LA STORIA.
E' bello, in fondo, che la vita abbia la propria dose di misteri.
C' qualcosa dallaltra parte dell'Atlantico, ad esempio, che si combina bene con lo spirito rabbioso e cialtrone dell'Italia del calcio, quello che identifica la felicit solo con la vittoria e spiega ogni sconfitta con il complotto.
La Roma che si scopre innamorata degli argentini, del resto,  solo l'ultimo atto di un feeling con il Sudamerica che alle nostre latitudini dura da sempre.
Pensate che Gianni Brera - il miglior giornalista che abbia scelto lo sport come la propria quotidiana tazza di t - spiegava come i pi grandi stranieri mai giunti in Serie A prima della chiusura delle frontiere degli anni Sessanta erano stati Schiaffino, Sivori e Julinho, cio un uruguaiano, un argentino e un brasiliano.
Ovvero: solo carburante sudamericano.
Dell'ondata successiva, poi, si potrebbe anche non parlare, pensando semplicemente a Maradona e a Ronaldo il Fenomeno.
LA MUTAZIONE.
Grazie alle magie di Falcao e Cerezo, l'universo giallorosso da quasi mezzo secolo ha scelto di identificarsi con il pallone verdeoro, basti pensare nelle stagioni 2010-11 e 2016-17 la squadra aveva in rosa ben otto brasiliani, anche se non dominanti come i predecessori (Doni, Maicon, Juan, Taddei, Julio Baptista e un declinante Adriano i pi nominabili). Ma i tempi cambiano e cos, forse per emanazione della grinta comunicata da Gasperini, a Trigoria sono gli argentini che hanno preso piede.
Il quintetto che scorrazza sul verde dei prati della capolista, infatti, ha gi eguagliato il record "albiceleste" della storia della Roma.
In questa annata finora sono in cinque a ruminare virtualmente mate e asado, proprio come nel 2016-17, quando toccava a Fazio, Paredes, Perotti, Iturbe e, per pochissimo, Ponce far innamorare i tifosi.
Con tutto il rispetto, per, adesso gli esecutori sono diversi e l'orchestra suona un'altra musica.
Paulo Dybala, Matias Soul, Santiago Castro, Nahuel Molina e Leonardo Balerdi paiono di una categoria diversa, assai pi consona ad una squadra che aspira al vertice.
Se ci fate caso, la storia pi recente dei giallorossi ha vissuto proprio nella coniugazione fra il brasilianesimo e l'argentinismo.
Cos, se Totti ha rappresentato l'anima verdeoro, De Rossi ha simboleggiato quella albiceleste, tanto da chiudere la carriera al Boca Juniors. Adesso, per, c' qualcosa di diverso, perch gli argentini della Roma non sono pi sinonimo solo di garra, ma anche di classe e qualit. Basti pensare al pi forte di tutti, Dybala, a cui solo l'anagrafe e gli infortuni impediscono di essere in patria il legittimo erede di Messi.
Occhio per, perch anche da Soul, Castro e Molina ci si aspetta tanto, per non parlare di quello che potr portare il nuovo "capitano aggiunto" Balerdi.
Del resto, fra le pepite argentine del passato,  difficile dimenticare il segno lasciato da Guaita, il Corsaro Nero, che 1935 vinse la classifica cannonieri con 28 gol, prima di fuggire di notte in Francia per paura di essere arruolato in quanto oriundo, oppure Manfredini, Piedone, anche lui nel 1963 re dei bomber e citato anche da Gassman nel film "I mostri" di Risi, fino ad arrivare al silenzioso Samuel, il Muro, l'unico di questo terzetto che abbia vinto quel tricolore lontano ormai 25 anni.
Eppure da mesi qualcosa ronza dentro la testa dei tifosi, cio che la Roma in realt abbia anche un sesto argentino, ovvero quel Malen che a suon di gol (5 in due partite), a molti sembra il clone di Batistuta, con relativo sogno scudetto annesso.
I numeri dicono questo, ma piano a chiedere pareri al Re Leone, visto che nelle ultime interviste sugli attaccanti attuali, dice di essere stato "quattro volte pi forte di Lautaro" - uno che ha segnato 202 reti in 317 partite - e mostra di rispettare solo Haaland ("sembra distratto, ma  sempre al posto giusto") e Mbapp ("d'altronde, come tutti gli attaccanti di oggi, ha tanti spazi a di disposizione"). Morale: forse  troppo presto per cercare un Osvaldo Soriano che canti gi questi italiani d'Argentina.
Non c' ancora nessun tango da ballare o da dimenticare, e per il momento nessuna impresa cos grande da dover essere celebrata.
Eppure, solo il fatto di esserne qui a scriverne, significa che questa pianta argentina che cresce all'ombra del centenario della Roma, ha di sicuro un cuore che batte forte.
Quello che occorre per sognare.
Massimo Cecchini.
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Articolo adattato dalla Fondazione Ezio Galiano, su progetto dell'ingegner Guido Ruggeri, per consentirne la lettura ai disabili visivi.
