Per i miei ero faccia di scarafaggio, ero arrabbiata con tutti, soprattutto con.
le ragazze della mia et:.
la sacca segn la svolta.
L'identit, nella mia famiglia,  sempre stata una questione collettiva. Zaini e libri di scuola, scarpe, tute che diventavano pigiami; persino gli occhiali, ci siamo scambiati, eredit di persone vive che non potevano disporre di ci che avevano, perch tutto era solo in prestito.
I miei vestiti, prima di me, li avevano posseduti almeno due o tre cugine, pi spesso cugini, perch io ero voluminosa, gambe e piedi lunghi da maschio, capelli corti tagliati in cucina con le forbici del pollo e sopracciglia nere nere.
Faccia da scarafaggio, diceva mia madre nella sua lingua fatta di suoni arrotolati, faccia da insetto, e rideva, e tutti ridevamo, seduti in cerchio sul balcone, mentre ci facevamo vento coi coperchi di plastica del gelato.
Cos, ho avuto sette, otto, dieci anni in cui ero femmina ma avrei potuto essere altro, in quell'indefinitezza che  l'infanzia quando stinge nell'adolescenza, in quelle estati, soprattutto, in cui non succede niente eppure si cambia, piano piano si abbandona un guscio  pelle di biscia, leggera e trasparente come un fantasma  e, nudi, si  pronti a diventare nuovi.
Tre-due-uno e ci si trasforma; come una guerriera Sailor, come un Power Ranger. L'estate in cui ho fatto la muta  stata quella del '99. Era l'inizio di giugno e alla radio dei bagni dove andavo a prendere troppo sole con tutta la famiglia passavano Carmen Consoli e Britney Spears, i Litfiba e Biagio Antonacci.
Gli altri si spalmavano l'olio solare e mangiavano ghiaccioli con lo stecco di liquirizia, mentre io me ne stavo sotto gli ombrelloni liberi, a leggere e a guardare.
Indossavo un costume intero troppo stretto e dei pantaloncini da basket, gli occhiali sporchi di sabbia e ero arrabbiata, ero furiosa.
Ce l'avevo con tutti: con i miei, con gli estranei e con le altre femmine, soprattutto con quelle della mia et, che erano piccole e magre e bionde e non avevano le sopracciglia nere e la frangetta negli occhi, e non avevano i piedi lunghi nelle ciabatte come me.
Volevo essere maschio e insieme volevo essere Bianca Pitzorno, Liala, Oriana Fallaci che vedevo in televisione; quell'estate, ancora non lo sapevo, sarebbe stata la pi bella della mia vita.
Mia madre aveva iniziato a lavorare in una famiglia; faceva le pulizie e la padrona di casa era una dottoressa sconosciuta e bellissima, che leggeva riviste sontuose e si tingeva i capelli.
Quella signora, un giorno, le diede una busta e mia madre quella busta la port a casa: conteneva vestiti e scarpe, abiti da donna  forse oggi li avrei definiti da vecchia? , camicie piene di perline e gonne a pieghe, scarpe col tacco, con le zeppe peggio di quelle delle Spice Girls. E poi braccialetti, collane, e ancora vestiti, giacche.
Tutto era splendidamente della mia taglia, tutto, persino dei sandali di Krizia orribili e meravigliosi, cos brutti che io li trovavo perfetti; nella busta c'erano anche una dozzina di numeri di Vogue e qualche cd: all'improvviso, mi sentii ricchissima.
All'improvviso divenni un'altra.
Da bambina che ero, da adolescente vestita da maschio  dodicenne tr.
oppo sveglia per non sentirmi a disagio, sempre seria nelle foto perch stavo perdendo i premolari da latte , quell'estate diventai donna.
E non fu merito del mio corpo, delle smagliature che mi tigravano le cosce, del petto che spingeva sotto la canottiera, ma fu per quel sacco di vestiti.
Col caschetto, e le sopracciglia scure, e gli occhiali, iniziai a indossare abiti lunghi fino ai piedi che nemmeno mia madre avrebbe messo, e grandi cinture e borse di lustrini.
Coi miei piedi da ragazzo non temevo pi niente perch adesso potevo scegliere ogni mattina chi ero: zingara o principessa, popstar o icona hippie.
Mia madre si disperava, le mie cugine e le amiche ridevano: ma che fai, ma che ti sei messa? Io, invece, ero vertiginosamente felice.
Soddisfatta di non essere me, estasiata all'idea di potermi travestire, di saper diventare altro, e attraverso quell'altro, di tornare a me stessa.
A settembre mi presentai in classe con un paio di zoccoli di legno e il professore di italiano mi rimprover: non erano adatti alle aule scolastiche, e io mi misi a piangere. "Perch piangi? - mi chiese - Non sei felice di essere a scuola?". " No - gli risposi - Stavo meglio a casa, stavo meglio prima.
E' stata l'estate pi bella della mia vita". E lui non cap, gli altri non capivano mai niente.
Io, invece, stavo gi imparando a stare al mondo.
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Dentro c'erano vestiti collane, sandali di Krizia orribili e meravigliosi.
Mi sentii ricchissima.
Una veduta di Corato.
di Mavie da ponte.
Articolo adattato dalla Fondazione Ezio Galiano, su progetto dell'ingegner Guido Ruggeri, per consentirne la lettura ai disabili visivi.
