Costanza Francesconi.
Il libro.
Vivere dopo la ferita di un figlio.
Un figlio venuto a mancare.
Per suicidio, per malattia, per un incidente stradale.
Don Roberto Donadoni, origini bresciane, a Venezia da vent'anni, rompe con l'ascolto il silenzio al cospetto della morte, per chi resta, pi sconcertante e innaturale e claustrofobica.
Lo fa con un libro che in questa cesura entra senza pretesa di spiegare o rispondere.
Riflette sulla verit che ammutolisce, sull'assenza che strazia, sul dolore che fa gridare anche contro Dio ma in cui alberga una speranza per poter andare avanti.
Dentro la ferita.
(Marcianum press, 2026)  il volume in uscita nelle librerie italiane oggi.
La prefazione  a firma del patriarca Francesco Moraglia.
Scritto dal parroco del Santissimo Salvatore e Santo Stefano, dieci chiese da San Zaccaria a San Samuele, il testo nasce dall'incontro e dal cammino condiviso da don Donadoni al fianco di madri e padri segnati da tragedie diverse.
Un centinaio di famiglie spezzate dal lutto ma non arrese, cui offre uno sguardo concreto e umano sul dolore e sulla possibilit di non restarne schiacciati.
Da un decennio, ogni primo sabato del mese il gruppo si riunisce a San Salvador. Genitori con un figlio in cielo, cos si chiama il percorso. "Sono credenti e laici della diocesi di Venezia, ma anche di Treviso, Padova, Pordenone, Vittorio Veneto", racconta, "sono persone con cui si  instaurato un confronto, un dialogo che dura nel tempo, il tempo a cui il dolore cambia forma.
Anniversari, luoghi, fotografie.
Perch tacerle? La mancanza si colma nel ricordo vivo".
"Il libro non  frutto di un progetto editoriale ma della mia personale esperienza pastorale", chiarisce l'autore. "Non  un libro sul lutto ma un libro che guarda all'uomo ferito nel punto pi profondo della sua vita, quello che contraddice l'ordine naturale della vita, in cui il figlio se ne va prima di chi lo ha messo al mondo.
Con lui scompaiono i progetti, le attese.
Come si affrontano solitudine e assenza? Si affrontano? Il rapporto stretto con i genitori offre qualcosa di semplice e straordinario", prende fiato, "palesa il fatto che non tutto si spieghi.
Quando due madri si guardano negli occhi le parole sono inutili: si riconoscono".
Don Donadoni ha visto mamme e pap che hanno perso figli per suicidio, che hanno incontrato o perso la fede. "Donne e uomini che devono convivere con una vita stravolta e inattesa, scandita da interrogativi sospesi.
Che portano rabbia e domande senza risposta.
Il mio compito  di non lasciarli soli". Perch l'urgenza di un simile libro, oggi. "La societ parla della vita ma non della morte, oscena, da nascondere, ma cos vistosamente presente.
Abbiamo bisogno di recuperare un linguaggio umano che la affronti, un linguaggio vero", incalza il parroco, fendente nel dire che la fede in questo caso aiuta, "ma non  un anestetico.
La rabbia stessa  una forma di rapporto con Dio paradossale.
Se io grido contro di lui, in qualche modo gli sto parlando". Non immagina in poco meno di duecento pagine di proporre una chiave di lettura esaustiva del dolore.
L'auspicio  umile quanto potente. "Vorrei che un padre e una madre possano chiudere l'ultima pagina affermando qualcuno ha provato ad ascoltare quello che sto vivendo, mentre chi non la ha vissuto diventi pi capace di stare accanto.
Non sempre possiamo guarire le ferite.
Ma esserci".
&#169; RIPRODUZIONE RISERVATA.
Don Roberto Donadoni durante una funzione.
L'uscita.
Oggi in libreria "Dentro la ferita", con la prefazione.
del patriarca Moraglia.
Articolo adattato dalla Fondazione Ezio Galiano, su progetto dell'ingegner Guido Ruggeri, per consentirne la lettura ai disabili visivi.
