di Giampaolo Marchini  una citt dove il calcio non  mai soltanto uno sport, ma un'estensione dell'anima, una contesa filosofica, quasi un prolungamento dell'arte rinascimentale.
Quella citt  Firenze.
E c' un decennio, gli anni Ottanta, in cui la serie A rappresentava il centro del mondo, il pianeta dorato dove i migliori talenti del globo convergevano per contendersi la gloria.
In quella Fiorentina ambiziosa e passionale, guidata dalla famiglia Pontello (Ranieri presidente) sbocci un biennio magico e anche contraddittorio, segnato dall'arrivo di due giganti del calcio sudamericano: Daniel Alberto Passarella da Chacabuco e Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, per tutti Socrates. Due personalit agli antipodi, due modi opposti di intendere il pallone e la vita, capaci di infiammare l'allora Comunale, oggi 'Artemio Franchi' e di lasciare un'impronta indelebile nella memoria collettiva viola, seppur con destini completamente diversi.
Il primo ad arrivare sull'Arno fu Passarella, nell'estate del 1982, fresco capitano dell'Argentina e gi campione del mondo quattro anni prima.
Il suo arrivo fu un terremoto di personalit. Ribattezzato "El Gran Capitn" o "Caudillo", Passarella non era un semplice difensore centrale: era un leader naturale, un condottiero con lo sguardo fiero come solo gli argentini sanno essere e un temperamento incandescente, difficilmente propenso ai compromessi.
Firenze, che ha sempre amato i caratteri forti e spavaldi, lo adott all'istante.
In campo, l'argentino ridefin il concetto stesso di libero: implacabile nel contrasto, diabolico nell'anticipo, ma soprattutto dotato di un sinistro micidiale e di un'elevazione prodigiosa che sfidava le leggi della fisica.
Nonostante una stazza non imponente, svettava pi in alto di tutti negli angoli e trasformava le punizioni in sentenze per i portieri avversari.
In quattro stagioni a Firenze, tra il 1982 e il 1986, Passarella collezion 109 presenze e ben 26 reti in campionato, un bottino mostruoso per un difensore dell'epoca, culminato negli 11 gol della stagione 1985-86, che trascinarono la Fiorentina in Europa.
Ma al di l dei numeri, fu il suo carisma a segnare un'era.
Era il punto di riferimento indiscutibile, lo scudo della squadra, l'uomo che non arretrava di un centimetro.
La sua avventura si concluse con il passaggio all'Inter, ma il suo nome rimase scolpito tra i pi grandi simboli della storia viola.
Se l'argentino fu la sostanza, il fuoco e la vittoria, l'arrivo di Socrates nell'estate del 1984 rappresent la poesia, il sogno e l'illusione.
"O Doutor", laureato in medicina, intellettuale prestato al pallone e guida spirituale del Corinthians e della leggendaria Democrazia Corinthiana, sbarc in Italia accompagnato da un'aspettativa messianica.
La piazza di Firenze, affamata di bellezza estetica dopo l'infortunio di Giancarlo Antognoni, vide nel fuoriclasse brasiliano il salvatore ideale.
Alto, magro ("Magrao" lo chiamavano da piccino), con la barba folta e l'andatura ciondolante, Socrates era un personaggio unico nel panorama mondiale: giocava con la testa alta, inventando colpi di tacco celestiali (ecco perch "Tacco di Dio") e lanci millimetrici senza quasi muovere il bacino.
Tuttavia, il campo raccont una storia diversa.
Il calcio italiano dell'epoca, tattico, ruvido e ritmato, male si adattava alla sua pigrizia sublime e ai suoi ritmi compassati.
Inoltre, il rigido inverno toscano e una preparazione atletica esasperata ne frenarono l'impatto.
Socrates non rinunci mai alla sua natura: continu a fumare le sue amate sigarette, a discutere di politica nei circoli, filosofia e buon vino con gli intellettuali nelle osterie del centro, rifiutando di omologarsi al professionismo maniacale della Serie A. In una sola stagione interlocutoria, condita da 25 presenze e 6 gol, il Doutor salut Firenze per tornare in patria.
Non fu all'altezza della sua fama sul rettangolo verde, ma conquist comunque la citt per la sua statura umana, la sua coerenza e quell'aura di romantica inafferrabilit. Due uomini della stessa epoca viola, che hanno raccontato due modi differenti di incantare Firenze.
Da una parte la garra e la concretezza di Passarella, che trasformava ogni partita in una battaglia dai toni epici; dall'altra il fascino decadente e l'utopia di Socrates, che vedeva nel calcio un pretesto per dispensare bellezza ed eleganza.
A distanza di anni (tanti), il popolo viola ricorda entrambi con profonda nostalgia: l'argentino per aver regalato alla Fiorentina la dimensione dei grandi club; il brasiliano per aver ricordato a tutti che il calcio, prima di essere un risultato, sa essere un'inimitabile opera d'arte.

