La buona notizia  della vigilia di Ferragosto, quando la Gazzetta Ufficiale (la n. 188) ha pubblicato il Piano Olivicolo nazionale 2026-2030. Sar da completare con l'approvazione del Ddl Coltiva Italia (gi passato al vaglio della Camera e calendarizzato al Senato). Troppo ambizioso e con punti da correggere, secondo alcuni.
Ma intanto c', ed  un fatto positivo.
Dopo 20 anni di attesa. "Il comparto ha spiegato il sottosegretario all'Agricoltura Patrizio La Pietra si doter di una strategia organica per rafforzare la competitivit della filiera, aumentare la produzione nazionale di olio extravergine di oliva, sostenere il reddito degli olivicoltori". L'obiettivo del +25% di extravergine di oliva si basa, aggiunge La Pietra, su "nuovi impianti, il recupero degli oliveti tradizionali, l'ammodernamento delle infrastrutture irrigue e il miglioramento della stabilit produttiva".
A disposizione un tesoretto da 300 milioni di euro all'interno del Coltiva Italia.
Intanto, sta per iniziare una delle pi difficili campagne olearie degli ultimi anni.
Gli analisti di Aret stimano 325mila tonnellate di produzione contro le 248mila dello scorso anno.
Ma, esattamente come per il vino, l'olio stoccato  troppo, mai come quest'anno: +43,9% rispetto al luglio 2025. E, quel che  peggio,  che gran parte dell'invenduto  italiano (il 58,4%, cio 108.299 tonnellate, contro le 55.466 provenienti dall'Unione europea, le 9.958 dai Paesi extra Ue e le 11.650 costituite da blend). Puglia, Toscana e Calabria sono le regioni con maggiori scorte.
LA CONDIZIONE.
"La situazione affermano Confagricoltura Unapol e Assofrantoi  ormai arrivata a un punto di non ritorno.
Sono tanti i produttori che si interrogano sulla possibilit stessa di raccogliere le olive, non essendovi la certezza di poter collocare il prodotto sul mercato n di coprire i costi di produzione.
Il rischio concreto  che la raccolta si trasformi in una crisi senza precedenti". Coldiretti, Unaprol e Foa, da parte loro, hanno "chiesto al Ministro di emanare con urgenza un bando per l'olio extravergine d'oliva 100% italiano da destinare agli indigenti.
Fondi che possono essere utili per un primo intervento sulle giacenze". "Non ci siamo limitati a lamentarci o a protestare aggiunge Gennaro Sicolo, presidente di Italia Olivicola e vicepresidente di Cia-Agricoltori italiani ma abbiamo portato proposte.
Il tavolo agroindustriale con frantoi e Regioni che il governo ha annunciato  fondamentale per recepire quelle proposte e unire tutta la filiera olivicola sotto un'unica bandiera: quella dell'olio extravergine italiano".
Ma di cosa soffre l'olivicoltura italiana? Forse della stessa qualit del suo olio e del suo conseguente costo pi alto.
Ipotesi avvalorata dal fatto che a preoccupare  soprattutto la crescita tra le scorte dell'extravergine italiano: +139,6% in un anno.
L'Italia  il terzo Paese consumatore (dopo la Spagna e a pari dimensione con gli Usa), ma la produzione interna non basta al consumo e all'export. Siamo cos il secondo Paese importatore (per un valore di 2,97 miliardi di euro contro i 3,03 degli Usa). Siamo anche i secondi esportatori dopo la Spagna (2,83 miliardi di euro contro 5,08). Infine dato essenziale solo in quinta posizione tra i produttori, dopo Spagna, Turchia, Tunisia e Grecia con 224 tonnellate su un totale di 3.572 tonnellate.
Insomma, se 2 pi 2 fa davvero 4, non siamo noi a pilotare i commerci, i prezzi li fanno altri, i nostri costi vanno spesso fuori mercato.
Non  una novit.
L'ANALISI.
Solo pochi mesi fa (era febbraio) l'Area Studi di Mediobanca rilevava come "la scarsit dell'offerta italiana continua a incidere sui prezzi dell'Evo (olio extravergine d'oliva) nazionale, pi elevati rispetto ai maggiori mercati mondiali: dimezzati l'Evo spagnolo (sulla piazza di Jan, considerata la capitale mondiale dell'olio, ndr) e greco (a Chania): i primi da 8,8 a 4,1 /kg, i secondi da 8,3 a 4,2 /kg. Sempre al di sopra dei 9 /kg le quotazioni dell'Evo italiano (Bari) prima del calo di novembre 2025 che ha segnato 7,58 /kg, pari a 1,5 volte quello greco (5,05 /kg), 1,7 volte lo spagnolo (4,54 /kg) e 2,1 volte quello tunisino (3,68 /kg)". Che fare? La frammentariet del settore composto, salvo poche eccezioni, da piccoli produttori con difficolt ad affrontare i mercati internazionali impone strade nuove di vendita per valorizzare la qualit del made in Italy. Importante sarebbe anche riportare in Italia alcuni marchi storici da tempo in mani straniere.
Per alcuni Carapelli, Bertolli, Dolcemio, GiglioOro potrebbe davvero avvenire presto.
Rumor parlano infatti di trattative gi avviate e di nuovi approcci di due big italiani, l'umbra Coricelli, tramite la spagnola Farmers Elite, e Bonifiche Ferraresi col gigante anglo-iberico Deoleo, proprietario di quei marchi.
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