venezia L'inchiostro di Danny Boyle marchia in modo indelebile il momento in cui il giornalismo si fece interprete delle pulsioni della gente comune e, paradossalmente, inizi a decretare la sua crisi che, partita dal trash, ha trasformato la comunicazione diversificata di oggi in un ammasso sconfortante. "Ink", film d'apertura della Mostra,  la storia del magnate Rupert Murdoch ma pi ancora del direttore Larry Lamb, duo spregiudicato continuamente protagonista di incontri e scontri che alla fine degli anni Sessanta risollev il misconosciuto The Sun portandolo al record di due milioni e mezzo di copie vendute con una ricetta che scandalizz il mondo ma parl "alla pancia" dell'uomo (un po' meno che) medio: formato tabloid, sesso, sangue e vicende popolari in prima pagina, grandi foto di ragazze seminude, ricerca spasmodica di storie assurde.
Fino a crudelt assortite, scoop su dolorose vicende personali, violazioni delle regole.
Il film viaggia a un ritmo forsennato, pop-rock come la Londra di quegli anni.
Il sonoro  quasi sempre un frastuono che richiama quello incessante delle rotative.
Da questo frullatore - sottolineato da cambi di stile e immagini, da metafore e sogni fantasiosi - discendono le mostruosit di oggi: fake news, clickbaiting, campagne diffamatorie, influencer, comizianti, come mostra Boyle nella vorticosa sequenza finale.
Eppure il regista sembra suggerire che quel passato non era tutto negativo: "Murdoch e il Sun furono un sasso lanciato nell'estabilishment, un'iniezione di nuove idee" ha detto.
Perci Jack O'Connell  un direttore con sempre meno scrupoli ma che nei momenti difficili sa tenere il padrone fuori della redazione, Guy Pearce un Citizen Kane da working class, pur animato da voglia di rivalsa e di guadagni. "E tra i giornalisti - ammonisce Boyle - per fortuna c' sempre chi si erge davanti al potere e dice la verit". A.C.
