MICHEL HONORIN.
L'EPOPEA DI CAMERONE.

Chiquihuit, 29 aprile 1863: un piccolo villaggio arroccato in cima ad
un'altura, a mezza strada fra Citt del Messico, sull'altipiano, e Vera Cruz,
sulla costa del Golfo Atlantico. Una tappa, una sosta sulla pericolosa pista che
si arrampica dall'oceano verso la capitale. Il vento caldo, venuto dalle paludi
dell'Est e dalle distese desertiche del Sud, penetra nelle stradine addormentate
del borgo inospitale. L, in uno dei tuguri resi disabitati dalla guerra, il
colonnello Jeanningros, comandante del corpo di spedizione francese della
Legione Straniera, ha appena installato il suo comando. Ha preferito Chiquihuit
a Vera Cruz dove la febbre gialla, il vomito negro, come lo chiamano i
Messicani, rischiava di decimare le sue truppe. Tuttavia non  certo una vita
comoda. Sebbene sorga a pi di seicento metri d'altitudine, il villaggio, gi
invaso dalle formiche rosse e dagli scorpioni neri, riceve la visita di nugoli
di zanzare salite dalla pianura costiera. Manca l'acqua potabile. Quella del
fiume Atoyac, che serpeggia ai piedi dell'altura,  imbevibile. Troppo solfato
di rame: a berla provoca spaventose diarree.
Colonnello! Un messaggio! Un convoglio sta salendo da Vera Cruz.
Nel miserabile rifugio di terra secca, Jeanningros beve il caff. Di fronte a
lui, seduto su una cassa di gallette, si trova uno dei suoi ufficiali di stato
maggiore, il capitano Danjou. Il legionario che  appena entrato porge un foglio
macchiato di polvere umida. Il colonnello lo prende, si asciuga la nuca sudata
col dorso della mano e chiede: Suppongo che dovremo assicurarne la protezione.
E' cos?
Esatto, colonnello! Gi due compagnie lo scortano, ma sembra che siano
insufficienti. Pare che i cavalieri messicani del colonnello Francesco de Paula
Milan pattuglino la regione.
Ci sono notizie di Dupin e della sua compagnia antiguerriglia? chiede
Jeanningros a Danjou.
Sta battendo la regione per cercare di snidare i guerriglieri di Milan.
Cosa c' di tanto importante in questo convoglio, che bisogna covarlo come un
tesoro?
Oro, e soprattutto cannoni per le nostre truppe dell'Ovest, quelle che assediano
Puebla.
Il colonnello ritrova nel messaggio la sostanza di quanto gli ha appena detto il
suo attendente. Gli viene dato l'ordine di inviare i suoi uomini davanti alla
fila di carrette, di ripulire la via e di proteggere da lontano la colonna.
A quale compagnia tocca marciare questa volta?
Alla terza, risponde Danjou consultando il ruolino di marcia del reggimento.
Per  quella i cui due ufficiali sono ammalati e che conta pi di trenta uomini
affetti da vomito negro sull'effettivo di un centinaio.
Bisogna sostituire gli ufficiali. Se mi autorizzate, colonnello, prender io il
comando.
Concesso, Danjou. Prendete con voi Maudet e Vilain. Mi hanno fatto sapere di
essere disposti a partecipare come volontari ad una missione, qualunque sia.
Maudet  sottotenente. E' il portabandiera del reggimento. Come Vilain,
l'ufficiale pagatore, ha raramente occasione di uscire dall'accantonamento.
La terza compagnia lascia Chiquihuit verso le undici di sera. Missione:
raggiungere Palo Verde, un villaggio sulla strada di Vera Cruz, a venticinque
chilometri ad est, ed esplorare fino alle immediate vicinanze della pista per
sventare le imboscate. In breve, aprire la strada al convoglio.
Sono tutti a piedi, ufficiali compresi. Maudet comanda il gruppo di testa, che
si  disposto in ordine sparso. Danjou e Vilain lo seguono chiacchierando. Due
muli chiudono la marcia. Essi trasportano le munizioni, il materiale
d'accampamento, i viveri e l'acqua potabile contenuta in grossi bidoni.
I legionari non sono scontenti di effettuare parte del tragitto di notte.
Economizzano l'acqua, e il fucile e le cartuccere sembrano meno pesanti. La
colonna avanza al passo, facendo fuggire i coyotes verso il sottobosco e gli
uccelli rapaci sugli alti cespugli.
A nord della strada, una dozzina di chilometri pi ad est, il colonnello
Francesco de Paula Milan sorveglia personalmente la concentrazione delle sue
truppe. Ha deciso di attaccare il convoglio. E' per questo che riunisce tutti i
suoi reparti, fino a quel giorno dispersi per sfuggire alle ricerche degli
uomini del francese Dupin. Ottocento cavalieri e un migliaio di fanti arrivano
cos alla confluenza dei fiumi Jamade e Xicuintio. L'accampamento non  che a
cinque chilometri da un borgo verso il quale convergono in questo momento da est
il convoglio e da ovest la compagnia Danjou. Questo villaggio si chiama
Camerone.
Nessun movimento dei Francesi sfugge ai cavalieri messicani, particolarmente
abili nel nascondersi e confondersi col paesaggio notturno. Danjou non distingue
alla sua sinistra il gruppo che cavalca lentamente alla distanza di un tiro di
fucile e che lo osserva dall'alto delle cavalcature ammaestrate al silenzio.
Milan sa di possedere un grosso vantaggio sulla scorta delle carrette, quello
della scelta del terreno favorevole all'imboscata e, di conseguenza, quello
della sorpresa. Ma sa anche, dagli uomini che tallonano la colonna Danjou, che
rischia di essere attaccato alle spalle e di dover combattere su due fronti.
Decide: Sono queste truppe che bisogna dapprima annientare. Altrimenti esse ci
piomberanno alle spalle quando passeremo all'attacco.
Milan conosce bene la regione. Non ignora che la Legione lungo l'asse Vera Cruz,
Puebla, Citt del Messico ha collocato delle piccole guarnigioni alla distanza
di quindici, venti chilometri l'una dall'altra. Sa che Camerone si trova a mezza
strada fra Paso del Macho e Palo Verde e che le due guarnigioni di quei villaggi
non udranno l'eco della battaglia. Sceglie di attaccare l.
Gli ordini passano di gruppo in gruppo. Silenziosamente i Messicani si alzano,
si allacciano le cartuccere, arrotolano le coperte, i ponchos che servono loro
tanto da letto quanto da mantello, bardano i cavalli e fanno sparire le tracce
dell'accampamento. Ad un cenno di Milan, senza una parola, si mettono in marcia
verso Camerone.
Non  la prima volta che Messicani e Francesi si affrontano. Le occasioni non
sono mancate, dal 9 gennaio dell'anno prima, quando sono sbarcate a Vera Cruz le
prime truppe venute dalla Francia per, secondo le parole di Napoleone III,
ristabilire l'ordine monarchico in seguito alla richiesta dei messicani. Per
amore della verit si deve subito precisare che sarebbe stato pi giusto dire
che lo facevano dietro richiesta di una modestissima minoranza o, pi
esattamente ancora, di qualche personalit esiliata.
Infatti dal 1821, epoca in cui  riuscito a liberarsi dalla tutela spagnola, il
Messico  in preda alla guerra civile. Il paese non  ancora riuscito a
costituire un regime serio, che sia espressione di una maggioranza stabile. Ha
tentato l'impero con Iturbide, un ex ufficiale spagnolo partigiano
dell'indipendenza, ma senza successo. Due anni dopo l'imperatore  stato
deposto, arrestato e fucilato. Dalle rovine del defunto Impero  nata allora la
Repubblica. Gli uomini al potere hanno nazionalizzato i beni dell'onnipotente
clero e instaurato il suffragio universale. Si  giunti cos all'epoca della
rivoluzione permanente. In meno di quaranta anni nel paese si sono successi
duecentocinquanta pronuciamientos e cinquantacinque governi diversi. Una
confusione indescrivibile: il traffico e la corruzione elevati al rango di
istituzioni nazionali, il saccheggio legale, l'assoluta impossibilit di
riportare un certo ordine nell'amministrazione... In queste condizioni il
Messico  esposto all'appetito dei suoi vicini e degli altri paesi.
C' allora chi pensa di poter restaurare la monarchia. Jos Maria Gutirrez de
Estrada, ministro degli Esteri di un governo repubblicano, propone la chiamata
di un sovrano. Questo paradosso provoca qualche tumulto. Il suo autore 
costretto alle dimissioni e se ne va in esilio. Lo ritroveremo in Europa,
appassionato pellegrino della restaurazione, sia pure a prezzo di un intervento
militare straniero. Ricchissimo, non esita a mettere la propria fortuna al
servizio di questa causa.
Frattanto le crisi di governo e i colpi di Stato si succedono vertiginosamente.
Ci si impadronisce del potere, ci si arricchisce in fretta, si fugge all'estero
prima di essere presi e fucilati dal successore. Viene infine il momento in cui
un partigiano della restaurazione monarchica si ritrova presidente. Il momento 
il 1853; l'uomo  un militare: il generale Antonio Lopez de Santa Anna. Costui
si abbocca con Gutirrez per stabilire contatti preliminari in Europa. Ma
siccome un presidente messicano diffida sempre di un amico politico, Santa Anna
si copre le spalle ed affida lo stesso compito ad un giovane segretario
dell'ambasciata di Madrid, Jos-Emmanuel Hidalgo.
Quest'ultimo, ben introdotto nell'alta societ madrilena, conosce personalmente
la contessa Montijo, i cui salotti sono i meglio frequentati. Come molti altri
giovani, due o tre anni prima Hidalgo aveva fatto una corte serrata alla figlia
della contessa, la bella Eugenia, diventata poi moglie di Napoleone III, e
imperatrice di Francia.
Come previsto, Santa Anna viene destituito. Gutierrez e Hidalgo ricadono in
disgrazia nell'attesa di una prossima rivolta favorevole, ma continuando a
perorare la loro causa in Francia... Santa Anna fugge dal paese, sostituito da
un altro generale, Zuloaga, che si insedia a Citt del Messico. Nulla di
particolarmente straordinario, se non che questa volta i parlamentari,
scontenti, eleggono un secondo presidente, Benito Jurez. Una mattina i
Messicani si svegliano con due presidenti della Repubblica.
Zuloaga  intimamente un conservatore. Jurez  profondamente repubblicano.
Zuloaga  militarista e clericale. Jurez  un modesto avvocato di origine india
e sostenitore convinto della confisca dei beni della Chiesa. Ambedue sono
particolarmente intelligenti, ma solo Jurez  energico. Egli organizza in
pochissimo tempo la resistenza armata contro colui che chiama l'usurpatore del
Messico.
Zuloaga non fa in tempo a prendere gusto al Palazzo del Governo. Un altro
generale, Miguel Miramon, lo soppianta e si getta contro Jurez. E' un parvenu,
senza grande istruzione, dai molteplici e multicolori galloni e decorazioni. Del
resto nessuno in Messico si chiede il motivo di una cos rapida carriera. Le
male lingue dicono che non fosse poi passato tanto tempo da quando Miramon
depredava le diligenze nella sierra del Nord. Neanche lui fa in tempo ad
insediarsi al Palazzo del Governo. Sconfitto da Jurez,  costretto a rifugiarsi
all'Avana, mentre il vincitore fa il suo ingresso nella capitale. Una spiacevole
sorpresa attende il nuovo presidente: le casse sono vuote.
E non  tutto. Miramon lascia anche considerevoli, debiti con l'estero, debiti
che Jurez deve onorare, in virt del gi vecchio principio della solidariet
nazionale per gli impegni internazionali. E' il crollo finanziario. Il colpo di
grazia  la scoperta di un prestito rovinoso, quello contratto da Miramon con la
banca Jecker. Il banchiere svizzero ha infatti firmato una regolare convenzione,
ai termini della quale egli vanta un credito di tre milioni e
settecentocinquantamila piastre, vale a dire circa diciannove milioni di franchi
oro, nei confronti dello Stato messicano, a carico del quale gravano anche, per
il successivo gioco delle provvigioni, interessi, percentuali, la bellezza di
quindici milioni di piastre, a dir poco settantacinque milioni di franchi.
Ovviamente Jurez si vede nell'impossibilit di far fronte al debito. Contesta
tuttavia la validit di questo prestito a usura, aggiungendo di non essere il
vero debitore, dal momento che quel danaro  servito a comperare armi e
munizioni per combatterlo.
Il che  assolutamente esatto. Ma se ci fosse solo il prestito Jecker!
I commercianti stranieri, spagnoli inglesi, e francesi, per lo pi, stabilitisi
da tempo nel Messico hanno molto sofferto per il disordine e per l'anarchia, e
se ne sono lagnati presso i loro consolati ed i loro governi. Se Jurez desidera
che questi governi riconoscano il suo regime, non pu fare a meno di promettere,
o almeno di lasciare intendere come possibile, il risarcimento rateato nei due
anni successivi dei danni da essi subiti, a condizione per che la banca
svizzera riduca le sue pretese.
E' un duro colpo per Jecker. Ma egli non  uomo da capitolare. Astutamente tira
dalla sua i clericali ed i vinti, i nemici di Jurez. Ottiene di pi. Circuisce
il fratellastro di Napoleone III, il duca di Morny, un uomo astuto e molto
sensibile agli affari remunerativi, un uomo che dopo aver debuttato sotto Luigi
Filippo, ha aderito in tempo alla Repubblica del 1848, l'ha tradita in extremis
e, al momento giusto, una sera di dicembre del 1851 si  scoperto tra i
restauratori dell'Impero, prima di diventare presidente del Corpo legislativo...
Il conte di Marpon, un amico intimo del duca, gli presenta dunque Jecker e gli
prospetta l'affare: Solo l'intervento di un uomo di grande potere e di alta
reputazione, appoggiato dalla politica di un governo potente, pu ridurre alla
ragione Jurez. Jecker ha pensato a voi, signor duca.
Credo che l'importo arrivi a settantacinque milioni di franchi, fa notare Morny
mentre disegna su un foglio. S, infatti.
E' molto. E credete che il Messico si possa mostrare sensibile al nostro
intervento? E' lontano il Messico, signore! E' un paese molto vasto in cui in
definitiva gli Spagnoli stessi hanno fallito. Non  presuntuoso voler trarre
profitto da un paese rovinato in cui regna l'anarchia?
La mano che ci tendete pu salvare tutto, Eccellenza, ne sono sicuro. Ci sono
settantacinque milioni da recuperare. Io ne rivendico cinquanta, il resto  a
vostra discrezione.
Morny riflette, annota, si aggiusta la cravatta, si gratta l'orecchio.
Bisognerebbe far pressioni su Jurez e non dargli tregua finch sia ben convinto
che la questione dei buoni Jecker  diventata ormai un affare di Stato e che, a
torto o a ragione, la volont imperiale sar inflessibile nel chiedere il
rimborso del prestito.
Jecker  svizzero. Perch la questione diventi un affare di Stato francese
bisogna che cambi nazionalit. Morny lo fa diventare francese in pochi giorni.
Marpon  incaricato delle formalit burocratiche. L'operazione ha un buon
inizio.
Il nuovo console francese al Messico, Dubois de Saligny, non accetta, secondo
gli ordini ricevuti, di presentare le sue credenziali a Jurez se prima costui
non promette formalmente di indennizzare i Francesi colpiti nei loro beni e
quindi anche Jecker. Tuttavia finora Parigi si limita alla difesa degli
interessi finanziari, il che  ben lontano dal soddisfare i monarchici.
Gli esiliati tentano un'altra via. Poich Eugenia, sebbene imperatrice dei
Francesi,  pur sempre spagnola di nascita e profondamente cattolica, Hidalgo
viene incaricato di creare l'occasione di un incontro.
Il primo colloquio tra Eugenia e Hidalgo, che si sono incontrati spesso a
Madrid, ma che si sono poi persi di vista, ha luogo a Biarritz, per strada.
Mentre Eugenia si sta recando ad una corsa di tori a Baiona il giovane fa
arrestare la sua carrozza ed ella lo invita a salire accanto a lei. Egli si
congratula ed ella lo ringrazia, poi Hidalgo le parla della Spagna.
L'imperatrice gli fa tante domande, alle quali egli risponde, poi gli fa
promettere di farle visita. Hidalgo promette e si lancia in una lunga
perorazione della causa monarchica messicana. Affascinata, l'imperatrice lo
invita per l'indomani ad una passeggiata in barca. Ci sar anche l'imperatore.
Vostra Maest si rende conto che si presenta ora un'occasione unica per un
monarca accorto? dice l'ex segretario d'ambasciata a Napoleone III, che come al
solito sta seduto vicino al timone e pretende di dirigere l'imbarcazione.
Quale? chiede l'imperatore un poco sorpreso dalla foga dello Spagnolo.
L'occasione di fondare oltremare un impero francese, di salvare il cattolicesimo
e le zone latine dall'influenza degli Anglosassoni e dalla loro cultura
mercenaria. Vostra Maest sa chi ha fornito ai poveri Messicani le munizioni per
la loro lotta fratricida? Chi?
Gli Stati Uniti! Gli Stati Uniti, che vengono chiamati a ragione il colono del
Nord. Bisogna arrestare l'ondata yankee che spazza davanti a s l'emisfero
occidentale.
Hidalgo conosce bene la questione e soprattutto i suoi interlocutori. Egli punge
sul vivo l'orgoglio spagnolo di Eugenia. Napoleone, dal canto suo, si ricorda di
aver gi incontrato l'opposizione degli Stati Uniti nel suo progetto di tagli di
un canale nel Nicaragua. Si ricorda anche dei suoi anni in esilio nel Nuovo
Mondo, quando a Broadway gli avevano dato un appartamento sull'atrio, come a un
mercante di buoi, quando aveva potuto vedere gli sfolgoranti progressi della
Riforma e la vertiginosa caduta del cattolicesimo. Hidalgo  un buon avvocato.
Ben presto tutta la corte, e per prima la famiglia imperiale, saccheggiano le
biblioteche di tutti i libri sulla civilt azteca e sulla conquista spagnola. Il
mondo della finanza di Roma, di Londra, di Bruxelles, di Parigi, comincia ad
interessarsi all'atteggiamento della corte di Francia, chiedendosi se si
decider a riscuotere gli interessi dei prestiti messicani sotto forma di
conquista territoriale.
Nel Messico Jurez separa tranquillamente la Chiesa dallo Stato, toglie al clero
le fastose propriet feudali che aveva ammassato con tasse forzate sotto i
precedenti regimi, mette tutte le religioni su un piano di uguaglianza, espelle
l'arcivescovo, scaccia i vescovi e i devoti praticanti cattolici, tra cui il
console spagnolo, tutta gente che tentava di sabotare e di paralizzare le
riforme. Tutta questa gente sbarca dunque in Europa e proprio alla corte di
Napoleone III. L'arcivescovo viene ricevuto dall'imperatore durante una
colazione e, in presenza di Eugenia, racconta a modo suo le persecuzioni. Fa
singhiozzare l'imperatrice descrivendo la sua fuga affannosa, con i proiettili
degli juaristi che gli fischiavano intorno, attraverso i quartieri pi malfamati
della citt che improvvisamente aveva rinnegato Dio.
E tutto questo, aggiunge l'arcivescovo, sotto l'occhio benevolo dei vicini
protestanti, gli Stati Uniti.
Il prelato racconta che delle suore sono dovute fuggire dai conventi con vestiti
presi in prestito, con le parrucche messe frettolosamente, abbandonando gli
enormi capitali che possedevano. Napoleone III vede subito che c' qualcosa da
fare. Solo che non  sufficiente voler restaurare la monarchia, bisogna avere
anche un monarca disponibile ed interessato al trono del Messico. Ma i
pretendenti sono rari. Parecchi principi rifiutano l'offerta.
Male informato, ingannato da Gutierrez e da Hidalgo che gli presentano la
situazione con tinte pi che rosee, l'imperatore si  deciso all'intervento
militare. Con una sfumatura: non vorrebbe lanciarsi da solo nell'avventura. Si
augura di trascinarvi anche gli Inglesi. Abilmente il ministro degli Esteri,
Thouvenel, riesce a convincere non solo l'Inghilterra, ma anche la Spagna. I tre
paesi decidono di inviare contingenti di truppe e squadre navali al fine di far
pressione su Jurez ed incoraggiarlo ad aprire le casse. La Spagna vanta un
credito di quaranta milioni e l'Inghilterra uno di ottantacinque. La Francia
presenta un conto di centotrentacinque milioni: settantacinque per il banchiere
Jecker ed il resto per il risarcimento dei ventitr residenti francesi
danneggiati. Un conto molto alto per il presidente messicano che non possiede
neanche una piastra.
I negoziatori non si dilungano in discussioni diplomatiche. Il momento si presta
meravigliosamente bene, perch gli Stati Uniti sono distratti dalla lunga guerra
di Secessione.
L'ammiraglio Jurien de la Gravire sbarca a Vera Cruz all'alba del 9 gennaio
1862. Egli comanda tremila uomini: in massima parte zuavi, ma anche fanti,
marinai, Cacciatori d'Africa giunti a bordo di una flottiglia di quattordici
navi a vapore. Gli Spagnoli sono arrivati gi da tre settimane. Il generale Juan
Prim, conte di Reus, comanda i seimila soldati del contingente spagnolo, che si
sono sistemati nei forti abbandonati e che attendono gli eventi. Da parte loro
gli Inglesi si sistemano in altri edifici sul cui tetto issano la Union Jack e
si abbandonano al sole e al dolce far niente... I Messicani della regione si
chiedono se non si trovino sull'orlo del baratro e della guerra. I soldati
spagnoli li rassicurano: Non siamo qui che per reclamare danaro, non altro.
Appena avremo il nostro oro ripartiremo.
A Parigi Napoleone III scopre infine chi potrebbe diventare un buon re del
Messico. In effetti  Eugenia, con la complicit interessata dei due esuli
amici, che ha architettato la cosa. Il prescelto  l'arciduca Massimiliano,
fratello dell'imperatore d'Austria, Francesco Giuseppe. Offrendo questo trono
alla famiglia regnante austriaca, Napoleone III spera che Francesco Giuseppe
gliene sar grato pi tardi. A dire il vero, Massimiliano esita ad espatriare.
Amante delle arti, teme l'isolamento culturale. Grande viaggiatore, ha paura di
doversi immobilizzare nel suo palazzo del Messico. Infatti  molto attaccato al
suo castello sull'Adriatico, Miramare, e per la verit non accetta la corona se
non dopo aver appreso il risultato di un sedicente plebiscito destinato a
persuaderlo che tutto il paese lo reclama. Cede anche alle insistenze della
moglie Carlotta, figlia del re del Belgio Leopoldo II, raggiante all'idea di
diventare la regina, o forse l'imperatrice, di un grande paese lontano, poich
il sogno di Napoleone III  ora quello di instaurare nell'America Latina un
impero cattolico, destinato a controbilanciare l'influenza degli Stati Uniti.
Del resto, in occasione dell'imbarco delle truppe dell'ammiraglio de la
Gravire, non ha forse dichiarato: Non mancher chi vi chieder perch
prodighiamo uomini e danaro per mettere sul trono un principe straniero. Se
abbiamo interesse a che gli Stati Uniti siano potenti e prosperi, non ne abbiamo
alcuno a che s'impossessino di tutto il Golfo del Messico, e che di l dominino
le Antille e l'America del Sud e siano i soli fornitori dei prodotti del Nuovo
Mondo. Se al contrario, grazie alla Francia, il Messico si conquista la propria
indipendenza e si assicura un governo stabile, avremo alzato una barriera
invalicabile contro gli sconfinamenti degli Stati Uniti, avremo esteso la nostra
benefica influenza fino al centro dell'America, avremo creato immensi sbocchi al
nostro commercio e procurato materie indispensabili alla nostra industria.
Idea plausibile se l'imperatore di Francia fosse appoggiato da un governo
popolare che chiedesse il suo intervento militare. Ma purtroppo non  cos. Solo
qualche dozzina di guerriglieri, comandati da un uomo chiamato Marquez, si 
schierata contro Jurez. Essi inoltre si dedicano pi ai saccheggi e alle
esecuzioni sommarie che alla propaganda filo-francese.
Spagnoli e Inglesi capiscono abbastanza presto dove vogliono arrivare i
Francesi. Essi si rendono conto che il recupero dei debiti non  che un pretesto
e che in realt si tratta di una pura e semplice occupazione del territorio
messicano. Cos se ne vanno, non senza offrire il loro aiuto a Jurez, che lo
rifiuta. Saligny continua a vantare le sue pretese finanziarie e subissa
Napoleone III di rapporti e di note sulla cattiva volont del governo. Napoleone
III invia un rinforzo di tremilacinquecento uomini agli ordini del generale
Laurencez. Ora sono in pi di seimila a preparare una marcia sul Messico,
preoccupati per del tempo impiegato dal popolo a sollevarsi contro Jurez, come
avevano promesso i rifugiati in Europa.
In Francia i parlamentari cominciano a preoccuparsi della situazione.
Maggioranza e opposizione nutrono le stesse incertezze. Se andiamo nel Messico
per aiutare semplicemente dei volgari cospiratori, per rovesciare un governo
libero ed imporre ad una nazione che non dipende che da se stessa una qualunque
forma di governo, dichiara alla tribuna del Corpo Legislativo il deputato
Jubinal, mi permetto di chiedere al governo cosa ne sia del grande principio del
non intervento...
Il fine della spedizione non  quello di recuperare i debiti che il Messico si
rifiuta di pagare, aggiunge Jules Favre, deputato dell'opposizione. Voi non
andate nel Messico come creditori, ci andate da invasori per mettere sul trono,
con la forza e contro il diritto naturale, un arciduca austriaco.
Davanti a questa coalizione, il ministro Billault non pu che mentire e
continuare ad affermare che la spedizione non  lo strumento di un intrigo. Del
resto, dice, le nostre truppe stanno andando a Citt del Messico; a quest'ora
devono gi esserci arrivate.
In realt le truppe sono ben lontane dall'esserci arrivate. Laurencez si  messo
in marcia, ma l'accoglienza non  stata quella prevista da Saligny. Vedrete,
egli aveva confidato al nuovo comandante in capo delle truppe francesi, i preti
vi aspettano per accogliervi con nubi d'incenso e le ragazze passeranno attorno
al collo dei vostri uomini magnifiche collane di fiori.
Mille morti davanti a Puebla ed una nuova festa iscritta dalle truppe di Jurez
nel calendario messicano; mille uomini uccisi ai piedi delle fortificazioni da
vecchi fucili francesi che il Messico ha acquistato dagli Inglesi l'indomani di
Waterloo; mille uomini uccisi ed il resto della colonna respinto verso la costa
e verso il vomito negro: questi sono i primi risultati.
Napoleone III capisce di essere stato ingannato dagli esuli, ma ritiene ormai le
cose troppo avanti per potersi ritirare. Trentamila uomini agli ordini del
generale Forey vengono a dare man forte alle truppe ammalate di Laurencez.
Puebla cade. Forey vi viene accolto da liberatore dai curati e dalle suore, ma
senza la minima reazione da parte della popolazione, mezza morta di fame dopo un
assedio di pi di due mesi.
In Algeria, a Sidi-bel-Abbs, il reggimento straniero del colonnello Jeanningros
 di guarnigione ormai da tre anni. I legionari hanno riportato la calma nella
regione e parecchie migliaia di coloni francesi cominciano a creare fiorenti
propriet attorno alle costruzioni della caserma.
A Sidi-bel-Abbs, come dovunque, si  sentito parlare della guerra del Messico,
e gli ufficiali sono dispiaciuti per aver visto partire gli zuavi ed i
Cacciatori d'Africa mentre essi, professionisti della guerra, restavano di
guarnigione a pulire le caserme e ad inghiaiare le strade, ad assicurare la
guardia ai numerosi penitenziari ed a scavare pozzi per le carovane.
Nel 1862 questi stessi ufficiali rivolgono una petizione a Napoleone III,
chiedendogli di inviare la Legione nel Messico. La risposta non tarda a venire:
arresti di rigore per l'ufficiale pi anziano di ogni grado. Con la morte
nell'anima, il colonnello Jeanningros deve mettere in prigione i suoi uomini
migliori. Curioso inizio per questo ex sottufficiale, che ha appena assunto il
comando del reggimento.
Bisogner attendere fino al 1863 perch da Parigi arrivi al colonnello l'ordine
di preparare due battaglioni di sette compagnie, pi la compagnia fuori rango e
la fanfara, in vista della partenza per il Messico. In tutto duemila uomini e
cinque vivandiere sposate a sottufficiali. In Algeria non resteranno che il
terzo battaglione e le riserve. Anche Jeanningros deve partire.
Alla fine di gennaio nel porto di Orano c' molta gente, quando il generale
Deligny, che comanda la divisione dell'Ovest algerino, passa in rivista le due
migliaia di legionari pronti ad imbarcarsi.
Soldati della Legione! dice il generale, la vostra bandiera non possiede pieghe
abbastanza ampie per contenere tutte le vostre glorie. Tenetela alta su quella
terra straniera e che essa sia da voi presentata come il simbolo delle idee
generose e civilizzatrici della grande nazione alla quale appartenete!
All'alba del 10 febbraio il Saint-Louis e il Wagram, due navi a tre ponti,
levano l'ancora in direzione di Vera Cruz, Dal ponte superiore Jeanningros
saluta, avvolto dal fumo delle nuovissime ciminiere. Ammassati sui ponti, i
legionari iniziano un calvario di quaranta giorni. Malati, assetati, i soldati
non sbarcano a Vera Cruz che all'alba del 28 marzo, dopo una traversata resa
interminabile dalla monotonia. La vista della citt e del porto non  quello che
ci vuole per restituire loro la salute e per suscitare il loro entusiasmo. Sulle
spiagge giacciono parecchie carcasse di navi naufragate. Seduti sulle rovine di
un piccolo molo alcuni Indiani cenciosi masticano un pezzo di sigaro.
Per difendersi dalle zanzare, informano i timonieri delle scialuppe.
La citt sembra deserta. I muri delle case si sgretolano sotto il sole che secca
le strade fangose. Praticamente nelle strade non si vedono negozi, caff,
ragazze. Dei condor, una specie di avvoltoio dal collo privo di piume e dal
becco adunco, si dispongono in fila sui cornicioni dei tetti o restano immobili
agli angoli delle strade, senza nemmeno voltare la testa al passaggio dei
legionari, come orribili rapaci impagliati. Nessun monumento, a parte chiese
ammuffite e dipinte di rosa.
Non posso pensare che Corts sia sbarcato qui osserva il colonnello.
Solo gli indigeni sopportano il clima pestilenziale della laguna. Il colera non
 una cosa rara, e la febbre gialla uccide il quaranta per cento degli uomini, i
pi deboli. Neppure i Messicani venuti dagli altipiani possono viverci a lungo;
figuriamoci gli Europei! D'altronde il colonnello viene subito informato della
situazione da un ufficiale dei Cacciatori a piedi incontrato al quartier
generale.
In tredici giorni passati qui il mio battaglione, il ventesimo, ha avuto
trecento morti o morenti su un effettivo di ottocentoventi. Ne abbiamo perduti
ancora quasi trecento in ottanta chilometri di marcia nelle Terre calde, le
Tierras calientes, che con un lievissimo pendio portano dalla costa bassa ai
primi altipiani.
Fra quattro giorni partiremo, dice Jeanningros, ottimista.
Il colonnello pensa che andr subito in prima linea davanti a Puebla e marcer
su Citt del Messico con le truppe del generale Forey. Si sbaglia. La missione
che attende la Legione  quella di restare nelle Terre calde per pattugliare e
scortare i convogli di viveri, munizioni e danaro diretti dal porto
all'altipiano. Qualcuna delle compagnie viene adibita alla protezione di un
cantiere ferroviario in piena zona tropicale, quindi continuamente in preda al
tifo ed alla malaria. Deve anche lasciare a Vera Cruz un presidio, pochi uomini
e un tenente, ai quali ordina di non bere acqua, di bruciare zolfo nelle camere,
di masticare sigari e di fare effettuare le corves dagli indigeni pi
resistenti. Una buona dozzina di legionari sta gi rantolando sui giacigli
dell'ospedale, in preda a brividi convulsi ed a frequenti conati di vomito: il
vomito negro. Il reggimento straniero non ha un buon inizio nel Messico. La
prima citt fuori dalle Terre calde  Chiquihuit, a novanta chilometri
dall'oceano, ma a seicentosettanta metri sul livello del mare. Jeanningros
decide di installarvi il suo comando.
La prima parte del tragitto verso Chiquihuit  compiuta in ferrovia. Non  un
viaggio lungo. La linea non  percorribile che per otto chilometri ed i lavori
verso Orizaba non proseguono in fretta. Una compagnia viene lasciata al termine
della linea, a la Tejera, agli ordini del comandante di battaglione Munier. I
soldati della fanteria di marina, ai quali vengono a dare il cambio, non sono
certo scontenti di fuggire da questo luogo maledetto. Il colonnello Henrique
lascia scritte queste parole sul suo diario di servizio: Servizio fra i pi
attivi e pi penosi: scorte, corves per caricare i vagoni, lavori di
fortificazione. Condizioni di salute delle truppe: desolanti. La diarrea, la
dissenteria e l'anemia perniciosa affliggono gli uomini.
Un secondo contingente prende posizione a La Soledad, in italiano La Solitudine,
il che dice molto sull'amabilit del luogo. La Soledad  un villaggio reso
totalmente deserto dalla guerra, ma  tuttavia un luogo meno ingrato di Vera
Cruz. Le case sono relativamente fresche sotto i grandi banani ed anche qui i
Cacciatori d'Africa si affrettano a passare le consegne ed a partire verso
ovest. Bisogna dire che qualche chilometro prima del villaggio i legionari hanno
visto i resti di un convoglio attaccato e distrutto dai guerriglieri: non  solo
il clima a rendere il posto malsano. Il tenente colonnello Giraud assume le sue
nuove funzioni e divide le sue truppe nei locali abbandonati dalla fanteria di
marina.
Da La Soledad a Chiquihuit ci sono sessanta chilometri. Tre giorni di marcia.
Le razioni di vino e di acqua sono ridotte per non appesantire la colonna.
Il vomito negro si  gi messo alle costole del reggimento, facendo giacere sui
muli degli infermieri una trentina di legionari imbottiti d'olio di oliva e
moribondi. Bisognerebbe ricoverarli a letto, ma dove? Allora i soldati validi
affrettano il passo e si staccano il pi possibile dai loro camerati, il cui
sguardo vitreo, dagli occhi febbrili iniettati di sangue rappresenta il
pericolo, la morte.
Si trascorre la prima notte a Camerone, un borgo deserto sotto il vento caldo.
Una compagnia  stata lasciata poco prima a Palo Verde. L'indomani un'altra
compagnia si arresta e si accampa a Paso del Macho. Il villaggio  vuoto, come
gli altri, ma intatto. Neppure l i fucilieri algerini, ai quali danno il
cambio, sono scontenti di andarsene. E' l, vicino ad un piccolo corso d'acqua
fresca, che Jeanningros fa la conoscenza dei guerriglieri del generale Marquez,
I'avversario di Jurez, dunque l'alleato della Francia. I cavalieri indossano
uniformi stracciate con alti stivali di cuoio tutti sdruciti e unti sombreri. Un
ufficiale messicano fa rendere gli onori alla Legione. La magrezza degli uomini
e dei cavalli, la povert del loro equipaggiamento danno da riflettere al
colonnello sulla popolarit di Marquez e sulla efficacia del suo aiuto.
Jeanningros riprende la marcia con i legionari destinati al comando di
Chiquihuit. La natura cambia, si fa pi dolce, meno secca, meno arida.
Salendo i sentieri che lo conducono a Chiquinuit il colonnello si congratula
con se stesso per aver scelto quella altitudine per il comando. Pensa gi a far
venire qui a turno le unit delle Terre calde perch si rimettano in forze.
Oltre Chiquihuit la strada continua a serpeggiare verso Crdoba, Orizaba,
Puebla, Citt del Messico, ma la missione del reggimento straniero termina l,
nel piccolo villaggio abbandonato dagli abitanti, minacciati di rappresaglie in
caso di attacco dei partigiani di Jurez. Un ufficiale della Legione annota su
un diario di viaggio: Siamo partiti dalla Francia credendo di avere a che fare
con un pugno di gente e con qualche miserabile indiano affascinato dal terrore
del nome francese. Gi ci accorgiamo di esserci stranamente sbagliati; ci
troviamo di fronte a gente decisa che non ne vuole sapere di noi e che lotter
fino all'ultimo respiro. Ed il tenente colonnello Loisillon completa cos la
descrizione di Chiquihuit: Tutti si annoiano a morte. Neppure un cane che vi
faccia l'onore di parlarvi, salvo gli intriganti che vogliono posti, le spie e i
mercanti, che vendono tutto a dieci volte il valore reale.
Nelle case in buono stato, i legionari montano i loro letti pieghevoli, si
cambiano i pesanti vestiti di panno blu e i pantaloni color rosso robbia con
vestiti pi leggeri e mutano i loro kep dalla visiera quadrata con il locale
sombrero. Il generale Forey scrive al ministro della Guerra, a Parigi: Ho
preferito lasciare gli stranieri, piuttosto che i Francesi, in una posizione in
cui c'erano pi malattie che gloria da conquistare.
Come gi sappiamo, il 29 aprile 1863 il colonnello Jeanningros viene a sapere
dal suo attendente che un importante convoglio, partito da Vera Cruz e destinato
alle truppe che assediano Puebla, necessita di una protezione particolare, che
la Legione  incaricata di assicurare. Il colonnello non conosce ancora
perfettamente la regione. Sa che  pericolosa e che il colonnello Milan,
juarista convinto e coraggioso, comanda l'esercito nemico, ma senza sapere dove
sono gli acquartieramenti. In realt la forza di Milan  costituita dai suoi
partigiani, da Indiani locali, abili negli spostamenti e nello spionaggio, e dai
suoi cavalieri, imbattibili percorritori delle sierras e profondi conoscitori
della regione. I cavalieri sono ottocento, dei quali poco pi di trecento sono
stati reclutati sul posto. Li appoggiano tre battaglioni di fanteria, quello di
Jalapa, di Vera Cruz e di Crdoba, forti ciascuno di quattrocento uomini. In
tutto duemila combattenti che spiano il convoglio e seguono a vista l'avanzata
della terza compagnia, quella del capitano Danjou, disposta da Jeanningros
davanti alle carrette.
La compagnia conta sessantadue sottufficiali, caporali e uomini di truppa. Vi
sono tra di loro Prussiani, Spagnoli, qualche Italiano, Belgi, Danesi, Polacchi
e alcuni Francesi, fra i quali tre ufficiali. Danjou ha appena compiuto i
quarant'anni. E' un soldato nato, che si  distinto in Crimea ed in Italia.
Un disgraziato incidente di caccia in Algeria gli ha fatto perdere la mano
destra. Pochi mesi di rieducazione gli hanno per permesso di servirsi di una
mano di legno articolata, con la quale  molto abile. Il sottotenente Maudet 
il sosia di Napoleone III. Come lui porta il pizzo ed i baffi rialzati agli
angoli. Al contrario il sottotenente Vilain, l'ufficiale pagatore,  giovane,
delicato, biondo. Uno dei sottufficiali  un ex tenente degli zuavi, uno dei
caporali  un ex sottufficiale di fanteria; ambedue hanno restituito i loro
gradi per servire nella Legione. Tutti indossano pantaloni di tela greggia e
giacchetta blu, con una fibbia enorme che allaccia la cintura di flanella blu
chiara. Nessuno ha preso lo zaino, la missione  breve e tutti hanno nelle
giberne non pi di una sessantina di colpi. Dalla bandoliera pende una carabina
di tipo Mini ad avancarica ed una baionetta. I due muli seguono la colonna con
il vettovagliamento e le munizioni di riserva. A passi prudenti gli uomini di
Danjou si avvicinano a Camerone.
Il convoglio, lungo almeno cinque chilometri, ha lasciato La Soledad il mattino
stesso e le sue sessanta vetture, trainate da centocinquanta muli, avanzano alla
media di una dozzina di chilometri al giorno. Pu sembrare poco, ma bisogna
immaginare lo stato della pista, che sparisce a tratti nelle paludi e nel fango.
Ogni veicolo, di peso eccessivo e di lunghezza inconsueta, pi di dieci metri,
deve essere accompagnato da una trentina di indiani e di mulattieri, incaricati
di frenare i carri in discesa, di spingerli dai fianchi per dare sollievo alle
bestie da tiro e di trainarli nei pantani. Ad ogni sobbalzo pi forte degli
altri, i fabbri e i maniscalchi devono riparare gli assi e i timoni spezzati
dagli urti. Sono necessarie anche numerose soste per lasciar prendere fiato ai
muli sovraccarichi e per andare ad attingere acqua per loro nei pozzi meno
infetti. Di tanto in tanto bisogna inoltre scavare una fossa per un soldato o
per un Indiano morso da qualche serpentello velenoso o caduto in una trappola o
ucciso dalle febbri. Ad ogni sosta bisogna inoltre fare l'appello delle truppe e
degli indigeni, perch ad ogni tornante, ad ogni boschetto, ad ogni curva della
strada fuggono degli uomini, abbandonando la colonna. Infatti tra i volontari
dei corpi di spedizione francesi si trovano parecchi avventurieri venuti l
attratti dall'oro e dalla prospettiva di rapidi guadagni o dalla folle speranza
di raggiungere l'Eldorado e la California, dei quali si parla tanto in Francia.
Le pattuglie messicane ritroveranno molti di questi disertori, o meglio
ritroveranno i loro scheletri ripuliti dagli avvoltoi. Tutte queste ragioni
fanno s che il morale del convoglio non sia dei pi alti, nonostante la
presenza, nelle immediate vicinanze di La Soledad, dei controguerriglieri del
colonnello Dupin. Dupin, carico di decorazioni e di gloria,  un veterano della
Crimea, dell'Italia e della Cina. E' stato congedato dall'esercito per avere pi
o meno venduto i tesori d'arte dei palazzi di Pechino ed  approdato, non si sa
come, nel Messico per ritrovarsi fra gli intimi dell'incaricato d'affari
francese, Saligny. E' stato il generale Forey a reclutarlo per costituire questa
controguerriglia e Dupin si  affrettato ad ingaggiare i pi grossi avventurieri
di Vera Cruz ed i migliori partigiani locali. Si trovano al suo fianco ex
negrieri, Italiani condannati a morte, evasi dalla Guiana ed anche un ex pastore
olandese interdetto dal culto per corruzione di minorenne. Un bel panorama. La
presenza di questi pendagli da forca non rassicura gli uomini del convoglio.
Alle due del mattino Danjou entra a Paso del Macho e si incontra con il capitano
Saussier, comandante del piccolo contingente lasciato l all'andata da
Jeanningros. Saussier propone un piccolo rinforzo di una sezione di granatieri.
Grazie, risponde Danjou. E' inutile. Mandateli solo se sentirete sparare.
E la terza compagnia parte in direzione di Camerone. Nessun ostacolo
nell'attraversare i cespugli tropicali che crescono nei dintorni del passo. La
notte  calma ed i legionari non hanno ancora notato la schiera messicana che li
affianca a nord. Camerone viene raggiunta senza difficolt alle cinque del
mattino. Il villaggio, o piuttosto il borgo, viene attraversato al passo. E' un
agglomerato di miserabili catapecchie dai tetti di paglia sostenuti da tronchi
d'albero cotti dal sole. Una sola casa solida, in materiale da costruzione, in
tutto il villaggio: una vecchia locanda sul ciglio della strada, una hacienda,
come si dice laggi. Il posto  stato abbandonato da molto tempo.
All'avvicinarsi dei soldati i topi scappano dai muri diroccati.
Passando davanti alla hacienda, Danjou ne osserva i particolari. Una costruzione
solida, con spessi muri di terra ed un tetto di tegole rosse. Muri imbiancati a
calce ed ingialliti dalla polvere. Venti metri di facciata. Dietro, il corral,
il cortile per le bestie, un quadrato dai lati lunghi una cinquantina di metri
chiuso da un muro di fango e paglia alto almeno tre metri. Attraverso le
aperture delle porte mancanti il capitano osserva nel cortile un piccolo
capannone coperto, addossato al muro. Ma comincia gi la foresta e la hacienda
scompare dietro i primi alberi. Cos come  abituata a fare, senza che venga
impartito un ordine preciso, la compagnia si dispone in ordine sparso,
mettendosi alle distanze regolamentari. Danjou resta sulla strada con un plotone
e i due muli. Palo Verde, termine dell'itinerario fissato dal colonnello, viene
raggiunto mentre l'alba tinge di rosa il paesaggio. Palo Verde  una grande
radura con un fiumicello dalla limpida acqua gorgogliante.
Qui faremo una sosta. ordina Danjou. Poi esploreremo i dintorni.
Possiamo fare il caff, capitano? S.
Ai margini della foresta, i cavalieri di Milan osservano i legionari che vanno e
vengono, raccolgono legna secca, accendono i fuochi, tirano fuori pentole, vi
versano l'acqua delle borracce, formano fascine. Danjou si appoggia ad un albero
e parla con Maudet e Vilain.
Il capitano, con la fronte scoperta ed i capelli piuttosto radi, alto un metro e
settantuno,  un ufficiale di mestiere e di vocazione. Suo padre voleva farne un
fabbricante di maglierie come lui. La piccola azienda familiare aveva bisogno di
qualcuno che la dirigesse ed ora che si faceva vecchio il padre contava su suo
figlio. Far il soldato. E non ci fu verso. Entrato a Saint-Cyr, aveva fatto le
prime esperienze di vita militare nel 150 reggimento di linea ed era poi stato
destinato alla Legione, come aveva chiesto. Legione d'onore in Crimea. Croce di
guerra a Magenta, dove il suo cavallo gli viene ucciso mentre lo cavalca. E'
felice di trovarsi nel Messico con i suoi uomini. E' un uomo nato per la guerra.
Nella radura i fuochi cominciano ad accendersi, attizzati dai sombreri. Nei
boschi cedui le sentinelle vegliano, sperando che, messi in allarme dalle volute
di fumo, i guerriglieri si scoprano. Sono le sette e mezzo. Nelle pentole
l'acqua bolle e gli uomini di corve vi buttano il caff.
Allarme! Una sentinella sul ciglio della strada ha scorto un gruppo di cavalieri
sulla pista di Chiquihuit. Allarme! Allarme!
Il grido, ripetuto due volte, fa balzare in piedi la compagnia. Un uomo rovescia
le pentole sui fuochi, gli altri si precipitano sulle fascine e corrono verso la
strada, da dove Danjou sta gi guardando col cannocchiale. A cinquecento metri
di distanza, in un varco della fitta foresta, appaiono i cavalieri di Milan.
Parecchie centinaia. Fermi sulla strada, ritti sui cavalli, soppesano le loro
possibilit di successo.
Baionette in canna! ordina il capitano ai suoi legionari.
D'istinto, per riflesso, i sottufficiali dispongono i loro uomini in formazione
di combattimento, di fronte alla minaccia. Nessuno ha pensato a riempire le
borracce. Immobili, i Messicani osservano, poi scompaiono nel sottobosco, verso
nord. Questa ritirata non pu ingannare Danjou. Egli sa che i cavalieri sono
venuti a soppesare la preda e che ora faranno di tutto per abbatterla nelle
condizioni pi favorevoli.
Ragazzi, volevate la lotta, eccola! Reclamavate avversari validi, li avete
visti! Rassicuratevi, non sono in fuga. Non ci lasceranno. Stanno scegliendo
l'ora ed il luogo in cui piomberanno su di noi. Allora noi non lasciamoci
mettere nel sacco, anche noi seguiremo le loro tracce. Avanzeremo verso nord. Il
primo plotone coprir la nostra marcia avanti e sul fianco destro. Il secondo
seguir il margine del fiume e il terzo, alla sinistra dello schieramento,
sorveglier la pianura ed il sentiero, frugher i boschi cedui. In caso di
attacco tutti dovranno ripiegare verso il centro.
E i muli? chiede Capolone, il conducente.
Al centro, dietro a noi. Ora, in marcia!
Morsicky guida il primo plotone, che si dirige dritto verso nord, nella
direzione dalla quale sono scomparsi i cavalieri. Gli ordini ricevuti da Danjou
sono precisi: in caso di incontro con i Messicani, passare all'attacco per
prevenire un'imboscata contro il convoglio. Con le baionette in canna, i
legionari penetrano nel sottobosco. A partire dalla mezzanotte, il colonnello
Milan segue passo passo l'avanzata della compagnia Danjou. E' felice di sapere
dai suoi esploratori che i legionari stanno marciando diritto su di lui.
Naturalmente Danjou non pu pensare che seguendo i cavalieri dirige i suoi
uomini verso il campo nemico... Essi avanzano prudentemente sotto i grandi
alberi, scacciando gli uccelli spaventati, spiando il minimo rumore. Non si vede
un solo guerrigliero. Sono tutti scomparsi, sono spariti mettendosi al riparo.
Ma di radura in radura Danjou scopre le tracce degli zoccoli e talvolta
intravede una groppa subito nascosta dai cespugli. Non pu sapere che quel
disgraziato cavaliere obbedisce all'ordine di Milan di attirare i legionari fino
al luogo prescelto per annientarli. Ogni passo verso nord dell'esploratore di
Morsicky chiude un po' di pi la trappola. Improvvisamente il capitano ha un
sospetto. Sente, da vecchio soldato qual , che sta facendo un passo falso, che
sta rischiando grosso addentrandosi in una foresta inestricabile, con un nemico
inafferrabile che si allontana dalla strada sulla quale fra poco passer il
convoglio, particolarmente vulnerabile in questa regione.
Il nemico continua a nascondersi. dice a Maudet. La cosa non mi piace. Lasciamo
questi boschi e raggruppiamoci sulla strada. Ne approfitteremo per tornare a
Camerone e lasciarvi un plotone che aspetter il convoglio.
A questo punto Milan viene informato da un esploratore che i Francesi cambiano
totalmente direzione e che stanno praticamente tornando indietro. Infatti la
compagnia si  riunita e si avvicina ora alla strada ed al villaggio. Proprio
nel momento in cui essa sbuca sulla strada si ode uno sparo. Un uomo cade. E'
Fritz, un Tedesco, colpito alla spalla. Nessun dubbio, il colpo proviene dal
villaggio. Immediatamente i plotoni si stendono al riparo della scarpata, poi si
allargano in modo da prendere a tenaglia le poche catapecchie nelle quali devono
nascondersi i guerriglieri.
Un plotone da ogni lato della strada, urla Danjou. Una squadra indietro a
sinistra, a cento metri. Il resto con me, sulla strada. Capolone ed i muli
accanto a me.
Le prime case vengono raggiunte senza alcuna difficolt. Con la baionetta in
canna, un po' ansimanti, i legionari frugano dovunque e si ritrovano dall'altra
parte del villaggio senza avere scoperto nulla. Eppure il colpo non  stato
sparato da un fantasma!
Capitano, i cavalieri! L, a destra della strada! Sono a meno di trecento metri,
a sciabola sguainata e lancia sotto il braccio. L'acciaio manda bagliori ed i
cavalli trepidano d'impazienza. Sono a trecento metri, sulla cima di una piccola
collina priva di alberi, in posizione perfetta per attaccare. Non si riesce a
vedere bene, con la polvere sollevata dalle truppe, Ad ogni modo sono tutti
debitamente equipaggiati. Con il largo sombrero grigio pi o meno ornato di
galloni dorati, la giacca corta di cuoio, una specie di bolero che copre appena
la larga cintura rossa annodata sui pantaloni di cuoio alla spagnola, stretti in
alto e larghi in basso, con file di bottoni lucenti.
Scalpitante, qualche metro davanti agli altri, la cavalcatura bianca del
colonnello Milan. I legionari distinguono la lunga pistola passata nella cintura
del colonnello messicano, immobile e ritto sulle staffe. Danjou capisce che la
difesa sar molto difficile su un terreno scoperto. Riunisce tutti, richiama gli
osservatori e forma il quadrato. Con le baionette in avanti, i legionari
attendono la carica dei cavalieri. Al piccolo trotto i Messicani scendono il
pendio e si dispongono in due colonne per caricare su due fronti.
Non  stato ancora sparato un solo colpo. I Francesi non si muovono. Giunti a
cento metri dal piccolo quadrato, i Messicani lanciano i loro cavalli al galoppo
e caricano urlando, con lance e sciabole puntate in basso. La scarica dei
legionari li frena a meno di quaranta metri di distanza. Una scarica
terribilmente efficace. I primi cavalli cadono, proiettando i loro cavalieri ai
piedi dei legionari. Ferite, le bestie si dibattono, facendone cadere altre,
mentre le altre file dei Messicani vengono a scontrarsi contro questo ostacolo
di carne ancora viva e cadono.
La carica si  arrestata di colpo, interrotta da un muro di piombo. I legionari
ora sparano a colpo sicuro. Il sangue scorre sulla terra giallastra; gli zoccoli
dei cavalli sfondano i crani ed i petti. Nessun cavaliere riesce ad avvicinarsi
al quadrato. Danjou comanda il cessate il fuoco quando vede Milan dare alle sue
truppe l'ordine di ripiegare. Solo due facce del quadrato hanno sparato.
Sull'altura i Messicani si raggruppano, in una gran confusione di urla e di
polvere.
Abbandonano il campo! dice un legionario.
Danjou sa benissimo che non  vero e che i Messicani torneranno. Forse meno
numerosi, ma anche molto pi decisi. Disgraziatamente per i Francesi, i due
muli, impauriti dalla sparatoria, hanno rotto le corde ed hanno seguito i
cavalli, portandosi via le munizioni, l'acqua e i viveri. Per Danjou  una
catastrofe. Decide di muoversi di l e di portarsi al riparo di una scarpata
cespugliosa fiancheggiata da una siepe di cactus, dall'altra parte della strada.
L fa riformare il quadrato, raccomandando di economizzare le munizioni.
Sull'altura, i Messicani festeggiano la cattura dei due muli e si preparano alla
seconda carica. Loro malgrado, i cavalieri provano una certa angoscia nel venire
a gettarsi una seconda volta contro quel muro di fuoco micidiale. Tanto pi che
bisogna saltare sulla siepe e scalare la scarpata.
Fate occupare la hacienda durante la carica, ordina Milan ad uno dei suoi
ufficiali. Bisogna che non possano ripiegare. Questa volta attaccheremo da tre
lati.
Danjou osserva il movimento avvolgente della cavalleria. Passa da una fila
all'altra, raccomandando di non perdere la testa e di non sparare
sconsideratamente. Gli uomini non dispongono che delle poche cartucce che hanno
addosso. Non pi di sessanta. Come la prima, anche la seconda ondata si spezza
contro la scarica. Alcuni cavalli si rifiutano di superare la siepe,
disarcionando i loro cavalieri. Altri saltano e cadono sulla scarpata. Il grosso
degli assalitori torna indietro. Un legionario cade. Il primo ucciso. Una palla
in piena faccia. Due o tre feriti continuano a battersi, sostenuti dagli altri.
La seconda ritirata dei Messicani viene salutata da grida di Viva l'Imperatore e
di Viva la Francia. Dal centro del quadrato dei suoi legionari, il capitano
Danjou osserva tutto attorno i nuovi preparativi del colonnello Milan. Il
comandante messicano prepara palesemente un assalto da pi lati. Almeno tre. Dai
boschi escono ora reparti completi di fanti venuti a rinforzare la cavalleria.
Questo arrivo solleva gli ufficiali di Milan che cominciavano a chiedersi se
quel sacrificio di vite umane valesse la pena per ridurre alla ragione la
compagnia francese. E' con un sospiro di sollievo che vedono anche ripiegare i
legionari, con la baionetta in canna, verso la hacienda di Camerone.
A passo di corsa, urla Danjou.
I pochi cavalieri messicani che tentano di opporsi alla ritirata vengono
travolti. La loro resistenza  simbolica. Gli ordini ricevuti sono di permettere
ai Francesi di rifugiarsi nella hacienda.
Il capitano Danjou ha ragione di ordinare questo ripiegamento, visto che la
resistenza sulla parte bassa della strada ha provocato per due volte
l'insuccesso degli assalti messicani? Ancora oggi  viva la polemica sulla
risposta da dare a questo interrogativo. Alcuni pensano che egli avrebbe dovuto
effettivamente restare in posizione dietro la siepe di cactus, che l'eco delle
scariche avrebbe messo in allarme il capitano Saussier, e che la guarnigione di
Paso del Macho sarebbe potuta venire in soccorso della terza compagnia. Avrebbe
anche potuto, dicono altri, ritirarsi in direzione di questo posto favorevole,
al riparo della foresta. Alcuni affermano che in ogni caso non si sarebbe mai
dovuto gettare nella trappola della hacienda.
La sola risposta di Danjou, se fosse stato ancora vivo, sarebbe stata certamente
che ripiegando in ordine verso Paso del Macho per salvare i suoi uomini sarebbe
stato costretto a trascurare la sua missione essenziale, che restava quella di
proteggere il convoglio e di neutralizzare il nemico. Non  dunque come una
bestia braccata che Danjou d l'ordine di occupare la casa, ma vi si getta con i
suoi uomini per trattenere il pi possibile le truppe del colonnello Milan.
Serrate le file! urla l'ufficiale francese.
La sessantina di uomini, gomito a gomito, scendono la scarpata, si riversano nel
cortile della hacienda, dove subiscono le scariche dei Messicani, nascosti in
molte stanze della costruzione. I legionari irrompono urlando nelle camere
lasciate vuote, occupano immediatamente le brecce nel muro di cinta e si mettono
in posizione.
La hacienda  una costruzione rettangolare lungo la strada, prolungata da un
corral di cinquanta metri per lato, circondata da mura alte tre metri e, in un
angolo, a sud-ovest, un capannone semidiroccato. Non sono ancora le nove del
mattino e il cielo  gi azzurro.
La hacienda possiede finestre che danno sulla strada e sul cortile, cosicch sin
dal loro arrivo i legionari sono esposti sia ai colpi provenienti dall'esterno
che a quelli sparati dai Messicani appostati anch'essi nella casa.
Attorno alla propriet, i cavalieri si apprestano all'attacco. Il loro
equipaggiamento  troppo pesante, troppo ingombrante. Sono costretti a togliersi
gli enormi speroni che impediscono loro di camminare, attaccarli alla sella
delle loro cavalcature e portare i cavalli in salvo, al riparo dei giganteschi
tronchi e dei cespugli. Del resto gli uomini di Milan non hanno fretta. Il
nemico  in trappola.
Danjou approfitta del momento di respiro per organizzare la resistenza. I
Messicani, nascosti nelle camere, sparano come matti, ma senza risultati.
Neppure un ferito tra i legionari.
Bloccate solidamente le due porte. ordina Danjou. Bisogna impedire l'ingresso
agli uomini e ai cavalli. Tonel, con due drappelli occupate il corpo principale.
Un drappello nel capannone ed uno sul muro est. Trinceratevi dappertutto ed
occupate le brecce. Alzate qualche barricata per prepararvi la ritirata verso la
casa nel caso fossimo sopraffatti.
I legionari si appostano nel corral, portano tutto quello che trovano in mezzo
al cortile, sotto il fuoco dei Messicani, ammucchiano la terra caduta dai muri
davanti alle due aperture delle vecchie porte, aprono feritoie. Il sottotenente
Vilain comanda gli uomini nel cortile, mentre Danjou con la sua mano artificiale
indica il tetto della hacienda a Morsicky e a due o tre volontari.
Vilain! Vi recherete nei punti pi minacciati. Per il momento restate di riserva
ed economizzate le munizioni.
A parte qualche raro colpo, tirato ancora dai Messicani trincerati al primo
piano del corpo principale ed in una delle stanze al pianterreno, si  stabilita
una specie di tregua. Il colonnello Milan prepara con calma il suo attacco e
Danjou  troppo occupato ad organizzare la sua difesa perch le due truppe si
affrontino subito. Il sole  alto e la sete comincia a tormentare i legionari
che, sotto la sorveglianza di Danjou, si dividono una bottiglia di vino che
l'attendente del capitano portava nel tascapane per la colazione degli
ufficiali. E' il solo liquido posseduto dai sessantadue uomini. Il mattino le
borracce non sono state riempite nel fiume, perch l'arrivo del colonnello Milan
ha interrotto la sosta ed i legionari con l'acqua delle loro borracce avevano
preparato il caff. Una bottiglia di vino! Poche gocce per ognuno, versate nel
cavo della mano.
Danjou pensa per un attimo di attaccare le stanze occupate dal nemico. Ma ci
rinuncia subito, accorgendosi che sarebbe costretto a sguarnire il corral per
costituire un nucleo sufficiente. Sono le nove e mezza. Da ambedue le parti i
preparativi sono terminati. Morsicky  stato scorto sul tetto dagli ufficiali
messicani. Non si riuscir mai a capire come mai non sia stato ancora colpito.
Forse sta in una soffitta e, togliendo tre o quattro tegole, pu sbucare con la
testa e le spalle per sparare. In ogni caso i Messicani lo hanno visto.
L'attendente del colonnello Milan, il tenente Laisn, il giovane figlio di un
Francese stabilitosi da molto tempo a Vera Cruz e passato al servizio
dell'esercito messicano, si avvicina. Agitando un grande fazzoletto bianco
cammina diritto in direzione di Morsicky.
Siete troppo pochi, egli grida in francese al sergente legionario che lo
comprende a fatica. Vi farete uccidere per niente. Arrendetevi, il colonnello
Milan vi promette salva la vita!
Il sergente scende dal tetto e informa Danjou dell'offerta messicana. La
risposta  no. Morsicky risale sul suo osservatorio e trasmette la risposta al
tenente Laisn. Quest'ultimo gli volge le spalle e torna verso le linee
messicane. Appena arriva, inizia il fuoco dalle due parti.
I legionari sono armati di fucili rigati ad avancarica, modello 1857, che hanno
un tiro rapido e preciso. Di fronte a loro i chicanos, con le camicie rosse e i
larghi sombreri, caricano con la lancia e la sciabola da cavalleria. I loro
pantaloni li impacciano notevolmente e maneggiano meno bene le loro carabine
Shard o Spencer, armi americane che pure sono superiori ai fucili dei legionari,
che non le sciabole.
Abituati ad assalire il nemico a cavallo e a disperderlo in piccoli gruppi a
colpi di sciabola, i Messicani si espongono a gruppi interi al fuoco micidiale
degli uomini di Danjou. Il combattimento sarebbe ineguale se da una parte non ci
fossero sessanta francesi a corto di munizioni e dall'altra pi di un migliaio
di Messicani che hanno tutto il tempo a disposizione e sono ben decisi a
vincere. Sin dall'inizio del combattimento i pi sfavoriti si mostrano coloro
che occupano la sola stanza che non sia in mano ai Messicani. Prima di tutto
perch ci fa un caldo infernale e poi perch il nemico ha praticato nelle pareti
divisorie di terra dei buchi, dai quali spara piombo un po' dovunque.
Sulla strada, sbucando da ogni punto nello stesso tempo, i cavalieri passano al
galoppo davanti alla hacienda sollevando turbini di polvere, dei quali i fanti
approfittano per avvicinarsi e mettersi al riparo nei fossati scavati per
proteggere il cammino in caso di tempesta. Alcuni, feriti e sanguinanti, si
trascinano urlando.
Danjou, camminando lungo i muri del corral, va da un posto all'altro, esigendo
soprattutto l'economia delle munizioni, incoraggiando i suoi uomini un po'
preoccupati per il numero degli assalitori. Alle grida dei soldati si aggiunge
il crepitio delle armi. La situazione  grave, ma non disperata. Danjou non
ignora che il capitano Saussier pu decidere in ogni momento di inviare delle
pattuglie incontro alla terza compagnia o, sentendo il rumore della sparatoria,
pu partire verso Camerone con i rinforzi. Il colonnello Dupin, informato da
qualche civile, pu venire a conoscenza dell'imboscata ed intervenire con i suoi
controguerriglieri. Ci si pu salvare. E' ci che deve dire Danjou ai suoi
uomini andando da una barricata all'altra, chiedendo loro che giurino di
combattere fino all'ultimo respiro.
Nessuno pu dire quello che passa per la mente del capitano quando chiede questo
impegno ai suoi legionari. In ogni caso, questo giuramento non ha niente della
solennit e della retorica di cui certi storici della Legione lo hanno in
seguito circondato. Sgusciando dietro ogni riparo, il capitano, dopo aver
impartito qualche consiglio agli uomini, fa loro promettere di non arrendersi e
di combattere fino allo stremo delle forze, ricordando loro l'utilit del
sacrificio: la strada libera per il convoglio. Tutti giurano. Niente a che
vedere con la decisione di un suicidio eroico. Al contrario, Danjou deve credere
fermamente nel probabile arrivo di rinforzi, messi in allarme dall'eco del
combattimento. Bisogna lasciar loro il tempo di raggiungere Camerone e
trattenere le truppe del colonnello Milan il pi a lungo possibile.
Ora sono poco pi delle undici, e i Messicani riescono ad avvicinarsi a meno di
un tiro di fucile dal muro di cinta del corral. Danjou, proseguendo il giro
delle postazioni, tutto piegato attraversa il cortile e raggiunge la camera dove
continuano a battersi come leoni una dozzina di legionari assaliti da ogni
parte.
La situazione  critica, osserva. Non possiamo resistere pi a lungo.
Dei Messicani aprono il fuoco dal di fuori e da dentro su queste figure che si
dibattono nella polvere e nel fumo degli spari. Danjouva di feritoia in feritoia
e consiglia i combattenti. Forse ora, lasciandoli per dirigersi verso il gruppo
di riserva che aspetta ordini tra le due porte del cortile, pensa che l'ultimo
respiro non  molto lontano per questo drappello troppo duramente esposto. Forse
pensa a tutt'altra cosa. D'un tratto si ferma. Lo si vede portare la mano al
petto, da dove il sangue sgorga gi a fiotti. Cade. Maudet si precipita su di
lui e lo prende fra le braccia. Vilain cerca uno zaino che gli serva da cuscino,
ma non trova che una pietra, che mette sotto la testa del capitano gi
agonizzante. I due sottotenenti si guardano. Danjou tenta invano di pronunciare
qualche parola, sussulta e muore. E' finito. Vilain si ritrova comandante della
terza compagnia del reggimento straniero. Al suo primo comando, il giovane
ufficiale eredita una situazione non ancora catastrofica, ma comunque molto
compromessa. Presentatosi volontario nel 1852, Vilain viene dalla gavetta. Ha
ventisette anni compiuti, ma ne dimostra diciotto. I capelli biondi, leggermente
ricciuti, circondano un viso stranamente giovanile per un ufficiale della
Legione. Fra tre ore sar morto.
Queste tre ore saranno drammatiche per tutti. Verso mezzogiorno qualcuno crede
di udire uno squillo di tromba.
Non avevamo perso tutte le speranze, dir uno dei sopravvissuti. Per un momento
abbiamo creduto che dei Francesi venissero in nostro soccorso.
Non si sa per quanto tempo ancora sia durata questa speranza. Tra le fucilate e
le grida, gli assediati distinguono effettivamente degli squilli di tromba.
Porgono l'orecchio e a poco a poco sentono unirsi al suono della tromba i rulli
sordi dei bassi tamburi Messicani. Un legionario non si inganna. E' troppo
abituato al suono dei tamburi della Legione. E' il grosso della fanteria del
colonnello Milan che arriva sul campo di battaglia. Milleduecento uomini in pi.
Ci guardammo senza dire una parola, racconta ancora il sopravvissuto. In quel
momento avevamo capito che tutto era perduto e non ci restava altro che morire
bene.
Per un istante i legionari si sono preparati ad uscire dal corral, frementi di
gioia, per farsi incontro ai loro camerati. La delusione  terribile. Invece
delle truppe del capitano Saussier o dei controguerriglieri di Dupin sbucano sul
terreno il battaglione messicano di Vera Cruz, quello di Crdoba e quello di
Jalapa. Combattenti in uniforme di tela grigia con profili colorati, sombreri o
kep secondo i battaglioni e ben armati di carabine americane. Milan li ha fatti
avanzare con la fanfara in testa per scoraggiare i Francesi, convinto che alla
vista di questa fanteria i difensori della hacienda avrebbero capito e che la
sua vittoria sarebbe stata pi facile.
Ancora una volta il colonnello messicano rivolge ai legionari l'offerta di resa
contro la vita salva. Un ufficiale messicano avanza lentamente verso la casa,
agitando un fazzoletto bianco. Morsicky, sempre sul tetto e vivo non si sa bene
come, lo vede avvicinarsi e lo ascolta fino in fondo. Quando l'ufficiale termina
la sua intimazione, Morsicky non si cura neppure di avvertire il tenente Vilain.
Merda! risponde al parlamentare.
Il combattimento riprende. Nella hacienda i legionari non sono pi che cinque su
quattordici. La situazione  disperata. Essi lasciano la camera ed abbandonano
tutta la costruzione agli assalitori. I Messicani sono infatti riusciti a
praticare una larga breccia nel soffitto e sparano a bruciapelo su tutto quello
che ancora si muove nella piccola camera. Vilain dispone i sopravvissuti attorno
al corral, l dove le perdite sono maggiori.
Verso le due del pomeriggio la situazione diventa insostenibile. Mentre si
dirige verso il capannone nel quale giacciono i feriti, Vilain cade, ucciso da
una palla in piena fronte tirata dal fabbricato. Il comando passa all'ultimo
ufficiale, il sottotenente Maudet.
Di grado meno elevato di Vilain, anche Maudet viene dalla gavetta. Uno di quei
vecchi coraggiosi, come li si sceglieva allora per portabandiera, lo descrive
uno dei suoi uomini. In realt non si conosce nemmeno l'et di questo ufficiale.
Dal momento in cui assume il comando, sa che in ogni caso avr molte difficolt
ad organizzare la difesa e non comander per molto tempo la compagnia o quanto
ne resta. Ognuno  bloccato al suo posto ed ogni comunicazione  diventata un
suicidio. Non resta pi che farsi uccidere sul posto.
Nello spirito dei soldati, morire bene o farsi uccidere sul posto, non significa
aspettare la morte e farsi uccidere in modo spettacolare. Significa al contrario
morire il pi tardi possibile, dopo aver inflitto al nemico il maggior numero
possibile di perdite. Del resto gi attorno alla hacienda il colonnello Milan
pu pensare che questi non sono pensieri vani. Un gran numero di cadaveri giace
nella polvere della strada. Troppi, deve pensare il colonnello messicano. Allora
cerca un nuovo mezzo per ridurre alla ragione quei forsennati. Una cinquantina
dei suoi uomini ammucchiano ai piedi del muro del capannone a sud-ovest, nel
quale resistono Maudet e un drappello, steli secchi di mais, paglia e
ramoscelli. I Messicani fanno lo stesso lungo il muro a nord, dove Morsicky e
qualche altro fanno stragi nelle file della fanteria, dove talvolta una sola
palla colpisce due o tre assalitori. Il vento soffia verso sud e ben presto
manda una spessa nube di fumo su tutto il cortile e qualche favilla pericolosa
per i tetti di stoppia delle dipendenze. Presto il calore diventa
insopportabile. I legionari soffocano, ma continuano a battersi.
Siamo a met del pomeriggio. Ci significa che il sole picchia diritto sul
cortile e soprattutto sui muri biancastri il cui riverbero acceca. Gli uomini
non mangiano dal giorno prima e non hanno bevuto nulla dal mattino. Scene
orribili hanno per teatro il capannone in cui sono ricoverati i feriti. I meno
colpiti, assetati dalla febbre unita al caldo, si trascinano per leccare le
pozze di sangue vicino ai cadaveri dei loro. compagni. Altri si urinano nelle
mani unite a coppa per umettarsi le labbra. Una schiuma biancastra ci saliva
agli angoli della bocca, racconta uno dei combattenti. Si coagulava. Le nostre
labbra erano secche come cuoio e la nostra lingua, tumefatta, poteva appena
muoversi. Un respiro affannoso, continuo, ci scuoteva il petto. Le tempie ci
pulsavano tanto da scoppiare e la nostra povera testa si confondeva.
Per fortuna l'incendio si spegne da solo per mancanza di combustibile. Tuttavia
ha completamente disidratato i feriti e consumato i morti, cosicch al calore
segue, ancora pi insopportabile, il fetore che rivoltava lo stomaco ai
sopravvissuti.
A dire il vero, racconta Maine, uno dei sopravvissuti, non era il momento di
impietosirci su noi stessi o sulle sofferenze dei nostri compagni. Bisognava
guardare in tutti i posti nello stesso tempo: a destra, a sinistra, avanti,
verso le finestre della hacienda, verso le brecce del cortile, perch dovunque
si vedevano brillare le canne dei fucili e da ogni parte poteva venire la morte.
Le palle, pi fitte della grandine, si abbattevano sul capannone, rimbalzavano
contro i muri, facevano volare attorno a noi frammenti di pietre e schegge di
legno. Ogni tanto uno di noi cadeva; allora il vicino si chinava per frugargli
nelle tasche e prendeva le cartucce che aveva lasciato.
Di cartucce ne restano ben poche ai venticinque o trenta uomini ancora in piedi.
Essi sono cos costretti a permettere ai Messicani di aprire una larga breccia
nel muro est, proprio di fronte ai due ingressi principali, un varco largo pi
di due metri, aperto dalla fanteria, che prende cos alle spalle i difensori
delle uscite principali. Bisogna battersi a uno contro sessanta ed ogni volta
che un legionario cade sono sessanta nemici in pi che i difensori della
hacienda si dividono. La resistenza ha del miracoloso. La battaglia comincia a
costare molto cara al colonnello Milan, sorpreso dalle difficolt incontrate dai
suoi cavalieri nel neutralizzare una disgraziata compagnia di Francesi a corto
di munizioni.
Ad una dozzina di chilometri da Camerone, il pesante convoglio avanza a fatica;
bestie e soldati sono gravemente ostacolati dal caldo e dalla polvere sollevata
dalle ruote dei carri. L'acqua  razionata sin dalla partenza da La Soledad e di
chilometro in chilometro i legionari pi validi devono raccogliere i loro
compagni caduti al lato della strada e gi mezzo agonizzanti. In coda al
convoglio, il carretto trabocca di malati che vomitano. Il vomito negro compie
la propria opera. Qua e l si scava in fretta una fossa. Il sole non permette di
portare i morti nel cimitero della guarnigione. Quante fragili croci costruite
con due pezzi di bamb sono state erette su questa infelice strada? Non lo si
sapr mai, perch la natura e gli avvoltoi fanno sparire ogni traccia di
sepoltura ed anche le spoglie appena ricoperte.
Da quando il convoglio ha lasciato l'ultima guarnigione, il comandante della
scorta, capitano Cabossel, manda avanti in ricognizione delle pattuglie per
evitare le imboscate. Una domanda deve ritornargli di frequente nella mente: i
Messicani sanno che sto trasportando tre milioni in oro? Il capitano si rende
conto che se i Messicani ne sono venuti a conoscenza tramite i loro informatori,
essi aspettano da qualche parte laggi in quella giungla infernale? Il capitano
ignora anche che le truppe incaricate di attaccarlo sono impegnate altrove e che
degli uomini stanno sacrificando la loro vita per salvare questi tre milioni di
oro. Per coincidenza, la tappa da lui prevista per quella sera  il piccolo
villaggio di Camerone, dove Cabossel conta di trovare acqua. Egli sa gi che
piazzer la parte pi preziosa del suo carico nel corral della hacienda e che
disporr tutto attorno la sua scorta con posti di guardia, come al solito. Solo
che il convoglio ha perso tempo, difficolt impreviste hanno fatto rovesciare
due carri che  stato necessario scaricare e poi ricaricare, una volta
raddrizzati sulle ruote. Due ore di ritardo. Due ore in meno di sonno, deve
pensare il capitano.
Indiani nelle erbe alte, segnala un soldato della pattuglia al capitano Balue,
l'altro ufficiale al comando del distaccamento. Dicono che c' un combattimento,
lontano ad ovest.
Se si lasciano vedere, mormora Cabossel, c' speranza. L'imboscata non  per
ora. Non hanno l'abitudine di rimanere sul posto quando si d battaglia.
Il capitano pensa che dopo tutto bisogna diffidare. Potrebbe essere una
trappola. D ordine di organizzare la difesa e si decide ad ascoltare gli
Indiani. Tutti, tendendo il braccio verso ovest, spiegano che ci si batte a
Camerone (che in spagnolo significa gambero). A gesti pi che a parole, essi
fanno capire all'ufficiale francese che laggi ci sono parecchi messicani e che
si spara molto. Una staffetta viene inviata a La Soledad per avvertire il
tenente colonnello Giraud, comandante della riserva di La Soledad, e per
chiedergli istruzioni. Due ore dopo, conformemente agli ordini ricevuti,
Cabossel d il segnale del ritorno. Il convoglio deve ritornare a La Soledad.
Una compagnia di rinforzo viene a completare la scorta. L'ultima speranza di
coloro che si battono ancora nella hacienda svanisce.
Sono le cinque. A Camerone il combattimento si  improvvisamente interrotto. Una
nuova speranza gonfia immediatamente il petto dei sopravvissuti. Sono i soccorsi
che finalmente arrivano? Regna uno strano silenzio dopo la baraonda delle
cariche ed i sibili delle fucilate. D'un tratto delle urla in spagnolo arrivano
fino nel cortile della hacienda. E' il colonnello Milan che ha raggruppato le
sue truppe dall'altra parte della strada, al riparo delle catapecchie in rovina,
di fronte al rifugio dei legionari, e che arringa i suoi soldati. Gli scoppi di
voce sono sufficientemente alti per poterli sentire dal cortile e Bartholotto,
un legionario di origine spagnola, traduce per i suoi compagni. Lui non ha
bisogno di gridare per farsi udire. Non restano in vita che dodici Francesi.
Milan dice ai suoi soldati che bisogna farla finita con questo pugno di uomini
sfiniti e che sarebbe vergognoso per il Messico non farla finita senza ulteriori
indugi.
Bisogna assaltare la hacienda, urla il colonnello messicano. E bisogna
prenderla.
Tuttavia danno ai Francesi un'ultima possibilit di aver salva la vita. Viene
fatta una nuova intimazione. Essa resta senza risposta. Nel cortile i dodici
soldati hanno capito perfettamente. Questa volta Morsicky non ha bisogno di
aprir bocca. I suoi dodici compagni, come lui, hanno deciso per la morte.
Resteranno fedeli al capitano Danjou, il cui corpo giace in un angolo del
capannone. Questi dodici uomini sono: il sottotenente Maudet, il sergente
Morsicky, i caporali Berg, Magnin, Maine, i legionari Bartholotto, Lonard,
Catteau, Wenzel, Constantin, Kunassek e Gorski. Nessuno ha lasciato il suo posto
di combattimento. Nessuno ha la forza di parlare. La sete tiene loro la bocca
sempre socchiusa. Il nemico  davanti, dietro, dovunque. Il silenzio si
prolunga. Due, tre, quattro, cinque minuti. Niente. Silenzio. Poi uno squillo di
tromba scoppia come una bomba. I tamburi bassi rullano la carica. E' l'assalto.
Sono le cinque e trenta.
Cavalieri e fanti messicani irrompono da tutte le parti, scavalcano i muri,
dilagano nel cortile, sparano dovunque all'impazzata. Alla porta principale il
caporale Berg, in piedi, si difende in un corpo a corpo. Lo prendono per le
braccia, per il collo. Non pu nemmeno pi servirsi della sua arma. Alla breccia
di sud-est Magnin, Kunassek e Gorski sono presi alle spalle, urtati, travolti,
letteralmente inghiottiti dalla folla urlante, dal numero. Il corral  pieno di
fanti messicani che vanno in tutti i sensi, invadendo il corpo principale della
costruzione.
Nel capannone a sud-ovest resistono ancora sette legionari, gli ultimi sette.
Essi accatastano davanti a s i cadaveri dei loro compagni e tutto quello che
riescono a recuperare. Dietro a questa macabra barricata essi si battono,
uccidendo a dozzine i Messicani, troppo numerosi per combattere efficacemente
contro questi sette uomini che tengono loro testa. Bartholotto viene ucciso. Ha
resistito un quarto d'ora. I sei combattenti che rimangono stanno cos stretti
l'uno all'altro che Morsicky, che  stato colpito alla tempia, non cade.
Maine se ne accorge perch la testa del Polacco si  inclinata sulla sua spalla.
Allora mi volto e lo vedo faccia a faccia, con la bocca socchiusa e gli occhi
aperti, racconta.
Morsicky  morto, dice il caporale a Maudet. Bah! risponde l'ufficiale. Uno di
pi. Presto sar il nostro turno.
Allora Maine prende il cadavere tra le braccia e lo stende ai piedi della
muraglia. Frugandogli nelle tasche trova due cartucce, le prende e torna al suo
posto. Sono le sei del pomeriggio. Cinque uomini sono ancora vivi, in piedi sul
fondo del capannone, con i Messicani fin sul tetto e con una sola cartuccia
ciascuno. E' la fine.
Caricate i fucili, ordina il sottotenente. Fate fuoco al mio ordine. Poi
caricheremo alla baionetta. Voi mi seguirete.
A semicerchio nel corral, di fronte al capannone, i Messicani non sparano pi.
Maudet avanza. I fucili si puntano sul suo petto. Fa un passo, poi altri due.
Puntate! Fuoco!
Tutti i Francesi sparano assieme, poi si lanciano a baionetta bassa. Catteau si
getta davanti a Maudet e cade fulminato dalle fucilate. Diciannove palle lo
trappassano. Anche Maudet cade, ferito a morte. Il gesto eroico del legionario
che voleva proteggere il suo ufficiale sar vano. Wenzel, colpito alla spalla,
si rialza e, appoggiandosi a due compagni, si prepara a caricare. Ormai non sono
che in tre. Wenzel, Constantin e Maine. In piedi, immobili, a brandelli e neri
di polvere. Cinquanta Messicani irrompono urlando su di loro con la baionetta
puntata. Per un momento sconcertati alla vista del tenente caduto, racconta
Maine, ci apprestavamo tuttavia a scavalcare il suo corpo e a caricare
nuovamente; ma gi i Messicani ci circondano da tutte le parti e la punta delle
loro baionette ci sfiora i petti. Per noi  finita. Allora un uomo di alta
statura, dall'aria distinta, che si trova in prima linea tra gli assalitori,
riconoscibile dal suo kep e dalla lunga giubba gallonata come un ufficiale
superiore, ordina loro di fermarsi e con un brusco movimento della sciabola
allontana le baionette che ci minacciano.
Arrendetevi!  ordina l'ufficiale messicano, il colonnello Combas, anche lui di
origine francese. Maine risponde in spagnolo: Ci arrenderemo se ci lasciate le
nostre armi e il nostro rifornimento e se vi impegnate a far prendere e curare
il nostro tenente che  laggi ferito.
Non si nega nulla a uomini come voi. Ma parlatemi in francese. I miei uomini
potrebbero credere che siete Messicani del partito conservatore e vi
massacrerebbero. Venite con me.
Il colonnello Combas prende allora per il braccio Wenzel, il cui sangue sgorga
sulla giubba dell'ufficiale messicano, d la mano al caporale Maine e lascia il
corral seguito da vicino da Constantin.
Non preoccupatevi per il vostro tenente, dice il colonnello a Maine che getta
un'occhiata preoccupata verso Maudet, sempre steso a terra. Ho dato ordine di
prendersi cura di lui; stanno venendo a prenderlo con una barella. Anche voi
contate su di me, non vi sar fatto alcun male.
Maine gli dice allora che si aspetta di essere fucilato con i suoi due compagni,
ma che non gliene importa nulla.
No! No! riprende il colonnello. Sono qui per difendervi.
Nello stesso momento, racconta il caporale, mentre uscivamo dal corpo principale
della costruzione, un guerrigliero si precipita su di noi con alte grida e spara
due colpi di pistola con tutte e due le mani su Wenzel e su di me. L'ufficiale
leva il sue revolver dal cinturone, prende la mira e spacca freddamente la testa
al miserabile che rotola sulla strada dalla sella; poi continuammo la nostra
strada senza pi occuparci di lui.
In una valletta non molto lontana dalla hacienda, al riparo delle rovine di una
casa, il colonnello Milan e il suo stato maggiore guardano venire verso di loro
il piccolo drappello che scorta i prigionieri e il colonnello Combas.
Sono tutti qui quelli che restano? chiede. S, colonnello.
I pero, non sun hombres, sun demonios! esclama (non sono uomini, ma demoni).
Poi, pi calmo, una volta ripresosi dalla sorpresa: Senza dubbio avrete sete,
signori. Ho gi mandato a cercare acqua. Per il resto, non abbiate paura di
nulla, abbiamo gi parecchi vostri compagni che presto rivedrete; e conosciamo i
riguardi dovuti a prigionieri come voi.
Pochi istanti dopo arriva infatti il sottotenente Maudet, steso in barella,
seguito da sedici feriti che si sostengono l'uno con l'altro, ritrovati dai
Messicani nel capannone. Una scorta di cavalieri li circonda. La battaglia di
Camerone  terminata. Per tre quarti demolita, la hacienda fuma ancora e dal
capannone salgono sbuffi di polvere. Un po' dovunque, un centinaio di Messicani
aspettano che i loro compagni si degnino di seppellirli. Il buio cala
rapidamente sui tropici, e la notte  scesa quasi subito dopo la fine del
combattimento. Soffiando verso sud, il vento ha portato verso il deserto l'eco
dalle lotta. E' dagli Indiani, e solo l'indomani, che il colonnello Jeanningros,
comandante del reggimento straniero, sapr della fine eroica della terza
compagnia. Da parte francese, lo scontro ha ucciso due ufficiali e ventidue
uomini di truppa; Maudet  morto in seguito alle ferite riportate, cos come
altri otto uomini. Diciannove moriranno in prigionia; dodici, tutti feriti,
saranno restituiti al reggimento. Un legionario sar dimenticato sul terreno dai
vincitori che lo hanno creduto morto. E' il tamburino Lai.
Quando Jeanningros viene a conoscenza del dramma, prende una compagnia e si
mette in marcia. Passando da Paso del Macho unisce ai suoi uomini parte della
guarnigione e a tappe forzate raggiunge Camerone. All'alba, qualche centinaio di
metri prima del villaggio, un uomo vacillante esce dai cespugli e cade ai piedi
degli esploratori della piccola compagnia. Ha il viso insanguinato e l'uniforme
irriconoscibile. Con il dito, il ferito indica le labbra, dalle quali non esce
alcun suono. Ha sete! dice uno dei soldati, mentre gli uomini cominciano a farsi
attorno a lui.
E' il tamburino Lai, grida un sergente, il tamburino della terza compagnia. E'
proprio lui, trafitto da sette colpi di lancia e attraversato da due proiettili,
miracolosamente vivo. Nel cuore della notte ha ripreso conoscenza e si 
ritrovato circondato di cadaveri. Appena sveglio il tamburino si  trascinato il
pi lontano possibile dal luogo del massacro, in direzione di Chiquihuit, ed
ecco che ora viene salvato dai suoi compagni. Naturalmente si crede l'unico
sopravvissuto. Jeanningros gli fa dare un goccio di caff ed incarica un
drappello di portare il moribondo a Paso del Macho. Allora i Francesi riprendono
la loro marcia verso Camerone. Alcuni Messicani, rimasti per sotterrare i morti
fuggono sulla strada ai primi rumori. Vicino ad una fossa comune abbandonano un
mucchio impressionante di cadaveri. Solo una cinquantina hanno potuto ricevere
sepoltura prima dell'arrivo dei legionari. La hacienda presenta a Jeanningros ed
ai suoi legionari uno spettacolo orribile. I cadaveri dei legionari sono stati
spogliati di tutti i vestiti e stanno nudi nella polvere, gi intaccati dai
coyotes. C' Danjou, il sottotenente Vilain e gli altri, Morsicky, Bartholotto.
I loro compagni li riconoscono uno a uno, girando quelli che i Messicani hanno
lasciato con la faccia verso terra, in un mare di sangue seccato, in mezzo alla
confusione abituale dei campi di battaglia. Baionette storte, lance spezzate,
uniformi stracciate e insanguinate, bossoli di carabine americane, pezzi di
cinturoni, cose inutilizzabili che neppure gli Indiani hanno voluto. A terra,
non una sola cartuccia francese. Sono state sparate tutte.
In mezzo al corral, accanto ai resti macabri, la mano di legno del capitano
Danjou. Jeanningros la fa raccogliere. Diventer la reliquia della Legione
straniera. D'ora in poi ogni anno, conservata in un cofanetto, la mano sar
presentata agli uomini, portata da un ufficiale superiore o da un legionario che
si sia particolarmente distinto in combattimento. Con la bandiera del 1
reggimento straniero, la gloriosa mano di legno riposa nel tempio degli eroi.
I legionari seppelliscono sul posto i loro morti sotto un piccolo tumulo, non
molto lontano dalla hacienda, e gettano i novanta cadaveri messicani abbandonati
sul luogo del combattimento nella grande fossa scavata nella notte, vicino alla
strada.
A La Soledad il capitano Cabossel, il cui convoglio  ora al riparo, apprende
l'indomani dalla bocca dello stesso colonnello Jeanningros la fine della terza
compagnia. Non c' alcun dubbio che, senza il sacrificio di Danjou e dei suoi
uomini, il pesante convoglio e la sua debole scorta di due compagnie non
avrebbero resistito all'assalto del colonnello Milan. Invece dopo il
combattimento alla hacienda, dopo aver perso pi di quattrocento soldati, i suoi
reparti si trovano nell'impossibilit di attaccare con successo. Il colonnello
messicano ha agito con prudenza e, volgendo le spalle al convoglio, ai suoi tre
milioni e ai pezzi d'assedio, alle munizioni e alla gloria di una vittoria pi
redditizia di quella di Camerone, si  messo in marcia per Huatusco e poi per
Jalapa, quartier generale delle truppe liberali.
Dupin, comandante della controguerriglia,  demoralizzato. Si sente responsabile
della morte di Danjou e degli altri perch il combattimento si  svolto in una
zona che aveva l'incarico di controllare.
Per tre settimane braccher le truppe di Milan, con il furore di un vendicatore.
Ma Milan manovra abilmente. Il suo esercito passa attraverso le maglie della
rete tesa da Dupin. Tre settimane di vane imboscate, di inseguimenti
infruttuosi, di marce per arrivare sempre troppo tardi, dopo che Milan ha dato
l'ordine di levare il campo. Ma finalmente una mattina Dupin lo sorprende.
Irrompe immediatamente sulla retroguardia e si batte come un demonio. I suoi
soldati, pensando ai loro compagni di Camerone, non risparmiano nessuno e fanno
letteralmente a pezzi uno dopo l'altro i reparti messicani. Un colonnello viene
catturato vivo. Pi tardi sar scambiato con i dodici sopravvissuti della terza
compagnia. Il tamburino Lai si era sbagliato. Non era il solo ad essere
sopravvissuto al terribile combattimento. Fra gli altri il caporale Berg, l'ex
ufficiale degli zuavi, che appena liberato riceve nuovamente le spalline da
ufficiale e muore quasi subito dopo, ucciso in duello da un altro legionario.
Del resto la maggior parte di questi scampati non rivedr mai pi
Sidi-Bel-Abbs, la propria patria di adozione. La guerra continua e non
mancheranno altri convogli da proteggere e altri assalti cui resistere.
Sulla lastra di pietra che ricopre la fossa comune di Camerone un legionario
incider queste poche parole in latino:
QUOS HIC NON PLUS LX
ADVERSI TOTIUS AGMINIS
MOLES CONSTRAVIT
VITA PRIVS QUAM VIRTUS
MILITES DESERVIT GALLICOS
DIE XX MENSIS APR ANNI MDCCCLXIII
Cio: Furono qui in meno di sessanta, contrapposti a tutto un esercito. La sua
massa li schiacci. La vita, non il coraggio, abbandon questi soldati francesi,
il 20 aprile 1863.
Il 10 ottobre dello stesso anno il colonnello Jeanningros scriver dal comando
al ministro della Guerra per chiedere che la parola Camerone potesse essere
scritta sulla bandiera del reggimento straniero.
Che sua Maest si degni di perpetuare il ricordo di questa battaglia, scrive
Jeanningros, si degni decretare che il nome di Camerone venga aggiunto alla
iscrizione che figura sulla Medaglia del Messico e scritto sulla bandiera del
reggimento.
Gli ufficiali e i soldati del reggimento estero saranno fieri di una cos
gloriosa distinzione. Essi si mostreranno degni della benevolenza del sovrano
che avr acconsentito ad immortalare l'eroismo dei loro camerati di Camerone e
sapranno emulare questo eroismo quando saranno in causa la Francia e
l'imperatore. Il passato risponde dell'avvenire...
Camerone sar iscritto in lettere d'oro sulla bandiera, ma non figurer sulla
medaglia. Esso  il solo nome scritto sulla bandiera della Legione che ricordi
una sconfitta.
A Miramare, l'arciduca Massimiliano legge e rilegge il protocollo che Napoleone
III gli ha appena fatto pervenire, tramite un messaggero. In questo documento
Napoleone annuncia in un primo tempo la riduzione delle truppe del Messico a
venticinquemila uomini e in seguito la loro evacuazione definitiva man mano che
Sua Maest l'Imperatore del Messico riuscir ad organizzare le truppe necessarie
per sostituirle. La Legione straniera al servizio della Francia, composta di
ottomila uomini, rimarr comunque in Messico ancora per sei anni dopo che tutte
le altre forze francesi saranno state richiamate. Lo stesso protocollo gli
assicura una rendita mensile di centoventicinquemila pesos e di
sedicimilaseicentosessanta per la sua consorte, vale a dire un appannaggio di un
milione e settecentomila pesos all'anno.
Carla! grida Massimiliano in presenza dell'inviato imperiale, Carla! Siamo
ricchi! Ci danno un trono e lo accompagnano con una fortuna!
Massimiliano sa che il trono  ben lontano dall'essere saldo e che  stato
necessario l'energico intervento del generale Forey a Citt del Messico per
decidere i conservatori a firmare il proclama dell'impero. Sono state riunite a
fatica duecento persone per compilare questo testo:
I.  La nazione messicana adotta come forma di governo la monarchia ereditaria
moderata, retta da un sovrano cattolico.
II. Il sovrano assumer il titolo di Imperatore del Messico.
III. La corona imperiale viene offerta a Sua maest Imperiale e reale Ferdinando
Massimiliano, arciduca d'Austria, per lui e per i suoi discendenti.
IV. Se in seguito a circostanze impossibili da prevedere Ferdinando Massimiliano
rifiutasse il trono che gli viene offerto, la nazione messicana far appello
alla grande saggezza di Sua Maest Napoleone, Imperatore di Francia, e gli
chieder di designare un altro principe cattolico.
Non  nelle intenzioni di Massimiliano rifiutare questa manna. Egli non conosce
quasi nulla della situazione in Messico ed anche quel che sa gli  stato
riferito dagli emigrati e dunque deformato. La stessa imperatrice Eugenia non ha
fatto conoscere al suo protetto i duri avvertimenti lanciati dal console degli
Stati Uniti. Eppure essi sono stati espressi in maniera pi che esplicita.
Madame, le ha detto il console William Lewis Dayton, la guerra di Secessione
volge al termine e il Nord vincer. La Francia deve abbandonare i suoi progetti
sul Messico, altrimenti l'arciduca d'Austria andr incontro a grandi fastidi.
Permettetemi di assicurarvi che se il Messico non fosse tanto lontano e mio
figlio non fosse ancora un bambino, io stessa lo metterei alla testa dell'armata
francese per fargli scrivere con la sua spada una delle pi brillanti pagine
della storia di questo secolo.
Madame, aveva concluso l'Americano con grande presenza di spirito, vi invito a
ringraziare Dio che il Messico sia tanto lontano e vostro figlio non brandisca
ancora che spade di legno.
Eugenia, pallida dalla rabbia, non aveva tenuto naturalmente in alcun conto
questi consigli e, al contrario, aveva intrecciato una gaia corrispondenza fra
le Tuileries e Miramare. La posta, un impero francese sul continente americano,
valeva la pena di certe menzogne.
Il 14 aprile Massilimiano e Carlotta si imbarcano a bordo della fregata Novara,
salutati dall'incrociatore austriaco Bellone che spara delle salve alle quali
risponde la fregata francese Thmis. Lo yacht imperiale e sei incrociatori col
gran pavese si apprestano a scortare la Novara fino al largo. Il dado  tratto.
Il Messico possiede un imperatore e un'imperatrice.
In questo momento la situazione militare e politica  quasi soddisfacente. Le
truppe francesi occupano la maggior parte delle citt. In certi posti le
popolazioni chiedono le armi e costituiscono le guardie civili. Ma la guerriglia
controlla ancora numerose vallate.
Ho molta fiducia in una prossima soluzione pacifica, scrive il generale Bazaine,
nuovo comandante in capo, al ministro della Guerra. Non si parla pi di Jurez e
del suo governo randagio, e in questo momento non so dove essi siano.
Ottimista, il generale! In realt Jurez tiene tutte le province del nord-est e
riunisce le sue truppe per nuove operazioni. Il 28 maggio la fregata Novara
getta l'ancora nelle acque di Vera Cruz. Non c' nessuno ad attendere i sovrani,
nonostante le istruzioni di Parigi, che ordinavano un ricevimento e un
banchetto. Manifestamente la popolazione della citt non vuole riconoscere il
nuovo imperatore. Il passaggio di Massimiliano e del suo seguito attraverso le
vie deserte non  salutato che dal sinistro gracchiare dei condor.
Non si possono sterminare questi animali ripugnanti? chiede Carlotta
all'ammiraglio che l'accompagna.
Madame, la legge li protegge, perch l'incuria e l'indifferenza degli abitanti
in materia igienica li rende indispensabili. Brutto posto per gli Europei,
aggiunge ancora l'ammiraglio, ce n' un cimitero pieno, laggi.
Massimiliano comincia a capire di essere stato ingannato e che i Messicani non
lo hanno mai voluto. Ma  troppo tardi per tornare indietro. Esita un istante
quando, durante una breve sosta a La Soledad, un messaggero di Jurez gli porge
una nota scritta dal capo degli insorti. E' possibile a un uomo, signore,
soverchiare il diritto degli altri, impadronirsi dei loro beni, assalire coloro
che difendono la loro nazionalit, fare delle loro virt dei crimini; ma c' una
cosa che una simile perversit non pu impedire, ed  il terribile giudizio
della Storia. Massimiliano  costernato. Comincia a balenargli la spaventosa
verit. Viene da nemico in un paese che apertamente non ne vuole sapere di lui.
Non gli restano che due soluzioni o fuggire, tornare in Europa e suscitare il
disprezzo e la derisione verso la sua famiglia, o fare un disperato tentativo
per vincere. Sceglie la seconda soluzione e d ordine al convoglio di riprendere
la marcia verso la capitale, Citt del Messico.
Vi sono in questo momento tre partiti, tre gruppi politici ben distinti. Il
partito liberale e repubblicano che respinge nel modo pi assoluto qualunque
idea monarchica e che costituisce la resistenza sotto il comando di Jurez; il
partito reazionario e clericale, che considera l'impero sua opera personale ed
esige pertanto la riparazione dei danni subiti durante i precedenti regimi; e
infine il partito nazionale puro, portato a sostenere sotto alcuni aspetti il
regime imperiale, ma contrario alla tutela dell'esercito francese. E' sui membri
di questo terzo partito che Massimiliano conta per consolidare il suo regno.
Sin dal suo arrivo nella capitale egli attribuisce loro la maggioranza in quasi
tutti i consigli.
Nelle sue province del nord, Jurez si  organizzato. Ha stabilito contatti
permanenti con gli Stati Uniti, tramite un inviato speciale. Per l'ex presidente
messicano la questione  semplice: resistere e vivere il pi a lungo possibile
perch il trionfo dei nordisti sui sudisti sia definitivo e gli Stati Uniti,
liberi da preoccupazioni interne, lo aiutino. Al contrario la Francia e
Massimiliano hanno interesse ad affrettare la soluzione della crisi ed a
costringere Jurez all'esilio.
L'offensiva contro le province insorte del nord ha inizio in dicembre. E' la
stagione delle piogge e le truppe francesi soffrono le pene dell'inferno.
Malgrado tutto esse si addentrano molto presto nel deserto pietroso ed avanzano
senza incontrare resistenza. Per precauzione Jurez fa rifugiare la sua famiglia
negli Stati Uniti. Inoltre assume personalmente il comando di tutte le truppe
messicane liberali ed organizza la difesa. Pone la sede de] governo a Chihuahua.
Siamo alla fine del 1864 e, nonostante i successi militari degli zuavi e dei
legionari agli ordini di Bazaine, l'influenza francese non si sente nelle
province a sud di Puebla, e gli Stati di Guerrero, di Oajaca e di Chiapas non
hanno riconosciuto l'autorit imperiale. La guerra diventa implacabile e
spietata. Da una parte come dall'altra i prigionieri vengono fucilati e i civili
sospettati di aiutare i guerriglieri vengono mandati a morte senza dar loro
sepoltura. Per essere di esempio.
Il 26 maggio 1865 gli Yankees infliggono il colpo definitivo ai confederati:
viene firmata la Convenzione che pone fine alle ostilit tra gli Stati
americani. La guerra  finita. Per gli Stati Uniti  giunta l'ora di ricordarsi
che l'intervento francese in Messico  la conseguenza di una politica ostile,
d'altronde molto chiaramente manifestata dal riconoscimento del diritto di
belligeranza accordato agli Stati del Sud. Jurez subisce delle sconfitte
militari, ma resta nel Messico e alcune parti del paese lo riconoscono ancora
come presidente. Gli Stati Uniti affermano la loro volont formale di non
tollerare pi un solo soldato europeo sul loro continente. Essi dichiarano di
voler applicare nel modo pi assoluto la dottrina di Monroe. (Questa dottrina,
che data dal 1702, doveva preservare il continente americano da qualunque nuovo
intervento colonizzatore europeo.)
Essi si decidono ad aiutare i liberali, nell'ambito del possibile, e permettono
il reclutamento a New York, a Filadelfia e a Pittsburg di volontari americani
per il Messico. Armi e munizioni vengono spedite alla frontiera controllata da
Jurez. Si annunciano rinforzi di trentamila uomini. Se le truppe straniere non
lasciano il Messico, dichiarano i liberali, questi soldati attraverseranno il
Rio Bravo e si lanceranno nella battaglia.
Bazaine dispone di sessantottomila uomini, dei quali solo la met  in grado di
combattere. Ritiene quindi di poter resistere a lungo all'invasione americana.
L'esercito messicano conservatore, schierato con le truppe imperiali, 
considerato un'entit trascurabile dallo stesso Massimiliano. Ma egli ha torto,
perch quando ne avr bisogno e far appello a lui, esso sar gi passato nel
campo avverso. A Citt del Messico l'imperatore vede i suoi ordini messi in
discussione dai suoi consiglieri messicani. Il governo non dissimula nemmeno pi
la sua ostilit per tutto ci che porta l'impronta della Francia. A dire il vero
Bazaine si comporta un po' da despota. Comanda tutte le armate come intende lui,
impone ammende alla popolazione civile, ordina la requisizione dei mezzi di
trasporto, spadroneggia, senza preoccuparsi nemmeno di avvertire l'imperatore.
Inoltre nei suoi rapporti al ministro della Guerra afferma che la situazione
militare  delle pi favorevoli e che territori pi grandi della Francia sono
ridiventati calmi e pacifici. In realt non va pi bene nulla. Il 29 giugno
l'imperatore scrive: Bisogna dirlo chiaramente, la nostra situazione militare 
delle peggiori. Guanajunto e Guadalajara sono minacciate. La citt di Morlia 
circondata dal nemico. Acapulco  perduta... Oajaca  pressoch sguarnita San
Luis Potosi  in pericolo. Non giungono notizie dal nord...
Massimiliano sollecita nuovamente uomini e danaro. Napoleone, che non vuole la
guerra con gli Stati Uniti, si astiene dall'esaudire le richieste. Non possiamo
prolungare a tempo indeterminato il nostro soggiorno in Messico, scrive il
ministro della guerra a Bazaine. Il rimpatrio dovr iniziare l'inverno prossimo
o, meglio ancora, in autunno. Dopo la partenza delle truppe francesi la Legione
straniera rester al soldo del Messico... E' importante dunque che l'imperatore
Massimiliano si metta in grado di fare a meno di noi...
Bisogna dire che in Francia l'opinione pubblica si mostra pi che favorevole al
rimpatrio dell'esercito. Deve costare molto a Napoleone III abbandonare cos
un'impresa che aveva chiamato la pi gloriosa del suo regno, ma la pressione
degli Americani e l'agitazione dei Francesi sono determinanti. L'esercito
torner in patria.
Massimiliano crede a una finta di Napoleone. E' persuaso che le dichiarazioni
ufficiali siano dettate dalle esigenze della politica e che l'appoggio effettivo
dell'esercito e del tesoro della Francia non gli verr mai a mancare.
Le truppe di Bazaine perdono sempre pi terreno a Nord. Le truppe di Jurez
riconquistano le posizioni perdute durante la grande offensiva del 1864. Il
maresciallo non pu fare altro che limitare un dilagare troppo rapido
dell'insurrezione verso sud, per conservare libere le vie attraverso le quali si
ritireranno le colonne dell'esercito francese verso Vera Cruz e l'oceano. A poco
a poco le guardie rurali istituite dall'imperatore defezionano e si rifiutano di
battersi contro un nemico che sentono vincitore.
I Messicani arruolati nell'esercito imperiale, non ricevendo pi il soldo, non
sono sicuri. Bazaine ne diffida, il che non fa certo aumentare la loro
sicurezza. Molti ufficiali austriaci e belgi, venuti in seguito alla richiesta
dell'imperatrice Carlotta a sostenere il suo sposo, minacciano di rientrare in
Europa, stanchi dei troppi insuccessi e degli incessanti combattimenti.
Massimiliano non capisce pi nulla e si mostra veramente agitato per la ritirata
delle truppe verso l'Atlantico. Egli si scopre impotente e disobbedito.
Non arriva ancora a credere che Napoleone lo abbandoni completamente. Pensa ad
abdicare. L'8 luglio l'imperatrice Carlotta lascia il Messico per Parigi. Ella
vuole tentare di indurre Napoleone a tornare sulla sua decisione. L'imperatore
cerca dapprima di evitare questo penoso colloquio. E' sofferente e si riposa a
Saint-Cloud. Deve tuttavia cedere alle pressanti istanze dell'imperatrice del
Messico. Resta per irriducibile nel suo rifiuto.
Ebbene, abdicheremo! esclama Carlotta.
Abdicate, risponde freddamente Napoleone.
Il colloquio  finito.
In Messico, Massimiliano conta molto sul risultato di questo colloquio. Ha
tentato di fare ricadere la responsabilit degli insuccessi militari su Bazaine,
ma Napoleone non ne ha tenuto conto. Questo per Massimiliano non lo sa. Il
maresciallo riceve da Parigi una nota dopo l'altra che gli chiede di
preoccuparsi sin d'ora di ridurre le enormi spese della spedizione in Messico.
Solo Massimiliano pensa che l'impero possa stare ancora in piedi. La Francia ha
ormai deciso di salvare il salvabile. Era ora. Ogni giorno  segnato dalla
perdita di una citt occupata dagli juaristi. Le diserzioni si contano a
migliaia nei ranghi dei Messicani che spesso cedono le guarnigioni senza
combattere o tradiscono i Francesi dei quali erano prima alleati. Matamoros,
Monterey, Tampico cadono cos nelle mani del nemico. Nella stessa Citt del
Messico vengono scoperti complotti orditi contro l'impero. Gli arresti e le
deportazioni non arginano il flusso repubblicano. Guerriglieri battono le
campagne assaltando le colonne troppo deboli.
Molti funzionari, in previsione della vittoria di Jurez, esitano ad esigere le
imposte e cercano di crearsi delle amicizie nel campo liberale. Massimiliano 
restato veramente il solo a sperare qualcosa dal viaggio dell'imperatrice
Carlotta a Parigi. Eppure il fatto che il 7 battaglione del Cacciatori a piedi,
il 5IO, l'81 di linea, due squadroni di cavalleria, parecchie batterie di
artiglieria e vari elementi del genio hanno ormai preso la strada verso Vera
Cruz dovrebbe rivelargli l'insuccesso del colloquio imperiale.
Se l'imperatore del Messico si fosse trovato accanto a Bazaine quando era giunto
a Vera Cruz, il seguente messaggio di Napoleone, si sarebbe tolto immediatamente
ogni dubbio. Infatti Napoleone scrive al maresciallo: Non ricominciate pi
operazioni in zone lontane, ma mantenete le vostre truppe riunite nei punti
strategici in modo da poter respingere qualsiasi attacco ed imbarcarvi
facilmente.
Perch questa fretta di abbandonare il campo? Forse Napoleone si augura una
rapida abdicazione di Massimiliano, sperando che gli Stati Uniti gliene saranno
grati ed acconsentiranno allora a favorire lo stabilirsi di un nuovo governo che
possa salvaguardare gli interessi e la dignit della Francia. Forse nella sua
bella propriet di Biarritz pensa a quest'ultima risorsa.
Massimiliano pensa ad abdicare. L'assenza dell'imperatrice gli pesa, tanto pi
che nutre preoccupazioni sul suo stato mentale. Le notizie che riceve dalla
Francia non fanno che aumentare la sua preoccupazione e il peso delle
responsabilit lo schiaccia. L'avvenire lo spaventa. Abbandona Citt del Messico
per Orizaba. Tutti sono convinti che stia per imbarcarsi a Vera Cruz. Ma egli
rimane in Messico. E' deciso a lasciare il paese, ma prima di abdicare desidera
che la Francia si impegni a rimpatriare le truppe austriache e belghe e che
vengano prese diverse misure di ordine economico nei riguardi dei membri della
sua corte. Desidera poi che si instauri in Messico un governo solido per
proteggere gli interessi compromessi. Niente di irrealizzabile per il governo
francese, a condizione di ottenere il benestare degli Stati Uniti e di scartare
Jurez da tutte le combinazioni. Ci si ferma su Ortega, un generale juarista
vittorioso e, cosa pi importante, ex presidente della corte suprema, dunque
successore legale di Jurez secondo la costituzione del 1857.
Gli Americani sono assai lontani dall'essere d'accordo in questo senso. Essi
inviano presso il governo liberale, a Chihuahua, due rappresentanti ufficiali:
Campbell ed il generale Sherman. Grant, gi invitato, ha trovato una scusa. Al
Congresso, tutte le discussioni si inperniano sull'opportunit di una guerra con
la Francia a proposito del Messico. Per gli Stati Uniti  valido un solo
governo, quello del presidente Jurez.
Stranamente in Messico i partigiani liberali si riavvicinano a Bazaine, dal
quale contano di ricevere il potere, mentre gli alleati del partito conservatore
se ne allontanano, sapendo che gli interventi francesi non hanno altro scopo che
quello di finirla con l'impero del quale sono vissuti e del quale intendono
vivere ancora un po'. Sostenuto da questi conservatori, Massimiliano decide di
restare, di non abdicare pi. Il 13 dicembre, Napoleone invia a Bazaine l'ordine
di far rimpatriare la Legione straniera e tutti i Francesi, soldati e civili,
che desiderino rientrare, cos come le legioni austriache e belghe, se esse lo
chiedono.
Siamo all'inizio del 1867 e la strada per Vera Cruz  sempre pi ingombra di
convogli, di colonne che si avviano all'imbarco e di materiale da evacuare. La
ritirata si effettua non senza difficolt. Da tutte le parti sbucano bande
armate, anche se esse sono in realt pi interessate al saccheggio che alla
rivoluzione trionfante. Gli uomini che erano stati braccati dalla Legione e dai
controguerriglieri di Dupin escono dall'ombra e dai segreti tuguri con le armi
in pugno. Il 20 gennaio i Belgi, che l'imperatore Massimiliano ha sciolto dal
loro impegno, si imbarcano sulla fregata francese Rhone e rientrano in Europa.
Fra Puebla e Vera Cruz regna la massima agitazione. La rapidissima avanzata
delle unit liberali minaccia di tagliare la strada all'evacuazione. Allettati
dalle ricchezze portate via dai civili, gli juaristi cercano di bloccare
l'emorragia. La Legione straniera si installa quindi ancora una volta nelle
Terre calde, a La Soledad, a Camerone, a Paso del Macho.
L'insurrezione diventa generale. Non passa giorno, nelle Terre calde, senza che
pattuglie e convogli cadano in qualche imboscata. La lista degli uccisi si
allunga smisuratamente. Sugli altopiani, sotto la costante pressione dei
guerriglieri di Jurez, le popolazioni civili si schierano contro l'impero.
Intere citt chiamano in loro soccorso i liberali ed assicurano loro di
sostenerli. Un ultimo tentativo dei generali francesi presso Massimiliano per
ottenerne l'abdicazione fallisce.
Se debbo scendere dal trono, si sentono rispondere, scender a testa alta.
L'imperatore non vuole capitolare mentre una parte dei suoi sostenitori pretende
ancora di difendere l'impero. Napoleone  esplicito. In un altro messaggio egli
dice a Bazaine: Non forzate l'imperatore ad abdicare, ma non ritardate la
partenza delle truppe. Rimpatriate tutti coloro che non vogliono restare...
Gli ultimi posti tenuti dai Francesi vengono man mano consegnati alle truppe
messicane imperiali. La polvere da sparo, troppo ingombrante da trasportare,
viene buttata nei fossati delle cittadelle, i cavalli venduti all'asta, i
proiettili distrutti.
Il 3 febbraio Bazaine si rivolge agli abitanti di Citt del Messico per
annunciare loro la partenza definitiva dell'esercito. Nei quattro anni che ha
soggiornato nella vostra bella capitale, esso non ha potuto che rallegrarsi
delle simpatiche relazioni stabilitesi col vostro popolo... Vi faccio tutti gli
auguri per la felicit della cavalleresca nazione messicana. Tutti i nostri
sforzi sono stati tesi al raggiungimento della pace interna. La nostra missione
non ha mai avuto altro obiettivo e non  mai stato nelle nostre intenzioni
imporvi una forma qualunque di governo contraria ai vostri sentimenti.
Neppure una parola dell'imperatore. Il 5 febbraio, alle dieci del mattino,
fanfara in testa, il maresciallo d l'ordine di abbandonare Citt del Messico.
Le finestre del palazzo sono sbarrate. Sulla strada, le colonne liberali
guardano passare i Francesi senza attaccarli. Si accontentano di occupare
immediatamente i posti lasciati liberi dalle truppe rimpatriate.
Non un colpo di fucile viene sparato dalla citt al mare. Dal 18 al 24 febbraio
il generale Jeanningros, da poco promosso di grado, si imbarca alla testa della
sua Legione. Il 10 marzo la maggior parte delle truppe ha preso il largo. Non
restano che ottomilaseicento uomini, scaglionati tra Paso del Macho e Vera Cruz.
In seguito a segreti accordi, il liberali hanno liberato tutti i prigionieri di
nazionalit francese, ma hanno rifiutato la liberazione degli Austriaci.
Le trenta navi da trasporto della Flotta e i sette piroscafi della Compagnia
transatlantica levano l'ancora l'11 marzo. A scaglioni le truppe di retroguardia
hanno ripiegato su Vera Cruz e si sono a loro volta imbarcate. La squadra
corazzata ne assicura la protezione. Bazaine sale sul Soverain il mattino
dell'11 marzo. L'ultimo soldato francese lascia il Messico.
Nel paese la situazione precipita con spaventosa rapidit. Le forze dell'impero
arrivano a diciassettemila uomini e ad una dozzina di batterie. Novemila tengono
ancora Queretaro, cinquemila sono impiegate nella difesa di Citt del Messico e
tremila continuano ad occupare Puebla. I liberali dispongono di un numero
quattro volte maggiore di truppe. Escobedo scende dal nord con dodicimila
uomini, Corona dall'ovest con ottomila. Regules avanza su Queretaro con seimila
soldati e cavalieri. Palacio conta settemila fanti a nord della capitale,
Porfirio Diaz ottomila davanti a Puebla. Altri generali juaristi comandano
solide unit nelle Terre calde o nello Stato della Huasteca. La vittoria  ormai
certa; tanto pi che le casse imperiali sono vuote e il soldo non pu essere
pagato.
Tuttavia Massimiliano ha conservato la sua guardia austriaca, ottocento uomini e
duecento cavalieri. Una goccia in mezzo al mare.
Il 2 aprile Porfirio Diaz invade Puebla, travolge le difese, fa fucilare gli
ufficiali caduti vivi nelle sue mani e minaccia di agire allo stesso modo col
resto della guarnigione se i forti che ancora resistono non si arrendono. Gli
ultimi focolai di resistenza capitolano il 4. Duemila uomini, civili e soldati,
sono tuttavia riusciti a fuggire da Puebla, agli ordini del generale imperiale
Marquez, e a raggiungere Citt del Messico. Il disordine  tanto grande che Diaz
potrebbe penetrare immediatamente nella capitale. Tuttavia non osa e si
accontenta di circondarla.
Marquez si rivela un ufficiale dotato di particolare crudelt. Donne e bambini
vengono lasciati privi di cibo. Tra i settemila uomini incaricati ora della
difesa dell'ultimo baluardo dell'impero regna il terrore. Massimiliano si  da
tempo rifugiato a Queretaro. Sar tradito dal colonnello che comanda il
reggimento dell'imperatrice, Lopez, il quale nella notte tra il 14 e il 15
maggio apre agli juaristi una porta della citt, situata nel convento de La
Cruz, dove risiede Massimiliano.
Sarebbe facile per i liberali far prigioniero l'imperatore, ma questo atto
ripugna agli ufficiali. Egli  stato consegnato loro per tradimento ed essi si
rifiutano di impadronirsi subito della sua persona. Sorprese nei loro
acquartieramenti, le truppe imperiali non oppongono alcuna resistenza.
Massimiliano, svegliato dal suo aiutante di campo, si veste ed esce.
Davanti alla casa  schierato un battaglione juarista.
Que pasan, son paisanos. ordina un colonnello juarista. Lasciate passare, sono
civili. L'ufficiale ha riconosciuto l'imperatore, ma lo lascia fuggire.
Massimiliano rifiuta, fa alzare ]a bandiera e consegna la spada a Escobedo.
Quindici generali, venti colonnelli, trecentosessanta ufficiali di ogni grado
sono fatti prigionieri. Mendez, comandante imperiale di Queretaro, si nasconde.
Scoperto, viene immediatamente passato per le armi.
Massimiliano si fa strane illusioni sulle disposizioni di Jurez nei suoi
confronti. Il 27 maggio gli spedisce questo messaggio: Desidero intrattenermi
con voi su questioni gravi e di grande importanza per il paese. Siccome voi
siete un amico appassionato, spero non mi rifiuterete un colloquio. Sono pronto
a venire da voi nonostante le fatiche della mia malattia.
Nessuna risposta. I generali Miramon e Mejia, caduti nelle mani di Escobedo
assieme all'imperatore, gli avevano predetto questo rifiuto. Ma Massimiliano
s'intestardisce nella sua pretesa di incontrarsi con Jurez. Ignora che si sta
gi costituendo una corte marziale per giudicare lui e i suoi due generali.
Gli ufficiali di grado inferiore compaiono subito davanti ad un tribunale
militare e sono condannati a quattro, cinque, sei anni di carcere. Gli ufficiali
austriaci vengono sottoposti a crudeli maltrattamenti, poi incarcerati senza
processo.
Il 13 giugno si riunisce la corte marziale. Massimiliano non si presenta per due
motivi: per la sua malattia e perch non riconosce quel tribunale. La sua difesa
 assicurata da Ortega e Vasquez. Il 14 l'imperatore, Miramon e Mejia vengono
condannati a morte, nonostante gli sforzi dei loro avvocati. Il governo prova un
inesprimibile rammarico nel prendere questa decisione, dalla quale dipende la
pace futura, dichiara il procuratore Lerdo de Tejada. Se il governo commette un
errore, esso non sar il risultato di alcuna pressione morale; lo avremo
commesso con la coscienza tranquilla....
Si fanno dei passi presso Jurez per chiedergli clemenza. Non  possibile capire
oggi la necessit e la giustizia che dettano l'inflessibilit del governo,
risponde il presidente liberale. Il tempo lo far. La legge e la sentenza sono
in questo momento inesorabili perch cos esige il bene pubblico.
Sorvegliato a vista in una cella del convento di Las Capuchinas, Massimiliano
non gode di alcun riguardo particolare, nonostante le gravi crisi di dissenteria
di cui soffre. Scrive a Jurez un'ultima volta chiedendogli di non versare che
il suo sangue e risparmiare Miramon e Mejia.
Il 19 giugno, davanti al plotone d'esecuzione del Cerro de la Campana, con voce
chiara e ferma l'imperatore pronuncia poche parole. Ricorda che il suo solo
desiderio  stato il bene del popolo messicano. Muoio per una causa giusta,
quella dell'indipendenza del Messico. Che col mio sangue cessino i dolori della
mia nuova patria. Viva il Messico!
Anche Miramon pronuncia qualche parola. Mejia resta in silenzio.
Massimiliano riceve cinque colpi nel ventre e nel petto. Caduto, respira ancora.
Due soldati si avvicinano, ricaricano il fucile e sparano a bruciapelo. I due
colpi non lo finiscono. Un terzo soldato si avvicina, spara. Il proiettile
penetra nel fianco destro e brucia il vestito dell'imperatore. Un domestico gli
getta addosso un po' d'acqua. Un ultimo proiettile finisce lo sventurato
Massimiliano.
La capitolazione del Messico viene firmata nella notte tra il 20 e il 21 giugno.
All'alba le truppe di Porfirio Diaz occupano la capitale. Parecchi generali
vengono fucilati. Marquez riesce a fuggire dalla citt e lascia il Messico. Vera
Cruz cade il 28 giugno. Tutto il territorio  ormai sotto il controllo dei
liberali. Il 15 luglio Jurez ristabilisce la sede del suo governo nella
capitale. Il presidente viene confermato nelle sue funzioni da una votazione
generale. La morte di Massimiliano diventa una minaccia terribile per coloro che
potrebbero essere tentati di restaurare una monarchia in Messico.
L'avventura messicana  costata cara alla Francia. E per niente. L'unica che ci
abbia guadagnato in questa lunga guerra imperialista  stata la Legione, alla
quale, l'indomani di una sconfitta, Napoleone ha accordato il diritto di
iscrivere nella sua bandiera il nome di Camerone.
Il prestigio della Francia non esce certo ingrandito dall'avventura, alle soglie
della crisi del 1870. Tutti sono unanimi nel criticare questa follia messicana,
soprattutto dopo il miserevole esito. Nel Corpo Legislativo un deputato accusa
il governo esclamando: Ho tutto il diritto di dire che in un paese libero
sareste messi sotto accusa. Pi realistico, Thiers rimpiange i sei o settecento
milioni persi ma, riprendendo le parole di Emile Ollivier: Mai attentato contro
il diritto delle nazionalit  stato tanto presto e tanto terribilmente punito.
Massimiliano  stato fucilato. Jecker cadr sotto i colpi della Comune. Morny
morir a cinquantaquattro anni per aver vissuto troppo bene. Forey, il generale,
morir di paralisi nel 1872, cio poco dopo il suo rientro dal Messico. Bazaine
dopo aver capitolato a Metz verr condannato a morte. L'imperatrice Carlotta
rester la sola testimone dell'avventura. Completamente pazza, si spegner
lentamente, nell'incoscienza totale. In quest'avventura insensata, nessuno ci ha
guadagnato nulla, ma la Francia ha perduto molto. Perch?

Fine.






