Negli ultimi anni il mercato del lavoro del Friuli-Venezia Giulia ha attraversato una fase di forte crescita della domanda di lavoro.
Tra il 2019 e il 2025 gli occupati sono passati da 508 mila a circa 528 mila (+3, 9%), mentre si sono ridotti sia i disoccupati (-22, 7%) sia gli inattivi (-7, 6%). La crescita dell'occupazione  stata superiore a quella registrata in diverse regioni del Centro-Nord, tra cui Veneto (+2, 2%) e Lombardia (+2, 6%).
Anche le nuove generazioni sono state favorite da questa tendenza: il tasso di occupazione dei 25-34enni  passato dal 65, 3% al 71, 7%. Restano tuttavia forti differenze rispetto alle classi adulte.
Nel 2025 il tasso di disoccupazione dei 25-34enni superava l'8%, contro valori inferiori al 5% nelle et successive.
Ma  soprattutto il lavoro a termine a mostrare quanto l'et continui a contare.
Su 100 lavoratori dipendenti, 15 sono occupati a termine, una cifra relativamente contenuta.
Se per consideriamo i pi giovani, tra i 15-24enni uno su due  occupato a termine e tra i 25-34enni uno su cinque1.
Il tempo determinato  il principale canale di ingresso dei giovani: nel 2025 riguarda il 58, 9% delle assunzioni della classe 15-24 anni e il 62, 6% di quella 25-34 anni.
E' aumentato, per, il peso dei giovani nelle trasformazioni verso il tempo indeterminato: la quota dei 15-24enni sul totale delle trasformazioni  passata dall'11, 6% al 16%, mentre quella dei 25-34enni si colloca intorno al 31%. L'espansione occupazionale ha quindi modificato poco le modalit iniziali di accesso, mentre sono cresciuti i processi di stabilizzazione.
Lavoro a termine e precariet, del resto, non sono necessariamente sinonimi: gli effetti dell'instabilit dipendono anche dalle risorse personali e familiari che consentono di sostenere una transizione pi o meno lunga.
Il punto  che l'et  una condizione transitoria.
Intorno ai 35-36 anni, quando il lavoro stabile diventa nettamente prevalente, un "giovane" ha ormai cessato di essere tale, mentre una nuova coorte entra nel mercato e affronta almeno in parte lo stesso percorso.
Ci che  transitorio per l'individuo pu cos diventare persistente per il sistema.
Il mercato del lavoro  cambiato molto nei livelli occupazionali e nella capacit di stabilizzazione, assai meno nei percorsi di ingresso dei giovani.
Per contrastare lo svantaggio dei giovani, le politiche del lavoro hanno fatto leva su due pilastri.
Il primo  il capitale umano: istruzione, formazione e competenze aumentano le possibilit di trovare un lavoro stabile e qualificato.
Il secondo  la flessibilit in ingresso: riduce vincoli, rischi e costi per i datori di lavoro, favorendo cos l'accesso dei giovani.
Sono strumenti assolutamente necessari, ma non sufficienti: se competenze e rigidit fossero le sole cause dello svantaggio, dopo decenni di investimenti nella formazione e di crescente flessibilit, le differenze generazionali sarebbero diminuite molto di pi.
Perch non  cos? Una parte della risposta sta negli effetti prodotti nel tempo dalle riforme del mercato del lav.
oro.
Intervenendo soprattutto sulle modalit di ingresso, hanno contribuito a consolidare una distribuzione molto diseguale di rischi e tutele tra chi  gi stabilmente inserito e chi entra nel mercato attraverso rapporti pi temporanei.
Un assetto di questo tipo  difficile da cambiare.
Le strategie di imprese, lavoratori e rappresentanze possono infatti contribuire, anche involontariamente, a riprodurre le condizioni esistenti.
Ridurre questa asimmetria significa modificare equilibri consolidati e incontra quindi inevitabilmente resistenze.
Questo percorso verso la stabilit tende a ripetersi tra le generazioni, mentre cambia rapidamente la struttura demografica.
Dagli anni Settanta, infatti, la popolazione regionale  diminuita del 2, 3%, ma quella in et lavorativa si  ridotta del 7, 7% e quella tra 15 e 34 anni del 32%, mentre i 55-64enni sono aumentati del 22, 3%. Gli effetti sul ricambio sono gi visibili e decisamente preoccupanti: i 55-64enni rappresentano circa il 40% degli occupati, contro il 22% dei 25-34enni.
Le coorti prossime all'uscita dal lavoro sono quindi molto pi numerose di quelle chiamate a sostituirle.
Nulla garantisce, quindi, il necessario ricambio: anche in una fase economica favorevole e di elevata domanda di lavoro, l'occupazione potrebbe contrarsi per effetto della progressiva riduzione della popolazione in et lavorativa.
In questa prospettiva, anche le difficolt di reperimento segnalate dalle imprese assumono un significato diverso.
Secondo Excelsior, le assunzioni di difficile reperimento sono passate da circa un terzo prima della pandemia a quasi la met negli anni pi recenti.
Alla difficolt di trovare le competenze richieste si affianca sempre pi quella, ancora pi elementare, di trovare candidati.
E' qui che emerge un paradosso: le attuali modalit di ingresso si sono consolidate quando l'offerta di giovani era relativamente abbondante e persistono mentre quella condizione sta scomparendo.
I giovani diventano una risorsa sempre pi scarsa, ma continuano ad attraversare un lungo percorso verso la stabilit, in larga parte simile a quello sperimentato quando erano molto pi numerosi.
Dire che i giovani sono diventati una risorsa preziosa, per, non basta.
La crescente attenzione verso giovani, competenze e parit di genere rischia di rimanere sulla carta se non produce cambiamenti coerenti nel reclutamento, nell'organizzazione del lavoro e nei percorsi di carriera.
La fastidiosa retorica che vuole i giovani come "il nostro futuro" serve a poco se le pratiche continuano a considerarli inesperti, pretenziosi o poco disponibili al sacrificio.
E' la distanza tra obiettivi dichiarati e pratiche effettive che occorre ridurre.
Finora abbiamo chiesto alle persone di adattarsi alle esigenze del mercato.
E' necessario, naturalmente.
Ma quando diminuiscono le persone disponibili anche la domanda di lavoro dovrebbe adattarsi all'offerta.
Retribuzioni e stabilit contano, insieme alle opportunit di crescita, al riconoscimento delle competenze, all'autonomia e alla conciliazione tra lav.
oro e vita.
Aspetti particolarmente apprezzati dai pi giovani.
E che molti cercano all'estero.
E' in questa prospettiva di reciproco adattamento che si muovono anche le politiche regionali, integrando formazione, incentivi alle assunzioni, misure di conciliazione e servizi per il lavoro con un'azione radicata nel territorio.
Affinch le singole misure producano effetti duraturi, infatti, occorre una corresponsabilit tra istituzioni, imprese, parti sociali e sistema formativo nella costruzione di risposte condivise.
Anche la cosiddetta "fuga dei cervelli" pu essere letta in questa prospettiva.
La mobilit dei giovani non  di per s un problema: studiare o lavorare altrove pu essere un'occasione di crescita.
La questione  se un territorio sappia offrire ragioni per restare, opportunit per tornare e condizioni capaci di attrarne altri.
Se per anni abbiamo chiesto quanto i giovani fossero occupabili, oggi dobbiamo chiederci anche quanto siano attrattivi il lavoro, le imprese e il territorio che offriamo loro.
carlos corvino.
Articolo adattato dalla Fondazione Ezio Galiano, su progetto dell'ingegner Guido Ruggeri, per consentirne la lettura ai disabili visivi.
