SPECIALE. CARLO MARIA MARTINI MAESTRO DELLA FEDE.
3 Settembre 2012
da Vivere in armonia
Quell'uomo che mi guard negli occhi.
 
Monsignor Carlo Maria Martini non era un biblista, era unautorit biblica. Non era un esegeta, era un solista della critica dei testi sacri. Non era un cardinale, era un intellettuale della fede. Non era un gesuita, era la quintessenza della dottrina. Il suo aspetto, quello del periodo alla guida della diocesi milanese, appariva distaccato, solenne, rispetto a quello che lo circondava al momento. Era la sua immagine, questa. Quella che a noi diocesani appariva cos a ogni messa in Duomo come a ogni incontro pubblico.
Persino le sue catechesi del marted di quaresima, introdotte per spiegare ai fedeli gli argomenti pi vari della religione, dal Padre nostro alle virt cattoliche, trasmesse per radio e Tv e diventate appuntamento fisso anche per i vescovi a seguire, risuonavano della voce di un dotto. Nascevano cos i gruppi dascolto, fatti da persone che si incontravano - e ancora si incontrano - settimanalmente nelle case per ascoltare le parole del vescovo per comprendere meglio la fede. Ci illumin sul metodo della lectio divina, costituito essenzialmente dalle quattro successive fasi lectio, meditatio, oratio, contemplatio (lettura del testo, meditazione, preghiera, contemplazione), e lo fece a modo suo. Cio con la dolcezza del buon maestro di paese duna volta che, in quanto tale, si addentrava nei pi complessi argomenti con un linguaggio comprensibile a tutti e tuttavia episcopale, cio che veniva dallalto.
Tutto il suo sapere in quel fisico slanciato e asciutto metteva soggezione. Forse eravamo troppo condizionati dalle atmosfere de Il nome della rosa di Umberto Eco o, forse, ci sentivamo semplicemente chini di fronte a tanta scienza. Non erano ancora gli anni del suo faccia a faccia con la morte e la sua eccezionale umanit era ben celata, a mio giudizio, nel ruolo di un uomo con la responsabilit di condurre prudentemente una societ in fase di forte cambiamento dei costumi. Gli scrissi e mi rispose.
Lo incontrai due volte. La prima in visita pastorale nella mia parrocchia e qualche mese pi in l in visita alla parrocchia limitante. Era la met degli anni Novanta, io ero un giovane fresco di disabilit che conosceva bene entrambi i parroci. Il mio mi chiese di preparare un discorso di benvenuto. Lo feci e dopo la messa lui avrebbe voluto incontrarmi, ma un convegno mi chiamava da unaltra parte. Mi spiacque molto, perch visto da vicino mi sembrava tanto diverso da come appariva. Cincontrammo nella parrocchia limitrofa e, a distanza di tempo lui si ricordava perfettamente di me. Non ci voleva molto perch io, con la carrozzina ultramoderna e la cravatta al collo, non passavo inosservato, soprattutto in quegli anni, per il parroco mi rivel che il cardinale aveva ben chiara in testa la mia persona.
La carrozzina e la cravatta centravano poco. Fu un momento, anzi due. Il tempo di ricevere leucarestia e poi una medaglia commemorativa. Una foto che serbo con religioso rispetto. I nostri sguardi si incrociarono. A lungo gli occhi delluno in quelli dellaltro. Gli istanti dilatati il tempo necessario per esplorarsi. Disse poche parole. Mi guard con amore. Lamore delluomo verso luomo che soffre. Lamore di Dio verso la sua massima creatura. Lo vidi diverso da quello che sembrava. Di fronte alluomo aveva dismesso la veste dell'autorit per vestirsi di quella della fratellanza, della condivisione.
Ebbi la chiara sensazione che il suo atteggiamento pubblico fosse necessario a garantirsi il rango indispensabile a svolgere super partes la sua attivit di innovatore. A toccare temi come la sessualit o i sacramenti ai separati, e allaccostarsi a chi crede nellunico Dio in maniera diversa, con audacia e lungimiranza. Ciao uomo che mi hai guardato negli occhi. 

Antonio Giuseppe Malafarina. 
