Tra dire e non dire, il pericolo  il silenzio connivente.
Don Francesco RomanoDon Cosimo Scordato.
"In un'epoca e in un paese in cui tutti si fanno in quattro per proclamare opinioni o giudizi, il signor Palomar ha preso l'abitudine di mordersi la lingua tre volte prima di fare qualsiasi affermazione.
Se al terzo morso di lingua  ancora convinto della cosa che stava per dire, la dice; se no, sta zitto.
Di fatto passa settimane e mesi interi in silenzio". (Palomar, in I. Calvino, Romanzi e racconti, a cura di M. Barenghi e B. Falcetto, Mondadori Milano 1994, p. 960). Bella considerazione quella di Palomar a fronte di una esperienza, spesso imbarazzante, nella quale avviene il contrario; assistiamo alla corsa di chi deve prendere la parola per primo monopolizzando il discorso e sovrastando con la propria voce quella degli altri.
Anche noi, pur condividendo questa considerazione di Calvino, avvertiamo di entrare in una condizione contraddittoria nella misura in cui, parlando o scrivendo, in qualche modo ci ritagliamo una strada privilegiata per raggiungere qualche interlocutore.
Questa strada, per,  a senso unico perch il nostro interlocutore, una volta raggiunto, pu accettare o rifiutare, ma non pu interloquire direttamente con noi.
Per toglierci da questa situazione ci viene incontro lo stesso Calvino perch il signor Palomar  convinto che "in tempi di generale silenzio, il conformarsi al tacere dei pi  certo colpevole". Di fronte alle tante contraddizioni della vita e della storia umana il silenzio corre il rischio di essere connivente con dette contraddizioni (sociali, politiche, economiche). Vale la pena, allora, prendere la parola ma non per elevarla sopra le parole degli altri, ma per poter "dire la propria", cercando di offrire argomentazioni che rendano plausibile quello che pensiamo e che vorremmo condividere.
Ma, a sua volta, chi decide sulla plausibilit dell'argomentazione proposta? Per dirla con Danilo Dolci, anche qui si rischia un rapporto "trasmissivo", perch non prevede l'interlocuzione con le argomentazioni dell'altro; spesso, infatti, i cosiddetti mezzi di comunicazione di massa non promuovono la comunicazione tra le persone, piuttosto cercano di influenzare e condizionare l'opinione pubblica.
Ma allora: vale la pena parlare o non parlare? Scrivere o non scrivere? O semplicemente restare in silenzio? Anche qui il signor Palomar ci viene incontro: "Un silenzio pu servire a escludere certe parole oppure a tenerle in serbo perch possano essere usate in una occasione migliore.
Cos come una parola detta adesso pu risparmiarne cento domani oppure obbligare a dirne altre mille".
A questo punto ci risuona il detto siciliano: "A megghiu parola  chidda ca nun si dici", "La migliore parola  quella che non si dice". Non ci sembra che sia questa la soluzione.
Piuttosto col libro dell'Ecclesiaste ci viene di affermare: C' un tempo di restare in silenzio per riflettere e cercare di capire meglio, oltre che per potere ascoltare rispettosamente coloro che ci parlano, e c' un tempo di prendere la parola a ragion veduta, al tempo giusto e con i modi adeguati senza offendere nessun interlocutore.
Ma attenzione, ogni parola ha un contenuto, ma non ha il compito di contenerlo, ovvero di rinchiuderlo; piuttosto ogni contenuto, ogni spunto della ricerca umana cercher continuamente ospitalit in una riformulazione della parola (verbale e non verbale). Il dia-logo, senza alcuna presunzione, resta la modalit necessaria per rendere sempre pi libera la parola per non farla coincidere con noi stessi.
All'interno di questo circuito di pensieri sollecitatoci dal signor Palomar, resta bella l'esperienza che noi "cerchiamo le parole" per comunicare, comprendere ed essere compresi, ma altrettanto, probabilmente, la Parola cerca ciascuno di noi per una ospitalit sempre pi ampia, capace di dare spazio a risonanze, espressioni, evocazioni che sgorgano dal cuore di ogni persona e andare oltre.
