Difficile dire quanto sia appropriato il riferimento al 2008 per i tassi alti dei titoli, anche perch quello fu un periodo che non vorremmo ricordare perch furono gli anni della crisi finanziaria globale, ma il semplice fatto che si istituisca un parallelo con quel tempo non pu fare stare allegri.
Pur senza eccedere in allarmismi, il contesto internazionale con il rilancio in questi giorni delle due guerre in corso (da un lato, gli attacchi americani a Hormuz, dall'altro i droni russi su Lipsia) e le continue oscillazioni di Trump, i livelli del debito e del deficit nazionali, non certo per ultima, l'inflazione, nonch gli impatti della raccolta del risparmio da parte delle Big Tech con le enormi emissioni di titoli: sono, questi, i fattori alla base della forte risalita dei rendimenti dei titoli pure nell'Unione e nelle altre principali aree del globo, a cominciare dagli Usa.
Ha contribuito anche la molto avventata operazione compiuta dal Tesoro Usa con la vendita di euro per sostenere lo yen giapponese e la vendita di titoli pubblici a breve per l'acquisto di titoli a lunga per sostenere la prospettiva, ma dando un segnale di malcelata preoccupazione.
Rischia, in ogni caso, di instaurarsi un processo a catena.
Continua a salire il prezzo del petrolio oltre i 90 dollari al barile e il gas va sopra i 70 euro a megawattora.
Per ora si escludono (ma fino a quando?) riflessi di secondo livello dell'aumento del prezzo del carburante.
Naturalmente, oggi le condizioni sono diverse da quelle nelle quali si svilupp la ricordata crisi internazionale che poi si tradusse in crisi finanziaria e bancaria, quindi, in crisi dei bilanci pubblici in Europa e in Italia.
Giustamente, a proposito dell'Italia,  stato ricordato l'avanzo primario, un dato sicuramente importante, anche se non va di certo trascurato il livello del debito.
Ora, comunque, l'attenzione negli Usa e in Europa si concentra sull'inflazione che nel vecchio Continente  ad agosto salita al 3.3 per cento cos come in Italia.
Siamo, quindi, lontani dal target del 2 per cento che sancisce il mantenimento della stabilit dei prezzi in ottemperanza, da parte della Bce, del mandato che le conferisce il Trattato Ue per la stabilit monetaria.
A questo punto, si rafforza la posizione di coloro che gi nell'ultima seduta della Bce del 23 luglio avrebbero voluto dare un segnale di sia pur lieve risalita di tassi.
Dunque, nella riunione del 10 settembre sar deciso quanto meno un ritocco di 25 punti base in risalita, dal 2,25% al 2,50% riguardante il tasso sui depositi, il tasso che regola la politica monetaria? Se si guarda all'inflazione di fondo, senza cio considerare i beni energetici e alimentari, oggi al 2,4% - che le Banche centrali prendono in considerazione - non si sarebbe cos lontano dal suddetto target. Per di pi, l'inflazione deve essere inquadrata, come vuole il ricordato mandato, in una prospettiva di medio termine e allora bisogner vedere se siano state apportate variazioni alle previsioni della Bce.
Sull'altro piatto della bilancia, vi  il rischio di non essere tempestivi nello stroncare all'inizio la risalita dei prezzi, compiendo l'errore grave di quattro anni fa quando si temporeggi molto prima di arrivare a una misura restrittiva.
Si potrebbe anche ipotizzare che si decida ancora una pausa.
Ma dovrebbero funzionare misure di politica economica e di finanza pubblica anti-inflazione che consentirebbero una pi elastica azione della politica monetaria.
E qui si arriva al cuore del problema: sono necessarie misure nazionali, ma  il livello europeo che deve fare la propria parte, oltre ad aprire spazi per le politiche nazionali.
Un fenomeno che ingloba guerre e scontri geopolitici non pu essere affrontato solo dai singoli Paesi europei.
E' ora che l'Unione si risvegli per misure sia congiunturali sia strutturali.
Ci non esonera le responsabilit nazionali, ma  l'Europa che deve dare i pi importanti segnali, dimostrando cos, nelle difficolt, la sua essenzialit.
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