PRATO MY/A  la rivista dell'Ordine degli architetti di Prato, nata per essere uno spazio di riflessione tra architettura e temi della contemporaneit. Nell'ultimo numero uscito a giugno ospita un'intervista a Michel Desvigne, il paesaggista di fama che guida il gruppo di progettazione del parco centrale di Prato.
L'autore dell'intervista  Angelo Renna, giovane e brillante architetto pratese, con molte esperienze internazionali, che fa parte della redazione della rivista, diretta da Cosimo Balestri.
Ecco i passaggi salienti di questa conversazione, avvenuta a Parigi nello studio di Desvigne.
A che punto  il progetto? "Come in ogni progetto, c' un'idea iniziale, uno sviluppo progressivo, infine tutte le contraddizioni che accompagnano la costruzione di un'opera che inevitabilmente richiede tempo.
In questi anni abbiamo potuto rivederlo, modificarlo, trovare proporzioni e materiali pi giusti e adeguati, senza tradire lo spirito originario". Questi anni trascorsi sono dunque serviti? "Il tempo non  mai perso: permette di andare pi a fondo nelle intenzioni.
Progressivamente diventa pi chiaro ci che ha davvero senso e ci che invece appare fuori tono.
Il tempo  necessario per costruire un buon progetto, il caso di Prato  emblematico". Racconti.
"Il sito era un terreno in disuso, quasi una rovina.
Avremmo potuto limitarci a lavorare sulle tracce dell'antico ospedale, ma abbiamo preferito guardare a un contesto pi ampio: un tessuto vernacolare fatto di case, parcelle con geometrie particolari, piccoli giardini e frutteti organizzati in lotti trasversali rispetto al muro storico.
Il parco che avevamo immaginato nasce proprio da questa idea: un'alternanza di pieni e vuoti che s'ispira alle tracce della citt. Non si tratta di una ricostruzione n di una finta archeologia, ma  piuttosto un progetto che si ispira a una scala e a un modulo di proporzioni gi presenti nel luogo". Che differenze fra il primo progetto del 2016 e quello revisionato nel 2024? "Il primo era forse pi letterale, con un disegno delle siepi e delle pavimentazioni piuttosto sofisticato.
In questa nuova fase abbiamo cercato una soluzione pi essenziale e astratta.
Oggi il progetto lavora pi sull'evocazione degli elementi tradizionali che sulla loro rappresentazione diretta.
Ed  proprio per questo che il tempo  prezioso: se il progetto del concorso fosse stato costruito immediatamente, forse sarebbe risultato eccessivo". Come affrontare la dimensione temporale del progetto, con la velocit con cui la societ chiede trasformazioni? "Credo che questo sia uno degli aspetti chiave del nostro mestiere.
La citt  un organismo che cambia continuamente, ma esistono anche elementi di permanenza: la geografia, il suolo, la cultura.
Un progetto di trasformazione urbana richiede tempo e va inteso come un processo.
Con l'esperienza si impara a non avere pi paura del tempo.
Invecchiare ha anche questo vantaggio: si vedono i progetti trasformarsi, gli edifici cambiare, e si capisce che un progetto non  mai qualcosa di finito, ma  sempre in evoluzione... Una planimetria finale, come spesso viene richiesta nei concorsi,  in fondo un'illusione: si mostra un disegno e si dice sar cos, ma non sar mai esattamente cos. Per questo cerchiamo piuttosto di individuare alcuni elementi permanenti come i materiali, le pendenze, o le strutture spaziali, che possano guidare l'evoluzione del progetto nel tempo".
Articolo adattato dalla Fondazione Ezio Galiano, su progetto dell'ingegner Guido Ruggeri, per consentirne la lettura ai disabili visivi.
