PROPORRE, NON SUBIRE. LA PRIORIT PER NOI  LINTESA CON LA TURCHIA, di Maurizio BONI.


Svuotate le alleanze, valgono gli allineamenti flessibili. Sfruttiamo la nostra posizione al centro del Medioceano. Le ragioni per collaborare con Ankara, specie in Libia, senza schierarci nella disputa con Atene. Lobiettivo  occupare le nicchie della ritirata francese. Il Nord  altrove.
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1. LItalia ha come priorit strategica la costruzione di architetture di cooperazione snelle e mirate nel contesto del Medioceano/Mediterraneo allargato. Questultimo non va letto soltanto attraverso la lente dei chokepoints e delle rotte commerciali. Esiste un argomento meno discusso ma pi decisivo per linteresse nazionale italiano: nessuna potenza esterna, dagli Stati Uniti alla Russia, dalla Cina alla Turchia, pu sostenere una proiezione di forza prolungata in Africa, in Medio Oriente o nel quadrante occidentale dellOceano Indiano senza disporre di basi, porti o diritti di transito nel bacino mediterraneo, di cui lItalia  al centro. Siamo dunque la precondizione logistica di ogni potenza che voglia operare nelle tre regioni contigue e strategicamente vitali anche senza affacciarvisi direttamente.

A questo si aggiunge un fattore meno visibile ma altrettanto concreto: la densit dei cavi in fibra ottica e degli interconnettori energetici sottomarini che attraversano il bacino e che, concentrati in pochi punti di atterraggio in Egitto, a Cipro e in Sicilia, fanno del Medioceano un nodo critico per la connettivit digitale globale e per il futuro trasporto di energia rinnovabile dal Nord Africa. Infine, il Medioceano , tra i teatri della competizione multipolare, quello meno strutturato sul piano istituzionale, privo di unarchitettura di sicurezza comparabile a quella euroatlantica. Questa assenza di cornice non  una debolezza per lItalia, anzi.  unopportunit, poich se riusciamo a proporre per primi unarchitettura funzionale di cooperazione acquisiamo un vantaggio relativo che la sola dimensione delle nostre risorse non garantirebbe.
 
La cartografia degli interessi italiani divide il mondo in due macrozone: unarea di ordine relativo, che comprende lOccidente consolidato e lAsia orientale, e un arco di instabilit che dal Sahel al Levante, passando per Libia, Corno dAfrica e Medio Oriente, avanza verso le coste europee. LItalia siede esattamente sulla linea di separazione tra questi due spazi. La sua sicurezza dipende dalla capacit di gestire la frontiera meridionale prima che le crisi la raggiungano. Il momento storico attuale, segnato da un disimpegno americano dal Vecchio Continente e da una transizione egemonica ancora in corso, richiede architetture di cooperazione flessibili e inclusive, non rigide alleanze di blocco. In questo contesto lItalia pu offrire un contributo decisivo e innovativo purch identifichi attentamente i propri compagni di strada e le proprie priorit senza subordinare gli uni e le altre a una fedelt europea o atlantica indifferenziata e incondizionata.
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2. La crisi dei formati multilaterali tradizionali non  unopinione ma un dato di fatto osservabile. La risposta a questa crisi, gi praticata da molti attori del sistema internazionale, risiede nel minilateralismo funzionale, ovvero reti flessibili di cooperazione tra un numero ristretto di Stati costruite attorno a interessi o capacit specifiche piuttosto che a valori condivisi (spesso ipocriti) o a vincoli formali di alleanza.

Questa logica  gi operativa in pi formati. La Joint Expeditionary Force britannica riunisce dieci paesi per le regioni dellAlto Nord e del Baltico, mentre il Quadrilateral Security Dialogue collega Stati Uniti, Giappone, Australia e India attorno a obiettivi specifici nellIndo-Pacifico. A questi formati si aggiungono Aukus, incentrato sulla tecnologia dei sottomarini a propulsione nucleare, e lI2U2 tra India, Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti, per la cooperazione in energia e sicurezza alimentare. Il modello si  imposto anche al di fuori del perimetro occidentale: il formato trilaterale tra Cina, Pakistan e Afghanistan, sviluppato nel quadro del Corridoio economico Cina-Pakistan, coinvolge in modo sistematico anche attori non statali come imprese di costruzione e banche private. Il minilateralismo funzionale non  dunque una prerogativa occidentale, ma uno strumento che i principali attori del sistema internazionale impiegano con crescente frequenza. Formati di cooperazioni rafforzate a geometria variabile, su determinati dossier, che spesso convivono con la partecipazione strutturata e formale alle organizzazioni internazionali.

Nel contesto appena delineato, il partenariato strategico  il modulo elementare attraverso cui si costruisce, dossier per dossier, unarchitettura minilaterale pi ampia. Una parte della letteratura specializzata lo ha definito come un quadro di cooperazione libero, strutturato e articolato su pi piani tra due soggetti statali. Altri autori ne hanno evidenziato la flessibilit rispetto alle alleanze tradizionali e la capacit di coinvolgere un numero crescente di attori non statali, organizzati attorno a un interesse comune pi che a valori condivisi, orientati agli obiettivi, informali e a basso costo di impegno. La ricerca pi recente ha evidenziato la natura multilivello di questi partenariati, che coinvolgono anche province, citt, imprese, diaspore e organizzazioni non governative. Le grandi imprese italiane operanti nel Medioceano  a partire da Eni, presente in Algeria, Egitto e Libia  sono gi protagoniste nellarea, al pari e talvolta in anticipo rispetto ai ministeri competenti. La scoperta del giacimento Zohr in Egitto nel 2015 ha preceduto e condizionato i successivi sviluppi diplomatici bilaterali.
 
A proposito della scelta dei compagni di strada,  nellinteresse dellItalia escludere da una possibile cornice di cooperazione prioritaria alcuni paesi. I baltici, la Germania, la Polonia, e i paesi scandinavi orientano da tempo le rispettive societ verso il massimo contrasto militare alla Russia, sul fianco orientale della Nato o nellAlto Nord, postura comprensibile per le loro vulnerabilit storiche ma incompatibile con gli interessi italiani sul fianco Sud. Non possiamo entrare nelle logiche competitive tra Berlino e Varsavia, orientate a un conflitto permanente con Mosca: il nostro interesse  nella stabilit del fianco Est, non nella sua incontrollata militarizzazione, e nella riapertura del dialogo con la Russia, anche attraverso il dossier libico, dal momento che forze russe sono da tempo presenti in Cirenaica.

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3. La nostra analisi non pu prescindere dallarretramento dellinfluenza europea, e in particolare francese, nellAfrica subsahariana, a fronte di unavanzata sistematica di Russia e Cina. Mosca vi ha dispiegato prima il Gruppo Wagner e poi lAfrica Corps in Mali, Repubblica Centrafricana, Burkina Faso, Niger e Sudan, oltre che in Cirenaica: lespulsione dei francesi da Mali, Burkina Faso e Niger tra il 2022 e il 2023, con la contestuale apertura agli istruttori russi, ne  il segnale pi eclatante.

Pechino agisce prevalentemente sul piano economico, ma con crescenti implicazioni strategiche. Attraverso la Belt and Road Initiative, con oltre 170 miliardi di dollari di prestiti allAfrica tra il 2000 e il 2023, ha costruito una rete di infrastrutture che culmina nella base militare di Gibuti, aperta nel 2017, prima installazione permanente cinese fuori dal territorio nazionale. LEuropa, percepita come una potenza che esporta regole senza risorse, non offre ai governi africani unalternativa credibile: larretramento europeo alimenta i flussi migratori verso lItalia e la presenza russo-cinese nel Sahel avanza verso il Mediterraneo.

Questo scenario, nel rendere urgente il riposizionamento dellItalia nel proprio bacino, offre lopportunit di applicare un paradigma che dovrebbe orientare lintera strategia nazionale: quello della coesistenza influente, ovvero non competere frontalmente con Russia e Cina, che dispongono di capacit non replicabili dallItalia, ma inserire una presenza autonoma e specializzata in domini specifici come lenergia, la sicurezza (militare e non), la mediazione diplomatica e la cooperazione economica, sfruttando le grandissime potenzialit del nostro paese. Coesistenza influente non significa essere amici di tutti allo stesso modo, ma differenziare la postura italiana dossier per dossier, cooperando su un fascicolo e competendo, se necessario, su un altro con lo stesso interlocutore. La medesima logica dovrebbe valere verso Unione Europea, Nato e Nazioni Unite, valutando caso per caso dove lappartenenza serva linteresse nazionale, senza subordinarvi la politica estera per fedelt indistinta al formato. Il nuovo paradigma presuppone la rinuncia alla pretesa di essere ovunque e per tutti e la scelta di essere determinanti in domini circoscritti. Lobiettivo  occupare le nicchie che la ritirata francese e la crisi della credibilit europea lasciano disponibili per un attore europeo privo delle ipoteche e dei retaggi neocoloniali di Parigi.

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4. Dai concetti generali appena richiamati discende unipotesi di lavoro concreta, quella di costruire un asse bilaterale strutturato con la Turchia, il partner che applicando la coesistenza influente presenterebbe oggi il profilo pi rilevante, tra quelli disponibili nel Mediterraneo allargato, per gli interessi italiani. Il tutto in un ipotetico orizzonte almeno decennale 2027-37.

La Turchia  il secondo esercito della Nato per dimensioni e lattore esterno pi influente in Libia, in Siria, in Azerbaigian e nel Mar Egeo. La dottrina della Patria Blu estende le pretese marittime turche in potenziale conflitto con Grecia e Cipro, ma non con lItalia. In Libia, Ankara e Roma convergono sul sostegno al governo di unit nazionale di Tripoli, mentre la Russia  radicata in Cirenaica, dove la Francia ha appoggiato Haftar. La Turchia  lunico attore mediterraneo che ha dimostrato di poter trattare con la Russia su basi paritarie nei teatri libico e siriano ed  dunque un interlocutore diretto di Mosca nel Medioceano orientale. Questa capacit, associata al possibile sviluppo della cooperazione italo-turca in Libia, configura una convergenza dinteressi importante per il nostro paese.

La postura politico-militare turca  per lItalia molto significativa perch strutturalmente diversa da quella del blocco baltico-nordico e polacco- tedesco. Ankara appartiene alla Nato, ma tratta la sua appartenenza come uno strumento funzionale tra altri, non come unidentit strategica esclusiva: esattamente la logica della coesistenza influente. Lacquisto del sistema anti-aereo russo S-400 nel 2019, che  costato ad Ankara lespulsione dal programma F-35 e le sanzioni statunitensi, resta lesempio pi eclatante di autonomia strategica da Washington pur restando allinterno dellAlleanza. Dopo linvasione russa dellUcraina, la Turchia non ha aderito al regime sanzionatorio occidentale contro Mosca, mantenendo interscambio ed energia, mentre forniva contemporaneamente i droni Bayraktar TB2 a Kiev, una diplomazia a doppio binario impensabile per un membro baltico, polacco o tedesco della Nato. Ankara controlla inoltre gli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli ai sensi della convenzione di Montreux, e nel 2022 ne ha invocato le clausole belliche per limitare il transito di nuove unit da guerra nel Mar Nero, esercitando una leva geopolitica indipendente dalla Nato.

Sul piano industriale, la presidenza per lIndustria della difesa turca mira a massimizzare la componente nazionale nei programmi darmamento ponendosi lobiettivo di superare l80% del totale. Coerentemente con il proprio progetto autarchico, la Turchia ha costruito un ampio portafoglio missilistico: dal balistico tattico Tayfun (oltre 600 km di gittata), ai missili da crociera Som e Gezgin (oltre 800 km), allantinave Atmaca. Con circa 322 missili balistici in inventario, possiede il settimo arsenale di questo tipo al mondo.

La Turchia  sotto questo profilo una realt di assoluta importanza per lItalia, specie per laccesso a tecnologie di precisione e per il cosviluppo nellambito di Lba Systems. Questo arsenale non risponde a una logica di difesa collettiva integrata come quella delle forze convenzionali Nato, ma a una dottrina di deterrenza nazionale autonoma, rafforzata dal sistema di difesa aerea e missilistica Siper, sviluppato internamente dopo lesclusione dal programma F-35 e concepito per operare indipendentemente dagli ombrelli di protezione alleati, tutti peraltro da verificare.  un modello di esercizio della deterrenza radicalmente diverso da quello dei paesi che fondano la propria sicurezza sullautomatismo dellarticolo 5 Nato, e per questo offre allItalia un interlocutore meno vincolato da logiche di blocco, pi affine a un approccio transazionale e differenziato ai propri partenariati. Si tratta di un modello di autonomia della deterrenza e della cultura strategica che nessun paese europeo pu al momento eguagliare.

Un ulteriore aspetto di rilievo della postura politico-militare turca  la rete di basi allestero. Ankara dispone oggi di installazioni militari permanenti in Qatar, in Somalia (Camp Turksom a Mogadiscio, la pi grande base turca allestero, operativa dal 2017), in Libia (presenza a Misurata e al-Watiya, oltre agli accordi di cooperazione navale con Tripoli) e a Cipro Nord. Per lItalia, che non dispone di una comparabile rete di basi permanenti, ad eccezione della minuscola base di Gibuti, un partenariato strutturato con Ankara offrirebbe un accesso indiretto alle infrastrutture turche, opportunit che nessun altro partner europeo o mediterraneo  in grado di garantire con la stessa ampiezza geografica.

Recentemente, la cooperazione tra Roma e Ankara sul piano industriale militare ha conosciuto unaccelerazione senza precedenti. Baykar ha acquisito Piaggio Aerospace nel maggio 2025 e firmato con Leonardo la joint venture Lba Systems per droni da combattimento. La Marina italiana ha annunciato lacquisizione del Bayraktar TB3 per la portaerei Cavour, primo operatore europeo di un drone navale da combattimento. Il quarto vertice italo-turco, nellaprile 2025, ha prodotto dodici accordi su difesa, energia e infrastrutture. Nel giugno 2026 Leonardo e Baykar hanno compiuto un ulteriore passo, completando le prime prove di volo dal vivo del programma K-Swarm, in cui un M-346 ha assunto in formazione il controllo del drone turco Kizilelma dopo un decollo e un ricongiungimento autonomi, capacit finora dimostrata in volo solo da Stati Uniti, Cina e Russia.

Infine, guardando pi a oriente, la relazione speciale tra Ankara e Baku, definita dai due presidenti come una nazione, due Stati,  un moltiplicatore del valore turco per lItalia. Attraverso il Southern Gas Corridor, composto dal Trans-Anatolico e dal Trans-Adriatico, lAzerbaigian ha fornito allItalia circa 12 miliardi di metri cubi di gas nel 2024, terzo fornitore del nostro paese dopo Algeria e Norvegia.  Sempre sul piano economico, nel 2024 linterscambio bilaterale italo-turco ha raggiunto i 32,2 miliardi di dollari, con un target di 40 miliardi concordato al quarto vertice intergovernativo di Roma del 29 aprile 2025. LItalia  il quinto mercato di esportazione della Turchia nel mondo e il secondo nellUnione Europea.

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5. Concentrare questa ipotesi di lavoro sulla Turchia non significa farne lunico partner dellItalia nel Medioceano, n che altri dossier vadano subordinati a questa relazione. Significa che, applicando la logica dei partenariati strategici e della coesistenza influente, la Turchia potrebbe essere oggi il partner che meglio consente di poter superare il vincolo delle costose e burocratiche alleanze multilaterali formali. Una partnership prioritaria, rispetto a unarchitettura dispersa su pi partner comparabili, riduce i costi di coordinamento e le frizioni che emergono quando pi interlocutori devono armonizzare priorit non coincidenti. Ma senza precludersi partenariati paralleli quando linteresse nazionale lo richieda. Su questa base la partnership con la Turchia  il modulo bilaterale di partenza da cui, in presenza delle condizioni geopolitiche adeguate, potrebbe in futuro svilupparsi unarchitettura minilaterale pi ampia, per aggregazione di ulteriori moduli, dossier per dossier, a seconda delle opportunit.

Certo, questa ipotesi di lavoro non  scevra da rischi. Il nodo greco-cipriota costituisce indubbiamente un fattore di frizione strutturale significativo. Va gestito con realismo. LItalia non ha interesse a schierarsi nelle controversie marittime tra Ankara, Atene e Nicosia, n a subordinare la partnership con la Turchia alle pressioni che Atene esercita in sede Nato o europea.  sufficiente mantenere unequidistanza dichiarata, come daltronde  sempre avvenuto per esempio nel contesto dellAlleanza Atlantica, mantenendo relazioni separate con la Grecia su energia, turismo e cooperazione economica, senza lasciare che questi dossier condizionino i rapporti con Ankara. La criticit pi insidiosa  per il protagonismo di Parigi nella nostra zona di diretto interesse strategico.

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6. La diffidenza francese nei confronti delle iniziative italiane nel Mediterraneo  una costante che la storia recente del dossier libico documenta con chiarezza e che affonda le proprie radici gi nelle motivazioni dellintervento internazionale del 2011. Il giornalista Giampaolo Cadalanu, nel suo libro Sotto la sabbia. La Libia, il petrolio, lItalia, descrive accuratamente le motivazioni della decisione del presidente francese Nicolas Sarkozy di attaccare la Gamahiriyya nel 2011 ed eliminare Gheddafi. Innanzitutto, la prospettiva, sostenuta dalle 143 tonnellate doro e da una quantit simile di argento detenute da Tripoli, di fornire ai paesi africani francofoni unalternativa al franco Cfa, la valuta comune utilizzata da quattordici paesi dellAfrica subsahariana. Ma Parigi aveva anche altri obiettivi: Ottenere una quota maggiore della produzione petrolifera della Libia, aumentare linfluenza francese nel Nord Africa, migliorare la propria situazione politica interna, fornire allesercito francese unopportunit per riaffermare la propria posizione nel mondo, e affrontare la preoccupazione dei propri consiglieri sui piani a lungo termine di Gheddafi di sostituire la Francia come potenza dominante nellAfrica francofona. Oggi, come italiani, stiamo pagando (ogni giorno) le conseguenze dellaver permesso che la Libia fosse destabilizzata in maniera devastante sotto i nostri occhi.


Quella stessa rivalit si  riproposta nel 2018. Mentre lItalia organizzava a Palermo, nel novembre di quellanno, la Conferenza internazionale per la stabilizzazione della Libia, la Francia aveva gi imposto una propria tabella di marcia con la conferenza di Parigi del maggio precedente, che fissava un calendario elettorale senza coinvolgerci nella regia del processo. Nei giorni immediatamente precedenti lapertura dei lavori di Palermo, lEliseo rinvi a lungo la conferma della partecipazione di Macron e organizz a Parigi, l8 novembre, un incontro separato con una delegazione di Misurata, mentre proprio il 12 novembre, giorno di apertura della conferenza siciliana, riceveva anche il presidente tunisino. Concomitanza letta a Roma come un tentativo di ridimensionare liniziativa italiana.

Questa postura, per, non appartiene solo al passato. La Francia ha oggi un peso relativo decrescente in Africa, ma resta un attore politico-militare aggressivo che continua a cercare di affermare la propria influenza nei contesti di diretto interesse italiano. In primo luogo, e nuovamente, la Libia. Parigi ha infatti rilanciato negli ultimi mesi una presenza diplomatica a Tripoli e a Bengasi, dialogando con Dubayba e con Haftar e presentandosi come partner tecnico su dossier meno politici, dal patrimonio culturale allo sminamento, in una ricostruzione di influenza che resta, nella sostanza, concorrenziale rispetto al ruolo italiano. Lalternanza tra rotture, legate al sostegno francese a Haftar, e riavvicinamenti conferma quanto la Libia resti per Parigi un terreno di manovra variabile e opportunistico pi che una relazione stabile  a differenza del rapporto italo-turco che vogliamo proporre.

La gestione del fattore francese richiede dunque una triangolazione pragmatica. La Francia resta un partner di rilievo in Europa. LItalia deve cooperare con Parigi in sede europea sui dossier di comune interesse, ma deve al tempo stesso riservarsi la libert di azione autonoma nel Mediterraneo anche verso un alleato formale (che molte volte alleato non lo  affatto), quando gli interessi nazionali lo richiedono. Recentemente, persino i tedeschi hanno dichiarato, nel documento sulla strategia militare pubblicato lo scorso aprile, di voler rafforzare i (loro) partenariati in Africa settentrionale e occidentale, nel Sahel e in Medio Oriente. Fatto di per s molto curioso data la vocazione prettamente continentale di Berlino. In ogni caso, per lItalia si allunga la lista degli alleati con interessi, nella regione, non esattamente convergenti con i nostri.
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7. Non intendiamo qui solo descrivere unopportunit geopolitica circoscritta al rapporto con un paese del Medioceano, ma sollecitare una riflessione pi ampia sul modo in cui lItalia potrebbe (e dovrebbe) concepire le relazioni geopolitiche e militari del futuro. Per gran parte della propria storia repubblicana il nostro paese ha subto le visioni strategiche altrui pi che promuoverne di proprie, collocandosi in cornici disegnate a Washington o a Bruxelles, adattandovi i propri interessi di breve periodo. Postura che ha prodotto risultati forse utili in una fase di subordinazione, ma che diventa un limite in un sistema multipolare nel quale le architetture collettive, sostitutive di una strategia nazionale autonoma, mostrano una fragilit crescente.

Concepire e promuovere proprie visioni strategiche, piuttosto che limitarsi a subirle, dovrebbe essere per noi un requisito fondamentale. Compito difficile, alla luce dei nostri trascorsi storici e di una cultura pi abituata a mediare tra le posizioni degli altri, e ad allinearsi, che a definire le proprie. Ma  proprio questa cultura geopolitica e militare, improntata al multilateralismo cooperativo e alla mediazione, che potrebbe agevolare levoluzione qui auspicata. A condizione di accettarne il corollario pi scomodo: mediare e cooperare non possono pi significare evitare ogni conflitto di interesse. Vuol dire anche, quando necessario, contrastare attivamente le iniziative di attori a noi potenzialmente o manifestamente ostili. Il minilateralismo funzionale, i partenariati strategici e la coesistenza influente non sono soluzioni tecniche a un problema tecnico, ma gli strumenti concettuali con cui questa transizione culturale pu tradursi in pratica operativa.