CASO CLINICO. Femminilit e vergogna, di Grgory Michel.

LAUTORE Grgory Michel  professore di psicologia clinica e di psicopatologia allUniversit di Bordeaux, ricercatore presso lIstituto di scienze criminali e della giustizia (Institut des
sciences criminelles et de la justice), psicologo e psicoterapeuta in
libera professione, nonch consulente tecnico del tribunale.

...Insultata a scuola perch truccata, vestita in modo troppo sexy o per un comportamento giudicato troppo libero o ammiccante:  la realt dello slut shaming come lha vissuta Anas, 15 anni.

Ore 18 al liceo Jean-Bart:  gi buio e la pioggia tamburella sui vetri della scuola. La maggior parte degli studenti se n andata da tempo. Seduta su una panchina vicino alluscita, con lo zaino sulle ginocchia e i capelli bagnati, una ragazza stringe il telefono spento tra le mani. Vorrebbe sparire. Non esistere pi.  Anas. La incontro per la prima volta durante una consulenza, quando i suoi genitori vengono a cercare aiuto in seguito al suo preoccupante consumo di alcool e cannabis. Ma anche a causa del recente isolamento sociale della figlia, della perdita di motivazione scolastica e dellabbandono dei suoi hobby.  stato il medico dellospedale a indirizzarci da lei, dice la madre. Ma ci sono anche tutti questi comportamenti recenti che ci tormentano. E poi la sua rabbia dopo le vacanze. Spesso  nervosa, soprattutto con me.
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Unadolescente in caduta libera.

 da qualche settimana che il comportamento di questa adolescente di 15 anni  improvvisamente cambiato. Ha trascurato le sue amiche, le lezioni di arte e la pallamano che tanto amava. Un tempo attenta in classe, ora rifiuta sempre pi spesso di andare a scuola. I suoi risultati, ovviamente, sono in caduta libera. E durante le vacanze di Natale non ha fatto altro che guardare serie tv nella sua stanza. Finite le uscite con le amiche. Senza energia, oscilla ormai tra ritiro sociale, scatti dira e comportamenti aggressivi. E poi c quel sabato pomeriggio in cui chiama suo padre: Ho fatto una grossa sciocchezza, pap, vieni subito a prendermi. Ha fumato cannabis e bevuto birre con un ragazzo sconosciuto. Nausea, vertigini, disturbi dellequilibrio, mal di testa: la ragazza ha un forte attacco dansia e finisce al pronto soccorso.

Eccola davanti a me, silenziosa, con lo sguardo fisso sulla parete per evitare il mio. Iniziamo a ripercorrere il passato della famiglia. Con un padre informatico, una madre segretaria e un fratello di 10 anni, Anas  stata fino a poco tempo prima unadolescente discreta e introversa, legata a poche amiche fidate. Sua madre, dal canto suo, rivela una personalit ansiosa e molto attenta al benessere dei figli. Forse troppo. La sua costante vigilanza confina talvolta con liperprotezione, se non addirittura con lipercontrollo, al punto che il marito lha definita mamma chioccia. Il fatto  che la donna vuole sapere tutto ci che fa la figlia, dove va e con chi parla.

 a partire dallultimo anno della scuola media che avviene il primo cambiamento: Anas reclama maggiore autonomia. Chiede di uscire da sola con le amiche il sabato pomeriggio e passa tutto il suo tempo incollata al telefono, cosa che provoca tensioni con i genitori. Non lo mollava pi, e ci nascondeva quello che faceva, confida la madre.

Il secondo cambiamento  pi brutale. Questa volta si tratta di un movimento inverso: Anas si chiude in s stessa al punto da non vedere pi nessuno, tranne ununica amica, Alice. Perde lappetito, dorme sempre peggio e arriva persino, durante quellepisodio preoccupante, a bere in modo eccessivo e a fumare spinelli. Per i genitori, tutto questo  incomprensibile.

Dal canto mio, sospetto uno stato ansioso-depressivo. Pi probabilmente una depressione mascherata, cosa che accade spesso durante ladolescenza, dove lirritabilit e laggressivit possono nascondere in parte i sintomi classici della depressione, come la tristezza e il rallentamento sia motorio (chiamato anche astenia) che mentale (bradipsichismo). Ma rimane un interrogativo: lisolamento sociale della ragazza  dovuto a una perdita di slancio e di piacere (la famosa anedonia depressiva) o a qualche altro fattore scatenante che ancora ignoro?

Non voglio pi vedere nessuno.

 giunto il momento di un colloquio a quattrocchi tra lei e me. Seduta in poltrona di fronte alla grande libreria, con le spalle curve, la vedo maneggiare un braccialetto di metallo dorato ornato da una piccola medaglia incisa. Questo gioiello contrasta con la sua apparente neutralit, e le conferisce un tocco di femminilit che sembra tuttavia voler nascondere.

Che ne pensi di quello che ha detto tua madre?. Lei alza le spalle: I miei genitori pensano che io stia male. E non  vero?, le chiedo.

Silenzio. Poi, in un sussurro quasi impercettibile: Non voglio pi vedere nessuno, non voglio pi andare a scuola, n a pallamano, n a disegno. Perch? Cos cambiato l?. Fissa il suolo. Le sue dita si agitano nervosamente sulla medaglia. Nulla,  solo che. Si interrompe, con gli occhi lucidi: Non ne voglio parlare.

Non ne ricavo pi nulla. Durante la seduta successiva le ripropongo la domanda, anche in questo caso senza risultato. Le chiedo allora di descrivermi una giornata tipo a scuola, invitandola a condividere ci che prova. Mio padre mi accompagna in macchina ogni mattina davanti alla scuola e l aspetto la mia amica Alice per varcare il portone. Descrive poi la sua angoscia nei lunghi corridoi, il timore di incrociare lo sguardo degli altri studenti, di scorgere sorrisi e risate soffocate. Si sente spiata, giudicata.

 questa diffidenza verso gli altri ragazzi che sembra provocare il suo ripiegamento su s stessa. Si chiude e diventa ostile verso il mondo esterno, che percepisce come minaccioso e persecutorio. Unostilit che si muta in aggressivit nei confronti dei genitori, o contro s stessa. Mi confessa di essersi scarificata gli avambracci in diverse occasioni a partire dal mese di novembre. Ma, soprattutto, ci che descrive non sembra frutto di fantasie; non riscontro n alterazioni del giudizio n paranoia.  forse laspetto pi preoccupante: il suo pensiero appare logico.

Che cosa  successo, dunque, perch Anas soffra cos profondamente?


Insultata per essersi truccata.

Quando passo, mi guardano come se fossi sporca, mi dice finalmente. Allora le chiedo chi la guardi in quel modo. Tutti, risponde. Soprattutto le ragazze. Il racconto inizia quindi a farsi pi preciso. Durante le vacanze di Ognissanti, alla festa di compleanno di unamica, un ragazzo della sua classe lha filmata mentre ballava. Il video, inizialmente innocuo,  stato accompagnato da commenti degradanti sui social network. Hanno detto che ero una ragazza facile, che cercavo lattenzione dei ragazzi, che mi meritavo quello che mi avrebbero fatto, soprattutto con la gonna che indossavo. Sussurra: Una ragazza che non conosco ha scritto che ero una puttana. Si rannicchia su s stessa.

Il problema  che il video del compleanno viene condiviso massicciamente. Alcuni ragazzi del liceo iniziano a inviarle messaggi a sfondo sessuale e insulti, ripubblicando vecchie foto tratte dal suo profilo Instagram. Anas confessa di non averne mai parlato con i genitori. Avevo troppa vergogna. Sono io che ho ballato,  colpa mia.

Dallinizio dellanno scolastico, la ragazza aveva anche aumentato la propria visibilit sui social pubblicando foto di s truccata e molto curata. Le mie amiche mi prestavano vestiti alla moda che mia madre mi proibisce di indossare. Le capitava di cambiarsi e truccarsi dopo essere uscita di casa. I primi commenti la lusingano; lei, che fino a quel momento era stata timida e poco sicura di s, si sente finalmente visibile.

Anas mi sembra inizialmente corrispondere al profilo tipico di una vittima di bullismo e cyberbullismo. Tuttavia, le parole e i commenti che la feriscono rimandano essenzialmente a contenuti sessualizzati e fortemente legati al genere. Mi evocano quindi rappresentazioni sociali della sessualit femminile che rientrano in meccanismi di stigmatizzazione basati sullapparenza, sul comportamento o su una presunta sessualit molto libera.  ci che attiene al fenomeno dello slut shaming, che le spiego: il fatto di stigmatizzare, colpevolizzare o squalificare una donna il cui atteggiamento o aspetto fisico siano giudicati provocanti o troppo apertamente sessuali. Un termine che d i brividi, perch in inglese slut significa puttana e shaming far vergognare.

Di fronte alle mie spiegazioni, Anas acconsente.  esattamente cos. Mi guardavano come se fossi qualcun altro. Persino le mie amiche si sono allontanate. Aggiunge: Mi sono detta che dovevo smettere di vestirmi alla moda, di essere carina, smettere di farmi notare. La ragazza adotta quindi vestiti larghi, smette di giocare a pallamano e di uscire. Voglio che si dimentichino di me. Il braccialetto che tasta con la punta delle dita assume a questo punto un significato particolare, come un ultimo, discreto, segno della sua femminilit rivendicata. Un regalo della zia paterna per i suoi 15 anni. La zia, che ha 32 anni e con la quale Anas si confida, incarna lopposto della madre: indipendente, a suo agio con il proprio corpo, la propria femminilit e le proprie scelte, senza il desiderio di mettere su famiglia. Quel gioiello diventa quindi per la ragazza il simbolo di una libert in divenire.

Parliamo anche dellepisodio legato al consumo di alcool e cannabis. Avevo incontrato Pierre, uno studente di quarta liceo, uno dei pochi insieme ad Alice a sostenermi... Quando mi ha proposto di fumare, ho colto loccasione. Fumare e bere hanno rappresentato un tentativo di anestetizzare la vergogna e langoscia. Volevo dimenticare, anche solo per poche ore. Questa seduta segna una svolta: un primo passo verso la traduzione in parole e la comprensione di ci che ha vissuto, nonch verso la verbalizzazione di una richiesta daiuto.
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Parlare per cambiare le cose.

Nel percorso terapeutico che Anas decide di intraprendere, una tappa  cruciale: rompere il segreto sulla sua situazione.  lei a decidere di informare i genitori di ci che ha vissuto. Questo annuncio avviene durante una seduta congiunta, preparata in precedenza. La ragazza racconta lepisodio della diffusione del video, i commenti sessisti, i messaggi umilianti. Sua madre, inizialmente scossa, oscilla tra senso di colpa e rabbia. Senso di colpa per non aver visto e rabbia verso la scuola, i social network, questa societ. Il momento  decisivo: da quellistante la ragazza non  pi sola con la sua vergogna. Successivamente, il lavoro psicoterapeutico si concentra sullautostima e sulla questione della femminilit. Lobiettivo  prendere coscienza del fatto che, attraverso labbigliamento, il trucco e i social network, Anas ha cercato di costruirsi unaltra figura di femminilit: pi visibile, pi desiderabile e pi libera rispetto a quella della madre, percepita come troppo normativa, controllante e, in definitiva, poco femminile.

Lo slut shaming ha attaccato brutalmente questo tentativo identitario, trasformandolo in una fonte di vergogna e di isolamento. Questo fenomeno  stato particolarmente devastante per unadolescente in piena crescita. Alla sua et, infatti, lo sguardo dei coetanei  uno specchio fondamentale per costruire s stessi, la propria identit. Trovarsi ridotta a una sessualit stigmatizzata, bersaglio di ogni tipo di insulto, costituisce un attacco diretto al sentimento di esistere in quanto donna. Anas, inoltre, era molto dimagrita durante quel periodo, segno di un profondo malessere interiorizzato.

Progressivamente, con la diminuzione dellangoscia e il recupero del senso di controllo sulla propria vita, il suo peso si stabilizza. Inizia anche a interrogarsi in modo diverso sulla propria femminilit: non la vede pi come un pericolo, ma come una dimensione da addomesticare. Riprende quindi la pallamano, attivit che le permette di riappropriarsi del proprio corpo in un ambito sportivo e non sessualizzato. Viene poi svolto un lavoro specifico sulluso dei social network: una riflessione sullesposizione di s, sulla gestione della propria immagine, sulle strategie di protezione e sui rischi associati alla condivisione di determinati contenuti.

Oggi Anas ha imparato a porre limiti, a distinguere tra visibilit scelta e visibilit imposta, e a riflettere sulle dinamiche di potere e di genere allopera negli spazi digitali. Due anni pi tardi, in quarta liceo, si proietta nel futuro. Ormai sa che cosa vuole fare: sociologia. La sua esperienza lha resa sensibile ai meccanismi di stigmatizzazione e alle norme di genere. Ha cambiato scuola, un passaggio che non  stato vissuto come una fuga, ma al contrario come una forma di rinascita sociale. Ha iniziato a frequentare un ragazzo, una relazione che descrive come rispettosa e rassicurante al tempo stesso.

Il peggio  finalmente alle sue spalle. Ma la sua storia ci ricorda che, per migliaia di ragazze, lo slut shaming  una realt quotidiana dalla quale si fatica a uscire.


