L'EVENTO.
Un padre e la piccola figlia sono diretti a Busan. Ma durante il viaggio in treno rimangono intrappolati insieme a un gruppo di zombi.
Il film "Train to Busan", del regista coreano Yeon Sang-ho,  di dieci anni fa ma grazie al restauro ora  visibile sul grande schermo: cosa che in Italia non era mai successa.
E al cinema 4 Fontane, per l'anteprima d'eccezione, ci sono il regista Gabriele Mainetti e il critico cinematografico Giacomo Sambella Lenzi.
Prima la visione dell'horror, e poi il commento in sala. "Ti ricordi la prima volta che lo hai visto e la differenza nel rivederlo oggi?", chiede Lenzi al cineasta romano. "Considera che mi sono laureato con una tesi su come sono cambiati gli zombie americani dopo l'11 settembre replica Mainetti - e ho visto qualsiasi film di genere.
Ero molto severo dopo la laurea.
Con "Train to Busan" ho apprezzato ci che gli americani non riuscivano a fare.
Era il periodo di "Lo chiamavano Jeeg Robot": il movie mi piacque molto, ma emotivamente ero pi distante.
Quando l'ho rivisto in questa sala, con tre figli, mi ha devastato.
Ho colto quello che non riuscivo a capire nella prima visione".
"All'inizio, in Corea del Sud, nessun produttore voleva fare questo film. Inizialmente si pensava che lo zombie non tirava.
Poi si convincono.
Lo zombie smetter mai di interessare?".
Aggiunge Lenzi. "No, perch  come un magma, un plasma.
La sceneggiatura qui  talmente perfetta che mi riesce difficile pensare che abbia incontrato delle resistenze.
E' rivoluzionario.
C' un messaggio: se sei solo muori, se sei per gli altri, preservi l'umanit. Il cinema di genere fa questo: trasfigura il contemporaneo e lo racconta.
Attraverso l'intrattenimento ti racconta di te.
Racconta di una societ coreana che  riuscita a contagiare l'intero mondo.
I registi sono narratori.
E l'horror  meraviglioso per raccontare una societ che  soffocata in questo treno proiettile.
E il suo correre incessante  metafora dell'oggi". Applausi.
Lucilla Quaglia.
 RIPRODUZIONE RISERVATA
