EMPATIA. Il tuo dolore  il mio dolore, di Helena Hartmann.

LAUTRICE Helena Hartmann ha una laurea in neuroscienze e ha
indagato presso la Clinica universitaria di Essen come la percezione del dolore influenza la capacit empatica e i comportamenti di aiuto.
Perch spesso proviamo automaticamente una profonda empatia
quando qualcuno si fa male? Ecco che cosa accade nel nostro cervello.

...
Immaginate di andare con una collega in pausa pranzo. Entrando nel bar, la donna urta contro la porta, e poi si sfrega il gomito, il volto contorto dal dolore. Vedendo questa scena, trasalite e sentite voi stessi un formicolio al braccio. Quasi ognuno di noi conosce questa situazione: spesso reagiamo fisicamente quando un bambino, giocando, cade dallaltalena oppure se il nostro partner si ustiona la mano sul fornello rovente. Ma come mai proviamo involontariamente sul nostro corpo un dolore estraneo? Che cosa accade nel nostro cervello?

Il dolore svolge una funzione di allarme importante per la sopravvivenza. Ci che ci fa male vogliamo di regola eliminarlo rapidamente o evitarlo, ne rimuoviamo la causa e il nostro corpo entra in uno stato di allarme. La rete neuronale del dolore, che  responsabile di questo stato, si divide in due parti: le aree sensoriali trasmettono informazioni sulla qualit dello stimolo doloroso, sulla sua origine, natura e durata. Tutto questo viene elaborato principalmente nella corteccia somatosensoriale, nel talamo e nella corteccia dellinsula posteriore..

Leffetto emotivo, dal canto suo, determina quanto sgradevole appare il dolore e quanto desideriamo sfuggirgli. Queste sensazioni sono trasmesse, fra laltro, dalla rete limbica, cui appartengono la corteccia cingolata anteriore e mediana e la corteccia dellinsula anteriore. Entrambe le reti formano lesperienza individuale del dolore, che dipende dalla personalit, dal contesto e dalla situazione. Di conseguenza, una persona non percepisce sempre allo stesso modo lo stesso stimolo doloroso. Per non parlare poi di persone diverse.

...
Le tre componenti dellempatia.

La nostra esperienza del dolore  influenzata nella vita quotidiana anche attraverso le interazioni sociali. Lempatia  ossia la capacit di mettersi nei panni altrui e di provare le loro stesse sensazioni  influisce, oltre che sulle relazioni interpersonali, sulla nostra esperienza. Nellempatia sono in gioco diversi processi intrecciati fra loro: losservare unemozione estranea, reale oppure immaginaria; la condivisione affettiva che spesso insorge automaticamente; lacquisizione della prospettiva attraverso cui noi classifichiamo una sensazione e lattribuiamo a noi stessi oppure agli altri. Inoltre, mediante questultimo punto delimitiamo noi stessi rispetto agli altri e ci proteggiamo da sensazioni (negative) troppo forti. Tutto ci avviene a livello neuronale, soprattutto nel lobo frontale e in una zona al confine tra il lobo temporale e il lobo parietale.

Fra i ricercatori non  unanime la definizione precisa di empatia, perch include sicuramente processi che sono a un tempo emotivi e cognitivi. Studi neuroscientifici e psicologici sullempatia del dolore impiegano perlopi stimoli fisici, perch  possibile scatenarli e controllarli facilmente nel corso degli esperimenti: un breve elettroshock oppure uno stimolo termico sullavambraccio sono dolorosi quasi per ognuno di noi anche ripetendoli, senza che aumenti lassuefazione. Nel frattempo sono state indagate a fondo anche le basi neuronali della percezione somatica del dolore.

...
Sensazione generale di disagio.

Le nostre reazioni al dolore altrui possono essere diverse e causare in noi le pi svariate sensazioni emotive e sensoriali. Il team britannico di Thomas Grice-Jackson allUniversit del Sussex ha cercato di classificare alcune persone, secondo la loro empatia per il dolore, in uno studio pubblicato nel 2017. I ricercatori hanno presentato ai partecipanti brevi video nei quali un individuo si colpisce accidentalmente il dito con un martello oppure riceve uniniezione in un occhio. Ebbene, quasi un terzo degli oltre 500 partecipanti allo studio sentiva il dolore osservato pi o meno direttamente: in circa il 12 per cento di costoro la visione scatenava una sensazione generale di disagio, e quasi il 20 per cento dei partecipanti raccontava di un fastidio nella stessa parte del corpo.

Le persone cos sensibili quasi non distinguevano tra un dolore proprio e un dolore estraneo, un dolore accompagnato da una reazione neuronale pi intensa nella corteccia somatosensoriale. I restanti due terzi del campione provavano, invece, empatia verso gli sfortunati dei video ma non percepivano alcun dolore somatico.

Diversi studi svolti con metodiche di imaging cerebrale, come la risonanza magnetica funzionale (fMRI) o lelettroencefalografia (EEG), hanno dimostrato che sono attive regioni del cervello simili: che a percepire il dolore siamo noi stessi o che invece lo osserviamo negli altri. Con questi metodi viene valutata lattivit neuronale mentre i soggetti provano un dolore, scatenato per esempio da stimoli elettrici o termici. A volte i partecipanti al test osservavano anche solo come gli altri ricevevano gli stimoli dolorosi.

In questo caso entrano verosimilmente in azione i neuroni specchio, nella corteccia prefrontale, che sono attivati svolgendo azioni motorie o pi semplicemente osservandole. La loro esistenza  dimostrata negli animali, ma  probabile che siano coinvolti nel contagio emotivo anche in noi umani. Lempatia per il dolore osservato viene quindi elaborata dalle stesse regioni cerebrali coinvolte nellesperienza del dolore.

Questi risultati confermano la teoria delle rappresentazioni condivise, secondo la quale condividere le emozioni altrui attiva processi neurofisiologici implicati anche nelle nostre emozioni. Quando vediamo qualcuno che urta il gomito, si attivano di conseguenza le regioni cerebrali che si attiverebbero anche per una lesione al nostro, di gomito. Lelaborazione delle emozioni viene cos riattivata per simulare la sensazione estranea. Cos  possibile condividerla e classificarla meglio al livello del nostro organismo.

... 
Alla ricerca della causa,

Molti studi dimostrano per solo alcune correlazioni tra linsorgere dellempatia e lattivit cerebrale corrispondente. Ci non prova, in realt, che si ricorra agli stessi processi mentali e siano attive le stesse cellule nervose. Poich nelle persone, a differenza delle indagini con gli animali, non  possibile registrare da singoli neuroni, dobbiamo stabilire diversamente la relazione tra la causa e gli effetti. Il gruppo di ricerca di Markus Rtgen e Claus Lamm, allUniversit di Vienna, ha avuto nel 2015 unidea brillante: se il proprio dolore e lempatia per il dolore si basano sugli stessi meccanismi cerebrali, allora la modificazione sperimentale del dolore percepito dovrebbe a sua volta influenzare la compassione empatica. Gli autori hanno impiegato, a questo irguardo, il fenomeno dellanalgesia da placebo, per cui il dolore viene alleviato con un farmaco fittizio, per esempio da una pillola di zucchero.

Mentre met dei partecipanti allesperimento credeva di aver assunto un analgesico (in realt senza principi attivi), la seconda met non aveva ricevuto alcun trattamento. Leffetto placebo si basa tanto sullaspettativa quanto su reazioni apprese e, nellanalgesia da placebo, favorisce la liberazione di oppioidi endogeni: queste endorfine alleviano la percezione del dolore, come se fosse stato assunto un vero preparato.

Nellesperimento, due volontari  il primo con placebo e il secondo senza  ricevevano la somministrazione alternata di scosse elettriche dolorose. Inoltre venivano valutate, con la fMRI, la percezione del dolore e lattivit cerebrale. A quanto  risultato, i partecipanti che avevano assunto il placebo provavano, rispetto al gruppo di controllo, non solo meno dolore personale, ma rivelavano in pi una minore empatia per il dolore altrui. La rete affettiva, che  responsabile sia del dolore che dellempatia, era attivata pi blandamente nel dolore, sia proprio che empatico, a differenza del gruppo di controllo senza placebo. Ci valeva soprattutto per la corteccia del cingolo anteriore e per linsula, che fanno entrambe parte delle reti del dolore affettive.

Risultati simili sono stati ottenuti un paio di anni dopo con la somministrazione di paracetamolo a volontari dei National Institutes of Health di Bethesda, nel Maryland. Questi risultati sono stati successivamente ampliati dal primo gruppo di ricerca: gli scienziati hanno dimostrato che la minore empatia mediata dai placebo antidolorifici si manifesta non solo nel caso del dolore, ma si ripercuote a volte su altre emozioni negative, come il disgusto quando si toccano i vermi oppure le lumache.

In una ricerca ulteriore, ho dimostrato con i miei colleghi che la comunanza di sentimenti con gli estranei  trasmessa soprattutto attraverso la parte affettiva della rete dellempatia, e che lo  meno attraverso la parte sensoriale. Nello studio, un gel antidolorifico placebo sulla mano del soggetto guidava lattenzione sul punto del dolore e quindi sugli aspetti sensoriali dellempatia, senza per ridurre in modo specifico lempatia per il dolore in questa parte del corpo.

...
Empatia generale vs percezione del corpo.

La percezione dellempatia si basa probabilmente sul sentimento generale spiacevole che osserviamo in qualcuno, pi che sul punto esatto del corpo in cui questo sentimento viene scatenato. Si prova empatia per la persona, non concretamente per il suo gomito destro.

Ma quali conseguenze ha tutto questo sulle nostre relazioni sociali? Le persone pi empatiche sono forse pi disponibili? Indagini precedenti hanno indicato che lempatia rinforza comportamenti di aiuto (prosociali), quali lincoraggiamento o la disponibilit. Per un altro verso, le emozioni empatiche di condivisione favoriscono una propensione a ritirarsi, proteggendo cos le persone da sentimenti negativi.

Il nostro team allUniversit di Vienna  andato un passo oltre, e ha indagato in quale misura il sistema di elaborazione del dolore  necessario per il comportamento prosociale. Le reazioni empatiche, e la conseguente disponibilit ad aiutare, si fondano forse sulla capacit di provare dolore? In unindagine abbiamo confrontato i partecipanti al test con una situazione nella quale pensavano che fosse somministrato un elettroshock doloroso a qualcun altro. Avevano loro stessi la possibilit di controllare lintensit dello stimolo, comprimendo un dinamometro. Questa azione implicava tuttavia un certo costo in termini di energia. Durante lesperimento, poi, met dei soggetti riceveva un presunto antidolorifico, e la seconda met nulla.

 emerso che il gruppo del placebo era, in media, meno disposto a ridurre, col proprio sforzo, lintensit della corrente elettrica che gli altri ricevevano. E, se le persone decidevano di aiutare laltro, chi apparteneva al gruppo del placebo comprimeva il dinamometro con meno forza rispetto ai volontari del gruppo di controllo. Leffetto dipendeva dal grado di empatia che provavano verso chi riceveva lo stimolo doloroso. Il placebo aveva pertanto ridotto il proprio dolore, e questo aveva influenzato lempatia della persona e ridotto il suo comportamento di aiuto.

Perci, il semplice accettare di assumere un antidolorifico influenza la nostra empatia. La portata di questo riscontro  notevole, giacch le capacit sociali sono un pilastro su cui si fonda la coesione sociale. La ricerca appena descritta solleva una serie di domande: le persone che assumono regolarmente antidolorifici, quali i derivati degli oppioidi, sono meno empatiche? Malattie come il dolore cronico o uninnata sensibilit al dolore influenzano la capacit di provare empatia? Le persone con dolore acuto o cronico possono provare meglio, oppure peggio, il dolore altrui? Come possono gli operatori sanitari, sempre a contatto con il dolore, regolare le proprie emozioni in modo da non esserne sopraffatti? E in quale misura i risultati della ricerca sul dolore valgono anche per le emozioni positive?

Tutto questo dovr essere indagato in futuro. Ma una cosa  certa: la percezione empatica del dolore estraneo  collegata allesperienza del dolore. Siamo empatici quando ci immedesimiamo negli altri e si avvia il nostro sistema delle emozioni. Se capiter che una vostra collega urti il gomito, ora sapete perch proverete pena.

