Jasmina El Shouraky: Le mutilazioni genitali femminili sono diverse dalle altre forme di violenza di genere: sono le donne a praticarle.

Rompere silenzio e pregiudizio aiuta chi le ha subte.
Jasmina El Shouraky  un'attivista e ambassador di Y-ACT, il progetto di Amref contro la mutilazione genitale femminile. Nella cornice degli Africa Days ci parla di questo fenomeno ancora molto radicato: in Italia, ben 16 mila ragazze sono a rischio.

DI ALBACHIARA RE.

Jasmina El Shouraky ha 22 anni, una laurea triennale in psicologia, una specializzazione iniziata da poco all'Universit Cattolica di Milano. Una vita comune a molte altre sue coetanee, ma che per  arricchita dal suo attivismo, dall'impegno, al fianco di Amref attraverso il progetto Y-ACT contro la mutilazione genitale femminile. Un fenomeno che, da italiana di seconda generazione, ha imparato a conoscere lontano dalla terra d'origine dei suoi genitori, l'Egitto. Anzi, una delle cose che mi hanno stupito di pi quando ho iniziato ad approcciarmi a questo tema  che si continuasse a praticare anche l. Credevo che fosse ancora comune in contesti rurali, magari in paesi molto distanti geograficamente dall'Italia. Ho capito quanto fossi ignorante e indifferente su questo argomento, mi dice quando ci sentiamo dopo il suo intervento alla Festa dei Popoli di Thiene, un evento organizzato nella cornice degli Africa Days, il mese di iniziative organizzato da Amref per sensibilizzare e fare divulgazione su problemi, progetti e opportunit che coinvolgono il continente africano.

I dati sulle mutilazioni genitali femminili (MGF) in Europa e in Italia non sono affatto numeri trascurabili: 600 mila donne in tutto il continente, di cui 88 mila solo nel nostro Paese.

Sono per la maggioranza donne che hanno subito questa violenza nei loro paesi d'origine (prevalentemente localizzati in Africa e Asia ndr.) e che ora vivono in Europa e in Italia. L'immigrazione scoraggia il ricorso a questa pratica, anche se questo non ci deve portare a sottovalutare il rischio: secondo uno studio condotto dalla dottoressa Farina dell'Universit Milano Bicocca, in Italia sono 16 mila le ragazze, dai 15 anni in gi, che potrebbero essere a rischio. Sono davvero tante e, anche essendo lontane dal contesto culturale che richiede di praticare questo abuso, la pressione sociale resta. Rimane un elemento culturale ancora molto ben radicato.

Le MGF sono una delle tante forme di violenza di genere con cui le donne nel mondo si trovano a dover fare i conti. Ma cosa pensa le distingua dalle altre?

La visione pi comune che abbiamo della violenza di genere  quella di uomo nei confronti di una donna. Ma nelle MGF non  cos:  una pratica che viene fatta prevalentemente da donne sulle donne. Le tagliatrici sono membri della propria famiglia o della propria comunit, ma sono donne. Per, questo abuso va inserito in una cornice ben precisa: quella patriarcale, in cui l'esperienza di vita di una donna deve essere sempre collegata alla sofferenza e dove si cerca il pieno controllo della sua sessualit. In certe culture, viene celebrato come un rito di passaggio verso l'et adulta, un modo per garantire alle proprie figlie di trovare marito o addirittura come una norma igienica. Ma rimarr sempre non solo una forma di violenza di genere, ma una violazione dei diritti umani.

Cosa significa crescere in un contesto in cui le mutilazioni assumono un valore cos importante nel percorso di vita di una donna? Penso soprattutto a chi decide di interrompere questa tradizione.

Non  qualcosa che ho sperimentato in prima persona, ma la mia esperienza con Y-ACT mi ha insegnato che questo fenomeno non si conosce mai davvero cos a fondo, che ogni donna ha la sua storia, il suo vissuto. In certi casi, la mancata pratica significa esclusione dalla propria comunit, essere costretta ad abbandonare il proprio nucleo familiare, villaggio.  una norma molto ben codificata, quindi non seguirla vuol dire una totale esclusione sociale e questo sappiamo quanto possa essere difficile. In altri casi, diventa un modo per spezzare una catena di tradizioni millenaria: nella maggior parte dei casi, una donna che non viene praticata continuer a non farlo con sua figlia.

Come ci si approccia alle donne che hanno subito questo tipo di violenza?

Bisogna creare un spazio sicuro, non giudicante. Pu sembrare semplice, ma non lo . Soprattutto per l'occhio occidentale che fa presto a esprimere un giudizio, ma non cerca di capirne le causa, il contesto. E questo atteggiamento  davvero controproducente. Sono argomenti delicati, quindi non si pu entrare subito a gamba tesa: bisogna lasciare alle donne il tempo di raccontare la propria storia e, da parte di noi attivisti o psicoterapeuti, dare tutta la propria disponibilit all'ascolto.

C' sempre una certa retorica quando si parla delle donne che hanno subito violenza di genere: spesso sono vittime o sopravvissute. Come parlano di loro le donne praticate?

Anche in questo caso,  opportuno non generalizzare. C' chi si definisce in questo modo, ma anche chi non lo fa e non accetta assolutamente questa definizione. Molte, con il tempo, sono riuscite ad avere una vita normale, anche dei rapporti sessuali soddisfacenti. Credo che il punto sia proprio lasciare alle donne praticate la possibilit di riappropriarsi della propria storia, rompere il silenzio attorno a questo argomento.  un grosso tab e non parlarne aiuta questa pratica a essere tramandata. Invece, se le donne iniziano a raccontarsi, a capire come si sentono, a spiegare cosa  accaduto a loro, che conseguenze ha avuto, si pu creare una rete di supporto molto solida.


Accennava al fatto che sapere che le MGF si praticassero in Egitto l'ha shoccata. Forse il fatto che questo sia un problema che lambisce anche la nostra quotidianit o persone a noi vicine ce ne d la vera percezione.

Per me  stata una realizzazione importantissima mi sono detta: non avviene nel piccolo villaggio sul cuzzolo della montagna, che comunque non lo renderebbe meno grave, ma in un contesto a me vicino. E sa questo come si traduce? In totale impreparazione da parte di specialisti o persone con cui queste donne si relazionano ogni giorno. Prima, parlavamo di 88mila donne solo in Italia immagini cosa significhi per loro andare da un ginecologo che non conosce minimamente questa situazione, o in un consultorio che non riesce a fornire informazioni basilari come il grave rischio di infezioni urinarie o i problemi in gravidanza. O pensi a una bambina che va nel suo paese d'origine per essere praticata, torna in Italia e non riesce ad avere un sostegno psicologico adeguato. Sa, il patriarcato cerca continuamente di desensibilizzarci dalle micro e macro aggressioni che dobbiamo subire costantemente in quanto donne, ma poi quanto accade ha conseguenze su di noi e su chi ci sta intorno.

A proposito di questo, non abbiamo mai parlato di uomini finora. Sembra quasi che le figure maschili, all'interno della famiglia, vengano completamente tenute all'oscuro.

Esatto, non vengono praticamente mai coinvolti. Forse,  l'Egitto a fare eccezione perch c' il fenomeno, abbastanza diffuso, della medicalizzazione: le MGF vengono effettuate come un'operazione medica. Ovviamente, questo d ai genitori l'idea che stiano portando la propria figlia in un ambiente sicuro, sterilizzato e con uno specialista esperto che si occupa di questo. Rimane comunque una pratica illegale.

Ma possono essere d'aiuto alle donne in questa battaglia?

Assolutamente s. Uno dei motivi per cui vengono praticate le mutilazioni  permettere alla donna di trovare un buon marito: una donna praticata  simbolo di purezza. Gli uomini non capiscono bene poi quali conseguenze pu avere sulla vita e il piacere sessuale, sul benessere psicologico e fisico della propria partner: spesso, realizzano tutto questo dopo il matrimonio. E, infatti, negli ultimi tempi, soprattutto gli uomini pi giovani, dicono di non volere assolutamente questo in una compagna. Quindi possono essere degli alleati importantissimi: in societ dalle strutture patriarcali come le nostre, gli uomini possono aiutare a far scomparire questa pratica.


Liberarsi da questi costrutti maschilisti  una delle tante sfaccettature dell'emancipazione femminile. Da attivista, cosa considera emancipazione?

Poter avere e usare la propria voce, sia per se stessi che per chi non riesce a farlo. Oltre a lottare per non essere oppresse, mutilate o uccise, noi donne dobbiamo appropriarci della nostra voce. avere il diritto di raccontare la nostra storia, di non farci definire dagli altri e decidere per noi stesse. Come donne, dobbiamo continuamente sopravvivere al patriarcato e questi sono i mezzi che possiamo utilizzare per non soccombere.

Nel riappropriarsi della sua storia, quanto ha contato l'esperienza di essere un'italiana di seconda generazione?

 qualcosa di unico, particolare e doloroso. Dico sempre che non si  n carne n pesce: nel mio caso, non mi sento n egiziana, n italiana. Il razzismo che ho subto sin da bambina, come buona parte delle persone afrodiscendenti in Italia, mi ha costretto non solo a maturare molto presto, ma anche a chiedermi sin da subito quale fosse la mia vera identit. E, dal punto di vista psicologico,  qualcosa che inizia a formarsi in adolescenza, mentre io gi da bambina dovevo iniziare a capire chi fossi. Inoltre, mi veniva chiesto lo sforzo di difendere i miei connazionali, di distinguermi perch in Italia si tende a generalizzare, a estendere un giudizio negativo di uno nei confronti di tutti.

Con casi come quello di Modena, si riapre il dibattito sull'integrazione, su quanto possa considerarsi italiano qualcuno che  nato qui, ma che ha i genitori stranieri.

Guardi, io non ho vissuto il calvario della cittadinanza perch i miei genitori sono arrivati molto giovani in Italia e quando sono nata ce l'avevano gi. Ho scoperto solo da adulta quanto fosse difficile essere cittadini come tutti gli altri, nonostante si fosse nati e cresciuti qui. Solo che credo alla base ci sia un ragionamento sbagliato: mi  stato chiesto continuamente se mi sentissi italiana o egiziana. Ma  una domanda sbagliata, concepita dagli autoctoni, siano essi egiziani o italiani, che sentono l'esigenza di incasellarti, di darti un'etichetta. Ma questo discorso non vale per le seconde generazioni.

Perch?

Riconosco la mia italianit e non si elimina se mi sento anche egiziana. Io non sono n l'uno, n l'altro, sono qualcosa di diverso, di nuovo. Quella domanda  inutile, non mi serve. Per tanto tempo ho provato a darmi un'etichetta, ma non mi descriveva mai perfettamente. Le nuove generazioni sono un fenomeno nuovo, di cui ancora non si sa tantissimo. Ma noi siamo qui, lo stiamo costruendo.


Senza volersi dare etichette, non parlando di Egitto o Italia, come si presenterebbe a qualcuno allora?

All'estero, dico che sono un'italiana con origini egiziane. Per, se dovessi fare un discorso pi complesso, a cui sono arrivata con tanta fatica, direi che sono cittadina del mondo anzi, che sto contribuendo, insieme agli altri, a creare qualcosa di completamente diverso.

