La cultura e l'informazione.
Ribaltare l'egemonia culturale della sinistra: la missione del governo Meloni, quattro anni dopo, si  risolta in un mega flop a base di riforme pasticciate, attori in rivolta, russi in marcia su Venezia, occupazione militare della tv di Stato.
Una commedia all'italiana che per non fa ridere.
Si comincia con Gennaro Sangiuliano chiamato a guidare la riscossa, con tanto di Dante e Gramsci arruolati fra i pensatori di destra, finito travolto dal caso Boccia.
Sipario.
Arriva Alessandro Giuli.
La rivoluzione cambia ministro, ma non copione.
Che si fa ancora pi turbolento.
La premier era stata chiara: il tax credit voluto da Franceschini  un "sistema malato", fatto per premiare i film "rossi" che incassano zero al botteghino.
Si cambia.
Parte la stretta: controlli, istruttorie, decreti e contro-decreti.
E' il caos. Il cinema si ribella.
Mentre dai contributi restano fuori progetti di alto valore come il doc su Regeni.
E si sbarca in laguna.
La Biennale di Buttafuoco riapre il padiglione russo, chiuso dal 22. Bruxelles non gradisce, Giuli prende le distanze e l'Ue infine taglia 2 milioni.
Altro giro altra corsa.
La Rai, il grande bottino, dove la promessa di liberare il servizio pubblico dalla politica si tramuta nella presa della Bastiglia: direttori, conduttori, palinsesti, tutto profuma di Meloni.
Senza quella matrice non entri.
E gli ascolti crollano.
Volevano l'egemonia culturale, si sono accontentati delle poltrone.
di giovanna vitale
