La politica estera.
Le avevano consigliato di inventare una scusa.
Di ascoltare i segnali del cielo: neve e vento polare su Washington, tenersi alla larga dall'Inauguration Day di Donald Trump. E invece, Giorgia Meloni intirizzita va incontro al suo destino.
Gennaio 2025,  l'unica leader occidentale presente.
Segue lo show sporgendosi tra autocrati e sconosciuti.
Fino a quel momento, tutto era filato liscio: la protezione di Joe Biden, le coccole di von der Leyen, le copertine della stampa internazionale, il G7 tra gli ulivi, l'inglese fluente.
Politica estera come moltiplicatore di consenso in patria.
Per un anno difende l'indifendibile Trump, al diavolo le prudenze degli europei e il fastidioso Macron, lei  il ponte sopra l'oceano.
Come Icaro, si brucia.
Brucia i ponti, soprattutto: gli europei sono stufi del leader Usa e dei suoi amici, l'opinione pubblica le rinfaccia la condanna tardiva della campagna di Israele contro Gaza.
Snobba i Volenterosi, loro la escludono, intanto Tajani viene spedito al Board of Peace trumpiano col cappellino Maga: un disastro.
Finch Trump si offende per Sigonella e si fa beffa di Meloni.
L'espiazione segue il protocollo del tycoon: pubblica e volgare.
Crolla l'impianto, si spegne l'ambizione: le restano solo i Volenterosi.
Tenersi alla larga dalla politica estera diventa la nuova strategia.
Adesso un comizio a Bari sembra meglio di un viaggio all'Onu.
