Giulia Soligon.
Il fatto.
"Tito vive per sempre 4L". Una scritta, caratteri cubitali, vergata con la vernice della bomboletta spray di colore nero su due righe,  apparsa sul muro del perimetro esterno del carcere di Pordenone.
Proprio sul lato affacciato al palazzo di Giustizia.
E quello che si trova sotto la sua cella, la numero 11.
Presumibilmente la frase che si conclude con "4L", forse "for life",  dedicata a Mamdouh Mohamed Khodair Mamdouh Karam, il detenuto egiziano di 19 anni morto per le gravi conseguenze dell'incendio da lui stesso appiccato lo scorso 17 agosto nella propria cella della Casa circondariale di Pordenone dove era rinchiuso.
Tito era il nome con cui era conosciuto sui social, come si ricava da un post pubblicato sulla pagina Instagram dell'associazione di volontariato Carcere e Comunit, che al giovane deceduto rivolge un pensiero. "Per Karam  cos lo chiamava la madre nelle lunghe videochiamate dall'Egitto  la vita era una battaglia continua, sempre pronto a cercare lo scontro con tutto e con tutti.
Questa battaglia di vita  stata resa ancora pi dura dall'estrema solitudine che chi vive il carcere sperimenta soprattutto nei mesi estivi e durante le festivit", scrivono i volontari nell'esprimere parole di cordoglio "a chiunque lo abbia conosciuto e abbia cercato di tendergli una mano in Italia, compreso il personale della Casa circondariale di Pordenone.
Un pensiero commosso va, in particolar modo, alla sua numerosa famiglia in Egitto.
Quando una vita si interrompe a soli 19 anni" concludono "deve restare solo lo spazio per il silenzio e la riflessione".
Quanto alle lettere maiuscole comparse ieri mattina sulla facciata del muro che separa il luogo della detenzione da quello esterno, il fatto  al vaglio della polizia locale di Pordenone, che ha gi avviato i primi rilievi e sta visionando i filmati delle telecamere pubbliche installate nella zona per individuare gli autori del gesto che con molta probabilit hanno agito di notte, allo scuro dagli occhi indiscreti.
L'avvocato Martino Benzoni, che nell'inchiesta sul rogo in carcere tutela i familiari della vittima, afferma che nessuno degli amici della cerchia di Karam sarebbe coinvolto in questo episodio e che non si tratta di un atto intimidatorio.
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Una pattuglia della polizia locale davanti al muro con la scritta.
Articolo adattato dalla Fondazione Ezio Galiano, su progetto dell'ingegner Guido Ruggeri, per consentirne la lettura ai disabili visivi.
