di Stefano Cecchi Gli eroi mitologici non invecchiano mai.
Il pelide Achille oggi ha la stessa et di quando lo incontrai per la prima volta al Liceo.
E cos Ulisse, rimasto giovane nel passaggio dalle pagine di Omero al film di Nolan, quello con Elena di colore.
Perfino Icaro ha sempre gli stessi istinti adolescenziali che lo portarono in quel volo ambizioso e fatale verso il sole.No, gli eroi mitologici non invecchiano.
Sar per questo che anche Giancarlo Antognoni, nonostante i suoi 72 anni portati con leggiadria, sembra sempre lo stesso ragazzo di quando, nell'ottobre del 1972, sbuc dagli spogliatoi del Bentegodi a Verona guardando le stelle.
Inscalfibile dal tempo, anti corrosione come il titanio e la ceramica.
S, Giancarlo Antognoni da Marsciano per noi gente viola  un eroe mitologico che non invecchia mai.
Un signore rinascimentale che ha attraversato il tempo e lo spazio senza mai perdere quella grazia naturale che lo contraddistingueva ovunque e che fece gi dire a Sandro Ciotti, nel giorno del suo debutto veronese: “Oggi ho visto esordire un campione”. Non si sbagliava.
Eleganza e creativit in purezza.
Un giocatore dalla classe antica ma anche un portatore buono di futuro.
Perch “Enel”, come lo si chiamava negli anni '70 per via della luce che accendeva in campo,  stato il prototipo di una figura nuova di centrocampista, con il talento puro che per la prima volta si accompagnava a una prestanza atletica assoluta.
Antognoni non aveva di fatto un ruolo.
In quegli anni di calcio sul confine fra il vecchio della marcatura a uomo e il nuovo in arrivo della “zona”, lui era ovunque.
Un anticipatore del futuro.
Un 10 geografico che, con la sua falcata imperiale, attraversava il campo per intero senza mai smarrirsi grazie a un astrolabio naturale che sembrava avere dentro.
E poco importa che nelle interviste del dopo gara quasi sempre parlasse un italiano basic ingolfato dalla timidezza: in campo con i piedi era “Delitto e castigo”, “Il Rosso e il nero”, “Guerra e pace”. Meraviglia per chi ne leggeva le pagine scritte sul prato verde del “Comunale” Non solo.
Con quella grazia naturale nell'addomesticare la palla che un dio generoso del Calcio gli aveva donato, lui sembrava davvero il testimonial ideale di Firenze nello sport. Perch in campo le sue aperture improvvise, quei suoi tiri lineari come un binario ferroviario e quel suo correre regale su e gi sempre a testa alta e schiena dritta, sembravano avere la stessa armonia rinascimentale delle tele di Botticelli o delle sculture di Donatello.
Football e Poesia.
Pallone e meraviglia.
Poi, da vero eroe mitologico, anche lui ha compiuto gesta leggendarie.
Per dire: ai mondiali dell'82 in Spagna, ha fatto s con la sua presenza in campo che Firenze non si accorgesse di come quell'Italia fosse di fatto la Juventus mimetizzata che ci aveva appena scippato lo scudetto.
E poi, e soprattutto, ha compiuto quel miracolo laico di restare per sempre fedele a un colore e a una maglia.
Mentre le maghe Circe di mezzo mondo, sotto le vesti di Agnelli o di Dino Viola, tentavano di sedurlo per portarlo via da Firenze, lui ha sempre detto no, preferisco restare qui.
Vestendo eternamente il viola e fornendo cos alla fiorentinit migliore una bandiera ingualcibile da sventolare per sempre al davanzale del nostro orgoglio.
Ne conoscete molti, nell'immemore mondo del pallone, che hanno compiuto una scelta di vita cos limpida e dirompente? Per questo, nel giorno del centenario, un applauso virtuale di riconoscenza vera non pu che alzarsi forte per lui.
Per un giocatore che, nonostante il retropensiero di certe dirigenze, non ha mai fatto ombra ma solo luce.
Un applauso riconoscente per un simbolo che non ha mai tradito.
Per il calciatore che ha indossato pi di chiunque altro la maglia della Fiorentina (429 gare complessive di cui 341 in serie A); che pi di ogni altro ha portato il colore viola nello spogliatoio azzurro (73 gare con 7 reti realizzate). E anche per un calciatore che, pur giocando guardando le stelle, non ha mai avute queste dalla sua parte: la finale mondiale mancata con la Germania per un taglio al piede; la rete buona annullatagli sempre in quel Mondiale col Brasile; la morte sfiorata in campo con quell'uscita assassina di Martina, e, due anni dopo al Franchi con la Sampdoria, il nuovo terribile infortunio con la gamba fratturata scompostamente.
Per qualcuno, il segnale che l'uomo non era un predestinato a vincere.
Per i fiorentini, che sanno leggere le cose del mondo oltre la superficie, il marchio dell'eroe puro che non ha bisogno della vittoria materiale per trionfare nel cuore della gente.
Come Parsifal, Ettore, l'Olanda di Crujff, Candide di Voltaire e Gilles Villeneuve, vincitori senza aver conosciuto la vittoria, cos Antonio.
Se pare poca cosa.....    RIPRODUZIONE RISERVATA.

