l'intervista.
"Abbiamo fatto bene ad andare via presto". Marco Giardino, professore di Geodiversit glaciale e vicepresidente della Fondazione Glaciologica Italiana, docente dell'Universit di Torino, si trovava a pochi passi dal punto in cui, nelle ore successive, una parte della montagna si  staccata.
Era sul Monviso insieme alla Carovana dei ghiacciai di Legambiente per documentare lo stato del ghiacciaio.
Professore, eravate proprio l poche ore prima del crollo.
Cosa avete trovato?
"C'erano tutti gli elementi per capire che quell'area  instabile.
Dopo che siamo andati via, in serata,  successo quello che abbiamo visto tutti".
Il cambiamento climatico ha avuto un ruolo?
"Quello che  avvenuto sopra i 3.500 metri dimostra quanto le montagne stiano soffrendo il riscaldamento globale.
A quelle quote c' il permafrost, che si sta degradando.
La minore copertura nevosa lascia la roccia esposta alla radiazione solare che la riscalda pi rapidamente.
In alcuni casi si arriva al distacco".
Dobbiamo aspettarci sempre pi episodi di questo tipo?
"Dobbiamo soprattutto imparare ad adattarci.
E' necessario aumentare gli sforzi di monitoraggio e tenersi lontani dalle aree pi pericolose.
Monitorare non significa creare terrore, ma dare alle persone maggiore consapevolezza e impedire che vengano mandate allo sbaraglio.
Nel caso del Monviso alcuni sentieri erano gi stati deviati prima del crollo, proprio perch si  a conoscenza della situazione".
E i ghiacciai del Monviso, in che condizioni sono?
"Sono estremamente ridotti.
Sopravvivono piccole placche: il Coolidge c' ancora ma siamo vicini all'estinzione.
Ormai parliamo pi correttamente di glacionevati.
Per vedere grandi ghiacciai non si viene pi sul Monviso".
C' ancora qualcosa che possiamo fare?
"Basterebbe uno sforzo concreto per rallentare l'accelerazione del cambiamento climatico.
La nostra economia continua a basarsi sui combustibili fossili, danneggiando il sistema da cui dipende.
L'alternativa  adattarci e cambiare, oppure scegliere l'autodistruzione.
La Terra continuer anche senza di noi".
Quello che  successo in Nepal pu accadere anche sulle Alpi?
"Le dimensioni sono completamente diverse: l la catena montuosa  pi alta e i fenomeni possono essere cento volte pi grandi di quelli alpini.
Ma le catene di effetti, seppur minori, sono possibili anche qui.
La differenza  che le Alpi sono molto pi monitorate: quando accade qualcosa, spesso lo sappiamo subito e possiamo intervenire".
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Dobbiamo soprattutto imparare ad adattarci.
e serve.
uno sforzo.
per rallentare.
questi fenomeni.
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Marco Giardino insegna all'Universit.
di Torino.
di mattia aimola
