tempo  qualche  viaggiatore  ricco  e
    generoso come il signore!... Abbiamo tante spese... Vedete, quella
    piccina ci costa un occhio della testa!
    - Quale piccina?
    - Eh!  la piccina,  sapete,  Cosetta, l'Allodola, come la chiamano
    qui.
    - Ah! - disse l'uomo.
    E lei continu:
    - Come sono asini  questi  contadini  coi  loro  soprannomi!  Essa
    somiglia a un pipistrello pi che a un'allodola.  Vedete, signore,
    noi non domandiamo la  carit,  ma  non  possiamo  farla.  Non  si
    guadagna niente,  e ci sono tante cose da pagare,  la patente,  le
    imposte,  la tassa sulle porte e finestre.  Il signore sa  che  il
    governo  prende  tanto denaro che  uno spavento.  E poi ho le mie
    figlie, e non posso mantenere i figlioli altrui.
    L'uomo,  con quella voce che si sforzava di rendere  indifferente,
    ma nella quale c'era un certo tremito, riprese:
    - E se qualcuno ve ne liberasse?
    - Di chi? di Cosetta?
    - S.
    La  faccia  rossa  e feroce della bettoliera s'irradi d'una gioia
    ributtante.
    - Ah signore! buon signore! prendetela,  tenetela,  portatela via,
    inzuccheratela, fatela coi tartufi, bevetela, mangiatela, e che la
    buona e santa Vergine e tutti i santi vi benedicano!
    - Siamo intesi dunque.
    - Davvero? Ve la portate via?
    - La porto via. Subito. Chiamatela.
    - E frattanto - continu l'uomo - pago il mio conto. Quanto fa?
    Diede  un'occhiata  alla carta,  e non pot trattenere un gesto di
    sorpresa: - Ventitr franchi!
    Guard la bettoliera e ripet:
    - Ventitr franchi?
    C'era  nella  pronuncia  di  queste  due  parole  cos   ripetute,
    l'accento che separa il punto esclamativo da quello interrogativo.
    La  donna,  che  frattanto aveva avuto il tempo di prepararsi allo
    scontro, rispose con sicurezza:
    - Eh, sicuro, signore, sono ventitr franchi.
    Il forestiero pose sulla tavola cinque scudi e disse:
    - Andate a prendere la piccina.
    In quel  momento  Thnardier  avanz  fino  in  mezzo  alla  sala,
    dicendo:
    - Il signore deve ventisei soldi.
    - Ventisei soldi! - esclam la moglie.
    -  Venti per la camera - riprese freddamente il bettoliere - e sei
    per la cena.  Quanto alla piccina,  ho bisogno di parlarne un  po'
    col signore. Moglie, lasciaci soli.
    Costei  prov una di quelle vertigini che danno i lampi imprevisti
    del genio.  Sent che il grande attore entrava in  scena,  e  usc
    senza replicare.
    Appena soli,  l'oste offr una sedia al viaggiatore,  che sedette.
    Egli invece rimase in piedi e il suo viso  assunse  una  singolare
    espressione di bonomia e di semplicit.
    -  Sentite,  signore - disse,  - ora vi spiego...  La verit  che
    l'adoro, io, quella bambina.
    Il forestiero lo guard fisso:
    - Quale bambina?
    Thnardier continu:
    - E' strano! ci si affeziona! Cos' tutto quel denaro?  riprendete
    dunque i vostri scudi. E' una bambina che adoro.
    - Chi? - chiese il forestiero.
    - Eh!  la nostra piccola Cosetta! Voi volete portarla via? Ebbene,
    vi parlo francamente,  come  vero che siete  un  galantuomo,  non
    posso  accettarlo.  Sentirei la mancanza di quella figliola.  L'ho
    vista piccina piccina.  E' vero che ci costa molto denaro,   vero
    che  ho  pagato  pi  di quattrocento franchi in medicinali in una
    sola delle sue malattie!  Ma bisogna pur far qualche cosa  per  il
    buon Dio. Essa non ha n padre n madre, e io l'ho allevata; ho un
    pezzo di pane per lei e per me. Insomma ci tengo a quella piccina.
    Capirete,  ci si affeziona;  io sono un buon diavolo, non ragiono,
    voglio bene alla piccola;  mia moglie  un po'  impetuosa,  ma  le
    vuol bene anche lei.  Credete,   come una figlia, e io ho bisogno
    di sentirla cinguettare per la casa.
    Il forestiero lo guardava sempre fisso. Egli continu:
    - Perdonate,  scusate,  signore,  ma non si d una figlia al primo
    che capita. Non ho forse ragione? Del resto, non dico... voi siete
    ricco, avete l'aspetto d'una bravissima persona. E se si trattasse
    della sua fortuna?...  ma bisognerebbe sapere.  Capite? Supponiamo
    che la lasciassi andare, che mi sacrificassi;  non vorrei perderla
    di vista; vorrei sapere dove va e presso chi si trova, per andarla
    a  visitare ogni tanto,  e perch sapesse che il suo buon pap che
    l'ha allevata  sempre l,  veglia su di lei.  Insomma certe  cose
    non sono possibili: non conosco nemmeno il vostro nome.  Se voi la
    conduceste  via,   direi:   ebbene,   dov'   andata   l'Allodola?
    Bisognerebbe  almeno  vedere  il  pi meschino pezzo di carta,  un
    briciolo di passaporto, diamine!
    Lo straniero senza mai cessare di fissarlo con quello sguardo  che
    penetra,  per cos dire, fino in fondo alla coscienza, gli rispose
    con un tono grave e deciso:
    - Signor Thnardier,  non si prende un passaporto per venire qui a
    cinque leghe da Parigi. Se porto via Cosetta, la porto via, questo
     tutto.  Voi non saprete il mio nome,  non saprete la mia dimora,
    non saprete dove andr Cosetta,  ed  mia intenzione che  in  vita
    sua non vi veda mai pi.  Io spezzo il filo che la tiene legata al
    piede, ed essa se ne va. Vi conviene? Un s o un no.
    Come i demoni e i geni riconoscono da certi segni la presenza d'un
    Dio superiore,  cos Thnardier comprese che aveva a che fare  con
    uno molto forte.  Fu come un'intuizione; lo cap con una prontezza
    chiara e sagace.  La sera prima,  pur bevendo con i carrettieri  e
    fumando   e   cantando   canzoni  scollacciate,   aveva  osservato
    continuamente il forestiero, spiandolo come un gatto e studiandolo
    come un matematico. Lo aveva spiato per proprio conto, per piacere
    e per istinto,  e anche come se fosse pagato per questo.  Non  gli
    era  sfuggito  un gesto n un moto dell'uomo dal soprabito giallo.
    Prima  ancora  che  lo   sconosciuto   avesse   manifestato   cos
    chiaramente il suo interesse per Cosetta, egli l'aveva indovinato,
    aveva  sorpreso gli sguardi profondi di quel vecchio che tornavano
    sempre  alla  bambina.   Donde  tale   interessamento?   Chi   era
    quell'uomo?  perch,  con  tanto  denaro  in  tasca,  vestiva cos
    miseramente?  Erano domande che si faceva senza poter  rispondere,
    che lo irritavano,  e alle quali aveva pensato tutta la notte. Non
    poteva essere il padre di Cosetta. Un nonno forse? Ma in tal caso,
    perch non si era fatto conoscere subito?  Quando si ha un diritto
    lo  si  fa  valere.  E  allora  chi era?  Thnardier si perdeva in
    supposizioni,   e  intravedeva  tutto  senza  distinguere   nulla.
    Comunque,  cominciando la conversazione con quell'uomo, sicuro che
    in tutto quello ci fosse un segreto,  sicuro che quell'uomo avesse
    interesse  a  restare nell'ombra,  egli si sentiva forte;  ma alla
    risposta chiara e decisa del  forestiero,  quando  vide  che  quel
    personaggio  misterioso  era  misterioso in un modo cos semplice,
    Thnardier si sent debole.  Non si  aspettava  nulla  di  simile.
    Tutte le sue congetture andarono allo sbaraglio.  Raccolse le idee
    e misur tutto in un attimo.  Thnardier era uno di quegli  uomini
    che  giudicano  con un'occhiata una situazione: giudic che era il
    momento di marciar dritto e rapido;  fece come i  grandi  capitani
    nel  momento  decisivo  che  essi  soli  sanno  discernere: rivel
    improvvisamente le sue batterie.
    - Signore, - disse, - mi occorrono mille e cinquecento franchi.
    Il forestiero prese dalla  saccoccia  un  vecchio  portafoglio  di
    pelle nera,  lo apr e ne trasse tre biglietti di banca,  che pose
    sul tavolo: quindi appoggiato  su  quei  biglietti  il  suo  largo
    pollice, disse al bettoliere:
    - Fate venire Cosetta.
    Mentre accadevano queste cose, che faceva Cosetta?
    Appena sveglia,  era corsa al suo zoccoletto e vi aveva trovato la
    moneta d'oro. Non era un napoleone, ma una moneta di venti franchi
    coniata di recente dalla Restaurazione,  la cui  effige  aveva  la
    piccola  coda  alla  prussiana al posto della corona d'alloro.  La
    bimba ne rest abbagliata; il suo destino cominciava a inebriarla.
    Non sapeva cosa fosse una moneta d'oro,  giacch non ne aveva  mai
    viste,  ma  la  nascose  subito  in tasca come se l'avesse rubata.
    Sentiva per che era proprio sua e  indovinava  da  che  parte  le
    veniva.  Provava una specie di gioia piena di paura. Era contenta,
    ma soprattutto attonita. Quelle cose cos magnifiche,  cos belle,
    non  le  parevano  realt;  la bambola le faceva paura,  la moneta
    d'oro  lo  stesso;   e  tremava  confusamente  davanti  a   quella
    magnificenza.  Soltanto  il forestiero non la intimoriva,  anzi la
    rassicurava. Fin dalla sera precedente, tra i suoi stupori, tra il
    sonno,  la sua piccola mente infantile pensava a  quell'uomo,  che
    aveva  l'aspetto  d'un  povero  vecchio cos triste e che era cos
    buono e cos ricco. Da quando lo aveva incontrato nel bosco, tutto
    per lei era cambiato.  Meno fortunata della pi piccola rondinella
    del  cielo,  Cosetta non aveva mai saputo cosa fosse il rifugiarsi
    sotto un'ala, all'ombra della madre.  Da cinque anni,  vale a dire
    fin dove poteva risalire la sua memoria,  la meschinella non aveva
    fatto altro che tremare e rabbrividire, era sempre rimasta esposta
    senza riparo al vento  della  sventura.  Ora  le  pareva  d'essere
    coperta.  Prima  la  sua  anima  aveva freddo;  adesso invece,  si
    sentiva riscaldata. Non aveva pi tanta paura dei Thnardier;  non
    era pi sola; c'era l qualcuno.
    S'era  messa  subito al lavoro di tutte le mattine.  Ma quel luigi
    che portava addosso, nella stessa taschina del grembiule da cui la
    sera prima era caduta la moneta di quindici  soldi,  le  cagionava
    delle distrazioni.  Non osava toccarla, ma restava talvolta fino a
    cinque minuti a contemplarla, e,  dobbiamo confessarlo,  cacciando
    fuori  la  lingua.   Mentre  scopava  la  scala,   si  fermava,  e
    dimenticando la scopa e il mondo intero,  rimaneva l  immobile  a
    rimirare quella stella che brillava in fondo alla sua tasca.
    La  Thnardier  la  raggiunse  mentre era assorta in una di quelle
    contemplazioni.
    Era andata a cercarla per ordine del marito. Cosa inaudita, non le
    diede neppure uno scappellotto, non le lanci nessuna ingiuria, ma
    le disse quasi dolcemente:
    - Cosetta, vieni subito.
    Un momento dopo la bambina entrava nella sala al pian terreno.
    Lo straniero  prese  l'involto  che  aveva  portato  e  lo  sleg.
    Conteneva  un vestitino di lana,  un grembialetto,  un corpetto di
    fustagno, una sottana,  uno scialletto,  un paio di calze di lana,
    un paio di scarpette,  insomma un abbigliamento completo, tutto in
    nero, per una ragazzina di otto anni.
    - Figliola mia, - disse lo sconosciuto,  - prendi questa roba e va
    a vestirti subito.
    Spuntava   il  giorno  quando  gli  abitanti  di  Montfermeil  che
    cominciavano ad aprire le porte,  videro passare per via Parigi un
    vecchio  poveramente  vestito che conduceva per mano una ragazzina
    in lutto con nelle braccia una grande bambola vestita di rosa.  Si
    dirigevano verso Livry. Era il nostro uomo con Cosetta.
    Nessuno conosceva l'uomo,  e molti non riconobbero Cosetta, perch
    non era pi coperta di cenci.
    Cosetta se ne andava. Con chi? non lo sapeva.  Dove?  lo ignorava.
    Una  sola  cosa  comprendeva,  cio  che abbandonava l'osteria dei
    Thnardier.  Nessuno aveva pensato a dirle  addio,  n  lei  disse
    addio a nessuno. Usciva da quella casa odiata e odiando.
    Povera  creatura affettuosa,  il cui cuore fino a quel momento era
    stato sempre compresso!
    Cosetta camminava gravemente,  spalancando gli occhi e mirando  il
    cielo. Aveva messo la moneta d'oro nel grembiule nuovo. Ogni tanto
    si chinava e le dava un'occhiata: poi guardava l'uomo, e le pareva
    quasi di trovarsi vicino al buon Dio.

    10. CHI CERCA IL MEGLIO PUO' TROVARE IL PEGGIO.
    Secondo il solito, la Thnardier aveva lasciato fare al marito, in
    attesa  di  grandi  avvenimenti.  Quando  il  forestiero e Cosetta
    furono partiti, l'oste lasci correre un buon quarto d'ora, poi la
    prese in disparte e le mostr i mille e cinquecento franchi.
    - Questo  tutto? - disse lei.
    Era la prima volta,  dal principio del loro matrimonio,  che osava
    criticare un atto del marito.
    Il colpo and a segno.
    -  Infatti  hai  ragione  - rispose - sono un imbecille.  Dammi il
    cappello.
    Pieg i tre biglietti di banca, se li mise in tasca e usc di casa
    in tutta  fretta.  Da  principio  sbagli  direzione,  piegando  a
    destra. Alcuni vicini lo misero sulla traccia: l'Allodola e il suo
    compagno  erano  stati  visti  in  direzione di Livry.  Egli segu
    questa indicazione, camminando a lunghi passi e parlando tra s.
    - Evidentemente quell'uomo  un milionario vestito di giallo, e io
    sono un animale.  Egli ha dato prima un franco,  poi  cinque,  poi
    cinquanta, poi mille e cinquecento, sempre con la stessa facilit.
    Ne avrebbe dati quindicimila. Ma lo raggiunger.
    E poi quell'involto di vesti gi preparate per la bambina, era una
    cosa  strana;  c'erano dei misteri l sotto.  E i misteri,  quando
    capitano tra le mani, non bisogna lasciarseli sfuggire.  I segreti
    dei  ricchi  sono spugne imbevute di oro: bisogna sapere spremere.
    Tutte queste idee gli turbinavano nel cervello.  - Sono un animale
    - diceva.
    Chi esce da Montfermeil e svolta all'angolo della strada che porta
    a  Livry,  la  vede  distendersi  molto  lontana  sulla  spianata.
    Arrivato a quel punto,  calcol che avrebbe dovuto vedere l'uomo e
    la  piccina;  ma  per  quanto spingesse lo sguardo sin dove poteva
    giungere, non vide nulla.  S'inform di nuovo,  ma intanto perdeva
    tempo.  Alcuni  viandanti  dissero che l'uomo e la bambina s'erano
    incamminati verso il bosco dalla parte di Gagny.  Egli  s'affrett
    in quella direzione.
    Avevano  qualche  vantaggio  su  di  lui,  ma  una bambina cammina
    adagio, ed egli andava svelto: e poi conosceva bene il paese.
    A un tratto si ferm e si batt la fronte,  come un  uomo  che  ha
    dimenticato l'essenziale e che  pronto a tornare indietro.
    - Avrei potuto prendere il fucile - disse fra s.
    Thnardier era uno di quei caratteri doppi, che talvolta, a nostra
    insaputa,  passano  in mezzo a noi,  e che spariscono senza essere
    stati conosciuti,  perch il destino ne ha mostrato un lato  solo.
    La  sorte  di  molti  uomini  di vivere cos,  mezzo sconosciuti.
    Thnardier aveva tutto quanto occorreva per farne non diciamo  per
    essere, - in una situazione calma e piana, quello che si chiama un
    onesto negoziante,  un buon borghese.  Ma nello stesso tempo, date
    certe circostanze, se certe scosse arrivavano a sollevare il fondo
    della sua natura,  aveva tutto quanto ci  voleva  per  essere  uno
    scellerato.  Era un bottegaio nel quale c'era qualcosa del mostro.
    In certi momenti Satana doveva andare ad accoccolarsi  in  qualche
    angolo  del  bugigattolo di Thnardier e meditare davanti a quello
    schifoso capolavoro.
    Dopo un momento d'esitazione pens:
    - Ma no! Avrebbero il tempo di sfuggirmi!
    E continu la sua strada andando diritto,  a passi  veloci,  quasi
    con  aria  di  certezza,  con  la sagacia della volpe sulle tracce
    d'uno stormo di pernici.
    Infatti,   quand'ebbe  oltrepassato  gli  stagni  e   attraversato
    obliquamente  la  radura  a  destra del viale di Bellevue,  mentre
    arrivava in quel viale erboso che fa quasi il giro della collina e
    ricopre la volta dell'antico acquedotto  dell'abazia  di  Chelles,
    vide spuntare da un cespuglio il cappello su cui aveva gi formato
    tante congetture,  quello cio dello sconosciuto. Il cespuglio era
    basso;  e Thnardier s'accorse che l'uomo e Cosetta erano  seduti.
    Non si vedeva la bambina per la sua piccolezza,  ma si scorgeva la
    testa della bambola.
    Non s'ingannava. Infatti l'uomo era seduto l per lasciar riposare
    un po' Cosetta.  Il bettoliere gir  intorno  al  cespuglio  e  si
    mostr inaspettatamente agli sguardi di quelli che cercava.
    -  Perdonate,  signore,  scusate  -  disse  tutto  ansante - ma vi
    riporto i vostri mille e cinquecento franchi.
    E porse allo straniero i tre biglietti di banca.
    L'uomo alz gli occhi:
    - Che vuol dire questo?
    Thnardier rispose rispettosamente:
    - Signore, vuol dire che riprendo Cosetta.
    La bambina rabbrivid e si strinse al vecchio.
    Questi,  guardando Thnardier nel bianco degli occhi e  sillabando
    le parole:
    - Voi ri-pren-de-te Co-set-ta?
    - S,  signore,  la riprendo.  Vi dir, ho riflettuto, e in realt
    non ho il diritto di cedervela.  Io sono  un  galantuomo,  vedete.
    Questa piccina non appartiene a me,  ma a sua madre.  E' stata lei
    che me l'ha affidata,  e io non posso restituirla che  a  lei.  Mi
    direte forse che  morta? Ebbene, in questo caso, posso consegnare
    la piccola soltanto a una persona che mi porti uno scritto firmato
    dalla  madre,  in  cui  si  dichiari  che debbo consegnarla a tale
    persona. La cosa  chiara.
    L'uomo, senza rispondere, mise la mano in tasca, e Thnardier vide
    ricomparire il portafoglio con i biglietti di banca.
    Ebbe un fremito di gioia.
    - Bene - pens - teniamoci su! Ora tenta di ricomprarmi.  Prima di
    aprire il portafoglio il viaggiatore dette un'occhiata attorno. Il
    luogo  era  assolutamente  deserto.  Non  si vedeva anima viva nel
    bosco e nella valle.  Allora apr il portafoglio e ne trasse,  non
    la manata di biglietti di banca come s'aspettava il bettoliere, ma
    un  semplice  pezzo  di  carta  che  spieg  e gli present aperto
    dicendo:
    - Avete ragione. Leggete.
    Thnardier prese la carta e lesse:
    "Montreuil-sur-mer, 25 maggio 1825.
    Signor Thnardier,  Consegnerete  Cosetta  al  latore.  I  piccoli
    debiti  vi  saranno  pagati.  Ho l'onore di salutarvi con tutta la
    stima.
    Fantina".
    - Conoscete questa firma? - riprese l'uomo.
    Era proprio la firma di  Fantina;  Thnardier  la  riconobbe.  Non
    c'era niente da osservare.  Prov due violenti dispetti: quello di
    dover rinunciare alla sperata  corruzione,  e  quello  di  vedersi
    vinto. L'uomo aggiunse:
    - Potete conservare questa carta per vostro discarico.
    L'oste ripieg in buon ordine, borbottando fra i denti:
    - Questa firma  imitata abbastanza bene. Infine, sia pure!
    Poi tent uno sforzo disperato, dicendo:
    -  Va  bene,  signore,  poich voi siete la persona...  Ma bisogna
    pagarmi "i piccoli debiti", e mi si deve molto.
    L'uomo si rizz in piedi, e mentre con dei buffetti ripuliva dalla
    polvere la sua manica spelata, rispose:
    - Signor Thnardier,  in gennaio la  madre  calcolava  di  dovervi
    centoventi  franchi;  voi le avete mandato in febbraio un conto di
    cinquecento franchi,  ne avete  ricevuti  trecento  alla  fine  di
    febbraio  e trecento al principio di marzo.  Da allora sono scorsi
    nove mesi, che al prezzo convenuto di quindici franchi assommano a
    centotrentacinque. Ne avete ricevuti prima cento di pi; rimangono
    dunque trentacinque franchi a vostro credito.  Ed io ve ne ho dati
    poco fa mille e cinquecento.
    Thnardier  prov  la  rabbia  d'un  lupo  che  si  sente  morso e
    afferrato dai denti d'acciaio della tagliola.
    - Chi  questo diavolo d'uomo? - pens tra s.
    E fece quello che fa il lupo;  diede una strappata.  L'audacia gli
    era gi riuscita una volta.
    -  Signor-di-cui-non-so-il-nome,  - disse risolutamente e mettendo
    da parte i modi rispettosi.  - Mi darete mille  scudi  o  riprendo
    Cosetta.
    Lo straniero disse tranquillamente:
    - Vieni, Cosetta.
    E  porse  la  mano  sinistra  alla  bimba,  mentre  con  la destra
    raccoglieva da terra il bastone.
    Thnardier not la grossezza del  randello  e  la  solitudine  del
    luogo.
    E  rest  immobile  e  interdetto,  mentre  l'uomo  e la ragazzina
    s'addentravano nel bosco.
    Mentre si allontanavano, l'oste guardava quelle spalle larghe e un
    po' arcuate e quei grossi pugni.  Poi i suoi occhi,  abbassandosi,
    caddero sulle sue braccia meschine e le magre mani.  - Devo essere
    proprio una bestia - pens - se non ho preso il fucile  andando  a
    caccia!
    Tuttavia non smise di seguirli.
    -  Voglio  sapere dove va - disse tra s;  e si mise a seguirli da
    lontano.  Gli restavano fra le mani due cose: un'ironia,  cio  il
    pezzo  di  carta  firmato da Fantina,  e una consolazione,  cio i
    mille e cinquecento franchi.
    L'uomo conduceva Cosetta nella direzione  di  Livry  e  di  Bondy.
    Camminava lentamente, con la testa china, in atteggiamento pensoso
    e  triste.  L'inverno  aveva  reso  il  bosco  molto rado,  sicch
    Thnardier non li perdeva di vista,  quantunque si  tenesse  molto
    lontano. Lo sconosciuto, che di tanto in tanto si volgeva indietro
    a  guardare  se  era  seguito,  a un tratto scorse Thnardier e si
    gett con  Cosetta  in  un  bosco  ceduo,  dove  potevano  sparire
    entrambi. - Perbacco - disse l'oste e raddoppi il passo.
    La densit della macchia l'aveva costretto ad avvicinarsi.  Quando
    si vide nel pi folto,  l'uomo  si  volse,  e  l'oste  per  quanto
    cercasse  di nascondersi dietro i rami,  non pot evitare d'essere
    visto.  L'uomo gli lanci uno sguardo fulminante,  poi  croll  il
    capo e si rimise in cammino. L'altro torn a seguirlo. Fecero cos
    due o trecento passi;  poi l'uomo si volse di nuovo repentinamente
    e vide ancora l'oste; ma questa volta lo guard in modo cos cupo,
    che Thnardier stim "inutile" andare pi oltre.  Thnardier torn
    indietro.

    11. RICOMPARE IL NUMERO 9430 E COSETTA LO VINCE ALLA LOTTERIA.
    Giovanni Valjean non era morto.
    Quando cadde in mare, o piuttosto quando ci si butt, non aveva le
    catene,  come gi vedemmo.  Nuot sott'acqua fin presso a una nave
    ancorata e alla quale era legata  una  barca.  Trov  il  modo  di
    nascondersi in quella barca fino a sera. Venuta la notte, si gett
    di  nuovo  a  nuoto e raggiunse la costa a breve distanza del capo
    Brun,  dove,  non mancandogli il  danaro,  pot  procurarsi  degli
    abiti.  Una  bettola nei dintorni di Balaguier procurava allora il
    vestiario ai forzati evasi. Era un commercio lucroso. Poi segu un
    itinerario oscuro e tortuoso,  come tutti quei tristi  evasi,  che
    cercano  di  ingannare  la  sorveglianza della legge e la fatalit
    sociale. Trov un primo asilo a Pradeaux vicino a Beausset; poi si
    diresse verso il Grand-Villard presso Brianon,  nelle Alte  Alpi.
    Fuga inquieta e alla cieca,  cammino da talpe,  le cui diramazioni
    rimangono ignote.  Pi tardi si pot riconoscere  qualche  traccia
    del  suo  passaggio  nell'Ain,  nel  territorio  di Civrieux,  nei
    Pirenei,  ad Accons nel  luogo  denominato  la  Grange-de-Doumecq,
    presso  il  casale di Chavailles,  e nei dintorni di Prigueux,  a
    Brunies, nel cantone della Chapelle-Gonaguet.  Finalmente giunse a
    Parigi; e l'abbiamo visto a Montfermeil.
    Ricorderemo che gi al tempo della sua precedente evasione,  aveva
    fatto, a Montfermeil o nei dintorni, una gita misteriosa di cui la
    giustizia aveva avuto qualche sentore.
    Del resto, lo credevano morto. Questo rendeva pi fitte le tenebre
    che s'erano formate attorno a lui.  A Parigi gli capit sott'occhi
    uno dei giornali che registravano il fatto; e si sent rassicurato
    e quasi in pace, come se fosse veramente morto.
    La  sera  stessa  del  giorno  in cui aveva strappato Cosetta alle
    unghie di Thnardier,  Valjean rientrava a Parigi con la  bambina,
    sul far della notte, dalla parte della barriera Monceaux. Qui sal
    su  una vettura,  si fece portare alla spianata dell'Osservatorio,
    dove scese, pag il cocchiere,  prese per mano Cosetta,  e tutti e
    due,   nella   notte  oscura,   per  le  vie  deserte  dei  pressi
    dell'Ourcine e della Glacire,  si diressero  verso  il  boulevard
    dell'Ospedale.
    La  giornata  era  stata  strana  e piena di emozioni per Cosetta;
    avevano mangiato  dietro  qualche  siepe  un  po'  di  pane  e  di
    formaggio  comprati  in  qualche  bettola isolata;  avevano spesso
    cambiato vettura;  avevano percorso dei tratti di strada a  piedi,
    senza che la bambina si lamentasse; ma era stanca, e Valjean se ne
    avvide  dalla mano che essa tirava di pi camminando.  Allora egli
    se la prese sulle spalle. Cosetta, senza mai abbandonare Caterina,
    pos la testa sulla spalla di Giovanni Valjean e s'addorment.


    Libro 4.
    LA TOPAIA GORBEAU.

    1. MASTRO GORBEAU.
    Il passante solitario che si arrischiava,  quarant'anni fa,  nella
    zona deserta della Salptrire,  e risaliva il boulevard fino alla
    barriera d'Italia,  arrivava in certi punti dove si sarebbe potuto
    dire  che  Parigi spariva.  Non era la solitudine,  perch c'erano
    passanti; non era la campagna,  perch c'erano case e vie;  non la
    citt, perch le vie avevano le carreggiate come le strade maestre
    e  vi  spuntava  l'erba;  non  il villaggio,  perch le case erano
    troppo alte.  Cos'era dunque?  Un luogo  abitato  dove  non  c'era
    nessuno,  un luogo deserto dove si trovava qualcuno,  un boulevard
    della grande citt, una via di Parigi, pi selvaggia d'una foresta
    durante la notte, pi tetra d'un cimitero durante il giorno.
    Era il vecchio rione del Mercato dei cavalli.
    E se il passante si arrischiava al di l dei quattro muri  cadenti
    del  Mercato  dei  cavalli,  se  oltrepassava  anche la via Petit-
    Banquier,  dopo aver lasciato a destra un  cortile  circondato  da
    alte  muraglie,  poi un prato ingombro di mucchi di tanno simili a
    capanne di giganteschi castori, poi un campo cintato e ingombro di
    legnami da costruzione con mucchi di tronchi,  di  segatura  e  di
    trucioli, dall'alto dei quali abbaiava un grosso cane; poi un muro
    lungo, basso e rovinato, con una porticina scura e triste, coperto
    di musco che alla primavera si riempiva di fiori; poi, nella parte
    pi deserta,  un'orribile costruzione decrepita, sulla quale stava
    scritto a grosse  lettere:  "Vietata  l'affissione",  quell'ardito
    passante  raggiungeva l'angolo della via delle Vigne san Marcello,
    localit poco conosciuta. L, presso un'officina e tra due muri di
    giardini,  sorgeva a quell'epoca una topaia,  che  a  tutta  prima
    pareva  piccola come una capanna e che in realt era grande quanto
    una cattedrale.  Verso la pubblica via si  presentava  di  fianco,
    dalla parte del displuvio;  donde la sua apparente esiguit. Quasi
    tutta la casa era nascosta;  non si vedeva  che  la  porta  e  una
    finestra.
    Quella topaia aveva un solo piano.
    Esaminandola,  si  era  colpiti  da  un  particolare: la porta non
    poteva essere stata se non la porta di una catapecchia,  mentre la
    finestra,  se  fosse stata praticata in un muro di pietra lavorata
    anzich di sassi, avrebbe potuto essere la finestra di un palazzo.
    La porta era un insieme di assi tarlate, unite grossolanamente con
    traverse simili a ciocchi male squadrati. Immetteva immediatamente
    in una ripida scala, dai gradini alti sporchi di fango, di gesso e
    di polvere,  larga quanto la porta,  e dalla strada la  si  vedeva
    salire  dritta  come una scala a mano e sparire nell'ombra fra due
    muri.  La parte pi alta del vano informe chiuso da  quella  porta
    era mascherata da una tavola, nella quale avevano praticato con la
    sega  un'apertura  triangolare,  che  faceva  da  finestrino  e da
    sportello quando la porta era chiusa. Nell'interno della porta, un
    pennello intinto nell'inchiostro aveva tracciato in due  colpi  il
    numero  52  e  al di sopra del finestrino lo stesso pennello aveva
    scarabocchiato il  numero  50.  Questo  faceva  esitare.  Dove  ci
    troviamo?   L'esterno  della  porta  dice:  numero  50;  l'interno
    risponde: no,  52.  Alcuni  cenci  color  polvere  pendevano  come
    tendine dall'apertura triangolare.
    La  finestra  era  larga,  abbastanza  alta,  con  persiane  e una
    invetriata a grandi riquadri; per quei grossi vetri avevano delle
    ferite svariate, nascoste e tradite in pari tempo da una ingegnosa
    fasciatura di carta,  e  le  persiane,  sgangherate  e  sconnesse,
    minacciavano i passanti pi che difendere gli abitanti. Le stecche
    orizzontali  qua  e  l mancavano ed erano sostituite da assicelle
    inchiodate perpendicolarmente,  sicch quelle che  erano  persiane
    finivano per diventare imposte.
    Quella  porta  dall'immondo  aspetto e quella finestra d'apparenza
    onesta bench sgangherata, viste cos nella stessa casa,  facevano
    l'effetto di due mendicanti male accoppiati,  che vadano insieme e
    camminino a fianco a fianco,  con due aspetti  diversi  sotto  gli
    stessi  cenci,  e dei quali uno fu sempre un pezzente e l'altro fu
    una volta un gentiluomo.
    La scala conduceva a un corpo di fabbrica molto vasto,  che pareva
    una gran tettoia adattata ad abitazione. Tutto il fabbricato aveva
    per  tubo  intestinale un lungo corridoio,  sul quale a destra e a
    sinistra si aprivano degli scompartimenti di  diverse  dimensioni,
    abitabili  e  piuttosto  simili  a bottegucce che a celle.  Queste
    stanze guardavano sul circostante terreno incolto.  Il  tutto  era
    oscuro,    ripugnante,    scolorato,    malinconico,   sepolcrale,
    attraversato qua e l da una luce fredda o  dal  vento  gelido,  a
    seconda  che  le fessure si trovavano nel tetto o negli usci.  Una
    caratteristica interessante  e  pittoresca  di  questo  genere  di
    abitazioni  l'enormit dei ragnateli.
    A  sinistra  della  porta  d'ingresso,  sul boulevard,  ad altezza
    d'uomo, un finestrino murato formava una nicchia quadrata piena di
    sassi che i ragazzi vi gettavano passando.
    Una parte di questo fabbricato  stata recentemente  demolita,  ma
    quanto  ne rimane basta a dare un'idea di quello che fu.  L'intera
    costruzione non conta pi d'un centinaio  d'anni;  ma  cento  anni
    sono  la giovinezza d'una chiesa e la vecchiaia di una casa.  Pare
    che l'abitazione dell'uomo partecipi della sua breve esistenza,  e
    quella di Dio della sua eternit.
    I  postini  chiamavano quella catapecchia il numero 50-52;  ma nel
    rione era conosciuta col nome di topaia Gorbeau.
    Ecco da dove le derivava tale denominazione.
    I raccoglitori di piccoli fatti,  che fanno collezione di aneddoti
    e con uno spillo appuntano nella memoria le date fugaci, sanno che
    verso  il  1770  c'erano  a  Parigi  due  procuratori addetti allo
    Chatelet, chiamati l'uno Corbeau (corvo),  l'altro Renard (volpe),
    due  nomi  previsti  da La Fontaine.  L'occasione era troppo bella
    perch tutta la classe forense non facesse grandi  risate,  per  i
    corridoi del Palazzo di giustizia:
    "Mastro Corvo, appollaiato su un incartamento
    processuale, teneva nel becco un atto esecutorio;
    Messer Volpe, allettato dall'odore,
    gli tenne press'a poco questo discorso:
    Oh, buongiorno!" eccetera, eccetera.
    I  due onesti legulei,  vessati dagli epigrammi e disturbati nella
    gravit del portamento dagli scoppi  di  risa  che  li  seguivano,
    decisero di sbarazzarsi dei propri nomi e di rivolgersi al re.  La
    domanda fu presentata a Luigi Quindicesimo il giorno stesso in cui
    il nunzio pontificio da una parte e il  cardinale  La  Roche-Aymon
    dall'altra,  tutti  e  due  devotamente inginocchiati,  calzarono,
    ciascuno una pianella,  in presenza del re,  i  piedi  nudi  della
    Dubarry  che si levava.  Il re,  che rideva e continuava a ridere,
    pass allegramente dai due prelati  ai  due  procuratori,  e  fece
    grazia dei loro nomi, o quasi, ai due azzeccagarbugli. Con decreto
    reale  fu  permesso  a  Corbeau  di  aggiungere  una coda alla sua
    iniziale e di chiamarsi Gorbeau.  Meno fortunato,  Renard  ottenne
    solo di mettere una P dinanzi alla sua R,  e di chiamarsi Prenard,
    sicch il nuovo nome non gli si conveniva meno dell'antico.
    Ora,  secondo la tradizione  locale,  questo  messer  Gorbeau  era
    proprietario  del casamento segnato coi numeri 50-52 sul boulevard
    dell'Ospedale. Fu anche l'autore della finestra monumentale.
    Donde a quella casa il nome di topaia Gorbeau.
    Dirimpetto al numero 50-52 sorge, fra gli alberi del boulevard, un
    grande olmo per tre quarti morto,  quasi di faccia si apre la  via
    della  barriera  Gobelins,  via  allora senza case non lastricata,
    fiancheggiata da alberi rachitici,  verde  o  fangosa  secondo  la
    stagione,  che  metteva  capo  direttamente al muro di cinta della
    citt.  Dai tetti d'una vicina fabbrica si  espande  a  sbuffi  un
    odore di solfato.
    La  barriera  era l vicina,  e nel 1823 il muro di cinta esisteva
    ancora.
    Anche la barriera destava nella mente immagini funeste. Era la via
    per  Bictre.   Durante  l'Impero  e  la  Restaurazione,   di   l
    rientravano   in   Parigi   i   condannati  a  morte,   il  giorno
    dell'esecuzione.  L  fu  commesso,  nel  1829,   quel  misterioso
    assassinio  detto  "della  barriera  di Fontainebleau",  di cui la
    giustizia non pot scoprire gli autori;  funebre problema che  non
    fu  mai  sciolto,  spaventoso  enigma  che non venne mai chiarito.
    Pochi passi pi in l,  si trova la fatale via Croulebarbe,  nella
    quale Ulbach,  al rumore del tuono,  come in un melodramma pugnal
    la  capraia  d'lvry.   Pochi  passi  ancora,   e  si  giunge  agli
    abominevoli   olmi   capitozzati   della   barriera  San  Giacomo,
    espediente dei filantropi pel  nascondere  il  patibolo  a  quella
    piazza  di  Grve  meschina  e  vergognosa,  degna  d'una  societ
    bottegaia e borghese,  che rincul davanti alla pena di morte  non
    osando n abolirla con magnanimit, n mantenerla con autorit.
    Prescindendo dalla piazza San Giacomo, che era come predestinata e
    che    sempre  stata  orribile,  il punto pi tetro di quel tetro
    boulevard era forse, trentasette anni or sono, il luogo, cos poco
    attraente anche ai nostri giorni, dove sorgeva la topaia 50-52.
    Solo 25 anni pi tardi sono cominciate a sorgere le case borghesi.
    Ma allora il luogo era tetro.  Dai pensieri lugubri che  ispirava,
    si  sentiva  di  trovarsi fra la Salptrire di cui si scorgeva la
    cupola,  e Bictre di cui si toccava la barriera,  vale a dire tra
    la  follia  della  donna  e  quella dell'uomo.  Fin dove si poteva
    spingere lo sguardo,  non si vedevano che i macelli,  il  muro  di
    cinta  e  le facciate di poche fabbriche somiglianti a caserme o a
    conventi;  dappertutto catapecchie e calcinacci,  muri vecchi neri
    come  drappi funebri o muri nuovi bianchi come sudari: dappertutto
    filari  d'alberi  paralleli,   fabbriche  allineate,   costruzioni
    volgari,  lunghe strade gelide e la tristezza lugubre degli angoli
    retti.   Non  una  ondulazione  nel  terreno,   non  un  capriccio
    architettonico,   non  una  piega.   Era  un  complesso  glaciale,
    regolare, orribile. Non c' cosa che stringa tanto il cuore quanto
    la simmetria.  La simmetria  noiosa,  e la noia  la base  stessa
    del  lutto.  La  disperazione sbadiglia.  Possiamo pensare qualche
    cosa di pi orribile d'un inferno in cui si soffre:   un  inferno
    in cui ci si annoia.  Se tale inferno esistesse,  quella parte del
    boulevard  dell'Ospedale  ne  avrebbe  potuto  essere   il   viale
    d'entrata.
    Per sul far della notte, quando il chiarore scompare, soprattutto
    d'inverno,  allorch  la  brezza crepuscolare strappa agli olmi le
    ultime foglie rossicce,  quando  l'oscurit    profonda  e  senza
    stelle, quando la luna e il vento praticano dei buchi tra le nubi,
    quel boulevard diventava a un tratto spaventevole.  Le linee rette
    si sprofondavano e  si  perdevano  nelle  tenebre,  come  tronconi
    dell'infinito.  Il  passante non poteva astenersi dal pensare alle
    innumerevoli tradizioni patibolari del  posto.  La  solitudine  di
    quel luogo, dov'erano stati commessi tanti delitti, aveva qualcosa
    d'orribile;  si  credeva  di  presentire  degli  agguati in quella
    oscurit; tutte le forme confuse dell'ombra parevano sospette, e i
    vuoti quadrati che si scorgevano  tra  albero  e  albero  parevano
    fossi. Di giorno, quel luogo era brutto, di sera lugubre, di notte
    sinistro.
    D'estate,  verso il crepuscolo,  si vedevano qua e l sedute sotto
    gli olmi,  sopra panchette di legno  fradice  di  pioggia,  alcune
    vecchie  che mendicavano volentieri.  Del resto,  quel rione,  che
    pareva piuttosto invecchiato che antico,  tendeva fin da allora  a
    trasformarsi;   fin  da  quell'epoca  chi  voleva  vederlo  doveva
    affrettarsi perch ogni  giorno  qualche  particolare  scompariva.
    Oggi  la  stazione  della  ferrovia  d'Orlans   l da vent'anni,
    accanto  al  vecchio  sobborgo  e  lo  modifica.  Dovunque,   alla
    periferia di una capitale,  si pianta una stazione ferroviaria, si
    ha la morte d'un sobborgo e la nascita  d'una  citt.  Sembra  che
    intorno  a  quei grandi centri del movimento umano,  al rotolar di
    quelle potenti macchine, al soffio di quei mostruosi cavalli della
    civilt che divorano carbone e vomitano fuoco, la terra,  piena di
    germi,  tremi  e  si  apra per inghiottire le antiche dimore degli
    uomini e per farne sorgere delle altre.  Le case vecchie crollano,
    sorgono le nuove.
    Da  quando  la  stazione  d'Orlans  ha  invaso  il  terreno della
    Salptrire,  le antiche viuzze che costeggiano i fossati  di  San
    Vittore  e  il  Giardino  zoologico,  si  scuotono,  violentemente
    attraversate,  tre o quattro volte al giorno,  dalle  correnti  di
    diligenze,  di omnibus e di vetture,  che, in un dato tempo, fanno
    indietreggiare le case a destra e a sinistra.  Ci  sono  cose  che
    sembrano  strane a dirsi ma che sono rigorosamente esatte e come 
    vero asserire che  il  sole  nelle  grandi  citt  fa  vegetare  e
    crescere  le  facciate  delle  case esposte a mezzogiorno,  cos 
    certo che il frequente passaggio delle vetture allarga le  vie.  I
    sintomi  di  una  vita  novella  sono  evidenti.  In  quel vecchio
    quartiere provinciale, dagli angoli pi selvatici,  il lastrico fa
    capolino,  i marciapiedi cominciano ad allinearsi e a distendersi,
    anche dove non ci sono ancora  passeggeri.  Una  mattina,  mattina
    memorabile,  del luglio 1845, vi si videro fermare le nere caldaie
    del bitume;  quel giorno si pot dire che la civilt era  arrivata
    in  via dell'Ourcine,  e che Parigi era penetrata nel sobborgo San
    Marcello.

    2. NIDO PER UN GUFO E UNA CAPINERA.
    Giovanni Valjean si ferm davanti alla topaia  Gorbeau.  Come  gli
    uccelli  selvatici,  aveva scelto un luogo deserto per fare il suo
    nido.
    Frug nel taschino del panciotto,  ne trasse una chiave,  apr  la
    porta, entr, poi la richiuse con cura, e sal la scala sempre con
    Cosetta.
    Quando  fu  in  cima,  trasse  una  seconda  chiave,  con cui apr
    un'altra porta.  La stanza,  nella  quale  entr  e  che  richiuse
    immediatamente,  era  una  specie  di stamberga abbastanza grande,
    ammobigliata con un materasso disteso  per  terra,  una  tavola  e
    alcune  sedie.  In  un angolo,  c'era una stufa accesa,  di cui si
    vedeva risplendere la brace. Il lampione del boulevard rischiarava
    vagamente quel povero interno. In fondo c'era uno stanzino con una
    brandina,  su cui Valjean depose la bambina,  senza che questa  si
    svegliasse.
    Batt  l'acciarino  e  accese  una  candela,  l'una  e l'altro gi
    preparati sulla tavola,  e,  come la sera precedente,  si  mise  a
    contemplare   Cosetta   con   uno  sguardo  estatico,   nel  quale
    l'espressione della bont e della commozione giungeva  quasi  allo
    smarrimento.   La  piccina,  con  la  tranquilla  fiducia  che  si
    accompagna  soltanto  con  la  massima  forza  e   con   l'estrema
    debolezza,  s'era  addormentata  senza  sapere  con  chi fosse,  e
    continuava a dormire senza sapere dove si trovasse.
    Egli si chin a baciare la mano della  bambina.  Nove  mesi  prima
    aveva baciato la mano della madre, che si era appena addormentata.
    Lo stesso sentimento doloroso, religioso, straziante, gli inondava
    il cuore. E s'inginocchi vicino al letto di Cosetta.
    Era giorno alto e la ragazza dormiva ancora.
    Un  pallido  raggio  del  sole di dicembre attraversava la vetrata
    della stamberga e disegnava sul pavimento lunghe strisce d'ombra e
    di luce.  A un tratto un carro  da  tagliapietra,  troppo  carico,
    passando sul boulevard, scosse la catapecchia come un brontolio di
    temporale, e la fece tremare da cima a fondo.
    - S,  signora! - grid Cosetta, svegliata di soprassalto, eccomi,
    eccomi!
    E si gett gi dal letto con le palpebre ancora mezzo chiuse dalla
    pesantezza del sonno,  stendendo il  braccio  verso  l'angolo  del
    muro.
    - Ah! mio Dio! e la scopa? - disse.
    Intanto  apr  interamente gli occhi e vide il volto sorridente di
    Valjean.
    - Ah,  vero! - disse. - Buongiorno, signore.
    I fanciulli accettano subito e si familiarizzano con la gioia e la
    felicit, perch essi stessi sono naturalmente felicit e gioia.
    Cosetta vide Caterina ai piedi del letto,  se ne impadron subito,
    e,  pur  giocando,  faceva cento domande a Valjean.  Dov'era?  Era
    grande Parigi?  E la signora Thnardier era molto lontana?  E  non
    sarebbe ritornata? eccetera eccetera. - A un tratto esclam:- Come
     bello qui!
    Era un'orribile stanzaccia; ma ci si sentiva libera.
    - Devo scopare? - domand infine.
    - Gioca, - rispose Valjean.
    Cos trascorse la giornata.  Cosetta, senza preoccuparsi di capire
    nulla,  era  indicibilmente  felice  tra  quella  bambola  e  quel
    vecchio.

    3. DUE SVENTURE UNITE FORMANO UNA FELICITA'.
    L'indomani,  allo spuntar del giorno,  Valjean era di nuovo vicino
    al  letto  di  Cosetta.  Aspett  cos,  immobile,   e  la  guard
    svegliarsi.
    Qualche cosa di nuovo gli entrava nell'anima.
    Egli  non aveva mai amato.  Da venticinque anni era solo al mondo.
    Non era mai stato padre,  n amante,  n marito,  n amico.  Nella
    prigione era stato cattivo,  tetro,  casto, ignorante e selvaggio.
    Il cuore del vecchio galeotto era pieno di vergini sentimenti. Sua
    sorella e i figli di lei gli avevano lasciato soltanto un  vago  e
    lontano  ricordo,  che  poi  era quasi svanito interamente.  Aveva
    fatto ogni sforzo per  ritrovarli,  e  non  riuscendovi  li  aveva
    dimenticati.  Cos    la  natura umana.  Le altre tenere emozioni
    della sua giovinezza, se mai ne aveva provate,  erano cadute in un
    abisso.
    Quando vide Cosetta,  quando l'ebbe presa, portata via e liberata,
    sent commuoversi le viscere;  e tutta la potenza di affetti e  di
    passioni  che  c'era  in  lui  si  risvegli  e si concentr sulla
    bambina.  Avvicinandosi al letto  dove  lei  dormiva,  tremava  di
    gioia;  provava  angosce  materne,  e non capiva che cosa fossero,
    poich  una cosa molto oscura e molto dolce il  grande  e  strano
    movimento del cuore che si mette ad amare.
    Povero vecchio cuore cos giovane!
    Se  non  che,  avendo egli cinquantacinque anni e Cosetta soltanto
    otto,  tutto l'amore che avrebbe potuto provare nella durata della
    vita si disciolse in una specie di luce ineffabile.
    Era  la  seconda  apparizione  candida che incontrava;  il vescovo
    aveva fatto spuntare sul suo orizzonte l'alba della virt, Cosetta
    gli faceva sorgere l'alba dell'amore.
    I primi giorni trascorsero in questo incantamento.
    Da  parte  sua  anche  Cosetta,  povera  piccola,   senza  saperlo
    diventava  un'altra.  Era  cos  piccina  quando  la madre l'aveva
    abbandonata,  che pi non se ne ricordava.  Come tutti i  bambini,
    che  al pari dei giovani tralci si avviticchiano a qualunque cosa,
    essa aveva tentato d'amare,  ma non c'era riuscita;  i Thnardier,
    le  loro  figlie  e altri bimbi,  tutti l'avevano respinta.  Aveva
    amato il cane,  ma era morto: dopo,  pi niente  e  nessuno  aveva
    voluto saperne di lei.  Triste a dire, abbiamo gi accennato che a
    otto anni aveva il cuore freddo.  Non era colpa sua,  non  era  la
    facolt di amare che le mancava,  ma ahim!  la possibilit. Cos,
    fin dal primo giorno,  con tutta l'anima e con tutte le  forze  si
    mise  ad  amare  quel  vecchio.  Provava  quello che non aveva mai
    provato, un senso di espansione.
    Il vecchio non le sembrava vecchio, e neppure povero; essa trovava
    Valjean bello, come trovava graziosa la stamberga.
    Sono effetti d'aurora,  d'infanzia,  di  giovent,  di  gioia.  La
    novit  del  luogo  e  della  vita vi contribuisce pure in qualche
    modo.  Non c' niente di pi grazioso del  vivido  riflesso  della
    felicit  in una soffitta;  e noi tutti nel nostro passato abbiamo
    una stamberga azzurra.
    La natura e cinquant'anni di differenza avevano messo fra  Valjean
    e Cosetta una profonda separazione; ma il destino la colm, unendo
    bruscamente  con la sua irresistibile potenza quelle due esistenze
    divelte,  diverse per l'et,  simili per il dolore.  L'una infatti
    completava  l'altro;  l'istinto  di  Cosetta cercava un padre come
    l'istinto di Valjean cercava un figlio. Incontrarsi e riconoscersi
    fu un attimo solo.  Nel momento misterioso in cui le loro mani  si
    toccarono,  le anime si unirono. Quando le due anime si videro, si
    riconobbero  l'una  necessaria  all'altra,   e  si   abbracciarono
    strettamente.
    Prendendo  le parole nel senso pi comprensivo e pi assoluto,  si
    potrebbe dire che, separati da tutto per mezzo di muri sepolcrali,
    Valjean  era  il  Vedovo  come  Cosetta  era  l'Orfana,  e  questa
    situazione  fece  s  che  Giovanni  Valjean  divenisse in un modo
    celestiale il padre di Cosetta.
    E, a dir vero,  l'impressione prodotta nella bambina dalla mano di
    Valjean,   quando   nel  bosco  di  Chelles  aveva  preso  la  sua
    nell'oscurit,   non  era  stata  un'illusione,   ma  una  realt.
    L'intervento  di  quell'uomo nel destino di quella bimba era stato
    un intervento di Dio.
    Del resto,  Valjean aveva scelto benissimo il proprio asilo,  e vi
    si trovava in una sicurezza che poteva sembrare completa.
    La  camera  con  lo  stanzino  era  quella  con  la  finestra  sul
    boulevard, e non c'era quindi da temere gli sguardi dei vicini, n
    di lato n di faccia.
    Al pianterreno del numero 50-52,  una specie di tettoia in rovina,
    serviva  di  rimessa  ad  alcuni  ortolani,  e  non  aveva nessuna
    comunicazione col piano superiore,  da cui era diviso mediante  il
    pavimento  che  non  aveva  n botole n scale,  e che era come il
    diaframma della casa.  Il  primo  piano  conteneva,  come  abbiamo
    detto,  parecchie  stanze  e  alcuni  granai,  di cui uno solo era
    abitato da una vecchia che faceva a Valjean le faccende  di  casa;
    tutto il resto era disabitato.
    Questa   vecchia  appunto,   ornata  del  titolo  di  "principale-
    inquilina",  ma in realt incaricata delle funzioni di  portinaia,
    gli aveva appigionato quell'alloggio nel giorno di Natale. Egli le
    si  era dichiarato come un possidente rovinato dai Buoni di Spagna
    che veniva ad abitare col con la sua nipotina.  Aveva pagato  sei
    mesi  anticipati  e  aveva incaricato la vecchia di ammobiliare la
    camera e lo stanzino come si  visto.  Era  stata  lei  che  aveva
    acceso la stufa e preparato ogni cosa la sera del loro arrivo.
    Passarono  settimane,  durante le quali quei due esseri condussero
    un'esistenza felice in quella miserabile stamberga.
    Cosetta cominciava fin dall'alba a ridere, a ciarlare e a cantare.
    I bimbi hanno i loro canti del mattino come gli uccelli.
    Accadeva talvolta che  Valjean  le  prendesse  una  mano  rossa  e
    screpolata  dai  geloni  e  gliela  baciasse;  allora la poverina,
    avvezza a essere battuta,  non sapeva  cosa  volesse  dire  quella
    novit, e ne era tutta vergognosa.
    In certi momenti si faceva seria e si metteva a considerare la sua
    vestina  nera.  Non portava pi cenci,  ma il lutto;  uscita dalla
    miseria, entrava nella vita.
    Valjean s'era messo  a  insegnarle  a  leggere.  Talvolta,  mentre
    faceva  compitare  la  fanciulla,  rifletteva  che nel bagno aveva
    imparato a leggere con l'idea di fare il male,  e che questa  idea
    era andata a finire nell'insegnare a leggere a una bambina. Allora
    il vecchio galeotto sorrideva col sorriso pensoso degli angeli.
    Egli avvertiva in tutto quello una predisposizione dell'alto,  una
    volont di qualcuno che non  l'uomo,  e  si  smarriva  nella  sua
    meditazione. Le idee buone hanno i loro abissi come le cattive.
    Insegnare  a  leggere  a  Cosetta e lasciarla giocare,  era questa
    press'a poco la vita di Valjean. Inoltre le parlava di sua madre e
    la faceva pregare.
    Lei lo chiamava "pap", e non sapeva altro di lui.
    Valjean passava ore a contemplarla,  mentre vestiva e spogliava la
    bambola,  e  a  sentirla  cinguettare.  Ormai la vita gli sembrava
    molto interessante,  gli uomini buoni e giusti;  non  rimproverava
    nella sua mente pi niente a nessuno, e non vedeva nessuna ragione
    perch non dovesse vivere anzi a lungo,  ora che quella piccina lo
    amava.  Si vedeva davanti tutto un avvenire illuminato da  Cosetta
    come  da  una  incantevole  luce.  I  migliori  non sono esenti da
    qualche pensiero egoistico.  In certi momenti egli pensava con una
    certa gioia che Cosetta era brutta.
    Si  tratta  di una opinione puramente personale,  ma per esprimere
    interamente il nostro pensiero,  diciamo che al punto in  cui  era
    Valjean  quando  cominci ad amare Cosetta,  per noi non  provato
    che egli non avesse bisogno di  quell'aiuto  per  perseverare  nel
    bene.  Aveva visto sotto nuovi aspetti la malvagit degli uomini e
    la  miseria  della  societ,  aspetti  incompleti  che  mostravano
    soltanto  un lato della verit,  la sorte della donna riassunta in
    Fantina,   l'autorit  pubblica  personificata  in   Javert;   era
    ritornato in prigione,  ma questa volta per aver compiuto il bene;
    nuovi dolori l'avevano amareggiato;  la  stanchezza  e  la  nausea
    tornavano ad assalirlo; lo stesso ricordo del Vescovo subiva forse
    ogni tanto qualche eclisse, salvo ricomparire pi tardi trionfante
    e  luminoso,  ma  alla fine anche quel sacro ricordo s'indeboliva.
    Chi sa se Valjean non  era  alla  vigilia  di  scoraggiarsi  e  di
    ricadere?  Am e ridivenne forte.  Ahim! non era meno barcollante
    di Cosetta.  Egli la protesse,  essa lo rinvigor.  Per lui,  essa
    pot  procedere nella vita;  per lei,  egli pot perseverare nella
    virt.  Egli fu il sostegno di quella piccola,  e lei il suo punto
    d'appoggio.  O  mistero  insondabile  e divino degli equilibri del
    destino!

    4. OSSERVAZIONI DELLA PRINCIPALE-INQUILINA.
    Per prudenza Valjean non usc mai di giorno;  ma ogni sera,  verso
    il crepuscolo, andava a passeggiare per un'ora o due, talora solo,
    talora  con  Cosetta,  cercando  i  viali laterali pi deserti del
    boulevard o entrando nelle chiese,  al cader della  notte.  Andava
    volentieri a San Medardo,  che  la chiesa pi vicina.  Quando non
    la conduceva con s, la bambina rimaneva con la vecchia; ma uscire
    con Valjean era la gioia di Cosetta. Preferiva un'ora con lui agli
    incantevoli colloqui con Caterina.  Egli camminava  tenendola  per
    mano e parlandole dolcemente.
    Si accorse che Cosetta era molto allegra.
    La vecchia accudiva alla casa e alla cucina e andava per la spesa.
    Vivevano  sobriamente,  tenendo  sempre  un po' di fuoco,  ma come
    gente di scarsi mezzi.  Valjean  non  aveva  modificato  in  nulla
    l'arredamento  del  primo giorno;  aveva fatto soltanto sostituire
    con una porta piena quella a vetri della stanzetta di Cosetta.
    Portava sempre il suo soprabito giallo, i suoi calzoni neri,  e il
    suo vecchio cappello.  Per via lo pigliavano per un mendicante,  e
    accadeva talvolta che qualche buona  donna,  volgendosi  indietro,
    gli  desse  un  soldo,  che lui accettava salutando profondamente.
    Talora  gli  accadeva  pure  d'incontrare  qualche  poveretto  che
    domandava  la  carit;  allora egli guardava intorno se nessuno lo
    vedesse,  s'avvicinava furtivamente al poveretto,  gli metteva  in
    mano  una  moneta,   molte  volte  d'argento,   e  si  allontanava
    rapidamente.  La cosa aveva i suoi inconvenienti: si cominciava  a
    conoscerlo   nel   quartiere   col  nome  di  "mendicante  che  fa
    l'elemosina".
    La principale-inquilina,  vecchia  arcigna,  che  aveva  verso  il
    prossimo  l'attenzione  degli invidiosi,  osservava molto Giovanni
    Valjean senza che egli se l'immaginasse. Era un po' sorda,  il che
    la  rendeva  ciarliera.  Di  tutto  il  suo  passato le rimanevano
    soltanto due denti,  uno di sopra,  l'altro  di  sotto,  che  essa
    batteva di continuo l'uno contro l'altro.
    Aveva  interrogato  Cosetta,  la quale,  nulla sapendo,  non aveva
    potuto rispondere altro se non  che  veniva  da  Montfermeil.  Una
    mattina,  la  spiona  scorse  Valjean entrare,  con un fare che le
    parve  non  ordinario,   in  uno  dei  locali   disabitati   della
    catapecchia.  Gli  tenne dietro col  passo d'una vecchia gatta,  e
    pot osservarlo, senza essere vista,  attraverso una fessura della
    porta  che  era  proprio  di  fronte,  bench  egli,  per  maggior
    precauzione,  volgesse le spalle.  La vecchia lo vide frugarsi  in
    tasca,  prendervi un agoraio,  un paio di forbici e del filo,  poi
    scucire la fodera d'una falda  del  soprabito,  cavarne  fuori  un
    pezzetto di carta giallastra e aprirla. Riconobbe con spavento che
    era un biglietto da mille: il secondo o il terzo che vedeva da che
    era al mondo. Fugg atterrita.
    Un  momento  dopo  Valjean  l'abbord  pregandola  di  andargli  a
    cambiare quel biglietto e aggiungendo che era  il  semestre  della
    sua rendita, riscosso il giorno prima. - Dove? - pens la vecchia.
    - Ieri  uscito di casa soltanto alle sei di sera, e certamente le
    banche  a  quell'ora  non  sono  aperte.  -  E and per il cambio,
    facendo le sue congetture;  di modo che quel  biglietto  di  mille
    franchi,  commentato e moltiplicato, diede campo ad un gran numero
    di conversazioni sbalordite fra le comari della via Vigne  di  San
    Marcello.
    In  uno  dei  giorni  seguenti avvenne che Valjean,  in maniche di
    camicia,  si mise a segare delle assi nel  corridoio.  La  vecchia
    stava rassettando la camera,  ed era sola perch Cosetta era tutta
    intenta ad  ammirare  il  legno  che  veniva  segato.  Vedendo  il
    soprabito appeso a un chiodo,  si mise a osservarlo. La fodera era
    stata  ricucita;  ma  la  buona  donna,   palpando  accuratamente,
    credette  di  sentire  nelle  falde e negli orli un'imbottitura di
    carta. Altri biglietti da mille?
    Not inoltre che nelle tasche c'era ogni sorta di cose;  non  solo
    gli aghi,  le forbici e il filo che aveva gi notato,  ma anche un
    grosso portafoglio, un coltello molto grande, e varie parrucche di
    diverso colore; circostanza questa abbastanza sospetta. Ogni tasca
    di  quel  soprabito  pareva  essere  una  specie  di  rimedio  per
    avvenimenti inaspettati.
    Gli  abitanti  della  topaia  arrivarono  cos  agli ultimi giorni
    dell'inverno.

    5. UNO SCUDO CHE CADE A TERRA FA RUMORE.
    Valjean faceva volentieri la carit a un poverello, che era solito
    starsene accosciato sul parapetto di un pozzo otturato,  vicino  a
    San  Medardo;  non  gli  passava  mai davanti senza dargli qualche
    soldo;  talvolta gli  parlava.  Gli  invidiosi  dicevano  di  quel
    mendicante   che  "apparteneva  alla  polizia".   Era  un  vecchio
    scaccino,  che contava settantacinque  anni  e  biascicava  sempre
    orazioni.
    Una  sera  Valjean  passando  di l senza Cosetta,  lo vide al suo
    solito posto sotto il fanale appena acceso; come al solito, pareva
    che pregasse ed era tutto curvo.  Valjean gli and  vicino  e  gli
    pose  in mano la solita elemosina.  Il mendicante alz a un tratto
    gli occhi, lo guard fisso,  poi chin subito la testa.  Quel moto
    fu come un lampo;  Valjean trasal.  Gli parve di aver intravisto,
    alla luce del fanale,  non gi il volto placido e  compunto  dello
    scaccino,   ma  una  fisionomia  spaventosa  e  conosciuta;  prov
    l'impressione che sentirebbe chi si trovasse d'improvviso a faccia
    a faccia con una tigre.  Rincul  atterrito  e  pietrificato,  non
    osando  n  respirare,   n  parlare,   n  restare,  n  fuggire,
    esaminando il mendicante che aveva piegato il  capo  coperto  d'un
    cencio e pareva ignorare la sua presenza. In quello strano momento
    un   istinto,   forse   il   misterioso   istinto   della  propria
    conservazione, fece s che Valjean non pronunciasse una parola. Il
    mendicante aveva la  stessa  corporatura,  gli  stessi  cenci,  la
    stessa apparenza degli altri giorni.
    - Eh!  via!... - disse fra s Valjean, - sono pazzo! ho sognato! 
    impossibile! - E torn a casa profondamente turbato.
    Osava appena confessare a se stesso che il volto che gli era parso
    vedere era quello di Javert.
    La  notte,  pensandoci  su,  si  pent  di  non  aver  interrogato
    quell'uomo  per  costringerlo  a  sollevare  la  testa una seconda
    volta.
    L'indomani sull'imbrunire vi ritorn  e  trov  il  mendicante  ai
    solito posto.  - Buona sera,  buon vecchio,  - disse risolutamente
    porgendogli un soldo.  - L'altro alz la testa e rispose con  voce
    lamentevole:  - Grazie,  mio buon signore.  - Era proprio l'antico
    scaccino.
    Valjean si sent completamente rassicurato,  e si  mise  a  ridere
    pensando: - Come diavolo ho fatto a vedere in quel momento Javert?
    Forse ho le traveggole adesso? - E non ci pens pi.
    Alcuni giorni dopo,  verso le otto di sera se ne stava in camera e
    faceva compitare Cosetta ad alta voce,  quando ud  aprire  e  poi
    richiudere la porta di casa.  La cosa gli parve strana,  perch la
    vecchia,   la  sola  persona  che  dimorava  con  lui  in   quella
    catapecchia,  si  coricava sempre sull'annottare per non consumare
    le candele. Valjean fece cenno alla fanciulla di tacere. Sent che
    qualcuno saliva  le  scale;  a  tutto  rigore,  poteva  essere  la
    vecchia,  la quale, sentendosi poco bene, si era forse recata alla
    farmacia. Stette ad origliare.  Il passo era pesante e pareva d'un
    uomo;  per  la  vecchia  portava grosse scarpe,  e niente come il
    passo d'una vecchia somiglia a quello d'un uomo. Ad ogni modo egli
    spense il lume.
    Aveva mandato Cosetta a letto,  dicendole  sottovoce:  -  Coricati
    adagio  adagio!  -  e  mentre  le baciava la fronte il passo s'era
    fermato.  Valjean  rimase  nelle  tenebre,  silenzioso,  immobile,
    volgendo le spalle alla porta, seduto sulla sedia da cui non s'era
    mosso,  trattenendo  ii respiro.  Dopo un'attesa abbastanza lunga,
    non udendo pi nulla,  si volt senza far rumore,  alz gli  occhi
    verso  l'uscio  e  vide,  per  il  buco della toppa,  una luce che
    formava una specie di funesta stella in mezzo al nero della  porta
    e del muro.  Evidentemente c'era l qualcuno ad ascoltare,  con la
    candela in mano.
    Passarono alcuni minuti;  poi la luce s'allontan.  Senonch,  non
    sent pi rumore di passi;  e questo sembrava indicare che chi era
    venuto ad ascoltare alla porta si era levato le scarpe.
    Valjean si butt vestito sul letto  e  non  pot  chiudere  occhio
    tutta la notte.
    Allo spuntar del giorno,  mentre si assopiva per la stanchezza, fu
    risvegliato dallo stridere che fece nell'aprirsi  la  porta  d'una
    delle  stanze in fondo al corridoio;  poi distinse lo stesso passo
    d'uomo  che  aveva  salito  le  scale  la  sera  prima.  Il  passo
    s'avvicinava.  Si  gett  dal  letto  e  applic  l'occhio al buco
    abbastanza grande della serratura, sperando di vedere al passaggio
    quella qualsiasi persona che s'era introdotta in casa di  notte  e
    aveva origliato alla sua porta.  Era infatti un uomo, che pass ma
    senza fermarsi davanti alla porta di  Valjean.  Il  corridoio  era
    ancora  troppo oscuro per poterne distinguere il volto;  ma quando
    giunse sulla scala,  un raggio di luce proveniente dalla strada lo
    fece risaltare come un profilo disegnato, e Valjean pot scorgerlo
    benissimo di tergo.  Era un uomo di alta statura, con un soprabito
    lungo e un  grosso  randello  sotto  il  braccio.  Era  la  sagoma
    formidabile di Javert.
    Valjean  poteva  tentare  di rivederlo dalla finestra che dava sul
    boulevard; ma bisognava aprirla, e non os.
    Evidentemente quell'uomo era entrato con una chiave e come in casa
    propria.  Chi gli aveva dato quella  chiave,  e  cosa  significava
    tutto ci?
    Quando la vecchia,  alle sette del mattino, venne per il servizio,
    Valjean le  lanci  un'occhiata  penetrante,  ma  non  le  rivolse
    nessuna domanda. La vecchia aveva il solito aspetto.
    Mentre spazzava, usc a dire:
    - Il signore ha forse sentito entrare qualcuno questa notte?
    A quell'epoca e su quel boulevard, alle otto di sera era gi notte
    fatta.
    - A proposito,   vero,  - rispose con l'accento pi naturale. Chi
    era?
    - E' un nuovo inquilino qui della casa, - rispose la vecchia.
    - Che si chiama?
    - Non lo so bene; Dumont, Daumont o un nome simile.
    - E chi  questo Dumont?
    La vecchia lo fiss coi suoi occhietti di faina e rispose:
    - Un possidente come voi.
    In quelle parole  essa  forse  non  mise  nessuna  intenzione,  ma
    Valjean credette di scorgerne una.
    Uscita  che fu la vecchia,  egli fece un rotolo di un centinaio di
    franchi che teneva in un armadio e se lo  mise  in  tasca.  Bench
    usasse  ogni  cautela  in  questa  operazione  perch  nessuno  lo
    sentisse maneggiar danaro,  pure uno scudo gli sfugg  di  mano  e
    rotol rumorosamente sul suolo.
    All'imbrunire,  discese  e guard attentamente da tutti i lati sul
    boulevard.  Non vide nessuno.  Pareva completamente deserto.  Per
    qualcuno si pu nascondere dietro gli alberi.
    Risal, e disse a Cosetta:
    - Vieni.
    La prese per mano e uscirono tutti e due.









    Libro 5.
    A CACCIA SCURA UNA MUTA SILENZIOSA.


    1. I ZIGZAG DELLA STRATEGIA.
    Qui,  per  le  pagine  che  seguono,  e per altre che verranno pi
    tardi,  necessaria un'osservazione.
    Gi da molti anni l'autore di questo libro, obbligato a malincuore
    a parlar di se stesso,   assente da Parigi,  la quale  da  quando
    egli la lasci s' trasformata;   sorta una citt nuova che gli 
    in certo modo sconosciuta.  Non ha  bisogno  di  dire  quanto  ami
    Parigi,  la  citt  natale  del  suo  spirito.  Ma in seguito alle
    demolizioni e alle ricostruzioni, la Parigi della sua giovent, la
    citt che egli conserva religiosamente  nella  sua  memoria,    a
    quest'ora una Parigi d'altri tempi. Gli sia permesso parlarne come
    se tuttavia esistesse.  E' possibile che l dove l'autore condurr
    i lettori dicendo: "Nella tal via c' la tal casa", non ci sia pi
    n casa n via. Chi vorr prendersene la briga,  far la verifica.
    Dal canto suo ignora la nuova Parigi,  e scrive con l'antica sotto
    gli occhi,  con un'illusione che  gli    preziosa.  Gli    dolce
    pensare  che  dietro  di  lui resti qualche cosa di ci che vedeva
    quando era nel suo paese, e che non tutto  svanito.  Finch si va
    e  si  viene  nel  paese natio,  ci sembra che quelle vie ci siano
    indifferenti,  che quelle finestre,  quei tetti e quelle porte non
    rappresentino nulla per noi,  che quei muri ci siano estranei, che
    quegli alberi siano come  gli  altri,  che  le  case  in  cui  non
    entriamo  ci siano inutili,  che il lastrico sul quale passeggiamo
    non sia che pietra.  Ma pi tardi,  quando ne  siamo  lontani,  ci
    accorgiamo  che  quelle  vie ci sono care,  che di quei tetti,  di
    quelle finestre,  di quelle porte sentiamo la mancanza,  che  quei
    muri   ci  sono  necessari,   che  quegli  alberi  sono  i  nostri
    prediletti,  che  quelle  case  in  cui  non  entravamo  ci  erano
    familiari,  che  abbiamo lasciato su quelle strade una parte delle
    nostre viscere,  del nostro sangue e del nostro cuore.  Tutti quei
    luoghi che non vediamo pi,  che forse non rivedremo mai, e di cui
    abbiamo serbato il ricordo,  acquistano un  fascino  doloroso,  ci
    tornano  alla  memoria  con  la  malinconia di un'apparizione,  ci
    rendono visibile la terra santa, e sono,  per cos dire,  la forma
    stessa della patria; e li amiamo, e li evochiamo quali sono, quali
    erano,  e ci ostiniamo e non vogliamo cambiarvi nulla, poich alla
    figura della patria ci si tiene come al viso della propria madre.
    Ci sia dunque permesso di parlare del  passato  al  presente.  Ci
    detto, preghiamo il lettore di tenerne conto, e proseguiamo.
    Giovanni  Valjean aveva lasciato subito il boulevard e s'era messo
    per le vie,  tracciando pi linee spezzate che poteva,  e tornando
    talvolta sui propri passi per assicurarsi di non esser seguito.
    E'  la  manovra  del  cervo  braccato,  la  quale,  con le orme al
    contrario,  sui terreni che conservano le orme,  ha fra gli  altri
    vantaggi quello di trarre in inganno i cacciatori e i cani. Questa
    manovra dai cacciatori viene chiamata "finto ritorno".
    Era una notte di plenilunio.  Questo non dispiacque a Valjean.  La
    luna, ancora molto vicina all'orizzonte, tagliava nelle vie grosse
    fette di luce e d'ombra.  Valjean poteva scivolare lungo le case e
    i muri del lato oscuro e osservare quello illuminato. Ma forse non
    rifletteva  abbastanza  che  non  poteva  tener  d'occhio  il lato
    tenebroso. Tuttavia, in tutti i vicoli deserti nei dintorni di via
    Poliveau, si ritenne sicuro che nessuno lo seguiva.
    Cosetta camminava senza far domande.  I patimenti dei  primi  otto
    anni di vita avevano dato al suo carattere qualcosa di passivo;  e
    d'altronde,  ed  questa un'osservazione sulla  quale  avremo  pi
    d'una occasione di tornare,  era abituata, senza rendersene conto,
    alle stranezze del buon vecchio e alle bizzarrie del suo  destino.
    E poi, Cosetta si sentiva sicura, poich era con lui.
    Valjean non sapeva meglio della fanciulla dove andasse.  Fidava in
    Dio,  come lei fidava in lui.  Gli sembrava che  anche  lui  fosse
    tenuto per mano da qualcuno pi grande di lui; credeva di sentirsi
    guidato da un essere invisibile.  Del resto non aveva nessuna idea
    prestabilita,  nessun piano,  nessun  progetto.  Non  era  nemmeno
    assolutamente  sicuro  che fosse Javert,  ma questi non sapeva che
    lui era Valjean.  Non era  travestito?  non  lo  credevano  morto?
    Tuttavia da alcuni giorni accadevano certe cose che cominciavano a
    parergli strane, e questo gli bastava: era deciso a non metter pi
    piede  nella topaia Gorbeau.  Come l'animale scacciato dalla tana,
    cercava un buco per nascondersi finch non ne avesse  trovato  uno
    per alloggiare.
    Percorse parecchi svariati labirinti nel quartiere Mouffetard, gi
    immerso  nel  sonno  come  se fosse ancora sotto la disciplina del
    medio evo e sotto la legge  del  coprifuoco;  combin  in  diversi
    modi,  con una strategia sapiente, la via Censier e la via Copeau,
    la via  Battoir-Saint-Victor  e  quella  Puits-l'Hermite.  C'erano
    delle  locande  in  quelle  vie,  ma lui non ci entrava perch non
    trovava quella che gli paresse conveniente. Era sicuro che se, per
    caso, qualcuno si era messo a seguirlo, aveva perduto le tracce.
    Mentre suonavano  le  undici  a  Santo  Stefano  del  Monte,  egli
    attraversava la via Pontoise, passando davanti al commissariato di
    polizia al numero 14.  Un momento dopo, l'istinto di cui parlavamo
    pi  su,  lo  fece  voltare;   e  allora,   grazie  alla  lanterna
    dell'ufficio che li trad,  vide distintamente tre uomini,  che lo
    seguivano molto da vicino,  passare successivamente  sotto  quella
    lanterna  nella  parte  oscura  della  via.   Uno  di  essi  entr
    nell'andito del commissariato.  Quello che  camminava  avanti  gli
    parve decisamente sospetto.
    - Vieni,  piccina,  - disse a Cosetta,  - e si affrett a lasciare
    via Pontoise.
    Fece un circuito,  girando attorno al Passaggio dei Patriarchi che
    era chiuso per l'ora tarda,  percorse a gran passi la via Spada di
    Legno e quella della Balestra, e si cacci nella via delle Poste.
    Qui c'era un crocicchio,  dove oggi sorge il  collegio  Rollin,  e
    dove termina via Nuova Santa Genoveffa.
    (Ricordiamo che via Nuova Santa Genoveffa  una strada vecchia,  e
    che non passa una corriera postale ogni dieci anni per  via  delle
    Poste,  la quale nel tredicesimo secolo era abitata da vasai, e il
    cui vero nome sarebbe via dei Vasi).
    Giunto in quel crocicchio,  che era bene  illuminato  dalla  luna,
    Valjean si nascose sotto una porta,  pensando che se quegli uomini
    ancora lo seguivano,  avrebbe potuto vederli quando attraversavano
    quello spazio luminoso.
    Infatti  non erano scorsi tre minuti che quelli comparvero.  Erano
    quattro,  tutti  di  alta  statura,  con  lungo  soprabito  scuro,
    cappello rotondo e un grosso randello. Non erano tanto inquietanti
    per  l'alta  statura  e i grossi pugni quanto per la loro sinistra
    marcia nelle  tenebre.  Parevano  quattro  spettri  mascherati  da
    borghesi.
    Si   fermarono  in  crocchio  in  mezzo  al  crocevia,   come  per
    consultarsi.  Parevano indecisi.  Quello che sembrava il  capo  si
    volse  accennando  con  la  destra  la direzione presa da Valjean,
    mentre un  altro  pareva  indicasse  con  qualche  ostinazione  la
    direzione  contraria.  Nel momento che il primo si volt,  la luna
    gli illumin la faccia, e Valjean riconobbe perfettamente Javert.

    2. FORTUNA CHE SUL PONTE D'AUSTERLITZ PASSINO I CARRI.
    Se  ogni  incertezza  era  cessata  per  Valjean,   fortunatamente
    continuava  ancora  in  quegli uomini.  Egli approfitt della loro
    esitazione; era tempo guadagnato per lui,  perduto per essi.  Usc
    di  sotto  alla porta dove s'era appiattato,  e si diresse per via
    delle  Poste  verso  il  Giardino   zoologico.   Siccome   Cosetta
    cominciava a stancarsi,  la prese in braccio e la port. Non c'era
    un passante, e non avevano acceso i fanali a motivo della luna.
    Raddoppi il passo.
    In breve, arriv alla fabbrica di stoviglie Goblet, sulla facciata
    della quale al chiaro di luna si  leggeva  distintamente  1'antica
    iscrizione:
    "Questa  la fabbrica di Goblet figlio;
    Venite a scegliere brocche e boccali,
    Vasi da fiori e mattoni e mattonelle.
    A chiunque il Cuore vende Quadrelli".
    Si  lasci  dietro  via  della  Chiave,  poi  Fontana San Vittore,
    rasent il Giardino zoologico per le vie basse e giunse alla riva.
    L si guard indietro;  la  riva  era  deserta,  le  vie  deserte,
    nessuno lo seguiva; respir.
    Giunse al ponte d'Austerlitz.
    A quell'epoca si pagava ancora il pedaggio.
    Si present all'ufficio del gabelliere e dette un soldo.
    - Sono due soldi,  - disse l'invalido del ponte. - Voi portate una
    bambina che pu camminare; dovete pagare per due.
    Pag,  contrariato che  il  suo  passaggio  avesse  dato  luogo  a
    un'osservazione. Chi fugge deve andare senza intoppi.
    Un  grosso  carro,  che attraversava la Senna contemporaneamente e
    che al pari di lui si recava sulla  riva  destra,  gli  fu  utile,
    perch  gli  permise di percorrere tutto il ponte nella sua ombra.
    Verso la met del ponte,  Cosetta sentendo  i  piedi  intorpiditi,
    desider camminare, ed egli la pos a terra e la riprese per mano.
    Varcato  il  ponte,  scorse  di  fronte,  un po' a destra,  alcuni
    cantieri, e vi si diresse. Ma per giungervi bisognava avventurarsi
    allo scoperto per uno spazio abbastanza vasto  e  illuminato.  Non
    esit: credeva di essere fuori pericolo, di aver fatto smarrire la
    traccia a quelli che lo seguivano. Ricercato s, ma seguito no.
    Fra  due  cantieri  cinti  da  muri  si apriva una viuzza,  la via
    Chemin-Vert-Saint-Antoine,  stretta,  buia e  che  sembrava  fatta
    apposta per lui. Prima di entrarvi si guard indietro.
    Dal  punto  dov'era  vedeva  il ponte d'Austerlitz in tutta la sua
    lunghezza.
    In quel momento quattro ombre vi ponevano sopra il piede.
    Volgevano le spalle al Giardino zoologico e si dirigevano verso la
    riva destra.
    Erano i quattro uomini di poco prima.
    Valjean sent il brivido della bestia ripresa.
    Gli rimaneva una speranza,  che quegli uomini non  fossero  ancora
    arrivati sul ponte,  quindi non l'avessero visto,  mentre, tenendo
    per mano Cosetta, aveva attraversato il grande spiazzo illuminato.
    In tal caso,  cacciandosi  nella  viuzza  che  aveva  dinanzi,  se
    riusciva a raggiungere i cantieri,  gli orti,  i campi e i terreni
    incolti, poteva sfuggire.
    Gli parve di potersi fidare di  quella  viuzza  silenziosa,  e  vi
    entr.

    3. LA PIANTA DI PARIGI NEL 1727.
    Dopo  circa  duecento  passi  giunse  in  un  luogo dove la strada
    biforcava,  dividendosi in  due  rami,  di  cui  l'uno  piegava  a
    sinistra,  l'altro a destra. Valjean aveva davanti due diramazioni
    di una Y. Quale scegliere?
    Pieg a destra senza esitare.
    Perch?
    Perch il braccio sinistro andava verso il sobborgo,  vale a  dire
    verso i luoghi abitati,  e il destro verso la campagna, cio verso
    i luoghi deserti.
    Per essi non camminavano pi con la stessa rapidit.  Il passo di
    Cosetta  rallentava  quello  di  Valjean,  il  quale la riprese in
    braccio.  Cosetta appoggiava la testa sulla spalla del  vecchio  e
    non diceva una parola.
    Di  tanto in tanto si volgeva indietro e guardava,  avendo cura di
    tenersi sempre dalla parte buia della via.  Il tratto percorso era
    diritto.  Le  due o tre prime volte che guard non vide nulla.  Il
    silenzio era profondo. Continu il cammino un po' rassicurato.  Ma
    a  un  certo  momento,  essendosi voltato d'un tratto gli parve di
    vedere, nella parte della via per la quale era passato poco prima,
    lontano nell'oscurit, qualcosa che si muovesse.
    Si precipit pi che camminare,  sperando  di  trovare  un  vicolo
    laterale, fuggire di l e disperdere di nuovo la traccia.
    Arriv  a  un  muro,  che  non  gli  imped di proseguire.  Era un
    muricciolo fiancheggiante  una  viuzza  trasversale,  nella  quale
    andava a metter capo la via nella quale egli era entrato.
    Qui pure bisognava decidere se piegare a destra o a sinistra.
    Guard a destra. Da quella parte la via si prolungava per poco tra
    costruzioni  che  erano tettoie o granai,  poi terminava in vicolo
    cieco,  e si vedeva distintamente il fondo dell'angiporto: un gran
    muro bianco.
    Guard a sinistra. Da quel lato la viuzza era aperta e, dopo circa
    duecento  passi,  metteva  in  una  via di cui era l'affluente: da
    quella parte era la salvezza.
    Ma mentre Valjean stava per  voltare  a  sinistra  per  cercar  di
    raggiungere  la  via  che  distingueva  all'estremit  del vicolo,
    scorse,  sull'angolo formato dal vicolo e dalla via verso la quale
    voleva dirigersi, una specie di statua nera, immobile.
    Era  qualcuno,  un  uomo  che  era stato messo evidentemente l di
    guardia e che aspettava sbarrando il passaggio.
    Valjean indietreggi.
    Il punto di Parigi  in  cui  si  trovava  Valjean,  messo  fra  il
    sobborgo  Sant'Antonio  e  la Rape,   uno di quelli che i lavori
    recenti hanno trasformato da cima a fondo e che sono stati secondo
    gli uni imbruttiti,  secondo gli  altri  trasfigurati.  I  terreni
    coltivati,  i cantieri e i vecchi caseggiati sono scomparsi,  e al
    loro posto ci sono grandi vie, arene, circhi, ippodromi,  stazioni
    ferroviarie e la prigione Mazas: il progresso,  come si vede, e il
    suo correttivo.
    Mezzo secolo fa,  nella lingua usuale del popolo  tutta  fatta  di
    tradizioni  e  che  si  ostina  a  chiamare l'Istituto "Le Quattro
    Nazioni" e l'Opera Comica "Feydeau",  il luogo  preciso  dove  era
    giunto  Valjean si chiamava il "Petit-Picpus".  Porta San Giacomo,
    Porta Parigi, barriera dei Sergenti, i Porcherons,  la Galiote,  i
    Celestini, i Cappuccini, il Mail, la Bourbe, l'Albero di Cracovia,
    la  Piccola  Polonia,  e  il  Petit-Picpus  sono  tutti nomi della
    vecchia Parigi che sopravvivono nella nuova. La memoria del popolo
    galleggia su questi relitti del passato.
    Il Petit-Picpus,  che del resto  esistito a malapena e che non fu
    mai  pi  dell'abbozzo  d'un  quartiere,   aveva  quasi  l'aspetto
    monacale d'una citt spagnola.  Le  strade  erano  poco  selciate,
    scarse  le  abitazioni,  e ad eccezione delle due o tre vie di cui
    stiamo per parlare,  era tutto  muraglie  e  solitudine.  Non  una
    bottega  n  una  vettura;   appena  qua  e  l  qualche  finestra
    illuminata da una candela; e alle dieci di sera tutti i lumi erano
    spenti. C'erano giardini,  conventi,  cantieri,  orti,  poche case
    basse e muri di cinta alti come le case.
    Cos  era  il rione nel secolo scorso.  La Rivoluzione l'aveva gi
    reso assai malconcio: l'aveva demolito, sforacchiato,  bucato,  vi
    aveva  stabilito  dei depositi di macerie.  Trent'anni fa,  questo
    quartiere scompariva per la costruzione di nuovi edifici.  Oggi  
    tutto  scomparso.  Il  Petit-Picpus,  che  non si trova in nessuna
    pianta attuale,  abbastanza chiaramente indicato nella pianta del
    1727, pubblicata a Parigi da "Dionigi Thierry,  in via San Giacomo
    dirimpetto  alla via del Pltre",  e a Lione da "Giovanni Girin in
    via Mercire,  alla Prudence".  Nel Petit-Picpus si trovava quello
    che  abbiamo  chiamato  Y di vie,  formato da via del Chemin-Vert-
    Saint-Antoine,  che si  divaricava  in  due  bracci,  assumendo  a
    sinistra  il  nome  di  vicolo  Picpus  e  a  destra quello di via
    Polonceau.  I due bracci della Y erano riuniti alla sommit,  come
    da  una  sbarra,  da un chiassetto chiamato via Droit-Mur.  La via
    Polonceau terminava l,  mentre il vicolo  Picpus  l'oltrepassava,
    risalendo  verso  il  mercato  Lenoir.  Chi,  venendo dalla Senna,
    arrivava all'estremit della via Polonceau,  aveva a  sinistra  la
    via Droit-Mur, che piegava bruscamente ad angolo retto, davanti al
    muro di questa via,  e a destra un suo prolungamento mozzo,  senza
    uscita, chiamato Angiporto Genrot.
    L si trovava Giovanni Valjean.
    Come abbiamo detto, scorgendo la sagoma nera in vedetta all'angolo
    tra la via Droit-Mur e il vicolo Picpus,  indietreggi.  Non c'era
    dubbio: quel fantasma lo appostava. Che fare?
    Non  era  pi in tempo per retrocedere.  Quello che aveva visto un
    momento prima muoversi nell'ombra,  a qualche  distanza  dietro  a
    lui,  era certamente Javert con la sua squadra,  gi probabilmente
    arrivato al principio della via  in  fondo  alla  quale  era  lui,
    Valjean,  e pratico, a quel che pareva, di quel piccolo labirinto,
    aveva preso le sue precauzioni,  mandando uno dei  suoi  uomini  a
    guardarne   lo   sbocco.   Tutte  queste  congetture,   che  tanto
    assomigliavano all'evidenza, turbinarono subito,  come un pugno di
    polvere   che  si  leva  a  un'improvvisa  ventata,   nella  mente
    rattristata  di  Valjean.  Esamin  l'angiporto  Genrot:  barriera
    insormontabile;  esamin il piccolo Picpus: una sentinella. Vedeva
    la tetra figura disegnarsi in nero sul bianco lastrico inondato di
    luce.  Avanzare voleva dire imbattersi in  quell'uomo;  rinculare,
    voleva  dire  gettarsi  nelle braccia di Javert.  Valjean si sent
    preso in una rete che si stringeva lentamente.  Alz gli occhi  al
    cielo, disperato.

    4. TENTATIVI DI EVASIONE.
    Per  capire  quello che segue,  bisogna formarsi un'idea giusta di
    via Droit-Mur,  e  specialmente  dell'angolo  che  si  lasciava  a
    sinistra chi vi entrava uscendo da via Polonceau.  Quella viuzza a
    destra era quasi interamente fiancheggiata, fino al vicolo Picpus,
    da case di meschina apparenza,  mentre a sinistra lo era  soltanto
    da  un  fabbricato dalla linea severa e composto da parecchi corpi
    di fabbrica che si facevano pi  alti  gradatamente  d'uno  o  due
    piani,  a  mano  a  mano  che  si  avvicinavano  al vicolo Picpus;
    cosicch l'edificio,  molto alto dalla parte di detto vicolo,  era
    abbastanza  basso  da quella di via Polonceau.  Nell'angolo di cui
    abbiamo parlato,  s'abbassava tanto da ridursi a un semplice muro,
    il  quale  non  andava  a  finire  ad angolo retto con la via,  ma
    formava uno smusso tagliato molto in  dentro,  nascosto,  dai  due
    spigoli,  a chi si fosse posto a guardare sia da via Polonceau che
    da via Droit-Mur.
    Partendo dai due spigoli dello smusso, il muro si prolungava nella
    via Polonceau fino a una casa segnata col numero 49,  e nella  via
    Droit-Mur,  ove  il  braccio  era  molto  pi corto,  fino al cupo
    edificio di cui abbiamo parlato,  tagliandone il fianco in modo da
    formare nella via un altro angolo rientrante. Tale fianco aveva un
    aspetto malinconico; non aveva che una sola finestra, o per meglio
    dire imposte rivestite di una lastra di zinco e sempre chiuse.
    La  descrizione  che  stiamo  facendo  scrupolosamente esatta,  e
    dester indubbiamente un preciso ricordo nella  mente  dei  vecchi
    abitanti del quartiere.
    Lo  smusso  era  interamente occupato da qualcosa che somigliava a
    una  porta  colossale  e  miserabile.  Era  una  vasta  e  informe
    accozzaglia di assi perpendicolari, le superiori delle quali erano
    pi  larghe  delle  inferiori  e  tenute insieme da lunghe strisce
    trasversali di ferro.  A fianco,  c'era un  portone  di  ordinarie
    dimensioni,  evidentemente  praticato  soltanto da una cinquantina
    d'anni.
    Un tiglio mostrava il suo fogliame al di sopra all'angolo smussato
    del muro verso via Polonceau che era coperto di edera.
    Nell'imminenza del pericolo che minacciava  Valjean,  quell'oscuro
    fabbricato  aveva  qualcosa  d'inabitato  e  di  solitario  che lo
    tentava.  L'esamin  rapidamente,   pensando  che  se  riusciva  a
    entrarci, forse era salvo. Ebbe dapprima un'idea e una speranza.
    Nella  parte centrale della facciata di quell'edificio,  sulla via
    Droit-Mur,  a ogni finestra dei vari piani si vedeva  una  vecchia
    piletta di piombo a forma d'imbuto.  Le diverse diramazioni che da
    un condotto centrale andavano a tutte quelle ramificazioni di tubi
    coi loro cento gomiti somigliavano a quei  vecchi  ceppi  di  vite
    privi di foglie, che si torcono sui muri delle antiche fattorie.
    Quella  bizzarra  spalliera,  dai  rami  di latta e di ferro fu la
    prima cosa che attir l'attenzione di Valjean. Fece sedere Cosetta
    con le spalle  appoggiate  a  un  pilastrino,  raccomandandole  il
    silenzio,  corse  al  luogo  in  cui il condotto toccava il suolo,
    sperando di trovare il mezzo di dar la scalata  ed  entrare  nella
    casa.  Ma il tubo era rovinato, fuori servizio e si reggeva appena
    nel suo incastro. Del resto,  tutte le finestre di quel silenzioso
    edificio  erano munite di grate a grosse sbarre di ferro,  perfino
    le soffitte.  E poi,  la luna illuminava in pieno la  facciata,  e
    l'uomo che la guardava dall'estremit della via,  lo avrebbe visto
    fare la scalata. E infine, che fare di Cosetta? come tirarla su in
    cima a una casa a tre piani?
    Rinunci ad arrampicarsi per il condotto, e strisci lungo il muro
    per ritornare in via Polonceau.
    Giunto allo smusso dove aveva lasciato Cosetta,  not che  nessuno
    poteva scorgerlo, che sfuggiva, come abbiamo spiegato, a tutti gli
    sguardi,   da   qualunque   parte  venissero;   inoltre  egli  era
    nell'ombra.  Infine c'erano  due  porte,  che  forse  si  potevano
    forzare.  Il muro al di sopra del quale vedeva l'edera e il tiglio
    cintava  certamente  un  giardino,   ove  avrebbe  potuto   almeno
    nascondersi,  bench non ci fossero ancora foglie sugli alberi,  e
    passare il resto della notte.
    Intanto il tempo passava e bisognava affrettarsi.
    Tast la porta e si accorse subito che era inchiodata di dentro  e
    di fuori.
    S'avvicin  con  pi  speranza all'altra,  la pi grande,  che era
    orribilmente decrepita.  La sua stessa  vastit  la  rendeva  meno
    robusta,  le  tavole erano marcite,  e le bande di ferro erano tre
    sole e tutte arrugginite: cosicch pareva possibile  penetrare  in
    quella chiusura cos tarlata.
    Ma esaminandola, not che non era una porta, non aveva n cardini,
    n bandelle, n serrature, n divisione nel mezzo, e le strisce di
    ferro  l'attraversavano  da  un capo all'altro senza interruzione.
    Dalle fenditure delle tavole intravide delle pietre  da  taglio  e
    dei  sassi rozzamente cementati,  che vi si potevano vedere ancora
    dieci anni or sono.  Fu costretto a  confessare,  costernato,  che
    quell'apparenza  di  porta era solo il rivestimento in legno d'una
    costruzione alla quale era addossato.  Era facile strappar via una
    tavola, ma solo per trovarsi di fronte a un muro.

    5. CON L'ILLUMINAZIONE A GAS SAREBBE STATO IMPOSSIBILE.
    In  quel  momento  cominci  a farsi sentire a qualche distanza un
    rumore sordo e cadenzato. Valjean gett un'occhiata oltre l'angolo
    della via, e vide che sette od otto soldati,  disposti in plotone,
    erano   sboccati  nella  via  Polonceau.   Vedeva  scintillare  le
    baionette. Venivano verso di lui.
    I soldati,  in testa ai quali  si  distingueva  l'alta  figura  di
    Javert,  avanzavano  lentamente  e cauti,  fermandosi spesso;  era
    chiaro che esploravano tutti gli angoli dei muri e  tutti  i  vani
    delle porte e degli anditi.
    Era,  e  su questo punto la congettura non poteva ingannarsi,  una
    pattuglia che il poliziotto aveva incontrato e  requisita.  I  due
    agenti di Javert camminavano nelle stesse file.
    Camminando con quel passo,  e con le fermate che facevano, sarebbe
    occorso loro circa un quarto d'ora per arrivare al punto dove  era
    Valjean.  Fu  un  momento  terribile.  Pochi  minuti separavano il
    disgraziato da  quel  precipizio  spaventoso  che  gli  si  apriva
    davanti  per  la  terza  volta.  E ora la prigione non voleva dire
    soltanto la prigione,  ma Cosetta perduta per sempre;  vale a dire
    una vita che somigliava all'interno d'una tomba.
    Una cosa sola era ancora possibile.
    Di  Giovanni  Valjean  si  poteva  dire  che portasse due bisacce;
    nell'una c'erano i pensieri d'un santo,  nell'altra le formidabili
    trovate d'un galeotto. Egli frugava nell'una e nell'altra, secondo
    i casi.
    Ricorderemo  che  tra  le altre risorse,  grazie alle sue numerose
    evasioni dal bagno di Tolone,  era diventato maestro in quell'arte
    incredibile  d'arrampicarsi,  senza scale,  senza ramponi,  con la
    sola forza dei muscoli, appoggiandosi con la nuca,  con le spalle,
    le  anche  e  i ginocchi,  aiutandosi appena con le rare sporgenze
    della pietra,  su per un muro,  anche fino all'altezza d'un  sesto
    piano; arte che ha reso cos terribile e cos celebre quella parte
    del  cortile  della  Conciergerie  di  Parigi  per cui fugg,  una
    ventina d'anni fa, il condannato Battemolle.
    Valjean misur con gli occhi il muro al disopra del  quale  vedeva
    il tiglio: era alto circa diciotto piedi. L'angolo che formava col
    fianco  del  grande  fabbricato  era  riempito,  nella  sua  parte
    inferiore,   da  un  masso  di  muratura  di  forma   triangolare,
    probabilmente  destinato a preservare quel troppo comodo cantuccio
    dalle fermate di quegli stercorari che  si  chiamano  i  passanti.
    Questo riempimento preventivo degli angoli di muro  molto usato a
    Parigi.
    Il  riempimento  aveva circa cinque piedi d'altezza;  quindi dalla
    sua cima per arrivare sul  muro  lo  spazio  da  varcare  non  era
    superiore a quattordici piedi.
    Il muro era sormontato da una pietra piatta senza spioventi.
    La  difficolt  stava  in  Cosetta,  la quale,  certo,  non sapeva
    scalare un muro. Abbandonarla?  Valjean non ci pensava nemmeno;  e
    portarla  via  era  impossibile.  Per  condurre a buon fine simili
    straordinarie ascensioni l'uomo ha bisogno di tutte le sue  forze,
    e  il  minimo  fardello  turberebbe  il suo centro di gravit e lo
    farebbe precipitare.
    Ci sarebbe voluta una corda, e Valjean non ne aveva.  Dove trovare
    una corda a mezzanotte in via Polonceau? Certo, se in quel momento
    Valjean avesse posseduto un regno, lo avrebbe dato per una corda.
    Tutte  le  situazioni estreme hanno i loro lampi,  che talvolta ci
    accecano, talvolta c'illuminano.
    Lo sguardo di Valjean cadde  a  caso  sul  palo  di  sostegno  del
    lampione nell'Angiporto Genrot.
    A quell'epoca non c'erano lumi a gas nelle vie di Parigi. Al cader
    della  notte s'accendevano dei fanali collocati a qualche distanza
    l'uno dall'altro, che salivano e scendevano per mezzo d'una corda,
    la quale attraversava la via da parte a parte e si adattava  nella
    scanalatura  d'un palo.  L'arganetto su cui scivolava la corda era
    chiuso sotto il fanale in un piccolo armadio di ferro,  di cui  il
    lampionaio teneva la chiave,  e anche la corda era protetta fino a
    una certa altezza da una guaina di metallo.
    Con l'energia d'una lotta suprema Valjean attravers la  via  d'un
    salto,  entr  nell'Angiporto,  fece  saltare  con  la  punta  del
    coltello la chiusura  dell'armadio,  e  un  momento  dopo  era  di
    ritorno  vicino  a  Cosetta;  aveva una corda.  Sono sempre pronti
    all'opera,  quei cupi inventori di espedienti,  alle prese con  la
    fatalit.
    Abbiamo  gi  detto  che  quella  notte i lampioni non erano stati
    accesi.  Quello del vicolo cieco Genrot era spento come gli altri,
    e  si poteva passargli accanto senza neppure notare che non era al
    suo posto.
    Intanto l'ora, il luogo, l'oscurit, la preoccupazione di Valjean,
    i suoi gesti singolari,  il suo  andare  e  venire,  tutto  questo
    cominciava a inquietare Cosetta. Qualunque altro bambino gi da un
    pezzo  si  sarebbe  messo  a  strillare;  lei si limitava a tirare
    Valjean  per  la  falda  del   soprabito.   S'udiva   sempre   pi
    distintamente il rumore della pattuglia che si avvicinava.
    - Pap, - disse sottovoce, - ho paura. Chi viene di l?
    - Zitta! - rispose lo sventurato, -  la Thnardier.
    La fanciulla trasal; egli soggiunse:
    - Sta zitta.  Lasciami fare. Se gridi, se piangi, la Thnardier ti
    scopre; essa viene per riprenderti.
    Poi, senza fretta,  ma senza rifare due volte la stessa cosa,  con
    una  precisione ferma e breve,  tanto pi notevole in quel momento
    che la pattuglia e Javert potevano sopraggiungere  da  un  istante
    all'altro,  si  slacci la cravatta,  la pass intorno al corpo di
    Cosetta sotto le ascelle, avendo cura che non le potesse far male,
    leg la cravatta a un capo della corda per mezzo di quel nodo  che
    i marinai chiamano nodo di rondine; prese l'altro capo della corda
    tra i denti, si tolse le scarpe e le calze che lanci al di l del
    muro,   sal   sulla  massicciata,   e  cominci  ad  arrampicarsi
    nell'angolo con tanta forza e sicurezza come se avesse avuto degli
    scalini sotto i talloni e sotto i gomiti. Non era passato un mezzo
    minuto che gi si trovava in ginocchio sul muro.
    Cosetta  lo  guardava  stupita,   senza  dire   una   parola.   La
    raccomandazione  di  Valjean  e il nome della Thnardier l'avevano
    agghiacciata.
    A un tratto sent la sua  voce,  che  pur  restando  sommessa,  le
    gridava:
    - Appoggiati con le spalle al muro.
    Essa obbed.
    - Non dire una parola e non aver paura, - riprese Valjean.
    Essa  si sent sollevare da terra.  E prima che avesse il tempo di
    raccapezzarsi si trov in cima al muro.
    Valjean se la pose sulle spalle,  prese le due  manine  nella  sua
    sinistra, si distese ventre a terra e strisci sulla cima del muro
    fino  all'angolo  smussato.  Come  aveva  supposto,  c'era  l una
    costruzione,  il cui tetto partiva dalla cima  della  chiusura  di
    legno  e  scendeva  molto vicino a terra,  per un piano dolcemente
    inclinato, rasente il tiglio.
    Circostanza fortunata,  poich il muro era molto  pi  alto  verso
    l'interno che non verso strada,  e Valjean vedeva il terreno sotto
    di s a una grande profondit.
    Era  appena  giunto  sul  tetto  inclinato  e  non  aveva   ancora
    abbandonato  la  cresta del muro,  quando un gran chiasso annunci
    l'arrivo della pattuglia, e si ud la voce tonante di Javert:
    - Frugate il vicolo cieco! La via Droit-Mur  guardata e il vicolo
    Picpus pure. Garantisco che  nel vicolo cieco!
    I soldati si precipitarono nell'Angiporto Genrot.  Valjean scivol
    lungo il tetto,  sempre sostenendo Cosetta,  raggiunse il tiglio e
    salt a terra.  Fosse terrore,  fosse coraggio,  Cosetta non aveva
    fiatato. Le sue manine erano un po' scorticate.

    6. PRINCIPIO D'UN ENIGMA.
    Valjean  si  trovava  in  una  specie  di  giardino  molto vasto e
    singolare; uno di quei malinconici giardini che sembrano fatti per
    essere contemplati d'inverno e di notte. Era oblungo, con un viale
    di grandi pioppi in fondo,  degli  alberi  abbastanza  alti  negli
    angoli, e uno spazio senza ombra nel mezzo, dove si distingueva un
    grande  albero  isolato,  poi  alcune piante fruttifere contorte e
    irte  come  grosse  sterpaglie,   dei  quadrati  di  ortaggi,   un
    cocomeraio  i  cui  frutti  rotondi  brillavano  alla luna,  e una
    vecchia vasca.  C'erano qua e l panchine di pietra che sembravano
    annerite dal musco. I viali erano fiancheggiati da piccoli arbusti
    scuri,  tutti diritti,  invasi a met dall'erba e nel resto da una
    muffa verde.
    Valjean aveva allato la costruzione il cui tetto gli  era  servito
    per discendere,  un mucchio di fascine, e dietro a queste, proprio
    contro il muro, nelle tenebre, una statua di pietra, la cui faccia
    mutilata,    una   maschera   informe,    appariva    confusamente
    nell'oscurit.
    La   costruzione  era  una  specie  di  rovina,   nella  quale  si
    distinguevano delle stanze smantellate; una tutta ingombra, pareva
    servisse da tettoia.
    Il gran caseggiato di via Droit-Mur che faceva gomito  sul  vicolo
    Picpus,  aveva nel giardino due facciate ad angolo retto, e queste
    facciate, di dentro, erano ancora pi tragiche di quelle di fuori;
    tutte le finestre dei piani  superiori  erano  inoltre  munite  di
    cappe,   come  nelle  prigioni.   Una  delle  facciate  proiettava
    sull'altra la sua ombra, che ricadeva sul giardino come un immenso
    drappo funebre.
    Non si scorgevano altre abitazioni,  e il fondo  del  giardino  si
    perdeva  nella nebbia e nella notte;  tuttavia vi si distinguevano
    confusamente alcuni muri incrociati,  come se al di l vi  fossero
    altri terreni coltivati, e poi i tetti bassi della via Polonceau.
    Non  si  poteva immaginare niente di pi selvaggio e pi solitario
    di quel giardino.  Non c'era nessuno,  cosa  pi  che  naturale  a
    quell'ora;  ma  pareva  che  non  vi dovesse mai passeggiare anima
    viva, neppure a mezzogiorno.
    La prima cura di Valjean era stata di ritrovare  le  scarpe  e  di
    rimettersele,  poi  di  entrare con Cosetta sotto la tettoia.  Chi
    fugge non si crede  mai  abbastanza  nascosto.  La  fanciulla  che
    pensava  sempre  alla  Thnardier,  era  spinta  dal suo istinto a
    rannicchiarsi quanto pi possibile.
    Essa tremava e si stringeva a lui.  Si  udiva  infatti  il  rumore
    tumultuoso  della  pattuglia che frugava il vicolo cieco e la via,
    il battere dei calci di fucile  sul  lastricato,  le  chiamate  di
    Javert  alle  spie appostate e le sue bestemmie frammiste a parole
    che non si distinguevano.
    Dopo un quarto d'ora parve  che  quella  specie  di  brontolio  di
    temporale   cominciasse   ad   allontanarsi.   Valjean  non  osava
    respirare,  e aveva posato delicatamente una mano sulla  bocca  di
    Cosetta.
    Del   resto   la  solitudine  nella  quale  si  trovava  era  cos
    stranamente calma, che quell'orribile strepito, cos vicino e cos
    violento,  non vi gettava neppure l'ombra d'un turbamento.  Pareva
    che  quei  muri fossero costruiti con le pietre sorde di cui parla
    la Scrittura.
    A un tratto,  in mezzo a quella calma profonda  si  ud  un  nuovo
    rumore,  ma  un rumore celeste,  divino,  ineffabile,  incantevole
    quanto  l'altro  era  orribile.  Era  un  inno  proveniente  dalle
    tenebre,  uno  sfolgorio  di  preghiere  e  d'armonia  nel  buio e
    spaventoso silenzio della notte,  erano voci femminili,  ma  fatte
    nell'insieme  dell'accento  puro delle vergini e di quello ingenuo
    delle fanciulle;  voci che  non  appartengono  alla  terra  e  che
    somigliano a quelle che i neonati sentono ancora e che i moribondi
    sentono  gi.  Quel canto usciva dal tetro caseggiato dominante il
    giardino.  Si sarebbe detto un coro di angeli  che  si  avvicinava
    nell'ombra, mentre si allontanava il frastuono dei demoni.
    Cosetta e Valjean caddero in ginocchio.
    Non sapevano cos'era,  non sapevano dove si trovavano,  ma tutti e
    due, l'uomo e la bimba, il penitente e l'innocente,  sentivano che
    bisognava mettersi in ginocchio.
    E  lo  strano era che quelle voci non impedivano che il caseggiato
    sembrasse deserto;  pareva un canto  soprannaturale  in  una  casa
    disabitata.
    Mentre udiva cantare,  Valjean non pensava pi a nulla; non vedeva
    pi la notte,  ma un cielo azzurro,  e gli pareva che  in  lui  si
    aprissero quelle ali che tutti abbiamo dentro di noi.
    Il  canto  si  spense.  Forse  era durato a lungo;  ma Valjean non
    avrebbe potuto dirlo; le ore di estasi non sono che un minuto.
    Tutto era ritornato nel silenzio; non s'udiva pi nulla nella via,
    nulla nel  giardino;  tutto  era  svanito,  la  minaccia  come  il
    conforto.  Il  vento  agitava  sulla  cresta  del muro alcune erbe
    secche, che facevano un piccolo rumore sommesso e lugubre.

    7. SEGUITO DELL'ENIGMA.
    Cominciava a soffiare la brezza notturna,  segno che  si  era  tra
    l'una e le due del mattino.  La povera Cosetta non diceva nulla, e
    siccome s'era seduta a terra al suo  fianco  e  aveva  chinato  la
    testa  su di lui,  Valjean credette che si fosse addormentata.  Si
    chin e la guard.  La bimba aveva gli occhi spalancati e  un'aria
    pensosa che gli fece male.
    Essa tremava sempre.
    - Hai voglia di dormire? - chiese Valjean.
    - Ho molto freddo, - rispose.
    E dopo un momento riprese:
    - E' sempre l?
    - Chi? - domand Valjean.
    - La signora Thnardier.
    Egli aveva gi dimenticato il mezzo di cui s'era servito per farla
    star zitta.
    - Ah! - disse, -  partita; non temere pi.
    La fanciulla respir come se le si togliesse un peso dal petto.
    Il suolo era umido, la tettoia aperta da tutti i lati, e la brezza
    sempre  pi fresca.  Il vecchio si tolse il soprabito e vi avvolse
    Cosetta.
    - Hai meno freddo cos? - le chiese.
    - Oh! s, pap.
    - Ebbene, aspettami un momento. Torno subito.
    Usc fuori dalla capanna e  si  mise  a  rasentare  il  caseggiato
    principale,  cercando  un miglior rifugio.  Trov delle porte,  ma
    erano chiuse;  e le finestre del pianterreno erano tutte munite di
    inferriate.
    Com'ebbe  oltrepassato  l'angolo  interno dell'edificio vide delle
    finestre centinate,  dalle quali vide uscire un po'  di  luce.  Si
    sollev sulla punta dei piedi e guard per una di quelle finestre.
    Appartenevano  tutte  a  una  sala abbastanza vasta lastricata con
    larghe pietre,  tagliata da archi e pilastri,  nella quale non  si
    distingueva  nulla,  fuorch  grandi  ombre e un fioco barlume che
    veniva da una lampada accesa in un angolo.  La sala era deserta  e
    nulla vi si muoveva;  tuttavia,  a forza di guardare, gli parve di
    vedere a terra,  sul pavimento,  un qualche  cosa  coperto  da  un
    lenzuolo, che somigliava a una forma umana, disteso ventre a terra
    col volto sulla pietra e con le braccia in croce,  nell'immobilit
    della morte.  Da una specie di serpente che si allungava al  suolo
    si  sarebbe  detto  che  quella sinistra figura avesse la corda al
    collo.
    Tutta la sala era immersa  in  quella  caligine  dei  luoghi  poco
    illuminati, che ne accresce l'orrore.
    Valjean  in  seguito  ha spesso detto che,  quantunque la sua vita
    fosse stata attraversata da molti  spettacoli  funebri,  pure  non
    aveva  mai  visto  nulla  di  pi agghiacciante e pi terribile di
    quella  figura  enigmatica  che  compiva  chi  sa  quale   mistero
    sconosciuto in quel tetro luogo,  intravista cos nella notte. Era
    spaventoso supporre che forse era  un  morto,  ma  pi  spaventoso
    ancora pensare che forse era un vivo.
    Ebbe  il  coraggio  di  appoggiare il viso al vetro e di spiare se
    quella forma si muovesse.  Ma ebbe un bell'aspettare per un  tempo
    che  gli  parve  lunghissimo;  la  forma distesa non faceva nessun
    movimento. A un tratto si sent invaso da un terrore inesprimibile
    e fugg,  correndo verso la tettoia senza osare voltarsi indietro,
    perch  gli  pareva che,  volgendo la testa,  avrebbe visto quella
    figura camminare  dietro  di  lui  a  grandi  passi  dimenando  le
    braccia.
    Arriv  alla  tettoia  anelante;  i ginocchi gli si piegavano,  il
    sudore gli scorreva gi per le reni.
    Dov'era dunque?  Chi mai avrebbe potuto  supporre  di  trovare  in
    mezzo  a  Parigi  qualcosa  di simile a quella specie di sepolcro?
    Cos'era quella casa tanto strana,  quell'edificio ricco di misteri
    notturni,  che  chiamava  nell'ombra  le  anime  con la voce degli
    angeli, e che quando arrivavano, offriva loro inaspettatamente una
    visione cos spaventosa? che prometteva di aprire la porta radiosa
    del cielo,  e spalancare quella  terribile  della  tomba?  Ed  era
    proprio una casa,  che aveva il suo numero civico in una via!  Non
    era un sogno!  Sentiva  il  bisogno  di  toccarne  le  pietre  per
    crederci.
    Il freddo, I'ansiet, I'inquietudine, le emozioni della serata gli
    davano  una  vera  febbre,  e  tutte quelle idee cozzavano nel suo
    cervello.
    S'avvicin a Cosetta. Dormiva.

    7. L'ENIGMA RADDOPPIA.
    La  bambina  aveva  posato  la  testa  sopra  un  sasso  e   s'era
    addormentata.
    Egli  si  sedette vicino a lei e si mise a contemplarla.  A poco a
    poco,  guardandola,  si calmava e riprendeva  possesso  della  sua
    libert di spirito.
    Intendeva  chiaramente  una verit che ormai formava la base della
    sua esistenza: finch Cosetta fosse l,  accanto a lui,  egli  non
    avrebbe avuto bisogno di niente che non fosse per lei, non avrebbe
    avuto paura di niente se non per lei.  Non s'accorgeva neppure del
    gran freddo  che  sentiva  per  essersi  tolto  il  soprabito  per
    coprirla.
    Tuttavia,  attraverso  la  meditazione  in cui si era immerso,  da
    qualche tempo udiva un rumore strano,  come d'un sonaglio agitato,
    e quel rumore veniva dal giardino; si sentiva distintamente bench
    debole;  somigliava alla piccola musica confusa che fanno di notte
    le campanelle degli armenti nei pascoli.
    Quel suono gli fece volgere il capo;  guard,  e  vide  che  c'era
    qualcuno nel giardino.
    Un essere che somigliava a un uomo camminava in mezzo alle campane
    del cocomeraio,  chinandosi,  alzandosi, fermandosi, con movimenti
    regolari,  come se trascinasse o stendesse per terra qualche cosa.
    Pareva che zoppicasse.
    Valjean trasal di quel fremito continuo degli infelici,  ai quali
    tutto  ostile e sospetto, e che diffidano del giorno perch aiuta
    a metterli in vista,  e della notte,  perch aiuta a sorprenderli.
    Poco  prima  tremava  perch  il giardino era deserto,  ora perch
    c'era qualcuno.
    Dai terrori chimerici ricadde in quelli reali.  Pens che Javert e
    le  guardie  forse  non  erano  partiti,  che senza dubbio avevano
    lasciato qualcuno in osservazione, che quell'uomo,  se lo scopriva
    nel   giardino,   avrebbe  gridato  al  ladro  e  l'avrebbe  fatto
    arrestare.  Sollev dolcemente tra le braccia Cosetta addormentata
    e la port nell'angolo pi remoto della tettoia,  dietro mucchi di
    mobili in disuso, senza che lei si svegliasse.
    Da quel posto si mise a osservare gli atti dell'individuo che  era
    nel  cocomeraio.  Il  pi bizzarro era che il suono del campanello
    accompagnava  tutti  i  movimenti  dell'uomo;  a  seconda  che  si
    avvicinava  o si allontanava,  il suono si faceva pi vicino o pi
    lontano;  se faceva qualche gesto un po' rapido,  quel  gesto  era
    accompagnato da un tremolo, e quando si fermava, il suono cessava.
    Pareva evidente che il campanello fosse legato all'uomo. Ma allora
    che cosa poteva significare?  Che voleva dire quell'uomo, al quale
    avevano attaccato un sonaglio come a un montone o a un bue?
    Mentre si dibatteva tra queste domande, tocc le mani di Cosetta e
    le trov ghiacciate.
    - Ah, mio Dio! - esclam.
    E la chiam sottovoce:
    - Cosetta!
    Essa non apr gli occhi.
    La scosse vivamente.
    Non si dest.
    - Che sia morta!  - disse,  e si rizz  rabbrividendo  da  capo  a
    piedi.
    Le pi orribili idee gli attraversavano confusamente la testa.  In
    certi momenti,  le supposizioni pi orrende ci assediano come  una
    torma  di  furie  e  forzano  violentemente  le  pareti del nostro
    cervello; quando si tratta delle persone care,  la nostra prudenza
    inventa  tutte le follie.  Si ricord che il sonno all'aria aperta
    in una notte fredda pu riuscire mortale.
    Cosetta, pallida, era ricaduta distesa a terra ai suoi piedi senza
    fare un movimento.
    Ne ascolt l'alito;  respirava,  ma di una  respirazione  che  gli
    pareva debole e sul punto di spegnersi.
    Come riscaldarla?  come ridestarla?  Ogni altro pensiero gli svan
    dalla mente. Si lanci disperatamente fuori della tettoia.
    Era indispensabile porre Cosetta davanti al fuoco e  in  un  letto
    prima d'un quarto d'ora.

    9. L'UOMO COL CAMPANELLO.
    Prese  in  mano  il  rotolo  di  scudi  che teneva nella tasca del
    panciotto e and diritto verso l'uomo che vedeva nel giardino.
    L'uomo teneva la testa abbassata e non lo vedeva  venire.  In  due
    salti, Valjean gli fu vicino e l'abbord gridando:
    - Cento franchi!
    L'uomo ebbe una scossa e alz gli occhi.
    - Cento franchi per voi, - riprese Valjean, - se mi date asilo per
    questa notte!
    La luna rischiarava in pieno il volto smarrito di Valjean.
    - Come, siete voi, pap Madeleine! - disse l'uomo.
    Questo  nome pronunciato in quel modo,  in quell'ora notturna,  in
    quel luogo ignoto,  da  quello  sconosciuto,  fece  indietreggiare
    Valjean.
    Tutto si sarebbe aspettato,  tranne quelle parole.  L'uomo che gli
    parlava era un vecchio curvo e zoppo, vestito press'a poco come un
    contadino,  e portava al ginocchio  sinistro  una  ginocchiera  di
    cuoio da cui pendeva un campanello abbastanza grosso. Il viso, che
    era in ombra,  non si distingueva. Intanto il vecchio si era tolto
    il berretto ed esclamava tutto tremante:
    - Ah! mio Dio,  come fate ad essere qui,  pap Madeleine?  Di dove
    siete entrato,  Ges?  Ma dunque cadete dal cielo! E' certo che se
    doveste mai cadere da qualche luogo, sarebbe proprio di l! E come
    siete conciato!  Senza cravatta,  senza cappello,  senz'abito!  Ma
    sapete  che  avreste  messo  paura a chi non vi avesse conosciuto?
    Senz'abito! Mio Dio Signore,  forse che i santi mi diventano pazzi
    adesso? Ma come avete dunque fatto a entrare qua dentro?
    Una  parola  non  aspettava  l'altra;  il  vecchio parlava con una
    volubilit campagnola che non aveva nulla di  allarmante,  con  un
    misto di stupore e di ingenua bonomia.
    - Chi siete, e cos' questa casa? - chiese Valjean.
    - Ah!  perbacco,  questa  grossa! - esclam il vecchio. - Io sono
    quello che voi avete fatto collocare qui, e questa  la casa nella
    quale mi avete fatto collocare voi. Come, non mi riconoscete?
    - No, - disse Valjean. - E come va che voi invece mi conoscete?
    - Voi mi avete salvato la vita, - rispose l'uomo.
    Si volse.  Un raggio di luce gli disegn  il  profilo,  e  Valjean
    riconobbe il vecchio Fauchelevent.
    - Ah! - riprese, - siete voi! s, vi riconosco.
    - Finalmente! - rispose il vecchio con un tono di rimprovero.
    - E che cosa fate qui?
    - Oh bella, sto ricoprendo i miei cocomeri.
    Infatti, quando Valjean gli si era avvicinato, Fauchelevent teneva
    in mano il capo d'una stuoia,  che distendeva sul cocomeraio; e ne
    aveva gi posato in quel modo un certo numero da un'ora circa  che
    era  nel  giardino.  Era  questa operazione la causa dei movimenti
    speciali osservati sotto la tettoia da Valjean.
    Fauchelevent continu:
    - Ho pensato: la luna  chiara, ci sar la gelata;  se mettessi le
    stuoie  ai  miei  poponi?  -  E  soggiunse  con una grossa risata,
    guardando Valjean:
    - E voi, perbacco, avreste dovuto fare altrettanto! Ma come dunque
    vi trovate qui?
    Valjean, vedendosi conosciuto da quell'uomo,  almeno sotto il nome
    di  Madeleine,  si  muoveva  con  circospezione;  moltiplicava  le
    domande, e, cosa bizzarra, le parti sembravano invertite; era lui,
    l'intruso, quello che interrogava.
    - E cosa significa quel campanello che portate al ginocchio?
    - Questo? - rispose Fauchelevent. - E' perch possano evitarmi.
    - Come! Perch possano evitarvi?
    Il vecchio strizz l'occhio con aria inesprimibile.
    - Ma certo!  In questa casa ci sono soltanto donne,  tra cui molte
    giovinette,  e  pare che io sarei un uomo pericoloso a incontrare;
    perci il campanello le avverte;  quando io  m'avvicino,  esse  si
    allontanano.
    - Ma cos' dunque questa casa?
    - Oh bella! lo sapete bene.
    - Ma no, non lo so.
    -  Ma  se  siete  stato  voi  che m'avete fatto collocare qui come
    giardiniere!
    - Rispondetemi come se non sapessi nulla.
    - Ebbene,  il convento del Petit-Picpus!
    I  ricordi  tornarono  a  Valjean.   Il  caso,   vale  a  dire  la
    Provvidenza,  lo  aveva  gettato  appunto  in  quel  monastero del
    quartiere Sant'Antonio nel quale per le sue  raccomandazioni,  due
    anni prima,  era stato ammesso il vecchio Fauchelevent,  storpiato
    dalla sua caduta sotto il carro. Egli ripet come parlando tra s:
    - Il monastero del Petit-Picpus!
    - Oh, a proposito, - riprese Fauchelevent, - vediamo un po';  come
    avete fatto a entrare qua dentro,  pap Madeleine?  Pur essendo un
    santo, voi, siete sempre un uomo, e non entrano uomini qui.
    - Per voi ci siete.
    - Non ci sono che io.
    - Eppure,  - riprese  Valjean,  -    necessario  che  ci  rimanga
    anch'io.
    - Ah, mio Dio! - esclam Fauchelevent.
    Valjean  si  avvicin  al vecchio e gli disse con voce grave: Pap
    Fauchelevent, vi ho salvato la vita.
    - Sono stato io il primo a ricordarmene, - rispose il giardiniere.
    - Ebbene, oggi voi potete fare per me quello che io feci una volta
    per voi.
    Fauchelevent prese tra le sue mani rugose  e  tremolanti  le  mani
    robuste  di Valjean,  e rimase qualche secondo come se non potesse
    parlare; poi finalmente esclam:
    - Oh!  sarebbe una benedizione del buon Dio se potessi rendervi un
    tale servigio!  Io salvarvi la vita! Signor sindaco, disponete del
    povero vecchio!
    Una gioia mirabile aveva quasi trasfigurato quel vecchio;  dal suo
    volto pareva emanasse un raggio di luce.
    - Che volete che faccia? - riprese.
    - Ve lo spiegher tra poco. Avete una camera?
    - Ho una catapecchia isolata laggi,  dietro le rovine dell'antico
    convento,  in un angolo dove nessuno  pu  vederla:  Ci  sono  tre
    stanze.
    La  baracca  era  cos  ben  nascosta  dietro la rovina e cos ben
    situata perch nessuno la vedesse, che Valjean non l'aveva vista.
    - Bene! - disse questi. - Ora devo chiedervi due cose.
    - Quali, signor sindaco?
    - Prima di tutto, non direte a nessuno quello che sapete sul conto
    mio; secondo, non cercherete di saperne di pi.
    - Come volete. So che non potete far cosa che non sia onesta e che
    siete sempre stato un uomo di Dio. E poi, del resto, siete voi che
    mi avete messo qua, ed  affar vostro. Sono a vostra disposizione.
    - Siamo d'accordo. Ora seguitemi; andiamo a prendere la piccina.
    - Ah! - disse l'altro, - c' una piccina.
    E senza aggiungere una parola segu Valjean come un  cane  il  suo
    padrone.
    Meno di mezz'ora dopo,  Cosetta,  ridiventata rosea al calore d'un
    buon fuoco,  dormiva nel letto del  vecchio  giardiniere.  Valjean
    s'em  rimesso  la  cravatta  e  il soprabito,  e aveva ritrovato e
    raccolto il cappello lanciato al  di  sopra  del  muro;  frattanto
    Fauchelevent  s'era  tolto  la  sua ginocchiera a sonagli che ora,
    appesa a un chiodo, ornava la parete. I due uomini si riscaldavano
    coi gomiti su una tavola;  Fauchelevent vi aveva messo su un pezzo
    di cacio, del pane bigio, una bottiglia di vino e due bicchieri, e
    diceva a Valjean posandogli una mano sul ginocchio:
    - Ah! pap Madeleine, voi non m'avete riconosciuto subito! Salvate
    la  vita  alle  persone e poi le dimenticate!  Oh,  questo non sta
    bene! Esse no, esse si ricordano di voi. Siete un ingrato!

    10. PERCHE' JAVERT HA SBAGLIATO IL COLPO.
    Gli avvenimenti di cui abbiamo visto, per cos dire,  il rovescio,
    erano accaduti nelle condizioni pi semplici.
    Quando Giovanni Valjean,  la notte stessa del giorno in cui Javert
    lo aveva arrestato presso il letto  di  morte  di  Fantina,  fugg
    dalla prigione municipale di Montreuil-sur-mer, la polizia suppose
    che il galeotto evaso si fosse diretto verso Parigi.  Parigi  una
    malstrom in cui tutto si perde;  tutto sparisce in quell'ombelico
    del mondo,  come nell'ombelico del mare.  Nessuna foresta nasconde
    un uomo come quella folla; i fuggiaschi d'ogni specie lo sanno,  e
    vanno  a  Parigi come in un gorgo,  giacch ci sono dei gorghi che
    salvano.  Anche la polizia lo sa,  e cerca a Parigi quello che  ha
    smarrito altrove. Vi cerc pure l'ex sindaco di Montreuil-sur-mer,
    e  Javert  fu  chiamato per far luce nelle indagini.  Infatti egli
    contribu molto a  riprendere  Valjean.  Il  suo  zelo  e  la  sua
    intelligenza,   in  quell'occasione,   furono  notati  dal  signor
    Chabouillet, segretario della prefettura sotto il conte Angls;  e
    il  signor  Chabouillet,  che del resto aveva gi protetto Javert,
    fece trasferire l'ispettore di Montreuil-sur-mer alla  polizia  di
    Parigi,  dove  Javert si rese diversamente,  e diciamolo bench la
    parola suoni male per simili servizi, onorevolmente utile.
    Egli non pensava pi a Valjean - a questi cani sempre a caccia  il
    lupo di oggi fa dimenticare il lupo di ieri - quando, nel dicembre
    1823 prese un giornale, bench non ne leggesse mai; Javert, devoto
    alla monarchia,  ci teneva a conoscere i particolari dell'ingresso
    trionfale in Bayonne del "principe generalissimo".  Mentre  finiva
    di  leggere  l'articolo  che gli interessava,  un nome,  quello di
    Giovanni Valjean, a pie' di pagina,  attir la sua attenzione.  Il
    giornale  annunciava che il forzato Giovanni Valjean era morto,  e
    lo diceva in termini cos chiari che il poliziotto non  ne  dubit
    affatto e si limit a dire: - "adesso  ben registrato".
    Poi gett il giornale e non ci pens pi.
    Poco  tempo  dopo,  giunse alla prefettura della polizia di Parigi
    una nota  di  quella  di  Seine-et-Oise  intorno  al  ratto  d'una
    bambina,  che si diceva avvenuto in circostanze del tutto speciali
    nel comune di Montfermeil.  Una ragazzina di sette  o  otto  anni,
    diceva  la  nota,  affidata dalla madre a un locandiere del paese,
    era stata rubata da uno sconosciuto; la piccina rispondeva al nome
    di Cosetta,  ed era figlia d'una donna pubblica chiamata  Fantina,
    morta all'ospedale,  non si sapeva n quando n dove. Quella nota,
    capitata sotto gli occhi di Javert, gli diede da pensare.
    Il nome di Fantina gli era ben noto.  Si ricord che Valjean aveva
    fatto scoppiare dalle risa lui, Javert, chiedendogli una dilazione
    di  tre  giorni per andar a cercare la figlia di quella donna.  Si
    ricord pure che Valjean  era  stato  arrestato  a  Parigi  mentre
    saliva  nella  vettura di Montfermeil.  Alcune indicazioni avevano
    anche fatto pensare che era la seconda volta che saliva in  quella
    vettura,  e  che  il  giorno  avanti  aveva  gi  fatto  una prima
    escursione nei dintorni,  poich dentro il villaggio non era stato
    visto.  Che  ci  andava  a  fare in quel villaggio?  non l'avevano
    potuto sapere: ma ora Javert lo sapeva: ci si trovava la figlia di
    Fantina,  e Valjean era andato a cercarla.  Ora quella bambina era
    stata  rubata  da  uno sconosciuto.  Chi mai poteva essere?  forse
    Valjean?  Ma Valjean era morto!  Javert,  senza dire una parola  a
    nessuno,  sal nella vettura all'angiporto Planchette,  e fece una
    corsa a Montfermeil.
    Si aspettava di trovare laggi grandi schiarimenti,  e  invece  vi
    trov una grande oscurit.
    Nei   primi   giorni   i   Thnardier,    indispettiti,    avevano
    chiacchierato.  La scomparsa dell'Allodola aveva fatto chiasso nel
    villaggio;  c'erano  state subito parecchie versioni del fatto che
    si era finito col credere a un ratto di  bambina.  Donde  la  nota
    della  polizia.  Ma svanito il primo malumore,  Thnardier col suo
    ammirabile istinto aveva subito compreso che non  mai  utile  dar
    noie  al  signor  procuratore del re,  e che i suoi lamenti per il
    ratto di Cosetta avrebbero avuto per primo risultato di richiamare
    su di lui,  Thnardier,  e  su  molte  sue  torbide  faccende,  la
    scintillante pupilla della giustizia. La prima cosa che i gufi non
    vogliono,   che si rechi loro una candela. E prima di tutto, come
    se la sarebbe cavata per i mille e cinquecento franchi  che  aveva
    ricevuto?  Tagli corto;  mise un bavaglio alla moglie,  e fece lo
    stupido ogni volta gli si parl della bimba  rubata.  Asseriva  di
    non capirci nulla.  Certo, nei primi momenti si era lagnato perch
    gli avevano "portato via" cos presto quella cara piccina; avrebbe
    voluto per affezione tenerla ancora per due o tre giorni;  ma  suo
    "nonno"  era  venuto  a prenderla nel modo pi semplice.  Ci aveva
    aggiunto il nonno,  che faceva buona  impressione.  E  proprio  di
    fronte  a  questa  storiella  si  trov  Javert  quando  giunse  a
    Montfermeil: il nonno faceva scomparire Valjean.
    Tuttavia nel racconto  dei  Thnardier  egli  immerse  come  sonde
    alcune  domande.  -  Cos'era  quel nonno e come si chiamava?  - Il
    bettoliere rispose con naturalezza: - E' un ricco agricoltore;  ho
    visto il suo passaporto, e credo si chiami Guglielmo Lambert.
    Lambert    un  nome  d'apparenza  onesta  e rassicurante.  Javert
    ritorn a Parigi, dicendo fra s:
    - Valjean  morto davvero, e io sono un babbeo.
    E gi cominciava a dimenticare nuovamente tutta  questa  faccenda,
    quando  nel marzo 1824 ud parlare d'un personaggio bizzarro,  che
    dimorava nella parrocchia di San Medardo,  ed  era  soprannominato
    "il  mendicante  che  fa  l'elemosina".  Si  diceva  che  fosse un
    benestante,  ma nessuno conosceva  con  precisione  il  suo  nome;
    viveva  solo  con una ragazzina di otto anni,  la quale non sapeva
    niente neppure lei, tranne che veniva da Montfermeil. Montfermeil!
    Questo nome che ritornava di continuo fece rizzar  le  orecchie  a
    Javert.  Un  vecchio  mendicante,  antico scaccino,  che faceva la
    spia, e a cui quel personaggio faceva l'elemosina,  aggiunse nuovi
    particolari. - Quel possidente era un uomo molto selvatico; usciva
    di  casa  soltanto  la  sera;  non  parlava  con nessuno,  fuorch
    talvolta coi poveri; evitava il contatto con la gente;  portava un
    orribile  soprabito  giallo  tutto  ragnato,  che  valeva parecchi
    milioni, imbottito com'era di biglietti di banca.
    Tutte queste circostanze eccitarono enormemente  la  curiosit  di
    Javert,  il quale,  per veder da vicino quel fantastico possidente
    senza allarmarlo, un giorno si fece prestare dallo scaccino i suoi
    cenci e il posto dove usava accosciarsi tutte le sere a biascicare
    orazioni e a spiare attraverso la preghiera.
    Infatti "l'individuo sospetto" si accost a Javert  travestito  in
    quel modo, e gli fece l'elemosina. In quel momento, Javert alz la
    testa,  e  la  scossa  che prov Valjean,  credendo di riconoscere
    Javert, la prov Javert credendo di riconoscere Valjean.
    Tuttavia l'oscurit poteva averlo indotto in errore;  la morte del
    galeotto  era  ufficiale;  a  Javert restavano molti dubbi,  e nel
    dubbio Javert, l'uomo dello scrupolo,  non metteva le mani addosso
    a nessuno.
    Segu l'uomo fino alla topaia Gorbeau e fece cantare la "vecchia":
    impresa  tutt'altro  che  difficile.  Questa gli conferm il fatto
    dell'abito foderato di  milioni  e  gli  raccont  l'episodio  del
    biglietto da mille franchi.  Essa lo aveva visto e toccato! Javert
    allora prese a pigione una camera, l'abit la sera stessa e and a
    origliare alla porta del misterioso inquilino sperando  di  udirne
    la  voce.  Ma  Valjean,  che  scorse la candela attraverso il buco
    della serratura, deluse lo spione serbando il silenzio.
    L'indomani,  Valjean levava le tende.  Ma il rumore  che  fece  lo
    scudo  cadutogli  dest  l'attenzione  della  vecchia,   la  quale
    sentendo maneggiar denaro,  pens subito che volesse allontanarsi,
    e si diede premura d'avvertirne Javert.  E quando, sopraggiunta la
    notte, Valjean usc, Javert stava aspettando con due uomini dietro
    gli alberi del boulevard.
    Egli aveva chiesto rinforzi alla prefettura, ma senza dire il nome
    dell'individuo che sperava arrestare. Era questo il suo segreto, e
    l'aveva conservato per tre giorni; prima di tutto perch la minima
    indiscrezione poteva  mettere  in  guardia  Valjean;  poi,  perch
    mettere le mani su un vecchio forzato evaso e creduto morto, su un
    condannato   che   i  registri  criminali  avevano  gi  da  tempo
    classificato  per  sempre  tra  i  malfattori  della  specie   pi
    pericolosa,  era  un  colpo magnifico che i veterani della polizia
    parigina non avrebbero certamente abbandonato a  un  nuovo  venuto
    come  Javert,  ed  egli temeva che gli portassero via il galeotto;
    terzo, perch Javert era un artista, amava i colpi inaspettati,  e
    odiava  le vittorie preannunciate,  di cui si sciupa la freschezza
    parlandone molto prima.  Ci teneva a preparare nel silenzio i suoi
    capolavori, e poi svelarli all'improvviso.
    Javert aveva seguito Valjean d'albero in albero,  poi di cantonata
    in cantonata,  senza mai perderlo di vista un minuto  solo.  Anche
    nei  momenti  in  cui  Valjean si credeva perfettamente al sicuro,
    l'occhio di Javert era su di lui.
    Perch non lo aveva arrestato? Perch dubitava ancora?
    Non bisogna dimenticare che in quell'epoca la polizia non aveva la
    vita facile;  la libert di stampa la imbarazzava.  Alcuni arresti
    arbitrari, denunciati dai giornali, avevano avuto un'eco fin nelle
    Camere   e  intimidito  la  prefettura.   Attentare  alla  libert
    individuale era un fatto grave.  Gli agenti temevano d'ingannarsi,
    il prefetto se la pigliava con loro,  e uno sbaglio voleva dire la
    destituzione.  Immaginatevi ora che effetto  avrebbe  prodotto  in
    tutta  Parigi  questa  breve  nota di cronaca,  riportata da venti
    giornali:  "Ieri  un  vecchio  nonno  dai   capelli   canuti,   un
    rispettabile  possidente  che  passeggiava  con la sua nipotina di
    otto anni, fu arrestato e condotto nella guardina della prefettura
    perch scambiato per un forzato evaso".
    Ripetiamo inoltre che  Javert  era  un  uomo  scrupoloso,  che  le
    raccomandazioni  della  sua coscienza si aggiungevano a quella del
    prefetto, e che egli dubitava davvero.
    Valjean gli volgeva le spalle e camminava nell'ombra.
    La tristezza, l'inquietudine, l'ansiet, quella nuova disgrazia di
    fuggir di notte e di cercare a caso un asilo a Parigi,  per  s  e
    per Cosetta, e infine la necessit di regolare il proprio passo su
    quello di una bambina,  tutte queste cose avevano, a sua insaputa,
    modificato il portamento di Valjean e impresso  alla  sua  persona
    una tale apparenza di senilit,  che la stessa polizia,  incarnata
    in Javert,  poteva ingannarsi,  e  s'ingann.  L'impossibilit  di
    avvicinarsi  troppo,  il suo vestito da vecchio pedagogo emigrato,
    la dichiarazione dei Thnardier che  lo  spacciava  per  nonno,  e
    finalmente  la  notizia  della  sua  morte a Tolone aumentavano le
    incertezze, che si infittivano nella mente di Javert.
    Gli balen un momento  l'idea  di  chiedergli  improvvisamente  le
    carte. Ma se per caso colui non era Valjean, se non era nemmeno un
    onesto    possidente,    era    probabilmente   qualche   mariuolo
    profondamente e sapientemente immischiato  nella  tenebrosa  trama
    dei  misfatti parigini,  il capo di qualche pericolosa banda,  che
    faceva l'elemosina per mascherare - vecchia astuzia  -  gli  altri
    suoi  talenti.  In  tal  caso  doveva  avere degli affiliati,  dei
    complici,  dei rifugi eventuali,  nei quali andava indubbiamente a
    ripararsi;   e  tutti  i  giri  che  faceva  per  le  vie,  pareva
    indicassero che non era un buon  vecchio  qualunque.  L'arrestarlo
    troppo presto equivaleva all'uccidere la gallina dalle uova d'oro.
    Che  male  c'era ad aspettare?  Era ben sicuro che non gli sarebbe
    sfuggito.
    Camminava dunque abbastanza  perplesso,  facendosi  cento  domande
    intorno a quell'individuo enigmatico.
    Fu  solo molto tardi,  in via Pontoise,  che riconobbe decisamente
    Valjean, grazie alla buona luce riflessa da un'osteria.
    Ci sono al mondo due esseri  che  trasaliscono  profondamente:  la
    madre  che  ritrova  il  figlio,  e la tigre che ritrova la preda.
    Javert prov questo secondo sussulto profondo.
    Quand'ebbe positivamente riconosciuto in  Valjean  il  formidabile
    galeotto,  si accorse che erano in tre soli, e mand a chiedere un
    rinforzo  al  commissario  di  polizia  di  via  Pontoise.   Prima
    d'impugnare il bastone di spine,  necessario mettere i guanti.
    Poco  manc  che questo ritardo e la fermata sul crocicchio Rollin
    per concentrarsi coi suoi agenti,  non gli  facessero  perdere  la
    traccia.  Per  egli  aveva  subito indovinato che Valjean avrebbe
    cercato di frapporre il fiume tra s e i suoi cacciatori. Chin un
    momento la testa a riflettere,  come un segugio posa  a  terra  il
    naso per accertarsi della pesta; poi, con la potente esattezza del
    suo  istinto,  and difilato al ponte d'Austerlitz.  Una parola al
    gabelliere lo mise al corrente: - Avete  visto  un  uomo  con  una
    ragazzina?   -   Gli  ho  anzi  fatto  pagare  due  soldi  rispose
    l'invalido.  Javert giunse sul ponte in tempo per vedere di l dal
    fiume Valjean, che tenendo per mano Cosetta attraversava lo spazio
    rischiarato  dalla  luna.  Lo  vide entrare nella via Chemin-Vert-
    Saint-Antoine;  allora pens al vicolo cieco Genrot,  disposto  l
    come  una  trappola,  e  all'unico  sbocco della via Droit-Mur sul
    vicolo Picpus,  e si assicur l'uscita mandando in fretta uno  dei
    suoi  uomini,  con  un  largo  giro,  a  guardare  quello  sbocco.
    Trovandosi a passare una pattuglia  che  rientrava  nel  corpo  di
    guardia dell'Arsenale,  la requis.  In questa specie di giochi, i
    soldati  sono  buone  carte.  Del  resto    un  assioma  che  per
    impadronirsi d'un cinghiale, occorre arte di cacciatori e forza di
    cani.   Emanate   queste  disposizioni,   sapendo  Valjean  chiuso
    nell'Angiporto  Genrot  a  destra,  il  poliziotto  in  vedetta  a
    sinistra,  e  se  stesso  a  tergo,  Javert si regal una presa di
    tabacco.
    Poi,  si mise a giocare.  Ebbe un momento incantevole e infernale;
    lasci che l'uomo proseguisse,  sapendo di averlo in suo potere ma
    desiderando ritardare pi  che  poteva  il  momento  dell'arresto,
    felice  di  saperlo  preso  e di vederlo libero,  covandolo con la
    volutt del ragno che lascia svolazzare la mosca e del  gatto  che
    lascia  correre  il  sorcio.  Le  unghie e gli artigli provano una
    sensualit mostruosa nei moti  confusi  della  preda  imprigionata
    nelle loro tenaglie. Che delizia per loro quello strozzamento!
    Javert  giubilava;   le  maglie  della  sua  rete  erano  annodate
    solidamente;  era sicuro dell'esito;  non  doveva  far  altro  che
    arrestare.
    Accompagnato  com'era,   non  si  poteva  neppure  pensare  a  una
    resistenza,  per  quanto  energico,  vigoroso  e  disperato  fosse
    Valjean.
    Egli avanz lentamente, scandagliando e frugando sul suo passaggio
    tutti gli angoli della via come le tasche d'un ladro.
    Ma  quando  arriv  al  centro della ragnatela non vi trov pi la
    mosca.
    Figurarsi la sua disperazione!
    Interrog la vedetta delle vie Droit-Mur e  Picpus;  ma  l'agente,
    rimasto  imperturbabile  al  suo  posto,  non  aveva visto passare
    nessuno.
    Accade talvolta che un cervo sfugga,  quantunque abbia gi la muta
    alle spalle; e allora i pi esperti cacciatori non sanno che dire.
    Duvivier,  Ligniville e Desprez rimangono attoniti.  In un caso di
    questo genere Artonge esclam: - Non  un cervo,  uno stregone.
    Javert avrebbe volentieri emesso la stessa esclamazione.
    Il suo disappunto fu per un momento furore e disperazione.
    E' certo che  Napoleone  commise  degli  errori  nella  guerra  di
    Russia,  Alessandro  in  quella  delle  Indie,  Cesare  in  quella
    d'Africa, Ciro in quella contro gli Sciti,  e Javert commise degli
    errori  in  quella  campagna  contro  Valjean.  Forse  ebbe  torto
    nell'esitare a riconoscere  l'antico  galeotto,  mentre  la  prima
    occhiata  avrebbe  dovuto  bastargli;  ebbe torto a non arrestarlo
    puramente e semplicemente in casa;  ebbe torto  a  non  arrestarlo
    quando  lo riconobbe effettivamente in via Pontoise;  ebbe torto a
    consultarsi coi suoi aiutanti sul crocicchio Rollin al  chiaro  di
    luna.  Certo,  i  consigli  sono  utili,  ed    bene  conoscere e
    interrogare quei cani che meritano fiducia;  ma il cacciatore  non
    prende  mai  abbastanza precauzioni quando d la caccia ad animali
    sospettosi,  come il lupo e il galeotto.  Preoccupandosi troppo di
    mettere  i  segugi  sulle orme,  Javert allarm la belva facendole
    presentire la caccia, e la mise in fuga. Ebbe torto principalmente
    quando,  ritrovata la pista al ponte d'Austerlitz,  volle fare  il
    gioco  formidabile e puerile di tenere un simile uomo sospeso a un
    filo.  Egli si stim pi forte di quello che era,  e  credette  di
    poter  fare il gioco del topo con un leone;  nello stesso tempo si
    stim  molto  debole  quando  giudic  necessario  procurarsi   un
    rinforzo,  precauzione  fatale  che  gli  fece  perdere  un  tempo
    prezioso. Javert commise tutti questi errori,  pur essendo uno dei
    poliziotti pi sapienti e pi precisi che siano mai esistiti. Egli
    era  in  tutta  la  forza  del  termine quello che nella caccia si
    chiama un cane sapiente. Ma chi  mai perfetto?
    I pi grandi strateghi hanno le loro eclissi.
    I grandi spropositi sono fatti,  come le grosse corde,  di un gran
    numero  di  fili.  Prendete  una  gomena  filo per filo,  prendete
    separatamente tutti i motivi determinanti,  e  voi  li  spezzerete
    l'uno  dopo  I'altro  dicendo:  - Tutto qui?  - Ma intrecciateli e
    torceteli insieme e diventano  una  cosa  enorme;  allora  vediamo
    Attila  che  tentenna  tra  Marciano  all'Oriente e Valentiniano a
    Occidente; Annibale che poltrisce a Capua; Danton che s'addormenta
    ad Arcis-sur-Aube.
    Checch ne sia,  quando s'avvide che Valjean gli sfuggiva,  Javert
    non  perse  la testa.  Sicuro che il galeotto latitante non poteva
    essere lontano, pose delle spie, organizz trappole e imboscate, e
    batt il quartiere tutta la notte.  La prima cosa che vide  fu  il
    disordine  del  lampione,  la  cui  corda  era  tagliata:  indizio
    prezioso,  che tuttavia lo svi,  facendogli rivolgere le indagini
    dalla  parte  del vicolo cieco Genrot.  In quell'angiporto ci sono
    muri abbastanza bassi che lo separano dai giardini,  al di l  dei
    quali  si  estendono  vasti terreni incolti.  Valjean aveva dovuto
    evidentemente fuggire di l.  Il fatto    che  costui,  se  fosse
    penetrato  pi  addentro  nel  vicolo  cieco,    probabile che si
    sarebbe appigliato a tale partito; nel qual caso egli era perduto,
    perch Javert esplor tutti quei giardini e quei terreni  come  se
    cercasse un ago.
    Allo  spuntar  del  giorno,  lasciati  in  osservazione due uomini
    intelligenti, ritorn nella prefettura di polizia, vergognoso come
    una spia che si fosse lasciata cogliere da un ladro.









    Libro 6.
    IL PETIT-PICPUS.


    1. VICOLO PICPUS, NUMERO 62.
    Mezzo secolo fa non c'era niente  che  somigliasse  a  un  portone
    qualunque come il portone col numero 62 nel vicolo Picpus.  Questo
    portone,  di solito socchiuso in modo da richiamare  l'attenzione,
    lasciava  vedere due cose che non hanno nulla di molto funebre: un
    cortile circondato da muri tappezzati di viti  e  la  faccia  d'un
    portiere  in  ozio.  Al disopra del muro di fronte si vedevano dei
    grandi alberi.  Quando un raggio di sole allietava il cortile e un
    bicchiere  di  vino rallegrava il portiere,  era difficile passare
    davanti al numero 62 del vicolo  Picpus  senza  averne  una  lieta
    impressione.  Eppure  quello  che  si  era intravisto era un luogo
    malinconico.
    La soglia sorrideva, la casa piangeva e pregava.
    Chi riusciva a scavalcare  il  portinaio  -  cosa  tutt'altro  che
    facile,  cosa  anzi impossibile per quasi tutti,  poich bisognava
    conoscere un "sesamo,  apriti!" - chi,  scavalcando il  portinaio,
    entrava  a  destra  in  un  piccolo atrio dove c'era una scalinata
    stretta fra due muri e tanto stretta che lasciava passare una sola
    persona per volta;  chi non si  lasciava  sgomentare  dalla  tinta
    giallognola  con  lo zoccolo color cioccolata di quella scala e si
    arrischiava a salirla,  passava  un  primo  pianerottolo,  poi  un
    secondo, e arrivava al primo piano, in un corridoio, dove la tinta
    gialla  e  lo zoccolo color cioccolata lo seguivano con tranquillo
    accanimento. La scala e il corridoio erano illuminati da due belle
    finestre;  poi il corridoio faceva un  gomito  e  diventava  buio.
    Aggirando  quel  promontorio,  dopo  pochi  passi,  il  visitatore
    arrivava davanti a una porta,  tanto pi misteriosa in quanto  non
    era chiusa.  Spinta la porta, si trovava in una stanzetta di circa
    sei piedi quadrati,  col  pavimento  a  mattoni,  lavata,  pulita,
    fredda,  tappezzata  di carta a fiorellini verdi da quindici soldi
    al rotolo.  Una luce bianca e smorta entrava  da  una  finestra  a
    sinistra, con le vetrate a piccoli riquadri, che prendeva tutta la
    parete.  Il visitatore guardava e non vedeva nessuno; ascoltava, e
    non udiva n un passo n un mormorio umano.  Le pareti erano nude,
    e la stanza senza un mobile, neppure una sedia.
    Guardando  ancora,  vedeva  nella  parete  dirimpetto  alla  porta
    un'apertura quadrangolare di circa  un  piede  quadrato,  con  una
    grata di ferro a sbarre incrociate, nere, nodose, solide, le quali
    formavano dei quadrati, direi quasi delle maglie, la cui diagonale
    era  meno  di  un  pollice  e  mezzo.  I  fiorellini  verdi  della
    tappezzeria giungevano con calma e in ordine fino a quelle  sbarre
    di  ferro,  senza  che  quel  funebre contatto li spaventasse e li
    facesse turbinare.  Supposto che una creatura  umana  fosse  stata
    abbastanza  magra  da  tentare di entrare o di uscire da quel buco
    quadrato,  la grata glielo avrebbe impedito.  Essa  per,  se  non
    lasciava  passare il corpo,  lasciava passare gli occhi,  ossia lo
    spirito.  E pareva che avessero pensato  anche  a  questo,  poich
    l'avevano  foderata con una lamina di latta incastrata nel muro un
    po' pi indietro, e bucherellata di mille fori pi microscopici di
    quelli d'una schiumarola.  Nella parte inferiore di quella  lastra
    c'era  un'apertura  molto  simile a una buca da lettere.  A destra
    della grata pendeva un cordone che metteva in moto un campanello.
    Tirando quel cordone,  il campanello suonava,  e allora si sentiva
    una voce, tanto vicina da far trasalire, che chiedeva:
    - Chi ?
    Era una voce di donna,  una voce dolce,  cos dolce che finiva per
    esser lugubre.
    Anche qui bisognava conoscere una  parola  magica.  Se  chi  aveva
    suonato  l'ignorava,   la  voce  taceva,  e  il  muro  ridiventava
    silenzioso,  come se al di l vi fossero le tenebre  sgomente  del
    sepolcro.
    Se si sapeva la parola, la voce ripigliava:
    - Entrate a destra.
    E  allora  il  visitatore notava alla sua destra,  dirimpetto alla
    finestra,  un uscio a vetro tinto in grigio  e  sormontato  da  un
    altra  invetriata.  Alzato  il  nottolino,  oltrepassata  la porta
    provava assolutamente la stessa impressione che si ha  entrando  a
    teatro in un palchetto a grata, prima che la grata sia abbassata e
    il lampadario acceso. Si trovava infatti in una specie di palco da
    teatro, angusto, appena illuminato dalla luce incerta dell'uscio a
    vetri,  arredato  di  due  sedie  che  avevano  prestato gi lungo
    servizio e d'una stuoia tutta smagliata: vero palco col  davanzale
    ad altezza di appoggio,  coperto da una tavola di legno nero. Quel
    palco era chiuso da una gelosia,  che non era una grata  di  legno
    dorato  come  all'Opera,  ma  un  mostruoso groviglio di sbarre di
    ferro orribilmente intrecciate e infisse nel  muro  con  saldature
    enormi che parevano pugni chiusi.
    Passati  i  primi minuti,  quando cominciava ad abituarsi a quella
    semi-oscurit di cantina,  l'occhio tentava di spingersi oltre  la
    grata, ma non poteva penetrare pi in l di sei pollici; infatti a
    quella   distanza   incontrava   una  barriera  di  imposte  nere,
    assicurate e rinforzate da traverse di legno  dipinte  in  giallo-
    pan-pepato.   Queste  imposte,   pieghevoli  e  divise  in  lunghe
    assicelle sottili, mascheravano la grata in tutta la sua larghezza
    e stavano sempre chiuse.
    Dopo qualche momento,  il visitatore udiva una voce al di l delle
    imposte che lo chiamava e gli diceva:
    - Sono qui. Che desiderate da me?
    Era  una  voce  amata,  talvolta  una voce adorata.  Non si vedeva
    nessuno,  e s'udiva appena un  respiro;  pareva  uno  spirito  che
    parlasse attraverso la parete della tomba.
    Se il visitatore era in certe determinate condizioni,  molto rare,
    la stretta assicella di una delle imposte gli si apriva di fronte,
    e lo spirito diveniva un'apparizione. Al di l dell'imposta, al di
    l della grata  e  per  quanto  lo  poteva  permettere  la  grata,
    scorgeva  una testa,  di cui erano visibili soltanto la bocca e il
    mento, mentre il resto era coperto da un velo nero. Si intravedeva
    inoltre un soggolo nero e una forma appena distinta  ricoperta  da
    un sudario nero.  Quella testa parlava,  ma senza guardarvi, e non
    sorrideva mai.
    La luce che veniva di dietro il visitatore era  disposta  in  modo
    che  egli  vedeva quella testa illuminata e quella lo vedeva buio.
    Quella luce era un simbolo.
    Intanto gli occhi s'immergevano  avidamente,  attraverso  il  vano
    aperto,  in quel luogo chiuso a tutti gli sguardi.  Una profondit
    indistinta avvolgeva quella forma vestita a lutto,  e gli occhi vi
    frugavano  dentro,  tentando  di discernere che cosa c'era intorno
    all'apparizione;   ma,   dopo  brevissimo  tempo,   il  visitatore
    s'accorgeva  di  non  veder  nulla,  di  avere davanti soltanto la
    notte,  il vuoto,  le tenebre,  una nebbia invernale mista  a  una
    caligine di sepolcro,  una specie di pace spaventosa,  un silenzio
    in cui non si poteva raccogliere nulla,  neppure dei sospiri,  una
    caligine in cui non si distingueva nulla, nemmeno un fantasma.
    Ci che si vedeva era l'interno d'un chiostro.
    Era l'interno di quella casa tetra e severa,  chiamata il convento
    delle Bernardine dell'Adorazione Perpetua.  Il  palco  in  cui  si
    trovava il visitatore era il parlatorio; la voce che aveva parlato
    per prima era quella della suora della ruota la quale stava sempre
    seduta,  immobile e silenziosa, dall'altra parte del muro, accanto
    all'apertura quadrata difesa dalla grata di ferro e dalla lamina a
    mille buchi, come da una doppia visiera.
    L'oscurit del palchetto con la grata derivava dal  fatto  che  il
    parlatorio  aveva  una finestra dalla parte del mondo esterno,  ma
    nessuna dalla parte del monastero: gli occhi profani non  dovevano
    nulla vedere in quel sacro luogo.
    Eppure  al di l di quell'ombra c'era una luce,  c'era una vita in
    quella morte.  Bench quel monastero fosse il pi murato di tutti,
    noi  cercheremo  di  penetrarci  e  di farci penetrare il lettore,
    narrandogli,  senza  dimenticare  i  limiti,   certe  cose  che  i
    novellieri non hanno mai visto e quindi non hanno mai detto.

    2. LA REGOLA DI MARTINO VERGA.
    Quel convento,  che nel 1824 esisteva gi da molti anni nel vicolo
    Picpus,  era una comunit di Bernardine della  regola  di  Martino
    Verga.
    Di conseguenza quelle Bernardine si ricollegavano a Citeaux come i
    Bernardini: in altri termini, dipendevano da san Benedetto anzich
    da san Bernardo.
    Chiunque abbia un po' maneggiato gli in-folio sa che Martino Verga
    nel  1425  fond una congregazione di bernardine-benedettine,  che
    aveva la sede principale a Salamanca e una succursale ad Alcal.
    Tale  congregazione  si  ramific  in  tutti  i  paesi   cattolici
    d'Europa.
    Simili  innesti  d'un  ordine  monastico sull'altro,  nella chiesa
    latina non sono per  nulla  straordinari.  Per  parlare  del  solo
    ordine di san Benedetto,  di cui si tratta qui, da esso dipendono,
    oltre la regola di Martino Verga,  quattro congregazioni,  di  cui
    due in Italia,  Montecassino e Santa Giustina di Padova,  e due in
    Francia,  Cluny e Saint-Maur;  e nove  ordini,  cio  Vallombrosa,
    Grammont;  i celestini,  i camaldolesi, i certosini, gli umiliati,
    gli olivetani,  i silvestrini,  e finalmente Citeaux.  Infatti  lo
    stesso  Citeaux,  che   un tronco per altri ordini,  non  che un
    rampollo per san Benedetto. Citeaux data da san Roberto,  abate di
    Molesme  nella diocesi di Langres nel 1098;  mentre fu nel 529 che
    il diavolo,  ritirato nel deserto di Subiaco (era vecchio;  si era
    forse  fatto eremita?),  fu scacciato dall'antico tempio d'Apollo,
    dove aveva posto  dimora,  da  san  Benedetto,  che  aveva  allora
    diciassette anni.
    Dopo la regola delle carmelitane,  che vanno a piedi nudi, portano
    sul petto un collare di vimini e non si siedono mai, la pi dura 
    quella delle Bernardine-Benedettine di Martino Verga. Esse vestono
    di nero,  con un soggolo che sale fin sotto il mento,  conforme al
    precetto  espresso  da  san Benedetto.  Un abito di saio a maniche
    larghe, un gran velo di lana,  il soggolo rivolto in su,  tagliato
    in quadrato sul petto,  la benda che scende fin sugli occhi,  ecco
    il loro abito: tutto nero,  a eccezione della fascia che  bianca.
    Le novizie portano lo stesso abito,  ma tutto bianco.  Le professe
    hanno inoltre un rosario al fianco.
    Le Bernardine-Benedettine di Martino Verga praticano la Adorazione
    Perpetua,   come  le  Benedettine  chiamate  Dame  del  Santissimo
    Sacramento, le quali, al principio di questo secolo, possedevano a
    Parigi  due  case,  l'una  al  Tempio,  l'altra in via Nuova Santa
    Genoveffa.  Del  resto,  le  monache  del  Petit-Picpus,   di  cui
    parliamo,  appartenevano a un ordine distinto da quello delle Dame
    del Santissimo Sacramento di via Nuova Santa Genoveffa  e  di  via
    del  Tempio.  C'erano molte differenze nella regola,  e ce n'erano
    pure  nel  vestire.  Le  Bernardine-Benedettine  del  Petit-Picpus
    portavano  il  soggolo nero,  mentre le Benedettine del Santissimo
    Sacramento e di via Nuova Santa Genoveffa lo  portavano  bianco  e
    tenevano  inoltre  sul  petto un Santo Sacramento,  alto circa tre
    pollici, di argento dorato oppure di rame dorato, che le religiose
    del Petit-Picpus non avevano.  L'Adorazione Perpetua,  comune alla
    casa del Petit-Picpus e a quella del Tempio, lasciava i due ordini
    perfettamente distinti.  Solo per questa pratica c'era somiglianza
    tra le Dame del Santissimo Sacramento e le Bernardine  del  Petit-
    Picpus,  come  c'era somiglianza per lo studio e la glorificazione
    di tutti i misteri relativi all'infanzia,  alla vita e alla  morte
    di  Ges  Cristo  e alla Vergine,  fra due ordini,  che pure erano
    abbastanza diversi:  l'Oratorio  d'Italia  fondato  a  Firenze  da
    Filippo  Neri e l'Oratorio di Francia stabilito a Parigi da Pietro
    di Brulle.  Quello di Parigi pretendeva il primato perch Filippo
    Neri era solamente santo mentre Brulle era cardinale.
    Torniamo alla dura regola spagnola di Martino Verga.
    Le Bernardine-Benedettine soggette a questa obbedienza mangiano di
    magro tutto l'anno, digiunano di quaresima e in molti altri giorni
    speciali si alzano mentre sono nel primo sonno,  dall'una alle tre
    del mattino, per leggere il breviario e cantare mattutino, dormono
    sulla paglia e in lenzuola di  saio  in  qualunque  stagione,  non
    fanno  uso  di  bagni,  non  accendono  mai il fuoco,  si danno la
    disciplina tutti i venerd, osservano la regola del silenzio,  non
    parlano  tra  loro  se  non  durante le ricreazioni che sono molto
    brevi,  e portano camice di bigello per sei mesi  dell'anno,  cio
    dal 14 settembre giorno dell'Esaltazione della Santa Croce, fino a
    Pasqua.  Questi sei mesi rappresentano una mitigazione;  la regola
    dice tutto l'anno;  ma quella camicia di  bigello,  insopportabile
    nei calori dell'estate,  causava febbre e spasimi nervosi, per cui
    si dovette limitarne l'uso. Anche con questa mitigazione quando il
    14 settembre le religiose si  rimettono  quella  camicia,  vengono
    prese dalla febbre per tre o quattro giorni.  Obbedienza, povert,
    castit,  clausura  perpetua,   sono  questi  i  loro  voti  molto
    aggravati dalla regola.
    La priora viene eletta ogni tre anni dalle madri,  che si chiamano
    "madri vocali", perch hanno voce in capitolo.  Una priora non pu
    essere  rieletta pi di due volte;  e questo limita a nove anni la
    maggior durata possibile del suo regno.
    Non vedono mai il prete officiante,  che  sempre nascosto loro da
    una  tenda  alta  sette  piedi,  e  durante il sermone,  quando il
    predicatore  nella cappella,  esse si calano il velo  sul  volto.
    Devono  parlare sempre sottovoce e camminare con gli occhi a terra
    e  la  testa  bassa.  Un  solo  uomo  pu  entrare  nel  convento:
    l'arcivescovo diocesano.
    Ce n' pure un altro,  il giardiniere,  ma  sempre un vecchio,  e
    perch sia  sempre  solo  in  giardino,  e  le  religiose  vengano
    avvertite  in  tempo  per  evitarlo,  gli  legano un campanello al
    ginocchio.
    Le monache sono sottoposte alla priora con una obbedienza assoluta
    e passiva.  E' l'obbedienza canonica in tutta la sua  abnegazione,
    come  alla  voce di Cristo,  "ut voci Christi",  a un gesto,  a un
    minimo  segno,  "ad  nutum,   ad  primum  signum",   subito,   con
    contentezza,  con  perseveranza,  con  una certa obbedienza cieca,
    "prompte,  hilariter,  perseveranter et coeca quadam  obedientia",
    come  la  lima  nella  mano  del  fabbro,  "quasi limam in manibus
    fabri", non potendo leggere n scrivere checchessia senza espressa
    autorizzazione,  "legere vel scribere non addiscerit sine expressa
    superioris licentia".
    Ogni monaca fa a turno quella che chiamano "la riparazione",  cio
    la preghiera per tutti  i  peccati,  le  colpe,  i  disordini,  le
    violazioni, le iniquit e i delitti che si commettono sulla terra.
    Per dodici ore consecutive, dalle quattro del mattino alle quattro
    di  sera,  la  suora  che fa la riparazione resta in ginocchio per
    terra davanti al Santissimo Sacramento,  a mani giunte  e  con  la
    corda  al collo.  Quando la stanchezza diventa insopportabile,  si
    prostra col ventre a terra,  con la faccia a terra,  le braccia in
    croce:  questo tutto il suo sollievo.  In tale atteggiamento essa
    prega per tutti i colpevoli dell'universo: cosa tanto  grande  che
    ben pu dirsi sublime.
    Siccome  questo  atto  si  compie vicino a un grosso candeliere in
    cima al quale arde un cero,  cos si dice indistintamente "fare la
    riparazione"  oppure  "stare al palo": le suore anzi preferiscono,
    per umilt,  quest'ultima espressione,  che  contiene  un'idea  di
    supplizio e di avvilimento.
    "Fare  la  riparazione"   una funzione che assorbe tutta l'anima;
    quindi la suora che si trova al palo non si volgerebbe nemmeno  se
    un fulmine cadesse dietro di lei.
    Inoltre,  davanti al Santissimo Sacramento c' sempre in ginocchio
    una religiosa.  Questa stazione dura un'ora.  Si danno  il  cambio
    come i soldati in sentinella. Questa  l'Adorazione Perpetua.
    Le  priore  e  le  madri  portano  quasi  sempre nomi improntati a
    particolare gravit,  che ricordano non gi le sante e le martiri,
    ma i vari momenti della vita di Cristo, come madre Nativit, madre
    Concezione,  madre Presentazione, madre Passione, eccetera; per i
    nomi delle sante non sono vietati.
    Quando si vedono,  in realt non se ne vede altro  che  la  bocca.
    Esse  hanno  tutti i denti gialli,  perch in quel monastero non 
    mai penetrato uno spazzolino da denti;  pulirsi i denti  cosa che
    sta  in  cima a una scala,  al basso della quale c' la perdizione
    dell'anima.
    Di nessuna cosa dicono mai "mia" o "mio". Non possiedono nulla e a
    nulla devono tenerci.  Di ogni oggetto dicono "nostro",  cos:  il
    nostro  velo,  il  nostro rosario,  e se parlassero della camicia,
    direbbero  la  nostra  camicia.   Se  per  caso  accade  loro   di
    affezionarsi a qualche oggettino,  a un libro di preghiere,  a una
    reliquia,  a una medaglia benedetta,  non appena se ne  accorgono,
    devono regalarlo.  Ricordano le parole di Santa Teresa, alla quale
    una gran dama,  al momento d'entrare nel  suo  ordine,  diceva:  -
    Permettete,  madre, che mandi a prendere una Santa Bibbia che mi 
    molto cara?  - "Ah!  voi tenete a qualche cosa?  In tal caso,  non
    venite tra noi!".
    E'  vietato  a  tutti  di rinchiudersi,  avere un luogo a s,  una
    propria camera: vivono in celle aperte.  Quando due si avvicinano,
    l'una  dice:  "Sia  lodato  e  adorato  il  Santissimo  Sacramento
    dell'altare"; e l'altra risponde: "Oggi e sempre!".  Come tutte le
    pratiche,  anche questa  resa macchinale dall'abitudine;  e l'una
    dice talvolta: "Oggi e sempre",  prima che l'altra abbia avuto  il
    tempo di dire, ci che del resto  abbastanza lungo: "Sia lodato e
    adorato il Santissimo Sacramento dell'altare!".
    Fra  le  Visitandine  invece,  quella che entra dice: "Ave Maria",
    l'altra risponde: "Gratia plena";   il loro saluto,  che  infatti
    riesce "pieno di grazia" .
    A  ogni  ora del giorno la campana della chiesa del convento batte
    tre colpi supplementari.  A  quel  segnale  tutte,  priora,  madri
    vocali,   professe,  converse,  novizie,  postulanti  interrompono
    quello che stanno dicendo,  facendo o  pensando,  e  tutte  dicono
    nello stesso tempo,  se per esempio sono le cinque: - "Alle cinque
    e in qualunque ora sia lodato e adorato il  Santissimo  Sacramento
    dell'altare!". E se invece sono le otto: "Alle otto e in qualunque
    ora", eccetera, e cos di seguito, secondo l'ora che .
    Questa  usanza,  che  ha  lo  scopo  di  distrarre il pensiero per
    ricondurlo sempre a Dio,  esiste anche in  molte  altre  comunit,
    per  con  formula  varia.  Cos  tra le suore del Bambino Ges si
    dice: "A quest'ora e in tutte le ore l'amore di  Ges  infiammi  i
    nostri cuori!".
    Le  Benedettine-Bernardine  di  Martino  Verga,  che si trovano al
    Petit-Picpus da cinquant'anni,  cantano l'ufficio con tono  grave,
    in  perfetto gregoriano e sempre a voce alta,  per tutta la durata
    dell'ufficio. A ogni asterisco fanno una pausa e dicono sottovoce:
    "Ges-Maria-Giuseppe".  Per l'ufficio dei morti prendono  un  tono
    cos  basso  che  fa  meraviglia come delle voci femminili possano
    arrivare a tanto; per l'effetto  sorprendente e lugubre.
    Le monache del Petit-Picpus avevano fatto  scavare  un  sepolcreto
    sotto  l'altare  maggiore  per  la  sepoltura  della comunit.  Il
    "governo",  come esse dicevano,  non permette che quel  sepolcreto
    sia  usato.  Esse  dunque  escono  dal convento soltanto morte.  E
    questo le affligge e le costerna come una infrazione alla regola.
    Avevano ottenuto la mediocre consolazione  di  venire  sepolte  in
    un'ora  speciale  e  in  un  angolo  speciale del vecchio cimitero
    Vaugirard,  costruito su un terreno che  un  tempo  apparteneva  a
    loro.
    Il  gioved  le  religiose hanno la messa cantata,  i vespri e gli
    uffici come alla domenica. Osservano inoltre scrupolosamente tutte
    le piccole feste,  quasi sconosciute ai secolari e che  la  Chiesa
    una  volta prodigava in Francia e prodiga ancora in Italia e nella
    Spagna.  Il tempo che passano in  cappella    interminabile.  Sul
    numero  e  la durata delle preghiere possiamo dare un'idea citando
    l'ingenua frase di una di esse: - Le  preghiere  delle  postulanti
    sono interminabili,  quelle delle novizie ancora peggio,  e peggio
    ancora quelle delle professe.  Una volta alla settimana si adunano
    in capitolo;  presiede la priora,  le madri vocali assistono. Ogni
    monaca viene a inginocchiarsi per terra e confessa ad  alta  voce,
    davanti  alla  comunit,  le  colpe  e  i  peccati  commessi nella
    settimana.  Le madri vocali si consultano dopo ogni confessione  e
    danno la penitenza.
    Oltre la confessione ad alta voce, riservata ai peccati pi gravi,
    hanno,  per  i  peccati  veniali,  quella che chiamano "la colpa".
    "Fare la colpa" significa prostrarsi  bocconi  per  terra  durante
    l'ufficio  davanti  alla  priora  fino a che questa non avverta la
    paziente con un colpettino al suo stallo che si pu alzare.  Si fa
    la colpa per cose da nulla.  Un vetro rotto, lo strappo a un velo,
    un involontario ritardo di un secondo all'ufficio,  una falsa nota
    nel  canto,  eccetera,  bastano,  e  si  fa  la colpa.  La colpa 
    completamente spontanea;   la "colpevole" stessa (donde l'origine
    etimologica  del fare la colpa) che si giudica e si condanna.  Nei
    giorni di festa e nelle domeniche quattro madri vocali  salmodiano
    l'ufficio davanti a un leggio a quattro facce. Un giorno una madre
    cantora  inton  un  salmo che cominciava con "Ecce",  e invece di
    leggere "Ecce" disse ad alta voce queste tre note:  do,  si,  sol;
    per  questa  distrazione  s'impose  una  colpa  che dur per tutto
    l'ufficio.  Ci che rendeva la colpa enorme era il  fatto  che  la
    comunit aveva riso.
    Quando  una  religiosa    chiamata  al parlatorio,  anche se  la
    priora,  abbassa il suo velo cos da lasciar scorgere soltanto  Ia
    bocca.
    Soltanto  la  priora  pu  comunicare  con gli estranei.  Le altre
    possono  vedere  soltanto  i  loro  stretti  familiari,   e  molto
    raramente.  Se  per  caso  un  estraneo si presenta per vedere una
    religiosa conosciuta gi nel mondo, c' tutto un processo da fare.
    Se si tratta di una  donna,  l'autorizzazione  qualche  volta  pu
    essere  accordata;  la  religiosa  viene e le parla attraverso una
    grata fittissima, la quale si apre soltanto nel caso che si tratti
    di una madre oppure di una sorella.
    E' inutile dire che il permesso per gli uomini  sempre negato.
    Questa  la regola di san Benedetto,  resa pi severa  da  Martino
    Verga.
    Queste  religiose  non  sono  affatto  gaie,  rosee e fresche come
    quelle degli altri ordini. Sono pallide e gravi.  Dal 1825 al 1830
    tre sono diventate pazze.

    3. SEVERITA'.
    Si  almeno due anni postulante,  talvolta quattro; e quattro anni
    novizia;  raro che si possano pronunciare i voti definitivi prima
    dei ventitr o ventiquattro  anni.  Le  Bernardine-Benedettine  di
    Martino Verga non ammettono vedove nel loro ordine.
    Nelle loro celle si sottopongono a molte penitenze ignote,  di cui
    non debbono mai parlare.
    Quando una novizia pronunzia i voti,  la rivestono  dei  suoi  pi
    begli ornamenti, le cingono il capo di rose bianche, le lustrano e
    le  arricciano  i capelli;  quindi la fanno prostrare a terra,  la
    ricoprono d'un gran velo nero e cantano l'ufficio funebre.  Allora
    le monache si dividono in due schiere,  che le sfilano vicino. Una
    schiera dice con  voce  lamentevole:  "Nostra  sorella    morta";
    mentre l'altra risponde in tono festoso: "E' viva in Ges Cristo".
    Nell'epoca  a  cui  si  riferisce  la  nostra  storia,  annesso al
    monastero era un collegio di fanciulle nobili,  la  maggior  parte
    ricche,  tra  le  quali  si notavano le signorine Sainte-Aulaire e
    Blissen,  e una inglese che portava l'illustre nome cattolico  di
    Talbot.  Queste  giovinette  educate da monache chiuse fra quattro
    mura crescevano nell'orrore per il mondo e per il secolo.  Una  di
    esse  ci  diceva  un giorno: - "La vista del lastrico della via mi
    faceva tremare da capo a piedi".  - Avevano una divisa azzurra col
    berretto bianco,  e uno Spirito Santo d'argento dorato o di ottone
    sul petto.  In certi giorni di gran festa,  specialmente  a  santa
    Maria,  veniva  loro  concesso,  come un gran favore e una suprema
    felicit,  di vestirsi da monache e di partecipare  per  tutta  la
    giornata  alle  cerimonie  e  alle pratiche di san Benedetto.  Nei
    primi tempi le professe prestavano loro i propri  abiti  neri:  ma
    parve  una  cosa  profana,  e  la priora lo viet,  permettendo il
    prestito  soltanto  alle  novizie.   E'   da   notare   che   tali
    travestimenti,  tollerati  e  incoraggiati  nel  convento  per  un
    segreto spirito di proselitismo e per  infondere  nelle  fanciulle
    l'amore del santo abito, costituivano per esse una vera felicit e
    una vera ricreazione.  Si divertivano senz'altro;  era una novit;
    le cambiava.  Candide ragioni dell'infanzia,  che  del  resto  non
    bastano  a  far comprendere a noi mondani la felicit di tener fra
    le mani un aspersorio  e  di  stare  in  piedi  delle  ore  intere
    cantando a quattro voci dinanzi a un leggio.
    Tranne  le  austerit,  le  allieve  si  uniformavano  a  tutte le
    pratiche del convento. Una giovane signora, rientrata nel secolo e
    dopo parecchi anni di matrimonio, non aveva ancora potuto disfarsi
    dell'abitudine di rispondere in tutta fretta "oggi e sempre", ogni
    qual volta udiva bussare all'uscio.  Le educande,  al  pari  delle
    monache,  potevano vedere i parenti soltanto nel parlatorio, e non
    si permetteva loro di baciare nemmeno le mamme.  Ecco un  aneddoto
    che pu dimostrare fin dove giungesse la severit su questo punto.
    Un giorno una giovanetta, ricevendo la visita di sua madre e d'una
    sorellina di tre anni,  piangeva, perch avrebbe voluto baciare la
    sorellina. Impossibile. Supplic perch almeno fosse permesso alla
    bambina di passar  la  mano  attraverso  le  sbarre  e  a  lei  di
    baciargliela;  ma  anche  questo  fu  negato,  come  se  fosse uno
    scandalo.

    4. ALLEGRIA.
    Nondimeno,  quelle fanciulle hanno riempito  di  graziosi  ricordi
    quel severo convento.
    In certe ore, in quel chiostro splendeva la fanciullezza. Al suono
    della  ricreazione,  una  porta girava sui cardini,  e gli uccelli
    dicevano:  -  Bene,  ecco le bimbe!  - Un'irruzione di  giovinezza
    inondava  quel  giardino  tagliato a croce come un drappo funebre.
    Volti  radiosi,  candide  fronti,  occhi  ingenui  pieni  di  luce
    giuliva, una specie d'aurora si sparpagliava in quelle ombre. Dopo
    le salmodie,  le campane,  i campanelli,  i rintocchi funebri, gli
    uffici, scoppiava all'improvviso quel cinguettio di fanciulle, pi
    dolce del ronzar delle  api.  S'apriva  l'alveare  della  gioia  e
    ciascuna vi apportava il suo miele.  Giocavano,  si chiamavano, si
    raggruppavano,   correvano,   e  i  loro   bei   dentini   bianchi
    cinguettavano  nelle  cantonate.  I  veli vigilavano da lontano le
    risa, le ombre tenevano d'occhio i raggi; ma che importa, gioivano
    e ridevano! Quelle quattro lugubri muraglie avevano il loro minuto
    di bagliore,  e assistendo a quel grazioso e  turbinoso  sciamare,
    erano vagamente imbiancate dal riflesso di tanta gioia. Pareva una
    pioggia di rose attraverso quel lutto.  Le bambine giocavano sotto
    la sorveglianza delle monache;  lo sguardo dell'impeccabilit  non
    impaccia  l'innocenza.  Grazie  a quelle fanciulle,  fra tante ore
    austere  ce  n'era  pur  una  per  l'ingenuit.   Le  pi  piccole
    saltavano,  le  grandicelle  ballavano.  In quel chiostro anche il
    gioco aveva qualcosa di celestiale,  e  nulla  era  incantevole  e
    augusto come quelle fresche anime dischiuse.  Omero sarebbe venuto
    l a scherzare con Perrault,  e in quel tetro giardino c'era tanta
    giovinezza,   tanta  salute,  tanto  rumore,  tante  grida,  tanto
    stordimento e piacere e felicit da rasserenare tutte le nonne, da
    quelle dell'epopea a quelle della favola,  da quelle  che  siedono
    sul trono a quelle che vivono nella capanna.
    In  quel  monastero  forse  pi  che  in  qualunque  altro  luogo,
    s'udivano di  quei  detti  fanciulleschi,  sempre  cos  pieni  di
    grazia, che fanno ridere e meditare. Fra quei quattro muri funerei
    una bambina di cinque anni esclam un giorno: - "Madre!  una delle
    grandi mi ha detto che devo star qui nove anni e  dieci  mesi.  Oh
    che piacere!".
    L dentro si svolse pure questo dialogo memorabile:
    UNA MADRE VOCALE. - Perch piangete, figliola mia?
    LA  BAMBINA  (sei  anni),  singhiozzando:  - Ho detto ad Alice che
    sapevo la storia di Francia,  ed essa dice che non la so,  e io la
    so.
    ALICE (la grande, nove anni). - No, non la sa.
    LA MADRE. - E perch, figliola?
    ALICE.  -  M'ha  detto  d'aprire  il  libro  a caso e di farle una
    domanda che fosse nel libro e che essa avrebbe risposto.
    - Ebbene?
    - Non ha risposto.
    - Vediamo un po', che cosa le hai domandato?
    - Ho aperto il libro a caso, com'e lei diceva, e le ho ripetuto la
    prima domanda che ho trovato.
    - E che domanda era?
    - Era: "E che accadde dopo?".
    L  stata fatta questa profonda osservazione su un pappagallo  un
    po' ghiotto appartenente a una dama pensionaria:
    -  "Com'  grazioso!  mangia  il disopra della sua tartina come se
    fosse una persona!".
    Fu in quel chiostro, su una pietra del lastricato, che si trov la
    seguente  confessione,  scritta,  per  non  dimenticarla,  da  una
    peccatrice di sette anni:
    "Padre mio, confesso d'essere stata avara.
    Padre mio, confesso d'essere stata adultera.
    Padre mio, confesso d'aver alzato gli occhi sugli uomini".
    Su  uno di quei praticelli di quel giardino fu improvvisato da una
    rosea bocca di sei anni  questo  racconto  ascoltato  da  parecchi
    occhi azzurri:
    "C'erano  una  volta  tre  galletti  che possedevano un paese dove
    c'erano molti fiori. Essi colsero i fiori e se li posero in tasca;
    raccolsero le foglie e le misero nei  loro  giocattoli;  c'era  un
    lupo nel paese e c'era un gran bosco;  e il lupo era nel bosco,  e
    mangi i galletti".
    E anche quest'altro poema:
    "C' stato un colpo di bastone.
    E' stato Pulcinella che lo ha dato al gatto.
    Non gli ha fatto bene, gli ha fatto male.
    Allora una signora ha messo Pulcinella in prigione".
    L dentro una piccola derelitta,  una trovatella che il  monastero
    allevava   per  carit,   pronunci  la  seguente  frase  dolce  e
    straziante. Udendo le altre parlare delle loro madri,  mormor nel
    suo cantuccio:
    - "Quando io nacqui mia madre non era presente!".
    C'era  una  grossa  portinaia  che  si vedeva sempre correre per i
    corridoi col suo mazzo di  chiavi.  Si  chiamava  suor  Agata.  Le
    grandi  -  cio  le  educande  al  di  sopra  dei  dieci anni - la
    chiamavano "Agatochiave".
    Il refettorio,  uno stanzone lungo illuminato soltanto dalla parte
    del  chiostro che era fatto a porticato e comunicava col giardino,
    era buio e umido, e come dicono i ragazzi, pieno di bestie.  Tutti
    i  luoghi  attorno  contribuivano a mandare nel refettorio la loro
    porzione di insetti.  Ognuno dei  quattro  angoli  del  refettorio
    aveva  ricevuto un nome particolare ed espressivo,  nel linguaggio
    delle educande.  C'era l'angolo dei ragni,  l'angolo  dei  bruchi,
    l'angolo dei millepiedi e l'angolo dei grilli. L'angolo dei grilli
    era  vicino  alla  cucina  e godeva una buona reputazione,  perch
    c'era meno freddo che altrove. Dal refettorio i nomi erano passati
    al  pensionato  e  servivano  a  distinguervi,   come  nell'antico
    collegio Mazarino,  quattro nazioni. Ogni alunna apparteneva a una
    di queste quattro nazioni a seconda dell'angolo del refettorio  in
    cui si sedeva all'ora dei pasti. Un giorno, l'arcivescovo, durante
    la  visita  pastorale,  vide entrare nella classe che lui visitava
    una graziosa bambina tutta rosea e con i capelli biondi;  chiese a
    un'altra  educanda  che gli stava vicino e che era una bella bruna
    dalle gote fresche:
    - Chi  quella?
    - E' un ragno.
    - E. quell'altra?
    - Un grillo.
    - E quella?
    - Un millepiedi.
    - E voi?
    - Un bruco, monsignore.
    Ogni pensionato come questo ha le sue caratteristiche.  All'inizio
    di  questo secolo,  Ecouen era uno dei luoghi graziosi e severi in
    cui cresceva, in un'ombra quasi augusta, l'infanzia delle ragazze.
    A Ecouen,  per prendere  posto  alla  processione  del  Santissimo
    Sacramento,  si  faceva  distinzione tra le vergini e le fioriste.
    C'erano anche quelle che  portavano  le  aste  del  baldacchino  e
    quelle   che   con   gli   incensieri  incensavano  il  Santissimo
    Sacramento.  Portare i fiori apparteneva di diritto alle fioriste.
    Quattro "vergini" andavano avanti. Il mattino di quel gran giorno,
    non era raro che si sentisse chiedere nel dormitorio:
    - Chi  la "vergine"?
    Madama Campan citava questa frase di una ragazzina di sette anni a
    una "grande" di sedici,  che andava avanti alla processione mentre
    lei, perch piccina, restava in coda:
    - Tu sei vergine, tu; ma io non lo sono!

    5. DISTRAZIONI.
    Sopra la porta del parlatorio stava scritta a grosse lettere  nere
    questa  preghiera  che  si  chiamava il "Paternostro bianco" e che
    aveva il potere di portare la gente diritta in paradiso.
    "Piccolo paternostro bianco, che Dio fece,  che Dio dice,  che Dio
    porta in paradiso.  Di sera,  andando a letto, io trovo tre angeli
    accanto al mio letto, uno ai piedi, e due a lato, la buona Vergine
    Maria in mezzo, che mi dice di coricarmi e di non temere nulla. Il
    buon Dio  mio padre, la buona Vergine  mia madre, i tre apostoli
    sono i miei fratelli,  le tre vergini  sono  le  mie  sorelle.  La
    camicia in cui Dio nacque avvolge il mio corpo;  la croce di santa
    Margherita sta scritta sul mio petto;  la Vergine  se  ne  va  sui
    campi, e mentre Dio piange, incontra san Giovanni. O san Giovanni,
    da dove venite?  Io vengo dall'Ave Salus.  Non avete visto il buon
    Dio? Egli sta sull'albero della croce, con i piedi legati, le mani
    inchiodate e un cappellino di spine sulla testa.  Chi la dir  tre
    volte al mattino e tre volte alla sera, guadagner il paradiso".
    Nel  1821,  questa preghiera cos caratteristica era scomparsa dal
    muro sotto un triplice strato  di  calce.  Oggi  va  cancellandosi
    anche  dalla  memoria  delle  ragazze  di  allora,  che sono ormai
    vecchie.
    Un grande crocifisso attaccato al  muro  completava  l'arredamento
    del refettorio,  la cui unica porta,  come abbiamo gi detto, dava
    sul giardino.  Due tavole strette,  ognuna provvista di due panche
    di  legno,  disegnavano  due  lunghe  linee  parallele  da un capo
    all'altro del refettorio.  I muri erano bianchi,  le tavole  nere;
    due colori di lutto che si alternano nei monasteri.  I pasti erano
    uggiosi, e severa anche l'alimentazione delle fanciulle;  una sola
    vivanda  di carne e di erbe insieme o di pesce salato,  era questo
    il lusso.  Eppure questo regime cos modico era  gi  un'eccezione
    riservata  alle  sole educande.  Queste mangiavano silenziosamente
    sotto la vigilanza della madre di settimana,  la quale di tanto in
    tanto,  se  appena  una  mosca  osava  volare  e ronzare contro la
    regola,  apriva e chiudeva rumorosamente una specie  di  libro  di
    legno.  Quel  silenzio era condito dalla vita dei santi,  letta ad
    alta voce da un piccolo  pulpito  col  leggio,  posto  a  pi  del
    crocefisso.  La  lettrice  era una delle grandi,  di settimana.  A
    intervalli, sulla tavola nuda,  c'erano delle terriere verniciate,
    nelle  quali  le allieve lavavano i loro bicchieri di metallo e le
    loro posate,  e dove talvolta gettavano qualche pezzo di  rifiuto,
    carne dura o pesce guasto; il quale atto era punito.
    La fanciulla che rompeva il silenzio doveva fare una "croce con la
    lingua".  Dove? in terra, leccando il pavimento. La polvere, che 
    la fine di tutte le gioie,  era  incaricata  di  castigare  quelle
    povere foglioline di rosa, colpevoli di un lieve cinguettio.
    Il convento possedeva un libro, che venne sempre stampato in unico
    esemplare,  e  che    proibito  leggere.  E'  la  regola  di  san
    Benedetto: arcano nel quale nessun occhio profano deve  penetrare.
    "Nemo regulas, seu constitutiones nostras, externis communicabit".
    Le educande riuscirono un giorno a rubare quel libro,  e si misero
    a  leggerlo  avidamente;  lettura  spesso  interrotta  dal  timore
    d'essere sorprese, che faceva chiudere precipitosamente il volume.
    Ma  da  quel  grande pericolo corso,  non trassero che un mediocre
    piacere;   poche  pagine   inintelligibili   sui   peccati   degli
    adolescenti maschi fu quanto vi rinvennero di "pi interessante".
    Giocavano in un viale del giardino,  fiancheggiato da alcuni magri
    alberi da frutta.  Nonostante la severit della sorveglianza e dei
    castighi,  riuscivano talvolta a raccogliere furtivamente una mela
    acerba, un'albicocca guasta, o una pera bacata. Ora lascio parlare
    una lettera che ho sotto gli occhi e che fu  scritta,  venticinque
    anni fa, da una di quelle educande, oggi duchessa di..., una delle
    pi  eleganti  dame di Parigi.  Cito testualmente: "Si nasconde la
    pera o la mela come meglio si pu.  Poi,  quando andiamo  sopra  a
    mettere il velo sul letto in attesa della cena,  la cacciamo sotto
    il guanciale, e la si mangia la sera a letto, se non si mangia nel
    cesso". Era questa una delle loro volutt pi vive.
    Una  volta,   in  occasione  di  una  visita  dell'arcivescovo  al
    monastero,  una delle educande,  la signorina Bouchard, che era un
    po' parente dei Montmorency, scommise che gli avrebbe domandato un
    giorno di vacanza: cosa enorme in un  convento  cos  austero.  La
    scommessa fu accettata,  ma nessuna ci credeva. Venuto il momento,
    mentre l'arcivescovo passava davanti alle fanciulle,  la Bouchard,
    con  indescrivibile  terrore  delle  compagne,  usc  dalle file e
    disse: - Monsignore, un giorno di vacanza. - La signorina Bouchard
    era fresca e ben fatta,  aveva il pi  grazioso  visetto  roseo  e
    Monsignor De Qulen rispose sorridendo: - Come mai, cara figliola,
    un giorno di vacanza! Ma anche tre se volete. Accordo tre giorni.
    La priora non poteva opporsi;  l'arcivescovo aveva parlato! Fu uno
    scandalo  per  il  convento,   ma  una  gioia  per  il   collegio.
    Immaginatevi che effetto!
    Quel burbero chiostro non era per cos ermeticamente chiuso,  che
    non vi potessero penetrare  le  passioni  esterne,  il  dramma,  e
    persino  il  romanzo.  A  prova  di questo ci limiteremo a esporre
    succintamente un fatto vero e incontestabile,  che d'altronde  non
    ha  in  s alcun rapporto,  si collega con nessun filo alla storia
    che raccontiamo; ma lo accenniamo per rendere completa nella mente
    del lettore la fisionomia del monastero.
    Verso quell'epoca dunque c'era l dentro una  persona  misteriosa,
    che  non  era  monaca,  che  trattavano con molto rispetto,  e che
    chiamavano "madama Albertina". Di lei non si sapeva nulla,  tranne
    che  era  pazza e che nel mondo era creduta come morta.  Si diceva
    poi che sotto questa storia  ci  fossero  degli  accomodamenti  di
    ricchezza necessari per un grande matrimonio.
    Quella donna,  appena trentenne, bruna, abbastanza bella, guardava
    con aria distratta coi suoi grandi occhi neri.  Vedeva?  Molti  ne
    dubitavano.   Pareva   che  scivolasse  sul  suolo  piuttosto  che
    camminare; non parlava mai;  non si era ben sicuri che respirasse.
    Le sue narici erano affilate e livide come dopo l'estremo sospiro,
    e  toccarle  la  mano  era  come toccar la neve.  Aveva una strana
    grazia spettrale,  e dove  entrava  si  aveva  una  sensazione  di
    freddo.  Un  giorno  una  suora,  vedendola  passare,  disse a una
    compagna: - La credono morta. - Forse lo  - rispose l'altra.
    Madama Albertina,  di cui si narravano tante  cose,  era  l'eterna
    curiosit  delle educande.  Nella cappella c'era una tribuna,  che
    chiamavano l'occhio di bue perch guardava in  chiesa  soltanto  a
    mezzo  di  un  finestrino  a  forma  di  occhio.  Madama Albertina
    assisteva ai divini uffici da  quella  tribuna,  e  di  solito  vi
    rimaneva sola,  perch, essendo collocata al primo piano, lasciava
    vedere il sacerdote che predicava o celebrava messa,  ci che alle
    monache  era  vietato.  Un  giorno  tenne  il  pulpito  un giovane
    sacerdote d'alto lignaggio,  dei duchi di Rohan,  che nel 1815 era
    Pari  di  Francia,  ufficiale dei moschettieri rossi e principe di
    Lon, e che mor nel 1830 cardinale e arcivescovo di Besanon. Era
    la prima volta che De Rohan  predicava  nel  convento  del  Petit-
    Picpus.  Madama  Albertina,  che  di solito assisteva ai sermoni e
    agli uffici religiosi  con  una  calma  profonda  e  una  completa
    immobilit,  quel  giorno,  com'ebbe visto il Rohan,  si rizz,  e
    disse ad alta voce nel silenzio della cappella:  "Toh!  Augusto!".
    Tutte  le  suore stupefatte volsero la testa,  il predicatore alz
    gli occhi,  ma madama Albertina era ricaduta nella sua immobilit.
    Un  soffio del mondo esteriore,  una scintilla di vita era passata
    momentaneamente su quella figura spenta e gelida,  poi  tutto  era
    svanito, e la demente era ridiventata cadavere.
    Quelle  due  parole  per  bastarono  a far chiacchierare tutte le
    bocche che nel convento  potevano  parlare.  Quante  cose,  quante
    rivelazioni in quel "toh!  Augusto!  ". Il signor De Rohan infatti
    si chiamava Augusto.  Era dunque  evidente  che  madama  Albertina
    proveniva  dalla  pi  alta  societ;  che  vi  occupava  un posto
    elevato,  poich poteva parlare con tanta familiarit di  un  gran
    signore  come  quello;  e  che doveva avere con lui una relazione,
    forse di parentela, certamente molto stretta, giacch ne conosceva
    il nome di battesimo.
    Due duchesse molto austere,  le signore De Choiseul e  De  Srent,
    visitavano spesso il monastero, nel quale certo entravano in virt
    del  privilegio  "Magnates mulieres",  ed erano molto temute dalle
    educande,  le quali,  poverine,  tremavano e chinavano  gli  occhi
    quando le vedevano passare.
    Del  resto,  a  sua  insaputa,  il  signor  De Rohan era l'oggetto
    dell'attenzione delle fanciulle. Era stato in quell'epoca nominato
    di  recente  vicario  dell'arcivescovo  di   Parigi,   in   attesa
    dell'episcopato,  e una delle sue abitudini era di andare spesso a
    celebrare  nella  cappella  delle  monache  del  Petit-Picpus.  Le
    giovani  recluse non potevano vederlo a causa della tenda di saio,
    ma erano riuscite a riconoscere e a distinguere la sua voce  dolce
    e un po' sottile.  Era stato moschettiere;  e poi dicevano che era
    molto galante,  molto ben pettinato coi suoi bei capelli  castani,
    arricciati  tutti  intorno  alla  testa,  dicevano che portava una
    larga fascia nera magnifica e che la sottana nera era tagliata con
    somma  eleganza.   Egli  teneva  molto   occupate   tutte   quelle
    immaginazioni sedicenni.
    Nessun rumore esterno penetrava nel monastero.  Pure ci fu un anno
    in cui arriv il suono  d'un  flauto.  Fu  un  avvenimento,  e  le
    educande di quell'epoca se ne ricordano ancora.
    Qualcuno   che  dimorava  nelle  vicinanze  suonava  quel  flauto,
    ripetendo  sempre  lo  stesso   motivo,   un'aria   oggi   affatto
    dimenticata:  "Zetulbe  mia,  regna  tu  sul mio cuor!",  e che si
    sentiva due o tre volte nella giornata.
    Le fanciulle stavano ad ascoltarlo per ore intere, le madri vocali
    erano sconvolte, i cervelli lavoravano, e le punizioni fioccavano.
    La cosa dur parecchi mesi.  Le educande erano tutte  pi  o  meno
    innamorate  dell'ignoto  suonatore,  e  ciascuna sognava di essere
    Zetulbe.  Il suono del flauto veniva dalla parte della via  Droit-
    Mur,  ed  esse  avrebbero  tutto  dato,  tutto compromesso,  tutto
    tentato per vedere,  anche per un solo secondo,  per  intravedere,
    per   scorgere   appena   il   "giovinotto"   che   suonava   cos
    deliziosamente il flauto,  e che senza saperlo,  faceva  risuonare
    nello stesso tempo tutte quelle anime.  Alcune di loro sgusciarono
    per una porta di servizio e salirono al terzo piano verso  la  via
    Droit-Mur  nella  speranza  di  vedere  attraverso le finestre che
    dominavano le case vicine;  ma fu impossibile.  Una anzi si spinse
    sino  ad allungare il braccio al di sopra della testa,  attraverso
    la grata,  agitando un fazzoletto bianco.  Due  altre,  ancor  pi
    ardite,  trovarono  modo  di  arrampicarsi  fino sul tetto,  vi si
    arrischiarono,  e riuscirono finalmente a vedere il  "giovanotto".
    Era  un  vecchio  gentiluomo,  tornato  dall'emigrazione,  cieco e
    rovinato,  che suonava il flauto nella sua soffitta per  ingannare
    il tempo.

    6. IL CONVENTO PICCOLO.
    La cinta del Petit-Picpus comprendeva tre edifici distinti, e cio
    il  chiostro  principale  dove  abitavano le monache,  il collegio
    delle educande,  e finalmente quello che  chiamavano  il  convento
    piccolo.  Questo era un corpo di fabbrica con giardino,  nel quale
    alloggiavano insieme una quantit di vecchie  monache  di  diversi
    ordini,  avanzi  di  monasteri  distrutti  dalla Rivoluzione;  una
    accolta di tutte le tinte nere,  grigie e  bianche,  di  tutte  le
    regole  e  di  tutte le variet possibili;  quello che si potrebbe
    chiamare, se un simile accoppiamento di parole fosse permesso,  un
    monastero-arlecchino.
    Fino  dai  tempi  dell'Impero,  era  stato concesso a tutte quelle
    povere donne disperse e disorientate di andare a raccogliersi  l,
    sotto le ali delle Benedettine-Bernardine.  Il governo pagava loro
    una tenue pensione,  e le religiose del  Petit-Picpus  le  avevano
    accolte con premura.  Era un bizzarro alveare,  nel quale ciascuno
    seguiva la propria regola.  Permettevano talvolta  alle  educande,
    come  solenne  ricreazione,  di andarle a visitare;  perci quelle
    giovani menti hanno conservato il ricordo di madre Santa  Basilia,
    di madre Santa Scolastica e di madre Giacobbe.
    Una  di esse poteva quasi dire di trovarsi nella sua casa,  perch
    era una monaca di Sant'Aura,  la sola del  suo  ordine  che  fosse
    sopravvissuta.  L'antico  monastero  delle Dame di Santa Aura,  al
    principio del secolo  decimottavo,  occupava  precisamente  quello
    stesso  caseggiato,  che  pi tardi appartenne alle Benedettine di
    Martino Verga.  Quella santa  donna,  essendo  troppo  povera  per
    vestire  il magnifico abito del suo ordine,  che consisteva in una
    veste bianca  con  uno  scapolare  scarlatto,  ne  aveva  piamente
    ricoperto  un piccolo manichino,  che mostrava con compiacenza,  e
    che morendo lasci poi  in  legato  al  convento  che  l'ospitava.
    Cosicch,  nel  1824,  di  quell'ordine  rimaneva  soltanto quella
    monaca e al presente resta solo una bambola.
    Oltre a  quelle  degne  suore,  alcune  vecchie  secolari  avevano
    ottenuto  dalla  priora,  come  madama  Albertina,  il permesso di
    ritirarsi nel convento piccolo: tra esse  c'erano  la  signora  di
    Beaufort  d'Hautpoul e la marchesa Dufresne.  Un'altra non  stata
    mai conosciuta nel convento se non per il rumore straordinario che
    faceva soffiandosi il naso,  e le allieve la chiamavano la signora
    Strepitosa.
    Verso il 1820 o 1821,  la signora Genlis,  che redigeva allora una
    piccola pubblicazione periodica  intitolata  l'"Intrepido"  chiese
    essa  pure  d'essere  ammessa  a pensione nel monastero del Petit-
    Picpus: era raccomandata dal  duca  d'Orlans.  Grande  agitazione
    nell'alveare. Le madri vocali erano tutte tremanti, sapendo che la
    Genlis  aveva  scritto dei romanzi.  Ma costei dichiar che era la
    prima a detestarli; e poi, adesso si era data alla devozione.  Con
    l'aiuto di Dio ed anche del principe,  fu accettata. Ma dopo sei o
    otto mesi se ne  and,  col  pretesto  che  il  giardino  non  era
    ombroso.  Le  monache ne giubilarono.  Bench molto vecchia,  essa
    suonava ancora molto bene l'arpa.
    Andandosene, lasci nella cella la sua impronta. Era superstiziosa
    e latinista;  queste due parole ne  danno  un  profilo  abbastanza
    preciso.   Alcuni  anni  or  sono  si  vedevano  ancora  incollati
    nell'interno d'un piccolo  armadio  della  cella,  nel  quale  lei
    chiudeva il denaro e le gioie,  questi cinque versi latini scritti
    di suo pugno con inchiostro rosso  su  carta  gialla,  versi  che,
    secondo lei, avevano la virt di spaventare i ladri.

    "Imparibus meritis pendent tria corpora ramis:
    Dismas et Gesmas, media est divina potestas;
    Alta petit Dismas, infelix, infima, Gesmas;
    Nos et res nostras conservet summa potestas.
    Hos versus dicas, ne tu furto tua perdas.

    Questi versi in latino del sesto secolo, sollevano la questione se
    i  due  ladroni  del Calvario si chiamassero Disma e Gesma come si
    crede  comunemente,   oppure  Dismas  e  Gesmas.   Questa  seconda
    ortografia  avrebbe  potuto  contrariare le pretese che nel secolo
    scorso aveva il visconte di  Gestas,  di  discendere  dal  cattivo
    ladrone.  Del  resto,  la virt utile inerente a questi versi  un
    articolo di fede nell'ordine delle ospitaliere.
    La chiesa della casa,  costruita in  modo  da  separare,  come  un
    taglio,  l'abitazione delle monache dal collegio,  era, beninteso,
    comune al convento grande,  al collegio e al convento piccolo.  Vi
    veniva ammesso anche il pubblico,  mediante una porta che s'apriva
    sulla via;  ma tutto era disposto in  maniera  che  nessuna  delle
    abitanti  del  chiostro  potesse  vedere il viso di una persona di
    fuori.  Supponete che una mano gigantesca afferri  il  coro  d'una
    chiesa  e  lo  pieghi  in  modo che non formi pi un prolungamento
    dietro l'altare, come di consueto, ma invece una specie di sala o,
    meglio, d'oscura caverna a destra del celebrante; supponete questa
    sala chiusa dalla tenda  alta  sette  piedi  di  cui  abbiamo  gi
    parlato;  ammucchiate nell'ombra di quella tenda, sedute in stalli
    di legno,  le religiose di coro a sinistra,  le educande a destra,
    le  converse  e  le novizie in fondo,  e avrete qualche idea delle
    recluse del Petit Picpus quando assistevano  al  servizio  divino.
    Quella caverna,  che chiamavano il coro, comunicava col convento a
    mezzo d'un corridoio,  e la chiesa  riceveva  luce  dal  giardino.
    Quando  le monache assistevano alle funzioni nelle quali la regola
    prescriveva  il  silenzio,  il  pubblico  s'accorgeva  della  loro
    presenza   soltanto   dal   rumore   che  facevano,   alzandosi  e
    abbassandosi, gli sporti degli stalli.

    7. ALCUNI PROFILI IN QUELL'OMBRA.
    Durante i sei anni dal 1819 al 1825, fu priora del Petit Picpus la
    signorina  di  Blemeur,   che  in  religione  si  chiamava   madre
    Innocenza.  Apparteneva  alla  stessa  famiglia  di  Margherita di
    Blemeur,   autrice  della  "Vita  dei  santi  dell'ordine  di  San
    Benedetto".   Era   stata   rieletta.   Era  una  donna  di  circa
    sessant'anni, piccola,  grassa,  "che cantava come un vaso fesso",
    dice  la  lettera  gi  da  noi  citata;   del  resto,  una  donna
    eccellente,  la sola in tutta il monastero che  fosse  allegra,  e
    perci appunto adorata.
    Madre  Innocenza  aveva  preso  della sua antenata Margherita,  la
    Dacier dell'ordine; era letterata, erudita, sapiente,  una storica
    curiosa,  infarcita  di  latino,  imbottita  di  greco,  piena  di
    ebraico, e piuttosto un benedettino che una benedettina.
    La vice-priora era una vecchia monaca  spagnola  quasi  cieca,  la
    madre Cineres.
    Le pi influenti fra le vocali erano madre Sant'Onorina tesoriera,
    madre   Santa   Geltrude   prima  maestra  delle  novizie,   madre
    Sant'Angelo seconda maestra, madre Annunciata,  sagrestana,  madre
    Sant'Agostino  infermiera,  la sola in tutto il convento che fosse
    cattiva, poi madre Santa Matilde (nata Gauvain) giovanissima e che
    aveva una bellissima voce;  madre degli Angeli (nata  Drouet)  che
    era  stata  nel  monastero  delle Figlie di Dio e nel convento del
    Tesoro tra Gisors e Magny; madre San Giuseppe (nata de Cogolludo);
    madre Santa Adelaide (nata D'Auverney);  madre Misericordia  (nata
    de  Cifuentes)  la quale non pot resistere alle austerit;  madre
    Compassione  (nata  de  la  Miltire,  ricchissima,   accettata  a
    sessant'anni,  per eccezione alla regola); madre Provvidenza (nata
    de Laudinire);  madre Presentazione (nata  de  Siguenza)  che  fu
    priora nel 1847; e finalmente madre Santa Celina (la sorella dello
    scultore  Ceracchi) diventata pazza;  madre Santa Chantal (nata de
    Suzon) diventata pazza.
    C'era pure fra le pi belle una graziosa giovane di ventitr anni,
    nata nell'isola Bourbon e discendente del cavaliere Roze, la quale
    al secolo si sarebbe chiamata signorina Roze, e si chiamava invece
    madre Assunzione.
    La madre Santa Matilde,  incaricata del canto e  del  coro,  usava
    volentieri delle educande.  Ordinariamente, ne sceglieva una gamma
    completa, vale a dire sette,  dai dieci ai sedici anni,  di voci e
    stature  assortite,  che  faceva  cantare in piedi schierate l'una
    accanto all'altra,  in ordine d'et,  dalla pi piccola  alla  pi
    grande. In questo modo offriva agli sguardi una specie di zampogna
    composta  di  fanciulle,  qualche  cosa  come  una  siringa di Pan
    vivente, formata di angeli.
    Le suore converse pi gradite alle collegiali  erano  suora  Santa
    Eufrasia, suora Santa Margherita, suora Santa Marta che era un po'
    scema, e suora San Michele che le faceva ridere per il lungo naso.
    Tutte  queste  donne  erano  buone con tutte quelle fanciulle.  Le
    monache erano severe solo con se stesse.  Si  accendeva  il  fuoco
    solo  nel  collegio,  dove  il  cibo,  a  confronto  di quello del
    convento, era eccellente.  E ne avevano mille cure.  Per,  se una
    fanciulla,  passando  accanto  a una monaca,  le rivolgeva parola,
    questa non rispondeva mai.
    Da questa regola del silenzio ne era  derivato  che  in  tutto  il
    chiostro  la  favella  era  stata tolta alle creature umane e data
    agli oggetti inanimati.  Ora parlava la campana della chiesa,  ora
    il   sonaglio  del  giardiniere.   Una  campanella  molto  sonora,
    collocata vicino alla portineria e che s'udiva in tutta  la  casa,
    indicava  coi  vari  suoni  che  formavano una specie di telegrafo
    acustico,  tutte le azioni della vita materiale  che  si  dovevano
    compiere,  e  chiamava  al parlatorio la tale o la tal altra della
    casa.  Ciascuna persona e ciascuna cosa aveva un suono  a  s.  La
    priora aveva uno ed uno; la vice-Superiora uno e due. Sei e cinque
    annunciava l'ora della scuola,  sicch le allieve non dicevano mai
    "entrare a scuola", ma andare a "sei-cinque".  Quattro-quattro era
    il segnale della signora Genlis, che s'udiva assai di frequente: 
    "il   diavolo   a   quattro",   dicevano   quelle  che  non  erano
    caritatevoli. Diciannove colpi annunciavano un grande avvenimento,
    l'apertura della porta di clausura, spaventosa porta di ferro irta
    di  catenacci,   che   girava   sui   cardini   soltanto   davanti
    all'arcivescovo.
    Eccetto  lui  e  il giardiniere,  come abbiamo detto,  nessun uomo
    penetrava nel monastero.  Le educande per ne vedevano altri  due:
    il  cappellano,  l'abate  Bans,  vecchio  e brutto,  che potevano
    contemplare nel coro,  attraverso  una  grata,  e  il  maestro  di
    disegno,  Ansiaux,  che  la lettera di cui abbiamo gi dato alcune
    righe chiama Anciot, e qualifica vecchio orribile gobbo.
    Come si vede gli uomini erano tutti scelti.
    Cos era formata quella curiosa comunit.

    8. "POST CORDA LAPIDES".
    Dopo avere abbozzato la figura morale del convento,  non    fuori
    proposito   tratteggiare   in   poche   parole  la  configurazione
    materiale. Il lettore ne ha gi qualche idea.
    Il  chiostro  del   Petit-Picpus   Sant'Antonio   riempiva   quasi
    interamente  il  vasto  trapezio  che risultava dalle intersezioni
    delle vie Polonceau e Droit-Mur,  del vicolo Picpus e  del  vicolo
    chiuso  che nelle antiche piante della citt  segnato col nome di
    via Aumarais.  Queste quattro vie circondavano il trapezio come un
    fossato.  Il  convento  si componeva di parecchi fabbricati e d'un
    giardino. L'edificio principale, considerato nel suo insieme,  era
    una  sovrapposizione  di  costruzioni  ibride  che,  viste  a volo
    d'uccello,  disegnavano con sufficiente esattezza una forca posata
    per terra.
    Il  braccio  pi  lungo della forca occupava tutto il tronco della
    via Droit-Mur,  compreso tra il vicolo Picpus e la via  Polonceau,
    quello  minore  era una facciata grigia,  alta,  severa e piena di
    finestre a grate che guardava nel  vicolo  Picpus,  e  di  cui  il
    portone  numero  62  segnava l'estremit.  Verso il mezzo di detta
    facciata,  la polvere e la cenere avevano imbiancato  una  vecchia
    porta bassa centinata, sulla quale i ragni tessevano le loro tele,
    e che si apriva soltanto per un'ora o due la domenica,  oltre alle
    rare occasioni in cui usciva dal convento la  bara  d'una  monaca.
    Era  l'ingresso  pubblico della chiesa.  Il gomito della forca era
    occupato da una sala quadrata,  che serviva da credenza,  e che le
    monache  chiamavano  Ia dispensa.  Nel braccio principale erano le
    celle delle madri e delle suore e il noviziato;  in quello  minore
    le cucine, con dietro il chiostro e la chiesa. Fra la porta numero
    62  e  l'angolo del vicolo chiuso Aumarais stava il collegio,  che
    non si vedeva di fuori.  Il resto del trapezio  era  occupato  dal
    giardino,  che aveva un livello molto inferiore a quello della via
    Polonceau,  il che rendeva il muro di  cinta  molto  pi  alto  di
    dentro  che  di  fuori.   Il  terreno  del  giardino,  leggermente
    convesso,  aveva nel mezzo,  in cima a una piccola montagnola,  un
    bell'abete pizzuto e conico,  dal quale partivano, come dal centro
    a punta d'un antico  scudo,  quattro  grandi  viali,  e  otto  pi
    piccoli  disposti  a  due  a  due negli scompartimenti formati dai
    maggiori;  di modo che se il terreno  fosse  stato  circolare,  il
    piano geometrico dei viali avrebbe presentato la forma d'una croce
    posata su una ruota.  Invece i viali, terminando tutti nei muri di
    cinta,  molto  irregolari,  erano  di  lunghezza  ineguale.  Erano
    fiancheggiati da cespugli d'uva spina. Nel fondo, un viale di alti
    pioppi  andava  dalle  rovine  del  vecchio  monastero,  che erano
    sull'angolo  della  via  Droit-Mur,   fino  al  convento  piccolo,
    sull'angolo  del vicolo Aumarais.  Davanti poi al convento piccolo
    c'era quello che chiamavano il giardino  piccolo.  Si  aggiunga  a
    tutto  questo  insieme  un  cortile,  tutte  le specie di svariati
    angoli  formati  dai  corpi  di  fabbrica  interni,  dei  muri  di
    prigione,  e  per  unica  prospettiva  e  unica vicinanza la lunga
    striscia nera di tetti che fiancheggiavano l'altro lato della  via
    Polonceau,  e  si  potr avere una completa immagine di quello che
    era,  quarantacinque anni fa,  il convento  delle  Bernardine  del
    Petit-Picpus.  Quella  santa casa era stata costruita precisamente
    sopra un campo di gioco di pallone, famoso dal secolo decimoquarto
    al decimosesto e che veniva chiamato la  "bisca  degli  undicimila
    diavoli".
    Tutte  quelle  strade  erano fra le pi vetuste di Parigi.  I nomi
    Droit-Mur e Aumarais sono molto vecchi,  ma le vie che li  portano
    sono  assai  pi  vecchie;  il  vicolo  Aumarais si chiamava prima
    Maugout,  e la via Droit-Mur s'era chiamata via degli  Eglantiers,
    cio delle Rose Selvatiche, perch Dio schiudeva i fiori prima che
    l'uomo tagliasse le pietre.

    9. UN SECOLO SOTTO UN SOGGOLO.
    Poich  ci troviamo a dare dei particolari sul convento del Petit-
    Picpus com'era una volta,  e abbiamo osato ficcare uno sguardo  in
    quel misterioso asilo, ci conceda il lettore d'aggiungere un'altra
    piccola digressione, estranea al tema del libro, ma caratteristica
    e  utile  in  quanto fa conoscere come anche i monasteri abbiano i
    loro personaggi originali.
    Nel  convento   piccolo   viveva   una   centenaria,   proveniente
    dall'abazia di Fontevrault, la quale prima della Rivoluzione aveva
    vissuto  nel  secolo,  e  parlava  molto  di  Miromesnil,  che  fu
    guardasigilli  sotto  Luigi  Sedicesimo,   e  della   moglie   del
    presidente Duplat che lei aveva ben conosciuto: ricordare quei due
    nomi a ogni occasione era per lei un piacere e una vanit.  Diceva
    meraviglie dell'abazia di Fontevrault;  diceva che  era  come  una
    citt e che nel monastero c'erano le vie.
    Parlava  con  un  accento  piccardo  che  eccitava l'ilarit delle
    allieve. Ogni tanto, rinnovava solennemente i voti, e all'atto del
    giuramento diceva al sacerdote: -  Monsignor  san  Francesco  l'ha
    affidato  a  monsignor  san Giuliano,  monsignor san Giuliano l'ha
    affidato a monsignor  sant'Eusebio,  monsignor  sant'Eusebio  l'ha
    affidato  a  monsignor  san Procopio,  eccetera eccetera;  cos io
    l'affido a voi, padre mio. - E le educande ne ridevano,  non sotto
    i  baffi,  ma  sotto  il  velo;  graziose risatine soffocate,  che
    facevano aggrottar le ciglia alle madri vocali.
    Altre volte, la centenaria raccontava delle storie. Diceva che "al
    tempo della sua giovent i  Bernardini  non  la  davano  vinta  ai
    moschettieri".  Era  un  secolo  che  parlava,  ma  era  il secolo
    decimottavo. Descriveva l'usanza dei quattro vini nella Sciampagna
    e  nella  Borgogna.  Prima  della  Rivoluzione,   quando  un  gran
    personaggio,  come  ad  esempio  un  maresciallo  di  Francia,  un
    principe,  un duca o un pari,  o simili,  attraversava  una  citt
    della Borgogna o della Sciampagna,  il Consiglio municipale andava
    a complimentarlo,  gli faceva un discorso e gli presentava quattro
    bicchieri  d'argento,  che  contenevano quattro vini diversi.  Sul
    primo bicchiere si leggeva questa iscrizione: "vino  di  scimmia";
    sul  secondo  "vino  di leone";  sul terzo "vino di montone";  sul
    quarto "vino di porco".  Le quattro leggende esprimevano i quattro
    gradi che percorre l'ubriacone.  La prima ubriachezza  quella che
    rallegra,  la seconda quella  che  irrita,  la  terza  quella  che
    istupidisce, la quarta finalmente quella che abbrutisce.
    Teneva  in  un armadio,  sotto chiave,  un oggetto misterioso,  al
    quale era molto attaccata: cosa non vietata  dalla  disciplina  di
    Fontevrault,  e  che  non  volle  mai  mostrare  a  nessuno.  Ogni
    qualvolta desiderava contemplarlo, si chiudeva e si nascondeva,  e
    questo le era concesso dalla sua regola; ma se udiva camminare nel
    corridoio,   richiudeva   l'armadio   con   quanta   lestezza   le
    permettevano le sue vecchie mani.  Appena gliene  parlavano,  lei,
    che  parlava  tanto  volentieri,  subito  taceva;  e  contro  quel
    silenzio urtarono gli sforzi delle  pi  curiose;  le  pi  tenaci
    furono vinte dalla sua ostinazione.  Anche questo era un argomento
    di commenti per tutte le disoccupate  o  annoiate  del  monastero.
    Cosa  dunque  poteva essere quell'oggetto cos prezioso e segreto,
    che costituiva il tesoro della  centenaria?  Qualche  santo  libro
    forse?  o qualche meraviglioso rosario, oppure qualche reliquia di
    sperimentata efficacia?  Tutti si perdevano  in  congetture.  Alla
    morte della povera vecchia corsero ad aprire l'armadio,  forse con
    pi fretta di quel che  permesso dalla convenienza,  e  trovarono
    l'oggetto  avvolto  in  un  triplice pannolino,  come se fosse una
    patena benedetta.  Era un piatto di Faenza,  su cui erano  dipinti
    degli  amorini  che  volavano  via inseguiti da garzoni farmacisti
    armati  di  enormi  siringhe.   Uno  dei  vezzosi  amorini    gi
    infilzato,  e si dibatte e agita le piccole ali, tentando di volar
    via;  ma il mattaccino ride d'un riso  satanico.  Morale:  l'amore
    vinto dalla colica. Quel piatto, veramente curioso, e che forse ha
    avuto l'onore di suggerire un'idea a Molire,  esisteva ancora nel
    settembre 1845;  era in vendita in un negozio  di  anticaglie  del
    boulevard Beaumarchais.
    Quella  buona  vecchia  non  voleva  ricevere visite dal di fuori,
    perch, diceva, "il parlatorio  troppo tetro".

    10. ORIGINE DELL'ADORAZIONE PERPETUA.
    Del resto quel parlatorio quasi sepolcrale, di cui abbiamo tentato
    di dare un'idea,  era un fatto tutto locale,  che non si riproduce
    con  altrettanta severit negli altri monasteri.  Per esempio,  in
    quello di via del Tempio, che a dir il vero apparteneva a un altro
    ordine,  alcune tende brune sostituivano le  imposte  nere,  e  il
    parlatorio era un salotto col pavimento di legno,  con le finestre
    graziosamente inquadrate di mussolina bianca,  con le  pareti  che
    ammettevano  ogni  sorta  di  quadri,   anche  il  ritratto  d'una
    benedettina col viso  scoperto,  dei  mazzi  di  fiori  dipinti  e
    persino una testa di turco.
    Nel   giardino   del  monastero  di  via  del  Tempio  si  trovava
    quell'ippocastano che era ritenuto il pi bello e il pi grande di
    Francia,  e che dal buon popolo del secolo decimottavo era creduto
    il padre di tutti i castagni del regno.
    Abbiamo  gi  detto  che il convento del Tempio era occupato dalle
    Benedettine  dell'Adorazione  Perpetua,   ben  diverse  da  quelle
    dipendenti  da  Citeaux.  L'Ordine  dell'Adorazione Perpetua non 
    molto antico, non risale a pi di duecento anni. Nel 1649 il Santo
    Sacramento fu profanato due volte a pochi giorni di  distanza,  in
    due  chiese  di  Parigi: a san Sulpizio e a san Giovanni in Grve.
    Spaventoso e straordinario sacrilegio che commosse tutta la citt.
    Il priore gran vicario di San Germano dei Prati ordin una solenne
    processione di tutto il suo clero,  nella quale offici il  nunzio
    pontificio.  Ma  tale espiazione non parve sufficiente a due dame,
    la  signora  Courtin,   marchesa  di  Boucs,   e  la  contessa  di
    Chateauvieux.   L'oltraggio   fatto  "all'augustissimo  Sacramento
    dell'altare",  bench momentaneo,  non usciva da quelle due  sante
    anime,  e parve loro che non si poteva riparare meglio che con una
    "Adorazione Perpetua" in qualche chiostro di vergini. Tutte e due,
    l'una nel 1652,  l'altra  nel  1653,  fecero  donazione  di  somme
    considerevoli  a  una  monaca benedettina,  madre Caterina di Bar,
    detta  del  Santo  Sacramento,  perch  istituisse  con  quel  pio
    intento,  un  monastero  dell'ordine  di  san Benedetto.  Il primo
    permesso per quella fondazione fu dato alla madre Caterina di  Bar
    da monsignore di Metz, abate di san Germano, con l'obbligo che non
    vi  si  ammettesse  nessuna  fanciulla  che  non portasse trecento
    franchi di rendita corrispondenti a seimila franchi  di  capitale.
    Dopo l'abate di san Germano,  il re accord le lettere patenti,  e
    il tutto,  carte abaziali e lettere reali,  fu omologato nel  1654
    dalla Corte dei conti e dal Parlamento.
    Tale   l'origine e la consacrazione legale dell'istituzione delle
    Benedettine dell'Adorazione Perpetua del Santissimo  Sacramento  a
    Parigi.  Il  loro  primo  convento fu "costruito di pianta" in via
    Cassette, coi denari delle signore di Boucs e Chateauvieux.
    Come si vede,  quest'ordine non si confondeva con  le  Benedettine
    dette di Citeaux. Dipendeva dall'abate di Saint-Germain-ds-Prais,
    allo  stesso  modo  che  le  Dame  del  Sacro  Cuore dipendono dal
    generale  dei  Gesuiti,  e  le  Suore  di  Carit  da  quello  dei
    Lazzaristi.
    Era  pure  diverso  dalle  Benedettine  del  Petit-Picpus;  di cui
    abbiamo descritto il regime interno. Nel 1657,  il papa Alessandro
    Settimo  con un breve speciale autorizz queste ultime a praticare
    l'Adorazione  Perpetua  come   le   Benedettine   del   Santissimo
    Sacramento, ma i due ordini non rimasero per questo meno distinti.

    11. FINE DEL PETIT-PICPUS.
    Fin  dal  principio  della Restaurazione,  il monastero del Petit-
    Picpus deperiva, partecipando all'agonia generale dell'Ordine,  il
    quale  dopo  il secolo decimottavo si va dileguando come tutti gli
    ordini monastici. La contemplazione  un bisogno dell'umanit,  al
    pari  della  preghiera;  ma si trasformer,  come tutto ci che fu
    toccato dalla Rivoluzione,  e accetter il progresso  sociale  che
    prima gli pareva ostile.
    Il convento del Petit-Picpus andava rapidamente spopolandosi.  Nel
    1840 era scomparso il convento piccolo, era scomparso il collegio,
    non c'erano pi n le vecchie n le fanciulle: le une erano morte,
    le altre se n'erano andate. "Volaverunt".
    La regola dell'Adorazione Perpetua  d'una rigidit che  spaventa;
    per questo mancano le vocazioni,  e l'ordine manca di reclute. Nel
    1845, si faceva ancora qua e l qualche suora conversa, ma monache
    corali pi nessuna.  Quarant'anni fa le monache erano quasi cento;
    quindici  anni fa,  erano ridotte a ventotto;  quante ne rimangono
    ora? Nel 1847 la priora era giovane, non aveva quarant'anni: segno
    che il campo di scelta si andava restringendo.  A mano a mano  che
    diminuisce il numero,  il lavoro aumenta;  il servizio di ciascuna
    diventa pi faticoso,  e fin  d'allora  si  vedeva  avvicinare  il
    momento  in  cui  sarebbero rimaste soltanto una dozzina di spalle
    dolorose e curve per portare la pesante regola di  san  Benedetto.
    Il  fardello  implacabile e rimane sempre eguale,  per poche come
    per molte. Se prima pesava, ora schiaccia. Cos muoiono.  Al tempo
    che l'autore di questo libro abitava ancora a Parigi,  ne morirono
    due, una di venticinque anni, e un'altra di ventitr. Quest'ultima
    pu dire come Giulia Alpinola: "Hic jaceo,  vixi annos viginti  et
    tres".  Tale  decadenza  fu  la  ragione  per  cui  quel monastero
    rinunci all'educazione delle fanciulle.
    Non abbiamo potuto passare davanti a  quella  casa  straordinaria,
    sconosciuta,   senza  entrarvi  e  farvi  entrare  coloro  che  ci
    accompagnano e che ci ascoltano narrare,  con vantaggio forse  per
    qualcuno,  la  malinconica  storia  di  Giovanni Valjean.  Abbiamo
    gettato uno sguardo in quella  comunit  tutta  piena  di  antiche
    pratiche  che  sembrano  cos  nuove oggi.  E' il giardino chiuso,
    "hortus conclusus",  e abbiamo parlato di quel luogo singolare con
    minuziosit  ma  con rispetto,  per quanto almeno il rispetto e la
    minuziosit  sono  conciliabili.  Non  intendiamo  tutto,  ma  non
    insultiamo nulla;  siamo a eguale distanza dall'osanna di Giuseppe
    de Maistre che finisce coll'esaltare il carnefice, e dal sogghigno
    di Voltaire che arriva persino a ridere del Crocifisso.
    Illogicit di Voltaire,  sia detto di passaggio,  giacch Voltaire
    avrebbe  difeso Ges,  come difese Calas.  Che cosa rappresenta il
    crocifisso,  anche agli occhi di quelli che negano le incarnazioni
    soprannaturali? Il saggio assassinato.
    Nel  secolo  decimonono  l'idea  religiosa  subisce una crisi.  Si
    dimenticano certe cose, ed  bene, perch dimenticando una cosa se
    ne impara un'altra.  Nel cuore umano non    possibile  il  vuoto.
    Certe  demolizioni  si  fanno,  ed    bene che siano fatte,  ma a
    condizione che siano seguite da una ricostruzione.
    Frattanto,  studiamo le cose  che  non  sono  pi.  E'  necessario
    conoscerle,  non  foss'altro  per evitarle.  Le contraffazioni del
    passato assumono falsi nomi e si chiamano volentieri l'avvenire. A
    quello spettro che  il passato,  capita di falsificare il proprio
    passaporto. Studiamo l'insidia, diffidiamo. Il passato ha un volto
    che    la  superstizione,  e  una  maschera  che    l'ipocrisia:
    denunciamo il volto e strappiamo la maschera.
    Quanto ai monasteri,  essi presentano una questione complessa: una
    questione  di civilt che li condanna,  e una questione di libert
    che li protegge.














    Libro 7.
    PARENTESI.


    1. IL MONASTERO, IDEA ASTRATTA.
    Questo  libro    un  dramma,   in  cui  il  primo  personaggio  
    l'infinito.
    L'uomo  il secondo.
    Ci  posto,  essendoci  imbattuti  lungo  il  nostro cammino in un
    monastero,  abbiamo dovuto entrarci.  Perch?  perch il monastero
    che    appartiene    tanto   all'Oriente   quanto   all'Occidente,
    all'antichit come ai tempi moderni,  al paganesimo,  al buddismo,
    all'islamismo,  come al cristianesimo,   uno dei cannocchiali che
    l'uomo punta sull'infinito.
    Non  questo il luogo di sviluppare troppo certe  idee;  tuttavia,
    mentre  conserviamo in modo assoluto le nostre riserve,  le nostre
    restrizioni e anche la nostra  indignazione,  dobbiamo  confessare
    che  ci  sentiamo compresi di rispetto ogni qual volta incontriamo
    nell'uomo l'infinito, bene o male inteso che sia.  Nella sinagoga,
    nella  moschea,   nella  pagoda,   c'  un  lato  obbrobrioso  che
    esecriamo,  e un lato sublime che adoriamo.  Quale  contemplazione
    per la mente,  e quale meditazione profonda! E' il riflesso di Dio
    sul muro umano.

    2. IL MONASTERO, FATTO STORICO.
    Dal punto di vista della storia, della ragione e della verit,  il
    monachesimo  condannato.
    Quando  in  una  nazione  i monasteri abbondano,  sono altrettanti
    intralci alla circolazione;  stabilimenti ingombranti,  centri  di
    pigrizia   l  dove  occorrono  centri  di  lavoro.   Le  comunit
    monastiche sono per la  grande  comunit  sociale  quello  che  il
    vischio    per  la quercia e la verruca  per il corpo umano;  la
    loro prosperit e la  loro  floridezza  sono  l'impoverimento  del
    paese.  Il  regime  monacale,  buono per i primordi della civilt,
    utile a frenare la brutalit  per  mezzo  dello  spiritualismo,  
    pregiudizievole  alla  virilit  delle nazioni.  Inoltre quando si
    corrompe ed entra nel suo periodo di sregolatezza, continuando pur
    sempre a dare l'esempio,  diviene cattivo per tutte quelle  stesse
    ragioni che lo rendevano salutare nel suo periodo di purezza.
    La  clausura ha fatto il suo tempo.  I chiostri,  utili alla prima
    educazione della civilt moderna,  sono stati  d'impaccio  al  suo
    crescere   e  sono  nocivi  al  suo  sviluppo.   Considerati  come
    istituzione e come mezzo di formazione  per  l'uomo,  i  monasteri
    buoni  nel  decimo  secolo,  discutibili  nel  decimoquinto,  sono
    detestabili ai giorni nostri.  La lebbra monacale  ha  roso  quasi
    sino  all'osso due ammirabili nazioni,  l'Italia e la Spagna,  che
    furono per secoli, una la luce, l'altra lo splendore dell'Europa e
    attualmente questi due illustri popoli cominciano a  guarire  solo
    in grazia della sana e vigorosa igiene dell'89.
    Il  convento,  specialmente  l'antico  convento  femminile,  quale
    appariva ancora all'inizio di questo secolo in Italia, in Austria,
    in Spagna,  una delle pi tetre opere del medio evo; il chiostro,
    quel chiostro  il punto d'intersezione di  tutti  i  terrori.  Il
    chiostro    cattolico    propriamente    detto      tutto   pieno
    dell'irradiamento tenebroso della morte.
    Pi d'ogni altro    funebre  il  monastero  spagnolo.  Qui  nelle
    tenebre,  sotto  volte  brumose,  sotto  cupole incerte a forza di
    ombra,  si ergono massicci altari babelici,  alti come cattedrali;
    qui nel buio pendono dalle catene immensi crocefissi bianchi; qui,
    si  stendono,  nudi sull'ebano,  grandi Cristi in avorio,  pi che
    insanguinati,  sanguinanti;  orrendi e magnifici,  coi gomiti  che
    mostrano le ossa,  con le rotule che mostrano le giunture,  con le
    piaghe che mostrano le  carni,  incoronati  con  spine  d'argento,
    inchiodati  con chiodi d'oro,  con gocce sanguigne di rubini sulla
    fronte e lacrime di diamanti negli occhi.  E i diamanti e i rubini
    paiono  umidi,  e  fanno piangere nell'ombra alcuni esseri velati,
    che hanno i fianchi martoriati dal cilizio e dalla sferza  con  le
    punte di ferro, i seni compressi da graticci di vimini, i ginocchi
    scorticati  dalla preghiera;  donne che si credono spose,  spettri
    che si credono serafini.  Pensano  quelle  donne?  no.  Hanno  una
    volont?  no.  Amano?  no. Vivono? no. I loro nervi sono mutati in
    ossa,  e le ossa in pietre.  Il loro velo   tenebra  tessuta,  il
    respiro,  sotto  il  velo,  somiglia a non so qual tragico respiro
    della morte. L'abbadessa,  una larva,  le santifica e le spaventa.
    La verginit l  feroce.  Tali sono i vecchi monasteri di Spagna,
    rifugi della devozione terribile, antri di vergini, luoghi feroci.
    La Spagna cattolica  era  pi  romana  della  stessa  Roma,  e  il
    convento spagnolo era il convento cattolico per eccellenza.  Vi si
    sentiva l'Oriente. L'arcivescovo sprangava e spiava quel serraglio
    di anime riservate a  Dio.  Alte  muraglie  preservavano  da  ogni
    distrazione  vivente  la  mistica  sposa,  che  aveva per sposo il
    crocifisso.  Uno sguardo al di fuori era un'infedelt.  Quello che
    si gettava a mare in Oriente, si gettava nella terra in Occidente,
    da ambo i lati erano donne che si contorcevano le braccia,  l'onda
    per le une,  la fossa per le altre;  di qui le annegate,  di l le
    sepolte. Orribile parallelo.
    Oggi i sostenitori del passato, non potendo negare queste cose, si
    sono messi a sorridere,  trovando cos una maniera comoda e strana
    di sopprimere le rivelazioni della storia,  d'infirmare i commenti
    della filosofia, di eliminare tutti i fatti imbarazzanti.
    "Materia  per  declamazioni",  dicono  gli  uomini  abili,  e  gli
    imbecilli  ripetono:  "declamazioni".  Gian-Giacomo,  declamatore;
    Diderot,  declamatore.  Voltaire  quando  difese Calas,  Labarre e
    Sirven, declamatore. Ultimamente c' stato uno che ha scoperto che
    Tacito era un declamatore,  che Nerone  era  una  vittima,  e  che
    bisogna assolutamente impietosirsi di "quel povero Oloferne".
    Ma i fatti sono difficili a sconcertarsi,  e si ostinano. L'autore
    di questo libro ha visto con i  propri  occhi,  a  otto  leghe  da
    Bruxelles   (ecco   un   medio  evo  che  tutti  hanno  sottomano)
    nell'abazia di Villers, il buco dei trabocchetti in mezzo al prato
    che era il cortile del chiostro, e, sulla riva della Dyle, quattro
    segrete di pietra,  poste a met sotto terra e met sotto l'acqua.
    Erano  delle  prigioni  a  vita.  Ciascuna di quelle carceri ha un
    avanzo di porta di ferro, una latrina e un finestrino a grata, che
    di fuori  a due piedi sul livello del fiume,  e di dentro  a  sei
    piedi  sul  livello  del  suolo.  Quattro  piedi  d'acqua scorrono
    esteriormente  lungo  il  muro;  il  suolo    sempre  bagnato,  e
    l'abitatore  della  prigione aveva per letto quella terra bagnata.
    In una di quelle segrete c' un pezzo di gogna  saldato  al  muro;
    un'altra  consiste  in  una  specie  di  cassa quadrata formata da
    quattro lastre di granito,  troppo corta per  potervisi  coricare,
    troppo bassa per starci in piedi. L dentro mettevano una creatura
    e, sopra, un coperchio di pietra. Questi sono fatti; si vedono, si
    toccano.  Quegli antri, quelle segrete, quelle serrature di ferro,
    quei collari,  quell'alto finestrino,  rasente il quale scorre  il
    fiume,  quella cassa di pietra chiusa con un coperchio di granito,
    come una tomba,  con la differenza che il morto   un  vivo,  quel
    suolo  di fango,  quel buco di latrina,  quei muri che gocciolano,
    che declamatori!

    3. A QUALI CONDIZIONI SI PUO' RISPETTARE IL PASSATO.
    Il monachesimo quale esisteva in Spagna,  e quale  esiste  tuttora
    nel Tibet  per la civilt una specie di tisi: arresta di colpo la
    vita; spopola, semplicemente.
    Per  l'Europa    stato un flagello.  Aggiungete la coscienza cos
    spesso violentata,  le  vocazioni  coatte,  la  feudalit  che  si
    appoggiava al chiostro,  la primogenitura che versava nei conventi
    l'eccesso della prole,  le ferocie  di  cui  abbiamo  parlato,  le
    segrete,  le  bocche chiuse,  i cervelli murati,  tante sfortunate
    intelligenze rinchiuse nel carcere dei voti eterni, la vestizione,
    sepoltura delle anime vive; aggiungete i supplizi individuali alle
    degradazioni nazionali,  e chiunque siate,  vi sentirete trasalire
    dinanzi  alla  tonaca  e  al  velo: questi due sudari d'invenzione
    umana.
    Eppure,  a dispetto della filosofia e del  progresso,  lo  spirito
    claustrale,  su  certi punti e in certi luoghi,  persiste in pieno
    secolo decimonono,  e una bizzarra recrudescenza ascetica stupisce
    in questo momento il mondo civile. La pertinacia delle istituzioni
    invecchiate nel perpetuarsi,  somiglia all'ostinazione del profumo
    irrancidito che pretendesse versarsi sui vostri capelli,  somiglia
    alla    pretesa    del    pesce   guasto   di   essere   mangiato,
    all'intestardimento  della  vesticciuola  di  bimbo  che   volesse
    rivestire  l'uomo  maturo,  e  alla  tenerezza  dei  cadaveri  che
    ritornassero ad abbracciare i vivi.
    Ingrati! dice la vestina, io vi protessi dal cattivo tempo; perch
    ora non mi volete pi? Io vengo dall'alto mare, dice il pesce.  Io
    fui rosa, dice il profumo. Io vi ho amati, dice il cadavere. Io vi
    ho inciviliti, dice il monastero.
    A tutto questo c' una sola risposta: Una volta.
    Sembra  strano  che si pensi di prolungare indefinitamente le cose
    defunte, governare gli uomini con la mummificazione,  restaurare i
    dogmi  in  cattivo  stato,  rinnovare le dorature degli ostensori,
    rimbiancare i chiostri,  ribenedire i reliquiari,  rinfrescare  le
    superstizioni,   riapprovvigionare   il   fanatismo,   rifare   il
    monachesimo e il militarismo,  credere alla salvezza della societ
    per mezzo della moltiplicazione dei parassiti,  imporre il passato
    al presente.  Eppure ci sono  dei  teorici  per  questa  sorta  di
    teorie.  E  questi teorici,  gente di spirito del resto,  usano un
    metodo semplicissimo, quello di applicare sul passato un intonaco,
    che chiamano ordine sociale,  diritto  divino,  morale,  famiglia,
    rispetto agli antenati, autorit antica, santit della tradizione,
    legittimit, religione, e vanno gridando: - Questa logica era nota
    agli  antichi;  gli aruspici la praticavano;  sfregavano col gesso
    una giovenca nera, e dicevano: E' bianca. "Bos cretatus".
    Dal canto  nostro,  rispettiamo  e  siamo  sempre  indulgenti  col
    passato,  purch acconsenta a esser morto. Ma se vuol essere vivo,
    noi gli muoviamo guerra, e cerchiamo di ucciderlo.
    Superstizioni,  bigottismi,  ipocrisie,  pregiudizi,  tutte queste
    larve,  bench  siano  larve,  si attaccano tenacemente alla vita;
    nella loro vanit hanno denti e artigli;  e bisogna attaccarle con
    un corpo a corpo e combatterle,  combatterle senza tregua;  poich
    una delle cose fatali per  l'umanit    di  essere  condannata  a
    un'eterna battaglia contro i fantasmi.  E' difficile afferrare per
    il collo l'ombra e atterrarla.
    Un monastero in Francia,  in pieno meriggio del secolo decimonono,
      un  collegio  di  gufi  che  sfidano  la  luce;  un chiostro in
    flagrante delitto d'ascetismo nel bel mezzo del mondo dell'89, del
    30 o del 48,  un anacronismo.  In tempi normali,  per distruggere
    un  anacronismo  e  per  farlo  svanire,  basta fargli ripetere il
    millesimo degli anni. Ma ora non siamo in tempi normali.
    Bisogna combattere.
    Combattiamo,  ma distinguiamo.  La verit ha il pregio di non  mai
    eccedere.  Che  bisogno ha di esagerare?  Ci sono cose che bisogna
    distruggere,  e ce ne sono altre che basta illuminare e osservare.
    L'esame benevolo e grave,  che forza!  Non portiamo la fiamma dove
    basta la luce.
    Dunque, dato che siamo nel secolo decimonono,  noi in genere siamo
    avversi  alle  monacazioni  ascetiche presso qualunque popolo,  in
    Asia come in  Europa,  nelle  Indie  come  in  Turchia.  Chi  dice
    monastero dice palude;  la loro putrescibilit  evidente, la loro
    stagnazione  malsana,  la loro  fermentazione  d  ai  popoli  la
    febbre  e  li  fa intristire;  la loro moltiplicazione diventa una
    piaga d'Egitto.  Non possiamo pensare senza raccapriccio ai  paesi
    dove  i  fachiri,  i  bonzi,  i santoni,  i marabutti e i dervisci
    pullulano in un formicolio verminoso.
    Ci detto,  rimane la  questione  religiosa,  la  quale  ha  certi
    aspetti misteriosi e quasi terribili. Ci sia concesso guardarla in
    faccia.

    4. IL MONASTERO DAL PUNTO DI VISTA DEI PRINCIPI.
    Alcuni  uomini si riuniscono e vivono in comune.  In virt di qual
    diritto? del diritto d'associazione.
    Si richiudono nella propria casa.  In virt di qual  diritto?  del
    diritto che ha ogni uomo di aprire e di chiudere la propria porta.
    Non  escono.  In  virt  di qual diritto?  del diritto di andare e
    venire, che implica il diritto di restare in casa propria.
    L, in casa loro, che fanno?
    Parlano sottovoce;  chinano gli  occhi;  lavorano.  Rinunciano  al
    secolo,  alla societ,  alla sensualit,  ai piaceri, alle vanit,
    agli orgogli,  agli interessi;  si vestono di panni ordinari o  di
    rozzi sacchi.  Nessuno di loro possiede nulla di proprio; entrando
    l dentro,  il ricco si fa povero;  quello che ha,  lo d a tutti.
    Quello che si diceva nobile, gentiluomo e signore diventa eguale a
    chi era contadino.  La cella  identica per tutti.  Tutti si fanno
    la stessa tonsura, portano tonache uguali, mangiano lo stesso pane
    nero, dormono sulla stessa paglia, muoiono sulla stessa cenere. Lo
    stesso sacco sulle spalle,  la stessa  corda  ai  fianchi.  Se  la
    regola  dice  di  andare  a piedi nudi,  vanno tutti a piedi nudi.
    Anche se  tra  loro  c'  un  principe,  questo  principe  diventa
    un'ombra  come  tutti gli altri.  Non pi titoli.  Anche i nomi di
    famiglia sono scomparsi.  Usano solo nomi di persone.  Tutti  sono
    curvi sotto l'eguaglianza dei nomi di battesimo.  Si sono separati
    dalla famiglia carnale e hanno costituito nella loro comunit  una
    famiglia  spirituale.   Soccorrono  i  poveri,  curano  i  malati;
    eleggono quelli a cui obbediscono,  e  si  chiamano  fratelli  tra
    loro.
    Voi  m'interrompete  per  esclamare:  -  Ma  questo  il monastero
    ideale!
    Basta che sia possibile, perch io ne debba tener conto.
    Per questo,  nel libro precedente,  ho parlato d'un monastero  con
    accento rispettoso.  Messi da parte il medio evo e l'Asia, e fatte
    le riserve sulla questione storica e politica,  dal punto di vista
    filosofico  puro,  al  di  fuori  di  ogni  polemica militante,  a
    condizione che il monastero sia  assolutamente  volontario  e  non
    racchiuda  che  consensi,   io  considerer  sempre  la  comunanza
    claustrale  con  una  seriet  attenta  e  sotto  certi   aspetti,
    deferente.  L  dove sta la comunit,  sta il comune;  e dove  il
    comune,   il diritto.  Il monastero  il prodotto della  formula:
    Eguaglianza,  Fraternit.  Oh!  come la Libert  grande!  E quale
    splendida  configurazione!  la  Libert  basta  a  trasformare  il
    monastero in Repubblica.
    Proseguiamo.
    Quegli  uomini,  o quelle donne,  che sono dietro a quelle quattro
    mura,  si vestono di bigello,  sono uguali,  si chiamano fratelli;
    sta bene; ma fanno pure qualche altra cosa?
    S.
    Che cosa?
    Guardano l'ombra, si mettono in ginocchio, giungono le mani.
    E che significa ci?

    5. LA PREGHIERA.
    Pregano.
    Chi?
    Dio.
    Che significa pregare Dio?
    Esiste un infinito fuori di noi? Questo infinito  uno, immanente,
    permanente;  necessariamente sostanziale,  giacch infinito,  e se
    gli mancasse la materia, sarebbe da essa limitato; necessariamente
    intelligente, giacch infinito,  e se gli mancasse l'intelligenza,
    sarebbe  da questa circoscritto?  Questo infinito risveglia in noi
    l'idea di essenza,  mentre non possiamo attribuire a noi stessi se
    non  l'idea  di  esistenza?  In  altre  parole,  l'infinito  non 
    l'assoluto di cui noi siamo il relativo?.
    E mentre esiste un infinito fuori di noi,  non ne  esiste  uno  in
    noi?   Questi   due  infiniti  (che  terribile  plurale!)  non  si
    sovrappongono l'uno all'altro?  Il secondo non ,  per cos  dire,
    soggiacente al primo,  non ne  lo specchio,  il riflesso,  l'eco,
    abisso concentrico a un altro abisso?  Questo secondo  infinito  
    esso pure intelligente?  Pensa, ama, vuole? Se i due infiniti sono
    intelligenti, ciascuno di essi ha un principio volitivo,  e c' un
    io   nell'infinito   superiore,   come  c'  un  io  nell'infinito
    inferiore. L'io inferiore  l'anima, l'io superiore  Dio.
    Mettere,  col  pensiero,  l'infinito  inferiore  in  contatto  con
    l'infinito superiore si chiama pregare.
    Non togliamo nulla allo spirito umano;  sopprimere  male; bisogna
    riformare e trasformare. Certe facolt dell'uomo, il pensiero,  la
    meditazione, la preghiera, sono dirette verso l'Ignoto. L'Ignoto 
    un oceano.  Che cosa  la coscienza? E' la bussola dell'Ignoto. Il
    pensiero,  la meditazione e la preghiera sono grandi  irradiazioni
    misteriose:  rispettiamole.  E  dove  si  dirigono queste maestose
    irradiazioni dell'anima? Verso l'ombra, vale a dire verso la luce.
    La grandezza della democrazia sta nel non  negare  nulla  e  nulla
    rinnegare  dell'umanit.  Insieme,  o  almeno  accanto  al diritto
    dell'Uomo, c' il diritto dell'Anima.
    Schiacciare i fanatismi e venerare l'infinito,  questa  la legge.
    Non   basta   prosternarci   sotto   l'albero  della  Creazione  e
    contemplare i suoi  immensi  rami  pieni  di  stelle,  abbiamo  un
    dovere: lavorare sull'anima umana,  difendere il mistero contro il
    miracolo,  adorare  l'incomprensibile  rigettando  l'assurdo,  non
    ammettere d'inesplicabile altro che il necessario, rendere sana la
    fede,  togliere la superstizione di dosso alla religione, liberare
    Dio dai bruchi.

    6. BONTA' ASSOLUTA DELLA PREGHIERA.
    Quanto al modo di pregare, tutti sono buoni purch sinceri, tenete
    pure in mano il libro a rovescio, ma siate nell'infinito.
    C' una filosofia, lo sappiamo, che nega l'infinito;  come c' una
    filosofia,  classificata patologicamente, che nega il sole; questa
    filosofia si chiama cecit.
    Erigere a sorgente di verit la mancanza di un senso,   una bella
    disinvoltura da cieco.
    Curiose  sono  le  arie sdegnose,  superiori e compassionevoli che
    questa filosofia a tentoni assume di fronte a quella che vede Dio.
    Pare di sentire una talpa che esclami: - mi fanno piet  col  loro
    sole!
    Sappiamo che ci sono degli atei illustri e potenti,  i quali per,
    ricondotti al vero dalla loro stessa potenza,  non sono ben  certi
    d'essere atei; con essi,  una questione di definizione, e ad ogni
    modo,  se  non  credono  in Dio,  ne dimostrano l'esistenza con la
    grandezza della loro mente.
    Noi salutiamo in essi i filosofi,  pur giudicando  inesorabilmente
    la loro filosofia.
    Proseguiamo.
    Ammirabile    pure la facilit d'appagarsi di parole.  Una scuola
    metafisica del nord,  un po' impregnata di nebbia,  ha creduto  di
    compiere  una  rivoluzione  nell'intelletto  umano  sostituendo la
    parola Volont alla parola Forza.
    Dire: la pianta  vuole,  invece  di:  la  pianta  cresce,  sarebbe
    interessante se si aggiungesse: l'universo vuole.  Perch?  perch
    ne  deriverebbe  questo:  la  pianta  vuole,   dunque  ha  un  io;
    l'universo vuole, dunque ha un Dio.
    Quanto  a  noi,  che  pure,  al  contrario  di quella scuola,  non
    rigettiamo nulla a priori,  una volont nella  pianta,  da  quella
    scuola accettata, ci sembra pi difficile ad ammettere che non una
    volont nell'universo, che essa nega.
    Non  si pu negare la volont dell'infinito,  vale a dire Dio,  se
    non a condizione di negare l'infinito: l'abbiamo dimostrato.
    La negazione  dell'infinito  mena  diritto  al  nichilismo.  Tutto
    diventa "una concezione della mente".
    Col  nichilista  nessuna  possibilit  di discussione.  Infatti il
    nichilista logico dubita dell'esistenza del suo  interlocutore,  e
    non  ben certo d'esistere neppure lui.
    Dal suo punto di vista,  pu darsi che egli pure sia per se stesso
    nulla pi di "una concezione della propria mente".
    Se non che egli non si accorge  di  ammettere  tutto  ci  che  ha
    negato, soltanto pronunciando la parola Mente.
    Insomma,  nessuna via  aperta al pensiero da una filosofia per la
    quale ogni cosa mette capo al monosillabo "no".
    Al No, non c' che una risposta: S.
    Il nichilismo non ha importanza.
    Non c' un nulla: zero non esiste.  Tutto  qualche cosa;  non c'
    niente che sia niente.
    L'uomo vive di affermazione pi che di pane.
    Non  basta  nemmeno vedere e dimostrare,  la filosofia deve essere
    un'energia.  Il suo sforzo e il suo effetto devono consistere  nel
    migliorare  l'uomo.  Socrate  deve  entrare  in  Adamo  e produrre
    Marc'Aurelio;  in  altri  termini,  far  nascere  dall'uomo  della
    felicit  l'uomo  della  saggezza;  cambiare  l'Eden in Liceo.  La
    scienza deve essere un "cordiale". Godere,  che triste scopo e che
    misera  ambizione!  Il bruto gode.  Pensare,  ecco il vero trionfo
    dell'anima.  Porgere il pensiero alla sete degli  uomini,  dare  a
    tutti   come  "elisir"  la  nozione  di  Dio,   far  che  in  loro
    fraternizzino la coscienza e la scienza,  renderli giusti mediante
    quel misterioso confronto, ecco la missione della filosofia reale.
    La  morale   uno schiudersi di verit.  La contemplazione conduce
    all'azione.  L'assoluto dev'essere pratico;  l'ideale deve  essere
    respirabile,  potabile e mangiabile dalla mente umana.  E' appunto
    l'ideale che ha il diritto di dire: "Prendete,  questa    la  mia
    carne, questo  il mio sangue". La saggezza  una sacra comunione.
    Solo  a  questa  condizione cessa d'essere uno sterile amore della
    scienza, per diventare il mezzo unico e supremo di unione umana, e
    per essere promossa da filosofia a religione.
    La filosofia non dev'essere un semplice terrazzino  costruito  sul
    mistero per contemplarlo a proprio bell'agio, senz'altro risultato
    che quello di riuscire comodo alla curiosit.
    Noi,   rimettendo  ad  altra  occasione  lo  sviluppo  del  nostro
    pensiero,  ci limitiamo a dire che non  comprendiamo  l'uomo  come
    punto  di partenza,  n il progresso come scopo,  senza queste due
    forze che sono i due motori: credere e amare.
    Il progresso  lo scopo: l'ideale  il tipo.
    E che cosa  l'ideale? Dio.
    Ideale, assoluto, perfezione, infinito: parole identiche.

    7. PRECAUZIONI DA USARE NEL BIASIMO.
    La storia e la filosofia  hanno  eterni  doveri,  che  sono  nello
    stesso  tempo  dei  doveri  semplici:  combattere Caifa sacerdote,
    Dracone  giudice,  Trimalcione  legislatore,  Tiberio  imperatore;
    questo    chiaro,  semplice  e  limpido  e  non  presenta  alcuna
    difficolt.  Ma il diritto di vivere appartati,  malgrado  i  suoi
    inconvenienti  e  gli  abusi,  dev'essere costatato e trattato con
    riguardo. Il cenobitismo  un problema umano.
    Quando si parla  dei  monasteri,  di  quei  luoghi  di  errore  ma
    d'innocenza, di smarrimento ma di buona volont, d'ignoranza ma di
    abnegazione,  di  supplizio  ma di martirio,  bisogna quasi sempre
    dire s e no.
    Il chiostro  una contraddizione,  che ha per scopo  la  salvezza,
    per  mezzo il sacrificio;  il chiostro  un estremo egoismo che ha
    per risultante la suprema abnegazione.
    Sembra che la divisa del monachesimo sia: Abdicare per regnare.
    Nel monastero si soffre per poi godere. Si trae una cambiale sulla
    morte; si sconta la luce celeste in tenebre terrestri;  si accetta
    l'inferno come un'anticipazione di eredit sul paradiso.
    La  vestizione  del  velo  o della tonaca  un suicidio pagato con
    l'eternit.
    Non ci sembra che in simile argomento ci sia campo  agli  scherzi:
    tutto qui  serio, il bene come il male.
    L'uomo  giusto  aggrotta  le  ciglia,  ma non sorride d'un sorriso
    cattivo. Comprendiamo la collera, non la malignit.

    8. FEDE E LEGGE.
    Poche parole ancora.
    Noi biasimiamo la Chiesa quando  satura di intrighi,  e spregiamo
    il  mondo  religioso quando  aspro col mondo civile;  ma onoriamo
    l'uomo pensoso dovunque si trovi.
    Salutiamo l'uomo che si inginocchia.
    Una fede  necessaria all'uomo. Guai a chi non crede in nulla!
    Chi  assorto non per questo  ozioso;  c' il lavoro  visibile  e
    quello invisibile.
    La  contemplazione  un lavoro,  il pensiero  azione;  le braccia
    incrociate lavorano, le mani giunte operano, lo sguardo rivolto al
    cielo  un'azione.
    Talete stette quattro anni immobile e fond la filosofia.
    Ai nostri occhi i cenobiti non sono oziosi,  i solitari  non  sono
    fannulloni.
    Pensare all'Ombra  una cosa seria.
    Senza  nulla  infirmare  di quanto abbiamo detto,  crediamo che un
    continuo ricordo della tomba convenga ai vivi;  e su questo  punto
    il  prete  e il filosofo sono d'accordo.  BISOGNA MORIRE.  L'abate
    della Trappa in questo  d'accordo con Orazio.
    Mescolare alla propria vita una certa presenza del sepolcro    la
    legge  del saggio;  ed  anche la legge dell'asceta.  Sotto questo
    rapporto l'asceta e il saggio convengono.
    Vogliamo l'incremento materiale; ma ci teniamo pure alla grandezza
    morale.
    Le menti irriflessive e superficiali dicono:
    - A che servono quelle figure immobili dalla parte del mistero?  A
    che servono? Che cosa fanno?
    Ahim!  di  fronte  alle tenebre che ci circondano e ci aspettano,
    non  sapendo  quello  che  l'immensa  dispersione  far  di   noi,
    rispondiamo:  Non  c'  forse  un'opera  pi sublime di quella che
    compiono queste anime.  E aggiungiamo: Non c'  forse  lavoro  pi
    utile.
    E'  necessario  che  ci siano quelli che pregano sempre per quelli
    che non pregano mai.
    Per noi,  tutto il problema  nella quantit  di  pensiero  che  i
    racchiude nella preghiera.
    Grande  la preghiera di Leibnitz, bella l'adorazione di Voltaire!
    "Deo erexit Voltaire".
    Noi siamo per la religione contro le religioni.
    Siamo di quelli che crediamo alla meschinit delle orazioni e alla
    sublimit della preghiera.
    E inoltre,  nel momento che attraversiamo, momento che per fortuna
    non dar la sua impronta al secolo  decimonono,  nell'ora  in  cui
    tanti  uomini  tengono  la  fronte bassa e l'anima poco alta,  fra
    tanti viventi la cui morale  il godimento,  e che  sono  occupati
    nelle  cose fugaci e deformi della materia,  chiunque si esilia ci
    sembra venerabile.  Il monastero  una abnegazione;  il sacrificio
    che  posa  sul  falso    pur  sempre  un sacrificio;  e c' della
    grandezza nell'assumere come dovere un errore severo.
    Volendo girare intorno alla verit finch non ne abbiamo  esaurito
    tutti  gli aspetti,  diciamo che il monastero preso in se stesso e
    idealmente,  soprattutto  il  monastero  femminile,  poich  nella
    nostra  societ  la  donna    quella che soffre di pi,  e poich
    nell'esilio  monacale  si  contiene  una  protesta,  il  monastero
    femminile ha incontestabilmente una certa maest.
    Quell'esistenza  claustrale  cos  austera  e  cos  cupa,  di cui
    abbiamo tratteggiato alcuni lineamenti, non  la vita,  poich non
     la libert;  non  la tomba poich non lo  completamente;   il
    luogo strano,  da cui si  scorge  come  dalla  cresta  di  un'alta
    montagna da una parte l'abisso in cui siamo,  dall'altra quello in
    cui saremo;   una stretta e nebbiosa  frontiera  che  separa  due
    mondi,  rischiarata  e  ottenebrata  da  tutti  e due nello stesso
    tempo,  sulla  quale  il  debole  raggio  della  vita  si  mescola
    all'incerto raggio della morte;  la penombra del sepolcro.
    Quanto  a noi,  che non crediamo ci che quelle donne credono,  ma
    che al pari di esse  viviamo  di  fede,  non  abbiamo  mai  potuto
    considerare  senza  una  specie  di  terrore religioso e commosso,
    senza una specie di piet mista a invidia, quelle creature devote,
    tremanti e fidenti, quelle anime umili e auguste, che osano vivere
    proprio sull'orlo del mistero,  in attesa,  tra  il  mondo  che  
    chiuso e il cielo che non  aperto,  rivolte verso la luce che non
    si vede ma con la sola gioia di credere che sanno dov', aspirando
    all'abisso  e  all'ignoto,   con  l'occhio  fisso  sulla   tenebra
    immobile,  inginocchiate,  smarrite, attonite, rabbrividenti, e in
    certe ore sollevate dal soffio profondo dell'eternit.









    Libro 8.
    IL CIMITERO PRENDE QUELLO CHE GLI SI DA'.


    1. DEL MODO DI ENTRARE NEL MONASTERO.
    Questa era la casa in cui Valjean,  come aveva detto Fauchelevent,
    era "caduto dal cielo".
    Egli aveva scalato il muro del giardino che formava l'angolo della
    via  Polonceau.  L'inno  angelico  che aveva udito nel mezzo della
    notte,  era il mattutino cantato dalle monache;  la sala che aveva
    intravisto  nell'oscurit  era la cappella;  il fantasma che aveva
    visto disteso a terra era la suora che faceva la  riparazione;  il
    campanello che col suo suono l'aveva cos stranamente sorpreso era
    quello  del  giardiniere,  che pap Fauchelevent portava legato al
    ginocchio.
    Coricata Cosetta, Valjean e Fauchelevent avevano, come si  visto,
    cenato con un pezzo di cacio e un bicchiere di vino davanti a  una
    buona  fascina fiammeggiante;  poi,  visto che il solo letto della
    baracca era occupato da Cosetta,  s'erano sdraiati ciascuno  sopra
    un mucchio di paglia.  Prima di chiudere gli occhi,  Valjean aveva
    detto: - Ormai,  bisogna restare  qui;  e  queste  parole  avevano
    trottato per tutta la notte nella testa di pap Fauchelevent.
    Per dir la verit, non avevano dormito n l'uno n l'altro.
    Sentendo  di  essere  scoperto  e  di  essere inseguito da Javert,
    Valjean comprendeva che tanto lui quanto Cosetta erano perduti  se
    rientravano in Parigi.  E poich quel nuovo colpo di vento passato
    su di lui lo aveva scaraventato in quel chiostro,  non  aveva  pi
    che  un  pensiero:  restarci.  Ora,  per  uno sventurato nella sua
    posizione, quel convento era ad un tempo il luogo pi pericoloso e
    pi sicuro: il pi pericoloso,  perch non potendo entrarvi nessun
    uomo,  se lo scoprivano era un delitto flagrante,  e Valjean aveva
    da fare un solo passo dal monastero alla prigione;  il pi sicuro,
    perch,  se gli riusciva di farvisi accettare e di fermarvisi, chi
    mai avrebbe pensato di andarlo a cercare  l  dentro?  Abitare  un
    luogo impossibile era la sua salvezza.
    Dal  canto suo Fauchelevent si lambiccava il cervello.  Cominciava
    col dichiarare a se stesso che non ci capiva niente.  Come mai  il
    signor  Madeleine era piovuto l dentro con quei muri che c'erano?
    I muri di un convento non si scavalcano alla leggera.  E come  mai
    ci  si  trovava con una bambina?  Non si scala un muro a picco con
    una bambina in braccio.  Chi era quella bambina?  Da dove venivano
    tutt'e  due?  Da quando Fauchelevent era nel monastero,  non aveva
    pi udito parlare di  Montreuil-sur-mer,  e  ignorava  quanto  era
    accaduto.   Pap  Madeleine  aveva  quell'aria  che  scoraggia  le
    domande;  e  d'altronde  il  giardiniere  diceva  fra  s:  -  Non
    s'interroga  un santo.  - Per lui Madeleine aveva conservato tutto
    il suo prestigio.  Per,  da alcune parole sfuggite a Valjean,  il
    giardiniere  aveva  creduto  di poter concludere che probabilmente
    Madeleine, per le difficolt dei tempi,  avesse fatto fallimento e
    fosse perseguitato dai creditori;  oppure che si fosse compromesso
    in una faccenda politica e si nascondesse; cosa che non dispiaceva
    a Fauchelevent,  il quale,  come molti dei  nostri  contadini  del
    nord,   aveva  un  vecchio  fondo  bonapartista.   E  poich,  per
    nascondersi,  Madeleine aveva scelto per asilo un  monastero,  era
    naturale  che  volesse  rimanerci.  Ma  quello  che  gli  riusciva
    inesplicabile,  il punto su cui Fauchelevent  ritornava  sempre  a
    rompersi il capo,  era il fatto che Madeleine si trovasse l, e ci
    si trovasse con quella piccina. Li vedeva, li toccava, parlava con
    loro e non  ci  credeva.  L'incomprensibile  aveva  fatto  il  suo
    ingresso  nella  capanna  di  Fauchelevent.  Egli andava a tastoni
    nelle congetture,  e non ci vedeva di chiaro  se  non  questo:  Il
    signor  Madeleine mi ha salvato la vita.  Questa sola certezza gli
    bast e lo decise. Disse tra s: - Tocca a me adesso. - E aggiunse
    nella sua coscienza: - Il signor  Madeleine  non  stette  tanto  a
    discutere, quando si tratt di cacciarsi sotto il carro per trarmi
    fuori. - E decise di salvare Madeleine.
    Rumin  tuttavia  fra  se  stesso  varie domande e rispose: - Dopo
    quanto fece per me, lo salverei se fosse un ladro? S, egualmente.
    E se fosse un assassino, lo salverei? S,  egualmente.  E poich 
    un santo, lo salver? S, egualmente.
    Ma farlo restare nel monastero,  che problema!  Di fronte a questo
    tentativo quasi chimerico, Fauchelevent non rincul, questo povero
    contadino piccardo si dette a dar la scalata alle  difficolt  del
    chiostro  e  alle  aspre  scarpate  della regola di San Benedetto,
    senz'altra scala che la sua riconoscenza, la sua buona volont,  e
    con un po' di quella vecchia astuzia campagnola messa questa volta
    a servizio di una intenzione generosa.  Pap Fauchelevent, che era
    stato egoista tutta la sua vita,  ora,  alla fine dei suoi giorni,
    zoppo,  malandato,  senza  pi  alcun interesse al mondo,  trovava
    bello  essere  riconoscente,  e,  vedendo  un'azione  virtuosa  da
    compiere,  vi  si  gett  sopra  come  chi al momento di morire si
    trovasse sotto mano un bicchiere di buon vino mai gustato prima  e
    lo bevesse avidamente.  Si pu aggiungere che l'aria che respirava
    gi da parecchi anni in quel convento aveva distrutto  in  lui  la
    personalit,  e  aveva  finito  col rendergli necessaria una buona
    azione qualunque.
    Prese dunque la sua decisione: dedicarsi a Madeleine.
    Poco  fa  l'abbiamo  qualificato  "povero   contadino   piccardo";
    qualifica giusta ma incompleta. Al punto in cui siamo nella nostra
    storia,  torna  utile  un  po' di fisiologia di pap Fauchelevent.
    Egli era contadino,  ma era stato anche gabelliere,  la qual  cosa
    aggiungeva  un  po' di cavillo alla sua astuzia,  e un po' d'acume
    alla sua ingenuit. Essendo andati a male, per varie cause, i suoi
    affari di gabelliere,  si era ridotto a fare il carrettiere  e  il
    manovale.  Ma ad onta delle bestemmie e delle frustate, necessarie
    ai cavalli,  era rimasto in lui qualcosa del gabelliere.  Aveva un
    po'  d'ingegno  naturale;   non  usava  modi  dialettali;   sapeva
    discorrere,  cosa rara in un  villaggio;  e  gli  altri  contadini
    dicevano  di  lui:  - Parla quasi come un signore col cappello.  -
    Fauchelevent infatti apparteneva a quella  categoria  di  persone,
    che  il vocabolario impertinente e superficiale del secolo passato
    qualificava: "mezzo borghese,  mezzo villano";  e che le metafore,
    cadendo dal castello sulla capanna, classificavano nel libro della
    plebe:  "un po' rustico,  un po' cittadino;  pepe e sale".  Bench
    molto maltrattato e sciupato dalla sorte,  quasi una povera  anima
    che  mostrava  la  corda,  era  un  uomo  di primo impulso e molto
    spontaneo,  qualit preziosa che preserva dall'essere  cattivo.  I
    difetti e i vizi, che aveva avuto, erano stati superficiali; tutto
    sommato,  la  sua  fisionomia  era di quelle che tornano gradevoli
    all'osservatore.  Quel vecchio volto non aveva nessuna  di  quelle
    brutte  rughe,  in  alto  sulla  fronte,  che indicano malvagit e
    stupidit.
    Dopo aver lungamente  meditato,  allo  spuntar  del  giorno,  pap
    Fauchelevent apr gli occhi e vide Madeleine seduto sul mucchio di
    paglia  intento  a  guardare Cosetta che dormiva.  Fauchelevent si
    rizz a sedere e disse:
    - E ora che siete qui, come farete per entrare?
    Questa frase che riassumeva la situazione,  richiam  Valjean  dai
    suoi pensieri.
    I due vecchi tennero consiglio.
    -  Anzitutto  -  disse  il giardiniere - dovete cominciare col non
    porre il piede fuori da questa camera, n voi,  n la piccina;  un
    passo nel giardino e siamo fritti.
    - E' giusto.
    -  Signor  Madeleine - riprese Fauchelevent - siete arrivato in un
    momento buono, anzi in un momento assai cattivo; una delle monache
    e malata gravemente;  quindi non baderanno molto a noi.  Pare  che
    sia  moribonda;  fanno le preghiere delle quarant'ore,  e tutta la
    comunit  sottosopra;  hanno molto da fare.  Quella che  sta  per
    andarsene  una santa.  Del resto qui dentro siamo tutti santi,  e
    la sola differenza fra loro e me sta in ci,  che esse  dicono  la
    "nostra  cella"  e  io  dico  "la mia zappa".  Fra poco ci sar la
    preghiera per gli agonizzanti,  e poi l'orazione  dei  morti.  Per
    oggi ci lasceranno tranquilli, ma non rispondo di domani.
    -  Eppure  -  osserv  Valjean  -  questa casupola si trova in una
    rientranza del muro ed  nascosta da una fabbrica  in  rovina,  ci
    sono gli alberi, e non si vede dal convento.
    - E aggiungo che le monache non ci si avvicinano mai.
    - E allora? - fece Valjean.
    Il   punto   d'interrogazione  che  accentuava  quel  "e  allora",
    significava: mi pare che si possa rimanere nascosti;  e fu a  quel
    punto che Fauchelevent rispose:
    - Ci sono le piccine.
    - Che piccine? - chiese Valjean.
    Il  giardiniere  stava  per  spiegare  la frase quando una campana
    suon un tocco:
    - La monaca  spirata, - disse lui. - Ecco la campana.
    E fece segno a Valjean di porgere orecchio.
    La campana diede un secondo colpo.
    - Suonano a morto,  signor Madeleine.  La  campana  continuer  di
    minuto in minuto per ventiquattrore,  fino all'uscita del cadavere
    dalla chiesa. Esse, vedete, giocano. Durante la ricreazione, basta
    che rotoli una  palla  perch,  malgrado  le  proibizioni,  se  ne
    vengano  fin  qui  cercando  e rovistando dappertutto.  Sono tanti
    diavoli, quei cherubini.
    - Chi? - domand Valjean.
    - Le piccine. Siate certo, vi scoprirebbero subito e griderebbero:
    C'  un  uomo!  Ma  per  oggi  non  c'  pericolo.   Non  ci  sar
    ricreazione.  Staranno tutta la giornata in preghiera.  Sentite la
    campana? Un colpo ogni minuto, come vi dicevo; suonano a morto.
    - Capisco, pap Fauchelevent, ci sono le educande - disse Valjean.
    E pens tra s e s:
    - Sarebbe bell'e trovata l'educazione di Cosetta.
    L'altro esclam:
    - Diamine, se ce ne sono di ragazzine! E come vi schiamazzerebbero
    attorno e poi scapperebbero! Qui un uomo  come un appestato.  Non
    vedete  che m'attaccano un sonaglio alla zampa,  come a una bestia
    feroce!
    Valjean pensava sempre pi profondamente:  -  Questo  convento  ci
    salverebbe.
    Poi ad alta voce:
    - S, il difficile sta nel restare.
    - No, - disse Fauchelevent, - sta nell'uscire.
    Valjean sent il sangue rifluirgli al cuore.
    - Uscire!
    -  S,  signor Madeleine,  per rientrare bisogna che prima andiate
    fuori.
    E dopo aver lasciato passare un rintocco della  campana  a  morto,
    continu:
    - Non vi possono trovar qui senz'altro. Da dove venite? Per me che
    vi  conosco,  siete  caduto  dal cielo,  ma per le monache bisogna
    entrare dalla porta.
    D'improvviso si ud il suono  abbastanza  complicato  di  un'altra
    campana.
    -  Ah!  - disse Fauchelevent - chiamano le madri vocali;  vanno al
    capitolo; quando muore qualcuna tengono capitolo.  E' spirata allo
    spuntar  del  giorno.  Ordinariamente  si  muore  allo spuntar del
    giorno.  Ma non potreste uscire per dove siete  entrato?  Vediamo,
    non  per sapere,  da dove siete entrato? Valjean divenne pallido.
    La sola idea di ridiscendere in quella formidabile via  lo  faceva
    rabbrividire.  Uscite da una foresta piena di tigri,  e immaginate
    che un consiglio di amico  vi  spinga  a  rientrarci.  Valjean  si
    figurava  la  polizia  ancora  formicolante  nel rione,  agenti in
    osservazione,  vedette dappertutto,  orribili pugni tesi verso  il
    suo bavero, e Javert forse sull'angolo del crocevia.
    - E' impossibile!  - rispose.  - Pap Fauchelevent, fate conto che
    sia caduto di lass.
    - Ma lo credo, lo credo - rispose l'altro;  - non avete bisogno di
    dirmelo.  Il  buon Dio vi avr preso nella sua mano per vedervi da
    vicino,  e poi vi avr lasciato  andare;  se  non  che  vi  voleva
    mettere in un convento di uomini,  e s' sbagliato.  Ecco un altro
    suono di campana: questo   per  dire  al  portinaio  che  vada  a
    prevenire  il municipio perch questo mandi ad avvertire il medico
    dei morti che venga poi a costatare che c' una morta. Questo  il
    cerimoniale della morte.  A quelle buone signore non  piace  molto
    quella visita.  Un medico,   un uomo che non crede a niente. Alza
    il velo,  alza pure qualche altra cosa.  Che premura hanno  questa
    volta  di  avvertire  il medico!  Che sar mai?  La nostra piccina
    continua a dormire. Come si chiama?
    - Cosetta.
    - E' vostra figlia? - Come chi dicesse, sareste suo nonno?
    - S.
    - Per lei, uscire di qui sar facile.  Ho la mia porta di servizio
    che d nel cortile;  picchio,  la portinaia apre,  e io vado fuori
    con la mia gerla sul dorso e la piccola dentro.  Pap Fauchelevent
    esce  con  la  gerla,    semplicissimo.  Direte  alla  piccina di
    starsene tranquilla;  star sotto l'incerata.  La deporr,  per il
    tempo che occorrer,  presso una fruttivendola in via Chemin-Vert,
    una  mia  buona  amica,   vecchia  e  sorda,   che  tiene  l   un
    letticciuolo.  Le grider nell'orecchio che  una mia nipotina,  e
    la pregher di custodirmela fino a domani.  Poi rientrer con voi,
    perch vi far rientrare. Devo pur riuscirci. Ma voi come farete a
    uscire?
    Valjean croll il capo.
    -  L'importante    che  nessuno mi veda.  Trovate il mezzo,  pap
    Fauchelevent,  di farmi andar fuori come Cosetta,  in una gerla  e
    sotto una tela.
    Il  giardiniere  si grattava il lobo dell'orecchio col medio della
    mano sinistra, segno d'un imbarazzo serio.
    Una terza scampanellata venne a interromperli.
    - Ecco, il medico dei morti se ne va,  - disse Fauchelevent.  - Ha
    osservato  e ha detto che  morta e che tutto  in regola.  Quando
    il medico ha vistato il  passaporto  per  il  paradiso,  l'ufficio
    delle pompe funebri manda una bara. Se la morta  una madre, ve la
    depongono dentro le madri;  se  una suora, le suore. Dopo di che,
    io inchiodo;  cosa che fa parte del mio servizio.  Il giardiniere
      in  certo modo anche il becchino.  La mettono in una sala bassa
    della chiesa,  che comunica con la via,  e in cui nessun uomo  pu
    entrare  tranne il medico dei morti;  i becchini e io non contiamo
    per uomini;  in quella sala io inchioder la bara.  Poi i becchini
    vengono  a  prenderla,  e  via al trotto!  In questo modo si va in
    cielo.  Portano una cassa in cui non c' niente,  la riportano via
    con  qualcosa  dentro:  ecco  che  cos'  un  seppellimento.   "De
    profundis".
    Un raggio di sole sfiorava orizzontalmente il  volto  di  Cosetta,
    che  dormiva con la bocca socchiusa e pareva un angelo che bevesse
    la luce.  Valjean s'era messo a  guardarla  e  non  ascoltava  pi
    Fauchelevent.
    Ma il non essere ascoltato non  un motivo per tacere;  e il bravo
    giardiniere continuava tranquillamente a parlare:
    - Poi scavano la fossa nel  cimitero  Vaugirard.  E'  un  cimitero
    antico,  fuori dei regolamenti,  non  secondo le regole, e presto
    lo metteranno a riposo. E' un peccato,  perch  comodo.  Ho l un
    amico,  pap  Mestienne,  il  fossore.  Queste  monache  hanno  il
    privilegio di essere trasportate al camposanto  sul  cadere  della
    notte; c' un decreto della prefettura apposta per loro. Ma quanti
    avvenimenti da ieri in poi! La Madre Crocefissione  morta, e pap
    Madeleine...
    -  E' sepolto - fin Valjean con un triste sorriso.  A cui l'altro
    di rimando:
    - Eh diamine!  se rimaneste qui definitivamente sarebbe  una  vera
    sepoltura.
    In   quel  momento  si  sent  un  quarto  di  suono  di  campana.
    Fauchelevent stacc premurosamente dal chiodo la  ginocchiera  col
    campanello e se l'affibbi al ginocchio.
    -  Questa  volta  tocca  a  me.  E' la madre priora che mi chiama.
    Buono!  mi  sono  punto  con  l'ardiglione  della  fibbia.  Signor
    Madeleine, non vi muovete e aspettatemi. C' il vino, il pane e il
    formaggio.
    E usc della capanna dicendo: - Vengo! Vengo!
    Valjean  lo  vide muovere attraverso il giardino con quanta fretta
    gli  permetteva  la  gamba  storpia,   e  gettare   di   passaggio
    un'occhiata al cocomeraio.
    Meno di dieci minuti dopo,  pap Fauchelevent,  che col campanello
    aveva  messo  in  fuga  le  monache  sul  suo  passaggio,  bussava
    leggermente  a  un  uscio,  e  una  voce dolce rispondeva: "Oggi e
    sempre". Oggi e sempre voleva dire: Avanti.
    Quell'uscio apparteneva al parlatorio riservato al giardiniere per
    cose di servizio.  Questo parlatorio era  attiguo  alla  sala  del
    capitolo.  La  priora,  seduta  sull'unica  sedia  che  c'era,  vi
    attendeva Fauchelevent.

    2. FAUCHELEVENT DI FRONTE ALLA DIFFICOLTA'.
    Avere  l'aspetto  agitato  e  grave     una   caratteristica   in
    circostanze  critiche,  di  certe  nature  e di certe professioni,
    specie dei preti e dei monaci.  Quando  entr  Fauchelevent,  tale
    duplice  forma  di  preoccupazione  era  impressa  sul volto della
    priora,  che era quella graziosa e sapiente signorina di  Blemeur,
    madre Innocenza, di solito cos gaia.
    Il giardiniere fece un timido saluto e si ferm sulla soglia della
    cella. La priora, che sgranava il rosario, alz gli occhi e disse:
    - Ah! siete voi pap Fauvent. Devo parlarvi.
    Nel convento avevano adottato questa abbreviazione.
    Fauchelevent ripet il saluto.
    - Eccomi, madre reverenda.
    - Devo parlarvi.
    -  E  io - disse Fauchelevent con un ardimento di cui internamente
    aveva paura -  io,  dal  canto  mio,  ho  qualcosa  da  dire  alla
    reverendissima.
    La Superiora lo guard.
    - Ah! avete una comunicazione da farmi!
    - Una preghiera.
    - Ebbene, parlate.
    L'ex-gabelliere   e   buon   uomo  Fauchelevent  apparteneva  alla
    categoria dei contadini che hanno una certa disinvoltura.  Un  po'
    d'ignoranza abile  una forza;  vi coglie mentre non ne diffidate.
    Da poco pi di due anni che dimorava  nel  convento,  Fauchelevent
    aveva avuto buon credito nella comunit.  Sempre solo com'era, pur
    badando al suo lavoro di giardiniere,  non aveva mai altro da fare
    che  essere  curioso.  Lontano sempre da tutte quelle donne velate
    che andavano avanti e indietro,  nei primi tempi non vedeva che un
    agitarsi di ombre;  ma a forza di attenzione e di penetrazione era
    riuscito a rimettere della carne in tutti quei fantasmi,  e quelle
    morte  vivevano.  Era  come un sordo a cui si aguzza la vista e un
    cieco a cui  l'udito  si  affina.  S'era  studiato  di  capire  il
    significato dei diversi suoni della campana,  e c'era riuscito, di
    modo che quel monastero  enigmatico  e  taciturno  non  aveva  pi
    misteri  per  lui.  La  sfinge  gli rivelava tutti i suoi segreti.
    Fauchelevent sapeva tutto e nascondeva tutto:  era  questa  l'arte
    sua.  Tutto  il  convento  lo  credeva  stupido:  gran  merito  in
    religione.  Le madri vocali lo tenevano in considerazione.  Era un
    ficcanaso  muto,  che  sapeva  ispirare  fiducia.  Stava  poi alle
    regole. Non usciva se non per le necessit evidenti del giardino e
    dell'orto; e anche di questa discrezione di movimenti gli tenevano
    conto.  Egli per aveva fatto chiacchierare lo stesso due  uomini:
    il  portinaio  del  convento,  da  cui  sapeva  i  particolari del
    parlatorio, e il fossore del cimitero,  dal quale aveva appreso la
    specialit  del  seppellimento.  Cosi  egli  conosceva  le monache
    attraverso una doppia luce, l'una rivolta alla vita,  l'altra alla
    morte;   ma   non   abusava  mai  di  nulla.   La  comunit  amava
    conservarselo; era vecchio, zoppo, vedeva niente,  forse era anche
    un  po'  sordo:  quante  qualit!  Difficilmente  avrebbero potuto
    sostituirlo.
    Con la sicurezza di chi sa di  essere  apprezzato,  il  buon  uomo
    cominci davanti alla reverenda priora un'arringa campagnola molto
    diffusa  e  involuta,  nella quale parl lungamente della sua et,
    delle infermit che l'affliggevano,  del sopraccarico  degli  anni
    che  ormai  contavano il doppio per lui,  delle crescenti esigenze
    del lavoro, della vastit del giardino,  delle notti da passare in
    veglia,  come l'ultima, per esempio, durante la quale aveva dovuto
    ricoprire di stuoie il cocomeraio a causa della luna;  e fin  per
    concludere che aveva un fratello,  - (la priora ebbe uno scatto) -
    un fratello che non era giovane, - (altro scatto della priora,  ma
    rassicurato),   -  che  se  glielo  permettessero,  quel  fratello
    potrebbe venire a stare con lui e  aiutarlo;  che  era  un  ottimo
    giardiniere, e la comunit ne avrebbe ottenuto dei buoni vantaggi,
    migliori dei suoi;  - che altrimenti,  se non accondiscendevano ad
    accettare suo fratello, siccome egli,  che era poi il pi vecchio,
    si  sentiva  infiacchito  e  inabile  al  lavoro,  con  sommo  suo
    dispiacere si troverebbe nella necessit di licenziarsi;  che  suo
    fratello avrebbe recato con s una sua nipotina, la quale verrebbe
    educata secondo il timor di Dio nel convento,  e forse, chi sa? un
    giorno si sarebbe fatta monaca.
    Quando fin di parlare,  la  priora  smise  di  far  scivolare  il
    rosario fra le dita e gli chiese:
    - Potreste procurarvi prima di sera una robusta spranga di ferro?
    - Per farne che?
    - Per adoperarla come leva.
    - S,  madre priora. - E senza aggiungere una parola, si alz e si
    rec nella stanza attigua,  che era la sala del capitolo,  e  dove
    probabilmente  stavano  adunate  le  madri vocali.  Il giardiniere
    rimase solo.

    3. MADRE INNOCENZA.
    Circa un quarto d'ora dopo,  la priora rientr e and nuovamente a
    sedersi sulla sedia.
    I due interlocutori parevano preoccupati. Riproduciamo come meglio
     possibile il colloquio che tennero.
    - Papa Fauchelevent?
    - Reverenda madre?
    - Conoscete la cappella?
    - Ci ho un posticino per assistere alla messa e agli uffici.
    - Non siete mai entrato nel coro per qualche vostro lavoro?
    - Due o tre volte.
    - Si tratta di sollevare una pietra.
    - Pesante?
    - La pietra del pavimento che  a fianco dell'altare.
    - Quella che chiude il sotterraneo?
    - Appunto.
    - Ecco un'occasione in cui sarebbe bene essere in due uomini.
    - Vi aiuter madre Ascensione, che  forte quanto un uomo.
    - Una donna non  mai un uomo.
    -  Non abbiamo che una donna per aiutarvi.  Ognuno fa ci che pu.
    Solo perch don Mabillon d  quattrocentodiciassette  epistole  di
    san   Bernardo,   mentre   Merlonus   Horstius   ne   d  soltanto
    trecentosessantasette, io non disprezzo quest'ultimo.
    - E nemmeno io.
    - Il merito sta nel lavorare secondo le proprie forze. Un chiostro
    non  un cantiere.
    - E una donna non  uomo. Mio fratello s che  forte!
    - E poi avrete una leva.
    - E' la sola chiave che vada con le porte di quella specie.
    - Alla pietra sta attaccato un anello.
    - Ci introdurr la leva.
    - E inoltre  situata in modo da girare su se stessa.
    - Benissimo, reverenda madre; aprir il sotterraneo.
    - Le quattro madri cantore vi aiuteranno.
    - E quando il sotterraneo sar aperto?
    - Bisogner chiuderlo di nuovo.
    - E' questo tutto quello che devo fare?
    - No.
    - Ebbene, datemi i vostri ordini, madre reverendissima.
    - Fauvent, noi riponiamo in voi piena fiducia.
    - E io sono qui pronto a fare quanto occorre.
    - E a tacere su tutto.
    - Oh! s, reverenda madre.
    - Quando il sotterraneo sar aperto...
    - Lo richiuder.
    - Ma prima...
    - Cosa, madre reverenda?
    - Bisogner deporvi dentro qualche cosa.
    Segu  un  momento  di  silenzio.  Lo  ruppe  la  priora  con  una
    contrazione   del   labbro   inferiore   che   dimostrava  qualche
    esitazione.
    - Pap Fauvent?
    - Madre reverenda?
    - Sapete che questa mattina  morta una madre?
    - No.
    - Non avete dunque sentito la campana?
    - Non si sente niente in fondo al giardino.
    - Davvero?
    - Riesco appena a  distinguere  il  suono  di  campana  della  mia
    chiamata.
    - E' morta allo spuntare del giorno.
    - E poi questa mattina il vento soffiava in direzione contraria.
    - E' madre Crocefissione, beata lei!
    E qui la Superiora tacque,  agitando un momento le labbra come per
    un'orazione mentale; poi riprese:
    - Tre anni or sono,  una giansenista,  la signora di Btune,  solo
    per  aver  visto  la madre Crocefissione intenta a pregare si fece
    ortodossa.
    - Ah! s, reverenda madre, adesso sento la campana a morto.
    - Le madri l'hanno portata nella sala  mortuaria,  che    attigua
    alla chiesa.
    - La conosco.
    -  Nessun  uomo,  fatta eccezione di voi,  pu e deve penetrare in
    quella stanza.  Vigilate attentamente.  Sarebbe bella che un  uomo
    s'introducesse nella sala mortuaria!
    - Facile!
    - Come?
    - Facile!
    - Cosa dite?
    - Dico facile.
    - Facile cosa?
    - Madre reverenda, non dico facile cosa, dico facile.
    - Non vi capisco. Perch dite facile?
    - Per dire come voi, reverenda madre.
    - Ma io non ho mica detto facile.
    - Voi non l'avete detto, ma l'ho detto io per dire come voi.
    In quel momento suonarono le nove.
    -  Alle nove del mattino e in tutte le ore sia lodato e adorato il
    Santissimo Sacramento dell'altare - disse la priora.
    - Amen! - rispose Fauchelevent.
    L'ora suon in buon punto per troncare i commenti sul "facile"; se
    no  probabile che la priora e il giardiniere  non  sarebbero  mai
    pi riusciti a districare quella matassa.
    Il giardiniere si asciug la fronte.
    La  priora  fece  un altro breve mormorio sommesso,  probabilmente
    qualche prece; poi alzando la voce:
    - Madre Crocefissione, quand'era in vita, oper delle conversioni;
    dopo la morte far dei miracoli.
    - Ne far - rispose Fauchelevent,  regolando il  passo  su  quello
    della priora e facendo ogni sforzo per non inciampare.
    -  Pap  Fauvent,  nella madre Crocefissione fu benedetta l'intera
    comunit.  Senza dubbio non a tutti  concesso,  come al cardinale
    di Brulle,  di morire celebrando la messa,  e d'esalare l'anima a
    Dio pronunciando le parole:  "Hanc  igitur  oblationem".  Ma,  pur
    senza raggiungere tanta felicit,  la madre Crocefissione ha fatto
    una  preziosissima  morte.   Ha  conservato  i   sentimenti   fino
    all'ultimo istante;  ci parlava,  e poi parlava agli angeli. Ci ha
    espresso le sue ultime volont. Se aveste un po' pi di fede, e se
    vi fosse stato possibile trovarvi nella sua cella,  lei vi avrebbe
    guarito  la gamba col solo toccarla.  Sorrideva,  e si sentiva che
    risuscitava in  Dio;  nella  sua  agonia  c'era  un  riflesso  del
    paradiso.
    Fauchelevent  credendo che si trattasse di un'orazione che finiva,
    rispose:
    - Amen.
    - Pap Fauvent, bisogna obbedire alla volont dei defunti.
    La priora fece  scorrere  alcuni  grani  del  rosario,  mentre  il
    giardiniere se ne stava silenzioso; poi lei continu:
    - Ho consultato in proposito parecchi ecclesiastici,  che lavorano
    nella vigna del  Signore  e  attendono  all'esercizio  della  vita
    sacerdotale producendo frutti meravigliosi.
    -  Madre  reverenda,  la campana funebre si sente molto meglio qui
    che in giardino.
    - D'altronde, essa  pi d'una morta,  una santa.
    - Come voi, madre reverenda.
    - Da pi di vent'anni si coricava nella  sua  bara,  per  espressa
    concessione del Santo Padre Pio Settimo.
    - Quello che incoron l'imperatore Bonaparte.
    Per un uomo astuto come Fauchelevent, era un richiamo fuori posto,
    quello.  Per fortuna la priora, intenta alle sue idee, non lo ud,
    e continu:
    - Pap Fauvent?
    - Reverenda madre?
    - San Diodoro,  arcivescovo di Cappadocia,  volle  che  sulla  sua
    tomba  fosse  scritta  questa  sola  parola:  "Acarus",  la  quale
    significa verme di terra. Cos fu fatto. E' vero?
    - Si, reverenda madre!
    - Il beato Mezzocane,  abate d'Aquila,  volle essere sepolto sotto
    la forca, e cos fu fatto.
    - E' vero.
    - San Terenzio,  vescovo di Porto alla foce del Tevere,  volle che
    scolpissero sulla sua tomba il marchio che si metteva sulla  fossa
    dei parricidi, nella speranza che i viandanti ci avrebbero sputato
    sopra; e cos fu fatto. Ai morti si deve obbedire.
    - Cos sia.
    -  Il corpo di Bernardo Guidonis,  nato in Francia vicino a Roche-
    Abeille, fu,  com'egli aveva ordinato e malgrado l'opposizione del
    re  di  Castiglia,  trasportato  nella  chiesa  dei  Domenicani di
    Limoges,  bench Bernardo Guidonis fosse vescovo di Tuy in Spagna.
    Si pu dire il contrario?
    - Quanto a questo, no, reverenda madre.
    - Il fatto  attestato da Plantavit de la Fosse.  - E alcuni grani
    del rosario scorsero ancora in silenzio: quindi la priora riprese:
    - Pap Fauvent,  la madre Crocefissione sar sepolta nella bara in
    cui dormiva da venti anni.
    - E' giusto.
    - E' un prolungamento del sonno.
    - Dovr dunque inchiodarla in quella bara?
    - S.
    - E lasceremo da parte la cassa fornita dalle pompe funebri?
    - Per l'appunto.
    - Sono gli ordini della reverendissima comunit.
    - Le quattro madri cantore vi aiuteranno.
    - A inchiodare il feretro? Non ne ho bisogno.
    - No; a calarlo gi.
    - Gi dove?
    - Nel sotterraneo.
    - Quale sotterraneo?
    - Quello sotto l'altare.
    Fauchelevent ebbe un sobbalzo:
    - Il sotterraneo sotto l'altare!
    - S, sotto l'altare.
    - Ma...
    - Avrete una sbarra di ferro.
    - S ma...
    - L'adopererete per alzar la pietra aiutandovi con l'anello.
    - Ma...
    -   Bisogna   ubbidire  ai  morti.   L'estremo  voto  della  madre
    Crocefissione   stato  d'essere  sepolta  nel  sotterraneo  sotto
    l'altare  della  cappella,  di  non  venir  trasportata in terreno
    profano,  di restare da morta dove ha pregato da viva.  Ce  lo  ha
    domandato, che  come dire comandato.
    - Ma  proibito.
    - Vietato dagli uomini, ordinato da Dio.
    - Ma se si venisse a sapere?
    - Abbiamo piena fiducia in voi.
    - Oh! io sono una pietra del vostro edificio.
    - Si  radunato il capitolo, e le madri vocali consultate or ora e
    che  siedono  tuttora  in  consiglio,  hanno  deciso  che la madre
    Crocefissione, conforme al suo voto,  venga sepolta nella sua bara
    sotto  il  nostro altare.  Se dovessero accadere qui dei miracoli,
    pensate,  pap  Fauvent,   quale  gloria  in  Dio  per  il  nostro
    monastero? I miracoli escono dalla tombe.
    - Ma, reverenda madre, se l'agente dell'ufficio sanitario...
    - Il mondo non  nulla di fronte alla Croce. Martino, l'undicesimo
    generale  dei  certosini,  diede  al proprio ordine questa divisa:
    "Stat crux dum volvitur orbis".
    -  Amen!  -  rispose  Fauchelevent  -  che  imperturbabilmente  si
    toglieva  d'impaccio  in  questo  modo  tutte le volte che sentiva
    parlare latino.
    Un uditorio qualunque basta a chi ha dovuto tacere troppo a lungo.
    Il giorno in cui il rettore Gimnastora usc di prigione, avendo in
    corpo molti dilemmi e sillogismi, si ferm davanti al primo albero
    e lo arring facendo dei grandi sforzi per convincerlo. La priora,
    che era abitualmente soggetta al bavaglio del silenzio e che aveva
    il serbatoio pieno,  si alz e butt fuori tutto con la  loquacit
    d'una chiusa cui siano state aperte le cateratte.
    - Io ho alla mia destra Benedetto e alla sinistra Bernardo.  E chi
     Bernardo?  il primo abate di Clairvaux. Fontanes nella Borgogna
     un paese fortunato  per  averlo  visto  nascere.  Suo  padre  si
    chiamava Tecelino,  e sua madre Aleta.  Cominci la sua carriera a
    Citeaux e la comp a Clairvaux;  fu ordinato abate da Guglielmo di
    Champeaux   vescovo   di  Chalons-sur-Saone;   ebbe  sotto  di  s
    settecento novizi e fond centosessanta monasteri; nel concilio di
    Sens nel 1140 abbatt Abelardo, Pietro di Bruys e il suo discepolo
    Enrico,  come pure un'altra specie di traviati che chiamavano  gli
    Apostolici;  confuse Arnaldo da Brescia,  fulmin il monaco Raoul,
    lo sterminatore di ebrei; diresse nel 1148 il concilio di Reims, e
    fece condannare Gilberto de la Pore vescovo di Poitiers  ed  Eone
    de  l'Etoile;  compose  i  dissidi fra i principi,  illumin il re
    Luigi il giovane,  consigli il papa  Eugenio  Terzo,  riordin  i
    templari,   predic   la   crociata,   e   fece   nella  sua  vita
    duecentocinquanta miracoli,  di cui fino a trentanove  in  un  sol
    giorno.  Chi    Benedetto?  E' il patriarca di Monte Cassino,  il
    secondo   fondatore   della   santit   claustrale,   il   Basilio
    dell'Occidente.  Il suo ordine ha prodotto quaranta papi, duecento
    cardinali,   cinquanta  patriarchi,   milleseicento   arcivescovi,
    quattromilaseicento    vescovi,    quattro   imperatori,    dodici
    imperatrici,  quarantasei re,  quarantun  regine,  tremilaseicento
    santi canonizzati,  ed esiste da mille e quattrocento anni.  Da un
    lato san Bernardo,  dall'altro l'agente sanitario!  Da un lato san
    Benedetto,  dall'altro l'ispettore della polizia urbana! Lo Stato,
    la polizia,  le pompe funebri,  i  regolamenti,  l'amministrazione
    sono  forse  cose  che  noi  conosciamo?   Un  passante  qualunque
    rimarrebbe indignato  a  vedere  come  ci  trattano.  Non  abbiamo
    neppure  il  diritto  di dare la nostra polvere a Ges Cristo!  La
    vostra sanit  un'invenzione rivoluzionaria.  Dio  sottoposto  al
    commissario  di  polizia,  ecco cos' il nostro secolo.  Silenzio,
    Fauvent!
    Sotto l'impeto di quella doccia,  il giardiniere  non  si  sentiva
    molto a suo agio. La priora continu:
    -  Il  diritto  del  monastero  alla  sepoltura  non   dubbio per
    nessuno: lo negano solo i fanatici e i traviati. Si ignora ci che
    si dovrebbe sapere,  e si conosce ci che  si  dovrebbe  ignorare:
    ignoranti  ed  empi!  Ci  sono  in  quest'epoca  persone  che  non
    distinguono tra il grandissimo san Bernardo e Bernardo,  detto dei
    Poveri  Cattolici,   un  buon  sacerdote  che  viveva  nel  secolo
    decimoterzo.  Altri bestemmiano fino ad avvicinare il patibolo  di
    Luigi  Sedicesimo alla croce di Ges Cristo.  Luigi Sedicesimo non
    era che un re.  Badiamo a Dio!  Non c' pi n giusto n ingiusto.
    E'  noto  il  nome di Voltaire e ignorato quello di Cesare de Bus;
    eppure Cesare de Bus  un beato,  e Voltaire  uno sciagurato.  Il
    precedente  arcivescovo,  il  cardinale  di  Prigord,  non sapeva
    nemmeno che a Brulle era succeduto Carlo di  Gondren,  a  Gondren
    Francesco  Senault,   e  a  Senault  il  padre  Sainte-Marthe.  E'
    conosciuto il nome del padre Coton,  non gi perch sia stato  uno
    dei  tre  che hanno contribuito alla fondazione dell'Oratorio,  ma
    perch forn materia di bestemmia al re ugonotto Enrico Quarto;  e
    san  Francesco di Sales piace alle persone di buona societ perch
    sapeva giocare.  E poi  muovono  guerra  alla  religione.  Perch?
    perch  ci furono dei cattivi preti,  perch Sagittario vescovo di
    Gap era fratello di Salone vescovo di Embrun,  e  furono  entrambi
    seguaci  di Mommol.  Ma questo che vuol dire?  Impedisce forse che
    Martino di Tours sia stato un  santo,  e  abbia  ceduto  met  del
    proprio mantello a un povero? Si perseguitano i santi, si chiudono
    gli occhi alle verit.  Le tenebre sono diventate un'abitudine,  e
    le bestie pi feroci sono quelle cieche.  Nessuno pensa seriamente
    all'inferno.  Oh,  che popolo malvagio! Gli ordini emanati in nome
    del Re  ai  giorni  nostri  sono  ordini  emanati  in  nome  della
    Rivoluzione!  Non  sanno  pi quello che  dovuto n ai vivi n ai
    morti. E' proibito morire santamente, e il sepolcro  divenuto una
    faccenda di ordine civile.  Sono cose che fanno orrore.  San Leone
    Secondo scrisse appositamente due lettere, l'una a Pietro Notario,
    l'altra  al  re  dei Visigoti,  per combattere e negare l'autorit
    dell'esarca e la supremazia dell'imperatore  nelle  questioni  che
    riguardano  i  morti;  e  in  questa  materia,  Gautier vescovo di
    Chalons oppose resistenza a  Ottone  duca  di  Borgogna.  L'antica
    magistratura  era in ci d'accordo.  Nei tempi passati noi avevamo
    voce in capitolo  anche  nelle  cose  del  secolo,  e  l'abate  di
    Citeaux,  generale  dell'ordine,  era  di  diritto consigliere del
    parlamento di Borgogna.  Dei nostri morti noi ne  facciamo  quello
    che  vogliamo.  Forse  che il corpo di san Benedetto stesso non si
    trova in Francia,  nell'abazia di Fleury,  detta di  Saint-Benoit-
    sur-Loire, quantunque egli sia morto in Italia a Monte Cassino nel
    sabato   21  del  mese  di  marzo  dell'anno  543?   Tutto  ci  
    incontestabile.  Io odio i  priori,  ed  esecro  gli  eretici,  ma
    detesterei ancor pi chiunque osasse sostenere il contrario. Basta
    leggere Arnoldo Wion,  Gabrielle Bucelin, Tritemo, Maurolico e don
    Luca d'Achery.
    La priora riprese fiato, poi si volse a Fauchelevent:
    - Pap Fauvent, siamo intesi?
    - Siamo intesi, madre reverenda.
    - Si pu contare su di voi?
    - Obbedir.
    - Va bene.
    - Sono devoto al convento.
    -  Siamo  d'accordo.  Voi  chiuderete  la  bara,  e  le  suore  la
    porteranno  nella  cappella,  dove si celebrer l'ufficio funebre;
    dopo rientreremo in convento.  Tra le  undici  e  mezzanotte,  voi
    verrete  con  la  vostra  sbarra  di  ferro e tutto sar fatto nel
    massimo segreto.  Nella cappella non ci  saranno  che  le  quattro
    madri cantore, la madre Ascensione e voi.
    - E la suora che si trover al palo.
    - Essa non si volter.
    - Ma sentir.
    - Non ascolter.  Del resto,  quello che il monastero sa, il mondo
    lo ignora.
    Successe un'altra pausa, quindi la priora riprese:
    - Vi toglierete il campanello.  E' inutile che la suora al palo si
    accorga della vostra presenza.
    - Reverenda madre?
    - Cosa c', pap Fauvent?
    - Il medico dei morti  venuto a fare la visita?
    - La far oggi alle quattro.  La campana ha dato il segnale per la
    chiamata  del  medico  dei  morti.  Ma  voi  non  sentite  nessuna
    chiamata?
    - Bado soltanto alla mia.
    - Fate bene, pap Fauvent.
    - Madre reverenda, ci vorr una leva di almeno sei piedi.
    - Dove la troverete?
    - Dove non mancano grate,  non mancano sbarre di ferro.  Ho il mio
    mucchio di ferrivecchi in fondo al giardino.
    - Tre quarti d'ora circa prima della mezzanotte, non dimenticate.
    - Madre reverenda?
    - Cosa c'?
    - Se mai aveste altri  lavori  di  questo  genere,  mio  fratello,
    vedete,  fortissimo; un turco!
    - Farete l'operazione con quanta maggior sollecitudine potrete.
    -  Non  posso  fare  tanto  presto;  sono  infermo e avrei bisogno
    d'aiuto; sono zoppo.
    - Zoppicare  non    un  torto,  e  pu  essere  una  benedizione.
    L'imperatore  Enrico  Secondo,   quello  che  combatt  l'antipapa
    Gregorio e ripose in seggio Benedetto Ottavo,  ha due  soprannomi,
    il Santo e lo Zoppo.
    - Sono buoni due soprabiti,  - mormor Fauchelevent, che in realt
    aveva l'orecchio un po' duro.
    - Ora che ci penso,  pap Fauvent,   meglio  disporre  di  un'ora
    intera;  non sar di troppo. Trovatevi presso l'altar maggiore con
    la spranga di ferro alle undici.  L'ufficio comincia a mezzanotte,
    e bisogna che ogni cosa sia finita un buon quarto dora prima.
    -  Far di tutto per dar prova del mio zelo alla comunit.  Dunque
    siamo intesi: io chiuder la bara e al  battere  delle  undici  mi
    trover nella cappella, dove interverranno pure le madri cantore e
    la madre Ascensione.  Sarebbe molto meglio che fossimo due uomini,
    ma non importa.  Porter la  leva,  apriremo  il  sotterraneo,  vi
    caleremo  la  bara,  e poi la serreremo di nuovo;  dopo di che non
    rimarr pi traccia di nulla e  il  Governo  non  ne  avr  nessun
    sospetto.  Abbiamo  ben  concertato  tutto  in questo modo,  madre
    reverenda?
    - No.
    - Cosa rimane dunque ancora?
    - Resta la bara vuota.
    Questa osservazione caus una breve pausa.  Fauchelevent  pensava;
    la priora pensava.
    - Pap Fauvent, che ne faremo della bara?
    - La seppelliranno.
    - Vuota?
    Altra  pausa.  Fauchelevent  fece  con  la sinistra quel gesto che
    respinge una domanda imbarazzante.
    - Reverenda madre,  tocca a me inchiodare la bara gi nella camera
    bassa accanto alla chiesa,  e nessun altro pu metterci piede;  la
    coprir col drappo funebre.
    - S, ma i becchini, mettendola nel carro e calandola nella fossa,
    si accorgeranno che non c' dentro nulla.
    -  Ah!  di...!  -  esclam  Fauchelevent,   ma  avendo  la  priora
    cominciato  un segno di croce,  guardandolo fisso,  lo "avolo" gli
    rimase nella strozza.
    E si affrett a improvvisare un espediente per far dimenticare  la
    bestemmia.
    -  Madre reverenda,  porr della terra nella bara,  e parr che ci
    sia un corpo.
    - Avete ragione. La terra e l'uomo sono una stessa cosa. Dunque ci
    pensate voi a disporre convenientemente la bara?
    - S, me ne incarico io.
    Il volto della  priora,  fino  allora  turbato  e  pensieroso,  si
    rasseren.  Fece a Fauchelevent il gesto del superiore che congeda
    l'inferiore.  Questi si incammin verso la porta,  e gi stava per
    uscire, quando la priora, alzando un po' la voce, soggiunse:
    - Pap Fauvent,  sono contenta di voi.  Domani,  dopo il funerale,
    conducetemi vostro  fratello,  e  ditegli  di  condurre  anche  la
    bambina.

    4. SEMBRA PROPRIO CHE VALJEAN ABBIA LETTO AUSTIN CASTILLEJO.
    I  passi dello zoppo somigliano alle occhiate del losco,  cio non
    arrivano mai presto alla meta. Inoltre Fauchelevent era perplesso.
    Ci mise circa un quarto d'ora per ritornare nella baracca in fondo
    al giardino. Cosetta s'era svegliata, Valjean l'aveva fatta sedere
    accanto  al  fuoco,  e  quando  entr  il  giardiniere,  le  stava
    mostrando la gerla appesa al muro e le diceva:
    -  Ascoltami  bene,  mia  piccola  Cosetta:  necessario uscire da
    questa casa,  ma rientreremo e ci staremo benissimo.  Il buon uomo
    che  abita  qui  ti  porter  fuori  sulle spalle l dentro,  e tu
    m'aspetterai presso  una  signora,  dove  verr  a  pigliarti.  Ma
    soprattutto,  se  vuoi  che  la  Thnardier non ti riprenda,  devi
    obbedirmi e non dir nulla.
    Al rumore del giardiniere che spingeva la porta, Valjean si volse.
    - Ebbene?
    - Si  pu  dire  che    accomodato  tutto  e  nulla,  rispose  il
    giardiniere.  Ho  il permesso di farvi entrare;  ma prima di farvi
    entrare,  bisogna farvi uscire,  e qui  sta  l'imbroglio.  Per  la
    piccina la cosa  facile.
    - La porterete?
    - E star zitta?
    - Ve lo garantisco.
    - Ma voi, pap Madeleine?
    Dopo  un  breve momento di silenzio pieno d'ansiet,  Fauchelevent
    esclam:
    - Uscite allora per dove siete entrato!
    Valjean si limit a rispondere, come la prima volta:
    - Impossibile!
    E l'altro, parlando pi con se stesso che col compagno, borbott:
    - E poi c' un altro punto che m'inquieta.  Ho detto che ci  avrei
    messo della terra;  ma ora penso che la terra l dentro, invece di
    un corpo,  non sar lo stesso,  non andr bene,  si muover,  far
    rumore,  e i becchini se ne accorgeranno.  Capite, pap Madeleine,
    il Governo se ne accorger.
    Valjean lo guard negli occhi, credendo che delirasse.
    Il giardiniere riprese:
    - Come diamine farete ad andarvene di  qui?  Lo  dovete  gi  fare
    prima  di  domani,  perch  domani appunto vi devo presentare alla
    priora che vi aspetta.
    Allora spieg a  Valjean  che  quella  era  la  ricompensa  di  un
    servizio  che  lui  doveva  rendere  al monastero;  che fra le sue
    attribuzioni c'era pure quella di prendere parte ai seppellimenti,
    di inchiodare le bare, e di assistere il fossatore nel camposanto;
    che  la  monaca  morta  quella  mattina  aveva  chiesto   che   la
    lasciassero nella bara che le serviva da letto, e la seppellissero
    nel  sotterraneo  sotto  l'altare maggiore della cappella;  che la
    cosa era vietata dai regolamenti di polizia, ma che si trattava di
    una di quelle morte a cui niente si nega,  e la priora e le  madri
    vocali  intendevano  eseguire il voto della defunta.  Tanto peggio
    per il Governo!, che lui, Fauchelevent, avrebbe inchiodato la bara
    nella cella, alzato la pietra nella cappella e calato la morta nel
    sotterraneo;  che per ricompensa la priora ammetteva nel  convento
    suo  fratello  come  giardiniere e sua nipote come educanda;  e il
    fratello doveva essere appunto Madeleine e la nipote Cosetta;  che
    la  priora gli aveva detto di condurle il fratello l'indomani sera
    dopo la  sepoltura  fittizia  nel  cimitero;  ma  che  non  poteva
    introdurre Madeleine dal di fuori,  se era gi dentro;  che questo
    era l'imbarazzo principale; ma che ce n'era pure un altro,  e cio
    la bara vuota.
    - Cos' questa bara vuota? - chiese Madeleine.
    E l'altro rispose:
    - La cassa dell'amministrazione.
    - Che cassa e quale amministrazione?
    -  Quando muore una monaca,  viene un medico municipale,  il quale
    costata la morte avvenuta,  e allora il Governo  manda  una  bara.
    L'indomani  poi  manda  il  carro  e  i becchini a riprenderla per
    trasportarla  al  cimitero.   Quando  verranno  i   beccamorti   e
    solleveranno la bara, si accorgeranno che non c' dentro nulla.
    - Metteteci qualche cosa.
    - Un morto?, non ne ho.
    - Eh, no!
    - Cosa dunque?
    - Un vivo.
    - Che vivo?
    - Io, - disse Valjean.
    Fauchelevent,  che si era seduto, salt in piedi come se gli fosse
    scoppiata una bomba sotto la sedia.
    - Voi!
    - Perch no?
    Il volto di Valjean si rischiar d'uno di quei  rari  sorrisi  che
    gli venivano come un raggio di sole in un cielo invernale.
    -   Vi  ricordate,   Fauchelevent,   che  avete  detto:  la  madre
    Crocefissione  morta,  e io  ho  aggiunto:  E  pap  Madeleine  
    sepolto? Ebbene, sar cos.
    - Eh! via, voi volete scherzare, non parlate mica sul serio.
    - Serissimamente! Non devo uscire di qui?
    - Sicuro.
    - Non vi ho detto di trovare anche per me una gerla e una tela?
    - Ebbene?
    - La gerla sar di abete, e la tela una coltre nera.
    - Nel caso,  una coltre bianca;  le monache si portano al sepolcro
    con la coltre bianca.
    - Vada per la coltre bianca.
    - Voi, pap Madeleine, non siete un uomo come gli altri.
    Vedere una cos arrischiata proposta, che non era altro se non una
    delle selvagge e temerarie invenzioni della galera,  balzar  fuori
    di  mezzo  alle pacifiche abitudini che lo circondavano e che egli
    chiamava  "il  piccolo   andamento   del   monastero",   era   per
    Fauchelevent  uno stupore paragonabile a quello di un passante che
    vedesse un gabbiano guazzare nel rigagnolo della via san Dionigi.
    Valjean continu:
    - Si tratta di uscire di qui senza essere visto,  e  questo    un
    mezzo.  Ma  prima  datemi  alcune  informazioni.  Come  si  fa  la
    cerimonia? Dove si trova questa bara?
    - Quella vuota?
    - S.
    - Gi,  in quella che chiamano la sala mortuaria;   appoggiata  a
    due cavalletti e coperta dalla coltre funebre.
    - Quanto  lunga?
    - Sei piedi.
    - E cos' la sala mortuaria?
    -  E'  una  stanza  al pian terreno,  con una finestra a grata sul
    giardino, chiusa di fuori da un'imposta e da due porte,  una verso
    l'interno del convento, l'altra verso la chiesa.
    - Quale chiesa?
    - Quella che si apre sulla strada, quella di tutti.
    - E avete le chiavi di quelle due porte?
    -  No;  ho  soltanto la chiave della porta che mette nel convento;
    l'altra la tiene il portinaio.
    - E quand' che il portinaio apre quella porta?
    - Soltanto quando entrano i becchini a prendere la bara uscita  la
    bara, la porta si richiude.
    - E chi inchioda la cassa?
    - Io.
    - Voi solo?
    - Nessun'altro uomo pu penetrare nella sala mortuaria,  tranne il
    medico municipale; sta scritto anche sul muro.
    - Potreste questa notte nascondervi in quella stanza,  quando  nel
    monastero sono tutti addormentati?
    - No;  ma posso nascondervi in un piccolo bugigattolo buio attiguo
    a essa,  dove depongo i miei utensili per il seppellimento,  e  di
    cui ho la custodia e la chiave.
    - A che ora domani verr il carro funebre a prendere la bara?
    Verso le tre pomeridiane. Il seppellimento ha luogo poco prima, di
    notte, nel cimitero Vaugirard; e non  molto vicino.
    -  Rimarr  nascosto nel vostro bugigattolo tutta la notte e tutta
    la mattinata. E per mangiare? Avr fame.
    - Vi porter io quanto occorre.
    - Potreste venire a inchiodarmi nella bara verso le due?
    Fauchelevent rincul facendo scricchiolare le ossa delle dita.
    - Ma  impossibile!
    - Eh via!  Prendere un martello e conficcare  dei  chiodi  in  una
    tavola, che ci vuole?
    Ci  che al giardiniere pareva inaudito era,  ripetiamo,  una cosa
    semplice per  Valjean,  il  quale  aveva  gi  superato  traversie
    maggiori.  Tutti  quelli  che  furono in prigione conoscono l'arte
    d'impicciolirsi  secondo  il  diametro  dei  mezzi  di  fuga.   Il
    prigioniero  soggetto all'evasione, come il malato alla crisi che
    pu  salvarlo  o  perderlo.  La fuga  una guarigione;  e cosa non
    faremmo per guarire?  Farsi inchiodare e trasportare in una cassa,
    come una merce, vivere a lungo in una scatola, trovare l'aria dove
    non c', economizzare il respiro per ore intere, e saper soffocare
    senza morire, era uno dei cattivi talenti di Valjean.
    Del  resto,  richiudere  un vivo in un feretro  un espediente non
    solo da galeotto, ma anche da imperatore. Se vogliamo prestar fede
    al  monaco  Austin  Castillejo,   Carlo  Quinto,   dopo   la   sua
    abdicazione,  volendo rivedere un'ultima volta la Plombes, adoper
    questo mezzo per introdursi nel monastero di san  Giuseppe  e  per
    uscirne.
    Fauchelevent, un po' rinvenuto dalla sorpresa, esclam:
    - Ma come farete a respirare?
    - Respirer.
    - In quella cassa! Ma se mi sento soffocare solo a pensarci!
    - Avrete certo un succhiello; praticherete qua e l alcuni piccoli
    buchi vicino alla bocca,  e inchioderete senza stringere la tavola
    di sopra.
    - Buono! E se vi capita di tossire o di starnutire?
    - Chi evade non tossisce e non sternuta mai.
    E Valjean aggiunse:
    - Pap Fauchelevent, bisogna decidersi; o lasciarsi cogliere qui o
    accettare d'uscire per mezzo del carro funebre.
    Tutti conoscono il gusto che hanno i gatti  di  fermarsi  indecisi
    fra  i  due battenti d'una porta socchiusa.  Chi non ha detto a un
    gatto: ma entra dunque? Certi uomini,  quando si vedono davanti un
    incidente  socchiuso,   hanno  anch'essi  la  tendenza  a  restare
    indecisi fra due soluzioni,  a rischio di  farsi  schiacciare  dal
    destino  che  chiude  a un tratto l'avventura.  I troppo prudenti,
    quantunque gatti e perch  gatti,  corrono  alle  volte,  maggiori
    pericoli  degli  audaci.  Fauchelevent  era indeciso;  tuttavia il
    sangue  freddo  di  Valjean  lo  vinse  suo  malgrado.  Alla  fine
    borbott:
    - Veramente non c  altro mezzo.
    Valjean riprese:
    - Mi preoccupa soltanto quello che succeder al cimitero.
    - Oh!  questo non mi preoccupa affatto, rispose il giardiniere. Se
    siete sicuro di cavarvela nella bara,  io sono  certo  di  cavarvi
    dalla buca.  Il fossore  un ubriacone mio amico,  pap Mestienne,
    uno della vecchia guardia.  Il fossore mette i morti nella  fossa,
    ma io mi metto in tasca il fossore.  Come andranno le cose,  ve lo
    dico subito.  Arriveremo poco  prima  dell'imbrunire,  tre  quarti
    d'ora prima che chiudano i cancelli del cimitero. Il carro funebre
    proceder fino alla fossa,  e io lo seguir,  com' mio dovere, ma
    avr in tasca un martello, uno scalpello e un paio di tenaglie. Il
    carro si ferma,  i becchini annodano una corda intorno alla bara e
    vi calano gi;  il prete dice le sue preghiere,  fa il segno della
    croce,  butta l'acqua santa e se ne  va.  Rimango  solo  con  pap
    Mestienne, il quale, come vi ho detto,  mio amico. Delle due cose
    l'una:  o sar ubriaco,  o non lo sar.  Se non  ubriaco,  io gli
    dico: - Vieni a bere un bicchiere intanto che la  fossa    ancora
    aperta; - lo conduco via, lo ubriaco, e non ci vuole molto, perch
     sempre a mezza strada;  poi lo sdraio sotto la tavola, prendo il
    suo biglietto per rientrare nel cimitero,  ritorno solo,  e allora
    avete da fare solo con me. Se invece  ubriaco, gli dico: Vattene,
    far io il tuo lavoro.  - Egli se ne va,  e io vi tiro fuori dalla
    fossa.
    Valjean gli stese la mano, sulla quale il giardiniere si precipit
    con commovente effusione contadinesca.
    - Siamo intesi, pap Fauchelevent; tutto andr bene.
    - Purch non accada nessun contrattempo, - pens quest'ultimo.  Se
    la cosa diventasse terribile!

    5. NON BASTA ESSERE UN UBRIACONE PER ESSERE IMMORTALE.
    L'indomani,  mentre  il  sole  declinava,  i  pochi  passanti  del
    boulevard Maine si levavano il cappello al passaggio di  un  carro
    funebre  di forma antiquata,  ornato di teste di morto e di tibie.
    Nel carro c'era una bara coperta di una coltre bianca, sulla quale
    era disegnata una larga croce nera,  simile a una grande morta con
    le  braccia penzoloni.  Seguiva una carrozza parata a lutto in cui
    sedevano un sacerdote in cotta e un  chierico  con  la  pellegrina
    rossa. A destra e a sinistra del carro camminavano due becchini in
    divisa  grigia  con  le  mostre nere,  e dietro seguiva un vecchio
    zoppicante, col vestito di operaio. Il corteo si dirigeva verso il
    cimitero Vaugirard.
    Dalla tasca del vecchio si  vedevano  sporgere  il  manico  di  un
    martello,  la  lama  di  uno  scalpello  e  le  due branche di una
    tenaglia.
    Tra i  cimiteri  di  Parigi,  quello  di  Vaugirard  rappresentava
    un'eccezione. Aveva i suoi usi speciali come aveva il gran portone
    e la porta piccola, che i vecchi del rione, attaccati alle vecchie
    denominazioni,  chiamavano porta dei cavalieri e porta dei pedoni.
    Le Bernardine-Benedettine  del  Petit-Picpus,  come  gi  dicemmo,
    avevano  ottenuto  il privilegio di essere sepolte di sera e in un
    angolo a parte,  in un terreno che era in altri tempi  appartenuto
    al loro monastero.  I fossori,  prestando nel cimitero un servizio
    che,  d'estate si faceva di  sera  e  d'inverno  di  notte,  erano
    sottoposti  a  una  disciplina speciale.  Le porte dei cimiteri di
    Parigi a quell'epoca  si  chiudevano  al  tramonto  del  sole,  ed
    essendo  questa  una  misura di ordine municipale,  il cimitero di
    Vaugirard vi era sottoposto come gli altri. La porta dei cavalieri
    e quella dei pedoni erano due cancelli contigui  a  un  padiglione
    costruito  dall'architetto  Perronnet  e abitato dal portinaio del
    cimitero.  Non appena il  sole  spariva  dietro  la  cupola  degli
    Invalidi,  i cancelli giravano inesorabilmente sui loro cardini; e
    se in quel momento qualche fossore era ancora dentro,  per uscirne
    non  aveva altro mezzo che la sua tessera di fossore rilasciatagli
    dall'amministrazione  delle  pompe  funebri.   Nell'imposta  della
    finestra  del  portinaio era stata praticata una specie di buca da
    lettere;  il fossore gettava la sua tessera in quella buca,  e  il
    portinaio  sentendola  cadere,  tirava  la corda e apriva la porta
    minore.  Se poi il fossore non aveva la  tessera,  diceva  il  suo
    nome,  e  il portinaio,  che talvolta era coricato e addormentato,
    s'alzava, andava a riconoscerlo,  e apriva la porta con la chiave;
    il fossore usciva, ma pagava quindici franchi di multa.
    Quel  cimitero,  con  le  sue  originalit curiose,  disturbava la
    simmetria amministrativa;  stato soppresso poco dopo il 1830. Gli
     successo quello di Montparnasse,  detto cimitero dell'Est,  e ha
    ereditato  la  famosa  bettola contigua al Vaugirard,  che formava
    angolo da una parte verso le tavole dei bevitori, dall'altra verso
    le tombe, e portava per insegna una mela cotogna dipinta sopra una
    tavola con la scritta: "Au bon Coing".
    Vaugirard si poteva dire un cimitero malandato;  cadeva in disuso;
    era invaso dalla muffa e abbandonato dai fiori.  I borghesi non ci
    tenevano a essere sepolti a  Vaugirard:  puzzava  di  miseria.  Il
    Pre-Lachaise,  quello s! Essere sepolti al Pre-Lachaise,  come
    avere i mobili di mogano.  Ci si  sente  l'eleganza.  Il  cimitero
    Vaugirard  era  un  recinto  venerabile,  piantato  come un antico
    giardino  alla  francese:  viali  dritti,   cespugli  di  bosso  e
    d'agrifoglio,  vecchie  tombe  ombreggiate da vecchi tassi ed erba
    altissima.  Di sera era tragico;  vi si  disegnavano  delle  linee
    molto lugubri.
    Non  era  ancora  tramontato il sole quando il carro funebre dalla
    coltre bianca e dalla croce nera sbocc nel viale  che  conduce  a
    quel cimitero. L'uomo zoppo che lo seguiva era Fauchelevent.
    Il  seppellimento  della madre Crocefissione nel sotterraneo sotto
    l'altare,  l'uscita di Cosetta,  l'introduzione di  Valjean  nella
    sala  mortuaria,  tutto  era  stato  fatto  senza inciampi e senza
    contrattempi.
    Diremo di passaggio che la tumulazione della  madre  Crocefissione
    sotto   l'altare  del  monastero,   secondo  noi,     un  peccato
    assolutamente veniale,  uno di quegli errori che somigliano  a  un
    dovere. Le monache l'avevano compiuto non solo senza turbamento ma
    con l'approvazione della loro coscienza.  Nel chiostro, quello che
    si chiama "il Governo" non    che  una  ingerenza  dell'autorit,
    ingerenza sempre discutibile.  Prima la regola;  quanto al codice,
    si vedr. Uomini, fate quante leggi volete, ma tenetevele per voi.
    Il tributo a Cesare non  mai altro che  l'avanzo  del  tributo  a
    Dio; un principe non  nulla a paragone d'un principio.
    Fauchelevent zoppicava dietro il carro, molto contento; i suoi due
    misteri,  i due complotti gemelli, uno con le monache, l'altro con
    Madeleine,  uno a  favore  del  convento,  l'altro  contro,  erano
    riusciti  allo stesso modo.  La calma di Valjean era una di quelle
    tranquillit  potenti  che  si  comunicano  da  uno  all'altro,  e
    Fauchelevent  non  dubitava pi del risultato.  Ci che restava da
    fare era una bazzecola;  in due anni egli aveva  ubriacato  almeno
    dieci volte quel buon uomo paffuto,  quel bravo pap Mestienne. Ne
    faceva quello che voleva,  gl'imponeva la sua  volont  e  la  sua
    fantasia,  lo  faceva  pensare  col  suo  cervello.  Per questo la
    sicurezza di Fauchelevent era completa.
    Mentre il convoglio entrava nel viale che conduceva  al  cimitero,
    Fauchelevent,  tutto  contento,  guard  il  carro  funebre  e  si
    stropicci le grosse mani, dicendo sottovoce:
    - Che bella burla!
    Poco dopo,  il carro si ferm.  Erano al cancello,  dove bisognava
    mostrare il permesso di seppellimento.  L'uomo delle pompe funebri
    parl col portinaio del  cimitero.  Durante  tale  colloquio,  che
    portava sempre il ritardo di un minuto o due, uno sconosciuto and
    a prendere posto dietro al carro vicino a Fauchelevent.  Pareva un
    operaio, con un camiciotto dalle larghe tasche,  e una zappa sotto
    il braccio.
    Il giardiniere guard quello sconosciuto.
    - Chi siete? - gli chiese.
    L'uomo rispose:
    - ll fossore.
    Se si potesse sopravvivere dopo aver avuto una palla di cannone in
    pieno petto, si avrebbe la faccia di Fauchelevent.
    - Il fossore?
    - S.
    - Voi?
    - S.
    - Il fossore  pap Mestienne!
    - Era.
    - Come, era?
    - E' morto.
    Tutto  Fauchelevent  si  sarebbe aspettato,  tranne che un fossore
    potesse morire. Eppure  vero: anche i fossori muoiono. A furia di
    scavare le fosse per gli altri, preparano la propria.
    Rest a bocca aperta; ebbe appena la forza di balbettare:
    - Ma  impossibile!
    - Eppure  cos.
    - Ma - replic con voce fioca - il fossore  pap Mestienne.
    - Dopo Napoleone,  Luigi Diciottesimo;  dopo  Mestienne,  Gribier.
    Contadino, io mi chiamo Gribier.
    Fauchelevent assai pallido, esamin quel Gribier.
    Era un uomo lungo, magro, livido, completamente funebre; pareva un
    medico mancato che si fosse fatto becchino.
    Fauchelevent scoppi a ridere.
    - Ah!  che cose strane capitano!  Pap Mestienne  morto!  Ebbene,
    viva il piccolo pap Lenoir!  Sapete chi    pap  Lenoir?  E'  la
    bottiglia  che  ha  sei  anni  di tappo,  la bottiglia di Suresne,
    perbacco!  vero  Suresne  di  Parigi!  Ah    morto,   il  vecchio
    Mestienne!  Me  ne  rincresce,  perch era un buon compagnone.  Ma
    anche voi siete un buon compagnone,  non   vero,  amico?  Tra  un
    momento andiamo a bere un bicchiere insieme.
    L'altro rispose:
    - Ho studiato, ho frequentato le quattro classi; non bevo mai.
    Intanto il carro funebre s'era messo di nuovo in moto e percorreva
    il gran viale del cimitero.
    Fauchelevent  aveva  rallentato il passo;  zoppicava per l'ansiet
    pi che per l'infermit.
    Il fossore gli camminava davanti.
    Il giardiniere sottopose a nuovo esame l'inaspettato Gribier.
    Era uno di quegli uomini che sembrano vecchi quantunque giovani, e
    sono forti bench magri.
    - Amico! - esclam Fauchelevent.
    L'altro si volse.
    - Io sono il fossore del convento.
    - Dunque un collega - rispose l'altro.
    Fauchelevent, analfabeta ma molto fino, cap che aveva da fare con
    un tipo temibile, un bel parlatore. Borbott:
    - E cos, pap Mestienne  morto.
    L'uomo rispose:
    - Perfettamente.  Domineddio ha consultato il suo  taccuino  delle
    scadenze:  era  la  volta  di  pap Mestienne,  e pap Mestienne 
    morto.
    Il giardiniere ripet macchinalmente:
    - Domineddio...
    - Domineddio - riprese l'altro con autorit.  - Per i filosofi,  
    il Padre eterno, per i giacobini l'Essere supremo.
    -  E  non  faremo  un  po'  di  conoscenza  tra  noi?  -  balbett
    Fauchelevent.
    - E' fatta; voi siete paesano, io parigino.
    - Non si pu dire di conoscersi fino  a  che  non  si  sia  bevuto
    insieme. Chi vuota il bicchiere vuota il cuore. Verrete a bere con
    me; non si rifiuta.
    - Prima il lavoro.
    Fauchelevent si ritenne perduto.
    Si  era  a pochi passi dal vialetto che portava al cantuccio delle
    monache.
    Il fossore riprese:
    - Contadino,  ho sette marmocchi da nutrire;  perch essi  possano
    mangiare, io devo astenermi dal bere.
    E  aggiunse  con la contentezza dell'uomo serio che dice una bella
    frase:
    - La loro fame  nemica della mia sete.
    Il carro gir intorno a una macchia di cipressi,  lasci  il  gran
    viale,  prese per un vicolo,  nel terreno smosso,  e penetr in un
    folto di arbusti: la qual cosa indicava  la  prossimit  immediata
    della sepoltura. Fauchelevent rallent ii passo, ma non poteva far
    rallentare  il  carro;  se  non che per fortuna la terra cedevole,
    inzuppata dalle piogge invernali,  tratteneva le ruote,  e rendeva
    pi lento il cammino.
    Egli si riaccost al fossore, bisbigliando:
    - C' un vinello d'Argenteuil tanto buono!
    - Campagnolo - riprese l'uomo - io non dovrei fare il fossore. Mio
    padre,  che  era  portinaio  del Pritaneo,  m'aveva destinato alle
    lettere, ma ebbe delle disgrazie, sub delle perdite in Borsa,  ed
    io  dovetti  rinunciare  alla  professione di letterato.  Tuttavia
    faccio ancora lo scrivano pubblico.
    - Dunque non  siete  un  affossatore?  -  ribatt  il  giardiniere
    aggrappandosi a quel ramo pur tanto debole.
    - Una cosa non impedisce l'altra. Io cumulo.
    Fauchelevent non cap l'ultima parola, ma disse:
    - Andiamo a bere.
    Qui  occorre  un'osservazione.  Per  quanto  grande  fosse  la sua
    angoscia,  nell'offrire da bere il giardiniere non si spiegava mai
    sul punto del chi dovesse pagare;  di solito chi invitava era lui,
    ma chi pagava era pap  Mestienne.  Un  invito  a  bere  risultava
    evidentemente  dalla situazione nuova creata dal nuovo fossore,  e
    quell'invito bisognava farlo,  ma il vecchio giardiniere  lasciava
    in  ombra,  non  senza intenzione,  il proverbiale quarto d'ora di
    Rabelais;  per quanto si  sentisse  commosso,  non  aveva  nessuna
    voglia di pagare.
    Il fossore prosegu, con un sorriso di superiorit:
    -  Bisogna  mangiare,  perci  ho  accettato  di  succedere a pap
    Mestienne. Quando si sono fatti quasi tutti gli studi,  si diventa
    filosofi. Al lavoro della mano, ho aggiunto quello del braccio. Ho
    la  mia  botteguccia di scrivano al mercato di via Svres;  sapete
    bene, il mercato degli ombrelli. Tutte le cuoche della Croix-Rouge
    si rivolgono a me,  e sono io che stendo le dichiarazioni ai  loro
    spasimanti. Al mattino scrivo dei biglietti amorosi, la sera scavo
    delle tombe; questa  la vita, campagnolo.
    Il carro avanzava;  il giardiniere, al colmo dell'inquietudine, si
    guardava intorno da tutti i lati,  mentre le gocce di  sudore  gli
    cadevano dalla fronte.
    -  Eppure  -  continu  il  fossore  -  non si possono servire due
    padroni, e bisogner che scelga tra la penna e la zappa;  la zappa
    mi guasta la mano.
    Il carro si ferm.
    Dalla  carrozza  parata  a  bruno scese prima il chierico,  poi il
    sacerdote.
    Una delle ruote anteriori del carro montava un po' su  un  mucchio
    di terra, al di l del quale si vedeva una fossa aperta.
    - Che bella burla! - riprese Fauchelevent costernato.

    6. FRA QUATTRO ASSI.
    Chi  si trovava nella bara?  Gi lo sappiamo,  Valjean,  che s'era
    arrangiato a vivere l dentro, e vi respirava o quasi.
    E' una cosa meravigliosa come la  sicurezza  della  coscienza  dia
    ogni altra sicurezza. Tutta la trama da lui premeditata camminava,
    e  camminava bene,  dal giorno prima;  e poich contava egli pure,
    come Fauchelevent, su pap Mestienne, non dubitava della riuscita.
    Non ci fu mai situazione pi critica, n calma pi completa.
    Le quattro assi della bara emanano una sorta  di  terribile  pace.
    Pareva   che   qualcosa   del  riposo  dei  morti  entrasse  nella
    tranquillit di Valjean.
    Dal fondo di quella bara,  egli aveva potuto seguire tutte le fasi
    del formidabile dramma che recitava con la morte.
    Dopo   poco   che  il  giardiniere  ebbe  finito  d'inchiodare  il
    coperchio,  Valjean si sent trasportare a spalle,  poi  sopra  un
    carro;  poi, dalle minori scosse, cap che si passava dal selciato
    al terreno battuto,  vale a dire che si lasciavano  le  vie  e  si
    arrivava  ai  boulevard.   Dal  rumore  sordo,   indovin  che  si
    attraversava il ponte di Austerlitz;  alla prima fermata cap  che
    si entrava nel cimitero,  alla seconda pens: ecco la fossa. Sent
    parecchie mani afferrare bruscamente la  bara,  poi  da  un  sordo
    sfregamento sul legno cap che l'annodavano a una fune per calarla
    nella fossa.
    A questo punto prov una specie di stordimento.
    Probabilmente i beccamorti e il fossore avevano fatto dondolare il
    feretro e l'avevano messo gi con la testa prima dei piedi.  Torn
    pienamente in s sentendosi in posizione orizzontale  e  immobile.
    Era giunto in fondo.
    Sent un po' di freddo.
    Una voce risuon al di sopra, glaciale e solenne; ud passare cos
    lente  che poteva afferrarle a una a una,  delle parole latine che
    non capiva:
    - "Qui dormiunt in terrae  pulvere,  evigilabunt,  alii  in  vitam
    aeternam, et alii in opprobrium, ut videant semper".
    Una voce di ragazzo rispose:
    - "De profundis".
    La voce grave ricominci:
    - "Requiem aeternam dona ei, Domine".
    E la voce di ragazzo rispose:
    - "Et lux perpetua luceat ei".
    Poi  sull'asse  che  lo  copriva  sent come il picchiare dolce di
    alcune gocce di pioggia; probabilmente era l'acqua benedetta.
    E pens: tra un momento finisce. Ancora un po' di pazienza; adesso
    il prete se ne andr; Fauchelevent condurr Mestienne all'osteria;
    mi lasceranno;  poi Fauchelevent torner solo,  e io uscir.  Sar
    questione di un'ora buona.
    La voce grave riprese:
    - "Requiescat in pace".
    E la voce di ragazzo rispose:
    - Amen.
    Valjean,  con  l'orecchio teso,  sent come un rumore di passi che
    s'allontanavano.
    - Ecco che se ne vanno - pens. - Ora sono solo.
    D'improvviso ud sul capo un rumore che gli parve uno  scoppio  di
    tuono.
    Era una palata di terra che calava sul feretro.
    Successe una seconda palata.
    Uno  dei buchi dai quali Valjean respirava rimase otturato.  Cadde
    una terza palata.
    Poi una quarta.
    Ci sono cose pi forti del  pi  forte  tra  gli  uomini.  Valjean
    svenne.

    7. L'ORIGINE DELL'ADAGIO: NON PERDERE IL BIGLIETTO.
    Ecco cosa accadeva al disopra della bara nella quale era rinchiuso
    Valjean.
    Quando  il  carro  si  fu  allontanato,  quando  il sacerdote e il
    chierico risaliti in carrozza furono  partiti,  Fauchelevent,  che
    non toglieva gli occhi dal fossatore, lo vide chinarsi e impugnare
    il badile che era conficcato diritto nel mucchio di terra.
    Allora prese una risoluzione estrema.
    Si  colloc  tra  la fossa e l'affossatore,  incroci le braccia e
    disse:
    - Pago io!
    L'altro lo guard stupito e rispose:
    - Cosa, contadino?
    Il giardiniere ripet:
    - Pago io.
    - Cosa?
    - Il vino.
    - Che vino?
    - L'Argenteuil.
    - Dov' l'Argenteuil?
    - Al "Bon Coing".
    - Vattene alla malora! - disse il fossore.
    E gett una palata di terra sul feretro,  che mand un suono cupo.
    Fauchelevent  si  sent barcollare e sul punto di cadere anche lui
    nella fossa.  Con una voce che cominciava a essere  strozzata  dal
    rantolo, grid:
    - Amico, prima che il "Bon Coing" si chiuda!
    E mentre l'altro raccoglieva nuova terra col badile, continu:
    - Pago io! E lo pigli per un braccio.
    -  Ascoltatemi,  collega,  io sono il fossore del monastero e sono
    qui per aiutarvi.  E' un lavoro che si pu fare  anche  di  notte;
    cominciamo dunque con l'andare a bere un bicchiere.
    E  mentre  parlava,  mentre  si  aggrappava  a  quella  insistenza
    disperata,   faceva  tra  s  questa  lugubre  riflessione:  -   E
    quand'anche acconsenta a bere, si ubriacher?
    -  Paesano - rispose l'affossatore - se assolutamente volete cos,
    acconsento. Berremo, ma dopo il lavoro; mai prima.
    E sollev il badile. Il giardiniere lo trattenne.
    - E' un Argenteuil di sei soldi!
    - Ma insomma - osserv l'altro - fate forse il campanaro voi?  Din
    dan, din don, non sapete dire altro. Andate a farvi benedire.
    E lanci la seconda palata.
    Fauchelevent ormai era sul punto in cui non si sa pi che dire.
    - Ma venite dunque a bere - grid - giacch pago io!
    - Quando avremo messo a dormire la bimba - rispose il fossatore.
    E butt la terza palata.
    Poi affond il badile nella terra, aggiungendo:
    -  Vedete,  questa  notte  far  freddo,  e la morta ci griderebbe
    dietro se la piantassimo qui senza coperte.
    In quel momento nel curvarsi che fece il fossore per ricaricare il
    badile, la tasca della giubba si apr.
    Lo sguardo smarrito di Fauchelevent cadde a caso in quella tasca e
    vi si ferm.
    Il sole non era ancora completamente  scomparso  all'orizzonte,  e
    c'era  abbastanza  luce  perch  si potesse discernere qualcosa di
    bianco in fondo a quella tasca aperta.
    Tutta la quantit di  splendore  che  pu  avere  l'occhio  di  un
    contadino piccardo attravers le pupille di Fauchelevent.  Gli era
    balenata un'idea.
    Senza che il fossore, tutto intento alla sua palata di terra se ne
    avvedesse, gli cacci la mano in tasca per di dietro,  e ne trasse
    fuori la cosa bianca che stava sul fondo.
    L'altro intanto mandava nella fossa la sua quarta palata.
    Mentre  si  volgeva  per  raccogliere  la  quinta,   Fauchelevent,
    guardandolo con profonda calma, gli disse:
    - A proposito, novizio, avete il vostro biglietto?
    L'uomo interruppe il lavoro:
    - Che biglietto?
    - Il sole sta per coricarsi.
    - Bene: si metta pure il berretto da notte.
    - A momenti chiuderanno il cancello del cimitero.
    - Ebbene?
    - Avete la tessera?
    - Ah, la tessera! - esclam l'affossatore. - E si frug in tasca.
    Frugata l'una,  pass all'altra,  poi ai taschini,  esplorando  il
    primo e rovesciando il secondo.
    - Ma no - disse - non ho la tessera. L'avr dimenticata.
    - Quindici franchi di multa - osserv Fauchelevent.
    Il fossore divenne verde, che  il pallore del volto livido.
    - Ah, Ges! Per la miseria - esclam. - Quindici franchi di multa!
    - Tre pezzi da cinque franchi - replic Fauchelevent.
    Il fossore si lasci cadere di mano il badile.
    Il momento di Fauchelevent era venuto.
    - Eh,  via! - disse - non disperatevi, coscritto; non si tratta di
    ammazzarsi e di approfittare della fossa.  Quindici  franchi  alla
    fine  sono quindici franchi,  e d'altronde potete non pagarli.  Io
    sono vecchio, e voi siete un novizio;  io conosco tutti i trucchi,
    le astuzie e le scappatoie,  e voglio darvi un consiglio da amico.
    Una cosa  chiara,  che il sole sta per tramontare;  tocca gi  la
    cupola; tra cinque minuti il cimitero sar chiuso.
    - E' vero - rispose l'altro.
    - In cinque minuti non fate in tempo a riempire questa fossa,  che
     profonda come il diavolo,  e arrivare  a  uscire  prima  che  il
    cancello sia chiuso.
    - E' giusto.
    - E in questo caso, quindici franchi di multa.
    - Quindici franchi!
    - Ma avete il tempo... Dove abitate?
    -  A  due  passi  dalla  barriera,  a un quarto d'ora di qui,  via
    Vaugirard, 87.
    - Se vi mettete le gambe in spalla, fate in tempo a uscire.
    - Verissimo.
    - Una volta fuori del cancello, galoppate fino a casa, prendete la
    tessera, tornate indietro, il portinaio vi apre, col biglietto non
    dovete pagare pi nulla,  e seppellite il vostro morto.  Frattanto
    mi fermo qua io a custodirlo perch non scappi.
    - Vi devo la vita, paesano.
    - Via subito di corsa! - rispose Fauchelevent.
    Il fossore,  fuori di s dalla riconoscenza, gli strinse la mano e
    si allontan correndo.
    Quando fu sparito dietro il folto  degli  alberi,  il  giardiniere
    stette  a origliare finch non ne sent il passo perdersi lontano;
    poi si chin verso la fossa e chiam sottovoce:
    - Pap Madeleine!
    Nessuna risposta.
    Preso da un brivido, Fauchelevent pi che scendere nella fossa,  e
    gettatosi sulla parte di testa della bara grid:
    - Ci siete?
    Nella bara, silenzio.
    Fauchelevent,  che non respirava pi a furia di tremare,  prese lo
    scalpello e il martello,  e fece saltare il coperchio.  Alla  luce
    crepuscolare pot discernere il volto di Valjean pallido,  con gli
    occhi chiusi.
    Fauchelevent  coi  capelli  irti  si  lev  in  piedi,  poi  cadde
    addossato  alla  parete  della  fossa,  l l per abbattersi sulla
    bara.
    Guard Valjean; giaceva livido e immobile.
    Il giardiniere mormor con una voce fioca come un soffio:
    - E' morto.
    Quindi si raddrizz,  e,  incrociando le braccia con tale violenza
    che i due pugni chiusi andarono a battergli le spalle:
    - Ecco - grid - in che modo lo salvo, io!
    Allora il povero uomo si mise a singhiozzare, monologando. Infatti
      un errore credere che il monologo non esista in natura;  spesso
    le forti agitazioni parlano ad alta voce.
    - La colpa  di pap Mestienne.  Perch  morto,  quell'imbecille?
    Che bisogno aveva di crepare quando meno me l'aspettavo? E' lui la
    causa  della  morte  del  signor Madeleine!  Eccolo l nella bara,
    l'hanno gi bell'e portato;  finita.  - Ma in queste cose c' poi
    buonsenso?  Ah,  mio Dio,  morto! Appunto, e la sua piccina, cosa
    devo farne ora? Che dir la fruttivendola? Guardate, mio Dio, se 
    possibile che un uomo come lui  abbia  da  morire  in  quel  modo!
    Quando penso che s' cacciato sotto il mio carro!  Pap Madeleine!
    Pap Madeleine! Diamine!  gli  mancato il respiro;  lo dicevo io;
    non ha voluto credermi. Ebbene, abbiamo fatto una bella porcheria.
    E' morto quel brav'uomo, il pi buonuomo che ci fosse tra la brava
    gente del buon Dio! E la sua piccina? Ah! prima di tutto io non ci
    torno  pi  laggi  in  convento;  resto qui.  Aver fatto un colpo
    simile!  Valeva la pena di mettersi in  due  vecchi  per  far  due
    vecchi  pazzi!  Ma prima di tutto,  come ha mai fatto a entrare in
    convento? E' l il principio. Non bisogna far di queste cose! Pap
    Madeleine! Pap Madeleine!  Signor Madeleine!  Signor sindaco!  Eh
    s! non mi sente. Come si fa a cavarsela adesso?
    E si strappava i capelli.
    In  quel  momento si ud in lontananza tra gli alberi uno stridore
    acuto; chiudevano il cancello del cimitero.
    Fauchelevent si chin di nuovo su Valjean, ma ad un tratto fece un
    balzo e rincul quanto si pu  rinculare  in  una  fossa.  Valjean
    aveva gli occhi aperti e lo guardava.
    La  morte    uno spettacolo spaventoso,  ma una risurrezione lo 
    quasi altrettanto.  Il giardiniere rest come di  sasso,  pallido,
    scombinato,  stravolto  da tutte quelle emozioni eccessive,  senza
    sapere pi se avesse da fare con un vivo o con un morto, guardando
    Valjean che lo guardava.
    - Mi ero addormentato - disse quest'ultimo.
    E si rizz a sedere.
    Fauchelevent cadde in ginocchio.
    - Giusta Vergine Santa! Che paura mi avete fatto!
    Poi si rialz esclamando:
    - Grazie, pap Madeleine!
    Valjean era  soltanto  svenuto,  e  l'aria  aperta  l'aveva  fatto
    rinvenire.
    La  gioia  il riflesso del terrore.  Il giardiniere aveva da fare
    quanto Valjean a rimettersi.
    - Dunque non siete morto! Quanto spirito avete voi! Vi ho chiamato
    tanto che siete ritornato! Quando vi ho visto con gli occhi chiusi
    ho  detto  tra  me:  buono!  eccolo  soffocato.   Sarei  diventato
    veramente pazzo furioso; mi avrebbero messo la camicia di forza, a
    Bictre.  Cosa volevate che facessi,  se foste morto?  E la vostra
    piccina?  La fruttivendola non ci avrebbe capito  nulla.  Metterle
    sulle  braccia la piccina,  e poi dirle che il nonno  morto!  Che
    imbroglio! Buoni santi del paradiso,  che imbroglio!  Ma voi siete
    vivo e tutto va a meraviglia.
    - Ho freddo - disse Valjean.
    Questa  parola  richiam completamente il giardiniere alla realt,
    che era urgente.  Anche dopo rinvenuti,  quei  due  uomini,  senza
    rendersene conto,  avevano l'animo turbato, qualche cosa di strano
    in essi, che era lo smarrimento sinistro del luogo.
    - Usciamo subito di qui - esclam Fauchelevent.
    Cerc in tasca, e ne cav una fiaschetta di cui si era premunito.
    - Ma prima un sorso - soggiunse.
    La fiaschetta comp l'opera cominciata dall'aria libera,  e,  dopo
    che  ebbe bevuto un sorso d'acquavite,  Valjean ritorn pienamente
    padrone di se stesso.
    Usc dal feretro e aiut Fauchelevent a  inchiodare  di  nuovo  il
    coperchio.
    Tre minuti dopo erano fuori della fossa.
    Del resto, il giardiniere era tranquillo; non c'era fretta. Chiuso
    il  cimitero,  non  c'era da temere che sopraggiungesse il fossore
    Gribier. Certo,  quel "coscritto" era in casa occupato a cercar la
    tessera,  e  nell'impossibilit  di  trovarla  perch  stava nella
    saccoccia di Fauchelevent. E senza tessera non poteva rientrare.
    Fauchelevent prese il badile,  Valjean la  zappa,  e  seppellirono
    insieme la cassa vuota.
    Quando la fossa fu colma, il giardiniere disse:
    - Andiamocene. Io terr la pala, voi portate la zappa.
    Calava la notte.
    Valjean  pen  un po' a muoversi e a camminare.  Nella bara si era
    irrigidito, era diventato un po' cadavere; l'anchilosi della morte
    l'aveva un po' colto fra quelle quattro tavole.
    Dovette in certo modo scuotersi il gelo del sepolcro.
    - Siete intorpidito - osserv Fauchelevent.  -  Peccato  che  sono
    zoppo; ci metteremmo a correre.
    - Oh! - rispose Valjean - quattro passi mi scioglieranno le gambe.
    Se  ne  andavano  per  i  viali  gi  percorsi  dal carro funebre.
    Arrivati davanti al cancello chiuso e al padiglione del portinaio,
    Fauchelevent, che teneva in mano la tessera del fossore,  la gett
    nella buca;  il portinaio,  tirata la cordicella, apr la porta, e
    uscirono.
    - Tutto bene!  - disse Fauchelevent.  - E  che  buona  idea  avete
    avuto, pap Madeleine!
    Oltrepassarono  la  barriera Vaugirard nel modo pi semplice;  nei
    dintorni d'un cimitero un badile e una  zappa  equivalgono  a  due
    passaporti.
    La via Vaugirard era deserta.
    -  Pap Madeleine - disse Fauchelevent,  che camminava alzando gli
    occhi verso le case - voi che avete una vista migliore della  mia,
    indicatemi il numero 87.
    - Eccolo appunto - rispose Valjean.
    -  Non c' nessuno nella via;  datemi la zappa,  e aspettatemi due
    minuti.
    Entr nella casa numero 87,  sal  in  cima  alla  scala,  guidato
    dall'istinto  che  conduce  sempre  il  povero al solaio,  e buss
    all'oscuro all'uscio d'una soffitta. Una voce rispose: - Avanti!
    Era la voce di Gribier.
    Il giardiniere spinse la porta. L'alloggio dell'affossatore,  come
    tutte  quelle  dimore,  era  una  stamberga senza mobili,  sebbene
    ingombra.  Una cassa da imballaggio,  forse una bara,  invece  del
    cassettone,   un   orcio  invece  del  rubinetto  dell'acqua,   un
    pagliericcio invece del letto, e il pavimento invece di sedie e di
    tavolo. In un angolo,  sopra un cencio che era un vecchio lembo di
    tappeto,  stavano una donna e molti bimbi ammucchiati.  Tutto quel
    povero alloggio portava le tracce d'uno sconvolgimento. Pareva che
    ci fosse stato un terremoto "per uno solo": i coperchi erano fuori
    posto,  i cenci sparpagliati,  l'orcio spezzato,  la  madre  aveva
    pianto, probabilmente i fanciulli erano stati picchiati, le tracce
    insomma d'un rovistare aspro e ostinato. Era chiaro che il fossore
    aveva  cercato  perdutamente  la tessera e aveva reso responsabile
    della perdita tutto quanto si trovava nella  soffitta,  dall'orcio
    alla moglie. E pareva disperato.
    Ma  Fauchelevent  era  troppo  premuroso  di  condurre  a  termine
    l'avventura, per badare a quel lato triste del suo buon successo.
    - Vi ho riportato il badile e la zappa.
    Gribier lo guard stupefatto:
    - Siete voi, paesano?
    - E domani mattina dal portinaio del cimitero troverete la  vostra
    tessera.
    Depose zappa e badile sul pavimento.
    - Ma cosa significa questo? - chiese Gribier.
    -  Significa che avevate lasciato cadere di tasca la tessera,  che
    dopo la vostra partenza l'ho trovata per terra,  che ho seppellito
    il  morto,  riempito  la  fossa  e fatto il vostro lavoro,  che il
    portinaio vi restituir  il  biglietto,  e  che  non  pagherete  i
    quindici franchi. Ecco tutto, coscritto.
    -  Grazie,  paesano!  -  esclam Gribier sbalordito.  - Alla prima
    occasione sar io che pagher da bere.

    8. INTERROGATORIO BEN RIUSCITO.
    Un'ora dopo,  quando era gi notte buia,  due uomini e una bambina
    si  presentarono  al  numero  62  del  vicolo Picpus,  dove il pi
    vecchio di essi, alzato il martello, buss.
    Erano Fauchelevent, Valjean e Cosetta.
    I  due  uomini  erano  andati  a  prendere  la   ragazzina   dalla
    fruttivendola  di via Chemin-Vert,  presso la quale il giardiniere
    l'aveva condotta il giorno prima.  Cosetta  aveva  passato  quelle
    ventiquattr'ore  a  non  capire  nulla e a tremar silenziosamente:
    tremava tanto che non aveva neppure mangiato, n dormito. La degna
    fruttivendola le aveva fatto cento domande,  senza ottenere  altra
    risposta che uno sguardo triste, sempre eguale. La bimba non aveva
    lasciato  trapelare  nulla  di  ci che aveva udito e visto da due
    giorni.  Capiva confusamente che  si  attraversava  una  crisi,  e
    sentiva  profondamente  la necessit "d'esser saggia".  Chi non ha
    provato la sovrana potenza di queste tre parole: "non dir niente",
    pronunciate con un certo accento all'orecchio d'un piccolo  essere
    spaventato?  La paura  muta.  Del resto, nessuno sa conservare un
    segreto meglio d'un fanciullo.
    Solo quando rivide Valjean,  dopo quelle lugubri ventiquattro ore,
    mand  un  tale grido di gioia,  che se l'avesse udito una persona
    riflessiva,  avrebbe indovinato  in  quel  grido  l'uscita  da  un
    abisso.
    Fauchelevent,  che era del convento, conosceva le parole d'ordine.
    Tutte le porte si aprirono.
    Cos fu risolto  il  duplice  e  spaventoso  problema:  uscire  ed
    entrare.
    Il  portinaio,  che aveva le sue istruzioni,  apr la porticina di
    servizio che metteva dal cortile nel giardino e che  vent'anni  or
    sono  si  scorgeva  ancora dalla via nel muro in fondo al cortile,
    dirimpetto al portone. Il portinaio li fece entrare tutti e tre da
    quella porticina,  e  di  l  raggiunsero  il  parlatorio  interno
    riservato,  nel  quale il giorno prima Fauchelevent aveva ricevuto
    gli ordini dalla priora.
    Questa li aspettava col rosario in mano.  Una  madre  vocale,  col
    velo abbassato,  le stava accanto,  in piedi. Una candela discreta
    rischiarava, o meglio fingeva di rischiarare il parlatorio
    La priora squadr Valjean.  Non c' esame pi fino di quello fatto
    da un occhio basso.
    Poi lo interrog:
    - Siete voi il fratello?
    - S, madre reverenda - rispose Fauchelevent.
    - Come vi chiamate?
    Il giardiniere rispose:
    - Ultimo Fauchelevent.
    Infatti aveva avuto un fratello di nome Ultimo, che era morto.
    - Di che paese siete?
    E il giardiniere:
    - Di Picquigny presso Amiens.
    - Che et avete?
    E il giardiniere.
    - Cinquant'anni.
    - Qual  la vostra professione?
    E Fauchelevent:
    - Giardiniere.
    - Siete un buon cristiano?
    E il giardiniere:
    - Lo siamo tutti in famiglia.
    - Questa piccola  vostra?
    E il giardiniere:
    - S, madre reverenda.
    - Siete suo padre?
    E il giardiniere:
    - Suo nonno.
    La madre vocale disse sottovoce alla priora: - Risponde bene.
    Valjean non aveva pronunciato una sola parola.
    La priora guard attentamente Cosetta e disse sottovoce alla madre
    vocale:
    - Sar brutta.
    Le  due monache parlarono qualche minuto tra loro in un angolo del
    parlatorio, quindi la priora si volse e disse:
    - Pap Fauvent, provvederete un'altra ginocchiera col sonaglio, ne
    occorrono due, ora.
    L'indomani infatti si udivano nel giardino due  campanelli,  e  le
    monache  non  seppero resistere al desiderio di sollevare un lembo
    del velo.  In fondo,  sotto gli alberi,  si vedevano  due  uomini.
    Fauvent  e  uno  nuovo,  che  vangavano  l'uno  accanto all'altro.
    Avvenimento enorme!  ll silenzio  fu  rotto  fino  a  dirsi  l'una
    all'altra: - E' un aiuto giardiniere.
    Le madri vocali aggiungevano: - E' un fratello di pap Fauvent.
    In   realt  Valjean  era  regolarmente  installato;   portava  la
    ginocchiera di  cuoio  col  campanello;  oramai  era  riconosciuto
    ufficialmente col nome di Ultimo Fauchelevent.
    La ragione decisiva dell'ammissione era stata l'osservazione fatta
    dalla priora su Cosetta: "Sar brutta".
    Pronunciando  questo  pronostico,  la  priora  prov  simpatia per
    Cosetta, e l'accett nel collegio come alunna presa per carit.
    La cosa era perfettamente logica.  Si  ha  un  bel  non  ammettere
    specchi  nel  monastero;  le  donne hanno la coscienza del proprio
    viso. Ora, le fanciulle che sanno di essere belle, non si lasciano
    indurre facilmente a prendere il velo;  la vocazione   spesso  in
    ragione  inversa della bellezza,  si spera quindi pi dalle brutte
    che dalle belle. Donde una gran preferenza per le pi brutte.
    Tutta questa avventura giov assai al buon Fauchelevent,  il quale
    ebbe  un  triplice  successo:  con  Valjean,   da  lui  salvato  e
    ricoverato;  col fossore Gribier,  che credeva di aver evitato una
    multa  per  opera  sua,  e  col  monastero,  che,  grazie  a  lui,
    conservando sotto l'altare il feretro della  madre  Crocefissione,
    eluse  Cesare  e  soddisfece Dio.  Ci fu una bara col cadavere nel
    Petit-Picpus,  e una bara vuota nel cimitero di Vaugirard.  Certo,
    l'ordine  pubblico  ne  fu  profondamente  turbato,  ma  non se ne
    avvide.  Quanto al chiostro,  grande fu la sua riconoscenza  verso
    Fauchelevent,  che  divenne  il  migliore  dei  servitori e il pi
    prezioso dei giardinieri.  Alla prima visita dell'arcivescovo,  la
    priora  gli raccont ogni cosa,  un po' per confessarsi,  ma anche
    per vantarsene;  e il prelato,  uscendo dal convento,  ne parl in
    tutta  segretezza  e con encomio a monsignor Latil,  confessore di
    Monsieur, poi arcivescovo di Reims e cardinale.  L'ammirazione per
    Fauchelevent fece molta strada, perch arriv fino a Roma. Abbiamo
    avuto  sott'occhio  un biglietto scritto da Papa Leone Dodicesimo,
    allora regnante,  a  un  suo  parente,  un  prelato  addetto  alla
    nunziatura  di  Parigi,  chiamato  come  lui  Della  Genga;  vi si
    leggevano queste parole: "pare che in un monastero  di  Parigi  ci
    sia  un ottimo giardiniere che  un santo uomo,  di nome Fauvent".
    Nulla di tutto questo trionfo pervenne a  Fauchelevent  nella  sua
    baracca.  Egli  continu a innestare,  a sarchiare,  a ricoprire i
    suoi cocomeri,  senza mai sapere nulla n della sua eccellenza  n
    della  sua santit.  Non si figur mai la sua gloria pi di quanto
    si  figuri  la  sua  un  bue  di  Burham  o  di  Surry,   di   cui
    l'"Illustrated  London  News"  pubblichi  il  ritratto  con questa
    iscrizione: "Bue che ha riportato  il  premio  al  concorso  delle
    bestie cornute".

    9. CLAUSURA.
    Nel convento, Cosetta continu a tacere.
    Essa  si  credeva  veramente  figlia  di Valjean.  Del resto,  non
    sapendo nulla,  nulla poteva dire;  ma in ogni caso,  non  avrebbe
    parlato. Abbiamo gi fatto notare che niente meglio della sventura
    educa  i  fanciulli al silenzio.  Cosetta aveva tanto sofferto che
    temeva di tutto,  perfino di parlare,  perfino di  respirare.  Una
    parola  aveva  cos  spesso fatto cascare su di lei una valanga di
    busse!  Cominciava appena  a  rassicurarsi  dacch  apparteneva  a
    Valjean.  Si  abitu  abbastanza  presto  alla vita del monastero.
    Rimpiangeva solo Caterina, senza per osare dirlo. Per, una volta
    disse a Valjean:
    - Se l'avessi saputo, pap, l'avrei portata con me.
    Diventando educanda  nel  convento,  Cosetta  dovette  vestire  la
    divisa delle allieve della casa. Valjean ottenne che gli venissero
    restituiti  gli  abiti dimessi,  che erano gli stessi che le aveva
    fatto rivestire quando l'aveva  condotta  via  dalla  bettola  dei
    Thnardier.  Non  erano  ancora  troppo  sciupati.  Valjean chiuse
    quelle vesticciuole,  le calze di lana e le scarpette,  con  molta
    canfora  e  tutti  gli aromi di cui abbondano i monasteri,  in una
    piccola valigia che si procur.  Mise questa valigia su una  sedia
    accanto al suo letto,  e portava sempre la chiave con s. - Pap -
    gli chiese un giorno Cosetta - cos' quella scatola che manda cos
    buon odore?
    Fauchelevent, oltre la gloria di cui abbiamo parlato e che ignor,
    fu ricompensato della sua buona  azione;  prima  di  tutto  ne  fu
    contento;  poi  ebbe  molto  meno  lavoro  perch  lo divideva col
    compagno;  e infine,  siccome gli piaceva molto il  tabacco,  ebbe
    dalla  presenza di Madeleine il vantaggio di fiutare tre volte pi
    di prima in  modo  assai  pi  voluttuoso,  visto  che  lo  pagava
    Madeleine.
    Le monache non adottarono quel nome di Ultimo;  chiamarono Valjean
    "l'altro Fauvent".
    Se quelle sante donne avessero avuto qualche cosa dello sguardo di
    Javert,  avrebbero potuto  finire  col  notare  che  quando  c'era
    qualche corsa da fare fuori per la manutenzione del giardino,  era
    sempre il maggiore dei Fauchelevent,  il  vecchio,  l'infermo,  lo
    sciancato che usciva,  e mai l'altro;  ma sia che gli occhi sempre
    rivolti a Dio non sappiano spiare,  sia che esse fossero  occupate
    di preferenza a sorvegliarsi tra loro, non vi fecero attenzione.
    Del  resto,  fu  un  bene  per  Valjean  starsene tranquillo e non
    muoversi,  perch Javert continu per pi d'un mese a  sorvegliare
    il quartiere.
    Il   monastero   per  Valjean  era  come  un'isola  circondata  da
    precipizi,  e quelle quattro mura erano ormai  per  lui  il  mondo
    intero; egli vi vedeva abbastanza cielo per essere sereno e vedeva
    abbastanza Cosetta per essere contento.
    Ricominci per lui una vita assai quieta.
    Abitava  col vecchio Fauchelevent la baracca in fondo al giardino.
    Quella bicocca, che esisteva ancora nel 1845,  era composta,  come
    sappiamo,  di tre stanze senza altro ornamento che le pareti nude.
    La  principale  era  stata  ceduta  a  forza  da  Fauchelevent   a
    Madeleine,  che invano aveva tentato di schermirsene. Le pareti di
    questa camera,  oltre i due  chiodi  destinati  ad  appendervi  la
    ginocchiera  e  la  gerla,  avevano  per ornamento un biglietto di
    carta moneta realista del 1783,  che era affisso al muro sopra  il
    camino, e di cui ecco la riproduzione esatta.

    Anne Catholique et  Royale
    De par le Roi
    Bon commerable de dix livres
    pour objets fournis  l'arme
    remboursable  la paix
    Srie 5. N. 10390.

    Questo assegnato della Vandea era stato inchiodato alla parete dal
    precedente  giardiniere,  un  antico "chouan" morto nel convento e
    che Fauchelevent aveva sostituito.
    Valjean lavorava tutti i giorni in giardino ed  era  molto  utile.
    Era   stato   una  volta  potatore,   e  si  ritrovava  volentieri
    giardiniere.  Ricordiamo che aveva ogni  sorta  di  ricette  e  di
    segreti di coltivazione,  dei quali pot giovarsi. Quasi tutti gli
    alberi del  frutteto  erano  selvatici,  ma  egli,  con  opportuni
    innesti, ne ottenne ottimi frutti.
    Cosetta  aveva  il permesso di andare ogni giorno a passare un'ora
    con lui.  Siccome le monache erano severe ed egli  era  buono,  la
    bambina  faceva  il confronto e l'adorava.  All'ora fissata,  essa
    correva alla baracca,  e quando  entrava  in  quella  casupola  la
    riempiva  di  paradiso.  Valjean  si  rallegrava tutto,  e sentiva
    crescere la propria felicit con tutta quella che  procurava  alla
    bambina.  La  gioia  che  ispiriamo  ha questo d'incantevole,  che
    invece di indebolirsi come tutti i riflessi,  ritorna  a  noi  pi
    splendida di prima.  Nelle ore di ricreazione, Valjean guardava da
    lontano Cosetta giocare e correre,  e distingueva il suo  riso  da
    quello delle compagne.
    Perch ora Cosetta rideva.
    Anche la sua fisionomia era fino a un certo punto mutata: la parte
    oscura ne era scomparsa. Il riso  come il sole, scaccia l'inverno
    dal volto umano.
    Bench  sempre  tutt'altro che bella,  Cosetta diventava graziosa;
    diceva delle cose assennate con la sua dolce voce infantile.
    Terminata  la  ricreazione,  quando  Cosetta  rientrava,   Valjean
    guardava  le  finestre  della  scuola,  e  di  notte  s'alzava per
    guardare le finestre del dormitorio.
    Del resto, Dio ha le sue vie.  Il monastero contribu,  al pari di
    Cosetta,  a  conservare  e  a  perfezionare in Valjean l'opera del
    Vescovo.  E' indubitabile che uno dei  lati  della  virt  conduce
    all'orgoglio;    un  ponte  costruito dal diavolo.  Forse,  senza
    saperlo, Valjean era abbastanza vicino a quel lato e a quel ponte,
    quando la Provvidenza lo  butt  nel  convento  del  Petit-Picpus.
    Finch si era paragonato solo al Vescovo,  egli s'era riconosciuto
    indegno ed era rimasto umile;  ma da qualche  tempo  cominciava  a
    paragonarsi  agli  uomini,  e l'orgoglio faceva capolino.  Chi sa?
    avrebbe forse finito col ritornare insensibilmente all'odio.
    Il monastero lo ferm su quella china.
    Era il secondo luogo di prigionia che vedeva.  Nella sua giovent,
    in  quello  che  era  stato per lui il principio della vita,  e di
    nuovo pi tardi,  in epoca recentissima,  ne aveva visto un altro,
    spaventoso,  terribile,  le cui severit gli erano sembrate sempre
    come un'iniquit della giustizia,  il delitto  della  legge.  Ora,
    dopo  la  prigione vedeva il chiostro;  e pensando che aveva fatto
    parte del bagno e che adesso era,  per cos dire,  spettatore  del
    chiostro, li confrontava con ansiet nella sua mente.
    Talvolta  appoggiava  il gomito alla vanga,  e scendeva lentamente
    nelle spirali senza fondo della meditazione.
    Ricordava i suoi  vecchi  compagni,  cos  miserabili.  S'alzavano
    all'alba  e  lavoravano  fino a notte;  si lasciava loro appena il
    tempo di dormire;  si coricavano in letti da campo,  su cui non si
    tollerava  se  non  un  materasso  di due pollici di spessore,  in
    cameroni che venivano riscaldati soltanto  nei  mesi  pi  rigidi;
    vestivano  orribili casacche rosse;  si permetteva loro per grazia
    un paio di pantaloni di tela nei grandi caldi,  e un camiciotto di
    lana  sul  dorso  nei  grandi  freddi;  non  bevevano  vino  e non
    mangiavano carne se non  quando  andavano  "al  lavoro";  vivevano
    senza  pi  nome,  distinti  solamente da numeri e quasi mutati in
    cifre, con gli occhi chini, la voce bassa,  i capelli rasi,  sotto
    il bastone, nella vergogna.
    Poi  la  sua  mente  si  volgeva alle creature che aveva sotto gli
    occhi.
    Anche queste vivevano coi capelli rasi,  con gli occhi  chini,  la
    voce  sommessa,  non  nella  vergogna  ma  in mezzo alle beffe del
    mondo,  non col dorso ammaccato  dal  bastone  ma  con  le  spalle
    lacerate  dalla  disciplina.  Anche per esse il nome che portavano
    fra gli uomini era svanito,  e non si  distinguevano  pi  se  non
    sotto  austere  denominazioni.   Non  mangiavano  mai  carne,  non
    bevevano mai vino,  molte volte restavano fino a sera senza  cibo;
    vestivano non una veste rossa, ma un sudario nero di lana, pesante
    per  l'estate  e  leggero  per  l'inverno,   senza  potervi  nulla
    aggiungere n togliere, senza la risorsa, secondo la stagione, del
    vestito di tela o del soprabito di lana;  e portavano per sei mesi
    all'anno  camicie di bigello che davano loro la febbre.  Abitavano
    non gi in camere riscaldate soltanto nei freddi pi rigidi, ma in
    celle dove non si accendeva mai fuoco;  si  coricavano  non  sopra
    materassi  alti  due pollici,  ma sulla paglia.  Finalmente non si
    lasciava loro neppure il sonno;  ogni notte,  dopo una giornata di
    lavoro,  nell'abbandono  del  primo  sonno,  nel  momento  in  cui
    s'addormentavano e si riscaldavano  appena,  dovevano  svegliarsi,
    alzarsi  e  andare  in  una cappella gelida e cupa,  a pregare coi
    ginocchi sulla pietra.
    In certi giorni, bisognava che ognuna di quelle creature, a turno,
    restasse dodici ore  di  seguito  inginocchiata  sulla  pietra,  o
    prosternata con la faccia per terra e le braccia in croce.
    Quelli erano uomini, queste donne.
    Che  avevano  fatto  quegli  uomini?   Avevano  rubato,  stuprato,
    saccheggiato,  ucciso,   assassinato;   erano  banditi,   falsari,
    avvelenatori, incendiari, assassini, parricidi.
    Che avevano fatto quelle donne? Nulla.
    Da una parte il brigantaggio,  la frode,  il dolo, la violenza, la
    lascivia, l'omicidio, ogni sorta di sacrilegi, tutte le variet di
    attentati; dall'altra una sola: l'innocenza, l'innocenza perfetta,
    quasi sollevata da una misteriosa assunzione,  ancora legata  alla
    terra dalla virt, gi congiunta al cielo dalla santit.
    Da  una  parte  le  confidenze dei delitti che si fanno sottovoce;
    dall'altro la confessione dei peccati che si fa ad  alta  voce;  e
    che delitti! e che peccati!
    Da  una  parte i miasmi,  dall'altra un ineffabile profumo;  da un
    lato,  la peste morale,  vigilata severamente,  collocata sotto le
    bocche   dei   cannoni,   che  lentamente  divora  gli  appestati;
    dall'altro un casto ardore di tutte le anime in un solo  focolare.
    L le tenebre;  qui l'ombra, ma un'ombra piena di luce, e una luce
    piena di splendori.
    Due luoghi di schiavit; ma nel primo la liberazione possibile, un
    termine legale sempre intravisto;  e poi l'evasione.  Nel secondo,
    la  perpetuit,   e,   nell'estremo  limite  dell'avvenire,  unica
    speranza, quel baleno di libert che gli uomini chiamano la morte.
    Nel primo erano incatenati  soltanto  dalle  catene,  nel  secondo
    dalla fede.
    Che cosa emanava dal primo?  Un'immensa maledizione,  il digrignar
    dei denti,  l'odio,  la malvagit disperata,  un grido  di  rabbia
    contro la societ umana, un sarcasmo contro il cielo.
    Che usciva dal secondo? La benedizione e l'amore.
    E  in  quei  luoghi  cos  somiglianti e cos diversi,  quelle due
    specie di creature tanto  dissimili  compivano  la  stessa  opera:
    l'espiazione.
    Valjean   comprendeva   l'espiazione   dei   primi,   l'espiazione
    personale, fatta per s;  ma non capiva quella delle altre,  delle
    creature senza rimprovero e senza macchia,  e chiedeva a se stesso
    con un fremito: - Espiazione di che? quale espiazione?
    Una voce rispondeva nella sua coscienza: -  La  pi  divina  delle
    generosit umane, l'espiazione per gli altri.
    Qui  mettiamo  da  parte  ogni  idea  personale;   non  siamo  che
    narratori: ci poniamo dal punto di vista di Valjean,  e traduciamo
    le sue impressioni.
    Egli  aveva sotto gli occhi la veste sublime dell'abnegazione,  la
    pi alta cima della virt,  l'innocenza che perdona agli uomini le
    loro  colpe  e  le  espia  in loro vece;  la schiavit subita,  la
    tortura accettata,  il supplizio  invocato  dalle  anime  che  non
    peccarono  per  esonerarne  quelle  che  soccombettero alla colpa;
    l'amore dell'umanit che s'inabissa nell'amore di Dio, rimanendone
    per distinto,  e  che  supplica;  dolci  e  deboli  creature  che
    congiungono  la  miseria  di quelli che sono puniti col sorriso di
    quelli che vengono ricompensati.
    E si ricordava che aveva osato lamentarsi!
    Spesso, nel mezzo della notte, si alzava per ascoltare il canto di
    riconoscenza di quelle creature innocenti e austere,  e si sentiva
    il  gelo  nelle  vene,  pensando  che  quelli  che erano castigati
    giustamente  sollevavano   la   voce   al   cielo   soltanto   per
    bestemmiarlo,  e  che egli stesso,  miserabile,  aveva mostrato il
    pugno a Dio.
    Ci che lo colpiva e lo faceva  meditare  profondamente,  come  un
    sommesso avviso della Provvidenza, era che tutti gli sforzi da lui
    fatti  per  uscire dall'altro luogo d'espiazione,  scalare i muri,
    scavalcare i recinti,  l'avventura fino al pericolo di  morte,  la
    difficile  e dura ascensione,  erano stati fatti tutti per entrare
    in quel convento. Era forse un simbolo del suo destino?
    Anche  quella  casa  era  una  prigione,   e  aveva  una   lugubre
    somiglianza  con l'altra da cui era fuggito;  eppure non aveva mai
    supposto nulla di simile.
    Rivedeva gente, catenacci,  sbarre di ferro,  per rinchiudere chi?
    Degli angeli.
    Ritrovava  intorno  agli  angeli  le alte muraglie che aveva visto
    attorno alle tigri.  Era un luogo d'espiazione e non di punizione,
    eppure era ancor pi austero e pi spietato dell'altro. Le vergini
    erano  oppresse  pi  aspramente  dei galeotti.  Un vento freddo e
    violento, quello che aveva agghiacciato la sua giovent,  soffiava
    nella fossa degli avvoltoi chiusa da sbarre e da chiavistelli;  ma
    una brezza ancora pi aspra e pi dolorosa  spirava  nella  gabbia
    delle colombe.
    Perch?
    Pensando  a  queste  cose,  tutto  il suo io interiore si smarriva
    davanti a quel mistero di sublimit.
    Talvolta al crepuscolo vespertino,  quando  il  giardino  rimaneva
    deserto,  lo  vedevano ginocchioni nel viale vicino alla cappella,
    davanti alla finestra in cui  aveva  guardato  la  notte  del  suo
    arrivo,  rivolto  verso  il punto dove sapeva giacere prostrata in
    preghiera la monaca che faceva la riparazione.  Inginocchiato cos
    davanti a quella suora, pregava egli pure.
    Pareva non osasse curvarsi direttamente davanti a Dio.
    Tutto ci che lo circondava,  quel giardino tranquillo, quei fiori
    profumati,  quelle fanciulle che mandavano grida  festose,  quelle
    donne  semplici  e  gravi,  quel chiostro silenzioso,  penetravano
    lentamente nell'anima sua,  che a poco  a  poco  si  componeva  di
    silenzio come il monastero,  di profumi come i fiori, di pace come
    il giardino,  di  semplicit  come  le  donne  di  gioia  come  le
    fanciulle.  Rifletteva  inoltre  che  due  case  di Dio lo avevano
    successivamente ospitato nei due momenti critici della  sua  vita;
    la prima quando tutte le porte si chiudevano e la societ umana lo
    respingeva,  la  seconda  quando  la  societ umana ricominciava a
    dargli la caccia e il bagno si riapriva.  Senza la  prima  sarebbe
    ricaduto nel delitto; senza la seconda nel supplizio.
    Tutto  il suo cuore si espandeva in riconoscenza,  ed amava sempre
    pi.
    Trascorsero cos parecchi anni, e Cosetta si faceva grande.







    INDICE.

    Parte Prima. Fantina.

    Libro 1- Un giusto: pagina 2.
    Libro 2 - La caduta: pagina 100.
    Libro 3 - Nell'anno 1817: pagina 194.
    Libro 4 - Affidare significa talvolta abbandonare: pagina 239.
    Libro 5 - La discesa: pagina 261.
    Libro 6 - Javert: pagina 329.
    Libro 7 - Il processo Champmathieu: pagina 350.
    Libro 8 - Contraccolpo: pagina 469.

    Parte Seconda. Cosetta.

    Libro 1 - Waterloo: pagina 501.
    Libro 2 - Il vascello "Orion": pagina 600.
    Libro 3 - Compimento della promessa fatta alla morta: pagina 625.
    Libro 4 - La topaia Gorbeau: pagina 718.
    Libro 5 - A caccia scura una muta silenziosa: pagina 746.
    Libro 6 - Il Petit-Picpus: pagina 799.
    Libro 7 - Parentesi: pagina 852.
    Libro 8 - Il cimitero prende quello che d: pagina 874.
