UN PROGETTO PER TRIESTE, di Matteo Giurco.

La citt giuliana non deve essere avamposto delle altrui strategie belliciste, bens cerniera medioceanica fra Occidente e Oriente. Proposte concrete che connettono sapere, industria e comunit, dal porto franco alla robotica. Per unItalia potenza di pace.

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1. Convegni, festival, articoli e inchieste: dopo decenni di muta indifferenza, ravvivata di tanto in tanto dalle periodiche recrudescenze del fatuo brand mitteleuropeo, Trieste desta lattenzione di osservatori italiani e stranieri.  merito di un fenomeno ben noto ai lettori di questa rivista: il ritorno del capoluogo giuliano al ruolo di limes, soglia strategica, investita dalla ridefinizione degli equilibri mondiali e dalla frizione tra limpero dOccidente e i suoi rivali.

Agli obiettivi di penetrazione politico-economica e controllo militare si  affiancata una narrazione a effetto: Trieste non come terminale mediterraneo delle vie della seta cinesi, bens come approdo di una via del cotone di marca atlantica. Subito promossa a improbabile via delloro, corollario a uso pubblico di ben pi cogenti progetti, tesi a valorizzare la citt come bastione logistico statunitense in funzione anti-eurasiatica. Dopo la sbandata del memorandum italo-cinese del 2019, lallineamento dei governanti di Roma alle priorit di Washington ha riassestato la questione su binari consolidati. Giocando sempre di rimessa, cercando cio un ruolo dentro la strategia altrui piuttosto che disegnarne una propria, le istituzioni italiane hanno promosso una sequela di ambiziose iniziative, tra cui spiccano la nomina di un inviato speciale del governo per lIndia-Middle East-Europe Economic Corridor (Imec, nome ufficiale della via del cotone o delloro) e lattivismo del presidente della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, promotore di diverse missioni diplomatiche Oltreoceano.

Qui preferiamo percorrere altri sentieri e formulare una proposta dazione italiana per Trieste, ragionando su quali leve Roma possa ancora contare e su quali obiettivi possano essere indirizzate. Anticipiamo la tesi: Trieste non deve essere un bastione, ma una cerniera  un nodo di scambio, di conoscenza e di produzione capace di legare stabilmente il confine orientale al centro, invece di subire le agende di attori stranieri.

Forse inseguiremo una chimera. A ogni modo, come in qualsiasi rincorsa, un passo avanti richiede due passi indietro. E dunque partiremo da una rapida ricognizione sul passato, e sul presente visto come passato.

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2. La ricerca di una funzione  un problema ricorrente nella storia contemporanea di Trieste, che riguarda il senso politico-economico della citt. Il rapporto con il suo retroterra divenne problematico nel corso del Novecento, quando il primo porto dellimpero austro-ungarico si scopr tutelato nelle sue maggioritarie aspirazioni nazionali, ma via via tagliato fuori dal territorio limitrofo. Sino al drammatico epilogo della seconda guerra mondiale, quando si trasform in fortezza Bastiani del mondo occidentale. Sottile appendice di confine, lontana dal centro del potere e avulsa dal proprio contesto geografico  la gran parte dellIstria era ormai oltrecortina.


Dai fasti del mondo di ieri promanava una rendita di posizione significativa, evidente nelle statistiche sulla ricchezza dei privati.  Ma il dato non poteva oscurare un passato prossimo e un presente entrambi foschi, n un avvenire incerto. Chiusa lepoca dei copiosi investimenti statali, negli anni Settanta la citt si offr come emporio di beni voluttuari per i clienti dellEst, vide il declino dellindustria in favore del terziario, infine prese corpo e spazio lidea di una citt della scienza. Negli anni Novanta, nel disinteresse della capitale, alcuni notabili locali la immaginarono come baricentro di una Mitteleuropa senza confini  unambizione dietro cui si celavano interessi assai pi modesti e, in ultima analisi, velleitari

Da allora, il quadro complessivo descrive il profilo di un centro di gravit sfuggente, che si rispecchiava nelle alterne vicende dei suoi traffici portuali, insidiati dalla concorrenza di Capodistria e di Fiume. Nondimeno, Trieste  rimasta un crocevia dotato di almeno un paio di caratteristiche uniche. Dal punto di vista della sicurezza energetica, innanzitutto, perch attraverso loleodotto transalpino Tal, alle porte della citt, transita una quota considerevole dellapprovvigionamento di Austria, Germania e Repubblica Ceca. Ne consegue che Trieste  il primo porto petrolifero del Mediterraneo. A ci si aggiunge la peculiarit dei punti franchi, regime garantito dal trattato di pace di Parigi del 1947, la cui applicazione non  stata pienamente riconosciuta dallo Stato italiano, ma la cui disciplina ha comunque permesso lo sviluppo delle linee di traffico tra la citt adriatica e la Turchia. Una sorta di autostrada del mare dedicata al traffico ro-ro, che ha reso Trieste il principale polo logistico mediterraneo per il traffico merci con gli eredi dellimpero ottomano.

Oltre a queste leve, c la comunit umana: lasciatasi alle spalle le tensioni tra maggioranza italiana e minoranza slovena, da decenni  preda di un costante declino demografico, che la vede perennemente al vertice tra le citt nostrane per anzianit, condizione tuttavia alleviata dallottima qualit della vita. Del resto, qui vi sono pur sempre prestigiosi istituti scientifici (luniversit, lIstituto nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale), e centri di ricerca di eccellenza (la Scuola internazionale superiore di studi avanzati, il Centro internazionale di fisica teorica), un reddito pro capite elevato e una vitalit civica non del tutto sopita. Posizione geografica e aura simbolica cementano limmagine di una citt extra-ordinaria.

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3. Prima di ogni proposta, una premessa: bisogna conoscere Trieste, non trattarla come unastrazione geopolitica su cui proiettare scenari oracolari.  un errore ricorrente quello di parlare della citt a distanza, con le categorie del grande gioco tra potenze, dimenticando che Trieste  anzitutto un luogo con una sua storia, una sua economia e peculiari idee di s.

Da questa premessa discende un primo criterio negativo: quel che Trieste non , quel che Trieste non vuole essere. Sar forse presuntuoso ergersi a esegeti di unintera citt, ma una lunga consuetudine consente di affermare con sufficiente sicurezza che Trieste non , e non vuole essere, un bastione militare e, come tale, un potenziale bersaglio dellira nemica. Su questo punto, uneventuale strategia italiana farebbe bene ad allinearsi tanto al sentire diffuso nellopinione pubblica quanto allinteresse nazionale di lungo periodo, rifiutando di basare larchitrave della propria visione di futuro sul fantomatico triangolo strategico Trieste-Costanza-Danzica e sui bellicosi propositi di grandi e medie potenze alleate. Del pari, per Roma sarebbe opportuno limitare la devoluzione della politica estera agli amministratori locali che, per quanto in buona fede, non dispongono di idonei strumenti per gestire una materia di interesse internazionale.
 
Se lItalia ha tutto da perdere nel presentarsi come avamposto securitario di un fronte altrui, ha molto da guadagnare nel riprendere e aggiornare unautorappresentazione antica quanto la Repubblica: quella dellItalia come potenza di pace, doppiamente grande  secondo la celebre formula con cui Amintore Fanfani ne rivendic la funzione di ponte tra lEuropa e il Mediterraneo  ogni volta che sappia farsi cerniera anzich controparte armata. Daltronde, su questa collocazione convergono lantica matrice universalista cristiana e le premure della sua vecchia, disillusa popolazione. Nel resto della Penisola, cos come a Trieste. In questottica, il capoluogo adriatico offre un palcoscenico naturale per rilanciare importanti iniziative di diplomazia pubblica; malgrado il ceto dirigente non disponga forse pi di uomini carismatici come Giorgio La Pira, i dialoghi mediterranei organizzati dalla Farnesina o altri formati paralleli dovrebbero avere luogo qui, rendendo Trieste la sede permanente per tavoli di dialogo bilaterale e multilaterale sui Balcani, sul Mediterraneo orientale e sulla sicurezza energetica. Facendo leva sullautostrada del mare, andrebbe posta unenfasi particolare sul dialogo con la Turchia, da approfondire, legando le ragioni economiche agli imperativi geopolitici.

Coerente con questa impostazione di fondo sarebbe la fondazione, in citt, di un Istituto di studi superiori per lAdriatico e il Mediterraneo orientale, afferente al Cnr, il cui perimetro di attenzione fosse in grado di abbracciare non solo lestero vicino, ma anche la penisola anatolica e il Levante. Lobiettivo: radicare stabilmente, nella citt di San Giusto, la produzione di conoscenza storica e strategica relativa a questa ampia regione. La capacit di acquisizione informativa potrebbe inoltre giovarsi della costituzione di una scuola di formazione dedicata al giornalismo di guerra, sotto legida della Rai. Si tratta di un campo del sapere che a Trieste non nascerebbe dal nulla, potendo al contrario vantare una tradizione luminosa e stratificata  basti pensare alla pionieristica agenzia indipendente Albatross Press Agency, promossa allinizio degli anni Ottanta da Almerigo Grilz, Fausto Biloslavo e Gian Micalessin, o al dinamismo dimostrato da uomini e donne della sede Rai di Trieste nel coprire i conflitti nei Balcani durante gli anni Novanta. Un patrimonio da (ri)scoprire e da vivificare, dando una risposta nazionale e lungimirante allambizione giuliana di aprire orizzonti verso il pi vasto mondo  ma in modo da esaltarne il legame con lItalia.

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4. Ci sono poi le questioni relative allo sviluppo economico. Qui, la leva pi forte resta il regime dei punti franchi, unicum in Italia e in Europa, da capitalizzare pienamente, specie in tempi in cui il ricorso a dazi e ad altri strumenti di guerra economica si fa pi virulento. Trieste andrebbe valorizzata come autentico porto franco, dunque formalmente escluso dal territorio doganale dellUe e garantito dalla nuova riforma portuale italiana. Come interstizio elastico tra blocchi rigidi e contrapposti, lo scalo giuliano permetterebbe di moltiplicare le opportunit commerciali e non solo, fungendo da viatico per lequidistanza dellintera nazione di fronte a scenari di guerra totale. Se Trieste non pu essere un bastione militare, pu essere una cerniera, suggellata dallextradoganalit del suo porto  un asset al servizio dellinteresse nazionale.

Anche a prescindere da questo strumento, risulta prioritario il rafforzamento della rete infrastrutturale del porto e dietro al porto. Grazie a un pacchetto di investimenti pubblici che sfiora il miliardo di euro tra Pnrr, fondi ministeriali e risorse di Rete ferroviaria italiana, nei prossimi cinque-sei anni dovrebbero diventare attivi il primo lotto del molo 8 e il terminal ungherese; verrebbe cos garantito un consistente aumento di capacit. Ma vanno assicurati leffettiva speditezza dei lavori e il prosieguo del percorso di potenziamento (per esempio lallungamento del molo 7). Per non parlare della copertura finanziaria: piuttosto che sui privati e sugli investimenti diretti esteri, Roma dovrebbe mettere sul piatto una capacit di spesa adeguata alla valorizzazione del limes.

Limponente sviluppo della vicina Capodistria, da decenni priorit nazionale della Slovenia,  la controprova migliore che la cerniera adriatica non  una rendita di posizione naturale, garantita in eterno dalla carta geografica, ma un vantaggio competitivo da conquistare e rifinanziare di continuo.

Daltra parte, lA4 a tre corsie registra ritardi ormai noti, mentre a livello ferroviario lalta velocit pare un sogno destinato a rimanere tale sulla tratta Monfalcone-Mestre. Il recente progetto presentato dalla Commissione europea per collegare con lalta velocit ferroviaria i grandi poli urbani del Vecchio Continente, creando una sorta di metropolitana continentale, esclude lasse Roma-Venezia-Lubiana. E dunque taglia fuori lestremo Nord-Est italiano e la capacit di proiezione italiana verso lEuropa danubiana e balcanica. Almeno su questo punto, un maggiore coordinamento con il governo sloveno sarebbe auspicabile.

Per scongiurare il rischio di isolamento della frontiera alto-adriatica, e il conseguente suo moto centrifugo,  cruciale rafforzare una sfera economica a tutto tondo, in modo da non farla dipendere solo dai cicli, spesso volatili, del traffico dei container. Su questo terreno si innesta lidea di istituire a Trieste un polo nazionale dedicato alla robotica, puntellato dalla franchigia doganale sulla componentistica importata connessa al porto franco. Il polo dovrebbe essere dedicato specificamente alla robotica subacquea, in sinergia con Fincantieri, e alla robotica assistiva, calibrata sulla situazione demografica critica della citt. Per questa via Trieste, tra le citt pi anziane dItalia, potrebbe trasformare il limite in un vantaggio, rivelandosi un banco di prova e unavanguardia per le tecnologie di assistenza alla terza et.


Oltre a un ribaltamento del paradigma economico, con un imponente ritorno allintervento statale nella definizione e nello sviluppo della politica industriale, il disegno istituzionale potrebbe procedere per fasi, evitando lerrore, frequente in Italia, di annunciare un polo tecnologico senza mai finanziarne lintero percorso. Una prima fase di ricerca precompetitiva andrebbe finanziata da un fondo pubblico dedicato, promosso in sinergia con Area Science Park e Scuola internazionale superiore di studi avanzati. Una seconda, di trasferimento tecnologico, legherebbe i brevetti agli investimenti privati di Fincantieri per la componente subacquea e delle piccole e medie imprese biomedicali per quella assistiva. Una terza, di radicamento demografico, condizionerebbe gli incentivi fiscali triennali per le famiglie giovani allassunzione in loco, cosicch la crescita del polo si tradurrebbe in un argine allo spopolamento, anzich in un beneficio fiscale slegato dalleconomia reale della citt. Un simile impianto trasformerebbe la debolezza demografica di Trieste in un laboratorio permanente per tecnologie che lintero Occidente invecchiato dovr comunque sviluppare, con o senza il contributo giuliano  ma che lItalia farebbe bene a sviluppare qui, dove insiste un porto franco internazionale, anzich altrove.

Solo tenendo insieme questi tre pubblici domini  sapere, impresa e comunit  la proposta italiana per Trieste pu davvero tradursi in una nuova linfa di sviluppo e prosperit, con il mutuo beneficio di Roma e del suo confine orientale, riscopertosi centro dirradiazione di unitalianit adriatica cosciente, radicata nella storia e protesa verso il futuro.