segue dalla prima pagina.
Von der Leyen dovr dimostrare, nel suo intervento, di essere in grado di far ulteriormente avanzare l'Ue verso sfide sempre pi complesse e con un carattere oramai esistenziale.
Ne sar all'altezza? Ma soprattutto i principali Paesi membri e ancora pi nello specifico i capi di Stato e di governo che l'hanno riconfermata nel 2024, le forze del Parlamento europeo che l'hanno sostenuta, seppur pi timidamente rispetto al primo mandato, sono in grado di mettere da parte le legittime differenze e cogliere la gravit della situazione? Mai come in questa congiuntura la massima del premio Nobel Romain Rolland, resa celebre ad inizio anni Venti del 900 da Antonio Gramsci, deve tramutarsi nel principio ispiratore delle principali leadership europee: esercitare il pessimismo della ragione e contestualmente l'ottimismo della volont. Su almeno tre grandi dossier servirebbe, ma meglio sarebbe dire servir, applicare tale massima.
Il primo e pi scottante  quello relativo alla minaccia russa, sull'onda della recente indagine tedesca sui gravissimi eventi dell'aeroporto di Lipsia.
Il caso  di scuola, soprattutto perch  il pi clamoroso, una sorta di punto di non ritorno di una escalation degli ultimi otto mesi, costellati da continui sabotaggi alle infrastrutture che direttamente o indirettamente producono munizioni e armamenti per l'esercito ucraino.
La denuncia tedesca e il sostegno che a Berlino sta giungendo dalla Commissione, dai vertici Nato e via via dalle principali cancellerie (Francia e Italia in prima linea) potrebbe avvicinare la situazione al punto di non ritorno.
Ora serviranno contemporaneamente fermezza e lucidit. Servir da parte dell'Ue da un lato mostrarsi compatta, senza voci fuori dal coro e dall'altro tarare con ragionevolezza la reazione.
Appare sensato il coinvolgimento dell'Alleanza atlantica e il riferimento all'articolo 4 (attenzione da non confondere con l'articolo 5) dimostra la ragionevolezza nella possibile escalation. Cos come appare circostanziato il richiamo al possibile via libera all'utilizzo degli asset russi congelati per finanziare la resistenza ucraina.
Le perplessit soprattutto del Belgio potranno essere in maniera virtuosa superate formalizzando una mutualizzazione europea della garanzia su un eventuale contenzioso giuridico.
Si tratterebbe di una chiara dimostrazione di volontarismo politico e di unit di intenti da parte dei 27. Si  pronti a varcare questa linea rossa? Si  anche disponibili a spiegare tutto ci alle opinioni pubbliche?
Il secondo grande dossier si lega in maniera stretta al citato all'articolo 4 della Nato, quello che prevede la consultazione tra i Paesi dell'Alleanza ogni volta che l'indipendenza, la sicurezza e l'integrit territoriale di almeno uno dei membri  messa in discussione.
Di quale all'Alleanza atlantica parliamo? Di quella a guida statunitense o di quella che deve adattarsi nello strutturare un pilastro europeo in grado di pensarsi, non nel lungo ma nel breve/medio periodo, come autonomo? Prendendo cos atto che l'Alleanza atlantica del 1949  finita e, sull'onda della drammatica crisi causata dall'invasione russa dell'Ucraina, si impone un ripensamento complessivo delle relazioni euro-atlantiche e delle garanzie di sicurezza statunitensi sul Vecchio Continente.
Terzo e ultimo dossier, ma non per importanza, quello migratorio.
Al netto delle questioni contingenti legate a Ceuta e alle varie sospensioni di Schengen, pessimismo della ragione e ottimismo della volont devono essere veicolati in una sola direzione: impedire che il tema migranti mandi in pezzi la fragile solidariet e coesione europea.
Servirebbe davvero un "patto sulle migrazioni" in grado di imporre una sorta di moratoria sull'utilizzo del tema a scopi propagandistici e finalizzati alla raccolta strumentale del consenso.
Magari riflettendo su rischi concreti, come una nuova possibile ondata migratoria proveniente dall'Ucraina, qualora l'Europa non fornisca all'esercito di Kyiv ci che  necessario per il controllo dei cieli delle sue principali citt. Difendere oggi l'Ucraina significa anche scongiurare una nuova catastrofe migratoria, con conseguenze politiche devastanti per la tenuta delle nostre democrazie.
La storia, anche recente, annovera importanti discorsi che hanno segnato un'epoca.
A von der Leyen non si chiede di avvicinarsi al Churchill del 4 giugno 1940 (quello dell'inarrivabile We shall fight on the beaches), ma da lei si pretende la presa d'atto che le parole evocative del 2025 devono essere ribadite e riempite di sostanza.
Mai come oggi  corretto affermare che l'Europa lotta per il suo futuro.
Ma mai come in questo momento il futuro  ora.
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