di Benedetto Ferrara Una meravigliosa storia senza storia.
Perch il primo scudetto della Fiorentina, nel trentennale della sua fondazione, non conobbe avversari.
Lo raccontano i numeri: titolo conquistato con cinque giornate di anticipo, venti reti subite e una sola sconfitta all'ultima giornata, quando i giochi erano fatti da un pezzo.
Un altro mondo, un'altra Firenze e, naturalmente, un altro calcio.
Nel quale la squadra allenata dal professor Fulvio Bernardini irruppe per rompere lo schema classico che vedeva dominare le "strisciate" del nord: Inter, Milan e Juventus, ovvero le potenze di un' Italia nel pieno del suo boom economico e della grande industralizzazione del paese.
Un processo che coinvolse anche Firenze, che per aveva da poco superato la grande crisi della Pignone, la fonderia di Rifredi che durante la guerra aveva prosperato grazie alle commesse belliche ma adesso annunciava la chiusura dello stabilimento e il licenziamento di 1700 operai.
Giorgio La Pira, sindaco democristiano illuminato nel '56 al suo secondo mandato, poco dopo la sua prima elezione si era trovato ad affrontare il caso della Pignone mettendo in campo non solo la sua autorevolezza ma anche la capacit di tenere insieme sindacati, forze politiche e istituzioni per salvare l'azienda.
La crisi si chiuse grazie all'Eni di Mattei e Firenze vinse la sua battaglia grazie a un lavoro solidale che rimase impresso nel cuore della citt. Quelli erano anni di guerra fredda, nell'inverno del '56 l'Unione Sovietica invader l'Ungheria coi suoi carri armati e gli studenti iniziarono a manifestare in difesa di un popolo a cui era stata negato il desiderio di libert. In questo contesto in piena evoluzione, tra grandi sogni e le prime tensioni sociali e internazionali, il calcio rappresentava un elemento di passione popolare e collettiva in costante crescita.
Quel campionato formidabile e senza rivali della squadra del presidente Enrico Befani (celebre la sua frase: "Dicono che i presidenti delle squadre di calcio siano ricchi e scemi.
Io non sono n ricco, n scemo") coincise con l'arrivo della tv, e quindi delle prime partite in bianco e nero.
Ma il piccolo schermo era un plus per pochi e lo stadio Comunale del Campo di Marte, che allora aveva poco pi di vent'anni di vita, esplodeva imbottito come era di tifosi pronti a soffrire e gioire per la maglia viola.
In testa dall'ottava giornata di campionato, la squadra di Bernardini iniziava a stupire per qualit, coraggio e forza emotiva.
La stella pi luminosa, capace di riempire gli occhi per tecnica e velocit di esecuzione, si chiamava Julio Botelho, per tutti Julinho.
Ala destra dai piedi che conoscevano l'arte dell'assist e della poesia, il brasiliano fu pagato 5.500 dollari e tesserato come oriundo per via di un avo lucchese che poi si scopr essere un prete.
Era stato Fulvio Bernardini a volerlo a Firenze dopo averlo visto compiere magie ai mondiali del '54. La missione di Julinho era soprattutto quella di saltare l'uomo sulla fascia e servire palloni preziosi per un centravanti chiamato Beppe Virgili, conosciuto da tutti come Pecos Bill. Cos lo aveva ribattezzato Gianni Brera per via della sua infallibilit quando decideva si sparare il pallone in porta.
Insieme a lui faceva coppia un ragazzo argentino che un amico di Enrico Befani, padre Volpi, aveva segnalato dopo averlo visto giocare in Cile.
Miguel Montuori, che a fine carriera decider di tornare a Firenze per lavorare come bibliotecario e allenare l'Isolotto, era pi tecnico e fantasioso di Pecos Bill, e agiva spesso alle sue spalle da rifinitore.
Un dieci, un nove e un sette: il trio delle meraviglie non perdonava mai.
Forte di una Fiorentina solida, perch per subire solo venti gol in una stagione devi avere un centrocampo fortissimo nelle due fasi e una difesa da record. E questa era guidata da un portiere che poi far la storia.
Giuliano Sarti fu definito dalla stampa "il portiere di" Ghiaccio" per il suo senso della posizione che spesso faceva sembrare normali parate che normali non lo erano affatto.
In molti lo hanno paragonato a Dino Zoff, suo erede dal punto di vista tecnico e altro grande numero uno lontano dal desiderio del gesto spettacolare a tutti i costi.
Davanti a lui il capitano Francesco Rosetta e Sergio Cervato, difensore col vizio del gol e rigorista implacabile.
A destra Ardico Magnini, autore di un gol da favola nello 0-4 in casa della Juventus. Il cervello della squadra si chiamava Beppe Chiappella, punto fermo del centrocampo che poi avrebbe anche vestito i panni dell'allenatore.
Armando Segato era uno di quelli con "una vita da mediano", Guido Gratton oggi sarebbe stato etichettato come mezz'ala di inserimento.
Racconta la storia che il primo tornante fu inventato proprio a Firenze, quando Bernardini incaric Maurilio Prini di coprire tutta la fascia legando il gioco tra centrocampo e attacco.
Prini, l'anno successivo, fu autore di un gol contro la Stella Rossa Belgrado che spinse la Fiorentina verso la finale di Coppa dei Campioni col Real Madrid. Questi eroi di un calcio romantico vissero una stagione da protagonisti assoluti, prendendo la testa in solitaria dopo otto giornate e chiudendo il campionato con dodici punti di vantaggio sul Milan. Proprio la vittoria sui rossoneri, con due gol di Virgili e Montuori nel giro di un minuto, lasciarono capire a tutti chi era la regina.
Era un calcio dove una paleo tv iniziava la sua avventura negli stadi italiani, i social si chiamavano bar e il chiosco degli sportivi di piazza della Repubblica era affollato di voci e di tifosi.
Tanti di quegli eroi scelsero di restare o tornare a Firenze a fine carriera.
Un mondo in bianco e nero su foto e in tv, un mondo viola che conquist l'Italia in poche mosse per uno scudetto datato 6 maggio 1956.    RIPRODUZIONE RISERVATA[/EMPTYTAG].

