di Benedetto Ferrara.
 Era nato a Pisa, ma si sentiva fiorentino: per fede calcistica e per amore di una citt che lo aveva accolto come imprenditore ambizioso.
Nello Baglini compr la Fiorentina nel '65 senza nascondere la sua voglia di dare fastidio alle solite potenze del nord a cui si stava aggiungendo il Cagliari di Gigi Riva, rombo di tuono.
Il presidente del secondo scudetto indic subito la strada.
Quella che, pensandoci bene, oggi  divenuta l'unica possibile per chi non pu permettersi pericolose follie.
Una delle sue fortune si chiamava Egisto Pandolfini, il responsabile del settore giovanile, un uomo capace di formare giocatori pronti al salto tra i professionisti.
Baglini cre anche una fitta rete di collaborazioni con altre societ toscane, insomma: la Fiorentina avrebbe dovuto stupire per giovent, crativit e quel pizzico di follia che serviva per credere in una impresa apparentemente impossibile.
Lo chiamavano “il dittatore”, un po' perch non nascondeva la sua visione da imprenditore vecchio stampo, un po' perch era convinto che la catena di comando, per funzionare, dovesse essere ridotta ai minimi.
E comunque se gli veniva in testa un'idea questa non era desinata a subire mutamenti.
E i fatti gli dettero ragione.
Il suo pupillo si chiamava Picchio De Sisti, un numero dieci dotato di piedi ma anche di cervello.
Lo considerava un uomo squadra decisivo per tenere insieme quelle energie semi acerbe ma decise a tutto che correvano intorno a lui.
Lontano dal “Comunale” Baglini si occupava di inchiostro per stampa, e forse questo in qualche modo incise su quelli che erano i suoi comandamenti.
Per vincere, secondo Baglini, servivano tre fattori: un grande portiere, la stampa a proprio favore e, naturalmente, quel pizzico di fortuna che ti aiuta ad arrivare al traguardo.
"Sono amico personale di molti giornalisti.
Con Gianni Brera mi confrontavo spesso.
E' importante avere buoni rapporti con la stampa se vuoi puntare in alto". Cos raccont anni dopo Baglini in una intervista.
D'altra parte lui era un pisano-fiorentino (sembra strano, e invece…) che per lavoro girava l'Italia e non solo, costruendosi rapporti utili alla causa.
La sua confidenza con i giornalisti milanesi gli cre qualche tensione con la stampa fiorentina.
Gelosie inevitabili che lui seppe comunque gestire grazie al fatto che i risultati gli davano ragione.
Pragmatico e allo stesso tempo innamorato della sua squadra, “il dittatore” amava il calcio e anticipava i tempi rischiando anche qualcosa, come quando decise di chiamare Pesaola in panchina perch lo considerava un uomo coraggioso.
Insomma, Baglini era l'uomo giusto al momento giusto.
Per passione, certo, ma anche per autorevolezza e capacit di costruire qualcosa di nuovo e imprevisto.
"Baglini  stato un grande presidente.
La Fiorentina aveva bisogno di rinnovarsi e lui non ebbe paura di costruire un progetto nuovo.
Al campo non lo vedevi durante la settimana.
Non era uno di quei presidenti che amano apparire.
Per sapevi che c'era e per noi giocatori era importante". Cos Claudio Merlo descrive Baglini, presidente “dittatore”.    RIPRODUZIONE RISERVATA.

