Le parole di Stefano Bonaccini hanno fatto discutere.
L'ex presidente del Partito Democratico ha osservato che una parte consistente degli elettori che sostengono Trump, Le Pen, l'AfD tedesca o Giorgia Meloni appartiene spesso alle fasce meno istruite, economicamente pi fragili e residenti nelle periferie o nelle aree interne.Molti hanno letto queste affermazioni come un'offesa.In realt, l'aspetto pi interessante non  il giudizio sugli elettori, ma ci che quelle parole rivelano sul rapporto tra la sinistra e il suo storico elettorato.
Per gran parte del Novecento la sinistra si  presentata come la voce degli operai, degli impiegati, degli artigiani e delle classi popolari.
Oggi, invece, appare sempre pi rappresentativa dei ceti istruiti e benestanti delle grandi citt. Nel frattempo, molti lavoratori, pensionati, piccoli imprenditori e cittadini delle periferie hanno progressivamente spostato il proprio consenso verso partiti conservatori o sovranisti.Liquidare questo fenomeno come una semplice conseguenza della minore istruzione degli elettori significa per ignorare una questione fondamentale.
Chi vive ogni giorno le difficolt economiche, l'aumento del costo della vita, il peggioramento di alcuni servizi pubblici, i problemi della sanit territoriale o la perdita del potere d'acquisto non ha bisogno di statistiche per accorgersene.
Pu interpretare male le cause di questi problemi, ma difficilmente pu negare la propria esperienza.
E' qui che emerge una delle principali debolezze della sinistra contemporanea.
Troppo spesso il disagio sociale viene considerato una "percezione" da correggere anzich una realt da comprendere.
Invece di ascoltare chi esprime malcontento, si tende a spiegargli perch quel malcontento sarebbe frutto di disinformazione, paura o scarsa consapevolezza.
In questo contesto il termine populismo  diventato una parola chiave del dibattito pubblico.
Naturalmente il populismo esiste e spesso propone soluzioni semplicistiche a problemi complessi.Tuttavia, negli ultimi anni, la parola viene frequentemente utilizzata come un'etichetta per squalificare critiche che meriterebbero invece di essere discusse nel merito.
Se un cittadino denuncia il peggioramento dei servizi pubblici, la difficolt di arrivare a fine mese o l'abbandono delle periferie, la risposta non dovrebbe essere l'accusa di populismo, ma il confronto sulle ragioni di quel disagio.
Altrimenti il rischio  che il populismo diventi non una categoria politica, ma un modo elegante per dire al popolo che ha torto.Anche alcuni episodi simbolici contribuiscono ad alimentare questa percezione di distanza.
Matteo Renzi ha raccontato sui social di aver incontrato la sera del 12 agosto l'ex premier canadese Justin Trudeau all'esclusivo Hotel Cala di Volpe, in Costa Smeralda, durante una serata con il concerto di Katy Perry. I prezzi dell'ingresso oscillavano fra i 5000 e i 15000 euro.
Renzi ha spiegato di aver discusso con Trudeau delle "prossime sfide da affrontare per i progressisti in tutto il pianeta", per poi soffermarsi sul carattere divertente della serata e sulla battuta secondo cui "i kraken non fanno roar". Non c' nulla di sbagliato nel partecipare a eventi di lusso o nel confrontarsi con leader internazionali.
Tuttavia l'immagine ha un valore simbolico difficile da ignorare.
Mentre molte famiglie fanno i conti con stipendi insufficienti, bollette elevate, sanit in difficolt e crescente precariet, il progressismo sembra discutere del proprio futuro in contesti sempre pi esclusivi e lontani dalla vita quotidiana della maggioranza delle persone.Forse  proprio questa la questione che emerge dalle parole di Bonaccini e da episodi come quello della Costa Smeralda.
Una parte della sinistra sembra aver smesso di considerare il popolo come il soggetto da rappresentare e ha iniziato a guardarlo come un problema da rieducare.
E quando le classi popolari non seguono pi le indicazioni delle lite politiche e culturali, la spiegazione pi comoda diventa spesso una sola: il populismo.Ma una forza politica che non si interroga sulle ragioni dell'allontanamento del proprio elettorato rischia di scambiare la causa con l'effetto.
Prima di denunciare il populismo, forse dovrebbe chiedersi perch una parte crescente del popolo non si senta pi rappresentata da chi, per tradizione e storia, avrebbe dovuto esserne la voce.Adriano Marchetto.
Articolo adattato dalla Fondazione Ezio Galiano, su progetto dell'ingegner Guido Ruggeri, per consentirne la lettura ai disabili visivi.
