Titti Marrone.
La quantit di lettere trovate, il loro contenuto assai esplicito e l'assenza di segni di effrazione non hanno dato adito a dubbi: il padre, Luca Abbasciano, informatico di 42 anni, e la madre, Valentina Pambianco, impiegata di 41, hanno deciso di porre fine alla vita loro e a quella della piccola Bianca, affetta dalla nascita da una gravissima forma di disabilit, per una ragione riassunta in sette semplici parole che sono la sintesi estrema di un fallimento collettivo: "Da soli non ce la facciamo pi". Dove le parole che pi bruciano, quelle davvero incandescenti sono "da soli".
E s che la famiglia risulta essere stata "seguita dai servizi sociali", e s che familiari e amici intorno a loro si sono prodigati per come hanno potuto, o voluto, allo scopo di fiancheggiarli nell'impresa di affrontare l'irrimediabile malattia della bimba: paralisi cerebrale, ritardo motorio e cognitivo, epilessia.
Quando i risparmi di famiglia sono finiti ci sono state sottoscrizioni, contributi raccolti nella rete affettiva formata intorno a loro per aiutare la coppia a tentare la fortuna a Monterrey, in Messico, dove un medico guru, Roberto Trujillo, sembrava poter offrire una cura non approvata dalla Fund and Drug Administration costata fin qui oltre trecentomila euro.
Ma ai genitori quella cura sembrava aver dato qualche speranza, qualche segnale positivo.
Luca e Valentina avevano per scelto la discrezione, schivato il crowdfunding sui social per evitare di mettere in vetrina la loro bambina gi cos offesa.
Hanno lottato ogni giorno, a testa bassa, Luca optando per il lavoro in smartworking, Valentina licenziandosi dal suo impiego per dedicarsi completamente alla figlia.
Lei aveva accolto Bianca fin dal primo giorno, fin da quando le avevano chiesto se fosse sicura di farcela a crescere quella creatura nata due mesi prima del tempo.
N lei n Luca potevano immaginare quanto sarebbe stata dura, e certo per lei lo era diventato ancora di pi quando, di recente, aveva saputo di non poter avere pi figli.
Ma lo dicevamo, a pesare pi di tutto, a chiamare in causa la collettivit  quell'espressione "da soli". L'ho trovata scritta oggi in un post di A., un giovane scrittore e musicista mio amico, che ne conosce il significato per il fatto di avere un figlio colpito da una forma per fortuna non grave - di disabilit. "Da soli Ho visto sul web qualche foto di questa famiglia, conosco bene quei momenti, quel barlume di speranza che si pu trasformare in rabbia e frustrazione in un secondo.
E so bene cosa vuol dire quella parola, soli". Perch si pu essere seguiti dai servizi sociali e rimanere isolati.
Essere inseriti in qualche elenco, ricevere qualche contributo o prestazione medica, e non sentirsi sostenuti.
Tutto il carico di cura, di notti e di giorni sempre uguali, continua a gravare sulla famiglia, senza tregua.
Solo chi vive quotidianamente quel dolore pu capire che la solitudine non  soltanto assenza di persone intorno ma impossibilit di avere spazi propri oltre il perimetro della malattia e dell'assistenza, di ammalarsi un giorno, senza che tutto intorno collassi.
La tortura della solitudine vissuta da tutti quelli che un'espressione un po' edulcorante definisce "caregiver",  poi anche quella di chi sta accanto alla persona vulnerata cercando nei suoi giorni immobili i segni di un umano soffocato dal male.
Ed  la sensazione di star tenendo in piedi un sistema che non pu reggere.
Che si sgretoler fatalmente se il genitore non dovesse sopravvivere al figlio disabile: chi lo sostituir?
Ora non sappiamo se un intervento dall'esterno di tipo diverso avrebbe cambiato la storia di questa famiglia.
Sappiamo per che quando la societ delega tutto alla famiglia senza sistemi di sollievo continui, supporti psicologici accessibili e attivi, assistenza domiciliare adeguata e reti di vicinanza anche spontanee ma efficaci, tali da non attendere la richiesta, la disperazione continuer a chiudere le porte, sigillando situazioni croniche in un'irreparabilit di solitudine che produrr tragedia.
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