NETANYAHU SPACCA IL GOLFO, di Federica Luise.

Il petro-allineamento  tramontato: gli Usa non blindano pi le monarchie arabe, strette tra Iran e Israele. MbS cerca unintesa con Pakistan, Egitto e Turchia senza rompere con Trump. Gli Emirati guardano a Gerusalemme. Lo Step  il cantiere di una Nato islamica.

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1. Fino a poco tempo fa lequazione strategica del Golfo sembrava semplice. Le monarchie arabe garantivano agli Stati Uniti energia, capitali e basi militari. Washington ricambiava con una promessa di protezione, fissata in un mosaico di accordi che aveva preso la forma del cosiddetto petro-allineamento. Il legame era cos radicato da spingere i funzionari americani a considerare gli Stati del Golfo come i principali alleati non-Nato; e le capitali arabe erano arrivate perfino a ritenere praticabile lavvicinamento a Israele, nonostante le tensioni storiche, mai davvero sopite, con lo Stato ebraico. Gli accordi di Abramo promettevano accesso a tecnologie militari americane e israeliane di ultima generazione, vantaggi commerciali e integrazione in unarchitettura regionale coordinata dagli Stati Uniti in funzione anti-iraniana. Il prezzo, esplicito o tacito, era laccantonamento della questione palestinese. Il messaggio implicito di Washington ricalcava il precedente del 1990-91, seguito allinvasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein: se una minaccia (soprattutto lIran) avesse aggredito le monarchie del Golfo, gli Stati Uniti sarebbero intervenuti per difenderle. Arabia Saudita in primis, per il ruolo storico di partner energetico di Washington. La presenza di circa 50 mila militari americani nella regione sembrava rendere la promessa blindata.

Tuttavia la campagna militare avviata da Trump contro lIran nel febbraio scorso  pi volte scongiurata dagli Stati del Golfo  ha dimostrato il contrario. Teheran ha fatto pagare alle petromonarchie il supporto a Washington e linerzia davanti al conflitto a Gaza, colpendo aeroporti, porti, impianti energetici e centrali di desalinizzazione, attestando che il Golfo non  un rifugio sicuro per capitali e commerci globali. Le difese americane hanno intercettato parte dei vettori e limitato i danni fisici alle infrastrutture, ma non hanno evitato il danno reputazionale. La successiva chiusura dello Stretto di Hormuz, con il blocco delle esportazioni energetiche del Golfo, ha completato il messaggio di Teheran: tra lAquila americana e il Leone persiano non c spazio per ambiguit da Giano bifronte. LAquila fa solo finta di proteggervi, e voi fate finta che vada bene.

La fiducia tra Golfo e Stati Uniti, del resto, era gi logora. I due anni di guerra a Gaza avevano alimentato il risentimento delle opinioni pubbliche arabe e messo in difficolt i governi della regione. Il bombardamento israeliano in Qatar, diretto contro esponenti di hamas presenti a Doha per colloqui negoziali, ha allargato la frattura diplomatica con Washington. Pi indietro nel tempo, pesavano la mancata risposta americana agli attacchi huti contro gli impianti petroliferi sauditi nel 2019 e il caso Khashoggi, archiviato da Trump con brutalit politica in sala stampa. Ma la frattura pi profonda riguarda la rivoluzione dello shale oil, che ha ridotto drasticamente la dipendenza energetica dal Golfo e ha svuotato il petro-allineamento del suo presupposto materiale.

A ci si sono aggiunte la distensione saudita con lIran, mediata dalla Cina nel 2023, e la scelta di Muhammad bin Salman (MbS) di non aderire agli accordi di Abramo. Per la dottrina Trump-Netanyahu la firma saudita avrebbe consacrato una nuova gerarchia mediorientale a guida israeliana e avrebbe permesso agli Stati Uniti di ridurre ulteriormente limpegno nella regione. Proprio questo scenario ha contribuito a rendere il 7 ottobre 2023 un punto di rottura: senza lattacco di hamas e con la firma saudita, la causa palestinese sarebbe stata messa definitivamente da parte.

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2. Oggi i bombardamenti israeliani in Libano e in Siria, assieme alle annessioni di fatto in Cisgiordania, hanno convinto molte capitali del Golfo che Trump non controlli davvero le ambizioni di Netanyahu. Tradotto: Washington non pu garantire n sicurezza n stabilit  cio le due priorit delle monarchie della Penisola Arabica. Anzi, Netanyahu appare disposto a trascinare i paesi del Golfo (e lo stesso Trump) dentro disegni bellici non voluti, lasciando ad altri il costo economico e securitario delle crisi. Com accaduto, tra laltro, in occasione della firma del memorandum di pace tra Iran e Stati Uniti dove i paesi del Golfo sono stati inseriti a loro insaputa in un progetto di finanziamento della ricostruzione dellIran.

MbS, in particolare, ha visto evaporare anni di diplomazia regionale. Laccordo di distensione con Teheran del 2023 serviva a stabilizzare il vicinato e a proteggere la tanto ambiziosa Vision 2030. In sei settimane di conflitto, per, le case reali del Golfo hanno scoperto che Israele pu essere percepito come una minaccia non meno pericolosa dellIran: incline alla guerra preventiva, abituato a muoversi oltreconfine e poco sensibile alla sicurezza dei vicini. Il cosiddetto progetto dellEsagono di Netanyahu esplicita questa ambizione: superiorit militare esclusiva, libert dazione transfrontaliera e capacit di imporre condizioni non negoziabili. La proposta di oleodotti nella Penisola Arabica diretti verso porti israeliani, pensata per aggirare Hormuz senza consenso dei paesi del Golfo, ha reso tangibile il problema. Mentre la presenza degli Emirati Arabi Uniti come elemento centrale dellEsagono esaspera la minaccia percepita da Riyad.

Insomma, finch Israele serviva a contenere la Repubblica Islamica e lasse della resistenza, la cooperazione poteva essere tollerata, anche quando non formalizzata. Quando il conflitto  entrato nello spazio del Golfo  da sempre tenuto al riparo attraverso le proxy wars portate avanti da Emirati e Arabia Saudita  la linea rossa  stata superata.

 qui che i sauditi si scoprono orfani di quellequilibrio che Netanyahu sembrava garantire: un ordine regionale leggibile, fondato sulla convergenza tra Israele, Stati Uniti e monarchie del Golfo contro lIran. Quellequilibrio  cambiato radicalmente. Il Medio Oriente, e con esso il Golfo, si muove verso un nuovo assetto ancora indefinito; ed  proprio questa indeterminatezza a spaventare le monarchie della Penisola, soprattutto lArabia Saudita, nel pieno della sua pi ambiziosa fase di crescita e trasformazione interna.

Da qui la frattura interna al Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg). Oman e Qatar hanno scelto la linea pi prudente: non rompere con Washington ma preservare canali attivi con Teheran. Mascate  guidata dalla geografia e dalla storica neutralit: la gestione dello Stretto di Hormuz richiede unintesa con lIran, pi solida delle minacce estemporanee di Trump contro il sultanato. Non a caso, nel pieno della firma del memorandum di pace,  emersa lipotesi di un meccanismo congiunto tra Iran e Oman per lamministrazione futura dello Stretto di Hormuz: formalmente unintesa sui servizi marittimi e sulla sicurezza della navigazione, potenzialmente una leva per introdurre oneri di transito e trasformare Hormuz in uno strumento di pressione strategica sul commercio globale.

Doha si muove secondo una logica simile ma con vincoli diversi. Ospita al-Udayd, la principale base americana nella regione, per cui resta legata a Washington, mentre continua a proporsi come mediatore globale. Proprio per questo non pu permettersi di chiudere i canali con Teheran. Il Qatar ha gi funzionato da snodo nei dossier fra Stati Uniti e Iran, dai fondi congelati alla diplomazia degli ostaggi, e nella fase successiva al conflitto ha interesse a presentarsi come interlocutore utile a entrambe le parti. Un Iran indebolito ma non sconfitto resta comunque abbastanza vicino, e abbastanza capace di nuocere, da rendere imprudente una rottura definitiva.

Al polo opposto si collocano Bahrein ed Emirati Arabi Uniti, cio i due Stati del Golfo pi esposti nella normalizzazione con Israele. Manama teme da anni lattivismo iraniano verso la propria componente sciita e legge quel rischio attraverso il trauma del 2011, quando lintervento saudita ed emiratino salv la monarchia sunnita dallinsurrezione. Per il Bahrein, che ospita anche la Quinta Flotta americana, la cooperazione con Israele e la protezione di Washington non sono soltanto una scelta diplomatica, ma una garanzia di sicurezza interna e di sopravvivenza del Regno, rafforzata anche dalla presenza di una piccola ma simbolicamente significativa comunit ebraica autoctona. Abu Dhabi, invece, ragiona da potenza commerciale, tecnologica e marittima. Ha normalizzato con Israele, partecipa al formato I2U2 insieme a India, Israele e Stati Uniti, e proietta i propri interessi dal Golfo al Corno dAfrica, Somaliland incluso. Non a caso, durante la guerra con lIran, linvio di una batteria Iron Dome e di personale israeliano negli Emirati ha mostrato quanto Netanyahu fosse disposto a usare la protezione militare come strumento politico per tenere vicini i partner della normalizzazione.

Il Kuwait ha mantenuto una linea pi vicina alla sua tradizionale diffidenza verso Israele, anche mentre la guerra ne minacciava direttamente la sicurezza. Proprio per questo il segretario di Stato Marco Rubio lo ha inserito nel tour del Golfo insieme a Emirati e Bahrein: Washington voleva rassicurare gli alleati pi nervosi, frenare le spinte centrifughe dentro il Ccg e ricondurre le monarchie a un minimo comune denominatore strategico.

Riyad si muove su un piano diverso, meno esposto ma pi ambizioso. Lindebolimento dellIran rappresenta un sollievo, ma non cancella la minaccia huti al confine meridionale n i rischi per le esportazioni saudite nel Mar Rosso. Allo stesso tempo, Israele non  pi soltanto un possibile contrappeso a Teheran, ma un fattore autonomo di destabilizzazione. Per questo il Regno ha condannato gli attacchi nel Golfo, invocato la de-escalation ed evitato di sostenere apertamente la campagna militare. Il problema saudita non  pi scegliere tra Iran e Israele, n sostituire Washington, ma impedire che siano altri  americani, israeliani o iraniani  a definire i margini di manovra del Regno. Per questo Riyad cerca nuove alleanze.
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3. Le divergenze interne alla Penisola Arabica non nascono oggi e non sono cos nette come sembrano. Riflettono percezioni diverse delle minacce israeliana e iraniana, rivalit interne al Ccg e il vecchio dibattito su uno scudo missilistico comune. N si pu aprire e chiudere a piacimento il rapporto americano: la dipendenza da Washington resta un fatto strutturale, anche quando Riyad prova a ridurne il peso.

Per decenni le monarchie hanno creduto di poter acquistare con i petrodollari qualunque tecnologia militare pronta alluso. Il venir meno della protezione americana  in concomitanza con gli attacchi iraniani  rende invece prioritaria la costruzione di industrie nazionali di difesa. Il Kuwait ha avviato i primi impianti per la produzione di munizioni. La Saudi Arabian Military Industries (Sami) punta a localizzare met della spesa militare del Regno entro il 2030. Il gruppo emiratino Edge accelera sugli armamenti a guida di precisione. Tutti cercano joint ventures e collaborazioni europee per diversificare fornitori e competenze, ma la guerra ha mostrato una carenza immediata di intercettori che lindustria locale potr colmare solo tra anni. Anche per questo, lidea di estendere sistemi israeliani di difesa antimissile continua ad affascinare Abu Dhabi. Riyad, invece, guarda fuori dal Regno: compra caccia turchi, sistemi missilistici sudcoreani, droni ucraini, intercettori giapponesi e tecnologie cinesi, cercando di non violare i vincoli formali con Washington e di evitare garanzie di difesa esplicite che irriterebbero gli americani. La vera svolta per  lo Strategic Mutual Defence Agreement con il Pakistan. Il trattato introduce una clausola di mutua difesa modellata sullarticolo 5 della Nato: Riyad lega la propria sicurezza alla profondit militare e allambiguit strategica del Pakistan nucleare, mentre Islamabad riceve risorse finanziarie decisive per uneconomia fragile.

Lintesa bilaterale diventa la spina dorsale di una coalizione pi ampia, in cui entrano progressivamente Egitto e Turchia. La divisione dei compiti  chiara: i sauditi mettono i capitali, i pakistani la deterrenza nucleare, i turchi la tecnologia industriale, gli egiziani la massa militare. Coordinati, questi quattro attori possiedono pi pressione geopolitica e pi capacit contrattuale verso gli Stati Uniti di quanta ne abbia la sola monarchia saudita. Soprattutto ci consente a Riyad di non essere esclusa da futuri accordi tra Israele e Iran  e quindi dal nuovo ordine mediorientale. In altre parole, Muhammad bin Salman non ha perso tempo: se lombrello americano perde affidabilit, occorre cercarne un altro.

Il valore dellasse, per, non sta solo nella somma delle capacit nazionali. Sta soprattutto nella geografia: riunisce attori che presidiano e influenzano alcuni dei principali colli di bottiglia del commercio mondiale, da Hormuz a Bab al-Mandab, da Suez al Bosforo, fino allaccesso pakistano allOceano Indiano. In una fase in cui la sicurezza delle rotte vale quanto la superiorit militare, questa geografia diventa potere contrattuale. Il tentativo di nuovo ombrello pu essere riassunto nella sigla Step, dalle iniziali di Saudi Arabia, Trkiye, Egypt e Pakistan, e si contrappone allasse Israele-India-Emirati Arabi Uniti. Il tour di Rubio nel Golfo va letto alla luce di questa preoccupazione: non solo rassicurare gli alleati arabi dopo la crisi con lIran, ma impedire che la gestione degli stretti e dei passaggi chiave scivoli verso un coordinamento regionale autonomo, nel quale Arabia Saudita, Turchia, Egitto e Pakistan possano fare massa critica. Washington sa che chi controlla Hormuz, Bab al-Mandab, Suez, il Bosforo e laccesso allOceano Indiano controlla anche una parte della pressione su Israele e sullasse con India ed Emirati. Per questo non pu permettersi n di restare fuori dal gioco n di lasciare Israele senza una cornice di compensazione.

La nuova architettura di alleanze si muoveva gi da tempo sotto traccia. In Somalia, Turchia ed Egitto sostengono Mogadiscio e lintegrit territoriale somala, mentre Emirati e Israele guardano al Somaliland come possibile avamposto sul Mar Rosso e sul Golfo di Aden. Per Riyad, influenzare gli accessi a Bab al-Mandab significa aumentare il valore strategico dello Step e contenere la proiezione israelo-emiratina, a partire da Aden, dove lArabia Saudita ha interessi diretti nello Yemen meridionale. In Siria, Ankara  il partner di sicurezza pi utile per il riposizionamento graduale dellArabia Saudita: attraverso la Turchia, Riyad pu ritagliarsi spazio nella ricostruzione e nella gestione politica attuale. Questi dossier non formano ancora unalleanza compatta, ma indicano una convergenza. Turchia, Arabia Saudita ed Egitto cercano di costruire corridoi politici, militari e logistici capaci di contenere Israele senza sfidarlo frontalmente. Qui si inserisce il progetto ferroviario di al-higiaz. Linfrastruttura collegherebbe Turchia e Arabia Saudita passando per Siria e Giordania, trasformando Amman nella cerniera fra Anatolia, Levante e Penisola Arabica. La Giordania non sarebbe pi soltanto paese cuscinetto fra Israele e Arabia Saudita, ma corridoio logistico capace di saldare Mediterraneo orientale, Golfo e Mar Rosso. Se poi il tracciato venisse esteso verso Oman e Oceano Indiano, al-higiaz diventerebbe una piattaforma strategica: unalternativa parziale a Hormuz e uno strumento per sottrarre Siria e Giordania a una riorganizzazione regionale israelo-americana.

A inizio giugno lArabia Saudita ha annunciato la revoca delle restrizioni alle esportazioni libanesi verso il Regno. A prima vista  un gesto di sostegno allo Stato libanese, colpito dagli effetti della guerra tra Israele e hizbullah. In realt  unoperazione di equilibrio: arginare le ambizioni israeliane, evitare una nuova guerra civile e prepararsi al vuoto che seguirebbe. Ricalcando il piano proposto dallEgitto, Riyad punta a contenere hizbullah senza pretendere un disarmo forzato, che porterebbe quasi inevitabilmente allo scontro fra il movimento sciita e lesercito libanese. Il riferimento  la piena attuazione degli accordi di ?aif, sostenuti dallArabia Saudita e solo parzialmente applicati dopo il 1990. Gli accordi suggeriscono una transizione organizzata per dare pi spazio politico a hizbullah in cambio di una gestione progressiva delle armi del Partito di Dio. Servirebbero certo negoziati complessi con larea filo-iraniana, ma la logica  chiara: alla luce dello stallo a Gaza, Turchia-Egitto-Arabia Saudita preferiscono negoziare con lasse della resistenza piuttosto che subire limprevedibilit israeliana. Muhammad bin Salman conosce il problema: in Yemen ha gi riconosciuto che con attori radicati nel tessuto locale, come gli huti, la logica militare non basta. La collaborazione diplomatica diventa necessaria: un Iran indebolito non comporta automaticamente la fine delle sue reti regionali.

Lasse parla anche agli attori scontenti dellimprevedibilit americana, dallEuropa al Canada. Non propone una rottura con Washington, ma un modo per ridurne il monopolio strategico. In questo senso lavora la diplomazia turca, che prova ad allargare il perimetro verso Kuwait, Qatar e Algeria. Gli Emirati, pur collocati sullaltro lato, mantengono colloqui con Turchia ed Egitto in nome della stabilit regionale. La fiducia in Israele vacilla, ma Abu Dhabi non pu mostrarsi impaurita.

La vera chiave della nuova convergenza  la Striscia di Gaza.  l che interessi diversi  la sicurezza egiziana, lambizione regionale turca e la proiezione globale saudita  finiscono per sovrapporsi. Per il Cairo, Gaza  anzitutto una questione di sicurezza nazionale: evitare lo sfollamento di massa dei palestinesi nel Sinai, contenere linstabilit nella penisola e mantenere un ruolo decisivo sul valico di Rafah. Per Ankara, invece, la Striscia  il terreno su cui lanciare la propria leadership nel nuovo ordine mediorientale, accreditandosi come difensore della causa palestinese. Lingresso della Turchia nel dossier gaziano ridurrebbe drasticamente la libert di manovra israeliana e aprirebbe un fronte politico-militare che Netanyahu difficilmente potrebbe ignorare.

Per Riyad, per, Gaza  il luogo in cui Muhammad bin Salman pu trasformare capitale finanziario in influenza politica. Il Regno dispone delle risorse necessarie per finanziare la ricostruzione e il controllo dei fondi gli consentirebbe di condizionare la governance palestinese, legare gli aiuti a riforme istituzionali e presentarsi come interlocutore indispensabile per Stati Uniti, Europa e mondo arabo. In questo senso, la ricostruzione di Gaza si inserisce perfettamente nella logica di Vision 2030: non solo diversificazione economica, ma anche capacit di convertire petrodollari, aiuti umanitari e contratti infrastrutturali in soft power. Riyad ha gi sperimentato questa logica in Yemen attraverso strumenti come il KSrelief: assistenza, sanit, scuole, energia, formazione professionale, sostegno alle famiglie e alle economie locali. A Gaza, lo stesso schema avrebbe un valore politico ancora maggiore. Permetterebbe allArabia Saudita di entrare nel cuore della questione palestinese senza passare dallasse iraniano, di contenere Israele stando alle sue porte e di presentarsi come potenza araba responsabile, capace di ricostruire dove altri hanno distrutto. Anche lipotesi di una forza araba o musulmana di stabilizzazione a guida saudita va letta in questa chiave: ridurre lo spazio di hamas e dellasse della resistenza, evitare una gestione esclusivamente statunitense del dopoguerra e dare a Riyad un ruolo diretto nella definizione del nuovo ordine regionale. Turchia e Arabia Saudita cercano la stessa cosa: arginare Israele e guadagnare la leadership del Medio Oriente. Gaza  il terreno pi immediatamente contendibile per sviluppare questo obiettivo: priva di un potere politico sovrano, ancora nelle mani di hamas e sotto gli occhi di Israele. Chi finanzier e riorganizzer il dopoguerra potr incidere sul nuovo equilibrio regionale, molto pi che in Siria dove le dinamiche sono stratificate e difficili da ricomporre.

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4. La nuova alleanza si chiama Step, ma MbS le avrebbe conferito un nome pi arabo-islameggiante: patto di Maometto. La formula  evocativa perch richiama la figura del profeta e offre allalleanza un cappello teologico e storico pi ampio delle singole rivalit nazionali, etniche e strategiche tra arabi, turchi e asiatici. Lobiettivo sarebbe presentare laccordo come un ritorno allo spirito del patto di Medina: la difesa collettiva della comunit islamica. Unalleanza dei grandi popoli sunniti per bilanciare linfluenza sciita iraniana e contenere la presenza israeliana nella regione. Un blocco compatto, almeno nelle intenzioni, capace di dialogare con Stati Uniti, Cina e Russia e di gestire autonomamente la sicurezza regionale. Fondamentale, in questo senso,  chiarire che lasse non punta ad aprire il Golfo Persico alla rivalit tra grandi potenze, ma a impedirne la trasformazione in un campo di battaglia.

Il vero desiderio di MbS  rilanciare, in forma nuova, quella Nato arabo-islamica che Riyad insegue da anni. Laccordo saudo-pakistano ha gi introdotto una logica simile allarticolo 5 della Nato: un attacco contro uno dei due viene trattato come una minaccia alla sicurezza di entrambi.  esattamente questo il salto che MbS vorrebbe estendere, almeno in prospettiva, agli attori regionali. Non pi soltanto cooperazione, esercitazioni, intelligence e acquisti militari, ma una promessa politica: nessuno resta solo davanti a un attacco. Lutopia sarebbe un Medio Oriente che non fa la guerra a s stesso.

Ed  proprio qui che il progetto si complica. Una vera Nato arabo-islamica richiederebbe comando integrato, dottrina comune, obblighi vincolanti e soprattutto una definizione condivisa del nemico. Arabia Saudita, Egitto, Turchia e Pakistan possono convergere su Gaza, sulla necessit di contenere Israele, sullindebolimento dellIran e sulla riduzione della dipendenza dagli Stati Uniti. Molto pi difficile  immaginare che accettino di essere trascinati automaticamente nelle guerre degli altri.

Il caso pi evidente  la Turchia. Se la tensione tra Ankara e Israele dovesse trasformarsi in scontro diretto, quanti Stati arabi sarebbero disposti a entrare in guerra in nome della mutua difesa? Probabilmente pochi, e con enorme cautela. Il Cairo non vuole aprire un fronte militare con Israele; Riyad vuole contenerlo, non sfidarlo frontalmente; Islamabad deve misurare ogni passo alla luce dei rapporti con India, Iran, Cina e Stati Uniti. La convergenza politica non equivale a un automatismo militare, anche se vengono svolte esercitazioni militari congiunte.

Riyad lo ha gi sperimentato. Nel 2015 MbS annunci una coalizione militare islamica antiterrorismo, composta da decine di paesi a maggioranza musulmana e presentata come svolta storica. Nel 2016 le esercitazioni North Thunder servirono a mostrare la potenza collettiva del fronte islamico. Ma la coalizione rimase incompiuta: mancavano comando comune, dottrina condivisa e impegni automatici di difesa.

Resta poi il nodo della leadership. LArabia Saudita si considera custode naturale dellislam perch ospita Mecca e Medina; lEgitto conserva il peso di al-Azhar, della Lega Araba, di quel che resta del nasserismo e dellimmaginario politico arabo; la Turchia vuole diventare leader della regione, vantando fra laltro il ruolo di ponte tra Nato euroatlantica e Nato araba; il Pakistan porta in dote deterrenza e profondit militare, ma non vuole essere ridotto a braccio armato saudita, mentre si definisce grande potenza. A questo si aggiungono rivalit laterali ma decisive, a partire dalla competizione tra Arabia Saudita ed Emirati per centralit economica, logistica e politica nel Golfo.

Per questo lo Step, prima ancora di essere il cantiere di una Nato araba, nasce come tentativo di blindare il nuovo ordine regionale. La priorit immediata non  preparare un conflitto turco-israeliano, n sciogliere rivalit storiche, ma  impedire che Iran e Israele ridefiniscano da soli gli equilibri del Medio Oriente. Per ora lasse saudita-turco-egiziano serve a questo: bilanciare il peso dellalleanza Israele-India-Emirati, pesare sul futuro politico di Gaza, stabilizzare Hormuz e stringere nuove alleanze militari. E, soprattutto, alzare il prezzo politico di Riyad nei confronti di Washington, Teheran e Gerusalemme. Ma questo non basta a farne una Nato araba. Trasformarla in un sistema di mutua difesa significherebbe chiedere ai membri di condividere non solo interessi, ma destini militari. Ed  esattamente ci che il Medio Oriente non sembra, o forse non  mai stato, pronto a fare.

